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LA FAMIGLIA OGGI E LA PROPOSTA CRISTIANA

di don Renzo Bonetti


Intervento tenuto a Senigallia il 20 aprile 2007
all’interno del Convegno “Di che famiglia sei?” organizzato dalla diocesi

Introduzione
Grazie di questa vostra accoglienza, ma soprattutto grazie a voi di poter condividere un momento di fede. Ci
troviamo tra cristiani e la cosa bella è credo poter condividere un po’ di cammino di fede.
Parlare della famiglia significa uscire da quelle sabbie mobili nelle quali rischiamo di affondare, cioè quelle che
presentano solamente i problemi della famiglia, per tentare di cogliere la famiglia come dono, come risorsa, come
ricchezza e come tesoro da scoprire.
Però riusciamo a fare questo solo nella luce e nella forza dello Spirito Santo. Lo Spirito Creatore è quello spirito
che aleggiava sulle acque quando l’uomo e la donna sono stati creati. C’è la tentazione, anche del cristiano, di
presumere di conoscere l’uomo/donna perché fa l’esperienza del maschile e del femminile… Poveri noi, è come
se una gallina pensasse di conoscere il mondo perché sa dove può beccare il mangime. Non si può essere
consapevoli, non si può entrare fino in fondo nella realtà dell’uomo e della donna senza la luce dello Spirito.
Nessuno di noi ha la comprensione totale di ciò che si nasconde dietro una relazione uomo/donna. Giovanni Paolo
II nella sua grande sapienza arriva a scrivere nel numero 19 della Lettera alle famiglie: “Mistero di Dio è la
famiglia”. Mistero di Dio è la famiglia. Vi prego di invocare nel vostro cuore lo Spirito se vi interessa introdurvi
ancor più nella realtà del matrimonio e della famiglia.

