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INTRODUZIONE

La struttura in cui ho svolto il tirocinio si chiama OPERA

PIA “SS.REDENTORE”Onlus e si trova in via Monsignor


Pietro Gardinali nr 15, Castelverde, Cremona, 26022.
LA STORIA DELLA STRUTTURA
'Opera Pia "SS. Redentore" viene fondata in seno alla Società S.
Vincenzo dè Paoli nel 1897, per iniziativa del medico condotto del
comune dott. Ercolano Cappi, con il sostegno dell'allora Parroco don

Pietro Gardinali; tra i fondatori figurano altresì Primo Ferrari, Enrico


Ferrari, Secondo Balteri ed il dott. Giuseppe Camerini. Lo scopo
originario è quello di offrire ai cronici del comune di Castelverde una
sistemazione adeguata, sia in termini di assistenza che di vicinanza
con i parenti. L'opera nasce dalla convinzione che l'anziano malato
rappresenta comunque una forza positiva e nonostante le sue
fragilità può aiutare a scoprire il valore della vita.

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Il 20 marzo 1901 prendono il via i lavori di costruzione
dell'ospedale, il cui funzionamento viene autorizzato dal Prefetto di
Cremona il 10 giugno 1902, mentre l'apertura seguirà a pochi
giorni di distanza il 01 luglio 1902. Un registro di allora conta
diciassette ammalati dei comuni di Castelverde e Tredossi.
Successivamente il numero degli Ospiti cresce insieme alle
esigenze assistenziali.

La struttura viene allargata con la costruzione di due


infermerie per cento posti letto ed una cappella per il culto. Fin
dall'inizio la presenza di personale religioso si rivela discreta,
efficace ed essenziale, prima con l'ordine delle Canossiane
(1902/1907), quindi con le suore Adoratrici del SS. Sacramento
(dal gennaio 1908 al 2003), congregazione fondata dal Beato
Francesco Spinelli (1853- 1913). A partire dal 1931, anno in cui
l'Opera Pia viene eretta ad ente morale e diventa I.P.A.B.
(Istituzione Pubblica di Assistenza e Beneficenza), si aprono nuove
prospettive di azione, prima (1932) con la creazione della "Casa S.
Giuseppe" per disabili, poi (1933), su progetto dell'ing. Giulio
Ceruti, con la costruzione della Scuola Materna, in capo alla
fondazione fino al 2005.

Oggi la gestione delle Residenze Sanitarie Assistenziali per


Anziani e delle Residenze Sanitarie Assistenziali per Disabili è
affidata alla Fondazione Opera Pia "SS. Redentore" Onlus, ente
privatizzato a partire dal 01/01/2003.

POSTI LETTO COMPLESSIVAMENTE LA FONDAZIONE "OPERA PIA


SS. REDENTORE" ONLUS DISPONE DI:
1 .una Residenza Sanitaria Assistenziale per Anziani
con 140 posti letto suddivisi in 8 nuclei:

• S. Francesco 20 posti letto


• S. Archelao 20 posti letto
• S. Biagio 20 posti letto
• S. Michele 10 posti letto

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• S. Martino 20 posti letto
• S. Teresa 20 posti letto
• S. Omobono 10 posti letto
• S. Abramo 20 posti letto

2 .una Residenza Sanitaria Assistenziale per Disabili


con 60 posti letto suddivisi in 3 nuclei:
• S. Giuseppe piano terra 20 posti letto
• S. Giuseppe primo piano 20 posti letto
• S. Giuseppe secondo piano 20 posti letto

GIORNATA TIPO NELLA RESIDENZA RSA e RSD

6.30-8.00 Sveglia e igiene degli ospiti con parziale


mobilizzazione degli utenti. Attività infermieristica e assistenziale.
8.00- 8.30 - Colazione.
8.30- 9.00- Igiene del cavo orale.

