Sei sulla pagina 1di 42

Invito alla biologia

42.4 Verso la pluricellularità

La cellula eucariote, per la sua grandezza e la sua complessità, possiede numerose


proprietà che hanno reso possibile la grande diversificazione dei protisti per quanto
riguarda sia la struttura sia il modo di vita. Tra queste proprietà vi sono:

• la capacità di portare una grande quantità di informazioni genetiche e di


trasmetterle fedelmente da una generazione a un'altra;
• la suddivisione in compartimenti citoplasmatici e la specializzazione di parti
diverse della cellula per differenti funzioni in modo da raggiungere una maggiore
efficienza;
• l'abilità di procurarsi più nutrimento;
• una maggiore adattabilità a quei cambiamenti ambientali che potrebbero essere una
minaccia per la vita.

Tuttavia, ci sono limiti alla grandezza che una singola cellula può raggiungere senza
ridurre la propria efficienza funzionale. Uno dei fattori critici è il rapporto area
superficiale/volume; quanto più grande è la cellula, tanto maggiore è la quantità di sostanze
che deve importare ed esportare attraverso la propria superficie. Essa deve comunque
rimanere abbastanza piccola in modo che il rapporto superficie/volume sia
sufficientemente grande da consentire un rapido trasporto di materiali. Un altro fattore
critico è la capacità del nucleo di controllare una grande quantità di citoplasma e le diverse
funzioni di una cellula complessa. Una soluzione più efficiente è la pluricellularità, cioè
la ripetizione di singole unità. La pluricellularità rende possibile un notevole aumento delle
dimensioni di un organismo che rappresenta la base dell'evoluzione della complessità. Il
numero delle funzioni che ogni nucleo deve controllare contemporaneamente in una data
cellula è limitato.

42.5 I funghi

I funghi sono un gruppo di organismi che oggi vengono collocati in un regno a sé stante.
Alcuni funghi, e tra questi i lieviti, sono unicellulari, ma la maggior parte delle specie è
formata da organismi pluricellulari, costituiti da masse di filamenti.
Un filamento fungino è detto ifa e le numerose ife che compongono un organismo,
chiamate nel loro complesso micelio, hanno la funzione di assorbire le sostanze nutritive
presenti nel terreno. Le pareti delle ife contengono chitina, un polisaccaride che non si
trova mai nelle piante. Le strutture visibili della maggior parte dei funghi rappresentano in
realtà solo una piccola parte dell'organismo. Tutti i funghi sono organismi eterotrofi che
ottengono il cibo mediante assorbimento di molecole organiche. Vivono in qualunque
ambiente che contenga materiale di origine organica. Il funghi secernono enzimi digestivi
con cui si compongono le sostanze organiche in molecole o frammenti più piccoli e poi li
assorbono.
I lieviti hanno una grande importanza economica per quanto riguarda il cibo e le medicine.
Ci sono funghi che provocano malattie nelle piante e negli esseri umani (micosi). Funghi e
batteri sono i principali decompositori delle sostanze organiche; sono dunque essenziali per
gli ecosistemi terrestri

42.5.1 La riproduzione dei funghi

I funghi vengono classificati prevalentemente in base al tipo di strutture produttive di cui


dispongono. Comprendono parti 60.000 specie suddivise in quattro divisioni: ascomiceti,
basidiomiceti, zigomiceti e deuteromiceti o funghi imperfetti. La maggior parte dei
funghi si riproduce sia per via asessuata sia per via sessuata. La riproduzione asessuata può
avvenire o per frammentazione delle ife o con produzione di spore all'interno di sporangi.
Questo tipo di riproduzione ha luogo quando gli sporangi maturi si disintegrano liberando
le spore asessuate. I funghi sono generalmente aploidi per gran parte del loro ciclo vitale e
spesso la riproduzione sessuata ha inizio con l'unione di due ife di diversi ceppi
d’accoppiamento. Dopo che è avvenuto il contatto, porzioni di ife possono svilupparsi in
strutture riproduttive dette gametangi. Negli zigomiceti, i gametangi si fondono insieme e
molte coppie di nuclei aploidi si uniscono per formare zigoti diploidi.
I colori brillanti e la consistenza polverosa di molti tipi di muffe dipendono dai colori e
dalla consistenza delle spore e degli sporangi. Negli ascomiceti e nei basidiomiceti il ciclo
vitale è più complesso e dalle ife si sviluppa una struttura riproduttiva complessa.

42.5.2 Relazioni simbiotiche dei funghi

La simbiosi è un'associazione stretta e a lungo termine tra organismi di specie differenti.


Alcune relazioni sono di tipo parassitario: una specie (il parassita) trae vantaggio
dall'associazione, e l'altra (l'ospite) ne rimane danneggiata. Molti funghi coinvolti in
relazioni simbiotiche sono di reciproco vantaggio per entrambi gli organismi. I licheni e le
micorrize hanno svolto un ruolo determinante nella conquista, da parte di alcuni organismi
fotosintetici, di ambienti terrestri precedentemente disabitati.
I licheni. Un lichene è la combinazione di uno specifico fungo con un’alga verde. I licheni
sono molto diffusi in natura e sono autentici organismi pionieri in quanto spesso sono i
primi colonizzatori di zone rocciose nude o di lave raffreddate e solidificate. I licheni non
richiedono alcuna fonte di cibo organico e possono sopravvivere anche a un fortissimo
essiccamento; hanno bisogno solo di luce, di aria e di qualche sale minerale. Assorbono
sostanze presenti nell'acqua piovana e sono considerati indicatori biologici molto sensibili
dell'inquinamento atmosferico. I licheni si riproducono il più delle volte per separazione di
frammenti.
Le micorrize. Le micorrize sono associazioni simbiotiche tra funghi e radici di piante
vascolari, e svolgono un ruolo importante nella crescita delle piante. Uno studio dei fossili
di piante vascolari primitive ha rivelato che le micorrize erano presenti in queste piante
così come lo sono nelle piante vascolari moderne.
L’ergotismo fu una malattia che provocò epidemie nell'Europa medievale. Il Claviceps
purpurea, un fungo ascomiceta, faceva da parassita agli ovari della segale, facendo
formare masse compatte di ife fungine chiamate ergot o sclerozi. Gli sclerozi danno alla
segale un aspetto rosso scuro o marrone, tanto bitorzoluto che la segale parassita da questo
fungo viene chiamata “segale cornuta”. Questo morbo si presentava caratterizzato da
sintomi di neurocompulsivi di natura epilettica o con cancrena che colpiva le estremità fino
alla loro mummificazione, quindi con conseguenze spesso mortali per migliaia di persone.
L’ergotismo è anche conosciuto come il fuoco di Sant'Antonio, poiché Sant'Antonio è il
santo patrono di un ordine religioso istituito per prestare assistenza alle vittime
dell’ergotismo. La segale cornuta contiene l’ergotamina, che è la componente
fondamentale di medicine per il trattamento di emicranie e disturbi nervosi e l'acido
lisergico che viene impiegato in ostetricia per arrestare le emorragie uterine che seguono il
parto. In seguito venne messa in evidenza la forte proprietà allucinogena di questa
sostanza, che divenne celebre in tutto il mondo con il nome di laboratorio LSD-25.

Capitolo 43. Classificazione e riproduzione delle piante.

Un evento fondamentale nella storia della vita sul nostro pianeta è stata la comparsa di
microrganismi contenenti pigmenti in grado di compiere il processo della fotosintesi, cioè
di catturare la luce del sole per trasformarla in energia chimica. Queste forme di vita
autotrofe si sono evolute nel corso del tempo dando origine a una grande varietà di alghe e
di piante.

43.1 Le alghe

Tutte le attuali alghe possiedono clorofilla come principale pigmento fotosintetico, ma le