1. La famiglia fatto naturale e non culturale


Il tema che mi avete dato è appunto quello di dare uno sguardo alla famiglia oggi per intravederne le prospettive
sotto il profilo cristiano. Credo che la situazione di oggi è sotto gli occhi di tutti. Io voglio cogliere solo alcuni
elementi esterni. Perché questi in una lettura di discernimento, in una lettura spirituale, in un discernimento
evangelico, ci fanno cogliere chiaramente la presenza del demonio dentro strategie che conducono a distruggere la
famiglia. Non usate mezzi termini. C’è uno solo che ha interesse a distruggere la famiglia: il demonio. Quindi noi
dobbiamo sapere chiamare le cose per nome. Dietro tutta la strategia che punta a snaturare la famiglia, a
ridicolizzare la famiglia, a svilire la famiglia, c’è semplicemente una strategia diabolica. È logico quindi che i
cristiani debbano svegliarsi e chiedersi che cosa possano fare. Come i discepoli sulla barca mentre il mare era in
tempesta, che chiedono a Gesù: “Svegliati perché dormi?”; e lui risponde: “Non abbiate timore. Perché temete?
Perché non avete fede?”. Questa sarà la risposta che dobbiamo darci alla conclusione di questo incontro.
C’è una strategia politica, culturale e sociale che punta a far passare il matrimonio e la famiglia da fatto naturale a
struttura culturale. Fatto naturale vuol dire che c’è qualcosa che mi precede e va oltre me, anche se non riesco
esattamente a definirlo. La natura non appartiene a me, non ne sono io il proprietario al punto da poterla
sovvertire, ma essa ha una sua logica interna, un suo esserci al di là di tutte le mutazioni che si possono apportare.
Ma si vuole a tutti i costi far passare la famiglia come struttura culturale. Questa parola - struttura culturale - è
dentro tanti discorsi che sono stati fatti in questi mesi, anche nelle ultime elezioni politiche in taluni programmi di
partito si parlava proprio di questo, del superamento del matrimonio come struttura naturale, perché è una
struttura culturale. Secondo questa prospettiva che tutto ciò che è relativo alla coppia e alla famiglia è unicamente
regolato da ciò che gli uomini e le donne di un tempo decidono di fare.
Se decidiamo che la famiglia non vale più, possiamo cambiarla, semplicemente. Ciò vorrebbe dire che la famiglia
appartiene alla democrazia, a quello che decide la maggioranza. Ormai ci siamo abituati a questi giochini secondo
cui una maggioranza possa definire che cosa è la verità. Pensiamo per esempio alla legge sull’aborto: il fatto che
sia legale l’ha fatto diventare lecito, il fatto che sia lecito l’ha fatto diventare morale. Non è un peccato, salvo poi
sentire un certo disagio profondo interiore al punto che non si trova di meglio che qualche psicologo, o qualche
sacerdote, per poter sfogare una situazione. Farla passare per fatto culturale significa effettivamente distruggere la
famiglia, e questo sta avvenendo. È l’arrogarsi da parte della scienza e della politica della possibilità di decidere e
di manipolare. Ad esempio, cosa ci sta dietro una legge che punta a dare la libertà di manipolazione degli
embrioni? Ci posso lavorare finché voglio, non conta se poi questi finiscono nella spazzatura. Dalla liceità di
manipolare gli embrioni è logico che si passa al prendersi la libertà di manipolare ciò che è la fonte della vita, cioè
la coppia e la famiglia, e di manipolare ciò che è il senso del vivere, cioè l’amore.
Mi permetto qui di citare il documento dell’allora cardinale Ratzinger, quando era prefetto della congregazione
per la dottrina della fede, dove mette in risalto verso quali deviazioni stanno portando queste manipolazioni
proprio dell’uomo e della donna: “E così (la nostra famiglia di oggi) si trova da una parte il potere della scienza
che non vuole limiti, e dall’altra parte la debolezza della famiglia” .
Le nostre famiglie cristiane sono deboli, per cui tale fragilità diventa indiretta giustificazione delle scelte che altri
fanno. La debolezza della famiglia di questi decenni ha portato anche tanti cattolici a giustificare il divorzio,
perché se è così fragile, almeno c’è la possibilità di rifarsi una vita. Non so come siano le situazioni qui nelle
vostre parrocchie ma quando ti senti raccontare di separazioni dopo uno, due, tre, quattro anni di matrimonio,
quando lui o lei si sentono dire da una settimana all’altra “non ti voglio più bene, non mi sento più di stare con te,
per piacere vai via tu, se no vada via io”, c’è qualcosa che non va. La debolezza della famiglia ha fatto venir meno
il valore ontologico di una relazione quando questo diventa corpo, per cui vediamo oscillare la famiglia fra fatto
naturale, che ancora qualcuno proclama, e struttura culturale.

2. Rispetto non vuol dire pari dignità


Se poi guardiamo il panorama che ci viene offerto in questi ultimi anni a tutti i livelli, a partire dall’ONU fino alle
singole nazioni, ci accorgiamo dove siamo arrivati, anche se non è ancora il punto conclusivo. Più volte negli anni
scorsi nei congressi mondiali della donna indetti dall’ONU, si è arrivati alla proposta di un enunciato di pari
dignità dei cinque generi. Genere vuol dire la modalità maschile e femminile, è la modalità di vita con cui io
decido di vivere il mio essere maschio o femmina. Per cui si può, ad esempio, essere maschio e desiderare il
genere maschile, il genere femminile, omosessuale maschile, omosessuale femminile, o transessuale.
Apriamo una parentesi che tocchi le corde della vostra sensibilità: come faranno i vostri figli, fra dieci, quindici,
venti anni, a trovare un’identità? Sappiamo già che ci sono équipe impegnate a entrare nelle scuole per cercare di
spiegare queste cose, ma quale sarà il percorso educativo? Notate che al di là delle dichiarazioni dell’ONU e dei
tentativi di questo tipo di dichiarazioni, la nostra televisione italiana sta semplicemente facendoci bere, tutti i
giorni, che è la stessa cosa. Forse noi, Chiesa, abbiamo mancato troppo di rispetto nei confronti delle fatiche che
hanno le persone, o di situazioni di identità - penso agli omosessuali e ai transessuali -. Abbiamo mancato di
rispetto, li abbiamo emarginati, probabilmente non abbiamo fatto nulla sotto il profilo pastorale e abbiamo le
nostre responsabilità per omissioni. La pari dignità, il pari rispetto, non va mai negato a nessuno, questo è scritto
nei comandamenti, è scritto nel Padre Nostro. Con il Padre Nostro non ci sono più discussioni: mio fratello e mia
sorella, mio fratello omosessuale, mia sorella omosessuale, mia sorella o mio fratello transessuale. È scritto nel
Padre Nostro, ma da lì a dire che è la stessa cosa, no. Capite cosa vuol dire la differenza tra rispetto e pari dignità?
In questo modo vediamo la famiglia andare verso una sempre più grande debolezza e fragilità perdendo la sua
identità e il suo valore ontologico.

