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Raggi

Titolo originale: My Ántonia


Traduzione dall’inglese di Jole Jannelli Pinna-Pintor
I edizione ebook: aprile 2015
ISBN 9788861929425
© 2015 Lit Edizioni Srl
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Willa Cather
LA MIA ANTONIA

Traduzione di Jole Jannelli Pinna-Pintor


Optima dies… prima fugit.
V
Introduzione

L’estate scorsa, in una stagione torrida, Jim Burden e io


traversammo lo Iowa sullo stesso treno. Siamo vecchi amici, siamo
cresciuti insieme nella stessa cittadina del Nebraska e avevamo una
quantità di cose da dirci. Il treno filava attraverso chilometri e
chilometri di grano maturo, cittadine sparse per la campagna, pascoli
smaglianti di colori e boschetti di querce che appassivano al sole.
Nella vettura dove sedevamo i bordi di legno scottavano e tutto era
coperto da un denso strato di polvere rossa. La polvere, il calore, il
vento bruciante ci ricordavano molte cose. Parlavamo del significato
che può avere per un individuo l’infanzia passata in una di quelle
cittadine sepolte tra i campi di grano e granturco in un clima che
pare conosca solo gli estremi: estati brucianti, quando tutto il mondo
sembra stendersi verde e gonfio sotto un cielo d’azzurro brillante,
quando ci si sente quasi soffocare dalla vegetazione, dal colore,
dall’odore delle erbe e delle messi mature; inverni tempestosi, con
poca neve, quando tutta la campagna è nuda e grigia come una
lastra di ferro. Solo chi ha vissuto in quelle piccole città della prateria
sa che cosa significa la vita là. È come una specie di
frammassoneria.
Jim Burden e io viviamo entrambi a New York ma non ci
incontriamo spesso. Egli è il legale di una delle grandi società
ferroviarie dell’Ovest e rimane lontano dal suo ufficio per intere
settimane. Questo è uno dei motivi per cui ci vediamo poco. L’altra è
che non mi piace sua moglie. È una bella donna energica e
intraprendente, ma a me pare insensibile e per temperamento
incapace di entusiasmo. I gusti tranquilli del marito la irritano – credo
– e si atteggia a mecenate di un gruppo di giovani poeti e pittori di
idee avanzate ma di scarsa capacità. Ha una fortuna personale e
vive per conto suo, ma per qualche misteriosa ragione desidera
rimanere la signora Burden.
Quanto a Jim, le delusioni non l’hanno cambiato. Quella sua
tendenza romantica che lo rendeva così strano da ragazzo è stata
uno degli elementi più importanti del suo successo nella vita. Egli
ama con passione la grande regione attraverso la quale corre e si
dirama la sua ferrovia. La sua fede in quella terra e la sua
conoscenza di essa hanno avuto una parte importante nello sviluppo
ferroviario della regione.
In quell’afosa giornata in cui attraversammo lo Iowa, il nostro
discorso ritornava su una figura centrale, una ragazza boema che
avevamo entrambi conosciuto molti anni prima. Più di ogni altro
all’interno del nostro ricordo, quella ragazza rappresentava per noi la
terra stessa, le condizioni, tutta l’avventura della nostra infanzia. Io
l’avevo completamente perduta di vista, ma Jim l’aveva trovata dopo
lunghi anni e aveva riallacciato un’amicizia che tanto significava per
lui. Quel giorno la sua mente era piena di lei. La ricreava davanti ai
miei occhi, mi faceva sentire la sua presenza e rinnovava tutto il mio
antico affetto per lei.
«Ogni tanto scrivo quello che mi ricordo di Antonia» mi rivelò. «È
l’unico divertimento che ho nei miei lunghi viaggi attraverso il
paese».
Quando gli dissi che avrei avuto piacere di leggere quello che
aveva scritto di lei, mi rispose che avrei certamente potuto farlo se
fosse mai riuscito a finirlo.
Mesi dopo, in un burrascoso pomeriggio invernale, Jim venne a
trovarmi con una grossa busta. La portò con sé nel salotto e,
scaldandosi le mani, mi disse: «Ecco quello che ho scritto di Antonia.
Avete ancora voglia di leggerlo? Ho buttato giù semplicemente
quello che il suo nome mi richiama alla memoria. Credo che sia una
cosa piuttosto informe e non ha neppure un titolo». Andò nell’altra
stanza, si sedette al mio tavolino e scrisse di traverso sulla busta la
parola Antonia. La guardò un momento corrugando la fronte, poi
aggiunse qualche lettera: La mia Antonia. E questo parve
soddisfarlo.
La mia Antonia
LIBRO I
Gli Shimeda
I

Sentii parlare per la prima volta di Antonia in un lungo, interminabile


viaggio attraverso le grandi pianure centrali del Nord America. Avevo
allora dieci anni; avevo perduto padre e madre nello stesso anno e i
miei parenti della Virginia mi mandarono dai nonni che vivevano nel
Nebraska. Mi accompagnava un montanaro, Jake Marpole, che era
stato un braccio forte nella vecchia fattoria di mio padre sotto le
montagne del Blue Bridge e ora andava anche lui verso l’Ovest per
lavorare da mio nonno. L’esperienza che Jake aveva del mondo non
era molto più vasta della mia. Non era mai stato in treno sino al
giorno in cui partimmo insieme per cercare la fortuna in un mondo
nuovo.
Facemmo tutto il lungo viaggio sempre in vetture senza letto e a
ogni tappa diventavamo più sudici e più appiccicosi, Jake comprava
tutto ciò che gli strilloni offrivano: dolci, arance, bottoni da colletto
d’ottone, un ciondolo da orologio e, per me, una Vita di Jesse
James1 che io ricordo come uno dei libri più soddisfacenti che abbia
mai letto. Dopo Chicago, un controllore ci prese sotto la sua
amichevole protezione; sapeva tutto del paese verso cui andavamo
e per ricambiare la nostra confidenza ci diede una gran quantità di
buoni consigli. Sembrava un uomo espertissimo del mondo, pareva
fosse stato dappertutto; durante la conversazione lasciava cadere
con indifferenza nomi di Stati e di città lontani, portava anelli, spille e
distintivi di una quantità di associazioni diverse a cui apparteneva,
aveva geroglifici persino sui bottoni dei polsini, e più iscrizioni di un
obelisco egizio.
Una volta, chiacchierando, ci disse che nella vettura degli
emigranti c’era una famiglia d’oltreoceano che aveva la nostra
stessa destinazione.
«Non ce n’è uno che parli inglese, eccetto una ragazzina, e tutto
quanto sa dire è questo: “Andiamo a Black Hawk nel Nebraska”; non
è molto più vecchia di te, dodici o tredici anni forse, ed è lucente
come una moneta nuova. Non vorresti andarla a trovare? E ha dei
begli occhi neri, anche!».
Quest’ultima osservazione mi fece arrossire, scossi la testa e
ripresi il mio Jesse James. Jake approvò il mio rifiuto e disse che era
facile prendere malattie dagli stranieri.
Non ricordo di aver attraversato il Missouri, né altro di tutto quel
lungo giorno di viaggio nel Nebraska; probabilmente avevo già
incontrato tanti e tanti fiumi che ormai non mi interessavano più.
L’unica cosa notabile, nel Nebraska, era questa: dal mattino alla sera
era sempre Nebraska.
Dormivo da un pezzo accoccolato su un sedile di velluto rosso
quando giungemmo a Black Hawk. Jake mi svegliò e mi prese per
mano. Scendemmo dal treno incespicando su una piattaforma di
legno dove correvano uomini muniti di lanterne. Non si vedeva la
città né alcuna luce in lontananza: eravamo circondati dall’oscurità
più completa, e la macchina ansimava forte dopo la lunga corsa.
Nella luce rossa del treno alcune persone stavano raggruppate sulla
piattaforma cariche di fagotti e di scatole; doveva essere la famiglia
di emigranti di cui ci aveva parlato il controllore. La donna portava
uno scialle a frange legato sulla testa e stringeva un bauletto di
metallo fra le braccia, come fosse un bimbo; vicino a lei, un vecchio
alto e curvo, due ragazzi e una giovane che portavano dei fagotti
avvolti in tela cerata e una bimbetta che s’aggrappava alle gonne
della madre. A un tratto s’avvicinò loro un uomo con una lanterna e
cominciò a parlare con grida ed esclamazioni. Rizzai le orecchie,
perché era veramente la prima volta che udivo una lingua straniera.
Un’altra lanterna comparve e una voce scherzosa chiamò:
«Salve! siete la gente del signor Burden? Se lo siete sono io quello
che cercate. Sono Otto Fuchs, il fattore di Burden, e ho l’incarico di
accompagnarvi. Salve, Jimmy, non hai avuto paura a venire così
lontano?».
Alla luce della lanterna guardai con interesse quel viso nuovo.
Pareva uscito dalle pagine di Jesse James; portava un sombrero
con un largo nastro di cuoio e una fibbia lucente, e le punte dei baffi
arrotolate erano rigide come cornetti. Il suo aspetto era vivo, feroce,
come di chi ha una storia. Una lunga cicatrice gli tagliava la guancia
e gli stirava un angolo della bocca in una piega sinistra; gli mancava
la punta di un orecchio e aveva la pelle bruna come quella di un
indiano; non poteva essere che il viso di un desperado. Vedendolo
camminare per la piattaforma con quegli stivali dal tacco alto alla
ricerca dei nostri bauli, notai che era piuttosto sottile, agile, secco e
leggero nel passo. Ci disse che ci aspettava un lungo viaggio
notturno e che era meglio mettersi in movimento; ci condusse dove
due carri stavano legati a una sbarra e vidi che la famiglia degli
stranieri si ammonticchiava in uno di essi. L’altro era per noi. Jake
salì sul sedile anteriore con Otto e io mi stesi sulla paglia in fondo al
carro coprendomi con una pelle di bufalo. Il carro degli emigranti
s’avviò rumoreggiando nell’oscurità vuota e noi li seguimmo.
Tentai di dormire, ma i sobbalzi mi facevano mordere la lingua e
dopo un po’ iniziai a sentire dolore in ogni parte del corpo; quando
poi la paglia fu schiacciata, il mio letto divenne piuttosto duro.
Strisciai fuori dalla pelle di bufalo cautamente, m’inginocchiai e mi
affacciai sull’orlo del carro. Pareva non vi fosse nulla da vedere:
nessuno steccati, torrente o albero, nessuna collina né campo. Se
c’era una strada, alla luce tenue delle stelle non era visibile.
Null’altro che terra; non si trattava di campagna, ma del materiale di
cui è fatta la campagna: null’altro che terra, che doveva essere
leggermente ondulata perché spesso le ruote stridevano contro il
freno in una discesa o cigolavano risalendo dall’altra parte. Avevo la
sensazione di aver lasciato il mondo dietro di me, di averne
raggiunto il limite e di essere di là da ogni controllo umano. Mai
avevo guardato un cielo contro cui non si stagliasse una catena di
monti familiare. Questa invece era l’intera volta del cielo. Non potevo
credere che mio padre e mia madre mi guardassero da lassù; no, mi
cercavano ancora là, vicino all’ovile nella valletta o sulla strada
bianca dei pascoli montani. Anche il loro spirito avevo lasciato dietro
di me. Il carro avanzava sobbalzando, trasportandomi non sapevo
dove. Non provavo nostalgia e non aveva nessuna importanza
l’arrivare. Tra quella terra e quel cielo mi sentivo annullato,
cancellato. Non dissi le mie preghiere quella sera; lì, io sentivo,
sarebbe accaduto quel che doveva accadere.
II

Non ricordo l’arrivo alla fattoria del nonno verso l’alba, dopo un
viaggio di una trentina di chilometri con pesanti cavalli da tiro. Mi
svegliai di pomeriggio. Ero in una stanzetta poco più larga del letto
sul quale ero disteso, e le tendine dietro il mio capo fluttuavano
dolcemente al vento tiepido. Una donna alta, coi capelli neri e la
pelle scura rugosa, mi guardava in piedi. Doveva essere la nonna. Si
vedeva che aveva pianto, ma quando aprii gli occhi mi sorrise, mi
guardò ansiosamente e sedette ai piedi del letto.
«Dormito bene, Jimmy?» domandò allegramente. Poi, in tono
molto diverso, come parlando a se stessa disse: «Dio mio, come
assomigli a tuo padre!». Mi venne allora in mente che mio padre era
stato il suo ragazzino e che tante volte doveva essere andata a
svegliarlo in quel modo quando aveva dormito troppo a lungo. «Ecco
i tuoi vestiti puliti» continuò, lisciando con la mano bruna la coperta
mentre parlava, «ma prima vieni giù in cucina con me a fare un bel
bagno caldo vicino alla stufa. Portati le tue cose; non c’è nessuno in
giro».
“Giù in cucina”. Questo mi colpì in modo strano: a casa si diceva
sempre “fuori in cucina”. Raccolsi scarpe e calzini e la seguii
attraverso il salotto e una rampa di scale giù nell’interrato. Questo
era diviso in una sala da pranzo a destra delle scale e una cucina a
sinistra. Le stanze erano state imbiancate coll’intonaco gettato
direttamente sul muro di terra come nelle cantine. Il pavimento era di
cemento battuto; in alto, sotto il soffitto di legno, vi erano delle
finestrelle con le tendine bianche e vasi di geranio sui davanzali
ampi. Entrando in cucina mi colpì un odorino piacevole di panpepato
al forno. La stufa era molto grande, coi bordi di nichel lucente, e
dietro c’erano una lunga panca di legno contro il muro e una
vaschetta di zinco dentro la quale la nonna versò l’acqua calda e
fredda. Quando mi portò il sapone e gli asciugamani, le dissi che ero
abituato a farmi il bagno da solo.
«Ti sai lavare le orecchie? Davvero? Ma allora sei proprio un
ragazzino in gamba».
Si stava bene in cucina. Il sole brillava nell’acqua del mio bagno
attraverso la finestrella a ponente e un gattone maltese venne a
strisciarsi contro la vasca osservandomi con curiosità. Mentre mi
sfregavo, la nonna sfaccendava nella stanza da pranzo finché io
gridai preoccupato: «Nonna, ho paura che i dolci brucino». Se ne
venne ridendo e sventolando il grembiule come se stesse
allontanando le galline.
Era una donna alta, magra, un po’ curva, teneva il capo proteso in
avanti in una posa concentrata, come se guardasse o ascoltasse
qualcosa lontano. Quando fui più grande, capii che era soltanto
perché pensava molto sovente a cose remote. Era veloce ed
energica in tutti i movimenti; aveva la voce alta e piuttosto acuta e
spesso parlava con un’inflessione d’ansia per il desiderio costante
che tutto si svolgesse con l’ordine e il decoro voluto; anche il riso era
acuto e forse un po’ stridente, ma vivace e pieno d’intelligenza.
Aveva allora cinquantacinque anni ed era una donna forte, coriacea.
Quando fui vestito, esplorai la lunga cantina vicino alla cucina.
Era scavata sotto quell’ala della casa, intonacata e cementata, con
una porta verso le scale e una esterna attraverso la quale gli uomini
andavano e venivano. Sotto una delle finestre c’era un posto in cui si
lavavano al ritorno dal lavoro.
Mentre la nonna era occupata a preparare la cena, mi sistemai
sulla panca di legno dietro la stufa e feci amicizia col gatto che – mi
dissero – prendeva non solo ratti e topi, ma anche gopher2 . Le
macchie gialle del sole sul pavimento si spostavano verso le scale e
io e la nonna parlammo del viaggio, dell’arrivo e della famiglia
boema. Mi disse che sarebbero stati i nostri vicini. Non parlammo
della fattoria nella Virginia che era stata la sua casa per tanti anni,
ma quando gli uomini tornarono dai campi e fummo tutti seduti a
tavola per la cena, fece a Jake domande sulla casa laggiù, sui nostri
vicini e amici.
Il nonno parlò poco. Appena entrato mi baciò e mi disse qualcosa
gentilmente, ma non era molto espansivo: sentii immediatamente la
sua forza di decisione, la sua dignità personale, e ne ebbi un leggero
spavento. Quello che maggiormente si notava in lui era una barba
ondulata candida come la neve. Sentii una volta un missionario dire
che era come quella di uno sceicco arabo, e la testa calva la faceva
risaltare maggiormente.
Gli occhi del nonno non sembravano quelli di un vecchio: erano
azzurri lucenti con uno scintillio fresco come di ghiaccio, aveva denti
bianchi regolari e così sani che mai in vita sua era stato dal dentista,
una pelle delicata che il vento e il sole screpolavano facilmente. Da
giovane i suoi capelli e la barba erano rossi e le sopracciglia erano
tuttora color del rame.
Quando fummo seduti a tavola, Otto Fuchs e io continuammo a
guardarci furtivamente. Mentre preparava la cena, la nonna mi
aveva detto che era un austriaco venuto qui da ragazzo, e aveva
condotto una vita avventurosa nell’Ovest tra campi di minatori e di
cowboy. La sua robusta costituzione era stata in certo modo
intaccata da una polmonite presa in alta montagna, e ciò lo aveva
spinto a cercare per un certo periodo un clima più mite. Aveva dei
parenti a Bismarck, una colonia di tedeschi un po’ a nord della
nostra fattoria, ma da un anno lavorava per il nonno.
La cena era finita e Otto mi condusse in cucina bisbigliandomi
qualcosa di un pony giù nella stalla che era stato comprato per me a
una vendita; l’aveva cavalcato per scoprire se avesse dei vizi ma era
“un perfetto gentiluomo” e si chiamava Dude. Fuchs mi disse proprio
tutto ciò che volevo sapere: come avesse perso un orecchio in una
tormenta nel Wyoming quando faceva il conducente di diligenza, e
come si getta il lazo; mi promise che il giorno dopo, prima del
tramonto, l’avrebbe gettato a un manzo. Tirò fuori le sue pistole e gli
speroni d’argento per farli vedere a Jake e a me, i suoi più begli
stivali da cowboy con le punte a disegni vivaci – rose, nodi d’amore
e figurine femminili nude. Queste, ci spiegò solennemente, erano
angeli.
Prima di andare a letto Jake e Otto furono chiamati in salotto per
le preghiere. Il nonno si mise gli occhiali d’argento e lesse parecchi
salmi. Aveva la voce adatta e leggeva in modo così interessante,
che io desiderai avesse scelto uno dei miei capitoli favoriti del Libro
dei Re. L’intonazione della sua voce nel pronunciare la parola “Sela”
mi riempiva di timore. « Egli sceglierà per noi la nostra eredità, la
gloria di Giacobbe, che egli ama. Sela». Non avevo idea di quello
che la parola potesse significare, e forse neanche lui, ma mentre la
proferiva diventava la più sacra delle parole.
Il mattino seguente di buonora corsi fuori a guardare in giro. Mi
avevano detto che la nostra era l’unica casa di legno a nord di Black
Hawk, prima d’arrivare alla colonia norvegese dove ce n’erano
parecchie. I nostri vicini vivevano in case di terra o scavate nella
terra, abbastanza comode ma non molto spaziose. La nostra,
bianca, con un piano e un mezzanino sopra l’interrato, stava
all’estremità orientale dell’aia; un mulino a vento era vicino alla porta
della cucina. Dal mulino il terreno scendeva dolcemente verso ovest
sino alle stalle, ai granai e ai porcili. La discesa era di terra battuta e
nuda, scavata in tanti rivoletti tortuosi dalla pioggia. Oltre il granaio,
in fondo a un leggero avvallamento, vi era un piccolo stagno fangoso
circondato da macchie di salici rossigni. La strada, venendo
dall’ufficio postale, passava direttamente davanti alla nostra porta,
attraversava l’aia e girava intorno allo stagno, oltre il quale saliva
dolcemente attraverso l’ondulata e ininterrotta distesa dei prati
dell’Ovest. Là, lungo la linea dell’orizzonte, fiancheggiava un gran
campo di grano, il più vasto ch’io avessi mai visto. Il campo e un
campicello di saggina dietro la stalla erano gli unici tratti di terra
coltivata all’intorno. Dappertutto, a perdita d’occhio, null’altro che
erba irta, dura, rossa, alta quanto me.
A nord della casa, entro un tratto di terreno arato per arrestare il
fuoco, cresceva una folta fila di bossi bassi e fronzuti, le cui foglie
ormai ingiallivano. Era una siepe lunga qualche centinaio di metri,
ma bisognava guardar bene per riuscire a vederla; gli alberelli erano
insignificanti in confronto all’erba, pareva quasi che essa stesse per
correr loro addosso, e addosso alla macchia di susini che era dietro
il pollaio.
Guardandomi attorno, sentivo che l’erba era la terra stessa, così
come l’acqua è il mare. Il rosso dell’erba dava alla vasta prateria il
colore di una macchia di vino o di certe alghe ancora umide, ed era
tutta in movimento – pareva che tutta la campagna corresse.
Avevo quasi scordato d’avere una nonna, quand’essa uscì di casa
con un cappello da sole in testa e un sacco in mano e mi domandò
se non volevo andar con lei nell’orto a cavare le patate per il pranzo.
L’orto, e questo era piuttosto strano, era a meno di un chilometro
dalla casa, in una piccola valletta oltre il recinto del bestiame. La
nonna mi fece notare un robusto bastone di legno con la punta di
rame che le pendeva dalla cintura attaccato a una cinghia di cuoio.
Mi disse che era il suo bastone per i serpenti a sonagli e che non
dovevo mai andare nell’orto senza un bastone grosso o un falcetto;
lei stessa ne aveva già ammazzato un buon numero ogni volta che
ci andava. Una ragazzina, che abitava sulla strada di Black Hawk,
era stata morsicata alla caviglia ed era stata male tutta l’estate.
Ricordo con esattezza l’impressione che mi fece la campagna in
quel mattino di settembre mentre camminavo accanto alla nonna
lungo il solco appena segnato dai carri. Forse la sensazione dello
scorrere rapido del treno mi era rimasta addosso, perché del
paesaggio sentivo soprattutto il movimento: nel venticello fresco del
mattino e nella terra stessa, come se l’erba irta fosse un
nascondiglio mobile sotto il quale orde di bufali selvaggi
galoppassero, galoppassero…
Da solo non sarei mai riuscito a trovare l’orto, a meno che non me
lo avessero indicato le grosse zucche gialle stese a terra senza il
riparo delle foglie avvizzite. Quando vi giunsi m’interessò ben poco.
Avrei voluto continuare a camminare in mezzo all’erba rossa fino al
limite del mondo, che non poteva esser lontano… L’aria leggera mi
diceva che il mondo finiva lì; non rimanevano che terra, sole e cielo,
e procedendo un po’ oltre soltanto sole e cielo. Si sarebbe potuto
fluttuare in essi come i falchi fulvi che volavano su di noi disegnando
sull’erba le loro ombre allungate. Mentre la nonna prendeva la
zappetta che era rimasta in un solco e cavava le patate che io
raccoglievo dalla soffice terra scura e mettevo nel sacco, seguitavo a
guardare i falchi che facevano quello che io avrei potuto fare così
facilmente.
Quando la nonna fu pronta per andar via, le dissi che mi sarebbe
piaciuto rimanere nell’orto ancora un po’.
Mi guardò da sotto il cappello da sole.
«Non hai paura dei serpenti?».
«Un po’, ma mi piacerebbe rimanere lo stesso».
«Bene, se ne vedi non li toccare; quelli grandi gialli e bruni non
fanno niente, sono i serpenti che aiutano a distruggere i gopher, e
non ti spaventare se vedi comparire qualcosa da quel buco laggiù
sul monticello… È una tana di tasso: ha le dimensioni di un grosso
opossum e il muso striato di bianco e nero; ogni tanto porta via una
gallina, ma io non voglio che gli uomini gli facciano del male.
Quando si è in un paese nuovo ci si sente teneri verso gli animali. Mi
piace vederlo venir fuori a guardarmi mentre lavoro».
La nonna si gettò il sacco delle patate sulla spalla e si allontanò
per il sentiero un po’ curva in avanti. La strada seguiva gli
avvallamenti del terreno; quando ella giunse alla prima curva, mi
salutò con la mano e sparì. Rimasi solo con quella nuova
sensazione di leggerezza e beatitudine.
Mi sedetti in mezzo all’orto, dove avrei potuto vedere un serpente
se si avvicinava, e m’appoggiai a una zucca gialla, calda. Alcuni
cespugli di uvaspina carichi di frutti crescevano lungo i solchi e,
sollevando i cappucci che li coprivano, ne mangiai un po’. Attorno a
me cavallette gigantesche, grandi almeno il doppio di quelle che
conoscevo io, s’abbandonavano ad acrobazie folli in mezzo al
fogliame secco. I gopher galoppavano su e giù per il terreno arato.
Lì, in fondo alla valletta riparata, il vento soffiava leggermente, ma lo
sentivo cantare mormorando il suo motivo e vedevo ondeggiare
l’erba alta. Sotto di me la terra era calda, e calda tra le mie dita che
la sbriciolavano. Strani insettini rossi uscivano fuori e si muovevano
tutto intorno in lente squadre. Avevano i dorsi lucidi vermigli, a
puntini neri. Rimanevo immobile. Non avveniva nulla. Non aspettavo
che avvenisse nulla. Ero un qualcosa che giaceva sotto il sole e lo
sentiva, come una zucca, e non volevo essere nulla di più. Ero
completamente felice. Forse questa è la sensazione che si prova
quando si muore e si diventa parte di un tutto, sia sole o aria, bontà
o conoscenza. A ogni modo questa è la felicità: dissolversi in
qualcosa di completo e di grande. E quando questo avviene, avviene
naturalmente come il sonno.
III

La domenica mattina Otto Fuchs doveva condurci a far conoscenza


coi nostri vicini boemi. Dovevamo portar loro delle provviste poiché
erano venuti ad abitare in un luogo selvaggio che non aveva né orto
né pollaio e pochissima terra dissodata. Fuchs tirò su dalla cantina
un sacco di patate e un pezzo di porco salato, e la nonna preparò
delle grosse pagnotte bianche, un barattolo di burro e delle tortine di
zucca che mise nella cassetta del carro. Ci arrampicammo sul sedile
e ci avviammo sobbalzando oltre il piccolo stagno lungo la strada
che saliva verso il gran campo di grano.
Ero impaziente di vedere cosa vi fosse al di là; ma non c’era
null’altro che erba rossa come la nostra, null’altro, per quanto
lontano potesse spaziare lo sguardo dall’alto sedile del carro. La
strada si snodava selvaggia, evitando gli avvallamenti profondi,
attraversando quelli più ampi e meno marcati. Lungo tutta la strada,
sia che si snodasse sinuosa, sia che corresse diritta, crescevano
girasoli; alcuni alti come alberelli con grandi foglie ruvide e molti rami
carichi di fiori. Un nastro d’oro attraverso i prati. Di tanto in tanto un
cavallo strappava coi denti un ramo carico di boccioli e continuava la
strada masticando, mentre i fiori dondolavano al ritmo dei suoi morsi
via via che gli si avvicinavano alla bocca.
La famiglia boema, mi disse la nonna durante il tragitto, aveva
comprato il terreno di un connazionale, Peter Krajiek, e l’aveva
pagato più di quanto non valesse. Avevano fatto il contratto prima di
lasciare la patria, per mezzo di un cugino di lui che era anche
parente della signora Shimeda. Gli Shimeda erano la prima famiglia
boema venuta ad abitare nel luogo. Krajiek era l’unico interprete e
poteva far credere loro tutto quel che voleva. Non conoscevano
l’inglese tanto da poter chiedere consigli o almeno esprimere le più
immediate necessità. Uno dei figli, diceva Fuchs, era già adulto e
forte abbastanza da coltivare la terra, ma il padre era vecchio,
delicato di salute, e non s’intendeva affatto di agricoltura. Era
tessitore di professione e particolarmente abile con le tappezzerie.
S’era portato il violino col quale ogni tanto in patria guadagnava
qualcosa; ma certo lì gli sarebbe servito a poco.
«Se è gente simpatica, mi fa male il pensiero che debba passare
l’inverno in quella specie di grotta di Krajiek» disse la nonna. «Non è
un vero scantinato; non è nulla di meglio della tana d’un tasso; e ho
sentito che ha fatto pagar loro venti dollari la stufa della cucina che
non ne vale dieci».
«Sì, signora» disse Otto «e ha venduto i buoi e quei due cavalli
ossuti al prezzo di un buon paio da tiro. Sarei intervenuto nella
questione dei cavalli – il vecchio capisce un po’ di tedesco – se
avessi pensato che sarebbe servito a qualcosa; ma i boemi per
natura diffidano degli austriaci».
«E come mai, Otto?» s’interessò la nonna.
Fuchs arricciò la fronte e il naso. «Eh, signora, è la politica. Ci
vorrebbe troppo a spiegarlo».
La terra si faceva più incolta; mi dissero che ci s’avvicinava al
torrente Squaw, che tagliava a metà verso occidente il terreno degli
Shimeda e ne diminuiva il valore. D’un tratto il terreno divenne
accidentato, si vedevano monticelli d’argilla erbosa che seguivano le
sinuosità della corrente, e le cime scintillanti dei pioppi e dei frassini
che crescevano giù nel burrone. Alcuni pioppi già mutavano colore,
e il giallo delle foglie e il bianco scintillante dei tronchi dava loro
l’aspetto degli alberi d’oro e d’argento dei racconti fiabeschi.
Ci si avvicinava all’abitazione degli Shimeda eppure non vedevo
null’altro che collinette rossicce, vallette dalle sponde ripide, lunghe
radici che sporgevano dalla terra franata. D’un tratto, a ridosso d’una
delle sponde vidi una specie di tettoia coperta della stessa erba
violacea che cresceva dappertutto. Lì vicino stava lo scheletro
fracassato di un mulino a vento, senza ruote. Ci avvicinammo per
legarvi i cavalli e allora vidi una porta e una finestra incassati
profondamente nella terra. La porta era aperta, e una donna e una
ragazza quattordicenne corsero fuori a guardarci con un’espressione
di speranza. Le seguiva una bimbetta. La donna portava in testa lo
stesso scialle ricamato a frange di seta che aveva quand’era scesa
dal treno a Black Hawk. Non era vecchia ma neppure giovane.
Aveva un viso intento e vivace, mento appuntito e piccoli occhi furbi.
Strinse energicamente la mano alla nonna.
«Piacere, piacere» esclamò, e subito indicò il luogo dal quale era
uscita. «Casa non buona, non buona».
La nonna annuì con simpatia. «Vi sistemerete più comodamente
dopo un po’, signora Shimeda; farete buona casa».
La nonna parlava agli stranieri sempre con un tono di voce
altissimo, come se fossero sordi. Riuscì a far capire alla Shimeda lo
scopo amichevole della nostra visita, e la boema continuava a
maneggiare le pagnotte annusandole persino e a esaminare le
tortine con viva curiosità finché esclamò «Molto buono, molte
grazie», e di nuovo strinse energicamente la mano della nonna.
Il figlio maggiore, Ambroz ˇ , che loro chiamavano Ambrosh, uscì
dalla grotta e venne vicino alla madre. Aveva diciannove anni, era
basso, con le spalle larghe e la testa piatta, rasata; anche la faccia
era piatta e larga. Gli occhi nocciola erano piccoli e furbi come quelli
della madre, ma più sfuggenti e sospettosi, e parvero quasi
azzannare il cibo. Da tre giorni vivevano di focacce e zuppe di
saggina.
La bimbetta era graziosa, ma Antonia lo era ancora di più. Mi
venne in mente quello che il controllore aveva detto dei suoi occhi.
Erano grandi, caldi, pieni di luce come il sole che brilla nelle
pozzanghere oscure tra i boschi. Anch’essa aveva la carnagione
bruna, con una tonalità più luminosa, più ricca e scura sulle guance,
e una capigliatura ricciuta e incolta. La sorellina, che chiamavano
Julka, era bionda, con un aspetto mite e ubbidiente. Mentre stavo un
po’ imbarazzato di fronte alle ragazze, Krajiek uscì dalla stalla per
vedere che cosa succedeva e con lui c’era un altro giovane
Shimeda. Anche da lontano si vedeva che questo ragazzo aveva
qualcosa di strano. S’avvicinò emettendo suoni bizzarri e alzando le
mani per mostrarci le dita attaccate sino alla prima falange, come
una zampa d’oca. Quando mi vide tirarmi indietro, cominciò a
gracchiare felice come un gallo: «Hu, hu, hu». La madre aggrottò la
fronte e lo chiamò severamente, «Marek!», poi parlò rapida a Krajiek
in boemo.
«Vuole che io vi dica che non fa male a nessuno, signora Burden,
è nato così. Gli altri sono intelligenti e Ambrosh sarà un buon
contadino». Gli picchiò sulla schiena e il ragazzo sorrise
compiaciuto.
In quel momento anche il padre uscì dall’apertura nella scarpata.
Non portava il cappello, e i folti capelli grigio ferro erano pettinati
all’indietro e tanto lunghi che s’arricciavano dietro alle orecchie e lo
facevano assomigliare a qualche vecchio ritratto che avevo visto in
Virginia. Era alto e sottile con le spalle curve. Ci guardò
profondamente e poi si chinò sulla mano della nonna; notai che le
sue erano bianche e ben formate, davano un’impressione di calma e
anche di destrezza. Gli occhi erano tristi e profondamente infossati, il
viso irregolare pareva di cenere, come qualcosa in cui ogni calore,
ogni luce fosse spenta. Tutto in lui s’accordava al suo portamento
dignitoso. Era ben vestito: sotto la giacca aveva un panciotto di
maglia grigia e, al posto del colletto, una sciarpa di seta d’un verde-
bronzeo scuro incrociata e fermata da una spilla di corallo. Mentre
Krajiek traduceva per il signor Shimeda, Antonia venne verso di me
e mi tese la mano con un gesto carezzevole. Dopo un momento
correvamo insieme su per la scarpata e Julka trotterellava dietro di
noi.
Quando raggiungemmo il piano e potemmo vedere le cime dorate
degli alberi, gliele indicai con la mano e Antonia, ridendo, me la
strinse quasi a dirmi la sua felicità per la mia visita. Corremmo via
verso il torrente e ci fermammo solo quando il terreno ci si aprì
davanti così repentino che con un altro passo ci saremmo trovati
sulle cime degli alberi. Ci fermammo ansimando sull’orlo del burrone
a guardare gli alberi e i cespugli che crescevano sotto di noi. Il vento
era così forte che dovevo tenermi il cappello, e sollevava le gonne
delle ragazze; ma sembrava che ad Antonia piacesse: teneva la
sorellina per mano e continuava a chiacchierare in quella lingua che
mi pareva parlata tanto più velocemente della mia; poi mi guardò
con occhi in cui parevano quasi fiammeggiare tutte le cose che non
poteva dire.
«Nome? Che nome?» domandò toccandomi la spalla. Glielo dissi;
lo ripeté dopo di me e lo fece ripetere a Julka. Indicò le cime dei
pioppi dorati di fronte a noi e di nuovo ripeté: «Che nome?».
Ci sedemmo facendoci un nido nell’alta erba rossa; Julka si
accoccolò come un coniglietto e cominciò a giocare con una
cavalletta. Antonia indicò il cielo e m’interrogò con lo sguardo; le
dissi la parola, ma questo non la soddisfece e indicò i miei occhi.
Dissi anche questo, ed essa ripeté la parola che suonò come
“ghiaccio”3 . Indicò il cielo, poi i miei occhi, quindi di nuovo il cielo,
con movimenti così veloci e impulsivi che mi sentivo confuso e non
riuscivo a capire che cosa volesse. Allora s’alzò in ginocchio
torcendosi le mani, indicò i propri occhi scuotendo la testa, poi i miei
e il cielo, prima di annuire con violenza.
«Oh» esclamai. «Azzurro, cielo azzurro».
Lei batté le mani mormorando «Cielo azzurro, occhi azzurri»,
come se la divertisse. Mentre ci stringevamo al riparo dal vento,
imparò una ventina di vocaboli. Era svelta e attenta. Eravamo così
affondati nell’erba alta che non si vedeva altro che il cielo azzurro
sopra di noi e le cime dorate degli alberi davanti. Era meraviglioso.
Dopo aver ripetuto infinite volte le parole, Antonia volle darmi un
anellino d’argento lavorato che portava al medio. Cominciò ad
accarezzarmi e a insistere, io la respinsi quasi duramente. Non
volevo il suo anello e sentivo che c’era qualcosa d’insensato e di
stravagante in questo suo desiderio di darlo a un ragazzo che non
aveva mai visto prima. Se questo era il loro modo di comportarsi,
non era strano che Krajiek facesse di loro quello che voleva.
Mentre discutevamo per l’anello, una voce triste chiamò:
«Antonia, Antonia». Lei balzò come una lepre gridando «Tatinek,
tatinek!» e corremmo incontro al vecchio che veniva verso di noi.
Antonia lo raggiunse per prima, gli prese la mano e gliela baciò;
quando anch’io arrivai, lui mi toccò la spalla e mi guardò
attentamente in volto per parecchi secondi; mi sentii in imbarazzo
perché ero abituato a ben poca attenzione da parte degli adulti.
Tornammo col signor Shimeda alla grotta, dove la nonna
m’attendeva, e prima ch’io salissi sul carro egli si tolse un libro dalla
tasca, l’aprì e mi mostrò una pagina con due alfabeti, uno inglese e
uno boemo. Mise il libro tra le mani della nonna, la guardò
implorante e disse, con una serietà ansiosa che non dimenticherò
mai: «In-se-gna-te mia An-to-nia».
IV

Il pomeriggio della stessa domenica feci la prima lunga cavalcata sul


mio pony sotto là guida di Otto. In seguito, Dude e io andammo due
volte alla settimana all’ufficio postale, una decina di chilometri verso
est, ed entrambi facemmo risparmiare un bel po’ di tempo agli
uomini recandoci per commissioni dai nostri vicini. Quando
occorreva qualche cosa in prestito o bisognava avvertire che ci
sarebbe stata una conferenza religiosa giù alla scuoletta di tufo, ero
sempre io il fattorino; prima se ne occupava Fuchs nelle ore di
riposo.
Tutti gli anni che sono trascorsi non hanno offuscato il mio ricordo
di quel primo divino autunno. La terra ignota si stendeva dinanzi a
me. Non v’erano steccati allora, e io potevo scegliere qualunque
direzione mi piacesse sull’altopiano erboso, sicuro che il cavallino
avrebbe ritrovato la via di casa. A volte seguivo le strade bordate di
girasoli. Otto mi disse che erano stati i mormoni a introdurli nel
paese. Al tempo della persecuzione, quando lasciarono il Missouri e
s’inoltrarono nell’ignoto per trovare un luogo dove potessero
osservare la loro fede, i membri del primo gruppo, attraversando la
pianura verso lo Utah, sparsero semi di girasole. L’estate seguente,
quando le lunghe file dei carri di donne e bimbi percorsero la stessa
strada, i girasoli li guidarono. Credo che i botanici non confermino la
storia di Fuchs ma affermino invece che i girasoli sono indigeni. Però
la leggenda mi è rimasta impressa in mente e le strade bordate di
girasoli saranno sempre per me le strade della libertà.
Amavo lasciarmi trasportare lungo i campi di granturco pallido,
cercando i punti più umidi ai margini, dove la sanguinaria prende i
riflessi ricchi del rame e vicino ai gonfi nodi del gambo le strette
foglioline brune s’arrotolano come bozzoli. A volte andavo verso sud
a trovare i nostri vicini tedeschi perché mi piacevano il loro boschetto
di catalpe e l’alto olmo che sorgeva da una spaccatura profonda
nella terra, sul quale un falco aveva fatto il nido. Erano così rari gli
alberi in quel paese, e dovevano lottare tanto duramente per
crescere, che era naturale provare ansia per loro e andare a trovarli
come se fossero stati persone; la scarsità di particolari in quel
paesaggio fulvo li rendeva preziosi.
A volte cavalcavo verso nord diretto alla grande “città dei cani
della prateria4 ” per osservare i gufi bruni5 volare verso casa nel
tardo pomeriggio e scendere nei loro nidi sotterranei coi cani.
Antonia Shimeda amava accompagnarmi e riflettevamo meravigliati
sulle strane abitudini sotterranee di questi uccelli. Bisognava però
stare attenti laggiù, perché i serpenti a sonagli sbucavano da ogni
parte. Venivano per vivere comodamente tra cani e gufi che non
avevano possibilità di difendersi; s’impossessavano delle loro
comode case e mangiavano le uova e i piccoli. I gufi ci facevano
pena; era triste vederli volare verso casa al tramonto e sparire
sottoterra; ma in fondo sentivamo che creature alate che vivevano
così dovevano essere in qualche modo inferiori. La città dei cani era
lontanissima da qualsiasi stagno o torrente, e Otto Fuchs diceva di
averne viste di numerosissime nel deserto dove non c’era acqua di
superficie per forse ottanta chilometri, e sosteneva che alcune delle
loro buche dovevano scendere sottoterra una sessantina di metri per
arrivare all’acqua. Antonia non ci credeva e diceva che
probabilmente i cani leccavano la rugiada il mattino presto come i
conigli.
Antonia aveva un’opinione su tutto e ben presto fu in grado di
esprimerla. Quasi ogni giorno attraversava correndo i prati per
prendere la sua lezione di lettura con me; la signora Shimeda
brontolava ma si rendeva conto che era importante che almeno un
membro della famiglia conoscesse l’inglese. Quando la lezione era
finita, andavamo nell’orto dei cocomeri, io li spaccavo con un
vecchio coltello dal manico di corno, ne prendevamo la polpa e la
mangiavamo facendo gocciolare il sugo tra le dita. Non toccavamo
però i cocomeri bianchi di Natale, ma li osservavamo con curiosità.
Bisognava raccoglierli tardi, quando già erano venute le prime forti
gelate, e poi metterli via per l’inverno. Dopo settimane sull’oceano,
gli Shimeda erano affamati di frutta. Le due ragazze camminavano
per chilometri lungo il limite dei campi in cerca di bacche.
Antonia si divertiva ad aiutare la nonna in cucina, a imparare le
ricette e a tenere la casa; le stava vicino osservando ogni suo
movimento. La signora Shimeda sarà forse stata una buona padrona
di casa al suo paese, ma certo nella nuova situazione se la cavava
piuttosto male – anche se bisogna ammettere che non era una
passeggiata.
Ricordo l’orrore che ci destava il pane acido e cenerognolo che
faceva mangiare alla famiglia. Una volta scoprimmo che lo
impastava in un vecchio contenitore per misurare l’avena che Krajiek
usava per la stalla. Quando toglieva la pasta per infornarla, ne
lasciava dei residui sui bordi e metteva il recipiente sullo scaffale
dietro la stufa a fermentare. Quando faceva il pane un’altra volta,
grattava via la pasta acida e, mescolandola con quella fresca, la
usava come lievito.
Durante quei primi mesi gli Shimeda non scesero mai in città e
Krajiek rafforzava la loro convinzione che a Black Hawk essi
sarebbero stati in qualche modo misterioso spogliati del loro denaro.
L’odiavano, ma rimanevano attaccati a lui perché era l’unico essere
umano col quale potessero parlare e che potesse dar loro qualche
informazione. Dormiva col vecchio e con i due ragazzi nella stalla,
insieme ai buoi. Lo tenevano nel loro buco e gli davano da mangiare
per la stessa ragione per cui i cani selvaggi e i gufi scuri accolgono i
serpenti: non sapevano come fare a liberarsene.
V

Sapevamo che le cose andavano male per i nostri vicini boemi, ma


le ragazze erano allegre e non si lamentavano mai. Erano sempre
pronte a dimenticare le preoccupazioni familiari e a correre con me
per i prati spaventando i conigli o alzando stormi di quaglie.
Ricordo l’eccitamento di Antonia quando un pomeriggio entrò
nella nostra cucina annunciando: «Papà ha fatto amicizia verso il
nord con dei russi. Ieri sera mi ha portato per vedere e io posso
capire molto parlare. Simpatici, signora Burden. Uno è grasso e ride
sempre. Tutti ridono. La prima volta che vedo il mio papà ridere in
questo paese, oh! Molto bello».
Le domandai se parlava di quei russi che vivevano di là dalla città
dei cani. Avevo avuto molte volte la tentazione di andarli a trovare
quando cavalcavo in direzione della loro casa, ma uno di loro aveva
un aspetto piuttosto selvaggio e ne avevo un po’ paura. La Russia
mi pareva più lontana di qualunque altro paese, più lontana ancora
della Cina, quasi quanto il Polo Nord. Fra tutta la strana gente
sradicata dalla propria terra che era venuta a stabilirsi lì, quei due
uomini erano i più strani, i più staccati dagli altri. Il loro cognome era
troppo difficile da pronunciare, così li chiamavano Pavel e Peter.
Andavano in giro pitturando insegne e, prima della venuta degli
Shimeda, non avevano amici. Krajiek li capiva un po’, ma una volta li
aveva imbrogliati in una vendita e ora lo evitavano. Pavel, quello più
alto, era ritenuto un anarchico. Dato che non poteva far conoscere le
sue opinioni, forse il suo modo di gesticolare un po’ impetuoso e il
suo comportamento eccitato e frenetico avevano dato origine a
questa supposizione. Doveva essere stato un uomo fortissimo una
volta, ma ora la sua alta figura dalle giunture grosse e nodose aveva
un aspetto logoro, e la pelle era stirata sugli zigomi alti; aveva il
respiro aspro e tossiva sempre.
Peter, il suo compagno, era il suo opposto: basso a gambe
arcuate e grasso che pareva di burro. Sembrava sempre felice
d’incontrare qualcuno per strada, sorrideva e si toglieva il cappello
davanti a tutti, uomini o donne. A distanza, sul suo carro, pareva un
vecchio: capelli e barba erano di un color lino così chiaro che al sole
sembravano bianchi, e i capelli ricci e fitti erano come lana cardata:
fra tutto quel pelo, la faccia rosea col naso camuso piantato in
mezzo pareva un cocomero tra le foglie. Lo chiamavano di solito
“Pietro Ricciolino” o “Pietro Russo”.
I due russi erano bravi contadini e d’estate andavano insieme a
lavorare dagli altri. I vicini ridevano raccontando che Peter andava a
casa tutte le sere per mungere la mucca. Gli altri scapoli usavano il
latte in scatola piuttosto che prendersi un simile fastidio. A volte
Peter veniva alla chiesa che era giù alla scuoletta. Fu lì che lo vidi la
prima volta, seduto su una panca bassa vicino alla porta col berretto
di pelo fra le mani e i piedi scalzi nascosti sotto il sedile, quasi
volessero scusarsi.
Quando il signor Shimeda ebbe scoperto i russi, andò a trovarli
quasi ogni sera e a volte portava con sé Antonia. Lei diceva che
venivano da una parte della Russia dove la lingua non era molto
diversa dal boemo e che, se volevo andare da loro, avrebbe potuto
parlare per me. Un pomeriggio, prima che cominciassero i grandi
geli, ci andammo insieme sul mio pony.
I russi avevano una bella casetta di tronchi costruita su un pendio
erboso, con un pozzo ad argano vicino alla porta. Prima di giungervi
costeggiammo un grosso campo di cocomeri e un orto dove sulle
zolle erbose giacevano, sparsi, cetrioli gialli e zucche. Trovammo
Peter dietro la cucina, curvo su di un mastello: lavorava così
attentamente che non ci vide venire. Tutto il corpo gli si muoveva su
e giù mentre strofinava, e visto da dietro era una figura comicissima,
con la testa irsuta e le gambe ricurve. Quando si rizzò per salutarci,
gocce di sudore gli rotolavano giù dal naso camuso nella barba
ricciuta. S’asciugò le mani e parve lieto d’interrompere il bucato.
Disse ad Antonia che al suo paese solo i ricchi avevano le mucche
ma che qui chiunque avesse avuto voglia di occuparsene poteva
averne una. Il latte faceva molto bene a Pavel, che era spesso
ammalato, e poi si poteva fare il burro sbattendo la panna con un
cucchiaio di legno. Peter era affezionatissimo alla sua mucca. Le
dava piccole pacche gentili sui fianchi e le parlava in russo mentre la
tirava per la cavezza per attaccarla da un’altra parte.
Dopo averci fatto vedere il suo orto, prese un carrettino carico di
cocomeri e lo spinse su per il pendio. Pavel non era in casa, ma in
un posto non so dove ad aiutare a scavare un pozzo. La casa mi
parve veramente molto comoda per due scapoli. Oltre la cucina c’era
un’ampia stanza con un letto matrimoniale a ridosso della parete,
tutto ben sistemato con lenzuola di cotone azzurro e cuscini. C’era
anche un piccolo ripostiglio con una finestra, dove tenevano i fucili,
le selle, gli arnesi da lavoro, vecchi abiti e stivali. Quel giorno il
pavimento era coperto di ortaggi posti a seccare per l’inverno:
granturco, fagioli e grassi cetrioli gialli. Non c’erano né persiane né
tendine in casa e, attraverso le finestre e le porte aperte, entravano
insieme mosche e sole.
Peter mise i cocomeri in fila sul tavolo coperto dall’incerata e
brandì un coltello da macellaio. Quei grossi ortaggi erano così maturi
che si spaccavano con un suono delizioso prima ancora che la lama
penetrasse profondamente. Ci diede un coltello per uno ma non il
piatto, e ben presto la tavola fu ricoperta di semi che nuotavano nel
sugo. Non avevo mai visto nessuno mangiare tanti cocomeri quanti
ne mangiò Peter; ci assicurò che facevano benissimo, meglio di una
medicina, e che al suo paese in quella stagione la gente viveva
esclusivamente di quello. Era allegrissimo e molto ospitale. A un
certo punto, guardando Antonia, sospirò e ci disse che se fosse
rimasto a casa sua in Russia forse avrebbe avuto anch’egli una
figliola così graziosa che avrebbe cucinato e tenuto la casa per lui.
Ci disse anche di aver lasciato la patria per un “grosso guaio”.
Quando ci alzammo per andarcene, Peter si guardò in giro
perplesso cercando qualcosa che potesse divertirci e finalmente
corse nel ripostiglio e ne tirò fuori un’armonica dipinta a tinte vivaci,
si sedette su una panca e, allargando le grosse gambe, cominciò a
suonare: pareva un’intera banda. I motivi erano o allegrissimi o
tristissimi, ed egli ne cantò alcuni.
Prima che ce ne andassimo, Peter preparò un sacchetto di cetrioli
maturi per la signora Shimeda e ci diede anche un secchio di latte
per farceli cuocere. Non sapevo che i cetrioli si cuocessero ma
Antonia mi assicurò che erano buonissimi. Fummo costretti ad
andare fino a casa conducendo il pony a mano, per non versare il
latte.
VI

Un pomeriggio facemmo la nostra lezione di lettura sul monticello


erboso e caldo dove viveva il tasso. Il giorno aveva una luminosità
ambrata, ma nell’aria c’era già come il brivido dell’inverno vicino. Al
mattino avevo visto del ghiaccio nell’abbeveratoio e, passando per
l’orto, trovammo gli asparagi con le loro bacche rosse stesi a terra,
una verde massa vischiosa.
Tonia era a piedi nudi e rabbrividiva nel vestitino di cotone; stette
bene solo quando ci accoccolammo sulla terra asciutta in pieno sole.
Ormai sapeva già discorrere di qualunque argomento, e quel
pomeriggio mi raccontava quanto fosse apprezzato il nostro amico
tasso dalle sue parti e come la gente tenesse una razza speciale di
cani, i bassotti, per dargli la caccia. Quei cani, diceva, inseguivano il
tasso giù nella sua tana e l’uccidevano là in una spaventosa lotta
sotterranea: di fuori si sentiva abbaiare e urlare, poi il cane si
trascinava su coperto di morsi e di graffi per farsi ricompensare e
accarezzare dal padrone. Conosceva un cane che aveva sul collare
una stella per ogni tasso che aveva ucciso.
I conigli erano stranamente audaci quel pomeriggio; continuavano
a sbucar fuori da ogni parte intorno a noi e a lanciarsi giù per la
scarpata come indaffarati in un loro gioco speciale. Ma gli animaletti
ronzanti che vivono nell’erba erano tutti morti: tutti meno uno. Mentre
ce ne stavamo lì stesi sulla terra calda, un insettino di un verde
tenero pallidissimo uscì fuori dall’erba saltellando penosamente e
tentò di raggiungere con un balzo un ciuffo di campanule. Non ci
riuscì, cadde indietro e rimase là con la testa abbassata fra le lunghe
zampe e le antenne vibranti come se aspettasse che qualcosa
giungesse a finirlo. Tonia gli fece un nido caldo nelle mani, gli parlò
festosa e carezzevole in boemo e a un tratto esso cominciò a
cantare per noi: un trillo sottile, arrugginito. Tonia se lo portò vicino
all’orecchio ridendo, ma un momento dopo vidi che aveva le lacrime
agli occhi. Mi disse che nel suo villaggio in patria c’era una vecchia
mendicante che girava vendendo erbe e radici che raccoglieva nella
foresta. Quando la facevano entrare e le davano un cantuccio caldo
vicino al fuoco, cantava per i bimbi vecchie canzoni con una vocetta
sottile. Si chiamava la Vecchia Hata, e i bimbi erano contenti di
vederla arrivare e le serbavano i dolci e le focacce.
Quando la stretta fascia d’ombra della sponda opposta cominciò
ad allungarsi, capimmo che bisognava avviarci verso casa: il sole
s’abbassava, faceva fresco e il vestito di Antonia era leggero. Che
cosa dovevamo fare della creaturina che con un inganno avevamo
adescato a vivere ancora? Offrii la mia tasca, ma Tonia scosse la
testa e se la mise nei capelli legandosi il fazzolettone molto lento sui
riccioli. Dissi che l’avrei accompagnata finché fossimo giunti in vista
del torrente e poi sarei corso a casa. Andavamo lentamente e
pigramente, felici nella luce magica del crepuscolo.
Quei pomeriggi d’autunno erano tutti identici, ma per me sempre
meravigliosamente nuovi. A perdita d’occhio, il sole più forte, più
violento che in qualunque altra ora del giorno inondava immense
distese di erba ramata; i campi di granturco biondo diventavano
d’oro rosso, le cataste di fieno sfumate di rosa gettavano lunghe
ombre. Tutta la prateria era come il cespuglio che ardeva senza mai
consumarsi. L’ora aveva un’esultanza di vittoria, di finale trionfante,
come la morte di un eroe giovane e glorioso. Il giorno pareva
elevarsi in una trasfigurazione improvvisa.
Quanti e quanti pomeriggi Antonia e io vagammo per i prati in
quell’incanto! E sempre due lunghe ombre scure ondeggiavano
davanti a noi o ci seguivano, chiazze cupe sull’erba rossiccia.
Tacevamo da un po’ e il sole, calando lentamente, s’avvicinava
sempre più all’orizzonte quando sull’orlo dell’altura vedemmo
muoversi adagio una figura col fucile in spalla. Camminava lenta e
strascicava i piedi come chi va senza meta. Ci mettemmo a correre
per raggiungerlo.
«Mio papà malato sempre» ansimava Tonia nella corsa. «Non ha
buon aspetto, Jim».
Mentre ci avvicinavamo al signor Shimeda, Antonia gridò ed egli
alzò la testa e si guardò in giro. Tonia corse da lui, gli afferrò la mano
e se la strinse contro la guancia; era l’unica in famiglia che potesse
far uscire il vecchio dal torpore in cui sembrava vivere. Si tolse la
borsa dalla cintola e ci mostrò tre conigli che aveva ucciso, guardò
Antonia con un tremulo sorriso freddo e le disse qualcosa. Tonia si
rivolse a me.
«Il mio tatinek mi fa un berrettino con le pelli, un berrettino per
l’inverno» spiegò felice. «Carne per mangiare, pelli per berretti»
disse enumerando questi vantaggi sulle dita.
Il padre le mise la mano nei capelli, ma essa gli afferrò il polso e
lo rimosse cautamente parlandogli veloce; sentii il nome della
Vecchia Hata. Egli sciolse il fazzoletto, le divise i capelli con le dita e
rimase a guardare il verde insettino. Quando questo cominciò a
trillare debolmente, stette ad ascoltarlo come se fosse un suono
meraviglioso.
Raccolsi il fucile che aveva lasciato cadere; uno strano arnese
corto e pesante che aveva portato dalla patria, con una testa di
cervo sul grilletto. Quando vide che lo esaminavo, si rivolse a me
con quello sguardo assente che mi dava sempre la sensazione di
essere in fondo a un pozzo. Parlò con gravità gentile e Antonia
tradusse: «Il mio tatinek dice che quando sei ragazzo grande, lui ti
dà questo fucile, molto bello, della Boemia. Appartenuto a un grande
uomo molto ricco come voi non avete qui; tanti campi, tante foreste,
tanto grande casa; mio papà suona per il suo matrimonio, e gli dà un
bel fucile, e mio papà dà a te».
Ero contento che si trattasse di un progetto per il futuro; gli
Shimeda erano unici nel loro desiderio di dar via tutto quanto
avevano. Anche la madre mi offriva sempre qualche cosa, ma
sapevo che sperava di ricevere in cambio doni piuttosto consistenti.
E restammo in un silenzio amichevole mentre il debole menestrello
nei capelli di Antonia continuava il suo trillo stentato. Il sorriso del
vecchio nell’ascoltarlo era così pieno di tristezza, di compassione
per tutte le cose, che mai più potei dimenticarlo. Una frescura
improvvisa seguì il calore del sole e la terra e l’erba secca
mandavano un odore acuto. Antonia e suo padre se ne andarono
con le mani in mano; io mi abbottonai la giacchetta e corsi a casa
rincorrendo la mia ombra.
VII