9.00-11.30-Attività di animazione,fisioterapia,
di cura della persona (medica - infermieristica –
assistenziale).Attività educativa presso i
laboratori per gli ospiti del RSD.
11.30-12.00-Pranzo per persone con difficoltà alimentari.
12.00-12.30-Pranzo per tutti gli ospiti.12.30-13.30-Igiene degli
ospiti e preparazione per il riposo pomeridiano.
13.30-14.00-Compilazione delle schede di valutazione,
idratazione, alvo, minzioni programmate ecc e la consegna.
14.00-16.00-Mobilizzazione degli utenti con e senza
sollevatore(secondo al esigenza), igiene e cambio del pannolone al
bisogno. (Gli ospiti del RSD in questo orario fanno delle attività
educative presso i laboratori)

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16.00-17.30- Idratazione(spuntino), deambulazione e diverse
attività.
17.30 -18.00-Cena per persone con difficoltà alimentari.
18.00-18.30-Cena per tutti gli ospiti.
18.30-19.00-Amministrazione della terapia.
19.00-20.30-Preparazione del riposo notturno, igiene orale ed
intima nel rispetto delle abitudini e del livello di autonomia degli
ospiti.
20.30-21.00-Compilazione delle schede e la consegna.
21.00-6.30-Assistenza notturna, igiene al bisogno.

LE MIE IMPRESIONI

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Il primo giorno di scuola, il primo giorno di tirocinio in RSA,
RSD,due eventi molto simili a livello emozionale.
Era una realtà nuova anche se ne avevamo sempre sentito
parlare durante le lezioni del corso.
Anche per me i primi giorni fu difficile.
Una valanga di indefinibili sensazioni: tristezza, depressione,
inadeguatezza, che molte volte di ritorno a casa, ero sconfortata
e avevo bisogno di tirare le somme, addirittura avevo voglia di
esprimere scrivendo tutto quello che stavo provando, volevo
comunicarlo all'esterno.
Pensavo: come si fa a lasciare una madre in quel posto, in un
posto dove chi entra ha smesso di sognare e rimanerà per
sempre. Volevo crederci che oggi che siamo nel 2010 le persone
sono trattate umanamente, ma non è sempre cosi per queste
persone. Mi dispiace vedere certe persone che dovrebbero
essere i primi a portare rispetto per queste persone in realtà
sono peggio e non visualizzano che stanno aiutando un essere
umano.
Un domani tutti saremo come loro, avremmo bisogno di cure
e di essere assistiti sotto tutti gli aspetti sperando di trovare
persone che ci curino.
Sotto un certo aspetto li capisco, ma non li difendo, la società
di oggi e solo consumistica e quindi una persona da assistere
costa tempo e soldi alla società e cosi è più facile creare un
sistema assistenziale dicendo e dimostrando che si da un servizio
ma non importa se di qualità o di quantità e se funziona
veramente.
Ogni giorno però, la visione della realtà mutava, trovavo mio
malgrado risposta alle mie mille domande.
Non ho avuto il bisogno di scappare e si rafforzò in me la tesi
che quello fosse il mio lavoro, la 'mia missione'.Sarei stata una
tirocinante che oltre all'igiene avrebbe portato l'allegria, una
carezza, un sorriso in un luogo di sofferenza che lo ritenni
necessario.
Noi nel nostro piccolo possiamo essere artefici di un
cambiamento positivo. Ognuno di noi e' vero, deve nel suo
piccolo sostenere le proprie idee, per far si che le cose
cambino..ma trovandosi di fronte alla vita reale ,si deve anche
avere il coraggio di cambiare le proprie idee, e questo è un segno
di maturità.
Gran parte di loro mi hanno subito considerata e trattata
come una persona di famiglia e per me ogni impegno è diventato
immediatamente più leggero, fra sorrisi, parole, emozioni, e
incoraggiamenti , il mio saper fare è rapidamente cresciuto. Mi
sono resa conto del fatto che offrire aiuto a un anziano, prendersi
cura di lui, significa anzitutto aiutarlo a comprendere la propria
situazione e il senso della sua storia, aiutarlo a superare la
solitudine che l'attanaglia e il senso di inferiorità che lo porta a
sminuire il valore di se stesso.

