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MARIA BELLONCI

RINASCIMENTO PRIVATO
CAPITOLO I
MISURA DI GIOVINEZZA.

Stanza degli orologi anno 1533

Il mio segreto è una memoria che agisce a volte per terribilità.


Isolata, immobile, sul punto di scattare, sto al centro di correnti
vorticose che girano a spirali in questa stanza dove i miei cento
orologi sgranano battiti diversi in diversi timbri. Se alzo il capo li vedo
fiammeggiare, e ad ogni tocco di fuoco corrisponde un'immagine.
Sempre sono trascinata fuori di me dalla tempesta di vivere. Che
cosa è il tempo, e perché deve considerarsi passato? Fino a quando
viviamo esiste un solo tempo, il presente. Una forza struggente mi
prende alle viscere: costruttiva o devastatrice non mi è dato di
sapere; è senza regola, almeno apparente.

Fa sera. I candelabri rifulgono tutti accesi. Ho mandato via la mia


gente, e lo faccio spesso, ora. Distinguo bene i caratteri appuntiti
della lettera aperta sul tavolino. Una collera quieta monta dal mio
cuore alla mia testa e si frantuma nello stupore degli interrogativi che
l'accolgono. Come fa costui a contare sulla mia obbedienza, anzi
sulla mia complicità? <Vi chiedo una carità non scrivetemi, non
approfittate della mia lontananza iperborea per non temermi più.> E
ancora: <E' una mia colpevole gloria pensare a quanto mi avete
fuggito.> Io scrivergli, io fuggirlo, io temerlo, io messa sotto giudizio.
Eppure non posso impedirmi, leggendo queste frasi, di percepire in
me un tremolio turbato che contrasta con l'intransigenza e quasi la
vince. Lettere dallo straniero nato in Inghilterra, queste che mi sono
sempre parse prive di ambiguità e spesso ingenuamente colme di
storie splendide o delicate da non sospettare pericolose per qualche
attrattività magnetica nascosta nel sottofondo. Ma scatta il momento
e mi sospinge ad un esame vasto e rigoroso di me stessa in
relazione con le trasformazioni che definiscono l'essere umano per
quanto si possa definirlo. Suona l'orologio che inizia una misura di
ore e mi sembra un segnale. Riordino i miei tempi a volta a volta
presenti nella loro successività. Il primo tempo della mia vita è certo
uno snodarsi di istintività naturali; seppure punteggiate da molte
dubbiosità le cose andavano per il loro verso. Di allora conservo
immagini disunite e un gran fiato di energia che mi dava una sorta di
diritto all'invincibilità. Più tardi venne la prova che rovesciò del tutto
la dimensione dei diritti sulla realtà e divise con un taglio netto la mia
prima giovinezza dalla seconda. Fu d'aprile, l'anno rotondo
millecinquecento: con esso ci calò addosso come ad un traguardo
maledetto l'orribile rotta dei milanesi sotto l'impeto degli eserciti di
Francia di Luigi Dodicesimo. E' l'alba agra di una primavera
nebbiosa, sono a letto, la balia Colomba mi desta all'improvviso
dicendo cose troppo terrificanti per essere vere. Scendo a precipizio,
mi avvolgo in una sopravveste orlata di pelliccia e mi lancio e
qualche cosa in me si rifiuterebbe di camminare nella sala vicina
appena in tempo per vedere la testa equina mezzo scarnita del
cavallo morello del signor Giovanni Gonzaga mio cognato che
appare venendo su dalla salita a chiocciola che immette nel mio
appartamento di Castello. La testa del cavallo non nasconde il
cavaliere, ma tirandosi indietro lo respinge in una visione lontana e
stralunata.

Ambedue coperti di polvere e di fango, ambedue all'estremo del


resistere: e il signor Giovanni, allentate le redini, scivola giù di fianco
sorretto appena in tempo dal suo scudiero che gli teneva dietro.

Più giovane di tutti i miei cognati, Giovanni sembra vecchissimo


forse per la gran polvere che lo fa canuto: è ubriaco di paura e di
stanchezza, sopraffatto in ogni lineamento eppure fuori di tono,
iroso.

E quasi cambia di voce quando annuncia in frasi rotte le cose patite


e da patire. <E' finita per il Moro!> urla tutto roco. <E' finita per tutti
noi e prima di tutto per voi, Isabella. Lo hanno preso travestito da
soldato svizzero tra i fanti svizzeri. Quei mercenari avevano ricusato
di guerreggiare, e se ne tornavano alle loro case lui, il Moro,
camminava tra loro a piedi, affidato alla fortuna; ma uno di Losanna
lo ha riconosciuto, lo ha indicato ai francesi. Hanno preso pure
Galeazzo di San Severino; li porteranno prigionieri in Francia. Il
cardinale Ascanio è fuggito con me; l'ho lasciato indietro verso
Piacenza in cerca di un rifugio dove celarsi. Tutti fuggono da Milano.
Chi è preso vivo è sgozzato, squartato. E noi? Ho pensato solo di
arrivare a Mantova per avvertirvi: avvertire voi per prima.> Il collo gli
cade di lato come spezzato e la voce si spegne in un gorgoglio
ansante. Dietro di me le mie donne si spostano e non osano venirmi
vicine: si affacciano in fondo alla sala, si allontanano per scale e
scalette, spalancano porte, gridano e piangono chiamando a
raccolta l'intero castello. Dò un ordine con un gesto alla signora
Violante che è ferma sotto i Trionfi del maestro Mantegna, immobile
e annientata simile ai prigionieri di quella rappresentazione: lei lo
coglie e sparisce. Il signor Giovanni si riprende con un sussulto e
avanza verso di me con furia. <Sono corso da voi, Isabella, perché
quello che ci sta per accadere è opera vostra. Se non ci sosterremo
tra noi saremo perduti. Noi non possiamo aprire la via ai francesi con
la fuga, senza curarci di quello che può accadere al nostro popolo e
alla città.

Dobbiamo pensare alle difese, bisogna che il marchese mio fratello


mi dia subito istruzioni; è lui che mi ha mandato allo sbaraglio, e voi
lo avete consigliato, anzi incitato. Eccomi, guardatemi: sono
l'immagine della sconfitta. Forse vi chiederà di rifugiarsi qui il
cardinale Ascanio che voi avete assicurato di aiuto incondizionato:
gli avete offerto persino la vostra persona a protezione degli Sforza.
Voi, cognata, siete la più sospetta ai francesi. Vi chiamano la
sforzesca e minacciano: hanno in animo di prendervi in ostaggio:
con vostra figlia e il figlio che avete in seno vorrebbero trascinarvi in
Francia.

Isabella, abbiatelo bene in mente, per gli Sforza tutto è finito;


toglietevi dalla testa di fare la paladina. Non sono gente da aiutare e
non lo saranno mai più.> Una pietra gelida mi ferma il respiro in
petto. Il signor Giovanni profetava crudelmente incalzandomi senza
pausa. Ebbi appena il fiato di ricordargli che era suo dovere
raggiungere subito le stanze del marchese suo fratello, e intanto
raccomandavo allo scudiero di soccorrere il padrone con bevande e
bende. Così me lo levai di torno: non da oggi sapevo che gli uomini
fanno di quelle urlate a sfogo di passione. Non riuscivo però ad
assimilare la totale gravezza delle sue parole, anche se mi ripetevo
che la sventura precipitava sulle nostre terre e forse su Italia tutta.

Era vero, verissimo quanto avevo detto al cardinale Ascanio nei


giorni di splendida illusione irradiata dalla fortuna sforzesca. Tutto
che era sforzesco appariva, allora, superbo e, col diritto di esserlo,
deificante. Al duca Ludovìco, il mitico Moro, si doveva la stupefatta
gioia che egli esistesse. Incantava sentirlo ragionare del governo,
delle nuove città, della vita del popolo. Io sola conoscevo fino a qual
punto arrivasse la sua sottigliezza che gli altri subivano senza
capire. L'invenzione della scienza di governo era in lui un intreccio di
mobilissimi movimenti, un esercizio supremamente meccanico,
comandato dalla sua mano. Aveva definito una volta il re di Francia
suo capitano, il papa suo cappellano e Venezia la sua riserva di
mercanzie.

E queste che potevano essere affermazioni di animo alterato dal


potere parevano invece veritiere e definitive. Mi alzai, trafitta dal
presente. E noi? Risentii le parole di Giovanni. Che cosa sarebbe
accaduto a noi? Che cosa sarebbe accaduto a me, unica vera
alleata del Moro? Possibile dover considerare una fortuna che mio
marito avesse tanto odiato Ludovìco? Ma era così. Quella gelosia e
quel livore di Francesco contro lo Sforza divenivano ora un oscillante
appoggio di speranza. Ogni cosa nella quale avevo creduto si
inabissava: mi sembrava di aggrapparmi ad un cespuglio di sterpi
per non rotolare in una voragine. Tutte le mie donne mi avevano
abbandonato. Fra poco Francesco, ascoltato il fratello, avrebbe fatto
irruzione nelle mie camere e, con quella voce mantovana dal suono
ampio e insonorito, mi avrebbe attaccato ferocemente per le mie
lunghe simpatie sforzesche.
Dovevo replicare alle sue accuse o tacere, tacere come una donna
di poco animo? All'umiliazione come avrei risposto? Non c'era punto
del mio corpo che non mi dolesse convulsamente. Incrociai le mani
sul ventre per proteggere il figlio che tenevo in me: non potevo
piangere.

Nel grigio dell'alba nebbiosa un'ombra mi si era avvicinata. E, prima


che riconoscessi l'ombra nel suo prendere consistenza umana,
qualcuno mi parlava: <Aver paura non serve: questa è una vostra
massima, signora.> Era la voce di tutti i giorni, la voce di Pirro
Donati, pacata, con quell'accento di spiegazione conciliatrice che
allacciava tra loro le cose più disparate e dava rincuorante
plausibilità ad ogni discorso. Pirro Donati: la sua presenza in quel
momento mi immerse in una specie di pausa, e da quella pausa
sorse una possibilità animatrice. Lo avevo visto per la prima volta
quando era venuto paggio a Ferrara (avevo sei anni allora) al
seguito dell'ambasciatore Beltramimo Cusatro incaricato di definire il
mio contratto di nozze con Francesco Gonzaga. Già da allora
mostrava una maturazione giovanile molto singolare in uno che da
poco aveva passato i dodici anni. Lo avevo ritrovato a Mantova
quando vi ero giunta sposa, e da tempo ero abituata a vederlo nelle
mie camere di Castello primo tra i miei gentiluomini. In quella luce
imbiancata a riflessi grigio spento distinguevo il solito viso nitido, gli
occhi color tanè con qualche lampo più chiaro, la fronte resa più
ampia da una lieve stempiatura, il naso affilato e dritto, la bocca
tranquilla, sapiente di parole assicurative. <Avete saputo?>
mormorai. Non c'era bisogno di altro. Egli non parlò del signor
Ludovìco, non cercò di alleggerirmi la pietra che avevo nel petto.
Come sempre guardava di là dal momento e mi proponeva qualche
cosa. Difatti con una calma appena vibrata, disse: <Non ci sono
pericoli immediati, signora mia. I francesi stanno a Milano a godersi
la loro vittoria; sono occupati a fare bottino e a pretendere riscatti. E
pensate davvero che il papa possa permettere loro di stabilirsi in
Italia? E certo non lo può permettere l'imperatore e soprattutto non lo
permetterebbero i veneziani. Non vi ricordate della lega contro l'altro
re francese, contro re Carlo? Le cose cambieranno come sono
sempre cambiate, ma intanto è necessario agire.> Mi ero ridotta a tal
punto da farmi suggerire magari un'ambasciata, magari una lettera
da scrivere. E a chi? Mi irrigidii.

Senza rispondere feci finta di non accorgermi che lui mi tirava su e


con un lieve tocco sulle spalle mi conduceva via. <Ascoltate le
vostre donne, ricominciano a gridare> continuò Pirro. <Non hanno
capito quale sia il loro ufficio. Andrò io a riprenderle; devono mettervi
a letto. Ricordatevi il vostro stato e il vostro sacro bisogno di riposo;>
e sogguardandomi disse ancora: <c'è qualcosa da fare, fatela;> e
martellò sotto tono: <serrate le porte.> Non intuii subito quanto
questo avviso fosse a proposito, ma lo seguii. Pirro mi aveva guidato
nella mia grande camera, tepida per un ceppo che faceva un monte
di brace nel camino e delicatamente mi fece sedere su una scranna.
Ad una ad una le mie donne tornarono tutte, mi spogliarono e mi
coprirono con pesanti coltri sotto il volo delle imperturbabili sigle
nuziali che piovevano danzando dalle volte. Fu rimosso il fuoco in
silenzio, ebbi una tisana calda che non riuscì a quietarmi. Pirro era
scomparso.

<C'è qualcosa da fare,> <la massima è vostra,> <serrate tutte le


porte>: le frasi mi battevano in testa, lentamente le penetrai e fui
attraversata da un impeto guerriero. Dovevo difendere mio figlio,
dovevo restare chiusa nella mia camera come in un fortilizio; a
nessuno sarebbe stato possibile entrare ed accusarmi, e nessuno
avrebbe sezionato davanti a me l'enorme sanguinoso disastro
annunciato dal signor Giovanni. Con voce tutta pallida chiamai la
balia Colomba: <Sto male, balia, sto male, fate avvertire subito il mio
medico, il Castelli, presto.> Mi venne fatto di smaltire la pena in un
lamento. Seguitavo a gemere trovando nella finzione quasi un
sollievo, quando arrivò il Castelli bianco e barbuto, tutto tronfio per lo
scoccare della sua importanza. Mi visitò, pose domande, aggrottò le
ciglia e dette le istruzioni. Riposo, silenzio, nessuno in camera se
non la balia e due donne. La porta chiusa a catenaccio per
chiunque.
C'era pericolo di aborto, diceva la sua espressione; occorreva
vigilare. In uno scalpiccìo volante intorno a me si fece ordine.

Trascorsero pochi minuti e qualcuno bussò impetuosamente alla


porta.

<Il signor marchese!,> disse la balia spaventata. <Nessuno deve


entrare> sentenziò da dentro il Castelli con sussiego. <Vado io a
parlargli.> Andò, socchiuse la porta e, dopo un brevissimo colloquio
in due toni diversamente risoluti, la richiuse e tornò verso di me. Per
precauzione volle rimanere nella mia stanza e prese posto
gravemente su un pancone a spalliera presso il caminetto con un
libro in mano. La balia assopita, le donne sparite; si tendeva quel
silenzio pronto ad echeggiare dalle volte arcuate, silenzio che si era
colorito in tanti modi per dieci anni della mia vita di sposa. Quasi mi
sembrava di sentire la musica di pifferi e tamburini che aveva
accompagnato il mio risveglio la mattina dopo le nozze. Tra i festaioli
c'era Elisabetta, sorella di Francesco, e tanti parenti giovani di casa
Gonzaga, ma io non guardavo nessuno. Miravo in alto, sbirciando
tra le lenzuola la cascata delle sigle, quelle <F> e <IS> iniziali dei
nostri nomi che calavano dalla volta verso di me e risalivano
rapidamente impennandosi; il mio cuore stava per scoppiare di gioia;
mi si prospettavano appropriazioni senza limiti. Ma adesso l'allegria
di quelle lettere intrecciate pareva simulata, anzi pareva una
minaccia, e peggio una minaccia confusa. Non ho mai amato la
confusione: la ragione vuole che ogni cosa e ogni tempo siano
compartiti, pena una vita sgorbiata. A piccole spinte lievi, quasi
trattenendomi, ritornavo indietro, accerchiavo le parole di mio
cognato Giovanni, mi rifiutavo di immettermi nella loro realtà: eppure
erano vere. Gli Sforza. Che cosa era stata la Lombardia degli Sforza
sotto Ludovìco il Moro nessuno lo sapeva meglio di me: e da questa
certezza giungevo al punto corrusco che esisteva nel mio animo
sempre pronto a levare fiammate. Come un lampo crudele e
orgoglioso un pensiero attraversò la mia mente. Forse la sciagura di
oggi non sarebbe accaduta se un destino nemico non mi avesse
toccato in una zona vitale dove avvertivo ancora una perdita senza
compensi: perché Ludovìco Sforza aveva chiesto me per moglie a
mio padre, e se il messo si fosse presentato a Ferrara appena
qualche giorno prima i patti nuziali tra me e Francesco non
sarebbero stati firmati. Senza mancare una battuta, mio padre aveva
offerto al Moro mia sorella Beatrice; era sempre una estense anche
lei, quella mia sorella brunetta, somigliante all'avo re Ferrante
d'Aragona nelle gote pesanti e nella pelle olivastra, che portava due
ciocche pendule ai lati del viso per disegnare più affilato l'ovale.
Beatrice a Ferrara era stata taciturna, attenta a osservarmi in ogni
moto; e ancora mi meraviglio di aver assistito alla più straordinaria
delle metamorfosi. Appena fu a Milano, appena sposa, si rivelò
geniale nell'arte di conquistare il marito a forza di seduzioni
incalzanti e recitate una per una. L'ho visto io prima di tutti: il Moro
era solo incuriosito di lei, troppe donne aveva intorno, scelte tra le
bellissime e le più valenti per grazie amorose e spirito agile. Ma
teneva me per regina. Mi aveva perduta per pochi giorni, avrei
dovuto essere io il suo destino, pareva dirmi quando mi venne
incontro la sera delle sue feste nuziali nel castello milanese,
camminando su un prato in lieve declivio, bianco di neve intatta,
cosparso di rose. Ludovìco scintillava della sua gloria, della sua
fortuna, della sua ricchezza: mi fece ammirare la loggia dello
Sferisterio affrescata con le imprese guerresche del suo gran padre
Francesco Sforza. Con quale maestà compiaciuta si dilettò di
condurmi poi nel corroborante tempo d'inverno per i suoi sontuosi
appartamenti: mi mostrò quel progetto di città nuova, con cinquemila
case, del suo ingegnere Leonardo da Vinci, e quello che aveva di più
caro, le casse del tesoro colme rase di ducati, di gioielli legati in
gloria lavorati e traforati, e le opere francesi e italiane più rare che
file di amanuensi copiavano intenti, e quelle bibbie in greco e in
arabo che mi proponevo di leggere anch'io, sicura di poter tutto
avere, tutto imparare. Bisognava strangolare il grido di protesta sul
quale si abbattevano i miei ventisei anni fino allora gremiti di
speranze clamorose. Non mi affidavo più all'obbedienza delle cose,
e al l'idea di un destino sicuramente vincente; ma non sopportavo
l'idea dell'errore. <Devo rileggere De casibus, il mio Boccaccio,>
dissi tra me con l'abitudine solita di riferirmi ai libri: gli errori e le
sventure dei grandi mi avrebbero illuminato. Ma non riuscivo a
muovere l'immaginazione. Ero sopraffatta più che stanca: gli occhi
bene aperti su quell'alba stenta che scivolava in un giorno grigiastro,
pativo una sorta di lucidità incitosa che mi spingeva. Con un brivido
caddi nel dormiveglia e a voce quasi alta pronunciai il nome di
Ludovìco. Lui, lui, come aveva fatto a sbagliare?

<Quando si tratta dello Stato non si può guardare gli altri anche se
parenti. Bada a te, adesso, Isabella.> E' la voce realistica stretta
nelle vocali settentrionali di mio padre Ercole che non per nulla era
chiamato Tramontana. Il Moro era invece di fastosi sentimenti caldi e
vivi anche se una certa frigidità viscontea si celava nel suo fondo.

Quando morì mia sorella Beatrice (aveva appena vent'anni), il suo


lutto fu un'invenzione da teatro. Stava chiuso nel vasto castello
milanese in una stanza buia, appena schiarita dal cerchio flebile di
una sola candela, litaniando le lodi della moglie perduta. E inveiva
contro Isabella d'Aragona che era stata la vera duchessa di Milano,
la grande rivale di mia sorella. Diceva di continuo: <Eccola, cammina
qui sopra per farmi sentire che è viva, e che ha vinto. E' viva, ha
vinto, e si ride di me.> E' probabile che il Moro cominciasse a
sbagliare da questo ostentato dolore e forse, più gravemente, da
prima, proprio con quel suo nipote. Gian Galeazzo lo avevo
conosciuto a Milano e non mi era parso privo di mente come
Ludovìco diceva sprezzandolo: era di carattere dolce, portato al
molle e al giocoso e così era stato educato, anzi tradito di giorno in
giorno, in quel limbo tra cani cavalli e divertimenti infantili necessario
al suo vivere di malato. Marito affettuoso, dopo sposato ebbe uno
dopo l'altro tre figli. Giro col pensiero attorno a Isabella d'Aragona e
alla sua storia, argomento di discorsi per le corti d'Italia e di tutta
Europa. Ed ora mi si fa chiaro il sospetto che non abbia giovato al
Moro quella sua avidità di appropriazione. Che gli servì rubare il
potere al nipote? I suoi errori politici partono da quell'errore morale
che a mano a mano li rese più determinanti: i re, e ogni potentato
diffidano degli usurpatori. Ma gli Sforza erano stati davvero i padroni
d'Europa. Mi era sembrata fino ad allora una lezione di privilegio
poter seguire da vicino la politica di Ludovìco il Moro; egli spaziava
oltralpe tendendo molteplici fili e come nessuno era capace di
manovrarli. Chi se non lui aveva chiamato per primo il re di Francia,
Carlo Ottavo, in Italia, con la promessa della conquista del reame di
Napoli, chi era riuscito a suscitare una lega per ricacciarlo nelle sue
terre oltramontane, e nello stesso tempo a trattare con lui la pace a
dispetto di tutti gli stati italiani collegati? Più tardi per liberarsi da
fastidiosi nemici finanziava una impresa di guerra dei Borgognoni
contro l'imperatore Massimiliano, e sobillava il sultano Bajazet per
rovesciare la valanga dei Turchi su Venezia; e per avere denaro
alzava i balzelli del suo opulento Stato senza timor di popolo: aveva
fatto i milanesi ricchi, pagassero ora il loro contributo. Non finiva mai
di sorprendermi quel suo modo imperturbabile di rimettersi
all'imprevisto, quell'aspettare i tempi e farli serpeggiare fino allo
sfinimento in minute guerriglie, tanto più che egli giudicava la
strategia temporeggiatrice dei condottieri italiani un'eredità da farne
conto. Alle trame della sua intelligenza niente sfuggiva. E niente era
stato vero. Massimiliano doveva essersi accordato con i Borgognoni,
i Turchi avevano lasciato abbastanza spazio ai veneziani per la loro
politica di conquista contro Milano; e non era più tempo di condottieri
abili nella tattica difensiva ora che calavano giù dal nord folte milizie
francesi e svizzere armate di bombarde e di colubrine, e addestrate
ad una guerra distruttiva. Eppure il Moro era un vero capo di Stato,
un grande signore del nostro tempo. Quando venne a Mantova per
consegnare a Francesco il malaugurato bastone di Capitano
generale delle milizie imperiali (dico ora, malaugurato), condusse
con sé un seguito di ottocento persone per la maggior parte
gentiluomini di Lombardia. Che gran fatica facemmo in quei giorni a
preparare gli alloggi; io specialmente che mi curavo della sua
persona non mi stancavo di strologare persino sui colori
dell'apparamento, non più a lutto e nemmeno di tono brillante.
Quante esitazioni mi costò quel color morello che scelsi poi.
Ludovìco mi scriveva lettere d'amore da fratello che contenevano
affermazioni come questa: che mi amava più di ogni altra parente,
figli compresi. Furono giorni di alto vivere alla nostra corte e Mantova
brillava di quella particolare luce di giugno che espande sotto i cieli
la sua odorosa primavera. Non mi era importato l'umore cattivo di
Francesco. Lo sentivo andare per il Castello e dire a voce alta che il
bastone di Capitano il Moro avrebbe potuto mandarglielo per mezzo
di un inviato e risparmiargli i debiti che gli era toccato fare.

<Moglie testarda,> mi ripeteva in privato ogni momento, <non vi


accorgete che tutto è inutile e che questo re Luigi si prenderà Milano
quando vorrà?> Risuona questa previsione e tremo sulla mia
inconsideratezza ostinata: e io sapevo ogni cosa che Francesco
sapeva.

Devo dimenticarli quei giorni che annebbiarono le mie facoltà di


vigilanza. Giorni segreti che non ho mai voluto avvicinare per non
imitare quelle femminelle che vivono di immagini trascorse e ne
fanno personali romanzi. Per festeggiare gli ospiti immaginai una
caccia di Diana da svolgere al Bosco della Fontana, con tutte le mie
donne a cavallo vestite all'antica: al nostro apparire ci fu un furore di
applausi fra le genti di corte. Nel mattino nuvoloso, ci smarrimmo per
il gran folto d'ombra io e Ludovìco. L'aria si incupì, piovve
all'improvviso. Ci trovammo vicini ad un laghetto schivando di poco
le reti che dividevano la zona di caccia da quella dei leopardi inquieti
dietro i loro recinti.

Eravamo soli in riva al lago perlaceo, immobile sotto il martellare


della pioggia, rifugiati in una capanna di pescatori. Che cosa
accadde?

Ludovìco con un fare dolce citava Didone ed Enea: <Speluncam


Dido dux et Troianus eandem devenient... Virgilio non è il padre dei
destini mantovani?> mi diceva lui ridendo. Ridevo anch'io,
insolitamente mansueta; la forza del Moro raggiava e arrivava su di
me pesando. Non mi avvedevo che il mio riso somigliava al riso
stolto delle mie ragazze quando avevano intorno uomini intenti a
divertirle. Voci di cacciatori che ci avevano avvistato si levarono nella
boscaglia e di lì a poco ci fu gente vicino alla capanna con coperte e
teli di stoffe incerate. Ma il peso di quel vincente che avevo avvertito
su di me permaneva. Mi domando se questo che provo ora è
rimorso; e di che specie? Mi rifiuto di pensare: Dio mio, perdonatemi.
Apro bene gli occhi e richiamo le donne che accorrono al mio letto
capeggiate dalla signora Violante.

Domando di essere vestita, indosso un abito comodo e morbido che


non cela il mio stato, anzi lo accentua. Ormai è notte, le grandi bifore
si disegnano sul fondo buio. Dall'alba tutta la giornata è trascorsa,
ho fame. Mi portano il cibo e mangio bevendo il mio vino bianco di
Sirmione. Mi rendo conto che è arrivato il momento e ordino che le
porte siano disserrate. Francesco entrò e si trovò, incalzato dalla sua
irruenza, in mezzo alla stanza dove restò un po' attonito. Dietro di lui
vidi il cardinale Ippolito, il mio fratello venuto certo in corsa rapida da
Ferrara; vidi i miei cognati monsignor Sigismondo e il signor
Giovanni, ritenuti e ansiosi; ancora più indietro roteavano gli occhi
acuti del buffone nostro, il Frittella. <Benissimo, ci sono testimoni
difficili> pensai e d'impeto corsi incontro a Francesco abbattendomi
sul suo petto robusto. <Francesco, oh, Francesco che sventura
orribile, che abisso di sventura. Avevate ragione voi quando non
volevate allearvi con il Moro. Io sola sono colpevole di avergli dato
fede, io sola vi ho sospinto, sviato e ingannato; ma sono stata
ingannata quanto e più di voi.> Queste ed altre parole a fiumana,
appena pausate dal pianto che da tante ore avevo represso per
ragionare, mi incitavano ad una scena disperata. Mi osservavo:
procedevo su due linee parallele, una attentissima e vigilata, l'altra
focosa e tutto dolore affannato erompente dal profondo dell'animo.
Chiesi perdono, credo; mi addossai infinite colpe dovute alla troppa
fede. Intorno nessuno faceva moto. Sentivo il cuore di Francesco
battere a grandi tonfi sotto la mia testa che si appoggiava a lui e
raddoppiavo a piangere finché un sussulto di sfinitezza mi colse e
mio marito mi guidò fino alla mia scranna. Guardai tra i capelli che
mi erano calati sul viso, e scorsi espressioni compassionevoli;
mentre mi asciugavo le lacrime Francesco senza dire parola mi
scrutava sconvolto. Mi conosceva troppo bene per non aver sospetto
della mia recitazione: d'altra parte era incatenato dalla furia di quel
dolore e costretto a confortarmi. Perché questa scena aveva
sorgenti di tale veemenza, così sincere e desolate e contrastate, che
io per prima non avrei potuto dubitare di me stessa. Persino il
cardinale mio fratello, maestro di infingimenti sottilissimi, aveva umidi
gli occhi. Fu quell'umidore a farmi capire che avevo vinto. Intanto
tutti cominciarono a parlarmi e Francesco, per darsi un tono, chiamò
il medico Castelli da parte ed ebbe con lui un colloquio serio e fitto
annuendo pensosamente alle sue parole. Mi sorprese improvviso un
nuovo traboccare di lacrime e Francesco si precipitò verso di me:
ero così ferita, così debole e giovane con i miei grandi capelli dorati
regalmente sciolti, che egli questa volta mi abbracciò e mi consolò
con qualche accenno a certi vezzi amorosi tutti nostri. Il protonotario
mio cognato pronunciò parole religiose che assicuravano l'intervento
infallibile della provvidenza divina. Il signor Giovanni parlò poco e
imbarazzato, mio fratello il cardinale d'Este mi raccontò molto di
Ferrara e di mio padre, di gente della nostra infanzia, nominò tutti i
fratelli e per prima Beatrice. Se ne andarono tardi e notai la mano
grassa e bianca del medico Castelli che faceva loro cenno di stare
tranquilli; non avevo più paura, solo un grandioso fruscio come se un
calabrone gigante mi ronzasse nella testa svuotata. Di salute sono
stata sempre una fragile leonessa, come diceva mia madre. I periodi
di malattia mi servivano in realtà per riposarmi dopo e durante le
giornate troppo combattive.

Presto fui del tutto perdonata e più amata perché vittima di un Moro
mostro d'inganni; e la corte, e la cancelleria, e il popolo mi udirono
ripetere il mio proposito di essere <buona francese.> Dapprima
queste due parole mi sembrarono un epitaffio bugiardo, ma non mi
restò tempo per esaminarmi perché a maggio si compì finalmente il
mio voto.

Accompagnato da un nimbo di preghiere della nostra santa, Suor


Osanna Andreasi, mi nacque il sedici maggio millecinquecento, a
principio di secolo, il nostro primo maschio, Federico. Era bello
questo mio figlio, meritava davvero la culla a pergolato d'oro ed ogni
sorta di buon auspicio. Che delizia trionfale per me mostrarlo nudo e
perfetto in tutte le sue membra agli ambasciatori che mi facevano
visita. Francesco impazziva per il suo erede, avrebbe voluto vederlo
crescere tra le sue braccia, gli rideva con il suo riso fulvo tra scoppi
di voce allegri. In tanta felicità mi rimisi presto dal parto e mi
guardavo intorno. Veniva Pirro Donati e ci consigliavamo. Contro le
esortazioni del signor Giovanni mandai gente cautissima a Milano
per avere notizie certe ma le relazioni di ritorno non furono buone. I
francesi avevano scoperto un traffico di messaggi appena anteriori
alla cattura del Moro e congetturavano di nere cospirazioni.
Diffidavano di tutti e figurarsi di me. Il protonotario Sigismondo, l'altro
mio cognato, informato per chieresia, dava per disperate le
condizioni di Ludovìco Sforza prigioniero di Sua Maestà. Ostinati
contro di noi, perseveravano, questi francesi, nel minacciare di
portarmi con Federico in giro per le loro fangose città. Un'ira bianca
mi saliva alla testa. <Bona francese, bona francese, sta. attenta,> mi
dicevo sottovoce magari mentre mi pettinavo i capelli crepitanti: e
dentro di me mi smentivo con rabbia. I libri mi aiutavano a ripassare
esempi di alterezza umiliata dai vincitori; ne erano piene le storie,
bastava dire l'oro di Brenno, le forche Caudine.

Mi sentivo vivacemente polemica: eravamo esausti di ducati ma io


ordinai a credito abiti rari: uno, di raso alessandrino, ricamato d'oro
riccio su oro: il cilestrino viveva con l'oro, brillava come un cielo
trapassato da raggi solari. Pirro Donati col suo solito modo
conciliatore insisteva a rammentarmi più volte il nome di Chiara
Gonzaga che dimorava in Francia, vedova di Gilberto di Borbone,
duca di Montpensier. Era sorella maggiore di Francesco, molto
amica di re Luigi.

Avevamo fiducia in lei, dama di ogni grazia e riguardo, ma non m'era


parsa, quando aveva passato da noi qualche tempo, interessata a
discorsi di manipolazione politica. Le inviammo lettere con rinnovata
speranza e lei rivelò un talento pronto e avveduto affrontando il re
senza lasciargli requie e garantendo per tutti noi. Proprio da Chiara
mi giunse il suggerimento di un nome importante, quello del
cardinale di Rohan, il mio peggiore nemico, che aveva stabilito la
corte sua a Milano. Era costui grandissimo signore, di natura molto
altezzosa, e di ingegno nobile e acuto. Pensai al modo di arrivargli
direttamente e senza intermediari; con molte missive e inviati a genti
di suo contorno finimmo per indovinare un punto di penetrazione. Si
appassionava di pittura italiana specie della più eccelsa; stimava i
grandi maestri e su tutti il nostro Andrea Mantegna di terra padovana
ma da molti anni al servizio di casa Gonzaga. In gran fretta chiamai
l'eccellentissimo maestro, vecchio ma sempre fresco e ingegnoso
nell'arte sua e burbero quanto mai e, un po' con buone maniere e un
po' con una certa severità (poca, però, perché non era uomo da
sopportazioni), gli commissionai il lavoro: un San Giovanni con il
ritratto del Rohan in preghiera ripreso da una sua medaglia. Il
cardinale prima mi fece scrivere, poi mi scrisse personalmente
sempre alludendo alla mia cosiddetta indole sforzesca: al che
replicai fingendomi risentita e imponendogli di presentarsi a Mantova
a chiedermi perdono. Avvisai Francesco della mia proposta; egli alzò
le mani in atto di disperazione quasi per respingere tanta audacia
imprevidente, ma io sapevo che questi francesi sono molto paladini
con noi donne, e l'audacia nostra li rende più cortesi. La pittura del
Mantegna risultò perfetta e il cardinale si ammansì tanto fra lettere e
pitture che cominciò ad andare in giro facendo le mie lodi. Così a
forza di battagliare per arti, per cortesia e per raccomandazioni di
parentela, riuscimmo ad avere il perdono del re di Francia che
scendeva a Milano per prendere possesso dello stato conquistato,
con gran corteggio di gente nobile e di cavalieri. Schiarito il nord, si
addensava più pericolosa la tempesta dal sud: progredivano i tempi
dei pubblici dolori sotto il nome dei Borgia. In quell'interminabile
anno millecinquecento si giocavano sulla scacchiera d'Italia partite
tribolate fra genti di signoria e gente che non era stata educata e
cresciuta alla filosofia di governo e di comando e che si trovava d'un
tratto protagonista di un'ascesa rapinosa. Ci toccò vivere tutto il loro
nefasto tempo con i Borgia, spagnoli italianati, la peggiore razza che
sia stata mai al mondo. Il capo di questa famiglia, Rodrigo Borgia,
Vicecancelliere della Chiesa, si era fatto eleggere papa c on molti
raggiri: aveva parenti e numerosi figli e tra questi prediligeva Cesare,
già cardinale ed ora, scardinalato, capitano di grandi milizie e mosso
da incredibili ambizioni. Col primo anno del secolo Cesare Borgia si
era impadronito di tutta la Romagna ad eccezione di Faenza, e il re
di Francia che voleva ottenere il consenso del papa al divorzio dalla
sua brutta regina sterile per sposare la bella Anna di Bretagna che
gli avrebbe portato in dote la sua ricca regione, proteggeva
l'avventuriero con favori e confidenze mai viste. Sempre più
insidioso e protervo con coloro che avevano signoria e senza pari
impudente, incombeva su noi questo figlio di papa detto il Valentino
dal ducato di Valentinois donatogli dal re Luigi; con ogni
accorgimento cercavamo di tenerlo a bada, ma i suoi modi crudi e
imperativi ci levavano il sonno. Io, poi, non frenavo più Francesco
che con il suo parlare aperto inveiva contro i Borgia e anche contro il
re di Francia che sembrava beffarsi del nostro silenzioso
sbigottimento. Tentavo di calmare questo mio marito stemperato con
discorsi di elementare equilibrio politico, osservando molto
concretamente che i veneziani non si sarebbero contentati mai di
avere un papato forte e minaccioso ai loro confini. Passando ad
argomenti allegorici gli dicevo che occorreva affidarsi al dio Cronos,
il dio vecchio del tempo che allentava le angustie, ma lui scrollava le
spalle. Fui più fortunata quando mi rivolsi al suo spirito di credente e
gli raccontai della predizione fatta dalla nostra suora Osanna: la
santa donna aveva risolutamente definito quei diavoli dei Borgia un
fuoco di paglia destinato a bruciare presto. Nella confusione delle
notizie era più che mai difficile mettere ordine ed era un pianto
vedere quanta gente profuga ricorreva a noi chiedendo asilo: non
avevamo cuore di cacciarli via. Forse non ci avvedemmo neppure
fino a qual punto fosse pericoloso il nostro gioco, appena meno
pericoloso se si trattava di aiutare donne. Difatti approdarono a
Mantova le due donne di Ludovìco il Moro, per un breve periodo
Cecilia Gallerani, ora contessa Bergamini, e per anni Lucrezia
Crivelli la rivale di Beatrice, che riparammo con un figlioletto e incinta
a Canneto sull'Oglio in un nostro castello, luogo solitario d'ampi voli
di aironi e di falchi. A tratti Lucrezia veniva a visitarci e tutti
ammiravamo la sua coraggiosa calma, la sua bellezza guizzante e
quel vestire non solo polito ma elegantissimo pur essendo poco
ornato; sapevamo che, accorta come nessun'altra, aveva lasciato a
Milano in un luogo sicuro ricchezze innumerevoli. Come in una
commedia un giorno di primo inverno, un dicembre freddissimo,
siamo tutti disposti in uno spazio da recitanti nella sala grande dei
Trionfi del Mantegna. In un angolo, il più lontano dalle finestre, ho
fatto alzare una tenda da campo strisciata di bianco e rosso doppiata
di pesante raso cremisino; isolo così la culla di Federico dormiente e
felice. Ci sono i profughi di Milano, la Crivelli e il Pallavicino; i
profughi di Roma, il conte Caetani di Sermoneta con due nipoti
scuriti da un silenzio ostinato; c'è il conte di Pesaro Giovanni Sforza
e il signor Gentile Varano da Camerino anche egli sfuggito alle
milizie borgiane. Il camino tira male ma alla fine il fuoco vince la
cenere e Teodora la figlia giovinetta di Francesco, figlia naturale,
riempie gli scaldini di brace velata di grigio e si aggira attorno
offrendoli graziosamente, come si usa alla corte mia. Francesco va
su e giù per la sala, ribellandosi a qualche cosa che non dice
ancora: e qui avrebbe ragione, se la ragione non convenisse
sceglierla secondo gli eventi. Legge una lettera arrivata da poco in
Cancelleria. So che cosa c'è scritto, Pirro Donati mi ha portato la
copia: <Sotto la pena della vita e della confisca di tutti i beni nessuno
ardisca dare asilo ai fuorusciti e nemici,> la firma è di Cesare Borgia,
duca di Romagna. Ci guardiamo io e Francesco, guardiamo i
profughi senza risolverci a parlare; essi siedono sui panconi e sugli
scranni, sui cuscini di una pedana, i più giovani sul gradino del
camino seguendo i movimenti della nostra Teodora. <Non riceviamo
che ingiunzioni> dice Francesco <Tutti credono di poterci dare
ordini, i veneziani, il re di Francia, il papa e quel suo dannato figlio.>
Lo guardo perché moderi le sue deprecazioni. A volte il mio sguardo
lo calma, ma non oggi. Contrariarlo è inutile, fissa il vuoto dietro le
mie spalle mentre continua a dire con rabbia stanca: <Siamo come
quelli condotti alla forca, che uno vede impiccare l'altro senza potersi
aiutare.> Le parole cadono prive di vita. Ognuno si china sui pensieri
suoi più urgenti. Il conte Giovanni Sforza, nostro cognato per aver
sposato in prime nozze Maddalena la sorella minore di Francesco,
col suo viso nobile ma come risucchiato in una specie di
macerazione amara, si fa avanti ringraziandoci per i cinquanta fanti
inviati a proteggere la sua fuga. Mio marito esce in un bell'impeto:
<Cinquanta fanti! Sono uno zero! Ce ne sarebbero voluti almeno
mille per difendere la città di Pesaro.>
<Signor marchese,> interviene Lucrezia Crivelli, con il suo tono
gentile di cadenza lombarda <non vi rammaricate. E' già tanto quello
che fate; di questi tempi la gente pensa solo a conservarsi la vita.
Ricoverarci qui è pericoloso per voi. Nessuno sa più che cosa sia la
clemenza, e io temo non tanto per me quanto per i figli del duca
Ludovìco. In chi possiamo sperare noi poverelli se non nella
generosità vostra?> Era umile con grande dignità e oltremodo bella
nel suo mantello di lana a fogliami verdi foderato di lupi cervieri.
L'accordo forse casuale fra il verde profondo e il chiaro marezzato
della pelliccia ricordava le mie nuove invenzioni. Il Pallavicino osa
una speranza: <Per il Moro sembra che le notizie siano buone.
Dicono che re Luigi lo libererà, se l'imperatore...>

<L'imperatore ha firmato una tregua con i francesi,> scattò


Francesco, <e senza porre condizione alcuna. E' giunto oggi un
dispaccio in Cancelleria che lo conferma. Io non mi sono mai fidato
di Massimiliano.

Mi ha chiesto perfino di dare Federico in ostaggio ai francesi. Sapete


tutti come ho risposto: <Piuttosto voglio morire che compiere questa
viltà.> Scordiamoci dunque l'aiuto dell'imperatore, e non illudiamoci:
re Luigi è legato al Valentino, il Borgia schiaccerà tutti ad uno ad
uno. Per fermarlo ci vorrebbe l'Italia unita.> I Caetani gonfi di
arroganza affermano che loro sono prontissimi per una lega italiana;
saranno i primi, e certo ci staranno anche gli Orsini e i Colonna, se
l'imperatore lo permetterà. Parlano fitto e senza peso. Non posso
tacere e grido: <Perché non vi scuotete? Guardate i faentini. Sono in
pochi, ma resistono. Bruciano le case fuori le mura delle città e gli
alberi e qualunque riparo. Sono tanto fedeli al loro signore che da
soli recuperano l'onore d'Italia.> Francesco mi seconda. <Noi
manderemo uomini ed armi alla difesa di Faenza; non
abbandoneremo mai Astorre Manfredi.> E anche queste parole non
avevano peso. Trascorso l'inverno, sarebbe stato impossibile per
Astorre Manfredi resistere ancora. Ma quel diciottenne, con il cuore
acceso dei giovani, dimostrava di sentire l'idea di unità fra la città e il
signore, tra il signore e il popolo.
Era l'idea che avevo visto negli occhi saettanti azzurro di mio padre
Ercole: un'idea che noi estensi, da secoli al potere, avevamo nel
sangue. Mi venne in mente quel giorno a Ferrara, al tempo della
guerra con Venezia, quando mio padre distrutto di fatica e
malatissimo fece passare davanti al suo letto, con la moglie e noi
figli schierati al capezzale, tutti i cittadini che vollero entrare in
palazzo a vederlo; e non aveva nessuna vergogna di mostrarsi così
diminuito, spogliato della sua corazza che giaceva rigonfia e vuota
per terra. Si rimetteva a loro perché giudicassero lui e la guerra
stessa, lo considerassero un uomo come loro e come loro esposto
all'invasore veneziano. La città intera fu dalla sua parte, sfilando con
silenziosa concentrazione. Anche i più riottosi andarono a toccargli
la mano. Avevo paura per Francesco, tanto di buon impeto ma di
incerta stabilità: quei tempi rovinosi, pronti ad assalirci, esigevano
una condotta senza oscillazioni. Che cosa avrebbe significato
resistere a nemici di qualità non intonata alla nostra? Come dire
parole e poi dimenticarle senza portarle scolpite in petto con il loro
significato? Mi sorprende dall'interno della tenda un suono fioco e
dolce, un vagito, e mi precipito sotto quel cielo a strisce rosse e
bianche. Tintinnano pianissimo i campanelli penduli del pergolato
d'oro sulla culla ritmando la voce dell'infante. Prendo Federico in
braccio e gli faccio scudo: mentre lo sento quietarsi, mi propongo di
educarlo come siamo stati educati noi e meglio, molto meglio se
possibile. <Tu non sarai mai un perdente, Federico, anima mia, non
andrai mai a chiedere asilo> dico. <Tu regnerai a lungo a Mantova,
sarai un capo di stato compiuto. Te lo giura tua madre.> Quando
Federico si addormenta lo depongo sul suo materassino di raso e
torno fuori dalla tenda quasi serena, forte del mio giuramento: mi
accorgo di aver scoperto in me un filone di pazienza infinita. Come
aveva rintoccato nel mio pensiero, rintoccò di nuovo, mentre
riprendevo il mio posto in sala, il nome di Ferrara. Avvolti nei loro
mantelli i fuorusciti facevano il conto degli stati che il Valentino
avrebbe potuto occupare per ampliare il mosaico del suo regno. E
pareva naturale a loro nominare il ducato estense, terra di investitura
papale; ci voleva poco ad Alessandro Sesto dichiarare gli Este
decaduti per qualche secolare minima inadempienza.
Conoscevano tutti che gran politico era Ercole d'Este, ma non
quanto fosse determinato a non soccombere: gli anni lo
irrobustivano. Decisi di mandargli un dispaccio per avere una
risposta che mi ritemprasse lo spirito. Ma il Caetani, giusto davanti a
me, sorridendo si volse al signore di Pesaro e gli disse in quel suo
modo beffardo che oscillava tra il signori le antico e il rozzo del
linguaggio romanesco: <Scusatemi, signor Conte, ma voi, come
primo marito della signora Lucrezia Borgia, dovevate avvertire il
secondo marito di lei, quell'aragonese che non sapeva come
andassero le cose della famiglia.

Forse al povero giovane non sarebbe toccata la mala sorte.> Quello


scherzare greve su un argomento da tragedia mi levava il respiro.
Per virtù di parentele incatenate Alfonso di Bisceglie era mio cugino;
l'avevo visto a Napoli, bambino bellissimo, ed ora giaceva in una
tomba ucciso crudelmente per ordine di Cesare Borgia. Non riuscivo
a parlare.

E il Caetani seguitando il suo gioco accennava a dicerie orribili. Vidi


il conte di Pesaro alzarsi e sguainare la spada. <Una parola ancora
e ti uccido, marrano traditore> disse col modo spaventato degli
uomini deboli offesi. <Come se non si sapessero le storie di casa
tua. I Borgia sono sterminatori senza coscienza, ma lei no: la signora
Lucrezia è stata buona moglie per me, non ha colpa, è stata
costretta con la spada alla gola. Attento a te adesso!> Fece per
lanciarsi, ma fu trattenuto e disarmato da Francesco e dai suoi
gentiluomini. Il Caetani si riavvolse nel mantello e mosse qualche
passo indietro; e infine gli uscì di bocca la frase che doveva
agghiacciarmi: non si diceva a Roma che un altro Alfonso avrebbe
preso il posto del napoletano quale terzo marito della figlia del papa?
Il prescelto era Alfonso d'Este, l'erede del ducato ferrarese, mio
fratello. <Mio fratello! Mai, mai> grido con violenza.

<Gli Este non accetteranno mai un simile disonore. E voi, signore,


vergognatevi!> Atteggiando il viso a stupore, il Caetani risponde: <Io
vi avviso, perdonatemi signora marchesana; vi dico quello che tutta
Roma dice.>

<I romani allora> sillabo. <Non sanno che cosa risponderà mio
padre se vi sarà mai una simile proposta.> La voce mi si spegne in
gola. Anch'io sto mentendo. Mio padre, il superbo Ercole, l'uomo
religioso, anzi conventuale, il guerriero senza paura, colui che solo
della musica si diletta, il politico ispirato, in una sola cosa cedeva:
era malato d'avarizia, l'oro l'abbagliava, seppure freddamente.
Assalito da quel lato, non ero certa che avrebbe resistito. Speravo in
Alfonso; ricordavo la prima sua moglie, Anna Sforza, sorella di Gian
Galeazzo, celebre per i suoi occhi, i più belli di Lombardia,
capricciosa, estremamente viscontea per alterezza e stravaganza e
nello stesso tempo lieta e dolce. Avevo sempre pensato che, dopo il
lutto, mio fratello avrebbe scelto una donna pari ad Anna, magari
qualche gran dama di quelle che dalla Francia gli offriva re Luigi.
Indolita nel mio orgoglio così graffiato, guardavo i fuorusciti.
L'umiliazione e la tristezza li tenevano immobili e nessuno sapeva
più che cosa dire. Anche il Caetani schivava con una spallata le
attenzioni dei due nipoti saturnini. Levai il pensiero a Federico e quel
miserevole gruppo di sconfitti mi fece rabbia e pietà.

Lungo il cammino per arrivare alla prima lettera dai caratteri


appuntiti. Avevo patito in quei tempi, ad inizio di secolo, il dramma
pubblico e segreto della nostra sorte politica alleviato e persino
esaltato dalla felicità di aver dato vita a Federico e di avergli giurato
un avvenire che io, io sola, avrei preparato per lui. Scorreva il mio
sangue tumultuoso: mi auguravo che si tramutasse in una corrente
illimpidita, non fredda però. La mia natura è tale che preferisco una
calda angoscia ad una frigida pace. Un pomeriggio di sole bianco
ero nel mio Studiolo gremito di lettere, copie di documenti, libri carte
e rotoli di poesie. Mi pareva di essere un San Gerolamo nel suo
studio. Anche la cagnolina Aura si aggirava tra quel fervoroso
disordine, scovando ogni tanto un posto e ammiccando verso di me
con un orecchio alzato per vezzo di furberia. Stavo riguardando la
medaglia d'oro coronata di smalti gemmati che aveva scolpito per
me Gian Cristoforo Romano. Le medaglie hanno di solito un modo
tutto loro di interpretare una fisonomia: ne rilevano l'architettura
ossea a scapito della carnagione, della leggiadria e dell'aria
espressiva; ma questa di Gian Cristoforo mi tradiva poco e quel
poco era a mio favore. Sulla porta si presentò Pirro Donati e gli vidi
sul viso un discreto interrogativo. Riposi la medaglia in un cassetto
segreto dove conservavo, invisibili a tutti, alcune mie poesie che
talvolta mi dilettavo a rileggere sapendo che era un piacere proibito.
Fra tutte amavo quella che mi era stata musicata dal Tromboncino e
approvata dal Tebaldeo e che sola tra le mie composizioni andava in
giro nei concerti dei nostri musici: beninteso, senza recare la mia
firma. Per quella poesia avevo scelto un concetto contrario alla mia
indole vera, almeno così credevo, inclinando il verso ad una
negatività totale che non mi somiglia. Ma il verso porta alla musica
forse per desiderio di avvicinamenti assoluti, né possiamo escludere
che l'assoluto sia di triste accento. Arboro son che li miei rami ho
perso lo tronco m'è seccato e la radice accennavo pianissimo per
me sola calandomi nel tronco di quell'albero senza foglie. Pirro
Donati si era fermato a distanza e aspettava sorridendo, certo di
essere stato notato. Lasciai il mio segreto canto e gli feci segno di
avanzare: la mia testa era colma di suoni e uno si intersecava con
l'altro in una continuità di modulazioni armoniche, e volentieri avrei
preso il liuto appoggiato alla pedana. Invece, sul filo di quell'armonia,
seppi dell'esistenza di certo Robert de la Pole di nazione anglica,
venuto in Italia insieme con altri inviati del re Enrico Settimo di
Inghilterra per riferire su una riunione di cardinali a proposito di una
ipotetica crociata contro i Turchi, impresa che Alessandro Sesto
aveva in mente da tanto tempo. Non se n'era mai fatto nulla; forse gli
ambasciatori avevano ben capito che il denaro preteso sarebbe più
presto finito nelle casse private del papa che nell'armamento di una
crociata contro gli infedeli. Ora gli oratori inglesi tornavano a Londra
e uno di essi, il più giovane, Robert de la Pole, prima di partire,
voleva visitare le nostre corti per vedere le cose belle d'Italia.
Parlava, disse Pirro, un chiaro italiano per aver passato la
giovinezza nei più illustri Studi nostri come Padova, Bologna,
Firenze, Roma; anzi a Roma aveva trascorso molti anni volendo i
suoi parenti che imparasse l'arte di comporre le scritture politiche e
diplomatiche nello stile della Curia. Mi investì la consueta multipla
emozione, fuggevole ma sempre in agguato. La necessità di dover
corrispondere ad una manifestazione di cortesia era acuita dalla
curiosità d'incontrare genti inusitate, e allontanata da una sorta di
repugnanza per un intervento umano non richiesto. Ogni giorno, in
qualche modo, rischiavo di incrinare lo scorrere delle mie emozioni e
dei miei esercizi mentali. Oggi mi toccava sacrificare la musica;
ormai non ci sarebbe stato più tempo di prendere il liuto, chiamare i
cantori e provare nuove e antiche canzoni, e quelle popolaresche
mantovane piene di liberi ritrovamenti. Pirro Donati attendeva
tranquillo, scrutandomi, e mi pregò molto a proposito di fare uno
sforzo e di ricevere il visitatore. Se lo avessi voluto il colloquio
sarebbe stato breve.

L'anglico veniva da Firenze dove era stato assai ben visto e gli si
erano mostrate cose stupende e disegni magistrali del maestro
Leonardo da Vinci e di quel possente giovane scultore di nome
Michelangiolo. La mia vita mi sembra una catena di rappresentazioni
da riprendere a recitare ogni momento: e qui alludo al mio incontro
con Robert de la Pole. Feci cenno che entrasse e istintivamente mi
scossi la gonna e passai un dito sulla scollatura per riordinare il mio
abbigliamento; sono gesti da donna che sa rassicurarsi anche con i
vestiti. Quel giorno indossavo un abito color berrettino più dorato che
grigio a groppi di catenelle d'oro allacciati gli uni con gli altri rifiniti da
puntali di perle pendule; avevo intorno alla scollatura una piccola
gorgiera di tela candida ricamata a fili d'oro con la finezza che
mettono in questi lavori le monache di Santa Paola: una mia
invenzione semplice, ma tutta nuova che presto sarebbe stata
imitata da molte dame. Portavo i capelli spazzolati e slentati con due
ciocche rialzate sulle tempie e annodate dietro come nella medaglia
di Gian Cristoforo. Questa coscienza del vestire è una mia abitudine
e non credo che si possa definire vanità, almeno non per intero. E'
una scienza dell'apparire in sintonia con la bellezza della natura e
con l'ordine del pensiero. E può darsi che io dica troppo o che non
dica abbastanza. E' vero: indugiò su Robert de la Pole; ma eccolo
davanti a me con i consueti inchini cortigianeschi, non ampliati alla
spagnola o briosi alla francese: lieti però e con un che di smorzato.
Di statura l'anglico andava alla pari con Pirro Donati e mi sovrastava,
ma non era altissimo come sono molti del suo paese. I capelli a
zazzera non tendevano al colore giallo della spiga ma piuttosto a
quello del miele; egli si annunciava svelto e vivace sebbene di modi
ritenuti, e girava francamente sull'interlocutore gli occhi di smalto
nero stranieri al suo viso liscio e quasi rosato: discorrendo,
sembrava reprimere un moto vibrante. Mi donò un libro di versi
tradotti in latino e altri versi latini e italiani composti da lui; mi fece
complimenti contenuti e pronunciò nomi di amici comuni specie del
poeta Vincenzo Calmeta con il quale aveva avuto commercio a
Roma e che l'aveva istruito sulla cortigianeria consueta nei nostri
palazzi. Gli domandai se al suo paese si usasse servire dame. <Si
userebbe e molto volentieri>

rispose sorridendo. <Ma in genere noi ci sentiamo più austeri> e


poggiò sulla parola austeri con vaga ilarità. Parlò di Roma, delle
rovine memorabili che spesso, circondate da alberi e coperte di
verzura, sovrastano all'improvviso come visioni fantastiche di una
potenza ancora presente. <Roma, Roma!,> dicevo tra me con la
passione piena che sempre mi dava quel nome sacro. Un salto di
discorso, e a un tratto l'ospite aggiunse che mi aveva conosciuto a
Ferrara circa quindici anni prima, ed era stato ferito sotto i miei occhi
in una rissa di studenti davanti al palazzo ducale. Entrai nella
memoria di quel giorno, e mi parve di riconoscere una traccia che
rimisi ad una indagine futura; e con un sorriso gli chiesi del suo re
d'Inghilterra; in queste visite è domanda d'obbligo. Enrico Settimo,
mi disse il de la Pole, era un re attentissimo al suo ufficio di
ordinatore e stava riportando pace nel paese che risentiva delle
lunghe guerre interne; bisognava dire che non si curava molto delle
dispute fra gente di cultura e gente di Chiesa che dividevano il clero
e il popolo. Sua sola cura era il futuro dei Tudor.
Suo figlio primogenito, Arturo principe di Galles, era malaticcio, ma
per fortuna cresceva bene il principe Enrico, di dieci anni, già forte e
fiammeggiante di volontà. Dissi che mi auguravo un simile giudizio
dai nostri ambasciatori nei paesi esteri su mio figlio Federico, troppo
giovane per essere giudicato ora. E così per cortesia, presi dalla
mensola un bel sigillo di bronzo con le armi dei Gonzaga e degli
Este fatto da Salomone, orafo veneziano: aveva l'impugnatura
formata dal corpo rotondeggiante di una ninfa e lo porsi col gesto
che raddoppia il valore del dono. E dopo altri complimenti e un
curioso brillio che gli persisteva negli occhi neri, il visitatore se ne
andò con Pirro a vedere la Camera dipinta del maestro Mantegna,
prima che scendesse il buio. La sera mi era rimasto in capo un vuoto
di musica e dopo una svelta refezione le mie ragazze a lume di
torcia cantarono uno strambotto di Marchetto Cara, a quattro voci,
accompagnate da tre viole e liuti, che cominciava: Aimè ch'io moro
per te, donna crudele. All'ospite anglico non pensai più; né mi passò
per la mente che sarei stata obbligata a pensarci il giorno dopo. Sì,
accadde esattamente il giorno dopo.

Sfogliavo la corrispondenza, i solerti messaggi degli inviati, le copie,


le relazioni d'ufficio, e mi capitò nelle mani una lettera ben ripiegata e
di misura diversa dalle altre. La soprascritta aveva i caratteri
appuntiti. Aprii il sigillo, lessi la firma meravigliandomi.

Prima lettera : Molto Eccellente e Magnifica Signora Isabella


Marchesana di Mantova Permettetemi di chiedervi perdono. Sono
venuto ieri a farvi l'omaggio che vi spetta da ciascuno che abbia
qualche poco di intendimento delle cose illustri e preziose; e non so
perché vi ho tenuta nascosta la mia identità. Sono un prete. Ho il
titolo di monsignore e sono addetto alla famiglia degli emissari e
oratori del re d'Inghilterra Enrico Settimo in Vaticano. Forse Vostra
Signoria non troverà molta differenza dal mio essere chierico
all'essere laico, ma fa differenza aver taciuto il mio stato come se per
qualche causa mi dispiacesse, e tale differenza esiste anche in
questi tempi di Chiesa mondana. Non posso dire quanta pena mi fa
essere incorso in simile debolezza e senza alcun effetto, se non
quello di aver ricevuto da voi un sigillo con una figura di ninfa non
adatto a un prelato. Ma perché io abbia taciuto a Voi, come al vostro
signor Segretario, la mia qualità, non saprei spiegare se non
rievocando l'immagine che già conoscevo prima di vedervi nel vostro
splendore di giovane principessa che ieri mi ha giustamente
abbagliato. Istintivamente volevo essere quale ero anni fa a Ferrara
dove per la prima volta ho incontrato i vostri occhi intenti ad
appropriarsi di ogni cosa visibile dietro le lance degli alabardieri,
sotto il grande arcone di entrata del palazzo estense. Avevate una
veste da infante quale eravate, una veste azzurra, listata di velluto
rosso e turchino, e un nastro d'argento vi cingeva la fronte. Si faceva
gazzarra tra gli scolari dello Studio ed io che m'ero mosso da
Padova per ascoltare le lezioni del Guarino, figlio ed erede del
grande Veronese, ero caduto dentro alla rissa per non saper bene gli
usi. E ammetto di aver provato diletto in quel violento sfogo di vita
goliardica che è comprensibile e magari giusta ribellione di
giovinezza. Gridai con gli altri, ma mi avvidi presto che dallo scherzo
si accendevano ire incontrollate e andai verso i compagni alzando le
mani in segno di pace.

Fui assalito dai più accesi, gettato a terra, e col sangue che mi
colava sul viso mi portarono via; l'ultima cosa che feci in tempo a
vedere furono gli occhi vostri, quegli occhi di maga bambina, o di
elfo delle nostre foreste, che ho ritrovato ieri mentre mi destreggiavo
in un goffo corteggiamento da gentiluomo. E devo dirvelo: prete o
no, mi sentivo giovane come allora, tutto un grido di libertà di fronte
ad una apparizione vivente. Non credereste, ed io stesso non so
come sia avvenuto, ma da quel tempo mi riconfermai nel proposito di
vivere in Italia. Da Ferrara passai agli Studi di Bologna, a Pisa e a
Roma.

Quando, costretto dalle alterne vicende politiche nelle quali si


impigliavano i conti di Suffolk miei parenti, mi fu forza tenermi
lontano dall'Inghilterra, viaggiai per istruirmi in Germania, in Francia,
e nei Paesi Bassi; e mi trovai, sempre sollecito, nelle stanze degli
oratori di lingua italiana per avere occasione di sentirvi nominare.
Con l'aiuto di questi mirabili corrispondenti delle vostre corti seguii la
crescita della bambina di Ferrara: seppi delle vostre nozze, delle
dispute cavalleresche e poetiche alla corte sforzesca, e mi allietai
fuor di modo di scoprirvi partigiana di Rinaldo piuttosto che di
Orlando: Rinaldo, l'uomo del sentimento più che Orlando l'uomo
d'azione. Seppi come, giovinetta sposa a Mantova, disponevate la
vostra corte alla musica e alla lettura di poemi e di opere latine;
conobbi i vostri studi e i vostri motti liberi e arditi. Eravate sempre
regina sia che mi appariste come la guerriera Bradamante antica
progenitrice degli Este, o come Angelica del Boiardo, creatura
naturale, tutta levità, capriccio incantevole, divina libertà
d'invenzione. Non ancora risolte le cose di famiglia al mio paese,
tornai a stabilirmi a Roma; e qui le raccomandazioni del mio re e la
mia parentela mi hanno aperto le porte della Curia. Sono stato
ordinato prete, e poco tempo fa nominato monsignore, ho lavorato e
lavoro con il protonotario e segretario di Sua Santità, Adriano da
Corneto, uomo di severa dottrina e di molta fama noto certamente a
voi. Roma è il centro delle vostre lodi: venendovi non vi salvereste
dal coro degli uomini d'ingegno che nelle Accademie e negli Studi
parlano di voi. Non v'è alcuno che non vorrebbe scrivere di vostri
moti, ma raramente osa. E come tutti vi levarono alle stelle, e io fra i
primi, quando nell'anno millequattrocentonovantanove, di marzo,
correvano per l'Italia le parole di venerazione dedicate a voi dal più
illustre poeta dei tempi nostri, Giovanni Pontano. Fu lui, nella sua
Accademia di Napoli che parlò in modo indimenticabile sul proposito
vostro di innalzare una statua in onore di Virgilio, statua disegnata
dal sublime Mantegna, a compenso del gesto inconsiderato del
governatore di Mantova Carlo Malatesta che anni or sono fece
gettare nel Mincio una statua antica rappresentante il poeta latino
volendo guarire il popolo mantovano dall'idolatra adorazione di
questo nume. E non finiva di esaltarvi per la vostra magnanimità di
donna regia così tenera d'età che determinava di restaurare la fama
di un massimo poeta. Adesso sto per ritornare alla contea di Suffolk,
per ribadire la mia fedeltà al re Enrico Settimo, e così faranno i miei
parenti. Stasera parto; senza sapere perché vi ho mentito e neppure
so se ora mi perdonate. Mi accorgo che, contro me stesso, vi lodo
assai alla lontana. Non solo la timidezza della mia audacia mi tiene
dietro alle difese, ma ho sentito, non so perché, doveroso, darvi
conto dell'essere mio. Ho detto qualche frase di più e al tempo
stesso sono a disagio per questi segreti da confessare; uno di essi,
che vi ho rudemente rivelato all'inizio della lettera, è quello della mia
veste e della mia condizione di prete, l'altro si scontra con il primo
perché è di natura contraria ad esso. Vi giuro che il desiderio di
incontrarvi era innocente. Volevo ritrovare la fatata bambina di
Ferrara per sapere quale donna era diventata; ma arrivando davanti
a voi qualche cosa mi ha impugnato con tale energia che la vostra
immagine mi soverchia procurandomi una paralisi irriducibile del
pensiero. E' vero, troppo vero ciò che si dice della vostra persona:
da voi s'irraggia un uragano di idee, e chi vi si presenta a cuor
leggero è fatto bersaglio del vostro tiro infallibile. Come eravate
bella, svelta nel vostro abito dorato, quasi danzante come le mobili
perle che portavate alle orecchie. Non ho mai visto una donna così
semplice e capziosa insieme e mi è stato difficile strapparmi dalla
vostra presenza per andare alla Camera dipinta del Maestro
Mantegna e cogliere il senso della gloria familiare intensa e patetica
che anima quelle pareti.

Avevate spiegato ai miei occhi la vostra cadenza magica che vi porta


a vivere momento su momento al centro delle vostre giornate e delle
cose che riguardate. Mi accoglieste con cortesia somma ma senza
mancare di trafiggermi con le sottili vostre frecciate. E credo di aver
scoperto uno dei segreti che rendono tanto rara la vostra potenza di
seduzione: siete capace di mettere il vostro interlocutore, chiunque
sia, nel punto più sensibile di un mondo che voi non solo abitate ma
inventate. Ah, perdonatemi, mi sono indotto a parlare sebbene non
dovessi, non dovessi davvero. Potrei scrivere di voi una lunga ode,
anzi una lunga elegia. Un lampo di previdenza mi fa sospettare
questa lettera inutile come le parole che pronunciai ieri davanti a voi.
Doppiamente dovete perdonarmi: per ieri e per oggi: e tuttora io
sono e rimarrò sempre, il vostro schiavo Robert de la Pole nato in
Inghilterra : In Mantova, al dieci di agosto 1501. Chiusi la lettera
ripiegandola con attenzione, quasi ne sentissi frizzare il linguaggio.
Ero sorpresa, irritata e oscuramente agganciata. Pensai di mostrare
a Francesco i fogli per ridere poi insieme sulle pazzie degli
oltramontani e oltremarini; ma decisi di non farlo; meglio leggerli ad
Elisabetta alle nostre ore di confidenze. E, prima di tutto era chiaro
che non avrei risposto; impossibile rispondere: e a che cosa? Passai
nella mia stanza da letto e aprii un forziere dove tenevo le carte
personali e con un gesto non meditato riposi la lettera in uno
scomparto laterale. Fatto richiamare Pirro, cominciai a dettargli
messaggi per le varie corti e mi occupò una risposta difficile al
Valentino che mi proponeva di annodare patti nuziali tra Federico e
sua figlia Luisa nata in Francia dove si trovava con la madre Carlotta
d'Albret. Mi parevano cose lontane, dato che i due fidanzati erano
così infanti. Mi levai d'impiccio con generiche cortesie; ma ero
impaziente e turbata. Per riprendermi dalle cose pungenti, scrissi al
nostro oratore a Venezia Giorgio Brognolo perché mi comprasse
dodici zibellini per una mantella e il suo raso cremisino per la fodera.
Uno degli zibellini doveva avere la testa intera perché volevo farne
un manicotto che avrebbe dato da commentare. Avevo ideato che
l'animale, ravvolto a tamburo, poggiasse la testa presso la coda; la
testa sarebbe stata incrostata d'oro, e per gli occhi avrei fatto
cercare due rubini senza foglia e di un rosso molto infocato. Verso
sera, poiché avevamo con noi un musico eccellentissimo, Jacopo di
San Secondo già gloria della corte sforzesca, ci fu un concerto nelle
mie sale con inviti a dame e gentiluomini e perfetto godimento di
tutta la brigata: e mai volevamo che finissero quei suoni e canti quasi
divini. A tarda ora mi ritrovai con le mie donne nelle mie stanze. Da
quando, alla fine di giugno, il papa, francesi, spagnoli e veneziani,
avevano stretta una nuova lega, Francesco era irrequieto, spesso si
allontanava per tempi indefiniti: andava a sorvegliare i confini sul
cremonese, dalle parti di San Giovanni in Croce. Diceva che un
giorno o l'altro quei maledetti veneziani sarebbero venuti con le
bandiere spiegate a metter campo nel mantovano. Mentre mi
spogliavo pensavo ai mille rigiri della politica che di continuo mutava,
finché, risolutamente, mandai indietro ogni inquietudine. Non so
come, mi fermai dinnanzi al mio scrigno con l'intenzione non
dichiarata ma precisa di rileggere la insolita lettera dell'anglico
Robert de la Pole. Mi trattenni a tempo. Per la camera si muovevano
le mie donne e dovevo stare attenta: i moti subitanei non sono
consentiti a noi circondate da gente che ci può esporre ad ogni
sospetto. La rilessi in mente e non sapevo se era audace o non
audace: parlava di cose che riguardavano me e lui insieme; ma non
ero certa che l'arditezza superasse il rispetto. Decisi per il no e
rasserenata mi addormentai. Seguirono giorni fitti di avvenimenti, di
arrivi e di partenze, di congetture, e di previsioni che toglievano il
respiro: non si aveva tempo per le cose immediate. Impallidivo ad
ogni dispaccio da Roma o da Ferrara. Quasi allegramente, arrivò
Gerolamo Stanga, della corte di Francesco, con un foglio veneziano
nel quale si narrava come il re di Francia a dispetto di tutti i favori
che faceva pubblicamente al Valentino, s'era meravigliato con gente
fida perché gli Este inclinavano ad accettare d'imparentarsi con la
famiglia Borgia. Osservai che non fosse il caso di rallegrarsi tanto,
ma solo di notare quanto sia variabile la protezione di questi
francesi. Una mattina di fine agosto, ero nella villa di Porto, fresca di
boschetti e di giardini che costeggiavano il lago a raccogliere la
brezza sugli alti alberi dal fogliame leggero. Stavo sgridando mia
figlia Eleonora che ad ogni costo voleva prendere in braccio il
fratellino Federico troppo pesante per una gracile bambina di otto
anni e lei scoppiava in uno di quei suoi pianti lamentosi che la
rendevano inconsolabile e davano a noi tutti un senso di
colpevolezza. Voltando il capo, vidi subito dal fondo del viale Pirro
Donati avanzare con il viso di chi annuncia un segreto. Difatti era un
segreto. Mio fratello Alfonso mi inviava un messo di sua fiducia
perché mi trovassi al più presto nei pressi di Borgoforte sul Po dove
mi avrebbe incontrato. L'ambasciata brusca, copertissima, mi
impensieriva.

Col rombo del vento nelle orecchie, correvo a cavallo seguita da


Pirro e dalla signora Violante de' Preti, verso il luogo che ci era stato
indicato; il messaggero, a spron battuto, ci precedeva. Borgoforte
non era lontano e avvistammo presto un barcone che si fermava non
distante dalla riva. Distinsi Alfonso: la zazzera fitta e giovanile di
capelli castani a riflessi rossastri gli copriva le orecchie; mi accennò
ad un barchino che si dirigeva verso di noi. Saliti su quello,
raggiungemmo l'imbarcazione dal fondo piatto fluviale. Io sola fui
issata a bordo.

Abbracciai Alfonso e provammo a scherzare su quell'incontro


clandestino.

Mi accorsi che egli, pallidissimo, tremava e domandai che cosa


fosse successo. <Il mio matrimonio, Isabella> disse lui con accento
scorato.

<Come? Il Cattanei da Roma ci ha rassicurato ieri che i Borgia


hanno messo gli occhi su uno degli Orsini.>

<Lei lo ha rifiutato. Ha detto che sposerà me o entrerà in convento.>

Ero atterrita come accade quando la sventura che si crede o si vuole


credere evitata si rovescia tutta insieme su di noi. Non seppi dire che
<Alfonso!,> e mi lasciai cadere su un mucchio di corde. Mio fratello
finalmente si sfogava: <Nostro padre lo ha deciso; lui mi ha sempre
umiliato. Quanto ha fatto ridere di me i miei fratelli e tutta Ferrara:
non ha nessun ritegno a sacrificarmi, non mi ha mai stimato e quelli
lo hanno circuito con la dote. Tutto è la dote, Isabella! Il papa le dà
una montagna d'oro, centomila ducati in ducatoni d'oro, i castelli di
Cento e della Pieve con pari reddito, e gioielli, vestiti, argenteria a
cassoni, tappeti, arazzi e un corteggio di doni da far crepare un
ingordo come nostro padre. E in più l'investitura di Ferrara in forma
solenne per tutti i discendenti di casa d'Este. Chi potrebbe resistere
a simili offerte? Io sì, non mi sarei venduto, non avrei mai scelto
questa sposa.>

<Lei, lei,> proruppi senza più frenarmi <con i discorsi che le girano
intorno...> Alfonso mi guardò stravolto misurandomi dall'alto della
sua statura e disse con una voce ferma, inespressiva: <Isabella, non
parlate, è meglio: dovrei difenderla anche con voi. Ieri a Belfiore ho
sottoscritto il mio contratto di nozze.>
<Dio mio!> esclamai congiungendo le mani. <Lucrezia Borgia sarà
mia cognata. E prenderà il posto di mia madre figlia di re.> Ci pareva
di essere remoti dal mondo sul barcone che andava avanti sospinto
dalla corrente abbrividita da un vento già autunnale. Francesco mi
mancava quando mi sarebbe stato più necessario: forse fu un bene
perché magari avrebbe gioito per l'umiliazione estense del fratello
mio. Non riuscivo a trovare pace, e la pioggia a scrosci acuiva la mia
agitazione. Ad un tratto si spalancò violentemente una finestra e
l'acqua entrò nella sala fra le risate delle mie donne, Lia e Colonna
in testa; le due giovani si divertivano al piacere dell'imprevisto.
Richiamati dalle grida, i miei gentiluomini accorsero, chiusero le
finestre e le ragazze iniziarono i loro soliti giochi. Non ero disposta a
sopportarle e mi rinchiusi nella mia Grotta serrando la porta. Ho
sempre amato vivere con me stessa nelle stanze piccole, talora
piccolissime. Tutto il mondo conosce per fama i miei camerini più
preziosi di quelli dei palazzi d'Urbino e di Ferrara.

Le pareti vicine da potersi toccare allargando le braccia, il luogo di


poco spazio, il soffitto non molto alto si raccolgono intorno alla
persona, e per un misurato rapporto di numeri non premono
addosso. E' facile scaldarsi d'inverno magari con soli bracieri, e non
è possibile starvi se non in due; tre sovrabbondano; io, quando ne
ho voglia, uso starci da sola. La Grotta di Castello era uno stanzino
dal soffitto a botte in legno intagliato alla mia impresa delle pause
musicali; e l'altre mie imprese figuravano sul pavimento della stanza
con dolce gaiezza di colori, turchino e verde sul bianco.
Quell'impresa <: nec spe nec metu> ispirava infinite composizioni
poetiche. Cominciavo a quel tempo a radunare nella Grotta e nel
sovrastante Studiolo pitture magistrali, oggetti di scavo, testine e
statuine di marmo, bronzetti piccoli, libri scritti a mano o a stampa
per i quali mi rivolgevo a Venezia, ad Aldo Manuzio. Avevo bellissimi
strumenti musicali tra i quali il clavicordio dalle corde d'argento
donatemi da Maestro Leonardo da Vinci. Stava nello Studiolo un
mappamondo che mi intrigava molto e che più volte riguardavo con
qualche uomo dotto e con le mie donne a turno, da quando, poco
dopo le mie nozze, avevo seguito col dito su quell'istrumento la rotta
del marinaio savonese approdato alle Indie occidentali popolate da
bellissimi uomini nudi. Ad un certo momento mi perdevo nell'Oceano
e fantasticavo di veder sorgere dalle acque quelle terre nuove:
appassionatamente, perché le geografie mi attraggono.

Dicono che il mondo si rivela solo per segni istantanei: così nell'ora
tarda e calma dopo il temporale, tra le luci dei torcieri, mi ero
immersa in una meditazione intensa sostenuta dalla spalliera del
sedile di raso ricamato: e d'improvviso mi trovai di fronte l'immagine
del mio visitatore anglico e mi dispiacque di non avergli mostrato io
stessa la Camera dipinta, la sala dei Trionfi, e i miei camerini. Mi
sorpresi a chiedermi, insolitamente mansueta, chi fosse Robert de la
Pole. La sua famiglia, i conti di Suffolk, era delle grandi inglesi, il suo
ufficio di mediocre importanza; e quella presenza smosse qualche
cosa nella mia memoria, qualche cosa che avevo già avvertito come
un segnale nelle parole di lui che mi riportavano a Ferrara. Respirai
forte e mi accorsi che, libera dalla vigilanza di una giovane
governante, qualcuno correva verso la scala grande del palazzo
estense. La puttina sacra scendeva la scalea che splendendo di
marmo candido andava a farsi lambire dall'orlo mobile delle
ondulazioni marine. Era vestita di bianco puro e inghirlandata da una
corona di rose bianche piccole, dal cuore carnicino, e l'aria intorno a
lei era campita d'oro. Dall'oro della miniatura vedevo uscire me con il
mio passo solenne difendendomi da ogni smarrimento. Mi
interrogavo. Era giusto, poteva essere vero, che Ifigenia fosse
sacrificata alla sentenza di suo padre Agamennone, il re?

E chi si configurava in quella sillaba onnipotente? Lo sapevo:


sangue di re scorreva nelle mie vene. Ripetevo le parole che mi
aveva detto re Ferrante d'Aragona a Napoli: <Ricordatevi,
l'obbedienza delle donne è virtù regale, e riconoscetela a mia figlia
Eleonora.> Zampillando veniva fuori la mia risposta: <Noi siamo
grate a nostra madre; e a nostro padre in casa sua.> Seguiva la
replica ferocemente giocosa del mio avo.
<Sappiate, Isabella, che vi è permesso di rispondermi così solo
perché siete mia nipote, nipote di re>; il suo pallore di sovrano
crudele ingialliva in quel giorno di sole napoletano. Ma io, sfidandolo,
avevo appoggiato la risata dell'avo e deciso in quel momento che
sarei stata dalla parte dei potenti quando sanno ridere: con essi
anche una donna può lottare. Ratificai mentalmente quella decisione
a mano a mano che mi lasciavo dietro i gradini della scalinata e tra
le colonnine sottili della balaustra osservavo il Cortile d'Onore
collegato con l'alto palazzo estense. Mi raggiunse l'eco ora
lontanante ora ravvicinata della voce giovane di Dionisia che gridava
<Isabella, Isabella puttina mia, dove siete?.> Stetti ferma. Non c'era
più posto per Ifigenia, la puttina sacra tornava a rifugiarsi nel libro
della guerra di Troia tutto a fondi d'oro custodito in camera di mia
madre dove cautamente lo sfogliavamo spesso. Era un momento
sordo della giornata, le genti intente ai propri affari giornalieri, molti
nelle cucine delle case. Ripresi a scendere la scalinata attenta a non
impacciarmi nella lunga vestina e quasi annusavo l'aria per cogliere
qualcuna delle storie che si inventavano e si propalavano tra Cortile
e Palazzo. Soldati e arcieri di guardia, erano disposti alle diverse
entrate e davanti all'arcone che incorniciava, di faccia, il portale della
cattedrale istoriato di sculture con le figurazioni dei Mesi tanto
antiche e stravaganti da farmi battere le mani dal piacere. Quella
mattina fuori dall'arcone c'era nebbia più fitta vicino al suolo e pareva
che i ferraresi camminassero con un passo lunatico sollevato da
terra. Un guizzo improvviso di quella curiosità che allora conoscevo
solo per annunci di felicità mi chiama a nuove presenze. Accade
qualche cosa: fuori dall'arcone sta arrivando un gridìo agglomerato
intorno a trilli più acuti come fanno le voci giovani riunite. Mi precipito
in avanti; sono così ansiosa di vedere che quasi ho male al petto.
Afferro con la mano una dopo l'altra le colonnine di marmo e
guardandomi intorno scendo ancora fino in fondo alla scala; ma
sono costretta a fermarmi perché subito, staccandosi dalle mura, le
guardie ducali occupano l'androne da destra e da sinistra e
incrociano le lance con le punte rivolte a terra. Per fortuna gli arcieri
stanno impassibili, fingono di non accorgersi della mia presenza:
solo il più giovane mi sbircia un istante con un risolino astratto e
complice. Senza spostarmi mi irrigidisco. Di fuori le voci sono ormai
vicine e gli arcieri serrano le file in azione di difesa. Nei triangoli
formati dalle lance e dai lembi delle mantelline rigide, inquadro lo
spazio tra palazzo e cattedrale. Li riconobbi subito. Passavano in
lento corteo gli scolari dello Studio e scontrandosi con altri che
venivano dalla parte opposta baruffavano forte, ma per gioco. Tutti
facevano chiasso in diverse cadenze di linguaggio, italiane o
straniere, gutturali come le tedesche, crepitanti come le francesi o
risonanti come le fiamminghe; ad un momento si profilò nella luce
rosata la sagoma di un animale a quattro zampe, le lunghe orecchie
mobili che reggevano male un berretto da Rettore dello Studio; un
vero somaro bardato di velluto rosso, e di fronte a lui si inchinavano
gli scolari ora correndo in avanti ed ora sbucando dalla nebbia e
ritornandovi dopo un poco. Sto attentissima. <Il signor Cipriotto!>

<Il Rettore Cipriotto Eccellentissimo!> Così gli scolari salutavano il


nuovo Rettore. L'asino mosso da chissà quale impazienza nervosa
ragliò forte e i giovani rotolarono con capriole ridicole raddoppiando
lo schiamazzo. Si era parlato in corte di questa rivalità di scolari
contrari a certo Gasparino da Cipro, eletto Rettore dalla
maggioranza, e molto avversato dalla minoranza che sosteneva un
bolognese, non sapevo bene perché. Ma ora i nemici di Cipriotto
levavano lodi buffonesche e proclamavano che il venerato somaro
aveva fatto intendere il suo alto parere, brillante di intelligenza e di
dottrina. Per non farmi udire dalle guardie ridevo piano al barcollare
della gualdrappa asinina, quando le grida cambiarono tono e da
lontano risuonarono gli zoccoli della cavalleria del podestà.
Scorgevo a tratti l'avanzare e il retrocedere dell'asino sbalestrato da
colpi e da spintoni. Non avevo paura: era un gioco, per quanto
violento, ma non fu più un gioco il tintinnio delle armi. Mi tirai appena
un poco indietro restando all'erta; sopraggiunsero i soldati e il
podestà in persona; la cortina di grida si levò più forte attraversata
da lampi di terrore. In questo momento sento rotolare un nome:
<Roberto! Roberto!>

<Roberto è stato ferito!>


<E' stato ferito l'inglese!>

<Aiuto, aiuto!> C'è un ondeggiamento delle guardie ducali sotto


l'androne e allora lo distinguo, lo vedo, un ragazzo biondo di capelli,
il viso insanguinato, portato a braccia dai suoi compagni. Lo
studente guarda nella mia direzione con tanta intensità che rimango
inerte. I compagni lo trascinano via. Tutta sconcertata mi addossai
alla balaustra, quando una guardia di palazzo, uscita all'improvviso
da non so dove, mi prese la mano con gentilezza brusca e mi disse
con voce alterata qualcosa che non afferrai perché nel frattempo
giungevano dall'esterno clamori intensi e nel cortile accorrevano
drappelli di soldati in armi dirigendosi verso l'arcone. Con mio
sdegno grande la guardia osò sollevarmi tra le braccia, ma la mia
protesta non riuscì a farsi sentire, restò un mugolio. Scalciando e
mugolando, sembro esile, ma sono robusta e mia madre lo ripete
spesso con graziosa meraviglia mi liberai e via su per la scala
fermandomi però al primo ripiano. Mi avvinghiai ad una colonnina
della balaustra e sfidai la guardia con aria imperativa. Dovettero
lasciarmi lì, furente, ammonendomi che sarebbero andati ad
avvisare gente di corte. Sola contro tutti, mi rendevo conto che per la
prima volta avevo visto il sangue sgorgare dal volto di un uomo per
opera di un altro uomo. Ero raccolta nello stupore gelido della mia
scoperta, e qualcuno si chinò su di me e mi chiamò per nome:
<Signora Isabella! Come vi trovate qui?>

<Ho visto,> balbettai <ho visto tutto...>

<Ma questa bambina è spaventata! Signora Isabella, mi


riconoscete?>

Recuperai il mio modo di principessa per sorridergli. Come non avrei


riconosciuto Pico della Mirandola, scolaro del nostro Studio, e già
tanto famoso?

Gli misi la mano sul polso asciutto e magro, limitato dalla manica di
panno turchino della tunichetta a pieghe. Lui abbassava il braccio
per sorreggermi meglio: era oltremodo atto ad ogni gesto e ogni suo
gesto sembrava inventato in quel momento: come ogni pensiero,
avrebbe detto Battista Guarino, suo maestro ed amico. Il conte
Giovanni Pico della Mirandola è stato nostro vanto e il suo ricordo
durò nella città di Ferrara oltre la sua dimora, durante le sue
peregrinazioni e i suoi annunci di altre peregrinazioni in ogni senso
più vaste. Stimato da tutti un miracolo di sapienza, aveva entrata
libera in corte e lo amavano anche i meno provveduti essendo egli
figlio della signora Giulia, sorella del padre di Matteo Maria Boiardo,
nostro gentiluomo prediletto oltre che primo poeta. Vi era nel
giovane Pico, quasi visibile, la coscienza di ogni dottrina, inclusa la
religione e il suo mistero; e a quella coscienza univa un intelletto
splendidamente inquieto di destini e di desideri che persino io infante
di otto anni potevo avvertire. Con lui mi si apriva un lucido mondo
dove stavano sempre per avvenire miracoli. Io l'ascoltavo a bocca
aperta, e anche se non capivo a fondo le cose che diceva mi pareva
indubitato che egli avesse la chiave di ogni scienza. Mia madre e il
mio maestro Jacopo Gallino cercavano di spiegarmi le sue parole;
nella mia memoria Giovanni Pico ha un posto a parte, è un punto
astrale. Con quello sfoggiato cavaliere, per anditi e stanze gremiti di
bella gente e contegnosa, camminavamo verso la sala grande. <Vi
scorterò fino alla duchessa Eleonora> disse cortesemente Pico.
<Non temete di essere sgridata? Vi diranno che siete stata
imprudente a restarvene sulla scala del Cortile d'Onore. E' troppo
vicina alla strada, e gli scolari a volte baruffano forte. Perché vi
eravate spinta fin là?> Mi tornò davanti agli occhi un viso bianco
rigato di sangue. <Volevo vedere> risposi. Il signor Pico sostò e
aggiunse scrutandomi bene in viso: <Avete occhi fatti per vedere
lontano; ma siete donna e potrà esservi difficile.>

<Voglio vedere tutto, e ci riuscirò.> Lui parve interdetto. <Non saprei


nemmeno se augurarvelo. Adesso andiamo.> Avevamo fatto pochi
passi quando incontrammo Dionisia, la mia dama di camera. Appena
scorse il mio compagno fece un gran respiro: era una donna sveglia,
pratica degli umori di ciascuno; non mi chiese nulla, ringraziò il
signor Pico, e mi condusse in camera mia. Alla presenza taciturna di
mia sorella Beatrice raggomitolata sul tappeto, mi fece pettinare e
vestire in tempi affrettati; quando fui pronta, scendemmo.
Incontrando gli amici di corte fingevo di non accorgermi di loro per
non essere interrogata; filai diritta verso mia madre. Cortigiani di ogni
qualità, gente d'armi, consiglieri, ufficiali di Cancelleria, Lettori dello
Studio, donne nobili e donzelle affollavano le sale dove io, unica tra
gli infanti di casa d'Este, entravo conscia del giudizio generale che
ravvisava in me un essere fuori dal comune, che superava con
l'ingegno la sua età. Non ne dubitavo affatto; avanzando senza
alcuna oscillazione provavo una sicurezza di tutta me, quasi usassi
un diritto di chiara fama. Lo confesso: disprezzavo mia sorella
Beatrice, minore di un anno, che non era ammessa a corte perché
non avrebbe sopportato il continuo andare e venire di gente e i
discorsi dei sapienti o degli indifferenti: e la denunciavano puttina
piccola i pianti di noia e di paura che non poteva reprimere quando
in rari casi appariva tra i grandi. Davanti a me si formano subito,
precise, le figure del Guarino onorato da ognuno, circondato da
maestri dello Studio tra i quali Pellegrino Prisciano, astronomo-
geografo e astrologo di casa, dai modi devoti, amico di tutti e
contento di se stesso. Mia madre, ornata d'argento e perle, tutta
graziosa, e sempre velata da un filo di ansia particolare al suo
temperamento napoletano, sopravanzava in bellezza e dignità ogni
donna presente e il suo tono patetico che la rendeva diversa
muoveva nell'animo di ognuno non so quale tenerezza. Io, sua figlia
prediletta, mi ero fatta abbigliare con l'abito rosa orlato di velluto
nero a ricami d'oro e sciogliere i capelli secondo il privilegio
consentito alle donne di sangue reale. Le dame assistono sedute su
scranne e banconi dai dorsali di velluto morello, gli uomini in piedi; a
me è riservata la pedana che sorregge la scranna ducale di fronte
agli uomini di lettere e di scienza. Siamo pronti. Mia madre si è
chinata un momento per baciarmi la fronte ed io le faccio il mio
risetto allegro che le piace. <Ho visto...> comincio a dirle
fervorosamente. Mi fa cenno di tacere; si volge al signor Pico della
Mirandola, in piedi davanti a lei senza berretta, e con quel suo
accento tra ferrarese e napoletano, una musica al mio orecchio,
dice: <Signor Pico, propongo di prendere come argomento un fatto
accaduto oggi, anzi poco fa. Abbiamo avuto relazione delle imprese
dei nostri scolari: beffe, ribellioni, ferimenti. Voi siete stato allo Studio
di Padova, e sapete che cosa accade negli altri studi di Firenze,
Bologna e persino di Parigi. Non vi domando di giudicare i vostri
compagni ma di cercare con me le ragioni delle loro intemperanze.

Che cosa vogliono? Non vi sono nel nostro Studio eccellenti Lettori
per ogni ramo del sapere? Il duca Ercole non bada a spese per farli
venire da tutta Italia, da tutta Europa. La fama di tanti maestri ha
popolato Ferrara di giovani bramosi di imparare. Il nuovo Rettore,
Gasparino da Cipro, eletto con consenso generale, è persona
compita e sapientissima in giurisprudenza. Per quali ragioni dunque
è osteggiato e persino beffato nella forma ignobile di un asino?>
Rimasi mortificata un istante perché proprio l'asino mi aveva recato
tanto divertimento, e anzi avevo in animo di raccontare a mia madre
quanto fosse ridicolo e quanto il suo raglio avesse attizzato il burlare
degli scolari. Ma il signor Pico si preparava a parlare. <Vostra
Signoria,> disse <ha colpito giusto col suo solito acume. Avete
ragione, il Cipriotto non è una causa ma un pretesto. La vera causa
di queste liti che non si riferiscono apertamente a cose di studio, è
sempre la stessa, remota nella mente dei giovani e operante nel loro
animo. Non vi pare di avvertirlo sensibilmente? I giovani sono mossi
da un'ansia dell'anima che essi traducono nelle loro azioni
goliardiche e materiali; ma dentro di loro sono scontenti: vorrebbero
inventare per se stessi e per un mondo diverso: e certo, la filosofia,
la poesia e la scienza aprono vie nuove per arrivare alla liberazione
dello spirito.>

<Da quando sono nato,> intervenne con voce educata e compiaciuta


il signor Ludovìco Carbone, cortigiano e studioso, <sento dire che il
mondo cambia; e le cause e gli effetti sono sempre uguali. Da secoli
viviamo sotto la minaccia della scimitarra turca; è stata più volte
predetta la fine della cristianità, e siamo qui a discorrerne. Ho il
sospetto che congiuri contro di noi solo il timore delle congiure.>
Rispose a lungo Pellegrino Prisciano ordinando il senso delle sue
vaghe divinazioni che profetavano un gran rotare di astri intersecati:
<la vicenda di ogni uomo dipende dalla fortuna,> diceva mentre si
lanciava nei suoi fumosi e lusinghevoli oroscopi che lo facevano
preferire dalle donne. Solo il maestro Battista Guarino riuscì a
fermarlo e a ridare la parola al giovane oratore che era stato
interrotto. <Conoscere il latino, conoscere il greco> riprese Pico tra
interrogativo e illuminato. <I sommi studiosi dei tempi anteriori ai
nostri come Maestro Guarino Guarini, il gran padre del nostro
Battista, ambedue educatori senza pari, hanno portato la luce della
sapienza greca nell'intendimento delle cose e mutato l'orientamento
dei nuovi studi. Ma non basta, c'è tanto da conoscere in libri che non
leggiamo, ebraici, arabi, persiani. La verità si nasconde sotto più
linguaggi, oltre i linguaggi oltre i simboli. La Bibbia stessa, fra i testi
sacri, contiene tutti i misteri dell'essere, ma chi l'ha scritta li ha messi
in cifra: celati da un velo offrono pallide immagini di quelle verità.
Bisogna finirla con quelli che contano i peli della barba di Omero:
vogliamo e vogliono i giovani, seppure non chiaramente, penetrare e
discutere le ragioni profonde della vita umana e divina.> Penso,
mentre nella mia mente si svolge questo discorso che, senza
accorgermene, io aggiunga ad esso qualche particolare letto più
tardi nelle sue opere, quando questa folgore di sapienza si è
improvvisamente spenta. La sua solare apparizione aveva
commosso il mondo e la gente attribuiva la sua morte alle troppe vite
che gli avevano consumato il cervello. La mia immagine di Pico è di
un ventenne, quando la forza del suo ingegno non rischiava di
sopraffare il suo essere. Col massimo rispetto, dopo una pausa il
Pico chiese il permesso di continuare e gli fu dato. <Oggi,> egli disse
<alla luce delle nuove meditazioni dobbiamo rinnovare il metodo
d'acquisto delle cognizioni dalle quali nascerà il nuovo pensiero. Lo
studio deve essere un lavoro comune tra maestro e discepolo e non
una collezione di fredde sentenze da tramandare. Anzi il buon
maestro deve vigilare e sapere verso quali direzioni i giovani
orientano il loro passo. Non dobbiamo mai aver paura delle scoperte
che ci aspettano: l'uomo è tutto perché può essere tutto, animale,
pietra, e anche angelo: tutto fa centro in lui ed egli anima e sospinge
la storia del creato.> Come Pico sollevasse la testa movendo ad
onda i capelli castani, lunghi sul collo svelto, trasportato da ciò che
diceva e come fosse animato da un intimo ardore profetico non
saprei ridire. Mi sfuggiva allora il senso più arcano di quella lezione
d'impareggiabile purezza ed energia; ma io mi sentivo all'unisono
con lui, e come rinvigorita. L'avvenire mi avrebbe permesso tutte le
scoperte; non separavo la forza di vita fisica dalla forza della mente:
se le due forze procedessero di pari non avrei potuto anch'io, un
giorno, parlare con l'accento di un profeta? Guardai mia madre ed
era ombrata; quel discorso esaltante non le dava gioia; lo ascoltava
poco, qualche cosa le impediva di andare oltre le parole. Da sotto in
su notavo il suo petto ansante, e, inquieta, la sua lunga mano
coperta di anelli a gemme rosse, coralli rubini balasci, protettive
contro gli influssi malvagi. Ad un cenno di quella mano sfavillante di
fuochi, salì sul bancone di fronte a noi Matteo Maria Boiardo per
allietarci con la lettura di alcuni brani dell’Orlando Innamorato. Io
sono stata sempre molto invaghita dei romanzi cavallereschi francesi
popolati di figure a colori gemmati che si conservano in così gran
numero nella biblioteca degli Este e che esistono, molti e bellissimi,
nella biblioteca dei Gonzaga, e in quelli della mia particolare nella
Grotta a cominciare dal letto e riletto Amadigi, al Merlino e al cantare
di Fierobraccio. Che Matteo Maria Boiardo scrivesse per la corte
nostra un nuovissimo poema cavalleresco aveva fatto esultare
ognuno; mio padre stesso, per severo che fosse, lo amava
grandemente tanto da far stampare a proprie spese i primi canti
della sua opera; non c'era chi non si estasiasse al timbro argentino
dei suoi versi. Alto e prestante, di voce cadenzata, il nostro poeta si
pose a recitare le ottave dei fiori d'amore: Di rose e di viole e di ogni
fiore costor ch'io dico, avean canestri in mano, e standosi con gioia e
con amore, giunse tra loro il sir di Montalbano... Tutti a Rinaldo si
aventarno addosso: chi getta rose, chi getta viole, chi gigli e chi
giacinti a più non posso. Di questa poesia capivo molto: a quell'età
avevo già visto rappresentazioni d'amore dipinte: mi incantarono gli
affreschi della sala di Schifanoia dove Marte e Venere giacevano in
quel letto dalle coperte scolpite nel marmo vivo. Ma c'era
nell’Orlando del c onte Boiardo una ventata così ariosa che stavo
eleggendo Rinaldo a mio eroe e per lui le foglie e i fiori gettati dalle
donzelle diventavano di fuoco. Dal fondo echeggiò una voce ghiotta:
<Vorrei essere io in quel prato...> Un riso discreto, ma non troppo,
scorre sotto le volte. Anche Pico della Mirandola increspa le labbra
al sorriso. E perché non sorriderebbe lui, l'amico più vicino alle
primavere stillanti del Poliziano? Dalla puttina Ifigenia degli
immaginosi giochi ispirati dalle miniature, trascorrevo senza sforzo
alla concretezza di vita dei grandi, appena intrasentita.

