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Relazione sui personaggi storici

Accanto ai due personaggi si muovono, vivono e si battono molti altri personaggi umili,
superbi, poveri e ricchi. Alcuni sono stati creati dall’invenzione di Manzoni; altri come
vedremo sono storicamente esistiti. Tutti i personaggi però sono funzionali a rappresentare
un’epoca storica e a caratterizzare i conflitti e le tensioni dell’animo umano. I personaggi del
romanzo sono:

STORICI

L’Innominato; uomo malvagio e misterioso, simboleggia il pentimento e la conversione:


valori base del cristianesimo.
La monaca di Monza; è una donna psicologicamente instabile, frustrata e indecisa. E’ un
personaggio autoritario ed enigmatico.
Fra Cristoforo; padre cappuccino con una somma spiritualità religiosa; simboleggia il
cristianesimo, capace di prendere posizione in difesa dei due poveri innamorati.
Bravi; uomini dal numero indefinito che si trovano sotto il comando di Don Rodrigo,
utilizzano loschi mezzi per raggiungere determinati scopi;
Antonio Ferrer; è il gran cancelliere spagnolo presente nella vicenda;
Cardinal Federigo Borromeo; personaggio famoso per la sua bontà d’animo e per carità
cristiana.

NON STORICI

Lucia Mondella: Uno dei due protagonisti del romanzo, donna decisa che simboleggia
l’innocenza;
Renzo Tramaglino: protagonista della vicenda, simboleggia gli ingenui volenterosi ma
pronti a ribellarsi di fronte alle ingiustizie ricevute;
Don Abbondio: E’ presentato come un uomo meschino e codardo, è il sacerdote che
dovrebbe sposare i due giovani;
Don Ferrante: aiutante della protagonista era un uomo acculturato che simboleggia
l’ottusa cultura accademica;
Donna Prassede: aiutante ambigua della protagonista, moglie di Don Ferrante
simboleggia il bigottismo.
Conte Attilio: aiutante di Don Rodrigo di cui è il cugino: ha un carattere molto semplice.
Tonio e Gervasio: Sono amici di Renzo nonché due testimoni del matrimonio a sorpresa.
Perpetua: E’ la domestica di Don Abbondio, animo buono che simboleggia la sincerità;
Don Rodrigo: E’ l’antagonista della vicenda, simboleggia i prepotenti;
Agnese: madre di Lucia, molto sicura di sé, simboleggia i valori materni in quanto dona
preziosi consigli alla figlia;
L’avvocato Azzecca-Garbugli: E’ un avvocato trasandato, aiuta l’antagonista e
simboleggia la manipolazione della legge a difesa dei privilegi.
Griso: aiutante di Don Rodrigo, simboleggia la violenza gratuita;
Egidio: giardiniere che ha una relazione amorosa con Gertrude.

L’Innominato
«…un terribile uomo. Di costui non possiam dire né il nome, né il cognome, né un titolo, e
nemmeno una congettura sopra nulla di tutto ciò. […] un tale che, essendo de’ primi tra i
grandi della città, aveva stabilita la sua
dimora in una campagna, situata sul confine;
e lì, assicurandosi a forza di delitti, teneva
per niente i giudizi, i giudici, ogni
magistratura, la sovranità; menava una vita
affatto indipendente; ricettatore di forusciti,
foruscito un tempo anche lui; poi tornato,
come se niente fosse […]. Fare ciò ch’era
vietato dalle leggi, o impedito da una forza
qualunque; esser arbitro, padrone negli
affari altrui, senz’altro interesse che il gusto
di comandare; esser temuto da tutti, aver la
mano da coloro ch’eran soliti averla dagli
altri; tali erano state in ogni tempo le
Illustrazione realizzata da Francesco Goni passioni principali di costui…».
(1808-1889).
Figura storicamente esistita tra il
millecinquecento e il milleseicento, ma rielaborata artisticamente da Manzoni, Francesco
Bernardino Visconti, l’Innominato era una delle figure psicologicamente più complesse e
interessanti del romanzo. Era un tale che pur essendo tra i grandi della città, aveva casa in
campagna nel comune di Vercurago in località Somasca, indipendente ma amava essere
partecipe degli affari altrui ed essere temuto. Nella sua posizione da “ribelle” conservava
qualcosa di maestoso riuscendo a guadagnarsi così una sua libertà; libero da vincoli,
difendeva con coraggio estremo e con polso anche le cause ingiuste che gli venivano
proposte. Amava razziare nelle campagne cremasche per poi rifugiarsi nelle terre del
Milanese. La sua figura malvagia incuteva rispetto più che ripugnanza, tanto che induceva la
folla a fargli spazio al suo passaggio. Il dramma dell’Innominato si svolge nell’interno del suo
spirito ed è seguito con particolare attenzione dall’autore; questa crisi interiore portò a una
trasformazione radicale e integrale del personaggio: egli divenne pienamente un individuo.
Quando egli fa la sua entrata nel romanzo, la sua crisi è già in corso, e appare ancora in
forma incosciente che da tempo gli sente per la sua vita, piena soltanto delle molte
scelleratezze compiute, ma il pensiero dell’aldilà più le parole di Lucia determinano la sua
risoluzione. Non a caso lo stesso giorno dell’accaduto arrivò nel suo paese il cardinale
Federigo Borromeo, anch’egli personaggio storico, che avendo una grandissima bontà
poteva redimere l’Innominato. Dopo la sua conversazione colse ogni occasione per far del
bene in maniera proporzionata al male che fece.