Tanto mi piaceva Antonia, tanto detestavo il tono di superiorità che


essa a volte prendeva con me. Certo aveva quattro anni in più e
conosceva meglio il mondo, ma io ero un ragazzo e lei una ragazza,
e mi urtava la sua aria protettrice. Prima della fine dell’autunno,
tuttavia, prese a trattarmi come un uguale e ad affidarsi a me non
solo per la lezione di lettura. Il cambiamento avvenne in
conseguenza d’una comune avventura.
Un giorno, mentre cavalcavo verso gli Shimeda, trovai Antonia
che si avviava a piedi per andare da Peter il russo a chiedere in
prestito una zappa di cui Ambrosh aveva bisogno. Le offrii di
accompagnarla a cavallo ed essa salì dietro di me. Anche la notte
prima aveva gelato e l’aria era tersa e inebriante come un vino. In
una settimana tutte le strade fiorite si erano spogliate: centinaia di
migliaia di girasoli gialli si erano trasformati in gambi bruni, irti,
fruscianti.
Trovammo Pietro il russo che cavava patate. Era bello entrare a
scaldarsi accanto alla stufa e vedere i mucchi di zucche e di meloni
di Natale messi via per l’inverno nel ripostiglio. Quando tornammo
con la zappa, Antonia propose di fermarci nella città dei cani e di
scavare in una delle buche per scoprire se scendevano in profondità
o se erano orizzontali come le tane delle talpe, se avevano dei
corridoi sotterranei e se i nidi dei gufi lì sotto eran fatti di piume: forse
avremmo potuto prendere dei cuccioli o delle uova di gufo o delle
pelli di serpente.
La città dei cani copriva circa una decina di acri, e l’erba bruciata
corta e uguale dava al terreno un aspetto grigiastro e vellutato
diverso dal terreno circostante, irsuto e rosso. Le tane erano a
parecchi metri di distanza le une dalle altre ed erano disposte
regolarmente proprio come in una città divisa in strade e corsi;
davano la sensazione che lì si svolgesse una vita ordinata di esseri
socievoli. Spronai Dude giù nella valletta e vagammo un po’ in su e
in giù alla ricerca di una tana che si potesse scavare facilmente. I
cani erano fuori come al solito, a dormire seduti sulle zampe
posteriori sopra la porta della loro casa. Quando ci avvicinammo,
guairono dimenando la coda e s’infilarono sottoterra. All’entrata di
ogni tana stavano delle montagnette di sabbia e ghiaia che i cani
avevano formato scavando il terreno in profondità. Qua e là per la
città ne trovammo alcune più grosse e a parecchia distanza dalle
tane. Se i cani le avevano fatte scavando, come avevano poi potuto
portarle così lontano? Proprio su una di queste montagnole mi capitò
l’avventura.
Stavamo esaminando una grossa tana a due entrate che si
addentrava nel terreno con una leggera pendenza, tanto che si
potevano scorgere l’incrocio dei corridoi e il pavimento polveroso per
l’uso come una strada trafficata in miniatura. Camminavo all’indietro
tutto rannicchiato quando sentii urlare Antonia. Mi stava di fronte e
indicava qualche cosa dietro di me gridando in boemo. Piroettai su
me stesso e lì sulla ghiaia asciutta stava il serpente più grosso che
avessi mai visto. Si scaldava al sole dopo la notte fredda e doveva
essere addormentato quando Antonia urlò. Steso in ampie spirali
formava una doppia V. Rabbrividì e cominciò lentamente a srotolarsi.
Non era solo un serpente grosso, pensai, era una mostruosità da
circo. La sua orrida muscolatura e il suo disgustoso movimento
fluttuante mi fecero venire la nausea. Era grosso come la mia gamba
e pareva che neppure le tonnellate sarebbero riuscite a schiacciarne
la ributtante vitalità. Alzò la testina schifosa e sonò. Non corsi perché
non ci pensai; neppure se avessi avuto le spalle al muro mi sarei
sentito tanto legato. Vidi le sue spire restringersi; adesso sarebbe
balzato, balzato in tutta la sua lunghezza. Corsi su, mirai alla testa
con la zappa, lo colpii proprio attraverso il collo e in un attimo fu tutto
attorno ai miei piedi in cerchi ondeggianti. Ora colpivo in un impeto
d’odio. Antonia, per quanto a piedi nudi, corse su dietro a me. Anche
dopo che ebbi abbattuto la zappa sulla sua orrenda testa piatta,
continuò ad arrotolarsi e a snodarsi, a raccogliersi e a ricadere su se
stesso. Mi allontanai e voltai le spalle. Avevo voglia di vomitare.
Antonia mi seguì piangendo. «Oh, Jimmy, non ti ha morsicato,
vero? Sei sicuro? Perché non hai corso quando io ho detto?».
«E tu perché ti sei messa a strepitare in boemo? Potevi avvertirmi
che c’era un serpente dietro di me» dissi seccato.
«Lo so che sono una stupida, Jimmy, ma avevo tanta paura». Mi
prese il fazzoletto dalla tasca e tentò di asciugarmi la faccia ma
glielo strappai di mano. Credo che si vedesse benissimo quanto mi
sentissi male.
«Non sapevo che fossi così coraggioso, Jimmy» continuò per
consolarmi. «Tu sei proprio come i grandi uomini, aspetti che rizzi la
testa e poi gli dai addosso. Non hai avuto neanche un po’ di paura?
Adesso lo portiamo a casa e lo facciamo vedere a tutti. Da queste
parti nessuno ha mai visto un serpente grosso come quello che hai
ucciso tu».
Continuò su questo tono finché io cominciai a pensare che avevo
atteso ansiosamente quest’occasione e che l’avevo accolta con
gioia. Cautamente ritornammo vicino al serpente. La coda si
muoveva ancora sussultando e girava la lurida pancia al sole
emanando un tenue odore fetido, mentre un filo di liquido verde
fluiva dalla testa schiacciata.
«Guarda, Tonia, quello è il suo veleno» dissi.
Poi tirai fuori dalla tasca una lunga corda, e Antonia sollevò la
testa dell’animale con la zappa mentre io lo legavo con un nodo
scorsoio. Lo raddrizzammo e lo misurammo col mio frustino; era
lungo più di un metro e mezzo, aveva dodici sonagli ma erano rotti
sulla punta, per cui io sostenevo che una volta dovevano essere stati
ventiquattro. Spiegai ad Antonia che significava che aveva
ventiquattro anni e che perciò doveva essere già stato lì quando
erano venuti i primi bianchi, fin dal tempo dei bufali e degli indiani.
Guardandolo cominciai a sentirmi fiero di lui, ad avere una sorta di
rispetto per la sua vecchiaia e le sue dimensioni. Pareva l’antico
Serpente, il simbolo del Male. Certo la sua specie deve aver lasciato
tremende memorie nel subconscio di ogni essere a sangue caldo.
Quando lo trascinammo, giù nella valletta, Dude balzò indietro per
quanto glielo permetteva la lunghezza della catena e, tremando in
tutte le membra, c’impediva di avvicinarci.
Decidemmo che Antonia sarebbe andata a cavallo di Dude, e io a
piedi. Cavalcava lentamente, con le gambe nude ondeggianti lungo i
fianchi del pony, e continuava a volgersi verso di me per gridarmi
dello stupore che avrebbero provato tutti. Io seguivo con la zappa in
spalla, trascinando il mio serpente. L’esultanza di Tonia era
contagiosa. L’ampia campagna non mi era mai apparsa tanto grande
e aperta. Se l’erba rossa fosse stata piena di serpenti, io mi sarei
sentito di affrontarli; tuttavia gettavo occhiate furtive dietro di me per
vedere se nessun compagno vendicatore più grande e più vecchio
della mia vittima non ci rincorresse alle spalle.
Il sole era tramontato quando arrivammo all’orto e scendemmo
nella valletta verso casa. Il primo individuo che incontrammo fu Otto
Fuchs. Sedeva sull’orlo dell’abbeveratoio e si faceva una tranquilla
pipata prima di cena. Antonia gli gridò di venire a vedere di corsa.
Per un momento Otto non disse nulla, ma si grattò la testa rivoltando
il serpente con lo stivale.
«Dove avete trovato questa meraviglia?».
«Su alla città dei cani» risposi laconicamente.
«Ammazzato tu? Com’è che avevi un’arma?».
«Eravamo stati da Pietro il russo a prendere una zappa per
Ambrosh».
Otto scosse la cenere della pipa e si accoccolò per contare i
sonagli. «Però è stata una bella fortuna che tu avessi la zappa»
disse lentamente. «Dio buono! Non avrei voluto aver niente a che
fare neppure io con un individuo simile, a meno che non avessi
avuto una trave con me. Il bastone che usa tua nonna per i serpenti
gli avrebbe tutt’al più fatto il solletico. Una bestia simile avrebbe
potuto alzarsi in piedi e discorrere con te. Ha lottato molto?».
Antonia lo interruppe: «Ha lottato tremendamente. E tutto intorno
agli stivali di Jimmy. Gli ho urlato che corresse, ma lui invece ha
colpito il serpente come un matto».
Otto ammiccò, e quando Antonia se ne fu andata disse: «Preso in
testa al primo colpo, vero? Meno male».
Lo appendemmo al mulino, e quando scesi in cucina trovai
Antonia in mezzo alla stanza che raccontava la storia infiorandola di
particolari.
Esperienze successive coi serpenti mi dimostrarono che quel mio
primo incontro si era svolto in circostanze piuttosto fortunate. Il mio
grosso serpente era vecchio e aveva condotto una vita troppo facile;
non c’era molta energia combattiva in lui. Probabilmente viveva lì da
anni facendo colazione con qualche grosso cane di prateria ogni
volta che ne aveva voglia, in una casa ben riparata e forse anche
con un letto di piume di gufo, e aveva dimenticato che il mondo non
ritiene che i serpenti abbiano diritto alla vita. Un esemplare delle sue
dimensioni, in buona forma, non avrebbe potuto essere maneggiato
da nessun ragazzo. Così in realtà era stata un’avventura per modo
di dire. Il destino aveva già stabilito che io dovessi vincere, così
come forse avvenne per tanti uccisori di draghi. Pietro il russo
m’aveva dato un’arma sufficiente, e il serpente era vecchio e pigro;
inoltre avevo avuto Antonia vicino per apprezzarmi e ammirarmi.
Il serpente rimase appeso allo steccato del recinto per parecchi
giorni. Alcuni vicini vennero a vederlo e affermarono che era il
serpente più grosso che fosse mai stato ucciso da quelle parti.
Questo era sufficiente per Antonia. Da quel giorno mi stimò di più e
non si dette più delle arie con me: avevo ammazzato un grosso
serpente, ero un grand’uomo.
VIII

L’autunno avanzato faceva impallidire l’erba e i campi di granturco e


le cose andavano male per i nostri amici russi. Peter raccontò i suoi
fastidi al signor Shimeda. Non era in grado di pagare una cambiale
che scadeva il 1° novembre, doveva fissare un forte interesse per
rinnovarla e ipotecare i porci, i cavalli e anche la mucca. Il suo
creditore era Wick Cutter, lo spietato usuraio di Black Hawk, un
uomo che aveva pessima fama in tutta la regione e di cui dovrò
parlare ancora. Peter non riusciva a dare un’idea chiara delle sue
transazioni con Cutter. Sapeva solo che aveva ottenuto prima un
prestito di 200 dollari, poi un altro di 100, poi di 50, e ogni volta
l’interesse veniva aggiunto al capitale e il debito cresceva più alla
svelta di qualunque suo raccolto. Adesso tutto era ipotecato.
Poco dopo il rinnovo della cambiale, un giorno Pavel, nello sforzo
di sollevare dei pali per la costruzione di una nuova stalla, cadde fra i
trucioli con un tale sbocco di sangue che i compagni di lavoro
pensarono che sarebbe morto sul posto. Lo trasportarono a casa e
lo misero a letto, dove ora egli giaceva in gravissime condizioni.
Pareva che la sventura si fosse stabilita sul tetto della casetta di
legno come un uccello maligno e avvertisse col battito delle sue ali di
star lontani. I russi erano così disgraziati che la gente ne aveva
paura e preferiva non pensare a loro.
Un pomeriggio Antonia e suo padre vennero a casa nostra a
prendere del burro e si trattennero come facevano di solito sino al
tramonto. Mentre stavano per andarsene arrivò Peter col carro.
Pavel stava malissimo e voleva parlare al signor Shimeda e a sua
figlia, così lui era venuto a prenderli. Quando Antonia e suo padre
salirono sul carro, scongiurai la nonna di lasciarmi andare con loro:
avrei volentieri fatto a meno della cena, avrei dormito nella stalla
degli Shimeda e sarei corso a casa il mattino. Immagino che il mio
programma le sarà sembrato piuttosto assurdo, ma la nonna era
spesso disposta ad accondiscendere ai desideri altrui. Disse a Peter
di attendere un momento, entrò in cucina e ne uscì con una sporta di
panini imbottiti e tortelli per noi.
Il signor Shimeda e Peter stavano davanti, Antonia e io seduti
sulla paglia, e cenammo coi panini mentre il carro procedeva
sobbalzando. Dopo il tramonto s’alzò un vento freddo che gemeva
sulla prateria e se questo cambiamento di temperatura si fosse
verificato prima, non mi avrebbe certo lasciato muovere. Ci
accucciammo nella paglia e ci stringemmo vicini vicini osservando il
rosso violento che si spegneva laggiù a ovest mentre le stelle
cominciavano a brillare nel cielo chiaro e terso. Peter continuava a
sospirare e a gemere. Tonia mi bisbigliò che egli temeva che Pavel
non sarebbe guarito mai più. Rimanemmo quieti senza parlare e su
in alto le stelle diventavano sempre più lucenti. Per quanto
venissimo da luoghi così diversi e lontani, c’era in entrambi
un’oscura superstizione che quei gruppi scintillanti lassù avessero la
loro influenza su ciò che dev’essere e ciò che non deve. Forse Peter
il russo, originario di una terra ancora più lontana, aveva anch’egli
portato di là questa credenza.
La casetta sulla collina si confondeva tanto con la notte che
risalendo l’erta non la si riusciva a distinguere. Ci guidò il
rosseggiare della finestra: la luce della stufa in cucina, poiché non
c’erano lampade accese.
Entrammo pian piano. L’uomo nell’ampio letto sembrava dormire.
Tonia e io sedemmo sulla panca vicino alla parete, appoggiando le
braccia sul tavolo davanti a noi. La luce della fiamma ondeggiava
sulle travi spaccate che sostenevano il tetto di paglia. Pavel
respirava rantolando e continuava a gemere. Aspettammo. Il vento
scuoteva le porte e le finestre con impazienza, e poi passava via
cantando per le distese aperte. Ogni ventata, abbassandosi, faceva
tintinnare le finestre e poi si dileguava sollevandosi all’inseguimento
delle altre: mi facevano pensare a eserciti sconfitti in ritirata o a
fantasmi che tentassero disperatamente di penetrare in un rifugio e
poi proseguissero gemendo. D’un tratto, in uno di quegli intervalli
singhiozzanti tra una ventata e l’altra, i coioti intonarono il loro urlo
lamentoso – uno, due, tre, poi tutti insieme – annunciandoci la
venuta dell’inverno. E all’ululato rispose dal letto un lungo grido
lamentoso, come se Pavel facesse brutti sogni o si fosse svegliato al
ricordo di un’antica sventura. Peter stette in ascolto, ma non si
mosse. Sedeva per terra vicino alla stufa. I coioti ricominciarono –
jap jap jap – e poi l’acuto lamento. Pavel chiese qualcosa e tentò di
alzarsi sul gomito.
«Ha paura dei lupi» mi bisbigliò Antonia. «Al suo paese ce ne
sono molti e mangiano uomini e donne». Ci stringemmo ancora di
più sulla panca.
Non potevo distogliere gli occhi dall’uomo nel letto. La camicia
aperta gli ricadeva sul petto emaciato coperto di peluria gialla che si
alzava e abbassava come in uno sforzo terribile. Cominciò a tossire.
Peter si girò lentamente indietro, afferrò una brocca e gli preparò un
po’ d’acqua calda e whisky. La stanza si riempì dell’odore pungente
del liquore.
Pavel afferrò la tazza e bevve, poi strappò a Peter la bottiglia e la
fece scivolare sotto il cuscino con un ghigno sgradevole, come se
fosse riuscito a mettere nel sacco qualcuno. I suoi occhi seguivano
Peter per la stanza con un’espressione ostile, e mi pareva che lo
disprezzasse perché era tanto semplice e docile.
D’un tratto Pavel cominciò a parlare al signor Shimeda; la voce
era poco più di un bisbiglio. Raccontava una lunga storia, e durante
tutto il racconto Antonia mi tenne stretta una mano sotto il tavolo. Si
piegava in avanti e tendeva l’orecchio per ascoltare. Pavel cominciò
a eccitarsi e faceva segno intorno al letto come se lì vi fosse
qualcosa che voleva far vedere a Shimeda.
«Sono i lupi, Jimmy» bisbigliò Antonia. «È orribile ciò che dice».
Il malato s’infuriava, scuoteva i pugni, sembrava maledicesse
qualcuno che gli aveva fatto del male. Shimeda lo afferrò per le
spalle ma riusciva a stento a tenerlo nel letto. Finalmente Pavel fu
interrotto da un accesso di tosse che quasi lo soffocò. Trasse una
pezzuola da sotto il cuscino, se la portò alla bocca e la ritirò coperta
di chiazze di un rosso vivido; pensai che non avevo mai visto un
sangue così vivo. Quando si distese e girò il viso verso la parete, la
furia che lo aveva agitato se n’era andata. Giaceva respirando con
affanno, come un bambino col crup. Il padre di Antonia gli scoprì una
gamba ossuta e cominciò a fregarla ritmicamente. Dalla panca si
vedeva il suo corpo afflosciato come una guaina vuota. La spina
dorsale e le scapole sporgevano come le ossa di una carogna
abbandonata nei campi, e quell’osso appuntito nella schiena doveva
fargli male quando giaceva supino.
Poco alla volta ci sentimmo più sollevati. Qualunque cosa fosse
stata, il peggio era passato. Il signor Shimeda ci fece cenno che
Pavel dormiva. Senza una parola Peter si alzò e accese la lampada,
poi uscì a preparare i cavalli per condurci a casa e Shimeda andò
con lui. Rimanemmo seduti a osservare il lungo dorso incurvato
sotto le lenzuola, osando appena respirare.
Andando a casa, stesi sulla paglia tra i sobbalzi e gli scossoni del
carro, Antonia mi raccontò quanto aveva capito della storia. Quello
che non mi disse allora me lo disse più tardi; per giorni e giorni non
parlammo d’altro.

***
Quando Peter e Pavel erano giovani e vivevano in Russia, erano
stati invitati a fare da testimoni a un amico che doveva sposare la più
bella ragazza di un altro villaggio. Era pieno inverno e la compagnia
dello sposo si recò alle nozze in slitta. Peter e Pavel salirono su
quella dello sposo, e altre sei venivano dietro con tutti i parenti e gli
amici.
Dopo la cerimonia in chiesa, vi fu il pranzo a casa della sposa,
che durò tutto il pomeriggio, poi diventò cena e tirò avanti sino a
notte avanzata. Ballarono e bevvero molto. A mezzanotte i genitori
della sposa la salutarono e la benedissero; lo sposo la prese in
braccio, la portò nella sua slitta, l’avvolse ben bene nelle coperte e
balzò accanto a lei. Peter e Pavel (i nostri Peter e Pavel) montarono
sul sedile anteriore. Pavel guidava. La comitiva s’avviò tra canti e
tintinnio di sonagli con la slitta dello sposo in testa. Tutti i guidatori
erano piuttosto alticci e lo sposo concentrato sulla moglie.
I lupi erano aggressivi quell’inverno, e tutti lo sapevano; eppure
quando udirono il primo ululato non si allarmarono granché. Avevano
mangiato bene e bevuto meglio. Gli ululati echeggiavano e si
ripetevano sempre più frequenti. I lupi venivano in massa. Non c’era
la luna ma le stelle illuminavano la neve. Dietro la comitiva veniva su
per la collina una massa scura. I lupi correvano come strisce
d’ombra, non sembravano più grossi di un cane ma ce n’erano a
centinaia.
Qualche cosa capitò all’ultima slitta: il guidatore perse il controllo
– probabilmente era ubriaco –, i cavalli lasciarono la strada e la slitta
s’infilò in un folto d’alberi e si rovesciò; gli occupanti rotolavano nella
neve e i lupi più pronti balzarono su di loro. Le urla che seguirono
schiarirono i fumi a tutti. I guidatori si alzarono in piedi frustando i
cavalli. Lo sposo aveva il paio migliore e la slitta più leggera, le altre
portavano dalle sei alle dodici persone.
Un altro guidatore perse il controllo. I nitriti dei cavalli erano più
terribili a udirsi delle urla delle donne e degli uomini. Nulla sembrava
arrestare i lupi. Era impossibile dire quello che succedeva in fondo.
La gente che rimaneva indietro gridava tanto disperatamente quanto
quelli che erano già perduti. La sposina nascondeva il viso sulla
spalla dello sposo e singhiozzava. Pavel sedeva quieto e
sorvegliava i cavalli. La strada era chiara e bianca e i tre morelli dello
sposo filavano come il vento. Bastava essere calmi e guidarli
attentamente.
Infine, all’inizio di una lunga salita, Peter si alzò cautamente e
guardò indietro. «Restano soltanto tre slitte» bisbigliò.
«E i lupi?» domandò Pavel.
«Abbastanza, abbastanza per tutti quanti».
Pavel raggiunse la sommità della collina ma due sole slitte lo
seguirono nella discesa. In quel momento, videro una massa nera
roteare nella neve dietro di loro, e lo sposo lanciò un urlo. Aveva
visto rovesciarsi la slitta di suo padre, della madre e delle sorelle.
Balzò in piedi come se volesse saltar giù, ma la ragazza si mise a
gridare trattenendolo, tanto sarebbe stato troppo tardi. Ombre nere
già s’affollavano sul mucchio rovesciato sulla strada, e un cavallo si
mise a galoppare attraverso i campi con le briglie penzoloni e i lupi
alle calcagna. Ma il movimento dello sposo aveva dato un’idea
geniale a Pavel.
Erano ormai a pochi chilometri dal villaggio, l’unica slitta rimasta
delle sei non era molto lontana da loro e uno dei cavalli di Pavel era
stremato. Di là da un laghetto gelato qualcosa capitò all’altra slitta.
Peter vide tutto chiaramente: tre grossi lupi superarono i cavalli e
questi, come impazziti, tentarono di saltare l’uno sull’altro,
s’impigliarono nelle tirelle e ribaltarono la slitta.
Quando le urla dietro di loro si spensero, Pavel si rese conto di
essere solo sulla strada ben nota. «Vengono ancora?» chiese a
Peter.
«Sì».
«Quanti?».
«Venti, trenta… abbastanza».
Ora il suo cavallo di mezzo era quasi trascinato dagli altri due.
Pavel diede le redini a Peter e passò dietro. Disse allo sposo che
dovevano alleggerirsi e indicò la sposa. Il giovane lo maledisse e la
strinse a sé più forte. Pavel tentò di strappargliela e nella lotta lo
sposo si alzò. Pavel lo colpì facendolo saltare fuori dalla slitta e gli
gettò dietro la ragazza. Diceva che non aveva mai potuto ricordarsi
come l’avesse fatto e quello che avvenne dopo. Peter, rannicchiato
sul sedile anteriore, non aveva visto nulla. La prima cosa che
entrambi notarono fu un suono nuovo che si spandeva nell’aria
chiara, più forte di quanti ne avessero mai sentiti. Le campane del
monastero del villaggio chiamavano alle preghiere del mattino.
Pavel e Peter entrarono soli nel villaggio, e da allora soli rimasero.
Furono cacciati. Neppure la madre volle guardare più Pavel.
Andarono di città in città, ma quando la gente scopriva da dove
venivano domandava loro se conoscevano i due uomini che
avevano dato la sposa in pasto ai lupi. Ovunque andassero la storia
li seguiva. Impiegarono cinque anni per mettere insieme il denaro
che serviva per venire in America. Avevano lavorato a Chicago, a
Des Moines, a Fort Wayne, ma erano stati sempre sfortunati.
Quando la salute di Pavel cominciò a peggiorare, decisero di tentare
con l’agricoltura.
Pavel morì due giorni dopo essersi liberato il cuore parlando col
signor Shimeda e fu sepolto nel cimitero norvegese. Peter vendette
tutto e andò a fare il cuoco nelle baracche di una linea ferroviaria in
costruzione dove lavorava un gruppo di russi.
Alla svendita della sua roba comprammo una carrettina e alcuni
finimenti. Per tutta la durata dell’asta egli continuò a girare in su e in
giù a testa bassa senza mai alzare gli occhi. Pareva che non
gl’importasse di nulla. C’era anche l’usuraio di Black Hawk che
aveva le ipoteche sulla sua proprietà e comprò delle cambiali per
cinquanta centesimi al dollaro. Tutti dissero che Peter baciò la
mucca prima che il nuovo padrone la portasse via. Questo io non lo
vidi, ma so che quando i compratori ebbero trasportato via tutto il
mobilio, la stufa, le pentole, le padelle, quando la casa fu nuda e
vuota, egli sedette a terra con il coltellino a serramanico aperto e si
mangiò tutti i meloni che aveva messo via per l’inverno. Quando il
signor Shimeda e Krajiek arrivarono col carro per condurlo alla
stazione, lo trovarono con la barba gocciolante, circondato da
montagne di bucce.
La perdita dei due amici ebbe un effetto deprimente sul vecchio
Shimeda. Ogni volta che andava a caccia, aveva preso l’abitudine di
entrare nella casetta di legno vuota e di sedersi lì a riflettere. Quella
capanna fu il suo rifugio fino a che le nevi invernali lo costrinsero
nella sua spelonca. Per Antonia e per me la storia della comitiva di
sposi non aveva mai fine. Non dicemmo a nessuno il segreto di
Pavel, ma lo mantenemmo gelosamente come se i lupi dell’Ucraina
si fossero riuniti in quella notte lontana e la comitiva di nozze fosse
stata sacrificata per procurare a noi soli un piacere penoso e
particolare. La notte, prima d’addormentarmi, sovente mi trovavo in
una slitta tirata da tre cavalli che volavano attraverso una campagna
che aveva qualcosa del Nebraska e qualcosa della Virginia.
IX

La prima neve venne all’inizio di dicembre. Ricordo l’aspetto del


mondo visto dalla finestra del salotto mentre mi vestivo dietro la
stufa. Il cielo basso era come una lastra di metallo. I campi di biondo
granturco avevano un aspetto spettrale e il laghetto era gelato sotto
gli stecchiti cespugli di salice; grossi fiocchi bianchi turbinavano
sopra ogni cosa e sparivano nell’erba rossa.
Oltre il laghetto sul pendio che saliva al campo vi era, appena
segnato nell’erba, un gran cerchio attorno al quale una volta gli
indiani cavalcavano. Jake e Otto erano sicuri che in quelle cavalcate
essi torturassero i prigionieri legati a un palo nel centro, ma il nonno
pensava che facessero semplicemente delle gare o vi allenassero i
cavalli. Al calare del sole quel cerchio sul pendio risaltava nell’erba
come un disegno, e quel mattino, quando i primi spruzzi di neve vi si
stesero sopra, si vedeva con una nitidezza straordinaria come
pennellate bianche su una tela scura. Il noto disegno mi colpì come
mai prima e mi parve un buon augurio per l’inverno.
Appena la neve cominciò ad ammassarsi e indurirsi, mi misi a
girare per la campagna in una rozza slitta che Otto mi aveva fatto
legando una cassetta di legno su due liste ricurve. Fuchs era stato
apprendista da un falegname e sapeva maneggiare bene gli attrezzi,
avrebbe fatto un lavoro anche migliore se non gli avessi messo
fretta. Il mio primo viaggio fu all’ufficio postale, e il giorno appresso
andai a prendere Julka e Antonia per una passeggiata in slitta.
Era una giornata fredda e luminosa. Ammucchiai paglia e pelli di
bufalo nella cassetta e presi due mattoni caldi avvolti in vecchie
coperte. Quando giunsi dagli Shimeda, invece di salire fino alla casa,
le chiamai dal basso senza muovermi dalla slitta: Antonia e Julka
vennero di corsa. Avevano dei berrettini di coniglio che il padre
aveva fatto per loro. Era stato Ambrosh ad avvertirle che sarei
andato a prenderle con la slitta. Balzarono su vicino a me e
partimmo verso nord per una strada già battuta.
Il cielo era d’un azzurro lucido, e il sole sulla bianca distesa
scintillante dei prati quasi accecava. Come diceva Antonia, la neve
aveva mutato tutto il mondo. Cercavamo invano particolari noti. Un
arroyo profondo entro cui si snodava lo Squaw era soltanto una
fessura tra due mucchi di neve, una fessura azzurro cupo vista
dall’alto. Le cime degli alberi, che l’autunno aveva dorato, erano
adesso sparute e contorte come se in loro non potesse mai più
esserci vita. I pochi cedri grami, che prima avevano un aspetto così
cupo e mesto, ostentavano ora il loro verde oscuro e forte. Il vento
aveva il sapore bruciante della neve fresca, e la gola e le narici mi
pizzicavano come se qualcuno avesse sturato una bottiglia di sali. Il
freddo era allo stesso tempo pungente e piacevole. Il respiro del
cavallo s’alzava come una nuvola di vapore e tutto il corpo gli
fumava a ogni fermata. In quella luce abbagliante i campi di
granturco riprendevano un po’ del loro colore, oro pallidissimo nel
sole e nella neve. Le vigorose sferzate del vento avevano segnato in
ampie ondulazioni seghettate i banchi sovrapposti di neve indurita.
Sotto lo scialle le ragazze avevano un vestitino di cotone e
rabbrividivano benché coperte dalle pelli di bufalo, stringendosi l’una
all’altra per scaldarsi. Ma erano così felici di poter uscire dalla loro
orribile spelonca e di liberarsi dalle sgridate della madre, che mi
pregavano di andare ancora, ancora fino alla casa di Peter il russo.
Uscendo dal calore che le aveva come intorpidite, l’aria fresca le
ubriacava. Cantavano, urlavano e dicevano di non voler mai più
tornare a casa. Non avremmo potuto sistemarci e vivere nella casa
di Peter il russo, domandò Julka, e non avrei potuto andare io in città
a comprare le cose necessarie alla casa?
All’andata eravamo estremamente felici, ma al ritorno (dovevano
essere circa le quattro) il vento si fece più forte e cominciò a
fischiare, il sole perse il suo calore confortante e il cielo divenne
grigio e cupo. Io mi tolsi la lunga sciarpa di lana bianca e l’avvolsi
attorno al collo di Julka: era così gelata che fummo costretti a
coprirle anche la testa con la pelle di bufalo. Antonia e io stavamo a
sedere, ma adesso reggevo le redini a fatica e il vento quasi
m’accecava. Si stava facendo scuro quando arrivammo a casa loro,
ma io rifiutai di entrare a scaldarmi. Sapevo che le mani mi
avrebbero fatto un male terribile se fossi andato vicino al fuoco.
Julka dimenticò di restituirmi la sciarpa e rincasando avevo il vento
contro. L’indomani mi venne un attacco d’angina che mi tenne in
casa per due settimane.
La cucina pareva un paradiso di calore e di tranquillità in quel
periodo, come una solida barca in un mare invernale. Gli uomini
erano tutto il giorno nei campi a mondare il granturco, e quando
rincasavano a mezzogiorno, coi berrettoni tirati sulle orecchie e i
piedi nelle soprascarpe bordate di rosso, mi parevano degli
esploratori del Polo. Il pomeriggio, mentre la nonna sedeva di sopra
rammendando o facendo dei guanti da lavoro per gli uomini, le
leggevo forte Le avventure della famiglia Robinson e mi pareva che
in fatto di avventure non fossero poi tanto diversi da noi. Ero
convinto che il peggiore nemico dell’uomo fosse il freddo e
ammiravo la nonna per lo zelo e l’alacrità che metteva nel tenerci
caldi, comodi e ben nutriti. Ogni volta che la vedevo preparare il
pranzo per il ritorno degli uomini affamati, mi veniva in mente quanto
il paese fosse diverso dalla Virginia, perché qui una cuoca – come
lei stessa diceva – poteva fare ben poco. La domenica ci dava pollo
a volontà e gli altri giorni prosciutto, pancetta o salsiccia. Ogni
mattina preparava tortine o focacce, a meno che, tanto per
cambiare, non facesse il mio budino preferito, farcito di uvetta e
bollito in un sacchetto.
Il pranzo e la cena erano le cose più interessanti a cui si potesse
pensare dopo il riscaldarsi e il mantenere il calore. Al centro della
nostra vita c’erano il caldo, il cibo e il ritorno degli uomini a cena.
Quando li vedevo rientrare dai campi, stanchi, coi piedi intirizziti e le
mani doloranti, mi domandavo come potessero fare il loro lavoro
tanto coscienziosamente: nutrire e abbeverare i cavalli, cambiare le
lettiere, mungere le mucche e curare i maiali. Terminata la cena, ci
voleva un bel po’ prima che riuscissero a togliersi il freddo dalle
ossa. Mentre io e la nonna lavavamo i piatti e il nonno leggeva il
giornale di sopra, Jake e Otto sedevano sulla lunga panca dietro la
stufa allentandosi gli stivali o fregandosi col grasso di montone le
mani screpolate.
Ogni sabato sera facevamo il granturco bollito oppure i croccanti,
e Otto Fuchs cantava Perché io sono un cowboy e so d’aver
sbagliato oppure Oh, non seppellitemi nella prateria solitaria. Aveva
una bella voce di baritono ed era sempre lui che intonava il canto nei
servizi religiosi giù alla chiesetta della scuola.
Li vedo ancora, quei due uomini seduti sulla panca. La testa
rapata di Otto e la folta capigliatura di Jake lisciata dal pettine
bagnato. Vedo ancora la curva delle loro spalle stanche contro la
parete bianca. Che uomini erano! Sapevano tante cose e a tante
cose si erano mantenuti fedeli.
Fuchs era stato cowboy, guidatore di diligenza, barista, minatore,
aveva percorso in su e in giù la vasta terra dell’Ovest e dappertutto
aveva lavorato sodo, sebbene – come diceva la nonna – non ci
avesse guadagnato nulla. Jake era più ottuso di Otto, sapeva a
malapena leggere e scriveva con difficoltà persino il suo nome;
aveva un carattere violento, per cui a volte si comportava come un
pazzo, riducendosi in condizioni tali da sentirsi male. Ma aveva un
cuore così tenero che chiunque poteva ingannarlo. Se, come diceva
lui, “si lasciava andare” e bestemmiava davanti alla nonna, girava
poi tutto il giorno con un aspetto infelice e umiliato. Jake e Otto
sopportavano allegramente il freddo in inverno e il caldo in estate.
Erano sempre pronti a lavorare fuori orario e non si lasciavano
spaventare dagli imprevisti. Era per loro un orgoglio non risparmiarsi
in nulla. Tuttavia il loro era il tipo d’uomo che, chissà perché, non
riesce mai a migliorare la propria condizione, ma soltanto a lavorare
duro per un dollaro o due al giorno.
In quelle notti rigide e stellate, seduti vicino alla stufa che ci
nutriva, ci scaldava e ci teneva allegri, si sentiva l’ululare dei coioti
giù vicino al recinto, e il loro grido famelico invernale riportava la
mente dei ragazzi alle meravigliose storie d’animali: i lupi grigi e gli
orsi delle Montagne Rocciose, gatti selvaggi e pantere delle
montagne della Virginia. Talvolta si riusciva a convincere Fuchs a
parlare dei fuorilegge e dei desperados che aveva conosciuto.
Ricordo una buffissima storia che lo riguardava; nell’ascoltarla la
nonna che impastava il pane sulla madia rideva fino alle lacrime,
lacrime che doveva asciugare col braccio nudo poiché aveva le mani
infarinate. Eccola.
Quando Otto lasciò l’Austria per venire in America, uno dei suoi
parenti lo pregò di occuparsi di una signora che viaggiava sulla
stessa nave per raggiungere il marito a Chicago. Alla partenza la
donna aveva due bambini, ma era evidente che la famiglia sarebbe
aumentata di numero durante il viaggio. Fuchs diceva che andava
molto d’accordo coi piccoli e che anche la madre gli era simpatica,
per quanto gli avesse giocato un brutto tiro. In mezzo all’oceano le
era venuto in mente di mettere al mondo non un figlio, ma tre! Un
evento simile rese Fuchs l’oggetto di una notorietà immeritata, solo
per il fatto che viaggiava con lei. La cameriera di bordo era indignata
contro di lui, il dottore lo guardava sospettoso. I passeggeri di prima
classe che avevano fatto una colletta per la donna dimostrarono un
interesse imbarazzante per Otto e spesso gli chiedevano notizie
della sua “pupilla”. Quando i trigemini sbarcarono a New York, egli
dovette, come diceva, “portarne alcuni”. Il viaggio fino a Chicago fu
anche peggiore di quello per mare. Sul treno era difficilissimo
procurarsi del latte per i bambini e tenere pulite le bottiglie. La madre
faceva del suo meglio, ma nessuna donna al mondo può nutrire tre
lattanti con le proprie risorse naturali. Il marito a Chicago lavorava in
una fabbrica di mobili e aveva un salario piuttosto modesto; quando
venne a prendere la famiglia alla stazione, fu piuttosto spaventato
dalle sue proporzioni. Anch’egli sembrava considerare Fuchs in
certo qual modo responsabile. “Ovviamente fui contento che non
dimostrasse rancore verso la povera donna, ma eccome se guardò
me con occhio torvo! Avete mai sentito, signora Burden, che un
povero diavolo avesse una simile disgrazia?”.
La nonna gli disse che certamente Iddio avrebbe tenuto conto di
questo e che certo l’avrebbe tirato fuori dai pasticci senza che
neanche si accorgesse dell’intervento della divina Provvidenza.
X

Per parecchie settimane dopo la gita in slitta restammo senza notizie


degli Shimeda. Il mal di gola mi costringeva in casa e la nonna
aveva un raffreddore che le rendeva il lavoro pesante e quindi alla
domenica era contenta di avere un giorno di riposo. Una sera a cena
Fuchs ci disse d’aver visto il signor Shimeda a caccia.
«Si è fatto un berretto di coniglio, Jim, e un colletto di pelliccia che
abbottona sul soprabito. Ne hanno solamente uno e se lo mettono a
turno. Hanno tanta paura del freddo che si rintanano in quel loro
buco come i tassi».
«Tutti eccetto lo scemo» interloquì Jake. «Quello il soprabito non
lo porta mai. Krajiek dice che è fortissimo e può sopportare qualsiasi
cosa. Credo che i conigli comincino a scarseggiare da queste parti.
Ieri Ambrosh veniva giù per i campi e mi ha mostrato tre cani della
prateria che aveva ucciso; mi ha domandato se erano buoni da
mangiare. Per dissuaderlo ho sputato e fatto una smorfia senza
neppure fermarmi, ma credendo di saperne più di me se li è messi
nella sporta e ha continuato per la sua strada».
La nonna guardò il nonno, preoccupata, e disse: «Josiah, spero
bene che Krajiek non lascerà che quella povera gente mangi i cani di
prateria, vero?».
«Sarebbe meglio che tu andassi a trovare i nostri vicini domani,
Emmaline» rispose gravemente il nonno.
Fuchs parlava della cosa con leggerezza, dicendo che i cani di
prateria in fondo sono bestie pulite e sarebbero un buon cibo, se non
fosse per la loro parentela. Gli domandai cosa volesse dire e mi
rispose sogghignando che appartenevano alla famiglia dei topi.
Al mattino, quando scesi in cucina, trovai la nonna e Jake che
preparavano un paniere.
«E adesso, Jake» diceva la nonna «se ti riesce di trovare quel
vecchio gallo a cui si è gelata la cresta, tirargli il collo e porteremo
anche lui. Non capisco perché la Shimeda non si sia procurata in
autunno delle galline dai vicini, in modo da avere ora un pollaio in
funzione. Capisco che si sarà sentita un po’ spaesata e che
inizialmente non abbia saputo da che parte voltarsi, ma anch’io sono
venuta in un paese che non conoscevo, eppure non ho mai
dimenticato che è un’ottima cosa avere delle galline; pazienza se
non si riesce ad avere il resto».
«Proprio così, signora, ma non posso sopportare l’idea che
Krajiek si pappi una zampa di quel pollo». Lo sentimmo attraversare
pesantemente la lunga cantina e tirarsi la porta dietro.
Dopo aver fatto colazione, la nonna, Jake e io, ben infagottati,
montammo sul freddo sedile del carro. Avvicinandoci alla casa degli
Shimeda sentimmo il cigolio della pompa ghiacciata e vedemmo
Antonia, con un fazzoletto in testa e il vestitino di cotone che le si
sollevava, azionare la pompa gettandovisi sopra con tutto il suo
peso. Quando sentì il carro si volse a guardare e partì di corsa verso
casa.
Jake aiutò la nonna a scendere e le disse che avrebbe portato le
provviste dentro dopo aver coperto il cavallo. Salimmo lentamente
su per il sentierino ghiacciato. Sbuffi di fumo azzurrognolo che il
vento spazzava via uscivano dal camino ricoperto di neve.
La Shimeda aprì la porta prima che bussassimo, afferrò la mano
della nonna e senza neppure il solito “Buongiorno” cominciò subito a
piangere parlando velocemente nella sua lingua, indicando i suoi
piedi avvolti in stracci e guardando tutti con aria accusatrice.
Il vecchio sedeva su un ceppo dietro la stufa, rannicchiato come
se cercasse di nascondersi, mentre Julka, per terra ai suoi piedi col
gattino in grembo, mi guardò e sorrise, ma dopo aver gettato
un’occhiata a sua madre si nascose di nuovo. Antonia lavava i piatti
e le pentole in un angolo buio. Lo scemo era sdraiato sotto l’unica
finestra su un sacco pieno di paglia. Quando entrammo lanciò un
altro sacco contro il piede della porta. L’aria della spelonca era
soffocante, e non si vedeva quasi nulla: una lanterna appesa alla
stufa gettava un debole bagliore giallastro.
La Shimeda sollevò il coperchio delle due botti dietro la porta e ci
invitò a guardare dentro. In una c’erano alcune patate gelate che
marcivano, nell’altra un mucchietto di farina. La nonna mormorò
qualcosa imbarazzata, ma la boema rispose con una risata di
scherno, una specie di nitrito, e afferrando una caffettiera vuota ce la
scosse davanti con uno sguardo intensamente vendicativo.
La nonna continuò a parlare col suo gentile accento della Virginia,
come se non facesse caso alla loro estrema miseria né alla propria
tolleranza, finché Jake arrivò col paniere come in risposta alle
lamentele della Shimeda. Allora la poveretta crollò: si lasciò andare
sul pavimento vicino al figlio scemo e rimase lì a piangere
amaramente. La nonna non le badò, ma chiamò Antonia per aiutarla
a vuotare il cesto. Tonia lasciò il suo angolo a malincuore, non
l’avevo mai vista così depressa.
«Non date ascolto a mia povera mamenka, signora Burden, è
molto triste» bisbigliò asciugandosi le mani nella sottana e
prendendo ciò che la nonna le porgeva.
Lo scemo vedendo il cibo cominciò a emettere piccoli suoni
gorgoglianti e a fregarsi lo stomaco. Jake rientrò, questa volta con
un sacco di patate. La nonna si guardò in giro perplessa.
«Non avete una cantina fuori, Antonia? Questo non è il posto in
cui tenere la verdura. Com’è che si sono gelate le vostre patate?».
«Abbiamo preso quelle che il signor Bushy dell’ufficio postale
gettava via, noi non abbiamo» ammise Antonia tristemente.
Quando Jake uscì, Marek strisciò per terra e mise di nuovo
qualcosa nella fessura della porta. Lentamente, come un’ombra, il
signor Shimeda uscì da dietro la stufa passandosi la mano sui soffici
capelli grigi come se tentasse di liberarsi da una nebbia. Era pulito e
ordinato come al solito, con la sua sciarpa verde e la sua spilla di
corallo. Prese la nonna per il braccio e la condusse dietro la stufa in
fondo alla stanza. Nella parete c’era una piccola rientranza, un buco
rotondo non molto più grande d’un barile, scavato nella terra scura.
Salii sopra uno sgabello e guardai dentro. Vi erano un mucchio di
paglia e delle trapunte. Il vecchio sollevò la lanterna. «Julka» disse
con voce disperata. «Julka, la mia Antonia».
La nonna si trasse indietro: «Volete dire che le vostre bambine
dormono lì?». Egli chinò il capo.
Tonia scivolò sotto il suo braccio. «Fa freddo per terra e qui
invece è caldo come nella tana del tasso. Mi piace dormirci»
insistette con slancio. «La mia mamenka ha un letto con dei cuscini
delle nostre oche in Boemia, vedi, Jim», e indicò la stretta branda
che Krajiek aveva costruito per sé contro la parete prima della
venuta degli Shimeda.
La nonna sospirò. «Certo, cara, e dove vorresti dormire se non lì?
Credo proprio che sia abbastanza caldo. Farete una casa migliore
fra poco, Antonia, e allora dimenticherete questi tempi difficili».
Il signor Shimeda fece sedere la nonna sull’unica sedia e indicò
alla moglie uno sgabello vicino a lei. In piedi accanto a loro, con la
mano sulla spalla d’Antonia, parlò a bassa voce e sua figlia
tradusse: voleva sapessimo che non erano mendicanti al loro paese.
Lui guadagnava bene ed erano rispettati. Aveva lasciato la Boemia
con i risparmi che ammontavano a più di mille dollari, escluse le
spese per il viaggio, però aveva perduto nel cambio a New York, e
gli spostamenti sino al Nebraska erano costati più del previsto.
Pagata a Krajiek la terra, i buoi, i cavalli e qualche attrezzo, era
rimasto loro ben poco denaro; ma voleva che la nonna sapesse che
ne aveva ancora un po’. Se potevano tirare avanti fino a primavera,
avrebbero poi comprato una mucca, delle galline, messo su un orto,
e allora le cose sarebbero andate bene. Ambrosh e Antonia avevano
l’età adatta per lavorare e ne avevano volontà; ma la neve e il
maltempo li avevano un po’ scoraggiati.
Antonia spiegò anche che il padre intendeva costruire una nuova
casa in primavera. Con Ambrosh avevano già spaccato le travi, ma
adesso erano tutte sepolte sotto la neve lungo la scarpata nello
stesso posto dov’erano cadute.
Mentre la nonna li incoraggiava e dava qualche consiglio, rimasi
seduto per terra vicino a Julka che mi mostrava il suo gattino. Marek
scivolò cautamente verso di noi e cominciò a mostrare le sue dita
palmate; sapevo che voleva farmi sentire i suoi suoni strani –
abbaiare come un cane, nitrire come un cavallo –, ma non ne aveva
il coraggio in presenza dei suoi: cercava sempre di rendersi
piacevole, povero diavolo, come se si fosse messo in testa di far
qualcosa di speciale per supplire alla sua deficienza.
A poco a poco la signora Shimeda si calmò e, mentre Antonia
traduceva, interrompeva di tanto in tanto con qualche parola; aveva
un udito finissimo e riusciva ad afferrare nel discorso intere frasi
inglesi. Quando ci alzammo per partire, aprì la credenza e ne trasse
fuori un sacchetto fatto di fodera da materasso, grande pressappoco
quanto un sacco da farina e pieno di qualche cosa. A quella vista lo
scemo cominciò a leccarsi le labbra. Quando lei l’aprì e scosse il
contenuto con le mani, ne uscì un odore salato, come di terra, molto
più pungente degli altri odori della spelonca. Ne misurò una tazza
piena, l’impacchettò in un pezzetto di tela e l’offrì alla nonna.
«Per cuocere» annunciò. «Poco adesso: essere molto quando
cotto», e allargò le braccia come per indicare che un etto sarebbe
diventato un chilo. «Molto buona, voi non avere in questo paese.
Tutte le cose da mangiare meglio al mio paese».
«Può darsi, signora Shimeda» rispose la nonna piuttosto
sostenuta. «Io non so, ma per conto mio preferisco il mio pane al
vostro».
Allora Antonia cercò di spiegare: «È buonissimo, signora
Burden». Si strinse le mani come se non riuscisse a spiegarne il
grado di bontà e aggiunse: «Ne viene molto quando si cuoce, come
ha detto la mamma. Cuocere col coniglio, cuocere con le galline
nella salsa, oh così buono!».
Per tutta la strada fino a casa la nonna e Jake parlarono della
facilità con cui i buoni cristiani dimenticano il loro dovere di occuparsi
del prossimo.
«Dirò, Jake, che alcuni dei nostri fratelli sono difficili da aiutare.
Con questa gente, per esempio, da che parte si deve cominciare?
Hanno bisogno di tutto, ma soprattutto di buonsenso, e ho paura che
quello non glielo possa dare nessuno. Non hanno maggiore capacità
del nostro Jimmy per mandare avanti una casa! Ti pare che il
ragazzo, Ambrosh, abbia veramente dell’energia?».
«È un lavoratore, non c’è che dire, signora, e ha anche una certa
abilità, ma è meschino nell’animo. Certo: per andare avanti così ci
vuole un animo meschino, ma il suo lo è troppo».
Quella sera, mentre la nonna preparava la cena, aprimmo il
pacchetto che la Shimeda le aveva dato. Era pieno di ritagli scuri
che parevano trucioli di radice, leggeri come piume con un fortissimo
e penetrante odore di terra. Non sapevamo proprio decidere se
fossero vegetali o animali.
«Potrebbe essere la carne secca di chi sa quale strano animale,
Jimmy. Pesce secco non è, e neppure roba che cresca su un gambo
o su una spalliera. Non mi fido. A ogni modo non ho nessuna voglia
di mangiare roba che è stata chiusa per mesi con vestiti vecchi e
cuscini d’oca».
Buttò il pacchetto nella stufa, io masticai l’angolo di un pezzettino
che tenevo in mano per provarlo e non ne dimenticherò mai lo strano
sapore; ma ci vollero molti anni prima che sapessi che quegli strani
trucioli che gli Shimeda avevano portato da tanto lontano e
conservato così gelosamente erano funghi secchi. Probabilmente
erano stati raccolti in qualche profonda foresta boema…
XI

Durante la settimana di Natale Jake divenne il personaggio più


importante della casa perché era lui che doveva andare in città a
fare tutti gli acquisti natalizi. Ma il 21 dicembre la neve cominciò a
cadere: i fiocchi venivano giù così fitti che dalla finestra del salotto
non riuscivo a vedere nulla oltre il mulino, e la sua sagoma era
grigia, offuscata, inconsistente come un’ombra. La neve non cessò
di cadere per tutto il giorno e la notte seguente. Il freddo non era
intenso, ma la nevicata continuava invincibile. Gli uomini non
potevano andare oltre le stalle e il recinto. Sedevano in casa quasi
tutto il giorno come fosse domenica: s’ingrassavano gli stivali,
riparavano le bretelle, intrecciavano fruste.
Al mattino del 22 il nonno annunciò a colazione che sarebbe stato
impossibile andare a Black Hawk per gli acquisti di Natale. Jake era
sicuro che ci sarebbe potuto arrivare a cavallo e che avrebbe potuto
portare a casa la roba nelle tasche della sella, ma il nonno gli disse
che le strade erano scomparse e che, non pratico del paese, si
sarebbe perso dieci volte; in ogni modo non avrebbe mai permesso
di sottoporre il cavallo a un simile sforzo.
Così decidemmo di fare un Natale campagnolo senza nessun
aiuto dalla città. Io volevo prendere qualche libro illustrato per
Antonia e Julka, che ormai sapeva anch’essa leggere un po’. La
nonna mi portò in uno sgabuzzino gelato dove teneva pezze e ritagli
di stoffe varie. Tagliò dei quadrati di cotone e li cucimmo insieme
come un libro, tra due cartoni che ricoprii di cotonina a disegni vivaci
rappresentanti scene d’un circo. Per due giorni rimasi seduto al
tavolo in sala da pranzo incollando figure nel libro. Avevamo delle
pile di quelle vecchie riviste per famiglie che pubblicavano le
riproduzioni a colori di quadri noti, e mi permisero di prenderne
alcune. Per il frontespizio scelsi Napoleone che annunzia il divorzio
a Giuseppina. Nelle pagine bianche incollai cartoline della Scuola
domenicale e réclame che avevo portato dal “paese natio”. Fuchs
tirò fuori delle forme da candela e ne fece alcune di sego; la nonna si
procurò delle strambe formine da dolci e preparò ometti e galli in pan
dolce che guarnimmo con lo zucchero bruciato e gocce di cannella
rossa.
La Vigilia di Natale Jake preparò le cose da portare agli Shimeda
nelle tasche della sella e partì sul puledro grigio del nonno. Quando
salì a cavallo davanti alla porta, vidi che aveva un’accetta infilata
nella cintura e che diede alla nonna un’occhiata significativa, segno
evidente che mi stava preparando una sorpresa. Rimasi tutto il
pomeriggio a guardare dalla finestra del salotto; finalmente vidi un
punto scuro che si muoveva sulla collina verso ovest, oltre i campi di
granturco semisepolti, dove il sole che non riusciva a vincere le nubi
dava al cielo una luce ramata. Mi misi il berretto e corsi incontro a
Jake; giunto al laghetto vidi che portava un piccolo cedro di traverso
sulla sella. Aveva sempre aiutato mio padre a tagliare l’albero di
Natale per me nella Virginia e non aveva dimenticato quanto mi
piacesse.
Quando l’alberello fresco e odoroso fu collocato in un angolo del
salotto, ecco che era già “vigilia di Natale”. Dopo cena ci riunimmo
tutti lì intorno e persino il nonno che leggeva il giornale vicino al
tavolo lanciava ogni tanto degli sguardi d’interesse amichevole. Il
cedro era alto un metro e mezzo e aveva una bella forma. Vi
appendemmo gli ometti di pandolce, file di granturco abbrustolito e
pezzetti di candela che Fuchs aveva infilato in sostegni di cartone.
Ma ciò che gli diede il suo vero splendore venne fuori dal più
incredibile posto del mondo: il baule da cowboy di Otto. In quel baule
non avevo mai visto altro che vecchi stivali, pistole, speroni e un
affascinante miscuglio di strisce di cuoio giallo, cartucce e cera da
scarpe. E ora egli tirò fuori da sotto la fodera una collezione di
figurine di carta dai colori smaglianti, alte parecchi centimetri e rigide
abbastanza per star su da sole. Gliele mandava ogni anno la sua
vecchia mamma dall’Austria. C’erano un cuore sanguinante
circondato da un pizzo di carta, i tre Re magi vestiti riccamente, il
bue, l’asinello, i pastori, il Bambino nella mangiatoia e un gruppo
d’angeli che cantavano, pantere e leopardi tenuti dagli schiavi negri
dei tre Re. Il nostro albero divenne l’albero parlante della favola: fra i
suoi rami si annidarono come uccelli leggende e storie. La nonna
disse che le ricordava l’albero della Sapienza. Vi mettemmo sotto dei
pezzi di cotone per fare la neve, e lo specchietto di Jake divenne il
lago gelato.
Rivedo ancora l’aspetto dei due ragazzi mentre lavoravano
intorno al tavolo, sotto la lampada. Jake con le fattezze pesanti
modellate così rozzamente che il suo volto aveva qualche cosa
d’incompleto; Otto col mezzo orecchio e la cicatrice che gli torceva il
labbro superiore in una piega feroce sotto i baffi arricciati. E io li
ricordo così quei due volti aperti e chiari che la stessa rozzezza e
violenza rendeva indifesi. Quei ragazzi non avevano capacità
dissimulatrici con le quali farsi schermo per tenere la gente a
distanza. Non avevano che i loro pugni solidi per farsi largo nel
mondo. Otto era già sulla via del declino. Uno di quei lavoratori dalla
pelle dura che non si sposano mai né fanno figli. Eppure amava
tanto i bambini!
XII

Il giorno di Natale, quando mi svegliai e scesi in cucina, gli uomini


erano già rientrati dalle loro faccende mattutine. I cavalli e i maiali
facevano sempre colazione prima di noi. Jake e Otto mi urlarono
“buon Natale” e ammiccarono alla vista dei ferri per i waffles sulla
stufa. Il nonno scese con la camicia bianca e la giacca domenicale.
Le preghiere del mattino furono più lunghe del solito. Lesse il
capitolo di san Matteo sulla nascita di Cristo, e pareva che tutto ciò
fosse successo da poco e tanto tanto vicino a noi. Nella preghiera
ringraziò il Signore per il primo Natale e per tutto ciò che questo
aveva da allora in poi significato per il mondo; rese grazie per il
nostro cibo e agio, pregò per i poveri e i miserabili delle grandi città
dove la lotta per la vita è più dura di quanto non lo sia in campagna.
Le preghiere del nonno erano sovente molto interessanti. Aveva il
dono di un’espressione semplice e commovente, e le sue parole
avevano una forza particolare, perché parlava così poco che il lungo
uso non le aveva rese scialbe. Quelle preghiere riflettevano il suo
pensiero del momento, ed era specialmente attraverso di esse che
riuscivamo a conoscere i suoi sentimenti e il suo punto di vista
intorno alle cose.
Mentre facevamo colazione con i waffles e la salsiccia, Jake ci
raccontò della contentezza degli Shimeda nel ricevere i doni.
Persino Ambrosh era stato gentile ed era sceso nella valletta con lui
per tagliare l’albero di Natale. L’aria fuori era grigia, soffice, e nuvole
pesanti correvano in cielo: di tanto in tanto arrivava qualche
spruzzata di neve. Nei giorni di festa c’erano sempre lavori in più da
fare nella stalla e gli uomini furono occupati fino al pomeriggio, poi
Jake e io giocammo a domino mentre Otto scriveva una lunga lettera
alla sua mamma. Le scriveva sempre il giorno di Natale, in
qualunque luogo si trovasse e qualunque fosse la data della sua
ultima lettera. Sedette in sala da pranzo tutto il pomeriggio. Scriveva
un po’, poi rimaneva immobile, col pugno stretto sul tavolo e gli occhi
che seguivano il disegno della tela cerata. Parlava e scriveva nella
sua lingua così di rado che gli riusciva difficile: lo sforzo di ricordare
lo assorbiva interamente.
Verso le quattro ricevemmo una visita: il signor Shimeda col suo
berretto e il collo di coniglio e un paio di manopole che gli aveva
lavorato la moglie. Era venuto per ringraziare dei doni e della
gentilezza della nonna verso la sua famiglia. Jake e Otto vennero su
dalla cucina a unirsi a noi e ci sedemmo intorno alla stufa godendo
del crepuscolo invernale e dell’atmosfera di comodità e di sicurezza
della casa del nonno. Sembrava che questa sensazione si fosse
impadronita completamente del signor Shimeda. Forse, nella
spelonca dove vivevano così ammassati, egli era arrivato a credere
che l’ordine e la pace fossero svaniti dalla superficie della Terra o
esistessero solo nel mondo che s’era lasciato dietro. Sedeva quieto,
la testa appoggiata alla spalliera della sedia a dondolo, le mani
abbandonate sui braccioli. Il volto aveva un’espressione di
stanchezza e di piacere come quello dei malati quando sentono un
po’ di sollievo al loro dolore. La nonna insistette perché bevesse un
bicchiere di acquavite di mele, dopo la lunga camminata al freddo, e,
quando un leggero rossore gli salì alle guance, il suo viso era così
trasparente che pareva intagliato in una conchiglia. Rimase in
silenzio, solo sorridendo di tanto in tanto: ma mentre si riposava tutti
avevano la sensazione della sua perfetta beatitudine.
Poiché imbruniva, domandai se si poteva accendere l’albero
prima di portare le lampade e, quando le candele gettarono la loro
luce gialla, tutte le figure colorate venute dall’Austria parvero
risaltare più chiare e piene di significato contro i ciuffi verdi. Il signor
Shimeda si alzò, si fece il segno della croce e s’inginocchiò
quietamente davanti all’albero, la testa piegata in avanti. Il suo corpo
alto formava come una lettera S. Vidi la nonna guardare con
apprensione il nonno; di idee piuttosto ristrette in materia religiosa,
lui qualche volta poteva anche offendere la gente parlando. Prima
non c’era nulla di particolare nell’albero, ma ora, con quell’uomo
inginocchiato davanti, le immagini, le candele… Il nonno si mise
semplicemente le punte delle dita sulla fronte e chinò la testa
venerabile, e con quel gesto creò un’atmosfera protestante.
Persuademmo l’ospite a fermarsi a cena e non vi fu bisogno di
pregare molto. Quando ci sedemmo a tavola, mi venne in mente che
a lui piaceva guardarci e che i nostri visi erano per lui come un libro
aperto. Quando i suoi occhi infossati si posavano su di me, avevo la
sensazione che guardasse lontano nel mio futuro, la strada che
dovevo percorrere.
Alle nove il signor Shimeda, accesa la lanterna, si mise il
soprabito e il collo di pelo; poi rimase un po’ nell’ingresso con il
berretto e la lanterna in mano per salutarci. Quando prese la mano
della nonna e vi si chinò sopra come faceva sempre, disse adagio:
«Buona donna». Fece il segno della croce su di me, si mise il
berretto e uscì nell’oscurità. Non appena fummo tornati in salotto, il
nonno mi guardò profondamente. «Le preghiere di tutti i buoni sono
buone» disse piano.
XIII