3. Le responsabilità della Chiesa


Ma c’è un altro elemento che indebolisce la situazione del matrimonio. Non possiamo soltanto giustificarci con la
cultura, la sociologia o la politica. Dobbiamo anche come Chiesa confessare un po’ di mea culpa. Dobbiamo
confessare che la debolezza del matrimonio è causata anche dalla distanza che si è creata tra fede e vita, tra
Vangelo e dimensione umana, tra vita divina e vita umana. Tra Dio e la coppia si è creato un vuoto.
Pensate che tutto era incominciato dicendo davanti a una coppia: “È veramente una cosa molto buona”. È
veramente una cosa molto buona. E noi siamo arrivati a dire che è ridicolo affermare che il matrimonio è una
bella cosa. Certo siamo portati al matrimonio, però dobbiamo fare l’analisi del linguaggio dei cristiani della messa
domenicale. Quanti di voi benedicono, lodano, ringraziano il Signore per il matrimonio? Quante volte avete detto
il Magnificat per il matrimonio? Strano, lo dice Dio ma l’uomo che vive il matrimonio pare di no. Il nostro punto
di partenza è il recupero negli sposi della propria identità cristiana e sacramentale: se vogliamo passare dalla

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debolezza alla forza non abbiamo altri passaggi se non quello sacramentale. Ciò che fa la differenza nell’attuale
contesto e nel futuro, sarà, secondo me, il sacramento del matrimonio.