sei diverse divisioni possono essere distinte in base ai pigmenti fotosintetici accessori e alla
presenza o meno di una parete cellulare. Tre di queste divisioni di protisti sono costituite
quasi esclusivamente da organismi unicellulari; le altre tre comprendono soprattutto alghe
pluricellulari.
Di solito le alghe unicellulari si trovano vicino alla superficie del mare o delle acque
interne, dove vi è luce in abbondanza. Ogni cellula è un individuo completamente
autosufficiente. Insieme a piccoli animali invertebrati questi protisti unicellulari
costituiscono il plancton.
Gran parte delle alghe pluricellulari si è adattata a vivere in acque poco profonde e lungo
le coste. Un importante adattamento di molte alghe costiere è l’aptere, una speciale
struttura d'ancoraggio che aderisce alle rocce ma che non viene ritenuta una radice. Alcune
alghe brune sono dotate di tessuti conduttori specializzati per il trasporto verso il basso dei
prodotti della fotosintesi. Differenti gruppi di alghe si sono specializzati nello sfruttare
particolari aree lungo la battigia. Le alghe rosse assorbono l'energia di bella luce blu (in
profondità), le alghe brune assorbono le componenti blu-verdi della luce, mentre, presso
la superficie delle acque, le alghe verdi, i cui principali pigmenti sono le clorofille,
assorbono essenzialmente la luce rossa. Si pensa che esse includano il gruppo di organismi
da cui si sono originate le piante. Le pareti cellulari di alcune alghe verdi contengono
cellulosa, così come le pareti cellulari di tutte le piante. Tra le varie alghe verdi non ci sono
solo forme unicellulari e pluricellulari, ma anche un certo numero di forme intermedie; una
di esse è rappresentata dall'associazione singole cellule in colonie. Le colonie sono
costituite da singole cellule che conservano un alto grado di autonomia funzionale: le
cellule sono spesso collegate da filamenti citoplasmatici che conferiscono alla colonia una
tale unitarietà. La vera pluricellularità è rappresentata da alghe verdi che sono costituite da
filamenti, da lamine o da un corpo tridimensionale.
È stata osservata nelle alghe verdi una certa varietà di differenti cicli vitali. Il ciclo
relativamente semplice di molte alghe verdi unicellulari, mentre quello delle alghe
pluricellulari è più complesso in quanto presenta una tipica alternanza di una fase aploide
con una diploide; in questa alternanza di generazioni, una forma diploide che si riproduce
per via asessuata si alterna a una forma aploide che si riproduce per via sessuata. La forma
diploide che produce spore tramite meiosi è detta sporofito, mentre la forma aploide che
produce gameti tramite mitosi è detta gametofito. In alcune alghe i gameti appaiono tutti
uguali, condizione detta isogamia, quando i gameti sono flagellati, questa condizione viene
definita anisogamia. In altre alghe compare l’oogomia, fenomeno in cui un tipo di gamete
non è mobile ed è in genere più grosso dell'altro.
L'evoluzione degli organismi vegetali è stata assegnata anche dall'abbandono dell'ambiente
acquatico e dalla comparsa di vasi conduttori per il trasporto dell'acqua e di altre sostanze.

43.2 Le piante non vascolari

43.2.1 La conquista delle terre emerse

Nel momento in cui le prime forme di vita vegetale si insediarono sulla terraferma,
iniziarono a evolversi particolari adattamenti, quali il rivestimento ceroso o cuticola delle
foglie, riducendone la perdita d'acqua, e gli stomi, che sono aperture specializzate delle
foglie attraverso cui possono verificarsi gli scambi gassosi necessari alla fotosintesi. Un
altro adattamento è stato lo sviluppo di organi riproduttivi pluricellulari (gametangi e
sporangi) nei quali le cellule riproduttive sono protette dalla disidratazione da uno strato di
cellule di rivestimento. Non molto tempo dopo la conquista delle terre emerse, le piante si
diversificarono in almeno due linee evolutive distinte. Una diede origine alle briofite, un
gruppo che comprende le attuali epatiche, le antocerote e i muschi, mentre l'altra diede
origine alle piante vascolari, ovvero tutte le piante terrestri. La differenza fondamentale
tra le briofite e le piante vascolari è che queste ultime posseggono un sistema conduttore
ben sviluppato che trasporta acqua, sali minerali, zucchero e altre sostanze nutritive in tutto
il corpo della pianta.

43.2.2 Le briofite

La maggior parte delle briofite ha una struttura relativamente semplice; sono sprovviste di
radici e si attaccano per mezzo di rizoidi. Non possedendo tessuti specializzati per la
conduzione di acqua e soluti, esse sono costituite da organismi di piccole dimensioni che
permettono la distribuzione delle sostanze per il corpo tramite un semplice passaggio da
cellula a cellula. Sprovviste di radici e l'assorbimento di acqua, le briofite debbono
assorbire l'umidità attraverso strutture aeree; di conseguenza crescono più facilmente in
luoghi umidi e ombrosi. Esse hanno un ciclo vitale con alternanza di generazioni. Nelle
briofite è frequente anche la riproduzione asessuata che avviene il più delle volte per
frammentazione.

43.3 Le piante vascolari

Esse sono spesso definite tracheofite e sono suddivise in piante senza semi e in piante con
semi che, a loro volta, sono suddivise in due gruppi le gimnosperme, tra cui le conifere, e
le angiosperme, ossia le piante con fiori. Le gimnosperme (dal greco semi nudi) hanno
semi privi di tessuti protettivi, mentre le angiosperme (dal greco semi racchiusi) hanno
semi racchiusi e protetti.

43.3.4 Tendenze evolutive delle piante vascolari

Le prime innovazioni delle piante vascolari sono state la radice e la foglia. Una delle
tendenze di maggiore rilievo nell'evoluzione delle piante è stato lo sviluppo di sistemi di
conduzione sempre più efficienti fra le due parti che compongono il corpo della pianta; un
sistema, lo xilema, trasporta acqua e ioni dalle radici alle foglie, mentre l'altro, il floema,
trasporta zucchero e altri prodotti della fotosintesi. Un'altra tendenza evidente è la
riduzione delle dimensioni del gametofito: in tutte le piante vascolari il gametofito è più
piccolo dello sporofito; ha vita autonoma e indipendente dallo sporofito dal punto di vista
nutritivo
Il seme. L'ultima innovazione comparsa nelle piante vascolari, e forse la più importante, è
stata il seme. Il seme è una struttura complessa la in cui il giovane sporofito è racchiuso da
un rivestimento esterno, il tegumento del seme che protegge l'embrione.

43.3.5 Le felci

Le felci sono le piante senza semi più abbondanti; sono caratterizzate da foglie, o fronde,
suddivise in foglioline più piccole, o pinnule. Le spore sono prodotte per meiosi

43.3.6 Le gimnosperme

Fu durante il periodo Permiano che si diversificarono le gimnosperme. Le attuali


gimnosperme, tutte piante con semi, comprendono quattro gruppi: tre divisioni minori e
una divisione più nota e con molti rappresentanti, quella delle conifere. Il ciclo vitale di
una conifera comporta alcune importanti novità: la pianta produce due strutture
specializzate, il cono maschile e il cono femminile; per meiosi, questi coni producono
microspore. La megaspora dà origine all’archeogonio, un gametofito ridotto a dimensioni
microscopiche e del tutto indipendente dallo sporofito, mentre le microspore danno vita ai
gametofiti maschili immaturi; essi vengono liberati e, trasportati dal vento, raggiungono il
cono femminile, dove germinano per mitosi producendo un tubulo pollinico attraverso cui
il gamete maschile giunge all'interno dell’archeogonio. Dopo la fecondazione, l’ovulo
produce il rivestimento più esterno del seme. Ogni seme è costituito contemporaneamente
da tre diverse generazioni. Le gimnosperme presentano quindi caratteri molto evoluti: un
completo distacco dall'ambiente acquatico e una netta prevalenza dello sporofito sul
gametofito.

43.3.7 Le angiosperme

Le angiosperme sono le piante che possiedono i fiori. Comprendono anche i grandi alberi
legnosi, tutti gli alberi da frutto, le erbe dei prati, le verdure, le erbe aromatiche e i cereali.
Si ritiene che le angiosperme si siano evolute da un gruppo di gimnosperme ormai estinto.
Le angiosperme hanno due nuove strutture correlate tra loro e le distinguono dalle altre
piante: il fiore e il frutto. L'impollinazione effettuata dagli insetti (entomofila) deve essere
stata per alcune specie di piante più efficiente dell'impollinazione effettuata dal vento
(anemofila) perché la selezione cominciò nettamente a favorire le piante impollinate dagli
insetti, più frequentemente erano visitate e più semi producevano. Si svilupparono strutture
secernenti una sostanza zuccherina, il nettare. Da questo momento in poi i fiori e certi
gruppi di insetti cominciarono a influenzare reciprocamente i loro cicli vitali, gli uni
modificando gli altri mentre continuavano a evolversi insieme. Un fiore che attrae soltanto
pochi tipi di visitatori e li attrae regolarmente è avvantaggiato rispetto ai fiori visitati da
impollinatori diversi tra loro; il suo polline si disperde con minore probabilità su una pianta
di un'altra specie e, viceversa, è un vantaggio per un animale avere un rifornimento privato
di cibo che sia relativamente inaccessibile ad altre specie in competizione.

43.4 Le strategie riproduttive delle angiosperme

Come abbiamo visto, le angiosperme sono caratterizzate da strutture riproduttive


specializzate, i fiori, in cui avviene la riproduzione sessuata, si formano i semi e
sviluppano i frutti. I fiori sono strutture temporanee che si sviluppano stagionalmente.
Dopo la fecondazione alcune parti del fiore si trasformano in frutto, struttura che protegge
e racchiude il seme o i semi, mentre le altre parti muoiono e sono eliminate.

