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Comunità: insieme delle popolazioni di specie diverse che coesistono Ecosistemi: insieme della comunità biologica e della componente

nella stessa porzione di spazio e tempo. abiotica con cui gli organismi interagiscono come aria, suolo, acqua e
luce.

L’ecologia di comunità è un’idea dicotomica, è possibile fare un’ecologia di comunità e una


di ecosistemi, quella di comunità riguarda le dinamiche e le regole che spiegano perché una
specie condivide una comunità con altre e perché stanno in un determinato ambiente.
L’ecologia di ecosistemi si fa delle domande più legate al trasferimento dell’energia,
sostanza organica e dei nutrienti, che sembra scisso dalla componente biologica
dell’ecosistema, più legato alla termodinamica (energia).

Superando la dicotomia si ha una visione più pleonisitca, che integra i due concetti, parlare
di ecosistema senza considerare le sue comunità è riduttivo - stesso vale per il discorso opposto. L’attività umana è una componente
importante che genera variazioni nella struttura delle comunità e funzionamento degli ecosistemi, influisce e influenza diversi fattori
dell’ecosistema e determina i cambiamenti globali. Questi cambiamenti hanno impatto sulla biodiversità e quindi anche struttura delle comunità
nelle sue caratteristiche e determinano l’emergenza di alcune caratteristica delle specie, e che hanno un’influenza sul funzionamento e sui
servizi ecosistemici. I servizi ecosistemici sono tutte le funzioni degli ecosistemi che hanno una ricaduta positiva sull’uomo. L’antropocene è
un’era in cui l’attività dell’uomo è il motore dei cambiamenti che vediamo nell’ambiente, effettivamente è così.

L’esplosione cambriana ha scatenato la comparsa della biodiversità come è oggi, 500


Ma c’era il giardino di Ediacara, tappeto di microbi superficiale con organizzazione degli
organismi semplice con bassa diversità. C’è un evento che scatena una proliferazione
della biodiversità per cui si sviluppano soprattutto i predatori e i vari adattamenti –
l’ecosistema quindi cambia. Uno degli aspetti più importanti è che gli organismi iniziano
ad infossarsi nei sedimenti, la bioturbazione dei sedimenti è importantissima per gli
ecosistemi, permette ingresso dell’ossigeno e rimescolamento dei nutrienti. Il motore che ha fatto cambiare questo è oggetto di discussione, la
teoria più accreditata è che sia aumentato l’ossigeno, quindi più energia permette lo sviluppo dei predatori e le prede devono trovare un modo
per nascondersi.

L’ipotesi del rilascio dell’ossigeno è stata studiata cercando sedimenti con caratteristiche simili a 500 Ma e hanno studiato la solubilità dei
metalli. La variazione dell’ossigeno potrebbe essere stata anche limitata, ma ha dato energia agli organismi sufficiente per scatenare questi
cambiamenti.

La nostra attuale conoscenza della diversità è limitata, ma è anche impossibile censire effettivamente tutto, quindi ci si serve di modelli predittivi.
Nel 1959 Hutchinson si chiede perché la biodiversità? Perché ci sono così tante specie? Nel borgo di Santa Rosalia vede degli emitteri di cui
uno è più grande (Corixa punctata) e si riproduce prima, mentre l’altro è più piccolo (Corixa affinis) e si riproduce dopo – a partire da questo si
pone il quesito, che non è scontato. A seguire sviluppa il paradosso del plancton legato al fatto del perché in una goccia d’acqua ci sono così
tanti organismi che competono per le stesse risorse e competono tra loro. Essendo l’ambiente in cui si sviluppano gli organismi lo stesso è
importante l’eterogeneità degli organismi per mantenere la stabilità. A distanza di anni rimane il problema e nel 2010 viene riproposto il
problema, viene fatto uno studio del fitoplancton nel lago Tanganika, più specie sono presenti insieme perché dipendono da un insieme di fattori
diversi. Definizioni del termine biodiversità continuano ad essere proposte:

• Varietà e variabilità degli organismi viventi e dei sistemi ecologici • Variabilità di ogni tipo tra gli organismi viventi.
che li comprendono. • La totale varietà di vita sulla terra.

A seconda dell’approccio alla biodiversità la percezione sarà leggermente diversa, il tassonomo lavora in base alle caratteristiche degli animali,
mentre un ecologo è più interessato alle differenze di funzione e non di specie, ci sono diversi attributi della biodiversità che sono importanti a
seconda dello studioso che li usa. La biodiversità può essere legata alla genetica, ai livelli tassonomici, funzionale e ecologica.

La diversità genetica è la variazione della composizione La diversità degli organismi è data d variazioni delle
genetica degli individui in una popolazione, risultato di mutazione, caratteristiche anatomiche, fisiologiche e comportamentali in
isolamento spaziale o comportamentale e permette agli individui di organismi diversi, gli indicatori fenotipici sono meno precisi come
adattarsi a diverse condizioni; una maggiore diversità amplia la indicatori di diversità di quelli genetici, interagisce con fattori abiotici e
capacità di adattamento di una popolazione o specie alle variazioni biotici per dare origine a livelli più alti di biodiversità: ecosistematica e
ambientali. di comunità.

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La diversità funzionale principalmente riguarda la tipologia di con robot da profondità con
alimentazione, ma non solo, quindi il ruolo che una specie riveste telecamere che permettono di fare
nell’ecosistema, il suo luogo nella catena trofica e il suo contributo campionamenti, trova un insieme di
nell’ecosistema (keystone species). organismi che formano una sorta di
oasi nel nulla in corrispondenza di
La diversità ecosistemica la diversità dei sistemi biologici e non risalite di gas che permettono una
di una regione geografica o ecologica, dipende dall’entità biologiche e elevata biodiversità e proliferare di organismi chemiosintetici. Nel 2012
fisiche presenti e dalle interazioni tra queste entità. Si stanno per caso viene censito un hydrothermal bend nell’Oceano Antartico,
scoprendo ancora nuovi ecosistemi, soprattutto negli abissi oceanici, interessante perché vengono riconosciute specie peculiari di questo
ambiente che è difficilmente esplorabile, ancora c’è tantissimo da ecosistema, non riconducibili ad altri hydrothermal bend, quindi
conoscere. Gli hydrothermal bends sono stati scoperti nel 1977 (il probabilmente quest’area è totalmente isolata dal punto di vista delle
primo) ora si sta facendo una censione, geologi che cercavano rocce comunità, mentre gli altri sono tendenzialmente legati tra loro.

Tipologia di specie Ci sono sei tipi di diversità, nonostante molto spesso le più utilizzate siano solo le prime due:
• La diversità  tratta come sia distribuita la diversità in un’area geografica ben limitata ad esempio un bosco, per esempio può studiare un
confronto tra specie presenti in un bosco A e in un bosco B.
• con la biodiversità  si parla di habitat nello spazio e nel tempo che sono contigui, quindi per esempio il censimento dei diversi boschi/habitat
sul versante di una montagna, si descrive un gradiente nello spazio e nel tempo.
• La diversità  è quando si prende in considerazione un ambiente intero e si vede come si distribuisce la diversità.
• Con la diversità  si prendono più ambienti, per esempio com’è la diversità sull’arco appenninico.
• La diversità  è confrontare la biodiversità tra diversi ecosistemi (ex. montagna rispetto alla prateria).
• Infine,  è la diversità generale dell’intero emisfero terrestre. In generale tendenzialmente ci si ferma intorno alla  perché è lì che è il cuore
della comunità, a livello locale.

Come si misura la biodiversità? Il descrittore più semplice della struttura di una comunità è il numero di specie che la
costituiscono, non dà indicazioni sulla struttura e funzionamento dell’ecosistema. Un aspetto è il numero di specie e quanto queste sono
effettivamente rappresentate nell’area. Ci possono essere condizioni a dominanza in cui una specie domina sulle altre, mentre altre in cui c’è
maggiore omogeneità – c’è bisogno di due indicatori. L’abbondanza relativa è l’abbondanza individuale delle specie, che globalmente
permette di stabilire se le specie siano omogenee o ci sia dominanza.

L’indice di Simpson (D) rappresenta la probabilità che due L’indice di Shannon-Wiener (H) misura la probabilità che
individui scelti a caso da un campione appartengano alla stessa un individuo preso a caso dalla popolazione appartenga ad una
specie. P è la frequenza relativa della specie i-esima, S la ricchezza specie differente da una specie estratta in un
di specie. Varia tra 0 e 1, all’aumentare della precedente ipotetico prelievo. Varia tra 0 e
ricchezza in specie e equiripartizione D tende a 0. infinito, aumenta con la biodiversità.

Un buon esempio per quanto riguarda la diversità si può fare con le spiagge perché
ci sono dei pattern di diversità lungo un gradiente ambientale. Ci sono spiagge che
sono chiamate riflessive cioè strette ripide con sabbia grossolana, poi ci sono le
intermedie, infine ci sono quelle dissipative, ampie, piatte, con sabbia fine quindi già dal punto
di vista fisico si ha una diversa classificazione. È un gradiente che impatta notevolmente sugli
organismi e comunità che possono svilupparsi. Impatta molto il controllo fisico e come la ricchezza
di specie passi dal poco ampia nella spiaggia riflessiva a molto ampia nella dissipativa. Non è
casuale e ci sono delle teorie per questo fenomeno. L’organismo che è ancorato sul substrato e
deve stare attento a stare ancorato e a sopravvivere in ambiente estremo ha delle pressioni
biologiche differenti rispetto a un organismo che non ha il vincolo fisico, che quindi può crescere
di più perché non deve spendere energie per l’ambiente. Come variano gli organismi dalla
riflessiva alla dissipativa? Quasi tutti vanno nella direzione di essere di meno nella riflessiva e
aumentano nella dissipativa nell’intertidale cioè dove l’effetto fisico dell’onda è molto forte.
Nell’infralitorale invece è tendenzialmente l’opposto.

1. Swash exclusion hypothesis (SEH) → quest’effetto fisico forte 2. Habitat harshness hypothesis (HHH) → ipotesi che riguarda le
delle riflessive fa sì che ci sia una grossa selezione per organismi dimensioni e le funzioni degli organismi. Laddove c’è un
che hanno forze resistenza (capacità di resistere a una condizione organismo che deve stare ancorato sul substrato e deve spendere
estrema) che permette di popolare questi ambienti più rigidi per energie per resistere alla condizione, saranno organismi con cicli
cui crostacei, molluschi, policheti tendono ad essere maggiori più vitali brevi e dimensioni piccole mentre nelle intermedie e
nella spiaggia dissipativa rispetto alla riflessiva; dissipative possono crescere di più, avere cicli vitali più complessi
quindi dedicarsi a funzioni che possono anche essere altre;
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3. Habitat safety hypothesis (HSH) → Esatto contrario dell’ipotesi forte, ci sono degli ambienti nel sopralitorale che facilitano la
precedente, per cui l’habitat della riflessiva fornisce degli ambienti sopravvivenza nella spiaggia riflessiva. Quindi un impatto fisico
più sicuri contro la predazione soprattutto per gli organismi del che modifica secondo un gradiente le strutture della comunità.
sopralitorale perché dove c’è una selezione per la sopravvivenza
Biodiversità terrestre vs marina Biodiversità terrestre e marina fanno capo ad ambienti molto diversi. L’85% delle specie
conosciute è terrestre, ma la biodiversità conosciuta al momento è molto limitata rispetto a quella che si pensa esista realmente in base a
modelli. L’idea è che la biodiversità stimata in ambiente marino sia in difetto. In mare c’è un maggior numero di classi e phyla, inoltre le specie
in mare sono distribuite più omogeneamente tra i phyla, 21 phyla sono esclusivamente marini. Nel mare c’è il gradiente longitudinale
(nell’Atlantico ci sono più specie che sul lato occidentale e nell’Indo-Pacifico la diversità diminuisce spostandosi da Est a Ovest) che non c’è in
ambiente terrestre.

Ci sono caratteristiche chimiche e fisiche in mare, maggiore viscosità e densità, il suono viaggia più velocemente e la luce non è presente
omogeneamente, l’acqua assorbe la luce. Ne consegue che in mare ci sono gli animali più grandi, comunità del plancton, possibilità di
comunicare a lunghe distanze e autotrofi limitati ai livelli superiori. In mare la riproduzione è diversa: i gameti sono liberati all’esterno sia femminili
che maschili, non ci sono impollinatori e ci sono ridotte cure parentali. Ci sono anche differenze strutturali e funzionali, in mare mancano gli
alberi e i principali autotrofi sono organismi microscopici, sulla terra gli organismi hanno dominanza vegetale, mentre in mare è il contrario (coral
reef e oyster beds). Gli erbivori dominanti in mare sono microscopici, le piante terrestri non sono consumate, mentre il fitoplacton si. Le piante
terrestri non sono in genere totalmente consumate, le piante microscopiche sono consumate interamente in mare. Sulla terra le piante sono
longeve, gli animali hanno ciclo di vita breve in mare il contrario.

Pattern globali di diversità di specie, distribuzione latitudinale dei pipistrelli. Due fattori importanti temperatura e siccità, se le
incrociamo abbiamo dei gradienti di biodiversità con massima con temperature miti e siccità bassa, fino a una diminuzione nelle regioni
artiche/antartiche. Perché abbiamo una diversità maggiore nelle regioni tropicali rispetto a quelle artiche? Ci sono quattro ipotesi che spiegano
l’incremento di biodiversità negli ecosistemi tropicali rispetto a quelli artici:

1. Produttività: ecosistemi tropicali hanno maggiore produttività 3. Stabilità: Ecosistemi tropicali sono più stabili permettendo alle
primaria quindi offrono maggiori risorse alimentari e maggiore specie di specializzarsi meglio su specifiche risorse;
complessità della rete trofica;
4. Tempo: Ecosistemi tropicali non sono stati soggetti a recenti
2. Eterogeneità: ecosistemi tropicali sono fisicamente più glaciazioni quindi hanno fornito più tempo per speciazioni;
complessi ed eterogenei quindi forniscono più habitat e
opportunità per specializzazioni;

Fattori che influenzano la biodiversità Effettivamente ci sono dei fattori che influenzano la biodiversità, un ecosistema potrebbe
essere più diverso perché c’è maggior eterogeneità ambientale. la diversità è l’effetto dell’azione contemporanea di più fenomeni: eterogeneità,
estensione, clima, produttività, competizione, disturbi, estinzione, immigrazione. Per esempio, il rapporto dell’ampiezza dello strato fogliare
degli alberi sulla diversità delle specie di uccelli. Più abbiamo un albero altofusto con grossa ampiezza fogliare che
permette la distribuzione su più livelli di diverse specie di uccelli, maggiore sarà la possibilità di avere una biodiversità
significativa di specie di uccelli rispetto a un albero più basso su un livello solo. Un altro esempio è la
larghezza/dimensioni di un lago in relazione al numero di pesci, un ambiente più grande consente una maggiore
diversità.

Nella relazione specie-area il numero di specie è dato da una


costante che cambia in funzione del gruppo tassonomico che si rinviene
nell’area, S = cAz, mette insieme l’area con caratteristiche proprie della
specie – valori 0.15 < z < 3 sono specie vagili o sessili.

Eterogeneità spaziale Grafico mette in relazione la diversità con l’eterogeneità spaziale,


trade-off, l’eterogeneità spaziale favorisce la biodiversità, ma con l’aumento aumentano le specie e
aumenta il rischio di estinzione stocastica. Nella parte gialla c’è l’effetto positivo legato all’eterogeneità,
si arriva ad un equilibrio, cioè massimo della biodiversità, dopodiché entra in gioco un aspetto
negativo per cui aumenta la probabilità di estinzioni stocastiche perché diminuisce lo spazio a
disposizione delle singole specie. Se tengo conto del fatto che le varie specie hanno nicchie che hanno
dimensioni diverse, maggiore è la nicchia, maggiore è la probabilità che ci sia estinzione per effetto
stocastico.

La diversità di un’area è influenzata da speciazione, immigrazione, emigrazione e estinzione, che sono influenzati dal fatto che la durata di una
specie. Il turnover è dato da T = (Or + Er) / 2 cioè durata delle specie in milioni di anni, numero di specie nuove, numero di taxon estinti.
Tasso di origine (Or=Oi/d) e di estinzione (Er=Ei/d).

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L’ipotesi del disturbo intermedio dice che gli ecosistemi sono soggetti a condizione di disturbo,
raramente sono in totale equilibrio perché ci sarebbero specie dominanti. Con disturbo basso prevale la
dominanza e c’è biodiversità bassa, mentre con disturbo intermedio c’è massima biodiversità, con disturbo
troppo elevato prevalgono i fattori abiotici che distruggono la biodiversità per pressione troppo forte (foreste
tropicali non sono mai in condizione di equilibrio = massima biodiversità).

Gli hotspot di biodiversità sono regioni geografiche caratterizzate da elevata ricchezza di specie e endemismi sottoposte a pressioni
che ne minacciano la conservazione, devono presentare almeno 1500 specie vegetali endemiche che sono 0.1% delle specie censite vegetali
– si basa sulle piante perché gli animali ne dipendono – devono essere anche soggette a perdita di biodiversità del 70%, peculiarità dal punto
di vista di specie ed anche elevata vulnerabilità, la maggior parte al 90%.

Una key biodiversity area si identifica per presenza di specie minacciate, specie con range ristretto – quindi area necessaria per il
mantenimento della biodiversità – raggruppamenti di specie che si concentrano in un sito particolare durante alcuni stadi vitali, raggruppamenti
di specie ristretti biogeograficamente. La difficoltà con queste aree che spesso sono transnazionali o continentali è che la gestione dovrebbe
essere coordinata, ma spesso non succede.

Ci sono quattro modelli che cercano di spiegare cosa succede nella relazione:

• MacCarthur: c’è una linearità che tende all’infinito, per cui all’aumentare della ricchezza di specie aumenta
la stabilità dell’ecosistema in modo lineare. Quindi lo spazio ecologico vuoto può essere riempito senza
saturazione. Considerando l’ampiezza e l’intensità delle funzioni, ogni specie è funzionale al sistema in modo
uniforme. Questo modello proposto nel 1955 è un punto di partenza che è stato poi sorpassato. Aumentando la
ricchezza in specie all’infinito la funzionalità del sistema crescerà sempre, a prescindere dal tipo di specie
considerata e dalla loro distribuzione.

• Idiosincratica: la relazione non è lineare, ma oscillante perché l’aumento della ricchezza specifica non porta
necessariamente ad un aumento di stabilità funzionale. In alcuni casi, con l’aumento della ricchezza si ha un
crollo della stabilità funzionale. Perché? Alcune specie hanno una funzione più importante rispetto ad altre, quindi
l’aggiunta o rimozione di una specie può essere trascurabile: una specie con una piccola funzione può essere
eliminata, senza che la stabilità dell’ecosistema ne risenta, ma quando viene eliminata una specie con una
funzione molto rilevante, la situazione crolla. Quindi l’effetto di aggiunta o rimozione può essere trascurabile o di
grande rilevanza. È importante valutare anche le interazioni tra le specie. Non c’è un’omogeneità nella rilevanza ecologica delle specie.

• Rivetti: come i rivetti servono per mantenere integra la struttura dell’aereo, allo stesso modo tutte le specie
contribuiscono a mantenere l’integrità dell’ecosistema. Ma la ricchezza in specie arriva ad un punto di
saturazione, dopodiché la rimozione o aggiunta di una specie diventa meno rilevante. Esiste un optimum di
ridondanza delle funzioni ecologiche. È importante raggiungere una ricchezza che permette aumentare la
stabilità dell’ecosistema e poi si giunge ad un plateau. L’ampiezza ecologica è abbastanza variabile, quando lo
spazio ecologico diventa troppo affollato, si arriva alla saturazione per cui l’aumento della ricchezza non
comporta un aumento di stabilità.

• Guidatori e passeggeri: i guidatori svolgono una funzione fondamentale e i passeggeri sono


tendenzialmente accessori, la stabilità dell’ecosistema varia secondo il modello a gradini perché dipende dalla
specie che viene aggiunta o rimossa. I guidatori sono importantissimi, perché creano stabilità: se aggiungo un
guidatore ho un balzo mentre se aggiungo 10 passeggeri la stabilità non cambia, quando aggiungo un altro
guidatore si ha un altro balzo e così via. Si ha quindi un effetto diverso non tanto legato al numero delle specie,
ma alla funzione che queste rivestono all’interno dell’ecosistema.

Il modello dei rivetti e guidatori e passeggeri suggeriscono che diversi tipi di funzioni ecologiche sono necessari per produrre stabilità
(sovrapposizione delle nicchie e funzionalità). Questi modelli si sovrappongono parzialmente, perché non tutte le specie hanno lo stesso peso,
è necessario identificare le specie maggiormente importanti e quale è l’optimum di ricchezza oltre il quale è inutile andare.

Mettendo in relazione la biodiversità e il funzionamento degli ecosistemi, in linea di massima si ha un andamento a sigmoide, ovvero una crescita
esponenziale e poi un plateau. Sono sei i dogmi, ovvero leggi accettate dagli ecologi e riguardano la relazione esistente tra biodiversità e
funzionamento di ecosistemi.

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1) C’è evidenza inequivocabile che la perdita di biodiversità riduce 4) Le comunità più diverse sono quelle più produttive, perché
l’efficienza attraverso cui le comunità ecologiche catturano le contengono specie chiave che hanno una grande influenza sulla
risorse biologiche essenziali, producono biomassa e riciclano i produttività e hanno anche tratti funzionali di organismi che
nutrienti essenziali. Se si perde biodiversità si perdono funzioni incrementano la capacità di catturare le risorse (concetto che
essenziali dell’ecosistema. approfondiremo). Maggiore è la biodiversità nella comunità,
maggiore è la funzionalità dell’ecosistema.
2) C’è crescente evidenza che la biodiversità incrementa la stabilità
dell’ecosistema e delle funzioni ecosistemiche nel tempo. Quindi 5) La perdita di biodiversità su più livelli trofici è in grado di
si fa riferimento ad una scala temporale. Il limite di tanti studi influenzare le funzioni dell’ecosistema in modo più forte rispetto
scientifici che riguarda in generale la biodiversità e il alla perdita all’interno di un solo livello trofico. Studiare la
funzionamento degli ecosistemi è legato a quello che si può funzionalità dell’ecosistema non limitandosi solo ad un livello
studiare in un’unità di tempo abbastanza limitata, unità di spazio trofico, ma vedendo come si ripercuote la perdita di biodiversità
limitata e spesso si lavora su un unico livello trofico perché oltre anche su diversi livelli permette di osservare alterazioni a livello di
non si può andare. Ma ci sono evidenze che gli effetti crescono funzionalità nell’ecosistema molto maggiori.
ancora di più all’aumentare del tempo e dello spazio.
6) I tratti funzionali degli organismi hanno grossi impatti sulle funzioni
3) L’impatto della biodiversità sui singoli processi dell’ecosistema degli ecosistemi che possono determinare impatti di estinzione
non è lineare ed è saturante ed è tale per cui i cambiamenti sulle funzioni ecosistemiche. Quando si perde ricchezza
aumentato via via che la perdita di biodiversità cresce. Effetti come funzionale (non dal punto di vista tassonomico) di una specie,
crollo dello stock di salmoni (con abbassamento della produzione questo si ripercuote sulla funzionalità dell’ecosistema. Quindi non
del 80%) sono rilevanti, perché a piccole variazioni di biodiversità diversità di specie ma di funzioni.
corrispondono effetti drastici sul funzionamento dell’ecosistema
(c’è un andamento esponenziale).

Ci sono trend emergenti che permettono di comprendere come la perdita di biodiversità e la perdita di funzione degli ecosistemi hanno
una ricaduta anche sui servizi ecosistemici che gli ecosistemi forniscono anche all’uomo e come dobbiamo approcciare per cercare di capire
come la carenza di biodiversità impatta sulle funzionalità dell’ecosistema. L’impatto della perdita di biodiversità sui processi ecologici può essere
sufficientemente grande da pareggiare l’impatto di altri drivers globali dei cambiamenti ambientali. Se l’acidificazione degli oceani o aumento
di temperatura causa effetti deleteri sugli ecosistemi, non bisogna pensare che la perdita di biodiversità non sia da considerare alla stessa
stregua. La perdita di biodiversità impatta sugli ecosistemi tanto quanto può impattare il climate change o l’acidificazione oceanica.

Questo è importante dal punto di vista gestionale. Gli effetti della biodiversità diventano più ampi con il tempo e possono incrementare a scale
spaziali maggiori. Se fossimo in grado di ampliare le scale temporali e spaziali dei nostri studi, vedremo impatti notevolmente maggiori. Pensare
che il risultato di uno studio limitato nel tempo e nello spazio possa essere estrapolabile è un po’ limitante. È importante tener presente questa
prospettiva. Mantenere più processi ecosistemici in più spazi nel tempo richiede più livelli di biodiversità. Questo ci insegna come dobbiamo
approcciarci quando si parla di biodiversità: guardare non soltanto ad uno spazio e tempo ristretto ma avere una visione a lungo termine e a
largo spettro. Le conseguenze della biodiversità possono essere anche predette dalla storia dell’evoluzione. Le conoscenze relative alle
modalità evolutive delle specie possono darci informazioni su cosa potrebbe succedere in funzione della perdita di biodiversità.

Funzionalità dell’ecosistema si misura in produttività primaria, il metabolismo dell’ecosistema (mineralizzazione del carbonio o
produzione di ossigeno) – no evidence indica che la correlazione biodiversità/funzionalità non è ancora provata sperimentalmente per alcuni
parametri – ciclo dei nutrienti (fissazione di azoto, etc.), modificazione dell’ambiente fisico e movimentazione dei corsi d’acqua.

→ Un aumento delle specie non per forza ha un aumento della funzionalità, ci sono casi in cui l’effetto è totalmente negativo, come nel caso
dei patogeni.

La diversa stabilità è fondamentale con ecosistemi soggetti a disturbo


(maggior parte), il disturbo è un evento che altera la struttura delle comunità e
modifica le condizioni chimico-fisiche e distribuzione dei nutrienti. Ci sono due
elementi che caratterizzano la risposta resistenza e resilienza.

Biodiversità può anche influenzare la stabilità di un ecosistema, cioè la capacità di


un ecosistema di essere stabile. Quando si considera lo stato di stabilità potrebbe
esserci un elemento di disturbo ovvero un qualsiasi evento che altera la struttura
di popolazione e comunità di un ecosistema modifica le risorse, la disponibilità di
substrato e l’ambiente fisico. La maggior parte delle comunità è soggetta a forti disturbi naturali, ma ci sono anche disturbi antropici. Ci sono
due fenomeni: resistenza al disturbo, cioè la capacità dell’ecosistema di non spostarsi dalla sua condizione ma di rimanere nella condizione di
stabilità. L’ecosistema in altre parole si mantiene stabile nonostante il disturbo e resiste alla variazione. La resilienza invece è propria di quei
ecosistemi che dopo aver subito un disturbo si spostano dalla condizione di stabilità ma poi ripristinano la situazione di stabilità. Le praterie

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sono resilienti, invece una foresta è resistente. La barriera corallina non è nessuna delle due. Ai poli, gli ecosistemi sono meno biodiversi ma
sono comunque estremamente stabili.

Questo schema mette in relazione biodiversità e stabilità. Tre tipologie diverse di comunità che presentano specie resistenti a temperature
calde e altre fredde. Una comunità ha entrambe le specie ugualmente abbondanti,
una comunità è dominata da specie che resiste al caldo (verde), l’altra comunità è
dominata da specie resistente al freddo (blu). C’è alternanza di anni caldi e freddi,
quindi varia la composizione di queste comunità. La prima comunità resta costante
nel tempo, sia in presenza di anni caldi sia in presenza di anni freddi. La comunità
dominata da specie resistente al freddo si riduce negli anni caldi e ritorna ad essere
più abbondante negli anni freddi. La comunità dominata dalla specie resistente al
caldo è abbondante negli anni caldi e perde abbondanza negli anni freddi. Quindi in
ecosistemi soggetti a escursioni termiche elevate, il fatto di avere maggiore
biodiversità ci suggerisce che è meglio avere entrambe le specie, perché se ci sono
elevate fluttuazioni nel tempo, si ha perdita di biodiversità e la stabilità della
comunità cambia.

Insurance hypothesis: ad esempio considerando una specie resistente alla


siccità e altre due che non resistono alla siccità. Ci sono tre comunità piccole che possono
contenere al massimo tre esemplari. Nel primo caso si hanno tre comunità monospecifiche.
Quando c’è un evento siccitoso, si perdono due comunità ma rimane quella costituita dalla
specie resistente alla siccità. Se c’è un aumento la biodiversità all’interno delle comunità,
aumenta la probabilità che la comunità continui a mantenersi nel tempo anche in presenza
di un evento siccitoso e solo una comunità scompare, quella senza la specie resistente alla
siccità. Quando si ha la massima biodiversità, si mantengono tutte e tre le comunità. Quindi
maggiore biodiversità, maggiore stabilità ecosistemica.

Alcune proprietà degli ecosistemi inizialmente non risentono della perdita di specie perché gli ecosistemi con maggiore biodiversità possiedono
specie con ruoli funzionali simili. Quindi una specie può essere soppiantata dalla presenza di specie ridondanti. Alcune specie contribuiscono
in modo limitato alle proprietà degli ecosistemi. La funzionalità di una specie in un ecosistema non è uguale: ci sono specie con un ruolo chiave
mentre altre no. C’è anche il fattore abiotico che contribuisce in modo significativo.

Esempi di studi che dimostrano la relazione biodiversità-funzionalità degli ecosistemi. Si studia il


funzionamento degli ecosistemi soprattutto dal punto di vista floristico in base a diversi plot manipolati.
Questo è il primo studio (1995) che dimostra la relazione tra stabilità dell’ecosistema e biodiversità.
Hanno fatto trattamenti sui diversi plot che dimostrano come all’aumentare della biodiversità aumenta
la stabilità dell’ecosistema. Ma cambiando la metrica, guardando la stabilità non più a livello
ecosistemico ma a livello di specie, all’aumentare della biodiversità, diminuisce la dimensione della
popolazione delle diverse specie. Quando si mette in relazione biodiversità e funzionamento di
ecosistema, cosa si vuole andare a vedere e come questo cambia?

Se si guarda la biomassa delle specie, l’aumento della ricchezza porta ad un incremento del
coefficiente di variazione (maggiore la variazione significa instabilità), mentre valutando la comunità il
coefficiente di variazione diminuisce, quindi salendo lungo la scala gerarchica la stabilità è maggiore
all’aumentare della biodiversità. In termini di
biomassa, se questa cambia molto allora c’è poca stabilità; mentre se la biomassa rimane
stabile il coefficiente di variazione si riduce. Quando si vede un incremento in ordinata,
questo significa che c’è minore stabilità, ovvero la biomassa specifica risente della
ricchezza di specie. Se invece c’è una riduzione sull’ordinata, la stabilità in termini di
biomassa della comunità è maggiore all’aumentare della ricchezza specifica. Questo
significa che non bisogna fare generalizzazioni, ma sapere cosa andare a vedere e cosa
mettere in relazione. Se si valuta la ricchezza di specie, oppure la funzionalità che è una
metrica di biodiversità e forse è più importante del numero delle specie.

Studio pubblicato su Nature “Biodiversità come barriera alle invasioni ecologiche”: si trova una relazione positiva. Trattando diversi plot (campi),
si vede che all’aumentare della diversità specifica il numero degli invasori diminuisce, quindi c’è maggiore resistenza, mentre non sembra
esserci alcuna relazione tra ricchezza specifica e dimensione delle piante invasive. Quindi aumentando la ricchezza specifica si ha una
resistenza all’invasione alloctona. Ma un altro studio sulla savana indiana in seguito al disturbo arriva alla conclusione opposta, si mette in
relazione la resistenza alla modificazione della composizione della specie rispetto alla diversità. C’è da dire che la metrica utilizzata è differente.

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Le comunità con bassa diversità hanno maggiore stabilità di composizione
quando soggette a perturbazioni caratteristiche del loro ambiente naturale.

