Sei sulla pagina 1di 12

Mauro Bonazzi e Riccardo Chiaradonna

estemporanea Intellettuali nell’epoca


del «presentismo»
Erwin Panofsky e la torre d’avorio

Il saggio che viene qui presentato per la prima volta in traduzione


italiana è un discorso tenuto da Erwin Panofsky (1892-1968) in una
prima occasione a Princeton, nel 1953, e poi a Harvard, nel 19571. Vi
si ripercorre la storia di una metafora, quella della «torre d’avorio» in
cui l’intellettuale si ritira in splendido isolamento dal mondo dell’azio-
ne. Prendendo le mosse dal Cantico dei Cantici, Panofsky traccia, in
poche pagine ma con erudizione prodigiosa, un percorso che passa
per Sainte-Beuve, James, Milton, Orazio, Goethe e tanti altri scrittori,
scienziati, uomini politici. Ma la bellezza del saggio non risiede soltanto
nella conoscenza che vi è profusa. Molto più importante è il problema
che solleva.
Queste pagine costituiscono un contributo a un dibattito antichissimo,
che comincia già nell’antica Grecia e vede contrapposti i sostenitori
di due tipi di vita alternativi: la vita attiva e quella contemplativa. L’a-
neddoto della servetta tracia che irride il sapiente Talete, caduto in
un pozzo perché perso a osservare le stelle, mostra che la tendenza a
sottovalutare il lavoro intellettuale per la sua presunta inutilità è una
costante nella storia degli uomini.
Molti, ieri come oggi, concorderebbero con le parole che Callicle rivol-
geva a Socrate in un celebre dialogo platonico: «Se vedo uno che ha
già una certa età e che ancora fa il filosofo, e non la smette, allora mi
sembra, caro Socrate, che quest’uomo meriti solo sberle. Infatti, come ti
dicevo, uno così finisce per comportarsi come un mezzo uomo, anche
se ha ottime doti: perché evita i luoghi d’incontro e le assemblee dove
– come dice Omero – “gli uomini si mettono in vista”; e passa tutto il
resto della vita acquattato in un angolo, a confabulare con tre o quattro
ragazzotti, senza mai fare un discorso coraggioso, potente, significati-
vo»2. Inserendosi in questa tradizione millenaria, Panofsky ripropone e
difende coraggiosamente la scelta della vita contemplativa in un mon-
do nel quale tutto milita contro di essa. L’esordio del saggio non po-
trebbe essere più eloquente in proposito: «Dire di un uomo che “vive
in una torre d’avorio” è diventata una delle osservazioni più offensive
il Mulino 6/2016 1031
Mauro Bonazzi e Riccardo Chiaradonna