43.4.1 Il fiore

La maggior parte dei fiori è costituita da quattro serie di parti fiorali, ognuna delle quali è
da ritenersi una foglia modificata. Le parti più esterne sono i sepali riuniti in una struttura
detta calice. I sepali racchiudono e proteggono altre parti della gemma fiorale in crescita.
Internamente ai sepali ci sono i petali, che formano la corolla. I petali hanno spesso colori
brillanti e mettono in risalto il fiore tra le foglie verdi, attraendo così insetti o altri animali
che visitano i fiori. All'interno della corolla ci sono gli stami. Ogni stame è formato da un
peduncolo sottile, il filamento, all'estremità del quale c'è l’antera; i granuli pollinici, che
si formano e maturano nell’antera, vengono liberati, spesso in gran numero, attraverso le
sue fessure o i suoi pori. Le parti fiorali più interne sono i carpelli, contenenti i gametofiti
femminili. Un singolo carpello o più carpelli fusi sono costituiti da uno stigma, superficie
vischiosa cui aderiscono i granuli di polline, da uno stilo e, alla base, da un ovario. In
alcune specie i fiori sono solo maschili o femminili. A volte fiori maschili e femminili
possono essere presenti sulla stessa pianta, come nel granturco.
43.4.2 Il frutto

Nel corso della storia delle angiosperme si è evoluta una grande varietà di frutti, adattati a
molteplici meccanismi di dispersione dei semi: il seme deve essere trasportato a una certa
distanza dalla pianta d’origine, dove è più facile trovare spazio aperto e luce solare. Un
esempio familiare è rappresentato dai numerosi frutti carnosi commestibili che diventano
dolci e vivacemente colorati via via che maturano, attirando così l'attenzione di uccelli e
mammiferi, uomo compreso. Il frutto si sviluppa dalla parte dell'ovario
contemporaneamente al seme. Mentre l'ovario si trasforma in frutto e si formano i semi,
dalla pianta madre possono cadere i petali, gli stami e le altre parti del fiore. I frutti hanno
molte forme differenti. Una pesca, per esempio, si sviluppa da un fiore in cui l'unico ovario
contiene un solo ovulo: nel frutto maturo la buccia, la parte commestibile e il nocciolo
derivano da tre distinti strati della parete dell'ovario maturo. La struttura a forma di
mandorla racchiusa nel nocciolo della pesca è il seme. In una pianta di pisello il baccello è
la parete dell'ovario maturo, cioè il frutto, e i piselli sono i semi. Il lampone è un aggregato
di molti piccoli frutti che si sono formati all'interno di un unico fiore; ogni frutto contiene
un unico seme che ha avuto origine da un carpello separato.

Invito alla botanica

1.Animali e piante: due diversi modi di vita?

1.1 Le principali differenze tra piante e animali

Caratteristiche comuni e tipiche degli esseri viventi sono la capacità di accrescimento e di


riproduzione, il metabolismo, l’autoregolazione e l’irritabilità. A tali caratteristiche si
aggiunge la capacità di mutare e quindi di evolvere. La grande differenza tra piante e
animali è da ricercare proprio nel modo in cui si procurano energia. Un organismo animale
ricava l'energia necessaria per il proprio mantenimento in vita nutrendosi di altri
organismi viventi, un organismo vegetale utilizza direttamente l'energia del sole.
L'erba è capace di trasformare la sostanza inorganica in sostanza organica utilizzando
l'energia solare catturata dalla clorofilla, un pigmento caratteristico delle cellule vegetali
situate perlopiù nelle foglie, che sono a tal fine utilizzate come “ pannelli solari”.
Combinando il carbonio e l'ossigeno dell'anidride carbonica insieme all'idrogeno dell'acqua
producono uno zucchero semplice, il glucosio. Il processo sopra descritto viene chiamato
fotosintesi clorofilliana. Quindi tutti gli altri esseri viventi non foto sintetizzanti non fanno
che riciclare la materia organica prodotta dai vegetali secondo le proprie necessità. Per
questo gli animali sono organismi eterotrofi o consumatori, e le piante autotrofi o
produttori. Ne consegue che l'esistenza di un pigmento come la clorofilla è necessaria per
il mantenimento in vita delle piante e da essa dipende la sopravvivenza di qualsiasi forma
di vita animale. Inoltre con il processo fotosintetico viene liberato nell'atmosfera l'ossigeno
molecolare, che è essenziale per la respirazione aerobia di tutti gli organismi viventi;
questo stesso ossigeno è indispensabile per la formazione della fascia di ozono, che ci
protegge dall'azione letale dei raggi ultravioletti.
1.2 Ulteriori differenze tra piante e animali

Le numerose e vistose differenze tra piante e animali derivano quindi dalla diversa
modalità di procurarsi energia e dalla presenza della parete cellulare.
1. Gli animali superiori dispongono di numerosi apparati che nelle piante mancano
completamente.
2. Un animale ha bisogno di muoversi per andare alla ricerca del cibo, deve coordinare i
propri movimenti e rispondere prontamente a stimoli esterni grazie alla presenza di uno
sviluppato sistema locomotore collegato ad un sofisticato sistema nervoso, sensoriale ed
endocrino. Si precisa che l'immobilità delle piante non è comunque una scelta, ma deriva
dalla presenza della parete cellulare. D'altra parte le cellule vegetali contengono al loro
interno i vacuoli, organelli in grado di variare il proprio volume in base al contenuto in
acqua. Le piante sono sprovviste del sistema nervoso.
3. Piante e animali hanno bisogno di notevoli superfici per consentire gli scambi tra
l'organismo e l'ambiente esterno. Negli animali l'esigenza di movimento rende impossibile
lo sviluppo di grandi superfici esterne e si ha dunque un aumento di quelle interne che sono
disposte in modo da occupare il minor spazio possibile (si pensi alla parete intestinale); al
contrario nelle piante, data la limitata mobilità, è possibile estendere di più le superfici
esterne, a vantaggio di un maggior assorbimento di luce in ambiente aereo.
4. La crescita e lo sviluppo dei nuovi organi in una pianta continua sino alla morte
determinando un aumento di dimensioni irreversibile. In un animale invece la crescita, in
tutte le parti del corpo, termina dopo un periodo giovanile di sviluppo e la sua modalità di
accrescimento è pertanto limitata. È doveroso precisare però che anche le cellule vegetali
come quelle animali, prima o poi muoiono e devono essere sostituite. Ma mentre gli
animali demoliscono le cellule morte, le piante le accumulano; è sbalorditivo il fatto che
spesso nei vegetali le cellule morte riescono ancora a svolgere una funzione. Solo le cellule
presenti nelle foglie e nella scorza degli alberi vengono eliminate alla loro caduta.
5. Da ultimo è importante rilevare che le piante hanno la capacità di variare in risposta alle
condizioni ambientali in misura molto maggiore rispetto agli animali. Se l'ambiente non è
ottimale le piante, per quanto è possibile, si modificano adattandosi ad esso.

1.3 Quando le differenze diventano somiglianze

Le varie differenze tra piante e animali tendono a sfumare man mano che si scende lungo
la scala evolutiva. Tali differenze sono più nette confrontando le forme animali e vegetali
più evolute. Tuttavia anche tra queste, attraverso un esame approfondito, è possibile
cogliere delle somiglianze. Siamo abituati a ritenere che gli animali si muovano e le no. In
realtà anche le piante sono capaci di movimento: una pianta non può muoversi per andare
alla ricerca della luce e dell'acqua, ma i suoi rami si accrescono e le sue radici si allungano
per raggiungerle. Inoltre anche le piante sono mortali: la presenza di agenti atmosferici e
patogeni possono uccidere una pianta. Non tutte le piante, infatti, sono autotrofe: esistono
piante semiparassite o addirittura parassite che conducono la propria vita dipendendo
completamente, per il nutrimento, da altre piante ospiti. E non bisogna dimenticare che
tutte le piante, nelle prime fasi di sviluppo o dopo la germinazione del seme, si comportano
da eterotrofe utilizzando, per la loro crescita, le sostanze di riserva accumulate nel seme.
Solo quando le prime foglioline della giovane piantina iniziano a svolgere con efficienza
l'attività fotosintetica, la piantina diviene autotrofa. E c'è di più; anche la cellulosa si
ritrova in realtà anche tra i batteri o nel regno animale in un gruppo molto particolare di
cordati, i tunicati, nei quali è presente un rivestimento del corpo costituito, per il 60%, la
cellulosa. Tuttavia anche alcune piante, o loro parti, hanno sfruttato l'ambiente aereo: i
granuli pollinici, i segni e i frutti contengono al loro interno interi individui,
rispettivamente dalle dimensioni microscopiche o in fase ancora embrionale, che si
spostano nell'aria con le loro forme aerodinamiche per assicurare la fecondazione e la
dispersione della specie.
Sia tra le piante e degli animali e poi possibile osservare i casi di simbiosi. Entrambi i
gruppi (animali e piante) occupano l'ambiente acquatico con le specie sia primariamente
acquatiche (alghe e pesci), che riadattate (Elodea tra le piante a fiore e la balena tra i
mammiferi) ed esistono specie anfibie sia vegetali (muschi), e animali (anfibi). Si può
affermare che esistono in realtà tra piante e animali più convergenze che divergenze ed
emerge allora l'idea fondamentale che le piante devono essere considerate organismi
evoluti e perfetti al pari degli animali.