Effetto dell’interazione tra specie non riguarda solo un livello


trofico, molti studi si limitano ad un livello trofico, ma considerando la specie
all’interno della comunità o della rete trofica in realtà i legami cambiano molto.
A sinistra ci sono pochi legami diretti forti tra produttività ed erbivori-predatori,
dall’altra parte si hanno più connessioni tra i diversi livelli trofici ma deboli. Se
si toglie un predatore che si nutre esclusivamente di un erbivoro, nel primo caso
la popolazione di questo erbivoro aumenta con riduzione drastica della
produttività primaria. Quando ci sono più connessioni all’interno della rete
trofica, se si toglie il predatore, le ripercussioni sono molto meno forti. Maggiore
interazione tra specie permette di avere un ecosistema più stabile.

Ideale sarebbe considerare negli studi che valutano la biodiversità e funzionamento degli ecosistemi non solo un unico livello trofico ma una
maggiore complessità ecosistemica. Il landscape è dinamico: in genere si ha una curva che mette in relazione la biodiversità all’interno di un
gruppo trofico con il funzionamento degli ecosistemi. Ma quando si considerano più connessioni, la curva può cambiare. La biodiversità di un
certo livello trofico si ripercuote su quella del livello trofico superiore, in alcuni casi riducendo la biodiversità. Ci possono essere effetti legati alle
connessioni tra diversi livelli trofici che possono abbassare il funzionamento degli ecosistemi, perché la riduzione di biodiversità su un livello si
ripercuote sui livelli superiori. Per le interazioni positive, l’unione di più livelli porta ad un incremento delle funzioni ecosistemiche. Quando si
passa da uno studio su un livello ad uno studio su più livelli, le relazioni tra biodiversità e funzionamento degli ecosistemi possono cambiare
notevolmente.

Come varia la curva in funzione di un disturbo? Può esserci una fluttuazione della diversità di specie in risposta ad un disturbo. Quando si
considerano più livelli trofici queste fluttuazioni possono cambiare in senso negativo o positivo. Cambiano in senso negativo se il disturbo si
ripercuote a cascata anche su diversi livelli trofici e la fluttuazione diventa molto più grave. In altri casi la funzionalità aumenta perché
l’ecosistema cerca di mantenere la sua funzionalità. Quindi si potrebbe avere un aumento di funzionalità legato al fatto che l’ecosistema sta
rispondendo. La curva cambia in funzione del fatto che si considerano o no più livelli trofici e la funzione ecosistemica può aumentare in risposta
al disturbo. In scale spaziali e temporali più ampie, la curva diventa più ripida, gli effetti della perdita di biodiversità risultano essere molto più
drastici rispetto a quelli di una scala spaziale minore. Questo è un limite, ma è giusto partire dai sistemi semplici, per cercare di capire i
meccanismi ma non si possono traslare i risultati sperimentali perché le condizioni reali sono complesse.

Se la comunità che vive in un habitat variabile, in seguito ad un disturbo, la capacità di ritornare ad una condizione di stabilità è migliore rispetto
ad una comunità che vive in un habitat stabile, perché la comunità abituata ad un habitat instabile è abituata ad essere soggetta a fluttuazioni
di tipo fisico mentre l’altra comunità ne risente maggiormente: l’effetto sulla struttura della comunità è maggiore e il tempo di recupero è più
lungo per ripristinare la condizione di stabilità. Quindi anche le condizioni ambientali, non solo le relazioni biologiche, hanno impatto sulla
stabilità dell’ecosistema.

La biodiversità e le proprietà degli ecosistemi sono l’integrazione di tanti aspetti, fisici e ambientali legati alla componente abiotica
dell’ecosistemica e anche legati alla composizione e struttura della componente biologica. I tratti funzionali sono quelle caratteristiche che
definiscono le specie in base al modo in cui influenzano le proprietà dell’ambiente e la risposta alle condizioni ambientali. I tipi funzionali sono
specie che hanno lo stesso effetto su un processo dell’ecosistema e risposte simili alle condizioni ambientali.

Possono cambiare le relazioni tra componenti biotici e abiotici in diversi ecosistemi? Ci sono interazioni positive, negative e le relazioni possono
essere più o meno forti. La ricchezza specifica e il funzionamento degli ecosistemi sono dati dall’interazione tra componente abiotica e biotica,
che sono diversi a seconda dell’ecosistema preso in considerazione. Per esempio, nell’ecosistema alpino è importante il fattore climatico
(precipitazione, evaporazione), nella foresta temperata ci sono legami meno forti, mentre le competizioni sono rilevanti a differenza
dell’ecosistema alpino. Nei deserti c’è aridità, copertura delle piante.

Servizi ecosistemici hanno una visione degli ecosistemi antropocentrica, sono la capacità di processi e componenti naturali di fornire
beni e servizi che soddisfano direttamente o indirettamente le necessità dell’uomo. C’è una visione utilitaristica dell’ambiente. La conservazione
della biodiversità non dovrebbe essere in funzione delle attività antropiche. Sono però importantissimi dal punto di vista gestionale. Il valore
dell’ambiente è difficile da definire. È importante come l’ecosistema fornisce servizi all’uomo. Come il funzionamento degli ecosistemi si
ripercuote nei servizi all’uomo? Ad esempio, l’integrità di una costa marina garantisce diversi servizi dal punto di vista climatico,
approvvigionamento di alimenti…è importante metterli in evidenza. Tendenzialmente abbiamo tre tipologie di servizi ecosistemici:
approvvigionamento di risorse (acqua) – soprattutto nei paesi poveri, la portata di questo aspetto è notevole – è la fornitura di risorse che gli
ecosistemi naturali e seminaturali producono ovvero ossigeno, acqua e ossigeno. La questione dell’acqua è molto importante. La regolazione
riguarda la stabilizzazione del clima, il riciclo di rifiuti, che sono servizi ecosistemici non riconosciuti fino al momento in cui non vengono persi o

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degradati, perché la regolazione non è così evidente; anche i beni culturali – è piacevole vivere in un ambiente salutare esperienze ricreative
ed estetiche.

I diversi ambienti forniscono servizi diversi: le campagne coltivate (agricoltura tradizionale) forniscono diversi alimenti, quindi
approvvigionamento; nelle foreste c’è regolazione del clima, dell’acqua, protezione dall’erosione e qualità aria. L’aspetto culturale è legato alla
tradizione e turismo.

Il mare è importante non solo per attività ricreative, cibo, ciclo nutrienti, regolazione del clima. Acque interne e aree montane e polari, sono tutte
importanti, perché forniscono servizi ecosistemici. Rimescolamento dei sedimenti è importante e ha una ricaduta sulla funzionalità degli
ecosistemi. Ecosistema urbano fornisce all’uomo fibre, nutrienti. Tutti i processi legati alla biodiversità possono avere una ricaduta nella
funzionalità degli ecosistemi. Un ecosistema che funziona fornisce all’uomo diversi sistemi ecosistemici. C’è connessione tra biodiversità,
ecosistema e uomo.

Ci sono limiti negli studi sulla biodiversità e funzionamento degli ecosistemi, legati al fatto che si lavora sul piccolo (condizioni ipercontrollati su
piccola scala), riportare su grande scala è una sfida enorme. Alcuni scienziati propongono una serie di diversi steps per passare alla metrica
ecosistemica. Ci sono dei passaggi che forniscono all’ecologia strumenti validi per poter poi gestire aspetto ambientale e alla fine migliorare il
benessere umano. Potrebbe così assumere importanza nella società il fatto di riuscire a trasferire la conoscenza scientifica a quello che può
essere effettivamente un sistema di gestione efficace e comprendere la capacità della natura di adattarsi alla natura umana, ovvero fino a punto
l’uomo può spingersi.

Descrivere i modelli secondo cui si organizzano le comunità e spiegare i processi che li regolano. Quantificare l’importanza relativa di fattori
biotici e abiotici che influenzano la variazione spazio-temporale nella struttura di una comunità.

Assemblage: gruppo di specie all’interno della comunità che sono Guild: gruppo di specie che senza una relazione tassonomica
relazionate filogeneticamente (raggruppamento) sfruttano le stesse risorse ambientali in modo simile (corporazione)

Quindi è diverso se considero un gruppo dal punto di vista della similitudine tassonomica o per le
similitudini alimentari e sfruttamento della risorsa. Quando si parla di ecologia delle comunità ci
sono scale variabili. Ex. fiume quindi scala spaziale ampia, comunità quando si studiano i
vertebrati e gli invertebrati su un albero secolare e comunità anche studiando il rumine di un
ruminante. Quindi è chiara la differenza a livello di scala che è ragionevole quando si parla di studio
di comunità. Su scala globale o scala locale, chi spiega la biodiversità della distribuzione delle
farfalle su scala latitudinale e chi studia la distribuzione delle comunità lungo un continuum di un
fiume. Ci sono vari scenari quindi le domande e l’approccio è molto diverso a seconda della scala.
Ci sono comunque delle generalizzazioni: la composizione della comunità locale è definita da filtri
gerarchici: quelli più in alto condizione
fisiologica, eventi storici e processi
evolutivi.

E quelli che identificano perché una comunità è in una zona, poi ci sono le interazioni
interspecifiche. Abbiamo anche quelli che si definiscono i filtri (perché si parte da una
scala più ampia a una più ridotta) ambientali che in modo concentrico determinano la
composizione della comunità. Sulla specie regionale ci sono i fattori biogeografici, sulla
specie locale l’ambiente fisico, capacità di dispersione e impatto antropico. Quando si
va nel microhabitat importanza di ambiente fisico e interazioni interspecifiche.

→ Riducendo il filtro, la specie deve essere più adattata per poter rientrare nello spazio
ristretto che poi definisce la comunità in quel preciso microhabitat ed in quelle precise
condizioni ambientali e fattori di interazione tra la specie.

Grafico che mostra come, oltre ai filtri, è molto importante anche la composizione
intraspecifica: la variabilità intraspecifica fa sì che ci siano dei passaggi da pool regionale a
locale (che risente molto di più di queste somme di filtri) che permettono la presenza di una
specie piuttosto che di un’altra (es. situazione di un fiume intermittente: localmente presenza
di specie in grado di resistere a siccità – filtro ambientale molto forte) se nella composizione
intraspecifica non ho individui in grado di resistere, quando applico quel filtro si ha la perdita
di questi individui.

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Una comunità ha proprietà strutturali, numero di specie, ricchezza specifica, la diversità trofica e l’abbondanza specifica relativa, cioè il numero
relativo di organismi delle diverse popolazioni; e funzionali, trasformazione e trasmissione di energia e la trasformazione della materia.
L’appartenenza ad una comunità è il risultato di tre fattori principali: ambiente fisico, capacità di dispersione e interazione tra specie. La
composizione di una comunità può essere descritta dal punto di vista tassonomico o utilizzando i trait:

• Biological trait proprietà di un organismo ben definita e • Response trait tratti funzionali che determinano perché un
misurabile, generalmente a livello individuale e che può essere organismo risponde ad un disturbo o cambiamento ambientale,
utilizzata per comparare le specie. Qualsiasi caratteristica spiega perché la comunità si trova in un habitat piuttosto che un
quantificabile di un fenomeno che è probabilmente governata da altro.
geni specifici (es. dimensioni, motilità e abitudini di
• Effect trait determina come un organismo influenza le proprietà
foraggiamento).
dell’ecosistema (es.bioturbazione).
• Functional trait componente del fenotipo di un organismo che
influenza i processi dell’ecosistema e la sua risposta a fattori
ambientali.

Quindi da una parte come l’organismo risente delle condizioni dell’ecosistema dall’altra è una metrica che ci serve per capire come l’organismo
influisce sull’ecosistema. tratto alimentazione, modalità trofiche: deposit feeding, sospensivori, carnivori, onnivori; tratto alimentazione può
essere un tratto sia di risposta che di effetto: l’ambiente determina l’alimentazione, il modo in cui l’animale si alimenta è una risposta alla
disponibilità di risorse, ma questo impatta anche molto sulla rete trofica e quindi sull’ecosistema; tratto sediment mixing: sia risposta che effetto,
organismi in grado di rimuovere i sedimenti-> risposta legata alla disponibilità di cibo, a seconda della condizione del sedimento si ha una
risposta nel rimescolamento, ma anche come questo impatta sulla biogeochimica del sedimento;

Collegare la diversità e la struttura di comunità del fitoplancton, possibile scegliere tanti tratti differenti che rientrano nell’aspetto morfologico,
fisiologico, comportamentale e diverse funzioni ecologiche correlate a questi tratti – comprensione migliore di come una specie si inserisce in
una comunità, qual è il suo ruolo e come contribuisce alla biodiversità intesa come diversità di funzioni ecologiche. Interazioni del fitoplancton
con la catena alimentare: tratti che collegano più livelli trofici es. resistenza ai grazer o interazioni con batteri. Inserire il fitoplancton non solo in
un contesto di semplice produttore primario di un lago ma nell’intera catena alimentare.

Successioni ecologiche
Le comunità naturali sono entità dinamiche continuamente soggette a cambiamenti nella loro composizione e struttura, nel tempo gli ecosistemi
e di conseguenza le comunità mutano e si evolvono, cercando di raggiungere una situazione di equilibrio, che viene raggiunta all’interno di stadi
serali= serie limitate e definite nel tempo; si hanno fenomeni dinamici eterogeni che si verificano con modalità e scale temporali diverse. Es.
successione di una foresta che dura ≈ 150 anni, vs successione di una comunità di protisti in un infuso di fieno che dura ≈ 100 gg.

Attributi funzionali e caratteristiche biologiche delle specie che compaiono in momenti diversi delle successioni sono differenti (es. sviluppo di
comunità su roccia marina denudata):

1. Fasi precoci: si insediano specie pioniere resistenti allo stress, 2. Fasi tardive: cicli di vita lunghi, accrescimento più lento, maggiore
limitata capacità competitiva, cicli di vita brevi, elevata capacità di capacità di raggiungere dimensioni elevate, minore potenziale
accrescimento corporeo, elevato potenziale riproduttivo (r- riproduttivo, maggiore abilità competitiva (k-selezionate) →
selezionate). sostituzione delle specie pioniere

Successione autogena: rappresenta un processo regolato prevalentemente da cambiamenti interni alla comunità, meccanismi:
- Facilitazione quindi specie pioniere che preparano le condizioni favorevoli alle specie successive; es: queste specie fanno ombra e
permettono alle specie che sono più sensibili all’irraggiamento luminoso la crescita; es: le piante in grado di fissare l’azoto quindi producono
nutrienti necessari per altre che non sono in grado

- Tolleranza per cui le specie precoci non hanno effetto e le sequenze sono collegate esclusivamente ad una diversa tolleranza
per fattori ambientali. Quindi la presenza di una specie rispetto all’altra è legato al fatto che ci siano specie più tolleranti o meno alle
condizioni ambientali.
- Inibizione i primi occupano e modificano l’ambiente in modo da renderlo meno idoneo per altre specie; inibizione per altre specie; es. sud
California: Ulva inibisce la crescita di Gigartina, levando Ulva si ha invece la crescita di Gigartina.

Successione allogena: regolata da fattori esterni non influenzati dall’attività degli


organismi, quindi che non è influenzata dalla componente biologica che forma la comunità (es.
cambiamenti legati al clima). Successione allogena dei laghi: stagno – palude – prateria -
foresta. In uno stagno inizia a crescere la vegetazione, si stratifica il sedimento, si parte dalle
fanerogame, via via il sedimento riempie il vaso dello stagno e si passa dallo stagno alla
foresta.

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Successione primaria: processo che inizia in assenza di componente biotica. Un esempio di successione primaria è quello che succede
nel caso del ritiro dei ghiacciai. Una fase che va intorno ai centinaia di anni che è la fase dei pionieri, piante con piccolo
arbusto, cianobatteri, licheni e inizia a prendere piede il Dryas drummondii che è un azotofissatore: effetto di
facilitazione, incrementa la disponibilità di nutrienti quindi si passa nell’arco di 30 anni dal Dryas a Ontano e Abete, dopo
i 50 anni prevalgono gli Ontani e intorno ai 100 anni arriviamo alle Conifere. Da una parte il ghiaccio si ritira e dove prima
non c’era nulla inizia ad arrivare qualcosa.

Successione secondaria: ha inizio in un’area precedentemente occupata da una comunità. Un esempio sono i campi che prima in America
erano utilizzati in agricoltura e successivamente abbandonati e la vegetazione che c’era prima dell’utilizzo di questi prati per pratiche agricole
si ripristina. Quindi all’inizio fase con erba e piccoli arbusti, abbiamo una fase a pioppi e poi eventualmente si riesce a passare in una fase in
cui il pioppo viene sostituito dall’acero.

Successione autotrofa: inizialmente la produzione è maggiore della respirazione.

Successione eterotrofa: maggiore respirazione rispetto alla produzione sono mantenute da un flusso di energia sussidiaria proveniente
dall’ambiente di entrata dell’ecosistema.

Alla biodiversità vegetale si associa la biodiversità animale: quindi c’è una differenza nella struttura della comunità a seconda dal passaggio
dall’erba agli arbusti fino agli alberi ad alto fusto, la biodiversità vegetale guida quella animale. L’ipotesi è che la comunità raggiunga uno stadio
finale di equilibrio in cui la produzione e la respirazione sono allo stesso livello quindi si arriva ad avere una condizione di stabilità. Ipotesi per
cui sembra che tutte le successioni debbano arrivare al climax come stadio finale. In realtà esistono diversi climax differenti che sono governati
dalle interazioni dei fattori locali. Abbiamo anche delle condizioni in cui ci sono delle successioni cicliche che non arrivano a un equilibrio stabile
ma tornano al punto di partenza.

Successione stagionale del phytoplancton in ambienti lacustri, un altro tipo di


successione ciclica è quella delle coste rocciose dell’atlantico, prima fase con presenza
di patelle di grosse dimensioni, poi soppiantate dai balani. L’eliminazione delle patelle
permette la crescita del fucus che ricrea lo spazio fisico perché la patella ritorni a
colonizzare quindi quando viene eliminato il fucus predomina la patella rispetto ai balani.

Successione degradativa: in cui gli organismi si succedono all’interno di un processo di


degradazione, quando tutta la sostanza organica è stata degradata la successione si
esaurisce. È il caso delle specie fungine sugli alberi.

Teoria di McArthur e Wilson equilibrio della biogeografia delle isole.

Interazioni biologiche
Mutualismo interazione che produce reciproci benefici
Il biofilm del sedimento: alghe, batteri eterotrofi e funghi, i batteri eterotrofi producono i nutrienti per le alghe, che attraverso la fotosintesi
producono la sostanza organica necessaria alla crescita dei batteri e dei funghi. Il fitoplancton produce la sostanza necessaria per il biofilm e
questo produce i nutrienti necessari per il fitoplancton. Il granchio Mithrax forceps e corallo Oculina arbuscula: il granchio vive sul corallo, ne
riceve rifugio e mangia l’alga, che altrimenti infesterebbe il corallo. La pianta Spartina alterniflora e ribbed mussel Geukensia demissa: pianta
fornisce l’ombra e le condizioni per alimentazione e sopravvivenza del bivalve, e la presenza del bivalve incrementa la resistenza alla siccità e
la resilienza grazie ad un meccanismo legato alla salinità

è un meccanismo in cui la presenza del facilitatore modifica le condizioni ambientali e rendendo le condizioni stesse più
favorevoli per il facilitato.

Esempio una pianta generalista per l’impollinatore, questa attrae tanti impollinatori che potrebbero essere utili ad altre piante vicine che magari
prediligono poche specie di impollinatori. Quindi è un’interazione che funziona sullo stesso livello trofico (molto usato sulle piante). Solitamente
specie di grandi dimensioni, aiutano specie di piccole dimensioni, quindi le facilitano. Spesso le specie che tollerano l’ombra solo dei facilitati,
ovvero hanno bisogno di una specie più grande che fornisce l’ombra, oppure i rampicanti. I facilitatori invece sono organismi che modificano
l’ambiente come per esempio un parassita, perché potrebbe rimuovere il competitore.

Ci sono specie che sono predatori opportunisti e che tendenzialmente variano la loro tipologia di preda in funzione di quello che trovano,
predatori specializzati (es. emitteri Gerridae) che stanno sulla superficie dell’acqua ed aspettano il passaggio degli organismi sulla superficie
per sfarfallamento o per ovideposizione e morte, sono più vulnerabili rispetto ad un predatore opportunista. Un altro aspetto è quello della
plasticità trofica (es. plecotteri carnivori) che a seconda della quota di altitudine a cui si trovano e quindi della disponibilità alimentare cambiano
le strategie alimentari da carnivori ad usare detrito vegetale.

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Teoria dell’optimal foraging (Krebs 1978): il predatore include nella dieta la preda che offre numerosi vantaggi sulla base di elementi come:
contenuto energetico, rapporto dimensionale, tasso d’incontro, sovrapposizione di nicchia, densità, tempo di manipolazione; es. granchio che
mangia il bivalve: individui piccoli si aprono più facilmente ma offrono un basso contenuto energetico quindi vanno ripresi più volte, individui
grandi invece offrono un maggior contenuto energetico ma necessitano di un tempo di manipolazione più lungo-> c’è una dimensione ottimale
del bivalve. Esperimento in un fiume in Nuova Zelanda: ripercussione dell’impatto della predazione sulla struttura di una comunità fluviale;
presenza di un predatore notturno autoctono e di un predatore diurno alloctono e di invertebrati ed alghe. Un altro esperimento legato
all’immissione di un predatore alloctono riguarda Lutjanus mahogoni, un pesce con una fase larvale pelagica e poi ritorna al reef nella fasi
successive; durante la migrazione di ritorno subisce predazione maggiore in presenza di un predatore alloctono (Pterois volitans) rispetto al
predatore nativo (Cephalopholis cruentata).

La predazione ha determinato lo sviluppo di meccanismi antipredatori: evoluzione di aspetti morfometrici e comportamentali per sfuggire alla
predazione (spine, strutture ossee esterne, infossamento), drift comportamentale: organismi si fanno trasportare dalla corrente lontano dal
luogo in cui è presente il predatore e impatto sui cicli vitali: sviluppo in zone ripariali o accelerazione delle fasi più vulnerabili. l’interazione preda-
predatore influisce sull’evoluzione di determinati meccanismi sulle specie predate: esperimento che mostra l’effetto della presenza di inquinanti
(es. cadmio) sull’interazione preda-predatore in zebrafish e daphnia: esposizione a cadmio riduce in maniera significativa la percentuale di
cattura di zebrafish su daphnia; probabilmente interferisce con la capacità di zebrafish di riconoscere la preda (meccansimo che agisce sul SN)

aspetti fondamentali sono spazio e risorse

Spazio: (1) Dreissena polymorpha, bivalve d’acqua dolce invasivo, vs Ephydatia fluviatilis, una spugna. In estate la spugna prolifera e riesce
ad incrostare la Dreissena → prevalenza nello spazio della spugna; in inverno invece la spugna è sensibile alle rigide condizioni climatiche->
prevale Dreissena. (2) Coste rocciose in cui il balano e la patella si distribuiscono in funzione della competizione-> distribuzione delle specie su
spazi diversi di roccia.

Risorse: (1) su alberi ad alto fusto i passeriformi si distribuiscono a diverse altezze e si nutrono nelle diverse posizioni sull’albero. (2) granchi
Carcinus maenas vs Metacarcinus magister: C. maenas rimpazza M. magister nell’uso dei rifugi rendendolo più vulnerabile alla predazione, C.
maenas è anche più efficiente nel foraggiamento notturno; inoltre nel caso di competizione C. maenas spinge M. magister verso la spiaggia
aperta. (3) 5 specie di granchio abitano le praterie di kelp, l’abbondanza e habitat simili suggeriscono forte competizione, ma in realtà riescono
a sopperire alla situazione di competizione evolvendo 3 fattori di separazione: dimensione (alcuni più grandi ed altri più piccoli), microhabitat
(diversa distribuzione dell’habitat: alcune specie sfruttano un habitat più stretto di solo kelp, altri sfruttano un habitat più eterogeneo e distribuito
con molteplici substrati) e cibo (alcuni con dieta specialista ed altri con dieta generalista). (4) granchio rosso (Pachygrapsus crassipes) e
granchio verde (Hemigrapsus oregonensis) coesistono sulla costa della California: diverse zone di foraggiamento e distribuzione spaziale, il
granchio verde è più presente vicino al livello del mare, il rosso invece 5 m sopra il livello del mare, e diversa resistenza a condizioni di bassa
salinità, il granchio verde resiste meglio a condizioni di bassa salinità → coesistenza delle specie
dovuta ad un bilanciamento delle capacità competitive/predatorie per il granchio rosso ed alla
capacità di scavare rifugi/resistenza alla salinità ed allo stress fisico del granchio verde.

Alterazione dell’interazione competizione (contaminanti): (1) rana, in competizione con le


lumache, prevale, ma in presenza di metalli la rana è più sensibile delle lumache-> riduzione della
densità di rane e conseguente incremento della popolazione di lumache. (2) presenza del
gammaride, dopo l’aggiunta di Asellus e lindano aumenta il feeding-time → effetto del lindano e
dell’effetto competitivo riduce la capacità di alimentazione del gammaride.

Grafico che fa capire come il successo o meno in una comunità è dato dal bilanciamento tra i fattori ambientali, i gradienti, e le interazioni
biologiche, quindi fenomeni che nel 1985 Mengel e Sutherland hanno identificato come predazione e competizione e, ad uno stress
ambientale eccessivo, è lo stress abiotico che influenza di più. Non sono solo interazioni negative che possono interferire, ma possono anche
essere azioni positive come la difesa. Il grafico quindi si complica, ci sono interazioni mutualistiche in cui la presenza di un organismo può
migliorare la presenza di un evento siccitoso, entra in gioco una condizione di maggiore
capacità di resistenza o resilienza. Ci sono una serie di modelli nel grafico che dice che lungo
un gradiente ambientale ci sono diverse interazioni biologiche che hanno un peso diverso nel
determinare quale sarà la specie che si impone e quale soccombe.

Altro grafico fa vedere un incremento dello stress fisico in ascissa che riduce un incremento
della predazione. La vicinanza/effetto di facilitazione riduce lo stress fisico. Dall’altra parte la
frequenza di interazioni positive riduce la pressione da parte del predatore. Quindi abbiamo lo
stress ambientale (che può essere migliorato con interazioni positive che facilitano la
resistenza) dall’altra parte associazioni di difesa nei confronti della predazione.

l’attivtà dei parassiti può alterare la morfologia, il comportamento e il ciclo vitale degli organismi ospiti, diminuendone la
possibilità di sopravvivenza e riducendone il potenziale riproduttivo. Ex. Anisakis e Schistosoma. La presenza di parassiti può essere
considerata indicatrice della qualità di un ecosistema acquatico.

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Keystone species
Specie che ha un effetto chiave sulla comunità spropositato rispetto alla sua abbondanza – pietra che se viene tolta dalla volta crolla tutto -
fondamentale a mantenere la stabilità dell’ecosistema, la specie guidatrice è spesso una keystone species. Mettendo in grafico il fatto che
all’interno di una comunità si ha in funzione dell’abbondanza le specie dominanti, l’impatto della specie dominante ha effettivamente un impatto
in funzione della sua abbondanza. Le specie rare possono anche non essere vitali per
la stabilità dell’ecosistema. La specie chiave di volta ha importanza essenziale anche se
ha biomassa minore. Questo concetto nasce nel 1966 con lavoro di Paine, che è una
pubblicazione, che è l’articolo di ecologia più citato al mondo. Avevano una comunità
sulla costa rocciosa e si sono chiesti cosa succede togliendo il top predator (stella
marina), l’ipotesi è una proliferazione dei predati. Invece, hanno dimostrato che
l’eliminazione della stella marina ha creato una pressione competitiva tale sul livello
trofico inferiore tale che solo i bivalvi hanno proliferato e un crollo totale della struttura
della comunità. Sulla base di questo hanno stabilito che esistono specie che hanno ruolo
dominante, senza le quali la struttura trofica va a cadere.

Le keystone species lo sono in funzione di qualità che hanno in funzione dell’ecosistema, la stella di mare lo è in relazione al suo ruolo trofico.
Gli ‘ingegneri ambientali’ come il castoro, sono organismi che modificano l’ecosistema dal punto di vista fisico rendendo adatto l’ecosistema
per gli altri, i castori lavorano modificando il flusso idrico, evitano eventi di esondazione e creano habitat per organismi che non riuscirebbero a
tollerare correnti più violente. Togliendo dall’ecosistema un castoro si perdono tante delle specie meno tolleranti.

Il cetriolo di mare è una delle specie maggiormente sotto pressione per la pesca perché è una fonte di alimentazione, la sovrapesca di questo
ha un effetto più dannoso che altro. È una keystone species per la bioturbazione dei sedimenti che permette maggiore ossigenazione e
movimentazione del fondale, un altro aspetto è il fatto che è soggetto a forte predazione e quindi sostiene la rete trofica in funzione del suo ruolo
di preda, è importante per il ciclo dei nutrienti, si nutre di alghe e detriti e rimette in circolo fosfati e nitriti che sono nutrimento essenziale per
alghe e batteri; fa da buffer nei confronti dell’acidificazione rimette in circolo nitriti che aumentano l’alcalinità e limitano l’acidificazione importante
per esempio nelle barriere coralline; mette in atto delle simbiosi e parassitismo con diversi organismi, c’è quindi una possibilità di incrementare
la biodiversità grazie a queste relazioni.

Gli hotspot biogeochimici sono meccanismi che attraverso metanogenesi, etc. modellano la biochimica del sedimento e forniscono elementi
necessari al proliferare per gli organismi. Bivalve raro di grosse dimensioni che ha effetti diretti (metanogenesi, produzione di N, aumento della
presenza di materiale organico e silicati e ammoniaca) e indiretti sull’ecosistema – tipologia di ks che modifica chimica e biochimica del
sedimento.

Trasferimento di energia nei vari livelli trofici non è legata ad una singola catena slegata dal resto, ma il trasferimento di energia è sia orizzontale
che verticale. La rete trofica antartica ha passaggi più corti con differenze però di biomassa incredibili (krill-balena) e ha l’elemento krill come
nodo essenziale. La rete trofica del detrito è il motore biologico per tantissimi ecosistemi, l’ecosistema fluviale si regge sulla catena del detrito,
soprattutto a monte, tutte le alghe e piante che devono radicarsi necessitano una corrente limitata, quindi ci sono punti del fiume totalmente
eterotrofi, dipendono dal detrito, da sostanza organica e sostanza organica particolata, più grossolana, prodotta durante il loro metabolismo ed
escrezione, fondamentale per batteri e detritivori. Tentativo di classificazione delle reti trofiche in tre categorie:

1. Rete di connessione: ci dice chi si mangia o viene mangiato da cosa, interazioni in maniera piatta, senza alcun tipo di importanza di
un’interazione rispetto ad un’altra.
2. Rete di flusso: mette in relazione il flusso energetico, forza e gradiente di flusso energetico, importanza dal punto di vista del flusso di
energia – alcune connessioni ci possono essere, ma essere energeticamente ininfluenti.
3. Rete funzionale: si perdono la maggior parte delle connessioni, prendo in considerazione collegamenti trofici essenziali per la
sopravvivenza di una specie.

In questo caso la correlazione finale è dei pesci predatori nei confronti di una pianta, il pesce si nutre di larve di
libellula, che si nutre a sua volta di un impollinatore della pianta. Se tolgo il pesce la larve e le libellule esercitano
una predazione che riduce l’impollinatore, che influenza negativamente la pianta.

Le catene trofiche possono essere regolate in base alla presenza della biomassa del produttore primario
interferisce sui livelli trofici superiori – bottom-up; molto importante è la regolazione top-down, tolgo un
predatore e questo ha ricadute su tutta la catena, ci sono inversioni su tutti i livelli della catena inferiori. Nella
bottom-up un aumento o diminuzione si riverbera a cascata su tutta la catena verso l’altro. Nella regolazione a
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nido di vespa si considera una variazione nell’intermezzo della catena. Una regolazione di tipo top-down, che
prende il nome di cascata trofica può essere l’effetto preda-predatore che altera l’abbondanza di biomassa o
produttività di una popolazione, comunità o livello trofico all’interno di uno o più legami nella catena trofica.