che si possano muovere a qualcuno senza incorrere in una querela per


calunnia o diffamazione». Niente di nuovo sotto il sole, insomma.
E invece il dicorso di Panofsky è «coraggioso, potente, significativo»
anche per la determinazione con cui difende, insieme all’ideale con-
templativo, anche il valore della cultura umanistica e dello studio del
passato. Su questo punto, le sue parole si rivelano ancora oggi straor-
dinariamente interessanti.
Nel 1957 Panofsky descriveva, con inconfondibile e pessimistica ironia,
un mondo in cui tutto si misura per la sua immediata utilità pratica e
la teoria è percepita non solo come un atteggiamento stravagante e
inutile, ma addirittura come un lusso fastidioso e ingiustificabile. Chissà
che cosa avrebbe scritto nel 2016. Mai come adesso, infatti, conoscere il
passato è stato percepito come un esercizio privo di senso e giustifica-
zione. E, proprio per questa ragione, la filologia – della quale La torre
d’avorio offre un esempio brillantissimo – è sempre più relegata in una
posizione decorativa e residuale nella lista delle conoscenze. Come ha
osservato Justin E.H. Smith, la nostra società vive in un «presentismo»
senza precedenti: nessuna cultura legata ai testi è mai stata, nella storia
umana, così indifferente al proprio passato3.
Ogni studioso può sperimentare in modi diversi le conseguenze di
questo clima. L’accademico constata come, in ogni circostanza, egli sia
chiamato a dimostrare l’attualità e l’applicabilità immediata delle sue
ricerche, con esiti spesso grotteschi. Per ottenere finanziamenti e borse
di studio, i più giovani cercheranno di convincere sé stessi e gli altri
che la filosofia dei Presocratici è di urgente attualità per comprende-
re il rapporto mente-cervello; che il Timeo di Platone offrirà al fisico
sperimentale un insospettato strumento di lavoro; che la logica di Avi-
cenna è indispensabile per stabilire più fruttuosi rapporti con il mondo
islamico. Il docente di scuola media superiore, a sua volta, si confron-
ta con esigenze pedagogiche che, nei fatti, antepongono i metodi ai
contenuti, «sapere come insegnare» a «sapere che cosa insegnare», le
competenze alle conoscenze.
Fatto molto interessante, il disprezzo per lo studio teorico a favore dei
saperi attualizzabili e professionalizzanti accomuna – in modo fortuna-
tamente diverso – le nostre esigenze pedagogiche a quelle dei governi
più dispotici e oscurantisti del passato e del presente. Questo atteggia-
mento è fatale per la filologia e la filosofia, ma non soltanto per queste
discipline: anche le scienze, se studiate al di fuori della loro immediata
applicabilità, non godono di reputazione molto migliore. Oggi non
avrebbe vita facile il matematico amico di Panofsky che, come Platone
nella Repubblica, affermava: «nessuno può impedire che la matematica
qualche volta venga applicata». Quanti difendono questi saperi sono
1032 il Mulino 6/2016
Intellettuali nell’epoca del «presentismo»

spesso costretti a condurre una battaglia di retroguardia che, per i toni


e i contenuti, è perdente in partenza. A chi non ne condivide le mo-
tivazioni, essi appariranno come le vestali di un mondo perduto, tutte
rivolte al passato, capaci solo di criticare e condannare una realtà ormai
sfuggita di mano. Ma non è così.
L’intellettuale, insegna Panofsky, è come una sentinella in una torre di
guardia: deve osservare il mondo da cui è isolato, comprenderlo e, se
serve, lanciare l’allarme. Non è inutile, dunque, il suo lavoro. Ma per
essere una sentinella efficace, occorre che stia al riparo dagli eventi:
solo così è possibile scrutare quello che accade con il distacco indi-
spensabile per intenderlo e scorgerne i pericoli. Nella conclusione del
saggio, è evidente come fossero ancora vivissimi, nel 1957, i ricordi dei
decenni passati legati all’avvento del nazismo e alla miopia con cui fu
accolto. La stessa vita di Panofsky, d’altronde, ne era stata sconvolta. In
un saggio famoso, egli ripercorre gli eventi che lo portarono a stabilirsi
negli Stati Uniti:

quando nella primavera del 1933 i nazisti cacciarono dal loro posto tutti i dipen-
denti statali ebrei, avvenne che io mi trovassi a New York e la mia famiglia ancora
in patria. Ricordo con commozione l’arrivo di un lungo cablogramma in tedesco
che mi notificava il mio congedo definitivo dall’università, ma che era chiuso
con una strisciolina di carta vede su cui era scritto: «Cordiali saluti per la Pasqua,
Western Union»4.

La torre d’avorio dell’intellettuale è il luogo da cui lanciare l’allarme agli


uomini impegnati nell’azione: «Ogni qualvolta l’occupante avverta un
pericolo per la vita o la libertà, ha l’opportunità, o anche il dovere, non
solo di segnalare “lungo la linea da cima a cima” ma anche di gridare,
nella flebile speranza di essere ascoltato, a quelli che stanno a terra».
Non si tratta di compiti difensivi soltanto. Panofsky parla dei «poteri
di osservazione, pensiero e immaginazione» di cui sono provvisti gli
abitanti della torre. Questa notazione può offrire un’ulteriore chiave di
lettura alle sue parole.
Una delle conseguenze più evidenti del presentismo attuale sta nell’in-
capacità di pensare un mondo diverso da quello in cui ci troviamo
e, pertanto, nell’incapacità di prepararsi a un futuro che non sia la
semplice prosecuzione lineare di quello che già c’è. Anche in questo
caso, l’educazione può fornire un esempio interessante. In effetti, si è
giustamente osservato che rivolgere la formazione all’acquisizione di
competenze immediatamente esercitabili nel presente – una specie di
addestramento subito spendibile per il lavoro – lascia indifesi rispetto
alle trasformazioni che inevitabilmente avranno luogo nel futuro e che
non possiamo prevedere adesso5. Una formazione che permette di tro-
il Mulino 6/2016 1033
Mauro Bonazzi e Riccardo Chiaradonna