Nell’Orlando Innamorato avevano posto donne vive e ardenti che


non somigliano, come nei romanzi francesi, alle compagne
emblematiche dei paladini. Mi attraeva su tutte Angelica:
avventurosa e impavida ...dal vento è via portata sopra a un
demonio che ha la faccia nera. Non somigliava davvero a
nessun'altra, Angelica, e mi piaceva che Robert de la Pole, lo
stravagante anglico di casa Suffolk, avesse fatto il suo nome vicino
all'eroina estense Bradamante in un paragone alludente ad una
Isabella che, sola, nella sua Grotta era ora vicina ad addormentarsi.
E invece non c'è modo di dormire allo strepito delle trombe e
trombette ducali ferraresi che fanno tremare i vetri delle grandi
finestre nelle loro grate di piombo. Si annuncia il padre,
l'Agamennone che regge ogni potere, il duca Ercole d'Este. E'
un'altra sera di gioia a Ferrara, ognuno parla senza ritenersi, a voci
festosamente concitate. Dionisia mi ha vestita di tabì bianco listato di
turchino, con un diamante legato in oro sulla fronte che manda raggi
quando scuoto la testa. Mia sorella Beatrice, tenuta per mano dalla
governante, è vestita di raso cremisi e corpetto di velluto nero. La
sua veste ricavata, mi sembra, da un abito antico di guardaroba, è di
un colore troppo ricco di riflessi per la sua pelle olivastra. E ancora le
trombe e i trombetti d'argento ritmati dai tamburi e acutizzati dai voli
di note dei pifferi ci fanno trasalire. <Ercole! Ercole!>

<Diamante, Diamante!> Applaudivano insieme, cortigiani, dame,


paggi, guardie affacciati chi alle finestre che danno sulla stretta corte
di Castello, chi sulla scala bianca che si allunga verso il pozzo. L'aria
pungente di una primavera non ancora confermata lava visi
giocondi: le fiamme dei torcieri si piegano a giochi di ombre e di luci
mosse dal vento. Mio padre torna da una visita alle fortificazioni sul
Po. Fatica, polvere, fango, continuo tendersi a prevedere il peggio
per il futuro nemico, il meglio per la difesa. Smonta da cavallo,
sciolto ma lento, sorretto dagli scudieri. Mia madre, senza
conformarsi ai riti cortigiani delle accoglienze, scende le scale di
corsa, gli va incontro leggera, quasi lineare nella gracilità della
persona; gli cade sul petto e si abbracciano. Gli abbracci di lui in
corazza sembrano guidati da un ritmo gonfio e allentato: insieme
salgono fino alla sala grande. Il bel viso trepido di Eleonora esclude
chiunque e la faccia scabra del duca di Ferrara si rischiara dalla
gioia di essere a casa. Un movimento di gente che si sposta davanti
a me li nasconde alla mia vista. Non posso scorgerli; pure
ergendomi, arrivo al gomito di coloro che mi circondano. Paziente
alla principesca, trattengo la mia impetuosità, aspetto. Dopo un poco
la gente si dirada: i miei genitori sono vicini, più vicini a me di quanto
pensassi, e finalmente li raggiungo senza correre. Eleonora è
agitata. Mio padre, presso un bancone, aiutato dai suoi paggi si
toglie la corazza leggera, respira dal fondo del petto, getta da un lato
i guantoni, e allunga le gambe una dopo l'altra perché gli possano
sfibbiare gli schinieri. Mia madre fa ancora l'atto di abbracciarlo e
riversa su di lui parole commosse, incalzanti, appassionate. Ercole la
guarda: il suo viso è benevolo, ma chiuso in una calma
impenetrabile indifferenza. E' stanco, ecco. Lei non si avvede che è
stanco e che non ha voglia di nulla; non sa che per nessuna ragione
accoglierebbe l'invito a uscire da se stesso. Lei continua ad
incalzarlo: la guerra le fa grande paura, oggi ha avuto un
avvertimento, una sua donna di camera, la Caterina, è morta, non ha
resistito al dolore per la perdita del marito. <Come è tenero e vivo,>
dice mia madre <l'amore che noi donne proviamo per i nostri mariti
quando sono lontani, in pericolo: ogni cavaliere che entra di galoppo
nel cortile ci fa tremare.> La voce di mio padre la interrompe: è piena
e decisa: <Voi non siete donna da tremare, Eleonora. Re Ferrante vi
ha fatto troppo buona scuola.> E mia madre che non capisce.
Piange, Dio mio, piange. Difatti suo marito la allontana
garbatamente, a braccia tese e va ricercando intorno nella sala. Mi
vede e mi chiama. Corro da lui fermandomi a qualche passo di
distanza folgorata da un'idea: e se respingesse anche me a braccia
tese? Invece il duca ride: ride, si schiarisce (lusingato dal mio
contegno rispettoso? o soddisfatto, e di che?), e le pieghe del viso
gli si distendono ad una ad una. <Isabella, avvicinatevi.> Mi avvicino
ed egli mi prende fra le braccia, mi alza da terra accostandomi al suo
viso e mi bacia: io non ho il coraggio di voltarmi verso mia madre
rimasta alle mie spalle. Poi sono messa a terra, il padre si dispone a
parlarmi. <Rallegratevi, Isabella; domani farete la conoscenza del
vostro fidanzato, il figlio del marchese di Mantova, Francesco
Gonzaga. E' una visita ufficiale con corteo di gentiluomini e
ambasciatore. Noi prepariamo una bella caccia: a voi spetta la prima
delle vostre prove di donna; e non c'è bisogno di inanimirvi a portarvi
da pari vostra.> Faccio un passo indietro e un rigido inchino,
soffocata dalla gioia e da un'ansia indefinibile. Mia madre è sempre
di lato, come tralasciata, con la sua pena domestica e la sua
passione coniugale non consolata, incapace persino di sorridermi.
Nessuno se ne dà pensiero; il duca Ercole parla con un ufficiale di
corte; la sua mano poggia sul mio capo e pesa. <Sua Magnificenza
Venezia!> Gridavo e il grido era percorso da venature burlevoli.
Eppure non volevo burlare, tutt'altro. Mi volsi alle mie compagne che
riprendevano fiato dopo tante scale. <Trentasei rampe!> annunciò
Emilia Pio che le aveva con tate, e dietro di lei Margherita Cantelma,
conciliante all'eccesso, commentò che non erano poi tante.
Spuntarono di sotto la volta bassa le teste di Elisabetta e del
protonotario Sigismondo che stava per dire qualche cosa ma si
guardò intorno e risparmiò le parole. Poche cose sono comparabili a
quel riguardare da un punto fermo, come da un centro ordinatore,
una creazione respirante, grandiosamente armoniosa, cosciente di
sé fino alla follia come Venezia. Mi sembrava di essere fisicamente
piccola, minima, nell'altissima loggia del campanile solitario issato
davanti alla Basilica, e osservavo come le mie compagne
cambiassero continuamente posto per riconoscere e per conoscere,
per sentirsi esaltate dai palazzi dipinti, dalle scale di marmo, dalle
chiese acquattate sulle isole, dall'incombere altero delle cupole
gonfie, dalle arcate frastagliate di San Marco, e dall'imparagonabile
acqua della laguna, mobile di riflessi e di sontuose minacce. Mi
richiamai alla presenza di tutta me: io, io sola potevo sostenere una
simile dovizia di invenzioni e io sola potevo osare una ribellione. La
prima volta che ero stata qui, nove anni prima, in visita pubblica,
Francesco era allora Capitano Generale delle milizie veneziane e
avevo dovuto subire tanti onori e festeggiamenti da esserne
insoffribilmente oppressa. Oggi venivo incognita: della città m'era
rimasto per anni come un desiderio bramoso di vederla da vicino;
ma quassù, avvolta nell'aria fredda e sottile di marzo, invidiavo la
gioia delle mie compagne assolutamente ignare della mia angustia.
Era un'antica angustia, e non avevo bisogno di scoprirla contenuta
dallo stesso nome della Serenissima Repubblica di Venezia.

Tante volte nel profondo del mio pensiero l'avevo sentita mordermi.
E poiché la stessa decantata libertà che la Repubblica dispensava
persino ai fuggiaschi era elargita anche a me, libertà commista a
provocazione, decisi che ne avrei goduto anch'io. Così dopo il
matrimonio di mio fratello Alfonso con la Borgia, da Ferrara eravamo
partite per Venezia, un gruppetto di quattro gentildonne amiche;
unico uomo il protonotario Sigismondo Gonzaga, mio cognato. A
quella sfida qualcosa di me s'inalberava: sfida e ammirazione,
parzialissime ambedue; meglio che nessuno le sospettasse. Da
questi veneziani avevo avuto visite assai graziose ed era stato
nostro pensiero di attenderli sempre pronte e abbigliate con studiata
semplicità, lietamente disposte ad ogni discorso. Resa ardita dagli
infiniti complimenti e dalle espressioni di dispiacere del principe per
la mia venuta senza cerimonie, gli avevo fatto sapere che sarei
andata volentieri a fargli omaggio nelle sue camere private. Ma
questo Leonardo Loredan, da poco nominato Doge, vecchio grande,
scarno, stizzoso oltre ogni dire, mi fece assicurare che ad ogni modo
mi avrebbe ricevuto con pompa in Consiglio. Replicai
immediatamente che non avevo portato con me abiti da tanta
cerimonia, e mandai subito a Palazzo con un grosso carico di
complimenti Alessandro e Benedetto Capilupi, no stri residenti. Ero
tentata di trovare lusinghiera la sua insistenza di onorarmi
pubblicamente, ma qualcosa mi suggeriva la diffidenza. Stava di
fatto che lo scaltro Doge si era rifiutato di incontrarmi in privato
essendo ben informato che mi presentavo incognita e senza poteri
politici. Avevo persino il sospetto che egli provasse ad esigere da me
un atto di sottomissione alla Repubblica che avrebbe incluso
Francesco e il nostro Stato alla presenza di tutto il Gran Consiglio:
non per niente era lo stesso Gran Consiglio che pochi anni prima
aveva votato contro Francesco esonerandolo dalla sua carica di
Capitano Generale. Mi arrivarono poi da Palazzo doni di torcieri, di
candele, di marzapane, confetture e sciroppi; mi erano stati aperti il
tesoro di San Marco, l'armeria ducale, la grande Sala delle udienze.
Barche piatte a due remi erano pronte a nostra richiesta alla porta di
palazzo Trevisan. Così, a forza di cortesia e d'inchini, mi si era
negato il Doge Loredan. Le folate d'aria sospingevano al movimento,
lassù sul campanile, perché presi anch'io ad agitarmi passando da
un'arcata all'altra, tanto inquieta che Elisabetta mi chiese se mi
sentissi d'umore basso; ebbi la forza di rispondere con una risata
che l'altezza del campanile non lo avrebbe consentito; e in quel
momento spuntarono dalla scala due gentiluomini veneziani che
venivano a baciarmi la mano. Con loro soddisfazione le mie amiche
suonarono campane a gloria: Venezia era la prima delle città.
Domenica, dissero i due, era il giorno delle Palme e il principe
sarebbe andato in solenne processione per piazza San Marco.
Elisabetta dichiarò di voler ad ogni costo vedere la cerimonia e fui
costretta a cedere non senza osservare che non me ne sarei curata
avendo già visto la processione un'altra volta, quando era Doge
Agostino Barbarigo. Nessuno si accorse del mio tono; sono abituata
a simulare quando occorre per non disgustare gli altri e soprattutto
per un giusto appagamento del mio decoro. Ma ad Elisabetta non
potevo rifiutare nulla. Faceva freddo e scendemmo presto
l'interminabile scala. Ci avviammo alle Colonne, dove ci aspettava la
nostra imbarcazione; e dopo aver p osato gli occhi sul palazzo
ducale biancorosa a trafori domandandomi ancora una volta come
fosse possibile con simili colori e con tale assurdo disegno i pieni in
alto e i vuoti delle logge in basso attestare una così altera maestà
regale; e dopo aver mirato nel bacino di San Marco l'incrociarsi di
ogni specie di navi, e alberi, e vele, e prue ornate e dorate sentimmo
di essere state sopraffatte dallo sbalordimento che danno le cose
compiutamente sfoggiate. Avevo bisogno di ridurre ogni cosa alla
ragione, e con un tono di sazietà brillante affermai ad alta voce:
<Venezia è una città senza paragoni; ma alle nostre pari queste
magnificenze basta vederle una volta. Due è troppo.>

Non riconoscevo la grazia nella giovane novizia al clavicordio, e


neppure nella compagna ritta presso di lei in attesa di cantare, calate
ambedue negli abiti di color bigio, stirati tesi, chiusi fino al mento; e
per nulla il filo bianco che orlava l'alto colletto azzardava un accento
vispo che si accordasse ai loro diciotto anni. Avevano i capelli così
tirati e inseriti nelle grosse trecce legate con lacci neri, da non parere
nemmeno bionde; ed erano bionde, di diversa sfumatura, e forse
belle. Una pietà indispettita si increspò in me mentre mi irritavo per
aver accettato l'invito delle monache del convento delle Vergini tra i
più illustri di Venezia, tanto rinomato per le sue donne musiciste.

Avevamo dovuto interrompere quell'andar vagando senza seguito


per la trionfante città a raccogliere sorprese che, nell'ultimo tratto
specialmente dopo Rialto e i suoi moli fitti di grida e di mercanzia e
per le anguste strade delle Mercerie colorite di folle bizzarre, si era
sotteso quasi di troppe emozioni. I profumi dei bazar d'Oriente
mescolati all'odore di panno bagnato (era piovuto a brevi spruzzate)
dei cappotti di lana grezza indossati dai marinai mi davano
curiosamente alla testa; percepivo per la prima volta nella mia vita
l'odore della gente sconosciuta che ci cammina spalla a spalla: un
singolare fastidio, misto ad inebriamento pungente per tutte le storie
che mi passavano accanto, pareva toccarmi, anzi urtarmi a colpi di
coda successivi.

Eravamo arrivate all'ora giusta, un poco anticipata; accolte con


inchini e gesti di gradimento da quelle buone povere monache,
aspettavamo la badessa che in cappella finiva certe sue votive
preghiere. Seduta vicino a me, Elisabetta gustava una ciambellina
incrostata di zuccherini rosati, di quelle che si fanno con la stessa
ricetta in ogni convento del mondo. Attenta e divertita scrutava
quelle figure indistinte a forza d'essere grigie, eppure animate da un
segreto fuoco come i recitanti di una commedia nuova. Avrebbe
notato ogni cosa, avrebbe messo da parte il suo racconto per poi
commentarlo con me e arricchirlo di significazioni magari di fantasia.
Quanto ci piaceva questo gioco non saprei dirlo. Io che sono di
natura ragionevole non avevo mai supposto che cosa volesse
significare un simile incontro di umori fra due donne. Mia madre era
stata mia madre e non c'era altro da dire. Mia sorella Beatrice, prima
sospettosa e diffidente, più tardi era stata tanto occupata a
dimostrarsi capace di regnare su tutti in ogni momento che non si
fermava mai ad un discorso. Chissà: se fosse vissuta, se avessimo
continuato a crescere insieme anche da lontano. Mentre
rapidamente incatenavo pensieri, mi sfioravano affanni diversi da
tenere a bada; continuavo a guardare Elisabetta tranquilla e disposta
a lanciarsi in ricognizione sempre con la stessa dignità enigmatica,
ben ferma nelle sue difese personali. Enigmatica quanto volesse, il
suo segreto faceva parte di quella bellezza che tutti ammiravano
senza decifrare. Osservavo Emilia Pio svelta nel ribattere a grandi
ariate, critica per abitudine e per attitudine curiosa; e Margherita
Cantelma, marchesa di Cotrone con la piccola testa dai ricci spiritosi
e un'allegria devota sempre dedicata a me. All'unisono dicevamo
che non c'eravamo mai tanto ricreate come in quei giorni di marzo
trascorsi a Venezia, noi donne sole. E quanto ci eravamo bene
scompartite il palazzetto ospitale del procuratore Trevisan con quelle
stanze di agiata misura dove le luci mobili dei canali intersecati si
riflettevano sui soffitti appena il sole batteva la superficie dell'acqua.
Né di poco conto era stata la risoluzione di non portare abiti belli da
comparire a feste, e vestirci così svelte svelte di panno fino o taffetà
senza balze senza orli senza ricami, ornate solo con qualche
gioielletto da niente ma delicatissimo di fattura. Ci sembrava di
essere tornate ragazze, quasi puttine, se non fosse che la nostra
modestia aveva del piccante e dello scaltro, e ci rendeva un po'
incitose. Elisabetta mi ricordava Francesco e talvolta trasalivo nel
cogliere la somiglianza di lei con il fratello in un volgere fuggevole di
gesto; se si poteva parlare di somiglianza: il viso di lei allungato,
astratto, tale e quale al ritratto di Raffaello, senza mutazioni che ne
alterassero la disposizione dei lineamenti; e il viso di Francesco
acceso e fulgente di virilità, pronto a cambiare continuamente di
espressioni subitanee. In quella sala dalle alte volte bianche entrò il
pensiero di Francesco, dilatandosi, e riempì di calore la geometria
nuova degli spazi. Francesco, mi ripetevo chiamandolo a schermo
delle cose, ad una sicurezza che mi dava con il magnetismo del
nome. Chi non si era accorto dell'amore che provavo per lui? Eppure
mai Elisabetta mi aveva fatto le mezze domande che suggeriscono
confidenze segrete; né io a lei, a proposito di suo marito Guidobaldo.
Ma Francesco era uno di quegli uomini che si palesano a prima
vista, ed io accettavo la sua virilità come giusto omaggio verso di me
e con il senso preciso che nei mariti esiste qualche cosa di molto
delicato da salvaguardare, e solo una moglie può farlo per lui e per
se stessa. Confusamente lo avevo intuito prima ancora delle mie
nozze, nella mia adolescenza ferrarese al tempo di una sua visita,
un anno prima di sposarci. Ero in camera malata di freddo come
siamo spesso, specialmente da bambini, nelle nostre gelide dimore;
maggio quell'anno si dimostrava crudissimo e io pretesi di
avvolgermi in un vago alitare di veli sovrapposti. Francesco mi
apparve fulvo e bello nei suoi diciotto anni e di un'autorità
indicibilmente vittoriosa. Giocammo a non so quali giochi, forse a
scartino con tanta allegria che ad un certo momento io caddi sul letto
esausta dal ridere. E all'improvviso lui mi fu addosso mentre
scherzavamo insieme non proprio da puttini: lui felice, io conturbata
e, per istinto, sulle difese, finché Eleonora mia madre ci sorprese e
con un garbo riprensivo ma indulgente venne a dividerci. Io non mi
arrischiavo nemmeno ad alzare gli occhi su di lei. Perché Francesco
non volesse più giocare stando serio a guardare fuori dalla finestra
non riuscivo a spiegarmi, né perché il cattivo umore gli durasse fino
alla partenza. Non è che io non sapessi fin da allora i riti e le regole
delle cose amorose; non conoscevo ancora ciò che corrispondeva
nell'animo alla suggestione dei sensi. Dieci anni di matrimonio mi
hanno in segnato non poco su questo punto così decisivo per la vita
coniugale.

Eppure occorre sopportare. L'unica cosa che ho imparato è questa:


dire di no o di sì, quando e come, nessuno può insegnarlo, a volte si
sbaglia nell'uno e nell'altro modo; la realtà, in questa materia è al di
sotto o a lato della ragione. Né con Elisabetta, mia sorella
d'elezione, né con altre compagne o servitrici di camera mai
parlammo di simili cose che a giudizio di certuni fanno parte di una
politica donnesca. A poco a poco tra me e me ho stabilito che c'è
una differenza totale fra i discorsi grassi e arditi che si fanno talvolta
in corte su argomenti d'amore, e il modo di riferirli a noi stessi. Ma gli
uomini che vengono a trovarci come frenarli, specie quando sono
nostri fratelli, oppure poeti famosi o uomini di gran nome e di alta
cortigianeria? E che fare con i nostri mariti che la notte si
compiacciono di mormorarci cose di estrema e lasciva confidenza,
faccende loro e d'altri? Molti credono che a noi basti essere maritate
per aver perduto il diritto alla delicatezza e che questa perdita ci
irrobustisca e ci renda più simili a loro. Nello stesso tempo
respingono le arditezze femminili anzi si sdegnano se qualche
sconsiderata assuma modi liberi e conduca discorsi licenziosi.

Davvero bisogna procedere su un filo teso da giocoliere. Nella


bianca sala del convento le ragazze del concerto si erano disposte ai
lati del piccolo organo. Si presentò infine la badessa, facendo inchini
e le giovani cominciarono a suonare e a cantare molto
studiatamente, ma senza espressione personale, proibita, pare, dal
musico tedesco che le istruiva. Senza badare a nessuno,
trionfalmente Francesco restava presente in sala con una vibrazione
di così gioioso calore che a quella mi riscaldavo. L'immagine
giungeva di lontano, sull'eco di un suono di pifferi e trombetti da
parata militare accompagnato dal ritmo dei tamburi. Era il vincitore
della battaglia del Taro a Fornovo, la grande impresa guerresca del
secolo nostro al dire dei poeti e degli astrologi.

Capitano Generale dei veneziani, chiamato a battaglia, Francesco


aveva vinto il re di Francia, il primo re straniero che ai nostri tempi si
era avventurato a passare le Alpi, Carlo Ottavo, il re petito.
<Fornovo, Fornovo!>: quello squillo di tromba era stato anche la mia
gloria di donna, di nuova moglie, di nuova Gonzaga, di nuova
marchesana. Anche i doveri, i cosiddetti doveri di sposa, di
implicazioni tanto imbrogliate, si chiarivano nella dedizione
necessaria a ricomporre uno spirito lacerato dalle crudeltà
necessarie alla guerra. Almeno così mi illudevo.

Poco tempo mi era stato concesso per godere di quell'inno di gioia:


tutto si era presto incrinato: la grande vittoria che aveva ricacciato
oltre i monti i francesi era diventata un caso dubbio, Fornovo una
vittoria a metà. A prova dicevano che Carlo Ottavo, dalla Francia, si
sentiva tanto poco sconfitto da preparare una nuova invasione. Da
parte loro i veneziani, circospetti, anzi sospettosi, indagavano,
diffidavano di Francesco: vedevano male la liberazione senza
riscatto di un gran cavaliere, il Bastardo di Borbone, nostro
prigioniero di guerra. Veniva fuori che Francesco, in campo, per
fermare gli stradioti, saccheggiatori del tesoro reale, non si era
curato di inseguire il re e di farlo prigioniero: circolava, persistente, la
parola di traditore.

Francesco, poi, non aveva retto bene alle accuse, non sapeva
difendersi se non uscendo in contumelie e in una gonfiata
esaltazione di se stesso che non gli giovava; sbagliava il linguaggio,
mortificando la mia logica e il mio coraggio. Mi accorgo che l'organo
accompagnato dal basso di viola intona una laude a strofe di bella
apertura ispirata a sacre malinconie. La ragazza in piedi spiega con
una voce pura e carnale insieme, di qualità molto rara, il verso <: O
Maria divina stella.> Ed è Elisabetta a guardare in aria col capo
lievemente reclinato verso la spalla sinistra e a propormi di nuovo la
sua somiglianza con Francesco.

Così mio marito usava guardare le nostre sigle <F> ed <IS> volanti
per i muri della nostra camera. Ma quella notte la luce era fioca, ed
io sola nel silenzio intenta ad aspettare. E qualcuno bussò alla mia
porta e l'aprì. <Finalmente siete qui> dico. <Finalmente siete tornato
da Venezia. Parlate, dite.> Vedo Francesco soffermarsi nella zona
più in ombra della stanza evitando la poca luce delle lampade. Fa un
gesto per tenermi lontana. E' vestito di un saio nero da penitente.
Dio mio, che cosa reciterà? Mi dice: <Datemi il libro delle Vite dei
Santi Padri.> Ma che cosa accadeva? Mi rispose senza
abbandonare il suo tono da penitente: <Ho fatto voto alla Madonna
di Loreto di portare questo saio e questo collare da schiavo finché
non avrò ricevuto la grazia di essere riconosciuto innocente.> Aveva
proprio un collare da schiavo, un cerchio di ferro con un anello
grosso da attaccarvi la catena. La sentenza era data, dunque. <I
veneziani hanno cassato il mio nome, non sono più Capitano
Generale del loro esercito: hanno cassato il nome del vincitore di
Fornovo, del primo guerriero d'Italia. Il Gran Consiglio al completo ha
approvato questa infamia con duecento voti contro cinque. Cinque
amici soli mi sono rimasti a Venezia.> Ero atterrata. Com'era
avvenuto tutto così, da un'ora all'altra quando i nostri ambasciatori ci
avevano dato ancora parole fiduciose, insistendo che Francesco
andasse a Venezia a presentarsi di persona? Nessuno aveva
presentito una conclusione subitanea e crudele che pareva senza
speranza. <E voi che cosa avete detto in vostra difesa? Vi sarete
ribellato, avrete cercato di convincerli.> Francesco abbassò il capo,
umiliato. <Non mi hanno nemmeno ammesso a giustificarmi. Non mi
hanno ricevuto in Consiglio. Mi hanno lasciato in anticamera,> disse
piano senza alzare gli occhi.

<Datemi le Vite dei Santi Padri, vi prego.> Prese il libro e uscì senza
neppure girare il capo. Dense ventate di pensieri mi si agitavano in
mente. Con orrore vedevo la testa del conte di Carmagnola rotolare
sul palco del boia. L'accusa di tradimento mi bruciava. E proprio in
quel momento dalla stanza vicina si fece udire un chioccolio di voce
infantile. Mi affacciai sulla porta; Eleonora, la mia figliolina di tre anni,
stava seduta nella sua cuna; appena m i avvicinai si rivolse a me e
cominciò uno di quei discorsi da bambini senza senso o quasi, misto
a chiamate; ma non chiamava me, chiamava suo padre. Mia figlia e
gli altri figli che certamente mi sarebbero nati, pensavo amaramente,
avrebbero avuto un padre dichiarato traditore invece di un grande
integro guerriero. Benché non fossi il suo adorato padre, Eleonora,
confortata dalla mia presenza, tentava di tirarsi su. La presi e mi
fermai davanti ad una lastra di specchio incorniciata d'argento, il più
prezioso oggetto del mio arredamento. Non guardavo la cornice
fogliata dello specchio, guardavo quella giovane donna riflessa nella
spera lucida con la sua bambina in braccio, deboli tutte e due, ma
investite di sacri diritti. Ergendomi d'istinto vedevo nel fondo della
lastra il Gran Consiglio dei veneziani, col principe sul trono vestito
d'oro e il corno ducale in testa: e mi fissavano. La mia voce si levava
con un tono animoso e persuasivo. <Serenissimo principe,
eccellentissimi senatori, sono qui per dimostrare l'amore e la fede
che noi Gonzaga portiamo alla Signoria di Venezia. Il mio consorte è
innocente da ogni accusa, non è colpevole nemmeno di pensieri
contro la Repubblica, e sarebbe qui se non fosse malato. A Voi che
dubitate, sono venuta io per offrire me e mia figlia come ostaggi a
garantire così la lealtà e la fede del marchese di Mantova. Ci
affidiamo a voi: abbiamo il diritto di non essere disonorate.> Tendo le
braccia, un sussulto mi scuote, monache e ragazze si voltano. Mia
cognata Elisabetta, Emilia Pio e la marchesa di Cotrone mi
osservano senza muoversi: capiscono qualche cosa, non importa
che. Fingo di assestarmi sulla sedia di legno dura, senza copertura
di cuscini, e m'infilo nella scia della musica: è un mottetto altissimo di
Loyset Compère: le voci flessibili dei soprani, tessute insieme,
cantano Crux Triumphans. Noi che teniamo principato abbiamo reti
di parentele: e guai a non averle. Talvolta l'alleanza tra principi è più
resistente e più solida dei patti firmati, essendo espressione di
persone prima che di popoli i quali spesso tradiscono: a patto però di
agire con la mano copertissima. Tale modo è stato sempre il mio e lo
fu con i Borgia e specie con il duca Valentino. Che ira fredda mi
coglieva quando taluni si meravigliavano delle nostre trattative per le
nozze di Federico con la figlia del Borgia. La gente pensa poco: noi
non sapevamo dove andasse a fulminare la potenza di quel figlio di
papa, al quale sembrava che tutto fosse stato promesso dalla
fortuna, ma sapevamo troppo bene quanto fossero feroci le sue
vendette. Il punto più nero era il dubbio che le offerte del Valentino
fossero un modo per mantenerci senza sospetto mentre egli
meditava un'invasione delle nostre terre. A questo gioco dunque
bisognava stare magari con l'inganno e reggersi molto stretti: solo
così potevamo proteggerci. All'inizio del carnevale, gli mandai le
famose maschere che dettero da parlare a tutta l'Italia, e che da noi
si inventano bellissime. Io badavo a farmi sentir dire che era un atto
di cortesia carnevalesca, e che le avrei mandate ad altre persone di
rango se le avessero richieste. Un momento: trascinata dalle parole
sto dicendo cose che deformano la verità. Le maschere disegnate e
dipinte una per una da artigiani abilissimi, spiritose ed espressive, un
dono qualunque? Mandai maschere per corrispondere con un regalo
dalle mille significazioni ad un uomo di cattive intenzioni. Quando le
disponemmo nella cassa che doveva prendere la via di Ravenna, le
mie ragazze recitarono una commedia solo per noi: la nostra Alda
Boiarda si copriva il viso ora con l'una ora con l'al tra maschera
improvvisando discorsi a voci imitate e chiedeva quali di esse
rappresentasse degnamente il duca di Romagna: non quella del
papa, né quella del re, né quella dell'imperatore, né quelle di Giove o
di Marte, e nemmeno quelle del cuoco, del soldato, del frate e del
contadino; quella forse del diavolo? Si sollevò, strepitando, il
consenso e l'applauso delle ragazze e dei paggi. Intanto la parentela
procedeva e il Valentino osò chiedermi i miei gioielli per assicurare la
dote di sua figlia.

Figurarsi se mai li avrei dati; mi affidai alla sua galanteria: <Non mi


vorrete togliere i miei gioielli ora che sono giovane e posso goderli,>

dissi sollecitandolo come uomo e come principe cavalleresco. Su


questo argomento non mi rispose e dei gioielli non si parlò più.
Proprio il diavolo, secondo alcuni relatori, lo levò di torno liberando
tutti noi, principi d'Italia. Dalla infida parentela e dai pericoli più gravi
ci salvò l'agosto millecinquecentotre, col tossico bevuto nella villa del
cardinale Adriano da Corneto nemicissimo dello spirito borgiano e, in
senso più generale e più segreto, oppositore della curia romana.
Non da lui, spirito onesto, ma da gente circolante in quella casa
furono avvelenati quasi certamente il papa e suo figlio, anche se
taluno neghi il delitto. La lettera che Francesco mi scrisse essendo
lontano da casa, ma sempre informato per staffetta, era così piena di
negromanzia da far trasecolare. Diceva che Alessandro Sesto,
infermo, cominciò a esprimersi in modo che non si intendeva e
sembrava che vacillasse. Le parole erano: <Verrò, verrò, hai ragione
tu, aspetta, aspetta ancora un poco,> e si riferivano al conclave
tenuto dopo la morte di Innocenzo Ottavo, quando Rodrigo Borgia
aveva pattuito col diavolo di pagare il papato con l'anima. Fra gli altri
patti c'era che dovesse regnare undici anni; il che è accaduto con
quattro giorni di giunta. Ben sette diavoli gli erano usciti dalla bocca
al momento del trapasso e dopo il suo corpo prese a bollire
perdendo la forma d'uomo, ed era talmente sconciato che solo un
facchino si degnò di trascinarlo per un piede alla sepoltura.

Quella lettera mi divertiva specie quando la facevo leggere nelle mie


camere a donne e a cortigiani e li guardavo ascoltare pallidi e
tremanti come alla tragedia. In realtà abbiamo avuto poi lettere più
precise e composte, nette da ogni intervento diabolico. Più confusa,
più crudele ma giusta fu la sorte del Valentino crollato dalle altezze
del potere fino a terra; ma noi ricordavamo ad una ad una le tappe
della sua ascesa vertiginosa, e soprattutto ricordavamo il lampo
subdolo della sua spada che ci aveva rasentato quando egli ronzava
minacciosamente, ma con maniere proclamate amichevoli, intorno a
nostro cognato, il duca d'Urbino quell'estate del
millecinquecentodue. Guidobaldo riceveva da lui ambasciate
continue e persino una richiesta di armati per muovere contro
Camerino, e il ribelle Pietro da Varano. Insospettito, ma non del tutto
diffidente, Guidobaldo andava ritenuto a compiacerlo e di giorno in
giorno precipitava nel perfido raggiro. Elisabetta, dal tempo del
carnevale, dopo il nostro viaggio a Venezia, non era tornata al suo
bel palazzo d'Urbino e si era fermata a Mantova; insieme, io e lei, ci
gustavamo i tempi sommossi della primavera mantovana e poi
ancora la prima estate, e ci confermavamo al passare dei giorni nella
delicata crescita della nostra amicizia. C'eravamo isolate a Porto
Mantovano nella mia preferita villa sul lago: preferita, perché pure
vicinissima alla città, appena di là dal ponte San Giorgio, mi pareva
per il suo rustico e gentile disegno, per i boschetti deliziosi e il lago
dalle correnti ventilate in buona posizione di aere, assai più grata
delle sale di castello. In quel giugno fresco, trascorrente di grandiose
nuvole bianche, il messaggero stravolto e polveroso che ci sorse
davanti agli occhi come balzando da un incubo a ripetere accenti
straziati, ci tolse d'un colpo ogni pace con il suo annuncio. Veniva da
Urbino. La città era stata presa volando dal Valentino arrivato di
sorpresa a capo di un esercito, il duca Guidobaldo fuggito in
giubbone con il figlio adottivo, il piccolo Francesco Maria della
Rovere; nessuno aveva no tizia di loro e il Borgia li faceva inseguire
dai suoi scherani: voleva averli in mano vivi a tutti i costi. Fu un colpo
di tamburo funebre. Immobili sul sedile presso il lago fissavamo il
pover'uomo, inebetiti lui e noi. Cercai di fargli dire cose che non
sapeva. Avevo paura di far parlare Elisabetta, sentivo che in lei si
combatteva una immane lotta, e seguivo il lavorìo segreto del suo
spirito per richiamare a sé pensieri utili, provvidi, veritieri. Il viso le si
copriva di lacrime come se venissero da sorgenti sconosciute tanto
gli occhi e i lineamenti erano fermi; a me che le stavo vicina
stringeva il polso; e a quando a quando rabbrividiva. Quanti inviati
spedimmo in segreto non so nemmeno. Non ci stancavamo di udire
le relazioni di qualsiasi viandante che credesse di aver intravisto i
fuggiaschi; e mentre i nostri uomini si diramavano verso Roma, in
Romagna e per l'Italia con orecchie attente, Guidobaldo giunse solo,
rifinito dal la stanchezza e dal lungo sdegno. Elisabetta riuscì subito
a sorridere a suo marito con occhi lucenti di letizia, e il suo dolore si
quietava a ondate mirandolo e parlandogli. Quell'amore coniugale si
rivelava addirittura venerabile, tanto era vero, soavemente decoroso
in tutti e due che pure non avevano dubbi sulla loro condizione e il
loro doloroso destino. Mi parve persino, mentre rientravamo in
Castello che Elisabetta si guardasse intorno quasi non riconoscesse
i luoghi gonzagheschi della sua infanzia dove era vissuta con suo
padre e sua madre; e difatti non li riconosceva, ogni prospettiva
affondava in lontananze immisurabili: qui, ora, lei era solo una
profuga in una casa che non era più sua. Si sgomentò l'Italia per
l'infame impudenza del Valentino che senza nemmeno l'ombra di un
pretesto, si era impadronito di uno Stato saccheggiando il più bel
palazzo della penisola; messaggi di orrore e di deprecazione ci
arrivavano da ogni parte, ma contavamo ancora i giorni da quei fatti
che notizie più laceranti si aggiunsero alle altre. Non si sa da quali
spioni si disse da un confessore comandato dal papa il Valentino era
stato informato che il matrimonio di Guidobaldo e di Elisabetta non
era mai stato un matrimonio consumato e che essi dormivano
insieme, carezzosi e teneri, senza altre conseguenze. Arraffata la
delazione, il Valentino aveva fatto presto a dare i suoi ordini: si
facesse cardinale Guidobaldo, Elisabetta sposasse un gran barone
di Francia e fosse ceduto lo stato di Urbino ai Borgia. Si prometteva
loro così una vita malamente rammendata. Quell'orribile contrattare
senza che alcuna delicatezza fosse salvata ci dissennava:
Francesco per quell'orgoglio di virilità che tradisce tanto gli uomini,
ed io ben più in profondo, affannata dalla scoperta di quella qualità
d'amore del tutto inimmaginata.

Stentavamo a persuaderci. Un giorno ai primi di settembre, Pirro


Donati entrò nella mia camera: mi portava in copia lettere di
cancelleria, ma una fra queste era restio a darmela. La inviava un
nostro avvertito corrispondente, il Ghivizzano, che proprio dalla
bocca del Borgia aveva dovuto risentire, accompagnata da un
risolino di scherno, la terribile diceria. Il Valentino la dava per cosa
sicurissima e ripeteva la necessità per Guidobaldo di farsi prete: <Se
il Montefeltro non accetta questa condizione non gli concederò un
sospiro.> La lettera riportava una raccomandazione perentoria per i
marchesi di Mantova. Dovevamo noi, parenti stretti, cacciare i duchi
d'Urbino, pena qualche cosa di feroce che si lasciava fumare
minacciosamente nell'aria. Si faceva intendere che Elisabetta poteva
restare: e qui era il punto diabolico del piano: separare Guidobaldo
da Elisabetta, renderli all'angoscia mortale della disunione per
distruggerli. Quelle imposizioni pesavano troppo per sopportarle.
Loro, i due sposi, non ci offrivano chiarimenti ma solo un silenzio e
un quieto scusarsi. Francesco era sdegnato fino alla furia, voleva
obbligarmi ad interrogare Elisabetta: ma io mi sentivo tenuta lontana,
intuivo un mondo riservato che non dava spazio a nessuna
confidenza. Al galoppo con due cavalieri di corte, Francesco se ne
andò subito alla nostra terra della Sacchetta dove gli sventurati esuli
si erano rifugiati per evitare gli occhi cortigiani falsamente pietosi; io
senza capirmi, mi aggiravo su e giù dallo Studiolo alla Grotta o mi
chiudevo in uno dei minimi camerini dai nodi leonardeschi dipinti
sulle pareti e mi affacciavo sulle acque del fossato abbrividita dal
vento. Le mie donne mi vedevano distratta ed ero assorta: quindici
anni di matrimonio vissuti senza un'oscillazione, un gesto,
un'occhiata che desse il sospetto di quanto accadeva in quel letto
nuziale. Quali giorni erano stati i primi della loro unione, quando
Elisabetta aveva mutato la trepidazione di fanciulla nella gioia pudica
di giovane sposa? <Il suo viso allora splendeva> sbraitava
Francesco con rabbia credendosi beffato. Di che cosa splendeva se
non dell'acquisto di un segreto, un segreto che valesse quanto la
vita? Quali speranze, quali prove, quali umiliazioni avevano superato
tra loro, e come? Quel modo di stare vicini con lietezza visibile, di
carezzarsi a vicenda le mani, senza aver orrore del contatto fisico,
anzi cercandolo naturalmente da sposi amanti, a che cosa li
conduceva se non ad una sublimazione dello stato di innocenza,
forse doloroso, sfibrante, ma certo eccitante? La felicità che
emanava da loro proveniva da un delirio di superbia e di umiltà;
eppure era la creazione di un'esistenza fuori delle regole comuni
nella quale la pietà reciproca diventava sconfinata gioia che
miracolosamente si distillava in un vero filtro. Francesco ritornò al
castello prima di sera più furente di quando era partito. <Li ho
trovati,> gridò <mi hanno detto, intrepidi ambedue, sebbene con
riguardo, che così era, così è, così vogliono vivere. Guidobaldo si è
dichiarato pronto a tutto: Elisabetta sarà libera, se lo vorrà. E lei, la
mia dolce sorella, la mia pazza sorella, ha affermato che preferiva
ridursi all'ospedale con il marito piuttosto che vivere in una reggia
senza di lui. Non le è nemmeno venuto in mente che la sua condotta
è un'ingiuria contro di me, e che suo dovere sarebbe stato di
confessare tutto a suo fratello e non farmi andare in giro con questa
macchia sulla fronte, perché ci ridessero dietro tutte le corti e il
popolo.>

<Voi avete osato dirle tanto? E lei?> dissi con ansia. <Lei è rimasta
calmissima. Ha detto che non vedeva come altri potesse entrare
nelle cose che accadono tra moglie e marito. Essi non devono nulla
a nessuno, non chiedono altro e non chiederanno altro se non
giustizia. E ha finito così: non mi mandate messaggeri, Francesco,
noi non intendiamo spiegarci.> Misurai la forza di Elisabetta:
l'ammiravo con una commozione senza limiti; e quel mio marito forte
che mi stava dinnanzi, mi fece una sorta di pena; nulla era più
lontano da lui e dai suoi pari quanto l'idea che una donna possa
confermarsi in una sua scelta, non per rivalsa o per affermazione
ambiziosa ma per naturale accordo della mente e del cuore. Bisognò
lasciarli partire: ormai erano loro a non voler restare e Francesco li
guardava severamente, in qualche modo offeso dalla loro importuna
castità. Scelsero di rifugiarsi a Venezia che, come ripetevano
sempre i Dogi, era una delle più libere terre d'Italia dove ognuno
poteva venire stare e ripartire a suo criterio perché non esistevano
né porte né mura a chiuderla. Guidobaldo ci lasciò per primo, ma
Elisabetta decise di seguirlo subito. L'accompagnai alla sua
cavalcatura nel cortile di Castello dove l'aspettava poca ma animosa
compagnia, e per rallegrarla le ricordavo il nostro scorrazzare per
Venezia di qualche mese prima; m'accorsi che non mi ascoltava.
Quando fu per andar via si riscosse e scherzò persino con la sua
inimitabile graziosità: <Le cose cambieranno; cambieranno, Isabella,
torneremo a burlarci di chi sappiamo noi e qualcuno forse lo
scriverà. Non credere che io sia troppo colpita adesso: al contrario
mi sento molto sicura.

Sono io lo scudo di Guidobaldo: se fosse solo correrebbe il rischio di


essere ucciso.> Abbassò la voce: <Tu ti domandi cose che non
posso dirti; forse Guidobaldo ed io abbiamo preteso troppo
inventandoci una nostra vita diversa da quella degli altri, forse
abbiamo peccato d'orgoglio.> Cadde una pausa. <E forse abbiamo
peccato in qualche cosa d'altro; avevamo scoperto un modo di
assumere la felicità in ogni senso, evitando ogni sospetto; c'è stato
un paradiso di troppo nella nostra vita. I nostri segreti però non
voglio perderli; scusami. Più di così non posso dire nemmeno con
te.>

Stanza degli orologi anno 1533


I miei orologi sono discordanti: suonano o segnano lo scoccare del
tempo in momenti diversi, varianti da minuti ad ore. Uno, un uovo di
Norimberga d'oro smaltato di turchino va più lento, e dista buone sei
ore dal più esatto; so che è indietro per averlo visto rallentare a poco
a poco. Lo prediligo perché mi ridà ogni giorno un maggior numero
di ore da poter usare a modo mio: in quelle ore, vincendo il tempo,
colloco tutto ciò che non farò mai. Per questa ragione non chiamo
volentieri gli ingegneri e gli orafi perché si provino a far coincidere i
movimenti delle macchine. Imbroglio le date, le confondo, ne aspiro
il senso riposto; e il segreto accordo delle impensate scoperte a
volte mi esalta. Davanti a me è il tavolino di noce lucidato, e intorno,
appesi al muro e sulle mensole, i cento orologi della mia raccolta.
Stando qui, non so neppure se questo racconto si distenda nel corso
di una notte, di due notti, di dieci; solo è necessario che io rimanga
attenta al posto di vedetta. Ho ripiegato la lettera di Robert de la
Pole, l'inglese sofistico e stravagante che si è inserito nel mio vivere
con rari ma persino troppo confidenti segni. Ho estratto da un
cassettino uno scrignetto di carte numerate dalla mia mano che
nessuno, oltre me, dovrà leggere mai, e sono tentata di esaminare,
studiandole, le lettere dai caratteri appuntiti. Mi interrogo ancora una
volta: perché non ho risposto né di persona, né dettando a Pirro
Donati: potevo comporre lettere fredde, modelli di superiore amicizia,
anche severe per molte riprensioni.

Quale epistolario potrebbe essere questo, di un tono mai sentito; e


volgerebbe sui misteri concreti degli uomini. Io non so meditare di
religione, sono senza armi di fronte alla Divinità: la mia natura non
conosce slanci mistici: sono stata sempre precisa e sbrigativa nelle
devozioni, ma ho dato alla Chiesa due monache e un cardinale, tutti
e tre di grande animo. Se qualche cosa geme in queste parole per
una ferita di dolore materno, ne cancello persino le cicatrici; così ho
sempre fatto con quella risolutezza che i miei poeti definiscono
costanza di carattere.
CAPITOLO II.
CORAGGIOSE PAURE.

Seconda lettera : Alla Molto Illustrissima Signora Isabella


Marchesana di Mantova L'animo mio trema mentre la penna si
abbassa piegandosi sul foglio col più reverente degli inchini. Sono
passati cinque anni, cinque, contati giorno per giorno, da quella mia
prima lettera, confusa ma veritiera e mille volte riletta nella mente e
benedetta. Benedetta perché la vostra immagine ha resistito in me
per un tempo lungo senza impallidire.

Quando il mio pensiero si raccoglie in voi ho pace e guerra insieme


e mi ricordo di essere poeta col rammarico di non esserlo
abbastanza. Il mio coraggio si assottiglia se mi dico che forse
leggerete queste righe e, impaziente, alzerete gli occhi lampeggianti
domandandovi <che cosa vuole costui?.> Niente, illustre Signora,
anzi meno che niente perché so di non poter essere perdonato di
quel mio stolto inganno che mi ha reso per tanto tempo disagiato
pronunciare persino tra me e me il vostro nome. Non c'è da
chiedervi la grazia di un permesso che vi faccia accogliere queste
carte, lo so: e per divertirvi mi piacerebbe scrivere nello stile del
vostro signor Bibbiena che ha la facoltà di comporre quelle sue
epistole motteggevoli che poi qui a Roma circolano fra coloro che le
riportano con tanto lepido spirito; simile aspirazione vi sembrerà
forse manifestazione non adatta a un animo pensoso che dovrebbe
cercare il sereno respiro della pace in questi tempi di tumulto. Non
per niente sono amico ed estimatore di Erasmo da Rotterdam;
nessuna visione è altamente ristoratrice per l'intelletto quanto la sua
visione ideale di una umanità secondo giustizia, di un cristianesimo
morale nel governo degli uomini: voglio dire l'idea di una pax
christiana. Amo Erasmo, e ancora più amo il suo fanatismo per la
libertà, ma per essere suo seguace mi manca quella bella sua
scintillante saldezza. Troppo mi attrae il variare dei viventi intorno a
noi. Vi somiglio in questo. Non ho ragione di parlarvi di me, non mi
muove nessuna vanagloria ma solo la necessità d'informarvi che
sono in Curia a l servizio del mio lontano re, Enrico Settimo
d'Inghilterra.

Di sicuro non vi figurate con quanto timore e gioia ho appreso che


Sua Santità Giulio Secondo ha destinato a voi, per ospitarvi in un
vostro viaggio a Roma, i deliziosissimi giardini del fu cardinale
Ascanio Sforza. Immaginare voi in quei giardini mi incanta. Ma
pensare ad una vostra venuta qui mi àltera, non sapendo se potrò
mai comparire alla vostra presenza. Ad altro ad altro: non per questo
vi scrivo. Tutto, qui a Roma, è movimento e novità continua, e
multiforme l'energia di Sua Santità che mostra la sua attività in ogni
istante della giornata.

La città è percorsa da schiere armate che si recano ogni giorno a


fare esercizio a cavallo o a piedi nei prati di Castello; dal colle
Vaticano si scorgono benissimo gli squadroni delle milizie sotto le
bandiere battute dal vento e dal sole. E certo vi sarà già venuto
all'orecchio da uno dei vostri solleciti corrispondenti come sia stato
fatto in questi giorni un ritrovamento prodigioso, quel gruppo di
statue del Laocoonte descritto da Plinio il Vecchio: grandissima
meraviglia e presagio festevole che già sollecita correnti poetiche in
ogni luogo, compresa la vostra, la nostra Ferrara dove Tito
Vespasiano Strozzi, il lume della lingua latina, sta ideando un poema
a gloria di questa divina apparizione. E sì, posso dirlo, divina era la
mattina del giorno otto marzo quando ci trovammo in un piccolo
gruppo, io in coda tra gli artigiani, salendo a passo misurato sulle
pendici dell'Esquilino nel luogo detto delle Terme di Tito, tra quelle
rovine romane che ci attraggono inesplicabilmente con la loro antica
presenza. Davanti a tutti avanzavano, e spettava loro il primo posto,
Michelangiolo scultore e Giuliano da Sangallo architetto che portava
sul dorso il suo delicato figliolino Francesco perché vedesse gran
cose da ricordarsene poi. E dietro venivamo noi. In un luogo quasi
serrato da muretti alti e bassi, a brevi scorci ripidi e gibbosità
polverose stavano due guardie armate, messe lì dai Conservatori
dopo il primo avviso del ritrovamento. Vicina era la buca vasta ma
irregolare e in fondo ad essa biancheggiava un braccio piegato
verso l'alto fuori dalla terra bruna quasi chiamasse. Fu dato ordine di
scavare, una palata seguiva l'altra.

All'affiorare di teste e di braccia, di volute serpentine tumide e liscie,


Giuliano da Sangallo disse: <Sì, questo è il Laocoonte che Plinio il
Vecchio descrisse, scolpito tutto in un solo pezzo di marmo pario.>

<Almeno quattro sono i pezzi,> dichiarò con voce tempestosa


Michelangiolo, dal fondo della buca dove si era calato. Non so
rappresentare al giusto il progredire dell'ansiosa opera di scavo, il
silenzio che accompagnava i tonfi delle robuste palate di terra, la
pazienza tesa di tutti noi e le poche parole gorgogliate tra borbottii
interni da maestro Michelangiolo: <Legato e stretto, e pur libero,>

<Il movimento procede a catena,>

<Di carne, la pietra del corpo umano.> Cose come queste


manifestano l'essenza loro. Il lucido rivelarsi del marmo bianco era la
prova in terra dell'artista eterno, e i nomi degli scultori, Agesandro,
Atenodoro e Polidoro, ricordati da Plinio, erano rimandati dall'uno
all'altro e ognuno assaporava l'incomparabile sentore dei nomi greci
di quei maestri antichi. Signora, signora mia, quella mattina
sembrava la prima alba di resurrezione dell'arte e si svolse a un
ritmo che allora sentivo lento ed ora sento velocissimo. Il sole si fece
verticale ed entrò nella buca quasi con reverenza, scivolando sul
marmo. Disse una persona presente: <Perché Dio ci manda doni
così remoti e preziosi? Che cosa ci vuol far sapere? Oppure, in che
cosa vuole provarci?> Mi entusiasma l'esempio che ci dà Sua
Santità del tutto sgombra da simili interrogativi facendo trasportare al
Belvedere le opere tornate in questi tempi al respiro di Roma, e lì, tra
boschetti di aranci e siepi di gelsomini, andando a situarle; sembra
assicurare che Dio non esiste solo per folgorarci. Nomi e cose d'arte
mi fanno venire in mente la storia del viaggio che ha portato a
Mantova da Roma il puttino marmoreo di Michelangiolo, già in casa
dei duchi d'Urbino. Vidi quella scultura leggiadrissima che trasfonde
in chi la guarda la potenza e la grazia di un dio bambino nella sua
innocente immortalità; e cominciai a pensare come l'animo vostro sia
posseduto da un'avidità di bellezza che vi trascina oltre il limite che
la volontà altrui e vostra vorrebbero assegnargli. Chiedo perdono
mille volte, se sono troppo ardito. Essendo io nato inglese mi
esprimo certo con minore morbidezza dei vostri sapienti di corte
compreso il grande lodatore vostro, il signor Mario Equicola, ma ho
la presunzione di intuire meglio degli altri i vostri moti. Posso
rammentarvi che cosa è scattato dentro di voi in quei giorni quando
avveniva l'iniqua spogliazione di Urbino fatta da Cesare Borgia. Fra
tutti i sentimenti grandi e generosi per vostra cognata e suo marito si
liberò in voi un tempestoso trasalimento, un desiderio assoluto:
avere nelle vostre mani il Cupido di Michelangiolo che con tante
cose perfette era nel palazzo dei duchi. Non vi fu possibile resistere
a questo desiderio: e mentre quegli sfortunati parenti erano vostri
ospiti inviaste per mezzo di vostro fratello, il cardinale Ippolito d'Este,
l'ansiosa richiesta. Dicevate a voi stessa che il Valentino non pregia
le opere dell'ingegno e qualcun altro gli avrebbe strappato il Cupido.
E difatti Cesare Borgia ve lo cedette con incuranza aggiungendovi
una piccola Venere di scavo. Per avere la coscienza tranquilla ne
parlaste alla duchessa Elisabetta ed ella vi rispose con la frase
esemplare che tanti hanno ripetuto: <Sono contentissima di vederlo
nelle vostre mani più che in mano di chiunque,> e soggiungeva <mi
duole che non lo abbiate chiesto quando era ancora mio: sarebbe
stata una gioia regalarvelo.> Ammirabile risposta; ma io non la ripeto
per lodare una gran dama, la ripeto per osannare voi che siete di
tale tempra, estense selvaggia, cuore rapinoso, da prendervi
impavida ogni lezione tramutandola in una specie di diritto. Voglio
dire che amate tanto il Cupido da baciarlo alla pari di vostro figlio
come velatamente vi rimprovera vostro marito, e nemmeno il tenero
affetto per la vostra Elisabetta giunge a togliervi questo sommo
piacere. Una ragione di vita si alza proclamata dal vostro amore
delle cose che hanno in sé il movimento della bellezza; e ciò rivela
tanto del vostro ingegno che pochi reggerebbero ad una parità con
voi. Sono certo che vi irriteranno queste parole, se le leggerete.
Mi salva la mia menzogna iniziale tenendomi di qua dalla vostra ira
come dalla vostra benevolenza. Le carte sono piene di enigmi. Non
so se vi siate accorta che per ben due volte ho affrontato il tema
della vostra ardente curiosità che sollecita ogni racconto di
avvenimenti lontani da Mantova. So che tutti i giorni spedite gente e
ricevete relazioni di ogni genere e paese e raccomandate ai vostri
inviati di seguire le persone che vi interessano <come l'ombra segue
il sole.>

Vorrei aggiungermi, ultimo ma non meno attento e volonteroso, ai


vostri Gian Lucido Cattanei, Antonio Costabili, Jacopo d'Atri, e a tutti
gli altri che sono spesso accusati di scrivere troppo poco. Sarei felice
se mi raggiungesse un simile rimprovero, non immaginate quanto. E'
stato troppo breve il racconto del ritrovato Laocoonte? Vi ha toccato
il mio scoppio d'entusiasmo per la vostra coraggiosa conquista del
Cupido? Per tornare al mio ufficio d'informatore, credo di poter
accrescere con nuovi ragguagli le notizie che già avete. Sono certo
che nessuno vi ha riferito della lettera di qualche giorno fa che il
papa stesso mi consegnò perché la mandassi a Londra nelle mani
del mio re, e nella quale egli estendeva la richiesta di aiuti alla
Maestà Sua e ai vescovi d'Inghilterra per la costruzione della nuova
basilica di San Pietro. E più infocata è stata la lettera del diciotto
aprile; in essa, rivolgendosi sempre al mio re, il papa, con giubilo
fulminante, annunciava di aver posto la prima pietra della fondazione
nuova. Di questo avvenimento sono stato testimonio. Ci trovammo in
molti, italiani e stranieri, la domenica in Albis, presso la buca delle
fondamenta profonda venticinque metri. Dovevate vedere, Signora
mia, la lunga e stupenda processione dei prelati, e il Caradosso
vostro grande scultore presentare le medaglie d'oro massiccio con il
ritratto di Giulio, e il papa stesso benedirle sotto un sole quasi estivo
e un'aria rutilante che portava l'odore del mare. L'iscrizione nella
pietra di marmo è questa: <Papa Giulio Secondo, di Liguria,
nell'anno millecinquecentosei, terzo del suo pontificato, ha fatto
ricostruire questa basilica ormai cadente.> Il Bramante dirigeva i
lavori con voce piena, grande e risentito, sotto gli occhi del papa che
lo sopravanzava, maggiore di lui e risentitissimo. Di politica non vi
parlo perché so che siete giornalmente informata; la maledetta
politica trascina questo pontefice che si dibatte senza tregua tra
francesi e veneziani che ora dicono una cosa e ora un'altra; e lui è
sempre sul punto di rompere i lacci e partire verso Perugia o
Bologna senza avvisare nessuno, il che credo ad ogni modo farà.
Per ora va a godere le sue rare ore, direi i suoi minuti di riposo, al
Belvedere facendo disporre l'Apollo che sarà presto seguito dal
Laocoonte e dalle altre statue. Illustrissima Signora, forse avrete
notato che dilungo il mio scrivere; e questo faccio per illudermi di
starmene a ragionare con voi. Temo che il mio linguaggio sia poco
ornato. Sebbene da tanti anni viva in Italia e mi diletti infinitamente
della lingua italiana cosiddetta volgare, tutta piena di confluenze
verbali che la fanno aperta a qualsiasi scelta, dentro di me sono
sempre inglese, o anglico, come dite voi: così sono scrittore, voglio
dire non scrittore, corrispondente senza invito. Mi muove un fuoco di
settentrione e una certa libertà che diventa invocazione: sono tanto
assetato di vedervi.

Ma non c'è nessuno a Roma che possieda un vostro ritratto? Lo


chiedo a me stesso, s'intende, confidando che una vostra risposta
arrivi per soffio di spirito fino a me. Vi domanda perdono senza
speranza, il vostro schiavo Robert de la Pole : In Roma, al trenta
d'aprile 1506. Si apriva un giorno tranquillo. Di maggio, per punto di
astrologia dovevo entrare nella mia nuova aromateria, la stanza a
volte arcuate che mi ero fatta preparare su consiglio di Paride da
Ceresara, il più confidente medico e astrologo che sia nella mia
corte. La stanza è molto grande, situata a piano terreno presso
l'appartamento di Francesco. Collocati su lunghe mensole e tavoloni
in gradazione si allineano bossoli, bossoletti, bottiglie, bottigline,
scatole di alabastro o di legno, alberelli grandi e grandissimi di
terracotta e di vetro, mortai di marmo e di bronzo e bilance con i loro
pesi; botticelle di acque distillate stanno in fila lungo la parete
sinistra, e nei vassoi palette e palettine, e in ordine sparso
alambicchi e storte. Due speziali, fratello e sorella, scovati nella
provincia di Udine, con fare raccolto scrivono seduti a due tavolini
copiando e riordinando ricette. Li ho scelti come miei aiutanti, il
giovane Giusto dal lungo viso attento, la giovane Umbrasia
affusolata e rosata. Mi salutano alzandosi e inchinandosi; saggi e
sereni, pronti ad eseguire ogni mio disegno. Hanno esaminato e
lodato le mie pomate da mano e le mie composizioni profumate che
tanto soddisfano la regina di Francia e le sue dame. Ci siamo
proposti l'invenzione di una pomata da viso da tenere segretissima
che doni un'aria viva all'incarnato. Ci comunicammo il piacere di
interrogare i segreti che si nascondono nei libri di natura, e mi
allietava quella semplice prontezza di ingegno e certo ridere lento
che lasciava loro gli occhi seri. Risalii nelle mie camere alte
accompagnata dall'idea di operare bene nella mia aromateria
avendo in mano tali ricette da migliorare la salute di tutti in famiglia e
in corte. E mi ritrovai nel mio Studiolo, sola. Poiché la luce
nitidamente espansa cadeva sulle mie pitture, osservai il quadro del
Perugino che non si domesticava con quelli superbi del Mantegna:
pittura di disegno tutto sfilato, alberi di esile fogliame e figurine di
uomini e di donne abbandonate ad una specie di danza su motivi di
ventate musicali. Alle mie ragazze piaceva il Perugino più del
Mantegna, perché lo trovavano di dolce aria e infinitamente dilettoso
da riguardare: ma è certo che la forza del disegno che muove la
mano del Mantegna nostro non ha alcun rivale se non
l'imparagonabile Leonardo da Vinci che supera tutti. Al diffuso
chiarore splendeva anche un quadretto di Giovanni Bellini
veneziano, un presepio che aveva fatto gridare di meraviglia tutti gli
esperti nell'arte: bellissimo sì, per gemma tura e serenità di colore e
per quella stupefazione lontanante del mistero divino, ma di formato
tanto piccolo da non poter essere collocato armonicamente nello
Studiolo; all'improvviso vidi il posto suo: nella Grotta, al luogo
d'onore sulla parete destra, a viso a viso con la luce bianca del nord.

Mi consolavano quei pensieri di lievità primaverili; cercavo di


allontanare da me l'inquietudine per l'impresa che il papa si
apprestava a fare contro Perugia e contro Bologna. Perugia mi
allarmava poco ma Bologna era davvero troppo vicino a Ferrara.
Pensavo alla mia Ferrara, quando Pirro Donati si annunciò col suo
passo misurato avanzando verso di me con le mani colme di lettere
e di carte: fra queste avevo subito riconosciuto i caratteri appuntiti di
Robert de la Pole, l'inglese. Non so cosa provassi, un fastidio, mi
parve, ma percorso da giubilo e da certa curiosità. Un sentirsi ad
ogni modo svegli mentre la ragione messa in moto consigliava che la
lettera era da respingersi, e senza leggerla, anzi senza nemmeno
aprirla; ma proprio quel consiglio suscitò in me un flusso di
opposizioni. E perché non aprirla? Perché non leggerla quando
l'autore non avrebbe mai saputo se l'avevo aperta e letta? Ero
padrona di un atto privato da consumare per me sola. Presi in mano
il plico: pesante, composto di più fogli. Lo misi da parte e Pirro seguì
il mio gesto con lo sguardo; avvertivo la sua domanda con tanta
intensità che stavo per parlarne: ma dicemmo d'altro. Appena
andato via, concessi un tempo d'attenzione a diverse carte, originali
o copie, e dopo che ogni cosa fu in ordine e ben meditata, ripresi
con cauta indifferenza la lettera dell'inglese.

Veniva da Roma dove ora viveva alla Curia, come egli stesso
m'informava; e simile provenienza sgombrava tanto la mia diffidenza
che mi trovai a scorrere le righe naturalmente. Il rispettoso
presentarsi mi ingannò e continuai fino al punto dove si parlava del
Cupido di Michelangiolo. Mi si avvamparono le guance, lasciai
scivolare a terra i fogli: impossibile continuare, andare in fondo. In
quale palude sarei caduta, in quale abisso d'indegnità mi sarei
persa? Su di me si riversava un uragano di riprensioni segrete ma
cocenti; questo pensiero mi urtava con furia e senza alcun freno. Mi
ci volle per raccogliere i fogli, ripiegarli, accartocciarli stretti in un
rotolo duro. Arrivavano i miei figli, Federico fiero del suo spadino di
legno dorato, Ercole, il peteghin, sulle spalle del Frittella buffone che
fingeva di essere la sua cavalcatura e le due sorelle dietro, la piccola
Ippolita ed Eleonora che per i suoi dodici anni indossava già la veste
da donzella, i capelli sciolti lunghi e appena appena ondati; appariva
bella e trasparente, un po' aggrondata. Per la prima volta la vidi
donna, con le movenze da donna ancora fragili, ma già evidenti e mi
strinse il petto la solita pena di vivere: anche per lei procedeva il
destino e non c'era modo di salvarla: già sul suo capo
s'intrecciavano i disegni di nozze che potevano dare onore e
vantaggio al nome dei Gonzaga. Al nostro comando ella avrebbe
obbedito: e qualcuno l'avrebbe gettata rudemente nella
trasformazione del corpo e dell'anima che porta con sé la vita
coniugale. Irritata da una voglia di compensi, mi alzai e appoggiai
una mano sulla spalla di Eleonora mentre di scorrevo con la sua
dama da camera di un bell'abito da far cucire alla mia figlia
maggiore. Dissi che lo tagliassero presto, anzi subito; in guardaroba
c'era una pezza di tabì d'argento e bianco, pronta; Eleonora mi
guardava stupita. Aspettai tutta la giornata prima di riprendere in
mano il rotolo stretto dei fogli dai caratteri appuntiti che avevo buttato
nel mio forziere: ero come un ammalato che cerca di rassicurarsi col
prendere coscienza del suo male; eppure mi sentivo singolarmente
fortificata e tutta percorsa da una corrente di energia che mi rendeva
libera d'affrontare qualunque cosa. Non mi occorse molto per
ritrovare il punto dove si accennava al Cupido, e vi tornai sopra
freddamente. Quella storia mi esaltava e contristava insieme; fino ad
allora avevo creduto che ogni episodio fosse cosa mia, da discutere
solo con me stessa, e senza che nessuno osasse mettervi parola.
Ora mi assaliva il dubbio di essere stata derubata e che qualcuno,
penetrando nel recinto d'amicizia di Elisabetta e mio, disposto
secondo un nostro ordinamento, ci recasse offesa. Già un'altra volta
mi ero dovuta difendere con Gian Lucido Cattanei, nostro oratore
peritissimo, quando il duca d'Urbino mi aveva richiesto per suo
mezzo il Cupido michelangiolesco allegando come ragione che se lo
avessi restituito, il mio gesto avrebbe persuaso tutti coloro che
possedevano cose belle del Palazzo date via dai Borgia o rubate, a
restituirle sul mio esempio.

Risposi al Cattanei la verità: niente mi rallegrava quanto il riacquisto


dello Stato da parte del duca e della mia sorella di cuore Elisabetta;
ma il Cupido era altra cosa, mi era stato regalato dal Valentino e, ciò
che è più significante, con l'affettuoso consenso dei miei cognati.
Riconoscevo che Elisabetta aveva detto la frase mirabile che
correva le corti, indicata da tutti come esempio di alta liberalità nella
disgrazia. Ammettevo persino che quelle parole mi sovrastavano,
quasi vincendomi. Ma bastava, Dio mio. E ora mi si dichiarava meno
grande in generosità di mia cognata, perché ero presa d'amore
dissennato per quel puttino dormiente nel suo marmo levigato. Che
cosa insinuava lo straniero, e come osava chiamarmi selvaggia e
rapinosa?

Eppure, lette e rilette, quelle parole a poco a poco mandavano luce


sulle mie emozioni; scoprivo nel loro aggregamento l'avvio ad una
cavalcata libera verso un corrusco luogo d'arrivo, e mi trovai ad uno
strappo di redini in uno slancio che mi sorprendeva, gettando all'aria
le convenzioni delle solite inchinevoli cortigianerie. Le parole di
aggressiva laudabilità dell'inglese suonavano al mio orecchio,
avvezzo ad altre espressioni e ad altre pesature di concetti, con uno
stimolo inconsueto; inseguita dal turbinio di suoni ampi e incalzanti
come in una danza pirrica correvo verso est, nei boschi di Ferrara
dove la città finisce nel barco tra il fogliame fitto e irsuto: e tutto si
faceva vero. Esisteva in me qualche cosa che nessuno avrebbe mai
conosciuto se non quello straniero nella lievitazione della sua
fantasia: esisteva, intuito da Robert de la Pole, uno spazio mio
segretissimo estraneo a tutti i miei, compreso Francesco, compresa
Elisabetta, nel quale entravo alzando una bandiera di umore
selvaggio.

Così fui certa che il Cupido mi apparteneva davvero. Da come


l'avevo voluto, era mio di diritto. Risi di pieno animo scotendo la
disciolta chioma ramata che mi accarezzava le spalle. Lessi da capo
la lettera e mi fermai al racconto della statua ritrovata. <O Roma, o
Roma> dicevo <tu che conosci i tempi degli animi, sai rifulgere di
un'improvvisa gloriosa giovinezza aprendo alle apparizioni il cuore di
un barbaro inglese.> Mai avrei dimenticato quel giorno di primavera,
e il buco di terra nera alle Terme di Tito illuminato dal bianco liscio
del Laocoonte. Né le medaglie d'oro massiccio sotto la prima pietra
del nuovo San Pietro, tra quei giganti che avevano nome
Michelangiolo, Bramante, Antonio da Sangallo e Giulio Secondo il
Ligure sovrastante.
Avevo una sorte che è concessa a pochi: intravedere un istante
d'immortalità. Angolai la spalla destra richiamando col movimento
l'ammantellarsi della stoffa sottile e compatta: sul torrione il vento
soffiava anche di giugno. Mi tenevo salda ai merli ghibellini mentre
chiedevo con una specie di roco gorgoglio: <Viene?> e
sottintendevo: <Ha il coraggio di venire?.>

<Sono per la strada> disse Pirro Donati fingendo di darmi una


notizia festevole. <Li precedo di un'ora circa. Suppongo che li
avvisteranno fra poco dalla torre di guardia. Il signor marchese ha
mandato con me Amedeo Giglio ordinando tappeti rossi per la salita
a lumaca, dodici staffieri all'esterno, paggi con cestelli di petali di
rose da far calare a bracciate ampie dalla loggia quando la duchessa
entrerà nel cortile d'onore dal ponte levatoio. Per voi, signora, c'è la
sollecita preghiera di farvi trovare all'ordine con i vostri figli in una
sala di ricevimento, quale vorrete. E devo avvertire il cardinale,
vostro cognato Sigismondo.>

<Chi c'è con loro?> riuscii a domandare. <Lo zoppo degli Strozzi,
Ercole poeta. Donne e ragazzi della duchessa, due cavalieri del
signor marchese, e Tolomeo Spagnoli. Le donne sono in una
carretta parata di cremisino prestata dagli Anzilotti di Cremona. A
Borgoforte hanno avuto una bella colazione sotto la tenda
scompartita di striscioni all'orientale e tirata fra gli alberi sul prato
verso il greto del Po.

Tutta la compagnia è stata sempre in piena aria: giochi e danze e


infioramenti delle giovani come fanno le nostre ragazze. Il parlare
fitto della signora duchessa, aiutata dalla Teodora e dalla Polissena,
ha riempito le orecchie del signor marchese con le lamentazioni sul
fratello prigioniero nella fortezza di Medina. Si è raccomandata molto
alla sua protezione.>

<E lui?>

<Il mio signore? Tutto ridente le ha promesso la liberazione del


Valentino dalla prigione spagnola, e le sue parole pare che siano
state tanto assicurative da condurla ad un umore consolato. Lei
aveva la fronte serena quando ascoltava i versi latini dello Strozzi,
dedicati a certe rose rosse, versi assai belli per quel che ne ho
sentito dire; ha perfino riso, e assai dolcemente.> La mia mantella
batteva come una vela. Parole, sorrisi, tutto mi feriva. Non avrei
ricevuto l'estranea, l'insolente: e poteva essere così sciocca da
credere che Francesco avesse poteri sul re di Spagna. E ridergli
<assai dolcemente>! <Non la riceverò> esclamai. <Ancora una volta
starò male, mi prevarrò del mio privilegio di donna gravida. I figli, se
il padre vuole presentarli alla sua dama, vadano, ma abbigliati come
sono, nelle loro giornaliere tolette, senza sfoggio. Niente
infioramenti, niente tappeti rossi.

Bastano quattro staffieri, come si usa per le visite delle gentildonne


ordinarie. Quanto al cardinale, avvisatelo. Lui sarà felice di mostrarsi
parato della sua recente porpora, e più felice sarà lei che a questa
porpora s'inchinerà.> A volte vengo di umore tanto bizzarro che mi
divido in due: una parla e agisce, l'altra freddamente guarda e
giudica tutto, me compresa. Incollerita, mi dicevo che la rabbia non
mi giovava; e non risparmiavo nemmeno il mio Pirro Donati.
Camminavo sul filo di una probabile sconfitta, e non ce la facevo a
dominarmi. Giugno era più bello di maggio, saliva fino sul torrione lo
stemperato languore dei tigli. Questa Mantova che al mio sguardo si
snodava fiorente, era la mia casa, dove io avevo ragione di vivere a
mio modo: di che cosa mi irritavo? Eppure dovevo chiedere aiuto
alle cose, anzi a qualcuno. In fretta, con fatica, disposi che fosse
approntata per il ricevimento la Camera dipinta, gloria del Mantegna:
ordinai una scranna dorata per me e sgabelli per i figli: per lei, nulla:
rimanesse in piedi davanti a noi. <Riconosco la virtù isabellica di
obbedire alle leggi di cortesia> diceva intanto Pirro Donati con un
sussurio d'approvazione volgendo il volto bianco alla gran luce. E
no! Non aveva capito che rifiutavo di cedere alla parte razionale di
me e passavo a sfidarmi: non mi sottraevo ma ero decisa a dare
battaglia. O aveva capito e in sé stava misurando la mia forza?
Scendemmo nelle mie stanze: Pirro portava sul braccio quella
mantella che aveva accompagnato la mia ribellione e che ormai era
stata abbandonata come cosa inutile. <La virtù isabellica,> dicevo
tra me mentre le donne mi vestivano con l'abito di garza che avevo
richiesto, di color carnicino con qualche lumeggiatura d'argento. Mi
venne il sospetto che forse la mia vera virtù sarebbe stata
l'accettazione di una disfatta; ma subito insorsi, e mi preparai
all'incontro. Lo specchio rifletteva la mia immagine: la nuova
maternità era anche troppo visibile, il viso appariva un po' gonfio
sebbene la polvere di Cipro di una sfumatura delicata e il rosso
abbondante attenuassero i danni. Dio mio, davvero mendicavo il
consenso dello specchio? E nessuna delle mie ragazze si prendeva
pena per quel nastro che si era sfilato dalla trina disposta intorno alla
gorgiera. Picchiai con il piede in terra, e come in un volo furono tutte
vicino a me: infilavano nastri, scoprivano e medicavano una
scucitura, mi facevano cambiare le scarpette troppo scure. Quel
premuroso modo esteriore di circondarmi che avrebbe dovuto
quietare la mia ansia mi dava noia e fastidio. Ormai ero pronta, ma
non pacificata. Dalla porta socchiusa vedevo due delle ragazze,
Isabetta e Sabina, incollate alle finestre della sala dei Trionfi; le volte
echeggianti insonorivano le loro voci. Le stolte erano tanto occupate
al commento di ciò che accadeva in Cortile che non avevano udito la
mia chiamata, e ridevano, isolate in pensieri vacui. Accennai a quelle
che mi stavano vicine di tacere; incanalato nel silenzio il loro dialogo
mi giungeva nitido. <Vorresti pompeggiarti al posto della duchessa di
Ferrara, Isabetta?> diceva Sabina. Isabetta non si scompose affatto;
ridendo in modo giovanilmente provocante, rispose: <I miei capelli
sono biondi come i suoi e più lunghi.>

<E tu sei più giovane; e il signor marchese ha gusto per le bionde.>

Risero ancora insopportabilmente, mentre Isabetta si lisciava con la


mano orgogliosa la bella testa: un nastro leggero le cingeva la fronte
con un piccolo cuore d'oro al centro. Non resistevo più. L'affanno mi
toglieva il respiro. <Lasciatemi!> gridai alle ragazze che indugiavano
cercando di trattenermi e che si tirarono indietro sconcertate. Presi le
forbici sul tavolino e in pochi passi lunghi mi trovai alle finestre
aperte sul Cortile d'Onore. Non persi tempo a parlare: afferrai la
treccia di Isabetta, la sentii viva e pesante, e vi immersi dentro le
forbici con un impeto quasi voluttuoso. Tagliavo il più possibile vicino
alla radice: la ragazza fece un movimento convulso. <Sta' ferma che
ti taglio il collo,> l'avvertii. E in quel momento la treccia mi rimase in
mano, un serpente senza vita che trionfalmente mi inorridiva.

<Vai, adesso,> e si alzò il mio tono, <vai a fare la ninfa con il signor
marchese.> La ragazza piangendo scappò via, ed io ripresi la mia
calma. Sabina non osava muoversi, paralizzata. Le donne e i paggi
si erano affacciati alle porte, e vociavano. Su quel vocìo comparve
Pirro Donati sollecito. Guardò la treccia a terra. <Avremo guai con la
famiglia> disse semplicemente. Raccolse la treccia, fece zittire tutti,
scosse Sabina sussurrandole che dopo tutto si trattava di capelli, e
volto verso di me, imperturbabile, mi annunciò che Lucrezia Borgia
stava già sul ponte levatoio. I miei figli mi corsero incontro, parati a
festa con abiti e gioielli, e li seguiva la balia che aveva in braccio la
puttina più piccola. Li guidai in fila verso la Camera dipinta.
Raggiunsi la scranna; dagli affreschi sulle pareti qualche cosa
scendeva, quasi un'approvazione. Non li vedevo, ma li sentivo sopra
di me, Ludovìco Gonzaga e Barbara sua moglie che come due santi
protettori stavano certo dalla mia parte, loro che per la famiglia
avevano sopportato passioni talvolta umiliate e straziate, mai vinte,
mai, nemmeno per la condanna fisica di un sangue maligno che dai
Malatesta era passato ai Gonzaga con quella infermità della gobba
rinascente nei corpicini di tanti loro figli. Finora io, col vigore del mio
sangue di primogenita estense, avevo annullato ogni minaccia nei
miei figli, i miei Gonzaga, belli, diritti e sani: quello che portavo in
grembo sarebbe stato un maschio vigoroso come Federico. Mi
attraversava un'investitura profetica: interrogati più volte
segretamente da Paride da Ceresara, gli astri della maternità
rotavano in mio favore. Mi appoggiai alla spalliera. Ogni volta che
ero nella Camera me lo confessavo: il Mantegna aveva dipinto una
vera apoteosi di famiglia con una misteriosa sincerità da uomo di
ragione. Contro il luogo militare da vedette armate che era la
massiccia torre di nord-est del Castello, apriva col tocco del suo
pennello un occhio di cielo al sommo della volta, di un celeste
trasparente, divagato da lievi nuvole bianche; e l'aveva circondato
da una balaustra alla quale si affacciavano donne di pelle candida e
di pelle nera, fiori pavoni a simmetrie segrete, e una squadretta di
lucidi puttini. L'investitura della Signoria calava dalla volta dove il
pittore aveva incastrato i medaglioni monocromi degli imperatori
romani sul fondo delle tessere dorate, e si svolgeva sulle pareti la
sobria invenzione di fondi cangianti, di cornici, di nastri, di paesaggi
classici rinfrescati anzi fatti nuovi dall'antico. Ogni cosa era
consegnata al futuro nella rappresentazione della famiglia, padre,
madre, figli, nipoti: grassi e magri, toccati dalla deformità o destinati
alla malattia o splendidamente sani come la trionfante Barberina dal
nastro cilestrino nei capelli volgente la testa di dea sul giovane collo
fiero. Circolava di parete in parete un patto di pazienza che non
escludeva nemmeno una solenne felicità. In quel patto di famiglia mi
inserivo d'impulso, fervidamente determinata. Arrivavo all'immagine
di Francesco così dilettoso a contemplarsi nella parete presso la
finestra, infante di pochi anni, dal profilo arzigogolato che si incideva
netto nell'aria, quando mi ritenni. Non volevo intenerirmi sul
bambino, ora uomo dai folli umori, e diressi lo sguardo di fronte a
me; feci appena in tempo.

La porta si spalancava, i paggi l'affiancavano, entrava Lucrezia


Borgia soffusa e ridente quasi trasvolando. Venne verso di me a
mani tese mentre io rimanevo seduta. Mi toccò baciarla; accennavo
ad alzarmi ma lei mi trattenne con un gesto femminile gentilmente
partecipe.

Naturalmente in quel movimento faceva valere la sua esile bellezza


a confronto della mia forma un po’ disfatta. Dietro di lei camminava
Francesco. Che sorriso aveva. <Le ho mostrato tutto> disse lui con
gaiezza sincera nel volersi ingraziare la mia attenzione. <Lo
Studiolo, la Grotta, il Cupido, i bronzi, le pitture, i libri.>

<Sono passata di meraviglia in meraviglia> disse Lucrezia, e


sembrava che recitasse una lezione. Giungeva le mani delicate per
dare forza alle sue parole. <Il cardinale nostro fratello è andato in
cappella dove ci attende per il vespro> m'informò Francesco.
<Naturalmente per la vostra condizione voi siete dispensata>
aggiunse con premura. <Ha paura che gli guasti la sua piccola festa
sacra,> dissi tra me e me. E in quel momento si fece avanti lo
Strozzi al ritmo ribattuto della sua stampella. <Sia permesso ad un
poeta di dirvi, illustre marchesana, che le vostre eccellenti opere
sono collegate come belle parole in un poema elegantissimo che
aumenta la loro bellezza. Vorrei narrare in poesia tutto ciò che ho
visto. Ma che cosa dedurre da tante apparizioni? Se non questo,
forse: quando l'argomento esalta troppo, al poeta si inceppa la
penna. Così direbbe anche il mio sommo amico Pietro Bembo che
venne l'anno passato ad inchinarvi e non cessa di celebrare la
vostra persona e la vostra compagnia.> Ringraziai, subito richiamata
dall'immagine del poeta veneziano raro visitatore ma interlocutore
impareggiabile. Lo Strozzi lo emulava bene, il suo tono e il suo
linguaggio erano di grande eleganza. E questi due poeti
appartenevano a lei, a quella Lucrezia: e il Bembo le aveva dedicato
gli Asolani.

Ringraziai dunque con un cenno del capo e un sorriso. Francesco,


intanto, indicava alla sua ospite il proprio ritratto di bambino e si
gloriava con un burlare vivace di quella sua infanzia: di nuovo lei
giungeva le mani e vezzeggiava. Le presentai la famiglia di Ludovìco
Gonzaga nella sua coesione e la vidi errare con lo sguardo sulle
pareti senza fermarsi su nessuna delle grandi figure. Lievemente
inquieta girò un'occhiata intorno e notò la stanza nuda di scranne e
di sedie. Fu un attimo. Stavo per dire qualche cosa quando i miei figli
ad un cenno del padre corsero verso di lui. Alla visitatrice brillarono
gli occhi. Lei cominciò ad estasiarsi sul volto di Federico e sulla sua
figura lodandone la grazia infantile. Eleonora si aggrappava al
braccio di Francesco che la presentò. <So di voi> disse Lucrezia.
<Con ragione vi chiamano la Bella: siete bellissima.> Tremavo a tali
insulsaggini, e non potei fare a meno di protestare. Eleonora aveva
bisogno di studio, lei che dodici anni, e già promessa sposa, ancora
non ricordava il nome del fiume sul quale è stata combattuta la
battaglia di Fornovo, gloria di suo padre. <Lo so io!> urlò Federico.
<E' il fiume Taro.>

Inaspettatamente tutti risero: nemmeno Eleonora si mortificò come di


solito, ma affermò che lo sapeva da sempre e alzò il viso verso il
padre che rispose al suo sguardo stringendola a sé. Federico intanto
reggendo elegantemente la sua spadina di legno contro il fianco, era
occupato ad inginocchiarsi davanti alla signora che lo abbracciava e
gli parlava di un suo figlio che viveva lontano: lo avrebbe voluto
compito come lui. Ero pronta a lanciare una frase alludente alla sua
sterilità di sposa estense quando lei, senza far mostra di accorgersi
che non le era stato preparato un posto, roteò le spalle con un moto
scivolato e tendendo la mano a Francesco fece per avviarsi verso la
cappella. Federico mio le si mise dall'altro lato tutto contegnoso.

Provai una lunga fitta al cuore. Non che valutassi eccessivamente le


cortesie cavalleresche che insegnavo a mio figlio: mi raggiungeva la
percezione di quel fascino che sull'uomo e sul bambino agiva da
richiamo. <Signora, immagino che il bucintoro vi stia aspettando a
Borgoforte per portarvi a Belriguardo. Vostro marito sarà in pensiero
per voi.> Francesco premurosamente intervenne. <Non abbiate
timore, Isabella, tutto è già stato stabilito: ho mandato ad avvertire il
duca Alfonso che, per evitare troppa fatica, la signora Lucrezia con
la sua corte alloggeranno a Mantova, in casa di Gerolamo Stanga e
riprenderanno la strada domani, di buon mattino.> Lucrezia gettando
indietro con garbo la sua capigliatura dorata mi assicurò che Alfonso
non sarebbe stato a Belriguardo quella sera, altrimenti lei non
avrebbe tardato a mettersi in viaggio sacrificando la bellissima
Mantova.

Francesco mi guarda freddo. Viene gente di corte con rinfreschi e


complimenti, la Camera dipinta è affollata di donne e di ragazze, di
cavalieri, di paggi di bambini miei. Anche la puttina piccola va intorno
per mano alla balia. Francesco è tornato al suo ritratto infantile,
racconta qualche cosa e la cognata ride lusingatrice riferendosi a
chissà quali pensieri ed emozioni comuni tra loro. Si sta abbassando
la luce del giorno e le grandi figure sulle pareti si ritirano in se
stesse. La famiglia, dico piano in me, ma è davvero una forza?
Resiste a tutti gli incantesimi? Lucrezia si muove sciolta ma
dimostrandosi quasi timida, e parla della bellezza della sera dopo la
bellezza del giorno pieno, un giorno di festa che ha offerto a lei e alle
sue donne il marchese di Mantova. Sollecita discretamente la visita
in cappella dove il cardinale Sigismondo sarà in attesa: le ha
promesso per il vespro una laude a strofe cantata dal Tromboncino
così eccellente musico. Incanta mio marito e mio figlio, muove un
velo bianco ricamato di piccole perle e se lo avvolge al collo e sul
capo.

Mi saluta con un cenno confidenziale calandolo sulla spalla rotonda.

S'incamminano, e dietro di loro, protettiva e impudente batte la


stampella di Ercole Strozzi. Ad un tratto mi avvedo di quanto quella
donna si sia mantenuta astutamente lontana da me, e come abbia
risposto alla mia intenzione di tenerla in piedi, uscendo senza
rivolgermi una parola di complimento. Sulla mia scranna rimango
interdetta, indiamantata e ornata senza ragione: un sottile
agghiacciamento mi indolorisce le braccia e le spalle. Di mattina,
ancora presto, avevo raccolto la mia poca corte, dando a tutti ordini
severi di non allontanarsi dalla parte più antica della Sacchetta; qui
ci eravamo rifugiati, fuggendo la raffica di peste nera che devastava
Mantova.

<Quali capacità di conforto avrebbe la Sacchetta, se non fosse la


giornata di oggi,> pensavo volgendo di scorcio lo sguardo sulla
campagna. Le terre intorno coltivate a grano rilucevano nel giallo di
una sfoggiata mostra di messi protesa nella piena estate, persino
insolente di benessere e di allegria. Mi ero isolata sulla torretta più
alta, in un camerino piccolo dipinto alla campestre in vista del Po che
si annunciava tra le dense masse di alberature. Sotto il sole i greti
bianchi brillavano accompagnando con larghe maestose
ondulazioni, pausate a quando a quando di verde, il corso delle
acque. Mi pareva di essere una vedetta, lassù; ed era vero, rifuggivo
dalle sale terrene dove il Mantegna aveva poggiato il suo pennello,
altissime, aperte a settentrione, e solo a brevi tratti illuminate
secondo il giro del sole. Il silenzio era accentuato da qualche
richiamo sfocato di rumori agresti: e su quel fondo opaco percepii
meglio i passi affaticati che salivano le scale. Per quanto ancora
lontano, riconobbi il passo di lui, di Giulio, mio fratello
sventuratissimo: niente come quella cadenza spossata poteva
denunciare una vita che affrontava la distruzione. Ora il passo
rallentava, non si distingueva più, confuso con lo scalpiccìo di molti
altri passi. Giulio doveva essersi fermato in una delle sale del primo
piano o sulla terrazza fra le due torri, raggiunto da gente, il mio
segretario o il suo gentiluomo Bartolomeo Pico, che tentavano di
convincerlo ad accettarsi per forza di parole: ma presto il silenzio
assorbì ogni suono. In un modo qualsiasi, dolorosamente inventato,
Giulio cercava una pausa ai suoi terrori: io restavo con i miei in una
totale solitudine. Fissavo sul tavolino i fogli, l'incartamento lasciato il
giorno prima da Niccolò da Correggio mandato di gran furia da mio
fratello Alfonso fino alla Sacchetta.

L'avevo riletto tutta la notte, il memoriale, febbrilmente, alla ricerca di


qualche aggancio che mi servisse per contrastare le ferree esigenze
della ragione di stato che da Ferrara si affermava perentoriamente.
Ma le prove erano troppe e troppo evidenti, e io sapevo da quando
ero nata come fosse impossibile opporsi a quella fredda ragione.
Bisognava ammetterlo: Giulio aveva davvero congiurato trascinando
con sé la complicità del fratello Ferrante, il San Giorgio di casa
d'Este. L'accusa era di lesa maestà, perché col tradimento sarebbe
stato preso al laccio mortale Alfonso duca e con lui il cardinale. I miei
fratelli erano stati avvelenati dall'odio di Caino, i due minori contro i
due maggiori: <tragedie tebane> disse poi un fiorentino. L'insoffribile
pensiero mi fece scattare in piedi. Aprii la porta sulle scale: mi
sgomentò quel vuoto che si distendeva come invito alla quiete: ma
quale quiete, Dio mio? Dal novembre dell'anno prima vivevamo in un
clima d'angoscia. Non riuscivo a cancellare la scena della mattina
invernale quando Francesco mi aveva letto le due lettere di Alfonso
con il racconto orrendo, nelle diverse versioni, quella politica e quella
dei fatti, prologo alla tragedia più immane che vivevamo adesso.
Ripudiavo il disegno della realtà: sui prati di Belriguardo, Giulio era
stato tirato giù da cavallo e quasi accecato per gelosia di donne; il
fratello, il cardinale Ippolito, aveva firmato il delitto. Ad Alfonso, in
quel primo anno del suo regno dopo la morte di nostro padre Ercole,
erano toccati giorni di insopportabile tensione: un nugolo di medici
ferraresi e i migliori nostri mantovani avevano curato giorno e notte
Giulio ridandogli almeno il dono di vedere, ma il bel viso di un tempo
era orribile, stravolto e tumefatto, e con un occhio, il destro, senza
palpebra. Per necessità di stato Alfonso volle che ferito e ferite si
riconciliassero: e non poteva fare un errore che ci trascinasse in più
gravi errori. Passando i mesi, nel mio Studiolo di Mantova, erano
venuti tutti e due in tempi diversi i fratelli nemici, a parlarmi. Io, la
sorella maggiore che ognuno di loro mostrava di venerare, in realtà
ascoltandomi secondo le proprie convenienze, pativo la loro
presenza. Sconsolato, chiuso nell'orrore di se stesso, Giulio sedeva
sul pancone davanti a me col moto esitante di chi non vedendo bene
cerca l'equilibrio della persona. Tutto quello che avevo saputo dirgli
incontrava in lui una barriera di rancore.

<Guardate come sono:> ripeteva ad ogni parola di vera


pacificazione <al mio apparire o si piange o si fugge.> Stava ore
senza far nulla, bevendo vino bianco di Sirmione in un bicchiere di
Murano. Non voleva musica, compagnia di donne, letture ad alta
voce. Una volta che al petto mi stringeva la pena di quelle
ininterrotte lamentazioni, notai con trasalimento la curva del suo
naso, troppo volitiva per lui, nitidamente prendere rilievo e
respingere gli altri lineamenti: intorno a quella curva si ricompose un
altro viso, il viso di qualcun altro che si era seduto anche lui su quel
pancone davanti a me. Il naso estense di mio padre Ercole, ereditato
dai suoi figli maschi legittimi, l'aveva ereditato anche il non legittimo
Giulio: era un naso di superbia nostra e di provenienza antichissima,
forse da Ottone capostipite, e indicava una eccellenza di virtù militari
o di esercizio del potere o di ogni altro esercizio sfiorato magari dal
diabolico. Adesso quello che rivedevo sul pancone era Ippolito.
Risentivo il suo parlare che mi riportava la dolcissima tonalità del suo
cantare: raccontava senza la minima inflessione di rimorso
l'accecamento del fratello, e lo spiegava come cosa accaduta
fatalmente da non doversi nemmeno discutere. Scoteva la
zazzeretta lucida di biondo, estraeva da una tasca uno dei suoi
pettinini d'avorio e si lisciava. Mi ero accorta di provare una singolare
eccitazione al tremendo racconto che in lui si trasformava da
ferimento delittuoso ad elemento di una spiegazione razionale
superiore ai tranelli del sentimento. Il suo ragionare aveva qualche
cosa di assottigliato fino ad una essenzialità che m'incantava: e per
non farmi travolgere da quell'imprevisto gioco mentale, mi ero alzata
sulle furie e lo avevo assalito io. Le mie accuse, fin troppo reali, mi
rassicuravano: <Un cardinale,> gli dicevo, <in così gran peccato,
come può difendersi se non con l'espiazione e il patimento? Il vostro
abito di pace e di rinuncia dovrebbe starvi addosso come un cilicio.>
Lui mi distaccava da sé. <Isabella, non è da voi questa predicazione,
voi che sapete capire la verità delle cose e non vi fermate al
semplice catechismo: state attenta a non farvi sentire.> Avevo urlato.
<Sono peccatrice come lo siamo tutti, e del catechismo ho bisogno
anch'io. Ma se voi, Ippolito, mi stimate inadatta a parlare di religione,
parliamo di politica. Voi avete minato a nostro fratello Alfonso la
quiete del suo regno: così giovane, ancora inesperto, gli erano
necessarie alleanze fraterne non feroci discordie. Avete scatenato a
Roma l'ira di papa Giulio che è esente da ogni debolezza e finirà per
trovare la verità testimoniata di questo delitto. Può decidere
qualunque azione, perfino la destituzione degli Este e il loro bando
da Ferrara per sempre; vi può imprigionare per indegnità e farvi un
processo, e non so chi vi salverebbe. E mentre questa rovina ci
sovrasta, il popolo ferrarese è intimorito, non sa come giudicare i
suoi signori.> Ippolito scattò in piedi vicino a me. <Non dubitate, cara
sorella, le cose verranno in chiaro e presto,> aveva detto con un
accento così tagliente da procurarmi un tremito in tutta la persona.
<Sarà noto a tutti il nome del sovvertitore, del traditore, e chi deve
essere castigato, sarà castigato. E adesso se sapete che farne, vi dò
la mia benedizione e vi lascio alle vostre donne.> Davvero della sua
benedizione che mi sembrava blasfema non sapevo che farne, ma
c'era gente in fondo alla sa la e lui alzava la mano nel gesto
consacrante. Fui costretta ad inginocchiarmi e chinare la testa. Non
gli avevo risposto. Anche ora mi sarebbe stato duro rispondergli,
mentre con la gola stretta gualcivo le carte sul tavolino portate da
Niccolò da Correggio. Possibile che non avessi indovinato prima? In
quelle carte raramente si alludeva a qualche intervento del
Cardinale, ma la molteplicità e la ferrea logica degli avvenimenti e
degli imprigionamenti dei congiurati, la crescente cupa cadenza delle
implicazioni, facevano intuire la presenza di qualcuno che aveva
seguito passo su passo il dipanarsi della congiura stessa. Di fronte
alla finestra aperta sulla calma orizzontale della campagna tutto si
rendeva evidente: in qualche parte si era spiato giorno per giorno,
ora per ora, luogo per luogo: non si era cercato di disarmare l'odio di
Giulio, di prevenire l'irreparabile, né di smantellare il lungo drogato e
avvelenato discorrere da maniaco che perdeva Giulio, e con lui suo
fratello Ferrante e i miseri che avevano dato loro ascolto. Da sempre
Ippolito spiava, Ippolito agiva: non volevo pensare che Ippolito forse
aveva provocato. Le cose erano venute in chiaro come aveva
previsto lui nel nostro incontro quando pareva sprigionasse segrete
minacce: era scattato alla parola popolo, mi ripetevo. Ed ecco che in
quei primissimi tragici giorni di luglio, appena scoperta la congiura,
tutta Ferrara si raccoglieva in corte intorno al suo duca, le chiese
erano dense d'incensi e risonanti di ringraziamenti: a Giulio andava
solo l'esecrazione, da lui si era ritirato ogni senso di pietà. Le carte
gonfie di parole mortali crocchiavano sotto le mie dita. Due dei miei
fratelli erano pronti per il patibolo. Che cosa potevo fare per loro,
palesi traditori, se non farmi assicurare che sarebbero vissuti in
condizioni decenti? Chiedevo almeno questo; ma qualcuno poteva
studiare un modo di eludere la promessa. Ed era venuto il momento
di consegnare ai suoi giudici Giulio riparato nelle terre mantovane
dove si sentiva sicuro della mia protezione. L'ultimo atto tra me e
Giulio stava per concludersi: avrebbe salito le scale approdando a
questo mio camerino troppo dolcemente percorso di correnti vitali,
troppo evasivo per ospitare una tragedia. E come avrei guardato mio
frate lo, sapendo che rischiavo di non rivederlo più? Quali parole
avrei trovato nelle quali offrirgli il germe di una speranza? Di certo mi
avrebbe accusato: si sarebbe richiamato all'atroce accecamento di
Belriguardo, si sarebbe disegnato ai miei occhi come un
perseguitato, provocato e beffato, o peggio sarebbe scoppiato nella
crisi del colpevole che invoca la grazia. Il mio orgoglio soffriva: ero
votata a tutti i laceramenti dell'amore di famiglia, ma intravedevo in
quell'amore un logoramento della volontà e dell'anima. Mi attraversò
una tale ribellione da non poter prolungare l'attesa. I sentimenti si
confondevano, non più mi era d'obbligo recitare quella parte da
incubo. L'istinto fu più rapido del pensiero.

