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ANTONIO DE LUCA

PRENDERSI
CURA

pensieri in tempo di crisi


ANTONIO DE LUCA

PRENDERSI
CURA
pensieri in tempo di crisi
Progetto grafico e impaginazione: Massimo La Corte

© 2020 Diocesi di Teggiano-Policastro


Piazza V. Vignone, 1 - 84039 Teggiano SA
comunicazioni#diocesiteggiano.it
www.diocesiteggiano.it

ISBN 978-88-322-2221-0


Presentazione

Queste pagine raccolgono note di viaggio, pensieri generati


in un momento di crisi, che Padre Antonio De Luca, Vescovo di
Teggiano-Policastro, ha voluto condividere attraverso un mes-
saggio quotidiano con sacerdoti, diaconi, seminaristi, operatori
pastorali, persone sole e ammalate, famiglie impegnate ad af-
frontare il difficile momento storico.
Il primo compito del Vescovo, come più volte ci ha ricordato
Papa Francesco, è la preghiera, che genera anche concretezza e
ragionevolezza. In questa ottica, all’insorgere dell’emergenza co-
ronavirus, è stato decisivo per il nostro Vescovo imprimere un im-
pulso alla carità con innumerevoli iniziative, soprattutto per i più
vulnerabili, le famiglie, gli immigrati e quanti si sono ritrovati
nell’estremo bisogno.
La sollecitudine pastorale si è fatta vicinanza e solidarietà at-
traverso il sostegno della Conferenza Episcopale Italiana, della
Caritas Italiana e delle risorse diocesane che paternamente e
nella discrezione il nostro Vescovo ha orientato verso i più biso-
gnosi. La carità, nella concretezza di gesti e relazioni, ha per-
messo di incontrare e curare le ferite. Dando forma alla “fantasia
della carità”, tanto sollecitata da Papa Francesco, sono scesi in
campo i parroci con instancabile alacrità, le comunità, le associa-
zioni, in una grande mobilitazione di solidarietà, sostenendo an-
che progetti umanitari di gruppi, le unità ospedaliere del territo-
rio e numerosi altri bisogni.
Insieme agli interventi di sostegno e solidarietà, in questi
giorni così difficili, avvertiamo quanto mai la necessità di parole
di consolazione e di speranza, che il Vescovo non ci ha fatto man-
care condividendo con noi le sue le riflessioni. Non si tratta di elu-
cubrazioni teoretiche, ma di semplici pensieri del padre, che è
anche compagno di viaggio, e vuole raggiungere ognuno per
dirgli di non sentirsi solo in questo cammino.

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Molti dei percorsi della vita sono in salita, ma quello della pan-
demia ci ha messi tutti a dura prova. I sentieri che stiamo percor-
rendo sono faticosi, richiedono impegno, forza, tenacia, pazienza
ed anche estenuante allenamento. Non eravamo affatto prepa-
rati! Ci siamo attrezzati giorno per giorno, imparando innanzi-
tutto che quando si è sul crinale bisogna camminare con passo
deciso, senza farsi suggestionare da ciò che si abbandona e senza
distogliere lo sguardo dalla meta che si ha davanti.
Si sa, in salita si affanna, il respiro si fa corto, si arranca, ma la
salita sprona anche a tirare fuori il meglio di sé. Talvolta ci si sente
soli, altre volte la meta appare lontanissima, spesso si perdono
anche valorosi compagni di viaggio, ma si procede con la consa-
pevolezza che, come ci ricorda Papa Francesco, Gesù “è come un
capo cordata quando si scala una montagna, che è giunto alla
cima e ci attira a sé conducendoci a Dio”1.
I messaggi del Vescovo sono nati in giorni difficili di smarri-
mento e paura, di grande incertezza, di preoccupazione e di
pianto; giorni che al contempo hanno visto il rafforzarsi della spe-
ranza alimentata dalla preghiera e l’accrescersi di una meravi-
gliosa carità, fatta di tanti piccoli e grandi gesti, a testimonianza
della fede e della solidarietà delle nostre comunità.
In salita non si parla molto per non sciupare le resistenze del
respiro, si sussurrano parole di incoraggiamento, si condivide lo
stupore di fronte alle prospettive bellissime di una montagna, di
ruvide scogliere scoscese o di strapiombi mozzafiato. Così i mes-
saggi del Vescovo ci hanno provvidenzialmente raggiunti nei
giorni della forzata reclusione nelle nostre case, nelle salite della
triste ferialità, nella stanchezza monotona del trascorrere quoti-
diano, per “prendersi cura”, sostenendo, confortando, conso-
lando e stimolando ad una salutare riflessione attraverso il silen-
zio e la preghiera.

1
FRANCESCO, Udienza generale, 13 aprile 2013.

6

Nell’imminenza della Pasqua, raccogliendo la sofferenza di sa-
cerdoti e fedeli per non poter ritrovarsi insieme a Celebrare i Sacri
Riti, il Vescovo ha voluto poi offrirci anche le preziose riflessioni
sulle sette parole di Gesù in croce, una tematica cara alla tradi-
zione popolare, con solido fondamento biblico, perciò capace di
vivificare anche opere e giorni che Cristo Crocifisso e Risorto ci
dona.
Un passaggio di un articolo pubblicato da Avvenire agli inizi
dello scorso mese di marzo, mi sembra possa ben sintetizzare il
messaggio di speranza che il Vescovo vuole consegnarci in que-
ste pagine: “Ci sono giorni terribili in montagna pieni di nebbia e
tormente nei quali le nevicate sono di solito intense. Appena la
perturbazione cessa e arriva una giornata di sole pieno con celi
tersi, possiamo contemplare un paesaggio incantato pieno di al-
beri carichi di neve. Siamo dentro quest’emergenza e questa tor-
menta, ma dobbiamo tenere gli occhi fissi al giorno dopo. Quello
in cui ci riapproprieremo della nostra libertà piena con ancora
maggiore gioia di vivere. Possiamo vivere già adesso dentro
quest’attesa carica di speranza. E renderla utile”2.
Il nostro Vescovo, fedele al carisma Redentorista e al pro-
gramma del suo ministero episcopale - “Purché in ogni maniera,
Cristo venga annunziato, io me ne rallegro e continuerò a ralle-
grarmene…”(Dum omni modo Christus adnuntietur - Fil 1,18) -,
ci insegna ad abitare i giorni ed il tempo con entusiasmo e corag-
gioso servizio. A lui va la sincera gratitudine della nostra chiesa
Diocesana.

Massimo La Corte
Ufficio diocesano per le comunicazioni sociali


2
L. BECHETTI, La tempesta e il giorno dopo che verrà. Coronavirus, prepariamoci al
tempo buono, in Avvenire, 7 marzo 2020.

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SI INDEBOLISCE UN MITO E RINASCE UNA VISIONE

Siamo entrati in giorni di prova e con indicazioni ancora più


restrittive. Anche oggi nella preghiera il mio pensiero raggiunge
tutti voi, le vostre famiglie, gli anziani e gli ammalati. La crisi di
questo tempo mette tutto in discussione. Richiede ripensamento
degli stili di vita, accortezza nei consumi, prudenza nei contatti e,
finalmente, l’accantonamento di una brillantezza esasperata del
mito dell’immagine, dell’efficienza, delle prestazioni e dell’istan-
taneità delle risposte. Non siamo onnipotenti! Anche la scienza
con la rapidità dei suoi successi è costretta ad attendere.
Tuttavia la contingenza deve permettere la rinascita di una vi-
sione che sottolinei il “più umano”, il “più umile”, il “più essen-
ziale” ed il “più ragionevole”. È la logica della sostenibilità contro
il delirio dell’individualismo. È anche urgente avvertire ciò che in
questo tempo di crisi ci manca veramente: ci manca l’incontro, ci
priviamo dell’affetto di un abbraccio, del suggello impegnativo
di una stretta di mano, di un minuto trascorso in un luogo pub-
blico, della vitalità dei giovani nelle nostre strade, sembra tutto
inverosimile.
Noi cristiani avvertiamo la mancanza dell’Eucarestia e con
essa della comunità adunata in preghiera. Forse distratti e abitu-
dinari siamo ora messi di fronte a un giudizio, si perché la man-
canza è sempre un giudizio! Ora è il momento di riscoprire una
visione cristiana del tempo e della vita, delle nostre domeniche,
dei nostri spazi di libertà, dei nostri incontri, non per uno sterile
rimpianto, ma per una ritrovata speranza di impegno, per una ri-
scoperta di profondità e di motivazioni.
In un libretto dal titolo “Del buon uso delle crisi”, Christiane
Singer, una pensatrice recentemente scomparsa, scrive: “Nel
corso della vita ho raggiunto la certezza che le crisi servono ad
evitarci il peggio. Sapete che cosa è il peggio? È aver trascorso la

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vita senza naufragi, è esser sempre rimasti alla superficie delle
cose”.
Benedico tutti di cuore.

Teggiano, 10 marzo 2020


Martedì della II settimana di Quaresima

+ p. Antonio De Luca

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ASSEDIATI DALLA PAURA

Il tempo strano di questi giorni è segnato dall’umano senti-


mento della paura. Un nemico silenzioso e virale ha minacciato
le relazioni, gli spazi, i tempi, la quotidianità degli impegni. Un
vortice ha forzatamente trasfigurato la pace della preghiera co-
munitaria, ha reso irriconoscibile la Domenica, ha eliminato la
gioia di un abbraccio, il compiacimento di una stretta di mano, la
pacatezza di una fraterna e cordiale conversazione, anch’essa de-
limitata dalla necessaria distanza. Le precauzioni hanno determi-
nato misure restrittive. Una paura ci sovrasta, genera diffidenza e
perplessità. Ma è anche necessario imparare a cogliere nella do-
cile sottomissione a misteriosi eventi della vita, ciò che può rima-
nere come insegnamento e come monito. La paura di questo
momento è anche un allenamento spirituale che ci educa al ri-
spetto del limite, che ridimensione il delirio della prevaricazione
e dell’efficienza.
Assediati dalle paure, quelle che accompagnano ordinaria-
mente la vita, corriamo il rischio di porre domande sbagliate, di-
nanzi alle quali di conseguenza si generano risposte sproporzio-
nate ed errate. Talvolta la paura della sofferenza, della perdita,
dell’incapacità a fronteggiare la vita, desta in alcuni reazioni
scomposte, negative e insulse. Quando poi l’emergenza è reale e
pericolosa come quella odierna del covid-19, assistiamo ad una
incosciente spavalderia e ad una banale sfrontatezza da parte di
pericolosi impavidi ai danni della collettività. Diventa quanto mai
valido ed attuale il pensiero dello scrittore Graham Greene: «ho
paura dell’uomo che non ha paura».
Gesù, nell’amara solitudine della Croce, e ancor prima nel tra-
dimento di Giuda e nelle tenebre del Getsemani, vive intensa-
mente la paura. Solo nell’abbandono fiducioso al Padre e nella
resa al progetto salvifico, gli eventi acquistano un senso e diven-

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tano Redenzione. Avvinti dalla paura e senza un tentativo di sus-
sulto umano e spirituale corriamo il rischio di svuotare tutti gli
sforzi e ogni responsabilità. Solo l’amore dissolve lo spettro
dell’angoscia e del timore, “nell’amore non c’è timore, al contra-
rio l’amore perfetto scaccia il timor” (1Gv 4,18).
Anche nella paura si apre un compito ed una missione, è bello
quanto scrive don Cesare Sommariva, prete operaio della diocesi
di Milano: «A conclusione di tutto, possiamo porre le tre leggi
dell’umano educatore: non aver paura, non far paura, liberare
dalla paura. Quello che conta e una relazione nuova, in cui non ci
sia nulla che possa avere a che fare con la paura».
Vi ricordo tutti nella preghiera e vi benedico di cuore.

Teggiano, 11 marzo 2020

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PRENDERE LE DISTANZE

L’incalzare di un pericoloso contagio determina limitazioni e


restrizioni al fine di salvaguardare la salute e l’incolumità delle
persone. Risuona insistente l’invito a prendere le distanze gli uni
dagli altri, se vogliamo aiutarci dobbiamo effettivamente distan-
ziarci. Con sofferenza dobbiamo privarci di quelle esternazioni di
amicizia e di fraternità che sono il nostro modo ordinario e im-
mediato di comunicare, di esprimere vicendevole gratitudine, af-
fetto ed accoglienza. Per un bene più grande dobbiamo impa-
rare le piccole privazioni.
Le vittime dei disastri legati agli incendi, vanno collocati nei
padiglioni dei grandi ustionati, in un ambiente asettico, steriliz-
zato; visite e conversazioni avvengono attraverso una vetrata
protettiva e con l’utilizzo di un telefono: se vogliamo aiutare i
grandi ustionati, non bisogna toccarli. È doloroso, ma è così!
Al di là di questa immagine vorrei indicare un esercizio inte-
riore che nasce dalla vigilanza, dalla lotta spirituale, dal prudente
discernimento che ci induce a prendere le distanze in alcuni fran-
genti della vita. Quando il rischio dell’omologazione e gli slogan
possono determinare scelte decisive sulla vita, sull’etica, sulla
fede e addirittura su Dio. Sono quei grandi crocevia dell’esistenza
nei quali ogni scelta deve essere soppesata alla luce della respon-
sabilità e delle conseguenze che portano con sé.
Educarci a prende le distanze è un allenamento di alto profilo
umano. Evoca un recupero di responsabilità e di un impegno
fatto di obiezioni e dissociazioni, persino di disobbedienza, per
riaffermare i valori originari legati alla dignità delle persone e
delle autentiche democrazie. Prendere le distanze significa far
crescere quella geniale intuizione cristiana che si chiama co-
scienza, santuario inviolabile: “La coscienza è il nucleo più se-
greto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce

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risuona nell’intimità” (GS 16).
In questa forzata immobilità ci stiamo allenando a prendere le
distanze dalla frenesia delle risposte immediate, dal delirio
dell’istantaneità della soluzione e anche da una certa idea di pro-
gresso: «Progresso significa liberarsi dai ceppi del potere magico
e tirannico, anche dai ceppi del progresso [...] Si potrebbe dun-
que affermare che il progresso si realizza davvero là dove si
ferma» (Theodor Adorno).
Questo blocco non previsto ci sta introducendo gradualmen-
te nella dimensione dell’attesa e della preghiera. E questo deve
rimanere per sempre!
Con affetto vi assicuro la mia preghiera e vi benedico.

