Sei sulla pagina 1di 9

Maria Serra

IL SISTEMA PARTITICO UNGHERESE

La più importante e tipica variabile tra i due tipi di democrazia proposti da Lijphart – il
modello maggioritario e il modello consensuale – è probabilmente quella relativa alla
concentrazione del potere esecutivo, che si sostanzia nella differenza fra governi monopartitici e
coalizioni multipartitiche. Tuttavia, l’individuazione della tipologia di governo dipende
innanzitutto dalla modalità con cui i partiti si definiscono all’interno del sistema politico.
Di conseguenza, per valutare a quale tipo di democrazia corrisponda il caso a noi sottoposto –
l’Ungheria – analizzeremo appunto la variabile riguardante il sistema partitico. Tale analisi si
svilupperà su due distinti, ma concatenati, piani: innanzitutto si affronterà la questione relativa al
conteggio del numero effettivo dei partiti; successivamente si tratterà del modo in cui i partiti si
dispongono nello spazio ideologico: il numero e i tipi di fratture sociopolitiche che dividono gli
attori politici nella realtà ungherese saranno messi in relazione ai dati sul numero dei partiti.

Gli anni 90: la formazione di un sistema pluripartitico.

Sebbene nessuna norma legislativa né alcuna sentenza della Corte Suprema avesse
espressamente vietato il sistema pluripartitico e l’attività dei singoli partiti in Ungheria, dopo il
1949-50 questi cessarono di esistere, fatta eccezione per la rivoluzione dell’ottobre – novembre
1956, in occasione della quale si organizzarono alcune forme partitiche.
Bisogna pertanto attendere il 1989-90 per registrare la fine del sistema monopartitico e il
costituirsi dell’odierno sistema dei partiti: da un lato l’ex partito di stato – il Partito Socialista
degli Operai Ungheresi – decise il proprio scioglimento durante il congresso del 7 ottobre 1989,
lasciando posto al nuovo Partito Socialista Ungherese (MSZP) di ispirazione socialdemocratica;
dall’altro lato si riorganizzarono i vecchi partiti tradizionali: innanzitutto il Partito Indipendente
dei Piccoli Proprietari (FKgP) e il Partito Socialdemocratico Ungherese, ai quali si aggiungevano
una serie di gruppi e movimenti che fra l’88 e il ‘90 si costituirono in partiti: il Forum
Democratico Ungherese (MDF), la Rete delle Libere Iniziative (che verrà sostituito poi
dall’Alleanza dei Liberi Democratici - SZDSZ), l’Alleanza dei Giovani Democratici (Fidesz).
Fino alle elezioni della primavera del 1990 i tribunali videro la registrazione di circa 65 partiti –
numero destinato negli anni successivi a raddoppiarsi –, ma solo 12 fra questi riuscirono a
rispettare i requisiti per iscriversi alla lista nazionale dei partiti. E solo 6 di questi riuscirono a
superare la soglia del 5% necessaria per accedere ai seggi parlamentari.

1
Le prime elezioni libere del 1990 videro questi risultati:

Tab. I: risultati elettorali del 25 marzo e 8 aprile 1990


PARTITI seggi %
Forum Democratico Ungherese (MDF) 165 42,7
Alleanza dei Liberi Democratici (SZDSZ) 94 24,4
Partito Indipendente dei Piccoli Imprenditori (FKgP) 44 11,4
Partito Socialista Ungherese (MSZP) 33 8,5
Alleanza dei Giovani Democratici (Fidesz) 22 5,7
Partito Popolare della Democrazia Cristiana (KDNP) 21 5,4
Indipendenti 7 1,8

Si formò allora un governo di coalizione di centro-destra, formato dal Forum Democratico


Ungherese, il Partito Popolare della Democrazia Cristiana e il Partito dei Piccoli Imprenditori,
che raccoglieva circa il 60% dei seggi.
Tuttavia, qualunque fosse la composizione governativa, se proviamo ad applicare la formula
proposta da Markku Laasko e Rein Taagepera, accolta anche da Lijphart, per calcolare il
numero effettivo dei partiti (N= 1/ Σ si 2) – inteso come indice quantitativo che rileva esattamente
il numero dei partiti presenti in un sistema partitico tenendo in considerazione il peso di ciascuno
di essi – otterremo che:
il sistema partitico ungherese al momento delle sue prime elezioni libere e democratiche
constava di 3, 74 partiti.
Sono, infatti, subito evidenti due partiti maggiori (MDF, SZDSZ), uno di medie dimensioni
(FKgP) e altri di medio – piccole dimensioni.

