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Il libro

Guida il tuo carro sulle ossa dei morti


Janina Duszejko, insegnante d’inglese e appassionata delle poesie
di William Blake, è un’eccentrica sessantenne che preferisce la
compagnia degli animali a quella degli uomini e crede
nell’astronomia come strumento per porre ordine nel caos della vita.
Quando alcuni cacciatori vengono trovati morti nei dintorni del suo
villaggio, Janina si tuffa nelle indagini, convinta com’è che di omicidi
si tratti. Con la sua prosa precisa e pungente Olga Tokarczuk ricorre
ai modi del noir classico per virare verso il thriller esistenziale e
affrontare temi come la follia, il femminismo, l’ingiustizia verso gli
emarginati, i diritti degli animali: surreale, acuto, melanconico,
sconcertante, il suo romanzo interroga il presente anche quando
sembra parlare di tutt’altro.

L’autore
Olga Tokarczuk
Olga Tokarczuk è nata nel 1962 e ha studiato psicologia a Varsavia.
È scrittrice e poetessa tra le più acclamate della Polonia e la sua
opera è stata tradotta in trenta paesi.
Ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura 2018 “per la sua
immaginazione narrativa che con passione enciclopedica
rappresenta l’attraversamento dei confini come forma di vita”. Il
romanzo I vagabondi le è valso il Man Booker International Prize
2018 ed è stato finalista al National Book Award. È stata di nuovo
finalista al Man Booker International Prize nel 2019 proprio con
Guida il tuo carro sulle ossa dei morti, uscito in Polonia nel 2009.
Della stessa autrice presso Bompiani

I vagabondi
www.giunti.it
www.bompiani.it

TOKARCZUK, OLGA, Prowadź swój pług przez kości umarłych


Copyright © 2009 by Olga Tokarczuk
All rights reserved

First published in 2009 by Wydawnictwo Literackie, Kraków

© 2020 Giunti Editore S.p.A./Bompiani


Via Bolognese 165 - 50139 Firenze - Italia
Via G.B. Pirelli 30 - 20124 Milano - Italia

ISBN 978-88-587-8525-6

Prima edizione: marzo 2020


Prima edizione digitale: marzo 2020

Illustrazione di copertina © Rocco Lombardi, Pentesilea.


Progetto grafico di copertina: Francesca Zucchi
A Zbyszek e Agata
1.
E adesso fate attenzione!

Una volta scelto il sentiero periglioso,


L’uomo giusto compiva umilmente il suo tragitto
Nella valle della morte.

Alla mia età, e nelle mie condizioni, prima di coricarmi dovrei


sempre lavarmi i piedi con cura, nel caso l’ambulanza venisse a
prendermi di Notte.
Se quella sera avessi controllato i segni del cielo nelle Efemeridi,
non mi sarei nemmeno messa a letto. Invece mi addormentai come
un sasso, aiutata da una tisana di luppolo cui avevo aggiunto due
compresse di valeriana. Così, quando nel bel mezzo della Notte fui
svegliata dal frastuono di colpi battuti alla porta – colpi violenti,
incontrollati, e dunque nefasti –, non riuscivo a riacquistare lucidità.
Mi alzai e mi fermai accanto al letto, malferma, perché il mio corpo
intorpidito e tremante non era in grado di passare dall’innocenza del
sonno alla veglia. Mi venne un capogiro e barcollai come se stessi
per perdere i sensi. Purtroppo negli ultimi tempi mi capita spesso, a
causa dei miei Disturbi. Mi dovetti sedere e ripetere più volte: sono a
casa mia, è Notte, qualcuno picchia alla porta, e solo allora riuscii a
controllare i nervi. Mentre al buio cercavo le ciabatte, sentii che chi
aveva battuto alla porta stava girando attorno alla casa,
bofonchiando. Di sotto, nello sgabuzzino dei contatori della luce, ho
uno spray paralizzante che Dionizy mi ha regalato contro i cacciatori
di frodo: me ne ricordai in quel momento. Nell’oscurità riuscii a
sentire con le mani la forma fredda e familiare della bomboletta, e
così armata accesi la luce all’esterno. Diedi uno sguardo al porticato
attraverso una finestrella laterale. La neve scricchiolò e nel mio
campo visivo apparve il vicino di casa, che io chiamo Bietolone. Con
le mani reggeva sui fianchi le falde del vecchio montone che a volte
gli vedevo addosso quando lavorava davanti casa. Dalla pelliccia
spuntavano le gambe avvolte in un pigiama a righe e gli scarponi
pesanti da montagna.
“Apri,” disse.
Con malcelato stupore lanciò un’occhiata al mio completo estivo
di lino (quando dormo di solito indosso la roba che il Professore e
sua moglie volevano buttare in estate, e che mi ricorda la moda di
una volta e gli anni della mia giovinezza: così unisco l’Utile al
Sentimentale) ed entrò in casa senza chiedere permesso.
“Su, vestiti, è morto Piede Grande.”
Dall’emozione persi per un istante la parola, mi infilai senza aprir
bocca gli stivaloni da neve e mi buttai sulle spalle la prima felpa che
mi capitò di tirare giù dalla gruccia. Fuori, nella macchia di luce che
scendeva dal lampadario dell’ingresso, la neve sopra al porticato si
stava trasformando in un lento, torpido gocciolio. Bietolone mi stava
accanto in silenzio, alto, magro, ossuto come una figura disegnata
da pochi tratti di matita. A ogni suo movimento la neve gli cadeva di
dosso come lo zucchero a velo da un dolce di carnevale.
“Ma come… morto?” gli domandai finalmente con la gola serrata
mentre aprivo la porta, ma Bietolone non rispose.
Lui non parla mai molto. Probabilmente ha Mercurio in un segno
silenzioso, credo in Capricorno, oppure in congiunzione, in
quadratura, o forse in opposizione a Saturno. Potrebbe anche
essere un Mercurio che sulla via si era fatto retrogrado: in questo
caso conferisce riserbo.
Uscimmo di casa e ci investì subito la ben nota aria fredda e
umida che a ogni inverno ci ricorda che il mondo non è stato creato
per l’Uomo, e per almeno sei mesi l’anno ci fa vedere quanto è ostile
nei nostri confronti. Il gelo ci aggredì brutalmente le guance e dalle
nostre bocche uscirono bianche nuvolette di vapore. La luce del
porticato si spense automaticamente e camminammo sulla neve
scricchiolante nel buio pesto, se escludiamo la torcia sulla fronte di
Bietolone che bucava quel buio in un solo punto mobile, giusto
davanti a lui. Io trotterellavo nelle Tenebre alle sue spalle.
“Non hai una torcia?” domandò.
Certo che ce l’avevo, ma dove? Lo avrei saputo solo la mattina
dopo, alla luce del giorno. Con le torce è sempre così, si vedono
solo di giorno.
La casa di Piede Grande si trovava un po’ appartata, più in alto
delle altre. Era una delle tre abitate tutto l’anno. Solo lui, Bietolone e
io abitavamo lì, senza paura dell’inverno; gli altri sprangavano le loro
case già in ottobre; scaricavano l’acqua dai tubi e tornavano in città.
Quindi ci allontanammo dalla strada, in parte liberata dalla neve,
che percorreva il nostro borgo e si suddivideva in sentieri che
conducevano alle singole case. Il sentiero che portava da Piede
Grande era tracciato nella neve alta, così stretto che bisognava
posare un piede davanti all’altro e cercare di mantenere
costantemente l’equilibrio.
“Non sarà un bello spettacolo,” mi avvertì Bietolone, voltandosi
verso di me e accecandomi completamente per un istante.
Non mi aspettavo nulla di diverso. Tacque un momento e poi
disse, quasi a volersi giustificare: “Mi ha allarmato la luce in cucina e
la Cagna che abbaiava, era disperata. Tu non hai sentito niente?”
No, non avevo sentito niente. Dormivo stordita dal luppolo e dalla
valeriana.
“Dov’è adesso, la Cagna?”
“L’ho presa e l’ho portata da me, le ho dato da mangiare e credo
si sia calmata.”
Ancora un attimo di silenzio.
“Lui andava sempre a dormire presto e spegneva la luce per
risparmiare, ma stavolta restava accesa troppo a lungo. Una striscia
chiara sulla neve. La vedevo dalla finestra della mia camera. Allora
sono andato lì, pensavo che si fosse ubriacato o che stesse facendo
qualcosa a quel cane, da come ululava.”
Oltrepassammo il granaio diroccato e subito dopo nel buio la
torcia di Bietolone mise a fuoco due paia di occhi luccicanti,
verdastri, fluorescenti.
“Guarda, le Cerve,” sussurrai eccitata e lo afferrai per la manica
del montone. “Sono vicinissime alla casa. Non hanno paura?”
Le Cerve erano sprofondate nella neve fin quasi alla pancia. Ci
guardavano tranquille, come se le avessimo colte nel bel mezzo di
un rito di cui non comprendevamo il senso. Era buio, perciò non
riuscivo a distinguere se fossero le stesse Fanciulle che erano
arrivate in autunno dalla Repubblica Ceca, oppure Cerve nuove. E
poi come mai solo due? Quelle erano almeno quattro.
“Andate a casa,” dissi loro e agitai le braccia. Ebbero un fremito,
ma non si mossero. Ci accompagnarono tranquillamente con lo
sguardo fino alla porta. Fui percorsa da un brivido.
Intanto Bietolone, sbattendo i piedi, scuoteva la neve dalle scarpe
davanti alla porta della casetta malandata. Le finestrelle erano
isolate con cellofan e carta, la porta di legno era ricoperta di cartone
catramato.

Contro le pareti dell’ingresso era accatastata la legna per la stufa,


ciocchi di varie dimensioni. Era un interno inospitale, c’è poco da
dire. Sporco e trasandato. Si sentiva dappertutto odore di umidità, di
legna e di terra bagnata e vorace. La puzza di fumo di anni e anni
aveva depositato sulle pareti uno strato untuoso.
La porta della cucina era socchiusa e scorsi subito il corpo di
Piede Grande disteso sul pavimento. Il mio sguardo lo toccò appena,
e poi lo scansò. Passò qualche istante prima che potessi guardare di
nuovo da quella parte. Era uno spettacolo orribile.
Giaceva tutto storto, in una posizione bizzarra, con le mani al
collo, come se si fosse sforzato di strapparsi il colletto troppo stretto.
Mi avvicinai lentamente, quasi ipnotizzata. Vidi i suoi occhi aperti
fissare un punto sotto il tavolo. La canottiera sporca era lacerata
attorno alla gola. Sembrava che il corpo avesse combattuto contro
se stesso e poi, sconfitto, fosse caduto in quella battaglia. Mi sentii
agghiacciata dal Terrore, il sangue smise di scorrere nelle vene ed
ebbi la sensazione che si fosse ritirato nel punto più profondo del
mio corpo. Solo il giorno prima avevo visto quel corpo vivo.
“Mio Dio,” balbettai. “Cos’è successo?”
Bietolone scrollò le spalle.
“Non riesco a telefonare alla Polizia, siamo di nuovo sulla rete dei
cechi.”
Presi dalla tasca il mio cellulare, composi il numero che
conoscevo dalla televisione, il 997, e un attimo dopo nel mio telefono
si fece sentire una voce registrata in ceco. Qui funziona così. Il
campo viaggia senza badare ai confini tra gli stati. A volte il confine
tra gli operatori si ferma a lungo nella mia cucina, succedeva che si
fermasse per qualche giorno in casa di Bietolone oppure in terrazza,
ma era difficile prevederne il carattere chimerico.
“Bisognerebbe andare oltre la casa, sulla collinetta,” lo consigliai
fuori tempo massimo.
“Prima che arrivino, si sarà completamente irrigidito,” disse
Bietolone con quel suo tono che mi piaceva molto poco, di chi crede
di sapere tutto. Si tolse il montone e lo appese allo schienale di una
sedia. “Non possiamo permettere che resti così. Ha un aspetto
orribile, e in fondo era il nostro vicino.”
Guardavo il povero corpo sbilenco di Piede Grande e facevo
fatica a credere che solo il giorno prima avevo paura di quell’Uomo.
Non mi piaceva. Anzi, non mi piaceva è troppo poco. Dovrei dire
piuttosto che mi sembrava disgustoso, orribile. A dire il vero non lo
consideravo nemmeno un Essere umano. Adesso era disteso su
quel pavimento pieno di macchie, con la biancheria sporca, piccolo e
magro, impotente e innocuo. Già, un pezzo di materia che per effetto
di trasformazioni difficili da immaginare era diventato un essere
fragile separato da tutto il resto. Ero triste, sconvolta, perché
neanche un Essere disgustoso come lui meritava di morire così. Ma
chi mai l’ha meritato? Anche a me toccherà la stessa sorte, anche a
Bietolone, anche alle Cerve là fuori: un giorno tutti quanti non
saremo niente di più che un corpo morto.
Guardai Bietolone cercando in lui un po’ di conforto, ma era già
intento a rifare il letto sfatto, quel covile allestito su un divano letto
sbrindellato, perciò provai a consolarmi da sola nei pensieri. Allora
mi venne in mente che in un certo senso la morte di Piede Grande
poteva essere una cosa buona. Lo aveva liberato da quel caos che
era la sua vita. E aveva liberato da lui stesso gli altri Esseri viventi.
Ma certo, all’improvviso mi resi conto di quanto possa essere buona
la morte, e giusta, una specie di disinfettante, una specie di
aspirapolvere. Confesso di averlo pensato, e a dire il vero continuo a
pensarlo.
Piede Grande era il mio vicino, le nostre case distavano non più di
mezzo chilometro, però non avevo molto a che fare con lui. Per
fortuna. Di solito lo vedevo da lontano: la sua figura minuta,
segaligna, sempre un po’ traballante, si muoveva sullo sfondo del
paesaggio. Camminando, bofonchiava qualcosa tra sé e sé e a volte
l’acustica del vento dell’Altipiano mi riportava brandelli di quel
monologo, in sostanza semplice e monotono. Il suo vocabolario si
componeva soprattutto di imprecazioni, alle quali aggiungeva solo
nomi propri.
Conosceva ogni singolo pezzetto di terra, pare che fosse nato lì e
non fosse mai andato oltre Kłodzko. Si intendeva di boschi: con che
cosa si può far soldi, che cosa vendere e a chi. Funghi, mirtilli, legna
rubata, alberi secchi da ardere, tagliole, l’annuale rally dei
fuoristrada, le battute di caccia. Il bosco dava da mangiare a quello
gnomo. Quindi avrebbe dovuto rispettare il bosco, e invece non lo
rispettava. Una volta, in agosto, quando c’era la siccità, diede fuoco
a un intero campo di mirtilli. Telefonai ai vigili del fuoco, ma non
riuscirono a salvare molto. Non ho mai saputo perché l’avesse fatto.
D’estate si aggirava nei dintorni con la sega e tagliava alberi pieni di
linfa. Quando glielo feci gentilmente notare trattenendo a stento l’Ira,
mi rispose con semplicità: “Fuori dai piedi, vecchiaccia.” Però in
modo più espressivo. Arrotondava le sue entrate con furtarelli,
ruberie, intrighi vari; quando i villeggianti lasciavano in cortile una
torcia o una cesoia, Piede Grande annusava subito l’occasione e
arraffava tutto quello che poi in città poteva convertire in denaro.
Secondo me più di una volta avrebbe dovuto subire un Castigo, se
non addirittura andare in prigione. Non capisco come mai l’abbia
sempre fatta franca. Forse lo proteggevano gli angeli; a volte capita
che stiano dalla parte sbagliata.
Sapevo anche che cacciava di frodo in tutti i modi possibili.
Trattava il bosco come se fosse la sua azienda: là tutto gli
apparteneva. Era il tipo del predone.
A causa sua, per il senso di impotenza che provavo, non dormii
per molte Notti. Telefonai più volte alla Polizia, prendevano nota
gentilmente della mia denuncia ma poi non succedeva niente. Piede
Grande continuava i suoi giri con un mazzo di trappole sulle spalle,
lanciando grida nefaste. Un dio piccolo, cattivo. Maligno e
imprevedibile. Era sempre un po’ brillo e forse la sua cattiveria
dipendeva da questo. Bofonchiava e colpiva con un bastone i tronchi
degli alberi, come se volesse toglierseli dai piedi; sembrava che
fosse in uno stato di leggero ottundimento fin dalla nascita. Molte
volte ripercorrevo i suoi tragitti e raccoglievo le primitive trappole di fil
di ferro che metteva per gli Animali, cappi legati a giovani alberi
curvati in modo tale che l’Animale catturato volava in alto come
scagliato da una fionda e rimaneva appeso in aria. Qualche volta
trovavo Animali morti: Lepri, Tassi e Caprioli.
“Dobbiamo spostarlo sul divano,” disse Bietolone.
Non mi piaceva quell’idea. Non mi piaceva il fatto di doverlo
toccare.
“Credo che dovremmo aspettare la Polizia,” dissi. Ma ormai
Bietolone aveva preparato il divano letto e si era rimboccato le
maniche del maglione. Mi penetrò con i suoi occhi chiari.
“Credo che non vorresti che ti trovassero così. In questo stato. È
una cosa disumana.”
Oh sì, il corpo umano è sicuramente disumano. Soprattutto morto.
Non è un paradosso sinistro che adesso dobbiamo occuparci del
corpo di Piede Grande? Che abbia lasciato a noi quest’ultimo
impiccio? A noi, i vicini che non rispettava, che non gli piacevano e
di cui non gli importava nulla?
Secondo me dopo la Morte ci dovrebbe essere l’annichilimento
della materia. Sarebbe la modalità più adeguata al corpo. In questa
maniera i corpi annichiliti tornerebbero dritti ai buchi neri da cui
provengono. Le Anime viaggerebbero alla velocità della luce fino alla
luce. Se una cosa come l’Anima esiste.
Superando una fortissima riluttanza, facevo quello che Bietolone
ordinava. Afferrammo il corpo per le gambe e le braccia, e lo
spostammo sul divano. Constatai con stupore che era pesante, e
non sembrava affatto inerte, anzi, testardamente rigido, fastidioso,
come la biancheria inamidata presa in stireria. Vidi anche i calzini, o
meglio ciò che portava ai piedi al loro posto: cenci sporchi, pezze da
piedi fatte con le strisce strappate dal lenzuolo, ora vecchio e pieno
di macchie. Non so perché ma la vista di quelle pezze fu un colpo
così forte al petto, al diaframma, a tutto il corpo, che non potei
trattenere un singhiozzo. Bietolone mi guardò di sfuggita, con
freddezza e rimprovero evidenti.
“Dobbiamo vestirlo prima che arrivino,” disse Bietolone e vidi che
anche a lui tremava il mento alla vista di quella miseria umana
(anche se per qualche motivo non lo ammetterebbe mai).
Dapprima tentammo di togliergli la canottiera, sporca e
puzzolente, ma non c’era verso di fargliela passare per la testa,
perciò Bietolone prese di tasca un complicato temperino e tagliò la
stoffa sul petto. A quel punto Piede Grande era disteso davanti a noi
sul divano letto, seminudo, peloso come un troll, con delle cicatrici
sul petto e sulle braccia, tatuato con disegni ormai indecifrabili, tra i
quali non riuscii a individuare nulla di sensato. Aveva gli occhi
ironicamente socchiusi, mentre noi cercavamo nell’armadio sfasciato
qualcosa di decente da mettergli addosso prima che il suo corpo si
irrigidisse per sempre e ridiventasse ciò che in effetti era: un grumo
di materia. Le mutande sbrindellate spuntavano dai nuovissimi
pantaloni della tuta color argento.
Srotolai con cautela quelle pezze disgustose e vidi i suoi piedi.
Rimasi sbalordita. Ho sempre avuto la sensazione che i piedi siano
la parte più intima e personale del nostro corpo, non i genitali, non il
cuore, e nemmeno il cervello, organi di irrilevante importanza,
eccessivamente sopravvalutati. È nei piedi che si nasconde tutto il
sapere sull’Uomo, è là che deflui-sce dal corpo il senso essenziale
su chi siamo veramente e su come ci rapportiamo alla terra. Nel
contatto con la terra, nella sua contiguità con il corpo sta tutto il
segreto: siamo costruiti con gli elementi della materia e allo stesso
tempo estranei, separati da lei. I piedi sono le nostre prese di
corrente. Ma ora quei piedi nudi per me erano la prova della diversità
della sua natura. Non poteva essere un Uomo. Doveva trattarsi di
una forma senza nome, una di quelle che – come dice il nostro
Blake – trasfondono i metalli in immensità, trasformano l’ordine in
caos. Forse era una specie di demone. Le entità demoniache si
riconoscono sempre dai piedi, appongono un sigillo diverso sulla
terra.
Quei piedi – molto lunghi e stretti, dalle dita sottili con le unghie
nere, deformi – sembravano prensili. L’alluce si discostava un po’
dalle altre dita, come il pollice. Erano coperti di fitti peli neri. Si è mai
vista una cosa del genere? Io e Bietolone ci scambiammo
un’occhiata.
Nell’armadio quasi vuoto trovammo un completo color caffè, un
po’ macchiato, ma in sostanza poco usato. Non glielo avevo mai
visto addosso. Piede Grande portava sempre stivali di feltro e
pantaloni logori, e ci aggiungeva una camicia a quadri e un gilet
trapuntato, a prescindere dalla stagione.

La vestizione del cadavere mi faceva pensare alle coccole. Non


credo avesse mai conosciuto una tenerezza del genere da vivo. Lo
sorreggevamo delicatamente per le ascelle e gli infilavamo il vestito.
Il suo peso gravava sul mio petto e, dopo un’ondata di naturale
disgusto che mi diede la nausea, mi venne improvvisamente l’idea di
stringere quel corpo, di dargli delle pacche sulle spalle dicendogli per
tranquillizzarlo: non preoccuparti, andrà tutto bene. Non lo feci solo
perché Bietolone era presente. Probabilmente l’avrebbe considerata
una perversione.
Quei gesti mancati si trasformarono in pensieri e provai
compassione per Piede Grande. Magari la madre lo aveva
abbandonato ed era stato infelice per tutta la sua triste vita. Lunghi
anni di infelicità degradano l’Uomo più di una malattia mortale. A
casa sua non avevo mai visto un ospite, non si erano mai fatti vivi né
parenti né amici. Nemmeno i cercatori di funghi si trattenevano
vicino a casa sua per fare quattro chiacchiere. Alla gente faceva
paura, non lo amavano. Pare che bazzicasse solo i cacciatori, ma
anche questo di rado. A occhio avrà avuto una cinquantina d’anni,
non so che cosa avrei dato per vedere la sua ottava casa e verificare
se Nettuno e Plutone fossero congiunti in qualche aspetto con Marte
sull’Ascendente; infatti con quella sega dentata nelle mani nodose
faceva venire in mente un predatore che vive solo per seminare
morte e procurare sofferenze.
Per infilargli la giacca Bietolone lo sollevò a sedere, e allora
vedemmo che la grande lingua gonfia tratteneva qualcosa in bocca,
perciò, dopo un attimo di esitazione, stringendo i denti dal disgusto e
ritirando di continuo la mano, afferrai con delicatezza quella cosa per
la punta, e mi ritrovai tra le dita un ossicino lungo e sottile, aguzzo
come uno stiletto. Dalla bocca inerte fuoriuscirono un gorgoglio
gutturale e un po’ d’aria, un sibilo tenue del tutto simile a un sospiro.
Saltammo via dal morto tutti e due, e sicuramente Bietolone provava
ciò che provavo io: Terrore. Tanto più che subito dopo nella bocca di
Piede Grande apparve del sangue rosso scuro, quasi nero. Un rivolo
nefasto che scorreva fuori.
Rimanemmo pietrificati dall’orrore.
“Ecco,” disse Bietolone con un filo di voce tremante, “si è
strozzato. Si è strozzato con un osso. L’osso gli è rimasto in gola, gli
si è fermato un osso in gola, si è strozzato,” ripeteva nervosamente.
E poi, quasi a volersi tranquillizzare, fece: “Al lavoro. Non è una cosa
piacevole, ma non sempre il dovere nei confronti del prossimo
dev’essere piacevole.”
Vedevo che si era nominato capo di quel turno di notte, e mi
adeguai.
Quindi ci dedicammo completamente all’ingrato lavoro di infilare
Piede Grande nel completo color caffè e di sistemarlo in una
posizione dignitosa. Era molto tempo che non toccavo un corpo
estraneo, per non parlare di un corpo morto. Sentivo che pian piano
l’immobilità gli fluiva dentro, che si irrigidiva di minuto in minuto; per
questo facevamo così in fretta. E quando Piede Grande giaceva
ormai con il vestito della festa, la sua faccia finalmente perdette
l’espressione umana, diventò un cadavere, senz’ombra di dubbio.
Solo l’indice della mano destra non voleva sottostare alla
tradizionale posizione delle mani disciplinatamente intrecciate, e
stava dritto come se volesse attirare la nostra attenzione e
interrompere per un istante i nostri sforzi agitati, frettolosi. “E adesso
fate attenzione!” diceva quel dito. “Adesso fate attenzione perché c’è
qualcosa che voi non vedete, il reale punto di partenza di un
processo a voi nascosto, degno della massima attenzione. Grazie a
esso ci siamo trovati tutti in questo luogo e in questo tempo, in una
casetta sull’Altipiano, in mezzo alla neve e alla Notte. Io come corpo
morto, e voi come Esseri umani non troppo importanti, avanti negli
anni. Ma questo è solo l’inizio. Soltanto ora tutto comincia ad
accadere.”

Restammo lì in piedi, io e Bietolone, nella stanza fredda, umida,


nel vuoto gelido che regnava in quell’ora incerta, grigia, e pensai che
quella cosa che se ne va dal corpo si risucchia dietro un pezzo di
mondo e che, sia essa buona o cattiva, colpevole o immacolata, si
lascia alle spalle un grande nulla.
Guardai dalla finestra. Il cielo si stava schiarendo e pigri fiocchi di
neve cominciarono lentamente a riempire quel nulla. Scendevano
senza fretta, vagando nell’aria e mulinando intorno al proprio asse
come piume.
Piede Grande se n’era andato, perciò era difficile serbargli astio o
rancore. Rimaneva il corpo, morto, inguainato nel suo completo. Ora
sembrava tranquillo e contento, come se lo spirito si rallegrasse di
essersi finalmente liberato della materia, e la materia si rallegrasse
che alla fine lo spirito l’avesse lasciata libera. In quel breve tempo si
era compiuta una separazione metafisica. Fine.
Ci sedemmo sulla soglia della cucina e Bietolone diede mano alla
bottiglia di vodka già iniziata che stava sul tavolo. Aveva trovato un
bicchierino pulito e ne versò prima a me, poi per sé. Lentamente
dalle finestre innevate penetrava l’alba, lattea come le lampadine
degli ospedali, e in quella luce notai che Bietolone non si era rasato,
e la sua barba era bianca come i miei capelli; che il suo sbiadito
pigiama a righe spuntava sbottonato da sotto il montone, e
quest’ultimo era sporco di tutti i tipi possibili di macchia.
Bevvi un abbondante bicchierino di vodka che mi riscaldò
dall’interno.
“Credo che abbiamo compiuto il nostro dovere nei suoi confronti.
Altrimenti chi lo avrebbe fatto?” diceva Bietolone, più a se stesso che
a me. “Era un povero piccolo figlio di buona donna, ma che
importa?”
Si versò un altro bicchierino e lo bevve d’un fiato, e poi ebbe uno
scossone di disgusto. Si vedeva che non era abituato.
“Vado a telefonare,” disse, e uscì. Pensai che gli fosse venuta la
nausea.
Mi alzai e cominciai a esaminare quell’immane bordello. Speravo
di trovare da qualche parte un documento d’identità con la data di
nascita di Piede Grande. Volevo sapere, controllare le sue Bollette.
Sulla tavola coperta da un’incerata consunta c’era una teglia con
dei pezzi bruciacchiati di un Animale, e nella pentola lì accanto,
coperta da un lieve strato bianco di grasso, riposava una zuppa di
barbabietole. Una fetta di pane tagliata da un filone, del burro nella
carta stagnola. Sul pavimento rivestito di un linoleum logoro, erano
sparsi altri resti di Animali caduti dalla tavola assieme al piatto, così
come un bicchiere e dei pezzetti di dolce, e per giunta tutto questo
era calpestato, schiacciato contro il pavimento sporco.
Improvvisamente, sul davanzale della finestra, su un vassoio di
latta, vidi qualcosa che il mio cervello riconobbe solo dopo lunghi
istanti, tanto ne rifiutava la vista: una testa di Cerva mozzata di netto.
Accanto c’erano quattro zampine. Quegli occhi semiaperti dovevano
aver guardato attentamente le nostre manovre.
Oh sì, era una di quelle Fanciulle affamate che d’inverno si fanno
ingenuamente attrarre dalle mele ghiacciate e che, afferrate dal
laccio, muoiono fra atroci sofferenze, soffocate dal fil di ferro.
Quando piano piano mi resi conto di ciò che era successo lì,
secondo dopo secondo, fui presa dal Terrore. Aveva catturato la
Cerva con una tagliola, l’aveva uccisa, e il suo corpo lo aveva
squartato, arrostito e mangiato. Un Essere aveva mangiato l’altro, in
tranquillità, di Notte, in silenzio. Nessuno aveva protestato, non era
caduta nessuna saetta. E dunque il Castigo aveva raggiunto il
demone, anche se nessuna mano aveva guidato la morte.
Rapidamente, con le mani tremanti, raccolsi i resti, quei piccoli
ossicini, in un unico punto, in un mucchietto, per poi seppellirli.
Trovai una vecchia busta della spesa e li misi lì dentro, quegli
ossicini, uno a uno, in quella sindone di plastica. E con cautela infilai
nella busta anche la testa.
Volevo tanto conoscere la data di nascita di Piede Grande che
cominciai a cercare nervosamente un suo documento: nella
credenza, in mezzo ad altre carte, a fogli di calendario e di giornale,
poi nei cassetti; nelle case di campagna i documenti si tengono lì. E
infatti c’era, dentro una logora custodia verde, probabilmente era
scaduto. Nella foto Piede Grande aveva poco più di vent’anni, la
faccia lunga e asimmetrica e gli occhi socchiusi. Non era bello
neanche allora. Con un mozzicone di matita mi annotai data e luogo
di nascita. Piede Grande era nato il 21 dicembre 1950. Proprio lì.
E dovrei aggiungere che nel cassetto c’era dell’altro: un pacco di
fotografie, nuovissime, a colori. Diedi una scorsa veloce, per
abitudine, ma una attirò la mia attenzione. La osservai più da vicino
e mi venne subito voglia di rimetterla giù. Per un po’ non riuscii a
comprendere quello che vedevo. All’improvviso ci fu il silenzio più
totale, e io mi ci ritrovai nel mezzo. Guardavo. Il mio corpo si tese,
ero pronta a combattere. Mi girava la testa e nelle orecchie prendeva
vigore un brusio tenebroso, un mormorio, come se da dietro
l’orizzonte avanzasse un’armata di migliaia di uomini: voci, rumore di
ferraglia, stridio di ruote, tutto lontano. L’Ira fa sì che la mente si
faccia chiara e acuta: ci fa vedere di più. Si appropria delle altre
emozioni e domina il corpo. Non c’è dubbio che dall’Ira discenda
ogni saggezza, poiché l’Ira è in grado di oltrepassare ogni confine.
Con le mani tremanti misi la foto in tasca e subito dopo sentii che
tutto si stava avviando, che si accendevano i motori del mondo e i
suoi macchinari erano pronti a partire: una porta cigolò, una
forchetta cadde sul pavimento. Dagli occhi mi scesero le lacrime.
Bietolone stava in piedi sulla soglia.
“Non valeva le tue lacrime.”
Aveva le labbra strette e tutto concentrato stava componendo un
numero.
“Sempre l’operatore ceco,” fece. “Dobbiamo salire sulla collina.
Vieni con me?”
Pian piano ci chiudemmo la porta alle spalle e cominciammo a
salire arrancando nella neve. Sulla collina Bietolone iniziò a girare
intorno al proprio asse con i due cellulari nelle mani, le braccia tese
alla ricerca del campo. Avevamo davanti la Conca di Kłodzko,
immersa nell’argentato, cinereo chiarore dell’alba.
“Ciao, figliolo,” disse Bietolone al telefono. “Non ti ho mica
svegliato?”
Una voce indistinta rispose qualcosa che non capii.
“Perché il nostro vicino di casa è morto. Credo che si sia strozzato
con un osso. Adesso. Stanotte.”
La voce dall’altro capo del telefono disse ancora qualcosa.
“No. Adesso telefono. Non c’era campo. Lo abbiamo già vestito,
io e la signora Duszejko, sai, la mia vicina,” mi lanciò un’occhiata
fugace, “prima che si irrigidisse…”
E di nuovo la voce, adesso sembrava più nervosa.
“Comunque ha già indosso il suo vestito…”
Allora chi stava dall’altra parte cominciò a parlare molto e
velocemente, perciò Bietolone staccò il telefono dall’orecchio e lo
guardò con repulsione.
Poi telefonammo alla Polizia.
2.
Autismo testosteronico

Un Cane affamato nella casa del padrone


Significa rovina per tutta la Nazione.

Gli fui grata dell’invito a bere qualcosa di caldo a casa sua. Mi


sentivo completamente a pezzi, e al solo pensiero di tornare nella
mia casa fredda e vuota mi aveva preso la tristezza.
Salutai la Cagna di Piede Grande, che da qualche ora risiedeva
da Bietolone. Mi riconobbe e si rallegrò visibilmente nel vedermi.
Agitava la coda e probabilmente non ricordava più che una volta mi
era scappata. Alcuni Cani a volte sono scemotti, proprio come le
persone, e quella Cagna sicuramente apparteneva alla categoria.
Ci sedemmo in cucina al tavolo di legno, così pulito che ci si
poteva appoggiare una guancia. E così feci.
“Sei stanca?” domandò.
Lì era tutto luminoso e pulito, caldo e accogliente. È una vera
fortuna nella vita quando ti capita una cucina pulita e calda. A me
non capitava mai. Non ero capace di mantenere l’ordine intorno a
me. E ormai me n’ero fatta una ragione. Pazienza.
Ancora prima che riuscissi a dare un’occhiata in giro, mi trovai di
fronte un bicchiere di tè. Stava in un grazioso cestello di metallo con
il manico, poggiato su un piattino. Nella zuccheriera c’erano delle
zollette: a quella vista mi tornarono in mente i tempi dolci
dell’infanzia e il mio umore alquanto abbattuto migliorò decisamente.
“Forse è vero, non avremmo dovuto muoverlo,” disse Bietolone e
aprì il cassetto del tavolo per darmi i cucchiaini per girare il tè.
La Cagna gli stava tra i piedi, come se non volesse lasciarlo
uscire dall’orbita del suo piccolo corpicino emaciato.
“Mi fai cadere!” la apostrofò Bietolone con ruvida tenerezza. Si
vedeva che era il primo Cane della sua vita e non sapeva come
comportarsi.
“Che nome le darai?” chiesi dopo che i primi sorsi di tè mi
avevano riscaldato dall’interno e il groviglio di emozioni che avevo in
gola si era un po’ sciolto.
Bietolone alzò le spalle.
“Non so, forse Mosca, o Pallina.”
Non dissi nulla, ma non mi piacevano. Non erano nomi adatti a
quella Cagna, considerata la sua storia personale. Per lei avremmo
dovuto inventarci qualcosa.
Ma che mancanza di fantasia, i nomi e i cognomi ufficiali… Non si
tengono mai a mente, sono così banali e lontani dalla persona che
non la ricordano in nulla. Per giunta, ogni generazione ha la sua
moda e improvvisamente tutti si chiamano Małgorzata, Patryk
oppure, Dio li perdoni, Janina. Per questo cerco di non usare mai
nomi e cognomi, ma piuttosto definizioni che vengono in testa
spontaneamente quando guardiamo qualcuno per la prima volta.
Sono convinta che sia questo il modo più corretto di usare il
linguaggio, e non spiattellare parole spogliate del loro significato.
Bietolone per esempio si chiama Świerszczyński, ce l’ha scritto sulla
porta, e davanti al cognome c’è una “Ś”. Esiste un nome che
comincia per Ś?! Si presentava sempre: “Świerszczyński”, ma non si
aspettava mica che ci facessimo la lingua a pezzi per
pronunciarlo…? Ritengo che ciascuno di noi veda gli altri Uomini alla
sua maniera, quindi abbiamo il diritto di dare loro il nome che
riteniamo più adatto e appropriato. Proprio così, abbiamo un sacco
di nomi. Ne abbiamo tanti per tutte le persone con cui abbiamo un
qualche legame. Świerszczyński l’ho chiamato Bietolone e credo che
questo nome renda bene le sue Caratteristiche.
Però allora, dopo aver guardato la Cagna, mi venne subito in
mente un nome umano: Marysia. Probabilmente me l’aveva fatto
venire in mente l’orfanella delle fiabe, era anche lei così emaciata…
“Non è che, per caso, si chiama Marysia?” domandai.
“Può darsi,” rispose. “Sì, mi pare di sì. Si chiama Marysia.”
Allo stesso modo era nato il nomignolo Piede Grande. Non era
complicato, mi era venuto da solo nel vedere le sue orme sulla neve.
Bietolone all’inizio lo chiamava Il Peloso, ma quasi subito aveva
preso in prestito da me Piede Grande. Vuol dire che avevo scelto il
nome giusto.
Per me, purtroppo, non sono riuscita a scegliere nessun nome
accettabile. Quello scritto nelle carte lo considero scandalosamente
inadeguato e penalizzante: Janina. Credo che il mio nome vero sia
Emilia o Joanna. Qualche volta penso anche che potrebbe essere
un nome più antico, un tipico nome di battaglia, qualcosa di simile a
Irmtrud. Oppure Bożygniewa. O Nawoja.
Da parte sua Bietolone cerca di evitare di chiamarmi per nome.
Anche questo significa qualcosa. Non gli viene, mi dice “tu” e basta.
“Tu aspetti con me finché arrivano?” mi domandò.
“Certo,” acconsentii ben volentieri e mi resi conto che non avrei
avuto il coraggio di dirgli “Bietolone”. Quando si abita così vicino,
non c’è bisogno dei nomi per rivolgersi la parola. Quando passo e lo
vedo estirpare le erbacce in giardino, non ho bisogno del suo nome
per rivolgergli la parola. È un livello particolare di confidenza.

Il nostro borgo è formato da poche case che stanno sull’Altipiano,


distante dal resto del mondo. L’Altipiano è un lontano parente
geologico dei Monti Tavolari, una loro remota prefigurazione. Prima
della guerra il nostro insediamento si chiamava Luftzug, cioè
“Spiffero”, oggi è diventato ufficiosamente Lufcug, perché
ufficialmente non abbiamo un nome. Sulla cartina si vedono solo la
strada e poche case, nessuna lettera. Ci soffia sempre il vento, le
masse d’aria si spingono attraverso le montagne da ovest a est,
dalla Boemia a noi. D’inverno il vento diventa impetuoso e sibilante,
ulula nei caminetti. D’estate si disperde tra le foglie e fruscia, non c’è
mai silenzio. Molta gente ha la possibilità di avere una casa in città,
quella di tutto l’anno, ufficiale, e una seconda – una specie di casa
frivola, infantile – in campagna. Ed è così che quelle case appaiono:
infantili. Piccole, accovacciate, con il tetto spiovente e le finestrelle
piccine. Le hanno costruite tutte prima della guerra, tutte allo stesso
modo: le pareti lunghe verso est e ovest, una corta verso sud e
l’altra, sempre corta, adiacente al granaio, che dà a nord. Solo la
casa della Scrittrice è un po’ più eccentrica, perché ha aggiunto
dappertutto terrazze e balconi.
Non c’è da stupirsi che la gente d’inverno abbandoni l’Altipiano. È
difficile abitarci da ottobre ad aprile, ne so qualcosa. Ogni anno ci
sono grandi nevicate, con le quali il vento scolpisce accuratamente
cumuli e dune. Gli ultimi cambiamenti climatici hanno riscaldato tutto,
eccetto il nostro Altipiano. Al contrario, specialmente in febbraio, la
neve è più abbondante e dura anche più a lungo. Durante l’inverno il
gelo a volte arriva a venti sotto zero, e l’inverno finisce veramente
solo in aprile. La strada è brutta, gelo e neve distruggono quello che
il comune tenta di riparare con i pochi mezzi di cui dispone. Per la
strada asfaltata bisogna percorrere quattro chilometri di sterrato
pieno di solchi tracciati dai carri, e comunque uno può anche
prendersela comoda, tanto l’autobus per Kudowa parte da giù la
mattina e ritorna il pomeriggio. In estate, quando i pochi slavati
bambini del luogo sono in vacanza, gli autobus neanche viaggiano.
Nel villaggio c’è una strada maestra che impercettibilmente, come
una bacchetta magica, lo trasforma nella periferia di una piccola
cittadina. Se solo uno ne avesse voglia, seguendo quella strada
potrebbe arrivare a Breslavia o in Repubblica Ceca.
Ma ci sono alcune persone alle quali tutto questo va a genio. Le
Ipotesi da fare sarebbero molte, se volessimo giocare a fare gli
investigatori. La psicologia e la sociologia potrebbero dare parecchie
indicazioni, ma questo argomento non m’interessa più di tanto.
Io e Bietolone, per esempio, facciamo fronte all’inverno con
coraggio. No, “fare fronte” è un’espressione sciocca: noi piuttosto
esponiamo bellicosamente la mascella inferiore, come quegli uomini
sul ponticello del villaggio. Se li provochi con una parola poco
lusinghiera, dicono con accento di sfida: “C’è qualche problema?” In
un certo senso anche noi provochiamo l’inverno, ma lui ignora sia
noi che il resto del mondo. Noi vecchi eccentrici. Hippy da strapazzo.
D’inverno lì la neve ammanta tutto di ovatta bianca, accorcia al
massimo la giornata, tanto che, se incautamente la notte si fa tardi,
ci si può svegliare nella Tenebra il pomeriggio del giorno dopo, il che,
sarò sincera, dall’anno scorso mi capita sempre più spesso. Il cielo
incombe su di noi scuro e basso, come uno schermo sporco su cui si
svolgono fiere battaglie tra le nuvole. Per questo esistono le nostre
case: per proteggerci da quel cielo, che altrimenti penetrerebbe fino
al centro dei nostri corpi dove, simile a una piccola biglia di vetro, si
trova la nostra Anima. Ammesso che esista qualcosa del genere.
Non so che cosa faccia Bietolone in quei mesi bui, non abbiamo
un rapporto molto stretto, anche se, non lo nascondo, conterei su
qualcosa di più. Ci vediamo una volta ogni tre o quattro giorni e
allora ci scambiamo qualche parola di saluto. Non ci siamo trasferiti
qui per organizzare i tè delle cinque. Bietolone ha comprato la casa
un anno dopo di me e sembra che abbia deciso di cominciare una
nuova vita, come tutti coloro che hanno finito le idee e i soldi per la
vita vecchia. Pare che lavorasse in un circo, ma non so se facesse
per esempio il contabile, oppure il trapezista. Preferisco pensare che
facesse il trapezista e, quando lo vedo zoppicare, immagino che
molto tempo fa, negli splendidi anni settanta, durante un numero
particolare, sia successo qualcosa e lui non sia riuscito a prendere
l’anello e sia precipitato sul pavimento cosparso di trucioli. Ma dopo
lunga riflessione devo ammettere comunque che il mestiere di
contabile non è poi un brutto mestiere, e l’amore per l’ordine, tipico
dei contabili, suscita la mia stima, la mia approvazione e uno
straordinario rispetto. L’amore di Bietolone per l’ordine è
immediatamente visibile nel suo cortiletto: la legna per l’inverno è
disposta in fantasiose cataste che ricordano una spirale. Vanno a
formare un grazioso monticello dalle proporzioni auree. Le sue
cataste potrebbero essere considerate un capolavoro dell’arte
locale. Non riesco a resistere al fascino di quell’armonica
disposizione a spirale. Quando passo di là, mi fermo sempre un
istante ad ammirare quell’esemplare collaborazione tra mani e
intelletto, che tramite una cosa banale come la legna da ardere
esprime il movimento più perfetto dell’Universo.
Il viottolo davanti alla casa di Bietolone è cosparso di ghiaia
spianata pari pari, e si ha addirittura l’impressione che sia una ghiaia
speciale, un insieme di pietruzze tutte identiche selezionate a mano
nelle rocciose fabbriche sotterranee di ghiaia gestite dai coboldi. Alle
finestre sono appese tende pulite, e ogni piega è uguale all’altra;
userà di sicuro un attrezzo speciale. Anche i fiori del giardino sono
puliti e ordinati, dritti e snelli come se fossero patiti di fitness.
Ora Bietolone, servendomi il tè, si affaccendava in cucina e
vedevo i bicchieri che stavano tutti perfettamente in fila nella
credenza, e una tovaglia immacolata sopra la macchina da cucire.
Allora aveva anche la macchina da cucire! Provando vergogna, mi
ficcai le mani tra le ginocchia. Era molto tempo che non dedicavo
loro cure particolari. Vabbe’, ho il coraggio di ammettere che le mie
unghie erano semplicemente sporche.
Quando prese i cucchiaini da tè, il cassetto mi si spalancò davanti
per un istante e non riuscii a distogliere lo sguardo. Era largo e piatto
come un vassoio. All’interno, negli scomparti, si trovavano in un
ordine accurato tutti i tipi di posate e altri Arnesi necessari in cucina.
Ognuno aveva il suo posto, anche se in gran parte non li conoscevo
proprio. Le dita ossute di Bietolone scelsero lente, con cognizione di
causa, i due cucchiaini più adatti, che subito dopo furono posati sui
tovaglioli verde pallido accanto alle tazzine con il tè. Un po’ troppo
tardi, purtroppo, perché il mio l’avevo già bevuto.
Difficile chiacchierare con Bietolone. Era molto laconico e, dal
momento che non si poteva parlare, bisognava tacere. Con alcune
persone si parla a fatica, specie se di sesso maschile. Ho una Teoria
sull’argomento. Con l’età molti maschi sprofondano in un
progressivo autismo testosteronico, che si manifesta con una lenta
perdita dell’intelligenza sociale e delle capacità di comunicazione
interpersonale, e inoltre menoma la formulazione del pensiero.
Colpito da questo Disturbo, l’Uomo diventa taciturno e sembra
sempre sprofondato nella meditazione. Lo interessano di più i vari
Strumenti e i macchinari. Lo attraggono la Seconda Guerra Mondiale
e le biografie dei personaggi illustri, il più delle volte politici e
malfattori. Scompare quasi del tutto la sua capacità di leggere
romanzi, l’autismo testosteronico disturba la comprensione
psicologica dei personaggi. Credo che Bietolone soffra di questo
Disturbo.
Ma quella mattina era difficile pretendere eloquenza da
chicchessia. Eravamo completamente avviliti.
Dall’altro canto provavo un grande sollievo. A volte, se si amplia il
pensiero senza badare a certe Affettività dell’Intelletto, se si prende
in considerazione il Bilancio delle azioni, ci si può rendere conto che
la vita di uno per gli altri non è affatto buona. Penso che su questo
tutti mi daranno ragione.
Gli chiesi un altro bicchiere di tè solo per il gusto di mescolarlo
con quel bellissimo cucchiaino.
“Una volta ho denunciato Piede Grande alla Polizia,” dissi.
Per un istante Bietolone smise di asciugare con lo strofinaccio il
piattino per i biscotti.
“Per il cane?” domandò.
“Sì. E per il bracconaggio. Ho anche scritto esposti contro di lui.”
“E poi?”
“Niente.”
“Vuoi dire che è un bene che sia morto, vero?”

Ancora prima dell’ultimo Natale ero andata in comune per


presentare la denuncia personalmente. Fino a quel momento avevo
scritto lettere. Non mi hanno mai risposto, eppure si ha il dovere
istituzionale di rispondere al cittadino. Il commissariato non era
grande e sembrava una di quelle casette unifamiliari di epoca
comunista costruite con materiali presi dove capitava, fatte a caso e
tristi. Anche l’atmosfera era la stessa. Le pareti tinteggiate con colori
a olio erano piene di foglietti, tutti avevano in cima la parola
“Avvertenza”, che poi è un termine orribile. La Polizia usa molte
parole assolutamente ripugnanti, come per esempio “defunto” o
“concubino”.
In quel tempio di Plutone, dapprima tentò di sbarazzarsi di me un
giovane seduto dietro una piccola ringhiera in legno, e poi un suo
superiore. Volevo vedere il Comandante e mi ero impuntata; ero
anche sicura che alla fine entrambi avrebbero perso la pazienza e mi
avrebbero concesso di presentarmi al suo cospetto. Mi fecero
aspettare parecchio, dovevo ancora fare la spesa e temevo che il
negozio chiudesse. Finché calò il Crepuscolo, il che voleva dire che
erano circa le quattro e che stavo aspettando da più di due ore.
Finalmente, verso la conclusione dell’orario d’ufficio, apparve nel
corridoio una giovane donna e disse: “Prego, può entrare.”
Ero persa nei miei pensieri, perciò ora mi dovevo riprendere.
Mentre seguivo la donna per l’udienza al primo piano, dove il capo
della Polizia locale aveva l’ufficio, raccoglievo le idee.
Il Comandante era un uomo obeso, diciamo della mia età, ma si
rivolgeva a me come se fossi sua madre, o addirittura sua nonna. Mi
lanciò un’occhiata di sfuggita e disse: “Prego, sedetevi.”
E sentendo che quel voi aveva smascherato la sua origine
campagnola, si raschiò la gola e si corresse: “Si sieda.”
Quasi li sentivo, i suoi pensieri: di sicuro prima mi aveva chiamato
“donnetta” ma poi, quando la mia arringa accusatoria si sarebbe
fatta incalzante, “megera invasata”, “matta”. Ero consapevole
dell’avversione con cui osservava i miei gesti e giudicava
(negativamente) i miei gusti. Non gli piacevano né il mio taglio di
capelli, né il mio abbigliamento, né la mancanza di remissività.
Squadrava il mio viso con astio crescente. Ma anch’io vedevo molte
cose: che era un apoplettico, che beveva troppo e che aveva un
debole per i cibi grassi. Nel corso della mia orazione la sua grande
testa pelata era arrossita dalla nuca alla punta del naso, e sulle
guance gli erano spuntati piccoli, evidenti grovigli di capillari, come
un originale tatuaggio di guerra. Era sicuramente abituato a
comandare e farsi ubbidire dagli altri, e si lasciava trascinare
facilmente dall’Ira. Era il tipo Gioviale.
Vedevo anche che non capiva tutto quello che dicevo: in primo
luogo per l’ovvio motivo che usavo argomenti a lui estranei, e poi
anche perché non conosceva molte parole. E che era il tipo di Uomo
che disprezza ciò che non capisce.
“È un pericolo per molti Esseri, umani e non umani,” conclusi le
lagnanze nei confronti di Piede Grande, nelle quali avevo elencato
osservazioni e sospetti.
Non sapeva se lo stessi prendendo in giro o se gli fosse capitata
una matta. Non c’erano altre possibilità. Vidi che per un istante il
sangue gli salì al viso, era indubbiamente un tipo pìcnico, di quelli
che alla fine muoiono di emorragia cerebrale.
“Non avevamo idea che fosse un bracconiere. Ci occuperemo
della questione,” disse tra i denti. “Adesso torni a casa e non si
preoccupi. Lo conosco.”
“Bene,” dissi in modo conciliante.
Ma lui si era già alzato appoggiandosi alle mani, segno evidente
che l’udienza era terminata.
Arrivati a una certa età, dobbiamo rassegnarci al fatto che nei
nostri confronti la gente sarà sempre insofferente. Prima non mi ero
mai resa conto dell’esistenza e del significato di gesti come il rapido
annuire della testa, lo sfuggire dello sguardo, il ripetere ssì ssì ssì
come uno fosse un serpente. Oppure guardare l’orologio, o
strofinarsi il naso… Adesso lo capisco bene tutto quel teatrino che
nasconde la semplice frase: “Lasciami in pace, strega.” A volte mi
sono chiesta: se le cose che dico io le dicesse un giovanotto, bello,
aitante, tratterebbero così anche lui? O magari una brunetta
prosperosa?
Sicuramente si aspettava che scattassi dalla sedia e uscissi dalla
stanza. Io però dovevo comunicargli un’altra cosa altrettanto
importante.
“Quell’Uomo tiene chiusa la Cagna nella legnaia tutto il giorno. Là
il Cane ulula e ha freddo perché la legnaia non è riscaldata. La
Polizia non potrebbe sistemare la faccenda, portargli via il Cane e a
lui dare un Castigo esemplare?”
Mi guardò per un istante in silenzio, e ciò che inizialmente gli
avevo attribuito e che avevo chiamato disprezzo, ora lo vedevo
nettamente sul suo viso. Gli angoli della bocca si abbassarono e le
labbra si gonfiarono lievemente. Vidi anche che cercava di tenere a
freno quell’espressione del viso. La mascherò con un sorriso
innaturale che mise a nudo i suoi grandi denti, gialli di nicotina.
Disse: “Non è un caso per la Polizia, signora. Un cane è un cane. La
campagna è la campagna. Che cosa si aspettava? I cani si tengono
nella cuccia e alla catena.”
“Sto denunciando alla Polizia che accade qualcosa di male. Dove
devo andare, se non alla Polizia?”
Scoppiò in una risata gutturale.
“Qualcosa di male, dice, allora perché non va dal prete?” chiese
compiaciuto del suo senso dell’umorismo, ma evidentemente si
accorse che la battuta non mi faceva ridere e la sua faccia tornò
subito seria. “Da qualche parte ci saranno delle associazioni che
proteggono gli animali, o qualcosa del genere. Le trova sull’elenco
telefonico. La Lega Protezione Animali, vada da loro. Noi siamo la
Polizia per le persone. Telefoni a Breslavia. Laggiù hanno una
specie di presidio.”
“A Breslavia!” gridai. “Lei non può dirmi questo! È competenza
della Polizia locale, conosco la legge!”
“Oh!” sorrise ironicamente. “E mi dice lei quali sono le mie
competenze e quali no?”
Con gli occhi della fantasia vidi i nostri eserciti schierati nella
pianura e pronti alla battaglia.
“Sì, molto volentieri,” e già mi accingevo a pronunciare un lungo
discorso.
Preso dal panico guardò l’orologio e placò la sua avversione nei
miei confronti.
“Sì, va bene, esamineremo la questione,” disse un momento dopo
con indifferenza e cominciò a raccogliere dalla scrivania le carte e a
infilarle in una cartella portadocumenti. Mi era sfuggito.
Allora pensai che non mi piaceva proprio. Dirò di più: sentii
un’improvvisa ondata di avversione, forte come il rafano.
Si alzò dalla scrivania con un movimento deciso e vidi che aveva
una pancia voluminosa che la cintura di cuoio della divisa non era in
grado di contenere. Per la vergogna la pancia si nascondeva da
qualche parte lì sotto, negli scomodi e dimenticati dintorni dei
genitali. Le stringhe delle sue scarpe erano slacciate, probabilmente
sotto la scrivania si era messo comodo. Adesso si era dovuto
rinfilare le scarpe in fretta e furia.
“Posso chiederle la sua data di nascita?” domandai gentilmente
quand’ero già sulla porta.
Si fermò sorpreso.
“E a che le serve?” chiese sospettoso tenendomi aperta la porta
che dava sul corridoio.
“Calcolo l’Oroscopo,” risposi. “Vuole? Glielo posso fare.”
Un sorriso divertito gli balenò in faccia.
“No, grazie. L’astrologia non m’interessa.”
“Saprà che cosa aspettarsi dalla vita. Non vuole?”
Allora gettò uno sguardo d’intesa al poliziotto seduto
all’accoglienza e con un sorriso ironico, come se stesse prendendo
parte a un’allegra festa di bambini, mi diede tutti i suoi dati. Li
annotai, lo ringraziai e, tirandomi il cappuccio sulla testa, mi avviai
verso l’uscita. Sull’ingresso feci in tempo a sentirli esplodere in una
risata e mi giunsero queste parole da uccelli del malaugurio: “Pazza
invasata.”

Quella sera, subito dopo il Crepuscolo, il Cane di Piede Grande


ricominciò a ululare. L’aria si era fatta azzurra, tagliente come un
rasoio. Una voce bassa, opaca, la riempiva d’inquietudine. La morte
è alle porte, pensai. Ma si sa, la morte è sempre alle nostre porte, in
ogni momento del giorno e della Notte, mi risposi. Perché la migliore
conversazione si fa con se stessi. Almeno non ci sono malintesi. Mi
misi sul divanetto in cucina e rimasi distesa lì, non potendo fare altro
che ascoltare quel suono penetrante. Quando alcuni giorni prima ero
andata da Piede Grande con la mia Intromissione, non mi aveva
nemmeno fatta entrare, dicendomi di non ficcare il naso negli affari
degli altri. È vero, il malvagio aveva fatto uscire la Cagna per
qualche ora, ma poi l’aveva comunque rinchiusa in gattabuia, perciò
la Notte aveva ripreso a ululare.
Stavo dunque distesa sul divanetto in cucina cercando di pensare
ad altro, ma naturalmente non ci riuscivo. Sentivo insinuarsi nei
muscoli un’energia vibrante e pruriginosa, ancora un po’ e mi
avrebbe fatto esplodere le gambe dall’interno.
Balzai giù dal divano, mi infilai le scarpe e il giubbotto, presi il
martello e una sbarra di metallo, e tutti gli Attrezzi che mi capitarono
sotto mano. Poco dopo, senza fiato, mi fermai davanti alla legnaia di
Piede Grande. Non era in casa, la luce era spenta, dal camino non
usciva fumo. Aveva rinchiuso il Cane ed era sparito. Chissà quando
sarebbe tornato. Ma anche se fosse stato in casa, l’avrei fatto lo
stesso. Dopo qualche minuto di lavoro che mi fece sudare
moltissimo, riuscii a buttare giù la porta di legno: le assi vicine alla
serratura si allentarono e potei far scivolare il catenaccio. Dentro era
buio e umido, avevano buttato lì delle vecchie biciclette arrugginite,
per terra c’erano barilotti di plastica e altro ciarpame. La Cagna
stava in piedi sopra una catasta di assi, legata alla parete con una
corda al collo. Mi balzò agli occhi anche un mucchietto di
escrementi, evidentemente la faceva sempre nello stesso punto.
Agitava la coda, insicura. Mi guardava con gli occhi umidi, contenta.
Tagliai lo spago, la presi in braccio e andammo a casa.
Non sapevo ancora che cosa avrei fatto. A volte, quando l’Uomo
sperimenta l’Ira, tutto sembra ovvio e semplice. L’Ira riporta l’ordine,
mostra il mondo in una sintesi adamantina, con l’Ira ritorna anche il
dono della Chiarezza di Visione, difficile da riscontrare negli altri stati
emozionali.
La misi sul pavimento della cucina e mi stupii di quanto fosse
piccola ed esile. A giudicare dalla voce, da quel tenebroso ululare, ci
si sarebbe aspettati un Cane grande almeno quanto uno spaniel. Era
uno dei cani del posto, quelli chiamati Schifezzina dei Sudeti perché
non sono troppo avvenenti. Piccolini, con le zampe sottili, spesso
storte, di colore bigio, tendenti a ingrassare, e soprattutto con un
evidente difetto di masticazione. C’è poco da dire, non era una gran
bellezza quella cantante notturna.
Era agitata e tremava tutta. Si bevve mezzo litro di latte tiepido
grazie al quale il pancino le diventò rotondo come una palla, divisi
con lei anche il mio pane con il burro. Non aspettavo il mio Ospite,
perciò il frigorifero era miseramente vuoto. Le parlavo per
tranquillizzarla, le facevo la cronaca di ogni mio gesto, e lei mi
guardava con aria interrogativa, evidentemente non comprendeva
un così repentino cambiamento nella sua situazione. Poi mi sdraiai
sul divano, suggerendole nello stesso tempo che trovasse anche lei
un posto per riposare. Alla fine s’intrufolò sotto il termosifone e si
addormentò. Siccome non volevo lasciarla sola in cucina tutta la
Notte, anch’io decisi di rimanere sul divano.
Avevo il sonno agitato, evidentemente lo sdegno percorreva
ancora il mio corpo e si trascinava dietro i soliti sogni di forni roventi
che divampano, di infinite centrali termiche dalle pareti rosse e
calde. Le fiamme rinchiuse nei forni esigevano con un boato di
essere liberate per poi, quando fosse successo, balzare nel mondo
con un’esplosione tremenda e incenerire tutto quanto. Penso che
questi sogni possano essere il sintomo della febbre notturna legata
ai miei Disturbi.