1.4 La botanica e le sue suddivisioni

La botanica è la scienza che si occupa della biologia dei vegetali. Lo studio dei vegetali
può essere tuttavia affrontato in modo diverso a seconda dei livelli di organizzazione della
vita che si vuole approfondire. Da ciò deriva che lo studio della botanica può essere
ulteriormente suddiviso in più discipline che coinvolgono altre scienze. Fra queste
specifiche discipline si annoverano:

a) la morfologia vegetale, che studia la forma esterna dei vegetali;


b) l’anatomia vegetale, che studia la struttura interna dei vegetali con l'apporto di
altre due discipline, la citologia (studio della struttura delle cellule) e l’istologia
(studio dei tessuti);
c) la tassonomia vegetale, che si occupa della descrizione, classificazione e
nomenclatura delle specie vegetali;
d) la fisiologia vegetale, che studia le attività e i processi che avvengono nei vegetali;
e) la genetica vegetale, che si interessa dei fattori ereditari e del modo in cui vengono
ereditati i caratteri;
f) l’ecologia vegetale, che studia le relazioni che esistono tra il vegetali e il loro
ambiente;
g) la biochimica vegetale o fitochimica, che approfondisce lo studio dei composti
organici caratteristici dei vegetali;
h) la geobotanica che studia la distribuzione delle piante in natura;
i) la paleobotanica, che studia le testimonianze storiche della vita vegetale.

Emergono poi discipline specifiche come la palinologia (studio delle spore e dei pollini),
la farmacognosia (studio delle piante medicinali e delle droghe) e la dendocronologia
(studio degli anelli di crescita dei tronchi degli alberi e, in base a ciò, risale al clima di
epoche passate). Sebbene la botanica fosse ancora, nella prima metà dell’800, il
passatempo dei re e un settore della medicina dedicato prevalentemente allo studio delle
piante utili per la cura delle malattie, il suo notevole sviluppo nell’arco di poco più di cento
anni ha fatto sì che i suoi settori di studio (le discipline prima ricordate) siano divenuti
ormai vere e proprie scienze autonome.

6. Le modificazioni del cormo: strategie per vivere

Ogni organismo, per vivere, deve essere adattato al proprio ambiente, deve cioè essere in
grado di attuare una serie di strategie per sopravvivere nelle micro ambiente che lo
circonda. Un organismo disadattato a vivere in un determinato ambiente può condurre una
breve esistenza.
Le modificazioni del cormo
A volte il fusto, le foglie e le radici di una specie si modificano trasformandosi in organi
che assolvono a funzioni insolite tanto che è difficile stabilire a quale forma fondamentale
o originaria un organo trasformato sia omologo o riconducibile.

6.1 Le modificazioni del fusto

Il fusto è un organo molto versatile che può modificarsi per assumere in modo eccellente
anche altri ruoli, adattandosi alle più differenti funzioni.

Modificazioni del fusto epigeo

1. Difesa dagli animali erbivori

Alcune piante sono munite di un arsenale difensivo efficace che le protegge dal morso
degli erbivori. In alcuni casi sono i loro rami ad essere trasformati in aculei o spine
caulinari. In altri casi, come nella rossa, la struttura difensiva si forma ad opera di
protuberanze della corteccia del fusto rivestite di epidermide denominate emergenze,
facilmente distinguibili dagli aculei in quanto una loro sezione trasversale non presenta la
tipica struttura interna del fusto e si staccano facilmente.

2. Potenziamento dell’attività fotosintetica

La maggior parte dei fusti verdi e giovani svolge la fotosintesi, ma in misura minore
rispetto alle foglie. Tuttavia alcune piante sono in grado di potenziare tale funzione
trasformando i loro corti rami laterali in fillocladi o cladofilli o cladodi appiattendosi e
assumendo una forma fogliacea. Anche nelle piante a fusto succulento, con foglie ridotte,
trasformate in spine o mancanti, è il fusto a svolgere l’attività fotosintetica.
3. Riserva di acqua

Le piante a fusto succulento sviluppano un fusto carnoso che, oltre a svolgere l'attività
fotosintetica, assolve anche l’importante compito di accumulare l'acqua necessaria per
sopravvivere.

4. Sostegno

Alcune piante, denominate piante rampicanti, hanno in genere fusti deboli e poco adatti a
svolgere la funzione di sostegno, per cui si avvolgono intorno ad un sostegno; in altri casi
sono i rami che, trasformandosi in viticci, si attorcigliano in seguito a movimenti di
crescita.

5. Riserva di sostanze nutritive

In alcune specie l’ipocotile si ispessisce formando un tubero epigeo come nel ciclamino o
nella barbabietola rossa.

Modificazioni del fusto ipogeo: riserva di sostanze nutritive e/o riproduzione


vegetativa

L'organo di riserva principale della pianta è la radice, tuttavia in alcuni casi tale funzione è
efficacemente svolta dal fusto, che a tal fine si può modificare assumendo le seguenti
forme.

1.Rizoma

Ricorda nell'aspetto una radice, ma si tratta di un fusto ipogeo che si sviluppa in modo
illimitato, di solito orizzontalmente appena sotto la superficie del terreno; è provvisto per
tutta la sua lunghezza di nodi da cui si dipartono foglie e gemme verso l'alto e radici
avventizie da tutti i lati; le foglie sono di solito ridotte e spesso a forma di scaglie,
denominate catafilli, e prive di clorofilla. Il rizoma rappresenta il fusto permanente di
molte piante perenni erbacee, la cui parte aerea nel periodo sfavorevole viene eliminata.
Ma il rizoma è anche un mezzo di riproduzione vegetativa o propagazione agamica, in
quanto le piante che ne sono provviste tendono a moltiplicarsi dando origine a più piante
da un unico rizoma. Alcune volte i rizomi si sviluppano sulla superficie del terreno, o poco
al di sotto, e sono molto lunghi; in tal caso sono denominati stoloni (es. fragole) e sono
esclusivamente usati per la riproduzione vegetativa.

2. Tubero

Il tubero è la parte terminale di un ramo che, interrandosi, si dilata. Il tessuto conduttore è


naturalmente molto ridotto, per fare spazio alle sostanze di riserva. Tuberi tipici sono quelli
della patata. Sulla loro superficie è facile evidenziare una serie di "occhi" che
corrispondono a delle gemme laterali da cui si formano radici avventizie. Un singolo
occhio è in grado di formare un'intera pianta di patata e il tubero rappresenta pertanto
anche un organo di riproduzione vegetativa.
3. Bulbo

Un bulbo rappresenta una pianta intera. Esso è infatti un breve fusto sotterraneo con nodi
ravvicinati cosicché la gemma nella porzione basale presenta radici avventizie e dall'altra
parte risulta circondata da numerose foglie incolori, ricche di sostanze di riserva e quindi
carnose e formanti ampie squame, chiamate catafilli. Il bulbo rappresenta inoltre un
importante organo di riproduzione vegetativa per le piante che ne sono provviste.

4. Bulbo-tubero

Nel bulbo-tubero è il fusto a diventare carnoso, mentre le foglie sono piccole e sottili con
funzione di protezione. Il bulbo-tubero serve soprattutto come organo di resistenza e dura
soltanto una stagione di accrescimento.

6.2 Le modificazioni delle foglie

La foglia è il principale organo fotosintetico della pianta, ma è anche quello maggiormente


esposto all'ambiente per cui la sua struttura è molto adattabile alle condizioni ambientali.

1. Limitazione della traspirazione

In alcune xerofite le foglie si trasformano in spine. La loro funzione fotosintetica è


completamente delegata al fusto della pianta. In questo caso si attua un efficiente
compromesso tra la riduzione estrema delle superfici traspiranti e il mantenimento della
funzione fotosintetica.

2. Difesa dagli animali erbivori

La trasformazione delle foglie in spine nelle piante di ambienti aridi fornisce un buon
esempio del fatto che spesso, in natura, un solo carattere serve a più usi: oltre a ridurre la
traspirazione, le spine scoraggiano infatti eventuali predatori o parassiti ad usare come
alimento le piante che ne sono provviste.

3. Riserva d’acqua

Le piante a foglie succulente sono xerofite che vivono in climi aridi e che risolvono il
problema della scarsità di acqua sviluppando foglie ispessite e carnose con notevoli
quantità di parenchima acquifero, che costituisce un'importante riserva idrica.

4. Riserva di sostanze nutritive

Tra i vari esempi, primi fra tutti si ricordano i cotiledoni dei semi, le prime foglioline della
pianta che contengono spesso una notevole quantità di sostanze di riserva usate dalla
giovane pianta prima che sia in grado di fotosintetizzare e di produrre nutrimento in modo
autonomo. Anche le squame o catafilli dei bulbi sono foglie modificate per la funzione di
riserva.
5. Sostegno

In alcune piante rampicanti sono le foglie e non i rami a trasformarsi in viticci o cirri. In
altre leguminose il viticcio deriva dalla trasformazione delle foglioline distali della loro
foglia composta.

6. Riproduzione e azione vessillare

Come già aveva intuito Goethe, i fiori sono il risultato della trasformazione, diretta o
indiretta, di foglie in appendici sterili (petali e sepali) e in appendici fertili (stami e
carpelli). Anche le brattee sono foglie modificate e, spesso, colorate, che accompagnano o
rivestono fiori generalmente piccoli e per niente vistosi.