Secondo la Costituzione, le elezioni parlamentari in Ungheria si tengono ogni 4 anni. Per


le elezioni del 1994 presentarono la propria candidatura più di 20 partiti, ma solo 15 poterono
entrare nella lista elettorale nazionale. I risultati videro la riaffermazione degli stessi partiti di 4
anni prima, ma con proporzioni profondamente diverse:

Tab. II: risultati elettorali dell’8 e 29 maggio 1994


PARTITI seggi % +/-
Partito Socialista Ungherese (MSZP) 209 54 + 45,5
Alleanza dei Liberi Democratici (SZDSZ) 69 17,8 - 6,6
Forum Democratico Ungherese (MDF) 38 9,8 - 32,9
Partito Indipendente dei Piccoli Imprenditori (FKgP) 26 6,7 - 4,7
Partito Popolare della Democrazia Cristiana (KDNP) 22 5,7 + 0,2

2
Alleanza dei Giovani Democratici (Fidesz) 20 5 - 0,7
Indipendenti (Partito Agrario – ASZ) 1 1 - 0,8

Pur avendo ottenuto i numeri sufficienti per formare da solo un nuovo governo, il Partito
Socialista propose una coalizione al partito arrivato secondo, formando così un governo di
centro-sinistra che godeva dell’appoggio di più di 2/3 del parlamento.
Provando anche in questo caso ad applicare la formula precedente, risulta che:
nelle consultazioni 1994 il numero effettivo dei partiti è di 2,95.

Nelle elezioni del 1998 si registra un nuovo cambiamento di proporzioni, che portò alla
formazione di un governo di coalizione di centro-destra – realizzando così l’alternanza rispetto al
precedente – formato dal FIDESZ , il MDF e il FKgP.

Tab. III: risultati elettorali del 10 e 24 maggio 1998


PARTITI seggi % +/-
Alleanza dei Giovani Democratici (Fidesz) 148 38,3 + 33,3
Partito Socialista Ungherese (MSZP) 134 34,7 - 19,3
Partito Indipendente dei Piccoli Imprenditori (FKgP) 48 12,4 + 5,7
Alleanza dei Liberi Democratici (SZDSZ) 24 6,2 - 11,6
Forum Democratico Ungherese (MDF) 17 4,4 - 5,4
Partito Ungherese Giustizia e Libertà (MIEP) 14 3,6 …
Indipendenti 1 0,4 - 0,6

Riportiamo anche in questo caso il risultato derivante dal calcolo del numero effettivo dei partiti:
esso sarà indicativamente di 3,59.

Gli anni 2000: l’Ungheria in una quarta ondata di democratizzazione.

Alla fine degli anni ’90, dunque, il processo di formazione di un sistema pluripartitico in
Ungheria sembra essersi affermato e stabilizzato, se lo basiamo su una delle proposte teoriche di
Sartori, su un modello di sistema pluripartitico limitato.
Ma se è vero ciò che afferma Lijphart, ossia che una democrazia può considerarsi effettiva dopo
19 anni di regime democratico, allora la nostra analisi del sistema partitico ungherese non può
non tener conto anche gli ultimi due risultati elettorali, quelli recenti del 2002 e del 2006, al fine
di avere una visione attuale dell’Ungheria e di poterla inserire in quella che potrebbe considerarsi

3
una quarta ondata di democratizzazione – date le altre tre individuate da Huntington – che
comprende i paesi che rientravano nel blocco socialista.
Consideriamo, dunque, innanzitutto, le elezioni del 2002:

Tab. IV: risultati elettorali del 7 e 21 aprile 2002


PARTITI Seggi % +/-
Alleanza dei Giovani Democratici (Fidesz) / Forum Democratico 188 48,7 + 10,4
Ungherese (MDF)
Parttito Socialista Ungherese (MSZP) 178 46,1 + 11,4
Alleanza dei Liberi Democratici (SZDSZ) 19 4,9 - 1,3
Partito Ungherese di Giustizia e Libertà (MIEP) 0 - -
Partito Indipendente dei Piccoli Imprenditori (FKgP) 0 - -
Indipendenti 0 - -

Sebbene l’Alleanza dei Giovani Democratici avesse raggiunto la maggioranza relativa, non
riuscì, tuttavia, a raggiungere la maggioranza parlamentare: il partito, infatti, incrementò il
numero dei suoi seggi, ma perse nel gioco delle coalizioni. I risultati del 2002 furono
significativi da questo punto di vista: fa ingresso nel sistema partitico ungherese la logica di due
blocchi contrapposti.
Ciò è rilevabile anche dal calcolo del numero effettivo dei partiti: 2,26, un numero assai vicino a
quello ovviamente riscontrabile in un sistema bipartitico in cui i due partiti si equivalgono.