Mi svegliai di prima mattina, quando era ancora buio. Per la


posizione scomoda in cui avevo dormito mi si era irrigidito tutto il
collo. La Cagna stava vicino al mio capezzale e mi fissava con
insistenza, uggiolava lamentosa. Gemendo, mi alzai per farla uscire,
è ovvio, tutto il latte che aveva bevuto doveva pur trovare uno sfogo.
Dalla porta aperta entrò una ventata di aria umida e fredda che
odorava di terra e di materia in decomposizione, come se provenisse
da una tomba. La Cagna corse fuori a saltelli e fece pipì davanti
casa, alzando buffamente una zampa posteriore, come se non
riuscisse a decidere se fosse un Cane o una Cagna. Poi mi guardò
con tristezza (oso dire che mi guardò profondamente negli occhi) e
corse di volata verso la casa di Piede Grande.
E così la Cagna fece ritorno alla sua Prigione.
Non la vidi più. La chiamai, furiosa per essermi fatta prendere in
giro e impotente di fronte ai meccanismi della schiavitù. Stavo per
mettermi le scarpe, ma quell’orribile mattinata grigia mi spaventò. A
volte ho l’impressione che viviamo in un sepolcro, grande, spazioso,
fatto per accogliere molte persone. Guardavo il mondo avviluppato
dal Buio grigio, freddo e sgradevole. La Prigione non è fuori, ma
dentro ognuno di noi. Forse non siamo capaci di vivere senza.
Qualche giorno dopo, prima ancora che cadesse la grande neve,
vidi una Polonez della Polizia davanti alla casa di Piede Grande.
Ammetto che me ne rallegrai. Sì, ero soddisfatta che finalmente la
Polizia gli facesse visita. Feci due solitari, entrambi riusciti.
Immaginavo che lo avrebbero arrestato, che lo avrebbero portato via
in manette, che gli avrebbero sequestrato le scorte di fil di ferro, che
gli avrebbero confiscato la sega (per questo Attrezzo si dovrebbe
rilasciare la licenza come per le armi, perché è devastante per la
vegetazione). Ma l’automobile ripartì senza Piede Grande, calò un
rapido Crepuscolo e la neve cominciò a fioccare abbondante.
Nuovamente rinchiusa, la Cagna ululò per tutta la sera. La prima
cosa che vidi il mattino dopo, su quella splendida coltre immacolata,
furono le orme barcollanti di Piede Grande e tracce gialle di urina
intorno al mio Abete argentato.
Tutto questo mi venne in mente mentre eravamo seduti nella
cucina di Bietolone. Con le mie Bambine.
Bietolone, mentre ascoltava il mio racconto, aveva cucinato le
uova à la coque e ora le serviva in un portauovo di porcellana.
“Io non ho la fiducia che hai tu nelle autorità,” disse. “Bisogna fare
tutto da soli.”
Non so che cosa avesse in mente.
3.
Luce Perpetua

Tutto ciò che Nasce da Parto Mortale,


Insieme alla Terra si deve consumare.

Quando tornai a casa, il cielo era già chiaro, e avevo


completamente perso il controllo di me, perché mi sembrava di
sentire di nuovo lo scalpiccio delle Bambine sul pavimento
dell’ingresso, di vedere il loro sguardo interrogativo, il corrugarsi
della fronte, il sorriso. E il corpo era già pronto ai riti di benvenuto,
alla tenerezza.
Ma la casa era completamente vuota. Il biancore freddo
penetrava dalla finestra a ondate morbide e l’immenso spazio aperto
dell’Altipiano s’insinuava dentro con insistenza. Nascosi la testa
della Cerva in garage, dove faceva freddo, aggiunsi legna nella
stufa. E così com’ero andai a dormire e dormii come morta.

“Signora Janina.”
E poco dopo, più forte: “Signora Janina!”
Mi svegliò una voce nell’ingresso. Bassa, maschile, timida. C’era
qualcuno che mi chiamava con il mio odioso Nome. Ero arrabbiata
per due ragioni: perché di nuovo non mi lasciavano dormire e perché
mi chiamavano con un nome che non mi piace e che non accetto.
Me l’hanno dato per caso e in modo avventato. È quello che capita
quando l’Uomo non riflette sul significato delle Parole, e tanto più dei
Nomi, e li usa a casaccio. Non permettevo che ci si rivolgesse a me
con “signora Janina”.
Mi alzai e scossi il vestito, perché non aveva un bell’aspetto, ci
dormivo per l’ennesima Notte di fila, e guardai fuori dalla stanza.
Nell’ingresso, in una pozza di neve sciolta, c’erano due uomini del
villaggio. Erano tutti e due alti, robusti di spalle e con i baffi. Erano
entrati perché non avevo chiuso la porta e forse per questo motivo
avevano un fondato senso di colpa.
“Vorremmo che venisse lì con noi,” disse uno dei due con voce
profonda.
Mi fecero un sorriso di scuse e vidi che avevano la dentatura
identica. Me li ricordavo, lavoravano al taglio del bosco. Ogni tanto li
vedevo nel negozio del villaggio.
“Da lì ci sono appena tornata,” bofonchiai.
Dissero che la Polizia non era ancora arrivata e che stavano
aspettando il prete. Che di Notte la neve aveva bloccato la strada.
Che nemmeno la via per la Repubblica Ceca e per Breslavia era
percorribile e c’era una lunga fila di Tir bloccati. Ma in zona le notizie
si diffondono rapidamente e alcuni amici di Piede Grande erano
arrivati a piedi. Mi faceva piacere sentire che aveva degli amici.
Avevo la sensazione che le avversità climatiche li avessero messi di
buon umore. È meglio confrontarsi con una tormenta che con la
morte.
Li seguivo, arrancavamo nella soffice, bianchissima neve. Era
fresca e il basso Sole invernale la faceva arrossire. Gli uomini mi
facevano strada. Tutti e due avevano ai piedi robusti stivali di
gomma con la tomaia di feltro, l’unica moda invernale per i maschi
del posto. Con le suole larghe tracciavano una piccola galleria per
me.

Davanti alla casa c’erano altri uomini, fumavano sigarette. Mi


salutarono con un inchino indeciso, lo sguardo sfuggente. La morte
di qualcuno che si conosce toglie a ciascuno la sicurezza di sé.
Avevano la stessa espressione del viso, una gravità solenne e una
composta tristezza formale. Si parlavano con voce smorzata. Chi
finiva di fumare, entrava in casa.
Tutti, nessuno escluso, avevano i baffi. Rimanevano in piedi cupi
davanti al divano letto su cui stava il corpo. La porta si apriva di
continuo e se ne aggiungevano di nuovi, portando nella stanza la
neve e l’odore metallico del gelo. Erano in gran parte operai della
vecchia azienda agricola statale, ora in cassa integrazione, che di
tanto in tanto rimediavano un lavoro durante il taglio del bosco.
Alcuni di loro erano andati a lavorare in Inghilterra, ma erano tornati
presto, terrorizzati dal senso di estraneità. Oppure amministravano
testardamente le loro piccole aziende improduttive, che
sopravvivevano grazie ai fondi dell’Unione Europea. Tutti maschi.
Nella stanza si addensava il vapore dei loro respiri, si sentiva un
leggero odore di alcol digerito, di tabacco e di vestiti umidi.
Lanciavano occhiate al corpo, di sfuggita, rapide. Si sentiva
qualcuno tirare su con il naso, non si sa se per il gelo, o forse
veramente a quegli omoni le lacrime salivano agli occhi e non
trovando uno sbocco scendevano nel naso. Non c’era né Bietolone
né nessuno che conoscessi.
Uno di loro tirò fuori dalla tasca una manciata di candeline piatte
con la base di metallo e me le diede con un gesto talmente naturale
che le presi d’istinto, ma non sapevo bene che farne. Solo dopo un
po’ apprezzai la sua idea. Certo, bisognava disporre le candeline
tutto intorno a Piede Grande e accenderle; si sarebbe creata
un’atmosfera grave e solenne. Forse la loro fiamma avrebbe
permesso alle lacrime di scorrere e di infiltrarsi tra quei baffoni. E
questo avrebbe portato sollievo a tutti. Dunque mi diedi da fare con
le candele e pensai che molti di loro avessero frainteso il mio
impegno. Mi avevano presa per il maestro di cerimonie, per il
decano della veglia funebre perché, quando le candele furono
accese, tacquero improvvisamente e fissarono su di me il loro
sguardo triste.
“Cominci,” mi sussurrò quello che mi sembrava di aver già visto
da qualche parte.
Non capii.
“Cominci a cantare.”
“Che cosa devo cantare?” mi allarmai sul serio. “Non so cantare.”
“Qualsiasi cosa,” disse, “meglio di tutto l’Eterno riposo.”
“Perché io?” sussurrai spazientita.
Allora quello che mi stava più vicino rispose in tono deciso:
“Perché lei è una donna.”
Ah, è così… E qui casca l’asino. Non sapevo che cosa avesse a
che fare il mio sesso con il canto, ma in quel momento non volevo
ribellarmi alla tradizione. L’Eterno riposo. Ricordavo quel canto dai
funerali, dalla prima infanzia; da adulta non sono mai andata a un
funerale. Però non ricordavo le parole. Tuttavia bastò solo
mormorarne l’inizio che un coro di voci profonde si unì
immediatamente a quel poco di voce che avevo io e ne uscì una
cappella incerta, stonata, che però a ogni ripresa acquistava forza. E
a un tratto io stessa provai sollievo, la mia voce acquistò sicurezza e
ben presto mi vennero in mente le semplici parole sulla Luce
Perpetua, che – così credevamo – avrebbe avvolto anche Piede
Grande.
Cantammo per un’oretta, sempre la stessa solfa, finché le parole
persero di significato, come se fossero sassolini nel mare che,
perennemente levigati dalle onde, diventano tondi e simili fra loro
come due granelli di sabbia. Indubbiamente tutto questo ci dava un
po’ di respiro, il corpo morto disteso era sempre meno reale, fino a
che diventò il pretesto di quell’incontro tra persone che lavoravano
sodo sull’Altipiano ventoso. Cantavamo di una Luce che in verità
esiste in un punto lontano, per ora indistinguibile, ma che
scorgeremo una volta morti. Ora la vediamo attraverso un vetro, in
uno specchio deformante, ma un giorno saremo faccia a faccia con
lei. Ed essa ci abbraccerà perché è nostra madre, quella Luce, e da
essa proveniamo. E ne portiamo dentro una particella, ognuno di
noi, anche Piede Grande. Perciò la morte dovrebbe farci gioire.
Erano questi i miei pensieri, mentre cantavo, ma in fondo non ho mai
creduto a una distribuzione personale della Luce. Nessun Signore
Iddio se ne occuperà, nessun contabile celeste. Un unico individuo
potrebbe difficilmente sopportare tanta sofferenza, soprattutto se è
onnisciente, credo che andrebbe in pezzi sotto il peso di questo
dolore, a meno che non si sia già munito di certi meccanismi di
difesa, come l’Uomo. Solo una macchina sarebbe in grado di
sopportare tutto il dolore del mondo. Solo un congegno semplice,
efficace e giusto. Ma dal momento che tutto dovrebbe accadere
meccanicamente, allora le nostre preghiere sono superflue.
Quando uscii, vidi che gli uomini baffuti che avevano chiamato il
prete lo stavano appunto salutando davanti alla casa. Il parroco non
era riuscito ad arrivare prima, perché era rimasto piantato in mezzo
ai cumuli di neve, e solo ora erano riusciti a portarlo lì con un
trattore. Padre Fruscio (questo il nome che gli avevo dato nella mia
testa) si scosse la tonaca e con un movimento aggraziato saltò giù
dal trattore. Senza guardare nessuno, entrò in casa a passo svelto.
Mi passò così vicino che fui avvolta dal suo profumo di acqua di
colonia e di caminetto fumante.
Vidi che Bietolone si era perfettamente organizzato. Con la sua
pelliccia da lavoro, come un maestro di cerimonie, versava il caffè da
un grande thermos cinese nei bicchieri di plastica e li distribuiva a
chi partecipava alla veglia. Stavamo dunque davanti alla casa e
bevevamo il caffè caldo e dolce.

Un attimo dopo arrivò la Polizia. A piedi, perché l’auto erano stati


costretti a lasciarla sulla strada asfaltata, non avevano le gomme da
neve.
Erano due poliziotti in divisa e uno in borghese, con un lungo
cappotto nero. Prima che raggiungessero la casa con le scarpe tutte
infangate, ansimando pesantemente, uscimmo tutti. A mio modo di
vedere dimostrammo cortesia e rispetto nei confronti delle autorità. I
due poliziotti in divisa erano distaccati, molto formali, e si vedeva che
cercavano di reprimere la rabbia causata dalla neve, dal lungo
tragitto e in generale dalle circostanze di quel caso. Si scrollarono la
neve dalle scarpe e senza dire una parola scomparvero all’interno.
Intanto il tipo con il cappotto nero si avvicinò immediatamente a
Bietolone e a me.
“Allora, buongiorno. Buongiorno, signora, ciao papà.”
Disse: “Ciao papà,” e lo disse a Bietolone.
Non mi sarei mai aspettata che Bietolone potesse avere un figlio
nella Polizia, e per giunta con un cappotto nero così buffo.
Bietolone ci presentò un po’ goffamente, impacciato, ma non
riuscii nemmeno a ricordare il nome ufficiale di Cappotto Nero,
perché si misero subito in disparte e sentii che il figlio faceva dei
rimproveri al padre: “Ma per l’amor di Dio, papà, perché hai spostato
il corpo? Non li guardi i film? Lo sanno tutti che qualsiasi cosa
succeda un cadavere non si tocca finché non arriva la Polizia.”
Bietolone si difendeva debolmente, come se lo paralizzasse il fatto di
parlare con il figlio. Avrei pensato il contrario, che una conversazione
con il proprio figlio dovesse dare più forza.
“Aveva un aspetto orribile, figliolo. Anche tu ti saresti comportato
così. Si è strozzato con qualcosa ed era tutto storto, sporco… Bene
o male era il nostro vicino, non volevamo lasciarlo sul pavimento
come, come…” cercava le parole.
“… un Animale,” precisai avvicinandomi a loro; non potevo
sopportare che Cappotto Nero facesse una tale ramanzina a suo
padre. “Si è strozzato con l’osso di una Cerva catturata di frodo. La
vendetta dall’oltretomba.”
Cappotto Nero mi guardò di sfuggita e si rivolse al padre: “Papà,
possono incriminarti per aver intralciato le indagini. E anche lei.”
“Ma stai scherzando, ci mancherebbe solo questo. A che mi serve
un figlio procuratore?”
L’altro decise di concludere l’imbarazzante conversazione.
“Va bene, papà. Più tardi dovrete rilasciare una deposizione, tutti
e due. È possibile che gli facciano l’autopsia.”
Diede a Bietolone una pacca sulla spalla in un gesto d’affetto in
cui c’era superiorità, come se dicesse: OK, caro vecchietto, adesso
prendo il caso nelle mie mani.
Poi scomparve dentro la casa del morto e io, senza aspettare gli
sviluppi della vicenda, me ne tornai a casa, infreddolita, con la gola
arrochita. Ne avevo abbastanza.
Dalle mie finestre vidi avvicinarsi dal lato del villaggio lo
spazzaneve, che qui chiamano il Bielorusso. Grazie a lui verso sera
il carro funebre – un’automobile lunga, bassa, scura, con i finestrini
velati dalle tendine nere – riuscì ad arrivare fin sotto la casa. Ma solo
ad arrivare. Quando verso le quattro, subito prima del crepuscolo,
uscii in terrazza, scorsi da lontano una macchia nera in movimento
sulla strada: erano gli uomini baffuti che alacremente spingevano in
salita il carro funebre con il corpo del collega, verso l’eterno riposo
nella Luce Perpetua.

Di solito il televisore è acceso tutto il giorno, già da colazione. Mi


tranquillizza. Quando oltre la finestra regna la nebbia invernale
oppure l’alba dopo poche ore si trasforma impercettibilmente in
Tenebra, ho l’impressione che fuori non ci sia niente. Si guarda fuori,
e i vetri riflettono solamente l’interno della cucina, centro piccolo e
ingombro dell’Universo.
Per questo ho la televisione.
Ho una grande scelta di programmi; l’antenna, simile a un piatto
smaltato, me l’ha portata Dyzio. Ci sono decine di canali, ma per me
sono troppi. Anche dieci sarebbero troppi. Anche due. Praticamente
guardo solo le previsioni del tempo. Ho trovato quel canale, felice di
avere tutto ciò di cui ho bisogno, per questo non so nemmeno dove
ho infilato il telecomando.
Fin dal mattino mi accompagna la visione dei fronti atmosferici,
bellissime linee astratte sulle mappe, azzurre e rosse, che si
avvicinano implacabilmente da ovest, dalla Repubblica Ceca e dalla
Germania. Portano l’aria che un momento prima Praga, e forse
anche Berlino, hanno respirato. Arriva dall’Atlantico, sfreccia sopra
l’Europa intera, si può dire che quell’aria di mare sia qui, sulle
montagne. Mi piace soprattutto quando mostrano le mappe della
pressione, che spiegano l’inattesa riluttanza ad alzarsi dal letto o il
dolore alle ginocchia, o qualcos’altro ancora: una tristezza
inspiegabile, che ha sicuramente la stessa natura del fronte
atmosferico, una capricciosa figura serpentinata nell’atmosfera
terrestre.
Mi commuovono le foto dal satellite e la curvatura della Terra. Ma
allora è vero che viviamo sulla superficie di una sfera, esposti allo
sguardo dei pianeti, abbandonati in un grande vuoto dove, dopo la
Caduta, la luce si è frantumata in piccoli frammenti e si è dispersa?
È vero. Ce lo dovrebbero ricordare ogni giorno, perché ce lo
scordiamo. Crediamo di essere liberi, e che Dio ci perdonerà.
Personalmente la penso in modo diverso. Ogni azione trasformata in
minute vibrazioni di fotoni alla fine si metterà in viaggio verso il
Cosmo, come un film, e i pianeti lo guarderanno fino alla fine del
mondo.
Quando mi faccio il caffè, di solito danno le previsioni del tempo
per gli sciatori. Presentano il mondo rugoso delle montagne, dei
pendii e delle valli, e il capriccioso manto di neve: solo qua e là la
pelle ruvida della Terra è imbiancata da spazi innevati. In primavera
il posto degli sciatori viene occupato dagli allergici e l’immagine
riprende colore. Linee morbide delimitano i territori del pericolo. Se è
rosso, la natura sta attaccando in forze. Ha atteso in letargo per tutto
l’inverno e adesso colpisce il sistema immunitario dell’Uomo,
delicato come la filigrana. Un giorno o l’altro in questo modo ci
spazzerà via tutti. Prima dei weekend ci sono le previsioni del tempo
per gli automobilisti, ma la loro realtà si limita a pochi, radi trattini nel
regno delle autostrade. Questa suddivisione degli uomini in tre
gruppi – sciatori, allergici e automobilisti – mi convince molto. È una
tipizzazione buona e semplice. Gli sciatori sono edonisti. Si eccitano
sul pendio. Gli automobilisti preferiscono prendere il destino nelle
loro mani, anche se poi spesso ne soffre la spina dorsale: la vita è
dura. Gli allergici, invece, sono perennemente in guerra. Io sono
sicuramente un’allergica.
Vorrei avere anche un canale che parlasse di stelle e pianeti:
“Influssi del Cosmo TV”. Anche una televisione così in sostanza
sarebbe fatta di mappe, mostrerebbe le linee degli influssi, il raggio
d’azione dei pianeti. “Gentili telespettatori, sopra l’eclittica sta
sorgendo Marte, stasera incrocerà la cintura degli influssi di Plutone.
Vi consigliamo di lasciare l’auto in garage e nei parcheggi coperti, e
anche di tenere i coltelli sotto chiave, di scendere in cantina facendo
attenzione e, fintanto che il pianeta transita nel segno del Cancro, vi
consigliamo di evitare i bagni e di ritrarvi con il passo del gambero
dalle liti familiari,” direbbe una presentatrice slanciata ed eterea.
Sapremmo perché oggi i treni sono arrivati in ritardo e il postino si è
impantanato nella neve con la sua Cinquecento, e perché non è
venuta la maionese mentre il mal di testa è scomparso da solo,
senza pasticche, all’improvviso così com’era venuto.
Conosceremmo il momento in cui ci si può cominciare a tingere i
capelli e per quando progettare un matrimonio.
La sera osservo Venere, seguo con precisione le trasformazioni di
questa splendida Vergine. La preferisco come Stella della Sera,
quando compare quasi dal nulla, come per magia, e scende giù
dietro al Sole. Una scintilla della luce perenne. È proprio al
Crepuscolo che accadono le cose più interessanti, perché allora si
cancellano le normali differenze. Potrei vivere in un Crepuscolo
eterno.
4.
999 morti

Chi mette in Dubbio quello che vede


Non crederà mai a ciò che tu Chiedi.
Se avessero dubbi il Sole e le Stelle
Scomparirebbero immediatamente.

La testa della Cerva, la seppellii il giorno dopo nel mio cimitero


sotto casa. Misi dentro una buca scavata in terra quasi tutto quello
che avevo portato via dalla casa di Piede Grande. La busta di
plastica, sulla quale erano rimaste tracce di sangue, la appesi a un
ramo del susino, in memoria. Cominciò subito a cadervi sopra neve
abbondante, che il gelo della notte trasformò in ghiaccio. Sudai sette
camicie per scavare alla meno peggio la fossa nella pietrosa terra
gelata. Le lacrime mi si congelavano sulle guance.
Sulla tomba, come al solito, misi una pietra. Nel mio cimitero ce
n’erano già molte di pietre simili. Lì riposavano: un vecchio Gatto, di
cui trovai il cadaverino in cantina quando comprai la casa, e una
Gatta, mezza selvatica, che morì assieme ai suoi Piccoli subito dopo
il parto. Una Volpe uccisa dai boscaioli perché, affermavano, aveva
la rabbia, alcune Talpe e il Capriolo dilaniato dai Cani l’inverno
prima. Questi erano solo alcuni degli Animali. Quelli che trovavo
morti nel bosco, nelle tagliole di Piede Grande, li spostavo soltanto in
un altro luogo, così almeno qualcuno poteva nutrirsi di loro.
Dal piccolo cimitero situato in un bel punto panoramico su uno
stagno, sopra un pendio molto dolce, si vedeva quasi tutto
l’Altipiano. Anch’io vorrei essere sepolta lì e da lì sorvegliare ogni
cosa, sempre.
Cercavo di fare il giro d’ispezione delle mie proprietà due volte al
giorno. Devo costantemente tenere sotto controllo Lufcug, dal
momento che mi sono impegnata a farlo. Andavo, una dopo l’altra, in
tutte le case affidate alla mia tutela, e alla fine mi arrampicavo anche
sulla collinetta per abbracciare con un’unica occhiata il nostro intero
Altipiano.
Da quella prospettiva si vedeva tutto ciò che non si vedeva da
vicino: in inverno le orme sulla neve documentavano ogni
movimento, nulla poteva sfuggire a quell’inventario, la neve,
accurata come un cronista, registrava i passi degli Animali e degli
uomini, immortalava le scarse tracce delle ruote d’automobile.
Guardavo attentamente i nostri tetti, se in qualche punto non ci fosse
un sovraccarico di neve che poi avrebbe potuto divellere le grondaie,
o fermarsi – per l’amor di Dio! – accanto al comignolo, stabilirsi lì e
sciogliersi lentamente facendo filtrare da sotto le tegole l’acqua
all’interno. Controllavo se le finestre erano integre e se nel corso
della visita precedente non avessi trascurato qualcosa, magari
lasciato la luce accesa; osservavo anche il cortile, i recinti, i cancelli,
i ripostigli, i depositi della legna.
Ero la guardiana delle proprietà dei miei vicini quando loro si
dedicavano ai lavori invernali e ai divertimenti in città; io passavo
l’inverno lì al posto loro, preservavo le loro case dal freddo e
dall’umidità, e custodivo i loro fragili averi. In questo modo li
rimpiazzavo nella loro partecipazione alle Tenebre.

Purtroppo i miei Disturbi si fecero sentire di nuovo. Il fatto è che


riprendevano vigore a causa dello stress e di altri avvenimenti
straordinari. A volte bastava una Notte insonne perché tutto
ricominciasse a farmi male. Mi tremavano le mani e avevo la
sensazione che negli arti mi passasse la corrente, come se il mio
corpo fosse avvolto da un’invisibile rete elettrica e qualcuno mi
infliggesse dei piccoli Castighi, così, a casaccio. Allora crampi
inattesi e sgradevoli mi stringevano le spalle o le gambe. A quel
punto sentivo che il piede si irrigidiva completamente, si rattrappiva,
era come trafitto. Camminando lo trascinavo, zoppicavo. E ancora:
da mesi avevo gli occhi sempre bagnati; le lacrime cominciavano a
scendere all’improvviso e senza ragione.
Decisi che quel giorno, nonostante il dolore, sarei salita sul pendio
e avrei guardato tutto dall’alto. Il mondo sarebbe stato sicuramente
al proprio posto. Forse questo mi avrebbe tranquillizzata e avrebbe
fatto sì che la mia gola si rilassasse e mi sentissi meglio. Non mi
dispiaceva affatto per Piede Grande. Ma mentre oltrepassavo la sua
casa da lontano, mi ricordai del suo corpo morto da coboldo con
l’abito color caffè e poi mi vennero in mente i corpi di tutti i miei
conoscenti vivi, corpi felici nelle loro case. E me stessa, il mio piede
e il corpo magro e nodoso di Bietolone, tutto mi parve rivestito di una
tristezza orribile, insopportabile. Guardavo il paesaggio bianco e
nero dell’Altipiano e compresi che “tristezza” è una parola importante
per definire il mondo. Sta alla base di tutto, è il quinto elemento, la
quintessenza.
Il paesaggio che mi si aprì davanti era composto di sfumature di
bianco e di nero intrecciate con le linee degli alberi sui solchi nei
campi. Là dove l’erba non era stata falciata, la neve non era riuscita
a coprire i campi con un omogeneo strato bianco. I fili d’erba si
facevano strada nel suo manto e da lontano sembrava che una
grande mano avesse cominciato ad abbozzare un disegno astratto,
a esercitarsi con tratti brevi, delicati, sottili. Vedevo le bellissime
figure geometriche dei campi, strisce e rettangoli, ciascuno diverso
nella struttura, con una propria sfumatura, variamente inclinato verso
il frettoloso Crepuscolo invernale. E le nostre case, tutte e sette,
erano sparpagliate come facessero parte della natura, come se
fossero cresciute là insieme ai solchi, e così anche il ruscello e il
piccolo ponte su di esso, tutto questo sembrava accuratamente
progettato e composto forse dalla stessa mano che si esercitava nei
bozzetti.
Saprei anch’io abbozzare la mappa a memoria. Il nostro Altipiano
avrebbe la forma di una grossa mezzaluna, circondata da un lato
dalle Montagne Argentate, la piccola, bassa catena montuosa che
noi e i cechi abbiamo in comune, e dall’altro lato, quello polacco,
dalle Montagne Bianche. C’è un insediamento solo: il nostro. Il
villaggio e la cittadina stanno in basso, a nord-est, così come tutto il
resto. Il dislivello tra l’Altipiano e il resto della Conca di Kłodzko non
è grande, ma sufficiente per sentirsi un po’ elevati e guardare tutto
dall’alto. La strada si arrampica a fatica, da nord piuttosto
dolcemente, ma la discesa dall’Altipiano sul lato orientale termina
dalle nostri parti in modo piuttosto ripido, il che in inverno è molto
pericoloso. Durante gli inverni rigidi, l’Ente stradale, o come si
chiama, chiude la strada al transito. Allora la percorriamo senza
alcun permesso, a nostro rischio e pericolo. Se abbiamo delle buone
automobili, ovviamente. A dire il vero sto parlando di me. Bietolone
ha solo il motorino, e Piede Grande aveva le proprie gambe. Questo
tratto più ripido lo chiamiamo il Valico. Là nei dintorni c’è anche un
dirupo pietroso, ma sbaglierebbe chi lo ritenesse opera della natura.
Si tratta infatti di ciò che rimane di un’antica cava di pietra che un
tempo si è addentrata nell’Altipiano e che sicuramente alla fine se lo
è divorato con le bocche delle ruspe. Pare che ci siano dei progetti
per riattivarla, e allora spariremo dalla faccia della Terra, mangiati
dalle Macchine.
Attraverso il Valico passa una strada di campagna, percorribile
solo d’estate, che conduce al villaggio. A ovest la nostra strada si
congiunge a un’altra, più grande, che non è ancora la strada
principale. Lì vicino c’è un paesino che io chiamo Transilvania, per
l’atmosfera generale che vi regna. C’è una chiesa, un negozio, uno
skilift guasto e un circolo ricreativo. L’orizzonte è alto, perciò regna
un Crepuscolo perenne. O almeno questa è l’impressione che ho.
Proprio all’estremità del villaggio c’è una strada laterale che porta
all’allevamento delle Volpi, ma io non vado molto da quella parte.
Subito dietro Transilvania, giusto prima dell’imbocco della strada
internazionale, abbiamo una curva a gomito dove spesso si
verificano degli incidenti. Dyzio la chiama Curva Cuore di Bue,
perché un giorno da un camion proveniente dal mattatoio di
proprietà del boss locale ha visto cadere una cassa piena di
frattaglie, e i cuori di mucca sono rotolati per la strada; così almeno
dice lui. Mi sembra una cosa decisamente macabra, e ho il dubbio
che abbia avuto un’allucinazione. A volte Dyzio è ipersensibile,
soprattutto di fronte a certi argomenti. La strada asfaltata collega fra
di loro le città della Conca. Se fa bel tempo, dal nostro Altipiano si
possono vedere sia la strada, sia i paesi che infila: Kudowa, Lewin, e
anche più a nord, lontano, Nowa Ruda, Kłodzko e Ząbkowice, che
prima della guerra si chiamava Frankenstein.
Ma quello è già un mondo lontano. Io di solito andavo in città con
la mia Samurai attraverso il Valico. Al di là si poteva svoltare a
sinistra e arrivare fin sotto il confine, che serpeggiava
capricciosamente e che durante le passeggiate lunghe si poteva
attraversare con facilità senza essere visti. A volte mi capitava per
disattenzione, quando durante il mio giro d’ispezione arrivavo fin lì.
Ma qualche volta mi piaceva oltrepassarlo apposta, con
premeditazione, andavo di là e tornavo di qua. Anche decine e
decine di volte. Per una mezz’oretta mi divertivo ad attraversare il
confine. Mi piaceva, perché ricordavo i tempi in cui era impossibile.
Mi piace oltrepassare le frontiere.

Di solito prima controllavo la casa del Professore e di sua moglie,


la mia preferita. Era piccola e semplice. Una casetta silenziosa e
solitaria dalle pareti bianche. Loro ci abitavano solo di rado, casomai
ci capitavano i figli con gli amici, e allora il vento portava le loro voci
schiamazzanti. La casa, con le imposte aperte, illuminata e piena di
musica chiassosa, pareva piuttosto inebriata e frastornata. Si può
dire che con quelle finestre spalancate aveva un aspetto goffo.
Tornava in sé quando loro ripartivano. Il suo punto debole era il tetto
spiovente. La neve scivolava giù e rimaneva fino a maggio sotto la
parete esposta a nord, attraverso la quale l’umidità penetrava
all’interno. Così dovevo spazzarla, un lavoro quasi sempre pesante,
ingrato. In primavera il mio compito era occuparmi del giardinetto:
piantare i fiori e curare quelli che crescevano nello spiazzetto
sassoso davanti alla casa. Questo lo facevo con piacere. Capitava
che fossero necessarie piccole riparazioni, allora telefonavo al
Professore a Breslavia e lui mi versava i soldi sul conto corrente.
Così dovevo trovare da sola gli operai e seguire i lavori.
Quell’inverno mi accorsi anche che nella loro cantina avevano
preso alloggio i Pipistrelli, una famiglia piuttosto numerosa. Una volta
dovetti entrare perché mi sembrava di sentire dell’acqua che
gocciolava lì sotto. Bell’affare, se si fosse rotto un tubo. Li vidi
addormentati, accalcati in un gruppetto, sul soffitto di pietra; erano
appesi lì immobili, eppure avevo la sensazione che mi osservassero
nel sonno, che la luce della lampadina si riflettesse nei loro occhi
aperti. Mi congedai da loro con un sussurro fino a primavera e,
siccome non notai nessun guasto, risalii in punta di piedi.
Invece nella casa della Scrittrice si erano annidate le Martore.
Non diedi loro alcun nome, perché non riuscii né a contarle né a
distinguerle l’una dall’altra. Il fatto che non sia facile vederle è la loro
Peculiarità, sono come gli spiriti. Appaiono e scompaiono così
rapidamente che non si crede a ciò che si è visto. Animali bellissimi,
le Martore. Potrei averle nel mio stemma familiare, se ce ne fosse la
necessità. Sembrano leggere e innocenti, ma è tutta apparenza. In
realtà sono Esseri pericolosi e astuti. Conducono le loro piccole
guerre contro i Gatti, i Topi e gli Uccelli. Combattono fra di loro. Nella
casa della Scrittrice si sono insediate tra le tegole e lo strato
impermeabilizzato della soffitta, e sospetto che stiano portando
avanti una devastazione, distruggendo la lana minerale e scavando
buchi nei pannelli di legno.
Di solito la Scrittrice arrivava in maggio, con la macchina carica
fino al tettuccio di libri e cibi esotici. L’aiutavo a disfare i bagagli
perché aveva la spina dorsale malata. Portava un collare ortopedico,
a quanto pare aveva avuto un incidente. O magari la spina le si era
guastata a forza di scrivere. Sembrava una sopravvissuta di Pompei,
era come se fosse tutta coperta di cenere: la sua faccia era color
cenere, e anche le labbra, e gli occhi grigi, e i capelli lunghi tenuti
stretti da un elastico e raccolti in un piccolo chignon sul cocuzzolo
della testa. Se l’avessi conosciuta un po’ meno, avrei sicuramente
letto i suoi libri. Ma siccome la conoscevo bene, avevo paura di
leggerli. Magari avrei trovato me stessa descritta in un modo che
non sarei stata capace di comprendere. O i miei luoghi amati, che
per lei sono qualcosa di totalmente diverso. In un certo senso le
persone come lei, quelle che lavorano con la penna, a volte sono
pericolose. Si subodora subito la falsità, si sospetta che quella
persona non sia se stessa, ma un occhio che guarda
incessantemente e che trasforma in frasi quello che vede; in questo
modo taglia dalla realtà tutto ciò che vi è di più importante:
l’inesprimibile.
Trascorreva là il tempo fino all’inizio di ottobre. Non usciva molto
di casa; solo a volte, quando nonostante il nostro vento la calura
diventava insopportabile e appiccicosa, distendeva il suo corpo
cinereo sulla sedia a sdraio e restava immobile sotto il sole,
diventando ancor più grigia. Se avessi potuto vedere i suoi piedi,
forse sarebbe saltato fuori che nemmeno lei è un Essere umano, ma
un altro genere di esistenza. Un’ondina del logos, una silfide. Ogni
tanto veniva a trovarla un’amica, una donna forte dai capelli scuri e
le labbra vistosamente truccate. Aveva una macchia sul viso, una
voglia marrone, il che significa, presumo, che al momento della sua
Nascita Venere si trovava in prima casa. Allora cucinavano insieme,
come se tutte e due riportassero alla luce atavici riti familiari. L’estate
scorsa ho mangiato con loro alcune volte: minestra piccante al latte
di cocco, frittelle di patate con i finferli. Cucinavano bene, saporito.
L’amica era molto tenera con la Cinerea e si prendeva cura di lei,
come se fosse una bambina. Sicuramente sapeva quello che faceva.
La casa più piccola, sotto il bosco umido, è stata acquistata poco
tempo fa da una chiassosa famiglia di Breslavia. Avevano due figli
obesi e viziati, adolescenti, e un negozio di alimentari a Krzyki. La
casa doveva essere ristrutturata e trasformata in una villa di
campagna alla polacca: un giorno aggiungeremo le colonne e il
portico, sul retro ci sarà la piscina. Così mi raccontava il padre. Ma
prima hanno circondato tutto con una recinzione in cemento. Mi
pagavano profumatamente e mi chiedevano di controllare ogni
giorno se non fosse entrato qualcuno a svaligiarla. La casa era
vecchia, diroccata, e dava l’impressione di voler essere lasciata in
pace, a marcire verso il futuro. Ma in quell’anno l’attendeva una
rivoluzione, sotto forma di montagne di sabbia scaricate davanti al
cancello. Il vento portava via continuamente il cellofan che le
copriva, e rimetterlo a posto mi costava molta fatica. Sul loro terreno
avevano una piccola sorgente e progettavano di farci uno stagno
con i pesci e un grill in muratura. Si chiamavano Studzienni,
“Pozzari”. Ho riflettuto a lungo se dar loro un nome, ma poi ho
concluso che quello era uno dei due casi a me noti in cui il nome è
adatto all’Uomo. Era davvero gente dei pozzi, gente caduta da molto
tempo in un pozzo sul cui fondo ora organizzava la propria vita,
pensando che il pozzo fosse il mondo intero.
L’ultima casa, vicinissima alla strada, era in affitto. Il più delle volte
la prendevano giovani sposi con prole, di quelli che cercano la
natura per il weekend. Qualche volta degli amanti. Capitavano anche
tipi sospetti che la sera si ubriacavano e tutta la Notte mandavano
urla da avvinazzati, e poi dormivano fino a mezzogiorno. Tutti loro
passavano furtivamente per la nostra Lufcug come ombre. Per un
weekend. Effimeri. La piccola casetta, ristrutturata senza alcuna
personalità, apparteneva all’Uomo più ricco della zona, che in ogni
valle e su ogni altipiano possedeva qualcosa. Il tipo si chiamava
Wnętrzak, un nome che ricorda le interiora: ed è appunto questo
l’altro caso in cui il cognome è adatto al suo proprietario. Pare che
avesse comprato la casa per il terreno su cui sorgeva. Pare che
avesse comprato la terra per poi in futuro trasformarla in cava. Pare
che l’intero Altipiano sia adatto a diventare una cava. Pare che lì si
viva su una vena aurifera che si chiama granito.
Dovevo darmi veramente da fare per controllare tutto questo. E
poi anche il ponticello, se era a posto e se l’acqua non aveva eroso
le travi di sostegno che erano state aggiunte dopo l’ultima
esondazione. E se l’acqua non aveva fatto dei buchi. Quando
terminavo la mia ispezione, davo ancora un’occhiata in giro e in
sostanza avrei dovuto sentirmi felice che tutto fosse lì. Poteva anche
non esserci più. Poteva esserci solo l’erba, grandi ciuffi di erba
stepposa frustati dal vento e rosette di carlina bianca. Poteva essere
così, il panorama. Oppure il nulla, un luogo vuoto nello spazio
cosmico. E magari così sarebbe anche meglio per tutti.
Quando nei miei giri d’ispezione vagabondavo per campi e terreni
incolti, mi piaceva immaginare come sarebbe stato tutto questo tra
milioni di anni e mi chiedevo: Ci saranno le stesse piante? E il colore
del cielo, sarà lo stesso? Si muoveranno le placche tettoniche e si
formerà una catena di alte montagne? Oppure nascerà un mare e
nel movimento pigro delle onde scompariranno i motivi che ci fanno
usare la parola “luogo”? Una cosa è certa: queste case non ci
saranno più, il mio sforzo è insignificante, sta sulla punta di uno
spillo, proprio come la mia vita. Dovremmo ricordarcene sempre.
Poi, quando uscivo dai sentieri fiancheggiati dai nostri steccati, il
paesaggio cambiava. Qua e là si drizzavano dei punti esclamativi,
aghi appuntiti conficcati nel suolo. Quando il mio sguardo ci si
impigliava, mi tremavano le palpebre; l’occhio si feriva contro quelle
costruzioni di legno erette nei campi, nei solchi, sul margine del
bosco. Sull’Altipiano ce n’erano otto, lo sapevo con precisione
perché ci avevo avuto a che fare, come Don Chisciotte con i mulini a
vento. Le mettevano insieme con delle travi, a croce, erano tutte
composte di croci. Avevano quattro gambe, quelle figure deformi, e
in cima spuntava un capanno con delle feritoie per sparare. Le
chiamavano pulpiti. Questo nome mi ha sempre stupito e irritato.
Perché che cosa si insegnava da quei pulpiti? Che vangelo
predicavano? Non è il colmo della superbia, non è un’idea diabolica
chiamare pulpito un posto da dove si uccide?
Li vedo ancora. Strizzo gli occhi e in questa maniera annebbio la
loro forma, così scompaiono. Faccio questo soltanto perché non
posso sopportare la loro presenza. Ma la verità è che chi prova Ira e
non agisce, diffonde il contagio. Così dice il nostro Blake.
Mentre stavo lì, in piedi a guardare i pulpiti, in qualsiasi momento
potevo voltarmi per afferrare la linea aguzza e lacerata
dell’orizzonte, con delicatezza, come se fosse un capello. Guardare
al di là. Là c’è la Boemia. Là fugge il Sole quando si stanca di
guardare questi orrori. Là scende per la Notte la mia Vergine. Oh sì,
Venere va a dormire in Boemia.

Trascorrevo le serate nella maniera seguente: mi sedevo in


cucina al tavolo grande e mi occupavo di ciò che amo di più. Ecco
qua il mio grande tavolo da cucina, sul quale sta il computer che ho
ricevuto da Dyzio: usavo un solo programma. Ecco le Efemeridi, un
foglio per gli appunti, qualche libro. Müsli che mangiucchio durante il
lavoro, e una teiera di tè nero, altro non ne bevo.
A dire il vero potevo fare tutti i calcoli manualmente, e un po’
anche rimpiango di non averlo fatto. Ma oggi chi usa ancora il regolo
logaritmico?
Se però un giorno fossi costretta a calcolare un Oroscopo nel
deserto, senza computer, senza elettricità e senza alcuno
Strumento, ce la farei benissimo. Avrei solo bisogno delle mie
Efemeridi, e perciò se qualcuno improvvisamente mi chiedesse (ma
purtroppo nessuno lo farà mai) quale libro mi porterei su un’isola
deserta, risponderei: le Efemeridi dei pianeti. 1920-2020.
Mi interessa che negli Oroscopi degli uomini si veda la data della
loro morte. La morte nell’Oroscopo. Che aspetto ha. Come si
manifesta. Quali pianeti recitino la parte delle Moire. Quaggiù, nel
mondo di Urizen, opera la legge. Dal cielo stellato alla coscienza
morale. È una legge severa, senza misericordia e senza eccezioni.
Dato che c’è un ordine nelle Nascite, perché non ci dovrebbe essere
un ordine nelle Morti?
In tutti questi anni ho raccolto millequarantadue date di nascita e
novecentonovantanove date di morte, e sto proseguendo le mie
piccole ricerche. Un progetto senza fondi europei. Domestico.

Ho sempre ritenuto che l’Astrologia andasse studiata attraverso la


pratica. È una scienza onesta, in buona misura empirica e scientifica
come la psicologia, diciamo. Bisogna osservare attentamente alcune
persone del proprio ambiente e collegare i momenti della loro vita
alla posizione dei pianeti. Occorre inoltre verificare e analizzare gli
Eventi a cui partecipano persone diverse. Si noterà molto
rapidamente che modelli astrologici analoghi descrivono avvenimenti
analoghi. In quello stesso momento si giunge all’iniziazione: oh sì,
un ordine esiste ed è a portata di mano. Lo determinano le stelle e i
pianeti, mentre il cielo è lo stampino su cui si forma il modello della
nostra vita. Dopo studi prolungati, dall’osservazione di piccoli dettagli
si potrà indovinare, qui sulla Terra, l’assetto dei pianeti nel cielo. Un
temporale pomeridiano, una lettera che il postino ha infilato sotto la
porta, una lampadina fulminata in bagno. Niente può sfuggire a
quest’ordine. Su di me questa cosa agisce come l’alcol o come una
di quelle nuove droghe che, immagino, colmano l’uomo di pura
estasi.
Bisogna avere occhi e orecchi aperti, collegare i fatti. Vedere la
somiglianza là dove gli altri vedono una totale diversità, ricordare
che certi eventi accadono su più livelli oppure, per dirla in altre
parole, molti avvenimenti sono solo aspetti di uno stesso
avvenimento. E che il mondo è una grande rete, una totalità, e che
non esiste una cosa a sé stante. Che ogni frammento del mondo,
anche il più piccolo, è legato agli altri tramite un complicato Cosmo
di corrispondenze che il comune intelletto non riesce a penetrare. È
così che funziona. Come un’automobile giapponese.
Dyzio, che era capace di crogiolarsi nelle sue divagazioni sugli
astrusi simboli di Blake, non condivideva la mia passione per
l’Astrologia. Questo perché Dyzio era nato troppo tardi. La sua
generazione ha Plutone in Bilancia, il che indebolisce la capacità di
vigilare. E tentano di fare il bilancio dell’inferno. Non credo che ci
riusciranno. Magari sapranno scrivere progetti e domande di
assunzione, ma la maggior parte di loro ha perso la capacità di
vigilare.
Sono cresciuta in un’epoca bellissima che purtroppo è passata.
C’era una grande disposizione ai cambiamenti e la capacità di
immaginare visioni rivoluzionarie. Oggi non c’è più nessuno che
abbia il coraggio di inventare qualcosa di nuovo. Si parla sempre e
soltanto di quello che c’è, e si sviluppano idee vecchie. La realtà è
invecchiata, è rimbambita, perché soggiace chiaramente alle
medesime leggi degli organismi viventi: invecchia. I suoi elementi più
piccoli – i sensi – sono soggetti all’apoptosi così come le cellule del
corpo. L’apoptosi è una morte naturale, provocata dalla stanchezza
e dall’esaurimento della materia. In greco la parola significa “caduta
dei petali”. Al mondo sono caduti i petali.
Ma poi deve arrivare qualcosa di nuovo, è sempre stato così…
Non è un paradosso divertente? Urano è nei Pesci e, quando
passerà nel segno dell’Ariete, avrà inizio un nuovo ciclo e la realtà
rinascerà. Tra due anni, in primavera.
Lo studio degli Oroscopi mi piaceva molto, anche quando
scoprivo l’ordine delle morti. Il movimento dei pianeti è sempre
ipnotico, bellissimo, non si può né fermare né accelerare. Fa bene
pensare che quell’ordine oltrepassa di molto il tempo e il luogo di
Janina Duszejko. Fa bene poter fare completo affidamento su
qualcosa.
Dunque: per determinare la morte naturale prendiamo in
considerazione la posizione dell’hyleg, ovvero, il corpo che succhia
per noi l’energia vitale del Cosmo. Per i nati di giorno è il Sole, per i
nati di notte, la Luna, e in qualche caso a diventare hyleg è il
governatore dell’Ascendente. La morte avviene solitamente quando
l’hyleg assume un aspetto radicalmente disarmonico rispetto al
governatore dell’ottava casa o al pianeta posto in essa.
Nell’esaminare il pericolo di morte violenta, ho dovuto considerare
l’hyleg, la sua casa e i pianeti presenti in questa casa. Ho inoltre
cercato di individuare tra i pianeti esiziali – Marte, Saturno, Urano –
quale fosse più forte dell’hyleg e formasse con esso un aspetto non
propizio.
Quel giorno mi misi al lavoro e tirai fuori di tasca il foglietto
sgualcito su cui avevo trascritto i dati di Piede Grande, per verificare
se la morte gli avesse fatto visita nel tempo previsto. Mentre inserivo
al computer la sua data di nascita, diedi un’occhiata al foglietto con i
dati. Vidi che li avevo scritti sul calendario venatorio, il foglietto
indicava “Marzo”. Nella tabella comparivano le figurine degli Animali
che si possono cacciare in marzo.
L’Oroscopo mi balzò davanti sullo schermo e per un’ora
imprigionò il mio sguardo. Prima osservai Saturno. Saturno in segno
fisso è spesso il significatore delle morti per asfissia, soffocamento o
impiccagione.
Mi sfiancai sull’Oroscopo di Piede Grande per due sere, tanto che
Dyzio mi telefonò, ma dovetti dissuaderlo dal venirmi a trovare. La
sua vecchia valorosa 126 sarebbe sprofondata nella strada
inzuppata di neve. Meglio che quell’adorabile ragazzo se ne
rimanesse a tradurre Blake nel suo albergo operaio. Meglio che se
ne rimanesse nella camera oscura del suo intelletto a sviluppare le
frasi polacche dai negativi inglesi. Sarebbe stato meglio fosse
venuto venerdì, allora gli avrei raccontato tutto e gli avrei fornito la
prova dell’ordine preciso delle stelle.
Devo fare attenzione. Ora mi arrischio a dirlo: non sono una brava
Astrologa, purtroppo. Nel mio carattere dimora un malessere che
offusca l’immagine della posizione dei pianeti. Li guardo attraverso la
mia paura e nonostante l’apparente serenità d’animo che gli altri
ingenuamente e candidamente mi attribuiscono, vedo tutto come in
uno specchio oscuro, come attraverso un vetro affumicato. Guardo il
mondo nel modo in cui gli altri guardano un’eclisse di Sole. Io vedo
un’eclisse di Terra. Vedo come ci muoviamo a tentoni in una Tenebra
perenne, come Coleotteri catturati e messi in una scatola da un
bambino crudele. È facile danneggiarci e farci del male, fare a
pezzetti la nostra bizzarra esistenza, finemente rattoppata. Interpreto
tutto come anormale, terribile e minaccioso. Vedo solo Catastrofi. Ma
dal momento che l’inizio è la Caduta, è possibile cadere ancora più
in basso?
Comunque conosco la data della mia morte e grazie a questo mi
sento libera.
5.
Luce nella pioggia

Con le pietre della Legge hanno alzato Prigioni;


con i mattoni della Religione, Bordelli.

Un botto, un urto lontano, come se nella stanza accanto qualcuno


avesse fatto scoppiare un sacchetto di carta gonfio d’aria.
Mi sedetti sul letto con il terribile presentimento che stesse
succedendo qualcosa di male e che quel rumore potesse essere una
sentenza sulla vita di qualcuno. Ne seguirono altri, perciò cominciai
a vestirmi in fretta, non troppo lucida. Mi fermai nel mezzo della
stanza, ingarbugliata nel mio maglione, improvvisamente indifesa:
che fare? Come accade di solito in quel periodo, il tempo era
bellissimo, evidentemente il dio del bel tempo favorisce i cacciatori. Il
sole accecava, era appena sorto, ancora rosso per lo sforzo, e
gettava lunghe ombre sonnolente. Uscii di fronte a casa e mi sembrò
di nuovo che le Bambine mi passassero davanti, che si lanciassero
dritte nella neve rallegrandosi dell’arrivo del giorno, e che avrebbero
mostrato la loro gioia in modo così appariscente e sfacciato da
contagiarmi. Lancerò contro di loro una palla di neve, e loro
considereranno quel gesto un’autorizzazione a fare tutte le pazzie
possibili e si butteranno subito in inseguimenti caotici in cui chi
insegue diventa in un attimo chi fugge, e di secondo in secondo il
motivo della corsa cambierà, e alla fine la loro gioia diventerà così
grande che non ci sarà alcun modo di esprimerla, se non correndo
attorno alla casa, come matte.
Sentii nuovamente le lacrime sulle guance… Forse dovrei dirlo al
medico Alì, che è un dermatologo, però s’intende di tutto e capisce
tutto. I miei occhi devono essere molto malati.
Mentre andavo rapidamente verso la Samurai, staccai dal susino
la busta di plastica piena di ghiaccio e ne misurai il peso nella mano.
Die kalte Teufelshand, mi venne in mente da lontano, dal passato. Il
Faust? Il pugno freddo del diavolo. La Samurai si accese al primo
colpo e umilmente, come se conoscesse il mio stato d’animo, partì
nella neve. Nel baule sentii il rumore delle vanghe e della ruota di
scorta. Era difficile localizzare da dove provenissero gli spari;
rimbalzavano sulla parete di alberi, si moltiplicavano. Andai in
direzione del confine e un paio di chilometri oltre il dirupo vidi le loro
automobili: jeep pasciute e un camioncino. Un Uomo stava in piedi lì
accanto e fumava una sigaretta. Spinsi sull’acceleratore e passai
vicinissimo a quell’accampamento. Evidentemente la Samurai
sapeva che cosa volessi, perché entusiasticamente schizzava tutto
intorno la neve bagnata. L’Uomo mi corse dietro per alcuni metri
sbracciandosi, forse cercava di fermarmi. Ma non lo degnai di uno
sguardo.
Li vidi avanzare in ordine sparso. Venti, trenta uomini con le divise
verdi, le giacche mimetiche e quegli stupidi cappelli con la piuma.
Fermai la macchina e corsi verso di loro. Dopo un istante ne
riconobbi alcuni. Anche loro mi videro. Mi guardavano stupiti e si
lanciavano occhiate divertite.
“Ma che diavolo sta succedendo?” gridai.
Uno di loro, uno che era lì ad aiutare, mi si avvicinò. Era lo stesso
uomo baffuto che era venuto a prendermi assieme all’altro il giorno
della morte di Piede Grande.
“Signora Duszejko, non si avvicini, è pericoloso. Se ne vada, la
prego. Stiamo sparando.”
Gli agitai le mani davanti alla faccia.
“Toglietevi voi dai piedi. Sennò chiamo la Polizia.”
Si avvicinò un altro che si era staccato dal gruppo dei tiragliatori,
lui non lo conoscevo. Indossava il classico abbigliamento da caccia,
con il cappello. Il gruppo si mosse; i fucili abbassati.
“Non è necessario, signora,” replicò gentilmente. “La Polizia è già
qui,” sorrise con fare protettivo. In effetti da lontano vidi la figura
panciuta del Comandante.
“Che cosa succede?” gridò qualcuno.
“Niente, niente, è la vecchia signora di Lufcug. Vuole chiamare la
Polizia.” Nella sua voce echeggiava l’ironia.
Lo odiai.
“Signora Duszejko, non faccia sciocchezze,” intervenne il Baffuto
con fare amichevole. “Noi qui spariamo per davvero.”
“Voi non potete sparare agli Esseri viventi!” gridai a squarciagola.
Il vento mi strappò quelle parole direttamente dalla bocca e le diffuse
per tutto l’Altipiano.
“È tutto a posto, vada a casa, signora. Spariamo ai fagiani,” mi
tranquillizzava il Baffuto come se non avesse capito la mia protesta.
L’altro aggiunse con voce dolce: “Non discutere con lei, è matta.”
Allora mi prese l’Ira, quella vera, Divina, si potrebbe dire. Mi
afferrò da dentro con un colpo caldo. Mi sentii beata, dentro
quell’energia; mi sembrava come se mi avesse sollevata in aria, una
piccola grande esplosione nell’universo del mio corpo. Dentro di me
ardeva un fuoco, una stella al neutrone. Scattai in avanti e spinsi
così forte l’uomo con lo stupido cappello che cadde nella neve,
assolutamente sorpreso. E quando il Baffuto si lanciò in suo
soccorso, mi buttai sul Baffuto, lo colpii al braccio con tutte le mie
forze. Gemette dal dolore. Non appartengo alla categoria delle
ragazze deboli.
“Ehi, ehi, donna, che maniere sono?” Aveva la bocca storta dal
dolore e cercava di afferrarmi le mani.
In quel momento mi arrivò alle spalle l’Uomo che stava vicino alle
auto, evidentemente mi aveva seguito in macchina, e mi afferrò con
una presa a tenaglia.
“La riaccompagno alla macchina,” mi disse all’orecchio, ma non
aveva alcuna intenzione di accompagnarmi, mi trascinò all’indietro
fino a farmi cadere.
Il Baffuto mi aiutò ad alzarmi, ma lo respinsi disgustata. Non
avevo nessuna speranza.
“Non s’innervosisca. Siamo nella legge.”
Disse così: “Nella legge.” Mi scrollai via la neve e mi diressi alla
macchina. Tremavo dal nervoso, incespicavo. Intanto il gruppo era
sparito nella vegetazione bassa, giovani salici sul terreno
acquitrinoso. Dopo un istante udii nuovamente degli spari;
sparavano agli Uccelli. Salii in auto e rimasi immobile con le mani sul
volante, ma dovette passare un bel po’ prima che fossi in grado di
partire.
Andai a casa, piangendo dall’impotenza. Mi tremavano le mani e
ormai sapevo che le cose sarebbero andate a finire male. Con un
sospiro di sollievo la Samurai si fermò davanti a casa e avevo la
sensazione che lei fosse dalla mia parte in tutto e per tutto.
Appoggiai il viso al volante. Il clacson suonò tristemente, come
un’invocazione. Come un grido di lutto.