vare lavoro in dodici mesi può non rivelarsi l’investimento migliore per
i dodici anni successivi. Senza parlare poi di un’altra questione, non
meno pressante.
Ossessionati come siamo ad adattarci supinamente alle esigenze del
presente, sembriamo aver perso la consapevolezza che la realtà può
anche essere modificata e magari migliorata. Ma per fare questo c’è
bisogno del pensiero e dell’immaginazione, come scriveva Panofsky:
c’è bisogno di prendere le distanze da quello che accade per valuta-
re quello che potrebbe accadere o che vorremmo che accadesse. Lo
avrebbe spiegato anche Ludwig Wittgenstein:

Ogni volta che pensiamo al futuro del mondo intendiamo il luogo in cui esso
sarà se continua a procedere come ora lo vediamo procedere, e non pensiamo
che esso non procede seguendo una linea retta, ma una linea curva, e che la sua
direzione muta costantemente6.

Per questo lo studio del passato è importante. Come ha giustamente


osservato Sheldon Pollock7, lo studio dei classici è assai rilevante non
perché offra modelli perenni e universali da seguire, ma per il motivo
diametralmente opposto: studiando i classici, conoscendo criticamente
il passato, veniamo a conoscere lingue e civiltà molto diverse da quelle
che governano il presente. Proprio questo aumenta la nostra capacità
di comprendere il presente e di pensare un futuro che non sia la sem-
plice (e impossibile) prosecuzione lineare di quello che già c’è. Stu-
diare il passato in modo serio e rigoroso è, a ben guardare, un modo
eccellente per prepararsi al futuro e cominciare a costruirlo.

1
  E. Panofsky, In Defense of the Ivory Tower, «Association of The Princeton Graduate Alumni, Report of
the Third Conference», Princeton, New Jersey, Princeton University, 1953, pp. 77-84; versione rivista in
«Centennial Review of Arts & Science», 1 (1957), pp. 111-122; ristampato in «Aia Journal», July 1959, pp.
19-22 (qui si traduce il testo di questa ristampa). Sulle circostanze in cui il discorso fu composto e pro-
nunciato, si veda C. Landauer, Deliberating Speed: Totalitarian Anxieties and Postwar Legal Thought,
«Yale Journal of Law & the Humanities» 12, 2000, pp. 171-246: 171-172. Secondo l’autore, nel saggio di
Panofsky si deve leggere una critica tra le righe del Maccartismo allora imperante.
2
 Platone, Gorgia, trad. it. di G. Zanetto, Milano, Rizzoli 1994, 485c-d. Come osservava il grande fi-
lologo inglese Erich R. Dodds in una famosa edizione di quel dialogo, in queste parole che Callicle
rivolge a Socrate risuonava in tutta evidenza l’eco di ammonimenti ed esortazioni che il Platone storico
avrà dovuto ascoltare lungo tutto l’arco della sua vita, da parte di parenti e amici increduli per la sua
scelta di dedicarsi al sapere teorico della filosofia (Plato. Gorgias, a revised text with introduction and
commentary by E.R. Dodds, Oxford, Clarendon Press, 1959, p. 31).
  J.E.H. Smith, How a Forgotten Field Can Save the Humanities, «The Chronicle of Higher Education»,
3

March 13, 2016, http://www.chronicle.com/article/A-Forgotten-Field-Could-Save/235635.