Nascosi le carte venute da Ferrara, mi feci sulla porta in tempo per


raccogliere il grido ferino di Giulio echeggiante per la scalea: risposta
disperata a chissà quale esortazione. L'urlo si ripeté. Sul pianerottolo
si apriva una scaletta di comodo che mi ero fatta costruire per
raggiungere rapidamente il giardino, in quella m'imbucai risoluta, e
discesi volando fino alla scuderia; il mio cavallo era sellato per la
passeggiata di ogni mattina. Lasciai detto a Teodora che andavo al
monastero campagnolo di Suor Osanna e che mi venissero a
prendere prima di sera, lei e Margherita Cantelma. Di sua iniziativa
mi seguì uno staffiere, nostro vecchio servitore, e mi accorsi della
sua ombra dietro di me quando le torri della Sacchetta non furono
più visibili. Al convento le monache mi si fecero incontro interdette e
premurose. Le respinsi: non avevo voglia di carezze e di
compassione e di null'altro che consolasse le mie ferite. Avevo
tradito un fratello per un altro fratello, il più debole per il più forte. Sì,
il debole era in grave colpa, ma una mano spietata lo aveva guidato
alla rivolta, e io senza ardire, senza capacità di scontro, di previsioni
o di consiglio avevo secondato mollemente il gioco spregiudicato.
Giulio era rimasto solo nell'andare incontro alla colpa come lo era
adesso di fronte al castigo e al disprezzo. Eppure avrei ancora
potuto salvarlo con un'azione risoluta da ribelle; e se anche non
l'avessi salvato, dovevo rimanere presente, vicino a lui, non
rifiutandomi di ascoltare lo stridìo di quelle sue grida. Una fuga,
questa era stata la mia riuscita: una perdita, ecco la mia gloria. Ero
così colma di pianto che mi pareva di sentirmi tutta inzuppata;
inginocchiandomi al piccolo altare di Osanna mi illudevo che lo
sfinimento volesse dire pace. Sto scoprendo che i ragionamenti di
fastidio, mescolandosi ai ragionamenti attrattivi, rendono a questi
ultimi non so quale gusto impensato: come se il fastidio degli uni
sollecitasse la gradevolezza degli altri per il contrasto di pungitura e
di provocazione. Discendendo in più profondo con accorte miscele si
potrebbe trarre perfino diletto dal fastidio. Ecco, già rido di queste
faville che scoccano soprattutto dal compiacimento delle antitesi. E
basta con questi falsi del pensiero.

Lontane ruotano, flebili o acute, voci piccole incrociandosi


nell'appartamento di Castello dove si svolgeva allora la fila delle mie
camere; e in quelle camere coniugali mi trovavo continuamente
incinta con moderato piacere ma accogliendo senza lagnarmi
l'accadere dei casi naturali; almeno lo credo, ma forse non era del
tutto così. Mi irritava e male accettavo il dovermi negare per reiterati
periodi le cavalcate nella campagna aperta saggiando il sole il vento
l'ombra e la velocità; e provavo affanno a misurarmi col mio corpo e
a lottare contro quei dolori e malesseri infiltrati nelle viscere. Non mi
ribellavo, ma ero delusa quando mi nascevano femmine: non perché
le amassi poco, secondo l'accusa di Francesco, ma perché avevo
paura e quasi ribrezzo del gran patire che le aspettava a meno che
non riuscissero a contare tra le prime donne del mondo. Quelle
creature fragili mettevano in dubbio i miei privilegi: mi sentivo
minacciata dalla loro condizione futura e dalla infelicità di
sottomissione che le avrebbe colpite come tutte le altre. Sebbene le
facessi educare da principesse quali erano mai le avrei tollerate
rozze e ignoranti, non favorivo il loro ingegno particolare perché non
uscissero da una condizione di coltivata e gentile innocenza. Una
volta che mi parve di vedere in Ippolita la scintilla geniale di un'idea
inattesa, tremai: per fortuna il convento la riparò in tempo come sua
sorella Livia. Monache, investite di una propria dignità, le amavo
meglio. I figli maschi hanno occupato spazi ampi nella mia vita. Da
giovane il pensiero di loro prevaleva in me.

Quando fui più matura in età e in esperienza occuparono ciascuno


un posto preminente ma diverso: mi appassionava disegnare le loro
azioni, seguirli e formarli a mio modo. Essere io donna divenne
allora un pregio d'autorità afferrato e cresciuto a goccia a goccia in
me stessa.

Tutti i miei figli, maschi e femmine, li volevo belli e sani, come ogni
madre li vuole: alcuni mi sono morti di prima età , perché questo
inesplicabile mondo non è propizio a tutte le delicatezze di un
infante, e li ho pianti al giusto; altri ne sopravvenivano e dovevo
curarmi di questi: la vita non lascia pause. Sceglievo, appena
uscivano dalle fasce, un maestro sapiente a mio modo e non
permettevo che altri li nominasse. Francesco a volte mi accusava di
proteggere alcuni, a suo parere meno degni di altri, come il Vigilio
che era stato mio maestro e del quale conoscevo il corso del
pensiero. Ancorché povero e sempre lamentoso per i pochi denari
che gli procurava la scuola aperta da lui ai figli dei gentiluomini di
corte, il Vigilio mi piaceva. Già maturo e ad un certo momento
vecchio, era sempre impetuoso e fresco nel modo di insegnare: e
insegnava oltre la grammatica, la filosofia, la geometria e il latino
Ovidio era il suo preferito anche i poeti in volgare italiano quale il
nostro amatissimo Boiardo. Era molto versato in storia romana letta
come il Vangelo da Federico, e soprattutto abile a far recitare in
prosa e in poesia, mia passione particolare derivata da mio padre
Ercole che del teatro antico è stato il grande restauratore.

Alla corte di Ferrara si rappresentavano le più belle commedie latine


tradotte da sapienti uomini di studio; e da bambina ho imparato a
discernere le variazioni di tono che porta l'azione nei dialoghi, il ritmo
degli sviluppi e dei contrasti e quell'avviso di cose interne sorgenti
dalle pause che danno ad una opera sensi riposti di vere allegorie.
Io, lo confesso, avrei vissuto di commedie dentro un teatro.

Quando maestro Vigilio prendeva i fogli e li distribuiva assegnando a


ciascuno la sua parte, mi raggiungeva un vento di attesa che mi
elevava sopra la terra. Mi esaltava l'idea che da ogni commedia
recitata si possa arrivare a conoscenze inaccessibili ad altri che pure
ascoltano, e ad ogni recitazione della stessa commedia indovinare
un nuovo volto della verità. Sicché mi dilettavo alla giocondità dei
miei puttini mentre ripetevano fervorosamente le poche parole che il
maestro aveva scritto per loro in particine inventate. Che cosa fu
quel Natale del millecinquecentosei quando si preparava il
Formicone che Filippo Mantovano aveva ricavato dalle Metamorfosi
di Apuleio. Stavamo tutto il giorno in una saletta di là dalla Camera
dipinta, dove il camino consumava ceppi interi che ardendo si
tramutavano in torri bianche di ceneri lumeggiate da faville rosse. Un
pomeriggio di freddo crudissimo, mentre maestro Vigilio correggeva
toni e gesti degli attori, si avvicinò Pirro Donati col suo solito modo di
comunicarmi cose di certa importanza: nella luce invernale il suo
viso si sbiancava più del solito. Le lettere che mi consegnava
venivano da Roma e da Bologna: e i nostri informatori ci davano
notizie guizzanti di ambiguità. Da due mesi Giulio Secondo era
entrato in Bologna dopo aver cacciato i Bentivoglio abbandonati dai
francesi loro alleati; si restituiva così alla Chiesa quella terra
opulenta di beni e di importanza strategica.

L'impresa aveva avuto un esito improvviso tanto che il mio


Francesco, nominato con ogni magnificenza Luogotenente
dell'esercito papale, inutilmente era corso alla presa di Bologna
perché i Bentivoglio se n'erano fuggiti senza attendere il confronto
delle armi. Come accade, la vittoria non risolveva niente, l'intrigo
politico rimaneva serrato.

Dalla Francia giungeva notizia che re Luigi aveva stabilito di


scendere in Italia a conquistare Genova con dubbi pretesti di antiche
attribuzioni. Giravano per le corti italiane dispacci inquietanti: si
diceva che l'esercito approntato dal re francese fosse troppo potente
per un'impresa non proprio grandiosa, e ogni giorno avvenivano
episodi a contrasto tra il pontefice romano e re Luigi che aveva
preteso la nomina di tre cardinali d'oltralpe in compenso del sacrificio
dei suoi amici Bentivoglio. Che cosa volesse dire tanto maneggio,
quanto ci si potesse fidare dei francesi non riuscivo a valutarlo. E
Francesco stava per andare a Parigi chiamato dal re e avere un'altra
investitura militare: ma quale? C'era sotto un disegno ed era difficile
dedurne una verità che mi appagasse. Con Pirro Donati
scambiavamo occhiate lunghe di perplessità, ma egli, tuttavia
sereno, non dava pareri. Gli restituii le carte da riporre nelle mie
personali cassette, e cercai di rimandare le mie apprensioni. Al solito
un terribile tuono di memoria rintronava in me, ma decisi
interessarmi alla vicenda del Formicone e mi distesi sullo scivolare
delle battute e sulla voce di maestro Vigilio. Lo vedevo chinarsi n
avanti, le mani ora espressivamente mobili ora chiuse in un gesto di
forza per ricordare agli attori che stavano recitando frasi della prima
commedia scritta in lingua italiana. E inesorabilmente si
sovrapponevano ad esse altre battute di altra commedia. Chiudevo
gli occhi, tornavo in un tempo anteriore.

Eravamo nella sala dei Trionfi più di dieci anni prima, nel carnevale
del millequattrocentonovantaquattro. Sulla pedana i recitanti
provavano I Captivi di Plauto, nella traduzione nuova che mi aveva
mandato mio padre da Ferrara. La sala era ingombra di casse, di
colonne intere o spezzate, di capitelli, e di altri elementi architettonici
alla mantegnesca. Una statua lignea di Virgilio, solenne nel
drappeggio scanalato verticalmente della toga, si alzava nel fondo
quasi riempiendo lo spazio. I Trionfi del Mantegna facevano nobile
scena, e su quel palco si aggirava il grande pittore che sogguardava
gli uomini intenti a distribuire luci di candele e di lampade secondo le
sue indicazioni: faceva la guardia alle pitture, e ad ogni poco
bestemmiava sottovoce. Da un lato stavano in ordine stretto i
prigionieri, incatenati e tenuti a bada dallo Sferzatore e dal
Guardiano del carcere. Mi si è stampato in mente un momento di
quel dialogo mirabile nel quale il guardiano Egione fa mettere le
catene ai prigionieri e raccomanda la loro sorveglianza: <Il
prigioniero che assaggia la libertà è come un uccello selvatico; se gli
si presenta l'occasione di fuggire, nessuno lo riprende più.>
Risponde lo Sferzatore filosofo: <Tutti preferiamo essere liberi
piuttosto che schiavi.>

<Anche tu?> chiede Egione. <Io più di tutti> risponde l'altro. <Non
sono forse lo schiavo dei miei prigionieri? Magari potessi fuggire.>
Mi colpì la sorpresa e quasi lo sgomento di sentir risuonare nelle
parole di un aguzzino il dolore della propria condizione di
condannato alla prigionia altrui. Plauto si rivelava tutto vigoroso nel
suo discorso martellante di avvertimenti. Sulla scena qualcuno
aveva fatto appoggiare alla base della statua di Giove una tavola di
marmo che portava inciso un 1494 gigante in cifre romane. Erano di
ieri, di oggi le cose che si recitavano: o forse di domani? La prova
continua, in primo pi ano sono altri personaggi, altri simboli. Da
sinistra appare il carro del Dio Amore ed entrano svelti da destra i
musici con i loro strumenti accennando una canzone. A passi ritmati
avanzano verso il centro ragazze vestite alla greca coronate di rose
facendo il gesto di gettare fiori. Rimprovero impaziente la bella Lia,
una delle mie giovani donzelle: <Lia, non sono sassi quelli che vai
spargendo davanti al Dio Amore, ma petali di rose.> Procede il carro
oscillando sulla pedana. Ci sono i nostri giovani più raggianti
capeggiati da mio cognato Giovanni che col buffone Metello si
atteggiano a prigionieri d'Amore, incatenati di fiori. Il dio Amore è il
bellissimo quindicenne Baldesar Castiglione astro della nostra corte.
E di nuovo intervengo esortiva: <Signor Baldesar, pensate davvero
che Amore sia un dio astratto? Perché guardate intorno con tanta
malinconia? Amore conquista, Amore splende, Amore trionfa.> Poi
mi volgo ai musici: <Colpa vostra, la musica è senza forza, senza
brio, persuade al sonno.

Tibaldo, cambiate tono, cambiate musica. Inventate qualche cosa


bella!>

E Tibaldo gioiosamente: <Cambiamo pure: ho tutto quello che può


servire: e tutto è ai vostri piedi, signora marchesana. Intoneremo una
frottola vivace a quattro voci.> L'esigenza dei miei vent'anni
capricciosi m'infuoca. E come corro leggera. <Aspettatemi> grido.

Faccio in tempo a vedere Metello che afferrato l'arco di Cupido lo


tende scagliando la freccia sulle rotondità di un giovinetto chino.

Costui sobbalza e impreca rabbioso ma grandi risa lo sommergono.


Mi apparto nel fondo, vicino alla statua di Virgilio, per giudicare
l'effetto della scena d'entrata: lì i recitanti non mi possono scorgere:
mi raggiunge però un fioco tintinnio argenteo di campanelli che
proviene dall'esterno. Si aprono le finestre, Metello urla: <Le
cortigiane, le cortigiane!> e tutti, compreso il malinconico Baldesar si
stipano sui davanzali liberandoli dalla neve. Scuoto il capo.

Davvero sono ingenui e risibili gli uomini quando esultano così


grossolana ente nel mirare le donne di piacere: pensano che esse
sono al loro servizio, ma non pensano di essere burlati e motteggiati
dalla loro insofferenza unita ad una specie particolare di disprezzo.
Chissà poi se le ameranno davvero. I giovani spenzolati dalle
finestre le chiamano e cadono nell'aria nevosa nomi dissueti:
Stellata, Picinarda, Frontina, nomi che richiamano un po' quelli delle
giumente nelle nostre stalle. Vanno alla predica del lunedì dedicata
ad esse dai nostri frati che le esortano a redimersi; ma quelle
prediche sono così seccaginose.

Hanno ragione di addormentarsi in chiesa, poverette. Credo che


avessi un'aria di biasimo uscendo dall'ombra della statua di Virgilio;
mi divertii a vedere Pirro Donati che allo scorgermi si staccò
rapidamente dalle finestre e a passi cauti sparì tra gli elementi di
scena. Feci finta di non vederlo; ma non m'aspettavo, girando il
capo, di trovarmi di fronte ad un'apparizione. Le voci cessavano,
calava il silenzio; nel mezzo della sala s'innalzava un colossale
scheletro di cavallo montato da uno scheletro gigante con la falce
sulla spalla. Conoscevo il disegno che lo ispirava, di mano del
maestro Leonardo da Vinci, ma così ingrandito, rilevato dalla
macchina di scena, era uno spettro di guerra e di morte, il primo di
quelli che avrebbero contrassegnato quel
millequattrocentonovantaquattro. Sarebbe venuto presto il tempo
della prima calata dei francesi, del loro passare le Alpi portando da
noi mutazioni di stati, rovesci di regni, ferocissime desolazioni di
paesi.

Ora, dodici anni dopo, l'esercito di re Luigi minacciava come aveva


minacciato allora l'esercito di re Carlo. Arrivava, stava arrivando il
momento di perdere tutto? Pensai ai nostri parenti Bentivoglio,
cacciati dalle loro case e dalla loro signoria, e al generoso monito di
Francesco che da lontano mi aveva esortato ad aiutarli, tanto gli
pareva insostenibile e pietoso l'andare fuggitivi e raminghi per il
mondo. Eppure Francesco in quel momento stesso serviva il papa
vincitore dei Bentivoglio stessi, e s'erano fatte gran feste a Mantova
per quella cacciata. Tutto sembrava imbrogliato: le nostre idee
vacillavano. Abbassai lo sguardo sui miei puttini che sedevano con
le testine volte in su, a bocca aperta, verso maestro Vigilio, in quella
stanza allegra dipinta a segni astrologici, a fiori e frutti e a
medaglioni di grandi uomini antichi. Il camino crepitava di nuovi
sterpi aggiunti dai silenziosi servitori, tutto era calmo, quieto,
riparato. Ma nella mia memoria galleggiava la visione di due
scheletri, cavallo e cavaliere, che si dirigevano senza che nessuno
potesse fermarli verso le nostre terre immerse nella loro verde pace.
Decisero le stelle: il mio ultimo figlio maschio sarebbe nato di
carnevale e non avrebbe avuto paura di nessuno. Ma la natura
esitava su questa nascita, i tempi erano scaduti e nulla avveniva. Mi
sentivo di umore saturnino, pesante nella persona e percorsa da
tremiti. Ogni giorno interrogavo l'astrologo Paride da Ceresara, ma i
suoi responsi non riuscivano a chiarirmi. Avevo saputo che il mio
aromatario Giusto da Udine era molto studioso di libri astrologici, e lo
feci salire nelle mie camere. I suoi maggiori maestri erano i miei,
Abumashar, Pietro de Abano; e delle loro opere esaminava ogni
paragrafo discutendo gli arcani della cosmologia greca, egiziana,
indiana, araba, tramandati attraverso i codici spagnoli fino alle nostre
biblioteche. Conoscevo in parte le sue argomentazioni: non per
niente sono cresciuta a Ferrara e ho respirato gli insegnamenti di
Pellegrino Prisciano, sapientissimo di ogni segno astrale, che aveva
profetato per me attraverso infiniti rabeschi di parole un futuro
gremito di grandezza. Il mio segno infatti è quello dei Gemelli,
essendo io nata il quattordicesimo giorno del mese di maggio. Ma
anche Giusto era incerto nelle predizioni. Deduceva rettamente Pico:
questi astrologi non sono di scienza sicura. La prima metà di
gennaio era già trascorsa e, al gran tramestio che aveva sommosso
la corte nei preparativi della guerra di papa Giulio, seguivano adesso
lunghi silenzi. Francesco con parte dei suoi armati cavalcava da
Bologna verso Ferrara e di lì sarebbe passato in Francia alla corte
del re. Senza che me ne accorgessi aumentava la mia diffidenza
verso i francesi: erano troppo fieri, impazienti, sicuri fino allo
sprezzo, e il re Luigi aveva troppi disegni in capo, i quali, disegni di
re, dovevano per forza inverarsi contro qualcuno. Francesco invece
con la sua disposizione naturale a credere nelle chiamate della
fortuna, stimava se stesso oggetto di ogni possibilità e d'animo tale
da tener testa a chiunque. E per giunta era divagato in pensieri
d'amore. A Ferrara nel castello estense avrebbe incontrato la sua
duchessa Lucrezia. Alzavo le spalle. Indolita in tutte le membra e
ribelle al mio stato opaco, mi dicevo di non aver tempo da regalare a
quella coppia di dissennati. Non era vero: per lei, Lucrezia, mi
figuravo ogni sorta di intromissioni, di vincerla, di farle chinare la
testa umiliata e di riprendermi il marito e in lui l'amante. Venne a
scuotermi una lettera copertamente mandata da Ferrara da un mio
informatore segreto che mi illustrava il carnevale gagliardo della
corte e descriveva un ballo dato da mio fratello Alfonso a Schifanoia.

Tra l'oro dei ricami, delle vesti e dei saioni risaltava la porpora di sei
cardinali, tutti giovani, Aragona, Cornaro, Volterra, Colonna,
Cesarini, Medici: infaticabili a danzare con le più manierose ragazze
della duchessa. Francesco comparve tutto vestito di bianco, e lei,
Lucrezia, d'argento: quasi sempre in coppia, svagati e sorridenti. Ed
io qui, nella mia stanza, pativo le correnti del mio sangue. Allontanai
quei protagonisti e mi richiamai alla mia sala di Schifanoia e il primo
incontro fu con Pellegrino Prisciano che aveva suggerito ai pittori
quella sala fitta di segni come mai, credo, ne sia stata ideata
un'altra. Incredibile il concetto dell'astrologo, del latinista, del grecista
che derivava la sua scienza dalla scienza universale. Era
ardimentoso leggere quella storia sulle mura che i nostri pittori,
Francesco del Cossa, Ercole de Roberti, Cosmé Tura e una folla di
minori, avevano smaltato di colori e di invenzioni. L'ardimento
consisteva nel volerli capire. Io in quella pittura ero cresciuta e da
sempre ne avvertivo la rarità somma del disegno inciso e scabro,
arcaico e germinante insieme, gremito di forze a contrasto. Stupiva
l'ordinamento razionale del grande racconto che narrava la storia dei
mesi, la storia della vita, lasciando sospeso il suo enigma. Divise le
quattro pareti in dodici campi, secondo il numero dei mesi dell'anno,
e ciascun campo suddiviso in tre zone orizzontali. In basso si
svolgeva la realtà quotidiana, le opere dei campi, le giornate del
duca Borso, le feste cittadine. In alto le allegorie di ciascun mese
erano connesse con i miti degli antichi dei, Minerva, Apollo, Giove,
Venere, Giunone, Mercurio. Tra le due zone una misteriosa fascia
astrologica su fondo azzurro cupo portava segni e figurazioni
interpretate secondo fantasie distillate da influssi orientali, fantasie
arabiche, egiziane, ebraiche, greche, trasfigurazioni di significati
occulti. Più volte avevo fissato lo sguardo sul mistero del mio mese:
Apollo domina sul carro trionfante nella zona alta, tra i poeti e i
simboli della poesia e della musica, affiancati da un folto gruppo di
gemelli nudi delicatamente ornati di collanine e di talismani. In basso
il duca Borso sorride ad un cesto di cerase primaticce offerte da un
contadino.

E nella fascia di mezzo i due gemelli affrontati equilibrano una scena


d'investitura solenne come la trasmissione di un potere sacro. Mai
ero riuscita a scoprire che cosa sottintendesse il suonatore di flauto
davanti al quale si inginocchiava un uomo simbolico, quasi nudo,
con le braccia incrociate sul petto. Pellegrino mi aveva presagito il
significato totale del mio segno: una sovranità nel mondo
dell'armonia, una fertilità gloriosa di donna. Nulla finora
contraddiceva la profezia e la mia vita sembrava sorgere da
un'allegoria benigna. Ma ora? Era il momento per le figure
enigmatiche dipinte da pittori tentati di potenze demoniache di venire
avanti, di spegnere i miti degli dei antichi e la solarità della vita
terrestre? Dal colore sconvolto della zona mediana misto di tenebre
e di azzurro esalava una specie di orrore dal quale non sapevo
come salvarmi. Tornai alla lettera del ferrarese e li trovai lì, quei due:
Francesco e Lucrezia ballavano ancora e parevano sinistramente
illuminati dal riflesso della cupa fascia azzurra. Si annunciò il ballo
della torcia, offerta di privilegio di una dama al suo cavaliere: e lui
prendeva la fiaccola dalle mani di lei con un g sto di tenera
complicità. Dietro di loro, misurandoli per incitazione, stava Ercole
Strozzi con il suo sorriso costruito, emanazione di un demone
astrale. Entravano Alfonso e Ippolito, figure ferme e lontane, temibili.
Dio mio, che fiamma mi bruciò dentro, che presentimento di tragedia
che io solo potevo penetrare. I simboli astrologici si facevano
intimatori, la poesia di maggio era avvelenata dalla presenza di un
poeta ruffiano, sull'esercito dei gemelli si scatenava Erode, presagi
di morte calavano sulla scena come un velario. Chiamai Francesco
con un singhiozzo; e subito Pirro Donati apparve vicino al mio letto e
mi parlò piano: una staffetta era arrivata da Ferrara; tra poco il
marchese sarebbe stato a casa. La porta si apriva sulla stanza
vicina, e a quando a quando qualcuno si affacciava. Il Frittella
buffone con il mio piccolo Ercole sulle spalle simile ad una
scimmietta sporgeva il capo; feci un gesto per tenerlo lontano, ma
non fui capita.

Rimasi immobile ad occhi socchiusi. Credendomi assopita,


parlottavano non troppo sottovoce: chiedevano di me, del figlio che
non voleva nascere; Ercole batteva la manina sul capo del Frittella
con un suo <Ta-ta-ta> infantile. Sorpresi il buffone nell'atto di
asciugarsi gli occhi: si commoveva; mi amava, dunque? Di là dalla
sua condizione, provava davvero un sentimento per la sua padrona?
Non l'avrei mai pensato; da ora in poi bisognava inserirlo in una
nuova collocazione.

Veniva un prete: gli occhi annebbiati mi impedivano di vederlo bene.


La balia Caterina gli sussurrava addolorata: <Non ha più forza, la
nostra signora, non ce la fa più.> Detti uno strattone e mi alzai sui
cuscini.

Ritrovai il mio tono limpido e forte, e comandai che tutti uscissero


salvo la balia: chiudessero la porta e nessuno osasse entrare.
Dovevo essere sola per far nascere mio figlio. Da quel grumo denso
che mi opprimeva dovevo liberarmi e dare respiro a una esistenza
nuova. Il primo atto d'amore verso di lui era questo, separarlo da me
dopo averlo ormai compiuto. Spinto, sofferto e incitato, il duro grumo
si sciolse e quando lanciai l'ultimo grido mi rispose la voce del
neonato: era nato Ferrante, il terzo dei miei figli, l'ultimo maschio,
quello che sarebbe stato un uomo di guerra ricciuto e biondo.
Nell'inverno alto una nebbia morbida e pesante aggirava alberi e
cespugli rigidi, scoloriti dal gelo. Tutta avvolta in una sopravveste
foderata di pelliccia, tagliata sontuosamente in un broccato d'oro a
fiori rossi, andavo per l'esile infreddolito pioppeto dove in file esatte
si allineavano gli alberelli magri senza foglie. Osservavo i piccoli
fusti: <Tutti, tutti hanno attecchito, proprio tutti!> dissi. Fuori dal
boschetto mi aspettava un cavaliere giovane vestito di un
elegantissimo robone di velluto alessandrino delicatamente
imperlato di nebbia. Era gentiluomo ferrarese, letterato, della
famiglia di mio fratello Ippolito, mandato da lui per complimentarsi
della nascita di Ferrante e rallegrarmi la giornata. <Non vi sembra
saggio uso quello degli antichi di piantare alberi dedicati alla
memoria di persone care?> gli dissi. <Li ho imitati. E questo
pioppeto che stormisce nella mia fantasia sarà il boschetto di Ercole,
il mio caro padre.>

<Sentiamo la sua mancanza a Ferrara,> mormorò il gentiluomo, e


subito aggiunse <ma ci stiamo abituando al governo del duca
Alfonso che mostra prudenza e fermezza grandi.>

<E il cardinale?> domandai ridendo. <Non finisce ancora mio fratello


di invitare frotte di cardinali ai suoi balli?> Il gentiluomo rispose
rispettoso e gioviale: <Non saprei, io lavoro di penna.> Mi strinsi la
pelliccia sul collo, respirai con gioia l'aria fredda e la nebbia.

<Rientriamo adesso, un buon fuoco ci riscalderà.> Com'era gaia


quella sala terrena nella villa di Porto. Un sinuoso fregio di nastri e
stemmi, volute e geometrie colorate, si srotolava sulle pareti; oltre il
camino acceso due grandi bracieri riscaldavano l'aria. Presso uno
dei due fuochi sedeva la giovane balia, snella e graziosa come la
primavera vista dai pittori. In braccio a lei, mio figlio Ferrante, di
pochi giorni smorfieggiava ad occhi chiusi. Presentai l'infante
all'ospite che pronunciò parole di rito: il bambino stretto nelle sue
fasce parve accettare dall'alto. Confessai che mi era costata molto
quella sua calma distaccata: già scherzavo volentieri sulle pene che
mi aveva dato. Con un guizzo, le penne verdi della berretta del
Frittella oscillarono nell'aria resa vaporante dalle fumigazioni dei
fuochi accesi: gli stava sulle spalle Ercole, il peteghin di casa. Il
gentiluomo s'informò di Federico e come sempre mi lanciò verso il
mio primogenito con un senso di gratitudine che provavo solo per lui.
Sì, Federico era in Castello con il suo maestro d'armi, iniziava allora
i primi esercizi. Ordinai al Frittella che si togliesse dalle spalle Ercole:
non volevo che gli venissero le gambe storte a forza di tenerle tutto il
giorno al collo del buffone. <Non importa> disse quello
giocondamente. <Tanto il mio padrone Ercole è destinato a diventare
cardinale, e quella veste copre tutte le magagne.> Al mio cenno, il
gentiluomo si sedette davanti a me, tra camino e bracieri. Avvertivo
una vibrazione di presenza come se da lui solo attendessi qualche
cosa mentre i miei figli retrocedevano da me, immersi nella loro
immemore puerizia. Discorremmo di commedie, di quelle che si
recitavano a Ferrara e di quelle nostre di Mantova. Egli mi confidò
che da tempo aveva cominciato a scrivere una sua commedia
italiana, e si intitolava la Cassaria; non era però finita. Entrò una mia
donna di camera col vino caldo e speziato, e versò la bevanda forte:
bevemmo insieme.

Curiosa del visitatore, mi protesi un poco verso di lui, e mi uscì dal


petto una domanda da conversazione pericolosa, in questo caso
diretta e onesta: che gli piaceva fare più di ogni cosa? Esitò, ma
rispose franco: aveva una grande idea in testa, per certo molto più
grande di lui, si affrettò ad assicurare per non so quale istinto di
esorcizzazione. Voleva scrivere un poema cavalleresco, anzi ne
aveva già scritto i primi canti. Lo sapevo, ma non lo dissi: gli chiesi
invece se aveva intenzione di dare un seguito all. Orlando
Innamorato del nostro amato Boiardo. <Continuarlo, no. Il mio
Orlando sarà diverso, sarà furioso, furioso per amore. La bella
donna, Angelica gli farà perdere il senno.> Di solito i poeti portano
nelle tasche foglietti con i loro versi e si fanno pregare per leggerli. Il
signor Ludovìco Ariosto non aveva fogli con sé, ma semplicemente,
a memoria, si mise a scandire: <Dirò di Orlando in un medesmo
tratto cose non dette in prosa mai né in rima che per amore venne in
furore e matto d'uom che sì saggio era creduto prima.> Il fluire di
parole, e poi di immagini introduceva una favola robusta: ritmo e
sonora melodia si esprimevano da quei versi. <Signora marchesana,
sono felice che siate la prima a conoscere qualche cosa di questa
mia opera. Mi sta tutto qui e qui> aggiunse, e accennava con la
mano alla testa e al petto, e poi riprese: <Orlando che gran tempo
innamorato fu della bella Angelica e per lei in India in Media in
Tartaria lasciato avea infiniti ed immortal trofei...>

<Sarà una storia d'amore, dei tanti amori che dissennano l'uomo. Il
mio Orlando, quando scopre il tradimento di Angelica è sospinto
nella nera follia, e il suo compagno d'armi, Astolfo paladino, volando
sull'ippogrifo varca il cerchio di fuoco intorno alla terra e approda
sulla luna a cercare il senno dell'amico.>

<E che cosa trova Astolfo sulla luna? E com'è questa luna?>

<Un'enorme pianura glaciale, abbacinante, d'acciaio. E lì Astolfo


troverà tutto ciò che gli uomini hanno smarrito e dimenticato, le
lacrime e i sospiri degli amanti, l'inutile tempo che si spreca al gioco,
l'inutile ozio degli ignoranti, i vani disegni, i vani aneliti, le speranze
sconfitte.> Pensavo al ritrovamento delle pene amate e delle gioie
tradite dagli uomini e dalle donne. Sorvolata dal solitario cavaliere
astrale, quella immensa pianura di riflessi freddi, dove vagavano
come fantasmi i desideri dispersi, annunciava una fantasia ardita e
nuova che ci avrebbe toccato da vicino, mescolata di tutti gli umori
umani. Agganciai lo sguardo sul viso di fronte a me, così quieto e
cortese: non pareva quello di un grande novatore, se non nel breve
lampo che di quando in quando saettava sui suoi lineamenti con un
riverberare istantaneo. Chi era questo signor Ludovìco degli Ariosti?

Quell'uomo elegante, amabile, e lievemente pigro che seguiva


sempre mio fratello Ippolito suo padrone? Certo giudicava il
cardinale un frenetico pronto a partire, tornare, agitarsi, comandare.
Ed io che cosa ero per lui? La marchesana di Mantova, una donna
che poteva proteggerlo fra l'invidia delle corti, fargli ottenere benefici.
Sarebbe stato riconoscente, forse, e di sicuro compiaciuto: ma non
l'avrei mai raggiunto per quella sua distanza che sentivo esistere tra
me e lui come uno spazio senza ponti. Io rimanevo una donna
potente, lui un poeta. L'unica cosa che avrei potuto fare, gli dissi
ammirata e con un filo d'irritazione, era restare in silenzio ad
ascoltarlo ancora. Chi è all'organo? non lo sai e non te lo domandi.
Lamenti concitati salgono in alto per calare a picco in una sgranatura
di note dolorose e accompagnano il tuo patire: hai gli occhi pieni di
pianto.

Io no, non piango, assisto al cerimoniale sacro per la morte


dell'amico a te caro sotto queste volte armoniche di Sant'Andrea,
prego a tratti e spero che Iddio mi sia indulgente. Devo dirlo: quasi
esulto in profondo per la scoperta di qualche cosa che avrei ritenuto
impossibile un'ora fa. Ti amo, Francesco, ti amo ancora, questo gran
vuoto che mi si è aperto in petto a vederti combattere il tuo pianto mi
ha reso alle lontane emozioni di quando le parole e i gesti erano
spartiti tra noi confusi con noi stessi. Che cosa abbiamo fatto della
vita, Francesco?

Io ti parlo tenendomi in un silenzio rigido e tu soffri altrove. La


scoperta deliziata di amarti ancora devo mantenerla segreta per non
perderla. Non crederesti mai ad una simile confessione, penseresti
che questo strano senso di gioia infervorata sia addirittura il piacere
di assistere ad una funzione funebre dedicata ad uno che ho sempre
guardato con sospetto. E chissà, chissà, potresti anche avere
ragione.

No, non amavo il tuo Ercole Strozzi, il tuo gran poeta latino,
elegantemente zoppo, l'implacabile giudice dei Savi, l'amico stretto e
cortigiano impavido della duchessa di Ferrara, di quella tua Lucrezia.

Ho saputo sempre tutto di voi: avevo i miei informatori. Ho acquistato


il potere di ricostruire la successione dei movimenti interni della tua
passione. Lui, lo Strozzi, vi aiutava, mandava messi da Ferrara e
prendeva quelli che venivano da Mantova. A Sermide dalle sette
torri, sul Po, s'incontravano rapidi e fuggitivi i vostri inviati. Non ho
mai voluto avere in mano le vostre lettere; non mi servono le prove,
né immaginare le tue parole per lei e quelle di lei per te. Quanti ceri
sono stati accesi per questa funzione di suffragio. L'organo canta la
pena dei mortali. Una grossa lacrima è scivolata dalla tua gota, oggi
pallida e rilevata come nel ritratto del Mantegna a Santa Maria della
Vittoria. Scuoti la zazzera risoluto, asciughi rabbiosamente le lacrime
con la mano guantata. Ma che modo contrastato hai di essere
risoluto, Francesco. Sta trascorrendo questo anno basso, questo
giugno alterato per me che non volevo accettare i fatti. Di lei, della
tua duchessa nulla mi importa, e lo dico quasi con voluttà. Ma tu,
mio marito, il padre dei miei figli, il signore onorato di questa
Mantova grande di slanci come piccola di spazio, dove sono venuta
a sedici anni e che ora è la mia patria, tu non puoi mancarmi.
Possono ondeggiare i sentimenti, sparire e risalire d'un tratto dal loro
serpeggiare sotterraneo, ma tu non puoi mancarmi, e lo dico proprio
all'uomo che cerca di sottrarsi a me. Non lo sai, pure è così: mi lodi e
m'inchini, e lode e inchino non sono più un modo di comunicare fra
noi, ma di chiuderti dietro una difesa che ti tiene prigioniero. Il canto
dei chierici riprende su un ritmo libero. La voce sul tenorile del
Tromboncino si inserisce nel disegno musicale elevando la sua
risposta, <Circumdederunt me gemitus mortis.> Tu, diviso tra il
conforto della musica e i propositi di vendetta c e ti fanno corrugare
la fronte, stai a testa china con tante visioni negli occhi che non
conoscerò mai. Non sai che anche questa chiesa è piena di occhi
che ti fissano, più duri più inquietanti e più pericolosi per te. Sono
quelli degli informatori di Alfonso e del più lontanante Ippolito. Non lo
sai che Alfonso ha fatto costruire un passaggio segreto per andare
negli appartamenti di sua moglie nel castello estense? E vi ha posto
a guardia quel suo cortigiano, finto o vero stravagante, il Barone, che
la sorveglia. E sai quali segrete ipotesi, storie di sospetti
germogliano in lui, mio fratello? Ci scriviamo: attentamente cerco di
scrutare sotto le righe e sono certa che ti sospetta, un sospetto
freddo e cauto che non vuole correre a fuoco ma assicurarsi di se
stesso scontrandosi con la tua imprudenza o con la vaghezza di
parole meno astute di lei, di quella tua fanatica senza cervello che
occupa il posto della nostra madre regale. E credi davvero che loro
due, i miei fratelli, o almeno uno di loro, non abbia mosso la mano
copertamente a dirigere il colpo che ha ucciso colui che stiamo
raccomandando a Dio come vittima di un assassinio? Perché ti rifiuti
di vedere quello che si nasconde dietro lo schermo della
rappresentazione che ha accompagnato l'omicidio di Ercole Strozzi?

Chissà in quale luogo è stato pugnalato nove volte e poi portato


esanime presso il convento di San Bernardino, e ricomposto nella
persona con tutte le ciocche dei capelli strappati rimesse intorno al
capo accuratamente. Non hai sospettato nell'orrore di quella
teatralità il compiacimento ironico, l'avvertimento beffardo, il riso di
perfidia?

Gli Este, i miei fratelli, non perdonano nessuno: di Ercole Strozzi


hanno conosciuto e misurato la funzione di <ruffiano
eccellentissimo>

(come lui diceva impudentemente di se stesso), hanno provocato i


suoi nemici, hanno fatto loro intendere che andassero pure a mano
libera, nessuno li avrebbe ostacolati, nessuno li avrebbe fermati. Tu
sei indifeso, Francesco, esposto al più grave pericolo, e questo
pensiero non ti fa impallidire. Gran preda è per te questa Lucrezia
che chiude gli occhi di fronte alla minacciosa ombra di suo marito e
di suo cognato. Camillo e Tigrino: così voi due chiamate Alfonso e
Ippolito, e Tigrino è certo un nome espressivo che denuncia bene la
crudeltà di chi lo porta. E. Tigrino colui che dopo la tragedia di Don
Giulio, il mio povero fratello che agonizza semicieco in una prigione
del castello di Ferrara, se la ride di tanto patimento e delle ragioni
torbide che l'hanno causato, e va in giro per la città vestito di
maschere sfarzose. Se tu sapessi quante missive ho bruciato
spedite dai miei informatori di ogni parte e quante ne ho mandate,
raccomandandomi di bruciarle. E non posso parlarti. Se ti avvertissi,
ti sentiresti subito voglia di sfidarmi: ti piace tanto tradirmi, riprendi
forza e valore a mostrarmi come un uomo è grande e libero di fronte
a una donna. Questa funzione è lunga, l'arciprete gode del lento
salmodiare e dei gesti rituali, delle evocazioni musicali, delle luci e
dello scintillio d'oro degli arredi. Chissà se un prete abbia mai
confessato questa voluttà di assaporare il sacro, voluttà che certo
Dio disdegna. E tu, Francesco, hai mai pensato a includere la tua
colpa nelle confessioni che non tralasci mai, maniaco come sei di
penitenza magari per provarne l'acuto senso di stimolo? Mi
domando quale sia la parte di Dio nella tua vita: e non so perché
rifiuto di domandarmi quale sia la parte di Lui nella mia. Eccoti in
piedi: la funzione sta per finire. Abbiamo già risposto all'invocazione
suprema <A porta inferis.> Mi fai cenno perché io mi alzi: ti stai
avvicinando e mi porgi la mano per la nostra uscita di parata. Sei già
qui, Francesco. Ti stringo lievemente le dita per comunicarti il mio
avvertimento: guardati dagli Este, guardati da Alfonso e da Ippolito,
non ti perdonerebbero mai il disonore del loro nome, neppure per
me. Ucciso o storpiato da sicari, su un prato come quello di
Belriguardo, ecco quale sarebbe la tua sorte. Camminiamo vicini.
Dio! se potessi dirti <stai in guardia, Francesco>; ma posso
suggerirtelo solo con un'occhiata obliqua che diventa a mano a
mano più dura. Dovrò prendere io in mano la tua vita e deviare da te
la corrente mortale, e questo farò ad ogni costo. Risento nel mio
sangue il gelido slancio di mio padre, il Tramontana della mia
infanzia; arriverò anche a firmare un patto segreto con i tuoi nemici
che trafiggerà le tue passioni, i tuoi orgogli, la tua dignità stessa. Un
muro da fortezza metterò tra te e lei, quella Lucrezia funesta che non
finisce mai di polverizzare rovinando chi non la schiva abbastanza;
ma tu resterai vivo. E io? Affronterò il rischio di non amarti più. Terza
lettera : All'Illustrissima ed Eccellentissima Madama Isabella
Marchesana di Mantova e Signora mia Se non fossi sicuro, per le
tante leggende che corrono intorno al vostro nome, che voi
prediligete e amate i racconti delle cose che accadono in ogni paese
e quelli gonfi del presentire cose che dovranno accadere, non oserei
scrivere ancora dopo due anni di silenzio dei quali quasi spero che vi
siate un poco accorta. Certo non li avete contati. E comunque, misto
alla giusta amaritudine della mia condizione, è pur bello questo filo
che all'improvviso si allaccia tra la vostra regalità e la mia
sudditanza: di me, il più oscuro vostro corrispondente che mira il
vostro occhio sereno, lucida stella nel cielo tempestoso. Non
crediate, illustre e cara Signora mia, che io vi scriverei meglio e più
sovente se mi fosse giunto all'orecchio un minimo avviso circa la mia
persona in qualche modo da voi menzionata.

Mi difendo dal pensare a voi con la preghiera e non sempre la


preghiera mi aiuta. Il gran silenzio che ci divide è una specie di
libertà nella quale mi immergo con infiniti se e infiniti quando e come.
Mi lego al vostro vivere e immagino: ma ciò che accade intorno non
mi lascia quieto sulla vostra esistenza (stretta come siete nei brevi
spazi del vostro Stato da tante ambizioni di re e di potentati). Giungo
persino a rallegrarmi del regnare faticoso del mio re Enrico Settimo
sovrano d'Inghilterra che solo in poca parte è coinvolto dagli
accadimenti d'Europa: dunque noi inglesi per ora non siamo
responsabili di clamori e complotti che vi minaccino. Di solito la mia
dimora è Roma (oggi no, ma di ciò vi dirò più avanti), e attendo agli
uffici di politica estera che si irraggiano dal Vaticano fino al nostro
lontano nord come coadiuvatore del degnissimo oratore inglese
rappresentante del re. Qui, in Curia, siamo testimoni del nuovo corso
di gloria cominciato in questi primi anni del suo papato da Giulio
Secondo e sarebbe un raro privilegio se non si sentisse
sull'eccellenza delle arti e delle lettere avvicinarsi un'ombra bassa; è
impossibile non avvertire che le nazioni denunciano dai loro luoghi
geografici non so quali inquietanti, immedicabili intolleranze verso i
loro confinanti. Succede di tutto e in questo tutto sono comprese le
più tristi cose. Gli uomini da sconquasso sorprendono gli uomini
dabbene, interrompendo le grandi mirabili opere che faranno l'età
nostra perpetuamente ricordata. E' davvero terribile questo nostro
modo di esistere fra superbe conquiste dello spirito insieme con una
profonda certezza di dolori inenarrabili che premono alle porte.
Sebbene i famosi testi recuperati dall'antico facciano grande il
mondo dello studio moderno, l'animo è ferito da troppi segni infausti,
e si fa forza per non gemere. Non voglio ombrare il vostro bel viso,
Signora mia, ma convenite che è insoffribile non poter trattenere nel
pugno la bellezza e lo splendore quando si manifestano a noi. Dico
Roma, e alludo all'Italia e all'Europa. Ne ho l'esempio in questa
trionfante città dove mi trovo adesso, lontano dal mio ufficio di Curia.
Sono a Venezia difatti, sì, proprio a Venezia, venuto fin qui al seguito
di uno fra i sapienti più illustri del nostro tempo, l'olandese Desiderio
Erasmo da Rotterdam di cui certamente conoscerete il nome. Vi dirò
qualche cosa di lui. Calato in Italia per ampliare la sua già vasta
dottrina nelle città di Studi famosi, si è addottorato a Torino, ha
conosciuto Bologna, ambisce di visitare Padova e pensa di arrivare
fino a Roma. Egli è latinista e grecista sommo, autore di opere già
celebri e parla solo lingua latina, meravigliandosi quando qualche
italiano non lo capisce. I suoi scritti geniali, il suo intendimento
infinitamente sottile sono per quelli che gli stanno vicino un motivo
continuo di ammirazione e di aereato diletto dello spirito. Posso dire
che Erasmo, in un certo senso, è legato a me perché è arrivato
dall'Inghilterra accompagnando due figli del medico genovese
preferito dal mio re, il signor Boerio; quei giovani promettenti si sono
fermati a Bologna per dedicarsi agli studi giuridici. Ed essendo io
andato incontro ad Erasmo per fargli onore dopo che si era
addottorato a Torino, l'ho seguito qui a Venezia dove egli era diretto
sospinto dal desiderio di pubblicare sue opere una traduzione di
Euripide e un libro, gli Adagia, proverbi ed epigrammi estratti da testi
latini per confidarle al più perfetto stampatore del mondo che è
anche vostro corrispondente come io so: Aldo Manuzio. Non
immaginate Signora mia quanto mi appaga il pensiero che Aldo sia
stimato e amato da voi: è giusto che non vi bastino mai i suoi libri nei
quali le parole si compongono esatte con ineguagliabile nitore. Ho
sognato ad occhi aperti un colloquio in quel latino, parlato da voi
come da una Clelia romana, ed Erasmo stesso. E sappiate che egli
è animato da grande ammirazione per le donne di vera dottrina. Anzi
tra le sue note mi ha fatto vedere l'abbozzo di uno scritto in forma di
colloquio fra una certa accorta Magdalia e un abate ignorante
intestato a negare che lo studio si addice alle donne. Mi ha
promesso, l'amico Erasmo, di mandarmene copia quando lo avrà
finito e se permettete sarà cosa per voi. Perché voi siete Magdalia.
Peccato che non possiamo a lungo figurarci paradisi su questa terra
percorsa da squilli feroci che sembrano annunciare i cavalieri
dell'Apocalisse. Dunque sono a Venezia in casa di Aldo Manuzio, re
degli stampatori. Abito una stanzetta in casa sua, presso Rialto e in
queste poche camere disposte in accurato ordine ronza l'alveare del
più denso miele di sapienza che sia stato mai distillato. Erasmo
stesso ha una stanza nella casa e per tutta la giornata fra il clamore
delle macchine e le voci alte degli stampatori riceviamo gli uomini di
maggior ingegno e dottrina di questa superba città. Godiamo del
lavoro di Aldo e della sua infallibile capacità di scegliere testi antichi
e moderni. Erasmo assiste alla stampa senza errori delle sue opere,
ascoltando i consigli dell'avvertito e sapientissimo amico. L'idea degli
Adagia era già nata in lui a Londra tempo fa: ne ero stato informato
da miei amici inglesi, quattro compiti studiosi e latinisti versati nelle
più ardue discipline: se permettete, desidero davvero presentarvi
almeno i loro nomi con il più rispettoso inchino: Thomas Linacre,
William Croceyen, William Later, Cutbert Dunstal. Vi piacerebbe di
sicuro ragionare con loro in latino. Per tornare ad Aldo, è incredibile
come questa semplice casa possa contenere tanta dottrina e
ingegnosità, affollata di stampatori, correttori, disegnatori, maestri e
professori di Studio che spesso da Padova vengono a temprare
l'animo alle grandi novità della scienza e delle lettere. Scattano e
ticchettano gli strumenti, s'incrociano i richiami degli artigiani, si
srotolano le carte candide che si trasformeranno in libri di tutta
perfezione. Bellissimo il lavoro di ognuno. L'energica asolana, la
moglie di Aldo, governa l'intera famiglia di trentanove persone, e fra
panchetti e panconi corre un piccolo fanciullo, il Manuzolino di casa.
Erasmo entra come se fosse seguito da uno sciame di scolari e di
maestri e spesso lo è. La sua persona non fa mai ingombro, anzi è
piuttosto minuta: ha un viso magro che sembra manipolato dalla
forza del pensiero, occhi di un grigio mutevole, il naso allungato e
appuntito che dà al viso ironia e somma sottigliezza, la voce affilata
è sostenuta da una sonorità lucida e a volte ilare, sempre
persuasiva: per i suoi ricchi umori Erasmo fa germinare le idee in chi
lo ascolta. Durante il giorno stiamo in compagnia di uomini di
scienza, Giovanni Lascaris, Battista Egnazio, Marco Muscurus, Frate
Urbano Balzani. Il discorso prende avvio da una proposta
improvvisata da uno di noi e tutto diventa materia di geniali
riflessioni. Si può dire, ed è stato detto, che questa modesta casa
veneziana di Rialto sia il centro del mondo. Vi assicuro: siamo,
saremmo gente di pace, e veementi si levano nel nostro circolo
discorsi e invettive contro la follia delle armi e della politica e contro
le maledette ambizioni che rendono rapaci i popoli e i potenti.
Perché veramente in questa città senza mura di Venezia si sente più
che altrove il pericolo che ci insidia. Rifletto alla portata della parola
pericolo e come colpisce in noi quelli che veneriamo. Mi perdonerete
di aver sofferto una gran pena senza averne diritto? Da tempo
desideravo confessare a voi questo abuso di sentimento, ma non
l'avevo osato. Ora, in questi tempi sommossi e imbruniti, credo di
poterlo. Fu l'anno passato, d'autunno. A Roma, in Curia, mi venne
per caso sotto gli occhi una lettera proveniente da Mantova.
Essendo in copia non portava firma, ma figurava di essere stata
inviata al pontefice Giulio Secondo dal marchese di Mantova, vostro
illustre consorte. Egli accusava i francesi di dubitare della sua fede di
alleato, e di pungerlo su ciò continuamente; sicché stimava non aver
altra via dal mandare in ostaggio nella grigia Parigi qualcosa di suo
e, minor male, pensava di mandare in ostaggio voi, Signora mia, non
volendo privarsi dei figli, né abbandonare egli stesso lo Stato. Non
so dirvi quanto mi raggelai.

Mandarvi lontana e sola con pericolo anche della vita se le alleanze


si guastassero o si rivelassero contrarie ai disegni francesi, privata
dei vostri figli in luogo straniero e non del tutto fido. Allo stesso
marchese la cosa sembrava tanto enorme che pregava Sua Santità
di dargli il modo di fuggire quel <sinistro passo,> e concludeva che
se il pontefice fosse riuscito ad aggiustare le cose senza obbligarlo a
mandare l'ostaggio gli sarebbe apparso il paradiso. Di quanto
dovesse essere disperato il povero signore mi resi conto subito.
Assediato dall'imperatore Massimiliano, suo padrone feudale, dal re
di Francia così invincibilmente attratto dalle conquiste in Italia, dal
papa determinato a tutto contro i nemici della Chiesa e dai
veneziani, ostinatamente legati all'idea della propria grandezza e
invincibilità, non capivo come un uomo non diventasse pazzo a
scampare con onore da tutti. Mi girava insistentemente in capo la
visione di voi, paragone di tutte le donne, costretta all'esilio, capro
espiatorio degli errori, dei sospetti, delle inimicizie. Fui per molto
tempo inquieto, e solo dopo aver invano ricercato con ogni astuzia e
meticolosità un avviso che confermasse o smentisse la notizia
d'autunno, mi rassicurai un poco. Di ostaggi da Mantova non si parlò
più o almeno non ne trovai più traccia tra le carte di Curi .
Nondimeno, Molto più tardi. Come cadeva giusto il <nondimeno>
lasciato per aria qualche ora fa, quando, sentendo la casa a rumore,
ho smesso improvvisamente di scrivere sicuro di tornare presto al
mio tavolo. E invece una novità mi attendeva: è arrivato fra i nostri
amici il signor Marin Sanudo, storico di questa Repubblica, che ci ha
ragguagliati nel modo più preciso sulla Lega stipulata a Cambrai tra
il cristianissimo re di Francia e l'imperatore, volta al procedere
comune verso una cosiddetta pace d'Europa. Ma quale pace se uno
degli scopi dichiarati è quello di imporre a Venezia la restituzione
delle terre conquistate, il che vuol dire solo guerra? Sebbene ce lo
aspettassimo, nessuno prevedeva che così presto questa sventura
fosse sancita e proclamata a Cambrai il dieci dicembre di questo
millecinquecentotto. Stavamo ancora senza parole, quando si è
alzata la voce di Erasmo con somma autorità, sibilo di sdegno e
calma vigoria di argomenti: <E questi si chiamano cristiani!> ha
esclamato. <Invidiosi uno dell'altro, senza fede, senza vero desiderio
di pace, che invece di rallegrarsi se uno Stato attraversa un
momento più florido, pensano soltanto a sbranarsi l'uno con l'altro.
Mi vergogno a ricordare per quali cause, frivole o turpi, gli uomini
spingono il mondo alla guerra. Quale furia ha potuto insinuare un
tale veleno in animi cristiani? Vedeteli prepararsi ad aggredire i
fratelli con armi infernali che porteranno solo eccidi, sangue e morte.
Chi crederebbe che il cannone sia un'invenzione umana?

Lacerare le carni dei propri simili per ucciderli, è il fine di questi


soldati scellerati che pure inalberano il simbolo della croce e non si
domandano che cosa abbia a che fare la croce dei credenti con le
loro armi di offesa. Si invoca la pace a gran voce, mentre si
apprestano strumenti di morte. Serpi, tigri e lupi sono migliori di
costoro che vogliono chiamarsi uomini di Cristo.> Maestosa e
dolorosa è stata l'ira del sapiente, straziato dalla folle disumanità dei
regnanti e dei potenti. Noi, convinti e addolorati quanto lui, siamo
restati ad ascoltarlo. <Nondimeno> avevo scritto a voi poco prima, e
volevo dire che gli annunci di guerra si facevano via via più fitti,
mascherati magari da crociata contro i Turchi o da disquisizioni
politiche e pretestuose. Correremo una avventura malefica, vi
saranno inermi e infelici trafitti a migliaia, vittime di gente efferata e
proterva. E voi? Non siete una creatura riparata: della vostra
persona si può disporre facilmente. E siete tanto generosa e forte
che se vi mandassero ostaggio in paesi lontani sareste capace di
partire a testa alta, sicura di poter reggere alla sfida. Ecco perché
giustamente presentivo il pericolo con quella parola sospesa, ed
ecco perché ho avuto ragione di appenarmi tanto a quella lettera di
un anno fa. E adesso, mentre le parole di Erasmo mi colpiscono ad
una ad una come stille infiammate, non voglio continuare a scrivervi
perché temo sempre di più di incorrere proprio con le parole nei
vostri corrucci più delicati. Vi dico solo che, sollecitato da noi,
Erasmo ha stabilito di raggiungere Roma, ed io vado con lui dopo
aver respinto la tentazione di venire incognito a Mantova. Avevo una
dissennata idea: aspettarvi nella Piazza ad una vostra uscita, e
spingere a figurazioni da torneo il mio valente cavallo per attirare il
vostro sguardo. Chissà se mi sarebbe stato possibile scorgere sul
vostro viso un'espressione immediata di assoluzione, prima che si
allarmasse la severità del vostro spirito. Ma non ho il diritto di rubarvi
qualche cosa che non mi spetta. La nostra comitiva passerà dunque
per Ferrara, dove un giovane inglese mio amico, Richard Pace, ha
dimora in un palazzo presso la corte; e forse qualcuno mi parlerà di
voi. Rivedrò sotto l'arcone del palazzo ducale la bambina esile dallo
sguardo diritto come un filo di spada, ma non per questo ricordo così
dolce si allenterà lo stato di inquietudine per ogni cosa che si muove
ad affermare possibili disastri. Ultima notizia è che l'imperatore
Massimiliano ad Innsbruck fa tali preparativi che sembra determinato
a rovinare non solo Venezia ma il mondo. Che cosa accadrà? Dove
sarete? Non partite da Mantova: nella vostra terra, nel vostro
castello, nella vostra casa, con i figli intorno sarete inattaccabile. Non
accettate di andare ostaggio in nessun luogo. Mio Dio, ma perché
questa parola ostaggio ha un suono così sinistro? Non so se
ritroverò il coraggio di scrivervi: è un coraggio che ha bisogno di
essere almeno per un momento confortato.

Pregherò con devozione e contrizione perché possiate attraversare


questi tempi di fuoco senza essere toccata come la mitica
salamandra.

Sono il vostro servitore, in atto di chiedere indulgenza, e non so


quale. Addio, addio. Di vostra Eccellenza, il fedele schiavo Robert de
la Pole : nato in Inghilterra, se può giovarmi agli occhi vostri. : In
Venezia, al dodici di dicembre 1508.

Stanza degli orologi anno 1533

Riesco male a comandare agli occhi di evitare il volgersi verso il


tavolino intarsiato a tasselli di madreperla dove ho posato i fogli dai
caratteri appuntiti: e anche la prova di un simile comando mi suscita
una muta rivolta. Eppure è verità, sebbene sia cosa diversa da un
semplice segreto, che io abbia ricevuto lettere a lunghe pause
irregolari da questo parente lontano del duca di Suffolk visto da me
una sola volta come visitatore tra i tanti, e che ha osato scrivermi
senza nessun accordo o permesso. Robert de la Pole: pronuncio
sempre con stupore questo nome che sembra suonare come un
falso. Mi sono molte volte inquisita per scoprire se qualche mio
minimo moto durante la visita che mi fece lo abbia incoraggiato: non
ho trovato nulla. Mai ho risposto alle sue lettere, mai ho parlato di lui,
nemmeno col mio confessore. So benissimo che talora i segreti delle
famiglie regnanti sono troppo pesanti perché un uomo, un buon
frate, li sopporti tutta la vita, anche se i miei sono, almeno così
credo, non-segreti, soltanto lettere non richieste. Il mio Pirro Donati,
il solo che conosce vagamente l'esistenza di queste carte, è di
fedeltà tanto temprata che non permetterebbe a se stesso una
parola, e certo pensa che siano lettere di pensieri filosofici come da
molti ecclesiastici o poeti si scrivono a dame. Sto cercando di
persuadermi del l'innocenza che il nome di Robert de la Pole
significa: e invece no. Forse la sua sarà innocenza ma la mia
potrebbe non esserlo, tanto sono lievi i trapassi tra la virtù e la colpa.
La sincerità, il realismo, l'idealità di questo inglese mescolati insieme
mi colpiscono sempre. Sono di un uomo impaziente di sopportazioni,
eppure con me pazientissimo, curioso di tutto, facile a slanci che
sembrerebbero più adatti ad uno del sud piuttosto che ad uno nato
tra le brume del nord. Ma forse l'ardore è più forte quando sorge dal
profondo gelo del clima. Mi sono anche vietata di rintracciare nella
nostra biblioteca gonzaghesca libri che descrivano appunto l'isola di
Albione: sarebbe stato come andare in traccia di lui. E poi mi
meraviglia sempre la sua sollecitudine aperta come se avesse un
diritto non dico su di me ma di aggirarsi dentro un cerchio dove io sto
al centro. L'unica realtà, mi sono spesso ripetuta, è che egli si fida
del mio silenzio: e difatti se Francesco avesse letto queste carte
sarebbe accaduta una vera esplosione di proteste e magari egli
avrebbe progettato di allontanare l'inglese da Roma, dall'Italia, e
avrebbe aggiunto alla propria l'ira del suo vescovo.

Figurarsi questa lettera del millecinquecentotto: <Voi non siete


difesa,>

<Rifiutatevi di andare ostaggio,>

<Siate cauta anche di parole con chi vi sta più vicino.> Come un
pazzo costui correva il rischio di provocare mio marito. Leggendo,
Francesco avrebbe creduto ad una offensiva allucinazione, e non
per amore di me, ma di se stesso. Sospiro: ma che cosa avrebbe
dovuto rimproverarmi? A forza di stare con i miei nemici, Francesco
aveva imparato a vedermi somigliare a quella che vedevano loro.
Ancora una volta mi chiedo che cosa suscitassero in me le paro le
dello straniero: una curiosità ardente, penetrante, quasi un'ansia,
un'impressione di vicinanza, una freschezza di emozioni e la
possibilità di trattenerle sfuggendo a tutto. Sì, mi ritrovavo donna
giovanissima, intatta, con una vita appena iniziata. Diceva giusto,
l'inglese, io non ero <riparata>; ma chi è mai riparato da tutto? E se
fossi in realtà la più sradicata creatura di questo mondo? Se sono
sempre stata attenta alle cose reali, le cose metafisiche mi hanno
sedotto infinitamente, ho provato tutti gli affetti e conosciuto le insidie
più nascoste dei sentimenti: in ogni momento può arrivarmi una idea
nuova e cambiare ogni cosa. Come si dispiegano i pensieri al battito
degli orologi e soprattutto allo scatto delle ore. L'orologio che ha il
suono più liquido, il primo, quello che mi sorprende tuttora, è di
fronte a me, un'edicoletta d'oro che incornicia il quadrante dipinto, un
gioiello tedesco che la madre di Francesco, la perla della Baviera,
Margherita di Wittelsbach, portò con sé venendo sposa a Mantova.
In questo suono sento lei e l'amore della sua terra e dei suoi, avverto
il sapore dell'estrema obbedienza che l'ha condotta a morire
giovane, sposa amabilissima ma non felice di Federico, uomo gobbo
e astratto. Il suono di quelle ore è il suono della tristezza che nutriva
la principessa venuta da troppo lontano in una terra di domini limitati
con ricchezze limitate, da signori privati. Un'imperatrice può bruciarsi
al fulgore dell'impero ed esaltare la propria giornata nell'acquisto di
sé come simbolo, ma a lei, alla bionda Margherita, rimanevano solo
figli amatissimi di poco avvenire. La mia storia è stata diversa:
Francesco l'ho amato dall'età di otto anni, da quando mio padre,
sfilandosi i guanti di ferro, mi annunciò la sua prima visita e disse
che spettava a me farmi amare. E questo ho fatto. Per i maschi ho
mirato alto. I figli sono stati sempre miei più che di mio marito: anche
Eleonora, pazza di suo padre, dipendeva solo dalle mie variazioni
d'umore. Attenta: che non sia stata una trappola veder chiaro in ogni
cosa. L'orologio di Margherita ha finito la sua sommessa protesta ed
ora gli faranno eco gli altri, quasi sovrapponendo si l'uno all'altro nel
contrappunto dei suoni acustici. E mi farà trasalire come sempre il
grande orologio di Norimberga dal tono bronzeo, con i suoi tocchi
echeggianti come per annuncio di ciò che può intervenire, lampi di
fortuna o sentenze che non voglio immaginare.
CAPITOLO III
ARMATA DI SOLO SCUDO.

Include anche noi l'ombra dei due giganti che incombono


sull'Europa: l'imperatore Massimiliano e il re di Francia che hanno
portato allo scoperto la loro voglia di conquista sugli stati d'Italia,
ingannandoci a colpi di false e mutevolissime alleanze. E, come
sono gli inganni più fatali, in principio sembrano captare ogni favore
della fortuna. La Lega di Cambrai era in atto. Truppe francesi,
ferraresi, imperiali, e truppe del papa muovono verso i confini veneti.
Sono cadute Bergamo, Cremona, Crema, Brescia, e arriva la grande
disfatta veneziana di Agnadello.

Ormai è sicuro: l'imperatore e Luigi Dodicesimo sono decisi a


spartirsi le terre della Serenissima e forse dell'Italia intera. L'altro
grande alleato, papa Giulio, si rallegra pubblicamente di ogni vittoria
sulla sprezzante Venezia; ma i suoi intimi lo vedono già ombrato in
viso. Noi allora stavamo dalla parte dei vincitori, Francesco aveva i
titoli di Capitano delle truppe pontificie e di Luogotenente del re di
Francia. Tuttavia i veneziani non ristavano dall'inviarci ambasciatori
tra i quali Carlo Valerio, gentiluomo nostro amico, offrendo in toni di
supplica e di pianto centomila ducati d'oro perché Francesco
prendesse il comando del loro esercito: tutti i loro generali gli
avrebbero obbedito come puteli. Non si ricordavano, i veneziani, in
che modo eravamo stati respinti. Francesco ed io rispondemmo
alteramente, e non fummo nemmeno tentati di accettare: umiliarli,
quei superbiosi, era troppo un grande dono e ci compensava delle
sferzate ricevute per tanti anni. Ma le beffe non finivano: ad
Agnadello Francesco non poté andare a cogliere la sua parte di
allori: stava a letto con il suo brutto mal francese, molto piagato,
lamentandosi contro le maligne stelle. E dovette leggersi la lettera
del re di Francia che, fingendo lo scherzo, gli dava del poltrone.
Ricominciavano le irrisioni. Francesco era malato davvero, invece. Il
medico aveva comunicato i suoi responsi e sapevo come
procedevano le cose. La verità era questa: alla sua età ancora
vigorosa gli attacchi della malattia che lo tormentava da non poco, si
facevano più ravvicinati e gravi. Col mio aromatario, Giusto da
Udine, preparavo unguenti e acque composite usando gli
insegnamenti del Fracastoro corretti da nostre ricerche. L'arte
medica mi dava un pacato senso di buon restauro, ero attenta e
studiavo pazientissima le varie ricette di medici italiani e non italiani,
antichi e moderni. Come mia madre e le mie ave estensi ho la mano
del risanatore. Uscendo dal mio laboratorio, badavo a governare la
nostra terra e mi avvedevo con rinnovato stupore che gli atti di
governo non presentavano segreti per me. La disposizione a ben
fare mi faceva apparire le faccende di Cancelleria agevoli da
sbrogliare: in fondo lo Stato era una grande famiglia da amministrare
con giudizio e meglio quando ci si spogliava da ogni passione.
Veniva il caldo di luglio, Francesco risanava e finalmente scendeva
in campo deciso a mostrare il suo valore di capitano. Entravamo
nell'agosto. Sebbene la vittoria di Agnadello datasse da più mesi,
godevamo strascichi di gloria; per nostro ordine si scalpellavano gli
stemmi di San Marco dai nostri palazzi e in piazza il popolo bruciava
effigi di capitani veneti dondolanti in certe loro gondole contraffatte.
Le ombre dei giganti, Luigi Dodicesimo e Massimiliano, parevano
non incombere ma perfino proteggerci. Mi rappresentavo Francesco
a Verona, dove il re lo aveva mandato per presidiare la città contro
possibili attacchi, muoversi tra i suoi soldati, rinvigorito da quella
circolazione di umori militari, gonfio di propositi guerrieri. E pregavo
Dio che le fumate della fantasia non gli turbassero la mente. L'otto di
agosto, ignara di tutto, sono in Palazzo, intenta alle solite cure di
corte. Mi annunciano il conte Ludovìco della Mirandola, capitano
leale di Francesco, ed io mi dispongo ad ascoltarlo con animo
gioioso; nessun presentimento mi turba. Ed eccolo, si presenta, e
subito mi afferra alla gola la sensazione di un altro apparire: quello di
Giovanni Gonzaga che annunciava la rotta dei milanesi. Uno stesso
grigio ha il viso della disfatta. E così lo so: mentre mi ingegnavo a
tenere in equilibrio di perfetta pace la nostra città, Francesco aveva
trasgredito il comando del re di Francia: uscito da Verona era andato
verso Isola della Scala per calare su Legnago, terra di antica
ambizione mantovana una volta sottoposta ai Gonzaga e poi ripresa
dai veneziani. Qui il racconto esitava. Sorpreso dalla notte,
Francesco si era messo al riparo in una casa di contadini, in
giubbone e senza armi, e così lo avevano preso prigioniero mentre,
fuggito da una finestra, si nascondeva in un campo di saggina.

Incatenato, era stato trascinato a Venezia dove certo il popolo lo


aspettava tumultuante di gioia vendicativa. Si distende davanti a me
questa relazione umiliante e non voglio assumerne il senso. Assisto
ad un sogno di feroci burle, mi dico, e intanto già comincio a dargli
fede.

Tutto è interrogativo, sgomento, smania, abbattimento supremo,


ribellione. Prigioniero Francesco? Prigioniero di quei veneziani tanto
odiati? Perché ha lasciato Verona, perché ha osato l'insensata
impresa di Legnago? Sfidare la fortuna così impreparato è proprio
da lui: da lui è starsene a due passi dalle scolte nemiche senza la
vigilanza delle sentinelle; e una volta accerchiato perché non si è
battuto? Già, capisco, l'hanno trovato senza spada, in un momento
smemorato. Come non saperlo, era con una donna. Ma fuggire da
ladro, Dio mio. Mi sento cadere in un abisso, eppure resto
lucidissima, i piedi ben fermi a terra mentre Ludovìco della Mirandola
aggiunge che ogni nostra ricchezza è stata razziata, cavalli,
argenteria, armi, cannoni, gioielli, l'intero corredo di un capo, del
Luogotenente del papa e del re di Francia. La realtà non si discute.
L'ira se mi accecasse non farebbe che aumentare il disonore.
Fingiamo che non sia successo a me, e che io mi dibatta fra le
ipotesi e le immagini che ci assalgono in una notte di sogni cattivi.

Prima di tutto difendiamoci, difendiamo i figli, difendiamo il popolo.

Si radunino i notabili della città, qui nella sala grande. Che dirò? Mi
raccomanderò con le lacrime, farò la moglie affranta? Un impeto di
rivolta mi sprona, quasi chiederei una spada da amazzone. Bisogna
raccontare una storia. Dirò che tremila fanti hanno assalito il
marchese di sorpresa e non sappiamo ancora se sia stato ferito o no
nel combattimento. Inventerò una carneficina, le sentinelle uccise a
tradimento, nugoli di soldati all'attacco. Cambierò in una storia d'armi
sfortunata questa storia vile. Più amara sventura non poteva
toccarmi.

Coraggio. Farò parlare per primi i podestà dei nostri paesi, specie
quelli sui confini. Guai se il panico si allargasse. E Federico? I puttini
sono tanto piccoli che fa compassione solo il vederli. Ordino di
chiamare Federico: si vestirà col suo nuovo saio carnicino, sarà con
me, gli poserò la mano sulla spalla. Così dico e così faccio. Non
perdo un minuto. Un fuoco risoluto anima i miei gesti e le mie parole.
Passo la notte rincorrendo le ore con la veglia, dettando lettere su
lettere a Pirro Donati, tranquillo e sgomento. Lettera al re di Francia,
disperata; lettera alla regina di Francia, drammatica; lettera
all'imperatore, supplice. Ingiunzione a mio cognato il cardinale
Sigismondo: parta immediatamente da Macerata dove si ritrova per
servizio del papa e mi venga accanto riparandomi con la sua
porpora. La mattina mi scruto allo specchio, non sono affatto gualcita
tanto la febbre di provvedere mi nutre. Quanti ordini ho dato, e tutti
senza esitazione. Ho scelto accuratamente il vestito, semplice ma
nobilmente tagliato in una stoffa di taffetà leggero bigio chiaro che
arieggi ad un abito da cavalcare, e un tocco piumato sui capelli che
mi dia l'aria di essere pronta a qualunque occorrenza. I puttini sono
con le balie, le figlie dietro, io con Federico in prima fila. Entriamo in
sala grande.

Ci sono tutti i podestà, corre un'aria desolata di dispersione, il nostro


ingresso dà il primo segnale di coesione. Ripeto, ormai persuasa, la
storia di Francesco caduto prigioniero con la spada in mano: mi
sdegno e mi commuovo alla congiura degli avvenimenti, e sento che
mi sdegno e mi commuovo alla verità che sta sotto il mio racconto
più pietosa dell'invenzione. <Non crediate che io sia persa d'animo>

affermo. <Vi prometto che il marchese presto sarà liberato.> Dove


prendo questa certezza non so, ma essa vibra affermativa nel mio
accento. Si avanza quello che sembra il più sgomento, il podestà di
Sermide: la sua gente sta caricando la roba per mettersi in salvo, i
veneziani potrebbero arrivare da un momento all'altro. Il podestà di
Revere riporta notizie simili, quello di Borgofranco dice che i
contadini bruciano le biade sul campo piuttosto che lasciarle ai
nemici. Li domino con autorità. Devono convincere tutti a tornare
nelle loro case, al lavoro: sposteremo soldati della nostra guardia e
della guardia di Castello e li manderemo alle difese. Il piano si
svolge davanti ai miei occhi netto e quasi semplice tanto è chiaro:
sguarnire le fortezze del sud verso Bologna, riversare ad est armi e
soldati nelle rocche più esposte ai veneziani. Fare provviste per
avere scorte in qualsiasi circostanza. Danaro non mancherà, tutti i
miei gioielli sono all'ordine, splendono nei forzieri, pronti per essere
impegnati. <Siate calmi, credetemi> insisto con calore. <I nostri
oratori già da ieri sera hanno iniziato i loro viaggi in ogni direzione. Il
re Luigi non può negarci aiuti, siamo alleati, e così l'imperatore. Ci
getteremo ai piedi di Sua Santità, muoveremo il mondo intero se
sarà necessario.> Prende la parola il podestà di Mantova. Che vorrà
costui? Lo conosco per un sollevatore di dubbiosità, un uomo che fa
nascere idee contaminate in ogni situazione. Dice con falso sussiego
che deve garantire la pace della città, che il popolo è in grande
agitazione, che si è sparsa la voce di una mia partenza con i figli per
Ferrara. Lancia uno sguardo rapido al mio cappello, fa una pausa;
per fortuna pensa di essere molto scaltro chiedendo che Federico
cavalchi da solo per Mantova: il popolo si sentirebbe più sicuro,
avrebbe la certezza di non essere abbandonato.

Respiro dopo un istante di sospensione; non si sa mai in quale


nebbia ti precipitino gli irresoluti. Acconsento subito (la cavalcata era
già nei miei piani), guardo Federico. E' fulgente, composto, più
infantile dei suoi nove anni ma non ha paura di nulla. Come è
lontana e miserevole nella mia mente l'immagine di Francesco,
prigioniero avvilito, di fronte a questo fanciullo magnifico che solo
apparendo chiama la fede e il consenso dei sudditi: gli sono
riconoscente di essere mio figlio. Lo affido con un cenno al Rozone
suo precettore; Federico mi fa un saluto irresistibile, appena grave,
un poco ridente nel fondo degli occhi quasi nel suo animo
permanesse comunque un senso di gioco. L'istante mi esalta; sento
che il popolo riunito nella piazza grida il suo nome. Lo hanno capito;
qualunque cosa sia per accadere il marchese di Mantova è a
Mantova. In quei primi giorni compositi di contrasti ero divisa nelle
alternanze della speranza e della disperazione. In un traffico
ininterrotto, oratori e inviati portavano missive alle quali lavoravo di
prima mattina a spirito fresco. Di una lettera feci venti copie
adattandole volta per volta ai destinatari. Scrissi ad ognuno dei
cardinali di qualunque parte politica, scrissi a Firenze, a Napoli, in
Spagna, in Inghilterra e persino al Turco. Con ognuno dei potentati
c'era qualche cosa da dire e da non dire: bisognava distinguere a
colpo sicuro. Non si doveva trattare con la minima alterigia re Luigi,
pronto da parte sua a farmi notare, dall'alto di una sua missiva
consolatoria, che la disgraziatissima prigionia di Francesco non
sarebbe mai avvenuta se egli non avesse trasgredito il suo ordine di
restarsene chiuso in Verona. Cosa vera, crudele a sentirsela
rammentare. Con l'imperatore Massimiliano il danno non era solo di
giudizi e di mortificazioni. Egli prendeva pretesto da tutto, come da
secoli fanno gli imperatori tedeschi nelle nostre terre, per pretendere
denari e provvigioni per l'esercito d'Italia che, secondo lui, ci
difendeva: tributo, sottolineava la cancelleria imperiale, doveroso per
noi alleati. Denari ne avevo pochi, e le vettovaglie servivano per le
nostre genti. Occorreva dunque contrastare evasivamente,
concedendo a stento la ventesima parte di quanto si richiedeva. La
guerra contro Venezia faceva intravedere speranze di tregua. Il
papa, che alla prima notizia della cattura di Francesco aveva
scagliato in terra la berretta bestemmiando San Pietro, era venuto a
minor furia, e già riceveva ambasciatori veneziani che andavano a
pregarlo di togliere la scomunica alla loro città. E a quando a quando
mi diceva brava, specie per la distribuzione delle forze militari nelle
fortezze di confine. Appena credevo di aver parato un colpo, ne
arrivava un altro, una pena si aggiungeva ad un'altra. Il re di Francia
confidava a nostri gentiluomini come Alberto Pio da Carpi
affermasse che la qualità del marchese di Mantova era infida e che,
facilmente fiaccato dalla prigionia, egli avrebbe potuto tradire
accordandosi coi veneziani. Il mio orgoglio sanguinava davvero. Ma
fu peggio quando il re francese mi avvisò di voler mandare a
Mantova cento uomini d'arme al comando di monsignor d'Allègre a
difesa della nostra terra: mi drizzai su me stessa e immediatamente
risposi che non avevamo bisogno di soldati, il popolo era quieto e
operoso; avevamo solo bisogno che Francesco tornasse a casa.
Intanto inviavo alla regina un bel quadro, tra i migliori che avevo del
Costa, pittore da lei sommamente ammirato; e facevo ricercare fra i
nostri maestri berrettai alcuni bei cappelli per re Luigi che, a quanto
mi s'informava, andava in giro con un copricapo di peluche
sbertucciato. Le mie ragazze di corte, inguaribilmente giocose, risero
non poco per quel cappelluccio del re di Francia. Ridevo senza
allegria io, pensando che sotto quel feltro liso c'era una testa
coronata capace di comando. Da Roma il papa continuava a ridire
solo quel suo <brava> irritante, mentre l'imperatore mi annunciava
l'arrivo di un suo uomo di fiducia per aiutarmi a governare.

Gli feci giungere un no morbidissimo ma assoluto: da lui,


l'imperatore, aspettavamo ogni bene, non però gente che
s'impacciasse di governo al quale, con mio cognato il cardinale
Sigismondo, bastavo io. Così quando l'autunno lasciò il passo
all'inverno, decisi che almeno papa Giulio dovevo obbligarlo
solidamente: e il modo l'avevo. Per fortuna nostra era pronto da
tempo il patto di nozze tra la mia figlia primogenita Eleonora e il
nipote del papa, Francesco Maria della Rovere ora duca d'Urbino
dopo la morte di Guidobaldo, quel sovrano degli uomini animosi,
tanto valoroso in battaglia quanto ammalato e angustiato. La mia
Elisabetta, la cognata che chiamavo sorella, aveva patito con grande
dignità la morte precoce del suo trentacinquenne marito, vicino al
suo cuore quanto altri non fu mai e nei modi singolarissimi del loro
amore. Su Elisabetta non mi sono stancata mai di fermare il
pensiero. Con lei gustavo le dolcezze che da una cara e amata
compagnia deriva; a certe mie vivezze sapeva opporre un contegno
che non ho più ritrovato in nessuno, un lieve sorriso che le veniva
dall'anima, gentilmente motteggiatore e sommessamente
rassegnato; e nello stesso tempo di là dalla rassegnazione. Il suo
limpido spirito non si è discostato mai da lei, pronta a partecipare dei
sentimenti altrui mettendo da parte le sue pene. E quel suo
matrimonio bianco era riuscita persino a farlo accettare a Francesco
sebbene egli sempre vi alludesse scotendo il capo come cosa che
per lei sola potesse essere giusta e sacra. Col suo grande animo
tollerava con distacco le lodi insistite dei poeti e dei cortigiani che
esaltavano la sua leggendaria castità. Era stata lei a volere quel
patto di nozze tra il nipote adottato come figlio, e la mia primogenita:
aveva prediletto Eleonora dalla sua nascita, e l'amava più di quanto
poi amasse Federico. Ho davanti a me il gesto delicatissimo delle
sue mani seguito dalla trepida occhiata di Guidobaldo quando, nella
mia camera, sollevò la bambina dalla culla per portarla a battesimo.
A mano a mano si era creata tra loro una affinità di malinconia, la
struggente malinconia dei Gonzaga quando avevano nome Cecilia,
Paolina, Dorotea, Ludovìco e Federico, padre di Francesco. Devo
dire che io, giovane e folgorante, non apprezzavo in Eleonora quella
tendenza alla mestizia che mi pareva amabilissima in Elisabetta,
forse perché oscuramente mi sentivo giudicata da mia figlia fin da
quando era infante. Il viso serio, la voce modulata che trascorreva in
improvvise durezze, il tenersi appartata e taciturna componevano in
lei uno stato di estraneità che si scioglieva solo nell'esercizio della
musica.

Scoppiava in lacrime per la minima riprensione, o peggio si chiudeva


in una obbedienza ostile. Eppure nascondeva in sé slanci di vitalità
gioiosa: l'avevo vista quando si ballava nelle feste agresti,
specialmente a Cavriana, signore e villanelle insieme, sfrenarsi con
una luce ingenua nel viso: diventando subito ombrata se incontrava
il mio sguardo. Sbocciata con grazia, cresceva bene: appena
adolescente correva per le corti la fama della sua bellezza, ma io
non la giudicavo di tanta eccellenza e non mi sembrava giusto che
circolasse una fama che poteva risultare maggiore del merito e
danneggiarla. Così fui costretta a dire alla regina di Francia che,
avendo udito tante lodi, chiedeva il suo ritratto: ci scusasse, ma la
giovane nostra non era tanto bella da far girare per il mondo i suoi
ritratti. Non sbaglio, Eleonora adorava suo padre e prendeva
un'espressione di passione consolata ogni volta che lo vedeva; lui la
ricambiava con tenerissimo entusiasmo. Mai è stata dalla mia parte,
mai, nemmeno nei miei più alti momenti; per che cosa mi riprovasse
non l'ho mai saputo. Ma se Elisabetta l'amava, c'era in lei
sicuramente qualche cosa da amare, ed io, per amore di mia
cognata l'ho nominata nel mio testamento lasciandole un ricco dono.
Il contratto di nozze con il nipote del papa che Francesco aveva
affettuosamente patrocinato per Eleonora ancora dodicenne, era
molto duro da rispettare in ogni suo punto. Il papa pretendeva una
dote maggiore di quella che io avevo portato a Mantova; trentamila
ducati spartiti così: ventimila da dare al momento della cerimonia
nuziale quindicimila in contanti e cinque in vesti e gioielli e gli altri
diecimila pagati in seguito; e i tempi sarebbero stati fissati da
Elisabetta. Era davvero un brutto momento per le spese nuziali, ma
mi risolsi a farle sebbene gli urbinati venuti per ricevere la dote, i
vestiti e gli arredi secondo i patti, stringessero le labbra e
mormorassero che quattro pezze di stoffa preziosa, panno d'oro,
broccati e tele d'oro e d'argento, formavano un corredo a dir poco
esiguo per una principessa. Le concessi di prendersi tutti i vestiti che
possedeva, alcuni ricchissimi, che avrebbero dovuto essere
conteggiati, ma non bastò. L'umore di Eleonora poi, quando sentì
che doveva subito andare a nozze, divenne nuvoloso. Non le uscì di
bocca nessuna frase festevole, portava continuamente il fazzoletto
agli occhi: e per giunta sottintendeva che si cercava di mandarla a
marito in condizioni da poveretta. Finalmente arrivò Elisabetta con
un seguito molto ben fornito, vestita ed ornata, avendo deposto in
onore della sposa il lutto per la morte di Guidobaldo. Non sopportavo
più il viso lungo di mia figlia: impossibile starsene sereni di fronte a
quelle lacrime e a quelle proteste. Eleonora voleva suo padre,
essere benedetta da lui, rassicurarsi e scaldarsi alla sua presenza.
La capivo. Ma lei non capiva quanto potessi essere affranta da tante
e diverse cure, come dovessi ad ogni costo risparmiare denaro per
la famiglia, per la corte, per il popolo. Una mattina d'inverno, nel
Castello immerso in un'ondeggiante cortina di nebbia, ripeteva
ancora quel suo lagno di infelicità. <Non voglio, non voglio sposarmi
senza il bacio di mio padre.> Tentavo di essere paziente,
commentando che non erano tempi di baci, e lei gridò. <No, non mi
sposerò finché il mio caro padre non sarà tornato libero da Venezia.
Ho deciso.>

<Tu farai quello che ho stabilito,> dissi perentoria. <Il marito è quello
che da tanto tempo ti abbiamo destinato: è bello, è giovanissimo, ti
piace, almeno così hai sempre detto.>

<L'ho detto per obbedienza> mugolò a bassa voce. <E poi questo
non c'entra: non voglio sposarmi senza mio padre.> Persi la
pazienza.

<Sciocca,> gridai <tre volte sciocca! Non sai far altro che piangere.

Non l'hai ancora compresa la lezione che tante volte ti ho spiegato.


Tuo marito è figlio di un fratello del papa, e del papa abbiamo
bisogno perché solo lui può imporre ai veneziani la liberazione di tuo
padre.

Costoro accetteranno tutto pur di essere assolti dalla scomunica. Se


lo preghiamo col tono giusto, papa Giulio può farlo tornare anche
subito.>

<Ma io non ci sarò quando egli tornerà.>

<Tu no, ma noi tutti sì. Io, i tuoi fratelli, il popolo.>

<E io no.>

<Tu sarai a Urbino, riverita e adorata, con un giovane marito, con la


nostra carissima Elisabetta che ti ama teneramente, e nel più bel
palazzo d'Italia: vedi che sorte infelice.> Mi accorsi che una delle
donne aveva sulle braccia un drappo d'oro ricamato di perle da
riporre nel cassone del corredo; le sibilai un ordine: <Quello no,
Venanzia: quello è mio.> Eleonora raddoppiò i singhiozzi. <Già io
non merito nulla, tutto mi si deve negare.> In quel momento era
apparsa Elisabetta: guardò me, guardò la nipote e non smetteva di
sorridere. Si fece dare da Venanzia la pezza di drappo d'oro, e con
quella sua avvolgente maniera: <Isabella, sorella mia,> disse <ma
questo non è il drappo che avevate promesso all'inviato del papa
quando venne a concludere i patti nuziali?

Drappo d'oro a racemi di perle, è proprio questo. E come può


Eleonora presentarsi alla corte di Roma, la prima del mondo, se non
avrà abiti da figurare? Non vorrete che si giudichi da lei il poco peso
della vostra influenza. Questo drappo ce lo prendiamo, vero
Eleonora? Farai restare di sasso tutto il Vaticano. Ed io ti darò in più
una pezza di broccato con perle pendule e rubini, dono del mio
Guidobaldo. Non c'è stato tempo per me di farne un vestito: servirà
per la nuova duchessa d'Urbino.> Poi volgendosi a me, sempre con
un sorriso: <Isabella, da ieri il segretario nostro aspetta l'acconto di
cinquemila ducati sulla dote.>

<Staremo ai patti, staremo ai patti> risposi un poco a denti stretti. <I


vostri guardarobieri, i vostri segretari ci sono sempre addosso.
Costoro fanno sempre così.>

<Isabella,> disse caramente Elisabetta <non badate a queste


piccolezze.

Noi saremo le vostre ambasciatrici a Roma, non lo lasceremo


respirare, il papa: per forza dovrà costringere i veneziani a liberare
Francesco.>

Mise la mano sulla spalla di Eleonora e la guidò fuori dalla stanza: la


sentii dire con quieto fervore: <Sarai tu, figlia mia, a sciogliere la
catena dai polsi di tuo padre.> Mia cognata operò con tanto lieto
fascino che dopo giorni alterni di pianto e di serenità (e di non pochi
miei sacrifici), la comitiva nuziale fu in ordine per la partenza. Fiumi
di lacrime versarono tutti i figlioli e la corte quando Eleonora se ne
andò una mattina di nebbia grossa. Sul ponte di Castello le persone
che salutavano la sposa uscivano una per una dalla fitta cortina
come i recitanti quando si presentano alla commedia. Presto la
comitiva fu assorbita dal grigio e non vedemmo più nulla. Giorni di
festa e balli erano già preparati per la sposa a Bologna, a Imola a
Faenza a Rimini e infine a Urbino. La notte di Natale, quando scoccò
il punto di astrologia, i due sposi si unirono e la mattina dopo
Elisabetta entrò scherzando nella loro camera fingendo di
rimproverare Eleonora che le rispose con un po' di broncio di aver
fatto quello che le era stato comandato. Mi domandai se la notte
nuziale fosse stata senza drammi: pensai alla mia notte lontana, così
affocata per i troppi assalti di Francesco, rovente. Sebbene ogni
caso richieda tempo per essere risolto, speravo che da queste
nozze, costate tante rinunce, mi dovesse venire tutto e
sollecitamente. Il papa aveva chiamato a Roma gli sposi con
Elisabetta ed Emilia Pio e gran seguito. La cerimonia della conferma
del sacramento era stata pomposa, seguita da balli,
rappresentazioni di commedie, concerti, corse di bufali per le piazze.
Fedele ai nostri disegni, Eleonora cominciò a supplicare papa Giulio
per suo padre, assistita dalla zia: ma egli rispondeva vagamente,
vagamente rassicurava. Si era ancora lontani dalla liberazione di
Francesco, e le lettere di lui, sempre più lamentose, ispessivano.
Dichiaravo in buona fede che mi flagellavano e accoravano i cattivi
trattamenti dei veneziani al prigioniero chiuso nella Torresella: mi si
era persino ricusato di mandargli il suo medico. Per Natale gli avevo
spedito il suo cantore prediletto, Marchetto Cara, che solo tre volte
ebbe il permesso di andare ad alleviare la tristezza del suo signore.
Mi capitò una strana cosa: fui quasi delusa di sapere da Marchetto
che Francesco stava bene nella persona e provvisto di ogni cosa
che gli occorreva.

Evidentemente c'era del vero tanto nello star bene quanto nel suo
lamentato star male; i carcerieri giocavano con lui per accorarlo di
più. Ci fu un giorno che dovetti scrollare le spalle sdegnosamente: il
Doge aveva detto in pieno Consiglio che io avevo preso gusto a
regnare e perciò non mi curavo della sorte di mio marito. Vere
lacrime piangevo, più rabbiose che offese. I veneziani, commentò
mio fratello Ippolito quando venne a Mantova per rendersi conto dei
miei portamenti pesandomi da vicino, fanno gli aguzzini e i grandi
liberali per dare a volta a volta coloritura miseranda o di speranza, e
così con alternative incalzanti tengono sulla corda i loro nemici.
Ferrara, più che mai fedele alleata dei francesi, impegnava le forze
della Serenissima sui confini. Alfonso aveva fatto la sua scelta
entrando nella Lega di Cambrai: contava di poter riavere le terre
perdute da nostro padre nella guerra contro Venezia, quel bel
Polesine di Rovigo dei cocenti rimpianti estensi. Quando Ippolito
arrivò a fare la sua ricognizione da me in Castello, non c'era traccia
di virtù cardinalesca in lui vestito di corazza di cuoio e armato di
spada. <Non sono tempi che basti il pregare> mi disse asciutto
scuotendo la zazzeretta sempre benissimo curata. Nel fondo della
berretta aveva fatto cucire uno specchietto e con l'aiuto di quello
manteneva il capo sempre ordinato; a contrasto sembrava
incredibile il suo tratto militare, brusco, carico di energia.

Mi rivelò che in quei giorni una grande armata sarebbe venuta con le
navi per il Po sino a Ferrara e lui, il cardinale, avrebbe comandato le
operazioni di difesa. Ostentava quel tanto di determinato fino alla
ferocia che faceva presagire la disastrosa rotta della flotta veneta e
la gran caccia fluviale che impegnò i ferraresi lanciandoli dietro ai
fuggitivi nel violento fracassarsi della superbia veneziana. Sotto una
bianchissima luce di plenilunio, tutta la notte tuonarono le artiglierie
di Alfonso colpendo l'armata di San Marco che risaliva il grande
fiume.

E tutta la notte Ippolito, sotto quella luce, restò a cavallo pronto a


dirigere i movimenti dei difensori. L'apoteosi ferrarese, il trionfo dei
miei due fratelli, il colpo sferrato ai nostri nemici, mi dettero un
soprassalto di gioia e di timore. Che cosa avrebbe suggerito ai
veneziani la sconfitta, avendo un Francesco inerme nelle loro mani?
Si sarebbero vendicati sul povero prigioniero? La loro possibilità di
vendicarsi comprimeva il mio cuore fino a strizzarlo e accendeva in
me lo sdegno antico contro la potenza della Repubblica, troppo
assoluta a paragone del nostro equilibrio di piccoli stati. Mi parve
però di respirare meglio quando pensai che un ostaggio del peso di
Francesco, tale da poter quasi decidere le sorti della Lega, era
troppo prezioso per disfarsene con una razione di veleno. Seguendo
col pensiero una lezione di realtà politica, e immaginando una difesa
come fanno i grandi capitani quando prevedono mentalmente
l'assalto nemico ai propri capisaldi, mi condussi in modo che
qualcuno dei nostri, ammessi alla prigione, provocasse in Francesco
uno dei suoi moti generosi, e infatti egli dette ordine di restituire
quanti prigionieri veneziani avevamo a Mantova. Il gesto piacque al
Doge Loredan, ma non ci portò nulla di nuovo. Passato il Natale, i
mesi dell'anno nuovo si numeravano già e Francesco rimaneva
chiuso dietro la porta ferrata della Torresella. Ad un dato momento si
pensò ad uno scambio di prigionieri, avendo i francesi nelle loro
mani il gran capitano della Serenissima Bartolomeo d'Alviano preso
ad Agnadello; ma fu tale la reazione di re Luigi alla proposta, così
sprezzante per Francesco giudicato di poco peso di fronte allo
stimatissimo generale, che lacrime bollenti di umiliazione mi
calarono sul viso. Asciugandomi, ritornai per la centesima volta
all'idea che solo dal papa e a qualunque prezzo avrei potuto avere
aiuto, soltanto da lui. Sempre col rodio del prigioniero seguivo dalle
minime avvertenze dei nostri informatori a Roma il mutare di Giulio
che si stava gradatamente staccando dalla Lega immettendosi in un
pensiero diverso, volgente a liberare l'Italia dagli stranieri. E c'erano
chiari indizi che lo dimostravano incline a togliere la scomunica ai
veneziani, primo passo per arrivare all'accordo. Bisognava però
aspettare. Di questi tempi ripresi a compartire le mie giornate come
avevo fatto nella mia prima giovinezza quando mi pareva che le ore
non ce la facessero a contenere la mia dirompente avidità di vita.
Era necessario che l'attesa non avvilisse lo spirito della nostra corte:
e di sicuro non si sarebbe avvilito se io avessi mostrato il viso
sereno. Gli aiuti questa volta dovevano offrirmeli i miei amici; e tra
loro scelsi i più congeniali al mio spirito assegnando a ciascuno una
parte da svolgere secondo il loro temperamento. Li chiamai in cuor
mio i Dilettosi. Fra questi, di statura e qualità diversa, spiccava
Bernardo Bibbiena non ancora cardinale che venne a confortarmi
per lettera quando Eleonora fu partita e la forma vuota della sua
persona si aggirava ancora per le camere. Il mio amico si trovava
alla corte di Urbino, e di lì mi scrisse cose tanto gaie e saporite che
restaurò i nostri umori. Era tonico lo spiritoso svolgimento del suo
raccontare nelle giocose finzioni, per esempio nell'accusare
Elisabetta di severe ritorsioni: lei non finiva di sgridarlo per non aver
fatto parte della comitiva nuziale, quando egli, poveretto, giaceva a
letto colpito dalla gotta. E seguitava con molte bizzarrie frizzanti
rifacendo il verso a se stesso con il suo svelto linguaggio alla
toscana tutto aculei e senza affettazione. Lessi la lettera e poi la
rilessi ad alta voce alle mie donne e ragazze, compresa Alda
Boiarda eletta da lui come favorita: troppo presto si giungeva alla
firma confidenziale, <il vostro Moccicone,> come nei nostri paesi
usiamo dire per balordo. Dopo un'ora di lettura e di commenti
andammo a letto meglio disposte a sopportare i fantasmi notturni, e
da quel giorno le lettere del Moccicone fecero avvenimento nelle mie
stanze di Castello.

Chiamai a raccolta i musici e imparammo strambotti nuovi.


Marchetto faceva miracoli e la canzone sua più celebrata : Forse che
sì forse che no apriva ogni nostro concerto dando l'avvio agli esercizi
armonici. La frottola che iniziava Rotta è l'aspra mia catena ch'io son
fora de prison fra tutte ci pareva di buon augurio e la cantavamo a
quattro voci, a ritmo alacre con accompagnamento di viole. Presi
anche ad uscire la mattina con alcuni ufficiali di Castello per
ispezionare le rive del Mincio e del Po. Avevo inventato una foggia
asciutta di vestito per cavalcare, di panno turchino scuro orlato di
galloni argentati, e sopra vi portavo a tracolla una sciarpa azzurra
ricamata alla francese; se non fosse stata la vasta gonna mi sarei
sentita capitano di milizie. Mentre ideavo quella foggia mi venne fatto
di pensare come la moda dei nostri tempi fosse più confacente agli
uomini che alle donne per essere in loro molto ornata ma snella a
confronto di quella nostra troppo espansa e talvolta così infoltita di
tessuti da far pesare il vestito anche su chi lo guarda. Ammetto che
anche i nostri abiti abbiano talvolta aria nobile e grandissima grazia,
ma bisogna molto studiarli nei rapporti tra il volume dei corpi e la
qualità e il taglio dei drappi. Una mattina ci spingemmo fino alla
chiusa di Govérnolo e mi si agghiacciò il sangue.

Passavano sull'altra riva, costeggiando il Mincio, pattuglie francesi e


tedesche, trascinando i loro cannoni. Più in là su un rialzo di terreno
si scorgeva un accampamento, soldati si riposavano intorno ai
fuochi, sulle tende brillavano i gigli d'oro di Francia. Poveri contadini
dalle facce sconsolate consegnavano con movimenti renitenti
salsicce, anatre, polli, cereali in sacchi: i soldati ridendo afferravano
ogni cosa. Ci erano vicini dunque, a pochissima distanza, l'assedio
era visibile.

Preceduti dal nostro araldo con lo stendardo gonzaghesco,


raggiungemmo la Chiusa, accolti dall'ingegnere soprintendente, un
mantovano di faccia aperta e piccoli prontissimi occhi turchini che mi
mostrò il congegno meccanico e lo fece azionare agevolmente.
L'ingegnere aveva una voce rassicurante. <Non temete, signora
marchesana> mi disse. <Mantova è imprendibile. Al vostro comando
sarà circondata dall'acqua e nessuno potrà offendere la città.> Gli
sorrisi per intesa, ma tornai in Castello appenata. E qui trovai ad
aspettarmi Tolomeo Spagnoli, il consigliere favorito di Francesco:
sulla sua faccia volpina, sempre atteggiata ad una maschera di fissa
deferenza, non si poteva leggere nessun presagio.