I miei Disturbi compaiono a tradimento, non si sa mai quando


arrivano. Accade allora qualcosa nel mio corpo, cominciano a farmi
male le ossa. È un dolore sgradevole, stucchevole, io lo definisco
così. Continua senza sosta, non scompare per ore, e a volte per
giorni interi. Non ci si può nascondere davanti a questo dolore, non
servono né pasticche né iniezioni. Deve fare male, così come il
fiume deve scorrere e il fuoco ardere. Mi ricorda malignamente che
sono composta di particelle materiali che si usurano ogni secondo
che passa. Forse ci si potrebbe abituare? Vivere con esso come la
gente vive nella città di Auschwitz o di Hiroshima e non pensa affatto
a quello che è successo lì. Ci vive e basta.
Ma dopo il dolore alle ossa arriva il mal di pancia, alle interiora, al
fegato, a tutto quello che abbiamo là dentro, incessante. Per qualche
tempo riesce a placarlo il glucosio, di cui porto sempre in tasca
alcune fiale. Non so mai quando può arrivare l’Attacco, quando mi
sentirò peggio. A volte ho l’impressione di essere in realtà composta
solo di sintomi della malattia, sono un modello anatomico costruito di
dolore. Quando ho difficoltà a trovare un posto in cui stare,
immagino di avere una cerniera sulla pancia, dal collo al perineo, e
di aprirla lentamente, dall’alto in basso. E poi sfilo via le braccia dalle
braccia, le gambe dalle gambe, ed estraggo la testa dalla testa.
Fuoriesco dal mio corpo, e lui mi scivola giù come un vestito
vecchio. Sono piccolina e delicata, quasi trasparente. Ho un corpo di
Medusa, bianco, lattiginoso, fosforescente.
Solo questa fantasia è in grado di darmi sollievo. Oh sì, in quel
momento sono libera.

*
Verso la fine di quella settimana, venerdì, presi appuntamento con
Dionizy più tardi del solito, infatti stavo così male che avevo deciso
di andare dal medico.
Ero seduta in sala d’attesa ad aspettare il mio turno e mi venne in
mente come avevo conosciuto il dottor Alì.
L’anno prima mi ero di nuovo ustionata al Sole. Dovevo avere un
aspetto penoso, dal momento che le infermiere dell’accettazione,
spaventatissime, mi accompagnarono direttamente al reparto. Lì mi
dissero di attendere e, siccome avevo fame, presi dalla borsa dei
biscotti ricoperti di cocco e cominciai a infilarmeli in bocca. Poco
dopo comparve il medico. Era marrone chiaro come una noce. Mi
guardò e disse: “Anche a me piaciono scogli di cocco.”
E con questo mi conquistò. Saltò fuori che aveva una sua
Caratteristica individuale: come tutte le persone che hanno studiato il
polacco in età adulta, talvolta scambiava le parole per altre del tutto
diverse.
“Adesso vedo cosa le doglie,” disse quella volta.
Si dedicò con molto scrupolo ai miei Disturbi, quell’Uomo, non
solo a quelli cutanei. La sua faccia scura era sempre tranquilla. Mi
raccontava senza fretta storielle complicate, e nello stesso tempo mi
misurava il polso e la pressione. Sì, sicuramente andava molto al di
là dei suoi doveri di dermatologo. Alì, che era originario del Medio
Oriente, aveva dei sistemi per curare le malattie cutanee molto
tradizionali e consolidati: ordinava alle signore della farmacia di
preparare pomate e unguenti estremamente ricercati, composti di
molti ingredienti e di complessa realizzazione. Dedussi che per
questa ragione i farmacisti del luogo non lo amavano. Le sue misture
avevano colori sorprendenti e odori scioccanti. Forse Alì era
convinto che la cura delle eruzioni allergiche dovesse essere
spettacolare come le eruzioni stesse.
Quel giorno guardò attentamente anche i lividi che avevo sulle
braccia.
“Di dove venuto questo?”
Non diedi importanza alla questione. Bastava un colpetto leggero
e mi rimaneva una macchia rossa per un intero mese. Mi guardò
anche la gola, tastò i linfonodi, auscultò i polmoni.
“La prego di darmi qualcosa che mi anestetizzi,” dissi. “Ci saranno
di sicuro medicine del genere. Ecco che cosa mi piacerebbe. Non
sentire, non preoccuparmi, dormire. È possibile?”
Si mise a scrivere ricette. Su ciascuna rifletteva a lungo
mordicchiando l’estremità della penna, alla fine me ne diede un
mucchio intero e ogni medicina doveva essere fatta su ordinazione.

Tornai a casa tardi. Era già buio da tempo, e dal giorno prima
soffiava il föhn, perciò la neve si scioglieva a vista d’occhio e cadeva
un’orribile pioggia mista a neve. Per fortuna la stufa non si era
spenta. Anche Dyzio era in ritardo, perché ancora una volta non si
poteva percorrere la nostra strada, a causa della neve molle e
scivolosa. Lasciò la 126 sul bordo della via e arrivò a piedi, fradicio e
infreddolito.
Dyzio, Dionizy, faceva la sua comparsa a casa mia ogni venerdì
e, siccome arrivava dritto dal lavoro, per quel giorno gli preparavo da
mangiare. Una volta alla settimana, perché per me io cucino ogni
domenica un pentolone di minestra che poi riscaldo ogni giorno. Mi
basta, diciamo, fino a mercoledì. Il giovedì finisco i viveri secchi della
credenza oppure mangio una pizza Margherita in paese.
Dyzio ha un’orribile allergia e per questo non posso sciogliere le
briglie della mia fantasia culinaria. Devo cucinargli tutto senza
latticini, noci, peperoncino, uova, farina di grano, il che limita molto il
nostro menu. Tanto più che non mangiamo carne. Ogni tanto,
quando si lasciava sventatamente tentare da qualcosa di improprio,
la sua pelle si ricopriva di eruzioni pruriginose, e di vescichette piene
d’acqua. Allora cominciava a grattarsi come un matto, e la pelle
lacerata diventava una ferita che andava in suppurazione. Insomma,
era meglio non fare esperimenti. Nemmeno Alì con le sue misture
era riuscito a lenire l’allergia di Dyzio. La sua natura era misteriosa e
ingannevole, e i sintomi mutavano sempre. Non erano mai riusciti a
coglierla in flagrante con nessun test.
Dyzio tirava fuori dallo zaino consunto un quaderno di appunti e
un mazzo di penne colorate che sbirciava impaziente durante il
pasto, e poi, dopo che avevamo mangiato fino all’ultimo boccone e
bevuto il tè nero (non ne ammettiamo altri), mi riferiva ciò che era
riuscito a fare quella settimana. Dyzio traduceva Blake. Aveva
deciso così e da allora rispettava scrupolosamente quella decisione.
Una volta, nei tempi andati, era stato mio allievo. Ora aveva
superato la trentina, ma in sostanza non era diverso dal Dyzio che
senza volerlo si era chiuso in bagno durante gli esami di inglese alla
maturità, e di conseguenza era stato bocciato. Si vergognava di
chiedere aiuto. Era sempre stato gracilino, un fanciullino, o forse
meglio una fanciullina, dalle mani piccole e i capelli morbidi.
È strano che il destino ci abbia fatto incontrare di nuovo molti anni
dopo quella sventurata maturità, lì nella piazza del mercato del
paese. Un giorno lo vidi mentre uscivo dalla posta. Stava andando a
ritirare dei libri che aveva ordinato su internet. Probabilmente,
purtroppo, ero molto cambiata, perché non mi riconobbe subito, ma
mi fissava a bocca aperta, sbattendo gli occhi.
“È lei?” sussurrò dopo un istante, sorpreso.
“Dionizy?”
“Che cosa ci fa qui?”
“Abito qua vicino. E tu?”
“Anch’io, professoressa.”
Poi ci buttammo spontaneamente le braccia al collo. Saltò fuori
che, mentre lavorava a Breslavia come informatico nella Polizia, non
era sfuggito a certe riorganizzazioni e ristrutturazioni. Gli avevano
proposto un lavoro in provincia e gli avevano anche garantito un
alloggio provvisorio in albergo, fino a che non avesse trovato un
appartamento vero. Ma Dyzio non aveva trovato nessun
appartamento ed era andato ad abitare nell’albergo operaio del
posto, enorme, brutto, in cemento, dove sostavano tutte le comitive
urlanti che si recavano in Repubblica Ceca e dove le aziende
organizzavano i picnic aziendali con ubriacature fino al mattino. Là
aveva una stanza piuttosto grande con un’anticamera e la cucina in
comune sul pianerottolo.
Ora lavorava al Primo libro di Urizen, che mi sembrava molto più
difficile dei precedenti Proverbi dell’inferno e Auspici d’innocenza,
per i quali lo avevo premurosamente aiutato. Avevo in effetti dei
problemi, a dire il vero non capivo nulla delle bellissime e
drammatiche immagini che Blake creava magicamente con le
parole. Ma lui pensava sul serio così? Che cosa descriveva? Dove si
trova tutto questo? Dove accade e quando? È una fiaba o un mito?
Lo chiedevo a Dyzio.
“Questo accade sempre e dovunque,” diceva Dyzio con un lampo
negli occhi.

Quando terminava un frammento, mi leggeva con serietà ogni


verso e aspettava le mie osservazioni. A volte avevo l’impressione di
comprendere solo le singole parole senza afferrarne affatto il senso
complessivo. Non ero molto capace di aiutarlo. La poesia non mi
piaceva, e tutti i versi del mondo mi sembravano inutilmente
complicati e oscuri. Non capivo perché quelle rivelazioni non si
potessero scrivere più semplicemente, in prosa. Allora Dyzio si
spazientiva e smaniava. Mi piaceva irritarlo in quel modo.
Non credo di essergli stata di particolare aiuto. Era molto più
bravo di me, la sua intelligenza era più rapida, digitale, direi; la mia
restava analogica. Collegava le cose rapidamente e riusciva a
guardare la frase che traduceva da un lato del tutto diverso, a
lasciare da parte l’inutile legame con la parola, ad allontanarsene e a
ritornare con qualcosa di completamente nuovo, bellissimo. Gli
allungavo sempre una saliera, infatti ho una mia Teoria: il sale
favorisce in modo significativo i processi di conduzione degli impulsi
nervosi tra le sinapsi. E imparò a immergere il dito insalivato nel
sale, e poi a leccarlo. Il mio inglese era proprio arrugginito, non mi
sarebbe servito neanche mangiare tutta la miniera di Wieliczka, e poi
questo lavoro da formichina mi veniva subito a noia. Mi sentivo del
tutto impotente.
Com’è possibile infatti tradurre la conta con cui i bambini piccoli
potrebbero iniziare il loro gioco, invece di recitare sempre “Un due
tre fante cavallo e re”?

Every Night & every Morn


Some to Misery are Born
Every Morn & every Night
Some are Born to sweet delight,
Some are born to Endless Night.
È la poesiola più famosa di Blake. Non si riesce a tradurla in
polacco senza perdere il ritmo, la rima e la concisione infantile.
Dyzio ci aveva provato molte volte, era come risolvere una sciarada.
Ora aveva mangiato la minestra; lo aveva riscaldato tanto da farlo
arrossire in viso. I capelli erano elettrici per il berretto e sulla testa
aveva una piccola aureola buffa.
Quella sera fu difficile concentrarsi sulla traduzione. Ero stanca e
mi sentivo molto a disagio. Non riuscivo a pensare.
“Che cos’hai? Oggi sei distratta,” disse.
Gli diedi ragione. I dolori erano diminuiti, ma non passati del tutto.
Il tempo era orribile, tirava vento e pioveva. Quando soffia il föhn è
difficile concentrarsi.
“Quale demone ha creato un vuoto così ripugnante?” chiese
Dyzio.
Blake era adattissimo al clima della serata: ci sembrava che il
cielo fosse sceso molto basso sulla Terra, lasciando così a tutti gli
Esseri viventi poco posto per vivere, poca aria. Nuvole basse e
scure avevano percorso il cielo per tutta la giornata, e ora, a tarda
sera, strusciavano il loro ventre bagnato contro le colline.
Insistevo perché rimanesse per la Notte, e a volte succedeva;
allora gli preparavo il divano nella mia saletta di ricreazione,
accendevo la stufetta elettrica e lasciavo aperta la porta della stanza
in cui dormivo, così da sentire i nostri respiri. Ma quel giorno non
poteva. Mi spiegò, sfregandosi assonnato la fronte, che il comando
stava passando a un altro sistema informatico; non avevo voglia di
capire a quale, l’importante era che per questa ragione aveva un
sacco di lavoro. Doveva essere al suo posto la mattina presto. E per
giunta c’erano tutte quelle pozze di neve sciolta.
“Come pensi di arrivarci?”
“Basta raggiungere la strada asfaltata.”
Non mi piaceva l’idea che se ne andasse. Mi buttai sulle spalle
due felpe e mi misi il berretto. Avevamo entrambi degli impermeabili
gialli di gomma, sembravamo due gnomi. Lo accompagnai fino alla
strada e a dire il vero sarei andata volentieri con lui fino alla via
asfaltata. Sotto aveva un misero giubbino che gli ciondolava
addosso come appeso a un piolo, e le scarpe, nonostante le
avessimo messe ad asciugare sul termosifone, non erano ancora
asciutte. Ma non voleva che andassi con lui. Ci salutammo sulla
strada e mi stavo già avviando verso casa, quando lanciò un grido
alle mie spalle.
Puntava il braccio verso il Valico. Lassù qualcosa brillava,
flebilmente. Strano.
Tornai indietro.
“Che cosa può essere?” chiese.
Strinsi le spalle.
“Forse qualcuno che va in giro con una torcia?”
“Vieni, andiamo a vedere.” Mi afferrò per un braccio e mi tirò,
come un piccolo scout che si è appena imbattuto nelle orme di un
mistero.
“Adesso, di Notte? Lascia perdere, è tutto bagnato,” esclamai
sorpresa dalla sua testardaggine. “Magari Bietolone ha perso la
torcia e adesso è lì per terra e fa luce.”
“Non è la luce di una torcia,” disse Dyzio e cominciò a salire.
Cercai di trattenerlo. Lo presi per una mano, ma mi rimase nel
palmo solo il guanto.
“Dionizy, no, non andiamo là. Ti prego.”
Evidentemente qualcosa lo aveva stregato, perché non reagiva
nemmeno.
“Io resto qui,” tentai di ricattarlo.
“Bene, allora va’ a casa, ci vado da solo e vedo che cos’è. Forse
è successo qualcosa. Vai.”
“Dyzio!” gridai stizzita.
Non rispose.
Perciò lo seguii facendo luce con la torcia, che tirava fuori dalle
tenebre macchie chiare in cui svaniva ogni colore. Le nuvole erano
così basse che ci si poteva aggrappare e farsi portare lontano, a
sud, nei paesi più caldi. E là saltare giù dritto sugli uliveti, o almeno
sui vigneti della Moravia, dove si produce quell’eccellente vino
verde.
E invece i nostri piedi s’impantanavano nella poltiglia di neve
semiliquida e la pioggia si sforzava di penetrare sotto i cappucci per
schiaffeggiarci senza sosta.
Alla fine vedemmo di cosa si trattava.
Sul Valico c’era un’auto, grande, un fuoristrada. Tutte le portiere
erano aperte e per questo dentro brillava la luce, tenue. Rimasi
distante qualche metro, avevo paura di avvicinarmi, sentivo che
sarei subito scoppiata a piangere come un bambino, per la paura e
per i nervi. Dyzio mi prese la torcia di mano e lentamente si avvicinò
alla macchina. Illuminò l’interno. L’auto era vuota. Sul sedile
posteriore c’era una cartella portadocumenti, nera, c’erano anche
delle buste di plastica, forse con la spesa.
“Sai che ti dico?” disse Dyzio a voce bassa scandendo le sillabe.
“Io conosco questa automobile. È la Toyota del nostro Comandante.”
Ora rischiarava con la luce della torcia la zona intorno all’auto. La
macchina si trovava nel punto in cui la strada svolta a sinistra. Sulla
destra spuntavano delle fratte; lì, al tempo dei tedeschi, sorgevano
una casa e un mulino a vento. Adesso c’erano delle rovine ricoperte
di sterpaglia e un grande noce dove in autunno si radunavano gli
Scoiattoli di tutta la zona.
“Guarda,” dissi, “guarda cosa c’è sulla neve!”
La luce della torcia mise in evidenza delle impronte strane: una
moltitudine di punti rotondi della grandezza di una moneta, era pieno
dappertutto, intorno all’auto, sulla strada. E c’erano orme di scarponi
da montagna da uomo. Si vedevano bene perché la neve si stava
sciogliendo e l’acqua scura impregnava ogni singola orma.
“Sono orme di zoccoletti,” dissi accovacciandomi e osservando
con molta attenzione i piccoli segni rotondi. “Sono orme di Cerve.
Vedi?”
Ma Dyzio guardava in un’altra direzione, là dove la neve molle era
tutta calpestata, completamente schiacciata. La luce della torcia
scivolò più in là verso le fratte e un istante dopo udii il suo gemito.
Stava piegato sulla bocca di un vecchio pozzo in mezzo ai cespugli,
proprio accanto alla strada.
“Mio Dio, mio Dio, mio Dio,” ripeteva in modo meccanico, il che mi
fece completamente perdere la testa. Era ovvio che nessun dio
sarebbe venuto lì a rimettere le cose a posto.
“Dio mio, qui c’è qualcuno,” gemette.
Mi venne una vampata di calore. Mi avvicinai a lui e gli strappai la
torcia di mano. Illuminai la bocca del pozzo e vedemmo un macabro
spettacolo.
Nel pozzo poco profondo giaceva un corpo, la testa verso il
basso, contorto. Sotto il braccio si vedeva un pezzetto di faccia, con
gli occhi aperti, terribile, inondato di sangue. In alto spuntavano le
scarpe, robuste, con grosse suole. Da anni il pozzo era pieno,
basso, niente più che una buca. Io stessa una volta lo avevo coperto
di rami perché non ci cadessero le Pecore del Dentista.
Dyzio si accovacciò, non sapeva che fare, toccò le scarpe,
accarezzò le tomaie.
“Non toccarlo,” sussurrai.
Il mio cuore batteva come impazzito. Avevo l’impressione che
quella testa insanguinata stesse per girarsi verso di noi, che da sotto
i rivoli di sangue rappreso il bianco dell’occhio avrebbe mandato un
bagliore, e le labbra si sarebbero mosse per pronunciare una parola,
e poi tutto quel corpo massiccio avrebbe cominciato ad arrancare
verso la superficie, verso la vita, furioso per la propria morte, adirato,
e mi avrebbe afferrato alla gola.
“Forse è ancora vivo,” articolò Dyzio con voce piagnucolosa.
Pregavo di no.
Ce ne stavamo lì, io e Dyzio, gelati e terrorizzati. Dyzio tremava
come se avesse le convulsioni; ero preoccupata per lui. Batteva i
denti. Ci abbracciammo e Dyzio cominciò a piangere.
L’acqua scrosciava dal cielo, fuoriusciva dal terreno, sembrava
che la terra fosse una grande spugna intrisa di acqua fredda.
“Ci verrà una polmonite,” piagnucolava Dyzio.
“Vieni via. Andiamo da Bietolone, saprà lui cosa fare. Non
restiamo qui,” proposi.
Prendemmo la via del ritorno, goffamente abbracciati come due
soldati feriti. Mi sentivo la testa ardere di pensieri improvvisi,
inquietanti, quasi vedevo quei pensieri evaporare nella pioggia,
trasformarsi in nube e disfarsi nelle nuvole nere. Mentre
procedevamo, scivolando sulla terra molle, nella bocca mi si
accalcavano parole che avrei molto voluto condividere con Dyzio.
Volevo proprio pronunciarle a voce alta, ma per il momento non
potevano uscire. Mi sfuggivano. Non sapevo da dove cominciare.
“Gesù, Gesù,” singhiozzava Dyzio. “È il Comandante, gli ho visto
il viso. Era lui.”
A Dyzio avevo sempre tenuto molto e non volevo che mi
prendesse per matta. Non lui. Quando eravamo vicini alla casa di
Bietolone, mi feci coraggio e decisi di fare il passo successivo,
dicendogli che cosa pensavo di quella storia.
“Dyzio,” dissi, “sono gli Animali che si vendicano degli Uomini.”
Dyzio mi crede sempre, ma quella volta non mi ascoltò nemmeno.
“Non è così incredibile,” continuai. “Gli Animali sono forti e
intelligenti. Non sappiamo nemmeno quanto. Una volta mandavano
gli Animali in tribunale. A volte li condannavano anche.”
“Ma che cosa dici? Che cosa dici?” balbettava febbrilmente.
“Ho letto da qualche parte di alcuni Ratti chiamati in giudizio
perché avevano fatto molti danni. Rinviavano continuamente la
seduta perché non si presentavano all’udienza. Alla fine gli avevano
dato anche un difensore d’ufficio.”
“Gesù, ma cosa stai dicendo?”
“È successo in Francia, mi pare, nel sedicesimo secolo,” continuai
a raccontare. “Non so com’è andata a finire e se li hanno
condannati.”
D’un tratto si fermò e mi afferrò energicamente per le braccia,
scuotendomi.
“Sei sotto shock. Ma che sciocchezze dici?”
Sapevo bene quel che dicevo. Decisi che sarei andata a
controllare, alla prima occasione.

Bietolone spuntò da dietro lo steccato con la torcia sulla fronte. In


quella luce la sua faccia aveva un aspetto cadaverico e spaventoso.
“Cos’è successo? Perché andate in giro di notte?” chiese con un
tono da sentinella.
“Lassù c’è il Comandante morto. Vicino alla macchina,” disse
Dyzio battendo i denti, e indicò un punto alle sue spalle.
Bietolone aprì la bocca e mosse le labbra senza emettere un
suono. Pensavo già che avesse davvero perso l’uso della parola,
quando dopo un lungo istante disse: “Oggi l’ho visto, quel
macchinone. Doveva finire così. Guidava completamente ubriaco.
Avete telefonato alla Polizia?”
“Dobbiamo proprio?” chiesi pensando allo scombussolamento di
Dyzio.
“Avete trovato il corpo. Siete testimoni.”
Andò al telefono e un istante dopo lo sentimmo denunciare con
voce tranquilla la morte di un Uomo.
“Io là non ci torno,” dissi e sapevo che neanche Dyzio ci sarebbe
andato.
“È dentro il pozzo. Con le gambe per aria. La testa in basso. Tutto
insanguinato. Orme dappertutto. Piccole come zoccoletti di Cerve,”
balbettò Dyzio.
“Ne uscirà uno scandalo, era un poliziotto,” disse seccamente
Bietolone. “Spero che non abbiate calpestato le impronte. Li
guardate i film polizieschi, no?”
Entrammo nella sua cucina calda e chiara, mentre lui aspettava la
Polizia davanti a casa. Non ci rivolgemmo più la parola. Stavamo
seduti sulle sedie come statue di cera, immobili. I miei pensieri
galoppavano come quelle nuvole pesanti di pioggia.
La Polizia arrivò con la jeep circa un’ora dopo. Per ultimo uscì
dall’automobile Cappotto Nero.
“Oh, ciao papà, pensavo proprio di trovarti qui,” disse sarcastico e
il povero Bietolone era davvero confuso.
Cappotto Nero salutò tutti e tre con una stretta di mano
militaresca, come se fossimo dei boy scout, e lui il nostro
caposquadra. Avevamo appena compiuto una buona azione, e lui ci
ringraziava. Però guardò Dyzio con sospetto: “Noi ci conosciamo, mi
pare…”
“Sì, lavoro al comando. Ci conosciamo di vista.”
“È un mio amico. Viene a trovarmi il venerdì perché traduciamo
insieme Blake,” mi affrettai a spiegare.
Mi lanciò un’occhiata infastidito e cortesemente ci chiese di salire
in macchina con lui. Arrivati al Valico, i poliziotti recintarono la zona
attorno al pozzo con un nastro di plastica e accesero i riflettori.
Pioveva, e alla luce dei riflettori le gocce diventavano lunghi fili
argentati, come i capelli d’angelo sull’albero di Natale.

Passammo l’intera mattinata al commissariato, tutti e tre, anche


se Bietolone non c’entrava per niente. Era spaventato e io sentivo un
gran senso di colpa per averlo coinvolto.
Ci interrogarono come se avessimo ucciso il Comandante con le
nostre mani. Per fortuna in quel commissariato avevano una
straordinaria macchinetta del caffè che faceva anche la cioccolata
calda. Mi piacque moltissimo e mi rimise subito in piedi, anche se,
considerati i miei Disturbi, sarei dovuta stare più attenta.
Quando ci riportarono a casa, era già pomeriggio inoltrato. La
stufa si era spenta, perciò faticando non poco dovetti riaccenderla.
Mi addormentai seduta sul divano. Vestita. Non mi lavai i denti.
Dormii come morta e la mattina, mentre oltre la finestra la tenebra
era ancora nel pieno delle sue forze, a un tratto udii qualcosa di
strano e mi sembrò che la caldaia del riscaldamento centrale avesse
smesso di funzionare, che il suo mansueto brusio fosse cessato. Mi
gettai qualcosa sulle spalle e scesi nello scantinato. Aprii la porta
della stanza della caldaia.
Lì c’era mia Madre, in piedi, con un vestitino estivo a fiori, la
borsetta appesa alla spalla. Era preoccupata e disorientata.
“Per l’amor di Dio, che ci fai qui, Mamma?” gridai sorpresa.
Dispose le labbra come a volermi rispondere, e per un istante le
mosse senza emettere un suono. Poi rinunciò. I suoi occhi giravano
inquieti lungo le pareti e il soffitto della stanza. Non sapeva dove si
trovava. Tentò nuovamente di dire qualcosa e di nuovo rinunciò.
“Mamma,” bisbigliai, e volevo bloccare il suo sguardo sfuggente.
Ce l’avevo con lei, insomma, era morta da tanto tempo. Non si
comportano così le madri che se ne sono andate.
“Ma come hai fatto ad arrivare qui? Non è un posto per te,”
cominciai a rimproverarla, ma mi prese una grande pena. Mi guardò
con occhi atterriti e ricominciò a scrutare le pareti, completamente
confusa.
Compresi che, senza volerlo, l’avevo tirata fuori da chissà dove.
Era colpa mia.
“Va’ via, Mamma,” dissi con dolcezza.
Ma lei non mi ascoltava, forse nemmeno mi sentiva. Il suo
sguardo non voleva posarsi su di me. Irritata, sbattei la porta della
stanza, e ora stavo in piedi dall’altra parte, tendendo l’orecchio. Udii
solo un fruscio, come il rosicchiare di un Topo o di un Tarlo nel legno.
Tornai sul divano. La mattina ricordai tutto questo solo quando mi
svegliai.
6.
Trivialità e banalità

Il cervo selvatico che vaga qua e là,


Salva l’Anima Umana dall’Ansietà.

Probabilmente Bietolone era nato per vivere in solitudine, come


me, ma le nostre solitudini individuali non potevano intrecciarsi in
alcun modo.
Dopo quei drammatici avvenimenti tutto tornò come prima. La
primavera avanzava, perciò Bietolone si mise con energia a fare le
pulizie e nella quiete appartata della sua rimessa stava sicuramente
preparando i vari Attrezzi con i quali in estate avrebbe molestato la
mia vita, ovvero la sega elettrica, il tritarami e il macchinario che più
odiavo: il tagliaerba.
A volte vedevo la sua figura magra e ingobbita durante i miei
quotidiani e rituali giri d’ispezione, ma sempre da lontano. Una volta
lo salutai anche con la mano dalla collinetta, ma non rispose. Forse
non mi aveva notato.
All’inizio di marzo ebbi un altro Attacco, molto acuto, e mi
attraversò il pensiero di telefonare a Bietolone oppure di ciabattare
fin là e bussare alla sua porta. Mi si era spenta la stufa e non avevo
neanche la forza di scendere dabbasso. Scendere fino alla stanza
della caldaia non è mai stata una cosa piacevole. Mi ripromisi che in
estate, all’arrivo dei miei clienti nelle loro case, avrei detto che mi
dispiaceva, però l’anno successivo non avrei accettato quel lavoro. E
che forse quello sarebbe stato l’ultimo anno che abitavo lì. Forse
l’inverno successivo sarei dovuta tornare al mio piccolo alloggio in
via della Prigione a Breslavia, proprio attaccato all’università, da
dove si può guardare per ore l’Oder che ipnotico e testardo pompa le
sue acque verso nord.
Meno male che ogni tanto veniva da me Dyzio e accendeva la
vecchia stufa. Portava dalla legnaia, con la carriola, quanta legna
poteva. Era intrisa dell’umidità di marzo, e faceva molto fumo e poco
calore. Con un barattolo di cetrioli in salamoia e degli avanzi di
verdure era capace di preparare un’ottima minestra.
Rimasi a letto alcuni giorni, sottomessa alle ribellioni del mio
corpo. Subivo pazientemente gli improvvisi formicolii alle gambe e
l’insopportabile sensazione che vi bruciasse un fuoco. Facevo la pipì
rossa e posso garantire a tutti che un water pieno di liquido rosso fa
una tremenda impressione. Schermavo le finestre perché non
riuscivo a sopportare la luce chiara di marzo riflessa dalla neve. Il
dolore mi trinciava il cervello.
Ho una mia Teoria. Ossia che sia successa una cosa terribile: il
cervelletto non è stato collegato al cervello nella maniera dovuta e
corretta. Probabilmente questa è la cantonata più grande della
nostra programmazione. Qualcuno ci ha creati male. Per questa
ragione, in quanto prototipi, avremmo bisogno di ricambi. Se
avessimo il cervelletto collegato al cervello, avremmo una
conoscenza piena della nostra anatomia, di quello che accade
dentro il nostro corpo. Oh, diremmo, è sceso il livello di potassio nel
sangue. La terza vertebra cervicale è in tensione. Oggi la pressione
del sangue in circolo è fiacca, ci vuole un po’ di movimento, e dopo
le uova alla maionese di ieri il livello di colesterolo è sopra il limite,
perciò attenzione a quello che mangiamo.
Abbiamo questo nostro corpo, un bagaglio imbarazzante, in verità
non sappiamo niente di lui e abbiamo bisogno di vari Strumenti per
venire a conoscenza dei processi più naturali. Non è uno scandalo il
fatto che, quando l’ultima volta il medico voleva controllare che cosa
stesse accadendo nel mio stomaco, mi abbia fatto fare una
gastroscopia? Ho dovuto ingoiare un grosso tubo e solo per mezzo
di una telecamera si è aperto davanti a noi l’interno del mio stomaco.
L’unico Strumento rozzo e primitivo che ci hanno elargito per
consolarci, è il dolore. Gli angeli, se esistono, li facciamo
sganasciare dalle risate. Ricevere un corpo e non saperne niente.
Senza istruzioni per l’uso.
Purtroppo l’errore è stato commesso all’inizio, come anche gli altri
errori. Era un bene che le ore del sonno si fossero nuovamente
invertite; mi addormentavo la mattina presto e mi svegliavo il
pomeriggio, forse era una difesa naturale dalla luce del giorno, dal
giorno stesso e da tutto quello che ne fa parte. Mi svegliavo, o forse
accadeva tutto in sogno, e spesso sentivo i passi delle Bambine
sulle scale, il loro calpestio, e mi sembrava che tutto ciò che era
accaduto ultimamente fosse una spossante allucinazione provocata
dalla febbre. Ed erano momenti bellissimi.
Nel dormiveglia pensavo anche alla Boemia. Vedevo il confine, e
al di là di esso quel bellissimo, dolce paese. Là tutto è illuminato dal
Sole, indorato dalla luce. I campi respirano regolarmente ai piedi dei
Monti Tavolari, che probabilmente sono sorti lì solo perché tutto
fosse bello. Le strade sono dritte, i torrenti puliti, nei cortili antistanti
alle case pascolano Daini e Mufloni; piccole Lepri ruzzano nei campi
di grano, e alle trebbiatrici legano delle campanelle per farle
allontanare con dolcezza a una distanza di sicurezza. Le persone
non hanno fretta e non sono in competizione fra loro per ogni cosa.
Non rincorrono utopie. A loro piace quello che sono e quello che
hanno.
Qualche tempo prima Dyzio mi aveva raccontato di aver trovato in
una piccola libreria di Náchod, in Repubblica Ceca, un’edizione
piuttosto buona di Blake, perciò da allora immaginiamo che le brave
persone che vivono dall’altra parte del confine, che si parlano in una
lingua morbida e infantile, la sera dopo il lavoro accendano il fuoco
nei caminetti e se ne stiano lì a leggere Blake. E forse lo stesso
Blake, se fosse ancora vivo, nel vedere tutto questo direbbe che ci
sono dei luoghi nell’Universo dove la Caduta non c’è stata, il mondo
non è stato fatto alla rovescia ed è rimasto l’Eden.
Lì l’Uomo non si fa più guidare dalle regole dell’intelletto, stupide
e rigide, ma dal cuore e dall’intuito. La gente non parla a vanvera
ostentando il proprio sapere, ma crea cose fuori dal comune
servendosi della fantasia. Lo stato cessa di essere una catena, un
peso quotidiano, e aiuta le persone a realizzare i loro sogni e le loro
speranze. E l’Uomo non è solo un ingranaggio del sistema, un ruolo,
ma un Essere libero. Erano questi i pensieri che mi frullavano per la
testa e facevano sì che il mio stare male diventasse addirittura
piacevole.
A volte penso che solo chi è malato è veramente sano.
Il primo giorno che mi sentii meglio, mi vestii un po’ a casaccio e,
spinta dal senso del dovere, andai a fare il mio giro d’ispezione. Ero
debole come un germoglio di patata cresciuto nel buio di una
cantina.
Scoprii che la neve, sciogliendosi, aveva staccato la grondaia
nella casa della Scrittrice e ora l’acqua si riversava direttamente
sulla parete di legno. Muffa assicurata. Le telefonai, ma ovviamente
non era in casa e forse nemmeno in Polonia. Questo voleva dire che
con la grondaia dovevo arrangiarmi da sola.
È un gran mistero il fatto che ogni sfida mobiliti in noi forze
straordinariamente vitali. Mi sentii davvero meglio, solo la gamba
sinistra era ancora tormentata dal dolore, una specie di scossa
elettrica, perciò la muovevo con una certa rigidità, come se fosse
una protesi. Poi, quando dovetti portare la scala a pioli, smisi
completamente di preoccuparmi dei Disturbi. Mi scordai del dolore.
Stetti in piedi su quella scala un’oretta con le braccia in alto e mi
sforzavo, senza successo, di riposizionare la grondaia nei ganci a
semicerchio. Per giunta uno si era staccato e probabilmente era
sepolto a chissà quale profondità nella neve sotto casa. Avrei potuto
aspettare Dyzio che quella sera doveva arrivare con una nuova
quartina e con la spesa, ma Dyzio è delicato, ha due manine da
fanciulla ed è – inutile negarlo – un po’ imbranato. Lo dico con tutto
l’amore che ho per lui. Non è affatto una sua imperfezione. Al mondo
ci sono tante caratteristiche e Qualità, e ciascuno può averne una
parte abbondante, pensavo.
E dalla scala guardavo i cambiamenti che il disgelo aveva
prodotto sull’Altipiano. Qua e là, soprattutto sul versante meridionale
e orientale, erano comparse delle macchie scure: là l’inverno stava
ritirando il suo esercito, ma manteneva ancora le posizioni nelle
capezzagne e al margine del bosco. Il Valico era tutto bianco.
Perché la terra arata è più calda della terra coperta d’erba? Perché
nel bosco la neve si scioglie più in fretta? Perché sotto i tronchi
d’albero nella neve si forma un solco circolare? Gli alberi sono caldi?
Rivolsi queste domande a Bietolone. Ero andata a chiedergli aiuto
per la grondaia della Scrittrice. Mi guardò impotente e non disse
nulla. Mentre lo attendevo, guardavo il diploma di benemerenza
ottenuto in una gara per la raccolta dei funghi, che viene organizzata
annualmente dall’Associazione Fungaioli “Porcino”.
“Non sapevo che sei così bravo a cercare funghi.”
Sorrise cupamente e non rispose, come suo solito.
Andammo insieme nella sua rimessa che ricordava una clinica
chirurgica, per tutti i cassetti e scaffaletti che aveva, e sopra
ciascuno di essi c’era un Attrezzo, speciale, inventato per fare delle
cose piccine. Rovistò a lungo in una scatolina e alla fine ne tirò fuori
un pezzetto di filo d’alluminio appiattito, piegato in un cerchio non
chiuso.
“Anello di raccordo,” disse.
Una parola dopo l’altra, lentamente, come se lottasse contro una
paralisi progressiva della lingua, mi confessò che nelle ultime
settimane non aveva rivolto la parola a nessuno e che
evidentemente la sua capacità di articolazione del linguaggio stava
regredendo. Infine, schiarendosi la voce più volte, mi disse anche
che Piede Grande era morto per soffocamento, provocato da un
osso. E che si trattava di uno sfortunato incidente. Almeno questo
era stato l’esito dell’autopsia. Lo aveva saputo dal figlio.
Scoppiai a ridere.
“Pensavo che la Polizia fosse capace di scoperte più sagaci. Che
si fosse strozzato, bastava un’occhiata a dirlo…”
“Da un’occhiata non si può dire nulla,” rispose, tenuto conto del
suo temperamento, con molta violenza, al punto che questa frase mi
rimase impressa nella memoria.
“Tu lo sai che cosa ne penso io, vero?”
“Che cosa?”
“Ti ricordi le Cerve ferme vicino a casa mentre camminavamo? Lo
hanno ammazzato loro.”
Tacque e osservò l’anello di raccordo, con molta attenzione.
“Come?”
“Come, come… Di preciso non lo so. Forse lo hanno
semplicemente spaventato mentre mangiava come un barbaro la
loro sorella.”
“Vuoi dire che è stata una faida? Un complotto delle cerve?”
Non aprii più bocca, a lungo. Bietolone, a quanto pare, ha bisogno
di molto tempo per raccogliere i pensieri e poi rifletterci su. Dovrebbe
mangiare più sale. Come ho già detto, il sale aiuta a pensare con
rapidità. Anche gli stivali e il montone li indossava con lentezza.
Mentre camminavamo sulla neve sciolta, dissi: “E il Comandante
nel pozzo?”
“Che cosa mi stai chiedendo? Vuoi sapere la causa della morte?
Non lo so. Non me l’ha detto.”
Ovviamente alludeva a Cappotto Nero.
“No, no, io la conosco la causa della morte nel pozzo.”
“E qual è?” chiese come se la cosa non gli interessasse per
niente.
E allora non risposi subito, ma attesi fino al momento in cui ci
muovemmo verso casa della Scrittrice, attraverso il ponticello.
“La stessa.”
“Cioè si è strozzato con un osso?”
“Non essere maligno. Lo hanno ucciso le Cerve.”
“Reggimi la scala,” mi disse in risposta.
Salì sui pioli e armeggiò intorno alla grondaia, mentre io
sviluppavo la mia Teoria. Chiamai Dyzio a testimone. Io e Dyzio ne
sapevamo di più, perché eravamo stati i primi ad arrivare sul luogo e
avevamo visto ciò che poi la Polizia non aveva più potuto vedere.
Quando era arrivata la Polizia non solo era buio, ma anche tutto
bagnato. La neve si scioglieva a vista d’occhio e aveva cancellato le
cose più sostanziali, quelle strane orme attorno al pozzo, una
moltitudine, centinaia, forse anche di più, piccine, come dei puntini,
come se il branco delle Cerve avesse circondato l’Uomo.
Bietolone ascoltava, ma non rispondeva, stavolta perché teneva
in bocca delle viti. Perciò proseguii: forse prima lui stava viaggiando
in macchina e per qualche ragione si era fermato. Forse una Cerva,
una delle assassine, aveva finto di essere ammalata, e lui si era
rallegrato di aver trovato della selvaggina. E allora quando lui era
sceso, loro lo avevano circondato e cominciato a spingerlo verso il
pozzo…
“Aveva la testa insanguinata,” intervenne Bietolone dall’alto dopo
aver stretto l’ultima vite.
“Sì, perché l’ha sbattuta cadendo nel pozzo.”
“Fatto,” disse dopo un lungo momento di silenzio e cominciò a
scendere.
In effetti la grondaia si reggeva sul raccordo di alluminio. Quello
vecchio lo avremmo trovato sicuramente un mese dopo, quando la
neve si fosse sciolta.
“Cerca di non raccontare in giro la tua teoria. È molto inverosimile
e ti può danneggiare,” disse Bietolone e prese la via di casa, senza
guardarmi.
Pensai che anche lui mi prendeva per matta, come tutti, e mi
rattristai.
Pazienza. Sta scritto in Blake: “L’opposizione è la Vera amicizia.”

Mi convocarono per un nuovo interrogatorio con una


raccomandata che mi recapitò il Postino. Siccome aveva dovuto
arrampicarsi dal paese fin sull’Altipiano, ce l’aveva con me e non
mancò di dimostrarmelo.
“Alla gente bisognerebbe proibire di abitare così lontano,” disse
subito dopo essere entrato. “Ma che vantaggi avete a nascondervi
dal mondo? Tanto vi acchiappa lo stesso.” Nella sua voce si
percepiva una soddisfazione maligna. “Metta una firma qui, è un
avviso della Procura.”
Oh no, non faceva parte degli amici delle mie Bambine. Gli
avevano sempre fatto capire con chiarezza che a loro non piaceva.
“Allora, come si sta nella torre d’avorio, al di sopra delle teste dei
piccoli uomini, con il naso tra le stelle?” chiese.
Ecco quello che mi piace di meno nelle persone: l’ironia fredda. È
un atteggiamento molto vile: permette di deridere, screditare tutto, di
non impegnarsi mai in nulla, prendere le distanze da ogni cosa.
Essere come un impotente che non proverà mai il piacere, ma che
farà di tutto per renderlo disgustoso agli altri. L’ironia fredda è l’arma
fondamentale di Urizen. Armare l’impotenza. Oltre a questo, gli
ironici hanno sempre una qualche concezione del mondo che
ostentano trionfalmente, anche se, quando si comincia a rompergli
l’anima insistendo nel chiedere dettagli, salta fuori una concezione
costruita su trivialità e banalità. Non oserei mai definire qualcuno
semplicemente “uno stupido” e non volevo essere prevenuta nel
condannare il Postino. Lo feci sedere e gli preparai un caffè, di quelli
che piacciono ai Postini, forte, lasciato in infusione nel bicchiere. Gli
offrii anche dei biscotti di panpepato che avevo cotto al forno prima
delle feste; speravo che non fossero rinsecchiti e che non si
rompesse i denti.
Si tolse il giubbotto e si sedette al tavolo.
“Ultimamente ho recapitato molti inviti del genere, e penso che
tutto ciò abbia a che fare con la morte del Comandante,” disse.
Ero molto curiosa di sapere a chi altro la Procura avesse inviato la
lettera, ma non lo diedi a vedere. Il Postino attendeva la mia
domanda, che mi guardai bene dal fare. Si agitava sulla sedia,
sorbiva rumorosamente il caffè. Ma io me la cavavo bene con il
silenzio.
“Per esempio ho recapitato l’invito a presentarsi a tutti i suoi
compari,” disse alla fine.
“Ah sì?” Mi mostrai indifferente.
“Mangiano tutti alla stessa mangiatoia,” cominciò lentamente,
titubante, ma si vedeva che si stava caricando e che non gli sarebbe
stato facile troncare il discorso. “Hanno messo le mani sul potere. Da
dove venivano quelle automobili, quelle case? Wnętrzak per
esempio. Lei ci crede che ha fatto i soldi con il macello?” In modo
eloquente si tirò giù la palpebra inferiore e mi fece vedere la
mucosa. “O con le volpi?! Era tutta una copertura, signora
Duszejko.”
Tacemmo per un istante.
“Pare che fossero tutti della stessa cricca. Qualcuno deve averlo
aiutato a finire in quel pozzo, io lo so,” aggiunse il Postino con
grande soddisfazione.
Il suo bisogno di parlar male del prossimo era così grande che
non c’era certo bisogno di cavargli le parole di bocca.
“Lo sanno tutti che si giocavano grosse somme a poker. E quel
suo nuovo ristorante Casablanca è un bordello e un luogo per il
commercio di merce umana.”
Pensai che stesse esagerando.
“Pare che contrabbandassero auto di lusso dall’estero. Rubate.
Qualcuno mi ha detto – non faccio nomi – di aver visto una mattina
di buon’ora una bellissima BMW che percorreva le stradine di
campagna. Da dove saltava fuori?” chiese in modo retorico,
aspettandosi sicuramente che quelle rivelazioni mi avrebbero fatto
svenire dall’emozione.
Certamente molte delle cose che diceva erano inventate di sana
pianta.
“Prendevano mazzette enormi. Per esempio, come facevano ad
avere macchine come quella del Comandante? Con lo stipendio
della polizia? Lei dirà che il potere dà alla testa, e ha ragione. Uno
perde il senso della decenza. Hanno svenduto la nostra Polonia per
quattro soldi. Conoscevo il Comandante da anni. Una volta era un
normale poliziotto, lo era diventato per non andare a lavorare alla
vetreria, come gli altri. Con lui giocavo a pallone vent’anni fa. E
adesso faceva finta di non conoscermi. Come si dividono le strade
degli uomini… Io – un normale postino, lui – il grande Comandante.
Io con la Cinquecento, lui con la jeep Cherokee.”
“Toyota,” dissi. “Toyota Land Cruiser.”
Il Postino tirò un profondo sospiro e all’improvviso provai pena,
perché probabilmente anche lui una volta era uno degli innocenti,
mentre ora un’enorme quantità di fiele gli inondava il cuore.
Sicuramente per lui era dura. E forse a causa di questa amarezza
era così arrabbiato.
“Dio ha creato l’Uomo Felice e Ricco. Ma l’astuzia ha trasformato
gli innocenti in poveracci,” gli citai Blake in modo poco preciso.
D’altronde è anche il mio pensiero.
Però la parola “Dio” la metto tra virgolette.

Quando Dyzio arrivò nel pomeriggio, era raffreddato. Stavamo


lavorando al Traveller mentale e fin dall’inizio era sorta tra noi la
discussione se la parola mental andasse tradotta con “mentale” o
piuttosto con “spirituale”. Dyzio, starnutendo, leggeva:

I travel’d thro’ a Land of Men


A land of Men & Women too,
And heard & saw such dreadful things
As cold Earth wanderers never knew.
Dapprima ciascuno di noi scriveva la propria versione, poi le
confrontavamo e cominciavamo a intrecciare le nostre soluzioni.
Assomigliava un po’ a un gioco logico, a un complicato Scarabeo.

Scesi lungo una Terra Umana,


Paese d’Uomini e di Donne,
Vedendo e udendo orribili Cose
Che pronunciare nessuno osa.

Oppure:

Percorsi una Terra Umana


Un Paese di Uomini e di Donne
Ho udito e visto cose così orribili
Che mai ha conosciuto nessun Uomo.

Oppure:

La Terra intera attraversai viaggiando,


La Terra misurai d’Uomini e Donne
Vedendo e udendo Cose orripilanti
Finora sconosciute a ogni Uomo.

“Ma perché ci ostiniamo a mettere quelle ‘donne’ in fondo?”


chiesi. “E se facessimo ‘D’Uomini e di Donne Paese’? Potremmo
trovare la rima con ‘Paese’. Per esempio ‘cortese’, ‘palese’.”

Dyzio taceva, si mordeva le dita e infine propose trionfalmente:

Lungo paesi d’uomini ho errato


E di donne nelle ampie vastità
E là ho visto cose orripilanti
A cui nessuno al mondo crederà.

Non mi piacevano quelle “vastità”, ma partimmo subito in quarta e


per le dieci era pronta l’intera poesia. Poi mangiammo radici di
prezzemolo gratinate all’olio d’oliva. E riso con le mele e la cannella.
Dopo quella fantastica cena tornammo, quasi senza volerlo, alla
questione del Comandante, invece di sviscerare le sottigliezze del
poema. Dyzio era informato molto bene su ciò che i poliziotti
sapevano. In fondo aveva accesso all’intera rete della Polizia.
Naturalmente non sapeva tutto. L’indagine sulla morte del
Comandante era condotta dai più alti gradi della gerarchia. Inoltre
Dyzio era tenuto al più assoluto segreto professionale, però non nei
miei confronti. Che me ne facevo del più grande segreto che mi
veniva confidato? Non sono neanche capace di spettegolare. Per
questo di solito mi raccontava molto.
Era già noto, per esempio, che il Comandante era deceduto per
aver sbattuto la testa contro qualcosa di duro, molto probabilmente
quando era caduto a peso morto dentro il pozzo mezzo ricolmo.
Risultò anche che era sotto l’effetto dell’alcol, il che avrebbe dovuto
ammortizzare la caduta, dal momento che da ubriachi siamo più
flessibili. Nello stesso tempo quel colpo alla testa sembrava troppo
violento perché ad averlo causato fosse stata una normale caduta in
un pozzo. Sarebbe dovuto cadere da una quindicina di metri. Eppure
non fu trovata nessun’altra spiegazione accettabile. Aveva battuto la
tempia. Assenza di eventuali oggetti contundenti. Assenza di tracce.
Avevano raccolto un po’ di spazzatura: cartine di caramelle, buste di
plastica, vecchie lattine, un preservativo usato. Il tempo era pessimo,
e la squadra speciale era arrivata piuttosto tardi. Soffiava un forte
vento, pioveva e il disgelo avanzava a vista d’occhio. Tutti e due
ricordavamo molto bene quella Notte. Avevano fotografato delle
strane orme sul terreno, le orme – e su questo m’impunto – di
zoccoli di Cerva. Ma la Polizia non era sicura che quelle orme ci
fossero veramente e che, ammesso che ci fossero, avessero un
qualche legame con il decesso. In quelle condizioni era impossibile
stabilirlo. Anche le orme delle scarpe erano poco chiare.
Ma saltò fuori anche – che rivelazione! – che il Comandante
aveva con sé ventimila złoty, dentro una busta grigia infilata sotto la
cintola dei pantaloni. Due mazzetti uguali di banconote stretti con un
elastico. Era questo soprattutto che dava da pensare agli inquirenti.
E perché l’eventuale assassino non li avesse presi. Non sapeva che
c’erano? E se l’assassino era lo stesso che gli aveva dato i soldi? E
in cambio di che cosa? Se non si sa dove sta il problema, di sicuro si
tratta di soldi. Si dice così, ma io penso che questa sia una terribile
semplificazione.
C’era anche la versione dell’incidente sfortunato, piuttosto tirata
per i capelli. Cioè sarebbe successo questo: in stato di ebbrezza
stava cercando un nascondiglio per i quattrini, e allora era caduto nel
pozzo e c’era rimasto.
Ma Dyzio si ostinava a dire che si trattava di Omicidio.
“Me lo dice il mio intuito, siamo stati i primi ad arrivare lì. Ricordi
che nell’aria si sentiva il delitto?”
Avevo avuto la stessa impressione.
7.
Discorso al Barboncino

Il Cavallo bastonato nel Pantano


Invoca il Cielo, esige sangue Umano.

La Polizia ci tormentò molte altre volte. Disciplinati ci


presentavamo all’interrogatorio e, già che c’eravamo, sbrigavamo in
paese qualche commissione: l’acquisto di semi, i contributi
dell’Unione Europea, e una volta andammo anche al cinema. Infatti
viaggiavamo sempre insieme, anche se uno solo di noi doveva
essere interrogato. Alla Polizia Bietolone confermò di aver sentito
l’auto del Comandante che, ululando e rantolando, quel pomeriggio
passava vicino alle nostre case. Disse che il Comandante, quando
beveva, prendeva sempre le strade laterali, perciò non era rimasto
particolarmente stupito. I poliziotti che ascoltavano le sue
dichiarazioni dovevano sentirsi imbarazzati.
Purtroppo non potevo confermare quello che diceva Bietolone,
anche se lo avrei fatto volentieri.
“Ero in casa e non ho sentito nessuna macchina, e non ho
nemmeno visto il Comandante. Evidentemente stavo aggiungendo
legna nel forno della caldaia, e laggiù non arrivano i rumori della
strada.”
E ben presto smisi di occuparmene, anche se nelle settimane
successive in tutto il circondario non si parlava d’altro, e si
formulavano ipotesi sempre più fantasiose. Cercavo semplicemente
di scacciare quegli argomenti dai miei pensieri: ci sono così poche
morti in giro che ci si occupa ossessivamente solo di quella?
Ritornai allo sviluppo di una delle mie Speculazioni. Stavolta
analizzavo attentamente sul giornale la programmazione televisiva
del maggior numero possibile di canali e indagavo le
interdipendenze tra i contenuti dei film trasmessi un dato giorno e la
configurazione dei Pianeti. I legami reciproci erano molto chiari e mi
sembravano ovvi. A volte mi chiedevo se là, in televisione, la
persona che compone i palinsesti non cerchi di dare spettacolo con
le sue vaste conoscenze astrologiche. O forse, piuttosto, struttura il
programma in maniera inconsapevole, indenne da quell’immenso
sapere. Potrebbe anche essere che le interdipendenze esistano al di
fuori di noi, e noi le recepiamo del tutto inconsapevolmente. Per ora
avevo limitato le mie ricerche a un ambito ristretto, prendendo in
esame solo pochi titoli. Avevo notato, per esempio, che il film
intitolato Medium, molto emozionante e strano, era stato trasmesso
mentre il Sole in transito entrava in un certo aspetto con Plutone e
con i Pianeti in Scorpione. Il film raccontava del desiderio
d’immortalità e di come si possa dominare la volontà umana. Parlava
degli stati al confine con la morte, dell’ossessione sessuale e di altre
questioni plutoniche.
Ero riuscita a osservare corrispondenze simili nel caso del ciclo di
film Alien, quello della navicella spaziale. Qui entravano in gioco
sottili dipendenze tra Plutone, Nettuno e Marte. Ogni volta che Marte
aspettava contemporaneamente i due lenti Pianeti, la televisione
riproponeva uno degli episodi di Alien. Non è affascinante?
Sono stupefacenti queste corrispondenze. Ho una quantità di
materiale empirico sufficiente per scrivere un libro intero. Ma per ora
mi sono limitata a una piccola rilevazione e l’ho spedita ad alcuni
settimanali. Non credo proprio che qualcuno me la pubblichi, ma
forse qualcuno ci Rifletterà su.

A metà marzo, quando mi sentii proprio bene, mi recai a fare


un’ispezione più approfondita, cioè non mi limitai a guardare le case
da me custodite, ma decisi di fare un giro più largo, arrivare fino al
bosco e poi, per i prati fino alla strada maestra, fare una capatina al
dirupo.
In quel periodo dell’anno il mondo è di una ripugnanza estrema.
La neve giace ancora in grandi lembi bianchi, è dura e compatta,
difficile riconoscervi i bellissimi, innocenti batuffoli che scendono la
Vigilia di Natale per farci contenti. Adesso è come la lama di un
coltello, come una superficie di metallo. Ci si cammina
pesantemente, imprigiona le gambe. Senza gli stivali alti da neve,
ferirebbe i polpacci. Il cielo è basso, grigio, sembrerebbe di poterlo
toccare con la mano, se si salisse su un’altura più elevata.
Camminando, pensavo che non avrei potuto vivere lì in eterno, in
quella casa sull’Altipiano, a fare la guardia alle altre case. Alla fine la
Samurai si guasterà e non ci sarà modo di andare in città. Gli scalini
di legno marciranno, la neve staccherà le grondaie, la stufa si
romperà, i tubi scoppieranno per una delle tante gelate di febbraio. E
io sono sempre più debole. I miei Disturbi distruggono il mio corpo,
lentamente, inesorabilmente. Mi fanno male le ginocchia, ogni anno
di più, ed è evidente che il fegato ormai mi serve a poco. In fondo
vivo già da tanto. Era questo che pensavo, un po’ pateticamente. Ma
arriva l’ora in cui bisogna pur cominciare a pensarci per bene.
In quel momento vidi uno stormo rapido e agile di Cesene. Sono
Uccelli che si vedono sempre solo in branco. Si muovono con agilità,
come un grande organismo aereo traforato. Ho letto da qualche
parte che, se un Rapace le attaccasse, per esempio uno di quegli
annoiati Sparvieri che si cullano come spiriti santi nel cielo, si
difenderebbero con ferocia. Lo stormo infatti è in grado di
combattere, in maniera piuttosto finalizzata e perfida, è capace
anche di vendicarsi: si lancia rapidamente nell’aria e, come a un
comando, evacua sul persecutore, decine di cacche bianche
d’uccello piombano sulle splendide ali dello Sparviero, le insozzano,
le incollano, l’acido corrode le penne. In questa situazione il Rapace
deve darsi una calmata, interrompere l’inseguimento e, disgustato,
atterrare sull’erba. C’è da morire dalla nausea, da quanto sono
sudicie le sue penne. Le pulisce per tutto il giorno e poi anche il
giorno seguente. Non dorme, non ce la fa a dormire con le ali così
sporche. Gli puzza tutto, si sente da schifo. È come un Topo, come
una Rana, come una carogna. Non può togliersi con il becco gli
escrementi ormai duri, si congela, e nella sua delicata pelle
d’uccello, attraverso le penne incollate, ora penetra con facilità
l’acqua piovana. Lo evitano anche i suoi, gli altri Sparvieri. Appare
loro come un appestato, qualcuno contagiato da una terribile
malattia. La sua maestà è calpestata. Tutto questo per uno
Sparviero è insopportabile, e può succedere che l’Uccello muoia.
Ora le Cesene, consapevoli della forza del gruppo, fanno le
stupidine davanti a me, eseguendo nell’aria figure complicate.
Osservavo anche due Gazze e mi stupivo che fossero arrivate
fino all’Altipiano. Però so che questi Uccelli si diffondono più
rapidamente degli altri e tra non molto saranno dappertutto, come
oggi i Piccioni. Una gazza – una disgrazia, due gazze – una fortuna.
Si diceva così, quand’ero piccola, ma allora c’erano meno Gazze.
Oggi se ne possono vedere più di due alla volta. L’anno scorso dopo
la stagione della cova, in autunno, ne ho viste arrivare a centinaia
per pernottare. Chissà se questo significa una fortuna moltiplicata.
Guardavo le Gazze che facevano il bagno in una pozza di neve
sciolta. Mi scrutavano di sbieco, ma era evidente che non mi
temevano, perché spruzzavano baldanzosamente l’acqua con le ali
e ci immergevano il capo come se non ci fossi. Di fronte a quello
svolazzare gioioso, non si poteva dubitare della piacevolezza di un
bagno del genere.
Pare che le Gazze non possano vivere senza bagni frequenti.
Inoltre sono intelligenti e sfacciate. Lo sanno tutti che rubano agli
altri Uccelli il materiale per costruirsi il nido e poi ci portano oggetti
luccicanti. Ho sentito anche che a volte si sbagliano e ci portano
mozziconi accesi; in questo modo finiscono per dare alle fiamme
l’edificio su cui hanno intrecciato il nido. In latino la nostra ben nota
Gazza ha un nome bellissimo: Pica pica.
Com’è grande e pieno di vita il mondo.
Da molto lontano vidi anche una Volpe che conosco e che chiamo
il Console, tanto è elegante e beneducata. Vagabonda sempre per
gli stessi sentieri; l’inverno svela i suoi tragitti, dritti come una riga,
decisi. È un vecchio maschio, viene dalla Repubblica Ceca e poi ci
ritorna, evidentemente qui ha degli affari transnazionali. Lo osservai
con il binocolo: scendeva vivace lungo la collina, a trotto leggero,
sulle orme che aveva lasciato sulla neve l’ultima volta, forse perché
agli eventuali cacciatori sembrasse che era passato di lì una sola
volta. Lo guardavo come si guarda un vecchio amico.
A un tratto notai che stavolta il Console aveva deviato dalla solita
strada e, prima ancora che me ne rendessi conto, era scomparso tra
le fratte che coprivano la capezzagna. Lì si ergeva un pulpito, e
alcune centinaia di metri più in là ce n’era un altro. In passato avevo
già avuto a che fare con loro. La Volpe era scomparsa dalla mia
vista e, siccome non avevo altri lavori da fare, camminai lungo il
limitare del bosco nella sua direzione.
Lì c’era un grande campo coperto di neve. In autunno lo avevano
arato e ora le zolle di terra mezzo congelate creavano sotto i piedi
una superficie difficile da attraversare. Cominciavo già a pentirmi di
essermi messa a seguire il Console, quando all’improvviso, non
appena riuscii a salire un po’ in alto, vidi ciò che lo attirava tanto.
Una grande sagoma nera sulla neve, macchie di sangue secco. Lì
vicino, un po’ più in alto, c’era il Console. Teneva gli occhi fissi su di
me, tranquillo, senza paura, come a dire: lo vedi? Lo vedi? Io te l’ho
mostrato, adesso te ne devi occupare tu. E schizzò via.
Mi avvicinai di più e lo vidi: era un Cinghiale. Non ancora adulto.
Giaceva in una pozza di sangue scuro. La neve intorno a lui era
schiacciata fino a terra, come se l’Animale ci si fosse rotolato sopra
tra le convulsioni. Intorno erano visibili altre impronte, di Volpi e di
Uccelli. Zoccoli di Capriolo. Moltissimi Animali erano passati di lì.
Erano venuti a vedere il delitto con i propri occhi e a celebrare la
cerimonia funebre per il giovane. Preferivo guardare quelle orme,
piuttosto che il corpo del Cinghiale. Quante volte si possono
guardare corpi morti? Ci sarà mai una fine a tutto questo? I polmoni
mi si strinsero dolorosamente, respiravo a fatica. Mi sedetti sulla
neve e dagli occhi cominciarono nuovamente a scendermi le
lacrime. Sentii l’enorme peso del mio corpo, insopportabile. Perché
non ero andata in un’altra direzione? Avrei potuto non seguire il
Console, ignorare i suoi percorsi tenebrosi. Devo proprio essere
testimone di ogni Delitto? Se non lo avessi fatto, quella giornata si
sarebbe svolta in maniera del tutto diversa, e forse anche i giorni
successivi.
Vidi i punti colpiti dai proiettili: il petto e la pancia. Vidi verso dove
stava correndo, verso il confine, verso la Repubblica Ceca, in fuga
dai nuovi pulpiti posti da quella parte del bosco. Sicuramente era da
lì che avevano sparato, perciò doveva aver percorso, ferito, ancora
un pezzo di strada. Tentava di fuggire in Repubblica Ceca.
Pena, grande pena, lutto per ogni Animale morto, un lutto che non
ha mai fine. Ne finisce uno e ne comincia un altro, perciò sono
costantemente in lutto. Ecco come mi sento. Ero inginocchiata sulla
neve insanguinata e accarezzavo il pelo ruvido, freddo, rigido.
*

“A lei fanno più pena gli animali degli uomini.”