4
  E. Panofsky Il significato nelle arti visive [1955], trad. it. di R. Federici, Introduzione di E. Castelnuovo
e M. Ghelardi, Torino, Einaudi, 1999, p. 305.
5
  Si veda K. Robinson, Fuori di testa. Perché la scuola uccide la creatività, trad. it. di C. Calovi, Trento,
Edizioni Centro Studi Erickson, 2015.

1034 il Mulino 6/2016


Intellettuali nell’epoca del «presentismo»

6
 L. Wittgenstein, Pensieri diversi [1977], ed. italiana a cura di M. Ranchetti, Milano, Adelphi, 1988,
pp. 20-21.
  S. Pollock, Crisis in the Classics, «Social Research», 78, 2011, pp. 21-48.
7

Mauro Bonazzi insegna Storia della filosofia antica all’Università degli Studi di Milano. Tra i suoi libri:
I sofisti (Carocci, 2010), Il platonismo (Einaudi, 2015), À la recherche des Idées. Platonisme et philo-
sophie hellénistique (Vrin, 2015), Con gli occhi dei Greci (Carocci, 2016). Riccardo Chiaradonna in-
segna Storia della filosofia antica all’Università Roma Tre. Tra i suoi libri: Plotino (Carocci, 2009),Physics
and Philosophy of Nature in Greek Neoplatonism (Brill, 2009, con F. Trabattoni), Filosofia tardoantica
(Carocci, 2012).

il Mulino 6/2016 1035


Erwin Panofsky

In difesa
della torre d’avorio

Dire di un uomo che «vive in una torre d’avorio» è diventata una delle
osservazioni più offensive che si possano muovere a qualcuno senza
incorrere in una querela per calunnia o diffamazione. Questa formula
combina in sé il marchio dell’isolamento egocentrico (a causa della tor-
re) con quelli dello snobismo (a causa dell’avorio) e di una trasognata
inefficienza (a causa di entrambi). Cosa alquanto strana, questa espres-
sione figurata esiste in inglese e francese, ma non in italiano [sic], olan-
dese, spagnolo o nelle lingue scandinave; né, per quanto ne so, esiste
nelle lingue orientali. In Germania acquistò una qualche popolarità
solo dopo il 1945, quando fu importata dai rifugiati di rientro dagli Stati
Uniti dopo la guerra. Mi è stato raccontato che uno di questi espatriati
rimpatriati, il sindaco di Amburgo, esortò i professori dell’Università di
Amburgo, i miei colleghi di un tempo, ad abbandonare le loro Elfen-
beintürme (Torre d’Avorio) e a risvegliarsi di fronte alla realtà dei fatti.
Ebbene, che cosa sappiamo sull’origine e la storia di questa similitudi-
ne? A quanto pare, la storia comincia piuttosto tardi, nel 1837, quando
il poeta francese Charles-Augustin Sainte-Beuve, nei Pensieri d’agosto
contrappone Victor Hugo, il «partigiano resistente» che nella battaglia
tiene altro il vessillo del suo credo politico, al «riservato» Alfred de Vi-
gny il quale, pur condividendo le convinzioni di Hugo, «si ritira prima
di mezzogiorno come nella sua torre d’avorio» (… et Vigny, plus secret
comme en sa tour d’ivoire avant midi retrait).
Qui la torre d’avorio appare per la prima volta come simbolo di un
uomo che si ritira dalla vita attiva e dalle «responsabilità sociali» in una
condizione d’isolamento intellettuale, ed è (come avrebbe detto un
altro poeta, inglese in questo caso, cinquant’anni dopo) gentilmente
rimproverato perché «si isola in una beatitudine egoistica». Dico «gen-
tilmente rimproverato» perché all’inizio la disapprovazione era tempe-
rata dal rispetto. Spesso l’accento era posto sulla beatitudine, e niente
affatto sull’egoismo.
Henry James, quando, nel modo a lui caratteristico, trasformò l’espres-
sione figurata in un vero e proprio oggetto d’arte, tangibile e prezioso,
1036 il Mulino 6/2016
In difesa della torre d’avorio