Tornava da Venezia dove gli avevano permesso di entrare nella


Torresella a colloquio col suo signore. Esclamai andandogli incontro:
<Francesco!

Come sta lo sposo mio? Che cosa dice?>

<Sta male,> mi risponde lo Spagnoli <ma comincia a respirare.> Poi,


mostrando una improvvisa gaiezza, riprende: <Grandi notizie,
signora marchesana, grandi notizie!> Domando se vi sono speranze
nuove. <Altro che speranze. I veneziani vogliono nominare il
marchese Capitano Generale della Serenissima con il massimo
onore. Sarà libero e inchinato da tutti.> Rapidamente mi si
disegnano in mente le tende dell'accampamento con i gigli del re di
Francia tanto vicini, e vedo la fila dei cannoni imperiali. <Libero?>
grido. <Libero da che cosa?>

<Potrà tornare a Mantova, difendere la sua città> risponde enfatico


lo Spagnoli. <E' una follia> esclamo animata da una subitanea
percezione della realtà. <E' una rovina! ai francesi, agli imperiali, non
parrebbe vero di occupare Mantova, e basterebbe poco
all'imperatore per dichiararci decaduti dall'investitura del feudo come
traditori.>

<Credevo di darvi una felice notizia: mi accorgo che non v'importa di


veder libero il signor marchese.>

<Non immaginate niente, dunque? I veneziani vorranno tenere il loro


Capitano Generale sotto sorveglianza e sarà in altro modo ancora
più prigioniero di adesso, e noi saremo esposti a tutte le
rappresaglie.> Lo Spagnoli mi si para innanzi; la maschera di
rispetto gli è caduta dal viso, e mi parla con impudenza: <Signora
state attenta: i veneziani dicono da tempo che volete tenere vostro
marito lontano da casa perché avete voglia di governare. Anche il
signor marchese lo dice.>

<Non può essere> urlo. <E poi non m'importa. Francesco mi accusi,
mi offenda, mi privi del suo amore, purché non accetti una simile
vergognosa offerta. Gli resisterò, gli conserverò lo stato ad ogni
costo. Non può tradire la Lega, capovolgere i suoi impegni, diventare
lo stipendiato dei nostri nemici. E badate a voi, signor Tolomeo. Che
non vi sfugga una parola di questo insensato disegno. Il popolo deve
essere certo che il suo signore è un uomo leale.> In quei giorni,
andando e venendo a colloquio con i capitani delle fortezze poste
verso oriente, ebbi un soprassalto di energia quasi feroce e spiccai
l'ordine che girò per l'Italia e l'Europa. Ai nostri capitani
raccomandavo di tener testa con tutte le forze alle truppe della
Serenissima. E ascoltassero bene: caso mai i veneziani
conducessero sotto le mura il marchese di Mantova minacciando di
ammazzarlo se non fosse stata loro consegnata la fortezza, ebbene
non per questo dovevano commuoversi e aprire le porte.

Riferite le mie parole al re di Francia, egli ne ebbe le lacrime agli


occhi, non so se per ammirazione o per pietà di vedermi ridotta a
tale eccesso. Qualcuno mi giudicò di crudele animo talun altro una
virago.
Non me ne curai. La primavera portò più gravi affanni. Il Doge
Loredan protestava perché nel mantovano si riforniva di vettovaglie
Verona la città ribelle, Giulio Secondo stentava a levare la
scomunica a Venezia, e l'imperatore Massimiliano pronunciò per
primo la parola ostaggio riferita al mio Federico. Lo richiese
fulminandomi con un tono di autorità imperiale al quale risposi che
per nessuna ragione al mondo avrei dato fuori di casa un delicato
fanciullo che toccava appena i dieci anni. Il papa mi incitò a resistere
dicendo che non fossi così pazza da privarmi del mio primogenito, e
figurarsi se non ero con lui.

Dopo un mese il re di Francia mi fece la stessa richiesta con una


lettera perentoria. Alzo in alto le braccia come per ripararmi da un
peso che stia per piombarmi addosso, mentre il mio Pirro Donati con
voce seria e smorente mi legge, traducendola dal francese, la lettera
regale.

Non avevo che parole da opporre al volere di un re tanto potente.

Alfonso, mio fratello, mi esortava a consegnare Federico,


Giangiacomo Trivulzio scrisse per indurmi ad obbedire dato che lo
strapotere francese dominava ormai l'Europa. E tutto questo, come
avevo previsto, era dovuto all'insensata proposta dei veneziani di
nominare Francesco loro capitano. Nessuno si fidava più del
marchese di Mantova. Spedii immediatamente uno dei nostri migliori
diplomatici, l'acutissimo Soardino, in Francia con otto pagine di
istruzioni, suggerendogli frase per frase il mio discorso di diniego.
Riducendo in parole il convulso moto dell'animo, assicuravo,
giuravo, protestavo la mia lealtà senza un cedimento: affermavo,
contro ogni verità, di aver capito che solo il re di Francia avrebbe
potuto rendermi Francesco perché il papa non aveva messo la sua
liberazione tra le condizioni poste ai veneziani per la revoca della
scomunica. Riconoscevo dunque a re Luigi ogni potere, ma gli
negavo mio figlio, fanciullo fragile, ancora governato da donne: mai
avrei consentito a darlo. Fargli cambiare clima, cibo, abitudini
sarebbe stato ucciderlo, e morendo lui anch'io lo avrei seguito. Da
marzo si andava a maggio: e l'arciere invisibile che puntava su
Federico scoccò un'altra frecciata. Mio figlio è ora chiesto in ostaggio
da Venezia, e chi lo chiede per consegnarlo alla Serenissima è suo
padre. Pirro Donati che mi aveva portato la lettera di Francesco si
sgomentò a vedermi ridere nervosamente leggendola. Mi sembrava
di essere alla commedia quando a ogni scena cambiano i recitanti,
tutti invaghiti di un solo oggetto che ognuno si crede in diritto di
possedere. Ero fuori di me, vacillavo. Una notte mi destai di
soprassalto e mi parve di udire un gemito lacerante. Ebbi
l'impressione che mio marito fosse nella camera, e presi a parlargli
ad alta voce. <Francesco, non ti ricordi chi sei?

Chi siamo? La prigione, questo isolamento dal vivere con gli uomini
ti ha tanto mutato? Ti fidi dei tuoi nemici e mi ordini di consegnarti
nostro figlio, senza pensare che vi avranno in mano ambedue e io
resterò sola con i puttini e le figlie. Che dirà il popolo? Giudicherà
bugiarde le feste che abbiamo fatto per celebrare le disfatte della
Repubblica di San Marco. Se ti dichiari alleato dei veneziani, saremo
invasi da francesi e imperiali. Sii paziente, sopporta ancora. Mi sto
dibattendo tra nemici smisurati, e tu lo sai, e sai che ragiono
giustamente. Amo te più di quanto tu ami te stesso, e sta' certo che
se fossi sicura dei veneziani ti darei Federico, Ercole, Ferrante, tutti i
figlioli; ma conosco l'ambiguità dei tuoi carcerieri, i loro fatali giochi.>
Mi sembrava che egli fosse vicino e che io potessi fargli arrivare le
mie parole; mi ritrovai rabbrividente e tutta sola, e la notte di maggio
fresca e profumata fu ad un tratto colma d'ira. Mi rifiutavo di
accettare che Francesco non capisse le cose che io così
chiaramente disegnavo in ogni loro correlazione politica, e solo mi
ispirava una furente pietà quella sua cieca voglia di venir fuori dalla
Torresella, da quella stagnante prigionia. Le mie parole divennero
una missiva al Doge. Quando la lettera arrivò a Venezia, i signori del
Senato mandarono, di mattina presto, i loro armigeri alla Torre
perché Francesco, svegliato d'improvviso, sapesse ciò che decideva
sua moglie.
Egli leggeva e bestemmiava, piangeva e si condoleva ad alta voce
con se stesso, mi chiamava puttana, responsabile della sua morte.
Se non gli davo Federico, minacciava, mi avrebbe tagliato le canne
della gola: disgraziatissimo lui ad avere una mogliera che voleva far
tutto a suo modo. Pirro Donati freddando la voce nello sdegno
segreto, scorreva i fogli, portati di persona da Tolomeo Spagnoli,
senza alzare gli occhi. E il mio pensiero prese un'altra strada. Stavo
ferma stringendomi al bracciolo della mia scranna; sento ancora
quella forma arrotondata e levigata come un raso ligneo sotto le dita.
La mia natura, pronta ad ogni cambiamento di ipotesi, mi invitava ad
un temerario salto. E se quella reazione di Francesco fosse una
finta? Se quella intolleranza smodata fosse un accorgimento per
dirmi <Ti ho capita, recito una parte per ingannare i nostri nemici,
esagero perché tu mi intenda: ma tu sii fedele alla tua parte>? Altre
volte ci era capitato di accordare ad uno stesso fine le nostre diverse
azioni, e mi dolevo ora di non aver concertato fra noi un cifrario
segreto che ci rassicurasse a vicenda.

Sentivo il pericolo di scivolare in una spirale, e ardentemente


captavo tutti i possibili segni che potevano aiutarmi, anche
lontanissimi. Mi afferrai al pensiero che Francesco, forse senza
averne la coscienza, mi comunicasse una sua interna verità incerta,
nebulosa anche per lui ma che lo esprimeva veramente. Era sempre
mio marito, il mio sposo, altra persona da quella che m'ingiuriava e
disconesceva le mie azioni. Non volevo perderlo; e nello stesso
tempo l'idea di cedere mi faceva orrore.

Mi vennero alla mente frasi di un colloquio breve avvenuto prima che


Eleonora andasse a marito, in una delle tante giornate inquiete
quando il suo caparbio rifiuto di sposarsi mi tormentava. Una
mattina, appena abbigliata, spinta dal rovello quotidiano, mi ero
diretta senza alcuna compagna verso la Cancelleria. Ai loro tavoloni
stavano i miei segretari di fiducia, Benedetto Capilupi e Pirro Donati.
Benedetto parlava con un gentiluomo straniero, uomo di studio o
uomo di segreteria, vestito di panno rosato schietto. Era costui di
statura e di persona non sovrabbondanti, di testa piccola, di viso
stretto dal mento lievemente scivolato. L'occhio era scuro e
penetrativo. Con il Capilupi contavano ducati sulla tavola e li
raggruppavano in file uguali. Ristettero a guardarmi. Il gentiluomo
veniva da Firenze e portava a noi la somma di quarantamila ducati
d'oro che, a nome della sua Repubblica, dovevamo passare
all'imperatore: Firenze pagava un tributo perché gli imperiali
stessero alla larga dalla Toscana. Dissi al signor Niccolò Machiavelli
quanto fossero fortunati i fiorentini ad essersi accordati tenendo così
lontana la guerra. Noi, invece, non solo pagavamo tributi ma
dovevamo rifornire di vettovaglie l'esercito tedesco che poi, alla pari
di quello francese e degli eserciti di ogni specie, faceva ruberie e
scorrerie nelle nostre campagne. Intanto il Capilupi mi aveva
mostrato un dispaccio che ci avvertiva come Vicenza si fosse
ribellata ai francesi e consegnata ai veneziani: non una buona
notizia. Era da credere che fosse un episodio isolato o che altre città
sarebbero tornate spontaneamente a Venezia? domandai. <A volte i
popoli si cavano una voglia senza pensare al poi,> rispose
lentamente il fiorentino come se leggesse un libro. Mi piantava gli
occhi in viso e non mi dava alcun disagio. <L'imperatore e i
francesi,> ripresi <non mi pare che si impegnino molto perché i
veneziani siano in continua perdita.>

<Forse. Ormai però la potenza di terraferma della Serenissima è


sgretolata. E quanto agli alleati, essi giocano a tenersi a bada uno
con l'altro. Veda Vostra Signoria com'è la cosa: il re di Francia
potrebbe fare una grande guerra e non vuole; l'imperatore vorrebbe
farla e non può.>

<Signor Machiavelli,> dissi con un moto spontaneo <ma se il re e


l'imperatore non mi aiuteranno a liberare mio marito chi potrà farlo?
Io confido nel papa. Credete che sopraggiungeranno altri ostacoli?>

<Nessuno può saperlo. Avete questa carta sola, signora


marchesana, non la sprecate. Papa Giulio teme che re Luigi voglia
dominare l'Italia e dominare anche lo Stato della Chiesa, ma non
dimentica che Venezia è un grande baluardo contro l'Oriente
musulmano. Tratterà con i veneziani, siatene sicura.>

<Lo spero.> Sospirai e, cosa singolare, a quell'uomo che non avevo


mai visto, scesi a confidarmi. <Ho comandato a mia figlia di sposarsi
contro la sua volontà e di andare a Roma a perorare la causa del
padre. Forzare il volere di una figlia di sedici anni è stato duro.>

<Per comandare le cose forti, signora, bisogna essere forti. E voi lo


siete. L'umanità si può usare solo nella vita privata. E chi non ha
altezza d'animo non può comandare uno Stato.> Non rammento
tutto il nostro colloquio che fu breve. Quel fiorentino mi aveva offerto
allora una risposta indiretta; e adesso le sue parole, senza mitezza
ma nitide, mi esaudivano. Non mi tentava più la lusinga della
debolezza o quella dell'obbedienza di moglie: ero nel mio diritto
confortato dalla ragione.

Sapevo ora come rispondere a Francesco e in qual modo negargli


mio figlio in ostaggio: avrei imposto, non pregato. Solo a Dio
dovevano salire le mie preghiere. Ad una pausa di giorni
apparentemente quieti seguì uno scoppio inaspettato (ma non del
tutto) che sommosse le mie attese. Ludovìco di Canossa, nostro
ambasciatore, giunse da Roma; e con l'aria di chiedere poca cosa
mi disse perché era stato mandato da papa Giulio: aveva l'ordine di
condurre Federico a Roma, ostaggio di Sua Santità, da lui garantito
ai veneziani. <Federico, figlio mio, sei il bersaglio del mondo> dico
con una appassionata compassione non priva di un doloroso
orgoglio. Il Pontefice, era la sola carta da giocare, aveva lasciato
intendere quell'enigmatico segretario fiorentino. Eppure non mi
beffavo di lui, la sua lezione agiva. Federico a Roma, ospite della
sorella Eleonora sposa al nipote del pontefice, della zia Elisabetta, in
quella corte grandiosa sotto la più alta autorità morale del mondo,
inquietava meno di Federico in Germania o in Francia o a Venezia.

Tuttavia sarebbe stato tanto lontano, non lo avrei più vigilato minuto
su minuto. Avevo a Roma moltissimi amici che si dicevano
perdutamente devoti alle mie cause, ma l'autorità del Vaticano
poteva schiacciare tutti. Roma era una città liberissima, facilmente vi
correva il veleno, da ogni vicolo uscivano fulminei scherani pronti ad
uccidere. Dovevo fidarmi, e quanto? Eppure mi accorsi che rifiutare
non era più possibile. Francesco bestemmiava me e la mia
ostinazione dal fondo della Torresella, per Venezia insistevano
disumane calunnie sulla mia gelida brama di regnare, perfino Giulio
Secondo urlò che mio marito non era prigioniero dei veneziani ma di
una puttana ribalda. Ormai l'epiteto era logorato, non mi
commuoveva più. Il caldo dell'estate preme sui muri e sulle volte,
alita sui camminamenti di Castello. Stiamo sempre sui torrioni tra
vasi di verzura e di fiori, sotto tendaggi tesi sulle corde per ripararci
dal sole e respiriamo a folate le lievissime brezze del lago. Lassù
arrivano col fiato ansante i miei informatori e oratori, l'impareggiabile
Ludovìco di Canossa pronto a levigare di toni benigni le spinose mie
richieste, Ludovìco Brognolo, Jacopo d'Atri da Parigi, il Capilupi un
po' da tutte le parti, il Folenghino delle missive difficili, talora finto
pazzo, ma il più attento e scaltro di tutti, e proprio per questo da
usare con parsimonia. Sulla mia ultima condizione sono irremovibile:
accetto che Federico vada a Roma, ma decido che egli non si
muoverà finché suo padre non sarà tornato a Mantova. Poiché l'ho
posta io, donna, la condizione, di così elementare sicurezza per il
nostro Stato e per la quiete del popolo, sembra irrispettosa diffidente
e provocatoria. Ma non cedo. E' un giorno da campane quel nove
luglio quando Pirro mi porta il dispaccio del Brognolo: ho vinto su
tutta la linea, ho proprio vinto. Seppure poco volentieri, Venezia
restituisce Francesco, libero da qualsiasi impegno e lo rimette al
potere papale.

Federico non andrà a Venezia ma a Roma. Abiterà al Belvedere, nel


punto più ridente del colle Vaticano; Eleonora ed Elisabetta, sorella e
zia, lo visiteranno e lo ospiteranno a loro piacere. Appena mio figlio
si metterà in via per Bologna dove lo attende papa Giulio, anche
Francesco si metterà in via da Venezia per ritornare a casa. Una
cosa volevo ancora e ottenni anche questa: il papa si impegnò a non
consegnare mai per nessun motivo Federico ai veneziani. Tutto era
pesato, contrassegnato, firmato. Radunai il popolo al Broletto ed
ebbi l'applauso unanime, quasi tempestoso dei nostri sudditi.
Guardavo quella folla compatta, accaldata, tesa verso la finestra
dell'Arengo, fissarmi con un puro slancio affettivo. Sorridente mi
sollevai su me stessa: avevo sfidato mezzo mondo, imperatore, re di
Francia, Venezia, papa, e senza mancare ai minimi doveri di
cancelleria e della podesteria. Mi presi la rivincita di scrivere a
Ludovìco Brognolo una lettera umile e superba. Informata che il
papa avrebbe intercesso per me presso mio marito tuttora rabbioso,
lo facevo pregare che non si desse tanto disturbo: le mie azioni
erano pubbliche, le mie ragioni erano sempre state giuste, sapevo in
coscienza di aver agito per il bene dello Stato e della famiglia, e
nessuno più del papa, conoscitore del cuore umano, mi poteva
giudicare diversamente. Così fui sola davanti a Francesco, e lo
aspettai serena. Quarta lettera : All'Illustrissima et Eccellentissima
Signora Isabella Marchesana di Mantova mia Padrona Signora mia,
mi presento a voi colmo di confusione e di entusiasmo. Mi ero
ripromesso di non inviarvi più queste lettere stimandole inutili
effusioni; poi io stesso mi sono tolto il veto, gettandomi nella
giocondità più viva affollata di parole, di immagini e di storie. Il
castigo è pronto: quando smetterò di scrivere, i fuochi caleranno fino
a spegnersi: e cominci pure il dibattito spirituale su quello che ad uno
della mia condizione conviene o non conviene fare. Ma è troppo
chiedere a noi stessi di vivere solo per ragionamento. Tutti, qui a
Roma, abbiamo seguito le vostre vicende durante la prigionia del
vostro illustre consorte a Venezia, e abbiamo ammirato il vostro
piglio di nuova eroina nel difendere lui e lo stato di Mantova. La
forma del vostro talento si è rivelata come, sotto la mano affatata di
Raffaello di Urbino, si rivela la vita delle sue figure che sorgono a
popolare il mondo di immortali emblemi. Sotto le vostre dita si
formavano gli eventi. In Curia ci sono tanti che non amano il nostro
pontefice il quale risulta molto incomodo ai viziosi e ai pigri; ebbene
taluni di costoro contavano con soddisfazione i vostri scatti difensivi
quasi registrando un punteggio da gioco di carte. Io non ho provato
nulla di simile. Eravate tanto fermamente nel vostro diritto di sposa e
di Signora che non vi si poteva giudicare tutta nemica e tale da
infliggere sconfitte agli alleati. Si leggeva un racconto a libro aperto
negli episodi incatenati l'uno all'altro e si vedeva bene come i
sentimenti sinceri possano essere usati per rinforzare i piani di
abilità. Ho riportato in un libriccino, e mi piace citarle, le parole che
avete scritto al re di Francia quando vi chiese il figlio in ostaggio per
assicurarsi la fedeltà di casa Gonzaga: <Nel caso miserando del
signore nostro consorte, alleviamento indicibile è la presenza di
questo caro figliolo, e grande refrigerio e speranza arreca al popolo
e ai sudditi. Chi mi privasse di lui mi priverebbe dell'anima, tanto che
dal togliermi la vita e lo Stato a togliermi Federico non c'è
differenza.> Che piacere sottile mi dà la scelta delle parole, Signora
mia non solo carissima ma eccellentissima, perché in esse esiste la
certezza che non vi sia uomo così crudo da non sentirsi vergognoso
e colpito da esse. E finalmente è giusto aver condotto il nostro
pontefice ad una proba soluzione: restituirvi il marito e tenere lui con
la sua piena autorità vostro figlio custodito alla corte di Roma, più
ornamento di Palazzo che ostaggio. Chiamata come siete dalla mia
devozione senza strappi (e sarei tentato di definirla un tappeto
orientale steso sotto il vostro passo), voglio dirvi, Signora mia, che
senso di apparizione ha dato a tutti questi gentiluomini romani
l'arrivo del vostro Federico. Non meraviglia che sia il vostro ritratto,
ma sì che sembra ragionare con la duttile sapienza vostra, solo non
sapendo ancora tutte le parole e tutti gli argomenti. Ha lo sguardo
che racconta quel che vede, e già brilla in lui una critica personale
molto viva. La sua piccola persona, vestita e ornata nelle più
leggiadre fogge, è padrona di se stessa, ed egli dimostra fino alla
disobbedienza totale la sua dignità. Tale disobbedienza ha i lampi
della vostra terribilità nei momenti risolutivi. Ne sa qualcosa il suo
precettore Matteo Ippoliti che arriva a volte per dovere di maestro a
fare la voce grossa e persino a fare atto di dargli qualche
scapaccione, rabbuffandolo. Conosco la vostra giusta riprensione
degli atti di violenza ritenuti necessari dagli educatori, tanto più che il
figlio vostro è troppo acerbo per affrontarli e dimenticarli: e guai ai
rancori fanciulleschi che ci portiamo dietro tutta la vita. D'altra parte
accade raramente che le sue ribellioni siano così avanzate, anzi
nella maggior parte del suo tempo egli si comporta egregiamente
rallegrandosi spesso come conviene alla sua età, e gentilmente
salutando con quel riso freschissimo che si direbbe nato oggi. L'ho
trovato in Belvedere più volte o in luoghi bene apparati dove egli è
sempre il fiore del convito; e veramente è un miracolo della natura e
della vostra educazione il suo aggirarsi senza timore in mezzo ad
uomini già logorati dal vivere quotidiano. Vi piacerà sapere che col
papa il vostro Federico si intende benissimo: insieme scherzano e
giocano a carte fra alte esclamazioni di Giulio alle quali fa eco la
risata del fanciullo. Bellissime sono le passeggiate istruttive che
quasi ogni giorno compie in gruppo con uomini sapienti: è andato in
Campidoglio, alle Terme di Tito, ad una villa di Agostino Chigi nella
campagna presso le allumiere del papa a dieci miglia da
Civitavecchia, tra boschi e prati fitti di verde. Intorno a lui spira aria di
amorosa curiosità, ed è singolare, come ho già accennato, che al
suo nome si riferisca poco l'attributo di ostaggio figurando egli un
piccolo re che per gioco si finga prigioniero. Capisco quello che deve
penare Vostra Signoria fermandosi sulla parola gioco includente
anche una possibilità di perdita. L'ho scritta apposta per aggiungere
subito l'esortazione alla tranquillità: non ci sono congiure né pericoli
per Federico, egli sta più sicuro qui che nella sua stanza di Mantova.
Il papa ha preso ad amarlo oltremodo (e non badate a calunnie di
invidiosi), e vuole che Raffaello d'Urbino lo ritragga nelle Stanze
dove questo mostro della natura lascia il sigillo del suo pennello
divino. Al variare dei messaggi il pontefice tuona di voler mandare il
fanciullo a prendere il posto del padre nella Torresella a Venezia, ma
lo fa quando il vostro illustre consorte, suo Gonfaloniere, mostra
poca risoluzione a combattere i francesi ora che da alleati sono
diventati nemici della Chiesa. Per nessuna causa, ve ne dò
garanzia, lo manderebbe. So che non vi bastano mai le notizie più
che minuziose su vostro figlio e, perché leggiate volentieri i miei
caratteri, ripeterò che ho visitato le stanze di Belvedere dove alloggia
e sono tra le più gentili del Palazzo apostolico. Mangia sotto una
vaga loggia che scopre gli umidi ondulati prati di Castello cosparsi di
boschetti. Qui convengono vostri amici dell'Accademia Romana,
genti di casate, illustri oratori, poeti, latinisti insigni. Intervengono
anche cantori della Cappella Vaticana tra i più affinati, e genti pazze
come Frate Mariano di quello spirito godevole che conoscete. Vanno
uomini di conto come Bernardo Bibbiena, amicissimo vostro, e
Bernardo Accolti che compone all'improvviso con una bravura
alquanto pesante e con quel suo modo fastidioso di ricercare
l'applauso; e la cosa più bella è che vostro figlio vi rammemora di
continuo: giorni fa disse gravemente mentre riguardavamo la statua
del Laocoonte che la voleva per sua madre e l'avrebbe richiesta al
papa.

Roma è sempre Roma, anche nei suoi violenti contrasti, e in questo


momento è un fiume dove si riversano tutte le ricchezze e le
grandezze del mondo alle quali fanno riscontro le miserie indicibili
del popolo.

Hanno gran corso le donne cortigiane che vanno in giro vestite d'oro,
cavalcano a testa alta mule e cavalli di pregio, e sovente splendono
di bellezza. Ce n'erano molte a San Sebastiano con pompe fastose,
alcune vestite da uomini essendo tale la moda. Ad una cena
superba, sere or sono, era presente un cardinale che non voglio
nominare con una cortigiana giovanissima bionda filata, altera e
risentita, di nome Albina che insieme con Frate Mariano, capo dei
matti, recitò una commedia di molta galanteria e di alquante dolci
disonestà che fecero ridere ognuno. E il signor Federico vostro
rideva anche lui senza capire, il che raddoppiava l'allegria degli altri.
Non imputatemi di troppa severità, Signora, ma mi è sembrata
questa una manifestazione eccessiva e forse dovrebbe esserci più
riguardo per un fanciullo. Forse, dico, perché taluno che ammonivo
su questo soggetto mi ha risposto che il signor Federico è atteso da
una vita gaudiosa e grandiosa e non è male per lui impararne presto
le regole. Le commedie, Signora mia! Siamo pieni di commedie
nuove o antiche nuovamente tradotte da umanissimi latinisti. In
Campidoglio gli ufficiali di Roma ci hanno fatto sentire I Menecmi di
Plauto nella elegante recitazione di comici educati ad una dizione
esemplare. Nella villa sul Tevere di Agostino Chigi una compagnia di
Siena dette un grazioso spettacolo in perfettissima lingua.
Roma è una rappresentazione perpetua che sorge nel riflesso
impalpabile della sua luce di porpora. Il papa ci fa la mostra delle
cose belle che ha comprato, statue, oggetti di scavo: ieri ci fece
vedere due nuovi triregni, uno del Caradosso, magnifico quanto si
può, guarnito di gemme e d'oro del valore di duecentomila ducati, e
uno di ricercatissimo disegno, coperto di perle e lavori d'oro che ne
vale centomila. Il nostro Giulio disse sfolgorando che questi erano
simboli della Chiesa trionfante alla quale lui darebbe il sangue fino
all'estrema goccia. E non c'è da dubitarne. Ora vi sono di fronte con
il tremore ansioso per il quale ho giudicato opportuno togliermi il veto
di scrivervi per confessarmi a voi come altra volta. Ho parlato tanto
di vostro figlio non solo per il diletto che l'adolescente nella sua
forma leggiadra comunica a chi lo ammira, ma anche per prepararvi
con questa sincera testimonianza al punto di disagio che mi
tormenta pensando alla chiarezza del vostro sguardo, una chiarezza
spesso risultante dal libero contrasto con voi stessa. Voi, voi,
Signora, che cosa pensate adesso? Il vostro spirito combattivo per
chiaroveggenza ma pacifico, come reagirà alle vicende che hanno
persuaso il nostro pontefice a cambiare politica con un movimento
improvviso e a fargli gridare contro i francesi il suo <Fuori i barbari>?
Che farete quando Giulio andrà a Bologna per essere più vicino
all'impresa contro la vostra, la nostra Ferrara? Dico Ferrara, e non
c'è bisogno di spiegarlo, sono trascinato da una corrente di
gratitudine contraddetta. Là a quella scuola mi si sono aperte le
porte del ragionare, là mi si propose il vostro enigma costante per la
prima volta. E' imbarazzante accordare questa gratitudine con la
nostra diplomazia inglese che asseconda il papa in guerra contro i
francesi annidati a Ferrara perché non li vorrebbe dominatori in
Italia, e non li vorremmo noi che da secoli con la Francia siamo rivali.
Giustifico la determinatezza di vostro fratello Alfonso e, un po' di
meno per ragioni religiose quella di vostro fratello cardinale Ippolito.
Essi sono fedeli alla loro alleanza , ma non sanno quanto l'amicizia
francese sia poco fida. E' certo che se veneziani e stato della Chiesa
fossero vinti, i francesi non risparmierebbero gli Este nella
costruzione di un loro regno dominante sull'Italia. Ferrara, questa
città di così robusta fantasia, detentrice di ogni sorta di dottrina per
arricchire l'animo, di rare invenzioni pittoriche ed architettoniche, e di
decoroso agio di vita, che è stata riconosciuta centro di cultura
d'Europa, ha ben ragione di voler conservare la sua autonomia di
città primaria di uno stato indipendente da secoli. Ma come? I vostri
fratelli hanno già risposto, o meglio hanno risposto due fra loro, i
maggiori d'età, mentre gli altri due sono tenuti in vita ma privi di ogni
voce in una prigione di Castello. Perdonatemi, diciamo tutto:
ricordarli è un atto di dolore per voi ma non è meno vero che essi
esistono, scolpiti in una ideale medaglia che porta al dritto raffigurato
il Trionfo, e al verso il Pianto e l'Umiliazione. Già più di una volta il
nostro pontefice ha preteso la loro liberazione, ma non gli è stato
fatto nemmeno un cenno.

So che avete definito quella istanza non onesta: per voi, così fiera
essa era un attentato al potere di chi regna. Per me sarà difficile
orientarmi se la guerra si inasprirà. In un futuro potrei rivoltarmi
contro la ragione? Io, Signora, lo sapete: se mi trovassi incatenato ai
vostri piedi, solo a guardarvi mi ritroverei dalla vostra parte. Mi
chiede la vostra voce tintinnante: <A voi che importa essere dei
miei?,>

e difatti non dovrebbe importarmi, ma vi vedo avanzare verso tempi


rovinosi; non so come la vostra alleanza con questi Este di cui siete
ahimè il fiore si districherà contro Giulio che a tutti i costi vuole
Ferrara per la Chiesa dopo l'orgogliosa disubbidienza del duca
Alfonso.

Il vostro consorte Gonfaloniere non sarà sempre malato, lo


obbligheranno a mettersi in via. Capisco: non potete evitare i disastri
causati dagli uomini, voi donna. E allora? E allora che sorta di
discorso raccogliere e seguitare, Signora mia tanto venerata? Mi
toccherà essere dilaniato; e soprattutto rischierò di vedere voi
dilacerata e in pericolo nel vostro piccolo ammirevole Stato. Ma
quale carico pesante è la vita se la fedeltà diventa una condanna per
chi la vive con tutte le sue forze. Per questa fedeltà io seguirò il
nostro immane Giulio nella sua spedizione disperata a forza di
essere volontaria ma non potrò rinunciare ad essere suddito vostro.
Da qualche tempo mi folgora un'immagine. C'è un vostro alleato
nello spirito, un sapiente che amo dopo di voi con ogni mia facoltà; lo
conoscete, vi ho già raccontato di Erasmo da Rotterdam. Egli ha
scritto da poco un libro geniale che sta girando il mondo tra
entusiasmi e deplorazioni: non so se vi sia arrivata l'eco di questo
Elogio della pazzia dove l'umore realistico nella più intrepida
moralità, la causticità sibilante e la ridente ironia denunciano le follie
degli uomini. In questo scritto e in altri suoi discorsi, il mio maestro
lancia splendide invettive contro il pontefice che <mette l'elmo sopra
i capelli bianchi, e stima la spada più che il pastorale e vuole la
guerra più che la pace.> Io che di Erasmo mi glorio, non riesco a
staccarmi dalla vera grandezza di Giulio e dalla generosità senza
pari della sua vocazione. La sua non è smania di conquistatore ma
concezione di una autorità spirituale, la Chiesa, regnante su un
mondo pacificato.

Mi fermo qui. E' l'incerto, il diviso e il non condiviso il doloroso non


saper scegliere, il mio destino. Forse presto tornerò nella mia patria,
nella lontana Inghilterra dove mi chiamano alla corte del nuovo re.

Perché certo sarete informata che l'anno passato è salito al trono


Enrico Ottavo portando con sé le antiche passioni antifrancesi che
nutrono da lungo tempo i nostri rancori. Questo mio giovane re di
diciannove anni ha tutti i doni, prestanza, ingegno, finezza, audacia
e certo farà parlare le storie. A lui si è rivolto Giulio offrendogli di
entrare nella sua lega contro la Francia chiamandolo a nozze; ma
proprio le sue nozze recentissime con Caterina di Aragona hanno
inceppato il suo entusiasmo: ci sono catene di parentadi e di
proibizioni ancora troppo nuove per la sua scarsa esperienza.
Sicché il nostro fiammeggiante giovane re ascolta la voce del papa
con orecchio interessato ma andando cauto. Posso dirvi una cosa
molto segreta che forse i vostri informatori non sanno e noi in Curia
conosciamo bene: l'assoluzione dalla scomunica concessa da Giulio
a Venezia nel febbraio scorso è stata molto patrocinata da noi inglesi
e in parte è considerata un successo personale del mio re. Non per
niente la delegazione papale mostrava tanta soddisfazione e allegria
quando partì da Roma il mese scorso con la rosa d'oro per Sua
Maestà Enrico Ottavo. E' l'ora di rientrare nell'ombra. Indovinate che
cosa ho invidiato al vostro incantevole figlio? La berretta inviata da
voi, di velluto bianco con una targa d'oro ornata di gemme che
formano le lettere, A.C.T.V': e secondo l'interpretazione di taluni
vorrebbero dire : Amore caro torna vivo, dov'è pure un cupo
avvertimento. Il mio è un sogno illusorio, poiché non mi sarebbe
permesso portarla essendo quel che sono, ma se l'avessi, sia pure
non con un ornamento così ricco ma con le semplici lettere incise su
una targa di metallo, potrei interpretarlo così : Andate contro tutto
voi, esortazione affettiva o consiglio severo. E per severità interna,
mentre scrivevo, mi si è svuotato il petto e sono crollato in una
tristezza senza consolazione. Volevo rendere giocosa la citazione
della berretta e invece mi si è sempre più ottenebrato l'animo. Mi
sforzo di farmi dissimile da me stesso perché non manchi nulla,
nemmeno l'ironia, a quella mia maniera che desidero perfetta di
fronte a voi; ma ci sono momenti che non consentono tanto sforzo.
In questi momenti sono separato dalla voglia di vivere e anche da
quella di raccomandarmi a Dio e aspetto solo che il vostro nome mi
saldi pietosamente alla necessità di esistere. Da tale deserto
domando che mi sia lecito pensare a voi magari pentendomi e
accusandomi, al di qua dell'aridità che non mi fa nemmeno sentire
peccatore. Allora, se il demonio mi colpisse con una lancia infuocata
gli sarei grato di estrarre da me il più violento grido. Ma il demonio,
neanche lui sta alle nostre richieste.

A capo chino, Signora, vi saluto. Robert de la Pole : schiavo per


sempre dei vostri silenzi : In Roma, al venti di ottobre 1510.

Stanza degli orologi anno 1533

Non ho mai visto Giulio Secondo: non mi sono mai misurata con la
sua gigantesca presenza fisica. Di trentun anni più giovane l'ho
sempre considerato un vecchio feroce e indistruttibile; ma quando
era sulla scena ogni minuto ricominciavo a scontrarmi con lui in una
magnifica lotta. Per tanti anni ha gridato, prima copertamente e poi
liberando senza limitarsi il suo temperamento: torreggiava sulla
politica d'Italia e d'Europa incalzando duramente il nemico del
momento facendo fronte a tutti. Né ho mai sentito la sua voce; non
saprò mai se l'avrei mosso a qualche negazione di sé, che è il punto
più alto della vittoria di uno spirito su un altro. E' stato il solo
avversario che ha osato chiamarmi <puttana,> e l'ha fatto con lo
stesso mio marito. Penso che se me lo avesse detto sul viso avrei
provato una specie di veloce felicità a potergli rispondere con sillabe
spiccate. O mi sarei rimessa al suo perdono, schiacciata dalla
somma autorità del vicario di Dio in terra, il solo che può invocare su
di noi le folgori divine? Ho lottato con Giulio perché dovevo lottare.
Sono ricorsa ad una legione di potentati e di amici sollecitandoli in
modi diversi, e ho chiesto persino aiuto alla scienza astrologica. E
qui patii un momento di terrore. L'astrologo Paride da Ceresara che
continuamente veniva in Castello ai miei consulti talora febbrili,
interrogato a più riprese su quanto Giulio avesse a durare sul trono
di San Pietro mostrava sbigottimento: i suoi calcoli sulle rivoluzioni
celesti davano una risposta contraddittoria. C'era un intrico di astri
sul suo capo: pareva che per un terribile prodigio dovesse morire e
risorgere. Il cielo dava chiari segni di voler tacere; guai a tentarlo. E
perché guai? Non da poco gli astrologi annunciavano le grandi con
giunzioni che dovevano provocare eventi sconvolgenti, mutamenti
tumultuosi. Ero ancora puttina quando il nostro profeta ferrarese
Gerolamo Savonarola aveva predetto vicini i giorni dell'Apocalisse
sgomentando persino l'impassibile mio padre con le sue incendiate
visioni; e la più desolata era quella che faceva apparire torme di
cavalli selvaggi pascersi tra le rovine del colle Vaticano. E' possibile
però che i profeti vedano attraverso i millenni. Io ho scelto di
rimandare la paura e preferisco recitare la preghiera del mitico arabo
Abumashar che fa salire nella costellazione della Vergine una
fanciulla piena di grazia, onestà e purezza. Semmai mi affido alla
luna, il bianco astro che ritorna sempre con le sue mutazioni, legato
alla fecondità delle donne e che sulle donne scandisce il passaggio
delle dodici lunazioni.
Qui, ai battiti di questi orologi perfetti o imperfetti, percepisco il ritmo
dell'universo come un fluire ininterrotto: ho la prova che posso
fidarmi delle immutabili costellazioni derivando da esse orientamenti
e moti. Di mattina si accendono lampade e candele nei doppieri; c'è
poca luce in queste giornate di nebbia novembrina, nebbia fredda
che si ammanta tutta sulle spalle, a tradimento. All'alba già in ogni
sala e stanza ardono nei camini grandi fuochi attizzati da schiere di
servi.

Ho raccomandato alla gente di camera di raddoppiare la legna nella


sala dove verrà a visitare Francesco il medico inviato dal papa per
riscontrare lo stato di salute del suo Gonfaloniere: Giulio è sempre
più impaziente di mandarlo a battaglia. I pretesti per non scendere in
campo li abbiamo consumati ad uno ad uno. Il migliore, il riferirci
all'autorità imperiale che ci ingiungeva di non intraprendere azioni
contro Ferrara, è stato accompagnato da infiniti espedienti. Poi la
Cancelleria vaticana è intervenuta, l'imperatore ha sovrapposto idea
a idea, e per l'ennesima volta le cose sono mutate. Anche Venezia
tempesta, pungolando il pontefice. Per tentare la sorte abbiamo
chiesto la restituzione di Asola, Lonato, Peschiera e Sirmione che,
secondo i patti della Lega di Cambrai, ci dovevano essere
consegnati. I veneziani non ci hanno dato ascolto. Hanno solo
proposto una paga da condottiero tanto esigua da essere quasi
offensiva. Buon pretesto per rispondere che il marchese non si
degnava di simili proposte che non avrebbe accettato nemmeno
quando era putelo. Instancabili i veneziani continuano a spedire qui
genti cerimoniose che con quel loro parlare cantante celebrano le
glorie della virtù militare di Francesco dilungandosi in orazioni
retoriche dedicate al restitutore dell'antica libertà d'Italia. Ero
determinata a pascerli tutti di parole, cosa non facile con Giulio
Secondo piantato a Bologna pronto a infierire contro di noi, mentre in
segreto i miei fratelli mi incitavano ad operare per loro. Così siamo a
questo giorno di novembre e ognuno in Castello attende col fiato
sospeso l'arrivo del medico papale. Si sa che è bolognese, e il suo
nome è Maestro Zannettino. Sono scesa di mattina presto nelle
stanze di Francesco situate sotto le mie e ho disposto la scena: a
metà sala una specie di tenda stesa fra bastoni verticalmente rizzati
lascia intravedere per trasparenza sagome di figure. Di là s'indovina
la forma di un uomo sdraiato: è Francesco. Di qua Tolomeo Spagnoli
con la sua mutria fainesca, e l'allegro a tutti i costi arcidiacono di
Gabbioneta. Prima che il medico arrivi alzo la tenda e mi chino verso
Francesco disteso nel suo letto da campo. Per lusingarlo e
rincuorarlo mi fingo impensierita perché non ha affatto l'aspetto di un
malato, recito la meraviglia scenica, esprimo il dubbio di poter uscir
bene dall'inganno. Cambio discorso, gli dico che questo Maestro
Zannettino pare persona a modo e costa poco: l'arcidiacono di
Gabbioneta gli pagherà venti ducati d'oro per il suo responso.

Francesco mi fa cenno di non parlare forte: è prudente non essere


ascoltati; ma non è solo questo ad appenarlo, lo vedo inquieto e
imbarazzato. Gli giro intorno, giocherello con la sua camicia aperta
sul collo, prendo un pettine e gli ravvio accuratamente i capelli a
zazzera appena schiariti da fili grigi: mi accorgo di muovermi con
lievissimi ritmi femminei. <Francesco,> gli dico, e la mia voce è resa
capziosa da una tonalità fonda appena esitante <Francesco, salirete
questa sera nelle mie camere? Vi aspetterò.>

<Con il vostro esercito di donzelle?> dice lui sorpreso. <Non mi


obbligate a trovarmi con quelle pazze o scapperò lontano. La vostra
favorita Boiarda mi ha messo in casa un tale fuoco che non so se
riuscirò a spegnerlo.>

<Alda Boiarda non c'entra, ed è già tornata dai suoi parenti a


Scandiano; mi dispiace per il Bibbiena che l'amava,> e aggiungo con
accento leggero, <venendo a Mantova non la troverà più.> Subito
riprendo il tono lusinghevole: <Non dubitate, non ci sarà nessuno
stasera.> Francesco si alza sulla vita, mi contempla tra circospetto e
interrogativo come se temesse di sbagliare. <Saremo soli,> dico io
un po' superficialmente da femmina che pensa poco. <E' tanto
tempo che soli non lo siamo più, non vi pare?> Questa volta ha
capito e ride incerto e già complice. Fa per afferrarmi ma mi svincolo
e, sussurrandogli <Addio a stasera,> fuggo per la piccola scala
incastrata tra i muri che porta in alto, ai miei appartamenti. Salgo
qualche scalino; ritorno giù a passo felpato, resto ferma ad ascoltare
i vari tramestii nella sala: dopo tutto è legittimo alla moglie spiare
quando si discute la salute del marito. E' arrivato Maestro
Zannettino.

Appoggio l'orecchio alla porticina, distinguo la sua voce bolognese


tra voci diverse e complimenti d'uso e di benvenuto; poi col suo tono
gioviale l'arcidiacono esclama: <Ma guardatele in che stato sono
queste piaghe; no, capitano, non dico a voi, ma a Maestro
Zannettino.> E' chiaro: l'arcidiacono cerca di evitare le ricognizioni
troppo precise e tiene lontano il capitano veneziano che scorta il
medico papale. Subito dopo un altro scoppio di voci, e su tutte una
più distinta, ancora quella del nostro Gabbioneta. <Vorrei che tutto il
Consiglio della Repubblica vedesse queste piaghe. Mi meraviglio
che il signor marchese possa reggersi in piedi.> Ancora tramestìo,
un più sommesso domandare e rispondere, voci allontanate. Scorre
l'acqua nel catino dove il medico si deterge le mani; la visita è sul
finire. C'è un fitto parlottìo fra l'arcidiacono e il capitano; camminano
in direzione della mia porticina. Un istante i pausa. <Signor
Marchese,> sentenzia il medico, <il mal francese è assai progredito;
queste piaghe devono essere curate. Per prima cosa, via gli
unguenti: lavarle, e lavarle spesso con acqua distillata che farete
preparare.> Ecco l'arcidiacono che s'intromette. <Anche Sua Santità
dice che le unzioni peggiorano il male. Che cosa dobbiamo riferire al
Santo Padre e alla Signoria di Venezia?> Trattengo il respiro. <E'
mia opinione,> lascia cadere dall'alto Maestro Zannettino, <che in
queste condizioni sia impossibile che il signor marchese cavalchi per
la guerra di Ferrara. Io stesso riferirò a Sua Beatitudine il risultato del
consulto.>

<Signor marchese,> interviene la voce cadenzata del capitano


veneziano <tutti aspettano che scendiate in campo.> C'è un
momento di silenzio.
Poi l'arcidiacono protesta. <Ma non avete sentito il responso,
capitano?>

<Questa ampollina di liquido mercuriale terrà luogo delle unzioni, e


farà miracoli,> annuncia per nulla turbata la voce bolognese. <E
lavare, lavare molto, ricordatelo!> Di nuovo la voce del capitano.

<Eppure a vedervi, signor marchese, non sembrate così ammalato.>

<Questa malattia,> accondiscende a spiegare il medico <non


sempre si manifesta con evidenti segni esteriori. Le piaghe ci sono,
ma se il marchese si curerà bene potrà fare tutte le guerre che
vorrà.> Avevo udito abbastanza; e trasvolando sugli stretti ed alti
gradini fui presto nella mia camera da letto. Le mie donne
ricamavano senza troppa voglia lini e broccati; per discrezione non
mi chiesero niente. La giornata passò lenta. In tutto il Castello s'era
sparsa la notizia che Francesco non sarebbe per ora sceso in
campo: io opponevo un viso di pietra a chiunque facesse atto di
dirmi sia pure una parola, persino a Pirro Donati. Mangiai sola in
camera; sull'imbrunire licenziai le ragazze che non osavano sfidare il
mio umore svagato e scelsi una camicia moresca e una sopravveste
di velluto bianco orlata di ermellino. Cominciai a pettinarmi e,
seguendo il movimento lungo del pettine, mi interrogavo sui fatti
della mattina. Dovevo essere soddisfatta, invece ero colma di
incertezze e avvertivo un inspiegabile rodìo segreto, quasi un
rimorso. Francesco non aveva mai parlato durante la visita medica e
certo non gli sapeva bene di essere giudicato un impostore, sia pure
da gente come l'arcidiacono di Gabbioneta e Tolomeo Spagnoli.
Quel suo silenzio era stato così tetro.

E anch'io avevo parlato da ingannatrice per un impulso che mi


spingeva a valermi di ogni mezzo per salvaguardare i nostri piani e
le terre dei miei fratelli a Ferrara. Che in qualche modo lo avessi
tradito?

Continuavo a pettinarmi davanti allo specchio e riandavo con la


mente al suo arrivo, quattro mesi prima. Era ritornato da Venezia
pallido, ingobbito, con un visibile rancore verso tutti, specie verso noi
che eravamo restati a Mantova, liberi, seppure addolorati per la sua
sorte: ma il nostro dolore per lui prigioniero non contava. Mi
abbracciava singhiozzando, e si vergognava di piangere. Ad una
festa agreste, data in suo onore, e dove di solito si divertiva da
protagonista, rimase sempre in disparte lagnandosi della sua cattiva
sorte. In quei quattro mesi mai aveva risalito la scaletta degli
appuntamenti coniugali, né avuto da me cenni d'invito; appunto per
questo le mie parole lo avevano sorpreso. In quel momento sentii il
rumore di un passo venire dalla scaletta e poi il lieve e deciso tocco
di avvertimento che usava mio marito. Rapidamente finii di lisciarmi i
capelli e intanto con un doppio effetto di specchi mi osservavo
nell'uno e nell'altro, attentamente vagheggiandomi. Egli entrò, lo
accolsi a festa e gli mostrai gli specchi lucenti, nuovi, di purissimo
acciaio con le cornici lavorate in argento: li avevo ricevuti da Maestro
Angelone, lavoratore eccellente di simili oggetti. Francesco li
esaminava con la cura del conoscitore, li trovava bellissimi, e nel
restituirmeli mi chiamò incantatrice e maga, fra le più antiche parole
della nostra tenerezza.

Mi riferì della sua giornata, fece un commento conciso sul responso


del medico papale e tacque oscurato in viso. Lo scontento che gli
premeva alle spalle lo piegava: si muoveva a scatti, il viso segnato
da solchi scuri. Dovevo alzare il tono del discorso. Gli ricordai di
quella volta che, tornata da Sirmione e scivolata temerariamente da
cavallo, mi ero gettata per la scala di corsa gridando: <Bei c mpi!
bell'aria! belle vigne!,> aggiungendo sottovoce <bello sposo!.> Rise,
e finalmente era mio. Avanzò piano, gettò un rapido sguardo allo
specchio che lo rifletteva: certo si domandava con tutto se stesso se
ancora era bello, se lo amassi, se mi sarei sentita felice con lui nel
grande letto come in un paese senza nome dove fiorivano le rose
sulle cortine d'argento.

Poi tutto si accese, la volontà mi dette incitamenti struggenti che


divennero richiesta. Avemmo un'estrosa, caldissima notte coniugale.
Da quella notte l'ebbi vinta; ora mi riusciva facile discorrere con
Francesco che stava dalla mia parte; ci sentivamo singolarmente
travolti ambedue dalla qualità rifiorente della nostra passione.

Vestendosi al mattino Francesco cantava, e prima di scendere la


scaletta mi baciava più volte, non sembrava più intristito, non parlava
più della prigionia di Venezia. Mangiavamo insieme da soli, spesso e
bene; le mie ragazze ammutolivano a queste cene separate dalla
corte e sempre preparate con disegni golosi, perché il mio è sempre
stato un gusto da <giotoncella,> come diceva Bernardo Bibbiena, il
mio Moccicone. E mi prendevo una giusta rivincita su Tolomeo
Spagnoli e gli altri consiglieri che si vedevano messi da parte con
brusca energia dal loro padrone. Ascoltavamo musica insieme, e io
suonavo per lui su un violone canzoni popolari. Francesco
accompagnava con la voce <: E la bella Franceschina, che la piange
e la sospira.> A quando a quando ci investiva una esigenza di
poesia: mi partecipava sue impressioni sull'Equicola, nostro sapiente
segretario e latinista, che gli pareva troppo esclamativo e sui torniti
sonetti di Antonio Tebaldeo. Una volta volle sapere che cosa
pensassi del poema che stava scrivendo quel gentiluomo al servizio
di mio fratello cardinale, il signor Ludovìco Ariosto. Avevo in verità
letto poco di quell’Orlando essendo ancora l'opera non finita:
conservavo nella mente solo una danzante luce, Angelica fuggitiva,
insolente e beffarda con gli uomini, gran paladini o possenti
saraceni, tenuti fuori dalla capanna dove lei si stringeva a Medoro,
ridente di giovinezza, e confondeva la sua capigliatura con i riccioli
biondi dell'amante. Mi meritai un voluttuoso bacio che ci isolò di
nuovo. Passati alla quiete, parlavamo dei nostri figli, specie di
Federico che cresceva bene ma così lontano da noi, di gente di
casa, di parenti protervi o infedeli, e anche di capricci nostri:
passavamo ore allungati, vicini e quieti, tra i barbagli delle cortine e
del baldacchino d'argento. Niente è simile alla confidenza coniugale
quando si scioglie così liberamente e conduce al fluire dell'amore in
un lago di pace. Certi giorni, il suo male tornava ad infastidirlo e lo
infiacchiva; discutevamo allora, senza false vergogne, di rimedi e di
cure, facevo venire il mio aromatario e alchimista Giusto da Udine,
con i suoi unguenti: ne aveva preparato uno per me, sovrano, che
rendeva immuni dal contagio del malfrancese. Non potei evitare,
però, che mi venisse una lieve gonorrea. La sopportai bene, ebbi
perfino l'audacia di scherzare sulle malattie causate dall'amore
domandandomi se si dovesse pagare anche fisicamente il prezzo
del piacere: <Per il drago di San Giorgio!> proruppe Francesco
quando gli sussurrai queste parole.

<Siete davvero la più valente femmina e la più ardita moglie che sia
a questo mondo!> Eravamo in due a sfidare Giulio, e le circostanze
ci trascinavano fino a far trasparire le nostre trame col rischio di
cadere in disgrazia di tutti, imperatore, papa, veneziani. Eppure ai
miei fratelli non bastavano mai gli avvisi, le intese, gli aiuti.

Alfonso non desisteva dal lamentarsi se le milizie pontificie


costruivano un ponte di barche a Sermide sul Po. E come impedirlo
sorvegliati così strettamente dalla gente di Giulio? Anche in casa
dovevamo guardarci da occhiate oblique che scrutavano i nostri
passaggi d'umore. Vigo di Camposampiero, del partito di Tolomeo
Spagnoli, mio nemicissimo che si atteggiava a devoto partigiano del
papa e di Francesco, faceva la spia dove gli capitava e cercava di
nuocermi in tutto e di corrodere ad ogni occasione la mia fama.
Dall'alleanza con Francesco mi venne la libertà di mettermi in
relazione continua, per cavallari appositi, con mio fratello Ippolito; e
da lui ebbi la conferma che l'imperatore, nostro signore e padrone,
fra tanti progetti scervellati pareva orientarsi verso quello di vendere
Mantova e Verona al re di Francia. Stabilii che ad un punto di
maggiore resistenza bisognava appoggiarsi: e scelsi i francesi. Di
Massimiliano, che nemico di Venezia non aveva ancora fatto la sua
scelta di campo tra Francia e Giulio, potevamo non curarci, almeno
fino a che ribolliva la guerra di Ferrara. Bastava, da buoni feudatari
mantovani, dargli parole di fede e di obbedienza, parole fruste che ci
permettevano però di dipanare gli intricati disegni che di giorno in
giorno si aggrovigliavano. Fui costretta ad osare di più.
Audacemente giungemmo ad un accordo segreto coi francesi: essi
sarebbero venuti sui confini nostri facendo credere di voler correre e
rompere, cioè portarsi con azioni di guerra contro di noi così che il
marchese di Mantova avesse il pretesto di restare alla difesa del suo
stato. Senza posa infittiva il formicolare delle spie veneziane e papali
che si insinuavano in travestimenti diversi nelle nostre terre. Era una
vita piena di ansia, di avvisi e di controavvisi, e ogni giorno qualche
nuovo allarme si annunciava. I francesi, prepotenti, come sono i
soldati lontani dalle loro case, approfittando del nostro accordo
saccheggiavano e depredavano senza riguardo i nostri borghi, e
Francesco strepitava di voler essere risarcito subito da ogni danno.
A quel mio marito irruente ripetevo pazientemente: <Vedrete, più
potremo lagnarci pubblicamente di danni e violazioni, più potrete
restare a casa vostra e vivere noi due la nostra guerra e la nostra
pace.> Di notte, tenerezze violente e sfinitezze dolcemente patite ci
dividevano dal mondo. Finiva novembre e il papa pareva essersi
rimesso prodigiosamente da un brutto malore che ci aveva fatto
credere in un diverso risolvimento della guerra. Stava ora benissimo;
anzi giurava che se il suo Gonfaloniere continuava a star male, lui,
vecchio di quasi settant'anni, sarebbe andato all'impresa di Ferrara.
Da solo alla testa delle sue milizie avrebbe attaccato la munita
fortezza della Mirandola, quel <gioiello rilegato in oro.> E intanto,
sospinti dalla fama delle mie connivenze, molti capitani estensi
inviavano messaggi scongiurandomi di trattenere con ogni forza mio
marito a Mantova mentre loro avrebbero difeso Ferrara.

Lettere di questo genere non le mostravo a Francesco: potevano


umiliare il suo orgoglio e la sua antica passione di soldato. Giulio
Secondo entrò alla Mirandola a gennaio fra vento e neve, inerpicato
su una scala a pioli, ciò che sembrò a molti cardinali il massimo del
cattivo contegno, e a quelli che ammiravano il papa dimostrazione di
un valore focoso; questi ultimi non finivano mai di celebrare il
coraggio del vecchio ligure che come un mozzo equilibrato sulle
sartie di una nave trasvolava sulla scala altissima per salire nella
fortezza conquistata.

Uno spiraglio si aprì due mesi dopo, avviso di possibile tregua. Si


radunarono a Mantova gli oratori di Francia, Spagna, Inghilterra e
quel vescovo di Gurk, Matteo Lang, fidissimo dell'imperatore, uomo
molto temibile, imperioso ed altezzoso che esigeva di stare a capo
coperto davanti al papa, e trattava tutti con ostentata insolenza.
Giocai le pedine sulla mia scacchiera attenta alla pedina più ardua, il
Gurgense: difficile prenderlo all'amo e volgerlo a discorsi proficui, ma
ci riuscii mettendo in moto la mia schiera di donne. Davvero mi aiutò
la loro reale e sbocciante bellezza, e il loro modo di usarla sotto il
mio influsso con quel comportamento ardito su un fondo di onestà
che stimola gli uomini. Mi tramenavo per dirigere a nostro vantaggio
l'arido gioco di quel raduno nel nome della pace europea che in tanti
volevamo e in tanti fingevano di volere, quando arrivò l'avviso che al
Camposampiero era stato richiesto da Giulio se mio marito si
facesse ingannare da me nelle faccende di governo, e agisse
secondo il mio criterio. Al Camposampiero sembrò di andare a
nozze; assicurò il papa che le brache in casa Gonzaga le portava il
marchese, e la marchesana era, sì, riverita da regina, ma si
occupava solo di certe sue faccenduzze da donna; e aggiunse che il
consiglio femminile non piaceva a Francesco come non piaceva del
resto a Sua Santità. Non sono di natura vendicativa, ma annotai le
denigrazioni per farne tutto un conto da impugnare al momento
opportuno. Al congresso si decise che il vescovo di Gurk andasse
con credenziali dell'imperatore da nazione a nazione a imperare la
pace, e lo avrebbero spalleggiato calorose missive degli
ambasciatori di Spagna, di Francia e d'Inghilterra. Fu detto ad un
certo momento che il papa si sarebbe accontentato di lasciare la sua
guerra in cambio di centomila ducati in oro per la nuova fabbrica di
San Pietro, ma poi l'assurda ipotesi cadde, e così ne cadevano tante
altre. La pace, sbattuta e tradita, ritornava in tutti i discorsi, ma
sempre invano. Se il raduno di Mantova si era chiuso senza
conclusioni, l'aver segretamente consentito ai francesi il passaggio
sulle nostre terre, come una sicura base ai loro movimenti militari,
alla lunga scoraggiò Giulio dal proseguire all'attacco di Ferrara. E
quando il Trivulzio, generalissimo francese, strinse con rapida mossa
l'assedio a Bologna e la riprese, mentre il papa si portava a Ravenna
in luogo più sicuro, segnai per me un momento alto: il nembo su
Ferrara si era allontanato, e forse disperso. Gustavamo da due
giorni l'esultanza per la vittoria e Francesco Maria della Rovere,
questo mio genero opaco e corruccioso, affrontò in una via di
Ravenna il cardinale Alidosi, favorito del papa, e gli piantò la spada
in mezzo al petto gridando: <Traditore ricevi la tua paga!.>
Veramente singolare il modo di aver ragione di quel frenetico: diceva
che l'Alidosi lo accusava di non aver difeso Bologna, mentre era
proprio lui, l'Alidosi, ad essersi ritirato con le sue truppe dalla città.
Intanto tutta l'Italia applaudiva l'atto feroce, perché essendo l'Alidosi
odiato come smoderato profittatore, ambizioso, vizioso e
sanguinario, molti ringraziavano Dio di aver armato la mano di
Francesco Maria. Pensavo allo sbigottimento di mia figlia Eleonora
tanto religiosa che vedeva il marito folgorato dalla scomunica
papale. In quel maggio mi avvenne di provarmi contro il cardinale
d'Este mio fratello che con la fredda impudenza del suo carattere mi
comandava di fare affiggere alle porte del Duomo di Mantova i
manifesti del Concilio di Pisa, firmati da un ristretto gruppo di
cardinali scismatici riuniti dietro suggestione del re di Francia per
deporre il papa. Non solo Ippolito mi imponeva il manifesto, ma
pretendeva che fosse affisso di notte, alla presenza di un notaio e di
testimoni. Mi domandai se i tremendi tempi che viveva lo rendessero
insensato. Con Federico ostaggio a Roma e con Francesco
Gonfaloniere papale, come avremmo potuto apertamente metterci
contro la Chiesa di Roma senza esporre quel mio povero figliolo a
rischi terribili, e incorrere noi e il nostro popolo nella scomunica?
Sono una donna che non teme le parole perché sa discernere la loro
forza e la loro debolezza; ma sono nata cattolica, sento la qualità di
questa nostra religione pronta ad offrire conforti e speranze che
vanno di là dalle orazioni recitate. La sola possibilità di essere fuori
della Chiesa, scomunicata, mi dava un senso di desolazione. A quali
altari mi sarei inginocchiata, chi avrei pregato, quale sacerdote mi
avrebbe benedetto? Nessun manifesto scismatico fu affisso a
Mantova. Alla fine di luglio, a Roma, Giulio Secondo, proclamava
che la Chiesa, santificata dal sangue dei martiri, priva di errore e
prima fra tutte le Chiese, doveva opporsi a qualsiasi scisma, e
annunciava per l'aprile del millecinquecentododici un concilio
ecumenico: avrebbe combattuto l'eresia, promosso la riforma dei
costumi, lottato per la pace della cristianità; così diceva lui. Dal luogo
dei pensieri proibiti che era per me l'Inghilterra si levava un nuovo
nemico minacciante seppure molto lontano. Questo re, Enrico
Ottavo che l'anglico mio corrispondente faceva fiammeggiare tra le
sue righe, prese dopo la conquista di Bologna le parti del papa e si
sdegnò contro i francesi che laceravano con tanta empietà la tonaca
di Cristo. La mia memoria terribilmente subdola quando vuole mi
squadernava davanti agli occhi la lettera di Robert de la Pole; e
finiva per lusingarmi la scelta che egli diceva di essere pronto a fare
tra una marchesana d'Italia e il proprio re. Lo vedevo davanti a me
quell'uomo caduto all'improvviso nella mia vita con il suo incarnato
limpido e i capelli chiari e lisci da settentrionale lunghi sulle orecchie
ad incorniciare un viso bello e freddo: macché freddo, quelle poche
lettere erano scritte su fogli infocati e non mi raccomandavo mai
abbastanza la prudenza. Una notte l'avevo sognato stando vicina a
Francesco tra le cortine d'argento del nostro letto e mi ero svegliata
inorridita come se avessi peccato di nera slealtà. Era un sogno
ingenuo, un incontro in un luogo inesistente, un correre l'uno verso
l'altra per comunicarci qualche scoperta fatta in quel momento.
Avevo il viso in fiamme per la paura, ma una strana gioia mi
suggeriva un grido gaudioso <L'ho visto, l'ho visto.> Francesco si
destò di soprassalto; credendomi presa da un incubo, mi abbracciò,
e sentendomi tremare mi tenne sul cuore. Tornai calma, ma mi
sembrava di tradire doppiamente e nello stesso tempo mi inebriavo
d'innocenza. Inaspettata, di piena estate la folgore si abbatté sul
papa: e fu la cosiddetta malattia di agosto. I dispacci da Roma lo
dettero per gravissimo: da noi, in Castello, tutti respiravano di
sollievo salvo Francesco ravviluppato in pensieri imbruniti ed io
incerta se accettare o no la fortuna che da troppo tempo invocavo.
Non sapevo come disciplinare le emozioni, provavo disgusto e
trionfo di aver pregato per la sua morte. Giravo inquieta, inquieta
percorrevo gli avvisi che arrivavano dai nostri inviati. Le notizie erano
queste: il sedici agosto Giulio era andato in Castel Sant'Angelo dove
rinserrava il suo tesoro a portarvi una somma in oro di trentamila
ducati da aggiungere ai cinquecentomila che già possedeva. La sera
aveva invitato a cena Federico mio, suo ospite usuale, e giocato a
carte con lui addormentandosi sulla poltrona. Il giorno dopo fu
giudicato grave: non mangiava più, bestemmiava e tempestava, e
improvvisamente si abbandonava a crisi di sopore. I parenti Della
Rovere spiavano il suo risveglio e lo incalzavano perché assolvesse
dalla scomunica Francesco Maria: egli firmò l'assoluzione che era
quasi all'estremo. Roma ribolliva in disordine, scoppiavano tumulti, i
cardinali si disponevano già al futuro conclave quando
sorprendentemente Giulio, dopo aver mangiato pesche e susine in
abbondanza, scivolò in un gran sonno e guarì. Federico con quella
sua grazietta persuasiva l'aveva continuamente assistito; nella
grande camera da letto era rimasto lui vicino a Giulio quando i
parenti l'avevano lasciato solo; intorno i camerieri col pretesto di fare
l'inventario delle cose da conto rubavano tutto ciò che potevano. Il
quattro ottobre Giulio raggiante di energia leonina si presentò in
Santa Maria del Popolo, e rese pubblica e solenne la Lega Santa
che univa il papa, Venezia e Spagna contro Ferrara e i francesi, i
ribelli della Chiesa, gettando la scomunica sui cardinali scismatici del
Concilio di Pisa: speravo solo che mio fratello Ippolito non fosse più
fra loro. Premevano ormai le notizie: Ferdinando re di Spagna, che
niente prediligeva come il titolo di Protettore della Chiesa, fece
presto a sospendere la guerra in Africa contro i Mori per volgere le
sue milizie verso l'Italia. Nominò generalissimo il Viceré di Sicilia,
Raimondo di Cardona, che con un grande e impennacchiato esercito
si trovò pronto a risalire dal sud e a dirigersi contro i francesi
accampati a Ferrara. Mio fratello Alfonso mi fece avvertire di non
appenarmi: quelle truppe non avevano artiglierie e lui stava
fondendo nelle sue officine potentissimi cannoni di ferro e di bronzo;
smentiva però che due bombarde fossero state fuse col bronzo della
statua di Giulio, opera di Michelangiolo, abbattuta a Bologna dalla
furia popolare. Io vivevo un tempo che per un'altra donna sarebbe
stato di lusinghe, corteggiata si può dire da tutta Europa.
L'imperatore, da poco vedovo, mi diceva di essere innamorato di
me, e dava licenza ad un nostro oratore, Gerolamo Cassola, di fargli
da mezzano. Questo oratore si dimostrava alquanto ardito come da
certuni si usa: mi sussurrava di assicurare Massimiliano che mi
avrebbe resa più docile ai suoi desideri e mi faceva intravedere un
trono da imperatrice se Francesco fosse stato vinto dai suoi mali.
Dalla Francia, Luigi, che si stimava re cavalleresco, mandava
messaggi al papa ingiungendogli di restituirmi all'istante Federico e
dichiarava di richiederlo per fare cosa grata ad una signora che egli
molto ammirava. Ma le lettere del re erano spesso spiacevoli, per
non dire insolenti, quando mi scriveva da Parigi chiamando con
l'appellativo di ribaldo mio marito: lo conosceva bene, aggiungeva, e
se io lo avessi conosciuto quanto lui non l'avrei amato quanto pareva
l'amassi. A simili scherzi non ridevo troppo. Francesco se ne irritava;
non sopportava di essere chiamato ribaldo anche se lo scherzo
veniva da Sua Maestà Cristianissima. Non mi lasciavo davvero
ingannare da un imperatore e da un re, ma le loro lettere
provocavano le mie risposte, e potevo a modo mio, per quel che mi
serviva, tenerli copertamente a bada. In quei mesi che furono tra i
più tempestosi della vita mia e di quella del nostro popolo che
Francesco ed io assistevamo con ogni cura perché non fosse troppo
sacrificato, mi toccò rinunciare ad una delle mie figlie, Ippolita, poco
più che una bambina. Aveva buon carattere, somigliava a suo padre
ma più addolcita nei tratti ed era bella, più bella della lodatissima sua
sorella Eleonora. Alle mie figlie non sono mai stata molto vicina. Le
cure dello Stato, l'infinito mondo da comprendere per riflessione, la
necessità di saggiare le regole di governo e le esigenze del popolo, il
corrispondere con persone di rango e con i nostri oratori, e infine
l'attenzione alla corte consumavano ogni minuto della mia giornata:
e devo ammettere che solo il pensiero di Federico rapinava il mio
cuore. Interrogandomi adesso, so che le figlie le amavo di un amore
stravolto dall'impossibilità o quasi di aiutarle; è anche vero però che
le braccia lisce e frescoline delle puttine piccole deliziano
soavemente la madre. Quasi sei mesi durò la rivolta di Ippolita
segregata per sua volontà nel convento di San Vincenzo dove erano
educate le sue cugine Isabella e Eleonora Bentivoglio. La vigilia di
San Francesco, all'improvviso, il padre le dette il consenso di
prendere l'abito domenicano. Febbricitanti e tremanti le tre
adolescenti furono vestite da spose di Dio; alla cerimonia Francesco
piangeva con la sua affettuosità irrefrenabile e le lacrime sarebbero
venute anche a me se non avessi pensato agli umilianti ragguagli
che mi raggiungevano in quel tempo su un genero quale Francesco
Maria della Rovere, assassino di cardinali, dubitoso capitano e uomo
di scarsa saviezza. Lo dissi apertamente, e girò in Castello un mio
motto: <Almeno questo nuovo genero non mi darà alcun affanno.>
La cerimonia nella chiesa di San Vincenzo mi riportò all'attenzione
del vivere familiare e di me stessa. Mi guardavo attorno, entrando
nelle pause di silenzio che di tanto in tanto mi erano permesse.
Andavamo a cavallo con Francesco, una volta ci spingemmo sul
lago di Garda a mangiare l'agliata dall'arciprete di Toscolano.
Ascoltavo le nuove canzoni di un giovane musico di Fiandra, e
seguivo da curiosa le vicende del ritratto a memoria che mi faceva a
Bologna il Francia. Ardentemente prendevo interesse ad un
casinetto bizzarro inalzato da Biagio Rossetti, il grande ingegnere
ferrarese prediletto da mio padre. Visitai con lui l'elegante
costruzione che sorgeva con la fronte rivolta al lago presso il palazzo
di Porto. Tra fiori boschetti e cespugli, il luogo per essere tutto aperto
alle correnti di luce e d'aria mi avrebbe restaurato da quelle annate
vissute quasi sempre murata in Castello a fare il computo delle cose
favorevoli e di quelle contrarie. Avrei voluto che il casinetto fosse
finito subito e già cresciuti i fiori e gli alberi, per ritrovarmi in un luogo
di nuove fantasie dove si sentisse appena l'eco di battaglie lontane,
magari trasferite in altre nazioni; e tornasse per noi il vivere pacato.
La guerra si accese appena giunse di Francia Gastone di Foix,
generalissimo di re Luigi. Questo guerriero prestante e prode come
un paladino era valente nella strategia tanto da non poter essere
paragonato a nessun altro. Inviava messaggi a Francesco e a me
molto stringati ma di gran piglio volendo fissare le basi delle
operazioni militari sulle nostre terre: così gli facevamo dare passo
libero sul Po a Sermide e lo avvisavamo dei movimenti veneziani. Il
generale occupò Brescia e la abbandonò al saccheggio per
ammonire la presunzione della Serenissima, come egli disse. Non
seppi rallegrarmi: morirono a migliaia i cittadini sotto la ferocia dei
soldati, e la città era tutta sanguinolenta. <Siamo assassinati dal
marchese di Mantova> urlavano i veneziani sul campo; e la notte,
vicino a me, Francesco non riusciva ad addormentarsi. Io mi tenevo
immobile, fingevo di essere calma e ripetevo silenziosamente <E'
per Ferrara, per Ferrara salva.> Fulmineo, Gastone di Foix,
rinnovando la tecnica a sorpresa di Cesare Borgia, discendeva verso
la Romagna e si scontrava con l'esercito spagnolo-pontificio a due
chilometri da Ravenna presso un fiumicello.

Là si era fatto trovare Raimondo di Cardona, buon tattico anche lui,


che doveva impedire la presa della città dove gli spagnoli avevano
radunate ingenti quantità di vettovaglie e armi. Guasconi e Piccardi
cominciarono il poderoso attacco; la gran battaglia data dal
giovanissimo generale francese alle otto del mattino si prolungò fino
alle quattro del pomeriggio. Gli spagnoli furono sconfitti, e l'artiglieria
di Alfonso fece infinite vittime: morirono più di diecimila soldati e
molti capitani: morì Gastone di Foix. Come da una vittoria venisse il
disfacimento dell'esercito vincitore fu meraviglia di ognuno.
Capimmo che per i francesi l'avventura d'Italia era per il momento
conclusa quando l'armata del nuovo generalissimo francese La
Palisse, di giorno in giorno in dissoluzione, si allontanò da Milano. E
perché mio fratello doveva restare legato alla fedeltà di una
alleanza?

Ci sovrastava una dura realtà: Alfonso asserragliato dentro le mura


di Ferrara, pesto e mozzo, era solo e scomunicato. In quei giorni il
gigante ligure si volse a me: con rapida tempestività e brusca
gentilezza mi chiese di fare da tramite con Alfonso per ridurlo alla
pace con la Chiesa. Accettai: noi estensi non avevamo altro da
tentare.

Bisognava tendere alla pace, a quella pace che dal fondo dell'animo
da sempre fortemente desideravo, salvo, è vero, nel breve periodo
dell'apparizione di Gastone di Foix che, come accade alle creature
geniali, assumeva in sé la natura morale degli avvenimenti
mutandola a suo modo. Ora anche il perdono era una parola
spinosa. Quali sarebbero state le condizioni di Giulio, grandeggiante
a Roma e sicuro di essere chiamato dalla voce di Dio? Contro il
fallimento dei cardinali scismatici, derisi a Pisa persino dai fanciulli e
costretti a fuggire dall'Italia, s'innalzava in San Giovanni in Laterano
la maestà del Concilio: la figura di quel papa trionfante in tutta la sua
autorità pontificale mi ossessionava. Anche Federico, il mio
dolcissimo figlio ancora trattenuto a Roma, era un pezzo nel gioco di
scacchi dello scaltro Giulio che però lo amava davvero e lo colmava
di ogni favore: ciò non gli impediva di fargli scrivere, indirizzata a me,
una letterina assai graziosamente composta per incitarmi a servirlo.

Risposi a mio figlio teneramente e citai un motto <A cavallo corridore


non bisogna sprone,> che piacque molto in Curia. Mi commuoveva
quel giovinetto di appena dodici anni impigliato nelle nostre trame, e
non senza verità firmai la mia risposta <Tua madre che t'ama quanto
l'anima.> Fu proprio Federico a immettermi in alcuni tra i momenti
segreti del papa con i ragguagli di mano sua e dei suoi familiari. Si
accompagnava una mattina con Stazio Gadio, oratore nostro
eccellente, che portava in Vaticano lettere di Francesco sulla presa
di Cremona tolta ai francesi. Entrarono nella camera di Sua Santità
che fece spalancare le finestre, e poi scalzo, in camicia, alla
presenza di tutti si buttò fuori dal letto e rapidamente lesse i dispacci
di Francesco. Appena scorse le righe, scoppiò in un giubilo
incontenibile, gridando <Chiesa! Chiesa! Giulio Giulio!> e, dopo aver
detto che era la cosa più bella del mondo vedere i francesi cacciati
via dall'Italia, si pose a cantare. Federico rise tutta la giornata con il
papa che scherzava e buffoneggiava come uscito di senno. Quanto
ai veneziani Giulio diceva di tollerare per il momento che stesse
nelle loro mani quella Cremona conquistata ma non era sua
intenzione lasciare la città in loro dominio, né farli ingrandire in modo
da poter alzare le corna e far paura al resto degli italiani. Di là dai
racconti vivaci, nelle parole del mio figliolo traspariva continuamente
la fermissima volontà del pontefice di vedere davanti a lui Alfonso, a
cuor contrito, in atto di chiedere perdono. Cercavo di sperare, e mi
muovevo con molta cautela. A metà giugno partii per Ferrara con
Mario Equicola che era appena ritornato da Roma con il
salvacondotto papale. Incontrai mio fratello in campagna, alla
Stellata, prontissimo a gettarsi ai piedi di Sua Santità: avrebbe
rilasciato subito i prigionieri fatti a Ravenna, primo fra tutti il signor
Fabrizio Colonna che tuttavia a Ferrara viveva un suo personale
carnevaletto corteggiando focosamente le donne della duchessa.
Lei, la duchessa, non la vidi; in quel momento era a letto malata di
uno stemperamento di corpo. Consegnai a mio fratello il
salvacondotto per recarsi a Roma, e lo rileggemmo più volte per
essere certi che gli garantisse vita e libertà; ma quanto pesava la
magnanimità di quel perdono. Nelle mie stanze anticipavo col
pensiero l'incontro romano tra mio fratello e mio figlio, il penitente e
l'ostaggio; m'indugiavo sul parlare dolce di Federico al quale Giulio
affidò un messaggio di accoglimento e una assicurazione sulle sue
buone intenzioni. Colonna e Orsini scortarono l'uomo e il fanciullo a
me cari da Porta del Popolo al Vaticano e fecero in modo che
l'entrata di Alfonso apparisse quella di un trionfatore. Devo dire che
la volontà non bastava a sostenermi nella mia speranza: e che
dubitassi con ragione si vide subito quando dopo le cordiali
cerimonie del ricevimento fu chiaro che il papa non avrebbe mai
rinunciato alla bramata Ferrara. Non si era affatto certi che dopo la
rinuncia richiesta ad Alfonso, Giulio gli avrebbe confermato
l'investitura del ducato. A questo punto mio fratello non poté
sopportare di essere così incalzato e scappò via da Roma riparando
a Marino presso i Colonna. Che cosa temeva Alfonso, se non
l'intuibile sfrenata volontà del pontefice di volersi vendicare del suo
feudatario disobbediente? E che cosa temeva o fatto mostra di
temere Giulio da un Alfonso terrifico e risoluto come se fosse ai suoi
cannoni di Ravenna? Magari un colpo di mano, certo una totale
ribellione. Ambedue sapevano di essere nemici dal profondo e per
sempre. E io che avevo creduto di battermi e di vincere il papa, io da
sola, senza armi, in una specie di sfida segreta, dovetti riconoscerlo:
mi ero messa al confronto senza un grano di umiltà né desideravo
trovarlo in me. Gli intrighi volanti da una giornata all'altra fecero
convergere verso Mantova il congresso dei federati che si riunivano
per dare ordine alle cose d'Italia; così pareva. Avrei avuto sottomano
i protagonisti della riunione: Raimondo di Cardona, Viceré di Spagna
in Sicilia e comandante dell'armata spagnola, e Matteo Lang, il
vescovo di Gurk, l'ascoltatissimo inviato dell'imperatore che avevo
già conosciuto, quel bell'uomo biondo sui quaranta anni a volte
grossamente villano, uno di quei tedeschi persuasi che la libertà di
parola concessa a noi nelle nostre corti dia il diritto ad una
stemperata libertà di modi e di costumi. Raimondo di Cardona era
invece di belle e composte maniere, un po' enfatico, e anche lui di
costumi sensuali sotto le parole seducenti. Alla Dieta venne per il
papa il Bibbiena, il mio spiritoso Moccicone, vennero veneziani e
fiorentini: si trattava di rimettere i Medici al governo di Firenze per
punire la Repubblica del suo francesismo ostinato; e nello stesso
modo, più trionfalmente, doveva ritornare al ducato di Milano, dopo
tredici anni di esilio passati alla corte dell'imperatore, Massimiliano
Sforza, figlio di mia sorella Beatrice e del Moro. Il passato sarebbe
diventato presente con lui. A questa restaurazione si aggiungeva
l'ansia di allacciare nuove alleanze per salvare Alfonso in quel tempo
fuggitivo per l'Italia dopo aver lasciato Roma con la sua spallata da
ribelle. Lavoravo per lui, niente affatto sbigottita, anzi risoluta ad
ottenere che il suo ducato rimanesse integro, senza mutilazioni; era
un'impresa che esigeva pazienza di tutti i minuti e allegri sorrisi
come di chi è senza pensieri di disfatta e può sollecitare non già la
carità altrui ma la simpatia: ogni arma sarebbe stata buona per la
mia battaglia. Cominciai con l'apparare il Castello a festa e intanto
radunavo gente di casate mantovane, e assegnavo a ciascuno ospiti
da accogliere nei loro palazzi. Solo Matteo Lang avrebbe abitato in
corte, nelle cosiddette camere bianche messe benissimo in ordine,
sempre sotto la mia vigilanza. Tirai fuori i miei vestiti, le mie
invenzioni più raffinate e ricche, aggiunsi ornamenti, feci pulire e
splendere gioielli, mi spalmai di pomate e un intero giorno manipolò
Umbrasia aromataria per imbiondirmi i capelli; e intanto istruivo le
mie ragazze e le addestravo con discorsi adatti.

Dissi loro che noi non avevamo le armi degli uomini per difendere i
nostri Stati, ma ci restava però l'animo di studiare i mezzi per farlo: si
mostrassero tutte mie alleate, e tenessero pronti per gli ospiti la
gaiezza, gli spiritelli degli scherzi e tutti gli allettamenti che tolgono la
saggezza agli uomini; senza oltrepassare i limiti come sempre
predicavo. Di questi tempi avevo in corte un esercito di ragazze
veramente di risalto, già esperte di scorrerie amorose e sapienti di
limiti. Con loro l'anno prima in corte, in una memorabile serata si era
andati molto in là con gli scherzi verbali e tanto riso da sentirsi dolere
lo stomaco; si cantava una canzone che nel ritornello diceva <Tolle
in mano,> e il vescovo di Gurk aveva invitato me a fare quello che
diceva la canzone. Ricordassero quanto fosse stato difficile ridurre le
imposizioni oscene a piacevoli e divertenti ragionamenti.

Tra le mie allieve primeggiavano l'Isabella Lavagnola, detta la


<ballerina> per le sue eleganze di danzatrice, e la più fanciulla,
l'Eleonora Brognina che ripeteva il sopranome della agilissima
Brogna e della delicata Catalina morta in età giovane. Ma tutte le
altre, tanti nomi e volti, erano belle per uno o per altro pregio. Non
sono del parere delle dame che si contentano di una o due putte
graziose per giovinezza e poi si servono di donne comunque siano
in apparenza: il mio deve essere un esercito che sfolgori e disponga
gli uomini alle concessioni. Se non sono belle, lo diventino; o
diventino argute alla maniera della mia amica Emilia Pio che lascia a
bocca aperta ognuno che si intrattenga con lei. Niente dà più
prestigio ad una corte, né paggi né gentiluomini, né scudieri a divisa,
né buffoni, né musici, quanto la schiera delle donzelle che
conoscono la cosiddetta arte di essere donna. Quei giorni della Dieta
mantovana, essendo io attentissima a guadagnare il vescovo di
Gurk e il Viceré, Spagna e Impero, in favore di Ferrara, riuscirono
fruttuosi. Tutto culminò nella cena che offrii agli ospiti nella villa di
Porto al colmo di un agosto nemmeno troppo caldo. Sulla tavola
arrivavano ininterrottamente fagiani, pernici grasse, leprotti, ogni
sorta di composizioni salate e dolci, e un mare di altre vivande
inventate dai miei maestri di cucina al comando del Mantellina,
cuoco laureato del signor marchese. Col pretesto di un lieve malore
Francesco si era ritirato nelle sue stanze per riposare; il giorno dopo
avrebbe dato un gran festino nel suo palazzo verso il bosco dei tigli.
La sera era dolce e quieta e spirava dal lago uno zefiro lieve che
portava intorno le musiche: si suonavano flauti e viole ad arco
accompagnando il trascorrere della luna nel cielo, e tutte le nostre
lunatiche allegrie. Fra le giovani che apparirono degnamente la
Brognina ebbe la corona della bellezza: si chiamava felice chi le
rubava un guanto, chi l'altro, chi il ventaglio. A me due gentiluomini
spagnoli traboccanti di galanteria furono svelti a scucire dall'abito di
raso sette candelabre d'oro battuto e lavorato. Per gala domandai
che ora fosse e mi risposero <le tre di notte>: <Strano,>

risposi <credevo che fosse scoccata l'ora del saccheggio.> Nessuno


si trattenne dal ridere e più risero gli imperiali. Se chiudo gli occhi
ricompongo la scena che si svolge nel giardino di Porto sotto le
ombre del mio casinetto nuovo costellato di gelsomini. Le ragazze
mangiano meloni, e tengono a bada gli uomini. Gli ambasciatori ci
sono tutti, salvo i fiorentini e i veneziani divisi dai loro puntigli. Mario
Equicola di fronte a me fa la sua spampanata corte alla Lavagnola,
giurandole che più lei lo odia più lui l'ama, e le frasi guizzano via.

Il mio carissimo balordo, Bernardo Bibbiena, cerca di convincere la


Brognina che la giovinezza desidera amore, e vuole sapere da lei
che cosa desidera. <Desidero la bocca di uno di voi, più che tutti voi
insieme> dice enigmatica la spiritosa. Non troppo male la risposta.

L'Equicola sentenzia che l'amore è come il fuoco che uccide e


rianima l'uomo, e il Bibbiena gli fa eco: <Amore resuscita i morti!
Brognina mia, ti amo anche se amarti significa abbracciare l'ombra e
pigliare il vento con le reti.> Raimondo di Cardona bacia avidamente
la mano della giovane; e di nuovo il mio Moccicone: <Signor Viceré,
sapete bere una donna?> Il Viceré resta un poco interdetto; l'altro
riprende: <Come? Il Viceré di Sicilia non lo sa? Un uomo quando
bacia una donna non la succhia? E quando si beve non si succhia?
E non sapete nemmeno che alcuni dei vostri spagnoli baciano le
mani delle donne per succhiarsi gli anelli che hanno alle dita?>

<Che ti venga la febbre, Moccicone mio,> grido allegramente <ma


ora bevi e taci.> Anche se non ero troppo soddisfatta della mia veste
privata delle candelabre d'oro, pazientavo. Il Bibbiena mi guardò: gli
si spense l'aria di motteggiare e con altro tono mi sussurrò che
ridevo come Federichino. Da due anni quel mio figliolo mi stava
lontano, chissà quanto era cresciuto: alla sua età i ragazzi spigano in
fretta.
Domandai che mi fosse descritto. <E' bello, alto e bianco,> mi dice il
Bibbiena. <Il vostro Federichino è un cavaliere perfetto, sa ballare
alla francese, canta alla mantovana, cavalca alla spagnola e parla
latino come sua madre. Il papa vede solo per i suoi occhi: quando si
è fatto ritrarre da Raffaello nella sala della Scuola d'Atene, a lato
della finestra, ha voluto che il suo sguardo, diretto sul grande
affresco, sembrasse posarsi sulla testa di Federichino che si affaccia
tra Epicuro e Averroé.>

<E' duro> mormorai <pensare a quel mio figliolino, in mano ad altri,


laggiù.> Il vescovo di Gurk mi risponde fingendo di scherzare ma
con un realismo abbastanza rude: <Vostro figlio a Roma vi guarda le
spalle. E' lui il migliore ambasciatore di Mantova.>

<Credete che l'imperatore sarà d'accordo con noi per quello che
abbiamo deciso?> gli chiedo sottovoce. <Non temete, spagnoli e
imperiali per ora non andranno all'impresa di Ferrara.>

<E il papa?>

<Griderà, griderà! Passerà, passerà!> Sentimmo un colpo di


pistolone e tutti ammutolirono all'istante. Pirro Donati che
sovraintendeva alla compagnia senza parerlo, mi informò che gli
spagnoli tiravano sui piatti d'argento della credenza per una gara di
tiro al bersaglio. A labbra strette, gli dissi di lasciarli fare. Il viso del
Viceré s'incupiva. Mi prese uno scatto di malinconia come tante volte
accade nel corso di una festa dove si ride molto. Ergendomi, mossi il
passo sulla terrazza scivolando e frusciando sul pavimento di marmo
bianco tagliato a lastre quadrate, e mi diressi verso un ospite
solitario che seduto sul sedile di marmo si appoggiava ad una
spalliera a scacchi regolari bianchi neri e grigi. Sotto la luna il
disegno faceva spicco di geometria. Dalla persona piccola e magra,
e dalla testa nitida di nobile calvizie, l'uomo esprimeva una forza
creativa che lo isolava dagli altri. Fissava il cielo puntuto di stelle e
non si avvide di me se non quando gli fui vicino. <Signor
Pomponazzi,> dissi al maestro, e la mia voce era insolitamente
rispettosa <leggete nelle stelle per dimenticare gli uomini? Certo, ad
un maestro di filosofia come voi le nostre ragazze non danno
pensieri che vi talentino. Forse vi state ripetendo che le donne sono
sciocche.>

<Non potrei mai dirlo davanti a voi, signora marchesana> mi rispose


nella sua cadenza mantovana, sorridendo. <Del resto io ho detto
che le donne, salvo rare eccezioni delle quali voi siete illustre
esempio, non sono veramente sagge, non possono esserlo per
natura. Ho detto anche però che gli uomini sono più bestie che
uomini e quelli che sembrano ragionevoli lo sono al confronto degli
altri sommamente bestiali. Ma queste sono piccole divagazioni
filosofiche, signora mia, e non hanno luogo in una notte come questa
che ci vorrebbe tutti in piedi, a ricercare nel cielo i misteri della vita >
Sentivo la sua voce piena, ricca e naturale: era semplice per lui
arrivare a discorsi agli altri vietati. <Voi non stimate gli uomini,
Maestro Perottino, è vero? Voi non credete come Giovanni Pico
della Mirandola che l'uomo è immagine e simbolo di Dio e che può
degradarsi, sì, ma anche diventare un angelo o un Dio, secondo la
sua scelta.> Lui mi guardava limpidamente pensoso.

La scintilla della scienza futura gli schiariva il viso. <Per me,>

disse calmo e ardito <l'uomo può intendere solo partendo dal senso,
anche se è possibile presumere un'indipendenza della mente dal
corpo.

L'anima dunque può essere mortale; la morale, la virtù completa


consistono nell'armonia spirituale, e premio essenziale della virtù è
la stessa virtù che rende felice l'uomo.>

<Ma l'anima è immortale, la nostra fede ce lo assicura.>

<Chi ha la fede è fedele e salvo,> disse piano il filosofo. <All'uomo è


concesso di credere in quello che non sa dimostrare. C'è in lui un
desiderio, un'ansia, quasi un profumo d'immortalità.>> La sua voce
si disincarnava. Stavamo fermi sui riquadri di marmo bianco, bagnati
di luce lunare. Il ritorno di Alfonso a Ferrara dopo infinite
peregrinazioni per i monti i boschi e le campagne tra Roma e la
Romagna sembrò un miracolo, e la commozione fu di tutti i cittadini.
Mandai il mio sperimentato Capilupi a partecipargli ogni ragguaglio
su tutto ciò che avevo fatto per lui, e quel mio fratello ferreo finì per
lacrimare.

Mi ero messa ad uffici pericolosi per la mia vita, gli riferì il mio
segretario, ma senza vincere la battaglia, anzi. Sarebbero stati tempi
dannati se Giulio avesse durato sul trono di San Pietro. A novembre
sul ponte levatoio di Castello si presentò Massimiliano Sforza, il mio
giovanissimo nipote; veniva a salutarmi con ogni atto di omaggio
prima di andare con il suo ricco corteggio a prendere possesso del
ducato di Milano. Che sogno prodigioso risentire il grido trionfale sul
torrione di guardia, il grido che aveva annunciato il Moro: <Sforza!
Sforza!.>

Ogni mostra di gaiezza parve poca cosa per festeggiarlo: un


apparato superbo e un galantissimo festino preparò Francesco al
suo palazzo verso San Sebastiano, dove ebbi modo di sbirciare le
camere nuove, molto deliziose per gaia frescura ed eleganza che si
approntavano per la duchessa mia cognata nel caso malaugurato
della caduta di Ferrara.

Non mi tenni dal toccare un amuleto che avevo al polso. Mio nipote
vestiva alla tedesca e parlava una lingua pasticciata, ma la felicità di
regnare su Milano e la sua commozione nel ringraziarmi di quanto
facevo per lui davano alla sua giovane presenza un aspetto molto
dilettoso; a volte cogliendo qualche moto che ricordava sua madre
mi richiamavo dentro il cuore a mia sorella Beatrice. Tra il volteggio
dei buffoni e dei danzatori, si annunciò in piena festa Ippolito mio
fratello tutto attillato col suo solito fare alla superbiosa.

Francesco, irritato dalla sua impudenza, abbandonò con ira il convito


che aveva ordinato per Massimiliano: quella ostentata presenza di
un cardinale scismatico in casa sua poteva insospettire Giulio. Seppi
poi che mio nipote si era scusato per iscritto con il papa di aver
sopportato quell'intromissione: essendo in casa d'altri non poteva
vietare l'ingresso al cardinale d'Este al quale però non aveva parlato.

E a questo punto mi mancò ogni appoggio concreto e segreto:


Francesco mi si straniava senza possibili dubbi e denunciava al
pontefice la mia rinnovata intelligenza con i miei fratelli per cose
occulte anche a lui. Giulio lo rimproverò di accettare i maneggi di
una moglie che mostrava di non rispettarlo, e Francesco a sua volta
rimproverò me. Mi difesi vigorosamente senza poter reprimere
accenti di dolore: quando vidi che non li accoglieva in sé neppure
per respingerli, malinconicamente conclusi che non facevo più nulla
che gli piacesse.

Oramai il nostro amore si consumava, ed erano quasi insperabili le


riaccensioni. Tremendi, a pause abbreviate, ritornavano gli assalti
del suo male. Mio marito non saliva più nelle mie camere portava
intorno una maschera da oltraggiato; né io avevo più l'animo di
chiamarlo a qualche nostra giocondità coniugale tanto lo scoprivo
distaccarsi da ogni cosa che mi riguardasse. M'impietosiva il suo
male che ferocemente lo allontanava dal presente; ancora di età
virile, Francesco non assimilava i tempi nuovi, usciva spesso in
invettive contro la guerra dei cannoni, strumenti bruti di distruzione
che avvilivano il coraggio del soldato. E questi giudizi scagliava
apertamente contro mio fratello Alfonso inventore in Italia della
guerra per artiglieria. Anche la sua condotta di capo di stato egli
divideva dalla mia. Sul dicembre il papa ci mandò il Folenghino con
espliciti messaggi nei quali avvertiva che avrebbe riversato su
Mantova folgori spirituali e temporali essendo stanco delle nostre
beffe. E le cose peggiorarono quando l'imperatore Massimiliano che
non aveva mai aderito alla Lega Santa, vi entrò clamorosamente e
Francesco giudicò venuto il momento di dimostrarsi fedeli feudatari.
Ora sì che mio marito ogni giorno di più teneva dalla parte del papa,
accusandomi di continuo. La scoperta di lottare da sola mi
esasperava. Dimenticai persino la mia dea prudenza e lanciai una
invettiva contro Giulio augurandomi che Dio lo facesse morire; e
speravo che ciò accadesse fra breve. Non mi giovò aver conservato
la facoltà di ragionare, e me ne accorsi molto presto quando mio
nipote Massimiliano Sforza mi invitò con la mia corte per il prossimo
carnevale di Milano che voleva memorabile per sfolgorio di feste e
ornamento di bellissime donne. Ne parlai a Francesco, sicura che mi
negasse le feste milanesi; egli mi ascoltò annuvolato, e dominandosi
in atteggiamenti freddi mi disse che sarebbe stato bene che me ne
andassi per un poco da Mantova dove, spiegò, ero diventata una
macchia per il suo onore. Io, figlia di Ercole d'Este e di Eleonora
d'Aragona, una macchia per l'onore di mio marito! Io, lo stellare
paragone delle donne per i poeti e i sapienti del mio tempo, inchinata
da principi e da re, io e questa volta gemevo sposa di Francesco
Gonzaga, che avevo consumato con lui una storia di caldi istinti, tale
da lusingare ogni orgoglio virile, non solo mi vedevo messa da parte,
ma umiliata e ingiuriata. Mi interrogai. Dov'era il dolore? Taceva.
Solo l'ira e la pietà mi nutrivano nelle più remote fibre. Sarei vissuta
d'ira e di pietà, dunque? Naufragavo. Ma tornando a respirare
assunsi una ringagliardita avidità di agire come se ogni frecciata mi
suscitasse una istigazione. A goccia a goccia mi riavevo, mi
sembrava che qualcuno disegnasse per me su una mappa segreta i
miei piani. E conoscevo il mio bersaglio. C'era a Milano uno da
conquistare, il personaggio che in quel momento sovrabbondava in
potenza, il Viceré Raimondo di Cardona, sempre più preso d'amore
per la mia Brognina e così cavalleresco da permettere al suo
sentimento di primeggiare su tutte le sue azioni.

Comandava l'esercito che doveva muovere all'assalto di Ferrara, era


lui dunque l'uomo da soggiogare: se ci fosse riuscita l'impresa, Eros
avrebbe vinto su Marte. Di risvolto, inanimita, mi spesi in preparativi
a momenti rabbiosi: le stanze si trasformarono in tavolozze di colori
commentati dalle guarnizioni dorate e inargentate e rilevati da trine e
ricami. I miei gioielli lavati e lucidati splendevano nei forzierini.

Scendevo spesso nell'aromateria ed ero pazientissima nel


mescolare pomate, nel distillare acque profumate e nel preparare
bossoli di rossetti a diverse sfumature per comporre la gloria del
viso. Mi ordinai vestiti nuovi e mantelli ornati e foderati di pelliccia,
ripresi la foggia di un mantello verde doppiato di candida volpe di
Russia e fui soddisfatta perché reggevo bene anche questo
capriccio.