“Non è vero. Provo la stessa pena per gli uni e per gli altri. Però
nessuno spara a degli uomini indifesi,” dissi al funzionario della
Polizia Municipale la sera stessa. “Almeno adesso,” aggiunsi.
“È vero. Siamo in uno stato di diritto,” confermò il vigile. Mi
sembrò bonario e non troppo sveglio.
Dissi: “Della qualità di uno stato decidono i suoi Animali. Il
rapporto con gli Animali. Se gli uomini si comportano bestialmente
con gli Animali, allora non servono a niente né la democrazia né
altro.”
Alla Polizia avevo presentato solo l’esposto. Mi avevano
sbolognato subito. Mi avevano dato un pezzo di carta e avevo scritto
quello che dovevo scrivere. Pensai che anche la Polizia Municipale
era una forza dell’ordine, per questo andai da loro. Mi ripromisi che,
se non avesse funzionato, sarei andata in Procura. Il giorno dopo.
Da Cappotto Nero. A denunciare l’Assassinio.
Un uomo giovane e aitante, che somigliava un po’ a Paul
Newman, estrasse dal cassetto un pacco di carte e si mise a cercare
la penna. Una donna in divisa arrivò dall’altra stanza e gli mise
davanti una tazza piena.
“Beve un caffè?” mi chiese.
Feci cenno di sì con la testa, con gratitudine. Ero intirizzita. Le
gambe mi facevano male di nuovo.
“Perché non hanno portato via il corpo? Voi che ne pensate?”
chiesi senza attendermi alcuna risposta. Sembravano tutti e due
sorpresi dalla mia visita e non sapevano bene come comportarsi.
Presi il caffè offertomi dalla donna giovane e gentile e diedi io la
risposta: “Perché non sapevano di averlo ucciso. Sparano a tutto,
illegalmente, perciò hanno sparato anche a lui e se ne sono
dimenticati. Credevano probabilmente che, se fosse morto, sarebbe
successo da qualche parte in mezzo ai cespugli, e nessuno avrebbe
saputo che avevano ammazzato un Cinghiale in un periodo in cui
non è permesso.” Tirai fuori dalla borsa un foglio stampato e lo misi
sotto il naso dell’uomo. “Ho controllato tutto. È già marzo. Guardi
qua, non è più consentito sparare ai Cinghiali,” conclusi soddisfatta,
e mi sembrò che il mio ragionamento fosse impeccabile, anche se
da un punto di vista logico sarebbe difficile convincermi che il 28
febbraio si può uccidere qualcuno, e il giorno dopo no.
“Signora,” rispose Paul Newman. “Mi creda, questo caso non
rientra nelle nostre competenze. Presenti la questione del cinghiale
al veterinario. Lui saprà che cosa si fa in questi casi. Forse il
cinghiale aveva la rabbia?”
Sbattei giù la tazza.
“No, quello che l’ha ucciso aveva la rabbia,” esclamai, perché
conosco bene questo argomento; molti Assassinii di Animali
vengono giustificati con il fatto che potevano avere la rabbia. “Ha i
polmoni bucati, è sicuramente morto tra i tormenti; lo hanno colpito e
hanno pensato che fosse scappato via vivo. E comunque il
veterinario è dalla loro parte, va a caccia anche lui.”
L’uomo guardò impotente la collega.
“Che cosa si aspetta da noi?”
“Che diate corso alla pratica. Che puniate i colpevoli. Che
cambiate la legge.”
“È troppo. Non può volere tutte queste cose,” disse.
“Posso! Decido io che cosa posso volere!” gridai infuriata.
Rimase confuso, la situazione stava sfuggendo al suo controllo.
“Va bene, va bene. Inoltreremo formalmente la pratica.”
“A chi?”
“Prima chiederemo chiarimenti alla Società Venatoria. Che diano
il loro parere.”
“E non è il primo caso, perché sull’altro lato dell’Altipiano ho
trovato il cranio di una Lepre con un foro di proiettile. Sapete dove?
Vicino al confine. Adesso quel boschetto lo chiamo il Posto del
Cranio.”
“Una lepre possono averla persa.”
“Persa!” gridai. “Sparano a tutto quello che si muove, caro lei.”
Tacqui per un istante, perché sentii come se un grosso pugno mi
avesse colpito al petto con tutta la sua forza. “Perfino ai Cani.”
“A volte i cani di campagna ammazzano gli animali. Anche lei ha
dei cani e ricordo che l’anno scorso ci sono state delle lamentele nei
suoi confronti…”
Restai di sasso. Il colpo era molto doloroso.
“Non ho più Cani.”
Il caffè era cattivo, solubile. Lo sentii nello stomaco come un
crampo.
Mi piegai in due.
“Che cos’ha? Cos’è successo?” chiese la donna.
“Niente, niente,” risposi, “ormai i Disturbi sono i più vari. Non
dovrei bere il caffè solubile e lo sconsiglio anche a voi. Fa male allo
stomaco.”
Allontanai la tazza.
“E allora? Scriverà il rapporto?” chiesi, mi sembrava, molto
concretamente.
Si scambiarono di nuovo un’occhiata e l’uomo, esitando, avvicinò
a sé il modulo.
“E va bene,” disse, e udii quasi quello che pensava: “Scrivo così
me la tolgo di torno e non lo mostro a nessuno,” perciò aggiunsi: “E
vorrei una copia con il timbro della data e la sua firma.”
Mentre scriveva, cercavo di placare in qualche modo i miei
pensieri, ma probabilmente avevano già superato i limiti di velocità e
correvano a rotta di collo nella mia testa, infiltrandosi chissà per
quale miracolo anche nel corpo, nel sangue. Tuttavia, con
paradossale lentezza, mi avvolgeva dai piedi, dalla terra, una strana
serenità. Era uno stato che già conoscevo, uno stato di nitidezza,
l’Ira divina, tremenda, inarrestabile. Mi sentivo prudere le gambe, un
fuoco venuto da chissà dove fluiva nel sangue e questo scorreva
veloce, portava quel fuoco al cervello e adesso il cervello ardeva
luminoso, e i polpastrelli si riempivano di fuoco, anche il viso, e
sembrava che un’aura luminosa mi avvolgesse tutto il corpo e mi
sollevasse lievemente in alto, mi staccasse da terra.
“Guardate come funzionano quei pulpiti. È il male, bisogna
chiamare le cose con il loro nome: un astuto, perfido e raffinato
male, costruire le mangiatoie, riempirle di mele fresche e frumento,
attirare gli Animali e, quando sono fiduciosi e abituati, sparargli di
nascosto, dal pulpito, alla testa,” cominciai a dire a voce bassa, lo
sguardo fisso al pavimento. Sentivo che mi avevano lanciato
un’occhiata inquieta e continuavano a fare le cose loro. “Vorrei
conoscere la scrittura degli Animali,” continuai, “i segni con cui si
possano scrivere degli avvertimenti per loro: ‘Non avvicinatevi’. Quel
cibo porta la morte. State alla larga dai pulpiti, da lì non vi
predicheranno nessun vangelo, non otterrete le buone parole, non vi
prometteranno la redenzione dopo la morte, non avranno
misericordia della vostra povera anima, perché non avete nessuna
anima. Non vedranno in voi il loro prossimo, non vi benediranno.
L’anima ce l’ha il più abietto dei criminali, ma non tu, bellissima
Cerva, e neanche tu, Cinghiale, e neanche tu, Anitra selvatica, né tu,
Maiale, né tu, Cane. Ormai l’assassinio è impunito. E poiché è
impunito, nessuno lo nota più. E poiché nessuno lo nota più, non
esiste. Quando passate davanti alle vetrine dei negozi dove stanno
appesi pezzi rossi di corpi squartati, che cosa pensate che siano?
Non ci riflettete, vero? Oppure quando ordinate uno spiedino o una
cotoletta, che cosa vi portano? In questo non c’è niente di terribile. Il
crimine è stato riconosciuto come una cosa normale, è diventato
un’attività quotidiana. Chiunque ne commette. Ecco come sarebbe il
mondo se i campi di concentramento fossero diventati la norma.
Nessuno ci vedrebbe niente di male.”
Così dicevo, mentre lui scriveva. La donna era uscita e ora la
sentivo parlare al telefono. Non mi prestava ascolto nessuno, ma io
continuavo il mio discorso. Non potevo interrompermi, perché le
parole giungevano a me da sole, da chissà dove, dovevo esprimerle.
Dopo ogni frase provavo sollievo. E mi animò ancora di più
l’ingresso di qualcuno che era arrivato lì con una richiesta e con un
piccolo Barboncino e che, evidentemente colpito dal mio tono,
chiuse pian piano la porta e cominciò subito a mormorare assieme a
Newman. Solo il suo Barboncino si era seduto tranquillo e mi
guardava, con la testa piegata. E io continuai.
“Insomma l’Uomo ha un grande dovere nei confronti degli Animali:
aiutarli a vivere la vita; e a quelli addomesticati ricambiare l’amore e
la tenerezza, perché loro ci danno molto più di quanto ricevano da
noi. E bisogna che vivano la loro vita dignitosamente, che chiudano i
propri Bilanci e nel libretto del Karma superino il semestre: ero un
Animale, ho vissuto e mangiato; ho pascolato in pascoli verdi, ho
partorito i Piccoli, li ho riscaldati con il mio corpo; ho costruito nidi, ho
fatto tutto quello che dovevo fare. Quando li si ammazza – e loro
muoiono nella Paura e nell’Orrore, come il Cinghiale il cui corpo
giaceva ieri vicino a me, e giace ancora là, umiliato, infangato e
impiastricciato di sangue, trasformato in carogna –, li si condanna
all’inferno e il mondo intero si trasforma in un inferno. Ma gli uomini
non vedono tutto questo? Il loro intelletto è o no in grado di andare al
di là dei piccoli piaceri egoistici? Il dovere degli uomini verso gli
Animali è di condurli – nelle vite successive – alla Liberazione.
Andiamo tutti nella stessa direzione, dalla determinazione alla
libertà, dal rituale alla libera scelta.”
Così parlavo, usando parole sagge.
Dal retro spuntò l’uomo delle pulizie con un piccolo secchio di
plastica e mi guardò incuriosito. Il vigile continuava imperterrito a
compilare il modulo.
“Questo Cinghiale è solo uno,” continuai, “ma quell’alluvione di
carne macellata che cade quotidianamente sulle città come
un’apocalittica pioggia senza fine? Quella pioggia annuncia
massacri, malattie, la follia collettiva, l’eclisse e l’inquinamento della
Mente. Perché nessun cuore umano è in grado di sopportare tanto
dolore. Tutta la complicata psiche umana si è sviluppata per non
consentire all’Uomo di comprendere ciò che vede veramente.
Perché la verità non lo raggiunga, avviluppata nelle illusioni, nelle
chiacchiere vuote. Il mondo è un carcere pieno di sofferenza,
costruito in modo tale che per sopravvivere bisogna procurare dolore
agli altri. Avete sentito?” mi rivolsi a loro, ma ora anche l’uomo delle
pulizie, deluso da quello che avevo da dire, si era messo al lavoro,
perciò parlavo solo al Barboncino.
“Ma che mondo è questo!? Il corpo di qualcuno convertito in
scarpe, in polpette, in würstel, in uno scendiletto, in un brodo di ossa
da bere… Le scarpe, i divani, la borsa a tracolla fatta con il ventre di
qualcuno, riscaldarsi con la pelliccia altrui, mangiare il corpo di
qualcuno, tagliarlo a fette e friggerlo nell’olio… Ma è possibile che
avvenga davvero questo orrore, questa ecatombe, crudele,
insensibile, meccanica, senza alcun rimorso di coscienza, senza la
più piccola riflessione che invece si concede generosamente a
raffinate filosofie e teologie? Che mondo è quello in cui la norma è
uccidere e causare dolore? Forse non siamo del tutto a posto?”
Scese il silenzio. Mi girava la testa e all’improvviso cominciai a
tossire. Allora l’Uomo con il Barboncino si schiarì la gola.
“Ha ragione, signora. Ha perfettamente ragione,” disse.
Questo mi confuse. Sulle prime lo guardai con rabbia, ma vidi la
sua commozione. Era un signore anziano, magro, ben vestito, con
un completo e un gilet provenienti di sicuro, se qualcosa so della
vita, dal negozio di Buona Novella. Il suo Barboncino era pulito e ben
curato, oserei dire: solenne. Ma al vigile quello che avevo detto non
fece nessuna impressione. Apparteneva a quegli ironici che non
amano il pathos, perciò tengono le labbra strette per non esserne
contagiati, non si sa mai. Temono il pathos più dell’inferno.
“Lei esagera,” disse solo dopo un momento, sistemando
tranquillamente le carte sulla scrivania. “E poi c’è una cosa che mi
dà da pensare,” continuò, “come mai le donne anziane… le donne
della sua età si occupano tanto degli animali? Non ci sono più
persone di cui prendersi cura? La causa sta forse nel fatto che i figli
sono cresciuti e quindi non hanno più nessuno di cui occuparsi? È
l’istinto che le spinge, perché le donne hanno l’istinto di protezione,
giusto?” Guardò la collega, ma quella non confermò l’Ipotesi con
nessun gesto. “Mia nonna, per esempio,” proseguì, “tiene in casa
sette gatti e per giunta dà da mangiare a tutti quelli del suo quartiere.
Prego, legga,” mi allungò il foglio con un breve testo stampato. “Lei
affronta il problema in modo troppo emotivo. A lei la sorte degli
animali interessa più della sorte degli uomini,” ripeté in conclusione.
Non avevo più voglia di parlare. Mi infilai la mano in tasca e tirai
fuori una matassa di setole insanguinate del Cinghiale. Misi la
matassa davanti a loro sulla scrivania. La prima reazione che ebbero
fu di chinarsi, ma si ritrassero subito con disgusto.
“Gesù, che cos’è? Che schifo!” gridò il vigile Newman. “Lo porti
via, accidenti a lei!”
Mi appoggiai comodamente alla sedia e dissi con soddisfazione:
“Queste sono le Spoglie. Le raccolgo e le conservo. A casa ho delle
scatole, tutte contrassegnate, le metto là dentro. Pelo e ossa. Un
giorno sarà possibile clonare tutti quegli Animali uccisi. Forse sarà
una forma di risarcimento.”
“Ma è fuori di testa!” bofonchiò la vigilessa al telefono, chinandosi
sul pelame con la bocca storta dal disgusto. “Lei è proprio fuori…”
Il sangue rappreso e il fango avevano sporcato le carte. Il vigile si
alzò di scatto e si allontanò dalla scrivania.
“Le fa schifo il sangue?” chiesi malignamente. “Però il
sanguinaccio le piace.”
“La prego di calmarsi. Basta con questo teatrino. Noi stiamo
cercando di aiutarla.”
Firmai le carte su tutte le copie, e poi la vigilessa mi prese
delicatamente sottobraccio e mi accompagnò alla porta. Come una
matta. Non opposi resistenza. Continuò a parlare al telefono per
tutto il tempo.

Ho rifatto lo stesso sogno. Mia Madre era di nuovo nella stanza


della caldaia. Ero di nuovo arrabbiata perché era lì.
La guardavo dritto in faccia, ma i suoi occhi sfuggivano di lato,
non riusciva a guardarmi in viso. Era vaga, come se conoscesse un
segreto scandaloso. Sorrideva, e poi diventava improvvisamente
seria, l’espressione del suo viso era liquida, l’immagine ondeggiava.
Le ho detto che non volevo che venisse. Quel posto era per i vivi,
non per i morti. Allora si è voltata verso la porta e ho visto che là
c’era anche mia Nonna, una donna giovane, di bell’aspetto, con un
vestito grigio. In mano teneva una borsetta. Tutte e due sembravano
sul punto di andare in chiesa. Me la ricordavo, quella borsetta,
d’anteguerra, ridicola. Che cosa si può avere nella borsetta quando
si arriva in visita dall’aldilà? Una manciata di polvere? Cenere? Un
sasso? Un fazzoletto marcio per un naso che non esiste? Ora
stavano tutte e due davanti a me, vicino, mi sembrava addirittura di
sentire il loro odore, di vecchi profumi, di lenzuola accuratamente
ripiegate nell’armadio di legno.
“Andate, tornate a casa,” agitavo le mani come facevo con le
Cerve.
Ma non si muovevano. Perciò mi sono girata io per prima e sono
uscita, chiudendo a chiave la porta alle mie spalle.

Un buon vecchio metodo per gli incubi notturni è quello di


raccontarli a voce alta sul buco del water, e poi tirare lo sciacquone.
8.
Urano in Leone

Qualsiasi cosa che si possa credere,


è immagine di verità.

È ovvio che il primo Oroscopo che uno calcola è sempre il


proprio, e fu così anche per me. Ne uscì una certa costruzione,
poggiata su una circonferenza. La guardavo con stupore: ero io?
Proprio davanti a me c’era il progetto di me stessa, il mio io nella sua
trascrizione essenziale, il più semplice e complesso tra le varianti
possibili. Uno specchio che trasforma l’immagine sensoriale del viso
in un semplice grafico geometrico. Ciò che nel mio viso mi sembrava
familiare e ovvio, era scomparso; era rimasta quella caratteristica
disseminazione di punti che rappresentano i pianeti sulla volta
celeste. Niente invecchia, niente è soggetto a mutazione, i luoghi del
firmamento sono unici e fissi. L’ora della nascita ha suddiviso in case
lo spazio della circonferenza e in tal modo il grafico è diventato
praticamente irripetibile, come le linee papillari.
Credo che ognuno di noi, guardando il proprio Oroscopo,
percepisca una grande ambivalenza. Da un lato è orgoglioso del
fatto che nella sua vita individuale il cielo si imprima come la data di
un timbro postale sulla busta, in questo modo egli è contrassegnato,
unico nel suo genere. Ma nello stesso tempo è un imprigionamento
nello spazio, il tatuaggio di un numero carcerario. Da questo non si
scappa. Non posso essere diverso da quello che sono. È terribile.
Preferiremmo pensare che siamo liberi e che in qualsiasi momento
possiamo crearci di nuovo. E che la nostra vita dipenda totalmente
da noi. Questo legame con una cosa grande e monumentale come il
cielo, ci intralcia. Preferiremmo essere piccoli, allora i nostri
peccatucci sarebbero perdonabili.
Quindi sono convinta che bisogna conoscere a fondo la propria
prigione.

Di professione sono ingegnere dei ponti, l’ho già detto? Ho


costruito ponti in Siria e in Libia, vicino a Elbląg e in Podlachia – due.
Quello in Siria era un ponte strano – univa le rive di un fiume che
appariva solo periodicamente –, l’acqua scorreva nell’alveo per due,
tre mesi, poi veniva assorbita dalla terra infuocata e l’alveo si
trasformava in qualcosa di simile a una pista da bob. Lì si
rincorrevano i Cani selvatici del deserto.
Ciò che mi piaceva più di ogni altra cosa, era la trasformazione
dell’immaginazione in numeri: da quei numeri nasceva un’immagine
concreta, poi un disegno, poi un progetto. Le cifre affluivano sul mio
foglio e lì assumevano un senso. Mi piaceva molto. Il talento per
l’algebra mi era servito molto per gli Oroscopi, un tempo, quando
bisognava calcolare tutto da soli con il regolo logaritmico. Oggi non è
necessario; ci sono programmi belli e pronti al computer. Chi se lo
ricorda più il regolo, ora che la medicina per ogni fame di sapere è
un clic? Ma proprio allora che ero nel mio periodo migliore
cominciarono i miei Disturbi e dovetti tornare in Polonia. Rimasi per
molto tempo in ospedale senza che si riuscisse a capire quale fosse
la mia malattia.
C’è stato un tempo in cui andavo a letto con un Protestante, lui
tracciava autostrade, e mi diceva, pare citando Lutero, che colui che
soffre vede la parte posteriore di Dio. Mi domandavo se si trattasse
della schiena, o magari delle natiche, che aspetto avesse il divino
didietro, dal momento che non siamo in grado di immaginarci il
davanti. Pare dunque che colui che soffre abbia un accesso speciale
a Dio, dalla porta di servizio, pare che sia benedetto, che gli si apra
una verità che senza sofferenza è difficile da concepire. Perciò in un
certo senso è sano solo colui che soffre, anche se suona strano.
Penso che questo valga per la totalità delle cose.

Per un anno non camminai proprio e, quando i Disturbi


cominciarono a mitigarsi, ormai sapevo che non sarei più stata in
grado di costruire ponti sui fiumi del deserto e che non mi sarei
potuta allontanare troppo dal frigorifero con il glucosio. Perciò
cambiai mestiere e diventai insegnante. Lavoravo a scuola e
insegnavo ai bambini varie cose utili: l’inglese, i lavori manuali e la
geografia. Ho sempre cercato di dominare la loro attenzione e di fare
in modo che tenessero a mente le questioni importanti non per paura
di un quattro, ma per passione vera.
Avevo molte soddisfazioni. I bambini mi avevano sempre attratto
più degli adulti, perché sono un po’ infantile anch’io. Non c’è niente
di male. Se non altro lo so, e questo è un bene. I bambini sono
flessibili e concilianti, aperti e senza pretese. E non conoscono gli
small talk in cui qualsiasi adulto è capace di bofonchiare la propria
vita. Purtroppo, più sono grandi e più si sottomettono al potere
dell’intelletto, diventano, come direbbe Blake, cittadini di Ulro e non
si fanno più condurre sulla strada giusta con la stessa facilità e
naturalezza. Perciò mi allietavano solo i bambini piccoli. I più grandi,
diciamo sopra i dieci anni, erano anche più disgustosi degli adulti. A
quell’età i bambini perdevano la loro individualità. Vedevo come si
fossilizzavano mentre entravano inesorabilmente nell’adolescenza,
che piano piano li rendeva dipendenti dall’essere uguali agli altri. In
alcuni, non molti, perduravano ancora dei conflitti interiori, la lotta
contro la nuova forma, ma alla fine capitolavano anche loro, quasi
tutti. Così non cercavo mai di stare in loro compagnia, perché
sarebbe stato come dover testimoniare per l’ennesima volta la
Caduta. Il più delle volte insegnavo ai bambini che non superavano
quel limite di età, al massimo fino alla quinta.
Alla fine mi mandarono in pensione. Decisamente troppo presto,
ritengo. Mi è difficile capirlo, perché ero brava e avevo grande
esperienza in ogni campo, e nessun problema in testa, eccettuati i
miei Disturbi, che però si facevano sentire solo di tanto in tanto.
Andai al provveditorato e presentai le dichiarazioni, i certificati e le
domande necessarie affinché mi consentissero di continuare a
lavorare. Purtroppo mi andò male. Capitavo in un brutto periodo: le
riforme, il risanamento del sistema, i cambiamenti dei programmi e la
disoccupazione in aumento.
Poi cercai lavoro in un’altra scuola, e in un’altra ancora, a tempo
determinato e più che determinato, a ore, avrei preso anche un
lavoro a minuti se me lo avessero dato, ma dappertutto sentivo
dietro di me la presenza di moltissimi altri, più giovani, e li sentivo
respirare impazienti alle mie spalle, sbuffarmi sulla nuca, saltellando
da un piede all’altro, nonostante il mestiere sia ingrato e mal pagato.
Ce la feci solo lì. Dopo essermi trasferita dalla città, aver
comprato quella casetta e aver cominciato a lavorare come
guardiana delle proprietà dei vicini, arrivò da me trafelata,
attraversando le montagne, la giovanissima direttrice della scuola.
Disse che sapeva che sono un’insegnante… E usò il presente, il che
allora mi fece un’ottima impressione, dal momento che la mia
professione è una questione di stato mentale, e non di singole
attività. Mi propose alcune ore d’inglese nella sua scuola, con i
bambini piccoli, quelli che mi piacciono. Perciò accettai e cominciai a
insegnare inglese ai bambini una volta alla settimana. Piccoli di
sette, otto anni che affrontano l’apprendimento con molto
entusiasmo, e con altrettanta improvvisa rapidità cominciano ad
annoiarsi. La direttrice voleva darmi anche musica, probabilmente ci
aveva sentiti cantare Amazing Grace, ma sarebbe stato al di là delle
mie forze. È già abbastanza dover andare di gran carriera ogni
mercoledì giù al villaggio vestita con un abito pulito, dover essere
pettinata e avere un trucco leggero, e allora coloro con la matita
verde le palpebre e mi inciprio il viso. Tutto questo mi costa molto
tempo e molta pazienza. Avrei potuto farmi dare anche ginnastica,
sono alta e forte. Un tempo facevo sport. Ho ancora da qualche
parte le mie medaglie. Ma la ginnastica non fu proprio in
discussione, a causa dell’età.
Però confesso che ora, d’inverno, non mi è facile arrivare fin
laggiù. Quel giorno devo alzarmi prima del solito, quando è ancora
buio, aggiungere legna nella stufa, liberare la Samurai dalla neve e,
a volte, quando è parcheggiata più in là, vicino alla strada, ci devo
arrivare arrancando nella neve, il che non è affatto piacevole. Le
mattinate invernali sono fatte d’acciaio, hanno un sapore metallico e
gli orli aguzzi. Il mercoledì alle sette, in gennaio, si vede che il
mondo non è stato creato per l’Uomo, e sicuramente non per la sua
comodità e il suo piacere.

*
Purtroppo né Dyzio né nessuno dei miei amici condivide la mia
passione per l’Astrologia, perciò cerco di non ostentarla. Già così mi
considerano bizzarra. Mi tradisco solo quando devo entrare in
possesso della data e del luogo di nascita di qualcuno, com’è
successo con il Comandante. Avevo interrogato a questo scopo
quasi tutta la gente dell’Altipiano e mezza città. Dandomi la loro data
di nascita, in sostanza le persone mi svelano il loro vero nome, mi
mostrano il loro datario celeste e così mi spalancano davanti il loro
passato e futuro. Ma a molte persone non avrò mai l’occasione di
fare questa domanda.
Ottenere una data è piuttosto facile. Basta la carta d’identità o un
qualsiasi altro documento, a volte, in certi casi, si può trovare su
internet. Dyzio ha accesso a elenchi e tabelle di vario genere, ma
non intendo sviscerare qui questo argomento. Ma l’ora, il problema è
l’ora della nascita! Nelle carte non la scrivono, eppure proprio l’ora è
la vera chiave per giungere all’Uomo. Un Oroscopo senza l’ora
esatta non vale molto: sappiamo CHE COSA, ma non sappiamo COME e
DOVE.

Al riluttante Dyzio ho sempre spiegato che un tempo l’Astrologia


era quello che oggi è la sociobiologia. Così almeno sembrava un po’
più interessato. Non è il caso di scandalizzarsi per questo paragone.
Per l’Astrologo, sulla personalità dell’Uomo influiscono i corpi celesti,
per il sociobiologo le misteriose emanazioni dei corpi molecolari. La
differenza sta nella scala. Entrambi non sanno in che cosa consista
quell’influsso e come venga trasmesso. Praticamente dicono la
stessa cosa, solo che si servono di scale diverse. A volte mi stupisco
io stessa di questa somiglianza e del fatto che amo moltissimo
l’Astrologia, mentre non prendo minimamente sul serio la
sociobiologia.
Nel tema natale la data di nascita determina anche la data di
morte. È ovvio: chi è nato, deve morire. Molti luoghi dell’Oroscopo ci
indicano il tempo e il tipo di morte, bisogna saperli scorgere e
collegare. Verificare, per esempio, gli aspetti del transito di Saturno
sull’hyleg e quello che accade in ottava casa. Gettare uno sguardo
anche sull’atteggiamento dei luminari rispetto a quanto appena
detto.
È una cosa piuttosto complicata e può annoiare chi non se ne
intende. Ma se si osserva attentamente – dicevo a Dyzio –, se si
collegano tra loro i vari fatti, salta fuori che le corrispondenze tra gli
avvenimenti di quaggiù e la disposizione dei pianeti lassù sono
straordinariamente chiare. Questa cosa genera sempre in me uno
stato di profondo turbamento. Ma questo turbamento deriva dalla
comprensione. Per questo Dyzio non ne è soggetto.
Nella mia difesa dell’Astrologia, spesso devo usare odiose
argomentazioni statistiche, che con le giovani menti funzionano
sempre. I giovani credono nelle statistiche in modo irriflessivo e con
fervore religioso. Basta presentargli una cosa che sia espressa in
percentuali o risponda al calcolo delle probabilità, che la prendono
subito per buona. Perciò allora facevo riferimento a Gauquelin e
all’“effetto Marte”, un fenomeno che può apparire bizzarro ma che è
confermato dalla statistica. Gauquelin ha cioè dimostrato che negli
Oroscopi degli atleti Marte, il pianeta del vigore, della competizione e
via dicendo, statisticamente occupa un dato posto più spesso che
negli Oroscopi dei non atleti. Ovviamente Dyzio prendeva sotto
gamba questa dimostrazione e tutte quelle che non gli andavano a
genio. Anche quando gli facevo un sacco di esempi di profezie che
si erano avverate. Per esempio su Hitler, quando l’Astrologo di corte
di Himmler, Wilhelm Wulff, profetizzò Eine große Gefahr für Hitler am
20/07/44, cioè un “grande pericolo per Hitler” in quel giorno, e
sappiamo bene che quella fu la data dell’attentato alla Tana del
Lupo. E poi lo stesso tenebroso Astrologo profetizzò ancora
impassibilmente: Dass Hitler noch vor dem 7/05/45 eines
geheimnisvollen Todes sterben werde, cioè che sarebbe morto di
morte misteriosa prima del 7 maggio.
“Incredibile,” diceva Dyzio, “com’è possibile?” si chiedeva, ma
subito dopo dimenticava tutto e la sua miscredenza ricominciava ad
ardere.
Tentavo di convincerlo in altri modi, mostrandogli come ciò che
sta in basso sia in perfetta armonia con ciò che sta in alto: “Per
esempio, guarda, guarda con attenzione: estate 1980, Giove in
congiunzione con Saturno in Bilancia. Una congiunzione potente.
Giove rappresenta il Potere, Saturno gli operai. E per giunta Wałęsa
ha il Sole in Bilancia. Vedi?”
Dyzio scuoteva il capo dubbioso.
“E la Polizia? Che cosa rappresenta in cielo la Polizia?” domandò.
“Plutone. Anche i servizi segreti e la mafia.”
“Già, già…” ripeteva senza convinzione, ma vedevo che aveva
molta buona volontà e che si sforzava.
“Guarda qui,” dicevo, e gli mostravo la disposizione dei pianeti.
“Saturno era in Scorpione nel 1953: la morte di Stalin e il disgelo;
1952-’56: dittatura brutale, Guerra di Corea, invenzione della bomba
all’idrogeno. Il 1953 è stato l’anno economicamente più duro per la
Polonia. Guarda, proprio allora Saturno sorgeva in Scorpione. Non è
straordinario?”
Dyzio si agitava sulla sedia.
“E va bene, guarda qui: Nettuno in Bilancia: il caos; Urano in
Cancro: il popolo è in rivolta, crolla il colonialismo. Mentre Urano
entrava in Leone, scoppiò la Rivoluzione Francese, ci fu
l’insurrezione di gennaio e nacque Lenin. Ricordati che Urano in
Leone rappresenta sempre il potere rivoluzionario.”
Vedevo che tutto questo lo spossava.
No, non c’era modo di convincere Dyzio all’Astrologia. Non
importa.
Quando restavo sola e predisponevo in cucina i miei Strumenti di
ricerca, gioivo nell’esplorare quelle straordinarie regolarità. Dapprima
sbrogliai l’Oroscopo di Piede Grande e subito dopo quello del
Comandante.
In linea di massima, la predisposizione di un Essere umano agli
incidenti è rivelata dall’Ascendente, dal suo signore e dai pianeti che
si trovano sull’Ascendente. La morte naturale è indicata dal signore
dell’ottava casa. Se si trova in prima casa, significa che la morte
avverrà per colpa propria. Può essere il caso, per esempio, di un
Uomo disattento. Se il significatore è legato alla terza casa, allora
l’Uomo avrà coscienza della causa della propria morte. Se non è
legato, l’interessato non si renderà nemmeno conto della situazione
in cui avrà commesso l’errore fatale. In seconda casa, la morte
avverrà per il patrimonio e il denaro. In questo caso, si può essere
assaliti a scopo di rapina e morire. La terza casa è tipica degli
incidenti sulle strade e sulle altre vie di comunicazione. Nella quarta
la morte è causata dai terreni posseduti o dalla famiglia, specie dal
padre. Nella quinta, dai figli, dall’abuso di piaceri oppure dallo sport.
In sesta casa ci procuriamo da soli una malattia, per imprudenza o
superlavoro. Se il signore dell’ottava casa si trova in settima casa,
allora la causa della morte sarà il coniuge; può trattarsi di un duello,
della disperazione per un tradimento. E così via.
Nell’Oroscopo del Comandante, in ottava casa (la vita in pericolo,
la casa della morte) c’è il Sole, un corpo celeste che simboleggia la
vita stessa ma anche una posizione di potere. Si trova in quadrato –
aspetto molto difficile – con Marte (violenza, aggressione) in
dodicesima casa (Assassinio, attentato, omicidio proditorio) in
Scorpione (morte, uccisione, Delitto). Signore dello Scorpione è
Plutone, e dunque il potere può collegarsi a strutture tipo la Polizia,
mmh, o alla mafia. Plutone si trova in congiunzione con il Sole in
Leone. Tutto questo significa, secondo me, che il Comandante era
una persona molto ambigua e misteriosa, implicata in vari affari
loschi. Che sapeva essere crudele e spietato e che traeva evidenti
profitti dalla sua posizione. È possibilissimo che, insieme al potere
ufficiale, nella Polizia, avesse molto potere anche altrove, in
qualcosa di occulto e nefasto.
Per giunta il signore dell’Ascendente è in Ariete, che governa con
la testa, dunque la violenza (Marte) riguarda la sua testa; e la causa
della morte è un colpo alla testa. E mi venne in mente ancora che
Saturno in segno animale – Ariete, Toro, Leone, Sagittario e
Capricorno – annuncia un pericolo di morte da parte di un Animale
selvatico o aggressivo.
“Virgilio, nell’Inferno di Dante, dice che per punizione gli astrologi
camminavano con il collo orribilmente volto all’indietro,” disse Dyzio
alla fine della mia esposizione.

“Su, mettiti in moto, sorella, non farmi vergognare,” dissi alla


Samurai, e lei mi ringhiò un po’ contro ma subito dopo balzò in
avanti. È una forma di lealtà. Quando si vive insieme per tanto
tempo e si è dipendenti l’uno dall’altro, nasce una sorta di amicizia.
Lo so che lei ormai è invecchiata e ogni anno che passa fa sempre
più fatica a mettersi in moto. Proprio come me. So anche che la
trascuro e che questo inverno ha lasciato il segno su di lei. Come su
di me. Dentro di lei ho tutto ciò che serve in caso di Catastrofe. La
vanga e i cavi, la sega elettrica, una tanica di benzina, acqua
minerale e un pacchetto di cracker ormai sicuramente fradici, me li
porto dietro dall’autunno. C’è anche la torcia (ecco dov’era!), il kit di
primo soccorso, la ruota di scorta e un frigorifero da viaggio
arancione. Ho anche un altro spray per autodifesa nel caso qualcuno
mi assalisse per strada, anche se è poco probabile.
Viaggiavamo sull’Altipiano in direzione del villaggio, attraverso
prati e meravigliosi terreni incolti. Si era affacciato un verde leggero,
timido. Giovani ortiche, piccoline e ancora deboli, avevano eretto il
capino sopra il terreno. Era difficile immaginare che nel giro di due
mesi si sarebbero alzate rigide, tronfie e minacciose, con le verdi
spighe lanuginose. Proprio rasoterra, accanto alla strada, vedevo le
faccine in miniatura delle pratoline: non sono mai riuscita a
contrastare l’impressione che guardino silenziose chiunque passi di
lì e che lo giudichino severamente. Un esercito di omini-fiore.

Parcheggiai davanti alla scuola e immediatamente i bambini delle


mie classi corsero verso la macchina: erano sempre affascinati dalla
testa di Lupo che la Samurai aveva incollata alla portiera anteriore.
Poi mi scortarono in classe, cinguettando, coprendosi le voci con la
parlantina. Mi tiravano per le maniche del maglione.
“Good Morning,” dissi.
“Good Morning,” risposero i bambini.
E siccome era mercoledì, iniziammo i nostri riti del mercoledì.
Purtroppo mancava di nuovo mezza classe, i maschietti, dal
momento che li avevano esonerati dalle lezioni per le prove della
prima comunione. Perciò dovemmo ripassare le lezioni precedenti.
Alla classe successiva insegnai le parole della natura, perciò feci un
po’ di disordine, per questo più tardi la donna delle pulizie me ne
disse di tutti i colori.
“Lei si lascia sempre dietro un porcile. Questa è una scuola, non
un asilo. Che se ne fa di quei sassi sporchi e di quelle alghe?”
In quella scuola era l’unica persona di cui avevo paura, e il suo
tono stridulo, pieno di risentimento, mi faceva impazzire. Le lezioni
mi stancavano, anche fisicamente. Mi trascinai malvolentieri a fare la
spesa e alla posta. Comprai il pane, le patate e altre verdure, in
grandi quantità. Spesi anche un bel po’ per la cambozola, se non
altro per migliorare il mio umore con del formaggio. A volte compro
vari settimanali e quotidiani, ma di solito la loro lettura mi provoca un
imprecisato senso di colpa. Per non aver fatto qualcosa, per aver
dimenticato qualcosa, per non essere all’altezza della situazione,
perché in qualche questione essenziale sono diversa da tutti gli altri.
I giornali avranno sicuramente ragione. Ma a guardare attentamente
il traffico in strada, si può pensare che molta altra gente abbia il mio
stesso problema e che anche loro non abbiano fatto qualche cosa
nella vita.
In città i primi deboli indizi di primavera non erano ancora arrivati,
probabilmente si era accomodata ai margini dell’abitato, negli orticelli
periferici, nei greti dei torrenti, come un tempo gli eserciti nemici.
Dopo l’inverno, sul selciato rimaneva la moltissima sabbia con cui
avevano cosparso i marciapiedi scivolosi e che adesso, al Sole, si
sollevava e sporcava le scarpe primaverili appena tirate fuori dagli
armadi. Le aiuole della città facevano pena. L’erba insozzata dai
bisogni dei cani. Per le strade passava gente ingrigita con gli occhi
socchiusi. Sembravano storditi. Si mettevano in fila ai bancomat per
tirar fuori venti złoty, giusto per il cibo della giornata. Si affrettavano
verso l’ambulatorio perché avevano il numero per le 13.35, oppure
andavano al cimitero a cambiare i fiori di plastica invernali con vere
giunchiglie primaverili.
Mi sentivo profondamente turbata da quel viavai umano. A volte
mi prende una specie di commozione, e penso che abbia un legame
con i miei Disturbi; la mia resistenza si sta indebolendo. Mi fermai
sulla piazza del mercato che è in pendenza e lentamente mi inondò
un potente sentimento di comunanza con i passanti. Ciascuno era
un fratello, ciascuna una sorella. Eravamo così simili. Fragilini,
effimeri, predisposti alla distruzione. Giravamo fiduciosi sotto un
cielo dal quale non c’era da aspettarsi niente di buono per noi.
La primavera è solo un breve interludio, dietro di lei avanzano i
potenti eserciti della morte; già assediano le mura delle città.
Viviamo in uno stato d’assedio. Se osserviamo da vicino ogni
frammento di istante, possiamo soffocare dal terrore. Nei nostri corpi
avanza inarrestabile la decomposizione, in breve ci ammaleremo e
moriremo. I nostri cari ci lasceranno, la loro memoria si disperderà
nel chiasso; non resterà niente. Solo pochi vestiti nell’armadio e
qualcuno in una foto, ormai irriconoscibile. I ricordi più preziosi
svaniranno. Tutto piomberà nelle tenebre e scomparirà.
Vidi su una panchina una ragazza incinta che leggeva il giornale,
e all’improvviso pensai a quanto è beata l’incoscienza. Come si può
sapere tutto questo e non abortire?
I miei occhi ricominciarono a lacrimare, la cosa stava diventando
veramente imbarazzante e problematica. Non riuscivo a trattenere le
lacrime. Alì doveva fare qualcosa.
Il negozio di Buona Novella si trovava in una viuzza laterale vicino
alla piazza del mercato, ci si entrava direttamente dal parcheggio, il
che non era davvero il modo migliore per invogliare i potenziali clienti
di un negozio dell’usato.
Gli avevo dato un’occhiata l’anno prima ad autunno inoltrato. Ero
congelata e affamata. Il buio umido di novembre incombeva sulla
città e la gente era attratta da tutto ciò che era chiaro e caldo.
Dall’ingresso facevano da guida dei tappetini, puliti, colorati, poi si
diramavano tra gli attaccapanni, dove i vestiti erano ordinati secondo
il colore, divertendosi con le sfumature; c’erano profumo di bacchette
d’incenso e un bel tepore, quasi caldo, per via dei grandi termosifoni
industriali sotto le finestre. Un tempo lì c’era la Sartoria Cooperativa
Invalidi, come testimoniava la scritta ancora visibile sulla parete. Un
grande fiore in un angolo, un’enorme tetrastigma che doveva aver
superato da tempo le dimensioni dell’alloggio del suo vecchio
proprietario, stava ritta nell’angolo, e i suoi ramoscelli forti si
arrampicavano lungo le pareti fino alle vetrine. Tutto questo era una
mescolanza di caffetteria socialista, lavanderia a secco e noleggio di
costumi di carnevale. E al centro di tutto, c’era Buona Novella.
L’avevo chiamata proprio così. Il nome per quella ragazza mi era
venuto in mente da solo, irresistibilmente. Al primo sguardo.
Irresistibilmente: splendida parola, potente; quando la usiamo, non
dovremmo spiegare più nulla.
“Vorrei un giubbotto caldo,” dissi intimidita, e la ragazza mi guardò
con intelligenza, con un lampo nei begli occhi neri. Con la testa fece
un cenno per invogliarmi.
Perciò dopo un breve istante continuai: “Che mi riscaldi e mi
protegga dalla pioggia. Che non sia come gli altri giubbotti, grigio o
nero, perché sennò è facile confondersi nei guardaroba. Che abbia
le tasche, tante tasche per le chiavi, le ghiottonerie per i Cani, il
cellulare, i documenti, così non devo neanche portare borsette, che
intralciano le mani e basta.”
Dissi tutto questo rendendomi conto che con una richiesta simile
mi mettevo nelle sue mani.
“Forse ho qualcosa per lei,” replicò Buona Novella e mi guidò in
fondo al locale lungo e stretto come un budello.
Proprio alla fine c’era un attaccapanni rotondo a cui erano appesi
i giubbotti. Allungò il braccio senza pensarci troppo e tirò giù un
bellissimo piumino di tonalità rosso carminio.
“Che gliene pare?” Nei suoi occhi si riflessero le grandi superfici
delle finestre chiare e brillarono di una splendida, nitida luce.
Sì, il giubbotto mi stava da dio. Mi sentii come un Animale a cui
avessero restituito la pelliccia depredata. In una tasca trovai una
conchiglietta e la considerai un piccolo regalo da parte della
proprietaria precedente. L’augurio era: che mi stesse bene.
Comprai in quel negozio anche dei guanti, due paia. Poi volevo
rovistare nella cesta dei cappelli e allora vidi che dentro c’era disteso
un grande Gatto nero. E accanto, tra le sciarpe, ce n’era un altro
uguale, solo più grande. Nel pensiero chiamai quei Gatti Cappello e
Sciarpa, anche se da allora in poi è sempre stato difficile per me
distinguerli veramente. I Gatti Neri della Buona Novella.
Quella piccola, gentile commessa dalla bellezza manciuriana (per
giunta aveva sulla testa un cappello di pelliccetta finta) mi fece un tè
e accostò una sedia al fornello a gas perché mi riscaldassi.
La nostra conoscenza cominciò così.

Quando si guardano certe persone, la gola si stringe e gli occhi si


riempiono di lacrime di commozione. Queste persone danno la
sensazione che in loro ci sia una maggiore memoria della nostra
antica innocenza, come se fossero uno scherzo della natura e la
Caduta non le avesse bastonate fino in fondo. Forse sono dei
messaggeri, come quei servitori che ritrovano il principe sperduto e
inconsapevole della propria origine, gli mostrano la veste che
indossava nel suo paese, e gli ricordano che deve tornare a casa.
Anche lei soffriva di una sua malattia. Molto rara e bizzarra. Non
aveva capelli. Né sopracciglia né ciglia. Mai avuti, era nata così. I
Geni o l’Astrologia. Io naturalmente penso all’Astrologia. Oh sì, l’ho
verificato dopo nel suo Oroscopo: Marte Danneggiato nelle vicinanze
dell’Ascendente, dal lato della dodicesima casa e in opposizione a
Saturno nella sesta (un Marte del genere propizia anche attività
occulte e motivazioni oscure).
Perciò si disegnava con la matita delle bellissime arcate
sopraccigliari, e sulla palpebra dei trattini che mimavano le ciglia;
l’illusione era perfetta. In testa portava sempre turbanti, cappelli, a
volte anche parrucche, oppure si avvolgeva dei foulard. D’estate
guardavo stupefatta i suoi avambracci, del tutto privi di quei peletti
chiari o scuri che tutti noi abbiamo.
Spesso mi domando perché ci piacciano certe persone e non
altre. E sull’argomento ho una mia Teoria. Esiste cioè una forma
idealmente armoniosa verso la quale il nostro corpo tende d’istinto.
Scegliamo negli altri le caratteristiche che potrebbero realizzare
questo ideale. Il fine dell’evoluzione è puramente estetico,
l’adattamento non le interessa proprio. All’evoluzione interessa la
bellezza, il raggiungimento della forma perfetta in ogni
configurazione.
Solo osservando quella ragazza vidi come in realtà la nostra
peluria sia brutta: quelle sopracciglia in mezzo alla fronte, le ciglia, le
setole sulla testa, le ascelle e il pube. A che ci serve questo marchio
stravagante? Penso che in paradiso dovevamo essere tutti privi di
peli. Nudi e lisci.
Diceva che era nata in campagna vicino a Kłodzko, in una
famiglia molto grande. Suo padre beveva ed era morto presto. La
madre si era ammalata, gravemente. Aveva la depressione ed era
finita in ospedale, stordita dalle medicine. Buona Novella si
arrangiava come poteva. Aveva preso il massimo dei voti alla
maturità, ma non era andata all’università perché non aveva soldi e
per giunta accudiva i fratelli. Aveva deciso di guadagnarsi il denaro
per l’università, ma non era riuscita a trovare un lavoro. Alla fine
l’aveva assunta la proprietaria di quella catena dell’usato, ma lo
stipendio era così basso che la ragazza riusciva a malapena a
vivere, e l’università si allontanava sempre più, di anno in anno.
Quando nel negozio non c’era nessuno, leggeva. Conoscevo i suoi
libri, perché li metteva su uno scaffale e li dava in prestito ai clienti.
Tenebrosi racconti dell’orrore, romanzi gotici dalla copertina
sgualcita con l’immagine di un Pipistrello. Un monaco perverso, una
mano staccata dal corpo che ammazza la gente, bare che l’alluvione
spazza via dai cimiteri. Evidentemente la lettura di quelle cose la
rafforzava nella convinzione che non viviamo nel peggiore dei mondi
possibili, e le insegnava l’ottimismo.
Mentre ascoltavo i racconti di Buona Novella sulla sua vita,
cominciai a formulare nella mente tutte quelle domande che iniziano
per: “Perché non…”, dopodiché segue la descrizione di ciò che –
come sembra a noi – si dovrebbe fare in quella situazione. Le mie
labbra cominciavano già a posizionarsi in quello sfacciato “perché”,
quando mi morsi la lingua.
È esattamente quello che fanno le riviste, e per un istante volevo
essere come loro: dire quello che non abbiamo fatto, dove abbiamo
fallito, che cosa abbiamo trascurato, e infine istigarci a provare
disprezzo per noi stessi.
Non dissi nulla. Le storie della vita non sono argomento di
discussione. Si dovrebbero ascoltare attentamente e ricambiare allo
stesso modo. Perciò raccontai anch’io la mia vita a Buona Novella e
la invitai a casa per farle conoscere le Bambine. Ed è quello che
successe.
Andai a sottoporre il suo caso al comune, ma venni a sapere che
non era previsto nessun sussidio per le persone come Buona
Novella. Non c’era nessuna borsa di studio. L’impiegata mi consigliò
un prestito bancario. Il prestito si salda quando si conclude
l’università e si comincia a lavorare. C’erano anche corsi gratuiti di
informatica, per diventare sarta e fioraia. Purtroppo solo per
disoccupati. Perciò si sarebbe dovuta licenziare per poterli
frequentare.
Mi recai anche in banca, dove ricevetti un plico di carte da
compilare. Ma la cosa più importante era una: prima Buona Novella
doveva essere ammessa all’università. E sapevo che alla fine
l’avrebbe spuntata.
Si sta bene in negozio da Buona Novella. È il posto più
accogliente della città. Qui si radunano le madri con i bambini e le
signore anziane dirette al pranzo nella mensa dei pensionati. Ci
vengono il custode del parcheggio e le venditrici infreddolite del
mercato della verdura. Tutti ricevono qualcosa di caldo da bere. Si
potrebbe dire che Buona Novella qui gestisce una caffetteria.
Quel giorno dovevo aspettarla fino a che non avesse chiuso il suo
tempio, e poi, insieme a Dyzio, partire per la Repubblica Ceca a fare
una visita alla libreria che vendeva Blake. Buona Novella stava
sistemando dei foulard. Non parlava molto e, se apriva bocca, lo
faceva a voce bassa, bisognava ascoltarla molto attentamente. Gli
ultimi clienti stavano ancora rovistando tra gli attaccapanni in cerca
di un’occasione. Mi allungai sulla sedia e chiusi beatamente gli
occhi.
“Ha sentito che nei boschi dell’Altipiano, dalle sue parti, sono
comparse le volpi? Bianche e con il pelo folto.”
Mi irrigidii. Dalle mie parti? Aprii gli occhi e vidi il Signore con il
Barboncino.
“A quanto pare quel tizio ricco dal cognome ridicolo ne ha liberate
alcune dal suo allevamento,” diceva in piedi davanti a me con alcune
paia di pantaloni sul braccio. Il suo Barboncino mi guardava con un
sorriso canino, evidentemente mi aveva riconosciuta.
“Wnętrzak?” domandai.
“Ecco, lui,” confermò l’uomo, e poi si rivolse a Buona Novella: “Mi
troverebbe un paio di pantaloni con girovita da ottanta?”
“Non riescono a trovarlo, quel Wnętrzak. È scomparso. Sparito
senza lasciare traccia. Un ago in un pagliaio,” continuò il signore
anziano. “Probabilmente è scappato con l’amante nei paesi caldi. E
siccome era ricco, riuscirà a nascondersi bene. A quanto pare era
coinvolto in non so che frodi.”
Un giovane rapato a zero che aveva chiesto una tuta Nike o
Puma, e ora rovistava tra gli attaccapanni, disse senza quasi aprire
la bocca: “Ma quali frodi, è mafia. Importavano illegalmente pellicce
dalla Russia e le nascondevano vicino al suo allevamento. Non ha
regolato i conti con la mafia russa, allora si è spaventato e ha
tagliato la corda.”
L’argomento mi rendeva inquieta. Cominciavo ad aver paura.
“È un Cane o una Cagnetta il suo Barboncino?” domandai
cortesemente all’anziano signore, cercando disperatamente di
deviare su una strada meno tenebrosa.
“Ah, il mio Maxino? Un cane, naturalmente. È ancora scapolo,” si
mise a ridere. Ma si vedeva che lo interessavano di più i pettegolezzi
locali, perché si rivolse al rapato e continuò: “Aveva un grande
patrimonio. Un albergo sulla strada che esce da Kłodzko. Un
negozio di Delikatessen. Un allevamento di volpi. Un macello e la
produzione di insaccati. Una scuderia di cavalli. E poi c’è tutto quello
che era intestato alla moglie!”
“Ecco qua, ottanta di girovita,” gli porsi un paio di pantaloni grigi in
ottimo stato.
Li guardò con attenzione e si mise gli occhiali per leggere le
istruzioni di lavaggio.
“Oh sì, questi mi piacciono, li prendo. Sa, signora, io preferisco le
cose giuste giuste, aderenti. Mettono in risalto la figura.”
“Vede come sono diverse le persone. Io compro tutto troppo
grande. Mi fa sentire libera,” dissi.

Dyzio portò una bella notizia. Il settimanale locale Terra di


Kłodzko gli aveva proposto la pubblicazione delle traduzioni di Blake
nella rubrica di poesia. Era eccitato e intimidito assieme.
Percorremmo la strada quasi vuota in direzione del confine.
“Prima vorrei tradurre le sue Lettere, e solo dopo tornare alle
poesie. Ma se mi ordinano la poesia… Mio Dio, che cosa posso
dargli? Che cosa gli diamo per cominciare?”
A dire il vero, non riuscivo più a concentrarmi su Blake. Vidi che
avevamo superato i miseri fabbricati del passaggio di frontiera ed
eravamo entrati in Repubblica Ceca. Lì la strada era migliore e l’auto
di Dyzio smise di sobbalzare.
“Dyzio, ma è vera la cosa delle volpi?” gli domandò Buona
Novella dal sedile posteriore. “Che sono scappate dall’allevamento e
girano per il bosco?”
Dyzio confermò.
“È successo qualche giorno fa. All’inizio la Polizia pensava che
prima di sparire avesse venduto a qualcuno tutti gli animali. Ma pare
che le abbia liberate. Strano, vero?”
“Lo stanno cercando?” domandai.
Dyzio rispose che nessuno aveva denunciato la sua scomparsa,
perciò non c’era motivo di cercarlo. Non denuncia la moglie, non
denunciano i figli. Forse si è preso un po’ di ferie. La moglie ha detto
che qualche volta lo faceva. Spariva per una settimana e poi
telefonava dalla Repubblica Dominicana. Finché non lo cercano le
banche, non c’è ragione di preoccuparsi.
“L’uomo è libero e della sua vita può fare ciò che vuole, finché non
si espone con le banche,” perorava Dyzio con una convinzione che
contagiava anche noi. Credo che sarebbe un ottimo addetto stampa
della Polizia.
Dyzio disse pure che la Polizia nutriva dei sospetti riguardo alla
provenienza dei soldi che il Comandante aveva sotto la cintola dei
pantaloni. Era una mazzetta. La Polizia aveva accertato che il
Comandante stava appunto tornando da casa di Wnętrzak. La
Polizia ci mette un sacco di tempo ad accertare cose che sembrano
ovvie.
“E un’altra cosa,” disse alla fine. “Sull’attrezzo con cui
probabilmente hanno ucciso il Comandante, c’erano tracce di
sangue animale.”

Piombammo in libreria all’ultimo momento, poco prima della


chiusura. Il canuto Honza diede a Dyzio i due libri che aveva
ordinato e vidi che le guance di Dyzio arrossirono. Guardò raggiante
Buona Novella e me, e poi sollevò le braccia come se volesse
stringere Honza. Erano vecchie edizioni degli anni settanta, curate in
modo eccellente. Introvabili. Ritornammo tutti in uno stato di
particolare esaltazione e nessuno ricordava più i tenebrosi incidenti.
Dyzio mi prestò per qualche giorno le Lettere scelte, e
immediatamente, appena tornata a casa, aggiunsi legna alla stufa,
mi preparai un tè forte e cominciai a leggere.
Mi piacque particolarmente un frammento, che poi tradussi in
fretta e furia su un sacchetto di carta.
“Credo fermamente che il mio Organismo è in un buono stato”,
scriveva Blake, “però ha molti Malesseri di cui nessuno, a parte me,
è a conoscenza. Quand’ero giovane, molti luoghi mi facevano
sempre ammalare – il Giorno successivo, e a volte due o tre giorni
dopo, con gli stessi precisi Disturbi, con lo stesso Mal di Stomaco.
Sir Francis Bacon era solito parlare della necessità di una Disciplina
cui bisogna sottoporsi nelle Regioni Montane. Sir Francis Bacon è
un bugiardo. Nessun esercizio rende l’Uomo diverso, nemmeno
nella più piccola particella, e una Disciplina del genere io la chiamo
Presunzione e Stupidità.”
Questo mi colpì molto. Leggevo e non riuscivo più a smettere. E
forse andò proprio come l’Autore si sarebbe augurato: tutto quello
che lessi, penetrò nei miei sogni – e per tutta la Notte sognai delle
visioni.
9.
Il grandioso nell’infimo

Quando un’Allodola è ferita all’ala,


Un Cherubino smette di cantare.

