Sei sulla pagina 1di 2

Stefano Ferdeghini 5M

Simulazione prova b UMBERTO ECO

ANALISI
1.1
Il brano di Umberto Eco verte sul problema della musica“fatta a macchina”, creata con strumenti di
alta tecnologia (almeno dal suo punto di vista, dato che scriveva nel 1964). Eco sottolinea che molti,
spesso con toni apocalittici, negano la liceità di questo comportamento, accusando la musica
prodotta in questo modo di essere sterile e disumana. Eco riporta il problema su un ordine più
generale: tutta la musica, a eccezione di quella vocale, è prodotta attraverso uno strumento
artificiale. Il flauto, il violino, il pianoforte sono tutti strumenti che emettono «suoni solo se
maneggiati da un “tecnico”».
Certo, essi si sono in certo modo “naturalizzati” secondo Eco, divenendo un tutt’uno con
l’esecutore; ma perché, allora, credere che questo non possa accadere anche per altri tipi di
strumenti di recente invenzione? L’umanizzazione dello strumento dipende in primo luogo
dall’uomo, dall’artista che conosce a fondo le peculiarità del suo strumento, al punto da comportarsi
con la stessa disinvoltura di un pianista o un violinista con i loro più blasonati – ma non meno
artificiali – strumenti.
1.2
I «moralisti culturali» sostengono che sia deplorevole e segno di imbarbarimento la produzione di
«musica fatta a macchina», in modo artificiale, come bene di pronto consumo. Eco confuta questa
tesi dimostrando che tutti gli strumenti musicali sono artificiali, solo che siamo troppo abituati a
sentirli per rendercene conto perché si sono umanizzati grazie all’artista che li usa.
Perciòl’umanizzazione di uno strumento musicale è dovuta all’artista e non allo strumento in sé.
1.3
L’autore sostiene che anche il flauto, il violino e il pianoforte siano strumenti artificiali. Li mette, tra
l’altro, in ordine di complessità tecnica e costruttiva. Il pianoforte, principe degli strumenti
dall’Ottocento in poi, è un capolavoro di meccanica che dovrebbe essere riconosciuto come
disumano e artificiale per eccellenza. Ma così non è, perché il pianista è in grado di trovare una vera
e propria simbiosi con lo strumento.
1.4
In espressioni come “musica fatta a macchina” e “musica in scatola” l’autore segnala delle
espressioni dispregiative in uso per descrivere il fenomeno della musica creata con un forte apparato
tecnologico. Successivamente, invece, l’utilizzo delle virgolette in parole come “tecnico”, “pensa” e
“sente”, “organico” risponde a tutt’altra esigenza. Nel primo caso serve a mettere in rilievo
l’ampiezza semantica della parola “tecnico” (tèchne, ossia arte, artificio); nel secondo caso, nei
verbi “pensa” e “sente”, le virgolette hanno invece una valenza metaforica, poiché lo strumento è
idealmente fuso con l’esecutore, divenuto «carne della carne». Nel terzo caso, “organico”, le
virgolette giustificano tale fusione tra esecutore e strumento, in base alle metafore precedenti.
1.5
Gli incipit dei paragrafi dispongono le fila del ragionamento: si parte con la situazione attuale e con
l’individuazione del problema: “Oggi”. “Di fronte a…” segnala l’inizio del ragionamento e delle
argomentazioni di Eco per risolvere il problema proposto. “Si può concludere”, con elegante forma
impersonale, è un’espressione tipica per esprimere il punto di arrivo del ragionamento e offrire una
chiusura sintetica. I connettivi “è vero”, “ma” e “infatti” segnalano i diversi punti del ragionamento
che si snoda prendendo in considerazioni argomentazioni a favore sia della tesi sia dell’antitesi,
facendo in modo – ovviamente – che la prima risulti vittoriosa.
1.6
La sintassi ipotattica crea un periodo avvolgente, sinuoso, capace di prendere il lettore e di condurlo
nel cuore delle argomentazioni che risultano tutte concatenate tra loro come in un processo
sillogistico. I testi argomentativi, infatti, risultano di norma molto più convincenti quando l’autore si