Teggiano, 12 marzo 2020

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DALLA CONSOLAZIONE ALL’INNAMORAMENTO

Sopravvissuta ad alcuni retaggi religiosi del passato, permane


ancora la visione che ogni sciagura, ogni cataclisma, i terremoti,
le alluvioni ed anche un’epidemia come quella da covid-19, sono
il giusto castigo divino all’umanità corrotta e peccatrice. È la vi-
sione di una religiosità repressiva, punitiva e colpevolizzante.
S’immagina il volto rabbioso di un Dio autoritario e dominatore,
che certamente non è il Dio rivelato in Gesù Cristo.
Dio non distrugge, ma crea e redime; Dio non abbandona, ma
si fa prossimo. Non poche volte il ricorso al fatto religioso diventa
una scelta appagante e consolatoria. E se l’umanità spigliata, au-
tonoma, egoista e disinibita ha esiliato Dio, ci si illude poi di ri-
proporne l’onnipotenza attraverso tematiche anacronistiche, su-
scitando ancestrali sensi di colpa.
È necessario passare dalla consolazione della religiosità, all’in-
namoramento della fede, per una matura relazione d’amore con
Dio. Non basta la dimensione appagante della vita religiosa, è ne-
cessario entrare in una dinamica di conoscenza, di frequenta-
zione, di impegno, di unicità e di appartenenza, che è tipico di
chi si innamora di una persona, di un progetto, di un ideale.
L’uomo innamorato di Dio, scopre che Egli è generatore di libertà
ed è rispettoso dell’autonomia, conferisce dignità, ci dona Gesù,
uomo della gioia e gioia dell’uomo. L’innamoramento, anche
nella dinamica della fede, è sempre ansioso di ulteriori conquiste
e di consensi solidi, quelli dell’amore irrevocabile e sponsale.
Avvertiamo che in questi giorni di spettrali vuoti ci manca la
fatica della ferialità, l’avvicendarsi di impegni, la privazione di ge-
sti e modi di fare che raccontano la nostra passione per la vita,
per il servizio, per l’incontro.
Ha fatto scalpore la sofferta decisione delle chiese chiuse,

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forse possiamo anche ricominciare a rileggere le vicende alla
luce degli stimoli che ne nasceranno, per vivere con passione
nella Chiesa sposa di Cristo.
“Una Chiesa brava non attira nessuno, perché è solo una Chie-
sa bella che fa innamorare. Abbiamo una Chiesa intraprendente,
stanca per quanto bene realizza, che però non affascina nessuno
e dietro la quale non si incammina nessuno. Siamo bravi, ma nes-
suno ci vuole seguire”3. È insufficiente accontentarsi solo di con-
solazione, bisogna avere il sussulto di un infinito innamoramento
di Dio e del prossimo.
Benedico di cuore tutti e vi ricordo nella celebrazione quoti-
diana dell’Eucaristia.

Teggiano, 13 marzo 2020


3
M. RUPNIK, Quando la bellezza giudicherà il bene, in Avvenire, 3 giugno 2015.

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FRONTIERE E PORTE CHIUSE

Al primo insorgere del fenomeno covid-19 nell’Oriente lon-


tano, furono pensati e messi in atto con una certa immediatezza
tutti i dispositivi per bloccare il contagio. Il primo passo fu la chiu-
sura degli aeroporti ai voli provenienti da quelle regioni e poi
controlli meticolosi a chi rientrava o aveva trascorso un periodo
a contatto con quelle popolazioni. Controlli a trappeto e fron-
tiere sanitarie. Allarmi per bloccare il flusso della mobilità umana.
Quando l’insidia virale ha fatto poi capolino nei patri confini,
gli stessi italiani hanno provato a proprie spese il blocco alle fron-
tiere, i porti chiusi alle navi da crociera, gli interminabili controlli
e in alcuni casi i respingimenti. Una sensazione di grande tri-
stezza. È arrivato poi l’obbligo di rimanere in casa, la chiusura dei
locali di ritrovo, la privazione dei momenti di culto. Barriera sono
diventate le mura domestiche, le chiese e i musei chiusi, le sara-
cinesche abbassate.
Una fase dolorosa, ma necessaria nella valutazione di chi go-
verna il paese. Al di là di tutto sperimentiamo quanto è amaro ed
insopportabile l’impatto con una frontiera insormontabile, con
una porta sbattuta in faccia, con un mutismo che si fa abisso, con
i conflitti che diventano muri.
E, si sa, negli ultimi decenni i muri si sono moltiplicati, la fre-
nesia securitaria ha scavato trincee di morte, il mare nostrum è
diventato barriera, alle frontiere c’è la tecnologia, i droni, le foto-
trappole, le telecamere. A questi si aggiungono le barriere invisi-
bili, anch’esse insormontabili: giudizi, sguardi indagatori, rifiuti.
La patologia delle frontiere si fa incomunicabilità. La discrimina-
zione etnica, religiosa, culturale, economica, geografica, sanita-
ria, induce a chiudere i porti, s’innalzano fili spinati, si edificano
nuove cordigliere.

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L’incontrollabilità del contagio che viviamo in questi giorni ci
ricorda che non esistono barriere che tengano, né portali che
proteggano; sulla groppa dell’egoismo viaggia veloce il covid-
19, ma anche la spregiudicatezza e l’indifferenza di chi crede di
poter fare da solo e di poter fare meglio. La lezione è che nella
vulnerabilità ci salva solo la solidarietà.
Siamo precipitati in quel disagio contemporaneo che il noto
psicanalista Massimo Recalcati, definisce “nuove melanconie”:
«Si tratta di una sofferenza che ha come tratto fondamentale il
dominio della pulsione securitaria su quella erotica, della chiu-
sura sull’apertura, della difesa sullo scambio. Una melanconia
senza senso di colpa, senza delirio morale, … che suffraga la
spinta della vita ad uscire dalla vita, a rifiutare la contaminazione
inevitabile e necessaria della vita»4.
Benedico di cuore tutti.

Teggiano, 14 marzo 2020


4
M. RECALCATI, La tentazione del muro, in La Repubblica, 30 novembre 2019.

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MARE NOSTRUM

Migranti e accoglienza nell’area del Mediterraneo è il tema


predominante sulla scena del dibattito pubblico quotidiano, sia
sul fronte sociale che su quello politico. Un’area come “frontiera
di pace”, oppure, come osservano alcuni, muro, barriera, persino
tomba?
Molte considerazioni sulla delicatissima questione delle mi-
grazioni degli ultimi decenni nel bacino del Mare Nostrum, attra-
versano gli interessi e le preoccupazioni della politica, dell’eco-
nomia, dell’istruzione e del mondo ecclesiale a diversi livelli.
Papa Francesco rivolge lo sguardo ad interessi di più alta portata
con l’invito ad una visione planetaria di fraternità universale,
unica opzione capace di generare futuro per le comunità attuali
e le nuove generazioni. Bergoglio, nondimeno, invita i credenti a
cogliere in questa strutturale modifica della geopolitica un reale
“segno dei tempi”, che interpella ogni coscienza, reclamando es-
senzialmente una ripresa delle relazioni interpersonali e la realiz-
zazione di un più ampio progetto, di un nuovo umanesimo, alla
luce dell’Uomo nuovo.
È urgente superare i luoghi comuni e le paure, ma anche re-
spingere gli insulti urlati come slogan. Ciò che serve è una visione
planetaria del “noi”. Nessuno può entrare in una simile tematica
articolata e complessa con la supponenza di offrire soluzioni
semplici ed immediate, né la particolare complessità può inde-
bolire il desiderio di offrire un aiuto alla discussione e alla crescita
collettiva. Nell’approccio multidisciplinare alla tematica delle mi-
grazioni e della mobilità umana, si possono aprire spiragli inediti
e prospettive umanamente vantaggiose per la reciproca com-
prensione e per edificare quei valori cristiani della solidarietà e
della sussidiarietà che la Dottrina sociale della Chiesa sostiene
con energico vigore.

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Siamo nel tempo delle fragilità e dell’istantaneità emotiva, co-
municativa e relazionale, ma è necessario riscoprire nuove visio-
ni.
Il cammino articolato e complesso dell’incontro e dell’inte-
grazione deve accompagnare i molteplici sforzi, ma anche ali-
mentare il vero desiderio di ogni umana promozione. Paolo VI,
nella Populorum progressio, scrive: «Lo sviluppo integrale
dell’uomo non può aver luogo senza lo sviluppo solidale
dell’umanità»5. L’essere e l’agire della Chiesa, sottolinea Papa Ra-
tzinger, hanno non a caso come precipua finalità la promozione
dello sviluppo integrale dell’uomo.
Vi benedico con affetto.

Teggiano, 15 marzo 2020


5
PAOLO VI, Lettera enciclica Populorum Progressio, n. 43.

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TEMPO DI DOMANDE

Interrogativi e domande accompagnano la nostra esistenza.


Una sana inquietudine genera domande sul senso della vita, sui
grandi perché che riguardano la sofferenza degli innocenti, la
presenza del male nel mondo, le ingiustizie persistenti, le malat-
tie, le pestilenze, le carestie e, infine, la domanda decisiva sul per-
ché della morte. La storia del pensiero umano è sempre riandata
costantemente ad un interrogativo decisivo: se Dio c’è, perché il
male (si Deus est unde malum)?
Nonostante la nostra attitudine ad offrire risposte, non siamo
ancora riusciti, fortunatamente, a bloccare quest’anelito di sa-
pienza che nasce dal cuore dell’uomo. Un’intrepida voglia di vi-
cinanza ci spinge ad offrire sempre risposte. Spesso domande
appena balbettate vengono occluse da risposte non richieste,
stantie, che rasentano l’ovvietà dei luoghi comuni e la stan-
chezza della continua ripetizione.
Bisogna educare alle domande, amarle, poiché sono il segno
di un sapere incipiente, di una sapienza che vuole volgersi alla
completezza. Bisogna contemplare la sconcertante bellezza
delle ingenue domande dei bambini, la curiosità dei giovani, la
docile umiltà di un adulto che pone domande: sono il segno di
un circuito che vuole sormontare le visioni precostituite e si lan-
cia nella coraggiosa prospettiva di riuscire a vedere oltre. Ecco il
senso di ogni domanda: aprire varchi verso orizzonti sorpren-
denti!
Di fronte alle vicende della storia collettiva, familiare e perso-
nale, riemergono dei laceranti “perché?” ai quali neanche la felice
alleanza tra scienza e fede riesce a dare risposte esaustive, né a
quietare il tormento di un anelito e il desiderio di una visione.
Nelle domande risiede la vera maturità dell’animo umano. Chi
pone domande si allena all’attesa, argina la dittatura dell’istan-

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taneo, dà il tempo alle emozioni di generare sentimenti, poi pro-
getti, quindi segni.
Le domande sono un’esercitazione di lungo corso che ap-
prendono a guardare come risorse anche le cadute, le lotte, le
sconfitte e ad abbracciare con soddisfazione i traguardi, le mete
e la fatica che le accompagna. Molte domande sono apertura al
mistero, all’infinito, all’eterno, sono attesa di vita. È presuntuoso
credere di possedere una risposta se non quella nobilissima del
silenzio e dell’attesa. A tal proposito, mi piace ricordare il poeta
Rilke: «Cerca di amare le domande… Non cercare ora le rispo-
ste… non saresti capace di convivere con esse. Vivere le do-
mande ora. Forse ti sarà dato, senza che tu te ne accorga, di vi-
vere fino al lontano giorno in cui avrai la risposta»6.
Vi ricordo tutti nel Signore e vi benedico.

Teggiano, 16 marzo 2020


6
R. M. RILKE, Sii paziente, Lettere ad un giovane poeta, Adelphi.

22

CAMBIAMENTO D’EPOCA

Abbiamo sentito ripetere più volte da papa Francesco che


questa non è un’epoca di cambiamenti, ma un cambiamento
d’epoca. Ascoltando acconsentiamo, siamo convinti, lo viviamo,
ma talvolta non riusciamo poi a concettualizzare cosa sia real-
mente scomparso, cosa stia tramontando e qual è il nuovo che
nasce. Certamente appare indiscutibilmente vera l’attuale frene-
sia di una totale emancipazione dell’essere umano. Si è creduto
di dover organizzare l’esilio di Dio, poi la rivolta della cultura con-
tro la natura e l’affermazione di un relativismo sulle verità, per
giungere ad un esasperato individualismo in cui ciascuno di-
viene misura unica delle cose.
Il progresso, lo sviluppo e la tecnica, da sempre concepiti al
servizio dello sviluppo umano e del benessere del pianeta, sono
diventati anche strumenti contro l’uomo e contro il creato. Si
pensi alle armi di sterminio di massa, alle guerre batteriologiche
o alle sperimentazioni nucleari che nei decenni scorsi hanno de-
vastato autentici paradisi naturali. E poi lo sfruttamento incondi-
zionato delle risorse non rinnovabili. La sostenibilità è stata co-
niugata con lo spingere fino al limite di sopportazione e non con
la cultura del rispetto e della cautela.
La mobilità umana ha impresso una velocità di scambi e di
contatti che, se per una parte degli esseri umani è coincisa con
conquiste e crescita, per altri ha significato trasmissione di strut-
ture economiche di sfruttamento del lavoro, di esseri umani e di
risorse naturali. La diffusione di nuovi stili di vita e visioni del
mondo hanno accentuato le profonde ineguaglianze tra ricchi e
poveri, tra nord e sud del mondo! Questa accelerazione ha pro-
vocato sì una globalizzazione, ma quella dell’indifferenza.
Eppure la passione per il cambiamento è una virtù eminente-
mente cristiana. Essa cerca di imprimere una sana relatività alle

23

ideologie, agli stili di vita, al presente, per cogliere al di là di no-
stalgie e di rimpianti modalità nuove e inedite di vivere la storia,
i legami, gli impegni in rapporto alla mondialità e alla fratellanza
universale. È questo il senso autentico della globalizzazione.
Senza l’attitudine alla profezia e la forza vigorosa del cambia-
mento mai faremo avvicinare il tempo delle promesse di Dio,
quel «ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a
mani vuote» (Lc 1,53). La passione cristiana per il cambiamento
sconfigge la delusione, la disperazione e quella “epidemia glo-
bale di nostalgia”, che è parola d’ordine di ogni populismo e pro-
gramma riconosciuto di ogni restaurazione. Oggi a noi tocca
guardare al futuro!
Tutti vi ricordo in Gesù Redentore.