La monaca di Monza
«Il suo aspetto, che poteva dimostrar venticinque anni, faceva a prima vista
un’impressione di bellezza, ma d’una bellezza sbattuta, sfiorita e, direi quasi, scomposta.
Un velo nero, sospeso e stirato orizzontalmente sulla testa, cadeva dalle due parti,
discosto alquanto dal viso; sotto il velo, una bianchissima benda di lino cingeva, fino al
mezzo, una fronte di diversa, ma non d’inferiore bianchezza; una altra benda a pieghe
circondava il viso, e terminava sotto il mento in un soggolo, che si stendeva alquanto sul
petto, a coprire lo scollo d’un nero saio. Ma quella fronte si raggrinzava spesso, come per
una contrazione dolorosa; e allora due sopraccigli neri si ravvicinavano, con un rapido
movimento. Due occhi, neri anch’essi, si fissavano talora in viso alle persone, con
un’investigazione superba; talora si chinavano in fretta, come per cercare un nascondiglio;
[…]. Le gote pallidissime scendevano con un contorno delicato e grazioso, ma alterato e
reso mancante da una lenta estenuazione. Le labbra, quantunque appena tinte d’un rosso
sbiadito, pure, spiccavano in quel pallore; i loro moti erano, come quelli degli occhi,
subitanei, vivi, pieni d’espressione e di mistero. La grandezza ben formata della persona
scompariva in un certo abbandono del portamento, o compariva sfigurata in certe mosse
repentine, irregolari e troppo risolute per una donna nonché per una monaca. Nel vestire
stesso c’era qua e là qualcosa di studiato e di negletto che annunziava una monaca
singolare: la vita era attillata con una certa cura secolaresca, e dalla benda usciva sur una
tempia una ciocchettina di neri capelli; cosa che dimostrava dimenticanza o disprezzo della
regola.»