La settimana dopo Natale la neve cominciò a sciogliersi, e a


Capodanno il mondo intorno a noi era tutto una grigia broda di
fanghiglia e nella discesa corrosa tra il mulino e la stalla correvano
rivoletti di acqua nera. Lungo la strada, la soffice terra bruna
sbucava fuori a chiazze. Ripresi a fare i miei servizi: portavo dentro
le pannocchie, la legna, l’acqua, e passavo i pomeriggi nella stalla a
osservare Jake che sgranava a mano il granturco.
Un mattino, in un periodo di bel tempo, Antonia e sua madre
vennero a farci visita su uno dei loro cavalli irsuti. Era la prima volta
che la signora Shimeda veniva a casa nostra, e cominciò a correre
dappertutto esaminando i tappeti e i mobili e commentando tutto con
sua figlia in tono invidioso e lamentevole. In cucina afferrò un bricco
di ferro che stava dietro la stufa: «Voi avete molti, Shimeda non
hanno». Pensai che fu una debolezza da parte della nonna lasciarle
il bricco.
Dopopranzo, mentre aiutava a lavare i piatti, la Shimeda disse
scuotendo la testa: «Voi avete tante cose per cuocere. Avessi tante
cose come voi, farei meglio».
Era una vecchia presuntuosa e millantatrice, e neppure la
disgrazia era riuscita a renderla umile. Ero così seccato che sentii
della freddezza persino verso Antonia, e la ascoltai con disinteresse
quando mi disse che suo padre non stava bene.
«Mio papà è triste per la sua terra. Non sembra bene. Non fa più
musica. A casa suonava sempre il violino per nozze e balli; qui mai.
Quando lo prego di suonare, scuote la testa: “no”. Qualche giorno
tira fuori il violino dall’astuccio e tocca le corde con le dita, così, ma
non fa mai musica; non gli piace questo posto».
«La gente a cui non piace questo posto potrebbe starsene a casa
sua» dissi duramente. «Non siamo noi che li facciamo venire qui».
«Ma lui non voleva venire, mai» riprese Antonia con calore. «La
mia mamenka ha fatto venire. Sempre lei dice: America grande
paese, molto denaro, molto terra per i miei ragazzi, molto marito per
le mie ragazze. Mio papà piange per lasciare i vecchi amici che
facevano musica con lui. Amava molto il signore che suonava il
corno, lungo così», e stese le braccia nel gesto. «Vanno a scuola
insieme e sono amici da ragazzi, ma la mamma vuole Ambrosh
essere ricco con tanto bestiame».
«Tua madre» replicai irritato «vuole le cose degli altri».
«Tuo nonno è ricco» rispose fieramente «perché non aiuta il mio
papà? Anche Ambrosh sarà ricco dopo un po’ e restituisce. È un
ragazzo molto intelligente; per Ambrosh la mamma è venuta qui».
Ambrosh era considerato il personaggio più importante della
famiglia. La signora Shimeda e Antonia si rivolgevano sempre a lui,
sebbene egli fosse spesso rude con loro e sprezzante verso il padre.
Ambrosh e la madre facevano tutto a modo loro. Per quanto Antonia
amasse suo padre più di chiunque altro, pure aveva un rispettoso
timore del fratello maggiore.
Dopo che ebbi visto Antonia e sua madre andarsene sul loro
miserabile cavalluccio portandosi via il nostro bricco, mi volsi alla
nonna che aveva ripreso a rammendare e le dissi che speravo che
quella vecchia smorfiosa non tornasse più da noi.
La nonna sorrise infilando l’ago lucente in un buco della calza di
Otto. «Non è vecchia, Jim, per quanto capisco che a te possa
sembrar tale; no, non piangerei se non venisse più, ma, vedi, non si
può mai sapere quali sentimenti può far nascere in noi la povertà, e il
vedere le proprie creature nella miseria può rendere avida una
donna; e ora leggimi un capitolo del Principe della casa di Davide e
dimentichiamo i boemi».
Il tempo sereno e mite durò tre settimane. Le bestie nel recinto
mangiavano l’orzo con velocità maggiore di quella impiegata dagli
uomini a mondarlo e si sperava che sarebbero state presto pronte
per il mercato. Un mattino i due tori grossi, Gladstone e Brigham
Young, pensarono che fosse venuta la primavera e cominciarono a
stuzzicarsi e a colpirsi attraverso il filo spinato che li separava: dopo
un momento erano diventati furiosi. Mugghiavano, colpivano la terra
soffice con gli zoccoli roteando gli occhi e scuotendo la testa; a un
certo punto si ritrassero entrambi fino all’estremo limite del proprio
recinto e si lanciarono l’uno contro l’altro al galoppo. Pum pum – si
sentiva il suono sordo delle loro teste e il loro mugghio scuoteva le
pentole sugli scaffali in cucina. Se non fossero stati scornati, si
sarebbero fatti a pezzi. Dopo un po’ ci si misero anche i manzi, che
incominciarono a incornarsi. Bisognava farli smettere. Restammo
tutti a guardare ammirati Otto che cavalcava nel recinto con un
forcone in mano e pungeva ripetutamente i tori finché non riuscì a
separarli.
La grande bufera invernale cominciò il giorno del mio undicesimo
compleanno, il 20 gennaio. Quando scesi a colazione quel mattino,
vidi entrare Jake e Otto bianchi come fantocci di neve fregandosi le
mani e battendo i piedi; si misero a ridere rumorosamente quando mi
videro, gridando: «Ecco il bel regalo per il tuo compleanno, questa
volta non ci si può sbagliare. È stata ordinata proprio per te una
bufera coi fiocchi».
E per tutto il giorno la bufera continuò. La neve non cadeva ma si
rovesciava dal cielo come se si vuotassero migliaia di cuscini di
piuma. Quel pomeriggio la cucina era diventata una bottega di
falegname. Gli uomini portarono dentro i loro arnesi e fecero due
grandi pale di legno col manico lungo. Né la nonna né io potevamo
uscire nella bufera, così Jake diede da mangiare ai polli e portò
dentro una raccolta di uova piuttosto misera.
Il giorno seguente gli uomini dovettero spalare sino a
mezzogiorno per raggiungere la stalla, e la neve continuava a
cadere. Non v’era mai stata una bufera simile negli ultimi dieci anni,
da quando il nonno viveva nel Nebraska. A pranzo, egli ci disse che
non era neppure il caso di provare ad arrivare fino alle bestie: erano
abbastanza grasse e potevano benissimo fare a meno dell’orzo per
un giorno o due; ma l’indomani bisognava dar loro da mangiare e far
sgelare l’acqua in modo che potessero bere. I recinti non si
vedevano neppure, ma sapevamo che i manzi erano là ammassati al
riparo sotto la scarpata verso nord: i nostri tori feroci, ormai
abbastanza ammansiti, probabilmente si stavano scaldando
reciprocamente la schiena. «Questo gli farà passare la rabbia» disse
Fuchs sogghignando.
Era mezzogiorno e non si erano ancora sentite le galline. Dopo
mangiato Jake e Otto, coi vestiti ormai asciutti, si stirarono le braccia
irrigidite e s’immersero nel passaggio; fecero un tunnel nella neve
sino al pollaio, con pareti così solide che la nonna e io vi potevamo
passare tranquillamente avanti e indietro. Trovammo le galline
ancora addormentate: forse avevano pensato che era ancora notte e
non si muovevano. Un vecchio gallo girellava becchettando i pezzi di
ghiaccio in cui si era trasformata la loro acqua. Quando le
illuminammo con la lanterna, le galline cominciarono a chiocciare e a
svolazzare qua e là starnazzando e spargendo piume dappertutto.
Le faraone screziate, sempre insofferenti della prigionia, corsero
fuori nel tunnel raspando e tentando d’infilare le loro brutte testine
variegate nella parete di neve. Alle cinque i lavori erano finiti, proprio
quando era l’ora di ricominciare! Che giornata strana e innaturale.
XIV

Il mattino del 22 mi svegliai di soprassalto. Prima ancora di aprire gli


occhi, ebbi la sensazione che fosse successo qualcosa. Udii delle
voci concitate in cucina, quella della nonna così acuta che capii che
doveva essere quasi fuori di sé. Mi sentivo sempre pieno di deliziosa
aspettativa per qualunque novità. Mentre mi vestivo alla svelta, mi
domandai cosa potesse essere successo. Forse era bruciata la
stalla, forse le bestie erano morte assiderate, o forse un vicino si era
smarrito nella bufera.
Giù in cucina il nonno era in piedi davanti alla stufa con le mani
dietro la schiena. Jake e Otto si erano tolti le scarpe e si fregavano i
piedi nei calzerotti di lana. I loro vestiti e stivali fumavano, e
parevano entrambi esausti. Sulla panca dietro la stufa giaceva un
uomo sotto una coperta. La nonna mi fece segno di andare in sala
da pranzo. Obbedii con riluttanza e stetti a guardare mentre andava
e veniva coi piatti, le labbra fortemente compresse bisbigliando tra
sé: «O Gesù salvatore, o Signore tu sai!».
Poi entrò il nonno e mi disse: «Jimmy, non diremo le preghiere
stamani, perché abbiamo una quantità di cose da fare. Il vecchio
Shimeda è morto, e la famiglia è nella disperazione. Ambrosh è
venuto qui durante la notte e Otto e Jake son tornati indietro con lui.
I ragazzi hanno avuto una notte piuttosto dura e non devi seccarli
con delle domande. Quello sdraiato sulla panca è Ambrosh. Venite a
far colazione, ragazzi».
Dopo aver ingollato la prima tazza di caffè, Jake e Otto
cominciarono a parlare eccitati, senza far caso alle occhiate
ammonitrici della nonna. Io me ne stavo muto ma tutto orecchi.
«Nossignore» disse Fuchs in risposta a una domanda del nonno.
«Nessuno ha sentito il colpo del fucile. Ambrosh era fuori coi buoi
che cercava di aprire una strada e le donne erano ben tappate in
casa. Quando Ambrosh rientrò, era buio e non vide nulla, ma i buoi
si comportavano in un modo strano. Uno riuscì a liberarsi e si lanciò
fuori dalla stalla; Ambrosh s’è scorticato tutte le mani cercando di
tenerlo per la corda. A quel punto prese una lanterna e trovò il
vecchio proprio come l’abbiamo visto noi».
«Pover’anima, pover’anima» gemette la nonna. «Non posso
pensare che abbia fatto una cosa simile! Era così pieno di
buonsenso e così desideroso di non dar fastidio. Come ha potuto
perdere la testa così e tirarci addosso una disgrazia simile!».
«Non credo affatto che abbia perso la testa, signora Burden»
dichiarò Fuchs. «Ha fatto tutto nel modo più naturale. Sapete che
era un po’ maniaco in certe cose, e lo è stato fino all’ultimo. Dopo
pranzo si è fatto la barba e si è lavato tutto, non appena le ragazze
hanno finito i piatti. Antonia gli ha scaldato l’acqua. Poi si è messo
camicia e calze pulite, e una volta vestito ha baciato lei e la piccola,
quindi ha preso il fucile dicendo che andava a caccia di conigli. Deve
essere andato direttamente nella stalla e deve essersi sparato allora.
Si è disteso nella cuccetta vicino alla mangiatoia dei buoi, dove
dormiva sempre. Quando l’abbiamo trovato era tutto a posto, se non
per il sangue». Fuchs corrugò la fronte ed esitò. «Eccetto quanto egli
non poteva assolutamente prevedere. La giacca era appesa a un
gancio e le scarpe sotto il letto. Si è tolto il fazzoletto di seta che
portava sempre al collo, l’ha piegato per bene e vi ha infilato la spilla
di corallo. Si è rovesciato il collo della camicia e ha tirato su le
maniche».
«Non so come abbia potuto fare una cosa simile» continuava a
dire la nonna.
Otto non capì quello che essa intendeva. «Ma signora, è
semplicissimo: ha tirato il grilletto con l’alluce; si è sdraiato su un
fianco, si è messo la canna in bocca, poi ha sollevato un piede e ha
cercato il grilletto. E l’ha trovato!».
«Può darsi che sia andata così» disse Jake arcigno. «C’è
qualcosa di molto strano in tutto questo».
«Cosa vuoi dire?» chiese la nonna piuttosto aspra.
«Ecco, signora, ho trovato l’accetta di Krajiek sotto la mangiatoia,
l’ho raccolta, l’ho portata vicino al cadavere e giurerei che
corrisponde esattamente alla ferita che il vecchio ha in faccia.
Krajiek era lì intorno, scivolava da una parte all’altra pallido e zitto, e
quando ha visto che esaminavo l’accetta, ha cominciato a
balbettare: “Mio Dio, ragazzo, non fare una cosa simile”. “Voglio
andare in fondo a questa cosa” ho detto io. Allora lui ha iniziato a
squittire come un topo e a correre attorno torcendosi le mani.
“M’impiccheranno!” diceva, “Dio mio, m’impiccheranno di certo!”».
Fuchs rispose con impazienza: «Krajiek è diventato scemo, Jake,
e tu anche. Il vecchio non avrebbe fatto tutti quei preparativi per farsi
ammazzare da Krajiek. La cosa non sta in piedi, e poi quando
Ambrosh l’ha trovato aveva il fucile vicino».
«E perché non avrebbe potuto mettercelo Krajiek?» chiese Jake.
La nonna lo interruppe, tutta eccitata: «Stammi a sentire bene,
Jake Marpole, non cercare adesso di aggiungere anche l’assassinio
al suicidio. Abbiamo già fastidi abbastanza. Otto ti dà troppi libri gialli
da leggere».
«Si farà presto a stabilire, Emmaline» disse il nonno. «Se si è
sparato, come noi pensiamo, lo squarcio sarà da dentro a fuori».
«Proprio così, signor Burden» rispose Otto. «Ho visto ciuffi di
capelli e cervello appiccicati alle travi e alla paglia sul soffitto. È un
colpo di fucile che li ha gettati lassù, non ci sono dubbi».
La nonna disse al nonno che aveva intenzione di andare dagli
Shimeda con lui.
«Non puoi far nulla» rispose incerto. «Il corpo non si può toccare
finché non viene il coroner da Black Hawk, e con questo tempo ci
vorranno parecchi giorni».
«Be’, a ogni modo posso portar loro qualche cosa da mangiare e
dire una parola di conforto a quelle povere bambine. La più alta era
la sua preferita ed era come la sua mano destra, quell’uomo avrebbe
dovuto pensare a lei… L’ha lasciata sola in un mondo ben duro».
Diede uno sguardo privo di fiducia ad Ambrosh che faceva colazione
in cucina.
Per quanto fosse stato alzato al freddo quasi tutta la notte, Fuchs
si preparava a fare la lunga trottata sino a Black Hawk per avvertire il
prete e il coroner. A cavallo del grigio, la nostra bestia migliore,
avrebbe cercato di farsi strada attraverso la campagna.
«Non vi preoccupate per me, signora Burden» disse mettendosi
un altro paio di calzerotti. «Ho un buon senso dell’orientamento e la
mancanza di sonno non mi ha mai dato molto fastidio. Penso al
cavallo, piuttosto: lo risparmierò per quanto è possibile, ma senza
dubbio sarà uno sforzo non comune per lui».
«Questo non è il momento di occuparsi troppo delle bestie, Otto.
Fai tutto quello che puoi per te; fermati a pranzo dalla vedova
Steavens. È una buona donna e ti aiuterà quanto potrà».
Dopo la partenza di Fuchs, rimasi solo con Ambrosh e mi colpì un
suo lato che non avevo mai avuto occasione di vedere: era
profondamente, persino esageratamente, devoto. In tutto il mattino
non disse una sola parola ma sedette col rosario in mano pregando
ora piano ora forte, senza mai distogliere gli occhi, né muovere le
mani se non per segnarsi. A più riprese s’addormentava seduto, si
risvegliava di colpo e riprendeva a pregare.
Finché non si apriva la strada – e ci voleva almeno una giornata
di lavoro – nessun carro avrebbe potuto arrivare dagli Shimeda.
Perciò il nonno andò a prendere nella stalla uno dei nostri cavalloni
neri e Jake sollevò la nonna in sella dietro a lui. S’era messa un
cappuccio nero e infagottata di molteplici scialli. Il nonno s’infilò la
barba bianca dentro il cappotto. Formavano un quadro biblico, alla
partenza. Jake e Ambrosh li seguivano a cavallo dell’altro morello e
del mio pony, portando fagotti di vestiti che avevamo racimolato per
la signora Shimeda. Li vidi oltrepassare il laghetto e risalire la collina
lungo il campo e soltanto allora mi resi conto di essere solo in casa.
Mi sentii crescere d’importanza e decisi di farmi onore; cominciai
a portar dentro legna e fascine dalla cantina e riempii le stufe; poi mi
ricordai che nell’agitazione e nella furia del mattino nessuno aveva
pensato alle galline, né raccolto le uova. Passando per il tunnel
portai loro il granturco, tolsi il ghiaccio dalla scodella e vi rimisi
l’acqua. Dopo aver dato anche il latte al gatto, non avevo più nulla
da fare e mi sedetti a scaldarmi un po’. C’era una quiete deliziosa e il
tic tac dell’orologio era una compagnia piacevolissima. Presi il
Robinson Crusoe e cercai di leggere, ma la sua vita nelle isole mi
pareva scialba in confronto alla nostra e a un tratto, mentre mi
guardavo attorno soddisfatto, compiaciuto del nostro comodo tinello,
mi venne l’idea che, se l’anima del signor Shimeda avesse indugiato
ancora in questo mondo, sarebbe stata certo in casa nostra: era
quella che gli era piaciuta di più. Ricordavo il suo viso contento
quand’era rimasto con noi a Natale. Se avesse potuto vivere sempre
con noi, quella cosa tremenda non sarebbe mai successa.
Sapevo che era stata la nostalgia a ucciderlo e mi domandavo se
non era possibile che il suo spirito ormai libero potesse ritrovare la
strada verso la patria. Pensavo quanto fosse lontana da Chicago e
poi dalla Virginia e poi da Baltimora e poi dal grande oceano
tempestoso. No, non sarebbe partito subito per un viaggio così
lungo. Il suo spirito esausto, così stanco del freddo, del caos e della
lotta contro la neve incessante, ora riposava in questa casa
tranquilla.
Non avevo paura, ma non facevo rumore. Non volevo disturbarlo.
Scesi pian piano nella cucina che, così nascosta com’era, quasi
sottoterra, era per me il cuore, il centro della casa. Lì su quella
panca vicino alla stufa continuai a pensare al signor Shimeda. Fuori
si sentiva il vento cantare attraverso chilometri di neve. Mi pareva di
avergli offerto un rifugio dall’inverno tormentoso e di sedere ora con
lui. Ripensavo a tutto quanto Antonia mi aveva detto della sua vita
prima di giungere qui: a quando suonava il violino alle nozze e ai
balli, agli amici che aveva lasciato con dolore, al suonatore di
trombone e alla grande foresta piena di vita che apparteneva (come
diceva Antonia) ai “nobili” e dove lei e sua madre andavano a rubare
la legna nelle notti di luna. In quella foresta viveva un cervo bianco:
chi l’avesse ucciso sarebbe stato impiccato. Era come se le memorie
stesse del vecchio Shimeda, ancora vive nell’aria dove così a lungo
l’avevano ossessionato, mi si affollassero alla mente, tanto erano
vivi i quadri che mi si presentavano.
Cominciava a imbrunire quando i miei ritornarono, e la nonna era
così stanca che andò subito a letto. Jake e io preparammo la cena e,
mentre lavavamo i piatti, mi raccontò, cercando inutilmente di
abbassare la voce in un sussurro, come stavano le cose dagli
Shimeda. Nessuno poteva toccare il corpo sino alla venuta del
coroner e pareva che se qualcuno l’avesse fatto sarebbe successo
qualcosa di tremendo. Il morto era completamente gelato, “rigido
come un tacchino ripieno appeso fuori a gelare”. I cavalli e i buoi non
erano voluti entrare nella stalla finché, essendosi tutto gelato, non
era sparito l’odore del sangue, e adesso erano là col morto perché
non c’era altro posto dove metterli. Sulla testa del morto pendeva
una lanterna sempre accesa, e Antonia, Ambrosh e la madre
andavano a turno a pregare accanto a lui. Lo scemo li seguiva
perché non sentiva il freddo. Io credo che lo sentisse come chiunque
altro, ma gli piaceva essere ritenuto insensibile. Cercava
continuamente di distinguersi in qualcosa, povero Marek!
Ambrosh dimostrava un sentimento maggiore di quello di cui lo si
sarebbe ritenuto capace, ma si preoccupava soprattutto di far venire
un prete, e dell’anima di suo padre che egli credeva fosse in un
luogo di tormento e lì sarebbe rimasta finché la famiglia e il prete
non avessero pregato molto per lui. «A quanto ho potuto capire»
concluse Jake «ci vorranno alcuni anni per far uscire la sua anima
dal purgatorio, e in questo momento è fra i tormenti».
«Non ci credo» dissi deciso. «Anzi, so di sicuro che non è così».
Non dissi, va da sé, che ero convinto che il signor Shimeda fosse
stato tutto il pomeriggio proprio lì in quella cucina, prima d’iniziare il
viaggio verso la sua patria. Tuttavia, quando fui a letto, l’idea della
punizione del purgatorio mi sorprese, atterrendomi. Ripensai al
racconto delle sofferenze del ricco Epulone e rabbrividii. Ma
Shimeda non era stato né ricco né egoista. Solo era stato così
infelice che non aveva più potuto continuare a vivere.
XV

Otto Fuchs ritornò da Black Hawk l’indomani a mezzogiorno. Riferì


che il coroner sarebbe andato dagli Shimeda nel pomeriggio, ma il
missionario era dalla parte opposta della parrocchia, a una distanza
di un centinaio di chilometri, e i treni non andavano. Fuchs aveva
fatto qualche ora di sonno alla locanda in città, ma aveva paura che
il cavallo si fosse sforzato troppo; e in effetti in seguito non fu più lo
stesso. Il lungo viaggio nella neve alta aveva fiaccato la sua
resistenza.
Fuchs aveva portato con sé un forestiero, un giovane boemo che
aveva la fattoria vicino a Black Hawk ed era venuto sul suo unico
cavallo per aiutare i compatrioti nella disgrazia. Vedevo Anton
Jelinek per la prima volta. Era allora un giovanotto sulla ventina, un
bel ragazzo di buon cuore e pieno di vita, e la sua venuta in mezzo
al tormento di tutto quello spaventoso affare ci sembrò miracolosa.
Ricordo il suo ingresso nella nostra cucina, coi suoi stivali di feltro, la
lunga giacca di lupo, gli occhi e le guance brillanti per il freddo.
Vedendo la nonna si tolse vivacemente il berretto e la salutò con una
voce profonda, risonante, che pareva più vecchia di lui.
«Desidero ringraziarvi molto, signora Burden, per essere stata
così gentile verso i miei disgraziati compatrioti».
Non aveva la timidezza di un contadino, ma parlando guardava
dritto negli occhi. In lui tutto era caldo e spontaneo. Disse che da
tempo avrebbe voluto andare a trovare gli Shimeda, ma per tutto
l’autunno era stato a mondare l’orzo nelle altre fattorie e dal principio
dell’inverno andava alla scuola vicino al mulino, coi bambini, per
imparare l’inglese. Mi disse che aveva una maestra graziosa e che
gli piaceva andare a scuola.
A pranzo il nonno parlò con Jelinek molto più di quanto non
facesse di solito coi forestieri.
«Saranno molto dispiaciuti se non si potrà avere il prete?».
Jelinek si fece grave.
«Sì, signori, è molto male per loro. Quell’uomo ha commesso un
grave peccato», e guardò dritto il nonno. «L’ha detto nostro
Signore».
Al nonno parve piacere la sua franchezza.
«Anche noi crediamo questo, Jelinek, ma crediamo anche che
l’anima di Shimeda potrà andare a Dio tanto col prete quanto senza.
Per noi Cristo è l’unico intermediario».
Il giovane scosse il capo. «So come la pensate: l’ha spiegato la
maestra a scuola, ma io ho visto troppe cose e credo nelle preghiere
per i morti… ho visto troppe cose».
Gli domandammo cosa intendesse dire.
Egli gettò uno sguardo intorno alla tavola. «Volete che ve lo dica?
Quand’ero come questo ragazzino, cominciai a servire messa, feci la
prima comunione molto giovane e quello che la Chiesa insegnava mi
pareva chiaro. Venne il tempo della guerra in cui i prussiani si
mossero contro di noi. C’erano molti soldati in un campo vicino al
villaggio, scoppiò il colera e gli uomini morivano come le mosche. Il
nostro prete girava tutto il giorno amministrando i sacramenti ai
moribondi e io lo seguivo portando il calice col Santissimo
Sacramento. Tutti quelli che si avvicinavano al campo si
ammalavano, eccetto il prete e io. Non ci ammalammo né avevamo
paura, perché avevamo con noi il Corpo e il Sangue di Cristo, e
quello ci salvò». S’interruppe e guardò il nonno. «Io so questo,
signor Burden, perché è accaduto a me. E anche tutti i soldati lo
sapevano. Quando passavamo per la strada io e il vecchio prete, ne
incontravamo sempre in marcia con gli ufficiali a cavallo, e quando
questi vedevano ciò che io portavo, fermavano i cavalli e
s’inginocchiavano a terra in mezzo alla strada finché non eravamo
passati. Così io soffro perché il mio compatriota è morto senza
sacramenti e in un modo terribile per la sua anima, e soffro per la
sua famiglia».
Avevamo ascoltato attentamente: era impossibile non ammirare la
sua fede franca e virile.
«Mi fa sempre piacere incontrare un giovane che pensa
seriamente a queste cose» disse il nonno «e non sarò certo io a dire
che quando eravate tra i soldati non eravate sotto la protezione di
Dio».
Dopo pranzo si decise che il giovane Jelinek avrebbe attaccato
allo spazzaneve i nostri due cavalli più forti e avrebbe aperto una
strada verso gli Shimeda, in modo che potesse passare un carro se
necessario. Fuchs, che era l’unico falegname nelle vicinanze, si
mise al lavoro per la bara.
Jelinek indossò la lunga giacca di lupo, e siccome l’ammiravamo
ci disse che aveva ucciso e spellato lui stesso i coioti e che il
giovanotto che stava con lui, Jan Bouska, una volta pellicciaio a
Vienna, gli aveva fatto la giacca. Dal mulino osservai Jelinek che
usciva dalla stalla con i due morelli e si faceva strada su per la
collina verso i campi. Talvolta era completamente nascosto dalle
nubi di neve che sollevava intorno a sé, poi lui e i cavalli
emergevano di nuovo neri e scintillanti.
Fu necessario trasportare il pesante banco da falegname dalla
stalla in cucina. Fuchs scelse delle tavole da una catasta che il
nonno aveva trasportato dalla città in autunno per fare un pavimento
nuovo nel granaio. Quando finalmente legname e arnesi furono
preparati e le porte richiuse lasciando fuori l’aria fredda, il nonno uscì
per trovarsi col coroner dagli Shimeda, e Fuchs si accinse al lavoro.
Io gli sedetti accanto e lo osservai. Non prese subito gli arnesi, ma
per un bel po’ fece dei calcoli su un pezzo di carta, misurò le assi e
vi fece sopra dei segni continuando a zufolare ad alta voce e a tirarsi
il mezzo orecchio. La nonna girava silenziosa in modo da non
disturbarlo e alla fine egli piegò il metro e rivolse verso di noi un viso
soddisfatto.
«La parte più difficile del lavoro è finita: è la questione delle
misurazioni che mi riesce più dura, specialmente quando sono fuori
esercizio. L’ultima volta che ho fatto una di queste, signora Burden»
continuò mentre sceglieva e provava i trapani «fu per un individuo
alla miniera Black Tiger, sopra Silverton, nel Colorado. L’ingresso
della miniera era esattamente nella parete della montagna, ci
caricavano su una teleferica e ci scendevano davanti all’apertura; la
teleferica viaggiava attraverso un canyon profondo un centinaio di
metri e pieno d’acqua per circa un terzo; due svedesi una volta
erano caduti dalla teleferica ed erano precipitati in acqua. Non ci
crederete, ma vennero a lavorare il giorno dopo. Non si riesce ad
ammazzare uno svedese. Ma quando c’ero io, un piccolo italiano
tentò il tuffo e le cose andarono diversamente per lui. Eravamo in
mezzo alla neve allora, proprio come adesso, e per combinazione io
ero l’unico individuo nel campo che sapesse fare una bara. È utile
saper fare una cosa simile quando si è girato tanto come ho fatto
io».
«Saremmo stati in un bel pasticcio adesso, se tu non sapessi
farla, Otto» disse la nonna.
«Sì, signora» ammise Fuchs con leggero orgoglio. «Ce n’è poca
di gente che sappia fare una bella bara solida che non lasci passar
l’acqua. Tante volte mi domando se ci sarà qualcuno che saprà farla
per me: a ogni modo non ho molte pretese al riguardo».
E quel pomeriggio, per tutta la casa si sentì l’ansito sibilante della
sega e il piacevole ron ron della pialla; erano suoni allegri che
sembravano promettere cose nuove per i vivi, ed era un peccato che
quelle belle assi di pino appena piallate dovessero andare sottoterra
così presto. Il legno era duro da lavorare perché era ghiacciato e,
man mano che il mucchietto di trucioli gialli aumentava, emanava un
delizioso profumo di pino. Mi domandavo perché mai Fuchs non
avesse continuato a fare il falegname. Sembrava lo facesse con
tanta facilità e piacere; maneggiava gli arnesi come se ne amasse il
contatto e, piallando, le mani si muovevano su e giù sulla tavola con
vivacità e benevolenza come se la stesse benedicendo. Ogni tanto
usciva fuori con qualche inno tedesco come se quell’occupazione gli
riportasse alla mente i vecchi tempi.
Alle quattro il signor Bushy, l’ufficiale postale, insieme a un altro
vicino che abitava a destra della nostra fattoria, entrarono un
momento a scaldarsi; andavano dagli Shimeda. La notizia di quanto
era successo si era diffusa sebbene la regione fosse bloccata dalla
neve. La nonna offrì dei dolci e il caffè. Prima che se ne andassero,
comparve anche il fratello della vedova Steavens, che abitava sulla
strada di Black Hawk, e dopo di lui il padre di una famiglia tedesca, il
nostro vicino più prossimo dalla parte sud. Scesero da cavallo e si
unirono a noi in sala da pranzo; erano avidi di particolari sul suicidio
e preoccupati del come Shimeda sarebbe stato sepolto. Il cimitero
cattolico più vicino era a Black Hawk e potevano passare settimane
prima che un carro potesse arrivare. D’altronde il signor Bushy e la
nonna erano sicuri che un suicida non poteva essere sepolto in un
cimitero cattolico. C’era una specie di cimitero vicino alla chiesa
norvegese a ovest del torrente Squaw, e forse i norvegesi vi
avrebbero accolto Shimeda.
Quando i nostri visitatori se ne furono andati in fila indiana su per
la collina, ritornammo in cucina. La nonna cominciò a preparare il
glacé per il dolce di cioccolato, e di nuovo Otto riempì la casa col
canto allegro della pialla. In quel triste frangente vi era una cosa
piacevole: che tutti parlavano più del solito. Non avevo mai sentito il
postino dire niente più che “solo giornali oggi” oppure “ho un sacco
di posta per voi” fino a quel pomeriggio. La nonna parlava sempre,
cara donnetta, o a se stessa o al Signore se non c’era nessun altro
ad ascoltarla, ma il nonno era per natura taciturno e Otto e Jake
erano di solito così stanchi dopo cena che avevo la sensazione di
essere circondato da un muro di silenzio. Ora invece tutti
sembravano desiderosi di parlare. Quel pomeriggio Fuchs mi
raccontò una storia dopo l’altra: della miniera Black Tiger e delle
morti violente, e dei funerali occasionali, e delle strane fantasie dei
moribondi. Non si può dire veramente di conoscere un uomo finché
non lo si vede morire, diceva. Perlopiù gli uomini erano bravi e se ne
andavano senza storie.
L’ufficiale postale nel tornare a casa si fermò per dire che il nonno
avrebbe condotto con sé il coroner per la notte. I membri della
chiesa norvegese, ci disse, avevano tenuto una riunione e deciso
che il loro cimitero non poteva offrire ospitalità a Shimeda.
La nonna era indignata. «Se questi stranieri sono così
campanilisti, signor Bushy, dovremmo fare un cimitero americano
con delle idee un po’ più aperte; dirò a Josiah di cominciarne uno in
primavera. Se mi succedesse qualcosa, non vorrei assolutamente
che i norvegesi cominciassero a discutere se sono o meno degna di
venir sepolta in mezzo a loro».
Poco dopo ritornò il nonno con Anton Jelinek e l’altro personaggio
importante, il coroner. Questi era un vecchietto mite, agitato, un
veterano della Guerra Civile con una manica vuota penzolante. Il
caso gli pareva piuttosto complicato e diceva che, se non fosse stato
per il nonno, avrebbe emesso un mandato di cattura contro Krajiek.
«Il suo comportamento e il modo in cui l’ascia corrispondeva alla
ferita erano sufficienti per mettere in prigione chiunque».
Per quanto fosse più che chiaro che Shimeda si era ucciso, tanto
Jake quanto il coroner pensavano che bisognasse far qualcosa
riguardo a Krajiek, perché si comportava come un colpevole. Certo
aveva un terrore folle e forse sentiva qualche rimorso per la sua
indifferenza verso l’infelicità del povero vecchio e l’abbandono in cui
l’aveva lasciato.
A cena gli uomini mangiarono come vichinghi, e il dolce di
cioccolato che io avevo sperato durasse, anche se mutilato, fino
all’indomani, sparì al secondo giro. Parlavano concitatamente del
luogo dove Shimeda sarebbe stato sepolto. Riuscii a comprendere
che erano tutti colpiti e turbati da qualcosa. Venne fuori che la
signora Shimeda e Ambrosh volevano che il vecchio fosse sepolto in
un angolo della loro terra verso sudovest: anzi, proprio sotto il palo
che stava all’angolo. Il nonno aveva spiegato ad Ambrosh che un
giorno o l’altro, quando la terra fosse stata divisa da steccati e le
strade si fossero intersecate, due di esse si sarebbero incrociate
esattamente in quell’angolo. Ma Ambrosh continuava a dire: «Non
importa». Il nonno domandò a Jelinek se per caso nella loro patria vi
fosse qualche superstizione per cui un suicida dovesse venir
sotterrato a un incrocio di strada.
Jelinek disse che non sapeva ma gli pareva d’aver sentito dire
che una volta in Boemia c’era un’usanza simile. «La Shimeda è
decisa su questo» soggiunse. «Ho tentato di persuaderla e le ho
detto che crea una cattiva impressione presso tutti i vicini, ma lei
dice che dev’essere così. “Lo seppellirò lì, anche se dovessi scavare
io stessa la fossa”. Ho dovuto prometterle che avrei aiutato Ambrosh
a scavarla domani».
Il nonno si lisciò la barba e rimase pensieroso. «È certo che se la
questione dev’essere decisa secondo il desiderio di qualcuno è
proprio secondo il suo, ma se immagina che vivrà tanto da vedere la
gente passare sulla sua tomba si sbaglia».
XVI

Il vecchio Shimeda giacque nella stalla quattro giorni, e al quinto lo


seppellirono. Jelinek e Ambrosh impiegarono tutta la giornata a
scavare la fossa, rompendo la terra gelata con delle vecchie scuri.
Quel sabato facemmo colazione prima dell’alba e poi montammo sul
carro con la bara. Jake e Jelinek andarono avanti a cavallo, per
sciogliere il corpo dalla pozza di sangue ghiacciato che lo teneva
attaccato al suolo.
Quando la nonna e io entrammo dagli Shimeda, trovammo le
donne sole. Ambrosh e Marek erano nella stalla. La signora
Shimeda sedeva rannicchiata vicino alla stufa e Antonia lavava i
piatti; appena mi vide corse fuori dal suo cantuccio buio e mi gettò le
braccia al collo. «Oh Jimmy, cosa pensi per il mio papà caro?», e
mentre m’abbracciava mi pareva di sentire il suo cuore schiantarsi.
La Shimeda, seduta sul ceppo vicino alla stufa, continuava a
volgersi verso la porta osservando i vicini che arrivavano. Vennero
tutti a cavallo, eccetto l’ufficiale postale che portò la famiglia sul
carro passando per l’unica strada aperta. La vedova Steavens venne
anch’essa a cavallo dalla sua fattoria distante una decina di
chilometri sulla strada di Black Hawk. Il freddo spingeva le donne a
entrare nella spelonca, che fu ben presto affollata. Cominciava a
cadere un nevischio fine e tutti avevano paura di un’altra bufera e
non vedevano l’ora che il funerale fosse finito.
Il nonno e Jelinek vennero a dire alla Shimeda che era ora di
andare. Dopo aver avvolto la mamma negli abiti che i vicini avevano
portato, Antonia si mise un vecchio mantello che veniva da casa
nostra e il berrettino di coniglio che le aveva fatto il padre. Quattro
uomini portarono la bara di Shimeda su per la collina e Krajiek li
seguiva trascinandosi; ma la bara era troppo larga per la porta, così
la posarono fuori sulla discesa. Io uscii dalla spelonca per andare a
vedere il morto. Giaceva su un fianco con le ginocchia raccolte; il
corpo era avvolto in uno scialle nero, e la testa bendata con garza
bianca come quella di una mummia e una mano lunga e sottile che
giaceva sul panno scuro erano tutto quanto si poteva vedere di lui.
La Shimeda venne fuori e mise un libro di preghiere aperto sul
corpo del cadavere, facendo il segno della croce sulla testa bendata.
Ambrosh s’inginocchiò e fece lo stesso, e dopo di lui Antonia e
Marek. Poiché Julka si tirava indietro, la madre la spinse avanti
continuando a ripeterle qualcosa; Julka allora s’inginocchiò, chiuse
gli occhi e allungò un po’ la mano, ma la ritirò indietro e cominciò a
piangere disperatamente. Aveva paura di toccare la benda. La
Shimeda l’afferrò per le spalle e la spinse verso la bara, ma la nonna
s’intromise.
«No, signora Shimeda» disse con fermezza «non posso tollerare
di veder la bambina terrorizzata al punto da avere le convulsioni. È
troppo piccola per capire che cosa volete da lei, lasciatela stare».
A uno sguardo del nonno, Fuchs e Jelinek misero il coperchio
sulla bara e cominciarono a inchiodarla. Avevo paura di guardare
Antonia. Aveva messo le braccia intorno a Julka e se la teneva
stretta.
La bara fu posata sul carro e ci muovemmo lentamente, mentre la
neve ghiacciata e fine ci batteva sul volto, tagliente, come si
trattasse di folate di sabbia. Arrivammo alla fossa, che in
quell’immensità coperta di neve sembrava piccolissima; gli uomini
deposero la bara sull’orlo della buca e l’abbassarono con delle
corde. Stavamo attorno guardando, e la neve farinosa si posava
senza sciogliersi sui berretti e sulle spalle degli uomini e sugli scialli
delle donne. Jelinek parlò in tono persuasivo alla Shimeda, poi si
rivolse al nonno.
«Dice, signor Burden, che sarebbe molto grata se poteste dire per
lui delle preghiere in inglese in modo che i vicini possano capire».
La nonna lo guardò con una certa ansia. Il nonno si tolse il
berretto e gli altri uomini fecero lo stesso. La sua non fu una
preghiera comune. La ricordo ancora. Cominciò: «Grande e giusto
Iddio, nessuno di noi sa ciò che c’è fra lui e Te». Pregò affinché Dio
perdonasse e addolcisse il cuore di chiunque fosse stato poco
caritatevole verso lo straniero venuto da una terra lontana; ricordò le
promesse alla vedova e all’orfano, pregò Iddio di appianare la strada
di fronte a lei e ai suoi figli e di piegare il cuore degli uomini a trattare
quella donna in modo onesto. E chiuse dicendo che lasciavano
Shimeda “al Tuo seggio di giustizia, che è anche il Tuo seggio di
pietà”.
Per tutto il tempo della preghiera la nonna lo guardò attraverso le
dita guantate di nero, e quando disse “Amen” mi parve che fosse
contenta di lui, poi si rivolse a Otto e gli bisbigliò: «Sai intonare un
inno? Così sembrerà una cosa meno pagana».
Fuchs si guardò attorno per vedere se tutti approvavano il
suggerimento della nonna e poi cominciò a recitare Gesù, amore
dell’anima mia, e tutti, uomini e donne, lo seguirono. Da allora, ogni
volta che sento quell’inno, mi ritornano alla mente quella bianca
distesa, quel gruppetto di gente e l’aria azzurrina in cui turbinavano
fiocchi di neve leggera come lunghi veli svolazzanti.

Mentre le acque vicine scorrono


mentre ancora urla la tempesta…

Anni dopo, quando erano ormai finiti i tempi del libero pascolo,
quando l’erba rossa zappata e rizappata era ormai scomparsa dalla
prateria, quando tutti i campi erano ormai circondati da steccati e le
strade non si snodavano più selvagge in tutte le direzioni ma
seguivano un piano regolatore, la tomba del signor Shimeda era
ancora là, circondata da un filo di ferro penzolante, con la sua croce
di legno grezzo. Come il nonno aveva predetto, la Shimeda non vide
mai le strade passargli sopra. La strada che veniva dal nord
s’incurvava lì un po’ verso est e la strada da occidente poggiava un
po’ verso sud, e la piccola fossa coperta dall’alta erba rossa che non
veniva mai falciata rimase come un’isoletta: al crepuscolo sotto la
luna nuova e le stelle chiare della sera le strade polverose parevano
fluirle attorno come fiumi dolci e grigi. Non potevo mai avvicinarmi
senza emozione a quello che era per me il sito più caro di tutto il
paese. Amavo l’oscura superstizione, l’intento propiziatorio che
aveva voluto la tomba lì, e più ancora amavo lo spirito che aveva
impedito alla condanna di realizzarsi, il voluto errore di quelle curve,
la clemenza delle dolci strade su cui rotolavano dopo il tramonto i
carri diretti a casa. E sono sicuro che mai un carrettiere è passato
dinanzi a quella croce di legno senza un pensiero d’augurio per il
dormiente.
XVII

Quando finalmente venne la primavera, dopo quell’inverno così


duro, pareva non ci si saziasse più di respirare l’aria leggera. Ogni
mattina mi svegliavo con la sensazione che l’inverno fosse passato.
Non c’era nessuno dei segni della primavera che io attendevo e
cercavo nella Virginia, né boschi gemmati, né giardini in fiore. C’era
solo la primavera stessa con il suo palpito, un’inquietudine leggera e
la sua vitalità dappertutto: nel cielo, nelle nuvole veloci, nel sole
pallido, nel forte vento tiepido che s’alzava e s’abbassava
all’improvviso con lo slancio giocoso di un grosso cucciolo che ti
salta addosso con le zampe per accarezzarti e poi si butta a terra
per farsi coccolare. Se mi avessero gettato in mezzo ai prati con gli
occhi bendati, mi sarei accorto ch’era primavera.
Ovunque l’odore dell’erba bruciata. I contadini bruciavano i
pascoli prima che spuntasse l’erba novella affinché non si
mescolasse con quella rimasta dall’anno prima. Quei fuochi leggeri,
agili, che correvano per la campagna sembravano parte stessa
dell’eccitamento che era nell’aria.
Gli Shimeda erano già nella nuova casa di tronchi. I vicini li
avevano aiutati a costruirla a marzo. Stava proprio di fronte alla loro
vecchia spelonca, che ora serviva da cantina. Erano ormai attrezzati
in modo da poter cominciare la lotta con la terra; quattro comode
stanze, un nuovo mulino comprato a credito, un pollaio e del
pollame. La signora Shimeda aveva dato dieci dollari al nonno per
una mucca da latte e gliene avrebbe dovuti dare altri quindici dopo il
primo raccolto.
Mi recai da loro in un chiaro pomeriggio d’aprile, e Julka mi corse
incontro. Era a lei che adesso insegnavo a leggere. Antonia si
occupava d’altro. Legai il pony ed entrai in cucina, dove la Shimeda
infornava il pane masticando semi di zucca. Ormai conosceva
l’inglese abbastanza da potermi rivolgere una quantità di domande
su quello che i nostri uomini facevano nei campi. Sembrava credere
che i miei le nascondessero delle informazioni utili e che essa
potesse scoprire grazie a me dei segreti importanti. Quella volta mi
domandò con molta abilità quando il nonno avesse intenzione di
piantare la meliga. Glielo dissi e aggiunsi che egli pensava che
avremmo avuto una primavera asciutta e che il seminato non
sarebbe rimasto indietro per via della troppa pioggia, come l’anno
precedente.
Mi diede uno sguardo acuto. «Egli non è Gesù» rispose violenta.
«Non ne sa nulla del secco e del bagnato».
Non le risposi: a che serviva? Mentre sedevo aspettando il ritorno
di Ambrosh e Antonia dai campi, l’osservavo al lavoro. Tolse dal
forno una torta da caffè che voleva tener calda per la cena e
l’avvolse in una trapunta di piuma. Glielo avevo visto fare persino
con un’oca arrosto! Anche i vicini l’avevano notato mentre
costruivano per lei la casa nuova, e s’era sparsa la voce che gli
Shimeda tenessero il cibo in caldo nelle coperte del letto.
Al tramonto arrivò Antonia spingendo i cavalli su per la salita;
com’era cresciuta in quegli otto mesi! Quand’era venuta da noi era
una bimba, adesso era una ragazza alta e forte, sebbene avesse
appena compiuto i quindici anni. Le corsi incontro mentre portava i
cavalli all’abbeveratoio vicino al mulino. Aveva gli stivali che il padre
si era tolto così saggiamente prima di uccidersi e il suo vecchio
berretto di pelliccia; il vestitino di cotone striminzito le s’attorcigliava
ai polpacci sopra gli stivali. Portava sempre le maniche rimboccate,
e braccia e gola erano arse dal sole come quelle di un marinaio. Il
collo sorgeva forte dalle spalle come un tronco d’albero dal terreno,
ed era il collo robusto che si vede spesso nelle contadine europee.
Mi salutò gaiamente, e per prima cosa mi disse quanto aveva
arato in quel giorno, poi aggiunse che Ambrosh era nei territori più a
nord, a dissodare il terreno con i buoi.
«Jim, domanda a Jake quanto ha arato quest’oggi, non voglio che
ne faccia più di me al giorno! Voglio che venga su molto granturco
quest’anno».
Rimase seduta sul gradino del mulino con la testa appoggiata alla
mano mentre i cavalli tiravano su l’acqua, si annusavano e
tornavano a bere.
«Ieri notte hai visto l’incendio dei prati, da casa tua? Spero che
tuo nonno non abbia perso niente del raccolto».
«No, no. Ma sono venuto a dirti qualcosa, Tonia. La nonna vuole
sapere se ti piacerebbe andare al corso che comincia la settimana
prossima giù alla scuola. Dice che c’è una brava insegnante;
impareresti moltissimo».
Antonia si alzò muovendo su e giù le spalle come se fossero tutte
d’un pezzo. «Non ho tempo d’andare a scuola. Posso lavorare come
un uomo ora, e la mamma non può più dire che Ambrosh fa tutto e
che nessuno l’aiuta. Posso lavorare quanto lui. La scuola va bene
per i ragazzini. Io aiuto a fare di questa terra una buona fattoria».
Afferrò le bestie e s’avviò verso la stalla. Camminandole accanto
mi sentivo urtato. Sarebbe diventata una millantatrice come sua
madre, crescendo? Prima d’arrivare alla stalla sentii come una
tensione nel suo silenzio, la guardai e vidi che piangeva. Voltò il viso
dall’altra parte e guardò lontano la rossa striscia di luce morente
sopra la prateria scura.
M’arrampicai sul fienile e le gettai giù il fieno mentre toglieva la
bardatura ai cavalli, poi tornammo verso casa. Ambrosh era rientrato
dal suo campo e stava abbeverando i buoi.
Antonia mi prese la mano. «Qualche volta mi dirai tutte le belle
cose che impari a scuola, non è vero, Jimmy?» domandò con
un’improvvisa commozione nella voce. «Mio padre sì, è andato
molto a scuola. Sapeva tante cose. Sapeva fare della stoffa così fine
che qui non la conoscete neppure; suonava il corno e il violino e
leggeva così tanti libri che in Boemia i preti venivano a discorrere
con lui. Non dimenticherai mio padre, Jim?».
«No» risposi. «Non lo dimenticherò mai».
La signora Shimeda m’invitò a cena. Quando Ambrosh e Antonia
si furono tolti la polvere del campo dalle mani e dalla faccia nella
catinella vicino alla porta in cucina, ci sedemmo al tavolo coperto
d’incerata. La Shimeda scodellò della polenta da una pentola di ferro
e ci versò su del latte. Dopo, ci servì del pane fresco con la melassa
di saggina e il caffè con la focaccia che era stata tenuta al caldo
nelle piume. Antonia e Ambrosh parlavano in boemo, litigando per
decidere chi avesse arato di più in quel giorno. La Shimeda li
guardava attentamente, ridacchiando mentre ingollava il cibo.
A un tratto Ambrosh disse imbronciato, in inglese: «Domani
prenditi i buoi e prova ad arare il terreno erboso, e poi vedrai se sei
tanto brava!».
La sorella rise. «Non t’inquietare, lo so che è tremendo dissodare
quel terreno lì. Domani mungerò la vacca al tuo posto».
La Shimeda si rivolse a me decisa. «Quella mucca non dà la
quantità di latte che diceva tuo nonno. Se prova a tirare fuori la storia
dei quindici dollari, gliela rimando indietro».
«Non parla dei quindici dollari» esclamai indignato «e neppure
cerca sempre i difetti degli altri».
«Ha detto che gli ho rotto la sega quando costruivamo la casa, e
non è vero» borbottò Ambrosh.
Sapevo che l’aveva rotta e nascosta e che aveva mentito.
Cominciai a pentirmi d’esser rimasto a cena; tutto mi riusciva
sgradevole. Antonia adesso mangiava rumorosamente come un
uomo, sbadigliava e continuava a stirarsi le braccia sopra la testa
come se le facessero male. La nonna diceva: «Il lavoro pesante dei
campi rovinerà quella ragazza, perderà i suoi modi garbati e ne
acquisterà dei rozzi». Li aveva già perduti.
Dopo cena cavalcai verso casa nel triste e silenzioso crepuscolo
primaverile. Già dall’inverno vedevo pochissimo Antonia. Era fuori
nei campi dall’alba al tramonto; se andavo a trovarla dove arava, si
fermava a chiacchierare per un attimo in fondo al solco, poi
riafferrava l’aratro, spingeva i cavalli e proseguiva dandomi la
sensazione che oramai fosse adulta e non avesse più tempo per me.
La domenica aiutava la madre nell’orto o cuciva tutto il giorno. Il
nonno era contento di Antonia, e quando ci lamentavamo di lei
sorrideva dicendo: «È una donna che saprà aiutare qualcuno a farsi
strada nel mondo».
Tonia non parlava più d’altro che dei prezzi delle cose o di quello
che poteva sollevare o delle fatiche che sapeva sopportare. Era
troppo orgogliosa della sua forza. Sapevo anche che Ambrosh le
faceva svolgere dei lavori non adatti a una ragazza e che i contadini
delle fattorie vicine facevano battute di dubbio gusto, al riguardo.
Ogni volta che la vedevo sbucare dal solco dando la voce alle
bestie, bruciata dal sole, sudata, col vestito aperto sul collo, la gola e
il petto appiccicosi di polvere, non potevo non pensare a ciò che il
povero Shimeda, che tanto poco sapeva dire, riusciva a esprimere
quando diceva “la mia Antonia”.
XVIII

Quando cominciai ad andare a lezione diminuirono ancora le


occasioni di vedere i boemi. Eravamo in sedici a scuola e tutti quanti
ci andavamo a cavallo portandoci la colazione. Nessuno dei miei
compagni s’interessava a me, ma avevo l’impressione che facendo
amicizia con loro mi ripagavo in certo qual modo dell’indifferenza di
Antonia nei miei confronti. Dalla morte di suo padre in poi Ambrosh
era diventato più che mai il vero capo di casa e sembrava quasi che
dirigesse i sentimenti delle due donne, oltre a occuparsi dei loro
beni. Antonia mi riferiva spesso i suoi giudizi e le sue opinioni e mi
faceva intendere che lo ammirava mentre considerava me soltanto
un ragazzino. Prima della fine della primavera sorse tra noi e gli
Shimeda una freddezza piuttosto accentuata che ebbe origine così.
Una domenica mi recai da loro con Jake per riprendere un collare
che Ambrosh aveva preso in prestito e non aveva restituito. Era una
meravigliosa mattina azzurra, i piselli in fiore erano masse celesti e
purpuree lungo i bordi della strada, e le allodole appollaiate sui
gambi secchi dei girasoli cantavano al sole con le testoline gettate
all’indietro e il petto giallo tremante. Il vento ci avvolgeva in soffi caldi
e dolci. Cavalcavamo adagio con una piacevole sensazione
d’indolenza domenicale.
Trovammo gli Shimeda al lavoro come se non fosse stato un
giorno di festa. Marek puliva la stalla, Antonia e sua madre
lavoravano nell’orto oltre lo stagno in fondo alla valletta, Ambrosh
oleava la ruota sulla torre del mulino, e scese piuttosto di mala
grazia. Quando Jake gli chiese il collare, si mise a borbottare
grattandosi la testa. Era una cosa del nonno e Jake, sentendosi
responsabile, s’infuriò.
«Adesso non dirmi che non ce l’hai, Ambrosh, perché so che non
è vero, e, se non ci vai tu, vado io a cercarlo».
Ambrosh alzò le spalle e s’avviò giù per la collina verso la stalla.
Si vedeva che era in una delle sue giornate no. Ritornò tosto con un
collare in pessimo stato, tutto sporco e rosicchiato dai topi in modo
che l’imbottitura sbucava fuori.
«È questo che vuoi?» domandò sgarbatamente.
Jake saltò giù da cavallo e vidi un’ondata di rossore montargli al
viso sotto la pelle irsuta. «Questo non è il finimento che ti ho
prestato, Ambrosh! O se lo è, è rovinato in modo indecente; non
riporto certo una cosa simile al signor Burden!».
Ambrosh lasciò cadere il collare per terra. «Va bene» disse
freddamente e, preso il barattolo dell’olio, cominciò a salire su per la
scaletta del mulino. Jake lo afferrò per la cinghia dei pantaloni e lo
riportò indietro, ma l’altro, appena ebbe toccato terra coi piedi, fece
per tirargli un calcio nel ventre a tradimento. Fortunatamente Jake
riuscì a scansarlo, ma quello non era il modo d’agire dei ragazzi di
campagna quando facevano la lotta e Jake s’infuriò. Lasciò andare
un tale colpo sulla testa di Ambrosh – risuonò come il crac di una
scure su una grossa zucca – che questi cadde tramortito.
Sentimmo delle strida e, sollevando lo sguardo, vedemmo
Antonia e sua madre che venivano su di corsa: senza neanche
preoccuparsi di prendere il sentierino attorno allo stagno, entrarono
nell’acqua sporca così come si trovavano. Venivano urlando e
battendo l’aria con le braccia. Intanto Ambrosh era tornato in sé e
perdeva sangue dal naso.
Jake balzò in sella. «Andiamocene di qui, Jimmy» mi disse.
La signora Shimeda alzò le braccia sul capo e le strinse come se
stesse per lanciare fulmini. «Legge, legge!» ci urlò dietro. «La legge
per il mio Ambrosh ferito».
«Non vi amerò più, Jake e Jim Burden» ansimò Antonia. «Non più
amici».
Jake si fermò e girò il cavallo per un istante. «Siete un mucchio di
ingrati maledetti, tutti quanti» urlò in risposta. «I Burden fanno
proprio a meno di voi. Per loro siete sempre stati un fastidio!».
E ce ne andammo con una tale sensazione di amarezza e di
offesa che la mattina così bella era ormai rovinata. Non sapevo
trovare le parole e Jake era bianco come un foglio di carta e tremava
tutto. Gli faceva male inquietarsi così.
«Non sono come noi, Jimmy» continuava a dire in tono ferito.
«Questi stranieri non sono come noi. Non ci si può fidare, non sono
leali. È sporco tirar calci! Hai sentito come si sono rivoltate con te le
donne? E dopo tutto quello che abbiamo passato per loro l’inverno
scorso! Non ci si può fidare di loro; non voglio che ti affezioni a
nessuno di loro».
«Non sarò mai più loro amico» dichiarai con calore. «Credo che in
fondo siano tutti come Krajiek e Ambrosh».
Il nonno ascoltò il nostro racconto con uno scintillio divertito negli
occhi. Suggerì a Jake di andare in città l’indomani dal giudice di
pace a dirgli che aveva buttato a terra il giovane Shimeda e a pagare
la multa. Così, se la Shimeda avesse voluto far nascere dei pasticci
– dato che il figlio era ancora minorenne –, sarebbe stata prevenuta.
Jake disse che avrebbe potuto prendere il carro e approfittarne per
portare al mercato il porco che avevamo ingrassato. Il lunedì, un’ora
dopo la partenza di Jake, vedemmo la Shimeda e il suo Ambrosh
passare sul carro con aria sdegnosa senza voltarsi né a destra né a
sinistra. Mentre sobbalzando scomparivano al nostro sguardo giù
per la strada di Black Hawk, il nonno si mise a ridere dicendo che se
lo aspettava che non avrebbero lasciato cadere la cosa.
Jake pagò la multa con un biglietto da dieci dollari che il nonno gli
aveva dato per questo, ma, quando gli Shimeda scoprirono che Jake
quel giorno aveva venduto il maiale, Ambrosh con la sua solita
furberia immaginò che avesse dovuto farlo per pagare la multa e
certo questa era un’idea che doveva dar loro un’immensa
soddisfazione. Poi, per parecchie settimane, ogni volta che io e Jake
incontravamo Antonia, o mentre andava alla posta o lungo la strada
con le bestie, lei batteva le mani e ci chiamava con una cantilena
beffarda: «Jake-y, Jake-y, vende il porco e paga lo schiaffo».
Otto faceva finta di non essere sorpreso dal comportamento di
Antonia, alzava soltanto le sopracciglia e diceva: «Non c’è niente
che mi stupisca in un ceco; sono austriaco».
Il nonno non entrò per nulla in quella che Jake chiamava la nostra
contesa con gli Shimeda. Ambrosh e Antonia lo salutavano sempre
rispettosamente ed egli s’interessava delle loro cose e gli offriva i
suoi consigli come al solito. A suo parere il futuro si presentava bene
per loro. Ambrosh era un individuo previdente: s’accorse ben presto
che i suoi buoi erano troppo pesanti per qualsiasi lavoro eccetto
l’aratura e riuscì a venderli a un tedesco appena arrivato. Col
ricavato comprò un altro paio di cavalli che fece scegliere dal nonno.
Marek era forte e Ambrosh lo faceva lavorare sodo, ma ricordo che
non riuscì mai a insegnargli a coltivare il granturco. L’unica idea che
fosse mai riuscita a penetrare nella sua povera testa dura era che
qualunque sforzo era meritorio, perciò spingeva talmente la stiva
dell’aratro, che il coltello entrava profondissimo nel terreno e i cavalli
dopo poco erano esausti.
A giugno Ambrosh andò a lavorare dal signor Bushy per una
settimana e portò con sé Marek, che prendeva un salario intero.
Allora la Shimeda guidava il secondo aratro e Antonia lavorava nei
campi tutto il giorno e svolgeva gli altri lavori la sera. Mentre le due
donne erano sole a occuparsi della fattoria, uno dei cavalli appena
acquistati fu preso da una colica ed esse si spaventarono
terribilmente.
Una sera, prima di mettersi a letto, Antonia era andata nella stalla
per vedere se tutto era in ordine e s’era accorta che uno dei roani
aveva la pancia gonfia e stava con la testa penzoloni. Salì sull’altro
cavallo senza neppure preoccuparsi di sellarlo e venne a battere alla
nostra porta proprio mentre stavamo per andare a dormire. Le aprì il
nonno che, invece di chiamare uno degli uomini, andò egli stesso
con lei dopo aver preso una siringa e un pezzo di vecchio tappeto
che teneva per fare le applicazioni calde ai nostri cavalli quando
stavano male. Trovò la Shimeda che gemeva torcendosi le mani
seduta vicino alla bestia con una lanterna. Non ci vollero che pochi
minuti per fare uscire i gas che si erano accumulati nella povera
bestia, e le due donne udirono la ventata e videro la pancia del
cavallo diminuire di volume.
«Se perdo questo cavallo, signor Burden, non rimango qui ad
aspettare Ambrosh, vado ad annegarmi nello stagno questa notte».
Quando Ambrosh terminò il lavoro dal signor Bushy, sentimmo
dire che aveva dato il salario di Marek al prete per far dire messe
all’anima di suo padre. La nonna pensava che Antonia avesse
bisogno di scarpe più di quanto Shimeda avesse bisogno di
preghiere, ma il nonno disse con aria di comprensione: «Se con tutta
la sua avarizia è capace di privarsi di sei dollari, è segno che crede
fermamente in ciò che professa».
Fu il nonno che provocò una riconciliazione con gli Shimeda. Un
mattino ci disse che il grano cresceva così bene che pensava di
poter cominciare a tagliarlo il 1° luglio. Avrebbe avuto bisogno di altri
uomini e, se nessuno avesse avuto nulla in contrario, avrebbe
ingaggiato Ambrosh per la mietitura e la trebbiatura, dato che gli
Shimeda di frumento non ne avevano.
«Io penso, Emmaline» concluse «di domandare ad Antonia di
venirti ad aiutare in cucina; lei sarà contenta di guadagnare qualcosa
e sarebbe tempo di porre fine a questo malinteso – posso anzi
andarci oggi stesso e decidere la cosa. Vuoi venire con me,
Jimmy?». Il tono della sua voce mi disse che aveva già deciso per
me.
Dopo la colazione partimmo insieme. Quando la Shimeda ci vide
arrivare, corse giù nella valletta dietro la stalla come se non volesse
incontrarsi con noi. Il nonno sorrideva tra sé mentre legava il cavallo,
e la seguimmo.
Dietro la stalla ci si presentò uno spettacolo curioso. La mucca
era stata a pascolare nella valletta e la Shimeda era corsa a
prenderla. La teneva per la cavezza e, quando noi
sopraggiungemmo, cercò di nasconderla in una specie di caverna
nella scarpata. Dato che il buco era stretto e buio, la mucca si tirava
indietro e la vecchia la picchiava e spingeva per il posteriore
cercando di farla entrare nell’apertura a furia di colpi.
Il nonno fece finta di non vedere la sua strana occupazione e la
salutò gentilmente: «Buongiorno, signora Shimeda, sapete dirmi
dov’è Ambrosh?».
«Nel campo dell’erba medica», e indicò verso nord, ferma di
fronte alla mucca, come se sperasse in quel modo di nasconderla.
«La sua erba servirà da foraggio quest’inverno» disse il nonno in
tono di incoraggiamento. «E dov’è Antonia?».
«È andata con lui». La Shimeda continuava a strisciare
nervosamente i piedi nudi nella polvere.
«Benissimo, allora andrò là. Voglio che vengano ad aiutarmi a
tagliare l’avena e il frumento il mese prossimo, darò loro un salario.
Arrivederci. A proposito, signora Shimeda, credo che possiamo
considerare regolata la questione della mucca».
La Shimeda continuò a stringere la cavezza ancora più forte.
Vedendo che non capiva, il nonno seguitò: «Non c’è bisogno che mi
paghiate più nulla; non più denaro, la mucca è vostra».
«Non più pagare, tenere la mucca?» domandò la donna in tono
stupefatto mentre i suoi occhietti si stringevano per la luce
lanciandoci occhiate strane.
«Proprio così» assentì il nonno. «Non più pagare, tenere la
mucca».
La Shimeda lasciò andare la cavezza, ci corse dietro e,
piegandosi accanto al nonno, gli prese la mano e gliela baciò. Credo
che il nonno non si sia mai sentito tanto imbarazzato in vita sua.
Anch’io ero un po’ scosso. In qualche modo quel gesto richiamava il
“vecchio mondo”.
Ce ne andammo ridendo e il nonno disse: «Probabilmente ha
pensato che fossimo venuti per portarle via la mucca per sempre,
Jimmy, e credo che avrebbe mostrato le grinfie se avessi tentato di
prenderle la cavezza».
I nostri vicini parvero contenti di far pace con noi. La domenica
seguente venne la Shimeda a portare un paio di calzerotti che aveva
fatto per Jake e glieli porse con un’aria di grande magnanimità
dicendo: «Adesso non verrai più a buttare a terra il mio Ambrosh!».
Jake rise un po’ goffamente. «Io non voglio pasticci con lui, se mi
lascia stare, io lo lascio stare».
«Se ti prende a schiaffi, noi non abbiamo maiali per pagare la
multa».
«Dite pure l’ultima parola, signora» rispose Jake allegramente. «È
il privilegio delle donne».
XIX