Fig. I: composizione del parlamento dopo le elezioni del 2002

Infatti, mentre nelle elezioni precedenti si crearono sei gruppi parlamentari in seno
all’Assemblea Nazionale, nella legislatura 2002-06 solo quattro: la coalizione di centro-destra,
rappresentata dal Fidesz e il MDF, e quella di centro-sinistra dei socialisti e dei liberi
democratici. Gli altri due partiti precedentemente presenti in parlamento, quello di estrema destra

4
di Giustizia e Libertà e quello dei Piccoli Imprenditori, il quale già faceva parte della coalizione
di governo, non superarono la soglia di sbarramento ed erano destinati successivamente a subire
un ulteriore calo dei consensi.
Consideriamo ora le ultime elezioni del 2006.
In questa occasione l’Alleanza dei Giovani Democratici (Fidesz) si è presentato in coalizione con
il Partito Popolare della Democrazia Cristiana (KDNP), creando, a seguito del risultato
elettorale, un unico gruppo parlamentare (quindi nel conteggio successivo li considereremo un
unico partito); il MDF, invece, ha deciso di correre da solo. Dall’altro lato il ben più compatto
blocco composto dai socialisti e dai liberaldemocratici. A seguito del complesso meccanismo di
elezioni (un sistema misto basato su un meccanismo di doppio turno in cui 176 seggi vengono
decisi in circoscrizioni elettorali individuali, 152 sulla base di 20 liste distrettuali - provinciali e
municipali -, mentre gli altri 58 seggi vengono decisi in base alle liste nazionali) e a seguito delle
negoziazioni di coalizione fra un turno e l’altro, questi furono i risultati e la composizione
parlamentare finale:

Tab. V: risultati elettorali del 9 e 23 aprile 2006


PARTITI seggi %
Fidesz / KDNP 164 42,4
MDF 11 2,8
MSZP / SZDSZ 6 1,5
MSZP 186 48,1
SZDSZ 18 4,6
Somogyert 1 0,2

Anche in questo caso calcoliamo il numero effettivo dei partiti: 2,4. Notiamo, dunque, negli anni,
un passaggio da un pluripartitismo limitato a quello che potrebbe definirsi un “sistema di due
partiti e mezzo”, secondo la classificazione di Blondel: accanto ai due partiti dominanti si
aggiunge una terza formazione, non particolarmente significativa in termini elettorali ma
importante per il suo potenziale di coalizione.

Fig. II: composizione del parlamento dopo le elezioni del 2006

5
Non ci resta, infine, che calcolare il numero effettivo medio dei partiti relativo al nostro caso,
numero che servirà per il passo successivo della nostra analisi:

N. Elezioni considerate Num. Eff. Minimo Num. Eff. Massimo Num. Medio
5 2,26 3,74 2,98

La dimensione ideologica.

Considerata la questione del conteggio del numero dei partiti, la nostra trattazione non può
non tener conto anche di un altro fattore importante per la descrizione di un sistema partitico: lo
spazio ideologico, ossia come i partiti si dispongono ideologicamente gli uni nei confronti degli
altri. Tenendo dunque in considerazione le teorizzazioni di Lipset e Rokkan, e poi anche di
Lijpahrt, circa i cleavages nei sistemi partitici, cercheremo di individuare le tipologie e il numero
dei conflitti esistenti, per poi correlarlo al numero effettivo dei partiti.