Marianna de Leyva, in religione suor Maria Virginia, meglio nota come la Monaca di Monza o
la Signora è stata una religiosa italiana. Fu la protagonista di un celebre scandalo che
sconvolse Monza all'inizio del XVII secolo. La sua fama attuale si deve soprattutto al romanzo
I promessi sposi, nel quale Alessandro Manzoni si ispirò alla sua vicenda cambiando la
composizione della famiglia, la cronologia, particolari delle vicende biografiche e il nome in
Gertrude. Ne "I promessi sposi" Manzoni riprende la figura della "monaca di Monza",
tuttavia cambia i nomi ai personaggi e oltre a cambiarne alcuni dei particolari, ne trasporta la
vicenda in avanti nel tempo di alcuni anni (l'azione del
romanzo si svolge tra il 1628 e il 1630, oltre vent'anni
dopo i fatti reali) Marianna de Leyva era figlia di
Martino de Leyva e di Virginia Maria Marino. Virginia
Maria Marino, vedova dal 1573 del conte Ercole Pio di
Savoia neanche un anno dopo aver dato alla luce la
figlia Marianna, Virginia morì di peste nel 1576 .Da
qui nacquero una serie di controversie legali per
espropriare la piccola Marianna dall'eredità materna
e anche per questo ella fu indotta a entrare nel
convento di Santa Margherita in Monza. Martino de
Leyva si risposò a Valencia in Spagna nel 1588
facendosi là una nuova famiglia e dimenticandosi del
tutto della figlia Marianna a Monza. Marianna assume
per ovvi motivi il nome della madre per far parte della
vita monastica. A sedici anni, Marianna si fece suora,
Ritratto della monaca di Monza
probabilmente spinta o costretta dal padre. Assunse il realizzato da Giuseppe Molteni
nome di suor Virginia ed entrò nel convento monzese attraverso la tecnica dell’olio su tela.
di Santa Margherita, che oggi non esiste più. Dopo
alcuni anni ella ebbe una relazione con il nobile monzese Giovan Paolo Osio. Dalla relazione
nacque una figlia, la cui parentela con la signora di Monza fu ufficialmente tenuta nascosta.
Nel 1606, una ragazza minacciò di rendere pubblica la relazione: Osio la uccise e la seppellì
presso il convento, quindi tentò di eliminare altre due suore, Ottavia e Benedetta, che erano
state accusate per complicità, per assicurarsi che non parlassero. Quest'ultima però
sopravvisse, denunciò tutto alle autorità e lo scandalo esplose. Suor Virginia, fu arrestata il
15 novembre 1607 a Monza. Gian Paolo Osio invece, si rifugiò a Milano, ma fu tradito dai
suoi stessi amici Taverna che lo uccisero. Il 15 novembre del 1607, dopo l'arresto a Monza,
Suor Virginia de Leyva venne trasferita a Milano nel monastero delle Benedettine di
Sant'Ulderico. Il processo a suo carico si concluse con la condanna alla reclusione a vita in
una cella murata. Ella così per ordine del cardinale Federico Borromeo fu trasferita in ritiro a
Milano. Nel 1622 avvenne la sua liberazione per volere del cardinale Borromeo. Dopo quasi
quattordici anni trascorsi in una piccola cella, murata la porta e la finestra, suor Virginia fu
esaminata e perdonata da Borromeo, ma ella volle rimanere nello stesso malfamato ritiro,
dove visse per altri ventotto anni fino alla morte.

Fra Cristoforo
« Il padre Cristoforo da *** era un uomo più vicino ai sessanta che ai cinquant'anni. Il suo
capo raso, salvo la piccola corona di capelli, che vi girava intorno, secondo il rito
cappuccinesco, s'alzava di tempo in tempo, con un movimento che lasciava trasparire un
non so che d'altero e d'inquieto; e subito s'abbassava, per riflessione d'umiltà. La barba
bianca e lunga, che gli copriva le guance e il mento, faceva ancor più risaltare le forme
rilevate della parte superiore del volto, alle quali
un'astinenza, già da gran pezzo abituale, aveva
assai più aggiunto di gravità che tolto
d'espressione. Due occhi incavati eran per lo più
chinati a terra, ma talvolta sfolgoravano, con
vivacità repentina; come due cavalli bizzarri,
condotti a mano da un cocchiere, col quale
sanno, per esperienza, che non si può vincerla,
pure fanno, di tempo in tempo, qualche
sgambetto, che scontan subito, con una buona
tirata di morso.
Il padre Cristoforo non era sempre stato così, né
Illustrazione realizzata da Francesco sempre era stato Cristoforo: il suo nome di
Gonin (1808-1889).
battesimo era Lodovico. Era figliuolo d'un
mercante di *** (questi asterischi vengon tutti dalla circospezione del mio anonimo) che,
ne' suoi ultim'anni, trovandosi assai fornito di beni, e con quell'unico figliuolo, aveva
rinunziato al traffico, e s'era dato a viver da signore. [...] Andava un giorno per una strada
della sua città, seguito da due bravi, e accompagnato da un tal Cristoforo, altre volte
giovine di bottega e, dopo chiusa questa, diventato maestro di casa. [...] Vide Lodovico
spuntar da lontano un signor tale, arrogante e soverchiatore di professione, col quale non
aveva mai parlato in vita sua, ma che gli era cordiale nemico, e al quale rendeva, pur di
cuore, il contraccambio: giacché è uno de' vantaggi di questo mondo, quello di poter
odiare ed esser odiati, senza conoscersi. »