Teggiano, 17 marzo 2020

24

LA FATICA DI CREDERE

La fede è prima di tutto consapevolezza di rispondere perso-


nalmente all’amore che Dio ha per ciascuno di noi. Eppure, il vo-
cabolario cristiano e quello religioso sono confinati spesso in una
zona d’ombra, sia nella vita di molti adulti che nelle motivazioni
delle nuove generazioni. Tuttavia, per fortuna, non sempre si nu-
tre verso Dio la stessa forma di ostilità che si riserva alla Chiesa.
Nonostante ciò, permane una diffusa indifferenza verso i temi di
fede, salvo l’assenso generico ad una incompiuta sete di infinito,
vago e sincretista, che non sempre coincide con il Dio di Gesù
Cristo. Sui temi morali, invece, subentra spesso l’irritazione e la
diffidenza. Una parvenza di confluenza riaffiora sulle sfide della
solidarietà, sulla pace e sui temi ambientali, che certamente co-
stituiscono il nuovo obiettivo che la famiglia umana deve perse-
guire, pena la dissoluzione totale
Non è stato mai facile credere, nel senso di una fede come ab-
bandono/fiducia. Il Libro Sacro, che ci consegna la storia di fede
di tanti uomini, evidenzia talvolta il dramma di chi si sente deluso
dall’aver contato su Dio e la paura dell’essersi consegnati ad una
Divinità spesso silenziosa. La fede è fatta di dubbi, di tormenti,
persino di tradimenti e di confusioni, ma ciò che non può man-
care è il libero e sincero impegno a fare spazio al Trascendente.
Perché è questa inquietante presenza che rimette sulla giusta di-
rezione l’umanesimo, l’ambientalismo, la solidarietà, la lotta per
la giustizia. Questi non possono ridursi a delle pur belle sfide di
un lodevole orizzontalismo, ma devono aprirsi ad una vocazione
soprannaturale, che giustifica e motiva le scelte etiche nel pre-
sente e la speranza di un futuro.
Inspiegabilmente, si è fatta talvolta coincidere l’emancipa-
zione dell’uomo con la totale esclusione di Dio. Quasi che i due
fossero antagonisti, in un rapporto di miserevole schiavitù. Ma

25

Dio non oltraggia l’uomo, la sua presenza accanto è generatrice
di libertà, di dignità, di autenticità. Mai porre Dio contro o in al-
ternativa all’uomo. Il Dio di Gesù Cristo è un padre che accompa-
gna l’uomo verso l’autentico bene, indicandogli un destino di so-
vrumana felicità. Senza Dio questa è una impossibile chimera.
Un giovane scrittore svedese, tragicamente scomparso negli
anni cinquanta, annota: «Mi manca la fede e, quindi, non potrò
mai essere un uomo felice, perché un uomo felice non può avere
il timore che la propria vita sia solo un vagare insensato verso una
morte certa»7. Qui solo la fede, con fatica, può aprire altri spiragli!
Nel costante ricordo nella preghiera, vi benedico.

Teggiano, 18 marzo 2020


7
S. DAGERMAN, Il nostro bisogno di consolazione, Iperborea.

26

SOGNARE IN TEMPO DI CRISI

Siamo nel tempo di una crisi profonda, accompagnata dalle


necessarie restrizioni che hanno l’intento di circoscrivere il con-
tagio del pericoloso Covid-19. Una crisi non è mai evento isolato,
ha sempre sensibili ricadute nell’ambito dell’economia, del la-
voro, delle relazioni, della politica e della fede. Tutto è connesso,
ci ricorda Papa Francesco. Eppure, ogni crisi ha anche delle op-
portunità nascoste e porta in sé dei preziosi stimoli in rapporto
ad una rinnovata crescita. Essa spinge a trovare nuove soluzioni,
altri rimedi, che non possono consistere in un vano ristabili-
mento delle cose passate, ma postula una creativa e geniale ri-
presa di generatività. La crisi porta in seno fecondi semi di rina-
scita.
Siamo con le spalle al muro, l’organizzazione cerca di fronteg-
giare, le strutture scricchiolano, la paura si diffonde, tuttavia bi-
sogna saper sognare. Non come esercizio alienante e incantato
che alimenta una sterile attesa, ma un sognare che è l’arma dei
coraggiosi per poter osare l’impossibile: «Soltanto chi mette a
prova l’assurdo è capace di conquistare l’impossibile»8. Inteso in
tal senso, il sogno è un guardare il futuro ad occhi chiusi, pregu-
standone la bellezza e intercettandone tutte le risorse per il rag-
giungimento di mete e obiettivi grandi, anche a costo di doloro-
sissimi sforzi. Guardare oltre il presente contingente, per non re-
starne schiacciati e avvinti da esso.
Con la pretesa di riportare i “piedi per terra”, in tanti ripetono
l’ordine perentorio: “smetti di sognare!”. Ma è proprio questo “so-
gnare” che bisogna alimentare e proporre come prospettiva di
vita, responsabilità condivisa, riscatto da ogni condizione di sof-
ferenza. I nostri giovani, sognatori naturali, vogliono essere so-
stenuti. Senza quel “sognare” non c’è speranza, né si possono

8
M. DE UNAMUNO, Vita di Don Chisciotte e Sancho Panza, Newton Compton.

27

attraversare i dolorosi paradossi che la vita ci consegna.
È un oltraggio ai sogni la diffusa mediocrità di chi, cercando la
popolarità di un attimo, ordisce inganni e monta ad arte la men-
zogna alimentando la cultura delle fake news, mercanteggiata
da chi vuol far sentire il nulla che ha da dire.
Un proverbio africano racchiude come in uno scrigno la ga-
ranzia più bella del sognare: “Se si sogna da soli, è solo un sogno.
Se si sogna insieme, è la realtà che comincia”. Il vero “sognare” è
un sussulto collettivo che fa rimboccare le maniche.
Tutto ciò ci è ricordato oggi da Giuseppe, il carpentiere di Na-
zareth, che sorretto da un sogno contribuì “al parto più difficile
da comprendere nella storia dell’umanità”. È lui a ricordarci che
per far rinascere il bene e Dio bisogna essere dei grandi sogna-
tori!
Con la supplica di intercessione a Maria e Giuseppe, vi bene-
dico di cuore.

Teggiano, 19 marzo 2020


Solennità di S. Giuseppe, sposo della B.V. Maria

28

SCRUTARE I SEGNI DEI TEMPI

Scrutare i segni dei tempi è un permanente dovere che hanno


i credenti. Non si tratta di un’attitudine puramente mondana,
come il presagire o il saper cogliere in anticipo che aria tira in-
torno a noi. Il “segno dei tempi” per eccellenza è la presenza
stessa di Dio in mezzo a noi e la fede è quell’arte di saperla scru-
tare: «La fede infatti tutto rischiara di una luce nuova, e svela le
intenzioni di Dio sulla vocazione integrale dell'uomo, orientando
così lo spirito verso soluzioni pienamente umane»9. E se la fede,
da sola, non può offrire un’analisi esaustiva dei fenomeni storici
e sociali, essa ha tuttavia la capacità di cogliervi la presenza e il
dilatarsi salvifico del regno di Dio. Il discernimento personale e
comunitario, in tal senso, imprime un’accelerazione al Regno di
Dio.
Quanta colpevole distrazione, quanti silenzi complici di fronte
a fenomeni storici, anche profani, forieri di verità autenticamente
evangeliche. Pensiamo alla lotta per la giustizia o l’uguaglianza,
all’impegno per la non violenza, per il diritto all’obiezione di co-
scienza, per l’abolizione della schiavitù e della pena di morte o
per il riconoscimento dei diritti delle donne. Oggi tutto questo ci
sembra naturale, ma la storia ci dice che non è stato sempre così
semplice. Quanti martiri, condanne o emarginazioni di autentici
testimoni! Si tratta spesso di segni nascosti, insignificanti, talvolta
persino ovvi, che per essere compresi come opportunità salvifi-
che e “semi” del Regno richiedono discernimento, lungimiranza,
inquietudine e passione per il Vangelo.
Il rischio di sorvolare sui segni dei tempi è notevole, oggi più
che mai, quando tutto è letto in chiave materialista e organizza-
tiva. Eppure, anche oggi, germogliano segni che impartiscono

9
CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Costituzione pastorale Gaudium et spes, 7 dicem-
bre 1965, n. 11.

29

lezioni, generano cambiamenti, esigono schieramenti a costo di
sanguinose persecuzioni. Solo uomini ispirati, vere sentinelle, rie-
scono a additare come segni dei tempi ciò che la nostra superfi-
cialità intercetta solamente come evento o circostanza: l’emer-
genza ambientale, il bisogno di lavoro, il disagio giovanile, la mi-
grazione dei popoli e, non ultima, la terribile pandemia nella
quali siamo immersi.
Sono le grandi anime a suggerirci come elaborare paura, spa-
vento, timori di non farcela, sete di voler capire. Per scrutare tali
segni abbiamo bisogno di docilità, umiltà e disponibilità a cam-
biare, ricollocando Dio al centro.
Uno scrittore agnostico sosteneva: «Io non affermo che Dio
esiste: non ne so nulla… È come un angolo di cielo azzurro alla
fine di una giornata un po’ grigia… Coraggio, tentiamo ancora
una volta. Siamo tutti degli smarriti, un mondo senza Dio sarebbe
troppo ingiusto, troppo triste, troppo inutile. Senza Dio, niente
speranza».
Non smetto di pregare per tutti voi!

Teggiano, 20 marzo 2020

30

QUARESIMA NELLA PRIMAVERA

Questa notte, impercettibilmente, è terminato l’inverno. La


quaresima, che si colloca sempre in primavera, questa volta inve-
ste di una tristezza particolare la stagione metereologica, in un
indicibile sovvertimento di rapporto. Nella nostra nascosta e in-
tima primavera, tuttavia, si alimenta con forza e vigore il sogno
che presto debelleremo il nemico invisibile. Il tributo di tante
vite, l’instancabile servizio di uomini e donne di scienza, la vici-
nanza irriducibile di parroci e pastori, il mondo della sanità, le
forze dell’ordine, le misure restrittive e faticose… non possono
approdare ad un esausto sfinimento. La primavera porta un ri-
sveglio, una riappropriazione di risorse e di energie che ci spin-
gono a sperare e ad impegnarci in una più intensa corsa di soli-
darietà e di prossimità. “La vita non è aspettare che passi la tem-
pesta, ma imparare a danzare anche sotto la pioggia”: in tale pro-
verbio, che qualcuno attribuisce al Mahatma Gandhi, è racchiuso
il senso di ogni risveglio e inizio coraggioso.
In una dolorosa vicenda di fallimento e scomposta reazione
dei suoi connazionali, assaliti dal panico e dalle vicissitudini di
guerre e deportazioni, il profeta Geremia è protagonista di una
singolare vicenda. Nel corso di una misteriosa conversazione con
Dio, il profeta si sente rivolgere una domanda: «Cosa vedi Gere-
mia?», a cui replica: «Vedo un ramo di mandorlo in fiore» (Ger
1,11). Quel germoglio è un segnale dell’imminente nuova sta-
gione, ma anche un monito a vedere in modo nuovo le cose che
stanno attorno. Il mandorlo in fiore nella Sacra Scrittura è sim-
bolo del nuovo che sta per spuntare, a dispetto di un panorama
invernale, segnato dalla morte. Benché provato e sgomento, da
tale visione il profeta riceve la rassicurazione che niente e nes-
suno smentisce la vigilanza di Dio. Questo è il suo mestiere, vigi-
lare e custodire!

31

Anche in questa menomata primavera occorre metter in atto
segnali di vita, rifuggendo con discreta attenzione la spettacola-
rizzazione mediatica, i protagonismi puerili, gli attacchi sterili,
impegnandoci in una cordata di nuovo umanesimo con il quale
guardare e possibilmente entrare nell’imminente futuro di bene
della nostra società. Quelli che hanno fede sanno a chi rivolgere
lo sguardo: “Così, Gesù, hai portato la primavera del sole, in tutte
le profondità della terra, e sei sceso a patteggiare col demonio di
cui non avevi paura essendo stato creato dal Padre”10.
Nella speranza siamo stati salvati!
Vi abbraccio tutti nel Redentore.

Teggiano, 21 marzo 2020


10
A. MERINI, Poema della Croce, Frassinelli, 2004, p. 19.

32

PRENDERSI CURA

I tempi di crisi mettono in luce le capacità organizzative delle


strutture, ma evidenziano anche i talenti delle persone e le qua-
lità di una comunità. Le difficoltà, oltre che cifra di lettura di ogni
persona, fanno emergere la forza irrefrenabile di generatività di
un popolo nello sforzo di prendersi cura di chi è nel disagio, nella
prova, nella malattia.
Non è vero che la professione è solo un lavoro. Troppo ridut-
tivo. Sarebbe impossibile conciliare questa idea con quanto in
questi giorni di prolungata prova stiamo sperimentando. In cate-
gorie quali medici, personale sanitario, forze dell’ordine, mondo
della scuola, sono scattate forme di generatività che hanno vali-
cato il limite prescritto delle prestazioni lavorative. Turni este-
nuanti, emozioni strazianti, congedi dalla vita in solitudine, nei
quali gli stessi operatori hanno scoperto la presenza di Dio. Qual-
cuno ha scritto: «la cura non è la buona azione che passa da chi
la offre a chi la riceve, ma un contatto che scalda il cuore di en-
trambi. È un dare e un ricevere, pur nella situazione asimme-
trica».
Il pericolo del contagio ha determinato un necessario isola-
mento pastorale, ma è bello quanto un pastore ha suggerito a
medici e personale sanitario: «Benedite voi chi soffre, il dolore ci
unirà!». Nell’attuale situazione, prendersi cura è inchinarsi ac-
canto ad ogni persona, nella sacralità laica di un gesto umano,
per confortare, infondere fiducia, consolare. È proprio vero che
«quando riusciamo a entrare nel tempio della cura, le ore nostre
e quelle degli altri si espandono, le nostre vite si allungano, la
morte di tutti si allontana»11. Si spiega così la risorsa infinita di chi
sta servendo il nostro popolo: le forze si espandono e si rigene-
rano nell’intensità del dono e anche nell’amarezza di non

11
L. BRUNI, Il tempio infinito della cura, in Avvenire 8 aprile 2017.

33

avercela fatta.
Tra le maggiori afflizioni di questi giorni vi è la distanza e la
mancata percezione di presenze care, che s’incontrano per una
singolare osmosi di dare e ricevere. Tuttavia, la lontananza ha ge-
nerato nuove modalità di dono e di cura. Le stiamo scoprendo e
praticando tutti in tanti piccoli semi di generatività posti nel
solco di queste tristi giornate. Presto o tardi germoglieranno, e
sarà la bellezza di una fioritura di bene a confermare che senza il
bello anche il bene svanisce!
È proprio vero che «il tempo trascorso nel prendersi cura è più
lungo, denso, vivo» (Ignazio Silone). Mai come in questo tempo
sentiamo l’estremo bisogno di una nuova cultura della cura, per
tutti.
Vi abbraccio con paterno affetto, ricordandovi nella pre-
ghiera.