conferì a questo oggetto d’arte un simbolismo intricato e leggermente


ironico, ma fondamentalmente positivo. Il suo ultimo romanzo incom-
piuto, La torre d’avorio, deve il titolo a una reale torre d’avorio, un
oggetto di dimensioni minute, straordinariamente complesso, un mobi-
letto d’inestimabile fattura orientale; e questa torre d’avorio dà origine
a congetture come queste: «Vivere in una torre d’avorio non significa
scegliere il ritiro più raffinato?» oppure: «Lei (l’eroina) tiene quindi un
grande assortimento di torri d’avorio (corsivo di James), nel senso che
ne ha una schiera pronta ad essere abitata e con inquilini da assegnare,
da appollaiare in ciascuna, che inviano segnali lungo la linea da cima
a cima?».

Se considerata in questo contesto, l’avversione popolare per la torre


d’avorio può essere spiegata da una radicata antipatia non solo con-
tro il distacco intellettuale, ma anche contro l’eccessiva raffinatezza.
Ciò che indigna così tanto l’uomo pratico non è solo che l’uomo non
pratico si rinchiuda in una torre. Visto da fuori, il pensatore solitario è
stato sempre oggetto di beffa (da Aristofane alla hostess di New York
che una volta mi chiese «È vero che voi professori nell’Institute avete
camere apposta per pensare»?); tuttavia, non era oggetto di condanna
incondizionata. Ciò che sembra veramente oltraggioso è che la sua tor-
re sia fatta di un materiale così costoso, così aristocratico e, allo stesso
tempo, così fragile come l’avorio.
Tuttavia, proprio quest’idea – l’idea che la torre del recluso intellettuale
sia fatta di ciò che James chiama «quella rara sostanza» – si basa su un
curioso fraintendimento. Quando Sainte-Beuve, l’origine di tutto, rim-
proverava Alfred de Vigny perché si era ritirato nella sua torre d’avorio,
egli fondeva e (temo) confondeva non meno di tre idee completamen-
te differenti.
Dal punto di vista puramente verbale, l’espressione tour d’ivoire, «torre
d’avorio», è una citazione diretta dall’unica fonte dove è presente prima
di Sainte-Beuve: il Cantico dei cantici, capitolo 7, versetto 4. Qui lo
sposo dice alla sposa: «Il tuo collo è come una torre d’avorio» (Collum
tuum sicut turris eburnea). Quanto al significato, comunque, c’è una
completa differenza tra il modo in cui la similitudine è usata nel Can-
tico dei cantici e in Sainte-Beuve.
Per prima cosa, Sainte-Beuve ha trasferito la qualità d’essere d’avorio
dall’oggetto al mezzo del paragone. Nell’immagine vivida, orientale del
Cantico dei cantici il collo della donna amata è paragonato a una torre
perché la torre è slanciata, rotonda e diritta; la torre, dall’altro canto, è
detta essere d’avorio perché il collo della donna amata è fresco, liscio
e di colore lucido. Non si ritiene che la torre sia d’avorio più di quanto
il Mulino 6/2016 1037
Erwin Panofsky

non si ritenga che il collo sia alto cento piedi. E, in effetti, lo sposo si
limita a restituire un complimento più letterale che la sposa gli aveva
rivolto in un capitolo precedente: «Il tuo ventre,» dice la donna, «è bril-
lante come avorio tempestato di zaffiri».
Secondariamente, ed è questa la cosa più importante, la torre richia-
mata nel Cantico dei cantici non ha assolutamente niente a che vedere
con l’idea di ritiro o isolamento. Questa connotazione appartiene a
una tradizione del tutto diversa che ha trovato l’espressione più illustre
nel dialogo di Milton tra l’Allegro, il gioioso estroverso, e il Penseroso,
l’uomo pensieroso, il devoto della meditazione solitaria:

