Sei sulla pagina 1di 2

Filosofia del rotto

Alfred Sohn-Rethel

I napoletani e la tecnica
I dispositivi tecnici a Napoli sono essenzialmente rotti: solo eccezionalmente e in virtù di un caso
straordinario ce ne sono anche di funzionanti. Col tempo si ha l’impressione che tutto viene
prodotto già rotto in anticipo.
Qui non parliamo dei battenti delle porte, che a Napoli sono annoverati tra gli esseri mitologici e
vengono applicati alle porte solo come effigi simboliche [ciò è connesso col fatto che lì in genere le
porte ci sono unicamente per restare aperte e se talvolta una corrente d’aria le fa sbattere, con
terribili stridori e con il tremito di tutto il corpo, vengono subito riaperte: Napoli a porte chiuse
sarebbe come Berlino senza tetti sulle case] ma dei veri e propri macchinari e apparati tecnologici.
E non tanto del fatto che essi, in quanto si rompono, talvolta non funzionano, ma per il napoletano il
funzionamento comincia proprio e soltanto quando qualcosa si rompe.
Il napoletano va per mare con un motoscafo sul quale a mala pena oseremmo metter piede, anche
con un vento impetuoso. Il motoscafo non va mai come dovrebbe andare, ma procede alla meno
peggio. Con imperturbabile consapevolezza, egli lo porta a tre metri dagli scogli, verso i quali una
turbolenta risacca minaccia di schiantarlo, pronto, ad esempio a scaricare il serbatoio di benzina
danneggiato, nel quale è penetrata l’acqua, e a riempirlo di nuovo senza mai spegnere il motore. Se
necessario, prepara contemporaneamente la macchinetta del caffè per i suoi ospiti di bordo. Oppure
gli riesce persino, con insuperabile maestria, di rimettere in funzione la sua auto difettosa con
l’originale applicazione di un pezzetto di legno trovato casualmente per strada; e tuttavia solo fino a
quando – sicuramente molto presto – si romperà di nuovo. Le riparazioni definitive sono per lui un
misfatto; in quel caso, volentieri rinuncerebbe del tutto all’automobile.
In proposito non bada a nient’altro. Guarderebbe stupefatto qualcuno che volesse dirgli che questo
non è il modo di adoperare un motore o in generale uno strumentario tecnico. Lo contraddirebbe
energicamente: per lui l’essenza della tecnica sta nella messa in funzione del rotto. Nel trattamento
dei macchinari difettosi è assolutamente sovrano e va ben al di là di ogni tecnica. Per la sua abilità
di bricolage e per la prontezza di spirito con la quale egli spesso dinanzi a un pericolo riesce, con
irrisoria semplicità, a ricavare da un difetto un salvifico vantaggio, egli ha più di qualche tratto in
comune con l’americano. Ma in lui c’è la suprema ricchezza inventiva del bambino e tutto gli
riesce, come al bambino. Come ai bambini, la ruota della fortuna gira volentieri a suo favore.
Ciò che invece è intatto, ciò che, per così dire, va da sé, è per lui inquietante e sospetto, proprio
perché, in quanto va da sé, non si può davvero mai sapere come e dove andrà. Infatti, se la cosa, sia
pure approssimativamente, dà prova di funzionare come si pensava, egli cade in un’estasi per lo più
accordata in chiave patriottica – “Evviva l’Italia!!” – ed è facilmente disposto a vedere sé stesso e il
suo Paese già al vertice della civilizzazione dei popoli. Ma di certo non è mai tanto in confusione
come quando, anche per il treno da Castellammare a Napoli, che nel corso del suo mezzo secolo è
diventato sempre più logoro, fino all’ultimo minuto non si riesce a sapere dove arriverà.
Questa almeno è la filosofia del capostazione, che mi fu enunciata in risposta a una mia richiesta.
Non si può far nulla, dal momento che ciò che è intatto funziona da sé, senza un particolare
intervento, force majeure, e le vie del Signore sono imperscrutabili. All’incantesimo si oppone
come rimedio il fatto che la cosa, in ogni caso, si rompe. Dove la si può ancora riparare, lo si fa
prontamente e persino più frequentemente di quanto un uomo prudente crederebbe necessario.
Certo, questo può dipendere dal clima, comunque non fa alcun danno, poiché infatti si deve solo
pensare a rimettere in funzione la cosa.
Pericolosi potrebbero diventare invece gli elementi che, come l’elettricità, non possono
propriamente rompersi, e per i quali non si può accertare senza riserve se essi appartengano
realmente a questo mondo. Per questo, tuttavia, Napoli ha approntato il suo luogo. Questi
misteriosi, spirituali elementi scorrono senza impedimenti insieme alla gloria delle potenze