Il mollusco sciocco è stato usato per un esperimento, il mollusco mangia un mitilo che è in competizione con
fissurella e balani. Nel momento in cui levo il predatore, il mitilo esplode e si ha una pressione alta del balano e
la patella e di conseguenza anche una pressione forte sulla componente algale. La catena trofica cambia completamente rispetto a quella che
c’era in precedenza, eliminazione che viene fatta per la pesce, quindi è effetto antropico.

Esempio sulla regolazione top-down nelle paludi salmastre, prende in considerazione una chiocciola che ha effetto negativo perché inocula dei
funghi, la predazione da parte di tartarughe e granchi di questa ha un effetto positivo sulla componente vegetale perché elimina un organismo
problematico.

Studio che incomincia a mettere in relazione l’aspetto del funzionamento degli ecosistemi, come la biodiversità nella rete trofica influenzi la
stabilità dell’ecosistema. L’incremento a più livello, le piante incrementano gli animali, incremento dell’alimentazione sulle piante, incremento
della predazione, incremento del metabolismo da parte degli animali. Dal concetto di rete trofica e biodiversità in quell’ottica si può arrivare alla
funzione degli ecosistemi. Molti elementi alla base dei servizi ecosistemici dipendono dal mantenimento e bilanciamento delle reti trofiche degli
ecosistemi.

Esperimento su contatto e flusso di energia tra habitat adiacenti, c’è il salmerino che normalmente attinge molto da artropodi terrestri. Quando
viene ridotta la dieta terrestre, inizia a mangiare erbivori, il che ha un impatto sulla componente dei produttori primari, perché aumenta la
biomassa algale (avendo tolto gli erbivori).

Come bisognerebbe lavorare per quantificare i flussi di energia nella rete. Il flusso di energia è dato da una formula F = 1/e (X + L) efficienza
di assimilazione, somma della richiesta metabolica dei consumatori in un nodo, perdita di energia ai livelli trofici superiori con l’alimentazione.
Dalla massa corporea si può ricavare la rate metabolica con regressione metabolismo/massa. Identificare in che punto della rete si trova
l’organismo e inserirlo all’interno delle connessione che possono esserci, raggruppare gli organismi e definire il metabolismo del nodo, definisco
un’efficienza di assimilazione e definisco il flusso alla fine. Per capire la rete trofica serve:

• Numero di specie.
• Numero totale delle connessioni.
• Lunghezza media della catena, quindi numero medio di connessioni per catena.
• La connettanza è il numero di connessioni reali rispetto a quelle possibili C = L/S2 la connettanza diretta C = 0.03 significa che i legami
realizzati solo il 3% del totale realizzabile, se è del 100% tutte le specie sono in relazione, cioè scambiano energia con tutte le altre e la rete
è detta totalmente connessa.
• La connettività una misura della complessità della rete.

Estinzione secondaria la possibilità che la scomparsa di una Sensitività all’errore mi dice l’indice di
specie possa generare una serie di estinzioni che possono coinvolgere quanto la probabilità di estinzione secondaria
numerose altre specie amplificando quindi un fenomeno, che seppur dovuta ad un’estinzione casuale, alta se ad
preoccupante, reterebbe confinato a una singola specie. ogni estinzione casuale ci sarà sempre
un’estinzione secondaria (100%), mentre si
Il dominator tree è uno strumento che permette di rappresentare la
abbassa quando con un’estionze causale non
rete trofica, in cui le connessioni sono ridotte a quelle essenziali al
ho sempre estinzione secondaria.
mantenimento della distribuzione di energia, una semplificazione della
rete che mantiene solo i passaggi essenziali e vitali, capisco quando La attack sensitivity è il massimo danno
l’alimentazione di un nodo/passaggio dà estinzione secondaria sui che posso infliggere nel momento in cui ho
successivi – una è una rete qualitativa, mentre questo è quantitativo, un’estinzione secondaria, che funziona al
quanto è importante quel passaggio. Il dominator tree ha il limite del contrario dell’altro, alta quando basta eliminare uno per avere
fatto che gli organismi sono in grado di adattarsi a variazioni nelle un’estinzione secondaria di tutti gli altri.
condizioni ambientali (variazione delle dieta del salmerino).
La magnitudine del legame (alta/alta attack sensitivity).

Raccogliere dati quantitativi sull’alimentazione per tutti i membri di un ecosistema è impegnativo, se non possibile, per vasti habitat con un’altra
diversità di specie e le reti alimentari sono quindi comunemente costruite da osservazioni compilati o studi dietetici spesso limitati nello spazio
o nel tempo o dalla risoluzione tassonomica. Analisi dei contenuti stomacali, rigurgiti o feci.

Si lavora sugli isotopi stabili o si fanno analisi di contenuti stomacali per ricostruire una rete trofica in un ecosistema o in un’area che non è
conosciuta. Quando parliamo di isotopi parliamo sempre di rapporti: l’azoto15 viene escreto lentamente rispetto a N14 quindi è possibile
definire un delta con quello che viene quantificato sul tessuto quindi l’isotopo 15 rispetto al 14 nel tessuto rispetto a quello che viene calcolato
dall’aria perché c’è un fattore di conversione. Quindi individuare questo delta permette di collocare l’organismo ad un certo livello della catena

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trofica quindi avremo un incremento della percentuale di azoto15 man mano che si sale maggiore di un fattore costante che sta tra 1.3-5.3,
normalmente tra un livello e l’altro è di 3.4. quindi permette di definire dove si trova nella catena trofica.

Gli isotopi del carbonio non solo permettono di capire verticalmente lungo la catena trofica ma permettono di capire da dove arriva, che tipo di
laimento un organismo ha utilizzato. Abbiamo un rapporto di C13 su C12 e vengono identificate le principali sorgenti alimentari utilizzate da una
specie. (slide) ci sono dei pathway fotosintetici che portano ad avere C4 o C3 a seconda del percorso fotosintetico utilizzato. Nel passaggio
dagli erbivori ai carnivori si ha un arricchimento dell’1%o.

→ La lunghezza della catena non è indicatrice della produttività necessariamente.

Sistemi fluviali sono qualcosa che si organizza dal punto di vista gerarchico per spaziale e temporale in qualcosa che occupa di grandezza.

- Il corso d’acqua ha uno spazio che è intorno a qualche centinaia di metri e processi che si sviluppano in migliaia di anni, es. formazione
di un’ansa o cambiamento della traiettoria/direzione.
- Il tratto fluviale di estende per poche decine di metri e ci dà un’idea di strutture abbastanza limitate, quindi l’erosione per esempio con
decine di anni come tempi in cui si verificano i fenomeni che riguardano questa porzione.
- Il sistema buche-raschi, sono punti con piccole pozze con subito dopo delle specie di rapide, con deposizione di sedimenti, lo spazio è
entro il metro circa e da 1 a 10 anni come tempo in cui si verificano i processi.
- Il micro-habitat all’interno del fiume, ad esempio le foglie morte e rami, i sassi, ciottoli, etc. i muschi e si hanno processi che si verificano
all’interno di un anno e distanza di qualche centimetro.
- La particella comprende processi che sono legati al particolato organico, che è la prima fonte di energia immessa, lo spazio è sotto il
micron e il tempo può essere limitato ad un giorno o una settimana.

Un aspetto importante è che il fiume ha diverse dimensioni, era in passato considerato come un tubo indipendente dall’ambiente circostante
con solo la dimensione monte-valle, quindi la dimensione longitudinale. Sono invece importanti anche la dimensione trasversale, che
riguarda sponda-sponda e soprattutto le interazioni che il fiume ha con gli ambienti che rientrano nei processi funzionali del fiume; importante
è anche la dimensione verticale, ha contatto con le acque di falda e questi scambi sono importanti non solo per la componente abiotica, ma
anche quella biologica.

Intorno al fiume ci sono gli ambienti acquatici marginali sono i laghetti, rogge, che si ritrovano staccati dal fiume e che possono essere
però interconnessi con scambi, per esempio legati agli eventi di piena. Si può avere una connettività permanente quando c’è un legame diretto
e continuo, mentre in molti casi i collegamenti sono episodici legati ad esondazioni. Gli ambienti marginali sono importantissimi, costituiscono
uno degli elementi maggiori di dinamicità biochimica delle aree circostanti al fiume. Sono acque stagnanti e ferme in cui molti processi sono
favoriti e la presenza di queste aree è utile perché permette al fiume di avere un bacino di biodiversità a cui attingere in momenti di stress-
secca, cambiamenti nel regime di portata. La testuggine, come altre specie, vive solo in queste zone, che hanno caratteristiche di essere meno
stressanti. Queste sono dette aree tampone, tutte le zone agricole se riescono ad aere una zona tampone, che permette che i fertilizzanti e le
sostanze dilavate abbassano il carico di contaminanti nel fiume, la presenza di queste aree permette di mantenere eterogeneità morfologica
del fiume.

Sono zone che storicamente sono sempre state considerate malsane, soprattutto le paludi, soggette a interventi di bonifica o utilizzo a funzione
agricole, il che ha provocato grossi danni per il sistema fluviale. Adesso molte attività umane necessitano queste zone, si formano bacini artificiali
che si stanno sostituendo a questo, anche a scopo ludico.

Gli ambienti ripariale è il margine e tutto quello che sta sul limitare del fiume e
ospita associazioni vegetali con caratteristiche peculiari. Sono vegetali che vivono in
un ambiente ricco e favorevole dal punto di vista dei nutrienti, ma molto stressante dal
punto di vista fisico. Le piante sono quindi caratterizzate dall’essere molto flessibili e
avere un apparato radicale molto forte. Esempio di sinistra è un ripariale continentale a
destra ripariale mediterraneo. Il mediterraneo ha oleandri e tamerici, nel continentale sono tipici i salici arbustivi e arborei, pioppi, ontani e le
querce. Quando quest’area si mantiene ci sono piante che con l’esondazione sono naturalmente in grado di rispondere e difficilmente vengono
sradicate, il problema è quando si inizia a togliere a caso delle piante, a quel punto con la piena forte le piante possono effettivamente cadere
e essere sradicate e creare problemi – la vegetazione ripariale non è pericolosa, ma svolge diverse funzioni.

• L’ombreggiatura è fondamentale per le specie che non richiedono primaria, le foglie che cadono forniscono la materia organica
sole diretto, fondamentale per la catena trofica sottostante – CPOM (course
• Fornisce energia al fiume, nei tratti soprattutto a monte in quelli più particulate matter), che viene trasformata e utilizzata lungo la
torrentizi in cui la corrente è troppo forte per la produzione

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catena trofica, insieme ad elementi lignei grossolani che sono • Aumento della stabilità delle sponde e la diversità morfologica,
importanti anche come micro-habitat per gli invertebrati. può smorzare la corrente e quindi diminuire lo stress idraulico,
ritenzione del detrito e stabilità dei confini del fiume.

L’ambiente interstiziale (area permeabile del substrato) e iporreici (fascia di incontro e miscleazione tra acque di falda e
superficiali) sia la vegetazione ripariale che questa iporreica costituiscono degli ecotoni (passaggio da un ecosistema all’altro). È una zona
estremamente ricca dal punto di vista biochimico che biologico, viene mantenuta una biodiversità peculiare, ma importante. Anche
nell’ambiente iporreico c’è competizione, catene trofiche strutturate e funge da habitat per molti organismi, è molto più stabile dal punto di vista
fisico, può offrire riparo per alcune specie, l’aspetto negativo è che rimane più povero di ossigeno, non può quindi
essere abitato da tutti gli organismi in maniera eguale – specie di crostacei, anellidi, vermi, rotiferi e larve di insetti.
La catena trofica è sostenuta da biofilm che poggia sui sedimenti, che sono batteri funghi e alghe (simbiosi di tre
componenti). La composizione dei sedimenti nella fascia iporreica più il sedimento è grossolano più aumenta la
biodiversità perché favorisce gli scambi, nel momento in cui c’è immissione di sedimenti argillosi avviene il clogging
che impedisce a molti di sopravvivere.

La zona iporreica è un’importante area di rifugio durante eventi stressanti,


soprattutto legati a variazioni nella portata (anomala dovuta anche ad
attività antropica). Nei grafici si vede come gli organismi (macroinvertebrati
bentonici) tendono a risolvere il problema di esondazione e siccità.
Tendono a cercare riparo in piante, ciottoli o qualsiasi cosa che può
riparare da una piena molto forte. Nel momento in cui il fiume va in secca
gli organismi devono cercare zone umide, alcuni si infossano, rimane la possibilità di scappare nella zone iporreica in entrambe le situazioni.
L’uso di questa zona come rifugio potrebbe valere anche per altre situazioni stressanti come inquinamento, però questi eventi devono essere
graduali, non catastrofici e troppo rapidi perché gli organismi necessitano la gradualità per capire e spostarsi nella zona iporreica.

Nello studio viene fatta l’ipotesi se effettivamente la zone iporreica possa essere
usata come rifugio: la zona deve essere adatta quindi avere caratteristiche di
ossigenazione e struttura del sedimento per cui gli organismi sopravvivono se
si rifugiano; il tipo di disturbo deve essere tendenzialmente graduale, perché
non sempre si verifica; aspetto specie-specifico o taxon-specifico, alcuni si
spostano nella zona iporreica e altri no, in primis organismi sessili che non possono spostarsi, poi devono anche essere in grado di muoversi,
scavare e spostarsi nel substrato, le dimensioni anche, gli organismi piccoli sono privilegiati. Una volta che si spostano è poi necessario che la
competizione non sia esagerata e che ci siano condizioni per cui è sfavorevole lo spostamento - aumenta sia resistenza che resilienza degli
organismi, quando il fiume torna al suo status normale il fatto che gli organismi possono tornare al fiume aumenta la resilienza.

→ L’ambiente iporreico può essere occupato per condizioni quali eccessiva predazione o in maniera passiva con correnti di upwelling e
downwelling.

Popolamento delle acque interne richiede caratteristiche peculiari rispetto alla vita terrestre: esigenza limitata di strutture scheletriche
portanti, popolamento di zooplancton con ridotti apparati motori, maggiore dispendio energetico per il movimento, osmoregolazione. La vita nei
sistemi fluviali è supportata dall’acqua in movimento, è il motore principale che decide la struttura delle comunità, ci sono una flora e una fauna
che sono molto simili perché devono adattarsi alla simile esigenza di vivere nell’acqua corrente. Quando si parla di organismi si classificano in
base al loro stile di vita, dal basso:

1. il benthos che sono gli organismi legati al sedimento, si divide in


epibentonici e i freaticoli che sono completamente immersi nelle zone più
profonde.
2. Il perifiton sono le alghe che coprono i substrati di ogni genere.
3. Il nekton sono specie che vivono nella colonna d’acqua, come i pesci.
4. Il plankton che si fanno trasportare in modo passivo nella colonna d’acqua.
5. Il neuston sono gli organismi che vivono subito sotto o sopra il pelo
dell’acqua.

I batteri sono molto importanti perché costituiscono una buona parte della biodiversità fluviale, sono sia in sospensione, che in interstizi e
superfice del substrato, sono importanti per la catena del detrito che è fondamentale come input di sostanza organica ed energia. La
composizione delle comunità batteriche risentono rispetto alla concentrazione di C organico disciolto nei sedimenti, nitriti e nitrati. I batteri sono
importanti perché sono i principali attori della demolizione della sostanza organica e del ciclo dei nutrienti, quindi l’immissione nel fiume di tutto
ciò che è fondamentale per la sopravvivenza delle altre specie. Hanno un ruolo fondamentale nei cicli biogeochimici, hanno un ruolo chiave
negli ambienti poveri si ossigeno, essenziali per la catena alimentare microbica e primi colonizzatori in seguito ad alterazioni ambientali.

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I protozoi sono dei predatori principalmente, possono essere unicellulare o coloniale, sia bentonici che planctonici, colonizzano aree a debole
corrente, principalmente predatori, sono essenziali per la dinamica funzionale della acque correnti in alcuni tratti fluviali la biomassa supera
quella dei pesci.

I funghi hanno la caratteristica di avere spore a forma uncinata perché così possono attaccarsi e aderire ai substrati e quindi a aumentare la
resistenza nei confronti della corrente. Hanno un ruolo importante nella produzione di energia soprattutto per la componente alloctona (es.
foglie secche) attraverso conditioning emettono enzimi cellulolitici e la rendono disponibile per gli organismi che mangiano la componente
vegetale. C’è una strettissima relazione tra i funghi e la deposizione delle foglie. Per resistere alla corrente e non essere trascinati a valle ogni
tanto i funghi formano delle schiume bianche (scambiate per inquinanti).

Le alghe costituiscono il peryphyton e fitoplancton e quindi la componente autotrofa del biofilm. Hanno in comune la vita acquatica, hanno
struttura vegetativa semplice privo di sistema vascolare e strutture riproduttive price di cellule sterili con funzione di rivestimento. Possono
essere unicellulari, coloniali, filamentose (collegamento della parete) e parenchimatose (strutture globulari con cellule esterne che hanno
funzione fotosintetica e cellule interne che non hanno funzione fotosintetica). Possiamo dividere secondo una classificazione tassonomica le
alghe, è tuttavia soggetta a variazioni da fonte a fonte, si basa sui pigmenti fotosintetici, la struttura morfologica e le sostanza di riserva. I ciano
batteri sono tipici di ambienti a alte temperatura, tipici di fenomeni di eutrofizzazione, detti anche alghe azzurre. Le clorofite, alghe verdi, hanno
clorofilla a e b e come sostanze di riserva, etc.

Il periphyton sono le alghe che fanno parte del biofilm possono avere un legame e una struttura molto diversa, possono essere crostose e
gelatinose, mentre altre possono essere più a paletta e altre filamentose. La crescita di una tipologia o un’altra è dovuta a condizioni per esempio
della corrente che favorisce una forma o un’altra, la disponibilità di luce e nutrienti, che incide soprattutto sulla presenza o meno della
componente filamentosa alle diverse profondità del fiume. Se c’è componente flottante tutta la parte legata al biofilm non c’è perché non riesce
a fare fotosintesi. Anche la presenza del substrato adatto può influenzare la presenza. Questo ha ricadute sulla catena trofica, il raschiatore
sfrutta le alghe più verso sinistra, mentre brucatori che non hanno apparati raschianti dipendono dalla componente più verso destra. In base al
substrato le alghe si dividono in epilitiche, epifitiche, epipelitiche, epizoiche, episammiche e epidendriche.

Le macrofite sono le alghe più grosse e hanno una presenza abbastanza circoscritta, sono piante che non crescono nel momento in cui c’è
un alveo poco irraggiato, quindi nelle zone montante, dove c’è troppa corrente, e non crescono nei tratti
con troppa profondità sia che siano superficiali, che completamente sommerse. Ci sono le pleustofite che
sono flottanti, semisommerse o anche completamente sommerse, prive di un apparato radicale, ne
possono avere uno che però non svolge la funzione nutrizionale. Le radicate, rizofite, che possono essere
completamente sommerse che hanno necessità di vivere in una zone che non sia troppo profonda e che
non sia coperta dallo strato di flottanti. Le elofite vivono sui bordi del fiume e presentano solo l radici
immerse e invece la maggior parte è fuori dall’acqua. L’importanza di questi vegetali:

1. Creano il microhanitat 5. Ciclo azoto e rilascio gas


2. modificano il flusso d’acqua del fondo 6. Mineralizzazione della sostanza organica
3. Distribuzione del particolato organico e del biota del fondo. 7. Chiarificatori della acque evitano eutrofizzazione eccessiva
4. Modellamento della morfologia fluviale
I licheni sono simbiosi tra cianobatterio o alga, e un fungo. Si trovano principalmente s rocce acide e sono presenti soprattutto sui tratti montani,
quindi hanno distribuzione legata al livello dell’acqua, al pH, stabilità del substrato e disponibilità di luce, che sono le caratteristiche che incidono
un po’ su tutti gli organismi.

Le briofite sono i muschi che si trovano principalmente nelle aree di rapida, substrato grossolano, acque fredde, elevata CO2 disciolta e sono
importanti perché forniscono il biohabitat che permette la crescita del biofilm e costituiscono un micrhabitat importante anche per gli invertebrati,
perché intrappolano sostanza organica.

Lo zooplancton comprende organismi identificati in funzione della taglia e del fatto che vivono nella colonna d’acqua e si fanno trasportare
in modo passivo. Possono essere oloplanctonici, vivono tutta la vita in acqua, mentre i meroplanctonici hanno fasi vitali in cui fanno parte del
plancton e altre no. Così come il fitoplanton nei fiume non è sviluppato come nei laghi o nel mare, perché la turbolenza e la corrente forte non
creano un ambiente favorevole per questi organismi, tendenzialmente hanno un ruolo meno importante.

La meiofauna suddivisa da un punto di vista dimensionale, organismi bentonici, con dimensioni tra 63 micron e 1 mm. Vivono
principalmente negli interstizi del sedimento e la loro distribuzione è influenzata dalla granulometria, ossigenazione, temperatura, sostanza
organica e condizioni idrauliche – prediligono la corrente lenta. I principali sono rotiferi, gastrotrichi, nematodi, tardigradi, cladoceri e copepodi.

I macroinvertebrati sono un raggruppamento eterogeneo con dimensioni > 1mm alla fine dello sviluppo larvale. Sono motore ecologico dei
fiumi, raggruppamento eterogeneo ci sono insetti e molto altro, campionabili con setacci. Possono stare nel neuston, possono essere nectonici
e anche bentonici. Nei bentonici possiamo identificare organismi epibentonici che stanno nella prima fascia del sedimento e quelli featicoli
che stanno in profondità.

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Il fiume per questi organismi fornisce diversi microhabitat: detrito legnoso flottante e sommerso, sedimenti, vegetazioni, zone di correnti e
sedimenti fini. Troviamo: poriferi, crostacei, anellidi tra cui sanguisughe, molluschi, gasteropodi. I crostacei rimodellano il sedimento quindi
hanno una funzione importante.

Gli insetti sono numerosi, nascono sulla terra e poi si adattano per prosperare sui fiumi, stanno nelle cascate, nelle risorgive, negli interstizi.
Dal punto di vista tassonomico troviamo: efemenotteri, plecotteri, odonati, eterotteri, tricotteri, coleotteri , ditteri, lepidotteri.

Classificazione trofica è importante per la funzionalità fluviale, troviamo infatti:

• Tagliuzzatori: mangiano tessuti vascolari e legno. Consumano sostanza organica in decomposizione, sostengono la catena del detrito
alloctono → sono importanti come fonte di energia, prendono foglie e sostanza alloctona, favoriscono assimilazione delle foglie.
• Rischiatori: si nutrono di perifiton, asportano biofilm dal substrato con apparati boccali robusti.
• Raccoglitori: raccolgono sedimento organico, si nutrono di sedimenti fini di natura organica.
• Filtratori: filtrano acqua trattenendo le particelle.
• Predatori: consumatori secondari, si nutrono di altri organismi con apparato buccale pungente succchiante o masticatore. Hanno 2
strategie o si nascondo o stalking. Nei predatori ci sono anche i parassitoidi.

I ciclostomi sono animali antichi. Si riproducono in acque dolci. Alcune sono anandrome → vivono come parassiti di pesci di acque salate e
poi tornano in acque dolci. Poco presenti.

I pesci in Italia abbiamo 2 distretti: padano- veneto e tosco- laziale con endemismi. 13 taxa endemici. Specie primarie che vivono a bassa
salinità e specie secondarie tollerano variazioni di salinità più ampie. Sui pesci si identifica la zonazione ittica:

- zona dei salmoidi: acqua dolce, limpida, ben ossigenata, poche


macrofite, basse T e ciottoli come substrato
- zona dei ciprinidi a deposizione litofila: uova su ciottoli, macrofite
limitata, acqua limpida, corrente veloce in profondità più lenta
- zona dei ciprinidi a deposizione fitofila: depongono su macrofite,
molte macrofite, corrente ridotta, torbidità frequente
- zona dei Mugilidi : zona di acqua salmastra, bassa corrente, fondo
fangoso, poche macrofite per torbidità e substrato non idoneo.

Gli anfibi e rettili si trovano principalmente nelle zone umide e i boschi ripariali, tra cui la rana temporaria, la natrix e i tritoni. Gli uccelli sulle
superfici sabbiose e fangose sostano le specie migratrici, la fitta vegetazione ripariale offre a molti uccelli ideali possibilità di cova. Sugli specchie
d’acqua aperti gli uccelli di superfice e quelli tuffatori trovano una vasta offerta di nutrimento. I mammiferi sono mammiferi: minuscoli
insettivori: il toporagno d’acqua (Neomysfodiens) e il toporagno acquatico di Miller (Neomysanomalus). Specie esotica americana:la
nutria (Myocastorcorpus) Il mammifero acquatico per eccellenza è la lontra(Lutralutra): diffuso fino alla metà del ’900 in tutti gli ambienti
acquatici del nostro Paese, è oggi probabilmente il mammifero a maggior rischio di estinzione non solo in Italia, ma nell’intera Europa, a causa
della riduzione degli habitat idonei alla presenza della specie, costituiti da estesi boschi ripariali

Resistenza alla corrente Come le comunità biologiche si distribuiscono all’interno della colonna d’acqua? Il neuston sta sul pelo
dell’acqua, il plancton si muove passivamente all’interno della colonna d’acqua, sono organismi di dimensioni microscopiche, mentre il necton
che nuota in modo attivo nella colonna, il benthos è la componente ecologica più rilevante perché essendo il fiume caratterizzato dal movimento
dell’acqua e da una forte idrodinamicità gli organismi che stanno sul fondo risentono meno di questo aspetto costituiscono è il vero e proprio
motore ecologico del fiume. Il periphiton è formato da tutti gli organismi che si attaccano al substrato principalmente macrofite.

Caratteristiche e adattamenti di organismi che vivono nei fiumi per ovviare agli aspetti legati al problema della corrente, respirazione e nutrienti.
Per quanto riguarda la resistenza alla corrente, il forte idrodinamismo del fiume fa sì che la componente plactonica in termini di biomassa sia
poca e si localizza nelle zone delle anse, nei tratti dove la corrente è meno intensa. La colonna d’acqua è popolata da organismi tendenzialmente
di piccole dimensioni, con apparati locomotori abbastanza piccoli. La resistenza alla corrente determina diverse forme: per es. un pesce come
la trota fario che vive in zone dove c’è forte turbolenza, o comunque in acque fortemente ossigenate, quindi nei tratti torrentizi ha una forma
affusolata ed è diversa da quella della carpa che vive invece nelle zone dove la corrente è meno forte. Quindi c’è un forte effetto della corrente
sulla struttura fisica degli organismi. Per es. le diatomee stanno nelle zone torrentizie dei fiumi e hanno forma molto appiattite e affusolate,
mentre le forme coloniali si trovano nelle zone più a valle. Ci sono strategie comportamentali specifiche: ad es Salmo trutta trutta alterna fasi di
caccia a fasi di riposo spostandosi dalle zone a maggiore corrente (più favorevoli per la caccia) a zone di riposo dove la corrente è meno forte.
Ci sono anche strategie riproduttive: i Cobiti che vivono nelle zone con corrente più forte producono uova di piccole dimensioni e molto
appiccicose, mentre gli individui che vivono nelle zone meno forti in termini di corrente hanno uova più grosse di dimensioni e non hanno
necessità di appiccicarsi a nessun substrato.

Anche strutture particolarmente spinte si hanno nel comparto bentonico: alcuni organismi hanno evoluto meccanismi che permettono di
rimanere adesi al substrato a condizioni estreme di corrente, generalmente hanno un appiattamento dorso-ventrale, tipico degli invertebrati

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bentonici. Alcuni ditteri si attaccano al substrato con uncini lasciando prima fuori un liquido vischioso che funge da collante. Un caso estroso
riguarda i Ditteri blephariceridae vivono sulle pareti verticali delle cascate, salti e raschi hanno un sistema di ventose, con un sifone buttano fuori
l’acqua, in seguito i muscoli si contraggono e si crea una sorta di vuoto. Quindi si sono evoluti meccanismi molto spinti. Altra strategia delle
larve dei tricotteri è quella di vivere all’interno di astucci che svolgono una doppia funzione: l’animale dentro l’astuccio è protetto dal predatore
e dato che l’astuccio si deposita sul fondo, è quindi meno mobile.

Altro aspetto importante riguarda la respirazione: nel fiume ci sono organismi che vivevano nel mare, quindi non hanno dovuto evolvere
strutture o strategie particolarmente diverse se non per la differenza di osmolarità. Ma gli insetti, spostandosi da una vita aerea ad una vita
almeno parzialmente acquatica, hanno evoluto adattamenti per la respirazione più interessanti. Esistono tre diversi tipi di sistemi di respirazione.

• Sistema tracheale aperto con uso di ossigeno atmosferico. • Sistema tracheale chiuso con uso di ossigeno disciolto in acqua.
• Sistema tracheale aperto con uso di ossigeno disciolto in acqua.
Il ditterno Tipula plutonis ha larve che si muovono nel substrato cercando aree calde di notte e fredde di giorni, essendo notturni di notte
massimizzano l’assimilazione e di giorno ottimizzano l’efficienza respiratoria.

Resistenza alle variazioni idrologiche: i fiumi sono soggetti a condizioni naturali regolari, ovvero eventi di piena e eventi di secca.
Molti animali trovano rifugi nell’ambiente iporreico, tra le piante, tra i tronchi. Un evento di piena causa un drift catastrofico, cioè uno
spostamento massiccio degli organismi ad opera della corrente che è un evento naturale, per cui gli organismi sono abituati e sono in grado di
rispondere. Nel caso di secche stagionali di fiumi intermittenti, questo si verifica normalmente e quindi c’è un trascinamento molto forte degli
organismi che poi ritornano alle condizioni normali, quindi gli organismi nella maggior parte dei casi hanno evoluto strumenti per risolvere il
problema dell’intermittenza della portata.

Molti organismi ricorrono all’uso di rifugi e allo spostamento nella zona iporreica, altri hanno stadi di resistenza (per es si incistano, hanno
uova dormienti); altri ancora hanno cicli vitali brevi, quindi se l’acqua persiste per brevi periodi, il ciclo vitale breve permette agli organismi di
raggiungere maturità sessuale il prima possibile e superano così gli eventi siccitosi. Ci sono meccanismi di dispersione molto spinti, ad es ci
sono stadi vitali alati: quando organismo si affranca dall’acqua ha la possibilità di spostarsi. Il drift dovuto alla corrente potrebbe sembrare
casuale, ma in realtà è una modalità molto utile per gli organismi per distribuirsi lungo il tratto fluviale e sfruttare meglio le diverse condizioni
ambientali. Ma il problema si ha quando ci sono condizioni di variazioni di portate (piene/secca prolungate o eventi di piena catastrofici) e gli
effetti sulle comunità sono in questo caso difficilmente ripristinabili.

Alimentazione: gli organismi (invertebrati bentonici) sfruttando il movimento dell’acqua hanno evoluto dei sistemi che permettono loro di
captazione massima di materiale che attraverso il flusso dell’acqua viene spostato. Alcuni presentano reti di seta, che possono essere più o
meno grandi a seconda delle dimensioni dell’organismo, oppure hanno ventagli mandibolari, quindi hanno capacità di ottimizzare al massimo
la disponibilità di nutrienti. Gli invertebrati bentonici si sono differenziati in base alla tipologia di strategia trofica. I ditteri simulidi vivono nella
stessa zona e gli organismi hanno diverse dimensioni: i più piccoli trattengono le particelle inferiori a 13 micron, mentre quelli più grandi particelle
inferiori a 52 micron. Questa differenza di dimensioni del particolato che viene trattenuto per l’alimentazione permette la convivenza di due
differenti taglie di organismi nella stessa zona.

