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LA GESTIONE DELLA VERBALIZZAZIONE

Niccolò Cattich

La gestione della cornice verbale nella pratica delle arti terapie rappresenta uno strumento di lavoro
a cui non è possibile rinunciare.
Infatti la considerazione che si tratti di tecniche analogiche e quindi non verbali non significa che la
comunicazione verbale debba essere bandita all’interno di questo tipo di relazione d’aiuto, ma
invece l’utilizzo del linguaggio verbale va inteso come elemento di integrazione ortogonale alla
comunicazione analogica.
Tutto quello che viene espresso dall’utente/paziente attraverso un’occasione arteterapica, e quindi la
comunicazione che ne deriva sia con l’operatore che eventualmente all’interno del gruppo, si
manifesta in una forma imprecisa e intuitiva, in cui l’elemento allusivo se da una parte è protettivo e
permette una presa di consapevolezza graduale rispetto ai contenuti espressi, dall’altra mantiene
necessariamente una quota di ambiguità che può risultare per molte persone un fattore
controproducente invece che favorente l’alleanza terapeutica.
Per questa ragione è necessario prevedere sempre un’integrazione tra comunicazione analogica e
significazione verbale, fra espressione artistica ed esplicitazione dei contenuti turbativi che possono
emergere in modo imprevedibile dal mondo interno dell’utente.
La cornice verbale comprende quindi prima di tutto:
 l’accoglienza e la presentazione del setting fisico, particolarmente nella fase iniziale di un
intervento di arti terapie;
 quindi deve rappresentare lo strumento principale di comunicazione nella definizione del
setting nel suo complesso (con particolare riferimento alle regole del setting e del loro
significato che non va imposto in modo fideistico e irrazionale, ma giustificato in modo
semplice ma condivisibile);
 e infine la cornice verbale deve rappresentare la garanzia inequivocabile della conclusione
dell’intervento di volta in volta, per cui deve permettere a qualsiasi utente di veder
riconosciuto e rispettato l’eventuale bisogno di chiarificazione dell’eventuale turbamento
percepito durante l’intervento arte terapico.
In aggiunta a questi momenti sempre presenti nel corso di qualsiasi intervento ci sono altre
occasioni in cui la verbalizzazione può rendersi necessaria o comunque utile:
 verifica del malessere dell’utente se altre modalità di intervento analogico non stanno
sortendo l’effetto contenitivo sperato;
 intervento sul comportamento inadeguato nei confronti di altri utenti che sono esuli dal
senso e dalla modalità analogica in uso;
 restituzione verbale del materiale non-verbale espresso dall’utente, qualora la tecnica in uso
non può di per sé essere sufficiente a chiarire il senso dell’esperienza.

Tutti questi aspetti della verbalizzazione vanno intesi come comuni a qualsiasi arte terapeuta,
indipendentemente dalle sue competenze professionali aggiuntive. Cioè qualsiasi operatore delle
arti terapie deve essere in grado di comunicare verbalmente con le finalità sopra indicate, poiché si
tratta di interventi che non prevedono competenze e tecniche di pertinenza propria o esclusiva di
altre professioni.
Ci riferiamo in particolare all’utilizzo della comunicazione verbale per confermare all’utente ciò
che egli stesso mostra di avere consapevole riguardo a ciò che sta esprimendo o ha espresso in
maniera analogica; ben diverso sarebbe infatti esplicitargli qualcosa che potrebbe essere evincibile
dal materiale analogico ma di cui l’utente non mostra di avere percezione.
Per poter fare questo tipo di verifica è necessario che sia l’utente stesso a riferire quegli aspetti che
potrebbero essere significativi del suo mondo interno, e a questo scopo l’unica maniera corretta è
quella di incoraggiarlo ad osservare egli stesso il proprio lavoro e fare eventualmente delle
osservazioni anche in forma dubitativa. Sarà poi l’operatore arte terapeuta eventualmente a
confermargli le auto-osservazioni o meno, riscontrando negli aspetti formali e fenomenologici
specifici della tecnica usata elementi suggestivi di quelle intuizioni dell’utente.