Teggiano, 22 marzo 2020


IV domenica di Quaresima

34

LASCIAR ANDARE

Nella logica generativa con quale possiamo/dobbiamo rap-


portarci agli altri e alla realtà che viviamo, il momento più maturo
e decisivo in chiave di reciprocità è il lasciar andare. Se compreso
impropriamente, esso può suggerire l’idea della resa rassegnata,
persino il senso di inaccettabile sconfitta. Le crisi e la maturità
che ne deriva ci allenano a nuove conquiste ma, contemporanea-
mente, ci addomesticano anche ai distacchi dalle stagioni della
vita, da sogni e legami.
Lasciar andare non è sconfitta o rassegnazione, ma atto di fi-
ducia e consegna responsabile, come quando si lasciano andare
i figli al raggiungimento di ideali e di progetti che li riempiano di
vitalità. I distacchi costano ma sono necessari. C’è anche un la-
sciare andare a cui si è indotti da vicende della vita, e l’attuale
pandemia è senz’altro una di quelle più tragiche e decisive.
Quale lezione possiamo tirarne da questa stagione tragica,
cosa dobbiamo ancora lasciare dopo l’abbandono forzato della
relazionalità, dello spazio libero o dei luoghi sacri? Non nascon-
diamolo, all’inizio di questa dolorosa storia abbiamo avuto l’ar-
dire di pensare che forse non sarebbe toccato a noi ed anche che
l’impatto ci avrebbe trovati pronti ed organizzati dal punto di vi-
sta tecnico e scientifico. Questa crisi ci ha invece disarmati rive-
landoci che nell’epoca della globalizzazione siamo tutti intercon-
nessi, nel bene e nel male. Questa crisi, che presto passerà, ci ri-
corda che, dagli affetti ai sentimenti, tutto si esaurisce in un bat-
tibaleno. Questa esperienza ci faccia riscoprire la gradualità dei
processi, l’umiltà della lenta assimilazione e l’umanizzante ridi-
mensionamento della nostra inquietudine che genera voracità
consumistica d’informazione e di beni materiali.
Papa Francesco non perde occasione di sensibilizzare le co-
scienze ad un salutare distacco dal cosiddetto “paradigma tecno-

35

cratico”. Occorre lasciar andare l’idea di un potere senza limiti, di
una economia senza il bene comune, di un benessere che pro-
duce l’oblio della persona. Oggi soffriamo, ma siamo certi, come
ricorda Simone Weil, che «ogni dolore che non distacca è dolore
perduto»12. Nella nostra amara vulnerabilità ci occorre l’abbrac-
cio della solidarietà.
Assicurandovi il costante ricordo nella mia preghiera, vi bene-
dico.

Teggiano, 23 marzo 2020


12
S. WEIL, Quaderni II, Adelphi, Milano 1985, p. 136.

36

LA PAZIENZA, VIRTÙ GENERATIVA

Gli innumerevoli disagi di questi giorni e le pur necessarie pri-


vazioni cui siamo sottoposti (uscite, spese, incontri, sport, mo-
menti ecclesiali), generano innegabilmente anche attimi di tri-
stezza e di sconcerto: quando finirà? Spesso ci ripetiamo, a mo’
di conforto, che bisogna avere pazienza, che prima o poi le cose
si aggiusteranno. Quando ciò accadrà, ne saremo veramente fe-
lici! In tale visione, la virtù cristiana della pazienza è fatta coinci-
dere con la sopportazione, la rassegnata resa a fatti dolorosi e in-
spiegabili o comunque più grandi di noi. Avere pazienza coincide
purtroppo con l’invito alla sottomissione.
Abbiamo sperimentato quanto è faticoso reagire con carità,
scevri da ira e da vendetta, di fronte alle ingiustizie e alla cultura
delle fake news che crescono incredibilmente. Non mancano i
banditori della pazienza che in realtà la interpretano come capi-
tolazione della verità e sconfitta del bene, svuotandola del suo
intimo significato.
La pazienza cristiana ha, in realtà, un tono maggiore e non
può accompagnarsi con l’ovvio buonismo di chi sceglie il ‘quieta
non movere’ (non agitare le cose calme). Essa assume piuttosto,
come percorso opposto, il ‘mota non quietare!’ (non spegnere la
vivacità!). La pazienza cristiana è visione ampia, lungimiranza di
attesa, consapevolezza del limite, ma anche responsabilità di la-
vorare per un sogno. Essa è libertà da ogni forma di intolleranza
integralista e attesa in fattiva laboriosità. Il tratto più bello della
pazienza è la capacità di reagire con speranza ad ogni possibile
sconfitta. Essa guarisce le ferite più profonde con una lenta opera
di ricucitura di rapporti e di ricomposizione degli affetti e dei le-
gami. La persona paziente sa che mai nulla è perduto per sem-
pre! La pazienza cristiana è, in una parola, l’arte di ricomposizione
dei frammenti.

37

Anche i giorni che viviamo richiedono di essere vivificati dalla
pazienza, non per disinnescare gli aneliti di futuro o anestetizzare
le attese. La pazienza di questi tempi si riannoda alla fede, perché
è riscoperta di percorsi relazionali da tempo archiviati, rivitalizza-
zione di abitudini esanimi. In primo luogo la relazione con Dio.
Affaccendati e insoddisfatti, siamo diventati preda della ditta-
tura dell’istantaneo, ma senza attesa e aspirazioni non si raggiun-
gono mete, non si potrà mai familiarizzare con il limite e la reci-
procità. Bellissimo quanto scrive, a tal proposito, il poeta Rilke:
«Aspettate con umiltà e con pazienza l’ora della nascita di un
nuovo chiarore…, [l’albero] resiste fiducioso ai grandi venti della
primavera, senza temere che l’estate possa non venire. L’estate
viene. Ma non viene che per quelli che sanno attendere… la pa-
zienza è tutto»13. Solo imparando a prendere tempo troveremo
un senso tra mille paure.
Vi saluto, benedicendovi tutti.

Teggiano, 24 marzo 2020


13
R. M. RILKE, Lettere ad un giovane poeta, Adelphi.

38

IL SEGRETO DELL’ENTUSIASMO

Eccomi! In questa piccolissima parola è racchiuso il segreto di


ogni alba, il sigillo di tutti gli inizi. È l’intima disponibilità al sogno
di un amore incipiente, di cuori che si immaginano proiettati al
futuro nella logica del noi. “Eccomi!”, è la risposta di tanti martiri
della carità e, in questi giorni, di tanti martiri di corsia che spen-
dono l’esistenza accanto ad ammalati, sfortunati, disagiati. Un
“eccomi!” misterioso e provocatore che con inossidabile fedeltà
riscalda le coscienze indurite dall’abitudine e dalla crisi della
compassione. In questa breve parola si coglie la portata proget-
tuale di una vita che si spende nel valore della fedeltà, della soli-
darietà, della libertà. Tuttavia, la genuinità di questo “eccomi!” si
misura dalla strutturale relazionalità all’Assoluto, dalla lealtà
delle alleanze, dall’irrevocabilità di una fedeltà giurata, fino all’in-
candescenza del martirio. L’ultimo “eccomi!” lo bisbiglieremo
esausti sulla soglia della vita che non ha fine.
La visione dell’uomo indebolita e ferita dall’indifferenza, dalla
banalità e dalla inaffidabilità dei rapporti ha spento il senso della
speranza. Facendo ciò, ha sottratto la passione per la vita e il vi-
gore dell’intraprendenza. Tutto si subisce in una sorta di tragica
fatalità. La depressione, come male sociale, risale anche alla scon-
fitta della sfida educativa, alla fragilità dei legami familiari, alla
perdita di sicurezze lavorative e alla precarietà della salute. Ma
non è consentito arrendersi. Custodiamo le risorse e l’intelli-
genza per rimettere nel trascorrere dei giorni quella linfa vitale
che si chiama entusiasmo.
Un “eccomi!” genera entusiasmo e si sorregge con l’entusia-
smo. È consapevolezza di fragilità, ma anche fiducia profonda
che qualcosa di bello e di nuovo sta per nascere, nonostante i
tempi avversi e le apparenti prove di sconfitta e di inutilità. L’en-
tusiasmo, quello vero, conta su qualcosa di grande che interpella

39

e chiede la resa! Il filosofo e saggista statunitense R.W. Emerson
scriveva: «L’entusiasmo è la grandezza dell’uomo. È il passaggio
dall’umano al Divino. Senza entusiasmo non si è mai compiuto
niente di grande». Non a caso, la festa di oggi ci ricorda una fan-
ciulla di Nazaret che diventa Madre di Dio semplicemente con
l’entusiasmo del suo “eccomi!”. La sua voce cristallina, nel pro-
nunciarlo, ha riempito e ancora riempie l’attesa del mondo.
Nella consolante certezza di essere amati e protetti dalla Ver-
gine dell’Annunciazione, saluto e benedico tutti di cuore.

Teggiano, 25 marzo 2020


Solennità dell’Annunciazione del Signore

40

DIVENTARE ADULTI

Non è automatico né scontato che l’età anagrafica coincida


con la consapevolezza della propria maturità. Ci si educa e ci si
allena sormontando gli ostacoli, e la vita ne riserva parecchi, ma
non basta solo subire le vicende avverse, bisogna entravi con la
ricerca di nuove risorse e nuove opportunità. È difficile, ma è così
che si diventa adulti!
Contrariamente al movimento impresso alle dinamiche del
passato, dove si diventava adulti persino anzitempo, con un so-
vraccarico di responsabilità, di impegni, quasi con la discono-
scenza delle esigenze giovanili e adolescenziali, oggi vi è una
sproporzionata ansia ed attaccamento a restare perennemente
giovani. Un giovanilismo nella moda, negli stili di vita, nell’uso
dei social, nel tempo libero, nel linguaggio, che impedisce per-
sino di varcare la soglia di quello spazio di condizione adulta che
ha il destino della generatività, che consegna vita, ingegno, pa-
trimonio, esperienza, senza antagonismo, né invidia. Per molti la
grande crisi educativa è la dissoluzione dell’«adultità».
I giovani avvertono una sorta di accantonamento, un’aspetta-
tiva forzata, perché coloro che dovrebbero essere gli adulti si
sentono ancora troppo giovani per permettere l’avvicenda-
mento. E l’attesa aumenta generando demotivazione e stan-
chezza prima ancora di cominciare. L’attaccamento sproporzio-
nato alla condizione della perenne giovinezza, emargina coloro
che sono di fatto i veri giovani. La stessa realtà ecclesiale avverte
il bisogno di proporre ai giovani una presenza protagonista e
creativa nell’ambito delle comunità. Papa Francesco lo ricorda:
sono i giovani – e non i giovanili - che possono portare alla Chiesa
la bellezza della giovinezza cioè aiutarla ad essere Chiesa mi-
gliore, secondo il cuore di Dio.
Si diventa adulti con la pacata accoglienza del tempo che pas-

41

sa nonostante il suo peso e gli obbligati congedi, con gli inesora-
bili segni del declino. Non si avversa la vita, né il tempo, ma si
sublimano con una eccezionale saggezza che è quella di cedere
il passo, divenendo punto di riferimento, sorgente di motiva-
zioni, per aiutare i giovani a reagire con maturità di fronte alla
fragilità, alla malattia, al dolore, alla morte.
Un giovane docente, scrittore e interprete del clima educativo
di questi anni, scrive: «Diventa adulto chi ha imparato e vuole
farsi carico del mondo, ma questo non accade se le soglie di re-
sponsabilità (soprattutto nelle relazioni e nel lavoro) svaniscono
e se il giovane non è più, destinatario di un passaggio di testi-
mone, ma oggetto di autocompiacimento o di invidia, se non è
addirittura percepito come una minaccia»14. Il nodo da sciogliere
non sono i giovani, ma gli adulti che devono crescere.
In Gesù Redentore, benedico tutti.

Teggiano, 26 marzo 2020


14
A. D’AVENIA, Dalla stessa parte mi troverai, in Corriere della sera, 17 giugno 2019.

42

I CONFINI CHE TENGONO

La crisi coronavirus ha messo in luce il bisogno di restare den-


tro i confini, quelli di casa! Si tratta di limiti da rispettare per at-
tuare la solidarietà e la responsabilità nei confronti della salute
collettiva. È innegabile che il restare circoscritti in casa per più
giorni comincia a pesare. Tuttavia, è l’unica garanzia per control-
lare la pandemia e bloccare il contagio. Esistono confini positivi
che vanno rafforzati, soprattutto quando la persona avverte il ri-
schio di un decadimento di umanità o anche di intelligenza. Un
argine è necessario: alla collera, alla voglia spasmodica di potere,
al rischio della selezione, all’ambizione dei primi posti e a quella
sempre crescente sete di visibilità che trova nella rete il più
grande palcoscenico. Abbiamo bisogno di limiti per irrobustire la
dignità di ogni persona, l’etica nella comunicazione, la corret-
tezza nel discernimento.
Occorre constatare che esistono anche confini che non ten-
gono: il coronavirus ha invaso la mondialità senza alcun riguardo
ai limiti geografici. Altrettanto contagiosa deve esser la solida-
rietà, abbattendo tutte le forme discriminatorie nei confronti
delle diversità, delle minoranze etniche, delle differenze di ge-
nere e di religione. Non dobbiamo nasconderlo: è sempre più in-
sidiosa la suggestione nefasta di credere che per difendere patri-
moni identitari, religiosi o tradizionali, serva edificare muri insor-
montabili che finiscono poi per isolarci invece che difenderci.
Nella solitudine si avviano processi di lacerazione e di decompo-
sizione che toccano anche ciò che si riteneva più duraturo e più
inattaccabile.
Di fronte a tante e tali barriere è importante accogliere la sfida
di aprire brecce, rimuovendo i grossi macigni dell’indifferenza,
dell’individualismo e della saccente superiorità. Brecce nei ba-
stioni dell’abitudinarietà, per imparare a leggere e dare nome a

43

fatti nuovi, episodi inediti che, per quanto sconcertanti, sono fo-
rieri di nuovi moniti, di nuove opportunità e di generosi coinvol-
gimenti umani. Ciò che i confini devono arginare non sono per-
sone o storie, quanto mediocrità, indifferenza, paure dell’altro,
chiusure al sapere, vuoto di senso, cinismo di fronte alla soffe-
renza altrui.
Siamo ormai vicini alla Pasqua di Risurrezione, che quest’anno
sarà senz’altro diversa e singolare, ma per nulla menomata nella
sua grazia. Mi piace guardarla fin da ora con le parole di Erri De
Luca: «Sia Pasqua piena per voi che fabbricate passaggi dove ci
sono muri e sbarramenti, per voi operatori di brecce, saltatori di
ostacoli, corrieri ad ogni costo, atleti della parola pace». Far Pa-
squa significa, più di ogni altra cosa, superare la paurosa incapa-
cità di guardare oltre!
Vi benedico nell’affetto del Redentore.