E arrivò il mese di luglio, con quel calore afoso bruciante che fa delle
pianure del Kansas e del Nebraska il miglior terreno da granturco del
mondo. Pareva quasi di sentirlo crescere durante la notte; sotto le
stelle, nei campi rugiadosi dall’odore tanto intenso, pareva quasi di
sentir crepitare lievemente i gambi leggeri, verdi, succosi. Se tutta la
vasta pianura dal Missouri alle Montagne Rocciose fosse stata una
serra col calore regolato da un termometro, i chicchi gialli che
maturavano giorno per giorno arricchendo le pannocchie non
avrebbero potuto crescere meglio. All’epoca i campi erano distanti gli
uni dagli altri, separati da chilometri di terra incolta. Ci voleva l’occhio
chiaro e pensoso del nonno per vedere che si sarebbero allargati e
moltiplicati tanto da non essere più i campi di Shimeda o di Bushy
ma i campi del mondo. Che il loro raccolto sarebbe stato uno dei
grandi fattori economici, come il frumento della Russia, che sono alla
base di ogni attività dell’uomo in pace e in guerra.
Il sole rovente di quelle poche settimane, con qualche goccia di
pioggia la notte, aveva assicurato il raccolto. Una volta che le
pannocchie lattiginose si erano formate, la siccità non preoccupava
più. Gli uomini lavoravano così sodo nei campi di frumento che non
si accorgevano neppure del caldo, per quanto io fossi continuamente
occupato a portar loro acqua da bere e la nonna e Antonia avessero
tanto da fare in cucina che non avrebbero saputo dire se un giorno
era più caldo dell’altro. Ogni mattina, quando l’erba era ancora
fresca di rugiada, Antonia veniva con me nell’orto a raccogliere la
verdura per il pranzo. La nonna le faceva mettere un cappello da
sole, ma lei appena eravamo nell’orto lo gettava sull’erba e lasciava i
capelli liberi al vento. Goccioline di sudore le si raccoglievano sul
labbro superiore come baffetti mentre si piegava sui piselli.
«Oh, preferisco lavorare all’aperto che in casa» cantava felice.
«Non m’importa che tua nonna dica che mi fa diventare come un
uomo, mi piace esser come un uomo», e scuoteva la testa
facendomi sentire i muscoli che le gonfiavano il braccio bruno.
Ci faceva piacere averla in casa. Era così allegra e affettuosa che
non si faceva caso al suo passo pesante quando correva, e al
fracasso che faceva con le pentole; nel periodo in cui Antonia lavorò
da noi la nonna fu sempre su di morale.
Le notti erano afose e calde quell’anno. I mietitori dormivano nel
fienile perché faceva più fresco che in casa. Io mi stendevo sul letto
vicino alla finestra aperta e guardavo i lampi di calore che
passavano improvvisi all’orizzonte o la sagoma imponente del
mulino contro il cielo serale, di un azzurro cupo. Una notte ci fu uno
spaventoso temporale d’elettricità, ma per fortuna l’acqua che cadde
non fu sufficiente a rovinare il frumento mietuto. Subito dopo cena gli
uomini andarono nella stalla e Antonia e io, dopo aver lavato i piatti,
ci arrampicammo sul tettuccio pendente del pollaio a osservare le
nuvole. Il tuono era forte e metallico come un tintinnio di lastre di
ferro, e il lampo disegnava immense linee a zigzag attraverso il cielo
facendo risaltare e rendendo più vicino per un attimo ogni particolare
del paesaggio. A ovest era tutto chiaro e luminoso; alla luce dei
lampi pareva un’acqua azzurra e profonda segnata dalla scia della
luna, ma una metà del cielo era coperta da nuvolacce nere, era
come un lastricato di marmo o la banchina di qualche splendida città
marina destinata alla distruzione. Goccioloni di pioggia calda ci
cadevano sul volto sollevato. Una nuvola nera non più grande di una
barca scivolò improvvisamente nello spazio chiaro e si mosse verso
ovest. Tutto intorno si sentiva il rumore felpato delle gocce sulla
polvere dell’aia. La nonna uscì dicendo che era tardi e che ci
saremmo bagnati lì fuori.
«Fra un momento veniamo» le gridò dietro Antonia. «Mi piace tua
nonna, mi piace tutto, qui» sospirò. «Vorrei che papà avesse potuto
vivere fino a questa estate. Vorrei che l’inverno non venisse mai».
«L’estate durerà ancora un bel po’» la rassicurai. «Perché non sei
sempre così simpatica, Tonia?».
«Come simpatica?».
«Così, come sei ora; come sei tu proprio; perché cerchi sempre di
essere come Ambrosh?».
Si gettò le braccia sotto la nuca stendendosi a guardare il cielo.
«Se vivo qui, come te, la cosa è diversa. Tutto sarà facile per voi, ma
per noi è difficile».
LIBRO II
Le servette
I

Da quasi tre anni vivevo col nonno, quando egli decise di andare a
Black Hawk. Lui e la nonna si sentivano vecchi ormai per il lavoro
pesante della fattoria e dato che io avevo tredici anni pensavano
anche che era tempo che frequentassi seriamente una scuola. Così
affittammo la fattoria “a quella buona donna, la vedova Steavens” e
al suo fratello scapolo e comprammo la casa di Preacher White al
lato nord di Black Hawk. Era la prima casa che si trovava venendo
dalla fattoria, quella che diceva ai contadini che il loro lungo viaggio
era finito.
Dovevamo andarci a vivere a marzo e, decisa la data, il nonno
comunicò le sue intenzioni a Otto e a Jake. Otto disse che
difficilmente avrebbe trovato un altro posto che andasse così bene
per lui, che era stanco di lavorare in campagna e sarebbe tornato in
quello che egli chiamava l’Ovest selvaggio. Jake, allettato dalle
storie avventurose di Otto, decise di andare con lui. Facemmo il
possibile per dissuaderlo. La sua ignoranza e la sua natura fiduciosa
lo avrebbero reso facile preda per gli scaltri. La nonna lo pregò di
rimanere in mezzo a gente cristiana, buona, che lo conosceva, ma
con lui non c’era modo di ragionare. Voleva diventare un cercatore,
pensava che nel Colorado ci fosse una miniera d’argento pronta per
lui.
Otto e Jake ci servirono sino all’ultimo. Ci aiutarono a traslocare,
misero i tappeti nella casa nuova, fecero scaffali e mensole per la
cucina della nonna, e si vedeva che detestavano l’idea di doverci
lasciare. Ma infine se ne partirono senza preavviso. Quei due esseri
c’erano stati fedeli nella buona e nella cattiva stagione, ci avevano
dato qualcosa che non si può comprare in nessun mercato del
mondo. Per me erano stati come fratelli maggiori, avevano moderato
il loro linguaggio e i loro gesti ed erano stati buoni compagni. Ed
ecco: salirono su un treno diretto ad ovest, coi loro abiti festivi e le
valigie d’incerata, e non li vidi mai più. Alcuni mesi dopo ricevemmo
una cartolina da Otto che diceva che Jake aveva avuto la polmonite
e che ora lavoravano entrambi nella miniera Yankee Girl e stavano
bene. Scrissi a quell’indirizzo, ma la lettera mi ritornò indietro con la
dicitura “Destinatario sconosciuto”. Da quel momento non ne ebbi
più notizie.
Black Hawk, il nuovo mondo in cui eravamo andati a vivere, era
una cittadina della pianura; pulita, ben disposta, con steccati bianchi
e bei giardini verdi intorno alle case, larghe strade polverose e
alberelli ben curati che crescevano lungo i marciapiedi di legno. Al
centro della città c’erano due file di nuovi negozi fatti in mattoni e un
edificio scolastico pure in mattoni, il tribunale e quattro chiese
bianche. La nostra casa guardava giù verso la città, e dalle finestre
del piano superiore si vedeva la linea tortuosa degli argini, tre
chilometri più a sud. Il fiume sarebbe stato il mio compenso per la
perdita della libertà campestre.
Eravamo venuti a Black Hawk a marzo, e alla fine d’aprile ci
sentivamo già cittadini. Il nonno era diacono nella nuova chiesa
battista, la nonna si occupava di riunioni religiose e di società
missionarie e io ero un ragazzo completamente diverso, o pensavo
di esserlo. Messo improvvisamente a contatto con ragazzi della mia
stessa età, mi accorsi che dovevo imparare una gran quantità di
cose. Prima della fine del trimestre sapevo lottare, giocare a keeps,
prendere in giro le ragazzine e usare parole proibite come
qualunque altro ragazzo della mia classe. Non ero diventato un
monello completo soltanto per il fatto che la signora Harling, la
nostra vicina, mi teneva d’occhio e, se il mio contegno oltrepassava
certi limiti, non mi lasciava andare nel suo cortile a giocare coi figli.
Vedevamo ora i nostri vicini di campagna più di quando vivevamo
alla fattoria. La nostra casa era per loro il posto migliore per fermarsi;
avevamo una stalla ampia dove potevano mettere i cavalli, e le loro
donne li accompagnavano più spesso ora che potevano fermarsi da
noi a pranzo, riposare e aggiustarsi i cappellini prima di andare in
giro per le spese. Più la mia casa diventava come un albergo di
campagna, più mi piaceva. Tornando da scuola a mezzogiorno, ero
contento se vedevo un carro nel cortile ed ero sempre pronto a
correre giù in città per comprare bistecche o pane dal fornaio per gli
ospiti inattesi. Durante tutta la primavera e l’estate avevo sperato
che Ambrosh avrebbe portato Antonia e Julka a vedere la nostra
nuova casa. Volevo mostrar loro la nuova mobilia di velluto rosso e i
cherubini trombettieri che il tappezziere tedesco aveva messo sul
soffitto del salotto.
Invece Ambrosh veniva in città sempre solo e, benché mettesse il
cavallo nella stalla, non voleva mai fermarsi a pranzo né darci notizie
della madre e delle sorelle. Se correvamo fuori e lo interrogavamo
mentre sgusciava via dal cortile, alzava semplicemente le spalle
dicendo: «Stanno bene, credo».
La Steavens, che ora stava alla nostra fattoria, si affezionò ad
Antonia come ci eravamo affezionati noi, e ci portava sempre sue
notizie. Durante il periodo della mietitura – ci disse – Ambrosh
l’aveva mandata a lavorare come un uomo ed essa era andata di
fattoria in fattoria legando covoni o lavorando coi trebbiatori. I
contadini le volevano bene, erano gentili con lei e dicevano che
preferivano aver lei come aiuto piuttosto che il fratello. Quando
venne l’autunno avrebbe dovuto andare a spannocchiare dai vicini
fino a Natale, come aveva fatto l’anno prima, ma la nonna la liberò
da questo lavoro trovandole un posto presso gli Harling.
II

La nonna diceva spesso che, dal momento che doveva vivere in


città, ringraziava Iddio di vivere accanto agli Harling. Erano stati
contadini come noi e la loro casa era come una piccola fattoria, con
una grande stalla, un giardino, un orto, un prato e persino il mulino.
Gli Harling erano norvegesi e la signora aveva vissuto a Kristiania
fino ai dieci anni. Il marito era nato nel Minnesota. Era un mercante
di grano e sensale di bestiame ed era da tutti considerato l’uomo
d’affari più attivo della regione; sorvegliava dei silos in diverse
cittadine lungo la ferrovia verso ovest e stava sovente lontano da
casa. Durante la sua assenza, la moglie era il capofamiglia.
La signora Harling era piccola, squadrata e piuttosto massiccia
come la sua casa. Ogni millimetro della sua persona era carico di
un’energia che si notava non appena lei entrava nella stanza. Aveva
un viso roseo e solido con occhi brillanti e ammiccanti e un piccolo
mento testardo; era facile all’ira e al riso, e la sua allegria partiva dal
cuore. Come lo ricordo il suo riso! Vi era in esso lo stesso moto
improvviso che le lampeggiava negli occhi, un prorompere
improvviso di umorismo breve e intelligente. I suoi passi veloci
scuotevano il pavimento, e in qualsiasi luogo andasse ne cacciava la
stanchezza e l’indifferenza. Non poteva essere mai né ostile né
imbronciata per nessuna ragione. Il suo entusiasmo e le sue violente
simpatie e antipatie si mostravano in tutte le minime occupazioni
quotidiane. Il giorno del bucato dagli Harling era interessante, mai
monotono; il tempo delle conserve una festa prolungata, e la pulizia
della casa una rivoluzione. Quella primavera, mentre la Harling
preparava il giardino, si poteva sentire la sua agitazione attraverso la
siepe di salice che lo separava dal nostro.
Tre dei suoi figli avevano pressappoco la mia età: Charley, l’unico
maschio – ne aveva perduto uno maggiore – aveva sedici anni;
Julia, la musicista della casa, ne aveva quattordici come me, e Sally,
la maschietta coi capelli corti, uno di meno. Quest’ultima era forte
quasi quanto me e abilissima a qualunque gioco da ragazzi; era un
esserino piuttosto selvaggio, coi capelli di un biondo bruciato tirati
dietro le orecchie e la pelle scura perché non portava mai il cappello.
Filava per tutta la città sui pattini a rotelle e imbrogliava a keeps ma
era così veloce che non ci si lasciava mai prendere.
La ragazza più grande, Frances, era una persona fondamentale
nel nostro mondo. Era l’impiegata più importante di suo padre e in
realtà reggeva il suo ufficio di Black Hawk durante le frequenti
assenze di lui. Data la sua straordinaria abilità negli affari, il padre
era severo e pretendeva molto da lei. Riceveva uno stipendio buono,
ma aveva poche vacanze e non riusciva mai a liberarsi dalle
responsabilità. Anche la domenica andava in ufficio ad aprire la
posta e a leggere i listini di Borsa. Con Charley, che non s’occupava
d’affari ma già si preparava per andare all’università di Annapolis, il
signor Harling era molto indulgente. Gli comprava fucili, attrezzi
d’ogni genere, batterie elettriche, e non gli chiedeva mai cosa ne
facesse.
Frances era bruna come il padre e quasi altrettanto alta.
D’inverno portava un cappotto di pelliccia e un berretto uguale, e
andava a spasso col signor Harling la sera discorrendo con lui di
carichi di grano e di bestiame come un uomo. Talvolta veniva a
trovare il nonno dopo cena e le sue visite lo lusingavano. Più di una
volta unirono il proprio acume per salvare qualche disgraziato
contadino dalle grinfie di Wick Cutter, l’usuraio di Black Hawk. Il
nonno diceva che Frances era un giudice di crediti sagace quanto
qualsiasi banchiere della regione. I due o tre uomini che avevano
cercato di farsi gioco di lei in un contratto erano diventati famosi per
la loro sconfitta. Conosceva tutti i contadini dei dintorni in un raggio
di molti chilometri: quanta terra coltivavano, quanto bestiame
allevavano, quali erano le loro possibilità finanziarie. Il suo interesse
per loro era qualcosa di più di un semplice interesse d’affari. Li
aveva tutti in mente come se fossero personaggi di un libro o di una
commedia.
Quando girava in campagna per affari, era capace di allungare la
strada di parecchio per andare a trovare qualcuno dei vecchi
conoscenti o le donne che raramente venivano in città. Era
abilissima nel comprendere le donne che non parlavano inglese, e le
più reticenti e le meno fiduciose le raccontavano la propria storia
senza accorgersi di farlo. Andava ai funerali e ai matrimoni in
campagna con qualsiasi tempo, e qualunque figlia di contadino
sposandosi poteva contare sul regalo di nozze di Frances Harling.
Ad agosto la cuoca danese degli Harling dovette andar via e la
nonna li pregò di provare Antonia. La prima volta che Ambrosh
venne in città, lo mise alle strette e gli fece notare che un qualsiasi
rapporto di lui con Christian Harling avrebbe rafforzato il suo credito
e gli sarebbe riuscito vantaggioso. Una domenica la signora Harling
andò con Frances sino dagli Shimeda. Disse che voleva vedere da
che gente proveniva la ragazza e mettersi ben d’accordo con la
madre. Ero in cortile quando tornarono a casa verso il tramonto.
Ridevano e mi salutarono passando: si capiva che erano di
buonumore. Dopo cena, quando il nonno si fu avviato verso la
chiesa, la nonna e io passando per la mia scorciatoia attraverso la
siepe, corremmo da loro a sentire com’era andata la visita.
Trovammo la Harling, Charley e Sally che si riposavano sotto il
portico dopo la scarrozzata piuttosto lunga; Julia, a cui piaceva molto
stare sdraiata, stava sull’amaca e Frances suonava il piano al buio
parlando con sua madre attraverso la finestra aperta.
La Harling si mise a ridere quando ci vide arrivare e ci gridò:
«Immagino che avrete lasciato i piatti ancora sul tavolo, signora
Burden». Frances chiuse il piano e venne a unirsi a noi.
Antonia gli era piaciuta subito; avevano avuto la sensazione di
capire esattamente che tipo di ragazza fosse, e avevano trovato la
signora Shimeda divertentissima. La Harling ne rideva ogni volta che
ne parlava. «Credo, signora Burden, di sentirmi più a mio agio con
quei tipi di quanto non accada a voi. Ambrosh e la vecchia fanno
proprio una bella coppia».
Avevano avuto una lunga discussione con Ambrosh circa il
denaro da lasciare ad Antonia per i suoi vestiti e le piccole spese.
Egli aveva calcolato di ricevere ogni mese tutto il salario di Antonia e
di pensare lui a procurarle il vestiario che riteneva necessario e
quando la Harling gli disse con fermezza che avrebbe tenuto
cinquanta dollari all’anno per le necessità personali di Antonia,
dichiarò che volevano portala in città per renderla elegante e viziarla.
La Harling ci fece un resoconto vivace del comportamento di
Ambrosh durante tutta la visita: di come egli avesse continuato a
balzare in piedi, mettendosi il berretto come se l’affare fosse ormai
chiuso per lui, con la madre che gli tirava la giacca e gli parlava in
boemo. Finalmente si erano accordati che la Harling avrebbe pagato
tre dollari alla settimana per Antonia (un buon salario a quei tempi) e
avrebbe provveduto alle sue scarpe. C’era stata una disputa
accalorata circa le scarpe, e finalmente la Shimeda aveva detto in
tono persuasivo che avrebbe mandato tre grosse oche all’anno per
“far pari”. Ambrosh avrebbe portato la ragazza in città il sabato
seguente.
«Probabilmente all’inizio sarà impacciata e rozza» disse la nonna
un po’ preoccupata «ma a meno che la vita dura che ha condotto
non l’abbia rovinata, è in fondo una ragazza veramente capace».
La Harling si esibì in una risata breve e decisa. «Oh, non mi
preoccupo, signora Burden. Ne potrò certo tirare fuori qualcosa. Ha
appena diciassette anni, sarà perfettamente in grado di imparare
abitudini nuove. Ed è anche graziosa» aggiunse con calore.
Frances si rivolse alla nonna. «Già, signora Burden, questo non
ce l’avevate detto. Quando siamo arrivate lavorava nell’orto a piedi
nudi e vestita di stracci, ma ha delle gambe e braccia bellissime e un
magnifico colorito, il rosso cupo delle prugne».
Ci faceva piacere sentire quelle lodi, e la nonna disse con calore:
«Quand’era appena arrivata e quel vecchio così gentile si occupava
di lei, era graziosa quanto si può immaginare. Ma, cara mia, che vita
ha fatto dopo nei campi coi contadini! Certo le cose sarebbero
andate diversamente per Antonia se suo padre fosse vissuto».
Gli Harling ci pregarono di raccontare della morte del signor
Shimeda e della tempesta di neve, e quando vedemmo il nonno
ritornare dalla chiesa avevamo rivelato pressappoco tutto quello che
sapevamo degli Shimeda.
«La ragazza sarà felice qui, e dimenticherà tutto ciò» disse la
nonna con sicurezza mentre ci alzavamo per congedarci.
III

Il sabato Ambrosh si fermò al cancello posteriore e Antonia saltò giù


dal carro e corse in cucina proprio come faceva una volta. Calzava
scarpe e calze ed era tutta trafelata e agitata. Mi scrollò
amichevolmente per le spalle. «Non mi hai dimenticata, Jimmy?».
La nonna la baciò. «Dio ti benedica, bambina, ora che sei venuta
devi fare le cose perbene e cercare di non farci sfigurare».
Antonia si guardò intorno con curiosità ammirando tutto. «Forse,
adesso che sono venuta in città, diventerò una ragazza come voi
preferite» disse con slancio.
Com’era bello avere di nuovo Antonia vicino: vederla ogni giorno
e quasi ogni sera! La Harling scoprì che il suo maggior difetto era
d’interrompere il lavoro per giocare coi bambini; si metteva a correre
con noi nell’orto, o prendeva parte alle battaglie di fieno nella stalla,
o faceva il vecchio orso che scendeva dalla montagna per portar via
Nina. Tonia imparava l’inglese così velocemente che all’inizio della
scuola lo parlava come uno di noi.
Ero geloso dell’ammirazione che mostrava per Charley. Solo
perché era il primo della classe e sapeva aggiustare i tubi dell’acqua
o il campanello, o smontare un orologio, pareva lo considerasse una
specie di principe. Qualunque cosa Charley chiedesse, non le dava
fastidio. Era felicissima di preparargli il pranzo quando andava a
caccia, di aggiustargli i guanti da gioco, attaccargli i bottoni alla
giacca da caccia, preparargli la torta di noci che lui amava, dar da
mangiare al suo cane quando partiva col padre. Si era fatta un paio
di pantofole di stoffa con una vecchia giacca del signor Harling, e
con quelle ciabattava dietro a Charley, quasi sempre ansante,
preoccupata di fargli cosa gradita.
Dopo Charley la sua preferita era Nina. Aveva solo sei anni e un
carattere complesso più degli altri bambini. Era piuttosto fantasiosa,
aveva una quantità di preferenze nascoste e si offendeva facilmente.
I suoi occhi bruni si riempivano di lacrime al più piccolo disappunto o
dispiacere, e se ne andava via in silenzio col mento per aria. Era
perfettamente inutile correrle dietro per cercare di calmarla:
continuava a camminare senza farsi toccare. Ero convinto che solo
gli occhi di Nina potessero diventare così grandi e contenere tante
lacrime. La Harling e Antonia prendevano sempre le sue parti e non
ci davano mai la possibilità di spiegare le cose. L’accusa era
semplice: «Avete fatto piangere Nina; adesso, Jimmy, tu puoi
andartene a casa e Sally si mette a fare il compito di aritmetica».
Nina piaceva anche a me, era così bizzarra e originale, e aveva
degli occhi meravigliosi, ma tante volte mi veniva voglia di scuoterla.
Quando il padre non c’era, passavamo delle belle giornate dagli
Harling. Se c’era lui, invece, i ragazzi dovevano andare a letto presto
oppure venivano a giocare da noi. Il signor Harling richiedeva non
solo una casa tranquilla, ma anche tutta l’attenzione della moglie. La
portava con sé nella loro camera e le parlava di affari per tutta la
sera. Anche se non ce ne rendevamo conto, la Harling ci faceva da
pubblico mentre giocavamo, e ci rivolgevamo sempre a lei per avere
consigli. Le sue risate ci lusingavano più di ogni altra cosa.
In camera, vicino alla finestra, il signor Harling aveva una
scrivania e una poltrona su cui non sedeva mai nessun altro. Le sere
che era a casa ne vedevo l’ombra sulla tendina e mi dava
l’impressione di una figura prepotente. Quando c’era lui, la moglie
non dava retta a nessuno, e prima che andasse a letto gli preparava
sempre una cenetta di salmone affumicato o acciughe e birra.
Avevano in camera anche un fornello a spirito e una caffettiera, e la
moglie gli faceva il caffè a qualunque ora della notte gli venisse in
mente di volerlo.
Quasi nessuno dei padri di Black Hawk aveva abitudini particolari
all’infuori di quelle domestiche; pagavano i conti, innaffiavano il
prato, portavano a spasso i bimbi in carrozzina dopo le ore d’ufficio e
la famiglia in carrozza la domenica. Perciò mi pareva che il signor
Harling avesse abitudini autocratiche e imperiose. Camminava,
parlava, si metteva i guanti e stringeva la mano come un uomo
consapevole del proprio potere. Non era alto, ma il modo fiero di
tenere la testa rendeva la sua figura imponente e nei suoi occhi vi
era la fiamma dell’audacia e della sfida. Io immaginavo sempre che i
“nobili” di cui parlava Antonia gli somigliassero e portassero cappotti
con la mantellina e una gemma scintillante al mignolo come lui.
La casa degli Harling non era mai tranquilla, eccetto quando c’era
il padre. La Harling, Nina e Antonia facevano il chiasso d’una
squadra di bimbi, e c’era sempre qualcuno al pianoforte. L’unica che
studiasse regolarmente era Julia, ma anche tutti gli altri suonavano
quando potevano. A mezzogiorno Frances suonava da quando
veniva a casa fino all’ora di pranzo; Sally tornava da scuola, e
ancora col cappello e il cappottino, si metteva a pestare i canti delle
piantagioni che i negri avevano portato in città, e persino Nina si
esibiva nella marcia nuziale svedese.
La Harling aveva studiato con un buon maestro e riusciva sempre
a fare un po’ di esercizio ogni giorno. Ben presto capii che, se mi
mandavano da lei per una commissione e la trovavo al pianoforte,
dovevo sedermi e starmene tranquillo finché si girava verso di me.
La vedo ancora: la sua figura piccola e tozza piantata solidamente
sullo sgabello, le manine grasse che si muovono velocemente e
abilmente sulla tastiera, gli occhi fissi sulla musica nello sforzo della
concentrazione.
IV

D’orzo e d’avena non so cosa fare


ma bianca farina dovete donare,
per il mio caro Charley dai denti perfetti
bianca farina per fare dolcetti.

Cantavamo quella filastrocca per prendere in giro Antonia mentre


mescolava nella terrina l’impasto di uno dei dolci favoriti di Charley.
Era un pomeriggio d’autunno piuttosto fresco, tanto da far
desiderare d’interrompere il gioco in cortile e ritirarsi in cucina.
Avevamo appena cominciato a bagnare nello sciroppo le pannocchie
arrostite quando sentimmo battere alla porta e Tonia, posato il
cucchiaio, andò ad aprire.
Sulla soglia stava una ragazza bianca e grassoccia. Era
composta e bellina e formava un grazioso quadretto col vestito di
cachemire azzurro, un cappellino celeste, uno scialle avvolto con
garbo intorno alle spalle e la borsetta in mano.
«Salve, Tonia, non mi riconosci?» domandò con voce bassa e
ben modulata guardandoci.
Antonia aprì la bocca facendo un passo indietro.
«Oh, ma è Lena! Di certo non ti riconoscevo vestita così».
Lena Lingard si mise a ridere come se ciò le facesse piacere.
Neppure io l’avevo riconosciuta al momento; ma, si capisce, non
l’avevo mai vista prima d’allora col cappello in testa, le calze e le
scarpe. Ed eccola lì, agghindata, curata e vestita come una ragazza
di città, che ci sorrideva con aria dignitosa.
«Salve, Jimmy» disse distrattamente mentre entrava in cucina
guardandosi intorno. «Anch’io sono venuta a lavorare in città,
Antonia».
«Oh, davvero? Che buffo!». Antonia si sentiva a disagio e si
vedeva che non sapeva che fare della sua visitatrice.
La porta che dava sulla stanza da pranzo dove la Harling lavorava
all’uncinetto e Frances leggeva era aperta, e quest’ultima invitò Lena
a entrare da loro.
«Tu sei Lena Lingard, vero? Sono stata a trovare tua madre, ma
tu quel giorno eri fuori al pascolo. Mamma, questa è la figlia
maggiore di Christian Lingard».
La Harling posò il lavoro ed esaminò la nuova venuta con
un’occhiata rapida e acuta, ma Lena non fu per nulla sconcertata. Si
sedette sulla sedia che Frances le indicava, aggiustandosi in grembo
la borsetta e i guanti di cotone grigio. Entrammo anche noi in sala
con le nostre pannocchie, ma Antonia rimase indietro dicendo che
doveva mettere il dolce al forno.
«E così sei venuta in città?» disse la Harling con gli occhi fissi su
Lena. «Dove lavori?».
«Per la signora Thomas, la sarta. Mi insegnerà a cucire. Dice che
sono molto portata. Ne ho abbastanza della fattoria, non si finisce
mai di lavorare, ce n’è sempre una… Ora voglio diventare una
sarta».
«Bene, anche le sarte sono utili, è un buon mestiere. Al tuo posto,
però, io non lascerei perdere la fattoria» disse la Harling con una
punta di severità. «Come sta tua madre?».
«Oh! La mamma non sta mai molto bene. Ha troppo da fare.
Anche lei se ne verrebbe via dalla fattoria, se potesse. Ci teneva che
io venissi qua. Quando avrò imparato a cucire, guadagnerò e
l’aiuterò».
«Se non te ne dimenticherai» disse scettica la Harling,
riprendendo il suo lavoro e facendo andare l’uncinetto su e giù con le
dita veloci.
«No no, certo» rispose Lena placida. Prese alcuni grani della
pannocchia che le avevamo offerto con insistenza e li mangiò
delicatamente facendo attenzione a non impiastricciarsi le dita.
Frances avvicinò la sedia alla sua dicendole scherzosamente:
«Credevo che stessi per sposarti, Lena. Non è forse vero che Nick
Svendsen ti faceva una corte spietata?».
Lena sollevò lo sguardo con quella sua curiosa espressione
d’ingenuità. «Sì, è venuto con me per un bel po’, ma poi suo padre
ha cominciato a fare delle storie e a dire che non avrebbe dato
niente a Nick se mi avesse sposata, così lui adesso sposa Annie
Iverson. Non vorrei essere al suo posto. Nick è seccatissimo e gliela
farà pagare. Non ha più rivolto la parola a suo padre da quando si è
fidanzato».
«E tu come l’hai presa?» disse Frances ridendo.
«Non voglio sposare né Nick né nessun altro» mormorò Lena.
«La conosco la vita delle donne sposate e non mi attira neanche un
po’. Voglio poter aiutare la mamma e i bambini a casa e non avere
bisogno di chiedere niente a nessuno».
«Certo, questa è una cosa giusta; e la Thomas pensa che tu
possa imparare a fare la sarta?».
«Sì, signora, mi è sempre piaciuto cucire, ma non ho mai potuto
farlo. La Thomas fa delle cose magnifiche per le signore di qui.
Sapete che la Gardener ha ordinato un vestito di velluto porpora? Ha
fatto venire la stoffa da Omaha. Oh! È magnifico». Lena sospirò
piano, lisciandosi le pieghe dello scialle, e soggiunse: «Tonia sa che
non mi è mai piaciuto lavorare nei campi».
La Harling la guardò. «Credo che riuscirai a imparare per bene,
Lena, se tieni la testa a posto e non andrai gironzolando per i balli
trascurando il lavoro come fanno tante ragazze di campagna».
«Sì, signora, e anche Tiny Soderball viene in città. Lavorerà
all’albergo “La casa dei ragazzi” e vedrà una quantità di forestieri»
soggiunse significativamente.
«Forse anche troppi» disse la Harling. «Non credo che un albergo
sia il posto ideale per una ragazza, per quanto immagino che la
signora Gardener sappia tenere a freno le sue cameriere».
Gli occhi ingenui di Lena, che sembravano sempre un po’
assonnati sotto le lunghe ciglia, continuavano a vagare nelle stanze
allegre con ammirazione infantile. D’un tratto si mise i guanti di
cotone e disse esitante: «Credo che sia ora d’andarmene».
Frances le disse di tornare ogni volta che si fosse sentita triste o
avesse avuto bisogno di un consiglio per qualunque cosa, ma Lena
rispose che di certo non si sarebbe mai sentita triste a Black Hawk.
Si intrattenne un po’ sulla porta della cucina e pregò Antonia di
andarla a trovare spesso. «Ho una stanza tutta per me dalla
Thomas, ho perfino il tappeto».
Tonia stropicciava per terra i piedi piuttosto imbarazzata, poi
disse, evasiva: «Verrò qualche volta, ma alla signora Harling non
piace che io vada molto in giro».
«Ma quando hai il permesso di uscire puoi fare quello che
preferisci, no?» bisbigliò Lena furtivamente. «Non ti piace alla follia
la città? Non m’importa di quello che può dire la gente, ma della
fattoria ne ho abbastanza», e lanciò uno sguardo indietro verso la
sala da pranzo dove sedeva la Harling.
Quando Lena se ne fu andata, Frances domandò ad Antonia
perché non era stata un po’ più cordiale con lei.
«Non so se vostra madre abbia piacere che venga qui» rispose
turbata. «Dal momento che ha fatto parlare di sé quando era in
campagna…».
«Sì, lo so, ma la mamma non avrà problemi se si comporta bene
qui. Non è il caso di parlarne ai ragazzi, ma Jimmy forse avrà già
sentito le chiacchiere».
Quando assentii, mi tirò i capelli e mi disse che ne sapevo un po’
troppo. Eravamo buoni amici, Frances e io.
Corsi a casa a dire alla nonna che Lena Lingard era venuta in
città; la cosa ci faceva piacere, perché sapevamo che faceva una
vita piuttosto dura in campagna.
Lena viveva nella colonia norvegese a ovest dello Squaw e
pascolava sempre il bestiame di suo padre nel terreno tra il suo e
quello degli Shimeda. Passando di lì, la si poteva vedeva in mezzo
alle sue bestie, a capo scoperto e scalza, coperta appena d’abiti
sbrindellati mentre sorvegliava la mandria. Prima di conoscerla,
pensavo che fosse un essere selvaggio che abitava nella prateria,
perché non l’avevo mai vista sotto un tetto. I capelli biondi avevano
chiazze di rosso bruciato, ma nonostante la continua esposizione al
sole le braccia e le gambe avevano stranamente conservato una
bianchezza miracolosa, e questo in un certo senso la faceva parere
più nuda delle altre ragazze che come lei andavano in giro poco
coperte. La prima volta che mi fermai a parlarle, mi stupirono la sua
voce morbida e il suo modo di fare semplice e garbato; di solito le
ragazze andando al pascolo diventavano piuttosto rudi e mascoline.
Lena invece pregò Jake e me di scendere da cavallo e di fermarci un
po’, e si comportò proprio come se fosse in una casa e abituata a
ricevere visite. Non si sentiva imbarazzata dal suo vestito lacero e ci
trattò come vecchie conoscenze. Anche allora avevo notato l’insolito
colore degli occhi, una tonalità di violetto cupo, e la loro espressione
vellutata, fiduciosa.
Chris Lingard non otteneva grandi risultati con la fattoria e aveva
una famiglia numerosa. Lena faceva continuamente calze per i
fratellini e le sorelline, e persino le donne norvegesi che la
criticavano dovevano ammettere che era una buona figlia. Come
diceva Tonia, la gente ne sparlava. L’accusavano d’aver fatto
perdere a Ole Benson il poco senno che aveva, e questo in un’età in
cui Lena avrebbe dovuto ancora portare i grembiulini corti.
Ole viveva in una cantina sgocciolante, quasi ai margini della
colonia. Era grasso, pigro e scoraggiato, e ormai si era abituato alla
sfortuna. Dopo che gli furono capitate tutte le disgrazie possibili, da
ultimo la moglie, “Mary la pazza”, tentò di dar fuoco alla stalla di un
vicino e fu mandata al manicomio di Lincoln. Lì rimase alcuni mesi,
poi scappò e tornò a casa a piedi percorrendo circa trecento
chilometri: camminava la notte e si nascondeva nelle stalle e nei
pagliai di giorno. Quando arrivò da Ole, aveva i piedi duri come gli
zoccoli di un cavallo. Promise di stare tranquilla e le permisero di
rimanere, per quanto tutti capissero che era sempre pazza lo stesso
e per quanto continuasse a correre nella neve a piedi nudi
raccontando tutti i suoi fastidi familiari ai vicini.
Poco dopo il ritorno di Mary dal manicomio, un danese che ci
aiutava nella trebbiatura raccontò che la figlia maggiore di Chris
Lingard aveva fatto perdere la testa a Ole, tanto che ormai non
aveva molto più senno della moglie. Durante tutta l’estate, mentre
stava nei campi a curare il suo grano, se si sentiva prendere da un
senso di sconforto e di malinconia legava le bestie e si metteva alla
ricerca di Lena Lingard, che era fuori al pascolo. Quando la trovava,
si metteva a sedere sul margine del fossato e l’aiutava a sorvegliare
il bestiame. Alla colonia tutti ne parlavano. La moglie del pastore
norvegese andò da Lena e le disse che non doveva permettere una
cosa simile; la pregò di andare in chiesa la domenica e, quando
questa le rispose che non aveva nessun vestito migliore degli stracci
che portava addosso, la donna andò a frugare in tutti i vecchi bauli e
tirò fuori qualche vecchio abito che aveva portato da signorina.
La domenica seguente Lena apparve in chiesa ben pettinata,
proprio come una donnina, con le scarpe, le calze e il vestito nuovo
che si era aggiustata e le stava molto bene. Tutta la congregazione
la guardò a bocca aperta. Fino a quel mattino nessuno – eccetto Ole
– si era accorto di quanto fosse graziosa o del fatto che fosse ormai
cresciuta. Le sue forme tondeggianti erano sempre state nascoste
dagli stracci senza garbo che portava nei campi. Cantato l’ultimo
inno e finita la cerimonia, Ole scivolò fuori vicino allo steccato dove
erano legati i cavalli e sollevò Lena sul suo. Il fatto in sé era grave –
un uomo sposato non faceva cose del genere – ma era nulla in
confronto a ciò che successe dopo. Mary la pazza partì come un
razzo dal gruppo delle donne che stavano sulla porta della chiesa e
corse giù per la strada seguendo Lena e urlando terribili minacce.
«Attenta, Lena Lingard, attenta: un giorno o l’altro verrò con una
falce e ti taglierò via qualcosa. Così avrai finito di svolazzare facendo
gli occhi dolci agli uomini».
Le norvegesi non sapevano dove guardare: erano per la maggior
parte delle brave massaie con un senso del decoro piuttosto rigido.
Ma Lena Lingard non si preoccupò, accontentandosi di ridere con
quel suo riso così tranquillo e cordiale e di voltarsi a guardare
l’infuriata moglie di Ole.
Però venne il tempo in cui Lena non rise più. Molte volte la pazza
l’aveva rincorsa per i prati fino ai campi degli Shimeda. Lena non lo
disse mai al padre: forse si vergognava, o forse aveva più paura
della sua ira che della falce della pazza. Ero dagli Shimeda un
pomeriggio in cui Lena arrivò correndo come un bolide in mezzo
all’erba rossa con tutta la velocità delle sue bianche gambe. Filò
dritto in casa e si nascose sotto il piumino di Antonia. Mary non era
molto lontana. Arrivò fino alla porta e ci fece sentire com’era affilata
la sua falce, spiegandoci nel dettaglio tutto quello che aveva
intenzione di fare a Lena. La Shimeda, appoggiata alla finestra, si
godeva la scena e le rincrebbe quando Antonia riuscì a mandar via
Mary rabbonendola con una decina di pomodori. Lena uscì dalla
stanza di Tonia dietro la cucina col volto arrossato per il calore delle
piume, ma per il resto quasi calma. Pregò me e Antonia di andare
con lei ad aiutarla a riunire le bestie. Erano tutte disperse e si
stavano probabilmente ingozzando nel campo di qualcuno.
«È facile che tu perda qualche manzo, così imparerai a fare gli
occhi dolci agli uomini sposati» le disse la Shimeda sentenziosa.
Lena sorrise semplicemente. «Non gli ho mai fatto gli occhi dolci:
non posso impedire che mi ronzi attorno, e non posso certo
ordinargli di andarsene, perché il pascolo è di tutti».
V

Dopo la venuta di Lena a Black Hawk, la incontrai parecchie volte in


città, dove andava a fare acquisti di filo di seta o roba del genere per
la Thomas. Se mi capitava di camminare fino a casa con lei, mi
raccontava dei vestiti che aiutava a fare o di quello che vedeva o
sentiva il sabato sera quando andava da Tiny all’albergo.
“La casa dei ragazzi” era il miglior albergo della regione e tutti i
commessi viaggiatori che si trovavano nelle vicinanze cercavano di
arrivare a Black Hawk per la domenica. Il sabato sera, dopo cena, si
riunivano nel salottino. L’impiegato del maresciallo Field, Anson
Kirkpatrick, si sedeva al piano e cantava tutte le ultime canzonette.
Quando Tiny aveva finito di aiutare la cuoca a lavare i piatti, sedeva
con Lena dietro la doppia porta tra la sala da pranzo e il salotto e si
divertiva ad ascoltare la musica o a ridere per le storie e le
barzellette che raccontavano. Lena mi diceva spesso che sperava
che da grande diventassi un commesso viaggiatore. Facevano una
bella vita. Nient’altro che correre sui treni tutto il giorno, e la sera a
teatro nelle città più importanti. Dietro l’albergo c’era un grande
magazzino dove i piazzisti aprivano le grosse valigie e mettevano in
mostra i campionari sui banchi. I negozianti di Black Hawk andavano
a guardare la roba e a ordinare la merce, e la Thomas, per quanto
fosse una dettagliante, poteva andare a vedere per “farsi qualche
idea”. I viaggiatori erano tutti generosi. Davano a Tiny una tale
quantità di fazzoletti, guanti, nastri, calze rigate, boccette di profumo
e saponette profumate che essa ne poteva mettere da parte anche
per Lena.
Un pomeriggio della settimana prima di Natale incontrai per caso
Lena con suo fratello, il piccolo Chris dalla buffa testa piatta, davanti
a un negozio: guardavano le bambole e i cubetti e le Arche di Noè
ben disposti nella vetrina. Il ragazzo era venuto in città con un vicino
per fare le compere di Natale, perché quell’anno possedeva dei soldi
suoi. Aveva solo dodici anni ma quell’inverno si era trovato un
lavoro: scopare la chiesa norvegese e accendervi la stufa la
domenica. E che razza di lavoro da gelarsi doveva essere!
Entrammo da Duckford e Chris svolse i suoi regali e me li fece
vedere: una cosa per ciascuno dei suoi sei fratellini più giovani,
perfino un porcellino di gomma per il più piccino. Lena gli aveva dato
una delle boccette di profumo di Tiny per la madre ed egli pensava
di unirvi alcuni fazzoletti. Non erano cari, ma gli rimaneva poco
denaro ormai. C’era una scatola di fazzoletti in vetrina: Chris voleva
quelli con le iniziali in un angolo perché non ne aveva mai visti
prima. Studiò la cosa seriamente, mentre Lena, guardandogli sopra
la spalla, gli diceva che probabilmente le cifre in rosso avrebbero
conservato meglio la tinta. Sembrava così perplesso che pensai che
forse non gli rimanesse denaro sufficiente.
A un certo punto disse, con gravità: «Sorella, sai che la mamma si
chiama Berthe, non so se devo prendere quello con la B di Berthe o
quello con la M di mamma».
Lena gli carezzò la testa setolosa. «Io prenderei quello con la B,
Chris. Le farà piacere che tu abbia pensato al suo nome. Ormai non
c’è più nessuno che la chiami così».
Questo lo soddisfece. Il viso gli si rischiarò subito e ne prese tre
blu e tre rossi. Quando il vicino entrò a dire che era l’ora d’andare,
Lena avvolse la sciarpa intorno al collo di Chris, gli alzò il colletto
della giacca – non aveva il soprabito – e lo guardammo salire sul
carro e partire per il suo lungo viaggio al freddo. Lena s’asciugò una
lacrima col dorso del guanto di lana e mormorò, come se
rispondesse a un rimprovero che le si riaffacciava alla mente:
«Eppure ho sempre una gran nostalgia di tutti quanti».
VI

L’inverno è violento in una piccola città della prateria. Il vento che


soffia dall’aperta campagna spazza via denudandoli tutti i ripari di
foglie che separano un cortile dall’altro in estate e pare che le case
si facciano più vicine. I tetti, che sembravano così lontani dietro le
cime verdi, ti si presentano di fronte all’improvviso e sono tanto più
brutti di quando la vite vergine e i rampicanti ne ammorbidiscono gli
angoli.
Al mattino, lottando contro il vento per andane a scuola, non
vedevo null’altro che la strada davanti a me, ma al pomeriggio
tornando a casa la città mi sembrava lugubre e desolata. La pallida
luce fredda del tramonto invernale non abbelliva le cose, era come la
luce della verità stessa. Quando le nubi grigiastre s’abbassavano a
occidente e il sole rosso, calandovi dietro, lasciava una scia scarlatta
sui tetti imbiancati e i mucchi di neve azzurrognola, il vento s’alzava
di nuovo con una sorta di canto amaro e malinconico, come dicesse:
“Questa è la realtà, anche se non vi piace. Tutte le frivolezze
dell’estate, la luce, le ombre, quella maschera mobile di verde che
trema su ogni cosa, sono menzogne; questo è quanto c’è sotto.
Questa è la verità”. Era come se ci punissero per aver amato la
bellezza dell’estate.
Se indugiavo un po’ in cortile dopo la scuola, o andavo all’ufficio
postale o mi trattenevo ad ascoltar le chiacchiere in farmacia, si
faceva notte prima che giungessi a casa. Il sole era calato. Le strade
gelate si allungavano azzurre di fronte a me; attraverso le finestre
delle cucine brillavano luci pallide, e passando mi giungeva l’odore
delle vivande che cuocevano per la cena. C’era poca gente in giro e
ognuno s’affrettava verso un focolare acceso: le stufe fiammeggianti
nelle case erano come calamite. Passando vicino ai vecchi non si
vedeva della loro faccia nient’altro che un naso rosso tra una barba
gelata e un berretto di pelliccia. I giovani trottavano via con le mani
in tasca tentando talvolta una scivolata sui marciapiedi ghiacciati. I
bimbi, coi berretti e le sciarpe vivaci, appena messo piede fuori casa
si mettevano a correre anziché camminare, picchiandosi i fianchi con
le mani inguantate di lana. Quando giungevo alla chiesa metodista
ero a metà strada da casa, e mi dava una sensazione piacevole,
mentre passavo sulla strada gelata, veder brillare la luce attraverso
le vetrate a colori come succedeva talvolta. Nel grigiore invernale si
era assaliti da una sete di colore come la bramosia di grassi e di
zuccheri dei lapponi. Senza sapere perché, ci si arrestava sul
marciapiede di fronte alla chiesa – quando accendevano le luci
presto o per le prove del coro o per le riunioni – battendo i denti e
chiacchierando finché i piedi diventavano pezzi di ghiaccio. Ci
tenevano lì i rossi, i verdi e gli azzurri violenti delle vetrate.
Nelle notti invernali, la luce nelle finestre degli Harling mi attirava
come le vetrate colorate. Anche dentro quella casa calda vi era del
colore. Dopo cena afferravo il berretto, ficcavo le mani in tasca e mi
tuffavo nella siepe di salici come se le streghe mi inseguissero. Però,
se il signor Harling era in casa, se si vedeva la sua ombra sulla
tenda della stanza a ponente, invece d’entrare facevo dietrofront e
tornavo indietro per la strada lunga, pensando a quale libro avrei
potuto leggere mentre me ne stavo lì con i nonni.
Delusioni simili aumentavano il mio entusiasmo per le serate in
cui si facevano sciarade o si ballava nel salotto con Sally sempre
vestita da ragazzo. Quell’inverno Frances c’insegnò qualche passo
di danza e disse sin dalla prima lezione che Antonia sarebbe
diventata la miglior ballerina di tutti noi. Al sabato la Harling ci
suonava le vecchie opere – Marta, Norma, Rigoletto – e mentre
batteva sui tasti ce ne raccontava il soggetto. Ogni sabato era come
un gran ricevimento. Il salotto, il salottino e la sala da pranzo erano
caldi, ben illuminati, con sedie e divani comodi e quadri allegri alle
pareti. Si stava bene lì. Antonia si portava il lavoro e veniva a sedersi
con noi: cominciava già a farsi dei bei vestitini. Dopo le lunghe
serate invernali in campagna, tra il silenzio imbronciato di Ambrosh e
le lamentele di sua madre, la casa degli Harling le pareva – così
diceva – “un paradiso”. Non era mai tanto stanca da non aver voglia
di farci i croccanti o i pasticcini di cioccolata. Se Sally le bisbigliava
qualche cosa all’orecchio o Charley le strizzava l’occhio tre volte,
Tonia volava in cucina e attizzava il fuoco nella stufa anche se quel
giorno l’aveva già acceso tre volte per i pasti.
Mentre stavamo aspettando che i pasticcini cuocessero o i
croccanti si raffreddassero, Nina convinceva Antonia a furia di
carezze a raccontarle delle storie: del vitellino che si era rotto la
gamba, di come Julka aveva salvato il tacchino che stava
annegando nell’inondazione e dei Natali di una volta e dei matrimoni
in Boemia. Nina interpretava in modo fantasioso la storia del
presepe e, nonostante noi la prendessimo un po’ in giro, le piaceva
infinitamente credere che Cristo fosse nato in Boemia poco prima
che gli Shimeda ne venissero via. Le storie di Tonia piacevano a
tutti. La sua voce aveva un fascino particolare: era profonda, un po’
roca, e dentro ci si sentiva vibrare il respiro. Pareva che tutto quanto
diceva le venisse dal cuore.
Una sera, mentre rompevamo le noci per fare il croccante, Tonia
ci raccontò una nuova storia.
«Signora Harling, ha mai sentito quello che è capitato l’estate
scorsa dai norvegesi, quando ero là a trebbiare? Eravamo dagli
Iverson e io guidavo uno dei carri del grano».
La Harling venne a sedersi con noi. «Eri capace di gettare il grano
nella trebbiatrice da sola, Tonia?». Sapeva che era un lavoro molto
pesante.
«Sì, signora. Ne buttavo delle forcate con la stessa velocità del
grasso Andern, il ragazzo che guidava l’altro carro. Un giorno si
moriva dal caldo: ritornati nei campi dopo il pranzo, avevamo
cominciato a lavorare senza affannarci troppo. Gli uomini
attaccarono i cavalli e misero in moto la macchina; Ole Iverson stava
in alto sulla trebbiatrice e tagliava le ritorte, io m’ero seduta
appoggiandomi a un mucchio di paglia per cercare un po’ d’ombra. Il
mio carro non doveva passare per primo, e non so come mai quel
giorno sentivo il caldo in un modo spaventoso. Il sole era tanto forte
che pareva stesse per incendiare il mondo intero. Dopo un po’ vidi
un uomo avanzare tra le stoppie e, quando fu più vicino, m’accorsi
che era un vagabondo. Le dita dei piedi gli spuntavano fuori dalle
scarpe, aveva la barba lunga di chi sa quanti giorni e gli occhi
terribilmente rossi, quasi selvaggi, come se avesse addosso qualche
malanno. Venne dritto da me e cominciò a parlarmi come se mi
conoscesse benissimo: “Gli stagni hanno così poca acqua in questo
paese che un disgraziato non ci si può neppure annegare”. Gli dissi
che non c’era nessuno che ne avesse voglia, ma che se non fosse
piovuto si sarebbe dovuto pompar l’acqua per le bestie. “Oh, le
bestie!” disse. “Ne avete di cure per loro, tutti quanti; non c’è birra
qui?”. Gli risposi che per la birra bisognava andare dai boemi, i
norvegesi non ne bevevano durante la trebbiatura. “Dio mio, così
questi sono norvegesi, eh! Io credevo che qui si fosse in America”.
Poi saltò sulla macchina e cominciò a chiamare Ole Iverson. “Ohi,
compagno, fammi salire lassù, sono capace anch’io di tagliare i
covoni e ne ho abbastanza di fare il vagabondo; non ho più voglia
d’andare avanti”. Io cercavo di fare dei segni a Ole perché pensavo
che l’individuo fosse pazzo e potesse rovinare la macchina. Ma Ole
era soddisfattissimo di venir via dal sole e dalla pula e riposarsi un
po’ – quando fa così caldo, quella ti s’infila giù per il collo e ti
s’appiccica. Così saltò giù e strisciò sotto un carro per cercare un po’
d’ombra e il vagabondo salì al suo posto. Per un po’ tagliò i covoni e
poi, signora Harling, mi fece un cenno con la mano e si gettò a testa
avanti nella trebbiatrice insieme col grano. Io cominciai a strillare e
gli uomini corsero a fermare i cavalli, ma la cinghia l’aveva già
afferrato e, prima che potessero fermare la macchina, era tagliato a
pezzetti. Era così sfracellato che ci volle un bel po’ per tirarlo fuori, e
da quel momento in poi la macchina non ha più funzionato come si
deve».
«Era proprio morto, Tonia?» strillammo tutti.
«Se era morto? Eh! Lo credo bene! Ecco, Nina adesso è tutta
spaventata. Non piangere, cara, non verrà mai nessun vecchio
vagabondo a prenderti finché c’è la tua Tonia».
La Harling disse severamente: «Smettila di piangere, Nina, o ti
dovrò mandare in camera quando Antonia racconta le storie della
campagna. Si è mai saputo chi fosse e da dove veniva, Tonia?».
«Mai, signora, non l’hanno mai visto da nessuna parte eccetto in
una cittadina che si chiama Conway dove s’era fermato a cercare
della birra, ma non c’erano birrerie. Forse era venuto su un carro
merci, ma nessun frenatore l’aveva visto; non gli trovarono addosso
né lettere né altro; nulla eccetto un vecchio temperino, un ossicino di
pollo6 avvolto in un pezzo di carta e una poesia».
«Poesia?» esclamammo.
«Sì, mi ricordo» disse Frances. «Era un ritaglio di giornale tutto
sdrucito, Il vecchio secchio di quercia, me l’aveva portato Ole in
ufficio».
«Non vi pare una cosa strana, signorina?» chiese Antonia
pensierosa. «Ma com’è possibile che qualcuno abbia voglia di
ammazzarsi d’estate! E durante la trebbiatura, poi! Quando tutto è
così bello!».
«È vero, Antonia» disse la Harling con calore. «Può darsi che
quest’estate venga a casa tua ad aiutarti per la trebbiatura. Ma non è
ancora pronto quel croccante? È un bel po’ che ne sento il
profumino».
In fondo c’era una straordinaria armonia fra Antonia e la sua
padrona. Erano entrambe nature forti e indipendenti. Sapevano ciò
che volevano e non si mettevano a imitare gli altri. Amavano gli
animali, i bimbi, la musica, zappare la terra e i giochi un po’ rudi;
preparare del buon cibo e vederlo mangiare, dei bei letti morbidi e
vederci i giovani dormire. Mettevano in ridicolo la gente presuntuosa
ed erano pronte ad aiutare gli infelici. In fondo al cuore avevano
tutt’e due una vera giovialità, una gioia di vivere – non raffinata forse,
ma contagiosa. Ne fui sempre profondamente consapevole, anche
se non cercai mai di definirla. Non avrei mai potuto immaginare che
Antonia vivesse neanche per una settimana a Black Hawk in una
casa che non fosse quella degli Harling.
VII