Fra Cristoforo è un personaggio del romanzo storico I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.
Nella storia prende importanti decisioni, quali la fuga dei protagonisti Renzo e Lucia dal
territorio di Lecco.
Figlio di un commerciante, prima di ricevere la vocazione e diventare frate cappuccino, si
chiamava Lodovico. Grazie alla fortuna paterna cercava di introdursi negli ambienti della
nobiltà ma rifiutato da questa come irrimediabilmente inferiore per nascita, si immedesima
nel ruolo di paladino dei più poveri. Dopo essersi scontrato con un nobile e averlo ucciso in
un duello in cui perde la vita anche Cristoforo, servitore cinquantenne molto amato da
Lodovico, deve rifugiarsi in un convento di Cappuccini. Le due tragiche morti (il nobile
arrogante si pente e perdona Lodovico tramite il cappuccino accorso ad assisterlo) avviano
alla fine un processo già iniziato di conversione e decidono il giovane al cambiamento di vita
cui aveva già altre volte pensato. Chiede quindi di essere accolto come postulante al
convento stesso dove si è rifugiato. La sua decisione permette ai Cappuccini di evitare il
prevedibile imbarazzo di difendere il diritto di asilo di un nemico di una potente famiglia, e
alla famiglia dell'ucciso l'imbarazzo di scontrarsi con la Chiesa per ottenere vendetta. Nella
soddisfazione generale Lodovico viene quindi rivestito del saio. Memore del suo vecchio e
amato servitore, come nome religioso Lodovico sceglierà il nome di Cristoforo.

Antonio Ferrer
« "Viva Ferrer! non abbia paura. Lei è un galantuomo. Pane, pane!" "Si, pane, pane"
rispondeva Ferrer: "abbondanza; lo prometto io" e metteva la mano sul petto."Un po di
luogo" aggiungeva subito: "vengo per condurlo
in prigione, per dargli il giusto castigo che si
merita: e soggiungeva sottovoce "si es
culpable". Chinandosi poi innanzi verso il
cocchiere, gli diceva in fretta: "adelante, Pedro,
si puedes". »

Antonio Ferrer è un personaggio descritto nel


romanzo I Promessi Sposi di Alessandro
Manzoni. Ferrer ha funzione di gran cancelliere
spagnolo a Milano dove prende le veci di Don
Gonzalo impegnato nella battaglia di
Fotografia di Massimo Cimaglia che interpreta
Monferrato; egli aveva fissato un "prezzo Antonio Ferrer ne "I Promessi Sposi - Opera
politico" per l'acquisto del pane, che non era Moderna".
stato rispettato perché troppo esiguo, ed era
diventato pertanto causa della carestia e dei tumulti che ne seguiranno. Personaggio
secondario, non viene analizzato nella sua storia interna ma il suo temperamento lo si coglie
attraverso l'episodio del suo percorso in carrozza per andare in salvataggio del vicario che
sta per essere vittima del popolo inferocito. Egli riesce a portare una certa calma e a far
cadere l'attenzione del popolo su di sé con furbizia e diplomazia.

Renzo lo incontra a Milano e ne rimane attirato positivamente, anche perché egli ne aveva
già letto il nome messo in calce a una "grida" che aveva visto nello studio del dottor Azzecca-
garbugli. "È quel Ferrer che aiuta a fare le gride?" domandò un uomo vicino il nostro Renzo,
che si rammentò del vidit Ferrer che il dottor Azzecca-garbugli gli aveva gridato all'orecchio...
" "Già: il gran cancelliere" gli fu risposto. "È un galantuomo, ne vero?" "Eccome se è un
galantuomo! è quello che aveva messo il pane a buon mercato; e gli altri non hanno voluto...
" Non fa bisogno di dire che Renzo fu subito a favore per Ferrer.