Nugoli di donne, tra le più esperte cucitrici mantovane, lavoravano


nelle stanze di guardaroba. Partimmo l'otto gennaio in tre carrette
parate di raso cremisino, con i cortinaggi trapunti e sovrapposti a
ripararci dalle filature d'aria, vestite di lane e di velluti, munite di
manicotti che racchiudevano bossoli pieni di acqua calda per
riscaldare le mani. Le più delicate di noi sfoggiavano certe
mascherette di raso con due fessure per vederci che dovevano
impedire al naso di arrossarsi e agli occhi di lacrimare. Dietro quelle
mascherette i visi femminili si trasfiguravano, somigliavano a
fantastici uccelli rapaci. La nostra partenza fu una gran confusione di
vesti, di scialli e di manti, uno scalpitare di cavalli e di muli innervositi
dal correre e ricorrere senza fine, di buffoni eccitati e di servitori e di
staffieri che eseguivano ordini spesso contraddittori. I carriaggi con
le nostre ceste ricolme ci avevano precedute il giorno prima e li
avremmo ritrovati a Milano. Fui inseguita fino all'ultimo momento dai
fulmini di Giulio che non approvava quel viaggio sospettandomi di
nuovi maneggi. Francesco me lo annunciò venendo a salutarmi di
sfuggita: aggiunse qualche parola sulle eccessive spese e ci
abbracciammo per mostra ostentando gaiezza davanti alla corte.
Andavamo per la strada gelida di buona voglia. Le ragazze giovani
nelle loro carrette dietro la mia discorrevano basso e ridevano. A
mano a mano che si allargava il silenzio con l'ampliarsi della pianura
rallentarono le risa e alla fine tacquero. Qualche cosa rintoccava in
me nella immobilità sospesa dell'inverno tra le piante irrigidite e i
ricami degli alberi senza foglie. Mi vidi vent'anni prima, giovane e
lieta sposa, al fianco della mia regale madre, con la mia sorella unica
Beatrice e con le nostre ferraresi nel bucintoro che ci conduceva per
via d'acqua verso Pavia dove Beatrice avrebbe sposato Ludovìco il
Moro. Lei covava la sua smisurata avventura ristretta in sé con la
persona piccola rappresa in un grumo di forza caparbia e dolorosa.
Per quella caparbietà e quel dolore mia madre la guardava
trepidante, struggendosi. Intorno le nostre donne gemevano
lamentandosi della neve, del freddo, del bucintoro che avanzava
lento tra le rive bianche deserte, e della fame, anche, perché
avevamo perduto di vista la barca delle provviste e chissà dove si
era incagliata. Io mi sentivo crescere rigogliosa, le lamentazioni mi
parevano incitamenti, niente mi indeboliva nemmeno il pensiero di
Francesco, rimasto a Mantova, tanto egli mi scaldava il sangue sia
pure da lontano con la sua veemenza di esistere: quando ci
eravamo lasciati avevo patito la separazione come un'ingiustizia o
meglio un peccato contro il buon diritto della vita.

Ed ora? Rifiutai ogni risposta, tenni per me il calore evocato da


quelle apparizioni, e salutando le immagini care, risentivo voci nel
tempo e tra esse la mia, diamantina. Mi addormentai all'oscillare
ritmato della carretta tentennante sotto la pioggia. Di febbraio, a
Milano, il giorno ventidue, una staffetta spagnola porta la notizia
della morte improvvisa di Giulio Secondo. Rimango folgorata. Anche
se lo speravo, non credevo che quella rovere massiccia cedesse,
che scomparisse dal mondo quello spirito agitato da entusiasmi
inflessibili, che posasse immota quella testa tenace nell'immaginare
avventure smisurate. Ed era successo proprio nella settimana scelta
da lui per comandare lo spiccarsi dell'esercito spagnolo contro
Ferrara, mentre noi donne, abbigliate alla principesca, cercavamo
disperatamente di catturare nelle nostre reti il generalissimo di quella
spedizione, Raimondo di Cardona, e stornarlo dalla guerra. Un
immenso sollievo fisico dilatava il mio respiro: eravamo tutti salvi,
voglio dire Ferrara, gli Este, io e, chissà, anche Francesco non più
assillato da quella fedeltà impropria a me tanto nemica. Stringevo le
mani delle mie donne che si permettevano sussurri gioiosi ed
esclamazioni esultanti.

Non trovavo modo di tenerle quiete. Pensai subito a Federico.


Sarebbe tornato immediatamente: i cardinali certo non lo
tratterrebbero a Roma.

Tutti i nodi si scioglievano, non avrei temuto ogni giorno le notizie del
domani. Il mio passo volava e nello stesso tempo non sapevo che
fare di me stessa: mi sfuggiva la nota per intonare la mia giornata
incredibilmente vuota. La notte vegliavo a lungo ripetendomi che non
esistevano più timori, ma nemmeno le pozioni della balia Caterina mi
riportavano al sonno. Potevo pensare ad ogni cosa che mi piacesse,
e pensavo a Giulio. Il pontefice morto mi ossessionava nei brevi
sogni, mi accusava senza astio ma severamente di averlo votato alla
morte, raccomandato agli inferi, maledetto. Non riuscivo a chiedergli
perdono.

Ma quando mi abbandonavo a riallacciare le mie filature e misuravo i


miei prossimi antagonisti, vedevo dinnanzi a me uomini di poca
consistenza, uomini ombra: avevo perduto il mio grande avversario
degno di essere sconfitto o di sconfiggermi. Fui rapita infine
dall'ondata del vivere che mi investiva da ogni parte e presi passione
alle fortune di mio nipote Massimiliano e al ricostituito ducato di
Milano. Il carnevale avvampava, grossi divertimenti e festini dorati,
ma ora che Giulio era morto agivano i più contrastanti accadimenti.
Piacenza si rese libera, elesse come signore il duca di Milano, lo
chiamò per acclamarlo. Mi parve d'essere chiamata anch'io. Se
considero il mio franco decidere del due marzo, non so spiegarmi il
perché dell'impulso che mi spinse a quella stravagante risoluzione:
mettere in ordine le carrette nostre, assegnare i posti di viaggio alle
mie donne e, con il nostro piccolo seguito, accodarci alla marcia
delle truppe del duca e a quelle spagnole di Raimondo di Cardona.
Che partecipassimo alle fatiche dell'esercito lusingava e
impensieriva i nostri amici che ci cavalcavano accanto molto eccitati
di vivere dentro l'ottava di un poema epico. L'ordine che facevo
correre tra le mie ragazze era di mostrarsi più che valorose, ridenti,
come se fossero in una sala apparata o in un verde giardino. Né so il
perché di quello slancio che mi fece accettare e forse provocò l'invito
di Massimiliano ad entrare con lui nella città in festa. Accettai, dico,
mi vestii regalmente, e guidata da una specie di smania segreta mi
ritrovai all'entrata di Piacenza, alla destra di mio nipote, sotto il
baldacchino ducale.
Tentavo di chiarirmi e la smania si faceva più vorace. Strana gioia
dell'istinto che si scatenò in me senza ragionevolezza alcuna fin
quando Francesco mi richiamò rudemente a casa avvisandomi che
Federico, partito da Roma, stava avviandosi verso Mantova. Fatti i
calcoli dei giorni, decretai che il suo arrivo non sarebbe stato
imminente. Mi aspettavo che Francesco mi lasciasse arbitra di
provvedere al mio ritorno: ora non aveva più da paventare il papa
per le mie aborrite tessiture con Ferrara. Accadde il contrario,
cominciò a tempestarmi di comandi acidi e irritanti. Invano gli
dimostravo quanti amici avevo procurato al nostro Stato, quanti
favori avevo conseguito, quanto utile ci sarebbe stata la gratitudine
eterna di nostro nipote che si sentiva protetto dalla famiglia e che per
l'età giovane era bisognoso di consiglio. Non mi divertivo, stesse
certo. In quella campagna di guerra spendevo propriamente la vita.
Senza un riguardo al mondo, mi ricordò che la mia età matura non
mi consentiva colpi di testa capricciosi e mi intimò la necessità di far
tacere le ciance che serpeggiavano tra il popolo e in corte; infine, lo
disse più chiaro: esigeva da me il giusto rispetto della moglie al
marito. Forse perché non sono abituata alla disapprovazione avvertii
in queste imposizioni l'ingiuria: solo a pensare ai risolini dei miei
nemici mentre pungolavano Francesco nell'orgoglio, e al sardonico
serrare di labbra degli scrivani che mettevano a copialettere i
messaggi del loro marchese, mi s'increspava la pelle. Composi una
lettera irruenta e fredda, senza debolezze di sentimento sebbene gli
rammentassi la mia lunghissima obbedienza e servitù e il mio
perseverante amore. Sì, amore. Per rafforzare questa parola non
risparmiavo le sferzate: <Signore,> dicevo scostandolo da me
<Vostra Signoria mi deve tanto obbligo quanto un marito abbia ai
dovuto alla moglie: e se anche mi onoraste e mi amaste quanto più
possibile, non potreste mai pagare abbastanza la mia fede.>
Quando ebbi sigillato il foglio provai un'apertura di liberazione, uno
stimolo caldo di pace; e la notte, nel cattivo alloggiamento tra il
battere della pioggia sul tetto, presi sonno senza bisogno di pozioni,
finalmente spassionata.
L'aver invocato i miei diritti e riaffermato la mia lealtà di moglie mi
rese il giorno dopo più alleviata e circospetta. A tutti i costi decisi di
ritardare il mio ritorno: dovevo abituarmi all'incontro con mio marito,
e all'idea di rinchiudermi tra quelle mura impietrate nella loro
verticalità. Il Castello dove si era svolta la mia prima giovinezza non
volevo che si mutasse in emblema di disamore: le mie stanze, il mio
Studiolo, la mia Grotta, i miei camerini leonardeschi, e le mie sale
dipinte mi dovevano accogliere come sempre sollecitando in me la
disposizione a ragionare e a immaginare. Scrissi perciò una seconda
lettera nella quale domandavo quasi cortesemente tre giorni di
proroga al mio ritorno, e soltanto per compiacere il desiderio del
Viceré e del duca mio nipote. <Dio volesse che Vostra Signoria
vedesse nell'intrinseco dell'animo mio!> concludeva il mio
messaggio. E non c'era ipocrisia: posso essere una che vuole fare
sempre a suo modo e a suo cervello, secondo l'accusa di
Francesco; ma, agendo sempre per il bene comune, esigo di essere
ringraziata. Ormai la situazione ristagnava, le truppe spagnole si
erano ribellate perché non riscuotevano il loro soldo, e l'esercito si
accampò presso Parma.

Ritardai assai più di tre giorni, e furono giorni diversi da quelli che
avevo vissuto fino allora. Conobbi lo strano paese tutto di uomini che
è un accampamento, l'esistenza arida e disadorna dei soldati intenti
solo alla fisicità del mangiare, bere, dormire, esercitarsi con le armi,
in lotta sempre con la materia, e pensai come sembrasse illuminato
di apparizioni benigne il mondo di Venere a Marte, quello di Ginevra
a Lancillotto, quello di Isotta a Tristano. Arrivammo a Mantova per la
via di Cremona, una mattina di tramontana soleggiata e pungente
che faceva vibrare il rosso delle mura di Castello. Si discoprirono
come nuove le pitture dello Studiolo specie i prospettici smalti netti e
rilevati dei miei Mantegna. Francesco mi mandò incontro tutta la
corte, ma se ne restò chiuso nelle sue stanze per gli attacchi reiterati
del suo male. Quando più tardi fummo insieme a pranzo accennò
alle nostre lettere; pareva distratto e in qualche modo intimidito nel
vedermi calma e allegra. Per curiosità, verso sera, discesi la scaletta
che portava alle sue camere: la porticina era serrata. Non però la
mia esistenza recuperava una sua cifra giusta che dissipasse i miei
affanni. Emersi dalle ceste e dalle casse i vestiti e gli ornamenti che
avevano brillato a Milano e, tutto riposto a dovere, mi trovai con le
stanze in ordine ma inquieta. Quasi diventavo cattiva; la mia famosa
aria di benevolenza che agiva da filtro su quelli che venivano a
parlarmi, perdeva i suoi poteri. Inviai al Viceré Raimondo di Cardona
una <disciplina> di quelle che usano i peccatori per fare penitenza
percotendosi. Con questo dono simbolico esortavo ironicamente alla
castità quell'amatore troppo appassionato: mi piaceva in quel
momento far pagare allo spagnolo padrone di mezza Italia
l'ostentazione delle sue frenesie per la Brognina. Ci correvano dietro
le sue lettere imbrogliate, mandate a me prima fra tutte, considerata
<intermediaria>

delle sue galanterie seppure in tono devotissimo. Stabilito con lui un


linguaggio di schermaglia amatoria piuttosto incitativo non avevo ora
il diritto di proibirgli certe espressioni dubbie quale la preghiera
d'intercedere da santa aureolata presso l'amata sua; lui si muoveva
con una sua duttile agilità parando i colpi con l'aria di accettarli come
favori ed io, anche se in certo modo offesa, non potevo però
inimicarmi direttamente questo potente arbitro di vicende e mi
sfogavo a chiedergli benefici piccoli e grandi. Più lo punzecchiavo
più il Viceré spagnolo si insatanava della Brognina, e lei incoronata
da tanto amore ne risentiva l'irraggiamento senza però vantarsene.
La soppesavo: era bella davvero, sebbene troppo alta e sottile, con
l'incarnato bianco e opaco senza macchia, con gli occhi azzurri
cangianti sul verde e sull'oro, molto grandi, molto lucenti, un po'
incantati sul viso serio che diventava irresistibile nel sorriso. A
Milano, dopo una sera di festa, il Viceré le aveva regalato gioielli di
raffinata fattura e due pezze di velluto, una cremisi e una nera, a
significare la gioia di un bacio ricevuto e il lutto per un bacio rifiutato;
e lei si coprì il viso c on le piccole mani colma di pudore. Cominciai a
prendere le distanze con la Brognina per proteggere la fama delle
mie donzelle, e il Viceré dovette saperne qualche cosa se mi
supplicava di trattare bene la sua donna; con una impensabile
goffaggine, credendo di lusingarmi, scriveva che la Brognina mi
amava molto e che nel servirmi mi rimirava con venerazione e
amore. Freddamente, alla sua presenza e di tutte le altre mie donne,
feci leggere dalla Tortorina quelle frasi ad alta voce perché la
ragazza si sentisse colpita nella sua delicatezza e si guardasse bene
dal mescolarmi alle sue storie. Pirro Donati sempre dedito alla mia
persona era dopo il mio ritorno visibilmente turbato. Non gli
piacevano né le avventure delle mie donne né il mio modo eroico di
addestrarle, e non sopportava di vedermi così impaniata. Benedetto
Capilupi, altro mio segretario, era invece così felice che fossi al mio
posto in Castello da fare continue allusioni alla mia vita di moglie: mi
raccontò che quando ero a Milano Francesco gli aveva mostrato le
piaghe del suo mal francese ben richiuse e guarite e lo aveva
assicurato di essere pronto a consumare matrimonio.

Finsi di ridere, ma non gli dissi niente della porticina sprangata.

Pirro Donati disapprovava la confidenza del mio buon gentiluomo


tenendomi per una dea, ed io mi divertivo del suo eccessivo pudore;
apprezzavo però la sua voglia di rispetto sempre vigile e avevo caro
che mi giudicasse troppo in alto per ascoltare confidenze e concetti
di gusto incerto: in quel momento essere implicata nei concerti e
sconcerti della mia corte mi impazientiva. Chi mi salvò trionfalmente
dal decadere in una palude di umori maligni e mi restituì ogni facoltà
di costruire l'avvenire nel presente fu mio figlio Federico. Era tornato
da Roma affaticato e, poiché il medico sentenziava di trovarlo molto
spossato, passò alcuni giorni di riposo nel suo letto. Ma appena si
alzò apparve quello che avevo sognato e desiderato: non più
fanciullo ma promessa di un uomo da incantare con i suoi tredici
anni lucidi di trasparenze rosate. Non soltanto la sua persona era
gentilmente tagliata, ma ciò che è più raro, una maniera di muoversi
sciolta e signorile, un moto della testa esclamativo e vocativo
insieme, uno scrollare della chioma di color castano a lumeggiature
ramate, il colore della zazzera virile di Francesco, annunciavano in
lui un giovane in più modi avvertito. Mi dava sorpresa ritrovare le
somiglianze che aveva con me nel modulare i gesti e tenere alzata
la mano sinistra verticalmente in atto assicurativo; camminava alla
cortigiana, perfettamente equilibrato, appena piegandosi un poco
verso sinistra con indolenza elegante che era soltanto sua. Cantava
tutti i giorni nella sua camera con i nostri musici e anche da solo con
voce netta e soave; si esercitava nelle armi con attenzione, andava
a cavallo come un San Giorgio, parlava bene. Aveva perduto in più
di due anni molto della parlata mantovana che pure echeggiava nelle
cadenze delle sue frasi, e metteva attenzione alla buona pronuncia
appresa dai maestri dell'Accademia Romana. Tutto lo interessava;
conosceva per istinto l'arte della cortigianeria meglio o almeno
quanto ci doveva dimostrare il conte Baldesar Castiglione. Con me
aveva un contegno non imparato da nessuno, si inginocchiava
davanti alla mia scranna per baciarmi la mano e a volte restava
lungamente seduto ai miei piedi sul gradino della pedana. I nostri
colloqui presero in poco tempo il tono di confidenza aperta che
permette la vera intesa. Le donne, le mie ragazze non lo
intimidivano: scherzava audacemente con loro e il motto giusto non
gli mancava mai. Avveniva in me una meravigliata appropriazione.
Solo adesso capivo bene che un tale figlio era del tutto differente dai
fratelli piccoli, Ercole e Ferrante, persi dietro ai giochi rudi e alle gare
fisiche. Federico si sarebbe fatto amare, e volentieri si offriva alla
prova. Da sempre impazzivo per lui, da quando era nato dopo le due
bambine togliendomi l'umiliante sospetto di essere soltanto una
madre di femmine. Ma ora gli riconoscevo la docilità di un perfetto
allievo che prometteva la possibilità di tempi irrobustiti, anzi
raddoppiati: era inteso tra me e me che ci sarei stata io al suo fianco.
Tutto egli avrebbe avuto, facoltà di accrescere lo Stato, abilità di
maneggiare i negozi politici, capacità alta e temperata di scegliere i
più rari godimenti dello spirito e del cuore.

Io avrei curato in lui il principe, l'uomo esemplare del suo tempo, un


felice modello umano. Giudicavo bizzarra, ma era di tutti i Gonzaga,
la predilezione di Federico per i nostri laghi: da vero mantovano il
suo svago preferito era salire su una barca lacustre e infrascarsi
negli stretti passaggi fra gli isolotti coperti dal verde sfrangiato dei
canneti; e lo attraeva navigare negli ampi specchi del lago superiore
popolati di uccelli acquatici dalle modulazioni elegiache o dalle
patetiche strida. Per me questi luoghi celavano una magia occulta
che poteva inquietare o rasserenare; ma soprattutto mi riportavano
la leggenda della bianca statua di Virgilio annegata nel lago dal
governatore bigotto che sospettava il popolo mantovano di idolatria.

Per Federico i laghi erano riserva di bella caccia alle folaghe e alle
anatre selvatiche, e talvolta di bella pesca di lucci e carpe. Così, di
quando in quando, in due o tre barche a più rematori passavamo
qualche ora su quegli specchi d'acqua trascolorante. Portavamo con
noi musici e cantatrici e alcuni compagni di mio figlio, pollastroni
maliziosi che le mie ragazze sdegnavano rimandandoli alle
cameriste. Dopo i canti e la pesca (io non accettavo la caccia alle
folaghe con la spingarda in uso da qualche tempo, chiassosa e
crudele), e manovravo in modo da isolarmi a lungo con Federico
discorrendo di molte cose che potevano incitare la sua curiosità o
attizzare il suo piacere: un'arte che conosco. Venimmo a parlare di
mio fratello Alfonso e raccontai per sommi capi del valore, del
coraggio e dell'animo costante che egli aveva mostrato nel difendere
il suo titolo di duca di Ferrara. < Olim,>

interruppe lui <Alfonso d'Este olim duca di Ferrara, lo diceva sempre


Sua Santità. Ferrara è terra della Chiesa e alla Chiesa deve
ritornare.> Gli spiegai di noi Este, feudatari da tanti secoli, del ducato
e della nostra costante gloria che immedesima il nostro nome con
quello della città. Era attento e poco persuaso. Ed io stimolata dalla
curiosità di frugare nel suo animo gli domandai con aria discorsiva
come si fosse trovato con il papa a Roma. Federico si resse sulla
personcina e mi scrutò con occhi lucenti. <Oh, madre cara, davvero
volete saperlo? Davvero lo desiderate? Vi dirò tutto di Roma se
volete.

E' una città magnifica, grande, quasi nascosta dal fogliame, perché
sono tantissime le ville piene di alberi, di boschetti e di statue.

Anche molte chiese sono su poggi circondate da alberi, il centro è


pieno di monumenti romani antichi e il fiume l'attraversa in mezzo e
divide tutto. Corre l'oro nei palazzi, sui vestiti, sulle gualdrappe dei
cavalli, sulle tavole da convito, il Vaticano è un palazzo infinito, la
villa dove stavo io, vicinissima alle case del papa, è su un colle
coperto di pini a corolla. Volete sapere di Sua Santità? Era un
grande amico per me. Mi faceva ridere con le sue parole grosse
quando perdeva al gioco e si arrabbiava, poi rideva anche lui e mi
chiamava Federichino bello. Il marito di Eleonora era geloso,
figuratevi.> Sospirò, un sospiro da grande, e riprese: <Se volete
saperlo, madre cara, Sua Santità era un uomo buono: aveva sempre
un dono per me, mi mandava vini e vivande dalla sua tavola.
Montava in collera, è vero, ma presto si calmava e chiedeva scusa a
tutti. Quando ragionava della Chiesa si scaldava e riscaldava noi che
l'ascoltavamo.

Voleva bene a Dio. Lo vedo sempre, madre, anche adesso; la sera


prego per lui e mi pare che sia vicino a me, mi saluti e alzi la mano a
benedirmi.> Aveva parlato in fretta, un po' affannato come se si
fosse svincolato da un peso. Io non replicai. Vedevo bene che il mio
avversario vinceva, acquattato nel cuore del mio adolescente. Il
racconto breve ed ingenuo di Federico faceva supporre una storia
quotidiana di partecipazioni e rivelazioni semplici in un clima di
scontrosa tenerezza oltre la quale i fanciulli intuiscono i sentimenti
veri. E questa figura egli evocava la sera al momento della
preghiera; non da me, non da suo padre, solo da lui voleva essere
protetto.

Bisognava cancellare quell'immagine prepotente a forza di


scolorazioni successive senza alcuna imposizione o polemica.
Presto, subito, ordinerò al Rozone, maestro di Federico, di scrivere,
possibilmente alla maniera di Plutarco, una buona storia degli Este
molto chiaramente spiegata; Giulio Secondo vi avrebbe avuto la sua
vera parte, e l'astuzia della ragione avrebbe prevalso. Tuttavia era
amaro confidare ogni cosa al futuro e, dopo aver tanto lottato con
quell'uomo, trovarsi di fronte il suo fantasma vivo. Per celare il
lancinante gemito del mio cuore volsi il capo e mi chinai sull'acqua
come se volessi scoprire qualche cosa nel fondo, oltre le fughe a
sprazzo dei minutissimi pesciolini neri. <Madre, cara madre,> gridò
Federico <che cosa guardate? Avete visto la statua di Virgilio? A me,
a me, voglio vederla anch'io!>
CAPITOLO IV
FUGGIRE PER TORNARE.

Stanza degli orologi anno 1533

Per causa naturale gli spiriti discordanti si contraddicono l'uno con


l'altro; non in questa stanza degli orologi, però, dove sembrano
cercarsi per creare una specie di tregua universale sulla misura del
tempo. Un'ansia di concordia penetra tra i lumi e l'ombra; io in
solitudine sto evocando gli anni pieni o addirittura frenetici che mi
sono toccati in sorte: potrei dire che il momento, nel suo donarsi, fa
intravedere qualche battito di felicità, parola che gli uomini usano
troppo per dichiarare un diritto che sono convinti di essersi acquistati
col nascere. La felicità è invece propriamente un lampo istantaneo
che chiama il calore fisico da ogni parte del nostro corpo e mentre
sale al cervello sparisce. L'infelicità, invece, ha un irraggiamento più
tenace nell'assalirci e nel durare, e si mostra in più modi anche
analogici.

Uno per me è di solito questo: abbasso lo sguardo sul piano di legno


dove poggio la mano; atterrita scorgo un'onda lenta che sommerge
gli oggetti uno per uno e al momento di straripare per cancellare il
mondo si ferma con un frastagliamento schiumoso ai bordi del
tavolino; e di lì retrocede dissolvendosi. Felicità e infelicità
insondabili che affronto curiosa e indocile come ogni essere di fronte
a se stesso. Su una mensola di marmo giallo, a portata di mano, è lo
scrigno a parte dove ripongo le carte dai caratteri appuntiti di Robert
de la Pole, oggi meno diffidate di quanto siano state altra volta. Non
mi piace, o almeno non dovrebbe piacermi l'indugiare su questo mio
caso segreto, ma vi sono tanto implicata che non posso impedirmi la
sua realtà. Ho nell'orecchio una conversazione di qualche anno fa
con Emilia Pio: compassionavamo una donna nostra amica che
aveva una vita troppo malinconiosa, e lei uscì con una delle sue
riflessive frecciate ad osservare che essendo la nostra amica una
donna di talento era da presumere che avesse pensieri tutti propri
nascosti in una nicchia o in un rifugio dai quali prendeva coraggio;
perché solo una sosta nel luogo interiore che appartiene al nostro
regno inviolato ha il potere di restaurarci. E persino la mia unica
Elisabetta consentì gravemente a queste frasi da iniziati. Le lettere
dell'anglico che a pause stralunate arrivano a parlarmi sono rare,
danno tempo di abituarsi alle pungolature. Se mi domando per la
centesima volta che senso abbia l'apparizione di questo straniero del
tutto inatteso non so rispondere.

Credo che non sia persona necessaria al mio vivere, e mentre lo


dico rallento le sillabe perché suonano dubitose. C'è modo
d'impennarsi e di rasserenarsi al suo argomentare: lo seguo bene
quando commenta fatti per me ignoti, forse perché il suo raggio
visivo ha un'angolatura diversa dal mio e illumina cose che senza di
lui a stento conoscerei; e c'è modo di interessarsi alle sue pagine e
magari di gustare qualche galanteria più fantasiosa di quelle
preziose del Bembo; ma quale sia la moralità di tali lettere, voglio
dire del riceverle, non so. Avrei dovuto strappare i fogli appena
avvistati? Sospetto Robert de la Pole di essere, per innocente che
sembri, vagamente diabolico. Si è presentato imprendibile nei suoi
peccati che non sono peccati, isolandosi in quella sua identità di
prete dapprima non rivelata. Ed io non mi sono resa conto subito che
il suo isolamento era una forza; mi illudevo di essere libera nella mia
coscienza, libera di leggere lettere alle quali non avrei mai dato
riscontro, ma esse s'infiltravano intanto nel tessuto della mia
esistenza. A lui ho lasciato la facoltà di fantasticare sulle mie
risposte non scritte, e naturalmente egli può essersi immaginato una
replica mia non sprezzante anche se severa sulle sue confidenze.
Eppure, dico la verità, è la confidenza a piacermi, quando non mi
manda in furore. Se lo vedessi apparire ancora, e casi ignoti,
fantasia in combustione, incontri di fedeltà studiosa come è stato il
ritorno in Italia del suo amico Erasmo, potrebbero riportarlo tra noi,
se lo vedessi con quegli occhi tutti neri giudicanti sul viso chiaro mi
sentirei di combattere o gli tenderei la mano? Ma che dico?
L'abito di raso nero con il corpetto a strisce d'argento e cremisi
alternate è audace, ma di quell'audacia temperata che di solito
ottiene il consenso comune: equilibrato dai gioielli leggeri, doppie
catenine d'oro alla francese sottilmente lavorate, e collana di perle
medie bianchissime fermata da un rubino, quest'abito mi veste
senza appesantirmi. E così nella corolla di raso rigonfio sto pacata e
saldamente divertita in udienza privata davanti al trono del nuovo
pontefice Leone Decimo di casa Medici, figlio del Magnifico Lorenzo.
Mi sono inginocchiata ai suoi piedi con un gesto ossequiente e ben
legato, e con giubilo rispettoso ho baciato il sacro anello. Lui, a
confronto del mio sciolto recitare, è sembrato un po’ goffo, ma poi si
è levato e tendendomi la mano mi ha condotto con grande
gentilezza ad una scranna di cuoio rosso chiodata d'oro, prendendo
posto in un'altra scranna consimile. Senza sorridere se non con una
lievissima accentuazione di gioia reverente gli parlo della mia infinita
devozione che egli ha bene accolto congratulandosi con me perché
mio marito mi ha concesso il permesso di restare a Roma fino a
Natale. <Vi aspetto alla mia messa in San Pietro, signora
marchesana,> dice in tono amabilmente imperativo.

<Santità,> replico io <a cuor leggero vi posso rispondere e in umile


allegrezza. E' vero, il signor marchese mio marito mi ha accordato di
passare a Roma il Natale e di andare adesso a Napoli dove quelle
Regine di casa d'Aragona mie parenti mi hanno invitato. Ma
soprattutto la mia estrema soddisfazione consiste nel saperlo avviato
alla buona salute per la quale prego di continuo alzando ceri in tutte
le chiese di questa città. Ora domando a Vostra Santità che mi dia
licenza per il mio viaggio a Napoli, tenendo per certo che sarò di
ritorno a Roma e assisterò al rito sacro della messa notturna di
Natale; e niente altro potrebbe essermi più grato.> Leone il toscano,
attento alle mie parole, annuiva benignamente. L'arcidiacono di
Gabbioneta che mi aveva accompagnato con due delle mie donne,
rimaste per rispetto con lui in fondo alla sala, gongolava e intervenne
a fare le lodi di Francesco, della sua clemenza, della sua dolce
natura manifestata nell'accordare anche in quest'occasione la sua
grazia alla sposa amabilissima che sarei io. Dietro la scranna del
papa stava il Magnifico Giuliano de' Medici, suo fratello, un poco
astratto, e suo cugino il cardinale dei Medici, Giulio, bell'uomo ma
freddo. Ero in uno dei miei momenti di bizzarria ridevole. Questa
nuova udienza da me richiesta si svolgeva su un registro di bugie;
pareva che tutti fossero d'accordo per onorare d'incenso
un'immagine di Francesco, magnanimo nel concedermi quello che
mi sarei presa ad ogni modo, il soggiorno di Roma e di Napoli. Nel
gioco riguardoso e falso entrava persino un papa, troppo sottile
d'intelletto per non giudicare il senso riposto dei nostri discorsi. La
verità si ammantava di paramenti. Conoscevo il vero pensiero di
Francesco; non so perché gli era parso quello il momento giusto di
ricercare fra i tanti intrighi che minuziosamente si allacciavano in
Vaticano l'assegnazione definitiva delle terre tanto ambite da casa
Gonzaga, Asola, Lonato, Peschiera. Con la lievità interiore che ci
investe quando i nostri disegni riescono e di altri ci curiamo poco,
chiedevo difatti a Leone il riconoscimento di quelle terre; egli dopo
aver pensato un buon tratto come sempre faceva, mi rispose
deprecando con gravità pontificia che fosse tanto lontana la pace tra
veneziani e imperatore: solo per essa, infatti, gli sarebbe stato
possibile decidere su quei luoghi. Ma se Dio gli avesse fatto la grazia
della pace, egli si sarebbe ricordato di Mantova quanto si ricordava
della sede Apostolica, poiché molto l'amava. Mai, aggiungeva, mai
avrebbe mancato di proteggere i Gonzaga. Ogni cosa era detta
bene, con poca enfasi e con persuasività. <Solo questa speranza mi
farà vivere contenta, figurandomi la gioia del mio signore> concludo
io sospirando, e faccio scivolare la mia dose di benigna
mansuetudine dedicando lodi a tutti, a Sua Santità alla quale sono
per offrire la vita se necessario, a mio marito, ai miei parenti di
sangue d'Aragona; e mi mostro felice nell'immaginarmi a Roma la
notte di Natale, in San Pietro. E queste cose le dicevo convinta
perché in parte era vero che il Natale celebrato in San Pietro
riscaldava affettuosamente la zona religiosa del mio cuore. Religione
a parte, non potevo reprimere l'allegria di veder aprirsi davanti a me
un intero mese di libertà, essendo carezzata e festeggiata dalle due
regine aragonesi in quel la città regia che era Napoli, ancora viva
nelle lontane visioni d'infanzia che mi riportavano a mia madre
Eleonora. Il papa ora discorreva con l'arcidiacono di Gabbioneta. E il
Magnifico Giuliano uscendo dal suo torpore mi volle leggere per
omaggio alcuni suoi sonetti alla petrarchesca: li declamò versando
negli endecasillabi la bella armonia della lingua toscana.

Afferrai a volo un verso: <Se fosse il passo mio così veloce,> e


composi il giro di una lode appropriata tenendo d'occhio, di scorcio,
Leone che ascoltava il fratello deliziandosi. Questo Giovanni dei
Medici arrivato alla massima potenza, così abile a sembrare un altro
ricreandosi continuamente, era impenetrabile ad ogni influsso non
per custodire una sicurezza di sé ma per sorprendere negli altri
l'essenza delle loro azioni e in certo modo appropriarsene.
Intrasentivo sotto quella affabilità costante un'aridità di animo
immedicabile e una indifferenza nativa che gli faceva scrutare ogni
occasione per carpire un momento acceso in chi veniva a parlargli.
Era giovane, non ancora quarantenne, di vita temperata, sapiente di
latino e di greco, splendido nel donare, cristiano ben fondato. Ma
correva davvero in lui quel gelo che mi aveva sfiorato? Mi
corteggiavano le spirali flessuose dei sonetti del Magnifico Giuliano;
la sala splendeva bianca di marmi e parata di broccato, sontuosa e
raggelante. Ero lì con la testa colma di cadenze e saliva in me un
senso d'indulgenza per l'inconscio Francesco che sognava adesso
le sue terre trasmesse per mio tramite dalle mani del pontefice alle
sue. Non aveva capito fino a qual punto, in quel tempo sovvertito,
fosse difficile pretendere una città, un borgo, una fortezza: tutto
ormai faceva gola a chiunque, l'ambizione non conosceva più
pudori. Questo stesso papa che pareva così scrupoloso si rivelava, a
quanto avevo spigolato fra testimoni diretti di Curia, determinato
nepotista e passava giorni interi a pesare casi e persone
progettando regni e principati per suo fratello e per suo nipote
Lorenzo. Noi signori cominciavamo a temere il variare delle sue
ipotesi: Napoli prima, addirittura un regno, l'aveva attratto; poi
Modena, acquistata per quarantamila ducati dall'imperatore, e
Reggio, e forse Lucca con altre terre, un momento anche Ferrara e
Urbino; ora l'una ora l'altra città erano oggetto della cupidigia
medicea. Questo dava al papa linfa vitale: disegnare luoghi di potere
e di comando per gente sua. Mi domandavo dove sarebbe andato a
parare. La carretta del cardinale d'Aragona a quattro cavalli seguìta
a distanza da quelle della mia corte, donne e uomini, va di buon
passo nel mattino di novembre. Prima di averne coscienza riconosco
di essere sulla via Appia fiancheggiata da pini e cipressi, da capitelli
e architravi rotolati a terra incorniciati da mobili erbe. La strada pare
lanciarsi seguendo la traiettoria di un giavellotto nell'aperta
campagna velata di toni invernali, ocra intensi e lievi porporini; nella
bruma rosata dell'alba si immergono monumenti rotondi e colonne
isolate come grida. Roma diventa grande proprio qui dove è
desolata e disabitata, e le rovine bianche si spezzano in mutilazioni
sublimi. Paese da ritrarre, mi dico, e subito mi ricordo di un libro su
Roma a carte disegnate che tante volte sfogliavo nella mia infanzia a
Ferrara, fermandomi su ogni pagina per domandare più particolari,
più scoperte, più lineamenti della città. A Mantova amavo
soprammodo nella Camera dipinta il particolare presso la finestra
dove, su un colle ideale, il nostro Mantegna aveva disposto a sua
fantasia i simboli per i quali Roma si fa riconoscere in ogni
figurazione: il Colosseo, l'Arco di Tito inserito nelle mura della città,
la grande statua di Ercole vaticano dominante da un alto basamento,
il rosso ponte Nomentano, e l'appuntita piramide di Caio Cestio a
triangoli chiari. Con me nella carretta odorosa di cuoio nuovo sono
poche ragazze, difese le ginocchia da una coperta di gatti persiani
morbidissima, dono del cardinale d'Aragona che mi predilige da
parente stretto. Il sussultare delle ruote sui lastroni romani mi dà una
straordinaria emozione: su quelle pietre levigate avevano cavalcato
Nerone sempre fuggitivo da se stesso, e Tiberio nel suo correre
verso Capri alla ricerca di una ragione convincente per vivere.
Ricordi di studio mi fanno compagnia per un pezzo finché si
confondono a gradi.

Qualche ora fa ci siamo destate a notte fonda per essere pronte, e


ancora una nebbia di sonno mi preme sugli occhi persuadendomi ad
un tiepido sopore. Dopo un'ora mi desto; le mie donne dormono. La
via Appia si allunga in un silenzio totale che solo il trotto dei cavalli
ornati di sonagliere si insinua a ritmare. I monumenti si sono infittiti ai
lati della strada, ognuno con la sua storia di vita conclusa.
Biancheggianti o ingrigiti non danno tristezza, vivono in quel silenzio
allontanati in una solitudine quasi mitica.

L'antichissimo scenario delineato all'orizzonte dal profilo dei colli


Albani mi solleva ad una pace intensa da molto tempo sconosciuta:
ad un tratto galleggiano in quella pace secolare i casi che mi portano
lontano dalla mia città verso Napoli, dalle mie parenti aragonesi. Un
anno, questo millecinquecentoquattordici, così controverso, così
maligno ai suoi momenti. Aveva iniziato le sue manipolazioni con il
primo giorno di gennaio, annunciandomi l'arrivo del maggio quando
avrei toccato i quarant'anni. Da allora i giorni correvano. Mi
osservavo nello specchio e non vedevo la prova dell'età, i miei
capelli brillavano dei loro riflessi dorati, la mia pelle ben soccorsa
biancheggiava senza macchia, un po' di rosso aiutava, come
sempre mi aveva sobriamente aiutato anche da ventenne; e quel
poco di rotondità delle membra era compensato da un andar brioso
che le mie ragazze di corte imitavano invano. No, non subivo ancora
nessuna perdita d'impeto.

Arrivò il diciassette maggio e fu quello un giorno di interdetti. Notai


tutto: le mie donne, compresa l'anziana Jacopa, finsero di
dimenticare la data. Francesco la dimenticò davvero, l'Equicola
sempre attento alle sue occasioni letterarie mi riempì il cassetto di
inni, di decaloghi amatori, di poesie espanse usando il tono rotondo
che gli era congeniale. Non tenni seduta di festa, né concerto che
rimandai al giorno dopo; soltanto da Pirro Donati accettai il grazioso
dono di un Petrarca stampato in paginette aereate da Aldo Manuzio
e accolsi un complimento semplice che gli venne spontaneo quasi
rispondendo ad una mia domanda muta mentre mi scrutavo ancora
una volta nello specchio: <Signora avete ragione di mirarvi, siete più
bella che mai.> Eppure quello scandire del numero quaranta mi
perseguitava con una persistenza lugubre quasi mortale. Avevo
tentato di vincermi a forza di disciplina e di rigori; presa in mano la
grammatica greca m'imponevo di guardarvi dentro e di studiare la
lingua dei nostri dei. Io che non ho mai avuto paura, al rintocco di
quel numero tondo tremavo. Andai a vespro; e giunse infine verso
sera la benedetta ribellione del pensiero che mi proponeva i grandi
esempi di virtù e di energia degli spiriti forti di fronte ai turbamenti
gravi dell'animo. Mi vergognai e decisi che i miei quaranta anni non
avrebbero somigliato ad altri: mi sarei addentrata in essi da
coraggiosa togliendo spine, ridendomi dei fantasmi. Tornata al
dominio di me stessa, mi addestrai a sopportare con animo sereno
tutte le scadenze di età che mi sarebbero state concesse da Dio.
Quel maggio fu di battaglia. La mia esistenza che era stata sempre
regolata sul mutare della salute di Francesco, pativa ora la
sopraffazione rinnovata della sua arcigna malattia che lo indebolì a
tal punto da farmi assegnare ogni atto di governo, e da affidare alle
mie mani la corrispondenza di stato. Riflettevo su quelle carte lungo
tutta la giornata, tracciavo risposte, confrontavo, rileggevo; mi ero
quasi separata dalla vita di corte e dai divaghi, mettevo le ragazze ai
lavori di ricamo diventato disciplina, e andavo tutti i giorni da
Francesco, anche quando era a Marmirolo, riferendogli le notizie più
urgenti sempre ritrovando presso di lui Tolomeo Spagnoli
l'amatissimo consigliere che al mio apparire fuggiva dando da
sorridere anche al suo padrone. E lui, Francesco, compiva
ammirevoli sforzi per rispondermi a tono: aggrottava la fronte per
farsi attento e poi abbandonava la testa stremata sul cuscino e con
un sorriso sacrificato mi lodava baciandomi le mani. Io provavo
pietà, anche più teneramente di quanto credessi, sentivo formarsi in
me un affetto molto diverso dall'amore di slancio che mi aveva legata
a lui. Inventavo spazi di lucido lavoro: era mio il preciso modo di
giudicare di prevedere e di provvedere che chiamano politica. Non
pensavo più ai quarant'anni. Appena appena mi accorgevo
dell'ombra fastidiosa dello Spagnoli e del vagare per i corridoi di
quell'anima persa che aveva nome Vigo di Camposampiero. Poco
più di un mese durò quella vita. Capitò in corte, e non seppi mai
mandato da chi, un buon frate e intuitivo medico, Serafino da Ostuni,
un pugliese che non sembrava per nulla meridionale, di celesti occhi
da pirata normanno. Il frate, persona devota e dignitosa, aveva con
sé rimedi unici per il mal francese, e questi suoi rimedi che non volle
mai darmi a conoscere nella loro composizione, agirono
mirabilmente. Francesco davvero guariva, acquistava forza,
giocondità e interesse per il mondo intorno. Una mattina Pirro Donati
non trovò i dispacci soliti in Cancelleria. Tolomeo Spagnoli li aveva
portati via per ordine del signor marchese che, dissero, voleva
leggerli subito: così senza avvertirmi, mi si batteva la porta sul viso,
mi si comunicava che mio marito stava bene e io dovevo rientrare
nella mia parte di donna. Mi appoggio all'imbottitura della carrozza,
respiro in profondo all'apparizione dei maestosi acquedotti dalle
lunghe arcate in corsa, qua e là spezzati ad indicare itinerari perduti
nell'immensa pianura romana. Poso gli occhi sul manicotto che mi
dà calore alle mani divenute fredde di angoscia, vera angoscia di
ritrovarmi del tutto priva dell'ufficio che rendeva un senso alle ore
della mia vita. Ma che cosa avrei voluto? Non certo che Francesco
peggiorasse, questo no, via da me un simile pensiero; ma da
ostinata ingenua quale sono speravo che si creasse tra noi un
legame superiore, un'alleanza di governo che ci tenesse insieme in
nome di quel gran terzo che è lo Stato. Le mani mi si agitano nel
manicotto mentre ripenso alla decisione che presi quella mattina. Mi
ero alzata di scatto, ero scesa per la scaletta nostra segreta e avevo
spinta la porticina che si dischiuse stridendo.

Francesco stava in piedi e allegro, ed io radunai gli spiriti per fargli


festa, parlandogli della salute, argomento inesauribile di domande e
di risposte, di illazioni e di congratulazioni. Nemmeno a dirlo,
Tolomeo Spagnoli da un angolo della sala ascoltava. Gli voltavo le
spalle; ed egli fece non so quale cenno perché Francesco cercò in
fretta tra le carte sul suo tavolo, ne scelse alcune, me le porse.

<Queste sono lettere vostre Isabella, e mi scuserete se le ho aperte


avendole trovate insieme con le mie. Ma che siano vostre o mie non
ha importanza tra di noi.> Sfoglio le carte senza rispondere. Le mie
lettere: un foglio confidenziale della marchesa di Cotrone, due
resoconti di corte napoletana e urbinate, una missiva di mio nipote
Massimiliano Sforza, cose mie, delicati ragguagli personali o
informazioni dedicate a me sola. Con le carte in mano mi accosto
alla finestra; fingo di leggerle per darmi il tempo di vincere il tremito
nel sentirmi così ferita e offesa. Quel manigoldo ribaldo dello
Spagnoli nasconde male la sua ironia. Tutto mi manca e, dopo
l'autorità e la considerazione, il rispetto. <Francesco!> avrei voluto
gridare.

<Francesco, che cosa fai a me, a tua moglie? Non vedi come sono
qui a lottare contro le lacrime?> In quel punto tra le lacrime respinte,
distinguo qualche riga di mio nipote sul foglio che ho sotto gli occhi.

<Signora marchesana, zia quanto madre,> mi scriveva <davvero


sono a Milano con molta aspettazione di voi quale nemmeno potete
immaginare.

Mi opprimono i nemici, e mi dà gran timore la nuova venuta che si


annuncia da ogni parte del re di Francia. Se non ho il vostro aiuto
per orientarmi in questo labirinto rischio di smarrirmi.> Tranquilla,
giro la testa con un moto altero e accenno un sorriso da
lontanissimo, muovendomi e fermandomi in modo da cancellare la
presenza dello Spagnoli. <Signore mio,> dico con una velatura
sprezzante <ora che state meglio ringraziando Iddio, è venuto il
momento per me di andare a Milano a vedere come si vanno
disponendo le cose del signor duca mio nipote. Da tempo fra voi e
me si è convenuto che bisogna sapere subito e da vicino in quali
occorrenze egli si trovi per consigliare lui e badare alle nostre difese
da antivedere al più presto. Avete sollecitato più volte la mia
partenza, ma la vostra malattia finora me la proibiva. Andrò
prestissimo dunque, questa lettera che certo avete letto mi sprona: il
mio seguito sarà quale si addice ad una mia pari, ma non da feste di
carnevale.> Francesco tace e sbircia dietro di me per incontrare lo
sguardo dello Spagnoli. <Verrò questa sera a conferire con voi,>
dico <prima che prendiate la pozione; e voglio salutare ancora una
volta frate Serafino.> Con passo fermo, avanzo verso la sua
scranna, lo bacio in fronte e gli sorrido a viso vicino come usiamo.
Sempre con passo fermo prendo per la scala grande tenendo le
carte in mano e il braccio sinistro piegato all'altezza della vita, più
maestosamente che posso. La stessa mano sinistra si stringe
convulsamente nel manicotto come se tenesse ancora quelle carte.
Mi sporgo un poco fuori dalla carretta: il cielo si copre di una
nuvolaglia bassa che scende dai colli Albani, ma il freddo romano
non somiglia a quello nostro del nord, inesorabile, si posa appena
alitando sulle spalle coperte dalla sbernia impellicciata. Scuoto la
testa scacciando i fantasmi del dolore non vinto; raccolgo lo sguardo
sul manicotto di zibellino, rotondo e grandetto, non però
ingombrante, reso galante e ricco dai cordoni color lionato scuro e
dalle borchiette d'oro disposte intorno all'arricciatura di velluto. La
devota amicizia il suo tepore alle candide mani consacrato aveva
scritto in versi dedicatori Pietro Bembo nel cartiglio che
accompagnava questo prezioso oggetto prima che il gran segretario
di Leone Decimo partisse per una sua missione a Venezia. Gli
uomini raffinati come lui sono per un che di smagliante e di discreto,
rari ornamenti delle corti, prediletti amici delle donne dalle quali
ricavano infiniti piaceri delicati che altri uomini conoscono poco e
magari non suppongono neppure. I loro amori però sfiorano talvolta
la tiepidezza generata dal troppo equilibrio dei sentimenti, e bene
deve saperlo la duchessa di Ferrara tanto adorata dal suo poeta
veneziano. Questo pensiero mi punge al suo presentarsi: chissà se
quei due si scrivono ancora: ma una devota amicizia è più resistente
agli anni. Il manicotto del Bembo starà con me tutto l'inverno in
questo mio viaggio stravagante; godrò volentieri il tepore di una
vicinanza, figurandomi con piacere tutto femmineo la possibile
gelosia che ne avrebbe la duchessa mia cognata. Si svegliano le
mie donne una dopo l'altra e parlano solo di arrivare presto a Velletri
dove il papa ha fatto ordinare per noi accoglienze e pranzo.

Intanto facciamo una merenda di uva e formaggio e beviamo un vino


bianco leggero; poi la Tortorina prende il liuto e canta una canzone
nuovamente imparata a Milano composta da uno scolaro del famoso
Franchino Gaffurio. Non molta musica avevamo fatto quell'estate
milanese con il duca mio nipote. Mi sentivo l'animo di un'esiliata: era
una stagione, la nostra, di enormi nuvole bianche in cielo e di
subdole nubi nere in terra per i mille avvisi che si incrociavano
complicandosi e determinando persistenti batticuori. Mi assaliva una
crescente, scorata delusione per Massimiliano. Il giovane, gravato
dall'attributo di duca, mostrava un carattere dolce, ma non aveva più
la spensieratezza e la baldanza del suo primo apparire e non
rivelava per nessuna qualità la tempra del capo di stato.
Mentalmente agile e interessato a tutto, in realtà si agitava per cose
vane, dormiva poco e mangiava a capriccio. Non curava i consigli
dei suoi ministri ancora incerti e non abituati a lui, e non discerneva
tra i discorsi quali fossero a suo vantaggio. Gli volevo bene per la
sua bontà disagiata e per l'amore che mi dedicava credendo in me
come se fossi la prima persona del mondo; ed io, ancora
sanguinante per la lacerazione patita a Mantova, accoglievo il suo
affetto come una medicazione, e mi consolavo a quel suo chiamarmi
madre. Avevo deciso di fermarmi qualche tempo perché lo vedevo
sempre più spaurito e solo in uno stato che sembrava non
appartenergli. Il ducato di Milano che nella mia memoria era il luogo
di splendori mai eguagliati, decadeva; quella città di mirabili artigiani,
di commerci rigogliosi, di lavoratori supremamente ingegnosi si
sfibrava, e prevedevo quasi senza scampo la sua rovina sotto le
dominazioni straniere che l'avrebbero spogliata di ogni ricchezza e di
ogni speranza. Francesi, imperiali, spagnoli si alternavano a
pretenderla; e la protezione dell'imperatore, ora che sua moglie
Bianca Maria Sforza era morta, oscillava secondo i momenti.
Consigliai Massimiliano a sposarsi con una donna che per parentela
potesse rafforzare la sua fortuna di principe, e nella mia testa
tentavo di trovare un nome alla sposa senza incontrarne uno adatto;
ma promisi a me stessa di non abbandonare l'idea. A Milano dunque
non mi restava che giovare a mio nipote con piaceri senza impegno
e andavo ritenuta anche in questo. Mi dava un sapore ingrato il
ricordo delle grandi feste che ci erano state fatte l'anno prima, del
brio demoniaco che io stessa avevo scatenato nelle mie ragazze e
dame di corte tra le quali aveva primeggiato la Brognina, la più
capziosa allieva che fosse stata mai alla mia corte, la sola che per
troppa estrosità di temperamento sopravanzasse i miei disegni ideati
per domare le resistenze politiche così legate alla rocciosa natura
maschile. La mia compagnia di oggi non permetteva azzardi di
nessun genere; mi aiutavano con la loro presenza le ragazze tuttavia
belle, la Livia per prima, e poi la Lavagnola ballerina, la Lucia, la
Delia, e la Teodorina Pedoca. Non le avevo addestrate a quella arte
che unisce le lusinghe del platonismo bembesco alle arditezze di
linguaggio in uso nei nostri paesi: mi ero avveduta di quanto fossero
armi pericolose da manovrare; questa volta Francesco non avrebbe
avuto occasioni di protesta. Cominciò presto, mio marito, a
richiamarmi a Mantova, da padrone. Ma non sarei torna a, almeno
per ora. Ero presa dalla voluttà di disubbidirgli. Mi interrogavo a
lungo nelle notti afose dell'estate lombarda quando rimanevo sola ad
esaminarmi: non riuscivo a perdonare, anzi non sapevo nemmeno
come applicare la parola perdono. Davvero ero piagata. Nessuna
cura poteva guarirmi se non il tempo che a ondate successive
avrebbe eroso anche questo blocco di dolore. La mia ribellione era
una repulsa, un diniego non più confuso ma preciso come un
imperativo perché da Francesco non volevo più niente e anche la
sua malattia che avevo curato e persino amato con vero eroismo di
donna mi ripugnava. Ero fuggita, fuggivo; e la fuga doveva condurmi
avanti fino a quando avessi intravisto una nuova accettazione della
mia vita su altri ordini di pensieri. Di certo da Milano non sarei
tornata a Mantova, sebbene mi dolesse il pensiero di Federico e
degli altri miei figli, e mi avesse intenerito un motto di Ercole quando
aveva osservato con l'ingenuità dei suoi nove anni che per sua
madre le parole <Torno presto> significavano <Torno tardi.> Che
fondi sospiri accompagnavano la mia coscienza di fuga. Discesa a
fatti pratici, feci la conta dei miei vestiti e di quelli della mia gente di
corte e stimai sufficiente il nostro corredo. Non avevo molto denaro,
ma avrei chiesto prestiti agli amici. Mi ricordai l'invito di Monsignor
Fregoso e mi dissi curiosa di vedere la Lanterna del porto di Genova
prima che la facessero rovinare: fui lieta e dolente insieme di essere
tanto desiderata dai genovesi già in moto a prepararmi pomposi
ricevimenti e festini. Li rifiutai; dovevo andare in incognito e quasi di
sorpresa per non essere fermata da proibizioni ufficiali. Così mi
ritrovai a Genova senza quasi accorgermi d'essere partita. Il gran
mare di quella città mi faceva sentire la necessità di spazi: avevo
voglia di lanciarmi nel vuoto con le ali di Icaro, immaginavo valli,
pianure, fiumi, castelli, la mappa d'Italia sulla quale, nel mio Studiolo,
avevo tante volte sognato seguendo col dito precisi itinerari. A enova
avrei preso solo la rincorsa; mi sarei fatta salda, avrei dato ascolto
agli amici innumerevoli che mi chiamavano a Roma, primo fra tutti
Bernardo Bibbiena ora cardinale e tesoriere e consigliere del nuovo
papa.

Agitavo in mente i miei desideri con le parole sonanti di Guido


Postumo che l'anno prima mi aveva scritto <Venite a Roma dov'è il
secolo d'oro.> Dalla Liguria, sarei discesa verso la dolce e severa
campagna toscana facendo sosta a Pisa una notte, e poi di lì come
una freccia avida di bersaglio avrei mirato sulla grande città. Intuivo
che il mio Moccicone e i suoi amici quali il Magnifico Giuliano dei
Medici si accendevano di curiosità per quel viaggio impreveduto che
Francesco avrebbe disapprovato. Stava a me reggere il mistero di
sospensione che li eccitava tutti. A carrette ravvicinate e protette da
nostre guardie per garantirci da attacchi di banditi, ci tuffiamo con
qualche difficoltà nella profonda conca fitta di sottobosco; sempre
serpeggiando nelle vallate ci avviciniamo all'erta che conduce a
Velletri, luogo che si annuncia arcano e ben disposto, dove
dormiremo la notte dopo aver fatto festa al pranzo sontuoso ordinato
dal papa. Saliamo sulla collina per una strada sghemba, e la
Tortorina si lamenta d'essere tutta sconquassata: non so come ci si
possa compiacere dei piccoli lagni della scomodità mentre il
pensiero batte in testa vivace e intenso. Passo in rassegna le visite,
gli onori, le feste che mi sono state fatte a Roma in meno di un
mese: mi stimola questo enigmatico papa Leone che ogni giorno
cancella un segno del suo ritratto compiuto il giorno prima e ne
suggerisce un altro. Quando ero giunta a Roma d'ottobre non
pensavo alla parentesi di Napoli, o ci pensavo molto indistintamente.
Ma ora che la carretta si inoltra verso il sud e vedo nel declinante
pomeriggio mutarsi a poco a poco i colori e le forme naturali, mi
concentro in me stessa con un brivido d'allegrezza. Pronuncio la
parola Napoli, si distende qualche cosa d'azzurro e d'oro sostenuta
da due elementi di luce: la luce marina, tenera e viva del giorno che
avvolge la bella riva collinosa e i palazzi e le case bianche costruite
in disegni a squadrature alte e a finestrette arcuate, pausate dalle
chiese archiacute e dagli affusolati campanili; e la luce morbida e
densa delle torce e dei candelabri che richiamano ad apparizioni
notturne. Memorabile la nostra entrata nell'enorme palazzo
aragonese presso porta Capuana dove ci aspettavano le due regine
e le loro corti. Una figura viene maestosamente verso di noi, la
Regina Giovanna vecchia, vedova, seconda moglie di re Ferrante,
che mi raccoglie nelle braccia e mi stringe a sé fra le grida di gioia
degli astanti: lo stesso abbraccio ripete la Regina Giovanna giovane,
vedova di re Ferrandino. A Mantova, il Tromboncino ci ha cantato più
volt e la canzone popolare così lacrimosa delle Tristi Regine, private,
la madre e la figlia, del reame napoletano. In realtà non sembrano
molto tristi le due regine o almeno hanno imparato a farsi della
tristezza un titolo di gloria. Ieratica l'anziana Giovanna,
deliziosamente pronta ad erompere sotto l'apparenza composta la
giovane, di poco più che trent'anni: ricchissime ambedue e di alti
costumi. Intorno a loro a turbine stuoli di nobili, dame e cavalieri, di
grandi nomi italiani e spagnoli, nient'altro fanno tutto il giorno se non
ritrovarsi a qualche raffinato gioco d'amore o di cortigianeria. Com'è
mirifica in ogni suo contrasto la cadenza di questa corte. Alle
cerimonie religiose lunghissime e tetre che solo la musica rileva, si
susseguono giostre impetuose, cacce al toro, danze, ricevimenti e
festini gremiti di ottime vivande e ricercate, conclusi con dolci di
troppo miele e di latte montato con profumi di rosa e di vaniglia
all'orientale. Il giorno dell'arrivo, dopo un'ora abbondante di
complimenti, mi accompagnano alle mie camere. Sono quattro,
assai vaste, e non si vedono pareti o pavimenti tanto tutto è coperto
di drappi, di cuoi dorati e di tappeti.

I letti hanno baldacchini e cortine di tessuti preziosi, né manca nulla


di quanto ci può servire. Scopriamo piccole squisite offerte familiari
che accogliamo divertite e lusingate come fanciulline. Quando la
Tortorina trova una scatola di fili aghi e rocchetti d'oro d'argento e di
seta e una sacchetta piena di nuovissime cuffie da notte, la gaiezza
ammirativa delle mie ragazze annulla di colpo la loro stanchezza. Io
le guardo frullarmi intorno, sostenuta da una scranna imbottita, le
mani abbandonate sui braccioli; quelle piacevolezze mi riposano. Mi
ritornano alla mente certe gioie sfrenate di bambine, mie e di mia
sorella Beatrice, quando, venute a Napoli con nostra madre,
eravamo infaticabili a correre per Castel Nuovo ad esplorare i luoghi
meravigliosi dove viveva la gente di stirpe regia. Anch'io ero di stirpe
regia, l'avevo saputo fin dal mio nascere, ma crescendo non avevo
fatto differenza nel mio modo di vivere dal saperlo o dal non saperlo.
Nella maestosa rappresentazione di corte che fu recitata per quindici
giorni continuati, provai la responsabilità che investiva il potere
regale. Non perdevo la testa per il re taumaturgo o per il re padrone
di un popolo di schiavi. Noi gente del nord siamo alieni dalle iperboli
spagnolizzanti o dalla esagerata napoletaneria; ero però investita da
quel senso dinastico e magnanimo che si elevava dalle cerimonie di
tono tra l'eroico e il celebrativo, e riuscivo a tenere lontani i miei
incessanti rovelli sempre a un filo dall'assalirmi. Volano via i giorni di
Napoli. Sono sempre fuori a cavallo, e osservo tutto. Risalgo nelle
mie camere colme di dame e gentiluomini che vengono a farmi festa,
e i più anziani riconoscono in me la figlia di Eleonora d'Aragona. Con
la contessa di Venafro vado ad assistere ad un miracolo di San
Gennaro tutto per me, anche se fuori tempo, e figurarsi se
mancherei. Mi genufletto al Santo, vedo il sangue ribollire e lo tengo
per venerabile presagio: un poeta di corte compone un sonetto per
annunciare al mondo il mio potere di muovere i santi in cielo. Una
mattina la giovane regina Giovanna mi conduce in una comoda
carretta nella chiesa di San Pietro Martire: in quel sacro luogo,
bisbiglia, mi aspetta una sorpresa.

Difatti, entrata nella cappella di San Vincenzo Ferrer, su un riquadro


di tavola antica, mi indica alcune figure dipinte alla maniera
fiamminga antica e principalmente una dama in primo piano. E'
Isabella di Chiaromonte, madre di mia madre, la più bella regina che
sia stata al mondo. Alta e sottile, bianca e colorita, gli occhi chiari, i
capelli biondi, erede di tre grandi stirpi francesi, i Brienne, i del Balzo
e i Chiaromonte. Sapevo tutto di lei; mia madre mi aveva raccontato
più volte del tempo che le era toccato vivere fra combattimenti furiosi
con gli Angioini che non volevano saperne di lasciare il reame in
mano degli Aragonesi. Il marito al campo, lei regnava su Napoli, lei
radunava la folla in questa chiesa di San Pietro Martire e parlava al
popolo: mostrava i suoi figli e assicurava che erano napoletani dalla
testa ai piedi e mai avrebbero imposto usi stranieri, anzi avrebbero
fatto vita comune con la povera gente spartendo fra tutti le ricchezze
senza imitare l'avarizia e l'insolenza degli Angioini. C'era una parte
della storia di Isabella di Chiaromonte che mi attraeva, fiabesca e
concreta insieme: quando, ritrovandosi sola e poveretta, si mise,
travestita, a domandare l'elemosina alla porta della chiesa:
riconosciuta, tutta la città si commosse, nobili, mercanti e popolo
uscirono a dare il loro tributo e così fu possibile armare un nuovo
esercito e mandarlo contro gli Angioini. Sei anni durò la sua
reggenza mentre re Ferrante guerreggiava fino alla vittoria. Cronisti
e poeti avevano esaltato in lei non solo la pudicizia e la continenza,
virtù bruciate nel calore bianco della sua alterezza, ma la capacità di
governare. La figura esile vestita di velluto nero assommava in sé
tanta energia da vincere chiunque: una sola cosa non rintracciavo in
questo racconto che ricordavo in ogni parola, una cosa segreta e
che solo adesso avvertivo mancante. Dopo sei anni di buon governo
la regina Isabella aveva riconsegnato la città più vigorosa, florida e in
pace al marito: ma con quale animo era stata ricambiata?
Ringraziamenti, omaggi, dovevano essere stati sparsi ai suoi piedi:
ma in quali toni? Ferrante, uomo crudele e grandioso, nero sangue
di monarca, come aveva accolto il suo operare? Era un caso o
un'indicazione il fatto che Isabella di Chiaromonte fosse morta l'anno
dopo il trionfo aragonese e il ritorno al potere del marito? Agganciata
da queste domande e dagli spettri evocati, sto nella cappella di San
Vincenzo Ferrer senza che mi riesca di muovermi, sospinta in un
vortice dal quale si levano voci. Mi domino, sorrido alla regina
Giovanna intenta ad una sua orazione, e torno a guardare la tavola
dipinta dove l'ava Isabella tiene eretto il capo ornato di veli bianchi a
mobili piani nell'atto di leggere un libro di preghiere. Di altre sue
preghiere non si conoscono le parole soffocate.

Fisso ancora la scena: a qualche distanza dalla protagonista, verso


destra, scorgo il figlio, il futuro re Alfonso, anche lui con un libro
aperto; e dietro si delinea la figurina di Eleonora giovinetta un poco
spaurita ma ferma al suo posto sotto l'ala bianca dell'acconciatura.

Tutti e tre in preghiera implorano il santo spagnolo, immersi in quella


rarefazione di linee convergenti verso l'alto e l'acuto, mentre
sporgendo il capo da una tenda un ministro di casa sorveglia intento
la regina. Una scena di pace rigorosa: mi si avvertiva di rispettarla, di
non tentare i morti inserendo a specchio delle mie afflizioni altre
antiche afflizioni. Dovevo tacere. Come però non chiederselo? Dopo
sei anni di governo durante i quali una donna nata per essere regina
aveva patito i logoramenti delle rischiose decisioni e sperimentato il
battito trionfale del potere, dopo affanni, sfide, vittorie che cosa era
rimasto a Isabella di Chiaromonte? Poteva anche essere morta di
una passione di governo abbattuta e spenta, e io avrei potuto
seguirla nel suo procedere verso la fine minuto per minuto. Sì, avrei
potuto; ma lei rifiuta, si rinserra nella preghiera e nella distanza del
silenzio. All'unisono con la regina Giovanna, in ginocchio presso di
me sul pavimento gelido, ci segnamo col segno della croce e siamo
in piedi. Uscendo dalla cappella la mia parente si rallegra della
sorpresa che ha voluto farmi e mi promette una copia del quadro. Mi
colpisce la gentilezza disarmata di quegli occhi immensi e dolci che
sembrano in attesa. Sarà vero che non disdegni l'idea di rimaritarsi
con i suoi trentasei anni arresi ai richiami della vita? Subitanea mi
balza un'idea che a mano a mano migliorava e migliorò del tutto
quando ne feci parte alla vecchia regina Giovanna. L'idea era che la
giovane regina sposasse il duca Massimiliano Sforza mio nipote e
diventasse duchessa di Milano. Avrebbe portato a suo marito una
dote ingente e soprattutto la protezione spagnola e rafforzato quella
dell'imperatore anch'egli parente suo. La giovane regina Giovanna
non respinse l'idea, e subito la notizia scivolò di bocca in bocca con
furore allegro; se si avanzavano dubbi, si risolvevano senza
esitazione, e tutti parevano stimolati dalla parola matrimonio che
annunciava in corte smisurate feste nuziali. Notai come nessuno si
curasse del vero ostacolo, quello dell'età, mio nipote avendo ventitré
anni e la supposta sposa tredici di più. Massimiliano però non aveva
un aspetto troppo giovanile, e al contrario Giovanna era di gratissima
figura e di radiante viso. Mi piaceva manipolare queste nozze tra
miei parenti, una regina per lui, un duca per lei, e per tutti e due lo
stato di Milano rafforzato; ma la mia stessa immaginazione mi
inquietava, e mi scontravo con me stessa interrogandomi
sull'insondabile enigma della condizione coniugale. Chi avrebbe
prevalso in questo matrimonio che stavo patrocinando? Chi sarebbe
stato infelice? Erano due creature miti, mi rassicuravo; ma anche la
mitezza non è corruttibile dal disamore?

Napoli mi fece un dono. Per un sabato mattina ero invitata dal signor
Fabrizio Colonna, il severo guerriero e fantasiante amoroso che
avevo conosciuto a Ferrara quando vi stava prigioniero di Alfonso
dopo la battaglia di Ravenna. Uscimmo presto in cavalcata piccola e
benissimo disposti per andare alla villa fuori città due miglia che i
Colonna tengono verso la Certosa. Sbagliammo i tempi e arrivammo
ad un'ora anticipata: io, vedendo aprirsi davanti a me uno spazio non
calcolato, decisi di non indugiare nell'attesa ma di salire il monte fino
a San Martino dai frati della Certosa. Mi avevano detto che era un
sito amenissimo e tale lo riconobbi perché di lassù contemplai la più
bella veduta del mondo con il mare celeste e la città bianca sotto di
noi in un'aria tanto soavemente sottile quale mai ho respirato.
Smontai da cavallo e mi abbandonai all'attrazione di quel luogo con
una delizia di corpo e di spirito da non saper raccontare. Come
smemorata assorbivo il dolce alito ad occhi chiusi temendo che la
visione svanisse cancellata dallo sguardo. Respirare pareva l'unico
modo di testimoniare che ero viva e fatta degna di quel paradiso. La
giornata fu di grazia: dopo il convito e una rappresentazione allietata
da canzoni e balli agresti, sul tardi tornammo a casa. Mi ero accorta
che gran parte della gioia perfetta perdurante in quella giornata
nasceva dall'ora di libertà pura fino all'astrazione che avevo
trascorso alla Certosa del Monte San Martino. Non mancai di
descriverla a Francesco sperando che accogliesse le mie
suggestioni a cuore aperto, o che almeno sospirasse dal desiderio di
essere con me in quei divini luoghi. Sempre perché Francesco lo
sapesse, scrissi al mio Capilupi che ero adorata da ciascuno come
un oracolo. Ogni mia uscita sembrava uno spettacolo, le bombarde
sparavano a salve quando, a cavallo o in carrozza, apparivo sul
portone del palazzo presso Porta Capuana e il popolo napoletano
gridava di gioia: distinguevo persino le acclamazioni saracene, acri
nelle gole urlanti. Una c osa che gli uomini quasi mai conoscono in
profondo è il vuoto dei figli, la mancanza della loro presenza da
toccare con mano.

Conoscevo questa crisi materna che ha un fondo ansioso e preme a


fondo sull'anima. I miei figli me li raffiguravo uno dopo l'altro, Ercole,
Ferrante, la puttina Livia, la monachina Ippolita, e soprattutto
Federico. Mi capitò quasi di identificarlo con il giovinetto principe di
Chiaromonte, legato a me da lontana parentela, che volle
festeggiarmi nel suo palazzo. Di età tra i dodici e i tredici anni, mi
venne incontro senza alcuna presunzione, serio e ridente, facendo
da vero uomo gli onori di casa; e si può dire che li rinnovasse nei
modi tanto il suo costume era grazioso e disinvolto. Di spirito maturo
mostrava un brio fisico pari alla vivacità della sua mente; non finivo
di riguardarlo, singolarmente attratta da tanta precocità. Mi fece
compagnia durante il festino sontuoso, mi offrì con parole graziose
un galeone in miniatura carico di profumi egiziani; danzammo
insieme e fu un bel danzare.

Insieme assistemmo ad una farsetta spagnola galantissima ed egli


rise con me ai momenti giusti. Nel lasciarlo lo baciai in fronte da
bambino qual era di età, ma ebbi l'impressione di aver commesso
una piacevole indiscrezione. Scrissi subito di mia mano a Federico
del giovane Chiaromonte, e mi dilungai a rappresentargli il suo modo
cortese di servir donne. Devo dire che a paragone del napoletanino,
Federico mi si presentava legato da infantile goffaggine, bello e
intelligente ma di poca sicurezza virile per i suoi quattordici anni
ormai toccati.

<Bisognerà che si svegli,> pensavo mentre magnificavo il principe di


Chiaromonte in ogni suo gesto e descrivevo i giochi di destrezza con
le canne che gli avevo visto fare in mio onore. Finii per consigliargli
discretamente un poco di esercizio d'allegria. Rispose di lì a qualche
giorno: si proponeva di seguire l'esempio del giovane principe, e
tanto per cominciare aveva dato una cena alle mie donne e donzelle
restate a Mantova, Laura, Innocenza e Isabetta tenendole in giubilo
fino a tarda ora con suoni balli e canti e piacevolezze. Spirava dalle
parole di Federico un'aria gioconda, spensierata e lievemente
spavalda che mi rassicurò: la sua natura non l'avrebbe condotto a
guasti d'umore. Nomi e nuovi disegni si formavano in me, Napoli mi
aveva dato uno stimolo: qualche risposta sarebbe arrivata. Quinta
lettera : Illustrissima ed Eccellentissima Signora Isabella
Marchesana di Mantova mia Padrona Soffrite, mia Signora, di
scorrere questi fogli che con un atto di orgogliosa umiltà volevo
considerare l'ultima delle mie sfortunate lettere. Mi piacerebbe dire a
me stesso che d'ora innanzi non dovrò stare sempre all'erta fiutando
l'occasione di un cavallaro sicuro da accompagnare col pensiero in
segreto allarme fino a Mantova portando un mio plico per voi nella
bisaccia: e che farò rinuncia delle ore isabelliane, di quelle ore del
giorno e della sera destinate alla meditazione di cose suscitate da
voi. In verità non ho la forza di abbandonare il mio farnetico come di
sicuro chiamerete questa storia vissuta da una parte sola e senza
speranza: non ho la forza e basta. Ma la ragione per la quale vi
scrivo, la ragione che urge, è un'altra: devo chiedervi il consueto e
questa volta spinoso perdono. Credo e non spero che vi sia già
venuta alle mani una lettera dell'ultimo di dicembre scritta mentre da
Londra stavo per recarmi a Parigi dove ora risiedo al seguito del
conte Ludovìco di Canossa, nunzio papale e buon servitore vostro.
Vi confermo che non mi pentirò mai abbastanza di averla scritta e
più di averla pensata. Mi appellavo alla vostra clemenza e questo
faccio anche ora perché tremerei se davvero dovessi giudicare le
insensatezze che mi sono sfuggite in una specie di getto infuocato
non appena il conte Ludovìco mi riferì che eravate a Roma amata e
riverita da ognuno, da Sua Santità per primo. Vi ho visto come una
bianca colomba dalle ali aperte a sfida delle ire mantovane: e una
strana aspra gioia in me applaudiva a quello che mi pareva un
mirabile volo di libertà; poi la mia gioia traboccò quando seppi che a
Roma alloggiavate nelle stanze superiori del palazzo appartenente
al cardinale d'Aragona. Vi ho immaginata alle vostre finestre a
crociera in atto di guardare le file dei pellegrini litanianti verso San
Pietro: ed io ero con la fantasia nella mia camera di studio al palazzo
di fronte, quarto piano, quinta finestra. Perché, Signora mia, il bel
palazzo disegnato sulla traccia architettonica di quello amplissimo
del nostro Camerlengo e costruito per il cardinale Adriano Castellesi,
collettore apostolico in Inghilterra, è il luogo dove abitiamo noi,
ambasciatori e oratori anglici che abbiamo uffici in Curia.
Affacciatevi, guardate verso il punto che vi ho indicato e abbiate
pietà: perché fu la vicinanza immaginaria a stravolgermi tanto da
farmi scrivere quella lettera, e mi mordono il cuore le parole che ho
usato, soprattutto quelle del <magnifico sospetto> nelle frasi centrali.
Supposizioni da frastornato, sogni da balordo, congetture stolte sono
calate su quel foglio, e un pensiero sinuoso che per mia fortuna ho
soltanto accennato, e che mi fa dolere di non essere punito. Vi prego
d'aver pazienza: la vostra forza d'assoluzione deve accogliere anche
la preghiera che vi sto per fare. La mia lettera dell'ultimo giorno di
dicembre fu spedita da Londra per via lunga e c'è il caso che non vi
sia ancora giunta. Sulla fede di Dio, Signora, se vi giungesse dopo
questa mia presente, non leggetela, fatemi il dono di bruciarla senza
aprirla, che altro non merita così torbida e confusa. Ciò che ho scritto
a Londra smentisco oggi da Parigi, e non per cambiamento di
pensiero ma per il colmo dei sentimenti che avevo fatto erompere in
malo modo. In verità ho fantasticato come in un romanzo
cavalleresco con le immaginazioni a me interdette di un Amadigi o di
un Tristano. E di tutto, ancora una volta, chiedo perdono. Non posso
staccarmi da queste carte che emanano un aroma di speranza. Non
piegate il foglio, cambio discorso subito: vi accennerò a vicende che
si svolgono vicine a me. Magari potessero placarvi. Sono a Parigi,
ripeto, inviato dal mio re ad affiancare l'opera del conte Ludovìco di
Canossa, a sua volta vigilante in nome del papa; e credo che voi,
tanto amante di accadimenti, leggerete quanto vi dirò, almeno tanto
volentieri quanto vi sarà stata ingrata la prima parte della mia
missiva. Saprete certo che la morte del re di Francia Luigi
Dodicesimo ha cambiato da un giorno all'altro la faccia dell'Europa.
Su due grandi troni siedono ora due re giovanissimi, in Inghilterra il
mio Enrico Ottavo, e Francesco, primo del suo nome, in Francia.
Ambedue belli, ardimentosi, brillanti, con voglia di regnare vasto su
nazioni da secoli rivali fra loro.

Segretamente, mesi or sono, sono arrivato qui al seguito del nunzio


papale perché potessi dare aiuto e consiglio ad un progetto
coraggioso: un'alleanza fra Francia ed Inghilterra per allontanare
dall'Italia le mire spagnole sempre più avvolgenti dal sud verso il
nord. Bisognava mandare a monte il già imbastito matrimonio del
principe Carlo, nipote di Ferdinando di Spagna, con Renea figlia di
re Luigi, al quale si poneva come condizione la rinuncia definitiva
alle sue pretese sul regno napoletano. Questo indispose il re di
Francia, e fu allora che prontamente il nostro Enrico ha fatto sposare
sua sorella Maria Tudor con lo stesso Luigi che forse gradì troppo la
giovane moglie tanto da perderci la vita, così dicono. In questi primi
giorni di regno già si leva incitosa la testa del nuovo re Francesco
Primo, un giovane che non rinuncia a nulla, né alle antiche pretese
su Milano e tantomeno su Napoli, anzi che riprende, a scatti fieri,
con la baldanza del suo carattere il progetto di scendere presto in
Lombardia. La nobiltà francese lo sostiene, e papa Leone non gli è
del tutto contrario perché teme di più il sentirsi stretto dalla morsa
spagnola. Noi siamo qui per frenare se non impedire questi accesi
piani, ma il compito è difficile.

A questo punto sta la nostra ambasceria che mi costringe a Parigi


chissà quanto ancora secondo che da Londra mi sarà comandato. Vi
ha placato questo lungo racconto che ho intrapreso solo per esservi
grato? Io invece detesto gli incroci politici che mi gettano al nord.
Incombe su di me una ruvida punizione sebbene io la meriti per
troppo ardimento di pensieri che si dibattono nel mio spirito intensi e
desolati. E voi, Signora mia venerata, siete a Roma. Vi vedo uscire
dal bianco portale con la vostra scorta, tra l'ammirazione del popolo
che viene ad occhieggiare in Borgo i suoi ospiti illustri e che vi
osserva mentre vi avviate ardente e ridente ai cosiddetti luoghi santi
di Roma antica.
Non mi domando se sarò libero di vedervi anch'io viandante
ordinario, se sarete ancora ospite del cardinale d'Aragona quando
sarò tornato. Ma ecco, le tentazioni mi assalgono, ed è probabile che
non mi rendano degno della vostra indulgenza. Tuttavia ve la chiedo,
da povero solitario che dal tumulto della vita si distacca con sogni
impossibili.

A Dio vi raccomanda il vostro schiavo Robert de la Pole : In Parigi, al


diciannove gennaio 1515. Non dimenticate di bruciare la lettera del
trentuno dicembre. Per la grazia di Dio non leggetela. Ero sola, nella
mia villa di Porto, spiando lo specchio del lago. Balzai su d'istinto dal
sedile di marmo a dadi bianchi e grigi, stupita di discernere parole
nel rumore degli alberi e dei cespugli scossi dal vento intrepido di
maggio. Non si scorgeva nessuno fin dove potevo giungere con lo
sguardo e non si muoveva persona umana nelle vicinanze sotto il
gioco dei soffi d'aria contrastanti che spingevano in cielo enormi
nuvole trasparenti di splendore bianco. Le parole erano state distinte
e disdicevoli, <una colomba ad ali aperte,>

<il magnifico sospetto> e altre più sussurrate. Senza possibilità di


dubbio, qualcuno mi avvertiva: inutile respingere l'avviso, bisognava
chiarire, mettere qualche cosa al bando. La lettera dell'anglico
Robert de la Pole che mi era arrivata a Roma, scritta da Parigi,
l'avevo in mente, implorante e subdola; e più delle richieste di
perdono mi impensierivano i fatti pratici, le azioni suggerite su quei
fogli dai caratteri appuntiti. Ma dov'era l'altra lettera, quella inviata da
Londra il trentuno dicembre? Né a Roma né a Mantova l'avevo
ricevuta, ormai rintoccavano i mesi, quasi cinque ne contavo. I fogli
spediti <per via lunga> ne avevano presa una serpentina se non
erano finiti in una delle tante dispersioni dei plichi mandati da molto
lontano: a me rimaneva l'oscurità degli argomenti, l'inquietudine e il
timore ragionato di scandali che potevano includermi anche se io
non avevo mai fatto un gesto verso quest'uomo d'Inghilterra, e
appena appena ricordavo la sua visita fuggitiva di qualche anno fa
sotto una falsa identità poi smentita. Qui sta la malignità delle cose.
Si è del tutto innocenti di colpe: e domani se la lettera di questo
Robert de la Pole girasse le corti che cosa sarebbe di me? Che
direbbe Francesco? Che impressione ne avrebbero i miei figli, e tutti
i miei amici in ogni parte d'Italia? E i nemici? Quel più di libertà che
godiamo noi che teniamo principato e che si regge sulla nostra
autorità è poi sottomesso all'arbitrio dei cortigiani di ogni parte, abili
a inventare calunnie e perfidie. Sono due specialmente le parole
misteriose che mi pungono: <magnifico sospetto.> Dio mio,
<magnifico sospetto>! Come osa avere un sospetto su di me e
farmene complice chiamandolo magnifico? E potrebbe anche darsi
che costui sia uno spericolato giocoliere, un inventore d'inganni e
che la lettera del trentuno dicembre non sia mai stata scritta: sento
una sorta di calore al viso, quasi mi rassicuro che tutto debba essere
così.

E se egli scommettesse con se stesso (non voglio fare l'ipotesi di


una scommessa con altre persone) che questa volta riuscirà ad
ottenere un mio segno? Segno vorrebbe dire consenso. Indignata,
potrei fargli avere qualche riga sferzante: sarebbe tuttavia un segno,
e la scommessa sarebbe vinta. Ma di che cosa sto parlando? Forse
le mie dita cercano già la penna, e il malizioso finirà per prevalere?
No, l'accento delle sue lettere mi sembra vero sebbene sregolato;
certe eccessività dipendono magari da una imperfetta conoscenza
della nostra lingua dalla quale sa pure trascegliere espressioni di
peso. Tornando al ritardo della lettera, rifletto un istante: accade ogni
tanto di non aver notizia di moltissime missive che si sono perdute e
di altre che sono state consegnate dopo anni, dimenticate per un
pezzo in qualche angolo del mondo. C'è un altro caso da prevedere:
che la lettera essendo stata portata da Roma a Mantova si sia
inabissata proprio tra le carte della nostra Cancelleria. E' vero che
nessuno si dovrebbe permettere di aprirla, essendo diretta a me. Ma
se capitasse in mano dei miei nemici, di un Tolomeo Spagnoli, del
Camposampiero o dei loro malefici complici, chi li fermerebbe dal
violarla? Apparizione terribile di questa idea.

Non riesco a sopportarla, devo provvedere. Capisco


immediatamente che ho bisogno della protezione di uno che mai,
qualunque cosa possa sorprendermi, mi tradirà. Un tempo sarei
andata difilata da Francesco e gli avrei raccontato tutto. Ma che sto
dicendo? Quale idolo distorto ho fatto senza accorgermene di mio
marito? Gli attribuisco persino l'imparzialità che non ha mai avuto,
sottintendendo <allora, quando ci amavamo.> Allora invece era
quasi come adesso; anche se mi amava, mi sarebbe stato amico
solo a tratti, salvaguardata ogni suscettibilità di maschio prima e di
capo di stato poi. Via Francesco, escludiamolo: non c'è posto per lui
in questo ragionamento. Rapidamente evoco e misuro donne e
uomini, di corte e fuori della corte, tanta gente che si proclama a me
devotissima, tante persone aiutate, di slancio, senza riserve. Non
uno si metterebbe a un rischio per darmi una mano, un immenso
deserto si stende intorno a me. E sul vuoto grigio sorge subitamente
un pensiero: sono sola. Non ho ancora pronunciato queste parole
che appare il volto di Pirro Donati, mio segretario di castello.

Come non averci pensato subito? Pirro, il mio Pirro Donati, lui che
senza parole allontana ogni paura, lui che ha il passo libero nei
palazzi nostri e nelle case circonvicine e tutto sa e poco dice, che mi
ama da paggio savio per dirla giovanilmente e da uomo maturo
sapiente nel discernere. Che venga che venga, gli parlerò
immediatamente. Saluto una nuvola, raccolgo le mie donne, e su
cavalli e carrette ci precipitiamo in Castello. Quasi chiamato, mi si fa
incontro Pirro stesso, calmo, vestito di un giubbone di color castagno
morbido, rigorosamente tagliato, orlato di raso; ha il sorriso solito,
protettivo e interrogativo. Non l'avrei mai creduto; mi cade addosso
un manto di timidezza, rifuggo dall'idea di dargli ordini equivoci,
m'intimidisce il suo giudizio, devo superare una vera crisi di viltà.
Avrei voluto dirgli <Pirro, ho bisogno del vostro aiuto, senza di voi le
circostanze potrebbero perdermi,> e invece dico: <Pirro, ci sono
lettere da Roma?>

Ci sono, e dalle sue mani passano alle mie: una del cardinale
Petrucci, una del cardinale d'Aragona, una del cardinale di Santa
Maria in Portico, il mio Bibbiena, i compagni della mia stagione
romana. Rompo i sigilli con mano leggera e intanto vedo nella mia
mente la lettera di Robert de la Pole dissuggellata da mani nemiche
e sento l'eco di scherni e di risa. Finalmente dico: <Pirro, una lettera
dovrebbe arrivarmi da Roma, colà indirizzata e inviata credo da
Londra al mio nome. E' una lettera che potrebbe darmi innumerevoli
affanni, una lettera che ho ragione di sospettare sinistra per la mia
vita. Da cinque mesi all'incirca il plico si aggira per le vie del mondo:
non so in mano di chi sia né desidero che si indaghi. Mi affido a voi,
Pirro, perché possiate vigilare e perché i miei nemici non abbiano
mai nelle mani questo documento pericoloso.> Il viso dall'alta fronte
di poca curva si colorisce di un'onda lenta di rossore: sembra che
l'uomo sostenga a stento un pensiero penoso. Domanda
semplicemente: <Si sa il nome del cavallaro che ebbe in consegna il
plico?>

<Non si sa niente,> spicco alzando il mento per darmi coraggio <e


non si deve chiedere: la nostra azione è solo una difesa.> Questa
volta o mai sarò quella che un poeta di nostra conoscenza ha
scoperto in me quando mi ha definita l'amazzone armata di solo
scudo. Pirro intanto mi seconda nel mio tentativo di scherzo, sorride,
fa un breve gesto a mano aperta, e dice: <Non mi sfuggirà, Signora.
So come fare a disporre le mie reti.

Nessun cavallaro potrà sfuggirmi.> Come se qualcuno mi avesse


tolto un peso fisico, mi sembra di essere restituita alla mia integrità.
Mi dirigo al mio casinetto mandando le donne al lavoro; le più
giovani giocano in giardino. Isabella Lavagnola rincorre la Bonatta e
grida: <E' inutile che cerchi di burlarmi, io sono stata a Roma e tu
no.> Roma!

Ancora una volta mi è permesso di rifarmi alle immagini senza


paragoni in uno spazio gremito di echi. Leggo le lettere dei miei
amici che Pirro mi ha lasciato: mi sento con loro nello stupore di aver
vissuto una stagione di privilegio unico, persino minaccioso tanto è
stato libero, gaio, naturalmente eccitato dall'esercizio dell'intelletto. E
che cosa è stato il carnevale romano: quella creazione vertiginosa
può dirsi un Saturnale, un grido di gioia illimitata, un'invenzione
senza vincoli che ci arriva da tempi remotissimi. Non so perché il
papa si fosse tanto incapricciato nel volere che rimanessimo tutto il
carnevale: e davvero non ebbe pace finché Francesco non mi
permise di restare; ma io, più capricciosa, posi una condizione:
accettai a patto di fissare la data della partenza e precisamente al
ventotto di febbraio. Mi davo dunque più di un mese per scoprire con
le mie animose e animate ragazze di che colore fosse la gioia di
Roma. Era come se un maestro di scena molto immaginativo
guidasse le nostre giornate. La scorta era sempre di cardinali,
gentiluomini, poeti e gente di studio, rallegrati da latinisti buffoni
come Fra Mariano. La mattina andavamo a cavallo in pellegrinaggio
classico: quando arrivammo al Colosseo poco mancò che venissi
meno nel vederlo comparire altissimo e poderoso sul terreno. In
quella costruzione immensa tante volte interrogata da me in disegno
o in pittura non è la memoria d'imperatori o di gladiatori o di martiri a
soggiogarci, ma la bellezza della forma architettonica che attesta
nella potenza dell'edificio il gagliardo vivere del popolo. Al Pantheon
respirammo una severità augustea, muta di echi, nitidamente
espressiva, in numeri d'armonia. Archi, colonne, portici, templi, torri,
palazzi su uno spazio millenario si posavano alla nostra vista isolati
dal contesto delle casette color d'ocra e delle chiese in un'unica
vibrazione. I nomi dei personaggi della storia romana e della
leggenda sacra sorgevano dentro di noi: ci parevano contemporanei
Servio Tullio, Adriano, Nerone, Costantino, e l'apostolo Pietro,
l'apostolo Paolo. Mi venne spontaneo ad ogni chiesa che incontravo
scendere da cavallo e avvicinarmi agli altari per accendere ceri votivi
al nostro Dio e ai nostri santi protettori. Il cardinale d'Aragona mi
scrive che da quando siamo partite la sua giornata è vuota:
rimpiange di non più accompagnarci a conviti, concerti, alla
commedia, e si lamenta che conversazioni e festini siano diventati
incresciosi. Eppure niente si può paragonare alla corte romana dove
in una sala di nobile respiro giovani cardinali nella loro porpora
sontuosa ballano seguendo musiche cadenzate a passi figurati con
dame e donzelle vestite di broccato e di raso con bei disegni rilevati
a strisce, a cerchi, a geometrie fantasticate d'oro e d'argento. Vesti e
manti ondeggiano con una maestà quasi sacra nelle movenze lente,
e se appena sono più mosse le trattiene rigorosamente il limite del
ritmo. La caccia alla Magliana, le corse dei cavalli e la sfilata dei carri
trionfali in Agone, le gare delle barchette sul Tevere, le cacce al toro
a Testaccio, nulla dimentica di ricordarmi quel temerario del
cardinale Petrucci. Ma nessuno dei miei amici nemmeno il mio
Moccicone mi riferisce più i motteggi che il popolo di Roma, vivace e
indipendente com'è e abituato a Pasquino, osava sulle mie ragazze
tanto confidenziali con i giovani porporati. E' passato il tempo che
l'arcidiacono di Gabbioneta, nostro accompagnatore, doveva
difenderci con Francesco, rispondendo al suo signore: <Ammesso
che Roma non sia luogo conveniente né proprio a donne, tanto più vi
ha risalto il candidissimo vivere di Madama nostra tale da annullare
ogni altra considerazione.> Tutto in quella città era di così sciolto
costume che mi venne naturale farmi fare un prestito da Agostino
Chigi e dal Caetani di Sermoneta, sebbene Sua Santità sovvenisse
al necessario dispendio della mia casa con due grossi doni di ducati.
Chissà quando potrò pagare questi debiti. C'è anche una lettera del
mio Baldesar Castiglione; anche lui mi rende a quella generosa
festività romana. Annuncia che Raffaello farà il quadro che gli ho
chiesto di persona. Io l'ho visto questo nume della pittura proprio
nelle stanze del Vaticano. Dolce e gentile pareva: in verità il suo viso
sereno è lontanissimo, divorato da visioni incomunicabili. Nei luoghi
dove egli vive vuole essere solo, o così, senza saperlo, lascia
intendere, sfuggendo a tutto ciò che non lo avvicina alla sua ricerca
di perfezione. A volte lo inseguivo con lo sguardo dalla mia finestra
riquadrata mentre passava per la piazza, sotto il palazzo dove
abitavo, in compagnia di gente dell'arte e di gente di nome che si
contentava di mirarlo: sembrava disarmato, esile nelle sue
sopravvesti scure e corte per lo più tagliate in velluto di grande
finezza. La folla si apriva al suo passare e lo salutava. Ho detto dalla
mia finestra. Non ho detto che mi riusciva difficile vietarmi l'occhiata
al palazzo di fronte, quarto piano quinta finestra, indicata nella lettera
dell'anglico arrivata da Parigi. E' una finestra disegnata in curva
sull'alto, tanto piccola da farmi sorridere del mio timore di
sogguardarla. Devo confessarmelo: quando mi capitava di alzare gli
occhi mi distaccavo dal davanzale con un senso di lievità che
aereava la mia mente tutta la giornata. Dio mio, devo subito
rispondere al signor Castiglione per il quadro di Raffaello: domanda
soltanto le misure e da quale parte debba venire il lume sulla tela.
Se potessi proporre un soggetto, sarei per un quadro di quelli piccoli
e preziosi del pittore con una Madonna delle sue che danno il senso
dell'inesprimibile, e magari con qualche figura come l'infante divino e
un San Giovannino o Sant'Anna; li vedrei in un luogo aperto che
abbia per sfondo le rovine di Roma tra una lieve bruma
luminescente, e si riconoscessero il Pantheon dal colonnato
possente o le gigantesche mura arcuate delle Terme di Diocleziano
o le colonne corinzie del tempio di Vespasiano. Vorrei il fantasma di
Roma iscritto nel fondo e la figura della nostra religione in primo
piano nella maestosa armonia di un tempo senza tramonti. Che
avessimo sbagliato giudizio sprezzando con sarcasmo le velleità del
nuovo re di Francia lo stavo sospettando da più di un mese, ma era
un sospetto sottopelle che cercavo di ignorare.

Troppo all'improvviso si presentò l'avventuroso Francesco Primo sui


confini perché la sua impresa non apparisse frettolosa, destinata a
polverizzarsi. Ad una ad una seguivano invece notizie inquietanti: si
parlava di trentacinquemila uomini bene all'ordine, di sessanta
cannoni e cento colubrine. Naturalmente veneziani e francesi erano
alleati: e che voleva dire? Gli stavano di fronte non certo noi
mantovani costretti all'inazione poiché Francesco si andava sempre
più stremando ma gli eserciti della Lega Santa che univa il re di
Spagna l'imperatore e il papa, in perfetto assetto di guerra
comandati dal Viceré di Sicilia Raimondo di Cardona e da Prospero
Colonna capitano illustre; e c'erano gli svizzeri ben pagati e ben
attestati ai passi alpini. La vigilanza svizzera si rivelò inutile perché il
re di Francia facendo saltare rupi, gettando ponti audaci sui precipizi
scese nella valle della Stura e avanzò lesto verso Milano. Prospero
Colonna fu fatto prigioniero e gli svizzeri furono costretti alla difesa
della città chiudendosi nel castello sforzesco. Pure non ci pareva
possibile che accadessero veri rivolgimenti. Ci illudevamo a vicenda,
io cercavo di rassicurare Massimiliano che con la prescienza dei
deboli vedeva agonizzare la sua avventura milanese ed era troppo
giovane e inesperto per opporsi veramente ai suoi nemici.
M'immalinconivo ogni giorno di più, le mie costruzioni cadevano in
pezzi, e così l'ultima delle nozze di mio nipote con la regina giovane
di Napoli Giovanna d'Aragona. Il re di Francia ci stringeva tanto da
vicino da non darci neppure il tempo di pensare. Quel giorno, il
tredici settembre, di mattina presto incalzati dall'ansia dell'attesa,
salimmo nelle sale di Cancelleria per essere ragguagliati al più
presto da messaggeri. Queste le notizie della vigilia: i francesi
venivano avanti e il loro progresso pareva irresistibile. Era stagione
di fine estate, il sole quasi fulvo avvolgeva a manti di luce il Castello
e sollecitava il verde intenso della campagna di Lombardia. Con
Francesco, il cardinale Sigismondo e due consiglieri fra i più esperti
sedevamo ai nostri posti intorno ad una grande tavola coperta di
mappe, di dispacci, di fogli. Francesco, momentaneamente alleviato
dal suo male, immaginava piani d'attacco e piani di difesa e persino
nuovi modi di lanciare tra i contendenti un disegno di pace
universale. Gli rispondevamo appena, distratti dall'impazienza. Mi
tormentava qualche cosa di mordente che mi era stato riportato in
quei giorni: di mio marito s'era detto a Venezia che ormai il suo bene
non giovava e il suo male non nuoceva. Benché lo sapessi, a
sentirmelo dire squassavo il capo. Di ora in ora s'inseguono i
dispacci: giungono da una località presso Milano dove sono
accampati i soldati della Lega. A mezzogiorno suoni di campane
annunciano la rottura della tregua e si avvistano movimenti rapidi di
truppe. Gli eserciti si muovono verso un urto violentissimo: svizzeri e
lanzi hanno il sopravvento e pare che i francesi, battuti, siano in
rotta. Bonaventura Pistofilo nostro agente al campo ci spedisce
messaggeri militari in volata. Il trionfo che ci ha reso vibranti di
speranza, subito perde le ali. Passa la notte, passa la mattinata,
quando arriva un ultimo inviato con un ultimo dispaccio: il re di
Francia con la sua cavalleria si è gettato contro i nemici
frontalmente, e dalla strada di Lodi sono apparse, improvvise, in loro
soccorso le forze fresche dei veneziani comandati dall'Alviano. E' la
fine di una lotta tra giganti: Marignano è nome di gloria per la storia
di Francesco Primo. Sono interminabili queste giornate pausate
dall'affacciarsi continuo di tanti messi con annunci e particolari per
noi disastrosi; ammiro ancora una volta il cuore umano tanto forte da
reggere alle sventure. Temevo per Massimiliano Sforza certo
fuggente da Milano, forse verso il Tirolo, protetto dagli svizzeri
assoldati dall'imperatore. Tutto era da paventare per il nostro
immediato futuro.

Né sarebbe stato difficile ad un esercito ubriaco di vittoria cogliere il


momento della fortuna e volgersi verso Mantova. Si sarebbe
avverata la profezia di quell'astrologo veronese che aveva visto il
sangue dei Gonzaga andare ramingo fuori delle sue terre?
Formulata questa domanda, la mia volontà riprese energia:
persuasa che ogni oroscopo si può capovolgere se la ragione
interviene, esaminai le mie carte da giocare per trascegliere
severamente solo quelle sicure. Una era Alfonso mio fratello che,
forte della sua fedele amicizia con i francesi, perorava già
autorevolmente la nostra causa con re Francesco. Un'altra era un
nipote, figlio di Chiara Gonzaga di Montpensier sorella di mio marito,
il Connestabile di Borbone, capitano giovane ma di autorità
incontrastata. Altra ancora era il papa. Leone dimostrava di
commuoversi alle nostre angustie anche troppo ostentate da
Francesco che si faceva sorprendere a lamentazioni sfrenate
essendo rudemente premuto da spagnoli e dal re di Francia che
pretendevano ambedue i passi sul Po.