Teggiano, 27 marzo 2020

44

ANDARE SOLI

Alle prime luci dell’alba, ho colto la raccomandazione della


CEI: «I Pastori… si recheranno da soli a un Cimitero … per un mo-
mento di raccoglimento, veglia di preghiera e benedizione… e
affidare alla misericordia del Padre tutti i defunti di questa pan-
demia, nonché esprimere anche in questo modo la vicinanza
della Chiesa a quanti sono nel pianto e nel dolore».
Da soli: un invito, un monito, un messaggio sul tema della so-
litudine che viene impropriamente scambiata per isolamento.
Procedere da soli non significa individualisticamente, ma nella
chiara percezione di sentirsi connessi e sorretti da una sovru-
mana forza di comunione che ci fa sentire tutti in una rete di pre-
ghiera, di sofferenza, di speranza. Non è lecito sentirci isolati.
La solitudine aumenta, e quando essa è sinonimo di isola-
mento, abbandono, dimenticanza, genera le vittime della nostra
indifferenza. È il male oscuro della società occidentale, come è
stato più volte scritto. È un lento e inesorabile rifiuto dell’uma-
nità, un rinchiudersi nel proprio io. Spesso è frutto di amare de-
lusioni, di insuccessi, di fallimenti o fragilità. Questo isolamento
indebolisce, fino a dissolverlo, ogni legame con l’alterità e ogni
incontro con un tu reale. Qualche governo ha persino pensato a
un “Ministero della solitudine”, per fronteggiare l’isolamento nel
quale sono precipitate tante persone anziane, sole, senza legami
e risorse. In aumento è anche il numero di giovani contagiati
dall’epidemia del rifiuto relazionale, eremiti senza cielo, che op-
tano per una sorta di volontaria reclusione.
Tuttavia, esiste anche una solitudine gravida di sogni e di pro-
positi, che offre un’occasione unica per ricomprendere il rap-
porto con sé stessi e con la realtà. È quella solitudine che per-
mette di percepire il mondo e la storia da un punto di vista che
ordinariamente sfugge. Andare da soli, significa sottrarsi alla sug-

45

gestione dei facili consensi e della mediaticità dei gesti.
La solitudine è comprensiva della comunione, anzi la ricom-
pone e la qualifica, perciò è il solo e vero antidoto alla banalità e
al qualunquismo di chi si rifiuta di pensare. Il poeta e narratore G.
M. Villalta, parlando dei due protagonisti del suo ultimo ro-
manzo, dice: «erano soli ma non disperati, sapevano dare ordine
alla giornata, avere pensieri per ogni cosa, ma avevano perduto
la letizia del cuore. Non potevano fare nulla l’uno per l’altro, ma
si erano incontrati»15. Nella feconda solitudine vi è sempre un Tu
che interroga e ci incontra!
Vi saluto nel nome della SS. Trinità, fonte di comunione, e vi
benedico.

Teggiano, 28 marzo 2020


15
G. M. VILLALTA, L’apprendista, Ed. Sem.

46

CHI PREGA SI SALVA

“Chi prega si salva”, è il titolo di una raccolta di preghiere della


tradizione cattolica, ispirato ad una massima di S. Alfonso M. de
Liguori, esperto maestro di vita cristiana, che educa alla pre-
ghiera come “un mezzo necessario e sicuro, affin di ottenere la
salute, e tutte le grazie che per quella ci bisognano”.
Il Santo Napoletano non vuole ispirare una tecnica di pre-
ghiera, desidera piuttosto, attraverso la preghiera, illuminare una
speciale visione dell’uomo. Il pensiero alfonsiano, infatti, mette
in evidenza una singolare modalità della persona che orienta la
vita in un permanente dialogo con una Trascendenza, un Divino,
l’Assoluto, su quale si alimentano anche dubbi, incertezze e in-
quietanti interrogativi, ma con il quale si è deciso di non troncare
mai più il dialogo: questa è la preghiera, spazio dell’amore. In
questo spazio convergono l’uomo e Dio, e si instaura una straor-
dinaria conoscenza.
Dalla preghiera si irrobustisce anche la fede, ma è anche que-
sta che genera l’anelito dell’anima ad aprirsi a Dio. Pregare è ri-
manere crocifissi per sempre all’Eterno e permettergli di trasfigu-
rarci il cuore.
Nella preghiera dobbiamo riuscire ad accogliere il vero volto
di Dio. Non è un’entità astratta, né una idea, né un giustiziere, né
il tappabuchi ai nostri guai. Il Dio che ci rivela Gesù è prima di
tutto un Padre. “Quando pregate, dite: Padre” (Lc 11,2). Affievo-
lire o dissolvere questo legame significa disimparare a pregare.
In questo legame c’è la certezza del nostro amore: ecco la solidità
delle parole che pronunciamo, ecco l’orizzonte nel quale attin-
giamo tutta la forza per combattere il male.
Un biblista, interrogato su questa terribile pandemia, ha detto
che “Dio non può cambiare il corso della storia, ma può dare

47

all’uomo la sua forza per viverla”16. Dio Padre concede a coloro
che lo chiedono nella preghiera la forza per sottrarsi all’accadere
della resa al nulla, al baratro dell’autosufficienza e all’arida insen-
sibilità.
Nella preghiera non si tratta di ripetere a memoria un formu-
lario, forse neanche serve ritagliarsi un tempo per inserirvi la pre-
ghiera, essa non serve a dare luce alla vita, ma ci aiuta ogni giorno
a dare alla luce una nuova vita, una nuova gioia, una nuova ge-
nerosa risposta d’amore, un grido spontaneo nel dolore e nella
prova. La preghiera ci sottrae alla tristezza di un presente insop-
portabile e ci apre alla profezia, la quale, come diceva Olivier Cle-
ment, «non decifra l'avvenire, lo rende possibile»17. Apre un dub-
bio sul presente, sulle certezze che l’abitudine alimenta, sui no-
stri stessi bisogni e desideri! La preghiera cambia il cuore e il no-
stro presente.
Con affetto benedico ciascuno e ricordo tutti nella preghiera.

Teggiano, 29 marzo 2020


V domenica di Quaresima


16
A. MAGGI, Così Francesco ci insegna a riscoprire il divino che è in noi, in La Repub-
blica, 28 marzo 2020.
17
O. CLEMENT, Il potere crocifisso, ed. Qiqajon Comunità di Bose.

48

VECCHIAIA VENERANDA NON È QUELLA LONGEVA

«Vecchiaia veneranda non è quella longeva, né si misura con


il numero degli anni; ma canizie per gli uomini è la saggezza»
(Sap 4,8-9). In questa tragica guerra per sconfiggere il covid-19, i
primi a cadere sul campo sono proprio i nostri anziani. L’età avan-
zata delle vittime non estingue l’amarezza del distacco. L’allun-
gamento della vita ha permesso il consolidarsi di legami affettivi
con i nonni e gli anziani, come estremo tentativo di recupero del
frammentario panorama relazionale familiare. Nella loro sedi-
mentata capacità di ascolto e di racconto, si può gustare la bel-
lezza di una consolante sicurezza, che come ci ricorda il testo sa-
cro è la “saggezza”. In questa decimazione, che tocca soprattutto
gli anziani, stiamo imparando a ricalibrare il nostro linguaggio:
dopo l’iniziale calcolo grezzo delle vite da sacrificare rispetto a
quelle da salvare – chiaramente le più produttive e redditizie – si
sta facendo sempre più strada una logica eticamente più valida,
rispettosa di ogni vita umana.
Nei paesi occidentali l’invecchiamento assume proporzioni
considerevoli, ma non per questo bisogna sminuire questa fase
della vita che merita un’attenzione umana e relazionale capace
di aiutare ad invecchiare e soprattutto a trovarvi un senso. È noto
il contributo che, anche dal punto di vista economico, gli anziani
riescono ancora a offrire alle famiglie, al mondo del lavoro, della
farmaceutica e dell’assistenza sanitaria. Gli anziani non sono una
sciagura, ma una risorsa educativa, che aiuta a riscoprire l’amici-
zia disinteressata, l’affermazione delle cose essenziali, la relativiz-
zazione dei miti efficientisti. Essi sono una lezione permanente:
«Accetta serenamente l’insegnamento degli anni, abbando-
nando con grazia le cose della giovinezza»18. Nel lento scorrere
dei giorni e nelle sorprese dei piccoli doni, l’anziano ci educa al

18
M. EHRMANN, Desiderata.

49

saper dire addio!
Nei nostri anziani dobbiamo saper cogliere tutto il desiderio
di non recidere i ponti con le giovani generazioni, la bramosia di
raccontare, di consegnare ricordi, di riandare costantemente ai
punti di riferimento: la famiglia, il lavoro, le rinunzie e i sacrifici,
in molti anche il terribile ricordo di guerre e di calamità; ma anche
l’amabile apprezzamento per le meravigliose conquiste e la vi-
vida passione per il futuro. Essi, come ricorda il teologo L. Boros,
sanno parlarci di Dio, perché «il Dio della vecchiaia è un Dio di
sorridente tranquillità». È proprio questa la missione più grande.
Con un grato ricordo per tutti, vi benedico di cuore.

Teggiano, 30 marzo 2020

50

I GIOVANI PORTANO IL CUORE

Bella l’intuizione di chi ha invertito le parole del titolo del fa-


moso romanzo “Va’ dove ti porta il cuore”, trasformandolo in
“porta il cuore dovunque vai!”. In questo tempo incerto e dolo-
roso restiamo ammirati e spesso esterrefatti nel vedere i nostri
ragazzi e giovani che, animati da solidarietà e profondo altrui-
smo, si sono affiancati ad associazioni e organizzazioni civili e re-
ligiose per rispondere alle urgenze e portare soccorso con generi
di prima necessità, medicine, ma anche tanta consolazione e spe-
ranza. A nessuno è sfuggito la profondità degli sguardi, la loro
tenerezza e compassione pur sotto tute, mascherine e guanti. Si
coglie subito che essi non portano solo cose, portano il cuore. Un
plotone di atleti, medici, infermieri, gruppi parrocchiali, volon-
tari, associazioni in corale e sinergica intesa, giganti dell’umano
trasformati in angeli del servizio accanto ai più deboli.
Lo scoppio della pandemia di covid-19 li ha colti, come tutti
d’altronde, di sorpresa. Sembravano precipitati in un silenzio sbi-
gottito e incredulo, ma è bastato poco per farli reagire con una
mobilitazione esuberante e vivace. Sulle strade, negli ospedali,
nelle case di riposo, nella presenza porta a porta, con innumere-
voli attività di sostegno agli anziani, alle persone sole, a coloro
che non hanno una dimora, agli immigrati, ai bambini, stiamo as-
sistendo alla solidità di un patto intergenerazionale che forse era
stato sottovalutato.
Non va taciuta inoltre l’intraprendenza digitale dei nostri gio-
vani, che attraverso la specifica tecnologia mediatica hanno po-
sto in campo occasioni di comunione virtuali, in riferimento alla
cultura, alla scuola, al culto. Oltre alla smentita di fake news, sono
in prima linea per combattere il virus dell’"infodemia", la cinica e
colpevole diffusioni di false notizie che destabilizzano i rapporti
sociali, determinando sfiducia e paure.

51

Frettolose valutazioni rinchiudono spesso i giovani e i loro
comportamenti in un frasario scontato di scetticismo e sfiducia.
Emerge invece in questi giorni un’incredibile voglia di spiritualità
e di domande profonde che si esprimono in scelte di altruismo,
di inclusione, di prossimità e di rifiuto di ogni discriminazione.
Papa Francesco ha più volte ribadito: «mi piace una Chiesa in-
quieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli
imperfetti. … una Chiesa che comprende, accompagna, acca-
rezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate
con libertà». Sono convinto che i giovani – i nostri giovani –
hanno tutte le caratteristiche per accettare questo invito.
Con grata riconoscenza abbraccio e benedico tutti

Teggiano, 31 marzo 2020

52

COMUNICARE È SPERARE

Siamo nell’era della comunicazione, un prodigio tecnologico


che si quantifica intorno a 23 miliardi di dispositivi connessi dai
quali, ogni minuto, partono 187 milioni di mail, 38 milioni di mes-
saggi WhatsApp e oltre 90.000 visualizzazioni Facebook. In que-
sti giorni di quarantena, poi, la rete è stata esposta ad un espo-
nenziale sovraccarico, tanto da temerne il collasso. In tanto traf-
fico di notizie, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha lanciato
l’allarme per la diffusione virale di false notizie, in un contagio
mediatico di paure e notizie destabilizzanti che generano sfidu-
cia verso istituzioni e organismi sociali. I social, questo strumento
meraviglioso, possono diventare anche mezzo di conflitto e di
dipendenza.
È ormai un dato di fatto che la rete ci ha immessi in nuove mo-
dalità di relazioni, di rapporti e scambi. Si sono eliminate le di-
stanze, gli spazi si sono ravvicinati, i tempi sono omologati, per-
mettendo, in circostanze di eccezionale gravità come quelle at-
tuale, un immediato scambio di informazioni, messaggi e dati in
ambito educativo, sanitario, economico e culturale. Questa
nuova modalità, tuttavia, ci ha anche condannati ad una ditta-
tura dell’istantaneo.
La comunicazione è sempre un atto generativo di bene, di
speranza, di fiducia, anche quando nasce da situazioni di affli-
zione e di dolorosa condizione. Ogni piccolo click sulla tastiera o
ogni parola bisbigliata deve essere finalizzato al prendersi cura,
a rafforzare la fiducia. I parolai menzogneri, i banditori di falsità,
assetati di effimeri scoop, sono una cancrena nel mondo dell’in-
formazione. Né etica, né professionalità accompagnano questi
untori della malattia mediatica, ossessionati esclusivamente di
like e di visualizzazioni. Questi terroristi delle chiacchiere semi-
nano sfiducia e raccolgono frustanti ammiccamenti. Per esser

53

presenti significativamente nella rete non basta la competenza
tecnica sull’utilizzo di sistemi e di strumenti, servono contenuti,
parole, messaggi, soprattutto un supplemento d’anima.
Comunicare è innanzitutto condivisione di un dono (da cum,
condividere e munus, dono), la trasmissione di una dialettica che
rispetta la libertà della persona, nella capacità di prendere le di-
stanze da chi semina odio e falsità. Serve il coraggio della respon-
sabilità anche e soprattutto per chi si occupa di comunicazione:
«può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi
trovate, ma lo diventerete se non fate nulla per cambiarla», am-
moniva severamente Martin Luther King. Occorre una tenacia
per smentire quell’equivoca rivendicazione della libertà di
espressione che non si pone al servizio dell’edificazione del bene
comune e del rispetto della persona. Un manuale recentemente
in circolazione porta un titolo emblematico: “Tienilo acceso, po-
sta, commenta, condividi senza spegnere il cervello”19. Comuni-
care, in senso vero e pieno, non può che esser frutto di rettitu-
dine e intelligenza.
Nell’abbraccio della comunione Trinitaria, vi benedico.