Interventi individuali
Nel setting individuale tutto ciò che viene espresso dall’operatore assume una valenza
particolarmente significativa, comunque, a causa del ruolo suggestivo di per sé di persona nel ruolo
di fornitore/donatore di cura.
Per questo se da una parte è necessario confezionare verbalmente anche minimamente la
conclusione dell’intervento, dall’altra è importante mantenere le parole usate il più possibile
nell’ambito di una ritualità non particolarmente significativa se non di sé stessa (rituale conclusivo).
Ciò però non toglie che sia necessario invece proprio utilizzare la verbalizzazione conclusiva per
contenere un’esperienza che è risultata troppo intensa da sostenere per l’utente.

Interventi gruppali
Nel setting gruppale il tipo di lavoro dipende dalla finalità e dagli obiettivi individuati ma
soprattutto dall’oggetto del lavoro gruppale.
Se gli obiettivi riguardano sostanzialmente un percorso di approfondimento individuale, in cui il
gruppo fa da contenitore partecipe del lavoro svolto da ciascuno su di sé, il setting può essere
definito come in gruppo; un esempio ne è la supervisione degli operatori sui casi seguiti
nell’ambito della propria attività lavorativa, oppure il lavoro di Arteterapia svolto da ciascun
membro del gruppo sul proprio foglio o spazio creativo.
Se invece il gruppo rappresenta lo strumento principale di lavoro nel dare un rimando a ciascun
membro del gruppo su di sé e sulle proprie caratteristiche e dinamiche, allora il setting viene
definito come attraverso il gruppo; come succede ad esempio nella Musicoterapia Recettiva
Analitica o nello Psicodramma.
Quindi, se l’oggetto di osservazione e di trattamento è il gruppo stesso, allora il setting è
caratteristicamente di gruppo, in quanto gli obiettivi del lavoro riguardano le dinamiche all’interno
del gruppo e sono rivolti a migliorare il benessere del gruppo di lavoro, anche attraverso una
coscientizzazione delle suddette dinamiche; un esempio ne è il cosiddetto Team-Building in ambito
aziendale (psicologia del lavoro) oppure gli interventi per la prevenzione/terapia degli episodi di
bullismo in ambito scolastico.
Infine c’è da considerare tutto l’ambito degli interventi gruppali rivolti al contesto sociale, dove
l’oggetto dell’intervento non è uno specifico gruppo o la capacità dell’individuo di stare in gruppo,
bensì il recupero del significato e del ruolo individuale all’interno del gruppo sociale; ci riferiamo al
lavoro di integrazione di individui vissuti come esterni/diversi al macro-gruppo sociale,