4. Recuperare il sacramento del matrimonio


Parto da una semplice espressione, Atti 4,12: “Non c’è nessun altro in cui possa esserci salvezza se non nel
Signore nostro Gesù Cristo”. Noi non possiamo pensare di salvare e promuovere il matrimonio senza Gesù Cristo.
Abbiamo anche noi appiattito i nostri approfondimenti unicamente sotto il profilo sociologico, pedagogico e
psicologico. Notate che sono psicologo per studi, quindi mi tiro la zappa sui piedi. Non che questi non servano -
sono utilissimi per leggere la realtà umana – ma io non posso pensare che il matrimonio si salvi da solo, non posso
pensare che il matrimonio si salvi solo perchè ho fatto imparare il dialogo. È necessario il dialogo, è l’ossigeno
della vita di coppia, ma il dialogo non salva la coppia, ne fa un galleggiante nella società, ma non una comunità
salvante. Allo stesso modo, certo che io devo conoscere bene il dinamismo maschile e femminile, perché è
indispensabile che il maschio sappia cosa è femmina, certo che devo conoscere la psicologia dell’uno e dell’altro,
ma la psicologia del maschile e del femminile non salva la coppia nell’attuale contesto culturale. Certamente io
devo sapere tutte le leggi per cercare di sistemare la coppia, il lavoro, l’educazione ai figli, ma tutti i problemi
risolti non salvano la coppia.
La coppia cristiana ha perso per strada il sacramento del matrimonio e pretende di salvarsi da sola e con i propri
mezzi. Quindi la prospettiva è che Gesù salva, non c’è altro Salvatore, non c’è altro nome sulla terra nel quale si
possa essere salvati se non nel nome di Gesù il Signore. Se vogliamo fare solidarietà con le altre coppie lo
possiamo fare, se vogliamo dialogare con tutta la società lo possiamo fare sotto il profilo umano, ma ciò che salva
la coppia, e fa della coppia la cosa più bella che esiste al mondo, è solo Dio. È solo dall’ottica di Dio che io posso
arrivare a dire a fronte alta: il matrimonio è bello.
Quante delle attuali generazioni di adulti hanno saputo dire con la vita davanti ai figli che il matrimonio è bello?
O quanti figli finiscono per convivere perché hanno paura di fare la fine dei propri genitori? Vita sacrificata
uguale a vita delusa. Sostanzialmente il punto debole anche della pastorale italiana, non ho timore a dirlo, è il
sacramento del matrimonio. Non possiamo pretendere che uno viva una vita sacramentale con uno o due incontri
che parlano del sacramento del matrimonio. Io sfido quale prete sarebbe ancora prete coerente con se stesso se in
cinque anni di teologia gli avessero spiegato in sole due serate che cosa è il sacerdozio. Noi in due serate
spieghiamo che cosa è il sacramento del matrimonio e pensiamo che gli sposi possano vivere una vita
sacramentale nel nome del Signore. Noi dobbiamo recuperare l’anima, dobbiamo metterci dentro lo sguardo di
Dio cari amici. Se una coppia capisse questo può cominciare a volare! Siete nati aquile e vi hanno ridotto a essere
polli che mangiano il becchime. Avete ali per volare, per volare con il vostro amore vicini a Dio, perché la coppia
è il luogo più espressivo dell’identità di Dio. Infatti, nel libro della Bibbia, nella Genesi è scritto : “A immagine di
Dio li creò, maschio e femmina li creò” ; e noi talora ci attardiamo a pensare “O che tramonto straordinario,
bellissimo, Dio che grande che sei!, o che belle montagne, Dio quanto sei maestoso!”. Ma chiedete al mare e a un
cielo stellato come vive Dio. La più semplice, la più banale, la più sciocca coppia di sposi contiene qualcosa del
mistero di Dio. Talora la coppia di sposi è come un’ostrica che ha all’esterno un guscio ruvido, duro, tagliente,
brutto, sporco, puzzolente, ma dentro c’è la perla.
Ricordo facendo una conferenza in Brasile, la cattedrale piena di gente in una situazione proprio di estrema
povertà che voleva sentir parlare del matrimonio e della famiglia. E così per riuscire a spiegare dicevo: “Ma vi
rendete conto, voi che vivete qui nella semplicità, voi vivete la realtà della coppia di sposi, la realtà dell’amore di
Dio tanto quanto e forse più della regina di Inghilterra con Filippo. Perché cos’è che fa grande la coppia?
L’amore! E nella più povera coppia di questo mondo c’è l’immagine di Dio come c’è nei reali di Inghilterra o
qualsiasi altra coppia famosa. E noi siamo affascinati da tante altre coppie. Voi figli di re, mendicate la schiavitù.
Voi figli di re, capaci dell’eredità di Dio andate a mendicare alle povere coppie umane come si deve fare per
vivere l’amore. Dovete riscoprire che essendo a immagine e somiglianza di Dio, voi due siete partecipi della vita
di Dio”.