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Il tirocinio si è configurato per me come una relazione di
aiuto, fatta di ascolto e cura. Volevo semplicemente dare senza
pretendere nulla in cambio, né gratificazioni né riconoscimenti.
Eppure, nonostante la mia intenzione fosse solo quella di curare
gli ospiti, devo dire di aver' anche ricevuto molto, e non solo
affetto e simpatia, ma anche una buona conoscenza di me
stessa, una grande capacità di ascolto, soprattutto la sicurezza di
aver intrapreso il giusto percorso professionale.
Ho passato con loro e conservato tra i miei ricordi più
preziosi, i sorrisi, il calore del loro affetto,la loro innocenza, la loro
fragilità. Sono tutti ricordi che li conservo nel mio cuore e sono
onorata di aver conquistato la loro fiducia. Le condizioni del loro
corpo non cambiano l'essenza di ciò che sono né tanto meno la
loro dignità ed il loro orgoglio.
Sono orgogliosa di quel poco che ho potuto offrire a ogni uno
di loro. Ti arricchiscono ad ogni secondo ed è da spreconi non
approfittare di simili tesori. Non costa niente sorridere, aiutarli e
fare buone azioni per loro.
Tutte le RSA e RSD sono piene di utenti con occhi tristi e soli,
eppure hanno molto da raccontare, non sempre persone che
possono ascoltare.
La solitudine è bruttissima, non lasciamo queste persone soli
a se stessi, non dimentichiamoci di loro. Una carezza , un bacio,
un sorriso vero, una frase dolce aiuta tanto e non ci costa nulla.
Trovare il tempo sempre per loro sarebbe la cosa giusta!
Loro meritano tutta la nostra attenzione, sono fragili e
indifesi come bambini. L'amore non si paga, ma loro pagano
tanto con la solitudine e sofferenza.

L'ESPERIENZA IN RSA

Perché per assistere, pulire e imboccare delle persone


anziane immobilizzate in un letto, che si svegliano tutte le
mattine e tutti i pomeriggi sporche fino al collo, in un assoluto
disagio per chi le cura e per loro stessi, bisogna avere una
qualifica, un diploma? se va bene, con tanto di lezione di
psicologia,sociologia,animazione,arte terapia ecc. e di
conoscenze su gli alimenti:glicidi , protidi e lipidi… sono delle
materie importante,niente da dire, ci vuole anche la teoria, ma
soprattutto bisogna avere un grandissimo stomaco, perché quel’
odore che ti rimane attaccato alla gola e quelle immagini
impresse nell’anima , ci vuole veramente coraggio e tanta buona
volontà, è questo che ci vuole. Ma queste di sicuro non li impari a
scuola.

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Adesso vi racconto la mia breve esperienza come tirocinante
in una R.S.A. . Si incomincia alle 6.30 del mattino,ci incontriamo
tutti nella guardiola per il “momento” della consegna. Subito
dopo si parte alla grande: gli operatori entrano nelle stanze degli
ospiti agitati, qualcuno urlando ma nello stesso tempo

sorridendo come se li ci fossero tutt’altro che delle persone


malate ed incapace di dire “ per favore ci siamo appena svegliati
“, si prende il necessario per l’igiene quotidiana nel carrello e si
incomincia. Chi è in grado di vestirsi da solo ed andare in bagno
lo può fare. Si cerca di fare tutto abbastanza veloce perché il
tempo è quello che è. Dopo di che, quando gli ospiti sono già
tutti belli e puliti si portano in sala, si serve la colazione. Chi non
è in grado di mangiare , l’operatore va ad imboccarlo. Finita la
colazione si tolgono le bavaglie e vengono portati in soggiorno
dove loro stanno a guardare il tempo che passa... nel frattempo,
insieme agli operatori andiamo a fare i letti, l'igiene alle persone
alettate. Subito dopo si fa l'idratazione agli utenti. L'unico
momento importante per loro tra colazione e pranzo. Finita
l'idratazione ogni uno rientra nel suo mondo di solitudine,
tristezza, follia o sonno. A parte 2 utenti che ancora riescono
dare un senso alle loro giornate. L.L. Che dopo un ictus riesce a
muovere malamente solo il braccio sinistro e vuole finire da
colorare il suo libro...e la signora E.M. che ora mai da tre anni e
6mesi è ricoverata, sta sul terrazzo a fumare e leggere i suoi libri.
Nel fra tempo si fa qualche doccia o bagno programmato, si
porta qualche signora dal parrucchiere, deambulazione e si