Arteterapia
La cornice verbale in Arteterapia parte da una considerazione di base, e cioè che il lavoro svolto
resta visibile senza problemi di tempo e di tecnica.
Questo comporta la possibilità di guardare e riguardare a piacere, mettere da parte e poi ritirare
fuori il lavoro, e cogliere con un colpo d’occhio quanto è stato espresso sul piano non-verbale,
senza necessariamente fare un lavoro di analisi del segno grafico o comunque degli elementi
pittorici e più in generale artistici.
Che si tratti di un lavoro su due dimensioni oppure tridimensionale, la fruizione visiva resta
facilmente attualizzabile e molto distinta; ciò è anche caratteristico più in generale del canale
percettivo e sensoriale della visione, che di per sé costituisce il senso più dettagliato e definito nella
relazione con il mondo esterno fra tutti e cinque.
La fase della consegna del compito specifico per quella seduta/incontro è facilmente gestibile,
trattandosi in genere di compiti facili sia da descrivere che comprendere, trattandosi di un lavoro
che si fonda sull’utilizzo di materiale concreto e maneggiabile, visibile e quindi valutabile in modo
diretto e rassicurante; ricordiamo che da questo punto di vista l’Arteterapia è l’ambito arteterapico
più facile e sostenibile da approcciare per qualsiasi tipo di utenza che non abbia limiti di
intelligenza o di motilità fine.
Nella fase della restituzione sul lavoro svolto dall’utente invece è necessario possedere una tecnica
ben collaudata, onde evitare di cadere nella tentazione di dare un significato esplicito e soprattutto
psicologico alla modalità con cui vengono espressi i vari parametri grafico-artistici. Nello stesso
tempo il momento della restituzione è un’occasione fondamentale dell’intervento di arte terapia -
qualunque sia il setting - in quanto permette di tarare l’intervento stesso in base alla finalità
individuata in partenza. Quindi è necessario coniugare la conoscenza dettagliata dei parametri
grafico-artistici insieme alle possibilità di correlazione di questi con alcuni vissuti psichici e/o
psicologici di base, al fine non di esplicitarli con l’utente/paziente, ma di tenerne conto nel leggere
la reazione di quest’ultimo e decidere se può essere utile illustrare alcune di queste correlazioni se
ciò potesse servire a contenere la frustrazione se non l’angoscia di fronte alla visione del proprio
stesso lavoro.
Inoltre, nell’ottica di un intervento a finalità educativa o integrativa, è utile sottolineare verbalmente
gli aspetti anche stilistici che possono confermare e sostenere l’identità del soggetto in trattamento.
Nel setting gruppale si aggiunge la possibilità/necessità di coinvolgere il gruppo nell’osservazione
del lavoro svolto insieme; in questo caso la verbalizzazione va gestita facilitando la comunicazione
verbale tra i membri del gruppo, restando sempre disponibili e pronti a chiarificare quei commenti
che posso risultare poco comprensibili o ambigui, se non ambivalenti.

In Arteterapia l’interazione fra i membri del gruppo è però già di per sé modulata e moderata dalla
tecnica in sé, poiché la comunicazione intra-gruppale non è insita nella tecnica stessa, ed è quindi
più semplice interagire per steps progressivi. Questo però non è da intendere generalizzando, poiché
vi sono modalità arteterapeutiche in cui la comunicazione all’interno del gruppo può arrivare a
livelli di intensità e di coinvolgimento affettivo/emotivo anche molto alte e insostenibili, ad esempio
usando il colore in modo massiccio, materico e non strutturato, oppure lasciando tutti liberi di
intervenire sul lavoro di tutti.
Da questo punto di vista la gestione attenta e precisa della fase della consegna è fondamentale per
garantire che il gruppo si senta inserito in un progetto di lavoro, e non ceda al ritiro in “assunto di
base”.
Altro momento estremamente utile nell’arco dell’intervento di Arteterapia è la valutazione
longitudinale dei lavori svolti, con l’intento di individuare tutti quegli elementi grafici e artistici che
possono rappresentare una realtà fenomenica caratterizzante nel senso di una presenza costante,
oppure invece nel senso di un trend trasformativo e di elaborazione progressiva nel tempo. Questo
tipo di valutazione riassuntiva longitudinale può rappresentare il materiale fondamentale da
raccogliere ai fini di considerazioni cliniche nell’equipe curante, o comunque può restituire
all’utente il nucleo del lavoro svolto permettendogli di apprezzare il proprio percorso in modo
evidente e appunto “visibile”.