7. Cattura di animali

Una particolare modificazione fogliare è quella presente in modo esclusivo nelle piante
carnivore, dove le foglie sono trasformate per la cattura di piccoli animali, soprattutto
insetti.

Tabella 17.2 Tendenze evolutive delle angiosperme

Ambiente:
Primitive tropicale, terrestre
Evolute temperato, acquatico

Ciclo vitale
Primitive perenne, longevo
Evolute annuo, non longevo

Portamento
Primitive legnoso, arboreo
Evolute erbaceo, rampicante

Tessuti
Primitive vasi assenti, cellule cribrose, cambio presente, clorofilla presente
Evolute vasi presenti nel legno, tubi cribrosi, cambio assente, clorofilla assente

Fasci conduttori
Primitive collaterali aperti
Evolute collaterali chiusi

Stele
Primitive sifonostele, eustele
Evolute atactostele

Foglie
Primitive sempreverdi, semplici, alternate, stipole presenti, retinervie
Evolute decidue, composte, opposte, stipole assenti, parallelinervie
Radici
Primitive derivanti, da radice primaria
Evolute avventizie

Morfologia fiorale

Il calice è costituito da appendici sterili simili foglie di colore verde dette sepali. Si parla
di calice dialisepalo quando i sepali sono completamente separati alla base, di calice
sinsepalo o gamosepalo quando sono più o meno fusi. I sepali racchiudono il fiore quando
è ancora nella gemma e svolgono principalmente funzione protettiva.
La corolla si trova al di sopra del calice ed è formata dall'insieme dei petali. Se i petali
sono liberi, cioè separati tra loro, la corolla è detta dialipetala, se sono più o meno fusi si
parla di corolla simpetala o gamopetala. I petali servono da richiamo per gli animali
impollinatori.
Il perianzio comprende il calice e la corolla. In talune angiosperme, come nelle
dicotiledoni più primitive e in quasi tutte le monocotiledoni, il perianzio non è distinto in
calice e corolla e le appendici fiorali sterili sono dette tepali. Un perianzio omogeneo,
formato da tepali, è denominato perigonio.
L’androceo è un insieme degli stami e si trova al di sopra della corolla; ciascuno stame è
formato da un filamento che ha all'apice un’antera, di solito gialla. È dalle antere che, a
maturità, viene emesso il polline.
Il gineceo è l'insieme dei carpelli si trova al di sopra dell’androceo. I carpelli sono i
megasporofilli delle angiosperme; ogni carpello generalmente ha la forma di un fiasco, con
una base rigonfia, l’ovario, un collo più o meno lungo, detto stilo, terminante all'apice con
una porzione dilatata vischiosa, chiamato stimma o stigma, a cui aderisce il polline
durante l'impollinazione. L'ovario contiene uno o più ovuli, da ciascuno dei quali, dopo la
fecondazione, si svilupperà un seme. Spesso accade che più carpelli si fondano tra loro e a
volte la funzione è così profonda che, ad un esame superficiale, si nota un solo ovario. Per
indicare un singolo carpello o un gruppo di carpelli fusi insieme si usa talvolta il termine
pistillo.

I fiori più antichi erano provvisti di un perianzio omogeneo formato soltanto da petali,
detto omoclamidato. È quello che si osserva oggi nel fiore di magnolia. Un perianzio
omogeneo è presente oggi anche in fiori che hanno caratteri molto moderni, come i fiori
dei gigli e dei tulipani. Successivamente, l'evoluzione del fiore ha portato prevalentemente
alla comparsa di un involucro esterno alla corolla, con funzioni protettive per il fiore: è
così comparso il calice. Con la comparsa del calice è nato il perianzio eteroclamidato,
cioè distinto in calice e corolla. Quando il fiore è provvisto di androceo e gineceo è un
fiore ermafrodita. In alcune specie, invece, i fiori contengono o solo stami, fiori
staminiferi o maschili, o solo pistilli, fiori pistilliferi o femminili; se sono portati sulla
stessa pianta, la specie è detta monoica, se si trovano su piante diverse, la specie è dioica.
Molto importanti, ai fini del riconoscimento di una determinata specie, sono il tipo di
simmetria del fiore, la posizione dell’ovario rispetto alle altre appendici fiorali e la
posizione degli ovuli nell'ovario. Frequentemente i fiori non si trovano isolati, ma sono
raggruppati a formare delle infiorescenze. Esistono molti tipi diversi di infiorescenze. Non
di rado le infiorescenze recano, alla base, foglie modificate dette brattee che a volte
sostituiscono i petali nella funzione vessillare.

17.11 Il frutto: un modo per proteggere i semi e favorirne la dispersione

Dopo la fecondazione e contemporaneamente alla trasformazione degli ovuli in semi si ha


la trasformazione dell'ovario, o di tutto il fiore o dell'infiorescenza, in frutto. Durante il
processo di formazione del frutto, il fiore subisce una serie di modificazioni:

a) appassimento delle appendici fiorali; petali, stami, stili e stimmi generalmente si


disidratano e cadono;
b) Le pareti dell'ovario si ingrossano differenziando, solitamente, uno strato esterno di
cellule chiamato esocarpo, uno interno detto endocarpo e, tra i due, una zona
intermedia, per lo più pluristratificata, il mesocarpo. Esocarpo, mesocarpo ed
endocarpo costituiscono nell'insieme il pericarpio.

Sulla base della diversa consistenza che presentano a maturità, i frutti vengono distinti in:

frutti secchi, in cui il pericarpio, a maturità, ha una consistenza legnosa; i frutti secchi
vengono inoltre distinti in deiscenti, se a maturità, si aprono per liberare i semi, che
provvederanno con vari meccanismi alla propria dispersione, e in indeiscenti, se restano
chiusi e fungono essi stessi da elemento di dispersione;

frutti carnosi, che hanno consistenza carnosa: i frutti carnosi sono ulteriormente suddivisi
in bacche, se tutto il pericarpo è carnoso, e drupe, se l’esocarpo e il mesocarpo sono
carnosi, mentre l’endocarpo è duro.

Le pinaceae
Caratteristiche generali: foglie aghiformi, sempreverdi o decidue; specie generalmente
monoiche; coni femminili costituiti da squame portanti ciascuna, alla base, due ovuli; semi
alati; impollinazione anemofila.

Abies alba (abete bianco)


Caratteristiche: è l'originale albero di Natale (oggi sostituito dall’abete rosso) e deve il
suo nome alla presenza di due linee longitudinali bianche sotto le foglie lineari appiattite;
ha pigne tipicamente erette che si sfaldano a maturità.
Habitat: è diffuso in tutta la penisola italica, dai 400 ai 1800 m di altitudine

Picea Abies (Abete rosso)


Caratteristiche: è l’abete maggiormente conosciuto poiché usato oggi come albero di
Natale in sostituzione dell'abete bianco, più raro; ha pigne pendule.
Habitat: è il principale componente della foresta subalpina ad aghifoglie (0-2200 m di
altitudine)

Larix deicidua (Larice)


Caratteristiche: è l'unica conifera italiana caducifoglia; si riconosce per i corti aghi di
colore verde pallido riuniti in ciuffi di 30-40 e per le piccole pigne di soli 2-3 cm.
Habitat: boschi alpini e subalpini (0-2400 m di altitudine); è l’unica conifera con
portamento arboreo che riesce a crescere a 2400 m di altitudine.

Pinus pinea (Pino domestico)


Caratteristiche: è il comune pino da pinoli. Gli aghisono raggruppati in fascetti di 2.
Habitat: ampiamente diffuso nelle dune, macchie e pendii aridi della nostra penisola.

Pinus pinaster (Pino marittimo)


Caratteristiche: è il vero pino marittimo, caratterizzato da aghimolto lunghi e coriacei, di
colore verde scuro, riuniti in fascetti di 2, e pigne lunghe anche 20 cm.
Habitat: diffuso nel bacino del Mediterraneo occidentale.

Cupressaceae
Caratteristiche: alberi o arbusti con foglie squamose o aghiforni; semi senz’ala;
impollinazione anemofila.

Cipresso
Caratteristiche: è facilmente riconoscibile per la chioma conica, affusolata e svettante; è
comunissimo in Toscana, dove costeggia i piccoli viottoli che conducono ai casali; altrove
è usato prevalentemente come ornamento dei cimiteri; le foglie, piccole e squamiformi,
sono disposte come le tegole di un tetto; le pigne, chiamate coccole o galbuli, sono piccole
e tondeggianti (2-4 cm) e formate da 8-14 squame che, a maturità, divengono legnose.
Habitat: originario del Medio Oriente, è diffuso in tutta Italia, dove è presente però solo
come pianta coltivata. Si ritiene sia stato introdotto dagli Etruschi.