Movimento: è essenziale per spostare le risorse trofiche ma non solo: per es i pesci diadromi si spostano e trascorrono parte della loro vita
in mare e la restante parte nelle acque dolci e questo ha uno scopo essenzialmente riproduttivo. Un anadromo (salmone) risale la corrente per
riprodursi a monte. Mentre l’anguilla è catadroma, fa esattamente il contrario (in realtà nessuno sa precisamente il ciclo vitale dell’anguilla,
rimane un mistero). Le anguille migrano fino al mare dei Sargassi, si accoppiano e depongono le uova, infine muoiono; le ceche sfruttano la
corrente del Golfo per ritornare nella zona da cui provenivano i loro genitori. Nel mar Mediterraneo le anguille giovanili ritornano a vivere dove
c’erano i genitori, si accrescono e quando sono pronti per la riproduzione partono per arrivare al mar dei Sargassi. I pesci anfidromi sono i pesci
che si spostano dal mare al fiume e viceversa senza un motivo particolare.

Drift è un concetto importante, è il movimento che caratterizza tutti gli invertebrati e anche il particolato organico che è all’interno dei lipidi. È
il trasporto a valle a carico della corrente. Ci sono diverse tipologie di drift. In alcuni casi sono fenomeni passivi, in altri casi no.

- Il drift catastrofico è il movimento di massa degli organismi in - Il drift comportamentale può essere legato alla ricerca di
funzione di fenomeni di piena (ingrossamento di fiumi). condizioni ambientali più favorevoli, per quanto riguarda le risorse
- Il drift comportamentale è attivo: l’organismo si fa trasportare di cibo.
dalla corrente per sfuggire da un predatore. - Il drift dispersivo permette la dispersione, tendenzialmente gli
- Si verifica in modo definito nel tempo, ad esempio si ha drift organismi all’interno del fiume sono in continuo movimento.
notturno: l’invertebrato sfrutta le ore notturne per cercare di Questo drift è positivo: permette la colonizzazione di zone prima
essere meno visibile al predatore. depauperate o favorevoli per le condizioni ambientali.
- Il drift costante è totalmente passivo e casuale, è il movimento
del particellato organico, tutto quello che ha piccole dimensioni.

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Il drift determina effettivamente un depauperamento da un punto all’altro (biomassa si sposta da un punto all’altro del fiume) e si parla del
paradosso del drift: ci sono meccanismi compensatori, cioè movimenti che vanno alla rovescia rispetto a quelli del drift, quindi vanno da valle
a monte, e permettono una ricolonizzazione di queste zone depauperate. Quindi le comunità fluviali sono in grado di ovviare a questo fenomeno.

Il drift può essere spinto dall’attività umana. In uno studio molto recente, gli autori hanno valutato la relazione tra variazioni di portata e
spostamento di organismi acquatici, in un fiume dove si trova una centrale idroelettrica (le centrali idroelettriche determinano cambiamenti di
portata notevoli). Si sono considerate le variazioni in diversi siti del POM (= materiale particolato sospeso) rispetto al flusso e si è riscontrato
che in funzione dei diversi picchi di portata legata alla presenza della centrale idroelettrica, c’è una variazione dello spostamento della
componente organica. Inoltre, il drift è collegato al flusso e ci sono talvolta dei picchi considerando un drift che caratterizza il fiume non soggetto
alla presenza di una centrale idroelettrica, quindi non sempre il drift è strettamente collegato a picchi di portata generati dalla struttura
idroelettrica. Valutando il fenomeno di drift in diversi organismi, il drift è specie-specifico: alcuni organismi si fanno trasportare, mentre altri
sfruttano rifugi, quindi non è possibile fare generalizzazione.

Inoltre, esiste la dispersione per zoocoria (=utilizzo di altri animali per lo spostamento) che è molto importante dal punto di vista
dimensionale. Gli unionidi hanno una conchiglia che allo stadio larvale si incista e diventa un parassita dei pesci. Quindi sono trasportati dai
pesci e possono raggiungere aree diverse da quelle dei loro progenitori. Gli uccelli migratori consentono uno spostamento notevole e in
questo caso sono due le possibili strategie: alcuni sono mangiati, sopravvivono sottoforma di spore nelle feci e poi rilasciati quando gli uccelli
fanno le deiezioni; in altri casi i propaguli restano sulle zampe e poi rilasciati, quindi trasporto esterno.

Oltre al movimento del drift, ci sono movimenti di colonizzazione dei macroinvertebrati che possono svolgere movimenti, attivi:
1) Movimento da monte a valle
2) Movimento di dispersione aerea per insetti - ci sono casi in cui il 70% di organismi reperiti spostati da
valle a monte.
3) Movimento verticale dal substrato dalle zone più profonde iporreiche a quelle bentoniche.

Si tratta di un movimento variabile a seconda delle classi considerate ed è importante la tessitura del
sedimento: sedimenti troppo fini si intoppano se si accumulano sul letto del fiume troppi detriti e sostanza
organica fine quindi gli spostamenti nel substrato non sono più favoriti.

Funzionamento energetico del fiume


Rispetto all’ambiente terrestre, dove la catena trofica è piramidale ed è dettata principalmente dalla catena del pascolo (quindi molti produttori
primari e via via che si sale lungo la catena la biomassa si riduce), nel caso del fiume la produzione primaria non è così rilevante e non è
abbondante, non ci sono distese algali. Il fiume è più eterotrofo, dal punto di vista energetico. Nel fiume è estremamente importante la catena
del detrito in termini di produzione di energia e si ha infatti più consumatori rispetto ai produttori; legato alla catena del detrito è l’input alloctono
di sostanza organica che arriva dalle zone vicariali (rami, foglie morte ecc..) ovvero tutto il materiale che viene convogliato all’interno dei fiumi.
Si tratta quindi di una piramide alimentare ben diversa da quella terrestre. Un aspetto estremamente importante dal punto di vista energetico è
legato alle carcasse dei pesci che costituiscono un input energetico per le comunità di macroinvertebrati che si nutrono direttamente della
carcassa o che sfruttano materiali prodotti dai primi decompositori. Alcuni studi hanno dimostrato attraverso la mappatura del C14 che i salmoni
che muoiono nelle zone risorgive dei fiumi portano risorsa organica proveniente dal mare e i piccoli si nutrono delle carcasse dei loro genitori.
Si tratta di un circolo di autosostentamento interessante.

Formula: l’input energetico alloctono è rilevante soprattutto nelle zone a monte, nelle zone di sorgente; verso valle c’è produzione primaria
interna legata alle macrofite (la zona delle macrofite è limitata spazialmente esclusivamente ad una certa parte del fiume, in cui la corrente non
è particolarmente forte e qui la sostanza organica autoctona è più massiccia), mentre la
respirazione, l’esportazione di energia e il detrito organico escono poi dal fiume.

Classificazione di sostanza organica che è diversa dal punto di vista dimensionale:

- Materiale organico autoctono


- CPOM (> 1 mm) principalmente dato dalle foglie e dal detrito vegetale che dalle sponde si deposita sul fondo.
- FPOM (0.45 μm – 1 mm) l’organico grossolano sminuzzato, feci e particelle spostate dal dilavamento.
- DOM (< 0.45 μm) particelle organiche minuscole, dissolved organic matter.

La sostanza organica alloctona costituisce una fonte fondamentale energetica per il fiume e subisce una serie di modificazioni ad
opera degli organismi: le foglie cadono, la lisciviazione da parte della corrente determina la formazione della
DOM (sostanza organica dissolta), c’è il condizionamento microbico a carico degli ifomiceti e batteri che
sono i primi che metabolizzano. Il condizionamento è il processo che rende più facilmente assimilabile da parte
degli altri organismi questo materiale organico, perché la cellulosa e la lignina sono difficilmente assimilabili e
quindi questa azione da parte dei microrganismi favorisce l’assimilazione da parte degli altri organismi. Quindi

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si ha il consumo da parte degli invertebrati tagliuzzatori e la produzione del FPOM
(particolato organico fine). La metabolizzazione del tessuto alloctono può essere riassunta
in un’equazione: il peso fogliare nel tempo è dato dal peso fogliare iniziale, dal tempo t e dal
tasso di decomposizione che dipende da diversi parametri: caratteristiche biochimiche del
vegetale, parametri abiotici ambientali tipo la temperatura, tipologia ed entità della
colonizzazione del detrito da parte dei microrganismi e morfologia e caratteristiche dei
consumatori.

C’è una stretta relazione tra ambiente fluviale e terrestre, c’è un continuo scambio energetico
tra l’uno e l’altro. Ci sono effettivamente relazioni alimentari all’interfaccia fiume-terra. Per gli
uccelli, nella stagione invernale le foglie costituiscono tra il 50% e il 90% dell’energia (nel caso dello scricciolo il 100%). Gli insetti terrestri nel
periodo estivo rappresentano fino al 100% dell’input energetico dei pesci. Per approfondire questo aspetto, considerando tre specie di pesce
(trota eritrea, salmerino e scazzone) l’input energetico terrestre (o meglio il rapporto tra input energetico terrestre e input energetico tot) è
massimo per la trota eritrea, nel salmerino è intermedio e minimo nello scazzone.

River continuum concept Si tratta di un concetto ideato nel 1960 da Margalef e sviluppato successivamente, interpreta il fiume o corso
d’acqua come una successione di ecotoni, quindi di ecosistemi di transizione in cui la componente biotica (organismi) sono presenti in relazione
alle variazioni della componente abiotica (diversa disponibilità energetica, di cibo e alle diverse condizioni meteo-climatiche). I sistemi fluviali
son in una condizione di equilibrio dinamico e la modificazione longitudinale delle caratteristiche abiotiche si ripercuote sulle dinamiche
funzionali e sulla composizione delle comunità biologiche, mette in relazione le comunità biologiche con la disponibilità di materiale organico.

Si può suddividere il fiume in tre tratti che sono tra loro sempre connessi. Nel tratto più a monte (zona di sorgenti), l’ambiente è strettamente
eterotrofo, quindi la produttività primaria è molto ridotta e il rapporto tra produttività primaria e respirazione è inferiore di 1. Prevale quindi la
respirazione rispetto alla produttività primaria. L’input energetico è dato principalmente dalle foglie che cadono nell’alveo e si parla di materiale
organico grossolano. La fauna dei macroinvertebrati è costituita principalmente da collettori e trituratori (pochi pascolatori e predatori). Nel tratto
in cui il perifiton e le macrofite si sviluppano, la produttività primaria supera la respirazione, perciò il fiume è autotrofo e prosperano i pascolatori
e collettori ma i trituratori sono molto ridotti, in quanto sostituiti dai pascolatori. Nella zona potamale le macrofite non ci sono perché ci sono
profondità elevate, le coperture algali sono tali da ridurre la disponibilità di luce e quindi si ritorna ad una condizione di eterotrofia, la produttività
primaria è inferiore rispetto alla respirazione come prima ma il particolato organico è fine perché ha subito i processi di decomposizione lungo
il tratto fluviale. A valle c’è lo zooplancton e il fitoplancton, i raccoglitori imperversano e i predatori sono sempre presenti in percentuale costante
ma scompaiono i trituratori. Questo concetto mette dunque in relazione le componenti abiotiche (input energetico) con la struttura delle comunità
biologiche.

Il riverine productivity model ridimensiona l’importanza della connessione longitudinale sottolineando l’importanza delle caratteristiche locali
(grandi fiumi di pianura). Lo spiraling dei nutrienti modello teorico che descrive il trasporto accoppiato di materia ed energia nei sistemi fluviali.

Flood pulse concept Il fiume è strettamente connesso con le zone vicariali e molti fiumi sono soggetti a fenomeni di piena rilevanti che
modificano le dinamiche fluviali e gli input energetici. Quindi il river continuum concept viene integrato considerando la connessione con gli
ambienti marginali, più precisamente con le aree di esondazione. Questo concetto si è sviluppato per quei fiumi come il Rio delle Amazzoni che
presentano variazioni di portata nelle esondazioni molto importanti. Le esondazioni, quando sono naturali, non costituiscono il disturbo ma un
elemento dominante che controlla la distribuzione del biota. Nelle zone vicariali c’è gran parte della produzione primaria e secondaria, mentre
l’asta fluviale serve per il trasporto da monte a valle. Quindi le zone marginali sono importanti per il ciclo dei nutrienti e le modificazioni
biochimiche e devono essere integrate nelle dinamiche dei fiumi. Il fiume trae sussistenza nel momento in cui esonda e poi sfrutta il movimento
longitudinale esclusivamente per il trasporto ma la trasformazione energetica avviene solo nelle zone di esondazione. Gli organismi si muovono
nelle zone di esondazioni e le sfruttano come aree di nursery, riescono a sfruttare zone che dal punto div ista biochimico sono più efficaci per
assunzione energetica. Per quanto riguarda l’input organico all’interno del flood concept non si può considerare solo il corpo idrico (fiume) che
fa da padrone nelle zone più a monte non fortemente soggette a esondazione, ma andando verso le zone di esondazione l’input organico si
può acquisire da un’area maggiore che include quelle di esondazione e via via l’input organico è dato principalmente dall’area di esondazione,
quindi si amplia l’input organico non soltanto all’asta fluviale ma tutta la zona.

I fiumi perenni hanno una portata variabile ma comunque mantengono sempre acqua, la differenza tra i fiumi intermittenti ed effimeri è data dal
fatto che nei primi l’acqua è presente in una percentuale variabile che va dall’80% al 20% dell’anno. I fiumi intermittenti sono vicini alla falda,
mentre quelli effimeri sono così lontani dalla falda per cui l’acqua tendenzialmente deriva dalle precipitazioni (<20%). Ci sono anche condizioni
naturali non particolarmente spinte. Le diverse fasi di fiumi intermittenti generano un popolamento di zone abbastanza variabile. C’è una parte
di flusso con portata regolare, una parte in cui si formano pozze, quindi non c’è più connessione lungo il fiume. Poi c’è fase di secca ed infine
una fase in cui il fiume ritorna a scorrere e riprende il flusso. Quando c’è flusso c’è un certo numero di gruppi, nella fase di secca gli organismi
costituiscono una subpopolazione, perché si perdono gli organismi che non sono in grado di sopravvivere a condizioni spinte di assenza di
acqua e quindi si riduce la ricchezza specifica. Nelle fasi di passaggio e ripresa del flusso, c’è un forte turnover, ovvero la possibilità di scambi
in termini di composizione specifica. Da una parte, si ha riduzione di specie in termini di composizione perché alcuni organismi non sono in

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grado di sopravvivere a determinate condizioni e dall’altra parte si ha la possibilità di turnover e quindi di cambiamento di composizione per
movimento. Nei fiumi intermettenti è importante la possibilità di sfruttare la zona iporreica.

Confrontando il destino degli organismi acquatici e terrestri quando si verificano fenomeni di secca o incremento di portata, la situazione si
ribalta. Gli organismi terrestri sfruttano la condizione di intermittenza cioè di carenza di acqua per aumentare il loro spazio, aumenta la
connettività; gli organismi acquatici risentono tendenzialmente in modo drastico della condizione di secca: mortalità, condizioni di dormienza o
di cisti. Quando si ha un incremento della portata si ha riduzione di dispersione, mortalità dovuta ad anossia di piante e organismi terrestri
mentre prosperano gli organismi acquatici. Quindi si hanno effetti contrari della componente acquatica e terrestre, a seconda delle condizioni.

Quando l’intermittenza è un fenomeno naturale del corso d’acqua, le comunità si perdono ma poi si recuperano non in tempi lunghissimi, ma in
modo diverso a seconda del fatto che sia un fiume intermittente o effimero. Nel primo caso, la ricchezza aumenta e anche in modo abbastanza
veloce, perché gli organismi hanno trovato rifugio principalmente nella zona iporreica da cui poi riemergono e secondariamente gli organismi
dispersi per via aerea; nel secondo caso è più difficile che gli organismi resistano all’essicamento, per cui il recupero è molto più basso e la
colonizzazione aerea è inferiore.

I fiumi sono storicamente soggetti a impatto antropico, perché c’è una visione molto utilitaristica del fiume. Il fiume ci fornisce acqua che viene
prelevata senza ritegno. Il fiume è visto solo come fonte di acqua potabile, ovvero materia prima essenziale per l’uomo. In Italia i fiumi sono
soggetti ad una forte antropizzazione e tra l’altro molte città sono sorte in riva ai fiumi. L’antropizzazione impatta molto: i fiumi che entrano nelle
città perdono la loro naturalità, dato che gli argini sono modificati. Sono state realizzate opere per deviare il corso dei fiumi (es Po) per utilizzare
l’acqua per scopi agricoli. L’utilizzo in campo agricolo è molto impattante. Nei fiumi (es Lambro) sono rilasciati scarichi industriali. La
degradazione dei fiumi è un aspetto importante, come anche la canalizzazione. Cambiare completamente l’argine significa eliminare l’input di
sostanza organica e quindi il fiume scompare, dato che il principale nutrimento di fiumi deriva da fuori. La presenza di centrali idroelettriche
provoca variazioni di portata e temperatura significative di cui risentono gli organismi acquatici. Anche il prelievo di substrato (es argille) e quindi
cambia la composizione del substrato e le comunità bentoniche ne risentono sicuramente.

Gli ecosistemi lentici differiscono dagli ecosistemi fluviali sia per quanto riguarda il loro funzionamento sia per quanto riguarda le caratteristiche
proprie. I laghi sono considerati acque lentiche e infatti sono caratterizzati da basso idrodinamismo e si muovono lentamente in ogni direzione.
L’origine dei laghi prevede differenti fasi che si susseguono: un evento traumatico ne
determina la nascita, si rafforza attingendo ai nutrimenti e man mano invecchia attraverso
l’accumulo dei nutrimenti e di sedimenti diventando via via meno profondo. Infine, il fondale
diviene meno profondo e diventa una palude piena di vegetazione (morte del lago).

I laghi hanno un’età compresa tra 10.000-100.000 (sono definiti sistemi recenti) eccetto Baikal e Titicaca di età 2.000.000 anni. I laghi possono
avere diverse origini, per la maggior parte presentano un’origine glaciale, altrimenti tettonica o vulcanica. I movimenti che ne determinano
l’origine sono molto ingenti e per questo motivo la distribuzione dei laghi appare aggregata. Tendono a trovarsi raggruppati in distretti situati in
prevalenza in zone temperate e subartiche dell’emisfero boreale.

Laghi vulcanici Occupano crateri o caldere di vulcani spento e forma circolare e piccole dimensioni (Val Genova); laghi di doccia:
hanno spesso una forma circolare e sono spesso molto profondi. occupano il fondo di una valle hanno generalmente forma allungata
Presenti tra Umbria e Lazio. Si dividono in due categorie: i laghi di (Garda); laghi morenici originati da materiale morenico che ha
caldera (Lago di Bolsena) e i laghi craterici (Lago Nemi). I laghi acquisito un certo grado di impermeabilità sbarrando delle valli
craterici si formano mediante l’attività esplosiva di un vulcano che (Monate)
esponendo i sedimenti, forma un bacino lacustre. Laghi costieri Si formano a ridosso di un cordone litoraneo
Laghi tettonici occupano depressioni (fosse tettoniche o faglie) sabbioso parallelo al mare, accumulato dai movimenti del mare e che
formatesi in seguito a movimenti tettonici. Dimensioni e profondità isola un’insenatura. Sono perciò vicini al mare, via via si accumula il
notevoli. Spesso il fondo del lago è sotto il livello del mare, sono laghi sedimento e si forma una separazione tra lago e il mare. Si origina
durevoli data l’ampiezza e lo scarso apporto di detriti. Infatti, inizialmente una laguna e in seguito un lago. (Laguna di Orbetello).
solitamente i laghi seguono una successione mentre in questo caso la Laghi relitti: masse d’acqua di origine marina rimaste isolate a causa
vita è più prolungata. Sono un esempio i laghi africani (Grandi laghi di movimenti tettonici hanno acqua salata. (Mar Caspio).
dell’Africa centro-orientale il lago Bajkal in Asia il più profondo al Laghi carsici occupano depressioni superficiali o cavità del
mondo, 1745 m).
sottosuolo prodotte dall’azione erosiva delle acque meteoriche (acide)
Laghi glaciali Occupano cavità scavate dai ghiacciai e poi sulle rocce calcaree particolarmente solubili. Le cavità imbutiformi
abbandonate. Sono suddivisi in tre categorie.: laghi di circo: (doline) vanno via via allargandosi e si riempiono di acqua per
occupano il fondo di un circo di un ghiacciaio, hanno generalmente l’impermeabilizzazione del fondo. Sono laghi molto dinamici, si

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riempiono e si svuotano. Il fondo impermeabilizzabile dona stabilità alla Impaludamenti di fiumi che scorrono in pianura sia per aumento del
struttura lacustre. materiale in sospensione sia per sbarramento del corso d’acqua. Nei
fiumi a lungo corso con profilo sinuoso i processi di erosione e
Laghi di frana Si formano con frequenza nelle zone montuose in
sedimentazione lungo le rive possono portare alla separazione dei
seguito a frane di grosse dimensioni o accumulo di materiale morenico
meandri generando raccolte d’acqua dette lanche. Sono meno stabili,
che bloccano un corso d’acqua nel suo normale deflusso, funzionando
si formano quando i corsi di acqua tortuose isolano anse e creano un
da diga. Poco profondi e possono avere vita breve. (Lago di Alleghe)
lago.
Laghi di pianura I laghi di pianura sono meno stabili e si formano
Laghi artificiali Creati dall’uomo o attraverso dighe o ex-novo di
quando corsi acqua tortuosi arrivati in pianura seguono uno
un bacino lacustre. Possono essere assimilati a laghi naturali a
sbarramento o nel caso in cui i processi di erosione e deposizione di
seconda dello stato di conservazione.
fiumi creano anse che creano un vero e proprio lago.

Come abbiamo visto ci sono i servizi ecologici che servono per fornire benefici all’uomo. Anche i laghi mediante la loro azione di chiarificazione
e regolazione delle acque possono essere utili all’uomo. I sedimenti trasportati dai fiumi si depositano sul fondo del lago e di conseguenza ciò
rende l’emissario più limpido. Inoltre, se profondi, influenzano la temperatura ed il clima, vicino al lago il clima è infatti meno rigido. Il lago è
inoltre una fonte di risorse ecologiche, fonte di energia elettrica, di cibo e può essere utile in quanto trattiene il carico di contaminanti presenti in
un affluente. Importante anche nel riciclo dei nutrienti.

Elementi che sono rilevanti in un lago: i due parametri più importanti sono la luce e la temperatura.

- Luce: in laghi oligotrofi la luce può arrivare fino al fondale, può essere presente quindi su tutta la colonna di acqua. La luce è fondamentale
per la produttività primaria.
- Temperatura: dalla temperatura dipendono altri parametri molto importanti, come la densità dell’acqua e la distribuzione dell’ossigeno.
La distribuzione di alcuni organismi che dipende da questi due parametri varia quindi in base alla temperatura. La temperatura dipende
dall’altitudine, dalla latitudine e dalla profondità. In un lago piccolo la variazione della temperatura non è rilevante nella sua interezza. In un
lago grande invece si osserva una differenza di temperatura significativa e si osserva la stratificazione termica.
La stratificazione termica segue un ciclo annuale. In primavera il ghiaccio si scioglie (la temperatura prima era costante lungo tutta la profondità)
e ho quindi una circolazione completa interna primaverile, l’acqua infatti ricircola dalla superficie fino al fondale e determina un ricircolo
dell’ossigeno. In estate la temperatura esterna del lago influisce sulla temperatura interna e quindi ho un’acqua più calda in superficie e più
fredda in parte in profondità e questo determina la formazione della stratificazione termica. L’epilimnio è costituito da acque che continuano a
circolare in quanto risente del vento e della temperatura esterna. Il termoclino è lo strato in cui si verifica la variazione di temperatura.
L’ipolimnio è lo strato più povero di ossigeno, l’acqua infatti non circola, non arriva la luce, non c’è fotosintesi. In profondità ho deposizione
delle alghe morte e detrito e questo inoltre contribuisce ad abbassare il livello di ossigeno a causa della decomposizione.

Durante l‘autunno la circolazione è completa. La temperatura dell’acqua superficiale si


abbassa e si avvicina alla temperatura delle acque dell’ipolimnio. Di conseguenza si
raggiunge una potenziale circolazione completa (potenziale perché arrivare ad una
temperatura simile all’ipolimnio è molto difficile perché il clima non è così rigido).
Stagnazione invernale: si forma ghiaccio superficiale e sotto l’acqua ha una temperatura
costante lungo tutta la colonna verticale. La densità dell’acqua sotto lo strato di ghiaccio
è perciò costante.

Classificazione dei laghi in base ai cicli termici:

• Amittici: aree polari costantemente ghiacciati


• Monomittici freddi: sub-polari solo un breve periodo di acque • Meromittici: non si rimescolano mai a causa di una diversa
libere densità dovuta ad accumulo di soluti. Sono i laghi morti.
• Dimittci: 4 fasi termiche • Meromittici: La stratificazione non è legata alla temperatura ma
• Monomittici caldi: sub-tropicali con temperature profonde alla differenza della composizione chimica. Mixolimnio
sempre superiori a 4°C l’isotermia primaverile non sempre caratterizzato dalla circolazione delle acque, chemoclinio (punto
coinvolge tutta la massa d’acqua di cambio chimico) e monimolimnio (zona morta). Ho diversi
• Polimittici: poco profondi si rimescolano più volte all’anno meccanismi che fan divenire un lago meromittico.
• Anisomittici: regioni tropicali in cui la massa d’acqua è sempre
>> 4°C non c’è stratificazione termica. Non ci sono differenze di
densità che determinano la stratificazione
Esempio di meromissi crenogenica: il Lago Ritom Svizzera; Il monimolimnio conteneva 20-30 mg di
acido solfidrico, e in uno strato appena sottostante il chemoclinio l'acqua si presentava di colore rosato
per la presenza di un solfobatterio anaerobico. Esempi di meromissi ectogena: Soda lake Nevada
(lago salato riempito di acqua dolce) e Hemmelsdorfersee a Lubecca (Mar Baltico esondato in un lago).
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Componente biologica dei laghi La distribuzione della componente biologica dipende dai profili verticali di ossigeno e luce.
Suddivisione e classificazione di organismi: organismi che vivono in superficie, organismi planctonici (fitoplancton e zooplancton) che
vivono nella colonna di acqua, necton che vive e si muove attivamente (pesci), il perifiton (alghe), il benthos ed infine vi è una componente
diversa rispetto a quella visto nei fiumi, lo xammon. Lo xammon sono comunità di animali che vivono in acqua interstiziale dei litorali sabbiosi,
sono organismo eterogenei. Abbiamo protozoi, rotiferi, crostacei e larve di insetti.

Catena trofica lacustre La produttività primaria di un lago è elevata, il fitoplancton è


una componente importante in termini di biomassa, ne ho molto. Anche le macrofite sono
elevate soprattutto nel litorale. Produttori primari autoctoni sono fitoplancton e macrofite.
Poi ho i consumatori primari (zooplancton e pesci erbivori) e consumatori secondari
(zooplancton carnivoro) e terziari (pesci). Catena del detrito legata alla decomposizione
(funghi, batteri e detritivori). Connessione con l’ambiente terrestre (uccelli e mammiferi). I
decompositori chiudono il ciclo e producono materiale per i produttori primari.

Nei laghi la produttività primaria è diversa dalla produttività primaria dei fiumi. In questi ultimi la produttività primaria deriva da un apporto
esterno, nei laghi invece deriva dall’attività del fitoplancton. I laghi prevedono la stratificazione termica che predomina nel determinare la
catena trofica, a differenza del flusso di acqua da monte a valle in un fiume, che non viene studiato in base alla profondità (che in un lago
definisce la stratificazione, l’illuminazione e l’ossigeno). Nei laghi, prevale il fitoplancton mentre nei fiumi il perifiton (componente algale che si
attacca al substrato). I fattori limitanti in lago sono i nutrienti mentre in fiume è l ‘illuminazione.

Batterioplancton organismi procarioti autotrofi ed eterotrofi, hanno un ruolo essenziale nelle dinamiche energetiche dei laghi. Sono
l’elemento fondamentale del microbia loop (è un circolo per cui i batteri usano sostanza organica disciolta per creare altri batteri che servono
come base alimentare per zooplancton e zoo benthos). Formano la base alimentare per la catena trofica, usano perciò la sostanza organica di
scarto e la reimmettono nella catena trofica.

Fitoplancton Organismi fotosintetici (usano la luce come fonte principale) o chemiosintetici (cianobatteri). I cianobatteri sono azotofissatori
e producono tossine, sono gli unici. Aumentano quando ho eutrofizzazione (aumenta N in lago) e determina morie di organismi. Possono
impattare anche sulla salute umana. Le alghe verdi contengono come pigmenti clorofilla a b beta-carotene e luteina. Le criptofite hanno clorofilla
a, c, beta-carotene e diatoxantina. Pyrrophyta in cui i più importanti sono i dinoflagellati. Le alghe brune sono le più abbondanti abbiamo tra
queste le diatomee ecc. Sono le più durature nei laghi.

La presenza di specifici pigmenti permette agli organismi di distribuirsi nella colonna di acqua
a determinate profondità. Clorofilla a, c beta-carotene ecco sono importanti. La tipologia del
pigmento è importante per definire la distribuzione verticale del fitoplancton in quanto
permettono di acquisire la luce a determinate lunghezze d’ onda. La capacità di assorbire luce,
attraverso i pigmenti, di diverse lunghezze d’onda determina la distribuzione delle diverse
tipologie di fitoplancton. Abbiamo però anche la temperatura oltre alla luce che partecipa nel
determinare la composizione del fitoplancton.

La temperatura è infatti collegata alla luce; in dipendenza alla temperatura ho una diversa intensità di luce richiesta per fare la fotosintesi. Più
alta è la temperatura e più luce ci vuole. Abbiamo però delle preferenze, ad esempio le diatomee fanno fotosintesi a temperature più basse e i
cianobatteri vogliono temperature alte. Un altro aspetto importante è legato alla densità dell’acqua e alla necessità di evolvere strutture che
permettono di stare sulla superficie e non andare sul fondo (flagelli, essudati che permettono di aggregarsi, matrici mucillaginose che
permettono aggregazioni in colonie e riduzione del peso grazie all’accumulo di lipidi). Vi sono quindi diverse strategie per stare nel punto, nella
profondità necessaria per ottimizzare la fotosintesi.

Altro aspetto importante legato alla predazione e competizione. Noi abbiamo una fluttuazione nella biomassa, nella quantità di fitoplancton
che è legata al grazing dello zooplancton. La predazione è infatti molto impattante sulla biomassa del fitoplancton. Fluttuazione di biomassa in
termini di fitoplancton a causa del grazing(galleggiamento) dello zooplancton. Le alghe hanno un optimum di predazione che permette la
crescita delle alghe stesse, questo optimum viene definito habitat template.

Habitat template combinazione ottimale di caratteristiche biotiche e abiotiche per i taxon fitoplanctonici. Individua le caratteristiche
ecologiche necessarie ad una specie per il suo massimo sviluppo. Specie con esigenze ecologiche convivono dando vita ad associazioni
algali. Grafico con percentuale di biomassa dei diversi phyla. In inverno il fitoplancton è minimo, in primavera le diatomee esplodono. Clear
water phase: fitoplancton crolla come biomassa perché aumenta la biomassa dello zooplancton, ho un effetto predatorio.

Superata la c.w.p. nel periodo estivo ho alghe verdi e poi cianobatteri. Il ciclo del fitoplancton è molto importante nonostante ogni lago abbia un
ciclo caratteristico. Infatti, se vedo troppi cianobatteri so che non c’è più un bilanciamento a causa ad esempio di un fenomeno di eutrofizzazione.
Indice di una situazione rischiosa. Importante seguire la successione stagionale del ciclo.

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Laghi classificati in base alla produttività primaria, un elemento essenziale. Una buona produttività significa una buona efficienza del lago.