5. Il dinamismo di coppia nasce dalla Trinità

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Giovanni Paolo II sempre nella Lettera alle famiglie dice che Dio per creare l’uomo e la donna quasi è rientrato in
se stesso, quasi a guardare ciò che è.
Nella mia parrocchia volutamente tutti gli anni la festa della famiglia la facciamo nella festa della Trinità, perché
esaltare la Trinità, riconoscere la Trinità come fonte della creazione della vita, come la pienezza, l’origine e il
destino di ogni persona, ci fa guardare certo a quell’infinitamente lontano, a quel totalmente analogico che è la
coppia di sposi. Lì si riflette come vive Dio: unità e distinzione nell’amore. Un organismo unico e straordinario:
non c’è forma societaria, non c’è gruppo, non c’è club, che possa arrivare al vertice che noi tocchiamo dentro alla
realtà della coppia. I due sono uno e questa unità si riflette nella bellezza della distinzione. “Mistero di Dio” dice
Giovanni Paolo II, ma sarebbe ancora più bello se invece di dichiararlo vi accorgeste che vivete il mistero di Dio
pur dentro la vostra debolezza e dentro le vostre fatiche. Adesso faccio un accenno per farvi cogliere quanto e
come questo dinamismo di coppia e di famiglia scaturisce dalla Trinità e fa vivere, chiede di vivere, nella
modalità trinitaria. Se io prendo l’uomo in se stesso è una persona compiuta, se prendo la donna è una persona
completa, però stranamente proprio questo tipo di compiutezza si percepisce pienamente solo dalla forza di una
relazione. Facciamo un esempio molto semplice e banale. Se noi cancellassimo dalla faccia della terra per un
attimo tutte le donne, gli uomini saprebbero cosa vuol dire essere maschio? No! Se noi cancellassimo dalla faccia
della terra tutti i maschi, le donne saprebbero cosa vuol dire essere donna, madre? No. Due persone totalmente
autonome capiscono chi sono solo nell’incontro. L’unità fa cogliere la piena distinzione, la distinzione fa crescere
la bellezza dell’unità. Dove lo trovate questo mistero se non nella Trinità?
Questa sponsalità non si esaurisce dentro la vita della coppia, ma è chiamata ad una compiutezza più grande: la
coppia chiama coppia, la coppia chiama coppia con Dio. Provo a dire in un altro modo ancora. Chi di voi è
totalmente soddisfatto come marito? Nessuno, non ho dubbi. Chi delle donne spose totalmente soddisfatta? Cari
amici, attenzione a dare il nome giusto. Non è che vostra moglie e vostro marito sia non del tutto perfetto, ma è
che non esistono mariti perfetti e mogli perfette, perché ogni coppia è chiamata alla compiutezza con Dio. Il
nostro cuore è inquieto finché non sposa Dio, quella è la nostra sponsalità ultima. Quelle sono le nostre nozze, per
cui la coppia non solo scopre di essere originata da Dio, e ne scopre in sé l’immagine, ma scopre che questa
immagine, questa somiglianza con Dio, chiama Dio, e lo desidera. Là sarà la compiutezza delle nozze. Quindi le
nostre nozze sono un esercizio di nuzialità per prepararci alle nozze definitive con Dio. E allora vivo queste nozze
alla luce di Dio, nell’ottica delle nozze compiute.

6. L’uomo e la donna si amano come Cristo li ama


Ma ancor più se facciamo un passo avanti e cogliamo l’anima del sacramento, qui scopriamo che siamo molto
impreparati. Cos’è il sacramento del matrimonio? Che grazia ricevono gli sposi? Qui, potremmo sbizzarrirci a
fare citazioni. A parte che la Chiesa italiana ha dei documenti straordinari che purtroppo i fedeli non conoscono e
molto spesso nemmeno noi preti. Per esempio: Evangelizzazione e sacramento del matrimonio; Comunione e
comunità nella chiesa domestica. E poi arriviamo alla Familiaris Consortio e poi al Direttorio di Pastorale
Familiare. “La relazione uomo donna viene assunta - dicono i vescovi italiani - nel disegno salvifico di Dio e
diventa segno e riproduzione di quel legame che unisce il verbo di Dio alla carne umana, Cristo capo alla sua
Chiesa”. Oppure sempre con altre citazioni dalla Familiaris Consortio numero 13: “Gli sposi sono resi partecipi
di quell’amore che unisce Cristo alla sua Chiesa” . Provate a pensare, marito e moglie, che voi due siete soci. Vuol
dire spartire, condividere, entrare in società, avere gli utili. Allora gli sposi sono in società, spartiscono,
condividono tutti gli utili dell’amore di Cristo per l’umanità, di Cristo per la Chiesa. Voi due potete avere il
cuoricino da bambola, ma avete la grazia di amare “alla Dio”.
Vi faccio una citazione esplicita dalla Familiaris Consortium sempre al numero 13: “Lo Spirito che il Signore
effonde - perché nel matrimonio avviene una vera e propria effusione dello Spirito - dona il cuore nuovo e rende
l’uomo e la donna capaci di amarsi come Cristo ci ha amati”. Voi potete non crederci, ma questa è la verità del
sacramento del matrimonio. Potete dire: “Io ho la capacità di amare quella donna che ho qui a fianco come
Cristo”. Capisci cosa vuol dire far l’amore con quella donna lì? Che passione, che gioia, che intensità, ma come
deve essere preparato quell’amore. Se ci dovessero essere delle persone specializzate nel far l’amore non
dovrebbero essere quelli che producono pornografia ma i cristiani, perché hanno dentro quel piccolo corpo, un
fuoco divino che li chiama a celebrare l’amore, a celebrarlo nell’atto sessuale, ma a celebrarlo nell’arco delle 24
ore.