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seguono le minzioni programmate. Passa un’ora, si serve il
pranzo alle 12, ma per primi vengono imboccati(alle 11.30) gli
utenti alettati e quelli con difficoltà alimentari. Gli operatori, per
rispettare le regole, devono avere le cuffie nei capelli, anche se
rimangono tutti fuori ed il grembiule. Io non potevo aiutare a
preparare i piatti perché essendo tirocinante non potevo farla.
Invece comincio a distribuire ed imboccare le persone nel nostro
nucleo poi nell'altro . Finito il pranzo gli ospiti sono portati di
nuovo nelle stanze per il riposo pomeridiano, se cosi si può dire.
Dopo aver messo tutti al letto,si pulisce la sala mensa e si
preparano i tavoli per la cena. Visto che il nostro orario sta per
finire, andiamo tutti in sala consegna, (a proposito, ho chiesto a
una operatrice italiana che cosa era la consegna, mi ha risposto:
“Adesso impara le altre cose più importante, dopo avrai tempo
per capire come si fa anche questa e che cosa è.” Ho aggiunto: il
verbo consegnare per me vuol dire dare qualcosa a qualcuno, lei
mi ha detto: “non dire cosi a nessuno perché fai la figuraccia”.
Non ho voluto fare polemica perché ero già abbastanza stanca,
ma tra me e me ho pensato: ignorante, si dice consegna perché
bisogna “consegnare” agli operatori del turno successivo “quello”
che è successo nel turno precedente. Si vede che non sa il
significato della espressione “ in senso metaforico”! Non mi
stupisce più l’arroganza di chi crede che basta un diploma per
essere chissà che cosa )
Per la mia fortuna dopo pochi giorni ho affiancato un 'ASA più
disponibile e ho avuto qualche informazione in più su come si fa.
Fatta la consegna si sta su balcone a chiacchierare fino al
cambio del turno. Arrivati i nostri colleghi,ci salutiamo e si
ricomincia.
Di nuovo il cambio dei pannoloni, ma questa volta solo s' è
extra pieno, niente catino e detergente, ma solo salviette
imbevute .
Li portiamo in sala da pranzo e stanno li di nuovo a guardare
il tempo aspettando la cena. Pensate come si sentono queste
persone che vengono buttate la come balle di patate e lasciate in
una malinconica solitudine. Tutto questo è veramente terribile.
In questo punto io mi domando: dov'è l'animazione che
abbiamo tanto parlato a scuola? perché nel 2010 ci si pensa
ancora che una igiene giusta,delle medicine e un piatto caldo
basta per far' stare bene un anziano?
Spero che questa società cambi, che apra prima il cuore poi il
cervello e che prima di aprire la bocca impari ad ascoltare.
Che noi e quelli che hanno scelto di fare questo lavoro lo
faccia con coscienza e il primo comandamento e : Il rispetto della
persona qualsiasi sia l'età, la provenienza,la classe sociale.
Chi crede che facendo ASA si fa un lavoro come un altro o lo
scelga come alternativa a non trovare lavoro per avere più
probabilità, sbaglia.
Quindi chiunque abbia l'ambizione e voglia di farlo questo

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lavoro si metta una mano sulla coscienza se vuole veramente
farlo.