L’inverno dura troppo nelle città di pianura, dura finché non diventa
stantio e sciupato, vecchio e imbronciato. In campagna il fattore
importante era il tempo, e le azioni umane vi scomparivano sotto
come il torrente sotto il ghiaccio, ma a Black Hawk la scena della vita
umana si rivelava nella sua essenza, rattrappita e scarnita, ridotta a
un rigido scheletro.
Per tutto gennaio e febbraio, nelle notti chiare andai con gli
Harling a pattinare sul fiume fino all’isola grande o a fare i falò sulla
sabbia gelata. Ma a marzo il ghiaccio era screpolato e sbriciolato e
la neve sugli argini dei fiumi aveva un aspetto grigiastro e triste. Ero
stanco della scuola, stanco dei vestiti invernali, delle strade fangose,
dell’immondizia e dei residui di carbone che da tanto tempo si
accumulavano nel cortile. Ci fu solo un’interruzione nella noiosa
monotonia del mese, quando il cieco D’Arnault, il pianista negro,
venne in città. Diede un concerto al teatro il lunedì sera e passò il
sabato e la domenica col suo impresario all’albergo. La Harling lo
conosceva da anni e disse ad Antonia che avrebbe fatto bene ad
andare a trovare Tiny quel sabato, perché di certo avrebbero
suonato alla “Casa dei ragazzi”.
Il sabato sera dopo cena corsi all’albergo e scivolai
silenziosamente in salotto. Sedie e divani erano già occupati e c’era
nell’aria un piacevole profumo di sigaro. Una volta il salotto era
diviso in due stanze e nel punto dove era stata tolta la divisione il
pavimento s’abbassava. Il vento che soffiava fuori faceva
ondeggiare il lungo tappeto; ai due angoli opposti della sala
fiammeggiava una stufa a carbone e nel mezzo c’era il pianoforte
aperto.
C’era un’insolita atmosfera di libertà quel giorno nella casa,
perché la Gardener era andata a Omaha per una settimana. Johnnie
aveva continuato a bere con i clienti, tanto che quasi non capiva più
niente. Era la Gardener che teneva i conti e s’occupava di tutto,
mentre suo marito stava in ufficio a ricevere gli ospiti. Era un
individuo molto popolare ma non aveva capacità direttive.
La Gardener era considerata la donna più elegante di Black
Hawk: aveva i migliori cavalli, una bella carrozza e una piccola slitta
bianca e oro. Ma essa non sembrava interessarsi troppo di quanto
aveva, neanche la metà di quanto se ne interessavano le sue
amiche. Era alta, scura, severa, con qualcosa di indiano nella
rigidezza immobile del volto. Aveva un modo di fare piuttosto freddo
e parlava poco. Quando i clienti andavano da lei, sentivano di
ricevere un favore, non di farlo. Anche i viaggiatori più eleganti si
sentivano lusingati quando lei si tratteneva a parlare con loro. Gli
ospiti dell’albergo erano divisi in due classi: quelli che avevano visto i
diamanti della Gardener e quelli che non li avevano visti.
Quando entrai furtivamente nel salotto, Anson Kirkpatrick, che
seguiva il maresciallo Field, era al piano e suonava arie di
un’operetta allora in voga a Chicago. Era un piccolo irlandese molto
frivolo e appiccicoso come una scimmia, che aveva amici
dappertutto e una fidanzata in ogni porto come i marinai. Non
conoscevo bene tutti gli uomini che erano lì seduti, ma riconobbi un
negoziante di mobili di Kansas City, un farmacista e Willy O’Reilly,
che viaggiava per una ditta di gioielli e vendeva strumenti musicali. I
discorsi si aggiravano sugli alberghi buoni e cattivi, sugli attori e sulle
attrici e sui prodigi musicali. Imparai che la Gardener era andata a
Omaha per sentire Booth e Barrett che dovevano suonare laggiù
nella prossima settimana e che Mary Anderson aveva un grande
successo a Londra nel Racconto d’inverno7 .
La porta dell’ufficio si aprì e apparve Johnnie Gardener che
indicava la strada al cieco D’Arnault – costui non si sarebbe mai
lasciato condurre. Era un mulatto pesante e massiccio, con le
gambe corte, e venne avanti picchiando il pavimento davanti a sé
con un bastone dal manico d’oro. Il viso scuro era sollevato verso la
luce e mostrava in un sorriso una fila di denti bianchi; le palpebre
pallide, infossate, gli coprivano immobili gli occhi spenti.
«Buonasera, signori, non vi sono signore? Buonasera, signori,
facciamo un po’ di musica? C’è qualcuno che vuol suonare per me
questa sera?». Era una voce da negro, amabile e morbida come
quelle che ricordavo dalla mia infanzia, con una nota di ossequio e di
docilità. Anche la sua testa era quella di un negro – sempre che di
testa si possa parlare, visto che dietro le orecchie non c’era altro se
non le pieghe del collo nascoste dai capelli lanosi tagliati corti.
Sarebbe stato respingente se il suo viso non fosse stato così gentile
e felice. Era il volto più felice ch’io avessi visto da quando avevo
lasciato la Virginia.
Si diresse subito al piano e quando si sedette notai il tic nervoso
di cui la Harling mi aveva parlato. Quando si sedeva o stava in piedi
fermo, continuava a ondeggiare avanti e indietro come un giocattolo
meccanico. Se era al pianoforte, ondeggiava a tempo di musica, e
quando smetteva di suonare il corpo continuava il movimento come
un mulino vuoto continua a macinare. Trovò i pedali, li provò, fece
scorrere le mani giallognole sulla tastiera abbozzando scale, poi si
rivolse alla compagnia.
«Va bene, signori. Nulla è successo dall’ultima volta che sono
stato qua. La Gardener fa sempre accordare il piano prima che io
venga. E adesso, signori, immagino abbiate tutti delle voci
straordinarie e mi pare che stasera si potrebbero cantare le vecchie
canzoni del Sud».
Gli uomini gli si riunirono attorno mentre lui cominciava a suonare
My Old Kentucky Home. E intonarono un canto negro dopo l’altro
mentre il mulatto, la testa gettata indietro, il viso giallognolo
sollevato, le palpebre raggrinzite immobili, sedeva ondeggiando.
Era nato nell’estremo Sud, nella piantagione D’Arnault, dove della
schiavitù sussisteva ancora lo spirito, se non il fatto. Quando aveva
tre settimane, una malattia l’aveva lasciato completamente cieco e,
non appena fu abbastanza grande da sedersi e zampettare, si
cominciò a notare anche l’altro malanno, il movimento nervoso del
corpo. La madre, lavandaia che lavorava dai D’Arnault, concluse che
il suo piccolo cieco non “aveva la testa come si deve” e ne provava
vergogna. Lo amava moltissimo, ma era così brutto con quegli occhi
infossati e quelle contrazioni nervose, che lo teneva nascosto alla
gente. Tutte le leccornie che portava dalla Casa Grande erano per il
suo piccolo, e picchiava e scappellottava gli altri bambini tutte le
volte che li trovava a prenderlo in giro o a portargli via il suo ossicino
di pollo. Lui cominciò a parlare presto, ricordando tutto quello che
sentiva, e sua madre diceva che non era scemo del tutto. Lo chiamò
Sansone perché era cieco, ma alla piantagione lo conoscevano
come “l’idiotino di Marta”. Era docile e ubbidiente, ma quando ebbe
sei anni cominciò a scappare di casa prendendo sempre la stessa
direzione. Si apriva la strada in mezzo ai lillà lungo la siepe di bossi,
fino all’ala sud della casa, dove la signorina Nelly D’Arnault faceva
esercizi al pianoforte ogni mattina. Ciò mandava in bestia sua madre
più di ogni altra cosa che avesse potuto fare. Aveva così vergogna
della sua bruttezza che non poteva sopportare l’idea che i bianchi lo
vedessero. Tutte le volte che lo coglieva a scappare dalla capanna,
lo frustava senza pietà e gli diceva le cose terribili che il signor
D’Arnault gli avrebbe fatto se l’avesse trovato vicino alla Casa
Grande. Ma appena l’occasione si presentava, Sansone scappava di
nuovo. Se la signorina D’Arnault s’interrompeva un momento e
andava alla finestra, vedeva quell’orribile nanerottolo vestito di
stracci ritto nella radura tra le siepi di malvarosa, col corpo
ondeggiante ritmicamente, il visetto scuro alzato al sole con
un’espressione di rapimento idiota. Molte volte ebbe la tentazione di
dire a Marta che doveva tenere il bambino a casa, ma chissà perché
il ricordo di quel viso folle e felice la tratteneva. Pensava poi che in
fondo il bimbo non aveva altro che l’udito, per quanto non le venisse
in mente che potesse averne più degli altri bimbi.
Un giorno Sansone se ne stava così ad ascoltare la signorina
Nelly che suonava col maestro di musica. Le finestre erano aperte.
Li sentì alzarsi dal piano, parlare un po’ e lasciare la stanza. Udì la
porta che si chiudeva dietro di loro. Strisciò fino alla finestra e mise
la testa dentro. S’accorgeva sempre della presenza della gente in
una stanza, e questa volta non c’era nessuno. Mise un piede sul
davanzale e lo scavalcò.
La madre gli aveva ripetuto in molte occasioni che il padrone
l’avrebbe dato al mastino grosso se l’avesse trovato a ficcare il naso
dove non doveva. Sansone una volta era andato vicino al canile del
mastino e ne aveva sentito il respiro terribile. Pensò a tutto questo
ma tirò su anche l’altro piede.
Nel buio trovò la strada verso la Cosa, verso la sua bocca. La
toccò delicatamente e quella rispose delicatamente, gentilmente.
Rabbrividì e rimase immobile. Poi cominciò a tastarla tutta, fece
scorrere le dita lungo i fianchi lisci, abbracciò le gambe scolpite,
cercò di farsi un’idea della sua forma e delle sue dimensioni, dello
spazio che occupava nella sua notte eterna. Era fredda e dura, non
somigliava a nessun oggetto del suo universo nero. Ritornò alla
bocca e cominciò da un lato della tastiera a scendere via via fino al
tono cupo in fondo. Pareva che sapesse che bisognava farlo con le
dita e non coi pugni o coi piedi. Si avvicinava per puro istinto a uno
strumento così straordinariamente innaturale e ci si accoppiava
come sapesse che avrebbe trovato se stesso là sopra. Dopo che
ebbe provato tutti i suoni, cominciò a tentare passaggi di arie che la
signorina Nelly aveva suonato, passaggi che erano già suoi, che
covavano sotto le ossa del suo piccolo cranio appuntito e conico,
precisi come desideri animaleschi.
La porta si aprì. La signorina Nelly e il maestro vi apparvero, ma il
cieco Sansone, che era tanto sensibile alle presenze, non se ne
accorse. Stava seguendo nei tasti piccoli e grandi una trama che per
lui era già pronta. Quando si fermò un momento perché il suono era
sbagliato e ne voleva un altro, la signorina Nelly parlò dolcemente.
Egli si girò in uno spasimo di terrore, balzò avanti nel buio, batté il
capo contro l’anta della finestra aperta e cadde a terra urlando e
sanguinando. Ebbe uno di quelli che sua madre chiamava “attacchi”,
venne il dottore e gli diede dell’oppio.
Quando Sansone si ristabilì, la padroncina lo riportò al piano.
Parecchi maestri lo provarono; dichiararono che aveva un’attitudine
straordinaria e una memoria eccezionale. Da piccolo era in grado di
ripetere dopo un po’ qualunque composizione avesse sentito. Non
importava se picchiava dei tasti falsi, non perdeva mai il tema del
passaggio e riusciva a tirarlo fuori anche se con mezzi irregolari e
straordinari. Stancava i suoi maestri, perché non poteva imparare
come gli altri e non riusciva a perfezionarsi. Sarebbe sempre stato
un prodigio negro che suonava barbaramente e meravigliosamente.
Come tecnica pianistica la sua era forse abominevole ma come
musica era qualche cosa di reale, ravvivata da un senso del ritmo
ch’era più forte degli altri suoi sensi fisici e che non soltanto riempiva
la sua mente buia, ma incessantemente gli tormentava il corpo.
Vederlo, sentirlo, era vedere un negro che gode come soltanto i
negri sanno godere. Era come se tutte le sensazioni piacevoli,
accessibili a creature di carne e sangue, fossero accumulate in quei
tasti bianchi e neri e lui vi stesse sopra avido, facendosele scorrere
fra le dita gialle.
D’un tratto, nel bel mezzo d’un valzer scoppiettante, D’Arnault
cominciò a suonar piano e, volgendosi a uno degli uomini che gli
stavano dietro, bisbigliò «C’è qualcuno che balla là fuori», e voltò il
capo verso la sala da pranzo. «Sento dei piedini, ragazze
immagino».
Anson Kirkpatrick montò su una sedia e guardò sopra il tramezzo,
poi balzando giù spalancò le porte e corse in sala da pranzo. Tiny,
Lena, Antonia e Mary Dusak stavano ballando al centro della sala.
Kirkpatrick afferrò Tiny per il braccio. «Che vi piglia, ragazze? Ma
come! Ve la ballate qui da sole mentre c’è una stanza piena di
uomini abbandonati là dietro il tramezzo? Presentami a queste
amiche, Tiny».
Le ragazze cercavano di scappare continuando a ridere, ma Tiny
era preoccupata e protestò. «La Gardener non vorrebbe di sicuro;
s’infurierebbe se veniste qui a ballare con noi».
«La Gardener è a Omaha, ragazza mia. E tu sei Lena, vero? E tu
Tonia e tu Mary. Ho detto giusto?».
O’Reilly e gli altri cominciarono ad ammonticchiare le sedie sui
tavoli. Johnnie Gardener corse fuori dal suo ufficio.
«Piano, ragazzi, piano» li pregò. «Sveglierete la cuoca e quella
farà l’inferno. La musica non la sente, ma se si muove qualcosa in
sala da pranzo piomba giù in un attimo».
«E che te ne importa, Johnnie? Caccia via la cuoca e telegrafa a
Molly di portarne un’altra. Vieni, vieni, non c’è nessuno qui che se ne
andrà in giro a raccontare le cose».
Johnnie scosse la testa e disse in tono confidenziale: «Eh, invece
è certo che se io bevo un bicchiere a Black Hawk, Molly a Omaha lo
sa subito».
Gli ospiti si misero a ridere picchiandolo sulle spalle. «Metteremo
le cose a posto noi con Molly. Su con la vita, Johnnie».
Naturalmente Molly era il nome della signora Gardener. “Molly
Bawn” era dipinto in grosse lettere blu sui fianchi dell’autobus
dell’albergo, “Molly” era inciso nell’interno dell’anello di Johnnie,
nella calotta del suo orologio e certo anche nel suo cuore. Era un
ometto affezionato alla moglie, che lui riteneva una donna
meravigliosa, e sapeva che senza di lei sarebbe stato al massimo un
impiegato d’albergo.
A una parola di Kirkpatrick, D’Arnault s’allungò sul pianoforte e
cominciò a estrarne musica da ballo mentre il sudore gli brillava sulla
testa lanosa e sul viso sollevato. Pareva un dio africano, scintillante
di piacere, ricco di sangue forte e selvaggio. Ogni volta che i ballerini
si fermavano per cambiare compagno o per riprendere fiato, diceva
con la sua voce che pareva un tuono sommesso: «Chi c’è dietro di
me? Scommetto che c’è uno di questi signori cittadini. Forza,
ragazze, non vorrete mica lasciar raffreddare il pavimento!».
Antonia inizialmente era impaurita e continuava a guardare Lena
e Tiny sopra la spalla di O’Reilly con fare interrogativo. Tiny era agile
e snella, con dei piedini vivi e delle caviglie sottili, portava i vestiti
piuttosto corti ed era più vivace nel parlare e più leggera nei modi
delle altre ragazze. Mary Dusak aveva un viso largo, bruno,
leggermente segnato dalla varicella, ma era bella nonostante
questo. Aveva dei magnifici capelli castani folti e ricciuti, una fronte
bassa, liscia, e due occhi neri imperiosi che guardavano il mondo
con un’espressione impavida e indifferente. Sembrava audace,
piena di risorse e priva di scrupoli; e lo era. Erano belle ragazze dal
colorito fresco che veniva loro dall’esser cresciute in campagna, e
negli occhi avevano quello splendore che si chiama – purtroppo
senza metafora – la luce della gioventù.
D’Arnault suonò finché il suo impresario venne a chiudere il piano.
Prima d’andarsene, ci fece vedere il suo orologio d’oro e un anello
col topazio, dono di un nobile russo che si dilettava di melodie negre
e l’aveva sentito suonare a New Orleans. Finalmente, dopo essersi
inchinato a tutti ossequioso e felice, se ne andò su a tentoni. Tornai
a casa con Antonia. Ci sentivamo così eccitati che avevamo orrore
d’andare a letto, così ci fermammo un bel po’ a chiacchierare piano
davanti al cancello degli Harling finché il freddo lentamente non
calmò la nostra agitazione.
VIII

Le settimane di primavera che vennero finalmente a interrompere il


lungo inverno furono per me e per i ragazzi Harling settimane di
felicità. Mai eravamo stati tanto contenti e sereni. Tutto il giorno,
sotto un sole tenue, ci mettevamo in giardino ad aiutare la Harling e
Antonia a zappare e piantare nell’orto, a scalzare la terra intorno agli
alberi del frutteto, a legare le viti e potare le siepi. Ogni mattina,
ancor prima d’alzarmi, sentivo Antonia cantare nell’orto. Sotto i meli
e ciliegi appena in fiore correvamo alla ricerca di nidi nuovi
gettandoci zolle di terra o giocando a moscacieca con Nina. E
l’estate che avrebbe trasformato ogni cosa s’avvicinava di giorno in
giorno. Quando i ragazzi e le ragazze crescono, la vita non può
essere immobile – neppure nella cittadina più tranquilla –, e devono
crescere, lo vogliano o no, cosa che gli adulti dimenticano sempre.
Un mattino – doveva essere il mese di giugno, perché la Harling e
Antonia stavano mettendo le ciliegie in conserva – mi fermai da loro
per dire che un ballo pubblico era venuto in città; avevo visto due
carri che trasportavano dalla stazione il telone e i pali colorati.
Nel pomeriggio tre italiani dall’aspetto allegro, accompagnati da
una donna bruna, grassa, con una catena d’oro al collo e un
parasole di pizzo nero, passeggiavano per Black Hawk guardandosi
intorno. S’interessavano specialmente di bambini e di terreni liberi. Li
raggiunsi, mi fermai a scambiare una parola con loro e trovai che
erano affabili e cordiali. Mi dissero che d’inverno lavoravano a
Kansas City e d’estate giravano per le cittadine sparse nella pianura,
piantavano il loro tendone e insegnavano a ballare. Quando non
c’era più da fare in un posto, se ne andavano in un altro.
Il padiglione del ballo fu rizzato vicino alla lavanderia danese, in
un terreno libero circondato da alti pioppi arcuati. Era molto simile a
una tenda da giostra, coi lati aperti e tutte le bandierine sventolanti
attaccate ai pali. Prima che finisse la settimana, tutte le madri
ambiziose mandavano i figli alle lezioni di ballo pomeridiane. Alle tre
si vedevano ragazzine in bianco e ragazzi con le camicie dal colletto
rotondo – come allora si usava – che si affrettavano sul marciapiede
verso il padiglione. La signora Vanni li riceveva all’ingresso sempre
vestita di color lavanda, con una quantità di pizzo nero e l’imponente
catena dell’orologio che le pendeva sull’ampio seno. I capelli raccolti
sulla testa formavano una specie di torre nera sostenuta da pettini di
corallo rosso. Sorridendo mostrava due file di denti gialli, forti e
accavallati. Insegnava ai piccolini, mentre il marito, l’arpista, istruiva i
più anziani.
Spesso le mamme si portavano il ricamo e durante la lezione
sedevano all’ombra della tenda. Il venditore di pannocchie
sciroppate arrivava col suo carrettino a vetri e si metteva sotto il
grande pioppo vicino alla porta, sonnecchiando al sole, sicuro di fare
buoni affari alla fine della lezione. Jensen, il lavandaio, si prendeva
una sedia sul portico e andava a sedersi sullo spiazzo erboso.
All’angolo, sotto un ombrellone bianco, alcuni ragazzini trasandati
che venivano dalla stazione e vendevano pannocchie e limonata
facevano le smorfie ai ragazzini azzimati che andavano a prendere
lezione di ballo. E ben presto quel terreno divenne il luogo più
allegro di tutta la città. Anche nei pomeriggi più afosi, i pioppi
offrivano un’ombra gradevole, e nell’aria c’era il profumo delle
pannocchie abbrustolite, del burro fuso e dei garofani che
appassivano al sole. I fiori selvatici, fuggendo dal giardino del
lavandaio, avevano inondato di rosa l’erba del terreno libero.
I Vanni tenevano un ordine esemplare e la sera chiudevano all’ora
stabilita dal municipio. Quando la signora Vanni dava il segnale e
l’arpa intonava Home, Sweet Home, tutta Black Hawk sapeva che
erano le dieci. Si poteva regolare l’orologio con la stessa sicurezza
che si prestava al fischio della torre.
Almeno c’era qualcosa da fare in quelle lunghe serate vuote in cui
gli adulti sedevano come statue sotto il portico e i giovani, ragazzi e
ragazze, andavano su e giù, su e giù sui marciapiedi, a nord fino ai
prati, poi a sud fino alla stazione, poi di nuovo indietro fino alla posta,
la gelateria e la macelleria. Almeno adesso c’era un luogo dove le
signorine potevano sfoggiare i vestiti nuovi e dove si poteva ridere
senza il pericolo di esser rimproverati dal silenzio incombente – quel
silenzio che pareva emanare dal terreno e restare sospeso tra il
fogliame dei grandi aceri scuri coi pipistrelli e le ombre. Adesso era
rotto da suoni gioiosi. Prima il profondo tintinno dell’arpa di Vanni si
diffondeva in cascatelle argentine attraverso l’oscurità della notte
odorosa di polvere, poi si univano i violini, e uno di essi pareva un
flauto. Il loro richiamo era così malioso e seducente che i nostri piedi
si affrettavano da soli verso il padiglione. Oh, perché non ne
avevamo avuto uno prima?
Il ballo divenne ora una moda, come l’estate prima lo era stato il
pattinaggio a rotelle. Il Progressive Euchre Club si mise d’accordo
coi Vanni per l’uso esclusivo della sala il martedì e il venerdì sera.
Negli altri giorni poteva andarvi chiunque fosse in ordine e pagasse:
ferrovieri, meccanici, fattorini, gelatai e contadini che vivevano
abbastanza vicino alla città da poterci venire quando avevano
terminato la loro giornata di lavoro.
Non ho mai perso un ballo del sabato sera quando il padiglione
era aperto sino a mezzanotte. I contadini venivano dalle fattorie
distanti anche una quindicina di chilometri, e non mancavano mai le
ragazze di campagna – Antonia, Lena, Tiny, le danesi della
lavanderia e le loro amiche. Non ero l’unico a pensare che il loro
modo di ballare fosse più allegro e simpatico di quello delle altre. I
giovanotti del Progressive Euchre Club avevano preso l’abitudine di
raggiungerci sul tardi, rischiando una lite con le fidanzate e la
riprovazione generale solo per venire a fare un valzer con le
“servette”.
IX

C’era una strana situazione sociale a Black Hawk. Tutti i giovanotti


sentivano l’attrazione delle belle e vigorose ragazze campagnole,
venute in città per guadagnarsi la vita, e quasi sempre per aiutare il
padre a liberarsi dai debiti o per fare in modo che i fratelli e le sorelle
più giovani potessero andare a scuola.
Erano cresciute in tempi duri e avevano avuto ben poca
possibilità d’istruirsi, ma i più giovani, per cui esse facevano tanti
sacrifici e che avevano tanti “vantaggi”, non mi sembrarono mai, ora
che li incontravo spesso, né così interessanti né granché istruiti. Le
ragazze più vecchie che avevano aiutato a zappare la terra ancora
incolta avevano imparato tante cose dalla vita, dalla povertà, dalle
madri e dalle nonne. Tutte, come Antonia, venendo dal vecchio al
nuovo mondo in tenera età, erano diventate mature presto e
avevano acquisito un particolare spirito d’osservazione.
Ricordo circa una ventina di quelle ragazze che erano in servizio
a Black Hawk durante i pochi anni della mia permanenza là, e
ognuna di esse aveva qualcosa d’insolito e attraente. Fisicamente
formavano quasi una razza a parte; il lavoro e la vita all’aperto
avevano dato loro un vigore che, una volta superata la timidezza del
primo periodo in città, si sviluppava in un portamento deciso e in una
scioltezza di movimenti che le faceva notare in mezzo alle donne di
Black Hawk.
Questo succedeva in tempi in cui nelle scuole non c’era la
ginnastica. Si compiangevano le ragazze che dovevano camminare
più di un chilometro per andarvi; non esisteva un campo da tennis in
città e si pensava che gli esercizi fisici fossero poco eleganti per le
ragazze delle famiglie signorili. Alcune studentesse del liceo erano
allegre e graziose, ma d’inverno stavano in casa per il freddo e
d’estate per il caldo. Quando si ballava con loro, si aveva
l’impressione che i corpi non si muovessero nei vestiti, e che i loro
muscoli chiedessero una cosa sola: di non essere disturbati. Nel mio
ricordo quelle ragazze non sono altro che visi nella classe, gai e
rosati, oppure tristi e cupi, visi tagliati alle spalle come quelli dei
cherubini, sporgenti dagli alti banchi macchiati di inchiostro che certo
erano messi lì per farci crescere gobbi e col petto infossato.
Le figlie dei commercianti di Black Hawk erano assolutamente
convinte di essere “fini”, mentre le ragazze che andavano a “lavorare
fuori” non lo erano. I contadini americani nella nostra regione si
trovavano pressappoco nelle stesse difficili condizioni dei loro vicini
forestieri. Tutti erano venuti nel Nebraska con un piccolo capitale e
senza una grande conoscenza della terra che avrebbero dovuto
soggiogare, tutti avevano dovuto mettere ipoteche sui terreni, ma per
quanto difficile potesse essere la sua condizione, il contadino della
Pennsylvania o della Virginia non avrebbe mai permesso che le figlie
andassero a servizio. Se la ragazza non era almeno maestra,
preferivano che facesse la fame in casa.
Le boeme e le scandinave non potevano diventare insegnanti
perché non avevano avuto la possibilità d’imparare la lingua e,
decise a dare una mano nella lotta per liberare la fattoria dai debiti,
non avevano altra alternativa che andare a servizio. Alcune di esse,
venendo in città, mantennero il contegno serio e decoroso che
avevano tenuto quando zappavano o pascolavano alla fattoria
paterna. Altre, come le tre Marie boeme, cercarono di ripagarsi per
gli anni di gioventù che avevano perso, ma tutte riuscirono a fare ciò
che si erano proposte, e mandarono a casa i dollari così
faticosamente guadagnati. Le ragazze che conoscevo bene
aiutavano tutte a pagare aratri, mietitrici, covate o manzi che
dovevano venire ingrassati.
E il risultato di questa solidarietà familiare fu che nella nostra
regione le fattorie degli stranieri furono le prime a prosperare.
Quando il padre riusciva a liberarsi dai debiti, le ragazze sposavano i
figli dei vicini – di solito della stessa nazionalità – e le giovani che
una volta lavoravano nelle cucine di Black Hawk dirigono adesso le
loro grandi fattorie con le loro belle famiglie, e i figli che hanno avuto
stanno meglio dei figli delle donne di città che esse una volta
servivano.
L’atteggiamento dei cittadini verso queste ragazze mi pareva
molto stupido. Se dicevo ai miei compagni di scuola che il nonno di
Lena Lingard era un sacerdote rispettato in Norvegia, mi guardavano
senza capire. Che cosa importava? Tutti gli stranieri erano persone
ignoranti che non sapevano neppure parlare l’inglese. Non c’era
nessuno a Black Hawk che avesse l’intelligenza, la cultura e men
che meno l’eleganza del papà di Antonia, eppure la gente non
faceva alcuna differenza fra lei e le tre Marie: erano tutte boeme,
tutte “servette”.
Ero sicuro che avrei vissuto abbastanza per vedere le mie
ragazze di campagna diventare padrone, e così è stato. Oggi,
quanto può sperare di meglio un negoziante di Black Hawk, sempre
preoccupato dai problemi finanziari, è di vendere provviste, attrezzi o
automobili a una delle fattorie di cui sono padrone le coraggiose
ragazze boeme e scandinave.
I giovanotti di Black Hawk desideravano ansiosamente di poter
sposare le loro concittadine e vivere in una casa nuovissima, con
sedie bellissime sulle quali non ci si deve sedere e porcellana dipinta
a mano che non bisogna mai usare. Ma molte volte sollevavano gli
occhi dal libro mastro o dallo sportello della banca paterna per
seguire con lo sguardo Lena Lingard che passava sotto le finestre
con quel suo lento passo ondeggiante, o Tiny Soderball che
sgambettava con le sue gonnelline corte e le calze rigate.
Le ragazze di campagna erano considerate una minaccia per
l’ordine sociale, la loro bellezza risaltava troppo audace su quello
scenario così convenzionale. Ma non era proprio il caso che le madri
ansiose se ne preoccupassero. Avevano un concetto errato dei loro
figli: nella gioventù di Black Hawk il desiderio della rispettabilità era
più forte di qualunque altro.
Un giovane borghese era come il figlio di una casa reale. Il
ragazzo che spazzava l’ufficio o andava a consegnare i pacchi sul
carro poteva ben divertirsi con le contadine; lui no, lui doveva
rimanere tutta la sera in un salotto di velluto dove la conversazione
si trascinava in modo così pietoso che il padre molto spesso doveva
entrarvi e fare violenti sforzi per rianimare un po’ l’atmosfera.
Tornando a casa dopo una visita noiosa, gli capitava d’incontrare
Tonia e Lena che passavano sul marciapiede bisbigliandosi segreti,
oppure le tre Marie boeme col loro lungo mantello e il berrettino di
velluto che si comportavano con una dignità che serviva soltanto a
rendere più piccante la storia delle loro avventure. Se andava
all’albergo a incontrare qualche viaggiatore per affari, ecco Tiny che
gli si presentava inarcando le spalle come una gattina. Se andava in
lavanderia a ritirare i colletti, ecco le ragazze danesi che gli
sorridevano sopra i banchi da stiro, con le gole bianche e le guance
rosate.
Le tre Marie erano le eroine di un ciclo di storie scandalose che i
vecchi amavano raccontare nelle loro abituali chiacchierate in
farmacia. Maria Dusak era stata a servizio da un ranchero scapolo
che veniva da Boston e, dopo parecchi anni che era al suo servizio,
era stata costretta a ritirarsi in campagna per un breve periodo. Più
tardi era ritornata in città per prendere il posto della sua amica Maria
Svoboda, che si trovava nelle stesse condizioni. Avere in cucina una
delle tre Marie era considerato pericoloso come avere un esplosivo,
tuttavia erano cuoche e massaie così abili e ammirevoli che non
avevano mai bisogno di cercarsi un posto.
La tenda dei Vanni aveva riunito in un terreno neutrale giovanotti
cittadini e ragazze campagnole. Sylvester Lovett, cassiere nella
banca di suo padre, non mancava mai al ballo del sabato sera.
Ballava tutte le volte che Lena era disponibile, e arrivava a essere
così audace da accompagnarla a casa. Se per caso le sue sorelle e i
loro amici erano fra gli spettatori delle “serate popolari”, Sylvester se
ne stava a fumare nell’ombra sotto il grande pioppo e guardava Lena
con espressione di sofferenza. Parecchie volte nel buio gli sbattevo il
naso contro e sentivo per lui una certa pietà. Mi richiamava alla
mente Ole Benson che sedeva sull’argine a guardare Lena mentre
faceva pascolare le bestie. Verso la fine dell’estate, quando Lena
andò a casa per una settimana a trovare sua madre, Antonia mi
raccontò che il giovane Lovett era andato a trovarla fin là, e l’aveva
portata a spasso nel suo buggy8 . Nella mia ingenuità speravo che
Sylvester sposasse Lena e di conseguenza desse alle contadine
una posizione migliore in città.
Sylvester invece continuò a ciondolarle intorno fino a quando non
iniziò a fare errori sul lavoro, e doveva starsene in banca sino a tardi
per far tornare i conti. Era pazzo di lei e lo sapevano tutti. Ma per
sfuggire al pericolo, se ne scappò con una vedova che aveva sei
anni più di lui ed era proprietaria di metà della banca. Sembrava che
il rimedio avesse giovato. Non guardò più Lena, e mai alzò gli occhi
mentre si toglieva cerimoniosamente il cappello quando gli capitava
d’incontrarla per strada.
Ecco cosa erano – pensavo – questi impiegati e ragionieri,
nonostante le loro mani bianche e i loro colletti alti! Gettavo occhiate
furiose da lontano al giovane Lovett e mi auguravo soltanto di avere
un mezzo qualunque per dimostrargli il mio disprezzo.
X

Antonia fu scoperta veramente solo alla tenda dei Vanni. Prima


d’allora era stata considerata più come una pupilla degli Harling che
come una servetta. Viveva nella loro casa, nel cortile e nel giardino,
e pareva che il suo pensiero non si discostasse mai da quel piccolo
regno. Ma dopo l’esperienza del padiglione da ballo cominciò ad
andare in giro con Tiny e Lena e le loro amiche. I Vanni dicevano
spesso che era la ballerina migliore fra tutte, e talvolta sentivo
bisbigliare tra la folla che stava fuori dal padiglione che la Harling
presto avrebbe avuto il suo da fare con quella ragazza. I giovani
cominciarono ben presto a scherzare fra loro sulla “Tonia degli
Harling”, come facevano per “l’Anna dei Marshall” o la “Tiny dei
Gardener”.
Antonia non pensava né parlava d’altro che del padiglione. Tutto il
giorno canticchiava motivi di danza. Quando si cenava tardi, si
spicciava a lavare i piatti e per l’eccitazione li lasciava cadere in
terra. Al primo suono della musica, non capiva più nulla; se non
aveva tempo di vestirsi non faceva che buttar via il grembiule e filare
fuori. Qualche volta andavo con lei. Appena si vedeva la tenda, si
metteva a correre come un ragazzo; c’erano sempre ballerini che
l’aspettavano e cominciava a danzare prima ancora di riprender
fiato.
Il successo di Antonia al padiglione ebbe le sue conseguenze.
L’uomo del ghiaccio si tratteneva un po’ troppo quando veniva a
riempire la ghiacciaia sotto il portico; il fattorino che veniva a portare
le provviste della drogheria si fermava in cucina. I contadini che
arrivavano in città il sabato attraversavano pian piano il cortile e
andavano alla porta posteriore per impegnare dei balli o invitare
Tonia a scampagnate e gite. Lena e Anna accorrevano ad aiutarla
perché finisse il lavoro più presto e fosse libera; i ragazzi che
l’accompagnavano a casa dopo il ballo s’intrattenevano ridendo al
cancello e tante volte svegliavano il signor Harling nel primo sonno.
Una crisi era inevitabile.
Un sabato notte il signor Harling era sceso in cantina per
prendere delle birre e, risalendo le scale al buio, sentì come una
lotta nel portico e poi il suono di uno schiaffo violento. Guardò dalla
porta in tempo per vedere un paio di lunghe gambe che
scavalcavano lo steccato. Antonia era lì tutta agitata e infuriata. Il
giovane Harry Paine, che quel lunedì doveva sposare la figlia del
suo principale, era andato al padiglione con un gruppo di amici e
aveva ballato tutta la sera, poi aveva pregato Antonia di lasciarsi
accompagnare a casa. Dato che era un amico della signorina
Frances, Antonia riteneva che fosse un giovanotto a modo e quindi
aveva risposto che non aveva nulla in contrario. Nel portico lui aveva
tentato di baciarla, e alla sua protesta – dato che egli doveva
sposarsi il lunedì – l’aveva afferrata e baciata finché lei non era
riuscita a liberare la mano e a mollargli un ceffone.
Harling posò le bottiglie di birra sul tavolo. «Questo è quello che
mi aspettavo, Antonia. Andando sempre con ragazze che hanno la
reputazione di essere piuttosto libere e facili, non potevi fartene una
diversa. Non posso tollerare di avere giovanotti nel cortile a tutte le
ore. Stanotte è l’ultima. È finita. Basta. Bisogna che tu smetta di
andare a ballare o puoi cercarti un altro posto. Pensaci».
Il mattino seguente la Harling e Frances cercarono di far
ragionare Antonia, ma la trovarono risoluta nonostante l’agitazione in
cui versava. «Smettere di andare a ballare?» ansimava. «Ma non ci
penso neppure per un momento! Non ci riuscirebbe neanche mio
padre. Il signor Harling non è il mio padrone all’infuori del mio lavoro.
E neppure lascio i miei amici. I ragazzi con cui vado in giro sono
persone come si deve. Pensavo che lo fosse anche Harry Paine,
perché veniva in casa. Così andrà al matrimonio con la faccia
rossa!» proruppe indignata.
«Bisogna che ti decida per una cosa o per l’altra. Non posso
ignorare quello che ha detto il signor Harling, questa è casa sua».
«Va bene, allora me ne vado, signora Harling. È un po’ che Lena
vuole che io mi sposti più vicino a lei. Mary Svoboda lascia i Cutter
per andare a lavorare nell’albergo, io posso prendere il suo posto».
La Harling si alzò dalla sedia. «Antonia, se vai a lavorare dai
Cutter non potrai più tornare da noi. Sai che tipo d’uomo è quello:
sarà la tua rovina».
Tonia afferrò la cuccuma del tè e cominciò a versare acqua
bollente sui bicchieri ridendo eccitata. «Oh oh! So badare a me!
Sono molto più forte di Cutter. Mi pagano quattro dollari e non ci
sono bambini. C’è poco da lavorare… Avrò tutte le sere libere e
potrò anche andar fuori il pomeriggio».
«Credevo che ti piacessero i bambini. Tonia, ma che cosa ti è
successo?».
«Non so, qualche cosa di certo», e scosse la testa serrando le
mascelle. «Una ragazza come me deve divertirsi quando ha la
possibilità di farlo. Probabilmente l’anno venturo non ci sarà il
padiglione, e io voglio fare quello che fanno le altre ragazze».
«Se vai a lavorare da Cutter è probabile che tu abbia un
divertimento da cui non ti rialzerai troppo alla svelta» rispose la
Harling col suo riso breve e secco.
Raccontando la scena a me e alla nonna, Frances diceva che
mentre sua madre usciva dalla cucina, pentole e piatti e tazze
tremavano sugli scaffali e la Harling diceva amaramente che
avrebbe preferito non essersi tanto affezionata ad Antonia.
XI

Wick Cutter era l’usuraio che aveva mandato sul lastrico il povero
Peter il russo. Quando un contadino cominciava ad andare da lui,
era come se giocasse o tentasse la lotteria: nelle ore di
scoraggiamento ritornava.
Cutter si chiamava Wycliffe e gli piaceva parlare dell’educazione
religiosa che aveva ricevuto. Faceva offerte regolari alle chiese
protestanti – “proprio per sentimento”, come lui diceva con un gesto
leggiadro della mano. Veniva da una città dello Iowa dove c’erano
molti svedesi e ne parlava un po’ la lingua, cosa che gli era stata di
grande utilità nei suoi rapporti coi primi scandinavi venuti a
sistemarsi nella regione.
In ogni località di frontiera vi sono uomini che ci vanno per
sfuggire a ogni controllo nei loro traffici, e Cutter era l’affarista più
arrabbiato di Black Hawk. Era un giocatore inveterato ma non
sapeva perdere. Quando si vedeva la luce nel suo studio a notte
avanzata, voleva dire che stava giocando a poker. Si vantava di non
bere mai niente di più alcolico dello sherry e diceva che era riuscito a
sistemarsi nella vita risparmiando il denaro che gli altri giovanotti
spendono in sigari. Era pieno di massime morali per i ragazzi.
Quando veniva a casa nostra per affari mi citava sempre
l’Almanacco del povero Riccardo9 e aggiungeva che gli faceva
piacere trovare un ragazzo di città che sapeva mungere una mucca.
Era affabilissimo in particolare con la nonna, e tutte le volte che
s’incontravano cominciava a parlarle dei “bei vecchi tempi” e della
vita semplice. Detestavo la sua testa calva e rosea, i suoi baffi gialli
sempre morbidi e scintillanti. Si diceva che se li spazzolasse ogni
sera come le donne si spazzolano i capelli. Aveva i denti bianchi che
sembravano finti, e la pelle rossa e ruvida come fosse sempre
bruciata dal sole; andava spesso a fare cure termali e fanghi ed era
notoriamente un donnaiolo. Due ragazze svedesi che erano state a
servizio in casa sua ne avevano fatto una triste esperienza, e una di
queste egli l’aveva poi portata a Omaha mettendola a fare il lavoro
per cui l’aveva istradata, e andava ancora a trovarla.
Viveva in un continuo stato di guerra con la moglie, eppure
apparentemente non avevano mai pensato a separarsi. Abitavano in
una casa di un bianco spavaldo, decorata con cattivo gusto e
sepolta tra i sempreverdi, con uno steccato bianco altrettanto
eccessivo, e una stalla. Cutter era convinto d’intendersi moltissimo di
cavalli e generalmente teneva un puledro che allenava per le corse.
La domenica mattina lo si vedeva fuori città fare al trotto il giro
dell’ippodromo sul suo buggy, in guanti gialli, berretto a quadroni
bianchi e neri e baffi fluttuanti al vento. Se c’erano ragazzi in giro,
offriva un ventino a qualcuno perché gli controllasse i tempi, poi se
ne andava via dicendo che non aveva spiccioli e che avrebbero
“aggiustato la volta prossima”. Non c’era nessuno che riuscisse ad
accontentarlo nel tagliare il prato o lavare il buggy. Era così
meticoloso e pedante per il giardino che i ragazzi si sobbarcavano
qualunque sacrificio pur di riuscire a gettargli un gatto morto nel
cortile o vuotargli un sacco di latte vuote nel viale. Ciò che lo
rendeva tanto spregevole era la strana combinazione di licenziosità
con atteggiamenti da vecchia zitella.
Aveva di certo scelto l’anima gemella, quando aveva sposato la
signora Cutter. Questa era una donna dall’aspetto terribile: alta come
una gigantessa, ossuta, coi capelli grigio ferro, il viso sempre
arrossato e gli occhi isterici, prominenti. Quando voleva rendersi
amabile e divertente, ammiccava e annuiva di continuo. Aveva i
denti lunghi e curvi come quelli di un cavallo, e la gente diceva che
quando sorrideva a qualche bambino, quello si metteva a piangere.
Il suo viso aveva per me una specie di fascino, perché era nel colore
e nella forma la personificazione stessa dell’ira. Nello sguardo
carico, intenso, c’era uno scintillio simile a quello della pazzia. Ci
teneva alle regole del vivere sociale e andava a far visite in abiti di
broccato frusciante color grigio ferro con un cappellino alto, guarnito
di aigrettes ondeggianti.
La signora Cutter dipingeva porcellane con tanto accanimento
che aveva coperto di viole e di gigli persino le brocche, i catini e il
bacile per la barba di suo marito. Una volta Cutter fece cadere un
oggetto di porcellana mentre mostrava a un amico, che era andato a
trovarlo, i lavori di sua moglie. Questa si portò il fazzoletto alla bocca
come stesse per svenire e disse col tono d’una regina offesa:
«Signor Cutter, avete rotto tutti i comandamenti, risparmiate almeno
le acquasantiere».
Litigavano dall’istante in cui Cutter veniva a casa fino al momento
in cui andavano a letto la sera, e le donne di servizio raccontavano
le loro scenate a tutta la città. La Cutter parecchie volte aveva
ritagliato dai giornali dei paragrafi sui mariti infedeli e glieli aveva
indirizzati con una calligrafia contraffatta. Il marito tornava a casa a
mezzogiorno, trovava fra i giornali quello mutilato e ci rimetteva
trionfalmente il ritaglio. Quei due erano capaci di litigare tutta la
mattina per decidere se lui doveva o no mettersi le maglie pesanti, e
tutta la sera se aveva preso o no il raffreddore.
Avevano soggetti di disputa grandi e piccoli. Il più importante era
la questione dei figli. La Cutter diceva al marito che evidentemente
era colpa sua se non ne avevano. Egli insisteva invece che non li
aveva voluti lei col proposito di sopravvivergli e dividere poi la sua
proprietà con la sua “gente”, che lui detestava. A questo la moglie
rispondeva che, se non cambiava stile di vita, lei gli sarebbe
sopravvissuta di certo. Dopo aver ascoltato le insinuazioni della
moglie sulla sua robustezza fisica, Cutter per un mese riprendeva gli
esercizi ai manubri, si alzava quotidianamente all’ora in cui la moglie
preferiva dormire, si vestiva facendo più chiasso che poteva e
partiva verso la pista col suo trottatore.
Una volta, dopo un litigio per le spese di casa, la Cutter si mise il
vestito di broccato e andò in giro fra gli amici a chiedere ordinazioni
di porcellana dipinta, dicendo che il marito l’aveva costretta a “vivere
del suo pennello”. Il marito però non se ne vergognò affatto, come
essa sperava: ne fu felice.
Cutter minacciava spessissimo di tagliare i cedri che quasi
seppellivano la casa. La moglie dichiarava che, se fosse stata
privata dell’“intimità” che secondo lei quegli alberi le offrivano, se ne
sarebbe andata. Certo, questa sarebbe stata per lui una buona
occasione: ma chissà perché non li tagliò mai. Sembrava che i
Cutter trovassero un interesse e uno stimolo particolare nella loro
reciproca relazione, che certo era interessante per gli altri. Wick
Cutter era diverso da qualunque altro furfante ch’io abbia mai visto,
ma di signore Cutter invece ne ho incontrate dappertutto: talvolta
sono fortemente indipendenti, altre si è costretti a nutrirle per forza,
ma sono facilmente riconoscibili anche se apparentemente domate.
XII

Da quando cominciò a vivere coi Cutter, parve che Antonia non si


curasse d’altro che di scampagnate, gite e divertimenti. Quando non
andava a ballare, cuciva fino a mezzanotte e i suoi vestiti nuovi
erano oggetto di commenti caustici. Sotto la direzione di Lena aveva
copiato in una stoffetta qualunque il vestito da sera della Gardener e
quello da passeggio della Smith, cosicché queste signore ne erano
seccatissime e la Cutter che le invidiava ne era segretamente
compiaciuta.
Adesso Antonia portava i guanti, le scarpe coi tacchi, cappellini
con le piume, e quasi ogni pomeriggio andava in città con Lena, Tiny
e l’Anna dei Marshall. Noi ragazzi del liceo avevamo preso
l’abitudine di fermarci nel giardino della scuola per vederle passare a
due a due sgambettando sul marciapiede giù per la collina.
Diventavano ogni giorno più graziose, ma al loro passaggio io
pensavo con orgoglio che, come la Biancaneve della favola, Antonia
era ancora “la più bella del Reame”.
Dato che ero ormai alle superiori, uscivo da scuola prima.
Qualche volta raggiungevo le ragazze in città e le convincevo a
fermarsi un poco nella saletta della gelateria, dove esse sedevano
chiacchierando, ridendo e raccontandomi tutte le novità della
campagna.
Ricordo come mi fece arrabbiare una volta Tiny Soderball:
affermò che aveva sentito dire dalla nonna che voleva fare di me un
predicatore battista. «Eh eh! Dovrai smettere di ballare e portare la
cravatta bianca. Non vi pare che sarà buffo, ragazze?».
Lena si mise a ridere. «Bisogna che ti spicci, Jim, se devi farti
prete voglio che sia tu a sposarmi. Devi prometterci di sposarci tutte
e poi di battezzare i bambini».
Anna, sempre dignitosa, la guardò con aria di rimprovero.
«I battisti non battezzano i bambini, vero, Jim?».
Le risposi che non sapevo se lo facessero, che non me ne
importava nulla e che tutto sarei stato fuorché un predicatore.
«Peccato» disse Tiny che aveva voglia di scherzare. «Saresti un
prete magnifico, sei così studioso! Forse ti piacerebbe fare il
professore. Una volta insegnavi ad Antonia, no?».
Antonia si intromise. «No, io invece voglio che Jim diventi un
dottore. Tu saresti buono coi malati, Jim. La nonna ti ha educato così
bene e papà diceva sempre che eri un ragazzo intelligente».
Risposi che avrei fatto ciò che mi fosse piaciuto. «Ti
sorprenderebbe vero, signorina Tiny, se diventassi un poco di
buono?».
Si misero a ridere, ma un’occhiata di Anna le fece diventar serie.
Il preside era entrato nel negozio a comprare il pane per la cena.
Anna sapeva che si bisbigliava in giro che io ero un tipo sornione. La
gente diceva che ci doveva essere qualcosa di strano in un ragazzo
che non s’interessava per nulla alle ragazze della sua età ma che
diventava piuttosto vivace con Tonia, Lena e le tre Marie.

L’entusiasmo per il ballo che i Vanni avevano destato non morì


tanto presto. Quando il padiglione partì, l’Euchre Club divenne l’Owl
Club e dava balli una volta alla settimana nella sala Masonic.
M’invitarono a iscrivermi, ma io rifiutai. Quell’inverno mi sentivo
malinconico, inquieto e stufo della gente che vedevo ogni giorno.
Charley Harling era già ad Annapolis e io ero ancora a Black Hawk a
rispondere all’appello tutte le mattine, alzarmi dal banco al suono
della campana e uscire marciando come i ragazzi del ginnasio. La
Harling era un po’ fredda verso di me, perché continuavo a difendere
Antonia. Che cosa potevo fare dopo cena? Di solito avevo imparato
prima ancora di uscire da scuola le lezioni del giorno dopo, e proprio
non potevo star sempre seduto tranquillo a leggere.
La sera uscivo in cerca di distrazioni. Le strade così familiari si
stendevano dinanzi a me, ora coperte di neve gelata ora fangose, e
tutte conducevano a casa di buona gente che stava mettendo a letto
i bimbi oppure digeriva semplicemente la cena seduta accanto alla
stufa. Black Hawk aveva due caffè, e uno di essi era considerato
rispettabile persino dai preti – per quanto possa esserlo un caffè. Il
proprietario era il bell’Anton Jelinek, che aveva dato in affitto la
fattoria ed era venuto in città. Nella sala c’erano lunghi tavoli dove
boemi e tedeschi di passaggio potevano, bevendo la birra, mangiare
il pranzo che s’erano portati appresso. Jelinek aveva sempre pronto
del pane, del pesce affumicato e del formaggio forte per contentare il
gusto dei forestieri. Io capitavo ogni tanto nel bar ad ascoltare i
discorsi. Un giorno Jelinek mi raggiunse in strada e mi batté sulla
spalla.
«Jim» disse «io ti sono amico e mi fa sempre piacere vederti, ma
sai quello che la gente di chiesa pensa dei caffè. Tuo nonno mi ha
sempre trattato bene, e non mi fa piacere che tu venga da me
perché so che a lui non andrebbe a genio. Mi metteresti in cattivi
rapporti con lui, ecco».
E così il posto mi fu interdetto.
Si poteva andare in farmacia ad ascoltare le chiacchiere dei
vecchi che stavano lì tutta la sera a parlare di politica e raccontare
storielle audaci; si poteva andare alla fabbrica di sigari a
chiacchierare col tedesco che allevava e vendeva canarini, e
guardare gli uccelli impagliati, ma qualunque fosse il discorso egli
finiva sempre col parlare di tassidermia. C’era la stazione, certo; ci
andavo spesso a vedere arrivare i treni notturni e poi mi sedevo a
chiacchierare un po’ col telegrafista, sempre così sconsolato perché
sperava di essere trasferito a Omaha o a Denver, “dove c’era un po’
di vita”. Potevo star sicuro che a un certo punto avrebbe tirato fuori
delle fotografie di attrici e ballerine. Le otteneva coi buoni delle
sigarette e fumava da morire pur di arrivare a possedere quelle
forme e quei visi tanto bramati. Tanto per cambiare si poteva parlare
col capostazione, ma anche lui era altamente insoddisfatto; passava
tutto il tempo libero a scrivere lettere ai superiori chiedendo un
trasferimento. Voleva tornare nel Wyoming dove la domenica poteva
andare a pesca di trote. Diceva che lui, “dopo la morte dei gemelli,
nella vita non voleva altro che trote e mulinelli”.
Queste erano le distrazioni tra cui potevo scegliere. Dopo le nove
non c’era nessun’altra luce in città. Nelle notti stellate camminavo in
su e in giù per le lunghe strade fredde guardando accigliato da una
parte e dall’altra le case addormentate, coi loro doppi vetri e i portici
coperti sul retro. Erano dei ripari leggeri, perlopiù misere costruzioni
di legno dolce con pilastri di legno mal tornito, eppure, nonostante
tutta la loro fragilità, quanta gelosia, invidia e infelicità potevano
contenere! La vita che si svolgeva lì dentro mi pareva fatta di
sotterfugi e negazioni, acrobazie per evitare di cucinare, di lavare, di
pulire, trucchi per propiziarsi le chiacchiere della gente. Questa vita
così controllata era come una vita sotto una tirannide. I discorsi, la
voce, persino gli sguardi della gente diventavano furtivi e repressi.
Ogni gusto personale, ogni desiderio più naturale era imbrigliato
dalla preoccupazione del giudizio altrui. La gente che dormiva in
quelle case – pensavo – cercava di vivere come i topi nelle loro
cucine: non far rumore, non lasciar traccia, scivolare al buio sulla
superficie delle cose. I mucchi di cenere e i residui di carbone che
aumentavano nei cortili erano l’unico segno che là dentro si svolgeva
un processo di vita con la sua perdita e il suo consumo. Il martedì
sera ballavano all’Owl Club; allora c’era un po’ di movimento per le
strade, e qua e là si vedeva qualche finestra illuminata sino a
mezzanotte, ma la sera successiva tutto era nuovamente buio.
Dopo il mio rifiuto di unirmi agli “Owls”, com’erano chiamati, presi
l’audace risoluzione di andare ai balli del sabato alla sala dei
Pompieri. Sarebbe stato inutile farlo sapere ai miei vecchi. Tanto il
nonno per principio non approvava quel tipo di serate e avrebbe
detto che se volevo ballare non avevo che da andare alla sala
Masonic tra la gente “che conoscevo”. Invece si trattava proprio di
questo: vedevo fin troppo la gente che conoscevo.
La mia camera da letto era al pianterreno e, dato che vi studiavo,
c’era una stufa. Il sabato sera mi ritiravo presto in camera, mi
cambiavo la camicia e il colletto, mettevo il vestito della domenica,
aspettavo che tutto fosse tranquillo e i vecchi dormissero, poi alzavo
la finestra, mi arrampicavo fuori e attraversavo pian piano il cortile.
La prima volta che ingannai così il nonno, e forse anche la seconda,
mi sentii quasi un delinquente, ma ben presto non ci pensai più.
Per tutta la settimana non facevo altro che desiderare il ballo del
sabato alla sala dei Pompieri. Vi incontravo la stessa gente che
prima vedevo dai Vanni. Talvolta erano boemi che venivano da
Wilber, o ragazzi tedeschi che arrivavano da Bismarck sul treno
merci del pomeriggio. C’erano sempre Tonia, Tiny, Lena, le tre
boeme e le danesi della lavanderia.
Le quattro danesi vivevano col lavandaio e sua moglie dietro la
lavanderia, dove c’era un grande giardino in cui appendevano i
vestiti ad asciugare. Il lavandaio era un vecchietto gentile e saggio,
che pagava bene le ragazze, se ne prendeva cura e dava loro una
buona casa. Una volta mi disse che la sua unica figlia era morta
proprio quando era abbastanza grande per aiutare la madre e che
egli da allora aveva cercato “di rimpiazzare la perdita”. Nei pomeriggi
estivi sedeva per ore sul marciapiede davanti alla lavanderia, col
giornale sulle ginocchia, guardando dalla finestra aperta le ragazze
che stiravano e chiacchieravano in danese. Le nuvole di polvere
bianca che si sollevavano per la strada e le folate di vento caldo che
facevano seccare i suoi ortaggi non disturbavano la sua calma. La
sua espressione lieta pareva dire ch’egli aveva trovato il segreto
della serenità. Mattino e sera partiva sul suo carretto per consegnare
i vestiti stirati e raccogliere i sacchi di biancheria che necessitavano
di un buon bucato e di fili tesi al sole. Le ragazze erano meno
graziose al ballo di quanto non lo fossero vicino al tavolo da stiro o
sui mastelli, mentre lavavano qualche capo delicato con le bianche
braccia e la gola nude, le gote lucenti come vivaci roselline
selvatiche, i capelli biondi umidi per il vapore e per il caldo che
s’arricciavano in spirali bagnate dietro le orecchie. Non sapevano
troppo l’inglese e non avevano l’ambizione di Lena e di Tonia, ma
erano ragazze semplici, gentili e sempre contente. Ballando con loro
si sentiva il profumo dei vestiti ben stirati e conservati con le foglie di
rosmarino dell’orto di Jensen.
Non c’erano mai abbastanza ragazze in quei balli, ma tutti
volevano fare un giro con Lena e Antonia.
Lena si muoveva senza sforzo, quasi con indolenza, e spesso
batteva il ritmo pian piano sulla spalla del ballerino. Sorrideva
quando le si parlava, ma rispondeva raramente. Pareva che la
musica la trasportasse in un dolce sogno a occhi aperti, e sotto le
ciglia gli occhi viola vagavano con uno sguardo fiducioso e un po’
assonnato. A ogni sospiro emanava un forte profumo di cipria.
Ballare con lei Home, Sweet Home era come farsi trasportare dalla
marea. Ogni ballo per lei era un valzer, sempre lo stesso valzer del
“ritorno a casa” verso qualcosa, del ritorno fatale e inevitabile. Dopo
un po’ ci si sentiva presi da una specie di agitazione, come quella
che dà il caldo in un’afosa giornata estiva.
Ma il volteggiare per la sala con Tonia non era un ritorno, ma ogni
volta la partenza per una nuova avventura. Mi piaceva ballare lo
scottish con lei; aveva uno slancio e una varietà straordinaria, erano
sempre nuovi passi e scivolate. M’insegnò a ballare a tempo e a
controtempo, al marcato ritmo della musica. Se invece di arrivare
sino al termine della ferrovia il vecchio Shimeda si fosse fermato a
New York e si fosse guadagnato il pane col violino, che vita diversa
avrebbe potuto avere Antonia!
Antonia andava spesso ai balli con Larry Donovan, un controllore
di treni che noi consideravamo il “cavaliere” per eccellenza. Ricordo
l’ammirazione con cui la guardarono i ragazzi la prima sera che
indossò il vestito di vellutino fatto come quello di velluto nero della
Gardener. Era un amore, con quegli occhi scintillanti e le labbra
sempre leggermente schiuse nella danza, e quella tinta cupa sulle
guance che non aveva mai perso.
Una sera che Donovan era via, venne al ballo con Anna e il suo
amico e io la riaccompagnai a casa. Nel cortile di sempreverdi dei
Cutter le dissi che doveva darmi il bacio della buonanotte.
«Certo, Jim». Ma subito dopo volse il viso e bisbigliò indignata:
«Ehi, Jim, sai benissimo che non mi devi baciare così, lo dirò a tua
nonna».
«Lena Lingard si lascia baciare» ribattei «e non le voglio bene
neppure la metà di quanto ne voglio a te».
«Lena?» sibilò Tonia. «Se ha in mente di fare qualcuna delle sue
sciocchezze con te, le cavo gli occhi». Mi prese il braccio, uscimmo
dal cancello e cominciammo a camminare su e giù per il
marciapiede. «Non metterti a fare lo sciocco come questi ragazzi di
città. Tu non devi rimanere tutta la vita qui a far scemenze o a
raccontare storie; tu devi andare all’università e diventare qualcuno.
Sono orgogliosissima di te; non vorrai metterti con gli svedesi,
vero?».
«Non m’importa di nessuno all’infuori di te. E penso che mi
tratterai sempre come un ragazzino».
Mi buttò le braccia al collo ridendo. «Credo di sì, ma a ogni modo
sei un ragazzino a cui voglio un gran bene. Tu puoi volermene
quanto vuoi, ma se ti vedo andare in giro con Lena, vado da tua
nonna e glielo dico, com’è vero che il tuo nome è Jim Burden. Lena
è una brava ragazza, soltanto sai benissimo anche tu da che gamba
zoppica. Non è colpa sua; per lei è una cosa naturale».
Se lei era orgogliosa di me, io lo ero tanto di lei al punto che,
mentre uscivo dal folto dei cedri e aprivo e mi richiudevo dietro
dolcemente il cancello dei Cutter, non potevo fare a meno di portare
la testa alta. Il suo viso caldo, dolce, le braccia affettuose e quel suo
cuore sincero! Oh, era ancora la mia Antonia. Andando a casa
guardavo con disprezzo le casine addormentate intorno a me e
pensavo agli stupidi giovanotti che dormivano in alcune di esse. Io
solo sapevo, benché non fossi che un ragazzo, quali erano le vere
donne, e non avevo certo paura di loro.
Detestavo il silenzio della casa quando ritornavo dopo i balli, e ci
voleva un bel po’ prima che potessi dormire. Nelle prime ore del
mattino facevo dei bei sogni. Talvolta io e Tonia eravamo in
campagna, scivolavamo giù dai pagliai, come avevamo l’abitudine di
fare un tempo, risalendo di continuo sopra la montagnola gialla e
scivolando giù per i fianchi lisci su un mucchio di pula.
Un sogno mi ritornava infinite volte, sempre lo stesso. Ero in un
campo pieno di covoni appoggiato a uno di essi. Lena veniva
attraverso le stoppie con una gonnella corta e una falce in mano,
arrossata come la luce dell’alba e circondata da una luminosità
rosea; si sedeva vicino a me, si volgeva e mi diceva con un sospiro:
«Ora che se ne sono andati tutti, ti posso baciare quanto voglio».
Io desideravo sempre che in questo sogno lusinghiero ci fosse
Antonia, ma non accadde mai.
XIII