Musicoterapia
La cornice verbale in Musicoterapia si profila come nettamente diversa in MT attiva rispetto alla
MT recettiva, sia per quanto riguarda la sua necessità che il suo senso operativo.
In MT attiva indipendentemente dal setting individuale o gruppale la consegna va esplicitata
verbalmente, sia per rassicurare l’utente che si trova in un contesto per lo più sconosciuto e inibente
poiché evoca di per sé l’idea di fornire una prestazione, sia per evitare ambiguità e dubbi
scoraggiante sul significato dell’essere lì ed ora di fronte ad uno strumentario sconosciuto per
quanto attraente.
Quindi poi la fase conclusiva dell’intervento di MT attiva va gestito verbalmente per le stesse
ragioni che in AT, ma tenendo conto che l’esperienza musicoterapica può facilmente risultare ancor
più turbativa affettivamente, a causa della natura più profondamente emotiva e coinvolgente del
suono e della musica a cui l’utente non può facilmente sottrarsi, a meno di allontanarsi decisamente
e vistosamente dal setting. Per questo è importante raccogliere - nel caso l’utente sia in grado di
farlo - gli elementi e l’espressione della frustrazione, non compensata o elaborata durante il dialogo
sonoro o l’improvvisazione sonoro-musicale gruppale. Infatti caratteristica della MT attiva è la
possibilità di esprimere nel mentre si riceve lo stimolo sonoro-musicale, sempre restando nella
comunicazione analogica creativa; ciò rappresenta di per sé un fattore terapeutico o comunque
incoraggiante nei confronti della relazione d’aiuto e della comunicazione gruppale.
Per cui l’eventuale frustrazione legata a un certo tipo di suoni o di attività musicale può venire
contestualmente compensato dal proprio agire musicoterapico.

In MT recettiva invece la cornice verbale è essenziale per svolgere qualsiasi tipo di lavoro, a parte
alcune situazioni in cui sono prevedibili accorgimenti tecnici che servono ad aggirare difficoltà di
tipo intellettivo o personologico che possano rendere ostica o controindicata la verbalizzazione
stessa.
Questa necessità nasce dal bisogno di dare un senso esplicito all’ascolto di un brano, ma soprattutto
dal bisogno di esprimere in modo significante e quindi sufficientemente definito il vissuto affettivo
che viene suscitato dalla musica ascoltata, in special modo se tale vissuto risulta turbativo.
Infatti la ricezione di una struttura musicale, ma anche di una semplice struttura melodica o ritmica,
di per sé costituiscono la somministrazione di materiale psichico - in quanto prodotto dalla mente
dei musicisti che l’hanno realizzata - ad un’altra mente/psiche che di conseguenza reagisce in modo
complessa e solo parzialmente prevedibile; per questo, alla stregua di qualsiasi altra relazione
d’aiuto rivolta ai bisogni psichici più strutturati ed evoluti, è necessario verificare ciò che quella
“somministrazione” musicale ha sollecitato, reclutato, attivato, per poi accogliere ed eventualmente
contenere il disagio emergente, oppure più semplicemente condividere la gratificazione ricevuta
dall’utente grazie all’ascolto stesso.
Lo strumento principale per mettere in pratica tutto ciò in Musicoterapia Recettiva Analitica è la
“analisi sonoro-musicale”.
Si tratta di un processo analitico da non intendere come troppo preciso e soprattutto non pedante,
rivolto al fenomeno sonoro-musicale con l’intenzione di evidenziare quei parametri sonori
(intensità, altezza, durata e timbro) e musicali che di volta in volta per ciascun brano specificamente
lo caratterizzano. Non si tratta quindi di un’analisi musicologica classica, ma al contrario di una
osservazione macroscopica del brano al fine di individuarne le caratteristiche salienti, tralasciando
quello che di fatto restano meno rilevanti emotivamente e/o cognitivamente.
L’utilità della verbalizzazione alla conclusione di ciascun incontro di MT Recettiva, che sia
gruppale o individuale, si sostanzia nei seguenti obiettivi:
1) oggettivazione dei parametri sonori e musicali
2) correlazione con le verbalizzazioni di ciascun membro del gruppo
3) valorizzazione dell’individualità di ciascuno
4) valorizzazione degli aspetti comuni fra membri del gruppo
5) alfabetizzazione affettiva tramite l’attribuzione di aggettivi e sostantivi ai vissuti riferiti
tramite immagini