O che la mia lampada a mezzanotte


sia vista in qualche torre alta e solitaria
Dove io spesso possa scorgere l’Orsa

Come sappiamo, Sainte-Beuve nutriva una profonda ammirazione per


il dialogo di Milton e fu forse ricordando Milton che reinterpretò un’im-
magine audace ed erotica di bellezza fisica come simbolo d’isolamento
spirituale. Perché, però, conservò la torre biblica, che è fatta d’avorio
ma non ha nulla a che vedere con il ritiro, quando stava pensando alla
torre di Milton, che indica isolamento contemplativo, ma non ha nulla
a che vedere con l’avorio?
Che egli abbia potuto fondere queste due immagini eterogenee in una
sola si deve, credo, all’intrusione di una terza torre che poteva fare, per
così dire, da comune denominatore tra quella della Bibbia e quella di
Milton: era la torre in cui Danae, la figlia di Acrisio di Argo e futura
madre di Perseo, era sta confinata dal padre nel tentativo (tra l’altro del
tutto vano) di proteggerla da ogni contatto che la profanasse. Questa
«torre di Danae» non era fatta d’avorio; d’altra parte, non era neppure
una comune struttura. Era fatta di bronzo; e proprio il rigo in cui lo si
dice – un rigo famoso e sonoro di Orazio – ricorda pericolosamente il
celebre versetto nel Cantico dei cantici: Inclusam Danaën turris aën-
ea. Fu questa fatale assonanza tra la turris aënea di Orazio, con tutte le
sue sfumature d’isolamento e ritiro, e la turris eburnea biblica, così se-
ducente dal punto di vista poetico e fonetico, che indusse Sainte-Beuve
a spedire De Vigny in una tour d’ivoire.

Sia come sia, una torre è una torre, quale che sia il materiale di cui è
fatta. E chi, per scelta o per destino, finisce per viverci dentro dovrebbe
fermarsi un momento, e riflettere su ciò che questo significa.
Una torre, questo almeno va ammesso, impedisce a chi la abita di es-
sere attivo nel modo in cui lo sono quelli che vivono all’esterno. Ma
quando viene sfidato a uscire, o ne è lui stesso tentato, l’abitante della
1038 il Mulino 6/2016
In difesa della torre d’avorio

torre dovrebbe ricordarsi della storia del giudizio di Paride. Gli antichi
rinvenivano in questa storia una rappresentazione simbolica del fatto
che non esiste una sola vita. Ce ne sono almeno tre: la vita attiva rap-
presentata da Giunone; la vita di piacere rappresentata da Venere; e la
vita contemplativa rappresentata da Minerva. E ritenevano anche che
Paride avrebbe fatto bene ad assegnare il premio a Giunone, o ancora
meglio a Minerva, piuttosto che a Venere. Accettare questa gerarchia
per la semplice ragione che è stata quella di una tradizione di pensiero
quasi bimillenaria non ha senso. Ma non è neppure ragionevole rove-
sciarla, senza un’adeguata riflessione, perché negli ultimi anni non è
più di moda. Di certo non ha senso pretendere che Minerva cessi di
essere quello che è nel tentativo di diventare quello che non è. Banal-
mente, non sarebbe efficace nel ruolo di una efficiente casalinga o in
quello della grande cortigiana.
Gli abitanti della torre dovrebbero insomma essere contenti di stare
dove stanno, esercitando quei poteri di osservazione, pensiero e im-
maginazione di cui la Provvidenza ha fatto loro dono; perfezionando
le loro tecniche di lavoro e la loro capacità di comunicare; e, quando
si dà l’occasione «inviando segnali lungo la linea da cima a cima». Così
facendo, contribuiranno comunque alla costruzione del nostro mondo
(«nessuno può impedire che la matematica qualche volta venga appli-
cata», diceva un mio amico), automaticamente e in modo forse persino
più efficace di quanto non potrebbero fare se scendessero dalla torre
invaghiti di qualche progetto concreto. Quel tumulto di processi che
costituisce la vita di azione e la vita di piacere si trasforma in realtà solo
quando è modellato da un’intelligenza. Ed è davvero degno di nota che
proprio la lingua inglese – la lingua di due popoli che preferiscono,
così si ritiene, un atteggiamento positivistico ad uno idealistico – abbia
riconosciuto questo fatto usando il verbo «to realize» tanto nel senso di
«rendere reale» quanto in quello di «diventare consapevole di».
Booth Tarkington (che nessuno può accusare di scarsa simpatia per
gli uomini d’azione) fa dire a un uomo d’azione caduto in depressio-
ne: «Quello che voi chiamate esaurimento mi concede del tempo per
meditare; e come si può arrivare alla realtà, senza meditazione? Non
sappiamo minimamente cosa stiamo facendo fino a che viviamo im-
mersi nell’azione, nelle nostre emozioni o negli stimoli sensoriali». La
maggior parte degli uomini pratici ha poco tempo per interrogarsi sui
simboli e sulle cose che dai simboli sono rappresentate. Alcuni di noi
ricordano come molti, includendo persone di grande intelligenza o di
fama internazionale, ritenessero che Hitler non sarebbe durato che sei
mesi o poco più «per ragioni puramente finanziarie», senza riflettere sul
fatto che il denaro è un simbolo.
il Mulino 6/2016 1039
Erwin Panofsky