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Lo Spirito che il Signore effonde rende capaci l’uomo e la donna di amarsi come Cristo ci ha amati. Provate a
vedere a che livello basso siamo noi. Facciamo un attimo un’istantanea. “Ma cosa si merita un uomo così?”;
“Cosa si merita una donna così?”; “Ma chi vuoi che lo prenda su?”; “Ma come è possibile andar avanti così? È un
mese che non mi parla”. Questo perché l’amore è diventato commerciale. Mi dai tanto e ti do tanto. Manchi tanto
e ti mancherò tanto. Quanto lontani da quell’amore totalmente gratuito, da quella Pasqua che abbiamo celebrato!
E gli sposi, pensate, sono chiamati a far Pasqua 24 ore al giorno, perché 24 ore al giorno hanno deciso di essere
totalmente dono l’uno per l’altro.
Ma il demonio qui ci ha infilato dei bei principi fanta-psicologici. Proprio di quelli fatti ad hoc per riuscire a
scombinare le menti deboli delle persone. “Ma dove va a finire la mia individualità? La mia persona?”. È
esattamente il contrario. Proprio nell’unità trovi la tua individualità. È se costruisco il noi che ritrovo la singolarità
e l’individualità, il maschile e il femminile. Quando il noi viene a mancare sono due persone che entrano in
società, né più né meno, quando manca la fede nel Signore che salva, nel Signore che costruisce un obiettivo e la
fede è unicamente “io credo in te”, sappiate che chiunque può scippare un uomo e una donna dalla sua sposa e dal
suo sposo. Quando il matrimonio si regge sulla fiducia che si danno solo gli uni gli altri, non ha futuro, perché
basta una qualità di mancanza un po’ superiore perché a quel punto la fede è finita. Il matrimonio regge quando i
due non hanno fede l’uno nell’altro solamente, ma hanno fede in un Altro che li ha uniti. È Cristo che li ha donati
l’uno all’altro e li rende capaci di un dono, di una Pasqua reciproca l’uno all’altro,

7. Il sacramento salva e fa crescere gli sposi


C’è sempre un passaggio in quel numeretto 13 della Familiaris Consortio che vi prego di imparare a memoria.
Dice: “Gli sposi sono pertanto il richiamo permanente per tutta la Chiesa di ciò che è accaduto sulla croce”. Gli
sposi ricordano a noi, Chiesa, ai preti, alle suore, alla comunità, che cosa è accaduto sulla croce. Così riscopriamo
che il sacramento del matrimonio è l’atto per salvare e far crescere gli sposi. La vita di coppia deve crescere:
l’amore o cresce o è morto. E qui si evidenzia che il frutto del vivere il sacramento del matrimonio è una qualità
di vita umana migliore. Il sacramento del matrimonio non mette le ali d’angelo agli sposi. Il sacramento del
matrimonio fa sì che lo Spirito di Cristo prenda corpo, carne, dentro quell’uomo e quella donna, per cui non esiste
un millimetro di crescita spirituale di uno sposo che non sia un millimetro di crescita di relazione. Quindi le
persone che credono che pregando da sole di più, andando di più in Chiesa, ma lasciano il rapporto con il marito e
con la moglie tale e quale, se lo scordino di far preghiere vere. Non può esistere un millimetro di devozione alla
Madonna, che non abbia come risvolto anche l’avvicinamento al marito o alla moglie. Prima di accendere il cero a
Sant’Antonio accendetelo davanti al marito, e prima di accendere il cero davanti a Santa Rita accendetelo davanti
alla moglie, perché non può ascoltarvi Chi vi ha fatti uno se andate dall’altra parte. Un atto di devozione autentico
si traduce in affettività, si traduce in moltiplicata relazione, attenzione, pazienza, perdono, perché quel sacramento
del matrimonio è celebrativo costantemente.
C’è un passaggio sempre nella Familiaris Consortio al numero 56 dove si legge: “Il matrimonio è in se stesso un
atto liturgico di glorificazione di Dio in Gesù Cristo e nella Chiesa” . Pensate, il matrimonio, cioè tutta la vita, è un
atto liturgico, perché si dà gloria a Dio, che ha fatto l’uomo e la donna. Si dà gloria a Cristo che ha reso l’uomo
capace di amare come Lui, di amare fino a dare la vita. Quindi se vogliamo far crescere gli sposi, al punto da
uscire dalle sabbie mobili di una famiglia debole e non propositiva, che non è più capace di costituire un ideale
per le future generazioni, cari amici non c’è altro passaggio se non passare da Cristo e riscoprire questa
dimensione sacramentale.
Poi scegliete le strade che volete, a me il Signore ha dato di capire questo: proprio attraverso un recupero
dell’attività sacramentale, un recupero della preghiera io ho visto non solo famiglie salvarsi, ma crescere. Sentite
sempre questo documentino molto bello della Lettera ai Vescovi: “Inseriti nel mistero pasquale e resi segni
visibili, segni viventi, gli sposi cristiani sono rinnovati nel loro cuore; possono sfuggire dai rapporti segnati dalla
concupiscenza, dalla tendenza all’asservimento che la rottura con Dio a causa del peccato aveva introdotto nella
coppia primitiva. Per essi la bontà dell’amore di cui il desiderio umano ferito aveva conservato con nostalgia si
svela con accenti e possibilità nuove. È in questa luce che Gesù, di fronte alla domanda sul divorzio, può
ricordare l’esigenze dell’alleanza fra l’uomo e la donna come volute da Dio all’origine, ovvero prima
dell’insorgere del peccato che aveva giustificato gli accomodamenti successivi della legge mosaica. Lungi
dall’essere l’imposizione di un ordine duro e intransigente questa parola di Gesù è in effetti l’annuncio di una