Ginepro
Caratteristiche: si riconosce per le corte foglie aghiformi molto pungenti e di colore
verde-azzurro; i coni femminili hanno la caratteristica di essere carnosi a maturità e di
colore blu-violetto.
Habitat: pascoli e boschi aridi delle Alpi e della penisola.
Geobotanica (da pag. 234)

La Geobotanica è la scienza che studia la presenza e la distribuzione delle piante sulla


superficie terrestre in tutti i suoi aspetti (floristici, storici ed ecologici). Essa costituisce un
ramo della Botanica, però non è una scienza esclusivamente biologica, in quanto si dedica
anche ai rapporti tra pianta e ambiente e rappresenta dunque in punto di contatto tra la
Biologia vegetale e diverse scienze fisiche come la Geologia, la Geomorfologia, la
Pedologia, la Climatologia ecc.

Il termine Fitogeografia può essere considerato sinonimo di geobotanica, anche se questa


equivalenza non sempre è ammessa. La parola Geobotanica è stata impiegata per la prima
volta da Grisebach nel 1866 ed è formata dalla fusione delle due parole “geografia” e
“botanica”.

Nell’ambito della Geobotanica si possono distinguere tre livelli di conoscenza, che sono
rappresentati

- dallo studio delle specie vegetali considerate singolarmente,

- degli aggruppamenti di tali specie e infine

- dall’aspetto che tali raggruppamenti assumono nel paesaggio vegetale.

Questi tre livelli fanno riferimento a quanto sinteticamente viene definito come flora,
vegetazione e complessi vegetazionali.

Lo studio delle singole specie vegetali può essere eseguito in riferimento alla loro
distribuzione (studio degli areali) e questa parte della Geobotanica viene denominata
Corologia; in relazione all’ambiente e allora siamo nel campo dell’Ecologia vegetale;
infine in relazione alle vicende subite dalle specie vegetali o nelle diverse epoche
geologiche viene chiamato Epiontologia o Corologia storica.

Lo studio della vegetazione si presenta invece più complesso di quello floristico, perché,
mentre le specie vegetali rappresentano unità biologiche concrete, le singole unità
vegetazionali rappresentano delle unità più complesse le cui interazioni tra gli individui
che le compongono e l’ambiente sono rappresentabili soltanto da una descrizione e non da
un campione di erbario come avviene per le singole entità vegetali.

Lo studio delle comunità vegetali rientra in una branca della Geobotanica denominata
Fitocenologia o Fitosociologia. Secondo alcuni autori lo studio delle specie singole
costituisce l’aspetto idrobiologico della Geobotanica, mentre lo studio della vegetazione ne
rappresenta l’aspetto simbiologico.

Il terzo aspetto, ancora più complesso dei precedenti, è lo studio del paesaggio vegetale,
cioè del mosaico delle unità vegetali e aggruppamenti che si distribuiscono in un territorio;
in senso cronologico, questa branca si è sviluppata dopo lo studio della vegetazione.
Lo Studio della Flora

Con il termine di “flora” si intende l’insieme delle specie vegetali che vivono in aree
determinate della superficie terrestre, come un monte, una valle, un’isola, un’intera regione
oppure un continente.

Lo studio della flora avviene attraverso la raccolta di piante, che vengono opportunamente
essiccate, classificate e conservate in erbario. Il cartellino d’erbario riporta, oltre al nome
scientifico della specie (genere, specie e autore), la località di raccolta, le caratteristiche
stazionali, la data e il nome del raccoglitore.

Ai nomi delle singole specie devono quindi essere unite informazioni di carattere
geografico ( il nome della località di raccolta) e di carattere ecologico–stazionale
(altitudine sul livello del mare, caratteristiche topografiche): si definisce “località” di una
pianta il luogo, in senso geografico, dove si trova e “stazione” il tipo di ambiente ecologico
nel quale cresce.

Gli erbari costituiscono la base non soltanto degli studi di carattere tassonomico sulla flora,
ma anche per quelli di carattere geobotanico. In Italia esistono numerosi erbari fra i quali
va ricordato l’ Erbario Centrale Italico di Firenze.

La conoscenza della flora rappresenta la prima tappa di qualsiasi indagine geobotanica. In


conclusione si può dunque dire che la flora è un registro nel quale sono iscritte tutte le
piante di una determinata regione intesa sia in senso geografico sia in senso politico-
amministrativo.

Le conoscenze sulla flora dell’Italia sono notevolmente progredite in questi ultimi anni, sia
con la scoperta di specie nuove per la scienza, sia con la segnalazione di specie note
altrove e ritrovate per la prima volta in Italia.

Le prime flore analitiche che si riferiscono a tutta l’Italia risalgono al secolo scorso con le
“Flora Italica” e con la “Flora Italiana”, queste due opere rappresentano una tappa
fondamentale nel progresso delle conoscenze della flora d’Italia.

Accanto alle flore regionali che si riferiscono a tutta l’Italia, si devono ricordare anche le
opere a carattere regionale.

Corologia (studio degli areali)

Tutte le specie vegetali presentano un’area di distribuzione detta “areale”, dentro alla quale
vivono e si riproducono spontaneamente. Gli areali delle specie sono determinati da veri
fattori che dipendono dalla loro storia (origine ed evoluzione) e dall’ecologia della specie
stessa; infatti le singole specie crescono soltanto nelle stazioni con un ambiente adatto.
Altre specie sono distribuite in quasi tutto il mondo e hanno perciò un areale molto ampio
come la canna d’acqua presente nelle zone umide di tutti i continenti o la felce maschio
minore, comune nei boschi e nei luoghi selvatici in genere.
La grandezza e la forma degli areali sono molto diverse; alcune specie sono limitate ad
aree molto piccole, talvolta a una sola località (areale puntiforme); altre specie hanno un
areale più vasto come l’abete bianco. All’interno del loro areale le singole specie non
crescono però ovunque, ma soltanto nelle stazioni con un ambiente adatto.

Altre specie hanno un areale inferiore a quello che effettivamente potrebbero occupare per
cui, come avvertono diversi autori, è opportuno precisare che il limite di un areale non è la
linea che comprende tutti i punti in cui tale specie si presenta, ma piuttosto la linea che
esclude tutti i punti in cui la stessa manca.

Estensione e forma degli areali

I fattori che regolano la diffusione delle piante e quindi la forma e l’estensione di un areale
si possono ricondurre a due : fattori estrinsechi, che impediscono fisicamente la diffusione
della specie, come le barriere geografiche rappresentate da oceani, catene montuose,
deserti, ecc., e fattori intrinseci, legati alle caratteristiche fisico-ecologiche della specie e
che quindi ne condizionano la distribuzione in base alle sue esigenze ecologiche. Fra i
primi vanno ricordati i grandi oceani, che hanno contribuito alla differenziazione delle
varie flore continentali e le grandi catene montuose come le Montagne Rocciose, le Ande,
le Alpi ecc.

I fattori climatici in generale hanno una notevole importanza nel determinare la


distribuzione delle specie, perché influenzano direttamente le fasi vitali come
germinazione e riproduzione; i fattori climatici estremi, come durata del periodo freddo,
intensità delle gelate, durata del periodo di aridità, interessano invece le piante adulte.

Oltre ai fattori sopra trattati, notevole importanza rivestono l’intensità e la distribuzione


annua e giornaliera della luce; da tale fattore, che regola soprattutto la fenomenologia,
dipende la distribuzione delle piante a seconda della latitudine.

Rappresentazione cartografica degli areali

Gli areali si possono rappresentare cartograficamente in diversi modi. Si possono indicare


con una simbologia appropriata su una determinata carta geografica tutte le stazioni nelle
quali ricorre la specie considerata; taluni autori arricchiscono queste carte con numerose
altre informazioni, ad esempio di carattere storico, ecologico, fitosociologico ecc..

Molto seguito negli ultimi anni è il metodo che riferisce le stazioni delle specie a un
determinato reticolo mediante il quale è stato suddiviso il territorio oggetto di studio e
marcando quei tasselli nei quali si trova per lo meno una stazione della specie considerata.
Nei modi indicati, si ottengono carte “floristico analitiche. In forma sintetica, gli areali
possono invece essere rappresentati mediante una linea che delimita un’area, tale area in
alcuni casi è indicata con determinati colori o retini in bianco e nero.

Differenti tipi di areali

L’areale di una specie può presentarsi in maniera continua o discontinua; nel primo caso
l’areale è rappresentato da un’area unica, anche se può essere separata dal mare.

Quando l’area di distribuzione è discontinua, si parla di areale disgiunto e in tal caso si ha


un areale diviso in due o più zone, senza contatto fra le stesse; queste zone possono essere
di grandezza diversa, infatti accanto a un’area principale se ne possono avere altre più
piccole e in tal caso si parla di un areale principale e disgiunto, come nel caso di Erica
erborea, distribuita nel bacino del mediterraneo e su alcuni rilievi dell’Africa
centromeridionale. Un altro esempio di specie con areale disgiunto è il pino cembro, che
presenta un areale principale nella Siberia centrale e alcune disgiunzioni sulle Alpi e sui
Carpazi.

Quando una specie è distribuita in un areale principale e alcune stazioni isolate e molto
lontane, queste ultime si considerano”stazioni relitte: tale definizione si applica dunque a
una data specie soltanto in una parte del suo areale tipo la Betula nana. In alcuni casi
queste specie si trovano quasi al limite delle condizioni di sopravvivenza.