Parlando di «osservazione», «pensiero» o «immaginazione» ho alluso ad


un’altra proprietà della torre. Come Milton non ha mancato di sotto-
lineare, la torre non è soltanto «solitaria» ma anche «alta». E l’altezza,
è inutile dirlo, allarga l’orizzonte dell’osservatore, permettendogli di
vedere le cose da una prospettiva diversa da quella in cui queste stesse
cose gli appaiono quando turbinano davanti a lui al livello del terreno.
Volgendo il suo sguardo all’indietro verso il passato, l’abitante della
torre – leggermente infastidito, magari, dagli avvistamenti ricorrenti di
oggetti volanti – potrebbe trovare conforto leggendo le prime pagine
del diario di Samuel Pepys, datate 21 maggio 1668. Il sabato preceden-
te (il 16 maggio), una «meteora infuocata» era stata osservata nel cielo
di Londra. Pepys aveva visto soltanto «una luce davanti a lui che veniva
da dietro», ma «non ci aveva più pensato». Tutti gli altri, però, ci avevano
pensato e ne avevano pure parlato molto. Nessuno aveva idea di cosa
fosse, ma tutti nutrivano una certezza: che preannunciasse il pericolo
che «i Papisti ci avrebbero tagliato la gola». Risalendo indietro nel tem-
po ancora di più, si sarebbe potuto divertire osservando l’Imperatore
Costantino Copronimo, grande iconoclasta e nemico del monachesi-
mo, vissuto a Bisanzio nell’ottavo secolo. Dopo aver distrutto tutte le
immagini sacre e dopo aver ucciso tutti i monaci su cui era riuscito a
mettere le mani, s’inventò il giuramento di fedeltà: tutti i suoi sudditi
dovevano giurare che non avevano né avrebbero mai venerato imma-
gini; che non si erano né si sarebbero mai uniti ai monaci; e che, se si
fossero imbattuti in uno di loro, non avrebbero esitato ad assalirlo con
pietre e male parole. Il primo a giurare fu naturalmente il patriarca di
Costantinopoli, che era stato monaco per tredici anni.
Questi sguardi sul passato sono adatti a riempire l’animo dell’abitante
della torre di quell’equanimità che costituisce, o dovrebbe costituire,
l’eredità dell’umanesimo. L’aspetto del presente e le prospettive future
avranno un effetto diverso su di lui: stimoleranno le sue emozioni –
gioia egoistica o disgusto, simpatia disinteressata o terrore. Ascoltiamo
per un momento la canzone di Linceo, l’eroe della mitologia greca
dagli occhi di lince che Goethe confinò in una torre invece di permet-
tergli di cacciare, lottare e morire in combattimento:

Nato per vedere,


collocato quassù a guardare,
legato alla torre da giuramento,
il mondo mi piace.
Spingo lo sguardo lontano,
vedo le cose vicine,
la luna e le stelle,
il bosco e il capriolo.

1040 il Mulino 6/2016


In difesa della torre d’avorio

Ed, in tutti, contemplo l’eterna


Bellezza del mondo
E come essa mi piace,
così io sono contento di me stesso.
Voi, o occhi felici,
quello che avete veduto,
comunque esso fosse,
era pur bello!