Teggiano, 1° aprile 2020


19
V. GHENO, B. MASTROIANNI, Tienilo acceso. Posta, commenta, condividi senza spe-
gnere il cervello, Longanesi, 2018.

54

IL LIMITE E CIÒ CHE CI FA ESSERE

Qualcosa andava meglio compreso e anticipatamente arre-


stato: è questa la considerazione che viene riflettendo sulla dolo-
rosa battaglia al covid-19. Anche in questa circostanza, in fondo,
è mancata la consapevolezza del limite. Nell’incontrollabile corsa
del progresso e del profitto si è creduto di poter valicare i limiti
umani, ambientali, relazionali, compresi quelli religiosi ed etici.
Gli antichi avevano scolpito un imperativo religioso sulle colonne
d’Ercole: non andare oltre (nec plus ultra)! Oltre c’era l’incognito,
con l’oscura possibilità di un non ritorno. Il delirio di onnipotenza
era considerato un oltraggio alla divinità, di fronte alla quale l’es-
sere umano non poteva che avere soggezione, paura, timore di
vendetta e rappresaglia. È quella un’antropologia menomata,
una vera deriva di umanità.
La modernità occidentale, invece, ha compreso il limite come
segno di spaventosa incompletezza, di incomprensibile condi-
zionamento, reagendo di fronte ad esso con la smania dell’ec-
cesso, dell’incontrollato, della dismisura. Più si valica il limite più
si prova l’ebrezza dell’inarrestabile, del “tutto ad ogni costo”. Os-
sessionati del trionfo della riuscita, abbiamo circondato di insop-
portabile sospetto il senso del limite, confinandolo nella catego-
ria del decadimento. Le regole sovvertite o ignorate, i contenuti
confusi: il bene è ridotto all’“utile”, la verità a empirica razionalità,
la bellezza a effimero godimento, l’altro ad un oggetto utilizza-
bile. Una fanciullesca ansia da prestazione scolastica, lavorativa,
sportiva, ha compromesso i progetti di vita, cancellando la paca-
tezza di un decisivo passaggio verso la maturità, che consiste
proprio nell’accettazione di “quello che manca”. Il limite non lo si
ignora, ma lo si attraversa con dignità. Il limite non ci sfigura, anzi
ci connota autenticamente in quanto esseri bisognosi di alterità
e di superamento.

55

Occorre ricominciare, rimettersi in gioco con un sapere che si
confronta con saggezza e umiltà, dissimulando la presunzione di
chi, esiliando Dio, ha anche eclissato l’esperienza fondamentale
del limite. Si è resa estranea la “sapienza della finitezza”, inneg-
giando ad una grandezza miseramente fuorviata.
Solo in compagnia del limite potremo esser più umani. Una
relazione che prende in conto il limite, con Dio, con il prossimo,
con la terra, è l’unica che può ispirare in noi un singolare cam-
mino di fede, nella coscienza che, come afferma il filosofo Remo
Bodei, «è come una porta verso cui sento di non potermi spin-
gere oltre, ben sapendo che qualcosa mi sfugge». A noi invece
sembra giusto varcare quella soglia della fede, ci aiuta a com-
prendere noi stessi, Dio e il prossimo.
Con rinnovato entusiasmo vi abbraccio e benedico in Gesù
Redentore.

Teggiano, 2 aprile 2020

56

EDUCARE TRA PASSIONE E STANCHEZZA

Educare rientra in quell’arte di amare che spinge a prenderci


cura dell’altro, dei figli, del prossimo. La cura è una delle cifre fon-
damentali dell’essere umano che, in una dimensione generativa,
permette all’altro di essere sé stesso, perché sostenuto, incorag-
giato e custodito. La passione nell’educare, se costruita sulla re-
ciprocità, genera una dinamica di crescita che aiuta a cercare la
bellezza, a inseguire la passione per il bene, la giustizia, la custo-
dia e il rispetto della natura. Essa impara anche a sognare, seb-
bene il clima di eccedenza del ‘tutto e subito’, che investe i nostri
ragazzi e giovani, li trasferisce spesso nella terra arida del vuoto.
Siamo davanti a «una generazione che non conosce i sogni per-
ché non sono state insegnate le passioni»20, afferma il noto psi-
chiatra e sociologo Crepet.
Occorre riconoscerlo, viviamo un tempo di stanchezza educa-
tiva che trova sempre più soggetti dimissionari, inclini a perpe-
trare inconsapevolmente il divorzio tra istruzione ed educazione.
Questo è uno dei pericoli peggiori, poiché si educa istruendo e si
istruisce educando. Educare significa puntare dritto al cuore, su-
scitare il desiderio, innestare aspirazioni elevate. Le nozioni
hanno senso solo dopo le relazioni, che rendono tutti più uma-
namente maturi. Oggi, più che mai, educare è una disciplina
estremamente impegnativa, perché sottopone ad una costante
verifica e al giudizio impietoso di ragazzi e giovani, figli, nipoti,
che recriminano coerenza e credibilità. Solo con esse è possibile
interagire, ricercare motivazioni e arrivare a condividere anche
dei dolorosi “no!”. Non si tratta di metter paletti, quanto di ali-
mentare un sano discernimento delle motivazioni che ci deter-
minano e di ciò che veramente si desidera. Quando si educa il

20
P. CREPET, intervista: Figli, Crepet spiega: «Senza i "no" non si cresce, educare è una
fatica», in Il Gazzettino, 26 febbraio 2018.

57

desiderio, si educa tutta la persona.
Rallegra che si sia gradualmente attenuata l’ansia che faceva
parlare di sfida educativa, generando implicitamente l’idea dello
scontro o di una lotta tra avversari. Mi piace percepire la bellezza
di questa avventura dell’educazione che aiuta a mettersi in
gioco, senza intimorire o scoraggiare per l’eccesso di responsa-
bilità che essa comporta. Educare è sì impegnativo, e non di-
pende solo da tecniche, professionalità o didattica, ma è prima
di tutto un atto di amore. Un giornalista scrive «educare è la
prima virtù del credere», e in questo umanesimo quotidiano rap-
presenta una comune consapevolezza da rafforzare. Essa ci fa
mendicanti del cielo, genera un desiderio di infinito e l’apertura
verso l’Assoluto, facendo attingere vigore per realizzare le spe-
ranze possibili.
Con la mia preghiera, vi benedico.

Teggiano, 3 aprile 2020

58

TUTTO È CONNESSO

I provvedimenti di restrizione di questi giorni ci hanno obbli-


gati a metter in atto una serie di verifiche e di attenzione critica
all’andamento generale dell’economia, della politica, dell’educa-
zione, della custodia ambientale. Siamo in una terribile congiun-
tura che non è solo ambientale. Non ci sono due crisi separate,
una ambientale e un’altra sociale – avverte Papa Francesco –,
bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Tuttavia, se da
un lato è necessaria l’analisi, urge anche una coraggiosa ed espli-
cita presa di posizione nell’indicare la terapia per il recupero di
una qualità di vita proporzionata al benessere della persona
umana e rispettosa degli equilibri ambientali. Papa Francesco lo
ricorda: «Tutto è connesso. Se l’essere umano si dichiara auto-
nomo dalla realtà e si costituisce dominatore assoluto, la stessa
base della sua esistenza si sgretola»21. La minaccia di questa ine-
sorabile lacerazione è in agguato nella preponderanza di una vi-
sione frammentata dei saperi e della concezione di natura, verso
la quale, senza alcun criterio di sostenibilità, ci si è accaniti per
soddisfare una voracità consumista, ora giunta all’apice della tol-
lerabilità ambientale.
La concezione del tutto è connesso nasce dalla visione di una
ecologia umana integrale, che prende in seria considerazione
non solo un aspetto del dibattito ecologista, ma una visione uni-
taria che va dalla foresta amazzonica, ai microorganismi in estin-
zione, alla crescita della povertà, alla migrazione dei popoli. La
persona umana, con la sua intelligenza ed il suo sapere, deve co-
gliere i tratti che legano tutte queste emergenze per denunciare
la violenza di chi continua ad infliggere ferite mortali alla madre
terra. Il danaro e il profitto di pochi non possono devastare la
casa di tutti. Anche una piccola violazione di equilibri socio-am-

21
FRANCESCO, Lettera enciclica Laudato si’, n. 117.

59

bientali ha dovunque, anche in un angolo recondito della terra,
una terribile ricaduta su tutta l’umanità. Le furbate dell’uomo ai
danni della natura non restano mai isolate ma generano sempre
una catena di disastri.
La rinnovata questione ambientale non consiste nell’elenco di
provvedimenti tecnici e quasi sempre utilitaristici che si devono
mettere in atto per ripercorrere a ritroso la via del recupero. È
estremamente sbagliato credere di poter ancora centellinare
sulle decisioni. Siamo in una vera svolta antropologia che ci
rende coscienti che l’uomo non è padrone del mondo, né l’utiliz-
zatore insensato di ogni risorsa.
È urgente riscoprire i piccoli gesti di una buona pratica am-
bientale, cambiare stili di vita, recuperare una relazionalità con la
natura che non è solo di mera contemplazione, ma di partecipa-
zione alla sua salvaguardia e al suo sviluppo. Abbiamo preteso
troppo dalla casa comune, saccheggiando le sue risorse ed esi-
gendo prestazioni tecnologiche al limite del tracollo. Ora biso-
gna ripartire mettendo in gioco il senso della responsabilità della
politica, dell’economia, della cultura, dell’organizzazione sociale
e della stessa antropologia. Risanare il pianeta richiede il risana-
mento del cuore dell’uomo!
Vi benedico con affetto.

Teggiano, 4 aprile 2020

60

LE SETTE PAROLE DI GESÙ IN CROCE

Le ultime parole di un morente, sono quelle che si custodiscono


con grande premura. Racchiudono il segreto di un’esistenza
spesa al servizio di ideali e contengono anche una profezia che
interpella per il futuro. La morte è consegna di un passato, ma è
anche rivelazione di futuro. Così nella tradizione cristiana è ma-
turata la riflessione intorno alle sette parole di Gesù, che i Vangeli
registrano con dettagliata accortezza. Sono come sette note mu-
sicali, collocate sul pentagramma dell’umana esistenza, che
hanno generato eroiche fedeltà all’Amato Maestro, che sulla
Croce apre la via della Redenzione. Ci soffermeremo ogni giorno
su una delle ultime frasi pronunciate da Gesù Crocifisso, come
grande esercizio di compassione accanto al Signore, per trarne
poi occasione di crescita e di impegno nella nostra vita cristiana.

1. «PADRE, PERDONA LORO


PERCHÉ NON SANNO QUELLO CHE FANNO» (Lc 23,34)

Cominciamo il nostro cammino di preparazione spirituale


verso la Pasqua soffermandoci sulla prima frase. Viene proferita
da Gesù e riguarda il suo singolare rapporto con il Padre, ma non
distoglie lo sguardo dai soldati, dai sommi sacerdoti, dai crocifissi
con lui, da coloro che si sono miseramente attivati per decretare
l’atroce condanna di croce. Per tutti una parola sovrumana, che
si fa supplica ed invocazione: il perdono. «Sulla croce era nasco-
sta la sola divinità» (In cruce latebat sola Deitas), così cantiamo in
un antichissimo inno eucaristico, eppure proprio nel perdono la
Divinità esprime la grandezza di un impegno e di una missione:

61

perdonare. “Il perdono: lì c’è veramente il volto di Dio”22. Il per-
dono di Gesù rivela l’accecamento e la mancanza di consapevo-
lezza che i suoi crocifissori mostrano: «non sanno». Preda di que-
sta ignoranza collettiva non mostrano alcun segno di penti-
mento, umanamente non meritano perdono, nulla fanno per ot-
tenerlo, eppure Gesù prega che nel perdono intraprendano la via
della conversone.
Il perdono mette insieme giustizia e misericordia. Perciò il per-
dono cristiano non è ingenuità, né va confuso con l’indifferenza
o la remissività, ma è un appello a risanare le radici dei mali che
inquinano le relazioni tra le persone. Se perdonare è una fatica,
più faticoso è innescare quei processi di risanamento e di revi-
sione che il perdono porta con sé. Il perdono che non ristabilisce
la verità e l’autenticità è espressione solo di resa e di paternali-
smo compassionevole. «Se il peccato è una realtà paralizzante, il
perdono è invece vivificante» (G. Ravasi). Il perdono è responsa-
bilmente gravido di futuro.
Dio della misericordia e del perdono custodisca tutti, vi bene-
dico.