- Produttività primaria algale: efficienza con cui il fitoplancton converte l’energia raggiante in energia chimica della sostanza organica per
unità di superficie lacustre in volumi di tempo.
- Oligotrofia: bassa produttività (calcolata come quantità di anidride carbonica). Tutto il lago nella colonna di acqua è produttivo, luce
penetra fino in profondità.
- Eutrofia e ipertrofia: produttività primaria molto alta ma la profondità in cui c’è produttività è molto bassa. Sotto lo strato fitoplancton non
passa più nulla.
- Mesotrofia: livello intermedio in cui ho produttività primaria fino in profondità. Nel grafico osservo un’ansa: fitoplancton è sensibile
all’irraggiamento quindi sul pelo dell’acqua osservo che non ho produttività perché il fitoplancton li non è presente. Per questo motivo ho le
anse! Il fitoplancton in mesotrofia ed eutrofia si trova subito sotto il pelo dell’acqua.

Le macrofite caratterizzano la zona litoranea, contribuiscono alla produzione primaria e forniscono importanti habitat per i pesci, per gli
organismi bentonici , per gli uccelli e piccoli mammiferi. Servono anche per rimuovere il contaminante dalla colonna di acqua, ripuliscono la
matrice da contaminanti. Importanti per sottrarre elementi chimici nocivi. Vicino alle sponde ho macrofite sporgenti, poi ho le ninfee che
presentano radici sotto il livello dell’acqua e sporgono con i fiori, ho poi delle piante completamente sommerse.

Lo zooplancton è il consumatore, usano l’energia fissata dagli organismi fotosintetici. Sono anche essi consumati e forniscono poi energia
nutritiva per lo zooplancton carnivoro. Protozoi hanno biomassa piccola ma turn over rapido e sono perciò importanti poiché contribuiscono al
flusso di energia. I rotiferi sono filtratori e hanno strutture attorno alla bocca che permettono il movimento dell’acqua.

I crostacei si suddividono in cladoceri tra cui ci sono per esempio le Daphnie che si alimentano con appendici e si riproducono per
partenogenesi. In condizioni di stress compaiono i maschi che, mediante riproduzione sessuata con le femmine formano EFFIPPI, che
permettono la sopravvivenza in condizioni di disturbo. I copepodi entrano in diapausa, si incistano e sedimentano su fondo e superano le
condizioni di stress. I rotiferi invece vanno incontro a ciclomorfosi (cambiano struttura nella forma), progenie con uguale patrimonio genetico
ma con modifiche strutturali.

Densità dei copepodi del lago maggiore, osservo come la densità è correlata alla
temperatura e alla ricchezza in termini di fitoplancton.

In inverno vedo un’abbondanza bassa a causa del poco cibo, esplosione vicino al
clear water fase ed infine abbassamento verso luglio perché c’è meno fitoplancton e
inoltre ho l’impatto della predazione dei pesci più forte. Torno ad avere densità alta
nel periodo tardo estivo. Distribuzione lungo tutta la profondità quando la
temperatura è costante mentre quando ho la stratificazione termica gli animali sono
sulla superficie e non sul fondo. Abbondanza verso aprile, a luglio impatto della
predazione maggiore e poi ritorno a densità più alta nel periodo più tardo estivo.

Il benthos (o bentos, dal greco βένϑος "abisso") è la categoria ecologica che comprende gli organismi acquatici, sia d'acqua dolce sia marini,
che vivono in stretto contatto con il fondo o fissati ad un substrato solido. Differenza tra benthos litorale e benthos di fondo, vi è una grande
eterogeneità a livello della distribuzione determinata dalla luce e dalla presenza di ossigeno. Il benthos litorale è più favorevole dal punto di vista
energetico, luce e presenza di ossigeno. Nella zona profonda il fattore limitante è l’ossigeno e visto che non c’è fitoplancton, non ho zooplancton.
La vita dipende perciò dalla sostanza organica del sedimento, il fattore dominante è legato alla tipologia di sedimento.

Sedimenti limosi ricchi di detrito organico presentano oligocheti e chironomidi ecc. Sulle sponde rocciose vi sono larve di insetti gasteropodi
ecc. Vi sono insetti e organismi che vivono ancorati alle macrofite e organismi che vivono sfruttando l’area delle macrofite ma non sono fissati
ad esse. Le rive sassose sono caratterizzate dalla presenza di tante classi di insetti, da turbellari e molluschi.

Nella zona lentica profonda vi sono organismi che usano la sostanza organica che si deposita sul fondo. Siccome l’ossigeno è limitante si sono
evolute strutture atte ad aumentare l’efficienza dell’uso di ossigeno e del trasporto dell’ossigeno. Ad esempio, gli oligocheti hanno una sorta di
astuccio che gli permette di respirare più ossigeno oppure vi sono pigmenti che permettono una maggiore efficienza nel trasporto. Sono tutte
caratteristiche atte ad ottenere più ossigeno che permettono di utilizzare l’ossigeno più efficacemente. Variabilità ridotta rispetto a quello nel
litorale.

Studio di chironomidi tubificidi e sulla loro importanza funzionale. Vivono in buche


scavate nel sedimento e sono ingegneri del sedimento, hanno una funzione importante.
Scavano dei tubi e ci fanno passare dentro acqua, rendendo quindi disponibile ossigeno
nel sedimento, fosfato, nitrati e sostanza organica. Emettono una sorta di maglia a rete,
aspettano l’ingresso di fitoplancton, lo intrappolano e digeriscono. Competono con lo
zooplancton nella colonna d’acqua, ma generano anche sostanza organica nei tubi per
la loro attività metabolica. Il grzing dei chironomidi è costante tutto l’anno, mentre il

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grazing dello zooplancton nei confronti delle alghe è molto più fluttuante. Quindi la clear water phase è legata alla pressione di predazione
maggiore piuttosto che in altre, che non succede con i chironomidi.

Il ruolo di questi ingegneri è importante con fenomeni di torbidità, fondamentale per i laghi poco profondi. La torbidità è negativa per le piante
acquatiche, zooplancton e altri livelli. La presenza dei chironomidi è in grado di ridurre la torbidità, per il loro utilizzo del sedimento che rimette
in gioco i nutrienti e ha un effetto positivo nel ridurla.

Anche per i pesci abbiamo una distribuzione molto diversa. Litorale o pelagica. La zona pelagica presenta un apporto nutritivo ridotto rispetto
a quello della zona litorale. Classificazione dei pesci in base alla loro distribuzione:

- Parafluviale: vivono a cavallo tra lago e fiume, sono definiti pesci di risalita. Ad
esempio il Vairone si trova nella zona parafluviale, ovvero tra lago e fiume, e si
trova perciò nella categoria di “pesci di risalita”.
- Eulitorale: vivono a livello litorale, stanno nella zona più bassa della zona del
litorale
- Sublitorale: vicino al sedimento, vivono in prossimità del sedimento nella zona
più profonda, tra la zona litorale e pelagica.
- Pelagici: ho una distinzione tra pesci che vivono la gran parte della vita in zona pelagica (propriamente pelagici), quelli che si spostano sul
litorale per scopi riproduttivi(trota) e altri come l’alborella che vanno nella zona litorale per scopi riproduttivi e alimentari e sfruttano perciò
entrambi gli spazi.

Opportunità alimentare dei pesci nel litorale: ho molta variabilità, organismi e matrice organica proveniente dal territorio circostante (macrofite,
invertebrati, alghe, pesci). Opportunità alimentare dei pesci pelagici è meno variabile (crostacei planctonici).

I pesi presentano una distribuzione verticale legata alla temperatura del lago. Dall’ autunno alla primavera (avviene il rimescolamento) le
acque hanno una temperatura omogenea, omeotermia, lungo l’asse verticale. Con la stratificazione termica (dalla primavera all’autunno) ho
una distribuzione diversa a seconda delle specie (es: trota più sul fondo e più in superficie le specie non troppo sensibili alla variazione di
temperatura).

Viviamo in un’era in cui la pressione antropica è il principale motore che determina i cambiamenti ambientali, che quindi regola la struttura delle
comunità attuali. L’antropocene parte dalla rivoluzione industriale, perché si usano
combustibili fossili e c’è l’agricoltura intensiva c’è stato uno sbilanciamento. La
popolazione umana ha un impatto con la sua dimensione e relativo uso delle risorse,
che si traduce in agricoltura, industria, trasporto e commercio, che vanno a:
trasformare il territorio, modificare
l’ambito biotico e impattano i cicli
biogeochimici. Tutto questo si
traduce in cambiamento climatico e perdita di biodiversità. Le alterazioni delle 7 principali
componenti del sistema terrestre:

immagine mostra l’appropriazione della produzione primaria da parte dell’uomo, ovvero quanto
l’uomo leva agli ecosistemi in termini di PPN, quindi di energia degli ecosistemi.

Proprio perché anche l’attività umana dipende da servizi ecosistmici che risentono dell’impatto antropico sono stati definiti dei confini planetari
per la sopravvivenza umana. Sono limiti entro cui l’uomo può continuare a sopravvivere, nel caso di superamento la sopravvivenza umana è a
rischio (i primi tre sono già stati superati):

- Cambiamento climatico: concentrazione atmosferica di CO2 e - Perdita di ozono


forzante radioattivo, cioè differenza di energia che viene riemessa - Acidificazione degli oceani
e mandata in atmosfera. Si fa il confronto con il valore pre- - Uso globale dell’acqua dolce
industriale e con il valore attuale, che dovrebbe non superare il - Uso della terra
valore soglia. - Aerosol atmosferico e inquinamento: non esistono dei valori
- Perdita di biodiversità: inteso come tasso di estinzione, numero pre-industriali e non ci sono dei valori determinati per la condizione
di specie per milioni di specie all’anno; si passa da pre-ind 0.1-1 attuale, perché sono in continuo cambiamento e non si conoscono
ad un valore attuale >100, contro un valore soglia di 10. i fattori interattivi tra le sostanze. La contaminazione chimica ha
- Fosforo e azoto: si considerano insieme, l’aumento di azoto è una componente locale molto importante insieme alla globale –
fuori dai confini, mentre il fosforo è poco sotto. difficile definire il relativo confine planetario.

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Il cambiamento climatico determina la perdita dello strato di ghiaccio polare e delle riserve dei ghiacci. L’acidificazione può determinare la
perdita di molte specie, soprattutto quelle calcificanti, con cambiamenti di ecosistemi. La perdita dell’ozono varia l’impatto delle radiazioni UV.
L’aerosol modifica il sistema dei monsoni e sulla salute umana. Flussi di fosforo e azoto possono impattare soprattutto gli ecosistemi acquatici.
Molti di questi aspetti possono determinare poi una serie di effetti a cascata non necessariamente direttamente legati.

Questi confini non possono essere presi nemmeno in maniera indipendente, perché passare una soglia spesso si ripercuote sugli altri confini
e quindi si influenzano a vicenda. Ci sono caratteristiche che sono totalmente globali (cc e acidificazione), che hanno ripercussione top-down,
ma il grosso dei confini ha meccanismo bottom-up, un evento locale si ripercuote a livello globale, con qualcuno che ha effetto intermedio.

Il confine si definisce con una variabile e una zona entro cui non c’è un grosso effetto e una zona
di incertezza, all’interno della quale si posiziona la soglia, quindi di fatto superarlo di poco
significa comunque essere ancora in una condizione non terribile. Segue poi uno stato di livello
pericoloso. Nel caso di alterazioni che hanno un effetto più importante a livello locale la soglia
viene posta all’inizio della zona di incertezza e il decorso del cambiamento è leggermente
diverso. Sono confini definiti intorno al 2010, ma sono soggetti a continuo aggiornamento.

Un aspetto importante è che nella definizione iniziale dei confini mancava l’oceano ed è stato poi incluso. L’acidificazione si dice che in base a
quello che si sa attualmente le ricadute sono abbastanza ignote, quindi comprendere gli impatti a livello degli organismi ci può permettere di
capire se il limite posto può essere mantenuto. Per gli areosol si pensa di ampliare oltre la regione dei monsoni il confine. Sul buco dell’ozono
la proposta è di capire meglio quale è l’interazione con i cc, quindi capire se il confine risente anche degli
altri due. La presenza negli ecosistemi marini per esempio della plastica che hanno un effetto rilevante
molto più sulle specie marine, che quindi può essere definito come un confine planetario, è una
contaminazione diffusa in tutti gli oceani quindi può essere considerata tale. Per il cambiamento climatico
bisogna iniziare a prendere in considerazione anche gli aspetti regionali. Sulla perdita di biodiversità
considerare anche le specie marine. Per l’uso della terra è importante considerare anche il cambiamento
degli ecosistemi marini (es. barriere coralline). Per l’uso dell’acqua considerare anche la pesca.

Un’alterazione a livello locale che si ripercuote a livello globale: la deforestazione delle mangrovie riduce la traspirazione e ha un effetto a
livello globale (stessa storia dell’amazzonia), il passaggio da fondali limpidi dominati da piante agli specchi d’acqua torbidi nei quali aumentano
gli aerosol, perdita di ghiaccio.

Eventi che si stanno verificando, alterazioni stanno portando ad un’estinzione di massa? Dall’esplosione
cambriana ci sono diversi picchi di diminuzione. Si pensa che si, ci troviamo davanti ad un evento di estinzione
di massa, a partire da 500 anni fa avevamo l’1% contro un attuale 22% nei mammiferi, in alcuni casi si va oltre
il 50%. L’effetto antropico è stato di ridurre il tempo di vita medio delle specie, nel record fossile era 1-10 M
anni, nel secolo scorso è sceso a 10 000 anni e ora è intorno ai 200-400 anni per uccelli e mammiferi. La
percentuale di specie estinte su mille specie in mille anni, prima se ne perdeva meno di una, più di recente si
arriva a circa 100, adesso si proietta che sia intorno a 1000. A partire dal 1500 le estinzioni sono diventate più
pressanti negli ultimi anni, soprattutto sugli anfibi e coralli.

I principali fattori di estinzione sono il cambiamento climatico, il cambio del territorio,


deposizione dell’azoto, specie invasive e incremento della CO2 atmosferica.

→ Ci sono ambienti estremamente alterati, alcuni sono storicamente stati


modificati, come gli ambienti paludosi, che in realtà hanno però un ruolo ecologico
importante.

C’è chi dice che una meta analisi globale mostra che non c’è una perdita di biodiversità di piante nel tempo, grafico in cui lo 0 è dato da un
equilibrio in cui non c’è effetto, ci sono una serie di habitat, disturbi e valutazione della biodiversità. Hanno raccolto bibliografia che ha mostrato
come non ci sia effettivamente perdita e nemmeno una possibilità di perdita futura. I problemi sono stati relativi alla raccolta dei dati che hanno
utilizzato (non hanno preso in considerazione serie storiche) e quello che loro hanno inteso come la perdita di biodiversità cioè perdita di
biomassa, il che può mascherare una perdita qualitativa più che quantitativa.

Un articolo di risposta è stato mostrate quattro situazioni in cui si può avere variazione
di biodiversità. Quello che può variare è un’abbondanza relativa e composizione. Va
a valutare variazione di richness e evenness (omogeneità) e il species exchange ratio
dei dominanti e rari. Ci sono delle differenze dal tempo 1 a 2 a seconda di quello che
vado a considerare però il risultato specifico potrebbe non mostrare alcun
cambiamento.

Un altro aspetto per cui l’articolo è stato criticato era che gli autori non avevano tenuto
conto del cambio dell’utilizzo del suolo, che impatta tanto la distribuzione delle piante.

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Un altro lavoro valuta l’impatto dell’attività umana sugli ecosistemi marini, è datato, lascia più liberi i poli, ma la situazione attuale è
realisticamente peggiore. Proiezione fino al 2100 di perdita di biodiversità in base a diversi modelli. Si basano su conoscenze pregresse che
quindi vanno a favore, ma in base al cambiamento oscillazioni molto lievi possono determinare cambiamenti significativi. Inoltre, non tutti gli
effetti hanno progressione lineare, ci sono dei tipping points che determinano un cambiamento significativo ed esponenziale.

Nel 2010 si riunisce la convenzione per la biodiversità biologica, definisce dei target che gli stati dovrebbero raggiungere entro il 2020.
Evidenza di pressioni che l’uomo ha nei confronti della biodiversità, identifica condizioni in cui si trovano l’ecosistema e gli ambienti naturali.
Identifica i benefici nei confronti della biodiversità e le risposte.

Gli obiettivi che si sono posti sono: riduzione della perdita di habitat, rendere l’agricoltura più sostenibile, ridurre l’inquinamento. Sono state
evidenziate le pressioni e si tenta di ridurle. Dal punto di vista delle risposte, sulla base di questi target sono state definite le leggi quadro che
regolano l’ambiente a livello nazionale. Necessità di implementare le leggi nazionali che regolano la gestione degli ambenti naturali e come
definire se un ambiente è in uno stato buono medio o scarso. Vediamo ora come siamo messi con un lavoro del 2018. Gli obiettivi che ci siamo
posti nel 2010 ora hanno raggiunto qualche cosa? No, siamo messi male. Le pressioni continuano a salire, l’appropriazione della produttività
primaria netta da parte dell’uomo aumenta. Le risposte aumentano ma non sono sufficienti per ristabilire l’ecosistema. I benefici scendono,
l’unica cosa che sale sono le risposte, gli stati si stanno mettendo in moto per cercare di far qualcosa per ridurre l’impatto ma è un’azione
insufficiente perché l’andamento delle pressioni è grave. Le condizioni ambientali stanno peggiorando e i benefici stanno anche diminuendo.

È necessario capire come l’impatto antropico e i vari motori possano impattare sugli ecosistemi. Cosa succede quando un ecosistema è
sottoposto a stress?

Stress Lo stress può variare nella sua ampiezza, frequenza e durata. Stress che nel tempo può provocare una resistenza, l’ecosistema
cerca di non cambiare il suo stato. Un ecosistema se sottoposto ad uno stresso può cercare di rimanere, nonostante le pressioni dello stress,
in condizioni di equilibrio. Le foreste ad esempio sono ecosistemi molto resistenti. Se l’ecosistema non è sufficientemente resistente, passa in
uno stato differente e successivamente grazie alla sua capacità di resilienza può ripristinare la condizione di stabilità. La resilienza è una
proprietà molto importante è la capacità di tornare allo stato iniziale. La resilienza a differenza
della resistenza è più complessa e lunga da misurare però mi permette di capire su cosa
devo lavorare per poter tornare allo stato iniziale. Persa la resistenza, un ecosistema si
sposta in una stabilità diversa da quella di partenza, ho shift di regime (da coralli ad
alghe incrostanti ad esempio). Linea di confine dopo la quale l’ecosistema passa in una
condizione di equilibrio diversa da quella di partenza. Stress fa superare quindi un limite
per cui l’ecosistema passa in una condizione di equilibrio differente.

Ipotesi del disturbo intermedio, biodiversità specifica in condizioni di disturbo cresce seguendo una curva a campana. Biodiversità
limitata dalla competizione, poi cresce in condizioni intermedie di disturbo (competizione ha meno peso) e infine crolla perché disturbo è troppo
elevato. Come in condizioni di disturbo si distribuisce la biodiversità specifica.

I disturbi possono essere di vario genere, disturbo cronico (come il disturbo urbano
che non permette la resilienza dell’habitat ormai distrutto), una pressione continua nel
tempo. Vedo come risposta una resistenza e un cambio netto nella resistenza.
Poi ho un evento acuto (incendio), stress. Ho una resistenza e ho una possibilità di
tornare in condizioni pre disturbo. A seconda della capacità di resistenza e resilienza
del mio ecosistema posso avere un cambio netto rispetto alla condizione pre-disturbo.
Può variare a seconda dell’ecosistema intaccato.
Un disturbo a rampe (disturbo a rampe): vanno e vengono. resistenza e possibilità
di resilienza. In funzione dell’avere più o meno resilienza e resistenza ho una
variazione rispetto alla condizione pre-disturbo.
Grafico: ecosistema migliora prestazione all’inizio, poi supero un limite in cui le capacità dell’ecosistema
cascano drasticamente. es: aggiungo in un ecosistema del P, soglia entro cui ho un incremento positivo e
dopo ho caduta mentre l’inserimento del contaminante fa cascare immediatamente la performance
dell’ecosistema. In un limite temporale ridotto posso vedere effetti deleteri. Studi del recupero, della
capacità delle comunità di ripristinare le condizioni di partenza. La tempistica del disturbo è importante, ad
esempio se avviene durante stadi critici come durante uno stadio sviluppo larvale ho un effetto più pesante
(questi sono stadi che permettono la dispersione).

Regime shift un brusco cambiamento nella struttura e nella funzione di un sistema che causa uno
spostamento da due stati stabili alternati a seguito di dinamica discontinuo non lineare. Con shift di variabili
(epidemia), ho una forza esterna che fa passare la palla dall’altro lato, la soglia ecologica è fissa.

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Nella seconda invece ecosistema si setta cambiando i suoi parametri (eutrofizzazione). Nel 2 non ho un valore
soglia, cambiano i parametri. Passaggio che va da una gravità ad un'altra gravità. Questi passaggi non sono
graduali, sono catastrofici e di conseguenza se supero la soglia l’ecosistema casca e va in stato negativo.

Passaggi intermedi: stati di instabilità. Nel grafico vedo i passaggi da uno stato all’altro, che avvengono attraverso
due condizioni critiche diverse (isteresi). Osservo che, fino al punto F2 ho condizioni iniziali di stabilità. Una
volta superato il limite, il mio ecosistema crolla, seguendo le linee tratteggiate verso il basso. Passa in uno
stato negativo, da F2 a linea sotto ho un passaggio drastico, nel mezzo c’è uno stato di instabilità. La curva
mi dice cosa fare per tornare a una situazione pre-F2. Per tornare alla condizione di partenza devo tornare
indietro seguendo la curva azzurra e arrivare al punto F1 dal quale, seguendo le linee tratteggiate verso l’alto
posso tornare nella condizione iniziale. Devo tornare indietro molto per passare nella condizione pre-F2,
questo ciclo è definito isteresi (passaggio dalla parte alta alla parte bassa e ritorno alla parte alta). Le
condizioni devono ritornare alle condizioni F1 per ripristinare il tutto.

Un cambiamento di questo tipo è quello che succede nei laghi che passano da acque limpide ad acque torbide
in cui ho incremento delle alghe, ho poche macrofite e cambia il rapporto della catena trofica. Il fattore che
determina questo cambiamento è l’apporto di nutrimenti, mi fa aumentare il fitoplancton. Vedo che ho un
valore soglia oltre al quale la torbidità aumenta e mi determina una diminuzione della vegetazione. L’apporto
dei nutrienti è il motore che fa aumentare il fitoplancton. Se devo ristorare la condizione non posso solo tornare
al momento prima del danno ma prima devo ripristinare le condizioni pre-danno.

Riuscire a capire qual è il motore che determina la variazione della condizione dell’ecosistema e
stabilire le relazioni causa-effetto è molto difficile. Posso studiare le variazioni a più livelli. Dal singolo
individuo vedo l’effetto su combinazioni di individui, sui rapporti di coesistenza. Posso studiare perciò
come il motore del disturbo possa impattare su un singolo individuo o su specie interagenti l’una con
l’altra. Posso osservare come le variazioni hanno un
effetto sulla comunità, sull’ individuo, sulle
interazioni e sulla composizione della comunità.

Confronto della performance fisiologica ed ecologica:

- 1 e 2, sono ottimi competitori con tolleranza diversa allo stress, competizione anche se si tratta di avere
siccome sono entrambi buoni competitori sopravviveranno, uno una nicchia ai limiti dello stress.
avrà una nicchia con range più ristretto, l’altro sta da dio. - 2 e 4, entrambi tolleranti, uno forte
- 1 e 3, hanno entrambi bassa tolleranza allo stress, ma uno è un competitore e uno debole, essendo
forte competitore e l’altro no, quindi la curva ecologica segue tollerante il debole competitore può
quella fisiologica nel primo caso, ma l’altro ha una nicchia molto vivere anche in una nicchia in condizioni
ridotta e tende ad essere sbattuto nella zona in cui non vive più più stressanti, incorre però il rischio di
bene, spostata verso condizioni stressanti è quindi destinato a diventare specie rara o a rischio.
diventare una specie rara o estinguersi. - 2 e 3, sono un forte competitore
- 3 e 4, sono scarsi competitori, uno tollerante e l’altro poco, tollerante e un debole competitore poco
tendono a suddividersi le nicchie, preferiscono condizioni di bassa tollerante, esiste solo un tipo di
interazione.

Posso porre una soglia al di là della quale ho una perdita di specie. È importante perché
a seconda del tipo di indagine che vado a fare potrò avere delle risposte diverse, a bassa
intensità ho una risposta a livello individuale, ad intensità crescente inizio a vedere un
tipo di risposta a livello di tratti delle specie e poi quando si osserva una perdita a livello
tassonomico c’è poco da fare. Il momento in cui è meglio
agire è la perdita individuale, la valenza ecologica è ancora
bassa, ma sono in una fase precoce quindi ho una possibilità
di ripristino forte. Sono eventi di come i driver/impatti hanno
effetto sia sulla fitness che sulla nicchia degli organismi.

I motori di cambiamento non sono mai singole, ma più


insieme si verificano sugli ecosistemi ed è importante tenerlo presente, se arriva un impulso che passa ad uno stato
alterato abbiamo la possibilità nel tempo che l’ecosistema recuperi nel tempo. In questo periodo se si verifica
un’altra alterazione le possibilità di ripristino sono scarse. Le condizioni di alterazione possono arrivare anche
contemporaneamente.

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Esempio in cui l’inquinamento promuove il successo invasivo di una specie, con incremento di inquinamento
le specie invasive prosperano e invece le specie native ne risentono.

Esempio studio di una barriera corallina dal 1994 al 2010 in cui hanno tenuto traccia del recupero in funzione
di più stress. Con diversi stress consecutivi che alterano l’ecosistema, c’è una tendenza al recupero ad ogni
perturbazione, ma oltre un tot non c’è più recupero.

Esempio caso di uno sversamento del 1989 nel nord America e ancora ci sono specie che
cercano di recuperare, alcune ci sono riuscite, ma alcuno non ci stanno riuscendo. Segue una
considerazione, per cui invece di lavorare sulle specie che fanno tendenza sarebbe il caso di
cercare di salvare le specie che hanno una possibilità di recupero invece che focalizzarsi sulle
specie ricoperte da catrame che non hanno chance.

Problema dello studio del recupero è vincolato, a prescindere da quello che sia lo stress, da caratteristiche della comunità, entità
del disturbo (protratto nel tempo), caratteristiche dell’habitat (più o meno remoto per colonizzatori o eterogeneità che dà più rifugi), tempistiche
del disturbo rispetto a stadi critici del disturbo vitale.

Esempio due comunità che subiscono un disturbo, cascano ad una condizione alterata e se mi fermo a
studiare al t1 vedo che la comunità A sta malissimo, mentre la comunità B resiste. Se però vado a vedere
al t2 la comunità A ha recuperato completamente, mentre la comunità B no – importante perché in eventi di
disturbo le analisi si fermano al t1, dal punto di vista della gestione in Italia non si monitora sul lungo periodo.

Cosa considero come ripristino? Si può considerare un ritorno alle condizioni di partenza oppure si può
considerare il ripristino nel senso di una comunità e un ecosistema che ha le sue componenti e che funziona.
Esempio fiume con inquinamento da metallo si vede che se considero la biomassa/ricchezza di specie mi
ritrovo in una condizione abbastanza adeguata anche in condizioni di inquinamento, ma se vedo l’abbondanza relativa la differenza è notevole
i poco tolleranti tendono a diminuire o sparire.

Esempio effetti di diga sulla fauna ittica, i fluvial specialists (sensibili) hanno distribuzione che è relativa alla distanza, mentre i generalisti non
hanno distribuzione in funzione della distanza dal disturbo.

→ I tratti sono quindi molto importanti, tenerne conto aiuta ad identificare condizioni di criticità in un ecosistema. La presenza di specie sensibili
testimonia un ecosistema che sta bene, mentre la dominanza di specie tolleranti è indicativa di un problema.

Strategie di indagine sono tantissime e vanno da laboratorio al campo,


ciascuna con i suoi pro e contro. La strategia in lab ha precisione molto alta, è facile
identificare relazioni causa-effetto; sul campo invece dal punto di vista pratico sono
abbastanza limitato sulla sperimentazione ed è difficile individuare causa-effetto,
ci sono molti parametri in gioco non controllati – perdo di accuratezza, ma la
rilevanza ecologica è molto maggiore.

Uno strumento valido è l’utilizzo di mesocosmi (in situ) che sono ecosistemi su piccola scala che permettono un realismo simile a quello
ambientali, si possono stabilire più paramentri e studiare più specie contemporaneamente. Sono molto costosi. Soprattutto studiando le piante
in appezzamenti riesce molto bene, ma c’è sempre bisogno di qualcuno che se ne occupa e costa.

Il problema dell’inquinamento è che l’uomo non impara dai suoi errori. Il DDT è valso il Nobel a che l’ha scoperto e viene tutt’ora usato con
risultai decenti soprattutto in zone malariche. La plastica nasce nel 1963 con Nobel a Natta e Ziegler. L’idea è il safe design ovvero avere un
materiale che di partenza ha bassa tossicità per l’ambiente, cioè che sia per esempio biodegradabile, molte sono sostanze che hanno emivita
persistente e si accumulano nell’ambiente. L’inquinamento è motore di cambiamento. Il grande problema è che le proiezioni prevedono un
ulteriore uso di contaminanti in ambiente in modo costante ed esponenziale, non necessariamente gli stessi contaminanti.

L’inquinamento entra nelle norme con il mussel watch program nel 1986, mettono le cozze su tutta la costa degli USA e le usano come
bioindicatori dell’inquinamento della colonna d’acqua, perché essendo filtratore filtra e accumula gli inquinanti. Nel Mediterraneo parte un
programma simile intorno al 2000. Il problema è che censisce alcuni contaminanti persistenti (centinaia), mentre l’American Chemical Society
ne ha 200 000 censiti – uno studio di questo tipo è quindi limitato nel fornire informazioni complete. Noi e gli organismi siamo sempre soggetti
a cocktail di contaminanti e non singoli. Si può essere nella situazione con un solo valore sopra la soglia o tanti valori poco sotto la soglia, qual
è il più inquinato? È difficile a dirsi e dipende tanto dalla situazione, nel senso che il primo può essere bollato come inquinato ma non mostrare
veri problemi, mentre il secondo potrebbe avere più problemi ma non risultare a rischio.

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Approccio ecotossicologico integrato ha una biofase che prende in considerazione i contaminanti pericolosi per l’organismo e
una chemifase che mi dice se l’organismo sta bene o male e si integrano a vicenda.

Il problema dell’inquinamento e come valutarne gli effetti sulle comunità è dovuto alle migliaia di composti chimici sul mercato che entrano
nell’ambiente, quindi gli organismi sono soggetti a cocktail di composti inquinanti che possono avere svariati effetti. Inquinanti che possono
essere fisici (plastica) che hanno peculiari caratteristiche nel modo di entrare in contatto con gli organismi e dell’effetto
che esercitano. È quindi difficile fare delle previsioni su quello che può essere un effetto sulla base di un censimento di
sostanze chimiche, non si può prendere un matrice ambientale e stabilire tutto quello che c’è dentro. È bene usare le
risposte biologiche che nell’organismi macroscopiche e fisiologiche si propagano su più livelli di organizzativi; un effetto a
livello biochimico ha bassa rilevanza ecologica perché l’organismo fa partire il sistema di detossificazione che potrebbe
anche ridurre l’effetto, poco rilevante, ma sicuramente un segnale precoce di qualcosa di anomalo. Con un’alterazione
della struttura della comunità locale invece la rilevanza ecologica è molto alta e non si è in una fase precoce, anzi in
una situazione che potrebbe non essere reversibile. È quindi importante con l’inquinamento lavorare a questo livello.