La primavera inizia a maggio e la annuncia, senza volerlo, il


Dentista, che porta davanti a casa un antico apparecchio per
trapanare i denti e una poltrona da dentista altrettanto vetusta. La
spolvera con alcune passate di straccio, zaf, zaf, e la libera dalle
ragnatele e dal fieno: i due arnesi hanno svernato nel granaio e sono
stati tirati fuori solo di tanto in tanto, al manifestarsi di una necessità
impellente. D’inverno il Dentista praticamente non lavora; d’inverno
qui non si riesce a fare niente, la gente perde interesse per la propria
salute, inoltre d’inverno è buio, e lui non ci vede bene. Ha bisogno di
una luce chiara, quella di maggio, di giugno, che illumini
direttamente la bocca dei suoi pazienti, reclutati tra gli operai
forestali e gli uomini baffuti che passano le giornate a sporgersi sul
ponticello del villaggio e per questo di loro si dice che siano le
colonne portanti della Mostostal, che costruisce ponti.
Quando il fango di aprile era ormai secco, cominciavo ad
addentrarmi con sempre più audacia nei dintorni, il pretesto era il
mio giro d’ispezione. In quel periodo dell’anno passavo volentieri
dall’Achthozja, il piccolo casale proprio accanto alla cava, dove
abitava il Dentista. E come ogni anno mi imbattevo in uno spettacolo
stupefacente: sulla sgargiante erba verde, sotto il manto del cielo
azzurro, c’era una poltrona da dentista bianca, lacera, e sopra,
semidisteso, giaceva sempre qualcuno con la bocca aperta al Sole.
Su di lui stava chino il Dentista con il trapano in mano. Il suo piede
seguiva un movimento monotono, appena visibile da quella distanza,
spingendo ritmicamente il pedale del trapano. E altre due, tre
persone a distanza di qualche metro, in un silenzio concentrato,
guardavano sorseggiando una birra.
L’occupazione principale del Dentista era togliere i denti che
facevano male. A volte, più raramente, curarli. Faceva anche delle
protesi. Quando non sapevo ancora della sua esistenza, mi
chiedevo spesso che tipo di razza abitasse lì, nei dintorni. Molte
persone avevano una dentatura particolare, come se fossero tutti
della stessa famiglia e avessero gli stessi geni, oppure la stessa
disposizione nell’Oroscopo. Soprattutto i più anziani: i loro denti
erano bislunghi, stretti, di tonalità plumbea. Denti strani. Formulai
anche un’Ipotesi alternativa, infatti avevo sentito dire che sotto
l’Altipiano si trovavano giacimenti profondi di uranio i quali, com’è
noto, conducono a varie Anomalie.
Ormai sapevo che erano le protesi del Dentista, il suo tratto
distintivo, il suo marchio. Come ogni artista, era irripetibile.
Secondo me sarebbe dovuto diventare l’attrazione turistica della
Conca di Kłodzko, se solo fosse stato legale quello che faceva.
Purtroppo anni prima gli era stato vietato l’esercizio della professione
a causa dell’abuso di alcol. È strano che non vietino l’esercizio della
professione a causa della vista debole. Questo Disturbo può essere
molto più dannoso per il paziente. E il Dentista portava delle lenti
forti, una delle quali era incollata con il nastro adesivo.
Quel giorno stava trivellando il dente a un uomo. Era difficile
riconoscere i tratti del suo viso, deformato dal dolore e leggermente
intontito dall’alcol con cui il Dentista anestetizzava i pazienti.
L’orribile suono del trapano perforava il cervello e riportava alla
memoria i ricordi più terrificanti dell’infanzia.
“Come va la vita?” lo salutai.
“Si tira avanti,” disse con un largo sorriso che richiamava subito
alla mente l’antico detto: “Medico, cura te stesso.” “Era un po’ che
non veniva qui. Mi pare che l’ultima volta ci siamo visti quando
cercava qui i suoi…”
“Sì, sì,” lo interruppi, “in inverno non c’era verso di arrivare così
lontano. Prima che riuscissi a sbucare fuori dalla neve era già buio.”
Ritornò al suo trapano, e io mi fermai vicino agli altri ficcanaso a
osservare meditabonda il lavoro del trapano dentro le bocche
umane.
“Ha visto le volpi bianche?” mi chiese uno degli uomini. Aveva un
viso bellissimo. Se la sua vita fosse andata diversamente, avrebbe
interpretato di sicuro la parte di un amante al cinema. Ma ora la sua
bellezza stava scomparendo sotto una rete di rughe e grinze.
“Pare che Wnętrzak le abbia liberate prima di scappare,” disse un
altro.
“Forse aveva dei rimorsi di coscienza,” dissi per riassumere.
“Forse quelle Volpi lo hanno mangiato.”
Il Dentista mi guardò incuriosito. Scosse il capo e immerse il
trapano nel dente. Il povero paziente fece un balzo sulla poltrona.
“Non si può otturare il dente senza tutto quel trapanamento?”
domandai.
Comunque nessuno sembrava particolarmente preoccupato per il
malato.
“Prima Piede Grande, poi il Comandante, adesso Wnętrzak…”
sospirò l’Uomo Bellissimo. “Uno ha paura a uscire di casa. Io tutte le
cose da sbrigare fuori dopo il tramonto le faccio fare alla mia donna.”
“Ma che soluzione intelligente ha trovato,” buttai lì, e poi dissi
lentamente: “Gli Animali si vendicano di loro perché andavano a
caccia.”
“Figuriamoci… Piede Grande non andava a caccia,” mise in
dubbio il Bellissimo.
“Però stanava gli animali,” fece un altro. “La signora Duszejko ha
ragione. E chi era il più grande cacciatore di frodo della zona, se non
lui?”
Il Dentista spalmò su un piattino un po’ di pasta bianca e poi la
inserì con una spatoletta nel dente trapanato.
“Sì, è possibile,” borbottò tra sé e sé. “È veramente possibile, ci
deve pur essere una giustizia. Sì, sì. Gli animali.”
Il paziente gemette penosamente.
“Lei crede nella divina provvidenza?” mi domandò a un tratto il
Dentista, restando immobile sopra il paziente; nella sua voce c’era
un accento di sfida.
Gli uomini ridacchiarono, come se avessero sentito qualcosa di
sconveniente. Dovevo rifletterci su.
“Perché io ci credo,” disse senza aspettare la risposta. Diede una
pacca amichevole sulle spalle del paziente, e quello balzò dalla
poltrona, felice. “Il prossimo.” Dal gruppetto dei ficcanaso se ne
staccò uno e si sedette di malavoglia sulla poltrona.
“Che cosa c’è?” chiese il Dentista.
In risposta quello aprì la bocca e il Dentista guardò dentro. Arretrò
immediatamente, dicendo “O cazzo…”, che probabilmente doveva
essere la valutazione più breve dello stato della dentatura del
paziente. Per un istante controllò con le dita la stabilità dei denti, poi
prese una bottiglia di vodka che stava alle sue spalle.
“Tieni, bevi. Lo tiriamo via.”
L’uomo bofonchiò qualcosa di incomprensibile, assolutamente
afflitto per quell’inatteso verdetto. Prese dalle mani del Dentista un
bicchiere quasi pieno di vodka e lo bevve d’un fiato. Ero sicura che
non avrebbe sentito alcun dolore con quell’anestesia.
Mentre aspettavamo l’effetto dell’alcol, gli uomini cominciarono a
raccontare eccitati della cava che sembrava dovessero riaprire.
Inghiottirà l’Altipiano anno dopo anno, fino a mangiarselo del tutto.
Dovremo sloggiare. Se l’apriranno per davvero, l’insediamento dove
abita il Dentista verrà sgomberato per primo.
“Comunque non credo nella divina provvidenza,” dissi.
“Organizzate un comitato di protesta,” consigliai. “Fate una
dimostrazione.”
“Après nous, le déluge,” disse il Dentista e infilò le dita nella
bocca del paziente pressoché incosciente. Poi, con facilità, senza
sforzo, ne tirò fuori un dente annerito. Sentimmo soltanto un leggero
scricchiolio. Mi sentii venir meno.
“Dovrebbero vendicarsi per tutto questo,” intervenne il Dentista.
“Gli animali dovrebbero spaccare il culo a tutta quella merda.”
“Proprio così. Annientare quello schifo di merda,” proseguii al
volo, e gli uomini mi guardarono con stupore e rispetto.
Ritornai facendo la strada più lunga, era già pomeriggio inoltrato.
Allora sul margine del bosco vidi le Volpi bianche, due. Procedevano
lentamente, l’una dietro l’altra. Il loro biancore sullo sfondo del prato
verde non era di questo mondo. Sembravano la rappresentanza
diplomatica del Regno degli Animali, giunta lì per esaminare la
questione.
All’inizio di maggio fioriva il tarassaco giallo. Nelle annate buone
sbocciava già nel weekend del 1° e del 3 maggio quando, per la
prima volta dopo l’inverno, i proprietari arrivavano nelle loro case.
Nelle annate peggiori, copriva i prati con i suoi punti gialli non prima
del Giorno della Vittoria, l’8 maggio. Io e Dyzio abbiamo ammirato
molte volte quella meraviglia delle meraviglie.
Per Dyzio, purtroppo, quella era l’avvisaglia di tempi difficili; due
settimane più tardi lo assaliva la sua allergia a tutto: dagli occhi gli
colavano le lacrime, gli mancava il fiato e non riusciva a respirare. In
città la cosa era ancora sopportabile, ma quando il venerdì veniva da
me ero costretta a sbarrare porte e finestre perché gli allergeni non
penetrassero nel naso di Dyzio. Nel periodo della fioritura delle
graminacee, in giugno, dovevamo trasferire a casa sua le nostre
sessioni di traduzione.
Dopo un così lungo, sfibrante e sterile inverno, il Sole agiva
pessimamente anche su di me. La mattina non riuscivo a dormire, mi
alzavo all’alba e mi sentivo sempre inquieta. Per tutto l’inverno mi
ero dovuta difendere dal vento che soffiava senza sosta
sull’Altipiano, ora spalancavo finestre e porte perché entrasse in
casa e soffiasse via le inquietudini stantie e ogni Disturbo.
Tutto cominciava ad avvampare, si sentiva sotto l’erba, sotto la
scorza della terra, una vibrazione febbrile, come se di lì a un attimo i
grandi nervi sotterranei, gonfi per lo sforzo, dovessero scoppiare.
Faticavo ad allontanare la sensazione che lì sotto si celasse una
volontà potente, impulsiva, ripugnante come la forza che imponeva
alle Rane di salire l’una sull’altra e di copulare all’infinito nello stagno
di Bietolone.
Non appena il Sole si abbassava sull’orizzonte, cominciava ad
apparire regolarmente una famiglia di Pipistrelli. Arrivavano senza un
fruscio, morbidi, il loro volo mi sembrava sempre umido. Una volta
ne contai dodici, mentre volavano intorno a ogni casa, l’una dopo
l’altra. Mi piacerebbe molto sapere come vedono il mondo i
Pipistrelli; almeno una volta vorrei sorvolare l’Altipiano dentro il loro
corpo. Che aspetto abbiamo noi tutti quaggiù, visti dai loro sensi?
Sembriamo ombre? Fasci di vibrazioni, fonti di rumore?
Verso sera mi sedevo davanti a casa e aspettavo che
comparissero, che arrivassero uno a uno da sopra la casa del
Professore, a fare visita a tutti uno alla volta. Agitavo delicatamente
la mano per dar loro il benvenuto. In fondo avevo molte cose in
comune con loro: anch’io vedevo il mondo da una prospettiva
diversa, alla rovescia. Anch’io preferivo il Crepuscolo. Non ero
adatta a vivere sotto il Sole.
La mia pelle reagiva male ai raggi crudeli e pungenti che nessun
fogliame, nessuna nube morbida leniva. Diventava rossa e irritata.
Come ogni anno, nei primi giorni d’estate cominciarono ad apparire
quelle bollicine piccole, pruriginose. Le curavo con il latte cagliato e
l’unguento per le scottature che mi aveva dato Dyzio. Fu necessario
tirar fuori dall’armadio i cappelli a tesa larga dell’anno prima, che
annodavo sotto il mento con dei nastri perché il vento non me li
strappasse.
Un mercoledì, mentre tornavo da scuola con uno di quei cappelli,
allungai la strada per… non lo so neanche io il perché. Ci sono dei
luoghi che non si ha voglia di visitare, eppure c’è qualcosa che ci
attira verso di essi. È possibile che questo qualcosa sia il Terrore.
Forse per questo anch’io, come Buona Novella, amo i film
dell’orrore.
Come per miracolo quel mercoledì mi trovai nei pressi
dell’allevamento delle Volpi. Stavo andando a casa con la Samurai e
d’improvviso all’incrocio svoltai semplicemente nella direzione
opposta rispetto al solito. Poco dopo terminò la strada asfaltata e
sentii il tremendo fetore che in quel luogo scoraggia chiunque si trovi
a passeggiare nei dintorni. Quell’odore disgustoso era ancora lì,
sebbene la fattoria fosse stata ufficialmente chiusa due settimane
prima.
La Samurai si comportò come se anche lei avesse l’olfatto: si
fermò. Stavo seduta in macchina, paralizzata dal tanfo, e vedevo
davanti a me, a cento metri di distanza, un fabbricato recintato da
una rete alta, una fila di baracche l’una attaccata all’altra. Sulla parte
superiore del recinto correva un triplice filo spinato. Splendeva un
Sole accecante. Ogni filo d’erba gettava un’ombra aguzza, ogni
ramo sembrava un punteruolo. Non si sentiva volare una mosca.
Tesi l’orecchio come se mi aspettassi che da oltre quel muro
potessero giungere grida spaventose, l’eco di ciò che prima
succedeva là dentro. Ma era evidente che non c’era anima viva, né
umana né animale. Con il trascorrere dell’estate tutto sarebbe stato
ricoperto dalla bardana e dall’ortica. Dopo un anno o due la fattoria
sarebbe scomparsa nel verde e al massimo sarebbe diventata un
luogo infestato dai fantasmi. Pensai che ci si poteva fare un museo.
A monito perenne.
Dopo un po’ misi in moto la Samurai e ritornai sulla strada
principale.
Oh sì, io lo so che faccia aveva il proprietario scomparso. Non
molto tempo dopo che mi ero trasferita lì, lo incontrai sul nostro
ponticello. Fu uno strano incontro. Non sapevo ancora chi fosse.
Un pomeriggio stavo tornando con la Samurai dopo aver fatto la
spesa in centro. Davanti al ponte sul nostro torrente vidi un
fuoristrada; si era messo sul ciglio della via come se avesse
improvvisamente desiderato sgranchirsi le ossa: tutte le portiere
erano aperte. Rallentai. Non mi piacciono quelle automobili alte,
potenti, costruite pensando più alla guerra che alle passeggiate nel
grembo della natura. Le loro grandi ruote maciullano le canaline
delle strade campestri e sconquassano i sentieri. I potenti motori
fanno un gran fracasso e producono gas di scarico. Sono convinta
che i loro proprietari abbiano l’uccello piccolo e con le dimensioni
dell’auto compensino quel difetto. Ogni anno protesto con il sindaco
contro i raid di quelle macchine terribili e mando esposti. Ricevo la
laconica risposta che il sindaco esaminerà le mie osservazioni a
tempo debito, e poi cala il silenzio. E adesso ce n’era una lì, proprio
accanto al torrente, all’ingresso della valle, quasi sulla soglia delle
nostre case. Mentre procedevo pian pianino, squadravo
attentamente quell’ospite indesiderato.
Seduta davanti, c’era una donna giovane e bella, e fumava una
sigaretta. Aveva i capelli biondi ossigenati fino alle spalle e un trucco
curato, la cui peculiarità era il contorno delle labbra ripassato con la
matita scura. Era così abbronzata che sembrava appena tolta dalla
griglia. Aveva le gambe che ciondolavano all’esterno, dai piedi nudi
con le unghie rosse un sandalo le era scivolato giù ed era caduto
sull’erba. Mi fermai e mi affacciai dal finestrino.
“Posso essere d’aiuto?” domandai amichevolmente.
Fece cenno di no con la testa, e poi alzò gli occhi al cielo e con il
pollice indicò qualcosa alle sue spalle; nel farlo, sorrise con
complicità. Mi sembrò proprio gentile, anche se non compresi il suo
gesto. Per questo scesi dall’auto. Il fatto che mi avesse risposto con
un gesto, senza parole, mi spinse ad agire in silenzio; mi avvicinai a
lei quasi in punta di piedi. Sollevai le sopracciglia in segno di
domanda. Quella misteriosità mi piaceva.
“Niente, niente,” disse sottovoce. “Sto aspettando… mio marito.”
Suo marito? Lì? Non riuscivo proprio a capire la scena a cui
senza volerlo partecipavo anch’io. Mi guardai attorno con sospetto e
allora lo vidi, il marito. Era uscito dalle fratte. Aveva un aspetto
piuttosto bizzarro, ridicolo. Indossava una specie di uniforme, una
giacca mimetica di colore verde e marrone. Era tutto pieno di
ramoscelli d’abete, dalla testa alle scarpe. Anche il suo casco era
rivestito della stessa stoffa dell’uniforme. La sua faccia era unta di
una patina scura sul cui sfondo brillavano dei baffi bianchi, ben
curati. Non vedevo gli occhi perché li nascondeva un insolito
apparecchio ottico, tipo lo strumento che l’oculista utilizza per
esaminare i difetti della vista, pieno di viti e giunzioni. Invece il petto
largo e la pancia abbondante erano coperti da gamelle, porta
mappe, kit vari e una cartucciera. In mano teneva un fucile con il
cannocchiale; sembrava un’arma di Guerre Stellari.
“Madre santa,” mormorai contro la mia volontà.
Per un istante non riuscii a emettere nessun suono umano,
guardavo quell’essere stravagante, stupefatta e spaventata, finché la
donna lanciò la sigaretta sulla strada e fece con un tono piuttosto
ironico: “Eccolo là.”
L’uomo si avvicinò a noi e si tolse il casco dalla testa.
Credo di non aver mai visto prima un Uomo dall’aspetto così
saturnino. Era di corporatura media, con la fronte ampia e le
sopracciglia cespugliose. Leggermente curvo, teneva i piedi rivolti
verso l’interno. Non riuscivo a resistere alla sensazione che fosse
avvezzo alla sregolatezza e che nella vita lo guidasse una cosa sola:
la realizzazione coerente dei propri desideri, a qualsiasi costo. Era
lui l’Uomo più ricco della zona.
Ebbi l’impressione che fosse contento di essere visto con
quell’abbigliamento da qualcun altro, oltre alla moglie. Era fiero di sé.
Mi salutò con un gesto della mano, ma subito dopo prese a ignorare
la mia esistenza. Si rimise il casco e i bizzarri occhiali e guardò
verso il confine. Compresi tutto subito e sentii il colpo dell’Ira.
“Dai, andiamo,” disse sua moglie spazientita, come se parlasse a
un bambino. È possibile che avesse sentito le vibrazioni irose che
emanavo.
Per un istante finse di non aver sentito, ma subito dopo si accostò
all’automobile, si tolse dalla testa tutta quell’apparecchiatura e ripose
il fucile.
“Che ci fa lei qui?” gli domandai, perché non mi venne in mente
nient’altro.
“E lei?” buttò lì senza guardarmi.
Sua moglie si rimise il sandalo e si piazzò al posto di guida.
“Io abito qui,” risposi freddamente.
“Ah, lei è quella dei due cani… Le abbiamo già detto che deve
tenerli vicino a casa.”
“Stanno su un terreno privato…” cominciai, ma mi interruppe. Il
bianco dei suoi occhi luccicò malefico sulla faccia unta.
“Per noi non ci sono terreni privati, signora.”
Questo era accaduto due anni prima, quando ancora tutto mi
sembrava più facile. Avevo scordato quell’incontro con Wnętrzak.
Che me ne fregava. Ma poi all’improvviso un pianeta in corsa folle
oltrepassò un punto invisibile e si compì il cambiamento, uno di
quelli di cui noi quaggiù non siamo nemmeno consapevoli. Forse
soltanto minuscoli segni ci rivelano quell’evento cosmico, ma non
notiamo nemmeno questi. Qualcuno ha pestato un ramoscello sul
sentiero, nel congelatore si è spaccata la birra che abbiamo
dimenticato di tirar fuori in tempo, dal cespuglio di rosa canina sono
caduti due frutti rossi. Come facciamo a comprendere tutto questo?
È chiaro che il grandioso è contenuto nell’infimo. Non c’è dubbio,
cari signori. Sul tavolo, mentre scrivo queste parole, giace la
configurazione planetaria, e addirittura il Cosmo intero. Un
termometro, una moneta, un cucchiaio di alluminio e una tazza di
ceramica di Faenza. Le chiavi, il cellulare, la carta e la biro. E un mio
capello bianco, nei cui atomi è conservata la memoria del principio
della vita, della Catastrofe cosmica che ha dato inizio al mondo.
10.
Il Cucujus haematodes

Non uccidere la Farfalla e la Falena,


Perché il Giorno del Giudizio s’avvicina.

All’inizio di giugno, quando le case, almeno nei weekend, erano


ormai abitate, continuavo a prendere i miei doveri con estrema
serietà. Per esempio salivo almeno una volta al giorno sulla collina e
con il cannocchiale conducevo le mie osservazioni sul territorio.
Naturalmente prima guardavo le case. In un certo senso sono anche
loro creature viventi che convivono in esemplare simbiosi con
l’Uomo. Il mio cuore gioiva, perché da esse si capiva con chiarezza
che i loro simbionti erano tornati. Avevano riempito gli interni vuoti
con il viavai, con il calore dei corpi, con i pensieri. Le loro mani
minute riparavano tutte le piccole ferite e i guasti dell’inverno,
asciugavano le pareti umide, pulivano le finestre e aggiustavano gli
sciacquoni. E le case sembravano essersi ridestate dal sonno
profondo in cui la materia si immerge, quando non la si mette in
allarme. Avevano già portato nei cortili tavolini e sedie di plastica,
avevano aperto le imposte di legno, finalmente negli interni poteva
penetrare il Sole. Nei weekend dai camini si alzava il fumo. Sempre
più spesso arrivavano il Professore e la moglie, e sempre in
compagnia di amici. Passeggiavano per la strada, non si
addentravano mai per le capezzagne. Dopo pranzo facevano la loro
camminata quotidiana fino alla cappella e ritorno, fermandosi per
strada, discutendo animatamente. A volte, quando il vento veniva
dalla loro parte, mi arrivavano singole parole: Canaletto, chiaroscuro,
tenebrismo.
Ogni venerdì cominciarono a farsi vedere anche i Pozzari. Come
se si fossero messi d’accordo, si diedero a strappare le piante che
fino ad allora crescevano attorno alla casa per piantarne delle altre
che avevano comprato al negozio. Era difficile indovinare quale
logica seguissero. Perché non piacesse loro il sambuco e al suo
posto preferissero la wisteria. Una volta gli dissi alzandomi in punta
di piedi per vederli da sopra la possente recinzione, che
probabilmente la wisteria non avrebbe retto alle gelate di febbraio,
ma loro sorridendo facevano dei cenni con la testa e proseguivano.
Tagliarono una bellissima rosa canina ed eliminarono gli arbusti di
timo. Costruirono davanti alla casa un fantasioso monticciolo di
pietre e lo circondarono di conifere, come avevano detto: tuia, mugo,
cipressini e abeti. Senza alcun senso, secondo me.
Per periodi più lunghi arrivava la Cinerea e la vedevo camminare
tra le capezzagne a passo lento, rigida come un bastone. Una sera
andai da lei con le chiavi e le bollette. Mi offrì un infuso d’erbe. Lo
bevvi per cortesia. Quando finimmo di fare i conti, azzardai una
domanda: “Se per caso volessi scrivere le mie memorie, come
dovrei fare?” dissi piuttosto imbarazzata.
“Bisogna sedersi a tavolino e costringersi a scrivere. Viene da sé.
Non ci si deve censurare. Bisogna scrivere tutto quello che ci viene
in testa.”
Strano consiglio. Io non vorrei scrivere “tutto”. Vorrei scrivere solo
quello che mi sembra buono e utile. Pensavo che mi avrebbe detto
ancora qualcosa, ma stava zitta. Mi sentii delusa.
“Delusa?” mi domandò allora, come se mi avesse letto nel
pensiero.
“Sì.”
“Quando non si può parlare, allora bisogna scrivere,” disse. “Aiuta
molto,” aggiunse e tacque. Il vento era aumentato e ora vedevamo
dalle finestre gli alberi che dondolavano in sincronia con il ritmo di
una musica che non si sentiva, come il pubblico a un concerto in un
anfiteatro. Uno spiffero in alto, chissà dove, fece sbattere una porta.
Come se qualcuno avesse sparato. La Cinerea sussultò.
“Questi rumori mi mettono in agitazione, è come se qui tutto fosse
vivo!”
“Il vento fa sempre rumore. Io mi ci sono abituata,” dissi.
Le chiesi che libri scrivesse. Libri dell’orrore, rispose. Questo mi
rallegrò. Dovevo assolutamente presentarla a Buona Novella, di
sicuro avrebbero avuto molte cose da raccontarsi. Sono due anelli
della stessa catena. Chi è in grado di scrivere cose del genere,
dev’essere una Persona coraggiosa.
“E alla fine il male deve essere sempre punito?” domandai.
“Io non ci bado. Non bado alla punizione. Semplicemente mi
piace scrivere cose che spaventano. Forse perché sono una fifona.
Mi fa bene.”
“Che cosa le è successo?” domandai incoraggiata dal Crepuscolo
che scendeva, e indicai con il dito il collare ortopedico che
indossava.
“Degenerazione delle vertebre cervicali,” disse come se mi stesse
informando del guasto di un elettrodomestico. “Evidentemente ho la
testa troppo pesante. È questa la sensazione che ho. La testa troppo
pesante. Le vertebre non reggono il peso e crac, crac, degenerano.”
Sorrise e mi versò ancora quel tè orribile.
“Qui non si sente sola?” domandò.
“Qualche volta.”
“La ammiro. Vorrei essere come lei. Lei è molto brava.”
“Oh, non sono affatto brava. Meno male che qui ho qualcosa di
cui occuparmi.”
“Anch’io mi sento a disagio qui senza Agata. In questo posto il
mondo è così grande, così impossibile da circoscrivere,” mi guardò e
per alcuni secondi mi controllò con lo sguardo. “Agata è mia moglie.”
Sbattei le palpebre. Non avevo mai sentito una donna dire di
un’altra “mia moglie”. Però mi piacque.
“La stupisce, vero?”
Ci pensai su un istante.
“Anch’io potrei avere una moglie,” dissi con convinzione. “Si vive
meglio con qualcuno piuttosto che in solitudine. È più facile
camminare insieme che da soli.”
Non rispose. Era difficile chiacchierare con lei. Alla fine le chiesi in
prestito un suo libro. Il più spaventoso. Mi promise che avrebbe detto
ad Agata di portarlo. Il Crepuscolo scendeva, e lei non accendeva la
luce. Quando sprofondammo entrambe nel buio, la salutai e tornai a
casa.

*
Ora, tranquilla perché le case erano tornate sotto la tutela dei loro
proprietari, mi spingevo con piacere sempre più lontano, e queste
spedizioni continuavo a chiamarle giri d’ispezione. Allargavo i miei
possedimenti come una Lupa solitaria. Con sollievo mi lasciavo alle
spalle la vista delle case e la strada. Entravo nel bosco e potevo
vagabondare senza fine. Il silenzio aumentava, il bosco diventava
una profondità immensa, accogliente, dove ci si poteva rifugiare.
Cullava i miei pensieri. Allora non dovevo nascondere il più
imbarazzante dei miei Disturbi: il pianto. Lì le lacrime potevano
scorrere ripulendo gli occhi e migliorando la vista. Forse per questo
vedevo più di quanto vedevano quelli con gli occhi asciutti.
Dapprima notai l’assenza delle Cerve: erano scomparse. O forse
l’erba era così alta da coprire i loro perfetti dorsi rossastri?
Comunque ciò significava che le Cerve avevano già cominciato a
figliare.
Nello stesso giorno in cui per la prima volta m’imbattei in una
Fanciulla con il suo piccolo, un bellissimo Cerbiatto maculato, nel
bosco vidi un Uomo. Da piuttosto vicino, anche se lui non mi vide.
Portava uno zaino, verde con l’intelaiatura esterna, come quelli degli
anni settanta, perciò pensai che quell’Uomo dovesse avere
all’incirca la mia età. E infatti, a dire il vero, il suo aspetto era quello
di un vecchio. Era calvo, e la sua faccia era ricoperta di setoloso
pelo grigio, tagliato corto, probabilmente con una di quelle
macchinette tosatrici cinesi economiche che si comprano nei mercati
di piazza. I jeans sbiaditi troppo grandi erano bizzarramente gonfi
sulle natiche.
Quell’Uomo procedeva sulla strada lungo il bosco, con prudenza,
guardando dove metteva i piedi. Probabilmente per questo mi ero
potuta avvicinare tanto. Quando giunse al crocicchio dove si
depositavano i tronchi degli abeti tagliati, si tolse lo zaino, lo
appoggiò a un albero, ed entrò nel bosco. Il cannocchiale mi
mostrava un’immagine tremolante, non molto a fuoco, perciò potevo
solo intuire che cosa stesse facendo. Cioè si piegava verso il
sottobosco, rovistava nello strame. Si poteva pensare che fosse un
fungaiolo, solo che per i funghi era troppo presto. Lo guardai per
un’oretta. Si era seduto sull’erba, mangiava panini e scriveva
qualcosa su un quaderno. Restò disteso supino per una mezz’ora
con le mani intrecciate sotto la testa, guardando il cielo. Poi prese lo
zaino e scomparve nel verde.

Dalla scuola telefonai a Dyzio con questa notizia: uno sconosciuto


gironzolava per il bosco. Gli dissi anche che cosa diceva la gente nel
negozio di Buona Novella. Diceva cioè che il Comandante era
coinvolto nel trasporto di terroristi oltre confine. Avevano catturato
degli elementi sospetti non lontano da lì. Ma Dyzio accoglieva
queste rivelazioni con un certo scetticismo. E non si lasciò
convincere che forse era qualcuno che girava nel bosco per
cancellare eventuali tracce. Magari là erano nascoste delle armi?
“Non voglio deluderti, ma molto probabilmente l’indagine verrà
archiviata, perché non hanno trovato niente che possa gettare nuova
luce sulla faccenda.”
“Ma come? E le impronte degli Animali tutto intorno? Sono state
le Cerve a spingerlo dentro il pozzo.”
Rimanemmo in silenzio, e poi Dyzio domandò: “Perché racconti a
tutti di quegli Animali? Tanto nessuno ti crede e ti prendono un po’
per una… una…” Si bloccò.
“Una fuori di testa, giusto?” gli andai in soccorso.
“Giusto. Perché vai in giro a raccontarlo? Lo sai anche tu che non
è possibile,” disse Dyzio e pensai che in effetti fosse il caso di
spiegarglielo con chiarezza.
Mi irritai. Ma dopo, quando suonò la campanella della lezione,
aggiunsi velocemente: “Bisogna dire alla gente quello che deve
pensare. Non ho altre vie d’uscita. Altrimenti lo farà qualcun altro.”

Non riuscii a dormire bene quella Notte, sapendo che uno


sconosciuto si aggirava così vicino a casa mia. Ma anche la notizia
di un’eventuale chiusura dell’indagine destava in me un’inquietudine
stancante, sgradevole. Ma come “archiviare”? Così, subito? Senza
verificare tutte le possibilità? E le impronte? Le hanno prese in
considerazione? In fondo è morto un Uomo. Ma come “archiviare”,
accidenti a loro?
Per la prima volta da quando abitavo lì chiusi porte e finestre.
L’aria diventò subito viziata. Non riuscivo a prendere sonno. Era
l’inizio di giugno, perciò le Notti erano già tiepide e odorose. Mi
sentivo come se mi avessero rinchiusa viva nella stanza della
caldaia. Origliavo i passi attorno alla casa, analizzavo i fruscii,
balzavo a ogni scricchiolio di ramo. La Notte ingigantiva i suoni più
flebili, li trasformava in grugniti, gemiti, voci. Probabilmente ero
terrorizzata. Per la prima volta da quando abitavo lì.
La mattina del giorno dopo vidi lo stesso Uomo con lo zaino,
stava davanti a casa mia. Dapprima mi irrigidii per la paura e stavo
già per allungare la mano verso il ripostiglio dove tenevo lo spray per
l’autodifesa.
“Buongiorno. Scusi se la disturbo,” disse con una voce baritonale
che fece vibrare l’aria. “Vorrei comprare una bottiglia di latte.”
“Di Latte?” mi stupii. “Di Latte non ne ho, ce l’ho soltanto di Vetro,
le va bene?”
Rimase deluso.
Ora, di giorno, mi sembrò assolutamente simpatico. Non dovevo
usare il mio spray. Aveva una camicia bianca accollata di lino, come
si portava ai bei vecchi tempi. Visto da vicino, non era affatto calvo.
Un po’ di capelli gli erano rimasti ancora sulla nuca e con quelli si
faceva un piccolo codino sottile simile a un legaccio alquanto sporco.
“E il pane lo cuoce lei?”
“No,” risposi stupita. “Anche quello lo compro nel negozio giù.”
“Ah. Bene, va bene lo stesso.”
Stavo già andando in cucina, ma mi voltai per informarlo: “Ieri l’ho
vista. Ha dormito nel bosco?”
“Sì, ho dormito nel bosco. Posso sedermi qui? Mi fanno un po’
male le ossa.”
Sembrava distratto. La camicia sulla schiena era tutta verde di
erba. Doveva essere rotolato fuori dal sacco a pelo. Ridacchiai fra
me e me.
“Beve un caffè?”
Agitò con forza la mano.
“Non bevo caffè.”
Evidentemente non era intelligente. Se lo fosse stato, avrebbe
capito che non alludevo alle sue simpatie o antipatie culinarie.
“Magari un po’ di dolce,” indicai il tavolo che negli ultimi tempi io e
Dyzio avevamo portato fuori. Sopra c’era la schiacciata al rabarbaro
che avevo preparato due giorni prima e che avevo quasi finito.
“Potrei usare il bagno?” domandò con un tono tale che sembrava
stessimo contrattando.
“Certamente,” gli cedetti il passo e lo feci entrare.

Bevve il caffè e mangiò la schiacciata. Si chiamava Borys


Sznajder, ma pronunciava il suo nome in modo buffo, strascicato:
Booroos. E da allora per me rimase Boros. Aveva l’accento morbido
dell’Est e, come mai ce l’avesse, lo scoprii dalle frasi successive. Era
originario di Białystok.
“Sono un entomologo,” disse con la bocca piena di dolce. “Mi
occupo di un coleottero relitto, raro e bellissimo. Lo sa che lei abita
in un luogo che è la zona più meridionale d’Europa in cui risieda il
Cucujus haematodes?”
Non me n’ero mai resa conto. A essere sinceri me ne rallegrai,
perché era come se fosse arrivato un nuovo membro della famiglia.
“E che aspetto ha?” domandai.
Boros prese un consunto tascapane di pezza e ne tirò fuori con
prudenza una scatolina di plastica. Me la mise sotto il naso:
“Questo.”
Dentro la scatolina trasparente giaceva uno Scarabeo morto, lo
definirei così: Scarabeo. Non grande, marrone, mediocre, direi.
Avevo visto degli Scarabei bellissimi. Quello non aveva niente di
eccezionale.
“Perché è morto?” domandai.
“La prego, non pensi che io appartenga a quei dilettanti che
ammazzano gli insetti e li trasformano in esemplari da esposizione.
L’ho trovato morto.”
Squadrai Boros cercando di capire quale fosse la sua malattia.
Frugava nei ceppi morti, quelli che si tarlavano naturalmente e
quelli tagliati, e cercava le larve di Cucujus. Le contava. Inventariava
le larve e scriveva i risultati su un quaderno dal titolo: “Diffusione nei
Boschi della Contea di Kłodzko di alcuni tipi di coleotteri saproxilici
presenti negli elenchi degli allegati II e IV della Direttiva Habitat
dell’Unione Europea, nonché proposte per la loro tutela. Progetto.”
Lessi il titolo con molta precisione, il che mi dispensò dalla necessità
di guardarci dentro.
Boros mi esortò a fare mente locale sul fatto che il Corpo
Forestale dello stato ignora completamente che l’articolo 12 della
Direttiva obbliga gli stati membri a istituire un regime di rigorosa
tutela nei siti di riproduzione e a prevenire la loro distruzione. È
permesso però trasportare fuori dai boschi gli alberi in cui gli Insetti
depongono le uova e nei quali successivamente si schiudono le
larve. Le larve vanno a finire nelle segherie e nelle aziende per la
lavorazione del legno. Non ne resta traccia. Muoiono e nessuno
nemmeno se ne accorge. Perciò è come se non ci fossero colpevoli.
“Qui in questo bosco ogni ceppo è pieno di larve di Cucujus,”
disse. “Durante il taglio del bosco una parte dei rami viene bruciata.
Buttano nel fuoco rami pieni di larve.”
Pensai allora che ogni morte inflitta ingiustamente dev’essere
resa pubblica. Anche quella di un insetto. Una morte di cui nessuno
si accorge è un duplice scandalo. E mi piacque quello che faceva
Boros. Oh sì, mi convinse, ero completamente dalla sua parte.
Dovevo comunque fare il mio giro d’ispezione, perciò decisi di
unire l’interessante all’utile e andai con Boros nel bosco. Grazie a lui
i ceppi acconsentirono a svelare ai miei occhi i loro misteri. Comuni
tronchi d’albero si rivelarono regni di Creature che scavavano
corridoi, celle, passaggi e lì deponevano le loro preziose uova. Forse
le larve non erano bellissime, ma mi commuoveva la loro fiducia:
affidavano la vita agli alberi, senza supporre che quelle enormi
Creature immobili in realtà fossero fragili e per di più del tutto
soggette all’arbitrio degli uomini. Era difficile immaginare che le larve
morissero nel fuoco. Boros sollevava lo strame e mi mostrava altri
tipi di Insetti rari e meno rari: l’Osmoderma eremita, l’Orologio della
morte – chi mai avrebbe pensato che lì, sotto la corteccia staccata,
ci fosse il Carabus auronitens – ah, allora è così che si chiama; l’ho
visto tante volte e per me era sempre un anonimo luccicante.
L’Hister impressus, bellissimo come una goccia di mercurio. Il
Dorcus parallelepipedus. Che nome curioso. Bisognerebbe dare ai
bambini i nomi degli Insetti. E degli Uccelli, e degli altri Animali.
Aesalus Scarabaeoides. Aesalus Kowalski. Drosofila Nowak. Corvus
Duszejko. Sono solo alcuni dei nomi che mi sono rimasti in mente.
Le mani di Boros facevano magie, tracciavano segni misteriosi ed
ecco che comparivano un Insetto, una larva, uova a grappolo. Gli
chiesi quali fossero utili, e questa domanda indignò molto Boros.
“Dal punto di vista della natura non ci sono creature utili e inutili. È
solo una differenziazione poco intelligente adottata dagli uomini.”
Venne la sera, dopo il Crepuscolo, perché lo avevo invitato a
pernottare da me. Dal momento che non aveva dove dormire… Gli
preparai il letto nella saletta di ricreazione, ma prima rimanemmo
ancora un po’ seduti. Avevo tirato fuori la mezza bottiglia di liquore
che mi era rimasta dai tempi della visita di Bietolone. Dapprima
Boros mi raccontò tutte le porcate e gli abusi possibili e immaginabili
del Corpo Forestale, ma poi si rilassò un pochino. Facevo fatica a
capirlo, perché come si può avere un rapporto tanto emozionale con
una cosa che si chiama Corpo Forestale? L’unica persona che
associavo a quell’ente era il guardaboschi Occhio di Lupo. Lo avevo
chiamato così, considerato che le sue pupille sembravano oblunghe.
A parte ciò era un Uomo a posto.
E così Boros si piazzò in casa mia per un bel po’ di giorni.
Quotidianamente, ogni sera, annunciava che il giorno dopo
sarebbero venuti a prenderlo i suoi studenti o i volontari dell’Azione
Contro il C.F., ma poi, quotidianamente, saltava fuori che si era rotta
la macchina, che erano dovuti andare altrove per una questione
importante, che durante il viaggio si erano fermati a Varsavia, che
addirittura una volta avevano perso la borsa con i documenti. E così
via. Cominciai a temere che Boros sarebbe rimasto annidato in casa
mia come la larva di Cucujus nel ceppo d’abete e che solo il Corpo
Forestale sarebbe stato in grado di stanarlo. Anche se vedevo che si
sforzava di non causare problemi, e mi era anche d’aiuto. Per
esempio metteva in ordine il bagno con molta precisione e
dedizione.
Nello zaino aveva un piccolo laboratorio, una scatola con fiale e
bottigline, e là dentro, diceva, delle Sostanze chimiche sintetiche, ma
del tutto simili ai naturali feromoni d’insetto. Lui e i suoi studenti
sperimentavano con quelle sostanze chimiche fortemente attive il
modo di stimolare gli Insetti a moltiplicarsi altrove.
“Se cospargi con questa un pezzo di albero, le femmine dei
coleotteri si dirigeranno lì per deporre le uova. Arriveranno a quel
ceppo da tutta la zona, lo sentiranno a distanza di molti chilometri.
Bastano poche gocce.”
“Perché le persone non hanno questo odore?” domandai.
“E chi ti ha detto che non ce l’hanno?”
“Non sento niente.”
“Forse non sai di sentirlo, mia cara, e nella tua superbia umana
continui a credere nel tuo libero arbitrio.”
La presenza di Boros mi fece ricordare come si sta quando si vive
con qualcuno. E com’è vincolante. Come distoglie dai propri pensieri
e distrae. Come l’altra Persona comincia a infastidirci non tanto
perché faccia qualcosa che dà ai nervi, quanto per il semplice fatto
che c’è. E quando la mattina presto usciva diretto al bosco,
benedicevo la mia splendida solitudine. Com’è possibile, pensavo,
che le persone vivano insieme per decenni in uno spazio ristretto?
Che dormano nello stesso letto alitandosi addosso e spingendosi
senza volerlo durante il sonno? Non dico che non sia successo
anche a me. Per un certo periodo ho dormito con un Cattolico nello
stesso letto e non ne è venuto fuori niente di buono.
11.
Il canto dei Pipistrelli

Un Pettirosso chiuso in Gabbia,


Scatena dal Cielo la Rabbia.

Alla Polizia
Mi trovo costretta a scrivere questa lettera, poiché mi preoccupa
la mancanza di progressi da parte della Polizia locale nell’indagine
riguardante la morte del mio vicino di casa nel gennaio di
quest’anno, nonché la morte del Comandante un mese e mezzo più
tardi.
I due tristi eventi sono avvenuti nelle vicinanze di casa mia, perciò
non vi stupirà il fatto che personalmente ne sia Turbata e Allarmata.
Ritengo che molte prove concrete stiano a indicare che entrambi
sono stati Assassinati.
Non mi spingerei mai ad affermazioni tanto arrischiate, se non
fosse per il fatto (e capisco che per la Polizia i fatti sono come i
mattoni per la casa, o le cellule per l’organismo: costruiscono l’intero
sistema) che insieme ai miei Amici sono stata testimone non tanto
della morte in sé, quanto della situazione creatasi dopo la morte,
prima ancora che arrivasse la Pleno Titulo Polizia. La prima volta è
stato mio co-testimone il vicino di casa Świerszczyński, nel secondo
il mio vecchio allievo Dionizy.
La mia convinzione che i Defunti siano caduti vittima di un
Assassinio si fonda su due ordini di osservazioni.

Primo: sul luogo del Delitto in entrambi i casi si trovavano degli


Animali. Nel primo caso vicino all’abitazione di Piede Grande
abbiamo visto entrambi, io e il testimone Świerszczyński, un gruppo
di Cerve (mentre una loro compagna si trovava già squartata nella
cucina della vittima). Per quanto invece concerne il caso del
Comandante, i testimoni, sottoscritta compresa, hanno visto un
incalcolabile numero di impronte di zoccoli di Cerve sulla neve
intorno al pozzo, dove è stato rinvenuto il suo corpo. Purtroppo il
clima sfavorevole alla P.T. Polizia ha causato la rapida distruzione di
quelle prove così importanti e peculiari, che ci indirizzano agli autori
dei due delitti.

Secondo: ho deciso di esaminare alcune informazioni molto


significative che possiamo ottenere dai cosmogrammi (chiamati
comunemente Oroscopi) delle vittime, e sia nell’uno che nell’altro
caso appare ovvio che possano essere state attaccate con esito
mortale dagli Animali. Si tratta di una disposizione dei pianeti molto
rara, perciò la sottopongo con ancor maggiore convinzione
all’attenzione della P.T. Polizia. Mi permetto di allegare entrambi gli
Oroscopi, contando sul fatto che l’Astrologo della Polizia li consulti e
di conseguenza sostenga la mia Ipotesi.

I miei ossequi
Duszejko

Nel terzo o quarto giorno di permanenza di Boros, Bietolone


ciabattò fino a casa mia, il che andava considerato come un ulteriore
evento, dal momento che non veniva mai a farmi visita. Ebbi
l’impressione che fosse piuttosto preoccupato dalla presenza di un
estraneo in casa mia e che fosse venuto in avanscoperta.
Camminava mezzo curvo, con la mano appoggiata ai lombi e una
smorfia di dolore. Si sedette con un sospiro.
“Colpo della strega,” disse a mo’ di saluto.
Saltò fuori che aveva appena sciolto la malta nei secchi ed era sul
punto di versarla per costruire dal lato del cortile un nuovo accesso
asciutto alla casa, e quando si era chinato per prendere il secchio
qualcosa gli aveva fatto crac nella colonna vertebrale. Perciò era
rimasto in quella scomoda posizione con il braccio teso verso il
secchio, perché il dolore non gli permetteva di raddrizzarsi neanche
di un millimetro. Solo adesso gli era un po’ passato, perciò era
venuto a chiedermi aiuto perché sapeva bene che m’intendo di ogni
tipo di costruzione, e l’anno prima mi aveva visto con i suoi occhi
mentre facevo un impasto simile con la malta. Lanciò
un’occhiataccia a Boros, uno sguardo molto critico, soprattutto al suo
codino, che di sicuro gli sembrava una semplice stravaganza.
Feci le presentazioni. Bietolone allungò la mano con visibile
titubanza.
“È pericoloso girare nei dintorni, perché qua succedono cose
strane,” disse minaccioso, ma Boros ignorò l’avvertimento.
Andammo dunque a salvare la malta prima che indurisse dentro i
secchi. Io e Boros lavoravamo, Bietolone invece si era seduto su
una seggiola e ci dava indicazioni che travestiva da consigli,
cominciando sempre con le parole: “Vi consiglierei…”
“Vi consiglierei di versarla un poco alla volta, un po’ qua e un po’
là, e di aggiungerne quando è a livello. Vi consiglierei di aspettare un
momento finché non si schiarisce. Vi consiglierei di non intralciarvi,
sennò si fa confusione.”
Era una cosa piuttosto fastidiosa. Ma poi, dopo il lavoro, ci
sedemmo nella macchia calda di Sole davanti a casa sua, dove le
peonie si accingevano lentamente a fiorire, e il mondo intero pareva
rivestito di una sottilissima doratura.
“Che cosa facevate nella vita?” domandò improvvisamente Boros.
Questa domanda fu posta così di sorpresa che, in un istante, mi
feci prendere dai ricordi. Cominciarono a fluire davanti ai miei occhi
e, come accade con i ricordi, tutto in essi mi sembrava migliore, più
bello, più felice che nella realtà. Strano, ma tacemmo.
Per quelli della mia età non ci sono più i posti che abbiamo amato
veramente e ai quali siamo appartenuti. Hanno cessato di esistere i
luoghi dell’infanzia e della giovinezza, i paesini di campagna dove si
andava in vacanza, i parchi con le panchine scomode dove
sbocciavano i primi amori, le città, i caffè, le case di un tempo. E se
si è conservata la loro forma esteriore si sta ancora più male, perché
è simile a un guscio che non contiene più nulla. Non ho un posto
dove tornare. È come uno stato di prigionia. Le pareti della cella
sono l’orizzonte di quello che vedo. Al di là di esse esiste un mondo
che mi è estraneo e che non mi appartiene. Perciò per quelli come
me è possibile solo il qui e ora, perché ogni dopo è in dubbio, ogni
futuro è appena abbozzato e incerto, simile a un miraggio che può
essere distrutto dal più piccolo movimento d’aria. Avevo questi
pensieri, mentre stavamo seduti in silenzio. Era meglio di una
conversazione. Non ho idea a cosa pensassero i due uomini. Forse
alla stessa cosa.

Comunque decidemmo di vederci la sera e bevemmo un po’ di


vino in tre. Riuscimmo anche a cantare insieme. Cominciammo con
Oggi da te venir non posso, ma timidamente e a bassa voce, come
se al di là delle finestre aperte sul frutteto stessero in agguato le
grandi orecchie della Notte, pronte a origliare ogni nostro pensiero,
ogni parola, anche quelle della canzone, e a sottoporle all’esame di
un tribunale supremo.
Solo Boros non ci badava. È comprensibile, non era a casa
propria, e le esibizioni degli ospiti d’onore sono sempre le più pazze.
Si piegò all’indietro sulla sedia e fingendo di suonare la chitarra
cominciò a cantare a occhi chiusi:

Deriiiis e aaaus in Niuuuu Orliiiin,


Dei coool de Raaaizin Saaan…

E noi, come per effetto di una magia, afferrammo al volo la


melodia e le parole e guardandoci l’un l’altro, stupiti da
quell’improvvisa intesa, ci mettemmo a cantare tutti insieme.
Saltò fuori che conoscevamo le parole più o meno fino a Oh
mother, tell your children, il che attestava la nostra buona memoria.
A quel punto cominciammo a bofonchiare, fingendo di sapere che
cosa stessimo cantando. Ma non lo sapevamo. Scoppiammo a
ridere. Oh, è stato bellissimo, commovente. Dopo siamo rimasti in
silenzio, tentando di ricordare altre canzoni. Non so agli altri cantanti,
ma a me era uscito di mente tutto il repertorio. Allora Boros andò
nella stanza e portò una bustina di plastica da cui tirò fuori un pizzico
di erba secca, e cominciò a rollare una sigaretta.
“Dio santo, sono vent’anni che non fumo,” disse a un tratto
Bietolone e i suoi occhi luccicarono veramente, e io lo guardai con
stupore.
Era una Notte molto chiara. Il plenilunio di giugno si chiama
plenilunio della Luna azzurra, perché la Luna assume una bellissima
sfumatura azzurra. Secondo le mie Efemeridi questa Notte dura
soltanto cinque ore.
Stavamo seduti nel frutteto sotto il vecchio melo, sul quale le mele
stavano già allegando. Il frutteto profumava e frusciava. Avevo perso
la cognizione del tempo e ogni pausa tra le frasi pronunciate mi
sembrava interminabile. Davanti a noi si era aperta un’infinità di
tempo. Abbiamo chiacchierato per secoli interi, abbiamo parlato
sempre della stessa cosa, la stessa cosa ora con una bocca ora con
altre bocche, e nessuno di noi ricordava che l’argomento su cui
stava polemizzando era lo stesso che aveva difeso poco prima. O
meglio, non polemizzavamo affatto; conducevamo un dialogo, un
trialogo, tre faune, un diverso tipo di esseri umani, mezzo umano e
mezzo animale. E mi sono resa conto che eravamo in tanti nel
giardino e nel bosco, che avevamo il muso ricoperto di setole.
Creature strane. E i Pipistrelli avevano affollato l’albero e cantavano.
Le loro sottilissime voci vibranti urtavano le particelle microscopiche
della nebbia, perciò la Notte intorno a noi cominciava a risuonare
pian piano, richiamando tutte le Creature alla liturgia notturna.
Boros scomparve in casa per un intero eone, e io e Bietolone
stavamo seduti senza dire una parola. Aveva gli occhi spalancati e
mi guardava con una tale intensità che dovetti sfuggire a quello
sguardo nell’ombra dell’albero. Mi nascosi lì.
Disse soltanto “perdonami”, e la mia mente si mosse come una
grande locomotiva per comprenderne il senso. Che cosa dovevo
perdonare a Bietolone? Mi venne in mente che alcune volte non
aveva risposto al mio saluto. Oppure, quando gli portavo le lettere,
lui parlava con me attraverso la soglia e non voleva farmi entrare
nella sua bella, linda cucina. E ancora: non si era mai interessato a
me quando, spossata dai Disturbi, languivo a letto.
Ma non sono certo questioni che richiedano il mio perdono. O
forse alludeva a quel suo figlio freddo e ironico con il cappotto nero.
Be’, mica rispondiamo dei nostri figli.
Alla fine Boros riapparve sulla porta con il mio portatile, di cui
comunque si era servito anche in precedenza, e vi inserì la sua
collanina a forma di dente di lupo. Ci fu un lunghissimo, totale
silenzio e aspettavamo un qualche segnale. Alla fine udimmo un
temporale, ma non ci spaventò e non ci stupì. Ebbe il sopravvento
sui sonagli della nebbia. Mi sembrò che quella musica fosse la più
adatta e che fosse stata inventata apposta per quella serata.
Riders on the Storm, da qualche parte scaturirono queste parole:

Riders on the Storm


Into this house we’re born
Into this world we’re thrown

Like a dog without a bone


An actor out on loan
Riders on the Storm…

Boros canticchiava e si dondolava sulla sedia, le parole della


canzone si ripetevano senza fine, tutto il tempo le stesse. Non ne
arrivavano altre.
“Perché alcuni uomini sono cattivi e falsi?” domandò Boros in
modo retorico.
“Saturno,” dissi. “L’antica Astrologia tradizionale di Tolomeo dice
che è a causa di Saturno. Che nei suoi aspetti disarmonici lui ha il
potere di creare uomini meschini, gretti, solitari e piagnucolosi. Sono
maligni, codardi, svergognati, cupi, tessono perennemente intrighi e
hanno un linguaggio abietto, non curano il proprio corpo. Vogliono
sempre più di quello che hanno, e a loro non piace niente. Alludevi a
questi?”
“Potrebbe essere l’effetto di un’educazione sbagliata,” aggiunse
Bietolone, pronunciando ogni parola lentamente e con precisione,
come se temesse che da un momento all’altro la lingua potesse
fargli uno scherzetto spingendolo a dire qualcosa di completamente
diverso. Quando riuscì a completare questa prima frase, osò
pronunciare la seconda: “O della lotta di classe.”
“Oppure un’errata educazione all’igiene personale,” aggiunse
Boros, e io dissi: “Una madre tossica.”
“Un padre autoritario.”
“Molestie sessuali durante l’infanzia.”
“L’allattamento artificiale.”
“La televisione.”
“La carenza di litio e magnesio nella dieta.”
“La Borsa!” gridò con straordinario entusiasmo Bietolone, ma
secondo me aveva un po’ esagerato.
“Ma dai, lascia perdere,” dissi. “In che modo?”
Quindi si corresse: “Shock post-traumatico.”
“Costituzione psicofisica.”
Andammo avanti a scambiarci le idee fino a quando vennero a
mancare, il che ci fece ridere molto.
“Niente da fare, è Saturno,” dissi, morendo dalle risate.

Accompagnammo Bietolone alla sua casetta e cercammo di


comportarci in modo particolarmente silenzioso, per non svegliare la
Scrittrice. Ma non ci riuscivamo granché, scoppiavamo a ridere ogni
momento.
Mentre stavamo per andare a dormire, incoraggiati dal vino, io e
Boros ci abbracciammo stretti, grati per quella serata. Poi lo vidi in
cucina che prendeva le sue pillole e le buttava giù con l’acqua del
rubinetto.
Pensai che era un Uomo molto buono, quel Boros. Ed era un
bene che anche lui avesse i suoi Disturbi. La salute è una
condizione incerta e non promette nulla di buono. Meglio essere
tranquillamente malati, almeno sappiamo di che cosa moriremo.
Venne da me di Notte e si accucciò accanto al letto. Non dormivo.
“Dormi?” domandò.
“Sei religioso?” Dovevo fargliela questa domanda.
“Sì,” rispose con orgoglio. “Sono ateo.”
La cosa mi sembrò interessante.
Sollevai il piumino e lo invitai accanto a me ma, siccome non sono
né Sdolcinata né Sentimentale, non mi dilungherò ulteriormente.

Il giorno dopo era sabato e Dyzio fece la sua comparsa la mattina


presto.
Stavo già lavorando nel mio giardinetto per verificare una mia
Teoria. Credo di essere sul punto di trovare le prove del fatto che
ereditiamo il fenotipo, contrariamente alle indicazioni della moderna
genetica. Ho constatato che certe caratteristiche acquisite
compaiono, seppur irregolarmente, nelle generazioni successive.
Perciò tre anni fa mi sono messa a ripetere l’esperimento di Mendel
con il pisello odoroso; l’esperimento è ancora in corso. Ho intaccato i
petali dei fiori, ormai per la quinta generazione di fila (due all’anno) e
ho controllato se dai loro semi crescano fiori con i petali danneggiati.
Devo dire che i risultati dell’esperimento sono molto incoraggianti.
L’auto sgangherata di Dyzio spuntò dalla curva talmente di gran
carriera da poterla definire ansante ed eccitata. Ne discese Dyzio
altrettanto eccitato.
“Hanno trovato il corpo di Wnętrzak. Del tutto esanime. Da molte
settimane.”
Mi venne un forte capogiro. Dovetti sedermi. Non ero preparata a
questo.
“Allora non è scappato con l’amante,” disse Boros uscendo dalla
cucina con una tazza di tè. Non nascondeva la delusione.
Dyzio guardò incerto lui e me, e tacque sorpreso. Dovetti
procedere a una veloce presentazione. Si strinsero la mano.
“Be’, questo si sapeva già da tempo,” disse Dyzio con
un’eccitazione che andava scemando. “Ha lasciato le carte di credito
e i conti intatti. Sì, ma in realtà il passaporto non è mai stato
ritrovato.”
Ci sedemmo davanti a casa. Dyzio diceva che lo avevano trovato
dei ladri di legname. Il pomeriggio del giorno prima si erano recati
nel bosco e si erano imbattuti in una carcassa, così dicevano.
Giaceva nella fossa dove una volta si raccoglieva l’argilla, tra le felci.
E che era una carcassa piuttosto orrida, tutta storta e così deforme
che solo dopo un po’ si erano resi conto di avere di fronte il corpo di
un Uomo. Prima erano scappati dal terrore, ma rimordeva loro la
coscienza. Naturalmente avevano paura di andare alla Polizia per un
semplice motivo: la loro attività di ladri sarebbe venuta subito a galla.
Al massimo avrebbero potuto sostenere che stavano passando di
là… La sera tardi avevano telefonato alla Polizia e la Notte era
arrivata una squadra. In seguito a una prima analisi avevano
identificato Wnętrzak da ciò che rimaneva degli abiti, perché
indossava quel suo particolare giubbotto di pelle. Ma di sicuro
avremmo saputo tutto lunedì.