Il caso di F.M.:

Fino al 2006, trascorreva una vita normale. Uomo piuttosto


autoritario a cui non dispiaceva alzare ogni tanto le mani, vedovo
da molti anni, ha cresciuto da solo due figli.
Aveva un piccolo negozio di proprietà che gestiva senza
problemi. Poi,un giorno, dopo un malore, si recò al pronto
soccorso. Fu operato d’urgenza e dopo una breve convalescenza,
viste le conseguenze della patologia fu deciso il ricovero nella
Residenza Sanitaria Assistenziale. Agli inizi, nonostante un primo
accenno di demenza, riusciva ancora a camminare con il girello.
Con il trascorrere del tempo e in seguito ad alcune fratture alle
gambe e alle braccia, F.M. ha perso completamente la sua
autonomia.
Quando l’ho conosciuto, nonostante la sua fama di uomo dal
carattere aggressivo, a colpirmi è stato la sua simpatia e la
dolcezza dei suoi occhi.
Sembrava triste sulla sedia a rotelle e così, quando potevo,
cercavo di tenergli compagnia. Siamo diventati amici e questo
anche se tutti i giorni, quando lo andavo a salutare, lui non mi
riconosceva. Bastavano però due parole e lui cominciava a
sorridere.
Insieme scherzavamo e cantavamo qualche canzone che lo
riportavano indietro ai bei tempi quando ancora c’era sua moglie.
Con F.M. ho imparato che la demenza non significa perdere
completamente i ricordi: molta della nostra memoria sembra
infatti avere sede nel cuore, nel centro vivo degli affetti.
Tutto ciò che ho potuto fare per lui, l’ho fatto appunto con il
cuore ed oggi di lui conservo un bellissimo ricordo. F.M. non c’è
più, se n’è andato dopo 3 settimane di tirocinio a 92 anni,
nonostante la mia paura di avvicinarmi alle persone decedute ho
chiesto di lavarlo e vestirlo per quelli pochi che sono venuti a
darli l'ultimo saluto.
Questo dimostra l'importanza della relazione che può nascere
con i soggetti anziani, relazione che ci può lasciare un ricordo
importante dentro di noi.

L'ESPERIENZA IN RSD
Fare il tirocinio in una RSA è completamente diverso che farlo
in un RSD, non ovviamente da un punto di vista di
mansioni(quelle sono identiche, cambi pannolone, alzata, messa
a letto, ecc) ma lo sono da un punto di vista emotivo/psicologico.
Lavorare con l'anziano non è lavorare con il disabile e viceversa.

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L'utenza non è sempre anziana ma puoi trovare anche persone
giovani, comunque è un'esperienza significativa e si cerca di
migliorare la loro qualità della vita attraverso l'accoglienza,
l'ascolto e la personalizzazione degli ambienti.
Il primo incontro con i disabili di solito non è facile, è molto
comune sentirsi a disagio, in quanto è difficile prevedere come il
ospite possa reagire o comportarsi.
Ho incontrato persone con patologie diverse come il
sindrome di down, autistici, ritardati mentali, demenze ecc e
confesso che all'inizio ero molto spaventata. Forse la parola del
malato mentale mi condizionava parecchio, ma è bastato poco
per sentirmi a mio agio ed accettata a loro. E' un po' come
quando incontri una qualsiasi persona, ci vuole tempo per
conoscersi e sintonizzarsi.
I timori dei primi momenti sono stati ben presto fugati dagli
utenti che hanno avuto con me un atteggiamento dolcissimo e
comprensivo e dal equipe che mi ha immediatamente coinvolto
cosi ogni mio impegno è diventato più leggero. È stata una
magnifica occasione per mettere in pratica tutto ciò che avevo
acquisito teoricamente, un’impresa che mi è stata resa più facile
dal fatto che lavoravo con un personale con quale mi sono
sentita sempre a mio agio.
Sin dal primo giorno sono stata subito coinvolta nella loro realtà e
nelle loro attività. Ho avuto il modo di vedere un fascicolo
sanitario che ha il merito di " tenere insieme" tutte le
informazioni sulla persona,un grande lavoro dove partecipano
tutti(medici,infermieri,educatori,o.s.s., a.s.a.),ho partecipato più
volte al pai(piano assistenziale individuale), ho letto i protocolli,
partecipavo tutti i giorni alla compilazione delle schede di
valutazione, alla consegna, smistato la biancheria, assistito bagni
vasca e doccia, rasatura barba, igiene totale inclusa quella del
cavo orale, sorveglianza degli utenti, imboccatura
pazienti,l'idratazione ,deambulazione, mobilizzazione con ho
senza sollevatore, igiene ambientale e rifacimento letti.
Il personale lo trovato competente e motivato , anche
l'attenzione formale nei confronti dell'ospite, è migliore e più
curata. La "bontà" dei servizi la fanno prima di tutto le persone
che vi operano con il sostegno di "buone" organizzazioni e tanta
buona volontà.
Grande parte degli ospiti sono di tipo gravissimi, spesso con
tante patologie, con problematiche comportamentali di difficile
gestione., ci sono anche utenti con molti interessi e abilità che
riescono a mantenere in buona parte , escono volentieri per
recarsi al mercato, dai parenti, partecipano alle attività di
laboratorio, ascoltano musica, vedono film, passano buona parte
della giornata insieme ad altre persone, giocano le carte,
leggono il giornale e tante altre attività.
La qualità della vita degli ospiti disabili è determinata
innanzitutto dalle cose apparentemente semplici ma in realtà