C’è un gruppo di lavoro europeo che cerca di sviluppare test analitici che servono da campanelli d’allarme per gli inquinanti ambientali. È
fondamentale standardizzare i metodi in modo che chiunque svolga il test ottenga un risultato paragonabile. Quindi si standardizzano deli
strumenti diagnostici che identificano in maniera rapida, sensibile
ed efficace le criticità a livello ambientale e siamo in grado di integrare
gli effetti delle miscele di inquinanti, non è sufficiente un saggio
biologico, serve una evidenza della presenza chimica degli inquinanti
– approccio ecotossicologico integrato posso avere
composti (es. farmaci) la cui dose in ambiente è sotto la soglia della
rilevabilità, ma esercitano effetti biologici notevoli, si superano così
dei limiti di non poter misurare la presenza di qualcosa che invece è presente.

Questi si chiamano strumenti di effetto (effect-base tools), sono basati su un sistema adverse outcome pathway cioè l’idea che l’assunzione
da parte di un organismo di un contaminante ha una serie di effetti negativi che seguono pathway abbastanza definiti.

- Ci sono endpoint legati alla detossificazione dei contaminanti, ci - Effetto istopatologico, alterazioni della struttura degli organi.
sono poi degli assay legati all’interazione tra l’inquinante e - Vitalità
recettori cellulari che fanno partire signaling legato all’estrogen- - Endpoint che si fanno a livello di popolazioni e comunità.
receptor (quindi effetto sulla riproduzione); ci sono effetti cellulari
in base alla stabilità della membrana cellulare.
Si fa un campionamento di sedimento/colonna d’acqua e poi ho una serie di strumenti in vitro o in vivo e ci sono una serie di risposte che
mostrano se c’è contaminazione, ci sono linee cellulari modificate per dirmi se all’interno della matrice che sto testando ci sono composti con
effetti specifici sul meccanismo tossicologico che ci può essere, test di mutagenicità e altri. Le cellule calux contengono la luciferasi legata ad
un recettore AhR che riconosce sostanze diossinosimili. Quando entra in contatto con una di queste sostanze (cancerogene) somministro il
composto alle cellule e ho un incremento della luciferasi quindi emissione luminosa.

Un altro strumento è quello di usar gli embrioni di zebrafish, ottima interfaccia tra ambiente e uomo,
perché zebrafish ha tanti meccanismi biologici comparabili a quello umano, quindi identifico allo stesso
tempo un problema che ha ricadute ambientali ma anche per l’uomo – non rientrano nelle batterie classiche, si sta spingendo per l’uso di questo
modello. È versatile perché l’embrione è trasparente e con marcatori si può poi vedere anche solo con stereoscopio; in più in 24h avviene la
totale organogenesi, dopo 96-120 ore inizia ad aprire la bocca e ha il digerente completo. Il genoma è totalmente sequenziato quindi ho la
libertà di tutti gli approcci che sfruttano il genoma, tra cui usare transgenici, è difficile ma potrei sviluppare transgenici per l’identificazione di
contaminanti precisi. (trascrittomica, proteomica e metabolomica)

Altri potenziali sistemi sono l’applicazione di biomarkers cioè enzimi che identificano risposte dal punto di bista soprattutto biochimico e
cellulare.

Metodi ecologici
- SPEAR index che mi compara la presenza in un ambiente di specie
sensibili e meno sensibili. È stato sviluppato sui pesticidi, nel qual caso
funziona bene, non si sa quanto si possa estrapolare con altri inquinanti. Parto
da una comunità che è strutturata da quattro specie A, B, C e D. arrivano i
pesticidi che insieme ai parametri ambientali hanno un effetto sulle specie, ci
sarà un filtro fatto dai pesticidi che selezionerà dei tratti legati alla sensibilità agli inquinanti, ciclo vitale, sopravvivenza fuori dall’acqua e
dispersione. La comunità viene modificata con specie non a rischio che tendenzialmente prosperano e invece si

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selezionano le specie a rischio e ne cambia quindi la composizione. Per dare la misura farò un rapporto dei taxon a rischio e dei taxon non
a rischio.
Le specie a rischio hanno dei tratti ben definiti: maggiore sensibilità ai contaminanti rispetto a Daphnia magna; hanno intervallo tra due
generazioni minore o uguale a 6 mesi; presenza di stadi acquatici durante maggio-giungo; ridotte capacità migratorie. Sulla base di questi
tratti identifico le specie e misuro il rapporto SPEAR, ricavo se la comunità è contaminata.
Esempio: analisi dell’effetto dei pesticidi su comunità di invertebrati in rsceli. Dove diminuiscono le specie a rischio aumentano le specie
non a rischio, c’è una relazione tra la matrice fluviale e la struttura della comunità. Nella condizione più tossica si riduce la quantità di specie
a rischio e aumenta l’abbondanza delle altre – sulla base dei tratti delle specie posso stabilire se la composizione della comunità identifica
una contaminazione o meno. Analisi molto impegnativa dal punto di vista pratico, funziona bene in ecosistemi acquatici con pesticidi.
- Pollution induced communiity tolerace (PICT) si basa sull’assunto che specie più sensibili verranno sostituite con specie più
tolleranti determinando una maggiore tolleranza ai contaminanti rispetto alle comunità di riferimento. Ho una comunità A nel sito pulito e
una comunità B che è soggetta a inquinamento in cui ho cambiamento nella composizione a favore delle specie resistenti.
In funzione di questo cambiamento la misura è la sensibilità ad un
contaminante. Sottopongo dosi del contaminante finché il 50%
della comunità muore, quando ho comunità di riferimento con
entrambi organismi sensibili e non, c’è bisogno molto meno
contaminante per arrivare a quel punto – funziona bene con le comunità batteriche. Questo significa che ci sono più o meno specie
resistenti, se ce ne sono tante significa che è in atto una contaminazione dovuta ad un contaminante che sta variando la composizione
della comunità, oltre questo si ha il crollo dell’ecosistema.
La comunità che funziona da un lato e dall’altro la crescita della tolleranza che in funzione
dell’esposizione al contaminante si modifica e tende ad un incremento di tolleranza – non positivo
perché le specie tolleranti possono essere invasive e patogeni – si arriva ad un punto in cui le capacità
della comunità crollano. Nella finestra temporale ho una comunità che mantiene le funzioni, ma aumenta
di tolleranza – è un campanello d’allarme. Nel momento in cui ho comunità con certo grado di
biodiversità con anche un inquinante le specie resistenti mantengono la funzionalità; con tolleranza
troppo alta ho perso quasi tutte le altre specie e quindi posso incorrere ad un crollo della comunità.

Approccio statistico si usa l’analisi multivariata, esempio in cui si voleva capire il contributo di diversi fattori (inquinanti, uso dl suolo,
condizioni chimico-fisiche) su invertebrati e diatomee, hanno misurato tanti parametri e hanno visto che sono correlati in maniera negativa alla
diversità della composizione dei vertebrati e delle ditaomee. Hanno dato un valore quantitativo e integrazione delle tre componenti (42%).
Quindi per la valutazione per il rischio ecologico di un ecosistema c’è:
- Aspetto chimico (presenza di contaminanti).
- Biodisponibilità, cioè la presenza di un inquinante p disponibile per l’organismo, quindi non sono strettamente legati e non influenzano
organismi.
- Attraverso saggi ecotossicologici e effect-based tools e la struttura della comunità e potenzialmente anche la salute umana si cerca di
capire la condizione e lo stato di rischio legato a quell’ambiente – si integra tutto e si riesce ad avere un’idea della gestione ambientale
di questi siti.
Esempio in cui hanno fatto uno studio sul Toce che è molto critico per inquinamento da metalli e DDT, hanno preso in considerazione la chimica,
l’aspetto legato alla ecotossicologia e l’aspetto più ecologico. Misurano con la chimica contaminanti e sulla base di questo danno valutazioni
riguardo vari siti con una scala di allerta; misurano le risposte ecotossicologiche e anche lì c’è una gradazione di allerta nei vari siti; con l’analisi
ecologica usano l’indice SPEAR e l’analisi multivariata e cercano di dare una identificazione dello stato di qualità del sito.

Approccio Weight Of Evidence indice utilizzato per valutare la qualità della fascia costiera, per identificare una condizione critica di
inquinamento aree marine costiere devo integrare diverse linee di evidenza, quindi i sistemi di monitoraggio precedenti davano una lista di
inquinanti e si valutava la presenza del singolo e in base alla presenza e livelli si definivano aree a rischio. Questo è invece un approccio
ponderato prende in considerazione una serie di fattori: analisi chimica, biodisponibilità, biomarkers (effetto cellulare) e batteriasaggi
ecotossicologici. Si usa un software in cui vengono immessi i parametri, dà una valutazione per colore (rosso è negativo). Si procede poi con
l’integrazione dei vari parametri che danno un’idea complessiva del sito che si valuta.
È stato usato per la valutazione dell’impatto del naufragio della costa Concordia. Si usano linee di evidenza,
hanno preso delle cozze e le hanno tenute in gabbiette a distanze crescenti dalla nave – le azioni di
contenimento del greggio e il modo in cui si è lavorato sulla nave finché non è stata spostata, hanno avuto
ottimi risultati perché l’ecosistema non riporta effetti gravi (solo uno) e la maggiore parte sono blu o gialli.
Strumento che è diventato parte delle procedure per i sedimenti di dragaggio, è diventato parte della legislazione, il sedimento (se ha delle
condizioni non fortemente alterate) può essere usato per il ripascimento o rimesso in mare. Per capire se si può riutilizzare il Ministero
dell’Ambiente ha definito che si usa questo approccio WOE.
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Pongono un problema ambientale e limita la sopravvivenza delle specie che vivono nell’ecosistema in cui viene introdotta. Inizia a riprodursi e
prosperare senza che l’uomo l’aiuti, alcune senza l’intervento umano si estinguerebbero (non sono invasive). Le specie aliene dal 1500 inizia
un trasporto continuo di specie (pomodoro), la Phytophora infestans, infesta le piantagioni di patate in Irlanda provocando una carestia che ha
provocato uno spostamento di irlandesi negli stati uniti.

Le specie alloctone invasive monopolizzano le risorse presenti, sono competitori molto abili e forti rispetto alle specie autoctone, hanno spesso
una marcia in più perché sono portatori di malattie, il gambero della Luisiana ha la peste dei gamberi a cui lui è immune, alterano poi
l’ecosistema, come la nutria. L’evento di invasione avviene per fasi, importante perché ci dice che un invasore deve seguire una serie di fasi
che comportano una serie di ostacoli che deve superare, di 1000 specie introdotte, 1 solo diventa poi invasivo.

1. Il primo stadio è la barriera geografica, l’uomo gioca un ruolo 3. Stabilizzazione che è molto critica dal punto di vista dell’alloctono
importante, l’attività antropica è il motore principale che determina che deve riuscire a sopravvivere in una quantità sufficiente per
il proliferare delle specie aliene invasive; l’identificazione della potersi riprodurre e creare una popolazione che sia consistente.
prima barriera è importante anche per la gestione. 4. Esplosione in cui è importante la capacità di diffusione e anche
2. La seconda barriera è l’introduzione, legata anche all’attività la capacità di competere e affermarsi nei confronti delle altre
umana (aspetti ludici / alimentari). specie.
Il primo step è legato molto all’attività umana, quattro T, commercio, viaggi, trasporto e turismo che è il primo motore che permette
l’introduzione, l’andamento globale di trasporto marittimo tra le acque di sentina è un veicolo di approdo di tantissimi alieni e tantissimi patogeni.

La barriera insediamento riguarda il modo in cui fattori biotici e abiotici influenzano l’organismo e gli permettono di svolgere
le sue funzioni vitali, spesso le specie introdotte non sono in grado di insediarsi. Il caso del parrocchetto dal collare, che
arriva dall’indopacifico, in Europa non riesce ad insediarsi nelle zone più settentrionali per fattori climatici per cui
l’insediamento diventa difficile, quando arriva anticipa il momento della riproduzione in un periodo che è totalmente
sfavorevole (gennaio/febbraio) in cui sia il ciclo luce/buio che l’assenza di cibo rendono sfavorevole la sopravvivenza.

La fase di integrazione e naturalizzazione in cui le specie si adattano all’ambiente senza la componente umana. Le
caratteristiche del buon invasore sono:

- La resistenza ai parassiti e le malattie, soprattutto il fatto che alcuni - Tendono ad avere crescita veloce e maturità precoce e elevato
invasori le trasmettono; potenziale riproduttivo.
- Capacità di adattarsi a condizioni sfavorevoli - Possibilità di diffusione anche a lunghe distanze.
- Superiorità competitiva nel conquistare le risorse, alcune specie di - Associazione con le attività umane.
piante rilasciano sostanze che inibiscono la crescita dei loro vicini - Nelle prime fasi di insediamento non hanno predatori, quindi non
e vincono la competizione inibendo i vicini. deve bilanciare la pressione predatoria; poi arriva il predatore
comunque.
È difficile identificare un tratto unico, la maggior parte delle specie invasive presenta tratti multipli, multiple behavior, quindi sfruttare molteplici
strategie per diversi aspetti della vita.

Studio in cui hanno visto come seagrass invasiva ha una maggiore tolleranza nei confronti della variazione di salinità e tollera bene gli shift di
salinità. I ricercatori hanno comparato invasivo con il suo progenitore d’acqua dolce per vedere come si comporta nei confronti della salinità per
capire qual è il meccanismo che determina la maggiore resistenza. Nell’invasivo il cambio di salinità non altera il ciclo vitale della pianta, la
specie di acqua dolce in condizioni di stress salino non recupera nemmeno quando poi torna ai valori di partenza. La capacità fotosintetica in
funzione allo stress salino non varia nell’invasivo, mentre nel progenitore cambia e aumenta la fotosintesi; l’invasiva usa in modo diverso le
riserve energetiche delle radici, il progenitore questa strategia non la usa, in questo
ha performance migliore l’invasiva nei confronti del cambiamento di salinità. Invasione
di un passeriforme a Zanzibar che in meno di cento anni invece completamente il
territorio.

Grafico che dimostra in termini spaziali cosa significa l’acquisizione di un habitat da


parte della specie invasiva e di conseguenza lo spazio disponibile per la specie che
rimane crolla tanto quanto l’habitat preso.

L’ingresso e diffusione di una specie aliena invasiva determina una perdita di funzionalità degli ecosistemi oltre che sulla struttura e
composizione delle comunità, su diversi livelli: lepidotteri che modificano il ciclo dei nutrienti; Cervus elaphus che modifica e impoverisce il
sottobosco; la perca del Nilo ha distrutto la rete trofica dove è stata inserita favorendo bloom algali; patogeni che hanno impatti sulla
sopravvivenza di diverse specie.

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Le specie aliene invasive sono uno dei principali motori della perdita di biodiversità, nella tabella ci sono i numeri per tetrapodi delle specie che
sono minacciate dalla presenza di specie alloctone invasive. Ci sono percentuali che arrivano al 33% ovvero la vulnerabilità in termini di
estinzione è legata per un terzo alla presenza di specie aliene. Nel caso degli anfibi sono il motore primo per la perdita di biodiversità. Nel caso
degli anfibi i dati che sono disponibili derivano da studi carenti e quindi la valutazione mediamente è da considerarsi parziali.

Grafico che mostra come si distribuiscono le specie che sono più a rischio da parte di alieni, hot spot in Australia e Nuova Zelanda, in questa la
pressione data dalle specie invasive è uguale alle altre pressioni. Dal punto di vista geografico l’isola è ancora
più vulnerabile rispetto alla terra ferma. Le specie aliene invasive che provocano gli effetti più ingenti sui tetrapodi,
il primo in assoluto è un fungo patogeno che attacca gli anfibi, ratto, cane, gatto, cinghiale, capra e mucca.

L’andamento dell’introduzione di specie aliene invasiva, fenomeno in crescita e molto legato all’attività antropica
e trasporto.

Studio in cui si cerca di capire quali possono essere i fattori che favoriscono le invasioni: area, i porti e le aree costiere sono per esempio un
hot spot di specie invasive, densità di popolazione, e temperatura, che talvolta sembra sfavorire le invasioni.

Gli ecosistemi stessi possono essere più o meno soggetti ad essere invasi, ci sono studi che stanno cercando di definire delle caratteristiche
che favoriscono o meno l’ecosistema e quindi fare dei censimenti per la gestione delle aree più a rischio. Sono ricerche ‘nuove’, idea
dell’invader friendly habitat:

- Eterogeneo che sostiene la biodiversità, ha competizione più - Habitat soggetto ad eventi grossi di disturbo.
bassa. - Già ci sia habitat alterato legato a precedenti arrivi.
- Mancano specie che lasciano nicchie vacanti.
Studio sulle coste per capire quali fossero gli habitat più suscettibili ad invasioni, con il risultato che non esiste univocamente una classificazione
per cui alcuni habitat possono essere invasi e altri sicuramente no. I grandi porti sono sempre una sicurezza per trovare le specie invasive,
soprattutto per le acque di sentina, che teoricamente sono ora regolamentate.

• Colera arrivata con le acque di sentina in Peru e ha ucciso più di • Serpente arrivato a Guam e portato a morte 10 delle 13 specie di
10 000 persone in 3 anni. uccelli presenti sull’isola.
• Ctenoforo arrivato con le acque di sentina nel Mar Nero e mangia • Lumaca dall’Amazzonia è arrivato nel sud est asiatico, una delle
zooplancton e larve di pesci, ha cambiato la struttura peggiori pesti del riso.
dell’ecosistema. • Pesce arrivato a Panama ed è andato in competizione con pesci
• Rododendro arrivato in UK in cui ha distrutto il sottobosco. che mangiano gli insetti che portano la malaria, quindi ha favorito
la diffusione della malaria.

Vongola delle Filippine introdotta per allevamento in Italia, nel 1983 a qualità dell’acqua e del flusso, favoriscono l’insediamento di rettili e
Venezia, con alto potenziale di dispersione, rapida crescita e grande coccodrilli, intasano i generatori e intasano il traffico acquatico e
capacità di adattamento all'ambiente. Compete per risorse alimentari ospitano patogeni.
e spazio con altri invertebrati filtratori quindi influenza la composizione
Dreissena polymorpha dal Mar Caspio, soprattutto nei grandi laghi del
delle comunità bentoniche. Può soppiantare la specie indigena
Nord America perché blocca le turbine delle centrali idroelettriche
Venerupis decussata, e portare all'estinzione di altre popolazioni di
(invasore anche in Italia). È considerato l’invasore dulciacquicolo più
molluschi locali come osservato nella Laguna di Venezia. Può
aggressivo al mondo, disperde una larva plantonica e ha alti tassi di
aumentare significativamente l'erosione dei sedimenti e i tassi di
crescita e reclutamento. Una volta introdotta la popolazione può
risospensione e sovra- arricchire i sedimenti con biodepositi, portando
superare di 1’ volte quella dei bivalvi locali. Cambia completamente le
all'anossia dei sedimenti che inibisce la nitrificazione e uccide la fauna
proprietà chimico-fisiche e la struttura dell’ecosistema invaso
bentonica (ingegnere: modifica la struttura dell’ecosistema). Può
(ingegnere). Ha un elevato tasso di filtrazione quindi riduce molto il
destabilizzare il sedimento Può inibire il reclutamento di altre
fitoplancton, quindi competizione, modifica la struttura della comunità
popolazioni ingestendo larve pelagiche, in modo da portare a
bentonica. Sul Lago Maggiore sta scomparendo, probabilmente per un
cambiamenti nelle comunità bentoniche.
innalzamento delle temperature, si è spostata in
Perca del Nilo inserita nel Lago Vittoria, pesce enorme che ha messo profondità maggiore o è scomparsa del tutto – è
in ginocchio le comunità che vivevano di pesca di pesci piccolini, che arrivato un altro invasore dall’Indopacifico, ma
non sono quindi attrezzati per la pesca della perca. La rete di semplifica potrebbe anche esserci un patogeno – bisogna
notevolmente e si viene a perdere la fascia di pesci erbivori e alcuni confrontare invasore vecchio e nuovo.
carnivori.
Poligono del Giappone pianta che colonizza tutto il bordo del fiume che
Giacinto d’acqua importato in Africa dal sudest asiatico per motivi lo rendono inaccessibile, simile all’ailanto, perché di diffonde per
ornamentali forma dei tappeti pazzeschi, impedisce la penetrazione frammentazione dei fusti e dell’apparato radicale. Raggiunge i 3 metri,
della luce, quindi non crescono le macrofite, e non passa l’ossigeno ma non ha apparato radicale adatto a vivere in stress idraulico, non
quindi poco riesce a vivere sotto il pelo dell’acqua. Cambia il ciclo dei resistono bene alle piene come le piante della zona ripariale, vengono
nutrienti, quindi la fotosintesi viene praticamente azzerata. Alterata sradicate e ostruiscono il flusso del fiume – danno anche economico.

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Emette delle sostanze nocive che limitato la crescita delle specie Gambero che viene preferito da alcune diatomee, crea epibionti con
competitrici, quindi riduce la biodiversità. alcune alghe, quindi può favorire fioriture anomale che sono nocive per
i fiumi. La presenza del gambero incrementa la presenza di clorofilla
delle diatomee.

Pesci nei fiumi italiani le specie censite di specie alloctone sono circa pari a quelle autoctone.
Studio censimento dei pesci nei fiume della Calabria in cui ci sono 3 taxa autoctoni e tantissimi di
più alloctoni. Studio di declino delle specie autoctone (nero) nel Po in seguito all’introduzione di
specie alloctone (grigio), valutati come numero di specie e biomassa.

Un paradosso è legato agli insetti, sono tendenzialmente i migliori invasori, ma non ci sono insetti invasori dei fiumi.

- Non esiste nessun interesse economico nello spostare insetti - Gli insetti acquatici hanno strategie riproduttive che ne limitano il
acquatici da un territorio all’altro potenziale invasivo
- Le associazioni tra insetti acquatici e piante ospiti sono - Gli insetti acquatici di solito hanno un ciclo vitale che comprende
estremamente rare una fase acquatica e terrestre
- Gli insetti acquatici solitamente non riescono a sopravvivere - Gli insetti fluviali sono spesso molto adattati a particolari habitat
durante la fase di trasporto terrestre o marittimo
Migrazione lessepsiana dal nome dell’ingegnere che ha progettato il canale di Suez e ha aperto la strada ad un’invasione di massa dal
Mar Rosso al Mediterraneo, il numero di specie invasive cresce in maniera esponenziale, il 10% nel bacino di Levante è dato da queste specie,
di cui 5-10 nuove ogni anno (c’è qualche raro caso di migrazione al contrario). Ci sono diversi casi di immigrati provenienti dall’indopacifico nel
Mar Rosso che stanno migrando verso il Mediterraneo.

Ci sono venti e correnti prevalenti che spingono da sud a nord, quindi il movimento di uova e larve è favorito. Il Mar Rosso ha densità di
popolazione più alta rispetto al Mediterraneo, quindi c’è meno competizione. Le specie di pesci nel Mar Rosso hanno elevata capacità di
adattamento e sono competitori migliori delle specie mediterranee, anche perché sono reduci da una recente invasione. L’aumento della
temperatura nel Mediterraneo aumenta il potenziale di invasione. Fino a poco fa c’erano dei limiti fisici che impedivano la migrazione, laghi
con elevata salinità, quindi limite fisico che bloccava il passaggio, spessore di sale di 10 m. nel momento in cui il canale di Suez è stato
ingrandito, il fondale salato si è sciolto e non funge più da barriera.

Il problema grosso è soprattutto nel bacino di levante, ma dal 1980 iniziano ad esserci avvistamenti anche nel bacino occidentale. Per il
momento la percentuale di alloctoni nei mari che arrivano grazie al canale di Suez in confronto a quelli dovuti al traffico marittimo è molto bassa.
Tuttavia, con l’innalzamento delle temperature e l’aumento dell’invasione ad est può solo peggiorare.

Brachidontes pharaoinis negli anni 70 era 150 volte più raro del mitilo ad ospedalizzazioni legate alle punture di
autoctono, ma inizia poi ad interferire con il mitilo locale in pochi anni. queste meduse, quindi un problema che
Arriva poi ad imporsi completamente sul mitilo locale fino a farlo quasi anche dal punto di vista del servizio
sparire in alcune zone – una delle peggiori casistiche. ecosistemico turistico e alimentare, sono
predatori e impattano la pesca.
Rhopilema nomadica arrivata dall’indopacifico, nelle coste di Israele di
formano blocchi che rendono inutilizzabili le coste. Pallini si riferiscono
Confronto tra livello trofico delle specie native e delle specie lessepsiane. Le specie invasive hanno più erbivori, i
carnivori di più alto livello sono anche numericamente maggiori rispetto alle specie native.

Effetto delle specie aliene invasive sui servizi ecosistemici, sono toccati tutti: supporting (modifica dei sedimenti, altera i cicli dei nutrimenti,
altera comunità, rifugi e produzione primaria), provisioning (perdita di cibo, perdita di biodiversità e alterazione della risorsa genetica - ibridi),
regulating (alterno il controllo biologico, impollinazione, infezione, sostanze tossiche, alterazione dei pericoli naturali, regime di erosione,
qualità della fonte idrica) e cultura (turismo).

Oltre a descrivere il problema bisogna anche pensare ad una soluzione. Si inizia a pensare ad una soluzione quando il problema da
ecologico diventa anche economico, le specie invasive hanno un importante impatto economico. Le strategie di gestione però non si parla mai,
si tratta di un problema negletto dal punto di vista mediatico, ma anche gestionale. È difficile disegnare un programma di gestione efficace,
meglio con la prevenzione, ma quando l’invasione è già in atto è quasi impossibile risolvere. L’eradicazione sembra l’unica anche se è
complessa, costosa e non necessariamente l’opzione migliore. Studio che dice che quando non si tiene conto che le specie aliene non arrivano
nelle aree marine protette aiuta la diffusione di queste specie.

C’è un regolamento europeo e sono state rilevate 49 specie che rientrano in 5 caratteristiche: sono estranee all’UE, hanno popolazione vitale
che si diffonde nell’ambiente, hanno effetto significativo sulla biodiversità, possono avere conseguenze negative sulla salute umana. In Italia
c’è un decreto legislativo entrato in vigore nel 2018 a riguardo.

L’identificazione della presenza di invasivi nel tempo, parte dal 1300, ci sono sopra strumenti legislativi emessi a livello dell’UE. In nero ci sono
le applicazioni di tecniche molecolari per lo studio dell’impatto delle specie aliene, ad esempio la scoperta della PCR, che permette di scoprire

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bene specie criptiche e anche l’ibridizzazione. Questi strumenti analitici/genomici possono essere utilizzati per rispondere alle questioni
scientifiche che emergono durante le varie fasi del processo di invasività,

in Giappone i ricercatori hanno censito la presenza del pesce Lepomis mmacrochirus in diversi laghi, visivamente
non risultava fosse presente, ma erano convinti che ci fosse. Hanno usato il DNA ambientale, che è la raccolta
di DNA dall’ambiente e attraverso analisi bioinformatiche si può risalire alla specie a cui appartiene il DNA trovato
in sedimenti piuttosto che in acqua – permette di censire le specie presenti senza doverle trovare direttamente.
In questo modo hanno trovato prova della presenza del pesce invasore in diversi laghi. Un’altra analisi in cui i
ricercatori hanno studiato i meccanismi di invasione in fiumi tributari. Hanno confrontato il DNA di specie che
trovavano distanti dal lago, hanno scoperto che molto vicino ci sono delle popolazioni, ma hanno identificato anche la presenza di popolazioni
diverse che dal lago si sono diffuse a distanze maggiori di 500 km, quindi hanno capito che questo pesce attinge a due diverse strategie di
diffusione, a breve e lunga distanza, quindi probabilmente usa metodi di trasporto antropico.

Copepode che dall’acqua marina ha invaso acqua dolce, in diverse regioni dell’emisfero boreale si è registrato questo fenomeno in maniera
totalmente indipendente. Probabilmente la capacità di invadere è legato all’attività di una ATPasi che regola il bilanciamento e il trasporto degli
ioni e permette a specie adattate all’ambiente salino di invadere un ambiente d’acqua dolce. Hanno fatto esperimenti mettendo l’animale che
viene dall’acqua dolce e marino mettendoli in diversa salinità. Hanno misurato l’attività della pompa ATPasica, in condizione di incremento della
salinità diminuisce l’attività della pompa, e succede esattamente il contrario con diminuzione di salinità.

Analisi molecolare in cui è stato preso in considerazione il lionfish, predatore voracissimo che disfa gli ecosistemi, è di origine dell’indopacifico
e ha invaso tutta la zone dei Caraibi. Hanno preso i contenuti stomacali e hanno fatto l’analisi molecolare ricostruendo la dieta del pesce per
capire quali possono essere le specie maggiormente vulnerabili a questo tipo di invasione. Hanno confermato con DNA barcoding le preferenze
alimentari.

Sono legati principalmente alle variazioni e fluttuazioni della temperatura ed emissioni che l’attività umana genera (CO2). Il nucleo di ricercatori,
IPCC, che emette ogni tot anni dei report in cui si aggiornano le conoscenze e si fanno le proiezioni su quelli che sono i cambiamenti che
avverranno da qui ai prossimi anni. Quello che viene fuori è che l’influenza umana sul sistema
climatico è chiara e l’emissione umana recente dei gas serra sono le più alte mai registrate
sulla terra. Il riscaldamento del sistema climatico è inequivocabile e dal 1950 i cambiamenti
osservati non si erano registrati mai.

I drivers del cambiamento climatico, abbiamo l’input solare come lunghezza d’onda corta, che
viene riemessa dalla terra come lunghezza d’onda lunga, ci sono nubi, ozono, aerosol e gas serra
che creano un disequilibrio tra l’energia che arriva e quello che viene riemesso, hanno effetto
anche sull’albedo sia sull’oceano, che la copertura di ghiaccio, che la struttura della vegetazione.

Grafico in cui si vedono i contributi che hanno


determinato il cambiamento di temperatura negli ultimi 60 anni, la maggior parte data dai gas serra,
altre forze antropogeniche, effetto naturale e variabilità naturale interna stanno vicino allo zero, quindi
il cambiamento è spostato pesantemente. Gli effetti legati ai cambiamenti climatici sono
l’innalzamento della temperatura, riduzione dei ghiacciai e riduzione della copertura nevosa,
incremento del vapore acqueo, riduzione di area coperta dai ghiacci, incremento della temp
superficiale marina e dell’aria, contenuto maggiore di calore negli oceani e incremento del livello del
mare e incremento delle temperature a livello terrestre.

Grafico che mostra i tipping points che sono i punti di non ritorno dei cambiamenti climatici, sono quegli elementi legati allo scioglimento del
ghiaccio o ad una modifica delle circolazioni (el nino) o una perdita di biomi (es. barriera corallina), quando si ha un’alterazione di questi elementi
sono un indice di aver superato il punto di non ritorno per i cambiamenti climatici.

Incremento degli eventi estremi, grossi eventi di precipitazione e delle grosse siccità nel Nord America centrale e Nord ovest dell’Australia,
siccità in zona Mediterranea e … abbassamento dei giorni più freddi e incremento dei cicloni nel nord Atlantico.

Grafico in cui si cerca di mettere in relazioni nelle varie aree geografiche gli impatti dal punto di vista della mancanza/perdita/erosione del
sistema naturale, della componente biologica e dell’effetto umano. In Europa ci sono danni incrementati da incremento di calore e sviluppo di
incendi, riduzione della disponibilità di acqua e più a nord eventi legati ad esondazioni, erosione costiera e effetti sulle comunità umane. Gli
impatti si verificano su più livelli e quello he ci interessa di più è quello degli organismi.

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In funzione dei cambiamenti le strategie sono tre:

1. Spazio, quando le condizioni ambientali non sono più adatte, gli organismi si spostano (se possono), dal
punto di vista delle comunità ci saranno migrazioni di massa.
2. Tempo: legato alla fenologia e quindi anticipare o ritardare eventi del ciclo biologico, come la
riproduzione, oppure cambiare il timing legato allo sviluppo, ridurre la fase larvale,
3. Fisiologico: cambiamento per cui adatto certe caratteristiche, riduzione della capacità metabolica ad
esempio, per risolvere il problema legato all’essere in un ambiente che presenta uno stress.