Alfonso biasimava questo lagnarsi ma Francesco aumentava i suoi


lamenti.

<Se fosse nei termini che siamo noi, quel tuo gran fratello,>

protestava, lacrimando; <se fosse come noi infermo in un letto,


senza gente d'armi e con i presidi scoperti ad ogni attacco che cosa
farebbe?>

Francesco Primo che era entrato in trionfo a Milano con quel suo
strapotente esercito grigio, ascoltava il fedele alleato ferrarese, e
curioso com'era delle corti italiane tendeva l'orecchio anche ai
discorsi d'altri, quelli del suo amato scudiero Galeazzo di San
Severino che gli raccontava favole di me, persino descrivendogli i
miei vestiti.

Il re, galantissimo alla francese, m'invitò a Milano per farmi ogni


festa possibile, pronto a chiamare sua madre e sua sorella da Parigi
per presentarle alle grandi dame d'Italia e soprattutto alla
marchesana di Mantova. M'impuntai. Portavo con me la mia vita,
ogni persona cosciente lo fa, e qualche cosa delle nostre storie
vissute affiora sempre dalla coscienza. Milano significava ritrovare i
miei Sforza. Significava la caduta irrimediabile di questi titani della
nostra terra, il principio della paura degli invasori stranieri, il costante
pensiero di essere saccheggiati, cacciati, privati di ogni nostro diritto;
significava aver patito l'affanno tribolato di quel loro crollo che
cambiò il tono stesso della nostra esistenza. Più recentemente
Milano mi aveva dato un'illusione all'apparire degli Sforza in figura di
Massimiliano che mi amava dolcemente <quale madre> e che mi
chiedeva sempre di stare al suo fianco come quel giorno sotto il
baldacchino ducale dopo l'effimera resa di Piacenza. Mi si ricordava
che ero stata presente alle feste di re Luigi, l'altro re di Francia
conquistatore, ma nessuno sapeva quanto mi fossero costate e
quanto radunai allora di forza per sopportare il terrore che mi davano
i volti nuovi di coloro che portavano la rovina in ognuno dei nostri
stati. Adesso bastava. Non avevo più curiosità purtroppo; non mi
consideravo un oggetto da mettere in mostra per trarne impulsi vitali,
la mia celebre saggezza non somigliava ad uno spettacolo di Fra
Mariano. No, non sarei andata a ricreare il re di Francia, seppure
bellissimo e galante, come dicevano che fosse. Ci provarono tutti i
miei a convincermi, ma io ribadivo di non poter lasciare mio marito
così malato e quasi in pericolo di vita, e perfino palesai ad un nostro
oratore che mi mancavano i tremila o quattromila ducati per farmi
vestiti pari alla mia fama; trovare un simile prestito sarebbe stato per
noi difficile come volare; ma dopo questa confidenza gli intimai di
non parlarne al re perché non credesse che si cercavano denari da
lui.
Insomma, rimasi a Mantova. Francesco Primo mormorasse pure
qualche paroletta di disappunto e mostrasse di non gradire il mio
rifiuto.

Chissà se siamo stolti o savi noi umani a rallegrarci di una vittoria


piccola quando si annunciano disastri maggiori. Dai dispacci dei
nostri inviati e agenti si capiva chiaro che dovevamo rassegnarci a
mandare Federico ospite, e perché non dire ostaggio, alla corte
francese. Sua Maestà Cristianissima lo voleva con tutti gli onori e
anche con dimostrazioni gagliardamente affettuose e in modo
benevolo e leale: e non era tale da smentirsi; ma risultava evidente
che oltre a garantirsi contro di noi voleva tenersi in casa un allievo
da crescere come suo creato, un servitore fedele per il suo futuro
dominio sull'Italia. Mio figlio era attratto dalla prospettiva di vivere in
Francia, vicino a quel giovane semidio; io, prima di vederlo partire, lo
avevo inanimito nei nostri colloqui ricordandogli il suo esilio di
fanciullo a Roma pegno di liberazione del padre prigioniero. Gli dissi
quanto mi pareva allora simile ad un antico romano e come oggi lo
vedevo lontano in terra francese agire per la salvezza del suo Stato.
Andasse con animo pacato e intrepido: gli promettevo che in età
matura avrebbe tratto da quella memoria incomparabile orgoglio e
consolazione. <Madre cara,> mi rispondeva sempre col suo vezzo
ancora in parte puerile <farò tutto ciò che desiderate e sarete
contenta di me.> E continuò a domandarmi in qual modo avesse a
comportarsi con le dame, specie con la madre del re, con la regina e
con le donzelle di corte. Questo monarca lo intimidiva un poco ma
non troppo, avvezzo com'era a stare a Roma con un papa, e gli
piaceva lo sfoggio dei bei giubboni stretti in vita, di taglio e colori mai
visti per i quali Francesco Primo spiccava sul suo seguito di nobili
dai nomi gloriosi vestiti di fustagno castagnino. E così dopo Milano
Federico accompagnò il re a Bologna dove stava il papa con la sua
corte per il gran convegno della pace universale: ma più di ogni altra
cosa si era fatta la mostra dell'astro sorgente, del sovrano
cavalleresco e vittorioso che issava una bandiera di pace. Non sto a
dire quanto questa bandiera mi sembrasse santa; ma ormai
riconoscevo a naso la frode. Sotto i discorsi divulgati ai quattro venti
dai due protagonisti intuivo subdole trattative di potere, disegni di
dominio, indicazioni di zone da sottomettere: i capi di stato
preferiscono più le divisioni che le unioni per una stabile pace.
Finivano gli ultimi giorni di dicembre, di quell'anno iniziato con le
scoperte corrusche di tante libertà segrete che mi avevano
permesso Napoli e Roma. Scattarono inesorabili i tempi degli addii.
Federico stava per seguire il re Francesco nelle sue terre, in quelle
città fredde dalle cattedrali irte di punte. Dovevamo affrontare l'ultima
visita che ci avrebbe fatto adesso, tra poco: il suo re gli dava il
permesso di venirci a salutare. Permesso. Non potevo sopportare la
parola applicata a mio figlio e a noi. Stava accadendomi qualche
cosa di nuovo. Chiamai il Soardino, e gli parlai netto e chiaro.

Non volevo rivedere Federico, non volevo prendere su di me, su di


noi la pena della rassegnazione. Federico si era già staccato da
Mantova per raggiungere la corte a Milano: allora avevo domato col
ragionamento la mia ribellione. Che cosa significava questo ritorno di
pochissimi giorni, forse di ore? Francesco indebolito dal male
avrebbe pianto: e sull'ondata di quella commozione avrebbero pianto
tutti, i figli, le figlie, le mie donne, le donzelle che lo adoravano, forse
gli uomini di palazzo e magari io stessa perché l'atto della
separazione scompone ogni coraggio. E perché sgretolare anche la
forza sua, di Federico? <Tu allegramente andrai,> gli scrivevo in una
lettera piena di incitamenti al modo delle nostre conversazioni
intonate alla virtù romana; mi trasferivo nella festosità dei suoi sedici
anni e da quella lo volgevo a guardare davanti a sé. Detti da leggere
la lettera a Francesco: egli annuì e, come avevo temuto, pianse di
tenerezza e di orgoglio, ma non vi furono in corte altre lacrime
corrosive. Sì, c'era voluta molta forza a respingere mio figlio. <Il
papa tentennò lievemente il capo e mormorò: <Quel tristarello!>
Dopo un istante di ripensamento aggiunse più asciutto: <Quel
tristarello traditore!> e ammutolì.> Rilessi tutta la lettera. Il mio
Bibbiena non mi rassicurava più. Francesco Maria mio genero era
condannato. Non c'erano speranze: Leone Decimo graduava i suoi
toni, arrivava persino all'ira e poi discendeva ad una bonarietà
condizionata non staccandosi mai dal proposito di castigare il marito
di mia figlia. Lo so, Francesco Maria è uomo malfermo: non si trova
mai dove si combatte, si ribella ai piani dei generali, non vuole
essere comandato da nessuno. Ma è giovane, può ancora mutare; e
i suoi difetti per quanto pesanti non costituiscono ragione giusta
perché gli si tolga Urbino trasferendo la signoria dei Montefeltro ai
Medici. Ora il Magnifico Giuliano sta trascorrendo a Firenze le sue
ultime giornate allontanandosi per gradi dai progetti di regni inventati
per lui dal fratello pontefice. La sua malattia costerna tutti: è molto
amato, così cortese con le donne, buon letterato, buon poeta; così
elegantemente toscano, amico di spiriti sottili come il signor Niccolò
Machiavelli e il gran protettore della <volgar lingua> Pietro Bembo, e
tanto audace nell'osare un disegno per prosciugare il territorio delle
malariche Paludi Pontine ispirandosi al consiglio di maestro
Leonardo da Vinci.

Lui non dimenticava di essere stato lungo tempo esule ad Urbino, e


mai avrebbe partecipato all'usurpazione medicea di quel ducato
accettandolo per sé. Ma sta morendo, e si fa avanti sulla scena il
nipote Lorenzo, bello e protervo, disinvolto fino al cinismo. Questo
giovane Medici impera in Vaticano, è sempre presente alle visite
degli oratori e mentre essi sono in udienza non si tiene dal
sussurrare all'orecchio di Sua Santità. Pocoatto al governo, tiene
dell'inerzia di suo padre Piero lo Sfortunato che si fece cacciare da
Firenze. Eppure papa Leone lo predilige e gli destina Urbino: lui si
approprierà di questa terra se i Medici avranno modo di metterci le
mani. Necessità di stato e affetto familiare mi obbligano a scegliere il
mio partito. Cerco di spassionarmi da ogni contraggenio, e aiuto mio
genero freddamente facendolo raccomandare da mio fratello Alfonso
al re di Francia. Gli consiglio atti di sottomissione al papa ma lui
rifiuta di presentarsi a Roma: dice di saper fin troppo bene a che
cosa andrebbe incontro, e magari ha ragione. Si corruccia, adopera
parole vane e si sfoga con mia figlia che appassisce nel rodìo
continuo della preghiera senza nerbo. Ma che cosa potrebbe fare lei
contro il papa? La giornata di febbraio è corta. A quest'ora la mia
Elisabetta, la mia sorella unica, su suggerimento del nostro Bibbiena
sta viaggiando verso Roma. Sarà lei a provarsi nell'ultima difesa, lei
che Leone Decimo afferma di onorare ricordando l'ospitalità
generosa di Urbino quando girava ramingo per l'Italia, esule da
Firenze repubblicana. Non posso stare ferma, mi aggiro senza
ragione per le sale di Castello, mi rinchiudo nei camerini dai nodi
leonardeschi affacciati sul fossato verde dove nuotano bianchi cigni
infreddoliti. Madama Laura viene a dirmi che le ragazze stanno col
muso, si sentono trascurate e intristite. Piove, c'è temporale, lampi e
tuoni si inseguono sul lago. E' proprio il momento di intendere la vita
come un peso da alleviare con qualche invenzione. Ma quale?
Elisabetta non mi esce di mente: ha sopportato troppa parte del
male degli altri come dice il Castiglione. Quella serenità unita ad uno
spirito lieto e naturale, solo io so quanto sia vulnerabile. Che cosa
accadrà a Roma? Leone, col suo rimandare e aspettare, o dirsi
segreto per non confessarsi irresoluto, mi sconcerta. Si sa che
temperamenti simili quando decidono una cosa si aggrappano alla
loro decisione come alla sola che esista in assoluto. Avevo freddo e
da quei camerini ormai abbuiati tornai nella camera delle sigle
passando per la sala dei Trionfi: ora i Trionfi mantegneschi non ci
sono più, Francesco li ha voluti per il suo palazzo di San Sebastiano,
sicché si è apparata la sala di cuoi rossi a fondo oro che corrono
sulle pareti con calda grazia colorita. Emerse dalla salita a lumaca
Pirro Donati ed entrò nella stanza rapido, si guardò intorno, mi
guardò: era animato, quasi rosso in viso e si muoveva con
circospezione agitata. Chiuse la porta dietro di sé come è uso da noi
nelle stagioni fredde perché non si incrocino sibilando le folate d'aria.
Stavo ferma vicino al camino e continuavo ad avere sulla lingua il
nome di Elisabetta. <Signora,> disse il mio segretario <è arrivato il
cavallaro del signor Castiglione, e sua madre ha mandato questa
lettera indirizzata a voi.> Mi tese il plico e riconobbi i caratteri
appuntiti.

Dio, quanto ero lontana dal pensiero dell'anglico in quell'istante;


eppure fui quasi grata alle circostanze che mi strappavano alle
meditazioni sulle sventure immeritate. <Quella lettera...> cominciai
esitando. <Viene da Roma, il signor Castiglione l'ha avuta da un
familiare del cardinale Castellesi che la teneva tra le sue carte da
qualche mese. E' un po' andato di senno, costui, non rammentava di
averla riposta nel suo stipo. Spero che il ritrovamento non vi sia
sgradevole.> Le sue ultime parole erano fioche: ansimava ancora,
doveva essere venuto su di corsa. Mi osservava interdetto; certo
aveva nelle orecchie le mie incitazioni ansiose, ma ora si
meravigliava, un vaghissimo cipiglio gli rendeva serio il viso. E sì,
quella era la lettera inviata da Londra il trentuno dicembre, lo diceva
un'annotazione sotto l'indirizzo; sì, la lettera smarrita, la lettera
smentita, pericolosa, colma di segreti colpevoli, quella che per la
fede di Dio non dovevo leggere. Si fece tutto chiaro e fui invasa da
una specie di frenesia. Adesso conoscerò il peccato di costui,
scoprirò il significato delle parole che mi hanno tormentato fino
all'esasperazione. Adesso trascinerò costui a bruciarsi nel vulcano
della mia alterigia; il <magnifico sospetto> e le altre espressioni
spariranno per sempre.

Nell'ansia di sapere cercai i sigilli: erano grandi e intatti. M i fermai


stupita guardando Pirro Donati. Bisognava vederlo quel volto
all'improvviso livido e nello stesso tempo avvampato di chiazze
rosse.

Che cosa si attendeva da me? Dio mio, che cosa gli avevo detto
quella mattina quando gli comandai di vigilare? Risentivo la mia voce
pronunciare <una lettera maligna che può essere pericolosa per me,
da non leggere....> Mi stringeva una morsa: volevo con tutte le mie
forze sapere e non ardivo rompere i sigilli. Il mio amico m'avrebbe
giudicata, non potevo apparirgli una mentitrice o peggio una
complice. D'un colpo l'ira cadde dal mio cuore e tutto in me si schiarì
in un preciso pensiero che superava ogni emozione. <Ringraziamo
Dio, Pirro,> dissi con voce determinata <ringraziamo Dio che ha
voluto consolarmi e salvarmi da un perfido rischio. Qualcuno ha visto
questo plico?> Troppo commosso per parlare Pirro fece un gesto di
diniego. <E nessuno lo vedrà più>

affermai, ispirata dalla lucida volontà di risolvimento che talvolta


decide di noi quasi a nostra insaputa. Mi accostai al caminetto, gettai
il plico nelle braci: si levarono le fiamme avide, forti della loro facoltà
di trasformazione. Con una palettina mi chinai a sminuzzare le carte
brunite fra le ceneri. Mi parve di intravedere i caratteri appuntiti e
lessi nella mia mente, rapidissime, le parole <Per la grazia di Dio,
Signora, non leggetela!,> e dentro di me qualche cosa rispose <Non
ho letto.> Pirro stava lì con il viso disteso, appena arrossato. Si
fidava di me, e forse non aveva del tutto ragione. <Andai a Roma,>
dice Elisabetta col suo stacco di voce musicale appena tremulo
<seguii i vostri consigli. Il giorno del mio arrivo fu pubblicato il
monitorio papale: Leone intimava a Francesco Maria di presentarsi
di persona davanti a lui. Io dissi subito che era un atto di ostilità
scagliato verso di me perché m'aspettassi il peggio. E tutto il seguito
fu crudele. Crudele andare nelle camere del papa che mi si fece
incontro con viso amico, mi abbracciò e brevemente mi tenne con lui
rimandando i nostri discorsi al domani. Venne il domani e cominciò
la commedia degli inganni. Si leva con me il mio angoscioso
tormento e domando per prima cosa per quale vera ragione si pensa
di toglierci lo Stato: non ricordava, il papa, quanti benefici avevano
avuto da noi i Medici quando erano esuli e perseguitati? e come il
Magnifico Giuliano fosse stato da noi amato e accolto onoratamente
a Urbino in un appartamento del Palazzo che ancora oggi si chiama
appartamento del Magnifico? Non ricordava quanto avevamo
pregato perché tornasse salvo a Firenze? <Oh, padre santo,>
imploravo <perché la Santità vostra vuole che siamo cacciati
andando mendichi per il mondo?> Tra le lacrime lo scongiuravo.>

<E lui?> domanda flebile Francesco. <Taceva. Inquadrava il suo


occhialino su di me e poi lo girava sulla corte: tutti stavano raggelati
e si volgevano a lui supplichevoli. Allora, anzi, vedendo tali
espressioni intorno, distoglieva lo sguardo. Uno che fece mostra di
voler parlare fu inchiodato da quel raggio tagliente. Ed io continuavo
le mie preghiere: chiedevo, supplicavo i Medici di non replicare i
colpi dei Borgia. Senza alcuna colpa non potevamo perdere la
nostra terra trasmessa a noi da giusta eredità. Quando finii di parlare
non c'era nessuno nella sala che non piangesse, salvo il papa: ogni
tanto si stringeva nelle spalle e mi fissava in silenzio con
indifferenza.>

Raccontando, Elisabetta non piange più ma un singulto la scuote. Le


tocco leggera la spalla per non lasciarmi sopraffare dalla
commozione.

E' seduta presso di me nel mio sedile prediletto di marmo a scacchi


bianchi e neri sulla terrazza della villa di Porto che guarda il lago.

Su un lettino militare sotto una tenda da campo sta Francesco


consunto di malattia e di dolore: lì presso, sui panchetti mia figlia
Eleonora col suo bambino, Guidobaldo: in piedi mio genero con gli
stivali infangati, polverosi di sconfitta. Francesco scosso da uno
slancio di energia antica, si ribella: <Perché non avete difeso
Urbino? La città è in posizione favorevole per resistere. Dovevate
combattere.>

<Può dirvelo il qui presente capitano vostro, Alessio Beccaguto>

risponde d'impeto Francesco Maria. <Tutti ci hanno abbandonato a


cominciare dalle nostre genti. L'esercito nemico era sterminato.

Salivano per la collina colonne intere di carriaggi e di cannoni, e


squadre di gente armata che pareva non finisse mai. Si sentiva già il
grido del popolo <Chiesa! Chiesa!> prima che gli assalitori
mettessero piede in città. Facemmo appena in tempo a fuggire.
Troppi erano stati gli avvisi di sfortuna: avevamo già il giorno prima
spogliato il Palazzo delle cose da conto e portato tutto alla nostra
Pesaro con la carovana delle donne e dei puttini. Li ho raggiunti
presto. A Pesaro ci siamo imbarcati ma ci venne addosso un
uragano fortunoso che trascinò la nave quasi in vista della
Schiavonia: solo dopo molto affanno siamo tornati verso l'Italia sani
e salvi arrivando fino a Pietole dove ci avete così bene alloggiati e
confortati. Ora siamo qui per ringraziarvi e per chiedere la carità di
farci restare con voi.> Non avrei mai creduto di rimpiangere i Borgia,
soprattutto per i tanto conclamati e savi Medici.
Quel Leone Decimo inesorabile col suo occhialino d'oro mi stava di
fronte, evocato dalle parole di Elisabetta. Una specie di rigidità
intollerabile mi teneva ferma sul sedile di pietra. Francesco parlava a
se stesso a voce alta, dolorava sommessamente accarezzando il
capo di sua figlia Eleonora appoggiato vicino a lui sul lettino. <Figlia
mia non vi tormentate, verrete presto a Mantova, a vivere con noi. E
il palazzo di Pietole non è poi una brutta dimora, così vasto e di
fronte allegra; vi starete comodamente con i vostri. Il papa non mi
negherà il diritto di dare asilo a mia figlia e a mia sorella.>

<Il papa negherà ogni cosa secondo il suo vantaggio> disse


Elisabetta.

<Su di lui nessuna pietà fa presa. Il peggio è che non abbiamo più
denari; saremo costretti a spezzare i nostri argenti più belli che
abbiamo salvato. A Roma si ha persino il coraggio di rifiutarmi la
restituzione della dote.>

<Come? spezzare i vostri argenti?> dissi quasi incredula. La


credenza di Urbino era celebre per la somma eleganza dei suoi
arredi; argentieri famosi l'avevano firmata. Ed avevamo così scarsi
denari anche noi da non poter fare offerte. Con uno sforzo
Francesco si era un poco sollevato sul lettino per rivolgersi alla
sorella amata. <Vi potremo aiutare ben poco sorella mia. Tutti ci
obbligano a pagar denaro; guerre e incursioni ci hanno impoverito, le
inondazioni di primavera hanno distrutto il raccolto. Ma non per
questo vi mancherà il bisognevole. State quieta, vostro fratello non vi
abbandonerà.> In quel momento apparve sul fondo della terrazza
Tolomeo Spagnoli; nessuno che non fosse lui avrebbe mostrato quel
suo riso beffardamente premuroso. Salutò appena. Francesco gli
domandò se avesse preparato la lettera per il papa: il marchese
faceva chiedere il permesso perché i Della Rovere fuggiaschi da
Urbino trovassero asilo a Mantova. Tolomeo gli passò un foglio.
<Firmate qui, signore. E vi prego di firmare anche qui. Il Consiglio
cittadino aspetta il decreto per emettere il bando sulla nuova tassa
del sale.> Mi alzai fulminea e presi i due fogli dalla mano di
Francesco. Uno era bianco.

<Un foglio bianco, guardate!> Senza muovere un solo muscolo del


viso lo Spagnoli rispose: <Certo, un foglio bianco. Il mio signore sta
male, non può avere ogni momento un affanno di cuore. E la formula
del bando è sempre la solita che scriverò io.> Mi volsi verso
Francesco. <Pensateci bene, marito mio. La gente è stanca,
dissanguata, gravi proteste circolano per la città. Una nuova tassa
sarà insopportabile.

Sollecitiamo piuttosto la revisione della tassa sul sale che dobbiamo


allo stato Pontificio. Abbiamo perduto ormai Asola e Lonato, dunque
se dimostreremo che ci sono molte meno bocche nel nostro Stato
avremo una riduzione della tassa, anziché farne pagare una in più
alla povera gente.>

<Che dite, signor Tolomeo?> chiese Francesco incerto. Ignorando


tutti i presenti, me compresa, lo Spagnoli fissando il suo padrone
disse: <Le casse sono vuote. Abbiamo bisogno subito di denaro;
dobbiamo pagare il tributo annuo all'imperatore. Vi prego, signore,
firmate.> Francesco prese i fogli dalle sue mani. <Lo faccio
malvolentieri: mi sta a cuore il mio popolo tanto provato, ma non c'è
scampo. E quanto a rivolgersi alla Curia pontificia, figuratevi che
risposta ci darebbero.> Firmò con mano incerta per debolezza. Un
tremore di sdegno mi attraversava da capo ai piedi. Lo Spagnoli si
allontanò in fretta. Mentre afferravo la mano di Elisabetta per sentire
la sua stretta leale, Eleonora man dò un breve grido. <Padre, padre!
Sta male!> Francesco era impallidito. Cercai di sorreggergli la testa
perché respirasse meglio. Riprese a grado a grado colore, gli fu dato
subito da bere. <Non è niente> disse lui tentando un sorriso. <E'
troppo caldo per me.>

<Rientrate nelle vostre stanze> gli consigliai dolcemente. <Dovete


riposare. Verrò tra poco con il medico.> Francesco riuscì a mettersi
in piedi aiutato dalla sorella e dalla figlia. Il gruppo dei Gonzaga,
seguito da Francesco Maria a testa bassa, si avviava pietosamente
unito.

L'inclemenza della vita stava su di loro, e nello stesso tempo l'istinto


li spingeva a raggrupparsi per soffrire insieme in quel segreto luogo
di malinconia che era nel fondo della loro razza. E avevo visto altro:
il carezzevole sguardo della mia Elisabetta sfiorare mia figlia
Eleonora, lo stesso sguardo che un tempo avvolgeva me calmando
le mie ire e i miei sdegni. Se ne andavano, mi dimenticavano, come
se non avessero bisogno di me: e la verità era che io sola potevo
rintracciare il modo di soccorrerli tutti, io sola ero forte e conoscevo il
tragitto dal pensiero all'azione. Irrompe in me il calore benefico dello
slancio operativo. Mi accordai con me stessa: <per prima cosa,> mi
dissi <impegnerò i gioielli, il rubino in tavola, il gioiello grande di
diamanti, le perle grosse, quell'abito tutto lucente di grani d'oro misti
a perle in grappoli. Lo smeraldo, no. Aspettiamo.>

Stanza degli orologi anno 1533

La memoria scioglie le parole che erano rimaste rapprese in uno


spazio di tempo e le fa scendere mormorando come la neve di
maggio. Le ascolto. Sono qui al mio ritrovo notturno con me stessa
nella stanza degli orologi. Al trasalire delle fiammelle in cima alle
candele il mio scrigno maggiore tutto aperto manda affilati bagliori,
segnali nella notte: vogliono farsi intendere questi segnali nel
prismatico loro raggiare? Ancora non ho mosso la mano sui ripiani di
velluto tirati in avanti ad uno ad uno: ma conosco la forma dei gioielli
che si sono avvicendati sul mio collo, sul petto e sulla fronte creando
nelle grandi riunioni di corte la tensione della favola che
accompagna la nostra presenza di prìncipi. Hanno fatto e fanno una
mia storia, hanno espresso qualche cosa di quella febbre inventiva
che sale in me quando entro in una sala parata e ornata. <Se vuoi
vedere una cosa senza paragoni vedi la signora Beatrice ad una
festa,> diceva il popolo ferrarese, e ancora ne è memoria. Questa
Beatrice d'Este mia avola viveva più di cento anni fa, e certo il suo
segreto è calato su di me almeno in parte: è un fuoco, la
cortigianeria, che incalza le persone come per battaglia, destando
forze ignote che sanno tumultuare dentro di noi. Le gemme esaltano
simili vertigini essendo insegne di sicurezza.

Mai un uomo si sente vigoroso, mi confidò più volte Francesco,


quanto al battito della medaglia o del gioiello che appiomba sul suo
giustacuore una collana disegnata dal Caradosso o da un consimile
maestro. E se non fosse così perché i re e i prìncipi e lo stesso papa
si caricherebbero d'oro e di gemme? Questi simboli di una
condizione non finiranno mai di essere attivi. Sempre ho seguito con
passione gli studi degli astrologi sui poteri delle pietre preziose. Il più
sottile fra tutti i miei è Paride da Ceresara: un maestro di correlazioni
fra gli astri e gli oggetti, e che da tutto sa trarre utile ragionamento.
Egli mi ha insegnato che le pietre rosse eccitano la vitalità più
renitente a novembre e di marzo, che le pietre azzurre promettono
vittorie spirituali, che le pietre verdi suggeriscono gli orditi audaci,
che superbi del loro fulgore i bianchi diamanti predicono ogni sorta di
trionfi, e che gli opali lattiginosi siano da interrogare con cautela.

Che influsso hanno su di noi? Passiamo per le vicende delle nostre


giornate, astri o no, a gara generosa o ingloriosa con le cose e con
le passioni. Potrei dire invece che attenti a simili giochi gli astrologi
non conoscano il vero potere che hanno i gioielli; bisogna possederli,
per accorgersene. Quando li tocco, i miei, ad uno ad uno sui loro
ripiani dove posano inesorabilmente belli, scorgo nel fondo delle loro
acque scintillanti azioni quasi sovrumane. Vedo dai rubini uscire
lunghe file di armati, fanti e cavalieri, e armamenti e bombarde
squadronate per le nostre difficili guerre di difesa: quante volte rubini
smeraldi zaffiri e perle hanno pagato costosi equipaggiamenti o sono
stati dati in garanzia rinserrati nelle cassette di ferro dell'ebreo
Salomone o di altri straricchi orafi veneziani, pronti sempre a ben
valutare i pegni più sontuosi. E non solo armi vedo: dal fondo dei
diamanti escono carrette di grani e vettovaglie che hanno soccorso il
nostro popolo nei tempi duri delle carestie e delle inondazioni. In
questo senso il mio gioiello più da fidarsene è lo smeraldo che
sorprese persino gente di gusto quintessenziato come il Bembo:
legato in tavola in oro, è di un color verde ma così intenso da avere
lo sfavillio dei diamanti che di solito le gemme verdi non hanno;
persino quell'orafo del papa, Benvenuto Cellini, che per le cose
preziose non ha rivali, lo chiamò diamante verde: gioiello unico,
basterebbe a comprare un trono. E come liberano i loro canti di luce
le perle setose, talune di bianchi incredibili, talaltre soffuse di leggeri
grigi e di rosa trascolorati: e i gioielli di rubini, perle e zaffiri che ho
portato tante volte nelle feste, fiammeggianti in rosso bianco o
azzurro a seconda del mio muover di testa: e tutti gli altri di pietre
trascelte che sono stati tanto bramati da Cesare Borgia senza che gli
sia riuscito di sfiorarli. In ogni tempo li ho usati volentieri: credo che
le gemme non si logorino ad essere portate, anzi rinnovino la loro
essenza assimilando le passioni del sangue. Hanno energia, ecco
una parola condensata che mi sommuove sempre. Due energie si
levano dal mio scrigno, una minerale, intrinseca di ciascuna gemma,
e l'altra trasmessa dalla mano degli orafi, cesellatori, incisori,
intagliatori capaci di captare il linguaggio remotissimo delle pietre: mi
viene alla mano quasi volesse proporsi ad esempio, una
Deposizione di Cristo incisa in modo imparagonabile, così che la
pietra, un diaspro verde spruzzato di macchie rosse, sembra
sanguinare dal corpo del Redentore. Partecipano di questa qualità
d'energia anche le collane senza gemme, lunghe o corte, tanto
coperte di smalto che l'oro scompare sotto il lavoro perfetto: e ci
sono le turchine intagliate che pausano una collana di perle incise ad
arabesco rincorrendosi l'una con l'altra nel giro vorticoso del
disegno. So quale sia il mio trasalimento più forte, forse un peccato
o un vizio al quale mi avvicino a gesti misurati. Rientrano i ripiani
nello scrigno: e sotto scopro una coppa d'argento che sta in uno
spazio basso tenuta ferma da un riccio di velluto nero. Osservo la
sua delicata forma ovale chiusa da un coperchio agganciato: la
sposto appena: ascolto un remoto tintinnio di cristalli astrali. L'apro
con l'antico moto di passione giovanile: irradiano e splendono nei
loro colori gemme sciolte, non tutte grandi ma di puro oriente, che a
mano a mano ho raccolto per me e che solo io so di possedere: le
pietre rosse, spinelli, rubini, balasci granate, le opali lattee,
inquietanti nei loro riflessi iridati, i sublimi diamanti pietre d'aria
metafisica, gli zaffiri d'azzurro vertiginoso, e le pietre verdi gli
smeraldi o i berilli e le acquamarine, i topazi dai gialli chiari o
oscurissimi, le agate le corniole aggraziate nel loro colore meditativo.
Su di loro la luce gioca come nella grotta di Aladino, e se da una
mano le passo nell'altra facendole scivolare a cascatelle si avvivano
le accensioni. Immergo le dita nella coppa fino al fondo liscio:
comunico con la forza creativa del mondo, con il primo formarsi della
materia pietrificata e percepisco un tremito tattile quasi una voluttà
minerale della natura. Mi tirai il cappuccio sul viso entrando in San
Francesco: né mi voltai a vedere con chi parlasse Pirro Donati
sebbene mi fossi accorta del movimento di una guardia che pareva
volesse impedirmi di avanzare. <Nemmeno Dio me lo impedirebbe,>
dissi dentro di me andando avanti col mio solito passo veloce. Ma
dovetti fermarmi. Il buio si annidava da ogni lato. Panni neri alle
porte, velature nere alle finestre facevano di quella bella chiesa ad
archi acuti, tanto protettiva, una specie di anticamera del purgatorio.
Raggiunta dal passo del mio segretario, ripresi ad avanzare
lentamente. La riconobbi subito la scalea di legno e stucco che
avevo fatto disegnare e costruire per l'ufficio funebre di Francesco
mio marito. Era un proporzionato tempietto a sei colonne dai capitelli
corinzi, a foglie racchiuse in se stesse: sul frontone, come investito
da tempesta, si piegava lo stemma a quattro aquile nere dei
Gonzaga. Dentro il tempietto si innalzava una piramide monca di sei
gradoni coperti di panno berrettino; ai lati statue di guerrieri
incappucciati reggevano stendardi. Sulla breve scalea erano
appoggiati a riscontro gli stemmi di Milano, di San Marco,
dell'imperatore, del papa, del re di Francia. Sull'alto, al ripiano
tronco, stava il sarcofago e sopra, distesa, la figura simbolica di un
capitano in armatura e con la celata abbassata. Erano passati sette
giorni dalla sua morte, e iniziava il giorno dei grandi funerali. Già si
accendevano le prime torce, e quello spazio abbrunato, che rifiutava
la luce della giornata piovosa, punteggiato dalle fiammelle diveniva
un antro e il suo fondo si inabissava nel nero. Le torce avrebbero
delineato le arcate acute, costeggiato gli altari, sarebbero salite sulla
piramide tronca correndo sul frontone del tempietto dove si leggeva
la data: diciannove marzo millecinquecentodiciannove. Mi avvicinai
al tempietto romano così snello e pure maestoso nelle sue linee
semplicemente geometriche: a Francesco sarebbe piaciuto. File di
fraticelli giovani camminavano silenziosi: alcuni portavano lesti ed
esatti nuove torce accese, altri attaccavano sui pilastri asserrate
panoplie di armi e di bandiere fermate dallo scudo dei Gonzaga
dipinto alle imprese di Francesco. Non reggevo allo sgomento di
cuore: erano le sue ultime feste tutte riservate a lui. Il suo corpo era
stato seppellito sotto il pavimento della chiesa secondo il suo volere:
gli era stato messo il saio francescano che aveva chiesto anzi
imposto a se stesso come sua veste ultima la mattina della morte.
<La luce è poca,>

dissi sottovoce a Pirro Donati che era dietro di me. Egli mi guidò ad
un pancone, mi fece sedere come se fossimo nella sala di
ricevimento e poi corse ad informarsi. I minuti cadevano lenti nella
penombra: Pirro subito di ritorno mi riferì che le torce erano
cinquecentotrentuno, tutte di cera bianca e da tre libbre l'una.
Nemmeno per un terzo erano state ancora disposte. Il mio occhio si
configgeva acutamente tra spazi e forme, quasi desiderando trovare
errori da riparare: riuscii a vedere uno scudo poco saldo e uno
stendardo di sbagliata inclinazione e mandai Pirro dagli apparatori.
Uno di essi, il capo, venne ad inchinarsi davanti a me. Gli tremava la
voce quando disse: <Vostra Eccellenza, la Signoria vostra, qui! Non
un filo sarà fuori del suo posto, Signora, lo giuro. C'ero anch'io a
Fornovo. Chi non è stato al fianco del nostro Marchese quel giorno
di battaglia non sa che cosa vuol dire il valore in guerra.> Chinò la
testa grigia, mi prese la mano con una compostezza da gentiluomo,
la baciò sfiorandola e sparì nell'ombra. <Fornovo!> Il nome
echeggiava ancora. Ancora brillava quella sua gloria. <Andiamo>
dissi con un gran sospiro. <Tutto è come volevo. Ogni cosa è in
ordine, e il nostro popolo commemora al modo giusto il suo
signore.> Un desiderio impossibile mi straziava il petto: che tu,
Francesco, potessi tornare.

Era stato così colmo di apprendimenti quel tuo ultimo giorno.


Immateriale nella sua profondità era la tua voce, la voce di uno che
moriva sapendolo: il tuo coraggio non era lo slancio ferino del
giovane guerriero ma un coraggio sofferto quale mai avevo veduto a
nessuno. Ti ho ammirato dolorosamente. Mi inginocchiai nel punto
mediano della chiesa dove mi pareva d'essergli più da presso.
Pregai poco. Sembrava che le mie membra e il mio spirito separate
da me pregassero per loro conto. Andai diritta al portale, ancora una
volta calai il cappuccio sul viso, posi la mano sul braccio del mio
compagno, uscii; e, salita in carretta, tornai al Castello passando da
un'entrata laterale. Chiusa in solitudine nella Camera dipinta davanti
al ritratto di Francesco bambino nella parete di sinistra, mi
abbandonai ad una attonita pace: la visita segreta a San Francesco
era stato l'ultimo atto di affetto fra noi, in una ricognizione nostra,
anzi mia verso di lui; nell'atto familiare di provvedere si era placato il
dolore grave e forte che mi aveva avvolta tutta la notte. Guardavo
quel bambino dal piccolo naso schiacciato, l'abito e le calze bipartite,
colto dal pittore nella gravità istintiva che fa l'infanzia vene rabile. Mi
sorpresi a sorridergli. Mi sembra di ieri la voce di questo antico
fanciullo che, nitido e cosciente, ancora dettava a goccia a goccia il
suo testamento. Si era ricordato di ogni amico, cortigiano o servitore.
Ma prima di tutto mi aveva nominata reggente di Federico fino al suo
ventunesimo anno compiuto. Così, con quell'atto mi riconosceva
lealmente e pubblicamente capo di stato capace di assicurare
l'avvenire alla signoria dei Gonzaga. Tutti i dispacci, ogni legge, ogni
decisione sarebbero passati dalle mie mani; mi chiamava ad una
spettanza di offici persino immoderata se non avessi avuto l'animo di
misurarla. Potevo partecipare a mio figlio ogni esperienza e
percezione, e quell'indefinibile capacità di antivedere lo svolgimento
delle azioni altrui in ogni loro grado. Sarei stata donna regnante
senza più correre rischi di umiliazioni, senza più il bisogno di
nascondermi dietro un uomo per suggerire un discorso, uno stacco
politico. Mio figlio avrebbe letto le mie idee nei miei occhi e io avrei
colto nelle sue idee quelle nate dalle mie. Questa ultima possibilità di
dargli in motivi continui la vita e riaverla da lui rendendomi quasi
creatura di mio figlio era la scoperta di una sorte unica; solo per una
somma di pudori mandavo indietro strenuamente lacrime di
gratitudine e di umiltà.

A me, ora. Gli ultimi anni della vita di Francesco mi erano quasi
rotolati addosso rischiando di travolgere la fiducia che avevo nel mio
giudizio. Resistevo, rinvigorita, potrei dire, alla perversità altrui che
mi esaltava suscitando nembi di rivolta, per i quali la vita si moltiplica
nel futuro. Avevo annotato tutto: le calunnie di Vigo di
Camposampiero su me donna, su me spirito di governo. Tenevo ben
registrata l'accusa mormorata sulla mia dubbia amicizia col generale
Lautrec, gentiluomo francese di gran cortesia e lealtà, dedito al suo
re e alla sua patria. Né dimenticavo di essere stata definita da costui
donna da faccenduzze femminili secondo la perfidia diabolica che
insegna a ferire una persona nel punto in cui più vale. Decretammo
per il Camposampiero il bando da Mantova e dalla corte, e così fui
liberata dalla sua presenza. Io mi portai secondo giustizia, protessi
sua moglie priva di ogni provvidenza. Era una donna come sono
altre, graziosa, poco istruita, buona. Altra cosa accadde con l'orso
dal viso fainesco, quel Tolomeo Spagnoli che si era valso del favore
di Francesco per architettare provvedimenti contro i deboli senza
protezione, gentiluomini poveri, vedove senza parenti, mercanti
sprovveduti, gente del contado, preti. Il Podestà di Mantova, un
uomo di viso chiaro e segnato dal fare molto riassuntivo, mi presentò
gli incartamenti messi insieme con grande sagacia. Citammo in
giudizio lo Spagnoli che di fronte all'ufficiale del tribunale mostrò di
non battere ciglio: ma il giorno della presentazione ci sfidò con la sua
assenza. Il cardinale Sigismondo ed io prendemmo posto nelle
poltrone marchionali nella sala grande delle udienze in Castello.
Volevo che il processo fosse impeccabile e perciò più severo:
trascorrendo l'ora e non venendo l'accusato, mandammo gente alle
sue case e scoprimmo che era fuggito. Il Podestà che aveva gli atti
di accusa s'indignava. <E' così! Tolomeo Spagnoli è fuggito. Ha
simulato di acconsentire per guadagnare tempo.>

<Signor Podestà,> domandò Sigismondo <siete proprio sicuro della


sua fuga?>
<Sì. E' stato visto cavalcare presso Verona. Il Consiglio di Giustizia
potrebbe, se autorizzato, procedere contro lo Spagnoli in
contumacia.>

Sigismondo, soprappensiero, mormorò: <Cognata, stiamo attenti. E'


appena arrivato da Roma un commissario con un breve di Sua
Santità Leone Decimo. Vi si dice che lo Spagnoli è ingiustamente
perseguitato e il giudizio contro di lui dovrebbe essere sospeso.>

<O magari annullato!> insorse il Podestà. <Signora marchesana è


un diritto del popolo indagare sull'operato degli ufficiali di governo.>

Entrò a ventata il canonico Alessandro Spagnoli, fratello di Tolomeo


e suo socio in affari. Girava intorno gli occhi infuriati. Con voce
calma e, credo, ironica, mi presi il gusto di invitarlo a parlare:
<Monsignor Alessandro dateci notizie di vostro fratello Tolomeo.>

<Mio fratello è fuggito e con ragione. Un cavaliere come lui non deve
essere costretto a difendersi.>

<Doveva difendersi> replicò nettamente il Podestà. <Il popolo lo ha


chiamato a giudizio.>

<Tolomeo Spagnoli è vittima di congiure, lo proclamo in fede di Dio.>

<Ecco le prove dei suoi misfatti> rispose di rimando il Podestà


agitando le sue carte. <Sono testimonianze oculari sottoscritte da
notai.

L'accusa è di falsificazione di documenti, abuso di fiducia,


vessazioni, appropriazioni indebite. Tutto è provato.>

<Menzogne, basse calunnie!>

<Avete dimenticato, Monsignore, quando vostro fratello fece


arrostire i piedi al prete di Asola?> insisté il Podestà. <E gli immerse
le braccia nell'acqua bollente?>
<Un visionario, costui!>

<E perché era pazzo il poveretto è stato forzato a cedere le rendite


della sua chiesa proprio a vostro favore, non è vero?> Lo Spagnoli si
divincolava. Ma non aveva scampo. Del Podestà ero sicura,
avevamo conferito insieme molto a lungo e i documenti non
permettevano dubbi. Il domenicano si lamentò che tutti erano
invidiosi del bene che aveva portato alla loro famiglia il defunto
marchese Francesco di buona memoria. Mi sentii tutta impallidire.
<Signora marchesana,> disse il Podestà <posso procedere a questo
giudizio in nome dei cittadini di Mantova?> Mi rivolsi allo Spagnoli,
freddissima. <Monsignore Spagnoli, diteci quali sono i vostri
argomenti per fermare il corso della giustizia.> Si ribellò come morso
da un aspide. <Voi Signora,> gridò <voi siete una donna vendicativa.
Per anni avete covato rancori contro il mio sventurato fratello. Ora
volete calpestarlo, rovinarlo, schiacciarlo.> Tirai un gran respiro. Era
giunto il mio momento. <Non sono io a chiedere giustizia, avete
udito il signor Podestà: è il popolo di Mantova. Se avessi voluto
punire vostro fratello per le offese che ha fatto a me avrei provveduto
in altro modo. Ma Tolomeo Spagnoli ha ingannato la fiducia del suo
signore per opprimere il popolo: è giusto che sia giudicato dai
cittadini e che i suoi delitti siano smascherati pubblicamente.>

<Noi,> rispose inviperito lo Spagnoli <non ci lasceremo intimidire da


infami raggiri. Andrò a Roma, là mi si renderà giustizia e la punizione
di Sua Santità raggiungerà tutti costoro.> E continuò a minacciare.

<Signor Podestà,> dissi a voce nettissima <date luogo al giudizio e


che l'esame delle prove sia affidata a tre dottori. Avvisateci il giorno
della sentenza.>

L'avviso venne presto, il Podestà agiva con una risentita celerità.

Ebbi il sospetto di scorgere in lui una personale ragione d'ira ma non


riuscii a trovarla. Dovetti concludere che era la sua un'ira pubblica e
perciò più scarnita e violenta, senza passionalità. Una mattina
fummo convocati io e il cardinale al palazzo della Ragione. Quella
mattina di settembre ancora tiepido e lumeggiante indossai un abito
di seta color morello poco ricamato d'argento con un corpetto a
strisce bianche e nere e una gorgiera bianca anch'essa, ricamata
semplicemente: niente gioielli, se non una catenella d'oro sottilissima
avvolta intorno al collo e ricadente sul petto; in mano un velo bianco
per le spalle. Lo specchio mi mostrava un viso giovane in qualche
modo ardente.

Cavalcammo in breve corteo, il cardinale, io, le mie donne, Pirro


Donati, e il mio Mario Equicola. Ci seguiva la guardia marchionale
vestita di giallo sui cavalli neri. Scendemmo al palazzo della Ragione
presidiato da guardie del comune e ci avviammo su per la ripida
scala.

La sala immensa era deserta. Secondo la mia abitudine ero arrivata


troppo presto: mi spingeva l'impazienza dell'azione, e forse
istintivamente mi ricordavo di mio padre Ercole che per calcolo era
solito arrivare con anticipo ai colloqui, alle riunioni pubbliche e
persino alla commedia. <Quei pochi minuti sono sempre di
vantaggio per capire qualche cosa di più,> diceva. Il Podestà fu
avvisato ed io entrai nella sala, uno spazio rettangolare quasi senza
fine, illuminata da finestroni a robuste trifore. Qualche valletto si
muoveva rapido intorno tra luce e ombra mettendo ordine. Aveva
una sua maestà questa sala della Ragione dove il popolo di Mantova
trattava i suoi affari pubblici con tanto libero agio: ero a volte
intervenuta qui a cerimonie e discussioni che riguardavano le nostre
genti. Nella stessa sala, interamente colorita a fresco con figurazioni
antiche un po’.

impallidite ma leggibili, c'erano banchi di vendita posti in diversi


punti: il banco del mercante di oro e del cambiavalute, il banco dei
banditori per i commerci, il tavolone dei tessitori e dei berrettai.

Davanti al muro di fondo si amministrava la giustizia. Un alto banco


a spalliera di legno lucido con i posti per i giudici era affiancato da
panche e da due banchi più piccoli: su quello di destra sovrastava
una scritta dorata < Porta Paradisi> e su quello gemello di sinistra la
scritta dorata < Porta Inferi.> Secondo il verdetto si sarebbe
pronunciata la sentenza dall'uno o dall'altro banco. <Oggi> disse
l'Equicola <è giornata importante. Tutti aspettano la fine del
processo dello Spagnoli; e finché durerà la lettura delle carte e della
sentenza mercati e affari saranno sospesi.> Avanzammo a passi
misurati, discorrendo. La giornata di cielo azzurro, il brusio caldo
della folla che saliva dalla piazza delle Erbe, le ombre volanti dei
colombi che si calavano e si rialzavano festosamente davanti alle
trifore non mi aiutavano. Mi venne in mente una frase latina chiusa
nella memoria, e mi domandavo se fosse lettura remota da scolara,
un esercizio ciceroniano. In essa si svolgeva questo concetto: dove
si condanna a morte un uomo sia pure per giusta sentenza l'aria
stessa si desolava.

Forse Pirro Donati si accorse che stavo chinando la testa senza


dolermi ma quasi dolendomi; si volse verso di me e con un sorriso
d'occhi mi indicò il posto vuoto del banditore per la vendita delle
granaglie: proprio lì, durante la prigionia di Francesco a Venezia
c'erano state quelle memorabili vendite di grani delle mie terre. Pirro
rifece sottovoce le esclamazioni dei compratori e dei venditori:
<Venticinque soldi! Venticinque, ventotto! Venticinque! Trenta!> e
continuò il racconto: <Il prezzo del grano cresceva, si profilava
l'ombra della carestia, forse la fame, e allora gridai: <dieci soldi lo
staio, i grani della marchesana! E' lei a volere che i prezzi rimangano
bassi!>.> Mimò lo stupore dei mercanti e degli affaristi e la gioia dei
compratori. Quel giorno ero stata salutata salvatrice del popolo.

Prendemmo posto nel bancone a spalliera alta presso il seggio del


Podestà; e intanto fecero il loro ingresso i tre giureconsulti famosi
che avevano istruito il processo. Sulle panche perpendicolari al
bancone si erano seduti l'Equicola, Pirro Donati, le mie donne; di
fronte a noi si schierarono gli ufficiali di giustizia. A mano a mano il
popolo, a gruppetti curiosi, riempì l'enorme spazio vuoto della sala.
Quando tutto fu pronto, il Podestà dette inizio alle letture degli
incartamenti processuali. Sfilano ad una ad una le colpe di Tolomeo
Spagnoli mentre uomini di fatica portano, infitta su una base quadra,
una sagoma di legno dipinta che rappresenta rozzamente Tolomeo
Spagnoli: così si usa da noi quando l'imputato è contumace. Alla fine
della lettura il giudice capo si alza e va diritto al banco della < Porta
Inferi.> Sull'agitato brusio ondeggiante per la sala spicca la voce del
Podestà che dà la lettura della sentenza. Non s'era potuto
processare anche Alessandro Spagnoli, fratello e complice di
Tolomeo.

Il canonico aveva avuto dalla sua il pontefice stesso che pretendeva


una corte ecclesiastica per giudicarlo. <Vada per adesso il
domenicano, a lui penseremo dopo,> mormorai tra di me attenta ad
ogni parola che bevevo con impazienza punitiva. Contava solo
questo: Tolomeo Spagnoli di provate infamie era condannato in
contumacia dal Consiglio di Giustizia: condannato alla pena di morte
e alla confisca dei beni salvo la legittima ai figli. La sentenza sarebbe
stata promulgata per tutte le piazze di Mantova e del contado. Grida
di consenso si levano da ogni lato, miste a epiteti dispregiativi e a
tumultuose ingiurie; aumentano di tono, diventano urla. Mentre le
nostre guardie si allineano su due lati per farci ala, la sagoma di
legno che raffigura Tolomeo traballa sotto i colpi di frutta e verdura
marcia tra maledizioni e scherni.

L'ira del popolo mi accarezza l'orecchio, il disprezzo e la derisione


finalmente si uniscono a quel nome odiato. Cade giù rovinando la
sagoma di legno tra imprecazioni sanguigne; resterei a guardare
ancora lo spettacolo se il Podestà non mi offrisse la mano per
accompagnarmi, grave e serio. Sulla porta ci incontriamo da vicino
col nostro popolo: alle grida irose si sovrappongono gli evviva dei
miei mantovani, qualche donna tocca la mia veste furtivamente. Ho
sul viso il tiepido sole di settembre, andiamo verso i nostri cavalli, le
guardie si dispongono in fretta, la cavalcata si riordina, tutto il
mercato nella piazza ora mi sta chiamando per nome all'antico modo
popolare <Isabella-bella,>

<Isabella-bella.> Oltrepassato il cortile di Castello arrivo alla mia


stanza delle sigle, un po' affannata per la scala trasvolata in fretta.
Le mie donne mi vengono incontro, si congratulano felici, e per far
più festa vorrebbero cambiarmi d'abito. E adesso che cosa è questo
sapore acre che aspreggia il mio respiro? <Tolomeo,> pronuncio
piano. Il nome è fatto di cenere. Quel tempo che fu di preparazione
al rivolgimento del mondo, si mostrò per me oltre ogni dire maturo e
gagliardo. Stavo molte ore del giorno in Cancelleria, vedevo e
antivedevo da ogni punto.

Si concretava, non c'era dubbio, la rivalità tra il nuovo re di Spagna


Carlo Quinto, nato nello stesso anno di Federico, e Francesco
Primo, tutti e due giovani e tanto colmi di ambizioni da trasmodare in
decisioni pericolose. Parevano sempre sul punto di venire a
minacciarsi l'uno con l'altro sulla sventurata terra d'Italia. Mettendoli
in prospettiva, la gente di vera scaltrezza e lungimiranza restava
sospesa su un pronostico dubitoso. Dall'Alemagna giungevano
cattive notizie.

Inquietava gli spiriti attenti la rivolta religiosa di frate Martino Lutero,


ma si era ancora lontani dall'incendio di quella riforma. In mezzo a
queste foschie, Mantova reggeva la fama di una fra le più vivaci città
d'Europa, dove feste musica tornei esprimevano una qualità raffinata
ancora ignota alla gran parte delle corti. Un primato non richiesto
davano alla città i duelli da noi Gonzaga aborriti; gli uomini hanno
una vorace brama di misurarsi a colpi di spada, e più sono
civilmente educati, più la voglia di uccidersi li attrae. Approdavano a
Mantova intere compagnie di gentiluomini al seguito dei duellanti
come quel Camillo Gozadino sfidato pubblicamente da Emilio
Marescotti: e molta gente richiamata da quei giochi mortali accorreva
da luoghi circonvicini per essere presente ai combattimenti sul
campo che avevamo dovuto concedere. Proprio su questo caso Sua
Santità ci inviò un breve di solenne biasimo. Federico ed io, per
compiacere il pontefice e per nostra volontà, facemmo tanto che
riuscimmo a convincere il Marescotti a ritirare la sfida e a fargli
dichiarare falsa l'accusa che si faceva al Gozadino di aver assistito
senza opporsi all'assassinio di Ercole Marescotti padre di Emilio: e
alla fine ci fu una pace generale. Non è a dire quanto i forestieri
fossero invaghiti di noi, della nostra scioltezza di vita e del nostro
ben vivere cortigiano. Aprivo le mie sale di Castello tutti i giorni dopo
il desinare a dame, signori, prelati, gentiluomini e li ricevevo con il
solito tono familiare. Le mie donne e donzelle erano sempre in
azione, attendendo ad abbigliarsi e a pettinarsi, ad inventare burle e
motteggi, e soprattutto ad imparare nuove canzoni. Le feste
infittirono quando ai primi di luglio arrivò da Francoforte la notizia che
era stato eletto imperatore Carlo Quinto, essendo morto
Massimiliano di Asburgo un anno prima. Francesco Primo aveva
messo in opera grandi mezzi per ottenere il titolo di Cesare re dei
Romani, ma gli elettori alla fine preferirono Carlo con puntiglioso
rovello dei francesi. Noi che siamo di feudo imperiale dovevamo
rallegrarci e lo facemmo nel modo più gaio chiamando paggi e
giovinetti a recitar commedie, e cantori più di sessanta ne riunimmo
in un giorno e dame e buoni danzatori. Anche a conviti non
mancammo al dover nostro. Ma io intristivo, e non poco, quando
miravo le nostre stanze deliziosamente apparate e affollate di gente
festosa pensando ai giorni tormentati che passava mio fratello
Alfonso. Nel giugno aveva perduto la moglie Lucrezia Borgia e
l'aveva pianta con un dolore che mai mi sarebbe parso credibile. Più
impressione mi fece, verso la fine dell'anno, una sua lettera con una
notizia singolare. Alla regina di Francia che gli proponeva nuove
nozze con una nobile dama francese, Alfonso faceva dire che non si
sarebbe mai risposato, lui uomo di quarantacinque anni, con un
carico di cinque figli piccoli. In questa lettera traluceva un che di
corrusco e veritiero: in nessuna maniera voleva che il posto di sua
moglie fosse preso da un'altra. <Non ci potrei mai inclinare l'anima,>
mi diceva tra l'altro Alfonso ammonendomi di non consentire
assolutamente a questa idea: ammonizione recisa che rivelava una
vera repugnanza. Così l'aveva amata, e lei lui, ad un suo modo
inafferrabile. Ma quale sentimento legava allora Lucrezia a
Francesco? Questa domanda suscitava risposte controverse.

All'affetto attrattivo della giovinezza certamente i due cognati erano


stati sensibili l'uno e l'altro, ritrovandosi in una corrente di passione.
Ma dopo la morte di Ercole Strozzi, loro tramite, accadde qualche
cosa ad opera mia e di Alfonso, per tacito accordo nostro, che li
tenne separati. Mai più si erano visti e incontrati, e spesso ridevo tra
me e me dei disegni ideati da loro e sventati da noi ad uno ad uno.

Così la passione era stata costretta a mutarsi in un'amicizia percorsa


da filoni di devozione che li faceva sentire innocenti nel loro continuo
ricercarsi; e mentre lei manteneva in amori focosi il marito, si
rinfrescava l'animo con Francesco, godeva con lui una dolcezza
ambigua. Mi bruciava dentro una verità. Non avevo mai avuto
racconti da Alfonso, tra noi non si praticano confidenze, mentre ero
informata da Lorenzo Strozzi che i due cognati, restando divisi, si
scrivevano con spiriti amorosi seppure non disonesti. Ed ero stata io
a regalare a tutti storie d'amore, le coniugali intese a Lucrezia e ad
Alfonso, e le ardenti e tuttavia dolcissime separazioni ai due amanti.
Quante delizie aveva gustato Francesco nel preparare a Lucrezia il
bel palazzo verso San Sebastiano dove sarebbe vissuto vicino a lei
se papa Giulio conquistando Ferrara l'avesse costretta ad andare
esule. Giulio era morto, non erano andati così i fatti, ma il sentimento
segreto che creava quella speranza era continuato. Io agivo sicura di
farli soffrire, ed essi si esaudivano in accorte, grandiose tenerezze. A
mio fratello, per nulla disarmato dai sospetti, importava solo avere la
moglie tutta per lui, carnalmente. Credevo di aver vinto e sempre ero
stata sconfinata. Non volevo più ascoltare la suggestione di altre
apparizioni, ma già mi sorprendeva appena avvertita l'assenza
dell'anglico Robert de la Pole. Ormai non mi scriveva da cinque anni
e dovevo pensare a lui come ad un episodio conchiuso. Eppure
quella sua inconsueta storia che mi lasciava intatta, chiusa nella mia
identità, aveva ancora i suoi poteri.
CAPITOLO V
FEDERICO ANIMA MIA.

Ho la corona sul capo, una corona da regina, concreto segno di


potere: il mio portamento acquista una maestà che dall'alto scende
lungo la mia persona scivolando come un manto. Forse allude alla
corona immaginaria l'acconciatura che sto inventando, una
capigliara che andrà poi per il mondo imitata da tutte le donne. Le
prime volte che la porto nei miei ricevimenti di capo di stato suscita
qualche incertezza; siamo troppo abituati alle pettinature lisce o
aggrettate, di capelli disciolti o a testina raccolta con la treccia o la
mezza treccia ricadente sulla schiena. Io impongo un altro modo di
apparire con questa foggia che ha del turbante e del diadema.
Colorate, di velo increspato, ornate sobriamente di luccichii e di
ricami e di nastri, o rigonfie di leggeri tessuti, le capigliare subiscono
volentieri ogni fantasia. Io le porto ornate da giri di perle medie e
piccole, spesso attorte a spirale. Le mie donzelle si struggono di
provarle ma non lo permetto. Troverò per loro qualche acconciatura
che non sia di tanta autorità. In quell'anno
millecinquecentodiciannove, comparve da protagonista sulla scena
mantovana un grande cavaliere, emblema del nostro tempo,
chiamato universalmente campione di fede e di virtù e così
confermato dovunque: il conte Baldesar Castiglione concittadino
nostro prediletto, primo consigliere ad Urbino al tempo del duca
Guidobaldo e della mia Elisabetta, e sempre a noi fedele anche se si
era allontanato dalla corte per un dissidio con Francesco. Ma alla
caduta dei Della Rovere, sopraffatti dalla cupidigia agra di Leone
Decimo, tornò a noi rappacificato e fu subito a capo dei nostri affari,
pratico com'era di ogni argomento politico e di quanti altri argomenti
potessero darsi.

Baldesar era un uomo di subitanei sdegni presto snebbiati dalla


ragione. I suoi occhi fulminavano prima di consentire: bellissimo
gentiluomo sul genere del severo, ai suoi momenti faceto e ridente,
e allora risultava irresistibile. Più giovane di me di quattro anni, mi
pareva a volte più vecchio. Il suo senno si era maturato nelle scuole
milanesi degli studi sforzeschi con i maestri greci Calcondila e
Giorgio Marullo, e proprio a Milano l'avevo conosciuto, alle nozze di
Beatrice con il Moro in quei tempi illuminati da ogni gloria delle
lettere e delle arti. Sommamente egli rifulgeva nella capacità di
scrivere che dimostrò col suo unico Cortegiano, una vera bibbia sulla
società delle nostre corti, libro un po' teso di pretese morali. A me è
sempre parso che questo gran cavaliere mancasse di morbidezza;
ma la sua lealtà e amorevolezza sono da stimare su tutto, e così
quella pazienza di uno che si prende a cuore le cose non sue e sa
addossarsele anche se non le approva. Ora si trova a Roma
ambasciatore nostro presso Leone Decimo che lo ha in gran conto
per il suo ingegno avvertito, e di lì Baldesar invia lettere, commenti
precisi e molto sottili di vita vaticana: io leggendo i minuziosissimi
dispacci apprendo lezioni di alta scuola politica, pure se a volte per
troppo equilibrio diventano quasi astrazioni. Sua madre, una Aloisia
di casa Gonzaga, che somiglia al figlio per quel tipo di saggezza
inflessibile e quella levità d'ingegno, mi raccontava come, a sua
richiesta, egli le avesse mandato di quella <pezza rossa> che
usiamo inumidire e passare sul viso per colorirlo. Gliene aveva
procurato addirittura un lenzuoletto; e poi, non del tutto persuaso
della compera, si era messo di sua mano a provarlo sulle gote di un
uomo di fatica di carnagione molto pallida.

L'esito era stato ottimo; ma con Aloisia non ci tenemmo dal gran
ridere al pensiero del servo che s'aggirava imbellettato per le stanze
sotto l'occhio critico dell'ambasciatore. Una delle cose più difficili è
saper leggere i dispacci: non tanto questi bellissimi del Castiglione,
sempre chiari, ma gli infiniti altri che magari annunciano storie di
raggiri impossibili da riscontrare. Quando mio fratello Alfonso rimase
gravemente infermo, a scorrere i fogli impazzivo; sembrava che tutti i
momenti eserciti interi minacciassero la città di Ferrara. Molto
inquieta lo avvertivo, denunciando le trame e gli avvisi che parlavano
di milizie pronte alla conquista da parte del papa, consenzienti il re di
Francia e l'imperatore. Alfonso mi ringraziava, intraprendeva la sua
convalescenza, continuava a proclamarsi libero da progetti
matrimoniali, e se ne restava tranquillo. Una volta per tutte mi disse:
venga chi vuole, assaggerà le mie artiglierie: altro che ombre ci
vogliono per farmi paura. Imparai faticosamente, ma imparai a
discernere le notizie che avevano probabilità di essere vere almeno
per metà. Quanto al Castiglione la sua lealtà indomabile a tratti lo
giocava. Egli, pur registrando la doppiezza di papa Leone, non
metteva in dubbio la sua dichiarazione di non entrare per niente
nelle trame contro Ferrara; ma io avevo prove incontrovertibili del
contrario.

Anche noi ci valevamo di abili informatori ed eravamo avvisati che


per Mantova andavano attorno spesso falsi frati, spie del pontefice
che venivano ad assicurarsi della nostra fedeltà. In più Leone
sempre più favoriva Tolomeo Spagnoli insediato alla sua corte; e lo
definiva <uomo raro>; non so di quale rarità se non di birbanteria.
Non aveva detto suo fratello stesso, il canonico Alessandro, che se
si fossero dimezzati i ducati nella borsa di Tolomeo sarebbe venuto
fuori il sangue dei poveri? Costui spronava il papa e i francesi
perché muovessero con le loro truppe contro Ferrara e contro
Mantova: aveva immaginato persino una spartizione delle nostre
terre, Ferrara ai francesi, Mantova divisa tra il papa e i veneziani. Un
nostro corrispondente da Roma, il Feltrio, ci criticava per aver
lasciato partire il Camposampiero e lo Spagnoli: <Dovevano fare la
fine del Rozone,> aggiungeva, <perché in Italia non ci sono maggiori
traditori di loro.> Sempre più mi accorgo che regnare vuol dire vivere
in una spirale compatta di parole dalla quale tentiamo di strapparci
per ritrovare la linea retta del vero discernimento. Ma sarà questo un
dire giusto? Il vero discernimento va davvero in linea retta o si giova
di serpeggiamenti scaltri persino dolorosi? Eppure il lampo della
buona intuizione è come un salto da giocoliere, non ondeggia
nell'aria, scatta e arriva. Così vorrei arrivare a pensare e a giudicare.
Ho la corona in capo e giro il collo lentamente con un movimento
maestoso che corrisponde ai miei pensieri. Pure mi sento sempre
inclinata alla capacità di godere la vaghezza della vita, la grazia
sublime della musica, lo splendore della natura e delle arti. Sono
inclinata anche al gioco: agli scacchi, alla primiera e allo scartino. Ho
l'antica passione, spesso tradita, per le commedie e per la poesia e
mi piace conoscere più cose per essere più rallegrata dall'insieme di
ricchezze che esistono al mondo. Sono quasi inesauribili le sorgenti
della mia forza che agisce specialmente su Federico. L'anima mia,
mio figlio, è ora un giovane di statura alta, di snella corporatura, di
occhi scuri, i miei occhi, assolutamente i miei. Ha già il titolo di
marchese di Mantova e tra poco sarà signore assoluto, la mia
corona di reggente volerà via dalla mia testa perdendo ad una ad
una le sue labilissime piume; non rimpiango nulla, so che per me la
corona è solo un esperimento e che la vera corona si poserà solo su
mio figlio. Ma di me egli non farà mai a meno. S'illumina quando gli
spiego qualche cosa, come gli rivelassi segreti geniali o qualche
congegno delle macchine mentali che sommuovono gli uomini. Ha
molta voglia di divertirsi e molta disinvoltura di modi e grazia regale
nel donare e nel ricevere vezzi e complimenti, ma nel suo fondo io
sola posso sospettare un'ombra d'impaccio, una legatura interiore
che non gli hanno sciolto nemmeno la consuetudine di quelle
squisite madame di Francia e le arditezze che permetto alle mie
donzelle. Devo dare ai miei insegnamenti solidità pratica e coscienza
di quella alterezza rarefatta che richiede il suo destino di principe. Ho
sempre prediletto questo tra i conventi di Mantova: è di suore
domenicane attive nei loro lavori, nei loro studi come nelle loro
preghiere. Comprende una suora matematica, bassa, bruna di pelle,
che raduna in sé un misticismo di religiosa e di scienziata; due suore
teologhe rivali accese quanto sono i teologi tra loro, una latinista
studiosa di Tito Livio e una grecista plutarchesca. Ci sono altre suore
meno portate allo studio, alcune ottime cuciniere di cibi poveri ma
accentuati nella loro bontà casalinga con un tocco di originalità.
Ariosa è la chiesa semplice ad una navata e arioso il chiostro a
colonnette lombarde con arcate di nerbo sottile. Tutto è dipinto di un
color latteo nella sala dove si pranza, una vasta camera terrena dalle
volte a vela con le colonnine che si inseguono giro giro in una corsa
leggera, e il loro tono ombreggiato unito al perlato delle pareti
propone un gioco di chiarità quasi cantato. Nella sala si può entrare
direttamente dalla chiesa oppure dal chiostro attraversando però la
cucina e l'anticucina. L'autunno stava per finire: caminetti e bracieri
fiatavano ariate calde e, poiché il freddo non era ancora tagliente,
gustavamo senza soffrirne i piaceri dell'inverno.

Naturalmente passai per il chiostro e l'anticucina: con l'istinto sempre


vivo della padrona di casa feci senza parere la rivista degli ambienti
e delle cose approntate per il pasto. Non so perché quel giorno si
dovesse mangiare di magro. Il pranzo di magro mette alla prova i
cucinieri, e infatti mi rassicurai al vedere già preparati sui tavoli
dell'anticucina lucci in gelatina, storioni arrosto, anguille al sugo,
uova ripiene. Le frittelle di riso non ancora cotte nell'olio bollente,
avrebbero aperto il pranzo con gli antipasti piccanti o dolci. Andai
oltre e scopersi torte di verdura calde, marzapani, cannelloni di
crema, gelatine di frutta, lattemiele con cialdoni.

L'esercito era in ordine. In quella nitida atmosfera le monache


disegnano gesti iscritti in una conventuale geometria: contro le pareti
risaltano i bianchi puri e inamidati dei grembiuli e delle cuffie e i
bianchi cremosi delle tonache domenicane. Mani dalle dita sottili o
tozze, arrossate e pulitissime allineano i piatti su una lunga tavola:
dalla cappella vicina giunge il coro delle novizie. E' venuta dal
convento di San Vincenzo mia figlia Ippolita monaca da otto anni, e
ne ha appena venti. Ogni volta che la rivedo il mio cuore si anima in
un soprassalto: troppo, quasi troppo, e sempre più col tempo
somiglia a suo padre. Si salutano con Livia che ho portato con me
dal Castello.

Livia è già monaca novizia, ma i suoi undici anni lasciano trasparire


la sua innata allegria mentre annuncia alla sorella l'arrivo dei fratelli
Ercole, protonotario, e Ferrante con la spadina al fianco.

Eccoli, i quattro fanno gruppo insieme, ancora così vicini all'infanzia


da ritrovare all'istante il familiare gergo di gioco: e dalla chiesa
entrano i nostri ospiti, Matteo Bandello frate poeta e novelliere,
Baldesar Castiglione appena tornato da Roma dopo aver preso
licenza dal papa, e Mario Equicola, mio segretario principale e
maestro. Mi godo la presenza dei miei figli. Manca Federico
impegnato con i suoi gentiluomini in una partita di caccia: ma i
quattro senza i loro precettori, briosi e liberi, mi riscaldano l'animo.
Le suore intanto nella cucina sono inginocchiate davanti a Ercole
che le benedice.

Livia, motteggiatrice nata, punta sul fratello Ercole protestando:


<Fratello mio, come benedite male! Sembrate l'arcidiacono di
Gabbioneta.> Ercole a spalle ferme, assume una gravità
ecclesiastica singolarmente espressiva per i suoi quattordici anni,
ma arrossisce mentre Ippolita pacatamente riprende Livia. D'istinto
la novizia incita: <Su, fratello, provatevi ancora!> Ercole con
pazienza prova un'altra benedizione. <Va meglio> dice Ippolita.
<Quando sarete principe della Chiesa benedirete benissimo.>
Ferrante irrompe a voce altissima: <Io difenderò la Chiesa con la
mia spada.>

<Ferrante mio,> interviene Ippolita <non vorrai difendere questo


papa che è tanto nemico di casa nostra?> Figurarsi se Livia non
afferri l'occasione per ribattere: <Non gli toccare il papa, il suo
padrino.

Non sai che lui è figlioccio di papa Leone? Porta anche il suo
stemma sulla tracolla!> Ferrante, stizzito, si strappa la tracolla,
snuda lo spadino e lacera lo stemma mediceo. Poi lo calpesta
nervosamente trapassandolo ancora, e grida: <Vedete, vedete
dunque se sono uno dei suoi!> Cerco di calmare i miei figli. Ferrante
con la sua testa bionda tutta a ricci stretti ha l'aria di un pastorello
offeso. E' l'ora di andare a tavola; nella sala c'è anche Pirro Donati e
scherza volentieri con le mie figlie: ha una giovane nipote novizia e
dimostra per le monache una tenerezza discreta. Madama Laura,
mia compagna e parente siede vicino al Bandello seguita da Ercole
e dopo Ercole sono Ippolita e Pirro Donati. Dall'altra parte Mario
Equicola e il Castiglione. I bambini in fondo a destra e a sinistra.
Intono la preghiera. S'inizia col far girare l'acqua di rose per le mani,
calda. Poi sfilano i piatti ad uno ad uno. Suor Taddea viene a
scusarsi della sua colazione di magro che non le pare quest'oggi
pari alla qualità dei convitati. La rassicuro. Non siamo qui per
banchettare, ma per essere insieme in questo luogo santo.
L'Equicola non può impedirsi di pronunciare un nome aborrito.
<Tolomeo Spagnoli ci odia per averlo fatto condannare. Lui e suo
fratello Alessandro stanno mettendo a soqquadro l'Italia.>

<Forse sono ingenua,> dico soavemente <ma mi domando come sia


venuto in favore del papa.> L'Equicola raccoglie la provocazione.
<Si è portato via da Mantova un carro di sacchi d'oro.>

<Che ladro!> commenta il Bandello. Insinuo che, secondo me, al


papa importa poco di Tolomeo Spagnoli. Finge di tenerlo buono per
usarlo come spia indiretta: sa che a Mantova i complici dello
Spagnoli sorvegliano ogni nostra mossa e questo ci fa sentire a
disagio. Leone non ci perdona di dare asilo ai duchi di Urbino e non
ci perdona chissà quali altre cose che non sapremo mai. Entra nel
concerto il Castiglione. <Il male è che Tolomeo stando presso il papa
non cessa mai di fare trista opera. Ed è così abile a mentire che
spesso fa dubitare della verità chi lo ascolta.>

<Meriterebbe un bel colpo di pugnale che ci liberasse da lui>


sussurra l'Equicola. Mi risento. <Signor Equicola non possiamo
diventare assassini per liberare Mantova da un traditore. Il
tradimento va combattuto con armi leali. Signor Castiglione, amico
nostro, dovreste tornare a Roma e tentare ancora di riamicarci col
papa.>

<Padrona mia, ho tentato di tutto. Mi sono aggranchito la mano a


forza di scrivere a voi e al duca di Urbino seguendo le nuvolosità
papali giorno per giorno. Da quando sono arrivato a Roma, in
maggio, appena morto il Magnifico Lorenzo, ho picchiettato senza
pausa presentando ad ogni occasione la questione del ritorno dei
Della Rovere in mille modi diversi; ma il papa per tutta risposta ha
incamerato Urbino fra i beni della Chiesa. Considera il signor
Francesco Maria un infido, nemico suo naturale anche se a volta fa
mostra di parlare di lui più benevolmente.
Urbino è un punto d'odio per lui, di quel suo odio quieto, ma
radicatissimo.>

<Proprio perché i tempi e gli uomini ci sono nemici dovete ritornare a


Roma> insisto con calore, e aggiungo che solo lui col suo parlare
generoso può smontare le architettate perfidie dello Spagnoli, solo
lui può penetrare l'avversione del papa fino alle radici remote e
mutare il veleno in miele. Il Castiglione mandò un gran sospiro e
abbassò il capo cortesemente. La sua afflizione durava ma
l'opposizione si allentava.

Era giunto il momento di far scattare la molla segreta che cambiasse


i toni. Domandai al mio gentiluomo che ci desse notizie di Raffaello e
del suo nuovo lavoro in Vaticano. Lo stacco di discorso riesce. Gli
occhi del Castiglione si accendono al pensiero dell'amico ed egli si
pone a raccontare della Loggia affrescata con storie della Bibbia e
lavorata di stucchi, e dice che questa opera è quanto mai bella, e
forse la cosa più bella che si possa vedere oggi copiata dall'antico.

<Signor Castiglione, vogliate mangiare, vi preghiamo,> disse in quel


momento la Tortorina mia donzella <altrimenti vi converrà fare
digiuno in onore di Santo Raffaello.> Tutti risero. L'Equicola prese lui
la parola per magnificare il giubilo costante che si respirava a Roma.
I nostri corrispondenti ci informavano giornalmente come il papa
stesse nelle feste continue, e nelle commedie e nelle cacce, e
soprattutto perduto nella musica. Aveva voluto un concerto di
quarantadue suonatori eccellenti. Ed era singolare: Leone Decimo
rideva superficialmente di ogni cosa burlevole anche se lo spirito non
era di gran fattura: ma in quanto a musica pretendeva il meglio del
meglio e alle essenze metafisiche dei suoni profondamente si
dilettava. <Voi beato signor Castiglione, che potete vivere in una
corte di tante delizie,> esclamò la Iva <ma la corte nostra come vivrà
senza il suo perfetto maestro il conte Baldesar?>

<E non ci sono io? E non c'è con noi Matteo Bandello?> disse con
finto risentimento l'Equicola. <Lui, anche se frate, sì che vi terrà
allegre con le più pazze storie che gli verranno in mente.>
<Frate Matteo,> disse la Tortorina inclinando ad un'espressione
ingenua <l'altro giorno non finiste la vostra novella essendo l'ora
tarda. Non ci avete detto che cosa fece il vostro Sempliciano dopo
aver messo la Togna sulla panchetta.> Il Bandello si aprì ad un riso
vasto sul viso rosato e declamò: <Le baciò il petto e le poppe lunghe
grosse e ruvide...> Battei il piede sotto la tavola. <Matteo Bandello,
non qui!

Ogni tanto voi, uomini foiani, tentate di sfuggirmi.> Mi voltai ancora


al Castiglione. <Che ne dite signor Baldesar? Essendoci il papa così
nemico non ci fidiamo di mandare, quando sarà il momento, il nostro
Ercole a Roma a quella grande scuola di teologia. Penso di
mandarlo allo Studio di Bologna, dove insegna maestro Peretto, il
nostro filosofo mantovano.> L'Equicola che non può sopportare il
Pomponazzi asserisce che quell'uomo stravagante ha più del giudeo
che del cristiano, e cita male il suo libro sull'immortalità dell'anima. Io
l'avevo letto e mi ripetevo spesso un suo concetto che mi aveva
colpito: la virtù non ha bisogno di premio essendo il suo premio la
virtù stessa. L'Equicola alza le mani verso il cielo. <Oh Dio! Non mi
sembra proposizione da buon cristiano, si sente odore di superbia
diabolica.> E con l'aria di scagliare un anatema, grida: <Vade retro,
vade retro!.> Misi un freno alla sua tirata assicurando, com'era vero,
che il cardinale Sigismondo mi aveva garantito nel maestro Peretto
un buon cristiano. Mio figlio Ercole, rispettoso ma fermo, affermò che
sarebbe andato volentieri alla scuola di Bologna. Sapeva che vi si
studiava bene e poi quella città non era troppo distante da Mantova.
Ad ogni occasione, in breve tempo, sarebbe tornato a casa. Osservo
che non è questa l'ultima ragione che mi farebbe scegliere Bologna.
Subito Ferrante in tono agretto si vanta come fanno i piccoli fanciulli
che lui andrà più lontano, in Spagna, alla corte dell'Imperatore Carlo
Quinto. E mi chiama a testimonio. <Ed io, io dove andrò?> proruppe
improvvisa Livia con la sua prontezza di discorso che mi dispiaceva
tanto in lei più che in altri, forse perché mi somigliava e non doveva.

Risposi che sarebbe rimasta a Mantova in una lieta casa di suore,


forse proprio in questa di Santa Paola. Avevano lei e la sorella
Ippolita la grazia di essere spose di Cristo; più dolcemente dissi che
la nostra famiglia contava sulle loro preghiere ed io speravo che mi
aiutassero a vivere tra lo strepito doloroso del mondo. Tutte e due
chinarono il capo assentendo con una fierezza che sembrava
volesse prevalere sulla perplessità: vibrava in loro la commozione e
forse un maldomato senso di rivolta. Stetti un momento sopra
pensiero, stupita di provare un'ombra di rimorso per ciò che avevo
detto. Ippolita si era abituata alla sua vocazione, ma Livia era tuttora
raggiunta da colpi di spillo che ribadivano senza pietà il suo
avvenire. In quel momento balzò il mio istinto protettivo e promisi a
Livia di farle prendere lezioni di canto dal nostro migliore musico di
corte: avremmo curato la sua voce.

Lei alzò il viso, più stupita che contenta: non mi credeva. Sesta
lettera : Alla Illustrissima ed Eccellentissima Signora Isabella
Marchesana di Mantova mia Padrona : Dal Campo del Drappo d'oro,
presso Calais Dopo sei anni non so di essere perdonato o no per
una mia lettera da Londra colma di pagine imponderate che vi avevo
pregato di non leggere. Alla lunga non ho avuto cuore di resistere, e
penso che a una donna come voi non sarebbe mancato il modo di
farmi arrivare il suo sdegno o che io ne avessi sentore. Non sono di
quelli che esitano ad affrontare gli enigmi. Anzi l'enigma mi piace, il
gioco delle parole mi attira quando il pensiero vi si nasconde
liberamente. Ma è un'idea più geniale quella che mi fa riprendere il
coraggio e credo per sempre. Non dubiterete, lo spero, di questo
sentimento che chiama la mia anima verso la vostra e mi fa talvolta
quasi impazzire in una solitudine piena d'affanni. Ma come si può
non vedere mentre la luce batte chiara su di noi, come si può
ingannare una mente lucida? Eppure a me è accaduto per anni.
Finalmente un pensiero subitaneo ha abbagliato i miei occhi di
verità. Perché, Signora mia venerata, rifiutare vuol dire respingere,
ma voi, che io sappia, voi non avete mai respinto le mie lettere, non
avete fatto di esse un plico rimandandole nelle mie mani magari
ancora suggellate. Quei fogli li avete trattenuti. Io cercavo un segno
che venisse da voi, e per tanto tempo non ho capito che proprio
quello era il vostro segno, il nostro patto: il silenzio. Quante pene
risparmiate, quante insonnie vinte, quante domande quietate dal
semplice pensiero della vostra accettazione. Scusate questo gaudio
che mi entusiasma: garantita dalla vostra ripulsa la mia libertà è ora
piena. E' esaltante domandarsi che cosa vi possa essere stato grato
venendo da me: gli avvisi di cose nuove o non sapute, il tentativo di
prevenire la vostra avidità di conoscere, come so che sommamente
amate.

O preferite la polemica che certo innalzate contro di me, contro la


mia devozione e ammirazione per la vostra anima libera, imperiosa,
gaia, a volte selvaggiamente risoluta. Voglio scrivervi, Signora mia.
Da oggi non vi salverete più: sapendo di essere accettato vi
racconterò tutto o almeno molto di quanto può succedere intorno a
me, e confronterò con voi l'universo. Il mondo è turgido di
avvenimenti e so che lo sentite: vogliamo gareggiare a chi li previene
con la mente intuitiva? Io sono qui al Campo del Drappo d'oro come
è stato chiamato questo luogo d'incontro inconsueto tra il mio re
Enrico Ottavo d'Inghilterra e Francesco Primo di Francia, sul solito
tema della pace europea. A sei miglia da Calais sta la contea di
Guines, possedimento inglese in Francia, e qui noi ci accampiamo; a
nove miglia da Calais, nella borgata di Ardres, stanno i francesi.
Duole pensare che talora le persone mancano al loro posto giusto:
sembra che ci siano buchi neri in un cielo fulgente. Quanto stareste
bene voi, regina, voi umana e altera a temperare gli animi di questi
sovrani nell'incontro al Campo francese dove sono alzate un
centinaio di tende d'oro, d'argento, di broccato, di velluto. Il re vive
nella città delle tende al modo di un imperatore mongolo, in una
specie di palazzo di seta e d'oro tutto cosparso dei gigli di Francia.
Noi inglesi non ci lasciamo superare facilmente: il mio re ha ordinato
un palazzo in carta dipinta levato arditamente su un basamento di
mattoni e ha affidato la direzione dei lavori al nostro gran cardinale
Wolsey, l'uomo suo più fidato. Il cardinale ha sopravanzato in
fantasia il suo re e ha creato un palazzo metà in tela colorata e metà
in vetro dove le colonne di cristallo rosa si alternano alle vetrate
risplendenti: una vera scena di teatro dall'apparenza magica. Gli
uomini che si muovono in questo scenario illuminato da riflessi
iridescenti sono vestiti d'oro e ornati di gemme. E con altrettanta
pompa si muovono quelli che escono dalle tende decorate dai gigli di
Francia. Non si ammirerà mai più una rappresentazione così
sontuosa con trombe e trombettieri e truppe dalle sopravvesti
smaglianti sotto gli stendardi e gente che va da ogni parte agitandosi
fra le tende di raso e di velluto con i pinnacoli sormontati da snelle
bandierine. Forse voi sola con quel tiro giusto di sguardo che sa
fissare in modo vittorioso le immagini nella mente potete figurarvi lo
splendore regale di questo incontro, e capire subito se circolava
un'aria ombrata fra tornei parate e festini strepitosi: perché più si
vedono i due re farsi doni, abbracciarsi pubblicamente e cavalcare
alla pari seguiti dalle loro quattrocento guardie, più si sentono
aggirarsi non so quali sospetti. Oppure (forse lo so bene e non vorrei
saperlo) dietro i nostri due sovrani così pieni di giocondità, di
robustezza fisica, di splendore, d'ambizioni regali, sta qualcuno che
intriga i pensieri di tutti. Sono certo che fate già il suo nome: sì, è
Carlo Quinto, imperatore, che è riuscito ad avere questo titolo per
mezzo del saggio impiego di due tonnellate d'oro contro la tonnellata
e mezzo del suo antagonista Francesco Primo. Anche Carlo è
giovane, ma la giovinezza si dipinge diversamente sul suo viso
consunto. Vi avverto che alla giostra regale, il mio re è stato messo a
terra davanti a centinaia di manierose dame e di gentiluomini:
Francesco ha vinto, Enrico ha dovuto tollerare l'umiliazione. Aveste
visto la spavalderia gloriosa del re di Francia! Ma Enrico, più accorto,
ha già una data d'incontro con Carlo a Calais, fra due settimane:
questo giovanissimo imperatore sa usare parole molto moderate e
conosce già tanto bene il suo mestiere da fare proposte quiete e ben
concrete, sostenuto da un uomo eccezionale, il suo segretario
Gattinara. Dagli intrighi della terra alle querele per il cielo: avete
avuto sentore, Signora mia, della rivoluzione minacciata dagli scritti
di frate Martin Lutero? Io credo di sì. Il frate agostiniano di
Wittemberg predica violentemente già da anni contro la Chiesa di
Roma: e in Curia si sa che papa Leone è, a suo modo, sconvolto da
tali critiche fredde e fervorose. Pare che abbia proprio detto ad un
ambasciatore: <Darei Bologna purché questo frate tacesse.> E'
dubbio che taccia. Quel predicatore possiede qualche cosa
d'infaticabile nel pensiero nello studio e nella volontà riformatrice:
teologo nato, a trentasette anni ha già commentato i Salmi e la
Lettera ai Romani di San Paolo e scritto libri e mandato grida di
protesta contro la Chiesa Romana, tali da far impallidire tutto il
mondo cristiano. Certamente vi avrà parlato di lui vostro cognato il
Rev.mo cardinale Gonzaga. Già tre anni or sono con un movimento
deciso di rivolta Lutero ha affisso alla porta della Chiesa di
Ognissanti a Wittemberg, dove abita nel convento agostiniano, le
folgoranti novantacinque tesi della disputa sulle indulgenze
ecclesiastiche proponendole alla pubblica discussione. Vi dirò,
Signora mia amatissima nell'anima, che c'è non so quale tuonante
bellezza di riformatore nel frate agostiniano sebbene io non partecipi
la sua dottrina. E certo alla Chiesa tedesca è stata fatale l'enorme
ricchezza che ha spinto la nobiltà a ripartire tra i suoi membri gli
uffici, specie i canonicati per i capitoli delle cattedrali. I giovani
canonici danno grande scandalo con la loro vita lasciva e straricca:
d'altra parte il clero basso non ha prebende, neppure uno stipendio
fisso, e si vale di espedienti per vivere, nemmeno tanto religiosi. E
poi: non esiste l'avversione risoluta, direi di razza e di sangue, del
popolo tedesco contro il papa e la Curia romana? Roma non è
attaccata per ragioni di fede ma per l'attribuzione dei benefici e per
le imposizioni delle tasse fatte d'autorità dal papa. E quale, Signora
mia, fu il sassolino che rischia di diventare spaventosa valanga: è
vicina a noi, e sembra impossibile, appena di qualche anno fa, la
predicazione di un domenicano, sottocommissario generale
dell'arcivescovo Alberto di Brandeburgo, al quale era stata permessa
la vendita delle indulgenze per la fabbrica di San Pietro. Di certo le
offerte dei fedeli mai avrebbero contribuito ad innalzare il più grande
tempio della cristianità: servivano a pagare il debito che il principe
Alberto aveva fatto con una banca per ottenere da papa Leone la
sua nomina ad arcivescovo. E' superlativamente scandaloso che le
indulgenze siano riservate non solo ai vivi ma anche ai morti. Se i
vivi per averla devono essere confessati e pentiti, per i morti basta
soltanto l'oblazione, e per di più l'indulgenza si può riferire ad
un'anima determinata. A seguire le prediche del domenicano Tetzel,
vi assicuro, c'è da rabbrividire: corre un motto che dice press'a poco
così: <quando il denaro entra nella cassetta, l'anima salta fuori dal
purgatorio benedetta,> il che ha provocato e provoca risate,
disprezzo, rivolta.

Il frate di Wittemberg ha pubblicato subito un rovente sermone


sull'indulgenza e sulla grazia. Troppo avrei da dirvi, Signora, di
questo gran terremoto che ha cominciato a scuotere dalle
fondamenta l'autorità della potenza papale e della Santa Romana
Chiesa. E' da sperare che abbiamo sotto gli occhi la riforma che da
tanti anni gli spiriti migliori invocano per le molte incrostazioni d'errori
che si sono formati all'interno della Chiesa? Che cosa potrà
accadere sotto un'ondata troppo sferzante alla nostra religione santa
e benigna? Vi ricorderete di Erasmo da Rotterdam, vi parlai di lui
quando ebbi la felicità senza nome di vivere nella sua stessa casa a
Venezia ospiti ambedue di Aldo Manuzio. Questo nume della cultura
europea amico di tanti studiosi, autore del dirompente Elogio della
Pazzia, satira della presunzione degli scolastici e della scandalosa
immoralità del clero, dopo aver passato alcuni anni a Londra,
insegnato a Cambridge, ora è a Basilea impegnato nelle edizioni
famosissime del Nuovo Testamento e dei Padri della Chiesa, ai quali
sta ancora studiando per compiere la sua opera. Vi dico queste
cose, Signora mia, perché vanno in giro leggende: sebbene Erasmo
sia forse il più grande uomo di cultura dei nostri tempi, in Italia, salvo
che nelle Accademie egli non è particolarmente lodato. E uno spirito
come il vostro non può cancellarlo dalla sua mente. Immaginate, ora,
che cosa possa aver significato l'insorgere del frate di Wittemberg
nel mondo di uno come Erasmo. Al principio la polemica di Lutero gli
piace, la sua invettiva contro la Chiesa Romana lo trova
consenziente, ma poi la rivoluzione è troppo violenta per non
turbarlo profondamente: certo cinismo del riformatore contro la
cultura lo mette di fronte ad un continuo conflitto con se stesso che
nella cultura crede su tutte le cose: a leggere le sue lettere si avverte
lo sforzo di conciliare il cristianesimo di Lutero e il cristianesimo
cattolico. Vedere quel grande spirito cercare faticosamente
l'equilibrio sfiorando il compromesso, angoscia gli amici veri di
Erasmo. Eppure una legione di fanatici ribelli lo chiama in giostra
rudemente, e lui dovrà pronunciarsi. Tutta l'Europa degli uomini colti
e anche degli uomini politici e persino del popolo sono ansiosi della
sua decisione. Ma Erasmo non può pensare che la somma di studio
per ritrovare la chiarezza umana cada nel nulla sotto i colpi dei
luterani.

Sono tempi sordi, colmi di cupi avvisi, e soffrendo tanti affanni


dell'intelletto e dell'anima non c'è persona che non sia inquieta.

Signora, desidererei tanto sapere se il succo di queste cose che


agitano il mondo interessa la vostra fantasia. Guardando dalla
finestrina sorretta da colonnine di vetro della mia piccola stanza qui
al Campo del Drappo d'oro, in questa rappresentazione fra due re da
grande storia antica e che vorrebbe un Tito Livio, mi sento sospeso
e per loro che non si impegnano ad un vero buon accordo e per il più
lontano rumoreggiare della tempesta. Che ne pensate, voi?
Cambiereste il vostro Dio razionale e benigno col Dio inesorabile che
dà la regola ferrea della grazia prestabilita per ognuno di noi? Per
fortuna noi inglesi non crediamo a Lutero e il nostro potente
Cardinale Wolsey è del riformatore gran nemico. Così voi ed io
siamo dalla stessa parte.

Tuttavia vi confesso di capire le oscillazioni di Erasmo sperando però


che egli si decida per la cultura dell'uomo come centro della vita.

Siamo dalla parte dei ciceroniani e dei virgiliani, dei poeti e degli
artisti che ricostruiscono oggi l'Olimpo cristiano: e Michelangiolo e
soprattutto Raffaello come potrebbero essere assunti da un Lutero?
Ho scritto il nome di Raffaello con un dolore senza conforto: vi dirò
che sono partito per questo Campo del Drappo d'oro non solo per
obbedienza di servizio ma per respirare un'aria che non fosse quella
respirata da Raffaello nella sua breve e miracolosa vita conchiusa
quest'anno in un aprile ventoso, nemmeno tre mesi or sono. So
quanto amavate e amate le sue divine opere e il suo privilegiato
pennello: quante volte ho ammirato nella Stanza della Scuola
d'Atene quella pittura che è fra le più razionali e poetiche creazioni
dell'uomo pensante. Reputo grande fortuna nel dolore di averlo visto
spesso a Roma trascorrere per vie e piazze con un passo
affermativo dialogando con un gruppetto di artisti e di amici scelti da
lui per compagnia o per manipolo di lavoro. Pareva che, riviventi per
miracolo, alcune nobili figure di una Grecia recuperata si profilassero
nell'aria assolata di Atene. L'ho visto anche dipingere nel suo studio
dove si faceva silenzio al suo disporsi all'opera ed era singolare la
melanconia divina che esprimeva il suo gentile viso e che andava a
mano a mano rasserenandosi con l'andar del pennello come di uno
che penetrando nel senso delle cose arrivasse ad un limite sul quale
poteva ristarsene a meditare: pareva distaccarsi da terra, eppure
rimaneva interamente terragnolo come egli era soprattutto nei suoi
rischiosi ardentissimi amori. Mi è stato persino concesso di assistere
una volta in una riunione di uomini di studio ad una discussione
molto ricca di temi tra lui e il Signor Baldesar Castiglione, il cavaliere
mantovano che voi conoscete bene, e che annotava idee su alcune
sue carte per un discorso da indirizzare al papa. Raffaello proponeva
una grande mappa dove fossero rappresentati i monumenti di Roma,
e insieme un libro che raccontasse la loro storia lungo i secoli
riscontrata con le testimonianze di scrittori di poeti di cronisti di ogni
tempo: doveva essere insieme una storia interiore e una lezione
architettonica sull'antica Roma, nella quale si rispondesse a
domande di valenze fra spazi messi in relazione molto
studiosamente, opera da restare eterna come invenzione di ragione
nell'atto di divenire poesia di una civiltà. Spirava da lui una maestosa
chiarezza dello spirito mista a severa tenerezza, e per essa l'uomo
non era disamato come spesso accade agli uomini eccellenti: noi
soli avendolo visto e ascoltato possiamo dire significando il vero che
Raffaello si è portato via morendo buona parte della nostra vita. E
poco ci compensa, anzi ci opprime, pensare che ci sono cose fatali
dove poca forza hanno la prudenza la scienza e gli affetti. Con
queste parole sto incontrando i segni della sventura e non vorrei far
lacrimare quei vostri cari occhi. Dirò che questo luogo di tela dipinta
e di cristallo che mi accoglie scrivente sembrerebbe l'ultimo posto
per parlare di perdite; qui dove pare di essere in una favola di
cavalieri per la quale tutto si presenta meraviglioso, fantastico anche
se effimero. Non so se mi è permesso condolermi in modo adeguato
della scomparsa del vostro Illustre Consorte avvenuta nel marzo
dell'anno passato tra il compianto di tutto il suo popolo. Sarebbe mio
dovere farlo: ma sono sgomento della mia inerzia, e credo di uno
sgomento giusto. Non ho diritto di insinuarmi neppure per un minuto
nei vostri più sacri e provati sentimenti, di qualunque specie siano
stati e siano divenuti. Mi dolgo di scrivere simili parole che rimetto al
vostro giudizio perché sia vostra sacrosanta decisione sdegnarle o
no: e state sicura che qualunque sia il vostro verdetto, anche
ignorandolo, a quello m'inchino con infinito rispetto e sofferenza. E
adesso proprio di voi debbo parlarvi per una ragione che ho lasciato
ultima mentre doveva avere la precedenza su ogni mia: prolusione
invece che epilogo: ragione che ha determinato lo scrivervi da qui,
dal Campo del Drappo d'oro fra splendori tanto dubitosi. Venendo
dalla Curia di Roma alla quale sto per ritornare appena finite queste
feste, mi sono imposto di avvertirvi. Guardatevi, Signora mia,
guardatevi dal nostro Capo Sommo che può influire in mille modi
sulla vostra persona. Colui non vi ama, detesta la vostra capacità di
intuire e di costruire, specie adesso che reggete lo Stato in nome del
giovane marchese. Siete fortemente sospettata per via di vostro
genero, Francesco Maria della Rovere, tanto odiato in Vaticano
quanto nessun altro. Ma il Giove Sommo che vorrebbe parere mite e
santo non ha uno spirito integro: oscilla, finge con se stesso,
nasconde e fa nascondere ad altri il suo vero giudizio.