Un pomeriggio mi accorsi che la nonna aveva pianto. Pareva che


trascinasse i piedi, muovendosi per casa; mi alzai dal tavolino dove
studiavo e le andai vicino domandandole se non si sentiva bene e se
potevo aiutarla nel lavoro.
«No, grazie, Jim, sono preoccupata, ma mi pare di stare
abbastanza bene, forse ho le ossa un po’ arrugginite».
Esitai. «Cosa ti agita, nonna? Il nonno ha perso del denaro?».
«No, non si tratta di denaro; vorrei che lo fosse, ma ho sentito
delle cose… dovevi immaginare che un giorno o l’altro mi sarebbe
arrivato all’orecchio». Si lasciò andare sulla sedia, coprendosi il viso
col grembiule, e cominciò a piangere. «Jim, io non ho mai preteso
che i vecchi sappiano allevare i nipoti. Ma le cose sono così. Mi
pareva che non ci fosse altro modo di tirarti su».
L’abbracciai; non potevo tollerare di vederla piangere.
«A cosa ti riferisci, nonna? Ai balli dei Pompieri?».
Annuì.
«Mi dispiace di essere sgattaiolato via così, ma non c’è nulla di
male in quei balli e non ho fatto niente di grave. Mi piacciono quelle
ragazze di campagna e adoro ballare con loro. Tutto qui».
«Ma non è bene ingannarci, figliolo, e ci porta vergogna. La gente
dice che tu vieni su storto e questo è ingiusto verso di noi».
«Non m’importa nulla di quello che dicono di me, ma se ti dà un
dispiacere, allora è deciso. Non ci andrò più».
Naturalmente mantenni la promessa, ma i mesi di primavera mi
parvero piuttosto monotoni. Ora passavo le serate in casa coi
vecchi, leggendo in latino nonostante non fosse una delle nostre
materie. Avevo deciso di fare la maturità quell’estate e di entrare
all’università in autunno. Volevo andarmene al più presto.
Mi accorsi che mi urtava la disapprovazione altrui, anche se
partiva da gente per cui non avevo alcuna considerazione. Man
mano che la primavera avanzava, mi sentivo sempre più solo, e
ritornai a cercare la compagnia del telegrafista e del sigaraio e con i
suoi canarini. Ricordo la piacevole malinconia che provai ad
appendere il cestino di maggio per Nina Harling, quella primavera.
Comprai i fiori dalla vecchia tedesca che era più fornita degli altri
fiorai e passai un intero pomeriggio a bordare un cestinetto da
lavoro. All’imbrunire, mentre s’alzava la luna nuova, andai alla porta
degli Harling con la mia offerta, suonai il campanello e poi corsi via
com’è l’usanza. Udii le grida di gioia di Nina attraverso la siepe e mi
sentii riconfortato.
Nelle calde e dolci sere di primavera, mi fermavo spesso in città
per tornare a casa con Frances, e le parlavo dei miei progetti e delle
mie letture. Una sera mi disse che non credeva che la Harling fosse
veramente offesa con me.
«La mamma è di larghe vedute, come tutte le mamme, credo, ma
sai che si è offesa per Antonia, e non riesce a capire perché tu
preferisca stare con Tonia e Lena piuttosto che con le altre ragazze
della tua condizione».
«E tu lo capisci?» chiesi d’un tratto.
«Sì, credo di sì» rispose Frances ridendo. «Tu le conoscevi in
campagna e ti piace schierarti dalla loro parte. In certe cose sei più
vecchio degli altri ragazzi della tua età. Tutto tornerà a posto con mia
madre quando avrai fatto i tuoi esami e vedrà che sei un ragazzo
serio».
«Se tu fossi un ragazzo» insistei «neanche tu apparterresti all’Owl
Club. Faresti proprio come me».
Scosse la testa. «Forse sì e forse no; credo di conoscere meglio
di te le ragazze di campagna. Tu le rivesti di una specie di luce
eccezionale. Il guaio è che sei un romantico, Jim. La mamma verrà
al tuo discorso d’immatricolazione. L’altro giorno mi ha domandato
se sapevo quale ne sarà l’argomento. Vuole che tu faccia bene».
Ero convinto di aver preparato un buon discorso. Vi affermavo con
fervore una quantità di cose che avevo scoperto recentemente. La
Harling venne al teatro a sentirlo, e io la guardai per quasi tutto il
tempo. I suoi intelligenti occhi acuti non lasciarono mai il mio volto e
dopo venne nello spogliatoio dove noi ragazzi stavamo col diploma
in mano, si avvicinò e mi disse con calore: «Mi hai sorpreso, Jim;
non avrei creduto che tu potessi essere così bravo. Il tuo non è un
discorso preso da qualche libro». Tra i miei regali di promozione
c’era un ombrello di seta col mio nome sul manico, dono della
Harling.
Tornai a casa da solo dal teatro. Passando davanti alla chiesa
metodista vidi davanti a me tre figure bianche, che andavano su e
giù sotto gli aceri nella luce della luna che filtrava fra il lucente
fogliame di giugno. Mi corsero incontro; mi aspettavano: Lena, Tonia
e Anna.
«Oh oh, Jim, che bravo!». Tonia respirava a fatica, come sempre
quando una forte emozione non riusciva a trovar sfogo nelle parole.
«Neppure un avvocato in tutta Black Hawk sarebbe stato capace di
fare un discorso simile. Ho fermato tuo nonno per dirglielo e, anche
se lui non te lo riferirà, a noi ha detto che è molto sorpreso, non è
vero, ragazze?».
Lena mi si mise accanto e disse scherzosamente: «Come facevi a
essere così solenne? Io credevo che avresti avuto paura e che
avresti dimenticato quello che dovevi dire».
Anna invece disse con serietà: «Devi essere felice di aver sempre
dei pensieri così belli in mente e di avere la capacità di esprimerli a
parole. Mi sarebbe tanto piaciuto andare a scuola».
«Io me ne stavo lì e desideravo che il papà potesse sentirti», e
Antonia intanto mi tirava per le falde della giacca. «Jim, c’era
qualcosa nel tuo discorso che mi faceva pensare al papà».
«Ho pensato al tuo papà mentre lo scrivevo, Tonia, e l’ho dedicato
a lui».
Mi gettò le braccia al collo e il suo caro viso era bagnato di
lacrime.
Rimasi a guardare le loro vesti bianche che rimpicciolivano
sempre più mentre se ne andavano lungo il marciapiede. Nessun
altro successo nella vita mi ha colmato il cuore più di quello.
XIV

Il giorno dopo l’apertura del corso, traslocai con libri e scrivania al


piano di sopra, in una stanza vuota dove avrei potuto studiare
indisturbato, e cominciai a lavorare sul serio. Durante l’estate mi
digerii un anno di trigonometria e cominciai Virgilio da solo. Ogni
mattina passeggiavo su e giù per la mia stanzetta soleggiata,
guardando in lontananza la distesa biondeggiante dei pascoli e le
rive scoscese del fiume e scandendo forte l’Eneide mentre ne
imparavo lunghi tratti a memoria. Qualche volta la sera, vedendomi
passare davanti al suo cancello, la Harling mi chiamava per dirmi di
entrare ad ascoltarla mentre suonava. Sentiva la mancanza di
Charley – diceva – le faceva piacere avere un ragazzo vicino. Tutte
le volte che i nonni discutevano se fosse il caso o meno di mandarmi
all’università così giovane, la Harling si schierava dalla mia parte, e il
nonno aveva un tale rispetto del suo giudizio che certo non l’avrebbe
mai contraddetta.
Mi presi un solo giorno di vacanza quell’estate. Fu a luglio. Un
pomeriggio incontrai Antonia in città e seppi che l’indomani lei, Tiny,
Lena e Anna sarebbero andate al fiume, perché il sambuco era in
piena fioritura e Anna ne voleva fare delle ghirlande.
«Anna ci porterà sul carro dei Marshall, e faremo un bellissimo
spuntino. Noi sole, nessun altro. Non potresti venire anche tu per
caso, Jim? Sarebbe come in passato!».
Riflettei un momento. «Forse, ma solo se non vi disturbo».
La domenica mattina mi alzai presto e uscii da Black Hawk
mentre c’era ancora la rugiada sull’erba alta dei prati. L’estate era in
piena fioritura. Le saponarie rosa s’alzavano sui bordi sabbiosi delle
strade e dappertutto era una festa di bocche di leone e alcee rosate.
Oltre il filo spinato, nell’erba alta, fiammeggiavano ciuffi di digitale,
un fiore raro in quella regione. Lasciai la strada e m’inoltrai in un
pascolo dove l’erba era tagliata cortissima e la scarlattea dava al
terreno il rosso vellutato di un tappeto di Bukhara. La campagna era
vuota e solitaria in quel mattino d’estate – non c’erano che le
allodole – e sembrava quasi che si protendesse verso di me e mi
venisse più vicino.
Nonostante l’estate fosse ormai nel pieno, il fiume era abbastanza
gonfio – l’avevano riempito le piogge abbondanti cadute più su, a
ovest. Traversai il ponte e risalii il fiume lungo la riva boscosa sino a
una capannuccia che sapevo essere là in mezzo ai cespugli di
cornioli, tutta coperta di vite vergine. Cominciai a spogliarmi per il
bagno. Le ragazze avrebbero tardato ancora un po’. Per la prima
volta mi venne in mente che avrei sentito la nostalgia del fiume, una
volta lontano. Quelle isolette con la loro spiaggia bianca e i boschetti
di salici e di pioppi erano una specie di Terra di Nessuno, piccoli
mondi appena creati che appartenevano ai ragazzi di Black Hawk.
Charley e io eravamo andati a caccia in quei boschi, avevamo
pescato seduti sui tronchi abbattuti, e io ormai conoscevo le rive a
palmo a palmo, ogni loro insenatura o bassofondo.
Dopo la nuotata, mentre giocavo beatamente nell’acqua, sentii un
rumore di zoccoli e di ruote sul ponte. Mi lasciai andare alla corrente
chiamando le ragazze mentre il carro aperto appariva alla vista.
Fermarono il cavallo e le due giovani sedute dietro si alzarono
sostenendosi a quelle davanti, per vedermi meglio. Erano graziose
così raggruppate, mentre guardavano in giù come daini curiosi
quando escono dal folto per andare a bere. Toccai il fondo vicino al
ponte e mi rizzai salutandole con la mano.
«Come siete carine!» gridai.
«Anche tu!» risposero in coro scoppiando a ridere. Anna tirò le
redini e rimise in moto il carro, mentre io ritornavo a zigzag fino alla
mia capannuccia e m’arrampicavo dietro un olmo che si piegava
sull’acqua. M’asciugai al sole e mi vestii lentamente, riluttante
all’idea di lasciare quel riparo naturale dove la luce filtrava brillante
tra le foglie di vite vergine e risuonavano in lontananza i colpi del
picchio sull’olmo contorto che penzolava sull’acqua. Ritornando
verso il ponte raccoglievo pezzetti d’argilla nelle pozzanghere
asciutte e li sbriciolavo tra le dita.
Quando raggiunsi il cavallo dei Marshall legato all’ombra, le
ragazze avevano già preso i cestini e s’erano avviate per una
stradina che si snodava verso ovest tra la sabbia e la macchia. Le
sentivo chiamarsi l’un l’altra. I cespugli di sambuco non crescevano
nella macchia ombrosa della scarpata ma sul fondo sabbioso lungo il
fiume, dove le loro radici erano sempre nell’acqua e i rami al sole.
Quell’estate la fioritura era straordinariamente lussureggiante e
bella.
Seguii un sentierino in mezzo alla boscaglia folta finché giunsi a
un pendio che s’arrestava a picco sulla sponda del fiume. Un grosso
ceppo era stato strappato da una piena primaverile e la cicatrice
recente era mascherata da cespugli che scendevano gradatamente
fino all’acqua come una terrazza fiorita. Non li toccai. Ero come
sopraffatto dalla beatitudine, dalla sonnolenza e dal silenzio caldo
che mi circondava. Nessun suono eccetto l’acuto, monotono ronzio
delle vespe e il gorgoglio dell’acqua sotto. Mi sporsi sull’orlo della
scarpata per guardare il torrentello da cui veniva il suono; scorreva
trasparente sulla sabbia e la ghiaia, e una striscia di terra lo
separava dalla corrente fangosa. Laggiù in fondo, Antonia sedeva
sola sotto un sambuco a pagoda. Quando mi vide guardò in su e
sorrise, ma notai che aveva pianto. Mi lasciai scivolare sulla sabbia
soffice accanto a lei e le domandai cosa avesse.
«Mi danno la nostalgia questi fiori, Jimmy, questo profumo. Ne
abbiamo tanti laggiù nella nostra vecchia patria; crescevano anche
nel nostro giardino, e papà aveva messo un tavolo e una panca
verde sotto il cespuglio. D’estate, quand’erano in fiore, sedeva lì col
suo amico, il suonatore di trombone. Quand’ero piccina scendevo
giù per ascoltare i loro discorsi; erano così belli, qui non ne ho mai
sentiti di simili».
«Che dicevano?» le domandai.
Sospirò scuotendo la testa. «Oh oh, non so, parlavano di musica,
dei boschi, di Dio e del tempo in cui erano giovani». Si voltò verso di
me improvvisamente. «Tu pensi, Jimmy, che lo spirito di mio padre
possa tornare in quei luoghi?».
Le parlai della sensazione della presenza di suo padre che avevo
avuto in quel giorno d’inverno quando i miei nonni erano andati a
vedere la salma e io ero rimasto solo in casa. Le dissi che ero sicuro
che era tornato alla sua patria, e anche ora passando davanti alla
sua tomba lo pensavo tra i boschi e i campi che gli erano stati così
cari.
Gli occhi di Antonia erano i più fiduciosi e i più sinceri occhi del
mondo. Vi era in essi la più aperta espressione d’amore e di fiducia.
«Perché non me l’hai mai detto prima? Mi sento più tranquilla per
lui ora» e dopo soggiunse: «Sì, Jimmy, papà era molto diverso della
mamma, non avrebbe dovuto sposarla, e i suoi fratelli litigarono con
lui quand’egli lo fece. Ricordo che i vecchi al paese ne parlavano
ancora. Dicevano che avrebbe dovuto darle del denaro ma non
sposarla. Ma era più vecchio di lei e troppo generoso per trattarla
così. Viveva con sua madre, mentre lei era una povera ragazza che
andava a lavorare da loro. Dopo il matrimonio mia nonna non le
lasciò mai mettere piede in casa sua e l’unica volta che io andai
dalla nonna fu per il suo funerale. Non è strano?».
Mentre parlava, me ne stavo disteso sulla sabbia calda e
guardavo il cielo azzurro tra i ciuffi larghi del sambuco. Sentivo le api
ronzare e cantare, ma se ne stavano in alto al sole sotto i fiori e non
scendevano nell’ombra delle foglie. Antonia mi pareva ancora la
ragazzina che veniva a trovarci col vecchio Shimeda.
«Un giorno o l’altro, Tonia, andrò nella tua patria e anche al paese
dove tu vivevi. Te lo ricordi bene?».
«Jim» disse seria «se mi mettessero là nel cuore della notte,
saprei girare tutto il paese e andare lungo il fiume, fino a quello
vicino dove viveva la nonna. I miei piedi ricordano tutti i sentierini del
bosco, con le radici che sporgono e fanno incespicare; non ho mai
scordato la mia patria».
Sopra di noi i rami scricchiolarono e Lena Lingard ci guardò
dall’alto.
«Pigroni! Con tutto questo sambuco in giro, voi ve ne state lì
sdraiati. Non ci avete sentito chiamare?». Arrossata quasi come nel
mio sogno, si curvò sull’orlo della scarpata e cominciò a demolire la
nostra pagoda di fiori. Non l’avevo mai vista così energica, ansava
per lo sforzo e goccioline di sudore le imperlavano il labbro
superiore. Balzai in piedi e corsi su per la sponda.
Era mezzogiorno e faceva così caldo che le foglie dei cornioli e
delle querce s’accartocciavano mostrando il dorso argentato e tutto il
fogliame soffice e appassito. Portai il cestino delle provviste sulla
sommità di una scarpata argillosa, dove anche nei giorni più caldi
c’era sempre una leggera brezzolina. Le piccole querce contorte e
larghe gettavano sull’erba un’ombra leggera. Sotto di noi si
vedevano le anse del fiume e la cittadina di Black Hawk rannicchiata
fra i suoi alberi, e oltre la campagna che si stendeva ondulata e
pareva gonfiarsi dolcemente fino a incontrare il cielo. Si
riconoscevano le fattorie e i mulini così familiari. Ognuna delle
ragazze mi indicava il luogo della fattoria paterna e mi diceva quanti
ettari quell’anno erano seminati a granturco e quanti a frumento.
«I miei vecchi» diceva Tiny «hanno messo venti ettari di segale.
La fanno macinare al mulino e ne viene fuori un buon pane. Sembra
che la mamma soffra meno di nostalgia da quando papà coltiva la
segale per lei».
«Certo, per le nostre madri dev’essere stato un tormento venir qui
e dover fare tutto diversamente» disse Lena. «Mia madre aveva
sempre vissuto in città. Dice che è partita in ritardo per imparare il
lavoro della fattoria e non è mai riuscita a recuperare il tempo
perduto».
«Sì, un paese nuovo è duro talvolta per i vecchi» disse Anna
pensosa. «La nonna s’indebolisce ogni giorno di più e sragiona un
po’. Ha dimenticato di essere in questo paese e pensa sempre di
essere ancora in Norvegia. Continua a dire alla mamma di portarla
giù alla riva, al mercato del pesce. Ha sempre una voglia pazza di
pesce e tutte le volte che vado a casa le porto salmoni e sgombri in
scatola».
«Mio Dio, che caldo!» sbadigliò Lena. Stava supina sotto un
querciolo a riposarsi dopo la furiosa caccia ai sambuchi e s’era tolta
le scarpette dal tacco alto che aveva avuto il poco buonsenso di
mettersi. «Vieni qui, Jim, non sei ancora riuscito a toglierti la sabbia
dai capelli», e cominciò a passarmi lentamente le dita tra i capelli.
Antonia la spinse via dicendo aspramente: «Così non ci riuscirai
mai». Mi scosse la testa piuttosto violentemente e finì con uno
scappellotto. «Lena, non dovresti neppure provare a portare quelle
scarpette, sono troppo piccole per i tuoi piedi, faresti meglio a
darmele per Julka».
«Va bene» disse Lena senza prendersela, nascondendo sotto la
sottana i piedi con le calze bianche. «Sei tu che pensi alle cose di
Julka, vero? Se papà non fosse stato così sfortunato con tutte le
macchine della fattoria, anch’io potrei comprare qualcosa per le mie
sorelle. Prenderò un soprabito nuovo per Mary quest’autunno, se
sarò riuscita a pagare quel benedetto aratro».
Tiny le domandò perché non aspettava dopo Natale quando i
soprabiti sarebbero stati più a buon mercato. «E che cosa pensate
che possa fare io, che ho a casa sei fratelli più piccoli di me, e tutti
pensano che io sia ricca perché quando torno sono ben vestita!».
Scosse le spalle. «Ma sapete che ho un debole per i giocattoli e
preferisco comprare quelli anziché ciò di cui hanno bisogno».
«Lo so perché» disse Anna. «Quando siamo arrivati qui ed ero
piccina, eravamo troppo poveri per comprare dei giocattoli. Non mi
sono mai consolata della perdita di una bambola che qualcuno mi
aveva regalato prima di partire dalla Norvegia e che un ragazzo mi
ha poi rotto sul piroscafo. Lo odio ancora».
«Immagino che dopo il tuo arrivo avrai avuto una quantità di
bambole vive da curare, come me» disse Lena ironica.
«Eh sì, certo, i bimbi son venuti piuttosto alla svelta. Ma non mi
importava, volevo bene a tutti, e l’ultimo che nessuno voleva è quello
che adesso amiamo più degli altri».
Lena sospirò. «Oh, a me piacciono i bambini, purché non
nascano d’inverno come facevano quasi sempre i nostri. Non
capisco come la mamma ce la facesse a resistere. Sapete cosa vi
dico, ragazze», e si mise a sedere con vivacità. «Adesso porto via la
mamma da quella casa di terra dove ha vissuto per tanti anni. Gli
uomini non ci riusciranno mai. Johnnie, il mio fratello maggiore,
vuole sposarsi e costruire una casa nuova, ma per la sua ragazza,
non per sua madre. La Thomas dice che fra poco potrò trasferirmi in
un’altra città e cominciare a lavorare da sola. Se non dovessi riuscire
negli affari, posso sempre sposare qualche giocatore ricco».
«Non mi pare un modo molto sicuro per tirare avanti» disse Anna
con un certo sarcasmo. «Io vorrei poter insegnare come Selma
Kronn. Pensate! Sarà la prima ragazza scandinava che insegna alle
superiori. Dovremmo essere orgogliose di lei».
Selma era una ragazza studiosa che non aveva troppa pazienza
con le personcine un po’ superficiali come Tiny e Lena, ma esse ne
parlavano sempre con ammirazione.
Tiny si muoveva irrequieta facendosi vento col cappello di paglia.
«Se fossi intelligente come lei, starei sui libri giorno e notte. Ma lei è
nata intelligente, e poi il modo in cui suo padre l’ha allevata! Era un
pezzo grosso in patria».
«Anche il padre di mia madre lo era» disse Lena, «e con questo?
Invece mio nonno paterno era intelligente ma ribelle. Sposò una
lappone, ed ecco la ragione, credo, per cui io sono così come sono.
Dicono che il sangue lappone salta sempre fuori».
«Una lappone vera?» esclamai. «Quelle che si vestono di pelli?».
«Non so se si vestiva di pelli, ma lappone lo era di sicuro, e la
famiglia di mio nonno si infuriò. Era stato mandato nel Nord con una
carica governativa e là se n’era innamorato e l’aveva voluta
sposare».
«Ma» obiettai «io pensavo che le lapponi fossero grasse e brutte
e avessero gli occhi ravvicinati, come i cinesi».
«Non so, può darsi, ma le ragazze lapponi devono avere un
fascino potente: la mamma dice che i norvegesi su al Nord hanno
sempre paura che i loro ragazzi corrano dietro le loro sottane».
Nel pomeriggio, quando il caldo divenne meno opprimente,
giocammo ai quattro cantoni e gli alberelli facevano da basi. Lena
era sempre al centro, così alla fine non volle più giocare e ci
buttammo sull’erba senza fiato.
«Jim» disse Antonia con aria sognante «voglio che tu racconti alle
ragazze il primo arrivo degli spagnoli qui, quello di cui parlavate tu e
Charley. Ho provato a farlo io, ma ci sono tante cose che non
ricordo».
Sedevamo sotto una piccola quercia. Tonia appoggiata al tronco e
le ragazze appoggiate l’una all’altra ascoltando quel poco ch’io
potevo dire di Coronado e della sua ricerca delle Sette Città d’Oro. A
scuola c’insegnavano che non era giunto fino al Nebraska ma aveva
rinunciato alla ricerca ed era ritornato indietro quando era arrivato
nel Kansas. Ma Charley e io credevamo fermamente che egli avesse
risalito proprio quel fiume. Un contadino in una regione un po’ più a
nord aveva trovato, dissodando la terra, uno sperone di metallo
molto ben lavorato e una spada con un’iscrizione in spagnolo sulla
lama. Le aveva prestate al signor Harling e questi le aveva portate a
casa. Charley e io li avevamo studiati e poi per tutta l’estate erano
stati esposti nell’ufficio di Harling. Padre Kelly, il prete, aveva trovato
sulla spada il nome di un fabbricante spagnolo e una abbreviazione
che voleva dire Cordova.
«E questo l’ho visto io coi miei occhi» interruppe Antonia
trionfante. «Così Jim e Charley hanno ragione e i professori hanno
torto».
Le ragazze cominciarono a discutere fra loro. Perché gli spagnoli
si erano inoltrati tanto? Com’era allora la regione? Perché Coronado
non era mai tornato in Spagna, dove aveva le ricchezze, i castelli e il
re? Non lo sapevo e non potevo dirlo. Sapevo soltanto che i testi di
scuola dicevano che era “morto di disperazione nelle foreste”.
«Non è il solo» disse Antonia tristemente, e le ragazze
mormorarono un assenso.
Guardavano lontano nella campagna il sole che tramontava.
L’erba era di fuoco, la corteccia delle querce rossa come il rame, e
c’era uno scintillio d’oro sul fiume scuro. Giù per la corrente i banchi
di sabbia scintillavano come vetro, e la luce tremolava fra il folto dei
salici come fiammelle che si agitassero lì in mezzo. La brezza
cadde; nella boscaglia una tortora tubava lamentosamente e in
lontananza urlava un gufo. Le ragazze sedevano immobili
appoggiate l’una all’altra, la fronte illuminata dai raggi allungati del
sole.
E a un tratto vedemmo una cosa strana. Non c’erano nubi, e il
sole calava in un cielo limpido dorato. Mentre l’orlo più basso del
disco rosso si posava sugli alti campi, laggiù all’orizzonte
improvvisamente una grande figura nera si stagliò contro il sole.
Balzammo in piedi spalancando gli occhi e subito ci rendemmo
conto di quello che era. In qualche fattoria lontana un aratro era
rimasto abbandonato nei campi e il sole calava proprio alle sue
spalle. Ingigantito nella distanza dalla luce orizzontale, stava ritto
contro il sole contenuto esattamente nel disco: la stiva, il coltello e il
vomere neri contro il rosso incandescente. Stava là, eroico nella sua
grandezza, un inno scritto sul sole.
Mentre ancora ne parlavamo in un sussurro, la visione
scomparve; la sfera cadde sempre più giù sinché anche l’orlo rosso
sparì sottoterra. I campi ai nostri piedi erano scuri, il cielo impallidiva,
e l’aratro, dimenticato là in qualche parte della prateria, era ritornato
alla sua piccolezza.
XV

Verso la fine d’agosto i Cutter andarono a Omaha per qualche giorno


affidando la casa ad Antonia. Da quando era successo lo scandalo
con la svedese, Cutter non era più riuscito a far muovere la moglie
da Black Hawk senza di lui.
Il giorno dopo la partenza, Antonia venne a trovarci e la nonna
notò che pareva turbata e sconvolta. «Hai qualcosa che ti
preoccupa, Antonia?» le disse ansiosamente.
«Sì, signora Burden, ho dormito poco la notte scorsa». Esitò un
attimo e poi ci disse che Cutter prima di partire si era comportato in
modo strano. Aveva messo tutta l’argenteria in un cestino e l’aveva
collocata sotto il letto di lei con una cassetta di carte che le aveva
detto essere di valore. Le aveva fatto promettere che non avrebbe
mai dormito fuori casa e che non sarebbe rimasta fuori tardi la sera
mentre lui non c’era, e le aveva impedito formalmente d’invitare a
dormire con lei qualcuna delle ragazze sue amiche. Poteva stare
tranquillissima – le disse – dato che aveva messo una serratura Yale
nuova alla porta esterna.
Cutter aveva insistito a tal punto su tutti questi particolari, che
essa ora non si sentiva più tranquilla a star sola. Non le piaceva il
modo in cui Cutter aveva continuato a entrare in cucina per darle le
istruzioni, e il modo in cui la guardava. «Ho la sensazione che stia
preparando uno dei suoi soliti tiri e che cerchi di spaventarmi».
La nonna s’impressionò subito. «Dato che hai questa sensazione,
non mi pare il caso che tu debba star lì sola e, dal momento che hai
dato la tua parola, non va bene che lasci la casa abbandonata, ma
forse Jim sarebbe disposto ad andare a dormire là e tu potresti
passare le notti qui; mi sentirei più tranquilla sapendoti in casa mia, e
penso che Jim possa sorvegliare la loro argenteria e quelle vecchie
cambiali tanto quanto te».
Antonia si voltò a me ansiosa. «Oh davvero, Jim! Vedrai che bel
posticino, la stanza è proprio fresca e il letto è vicino alla finestra: ieri
sera avevo paura a lasciarla aperta».
A me andava benissimo la mia stanza, e la casa dei Cutter non mi
piaceva affatto, ma Tonia appariva così turbata che acconsentii a
fare questo cambio. Mi accorsi che lì dormivo bene come da
qualunque altra parte, e quando al mattino arrivavo a casa, Tonia mi
aveva già preparato un’ottima colazione. Dopo le preghiere, sedeva
a tavola con noi ed era come ai vecchi tempi in campagna.
La terza notte che dormivo dai Cutter, mi svegliai
improvvisamente con l’impressione di aver udito una porta aprirsi e
richiudersi. Però, siccome tutto era silenzioso, dovevo essermi
riaddormentato.
Quel che ricordo dopo, è che a un tratto avvertii la presenza di
qualcuno seduto sulla sponda del letto. Ero sveglio solo a metà, ma
decisi che chiunque fosse poteva benissimo prendersi l’argenteria di
Cutter. Forse, se non mi muovevo, avrebbe potuto prenderla e
andarsene senza toccarmi. Rimasi immobile e trattenni il fiato. Una
mano si chiuse pian piano sulla mia spalla mentre qualcosa di
peloso e profumato mi strisciava sul volto. Se la stanza fosse stata
improvvisamente inondata di luce, non avrei potuto vedere più
chiaramente l’odioso viso barbuto che si piegava su di me. L’afferrai
per i baffi e tirai forte, gridando qualche cosa. La mano che mi
teneva la spalla passò istantaneamente alla gola, e l’uomo parve
impazzito. Mi stava sopra soffocandomi con un pugno e battendomi
in faccia con l’altro, sibilando e ansando mentre bestemmiava.
«Ah ah! E questo è quello che fa quando io non ci sono? E dov’è
ora? Di’, brutto insolente, dov’è? Sotto il letto, vero, sgualdrina? Sì, li
conosco i tuoi trucchi. Aspetta che ti pigli! Prima metto a posto
questo topo qui. Stai tranquilla che l’ho preso bene lui!».
Finché Cutter mi teneva per la gola, non avevo alcuna possibilità
di reagire. Gli afferrai il pollice e glielo piegai all’indietro, e solo allora
mi lasciò andare con un urlo. In un balzo fui in piedi, lo buttai
facilmente sul pavimento, poi mi lanciai verso la finestra aperta, tirai
un pugno nella rete metallica, la ruppi e caddi con essa nel cortile.
Mi accorsi di correre per Black Hawk in camicia da notte proprio
come uno si accorge di comportarsi male in un brutto sogno.
Quando arrivai a casa, m’arrampicai alla finestra della cucina. Avevo
il naso e la bocca pieni di sangue ma mi sentivo troppo male per
preoccuparmene; trovai uno scialle e un mantello su un
attaccapanni, mi distesi sul sofà del salotto e, nonostante le ferite, mi
addormentai.
La nonna mi trovò lì al mattino, e mi svegliai al suo grido di paura.
E veramente ero piuttosto malconcio; mentre uscivo dalla stanza
sostenuto da lei, colsi la mia immagine nello specchio: il labbro
tagliato sporgeva come un grugno, il naso sembrava una grossa
prugna azzurrognola, un occhio era completamente chiuso per il
gonfiore e aveva tutti i colori dell’iride. La nonna diceva che
bisognava subito far venire il dottore, ma io la implorai, come non
avevo mai fatto in precedenza, di non chiamarlo. Le dissi che avrei
potuto sopportare qualunque cosa purché non mi vedesse nessuno,
o nessuno sapesse che cosa mi era successo. La supplicai di non
lasciar venire in camera mia neppure il nonno. Parve capirmi, per
quanto io mi sentissi troppo debole e infelice per poter dare
spiegazioni. Togliendomi la camicia, vide così tanti graffi sul petto e
sulle spalle che cominciò a piangere. Passò tutta la mattina a farmi
bagni e impacchi e a frizionarmi con l’arnica. Sentivo Antonia
piangere dietro la porta, ma pregai la nonna di mandarla via. Sentivo
che non avrei voluto vederla mai più. L’odiavo quasi quanto Cutter.
Quel disgustoso affare era stato causato da lei. La nonna continuava
a ripetere che dovevamo essere molto grati al Signore del fatto che
mi fossi trovato io al posto di Antonia; quanto a me, stavo disteso sul
divano col viso sfigurato rivolto alla parete e non sentivo proprio
nessuna gratitudine. L’unica mia preoccupazione era che la nonna
riuscisse a tenere tutti lontani. Una volta dato il via alle chiacchiere,
la storia non sarebbe finita mai più. Potevo immaginare che cosa
avrebbero ricamato su un tema simile i vecchi giù alla farmacia.
Mentre la nonna mi curava, il nonno andò alla stazione e sentì
che Wick Cutter era tornato in città la sera precedente col diretto
dell’Est ed era ripartito per Denver al mattino col treno delle sei.
L’impiegato della stazione disse che aveva delle strisce di cerotto
sulla faccia e la mano destra al collo. Era in tali condizioni che gli
aveva domandato cosa gli fosse successo dalla sera prima e Cutter
aveva cominciato a bestemmiare dicendo che gli avrebbe fatto
perdere il posto per quella villania.
Durante il pomeriggio, mentre dormivo, la nonna e Antonia
andarono dai Cutter per fare la valigia. Trovarono la casa chiusa e
dovettero rompere la finestra per entrare in camera. C’era un
disordine spaventoso. I vestiti di Antonia erano stati tirati fuori
dall’armadio, gettati in mezzo alla stanza, calpestati e strappati. I
miei erano stati trattati in un modo tale che non li vidi mai più: la
nonna li bruciò nella stufa in cucina.
Mentre Antonia preparava i bagagli e metteva la stanza in ordine
prima di lasciarla, il campanello suonò violentemente. Sull’uscio –
chiusa fuori perché non aveva la chiave della nuova serratura –
stava la Cutter con la testa che le tremava per la rabbia. «Le
consigliai di controllarsi, altrimenti le sarebbe venuto un colpo» disse
la nonna dopo.
La nonna non le avrebbe mai lasciato vedere Antonia, ma la fece
sedere in salotto mentre le raccontava per filo e per segno quanto
era successo la sera prima. Le disse che Antonia era spaventata e
se ne andava a casa per un po’: sarebbe stato inutile interrogarla
perché non ne sapeva nulla.
Poi la Cutter raccontò quello che invece era successo a lei.
Insieme a marito erano partiti da Omaha diretti a casa il mattino
precedente. Avevano dovuto fermarsi parecchie ore alla stazione di
Waymore per prendere il treno di Black Hawk: durante la fermata
Cutter l’aveva lasciata alla stazione ed era andato alla banca per
qualche affare. Al ritorno le aveva detto che avrebbe dovuto
trattenersi lì la notte, ma che lei sarebbe potuta andare a casa. Le
aveva comprato il biglietto e l’aveva messa sul treno. Essa aveva
visto che le aveva fatto scivolare nella borsa un biglietto da venti
dollari insieme a quello del treno, e il denaro avrebbe dovuto destare
subito i suoi sospetti, ma non vi aveva fatto davvero caso.
Nelle piccole stazioni i treni non vengono mai annunciati: tutti
sanno a che ora passano. Cutter aveva mostrato il biglietto di sua
moglie al controllore e l’aveva messo a posto prima che il treno
partisse. Soltanto verso sera essa aveva scoperto di essere sul
diretto di Kansas City, che il suo biglietto era diretto là e che Cutter
doveva aver progettato tutto in anticipo. Il controllore le aveva detto
che il treno di Black Hawk doveva passare da Waymore dodici minuti
dopo la partenza di quello per Kansas City. Essa aveva capito subito
che il marito aveva montato tutto il trucco per poter arrivare a Black
Hawk senza di lei, ma ormai non poteva fare altro che arrivare a
destinazione e poi prendere il primo treno diretto a casa.
C’erano modi molto più semplici coi quali Cutter avrebbe potuto
rientrare a casa un giorno prima della moglie. Avrebbe
semplicemente potuto lasciarla all’albergo a Omaha dicendo che
andava a Chicago per qualche giorno, ma evidentemente offenderla
il più possibile faceva parte del suo divertimento.
«Il signor Cutter me la pagherà, signora Burden, me la pagherà!»
proclamò scuotendo la testa cavallina e roteando gli occhi.
La nonna disse che non ne dubitava affatto.
Certo a Cutter piaceva che la moglie lo giudicasse un demonio. In
un certo senso aveva bisogno proprio dell’eccitazione che riusciva a
provocare nella natura isterica di lei. Probabilmente la sensazione di
essere un libertino gli veniva più dalla rabbia e dallo spavento della
moglie che non dalle sue esperienze personali. Il suo desiderio di
licenziosità poteva spegnersi, ma non la convinzione che ne aveva
la Cutter. Alla fine di una scappatella, i fumi di sua moglie erano
qualcosa su cui egli contava, qualcosa come l’ultimo liquore forte
dopo un pranzo abbondante. L’unico eccitamento di cui egli non
poteva assolutamente fare a meno era quel litigare.
LIBRO III
Lena Lingard
I

All’università ebbi la fortuna di entrare subito sotto l’influenza di un


giovane letterato brillante e pieno di entusiasmo. Gaston Cleric era
arrivato a Lincoln solo poche settimane prima di me, per cominciare
il suo lavoro come titolare del corso di latino. Era venuto nell’Ovest
su consiglio dei medici, perché la sua salute si era indebolita dopo
una lunga malattia contratta in Italia. Fu il mio esaminatore all’esame
di immatricolazione, e il mio corso dipendeva da lui.
Durante le prime vacanze estive non andai a casa, ma rimasi a
Lincoln a fare un anno di greco, che era l’unica materia che dovevo
preparare per il secondo anno. Il medico di Cleric gli consigliò di non
tornare nel New England; tranne alcune settimane in Colorado,
anch’egli passò a Lincoln tutta l’estate. Giocavamo a tennis,
leggevamo e facevamo lunghe passeggiate insieme. Quel periodo di
risveglio intellettuale fu il più felice della mia vita. Gaston Cleric mi
aprì il mondo delle idee: e quando ci si avvicina per la prima volta a
quel mondo, qualunque altra cosa svanisce e tutto ciò che è stato
prima è come se non fosse mai esistito. Tuttavia, alcune figure del
mio vecchio mondo parevano aspettarmi in quello nuovo.
In quei giorni vi erano parecchi giovani seri fra gli studenti, che
venivano all’università dalle fattorie e dalle cittadine sparse nella
regione e in via di assestamento. Alcuni venivano direttamente dai
campi con in tasca soltanto il gruzzolo guadagnato durante l’estate e
tiravano avanti malvestiti e malnutriti per i quattro anni successivi,
completando il loro corso con sacrifici veramente eroici. I docenti
formavano uno strano complesso. Errabondi professori delle scuole
dei pionieri, sacerdoti arenati nella carriera, qualche giovanotto
entusiasta appena laureato. C’era un’atmosfera di sforzo, di
aspettativa, di viva speranza in quella università che solo da pochi
anni era sorta nella prateria.
La nostra vita era libera come quella dei professori. Non c’erano
dormitori e vivevamo dove e come potevamo. Affittai due stanze
presso una coppia anziana che, dopo il matrimonio dei figli, viveva
tranquilla nella propria casa al confine con l’aperta campagna. La
casa non era in una posizione buona per gli studenti, perciò ottenni
due stanze al prezzo di una. La mia stanza da letto, che una volta
era stata un guardaroba, era fredda e larga quel tanto che bastava a
contenere la mia branda, ma mi dava la possibilità di chiamare l’altra
camera “il mio studio”. Quanto alla toletta e al grosso armadio di
noce che conteneva i miei vestiti e persino le scarpe e i cappelli, li
avevo eliminati e li consideravo inesistenti, come i bambini eliminano
gli oggetti superflui quando giocano “alla casa”. Lavoravo a un
comodo tavolo coperto di panno verde di fronte alla finestra che
guardava sui prati. Nell’angolo a destra tenevo i libri in uno scaffale
che avevo fatto e dipinto io stesso. Sulla parete vuota alla mia
sinistra, la tappezzeria scura fuori moda era coperta da una grande
carta di Roma antica, lavoro di qualche studioso tedesco. L’aveva
ordinata per me Cleric insieme ad altri libri che s’era fatto venire
dall’estero. Appesa sopra la libreria, c’era una fotografia del teatro di
Pompei, che Cleric mi aveva dato togliendola dalla sua collezione.
Quando mi sedevo a lavorare, avevo quasi di fronte un’altra sedia
imbottita che stava in fondo al tavolo contro la parete: era una sedia
che avevo comprato scegliendola con gran cura. Talvolta il mio
professore veniva a farmi una visitina la sera quando usciva per le
sue passeggiate, e mi ero accorto che si tratteneva più volentieri e
diventava più loquace se si poteva sedere su una sedia comoda e
se c’erano una bottiglia di Bénédictine e una buona scorta delle sue
sigarette preferite a portata di mano. Scoprii che era parsimonioso
nelle piccole spese, un particolare che non s’intonava col suo
carattere. Talvolta veniva silenzioso e di cattivo umore e, dopo
alcune osservazioni sarcastiche, se ne tornava via a passeggiare
per le strade di Lincoln, che erano quiete, familiari e deprimenti quasi
quanto quelle di Black Hawk. Talvolta invece rimaneva quasi fino a
mezzanotte a parlare di poesia latina e inglese e a raccontarmi del
suo lungo soggiorno in Italia.
Non posso dare un’idea del fascino particolare e della vivacità
della sua conversazione. In mezzo alla gente era quasi sempre
silenzioso. Anche in classe non raccontava mai i soliti aneddoti
professorali né diceva banalità. Quand’era stanco, le sue lezioni
riuscivano confuse, oscure, ellittiche, ma quando sentiva
l’argomento, erano meravigliose. Credo che Gaston Cleric avrebbe
potuto essere un grande poeta, ma talvolta mi veniva da pensare
che quei suoi scoppi di eloquenza immaginativa erano fatali al suo
dono poetico. Si disperdeva troppo nel calore della comunicazione.
L’ho visto tante volte corrugare la fronte, fissare lo sguardo su
qualcosa nel muro o su un disegno del tappeto e poi proiettarvi
sopra l’immagine esatta che viveva nel suo cervello. Sapeva
evocare dall’ombra il dramma del mondo antico, figure bianche su
uno sfondo turchino. Non potrò mai dimenticare l’espressione del
suo viso una sera in cui mi raccontò di una giornata solitaria passata
tra i templi della spiaggia di Paestum: il vento leggero che soffiava
tra le colonne scapitozzate, gli uccelli che volavano bassi sopra le
erbe in fiore delle paludi, le luci cangianti sui monti argentei avvolti
nelle nubi. Aveva voluto rimanere lì tutta la breve notte d’estate
avvolto nel mantello e nella coperta a osservare il moto delle
costellazioni nel loro sentiero celeste finché “la concubina di Titone
antico” era sorta dal mare e i monti s’erano stagliati nitidi nella luce
dell’alba. Lì l’aveva preso la febbre che l’aveva fermato alla vigilia
della sua partenza per la Grecia, la stessa febbre che l’aveva tenuto
ammalato a Napoli così a lungo e di cui tuttora portava le
conseguenze.
È vivido il ricordo di un’altra sera in cui qualche cosa ci condusse
a parlare della venerazione di Dante per Virgilio. Cleric passò la
Divina Commedia un canto dopo l’altro ripetendo il discorso di Dante
col suo “dolce maestro” mentre la sigaretta dimenticata gli si
consumava tra le lunghe dita. Lo sento ancora oggi ripetere i versi
con cui Stazio parla per Dante:

…col nome che più dura e più onora


er’io di là…
Al mio ardor fur seme le faville,
che mi scaldar, della divina fiamma
onde sono allumati più di mille;
dell’Eneida dico, la qual mamma
fummi e fummi nutrice poetando…

Per quanto ammirassi profondamente la dottrina di Cleric, non mi


facevo illusioni riguardo a me stesso; sapevo che non sarei mai
diventato un letterato. Non potevo trattenermi a lungo in mezzo a
cose tanto impersonali. L’eccitamento intellettuale mi riportava
vivamente alla mia terra nuda e alle figure che in essa ritrovavo.
Mentre mi aprivo alla visione di nuove forme che Cleric faceva
sorgere per me, la mia mente si staccava e mi ritrovavo a pensare a
luoghi e gente del mio passato. Affioravano le figure della mia
adolescenza, ma adesso marcate e semplificate come l’immagine
dell’aratro contro il sole. Erano la mia risposta a quel nuovo
richiamo. Io soffrivo del posto che Jake, Otto e Peter il russo
occupavano nella mia memoria, tutto spazio che avrei voluto
riempire di una folla d’altre cose. Ma sempre, quando la mia
coscienza si risvegliava, essi si ridestavano dentro di me e in modo
stranissimo mi accompagnavano in tutte le mie nuove esperienze.
Erano così vivi nella mia memoria che non mi capitava mai di
domandarmi se fossero vivi in qualche altro luogo, e come.
II

Una sera di marzo del mio secondo anno me ne stavo da solo in


camera dopo cena. Era sgelato quel giorno, i cortili erano pieni di
fango e rivoletti di acqua scura uscivano dai mucchi di neve indurita
e si versavano gorgogliando allegramente nelle strade. Dalla finestra
aperta un venticello che soffiava con un odore di terra mi dava una
sensazione d’indolenza. Al limite della prateria, dove il sole era
appena calato, il cielo era di un azzurro turchese come un lago
percorso da un tremolio d’oro. Più in alto, nel perfetto chiarore
dell’occidente, le stelle della sera pendevano come una lampada
sospesa a catene d’argento, la lampada incisa sulle copertine dei
vecchi testi latini e che appare nei Cieli nuovi risvegliando desideri
negli uomini. Ad ogni modo, le stelle mi fecero venire in mente che
dovevo chiudere la finestra e accendere la mia lampada, come fosse
una risposta. Lo feci a malincuore, e gli oggetti scuri della stanza mi
circondarono creando attorno a me quell’atmosfera amichevole che
è il risultato della lunga abitudine.
Aprii il libro e rimasi a guardare distratto la pagina delle Georgiche
dov’era la mia lezione per l’indomani. Iniziava con la melanconica
riflessione che nella vita dei mortali i giorni più belli sono i primi a
morire. Optima dies… prima fugit. Voltai le pagine che avevamo letto
in classe al mattino. Primus ego in patriam mecum… deducam
Musas. “Perché io sarò il primo, se vivrò, a portare le Muse in
patria”. Cleric ci aveva spiegato che qui patria non significava
nazione o regione, ma il piccolo tratto di terra sul Mincio dove il
poeta era nato. E questo non era un vanto, ma la speranza audace e
umile al tempo stesso di poter portare la Musa che poco prima
aveva lasciato in Grecia i suoi monti per venire in Italia non nella
capitale, nei palatia Romana, ma nella sua piccola patria, sui campi
dei suoi padri “che scendono giù fino al fiume, fino ai vecchi faggi
dalle cime tronche”.
Cleric pensava che Virgilio morente a Brindisi doveva aver
ricordato quel passo. Di fronte all’amara necessità di lasciare
l’Eneide incompiuta, dopo aver decretato che il vasto quadro in cui si
agitano uomini e dei doveva esser bruciato piuttosto che
sopravvivergli imperfetto, la sua mente doveva essere tornata alla
perfetta espressione delle Georgiche dove la penna s’adatta al
soggetto come l’aratro al solco, e doveva aver detto a se stesso, con
la gratitudine dell’uomo giusto: “Io sono stato il primo a portar la
Musa nella mia patria”.
Lasciammo l’aula in silenzio con la sensazione di essere stati
sfiorati dall’ala di un sentimento immenso, per quanto forse io solo
conoscessi Cleric tanto a fondo da sapere quale fosse questo
sentimento. E quella sera io sedevo di fronte al mio libro e mi pareva
che il fervore della sua voce passasse tra i versi che leggevo. Mi
domandavo se quel tratto di costa rocciosa del New England di cui
mi aveva tante volte parlato fosse la “patria” di Cleric. Avevo letto
ben poco, quando fui disturbato da un bussare alla porta; mi affrettai
ad aprire e vidi una donna nell’anticamera buia.
«Non credo che tu mi riconosca, Jim».
La voce mi parve familiare, ma non la riconobbi finché non entrò
nella striscia di luce della porta, e allora vidi Lena Lingard!
L’abbigliamento cittadino le dava un aspetto così convenzionale che,
anche se le fossi passato vicino per la strada, non l’avrei
riconosciuta. Un vestito nero le modellava la figura, e sui capelli
biondi portava con grazia un cappellino di pizzo nero guarnito di
miosotidi azzurro pallido.
La condussi alla sedia di Cleric – l’unica comoda che avessi –
facendole una quantità di domande.
Il mio imbarazzo non la sconcertava. Si guardava intorno con
quell’ingenua curiosità che ricordavo perfettamente. «Stai bene qui,
non è vero? Anch’io vivo a Lincoln adesso, Jim. Lavoro per conto
mio, ho una sartoria in casa Raleigh, in via O. Mi sono sistemata
come si deve».
«Ma quando sei venuta, Lena?».
«Oh! È tutto l’inverno che son qui! Non te l’ha mai scritto la
nonna? Ho pensato di venire a trovarti una quantità di volte, ma tutti
dicono che sei un ragazzo studiosissimo e provavo un po’ di
vergogna. Non sapevo se ti avrebbe fatto piacere vedermi». E rise
con quel riso così caldo e disinvolto che non si riusciva mai a
comprendere se fosse affettato o naturale. «Sei sempre lo stesso,
solo che naturalmente ora sei un giovanotto. Mi trovi cambiata?».
«Forse sei più graziosa, per quanto tu lo sia sempre stata. Forse
sono i vestiti che ti fanno diversa».
«Ti piace il mio abito? Per il mio lavoro bisogna ch’io sia ben
vestita».
Si tolse la giacca e rimase più a suo agio con una camicetta di
stoffa soffice trasparente. Si sentiva già a casa sua, vi era scivolata
dentro tranquillamente come faceva dappertutto. Mi disse che gli
affari andavano bene e che aveva messo da parte dei risparmi.
«Quest’estate posso fare quella casa per la mamma di cui ho
tante volte parlato. Certo non potrò pagarla tutta in una volta, ma
voglio che ce l’abbia prima che diventi troppo vecchia per godersela.
L’estate prossima le porterò dei mobili nuovi e dei tappeti, così
durante l’inverno avrà qualcosa da desiderare e aspettare».
Osservavo Lena seduta così composta, luminosa ed elegante, e
pensavo a quando correva nei prati a piedi nudi fin quando non
cadeva la neve, con Mary la pazza che la rincorreva nei campi. Era
meraviglioso che fosse riuscita così bene nel mondo! E non doveva
ringraziare nessuno eccetto se stessa.
«Devi essere orgogliosa di te, Lena» le dissi con calore. «Pensa a
me! Non ho mai guadagnato un dollaro, né so se sarò mai in grado
di farlo».
«Tonia dice che un giorno sarai più ricco di Harling. Sai che è
sempre così orgogliosa di te».
«E dimmi, come sta Tonia?».
«Sta bene. Adesso lavora all’albergo per la Gardener. Fa la
direttrice di casa. La Gardener non sta più bene come una volta, non
può occuparsi di tutto, e ha grande fiducia in Tonia. Si è anche
riconciliata con la Harling. La piccola Nina le vuole così bene che la
Harling è passata sopra a tutto».
«È sempre con Larry Donovan?».
«Oh! Sì, sì sempre di più, credo che siano fidanzati. Tonia ne
parla come se fosse il direttore delle ferrovie e tutti ridono perché
non è mai stata una ragazza troppo tenera. Non vuole sentir nulla
contro di lui. È troppo ingenua».
Dissi che Larry non mi piaceva e non mi sarebbe mai piaciuto.
Sul volto di Lena apparvero delle fossette. «Potremmo dirle tante
cose, ma non servirebbe a niente, perché gli crede sempre. Sai che
questa è la debolezza di Antonia. Quando vuol bene a qualcuno,
non vuole sentirne parlar male».
«Credo che farei bene ad andare a casa e occuparmi di lei».
«Lo credo anch’io», e Lena mi guardò divertita. «Meno male che
si è riconciliata con gli Harling, perché Larry ha paura di loro. Fanno
delle spedizioni cospicue di grano, perciò hanno influenza su quelli
della ferrovia. Cosa studi?». Appoggiò il gomito sul tavolo e si tirò
vicino il libro. Sentii un tenue profumo di viola. «Così questo è il
latino? Sembra difficile. Però qualche volta anche tu vai a teatro,
perché ti ci ho visto. Non ti piacciono le belle commedie, Jim? Io se
so che ce n’è una, non posso assolutamente stare a casa la sera.
Credo che sarei disposta a lavorare come una schiava pur di vivere
in un posto dove ci sono teatri».
«Ci andiamo insieme una volta? Permetterai che venga a trovarti,
vero?».
«Vuoi? Io ne sarei così contenta. Non lavoro mai dopo le sei e
lascio libere le sartine alle cinque e mezzo. Di solito mangio in una
pensione per risparmiar tempo, ma qualche volta mi faccio una
bistecca e mi piacerebbe prepararne una anche per te. Bene»
soggiunse poi, mettendosi i guanti bianchi, «sono stata tanto
contenta di vederti».
«Oh ma non avrai mica fretta, vero? Non mi hai ancora detto
nulla!».
«Potremo parlare quando verrai a trovarmi. Immagino che tu non
riceva troppe visite femminili. La vecchia di sotto non aveva molta
voglia di lasciarmi salire, ma io le ho detto che venivo dalla tua città
e che avevo promesso a tua nonna di passarti a trovare. Chissà
cosa direbbe la signora Burden». E rise piano mentre s’alzava per
andarsene.
Quando mi vide prendere il cappello, scosse la testa. «Non è il
caso che tu venga con me. Devo trovarmi con degli svedesi giù al
bar della farmacia10 , e non è gente che ti possa interessare. Volevo
vedere la tua camera per poterla descrivere a Tonia, ma bisogna che
le scriva che ti ho lasciato qui fra i tuoi libri. Ha sempre tanta paura
che qualcuno ti porti via!». Fece scivolare le braccia inguainate di
seta nella giacchetta che le porgevo, se la lisciò e l’abbottonò
lentamente. L’accompagnai alla porta. «Vieni a trovarmi quando ti
senti triste e troppo solo. Ma forse hai tutti gli amici che vuoi, vero?».
Volse il visetto liscio verso di me e bisbigliò scherzosa all’orecchio:
«Vero?». E in un momento scomparve giù per la scala buia.