I key drivers sono temperatura, mancanza di ossigeno nello spostamento. L’abbondanza delle specie è un altro parametro che può cambiare
in funzione della temperatura o acidificazione. Fenologia e dimensione corporea.

Dal punto di vista fisiologico cosa significa rispondere ad uno stress, gli organismi hanno la capacità di avere un metabolismo aerobico con
finestra di temperatura che può essere più ampia o più stretta, con temperature che sono critiche per cui oltre si passa a metabolismo anaerobico
o schianta. La curva varia nella sua ampiezza in funzione della tipologia di organismi che si prende in
considerazione, la finestra di sopportazione termina cambia molto in funzione anche dello stadio vitale. Con
l’incremento della complessità dell’organismo la tolleranza si riduce notevolmente. La curva a campana della
tolleranza termica cambia in base agli organismi che si prendono in considerazione, polare, temperato e tropicale –
chi risente di più dei cambiamenti saranno quelli con tolleranza molto ridotta e dà indicazioni sulla reazione ad uno
stress multiplo, soprattutto nel caso della specie temperata si vede una riduzione della campana.

Questo serve a capire come il cambiamento nella temperatura potrebbe determinare il vantaggio di una specie su un’altra, quindi ci sarà uno
shift nelle specie che dagli ambiente temperati si spostano in ambienti più freddi che si stanno scaldando a scapito alle specie polari che
tenderanno ad estinguersi. Perciforme in cui si ha la curva di performance in funzione della temperatura e hanno applicato la curva e hanno
misurato il tasso di crescita e si è visto che quando si eccede la temperatura ottimale si ha un brusco cambiamento nel tasso di crescita. Grafico
che mostra le modificazioni fenotipiche legate ai cambiamenti climatici nei pesci, è impattato di più è il tempo di migrazione (fenologico).

Nel caso in cui la scelta di modificare la fenologia può portare ad una desincronizzazione, per esempio con la
disponibilità di cibo. Deposizione delle uova di un passeriforme, regolata dal fatto che quando si schiudono le uova
ho il picco massimo di cibo. Però se si anticipa o ritarda troppo il momento della schiusa ho desincronizzazione e
la risorsa trofica segue il suo andamento normale e non è disponibile.

lo stesso evento che riguarda la catena krill-aringa-pulcinella di mare, per cui la pulcinella sposta la schiusa può
arrivare ad un momento in cui le sue prede sono troppo poche e piccole, quindi con successo riproduttivo molto più
basso. Scelte dal punto di vista della strategia che si ripercuotono su diversi livelli della catena trofica.

Un’altra scelta è quella della migrazione, una delle preferite, per cui si ha un trend di spostamento che varia a seconda degli organismi che
si prendono in considerazione, c’è chi è in grado di fare migrazioni più ampie e chi meno. Quando gli organismi si muovono bisogna tenere
conto di un punto di partenza che risulterà depauperato e un’espansione nelle latitudini maggiori. Questo in relazione con le dinamiche di
temperature che ci sono nelle zone più a sud e in quelle più a nord. Esempi di ridistribuzione della biodiversità, come le migrazioni impattano
dal punto di vista degli ecosistemi e strutturale e del feedback climatico. I ricci di mare hanno impatto dal punto di vista ecosistemico, perché
mangia il kelp; spostamento degli uccelli che è stato riportato in Italia che si spostano negli ambienti montani che impattano anche dal punto di
vista umano perché vanno a colonizzare zone con impianti di risalita sciistici. Alce che sale verso nord e si nutrono del sottobosco alterandone
la struttura. C’è anche spostamento della vegetazione della zona artica che sale in Eurasia verso nord, che ha un feedback anche sugli aspetti
climatici della zona, cambia l’albedo e la biomassa della vegetazione e traspirazione.

Effetti sugli oceani


Gli oceani saranno in futuro più caldi, dolci e acidificati. C’è la tendenza dell’innalzamento della zona di poco ossigeno, quindi si riduce la
profondità a cui gli organismi che richiedono un certa quantità di ossigeno possono vivere. Si innalza anche la linea in cui aumenta la solubilità
dei carbonati. Si riduce a fornitura di nutrienti che arrivano dalle zone più profonde a quelle più
superficiali, perché le alterazioni modificano direttamente il ciclo dei nutrienti profondo, insieme a
metabolismo del carbonio.

Le proiezioni fatte riguardo i cambiamenti climatici vanno dalle più favorevoli, quindi lievi
cambiamenti, a cambiamenti più pessimistici, RCP 8.5 è il più pessimistico. In RCP 8.5 si hanno
diversi effetti con scala di confidenza che si verifichi davvero l’impatto; acidificazione, distribuzione
nord-sud, mismatch preda-predatore, mortalità, perdita di habitat, variazioni di abbondanza.
Variazione nella produttività primaria, indice che ci dice quanto e come gli ecosistemi funzionano.
Nella proiezione più pessimista vede una riduzione di PP, a seconda dell’intensità del blu la
differenza rispetto al valore corrente è più o meno vasta.

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Effetti sulle comunità microbiche alcune saranno più tolleranti zooplankton, riduzione della crescita, vulnerabilità delle fasi giovanili,
e altre potranno anche trarne vantaggio, ma anche una modifica delle spostamenti latitudinali di cnidari, molluschi, crostacei, pesci e
specie, quindi non ci sono più le condizioni di partenza, ma aumento delle malattie.
sopravviveranno le specie più tolleranti; estese migrazioni, aumento Effetti sulle macrofite modifiche nella fotosintesi, crescita,
dei bloom algali e potenziale aumento di patogeni. riproduzione, sopravvivenza con conseguenze per abbondanza
Effetti sugli animali riduzione dell’abbondanza, perdita dei coralli, distribuzione e produttività.
shifts nella stagionalità della formazione della biomassa di
Studio in cui hanno diviso le regioni oceaniche e censito i gruppi tassonomici e secondo un trend di incremento della temperatura hanno valutato
i possibili effetti, il blu è consistente, quindi sono certo che questo gruppo subirà effetti, … i censimenti effettivamente fatti su campo spesso
dimostrano che gli effetti non sempre sono così evidenti.

Lavoro in cui hanno cercato di mettere in relazione quali tratti potessero spiegare meglio lo spostamento che si verifica in funzione del
cambiamento climatico negli organismi marini, che si è visto sono in grado di muoversi bene e quindi possono seguire nel loro shift il
cambiamento, cosa che sulla terra è più complicata, perché gli organismi terrestri sono più lenti e in ritardo. Gli spostamenti sono dettati da
tratti, quello che più contribuisce alla capacità dell’organismo di seguire il cambiamento climatico sono la riproduzione (a seconda della tipologia
un animale può essere o meno favorito) movimento in fase.

- Le specie con modalità riproduttive più dispersive avranno tassi - Specie con range latitudinali più ampi in genere sperimenta una
di estinzioni maggiori rispetto ai brooders o specie che depositano gamma più ampia di condizioni biotiche e abiotiche e quindi ha
uova bentoniche. In alternativa, le specie con modalità riproduttive una maggiore versatilità ecologica e un minor numero di vincoli
meno dispersive possono colonizzare più rapidamente nuove ecologici. Inoltre, specie con range latitudinale più ampio possono
regioni. avere una maggiore abbondanza locale e quindi avere una
- Le specie che nuotano da adulti dovrebbero avere estensioni più maggiore produzione di propaguli, portando ad estensioni di
rapide rispetto alle specie a bassa mobilità. range più veloci.
- La dimensione corporea si correla positivamente con la - Livelli trofici più alti sono più vincolati dalla disponibilità di prede.
fecondità e home range, quindi le specie di corporatura più grande In alternativa, livelli trofici più elevati possono essere meno
potrebbero popolare più facilmente le nuove regioni. In alternativa, sensibili al tipo di preda, essendo generalisti.
le specie di corporatura più piccola all’interno di ciascun taxa - Gli onnivori sono meno vincolati alle interazioni trofiche.
raggiungono prima la riproduzione e hanno tassi più rapidi di
crescita della popolazione e quindi estensione di range più rapide.
Mettendo insieme tutti i tratti i ricercatori hanno visto che per i vari tratti tutti quelli che sono vicini allo zero non pesano tanto, quelli che
influenzano molto sono la mobilità, latitudinal range size e la posizione trofica. Gli organismi si muovono e tenteranno di trovare zone più
adatte, lo spostamento però nelle latitudini più polari comporta il fatto che vadano incontro ad un parametro che non è influenzato dai
cambiamenti climatici, il fattore luce-buio.

Interazione tra riscaldamento locale, spostamenti latitudinali e luce per tre ipotetiche specie marine,
(blu) per ritrovare la stessa temperatura si devono spostare in senso di latitudine. Il cambiamento
giornaliero nell’alternanza luce-buio ha un’impennata vicino alle regioni artiche, quindi la specie
tropicale si sposta ma ha cambiamenti non molto ampi in questo senso; la specie temperata anche
no avrà grandi problemi, che invece ha la specie che si sposta in zone molto più vicino al polo,
soprattutto nella zona subartica in cui con spostamento minimo si ha una variazione molto ampia
nell’alternanza luce-buio. Negli organismi in cui l’alternanza luce-buio è fisiologicamente
necessaria i cambiamenti climatici possono essere un problema notevole, nel circolo polare artico
i cambiamenti luce-buio sono molto ampi, quindi questo potrebbe limitare una specie.

Si creano quindi dei problemi nella struttura della rete trofica quando gli animali si spostano senza la possibilità
di adattarsi a, per esempio, una minore produttività primaria nel periodo invernale. La comunità nel mar di ? di
pesci dal 2004 al 2012 è cambiata dall’avere tratti boreali (specie di grosse dimensioni, generaliste piscivore
e semipelagiche) e tratti artici (specie di piccole dimensioni bentivore, demersali) sta diventando quasi
completamente dominata da tratti boreali, ma bisogna vedere che impatto sulla rete trofica avranno specie con
queste caratteristiche.

Grafico in cui sono stati studiati gli impatti legai ai cambiamenti climatici sulla rete trofica del mediterraneo: c’è una riduzione di biodiversità
(blu declino maggiore, verde declino poco, rosso aumento) e collegamenti, la connettanza (numero delle relazioni che si instaurano
effettivamente rispetto al numero dei possibili collegamenti) invece aumenta, ci sono meno connessioni ma sono più forti; riduzione dei
predatori e dei predatori generalisti. La ricaduta è anche sulla capacità di approvvigionamento umano, misura di quanto questi pesci si
spostano sia in direzione verso i poli, sia si approfondiscono di più. Sulla mappa c’è un cambiamento della disponibilità della risorsa idrica in
termini numerici ma anche in termini di dimensione di quello che pesco.

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Espansione della zona a minimo ossigeno Legato al cambiamento della temperatura è l’aumento dell’ipossia, quindi riduzione
di ossigeno nella colonna d’acqua. Ci sono una serie di alterazioni, c’è sempre una zona in cui c’è poco ossigeno, che diventa sempre meno
profonda, nella zona più costiera c’è un input di nutrienti che determinano i bloom algali e un incremento di particolato organico/detrito, vicino
alla zona costiera in funzione dell’aumento dell’acidificazione e input dei nutrienti c’è la dead zone, zona anossica; zona subossica e omz. In
funzione della diversa stratificazione dell’ossigeno c’è una diversa presenza degli organismi, c’è una contrazione dell’habitat disponibile in
funzione dell’ossigeno e prosperano gli organismi unicellulari di piccole dimensioni – c’è un gruppo che sopporta condizioni anossiche, ma
comunque quanto aumenta la zona ipossica si riducono di conseguenza – contrazione dello spazio disponibile in funzione della zona di minimo
ossigeno. Organismi che compiono migrazioni giornaliere, che di giorno stanno in profondità e di notte stanno più superficiali, quando ho
un’espansione della omz ho una possibilità di movimento molto ridotta.

Un po’ diversi negli effetti degli oceani sono gli effetti nell’oceano profondo (deep sea), che ne risente in maniera diversa. Le temperature
oceaniche abissali (3000-6000m) dovrebbero aumentare di 1 grado nei prossimi 84 anni. Le profondità batiali saranno quelle che risentiranno
più di tutti nella variazione del pH che nel 2100 dovrebbe essere dello 0.3. la concertazione dell’ossigeno diminuisce del 3.7 o più. Il flusso del
particolato organico nel deep sea si perdono gli organismi calcarei/calcificanti e ho un aumento del plancton gelatinoso che ha un tasso
metabolico diverso e fornisce meno sostanza organica, quindi ho riduzione del
flusso di sostanza organica in generale. C’è una proiezione di riduzione di sostanza
organica intorno al 50% circa al 2100.

Ciascun elemento che cambia porta con sé un’alterazione dell’ecosistema,


l’aumento della temperatura porta ad una diminuzione nella taglia dell’organismi,
incremento del metabolismo e metabolismo microbico, spostamento latitudinale,
cala la biodiversità. La variazione nella concentrazione di ossigeno favorisce un
incremento della meiofauna (protozoi, batteri), diminuzione della macrofauna e
metafauna, compressione del range perdita del metabolismo del carbonio e
dell’azoto, si riduce la trasformazione dei nutrienti. Con il pH crollano i calcificanti,
aumenta il metabolismo e richiesta energetica, determina riduzione nel flusso del
carbonio, quindi ho una riduzione della biomassa, quindi biodiversità, però avrò
necessità di un incremento della comunità microbica.

Un aspetto particolare è una differente relazione ospite-patogeno (tabella), effetti legati a aumento di temperatura nell’ospite sono
l’aumento della suscettibilità, invasioni, shift nel range, e nel patogeno c’è un aumento dell’attività e invasioni.

Il fattore acidificazione potrebbe modificare la suscettibilità e cambia la sopravvivenza dell’ospite e nel patogeno può cambiare
l’abbondanza e virulenza. Effetti legati alle precipitazioni, stress salino, stress per contaminanti, stress per diverso apporto di nutrienti e il
patogeno approfitta dell’aumento delle precipitazioni per diffondersi.

Esempio in cui con l’incremento della temperatura si è


registrato un incremento della virulenza di una malattia di
degenerazione superficiale del corallo, ad una misura
dell’incremento della dimensione delle lesioni si può
correlare l’aumento della temperatura.

I processi su larga scala e feedback sostenuti dai microbi


che hanno ruolo chiave negli ecosistemi saranno
modificati dai cc. L’espansione della zona di minimo
ossigeno, della zona anossica e dead zone limiterà
l’habitat degli organismi dipendenti dall’ossigeno e
verranno favoriti i microbi anaerobici. Con il continuare dei
cc le misure di adattamento locale potrebbero non essere
sufficienti per ripristinare gli effetti che subisce
l’ecosistema – idea che con il progredire di certi effetti non
siano sufficienti le azioni di conservazione.

di licheni non è data da fattori abiotici, basta che sia un


lichene. Anche il substrato su cui vivono spiega forse il 2%.

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Deriva dal fatto che a partire dalla rivoluzione industriale c’è stata una continua immissione di combustibili fossili in atmosfera e aumento della
CO2 a raggiungere quasi 400 ppm oggi. Gli oceani sono un sink, raccolgono la CO2 e questo determina un incremento della presenza di CO2
a livello dell’ecosistema delle acque marine e a questo si registra un declino correlato del livello di pH degli oceani. L’attuale concentrazione di
CO2 in atm è la più alta registrata da 800 000 anni.

Grafico in cui è indicata la principali sedi dell’emissione di CO2 in atmosfera, l’Europa, Giappone, etc. sono
sostanzialmente i paesi più industrializzati. Abbiamo delle proiezioni che ci dicono che in funzione all’emissione ci dicono
cosa potrebbe succedere nei prossimi anni, vanno da una più ottimista in cui la variazione di pH dell’oceano è ridotta, alle
più pessimistiche che prevedono variazioni di 1-2 pH.

In ambiente abbiamo un bilanciamento che legala presenza di ioni bicarbonato, idrogeno e calcio e ioni
carbonato, nel momento in cui aumenta la presenza di CO2 in acqua si forma acido carbonico e poi ho ioni
bicarbonato e ioni idrogeno, che determinano uno sbilanciamento nella presenza di carbonati per cui ho la
tendenza di una dissoluzione degli organismi carbonatici per bilanciare il rapporto. Questo sbilanciamento fa in
modo che ci siano impatti sugli organismi, da una situazione normale in cui c’è presenza di un biota calcificante
e ho uno squilibrio degli ioni idrogeno, bicarbonato e acido carbonico, mi trovo a levare il carbonato dagli
organismi e impattare quindi a quel livello.

Eventi passati in cui si è verificato un picco di acidificazione hanno comportato la perdita di molte specie, ci sono
diversi eventi di estinzione legati a cambiamenti nell’acidificazione, non tuti gli eventi di acidificazione hanno però comportato perdite, quindi
non è sufficiente necessariamente da solo, ma ci saranno altri fattori che possono giocare un ruolo di incrementare un effetto – attualmente
abbiamo acidificazione, cambiamento di temperatura e inquinamento.

Dire che l’acidificazione comporta un effetto avverso su tutti gli organismi è sbagliato, abbiamo diverse sensibilità legate alle diverse
caratteristiche degli organismi, quelli che usano il carbonio come nutrimento, l’immissione di CO2 è un ingresso di alimento maggiore, quindi
può risultare positivo.

In generale, abbiamo diversi end point da prendere in considerazione: sopravvivenza, calcificazione, crescita, fotosintesi – dove ci sono
gli asterischi significa che l’effetto è significativo. All’interno degli organismi calcificanti a seconda che si usi diversi tipi di calcio gli effetti saranno
più o meno importanti. Con organismi come crostacei e pesci che non hanno effetti evidenti, coralli, echinodermi e molluschi ne risentono
notevolmente e una percentuale a livello di impatto abbastanza importante. Molte alghe non calcificanti hanno un beneficio.

Nel momento in cui ho un incremento nell’ecosistema di CO2, ho un innalzamento del livello in cui iniziamo ad avere la dissoluzione del
carbonato di calcio, che significa la perdita di habitat per molti organismi – impatto chimico. Poi c’è un impatto a livello degli organismi su diversi
aspetti fisiologici, riproduzione e metabolismo che si ripercuotono a livello dei processi di comunità e cambia come si struttura la comunità; si
perdono certi organismi e incrementano altri, con organismi che saranno più o meno favoriti nella competizione. Ci sarà un cambiamento anche
nella qualità del prodotto alimentare, dal punto di vista dei servizi ecosistemici c’è un decremento della risorsa alimentare. Il dimetil-sulfossido
contribuisce alla presenza di zolfo in atmosfera, se il bilanciamento è alterato, gli effetti legati ai cambiamenti climatici vengono aumentati in un
feedback positivo, peggioro una situazione già complessa. Il cambiamento del DMS cambia dei parametri legati al cc.

Un effetto classico è sui ricci di mare che sono dei calcificanti, tutte le sue fasi vitali sono impattate in maniera negativa. Dalla fase di emissione
dei gameti fino allo sviluppo della larva e la formazione dell’adulto tutte le fasi risentono dell’acidificazione. Nel momento in cui ho un incremento
di CO2, possono formarsi in ritardo o non del tutto alcune strutture. Ancora peggio nel caso dei bivalvi o coralli. L’adulto ha poi una crescita
alterata, ritardi nella riproduzione anche perché spesso questi organismi parte del loro budget energetico viene usato per rispondere allo stress;
la fertilizzazione si riduce, a livello larvale ci sono malformazioni e riduzione della forma, problemi che si ripercuotono poi per il resto della vita
dell’animale.

Studio in cui ricercatori hanno visto che quando c’è un effetto negativo elettroacustico dato per la larva pelagica che deve tornare sottocosta,
su specie fondamentali per l’habitat (corallo) quindi ne ho una con un ecosistema compromesso con presenza di un diverso tipo di
riduzione, ho una riduzione generale nella biodiversità. C’è una organizzazione della comunità, la larva lo sente distorto o per niente.
relazione tra la complessità dell’habitat legato alla specie in C’è una riduzione della popolazione e diversa strutturazione della
considerazione e l’incremento della biodiversità – l’abbassamento di comunità. Un altro effetto è di avere un rapporto preda-predatore
pH determina una riduzione di biodiversità. valido, il predatore è meno capace di tracciare la preda, e la preda
sfrutta peggio l’uso di anfratti e zone di rifugio.
Effetto dell’aumento di CO2 sui pesci, studio in cui l’incremento di CO2
determina una riduzione del rumore emesso dall’ambiente e fa in modo Studio fatto a Ischia, in cui hanno visto che in funzione
che le larve nella fase in cui devono tornare verso la barriera, non dell’acidificazione c’è una ‘alterazione dei COV (composti organici
avendo più il segnale acustico chele fa avvicinare si perdono. Il segnale volatili), composti che sono usati per diverse cose, riproduzione,

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predazione, allelopatia (produzione di sostanze che riducono la posidonia percepisce un segnale di repulsione invece di attrazione, il
crescita del mio vicino. Hanno preso diverse specie su un posidonieto che risulta in una riduzione di ricchezza della specie o vice versa per
con pH 8.1 e uno in condizione di acidificazione, con pH 7.7. Hanno altre specie.
viso la relazione dei VOC, policheta normalmente per avvicinarsi alla
L’acidificazione può essere percepita anche nella relazione preda-predatore, si riduce in funzione
dell’acidificazione la dimensione corporea, strutture corporee necessarie per la predazione (lanterna di
Aristotele per predare i bivalvi) e sulla riproduzione. Ne risentono sia predatore che preda, che ha
dimensione ridotta e le strutture di difesa sono indebolite e riproduzione. Qual è l’effetto generale sulla
predazione? Più la preda è piccola, meno nutre, ma se anche il predatore è più piccolo, dovrà mangiare
meno. La preda ci guadagna quando il predatore è più piccolo, perché mangia meno.

La competizione può essere spaziale o legata alla risorsa alimentare. In ordinata c’è la pressione competitiva e in ascissa lo spazio, per le
macroalghe il grafico va in su, perché prosperano quando c’è CO2, quindi entrano sempre più in competizione, al contrario del bivalve che
invece percepisce un effetto negativo. C’è poi la questione cibo in cui gli erbivori, con aumento della risorsa alimentare aumenta anche la
competizione, per gli organismi che si avvantaggiano di una situazione legata all’acidificazione, per quelli che hanno un vantaggio la
competizione per il cibo si abbassa.

Effetto sulle keystone species esempio con vermi calcificanti in cui è evidente l’effetto della acidificazione, sono
organismi che forniscono substrato per gli altri, quindi la loro perdita determina un’alterazione per la struttura
dell’habitat e perdita di biodiversità. Lo shift è da un ecosistema dominato da kelp ad uno dominato da alghe.

Effetto legato alla competizione tre casi di ambiente acidificato, un controllo, un low pH 7.7 e un extreme low pH 7.4
– ci sono tre tipologie di alghe, da una calcarea a due filamentose. Hanno raschiato il substrato in un’area naturale
in cui sono presenti queste condizioni, in seguito alla raschiatura si ripristinano poi le condizioni. Il sito c ha una
ricchezza limitata, è molto alterato; gli altri due non sono molto diversi in termini di ricchezza specifica dal
raschiamento alle due settimane successive. Per la presenza di specie calcaree quando ci sono i giovanili vanno
abbastanza insieme, la differenza nella percentuale della specie calcarea si trova quando iniziano ad esserci gli
adulti che entrano in competizione, per i ricercatori è quindi competizione che in condizioni acidificate che riduce la
presenza delle specie calcaree. Non è quindi un fattore diretto sulla specie.

L’acidificazione agisce in modo diverso sulle diverse specie, si può avere un effetto negativo o positivo. Non basta fermarsi alla riduzione
generica, ma bisogna guardare la produzione primaria, il tipo di produttore primario e che ripercussioni questo ha per la catena trofica. C’è
un cambiamento nel tipo di produttore primario (kelp → alche non calcificanti). Sul top-down si possono avere effetti negativi sul comportamento,
ma anche positivi. Quello che sta in mezzo è fondamentale per definire la futura catena trofica, gli erbivori sono un elemento chiave, mettono in
relazione la regolazione bottom-up e top-down.

In condizioni normali c’è un consumatore secondario (pesce che mangia l’erbivoro) la cui distribuzione è in
funzione del rapporto di competizione, che sono regolati sia dalla disponibilità di cibo (bottom), ma anche dalla presenza del predatore (top) –
il loro comportamento anti-predatorio è di muoversi da un habitat più a vista ad uno più nascosto. Quando non ho più il predatore, che viene
colpito nella sua capacità predatoria (per qualsiasi motivo) ho una perdita delle specie che competono meno e ho uno spostamento nella
struttura della comunità verso organismi che sono ottimi competitori. La risorsa di cibo non è un problema perché le alghe prosperano e aumenta
l’erbivoro, la regolazione bottom-up non è limitante quanto la top-down perché tolgo l’elemento di controllo e lascio tutto al miglior competitore.

Ricadute sui servizi ecosistemici legati alla perdita di ostriche, in condizioni controllate c’è un substrato molto diverso, nel momento in cui si
perdono ho perdita di biodiversità, riduzione della qualità dell’acqua, riduzione della vegetazione sommersa e quindi quando perdo il filtratore
ho incremento della torbidità e riduco la presenza di risorsa ittica, perdo il servizio ecosistema di protezione della costa, che ne risente. Si passa
dall’organismo alle condizioni e servizi dell’ecosistema.

Il problema dell’acidificazione è studiata molto, il coinvolgimento nazionale sullo studio della tematica italiano non è male, ci sono
ottimi gruppi di ricerca che se ne occupano e siamo in testa alla classifica perché abbiamo il sito di Ischia, sito di acidificazione di eccellenza,
con gradiente naturale con pH che va da 7.4 a 7.8, scenario più probabile al più pessimista. Il sito a bassa acidificazione ha una certa variabilità
e permette di studiare il fenomeno, gli organismi si dividono in perdenti e vincenti, che si avvantaggiano. In altri
vent oltre ai livelli di CO2 ci sono variazioni di temperatura e livelli di metalli, a Ischia ho il vantaggio che identifico
positivamente la variazione come causata dalla variazione di CO2. È stato fatto un censimento delle specie
presenti, dal controllo al pH molto basso vedo che ho la perdita dei gruppi calcificanti, mentre ci sono tanti
organismi che non sembrano avere problemi con l’acidificazione.

Cambia la biodiversità, ne perdo alcuni, ma soprattutto perdo la biodiversità anche nel senso di ruoli funzionali, perché nel sito low perdo i
carnivori, c’è un incremento degli onnivori. Un altro aspetto interessante è il fatto che acquisto una semplificazione e omogeneizzazione delle
comunità. Hanno creato evento shock nei siti in cui hanno levato tutto e hanno visto come si ricostituiva la comunità, nel controllo in funzione

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dei diversi gruppi presenta più colori, diversità anche tra il blocco nord e sud. Quando vaso verso ambienti più acidificati vedo che i plot delle
due aree sono molto più simili, perché ho sempre la presenza di organismi, ma in una condizione più omogenea, inizio ad avere una percentuale
molto alta delle alghe fleshy, biofilm e alghe filamentose.

Studio in cui hanno preso diverse tipologie di alghe e sedimenti e Studio in cui si cerca di capire quali siano i tratti o le strategie che
hanno guardato dei parametri che danno un’idea della qualità della favoriscono la vita in condizioni di acidificazioni. Policheti con due
risorsa alimentare, es la presenza di amido, zuccheri, fibre; nel specie che si distinguono solo con il DNA, per la strategia riproduttiva,
controllo rispetto al sito acidificato si nota una differenza quantitativa. uno è un brooder che si fa un tubetto e tiene le uova nella sacchetta
Hanno valutato anche la struttura della comunità in funzione anche al vicino, ha una cura parentale abbastanza spinta, lo spawner rilascia le
livello trofico, gli anfipodi sono più abbondanti nel sito acidificato, uova in sospensione. Mettendo in relazione le strategie riproduttive
diminuiscono i carnivori e aumentano i detritivori e onnivori. ognuno ha i suoi vantaggi, in questo caso nel sito acidificato c’è
prevalenza del brooder.

La possibilità di usare un ambiente acidificato permette di entrare nel merito dei meccanismi che determinano la sopravvivenza e resistenza
attraverso esperimenti di traslocazione, dal sito di controllo si spostano nell’acidificato e viceversa, misuro i parametri metabolici. Inizio
discriminando tra specie sensibili e resistenti. Permette anche di capire se essere resistente è legato a plasticità fenotipica oppure se è un
meccanismi di adattamento fenotipico. In questo caso è adattamento fenotipico, quindi quando viene spostato dall’acidificato al controllo non
sta bene.

Un ricercatore si è inventato una ricerca per rendere l’acidificazione qualcosa ci comprensibile per tutti, in Svezia i gamberetti sono un alimento
comune, e ha dato da mangiare gamberetti acidificati e di controllo, chiedendo un confronto. Il controllo vince decisamente. Questo da capire
come potenzialmente un approccio del genere nei confronti dell’opinione pubblica andando a puntare su quello che viene maggiormente
percepito come un problema comune.

Dal punto di vista dell’ambiente terrestre in seguito ai cambiamenti climatici (+ temp) si vede uno spostamento dei biomi. In funzione di
variazione di temperatura e variazione delle precipitazioni ci sono biomi che si costringono e altri che si ampliano in senso latitudinale e
altitudinale, ci sono 20 casi censiti di sostituzione del bioma. Si ritrae la tundra e l’ambiente alpino, tendono ad ampliarsi le foreste temperate
e boreali. Esempio di spostamento della tundra che lascia spezio alle conifere con aspetto secondario che con l’incremento di questo bioma
aumenta la frequenza degli incendi (es. California).

Grafico che mostra dal punto di vista storico la riduzione degli ambienti primari, gli ecosistemi pristini, e che ha
diverse proiezioni, ma già adesso abbiamo una perdita enorme di questi ambienti e la fascia urbana che è uno
spazio minimo anche nelle proiezioni, ma il grosso sono pascoli e coltivazioni – agricoltura e allevamento sono
determinanti nell’erosione dello spazio per gli ecosistemi pristini. C’è un effetto anche dal punto di vista del servizio
ecosistemico con proiezione di quelli che saranno i prodotti agricoli disponibili nel tempo, a parte la soia che tende
a essere stabile, c’è una diminuzione nel grano, riso e mais – impatto dal punto di vista dell’approvvigionamento.

Sempre riguardo il cc sugli ecosistemi, studio fatto sulla cordigliera andina, ci sono ecosistemi sentinella per il cc, perché sono freddi e ci
sono i ghiacciai. Ambienti umidi/acquitrinosi/paludosi che prendono il posto dei ghiacciai che si ritirano, sono sostanzialmente torbiere che
hanno proprietà nutrizionali e ospitano un gran numero di specie. Nel tempo la riduzione del ghiacciaio ha determinato un cambiamento di
queste aree, da una torbiera a qualcosa di più paludoso, cambia quindi la vegetazione, sono aree molto separate tra loro, hanno forte escursione
per presenza di acqua – sono abbastanza instabili. Il cambiamento della tipologia di ecosistema in funzione della riduzione dei ghiacciai provoca
effetti a cascata su tutte le comunità. C’è un trend di aumento delle aree ricoperte dalle zone umide che corrispondono ad una diminuzione
lineare della superfice occupata dai ghiacciai. C’è una relazione legata alle precipitazioni e una inversa nella superfice ricoperta dai ghiacciai
rispetto alla presenza delle aree umide.

Partendo dalle piante, studio recente in cui hanno visto rispetto all’attuale e nelle diverse proiezioni, quelli che possono essere i cambiamenti
nella distribuzione spaziale di diverse specie arbustive. Si dividono in winner e loser, alcune specie traggono vantaggio dall’aumento di
temperatura, soprattutto quelle dei climi più caldi, con espansione che si verifica nelle zone più a nord; e losers sono specie adattate a climi più
rigidi. Ci sono due esempi di alieni per cui il destino è diverso, è più difficilmente proiettabile, si sono adattati agli ambienti molto più di recente.