Rokkan sostiene che i partiti costruiscano le rispettive aree di consenso su delle linee di frattura
formatesi precedentemente a giunture critiche nella storia di ogni paese: è in quella fase
democratica precedente all’invasione sovietica in Ungheria, che si strutturerebbero, quindi, le linee
di conflitto sulle quali si basa il sistema partitico. Fino a dopo la seconda guerra mondiale, infatti,
il Paese era stato caratterizzato approssimativamente da tre dimensioni di conflitto:
• la prima, più antica, relativa allo scontro fra chi voleva l’indipendenza nazionale e chi
invece voleva mantenere lo status quo, dando vita, perciò, da un lato a formazioni liberali
e, dall’altro, a formazioni conservatrici;
• la seconda inerente all’aspetto religioso: l’Ungheria, nonostante fosse caratterizzata dalla
presenza di diversi gruppi religiosi, era prevalentemente cattolica. Da qui si capisce la
nascita del Kereszténydemokrata Néppárt (KDNP) – Partito Popolare della Democrazia
Cristiana – fondato fra il 1943 e il 1944 da intellettuali ed ecclesiastici, chiaramente
ispirato a principi cristiani e democratici in opposizione al comunismo. Le vicende di
quegli anni videro il partito prima relegato ad una condizione di semi-legalità, poi quasi del
tutto soppresso dal regime.
• la terza, infine, riguardava il conflitto urbano – rurale: questo, fin dall’inizio del ‘900 aveva
permesso la fondazione da un lato del Független Kisgazda Földmunkás (FKgP) – Partito
dei Piccoli Imprenditori – che vinse le prime elezioni dopo la seconda guerra mondiale e

6
che successivamente fu assorbito dal Fronte Popolare Indipendente retto dai comunisti del
Partito dei Lavoratori Ungheresi; e dall’altro la creazione del Partito dei Contadini (ASZ).
• Il conflitto di classe era scarsamente accentuato, dato che il ritardo dell’industrializzazione
non consentiva la formazione di un vasto ceto operaio dotato di una coscienza di classe.

Ma se è vero quindi che le principali fratture si strutturano prima di grandi cambiamenti, è anche
vero che il regime comunista che ha retto il paese dal ’49 all’89 ha determinato nuove
connotazioni nella società ungherese. L’attuale configurazione dei cleavages dipende non solo
dall’impatto che hanno avuto le politiche del regime comunista, ma anche dal modo in cui è stato
affrontato il periodo della transizione.
Il sistema partitico attuale è caratterizzato dalla combinazione di due dimensioni: una socio-
economica e una più complessa relativa ad una visione liberale - conservatrice, che incorpora
anche, sebbene in misura ridotta, una dimensione religiosa. Contrariamente alla prospettiva
dell’Europa Occidentale, i Socialisti ungheresi sono più favorevoli al mercato e agli investimenti
rispetto al cosiddetto centro-destra, sebbene nel campo sociale essi tendano a favorire i più poveri
che non la classe media. Questo tipo di politica sociale contrasta con le preferenze politiche del
Fidesz, che propone un intervento diretto dello Stato nell’economia al fine di favorire i piccoli
proprietari locali e le medie imprese. Inoltre il Fidesz – fondato nel 1988 da giovani democratici,
principalmente studenti che erano stati perseguitati dal partito comunista e che erano riusciti a
sopravvivere in piccoli gruppi clandestini – è anche generalmente visto non solo come un partito
nazionalista o patriottico in quanto tende ad enfatizzare il tema della nazione, ma anche come
partito conservatore e cristiano democratico perché, vicino alle posizioni e alleato del KDNP, ha
spesso acceso la discussione politica sui temi della famiglia e della morale cristiana.
Il conflitto pro-contro il vecchio regime è stato evidente durante le elezioni del 1990, che videro il
successo della formazione che era nata per aprire definitivamente la strada alla democratizzazione
del Paese ( il Magyar Demokrata Fórum – MDF – contro il Magyar Szocialista Part – MSZP –
considerato parziale successore del Partito Socialista Ungherese dei Lavoratori per il fatto che ha
continuato a mantenere certi assetti del precedente partito e perché molti degli uomini di quel
partito comunista hanno ancora oggi una certa influenza all’interno della nuova formazione;
questo partito non va confuso con il Partito dei Lavoratori – MDP –, un partito marginale nella
politica ungherese e successore in qualche modo anch’esso dell’MSZMP), ma si era già
notevolmente attenuato durante le consultazioni del 1994 ed è successivamente sparito.
Così anche il conflitto urbano-rurale sembra essersi mitigato e aver lasciato solo deboli tracce; così
quello etno - territoriale è ormai del tutto assente.