E' necessario che voi, Signora, gli mettiate vicino un gran


galantuomo che non giochi a nascondino ma gli corrisponda con
intelletto presente, altrimenti non ne avrete vantaggio: e se mi
domandate un nome non saprei farne altro che quello del conte
Baldesar Castiglione. In confidenza, per lui non sarebbe cosa di
poco peso perché avrebbe, con un conflitto quotidiano, una quantità
incalcolabile di fastidi. Ma essendo l'uomo che è potrà sopportarli. Io
non mi addentro nelle questioni che vi fanno nemico Colui che vi ho
nominato, ma vi prego con tutta l'anima di guardarvi. Vostro figlio
tocca appena vent'anni e ha bisogno in questi tempi, e tra queste
persone imbrogliate, di consiglio finissimo, proprio quello ispirato che
può venire da voi: fossi io nel caso di vostro figlio seguirei il vostro
dettato, comunque fosse. Sono convinto di darvi una dimostrazione
d'amicizia, e quanto sto per rivelare è una prova: vi parrà certo grave
(e lo è), e da essa dovrete arguire come l'aria di Curia romana si sia
guastata sul conto della corte gonzaghesca. Poco prima ch'io
partissi fui informato da un tale famoso per esercizio di malignità che
erano arrivati da Mantova avvisi molto circostanziati: alludendo ad
uno in particolare, senza scoprire da chi venisse il subdolo avviso,
costui mi riferì un colloquio udito da qualcuno a proposito del signor
Rozone antico precettore di vostro figlio ucciso a Bologna anni or
sono senza che si sia trovato l'assassino. Insinuavano che voi,
stando con vostro figlio nelle più serrate stanze, gli abbiate chiesto
con particolare rigore che cosa avesse da dirvi su quel delitto e se lui
v'entrasse per qualche cosa.

Il marchese Federico aveva risposto vagamente infastidito. Al che


rigidamente voi l'avreste ammonito con queste precise parole:
<Marchese, voi potete ingannare me, ma non ingannerete Dio,>
facendo supporre che per vero lo ritenevate colpevole di aver armato
la mano di un sicario contro il suo antico maestro. Naturalmente io
ho negato questa storia, assolutamente non la credo e non è da
credersi, è solo una ciancia di palazzo e ho fatto tacere colui
presentandogli il castigo che potrebbe colpirlo per la sua
maldicenza. Spero che sia andato in giro a ripetere quanto ho detto.
Mi è difficile, ora, riprendere l'abito giubilante di quando ho
cominciato questa lettera avendo scoperto che almeno i miei fogli li
avete accettati seppure con inclemenza. Non voglio aver l'aria di
proteggervi ma posso raccomandarvi ancora: badate a voi, Signora
mia tanto venerata, e state certa che questi avvisi che vi dò sono
verissimi e quando sarò di nuovo a Roma non mancherò mai di
vigilare sulle vostre vicende. Vorrei sapervi lieta. E' vero che
cambiate alloggio e lascerete per sempre il vostro appartamento di
Castello dove vi ho vista per l'unica volta della mia vita? Spetterà a
me rispondere a questa domanda, e lo sa, : il vostro devoto schiavo
Robert de la Pole nato in Inghilterra : Dalla Francia, al venticinque di
giugno 1520. Una notte durò l'urto reiterato che produsse in me la
calunnia riferita dall'anglico a chiusa della sua lettera dal Campo del
Drappo d'oro. A mano a mano che la rigiravo nella mia mente
includendo il nome di Federico diventava più irta e più crudele da
sostenere. Mio figlio era sotto accusa perversa e manifestamente
falsa come proclamava lo scrivente che ad essa si era ribellato. Ma
io apparivo una che, chiamando a testimonio Dio, confermavo con il
dubbio quella falsità, proprio io, la madre. I calunniatori mi
giudicavano dunque più terribilmente perspicace di chiunque altro o
di tanta fredda energia da non badare alle empie accuse che si
fanno ai grandi del potere. Sulle calunnie rivolte ai potenti dovevo
tornarci con più filosofica attenzione. Intanto a Federico spettava
l'innocenza. A parte quella chiusa penosa seppure colma di ogni
premura, la lettera dai caratteri appuntiti era percorsa da ventate di
follia talora allegra talora sconsolata come usano le genti dell'alto
nord. E da ventate di saggezza anche. Ottimi e propizi i suoi consigli;
insensate le elucubrazioni sull'accettare o il non accettare quei suoi
fogli fantasticati, tutto un soliloquio ragionativo peraltro ingegnoso.
Tuttavia non mi dispiaceva che egli mi avesse scritto dopo sei anni di
silenzio contandoli come fossero giorni, né che volesse ancora
scrivermi. Inteso che io non rispondevo, i suoi vocativi non mi
davano fastidio, né m'importava se mi definiva con termini come
selvaggia un poco bizzarri. Gustavo invece i suoi brani di storie della
sua isola d'Inghilterra e del suo re che hanno molto del nuovo per
noi; avrei voluto che si dilungasse su quegli argomenti.

Tutto ciò che egli rappresentava sul Campo del Drappo d'oro
somigliava ad un racconto epico che rivelasse nel contempo una
storia da romanzo.

Mi infastidiva invece il suo modo di chiamare sulla scena l'eretico


frate Martin Lutero. Gli concedeva troppa attenzione: io dissento da
costui quanto più si può. Un altro argomento è quello del suo
prediletto Erasmo da Rotterdam che tuttavia non ha molta
considerazione fra gli studiosi italiani accusati di essere ciceroniani,
specie quelli che sono alla corte di Roma, ad eccezione del nostro
amico Jacopo Sadoleto. E' curio so notare che queste genti dell'isola
inglese sono spesso soggette a bianchi furori e non conoscono le
maturazioni lente e piene degli spiriti mediterranei. Ma su tutto tenni
per certo un punto indicato con verità da Robert de la Pole: diceva
bene che in corte vaticana vicina a Leone Decimo la posizione
nostra, dei Gonzaga, non era più di favore e che occorreva qualcuno
che difendesse continuamente la nostra causa e questo qualcuno
non poteva essere altri che il nostro Baldesar Castiglione. Da un
pezzo aveva insistito per questa nuova ambasceria, ma una così
chiara veduta di uno che viveva in Curia mi assicurò su quanto
potesse essere giusta e giovevole la mia scelta.

Ripenso a quella mia rapida decisione, e mi stordisce ancora il tuono


di Giove Inesplicabile. Baldesar era a Roma appena da due giorni
quando accadde un miracolo del quale non so darmi ragione. Come
abbia agito la macchina mentale del Pontefice è un mistero: d'un
tratto, come concludendo i suoi rigiri interiori, Leone Decimo
annunciò al nostro ambasciatore che aveva in animo di offrire al
marchese Federico Gonzaga il capitanato delle sue milizie.
Domandò chi era d'autorità presso di lui nel governo di Mantova, e fu
strana domanda perché non c'era in Italia chi non sapesse della mia
reggenza. Tuttavia il Castiglione, pure esterrefatto, si comportò da
quell'uomo che era: preparato a tutto, cercò di capire bene le cose
perché non si celassero tranelli.

Ricordò dunque a Sua Santità la mia qualità stabilita per testamento


da mio marito Francesco Gonzaga, e che io governavo, coadiuvata
dal consiglio del cardinale Sigismondo e del signor Giovanni
Gonzaga, miei cognati. Tutto benevolo, e come se avesse detto
cosa già ventilata fra noi, Leone parlò del marchese Francesco di
buona memoria che egli affermava di aver molto amato, e giunse
perfino a volerci far credere di essere andato contro i duchi d'Urbino
perché forzato, e altre cose forse inventate lì per lì venute su da un
rigurgito oscuro di correnti.

Quando arrivò l'avviso del Castiglione per poco non tramortii dalla
gioia. Sembrava impossibile. Eravamo tormentati dalla quasi
certezza d'avere il pontefice nemico, ed ecco che ci trovavamo
all'improvviso di fronte ad un'offerta di grandissima dignità e onore,
di una <condotta>

principesca che mai avremmo osato sperare e tanto meno proporre.

L'unica raccomandazione del papa era quella del segreto: lo sapessi


io sola. Questo del segreto, che da parte sua egli spesso
trasgrediva, era una sua mania curiosa: in ogni cosa anche minima
voleva assicurata la complicità del silenzio. Quella fine di luglio
splendeva. In castello passavano correnti di trionfo e a guardarmi
nello specchio sorprendevo una regina che riuniva in sé l'orgoglio
infinito di una madre e l'orgoglio del capo di stato che vede la fortuna
planare ad ali distese sui torrioni del suo castello. Capitano Generale
della Chiesa mio figlio, lui che ancora non aveva avuto l'investitura
del feudo dall'imperatore, che non si era ancora provato in fatti
d'armi, e tuttora sotto tutela: e suo padre aveva tanto patito per quel
capitanato, pur essendo il vincitore di Fornovo. I Gonzaga
prevalevano, il loro peso sulle cose d'Italia si faceva sentire, ed io
guardando in quel momento lo Stato ero colma di vigoria e felice:
mio figlio mi considerava una dea. Da quel luglio non riuscii ad aver
pace, mi prendeva una brama ardente di vivere fino allo spasimo le
mie ore del giorno e talvolta della notte. Curavo la mia gente con una
specie di febbre: imponevo nuove discipline, attenta ad una collettiva
costruzione di corte esemplare. Il Castiglione continuava a scrivere
le sue concrete bellissime lettere. Tutti i giorni piede su piede si
portava in Vaticano e s'intratteneva in discorsi nutriti con Sua Santità
che lo avvertiva, da scaltro, di dirgli sempre la verità perché lui
sapeva tutto. Qualche maligno da Mantova avvisava Roma riferendo
a puntino ogni cosa che si facesse o che non si facesse.
Ultimamente avevano riportato che ero io, Isabella, a dire tutti i mali
del papa.

Questi partigiani di Tolomeo Spagnoli li conoscevo bene:


l'informavano sui pettegolezzi mantovani contrari a noi Gonzaga e lui
faceva in modo di farli arrivare al papa puntualmente. Fu proprio
quando grandinavano più fitte le lettere del Castiglione con le ultime
notizie sul capitanato di Federico che avvenne la morte della sua
giovanissima moglie per una febbre puerperale. Volò ad avvertirmi
Pirro Donati che del nostro Baldesar era molto amico. Io quel giorno
stavo in gran pena per certe dicerie infami che correvano alla corte
vaticana su di noi.

Il papa si lamentava persino delle bravate da fanciullo del mio


Ferrante contro di lui: gli avevano raccontato anche la lacerazione
della tracolla con lo stemma mediceo, e non importava che si
trattasse di parole e atti di un putto di dodici anni. Leone mandò un
cavallaro apposta al suo figlioccio, e Ferrante gli rispose con senno:
noi con molto sorriso lo aiutammo fingendo di motteggiare un putto
diventato così importante da dover chiarire le sue parole con un
messo papale. Le cose maturavano stranamente. Non che Leone
ritirasse la sua offerta a Federico, ma cominciava a condizionare, a
ostacolare, a dubitare, tanto da far pensare che quell'offerta non
fosse davvero sincera. Ero caduta in uno stato di vivace irritazione
sospettando che ci si volesse in qualche modo umiliare, quando
appunto Pirro venne con la notizia della morte di Ippolita, la moglie
del Castiglione, e con voce commossa aggiunse che riteneva
necessaria una lettera mia al <povero marito innamoratissimo di
quella gentile creatura> che aveva appena vent'anni.

Misurai tutta la disperazione del mio ambasciatore e confesso a me


stessa che di quel dolore ebbi paura. E se il Castiglione si distraesse
dalla sua missione così difficile e così minacciata? Se non avesse
più testa ai nostri fatti presso Leone? Sicché, sollecitata dal mio
segretario dettai la lettera: <Vi preghiamo> dicevo dopo aver fatto le
solite condoglianze <che dato luogo al primo senso, vogliate al più
presto che sia possibile ritornare nei termini della ragione, e
considerato che né per pianti né per lacrime si potrà riparare a tanto
danno, vogliate disporvi a pazienza, il che quanto più presto farete
tanto meglio mostrerete la virtù dell'animo vostro e a noi farete cosa
gratissima....> Mai avevo visto il viso bianco di Pirro arrossarsi dalla
fronte al mento, e il suo occhio sempre verso di me benigno
guardarmi così da lontano. Quando finii di dettare, lui si alzò:
abbassando le palpebre commentò con in solita veemenza. <La
signora Ippolita è passata in questo mondo come una rosa illuminata
in trasparenza,> e dopo un mezzo inchino mi lasciò. Agosto
declinava, un agosto non troppo caldo. Vestivo un abito sciolto
azzurro alessandrino a maniche bianche ornate di un ricamo a
palmette rosso e oro, e al collo avevo perle e rubini. Era una foggia
nuova ma in quel momento la sentii estranea. Mi aveva raggiunto la
riprovazione del mio gentiluomo e la sua frase suonava critica alle
mie parole dettate per il Castiglione. Non per questo le avrei
cambiate; volevo sempre, con tutta l'anima, che il mio ambasciatore
uscisse fuori dal suo mantello di dolore, che non abbandonasse la
nostra causa, e fosse più che mai attento alle ambiguità papali.
Dovevo ammettere che per quella povera giovanissima donna
provavo compassione ma generica tanto da battere il piede a terra
per impazienza, e mi vergognai. Non feci però in tempo a dolermi di
me perché entrarono le mie donne seguite dall'Equicola che aveva
scritto una poesia da cantare danzando, e chiedevano che
l'ascoltassi. Che cosa mi spinse a strapazzarli tutti insieme? Altro
che musica e danza: prendessero i veli per andare al vespro. <In
chiesa> ordinai <pregheremo per l'anima benedetta della signora
Ippolita Castiglione.>

Il capitanato di Federico divenne prestissimo discorso tutto spine: e


su quel disagio si versò un dolore diretto, tanto forte quanto
impervio.

Morì all'improvviso mio fratello cardinale di quarantadue anni per


una causa non prevista perché non credo che gli sia stata fatale
l'anguilla di Comacchio mangiata fuori di misura. Erano i primissimi
giorni settembrini. Ammiravo perdutamente Ippolito, il suo acume
acceso e distante, la sua forza irresistibile di comando, ma ora
niente si muoveva in me. Mi toccò rifarmi alla sua immagine di
prodigioso ragazzo cantore e ricrearmi in mente quella sua tonalità
purissima come un cristallo iridato che vinceva tutti i musici di
mestiere; e finalmente piansi. Ma in quel pianto non c'era patimento.
Mi accorsi quanto mi si fosse straniato chiamandolo a me mentre
ricostruivo nel pensiero la mia gran famiglia ferrarese ed evocando il
diamantino Ercole mio padre e la sempre presente aragonese
Eleonora di indimenticabili grazie. Di sei fratelli che avevano affollato
di caratteri grandiosi i palazzi estensi due, Beatrice e Ippolito, tanto
infocati di vita, erano scomparsi; uno, Ferrante, si trascinava con lo
sventurato fratellastro Giulio, complice di congiura, in una
inchiavardata prigione di quel castello che li aveva visti giovani e
liberi lanciarsi alla conquista del mondo. Il minore, il pallido
Sigismondo, viveva senza storia un'esistenza quieta e non gloriosa
in un alto palazzo silenzioso. Rimanevamo noi due, i maggiori, resi
più forti dagli anni. Alfonso si accorava della morte del fratello
cardinale che lo aveva spalleggiato con tanto rigore e distacco. Ma
anche lui ormai aveva imparato, i suoi quarantacinque anni
conoscevano i cambiamenti aspri e gli intrecci turbati della vita
familiare con la politica, e l'incertezza del futuro. Ci scrivemmo
parole ferme, quasi di pura circostanza; ancora era qualche cosa
riconoscere l'uno nell'altro la capacità delle nostre mani abili a
dipanare fatti e giudizi. E sì, diventava un gioco corrosivo quello che
perseguivo io, a continui sussulti di cuore, quella lotta sotterranea
che combattevo con papa Leone. Proprio di questo tempo si
tessevano in Vaticano discorsi indiretti per tramite di un uomo che si
dimostrò di grande aiuto e sul quale si poteva fare affidamento.
Costui, nell'enorme famiglia papale di seicentottantadue persone,
aveva il grado di segretario intimo e segreto di Sua Santità: un uomo
scovato dal Castiglione che lo affiliò subito al nostro partito: si
chiamava Pietro Ardinghello. Servizievole e devoto, questo familiare
papale amava giovare a prìncipi e a potentati e ricavarne anche
solidi riscontri, perché, come diceva il nostro ambasciatore, assai gli
piaceva il buono. Era addentro alla minima cosa meditata da Leone
e lo secondava spingendolo avanti con lievi tocchi leggeri senza mai
dargli l'impressione di essere forzato. Di un personaggio simile
avevamo bisogno. Tra mille dubbi e mille speranze aprii la lettera del
ventisette agosto da Roma. Dopo l'Allegato #,o dei <Capitoli per la
Condotta> che il papa ci offriva trovammo un punto oscuro:
drammaticamente oscuro. E più spiccavano i caratteri latini, scritti di
pugno dallo stesso Baldesar, dell'Allegato #;o che fu subito detto la
polizza segreta: sanciva un articolo che sarebbe restato appunto
segretissimo, e per sempre, tra il papa e Federico: per esso mio
figlio, il marchese di Mantova, si impegnava in caso di difesa della
Chiesa a prendere le armi anche di persona contro l'imperatore.
Bastava pensare alla condizione dei Gonzaga feudatari imperiali per
capire la pericolosità estrema di quell'impegno e il rischio di essere
persino cacciati dallo stato: e tanto più con un massiccio padrone
quale si stava rivelando Carlo Quinto. Questa polizza se conosciuta
poteva essere la nostra totale rovina. Così scorre la mia vita da
agosto a dicembre in una divisione da me stessa per tutto ciò che
non riguardi il capitanato di Federico: appena mi colpisce la morte
del cardinal Bibbiena il mio tanto prediletto Moccicone. Fra il sì e il
no, opponendo ad ogni avviso impavidi ripari, mi consumo in mesi e
mesi di vera agonia nell'attesa delle firme definitive sui Capitoli. Il
Castiglione, che del papa è sicurissimo, deve però sentirsi dire che il
re di Francia sconsigliava Sua Santità di assumere al suo servizio
Federico, giudicandolo un putto troppo amante di divertirsi con le
donne e senza esperienza militare. La politica europea di quei giorni
subisce acidi cambiamenti; la rivalità tra Francesco Primo e Carlo
Quinto apre sempre più la strada alla guerra, e Leone sembra aver
fatto la sua scelta schierandosi dalla parte dell'imperatore.
Finalmente l'undici dicembre si firmarono alla villa della Magliana i
Capitoli della Condotta, ma al solito furono coperti dal segreto:
Leone voleva aspettare il momento opportuno per renderli pubblici.
La polizza, firmata e siglata da Federico nel nostro palazzo di Porto
in mia presenza, era ora custodita negli archivi Vaticani da Pietro
Ardinghello. Dovevano passare ancora più di sei mesi prima che il
capitanato fosse annunciato in Concistoro: il sette luglio Leone
proclamò l'accordo e fu bella la festa a Mantova. Le campane non
smettevano più di suonare, i fuochi d'artificio disegnavano in cielo le
allegorie delle nostre gioie terrene e i colpi di artiglieria presagivano
future vittorie. Non del tutto, ma l'ansia si allentava, riuscivo a
corrispondere ad ogni cosa con la verità del momento, e così fui
certa che nessuno parlava della polizza segreta né a Roma né
altrove. Non avevo perduto, anzi, l'abitudine di ritrovarmi per qualche
ora con Federico e di ammaestrarlo senza averne l'aria, tenendomi a
distanza da ogni facile suggestione. Mi compiacevo di vederlo
muovere con autorità ora che aveva il titolo di Capitano della Chiesa:
persino con Prospero Colonna, il gran generale degli eserciti
imperiali, egli seppe trattare con fermezza da eguale seppure
rispettoso. E subito si era nominato una corte più militare che
principesca, ansioso di mostrare il suo valore da quando erano
riprese le ostilità tra francesi e spagnoli. Cominciò allora a sfuggirmi
e non mi fu difficile intuire perché. Dall'anno prima, con la sorella
Eleonora ed Elisabetta era andato a Venezia alla festa
dell'Ascensione conducendo con sé una giovane donna sposata che
aveva il mio stesso nome. Non approfondivo troppo le mie
congetture su queste vicende private: ero persuasa che per un
giovane di vent'anni fosse buona cosa scegliersi una storia d'amore
che compisse la sua figura, e mi parve che fosse discreto ed
accettabile questo legame con una donna di casa nobile, moglie e
madre. Si divagasse e si educasse all'amore: intanto io avrei
esaminato con pacatezza le possibilità di un suo matrimonio, il
migliore che potesse giovare a lui e allo Stato. Mi accadde di
incontrare la cavalcata che questa dama e Federico guidavano per
la città seguiti da una corte di giovani sfolgoranti: ci salutammo
cortesemente come la buona cortigianeria prevede. Guardavo
troppo Federico e i cavalieri che aveva intorno per posare a lungo lo
sguardo sulla donna avvolta in un mantello di velluto verde acqua
sparso di stelle d'oro: notai che era alta dal suo modo di stare in
sella, bionda e altera come una duchessa, e di dolce viso; ma luceva
nel suo occhio turchino un lampo di arroganza. Se mi domando
perché non colsi subito qualche avviso, posso rispondermi che in
quel tempo avevo ancora ferma sulla mia testa la corona della
reggenza sebbene in aprile si fosse festeggiata l'investitura di
Federico a quinto marchese di Mantova. Ed era stato così intenso
quel nostro dialogare, così vissuto insieme l'estenuante conflitto col
papa che mi sentivo io sola padrona di mio figlio. In più, quel che mi
rimaneva di attenzione lo dedicavo ad una nuova fabbrica: per la
prima volta dopo tanti anni di vita tra le mura antiche, cambiavo
luogo. Mi facevo costruire un'abitazione nuova e fresca fuori di
Castello ma non lontano da esso, nel circuito delle case vecchie dei
Bonacolsi, presso la chiesetta di Santa Croce, in uno spazio illimitato
sotto il cielo vasto.

Sarei stata quasi sulla porta di Piazza, a piano terreno, in camere


contigue su un disegno a <L,> e volevo che avessero un tono
ridente e grave. Già correva lungo il muro esterno delle stanze una
bella loggia ad arcate svelte aperte su pitture che raffiguravano città
famose nel mondo. Altre due logge arieggiavano l'edificio di là del
cortile e in mezzo cresceva un bel giardino; nel fondo una porticina
nascosta metteva in comunicazione con un altro giardino segreto
tutto mio, anch'esso con breve loggia coperta di fitti gelsomini.
Giardini e orti ci aggiravano da ogni parte, con grandi alberi, tigli,
platani, piante da frutto, rose di tutti i colori, in disegni ordinati tra
statue e fontane. Capivo perché Francesco aveva voluto passare i
suoi ultimi anni nel palazzo presso San Sebastiano immerso nella
campagna. Non soltanto noi siamo signori agricoli, ma i nostri tempi
non obbligano più al chiuso armato dei castelli. La poesia latina e
volgare, lo studio degli antichi volgono i nostri spiriti alla
mansuetudine del vivere e ci rendono insoffribili le giornate nelle
serrate mura dei torrioni. Uscivo all'aperto: avevo visto a Roma
palazzi e ville di somma eleganza architettonica, come quelle ideate
per qualche gran cardinale e per Agostino Chigi, testimoniare il
pensiero agilmente disserrato alla bellezza. Avrei rinnovato il modo
di stare al mondo. Fogge nuove di vestiti, rilegature inedite di gioielli;
avrei radunato musici a ricreare momenti armonici di moderne
invenzioni, questa volta finalmente sarei tornata a studiare la
grammatica greca. La mia testa era un nido vorticoso di ronzii. Dopo
le gran campane e le feste per Federico Capitano della Chiesa
sibilarono le trafitture. Il papa non sopportava il duca d'Urbino,
sebbene a parole consentisse al suo soggiorno presso di noi: in
realtà desiderava allontanarlo da Mantova. Così lo facemmo partire.
Mesi prima eravamo stati costretti ad assicurare per bocca del
Castiglione che Federico, quando si trattava di fedeltà politica, non
considerava né amici né parenti, né padre né madre né fratelli. Ora
ci si chiamava alla prova. Trovai Eleonora alla villa di Porto dove lei
col piccolo Guidobaldo e la mia unica Elisabetta avevano assistito
all'umiliata partenza di Francesco Maria. Mia figlia ripeteva sempre il
lamento della sua storia, faceva il paragone tra suo fratello trionfante
del capitanato e il marito fuggiasco e povero. Si aspettava di essere
bandita anche lei e si vedeva andare raminga con Elisabetta e il
bambino, perseguitati da casa Medici, profughi e mendichi.
Purtroppo erano tutte probabilità abbastanza verosimili. Soltanto la
magnanima Elisabetta considerava la situazione con l'aperta
saggezza consueta ed esortava Eleonora alla pazienza accettando
le cose se ineluttabili.

Per lei mi battei col papa, col Castiglione, con Federico stesso e
ottenni di trattenere a Mantova le duchesse d'Urbino. Solo le
spostammo, per mostrare meno la nostra ospitalità, delegandola ai
nostri parenti del ramo di Sabbioneta ai quali chiedemmo il loro
palazzo, abbastanza comodo, in città. Eleonora però non tralasciava
le sue lamentazioni. Non amava quel suo marito davvero poco
amabile, ma si sentiva impegnata ad essere sua partigiana
comunque, le pareva eroico sostenerlo contro gli altri: io ero la prima
di questi altri, sospettata di colpevolezza qualunque cosa facessi, e
giudicata secondo una religiosità nervosa da riformista se non, certo,
da luterana. Mi domandavo come e perché Elisabetta l'avesse tanto
cara: soffriva con lei il suo antico esilio dalla terra di Urbino e la
compativa sapendola priva del compenso che era stato suo, la
compagnia del marito Guidobaldo ardente di vulnerata passione.
Forse era questo comprendere gli altri il segreto che rendeva
Elisabetta amica di persone tanto dissimili quali Eleonora e me.
Come madre andavo notando che i colloqui con mio figlio
avvenivano a pause lunghe, ma interpretavo quel diradarsi della sua
presenza come un segno di crescita, di autonomia. Federico
m'interrogava sempre secondo la nostra abitudine che mi
rinsanguava tanto ma accadeva ora che le domande non rivelassero
più il tono balzante dei suoi ragionamenti magari ingenui. Cominciò a
chiedermi della polizza segreta. Voleva sapere se davvero non fosse
pericoloso per lui avere sottoscritto la clausola impegnandosi ad
andare contro l'imperatore anche di persona se ciò fosse stato
necessario per difendere la dignità e l'autorità della Chiesa.
<Contro l'imperatore?> obiettava ostinato come se fosse la prima
volta che gli venisse fatto di meditare su questa possibilità.
<Combattere contro l'imperatore, io, suo feudatario? Come abbiamo
potuto impegnarci a tanto?>

<Il papa,> rispondevo pazientemente sebbene un po' stupita <vuole


essere ben sicuro che Mantova, una delle porte d'Italia, sia ben
difesa contro tutte le potenze.>

<A Leone Decimo dovrebbe bastare la parola del marchese di


Mantova.>

<In politica, figlio mio, la parola conta poco; bisogna sottoscrivere e


firmare.> Ma Federico non sembrava convinto e dopo un attimo di
riflessione, riprendeva: <Davvero, madre, credete che la clausola
segreta in mano del papa non diventi una trappola per noi?>

<Per ora no. Leone e l'imperatore si sono accordati. Al momento non


c'è da temere.>

<Forse ho fatto male a legarmi così a questi Medici> continuava


incerto Federico, e ci ribatteva sopra. <Non aver paura> gli dissi
sopra tono un giorno. <Ricordati: è sempre bene essere alleati con
la Chiesa, perché se la Chiesa vince, vince, e se perde vince lo
stesso.> L'effetto su Federico fu immediato: amava certi miei motti
recisi. Difatti lui rise.

Ma io non riuscivo a togliermi dalla mente che avesse palesato a


qualcuno il segreto della polizza, e che questo qualcuno lo avesse
spaventato. Chi era il confidente? U no dei suoi amici di corte? La
sua donna, magari in una effusione da letto. Mi potevo aspettare di
tutto. I francesi, ormai decisi a reagire apertamente agli accordi
imperiali e papali, si muovevano celermente contro Parma: e questa
sarebbe stata la prima campagna militare di Federico. In corte non si
parlava d'altro, e tutti avrebbero voluto essere presenti alla prova del
vestito e della cerimonia d'investitura del Capitano della Chiesa. Non
mi fu facile far chiudere le porte della sala delle Udienze e mettere
gente a guardia.

Con me tenni solo alcune delle mie ragazze che Federico


prediligeva.

L'Equicola, letterato pronto a tutto, naturalmente era presente.

Desideravo che quella prova della cerimonia che sarebbe avvenuta


poi sul campo fosse per mio figlio indimenticabile. E lo desideravo
anche per me. Mai come quella mattina i ventun'anni di Federico
erano stati così splendenti, e di quello splendore gioivo quasi
fisicamente. L'abito pomposo, moderatamente spagnolesco,
sottolineava la grazia e l'agilità della sua giovinezza. Le giovani gli
stavano intorno <quali liete ninfe alla vestizione di Marte,> disse
l'Equicola al solito ampiamente esclamativo. Lo zittii graziosamente:
non mi sentivo di umore riprensivo quel giorno e tutti, i paggi per
primi, se ne erano accorti. Le ragazze sono in gran movimento per
Federico. Gli allacciano la corazza e gli aggiustano la tracolla: una
gli porge l'elmo, un'altra la spada e insieme cercano di blandirlo con
la parola e col gesto: chi lo compara a Paride per la bellezza, chi ad
Achille per valore. La Tortorina vuole toccargli il petto sul cuore,
Barbarina Iva e la Lavagnola chiedono i primi baci dell'eroe.
Raccomando giocosamente a Federico di non ascoltare quelle
pazzerelle ed egli più maliziosamente mi risponde: <Non mi avete
insegnato voi, madre cara, che bella cosa è servire e intrattenere
donne?.> L'Equicola ha il pretesto per declamare enfatico: <E' colpa
vostra, signora mia. Ogni giorno, smagliante regina, vi circondate di
bellissimi angeli. Chi può reggere a tanta grazia?> Con un segno
richiamo le ragazze e mi volgo al capitano Soardo nostro antico e
glorioso militare gonzaghesco invitandolo a far ripetere a Federico la
formula del giuramento alla bandiera che egli dovrà pronunciare
davanti alle milizie. Di nuovo l'Equicola s'intromette mentre l'ufficiale
scioglie il drappo. <Quale nemico potrà competere col marchese di
Mantova? Udite la mia profezia: Dio ha mandato Martin Lutero sulla
terra perché voi e Sua Santità insieme possiate sconfiggere l'eresia
e meritare la palma della gloria.> Il cuore mi batte mentre leggo la
scritta ricamata in oro <Leone X Pont. Max. ad dominum cum
tribularer clamavi et exaudivit me.> Federico di slancio afferra un
lembo del tessuto con la mano sinistra: con la destra sguaina la
spada e recita con la sua voce educata: <Noi, Federico Gonzaga,
quinto marchese di Mantova, giuriamo fedeltà alla Santa Chiesa, al
suo Pontefice Leone Decimo e a tutti i suoi successori.> Come una
madre qualsiasi m'intenerivo, ma riuscii a tenermi perché non si
sminuisse il tono celebrativo del mio giovane capitano. Tutti i
presenti gridarono evviva.

Detti ordine che si aprissero le porte e la sala fu piena di gente che


inneggiava a Federico, al nome dei Gonzaga, alla vittoria. Mio figlio
con la spada snudata venne verso di me con passo affermativo. <Se
Dio mi aiuta,> improvvisò <voglio combattere contro tutti i nostri
nemici.

Rinnoverò la gloria di Fornovo, caccerò i francesi dall'Italia,


conquisterò la Francia, arriverò a Parigi.> Dio, che stretta al petto.

Mi pareva di sentire suo padre quando era partito contro la


Serenissima Repubblica; e pochi giorni dopo giaceva prigioniero
nella Torresella veneziana. Ma Federico aveva vent'anni e la
gioventù lo giustificava.

Alzai la voce pacata. <Non fate troppe parole, figlio mio, la Francia
non è una preda così facile, e i francesi sono arditi guerrieri. Per ora
accontentatevi della campagna di Parma. Non bisogna essere
coraggiosi per fare sfoggio di sé ma solo per agire quando la guerra
lo richiede.>

Restammo soli. Forse fu Pirro Donati attento ai miei moti interiori a


far vuotare la sala. Federico posò elmo e spada su uno sgabello e si
inginocchiò ai miei piedi al suo modo solito. Mi dava sempre uno
scatto di fluido calore quel gesto: osservai che non si abbandonava
sovente come un tempo. Ma Federico mi diceva parole devote,
prometteva che si sarebbe battuto da paladino solo per me e nel mio
nome. Risi, lusingata, e lo chiamai allegramente mentitore: era così
bello così ardente che fui colta dall'angoscia di perderlo. <Federico,
Federico mio: non ti esporre troppo, sta' attento, non ti gettare alla
sprovveduta, ogni ora tremerò per te.>

<Non potete farcela, madre cara, a considerarmi un uomo? Sono un


soldato, devo guadagnarmi i miei giorni di gloria. E questa non è
anche la vostra lezione?> Aveva ragione, ma non ce la facevo a
sopportare anche la pena di saperlo in guerra. Mi chinai, gli carezzai
i capelli ramati che somigliavano a quelli di suo padre. <Federico,
anima mia>

mormorai. <Ho paura per te. Da quando non hai più vicino il tuo
maestro, il tuo Rozone, ho sempre paura. Lui ti avrebbe protetto
contro tutti.> I lineamenti di Federico si alterarono sotto una lieve
increspatura nervosa. <Ancora il Rozone!> disse con noncuranza.
Mi attraversò un gran brivido. <Federico!> gridai <di' la verità. Tu non
sai niente, vero, dell'assassinio del Rozone? Tu hai le mani nette di
questo delitto, non è vero figlio mio?> Lui si levò e mi guardò con
un'espressione di candida innocenza: <Madre, lo sapete bene. Ho
ordinato io stesso un'inchiesta severissima sulla sua morte.> Si
avvicinò di più mi prese le mani e mi sollevò dalla mia scranna
abbracciandomi, e mi parlò stando vicino al mio viso con quel suo
tono suadente, irresistibile. <Madre cara! Non sono io lo specchio
dell'anima vostra? Voi mi vedete nel cuore, madre cara, madre bella!
Sono il vostro Federico, sarò sempre tutto per voi, sempre.>
Qualunque cosa intravedessi in lui, la sua voce cancellava dalla mia
mente presagi e pensieri travagliosi: per gustare la divinità della
speranza con uno sforzo gli credetti e la gioia fu il mio premio.
Settima lettera : Alla Magnifica e Eccellentissima Signora Isabella
Marchesana di Mantova mia Padrona Fedele al mio disegno di
scrivervi quando non posso proibirmelo, eccomi, mia veramente
venerata Signora, a sperare che questi fogli non siano causa di
fastidio. Dopo il viaggio al Campo del Drappo d'Oro e dopo un
soggiorno in quel mio paese verde brillante e grigio d'argento che è il
mio Suffolk dalle grandi pianure, sono tornato a Roma. E qui sto
vivendo i tempi agitati che sommuovono questa città quando il suo
Pastore e Pontefice Massimo viene a mancare. E' inutile che vi dica
quanto desiderio avrei di conversare con voi: un desiderio affannoso
per la sua stessa impossibilità. Ma non dimentico che tra voi e me
può esistere solo il patto del silenzio. Sono però felice di dirvi che
ora apprendo molto della vostra vita corrente, poiché in questi ultimi
mesi mi sono domesticato con il vostro amico e servitore, di sommo
ingegno, il re dei gentiluomini vostro inviato qui in Vaticano, il conte
Baldesar Castiglione. E sebbene egli sia persona molto discreta sul
conto dei suoi signori non tralascia però di fare un racconto animoso
del vostro modo acuto di consigliare il giovane marchese di Mantova
che conobbi fanciullo bellissimo, pupillo di papa Giulio, qui in
Vaticano. Ero da poco a Roma quando, nel luglio scorso, in
Concistoro fu annunciato il capitanato Generale della Chiesa del
Signor Federico. Capii che per un sovvertimento di giudizi, che è
però nel carattere di papa Leone, si erano capovolte le cose: il
Pontefice vi favoriva e vi proteggeva quanto prima aveva diffidato di
voi nell'altalena delle sue cogitazioni politiche: e alla fine si volgeva
decisamente dalla vostra parte. Ne fui glorioso quasi fosse cosa mia.
Ho seguito poi gli episodi della campagna imperiale e papale contro i
francesi, e fui presente nel novembre trascorso alla furia di letizia
che assalì il nostro Pontefice alla notizia della conquista di Milano e
alla ritirata del nemico da Cremona. Mai ho visto il viso tondo e pieno
di papa Leone così illuminato di giocosità come in quel giorno. Non
ristava di parlare, leggeva a tutti le missive dal campo di Lombardia.

Non sapeva di prepararsi alla morte. Inquieto per troppo empito, il


giorno ventidue novembre volle andare alla sua prediletta Magliana
e tutti noi della Curia fummo invitati a far festa con lui. Erano
giornate serene, nemmeno fredde, ma pesanti di scirocco: il papa
non avvertiva disagi e quasi non riusciva a contenere una gioia
ansiosa come un dolore. Di sera arrivò un gruppo di soldati svizzeri
dello stesso corpo di quelli che avevano combattuto a Milano e le
loro fiaccole accesero di un chiarore fulvo la villa dall'ampio cortile
che forse ricorderete, spazio in lieve declivio, contornato da brune
armoniose casette e chiuso in fondo dall'aggraziatissima fabbrica a
due piani col portico ad arcate e le finestre crociate; e in mezzo la
fontana rotonda. Da una all'altra delle finestre si affacciava il papa
accompagnato dalle torce tenute alte dai servi: si sporgeva
esultante, senza curarsi del freddo umido notturno che viene su dal
fiume, e benediceva e salutava soldati e familiari con cenni festosi e
ripetuti. Al mattino dopo ebbe la febbre, fu portato dalla Magliana a
Roma e in pochi giorni la febbre avanzò e lo uccise. Aveva passato
appena i quarantacinque anni, età molto giovane per un papa.
Stupimmo tutti e non lo rimpiangemmo. Chissà se ve l'hanno detto,
Signora mia. Leone di casa Medici che aveva attinto al gran tesoro
papale senza limiti circondandosi di incredibile lusso, era povero
quando morì. Gli hanno fatto un funerale modesto, e un inetto
predicatore ha pronunciato un sermone più misero di quello di un
piovano di paese, per lui che aveva prediletto tanto le orazioni
raffinate dei più celebrati latinisti dello Studio romano. Pare che
Leone abbia consumato tutto il tesoro di Giulio Secondo, le entrate
sue e i redditi di un papa futuro. Sono stati trovati vuoti i forzieri, e
mancano tiare e triregni. L'agitato stuolo dei fiorentini che aveva
popolato Roma e saccheggiato il Vaticano sta sospeso annusando
l'aria, e a tratti alcuni se ne fuggono come stormi di uccelli
spaventati. Tutto era minaccioso; ma poi per l'intervento del signor
governatore di Roma sembra che sia tornata la quiete. Saprete di
certo come so io di voi: abbiamo ciascuno il nostro candidato al
soglio pontificio. Noi inglesi favoriamo il cardinale Wolsey di vigile
autorità presso il nostro re forse di troppa consigliere aulico, uomo
deciso in tutto anche nelle scatenate sue ambizioni: e la più alta è la
brama del papato. Forse fu per suo consiglio che nel passato
settembre il mio re inviò a Leone un messo speciale, il vescovo di
Bath Giovanni Clerk, per presentargli una sua opera (buon teologo è
il mio sovrano Enrico) rilegata in tessuto d'oro e ornata di
elegantissime miniature. E' uno scritto polemico contro il frate di
Wittemberg, un'agile confutazione dell'agostiniano riformatore, dal
titolo : Difesa dei sette Sacramenti contro Martin Lutero. Leone
Decimo ebbe gran parole di gratitudine e rispose con una bolla
trionfale che conferiva ad Enrico il titolo di Difensore della fede: il
titolo è stato sommamente gradito alla reggia di Londra e inciso per
ordine del sovrano nell'arma reale. Le ambizioni nostre puntano
dunque dirette sul cardinale Wolsey. E voi? So che con un atto
generoso e pieno di entusiasmo, avete impegnato i vostri gioielli più
famosi per aiutare il cardinale Gonzaga vostro cognato nell'ascesa al
papato. Nulla mi esalta e mi rallegra quanto l'ardente vitalità delle
speranze che circonfonde di particolare luce i vostri gesti; sarebbe
mirabile cosa vedervi qui a Roma, colma di grazia e di benignità,
angelo al lato di un pontefice. Ma siate sicura, Signora mia (e vi
confido queste parole segretamente perché c'è rischio di finire nella
Torre di Londra solo per averle immaginate), che se mi trovassi a
scontrarmi con i vostri desideri, mi tirerei indietro davanti a voi.
Sebbene tutto sia concitato e oscuro, poiché nessuno si era
preparato a questa elezione e i cardinali corrono al conclave con aria
di allarme, credo che né voi né noi abbiamo probabilità di vittoria per
i nostri partiti anche se non si sa mai che cosa possa accadere.
Mestatore solenne per ora è il cardinale Colonna del partito
imperiale, e una cosa è certissima: non vuole un altro Medici. Ho
cambiato casa: ma hanno ancora valore le parole evocative <quarto
piano quinta finestra,> se le rammentate; adesso solo per i miei uffici
vado a lavorare nel palazzo di fronte a quello che avete
benignamente abitato. Casa mia è in uno dei palazzetti dietro Borgo
che furono di Raffaello e mi pare di sentire, andando da una camera
all'altra, l'alitare di quel grande spirito. Non mi fa paura, anzi mi è
piuttosto di perfetta compagnia. A una tavola lunga sono seduto in
questo momento, sotto la lucerna chiara, e mi perdonerete se vi
parlo un poco di me. Ho molto temuto di ricevere un giorno o l'altro
un plico contenente le mie lettere o almeno quella che speravo non
avreste letto mai. Non è venuto niente e adesso posso considerare
convalidato il patto fra noi, il patto del silenzio consenziente. A
questo tavolo, mandando la penna per il foglio, ho persino una
consolante vergogna di pensare così, e il mio solo timore è quello
che deriva dal rimorso delle meditazioni troppo giovanili per me e
troppo felici per la mia condizione. Le mie tempie si sono schiarite in
grigio e prego ogni giorno Iddio perché m'imponga la saviezza che
alla mia età conviene.
Dolcissima Signora, pregate anche voi per la salute della mia anima.

Dovete essere per me un gran peccato se al solo vostro nome


questa mia anima esplode in un'inesprimibile festività non confortata
da ragione.

Ma poi, dove può essere il peccato in questa astrattezza di


sentimenti che non ha luogo né spiegazione? Tutti quelli che vi
hanno amato e vi amano sono fuori dalla mia portata. Se ho invidia e
gelosia l'ho per il conte Castiglione e per il signor Mario Equicola, o
per il cortigiano più vicino a voi, il vostro segretario intimo Pirro
Donati; giudicate come sia devoto il mio caldo sentimento. Potrei
dirlo <puro.> Ma che cosa è da definire puro di noi uomini? Non
voglio mettermi a simile esame, prima di tutto per rispetto di voi. Mi
serve ora uno di quei perdoni che ogni tanto vi chiede, : il vostro
schiavo per la vita Robert de la Pole : In Roma, al ventitré di
dicembre 1521. Postscripta. Proprio oggi ho avuto un segno inatteso
di buona ventura. Ho incontrato la vostra immagine in un giovinetto
di circa sedici anni che mi trovai di fronte nelle camere dell'oratore
veneto al suo palazzo. Vedendolo presso il Reverendissimo
cardinale Gonzaga vostro cognato l'ho subito riconosciuto per uno
dei vostri figli, Ercole, tanto più che vestiva l'abito da vescovo avuto
recentemente da papa Leone. Mai un giovane di quella età mi parve
esprimere con il suo comportamento la propria solidità nello stare fra
gli altri. Vi somiglia come può somigliare un uomo a una donna e,
seppure poco più che adolescente, con un certo spessore che
riporta per contrasto alla vostra divina levità.

Volentieri mi sarei avvicinato per parlargli: se non che egli posò su di


me i grigi occhi con una tale fermezza interrogativa che ebbi
vergogna di me stesso e sono uscito tenendo a fatica i miei
lineamenti immobili e lontani <da anglico> come dicono i miei amici
di qui. Tutto il giorno sono rimasto estasiato e scosso. Ma quanto
siete lontana da me, Signora mia: mi sembra di non poter arrivare a
voi nemmeno col pensiero. L'imperatore Carlo Quinto ebbe un gran
dono dalla Divinità e del tutto imprevisto. Subito dopo la scomparsa
di papa Leone, fra i concitati cardinali di un conclave che risentiva
per riflesso della predicazione eretica di Lutero, si levò la necessità
confusa ma reale di un pontefice buon teologo e severo almeno
tanto quanto il frate di Wittemberg. Fu di grande stupore, ma logica,
l'elezione di Adriano Florenz, cardinale di Tortosa nativo di Utrecht.

Di lui si sapeva che era stato precettore di Carlo, allora principe


adolescente. Mio cognato Sigismondo Gonzaga che era entrato
nella Cappella Sistina in cerca di un'occasione per farsi strada fino al
soglio di Pietro, alludendo ai legami tra il nuovo pontefice e Carlo,
commentò <si può dire che ora l'imperatore sarà papa e il papa
imperatore.> Scorato, ma vero. E più scorati ci sentivamo noi, io
specialmente che mi ero lasciata prendere dalla troppa ambiziosa
speranza di un papa uscente da casa Gonzaga senza rendermi
conto di quanto fosse flebile la stima che godeva il nostro candidato.
I miei redditi non erano magri, ma persi molti denari a Roma; mi
rimasero da riscattare i gioielli, e rimandai alcuni lavori
nell'appartamento nuovo di Corte Vecchia che si divorava tanti
ducati. Federico non lesinava sulle mie spese ma nemmeno lui
poteva fare più di tanto. Educato al gusto delle cose belle, le
bramava fermamente ricercando ovunque statue di scavo, pitture,
oggetti preziosi. Ma altro che cose belle per lui si stavano
preparando. Sebbene questo papa nuovo fosse ancora lontano
dall'Italia, occupava la mia mente, mi appariva in incubi nelle notti
insonni a mano a mano che le notizie sulla sua persona si
diffondevano più precise. Aveva sessantatré anni e la tiara non lo
attraeva; l'accettava per non offendere Dio e la Chiesa col rifiutarla.
Pallido, con grandi mani bianche e un po' ingobbito, robusto di
gambe, amava soprattutto lo studio della teologia e la meditazione:
era di una religiosità così rigida che faceva prevedere una vera
riforma della Chiesa e una lotta dura contro l'eresia luterana. Un'idea
batteva insistente nel suo cervello: la crociata di tutti i principi
cristiani, rappacificati, per liberare il Sepolcro di Cristo dai Turchi.
Che per il suo rigore d'asceta vedesse nelle statue antiche solo idoli
o resti di paganesimo a me importava poco: impallidivo solo
pensando che egli sarebbe venuto presto dalla Spagna a Roma e
con lui tutti i problemi dello stato della Chiesa compresi quelli militari.
Quasi certamente avrebbe confermato Federico suo Capitano
Generale, e quasi sicuramente avrebbe avuto notizia della polizza
segreta per la quale mio figlio si obbligava a scendere in campo di
persona contro l'imperatore. E se Carlo Quinto lo scoprisse, come
reagirebbe? Sarebbe stata pronunciata la parola tradimento?
Tremavo, e con me tremava anche Federico al pensiero della crepa
che si poteva aprire sotto i nostri piedi. Seguì logico il secondo
pensiero: recuperare la polizza custodita da Pietro Ardinghello
nell'archivio segreto del Vaticano. Il Castiglione fu chiamato ad agire
prontamente, e per rinforzo gli mandammo Franceschino Gonzaga,
nostro oratore e parente. Costasse quello che costasse, la polizza
doveva tornare nelle nostre mani. Il nuovo pontefice non si era
ancora messo in viaggio; sarebbe passato qualche mese prima che
approdasse a Roma, e la città si adagiava nel disordine degli
interregni. Era il tempo giusto per agire: pure se stremati dalle grandi
spese fatte per elevare Sigismondo Gonzaga al soglio pontificio,
bisognava, a qualunque costo, condurre a termine l'impresa.

L'Ardinghello si mostrava ogni giorno più incline alla proposta del


nostro Castiglione e di Franceschino Gonzaga: per mille ducati
avrebbe sottratto la polizza dall'archivio segreto, sebbene il denaro
gli sembrasse poco. Copertamente progredirono le cose. Adriano
Sesto tardava ad arrivare a causa del mal tempo trovato in mare
dalle sue navi, e si prolungava la sede vacante; sicché ci fu spazio
per definire l'accordo e alla fine l'Ardinghello consentì a trafugare il
dannato documento. Franceschino Gonzaga in persona venne a
Mantova da Roma alla mia dimora di Porto e me lo consegnò. Avevo
un tremito alle mani mentre prendevo il foglio. Lo rilessi avidamente
per accertarmi che fosse proprio quello che Federico aveva firmato e
suggellato, poi guardando bene in viso il nostro oratore lo strappai:
la carta crepitava lacerandosi. Mi feci portare un vaso di bronzo e un
cero acceso: pezzetto per pezzetto come per un rito propiziatorio
bruciai quella carta senza potermi tenere da una vera felicità
esplosiva di riso. <E. tanto pericolosa cosa che un tale documento
possa essere conosciuto che nemmeno in mano mia mi pareva
sicuro> così scrissi a Federico, non pensando nell'allegrezza del
momento che questa era una confessione che ci accusava. Per
fortuna quelle mie parole sono seppellite nel nostro archivio. Adriano
giunse a Roma alla fine d'agosto contristato da quel destino che lo
faceva papa. Subito cominciò a licenziare tutta la corte del suo
predecessore, tanto che i nostri oratori dicevano che il Vaticano si
era trasformato in un monastero. Fece disperare gli Accademici e
ogni uomo di lettere per il suo severo giudizio contro lo studio degli
antichi, e si pose con ogni mezzo a riformare la Curia. Per noi il
nuovo papa fu abbastanza benigno ratificando il capitanato di
Federico, e appena dopo dieci mesi aggiungendovi il titolo di
capitano di Firenze: Paolo Giovio, storico pontificio, venne a
Mantova a nome di Adriano con stendardi e bastoni del comando.
Questa volta avevamo avuto cura di fare aggiungere ai capitoli una
clausola protettiva: difatti in lettere molto chiare si escludeva che
Federico, qualunque cosa fosse accaduta, dovesse combattere
contro l'imperatore. Non passavano otto giorni di quel settembre
millecinquecentoventitré che Adriano Sesto dopo appena un anno e
mezzo di pontificato moriva a Roma, atterrato, si disse, dall'idea
delle immani fatiche che incombevano su di lui. A Milano intanto si
presentava, favorito dall'imperatore, Francesco Sforza fratello
dell'altro mio nipote Massimiliano che trascorreva in Francia, quasi
dimenticato, una sorta d'esilio; e nemmeno per un momento ebbi il
pensiero di festeggiare un nuovo duca di Milano, il secondo figlio del
Moro e di mia sorella Beatrice. Non mi fidavo più dei miei
entusiasmi: erano lontane le illusioni dell'altro ritorno, lontane le
letizie lusinghevoli e capziose del breve tempo di Massimiliano.

Inesorabilmente quel tempo si era chiuso: da poco scomparso era


colui che ci aveva tanto accese dieci anni prima, l'innamorato viceré
spagnolo, Raimondo da Cardona. Mi domando come mai il nostro
Bandello così attratto dai fatti di vita contemporanea non abbia
raccontato ancora, almeno a quello che so, la novella della
Brognina, protagonista di una storia fra le più contrastate che si
siano svolte attorno a noi.
Mi piacerebbe proporgliela in riassunto, così: <Fu alla corte della
illustrissima signora Isabella marchesana di Mantova una bellissima
donzella di nome Brognina, vagheggiata e adorata da uomini assai
come il potente vescovo di Gurk e il Viceré di Sicilia Raimondo da
Cardona generalissimo degli eserciti imperali. Lei non era una che
viveva soltanto di luce riflessa, i suoi capricci si insaporivano di un
raro umore femminile misto di ubbidienza e di disubbidienza e lo
dimostrò chiaramente abbandonando all'improvviso la corte per farsi
monaca. Ma si stancò presto del convento e dopo pochi mesi
scappò via come il suo temperamento richiedeva. Il Cardona,
sempre più innamorato, per la contentezza di aver riacquistato la
speranza di averla, le fece assegnare una dote di duemila scudi
d'oro; ma la giovane segretissimamente scomparve di nuovo.
Finalmente si arrese al suo innamorato, forse a Lendinara dove il
generalissimo l'aveva fatta andare presso il suo campo militare. Così
dopo alcun tempo, la Brognina, in una piacevole e comoda dimora
vicino a Goito, partorì un figlio maschio e dopo un mese ne partorì
un altro, un parto gemellare di lunghezza inusitata, mentre lui, il
Cardona, partiva per Napoli dove l'aspettava una moglie ricca e
nobile dal più bel viso che si vedesse mai. <Non finiscono qui le
avventure della donzella perché Francesco Primo re di Francia,
insediato a Milano, s'invaghì per racconto della bella e la fece rapire.
Ma liberata per via da gente fida al Viceré che sempre la
sorvegliava, ella coraggiosamente tornò a Goito e ottenne dal
marchese Francesco di buona memoria di battezzare i suoi figli nel
duomo di Mantova: al primo diede il nome di Guadalcair alla
spagnola e al secondo Brogno, perché non si perdesse un nome
glorioso. Il padrino è stato Bernardo da Bibbiena, e chissà come
commentò tanto padrinaggio.

La conclusione della storia fu propizia. Invitata ad andare a Napoli, la


Brognina affrontò il lungo viaggio con i puttini di quattro anni e,
arrivata in quella magnifica città di regine, garbatamente si mise al
centro di una scena grande sposando Gutierrez de la Padilla, un
nobile familiare del Cardona, colui che l'aveva assistita nel suo
lunghissimo viaggio da Goito a Napoli. Ebbe di poi un feudo fuori
città dove oggidì vive considerata e inchinata, sempre sotto il segno
di una fortuna discesa al momento giusto. La mia novella termina
qui.> Certo la Brognina non era una testa vuota su un corpo pieno.
L'ho capito da come nei nostri ricevimenti di Mantova e di Milano si
copriva con le mani il viso bianco arrossato di pudore fino alla fronte,
senza sdegno e soprattutto senza disgusto, sotto il turbine delle
volanti affocate parole dei suoi innamorati. Sentiva il limite della sua
essenza femminile oltre il quale c'era solo la vergogna della sua
gloria.

Federico per fortuna non è mai caduto in simili reti. Mi ascolto


pronunciare queste parole e so di mentire. Mi domando se non avrei
dovuto dire, <magari una Brognina!.> Veniva l'ora per me di
esaminare quella insidiosa donna che mio figlio si era scelto, quella
Isabella Boschetti di una famiglia proterva fino al tradimento, parente
di Albertino Boschetti decapitato a Ferrara per complicità nella
congiura di Don Giulio. Feudatari impoveriti, razza cattiva. Lei,
naturalmente, era ancora puttina al tempo della congiura: più tardi
aveva sposato giovanissima un nostro lontano cugino, Francesco
Calvisano Gonzaga, di buono ma non ottimo stato. Quanto a
Federico, tutti credevano ad un innamoramento dei vent'anni; ma
passava il tempo ed egli si legava a lei giorno per giorno più stretto.
La portava sempre fuori di Mantova per starle più dappresso e per
allontanarla non vorrei dirlo da me. Lei lo adulava nelle sue imprese
magnificandole, lo secondava nella sua presunzione di principe, e mi
teneva d'occhio: qualcuno dei suoi, certo mio nemico, la informava
minutamente sulla mia giornata. Tuttavia Federico camminava sulle
mie orme; sembrava me nella sua avidità di lettura: per esempio dal
campo di Parma mi aveva chiesto tre libri tutti insieme, l. Orlando
furioso del signor Ludovìco Ariosto, l.

Innamoramento di Orlando del mio caro Matteo Maria Boiardo e l.

Innamoramento di Lancillotto. Quando il mio amico Chiericati da


Vicenza mi parlò delle singolari scoperte di Antonio Pigafetta che
aveva aggirato il mondo con il portoghese Magellano, pensai a
quanto quelle storie avrebbero dilettato mio figlio. Qualche mese
dopo il Chiericati mi mandò il Pigafetta a Mantova. Da un pezzo non
mi divertivo tanto: il vicentino con il suo parlare cadenzato e
penetrativo fece un racconto così straordinario del suo itinerario che
l'entusiasmo mio si estese a tutta la corte. Subito anche Federico ne
volle sapere di più e promise all'ardito viaggiatore di pagare lui la
carta per stampare la sua relazione. Pronto alla magnificenza, mio
figlio non temeva di regalare e di spendere, simile a me che però
avevo sempre contato e ricontato. A lui spettava di diritto la liberalità
e il privilegio tutto maschile di appagarsi in ogni gesto che faceva.
Alla fine di dicembre Federico fece ritorno dai successi del campo di
Pavia, ma non venne ad abitare a Mantova; si ritirò a Marmirolo
sebbene il tempo ci assalisse con freddo e nebbia, e le piante nei
giardini fossero avvolte con paglia e stracci per affrontare i geli
invernali. Non ho mai prediletto Marmirolo: è una villa antica e
sempre rinnovata per corrispondere alla vita gaia dei principi. E.
arricchita da pitture, da statue, da infiniti mobili e oggetti rari. Ha un
parco senza eguale e una vasca immensa con pesci grandi da
pescare, e una uccelliera dalle pareti dipinte dal nostro Lorenzo
Costa. Ma c'è qualcosa di disarmonico nella sua vastità troppo
giocata con scherzi allusivi di giovani tentati da sensuali malignità.

Gli uomini di casa Gonzaga hanno sempre preferito Marmirolo, le


donne meno, forse per le leggende amorose che porta in sé da
secoli.

Federico ride quando gli parlo così: ma adesso sta lì serrato,


uscendo solo per le partite di caccia nel vicino bosco della Fontana.
E sempre gli sta da presso questa Boschetta, alta quasi più di lui, di
misura troppo grande per essere donna armoniosa. Sembra a prima
vista affabile ma la sua benignità è solo una superbia tra sprezzante
e trionfante; veste in modo sfarzoso che piace molto agli uomini
perché sull'abito del nostro tempo drappeggia manti di raso e di
broccato o mantellette di velluto orlate di pelliccia, e pettina spesso i
capelli tutti sciolti sulle spalle come una figlia di re. Sulla testa poggia
diademi alla romana o grandi cappelli dalle falde che scendono a
coprirle la schiena: li portava la mia Elisabetta circa vent'anni fa.
Questi cappelli sono fastidiosissimi ma fanno risaltare i visi nello
spazio ombrato intorno al capo. Dicono che possieda gioie assai
preziose per una dama di condizione privata. Sono nel mio nuovo
appartamento servito da infiniti comodi qui a Cortevecchia. Federico
è andato in giubilo a vederlo, ma non resta mai a goderlo in mia
compagnia. Passeggio sotto la loggia della città dove non fa mai
freddo perché è esposta al sole e riparata dal vento. Quando c'è
nebbia si accendono le torce e il contrasto fra l'aria grigia e la luce
giallastra sorprende lo sguardo con un effetto di festa. Facciamo
musica o nelle camere verso la chiesa o nella grande sala affrescata
dal mio Leonbruno sempre aggrottato di ciglia ma sempre eccellente
dipintore: sulle lunette intorno al soffitto ha rappresentato scene di
caccia fra le quali la famosa impresa della Lavagnola armata di picca
contro un cinghiale. Poiché ha la mano sospinta da lieve grazia ho
detto al Leonbruno di curare i paesi e la campagna di fondo ciò che
egli ha fatto come se ritraesse la natura stessa. I nostri sudditi a
mano a mano ammessi al mio nuovo appartamento nei pomeriggi di
udienza si rallegrano a vedermi così bene e genialmente alloggiata.
Ho rifatto qui i miei camerini più famosi: e di rarissima eleganza sono
riusciti lo Studiolo e la Grotta ricoperti sulle pareti e sui soffitti di
legno intagliato e dorato opera di falegnami orafi: e su questo sfondo
risalta la forza e la verità pittorica dei miei quadri e spiccano le
collezioni di bronzetti antichi e di oggetti rari allineati sulle mensole.
Divide e congiunge questi perfetti spazi la porta di Gian Cristoforo
Romano, di porfido e granito rosso scompartita da medaglioni di
marmo bianco scolpiti a figure; e sembra, per le sue misure e per il
suo disegno che questa porta abbia il potere di rivelare il carattere di
chi entra tanto la cornice ha una sua interiore proporzione. Nello
studio presso la camera da letto è il mio luogo di lavoro dove tengo
chiusi negli armadietti libri rari e documenti segreti ordinati per
cronologia, e vicino ad esso il gabinetto degli orologi; qui cominciai
da allora a raccogliere questi strumenti meccanici: che siano perfetti
m'importa poco, e sono infrequenti le mie chiamate agli ingegneri
per ridurli allo stesso passo. Ero appunto nel mio studio privato
quando Pirro Donati mi portò l'avviso che il nuovo papa Clemente
Settimo de' Medici (successo ad Adriano Sesto) aveva annunciato al
nostro oratore di voler confermare Federico Capitano Generale
difensore di Santa Chiesa. Nessuno avrebbe mai immaginato l'odore
di bruciato che si nascondeva dietro queste parole devote. Mantova
fece festa a Federico che si presentò con la sua corte di giovani
bene agghindati, rimirati e criticati secondo il gioco antico dalle mie
ragazze. Nelle stanze di Cortevecchia freschissime di colori e di
ornamenti si aggiravano questi ventenni con eleganza sfoggiata,
troppo educati alla corte per ostentare superbia, eppure superbi di
essere giovani al seguito di un signore giovane già insignito di tanti
onori. E lui, mio figlio, al centro della compagnia, nemmeno si
scusava di essersi ristretto per tanto tempo a Marmirolo senza
consigliarsi con me. Lo ascoltavo, stupita di scoprirlo così cambiato.
Mi disse che aveva deciso proprio per Marmirolo un <dedalo di
costruzioni>; ma ora voleva una dimora tutta nuova, inventata
possibilmente da Giulio Romano allievo primario di Raffaello; e per
questo lo aveva invitato a Mantova da Roma. Parlò molto di questa
sua casa ad un piano da costruire a somiglianza di una villa romana,
verso il terreno coperto di tigli e circondato da acque ridenti chiamato
il Tè. E di una cosa sembrava certissimo: sì, Giulio, una volta a
Mantova, sarebbe restato in corte. La sua architettura potente,
romana, avrebbe trasformato la città e tutti ne avrebbero avuto onore
e gioia come aveva lui adesso dalle sue imprese militari che gli
procuravano tanti consensi. La campagna di Parma e più quella di
Pavia, non erano stati trionfi e nemmeno da lontano richiamavano
Fornovo.

Federico era troppo avvertito per vantarsene apertamente. Raccontò


di aver regalato a Santa Maria delle Grazie una statua di legno fatta
sulla misura del suo corpo, da rivestire poi di armatura, una di quelle
dei Missaglia milanesi, per dono votivo alla Madonna. <Madre cara,>

disse scherzando <non posso fare come voi che quando nacqui
offriste a quella Madonna un puttino d'argento massiccio del mio
stesso peso. Ma staranno bene tutti e due nella chiesa, il puttino e il
capitano in corazza: si faranno compagnia.> Ritrovò con la consueta
confidenza il suo posto sulla predella della mia scranna volgendo la
testa in su, grazioso. Era così giovane, così intatto che il cuore mi si
strinse: nulla traspariva di quello che gli accadeva lontano da me
nelle mani della gigantessa. Così mi fu naturale entrare nel discorso
del matrimonio, e gli parlai di una figlia del re di Polonia bellissima
che si poteva far interrogare. <Madre mia,> disse lui <vi pare che
questi siano tempi da sposarsi? Ma voi armeggiate pure, come
sapete fare così bene. Poi vedremo.> E soggiunse allegro: <Oh,
madre cara, pensate che dovrò insegnare alla mia sposa ad amarmi
in italiano?> Era felice e non osavo toccare quei vent'anni temerari.
Mi vennero in mente le lettere che mi aveva inviato quasi ogni giorno
dal campo durante quelle sue prime campagne militari e il mio
turbamento per non dire terrore di riscontrare in esse i miei modi
linguistici, le mie aperture e chiusure di frasi, la logica del mio
ragionamento. Guai se avesse guardato a me soltanto per imitarmi.
Mi abbonda tanta passione in simili pensieri che quasi non li so
riprendere a volo. Ma so rivivere lo spavento che provai quando a
metà di gennaio mi giunse la notizia che Pirro Donati venne a
riferirmi premuroso e sconcertato: qualcuno a Milano aveva fatto
circolare la voce di una malattia di Federico che gli faceva rosse le
orine: e né gli imperiali né il papa riuscivano a trarlo fuori da
Mantova. Mi riportai al tempo di mio marito Francesco. Le ribadite
umiliazioni che lo avevano tenuto prigioniero volontario in casa nei
giorni tremendi di Giulio Secondo, i miserevoli pretesti, le accuse di
viltà e inettitudine, serpeggianti tra i militari e i capi di stato, si
sarebbero ripetute ora manovrate imprudentemente da un giovane di
ventiquattro anni? Per quietare la mia smania spedii Pirro a
Marmirolo: volevo avere notizie vere. Il mio segretario tornò a casa
perplesso a raccontare che Federico stava benissimo e assicurava
fra gran riso di essere gagliardo e robusto. Se la rideva di quelli che
volevano mandarlo in mezzo al fango d'inverno mentre si
scioglievano le masse sporche e nevose che avevano raggelato
quell'anno la Lombardia.

Disegnava di raggiungere Roma per rendere omaggio al nuovo


papa: anche la sua corte lo consigliava a farlo. Mi colse l'insonnia. Di
giorno osservavo le minime cose che avvenivano intorno, i dispacci
che arrivavano a capriccio, poiché i miei amici non sempre erano
molto assidui. Persino l'Equicola, mio lodatore ufficiale, non lo
vedevamo più così spesso in Cortevecchia, anche se non cessava di
esaltare quella mia nuova dimora che ispirava scrittori e poeti. Mi
prendevano passioni sofistiche, mi davo a copiare epistole
ciceroniane e le facevo leggere in corte ad alta voce, o mi vestivo
tutta e sempre di bianco cifrato d'oro e di velluto nero a rilievo: vestiti
rari che solo Elisabetta ed io potevamo portare. Presto temetti di
essere prigioniera anche nel nuovo appartamento aperto sullo
spaziato verde con tanto cielo addosso. Dovevo andare via,
possibilmente sradicarmi: cominciai a pensare che nel prossimo
anno cadeva il Giubileo. Roma era sempre il mio punto di arrivo. E
c'era a Roma, pronto e rimesso a nuovo, il palazzo in via Lata,
restituito ai Della Rovere subito dopo la morte di Leone Decimo,
quando tutto il ducato era tornato nelle loro mani. La mia Elisabetta e
mia figlia Eleonora vivevano ora nel loro bel palazzo d'Urbino
attorniate da una corte di fedeli cortigiani, e Francesco Maria, più
imbronciato che mai, cambiava condotte militari, ora da una parte
ora dall'altra; per il Giubileo nessuno di loro pareva volersi muovere.
Sarei stata dunque padrona della dimora romana, dove avrei
condotto con me gente sceltissima ma non troppo numerosa. I miei
amici cardinali e lo stesso papa Clemente avevano fatto sapere che
mi aspettavano con gioia. Non ero però sicura che sarei partita.
Finiva ottobre e l'autunno era più tiepido di quanto capita da noi. Il
sole si caricava di uno strano oro freddo, i vigneti si appesantivano di
grappoli, le cacce si susseguivano, tutti i giorni la città era
attraversata da squadre di cavalieri e di dame a suono di trombetti e
di corni. In quei giorni si parlava di una festa, definita <invenzione
per la casa d'amore> che Federico offriva a cortigiani e gentiluomini
in quel terreno detto il Tè. Fu della compagnia anche l'Equicola mio
segretario. E con loro, andava, ospite atteso e favoleggiato, Giulio
Romano da poco a Mantova e assai onorato. Sono stata sempre
assai ghiotta di relazioni di feste e di raduni come ha saputo persino
il mio anglico stravagante, Robert de la Pole. Non mi manca modo di
essere bene informata quando mi preme. Qui più che curiosa ero
ansiosa. Una delle mie dame, non voglio dire quale, nobile e bella,
non ottima ma discreta osservatrice, mi fece il racconto della festa ai
prati del Teieto: ne ricordo solo gli episodi più vistosi. Gli invitati, una
cinquantina, affollavano due grandi barche fluviali addobbate con
broccato e velluto giallo che lentamente scivolavano lungo i canali.

Scesero sull'isola dove i servi avevano disteso in una valletta


assolata spessi tappeti per riparare gli ospiti dall'umidità; tutt'intorno,
a semicerchio, erano disposti scranne e cuscini, e sopra bassi
sgabelli apparecchiati di lini bianchi stavano poggiati vassoi argentati
ripieni di cibi, ogni specie di cacciagione ottima quale si trova in
questa opulenta campagna mantovana. Nell'aria appena sospinta da
un soffio leggero si alzavano le note dei musici, e su quel fondo
armonico si motteggiò e si rise. Renzo e Bigino, i paggi più
scervellati di Federico, scovarono una lucertola fuggente infreddolita,
e al grido <la salamandra la salamandra!> si lanciarono a caccia
dell'animale per gettarlo sul fuoco e scoprire se davvero passava tra
le fiamme senza bruciarsi. La lucertola scampò, ma sulla
salamandra si allungò il discorso come si fa in una compagnia che
ha l'arte di divertirsi. Federico, guardando la Boschetta commentò
con intenzione che la salamandra è fortunata, passa nei roghi della
passione rimanendo intatta: non conosceva tormenti come il suo. La
Boschetta (che indossava un abito in due toni di verde, raso e
velluto) si beveva i complimenti e l'Equicola li ampliava. Federico,
intanto, si avvicinava a Giulio Romano e gli domandava: <E voi
signor Giulio che cosa inventerete? Qui non abbiamo ricchezza di
marmi. Come farete ad innalzare per noi le volte e gli archi di Roma?
> Giulio Romano rispose che dall'acqua che circondava quell'isola di
paradiso si sarebbe levata la dimora che il marchese gli aveva
chiesto. <Non abbiamo bisogno di marmi,> aggiunse <il palazzo non
sembrerà nemmeno murato ma sorto dalla felicità agreste dei prati e
del fiume. Questo sarà il luogo dove la vita dell'uomo si svolgerà in
congiunzione con l'energia della natura.>

L'artista si esprimeva liberamente animato dall'ispirazione: gli alberi


avrebbero fatto da quinte alla facciata, l'edificio, basso come una
casa romana, avrebbe respirato sulla campagna attraverso una
successione di archi. <No,> concluse <non userò blocchi di pietra,
né lastre di marmo: userò questo umile fango, lo trasformerò in un
bugnato rustico che sprigioni la forza rinnovatrice della terra da
stagione a stagione.> Ci fu ancora musica, ancora i paggi offrirono
coppe di vini veronesi; e Giulio Romano ancora additando
all'orizzonte gli spazi diceva a Federico: <La casa sarà bene
orientata e dappertutto ci saranno i vostri emblemi e per primo quello
della salamandra.>

Seguivo il racconto. Vedevo la Boschetta in una parte da favorita,


parte non troppo ragguardevole, e non si citavano motti o parole di
lei. Chi aveva trionfato era stato l'artista e con lui il suo signore
stimolatore della tensione che suscitava nuove tecniche per
un'opera nuova. La mia informatrice, scaltramente richiesta, affermò
di non aver rilevato eccessiva dimostrazione di servitù amorosa in
Federico se non che egli era più amabile ed estroso nel servire la
sua donna degli altri compagni. E come non lo sarebbe stato, lui che
usciva dalla mia scuola? Ringraziai la relatrice con un dono
generoso che le fece scintillare gli occhi. Riflettei a lungo evocando il
solito sogno dei trionfi di Federico, capo di stato, capitano in guerra,
gran protettore degli artisti e promotore delle loro invenzioni. Contro
la mia aspettazione però, il futuro acquistava contorni sfumati,
caratteri vacillanti. Ora so benissimo perché: ero inquieta e mi
domandavo persino se la mia relatrice avesse taciuto qualche cosa
di proposito, per risparmiarmi o per ingannarmi. Si abbassavano le
nebbie cotonose, l'aria alitava di grigio e le notizie ci martellavano.
Scoppiò uno dei tanti colpi di scena che sgretolavano la politica di
quegli anni.

Francesco Primo calava in Italia per riprendere la Lombardia agli


spagnoli: Milano era già caduta e i francesi si portavano all'assedio
di Pavia; e il papa all'improvviso si metteva a parteggiare per il re di
Francia. Carlo Quinto irritato nella sua superbia infinita da quel
momento decise di ferire a morte il Capo supremo della Chiesa. Per
nostra fortuna la polizza segreta era stata incenerita e nessuno
avrebbe potuto obbligare il Capitano Generale della Chiesa a
combattere di persona contro le forze imperiali. Intanto Federico se
n'era dovuto tornare con la sua rutilante cavalcata d'onore da
Bologna a Mantova interrompendo il viaggio per Roma. Clemente
stesso gli aveva dato l'ordine di non muoversi e di prepararsi alla
guerra. Io, presa da disgusto di tutte le trame belliche, feci mettere
all'ordine due calessi e con pochissimo seguito me ne andai a
Ferrara da mio fratello Alfonso. Noi due ci fidavamo tanto della
nostra forza reciproca da sentirci alleati anche quando i nostri stati
non lo erano: specie ora che il pontefice si accostava ai francesi. A
Ferrara abitavo le camere che da venti anni mi erano riservate nella
torre del Leone, tutte ovattate da arazzi e tappeti, col famoso
baldacchino ricamato a melograni d'oro che era stato un tempo della
duchessa Lucrezia. E di lei, morta già da cinque anni, vidi i figli,
Ercole di sedici anni, Ippolito di quindici, il bel Francesco di undici,
Eleonora di nove che mi colpì perché ripeteva la fisionomia di
Cesare Borgia suo zio, acuta, quasi volpina, un po' fosca: bambina
destinata al convento, perché mai mio fratello avrebbe accettato che
fosse umiliata da rifiuti di nozze per essere figlia di sua madre. Il
padre la vedeva bene solo in veste di badessa. Ferrara mi
rinsanguava il cuore. Le nostre conversazioni con Alfonso erano
chiare, senza dubbiosità. Alfonso giudicava ironicamente il ritiro degli
imperiali da Milano timorosi di non poterla difendere. Quanto a lui
faceva i suoi preparativi buoni in ogni caso: a mezza voce gli
confidai il segreto della polizza bruciata e della libertà di agire
riacquistata da Federico. Assentiva. Mi domandò del Castiglione che
era stato nell'operazione della polizza segreta di una scaltrezza pari
al suo intelletto: sì, bravo davvero, ma ora anche lui mi lasciava,
andava nunzio del papa alla corte imperiale, in Spagna presso Carlo
Quinto. Non lo avevo neppure salutato a Mantova, e chissà quando
ci saremmo incontrati perché partiva di fretta data l'urgenza della
guerra d'Italia. Volli passare dal Cortile grande che mi ricordavo
gremito di guardie d'onore e di cortigiani: e così era ancora. La
scalea del Benvenuti che avevo risalita tenuta per mano da Pico
della Mirandola mi parve di gradini troppo alti.
Me ne accorsi appena rientrai nella mia camera. C'era un che di
sgraziato o per lo meno di turbato nell'ordine degli oggetti sui miei
tavolini: il libro sullo sgabello intarsiato accanto al letto mostrava una
fessura nella quale si insinuava un guasto. Il libro era una raccolta
delle epistole familiari di Cicerone che la notte, risvegliandomi,
leggevo con uno spirito nient'affatto scolastico: vi cercavo le
riflessioni del pensiero per non dire gli errori che quel grand'uomo
tentava sempre di schivare. Presi in mano il libro e seppi il perché
dell'alterato suo disegno: tra le pagine qualcuno aveva inserito un
foglio piegato, una lettera senza firma dalla scrittura artefatta.

Sentendomi le mani scivolare via desolate, posi prestamente il libro


sotto i cuscini di testa e chiamai la mia Jacopa con le due
camerierine giovani sue aiutanti perché mi spogliassero. Nessuna
delle tre, sebbene le osservassi attentamente, guardavano verso lo
sgabello. Le licenziai e mi infilai nel letto misurando i miei gesti. Non
per la prima volta ricevevo messaggi di quel genere. Le denunce di
miei cortigiani e di mie dame erano state frequenti e di tutte avevo
fatto giustizia gettandole nel fuoco, non permettendo che gente sotto
una veste ignota si credesse in diritto di importunarmi con
suggestioni spiacevoli. Questa volta però non osai compiere il gesto.
La mia stessa inquietudine creava una complicità con lo scrivente:
aprii il foglio e me ne pentii. <Eccelsa Signora vostro figlio, vi
tradisce: è preso tutto dalla sua Capitana, e in malo modo. Chi scrive
è persona che ha ascoltato non visto un colloquio fra lei e vostro
figlio, e crede obbligo della sua fede riferirvelo, frase per frase. Certo
io non potrò firmare. Per farla breve. Lei, la Capitana ha l'idea fissa
che il suo Bene voglia sposarsi come è dovere di tutti i principi. E
insinua che Voi spingete le cose per abituarlo al suo dovere
matrimoniale. Stavano essi nel loro piccolo salone esagonale luogo
di ritrovi amorosi e lei batteva sul solito tasto. <Vi dispiace di non
essere andato a Roma, vero? Sognate le corse di cavalli, i tornei, le
dame romane. E non capite che qualcuno vi sforzava al viaggio per
un suo fine segreto.> Lui rispose che erano fisime e che non
esistevano programmi segreti. Lei alzò il tono. <Prima o poi il papa vi
obbligherà a far venire dal Monferrato la vostra Maria che avete
imprevidentemente sposato quando aveva nove anni. Questa Maria
Paleologa ha ora quindici anni, è una donna, e vuole suo marito. Vi
siete impegnato con lei.> Vostro figlio spiegò cantilenando. <Andavo
a Roma per ragioni politiche; da quando il papa mi ha riconfermato
suo condottiero non sono mai stato a rendergli omaggio.> La
Capitana non cedeva. <E non è politico il vostro matrimonio? La
madre della sposa questa Anna d'Alençon non è stretta parente,
quasi cognata del re di Francia?> Vostro figlio disse che lui era
contro la Francia, ma lei replicò dura. <Non si sa mai come volgono
le cose: tante volte le alleanze si mutano.> Il nostro marchese
procedendo nel suo apostolato di pazienza continuò: <Anima mia,
invierò il mio ambasciatore, il signor Cappino, a Casale Monferrato a
parlare con i Paleologi. State certa, non penso a confermare questo
contratto di nozze. Si avvicinano tempi di guerra. Il re di Francia
raggiungerà presto il suo esercito in Italia.

Avremo infinite battaglie, altro che matrimonio!.> Qui la Capitana ha


ribattuto che lui aveva fatto i conti senza sua madre, e che voi
proteggete quella Maria di Casale Monferrato. Vostro figlio sempre
calmo la informò che sua madre gli ha proposto ben diverso
matrimonio, con la figlia del re di Polonia. Ma l'altra insisteva che voi,
signora marchesana, volete con questa principessa solo abbagliarlo:
in verità lo costringerete a mantenere l'impegno con Maria. Lui
seguitava a scuotere il capo. Allora lei si levò furente. Gli ricordò che
da tre anni era entrato nella maggiore età, investito del titolo di
marchese, e lo incalzava sillabando: <E' vostra madre, la
marchesana, a governare: ogni cosa passa per le sue mani: lei apre
i dispacci, lei giudica, lei tratta con gli ambasciatori, lei decide. E si
sa bene a Mantova che mano ferrea ha nel comandare. Lo sapeva
bene anche il marchese Francesco di buona memoria.> E' riuscita a
mandarlo fuori di sé, povero giovane. Ma lui si difese dicendo che
non teme nulla e che sta in guardia. Suo padre l'ha sempre esortato
a non essere schiavo della marchesana nelle cose dello stato ed egli
seguirà per tutta la vita l'ammonimento che il padre gli ha lasciato in
eredità e che gli ha ripetuto prima di morire. Molte altre parole sono
corse alla fine precedendo come accade la riconciliazione sulla
quale è inutile soffermarci: vostro figlio si è così confessato schiavo
d'amore della sua Capitana. Sono questi gli avvisi di uno che ha a
cuore i fatti vostri, voglio dire, un servitore fedele.> L'ho assaporata
tutta, la perfida lettera senza firma, distillatrice di assenzio. Quel
foglio tra le mani mi bruciava, non apertamente insultante, ma
terribile perché rispondeva ai miei sospetti e ai dubbi che avevo
tenuto indietro: diceva la verità. Avevo rifiutato ostinatamente l'idea
di una Boschetta agganciatrice di preda come sono le donne che
mettono le mani su uomini potenti specie di età giovanile.

M'ero figurata un'innamorata che viveva una storia d'amore, una


giusta iniziatrice per Federico che talvolta sembrava essere un poco
statico: mi si rivelava davanti agli occhi una realtà paventata e
respinta, un principe pungolato da una ambiziosa che mi era
furiosamente nemica.

Pensavo a Francesco che aveva ammonito nostro figlio incitandolo


copertamente contro di me, e proprio negli ultimi tempi della sua vita,
quando lo credevo placato; invece, mentre mi nominava reggente
trasmetteva a suo figlio un'eredità ostile: mai dunque mi era stato
perdonato di vedere oltre le cose apparenti. La mia immagine
vivente in Federico era questa, di una donna avida di comando che
voleva manovrarlo a suo modo. Stringevo in pugno il foglio mentre lo
interrogavo per capire quale mal partito tentasse lo scrivente. Chi
era? Non certo donna subalterna impastata di antico o recente odio;
la lettera emanava una cattiveria sbrigativa tutta maschile. Uno dei
cortigiani di Federico? E quale, e perché? Il primo impulso è quello
di chiamare subito, naturale alleato, mio figlio. Immediatamente mi
scontro con l'immagine di lui improvvisamente nemico, e ritiro la
mano già avviata al campanello dallo squillo d'argento. Intanto,
bisognava stabilire se la scena fosse stata spiata dal vero o
inventata con quella odiosa dipintura sul foglio sleale. Vera o falsa,
però, non dovevo dare nessun segno di averla letta, non dovevo
parlarne con nessuno nemmeno col mio Pirro Donati uomo di tutte le
fedeltà. Non dovevo suscitare compassione. La Boschetta riderebbe
di trionfo al sapermi immersa in questi spasimi crudeli tali da lasciare
a lei tutti i giochi aperti: fingersi calunniata, mettersi alla pari con me
le sarebbe facile: e ridurrebbe Federico a scusare la mia ira
mortificato e dolente. Mio figlio, conclusi, qualunque fosse la sua
parte, doveva essere salvato perché io fossi salva. Scesi dal letto,
gettai il foglio nel camino: la fiamma era bassa, la carta spessa
bruciava male. Aggiunsi un fascetto di sarmenti per alzare una
buona fiamma vorace che avrebbe cancellato ogni traccia. Mi
trascinai verso il letto. I lenzuoli odorosi di gelsomino accolsero una
donna estenuata.

Quell'anno l'inverno fu arcigno, ma nel mio appartamento di


Cortevecchia si affrontava meglio perché in gran parte esposto al
sole e con quei camini vasti sempre accesi nelle stanze di mediana
misura.

Nuovo spettacolo era osservare dalle finestre a vetri piombati


delinearsi gli alberi a fogliami stenti o quelli disegnati nei loro rami e
ramicelli rigidi e magri. La natura qui si avvertiva più vicina, non
astrattamente lontana come dalle sale alte di Castello. Andai a
visitare l'appartamento delle guardie, adiacente da un lato ai muri
delle mie camere e dall'altro confinanti con la parte esterna del
palazzo. Sentii la piazza a spalla a spalla, ascoltai i passi delle
sentinelle e quelli dei popolani risuonare sotto le arcate acute del
Palazzo che era stato dei Bonacolsi. Mi arrivava la robusta parlata
mantovana e mi faceva caldo la testimonianza di tante vite vicine,
ognuna con la sua storia.

Una mattina di sole invernale mi trovavo in uno dei camerini piccoli


che danno sul giardino segreto. Una neve fantasiosa cadeva ad
intervalli sulle piante; io, nei camerini di due metri per due, riscaldati
a grandi bracieri di bronzo costantemente riforniti, stavo guardando
disvolgersi sui tavolini alcune pezze di stoffe che mi mostrava un
mercante bergamasco. Un broccato d'oro soprariccio mi sfidava per
il suo prezzo ma io non ho mai fatto economia se non quando me lo
imponevano le circostanze. Domandai all'Equicola che era venuto
da poco facendoci smoderate feste, se gli piacesse: <Ci si muove il
sole dentro: sarete un rogo di luce, signora mia> disse con
entusiasmo iperbolico. Mi prese un moto di contrarietà, e gli risposi
un po' duretta: <Non so se potrò comprarlo. Per l'appartamento
nuovo ho sacrificato la mia corte. Ho dovuto rinunciare anche ad un
quadro del Perugino.> Avevo rinunciato infatti lasciando libera la
moglie del pittore di venderlo a chi voleva; e d'un tratto decisi di non
fare altre economie: comprai il broccato d'oro e un altro abito, e un
altro ancora. Qualcuno avrebbe pagato. Mi rivolsi all'Equicola con
ironica premura, informandomi della sua salute: non lo vedevo da
qualche giorno e temevo che fosse malato. Saputo che la sua salute
era buona, gli chiesi se ci fossero dispacci importanti oltre quelli che
Pirro Donati avrebbe preso in Cancelleria: la guerra di Lombardia
dava molto da pensare. <Non c'è niente d'urgente, signora mia.>

<E come mai siete qui, allora?>

<Avevo nostalgia del vostro bel viso e voglia di inginocchiarmi ai


vostri piedi, mia regina!>

<Queste vostre declamazioni d'amore si fanno sempre più rare,>

motteggiai. <Come? Non sono io quello che ha scritto le regole per


amarvi bene, il decalogo dell'adorazione isabellica? Non sono io che
ad ogni occasione vi ho levato al cielo?> Con un gesto della mano lo
licenziai. Chiamato il mercante gli dissi che cosa avevo scelto e che
portasse le stoffe in guardaroba e passasse dal mio spenditore.
Avrei assolto in tre volte all'impegno della spesa. Gettai un'occhiata
verso la finestra: attraverso i vetri piombati cercavo di indovinare le
mie ragazze che si muovevano in giardino. Udivo voci monotone
maschili nitide nell'aria pulita che commentavano: <Brava la Ippolita,
un punto alla Lavagnola,> e poi il grido conclusivo della Trotta:
<Basta! E' una noia! Si muore di noia!.> Avvicinandomi ai vetri
distinsi due miei antichi gentiluomini, l'Ippoliti e il Guerrieri,
avviluppati nelle loro pellicce che tentavano di scherzare con le
ragazze e di farle ridere.
Ammusate, esse voltavano le spalle: dissero che avevano freddo e
sarebbero andate in cucina per scaldarsi con un sorbir, brodo caldo
e vino. Fuggirono una dietro l'altra, e le loro vesti frusciarono nel
corridoio. I gentiluomini, passo su passo, si volsero verso la porticina
del giardino segreto e uscirono senza parlare. Avevo voluto
scegliere da sola le stoffe per evitare bramosie inutili e invidie ancora
più inutili nelle mie giovani. Nella sala del Leonbruno c'era gente di
corte; si sentivano alcune note di un esercizio di canto ma le voci
parevano poche, scarsi dovevano essere i visitatori quella mattina e
la neve e il gelo c'entravano per qualche cosa ma non per tutto. Mi
ricordavo altri gelidi inverni quando le mie stanze si riempivano di
gente amica che beveva vino caldo speziato e gremiva le finestre di
Castello per seguire dall'alto i pattinatori che correvano sul ghiaccio
del lago. Ero costretta a riconoscere che oggi le mie ragazze si
annoiavano e invano avevo annunciato che per carnevale sarebbero
arrivati da Modena e da Reggio nuovi paggi e nuovi gentiluomini di
camera. <Bambini e vecchi,>

aveva mormorato la Lavagnola. Mi sfuggì la promessa di un ballo di


giovani se le circostanze della guerra fossero state favorevoli. <Oh,
Signora cara, perché non invitate gli uomini del signor duca?> aveva
detto la Tortorina battendo le mani. <Sapete che i cortigiani del
signor Federico hanno decretato di non ammettere nella loro
compagnia chi abbia superato i ventiquattro anni?> Si aprì la
porticina e si affacciò Pirro Donati, soffuso di un gentile sorriso. Non
aveva nulla in mano. Gli domandai se i dispacci della giornata erano
in altra delle mie camere e dove, ma egli mi rispose facendosi serio:
<Il cancelliere Lanzoni non ha voluto consegnarmi i plichi. Nega che
ci sia qualche cosa d'importante.>

Esisteva una vera congiura contro di me. L'Equicola era stato inviato
ad esplorare il mio modo di resistere a quanto avveniva in
Cancelleria.

Così fui presto illuminata. <Il cancelliere nega?> esclamai. <Eppure


le strade d'Italia sono corse da centinaia di cavallari spediti a
raggiera in tutte le direzioni. Di sicuro ci sono cose importanti, Pirro,
andiamo in Cancelleria. O meglio, no, andrò sola: se c'è tempesta
sarebbe stornata sul vostro capo: invece voglio che sia tutta mia.>
Mi gettai sulle spalle la mantella foderata di pelliccia, e uscii dalla
porticina in fondo al giardino segreto per evitare la sala delle udienze
dove qualcuno mi avrebbe fermato. Raggiunsi la scaletta che
conduceva al primo piano e passai per la sala delle statue romane
tra due file di creature di marmo: le bianche braccia si atteggiavano
ammonendomi, ma non mi curavo di loro. Giunta alle stanze degli
uffici avanzai diretta verso il cancelliere. <Signor Lanzoni, che cosa
fanno i nostri agenti in questi giorni? I dispacci diventano rari e i
tempi sono stipati di fatti. In un momento come questo i nostri
dormono? Domani il Borbone o il Frundsberg con i suoi
lanzichenecchi possono essere a Verona e noi continueremo ad
ignorarlo?> Preso così di fronte, il Lanzoni fu punto sul vivo, la sua
faccia olivastra sotto il ciuffo dei capelli si scoloriva a mano a mano
sul grigio. <Siamo anche troppo svegli, signora marchesana> disse
sforzandosi alla cortesia. <E' vero, mai come in questi giorni i
dispacci sono frequenti. Non facciamo in tempo a rispondere. Il
Soardino si è ammalato di fatica.>

<Se questo è vero, se non mentite, dove sono questi dispacci?


Voglio vederli con i miei occhi.> Il Lanzoni trascolorava dal livido al
paonazzo. Era caduto nella trappola. Balbettò qualche parola vaga.

Subentrò allora Carlo Silvestri, un antico amico di Tolomeo Spagnoli,


dal viso maligno di misogino. Si chinò piegandosi in due e con
unzione e falso rispetto disse che mi assicurava, che mi fidassi di lui,
le nostre carte erano ben custodite. <Chi dà le disposizioni?>
sillabai. Il Silvestri segretamente giubilava. Mantenne però una voce
anonima quando disse: <Il signor marchese vuole tutto ciò che arriva
e fa di suo pugno le annotazioni. Le risposte partono di ora in ora. I
documenti sono elencati e riposti negli archivi secondo le date di
arrivo.>

<Abbiamo ordine di non dare a nessuno le carte della Cancelleria,>


aggiunse con coraggio il Lanzoni. Sapevo da chi veniva l'ordine:
dall'Equicola. Il mio segretario avrebbe pagato la sua insolenza, i
suoi arbitri. Ma il Silvestri già reagiva: <Vostra Signoria ci perdonerà
ma gli ordini vengono dal signor marchese in persona.> Sentii un
urto al petto, doloroso. Feci qualche passo per prendere un
contegno e intanto pensavo. <Federico! Federico ubbidisce al padre
contro di me, Federico mi mette da parte: e non sa nulla dei
tremendi disastri che può suscitare una reazione non filtrata dalla
prudenza. Federico rischia la rovina senza di me.> In quel momento
Federico entra in Cancelleria, agitato, quasi terrorizzato. Ha l'aria di
un bambino colpevole ma testardo. Mi viene incontro, mi bacia
cortesemente la mano. Lo vedo com'è: bello, ma guastato
dall'adulazione e dalla presunzione. Gli occhi dei cancellieri sono
fissi su di noi. In me si alternano il dolore della sconfitta e la pietà
della madre. Mi supero, e supero la mia sofferenza: <Federico> lo
chiamo. <Vi stavo cercando, figlio mio. Vi cercavo forse con troppa
impazienza, ma voi conoscete il mio carattere. Mi premeva avvisarvi
che sto per partire. Si è aperto l'anno del Giubileo, e papa Clemente
più volte mi ha invitata. Non lo avrete dimenticato. Conto di fare
molte preghiere, molte penitenze perché Dio ci aiuti.> Tendo la mano
e Federico la tiene con il solito rispetto. Prendo a camminare, così
legata a lui, e continuo il mio discorso uscendo da quella maledetta
stanza che mi ha vista umiliata come, e peggio, ero stata umiliata da
mio marito. Spiego che a Roma mi attendono molte cose da fare. La
pratica del cardinale nuovo di casa Gonzaga, il nostro Ercole, è
ferma, e per Ferrante, già ben avviato alla corte di Spagna, niente
sarebbe più utile che avere colloqui amichevoli con l'ambasciatore
imperiale. Mi sono rafforzata, posso permettermi il mio solito tono
animato. <State certo, figlio mio, che non mi darò solo alle devozioni
e agli affari di stato. Molti cardinali mi hanno già scritto e annunciato
grandi feste. Ho intenzione di condurre con me gente giovane e bella
esperta nel canto e nel ballo. Dobbiamo conquistare Roma come ai
tempi di Leone. Ah, sapete, il principe Vespasiano Colonna vuole
sposare la giovane Giulia, la vostra cugina di Bozzolo; dovrò
interessarmi di questo matrimonio. Il cardinale Pietro Bembo, anche
lui promette recite di commedie nuove. Faremo onore a Mantova. Ho
inventato un nuovo motto che darà da parlare. Su un fondo nero
spiccherà in oro, in numeri romani, la cifra ventisette: <vinte le
sette,> voglio dire <vinti i nemici.> Vi piace?> Federico ascolta
attento, ma interdetto. <Siete padrona di tutto signora madre.> Fece
una pausa ansiosa: <Ma chi pagherà tante spese?> Il gonfiore degli
occhi mi si dilata sul viso. Riesco a darmi coraggio e dico con voce
piatta e faticosa ironia: <Il marchese di Mantova, naturalmente. Chi
altri?>
CAPITOLO VI
ROMA ROMA.

Stanza degli orologi anno 1533

Molti fra quanti congegni mi circondano hanno scandito i minuti della


rovente solitudine che cadde su di me quel giorno di neve alta.
Sanno che si può credere di naufragare; e i pensieri non hanno
nemmeno la forza di insorgere da quello stato mortale. Avevo
dedicato venticinque anni di meditate invenzioni a favoleggiare e a
crescere, col figlio delle mie viscere, il figlio del mio spirito. Quello
che doveva essere un uomo quasi perfetto, si era sottratto a me con
una scena goffa, lasciandomi allo scoperto, bersaglio di una
masnada di cancellieri. Per un filo avevo salvato la mia dignità. Più
tardi riferendomi al Federico di allora, conclusi che era troppo
giovane e ancora non abbastanza disilluso per valutare il vero peso
dell'umano. La rapina sentita nel senso del diritto dei giovani sugli
altri esseri è istintiva, e la loro ragione acerba li rafforza. E non
poteva darsi che si scontrassero tra me e lui due giovinezze, quella
degli anni e quella della mente, avvinte e avverse? L'età non mi
spaventava più: come a vent'anni ero curiosa di ogni forma vivente,
volevo ritrovare l'armonia anche nelle difformità dell'esistenza.
Difformità; dico questa parola e una fascinazione singolare produce
in me un avvertimento di orrore segreto. Sempre ho studiato tutto ciò
che è fuori dalla norma forse per capire meglio in che cosa consista
veramente la norma. Perché i nani mi suscitano una distorta
tendenza a divertirmi deridendoli? Basta che mi riporti ai miei nani
preferiti come Delia e Matello. Erano esseri deformi, segnati da una
potenza oscura. Eppure mi appenavo per la loro vita infelicitata e
molto spesso li ho aiutati e sovvenuti per carità istintiva. Devo
confessarlo. C'è in me un'avida ricerca di figurazioni contraffatte: mi
appassionò moltissimo imparare tutto sul mostro di Ravenna che vidi
disegnato ma non osai farmi copiare, un ermafrodito con le ali al
posto delle braccia, un corno in testa, una zampa rostrata che
mostrava un occhio spaventoso sotto il ginocchio. Molti astrologi e
indovini e persino il monaco eretico Lutero prendono l'apparizione di
creature mostruose come segno di sventure immani: più volte l'ho
riscontrato; e più volte, afferrata sempre da quella fascinazione
incomprensibile, mi sono fatta mandare brani di opere antiche o
moderne nelle quali ricercavo descrizioni agghiaccianti di animali o
di uomini, ciclopi e draghi umani crestati sulla schiena. Mamia, una
mia cagnolina, partorì un cane con otto piedi a membra attaccate,
due corpi e una sola testa e la feci disseccare per conservarne il
ricordo. Accorsi subito a vedere il mostro gettato sulla riva di porto
Catena da un'alluvione, stanato dalla tempesta nelle profondità del
lago; un'altra volta ordinai una minuta descrizione del mostro che
l'onda del Po trascinò sulla riva del fiume presso il monastero di San
Benedetto. Col mio amico maestro di filosofia, Pietro Pomponazzi,
parlammo a lungo di questi esseri senza avvenire, tutti o quasi
destinati a vivere poco. Per lui questa specie di miracoli era opera di
intelligenze motrici che provenivano da un movimento astrale: in un
secolo possono nascere mostri umani, mi diceva, in parallelo con
eventi strani quali la creazione di una nuova religione o grandi
rivolgimenti storici; e non bisogna meravigliarsi perché tanto gli uni
come gli altri sono regolati da quelle stesse intelligenze motrici che
procedono in una medesima direzione.