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buona notizia, quella della fedeltà, di una fedeltà più forte del peccato. Nella forza della resurrezione - e solo qui,
lo aggiungo io - è possibile la vittoria della fedeltà sulle debolezze, sulle ferite subite e sui peccati della coppia”.

Conclusione
Cari amici, senza il Signore Gesù, senza questa salvezza, senza questa morte e resurrezione, la coppia non andrà
da nessuna parte. Nella grazia del Cristo che rinnova il cuore, l’uomo e la donna diventano capaci di liberarsi dal
peccato, e di conoscere la gioia del dono reciproco. La famiglia non si salva da sola e nello stesso tempo è
l’autentico prodotto sociale che può rivelare l’autore. La famiglia secondo me è una straordinaria via di
evangelizzazione. Chi sta sbandierando la possibilità di dividersi, ricongiungersi, sposarsi civilmente, sta anche
raccogliendo così tanta delusione e amarezza da dover stordirsi con mille altri regali per riuscire a sopravvivere.
Ed è qui che si rivela il dono prezioso che abbiamo: gli sposi custodiscono l’amore di coppia nella sua originaria
creazione. La coppia di sposi possiede il prototipo dell’autentico amore. Quindi nella misura in cui questo mondo
andrà a smarrirsi perché non saprà più che cosa è l’amore, tornerà fra trenta, quaranta, cinquanta anni, in qualche
povera coppia, in qualche appartamento di coppia cristiana a chiedere: “Ma voi come fate a volervi bene così
tanto al punto da non lasciarvi? Ma voi come fate ad avervi promesso un amore eterno? Ma voi come fate ad
essere felici tutti i giorni?”. Perché il segreto della felicità sta nel vivere la vita di coppia secondo il progetto, non
secondo le modifiche apportate in corso d’opera che noi riteniamo di dover apportare al disegno di Dio. Per osare
di più, la famiglia cristiana, e dobbiamo prepararci, sarà quella che conserverà le specie della famiglia, in questo
contesto culturale, cioè la genuinità e la bellezza. Quindi noi dobbiamo prepararci per una missione, cari amici,
ma prepararci significa tornare a guardare all’identità profonda del matrimonio, godere e crescere nella grazia
sacramentale. E allora ci accorgeremo che il Signore con il sacramento del matrimonio e con gli sposi cristiani ci
ha dimostrato che sta facendo e farà di noi, di voi, un popolo di profeti.