Più tardi il figlio di Bietolone avrebbe definito “infantile” il nostro


comportamento, ma a me sembrò assolutamente lucido: cioè
salimmo tutti sulla Samurai e andammo nel bosco oltre l’allevamento
delle volpi, sul luogo del ritrovamento del corpo. E non fummo i soli a
comportarci in maniera così infantile: erano arrivate una ventina di
persone, uomini e donne di Transilvania, e anche i boscaioli, quelli
con i baffi, erano lì anche loro. Tra gli alberi avevano teso un nastro
di plastica arancione ed era difficile distinguere qualcosa dalla
distanza prevista per gli spettatori.
Si avvicinò una donna di mezz’età e mi disse: “A quanto pare era
qui da molti mesi ed era tutto morsicato dalle volpi.”
Annuii con un cenno del capo. L’avevo riconosciuta. Spesso ci
incontravamo nel negozio di Buona Novella. Si chiamava Innocenta,
il che mi faceva molto effetto. A parte ciò non la invidiavo: aveva dei
figli furfanti e tutti buoni a nulla.
“I ragazzi dicevano che era tutto bianco di muffa. Che era tutto
ammuffito.”
“Ammuffito, ma è possibile?” domandai con sgomento.
“Oh sì, cara signora,” disse con grande sicurezza di sé. “E aveva
un fil di ferro sulla gamba, tutto dentro la carne, tanto forte lo
avevano trascinato.”
“Una tagliola,” affermai, “sicuramente è caduto in una tagliola. Qui
le mettevano sempre.”
Ci spostavamo lungo il nastro tentando di catturare qualche
dettaglio particolare. Il luogo di un delitto suscita sempre terrore, per
questo i ficcanaso quasi non si parlavano, se non a voce bassa,
come al cimitero. Innocenta procedeva dietro di noi, parlando per
tutti gli altri che tacevano dal raccapriccio: “Però non si muore per
una tagliola. Il Dentista ripete testardamente che è la vendetta degli
animali. Perché loro andavano a caccia, lo sa? Lui e il Comandante.”
“Sì, lo so,” risposi, colpita dal fatto che le voci si diffondessero
così velocemente. “Lo credo anch’io.”
“Sul serio? Lei pensa che sia possibile che gli animali…”
Feci spallucce.
“Io lo so. Penso che si siano vendicati. A volte possiamo non
comprendere qualcosa ma percepirlo benissimo.”
Rifletté un attimo e alla fine mi diede ragione. Camminammo
lungo il nastro e ci fermammo in un punto dal quale si vedevano
bene le auto della polizia e gli uomini con i guanti di gomma
accucciati per terra. Evidentemente a questo punto la Polizia voleva
raccogliere tutte le tracce possibili per non commettere gli errori fatti
con il Comandante. Perché quelli erano errori. Non potemmo
avvicinarci di più perché due poliziotti in divisa ci rimandarono
indietro sulla strada come un gruppetto di Pulcini. Comunque si
vedeva che cercavano le impronte scrupolosamente, e alcuni
funzionari giravano per il bosco prestando attenzione a ogni
dettaglio. Dyzio si spaventò nel vederli. Preferiva non essere
riconosciuto in quelle circostanze; che lo volesse o no, lavorava
sempre per la Polizia.

Durante la merenda, che facemmo davanti a casa – il tempo era


bellissimo –, Dyzio esponeva le sue considerazioni: “In questo modo
tutta la mia ipotesi è crollata. Mi girava per la testa l’idea, lo
ammetto, che Wnętrzak avesse aiutato il Comandante a cadere nel
pozzo. Avevano affari in comune, litigavano, e magari il Comandante
lo ricattava. Pensavo che si fossero incontrati vicino a quel pozzo e
che avessero cominciato a strattonarsi. E che a un certo punto
Wnętrzak avesse spinto l’altro, con tutto quello che è successo poi.”
“E adesso viene fuori che è anche peggio di quello che tutti
pensavano. L’assassino è ancora a piede libero,” disse Bietolone.
“E pensare che si aggira da queste parti.” A quel punto Dyzio si
mise a mangiare il dessert alle fragole.
A me le fragole sembrarono completamente prive di sapore.
Riflettevo se fosse così perché le concimavano con qualche
schifezza, o magari perché le nostre papille gustative erano
invecchiate come noi. E non sentiremo mai più i sapori di una volta.
Un’ulteriore cosa irreversibile.
Durante il tè Boros cominciò a raccontare con piglio professionale
del contributo degli Insetti alla decomposizione dei corpi. Mi lasciai
convincere a recarmi ancora una volta nel bosco dopo il Crepuscolo,
quando la Polizia se ne fosse andata, affinché Boros potesse
condurre le sue ricerche. Dyzio e Bietolone la giudicarono una
macabra bizzarria e, disgustati, rimasero in terrazza.

Il nastro luccicava con il suo color arancione ed era fosforescente


in mezzo all’oscurità morbida del bosco. Dapprima non volevo
avvicinarmi troppo, ma Boros agiva con sicurezza e mi tirò dietro di
sé senza troppe cerimonie. Stavo in piedi dietro di lui mentre
illuminava con la torcia sulla fronte il sottobosco, tra le felci, e
cercava con un dito nella sterpaglia le tracce degli Insetti. Strano
come la Notte elimini ogni colore, come se non tenesse in nessuna
considerazione questa stravaganza del mondo. Boros bofonchiava
sotto i baffi, e io, con il cuore stretto, mi lasciai trasportare da una
visione:

Wnętrzak, quando andava alla fattoria e guardava dalla finestra,


vedeva il bosco, la parete del bosco pieno di felci, e quel giorno
aveva scorto delle bellissime, soffici e rosse Volpi selvatiche. Non
avevano nessuna paura; stavano sedute come i Cani e lo fissavano
in modo provocatorio. Forse nel suo piccolo cuore avido si affacciò
la speranza di essersi imbattuto in un guadagno facile, perché quelle
Volpi, mansuete e bellissime, si lasciano facilmente adescare. Ma
come mai sono così fiduciose e mansuete? pensò. Forse erano un
incrocio con altre Volpi, con quelle che vivono nelle gabbie e per
tutta la loro breve vita girano intorno a se stesse, in uno spazio
talmente piccolo che con il naso si toccano la preziosa coda. No,
impossibile. Comunque quelle Volpi erano grandi e bellissime.
Perciò quella sera, quando le rivide, pensò di seguirle e di verificare
con i propri occhi che cosa lo attraesse tanto, chissà quale demonio.
Si gettò sulle spalle il giubbotto di pelle e uscì. Allora vide che lo
stavano aspettando: Animali bellissimi, fieri, dal muso intelligente.
“Pii, pii,” le chiamava come fossero cuccioli, ma più si avvicinava e
più loro arretravano dentro il bosco, ancora spoglio e umido in quella
stagione. Gli sembrava che non sarebbe stato difficile acciuffarne
una, quasi si strusciavano sulle sue gambe. Gli venne anche in
mente che avessero la rabbia, ma ormai il fatto gli era indifferente.
Del resto aveva già fatto una volta l’antirabbica, quando aveva
sparato a un Cane che lo aveva morso. Aveva dovuto finirlo con il
calcio del fucile. Perciò, anche se hanno la rabbia, chi se ne frega.
Le Volpi facevano un gioco strano con lui, scomparivano dalla sua
vista e riapparivano, in due, in tre, e poi gli sembrava di vedere
anche dei bellissimi e soffici Volpacchiotti. E alla fine, quando una di
loro, il Maschio più grande e robusto, si sedette tranquillo vicino a lui,
Anzelm Wnętrzak si accucciò per l’emozione e si mise ad avanzare
piano piano a gambe piegate, curvo in avanti, con il braccio teso e
con le dita che fingevano di tenere un bocconcino buono, e
vedendolo forse quella Volpe si sarebbe fatta attrarre così da
diventare uno splendido collo di pelliccia. E all’improvviso si accorse
di essersi impigliato in qualcosa, i suoi piedi si erano incagliati e non
riusciva più a seguire la Volpe. L’orlo dei pantaloni si ripiegò e sentì
sulla caviglia qualcosa di freddo e metallico. Scosse la gamba. E
quando realizzò che era una trappola, si gettò istintivamente
all’indietro, ma era troppo tardi. Con quel movimento aveva firmato
la sua condanna a morte. Il fil di ferro si tese e fece scattare la molla
primitiva: la giovane betulla che il filo teneva piegata fino a terra si
raddrizzò all’improvviso e bruscamente, sbalzando in alto il Corpo di
Wnętrzak, con una violenza tale che per un istante restò sospeso in
aria scalciando, ma fu solo un istante, perché si irrigidì
immediatamente. Poco dopo la betulla si spezzò per il peso e in
questo modo Wnętrzak trovò riposo sulla terra, nella fossa d’argilla,
dove sotto le sterpaglie avevano cominciato a crescere i germogli
della felce.
Adesso in quel punto stava inginocchiato Boros.
“Fammi luce, per favore,” disse, “a quanto pare abbiamo qui delle
larve di Cleridae.”
“Tu ci credi che gli Animali selvatici possano causare la morte di
un Uomo?” gli domandai, agitata da quello che mi era apparso nella
visione.
“Oh sì, certo che sì. I leoni, i leopardi, i tori, i serpenti, gli insetti, i
batteri, i virus…”
“E quelli tipo i Cervi?”
“Troverebbero certamente il modo.”
Dunque era dalla mia parte.
Purtroppo la mia visione non chiariva come avessero fatto le Volpi
a uscire dall’allevamento. E nemmeno come la tagliola (alla gamba)
fosse diventata la causa della morte.
“Ho trovato degli Acarina, Cleridae, larve di vespe, e dei
Dermaptera, ovvero, come vengono chiamate di solito, forbicine,”
disse Boros durante la cena che Bietolone aveva preparato nella mia
cucina. “E formiche, ovviamente. Già, e molta muffa, ma nel
recuperare il corpo l’hanno molto rovinata. Secondo me questo
prova che il corpo si trovava nella fase di fermentazione butirrica.”
Stavamo mangiando la pasta al formaggio con la muffa.
“Non si sa,” diceva Boros, “se fosse muffa o adipocera, cioè cera
di cadavere.”
“Ma cosa stai dicendo? Che cos’è la cera di cadavere? Come fai
a sapere tutte queste cose?” chiedeva Bietolone con la bocca piena
di pasta; sulle ginocchia teneva Marysia.
Boros spiegò che un tempo era stato consulente della Polizia. E
che si era un po’ specializzato in tafonomia.
“Tafonomia?” domandai. “E che roba è?”
“È la scienza che studia i processi di decomposizione dei
cadaveri. Taphos in greco vuol dire ‘tomba’.”
“Mio Dio,” sospirò Dyzio come se stesse richiedendo l’intervento
di qualcuno. Ma naturalmente non successe niente.
“Questo significherebbe che il corpo giaceva lì da quaranta,
cinquanta giorni.”
Contammo mentalmente il tempo. Dyzio fu il più rapido: “Cioè
poteva essere l’inizio di marzo,” rifletté. “Solo un mese dopo la morte
del Comandante.”

Non si parlò d’altro per tre intere settimane, fino a che non
accadde quanto segue. Comunque ora, in zona, girava un numero
enorme di versioni per la morte di Wnętrzak. Dyzio diceva che la
Polizia non lo aveva proprio cercato dopo la sua scomparsa in
marzo perché era sparita anche la sua amante, di cui tutti erano a
conoscenza. Moglie compresa. E sebbene anche ai vari conoscenti
fosse sembrata strana una partenza tanto improvvisa, ciascuno era
convinto che Wnętrzak avesse i suoi loschi affari. Nessuno voleva
ficcare il naso nelle questioni altrui. E anche la moglie si era messa il
cuore in pace, ed è possibilissimo che la vicenda fosse capitata a
fagiolo. Aveva già presentato istanza di divorzio, ma ora era chiaro
che non ce n’era più la necessità. Era rimasta vedova. Meglio per lei,
a quanto pare. L’amante fu rintracciata e saltò fuori che avevano
rotto già in dicembre e che da Natale si trovava dalla sorella negli
Stati Uniti. Boros riteneva che i poliziotti avrebbero dovuto emettere
un mandato di cattura contro Wnętrzak, dal momento che avevano
qualche sospetto. Ma forse la Polizia sapeva qualcosa che noi non
sapevamo.
Il mercoledì successivo nel negozio di Buona Novella venni a
sapere che, a quanto pare, nei dintorni imperversava un Animale
che uccideva molto volentieri gli esseri umani. E che quello stesso
Animale aveva imperversato l’anno prima nella regione di Opole, con
la differenza che là attaccava gli Animali domestici. Adesso la gente
delle campagne tremava di paura e la notte tutti chiudevano con il
catenaccio case e stalle.
“Anch’io ho tappato tutti i buchi della recinzione,” fece il Signore
con il Barboncino che stavolta stava comprando un elegante gilet.
Fui lieta di vederlo. Anche il suo Barboncino. Stava seduto buono
buono e mi guardava con i suoi occhi furbi. I Barboncini sono più
intelligenti di quanto si creda, anche se non sembra proprio. Lo
stesso vale per molte altre brave Creature: non apprezziamo la loro
intelligenza.
Uscimmo assieme dal negozio di Buona Novella e per un
momento rimanemmo accanto alla Samurai.
“Mi ricordo che cosa ha detto quella volta al comando di polizia.
Mi ha convinto. Io penso che non si tratti di un solo animale
assassino, ma degli animali. Forse per effetto dei cambiamenti
climatici sono diventati aggressivi, anche i cervi e le lepri. E adesso
si vendicano di tutto.”
Così parlava l’anziano signore.

Boros partì. Lo accompagnai alla stazione in città. I suoi studenti


non erano venuti perché alla fine a quegli ecologisti si era rotta
definitivamente l’automobile. Forse quegli studenti non esistevano
proprio. Forse Boros aveva anche altre questioni da risolvere lassù,
non solo quella del Cucujus haematodes.
Per alcuni giorni mi mancò molto; lui e i suoi cosmetici nel bagno,
e anche le tazze di tè vuote che lasciava in giro per tutta la casa.
Telefonava ogni giorno. Poi sempre più di rado, ogni due giorni,
diciamo. La sua voce risuonava come se venisse da un’altra
dimensione, da un oltremondo nel Nord del paese, dove gli alberi
hanno mille anni, e grandi Animali si muovono tra di essi al
rallentatore, fuori dal tempo. Guardavo tranquillamente l’immagine di
Boros Sznajder, entomologo e tafonomo, sbiadire e svanire, di lui
rimaneva solo il codino grigio, sospeso nell’aria, assurdo. Tutto
passa.
L’Uomo Saggio lo sa fin dall’inizio e non rimpiange nulla.
12.
Il Succhiacapre

Il Gatto della Vedova, il Cane del Mendico,


Nutrili, e tu stesso sarai ben nutrito.

Verso la fine di giugno venne giù acqua a volontà. In estate


succede spesso. Allora nell’onnipresente umidità si sente l’erba
crescere con un fruscio, l’edera arrampicarsi sui muri, il micelio
dilatarsi sottoterra. Dopo la pioggia, quando il Sole si fa strada per
un istante tra le nuvole, tutto quanto acquista una tale profondità che
gli occhi si riempiono di lacrime.
Ora andavo più volte al giorno a controllare le condizioni del
ponticello sul torrente, se le acque impetuose non lo avessero eroso.
Bietolone comparve a casa mia in una calda giornata
temporalesca con una timida richiesta. Voleva sapere se lo avrei
aiutato a preparare un costume per il ballo dei fungaioli, per la notte
di san Giovanni organizzata dall’Associazione Fungaioli “Porcino” di
cui, come venni a sapere con stupore, lui era il tesoriere.
“Ma la stagione non è ancora incominciata,” dissi incerta, siccome
non sapevo che cosa pensare al riguardo.
“Ti sbagli. La stagione comincia con i primi pinaroli e prataioli, e di
solito succede a metà giugno. Poi non ci sarà più tempo per i balli,
perché andremo a funghi.” A riprova allungò la mano nella quale
teneva due splendidi porcinelli rossi.
Stavo appunto seduta in terrazza sotto il tetto e conducevo le mie
ricerche astrologiche. Dalla metà di maggio Nettuno stava entrando
in aspetto positivo con il mio Ascendente, il che – come avevo notato
– aveva su di me un influsso ispiratore.
Bietolone insisteva perché andassi con lui alla riunione, forse
voleva anche che mi iscrivessi e versassi subito la quota associativa.
Ma a me non piace far parte di qualsivoglia associazione. Guardai
rapidamente anche il suo Oroscopo e venne fuori che anche per lui
Nettuno stava entrando amabilmente in aspetto con Venere. Allora
forse era sul serio una buona idea andare al ballo dei fungaioli? Lo
guardai. Stava seduto davanti a me con la sua camicia grigia
scolorita, con il paniere di fragole sulle ginocchia. Andai in cucina e
presi una terrina. Cominciammo a pulire le fragole, bisognava fare in
fretta; erano un po’ andate. Lui, naturalmente, usava le sue pinzette.
Provai a usarle anch’io per togliere i peduncoli, ma mi accorsi subito
che era più comodo farlo con le dita.
“Ma tu come ti chiami?” domandai. “Che cosa significa quella ‘Ś’
davanti al tuo cognome?”
“Świętopełk,” rispose dopo un attimo di silenzio, senza guardarmi.
“Oh no!” esclamai d’impulso, ma poi pensai che chiunque gli
avesse dato quel nome, aveva colto nel segno. Świętopełk. Ebbi la
sensazione che quella confessione mi alleggerisse. Si mise in bocca
una fragola e disse: “Mio padre mi ha chiamato così per fare un
dispetto a mia madre.”
Suo padre era un ingegnere minerario. Dopo la guerra era stato
assegnato come specialista per mettere in funzione la miniera di
carbone, già tedesca, di Waldenburg, che poi diventò Wałbrzych.
Divenne subito suo collaboratore un anziano tedesco, direttore
tecnico della miniera, al quale non era stato permesso di partire fino
a che le macchine non avessero cominciato a lavorare. All’epoca la
città era completamente spopolata, i treni portavano ogni giorno
nuovi operai, ma questi si insediavano in un unico punto, in un unico
quartiere, come se l’enormità della città vuota li terrorizzasse. Il
direttore tedesco ce la metteva tutta per fare il più presto possibile
quello che doveva fare, per poi partire finalmente per la sua Svevia,
o la sua Assia. Così invitava spesso a pranzo a casa sua il padre di
Bietolone e ben presto venne fuori che l’ingegnere aveva adocchiato
l’avvenente figlia del direttore. A dire il vero, era la soluzione
migliore, che i giovani si sposassero. Sia per la miniera che per il
direttore, e anche per il governo popolare, che adesso poteva tenere
quasi come un ostaggio la figlia di un tedesco. Ma nel matrimonio le
cose non funzionarono fin dall’inizio. Il padre di Bietolone passava
molto tempo al lavoro, spesso scendeva giù perché era una miniera
difficile ed esigente, l’antracite veniva estratta a grandissime
profondità. Alla fine stava meglio sottoterra che all’aria aperta, anche
se è difficile da immaginare. Quando tutto si concluse positivamente
e la miniera entrò in funzione, alla coppia nacque il primo erede. Alla
bambina fu dato il nome di Żywia, celebrando in tal modo il ritorno
delle Terre Occidentali alla Madrepatria. Ma pian piano venne fuori
che i coniugi non erano in grado di sopportarsi. Świerszczyński
cominciò a usare l’ingresso di servizio per entrare in casa e si
sistemò nei locali della cantina. Lì aveva il suo studio e la camera da
letto. Fu allora che nacque il maschio, cioè Bietolone, forse frutto
dell’ultimo amplesso di commiato. E fu allora che, ben sapendo che
la moglie tedesca aveva problemi con la pronuncia del suo nuovo
cognome e, facendosi guidare da un sentimento vendicativo oggi
incomprensibile, l’ingegnere diede al figlio il nome Świętopełk. La
madre, che non riusciva a pronunciare il nome dei propri figli, morì
subito dopo averli portati agli esami di maturità. Il padre invece
diventò definitivamente strambo e trascorse il resto della vita
sottoterra, in cantina, sviluppando tutto un sistema di stanze e
corridoi sotto la villa.
“E probabilmente le mie bizzarrie le ho prese da mio padre,”
concluse Bietolone.
Ero veramente turbata dal racconto, ma anche dal fatto che mai
prima (né dopo) avevo sentito il mio vicino fare un discorso così
lungo. Mi sarebbe piaciuto conoscere gli episodi successivi della sua
vita, per esempio mi incuriosiva sapere chi fosse la madre di
Cappotto Nero, ma Bietolone mi parve provato e triste. Ci
accorgemmo anche di avere mangiato tutte le fragole senza
rendercene conto.
Adesso che mi aveva rivelato il suo vero nome non potevo
rifiutare. Perciò il pomeriggio andammo alla riunione. Quando la
Samurai si mosse, gli Attrezzi, che tenevo nel bagagliaio,
sferragliarono.
“Che cosa ci porti dentro questa macchina?” domandò
Świętopełk. “A che ti serve tutta quella roba? Il frigo da viaggio? La
tanica? Le vanghe?”
Ma non lo sapeva che quando si vive da soli in montagna bisogna
essere autosufficienti?
Arrivammo che erano già tutti sistemati attorno ai tavoli e
bevevano un caffè forte, lasciato in infusione nel bicchiere. Vidi con
stupore che dell’Associazione Fungaioli “Porcino” facevano parte
moltissime persone, sia quelle che conoscevo bene dai negozi, dai
chioschi, dalla strada, sia quelle che riconoscevo appena per la via.
Dunque era questa la causa che riusciva a tenere unita la gente: la
raccolta dei funghi. Fin dall’inizio la conversazione fu dominata da
due uomini, di quelli che appartengono alla specie dei Sordoni,
perché ciascuno assordava la voce dell’altro mentre raccontavano
tutti e due le loro avventure poco notevoli, che entrambi chiamavano
“aneddoti”. Qualcun altro tentava vanamente di farli tacere. Come
venni a sapere dalla mia vicina sulla sinistra, il ballo doveva
svolgersi nella rimessa, però questa si trovava accanto alla fattoria
dell’allevamento delle Volpi, non lontano dalla Curva Cuore di Bue,
ma una parte dei soci protestava contro questa soluzione.
“Non sarà piacevole far baldoria vicino al luogo dove è morto uno
che conoscevamo,” disse il presidente dell’assemblea, nel quale
riconobbi con gioia l’insegnante di storia della scuola. Non pensavo
che anche lui avesse la passione per i funghi.
“Questa è una cosa,” prese la parola la signora Grażyna, seduta
di fronte a me, che gestiva l’edicola e spesso mi metteva da parte i
giornali. “L’altra è che lassù potrebbe essere ancora pericoloso, e
una parte delle donne e degli uomini per esempio fuma e vorrà
uscire all’aria aperta…”
“Vi ricordo che all’interno è proibito fumare, mentre gli alcolici li
possiamo bere solo dentro, questo è quanto ci è stato concesso.
Altrimenti rientra nel consumo pubblico e non è legale.”
Tra i presenti corse un brusio.
“Ma come?” esclamò un uomo dal gilet color cachi. “Io per
esempio, quando bevo, fumo. E viceversa. Che cosa dovrei fare?”
L’insegnante di storia che presiedeva l’assemblea andò nel
pallone, e nella confusione che ne seguì tutti cominciarono a elargire
consigli adatti a risolvere la situazione.
“Si può stare sulla porta e tenere dentro la mano con gli alcolici, e
fuori quella con la sigaretta,” gridò uno dal fondo della sala.
“Ma anche così il fumo va dentro…”
“Là c’è una terrazza con la tettoia. La loggetta è dentro o fuori?”
domandò un altro con lucidità.
Il moderatore batté forte sul tavolo e nello stesso momento entrò,
in ritardo, il Presidente, che era membro onorario dell’Associazione.
Il Presidente apparteneva alla categoria delle persone abituate ad
attirare l’attenzione su di sé. Fin dalla prima giovinezza aveva fatto
parte di qualche amministrazione: del consiglio di classe, dei Boy
Scout al Servizio della Polonia Popolare, del Consiglio Comunale,
della Cooperativa delle Cave, e di ogni possibile consiglio direttivo. E
anche se per una legislatura era stato un onorevole, tutti lo
chiamavano Presidente. Abituato a governare, risolse
immediatamente la situazione.
“Facciamo il buffet sotto il porticato, è vero, e dichiariamo la
terrazza zona neutrale,” scherzò garbatamente, ma furono in pochi a
ridere per la battuta.
Bisogna ammettere che era un uomo di bell’aspetto, anche se lo
imbruttiva una pancia considerevole. Era sicuro di sé, affascinante, e
la corporatura gioviale, che suscitava fiducia, produceva un’ottima
impressione. Oh sì, quell’Uomo era nato per comandare. E non
sapeva fare nient’altro.
Il Presidente contento di sé pronunciò un breve discorso su come
la vita debba andare avanti anche dopo le più grandi tragedie. Lo
intrecciava con delle battutine e si rivolgeva per tutto il tempo alle
“nostre bellissime signore”. Aveva l’abitudine piuttosto diffusa di
usare un intercalare ogni tre parole. Nel suo caso si trattava di “è
vero”.
Avevo la mia Teoria a proposito di questi intercalari: Ogni Uomo
ha una sua espressione di cui abusa. O di cui fa un uso improprio.
Questa parola è la chiave per la sua mente. Il Signor “A quanto
pare”, il Signor “Generalmente”, la Signora “Probabilmente”, il Signor
“Puttana”, la Signora “Non è così?”, il Signor “Per così dire”. Il
Presidente era il Signor “È vero”. Naturalmente esistono mode
diverse per alcune di queste parole, identiche a quelle che fanno sì
che di punto in bianco la gente per una specie di follia cominci a
portare scarpe o vestiti tutti uguali: alla stessa maniera di punto in
bianco la gente comincia a usare una stessa parola. Negli ultimi
tempi andava di moda “generalmente”, mentre ora trionfa
“attualmente”.
“Il defunto di santa memoria, è vero,” a questo punto fece un
gesto come se volesse farsi il segno della croce, “era mio amico, ci
legavano molte cose. Era anche un fungaiolo accanito e quest’anno
si sarebbe sicuramente unito a noi. Era un uomo, è vero, perbene,
dai vasti orizzonti. Dava lavoro alla gente e per questo dovremmo
rispettare la sua, è vero, memoria. Il lavoro non si trova per strada. È
deceduto in circostanze misteriose, ma la Polizia, è vero, tra poco
chiarirà il caso. Tuttavia non dobbiamo lasciarci terrorizzare, è vero,
dalla paura, cadere nel panico. La vita ha le sue leggi e non
possiamo ignorarle. Coraggio, miei cari, mie bellissime signore, io
sono favorevole a che si ponga fine, è vero, a pettegolezzi e
ingiustificati isterismi. Bisogna aver fiducia, è vero, nelle autorità e
vivere in armonia con i nostri valori,” disse tutto come se si stesse
preparando alle elezioni.
Dopo il suo intervento lasciò la riunione. Erano tutti estasiati.
Non riuscivo a liberarmi dalla sensazione che chi abusa
dell’espressione “è vero”, menta.
I partecipanti alla riunione tornarono alle loro caotiche discussioni.
Qualcuno ricordò nuovamente la questione della bestia nelle
campagne di Cracovia l’anno prima. E il ballo nella rimessa che si
trova al margine del bosco più grande della zona, sarà sicuro?
“Vi ricordate che in settembre la televisione ha seguito la battuta
di caccia organizzata dalla Polizia contro un misterioso animale dalle
parti di Cracovia? Uno del villaggio ha filmato per caso una belva
che correva, probabilmente un leone giovane,” diceva eccitato un
uomo. Avevo la sensazione di ricordarlo dalla casa di Piede Grande.
“Ehi, hai un po’ di confusione in testa. Un leone? Qui?” rispose
l’uomo color cachi.
“Non era un leone, era una tigre giovane,” disse la signora
Macramery; l’avevo chiamata così perché era alta e nervosa e
cuciva per le donne del posto abiti molto ricercati, perciò questo
nome le stava a pennello. “Ho visto le immagini in televisione.”
“Ha ragione, fallo finire, era proprio così,” si indignarono le donne.
“Per due giorni l’ha cercata la Polizia, quella bestia, leone o tigre,
hanno impiegato gli elicotteri e la squadra antiterrorismo, vi
ricordate? Tutto questo è costato mezzo milione e non l’hanno
trovata.”
“Magari si è spostata qua?”
“Dicono che uccideva con una zampata.”
“Azzannava alla testa.”
“Il Succhiacapre,” dissi.
Per un istante scese il silenzio. Anche i due Sordoni mi puntarono
lo sguardo addosso.
“Che cos’è un succhiacapre?” domandò Macramery allarmata.
“È appunto un Animale misterioso che non si riesce a catturare.
L’animale vendicatore.”
Ora parlavano tutti insieme. Vedevo che Bietolone cominciava a
innervosirsi. Si strofinava le mani come se di lì a poco intendesse
alzarsi e strozzare il primo che gli fosse capitato tra i piedi. Si vedeva
che la riunione era giunta al termine e che nessuno era più in grado
di ristabilire l’ordine. Mi sentivo un po’ in colpa per aver accennato al
Succhiacapre, ma che ci posso fare, anch’io stavo facendo un certo
tipo di campagna.
No, no, la gente del nostro paese non ha la capacità di radunarsi
e di formare una comunità, nemmeno sotto la bandiera del porcino.
È un paese di individualisti nevrotici ciascuno dei quali, non appena
si trova in mezzo agli altri, comincia a istruirli, criticarli, offenderli e a
dimostrare la sua indubbia superiorità.
Credo che in Repubblica Ceca sia completamente diverso. Lì la
gente sa discutere tranquillamente e nessuno litiga con nessuno.
Anche se volessero, non potrebbero farlo, perché la loro lingua non
si presta ai litigi.

Tornammo a casa tardi, irritati. Bietolone non aprì bocca per tutto
il tragitto di ritorno. Guidavo la Samurai lungo le scorciatoie, sul
terreno accidentato, e mi faceva piacere che ci sbattesse da una
portiera all’altra sobbalzando dentro ogni pozzanghera. Ci
salutammo con un breve: “A presto.”
Stavo in piedi nella cucina buia e vuota e sentivo che in un istante
mi avrebbe preso la stessa cosa di sempre: il pianto. Perciò mi
sembrò che la cosa migliore fosse smettere di pensare e fare
qualcosa. Quindi mi sedetti al tavolo e scrissi la seguente lettera:

Alla Polizia
Siccome non ho ottenuto risposta alla mia precedente lettera,
sebbene secondo la legge ogni amministrazione dello stato sia
tenuta a rispondere entro 14 giorni, mi trovo costretta a riproporvi i
miei chiarimenti riguardo agli ultimi tragicissimi incidenti avvenuti
nella nostra zona e sottoporvi al contempo alcune osservazioni che
gettano luce sul misterioso caso della morte del Comandante e del
proprietario dell’allevamento di volpi Wnętrzak.
Quantunque sembri trattarsi di un incidente dovuto alla
pericolosità del lavoro di poliziotto, o forse di uno sventurato
concorso di circostanze, tuttavia è necessario chiedersi se la Polizia
abbia stabilito: CHE COSA FACEVA IL DEFUNTO A QUELL’ORA IN QUEL LUOGO?
Si sa qualcosa sulle sue motivazioni? Perché a molte persone,
compresa la sottoscritta, la cosa sembra estremamente strana. Del
resto la sottoscrivente era là sul posto e ha constatato (il che può
risultare importante per la Polizia) la presenza di un’enorme quantità
di orme di Animali, soprattutto orme di zoccoli di Cerve. Sembrava
che il defunto fosse stato attirato fuori dall’auto e condotto tra le
fratte, sotto le quali si nascondeva il pozzo fatale. È molto verosimile
che si sia trattato di un’esecuzione sommaria a opera delle Cerve.
Una situazione simile si ripropone con la vittima successiva,
sebbene non si possa attestare la presenza di orme dopo tanto
tempo. Tuttavia la drammaturgia degli eventi è spiegabile con il tipo
di morte. Abbiamo qui una situazione facilmente immaginabile, in cui
il defunto viene attirato tra le fratte, nel luogo dove di solito si
posavano le trappole. Là cade nel laccio e viene privato della vita
(quanto al modo, bisognerebbe fare ulteriori indagini).
Nello stesso tempo desidero rivolgere alla P.T. Polizia l’appello a
non respingere per partito preso l’idea che autori dei suddetti tragici
eventi possano essere stati gli Animali. Ho preparato alcune
informazioni che getteranno un po’ di luce su questi episodi; da
moltissimo tempo infatti non abbiamo casi di delitti perpetrati da
queste creature.
Devo iniziare dalla Bibbia, dove è stato detto chiaramente che, se
un Bue uccide una donna o un uomo, deve essere lapidato. San
Bernardo scomunicò uno sciame di Api che con il suo ronzio lo
disturbava mentre lavorava. Sempre le Api dovettero rispondere
della morte di un Uomo a Worms nell’846. Il parlamento di quella
città le condannò a morte per strangolamento. Nel 1394 in Francia
dei Maiali uccisero e mangiarono un bambino. La Scrofa fu
condannata all’impiccagione, ma i suoi sei piccoli vennero
risparmiati, presa in considerazione la loro tenera età. Nel 1639 in
Francia, a Digione, il tribunale condannò un Cavallo per aver ucciso
un Uomo.
Ci furono delle cause giudiziarie non solo per casi di Omicidio, ma
anche per reati contro la natura. Così a Basilea nel 1471 si tenne il
processo contro una Gallina che faceva uova stranamente
sgargianti. Fu condannata al rogo perché se la intendeva con il
diavolo. Qui devo aggiungere di mio che la ristrettezza delle menti e
la crudeltà umana non conoscono limiti.
Il processo più celebre si svolse in Francia, nel 1521, fu il
processo a dei Ratti che avevano causato molti danni. Furono citati
in giudizio dai cittadini e fu loro assegnato un avvocato d’ufficio,
l’abile giurista Bartolomeo Chassenee. Quando i suoi clienti non si
presentarono alla prima udienza, Chassenee chiese di posticipare la
data, argomentando che essi vivevano molto sparpagliati, e che
inoltre sulla strada che conduceva al tribunale c’erano in agguato
molte minacce alla loro incolumità. Chiese addirittura ai giudici di
dargli la garanzia che i Gatti di proprietà dei querelanti non
avrebbero arrecato ai querelati nessun danno lungo il tragitto che
conduceva al tribunale. Purtroppo il tribunale non poté dare tale
garanzia, perciò l’udienza fu rimandata altre volte ancora. Alla fine i
Ratti, dopo l’infuocata arringa del loro difensore, furono dichiarati
innocenti.
Nel 1659 in Italia i proprietari dei vigneti distrutti dai Bruchi
inviarono a questi ultimi una lettera che li citava in giudizio. I fogli di
carta con il contenuto della convocazione furono inchiodati agli alberi
della zona, affinché i Bruchi potessero prendere conoscenza dell’atto
d’accusa.
Nel citare questi fatti storicamente accertati, esigo che le mie
Supposizioni e Ipotesi vengano trattate seriamente. Esse dimostrano
che nella giurisdizione europea un tale modo di pensare era vigente
e che lo si può considerare un precedente.
Nello stesso tempo chiedo che le Cerve e altri eventuali Animali
Autori dei delitti non vengano puniti, in quanto il loro supposto agire
ha costituito una reazione al comportamento insensibile e crudele
delle vittime, le quali erano, come documentano le mie accurate
indagini, cacciatori in attività.

I miei ossequi
Duszejko

Di prima mattina il giorno successivo andai alla posta. Volevo che


la lettera fosse inviata per raccomandata, così avrei avuto la
ricevuta. Tutto questo però mi sembrò un po’ insensato, perché la
Polizia si trova esattamente di fronte alla posta, dall’altra parte della
strada.
Mentre uscivo, mi si accostò un taxi dal quale si sporse il
Dentista. Quando beve, si fa portare in taxi in vari posti e in tal modo
spende i soldi che guadagna togliendo i denti.
“Ehi, signora Duszeńko,” mi chiamò. Aveva la faccia rossa e lo
sguardo annebbiato.
“Duszejko,” lo corressi.
“Il giorno della vendetta è vicino. Arrivano gli squadroni
dell’inferno,” gridò e agitò la mano dal finestrino. Poi il taxi partì con
uno stridere di pneumatici e prese la direzione di Kudowa.
13.
Il Cacciatore Notturno

Chi al Coleottero infligge torture


Erra in una Notte piena di paure.

Già due settimane prima della progettata festa dei fungaioli, ero
da Buona Novella e frugavamo nel suo retrobottega tra tonnellate di
vestiti alla ricerca di un costume. Purtroppo non c’era una grande
scelta di cose per adulti. C’erano soprattutto costumi per bambini e lì
sì che c’era da divertirsi; un bambino poteva diventare chi voleva:
una Rana, Zorro, Batman, una Tigre. Ma riuscimmo a trovare una
maschera da lupo assolutamente decorosa. Il resto lo facemmo con i
nostri mezzi e decisi di diventare un Lupo. Il costume mi stava a
pennello ed era composto da una tuta di pelliccetta, che terminava
con delle zampe fatte di guanti imbottiti, e dalla maschera. Potevo
guardare liberamente il mondo dalle fauci di un lupo.
Le cose, purtroppo, andarono peggio per Bietolone. Non si riuscì
a scovare nulla di adatto a una corporatura così imponente. Era tutto
troppo piccolo per lui. Comunque alla fine a Buona Novella venne
un’idea semplice ma eccellente. Dal momento che avevamo già un
Lupo… Restava solo da convincere Bietolone.
Il giorno della festa, di prima mattina, dopo un temporale notturno,
mentre esaminavo i danni provocati dall’acquazzone ai miei piselli
sperimentali, vidi sulla strada l’auto del guardaboschi e gli feci cenno
con la mano di fermarsi. Era un Uomo giovane e gentile che dentro
di me chiamavo Occhio di Lupo guardaboschi, perché ci avrei messo
una mano sul fuoco che nelle sue pupille c’era qualcosa che non
andava: mi erano sempre sembrate oblunghe, inquietanti. Anche lui
era venuto lì a causa del temporale e in tutta la zona stava
calcolando il numero dei grandi vecchi abeti spezzati.
“Conosce il Cucujus haematodes?” gli domandai passando dalle
cortesie preliminari al nocciolo della Questione.
“Lo conosco,” rispose, “a grandi linee.”
“E lo sa che depone le uova nei ceppi degli alberi?”
“Lo so, purtroppo.” Vedevo che si sforzava di prevedere dove
andasse a parare quell’interrogatorio. “In questo modo distrugge un
legno di grande qualità. Ma dove vuole arrivare?”
Gli presentai brevemente il problema. Gli dissi quasi le stesse
identiche cose che mi aveva raccontato Boros. Tuttavia dallo
sguardo di Occhio di Lupo intuii che mi prendeva per pazza. I suoi
occhi si socchiusero in un gentile sorriso protettivo e mi parlò come
si fa con i bambini: “Signora Duszeńko…”
“Duszejko,” lo corressi.
“Lei è una donna tanto buona. Prende tutto molto a cuore. Ma non
penserà mica che noi smettiamo di utilizzare il legno perché c’è il
Cucujus nei ceppi? Ha qualcosa di fresco da bere?”
Improvvisamente in me evaporò ogni energia. Non mi prendeva
sul serio. Se fossi stata Boros o Cappotto Nero forse mi avrebbe
dato ascolto, avrebbe cercato le mie ragioni, avrebbe discusso. Ma
per lui io ero una vecchia donna diventata completamente stramba
in quel luogo deserto. Un’inutile e irrilevante donnetta. Anche se non
potrei dire che non mi voleva bene. La sentivo anche, la sua
simpatia.
Ciabattai verso casa, e lui dietro. Si stravaccò in terrazza e lappò
un intero mezzo litro di sciroppo di frutta cotta. Nel vederlo bere,
pensai che in quello sciroppo avrei potuto spremere del succo di
mughetto oppure i sonniferi in polvere che Alì mi aveva prescritto. E
quando si fosse addormentato, lo avrei rinchiuso nella stanza della
caldaia e lo avrei tenuto lì per un po’ di tempo a pane e acqua. O al
contrario lo avrei fatto ingrassare e avrei controllato quotidianamente
dalla grassezza del suo dito se fosse già pronto da fare arrosto. Io sì
che l’avrei ridotto a più miti consigli. L’avrebbe imparata, la disciplina.
“Non c’è più la natura naturale,” diceva, e allora vidi chi era
veramente quel guardaboschi: un funzionario. “Ormai è troppo tardi.
I meccanismi naturali sono stati alterati e adesso bisogna tenere
tutto sotto controllo per non arrivare alla catastrofe.”
“Siamo minacciati da una Catastrofe a causa del Cucujus?”
“Certo che no. Abbiamo bisogno di legname per le scale, i
pavimenti, i mobili, la carta. Ma lei che cosa crede? Che dovremmo
camminare nel bosco in punta di piedi perché ci si riproduce il
Cucujus haematodes? Bisogna abbattere le volpi, perché se non lo
facciamo la loro popolazione crescerà tanto da costituire una
minaccia per le altre specie. Alcuni anni fa le lepri erano talmente
tante che distruggevano le coltivazioni…”
“Potremmo buttargli degli anticoncezionali perché non si
riproducano, invece di ammazzarle.”
“Eh, ma lo sa lei quanto costa, e poi non è efficace. Una ne
mangerebbe troppo pochi, un’altra troppi. Dobbiamo preservare un
qualche ordine, dal momento che quello naturale non esiste più.”
“Le Volpi…” cominciai a dire avendo in mente l’altero Console che
andava e veniva dalla Repubblica Ceca.
“Appunto,” s’intromise. “Lei immagina che pericolo costituiscono
per esempio le volpi fatte uscire dall’allevamento? Per fortuna ne
hanno già prese un po’ e le hanno portate in un’altra fattoria.”
“No,” gemetti. Faticavo a sopportare quel pensiero, ma mi
rallegrai subito, se non altro avevano conosciuto un po’ di libertà.
“Non erano più adatte a vivere in libertà, signora Duszejko.
Sarebbero morte in modo terribile. Non sapevano cacciare, il loro
apparato digerente era cambiato, i muscoli erano deboli. Che ci
guadagnavano da una bella pelliccia in libertà?”
Mi guardò per un istante e vidi che le sue iridi avevano una
pigmentazione molto irregolare. Le sue pupille erano del tutto
normali, rotonde, come in ognuno di noi.
“Non se la prenda così, signora. Non si carichi sulle spalle il
mondo intero. Andrà tutto bene,” si alzò di scatto dalla sedia. “Forza,
al lavoro. Porteremo giù quegli abeti. Non vuole comprare un po’ di
legna per l’inverno? Sarebbe un’occasione.”
Non volevo. Quando se ne andò, sentii il peso del mio corpo
sempre più dolorosamente e davvero non avevo voglia di andare a
nessuna festa, e tanto meno alla festa di quei noiosi fungaioli. La
gente che per giornate intere gira per boschi in cerca dei funghi,
dev’essere di una noia mortale.

*
Nel mio costume avevo piuttosto caldo e stavo scomoda;
strascicavo la coda per terra e dovevo stare attenta a non
calpestarla. Andai con la Samurai fino a casa di Bietolone e attesi un
momento, ammirando le sue peonie. Dopo un istante apparve sulla
soglia. Ammutolii dall’ammirazione. Aveva delle scarpine nere, le
calze bianche al ginocchio e un graziosissimo vestitino a fiori con il
grembiulino. Sulla testa, legato sotto il mento con un fiocco, stava
ben piantato un cappuccetto rosso.
Era furente. Si piazzò sul sedile accanto a me e non disse una
parola fino alla rimessa. Teneva sulle ginocchia il suo copricapo
rosso e se lo infilò solo quando ci fermammo davanti alla porta della
rimessa.
“Come vedi, sono assolutamente privo di senso dell’umorismo,”
disse.
Tutti erano arrivati lì subito dopo la messa in onore dei fungaioli e
stavano appunto cominciando i brindisi. Ai brindisi si accodava di
buzzo buono il Presidente, talmente sicuro della sua magnifica
presenza che era intervenuto con un semplice completo, rimanendo
così travestito da se stesso. La maggior parte dei festaioli si stava
travestendo in bagno solo in quel momento; sicuramente non
avevano osato andare in chiesa con i costumi. Ma c’era anche padre
Fruscio dal colorito malsano, e con la sua tonaca nera sembrava che
si fosse solo travestito da prete. Il Circolo delle Massaie di
Campagna, anch’esso invitato, cantò alcune canzoni popolari, e poi
cominciò a suonare l’orchestra formata da un solo uomo che
smanettava ingegnosamente su un apparecchio con i tasti; in questo
modo imitava piuttosto bene tutti i successi più in voga.
Questo era il clima. La musica era forte e ossessiva. Era difficile
fare conversazione, perciò tutti si diedero da fare con le insalate, il
bigos e gli affettati. Dentro i cestini fatti all’uncinetto che
raffiguravano vari tipi di funghi, c’erano le bottiglie di vodka. Dopo
aver mangiato e bevuto un paio di bicchierini, padre Fruscio si alzò
da tavola e si accomiatò. Solo allora la gente si diede alle danze,
come se prima fossero imbarazzati per la presenza del prete. I suoni
rimbalzavano sul soffitto alto della vecchia rimessa e cadevano sui
ballerini rimbombando.
Non lontano da me sedeva una donna minuta con una camicetta
bianca, impettita e tesa. Mi ricordava la Cagna di Bietolone, Marysia,
tanto era nervosa e tremante. Prima l’avevo vista avvicinarsi
all’attizzato Presidente e parlare un momento con lui. Si era chinato
su di lei, dopo aveva fatto una smorfia, spazientito. L’aveva afferrata
per un braccio e probabilmente l’aveva stretta forte, perché lei gli
aveva dato uno strattone. Poi il Presidente aveva agitato la mano
come a scacciare un Insetto fastidioso, ed era scomparso tra le
coppie danzanti. Supposi dunque che dovesse essere sua moglie.
Era tornata al tavolo e frugava nel bigos con la forchetta. E siccome
Bietolone aveva un enorme successo come Cappuccetto Rosso, mi
avvicinai a lei e mi presentai. “Ah, è lei,” disse e sul suo viso triste
apparve l’ombra di un sorriso. Tentammo di fare conversazione, ma
al chiasso della musica si era aggiunto anche il rimbombo dei passi
di ballo sul pavimento di legno. Tup, tup, tup. Per capire quello che
diceva, dovevo fissare attentamente le sue labbra. Intuii che ci
teneva molto a tirar via al più presto il marito per riportarlo a casa. Lo
sapevano tutti che il Presidente era un gaudente niente male e
aveva una fantasia da nobile sarmata, pericolosa per sé e per gli
altri. Dopo bisognava nascondere le sue malefatte. Saltò fuori anche
che insegnavo inglese a sua figlia minore, e grazie a ciò la
conversazione divenne più facile, tanto più che la figlia mi
considerava cool. Era un complimento molto gradito.
“È vero che ha trovato lei il corpo del nostro Comandante?” mi
domandò la donna, cercando con lo sguardo la figura del marito.
Confermai.
“Non ha avuto paura?”
“Certo che ne ho avuta.”
“Vede, tutto questo è accaduto ad amici di mio marito. Era molto
legato a loro. Forse anche lui ha paura, anche se non so bene quali
affari avessero in comune. C’è solo una cosa che mi tormenta…”
esitò e tacque. La guardai aspettando che concludesse la frase, ma
scuoteva solo la testa e vidi le lacrime nei suoi occhi.
La musica diventava sempre più forte e vivace, perché
suonavano Ehi Falchi!. Tutti quelli che non avevano ancora ballato
saltarono dai loro posti come andassero a fuoco e si lanciarono in
pista. Non avevo intenzione di sopraffare con la mia voce l’uomo-
orchestra.
Quando suo marito riemerse per un istante con un’avvenente
Zingara, mi tirò per una zampa: “Andiamo a fumare una sigaretta.”
Lo disse in un modo tale che diventò del tutto ininfluente se lì si
potesse fumare o no. Perciò non protestai, anche se avevo smesso
da dieci anni.
Ci facemmo largo attraverso la calca che folleggiava, urtate e
invitate a forza a ballare. I fungaioli eccitati si erano trasformati in un
corteo dionisiaco. Ci fermammo con sollievo all’esterno, nella
macchia di luce che cadeva dalle finestre della rimessa. Era una
serata umida, profumata dal gelsomino di giugno. La pioggia tiepida
era appena cessata, ma il cielo non si era affatto rischiarato.
Sembrava che di lì a poco avrebbe ripreso a diluviare. Ricordavo
serate simili nell’infanzia e mi venne una tristezza improvvisa. Non
ero sicura di voler parlare con quella donna inquieta, sperduta.
Accese nervosamente la sigaretta, aspirò a fondo e disse: “Non
posso smettere di pensarci. I corpi morti. Sa, quando lui ritorna dalla
caccia butta sul tavolo della cucina un quarto di cervo. Di solito lo
dividono in quattro parti. Il sangue scuro si spande sul piano del
tavolo. Poi lo taglia a pezzi e lo mette nella ghiacciaia. Ogni volta
che passo vicino al frigorifero penso che là dentro c’è un corpo
squartato.” Aspirò di nuovo a fondo il fumo della sigaretta. “Oppure
d’inverno appendono le lepri morte in terrazza, per farle frollare, e
quelle stanno lì appese con gli occhi aperti, con il sangue rappreso
sul naso. Lo so, lo so, sono nevrotica, ipersensibile e dovrei
curarmi.”
Mi guardò con una speranza improvvisa, come se si attendesse
un mio no, e io dentro di me constatai che ci sono ancora persone
normali a questo mondo.
Ma non feci neanche in tempo a reagire che riprese a dire: “Mi
ricordo che, quand’ero bambina, si raccontava la fiaba del
Cacciatore Notturno. La conosce?”
Accennai di no con la testa.
“È di qui, una leggenda locale, pare che risalga al tempo dei
tedeschi. Dice che di notte imperversava un Cacciatore Notturno che
dava la caccia agli uomini cattivi. Volava su una cicogna nera, e dei
cani lo accompagnavano. Tutti avevano paura di lui e di notte si
chiudevano in casa con quattro mandate. E un ragazzo di qui, o
forse di Nowa Ruda, o di Kłodzko, una volta gridò nel camino che il
Cacciatore Notturno catturasse qualcosa per lui. Qualche giorno
dopo nella casa del ragazzo e della sua famiglia cadde giù per il
camino un quarto di corpo umano e successe così ancora tre volte,
finché il corpo non fu ricomposto nella sua interezza e seppellito. Il
Cacciatore invece non riapparve più, e i suoi cani si trasformarono in
muschio.”
Ebbi un brivido per il freddo che arrivò improvvisamente dal
bosco. L’immagine dei Cani che diventano muschio non voleva
scomparirmi dagli occhi. Sbattevo le palpebre.
“Strano racconto, come un brutto sogno, vero?” Si accese un’altra
sigaretta e allora vidi che le tremavano le mani.
Volevo tranquillizzarla in qualche modo, ma non sapevo proprio
come. Non avevo mai visto in vita mia una persona sull’orlo di una
crisi di nervi. Le misi la zampa sull’avambraccio e la accarezzai
delicatamente.
“Lei è una Persona buona,” dissi, e lei mi guardò con lo sguardo
di Marysia e all’improvviso cominciò a piangere. Piangeva
silenziosa, come una ragazzina, solo le spalle le tremavano. La cosa
durò a lungo, evidentemente doveva sfogarsi. Dovetti essere il suo
testimone, starle accanto e guardare. Credo che non si aspettasse
nient’altro. La abbracciai e rimanemmo lì insieme, un Lupo finto e
una piccola donna nella macchia di luce della finestra della rimessa.
Ombre danzanti passavano su di noi.
“Vado a casa. Non ho più forze,” disse dolorosamente.
Dalla rimessa giungevano gli echi di un sonoro scalpiccio.
Ballavano di nuovo Ehi Falchi! in versione da discoteca, forse la
preferivano alle altre canzoni, e alle orecchie ci giungeva di continuo
“ehi! ehi!”. Come esplosioni di proiettili. Riflettei un istante.
“Vai,” avevo preso una decisione. Passare al “tu” mi fece provare
sollievo. “Aspetto tuo marito e lo porto a casa. Posso occuparmene
io. Tanto devo aspettare il mio vicino. Dove abitate di preciso?”

Fece il nome di una delle vie a cui si accedeva da dietro la Curva


Cuore di Bue. Sapevo dov’era.
“Non preoccuparti di niente,” dissi. “Riempi d’acqua la vasca e
riposati.”
Tirò fuori le chiavi dalla borsetta ed esitò: “A volte penso che si
può non conoscere affatto la persona con cui si vive da tanti anni,”
mi guardava negli occhi con un tale sgomento che mi irrigidii. Capii
che cosa intendeva.
“No, non è stato lui. Lui no di certo. Ne sono sicura,” dissi.
Ora mi guardava con espressione interrogativa. Esitai se dirglielo
o no.
“Una volta avevo due Cagne, stavano molto attente che tutto
venisse diviso con equità: il cibo, le coccole, i privilegi. Gli Animali
hanno un senso della giustizia fortemente sviluppato. Ricordo il loro
sguardo quando facevo una cosa fuori posto, quando le
rimproveravo ingiustamente oppure non mantenevo la parola data.
Mi guardavano con un rammarico terribile, come se non riuscissero
a concepirlo, come se avessi infranto una legge sacra. Ho imparato
da loro la giustizia sostanziale, naturale.” Tacqui un istante, e poi
aggiunsi: “Noi abbiamo una concezione del mondo, ma gli Animali
hanno una percezione del mondo, lo sai?”
Si accese di nuovo una sigaretta.
“E che ne è stato di loro?”
“Sono morte.”
Mi tirai più giù sulla faccia il muso di lupo. “Avevano i loro giochi,
nei quali imbrogliavano per divertimento. Quando una di loro trovava
un vecchio osso ormai dimenticato e l’altra non sapeva come
portarglielo via, fingeva che sulla strada stesse arrivando
un’automobile alla quale bisognava abbaiare. Allora l’altra mollava
l’osso e correva sulla strada, senza sapere che era un falso allarme.”
“Davvero? Come gli esseri umani.”
“Loro erano sotto ogni punto di vista più umane degli esseri
umani. Più tenere, intelligenti, gioiose… E gli uomini pensano che
con gli Animali si possa fare tutto, che siano degli oggetti. Io penso
che le mie Cagne le abbiano ammazzate i cacciatori.”
“No, perché avrebbero dovuto farlo?” domandò inquieta.
“Dicono che uccidono solo i Cani inselvatichiti che sono un
pericolo per gli Animali selvatici, ma non è vero. Vengono fin sotto
casa.”
Volevo dirle della vendetta degli Animali, ma mi vennero in mente
gli ammonimenti di Dyzio, di non raccontare a tutti le mie Teorie. Ora
stavamo nell’oscurità e non vedevamo i nostri visi.
“È una balla,” disse. “Non crederò mai che abbia sparato a un
cane.”
“C’è veramente una differenza così grande tra una Lepre, un
Cane e un Maiale?” domandai, ma lei non aprì bocca.
Salì in macchina e partì con irruenza. Era una grande e pasciuta
jeep Cherokee. La conoscevo. Chissà come fa una donna così
piccola e minuta a cavarsela con una macchina così grande, pensai
mentre tornavo dentro, perché stava ricominciando a piovere.
Bietolone con le guance buffamente arrossate ballava con una
corpulenta Cracoviana e sembrava assolutamente contento. Mi misi
a guardarlo. Si muoveva con grazia, senza nessuna esagerazione,
guidava tranquillo la sua partner. E forse si era accorto che lo stavo
guardando, perché a un tratto la fece girare spericolatamente. Di
certo si era dimenticato del proprio aspetto, e lo spettacolo era
divertente: due donne che ballano, una enorme, l’altra piccoletta.
Dopo questo ballo furono comunicati i risultati delle votazioni per il
costume più bello. Vinsero due coniugi di Transilvania travestiti da
amanite. Il premio era un atlante dei funghi. Il secondo posto era
nostro e ci diedero una torta a forma di fungo. Dovemmo ballare
insieme davanti a tutti come Cappuccetto Rosso e il Lupo, e poi si
dimenticarono completamente di noi. Solo allora bevvi un bicchierino
di vodka e a dire il vero mi venne una gran voglia di divertirmi, sì, e
avrebbero anche potuto suonare Ehi Falchi!. Però Bietolone voleva
andare a casa. Stava in pena per Marysia, che non lasciava mai sola
troppo a lungo, in fondo era ancora traumatizzata dalla legnaia di
Piede Grande. Gli dissi che avevo preso l’impegno di portare a casa
il Presidente. La maggior parte degli uomini sarebbe rimasta per
farmi compagnia in quel difficile compito, ma Bietolone no. Trovò
qualcuno che lasciava in anticipo la festa, forse addirittura quella
Zingara avvenente, e sparì non proprio da gentiluomo. Be’, tanto
sono abituata a fare da sola le cose difficili.

*
La mattina presto feci di nuovo quel sogno. Ero scesa nella
stanza della caldaia e loro erano di nuovo lì: mia Madre e mia
Nonna. Tutte e due in abiti estivi, a fiori, tutte e due con la borsetta,
come se stessero andando in chiesa e avessero smarrito la strada.
Quando cominciai a rimproverarle evitavano il mio sguardo.
“Che cosa ci fate voi qui, Mamma?” domandai stizzita. “Com’è
possibile?”
Stavano ferme tra una catasta di legna e la stufa, assurdamente
eleganti, anche se i disegni dei loro abiti apparivano sbiaditi e
scoloriti dai troppi lavaggi.
“Andate via di qui!” gridai loro, ma improvvisamente la voce mi si
bloccò in gola. Infatti sentii provenire dal garage uno strascichio e
dei sussurri che andavano aumentando.
Mi girai da quella parte e vidi che c’era una folla di persone:
donne, uomini e bambini, con vestiti ingrigiti, stranamente da festa.
Avevano tutti lo stesso spaventato sguardo errabondo, come se non
sapessero che cosa ci stavano lì a fare. Affluivano in massa chissà
da dove, si accalcavano all’ingresso, incerti se entrare.
Sussurravano caoticamente tra di loro, strascicavano le suole sul
pavimento di pietra della stanza della caldaia e del garage. La calca
continuava a spingere in avanti le prime file. Fui presa da un vero
sgomento.
Trovai a tastoni la maniglia alle mie spalle e silenziosamente,
cercando di non attirare l’attenzione su di me, sgusciai fuori. Poi con
le mani tremanti di paura sbarrai la porta della stanza con il
catenaccio.