Spiegazione acutamente logica e che sopravanzava per me quella di


Cicerone che ritiene la nostra meraviglia dettata dalla coscienza del
prodigio e osserva che se avessimo l'abitudine alle cose insolite
daremmo più ad esse il significato di cose possibili e naturali che
non di prodigio. E non ci fu prodigio nella natura di Federico? Ero
incinta di lui e m'ero messa in capo (accade in quelle condizioni a
quasi tutte le donne) che avrei generato una creatura mostruosa. Fu
la beata Osanna a rassicurarmi, la mia santa amata che ancora
visito nell'anima andando a pregare nel suo piccolissimo eremo dove
a malapena entrano quattro persone, e dove una finestra bassa si
affaccia sull'orto inquadrando la candida e breve loggia dalla misura
paradisiaca. Lei si riferiva fermamente, per suggerimento del suo
confessore, a Sant'Agostino.
L'altissimo Padre della Chiesa aveva scritto che l'uomo non ha diritto
di giudicare popoli di sangue strano e strani individui perché Dio, il
creatore di tutto, sa solo lui chi far nascere e come distribuire con
varie differenze la legge d'armonia universale. Una gran quiete viene
dalla parola di chi conosce Dio. E difatti io non pensai più all'orrore di
originare un mostro e mi nacque Federico di forma così compiuta.

Come avrei voluto sapere dalla beata Osanna se la difformità


dell'anima era decretata anch'essa da Dio, e se Federico ricusando
la circolazione di spirito che aveva avuto con me in una lunga
quotidiana intonazione era nella ragione naturale. Lei, la mia santa,
non c'era più: il coraggio mi pesava. E dovevo procedere da sfidante
con la volontà di riuscire vittoriosa. Un'astrazione, il paesaggio
d'inverno sulla riva marina. Arrivavo a Pesaro di febbraio con tutta la
cavalcata che conducevo a Roma. Dovevamo trovarci con Elisabetta
che veniva giù da Urbino mossa da quell'affetto che non s'era mai
appannato in più di trent'anni di amicizia. Volevamo essere sole, il
desiderio più raramente esaudibile: senza testimoni, noi due
insieme. Ci eravamo incontrate sulla scalea grande del palazzo degli
Sforza pesaresi; l'accompagnava Guidobaldo, adolescente assai
piacevole. Ma dopo i saluti e i rinfreschi, uscimmo; presi nella mia
carretta nuova Elisabetta e costeggiammo la spiaggia lentamente.
La giornata si avviava un po’ ventosa; avevamo la testa avvolta in
eleganti acconciature di veli bolognesi chiarissimi che ci tenevano
ben riparati il capo e le orecchie e ci volavano intorno alti e vaporosi.
Ridemmo di vederci acconciate quasi allo stesso modo e ci
riconoscemmo anche in questa minuzia. Come eravamo noi: io
abituata a contenermi e lei che si conteneva naturalmente nei suoi
intricati pudori. Discorremmo della nostra famiglia e di Eleonora: mia
figlia pativa nella salute, suo marito l'aveva contagiata con una grave
malattia. E certo non per amore lei l'accettava. Negli ultimi tempi la
sua religiosità si era accentuata con la lettura caparbia di testi sacri
sui quali meditava e che, nel segreto delle sue camere, magari
annotava. Talvolta parlava di riforme religiose con sue amiche
spiritualiste. Forse la religione l'aiutava dal profondo e le faceva
trovare d'istinto le sue compagnie.
Scendemmo sulla spiaggia poiché il vento si calmava e s'era aperto
tra nuvole grigie un pallido sole. Ci muovevamo piano sostando a
quando a quando. Onde brevi orlate di bianco si rompevano sulla
battigia.

Elisabetta parlava animata, mi guardava tenera e allegra come a


Venezia più di vent'anni prima. Era felice che io andassi a Roma che
amavo tanto. Lei no; di Roma aveva ricordi angosciosi, preferiva la
sua Urbino. Qui, nel suo bel palazzo, si ritrovava in un piacevole
circolo di amici: facevano molta musica di viole, voci e clavicordio,
leggevano e discutevano il Cortegiano. <Roma mi ha aiutato molto
in un altro tempo> dissi. <A Mantova non potevo più restare. Morivo
di malinconia.>

<<I pensieri malinconici finiscono per corrodere l'anima e bisogna


vincerli.> L'avete detto voi, una volta, ricordate, Isabella?>

<Non sapevo quanto fosse vero, allora, ed oggi lo so. Conosco così
bene quella verità che me ne vado lontano da casa mia. Ma ora vi
farò divertire.> Raccontai alla mia cara che avevo fatto lavorare di
cucito le donne di Mantova fino all'estenuazione e che portavo
invenzioni nuove da far restare spantati: se ne sarebbe sentito
parlare per le corti. Elisabetta si rallegrò; le piacevano i vestiti e le
acconciature mai viste e si ripromise di farsi disegnare da qualche
artista romano le mie fogge. All'improvviso, senza lasciare di
sorridere, mi confidò che i suoi tempi d'esilio erano sempre stati
alleviati al pensiero del mio modo di essere al mondo. <Ed io?
Quando devo bere amaro penso a voi, Elisabetta, e tutto mi va giù
meglio. Ora più che mai: Federico si è diviso da me, è distratto,
smemorato dal richiamo di un'altra donna, e forse non mi ama più.
Voi invece, siete stata sempre amata, adorata da vostro marito e
dagli uomini della vostra casa.> Diventò seria. <Io non ho mai fatto
nulla per loro, se non soffrire due volte l'esilio.

Voi, invece, Isabella, avete lottato e conservato il vostro Stato con


l'energia dell'ingegno.>
<Oh, Elisabetta! Mi è stato fatto intendere in tutti i modi che l'ingegno
è una condanna per una donna; e si deve pagare caro.> Di nuovo
ridemmo completamente distese, contemplando dall'alto la stoltezza
maschile: eravamo a specchio l'una dell'altra unite come mai, nel
passato, nel presente, e per i tempi indefiniti nei quali stavamo
avanzando. Ripetemmo insieme il motto preferito di compartire bene
il tempo della nostra vita e attendere ai giorni lieti. Mi parlò ancora di
Eleonora, delle due puttine che aveva, oltre Guidobaldo, e di quanto
fosse brava e coraggiosa: da un pezzo aveva perduto l'abitudine di
piangere. Le confessai che Eleonora mi sembrava più sua figlia che
mia, e per questo, attraverso lei, singolarmente l'amavo. Elisabetta
pensò un poco e pronunciò le parole giuste: <Non si sa mai perché
si ama e come si ama.> Camminavamo sulla sabbia a poca distanza
dal limite delle onde. Ogni tanto ci fermavamo a guardarci e le nostre
mani si stringevano con discrezione. Avvertivamo l'assenza dei
nostri amici, lontani o scomparsi, e la nostra corrente di pensiero li
faceva vivere con noi. Ci esortammo ad un altro incontro; era inteso,
quando sarei ripassata per tornare a Mantova avrei deviato per la
strada d'Urbino. I nostri veli si confusero nell'abbraccio di commiato.
Elisabetta fece cenno ad un gentiluomo che ci seguiva e si appoggiò
al suo braccio. Io salii nella carretta e mi volsi a salutarla. Fino
all'ultimo mi nutrii di quel sorriso. Sentimmo picchiare un colpo forte
seguito da una sassaiola fitta. La carrozza si arrestò e il breve corteo
cigolò con lei. Pirro Donati si affiancò col cavallo al mio sportello e
disse: <Non abbiate timore. L'abbiamo preso.> Da una collinetta gli
staffieri trascinavano un giovane di media statura, rosso in viso, la
bocca distorta in una smorfia senza espressione. Non era uno
straccione ma un contadino di vesti povere e nette. Lo spingevano
bruscamente minacciando di dargli addosso con la frusta e i coltelli:
lui non era armato se non di un bastoncino. Gli dissero che lo
conducevano davanti a me. Mentre si avvicinava pensai con quanta
sollecitudine e per quanti anni sua madre si era presa cura di questo
poveretto. Chissà perché si esponeva a castighi con insane
sassaiole. Pirro subito provò ad interrogarlo. Il ragazzo balbettava
con soprassalti opachi, a tratti gorgogliando. <Il re è prigioniero, non
è più il padrone del mondo, ha perduto la battaglia, i soldati
scappano tutti. Adesso possiamo fare quello che ci pare, no?>

<Farnetica,> disse Pirro. <E' un povero scemo.> C'interruppe un


vocione e apparve un omone. <Vi prego, vi prego, signori, non fategli
del male, è mio fratello, un innocente senza cervello; ma non è
cattivo, no, lo giuro.> L'uomo aveva nel vocione dialettale una
venatura di pietà profonda e di angoscia. Andò verso il fratello, gli
mise il braccio intorno alla spalla e riprese: <Da quando quei
cavallari venuti da paesi lombardi si sono fermati a ristorarsi alla
nostra osteria, lui non ragiona più, ripete di continuo le loro parole:
vede dappertutto prigionieri e soldati in fuga.> Pirro gli domandò di
che cosa parlasse.

<Come? Le vostre signorie non sanno? Il re di Francia è prigioniero,


ha perso la battaglia a Pavia, i soldati francesi sono in fuga. Almeno
così hanno raccontato i cavallari.> Pirro gli fece ripetere ciò che
aveva detto fra il silenzio di tutti. Lasciammo liberi i due fratelli che si
allontanarono, il più grande ammonendo quello della sassaiola che
seguitava a voltarsi verso di noi col suo riso storto. Ci guardammo,
folgorati da quella notizia che ci toglieva il fiato. Non c'era dubbio,
era la verità. Pesava troppo, era troppo disadorna e brutale.
Riprendemmo il camino. Da poco avevamo superato Narni, la
campagna si profilava deserta, e trascorse del tempo prima che
vedessimo un viandante risalente dal sud su un muletto spagnolo.
Dagli abiti pareva uno studente e difatti ci disse che si portava alle
sue lezioni allo Studio di Bologna. Pirro parlò con lui, ma non sapeva
nulla e si mostrò molto stupito della notizia di Pavia. Avvenivano
cose grandi, e a noi era toccato l'annuncio dato dalla bocca storta di
un demente. La rotta di Pavia, Francesco Primo prigioniero: il mondo
andava in pezzi. Non so perché ordinai di stimolare i cavalli, e mi
restrinsi quasi per sottrarmi ad una minaccia incombente nell'angolo
della carrozza, puntati gli occhi sulla strada. Altri due giorni
passammo in viaggio, interminabili, e della disfatta di Pavia avemmo
tutte le conferme. La terza mattina attraversammo Borghetto;
avanzando via via incontravamo pattuglie di soldati e carrette di
cittadini che andavano verso Roma o ne venivano. La città si diceva
percorsa da gente armata, e qualcuno sottintendeva che era follia
condurre tante dame e damigelle in quei gorghi di confusione. Senza
intimidirmi sopportavo con la pazienza necessaria, attenta ai casi
dubitosi che ci aspettavano. Non accadde nulla. A otto miglia da
Roma ci venne incontro un drappello di guardie con lancia mandate
a scortarmi da papa Clemente. Si stupirono al vederci così vicini alla
città e ci sollecitarono ad affrettarci. Roma era invasa dai colonnesi
che, di parte tutta imperiale, si esaltavano alla gran disfatta di
Francesco Primo e correvano a caccia di Orsini francesizzati. A San
Paolo fuori le mura dove si accampavano gli orsineschi c'era stata
battaglia grossa. Ora gli scampati fuggivano verso la città inseguiti
dai colonnesi, e i cittadini radunavano i familiari e serravano i
portoni.

Il papa aveva spiccato le guardie per mettere pace, e ci sarebbe


riuscito, magari con l'aiuto dei suoi svizzeri. Il capitano della nostra
scorta espresse il parere che presto le fazioni sarebbero rientrate nei
loro fortilizi. Arrivammo al cubo merlato di Porta Flaminia nel
pomeriggio del giorno tre marzo. Il nostro piccolo corteo con la
scorta papale entrò sotto l'arco e si dispose sullo spiazzo interno
oltre le mura. Pirro si diresse verso l'ufficio delle bollette seguito dal
nano Morgantino che gli teneva dietro goffamente imitandolo. Sporsi
la testa e mi accorsi che le mie ragazze dalle cortine aperte delle
loro carrette facevano gran segni ad una cavalcata sopravvenuta da
poco. <E' il signor Pietro Bembo> grida la Lavagnola, affacciata
all'altro sportello. <C'è anche il signor Franceschino Gonzaga, il
nostro ambasciatore.> I due gentiluomini vengono ambedue verso di
me e ci scambiamo saluti con allegrezza. Chiediamo notizie e loro si
mostrano ilari forse per rassicurarci. In realtà i colonnesi avevano
fatto guerra sia a San Paolo sia a Campo dei Fiori: parecchi morti
giacevano in quei luoghi. Ma ora la città si quietava, drappelli armati
di guardie papali percorrevano le strade. Ripetiamo come avevamo
appreso la notizia della rotta francese a Pavia, e Morgantino recita la
parte del re Francesco prigioniero, senza però farci ridere.
Monsignor Pietro Bembo sale nella mia carrozza che loda molto per
la sua comodità e ampiezza. Gli spiego che è stata fatta sul modello
di quella portata dall'Ungheria dal mio fratello Ippolito: ad un buon
artigiano non è stato difficile costruirne una uguale. Con noi vengono
la Lavagnola e Camilla Gonzaga. Sporgendo il capo dallo sportello
Camilla comanda alle ragazze delle altre carrette di tirare le tende e
di non occhieggiare fuori. Girano intorno brutti musi. Finisce il
controllo delle polizze, Pirro monta a cavallo e le carrette si
muovono. Via Lata è vicina. Le ruote girano con un rumore basso e
continuo sulla strada dritta, lunga e vuota. Passiamo sotto l'arco del
Portogallo e alla fine giungiamo al palazzo del duca d'Urbino senza
nessun incontro. Ringrazio il Bembo sempre ammirando la sua
maestosa gentilezza, e incarico Franceschino Gonzaga di dire al
papa che saremmo andate da lui appena arrivati i nostri carriaggi
rimasti indietro di due giorni. Salutate da graziosi complimenti
entrammo nel palazzo e prendemmo posto nelle camere alquanto
strette; né fu cosa facile per i nostri cuochi prepararci un modesto
pranzo. Un disteso silenzio incrinato solo dall'appello cadenzato
dell'acquaiolo, e il sole primaverile bianco dorato accompagnarono il
mio risveglio il giorno dopo. Pensai ad Elisabetta e la immaginai
guardare verso sud dalle sue finestre quasi per seguire il mio
cammino. Mi assalì a folate la mia pena per Federico e ritrovai il
gusto asprigno di quella fuga costernata che mi aveva sospinto fin lì.

Ormai lo sapevo; era la mia un'altra fuga d'esiliata volontaria, di


profuga. Ceste e cofani colmi di vestiti di ricami di gioielli e d'ogni
sorta di ornamenti non cambiavano la realtà. La mia essenza
materna si sentiva inquinata dal tradimento filiale; non potevo
accettarlo. Dietro mio figlio stava in agguato la diabolicità femminea
della Boschetta che finora avevo respinto come se a me non
potessero riferirsi mai simili intromissioni. Ma era inutile chiudere
tante porte, bisognava farsi alla realtà: Federico l'amava. Ottava
lettera : Alla mia Illustrissima ed Eccellentissima Padrona
Marchesana di Mantova Tutto rapido, oggi, illustre e carissima
Signora mia. Sto per partire e vi spiegherò ogni cosa in questo
foglio. Prima però voglio parlarvi come se v'incontrassi per caso
nelle stanze del Vaticano o davanti al Pantheon dove certamente
andrete ad onorare sotto la cupola forata la sepoltura di quel sommo
inventore di pittura che fu ed è il nostro Raffaello. Appena ho inteso
dal vostro Franceschino Gonzaga che stavate per venire a Roma fui
grato a Dio del moto di gioia ascendente che si degnava donarmi.

Non avrei fatto nulla per trovarmi sul vostro cammino, lo giuro: mi
sarei aggirato per mio conto a rivedere le cose antiche e le nuove
con la speranza di avvistare la vostra carrozza e rimanere a
guardarvi da lontano. E poi? E poi non so come avrebbero agito le
sfere del destino: io non le avrei forzate, felice solo di sapervi vicina,
e che gente mi ragionasse di voi. Eccomi invece qui, nel mio ufficio a
scegliere le carte da portare con me: sono richiamato a Londra dal
cardinale Wolsey che, come tutta Europa scosso e colpito dalla
disfatta di Pavia, non sa più che cosa ridursi a pensare. Noi inglesi
siamo in questo momento i grandi mediatori presso Carlo Quinto e
gli raccomandiamo il papa tanto compromesso con la Francia e i
veneziani; ma nello stesso tempo l'espansione del potere imperiale
su tutta Europa, con danno anche della nostra isola che l'imperatore
può raggiungere con la sua flotta, desta nel mio re non poca
apprensione. E illuminata intelligenza mi sembra dimostri
l'ambasciatore nostro a Roma, il vescovo Giovanni Clerk, il quale più
volte ha ribadito la sua convinzione che l'Italia dovrebbe essere
liberata dai francesi e dagli imperiali per opera degli stati italiani
confederati: cosa che se avvenisse darebbe la pace al mondo. Il mio
re Enrico ha mandato suoi messi a Carlo Quinto, impaziente di
conoscere che cosa farà del suo magnifico prigioniero, il re di
Francia, l'erede della leggenda cavalleresca e paladina: mi pare di
leggere fra le righe dei suoi dispacci che lo vorrebbe liberato per
bilanciare le stragrandi ambizioni imperiali. In mezzo al groviglio di
informazioni e di illazioni io sono richiamato in fretta in Inghilterra. E
tanto più sono costretto ad andare quanto più devo avere cognizioni
di affari imbrogliatissimi della mia famiglia che ha perduto nella
battaglia di Pavia il suo ultimo rappresentante e discendente
legittimo, Richard de la Pole; è caduto sul campo combattendo al
fianco di Francesco Primo. Vi dirò in poche parole che era lui il conte
di Suffolk, <Rosa bianca>: da anni ormai viveva in esilio in un paese
della Lorena, povero e disagiato perché in sospetto del mio re che
temeva da sempre le sue probabili rivendicazioni al trono
d'Inghilterra se ai Tudor fossero mancati eredi. Non crediate però
che simili diritti dinastici possano orientarsi verso di me che sono
discendente da un ramo molto collaterale, lontano dal trono come
dalla luna. E difatti Enrico e lo scrupolosissimo cardinale Wolsey e
l'ambasciatore Clerk mi considerano da anni degno della loro fiducia
tudoriana. Insomma, mi spediscono a Londra, quando io vorrei solo
essere a Roma. Non so quanto tempo vi resterò: ma siate certa che
la mia abilità sarà tutta impegnata a farmi tornare appena possibile.
Forse potrei ritrovarvi ancora in questa amata città. Non so
nemmeno di che cosa sarò incaricato: qualcuno mi sussurra che mi
attende una nomina in Spagna alla corte imperiale, dove adesso
vive il nostro amico Castiglione. Ma sebbene io ami il signor
Baldesar, ormai il mio luogo è qui, l'Italia, Roma. E voi siete la regina
ideale di questa terra del mio spirito.

Unica Signora mia, mancano due ore alla mia partenza e decreta la
sfortuna che io mi stacchi un'altra volta dalla speranza di vedervi.

Sarà forse un bene perché mi si risparmiano così le vostre crudeltà


che appassirebbero in me la capacità di sperare. E sperare in che
cosa? Mi piaceva parlarvi a lungo di Erasmo e della sua singolare
difesa della cultura che è per lui la sola difesa vera di fronte ai politici
avvelenati dalla voglia di possedere la bella Europa nostra, e di
fronte agli eretici come Lutero, pronto a negarla, anzi a vituperarla.

Ho fiducia che il mio re, di azioni molto caute, non faccia parte di
costoro, e non sia tentato anche lui dalla voglia di ogni comando. Vi
scriverò presto appena sarò a Londra. Vi prego, Signora mia, a
Roma state attenta a uscire sempre accompagnata da guardie
armate. Pericolo grande non c'è se si sta serrati in casa o se si è
ben pro etti. Si aspettano ancora azioni da parte dei Colonna contro
gli Orsini, e il cardinale Pompeo darà una grande festa provocatoria
al grido <Impero, Spagna, Colonna!.> Al minimissimo rumore
mettetevi in salvo e siate sempre seguita da persone di fiducia e
pronte a tutto. Non sono più i tempi di Leone Decimo, anche se
derivano da quelli. Che vestito avrete il primo giorno che uscirete per
Roma? Chissà perché mi figuro un velluto turchino con il manto
rosso foderato di pelliccia oppure un abito di velluto nero a intagli su
un fondo oro con maniche e gorgiera bianche ben ricamate. Sono
abbastanza frivolo? Vi devo dire un segreto: sono nell'idea di far
dipingere un vostro ritratto e vorrei che lo facesse Sebastiano del
Piombo, pittore eccellentissimo. Appena sarò di ritorno lo detterò io
al pittore, riferendomi ad una copia del vostro profilo del sommo
Leonardo. Sarete l'immagine che io so coronare trionfante. Sono : il
vostro schiavo perenne Robert de la Pole : In Roma, al terzo giorno
di marzo 1525. Mia cara signora, non chiamate questa mia, e le altre
che vi mando, le lettere degli alibi; è pur vero però che mi aggrappo
agli avvenimenti esterni per non farvi il racconto delle mie tentazioni,
racconto che potreste giudicare offensivo.

Sappiate solo che esistono, e che io le combatto rifugiandomi nelle


dilette istorie. Il colore carico del sole di giugno è diverso a Roma:
provo la meraviglia di aggirarmi in un luogo mai immaginato, i
giardini magici di casa Colonna somiglianti a fondi di pitture. Dalla
piazza dei Santi Apostoli salgono a terrazze come è leggenda che
salissero i giardini di Babilonia; e arrivano fin sul colle Quirinale. C'è
una gaia solennità, un riso olimpico in questo luogo che a suo modo
non ha l'eguale. Coprono l'altura collinosa, boschetti, pini giganti,
cipressi snelli e rigonfi di raccolta rameggiatura, palme
sontuosamente frangiate, giocondi frutteti, orti ben coltivati, boschetti
di erici, e fontanelle ad ogni passo. Intere siepi di roseti dividono gli
spazi alternandosi con enormi cespugli di gelsomini che fiatano
profumo dalle corolle stellate. Ogni tanto si scoprono tra il verde
gigantesche arcate romane, pilastri, colonne, cornici scolpite, e gli
studiosi discutono se siano i ruderi delle Terme di Costantino o del
Tempio del Sole. A volte, rovine a scaletta, sedili e nicchie a
conchiglia compongono angoli da favola pastorale: il silenzio
odoroso, i leggeri venti, sono esaltati dal canto corale e dagli assoli
di un immenso popolo di uccelli. Mi meraviglio di essere qui con le
mie ragazze, il nano Morgantino e pochi familiari; tutti gli altri della
compagnia sono alloggiati al palazzo del duca d'Urbino dove
stavamo alquanto ristretti. E' stato il cardinale Pompeo a offrirmi
questo paradiso tutto per noi, poiché le famiglie Colonna si sono
trasferite a passare i tempi caldi nei loro castelli intorno a Roma. Ci è
stato aperto il bel padiglione dietro la chiesa, adiacente al palazzo
dei Santi Apostoli: i muri sono spessi e riparano l'inverno dal freddo
e l'estate dal caldo come accade nei nostri castelli di Ferrara e di
Mantova. Le camere sono agevoli e gentili, e le grandi arcate a
terreno sui giardini hanno per sfondo uno spaziato oliveto: mi riposo
sotto il portico pieno di dolce ombra rileggendo poesie, Virgilio o il
mio Petrarca. Come al tempo di Leone così la vita a Roma ripete i riti
e gli usi di feste e di conversazioni. Se non l'uno l'altro cardinale
viene a visitarmi, mi offrono colazioni e cene preparate su idee
allegoriche. Commedie e cavalcate frequenti, e tutti i giorni i riti sacri
che gusto più volentieri del solito. Il palazzo dei Santi Apostoli ha
finestre che danno nell'interno della chiesa, e così spesso vado a
quelle finestre per sentire musiche sacre bellissime del la cappella o
dei miei cantori preferiti. Sono avvolta da strani languori che
cancellano solo i giochi delle mie ragazze e le vivaci e umanissime
dispute con i visitatori: tra essi è presente spesso Paolo Giovio, mio
amico di aperto animo lombardo. Ma perché confronto l'altro mio
soggiorno a Roma con questo di oggi? Sì, le cose mutano. Dal
campo di Pavia è giunto fino a noi il grido di disfatta di una civiltà. Un
re di Francia prigioniero e morti tanti gentiluomini di alto valore;
morto Galeazzo di San Severino, il più bello e valente cavaliere del
nostro secolo. Nessuno può avere idea di come ai suoi tempi
Galeazzo riempisse Milano della sua forza briosa: dove respirava lui
respiravano bene le donne attratte benignamente e curiosamente
placate nelle loro rivalità. Mi pare di risentire quella disputa sui
paladini, Orlando e Rinaldo, e la voce acuta di mia sorella che
parteggiava per Orlando eroe di guerra e la mia, più piena e
pausata, che difendeva Rinaldo eroe d'amore. Senza saperlo noi
due sorelle ci battevamo per Galeazzo, io impersonandolo in Rinaldo
e lei in Orlando, e ambedue gli gridavamo evviva. Cerco di prendere
un fiato più largo e penso a quell'anglico Richard de la Pole, parente
dello stravagante che mi sorprende ancora con i suoi caratteri
appuntiti; anche quest'altro paladino è morto sotto l'insegna dei gigli
di Francia a Pavia: notizia gradita al Tudor, Enrico Ottavo: i
pretendenti danno sempre pensieri neri a quelli che regnano. Per
fortuna lui, il signor Robert de la Pole, che mi fa l'onore di definirsi
mio schiavo, dice di essere lontano dal trono come dalla luna e
dev'essere vero. Sorte bizzarra: lui partiva di volata per Londra, e io
entravo a Roma: è scattato il tempo, sincronizzando la netta
separazione dei singoli destini. Questo Robert non si perde d'animo,
dice <quando tornerò>; e io sono qui a interrogarmi su che cosa
avrei fatto se l'avessi riveduto, che cosa avrei accettato in accordo o
in disaccordo col mio spirito e la mia ragione. Ma poiché è partito,
vada pure nella sua brumosa Inghilterra. Vorrei aggiungere <e non
mi scriva più!>; non l'aggiungo: mi danno tanta levità quelle lettere
dai caratteri appuntiti che non mi obbligano a nulla. Ho e non da ora
il sospetto che questo inglese sia molto scaltro. Il suo modo di farmi
credere libera potrebbe essere un'astuzia affilata. Ma a quale fine,
se è inteso che non gli risponderò mai e se questa intesa dura da
tanti anni? In questo passa 'I tempo, e nello specchio mi veggio
andar ver la stagion contraria a sua impromessa et alla mia
speranza così dice il Petrarca e tutti e due potremmo ripeterlo. Uno
dei volti che mi vedo continuamente vicino è il duca di Sessa,
ambasciatore di Spagna, uomo prestante pomposamente manierato
addirittura perso nella sua fedeltà all'imperatore. Sarebbe facile
concludere che non abbia da fare gran cose e passi il tempo a
spiarmi; invece è minutamente informato delle grandi cose politiche
e delle piccole cose personali di ognuno.

Ombroso, si lamenta se un giorno, per una carica di pensieri che mi


portano altrove, sono meno disposta a giocare con le parole, e allora
va dicendo con tutti: <Madama sta di malavoglia e non mi vede
volentieri.> Con costui bisogna fare attenzione a parlare e
soprattutto, come piace a noi, a <burla aperta.> Pone in cima alle
sue fedi Carlo Quinto, e si rabbuia alla nostra libertà di espressione
su ogni cosa che possa alludere all'imperatore. Continua ad irritarmi
mio figlio Federico che mi fa avere poche notizie del suo agire nelle
cose di stato, e mi scrive dilungandosi sulla sua fabbrica nuova di
Marmirolo o mi prega di scovare oggetti antichi di pregio, o m'invita a
sorvegliare per suo conto presso un artista del marmo due porte a
cornici sontuose da lui ordinate. Più ancora m'inasprisce sapere tutto
di lui dai personaggi di Curia: spesso il Datario Giberti, assai
parlatore, commenta i dispacci del marchese supponendo che io sia
a conoscenza di ogni argomento: sicché ne so più ora su Mantova di
quando ero a due passi dalla nostra Cancelleria. Lo vigilo, quel figlio
mio, però con cura: e noto che egli mette a frutto gli insegnamenti
così spesso ribaditi ma talvolta lo fa nei modi sbagliati. Tenersi
sempre ai più sicuri, purché siano scelti al giusto, è saggio, ma non
in tutti i casi. Né posso fare a meno di dargli mentalmente consiglio.
La mia idea generale rimane ferma: non si devono negare il passo e
le vettovaglie alle truppe di passaggio perché le forze mantovane
non sono bastanti a resistere specie quando gli stranieri vengono
armati così all'ingrosso: quello che il marchese non permettesse
volontariamente, i soldati lo strapperebbero a forza con grandissimo
danno per il paese e per i sudditi. Anche al papa vado illustrando
questa posizione del nostro stato in caso di guerra ed egli tra due
sospiri sembra approvarla. Mi domando se al suo posto avrei
approvato che un Capitano Generale difensore della Santa Chiesa
trascorresse il tempo nelle sue ville fra cacce, balli, musiche festini
intento a spendere la gonfia gioia di usare la vita mentre catastrofi
immani possono maturare. Tuttavia per quanto si rigirino gli
argomenti, la realtà, aspra e massiccia, è questa: solo nell'inazione o
in una serie di modeste caute azioni uno stato piccolo come il nostro
può ancora salvarsi. La mia vita romana durante quei due
lunghissimi anni è gremita di contraddetti eventi.

Quasi non mi dedicavo ad altro che a meditare sui rivolgimenti


quotidiani della politica: non mi ricordavo nemmeno di sfoggiare gli
abiti che avevo portato con me, e mi vestivo solo per essere intonata
ai grandi incontri che accadevano in Vaticano. Altro che malavoglia
fu la mia apprendendo che per un casuale incidente (la morte di un
cavallaro) si erano scoperte le trame di una congiura per sottrarre
all'imperatore il suo massimo generale, il marchese di Pescara,
marito della signora Vittoria Colonna e, se possibile, per cacciare
dall'Italia le truppe imperiali. A Milano mio nipote Francesco Sforza
viveva, malgrado il titolo di duca, un'esistenza mortificata sotto il
disprezzo bruciante degli spagnoli. A liberare la città da quella
prepotenza straniera volle pensarci Gerolamo Morone, cancelliere
del duca, con un piano debolissimo: attirare appunto il marchese di
Pescara, vincitore di Pavia, che elevava al cielo e spandeva in terra
le sue lamentele contro Carlo Quinto colpevole di tenerlo in poca
considerazione. Si progettava una lega di stati italiani, con l'aiuto di
Francesco Primo appena fosse stato liberato. Quella perfetta e
insidiosa filatrice di eventi che era Luisa di Savoia madre del re e
reggente in Francia seguiva segretamente ogni passo dei congiurati.
Al Pescara si offriva la corona del Reame di Napoli: copertamente
parevano d'accordo il papa, Firenze, Venezia, Ferrara e, soprattutto,
il re di Francia. Mi sono sempre domandata come il Morone e i suoi
complici fossero tanto ingenui da credere che il marchese di Pescara
gonfio di onore spagnolesco sarebbe entrato in quell'oscura trama.
Non c'era che sua moglie, la poetessa, a crederlo uno spirito ardito e
angelico.

Appena gli eventi si concatenarono fortunosamente, gli imperiali


furono avvertiti dal loro stesso generale. Il duca Francesco Sforza,
accusato di vile tradimento, si asserragliò nel Castello di Milano per
sfuggire alla cattura; fuori si perseguitarono gli aderenti all'assurda
congiura. Sbigottimento e allarme fecero tremare le cancellerie degli
stati italiani: e come un colpo di fulmine sorprese me l'avviso di certe
parole che avrebbe detto il Morone sulle connivenze con il marchese
di Mantova. Protestai che tutto era falsissimo, ben sapendo come
fossero spietati questi stranieri: bastava un nulla perché piazzassero
una guarnigione militare nel mantovano, il che equivaleva a firmare
la rovina del paese nostro. Il duca di Sessa venne a rassicurarmi;
ribattei anche con lui che era tutta un'invenzione di quel Morone
tristo: mai Federico di tanto ottima natura avrebbe deviato dai
consigli di sua madre. Mi spuntarono le lacrime agli occhi per la
tenerezza mista alla rabbia, e l'ambasciatore le vide e andò a
raccontarlo in giro per testimoniare la mia fedeltà all'imperatore. Mi
presi il gusto di dirgli però che mi appenavo per il duca di Milano,
figlio di mia sorella: ero costretta per obbligo di natura a dolermi delle
sue sventure. Tanto insistei su questo punto che l'ambasciatore si
credette in dovere di confortarmi rammentandomi che il duca mio
nipote aveva presso l'imperatore amici di molta autorità e avrebbero
trovato un rimedio. Clemente ragionava e sragionava. La scoperta
della congiura del Morone che in un primo tempo lo aveva atterrito
adesso sembrava suggerirgli pensieri stravaganti. Copertamente
fece arrivare a Federico una proposta: nel giro delle aggrovigliate
trattative politiche, ci sarebbe stato modo, a suo parere, di farlo
diventare duca di Milano mentre Mantova sarebbe passata al
Connestabile di Borbone, l'altro mio nipote figlio di Chiara Gonzaga.
E, sempre secondo Clemente, questo avvenimento avrebbe dato
all'Italia la pace generale.

Ce ne volle al nostro Giangiacomo Calandra, sagace consigliere


marchionale, per rifiutare; ma il papa non pensò allora di offrire a
Federico la corona di Napoli? Il Calandra anche questa volta in
difficoltà rispose che erano cose da giovani che pensavano per
immaginazione; e perseguiva le cose concrete come il rinnovo del
capitanato di Federico che ormai scadeva. Non perché fossimo
sorpresi da tanti sbigottimenti si arrestavano del tutto gli usi
giornalieri di geniali svaghi. Il giugno di quell'anno ventilato e
cangiante ci condusse alla vigna del papa su Monte Mario convitati
da Clemente stesso che però non fu presente. La giornata ci si
prometteva festevole a cominciare dalla compagnia: portavo con me
le mie ragazze più ilari, e due dame compagne Camilla Gonzaga e
la duchessa di Camerino. Sotto l'ombra di un lungo pergolato resa
più fitta dalle frasche a tetto era preparata la tavola: io stavo al posto
del papa tra l'ambasciatore imperiale, il duca di Sessa, e il cardinale
Cibo; davanti a me avevo il Datario Giberti; il nostro Franceschino
Gonzaga e altri gentiluomini, alcuni dei quali giovanissimi,
compivano il gruppo. A me dettero per volontà di Clemente i suoi
piatti e le sue posate d'oro. Un magnifico servizio d'argento si
disponeva sulla tovaglia punteggiata di roselline ricamate. I cibi
erano assai delicati, il vino freschissimo. Il nano Morgantino che si
era attribuito il titolo di onorato ruffiano consegnava furtivamente qua
e là bigliettini amorosi che si leggevano pubblicamente e si
commentavano spesso con citazioni latine. I musici suonavano flauti
arpe e tamburini alla maniera romana. Trascorrevamo un tempo
giocondo, quando, ridendo io per un motto di Pasquino riferito dal
cardinale Cibo, lo chiamai matto e venimmo a parlare di matti. Il
duca di Sessa definì matto il mondo e fu ripreso dal Giberti che con
una veemenza ironica domandò che cosa avrebbe detto di questo
suo parere l'imperatore. Ci fu uno scatto di allegria generale.
<Ridete, ridete!> minacciò fingendo di scherzare l'ambasciatore
cesareo; e con voce di profeta aggiunse: <Starete a vedere!.> Ma il
Giberti nessuno lo frenava, e dichiarò che il più matto era proprio
Carlo. Replicò l'altro levandosi in piedi: <Guardatevi dall'offendere il
mio imperatore!>

<Lo chiama matto anche il segretario fiorentino Niccolò Machiavelli.>

<I fiorentini sono di natura insolente: e la pagheranno anche loro.>

<Ma come può non essere matto?> riprese il Giberti. <Fa prigioniero
il suo nemico dichiarato il re di Francia e poi lo libera con un trattato
che non sarà mai osservato, perché sappiamo tutti che non può
esserlo.

Più matto di così.> Il duca di Sessa non nascondeva la sua


irritazione.

<State attento, signor Giberti, ditelo a Sua Santità che vi ascolta


tanto. Se persevererà nell'alleanza con Francesco Primo e i
veneziani l'imperatore lo distruggerà.> Il Giberti disse una parola
molto seria: <In questa guerra, signor mio, si deciderà la libertà
d'Italia.> Il cardinale Cibo, di fresca età e di buona voce, ruppe la
gravità della conversazione cantando una canzone che diceva <Per
chi vuol guerra si fa pace, per chi vuol pace si fa guerra.> Non
voleva essere allusiva ma giudicai che era bene intervenire con la
miglior grazia donnesca ed esortai i convitati a godere quello
splendore di vigna: all'invito del papa a Monte Mario sola doveva
corrispondere serena letizia. Ebbi il solito successo, e ne approfittai
per alzarmi e invitare tutti nella piazzetta ombrosa davanti alla villa
che, ancora non finita, si ergeva nelle sue strutture disegnate da
Raffaello fra le impalcature di legno, circondata dalle macchie scure
dei pini. Erano state accomodate in giro scranne e panche, e ognuno
si mise dove più gli piaceva. <La commedia!

la commedia!> esplosero le ragazze battendo le mani. Non era una


commedia ma un'azione mimata, un'allegoria politica, di quelle in
uso da qualche tempo come avevo visto rappresentare anche a
Castel Sant'Angelo. Al suono di tamburini e pifferi esce la compagnia
dei comici con fuochi da burla, grosse padelle e forchettoni, e fanno
mostra di darseli sul capo l'uno con l'altro. Ballando ballando, si
azzuffano ordinatamente a due, a quattro, in buffi intrecciamenti.

Agitando gonfie vesciche gialle, sopraggiunge un gruppo di diavoli


che beffandosi delle padelle e del fuoco improvvisano una loro
danza orgiastica. Squilla una tromba acutissima, i suoni cessano, i
danzatori si fermano di colpo: dal fondo irrompe un uomo alto,
avvolto in un mantello nero, col viso coperto, gridando: <Io sono
frate Martin Lutero!> L'uomo in nero, tenendo alto un libro, si
scatena ad inseguire i diavoli picchiandoli in testa, e continua a
gridare con ridicola voce nasale: <Vangelo! Libertà! Il fuoco e il ferro
purificheranno Roma, la novella Babilonia!> A queste parole fa eco,
ritmicamente, lo sgonfiarsi con sibili sconci delle vesciche che i
diavoli pungono ad una ad una saltando e correndo. Tornati a
danzare una balzante moresca, i diavoli stringono in un cerchio
sempre più stretto il finto Lutero e lo colpiscono con le padelle tra
mille contorsioni lazzi e capriole. Alla fine rimane al suolo un
pupazzone nero, spaccato in due nel furore del ballo. Applaudivamo
tutti ridendo, sebbene la grossolanità dell'idea mimica mi avesse
dato qualche perplessità, quando un grande lampo saettò in cielo e il
tuono a picco su di noi lacerò l'aria.

All'annuncio burrascoso seguì lo scompiglio. Musici e danzatori


sparirono, i convitati si precipitarono a cercare un riparo; io, fedele al
principio di richiamare la calma in chi l'avesse perduta, mi trovai ad
un tratto sola, ancora seduta nella mia scranna. In quel momento dal
fondo del giardino giunse di corsa Pirro Donati. Cominciava a
piovere.

Egli si buttò verso di me gettando sulle mie spalle un mantello, e mi


trascinò verso il portico in costruzione. Eravamo in piedi, addossati
al muro della villa, sotto un'arcata. La pioggia scrosciava,
temporalesca. Pirro, vicino a me, stava immobile. <E' successa una
cosa grave, signora.> Parlava con voce affannosa: <Pietro
Ardinghello si è ucciso col veleno.> La pioggia tempestava su noi
isolati, e l'arco pareva panneggiato da fitte frange d'acqua. Udivo la
voce di Pirro ansimare vicina al mio orecchio: <Sono venuto subito
per avvisarvi.

Volevo mettervi in guardia, se qualcuno vi domandasse di lui,


signora.

L'Ardinghello non aveva via d'uscita. Clemente esigeva la polizza


firmata dal nostro marchese per papa Leone. Hanno scoperto tutto,
conoscono persino la somma che il segretario ha avuto da noi, mille
ducati. Gli avrebbero dato una morte infame, per tradimento.> Dissi
in un soffio: <Ha parlato prima di morire?> Pirro rispose con un no
assicurativo. <E il papa?>

<Ha detto solo: <Colui mi ha venduto per denari.>>

<Mille ducati!> mormorai. <La vita di un uomo vale mille ducati!>

Chinavo il capo sul petto, ma alla nera angoscia che mi assaliva


riuscii a ribellarmi. Rivolsi il pensiero alle cose concrete, e replicai
staccando le frasi: <Il Castiglione non aprirà bocca: mai. E nessuno
oserà dire che abbiamo agito male recuperando ad ogni costo la
nostra polizza. I tempi diventano sempre più crudeli; Federico non
poteva rischiare lo Stato. Ed è certo ormai che Carlo Quinto sarà in
breve tempo l'uomo più potente del mondo.>
<Che morte angustiata, che anima perduta> ripeteva Pirro come tra
sé.

Io, ormai, rifiutavo quell'immagine di avvelenato; pensavo al futuro.

<Pirro,> dissi <noi negheremo con chiunque e a qualunque costo di


aver trattato mai con Pietro Ardinghello.>

Nona lettera : All'Illustrissima e Magnifica Marchesana di Mantova


Signora e Padrona mia Signora mia intrepida e venerata, so che
siete ancora a Roma, il punto più vicino agli incendi che ci sia in
questo momento al mondo; e a Roma mando questa lettera che una
persona fida ha promesso di consegnarvi. Non meravigliatevi se il
plico ha due suggelli, uno mio e uno della segreteria del cardinale
Wolsey. Ho ripassato le Alpi per andare a Venezia con una missione
diplomatica riservata.

Scusatemi se per ora non ne parlo: voi sapete come il mio re segua
con attento favore la causa degli stati italiani contro gli stranieri,
imperiali o francesi che siano: e proprio di un colloquio veneziano su
questo argomento sono stato incaricato. Se non che, passando per
la benedetta terra di Lombardia mi sono portato quasi istintivamente
all'assedio di Milano e mi trovo ora al Campo della Lega di
Marignano tra gente papale e gente veneziana con un fervore
insolito che non mi conoscevo. E' già l'alba, una bella alba di luglio.
La lanterna ancora mi fa luce nella tenda militare dove il signor
Francesco Guicciardini fiorentino, Luogotenente generale
dell'armata, mi ha ospitato e dove sto aspettando i miei cavalli e il
mio staffiere per partire diretto a Venezia. Questa pausa mattutina in
una vita tanto dibattuta dal mutare e dal sopraffarsi degli avvenimenti
mi invita al vostro pensiero, anzi mi avvicina a voi sorvolando il
mondo ancora addormentato. Se alcuni spiriti sono vigili, mi piace
immaginare che il vostro sia di questi. E' un momento di molti pesi
questo che stiamo attraversando, Signora mia. E non so se avrete
avuto sentore a Roma di quelle cose gravi che ho intuito per indizi a
Londra quando ho ricevuto l'ordine di venire in Italia dopo la
partenza del Guiducci e di Gregorio da Casale abili oratori del mio
re. So che costoro sono in continuo moto, attentissimi allo svolgersi
della nostra politica. E ho la gioia di ripetervi che sono qui in Italia a
mostrare la benevolenza dell'Inghilterra verso la Lega sebbene
Enrico non abbia potuto ascriversi dichiaratamente allo
schieramento antimperiale per molte cause. Purtroppo il corso del
denaro regge il corso delle decisioni di stato. Difatti il cardinale
Wolsey mi ha spiegato chiaramente che il re, molto diffidente verso
Carlo Quinto, sospettato dall'osservatorio della nostra isola come il
futuro padrone d'Europa, deve muoversi con cautela perché non ha
ragioni in questo momento per una clamorosa rottura con lui. In più
esistono motivi finanziari da ponderare; primo fra essi il timore di
perdere i nostri crediti presso l'imperatore, specialmente quello,
vistosissimo, nei Paesi Bassi: una guerra bloccherebbe i crediti
inglesi e sarebbe la rovina totale della nostra industria panniera. Ciò
non toglie che re Enrico faccia chiedere all'imperatore di sciogliere
l'esercito d'Italia mantenendo vostro nipote Francesco Sforza alla
signoria del ducato di Milano. Se può sollevarvi di pena, siate sicura
che lavoriamo in molti alla soluzione favorevole di questo conflitto.
La parola d'ordine del cardinale Wolsey è <acquistare tempo senza
scoraggiare i confederati italiani.> Oggi, o meglio ieri, ho avuto un
incontro che credo di dover registrare per lasciarne memoria. Il
signor Guicciardini mi ha fatto l'onore d'invitarmi a pranzo avendo
per commensali il signor Niccolò Machiavelli, segretario dello Stato
fiorentino, il condottiero Giovanni de' Medici capitano delle Bande
Nere e il vostro amico Matteo Bandello inventore di novelle
avventurose. Credo che il nostro lombardo novelliere abbia l'animo
di affidare alla penna il ricordo di questo incontro, ma io desidero
darvi il mio semplice resoconto, riferendo ad ognuno la sua battuta
come fanno coloro che scrivono di teatro.

Mangiavamo dunque in buona compagnia carne arrostita di bue e


bevevamo vino vermiglio; il signor Bandello celebrava la bontà delle
vivande osservando che Giovanni delle Bande Nere non per nulla è
chiamato il Gran Diavolo e che in quanto diavolo aveva bisogno di
carne rossa per menare bene le mani. Il signor Machiavelli dice di
sperare che il Gran Diavolo non diventerà più collerico di quanto lo
sia di solito, almeno con gli amici; al che il Bandello ribatte come al
segretario fiorentino dato il suo ufficio continuo di pensatore si
confaccia meglio cibo leggerissimo, magari cervelli di farfalle.
<Signor Guicciardini,>

interviene con voce ridente e grossa il signor Giovanni


<ringraziatemi di avervi fatto desinare. Se non fosse stato per me il
signor Machiavelli stava ancora in campo cercando di squadronare i
tremila fanti.> Il Guicciardini assentiva: giudicava che il suo amico
Machiavelli non si fosse districato davvero con quel suo modo nuovo
di ordinare le truppe, mentre al signor Giovanni era bastato far
suonare i tamburini ad un ritmo comandato e i fanti, subito
inquadrati, avevano trovato il passo giusto. <Mi sto certificando,>
ragiona con se stesso il signor Machiavelli <che l'arte della guerra
necessita di pratica: ciò che scrivendo appare giusto, sul campo è
tutto diverso.> Ma l'altro, il signor Giovanni, risponde: <Signor
segretario, voi sapete bene scrivere e io so bene fare il soldato.
Queste mie Bande Nere ne hanno mossa di paura!>

<E io so ben dormire> conclude il Bandello. <Dopo questo buon


desinare non sogno che un giaciglio.> E si è avviato verso la sua
tenda seguito dal Gran Diavolo che fra grandi risate lo pungolava per
farsi raccontare quella sua ultima vituperosa novella sulla burla
giocata a Fracasso da Bergamo che per vanità di profumarsi con le
essenze del suo padrone aveva finito con lo spalmarsi il viso di
sterco. Siamo rimasti così in tre, e ho domandato che cosa
pensassero della guerra. Il signor Machiavelli e il signor Guicciardini
con brevi parole mi danno un giudizio netto sulla situazione. Pare
che a Milano gli spagnoli siano confusi, il momento giusto dunque
per attaccarli subito altrimenti quelle belve si sarebbero rafforzate. Il
duca d'Urbino faceva dubitare per la sua continua incertezza: il
giorno prima si era portato con le sue truppe fino a Porta Romana e
se avesse dato assalto al Castello, di sicuro Milano sarebbe caduta;
ma lui, il duca, se n'è tornato indietro e non si sa perché. E stamani
ha ancora rifiutato di avvicinarsi a Milano se non arrivavano almeno
cinquemila svizzeri di rinforzo. <Francesco Maria è un della Rovere>
commenta il signor Machiavelli. <Odia i Medici, non sarà mai un
buon capitano per loro. Egli ha un animo troppo rancoroso per
dimenticare che Leone gli prese Urbino costringendolo per anni
all'esilio.> Il segretario fiorentino si alza, cammina agitato per la
tenda, poi colto da furia esplode: <Aspettiamo gli svizzeri, dice il
duca d'Urbino. Questi maledetti mercenari sono la piaga nostra. Vi
sarà sembrato uno slancio da temerario, ma quando a Firenze
giunse notizia che Giovanni de' Medici rizzava una bandiera di
ventura per far guerra mi sorse in cuore una speranza pazza. Voi lo
sapete bene, signor Guicciardini, da quanto tempo vado predicando
che dobbiamo avere un esercito di cittadini bene addestrati alle armi.
Solo il buon cittadino può essere pronto a combattere per la patria. Il
mercenario è un mestierante della violenza, della rapina, dello
stupro.>

<La vostra idea è bella come una chimera,> rispose lentamente il


signor Guicciardini. Ambedue sono avvolti in una tragica amarezza.
Usciamo fuori e facciamo qualche passo nell'accampamento tra le
tende dove i fanti stanno abbandonati in uno stato d'inerzia: alcuni
giocano ai dadi, altri dormono ubriachi, altri nascondono lesti prede
rubate. <Signor de la Pole, signor straniero e nostro amico,> mi dice
il signor Machiavelli <guardate questi fanti: stanno diventando ogni
giorno più deboli e corrotti. Ancora un poco e saranno più ladri degli
spagnoli.> Camminiamo ancora, saliamo su un'altura, una lieve
gobba della pianura piantata di un boschetto di pioppi. <Pensate,>
continua il signor Machiavelli <se nascesse per l'Italia un redentore,
con quale amore sarebbe ricevuto, con quale sete di vendetta, con
che ostinata fede, con che pietà, con che lacrime. A ognuno puzza
questo barbaro dominio.> Il signor Guicciardini fissa l'amico con
volto chiaro e desolato, e replica: <Non abbiamo tempo di aspettare i
miracoli. Vi dico questo; a me non importa di faticare, di farmi
inimicizie, di essere calunniato. Se il duca d'Urbino non attacca, se
gli svizzeri non verranno presto, andrò all'assalto con questi
miserabili con in testa la bandiera di ventura del signor Giovanni.
Siamo abbastanza numerosi per prendere il Castello di Milano:
presa Milano sarà possibile alle nostre bande impadronirsi di Pavia e
di Cremona: spezzati i collegamenti, per gli spagnoli sarà finita.> Il
segretario fiorentino ha un viso ristretto in sé e con una intensa
sospensione d'animo dice: <Che la fortuna vi ascolti! Signor
Guicciardini, voi amate la patria più di voi stesso.> Il signor
Guicciardini disegna un cenno di saluto e di affidamento a qualcosa
in alto, e scompare tra le tende. Il signor Machiavelli mi osserva e mi
vede pensieroso. Gli ho detto che stavo domandandomi se avesse
ragione il cardinale Wolsey ad affermare che la lega antimperiale
avrebbe dovuto essere presieduta dal nostro re Enrico Ottavo:
nuovo vigore sarebbe allora sceso nei combattenti. Chissà se questa
previsione aveva probabilità di dimostrarsi vera? Non mi ha risposto.
Di lì a poco ci salutammo e io venni alla mia tenda. Ho voluto
riportarvi questo incontro da me vissuto, per rendervi partecipe di
quanto dolorosamente possa esprimersi oggi un destino patito da
uomini forti che ancora si provano a vincerlo nel nome di poche
appassionate speranze. Vi ho detto che non ho potuto dormire tutta
la notte sentendo così vicino il disastro; non so quale e dove; mi si
stringe il petto ogni volta che penso a voi a Roma. Come fate, così
delicata e bella, a vivere lontana da casa vostra? Che cosa c'è a
Mantova che vi tiene lontana? O a Roma che preferite vicina? Ho
deciso: devo ritornare a Roma per vedere, o almeno per sapere.
Nessuno me lo impedirà. Sono ai vostri piedi a chiedervi non il
permesso ma uno dei tanti perdoni che mi legano a voi.

Ecco il mio staffiere. Prima di spegnere la lanterna, vi supplico:


guardatevi bene, mio caro miraggio, Signora mia. Da che cosa? Da
tutto.

: Il vostro schiavo per sempre Robert de la Pole : Dal campo di


Marignano, al nove luglio 1526. Guardarsi da tutto, ripetei qualche
tempo dopo quando i Colonna fecero il maledetto <insulto> a papa
Clemente. Ma come? Era un giorno bello di fine settembre, quando
le bande mercenarie colonnesi furono gettate dentro una Roma
inerme, impreparata e sgomenta: gente selvaggia e in certo modo
disperata, buona solo a sfogare l'ira di essere comandati nelle
scorrerie e nelle razzie.
Venne Pirro quella mattina ad avvisarmi che le bande colonnesi
scendevano a precipizio giù dal Monte Quirinale: si diceva che
fossero cinquemila uomini armati e feroci. Adunai le mie donne,
chiudemmo ogni porta e rimanemmo ferme a sentire gli urli farsi più
vicini al palazzo dei Santi Apostoli. Quegli scatenati scandivano il
grido <Colonna, Impero, Libertà> e si mostravano decisi ad andare
in Vaticano a deporre il papa nemico dell'imperatore. Dietro le
finestre, nel filo dello sportello accostato, spiammo sulla piazza le
truppe mangiare e bere riducendola un ricetto di rifiuti.
Sopravvennero nelle nostre camere il cardinale Pompeo e Ascanio
Colonna che ci rassicurarono del tutto. Non avremmo mai subìto
danni: c'erano con loro fanti spagnoli davanti al nostro portone.
Bisognò accettare simili difensori, e fra essi Vespasiano Colonna che
nel luglio scorso avevo accolto nelle mie camere essendo io
testimone al contratto per le sue nozze con Giulia Gonzaga, fanciulla
bellissima di casa nostra, del ramo di Bòzzolo. Vespasiano aveva più
volte trattato col papa per l'imperatore e sempre Clemente si era
fidato di lui perché lo considerava ed amava quale figlio. Saziata ed
abbeverata, l'immensa masnada dei mercenari stava sulla piazza
come le fiere in riposo; ad un comando tutti si levarono e si misero a
correre all'impazzata verso l'interno della città. E poi accadde:
l'orribile saccheggio di San Pietro e dei palazzi apostolici, la
derisione del pontefice imitato da luridi buffoni che giravano con vesti
e manti sacri, il bottino di ogni cosa, e gli uffici papali, e le case del
Giberti, del Giovio, del Sadoleto interamente vuotate, usci e finestre
fracassati, le belle porcellane in frantumi, i tendaggi e le tappezzerie
in brandelli, gli arazzi di Raffaello predati e forse lacerati, distrutti. Il
popolo non si muoveva, e non solo per paura: restava indifferente
alla rovina del suo capo supremo: non da ora lo detestava per la sua
parsimonia, rimpiangendo i tempi grassi di Leone.

Ci domandavamo con ansia che cosa fosse accaduto a Clemente, e


solo tardi ci fu riferito che era in Castel Sant'Angelo, al sicuro,
mentre le artiglierie pesanti della fortezza spazzavano Borgo Nuovo.
Durò tutto il giorno il saccheggio e solo verso sera le bande dei
colonnesi ripresero la strada verso Marino. Non ci pareva possibile,
la stupefazione ci indignava e non potevamo far motto. Mandai un
avviso a Vespasiano Colonna per avvertirlo che non mi avrebbe
visto al suo matrimonio con la nostra Giulia fissato per i giorni
seguenti. La faccia dura di quel Colonna che quasi si pareggiava ai
ceffi dei suoi mercenari, mi repugnava troppo. Avvertii della mia
decisione il papa che ritornato in Vaticano si aggirava in mezzo ai
guasti e al rovinìo: il poveretto mi ringraziò. Nel raggio del mio
sguardo entrò in quei tempi mio figlio Ercole con i suoi vent'anni
riflessivi e scaltri. Lo avevo convocato di fretta a Roma: ad una
udienza privatissima lo invitava il papa. Feci il mio ingresso con lui in
Vaticano dove le stanze portavano il segno dei predoni colonnesi;
ma erano nitide e sempre imponenti. Ci venne incontro il Giberti che
si lamentava dei Colonna e poi del papa oscillante da indecisione a
indecisione. Fummo raggiunti dal nostro ambasciatore e come
sempre chiesi notizie di Mantova. Federico aveva lasciato intendere
al conte di Lodrione inviato imperiale che se i fanti tedeschi
decidessero di attraversare il territorio mantovano per congiungersi
con il Borbone a Milano, egli avrebbe concesso il passo. Divenni
pensosa: eravamo di fronte ad una esigenza grave e, proprio perché
grave, inevitabile. Federico sceglieva il minor male; tuttavia una
indefinita inquietudine mi agitava. Franceschino Gonzaga mi
descrisse l'esuberante gratitudine di mio figlio per il mio operare in
Vaticano a onore e gloria dei Gonzaga e soprattutto per quel mio
prezioso giustificare presso Sua Santità le azioni forzatamente poco
guerresche del suo Capitano Generale. Ora però il signor marchese
credeva che fosse scoccata l'ora per me di tornare a Mantova. Nel
sommovimento generale che si preparava, egli temeva per la mia
sorte e lo diceva a tutti. <Ha paura per me?> domandai. <Sì. Dubita
che a Roma scoppino nuovi disordini come quello dei colonnesi. Qui
c'è continuo pericolo.> Mi volsi ad Ercole con quel mio moto
inventivo che tanto divertiva i miei figli: <Sentite, Ercole? Vostro
fratello trema per sua madre. Dovrete rassicurarlo appena sarete di
nuovo a Mantova, e dirgli che qui sto benissimo.> Risi
giocondamente e aggiunsi: <Non sono un'armigera e se vi fosse
veramente pericolo sarei già montata a cavallo e via a casa di gran
galoppo.> In quel momento ci introdussero nella sala delle udienze,
incontrati dal Giovio e dal Sadoleto. Mi allungai verso l'orecchio di
Franceschino e gli bisbigliai: <Ho speranza che oggi il papa ci darà
una buona notizia.> E fu così. Dio, che momenti. Cominciai a
respirare più velocemente quando Clemente invitò Ercole a sedersi
presso di lui tenendo il capo coperto come spetta ai principi della
Chiesa. Prima discusse sulla grovigliosa situazione politica del
giorno che lo rendeva sempre più incerto, poi venne alle lodi di casa
Gonzaga <preclara e fida> che non poteva più stare senza un
cardinale dopo la morte del Reverendissimo Sigismondo di buona
memoria. Ercole ebbe uno slancio generoso: si confessò
immeritevole di tanto onore perché troppo giovane.

Allibii per un istante: mi bastò scrutare il suo viso animato da


profondo fervore per capire quanto quella sua sincerità fosse bella e
piacesse al papa. <Sì,> disse infatti Clemente <siete un po' troppo
giovane, avete vent'anni. Ma il vostro animo è forte e in questi tempi
turbinosi la Chiesa ha bisogno di un sostegno. Fa bene> aggiunse
<sentirsi vicino la fede e la forza dei giovani. Il mio cuore è colmo di
angoscia. Ho però l'idea di compiere un'azione che mi sembra giusto
offrire a Dio: mi staccherò da Roma per andare in Spagna e poi in
Francia a parlare con quei due re irriducibili, Carlo e Francesco, e
farò loro comprendere che la vera necessità dell'uomo è la pace.>
Ad Ercole sfavillavano gli occhi così simili ai miei e più saggi.
<Santità, la vostra è una grande ispirazione!>

<Una grande pazzia!> mormorò il Gi berti dietro di me. Io non riuscii


a contenermi e dissi a Sua Santità che non conosceva l'animo di
quei principi guerrieri e conquistatori. In un momento di sdegno o di
capriccio l'avrebbero fatto prigioniero. <E poi?> soggiunse
Clemente. <E se anche mi uccidessero? Perché un principe non
dovrebbe fare prigioniera la mia misera persona? Prima di partire
lascerò disposizioni su tutto. Se mi accadesse qualche cosa, i
cardinali qui a Roma nomineranno subito il mio successore.
Nessuno può fermare la vita della Chiesa.> Dalle sue parole spirava
una gran fede e quel basso mormorare del Giberti, <Pazzie,
pazzie!,> mi infastidiva non poco. Mi accorsi che sul volto di Ercole,
scomparsa la passione, era discesa una freddezza ragionativa.
Modestamente, ma con un vigore da adulto, argomentava col papa,
e con dolcezza lo riportò alla realtà dipingendogli sobriamente lo
stato di anarchia di una Roma abbandonata a se stessa. Il papa
sospirava ma lodò gli avvisi di mio figlio col tono desolato di chi si
vede strappare un sogno. Poi rivolgendosi verso di noi si
raccomandò di mantenere segreto il cardinalato di Ercole fino a che
non si fossero ordinati gli altri cardinali. Mio figlio era però da quel
momento principe della Chiesa a tutti gli effetti. E gli fu data la bolla,
arrotolata stretta, con i penduli sigilli papali. Io attraversavo
scivolando le stanze dipinte da Raffaello e quasi non toccavo terra.
Per la prima volta avevo ceduto il passo a mio figlio e lo seguivo a
distanza con gioia trionfante mirandolo. Concepito da me era stato
Ercole figlio, e voluto da me Ercole cardinale. Ora egli camminava
precedendomi, con il portamento svelto e grave che si addice ai
principi della Chiesa; intuivo la sua forza in ascesa e nello stesso
istante mi pareva di vederlo fuggire senza voltarsi indietro. Decima
lettera : All'Eccellentissima Padrona mia la Magnifica e Illustre
Marchesana di Mantova Dal Castello di San Giorgio Sì, avete letto
bene, Signora mia, cara su ogni cosa. Da Venezia sono sceso a
Mantova accompagnato da una lettera del Senato veneto che mi
presentava al marchese vostro figlio quale informatore e lo sono del
re d'Inghilterra nel corso di questa guerra sferrata dagli imperiali
contro la Lega degli stati italiani. Sono a Mantova e mi figuro ad ogni
istante di vedervi uscire dal vostro nuovo appartamento di
Cortevecchia che per essere vostro si potrebbe definire Corte Beata.
Ma voglio dare un certo ordine al mio straordinario racconto. Dalla
Serenissima mi sono portato alla corte del signor marchese Federico
interessato a seguire da vicino il piano di guerra stabilito dalla Lega
per impedire ai lanzi il passaggio del Po. Calati all'improvviso dalla
valle del Chiese, questi dodicimila lanzichenecchi stanno facendo
un'ampia manovra per schivare i veneziani e andare poi
fulmineamente a congiungersi con le truppe del Borbone nel
milanese. Qui sono stato accolto con ogni cortesia, seppure nella
vostra corte corra una vibrazione di timori avvertibili. Mi hanno
alloggiato nelle <camere bianche> di Castello con la maggiore
grazia del mondo. Arrivai ieri sul tardi: e questa mattina sono salito
alle stanze di Cancelleria per salutare il vostro Calandra, anima degli
ufficiali di palazzo e mio antico conoscente, e alcuni celebri
informatori e oratori come l'Agnello del duca d'Urbino e il Borromei
della Repubblica fiorentina. Altri nomi ritrovati tante volte nelle carte
e uditi risuonare, ora si collocano con un volto nella mia mente.

Ma il signor Calandra avete ragione a stimarlo: il suo discorrere


esprime un sempre desto interesse delle cose che gli dà brevi
accensioni d'intendimento qua e là sul viso. La persona alta è bene
articolata e alquanto sdegnosa, ma sdegnosa delle piccole cose
essendo lui dedito a gravi uffici. Ascolta chinando un poco il capo
riflessivo e puntando ad un tratto lo sguardo di chiari occhi grigi. Che
ne dite, Signora mia? Ho fatto un bel ritrattino di uno che vi è tanto
familiare? Mi piace moltissimo di entrare così tra la vostra gente in
casa vostra e senza il magico terrore d'incontrarvi. Ah, dimenticavo:
in Cancelleria erano presenti anche tre luogotenenti del marchese
vostro figlio: Ludovìco Guerrieri, Paolo Luzasco e Carlo Nuvoloni.

Quest'ultimo si lagnava del litigioso Capitano della Lega, il signor


Giovanni delle Bande Nere che ha fatto memorabili scenate: pare
abbia detto che le fanterie mantovane sono male armate e ancor
peggio addestrate. Il Calandra ha alzato le spalle. Ad uno come
Giovanni delle Bande Nere bisogna perdonare le stravaganze e le
eccentricità: è un iroso, ma alla battaglia è animosissimo e trascina i
soldati. Nemmeno l'ultimo dei suoi fanti si terrebbe dal seguirlo negli
attacchi più spericolati. Desideravo fare atto d'ossequio al signor
marchese ricordandogli la nostra consuetudine durante il suo
soggiorno di fanciullo a Roma, ma egli è malato e sta alla sua villa di
Marmirolo che ha recentemente arricchita di costruzioni nuove a
quanto mi hanno riferito su disegno di Michelangiolo; spero che
presto riconquisti la sanità perduta, il che, avendo egli ventisei anni,
avverrà rapidamente, come la sua gente assicura. Vi sarà giunta
notizia che egli ha dovuto dare disposizioni per il passaggio delle
truppe imperiali nel mantovano impostogli prima dal Borbone e più
rudemente da Giorgio Frundsberg, il gran luterano capo dei lanzi, un
omone che mi è stato descritto forte come un toro, bestemmiatore e
irruente guerriero. Pensate, porta al collo un laccio d'oro perché con
quello, dice, strozzerà di persona il papa. Il Frundsberg, dunque, ha
chiesto al signor marchese di passare il Po a Borgoforte; ma qui in
corte si dice già che dovrà rinunciarvi perché non gli si faranno
trovare le barche. Intanto a Soncino il duca Francesco Maria della
Rovere si è accampato con Giovanni de' Medici e insieme hanno
fatto un piano: svizzeri e francesi restino sull'Adda a tenere d'occhio
Milano e gli spagnoli; i veneziani con il signor Giovanni inseguiranno
i lanzi. Probabilmente in queste ultime ore il piano avrà subìto
evoluzioni, ma voi che conoscete i luoghi potete prevedere tutto
meglio di me. L'idea che io ho dedotto dalle diverse informazioni è
che si lascino avanzare i lanzi nel Serraglio; costoro, poi, non
trovando le barche a Borgoforte saranno costretti a marciare lungo
l'argine diretti al Po di Ostiglia: a questo punto li raggiungerà il signor
Giovanni per attaccare le retroguardie e rovinosamente disperdere il
grosso degli armati prima che essi possano riunirsi con le truppe del
Borbone. Dio li aiuti poiché la loro causa è giusta. A desinare col
vostro Calandra, sazi di parlare di guerra, abbiamo ragionato di cose
d'arte e di pittura stando noi nelle nuove stanze di Castello rifatte dal
marchese Federico presso quelle che abitavate un tempo, e
propriamente nella sala dei Soli molto ben adornata.

Discorremmo di voi e delle vostre azioni magnanime per la gloria di


casa Gonzaga, e questi signori non hanno cessato di lodarvi con la
maggior devozione. Il Calandra mi ha fatto segretamente cenno
all'opera svolta da voi a Roma per il cardinalato del vostro
secondogenito Ercole; e giudicano risultato stupendo anche l'altra
pratica per il vostro terzogenito Ferrante per il quale vi siete fatta
dare dal papa licenza che egli accetti una carica di capitano
nell'esercito imperiale di Carlo Quinto. Il vostro senno, Signora mia,
deve essere pari al vostro coraggio: altrimenti non rischiereste che il
minore dei vostri figli si esponesse al caso di scontrarsi in guerra con
suo fratello maggiore. Ma voi siete sicura che ciò non accadrà, e in
un modo o nell'altro conducete da sola i vostri ragionamenti.
Durante il pranzo nella sala dei Soli ho fatto in maniera che il
discorso cadesse sul vostro nuovo appartamento e il signor
Calandra subito si è offerto di farmelo visitare mentre io nascondevo
la mia gioia. Dopo essersi consultato con gli altri ha deciso di darmi
per compagno una singolare persona che essi chiamano il Paggio
Studioso e che in realtà ha nome Bertino da Alba. E' opinione
generale che non ci sia nessuno che lo pareggi nell'intendimento
della pittura e della scultura. E' un paggio vecchio, ha vent'anni: non
potete ravvisarlo essendo egli qui solo da qualche mese, ceduto al
marchese Federico dal signore di Guastalla su richiesta di Giulio
Romano che si serve di lui come esperto senza pari nel ricercare
ogni oggetto di pregio, antico o moderno. Anche se singolare sono
sicuro che vi piacerà averlo al vostro comando. E' un giovane alto
magrissimo che sprezza l'attillatura dell'abbigliamento e drizza in
testa un cappelluccio con una piuma ghiribizzosa. Il viso è irregolare,
il naso importante, la testa piena di capelli neri e lisci, ma è l'occhio
che colpisce, molto incassato nelle orbite, nero e lucente che pare
fatto di tanti occhi interni scintillanti pronti ognuno per una
rivelazione. Il Paggio Studioso, dunque, mi ha condotto in silenzio
nella vostra nuova abitazione.

Finisce quasi novembre, una grande nebbia vagante rapisce allo


sguardo i giardini di palazzo. E nella nebbia cominciò a venir fuori
dal mio compagno una voce calda e modulata in profondo, una voce
di basso con impennate zampillanti ora allegre ora ironiche d'una
fermezza insinuante quando illustra le opere degli artisti. Dalla loggia
della città, leggera come il vostro passo, sono entrato e spero di non
dispiacervi nelle vostre camere dove alcune donne badava no al
fuoco nei caminetti, un fuoco vivo che combatteva la incombente
umidità dell'aria. Fui preso da non so quale colpo di giovanilità
vedendo i vostri luoghi, le vostre scranne coperte di velluto, i tavoli
piccoli e le tavole grandi intarsiate, gli stucchi, le pitture, in quell'aria
resa dorata dalle lanterne accese la giornata era buia che lambivano
a lingue di luce gialla i candelabri e i vasi d'argento. Ma non era nulla
al paragone dello Studiolo e della Grotta dove le pitture del
Mantegna, del Costa e del Perugino uscivano prepotenti
dall'atmosfera con le loro figurazioni danzanti e fuggenti nello spazio
breve, spartito dalla nitida porta di marmo: una vera genialità, diceva
il mio giovane studioso, e conchiudeva quel lavoro di oreficeria che
copre pareti e soffitti pausati, nella Grotta, dalle vostre imprese
metafisiche.

Vacillarono le mie gambe davanti a questa testimonianza del vostro


vivere, Signora mia amatissima. Fingevo di ascoltare il mio
compagno che si girava intorno e ogni tanto con una frase veloce mi
additava i bronzetti, le statuine preziose, le geometriche città delle
tarsie; infine spalancata l'anta dell'armadio vicino alla finestra, mi
mostrò il putto dormiente di Michelangiolo bianco di una grazia
poderosa che annunciava l'opera futura di quel grande maestro.
Passammo poi nel giardino segreto che la nebbia rendeva
trasmutante di segni. Tutto qui era fantasma vegetale, solo le siepi
rameggiavano qua e là negli scarni legnetti dei rampicanti: come
appariva diverso dal luogo descritto dal nostro Castiglione, <giardino
divino, fiorito a maggio di scapigliati gelsomini e di rose,
verdeggiante di alberelli fruttiferi.> Nel vaporare della nebbia lessi la
vostra dichiarazione di regina sulla cornice del muro che corre torno
torno: : Isabella Estensis regum Aragonorum neptis, ducum Ferra
riensium filia et soror, marchionum Gonzagorum coniux et mater. A
questo punto caddi in un incanto mirabile e bizzarro nel quale sto
vivendo tuttora. L'occhio del mio compagno mi fissò così
intensamente che mi fiammeggiarono le gote. <E' un negromante>
pensai. <Ha scoperto il mio segreto.> Invece udii la sua voce fatta
più leggera e persino sfioccata di tenerezza doppiata d'ironia che
m'invitava alla scoperta di una cosa fra misteriosa e sublime.
<Signore, non siete un anglico?> domandò all'improvviso. <Il
prodigio ci viene incontro, ci chiama. Volete rispondere?> Era chiaro.

Non aveva avuto in mente nulla che mi legasse a voi; salvato il mio
segreto, respiravo. Mi dichiarai subito pronto a qualsiasi rivelazione.

<Allora seguitemi> mi disse il Paggio, e allungò il passo. Salimmo


scale, costeggiammo pareti d corridoi stretti, incontrando solo alcuni
rari famigli che ci salutavano. Arrivammo così ad una porta vetusta,
enorme. Il Paggio frugò in una borsa, tolse una chiave e aprì a fatica
la serratura. Mi trovavo in una sala schiarita da una luce ovattata che
entrava da tre finestroni ad arco acuto. Il tetto era in parte riparato
solo con travi di sostegno, e il pavimento rozzo di mattoni screpolati:
il mio compagno fece alcuni passi rapidi e indicò davanti a sé.

<Guardate!> disse. Posai gli occhi sulla grande parete di fronte


soffusa di luce eguale e vidi una straordinaria rappresentazione di
battaglia che emergeva violentemente dal muro, un arabesco
robusto fantastico e crudele: uomini in corazza ed elmo, con enormi
cimieri alati, rigonfi di piumaggi oppure ornati di capigliature fatte di
nastri o fettucce ricamate e frastagliate che fluivano sulle spalle
coperte di ferro dei guerrieri. Sul fondo azzurro cupo il volgersi dei
portentosi cavalli e degli uomini corazzati era colto nel suo moto più
scattante e dalle fessure degli elmi forati sul davanti a mascherina
lanciavano sguardi gli occhi lontani, spaventati e tuttavia ostinati, di
quelli che si accingono a morire. <Quale guerra?> domandai con
poco fiato. <Peggio della guerra, è un torneo, isolato nella zona dove
il combattimento è più folto e la follia di uccidere trionfa. Guardate
come inesorabilmente si alzano gli spadoni e cadono gli uomini; qui
la crudeltà è superbia ispirata solo dall'orgoglio di uccidere a freddo
senza nemmeno l'ardore della conquista, è uno scoppio di rapacità
naturale agli uomini. Il torneo è un poema innalzato al lusso, alla
regalità, al fasto funebre degli eroi; e non manca il consenso delle
trasumanate e pur reali dame che vedete lassù affacciate sotto il
baldacchino. Sono ritratte per niente trepidanti, astratte nel valore di
se stesse esaltato dai paladini, bionde, con abiti di foggia regale,
toccate con infinita mortale delicatezza. Il pittore non ha potuto
portare a fine questo affresco. Non credeva più alla favola dei secoli
trascorsi, smentiva come un inutile rito di sangue l'epica che
circonda il nome dei paladini. L'artista accoglie nella sua visione solo
l'orrore delle superbe cavalcate, la terribile costruzione delle
armature che sembravano saldarsi sui corpi torturandoli, e veste in
foggia cavalleresca il suo Trionfo della Morte.> Sulla parete dove le
figure roteavano, distinguevo episodi di ferimenti e di attese, a
quando a quando disciolte dalle loro rigidezze d'acciaio. Chiesi chi
fosse il genio che aveva dipinto l'affresco. Il Paggio ebbe un sorriso
di consenso. <Sì. E' un genio. E' il Pisanello.> Poi aggiunse che
meritavo qualcosa di più e che l'avrei avuto. Si diresse verso un
angolo e tornò reggendo una scala a pioli, oscillante per l'altezza.

Andò ancora verso l'angolo e ne riportò un'altra egualmente alta e


oscillante: le appoggiò affiancate alla parete curandosi di scegliere
zone meno affrescate. Saggiò attentamente le due scale e mi invitò
accennando alla più solida; lui si arrampicò lesto sull'altra. Una
commozione incuriosita mi spinse a salire: in certo modo, Signora,
siatene certa, solo quando mi ritrovai sull'ultimo gradino di quella
scala capii che ero sospeso in alto, molto in alto. Che direste se vi
assicurassi che la mia natura romanzesca ebbe un soprassalto e mi
accese a tal punto da farmi immaginare languente ai piedi di quel
trionfo mortale, così dappresso alla vostra casa? Colui che è
chiamato il Paggio Studioso buttò dall'alto la berretta scoprendo la
sua fitta chioma di un nero inchiostrato. Ammiccò un istante e,
indicando con il dito lunghissimo la parete superiore dell'affresco, mi
incitò a guardare: mi avrebbe spiegato. Lungo la cornice della scena
all'altezza dei nostri occhi si svolgeva un fregio magnifico; fra steli di
fiori lunghissimi e ondanti si susseguivano, vicini, collari rotondi
chiusi con un gancio trilobato e appiombato da un ciondolo con la
figura di un uccello ad ali aperte volto alternativamente a destra e a
sinistra. Sebbene non credessi ai miei occhi, subito lo riconobbi: era
il collare antico dei Lancaster che avevo visto scolpito sulle loro
tombe, e stava qui irrobustito da quel disegno sovrumano, ripetuto
decine di volte nel fregio che inquadrava il combattimento estremo.

Allora sì che mi tenni forte, incapace di intendere. Il mio compagno


rise del suo acuto riso, i suoi occhi ardevano e il suo volto si
trasformò in una specie di combustione. <Adesso basta,
scendiamo>

disse. Quando fummo a terra, ci sedemmo su un pancone


impolverato. Io ero tutto un'interrogazione. Il giovane mi raccontò
della sua scoperta di questo estremo capolavoro, della sua indagine
tra i cortigiani di ogni età, tra i guardarobieri e gli intendenti di
Palazzo; il massimo che poté cavare fu che la sala detta un tempo
<del Pisanello> aveva avuto il soffitto sfondato circa cinquant'anni
prima, e poi rifatto alla meglio. Una cosa si vedeva bene: queste
pitture erano state abbandonate molto prima di essere compiute, e
chissà mai perché. <Il Pisanello! Non avete mai sentito questo
nome?.> Era deluso che non conoscessi il Pisanello, colui che
aveva illuminato le corti settentrionali italiane un secolo prima,
prediletto da ogni principe, adorato da tutti, signori e potenti. E
perché ora quell'abbandono?

Perché quell'opera grande giaceva così sprezzata? Il Paggio


Studioso era invaso dall'ira e sembrava che parlasse per sfogo e
ribellione.

Aveva chiesto ad un cortigiano anziano che pregiava assai la pittura


perché tanto oblio di un'opera che mostrava i segni del genio. Non
c'era stata risposta. Ma i pittori di corte, il Mantegna, soprattutto il
Mantegna, pittore di casata gonzaghesca, l'aveva visto l'affresco?

Non una parola che lo facesse supporre. Si sapeva soltanto che


l'ombroso pittore girava continuamente per le stanze antiche dei
palazzi, cercando oggetti d'arte dimenticati negli spazi abitati o no;
ma dalla parte del Mantegna non era venuto mai un fiato. Il Paggio
Studioso ammiccò ancora, ferocemente: <L'invidia dei geni?> si do
mandò ironico. <E i collari? I collari dei Lancaster?> insistei. Aveva
fatto, spiegò, ricerche anche su quelli, in Cancelleria, fra i dispacci
d'Inghilterra. <Rimovendo pacchi di carte ho trovato una lettera di
Enrico Sesto, re d'Inghilterra. Quel latino di scuola e di buona
Cancelleria non ci sono che gli inglesi per costruirlo. Questo vostro
re ebbe gran lietezza che fosse stato accolto e festeggiato un
carissimo suo consigliere, John le Scrop, di passaggio a Mantova, e
per ringraziare concesse al marchese Gianfrancesco allora regnante
la libertà di conferire a cinquanta dei suoi sudditi la divisa reale, il
collare dipinto nel fregio.> Il Paggio si scrollò meccanicamente la
polvere di dosso, e come se continuasse un suo discorso interiore,
disse: <Quanto bisognerà aspettare perché questa pittura non finita,
sciupata, avvilita dall'incuria, eppure tra le maggiori espressioni
dell'umano e che ci manda un suo terribile appello sia riconosciuta e
amata. Voi, signore anglico, non avvertite forse la valanga di
ragionamenti e di commozione che vi affollano la mente? Non vi
ricordate all'improvviso dell'esistenza contemporanea alla nostra di
tanti popoli lontani, tutti uomini che hanno in comune la guerra e la
morte? Magari il collare delle <Esse,> inviato da Enrico Sesto re
della grande Inghilterra al marchese Gianfrancesco Gonzaga
signore di un piccolo stato, è un'invenzione di calda amicizia e
l'annuncia con quella lettera latina quasi affettuosa; ma il Pisanello è
uomo giunto ad estremi patimenti di esistenza, e trasforma la festa
per quel dono (forse era stato concertato un torneo fra i cinquanta
cavalieri insigniti del <devisement> inglese) in una incomparabile
festa di morte.> Il mio giovane compagno tacque. Io presi qualche
appunto su un mio taccuino e tracciai alcuni particolari degli
elegantissimi collari, la <devise> dei Lancaster, della <Rosa rossa.>
Come vi ho detto altra volta io sono lontano parente, da parte degli
York, della <Rosa bianca>; ma sono remote da me queste ormai
antiche divisioni, questi rancori coltivati e annaffiati col sangue. Il
collare, il medaglione col cigno ad ali aperte, le <Esse,> tutto
disegnai con cura sentendomi un grumo di calore nel grigio freddo
che penetrava dai finestroni. Il Paggio Studioso stava molto a suo
agio su quel pancone, le braccia e le gambe incrociate con eleganza
nativa. Dopo un lungo silenzio gettò uno sguardo sui miei disegni e
accennò col dito magro qualche punto da correggere. Poi,
costeggiammo di nuovo i corridoi, scendemmo per le scalette; usciti
all'aperto ci dirigemmo verso il Castello. Il mio compagno aveva in
viso i segni della rivolta: <E il Mantegna?> disse piano ad un tratto.
<Non vi pare che egli deve aver visto ad ogni modo questo
Pisanello? Ha forse tentato di cancellarlo con l'abbandono?>

Aggiunse ancora poche frasi, annunciandomi un suo viaggio in


Turchia per sperimentare un certo commercio di gioielli che gli si
presentava propizio: preferiva i gioielli anche se amava la pittura;
voleva salvarsi dai brividi di cervello. Entrò nella nebbia dei giardini
di Castello dopo un lungo caldo e astratto saluto: io ero già al ponte
di guardia, e mi orientavo. Adesso sono nelle mie camere, da ore,
solo, sotto la luce di una lampada, a scrivervi. Il giorno ha declinato
prima della sua ora; lo staffiere, acceso il fuoco, mi ha servito la
cena. Mi sento sopraffatto dalle impressioni così diverse della vostra
casa, favola del nostro tempo, gemma del nostro ragionare, e da
quella parete, antica certo di quasi cento anni, disconosciuta, che
sembra minacciare il nostro futuro. Che cosa faccio qui senza
potermi leggere nell'animo alla luce di Vostra Chiarità? E le insegne
dei Lancaster che s'inseguono nell'alto di quella Apocalisse
guerresca, sono un incontro casuale o una chiamata dall'isola
grande d'Europa? Io presto fede ai segni, ho spesso la sensazione
che qualche cosa sospesa su di noi vorrebbe raggiungerci. Mi sento
malato e scardinato. Signora dell'anima mia, ascoltate questo
momento di dolore puro che non sa rendersi ragione di se stesso.
Siete lontana ma, grazie a Dio, esistete, e stando vicino a voi anch'io
saprei che cosa credere. Perché fate sempre come se io non
esistessi, lasciandomi colmare di supposizioni il mio mondo? Si
formano correnti pericolose che mi danno una stanchezza senza
aiuto. Questa notte dormirò sul tappeto accanto al fuoco come fanno
i nostri grandi cani nel castello di Suffolk. Alba del ventisei
novembre.

Signora! Signora! Viene ora notizia che il signor Giovanni de' Medici
è stato ferito a Govèrnolo da un colpo delle artiglierie ferraresi. Lo
stanno portando a Mantova nel palazzo del signor Aloisio Gonzaga,
di fronte ai vostri palazzi di corte. Mi ammantello e corro a vederlo.

Tutto precipita. I lanzi sono passati. Sera dello stesso giorno. Mi


manca il coraggio di vivere, non quello di scrivervi, venerata mia
Signora. La giornata più luttuosa che finora ho passato in Italia è
stata questa e non mi sarà possibile dimenticarla. Questa mattina,
poco dopo l'alba venne qui la notizia del ferimento del signor
Giovanni de' Medici. Nevicava. Arrivai nella piazza grande appena in
tempo per incontrare un corteo di uomini luttuosi e furenti.
Camminavano intorno a una lettiga chiusa dove era il loro capitano.
Nessuno si accorgeva della neve e del vento che batteva. I soldati
del signor Giovanni, affranti, inveivano contro la sfortuna. Per ultimo,
solo dietro la lettiga avanzava il signor Pietro Aretino letterato. Con
la sua voce di basso rabbioso chiamava l'amico e senza pause
sputava imprecazioni e maledizioni sfogando in esse la violenza
della sua angoscia. Le imprecazioni erano ribollenti di ingiurie per la
ribalda puttana che si dimostrava la fortuna, baldracca putrida che
aveva permesso questo scempio. Tutti gridavano a cadenza
<Giovanni, Giovanni!> e ripetevano a quando a quando più alto <Chi
ci dirà venitemi dietro e non andatemi innanzi? Chi ci ridarà mai il
miglior soldato di tutti i tempi?,> e quegli appelli rauchi ave vano un
che di tragico da non potersi sopportare. Si fermarono davanti al
palazzo in fondo alla piazza ed entrarono. Non osai seguirli tanto
parevano rinserrarsi tra loro in una famiglia spasimata che
respingeva chiunque altro. Ora sono rientrato nelle mie camere e
avverto la solitudine come un'aria pesante che si respira male. Sera
del ventinove novembre. Signora, ancora una volta riprendo la
penna per voi. Sono andato all'ora del vespro nella stanza dove il
signor Giovanni giaceva disteso su un letto da campo che egli
stesso aveva domandato: appariva pallidissimo ma presente. Era
terribile quel suo essere presente: mi balenarono alla mente gli
spettrali cavalieri del Pisanello e i loro sguardi di morituri dal fondo
degli elmi. Un gentiluomo vestito ancora con la corazza stava presso
il letto e ravvisai il duca d'Urbino. Più pallido del ferito, si chinò su di
lui e lo esortò con tono fraterno a confessarsi mostrando che pari al
valore guerresco è il valore dello spirito. Uno strano sorriso si distese
sul volto del signor Giovanni che rispose distintamente: <Ho fatto
sempre quello che dovevo fare. E farò anche questo.> Al frate
confessore ebbe la forza di dire che essendo un uomo d'armi era
vissuto da soldato; se fosse stato prete avrebbe vissuto da prete. In
quel momento entrò nella stanza vostro figlio. Si avvicinò al ferito e
lo pregò di chiedergli qualche cosa, una grazia che convenisse alla
qualità di tutti e due. Giovanni rispose: <Voi mi amate, perché sono
quasi morto. Amatemi ancora quando sarò morto del tutto.>
<La vostra virtù che vi ha fatto acquistare tanta gloria,> disse
gravemente il marchese <vi farà non solo amare ma adorare da
ognuno.>

Il signor Aretino seduto su un panchetto, al capezzale dell'amico,


muoveva intorno gli occhi fissi come avesse smarrito anima e forza
di urlare. Ma ad ogni poco dava l'impressione di scoppiare per il
dolore arrovellato. Il buio calò presto; furono accesi i lumi. Il signor
Giovanni disse qualche cosa all'Aretino e questi prese un libro che
aveva sul panchetto e cominciò a leggere piano: non ho saputo che
libro fosse. A quello scorrere di parole, chissà in qual modo
confortanti, il signor Giovanni si addormentò un poco, poi si risvegliò
e fece leggere ancora, e ancora si addormentò. L'assopimento dato
dalla ferita mortale lo invadeva: ma la sua vigoria lo faceva a quando
a quando risorgere.

Ad un certo momento disse: <Sognavo di essere guarito; se


migliorerò farò vedere a quei lanzi come si combatte, e mi
vendicherò.> I suoi familiari non parlavano più, e solo cercavano di
incontrare i suoi occhi per dimostrargli fedeltà e afflizione. Ogni tanto
qualcuno piangeva e qualcun altro lo accompagnava fuori. Nello
sguincio della finestra stava riparato il marchese Federico pensoso e
triste. Non mi riconobbe, né io tentai di farmi riconoscere. E tra
quella lettura smorzata, quei pianti strangolati e quell'attonito restarsi
di ognuno mi è parso di essere un intruso che spiasse il segreto tra
la vita e la morte, e sono venuto via. Eccomi di fronte a voi,
sconvolto da questa morte che sembra consegnare l'Italia agli
spagnoli e ai lanzi. Il dolore per la perdita del signor Giovanni si fa
più crudo a mano a mano che penetra dentro di noi incalzato dalle
notizie che si accavallano in Cancelleria dove ho cercato la parola
sicura del vostro Calandra. C'è gran confusione. I meno intellettivi
tirano un sacrilego sospiro pensando che la guerra si allontana da
Mantova, anzi da tutto il mantovano perché le truppe del Frundsberg
hanno attraversato il Po ad Ostiglia. I più avvertiti temono catastrofi
indicibili: molti dei nostri hanno visto in faccia questi lanzi armati di
archibugi, balestre e spadacce, genti blasfeme che inneggiano a
Lutero in quel loro linguaggio sgangherato. Vi dico tutto questo,
Signora mia, perché non c'è da perdere tempo: mi rispondiate o no,
devo aiutarvi qualunque cosa accada. Torno a Roma di volata dopo
aver affidato questa lettera al Magrone, cavallaro che fu al servizio
del signor Castiglione, e che ho fortunosamente ritrovato qui. Non
importa che cosa immaginiate di me, sono preparato ad ogni vostra
ragione, soffrirò qualunque cosa purché siate presto di nuovo nelle
vostre stanze dipinte e luminose e s'incurvino sul vostro capo gli
armonici archi della divina loggia di Cortevecchia. Addio, addio; a
Roma. Non abbiate timore, né di vedermi, né di non vedermi: io ci
sarò. Il vostro fedele Robert de la Pole : In Mantova, al trenta
novembre 1526. Presi d'infilata la scala stretta che si addentrava a
spirale dentro la torre a tratto a tratto nebulosamente schiarita dalle
feritoie; ma dopo una breve corsa sugli scalini mi fermai affannata:
c'erano limiti nell'assecondare gli slanci, non serbavo più il ritmo
accelerato che mi aveva trascinato tante volte su per i torrioni del
castello di Mantova alla ricerca di una visione riassuntiva della mia
città. <Ricorda i tuoi anni> dissi a me stessa, <e non fingere di
continuo.> Tutta la mia persona si ribellò in una risposta immediata.
Dovevo dimenticarmene invece, specie in questa prova. Salii con
passi più frenati: la torre era alta ma non altissima.

Fummo presto sulla terrazza e vicini in linea d'aria al Campidoglio. E


di là ci implicò subito il rintocco della Patarina. Roma sfoggiava se
stessa, superba sotto di noi, tutta di tegole rosse, ammantata di un
riflesso splendente: era maggio e i raggi solari rinfrangendosi
attraverso una lievissima bruma riversavano sui muri e sui tetti fiumi
d'oro. Ci muovevamo da un punto all'altro, ritrovavo la città smagata
dalla prospettiva nuova; il nostro ambasciatore Franceschino
Gonzaga ci indicava i diversi luoghi e palazzi e chiese, distinguendoli
ad uno ad uno. L'ambasciatore era però molto ansioso. Mi veniva
d'intorno e non ristava dagli avvertimenti e dalle preghiere. Federico,
suo signore e mio figlio, gli aveva scritto ancora una lettera
angustiata, spronandolo a condurmi via; non dovevo più indugiare a
partire per Mantova. Io lo ascoltavo, attenta però a qualche cosa che
avevo in me, un cruccio profondo che si accompagnava ad una
tentazione. Franceschino era d'opinione che potevamo ancora, io
con la mia corte, trovare la strada verso Ostia tuttora sgombra; il
pericolo si aggravava, da due ore la campana del Campidoglio non
cessava di suonare l'allarme. Mi fece osservare un lieve brulichio
verso i prati di Nerone: erano le avanguardie dei lanzichenecchi e
degli spagnoli che forse si disponevano all'attacco delle mura
leonine. Bisognava scappare senza perdere tempo,
immediatamente, per l'unica via libera. Risposi chiaro, senza
storditezza o puntiglio: l'oratore del duca d'Urbino mi aveva avvisato
che l'esercito della Lega al comando di Francesco Maria sarebbe
arrivato prima di sera. <E se non arrivasse?> replicò Franceschino
Gonzaga. <Questi maledetti imperiali dilagheranno per la città come
una fiumana che rompe gli argini. Partite, signora, salvatevi da
questa orribile minaccia. Consentite a vostro figlio, il signor
marchese. Sapete quanto è in pensiero per voi e quanto vi ama.>

<No!> esclamai con una violenza che mi scosse tutta. <E' inutile
partire e soprattutto pericoloso allontanarsi da Roma, ora: le terre
intorno sono corse da eserciti spagnoli e tedeschi. Qui mi sento più
sicura. Il palazzo ai Santi Apostoli è il solo rifugio per me. Siamo sul
terreno dei Colonna di parte imperiale, e molto amati da Carlo
Quinto: nessuno oserà farci violenza.>

<E' vero> convenne il nostro oratore. <Ma non vi fa sospettare nulla


che le famiglie dei Colonna si siano precipitate a chiudersi nei loro
castelli sui colli Albani, tutti ben difesi? Sebbene partigiani
dell'imperatore, non si fidano di aspettare nelle loro case romane
l'urto dei lanzichenecchi.> Stavo per rispondere quando dalla scala a
spirale comparve Pirro Donati. Mi annunciò che la signora Felice
Orsini era alla porta e chiedeva asilo nella nostra casa. In città era
scoppiato il panico. Il papa aveva mancato la sua ultima occasione,
non era riuscito a raccogliere fra i cittadini i trecentomila ducati
richiesti dal Borbone per risparmiare Roma. <Avari, avari!> disse
Franceschino con una rabbia che gli veniva su dal cuore. <E la città
rigurgita d'oro.> Pirro ci informò che dalle ultime notizie sicure
pareva che il Connestabile di Borbone stesse risalendo le pendici del
Gianicolo. I romani erano impazziti. Tutti cercavano un luogo per
nascondersi e per nascondere la roba. <Signora marchesana,
decidetevi>

supplica il nostro ambasciatore. <E. l'ultimo momento per farlo.>


Pirro aggiunge le sue esortazioni. Tutti sono davvero ansiosi per la
mia sorte. Ma io mi sento come riparata da una singolare certezza di
destino. <Pirro,> dico <fate sapere alla signora Felice Orsini che la
riceviamo volentieri. E noi prepariamoci al primo urto. Daremo asilo
a tutte le donne che lo chiederanno. Venite!> Raggiungo
rapidamente l'atrio del palazzo; lo percorro più volte, affannata e
affrettata. Si tira su davanti al portone d'entrata un bastione in
muratura: artigiani e volontari con pale e cofani di calce e di mattoni
lavorano rapidi e con puntigliosa precisione. Intanto, in fila, entrano
nel palazzo fuggiaschi con ceste e fagotti. Un cesto si rovescia per il
troppo peso e piatti d'oro e d'argento cadono nella polvere. Pirro
viene verso di me e dice piano: <Questo è il pericolo maggiore. L'oro
attirerà su di noi i saccheggiatori.> Alcuni uomini seguono le donne e
insistono per passare anche loro. Accorro alla porta, decisa. <Solo le
donne!>

impongo. <C'è posto solo per le donne. Vadano a prendere le armi,


gli uomini!> Nella confusione qualcuno si introduce lo stesso. Intanto
chiamo il mio segretario e dalla borsa gli conto dieci ducati d'oro per
l'armaiolo che ha portato i sacchi di polvere da sparo. Bisogna
numerare le picche, dovrebbero essere cinquanta, e rammentarsi di
pagare sessanta ducati al siniscalco. Stiamo un pezzo a conteggiare
con Pirro, la mia borsa perde peso. Dalla piazza avanzano guidati da
un ufficiale alcuni uomini. Sono popolani di buon animo, gente fedele
ai Colonna, arruolati per la difesa. La piccola milizia sarà disposta
dietro il bastione, al portale e nell'atrio del palazzo: se li
compensiamo generosamente non ci abbandoneranno. Tutto mi
sembra avviato, e rientro. Quanto sia sconfortante una folla di
fuggitivi ammassati con i loro fagotti per una scalea è cosa da non
descrivere.
Le mie ragazze sotto gli ordini della mia Camilla Gonzaga, assai
fattiva, corrono come uno stormo di passere verso di me e mi
gridano parole accavallate. Capisco che non c'è più posto, le sale
sono piene e le scale rischiano di crollare sotto il peso dei rifugiati.
Faccio aprire il mio appartamento serbando per me due camerette; è
assai grande, ciascuno troverà un posto. Dò ordini precisi: inutile
gridare, proibito piangere, badare ai bambini. Sto fuori per parlare
ancora con Pirro quando sopraggiunge qualcuno alle mie spalle: mi
volto e mi è di fronte l'ambasciatore veneto Domenico Venier che
rauco di spavento mi saluta e dissimulando la paura sotto un moto
quasi scherzoso mi chiede se voglio dare rifugio ad un amico come
lui. <Anche Venezia chiede aiuto, dunque?> dico. <Veramente
diamo asilo solo a donne bambini e vecchi. Gli ambasciatori del
resto saranno rispettati.>

<Dai lanzi? Voi non li avete mai visti, altrimenti non parlereste così.

Signora marchesana datemi rifugio, vi prego. Qui ci sono armati, il


palazzo è fortificato. Per tutta Roma non ho incontrato un soldato
con una picca.>

<Non crederete che palazzo Santi Apostoli sia la fortezza della


Mirandola. Noi dobbiamo resistere qualche ora. Mio nipote il
Connestabile di Borbone e mio figlio Ferrante Capitano imperiale mi
hanno inviato poco fa due dispacci simili. Sono alle porte di Roma.

Appena saranno entrati manderanno gente armata a nostra difesa.>

<E. per questo che voglio restare qui con voi. Se i capitani imperiali
proteggono vostra Signoria nessun luogo è più sicuro di questo.>

<Entrate. C'è già il Grimani vostro e gli oratori di Ferrara e di


Urbino.> E lo condussi al mio fianco in una sala appartata ancora
non troppo gremita. Ebbe un pancone e un materasso. Attraverso i
saloni, le salette, le gallerie. Da per tutto gente addossata ai muri, e
bambini aggrappati alle madri. Sotto le mantelle scure s