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fondamentali perché quotidiane: varietà del menù, adeguatezza
del clima interno, qualità dei presidi per l'incontinenza, dei
prodotti per l'igiene personale, qualità dei materassi .... E' poi
determinata da tutte quelle azioni che consentono di mettere al
centro del lavoro "la persona" con i suoi bisogni (sia quelli che è
in grado di esprimere, sia quelli da interpretare): monitoraggio
della salute, del suo stato psicologico, proposte di attività
adeguate alla persona.
Nel RSD ho potuto apprendere ciò che nessun libro mi ha mai
insegnato:a relazionarmi con le persone diversamente abili.
Questi individui possiedono bisogni simili a quelli di tutti noi e
nutrono anche se in grado differente, le nostre stesse
aspettative;la diversità consiste semmai nel non poter definire e
progettare un proprio sogno.
Durante tutta l'esperienza ho posto molta attenzione a creare
un contesto emotivo piacevole che mi ha permesso di
conquistare la fiducia di tanti ospiti. Ho imparato che lavorare
con loro bisogna essere disponibile e cortese, avere un
atteggiamento naturale, cercare di soddisfare le richieste nel
limite del possibile, che prima di aiutare bisogna chiedere sempre
se li serve aiuto e come puoi aiutare, focalizzare l'attenzione
sulla persona non sulla sua disabilità e ricordare sempre che ogni
uno di loro ha dei bisogni specifici.
Ho notato che le emozioni più comuni di un disabile davanti
una persona non “familiare”, sono paura, vergogna e impotenza.
Per ciò bisognerebbe ricordare che ogni uno ha il suo tempo e
bisogna rispettarlo, ma soprattutto avere molta pazienza.
Pazienza e compressione sono qualità chiave che una persona
nuova al mondo della disabilità deve possedere per avvicinarsi e
capire questo “nuovo mondo”.

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Per concludere penso che ogni operatore nel suo lavoro vive
difficoltà, impotenza, paradossi, soddisfazione, motivazione.
Anche se, a volte, la motivazione non basta. Quando capiamo
che non possiamo fare niente per migliorare la vita di qualcuno,
ci fa sentire impotenti, ma forse capire questa cosa , è il primo
passo verso l'essere veramente d'aiuto per qualcuno.
Devo tanto al equipe:a.s.a., o.s.s. ,infermieri, educatori,
medici. Ero lì per imparare e loro mi hanno insegnato tanto, mi
hanno donato esperienza e allegria ogni giorno al punto che il
lavoro non mi pesava, anzi, speravo che non terminasse in fretta.
La complicità che si era instaurata fra noi era qualcosa di
veramente unico che non avevo mai trovato con gli altri, una
bella intesa .
Presi singolarmente erano persone semplici, come me, con pregi
e difetti, ma insieme eravamo una grande squadra.

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