7
Le dimensioni di conflitto, possono, pertanto, essere visualizzate su una scala di maggiore o
minore intensità nel tempo: distinguiamo, anche se in maniera soggettiva, fra dimensioni di
conflitto di una certa salienza (H) e quelle di media intensità o che comunque hanno spaziato da
un’alta ad una bassa intensità nel corso del tempo (M):

Socio- Religiosa Etnica- Urbana- Sostegno al Politica Postmateria N. Dimensioni


economica culturale rurale regime estera lista
H M M M 2,5

L’ultima colonna mostra il numero totale delle dimensioni di conflitto che indicativamente
caratterizzano lo scenario politico ungherese. Questo valore può essere messo in relazione al
numero effettivo dei partiti.
Provando ad applicare la formula che Rein Taagepera e Bernard Grofman hanno suggerito per
esprimere la relazione tra numero effettivo di partiti e numero delle dimensioni di conflitto (N=
I+1, dove I è il numero delle dimensioni di conflitto), osserveremo che nel caso del sistema
partitico ungherese: N= 3,5.
Nel paragrafo precedente il numero effettivo dei partiti era risultato di 2,98. Non c’è, dunque, una
perfetta corrispondenza fra conflitti e numero dei partiti. Ma è anche vero che per ragioni pratiche
possiamo arrotondare a 3 il numero dei partiti e poi provare a non tenere in considerazione la
dimensione pro-contro il regime perché abbastanza circoscritta nel tempo. In tal caso la simmetria
è perfetta e confermeremmo l’ipotesi secondo cui la relazione fra le due variabili è abbastanza
stretta.
Tuttavia, c’è da dire che il numero delle dimensioni di conflitto non costituisce una variabile
istituzionale e, pertanto, non può essere considerata come una componente della dimensione
relativa ai rapporti fra esecutivo e partiti, sulla quale misurare, come dicevamo nell’introduzione,
il grado di democrazia consensuale o maggioritaria.

Conclusioni.

A conclusione di quest’analisi, possiamo affermare che l’Ungheria è un paese pienamente


democratico e che, almeno dal punto di vista del sistema partitico (e conseguentemente, come si è
intravisto, anche dal punto di vista del livello di concentrazione del potere esecutivo), si inscrive
nel novero delle democrazie consensuali. Come abbiamo visto, il numero effettivo dei partiti è
diminuito – anche se non drasticamente – rispetto alle prime elezioni. Riteniamo che ciò sia
avvenuto, probabilmente, per tre ordini di motivi: innanzitutto alla fine degli anni ’80 era forte il

8
desiderio di porre una serie di modelli alternativi ad un partito comunista pienamente in crisi, per
cui non tardarono a costituirsi formazioni in parte nuove, in parte eredi di venti liberali e
democratici che in un paese come l’Ungheria probabilmente non si erano mai sopiti. Per cui il calo
del numero effettivo dei partiti – e sottolineiamo del numero effettivo, in quanto nella vita politica
ungherese permangono, anche se relegati ad un ruolo decisamente marginale, ancora diversi partiti
minori – potrebbe essere dovuto da un lato ad una naturale evoluzione delle vicende politiche che
non può accettare che ci sia più di un certo numero di partiti che domini la scena politica; da un
altro al definitivo risolversi di alcuni dei problemi che portavano alla radicalizzazione delle
posizioni dei partiti, i quali tendono ora, invece, a incontrarsi e ad occupare posizioni più di centro;
dall’altro, infine, ad una generale tendenza dei paesi europei a strutturarsi, se non in bipartitismi,
quanto meno in bipolarismi. Aspettiamo, dunque, le prossime elezioni del 2010 per avere la
conferma o meno di questa tendenza.

Bibliografia e sitografia.
- Cotta M., Della Porta D., Morlino L., Fondamenti di Scienza Politica, Bologna, Il Mulino, 2004
- Lijphart A., Le democrazie contemporanee, Bologna, Il Mulino, 2001
- Sitter N., Batory A., Europe and hungarian election of april 2006, www.sussex.ac.uk/sei/1-4-2-8.html
- Batory A., Europe and hungarian parliamentary elections of april 2002, www.sussex.ac.uk/sei/1-4-2-8.html
- Ekiert G., Europa orientale, il peso del passato: continuità e cambiamento negli scenari regionali,
http://ventunesimosecolo.org
- Napoletano F., La struttura dei cleavages nell’Europa Orientale, http://www.dosp.unibo.it
- http://www.huembit.it
- http://it.wikipedia.org/wikipedia/Ungheria
- http://freedomhouse.org
- http://www.europeanforum.net/cups.php