comporta in questo modo; in questo frangente lo stile di Eco appare quasi ciceroniano, se così si
può dire. I numerosi incisi servono, in fondo, allo stesso scopo: essi, attraverso delle precisazioni
indicative, segnano punti a favore ora della tesi ora dell’antitesi. In questo modo si ha l’impressione
(fors’anche la certezza) che ogni aspetto della questione venga considerato nel debito modo e che le
conclusioni risaltino per forza logica.
COMMENTO
La musica è forse la forma d’arte più misteriosa di tutte e di certo la più eterea e sfuggente, capace
di esprimere «con un linguaggio universalissimo, l’intima essenza, l’in sé del mondo». Essa
letteralmente permea la vita di ciascuno di noi al punto che è quasi impossibile trovare un essere
umano che non ami fruirne: canticchiamo, fischiettiamo, ascoltiamo i suoni della natura. Suoniamo
strumenti, cantiamo: e quando ciò accade, ci sentiamo trasportati in una vita diversa e credo che
ogni musicista intimamente sappia che i Greci avevano ragione a crederla un dono delle Muse.
Se poi pensiamo che addirittura il linguaggio si dice essere nato dal canto degli uccelli, allora tutto
il nostro pensiero può essersi sviluppato da un’esperienza estetica. Tutto questo fa capire come essa
sia un bisogno intimo dell’uomo che ha addirittura immaginato suoni e armonie celesti nel Paradiso
quale peculiarità della suprema armonia divina. Eppure, dietro una visione così alta, come in ogni
cosa che riguarda l’uomo, vi è un rovescio di medaglia non indifferente. C’è un aspetto
commerciale e industriale della musica, in quanto prodotta, come un qualunque altro bene di
consumo (caso non estraneo anche alla letteratura), con una precisa data di scadenza.
Come possono conciliarsi questi due aspetti? Non è certo facile mettere sullo stesso piano musiche
di generi diversi, con scopi diversi, con gradi di difficoltà esecutiva o compositiva del tutto dissimili
e con strumentazioni assolutamente diverse. E non è neanche un semplice discorso riconducibile al
solo gusto, sebbene questo sia imprescindibile. Intanto cominciamo con il dire che la musica è stata
sempre strumentalizzata prima che strumentata. Accompagnava le cerimonie religiose e pubbliche,
salutava momenti ufficiali, accompagnava danzatori e poeti, allietava re, regine e principi. I
compositori sono spesso stati dei servi o dei comuni stipendiati (famoso il caso di Bach, che era
Maestro di Cappella, cioè compositore di chiesa).
Solo recentemente è nata l’idea di una musica in qualche modo assoluta, ed è un’idea romantica.
Quindi non dovrebbe stupirci se la musica è tornata a essere ancella della nostra vita, a essere
riprodotta ossessivamente nei centri commerciali – tremenda durante le feste natalizie – negli
aeroporti, nei locali. Forse il silenzio sarebbe troppo assordante e saremmo impreparati ad ascoltare
il rumore della pura vita. Non dovrebbe stupirci, dicevo, ma non è appunto detto che sia un bene
avere un’invasione della musica nei nostri silenzi, complici una fruizione compulsiva e una
produzione industrializzata che certo lo sviluppo tecnologico ha favorito in modo irrevocabile.
Dobbiamo sempre chiederci che cosa vogliamo ascoltare, quando e perché. Si tratta quindi di una
questione legata a tanti altri aspetti della nostra vita. I Depeche Mode cantavano a mo’ di inno la
canzone Enjoy the Silence che significa “godi il silenzio”, ma anche “partecipa al silenzio”. Ecco,
questo sarebbe un aspetto da non sottovalutare. Se vogliamo capire quanto è importante la musica,
dovremmo prima riappropriarci del silenzio (esiste poi davvero, il silenzio?).
È davvero una questione di scelte e di curiosità; bisogna avere il coraggio e la pazienza di ascoltare
e poi di scegliere: è la scelta a renderci ascoltatori attivi e non disumanizzati; se siamo umani,
allora, la musica torna a essere portatrice di un’esperienza quasi mistica, rigenerante, capace di
riconciliarci con «l’intima essenza del mondo».