I bravi
I bravi alle dipendenze di Don Rodrigo sono vari,
fatta eccezione per Nibbio il quale lavorava per
l'Innominato. Il Biondino e Carlotto sono semplici
servitori piuttosto che uomini in armi.

I. Biondino; il quale compare nel XXXIII


capitolo, quando Don Rodrigo si pente sul punto di
0morte e ammette di essere un assassino.

"Biondino! Carlotto! Aiuto! Son assassinato" grida


Don Rodrigo; caccia una mano sotto il
capezzale...".

II. Carlotto; citato nel capitolo XXXIII senza avere


Illustrazione dei bravi che attendono
una descrizione fisica.
Don Abbondio creato da Francesco
"Carlotto! Aiuto! Son assassinato" grida Don
Gonin (1808-1889).
Rodrigo; caccia una mano sotto il capezzale...".

III. Grignapoco; anche esso al servizio di Don Rodrigo, proviene da Bergamo è


chiamato così poiché nel dialetto del suo contado grignar voleva dire ridere; quindi a
quanto pare era un personaggio che rideva poco. Per ingannare Agnese e svariare le
indagini, gli è proibito di parlare dialetto durante il rapimento di Lucia.

IV. Griso; capo dei bravi di Don Rodrigo, dal quale ha piena fiducia, compie numerosi
crimini e malefatte. Nonostante godesse di una profonda stima da parte del padrone, lo
tradisce nel momento in cui viene colpito dalla peste, e chiama i monatti affinché lo
portino al lazaretto; dopo di che lo deruba e fugge. Ma lo tradisce l'imprudenza di
toccare i vestiti del padrone, ed è quindi destinato a morire e, per ironia della sorte,
prima del suo capo.

V. Nibbio; il quale è sotto le dipendenze dell’Innominato, sembra essere il più fidato.


Nel romanzo compare poche volte, ma la più importante è nell'occasione del rapimento
di Lucia, dove appare turbato da quest'ultima.
VI. Sfregiato; forse uno dei migliori bravi di Don Rodrigo, viene nominato nel capitolo
XI, privo di una descrizione fisica.

Federigo Borromeo
«…Federigo Borromeo, nato nel 1564, fu degli uomini rari in qualunque tempo, che
abbiano impiegato un ingegno egregio, tutti i mezzi di una grand’opulenza, tutti i vantaggi
di una condizione privilegiata, un intento continuo, nella
ricerca e nell’esercizio del meglio. La sua vita è come un
ruscello, che, scaturito limpido dalla roccia, senza
ristagnare, né intorbidirsi mai, va limpido a gettarsi nel
fiume…»

Federigo Borromeo, cresciuto senza il padre, studiò a


Milano, sotto la direzione del cugino Carlo Borromeo e si
laureò a Pavia, in teologia e diritto; dopo di che si trasferì
a Bologna, dove studiò matematica e filosofia. Nel
millecinquecento, a Roma prese gli ordini minori cinque
anni dopo proseguì negli studi classici. Aderì alla
compagnia di Gesù, suo cugino Cardinale discusse tale
intento e nel millecinque centottanta ebbe inizio la
propria carriera ecclesiastica. Nominato cardinale da
papa Sisto V ottenne la propria cardinalizia con il titolo di
Ritratto di Federigo Borromeo diaconale di Santa Maria in Domenica. Nel
realizzato da Giulio Cesare millecinquecento novantuno partecipò all’elezione di
Procaccini. “Innocenzo IX” e l’anno successivo a quella di “Clemente
VIII”. Nel millecinquecento novantatré prese gli ordini
sacri venendo consacrato il diciassette settembre millecinquecento novantatré. Successe
l’arcivescovo Visconte di Milano dopo la sua morte e nel millesei centonove fondò la
biblioteca ambrosiana, infine morì a Milano il ventuno settembre milleseicento trentuno.

Nel romanzo manzoniano si contraddistingue per la grande conoscenza teologica. Egli aiuta i
protagonisti ed è dipinto come un vero santo pio e umile. Il cardinale è l’aiutante che
permette la realizzazione della purificazione dell’Innominato.

Fonti:

Wikipedia; Albruno; Sapere.it; Enciclopedia “Le Garzantine”.