Danzamovimentoterapia
Le tecniche a mediazione corporea richiedono un approccio verbale particolarmente ricco e
disinvolto.
Infatti utilizzare il proprio corpo in modo non convenzionale nell’ambito della società occidentale è
un’impresa spesso difficile e imbarazzante. Per questo il conduttore/terapeuta deve essere sempre
presente con l’utente nel rendergli più agevole il compito, e fornirgli le indicazioni per muoversi
laddove spontaneamente è spesso difficile se non impossibile farlo.
Per questo, a differenza che in At e Mt, il danzamovimentoterapeuta deve sin dall’inizio sostenere e
guidare l’utenza nel riscaldamento del proprio corpo, e quindi nel guidarla attraverso la
consapevolezza dei segmenti corporei; le diverse tecniche comportano diversi tipi di
verbalizzazione, a seconda che sia rivolta a far muovere la persona nello spazio per esplorarlo, o
invece nel coscientizzare le sensazioni che arrivano dal proprio corpo; se deve incoraggiare a
muoversi in modo apparentemente non finalizzato, suggerendo il senso ogni volta diverso di
utilizzare il corpo, che può essere inteso come esercizio cognitivo di tipo psico-motorio, come
modalità di espressione del proprio stato emotivo, come modo di comunicare con un’altra persona
oppure ancora quale parte di una gruppalità in cui ciascun membro del gruppo partecipa con la
propria individualità prestandola ad un progetto di fusione transitoria nel “qui ed ora” dell’incontro.
Mettere in campo il proprio Sé Corporeo diventa un’esperienza profonda ed intensa, a rischio di
confusione o comunque di messa in discussione della propria individualità/identità maggiore che in
altri contesti gruppali non-verbali, e la gestione della verbalizzazione rappresenta uno strumento
principale del conduttore, per mantenere l’orientamento nell’oceano protoplasmatico di una
occasione gruppale concreta e regressiva.
Questo sia durante lo svolgimento dell’intervento che a conclusione dello stesso, a garanzia di un
rientro ciascuno in sé stesso.

Teatroterapia
L’utilizzo della comunicazione verbale nelle varie tipologie di intervento comprese in questa
categoria è da considerarsi scontata ed implicita.
Questo non significa che si debba necessariamente parlare negli interventi di terapia attuata tramite
le tecniche teatrali, ma è senz’altro vero che la presenza di un testo favorisce l’operazione narrativa,
e costituisce anche in sé un’occasione riabilitativa rispetto all’utilizzo della comunicazione verbale.
La dimensione teatrale si pone già in partenza come complessa, in quanto coinvolge diverse
modalità espressive non-verbali, da quella corporea a quella delle arti visive passando dal
linguaggio sonoro-musicale fino appunto alla dimensione verbale.
Possiamo anche affermare che fare teatro e teatro-terapia cercando di eludere o evitare la
comunicazione verbale può risultare una strategia inadeguata, legata più al timore di non saper
gestire i contenuti verbali che ad una necessità tecnica. È però senz’altro vero che includere la
parola negli interventi di teatro-terapia richiede attenzione su più livelli:
1) scelta del testo da rappresentare tenendo conto del contenuto narrativo sul piano simbolico,
ma anche
2) del livello di semplicità/complessità del linguaggio/scrittura, al fine di
3) rendere il più facile possibile la memorizzazione delle parti
4) considerare le tematiche psicologiche presenti in modo esplicito ma anche implicito nel testo
per valutare la sostenibilità da parte degli utenti coinvolti
5) riservare uno spazio a ciascun utente per eventualmente lasciargli esprimere
difficoltà/perplessità rispetto al suo ruolo
6) considerare la necessità di mettere in campo uno o più Io Ausiliarii che permettano lo
svolgimento del’azione teatrale qualora alcuni utenti presentino oggettive difficoltà di
perfomance
7) infine strutturare uno spazio di condivisione puntuale e rituale alla fine di ogni incontro

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