religiose, e l’illuminazione festiva nell’immagine sacra dei napoletani è gemellata con la corona
radiosa della Madonna che affascina le anime devote. Al contrario, non c’è niente di più
gravemente censurabile dell’illuminazione profana, intesa come utilizzazione pratica dell’elettricità
a Napoli.
Un compianto assolutamente cosmico stringe il cuore al cospetto delle miserevoli lampadine che
con mortale afflizione ciondolano malinconicamente agli angoli delle strade, con disperata
perseveranza, schernite e disprezzate da tutti. E resta poi da chiarire l’inesorabile legge in forza
della quale ogni due giorni nei tram va via la corrente; “la corrente non c’è” – ecco la semplice
formula per questa congiuntura celeste. È possibile che forse il telefono sia effettivamente
funzionante, se soltanto i numeri andassero per le proprie vie e il pubblico registro o gli uffici
informazioni non fossero partecipi del mistero di questi numeri. Eppure, comunque vadano le cose
nel dettaglio, tutto a Napoli non appartiene più all’ambito della mera tecnica.
La tecnica comincia piuttosto soltanto dove l’uomo oppone il suo veto contro il chiuso ed ostile
automatismo dei macchinari e lo fa rimbalzare nel suo mondo. In questo egli si dimostra veramente
di gran lunga superiore alla legge della tecnica. Infatti si appropria della conduzione delle macchine
non tanto perché ne apprende il dispositivo di manovra, quanto perché scopre in esso il suo proprio
corpo. Dapprima distrugge la magia, ostile all’umano, dell’intatto funzionamento meccanico, e solo
così si installa poi, una volta smascheratane la mostruosità, nella sua anima semplice, e gode per
averne effettivamente incorporato il possesso nell’illimitato dominio di un’esistenza utopicamente
onnipotente.
Poiché non si affida più all’arroganza tecnica del suo servile strumento, penetra con sguardo
incorruttibile nell’ingannevole parvenza del suo puro fenomeno; un pezzetto di legno o uno straccio
funziona altrettanto bene. Certamente però deve conservare ad ogni momento la potenza di ciò che
ha vittoriosamente incorporato. Con angosciante verve va a caccia d’avventura, infischiandosene di
tutto, ed anzi se qualcosa non va in rovina, i muri lungo la strada o i carretti di asino o la propria
macchina, tutta la scarrozzata in auto non ha avuto alcun senso. Un’autentica proprietà deve pur
essere sfruttata fino in fondo, altrimenti non se ne ricava niente; deve essere usata e assaporata fino
all’ultima briciola, fin quasi a distruggerla e divorarla. Eppure, nel complesso, il rapporto del
napoletano con la sua macchina è bonario, solo un po’ brutale; esattamente come col suo asino.
Ancora connessa a pochi dei suoi usi canonici, la tecnica conosce qui delle straordinarie
diversificazioni ed entra, con effetti tanto sorprendenti quanto convincenti, in una forma di vita ad
essa completamente estranea. Della radiosa lampada che innalza la gloria della madonna, abbiamo
già detto. Come ulteriore esempio, si può citare un motore a ruota che, estratto dalla carcassa di una
sgangherata motocicletta, con le sue vorticose rotazioni intorno ad un asse leggermente eccentrico,
serve a montare la panna in una latteria.
In tali impensate maniere, la tecnica moderna procura per gli usi pratici di questo XVII secolo,
bizzarramente sopravvissuto a se stesso con tram elettrici e telefoni, la più squisita assistenza e si
pone così al servizio della libertà di questa vita, sullo sfondo della massima involontarietà. I
congegni meccanici non possono costituire qui quel continuo progresso civile al quale sarebbero
destinati: Napoli gli gira le spalle.
La tecnica moderna procede qui nel complesso come quelle sperdute rotaie, che a Monte Santo
corrono sotto le strade, desolate e arrugginite. La parola d’ordine che da qualche parte si era levata,
non si sa quando, per audaci progetti è da tempo spenta e dimenticata.
Con la forza di una messa opera senza precedenti, sgorga per gli esultanti bambini del vicolo
l’acqua che, colando da qualche conduttura danneggiata, scorre fin sulla bocca per il loro beato
divertimento, e l’intero vicinato si rallegra per questa graditissima sorgente. In questa città i più
complicati strumenti della tecnica si alleano per compiere le faccende più semplici, in un modo che
nessuno ha mai immaginato. Per l’involontaria istituzione di tale utilizzo essi vengono
completamente rimodellati e, conseguentemente, rinnegano i loro scopi più propri.

(Traduzione di Fausto Pellecchia)