Teggiano, 5 aprile 2020


Domenica delle Palme e della Passione del Signore


22
Carretto. Un contemplativo sulle strade del mondo, a cura di G. C. Sibilia. Paoline,
1996.

62

2. «OGGI CON ME SARAI NEL PARADISO» (Lc 23,43)

Un lacerante spettacolo di umana ferocia: tre croci, due delle


quali destinate a malfattori comuni, rotti dall’esperienza del male
e asserviti a logiche di perversa criminalità, tanto da essere con-
dannati ad una pena severa, irreversibile ed esemplare. Noi oggi
inorridiamo di fronte a tanta crudeltà. Tra essi, in posizione leg-
germente più elevata, così come lo raffigura la tradizione, c’è
Gesù, il re dei giudei, esausto, sfigurato e deriso. Le urla blasfeme
e le diaboliche provocazioni, che irridono alla condizione del cro-
cifisso morente: «scenda dalla croce… ha confidato in Dio» (Mt
27,42-43); sono le stesse suggestioni del diavolo nel deserto: «Se
tu sei Figlio di Dio, gettati giù di qui» (Lc 4,9).
Nel cuore di ogni uomo, benché devastato dal male e dal pec-
cato, permane fino alla fine una insopprimibile sete di verità,
un’aspirazione di salvezza che non può avere altro nome che
l’eternità. Lo spettacolo di Cristo in croce ispira uno dei malfattori
ad un’ultima invocazione, forse anche la prima della sua vita: «Ri-
cordati di me…» (Lc 23,42). Capisce e riconosce che Colui che gli
è accanto, compagno di sventura, è portatore di una misteriosa
pacatezza che gli dà forza, è veramente un Re. È la regalità di
Gesù, la sua figliolanza, la sua straordinaria forza sovrannaturale
a suscitare fiducia. È lui che genera nel cuore di quello che la tra-
dizione ha definito “buon ladrone” un ultimo sussulto di co-
scienza e di speranza. Perciò con fiducia non esita a supplicarlo.
La promessa è il paradiso, subito, oggi. L’oggi di Dio è l’eter-
nità. Questa non viene dopo la morte, è costantemente pro-
messa e realizzata nel presente, là dove c’è perdono, accoglienza,
umanità, voglia di bene, tutto ciò ci permette di realizzare ogni
giorno il paradiso, benché può esserci capitato di dimenticarlo.
Tuttavia, “se l’uomo dimentica il paradiso rende il mondo un in-
ferno”: queste parole, attribuite ad un grande statista e uomo di
fede luterano, interpellano noi oggi. Solo chiedendo il paradiso

63

lo si ottiene: «Ricordati di me!».
Nell’attesa della domenica senza tramonto, di cuore vi bene-
dico.

Teggiano, 6 aprile 2020


Lunedì santo

64

3. «DONNA, ECCO TUO FIGLIO!»...
«ECCO TUA MADRE!» (Gv 19,26-27)

Nell’attimo in cui tutto sembra esser finito per sempre, quan-


do l’avventura della prima comunità è tragicamente dissolta, per
la paura, per infedeltà e per i tradimenti, su questi cocci Gesù fa
nascere il sacramento universale di salvezza: la Chiesa.
Nella sua Madre è misticamente prefigurata l’adunanza di
tutto il popolo di Dio; in Giovanni, il discepolo amato, è tutta
l’umanità che viene riconsegnata a questa Madre sempre fe-
conda di nuovi figli, trasfigurati per fede in germe di nuova uma-
nità. Allora non è solo un atto di premurosa compassione verso
una madre destinata a restare sola, ma in quella consegna e in
quella accoglienza è scritto tutto il mistero del popolo di Dio.
Ai piedi della croce nasce la Chiesa, sposa di Cristo, madre
sempre pronta a ridare la vita ai figli attraverso la grazia dei sa-
cramenti. Accogliere e lasciarsi accogliere sotto la croce è la vera
missione della Chiesa. Uomini e donne alla ricerca di casa, di af-
fetto, di riconciliazione, di perdono, possono trovare nella Chiesa
ciò che il Cristo crocifisso e morente ha consegnato. Non si ap-
partiene alla Chiesa per titoli, né per censo, né per abilità, si ap-
partiene semplicemente perché siamo portatori di croci pesan-
tissime.
Nella Chiesa troviamo la tenerezza di una madre che ama in-
dipendentemente dai meriti acquisiti. Chiesa, sposa di Cristo,
casa e scuola di misericordia, divinamente sbilanciata sul servi-
zio, sulla carità, sull’accoglienza, a costo di riscuotere attacchi e
malevoli fraintendimenti, ma la fedeltà è sempre presso la croce.
Il Cardinal Joseph Ratzinger, prima di essere Papa, in un meeting
internazionale sostenne: «Non è di una Chiesa più umana che ab-
biamo bisogno, bensì di una Chiesa più divina; solo allora essa
sarà anche veramente umana. E per questo tutto ciò che è fatto

65

dall’uomo, all’interno della Chiesa, deve riconoscersi nel suo
puro carattere di servizio e ritrarsi davanti a ciò che più conta e
che è l’essenziale»23. Accettare la vita in Cristo e nella Chiesa è la
nostra sfida.
Con la Protezione di Maria, Madre vigile nell’orazione e ar-
dente nella carità, modello della Chiesa, vi benedico.

Teggiano, 7 aprile 2020


Martedì santo


23
J. RATZINGER, Una compagnia sempre riformanda, Meeting di Rimini, 1 settembre
1990.

66

4. «DIO MIO, DIO MIO,
PERCHÉ MI HAI ABBANDONATO?» (Mc 15,34)

L’abbandono deliberato è sempre un crimine, voltarsi dall’al-


tra parte è un incipiente tradimento. Gesù sperimenta il lento e
graduale abbandono già con il tradimento di Giuda, poi nel Ge-
tsemani chiede la compagnia nella preghiera: “Vegliate e pre-
gate» (Mt 26,41), ma «li trovò di nuovo addormentati» (Mt 26,43).
Che dire poi dell’indicibile tradimento di Pietro e del bizzarro
scambio con un prigioniero famoso, rivoltoso e omicida, Ba-
rabba. L’abbandono è lo strazio. Tradimento e abbandono sono
i più atroci dei dolori, la solitudine induce persino a dubitare del
valore di ogni gesto, è il naufragio nel mare dell’inutilità. Nessuno
ascolta, nessuno risponde. Tutto diventa ancora più tragico
quando nell’apice dell’ultimo respiro, Gesù ha la forza di un sus-
sulto di preghiera: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbando-
nato?» (Mc 15,34). Non è rivolta: è certezza che anche per lui la
preghiera con le parole dell’antico salmo (21) è celebrazione
della vittoria di Israele sull’inesorabile condanna. Dio ha già de-
cretato la glorificazione.
Il “perché?” di Gesù Cristo in croce, ha un’eco che risuona sulla
terra e nei secoli, ridonda sonoro nella sofferenza, nella prova,
nella malattia, nella morte. Si ripropone nelle ingiustizie della sto-
ria e di fronte all’arroganza dei prepotenti. Gli abbandonati della
società, che sono diventati scarti, ripropongono con nudo reali-
smo l’interrogativo sulle strutture di peccato, sul male che dilaga
nel cuore degli uomini e nel mondo: “perché?”.
È necessario liberarci dall’assillo di una ricerca di umane rispo-
ste a interrogativi di sovrumana inquietudine. Non alimentiamo
una preghiera malata, desiderosa di segni e di certezze, con la
presunzione di cambiare Dio e di manometterne la volontà; che
presunzione! La preghiera è una resa al bisogno di cambiamento
del nostro cuore e alla certezza che Dio non abbandona nel

67

dolore. Mi piace ricordare i versi di una poesia «Il dolore… man-
canza netta di orizzonti. Il dolore è senza domani»24, ma nel do-
lore di Cristo è già scritta la gioia della resurrezione.
Con la certezza che la Vergine Maria lenisce la nostra solitu-
dine, vi benedico.

Teggiano, 8 aprile 2020


Mercoledì santo


24
A. MERINI, Il taglio.

68

5. «HO SETE» (Gv 19,28)

Tragica e vera umanità, ma anche orizzonte di vera Divinità.


Sulla croce Gesù non può non seguire fino in fondo la traiettoria
di un dolore tutto umano, la sete. Nei terrificanti racconti di ra-
gazzi e giovani migranti, che dopo lunghissimo traumatico silen-
zio hanno avuto la forza di raccontare il viaggio della speranza,
condannati a terribili e atroci detenzioni, emerge la privazione di
tutto, ma colpisce l’implacabile mancanza d’acqua e la perma-
nente arsura della sete.
«Ho sete!», un grido che scuote. Una mano pietosa allunga su
di una canna la pozione di una bevanda capace di alleviare le bar-
barie inflitte. Gesù chiude la sua esistenza con la stessa domanda
con la quale aveva iniziato il suo ministero al pozzo di Sicar:
«Dammi da bere!» (Gv 4,7). In quel grido c’è anche una rivela-
zione divina. Di cosa ha sete l’uomo-Dio Gesù? Non è interessato
al ristabilimento della verità, benché l’ingiusta condanna è la
conclusione di un irridente e fantomatico processo. Non ha sete
di vendetta, né di riconoscimenti. C’è una sete teologale che con-
siste nel desiderio della conversione dei buoni!
L’abbandono degli schieramenti per aprirsi all’accoglienza, la
cancellazione dell’intransigenza degli osservanti che si fa cattive-
ria. I duri e puri resistono al cambiamento del cuore. La giustizia
dei buoni è sempre contro qualcuno, per cautelarsi dietro il ri-
spetto di una insignificante ritualità che spinge il levita e il sacer-
dote ad ignorare il bisognoso. Nella sete di Gesù c’è ultima spe-
ranza di Dio: la conversione dei buoni.
Quell’insaziabile sete è posta anche nel nostro cuore e nella
coscienza che ci mantiene desti sui bisogni dei poveri, ai quali
sentiamo, noi poveri, di dover donare prima di tutto Dio, l’acqua
e il pane della vita. Un proverbio africano dice «quando un po-
vero dona ad un altro povero il buon Dio sorride!».

69

L’intercessione della Vergine Maria, Donna accogliente, e la
mia benedizione vi accompagnino.

Teggiano, 9 aprile 2020


Giovedì santo

70

6. «TUTTO È COMPIUTO» (Gv 19,30)

Le sconcertanti parole di Gesù non sono una dichiarazione di


resa, non un triste congedo dalla vita, non la rassegnata sconfitta
di chi non ha più nulla da dire o da sperare. È una consegna di
totalità e di pienezza d’amore. Non si liquida in un attimo una vi-
cenda dalle coordinate eterne. S. Alfonso de Liguori, con inquie-
tante commozione, esclama: «Gesù in croce fu uno spettacolo
che riempì di stupore il cielo e la terra!». Questa visione ispirò una
densa e drammatica rappresentazione pittorica del crocifisso, e
nel canto della Passione aiutò il popolo a chiedersi: «Gesù mio,
con duri funi come reo chi ti legò?»; la risposta rinvia ad una com-
plicità cosmica. Tutti siamo rei e carnefici nel compimento del
male che insidia il mondo. «Tutto è compiuto», è anche la concla-
mata dichiarazione di una risposta generosa ad una chiamata sal-
vifica, è l’apice dell’amore effuso in una eccedenza di oblatività.
Così Gesù parla al Padre.
Non si ama per calcoli né per trarne profitto. Nel dono non si
guarda al tornaconto, ma solo il bene e l’amore offerto fino
all’estremo della tenerezza e della compassione. Non si ama con
pregiudizi, né con le barriere, non si ama perpetrando ingiustizie
sulla vita e sui più vulnerabili. Il dono non è uno scambio, né pre-
sume di essere ricambiato. Nella logica del dono Gesù realizza
l’offerta del suo corpo «per voi e per tutti», che diventa irrevoca-
bile mandato alle nostre comunità radunate per celebrare il ren-
dimento di grazia nel giorno del Signore.
Abbiamo bisogno di recuperare la pienezza del cuore. Non
possiamo servire con l’attesa di riconoscimenti, né di compensi e
gratificazioni. Non basta essere brillanti nelle nostre civili e reli-
giose iniziative di altruismo e di prossimità, c’è bisogno di cuore.
Vi condivido le parole di un amico che commuovono: «di cuore:
è un modo di stare al mondo, una scelta di vita, una percezione
del reale. Di cuore può essere un difetto, anche doloroso, quasi

71

una malattia, ma è l’unica cura possibile a una esistenza inutile e
vuota. Di cuore è il contrario del distacco, dell’indifferenza,
dell’insofferenza. Di cuore è vicinanza, attenzione, affetto, calore,
accoglienza, comprensione, vita... Semplicemente vita. Assoluta-
mente vita. Il resto è silenzio, deserto, paura. Di cuore è il nostro
sentimento del mondo e del destino». Se non c’è il “cuore” c’è il
tradimento!
La Beata Vergine Maria, Donna dal cuore puro, ci protegga.

Teggiano, 10 aprile 2020


Venerdì santo

72

7. «PADRE, NELLE TUE MANI
CONSEGNO IL MIO SPIRITO» (Lc 22,46)

L’ultima parola di Gesù ci riporta al cospetto del Padre. Anche


la sua prima parola dalla croce era stata rivolta al Padre per la ri-
chiesta di perdono. In tal modo si completa un ideale percorso di
annuncio che Gesù dalla croce ci rivela attraverso le sue ultime
parole. Egli è il Figlio amato del Padre, porta nella sua carne la
sofferenza del mondo, impetra per noi misericordia e perdono,
perciò riapre la via del paradiso. Consapevolezza e libertà accom-
pagnano l’atto supremo del morire, come coraggio e audacia
hanno caratterizzato l’esistenza del Messia. In quell’atto supremo
si sovvertono i segni dello spazio e del tempo: i pesantissimi ar-
redi del tempio sono squarciati da un violento terremoto; anche
l’eclissi di sole ricopre con fitte tenebre un evento dalla portata
imponente: la morte del Figlio di Dio.
La morte, benché «muraglia, dolore, ostinazione violenta»25, è
sempre una sintesi di parole, gesti, memorie, evocazioni che ri-
vendicano un riconoscimento e una gratitudine. In quella con-
fusa congiuntura di tempo e spazio, nel buio della fine, un pa-
gano coglie nel segno, e vede chiaro: «Davvero quest'uomo era
Figlio di Dio!» (Mc 15,39). Dobbiamo imparare a distinguere i li-
neamenti e la forza della presenza Divina anche quando intorno
a noi infuria la tempesta, quando le tenebre si fanno impenetra-
bili, l’ansia sembra prevalere sulle prospettive e le paure dissol-
vono le visioni; c’è una inevitabile consegna alla quale non ci è
consentito sottrarci, pena il nostro totale fallimento: “nelle mani
di Dio”. Nelle situazioni più incompressibile e nei giorni tristi, se-
gnati da inspiegabile sofferenza, spesso ho sentito ripeter un
proverbio africano «Dio non dorme!». È vero.
La morte non è l’ultima parola, né recide le speranze. Non è

25
A. MERINI, Aforismi e magie, Bur Rizzoli, 2013.

73

l’ingresso nel nulla indefinito. «L’uomo è tormentato dal timore
di una distruzione definitiva … aborrisce e respinge l’idea di una
totale rovina e di un annientamento definitivo della sua persona
… Dio chiama l’uomo in una comunione con la incorruttibile vita
divina. Questa vittoria l’ha conquistata il Cristo risorgendo alla
vita, liberando l’uomo dalla morte mediante la sua morte»26.
Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, rispondendo ad una
lettrice che chiede franchezza sulla morte risponde: «il fatto cri-
stiano per eccellenza è la Risurrezione di Cristo. E quella luce, per
noi, fa chiaro su ogni umano termine, sull’umano dolore e
sull’umana attesa. Qui è la nostra forza, e il nostro coraggio:
«Dov’è, o morte, la tua vittoria?» (cfr. 1Cor 15, 54-57)»27.
Tutto questo avviene sulla montagna delle tre croci, il Gol-
gota. La Madre dell’ultimo respiro ci segue con intrepida solleci-
tudine.
Vi benedico.