Studio in Italia riguardo la distribuzione di specie di licheni che presentano tratti differenti legati alla strategia riproduttiva il fotobionte e la
struttura fogliare, che in funzione alle caratteristiche c’è già la distribuzione basale differente per le tre specie. Si chiedono per capire come
possa variare la distribuzione, di considerare le curve di tolleranza a determinate caratteristiche, cioè quanto l’organismo possa tollerare
variazioni, la densità come misura della sopravvivenza degli individui in seguito a stress mostra in questi tre casi che ci sono delle differenze
significative nella curva di resistenza delle specie rispetto ai diversi stress e in base a queste curve e caratteristiche, i ricercatori hanno

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identificato un loro possibile futuro habitat che permetta loro la sopravvivenza. In generale, l’arco alpino viene perso come habitat favorevole e
anche l’Italia centrale che prima era coperta presenta una quasi totale assenza. Il range loss intorno al 2080 raggiunge l’80%.

Altro studio sulle piante in cui viene valutata la resilienza in seguito ad un incendio e comparando specie costiere e dell’entroterra. Nella
specie costiera oltre all’aspetto del cc hanno aggiunto anche la crescita urbana, si vede che in una condizione fisiologica in seguito all’evento
di disturbo incendio, nel tempo gli organismi riescono a ripristinare la loro abbondanza; nella linea
tratteggiata si vede una resilienza ridotta se oltre all’incendio c’è anche il cc; la linea a puntini nota
un’ulteriore perdita di resilienza con la crescita urbana. Obbligate seeding tree con cc hanno
resilienza che è praticamente nulla, quindi in seguito di evento di disturbo con cc le piante non
sono in grado di recuperare come farebbero di solito. La situazione è simile con sprouting, che
sono piante che fanno germogli per riprendersi direttamente dal tronco, normalmente si riprendono
senza problemi, ma con il cc la resilienza è bassissima. La situazione per l’erba è rovesciata
perché in condizioni di incremento di temperatura ha resilienza che aumenta.

Le piante sono la base delle catene trofiche quindi è importante vedere gli effetti indiretti che tenderanno a modificare quelle che sono le
interazioni tra le piante e gli erbivori (resistenza/tolleranza) e tra erbivori e consumatori (> pressione predatoria e perdita di localizzare la preda
del predatore); queste interazioni hanno poi un effetto a livello di funzionamento dell’ecosistema e si ripercuotono sulla rete trofica
qualità/quantità delle risorse.

Un altro aspetto importante è il legame piante-impollinatori, rappresentazione di come di possono avere diversi scenari, può risentire di uno
shift temporale, ma anche shift spaziale di uno dei due. Con variazione fenologica per cui la pianta
verde e l’impollinatore verde si spostano ugualmente nel tempo si ha un pallino 0 in cui l’interazione
viene mantenuta, il cambiamento della fenologia può però avvenire in solo uno dei due, c’è
desincronizzazione. La variazione spaziale può determinare una perdita legata allo spostamento
di uno dei due determina una perdita totale. Con spostamento spaziale e fenologico posso ottenere
una nuova interazione. Questo è un fenomeno che risente tantissimo delle variazioni spazio-tempo
perché pianta e impollinatore devono trovarsi nello stesso posto e nello stesso momento, ci sono
scenari con perdite, ma anche alcuni in cui si acquistano nuove interazioni.

Le piante hanno associazione con componente microbica del terreno in cui si possono avere diversi scenari, gli spostamenti delle piante può
essere indipendente dalla comunità del suolo, si possono formare nuove interazioni che possono avere effetto positivo. Con desincronizzazione
dal punto di vista fenologico le piante non crescono invece di germogliare. Con cambiamento della comunità batterica alcune piante ne
risentono, ma altre si avvantaggiano. Parte della comunità microbica si infossa nel terreno e quindi si sposta nello spazio e ne resta una comunità
più tollerante e l’interazione con le piante può essere negativa o positiva – effetti non univoci.

Produzione dei composti secondari delle piante volatili che non hanno funzioni sia per la pianta che anche sul altri organismi fondamentali,
per esempio interazioni trofiche, legame ospite-patogeno, altre determinano una riduzione della crescita dei loro vicini, servono per richiamare
l’impollinatore o cacciare un predatore. Importanti anche le sostanze depositate nel suolo che sono fondamentali per la
biochimica del suolo.

Alterazione fenologica dello scoiattolo canadese in cui si ha un’alterazione fenologica del momento della
riproduzione in funzione della disponibilità di cibo, nel momento in cui varia la disponibilità di pigne, lo scoiattolo anticipa
il momento del parto, da 130 a 110. Altro cambiamento di un altro aspetto, uscita dal letargo, che è stata rilevata una
variazione che si ritarda in funzione del ritardo dello scioglimento del ghiaccio, se l’organismo deve stare in letargo in più
è stato visto che la fitness nel momento in cui si allontana dalla condizione 0 (naturale) si abbassa.

Grafico riguardo lo spostamento spaziale dei biomi sulle conseguenze per gli organismi, la linea rossa fa una proiezione sul cambio della
temperatura. In funzione di questo si ha un cambiamento verso l’alto o verso nord, 3.8 km per 1°C i montagna, mentre è 110 km per 1°C in
pianura. Gli organismi devono stare dietro a questo cambiamento quindi devono fare più o meno 8 km l’anno, il tasso di movimento degli
organismi mostra che alcuni gruppi riescono a seguire lo spostamento e altri invece si perdono.

Prese in considerazione uccelli e farfalle nell’area europea e hanno visto la velocità di spostamento di questi rispetto all’effettivo spostamento
del clima. I grafici ci dicono che gli uccelli tendono a spostarsi seguendo 37.3 km verso nord, le farfalle si spostano di 114 Km verso nord e lo
spostamento climatico è 249 km verso nord. La capacità di adattare le comunità in relazione anche al cambiamento di temperatura non sta
dietro al cc, che si muove molto più velocemente. Gli uccelli è le farfalle hanno un debito climatico che può essere più o meno spiccato, stanno
200 km dietro gli uccelli, sono messi peggio rispetto alle farfalle.

Quando si parla di cambiamento legato ad uno spostamento spaziale non è utile pensare solo all’arrivo, ma avremo un’area che si contrae e
una che si espande, importante come si riorganizzano le specie nell’area di contrazione e nell’area di arrivo. Gli eventi che determinano
l’estinzione nella zona di partenza e la colonizzazione nella zona di arrivo sono differenti. Si perdono specie in funzione della sensibilità,
resistenza e componente fisiologica che determina resistenza alla temperatura e interazioni biologiche. In reazione anche poi alla resilienza
quindi la capacità di adattarsi a condizioni che non sono sempre ottimali. Nella zona di partenza ci sono specie meglio adattabili e nella zona

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di arrivo ci saranno specie che hanno buona capacità di dispersione. Nel momento in cui ho uno spostamento e quindi perdita da un lato e
acquisizione da un altro, cambia tutte le interazioni.

Uno degli ecosistemi che risentirà più dei cambiamenti climatici è quello fluviale, sia impatti diretti: incremento di temperatura e alterazioni
idrologiche (portata, siccità, piene). Tra gli impatti indiretti c’è la necessità attuale di prendere la risorsa idrica dai fiumi, la frammentazione e
costruzione di dighe. Ci saranno anche qui dei tolleranti e dei vincitori, ad esempio organismi con più eventi di riproduzione all’anno, piccoli,
hanno finestra di tolleranza alla temperatura più alta, stadi quiescenti, etc. quelli più sensibili sono quelli che hanno dimensioni medio-grandi,
cicli vitali lunghi, stenotermi freddi, dispersione acquatica, assenza di stadi quiescenti, impossibilità di usare rifugi.

La classificazione dei tolleranti e sensibili è la base su cui è stato fatto l’IBE in funzione della composizione delle comunità, se è composta
prevalentemente da specie tolleranti significa che il tratto di fiume ha bassa qualità.

Studio ricercatori hanno censito i plecotteri europei e individuato zone essere la propensione di una specie a guadagnare areale. Esempio
più grigie con hotspot di biodiversità, ma di fronte al numero di specie con un vincitore che avrà un guadagno spaziale e la tinca che tende a
c’è anche il numero di specie vulnerabili – il 63% delle specie censite perdere habitat.
in Europa è vulnerabile al cc. Sempre plecotteri ma con focus sullo Studio fatto sul fitoplancton per capire come una variazione di
spostamento dell’habitat di due specie in funzione del cc. Sono censiti temperatura e incremento di torbidità può alterare la composizione di
in 1977 e 2006 e per una specie c’è un delta di 250 m in altitudine per comunità di fitoplancton, hanno tenuto i mesosomi per un ciclo
cercare un ambiente più favorevole. stagionale dando un effetto temperatura, incremento di torbidità, i due
Studio sugli effetti legati al cc in pesci. Ci sono gruppi (rosso) che insieme e un controllo. Un aumento di temperatura aumenta la
hanno contrazione, salmonidi che sono tutti filogeneticamente biomassa del fitoplancton, quindi ne trae beneficio, ma connesso c’è
raggruppati tendono tutti ad avere contrazione nello spazio, mentre uno spostamento nella dominanza dei cianobatteri (alghe più resistenti
gruppo 2 e 3 sono tutti organismi che non dovrebbero avere una forte che emettono tossine, problematiche quando ci sono i bloom). La
contrazione. Sulla base della filogenesi di una specie si possono temperatura determina un aumento della produttività primaria, ma una
identificare specie più vulnerabili alla perdita di habitat, mentre sul riduzione dell’efficienza fotosintetica; c’è un incremento netto e
guadagno non si trova una relazione, il blu non ha un pattern legato alla significativo verso le dimensioni m e s, cambia la distribuzione, taglia e
filogenesi. Quindi per guadagnare spazio bisogna vedere i tratti efficienza fotosintetica, quindi il funzionamento dell’ecosistema è
(tolleranza/life history, etc.) che spiegano potenzialmente quale può modificato.

Nel momento in cui abbiamo una riorganizzazione delle comunità un fattore che incide tantissimo è che quando si instaurano nuovi rapporti
di competizione, questa può essere deleteria. Caso in cui una specie con il cc tende ad alzarsi di altitudine, nel momento in cui le altre non si
alzano si trovano a competere con un organismo nuovo e il peso di questa competizione esacerba l’effetto di stress del cc, se la specie non è
un buon competitore è ancora peggio l’aumento della competizione del cc.

Nel grafico si vede quello che può succedere nel momento in cui le specie si muovono e si trovano ad avere interazioni diverse da quelle di
partenza. I pallini dicono il cambiamento nella taglia negli organismi, spinta verso una diminuzione della taglia, quelli di taglia maggiore sono
anche quelle che si muovono di più. Nella comunità di partenza avrò specie più piccole, mentre nella comunità di arrivo ho specie più grosse.
C’è poi la perdita di interazioni specifiche (IMPOLLINATORI) al sito di arrivo, ma anche nel sito di partenza. Molto spesso però la fora delle
interazioni che rimangono diventa molto più forte, legami molto più spinti sia nel sito di partenza che in quello di arrivo con organismi diversi. Un
altro aspetto è il rapporto preda-predatore, se si muove il predatore la preda ne giova, se si muove la preda nella zona di arrivo perde il predatore
e si hanno nuove interazioni con l’arrivo di specie generaliste che sono quelle che tendono a spostarsi. Le strutture delle comunità nelle due
aree con cc saranno molto diverse.

Riassumendo le componenti che determinano i cc sono molte, temperatura, precipitazioni, eventi estremi, acidificazione, aumento
salinità e aumento livello mare. Gli effetti di questi comportamenti sul fattore biodiversità di possono verificare a diversi livelli
dell’organizzazione gerarchica si può avere una componente genetica, fisiologica, fenologica, dinamica e distruzione, si hanno interazioni tra
gli organismi differenti che cambiano quindi anche la composizione delle comunità cambia e quindi anche funzionamento e servizi ecosistemici.

Idea che l’interazione tra alcuni tratti spaziali e di life history potrei avere Grafico in cui i ricercatori hanno confrontato la proporzione di specie
la possibilità che un organismo che pure ha una ridotta area in funzione che perdono più del 50% del loro range aumentando la temperatura,
del fatto che però ha una dimensione di popolazione ampia può essere tra i 2°C e 1.5°C ci può essere una percentuale notevole di specie che
meno suscettibile. Stesso per il rischio di estinzione che è alto in perdono più, quindi la differenza di 0.5°C fa davvero la differenza.
funzione alla limitata are di distribuzione, ma che scende con un Ci sono già degli studi che dimostrano che c’è un’estinzione locale in
elevata dimensione di popolazione. funzione del cc censita e documentata e una riduzione
Proiezione di quella che può essere la perdita > del 50% dello spazio dell’abbondanza legato al cc e dei declini in abbondanza legate a el
disponibile, le proiezioni sono abbastanza critiche, c’è una forchetta nino, quindi alterazione naturale, che però in funzione dell’impatto
molto ampia, rispetto ad un trend molto marcato potremmo anche antropico aumenta.
fidarci di rimanere nel blu.

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Il primo atto formale per la tutela ambientale Protocollo di Kyoto Siglato nel 1997, ed
avviene al Summit di Rio del 1992. Si entrato in vigore solo nel 2005. Obiettivo:
comincia a porre l’attenzione sulla necessità ridurre del 5,2% le emissioni globali di 6 tipi di
di stabilizzare e ridurre le concentrazioni di gas serra gas serra entro il quinquennio 2008-2012.
nell’atmosfera, al fine di evitare pericolose interferenze Risultato che non viene raggiunto, e per questo il Protocollo
antropogeniche con il sistema climatico. Vengono stabiliti tre viene procrastinato fino al 2020.
punti chiave:
COP21 Parigi 2015 C’è la necessità di
1. Conservazione della biodiversità stabilire un nuovo accordo internazionale sul
2. Uso sostenibile delle risorse clima che succederà il Protocollo di Kyoto nel
3. Equa ripartizione dei benefici derivanti dallo sfruttamento 2020. Durante l’incontro si sono osservati posizioni molto
delle risorse energetiche ( nella maggior parte dei casi contrastanti, prima tra tutte la mancata adesione da parte degli
sono le popolazioni più povere a subire di più l’effetto del USA ( tra i più grossi produttori di gas serra ).
degrado ambientale, poiché dipendono strettamente dalle
risorse naturali )

Convenzione sulla diversità biologica Ad Aichi (Giappone) nel 2010 vengono posti degli
obiettivi strategici per la salvaguardia della biodiversità con scadenza nel 2020.
Target di Aichi:
 Risolvere le cause della perdita di biodiversità aumentando 2. L’estinzione delle specie minacciate conosciute è stato
il rilievo della biodiversità all’interno dei programmi di prevenuto e il loro status di conservazione è stato
governo e nella società migliorato e sostenuto
 Ridurre le pressioni dirette sulla biodiversità e promuovere 3. La diversità genetica delle piante coltivate, degli animali
l’uso sostenibile: allevati e domesticati e dei loro “parenti” selvatici, è
1. Dimezzare il tasso di perdita di tutti gli habitat naturali e mantenuta
riduzione significativa della degradazione e della  Aumentare i benefici derivanti dalla biodiversità e dai
frammentazione servizi ecosistemici per tutti:
2. Tutti gli stock di pesci, invertebrati e piante acquatiche 1. Gli ecosistemi che forniscono servizi essenziali,
sono sfruttate in maniera sostenibile compresi i servizi legati all’acqua e che contribuiscono
3. Aree sottoposte da attività agricola, forestale e di alla salute, alla sopravvivenza e al benessere, sono
acquacoltura sono gestite sostenibilmente, assicurando restaurati e salvaguardati
la conservazione della biodiversità 2. La resilienza egli ecosistemi ed il contributo della
4. L’inquinamento, incluso quello proveniente dall’eccesso biodiversità alla fissazione del carbonio è stata
di nutrienti, viene portato a livelli di non detrimento per le aumentata attraverso la conservazione e la
funzioni ecosistemiche e per la biodiversità restaurazione ( di almeno il 15% degli ecosistemi
5. Specie aliene invasive sono identificate e prioritizzate, degradati )
quindi controllate o eradicate  Aumentare l’attuazione attraverso la pianificazione
6. [Entro il 2015] Le multiple pressioni antropogeniche partecipata, la gestione delle conoscenze ed il capacity
sulle scogliere coralline, e su altri ecosistemi vulnerabili building:
impattati dal cambiamento climatico o dal processo di 1. Le conoscenze, la base scientifica e le tecnologie
acidificazione degli oceani, sono minimizzati in modo da relative alla biodiversità, al suo valore, al suo
mantenere la loro integrità e funzionalità funzionamento, sono migliorate, ampiamente condivise
 Migliorare lo stato della biodiversità attraverso la ed applicate
salvaguardia degli ecosistemi, delle specie e della 2. La mobilizzazione delle risorse finanziarie per
diversità genetica: un’attuazione efficace del Piano strategico per la
1. Almeno il 17% delle terre e delle acque interne, e il 10% biodiversità 2011-2020
delle aree marine e costiere sono conservate attraverso
un sistema gestito in maniera equa di aree protette
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Chi si occupa di ambiente in Italia?

Il braccio operativo del Ministero è il Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA), istituito nel 2016, che
unisce due strutture: Agenzie Regionali e ISPRA. A livello territoriale le principali attività delle componenti del Sistema
riguardano i seguenti ambiti:

• Gestione di sistemi di monitoraggio, valutazione ed analisi • Diffusione di informazione ambientali


previsionale dello stato delle componenti ambientali • Gestione del Sistema informativo sull’ambiente (SIRA-
• Vigilanza e controllo ambientale del territorio e delle attività Sinanet)
dell’uomo su di esso incidenti • Diffusione e promozione dei sistemi di gestione ambientale
• Gestione delle emergenze ambientali • Studio, ricerca e supporto tecnico-progettuale in campo
• Emissione di pareri tecnici ed istuttorie di valutazione di ambientale per la realizzazione di piani ed impostazione e
impatto ambientale gestione di azioni mirate per il loro monitoraggio
• Educazione ambientale, comunicazione del rischio • Presidio dei Centri funzionali regionali e di competenza di
• Attività analitica di laboratorio supporto alla Protezione civile

Le Agenzie e ISPRA hanno sviluppato peculiari competenze tecniche mirate a:

- Mantenere il livello analitico, strumentale e tecnologico aggiornato alle più avanzate esigenze di lettura integrata dello
stato degli ecosistemi
- Sviluppare laboratori specialistici per analisi sulle diverse matrici ambientali e su nuovi inquinanti emergenti
- Partecipare a progetti di ricerca che coinvolgono numerosi enti e istituzioni

Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale

Istituito nel 2008, si interfaccia alle Agenzie Regionali. Una funzione importate di ISPRA è quella di
scrivere i manuali delle linee guida, che contengono le indicazioni precise da seguire per lo svolgimento
delle pratiche ambientali.

Rete Natura 2000

Rete ecologica diffusa su tutto il territorio dell’Unione, per garantire il mantenimento a lungo termine degli
habitat naturali e delle specie di flora e fauna minacciati o rari a livello comunitario. Le norme per la
gestione dei siti Natura 2000 sono stabilite dalla Direttiva Habitat. La Direttiva Habitat intende garantire
la protezione della natura tenendo anche conto delle esigenze economiche, sociali e culturali, nonché delle particolarità regionali
e locali. Conservare non solo gli habitat naturali ma anche quelli seminaturali ( aree ad agricoltura tradizionale, i boschi utilizzati,
i pascoli ). I siti di Natura 2000 si possono distinguere in 3 tipologie:

1. SIC ( Siti di Interesse Comunitario ), identificati dagli Stati 3. ZPS ( Zone di Protezione Speciale ), istituite ai sensi della
Membri secondo quanto stabilito dalla Direttiva Habitat Direttiva 2009/147/CE “Uccelli”, concernente la
2. ZSC ( Zone Speciali di Conservazione ), inizialmente SIC, conservazione degli uccelli selvatici
poi designate successivamente
In Italia i SIC, le ZSC e le ZPS coprono complessivamente circa il 19% del territorio terrestre nazionale e quasi il 4% di quello
marino.

Convenzione sulle Zone Umide, Ramsar ( Iran ) 1971

È un trattato intergovernativo che fornisce il quadro per l’azione nazionale e la cooperazione internazionale per
la conservazione e l’uso razionale delle Zone Umide e delle loro risorse. Le Zone Umide sono un bacino di
biodiversità e di produttività primaria importantissimo. Sono fortemente antropizzate e altamente vulnerabili.

La Convenzione usa un’ampia definizione dei tipi di Zone Umide coperte nella sua missione, comprende laghi e fiumi, paludi e
acquitrini, prati umidi e torbiere, oasi, estuari, delta e fondali di marea, aree marine costiere, mangrovie e barriere coralline, e siti
artificiali come peschiere, risaie, bacini idrici e saline. Al centro della filosofia di Ramsar è il concetto di uso razionale delle Zone
Umide, che prevede il mantenimento della loro funzione ecologica nel contesto di uno sviluppo sostenibile. In Italia abbiamo

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diversi esempi di Zone Umide, come il Lago di Mezzola e le Torbiere d’Iseo (Lombardia), Le Cesine (Puglia) e Vendicari (Sicilia).
Abbiamo zone di conservazione a diverso titolo:

Parchi Nazionali – 24 (di interesse tale da richiedere l’intervento dello Stato ai fini della conservazione) sono costituiti da aree
terrestri, fluviali, lacuali o marine che contengono uno o più ecosistemi intatti o anche parzialmente alterati da interventi antropici,
una o più formazioni fisiche, geologiche, geomorfologiche, biologiche, di rilievo internazionale o nazionale per valori naturalistici,
scientifici, estetici, culturali, educativi e ricreativi tali da richiedere l'intervento dello Stato ai fini della loro conservazione per le
generazioni presenti e future.

Parchi naturali regionali e interregionali ( riguardano una o più regioni limitrofe) sono costituiti da aree terrestri, fluviali,
lacuali ed eventualmente da tratti di mare prospicienti la costa, di valore naturalistico e ambientale, che costituiscono, nell'ambito
di una o più regioni limitrofe, un sistema omogeneo, individuato dagli assetti naturalistici dei luoghi, dai valori paesaggistici e
artistici e dalle tradizioni culturali delle popolazioni locali.

Riserve naturali ( possono essere statali o regionali in base alla rilevanza naturalistica ) sono costituite da aree terrestri, fluviali,
lacuali o marine che contengono una o più specie rilevanti della flora e della fauna, ovvero presentino uno o più ecosistemi
importanti per la diversità biologica o per la conservazione delle risorse genetiche. Queste riserve possono essere statali o
regionali in base alla rilevanza degli elementi naturalistici in esse rappresentati

Cosa, come e dove deve essere protetto? La scelta si basa sulle priorità di tutela:

• Peculiarità, endemismi, specie rare, tassonomicamente o geneticamente uniche


• Rischio, specie ad elevato rischio di estinzione
• Utilità, specie utili o potenzialmente tali per l’uomo

Il risvolto positivo di questa volontà nazionale di proteggere la All’interno quindi di un contesto in cui noi abbiamo la certezza
biodiversità si evince dalla presenza, sul territorio nazionale, dei della presenza di rischi legati ai nostri ecosistemi, per poter
cosiddetti Siti di Interesse Nazionale ( fondamentalmente siti raggiungere gli obiettivi di qualità ambientale che ci siamo posti
di bonifica ). Se da una parte abbiamo un sistema che spinge è necessario definire delle direttive come strumento di gestione
per la conservazione della diversità, dall’altra parte abbiamo la degli ecosistemi. La direttiva più importante a livello europeo è
necessità di gestire dei siti fortemente inquinati, che la water framework directive o Direttiva Quadro sulle Acque
contribuiscono ad impattare in maniera negativa gli ecosistemi. (DQA), che istituisce un quadro per l’azione comunitaria in
I siti sono individuati in relazione alle caratteristiche proprie, alla materia di acque. La direttiva ha un obiettivo ambizioso:
quantità e pericolosità di inquinanti presenti, al rilievo raggiungere il buono stato di qualità di tutti i corpi idrici
dell’impatto sull’ambiente circostante in termini di rischio superficiali entro il 2015 ( cosa che chiaramente non è stata
sanitario ed ecologico, nonché di pregiudizio per i beni culturali raggiunta ), posticipata poi al 2020. Le acque possono essere
ed ambientali. definite di buona qualità quando non sono deteriorate sia dal
punto di vista qualitativo che quantitativo ( è importante la
quantità della risorsa idrica ).

Gli obiettivi generali della direttiva sono: Possiamo immaginare questa direttiva come un ombrello che
raccoglie tanti diversi elementi:
• Ampliare la protezione delle acque, sia superficiali che
sotterranee • Protezione delle acque di falda
• Gestire le risorse idriche sulla base di bacini idrografici • Protezione della natura
indipendentemente dalle strutture amministrative • Protezione nei confronti dei contaminanti
• Procedere attraverso un’azione che unisca limiti delle • Standard della balneazione
emissioni e standard di qualità • Standard per l’acqua potabile
• Riconoscere a tutti i servizi idrici il giusto prezzo che tenga • Gestione dei rifiuti liquidi
conto del loro costo economico reale • Rilascio delle sostanze inquinanti
• Rendere partecipi i cittadini delle scelte adottate in materia

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Questa direttiva offre una visione più ampia sul concetto di buono stato idrico, che prima era legato unicamente all’aspetto
chimico e alla presenza di contaminanti prioritari, mentre adesso si aggiunge il buono stato ecologico, che prende in
considerazione sia i parametri chimico/fisici che gli elementi di qualità biologica ( e quindi la struttura della comunità ).

Stato di qualità delle Acque superficiali Espressione complessiva dello stato di un corpo idrico superficiale peggiore
tra stato ecologico e stato chimico. Si identifica tra:

- Lo stato ecologico è espressione della qualità della struttura e del funzionamento degli ecosistemi. Ci devono essere le specie
chiavi, la comunità e la comunità deve essere ben funzionante
- Lo stato chimico è stabilito in base alla presenza di inquinanti pericolosi inorganici e di sintesi (sostanze dell’elenco di priorità).
Il superamento dello standard, anche per un solo parametro, determina una scadente classe di qualità del corpo idrico. Il
valore soglia è considerato potenzialmente pericoloso per l’ecosistema.

L’integrazione di questi aspetti ci dà lo stato ecologico, ci si pone delle domande, ci si risponde e poi si classifica o stato delle
acque superficiale. Se lo stato è cattivo bisogna fare un piano di gestione.

A che punto siamo? Bisogna raggiungere il buono stato ecologico nel 2015, ora procrastinato al 2020. In Italia, c’è una alta
percentuale di elementi di qualità biologica al momento non censiti. I fiumi stanno bene, le acque di transizione no. La Germania
e UK → sempre fiumi e acque di transizione utilizzati come filtri, sono messi meglio a livello di conoscenza ma anche loro hanno
da lavorare per arrivare agli obbiettivi strategici della water frame directive.

Marine Strategy Framework Directive Riguarda l’Europa, coinvolge diverse regioni, il mediterraneo, il mar Nero, costa
iberica, mar baltico, il mare del nord, il mare celtico e macronesia. Obiettivi:

- L’ambiente marino è un ecosistema con numerose criticità, con sfide molto importanti e quindi
deve avere una legislazione speciale.
- Il mare per l’UE, ma anche in generale, è fonte importante di attività produttive, molte persone
impiegate e molti settori che sono in espansione e producono ricchezza.

Mare e uomo interagiscono, le pressioni sul mare sono molte, legate all’ aumento della temperatura, all’aumento dell’
acidificazione, riduzione della copertura dei ghiacci, il movimento verso nord delle specie e la minore resilienza da parte degli
ecosistemi. È un area sovrasfruttata / disturbata, la pressione della pesca è altissima, c’è molta eutrofizzazione che porta a
problemi, inquinamento, la pattumiera (anche plastica) e specie invasive che sono in aumento , non manca il danneggiamento
dei fondali → i mari sono lontani dalla condizione di non disturbo. Siamo in una condizione compromessa dei mari, serve dunque
avere una gestione. La marine strategy propone una gestione ecosystem-based ossia basata sull’ecosistema, integra elementi
ecologici e socio-economici. Motori di alterazione degli ecosistemi causano pressioni a livello dell’ecosistema, le pressioni
allontano l’ecosistema dal buono stato.

1. Buono stato delle acque: stato ambientale delle acque 2. Traguardo ambientale determinazione qualitativa o
marine tale per cui le stesse preservano la diversità quantitativa delle condizioni da conseguire per le diverse
ecologica e la vitalità di mari ed oceani puliti, sani e componenti delle acque marine.
produttivi nelle proprie condizioni intrinseche.
Descrittori:

1. La biodiversità è mantenuta. La qualità e la presenza di presentando una ripartizione della popolazione per età e
habitat nonché la distribuzione e l’abbondanza delle specie dimensioni indicativa della buona salute dello stock.
sono in linea con le prevalenti condizioni fisiografiche, 4. Tutti gli elementi della rete trofica marina, nella misura in cui
geografiche e climatiche. siano noti, sono presenti con normale abbondanza e
2. Le specie non indigene introdotte dalle attività umane diversità e con livelli in grado di assicurare l’abbondanza a
restano a livelli che non alterano negativamente gli lungo termine delle specie e la conservazione della loro
ecosistemi. Si parla di alloctoni per evitare che diventino piena capacità riproduttiva.
invasivi 5. È ridotta al minimo l’eutrofizzazione di origine umana, in
3. Le popolazioni di tutti i pesci, molluschi e crostacei sfruttati particolare i suoi effetti negativi, come perdite di
a fini commerciali restano entro limiti biologicamente sicuri,

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biodiversità, degrado dell’ecosistema, fioriture algali nocive 9. I contaminanti presenti nei pesci e in altri prodotti della
e carenza di ossigeno nelle acque di fondo. pesca in mare destinati al consumo umano non eccedono i
6. L’integrità del fondo marino è ad un livello tale da garantire livelli stabiliti dalla legislazione comunitaria o da altre norme
che la struttura e le funzioni degli ecosistemi siano pertinenti.
salvaguardate e gli ecosistemi bentonici, in particolare, non 10. Le proprietà e le quantità di rifiuti marini non provocano
abbiano subito effetti negativi. danni all’ambiente costiero e marino.
7. La modifica permanente delle condizioni idrografiche non 11. L’introduzione di energia, comprese le fonti sonore
influisce negativamente sugli ecosistemi marini. sottomarine, è a livelli che non hanno effetti negativi
8. Le concentrazioni dei contaminanti presentano livelli che sull’ambiente marino
non danno origine a effetti inquinanti.
Benefici della marine strategy: Ci sono stati effetti di questa strategia soprattutto su
conservazione del patrimonio culturale, ripristino e uso sostenibile degli ecosistemi
e dei servizi ecosistemici, gestione ambientale è diventata più efficace, trasparenza
e imparzialità. Chi usufruisce dei beni marini è coinvolto in modo attivo dalla marine
strategy, c’è innovazione marittima.

Traguardi ambientali della marine strategy sono posti al 2020, ecco i punti cardine:

- Valutazione iniziale dello stato delle acque e degli impatti ambientali delle attività
umane e analisi socioeconomica (2012) → prima parte è stata quella della raccolta dei dati
- Determinazione dei GES (2012) → stabilire i GES, global engagement summit
- Istituzione dei targets ambientali e degli indicatori associati (2012)
- Istituzione di un programma di monitoraggio (2014)
- Sviluppo di un programma di misure per raggiungere e mantenere i GES (2015)
- Revisione e preparazione del secondo ciclo (2018‐2021)

A che punto siamo? Siamo messi male. Ad oggi siamo lontani dall’aver caratterizzato il sistema marino che noi vogliamo
portare ad un buono stato ambientale. Ma dove sono stati fatti censimenti, si vede che non si è messi molto male. Nuovo modo
di vedere gestione degli ecosistemi: questo nuovo modo di gestione integrata rende necessario il contributo di molte persone
oltre lo scienziato e il politico.

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