Tuttavia, dopo questo momento di «beatitudine egoistica» – e dopo una


pausa densa di presagi inquietanti prescritta espressamente dal poeta
– il guardiano realizza che «non è stato collocato così in alto solamente
per goderne». Egli vede con orrore che la piccola capanna di Filemone
e Baucis, la coppia di anziani ospitali, sta bruciando; osserva le «fiam-
me fiammeggianti» che divorano non solo la loro umile abitazione ma
anche la piccola cappella antistante e i tigli; e non può fare nient’altro
che levare alte grida e lamenti per attirare l’attenzione. Sarà poi compi-
to di Faust, l’uomo d’azione, prevedere che cosa può essere fatto dopo
che l’incendio è terminato – valutare la costruzione di un nuovo «bel-
vedere» sul sito del boschetto appena distrutto e un «nuova abitazione
per accogliere la vecchia coppia». Ma – questo è il punto – il destino
di Faust lo sorprende prima che questo progetto possa vedere la luce.

In questi brevi versi Goethe ha sintetizzato le tragedie di entrambi,


dell’uomo che sta a terra e di quello che abita nella torre. L’uomo che
sta a terra ha il potere di agire, ma non sempre ha il potere di vedere
né è in grado di scappare dalla rete che il destino e le sue precedenti
azioni hanno intrecciato intorno a lui. L’uomo sulla torre ha il potere
di vedere ma non quello di agire; la sola cosa che può fare è mettere
in guardia. Arriviamo così a quella che in fondo può essere descritta
come una specie di «responsabilità sociale» – una responsabilità che ri-
cade sull’abitante della torre, e che ricade su di lui proprio perché abita
nella torre, non a dispetto di ciò; una responsabilità che gli abitanti
della torre sulla riva del fiume Charles non hanno mai rifiutato di fare
propria. La torre dell’isolamento, la torre della «beatitudine egoistica»,
la torre della meditazione – questa torre è anche una torre di guardia.
Ogni qualvolta l’occupante avverta un pericolo per la vita o la libertà,
ha l’opportunità, o anche il dovere, non solo di segnalare «lungo la
linea da cima a cima» ma anche di gridare, nella flebile speranza di
essere ascoltato, a quelli che stanno a terra.
Socrate, Erasmo da Rotterdam, Sebastiano Castellione, Galileo, Voltai-
re, Zola, i sette professori di Göttingen, Albert Einstein – tutti abitanti
della torre – hanno levato la loro voce non appena si sono accorti che
il Mulino 6/2016 1041
Erwin Panofsky

la libertà era in pericolo. E nonostante queste voci siano state spesso


ignorate o messe a tacere mentre si levavano, esse continuano a risuo-
nare nelle orecchie della posterità.
In conclusione mi sia permesso di ritornare una volta ancora al Can-
tico dei Cantici, per capire che cosa fosse realmente la torre di avorio
in quel poema. Il collo dell’amata è associato a una torre non solo nel
settimo capitolo, ma anche nel quarto. Ma in quest’altro passo non c’è
trasferimento di proprietà; qui la torre non è descritta come una torre
d’avorio; è descritta come una struttura ancora più formidabile di una
semplice torre di guardia: «Come la torre di David il tuo collo, costruita
a guisa di fortezza. Mille scudi vi sono appesi, tutte armature di prodi».
Tocca ai prodi indossare le armature per la battaglia. La sentinella può
solo suonare l’allarme. Ma anche soltanto per fare questo, deve rima-
nere nella torre.

Erwin Panofsky (1892-1968) è stato filosofo e storico dell’arte di fama mondiale. In questo saluto,
pronunciato all’inaugurazione dell’anno accademico 1957 dell’Università di Harvard, egli sostiene che
la società ha bisogno della sentinella che osserva così come dell’uomo d’azione. Questa traduzione ita-
liana, a cura di Mauro Bonazzi e Riccardo Chiaradonna, è effettuata sulla ristampa del 1959 pubblicata
in «Aia Journal», July, pp. 19-22, della versione rivista di In Defense of the Ivory Tower.

1042 il Mulino 6/2016