Di alcune specie è rimasto ai nostri giorni soltanto una piccola parte dell’areale originario,
in questo caso si può ancora parlare di areale relitto. Si definiscono”cosmopolite” le specie
con areale che si estende a tutta la superficie del globo; si tratta in prevalenza di piante che
presentano una grande capacità di diffusione come le specie che si riproducono per spore o
per semi come le Angiosperme; altre specie, il cui areale originario probabilmente era poco
esteso, sono state favorite dall’uomo durante la sua espansione che ha contribuito a
diffonderle involontariamente su tutta la Terra.

Altre specie, invece, hanno una distribuzione più limitata, con un areale bene definito, e
sono dette “specie endemiche2. Il concetto di endemismo, tuttavia, è abbastanza ampio,
perché si possono avere specie endemiche di aree abbastanza vaste come il faggio.

Si possono distinguere diversi tipi di endemismi in relazione alle caratteristiche delle zone
ove sono presenti e al periodo storico in cui si sono formati.

Gli endemismi sono abbondanti soprattutto nelle regioni che per motivi geografici o
climatici sono rimaste floristicamente isolate; tale caso si è verificato lungo le coste
soggette alle trasgressioni marine, sulle catene montuose interessate dalle glaciazioni, nelle
isole e , più in generale, nei territori con una grande varietà di ambienti. Le specie
endemiche mancano invece o sono molto scarse nelle zone più uniformi come le grandi
pianure.
Tutte le isole del Mediterraneo sono ricche di specie endemiche, dalla Corsica alla
Sardegna e Sicilia e così fino a Creta, le isole dell’Egeo e Cipro.

E’ stato visto che gli endemismi si trovano sempre in regioni la cui flora è isolata;
l’isolamento conduce alla formazione di specie endemiche che attraversi due meccanismi
principali. I rapidi cambiamenti delle condizioni ambientali possono provocare la
frammentazione degli areali per cui una determinata specie va incontro a processi selettivi
e quindi a evoluzioni diverse.

In base all’epoca di formazione, possiamo distinguere, come è già stato detto, due tipi di
endemismi e precisamente i “paleo endemismi” o endemismi relitti e i “neoendemismi”.

Tra i primi rientrano specie tassonomicamente molto antiche e isolate dal punto di vista
sistematico, nel senso che hanno scarsa affinità con altre specie; esse si sono differenziate
in epoche molto antiche e il loro areale, che in passato poteva interessare anche aree molto
estese, si è andato riducendo a causa delle vicende geologiche.

Alcune specie endemiche hanno invece avuto origine in tempi più recenti e rivelano
meccanismi di formazione provocati essenzialmente da cause di ordine genetico,
soprattutto a livello del numero cromosomico.

Quando due specie sistematicamente vicine per i loro criteri occupano territori differenti o
si alternano in zone limitrofe senza però sovrapporsi nella loro distribuzione, giustificando
tale comportamento con ragioni geografiche o ecologiche, di deficniscono “specie
vicarianti”.

Variazioni degli areali

Gli areali delle specie vegetali sono soggetti a continue modificazioni e variazioni
avvenute nel corso delle epoche geologiche trascorse e in atto anche attualmente, sotto
l’influenza di vari fattori.

Infatti i resti fossili di molte piante dimostrano che alcune specie erano distribuite in zone
delle quali ora sono scomparse. Le variazioni degli areali possono avvenire per fenomeni
naturali (mutazioni climatiche ecc) oppure per interventi dell’uomo il quale, soprattutto in
questi ultimi due-tre secoli, ha influito principalmente in due modi sulle piante: favorendo
l’espansione di alcune e riducendo la distribuzione di altre.

E’ noto come l’uomo, in vari modi, abbia influito sull’ambiente naturale e in particolare
sulle piante; in molti casi l’areale è stato fortemente ridotto perché la specie è stata
eliminata da varie stazioni nelle quali prima era presente l’areale originario. In molti casi,
invece, certe specie sono completamente scomparse in natura ed esistono soltanto in
quanto coltivate dall’uomo.
In altri casi, più fortunati, la specie esiste ancora in natura, ma tuttavia molto ridotta nel
numero degli individui.

Altrettanto intensa è stata l’azione dell’uomo nel provocare ampliamenti dell’areale di


alcune specie, sia involontariamente con il trasporto di semi da un continente all’altro, sia
per scopi colturali con le piantagioni artificiali.

Le piante che tendono a diffondersi spontaneamente in territori estranei al loro areale


originario vengono dette “specie avventizie”; alcune di esse si possono insediare in una
località e permanervi per un breve periodo di tempo, dopodiché scompaiono. Altre, invece,
nelle nuove stazioni trovano un ambiente favorevole, con caratteristiche in parte simili a
quello originario, e possono pertanto insediar visi in modo definitivo; queste sono dette
“specie naturalizzate” e possono essere sia legnose sia erbacee.

Le specie esotiche e invasive

Le invasioni di specie esotiche costituiscono uno dei più attuali problemi ambientali e un
tema dominante nella ricerca scientifica contemporanea. Esse sono considerate tra i
principali fattori dei cambiamenti globali ed indicate come la seconda causa di minaccia e
riduzione della biodiversità nella biosfera, dopo la degradazione, frammentazione e perdita
di habitat.

Tra le specie esotiche esotiche introdotte solamente una minima parte diventa dannosa.
Solo alcune, infatti, riescono a superare le barriere biotiche e abiotiche (riproduttive,
ambientali) presenti nella nuova area geografica e, in assenza dei fattori che ne controllano
la diffusione nelle regioni d’origine, si propagano rapidamente su ampie superfici, spesso
in modo tale da divenire una minaccia per la biodiversità o per la salute e le attività
dell’uomo. Queste specie si definiscono invasive.

La Convenzione sulla Biodiversità del 1992 richiede ai Paesi firmatari, tra i vari obiettivi
prefissati, di impegnarsi quanto più possibile, e con i sistemi più idonei, per prevenire
l’introduzione, promuovere il controllo e l’eradicazione di quelle specie esotiche che
minacciano la conservazione di ecosistemi, habitat od altre specie. Molti altri riferimenti
legislativi, internazionali, comunitari, nazionali e regionali, impongono delle limitazioni
alle introduzioni di specie esotiche e richiedono determinate attività di gestione e controllo.

Il primo passo nella gestione delle risorse ambientali, per quanto riguarda i processi delle
invasioni biologiche, consiste in un’adeguata conoscenza dello stato attuale e della
dinamica delle specie alloctone in un determinato territorio. In questo contesto assume
grande importanza la redazione di inventari nazionali della flora esotica. Essi riassumono
ed aggiornano le conoscenze storiche di generazioni di botanici, consentono di confrontare
le flore esotiche di regioni diverse; sono quindi strumenti scientifici indispensabili per la
comprensione della dinamica delle specie vegetali introdotte, in modo particolare di quelle
invasive. E’ ben chiaro che la distinzione tra specie esotiche e native non è sempre di facile
determinazione e che i processi invasivi non tengono conto dei confini amministrativi.
Tuttavia la disponibilità di inventari redatti sia su base nazionale che regionale rappresenta
un fondamentale strumento di gestione, di grande interesse non solo scientifico ma anche
per la Pubblica Amministrazione e per vari Enti Territoriali.

L’Italia vanta una solida tradizione nello studio della flora esotica che ha consentito di
accumulare, nel corso degli ultimi secoli, una ricca base informativa sulle specie vegetali
introdotte. La quantità di dati raccolti nelle collezioni di erbario e nelle pubblicazioni
scientifiche è elevatissima. Le prime sintesi risalgono a SACCARDO (1909), che nel suo
studio sulla cronologia della flora italiana, in un elenco di 713 entità esotiche coinvolte in
Italia, 331 entità esotiche coltivate in Italia, 331 entità già presenti alla fine dell’Ottocento
allo stato spontaneo.

Metodologia

Il primo passo per la realizzazione di una checklist nazionale è necessariamente quello di


adottare una terminologia comune che si uniformi ai modelli più usati a livello
internazionale. Esistono tuttora elementi di dibattito sulla terminologia, tuttavia è stato
raggiunto un notevole accordo.

Sulla base di questi riferimenti standard si definiscono esotiche (aliene, alloctone) le specie
migrare al di fuori del loro areale geografico originario tramite l’intervento volontario o
involontario dell’uomo. A seconda del grado di naturalizzazione, che costituisce una
misura del successo delle specie del nuovo territorio e quindi anche una stima della loro
potenzialità invasiva, le specie esotiche vengono divise in casuali, che si riproducono per
poche generazioni ma richiedono il continuo apporto di nuovi propaguli per mantenere le
proprie popolazioni, naturalizzate, che utilizzate, evitando così la competizione
interspecifica con le specie native.

Status invasivo

In ogni regione è verificato lo status invasivo per la specie censita. Le categorie utilizzate
seguono la terminologia indicata ovvero: solo in coltivazione; casuale; naturalizzata;
naturalizzata ed invasiva; status non accertato o dubbio.