Rientrando in camera la trovai più accogliente di prima. Lena


aveva lasciato nella luce della lampada qualche cosa di caldo e di
amichevole. Com’era bello sentire di nuovo il suo riso! Così limpido e
quieto, e così comprensivo, che pareva interpretasse tutto in senso
favorevole. Se chiudevo gli occhi, le sentivo ridere tutte – le danesi
della lavanderia e le tre Marie boeme: Lena me le aveva richiamate
tutte alla mente. Mi apparve, come mai prima, la relazione tra
fanciulle come quelle e la poesia di Virgilio. Se nel mondo non ci
fossero ragazze così, non ci sarebbe poesia. Lo intesi chiaramente
per la prima volta, e la rivelazione mi parve così infinitamente
preziosa che mi attaccai a lei come se potesse svanire d’un tratto.
Quando mi risedetti davanti al libro, il mio vecchio sogno di Lena
che attraversava con le gonnelle corte i campi mietuti mi pareva il
ricordo di una realtà vissuta. Ondeggiava sulla pagina come una
visione, e sotto di essa stavano i tristi versi: Optima dies… prima
fugit.
III

A Lincoln il meglio della stagione teatrale veniva tardi, quando le


buone compagnie, dopo le lunghe presentazioni a New York e a
Chicago, si fermavano lì per una sera. Quella primavera Lena venne
con me a vedere Joseph Jefferson in Rip van Winkle e una
commedia di guerra intitolata Shenandoah. Era inflessibile quando si
trattava di pagarsi il posto, diceva che ormai lavorava e non poteva
tollerare che uno studente spendesse del denaro per lei. Mi piaceva
andare a teatro con Lena. Per lei era tutto meraviglioso e tutto vero.
Era come andare a una funzione religiosa con un neofita che ogni
volta rinnovasse la conversione. Essa proiettava i suoi sentimenti
negli attori con una specie di rassegnazione fatalistica. Gli accessori
del costume e della scena avevano naturalmente per lei
un’importanza e un significato maggiori che per me. Andava in estasi
durante la rappresentazione di Robin Hood e pendeva dalle labbra
del contralto che cantava Oh, promettimi.
Verso la fine di aprile gli avvisi teatrali che tenevo d’occhio in quei
giorni fiorirono dappertutto improvvisamente, portando impresse sul
bianco due parole in lettere gotiche azzurre: il nome di un’attrice che
avevo spesso sentito nominare e la parola “Camelie”.
Passai a casa Raleigh a prendere Lena un sabato sera e
andammo a teatro insieme. L’aria era piuttosto calda e afosa e ci
dava un senso di vacanza. Arrivammo presto perché a Lena piaceva
veder entrare il pubblico. Sul programma un avviso diceva che la
“musica durante la commedia” era presa dalla Traviata. Nessuno dei
due aveva letto la commedia e non sapevamo di che cosa trattasse,
benché io mi ricordassi che era un dramma in cui le grandi attrici
solitamente brillavano. Conoscevo solo un Dumas, quello del Conte
di Montecristo che avevo visto rappresentare da James O’Neill
durante l’inverno. La commedia era del figlio, dunque mi aspettavo
qualcosa di simile, data la parentela degli autori. Una coppia di
conigli scappati dalla prateria non avrebbe potuto essere più ignara
di ciò che l’aspettava di quanto non lo fossimo Lena e io.
Cominciammo a emozionarci appena s’alzò il sipario su un
Varville pensieroso, seduto davanti al fuoco mentre interroga
Nanine. C’era veramente una nota nuova nel dialogo. Non avevo
mai sentito a teatro frasi così vive, così naturali e disinvolte come
quelle che si scambiarono Varville e Margherita nel breve incontro
prima dell’ingresso dei suoi amici. Questo apriva la scena più
brillante, mondana, gaia e affascinante cui io avessi mai assistito.
Non avevo mai visto aprire bottiglie di champagne sulla scena, né a
dire la verità in alcun altro posto. Il ricordo di quella cena mi fa venir
fame anche ora e la sua vista, all’epoca in cui avevo nella pancia
nient’altro che la cenetta di una pensione per studenti, era una
delicata tortura. Mi pare di ricordare delle sedie e dei tavoli dorati,
spostati in fretta da camerieri in calze e guanti bianchi, tovaglie d’un
candore abbagliante, cristalleria scintillante, piatti d’argento, una
gran coppa di frutta e delle rose d’un rosso violento. A un tratto la
scena fu invasa da donne bellissime e giovanotti eleganti che
ridevano e chiacchieravano. Gli uomini erano vestiti più o meno
secondo la moda del tempo in cui la commedia era stata scritta, le
donne no, e io non ci vidi nulla d’incoerente. Sembrava che i loro
discorsi aprissero allo spettatore il mondo in cui vivevano. Ogni frase
pareva renderti più vecchio e più saggio, ogni espressione allegra
allargarti l’orizzonte. Si poteva provare la soddisfazione e la sazietà
senza la noia di dover imparare come ci si comporta in un salotto.
Quando i personaggi parlavano tutti insieme e mi sfuggivano alcune
delle frasi che si scambiavano, mi sentivo infelicissimo. Sforzavo
occhi e orecchie per seguire ogni più piccolo movimento, ogni
esclamazione.
L’attrice che recitava la parte di Margherita era già allora un po’
fuori moda, era quasi “storica”. Era un membro della famosa
compagnia di New York di Daly, e poi una “stella” sotto la sua
direzione. Era un’attrice che non aveva un grande studio alle spalle,
si diceva, per quanto avesse una forza naturale e una crudezza
d’espressione che facevano il loro effetto con gente di sentimenti
semplici e di gusto non troppo raffinato. Era già vecchia, col viso
devastato e un corpo stranamente duro e rigido. Si muoveva con
difficoltà – forse era zoppa – mi pare di ricordare che avesse
qualcosa come una malattia alla spina dorsale. Il suo Armando era
troppo giovane e sottile, un bel ragazzo molto impacciato: ma che
importava? Io credevo fermamente nel potere ch’essa aveva di
affascinarlo con la sua abbagliante bellezza, la vedevo giovane,
ardente, irrequieta, delusa,condannata, febbricitante, avida di
piacere. Avrei voluto attraversare la platea e aiutare quell’Armando,
così sottile nella sua camicia merlettata, a convincerla che nel
mondo c’erano ancora lealtà e dedizione. La sua malattia improvvisa
– quando la sua felicità sembrava al culmine –, il suo pallore, il
fazzoletto che si premeva alle labbra, la tosse che soffocava sotto il
riso mentre Gastone suonava il piano delicatamente, tutto mi
stringeva il cuore. Ma non tanto quanto il suo cinismo nel lungo
dialogo con l’amante durante la scena seguente. Com’ero lontano
dall’indagare sul suo scetticismo! Il giovane affascinante la
supplicava – l’orchestra suonava il vecchio duetto della Traviata,
Misterioso, misterioso altero, e il sipario calava mentre lei, disillusa e
amara, si lanciava eccitata nella danza dopo aver cacciato via
Armando e i suoi fiori.
Tra un atto e l’altro non c’era tempo per dimenticare. L’orchestra
continuava a suonare pezzi della Traviata, una musica così gaia e
triste, così sottile e lontana, così allegra e pure così straziante. Dopo
il secondo atto lasciai Lena in lacrimosa contemplazione del soffitto
e andai nell’atrio a fumare. Mentre passeggiavo mi congratulavo con
me stesso per non aver portato qualche ragazza di Lincoln, che
durante gli intervalli avrebbe parlato dei balli studenteschi oppure
dell’eventualità che i cadetti venissero o meno a fare il campo a
Plattsmouth. Almeno Lena era una donna e io ero un uomo.
Durante la scena tra Margherita e il vecchio Duval, Lena non fece
che piangere mentre io sedevo impotente a impedire la fine di
quell’amore idilliaco, sempre temendo il ritorno del giovane la cui
indicibile felicità sta per essere la misura della sua sofferenza.
Credo che nessuna donna avrebbe potuto essere più lontana
nella figura, nella voce e nel temperamento dalla commovente
eroina di Dumas, di quella veterana del teatro che per prima me la
fece conoscere. La sua concezione del personaggio era rigida e
tutta d’un pezzo come la sua dizione. Calcava sulle idee come sulle
consonanti. Margherita era per lei sempre altamente tragica e
divorata dal rimorso; essa ignorava le sfumature di espressione e di
contegno, e anche la voce l’aveva pesante e profonda; quando
chiamava “Ar-r-rmond”, pareva che gli intimasse di presentarsi al
banco degli accusati. Ma le battute erano sufficienti. Non aveva che
da pronunciarle, e nonostante tutto il personaggio era creato.
Il mondo crudele in cui Margherita rientrava con Varville non era
mai stato così scintillante e spensierato come la sera in cui si riunì
nel salotto di Olimpia per il quarto atto. Candelieri pendevano dal
soffitto, e ricordo molti servitori in livrea, tavole da gioco dove gli
uomini vincevano e perdevano mucchi d’oro e una scala dalla quale
gli ospiti facevano il loro ingresso. Quando tutti si furono raccolti
intorno al tavolo e il giovane Duval già era stato avvertito da
Prudenza, Margherita discese la scala con Varville: che mantello,
che ventaglio, che gioielli e che viso! Si capiva subito quello che
sarebbe successo. Quando Armando, con le terribili parole
“Guardate tutti, questa donna io l’ho pagata”, getta l’oro e i biglietti a
una Margherita che sta per svenire, Lena si rannicchiò vicino a me
coprendosi il volto con le mani.
Il sipario s’alzò poi sulla scena della stanza da letto, e a questo
punto non avevo un solo nervo che non fosse teso fino allo spasimo.
Persino Nanine riusciva a farmi piangere. Mi destava tanta
tenerezza Nanine! E Gastone! Come ci si sentiva trasportati verso
quel caro ragazzo! I doni di capodanno mi parevano miseri, nulla mi
sembrava sufficiente e piangevo senza ritegno. Prima che la povera
moribonda cadesse per l’ultima volta tra le braccia del suo amante,
era inzuppato persino il fazzoletto che avevo nel taschino e che
portavo per eleganza, non per usarlo.
Quando uscimmo dal teatro le strade scintillavano di pioggia.
Avevo prudentemente portato l’utile regalo della Harling, e potei
riparare Lena. Dopo averla lasciata, camminai lentamente fino alla
periferia dove vivevo. In tutti i giardini i lillà erano in fiore e il loro
profumo dopo la pioggia, misto di fiori e di foglie nuove, mi alitava in
viso una specie di dolcezza amara. Avanzavo tra le pozzanghere
sotto gli alberi gocciolanti, triste per la fine di Margherita Gauthier
come se fosse morta solo la sera prima, sospirando con lo spirito del
1840 – che già tanto aveva sospirato – che mi aveva raggiunto solo
quella notte dopo tanti anni e attraverso tante lingue nella persona di
una vecchia attrice inferma. Qualche cosa in quello spirito non può
essere frustrato da nessuna circostanza. In qualunque luogo e in
qualunque stagione il dramma si rappresenti, è aprile.
IV

Come ricordo bene il rigido salottino dove attendevo Lena: i mobili


duri di crine comprati in qualche vendita all’asta, il lungo specchio, i
piatti dipinti sulle pareti. Bastava che mi sedessi un momento, per
ritrovare andandomene fili e pezzetti di seta attaccati ai vestiti. Il
successo di Lena era per me un mistero. Prendeva le cose così
placidamente, non aveva la spinta e la prepotenza che porta avanti
la gente negli affari. Lei, la ragazza di campagna, era venuta a
Lincoln senza lettere di presentazione eccetto per alcune cugine
della Thomas che vivevano lì, e già faceva vestiti per le signore “del
gruppo delle sposine”. Evidentemente aveva una grande attitudine
naturale per il suo lavoro. Sapeva – diceva lei – “quello che stava
bene addosso alla gente”. Non si stancava mai di guardare e
riguardare riviste di moda. Talvolta la sera la trovavo sola nel
laboratorio che drappeggiava sete su un manichino con
un’espressione di beatitudine sul volto. Pensavo che forse gli anni in
cui Lena non aveva avuto abiti a sufficienza per coprirsi dovevano
aver influito sul suo instancabile interesse nel vestire la gente. Le
clienti dicevano che Lena “aveva stile” e passavano sopra le sue
abituali mancanze. Scoprii che non finiva mai un vestito per la data
per cui l’aveva promesso e spesso spendeva più denaro e usava più
stoffa di quanto le clienti l’avessero autorizzata a fare. Una volta
arrivai alle sei, mentre Lena accompagnava alla porta una madre
tutta agitata e la sua goffa figliolona. La donna fermò Lena sulla
porta per dirle in tono di scusa: «Cercherete di non farmi spendere
sopra i cinquanta, vero, signorina Lingard? Vedete, è ancora troppo
giovane per andare da una sarta cara, ma so che voi la potete
vestire meglio di chiunque altra».
«Va bene, signora Herron, credo che riusciremo a ottenere un
buon effetto» rispose Lena .
Il suo modo di fare con le clienti mi parve molto simpatico e mi
domandavo dove avesse acquistato tanto garbo.
Talvolta dopo le lezioni del mattino la incontravo in città nel suo
vestito di velluto, col cappellino nero e la veletta ben tesa sul viso,
fresca come il mattino di primavera. A volte portava a casa un
mazzo di giunchiglie o una piantina di giacinto. Quando passavamo
davanti a una pasticceria, i suoi passi indugiavano ed esitavano.
«Non lasciarmi entrare» mormorava. «Fammi passar via, se ci
riesci». Le piacevano immensamente i dolci e aveva paura
d’ingrassare troppo.
La domenica facevamo deliziose colazioni a casa sua. Dietro il
laboratorio c’era una veranda grande quanto bastava per contenere
un divanoletto e una scrivania. Facevamo colazione in
quell’angolino, dopo aver tirato le tende che lo dividevano dal
laboratorio con le sue tavole da taglio, i manichini e i modelli di carta
appesi al muro. Il sole entrava a fiotti facendo scintillare tutto ciò che
era sul tavolo e scomparire la fiammella del fornello a spirito. Il water
spaniel nero di Lena mangiava con noi seduto sul divano e si
comportava benissimo sino al momento in cui il violinista polacco
nell’alloggio di fronte non cominciava a suonare. Prince allora si
metteva a guaire e annusare l’aria con disgusto. Il padrone di casa di
Lena, il vecchio colonnello Raleigh, le aveva dato il cane, e in
principio essa ne era stata piuttosto seccata. Aveva passato troppo
tempo della sua vita occupandosi di animali per amarli, ma Prince
era una bestiolina saggia ed essa gli si affezionò. Dopo colazione
tentavo di addestrarlo: fare il carcerato, tendere la mano, stare in
piedi come un soldato. Gli mettevo il mio berretto da cadetto in testa
– studiavamo anche disciplina militare all’università – e un metro di
legno nella zampina. La sua serietà ci faceva smascellare dalle
risate.
I discorsi di Lena mi divertivano sempre. Antonia non aveva mai
parlato come la gente che la circondava. Anche quando ebbe
imparato a parlare in inglese correntemente, c’era sempre nel suo
discorso qualcosa d’impulsivo che denotava la straniera. Lena
invece aveva raccolto tutte le espressioni comuni che aveva sentito
in sartoria dalla Thomas. Quelle frasi stereotipate – il fiore della
proprietà linguistica delle cittadine di provincia –, quei luoghi comuni
tutti in origine piuttosto ipocriti, diventavano buffi e simpatici proferiti
dalla voce morbida di Lena, con quella particolare intonazione così
carezzevole e ingenua. Nulla era più spassoso che sentirla, lei che
era ingenua quasi come la natura stessa, chiamare “estremità” i
piedi e “focolare” la casa.
Indugiavamo a lungo bevendo il caffè in quel cantuccio
soleggiato. Al mattino Lena era graziosa come non mai. Si
risvegliava col mondo, tutta fresca, e gli occhi avevano una tinta più
cupa, come i fiori azzurri che sono azzurrissimi quando si schiudono.
Avrei potuto starmene ozioso tutto il mattino della domenica a
guardarla. Ormai il comportamento di Ole Benson non era più un
mistero per me.
«Non c’è mai stato pericolo riguardo a Ole» mi disse un giorno.
«La gente avrebbe potuto fare a meno di preoccuparsi. Gli piaceva
semplicemente venire a sedersi sull’orlo del fossato e dimenticare le
sue disgrazie, e a me era di conforto. Qualunque compagnia è
buona quando si sta tutto il giorno al pascolo».
«Ma non era sempre silenzioso e opprimente? Dicevano che non
parlava mai».
«Certo che parlava, ma in norvegese. Era stato marinaio su una
nave inglese e aveva visto una quantità di luoghi strani. Aveva dei
tatuaggi magnifici e stavamo a guardarli per delle ore – del resto là
non c’era granché da guardare. Era come un libro di figure. Su un
braccio c’erano una nave e una donnina color fragola, e sull’altro
una ragazza che aspettava il fidanzato davanti a una casetta con lo
steccato, il cancello e tutto il resto. Più in su c’era il marinaio che la
baciava. Lui lo chiamava “Il ritorno del marinaio”».
Ammisi che non era strano che a Ole piacesse guardare una bella
ragazza una volta ogni tanto, visto l’orrore di donna che aveva in
casa.
«Sai» mi disse Lena in confidenza «aveva sposato Mary perché
pensava che avesse il cervello a posto e sarebbe riuscita a farlo
rigar dritto. Non era mai capace di filare dritto quando era a terra.
L’ultima volta era sbarcato a Liverpool dopo un viaggio di due anni
con la paga in tasca; il mattino dopo non aveva più un centesimo, e
neppure l’orologio e la bussola. Era andato con delle donne e gli
avevano portato via tutto. Allora si era guadagnato il passaggio a
casa su un piccolo battello passeggeri dove Mary faceva la
cameriera, e durante il viaggio lei aveva cercato di convertirlo. Aveva
pensato che fosse proprio la donna che ci voleva per guidarlo.
Povero Ole! Mi portava i dolci dalla città nascosti nel tascapane. Non
sapeva negar nulla a una ragazza: mi avrebbe regalato persino i
tatuaggi, se avesse potuto. È una delle persone che mi fanno più
pena».
Se per caso passavo la sera da Lena e rimanevo fino a tardi, il
violinista polacco dall’altro alloggio veniva a guardarmi scendere le
scale brontolando tali minacce che sarebbe stato facilissimo litigare
con lui. Una volta Lena gli aveva detto che le piaceva sentirlo
suonare, e così lui lasciava la porta aperta e sorvegliava tutti quelli
che andavano e venivano.
C’era una certa freddezza fra il polacco e il padrone di casa di
Lena, e il motivo era proprio lei. Il vecchio colonnello Raleigh era
venuto a Lincoln dal Kentucky, aveva investito una fortuna ereditata
in terreni e case in un periodo di rialzo e ora se ne stava seduto nel
suo ufficio un giorno dopo l’altro domandandosi dove fosse andato a
finire il suo denaro e come avrebbe potuto fare per riaverne un poco.
Era vedovo e aveva trovato poche compagnie simpatiche in quella
cittadina dell’Ovest. La bellezza e la grazia di Lena lo attrassero.
Diceva che la sua voce gli faceva tornare alla mente le voci del Sud
e cercava tutte le occasioni possibili per ascoltarla. Le aveva fatto
dipingere e tappezzare le stanze quella primavera, e mettere una
vasca da bagno di porcellana invece di quella di zinco dell’inquilina
precedente. Mentre si facevano questi lavori, il vecchio signore
capitava da Lena spesso per conoscere le sue preferenze. Lena mi
disse divertita che una volta Ordinsky il polacco si era presentato
alla porta e le aveva detto che, se il padrone di casa l’annoiava con
le sue attenzioni, egli avrebbe fatto presto a farlo smettere.
«Non so veramente come fare con lui» mi disse scuotendo la
testa. «Mi pare un po’ pazzo. Non vorrei che dicesse qualche villania
a quel vecchio così simpatico. Il colonnello è un po’ seccatore, ma
immagino lo sia perché si sente solo. Non credo che neppure lui
abbia molta simpatia per Ordinsky e una volta mi disse che se avevo
di che lagnarmi dei vicini lo facessi senza esitare».
Un sabato sera cenavo con Lena, quando sentimmo bussare alla
porta del salotto e apparve il polacco senza giacca, in camicia e
colletto. Prince balzò dal divano e cominciò a ringhiare come un
mastino, mentre il visitatore si scusava dicendo che non poteva
entrare conciato così ma pregava Lena di prestargli alcuni spilli di
sicurezza.
«Ma no, venite dentro, signor Ordinsky, e ditemi di che si tratta».
Gli chiuse la porta dietro. «Jim, vuoi far stare fermo il cane, per
favore?».
Grattai il naso di Prince, mentre Ordinsky spiegava che da
parecchio tempo non metteva l’abito da sera e che ora, proprio
mentre doveva indossarlo per andare a un concerto, il gilet gli s’era
aperto sulla schiena. Per il momento pensava di appuntarlo, poi lo
avrebbe portato da un sarto.
Lena lo prese per il gomito, lo fece girare e si mise a ridere
quando vide il lungo squarcio nella seta. «È impossibile appuntare
una cosa simile, signor Ordinsky, l’avete tenuto troppo tempo
piegato e la stoffa si taglia tutta nella piegatura. Toglietevelo: in dieci
minuti vi rimetto un pezzo di fodera nuova». Scomparve nel
laboratorio col gilet lasciandomi di fronte al polacco che stava contro
la porta come una figura di legno. Incrociò le braccia e mi piantò in
faccia gli occhi scuri scintillanti. Aveva la testa a pera coperta di
capelli secchi color paglia che si rizzavano sul cocuzzolo. Ogni volta
che passavo si era sempre limitato a parlare fra i denti, e mi
sorprese il fatto che mi rivolgesse la parola.
«La signorina Lingard» disse altezzosamente «è una ragazza per
cui ho il massimo rispetto».
«Anch’io» risposi freddamente.
Senza curare la mia risposta cominciò a tamburellare
velocemente con le dita sulle braccia incrociate.
«Nobiltà di cuore» continuò fissando il soffitto «e sentimento sono
ignoti in un posto come questo. Le più nobili qualità sono poste in
ridicolo. Cosa possono mai comprendere di sensibilità e delicatezza
studenti sghignazzanti, ignoranti e presuntuosi!».
Mi contenni impassibile e cercai di parlare gravemente.
«Se intendete parlare di me, signor Ordinsky, conosco Lena da
molto tempo e so apprezzare la sua nobiltà d’animo. Veniamo dalla
stessa città e siamo cresciuti insieme».
Il suo sguardo lasciò lentamente il soffitto e si posò su di me.
«Volete dire che vi preoccupate sinceramente di questa ragazza? E
non volete comprometterla?».
«Questa non è una parola che usiamo molto qui, signor Ordinsky.
Una ragazza che si guadagna la vita può certamente invitare uno
studente a cena senza che la gente ne dica male. Per noi certe cose
sono naturali».
«Allora vi ho giudicato male e ve ne chiedo scusa», e s’inchinò
gravemente. «La signorina Lingard è una creatura troppo fiduciosa.
Non ha ancora imparato le dure lezioni della vita. Per quanto
riguarda voi e me, poi, noblesse oblige», e mi osservava
attentamente.
Lena ritornò col gilet e, accompagnandolo alla porta, gli disse:
«Venite a farvi vedere prima di uscire, signor Ordinsky. Non vi ho
mai visto in abito da sera».
Pochi momenti dopo egli ricomparve con l’astuccio del violino,
una sciarpa pesante intorno al collo e le mani ossute coperte da
spessi guantoni di lana. Lena gli parlò con simpatia ed egli se ne
andò dandosi una tale aria d’importanza che ci mettemmo a ridere
appena ebbe chiuso la porta. «Pover’uomo» disse Lena con
indulgenza «prende tutto così sul serio».
In seguito Ordinsky si comportò amichevolmente con me come se
fra noi ci fosse un’intesa segreta. Scrisse un articolo furibondo
contro i gusti musicali della città e mi chiese il gran favore di portarlo
all’editore del giornale del mattino. Se quello si fosse rifiutato di
stamparlo, avrei dovuto dirgli che ne avrebbe risposto a Ordinsky “in
persona”. Disse che non avrebbe mai ritrattato neppure una parola e
che era disposto a perdere anche tutti gli allievi. Nonostante
nessuno avesse mai fatto accenno all’articolo dopo che era apparso
pieno di refusi ch’egli dichiarò voluti, non rinunciò alla soddisfazione
di credere che i cittadini di Lincoln avessero accettato in tutta umiltà
l’epiteto di “volgarissimi barbari”. «Vedete com’è» mi disse «dove
non c’è spirito di cavalleria, non c’è neppure amor proprio». Ora,
quando mi capitava d’incontrarlo nei suoi giri di lezioni, mi pareva
che portasse la testa ancor più sdegnosamente, salisse gli scalini e
suonasse alle porte con maggior sicurezza. Disse a Lena che non
avrebbe mai dimenticato il sostegno che gli avevo offerto quand’era
“sotto il fuoco”.
In tutto questo periodo intanto io mi lasciavo vivere. Lena aveva
intaccato la mia serietà di propositi. Non m’interessavo più alle cose
di scuola, giocavo con Lena e Prince e col polacco, andavo a spasso
in buggy col vecchio colonnello che mi aveva preso in simpatia e
parlava con me di Lena e delle “grandi bellezze” che aveva
conosciuto nella sua giovinezza. Tutti e tre eravamo innamorati di
Lena.
Verso i primi di giugno offrirono a Gaston Cleric una cattedra
all’Università di Harvard e lui l’accettò. Mi consigliò di seguirlo
nell’autunno e di completare il mio corso là. Aveva saputo di Lena –
non da me – e mi aveva parlato seriamente.
«Ora non faresti più nulla qui. O abbandoni la scuola e ti metti a
lavorare, o cambi università e ricominci a studiare sul serio. Ma non
riuscirai a ritrovare te stesso finché continui a divertirti con quella
bella norvegese. Sì, l’ho vista a teatro con te. È molto graziosa, e
aggiungerei anche del tutto priva di giudizio».
Cleric scrisse al nonno che avrebbe avuto piacere di portarmi
nell’Est con lui, e con mio grande stupore il nonno rispose che, se lo
desideravo, potevo andare. Quando la lettera arrivò, ne fui allo
stesso tempo contento e infelice. Rimasi tutto il giorno in camera a
pensare alle mie cose. Cercai persino di persuadere me stesso che
intralciavo Lena – è tanto necessario sentirsi nobili in qualcosa – e
che se lei non si fosse divertita con me avrebbe potuto sposarsi e
assicurarsi un avvenire.
La sera dopo andai a trovarla. Era sdraiata sul divano della
veranda, appoggiata ai cuscini con un piede in una grossa pantofola.
Una ragazzina russa piuttosto maldestra che aveva da poco assunto
nel laboratorio le aveva fatto cadere su un piede un ferro da stiro.
Sul tavolo vicino a lei c’era un cestino di fiori estivi primaticci che il
polacco le aveva portato appena aveva sentito dell’incidente. Chissà
come mai riusciva sempre a sapere che cosa succedeva nel suo
appartamento.
Mentre Lena mi raccontava qualche pettegolezzo divertente sulle
sue clienti, la interruppi prendendo in mano il cestino.
«Il vecchietto un giorno o l’altro ti chiederà di sposarlo».
«Oh, l’ha già fatto, e molte volte» mormorò.
«Come, anche dopo che l’hai rifiutato?».
«Non si cura di questo, pare che ritornare sull’argomento gli
sollevi il morale. I vecchi sono così, capisci? Pensare che sono
innamorati di qualcuno dà loro l’illusione di essere importanti».
«Il colonnello ti sposerebbe subito, ma spero che non sposerai
mai un vecchio, neppure se è ricco».
Lena sistemò i cuscini e mi guardò sorpresa.
«Ma io non sposerò nessuno, non lo sapevi?».
«Sciocchezze, Lena, le ragazze dicono sempre così, ma tu hai
più criterio. Tutte le belle ragazze come te si sposano, è naturale».
Scosse la testa. «Io no».
«Ma perché no? Perché dici così?».
Lena rise.
«Be’, anzitutto perché non voglio un marito. Gli uomini vanno
benissimo come amici, ma appena li hai sposati diventano vecchi
padri brontoloni, anche i più scapestrati. Cominciano a dirti che
questo va e quest’altro non va, e vogliono che tu rimanga sempre in
casa. Io preferisco fare delle sciocchezze ogni volta che mi salta in
mente e non dover rendere conto a nessuno».
«Ma ti sentirai sola, ti stancherai di questo genere di vita e
proverai il desiderio di una famiglia».
«Neanche per sogno. Mi piace esser sola. Quando sono andata a
lavorare dalla Thomas, avevo diciannove anni e non avevo mai
dormito neanche una notte in un letto nel quale non fossimo almeno
in tre. Non avevo mai un momento di solitudine, eccetto quando ero
al pascolo».
Di solito, quando per caso Lena parlava della sua vita in
campagna, si limitava a qualche frase umoristica o leggermente
cinica, ma quella sera pareva che la sua mente indugiasse su quei
primi anni. Mi disse che non poteva ricordare un periodo della sua
infanzia in cui non avesse avuto un bimbo pesante in braccio,
pannolini da lavare, faccine e manine arrossate da tener pulite.
Ricordava la casa come un luogo dove c’erano sempre troppi bimbi,
un uomo brontolone e irritato, e il lavoro che s’ammonticchiava
intorno a una donna malata.
«Non era colpa della mamma: se avesse potuto ci avrebbe dato
maggiori comodità, ma non era una vita possibile per una ragazza!
Quando cominciai ad andare al pascolo e a mungere, non riuscivo
più a togliermi di dosso l’odore della stalla. Tenevo la poca
biancheria che avevo in una vecchia scatola di biscotti. Il sabato
sera, quando tutti erano a dormire, se non ero troppo stanca potevo
farmi un bagno. Facevo due viaggi fino al mulino a prendere l’acqua,
poi la facevo scaldare nella caldaia del bucato sulla stufa e intanto
portavo il mastello su dalla cantina per farmi il bagno in cucina. Poi
mi mettevo una camicia pulita ed entravo nel letto con altre due che,
a meno che non gliel’avessi fatto io, il bagno non l’avevano fatto di
certo. No, non è una novità per me la famiglia. Ne ho avuto
abbastanza per tutta la vita».
«Ma non è tutto così!».
«Pressappoco. Bisogna esser sempre sottomessi a qualcuno. Ma
cosa ti è venuto in mente? Hai paura che un giorno o l’altro mi voglia
far sposare da te?».
Allora le dissi che me ne andavo.
«Perché te ne vai, Jim, non sono stata gentile con te?».
«Sì, Lena, sei stata persino troppo gentile» risposi confuso. «Non
riesco a pensare ad altro e non riuscirò mai a pensare ad altro finché
resto con te. Non riuscirei mai a sistemarmi e a combinare qualcosa
di buono se rimango qui, lo sai».
Mi lasciai andare a sedere vicino a lei e rimasi a fissare il
pavimento. Mi pareva d’aver dimenticato tutte le spiegazioni
ragionevoli a cui avevo pensato prima.
Lena mi si accostò e mi parlò, questa volta senza quella lieve
esitazione nella voce che mi faceva sempre soffrire.
«Non avrei dovuto incominciare, vero?» mormorò. «Non avrei
dovuto venire a trovarti quella volta. Ma lo desideravo proprio tanto.
Credo di essere sempre stata un po’ pazza di te, e non so cosa me
l’abbia fatto venire in testa, a meno che non fosse perché Antonia
continuava a ripetermi che non dovevo fare sciocchezze con te. Ma
ti ho lasciato in pace per un po’, non è vero?».
Com’era cara Lena Lingard con quelli che amava!
E infine mi mandò via con un dolce, lungo bacio di rinuncia.
«Ti rincresce che sia venuta a trovarti quella volta?» bisbigliò.
«Sembrava una cosa così naturale. Mi piaceva pensare di essere la
tua prima amichetta. Eri un ragazzo così buffo!».
Lena baciava sempre come se quello fosse l’ultimo triste e saggio
addio.
E quell’addio lo ripetemmo molte volte prima ch’io lasciassi
Lincoln, ma non tentò mai di ostacolarmi o trattenermi, e mi diceva:
«Tu andrai via, certo, ma per adesso sei ancora qui, vero?».
Il mio capitolo di Lincoln si chiuse bruscamente. Andai dai nonni
per qualche settimana, poi dai miei parenti nella Virginia, quindi
raggiunsi Cleric a Boston. Avevo diciannove anni.
LIBRO IV
La storia della pioniera
I

Due anni dopo la partenza da Lincoln terminai l’università ad


Harvard, e prima di entrare alla Scuola Legale tornai a casa per le
vacanze estive. La Harling, Frances e Sally vennero a salutarmi la
sera del mio arrivo. Tutto sembrava come una volta. I nonni non
parevano invecchiati. Frances si era sposata, e col marito dirigeva
gli affari degli Harling a Black Hawk. Quando ci riunimmo nel salotto
della nonna, ebbi l’impressione di non essermene mai andato,
tuttavia di un soggetto evitammo di parlare per tutta la sera.
Dopo che avevo lasciato la Harling davanti al suo cancello,
Frances mi disse semplicemente, mentre l’accompagnavo a casa:
«Saprai della povera Antonia!».
“Povera Antonia! Tutti la chiamano così, ora” pensai con
amarezza. Risposi che la nonna mi aveva scritto che Antonia se
n’era andata per sposare Larry Donovan nel posto dove lui lavorava,
e che era stata abbandonata e adesso aveva un bambino. Questo
era quanto sapevo.
«E non l’ha sposata» disse Frances. «Non l’ho più vista da
quando è tornata. Vive a casa sua nella fattoria e non viene quasi
mai in città; una volta ha portato la bimba per farla vedere alla
mamma, ma ho paura che ormai sia diventata definitivamente la
schiava di Ambrosh».
Cercai di cacciare dalla mente il pensiero di Antonia. Ero
amaramente deluso. Non potevo perdonarle di essere diventata
oggetto di pietà mentre Lena Lingard, per la quale tutti avevano
sempre pronosticato pasticci, era la prima sarta di Lincoln e veniva
molto rispettata anche a Black Hawk. Ma Lena dava via il cuore
quando ne aveva voglia, ma teneva la testa a posto per gli affari e
s’era fatta strada nel mondo.
In quel momento era di moda a Black Hawk parlare con
indulgenza di Lena e con severità di Tiny Soderball, che l’anno prima
era partita per l’Ovest in cerca di fortuna. Un ragazzo di Black Hawk
appena tornato da Seattle aveva portato la notizia che Tiny non era
andata sulla costa alla ventura come aveva lasciato credere, ma con
dei progetti ben definiti. Uno dei frequentatori dell’albergo della
Gardener aveva delle case vuote sulla spiaggia di Seattle e aveva
offerto a Tiny l’opportunità di mettere su una trattoria in una di esse.
Ora dirigeva una pensione per marinai, e tutti dicevano che questa
sarebbe stata la sua fine. Anche se in principio il suo fosse stato un
locale decente, la cosa non sarebbe durata. Le pensioni per marinai
sono tutte uguali.
Ripensandoci, mi veniva in mente che conoscevo Tiny meno delle
altre ragazze. La rivedevo sgambettare agile per la sala da pranzo
sugli alti tacchetti, portando vassoi carichi di piatti e gettando
occhiate piuttosto audaci ai viaggiatori distinti e sguardi sprezzanti a
quelli malmessi, che avevano tanto paura di lei da non avere il
coraggio di domandare due tipi diversi di pietanze. Così mi veniva in
mente che forse anche i marinai potevano aver paura di Tiny. Come
ci saremmo stupiti, mentre parlavamo di lei sulla veranda di Frances,
se avessimo potuto sapere quale sarebbe stato in realtà il suo
avvenire! Fra tutti i ragazzi e le ragazze che erano cresciuti insieme
a Black Hawk, Tiny Soderball era quella che doveva condurre la vita
più avventurosa e che presto avrebbe raggiunto il successo
finanziario e mondano più splendido.
Ecco cosa le capitò. Mentre dirigeva la sua pensione a Seattle, fu
scoperto l’oro in Alaska. Minatori e marinai tornavano dal Nord con
storie meravigliose e borse piene d’oro. Tiny le vide, e quell’audacia
che nessuno aveva mai sospettato in lei si risvegliò. Vendette la
locanda e partì per Circle City con un falegname e la moglie, dopo
averli convinti a seguirla. Arrivarono a Skagway nella tormenta,
passarono il Chilkoot Pass su una slitta di cani, traversarono lo
Yukon su una zattera e arrivarono a Circle City proprio il giorno in cui
alcuni indiani Siwash avevano portato la notizia che più a nord del
fiume era stato trovato un ricco filone in un certo torrente Klondike.
Due giorni dopo Tiny, i suoi amici e quasi tutti quelli che erano a
Circle City partirono per il Klondike con l’ultimo vapore che risaliva lo
Yukon prima dei ghiacci invernali. Quel gruppo di passeggeri fondò
Dawson City. In poche settimane c’erano nel campo
millecinquecento uomini senza casa. Tiny e la moglie del falegname
cominciarono a cucinare per loro in una tenda. I minatori le diedero
un pezzo di terreno e il falegname le costruì un alberghetto di legno.
Lì talvolta dava da mangiare a centocinquanta uomini al giorno. I
minatori arrivavano con le loro scarpe da neve dai claims, a trenta
chilometri di distanza, per comprare da lei il pane fresco. Pagavano
in oro.
Durante quell’inverno Tiny tenne nell’albergo uno svedese a cui
s’era congelata una gamba in una notte di tormenta mentre tentava
di ritornare alla sua capanna. Il poveretto pensava di essere molto
fortunato perché una donna si occupava di lui, e per giunta una
donna che parlava la sua stessa lingua. Quando gli dissero che
bisognava amputargli il piede, rispose che sperava di non guarire:
che avrebbe fatto in questo mondo terribile un minatore senza un
piede? E infatti morì durante l’operazione, ma prima lasciò a Tiny il
suo claim sul torrente Hunker. Tiny vendette l’albergo, investì metà
del denaro nelle costruzioni di Dawson e col resto sfruttò il claim.
Andò a viverci. Comprò altri claims da minatori scoraggiati e delusi,
e li rivendette facendo grossi guadagni.
Dopo quasi dieci anni nel Klondike, tornò a vivere a San
Francisco con una fortuna considerevole. L’incontrai a Salt Lake City
nel 1908. Era una donnina sottile, dal viso piuttosto duro, ben vestita
e dai modi riservati. Mi ricordava stranamente la Gardener per cui
essa aveva lavorato a Black Hawk tanti anni prima. Mi raccontò
alcuni dei rischi che aveva corso nella terra dell’oro ma ormai
l’entusiasmo se n’era andato. Diceva francamente che ora non c’era
più nulla che l’interessasse eccetto il far denaro. Gli unici esseri
umani di cui parlasse con sentimento erano lo svedese Johnson che
le aveva lasciato il claim e Lena Lingard: l’aveva persuasa ad andare
a San Francisco e mettersi a lavorare lì.
«Lincoln non è mai stato il posto adatto per lei. In una città così
piccola avrebbero sempre fatto dei pettegolezzi sul suo conto. San
Francisco è proprio il suo campo. Qui fa degli ottimi affari. Oh, è
sempre la stessa, piuttosto allegra ma con la testa a posto. È l’unica
persona ch’io conosca che non diventerà mai vecchia, e per me è
un’ottima cosa avere qui un’amica che sa divertirsi. Si preoccupa
sempre di non mandarmi in giro trasandata, e quando ritiene che
abbia bisogno di un vestito nuovo, me lo cuce e me lo fa arrivare a
casa, e con che conto!».
Tiny zoppicava leggermente camminando. Il claim sull’Hunker
lasciava un ricordo a tutti i suoi padroni. Tiny, come il povero
Johnson, era stata colta da una tempesta improvvisa e aveva perso
tre dita di uno dei graziosi piedini sui quali una volta trotterellava per
Black Hawk con le scarpette a punta e le calze a righe. Parlava di
questa mutilazione con indifferenza; sembrava non farci caso. Era
soddisfatta del suo successo ma non inorgoglita. Sembrava avesse
perso la facoltà d’interessarsi delle cose.
II

Poco dopo il mio arrivo a casa quell’estate, convinsi i nonni a farsi


scattare una fotografia e un mattino andai dal fotografo a fissare la
seduta. Mentre aspettavo che uscisse dalla camera oscura, girai per
la sala cercando di ritrovare sulle pareti volti familiari. Ragazze
vestite da educande, spose e sposi di campagna con le mani
congiunte, gruppi famigliari di tre generazioni. Notai, in una cornice
pesante, uno di quegli orribili ingrandimenti a matita che si vedono
spesso nei salotti delle fattorie, il cui soggetto era una bimba dagli
occhi tondi e le sottanine corte. Il fotografo uscì fuori e si mise a
ridere un po’ forzatamente, poi disse in tono di scusa: «È la figlia di
Tonia Shimeda. Ve la ricordate? Era la Tonia degli Harling. Peccato!
Però sembra orgogliosa della sua bambina e non ha voluto saperne
di una cornice scadente per il ritratto; credo che suo fratello verrà a
prenderla sabato».
Me ne andai con la sensazione che dovevo assolutamente
rivedere Antonia. Un’altra ragazza avrebbe tenuto la bambina
nascosta, ma Tonia invece doveva esporne il ritratto dal fotografo
della città, e in una cornice dorata! C’era tutta lei in questo! “Avrei
potuto perdonarla” dicevo fra me “se non si fosse gettata via per un
individuo così da poco”.
Larry Donovan era un controllore, uno di quei tipi di ferrovieri
aristocratici che hanno sempre paura che qualcuno chieda loro di
alzare un finestrino e, se per caso questo avviene, indicano in
silenzio il campanello per la chiamata del facchino. Larry aveva la
stessa aria altezzosa da funzionario anche per la strada, dove
nessun finestrino avrebbe potuto compromettere la sua dignità. Alla
fine della corsa scendeva dal treno fra i passeggeri, con il cappello
borghese in testa e il berretto da controllore in una borsa di pelle di
lucertola: entrava direttamente in stazione a cambiarsi d’abito. Era
per lui una questione della massima importanza il non farsi vedere in
pantaloni blu quando non era sul treno. Con gli uomini era di solito
freddo e distante, ma con tutte le donne aveva un’aria di familiarità
grave e silenziosa, una stretta di mano particolare, accompagnata
da uno sguardo significativo e risoluto. Si confidava con tutte le
donne, sposate o no, le portava a spasso su e giù sotto la luna e
diceva loro quale grande errore avesse commesso non entrando nel
ramo amministrativo del servizio, e quanto egli sarebbe stato più
adatto a occupare il posto di Direttore generale treni passeggeri a
Denver rispetto al bellimbusto che l’occupava al momento. Il suo
valore incompreso era un tenero segreto che Larry condivideva con
le sue amiche, e questo riusciva sempre a far soffrire qualche cuore
un po’ folle.
Avvicinandomi a casa quel mattino, vidi la Harling in giardino che
zappava intorno al suo frassino; era un’estate asciutta e lei non
aveva più ragazzi ad aiutarla, dal momento che Charley era via sul
suo incrociatore a navigare forse per il mar Caraibico. Entrai dal
cancello che in quei giorni aprivo e chiudevo sempre con una
sensazione di piacere, tolsi la zappa alla Harling e, mentre
smuovevo la terra intorno all’albero, lei sedette sui gradini della
veranda e si mise a parlare della famiglia di orioli che aveva il nido
sui rami.
«Signora Harling» dissi improvvisamente «vorrei sapere con
esattezza com’è andato a monte il matrimonio di Antonia».
«Perché non vai a trovare la fittavola di tuo nonno, la vedova
Steavens? Ne sa più di chiunque altro. Ha aiutato Antonia a
prepararsi per le nozze e l’ha accolta quando è tornata indietro,
occupandosi di lei quando è nata la bimba. Potrebbe dirti tutto, e poi
le piace parlare e ha un’ottima memoria».
III

Verso i primi d’agosto trovai un carro e un cavallo e partii per la


campagna per andare a trovare la vedova Steavens. La mietitura era
finita e qua e là lungo l’orizzonte si vedevano gli sbuffi di vapore nero
delle trebbiatrici. Dove una volta c’erano solo pascoli, adesso la terra
era divisa in campi di grano e granturco, l’erba rossa spariva a poco
a poco e il volto della terra mutava. Al posto delle vecchie abitazioni
di terra battuta, vi erano case di legno, orti, grandi stalle dipinte di
rosso, e tutto questo significava bimbi felici, donne soddisfatte e
uomini che vedevano riuscir bene la loro vita. Un anno dopo l’altro, i
venti primaverili e le estati roventi avevano arricchito e ammorbidito
quella terra, una volta dura e piatta come una tavola; tutto lo sforzo
umano che l’aveva impregnata pareva adesso ritornare in larghe
ondate di fertilità. Il cambiamento mi pareva bello e armonioso; era
come osservare il crescere di un grand’uomo o di una grande idea.
Riconoscevo ogni albero, ogni banco di sabbia, ogni valletta.
Ricordavo la conformazione della terra come si ricordano le linee di
un volto umano.
Quando giunsi al nostro vecchio mulino, la Steavens mi venne
incontro. Era bruna come un’indiana, alta e molto forte. Quand’ero
piccolo, la sua testa massiccia mi pareva quella di un senatore
romano. Le dissi perché ero venuto.
«Passerai la notte con noi, Jim. Ti racconterò dopo cena. Parlo
sempre con maggiore interesse quando non devo più pensare al
lavoro. Ti andrebbero dei biscotti caldi per cena? C’è della gente che
non li vuole, oggi».
Mentre portavo nella stalla il cavallo, sentii il canto d’un gallo.
Guardai l’orologio e sospirai: erano le tre, lo avremmo mangiato alle
sei.
Dopo cena salii con la Steavens nel nostro vecchio salotto,
mentre il suo silenzioso fratello rimaneva giù a leggere delle riviste
d’agricoltura. C’erano tutte le finestre aperte. Fuori brillava la bianca
luna estiva, e il mulino girava pigramente alla brezza leggera. La mia
ospite mise una lampada su una cantoniera e l’abbassò perché
emanava troppo calore, poi si sedette comodamente nella sua sedia
a dondolo favorita e si tirò un panchettino sotto i piedi stanchi. «Mi
danno fastidio i calli, Jim, sto invecchiando», e sospirò, ma senza
tristezza. Incrociò le mani sulle ginocchia nella stessa posa che
avrebbe assunto a una riunione importante.
«Vuoi sapere della nostra cara Antonia, vero? Sei venuto proprio
dalla persona adatta. L’ho seguita come fosse stata mia figlia.
Quell’estate quando venne a casa per preparare il corredo prima
di sposarsi, passava qui quasi ogni giorno. Gli Shimeda non
avevano una macchina da cucire e lei fece tutto qui. Le insegnai a
fare gli orli e l’aiutai a tagliare e imbastire. Sedeva alla macchina
vicino alla finestra, pedalava a tutto andare – era così forte – e
cantava quelle strane canzoni boeme come se fosse la creatura più
felice del mondo.
“Antonia” le dicevo “è inutile che tu faccia andar la macchina così
svelta, tanto non riuscirai ad affrettare il giorno”.
Allora lei rideva e rallentava per un po’, ma se ne dimenticava
presto e ricominciava a pedalare e a cantare. Non ho mai visto una
ragazza lavorare tanto per andare al matrimonio in ordine e ben
preparata. Gli Harling le avevano dato delle bellissime tovaglie e
Lena Lingard le aveva mandato da Lincoln delle belle cose; orlammo
tutte le tovaglie e le federe e un po’ di lenzuola. La vecchia Shimeda
lavorò all’uncinetto metri e metri di pizzo per la biancheria. Tonia mi
disse come desiderava metter su la casa. Aveva persino comprato
cucchiai e forchette d’argento e li teneva nel baule. Riusciva a forza
di moine a mandare il fratello alla posta, perché il suo giovanotto le
scriveva spesso dalle diverse città del suo percorso.
Cominciò a preoccuparsi quando lui scrisse che aveva cambiato
percorso e che probabilmente avrebbero dovuto vivere a Denver.
“Sono una ragazza di campagna” diceva “e non sono sicura di poter
andare avanti bene in città. Pensavo che avrei tenuto le galline e
magari anche una mucca”. Ma si consolò subito.
Finalmente ricevette la lettera in cui lui le diceva quando doveva
andare. Era tutta commossa. Ruppe il sigillo, aprì la busta e la lesse
in questa camera. Credo che a furia di aspettare avesse cominciato
a dubitare, anche se non l’aveva mai lasciato capire.
E si cominciò a fare i bagagli. Era marzo, se mi ricordo bene;
c’erano un fango terribile e un vento freddo, e le strade erano
piuttosto brutte per trasportare la roba in città. Ambrosh, bisogna che
lo dica, fece proprio quello che doveva fare. Andò a Black Hawk e le
comprò un servizio da toeletta d’argento placcato in un astuccio di
velluto rosso, una cosa adatta alla sua condizione. Le dette anche
trecento dollari – ho visto io l’assegno. Durante tutti gli anni che
Antonia aveva lavorato fuori, aveva sempre preso lui il salario, e
adesso era giusto che facesse questo. Gli strinsi la mano in questa
camera e gli dissi: “Ti comporti da galantuomo, Ambrosh, e ne sono
contenta, figlio mio”.
In una rigida e fredda giornata di marzo la condusse coi suoi tre
bauli a Black Hawk, per prendere il treno della notte per Denver. Le
casse erano state spedite prima. Fermò il carro qui e Antonia fece
una corsa per venirmi a salutare, mi abbracciò e ringraziò di tutto
quello che avevo fatto per lei. Era così felice che rideva e piangeva
allo stesso tempo, e le sue guance rosse erano umide di pioggia.
“Chiunque potrebbe essere soddisfatto della tua bellezza” le dissi
guardandola da capo a piedi.
Rise fugacemente sussurrando “Addio, casa mia” e corse sul
carro. Credo che lo dicesse per te e tua nonna oltre che per me, ed
è per questo che te lo riferisco. Questa casa era sempre stata il suo
rifugio.
Bene, dopo pochi giorni ricevemmo una lettera dove diceva di
essere arrivata felicemente a Denver, che lui doveva raggiungerla e
che si sarebbero sposati entro pochi giorni. Donovan cercava di
ottenere la promozione prima di sposarsi. Ciò non mi piacque
troppo, ma non dissi nulla. Dopo una settimana, Julka ricevette una
cartolina in cui Antonia diceva che stava bene ed era felice, e poi più
niente! Passò un mese e la Shimeda cominciava a essere inquieta.
Ambrosh era in collera con me come se fossi stata io a scegliere
l’individuo e a combinare il matrimonio.
Una sera mio fratello William disse che, tornando dai campi,
aveva incrociato una carrozza pubblica che veniva dalla città e
andava velocissima verso la strada dell’Ovest. C’era un baule sul
sedile davanti vicino al cocchiere, e un altro stava dietro. Sul sedile
posteriore c’era una donna tutta infagottata, ma nonostante i veli gli
pareva di aver riconosciuto Antonia Shimeda o Antonia Donovan,
come ora avrebbe dovuto chiamarsi.
Il mattino dopo mi sono fatta condurre da mio fratello col carro.
Posso ancora camminare, ma i miei piedi non sono più come una
volta e cerco di risparmiarli un po’. Davanti alla casa degli Shimeda
le corde erano piene di biancheria stesa, benché si fosse a metà
della settimana. Avvicinandomi mi sentii cadere il cuore, perché la
biancheria che dondolava al vento era quella che avevamo fatto con
tanto lavoro. Julka venne fuori con una bacinella piena di panni
strizzati, ma appena ci vide si precipitò in casa come se non
sopportasse neanche la nostra vista. Quando entrai, Antonia stava
sul mastello e finiva di lavare un grosso bucato, mentre la Shimeda
faceva i suoi lavori parlando e borbottando fra sé. Non alzò neppure
gli occhi. Tonia s’asciugò le mani nel grembiule e me le tese
fissandomi con uno sguardo diretto ma triste. Quando la volli
prendere fra le braccia, si trasse indietro. “No, signora Steavens”
disse “mi fareste piangere e non voglio”.
Le chiesi piano di venir fuori con me; sapevo che non poteva
parlare liberamente davanti a sua madre. Uscì senza mettersi nulla
in testa e ci dirigemmo verso l’orto.
“Non sono sposata” mi disse tranquillamente e con naturalezza “e
dovrei esserlo”.
“Oh, bimba mia!” le dissi. “Che è successo? Non aver paura di
dirmelo”.
Si sedette sull’orlo del fossato, fuori dalla visuale della casa. “Mi
ha lasciata e non so se abbia mai avuto intenzione di sposarmi”.
“Vuoi dire che ha lasciato il lavoro e abbandonato la regione?”.
“Non aveva lavoro, era stato licenziato perché aveva intascato
illecitamente il prezzo dei biglietti. Non lo sapevo: credevo che
l’avessero trattato ingiustamente. Quando sono arrivata, era malato.
Usciva appena dall’ospedale; ha vissuto con me finché è durato il
mio denaro e poi ho scoperto che non aveva mai neanche cercato
lavoro. Poi un bel giorno non è rientrato. Un brav’uomo alla stazione
dove andavo sempre a cercarlo mi disse di mettermi il cuore in pace.
Disse che aveva paura che Larry avesse preso una cattiva strada e
che non sarebbe più tornato. Credo che sia andato in Messico. I
controllori diventano ricchi là perché fanno pagare ai nativi tariffe
ridotte che intascano loro, derubando la Società delle ferrovie.
Parlava sempre d’individui che avevano fatto strada a quel modo”.
Naturalmente le domandai perché non avesse insistito per un
matrimonio civile che le avrebbe dato qualche diritto su di lui. Piegò
la testa sulle braccia, povera piccola, e disse: “Non so proprio,
signora Steavens, forse a furia d’attendere avevo esaurito tutta la
mia pazienza e pensavo che, vedendo ciò che ero capace di fare per
lui, avrebbe voluto rimanere con me”.
Oh, Jimmy, mi sedetti vicino a lei e mi misi a piangere come una
bambina. Non potevo farne a meno, tanto mi si spezzava il cuore.
Era una bella giornata di maggio, calda, col vento che soffiava
leggero e i puledri che saltavano nei prati, ma io mi sentivo
disperata. La mia Antonia, che aveva in sé tanta bontà, era tornata a
casa in quel modo vergognoso, e quella Lena Lingard che era
sempre stata una poco di buono – dite quello che volete – era
riuscita così bene e tornava a casa ogni estate coi vestiti di seta e di
raso e faceva una montagna di cose per sua madre. Io lo so che si è
data da fare e meritata tutto questo, ma tu sai benissimo, Jim
Burden, che c’è un’immensa differenza di principi fra quelle due
ragazze. Ed era proprio la più buona che doveva soffrire. Io potevo
confortarla ben poco e mi meravigliavo della sua calma. Ritornando
verso casa si fermò a toccare gli indumenti per vedere se si stavano
asciugando bene, e sembrava orgogliosa del loro candore; disse che
aveva vissuto in un appartamento dove non aveva le comodità
necessarie per lavare.
Più tardi la rividi arare nei campi. Per tutta la primavera e l’estate
fece il lavoro d’un uomo alla fattoria: pareva fosse dovuto. Ambrosh
non prese nessun altro aiuto; Marek da molto tempo aveva perso
completamente il senno e avevano dovuto ritirarlo in un istituto.
Antonia non usò mai nessuno dei suoi bei vestiti, li teneva nel baule.
Era calma e costante nel suo lavoro. La gente rispettava la sua
laboriosità e cercava di trattarla come se nulla fosse successo. Certo
ne parlavano, ma non come avrebbero fatto se lei si fosse data delle
arie. Era così silenziosa e depressa che nessuno provava il
desiderio di umiliarla. Non andava mai in nessun posto, e durante
tutta l’estate non venne neppure una volta a trovarmi. Dapprima mi
offesi, ma poi capii che era perché questa casa le ricordava troppe
cose. Andavo a salutarla appena potevo, ma quando lei non aveva
da lavorare nei campi, ero io quella occupata. Parlava del grano e
del tempo come se non si fosse mai interessata d’altro e, se per
caso mi fermavo là la notte, era sempre stanca morta. Aveva
sempre mal di denti; le si guastavano uno dopo l’altro ed era quasi
sempre in giro con la faccia gonfia. Non voleva andare a Black Hawk
dal dentista per paura d’incontrare qualche conoscente. Ambrosh
ormai da parecchio tempo aveva perso il buonumore ed era sempre
imbronciato. Una volta gli dissi che non doveva permettere che
Antonia lavorasse tanto e si buttasse a terra in quel modo. Lui mi
rispose che, se andavo lì per metterle idee simili in testa, avrei fatto
meglio a starmene a casa. E così feci.
Antonia continuò a lavorare per la mietitura e la trebbiatura, ma si
vergognava di andare a trebbiare dai vicini come faceva quando era
giovane e libera. Non la vidi quasi più fino all’autunno inoltrato,
quando cominciò a portare al pascolo il bestiame di Ambrosh nel
terreno a nord di qua, verso la “città dei cani”. Qualche volta lo
faceva passare da quella collinetta a occidente e io la raggiungevo e
andavo un po’ avanti con lei. Aveva trenta capi nella mandria e
doveva portarli così lontano perché l’erba era bassa a causa della
siccità.
L’autunno era bello, e le piaceva star sola. Mentre i manzi
brucavano, si sedeva su quei monticelli erbosi lungo il fossato e si
scaldava al sole per delle ore. Talvolta andavo con lei, quando non
s’allontanava troppo.
“Forse potrei anche fare del pizzo e lavorare a maglia come Lena”
mi disse un giorno “ma appena comincio mi guardo in giro e mi
dimentico di andare avanti. Mi pare così vicino il tempo in cui Jim
Burden e io giocavamo e scherzavamo per la campagna. Da qui
posso distinguere tutti i luoghi dove andava mio padre. Qualche
volta ho la sensazione che non vivrò a lungo, e così voglio godermi
quest’autunno giorno per giorno”.
All’inizio dell’inverno, Antonia portava un lungo cappotto da uomo,
un feltro con l’ala larga e degli stivali. La guardavo andare e tornare
e vedevo che la sua andatura si faceva più pesante. Un giorno di
dicembre la neve cominciò a cadere. Verso il tardo pomeriggio la vidi
che riportava il bestiame a casa attraverso la collina. La neve le
turbinava attorno e lei si piegava in avanti e sembrava più triste del
solito. “Mio Dio” dissi a me stessa “quella ragazza è stata fuori
troppo a lungo e si farà buio prima che riesca a condurre le bestie
nel recinto”. Avevo la sensazione che si fosse sentita troppo
disperata per alzarsi e per muoversi.
Il fatto successe proprio quella notte. Portò il bestiame a casa, lo
condusse nel recinto, entrò in casa, andò nella sua stanza dietro la
cucina, chiuse la porta e lì, senza chiamare nessuno, senza un
lamento, si stese sul letto e partorì la figlia.
Stavo scodellando la cena quando la vecchia Shimeda scese di
corsa le scale della cucina affannata: “Bambino viene, bambino
viene, Ambrosh come il diavolo!”.
Mio fratello è certamente un uomo paziente. Stava per sedersi di
fronte a una bella minestra calda dopo una lunga giornata nei campi,
ma senza dire nulla si alzò, andò nella stalla, attaccò i cavalli e ci
portò là il prima possibile.
Entrai immediatamente e cominciai a darmi da fare per Antonia.
Essa giaceva a occhi chiusi e pareva non accorgersi di me. La
vecchia prese una vaschetta d’acqua calda per lavare la piccola, ma
quando vidi quello che stava facendo esclamai forte, indignata:
“Signora Shimeda, non vorrete adoperare quel saponaccio giallo per
lavare la piccina, le brucereste la pelle”.
“Signora Steavens” disse Antonia dal letto “nel primo cassetto del
mio baule troverete una saponetta fine”. Furono le prime parole che
disse.
Quando ebbi vestito la bambina, la portai fuori per farla vedere ad
Ambrosh. Brontolava vicino alla stufa e non volle guardarla.
“Fareste meglio a lasciarla nella botte dell’acqua…”.
“Ascoltami bene, Ambrosh” gli dissi. “In questo paese ci sono
delle leggi, non dimenticarlo. E io sono testimone che la piccina è
venuta al mondo solida e forte, e intendo occuparmi di ciò che le
capita”. Posso affermare con orgoglio di averlo intimorito.
Be’, probabilmente i piccoli non t’interessano molto, ma quella di
Antonia cresceva molto bene. Lei l’amò sin dal primo momento
come se avesse avuto l’anello al dito, e non se n’è mai vergognata.
Ora ha venti mesi e non ho mai visto una bimba tanto curata.
Antonia sembra fatta per esser madre e vorrei che potesse sposarsi
e allevare una famiglia, ma non credo che per il momento abbia
molte possibilità di farlo».