La paura per quel sogno non mi era affatto passata, quando mi


svegliai. Non riuscivo a stare in nessun posto e pensai che la cosa
migliore da fare fosse andare da Bietolone. Il sole non era ancora
sorto del tutto, avevo dormito poco. Sopra ogni cosa si alzava una
nebbia delicata che si sarebbe subito trasformata in rugiada.
Mi aprì la porta, assonnato. Forse non si era lavato bene, perché
sulle guance aveva ancora il colore che il giorno prima gli avevo
messo con il rossetto.
“È successo qualcosa?” domandò.
Non sapevo cosa dire.
“Entra,” bofonchiò. “Com’è andata?”
“Una cosa tranquilla. Tutto bene,” risposi laconicamente, sapendo
che Bietolone amava le domande laconiche e le risposte laconiche.
Mi sedetti, e lui si mise a preparare il caffè. Prima pulì a lungo la
macchinetta, versò l’acqua con il misurino, e avevo l’impressione
che parlasse tutto il tempo. Era una vivacità molto strana. Świętopełk
che parla e parla.
“Ho sempre voluto sapere che cos’hai in quel cassetto,” dissi.
“Prego,” lo aprì e me lo mostrò. “Ecco qua, solo cose
indispensabili.”
“Come faccio io con la Samurai.”
Il cassetto scivolava fuori senza il minimo fruscio, bastava tirarlo
delicatamente con un dito. Negli eleganti scomparti grigi giacevano
gli Attrezzi da cucina perfettamente ordinati. Il matterello, la frusta
per le uova, un piccolo frullatore per il latte, a pile, il cucchiaio da
gelato. E poi Attrezzi che non sarei più capace di riconoscere:
cucchiai lunghi, spatoline, ganci strani. Nell’insieme sembrava uno
Strumentario chirurgico per operazioni complicate. Si vedeva che il
loro proprietario li curava oltremodo: erano tirati a lucido, collocati
ciascuno al proprio posto.
“Che cos’è?” presi in mano una larga pinzetta metallica.
“Una pinzetta per la carta d’alluminio, quando si attacca al
matterello,” disse e versò il caffè nelle tazzine.
Poi prese il piccolo frullatore, sbatté il latte finché la panna nivea
montò e la versò nel caffè. Dal cassetto estrasse un set di cerchietti
con delle sagome ritagliate sopra e un piccolo dosatore con il cacao.
Per un istante rifletté su quale forma scegliere, e scelse il cuoricino.
Poi cosparse il cacao ed ecco che sulla panna nivea del caffè avevo
un cuore marrone di cacao. Mi fece un largo sorriso.
Pensai anche dopo, quel giorno, al suo cassetto. Che guardarci
dentro mi porta alla calma assoluta. Che vorrei veramente essere
uno di quegli utili Attrezzi.

Il lunedì successivo ormai sapevano tutti che il Presidente era


morto. Lo avevano trovato domenica sera le donne che erano
andate a fare le pulizie nella rimessa. Pare che una di loro sotto
shock fosse finita all’ospedale.

Alla Polizia
Capisco che la P.T. Polizia non ha la possibilità di rispondere alle
lettere (non anonime) dei cittadini per un qualche motivo molto
valido. Non entro nel merito della questione, però mi permetto di
tornare sull’argomento che ho già sollevato nella lettera precedente.
Ma non augurerei né alla Polizia né a chiunque altro di ignorarlo alla
stessa maniera. Il cittadino che gli uffici ignorano, in un certo senso,
è condannato all’inesistenza. Bisogna tuttavia ricordare che chi non
ha diritti, non è obbligato ai doveri.
Cortesemente informo che sono riuscita a entrare in possesso
della data di nascita (non dell’ora, purtroppo, il che rende insicuro il
mio Oroscopo) del defunto Wnętrzak e ho trovato qualcosa di
straordinariamente interessante, che conferma in pieno le Ipotesi
che ho formulato in precedenza.
Si chiarisce cioè che il suddetto defunto al momento della morte
aveva Marte in transito nella Vergine, il che, secondo i migliori
principi dell’Astrologia tradizionale, ha molte analogie con gli Animali
da pelliccia. Nel contempo il suo Sole nei Pesci sta a indicare le parti
più deboli del corpo, come le caviglie. Pare dunque che la morte
della vittima fosse esattamente prevista nel suo Oroscopo radicale.
Se pertanto la Polizia si attenesse alle osservazioni degli Astrologi,
sarebbe possibile proteggere molte persone dalle disgrazie. La
disposizione dei pianeti ci dice chiaramente che gli autori di questo
crudele Assassinio sono gli Animali da pelliccia, con ogni probabilità
le Volpi, quelle selvatiche o quelle fuggite dall’allevamento (oppure i
due gruppi collusi) che, in qualche modo, hanno spinto la vittima
nelle trappole che gli uomini collocano là da anni. Questa è caduta in
quelle tagliole particolarmente efferate chiamate “capestri”, e per
qualche tempo è rimasta appesa in aria.
Questa scoperta ci porta a una conclusione generale. Cioè che la
P.T. Polizia debba guardare dove le vittime avevano Saturno:
avevano tutte Saturno nei segni animali, e il signor Presidente per
giunta anche nel Toro, il che annuncia una morte violenta per
soffocamento da parte di un Animale…
Desidero inoltre allegare un ritaglio di giornale in cui si analizzano
le informazioni a proposito di un Animale non ancora identificato
visto nella regione di Opole, che pare uccidere gli altri Animali con
una zampata al petto. Recentemente in televisione ho visto il filmato
di un cellulare in cui si vede chiaramente una giovane Tigre. Tutto
questo accade nella regione di Opole, quindi non lontano da noi. Si
tratta forse di Animali dello zoo che si sono salvati dall’alluvione e
ora vivono in libertà? In ogni caso la questione merita di essere
indagata, tanto più che, come ho notato, la popolazione locale sta
lentamente cadendo in una paura morbosa, o addirittura nel
panico…

Stavo scrivendo la lettera, quando qualcuno bussò timidamente


alla mia porta. Era la Scrittrice, la Cinerea.
“Signora Duszejko,” articolò sulla soglia. “Che cosa sta
succedendo qui? Ha sentito?”
“Non stia sulla porta, che c’è corrente. Entri.”
Indossava un maglione di filato sbottonato lungo quasi fino al
pavimento. Entrò a passetti piccoli e si sedette sull’orlo di una sedia.
“E che ne sarà di noi?” chiese con tono drammatico.
“Ha paura che gli Animali uccidano anche noi?”
Si risentì.
“Non credo a questa sua teoria. È un’assurdità.”
“Pensavo che lei, in quanto Scrittrice, avesse fantasia e capacità
tali da elaborare una visione e non si chiudesse di fronte a ciò che a
una prima occhiata sembra inverosimile. Lei dovrebbe sapere che
tutto ciò che possiamo pensare è un tipo di verità,” citai Blake per
concludere e, a quanto mi parve, questo le fece una certa
impressione.
“Non scriverei una sola riga se non avessi i piedi ben piantati a
terra, signora Duszejko,” disse con un tono da burocrate, e poi
aggiunse a voce più bassa: “Non riesco a immaginarlo. Mi dica, lo
hanno soffocato i coleotteri?”
Mi stavo affaccendando con il tè. Nero. Che impari che cos’è un
tè.
“Eh già,” dissi, “era tutto pieno di Insetti, gli erano entrati in bocca,
nei polmoni, nello stomaco, nelle orecchie. Le donne hanno detto
che era coperto di Scarabei. Io non l’ho visto, ma me lo posso
immaginare perfettamente. Il Cucujus haematodes dappertutto.”
Mi scrutava. Non riuscivo a decifrare quello sguardo.
Le servii il tè.
14.
La Caduta

L’Interrogante, che sta seduto con la faccia furba,


Non saprà mai dire qual è la Risposta giusta.

Vennero a prendermi la mattina presto e dissero che ero chiamata


a deporre. Risposi che avrei cercato di fare un salto da loro in
settimana.
“Lei non ha capito,” rispose un poliziotto giovane, lo stesso che
una volta lavorava con il Comandante. Dopo la sua morte era salito
di grado e adesso era lui a capo del commissariato in città. “Lei
viene con noi adesso, a Kłodzko.”
Lo disse con un tono tale che non mi opposi. Chiusi solo la casa
e, per ogni evenienza, presi con me lo spazzolino da denti e le mie
pillole. Ci mancherebbe altro che là mi venisse un Attacco.
Siccome diluviava da due settimane e c’era un’alluvione,
facemmo una strada più lunga, asfaltata, meno pericolosa. Mentre
scendevamo dall’Altipiano verso la Conca, vidi un branco di Cerve;
si erano fermate e guardavano senza paura la jeep della Polizia. Mi
sincerai con gioia del fatto che non le conoscevo, doveva essere un
branco nuovo che probabilmente era arrivato dalla Repubblica Ceca
nei nostri succosi pascoli verdi. Ai poliziotti le Cerve non
interessavano. Non aprirono bocca né con me né tra di loro.

Mi diedero una tazza di caffè solubile con la panna industriale ed


ebbe inizio l’interrogatorio.
“Lei doveva portare il Presidente a casa? È vero? Ci racconta
esattamente, istante dopo istante, che cosa ha visto di preciso?”
E poi una quantità di domande di questo tipo.
Non c’era molto da raccontare, ma cercavo di essere precisa in
ogni dettaglio. Dissi che avevo deciso di aspettare il Presidente
all’esterno, dentro infatti c’era chiasso. Nessuno faceva più caso alla
zona neutrale e tutti fumavano dentro, il che aveva pessimi effetti su
di me. Perciò mi ero seduta sugli scalini a guardare il cielo.
Ecco che dopo la pioggia era apparsa Sirio, si era alzato il timone
del Grande Carro… Mi chiedevo se le stelle ci vedano. E se sì, che
cosa possano pensare di noi. Conoscono veramente il nostro futuro?
Ci commiserano per il fatto che siamo conficcati nel presente, senza
nessuna possibilità di movimento? Ma pensavo anche che,
nonostante tutto, nonostante la nostra fragilità e ignoranza, abbiamo
uno straordinario vantaggio sulle stelle: è per noi che il tempo lavora,
dandoci la grande opportunità di trasformare un mondo sofferente e
pieno di dolore in un mondo felice e tranquillo. Sono le stelle a
essere imprigionate nella loro potenza e in realtà non ci possono
aiutare. Progettano soltanto delle reti, tessono sui telai del Cosmo
orditi che noi dobbiamo riempire con la nostra trama. E allora mi
venne in mente un’Ipotesi interessante. Che forse le stelle ci vedono
così come noi vediamo per esempio i nostri Cani: avendo una
maggiore consapevolezza, in alcuni momenti sappiamo meglio che
cosa sia bene per loro; li teniamo al guinzaglio per non perderli, li
sterilizziamo perché non si moltiplichino dissennatamente, li
portiamo dal veterinario per curarli. E loro non capiscono come mai,
perché, a che scopo. Però si sottomettono a noi. Dunque, forse,
anche noi dovremmo sottometterci agli influssi delle stelle, ma nello
stesso tempo stimolare la nostra sensibilità di uomini. È così che
meditavo mentre stavo seduta su quegli scalini all’ombra. E quando
vidi che la maggior parte della gente usciva e si avviava verso casa
a piedi o con le auto, entrai per ricordare al Presidente che dovevo
portarlo a casa. Ma lui non c’era, né là né altrove. Controllai nei
bagni e feci il giro della rimessa. Chiesi anche a tutti quei fungaioli
alticci dove si fosse cacciato, ma nessuno era in grado di darmi una
risposta sensata. Alcuni continuavano a canticchiare Ehi Falchi!, altri
stavano finendo la birra e senza far caso al divieto la terminavano
all’aperto. Perciò pensai che qualcuno doveva averlo già portato via
e io non me n’ero accorta. Sono persuasa anche adesso che quella
fosse una supposizione ragionevole. Che cosa poteva succedere di
male? Anche se si era addormentato in mezzo alla bardana, ubriaco,
la Notte era calda e non correva nessun pericolo. Non mi venne in
mente nulla di sospetto, quindi presi la Samurai e tornammo a casa.
“Chi è la Samurai?” chiese il poliziotto.
“Un’amica,” risposi la pura verità.
“Mi dica il cognome.”
“Samurai Suzuki.”
Restò confuso, e l’altro ridacchiò sotto i baffi.
“Ci dica, signora Duszeńko…”
“Duszejko,” corressi.
“… Duszejko. Lei ha qualche sospetto su chi potesse avere dei
motivi per fare del male al Presidente?”
Mi stupii.
“Voi non leggete le mie lettere. Eppure là ho spiegato tutto.”
Si guardarono.
“No, ma la domanda è seria.”
“Ma anch’io rispondo seriamente. Ve l’ho scritto. Del resto non ho
ancora ricevuto risposta. Non è bello non rispondere alle lettere.
L’articolo 171, paragrafo 1, dice che alla persona sotto interrogatorio
va consentita nei limiti stabiliti dalla legge la libertà di esposizione
riguardo a un dato accadimento, e solo in seguito è consentito porre
domande volte a integrare, chiarire o verificare l’esposizione.”
“Ha ragione,” disse il primo.
“È vero che era tutto coperto di Scarabei?” domandai.
“Non possiamo rispondere a questa domanda. Per il buon esito
dell’indagine.”
“E come è morto?”
“Le domande le facciamo noi a lei, non lei a noi,” esclamò il primo,
e l’altro aggiunse: “Dei testimoni l’hanno vista parlare con il
Presidente durante la festa, eravate sugli scalini.”
“È vero, gli ho ricordato che lo avrei portato a casa, perché me lo
aveva chiesto sua moglie. Ma pareva che non riuscisse a
concentrarsi molto su quello che gli dicevo. Pensai che la cosa
migliore fosse semplicemente aspettare che il ballo terminasse e lui
si decidesse a uscire.”
“Lei conosceva il Comandante?”
“Certo che lo conoscevo. E lei lo sa bene,” dissi al giovane. “A
cosa serve fare domande se si sa già la risposta? Non è una perdita
di tempo?”
“E Anzelm Wnętrzak?”
“Si chiamava Anzelm? Non l’avrei mai detto. L’ho incontrato una
volta qui, sul ponticello. Era con una sua amica. Molto tempo fa, tre
anni. Abbiamo chiacchierato un pochino.”
“Di che cosa?”
“Così, in generale, ora non me lo ricordo. C’era anche quella
donna, perciò confermerà tutto.”
Sapevo che alla Polizia piace avere una conferma a tutto.
“È vero che lei si è comportata in modo aggressivo durante la
caccia qui in zona?”
“Direi che mi sono comportata in modo iroso, non aggressivo. È
diverso. Ho espresso la mia Ira perché uccidono gli Animali.”
“Li ha minacciati di morte?”
“A volte l’Ira mette in bocca le parole più varie, ma fa anche sì che
poi non ci si ricordi molto.”
“Ci sono dei testimoni che dichiarano che lei abbia gridato, e cito,”
a quel punto diede un’occhiata alle carte sul tavolo, “‘io vi uccido,
siete dei (parola scurrile), andrete incontro al castigo per questi
delitti. Non avete nessuna vergogna, non avete paura di niente. Io vi
spacco la testa’.”
Lesse con indifferenza, il che mi fece divertire.
“Perché sorride?” chiese quell’altro piccato.
“Mi sembra comico che io abbia potuto dire quelle cose. Sono una
persona tranquilla. Forse il vostro testimone esagera.”
“Nega forse di aver avuto una controversia amministrativa
riguardo al ribaltamento e alla distruzione di un pulpito?”
“No, non ho affatto intenzione di negarlo. Ho pagato la sanzione
amministrativa. Ci sono i documenti, per questo.”
“E per che cosa non ci sono i documenti?” domandò uno di loro,
pensando di trarmi in inganno, ma credo di esserne uscita in modo
intelligente: “Per molte cose, caro lei. Sia nella mia vita che nella
sua. Non si riesce a dire tutto con le parole, figuriamoci con i
documenti ufficiali.”
“Perché l’ha fatto?”
Lo guardai come se fosse caduto dalla luna.
“Perché mi chiede una cosa che lei sa bene?”
“La prego di rispondere alle domande. Devo mettere tutto per
iscritto nel verbale.”
Mi rilassai completamente.
“Ah. Allora ancora una volta: perché da lassù non sparassero agli
Animali.”
“Come fa a conoscere così nel dettaglio alcuni particolari dei
delitti?”
“Quali?”
“Per esempio quelli che riguardano il signor Presidente. Come
faceva a sapere che quello scarabeo era un Cucujus haematodes?
Lo ha detto alla Scrittrice.”
“Oh, ho detto così? Qui quel Coleottero è famoso.”
“Allora, come mai lo conosce? Lo ha saputo da quell’ento… quel
tipo degli insetti che abitava da lei in primavera?”
“Può darsi. Ma soprattutto dagli Oroscopi, ve l’ho già spiegato.
Negli Oroscopi c’è tutto. Ogni minimo particolare. Anche come si
sente lei oggi, qual è il suo colore preferito per la biancheria intima.
Bisogna solo saperli leggere. Il Presidente aveva aspetti molto cattivi
in terza casa, che è la casa degli Animali piccoli. Anche degli Insetti.”
I poliziotti non si trattennero dal lanciarsi un’occhiata eloquente, il
che secondo me era scortese. Nel loro lavoro non dovrebbero
stupirsi di nulla. Continuai con piena sicurezza di me e ormai sapevo
che quelli erano due pasticcioni: “Mi occupo di Astrologia da anni e
ho una notevole esperienza. Tutto è collegato a tutto, e tutti ci
troviamo dentro una rete di corrispondenze varie. Ve lo dovrebbero
insegnare nelle scuole di Polizia. È una buona vecchia tradizione.
Da Swedenborg.”
“Da chi?” domandarono insieme.
“Swedenborg, uno svedese.”
Vidi che uno di loro si era segnato il cognome.

Mi parlarono con questi toni per altre due ore, e il pomeriggio mi


notificarono la decisione di trattenermi per quarantott’ore e il
mandato per perquisire casa mia. Mi chiesi febbrilmente se non
avessi lasciato in bella mostra da qualche parte la biancheria sporca.
La sera ricevetti una busta di plastica e intuii che fosse da parte di
Dyzio e di Buona Novella. C’erano due spazzolini da denti (perché
due? Forse uno per il mattino e uno per la sera?), una camicia da
notte, lussuosa e sexy (sicuramente Buona Novella l’aveva scovata
tra la merce nuova), un po’ di dolcetti e un volume di Blake nella
traduzione di un certo Fostowicz. Il mio caro Dyzio.
Per la prima volta mi trovavo in una prigione del tutto reale e fu
un’esperienza molto difficile. La cella era pulita, misera e cupa.
Quando la porta mi si chiuse alle spalle, fui presa dal panico. Il cuore
mi picchiava nel petto e temevo che avrei cominciato a gridare. Mi
sedetti sul tavolaccio e avevo paura di muovermi. Allora pensai che
avrei preferito morire piuttosto che trascorrere il resto della mia vita
in un posto simile. Oh sì, senza alcun dubbio. Non dormii per tutta la
notte, non mi sdraiai nemmeno. Rimasi seduta nella stessa
posizione fino al mattino. Ero sudata e sporca. Sentivo che le parole
che avevo pronunciato quel giorno mi avevano sporcato la lingua e
la bocca.

Le scintille giungono dalla sorgente stessa della luce e sono


formate da un chiarore purissimo, così dicono le leggende più
antiche. Quando deve nascere un Essere umano, una scintilla
comincia a cadere. Dapprima vola attraverso le tenebre dello spazio
cosmico, poi attraverso le galassie e infine, prima di cadere qui, sulla
Terra, sbatte, poveretta, contro le orbite dei pianeti. Ognuno di questi
sporca la scintilla con delle Caratteristiche, ed essa si oscura e si
affievolisce.

Dapprima Plutone traccia la cornice di questo esperimento


cosmico e rivela i suoi principi fondamentali: la vita è un evento
momentaneo dopo il quale sopraggiunge la morte, che un giorno
permetterà alla scintilla di trarsi fuori dalla trappola; non c’è altra via
d’uscita. La vita è una specie di poligono sperimentale, molto
esigente. Da quel momento conterà tutto quello che fai, ogni
pensiero e ogni azione, non per essere in seguito punito o premiato,
ma perché sono i pensieri e le azioni che costruiscono il tuo mondo.
È così che agisce questa macchina. Poi, cadendo, la scintilla
attraversa la fascia di Nettuno e si perde nei suoi vapori nebulosi.
Nettuno le dà per consolazione tutte le illusioni, la memoria onirica
dell’uscita, i sogni di volo, la fantasia, le droghe e i libri. Urano la
fornisce della capacità di ribellarsi, che da allora in poi sarà la prova
della memoria del luogo d’origine della scintilla. Quando la scintilla
oltrepassa gli anelli di Saturno, appare chiaro che lì in basso
l’attende la prigione. Il campo di lavoro, l’ospedale, le regole e i
moduli, il corpo malato, la malattia mortale, la morte della persona
amata. Ma Giove le offre la consolazione, la dignità e l’ottimismo, un
bellissimo regalo: in-qualche-modo-si-andrà-avanti. Marte di suo
aggiunge la forza e l’aggressività, serviranno di sicuro. Volando
vicino al Sole, la scintilla resta accecata, dell’antica vasta coscienza
le rimane unicamente un piccolo, striminzito Io diviso dal resto, e
sarà così per sempre. Me lo immagino così: un essere monco,
mutilato, con le ali staccate. Una mosca torturata da bambini crudeli;
chi lo sa come farà a resistere nel Buio. Sia lode alle Dee che a quel
punto c’è Venere sulla strada della Caduta. La scintilla riceve da lei il
dono dell’amore, della compassione più pura, l’unica che possa
salvare lei e le altre scintille; grazie ai doni di Venere potranno
sostenersi e congiungersi. Poco prima della Caduta si accosta
ancora a un piccolo, strano pianeta che ricorda un Coniglio
ipnotizzato, non ruota intorno al proprio asse ma si muove
rapidamente, l’occhio fisso al Sole: è Mercurio. Questi le dà il
linguaggio, la capacità di comunicare. Incrociando la Luna, riceve
qualcosa di assolutamente inafferrabile, l’anima.
Solo allora cade sulla Terra e si veste immediatamente di un
corpo. Umano, animale o vegetale.
È così che stanno le cose.

Fui rilasciata il giorno dopo, prima ancora che trascorressero


quelle sventurate quarantott’ore. Vennero a prendermi tutti e tre
insieme, mi gettai tra le loro braccia, come se dopo anni di assenza
fossi tornata al mondo. Dyzio scoppiò a piangere, e Buona Novella e
Bietolone sedevano rigidi sul sedile posteriore. Si vedeva che erano
sgomenti per quello che era successo, molto più di me, e alla fine fui
io a doverli consolare. Chiesi a Dyzio che si fermasse davanti al
negozio, e comprammo del gelato.
Ma per dirla tutta, a partire da quel breve periodo di carcere
diventai molto distratta. Non riuscivo ad accettare il fatto che i
poliziotti mi avessero perquisito la casa, e da allora in poi sentivo la
loro presenza dappertutto; avevano rovistato nei cassetti, negli
armadi e nella scrivania. Non avevano trovato niente, e che cosa
mai potevano trovare? Ma l’ordine era stato sconvolto, la pace
distrutta. Girovagavo spersa per casa incapace di qualsiasi lavoro.
Parlavo da sola e io stessa mi rendevo conto che in me c’era
qualcosa che non andava. Mi attiravano le mie grandi finestre, ci
stavo affacciata e non potevo distogliere lo sguardo da quello che
vedevo: l’erba rossastra che ondeggiava, la sua danza nel vento
invisibile, artefice di quel movimento. E poi le macchie di verde che
assumevano ogni possibile sfumatura. Meditavo e mi perdevo per
ore e ore. Per esempio lasciavo le chiavi in garage e per una
settimana non riuscivo a trovarle. Bruciai la teiera. Tiravo fuori le
verdure dalla ghiacciaia e le ritrovavo solo quando erano rinsecchite
e appassite. Con la coda dell’occhio vedevo quanto movimento c’era
nella mia casa: gente che entrava e usciva, dalla stanza della
caldaia in su, e nel giardino e ritorno. Le Bambine correvano gioiose
nell’ingresso. La Mamma era seduta in terrazza e beveva il tè.
Sentivo il suono del cucchiaino battuto contro la tazzina e i suoi
lunghi, tristi sospiri. Tutto si placava solo con l’arrivo di Dyzio; ed era
quasi sempre con Buona Novella, tranne quando il giorno dopo lei
aveva la consegna delle merci.
Poiché i dolori aumentarono, un giorno Dyzio chiamò il Pronto
Soccorso. Risultò che dovevo andare all’ospedale. Il periodo era
buono per l’arrivo dell’ambulanza: agosto, la strada asciutta, dura,
un tempo bellissimo e, grazie ai pianeti, mi ero appena fatta la
doccia mattutina e avevo i piedi pulitissimi.
Ora stavo distesa in una sala, stranamente vuota, con le finestre
aperte attraverso cui filtravano gli odori degli orticelli vicini: pomodori
maturi, erbe secche, sterpi bruciati. Il Sole era entrato nella Vergine,
e lei cominciava le sue pulizie autunnali e faceva già le scorte per
l’inverno.
Venivano a trovarmi, ovviamente, ma non c’è nulla che mi
imbarazzi più delle visite in ospedale. Non si sa davvero come
comportarsi. Ogni conversazione in quel posto sgradevole diventa
innaturale e forzata. Spero che non se la siano presa a male quando
ordinavo loro di andare a casa.
Spesso si sedeva sul mio letto il dermatologo Alì. Arrivava dal
reparto accanto e mi portava sempre giornali consumati da quanto
erano stati letti e riletti. Gli raccontavo del mio ponte in Siria (chissà
se c’è ancora), e lui a me del suo lavoro con le tribù nomadi del
deserto. Che per qualche tempo era stato medico dei nomadi. Si
spostava con loro, li visitava e li curava. Sempre in movimento. Era
lui stesso un nomade. Non scaldava la poltrona in un ospedale per
più di due anni, improvvisamente poi qualcosa cominciava a
stancarlo, a renderlo inquieto e cercava un altro lavoro, in un altro
luogo. I pazienti che alla fine si erano persuasi ad accettarlo dopo
aver superato tutti i pregiudizi possibili, venivano abbandonati: un bel
giorno sulla porta del suo studio compariva un foglietto con su scritto
che il dottor Alì non avrebbe più ricevuto. Il modello errabondo di vita
e la sua origine suscitavano ovviamente l’interesse di ogni tipo di
servizi segreti: per questo il suo telefono era sempre controllato. Lui
almeno diceva così.
“Lei ha un qualche suo Disturbo?” gli chiesi una volta.
Oh sì che ne aveva. Tutti gli inverni cadeva in depressione, e la
stanza dell’albergo operaio che il comune gli aveva assegnato
aggravava la sua melancolia. Aveva un unico oggetto prezioso, tutto
quello che si era conquistato in anni di lavoro: una grande lampada
che emetteva raggi simili a quelli solari e che in questo modo pareva
risollevasse il morale di Alì. Spesso passava serate intere con la
faccia rivolta a quel Sole artificiale e vagava con il pensiero per i
deserti della Libia o della Siria, o forse dell’Iraq.
Congetturavo su come dovesse essere il suo Oroscopo. Ma ero
troppo ammalata per fare i calcoli. Stavolta me la passavo proprio
male. Giacevo in una stanza oscurata con una forte fotoallergia, con
la pelle rossa screpolata che bruciava come se l’avessero
tagliuzzata con dei piccoli bisturi.
“Lei deve evitare il Sole,” mi mise in guardia Alì. “Non ho mai visto
una pelle così, lei è rifatta per vivere nei sotterranei.”
Rideva, perché per lui era una cosa inimmaginabile, lui stava tutto
il tempo rivolto al Sole come un girasole. Io invece ero come la
cicoria bianca, un germoglio di patata, e il resto della vita avrei
dovuto passarlo nella stanza della caldaia.
Lo ammiravo per il fatto che – come diceva – possedeva sempre
il numero esatto di cose che si potevano impacchettare in qualsiasi
momento dentro due valige per partire nel giro di un’ora. Decisi di
imparare questo da lui. Mi ripromisi che, appena uscita, mi sarei
esercitata. Zaino e portatile, questo dovrebbe essere sufficiente a
ogni Uomo. In questa maniera Alì, dovunque si trovasse, era a casa
propria.
Mi fece presente, quel medico giramondo, che non dovremmo
abituarci troppo a stazionare in un unico posto, cosa rispetto alla
quale io con la mia casa forse mi ero spinta troppo oltre. Ricevetti da
quel dottore olivastro una galabia, una tunica bianca che arrivava
alle caviglie, con le maniche lunghe, abbottonata sul collo. Disse che
il bianco agisce come uno specchio e riflette i raggi.

Nella seconda metà di agosto le mie condizioni di salute si


aggravarono a tal punto che furono costretti a trasferirmi a Breslavia
per delle analisi di cui non mi fregava più di tanto. Nei dormiveglia in
cui trascorrevo intere giornate, avevo fantasie agitate a proposito del
mio pisello odoroso, pensavo che avrei dovuto tenere sott’occhio la
sesta generazione, ormai, altrimenti i risultati delle mie ricerche non
sarebbero più stati validi e avremmo ritenuto di nuovo di non
ereditare la nostra esperienza di vita, pensavo che tutti gli
insegnamenti del mondo sarebbero andati perduti, che non eravamo
capaci di imparare niente dalla storia. Sognavo di telefonare a Dyzio
ma lui non rispondeva, perché le mie Bambine avevano partorito i
piccoli e ce n’era una moltitudine sul pavimento dell’ingresso e in
cucina. Erano uomini, una razza completamente nuova di uomini
partoriti dagli Animali. Erano ancora ciechi, non avevano ancora
aperto gli occhi. E sognavo di cercare le Bambine in una grande
città, di sperare ancora di trovarle, e che era una speranza stupida e
tanto dolorosa.
Un giorno venne a trovarmi nell’ospedale di Breslavia la Scrittrice,
per consolarmi con cortesia e informarmi con delicatezza che stava
vendendo la sua casa.
“Non è più lo stesso posto di prima,” disse consegnandomi delle
crêpes ai funghi da parte di Agata.
Diceva di sentire delle vibrazioni, di notte aveva paura, aveva
perso l’appetito.
“Non si può vivere in un posto dove accadono cose simili. In
occasione di quei terribili assassinii sono venuti alla luce del giorno
piccoli imbrogli e sconcezze. A quanto pare ho vissuto in mezzo a
dei mostri,” disse sconvolta. “Lei è l’unica giusta in tutto questo.”
“Comunque volevo rinunciare alla cura delle case il prossimo
inverno, sa?” dissi imbarazzata dal complimento.
“È una buona decisione. Le farebbero bene i paesi caldi…”
“... senza Sole,” aggiunsi. “Conosce posti così a parte il bagno?”
Ignorò la mia domanda.
“Sul giornale c’è già l’annuncio della vendita della casa,” rimase
per un istante immersa nei suoi pensieri. “D’altronde c’era troppo
vento. Non riuscivo a sopportare quell’incessante ululare del vento.
Non c’è modo di concentrarsi quando c’è continuamente qualcosa
che ti sussurra nelle orecchie, fischia e fruscia. Ha notato quanto
chiasso fanno le foglie sugli alberi? Soprattutto sui pioppi, è
veramente insostenibile. Cominciano a giugno e ondeggiano fino a
novembre. Un incubo.”
Non ci avevo mai pensato.
“Mi hanno interrogata, lo sa?” disse sdegnata, cambiando
improvvisamente argomento.
Non ero affatto stupita, perché interrogavano tutti. Quel caso era
diventato una priorità. Che parola orribile.
“E allora? È stata loro utile?”
“Sa, signora, a volte ho l’impressione che viviamo in un mondo
che ci inventiamo noi. Stabiliamo che cosa è buono e che cosa non
lo è, disegniamo le mappe dei significati… E poi per tutta la vita
combattiamo contro tutto quello che abbiamo concepito. Il problema
sta nel fatto che ciascuno ha la propria versione, e per questo gli
uomini fanno fatica a intendersi.”
Era una specie di verità.
Quando mi salutò, frugai tra le mie cose e le consegnai una
zampetta di Cerva. La tolse dalla carta e la sua faccia si storse in
una smorfia di disgusto.
“Per l’amor di Dio, che cos’è? Signora Duszejko, che cosa mi
dà?”
“La prego, la prenda. È una specie di Dito di Dio. Ormai è
rinsecchita che più non si può, non puzza.”
“E che ne devo fare?” domandò preoccupata.
“Buon uso.”
Riavvolse la zampetta nella carta, esitò ancora davanti alla porta,
e poi se ne andò.
Meditai a lungo su ciò che aveva detto la Cinerea. E penso che
coincida con una mia Teoria. Ritengo infatti che la psiche umana sia
nata per tutelarci dal vedere la verità. Per non consentirci di
scorgerne direttamente il meccanismo. La psiche è il nostro sistema
di difesa: si adopera per non farci mai comprendere ciò che ci
circonda. Si occupa principalmente di filtrare le informazioni,
sebbene le possibilità del nostro cervello siano enormi. Perché quel
sapere non sarebbe sostenibile. Ogni minima particella del mondo si
compone infatti di sofferenza.

Dunque, prima uscii di prigione. Poi uscii dall’ospedale. Non c’è


dubbio sul fatto che combattevo contro gli influssi di Saturno. In
agosto tuttavia si spostò abbastanza da smettere di creare un
aspetto sgradevole, perciò il resto dell’estate lo passammo come
una buona famiglia. Rimanevo distesa nella stanza schermata,
Bietolone faceva le pulizie e governava la casa, mentre Dyzio e
Buona Novella cucinavano e si occupavano della spesa. Quando mi
sentii meglio, ci recammo nuovamente in Repubblica Ceca, in quella
straordinaria libreria, e andammo a trovare Honza e i suoi libri.
Pranzammo due volte con lui e tenemmo una piccola conferenza
blakiana, senza finanziamenti o sostegni dell’Unione Europea.
Dyzio trovò su internet un filmino. Dura un minuto, non di più. Un
Cervo vigoroso attacca un cacciatore. Lo vediamo mentre sta ritto su
due zampe e con quelle anteriori colpisce l’Uomo. Il cacciatore cade
a terra, ma l’Animale non smette, lo calpesta con rabbia, non gli
permette di trascinarsi fuori dalla portata dei suoi zoccoli. L’Uomo
tenta di proteggersi la testa e di sfuggire in ginocchio all’Animale
infuriato, ma il Cervo lo fa cadere ancora.
Questa scena non ha una conclusione, non si sa che cosa
succeda dopo, al cacciatore e al Cervo.
Distesa nella mia stanza buia, nel mezzo dell’estate, guardavo
quel film all’infinito.
15.
Uberto

Il Belato, il Latrato, il Muggito, il Ruggito:


Onde che sbattono sulla Riva del Cielo.

La mia Venere è danneggiata oppure è in esilio, si dice così di un


Pianeta che non si trova nel segno in cui dovrebbe essere. Per
giunta, in aspetto negativo con lei permane Plutone, il quale governa
il mio Ascendente. Questa situazione fa sì, ritengo, che io abbia la
sindrome della Venere Pigra. È così che ho chiamato questo
Fenomeno. In questo caso abbiamo a che fare con un Essere
umano che ha ricevuto molto dalla sorte, ma non ha assolutamente
sfruttato il suo potenziale. È intelligente e sveglio, ma non si applica
diligentemente nell’apprendimento e preferisce sfruttare la sua
intelligenza nel gioco delle carte e nei solitari. Ha un bel corpo ma lo
distrugge trascurandolo, intossicandosi con gli eccitanti, ignorando
medici e dentisti.
Una Venere così produce uno strano genere di pigrizia: le
occasioni della vita ci passano sotto il naso perché si è dormito
troppo, perché non ci si è voluti muovere, perché si è arrivati in
ritardo, perché si è trascurato qualcosa. È l’inclinazione al
sibaritismo, a una vita vissuta in un lieve dormiveglia, è la
dispersione in piccoli piaceri, l’avversione per lo sforzo e la totale
mancanza di tensione verso la competizione. Le mattinate lunghe, le
lettere non aperte, gli impegni rimandati a dopo, i progetti
abbandonati. L’avversione a ogni autorità e alla sudditanza, un
silenzioso e pigro fare di testa propria. Si può dire che gente così
non serve a nulla.
Magari, se mi fossi data da fare, in settembre sarei tornata a
scuola, ma non riuscivo a costringermi a farmi forza. Mi dispiaceva
che i bambini avessero perso un mese di lezione. Ma che cosa
potevo fare? Mi faceva male tutto.
Solo in ottobre ce la feci a tornare. Mi sentivo bene al punto da
organizzare due volte alla settimana il circolo di inglese e recuperare
gli argomenti su cui gli alunni erano rimasti indietro. Però non era
possibile lavorare normalmente. In ottobre cominciarono gli esoneri
dei bambini dalle mie lezioni perché procedevano a tutto vapore i
preparativi per l’inaugurazione e la benedizione della cappella
appena costruita. Doveva essere dedicata a Uberto nel giorno della
sua festa, il 3 novembre. Non volevo concedere l’esonero ai
bambini. Avrei preferito che conoscessero un maggior numero di
parole in inglese, piuttosto che imparare a memoria le vite dei santi.
Intervenne la giovane direttrice.
“Lei esagera. Ci sono delle priorità,” disse con un tono da cui
sembrava non credere nemmeno lei a ciò che diceva.
Ritengo che la parola “priorità” sia brutta come “defunto” o
“concubino”, ma non volevo, davvero non volevo polemizzare con lei
né sull’esonero dei bambini né sulle parole.
“Naturalmente lei ci sarà alla benedizione della cappella, vero?”
“Non sono cattolica.”
“Non importa. Siamo tutti cattolici per cultura, che ci piaccia o no.
Quindi la prego di venire.”
Non ero preparata a un simile argomento, perciò restai zitta.
Recuperai le lezioni arretrate con i bambini durante i doposcuola
pomeridiani.

Dyzio venne interrogato altre due volte e alla fine il suo contratto
di lavoro fu rescisso consensualmente. Avrebbe lavorato solo fino
alla fine dell’anno. Fornirono delle motivazioni vaghe, il taglio del
personale, la riduzione, come al solito. Quelli come Dyzio vengono
sempre scartati per primi. Tuttavia penso che ciò avesse un legame
con le sue deposizioni. Sospettavano di lui? Dyzio non se ne
preoccupò per nulla. Aveva già deciso di diventare un traduttore.
Intendeva campare con le traduzioni della poesia di Blake.
Fantastico. Tradurre da una lingua all’altra e in tal modo avvicinare
gli uomini tra di loro è un’idea bellissima.
Ora conduceva la sua indagine personale ed era difficile
stupirsene: tutti aspettavano in tensione le nuove scoperte della
Polizia, rivelazioni che ponessero fine una volta per tutte a quella
catena di morti. A tale scopo andò anche dalla signora Wnętrzak e
dalla moglie del Presidente e, per quanto poteva, verificò i loro
movimenti.
Sapevamo che tutti e tre erano morti colpiti alla testa da un corpo
contundente, ma non si sapeva di che Strumento potesse trattarsi.
Ipotizzavamo che potesse essere semplicemente un pezzo di legno,
un grosso ramo, ma in quel caso sarebbero rimaste sulla pelle delle
tracce di un tipo specifico. Sembrava invece che fosse stato usato
un oggetto grande dalla superficie dura e liscia. Per giunta la Polizia
aveva scoperto nel punto della botta sangue animale in minime
quantità, verosimilmente di Cervo.
“Avevo ragione,” dissi per l’ennesima volta, testarda. “Visto? Sono
state le Cerve.”
Dyzio era propenso a credere all’Ipotesi che si trattasse
probabilmente di una resa dei conti. Si sapeva con certezza che la
sera in questione il Comandante stava tornando da casa di
Wnętrzak, dal quale aveva ricevuto una mazzetta.
“Forse Wnętrzak lo ha raggiunto e ha tentato di strappargli i soldi,
sono venuti alle mani, il Comandante è caduto, l’altro si è spaventato
e ha rinunciato a cercare la grana,” raccontava Dyzio meditabondo.
“Ma chi ha ammazzato Wnętrzak?” domandò Bietolone con piglio
da filosofo.
A me invece, a essere sinceri, piaceva la visione di persone
cattive che si eliminano a vicenda, a catena.
“Oh, magari è stato il Presidente?” almanaccò nuovamente
Bietolone.
Era molto verosimile che il Comandante coprisse alcuni reati di
Wnętrzak. Ma se il Presidente avesse qualcosa a che fare con tutto
questo, non lo sapevamo. Se il Presidente ha ucciso, chi ha ucciso il
Presidente? È possibile che il movente sia la vendetta contro loro tre
e molto probabilmente anche in questo caso si tratta di affari. Può
esserci del vero in tutto quel parlare di mafia? La Polizia ha delle
prove in merito? È possibilissimo che in quelle tenebrose attività
illecite siano coinvolti anche altri poliziotti, per questo le indagini
procedono in modo tanto faticoso.
Ormai avevo smesso di parlare della mia Teoria. È vero, non
facevo che espormi al ridicolo. Aveva ragione la Cinerea: gli uomini
sono in grado di capire solo quello che inventano da soli e di cui si
nutrono. La visione di un complotto tra persone del potere
provinciale, corrotto e degenerato, era in linea con quanto la
televisione raccontava con godimento e i giornali scrivevano. Né la
televisione né i giornali, infatti, si occupano degli Animali, a meno
che dallo zoo non scappi una Tigre.

L’inverno inizia subito dopo Ognissanti. Qui è così, l’autunno


raccatta tutti i suoi Attrezzi e giocattoli, scrolla via le foglie: non
saranno più necessarie, le spazza vicino alle capezzagne, toglie il
colore all’erba fino a che questa si fa grigiastra e amorfa. Poi tutto
viene fuori nero su bianco: sui campi arati cade la neve.
“Guida il tuo carro sulle ossa dei morti,” mi dissi con le parole di
Blake; era proprio così?
Rimasi alla finestra a guardare le pulizie frettolose della natura,
fino a che scese il crepuscolo e da quel momento l’incedere
dell’inverno si svolse nelle tenebre. La mattina tirai fuori il piumino,
quello rosso di Buona Novella, e i berretti di lana.
Sui vetri della Samurai era comparsa la brina, ancora giovane,
sottile e delicata come un micelio cosmico. Due giorni dopo i Morti
andai in paese con l’intenzione di vedere Buona Novella e di
comprarmi degli stivali da neve. Ormai bisognava essere pronti al
peggio. Il cielo incombeva basso, come sempre in quella stagione.
Non si erano ancora consumate le lucine nei cimiteri, vedevo
attraverso la rete che i lumini colorati baluginavano durante il giorno,
come se la gente con quelle misere fiammelle volesse aiutare il Sole
che si indeboliva in Scorpione. Plutone aveva preso il potere sul
Mondo. Mi venne tristezza. Il giorno prima avevo scritto un’e-mail ai
miei benevoli datori di lavoro dicendo che quell’anno non mi sarei
impegnata nella custodia invernale delle loro case.
Solo per strada mi venne in mente che era proprio il 3 novembre
e che in paese si sarebbe celebrata la cerimonia per la festa di
sant’Uberto.
Sempre, quando si organizzano degli imbrogli sospetti, si
coinvolgono prima di tutto i bambini. Ricordo che allo stesso modo ci
incastravano con il corteo del 1° maggio. Molto, molto tempo fa. Ora
dovevano partecipare al Concorso distrettuale di Arti Plastiche per
Bambini e Giovani della Contea di Kłodzko. Tema: “Sant’Uberto –
modello di ecologista contemporaneo”, e poi alla rappresentazione
che mostrava vita e morte del santo. A tale proposito già in ottobre
avevo scritto una lettera al provveditorato, ma non avevo ricevuto
risposta. Ritenevo che questa, come molte altre questioni, fosse uno
scandalo.
Lungo la strada asfaltata erano parcheggiate molte automobili, il
che mi fece venire in mente che c’era la messa, e decisi di entrare in
chiesa per vedere il frutto di quei lunghi preparativi autunnali, in
conseguenza dei quali le lezioni di inglese avevano subito un tale
danno. Guardai l’orologio e tutto stava a indicare che la messa era
iniziata.
A volte mi capitava di entrare in chiesa e di stare seduta in pace
con le persone. Mi è sempre piaciuto il fatto che le persone stanno
insieme e non sono obbligate a parlarsi. Se potessero chiacchierare,
comincerebbero subito a raccontarsi scemenze, pettegolezzi,
comincerebbero a inventare e a darsi un tono. Così invece se ne
stanno sedute nelle file, ciascuna immersa nei propri pensieri,
rivedono nella mente le cose appena accadute, e immaginano che
cosa accadrà ancora di lì a poco. In questa maniera controllano la
propria vita. Come tutti, mi sedevo su una panca e piombavo in una
sorta di dormiveglia. Pensavo pigramente, come se i pensieri mi
arrivassero dal di fuori, dalle teste delle altre persone, o forse dalle
teste di legno degli angeli posti lì vicino. Mi veniva sempre in mente
qualcosa di nuovo, di diverso da come mi sarebbe venuto a casa. In
questo senso la chiesa è un buon posto.
Talvolta avevo l’impressione che lì avrei potuto leggere i pensieri
degli altri, se solo avessi voluto. Qualche volta ho anche sentito i
pensieri altrui nella mia testa: “La carta da parati nuova in camera da
letto, che modello, sono meglio quelle tutte lisce o quelle goffrate
con disegni delicati? I soldi sul conto hanno un tasso d’interesse
troppo basso, altre banche offrono condizioni migliori, bisogna
vedere subito lunedì le loro offerte e spostare i quattrini. Ma dove li
ha presi quella tutti quei soldi? Come fa a permettersi tutto quello
che ha indosso? Magari non mangiano, e tutto quello che
guadagnano lo spendono per i suoi vestiti… Ma com’è invecchiato,
com’è diventato grigio! E pensare che era il più bell’uomo del
villaggio. E adesso? Un relitto… Lo dirò apertamente al medico:
voglio il certificato di malattia… Mai e poi mai acconsentirò a una
cosa del genere, non mi farò trattare come un bambino…”
E che ci sarebbe di male in pensieri del genere? Ne faccio di
diversi, io? Meno male che questo Dio, se esiste, e anche se non
esiste, ci dà un luogo dove si può pensare in pace, forse è su questo
che si basa la preghiera: pensare in pace, non volere niente, non
chiedere niente; semplicemente fare ordine nella propria testa.
Questo dovrebbe bastare.
Tuttavia, dopo i primi piacevoli momenti di distensione,
ritornavano sempre le mie antiche domande dell’infanzia.
Probabilmente perché sono un po’ infantile di natura. Come fa Dio a
esaudire contemporaneamente tutte le preghiere in tutto il mondo? E
se sono in contrasto l’una con l’altra? Deve ascoltare le preghiere di
tutti i figli di buona donna, dei demòni, delle persone cattive? E loro
pregano? Ci sono luoghi dove questo Dio non c’è? C’è per esempio
nell’allevamento delle Volpi? E che cosa ne pensa? O nel mattatoio
di Wnętrzak? Ci passa mai da quelle parti? Lo so che sono domande
sciocche e ingenue. I teologi mi sfotterebbero. Ho la testa di legno,
come quegli angeli appesi sotto la volta del cielo artificiale.
Ma il mio pensiero era disturbato dalla voce petulante e
sgradevole di padre Fruscio. Avevo sempre l’impressione che,
quando si muoveva, il suo secco corpo ossuto coperto da una
flaccida pelle scura frusciasse lievemente. La sua tonaca strusciava
sui pantaloni, la pappagorgia sul collare, le articolazioni
scricchiolavano. Ma che creatura di Dio era quel prete? Aveva la
pelle secca, rugosa, e ce n’era un po’ troppa dappertutto. Dicevano
che un tempo era stato obeso, aveva curato l’obesità
chirurgicamente, si era fatto tagliare mezzo stomaco. E ora era
molto dimagrito, forse era per questo. Non potevo allontanare la
sensazione che fosse fatto di carta di riso, quella con cui si fanno i
paralumi degli abat-jour. Che fosse un essere artificiale cavo, e per
giunta infiammabile.
All’inizio dell’anno, quando ero ancora sprofondata nella
disperazione più nera a causa delle Bambine, padre Fruscio venne a
trovarmi per il giro natalizio. Prima si presentarono i suoi chierichetti,
con le cotte bianche messe sopra i giubbotti caldi, ragazzi con
guance rosse che sminuivano la loro gravità di emissari del prete.
Avevo dell’halva che mangiucchiavo di tanto in tanto, perciò gliene
diedi un pezzetto ciascuno. Mangiarono ed eseguirono dei canti, e
poi uscirono davanti a casa.
Padre Fruscio fece la sua comparsa trafelato e con passo rapido,
e senza nemmeno scrollarsi la neve dalle scarpe entrò nella mia
saletta di ricreazione, dritto sul tappeto. Schizzò le pareti con il
turibolo, abbassò gli occhi e recitò una preghiera, e poi in un lampo
mise un’immagine sacra sul tavolo e si sedette in un angolo del
divano. Fece tutto questo in un baleno, riuscii a malapena a seguirlo
con lo sguardo. Avevo la sensazione che non si sentisse a suo agio
in casa mia e che se ne sarebbe andato molto volentieri.
“Un tè?” domandai quasi intimidita.
Non lo voleva. Per un momento rimanemmo seduti in silenzio.
Vedevo che davanti a casa i chierichetti stavano facendo a palle di
neve.
All’improvviso sentii il bisogno assurdo di affondare il viso nella
sua ampia manica pulita e inamidata.
“Perché si addolora?” domandò con quello strano, impersonale
gergo pretesco, in cui si dice “aver timore” invece di “temere”,
“piegarsi al cospetto” invece di “prestare attenzione”, “arricchirsi”
invece di “imparare”, e via dicendo. Ma non mi disturbava affatto.
Piangevo.
“Le mie Cagne sono morte,” dissi alla fine.
Era un pomeriggio d’inverno, il Crepuscolo si stava già riversando
dalle finestrelle dentro la saletta. Non vedevo l’espressione del suo
viso.
“Comprendo questo dolore,” disse dopo un istante. “Ma sono solo
animali.”
“Erano il mio unico prossimo. La mia famiglia. Le mie figlie.”
“Per favore, non si bestemmi,” mi interruppe risentito. “Non si dica
dei cani che sono delle figlie. Non si pianga più. Meglio pregare, ciò
arreca conforto nella sofferenza.”
Lo tirai per la bellissima manica pulita verso la finestra e gli
mostrai il piccolo cimitero. Ora là spiccavano tristemente le lapidi
spruzzate di neve; su una di esse ardeva un lumino.
“Ormai mi sono messa il cuore in pace rispetto al fatto che sono
morte. Molto probabilmente le hanno uccise i cacciatori, lo sa
padre?”
Non disse nulla.
“Vorrei almeno poterle seppellire. Ma come posso celebrare il
lutto senza neanche sapere come sono morte e dove sono i loro
corpi?”
Il prete si mosse inquieto.
“Non è lecito trattare gli animali come persone. Cimiteri del
genere sono un peccato di umana superbia. Dio ha dato agli animali
un posto più in basso, al servizio dell’uomo.”
“Padre, mi dica che cosa devo fare. Forse lei lo sa?”
“Pregare,” rispose.
“Per loro?”
“Per sé. Gli animali non hanno anima, non sono immortali. Non
saranno redenti. Si preghi per sé.”