Teggiano, 11 aprile 2020


Sabato santo


26
CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Costituzione pastorale Gaudium et spes, 7 dicem-
bre 1965, n. 18.
27
M. TARQUINIO, in Avvenire, 27 agosto 2019.

74

LA PAROLA DI PASQUA
«GESÙ LE DISSE: “NON MI TRATTENERE…”» (Gv 20,17)

Carissimi fratelli e sorelle, il mattino di quella prima Pasqua si


apre con la vista di una tomba violata ed il pianto e lo smarri-
mento di chi va al sepolcro per ultimare i prescritti riti di sepol-
tura. Accanto al dolore per la morte atroce, anche la desolazione
nel non poter onorare il corpo di Cristo. Lo sconforto occlude i
ricordi, la memoria è annebbiata; nessuno si sovviene dei di-
scorsi, delle promesse, delle anticipazioni che Gesù ha fatto. C’è
solo il lancinante dolore per la sua ‘assenza’.
Maria Maddalena è chiusa in un cerchio di angosciante tri-
stezza che progressivamente si aprirà allo stupore e alla gioia
quando ascolterà le parole del ‘misterioso personaggio’: «perché
piangi? Chi cerchi?» (Gv 20,15); ed infine: «non mi trattenere ... ma
va da miei fratelli…» (Gv 20,17). Gesù, il Risorto, si rivela: ha vinto
la morte ed ha introdotto l’intera umanità nella possibilità-cer-
tezza di una vita senza fine.
Questo è possibile se riusciamo a rispondere anche noi all’im-
perativo «non mi trattenere» del Cristo Risorto. «Non mi tratte-
nere», può significare non cercare di chiudermi nei ragionamenti
asfittici di calcoli ideologici, non compromettermi con quesiti
che sanno più di calcolo che di fiducia, non coinvolgermi in vicis-
situdini che sono il frutto di ossessivi pronostici umani. «Non mi
trattenere», è una rivendicazione di libertà, un’ultima uscita di si-
curezza, se si vuole seguire il Maestro morto e risorto. Andare con
Lui diventa possibile e l’approdo è sicuro: “Salgo al Padre mio e
Padre vostro, Dio mio e Dio vostro” (Gv 20,17). «Non mi tratte-
nere», non è un rifiuto radicale né una disistima da parte di Gesù,
al contrario, mostra alla Maddalena tutta la sua fiducia, affidando
a lei, ed in lei anche a noi, l’annuncio fondamentale da portare ai
fratelli.

75

Nel mattino di Pasqua c’è la vera consegna della fede che è
abbandono, speranza e certezza di non essere lasciati soli anche
quando «Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze,
strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo
tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che pa-
ralizza ogni cosa al suo passaggio»28.
In questa terribile prova, che getta ombre di tristezza, Gesù ci
chiede di non legarlo alle nostre paure, ma di incamminarci con
Lui sulla via pasquale di una nuova imminente Risurrezione, di
una sicura guarigione del corpo e dello spirito. È vero, ci sen-
tiamo privati della gioia più bella delle nostre comunità che è la
Pasqua, ma non possiamo avvertire la mancanza del Risorto: an-
che nella sofferenza e nella prova Egli ci raggiunge e, benché non
ci sottragga al dolore e alla sofferenza, ci dà la forza per impri-
mervi un senso nuovo attraverso il quale arrivare alla gioia della
Risurrezione. La sua ‘misteriosa presenza’ è percepibile nelle do-
mande che ci rivolge: «Perché avete paura? Non avete ancora
fede?» (Mc 4,40). Sono per noi domande ridondanti ed attuali.
Gesù non vuole risposte nozionistiche, non chiede teoremi,
vuole solo trasfigurare il nostro pianto in gioia, perché aver ritro-
vato Lui e la sua comunità ci permette ancora di continuare in-
sieme a proclamare la sua morte e la sua Risurrezione nell’attesa
della sua venuta.
In questo mattino di Pasqua, segnato dalla sofferenza, ma il-
luminato dallo splendore della Risurrezione del Signore, voglio
ricordare e ringraziare particolarmente i parroci che con genero-
sità continuano ad assistere i poveri e a donare alle comunità l’as-
sicurazione di una diuturna vicinanza. Con l’aiuto delle religiose
e dei religiosi, la carità si fa concreta. Un grato e riconoscente ap-
prezzamento agli Uffici Diocesani, che in diversi modi continua-

28
FRANCESCO, meditazione durante il Momento straordinario di preghiera in tempo
di epidemia, Piazza San Pietro, 27 marzo 2020.

76

no a lavorare a servizio delle Comunità.
Un pensiero affettuoso unito alla preghiera va alle persone
sole e malate, alle famiglie segnate dalla tristezza del lutto, a
quelle provate dalla perdita di lavoro e di pane, ai fratelli mi-
granti, ai giovani scesi in campo con tenacia e coraggio, ai volon-
tari, alle forze dell’ordine, alle associazioni, agli operatori della sa-
nità, alle istituzioni civili, e a chi ha inteso rendere dignitoso il ser-
vizio dell’informazione con il recupero di un’etica necessarissima,
lottando ed astenendosi dalla diffusione di ogni falsa notizia e
dal terrorismo informativo. Il Signore sostenga tutti!
Per intercessione di Maria, Regina dei cieli, nel nome della Tri-
nità, di cuore vi benedico e vi auguro ogni bene nella speranza di
riabbracciarci presto dopo la prova di questo momento.
Santa Pasqua di Risurrezione, carissimi amici!

Teggiano, 12 aprile 2020


Risurrezione del Signore

77

NON ALLENTARE LA VIGILANZA

Paradossalmente, stando a casa, abbiamo vissuto anche un


singolare esilio. Mi piace quanto ha scritto recentemente un gior-
nalista: «È negli esili che si fanno i sogni più grandi»29. Nella co-
strizione delle mura domestica, abbiamo riscoperto legami e mo-
dalità alternative per trascorrere questo tempo sospeso. Ma ab-
biamo anche percepito la pesantezza di ritmi ai quali eravamo
completamente disabituati, ci sono mancate le passeggiate, le
frequentazioni, la domenica. In questi esili si comincia a valoriz-
zare la gioia delle cose semplici, che un tempo abbiamo vissuto
con disarmante abitudinarietà. Proprio nella privazione comin-
ciamo a scoprire la bellezza delle cose che aiutano a vivere. Ma
l’allerta non finisce, esiste il pericolo in agguato e abbiamo la re-
sponsabilità di non abbassare la guardia.
Senza illusione dobbiamo accettare che altri pericolosi virus si
aggirano nel panorama mondiale delle relazioni tra i popoli, nella
visione politica: il modello efficientista a discapito anche della
democrazia, i sovranismi e le chiusure populiste, sono virus che
inquinano e destabilizzano la convivenza pacifica dei popoli. In
questa stagione abbiamo ascoltato affermazioni al limite della
sopportabilità quando con tronfia sicumera, anche qualche capo
di stato ha tentato di smentire i risultati scientifici in rapporto ai
pericoli che corriamo. È criminale inneggiare alla «immunizza-
zione di gregge», restando così inoperosi attendendo che il virus
si dissipi da solo. Per fortuna, anche se con ritardo, si è preso co-
scienza della tragedia.
Papa Francesco, in una recente intervista, ha pronunciato pa-
role coraggiose: «Mi preoccupa l’ipocrisia di certi personaggi po-
litici che dicono di voler affrontare la crisi, che parlano della fame
nel mondo, e mentre ne parlano fabbricano armi. È il momento

29
L. BRUNI, La mano che abbassa il ponte, in Avvenire, 4 aprile 2020.

78

di convertirci da quest’ipocrisia all’opera»30.
Ci sono dei leader mondiali che si sono dissociati di fronte
all’appello per risanare la madre terra. Non hanno inteso rispet-
tare gli accordi, né richiedere consensi e coordinamento per il fu-
turo del pianeta, hanno persino irriso scienziati, che con il loro
sapere, ci hanno allarmati sulle condizioni di malattia del nostro
ambiente. Il riscaldamento globale promette la moltiplicazione
delle pandemie tropicali, come affermano gli studiosi dei feno-
meni ambientali. Papa Francesco, citando un proverbio spa-
gnolo, ricorda: «Dio perdona sempre, noi qualche volta, la natura
mai»; e continua: «Non abbiamo dato ascolto alle catastrofi par-
ziali»31. È tipico di una cultura individualista e di una economia
neoliberista affermare come verità quanto invece la storia, la
scienza, e il presente ritengono tutt’altro. Dobbiamo riscoprire lo
stato sociale, il servizio pubblico nazionale e l’accesso alle cure
per ogni cittadino, perché la salute di tutti è connessa alla salute
di ciascuno.
In alcuni paesi è cominciata anche la strumentalizzazione del-
la situazione di emergenza socio-sanitaria per permettere al virus
populista di attaccare la governabilità di un paese, attraverso la
disintermediazione delle forme di partecipazione e la richiesta di
poteri speciali. Così la democrazia di un popolo viene pericolosa-
mente sospesa! Il virus della frammentazione politica, econo-
mica, culturale e razziale aleggia sull’Europa, e se attecchisse pro-
durrebbe guadagno e interesse solo per chi genera questo con-
tagio sovranista. Le grandi conquiste del continente europeo
sulla libertà, la dignità umana, la solidarietà e l’accoglienza, la
cooperazione, sono valori irrinunciabili. “Senza un nuovo patriot-
tismo, il declino dell’Unione è inevitabile”, hanno ricordato gli


30
FRANCESCO, intervista a cura di Austen Ivereigh, in La Civiltà Cattolica, 8 aprile
2020.
31
Ibidem.

79

accademici europei. Contro questi virus non servono né armi, né
eserciti e, forse, neanche l’incomprensibile rivendicazione di al-
cuni che pretenderebbero l’accesso ai riti e alle celebrazioni -
quest’ultima privazione è proprio un atto di amore - serve invece
il sapere solidale e Trascendente che genera un diffuso e rinno-
vato umanesimo. Ciò che è vivo se non si rigenera degenera.
Vi benedico.

Teggiano, 13 aprile 2020


Lunedì dell’Ottava di Pasqua

80

INDICE

Presentazione 5
Si indebolisce un mito e rinasce una visione 9
Assediati dalla paura 11
Prendere le distanze 13
Dalla consolazione all’innamoramento 15
Frontiere e porte chiuse 17
Mare nostrum 19
Tempo di domande 21
Cambiamento d’epoca 23
La fatica di credere 25
Sognare in tempo di crisi 27
Scrutare i segni dei tempi 29
Quaresima nella primavera 31
Prendersi cura 33
Lasciar andare 35
La pazienza, virtù generativa 37
Il segreto dell’entusiasmo 39
Diventare adulti 41
I confini che tengono 43


Andare soli 45
Chi prega si salva 47
Vecchiaia veneranda non è quella longeva 49
I giovani portano il cuore 51
Comunicare è sperare 53
Il limite e ciò che ci fa essere 55
Educare tra passione e stanchezza 57
Tutto è connesso 59

Le sette parole di Gesù in croce


1. Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno 61
2. Oggi con me sarai nel paradiso 63
3. Donna, ecco tuo figlio! Ecco tua madre! 65
4. Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? 67
5. Ho sete 69
6. Tutto è compiuto 71
7. Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito 73

La Parola di Pasqua
Gesù le disse: non mi trattenere 75
Non allentare la vigilanza 78


Finito di stampare
nel mese di aprile 2020

Via degli Edili 101 - Sapri (SA)


Tel. 0973 603365
e-mail legatoria.cesare2@gmail.com
I messaggi delVescovo sono nati in giorni difficili di smarrimen-
to e paura, di grande incertezza, di preoccupazione e di pianto;
giorni che al contempo hanno visto il rafforzarsi della speranza
alimentata dalla preghiera e l’accrescersi di una meravigliosa
carità, fatta di tanti piccoli e grandi gesti, a testimonianza della
fede e della solidarietà delle nostre comunità.
In salita non si parla molto per non sciupare le resistenze del
respiro, si sussurrano parole di incoraggiamento, si condivide lo
stupore di fronte alle prospettive bellissime di una montagna, di
ruvide scogliere scoscese o di strapiombi mozzafiato. Così i
messaggi del Vescovo ci hanno provvidenzialmente raggiunti
nei giorni della forzata reclusione nelle nostre case, nelle salite
della triste ferialità, nella stanchezza monotona del trascorrere
quotidiano, per ”prendersi cura“, sostenendo, confortando,
consolando e stimolando ad una salutare riflessione attraverso
il silenzio e la preghiera.

(Massimo LaCorte,Ufficio per leComunicazioniSociali - Diocesi diTeggiano-Policastro)

A   DL (1956), redentorista e vescovo diTeggiano-Policastro dal


2011, è delegato della Conferenza Episcopale Campana per il settore
migrantes.

ISBN 978-88-322-2221-0