Quella notte dormii nella mia stanza di ragazzo, e il vento estivo


soffiava per le finestre portando l’odore del grano maturo. Rimasi a
lungo sveglio a guardare la luna che scintillava sulla stalla e sulle
cataste e lo stagno, e il mulino che disegnava la sua vecchia ombra
scura contro il cielo azzurro.
IV

Il pomeriggio seguente andai dagli Shimeda. Julka mi fece vedere la


bambina e mi disse che Antonia stava rivoltando il grano nel terreno
a sudovest. Vi andai attraversando i campi e Antonia mi vide da
lontano. Mi guardava venire stando immobile vicino a un mucchio di
covoni appoggiata al forcone. C’incontrammo come quelli della
vecchia canzone: in silenzio se non in lacrime. La sua mano calda
afferrò la mia.
«Sapevo che saresti venuto, Jim, ho sentito che ieri sera eri dagli
Steavens e ti ho aspettato tutto il giorno».
Era più magra di quanto l’avessi mai vista e pareva, come diceva
la Steavens, “disfatta dal lavoro”, ma c’era una forza nuova nella
gravità del suo volto, e il colorito ardente le dava, nonostante tutto,
un aspetto di vera salute. Mi balenò allora in mente che, nonostante
fossero successe molte cose nelle nostre vite, non aveva che
ventiquattro anni.
Antonia infilò il forcone nel terreno e come per istinto
c’incamminammo verso quel tratto di terra incolta all’incrocio delle
strade come verso il luogo più adatto per parlarci. Ci sedemmo di
qua dal filo di ferro contorto che separava dal resto del mondo la
tomba di Shimeda. L’alta erba rossa non era mai stata tagliata. Era
morta in inverno, rinata in primavera per anni e anni, ed era spessa
e folta come un’erba tropicale. Senza accorgermene le dissi tutto:
perché avevo deciso di studiare legge e di entrare nell’ufficio legale
di un parente di mia madre a New York, di come Gaston Cleric fosse
morto di polmonite l’inverno precedente e del cambiamento che
questo aveva portato nella mia vita. Volle sapere dei miei amici, del
mio modo di vivere, delle mie speranze più care.
«Certo, questo significa che te ne vai definitivamente» disse con
un sospiro «ma non significa che io ti perdo. Guarda mio padre, qui.
Sono tanti anni che è morto, eppure per me è più reale di qualunque
altro essere umano. Non esce mai dalla mia vita, e più invecchio più
lo conosco e lo capisco».
Mi domandò se avessi imparato ad amare le grandi città. «Mi
sentirei sempre infelice in una città, morirei di malinconia. Mi piace
vivere dove conosco ogni palo, ogni albero e dove tutta la terra è
amica. Voglio vivere e morire qui. Padre Kelly dice che tutti siamo al
mondo per qualche cosa, e io so quello che devo fare. Devo fare in
modo che la mia bimba abbia delle possibilità maggiori di quelle che
ho avuto io. Devo occuparmi della mia piccola, e me ne occuperò».
Le dissi che ero sicuro che l’avrebbe fatto. «Sai, Antonia, da
quando sono via, in un certo senso ho pensato a te più che a
qualunque altra persona al mondo. Avrei voluto che tu fossi la mia
fidanzata, mia moglie, madre o sorella, qualunque cosa una donna
possa essere per un uomo. L’idea di te è parte della mia mente. Tu
influenzi le mie simpatie o antipatie, tutti i miei gusti, centinaia di
volte, senza che neppure io me ne accorga. Sei realmente una parte
di me».
Volse verso di me gli occhi brillanti e fiduciosi che si riempivano
lentamente di lacrime. «Ma come può essere, quando tu conosci
tanta gente, e io ti ho così deluso! Non è meraviglioso, Jim, quello
che un individuo può significare per un altro? Sono così felice di aver
avuto la tua amicizia quando eravamo ragazzi. Non ho pazienza di
attendere che la mia piccola cresca per raccontarle tutto quello che
facevamo. Ti ricorderai sempre di me quando penserai ai tempi
trascorsi, vero? Forse tutti pensano al passato, anche i più felici».
Mentre ci avviavamo a casa attraverso i campi, il sole calava
fermo come un grande globo d’oro nel basso occidente; a oriente la
luna sorgeva grande come un’immensa ruota d’argento pallido
striato di rosa, sottile come una bolla o uno spettro. Per parecchi
minuti le due luci rimasero a fronteggiarsi sulla pianura, appoggiate
agli opposti limiti del mondo.
In quell’alone singolare ogni alberello, ogni spiga di grano, ogni
gambo di girasole si sporgeva slanciato e appuntito. I solchi stessi e
le zolle dei campi parevano rizzarsi nitidi. Sentii l’antico richiamo
della terra, la magia solenne che sorge la sera da quei campi, e
desiderai di essere ancora bambino e che la mia strada terminasse
là.
Arrivammo al limite del campo, dove le nostre strade divergevano.
Le presi le mani brune e me le tenni contro il petto, sentendo ancora
una volta quant’erano forti, calde e buone, e ricordando quante e
quante cose avevano fatto per me. Me le tenni a lungo sul cuore. Si
faceva sempre più scuro e dovevo sforzarmi per vedere il suo volto,
che volevo portare con me per sempre: il suo volto più reale, più
vero, sotto tutte le immagini di volti femminili, nel segreto più
profondo della mia memoria.
«Tornerò» dissi vivamente nell’oscurità tenue e crescente.
«Forse», e mi parve di sentire il suo sorriso, più che di vederlo.
«Ma anche se non tornerai, tu sarai sempre qui come mio padre.
Non sarò mai sola».
Ripercorrendo quella strada così familiare, mi pareva di vedere un
ragazzo e una ragazza correre vicino a me nell’erba come facevano
una volta le nostre ombre, ridendo e bisbigliando.
LIBRO V
I figli di Cuzak
I

Avevo detto ad Antonia che sarei tornato, ma la vita me lo impedì e


ci vollero vent’anni prima che potessi mantenere la mia promessa.
Ogni tanto avevo sue notizie. Poco dopo la mia ultima visita si era
sposata con un boemo, un cugino di Anton Jelinek; erano poveri e
avevano molti figli. Una volta, mentre ero all’estero, andai in Boemia
e da Praga mandai ad Antonia alcune fotografie del suo villaggio
natio. Molti mesi dopo ricevetti una sua lettera col nome e l’età dei
suoi figli e poche altre notizie, firmata “la tua vecchia amica Antonia
Cuzak”. Quando incontrai Tiny Soderball a Salt Lake mi disse che
Antonia aveva avuto poca fortuna. Che il marito non era molto forte
e che lei aveva fatto una vita dura. Forse fu la vigliaccheria che mi
trattenne così a lungo. I miei affari mi condussero parecchie volte
nell’Ovest ogni anno, e sempre avevo in mente di fermarmi una volta
o l’altra nel Nebraska per andare a trovare Antonia. Ma ogni volta
rimandavo al prossimo viaggio. Non volevo ritrovarla invecchiata e
finita. Lo temevo profondamente. Nel corso di vent’anni, anni intensi,
si perdono tante illusioni. Non volevo perdere anche le prime. Ci
sono alcune memorie che sono realtà, e realtà migliori di qualunque
altra possa mai toccare.
Devo a Lena Lingard di essere finalmente andato a trovare
Antonia. Ero a San Francisco due estati fa, mentre c’erano anche
Tiny e Lena. Tiny vive in una casa di sua proprietà e il negozio di
Lena è a pochi passi da lì. M’interessava vedere le due donne
insieme dopo tutti quegli anni. Tiny di tanto in tanto si occupa dei
conti di Lena e le fa degli investimenti finanziari, e a quanto pare
Lena fa in modo che Tiny non diventi troppo avara. «Se c’è una cosa
che non posso sopportare al mondo» mi disse in presenza di Tiny «è
una donna ricca malvestita». Tiny sorrise un po’ dura e mi assicurò
che Lena non sarebbe mai stata né l’una né l’altra cosa. «Né voglio
esserlo» assentì quella senza risentirsi.
Subito dopo Lena mi diede un vivace resoconto della vita di
Antonia e insistette perché andassi a trovarla.
«Dovresti proprio andare, Jim. Sai tu che gioia sarebbe per lei!
Non ti preoccupare di quello che dice Tiny. Cuzak non ha proprio
niente di particolarmente grave. Ti piacerà. Non è molto energico,
ma un uomo duro non sarebbe stato adatto per Tonia. Hanno dei bei
figli, credo che adesso siano dieci o undici. Io personalmente non
vorrei una famiglia così numerosa, ma è proprio quello che ci vuole
per lei, sarà felice di farteli vedere».
Tornando nell’Est interruppi il viaggio ad Hastings, nel Nebraska,
presi a nolo un buggy con una bella coppia di cavalli e partii a
cercare la fattoria di Cuzak. Verso mezzogiorno capii che mi
avvicinavo. Su una collinetta alla mia destra vidi un’ampia fattoria
con una stalla rossa, un boschetto di frassini e un recinto per le
bestie che scendeva verso la carrozzabile. Voltai i cavalli, e mi stavo
chiedendo se dovessi proseguire per di là, quando udii delle voci
sommesse. Davanti a me, in un folto di susini, vidi due ragazzi
accanto a un cane morto. Il piccolo, che non aveva più di quattro o
cinque anni, era in ginocchio con le mani giunte e la testolina rapata
china, e mostrava una disperazione profonda. L’altro gli stava vicino
con una mano sulla spalla e lo confortava in una lingua che non
sentivo da molto tempo. Quando fermai i cavalli di fronte a loro, il più
grandicello prese il piccolo per mano e venne verso di me. Anch’egli
era serio: quella era certamente una giornata triste per loro.
«Siete i figli della signora Cuzak?» domandai.
Il più piccolo non alzò lo sguardo, era immerso nella propria
sofferenza, ma il più grande mi guardò con occhi grigi intelligenti.
«Sì, signore».
«Sta là sulla collina? Vado da lei, montate su e venite con me».
Il ragazzo lanciò uno sguardo al fratellino riluttante. «No, è meglio
che veniamo a piedi, ma vi aprirò il cancello».
Avviai i cavalli per la strada laterale ed essi mi seguirono
lentamente. Quando giunsi al mulino, un altro ragazzetto ricciuto
uscì di corsa a piedi nudi dalla stalla e venne a prendere i cavalli per
legarli. Era un bel figliolo con la pelle chiara lentigginosa, le guance
rosse e una capigliatura folta come il pelo d’un agnellino che gli
scendeva sul collo in tanti riccioletti. Legò i cavalli con due mosse
veloci e assenti quando gli domandai se la madre era in casa.
Mentre mi guardava, due fossette gli si formarono sulle guance con
una sfumatura di allegria, poi sparì su per la scala del mulino con
un’agilità che mi parve un po’ sprezzante. Sapevo che mi osservava
da lassù mentre mi avviavo verso la casa.
Oche e anatre starnazzanti mi attraversavano il cammino; gatti
bianchi se la godevano al sole in mezzo alle zucche gialle sui gradini
del portico. Attraverso la persiana vidi una grande cucina chiara col
pavimento bianco. Una tavola lunga, file di sedie di legno contro le
pareti e una stufa lucente in un angolo. All’acquaio due ragazze
lavavano i piatti ridendo e chiacchierando, e una piccoletta con un
grembiulino corto giocava su uno sgabello con una bambola di
cenci. Quando domandai della madre, una delle ragazze posò
l’asciugamano, attraversò silenziosamente la stanza a piedi nudi e
scomparve. La maggiore, che aveva calze e scarpe, venne alla porta
per farmi entrare. Era una ragazza solida, coi capelli e gli occhi neri
e un’aria calma e dignitosa.
«Non volete entrare? La mamma verrà subito».
Prima che potessi sedere sulla sedia che mi aveva offerto, il
miracolo avvenne. Uno di quei momenti silenziosi che afferrano il
cuore e richiedono più coraggio dei momenti rumorosi e agitati della
vita. Antonia entrò e rimase in piedi di fronte a me: una donna bruna
robusta, col seno piatto e i capelli ricciuti un po’ brizzolati. Certo fu
una sorpresa dolorosa. Lo è sempre il rivedere qualcuno dopo tanti
anni, specialmente se questo qualcuno ha avuto una vita così dura
come questa donna. Ci guardammo un istante, e gli occhi che mi
fissavano ansiosi erano semplicemente… gli occhi di Antonia. Non
ne avevo più visti di simili da quando li avevo incontrati l’ultima volta,
anche se ho visto migliaia e migliaia di visi umani. E mentre la
studiavo, i cambiamenti diventavano meno visibili e la sua identità
più forte. Era lì, nel pieno vigore della sua personalità, logora ma non
diminuita, e mi guardava e mi parlava con quella voce velata, un po’
ansante, che ricordavo così bene.
«Mio marito non è in casa, signore. Posso aiutarvi in qualche
modo?».
«Non ti ricordi di me, Antonia? Sono così cambiato?».
Aggrottò la fronte nella luce obliqua del sole, che faceva sembrare
più rossi i suoi capelli neri, e a un tratto gli occhi le si aprirono
smisuratamente e tutto il viso parve allargarsi. Trattenne il respiro e
mi offrì due mani rovinate dal lavoro.
«Ma è Jim! Anna, Julka, è Jim Burden», ma non appena m’ebbe
afferrato le mani, mi domandò ansiosamente: «Che cosa è
successo? È morto qualcuno?».
Le diedi un colpetto sul braccio.
«No, no, non sono venuto per un funerale questa volta: sono
sceso ad Hastings e sono venuto solo per vedere te e i tuoi figli».
Lasciò la mia mano e cominciò ad agitarsi. «Anton, Julka, Nina,
ma dove siete? Corri, Anna, va’ a prendere i ragazzi, sono andati a
cercare il cane in qualche posto. E chiama Leo, ma dov’è quel
benedetto Leo?». Li tirava fuori da tutti gli angoli e li portava avanti
come una gatta fa coi micini. «Non devi partire subito, vero, Jim? Il
mio maggiore non è qui, è andato alla fiera di Wilber con suo padre.
Non ti lascio andare. Devi fermarti per vedere Rudolph e il papà». Mi
guardava implorante, ansando per l’eccitazione.
Mentre la rassicuravo e le dicevo che avremmo avuto tutto il
tempo necessario, i ragazzini scivolavano in cucina a piedi scalzi e si
radunavano intorno a lei.
«Adesso dimmi i loro nomi e quanti anni hanno».
Nel pronunciarli uno dopo l’altro fece parecchi sbagli e tutti
ridevano a crepapelle. Quando fu la volta del mio agile amico del
mulino disse: «Questo è Leo, e per l’età che ha, dovrebbe essere
migliore di quello che è».
Leo corse da lei e la urtò scherzosamente con la testa ricciuta
come un capretto, ma la voce era quasi disperata: «Hai dimenticato!
Dimentichi sempre la mia! È una vergogna. Digliela, mamma, per
favore». E stringeva i pugni offeso, guardandola quasi furioso.
Antonia avvolse l’indice in una ciocca bionda e gliela tirò. «Bene,
e quanti anni hai?».
«Ho dodici anni» ansò, guardando lei e non me. «Ho dodici anni e
sono nato il giorno di Pasqua».
Antonia annuì guardandomi. «È proprio così, è stato un dono
pasquale».
I ragazzi mi guardavano tutti come se aspettassero che a questa
informazione dimostrassi stupore o piacere. Evidentemente erano
tutti orgogliosi l’uno dell’altro e di essere così numerosi. Dopo che mi
furono tutti presentati, Anna, la figliola maggiore che era venuta ad
aprirmi, li mandò fuori gentilmente e venne a portare un grembiule
bianco che legò intorno alla vita della mamma.
«E ora, mamma, siediti tranquilla a chiacchierare col signor
Burden, noi finiamo i piatti piano senza disturbarti».
Antonia si guardò intorno con un’aria un po’ assente: «Sì,
bambina, ma perché non lo facciamo entrare nel salotto, adesso che
ne abbiamo uno bello per quando viene gente?».
La figlia rise con indulgenza mentre mi prendeva il cappello.
«Bene, mamma, adesso sei qui e, se parli qui, Julka e io possiamo
ascoltare. Il salotto glielo potrai far vedere più tardi». Mi sorrise e
tornò ai suoi piatti con la sorella. La piccolina con la bambola di
pezza si trovò un posticino in fondo a una scaletta che saliva
incassata nel muro e rimase a guardarci come in aspettativa, con le
gambette rannicchiate.
«Si chiama Nina, come Nina Harling» spiegò Antonia. «Non ha
anche gli occhi uguali? Ti assicuro, Jim, che io amavo voi ragazzi
come ora amo i miei figli. Questi conoscono tutto di te, di Charley e
di Sally come se fossero cresciuti con voi. Non so neppur più cosa
voglio dirti, mi hai talmente sconvolta! E poi ho dimenticato anche
l’inglese! Non lo parlo più molto spesso, dico sempre ai ragazzi che
una volta lo parlavo molto bene». Disse che in casa parlavano
sempre boemo e i più piccoli non sapevano neppure una parola
d’inglese: lo imparavano solo a scuola.
«Non posso crederci che sei tu, seduto proprio qui nella mia
cucina. Non mi avresti riconosciuta, vero, Jim? Tu ti sei mantenuto
così giovane. Ma per l’uomo è più facile. Il mio Anton mi pare
giovane come il giorno in cui l’ho sposato: ha conservato tutti i denti,
io invece non ne ho più molti. Ma mi sento giovane come una volta e
posso fare lo stesso lavoro di allora. Oh, naturalmente adesso il
lavoro non è così pesante, abbiamo figli in abbondanza per aiutarci!
Tu quanti ne hai, Jim?».
Quando le dissi che non ne avevo, mi parve imbarazzata. «Oh
che peccato! Be’! Forse adesso potresti prendere qualcuno dei miei,
no? Quel Leo, ad esempio, che è il peggiore di tutti».
«Mamma» mormorarono le due ragazze dall’acquaio in tono di
rimprovero.
Antonia alzò la testa ridendo. «È così! Non so cosa farci! E voi lo
sapete. Forse è perché è venuto il giorno di Pasqua e non sta un
attimo senza combinare qualche guaio».
Guardandola pensavo quanto poco importasse il fatto – per
esempio – che fosse quasi senza denti. Ho conosciuto tante donne
che hanno conservato tutto ciò che lei ha perso, ma in cui la fiamma
interiore è spenta. Antonia poteva aver perso tutto ma non il fuoco
della vita. La sua pelle così bruna e dura non aveva l’aspetto flaccido
di una pelle che pare privata della linfa.
Mentre chiacchieravamo, il ragazzino che si chiamava Jan entrò e
andò a sedersi sul gradino della scaletta accanto a Nina. Portava un
buffo grembiule di cotonina sui calzoncini, una specie di camiciotto,
e aveva i capelli tagliati tanto corti che la testolina sembrava bianca
e nuda. Ci guardava coi grandi occhi grigi e tristi.
«Vuole dirti del cane, mamma; l’hanno trovato morto» disse Anna
mentre ci passava davanti portando i piatti alla credenza.
Antonia chiamò a sé il bambino; questi si avvicinò alla sedia e le
piegò il capo sulle ginocchia. Mentre arrotolava le fettucce del
grembiule intorno alle dita sottili, raccontava piano la storia in boemo
e le lacrime gli spuntavano dagli occhi arrestandosi sulle ciglia
lunghe. La mamma lo ascoltò, lo calmò parlandogli dolcemente e gli
promise in un sussurro qualcosa che gli fece tornare un lieve sorriso
tra le lacrime. Il piccolo scivolò via e andò a sedersi vicino a Nina,
bisbigliandole qualche cosa dietro la manina.
Quando Anna ebbe finito il lavoro e si fu lavata le mani, venne a
mettersi dietro la sedia di sua madre domandando: «Perché non
facciamo vedere al signor Burden la nuova cantina?».
Vi andammo attraversando il cortile coi bambini alle calcagna. I
ragazzi erano vicino al mulino e parlavano del cane, poi uno di essi
corse avanti ad aprire la porta della cantina e, quando scendemmo,
ci vennero tutti dietro; ne sembravano tanto orgogliosi quanto le
ragazze. Anche Ambrosh, il ragazzino pensoso che mi aveva
indicato la strada laggiù vicino al folto dei susini, richiamò la mia
attenzione sulle forti mura di mattone e il pavimento di cemento. «Sì,
è un po’ lontano da casa» ammise «ma, vedete, in inverno c’è
sempre qualcuno di noi qui vicino, così può venire a prendere la
roba che occorre».
Anna e Julka mi mostrarono tre barilotti, uno pieno di finocchi
sotto sale, l’altro di sottaceti e l’altro di bucce di cocomero in
salamoia.
«Non hai idea, Jim, di quello che occorre per nutrirli» esclamò la
madre. «Dovresti vedere il pane che cuociamo il mercoledì e il
sabato! Non c’è da meravigliarsi che il loro povero padre non possa
diventar ricco. Deve comprare una tale quantità di zucchero per le
marmellate! Facciamo la farina col nostro grano, ma certo ne rimane
ben poco da vendere».
Nina, Jan e una piccina di nome Lucy continuavano a mostrare
timidamente i barattoli sugli scaffali. Non dicevano niente, ma
guardandomi seguivano con le dita sul vetro la forma delle ciliege,
delle fragole e delle mele selvatiche che c’erano dentro, e cercavano
di darmi un’idea della loro squisitezza con l’espressione estatica dei
volti.
«Fagli vedere le prugne drogate, mamma, gli americani non le
hanno» disse uno dei ragazzi più grandi e soggiunse: «La mamma le
adopera per fare kolaches11 ».
Leo lanciò qualche espressione scherzosa in boemo.
Mi rivolsi a lui: «Tu pensi che io non sappia cosa sono i kolaches,
vero? Ti sbagli, giovanotto. Io ho mangiato i kolaches di tua madre
molto prima della Pasqua in cui sei nato tu».
«Sempre spiritoso, Leo» notò Ambrosh scrollando le spalle.
Leo si nascose dietro la madre e mi fece un mezzo ghigno.
Ci voltammo per uscire dalla cantina. Antonia e io salimmo le
scale per primi, e i bimbi rimasero indietro e, mentre eravamo fermi a
parlare, vennero su tutti insieme correndo per le scale, teste rosse,
d’oro, brune, e gambette nude lampeggianti: una vera esplosione di
vita che sorgeva dalla cantina oscura diretta alla luce del sole. Per
un momento mi sentii girare il capo.
I ragazzi ci scortarono sul davanti della casa, che io non avevo
ancora visto. Nelle fattorie, chissà perché, la vita si svolge attraverso
la porta posteriore. Il tetto aveva una forte inclinazione, tanto che le
grondaie quasi toccavano gli alti cespugli di malvarosa ora tutti scuri
e sfogliati. «Durante il mese di luglio» mi disse Antonia «la casa ne
era quasi sepolta». Ricordai che i boemi la piantano sempre. Il
cortile era circondato da una siepe di acacie e intorno al cancello
crescevano due mimose argentee. Di lì si vedeva l’aia con i due
lunghi abbeveratoi, e più in là una larga zona di stoppie che – mi
dissero – d’estate era un campo di segale.
A poca distanza dietro la casa c’erano un boschetto di frassini e
due frutteti: uno di ciliegie con cespugli di lamponi e di ribes tra i
filari, e un pometo riparato dai venti caldi da un’alta siepe. Quando
arrivammo alla siepe, i ragazzi più grandi tornarono indietro, ma Jan,
Nina e Lucy strisciarono attraverso un buco ch’essi soli conoscevano
e si nascosero sotto i rami bassi dei cespugli di gelso.
Passeggiando per il pometo, Antonia si fermava continuamente
per parlarmi ora di un albero ora di un altro. «Li amo come se
fossero esseri umani» disse strisciando la mano su un tronco. «Non
c’era neppure un albero quando siamo giunti qui; li abbiamo piantati
noi, e dopo aver lavorato tutto il giorno nei campi, dovevamo
trasportare l’acqua per innaffiarli. Anton veniva dalla città e si
scoraggiava, ma io per quanto fossi stanca non potevo fare a meno
di preoccuparmi per questi alberi quando c’era siccità. Li avevo
sempre in mente come bambini. Molte notti, quando lui dormiva, mi
alzavo e andavo a prender l’acqua per dare da bere a queste povere
creature. E così, vedi, adesso abbiamo raggiunto un buon risultato.
Mio marito lavorava negli agrumeti in Florida e sa curare le piante.
Nessuno dei vicini ha un frutteto che renda come il nostro».
In mezzo al frutteto ci trovammo di fronte a un pergolato con sedili
da una parte e dall’altra e una tavola di legno incurvata nel mezzo. I
tre piccoli ci aspettavano là. Mi guardarono un po’ vergognosi e
domandarono qualche cosa alla madre.
«Vogliono che io ti dica che il maestro porta qui ogni anno gli
studenti a fare una scampagnata e uno spuntino. Non vanno ancora
a scuola e pensano che andarci voglia dire semplicemente fare delle
scampagnate».
Quando videro che avevo ammirato la pergola a sufficienza, i più
piccoli corsero verso uno spiazzo aperto dove c’era una specie di
giungla di garofani, si misero a sedere lì in mezzo e cominciarono a
prendere delle misure con una corda.
«Jan vuole seppellire lì il suo cane» spiegò Antonia. «Ho dovuto
dargli il permesso. È un po’ come Nina Harling. Ti ricordi come
soffriva per le cose più piccole? E lui è strano com’era lei».
Ci sedemmo a guardarli. Antonia appoggiò i gomiti sul tavolo. Nel
frutteto c’era la pace più profonda. Era circondato da una tripla
protezione: il filo di ferro, poi la siepe di acacie, poi l’alta siepe di
gelsi che lo riparava dai venti caldi d’estate e manteneva a lungo la
neve protettrice d’inverno. Le siepi erano così alte che sopra di esse
non si vedeva altro che il cielo azzurro: neppure il tetto della stalla o
il mulino. Il sole pomeridiano c’inondava attraverso le foglie
appassite del pergolato. Il frutteto era pieno di sole come una tazza
e si sentiva il profumo delle mele mature sugli alberi: pendevano dai
rami fitte come fili di perle di un rosso purpureo, leggermente
ombreggiate d’argento. Alcune galline con degli anatroccoli erano
penetrati attraverso la siepe e beccavano le mele cadute. I maschi
erano bellissimi animali coi loro corpi grigio rosati e la corona fitta e
folta di piume verdi e iridescenti intorno al collo, cangianti sul
turchino come le penne di un pavone. Antonia diceva che le
facevano venire in mente dei soldati in qualche strana uniforme che
aveva visto da bambina nella sua vecchia patria.
«Ci sono ancora le quaglie?» le domandai e le ricordai le cacce
che facevamo insieme l’ultima estate prima che mi trasferissi in città.
«Eri brava a prenderle, Tonia. Ti ricordi come volevi sempre scappar
via per andare a cacciare le anatre con Charley Harling e me?».
«Lo so, ma adesso ho paura di guardare un fucile». Prese in
mano un’anatra e le arruffò la testolina con le dita. «Da quando ho
dei figli, non posso più ammazzare niente. Mi fa quasi svenire
persino il tirare il collo a una vecchia oca. Non è strano, Jim?».
«Non so. La giovane regina d’Italia una volta disse la stessa cosa
a un mio amico: era stata una gran cacciatrice, ma adesso prova
quello che provi tu e spara soltanto ai colombi di gesso».
«Allora è una buona madre» disse Antonia con calore.
Mi disse poi come lei e il marito fossero venuti nella regione
quando la terra era a buon mercato e si potevano avere agevolazioni
nel pagamento. I primi dieci anni erano stati una lotta dura. Il marito
s’intendeva poco di campagna e si scoraggiava spesso. «Non ci
saremmo mai riusciti se io non fossi stata così forte. Ho sempre
avuto un’ottima salute, grazie a Dio, e potevo aiutarlo nei campi fino
al giorno in cui dovevano nascere i bambini. I nostri figli sapevano
guardarsi a vicenda. Marta, quella che tu hai visto piccolina, mi fu di
grandissimo aiuto e insegnò ad Anna a fare quello che faceva lei. La
mia Marta è sposata, adesso, e ha un bimbo suo… Pensa, Jim! No,
non mi sono mai scoraggiata. Anton è un brav’uomo, io amo i miei
figli e ho sempre avuto la convinzione che sarebbero cresciuti bene.
La fattoria è il mio vero posto. Qui non mi sono mai sentita sola
come mi sentivo in città. Ti ricordi che momenti di tristezza avevo
senza che neppure ne sapessi la ragione? Qui non li ho mai avuti:
non m’importa di lavorare, basta che non debba lottare contro la
malinconia». Posò il mento sulla mano e guardò giù oltre il frutteto il
tramonto che dorava il cielo con una luce sempre più intensa.
«Non avresti mai dovuto andare in città, Tonia» le dissi pensoso.
Si rivolse a me di slancio.
«Sono contenta invece di esserci andata. Non avrei mai imparato
a cucinare e a tenere la casa. Ho imparato tante belle abitudini dagli
Harling, così ho potuto allevare i miei figli molto meglio. Non pensi
che si comportino bene per essere cresciuti in campagna? Se non
fosse per quello che la Harling mi ha insegnato, penso che li avrei
allevati come conigli selvatici. No, sono contenta di aver avuto la
possibilità d’imparare. Ma sono anche contenta che nessuna delle
mie figlie abbia la necessità di andare a lavorare fuori. Il guaio per
me era che non potevo credere che le persone che amavo
potessero farmi del male».
Antonia mi assicurò che poteva ospitarmi per la notte. «C’è tutto
lo spazio che si vuole. Due ragazzi dormono nel fienile finché viene il
freddo, ma non ce ne sarebbe bisogno; Leo mi prega sempre di
lasciarlo dormire là e Ambrosh va con lui per sorvegliare che non ne
combini qualcuna».
Le dissi che avrei voluto dormire anch’io coi ragazzi, nel fieno.
«Puoi fare come preferisci. Il cassettone è pieno di coperte pulite
messe via per l’inverno. Adesso devo andare, se no le ragazze
fanno tutto loro e voglio essere io a cucinarti la cena».
Ritornando verso casa vedemmo Anton e Ambrosh che partivano
coi secchi del latte per andare a cercare le mucche; mi unii a loro e
Leo ci accompagnò a qualche passo di distanza, correndo avanti e
sbucando fuori dai ciuffi di ironweed, mentre gridava «Sono un
coniglio» oppure «Sono un serpente».
Camminavo tra quei due ragazzi dritti e ben fatti, occhi chiari e
teste ben formate. Discorrevano della scuola, del nuovo maestro, del
raccolto, della mietitura e di quanti manzi avrebbero potuto allevare
quell’inverno. Si sentivano a loro agio con me e mi trattavano in
confidenza, come se fossi stato un vecchio amico di famiglia non
troppo anziano. Mi sentivo un ragazzo in loro compagnia e sentivo
rinascere in me ogni sorta d’interessi dimenticati. Dopotutto mi
sembrava così naturale camminare lungo un filo spinato all’ora del
tramonto, verso un laghetto rosso, e vedere la mia ombra seguirmi
alla destra sull’erba appena falciata.
«La mamma vi ha fatto vedere le fotografie che le avete mandato
dall’Europa?» domandò Ambrosh. «Le abbiamo fatte incorniciare e
le abbiamo appese nel salotto. Era così felice di averle! Non credo di
averla mai vista più contenta di quando le ha ricevute». C’era un
tono di gratitudine così genuina nella sua voce che mi fece
desiderare di aver fatto di più per meritarla.
Gli misi una mano sulla spalla. «Tua madre era molto amata da
tutti noi. Era una bella ragazza».
«Oh, lo sappiamo» dissero insieme, e parevano un po’ sorpresi
che io ritenessi necessario parlarne. «Tutti l’amavano, vero? Gli
Harling e vostra nonna, e tutti in città».
«Talvolta» azzardai «i ragazzi non pensano che la loro madre
possa esser stata giovane e bella».
«Sì, sì» risposero di nuovo con calore. «Non è molto vecchia»
soggiunse Ambrosh «non molto più di voi».
«Bene» dissi «se voi non foste buoni con lei, credo che prenderei
una mazza e ve ne darei a tutti quanti. Non potrei sopportare l’idea
che voi non la teniate in considerazione e pensiate a lei solo come a
qualcuno che deve prendersi cura di voi. Sapete, ho amato molto
vostra madre una volta, e so che non esiste nessuno come lei».
I ragazzi si misero a ridere, un po’ compiaciuti e un po’
imbarazzati.
«Questo non ce l’aveva mai detto» disse Anton «ma ha sempre
parlato di voi moltissimo, e di come vi divertivate. Ha un vostro
ritratto ritagliato da un giornale di Chicago, e Leo ha detto che vi ha
riconosciuto quando siete arrivato al mulino. Ma di Leo non si può
esser sicuri, perché qualche volta gli piace farsi vedere molto furbo».
Portammo le mucche a casa nell’angolo vicino alla stalla e i
ragazzi le munsero mentre scendeva la sera. Tutto era come doveva
essere: il forte odore dei girasoli e degli ironweeds nella rugiada,
l’azzurro chiaro e dorato del cielo, il chioccolio del latte nei secchi, i
grugniti e le strida dei maiali che si contendevano la cena. Cominciai
a sentire la tristezza del contadino la sera, quando i lavori sembrano
ripetersi sempre identici e il mondo tanto tanto lontano.
Che tavolata a cena! Due lunghe file di testoline irrequiete sotto la
luce della lampada e tanti occhi eccitati fissi su Antonia, che sedeva
a capotavola scodellando la minestra e distribuendo i piatti. I ragazzi
erano seduti secondo un sistema: uno piccolo vicino a uno grande
che si occupava del suo comportamento e del suo piatto. Anna e
Julka di tanto in tanto si alzavano per portare nuovi piatti di kolaches
o brocche di latte.
Dopo cena andammo in salotto, dove Julka e Leo avrebbero
suonato per me. Antonia entrò per prima portando la lampada. Non
c’erano abbastanza sedie per tutti, così i piccini si sedettero sul
pavimento nudo e la piccola Lucy mi bisbigliò che avrebbero
comprato il tappeto per il salotto se avessero venduto il grano a
novanta. Leo, dimenandosi a più non posso, tirò fuori il violino. Era il
vecchio strumento di Shimeda che Antonia aveva sempre
conservato ed era troppo grosso per lui. Ma per essere un
autodidatta suonava benissimo. Gli sforzi della povera Julka non
erano altrettanto efficaci. Mentre suonavano, la piccola Nina si alzò
dal suo cantuccio, venne a mettersi in mezzo alla stanza e si esibì in
una graziosa danza a piedi nudi. Nessuno s’occupò di lei e quando
ebbe finito se ne ritornò buona buona accanto al fratello.
Antonia parlò a Leo in boemo. Lui corrugò la fronte e pareva
volesse fare il broncio, ma i suoi tentativi non facevano che scavargli
fossette in tutto il viso. Dopo aver girato le chiavi, suonò delle arie
boeme senza essere intralciato dall’organo e riuscì meglio. Il
ragazzo era così irrequieto che non mi era ancora stato possibile
guardarlo in viso. La mia prima impressione era giusta. Sembrava
proprio un piccolo fauno. Le orecchie a punta sporgenti dalla testa, i
capelli ramati che crescevano folti giù per il collo; gli occhi, non
franchi e sporgenti come quelli degli altri ragazzi, ma profondamente
incassati e di un verde dorato, e così sensibili alla luce. La madre
diceva che si faceva male più volte di tutti gli altri insieme. Cercava
sempre di cavalcare i puledri non ancora domati, faceva infuriare il
tacchino, provava quanto rosso poteva sopportare il toro e se la
nuova scure era affilata.
Finito il concerto, Antonia portò una scatolona piena di fotografie:
lei e Anton vestiti da sposi che si tenevano per mano, suo fratello
Ambrosh e la sua grassissima moglie che aveva una fattoria propria
e lo comandava a bacchetta, come appresi con vero piacere, le tre
Marie boeme e le loro numerose famiglie.
«Non potresti credere a quanto sono diventate serie!» disse
Antonia. «Mary Svoboda fa il burro migliore di tutta la regione ed è
un’ottima direttrice d’azienda. I suoi figli sono molto fortunati».
Mentre Antonia faceva passare le fotografie, i ragazzi stavano
dietro la sua sedia guardandole da sopra le spalle. Nina e Jan, dopo
aver tentato inutilmente di vedere oltre i più alti, si portarono
silenziosamente una sedia, ci si arrampicarono e rimasero lì a
guardare l’uno accanto all’altro. Il piccino dimenticava la sua
timidezza e sorrideva felice quando apparivano volti familiari. Nel
gruppo attorno ad Antonia io sentivo quasi un’armonia fisica. Si
piegavano da una parte e dall’altra e non avevano timore di toccarsi.
Contemplavano le fotografie riconoscendole compiaciuti. Ne
guardavano alcune con ammirazione, come se i personaggi della
gioventù della madre fossero stati persone notevoli. I piccolini, che
non sapevano l’inglese, mormoravano commenti nella loro vecchia
lingua così ricca.
Antonia sollevò una fotografia che Lena le aveva mandato da San
Francisco il Natale prima. «È ancora così? Sono sei anni ormai che
non viene a casa». Le dissi che era esattamente così. Una donna
piacente, lievemente troppo grassa, con un cappello un po’ troppo
largo, ma con gli stessi occhi pigri di un tempo e lo stesso sorriso
ingenuo agli angoli della bocca.
C’era un ritratto di Frances Harling in un sontuoso costume da
cavallerizza che ricordavo benissimo. «Che bella!» mormorarono le
ragazze, e tutti assentirono. Si capiva che Frances era diventata
l’eroina della leggenda familiare. Solo Leo non si scompose.
«E quello è il signor Harling nella sua magnifica pelliccia. Era
ricchissimo, vero, mamma?».
«Non era poi un Rockefeller» interloquì il signorino, con un tono
basso che mi fece ripensare al modo in cui una volta la vecchia
Shimeda aveva detto che mio nonno “non era Gesù”. Leo doveva
avere ereditato il suo abituale scetticismo direttamente dalla vecchia.
«Fa’ a meno dei tuoi commenti spiritosi!» disse Ambrosh
severamente.
Leo gli mostrò la punta della linguetta rossa, ma un momento
dopo scoppiò a ridere alla vista di un cartoncino dove un ragazzotto
goffo, insaccato nei vestiti, stava in mezzo a due uomini seduti rigidi
rigidi. Jake, Otto e io! Ce l’eravamo fatta fare quando eravamo
andati a Black Hawk, la prima festa del 4 luglio che avevo passato
nel Nebraska. Mi faceva piacere rivedere il ghigno di Jake e i baffi
feroci di Otto. I giovani Cuzak sapevano tutto di loro.
«Ha fatto la bara del nonno, vero?» domandò Antonia.
«Non erano bravi ragazzi, Jim?». Gli occhi di Antonia si
riempirono di lacrime. «Ancora oggi ho vergogna di aver litigato con
Jake in quel modo; sono stata impertinente e antipatica con lui, Leo,
come lo sei anche tu qualche volta con la gente. Vorrei che qualcuno
allora mi avesse detto come dovevo comportarmi».
«Non crediate di aver finito, sapete!» mi dissero i ragazzi e
tirarono fuori una fotografia presa proprio prima della mia partenza
per l’università: un giovanotto alto con i calzoni a righe e il cappello
di paglia, che cercava di darsi un’aria disinvolta e allegra.
«Signor Burden» disse Charley «raccontateci del serpente che
avete ucciso alla città dei cani. Com’era lungo? Certe volte la
mamma dice un metro, altre un metro e mezzo».
I ragazzi sembravano trattare Antonia allo stesso modo con cui
tanti anni prima la trattavano i ragazzi Harling. Ne erano orgogliosi
allo stesso modo e si rivolgevano a lei per farsi raccontare storie e
per inventare divertimenti come facevamo noi.
Erano le undici quando presi la mia borsa, qualche coperta e mi
diressi verso la stalla con i ragazzi. La madre ci accompagnò alla
porta e lì ci arrestammo un momento per guardare il pendio bianco
del recinto, i due stagni addormentati sotto la luna e la distesa ampia
dei pascoli sotto il cielo spruzzato di stelle.
I ragazzi mi dissero di scegliermi il posto nel fienile e io mi stesi
davanti a un’ampia finestra aperta che guardava le stelle. Ambrosh e
Leo si accucciarono in un mucchio di fieno sotto le travi e rimasero a
ridacchiare e bisbigliare. Si facevano il solletico, si spingevano e si
rotolavano sul fieno, poi tutt’a un tratto si zittirino. Il passaggio dalle
risate al sonno profondo fu immediato.
Rimasi sveglio a lungo, finché la luna nel suo lento viaggio per il
cielo passò davanti alla mia finestra. Pensavo ad Antonia e ai suoi
figli. Alle attenzioni di Anna per lei, all’affetto serio di Ambrosh e alla
gelosia di Leo, al suo amore di piccolo animale. Quel momento in cui
tutti erano sbucati fuori dalla cantina era stato uno spettacolo tale
che per vederlo chiunque sarebbe venuto da lontano. Antonia aveva
sempre lasciato nella mia mente immagini che non svanivano, che
diventavano più forti col tempo. Nella mia memoria c’era una
successione di queste immagini, fisse come intagli nel legno.
Antonia a gambe nude che spronava i fianchi del mio pony mentre
tornavamo a casa in trionfo con il nostro serpente. Antonia con lo
scialle nero e il berretto di pelo, accanto alla tomba del padre nella
tormenta. Antonia che avanzava all’orizzonte coi suoi buoi nella luce
della sera. Essa impersonava nella sua figura atteggiamenti umani
eterni che l’istinto ci suggerisce universali e veri. Non mi ero
ingannato. Adesso era una donna sciupata e non più una ragazza
avvenente, ma aveva ancora quell’ardore indefinibile che infiamma
l’immaginazione, poteva arrestare il respiro per un attimo con uno
sguardo o un gesto che in qualche modo rivelavano il profondo
significato intimo delle cose più umili. Bastava che si fermasse in un
frutteto e posasse la mano su un giovane melo guardando i frutti, per
farmi sentire la profonda bellezza del piantare, coltivare e infine
raccogliere. Tutta la forza del cuore le si riversava nel corpo, che
aveva risposto così instancabilmente alle emozioni più generose.
Non era strano che i suoi figli fossero alti e diritti. Essa era una
ricca sorgente di vita, come i progenitori delle antiche razze.
II

Quando mi svegliai al mattino, lunghe strisce di sole entravano dalla


finestra e arrivavano fino all’angolo sotto le travi dov’erano stesi i
ragazzi. Leo era completamente sveglio e faceva il solletico a suo
fratello su una gamba con un filo di paglia che aveva tirato fuori dal
fieno. Ambrosh gli tirò un calcio e si girò dall’altra parte. Chiusi gli
occhi e feci finta di dormire. Leo si stese sul dorso, alzò un piede e
cominciò a muoverne le dita, usandole per afferrare fiori secchi e
brandirli alla luce del sole. Dopo essersi divertito così per un po’, si
sollevò su un gomito e mi guardò: prima cautamente, poi con occhio
critico, socchiudendo le palpebre per la luce. Aveva un’espressione
strana, che mi aboliva dal suo mondo. “Quest’uomo non è diverso
dagli altri, non conosce il mio segreto”. Pareva conscio di possedere
una capacità di godimento più acuta degli altri. La sua rapida
percezione delle cose gli dava una spasmodica impazienza di
arrivare a un giudizio chiaro. Sapeva sempre ciò che voleva, senza
rifletterci.
Dopo essermi vestito nel fienile, mi lavai il viso con l’acqua fresca
al mulino. Quando entrai in cucina, la colazione era pronta e Julka
stava cuocendo delle focacce. I tre ragazzi più grandi s’avviarono
verso i campi di buon’ora, mentre Leo e Julka dovevano andare in
città incontro al padre che sarebbe tornato da Wilber col treno di
mezzogiorno.
«Faremo un pranzo leggero e cuoceremo l’oca per cena quando
sarà qui anche il papà. Vorrei che Marta potesse venire a salutarti.
Adesso che hanno una Ford, non mi pare che sia così lontana da
me come prima. Ma suo marito è pazzo per la fattoria, e
meticolosissimo, cosicché non vanno quasi mai fuori eccetto la
domenica. È un bel ragazzo e un giorno o l’altro diventerà ricco.
Tutto quello che intraprende gli riesce bene. Quando portano il
bimbo qui e lo svolgono dalle coperte, pare di vedere un principino.
Marta lo cura meravigliosamente. Ora mi sono abituata all’idea
d’averla lontana ma in principio piangevo come se l’avessi messa
nella bara».
Non c’era nessuno con noi in cucina eccetto Anna, che versava la
panna nella zangola. «È vero, è così» disse guardandomi.
«Avevamo proprio vergogna della mamma, continuava a piangere
mentre Marta era così felice e noi tutti così contenti. Certo che Joe
ha avuto una gran pazienza con te, mamma».
Antonia assentì sorridendo. «Sì, ero una sciocca ma non potevo
fare diversamente. La volevo qui, non era mai stata separata da me
neppure una notte da quando era nata. Se Anton avesse protestato
per lei quand’era piccina, o mi avesse voluto costringere a lasciarla
con mia madre, non l’avrei sposato. Non avrei potuto. Ma invece le
ha sempre voluto bene come se fosse stata sua».
«Io non ho neanche saputo che era la mia sorellastra finché non
si è fidanzata con Joe» disse Anna.
Verso la metà del pomeriggio arrivò il carro con il padre e il figlio
maggiore. Stavo fumando nel frutteto e, mentre mi alzavo per
andargli incontro, Antonia uscì correndo e abbracciò i due uomini
come se non li vedesse da mesi.
Sin dalla prima occhiata, “Papà” m’interessò. Era più basso del
figlio maggiore, un ometto un po’ rattrappito, coi tacchi scalcagnati e
una spalla più alta dell’altra. Ma si muoveva svelto con un’aria di
gaiezza e di vivacità. Aveva un colorito sano rossiccio, capelli neri
corti un po’ brizzolati, dei baffetti ricci e le labbra rosse. Quando
rideva mostrava i denti forti di cui la moglie era così orgogliosa, e al
vedermi i suoi occhi vivaci e un po’ canzonatori mi dissero che
sapeva tutto di me. Pareva un filosofo umorista che avesse cacciato
una spalla sotto il carico della vita e percorso la sua strada
divertendosi quando poteva. Mi venne incontro e mi offrì una mano
dura, bruciata dal sole, col dorso coperto di peluria folta. Aveva il suo
vestito buono piuttosto spesso e pesante per il tempo caldo, una
camicia bianca immacolata e una cravatta azzurra a pois bianchi
legata con un grosso nodo come quella di un ragazzino. Cominciò
subito a parlare della sua gita in inglese, per educazione.
«Mamma, vorrei che tu avessi visto la ballerina sul filo, di notte!
La illuminavano con una luce potente e lei volava magnificamente
nell’aria, pareva un uccello. Hanno anche l’orso che balla come da
noi, e due o tre giostre, e la gente nei palloni e, com’è che si chiama
quella ruota, Rudolph?».
«La ruota Ferris» disse Rudolph entrando nel discorso con la sua
profonda voce baritonale. Era alto circa un metro e ottanta con un
petto da giovane fabbro. «Siamo andati al ballo nella sala dietro la
birreria, mamma, e ho ballato con tutte le ragazze, e anche papà.
Non ho mai visto tante belle ragazze. Doveva essere gente delle
nostre parti, perché non abbiamo sentito neppure una parola in
inglese per le vie, eccetto dai saltimbanchi, vero, papà?».
Cuzak assentì. «Molti ti salutano, Antonia. Mi scuserete se glieli
nomino». Mentre ritornavamo verso casa, le riferì gli avvenimenti, le
notizie e i saluti nella lingua che parlava correntemente e io rimasi
un po’ indietro, curioso di vedere quali fossero diventati o rimasti i
loro rapporti. Parevano buoni amici, con una sfumatura di umorismo.
Evidentemente Antonia era l’impulso, e lui il raziocinio. Risalendo la
collina, egli la guardava di sbieco per vedere se afferrava quanto
diceva e che cosa ne pensava. Più tardi notai che guardava sempre
la gente per sbieco, come un cavallo da tiro guarda il compagno di
giogo. Anche seduto in cucina di fronte a me, girava un po’ la testa
verso l’orologio o la stufa e mi guardava per sbieco, ma con
franchezza e bonomia. Era un tic che non implicava doppiezza o
riservatezza, ma semplicemente un’antica abitudine, come nel
cavallo.
Aveva portato una fotografia sua e di Rudolph per la collezione di
Antonia, e parecchi sacchetti di dolci per i bimbi. Parve un po’ deluso
quando la moglie gli mostrò una grossa scatola che avevo comprato
a Denver e lei non aveva permesso ai bambini di toccare la sera
precedente. Ripose i suoi canditi nella credenza – «Per quando
piove» – e guardò la mia scatola ridacchiando. «Immagino che
avrete sentito che la mia famiglia non è molto piccola!».
Cuzak sedeva dietro la stufa e guardava le sue donne e i bimbi
con la stessa aria divertita. Era evidente che gli parevano belli ma
anche un po’ buffi. Era stato a ballare con delle ragazze, si era
dimenticato di essere vecchio, e ora la sua famiglia era come una
sorpresa per lui. Pareva gli sembrasse uno scherzo che tutti quei figli
gli appartenessero. Quando il piccolino gli sgusciò accanto dal suo
angolo, lui cominciò a tirar fuori oggetti vari dalla tasca: bambole da
pochi soldi, un fantoccio di legno, un porcellino di gomma che si
gonfiava attraverso un fischietto. Chiamò a sé il piccolo Jan, gli
bisbigliò qualcosa, gli porse un serpente di carta, gentilmente, per
non spaventarlo, e guardando sopra la testa del bimbo mi disse:
«Questo è timido, bisogna saperlo prendere».
Aveva portato anche un rotolo di riviste illustrate boeme; le aprì e
cominciò a leggere le notizie alla moglie, notizie che perlopiù
sembravano riferirsi alla stessa persona. Sentii il nome Vasakova
ripetuto molte volte con vivo interesse e allora gli domandai se
parlava della cantante Maria Vasak.
«La conoscete? Forse l’avete sentita?» domandò incredulo. Dopo
che gli ebbi assicurato che l’avevo sentita, mi mostrò la sua
fotografia e mi disse che si era rotta una gamba scalando le Alpi
austriache e non avrebbe potuto mantenere il contratto. Sembrava
contentissimo di sapere che l’avevo sentita a Vienna e a Londra, e
tirò fuori la pipa per godersi meglio la conversazione. Avevano
vissuto nello stesso quartiere a Praga, e suo padre le aggiustava le
scarpe quand’essa era ancora studentessa di canto. Mi domandò
che figura aveva, com’era la sua voce, la sua popolarità, ma gli
interessava particolarmente sapere se avevo notato i suoi piedini e
se pensavo che avesse messo da parte molto denaro. Era un po’
spendacciona, certo, ma lui sperava che non avrebbe sprecato tutto
rimanendo senza un soldo in vecchiaia. Quand’egli lavorava a
Vienna da giovane, aveva visto molti artisti vecchi e poveri che
dovevano accontentarsi di un bicchiere di birra in tutta la sera, e
quella “non era certo una bella cosa”.
Quando i ragazzi tornarono dalla mungitura, fu preparata la lunga
tavola e due grasse oche dorate ripiene di mele furono poste ancora
sfrigolanti davanti ad Antonia. Essa cominciò a trinciare, e Rudolph,
che sedeva vicino alla madre, passava i piatti. Quando tutti furono
serviti, Cuzak mi guardò attraverso la tavola.
«Siete stato a Black Hawk recentemente, signor Burden? Avete
per caso sentito dei Cutter?».
No, non ne sapevo nulla.
«Allora bisogna raccontarglielo, figliolo, per quanto sia un
discorso un po’ tremendo da fare a tavola; allora, ragazzi, adesso
state quieti perché Rudolph racconterà del delitto».
«Evviva! Il delitto!» mormorarono i ragazzi, con un’espressione
d’interesse e di piacere.
Rudolph raccontò la storia con tutti i particolari, mentre il padre e
la madre interrompevano di quando in quando con qualche
osservazione.
Wick Cutter e la moglie avevano continuato a vivere nella casa
che Antonia e io conoscevamo così bene. Avevano vissuto fino a
tarda età. Lui era tutto rattrappito come una vecchia scimmia gialla,
perché barba e baffi non avevano mai cambiato colore. La Cutter era
sempre tutta arrossata e con gli stessi occhi pazzi di quando
l’avevamo conosciuta noi, ma col passare degli anni il tic nervoso
che le faceva muovere la testa divenne più sensibile, e annuiva
continuamente. Le mani le tremavano, tanto che ormai non poteva
più rovinare la porcellana coi suoi dipinti, povera donna!
Invecchiando la coppia era diventata sempre più litigiosa, soprattutto
riguardo alle disposizioni testamentarie per la loro “proprietà”. Nello
Stato era stata approvata una nuova legge che assicurava alla
moglie sopravvivente un terzo della proprietà del marito. Cutter era
tormentato dal timore che la moglie potesse sopravvivergli e che “i
suoi di lei”, ch’egli aveva sempre tanto odiato, potessero ereditare. I
loro litigi su questo argomento uscivano dalla cerchia dei folti cedri, e
chiunque ne avesse avuto voglia poteva fermarsi ad ascoltarli dalla
strada.
Una mattina, due anni prima, Cutter era entrato in un negozio e
aveva comprato una pistola dicendo che voleva ammazzare un cane
e, dal momento che c’era, anche un vecchio gatto (qui i ragazzi
interruppero il discorso di Rudolph con delle risatine soffocate).
Uscito dal negozio, Cutter sistemò un bersaglio lì vicino e si
esercitò per un’ora o quasi, poi andò a casa. Quella sera alle sei
parecchi uomini che passavano di lì rientrando a cena sentirono un
colpo di pistola. Si fermarono, e mentre si guardavano in volto
dubbiosi, un altro colpo partì fracassando una finestra del primo
piano. Si precipitarono in casa e trovarono Cutter su un divano in
camera da letto, con la gola squarciata e il sangue che colava su un
rotolo di lenzuola che s’era messo vicino alla testa.
«Entrate, signori» disse debolmente. «Sono vivo, vedete, e nelle
mie piene facoltà. Voi siete testimoni che sono sopravvissuto a mia
moglie; la troverete in camera sua, e vi prego di guardare tutto alla
svelta in modo che non ci possano essere errori».
Uno dei vicini telefonò al dottore, mentre gli altri entravano nella
stanza della Cutter. Era distesa sul letto, in camicia da notte e
vestaglia, e le era stato sparato un colpo al cuore. Il marito doveva
essere entrato mentre lei faceva il pisolino pomeridiano e le aveva
sparato tenendo la rivoltella vicino al seno. La camicia da notte era
bruciata dalla polvere.
I vicini atterriti tornarono di corsa da Cutter. Egli aprì gli occhi e
disse distintamente «La signora Cutter è morta e io sono
pienamente cosciente. I miei affari sono in ordine», poi si lasciò
andare e morì.
Sul suo tavolino il coroner trovò una lettera datata quel
pomeriggio alle cinque. Diceva che aveva ucciso la moglie e che
qualunque testamento essa avesse potuto fare in segreto non
valeva più dal momento che lui era ancora vivo. Aveva intenzione di
spararsi alle sei, e voleva – se ne avesse avuto la forza – sparare un
colpo alla finestra nella speranza che i passanti potessero venir
dentro e vederlo “prima che la vita fosse estinta”, come scrisse.
Quando la storia terminò, Antonia si rivolse a me. «Avresti mai
pensato che quell’uomo potesse avere un cuore così crudele?
Togliere a quella povera donna l’unica soddisfazione che avrebbe
potuto avere dal suo denaro dopo che lui era morto!».
«Avete mai sentito di qualcuno che si sia suicidato per dispetto,
signor Burden?» disse Rudolph.
Ammisi che non mi era mai capitato. Un avvocato ha infinite
occasioni di vedere sino a che punto possa giungere l’odio, ma nella
mia collezione di aneddoti legali non ne avevo nemmeno uno che
potesse stare alla pari con questo. Domandai a Rudolph a quanto
ammontava la sostanza e mi rispose che doveva essere un po’ più
di centomila dollari.
Cuzak mi diede una sbirciatina ammiccando e disse allegro:
«Certo il più se lo saranno preso gli avvocati!».
Centomila dollari! Così questa era la fortuna ch’era riuscito a
mettere insieme a forza di strozzar la gente, e per la quale infine lui
stesso era morto.
Dopo cena Cuzak e io facemmo una passeggiata nel frutteto e ci
sedemmo a fumare vicino al mulino. Mi raccontò la sua storia come
se ritenesse necessario ch’io la sapessi.
Suo padre era calzolaio e suo zio pellicciaio, e lui, come figlio più
giovane, era andato a fare l’apprendista dallo zio. A lavorare per i
parenti non s’arriva mai molto lontano, disse, e così quando divenne
più grande andò a Vienna a lavorare in un negozio di pellicce e
guadagnava bene. Ma a Vienna un giovanotto cui piaccia divertirsi
non riesce a risparmiare nulla. C’erano troppi modi piacevoli di
spendere di notte quello che si guadagnava di giorno. Dopo tre anni
se ne venne a New York, ma gli diedero dei cattivi consigli e lui andò
a lavorare in una pellicceria durante uno sciopero quando offrivano
salari molto alti. Gli scioperanti vinsero e lui fu messo sulla lista nera.
Aveva un centinaio di dollari in tasca e decise di andare in Florida a
coltivare aranci. Gli era sempre piaciuta quell’idea. Ma il secondo
anno una forte gelata gli uccise tutte le pianticelle giovani e lui si
prese la malaria. Allora andò nel Nebraska per trovare suo cugino
Anton Jelinek e rimboccarsi le maniche. Qui conobbe Antonia, ed
era proprio il tipo di ragazza che lui aveva sempre cercato. Si
sposarono subito, anche se dovette chiedere al cugino i soldi per
comprare l’anello nuziale.
«È stato un lavoro duro dissodare questa terra e ottenerne il
primo raccolto» disse spingendo un po’ indietro il cappello e
grattandosi la testa brizzolata. «A volte non ne potevo più di questo
posto e volevo andarmene, ma mia moglie diceva sempre che
bisognava resistere. I bambini poi venivano piuttosto alla svelta e
sarebbe stato difficile muoversi anche se uno avesse voluto. E lei
aveva ragione. Oggi la terra è nostra. L’ho pagata ottanta dollari
all’ettaro, e oggi me ne offrono quattrocento. Dieci anni fa ne
abbiamo comperato un altro pezzo e anche quello è quasi del tutto
pagato. Abbiamo figli in abbondanza e possiamo lavorare una
quantità di terra. Sì, Antonia è una buona moglie per un uomo
povero. E poi, non è neanche brontolona con me. Qualche volta in
città mi capita di bere un bicchiere di birra di troppo, e quando vengo
a casa lei non dice mai niente e non fa domande. Siamo sempre
andati d’accordo, lei e io, sin dal primo giorno. E neanche i bambini
hanno mai messo discordia tra noi come succede a tanti». Accese
un’altra volta la pipa e aspirò soddisfatto.
Trovavo Cuzak veramente simpatico. Mi fece una quantità di
domande sul mio viaggio in Boemia, su Vienna, sulla Ringstrasse e
sui teatri.
«Dio buono! Vorrei tornarci quando i ragazzi saranno abbastanza
grandi per dirigere la fattoria. Qualche volta, quando leggo i giornali
di là, mi vien quasi voglia di scappare» confessò con un breve
risolino. «Non avevo mai pensato che mi sarei potuto sistemare qui
definitivamente».
Egli era ancora – come diceva Antonia – un uomo di città. Gli
piacevano i teatri, le strade illuminate, la musica, e giocare a domino
la sera dopo una giornata di lavoro. Il suo amore per la compagnia
era più forte del suo istinto della proprietà. Gli piaceva vivere giorno
per giorno e notte per notte, essere un uomo qualunque della folla.
Eppure la moglie era riuscita a tenerlo lì alla fattoria in uno dei più
solitari posti del mondo.
Mi pareva di vederlo, quell’ometto seduto ogni sera vicino al
mulino, fare la sua pipatina ascoltando il silenzio: il soffio della
pompa, il grugnito dei maiali, e ogni tanto lo starnazzare delle galline
disturbate da qualche topo. Mi pareva quasi che Cuzak fosse stato
lo strumento della missione speciale di Antonia. Era bella quella vita,
ma non il tipo di vita ch’egli desiderava. “Chissà” pensavo “se la vita
che va bene per uno potrebbe andare a genio anche per un altro”.
Domandai a Cuzak se non era difficile per lui dover fare a meno
delle gaie compagnie a cui era abituato. Scosse la pipa contro un
pilastro, sospirò e se la mise in tasca.
«All’inizio mi sembrava quasi di impazzire per la malinconia»
disse francamente «ma mia moglie ha un cuore così generoso. Ha
sempre cercato di rendermi le cose facili e sopportabili. E adesso
non è più così faticoso come prima, e già posso cominciare a
divertirmi coi miei ragazzi».
Tornando verso casa, Cuzak si cacciò il cappello gaiamente su un
orecchio e guardò la luna. «Dio!» disse con voce un po’ soffocata,
come se si fosse appena svegliato. «Non mi pare possibile che
siano già ventisei anni che manco da là».
III

Il giorno seguente, dopo mangiato, salutai e partii per Hastings per


andare a prendere il treno di Black Hawk. Prima che me ne andassi,
Antonia e i suoi bimbi si riunirono intorno al mio buggy, e anche i
piccini mi guardavano con espressione amichevole. Leo e Ambrosh
corsero avanti ad aprire il cancello. Quando giunsi in fondo alla
discesa, mi voltai. Il gruppetto era ancora là vicino al mulino e
Antonia sventolava il grembiule.
Al cancello Ambrosh si trattenne un momento vicino a me
appoggiando il braccio alla ruota della carrozza. Leo scivolò
attraverso lo steccato e corse via nei prati.
«Lui è fatto così» disse Ambrosh scrollando le spalle. «È un
ragazzo un po’ strambo. Forse gli dispiace che ve ne andiate o forse
è geloso. È geloso di tutti quelli di cui vede che la mamma si occupa,
persino del prete».
Mi dispiaceva infinitamente lasciare quel ragazzo dalla voce così
piacevole, la testa intelligente e gli occhi così belli! In piedi vicino a
me, col capo scoperto e il vento che gli gonfiava la camicia nel collo
e nella schiena, dava un’impressione di magnifica virilità.
«Non dimenticare che tu e Rudolph dovete venire a caccia con
me sul Niobrara l’estate prossima» dissi. «Vostro padre ha
acconsentito a lasciarvi venire dopo la mietitura».
Sorrise. «Non credo di potermelo dimenticare! Non mi è mai stata
offerta un’occasione così bella! Non so perché siete tanto gentile con
noi ragazzi».
«Sì che lo sai!» risposi raccogliendo le redini.
Non mi rispose, ma mentre me ne andavo mi sorrise con piacere
e affetto.

La mia giornata a Black Hawk fu una delusione. La maggior parte


dei miei vecchi amici erano morti o se n’erano andati. Bimbi
sconosciuti, che non significavano nulla per me, giocavano nel
giardino degli Harling. Il frassino era stato tagliato e dell’alto pioppo
di guardia al cancello non rimaneva che una radice sporgente.
Passai davanti alla casa quasi di corsa. Trascorsi il resto del mattino
all’ombra di un pioppo nel cortile dietro la birreria con Anton Jelinek.
Durante il pranzo all’albergo, incontrai uno dei vecchi avvocati che
ancora esercitava la professione, che mi portò nel suo ufficio e mi
parlò del caso Cutter. Dopo, non sapevo proprio come far passare il
tempo fino all’ora del treno.
Mi avviai per una lunga passeggiata verso il nord della città, dove
la terra incolta dei prati non era mai stata arata e la dura erba rossa
dei primi tempi cresceva ancora dappertutto nei fossati e sulle
collinette. Là mi sentii di nuovo a casa. Sul mio capo il cielo aveva
l’indescrivibile azzurro autunnale: brillante senza ombre, duro come
lo smalto. A sud si scorgevano le brune scarpate del fiume che una
volta mi parevano così grandi, e tutt’attorno la distesa dei campi di
granturco aveva quel colore d’oro pallido che ricordavo così bene. Il
vento che soffiava dalla campagna ammucchiava i fiori di cardo
lungo il fil di ferro come barricate. Lungo i sentieri il goldenrod12
sfumava in un grigio vellutato venato d’oro. Ero sfuggito a quello
strano senso di depressione che stagna sulle cittadine di provincia, e
la mia mente era piena di cose piacevoli: viaggi che intendevo fare
coi ragazzi Cuzak alle Bad Lands o su alla Stinking Water. C’erano
tanti ragazzi Cuzak da poter giocare con loro per chissà quanto
tempo! E quando i ragazzi fossero cresciuti, ci sarebbe sempre stato
Cuzak. Avevo proprio intenzione d’andarmene a spasso con lui per
le strade illuminate di una città.
Vagando pei prati incolti, capitai su un tratto della vecchia strada
che da Black Hawk portava alla campagna: alla fattoria del nonno,
poi dagli Shimeda, poi alla colonia norvegese. Era scomparsa
dappertutto quando erano state costruite le grandi carrozzabili: quel
tratto di circa un chilometro nel prato era tutto quanto restava della
vecchia strada che una volta correva selvaggia attraverso la prateria,
quasi balzando sulle alture, girando e contorcendosi come un
coniglio selvatico inseguito dai cani.
In piano, i solchi delle carraie erano quasi scomparsi, non erano
più che un’ombra nell’erba, e un forestiero non li avrebbe notati. Ma
dove la strada si avvallava, era facile riconoscerli. La pioggia aveva
scavato nei solchi dei canali così profondi che l’erba non aveva più
potuto cicatrizzarsi. Nelle salite dove i cavalli tendevano i muscoli
sotto la pelle liscia nello sforzo di trascinare i carri, parevano ferite
inferte da artigli grigiastri. Mi sedetti a guardare i pagliai, che nel sole
calante prendevano una sfumatura rosata.
Questa era la strada che Antonia e io avevamo percorso nella
notte in cui eravamo scesi dal treno a Black Hawk, stesi nella paglia,
bimbi meravigliati trasportati chissà dove. Non avevo che da
chiudere gli occhi per risentire il rotolio dei carri nell’oscurità e per
essere nuovamente sopraffatto da quel senso di mistero che toglieva
il ricordo di ogni cosa. Le sensazioni di quella notte mi erano così
vicine che mi pareva di poterle toccare con la mano. Provavo la
sensazione di aver finalmente trovato me stesso e di avere scoperto
in quale piccolo cerchio possa essere racchiusa l’esperienza
dell’uomo. Per Antonia e per me questa era stata la strada del
Destino; ci aveva portato verso ciò che la fortuna aveva già stabilito
per noi. Ora capivo che quella stessa strada ci avrebbe riunito.
Qualunque cosa ci fosse venuta a mancare, noi avremmo condiviso
quel prezioso, incomunicabile passato.
Note

1. Jesse W. James (1847-82) fu un bandito del Missouri,


svaligiatore di banche e di treni.
2. Tipo di roditore comune nel Nord-America.
3. Ice e eyes hanno all’incirca lo stesso suono in inglese.
4. Roditori appartenenti alla famiglia delle marmotte.
5. Una specie particolare di gufo che si trova nel Nord-America.
6. L’osso del petto di gallina è considerato un talismano in
America.
7. Commedia di Shakespeare.
8. Carrozza a quattro ruote.
9. A opera di Benjamin Franklin.
10. Parecchie farmacie in America hanno annesso un bar.
11. Dolcetti di pane dolce e frutta.
12. Varietà di arbusti caratteristica del Nebraska.
Indice
LA MIA ANTONIA (Frontespizio)
Introduzione
La mia Antonia
LIBRO I - Gli Shimeda
I
II
III
IV
V
VI
VII
VIII
IX
X
XI
XII
XIII
XIV
XV
XVI
XVII
XVIII
XIX
LIBRO II - Le servette
I
II
III
IV
V
VI
VII
VIII
IX
X
XI
XII
XIII
XIV
XV
LIBRO III - Lena Lingard
I
II
III
IV
LIBRO IV - La storia della pioniera
I
II
III
IV
LIBRO V - I figli di Cuzak
I
II
III
Note
Indice