Proprio questo mi ero ricordata, questa triste scena di quasi un


anno prima, quando non sapevo ancora quello che so adesso.
La messa era ancora in corso. Occupai un posto non lontano
dall’uscita, vicino ai bambini di terza, che a dire il vero avevano un
aspetto piuttosto bizzarro. La maggior parte di loro era vestita da
Capriolo, Cervo e Lepre. Avevano delle maschere fatte con il
cartone ed erano impazienti di esibirsi così travestiti. Capii che la
rappresentazione si sarebbe svolta subito dopo la messa. Mi fecero
posto servizievoli. Perciò mi sedetti tra i bambini.
“Che teatro farete?” domandai con un sussurro a una bambina di
terza A dal bellissimo nome di Jagoda.
“Come sant’Uberto ha incontrato il cervo nel bosco,” disse. “Io
faccio la lepre.”
Le feci un sorriso. Ma a dire il vero non comprendevo quella
logica: Uberto, non ancora santo, è un buono a nulla e uno
scialacquone. Adora cacciare. Uccide. E un bel giorno durante la
caccia vede sulla testa del Cervo che vuole uccidere la croce con il
Cristo. Cade in ginocchio e si converte. Comprende quanto
gravemente abbia peccato fino a quel giorno. Da allora smette di
uccidere e diventa santo.
Perché un tipo simile diventa patrono dei cacciatori? In tutto
questo colpisce una sostanziale mancanza di logica. Perché se i
seguaci di Uberto lo volessero imitare, dovrebbero smettere di
uccidere. Ma siccome lo prendono per loro patrono, i cacciatori lo
fanno patrono di quello che era il peccato di Uberto e del quale si è
liberato. Dunque lo fanno patrono di un peccato. Avevo già aperto la
bocca e riempito i polmoni d’aria per condividere i miei dubbi con
Jagoda, ma riconobbi che non erano quelli il luogo e il momento per
una discussione, tanto più che il prete stava cantando con voce
stentorea. Perciò formulai soltanto nel pensiero l’Ipotesi che si
trattasse di appropriazione per contrasto.
La chiesa era piena non tanto a causa dei bambini della scuola
che erano stati radunati lì, quanto per la presenza di uomini
completamente sconosciuti che riempivano le prime panche.
Cominciai a vedere tutto verde a causa delle loro uniformi. Ai lati
dell’altare ce n’erano altri ancora che reggevano cascanti gonfaloni
colorati. Anche padre Fruscio era parato a festa, e la sua flaccida
faccia grigia aveva un aspetto austero. Non potevo abbandonarmi al
mio stato d’animo preferito e dedicarmi come al solito alle riflessioni.
Ero inquieta e irritata e sentivo che mi stava lentamente avvolgendo
quello stato d’animo per cui le vibrazioni cominciano a circolare
dentro di me.
Qualcuno mi toccò delicatamente il braccio e mi voltai. Era Grześ,
un ragazzo della classe più avanzata, dai bellissimi occhi intelligenti.
L’avevo avuto come allievo l’anno prima.
“Hanno trovato i suoi cani?” domandò con un sussurro.
Mi tornò alla memoria in un istante che l’autunno prima con la sua
classe avevamo appeso gli annunci sulle palizzate e alle fermate.
“No, Grześ, purtroppo no.”
Grześ batté le palpebre.
“Mi dispiace molto, signora Duszejko.”
“Grazie.”
La voce di padre Fruscio ruppe il silenzio screziato solo
lievemente da strascichii di scarpe e colpetti di tosse, e tutti
sussultarono per poi, dopo un istante, abbattersi in ginocchio con un
fragore che si srotolò fino alla volta del soffitto.
“Agnello di Dio…” rimbombò al di sopra delle nostre teste e udii
un rumore strano, un flebile tambureggiare da ogni parte: la gente,
pregando l’Agnello, si batteva il petto.
Poi mossero verso l’altare, scivolavano via dalle panche con le
mani giunte e gli occhi bassi, peccatori contriti, in tutto quel passare
nacque una baraonda, però tutti avevano più buona volontà del
solito, perciò, senza guardarsi l’un l’altro, cedevano il passo,
mortalmente seri.
Non riuscivo a smettere di pensare a questo: che cosa avessero
in pancia. Che cosa avevano mangiato oggi e ieri, se avevano già
digerito il prosciutto, se nel loro stomaco si erano già fatti largo
Galline, Conigli e Vitelli.
Anche l’esercito verde nelle prime file si alzò e partì in massa
verso l’altare. Ora padre Fruscio passava lungo lo sbarramento
dell’inginocchiatoio in compagnia di un chierichetto e nutriva tutti con
altra carne, stavolta in forma simbolica, ma sempre carne, corpo di
un Essere vivente.
Pensai che, se esisteva veramente il Buon Dio, in quel momento
sarebbe dovuto apparire nella sua forma vera, di Agnello, di Mucca o
di Cervo, e tuonare con voce roboante, ruggire e, se non poteva
comparire di persona, doveva inviare i suoi vicari, i suoi arcangeli
infuocati, per porre termine una volta per tutte a quella terribile
ipocrisia. Ma naturalmente non intervenne nessuno. Non interviene
mai nessuno.
Lo strascichio dei piedi si attutiva di momento in momento e alla
fine, lentamente, la folla ammucchiata si disperse verso le panche.
Padre Fruscio cominciò in silenzio, con solennità, a lavare i vasi.
Pensai che gli sarebbe stata utile una minilavastoviglie; basterebbe
schiacciare un bottone e ci sarebbe più tempo per la predica. Salì
sul pulpito, si aggiustò le maniche di merletto – mi ritornò ancora
davanti agli occhi la loro immagine nella mia saletta di ricreazione un
anno prima – e disse: “Sono lieto che in questa felice giornata
possiamo consacrare la nostra cappella. Me ne rallegro tanto più
perché come cappellano dei cacciatori ho potuto prendere parte a
questa pregevole iniziativa.” Scese il silenzio, come se dopo il
banchetto tutti volessero almeno per un istante dedicarsi alla
digestione. Il prete rivolse lo sguardo ai presenti e continuò: “Come
sapete, cari fratelli e sorelle, sono da anni il tutore dei nostri valorosi
cacciatori. Nella mia veste di loro cappellano benedico le sedi dei
cacciatori, organizzo gli incontri, impartisco i sacramenti e conduco i
morti nel ‘paese delle cacce eterne’; mi curo altresì delle questioni
legate all’etica venatoria e cerco di incrementare i benefici spirituali
dei cacciatori.”
Cominciai ad agitarmi inquieta. Il prete proseguì: “Nella nostra
chiesa la bellissima cappella di sant’Uberto occupa una navata. Sul
suo altare c’è già l’immagine del santo, e tra breve la cappella verrà
adornata anche da due vetrate. Una raffigura il cervo con la croce
radiosa, che secondo la leggenda sant’Uberto incontrò durante una
battuta di caccia. L’altra vetrata raffigura il santo stesso.”
Le teste dei fedeli si girarono nella direzione indicata da padre
Fruscio.
“Promotori della costruzione della cappella,” andò avanti il prete,
“sono i nostri valorosi cacciatori.”
Adesso gli occhi di tutti guardavano verso le prime file. Anche i
miei. Malvolentieri. Padre Fruscio si schiarì la gola e si vedeva che si
stava preparando a un’orazione incredibilmente seria.
“I cacciatori, miei cari fratelli e sorelle, sono ambasciatori e sodali
del Signore Iddio nell’opera della creazione, della tutela della
selvaggina, della cooperazione. La natura, in cui l’uomo dimora, va
aiutata nel suo sviluppo. I cacciatori, tramite l’abbattimento selettivo,
conducono una corretta politica venatoria. Hanno costruito, e
forniscono sistematicamente di mangime per gli animali,” a quel
punto guardò con discrezione gli appunti, “quarantuno mangiatoie
per i caprioli, quattro depositi-mangiatoia per i cervi, venticinque
voliere per i fagiani nonché centocinquanta saline per la selvaggina
da pelo…”
“E poi vicino a quelle mangiatoie sparano agli Animali,” dissi a
voce alta, e le teste di quelli seduti più vicino si girarono dalla mia
parte con riprovazione. “È come invitare uno a pranzo e
ammazzarlo,” aggiunsi.
I bambini mi guardavano con gli occhi spalancati, sgomenti.
Erano i bambini a cui insegnavo. La terza B.
Padre Fruscio, preso dal suo sermone, era troppo lontano per
sentirmi. Stava ritto sul pulpito, aveva infilato le mani nelle ampie
maniche di merletto della cotta e alzato lo sguardo verso la volta
della chiesa, sulla quale le stelle, dipinte troppo tempo prima, si
stavano scrostando.
“… in questa sola stagione venatoria hanno preparato per il
periodo invernale quindici tonnellate di mangime concentrato…”
calcolò. “Da molti anni il nostro circolo venatorio acquista e libera
nell’ambiente naturale i fagiani per organizzare battute di caccia
pagate in valuta pregiata, così da migliorare il bilancio del circolo.
Coltiviamo le tradizioni e le usanze venatorie, come il battesimo del
cacciatore e il giuramento dei nuovi soci,” disse, e nella sua voce
risuonò l’orgoglio. “Le due battute di caccia più importanti dell’anno,
nel giorno di Uberto, come oggi, e alla vigilia di Natale, le
conduciamo nello spirito della tradizione e nel rispetto dei principi
venatori. Ma soprattutto desideriamo vivere le bellezze della natura,
custodire le usanze e le tradizioni,” proseguiva ispirato. “Ci sono
ancora molti cacciatori di frodo, essi non tengono in alcun conto le
leggi dell’ambiente, le leggi della natura, uccidono gli animali in
modo crudele, non si curano della legge venatoria. Voi osservate la
legge. Oggi la concezione della caccia per fortuna è cambiata. Non
siamo visti come quelli che vogliono sparare a tutto quello che si
muove. Bensì come coloro che si curano della bellezza della natura,
dell’ordine e dell’armonia. Negli ultimi anni i nostri cari cacciatori si
sono costruiti una loro casetta del cacciatore dove spesso si
incontrano, discutono dei temi della cultura, dell’etica, della disciplina
e della sicurezza durante le battute, nonché di altre questioni che li
interessano…”
Esplosi in una risata così fragorosa che stavolta mezza chiesa si
girò verso di me. Stavo per strozzarmi. Un bambino mi porse un
fazzoletto di carta. Nello stesso tempo sentivo che le gambe
cominciavano a intorpidirsi, che si avvicinava quello sgradevole
irrigidimento che mi costringe a muovere prima i piedi e poi a
rilassare i polpacci, e se non lo faccio una forza terribile mi schianta
subito i muscoli. Mi sembrò proprio di avere un Attacco, e pensai
anche che fosse meglio così. Sì, proprio così, ecco qua, ho un
Attacco.
Ora mi era chiaro perché le torrette di tiro, che pure ricordano
piuttosto le torrette delle sentinelle dei campi di concentramento, si
chiamano pulpiti. Sul pulpito l’Uomo si pone al di sopra degli altri
Esseri e si attribuisce diritto di vita e di morte nei loro confronti.
Diventa tiranno e usurpatore. Il prete parlava ispirato, quasi in estasi:
“Soggiogate la terra. È a voi, ai cacciatori, che Dio ha indirizzato
queste parole, perché Dio rende l’uomo suo collaboratore affinché
partecipi all’opera della creazione e affinché quest’opera sia
realizzata fino in fondo. Nel nome ‘cacciatore’ è contenuta la parola
‘pensiero’,1 e ciò significa che i cacciatori con consapevolezza,
giudizio e assennatezza adempiono alla loro vocazione di tutori di
quel dono divino che è la natura. Vi auguro che il vostro circolo si
sviluppi al fine di servire gli altri uomini e la natura intera…”
Riuscii a staccarmi dalla fila. Mi avvicinai arrivando fin quasi sotto
al pulpito con le gambe incredibilmente rigide.
“Ehi, tu, salta giù di lì,” dissi. “Forza!”
Scese il silenzio e sentii con soddisfazione la mia voce
echeggiare sulla volta e sulle navate, diventare forte; niente di strano
che lì ci si abbandoni alla parola.
“Dico a te. Non senti? Salta giù!”
Padre Fruscio mi guardò con gli occhi spalancati, spaventati, le
sue labbra si muovevano appena come se, completamente attonito,
tentasse di trovare una parola adatta alla situazione. Ma non gli
veniva.
“Su, su,” ripeteva, né impotente né provocatorio.
“Scendi immediatamente da quel pulpito! E vai fuori di qui!” urlai.
A quel punto sentii una mano sul braccio e vidi che alle mie spalle
c’era uno di quegli uomini in uniforme. Diedi uno strattone, e allora
ne arrivò di corsa un altro e tutti e due mi afferrarono forte per le
braccia.
“Assassini,” dissi.
I bambini mi guardavano terrorizzati. Con quei loro costumi
sembravano irreali, come una nuova razza umano-animale che deve
ancora nascere.
Sulle panche la gente cominciò a mormorare e agitarsi.
Bisbigliavano qualcosa indignati, ma nei loro occhi vedevo anche
compassione, e questo mi mandava ancora di più in bestia.
“Che cosa avete da guardare?” gridai. “Vi siete addormentati, che
state lì ad ascoltare queste scemenze senza batter ciglio? Avete
perso la ragione? E il cuore? Ce l’avete ancora un cuore?”
Non cercavo più di divincolarmi. Mi lasciai tranquillamente portare
fuori dalla chiesa. Mi girai arrivata alla porta e urlai a tutti loro:
“Andatevene via di qui! Tutti! Forza!” Agitai le mani. “Andatevene!
Sciò! Vi hanno ipnotizzato? Avete perso anche gli ultimi resti di
compassione?”
“Si calmi, per favore. Qui fa più fresco,” disse uno degli uomini
quando arrivammo fuori. L’altro aggiunse, sforzandosi di essere
minaccioso: “Altrimenti chiamiamo la Polizia.”
“Avete ragione, bisogna chiamare la Polizia. Qui si istiga al
Delitto.”
Mi lasciarono lì e chiusero la pesante porta, in modo che non
potessi rientrare in chiesa. Supposi che padre Fruscio stesse
continuando la sua predica. Mi sedetti sul muretto e lentamente
riacquistai il dominio di me. L’Ira stava passando, il vento freddo mi
rinfrescava il viso infuocato.
L’Ira si lascia sempre alle spalle molto posto vuoto, nel quale
immediatamente si riversa la tristezza, come un’alluvione, e scorre
come un grande fiume, senza inizio e senza fine. Di nuovo le
lacrime, di nuovo si rinnovarono le loro sorgenti.
Guardavo due Gazze che se la spassavano sull’aiuola davanti
alla canonica, come se volessero divertirmi. Come se dicessero: non
te la prendere, il tempo lavora per noi, l’opera si deve compiere, non
c’è altra soluzione… Guardavano incuriosite la carta di una gomma
da masticare che luccicava, e poi una di loro la prese con il becco e
volò via. L’accompagnai con lo sguardo. Probabilmente avevano il
nido sul tetto della canonica. Gazze. Incendiarie.

*
Il giorno dopo, anche se non avevo lezione, mi telefonò la giovane
direttrice della scuola e mi pregò di andare nel pomeriggio, quando
l’edificio si fosse svuotato. Senza che le avessi chiesto nulla, mi
portò una tazza di tè e tagliò un pezzetto di dolce alle mele. Avevo
già capito che cosa c’era nell’aria.
“Lei capirà, signora Janina, che dopo quello che è successo…”
cominciò a dire preoccupata.
“Non sono la ‘signora Janina’, ti avevo pregato di non chiamarmi
così,” la corressi, ma forse non era necessario; sapevo che cosa
avrebbe detto, certamente voleva darsi più sicurezza, con quelle
formalità.
“… signora Duszejko, OK.”
“Sì, lo so. Preferirei che ascoltaste me, e non loro. Quello che
dicono corrompe i bambini.”
La direttrice si schiarì la voce.
“Lei ha provocato uno scandalo, e per giunta in chiesa. La cosa
peggiore è che è successo davanti ai bambini, per i quali la persona
del sacerdote, così come il luogo in cui tutto ciò è accaduto,
dovrebbero restare eccezionali.”
“Eccezionali? Ma allora a maggior ragione non si dovrebbe
permettere che ascoltino cose del genere. Le hai sentite anche tu.”
La ragazza prese fiato e disse senza guardarmi: “Signora
Duszejko, lei non ha ragione. Ci sono regole e tradizioni, e noi ci
siamo dentro. Non si può rifiutare tutto in un colpo solo…” Ora si
vedeva che si stava concentrando, e ormai sapevo che cosa
avrebbe detto.
“Non voglio affatto che noi, come dici, rifiutiamo tutto. Però non
permetto che si istighino i bambini al male e che si insegni loro
l’ipocrisia. Elogiare l’uccidere è male. È semplice. Niente di più.”
La direttrice allora appoggiò la testa sulle mani e pronunciò a
bassa voce: “Devo annullare il contratto con lei. Sicuramente lo
aveva intuito. La cosa migliore è che cerchi di farsi dare un periodo
di malattia per il resto del semestre. In questo modo le veniamo
incontro. Lei era ammalata e continuerà il suo periodo di malattia. La
prego di comprendermi, non posso agire diversamente.”
“E l’inglese? Chi insegnerà l’inglese?”
Arrossì: “La nostra catechista ha frequentato un college
linguistico,” mi guardò con uno sguardo strano. “D’altronde…” esitò.
“Già in precedenza mi erano giunte voci sui suoi metodi non
convenzionali d’insegnamento della lingua. A quanto pare lei
accende con i bambini delle candeline, fuochi d’artificio, poi gli altri
insegnanti si lamentano perché in classe c’è puzza di fumo. I genitori
hanno paura che si tratti di cose sataniche, satanismo. Sarà anche
gente semplice… E dà da mangiare ai bambini cose strane.
Caramelle al durione. Ma che cos’è? Se uno di loro si intossica, chi
ne risponde? Ci ha mai pensato?”
I suoi argomenti mi diedero il colpo di grazia. Avevo sempre
cercato di far sì che i bambini si stupissero, che funzionassero
sempre a pieno regime. In quel momento sentii che tutta la mia forza
scivolava via. Mi passò la voglia di parlare. Mi alzai a fatica dalla
sedia e uscii senza dire una parola. Con la coda dell’occhio vedevo
che aveva preso a sistemare nervosamente le carte sulla scrivania e
che le mani le tremavano. Povera donna.
Nella Samurai avevo tutto il necessario. Il Crepuscolo, che stava
scendendo davanti ai miei occhi, mi favoriva. Quelli come me li
favorisce sempre.

La zuppa di Senape. Si prepara in fretta rapidamente, non


richiede troppo lavoro, perciò feci in tempo. Prima si scalda in
padella un po’ di burro e si aggiunge della farina, come se avessimo
voglia di fare la besciamella. La farina assorbe splendidamente il
burro fuso, poi se ne satolla, si gonfia dalla contentezza, allora la
bagniamo con abbondanti latte e acqua, mezzo e mezzo.
Terminano, purtroppo, le scaramucce tra la farina e il burro,
lentamente nasce la zuppa, ora bisogna salare il liquido chiaro e
ancora innocente, pepare e aggiungere del cumino, portare a
ebollizione e togliere dal fuoco. E solo adesso si aggiunge la senape
in tre forme: la senape francese di Digione, granulosa; la Sarepska,
o la Kremska, liscia e cremosa; e la senape in polvere. L’importante
è non far bollire la Senape, altrimenti la zuppa perde il suo sapore e
diventa amara. La servo con i crostini e so quanto piace a Dyzio.
Arrivarono in tre e mi chiesi di che Sorpresa si trattasse, chissà,
magari era il mio compleanno, erano così seri… Dyzio e Buona
Novella avevano dei bellissimi giubbotti invernali, uguali, e pensai
che in effetti potevano fare coppia. Tutti e due così piccolini e belli,
delicati bucaneve cresciuti al margine del sentiero. Bietolone,
piuttosto cupo, si spostava di continuo ora su un piede ora sull’altro
e si sfregava incessantemente le mani. Aveva portato una bottiglia di
liquore all’aronia, di sua produzione. Non mi erano mai piaciuti i suoi
prodotti alcolici, secondo me era troppo parsimonioso con lo
zucchero e i suoi liquori avevano sempre un retrogusto amarognolo.
Si erano già seduti a tavola, io stavo ancora finendo di friggere i
crostini e li guardai tutti insieme, forse per l’ultima volta. Fu questo il
pensiero che mi venne in mente: era ormai tempo di separarsi. E
allora vidi il nostro quartetto in modo diverso da prima, come se
avessimo molto in comune, come se fossimo una famiglia. Compresi
che appartenevamo a quel genere di persone che il mondo
considera inutili. Non facciamo nulla di essenziale, non produciamo
né pensieri importanti né oggetti necessari, alimenti, non coltiviamo
la terra, non stimoliamo nessuna economia. Non ci siamo
particolarmente moltiplicati, a parte Bietolone che ha un figlio, anche
se si tratta di Cappotto Nero. Finora non abbiamo dato nessun
profitto al mondo. Non ci è mai venuto in mente di inventare
qualcosa. Non abbiamo potere, non possediamo nulla se non quel
pochino di terra. Facciamo i nostri lavori, ma sono assolutamente
insignificanti per tutti gli altri. Se venissimo a mancare, non
cambierebbe proprio nulla. Non se ne accorgerebbe nessuno.
Attraverso il silenzio di quella sera e lo scoppiettare del fuoco
sotto i fornelli, sentii l’urlo delle sirene, da qualche parte giù in fondo,
dal villaggio, trasportato da un vento impetuoso. Mi chiedevo se
anche loro sentissero quel suono portatore di sventura. Ma loro
chiacchieravano a voce bassa, rivolti l’uno verso l’altro, tranquilli.
Mentre versavo la zuppa di Senape nelle ciotole, mi prese una
commozione così forte che mi sgorgarono di nuovo le lacrime. Per
fortuna non se ne accorsero, tanto erano presi dalla conversazione.
Indietreggiai con la pentola fino al piano di lavoro sotto la finestra e
da là li guardavo di sottecchi. Vedevo la faccia pallida, terrigna, di
Bietolone, i suoi capelli grigi ordinatamente pettinati da un lato e le
guance rasate di fresco. Vedevo Buona Novella di profilo, con la
bellissima linea del naso e del collo, con il fazzoletto colorato avvolto
intorno alla testa, e la schiena di Dyzio, minuta, arcuata, con il
maglione fatto all’uncinetto. Che ne sarà di loro, come se la
caveranno questi bambini…?
E come me la caverò io? Sono anch’io così. Il raccolto della mia
vita non è fondamento di nulla, né nel mio tempo, adesso, né in
nessun altro tempo, mai.
Ma perché dovremmo essere utili, e rispetto a chi? Chi ha diviso il
mondo in inutile e utile, e con quale diritto? Il cardo non ha il diritto di
vivere, oppure il Topo che mangia il grano nei depositi, le Api e i
Fuchi, la gramigna e le rose? Ma quale mente ha avuto la faccia
tosta di giudicare chi è migliore e chi peggiore? L’albero grande,
storto e pieno di buchi, è durato per secoli e non è stato tagliato
perché in nessun caso se ne sarebbe potuto fare alcunché. Questo
esempio dovrebbe risollevare lo spirito di quelli come me. Tutti
conoscono i vantaggi dell’utile, ma nessuno conosce il profitto
dell’inutile.
“C’è un chiarore sopra il villaggio, laggiù,” disse Bietolone, ritto
davanti alla finestra. “C’è qualcosa che brucia.”
“Sedetevi. Vi servo i crostini,” li invitai dopo essermi accertata che
i miei occhi fossero asciutti. Ma non c’era verso di richiamarli a
tavola. Stavano tutti davanti alla finestra, in silenzio. E poi mi
guardarono. Dyzio con vera sofferenza, Bietolone con incredulità, e
Buona Novella di sottecchi, con una tristezza che mi spezzava il
cuore.

In quel momento squillò il telefono di Dyzio.


“Non rispondere,” gridai. “È dalla Repubblica Ceca, ti costerà
salato.”
“Non posso non rispondere, lavoro ancora alla Polizia,” esclamò
Dyzio, e al telefono disse: “Sì?”
Lo guardammo in attesa. La minestra di Senape si stava
raffreddando.
“Arrivo,” disse Dyzio, e io fui presa da un’ondata di panico, tutto
era perduto, adesso se ne sarebbero andati per sempre.
“Va a fuoco la canonica. Padre Fruscio è morto,” disse Dyzio, ma
invece di uscire si sedette a tavola e cominciò meccanicamente a
mangiare la zuppa.
Ho Mercurio retrogrado, perciò riesco a esprimermi meglio per
iscritto che a parole. Potrei essere una brava scrittrice. Ma nello
stesso tempo ho dei problemi a spiegare i miei sentimenti e le
ragioni dei miei comportamenti. Dovevo dirglielo e
contemporaneamente non potevo. Come mettere in parole tutto
quello? Per pura lealtà dovevo chiarire loro ciò che avevo fatto,
prima che lo venissero a sapere dagli altri. Ma Dyzio prese per primo
la parola.
“Lo sappiamo che sei stata tu,” disse. “Per questo siamo venuti
qui oggi. Per decidere che fare.”
“Volevamo portarti via,” aggiunse Bietolone in tono lugubre.
“Ma non pensavamo che lo avresti fatto un’altra volta. Lo hai
fatto?” Allontanò la zuppa, non ancora finita.
“Sì,” dissi.
Posai la pentola sui fornelli e mi tolsi il grembiule. Stavo in piedi
dinanzi a loro pronta al Giudizio.
“Ci siamo arrivati quando siamo venuti a sapere come è morto il
Presidente,” disse Dyzio a bassa voce. “Gli scarabei. Solo tu potevi
averlo fatto. O Boros, ma Boros non era più qui da tempo. Gli ho
telefonato per controllare. Non ci credeva, ma ha ammesso che
effettivamente gli erano scomparsi dei feromoni, molto preziosi, e
non sapeva spiegarsi come mai. Era nella sua foresta e aveva un
alibi. Ho riflettuto a lungo su che cosa tu avessi in comune con un
tipo come il Presidente, ma poi ho intuito che ci doveva essere un
legame con le Bambine. Del resto non nascondevi il fatto che loro
erano cacciatori, vero? Tutti. E adesso mi accorgo che anche padre
Fruscio era un cacciatore.”
“Era il loro cappellano,” mormorai.
“Ho avuto dei sospetti già prima, quando ho visto che cosa
trasporti nell’automobile. Non ne ho parlato con nessuno. Ma ti rendi
conto che la tua Samurai sembra la macchina di un commando?”
All’improvviso sentii che stavo perdendo il controllo delle gambe,
e mi sedetti sul pavimento. La forza che mi sorreggeva se n’era
andata, volatilizzata come aria.
“Pensi che mi arresteranno? Che adesso verranno a prendermi e
mi chiuderanno di nuovo in prigione?” domandai.
“Hai ammazzato delle persone. Te ne rendi conto? Lo capisci?”
“Calma,” esclamò Bietolone. “Calma.”
Dyzio si piegò, mi afferrò per le braccia e mi scosse: “Com’è
successo tutto questo? Come hai fatto? Perché?”
Mi avvicinai ginocchioni alla credenza e tirai fuori da sotto la tela
incerata la fotografia che avevo preso nella casa di Piede Grande.
Gliela consegnai senza guardarla. Ce l’avevo marcata a fuoco nel
cervello e non potevo dimenticarne il minimo dettaglio.

1
“Cacciatore”: myśliwy; “pensiero”: myśl.
16.
La fotografia

Le Tigri dell’Ira sono più sagge


dei Cavalli dell’Educazione.

Nella fotografia si vedeva tutto perfettamente. La prova del


Delitto, la migliore che si potesse immaginare.
C’erano degli uomini in uniforme, in fila, e davanti a loro sull’erba
giacevano sistemate in bell’ordine le spoglie degli Animali: le Lepri,
l’una accanto all’altra come cucchiai, due Cinghiali, uno grande,
l’altro più piccolo, Caprioli, e poi molti Fagiani e Anitre, Germani
Reali e Alzavole, piccole come puntini, come se i corpi di quegli
Animali fossero una frase scritta a me, e gli Uccelli formassero dei
lunghi puntini di sospensione: tutto questo durerà ancora molto,
molto tempo…
Ma ciò che ho visto in un angolo della foto mi ha quasi fatto
svenire, e davanti agli occhi il buio. Tu non te ne sei accorto,
Bietolone, tutto preso dal corpo di Piede Grande, dicevi qualcosa
mentre io combattevo con la nausea. Chi non avrebbe riconosciuto il
pelo bianco e le macchie nere? Nell’angolo della foto c’erano stesi
tre Cani morti, sistemati in bell’ordine, trofei. Uno non lo conoscevo.
Gli altre due erano le mie Bambine.
Gli uomini avevano un aspetto fiero, nelle loro uniformi. Posavano
sorridenti per la foto. Li ho riconosciuti senza fatica. Nel mezzo c’era
il Comandante, e vicino a lui il Presidente. Sull’altro lato c’era
Wnętrzak, vestito come un commando, e accanto a lui padre Fruscio
con il collare. E il direttore dell’ospedale, e il capo dei vigili del fuoco,
il proprietario della stazione di servizio. Padri di famiglia, cittadini
esemplari. Dietro la fila dei privilegiati, un po’ in disparte, si
trovavano gli aiutanti e i battitori; loro non si erano messi in posa.
Piede Grande mezzo girato, come se si fosse appena dato un
contegno e fosse arrivato di corsa giusto in tempo per la foto, e
alcuni Baffuti con una bracciata di rami, perché stavano allestendo il
grande falò di caccia. Non fosse stato per i cadaveri ai loro piedi, si
poteva pensare che quella gente festeggiasse un lieto evento, tanto
erano soddisfatti di sé. Pentole di bigos, salsicce e spiedini infilzati ai
bastoni, bottiglie di vodka che si raffreddavano nei secchi. L’odore
maschio della pelle conciata, dei fucili oliati, dell’alcol e del sudore. I
gesti del dominio, le insegne del potere.
Mi è rimasto impresso nella mente ogni dettaglio fin dalla prima
occhiata. Non dovevo analizzare niente.
Non c’è nulla di strano se ho provato prima di tutto sollievo.
Finalmente ero venuta a sapere quello che era successo alle
Bambine. Le avevo cercate fino a Natale, prima di perdere la
speranza. Andavo ai rifugi per animali e chiedevo in giro; attaccavo
annunci. “Sono scomparse le cagne della signora Duszejko, non le
avete viste?” domandavano i bambini della scuola. Due Cani erano
spariti, come un sasso nell’acqua. Nessuna traccia. Nessuno li
aveva visti: e come facevano a vederli se erano morti? A quel punto
ho intuito dove fossero finiti i loro corpi. Qualcuno mi aveva detto che
Wnętrzak raccoglieva sempre i resti della caccia per l’allevamento, e
che li dava da mangiare alle Volpi.
Piede Grande ne era al corrente fin dall’inizio e probabilmente la
mia preoccupazione lo divertiva. Vedeva che le chiamavo, disperata,
che mi inoltravo fino al di là del confine. Non ha detto nulla.
Quella sera ferale si è cucinato una Cerva cacciata di frodo. A
dire il vero, non ho mai capito la differenza tra “cacciare di frodo” e
“andare a caccia”. L’uno e l’altro vogliono dire uccidere. Nel primo
caso, di nascosto e illegalmente; nel secondo, a viso aperto e nel
pieno rispetto della legge. E si è semplicemente strozzato con un
osso di Cerva. È andato incontro al meritato Castigo. Non riuscivo a
smettere di pensare che fosse un Castigo. Le Cerve lo avevano
punito perché uccideva in modo tanto crudele. Si era strozzato con
la loro carne. Le loro ossa gli si erano fermate in gola. Perché i
cacciatori non reagivano al bracconaggio di Piede Grande? Non lo
so. Penso che sapesse troppe cose su quanto accadeva dopo le
battute di caccia quando, come ci induceva a pensare il nostro padre
Fruscio, si abbandonavano alle discussioni sull’etica.
Perciò mentre tu, Świętopełk, cercavi il campo per il tuo telefono,
io ho trovato quella foto. Ho portato via anche la testa della Cerva,
per seppellire quei resti nel cimitero.
Quando sono tornata a casa la mattina dopo l’orribile Notte della
vestizione di Piede Grande, sapevo già che cosa dovevo fare. Me lo
avevano detto le Cerve davanti a casa. Avevano scelto me tra tutti
gli altri – forse perché non mangio carne e loro lo sentono – perché
continuassi l’opera in loro Nome. Mi erano apparse come il Cervo a
Uberto, affinché nel massimo segreto diventassi la mano punitrice
della giustizia. Non solo per le Cerve, ma anche per gli altri Animali.
In fondo loro non possono avere voce nei parlamenti. Mi hanno dato
anche uno Strumento, molto astuto. Nessuno ha mai capito quale.

Ho seguito il Comandante per alcuni giorni e questo mi aveva


reso molto soddisfatta. Osservavo la sua vita. Non era interessante.
Per esempio ho scoperto che frequentava il bordello illegale di
Wnętrzak. E che beveva solo vodka Absolut.
Quel giorno, come al solito, stavo aspettando sulla strada che
tornasse dal lavoro. L’ho seguito in macchina e come al solito non si
è accorto di me. Nessuno presta attenzione a una vecchia che va in
giro dappertutto con le borse della spesa.
Ho dovuto aspettare molto tempo davanti a casa di Wnętrzak che
uscisse, però pioveva e tirava vento, così alla fine ero intirizzita e
sono tornata a casa. Tanto sapevo che sarebbe rientrato attraverso il
Valico, per le strade laterali, perché avevano sicuramente bevuto.
Non avevo idea di cosa fare. Volevo parlargli, stare con lui faccia a
faccia, alle mie condizioni, non alle sue come quella volta al
commissariato, dov’ero una semplice postulante, una rompiscatole
matta che non può nulla, penosa e ridicola.
Forse volevo spaventarlo. Ho indossato la mantella gialla
antipioggia. Sembravo un grande gnomo. Davanti a casa ho visto
che la busta di plastica in cui avevo portato la testa della Cerva e
che poi avevo appeso al susino, si era riempita d’acqua che si era
congelata. L’ho tolta dal sostegno e l’ho portata con me. Non so se
l’ho presa con l’intenzione di usarla. A queste cose non si pensa
nemmeno quando stanno accadendo. Sapevo che Dyzio doveva
venire quella sera, perciò non potevo aspettare il Comandante
troppo a lungo. Ma proprio quando sono arrivata al Valico, è
sopraggiunta la sua macchina e ho pensato che anche quello era un
segno. Sono scesa in strada e ho agitato le braccia. Oh sì che si è
spaventato. Ho tolto il cappuccio per mostrargli il viso. Era furioso.
“Ma che cosa vuole ancora?” mi ha urlato sporgendosi dal
finestrino.
“Voglio mostrarle una cosa,” ho detto.
Io stessa non sapevo che cosa stessi facendo. Ha esitato un
istante ma, siccome era decisamente brillo, si sentiva pronto alle
avventure. È sceso dalla macchina e barcollando mi ha seguito per
un tratto.
“Che cosa vuoi mostrarmi?” ha domandato passando al tu.
“Una cosa collegata alla morte di Piede Grande,” ho detto la
prima frase che mi era venuta in mente.
“Piede Grande?” ha chiesto sospettoso, e poi in un attimo ha
capito ed è scoppiato in una risata maligna. “Ah sì, in effetti aveva
dei piedi enormi.”
Mi seguiva incuriosito, alcuni passi alla mia sinistra, in direzione
delle fratte e del pozzo.
“Perché non mi hai detto che hai sparato ai miei Cani?” gli ho
chiesto voltandomi all’improvviso verso di lui.
“Che cosa vuoi mostrarmi?” si è stizzito tentando di mantenere il
suo potere. Qui le domande le faceva lui.
Gli ho puntato contro l’indice come la canna di una pistola e
gliel’ho piantato nella pancia.
“Hai sparato ai miei Cani?”
Si è messo a ridere e si è rilassato immediatamente.
“Ma che cosa vuoi? Sai qualcosa che io non so?”
“Sì,” ho detto. “Rispondi alla mia domanda.”
“Non sono stato io a sparare. Forse Wnętrzak, forse il parroco.”
“Il prete? Il prete va a caccia?” Ero sbalordita.
“E perché non dovrebbe andare a caccia? È il cappellano, va a
caccia, eccome se ci va.”
Aveva la faccia gonfia e si aggiustava continuamente la cintura
dei pantaloni. Non mi è venuto in mente che ci teneva i soldi.
“Girati, vecchia, che devo pisciare,” ha detto improvvisamente.
Stavamo proprio sopra il pozzo, quando lui ha cominciato a
frugarsi nella patta. Senza assolutamente pensarci, mi sono piazzata
dietro di lui con la busta piena di ghiaccio duro come per il lancio del
martello. Mi è passato per la testa soltanto: questa è die kalte
Teufelshand, oh sì, da dove mi veniva? Non vi avevo detto che lo
sport che mi aveva dato delle medaglie era il lancio del martello?
Sono stata vicecampionessa polacca nel 1971. Il mio corpo ha
perciò assunto la posizione ben nota e ha concentrato tutta la sua
forza. Oh, com’è intelligente il corpo. Potrei dire che è stato lui a
decidere, a prendere slancio e colpire.
Ho sentito solo un crac. Il Comandante è rimasto in piedi ancora
un attimo, barcollante, e il sangue ha cominciato subito a scorrergli
sulla faccia. Il pugno freddo lo aveva colpito alla testa. Il mio cuore
batteva come impazzito e il brusio del mio sangue mi assordava.
Non pensavo a nulla. L’ho visto cadere proprio sull’orlo del pozzo,
lento, morbido, quasi aggraziato, e la sua pancia ostruire
l’imboccatura. Non è stato necessario un grande sforzo per infilarlo
dentro. Davvero.
E questo è tutto. Non ci ho più pensato. Ero sicura di averlo
ucciso, e questo mi faceva stare bene. Non avevo nessun rimorso.
Sentivo soltanto un grande sollievo.
Mi restava ancora una cosa da fare. Ho estratto dalla tasca il Dito
di Dio, la zampetta di Cerva, una di quelle che avevo trovato a casa
di Piede Grande. Avevo seppellito la testa e tre zampe; una me l’ero
tenuta. Non so perché. Con la zampetta ho fatto delle orme sulla
neve, tante e caotiche. Pensavo che sarebbero rimaste visibili fino al
mattino e avrebbero indicato che lì c’erano state delle Cerve. Ma
solo tu le hai viste, Dyzio. Dal cielo diluviava e la pioggia cancellava
le orme. Anche quello era un Segno.
Sono tornata a casa e mi sono messa a preparare la nostra cena.
Lo so che ho avuto molta fortuna, ed è stato proprio questo a
rendermi audace. Non significa forse che ho colto il momento buono,
il consenso dei Pianeti? Com’è che nessuno interviene di fronte a
tutto questo male che sempre più si diffonde in giro? Non è così
anche con le mie lettere alle istituzioni? Dovrebbero rispondere, ma
non rispondono. Forse non richiediamo il loro intervento in modo
abbastanza convincente? Ci si può rassegnare alle cose futili che
provocano solo disagio, ma non all’insensata, onnipresente crudeltà.
Eppure è così semplice: gli altri felici rendono felici anche noi.
L’economia più semplice del mondo. Immaginavo, mentre andavo
all’allevamento delle Volpi con il Pugno Freddo, di dare inizio a un
processo che avrebbe capovolto tutto il male che esiste. Quella
Notte il Sole entrava in Ariete e iniziava un anno completamente
nuovo. Perché se il male ha creato il mondo, è il bene che lo deve
distruggere.
Per questo ho deciso di affrontare Wnętrzak con premeditazione.
Prima gli ho telefonato e gli ho detto che dovevamo vederci. Che
avevo visto il Comandante appena prima della sua morte e mi aveva
chiesto di consegnargli una cosa. Ha acconsentito subito, allora non
sapevo ancora che il Comandante aveva dei soldi con sé, ma ora
capisco che Wnętrzak sperava di recuperarli. Gli ho detto che sarei
andata alla sua fattoria quando fosse stato solo. Ha acconsentito.
Era terrorizzato dalla morte del Comandante.
Prima, il pomeriggio di quello stesso giorno, avevo preparato la
trappola, avevo preso dei lacci di fil di ferro nella legnaia di Piede
Grande. Le avevo tolte molte altre volte in passato, perciò so bene
come funzionano. Si sceglie un albero giovane, flessuoso, e lo si
piega fino a terra; così piegato, lo si blocca fissandolo a un ramo
robusto. Ci si aggancia il laccio di fil di ferro. Quando l’Animale viene
afferrato da un laccio del genere, comincia a dimenarsi, l’albero si
raddrizza, e gli spezza la schiena. Ho piazzato il laccio tra le felci,
piegando a fatica una betullina di media grandezza.
Si sa che di notte nessun operaio rimane nell’allevamento,
spengono la luce, chiudono il portone. Ora il portone era aperto. Per
me. Ci siamo incontrati all’interno, nel suo ufficio. Ha sorriso, nel
vedermi.
“Mi pare di conoscerla,” ha detto.
Non ricordava il nostro incontro sul ponticello. Non si ricordano gli
incontri con delle vecchiette come me.
Ho detto che dovevamo uscire, avevo là fuori la cosa del
Comandante, l’avevo nascosta nel bosco. Ha preso le chiavi e il
giubbotto, ed è uscito con me. Mentre lo guidavo attraverso le felci
bagnate, ha incominciato a spazientirsi, ma io recitavo bene la mia
parte. Alle sue domande insistenti rispondevo con mezze parole.
“Oh, è qui,” ho detto alla fine.
Ha dato un’occhiata in giro, incerto, e mi ha guardato come se
solo in quel momento avesse capito.
“Che cosa, qui? Qui non c’è niente.”
“Qui.” Ho indicato con il dito e lui ha fatto quel passo necessario e
ha infilato un piede nel laccio. Penso che dal di fuori la cosa
sembrasse ridicola, mi dava retta come un bambino dell’asilo.
Immaginavo che la mia trappola gli avrebbe spezzato la schiena
come alle Cerve. Volevo che andasse proprio così, in cambio del
fatto che aveva nutrito le Volpi con i corpi delle mie Bambine. Del
fatto che andava a caccia. Del fatto che scuoiava gli Animali. Penso
che fosse il giusto Castigo.
Purtroppo non mi intendo di Omicidi. Il fil di ferro si era
ingarbugliato vicino alla sua caviglia e l’albero, raddrizzandosi, lo
aveva buttato per terra e basta. È caduto e ha urlato dal dolore,
sicuramente il filo gli aveva tagliato la pelle e forse i muscoli. Avevo il
mio piano di riserva con la busta di plastica. Stavolta l’avevo
preparata in modo del tutto consapevole, nella ghiacciaia. L’Arma del
delitto ideale per una donna anziana. Le donnette come me vanno
sempre in giro con le buste di plastica, vero? È stato semplice: l’ho
colpito con tutte le mie forze mentre tentava di alzarsi, una, due
volte, forse di più. Dopo ogni colpo aspettavo un istante per sentire
se respirava ancora. Alla fine si è acquietato. Stavo sopra il corpo in
silenzio e nel buio, senza alcun pensiero. Provavo di nuovo soltanto
sollievo. Gli ho tirato fuori dal giubbotto le chiavi e il passaporto, e il
corpo l’ho spinto giù nell’argilla e l’ho coperto con dei rami. Sono
tornata pian piano alla fattoria e sono entrata.
Vorrei dimenticare quello che ho visto là dentro. Piangendo,
tentavo di aprire le gabbie e di far uscire le Volpi, ma ho scoperto
che le chiavi di Wnętrzak aprivano solo la prima sala, dalla quale si
passava alle successive. Ho cercato a lungo e disperatamente le
altre chiavi, buttando all’aria il contenuto di armadi e cassetti, finché
le ho trovate. Pensavo che non me ne sarei andata di lì fino a che
non avessi liberato ogni Animale. C’è voluto molto tempo prima che
riuscissi ad aprire tutte le gabbie. Le Volpi erano stordite, aggressive,
sporche, malate, alcune erano ferite alle zampe. Non volevano
uscire, non conoscevano la libertà. Quando agitavo le braccia,
digrignavano i denti. Alla fine mi è venuta un’idea: ho lasciato
spalancata la porta esterna e sono tornata in macchina. Come si è
saputo dopo, sono fuggite tutte.
Le chiavi le ho buttate via sulla strada di casa, e il passaporto,
dopo aver imparato a memoria data e luogo di nascita di quel
demonio, l’ho bruciato nella caldaia. Così come la busta del ghiaccio
ormai vuota, anche se faccio di tutto per non bruciare rifiuti di
plastica.
Sono tornata senza che nessuno mi notasse. Già in macchina
non ricordavo più nulla. Mi sentivo stanca, mi facevano male le ossa
e ho vomitato per tutta la sera.
Ogni tanto l’episodio mi tornava alla mente. Mi stupivo che non
avessero ancora trovato il corpo di Wnętrzak. Fantasticavo che lo
avessero mangiato le Volpi, lo avessero masticato fino all’osso, e le
ossa le avessero sparpagliate nel bosco. Ma non lo avevano toccato
nemmeno loro. Era ammuffito, perciò ho ritenuto che questa fosse la
prova che non era un Essere umano.
Da quel giorno ho messo nella Samurai tutti gli Strumenti
possibili. Una borsa con il ghiaccio nel frigorifero da viaggio, un
piccone, un martello, i chiodi, addirittura le siringhe e il mio glucosio.
Ero pronta ad agire in qualsiasi momento. Non mentivo quando vi
ripetevo che erano gli Animali che si vendicavano degli uomini. Era
proprio così. Io ero il loro Strumento.
Ma mi credete se vi dico che non ero del tutto in me quando lo
facevo? Che dimenticavo immediatamente quello che era successo,
come se potenti Meccanismi di Difesa mi proteggessero? Non dovrei
forse attribuire tutto questo ai miei Disturbi? Semplicemente di tanto
in tanto non ero Janina, ma Bożygniewa, Nawoja.
Non so nemmeno come e quando ho portato via a Boros il
flaconcino con i feromoni. Dopo mi ha telefonato a questo proposito,
ma non ho confessato. Gli ho detto che l’aveva sicuramente perso, e
gli ho espresso il mio dispiacere per la sua distrazione.
Per questo, quando ho detto che avrei portato il Presidente a
casa, sapevo già che cosa sarebbe successo. Le stelle avevano
cominciato il loro conteggio. Ormai andava tutto liscio come l’olio.
Stava seduto appoggiato alla parete e guardava davanti a sé con
sguardo intontito. Quando sono entrata nel suo campo visivo, mi è
sembrato che non mi avesse proprio notato, ma lui ha tossito e ha
detto con voce funerea: “Non sto bene, signora Duszejko.”
Era un Uomo sofferente. Quel “non sto bene” non riguardava
soltanto lo stato prodotto dall’overdose. Lui stava male in generale, e
per questo lo sentivo più vicino.
“Non dovrebbe esagerare con l’alcol.”
Ero pronta a eseguire la mia sentenza, ma non avevo ancora
preso una decisione definitiva. Ho pensato che, se io ero nel giusto,
allora ogni cosa si sarebbe messa in modo tale che avrei saputo
perfettamente cosa fare.
“Aiutami,” ha detto con voce roca. “Portami a casa.”
Era un tono di tristezza. Mi ha fatto pena. Sì, dovevo portarlo a
casa, aveva ragione. Liberarlo da se stesso, dalla crudele vita
corrotta che conduceva. Era questo il Segno, l’ho capito subito.
“Aspetti un momento, torno in un attimo.”
Sono andata in macchina e ho tirato fuori dal frigo una busta con
del ghiaccio. Un testimone casuale avrebbe potuto pensare che
volevo fargli un impacco per l’emicrania. Ma non c’era nessun
testimone. La maggior parte delle automobili si era già mossa. C’era
ancora qualcuno che gridava davanti all’ingresso; si sentivano voci
alterate.
In tasca avevo il flaconcino che avevo sottratto a Boros.
Quando sono tornata, stava seduto con la testa appoggiata
all’indietro e piangeva.
“Se continua a bere così, le verrà un infarto,” ho detto. “Andiamo.”
L’ho preso da sotto l’ascella e l’ho tirato su, perché si alzasse.
“Perché piangi?” ho domandato.
“Lei è così buona…”
“Lo so,” ho risposto.
“E lei? Perché piange?”
Questo non lo sapevo.
Siamo entrati nel bosco, lo spingevo sempre più avanti e solo
quando le luci della rimessa erano a malapena visibili, l’ho mollato.
“Cerca di vomitare, ti sentirai subito meglio,” ho detto. “E ti
spedisco a casa.”
Mi ha lanciato uno sguardo ottuso.
“Come, mi ‘spedisci’?”
Gli ho dato dei colpetti tranquillizzanti sulle spalle: “Su, forza,
butta fuori.”
Si è appoggiato a un albero e si è piegato. Dalla bocca gli è sceso
un rivolo di saliva.
“Vuoi uccidermi, vero?” ha ansimato.
Ha cominciato a tossire e singhiozzare, ma poi si è effettivamente
sentito un gorgoglio e il Presidente ha vomitato.
“Oh,” ha detto confuso dalla vergogna.
Allora gli ho dato nel tappo a vite un po’ di feromoni di Boros da
bere.
“Ti sentirai subito meglio.”
Ha bevuto senza batter ciglio e ha cominciato a piagnucolare.
“Mi hai avvelenato?”
“Sì,” ho detto.
E allora ho ritenuto che fosse giunta la sua ora. Mi sono avvolta
intorno alla mano i manici della busta, mi sono avvitata per prendere
lo slancio migliore. Poi ho colpito. L’ho preso alla schiena e alla
nuca, era molto più alto di me, ma il colpo è stato così forte che si è
piegato sulle ginocchia. E di nuovo ho pensato che le cose si
dispongono da sole così come si devono disporre. Ho colpito
ancora, stavolta con efficacia. Si è sentito un crac, e lui ha emesso
un gemito ed è caduto a terra. Avevo la sensazione che me ne fosse
grato. Al buio gli ho girato la testa in modo che tenesse la bocca
aperta. Poi gli ho versato sul collo e sui vestiti i feromoni che
avanzavano. Per strada ho gettato via il ghiaccio, accanto alla
rimessa, e la busta l’ho nascosta in tasca.
Questo è quello che è successo.

Sedevano immobili. La zuppa di Senape si era raffreddata da


tempo. Nessuno disse una parola, perciò mi buttai sulle spalle una
felpa, uscii di casa e andai in direzione del Valico.
Da qualche parte giù nel villaggio ululavano le sirene, il lamentoso
suono funebre si sollevava con il vento attraverso l’Altipiano. Poi
tutto tacque, vidi solo le luci dell’automobile di Dyzio che si
allontanavano.
17.
La Vergine

Ogni Lacrima di Ogni Occhio


Tornerà Bimba nell’Eternità,
Per poi – confortata dalla Vergine
Radiosa – tornare alla felicità.

Dyzio doveva essere arrivato la mattina presto, mentre dormivo a


causa delle mie pillole. Altrimenti come mi sarei potuta
addormentare dopo una cosa del genere? E non lo avevo sentito
bussare. Non volevo sentire niente. Perché non era rimasto più a
lungo, non aveva picchiato alla finestra? Voleva dirmi qualcosa
d’importante, questo è sicuro. Aveva fretta.
Stavo sotto al porticato, disorientata, ma vidi soltanto, appoggiato
al tappetino davanti alla porta, il volumetto con le opere di Blake,
quello che avevamo comprato in Repubblica Ceca. Perché me lo
aveva lasciato lì? Che cosa mi voleva dire in quel modo? Lo aprii e
lo sfogliai meccanicamente, ma non cadde nessun foglietto, non vidi
nessuna annotazione.
La giornata era buia e umida. Trascinavo le gambe a fatica. Andai
a farmi un tè forte e solo allora vidi che una pagina del libro era
segnata con un filo d’erba. Lessi una cosa su cui non avevamo
ancora lavorato, il frammento di una lettera di Blake a Richard
Phillips, leggermente sottolineato con la matita (a Dyzio non piaceva
scarabocchiare i libri):

“… Ho letto nell’articolo ‘L’oracolo e i Veri Britanni’ del 13 ottobre


1807 che il Signor”, e qui Dyzio aveva aggiunto a matita “Black
Coat”, “un Chirurgo con la furia fredda di un Robespierre, ha fatto in
modo che la Polizia sequestrasse la Persona e i Beni di Proprietà di
un Astrologo e lo mandasse in Prigione. L’Uomo capace di Leggere
le Stelle è sovente oppresso dal loro Influsso, non meno dei
Newtoniani, che Non le leggono e non sanno Leggerle, ma sono
oppressi dai propri Ragionamenti ed Esperimenti. Siamo tutti
soggetti all’Errore: chi potrebbe dire, eccetto i Naturali Credenti
Fanatici, che non siamo tutti soggetti tendenti al Crimine?”

Ci vollero una quindicina di secondi perché capissi, e poi mi


sembrò di venir meno. Il fegato si fece sentire con un dolore acuto
sempre più intenso.
Avevo appena cominciato a infilare nello zaino le mie cose e il
computer, quando udii un motore d’auto, almeno due macchine. Non
c’era il tempo per riflettere, afferrai tutta la roba e corsi giù, nella
stanza della caldaia. Per un istante ebbi la sensazione che lì mi
aspettassero di nuovo la Mamma e la Nonna. E le Bambine. Forse
quella sarebbe stata la soluzione più giusta: unirmi a loro. Ma laggiù
non c’era nessuno.
Tra la stanza e il garage c’è un piccolo ripostiglio con i contatori
dell’acqua, i cavi e il mocio. Ogni abitazione dovrebbe avere un
ripostiglio così, in caso di Persecuzioni e Guerre. Ogni abitazione. Mi
infilai lì dentro con lo zaino e il portatile sotto l’ascella, in pigiama e
ciabatte. La pancia mi faceva sempre più male.
Prima udii bussare, e poi la porta che cigolava e dei passi
nell’ingresso. Li sentivo salire le scale e aprire tutte le porte. Sentivo
la voce di Cappotto Nero e del giovane poliziotto che lavorava con il
Comandante e che dopo mi aveva interrogato. Ma ce n’erano anche
altri, non li conoscevo. Si sparpagliarono per la casa. Mi
chiamavano: “Cittadina Duszejko! Signora Janina!” e anche per
questo motivo, se non altro, non intendevo aprir bocca.
Salirono di sopra, sicuramente avranno portato su molto fango, e
ispezionarono tutte le stanze. Poi uno di loro cominciò a scendere di
sotto e dopo un istante la porta della stanza della caldaia si aprì.
Entrò qualcuno e si guardò in giro attentamente, diede un’occhiata
anche nella dispensa, e poi passò in garage. Sentii lo spostamento
d’aria, quando mi passò accanto a non più di qualche decina di
centimetri. Trattenni il fiato.
“Dove sei, Adam?” mi arrivò da sopra.
“Qui!” gli rispose urlandomi proprio sopra l’orecchio. “Qui non c’è
nessuno.”
Di sopra qualcuno imprecò. Una brutta parola.
“Brrr, che posto disgustoso,” disse tra sé e sé quello che era nella
stanza e andò di sopra. Non spense la luce.
Li sentivo mentre stavano nell’ingresso e chiacchieravano. Si
consultavano.
“Deve aver proprio sloggiato…”
“Ma ha lasciato la macchina. Strano, no? È andata via a piedi?”
A quel punto si unì a loro la voce di Bietolone, trafelata, come se
fosse arrivato lì sulle orme della Polizia: “Mi ha detto che andava da
un’amica, a Stettino.”
Ma come gli era venuta in mente Stettino, è ridicolo!
“Perché non me l’hai detto prima, papà?”
Nessuna risposta.
“A Stettino? Ha qualcuno là? Tu cosa ne sai, papà?” domandò
Cappotto Nero pensoso. A Bietolone doveva dispiacere che il figlio
lo mettesse in riga in quel modo.
“Come fa ad arrivare fin lì?” ebbe inizio una vivace discussione
nella quale si impose nuovamente la voce del poliziotto giovane:
“Niente da fare, siamo arrivati troppo tardi. E mancava così poco per
catturarla. Averci preso in giro per tanto tempo. Da non credere,
quante volte l’abbiamo avuta su un piatto d’argento.”
Adesso erano tutti nell’ingresso e sentii fin da lì che uno di loro si
era acceso una sigaretta.
“Bisogna telefonare subito a Stettino e controllare come abbia
fatto ad arrivare. In autobus, in treno, con l’autostop? Bisogna
diramare un mandato di cattura,” diceva Cappotto Nero.
Ma il poliziotto giovane disse: “Non la cercheremo mica con il
reparto antiterrorismo… È una donna vecchia, stramba. Fuori di
testa.”
“È pericolosa,” fece Cappotto Nero.
Uscirono.
“Bisogna sigillare queste porte.”
“E quelle di sotto. E va bene. Forza,” si dicevano.
A un tratto sentii la voce forte di Bietolone: “Quando esce di
prigione, me la sposo.”
E subito si udì la voce irosa di Cappotto Nero.
“Ma papà, hai perso completamente la ragione in questo
deserto?”

Rimasi lì schiacciata in un angolo, nel buio assoluto, anche molto


tempo dopo che se ne furono andati, finché non sentii il rombo dei
motori delle loro automobili, e poi aspettai un’altra ora, sentendo
solamente il mio respiro. Non dovevo più sognare. Ero nella stanza
della caldaia, come nei miei sogni, nel luogo da dove vengono i
Morti. Mi sembrava di sentire le loro voci sotto il garage, nelle
profondità della collina, un grande corteo sotterraneo. Ma era solo il
vento, come sempre sull’Altipiano. Salii furtiva al piano di sopra
come una ladra e mi vestii rapidamente per il viaggio. Avevo solo
due piccole borse, ad Alì sarebbe piaciuto. Naturalmente c’era una
terza uscita, attraverso un piccolo magazzino, e da lì me la svignai,
lasciando la casa ai Morti. Nella legnaia del Professore aspettai che
facesse buio. Avevo con me solo le cose più importanti: i miei
appunti, Blake, le medicine e il portatile con la mia Astrologia. E le
Efemeridi, naturalmente, se per caso in futuro mi fossi ritrovata su
un’Isola Deserta. Più mi allontanavo dalla casa nella piatta neve
umida, più la mia anima si alleggeriva. Guardai dal confine il mio
Altipiano e mi tornò in mente il giorno in cui lo avevo visto per la
prima volta, estasiata, ma senza ancora immaginare che ci avrei
abitato. Il fatto che non sappiamo che cosa accadrà, è un errore
terribile nella programmazione del mondo. Bisognerà correggerlo,
alla prima occasione.
Nelle valli dietro l’Altipiano il Crepuscolo era già fitto, e da là,
dall’alto, vedevo le luci delle città più grandi, Lewin e Frankenstein
lontano sull’orizzonte, e Kłodzko a settentrione. L’aria era limpida e
le luci brillavano. Qui, più in alto, non era ancora scesa la notte, il
cielo a occidente continuava a essere arancio-marrone e l’oscurità
stava ancora scendendo. Non avevo paura di quel buio. Camminavo
dritto davanti a me in direzione dei Monti Tavolari, inciampando nelle
zolle di terra ormai ghiacciate, nei ciuffi di erba secca. Avevo caldo
con quelle mie felpe, il berretto e la sciarpa, ma sapevo che non
appena fossi passata dall’altra parte del confine, non mi sarebbero
più servite. In Repubblica Ceca fa sempre più caldo, è il versante
meridionale.
E allora lì, dalla parte ceca, sopra l’orizzonte risplendette la
Vergine.
Si faceva più chiara di minuto in minuto, come se sulla faccia
scura del cielo si aprisse un sorriso, perciò ormai sapevo di aver
scelto la direzione buona e di andare dalla parte giusta. Splendeva
nel cielo quando attraversai in tutta sicurezza il bosco e quando
senza accorgermene oltrepassai il confine. Mi guidava. Procedevo
per tutto il tempo verso di lei, lungo i campi della Boemia. E lei
scendeva sempre più giù e sembrava invogliarmi a seguirla oltre
l’orizzonte.
Mi condusse fino alla strada maestra, da dove vedevo già la città
di Náchod. Camminavo lungo la strada con uno stato d’animo
leggero, gioioso: qualsiasi cosa fosse accaduta, sarebbe stata
Giusta e Buona. Non avevo nessuna paura, anche se le vie della
città ceca erano ormai vuote. Ma si può aver paura di qualcosa in
Boemia?
Per questo quando mi fermai davanti alla vetrina della libreria e
non sapevo cosa sarebbe successo poi, la Vergine era ancora con
me, anche se non più visibile dietro i tetti delle case. Mi accorsi che,
nonostante l’ora tarda, dentro c’era qualcuno. Bussai e mi aprì
Honza, niente affatto sorpreso. Gli dissi che avevo bisogno di
pernottare.
“Ano,” mi confermò in ceco, e mi fece entrare senza chiedere
nulla.

Qualche giorno dopo venne a prendermi Boros, portò i vestiti e le


parrucche che Buona Novella con cura aveva preparato per me. Ora
sembravamo una vecchia coppia che va a un funerale, e in un certo
senso era così: andavamo al mio funerale. Boros comprò anche una
bellissima ghirlanda. Stavolta aveva l’automobile, anche se presa in
prestito da alcuni studenti, e la guidava sicuro e veloce. Spesso ci
fermavamo nei parcheggi, mi sentivo veramente debole. Il viaggio fu
lungo e stancante. Quando arrivammo a destinazione, non riuscivo a
reggermi in piedi e Boros dovette portarmi in braccio attraverso la
soglia.
Adesso abito nella stazione degli Entomologi al margine della
Foresta di Białowieża e da quando mi sento un po’ meglio cerco di
fare ogni giorno il mio piccolo giro d’ispezione. Ma ormai faccio fatica
a camminare. Inoltre qui non ho molte cose su cui vigilare, il bosco è
impenetrabile. A volte, quando la temperatura risale e oscilla intorno
allo zero, appaiono sulla neve sonnolenti i Ditteri, i Collemboli, i
Cinipidi della Quercia, ho già imparato i loro nomi. Vedo anche dei
Ragni. Ho imparato che comunque la maggior parte degli Insetti
d’inverno cade in letargo. Nelle profondità dei formicai le formiche si
abbracciano in una grande matassa e dormono così fino a
primavera. Vorrei tanto che una tale fiducia reciproca ce l’avessero
gli uomini. Probabilmente a causa dell’aria diversa e delle ultime
esperienze i miei Disturbi si sono aggravati e passo la maggior parte
del tempo seduta a guardare dalla finestra.
Quando si fa vedere Boros, ha sempre nel thermos una zuppa
interessante. Non ho la forza di cucinare da sola. Mi porta anche i
giornali, spingendomi a leggerli, ma mi fanno ribrezzo. Ai giornali
interessa tenerci in uno stato di ansia continua, dirigere le nostre
emozioni non verso ciò che le dovrebbe riguardare veramente.
Perché dovrei sottomettermi al loro potere e pensare quello che mi
ordinano di pensare? Vado in giro vicino alla casetta, percorro i
sentieri ora da una parte, ora dall’altra. Mi capita di non riconoscere
le mie orme sulla neve e allora mi chiedo: Chi è passato di qui? Chi
ha lasciato questi passi? Penso che sia un buon Segno non
riconoscere se stessi. Cerco comunque di concludere le mie
Ricerche. Proprio il mio Oroscopo è il millesimo e ci lavoro spesso,
cercando di interpretarlo. Chi sono io? Una cosa è certa: conosco la
data della mia morte.
Penso a Bietolone, che quest’inverno sarà da solo sull’Altipiano. E
allo strato di malta, chissà se reggerà al gelo. Se tutti sopravvivranno
ancora a un altro inverno. I Pipistrelli nella cantina del Professore. Le
Cerve e le Volpi. Buona Novella studia a Breslavia e abita nel mio
appartamento. C’è anche Dyzio, perché in due è più facile vivere. E
mi dispiace non essere riuscita a convincerlo a credere
all’Astrologia. Gli scrivo spesso per mano di Boros. Ieri ho spedito a
Dyzio una storiella. Lui capirà di che si tratta.
Un monaco Astrologo medievale (accadeva al tempo in cui
sant’Agostino non aveva ancora proibito di leggere il futuro nelle
stelle) previde nell’Oroscopo la propria morte. Sarebbe morto per il
colpo di una pietra in testa. Da allora portò sempre un copricapo di
ferro sotto il cappuccio da monaco. Finché un Venerdì Santo lo tolse
assieme al cappuccio, più per non dare nell’occhio tra le persone
radunate in chiesa che per amore verso Dio. E lì un sassolino gli
cadde sulla testa scoperta, ferendolo solo lievemente. Ma il monaco
era certo che la profezia si fosse avverata, perciò sistemò tutte le
sue questioni e nel giro di un mese morì.
È così che funziona, Dyzio. Io comunque so di avere ancora
molto tempo.
Dall’autrice

Le epigrafi e le citazioni sono tratte da Proverbs of Hell, Auguries of


the Innocence, The Mental Traveller e dalle lettere di William Blake.
Il frammento a p. 163 è tratto dalla canzone dei Doors Riders on the
Storm.
La predica di padre Fruscio è una compilazione, tratta da internet,
di autentiche prediche tenute da vari cappellani cacciatori.

Ringrazio il Netherlands Institute for Advanced Study (NIAS) per


avermi offerto le migliori condizioni di tranquillità per svolgere il mio
lavoro di scrittrice.
Indice

1. E adesso fate attenzione!


2. Autismo testosteronico
3. Luce Perpetua
4. 999 morti
5. Luce nella pioggia
6. Trivialità e banalità
7. Discorso al Barboncino
8. Urano in Leone
9. Il grandioso nell’infimo
10. Il Cucujus haematodes
11. Il canto dei Pipistrelli
12. Il Succhiacapre
13. Il Cacciatore Notturno
14. La Caduta
15. Uberto
16. La fotografia
17. La Vergine

Dall’autrice