Distribuzione regionale

La distribuzione delle specie censite nel territorio regionale secondo la scala: molto rara;
rara; localmente comune; comune; molto comune.
Habitat, usi del suolo

Gli ambienti in cui è più comunemente presente le specie oggetto di censimento, sono
registrati utilizzando le seguenti classi: solo in coltivazione; ambienti urbani e ruderali;
aree agricole, rimboschimenti, reti viarie, rete idrografica, zone umide, coste ed ambienti
litorali o dunali, boschi, macchie, garighe, altro.

Risultati preliminari ed attesti

Il primo prodotto del gruppo di lavoro nazionale è stata la checklist delle 100 neofite più
significative per l’Italia. Si tratta di un primo stadio che prelude all’obiettivo finale, ossia
alla realizzazione della checklist della flora esotica, comprensiva di singole monografie e
mappe di distribuzione delle singole specie.

Questo primo elenco ha messo in evidenza, anche per l’Italia la presenza di un


significativo contingente di specie esotiche, per lo più già messe in evidenza dagli stessi
componenti del gruppo di lavoro in singole pubblicazioni di carattere nazionale od
internazionale, ma qui riunite, per la prima volta, in forma organica.

Sono ormai comparse in Italia, da diversi anni, molte tra le specie indicate come più
invasive a livello globale.

Gli ambienti naturali e seminaturali sono però ugualmente già interessati da un importante
contingente di specie esotiche invasive; si tratta in particolare degli ambienti costieri e
della rete idrografia.

Una particolare attenzione va rivolta agli interventi di rimboschimento . In questo caso si


tratta di introduzioni necessariamente volontarie di specie esotiche e sulla cui opportunità o
meno si discute ormai da tempo in maniera piuttosto controversa.

La disseminazione dei frutti

Come i fiori vengono distinti a seconda degli impollinatori, così i frutti vengono
raggruppati in base agli agenti della disseminazione.

Frutti a disseminazione anemocora (operata dal vento)

Alcune piante possiedono frutti o semi che possono essere disseminati dal vento grazie alla
loro leggerezza come per esempio quelli a consistenza pulverulenta di tutte le specie della
famiglia delle Orchidaceae.
Frutti a disseminazione idrocora (operata dall’acqua)

I frutti ed i semi di molte piante, in particolare di quelle che crescono nell’acqua o in


prossimità di sorgenti, possono galleggiare, grazie a particolari tessuti aeriferi del frutto, o
perché il frutto contiene dell’aria in alcune sue parti. Alcuni frutti sono specialmente
adattati alla disseminazione per mezzo delle correnti oceaniche.

Frutti a disseminazione zoocora (operata dagli animali)

L’evoluzione dei frutti dolci, carnosi e spesso intensamente colorati è stata accompagnata
da quella parallela degli animali e delle angiosperme.

La maggior parte dei frutti con pericarpo carnoso, quali la ciliegia, il lampone e l’uva,
vengono mangiati dai vertebrati. Quando tali frutti sono mangiati dagli uccelli o dai
mammiferi, i semi in essi contenuti vengono disseminati da questi animali, passando intatti
attraversi il loro apparato digerente.

I frutti carnosi, maturando, subiscono una serie di cambiamenti caratteristici determinati da


un ormone, l’etilene.

I semi di alcune piante, specie quelle tropicali, presentano spesso appendici carnose che
hanno i colori brillanti caratteristici dei frutti e che, al pari di questi, sono di aiuto nella
disseminazione ad opera dei vertebrati.

I frutti non ancora maturi sono verdi o colorati in modo tale che si confondo spesso col
fogliame sfuggendo quindi, alla vista degli uccelli, dei mammiferi e degli insetti. Per lo più
hanno sapore sgradevole e ciò tiene lontani gli animali che non se ne cibano prima che i
semi siano maturi. I cambiamenti di colore che accompagnano la maturazione, sono “i
segnali” della pianta che indicano che il frutto è pronto per essere mangiato (i suoi semi
sono maturi e pronti per la disseminazione).

Non è per caso che il rosso è il colore dominante dei frutti maturi. I grandi semi di frutti
carnosi vengono disseminati generalmente dagli uccelli e dai mammiferi, essendo gli
insetti troppo piccoli per farlo.

Corologia

L’areale di una specie è l’insieme di tutti i territori in cui la specie è presente in condizioni
di spontaneità ed in modo duraturo. Si può parlare di areale anche per un genere o per una
famiglia.

Si può inoltre distinguere tra “areale integrale” e “areale territoriale”. Il primo corrisponde
alla distribuzione completa, il secondo si riferisce alla distribuzione nell’ambito della
regione di cui si parla ed è solo una parre dell’intero areale. Quando si parla di areale senza
alcuna specificazione si intende comunque quello intero, altrimenti si usa aggiungere una
indicazione geografica.
Nel suo areale una specie non è ovunque frequente nello stesso modo e so può indicare
come centro di distribuzione la porzione dell’areale in cui la specie è sensibilmente più
frequente ed abbondante nella vegetazione.

Rappresentazione di un areale

Un areale si disegna su una base cartografica a piccola scala, scegliendo tra diversi metodi
grafici. Il modo più tradizionale è quello di segnare con un simbolo le località per la quali è
nota la presenza della specie, località dedotte dalle pubblicazioni di segnalazione floristica
e dalla consultazione degli erbari; in questo secondo caso si ha modi di controllare la
corretta identificazione della specie.
14. I BIOMI

I Biomi:

1. Sono ecosistemi zonali caratterizzati da un determinato bioclima (la prima


caratterizzazione dei biomi viene effettuata su base bioclimatica, ogni bioma ha un proprio
bioclima) e da un certo tipo di vegetazione e di fauna;

2. Un bioma può occupare un’area continua (per esempio la taiga distribuita su tutte le
zone fredde dell’emisfero boreale, Siberia-Nordeuropa-Alaska-Canada) oppure aree
distribuite in parti differenti del pianeta (per esempio l’ecosistema mediterraneo distribuito
su bacino mediterraneo- California- Cile- Sudafrica- Australia Occidentale);

3. Tra i biomi analizzeremo: Tundra, Foreste boreali (Taiga)- temperate e tropicali,


foreste pluviali temperate, foreste di latifoglie sempreverdi (Laurisilva e Vegetazione
mediterranea), Steppa e prateria, Savana, Deserti.

La vicarianza è:

1. L’esistenza di gruppi con caratteri ecomorfologici simili ma occupanti aree


geografiche distinte. Per esempio tra le querce sempreverdi abbiamo 4 specie di aspetto
quasi uguale, ma con distribuzione completamente differente Quercus ilex (Spagna,
Marocco e Turchia), Quercus agrifolia (California), Quercus virginiana (America
settentrionale), Quercus phillyreoides (Giappone).

LA TUNDRA

Zona: Si estende nella zona artica, in particolare, lungo i margini settentrionali dell'Eurasia
e del Nordamerica e sulle isole del Mar Glaciale Artico (Siberia-Nordeuropa-Alaska-
Canada).

Suddivisione fitoclimatica: A sud (tundra con arbusti nani), a nord (tundra a muschi e
licheni).

Clima: precipitazioni nevose modeste, temperature molto basse, temperature alte durante la
breve stagione vegetativa.

Il suolo: povero in materia organica, è costituito da terriccio misto a ghiaccio, il


permafrost, che non si scioglie mai. La breve durata della stagione vegetativa e le
temperature rigide determinano scarsa produttività del manto vegetale.

Strutture microgeomorfologiche: vegetali di piccole dimensioni si possono presentare


come poligoni, terreno a strisce, terrazzette, palsa (sollevamento ellittico o circolare),
pingo (l’acqua sottostante il permafrost viene spinta verso l’alto, rompe lo strato di
permafrost, gela e forma un nucleo ghiacciato che determina la formazione del pingo).

Fauna: il bue muschiato (è una grossa capra), la renna, la lepre artica, la volpe artica e
l'orso bianco. Tra gli insetti, i ditteri.
Popolazione: Ceppo mongolo che, fino a pochi decenni fa, viveva di pesca e
dell'allevamento delle renne, oggi gestiscono stazioni radar e meteorologiche e aeroporti.

La vegetazione è scarsa : Prevalgono le Crittogame (licheni e muschi) sulle Fanerogame


(giunchi). Figurano due piante endemiche: la betulla nana (Betula nana) alta una ventina di
centimetri e il salice (Salix arctica).

A nord prevalgono i muschi e i licheni dei generi: Scapania, Funaria , Seligeria, Cladonia,
Cetraria ,Caloplaca. A sud arbusti nani.

Fattori limitanti: Basse temperature, Breve stagione vegetativa, carenza di azoto (le
Fanerogame crescono con tali fattori limitanti). Molte specie non sono in grado di fiorire e
fruttificare nel corso di un solo anno, inoltre molte specie erbacee possono raggiungere e
superare i 100 anni di vita.

Minacce e impatto antropico: negli ultimi anni l’intervento antropico nella zona artica è
aumentato in maniera preoccupante per la ricerca di nuove fonti di energia e di materie
prime, tra le minacce vi è la Caccia (foche, orsi bianchi ….), lo Sfruttamento petrolifero, il
Collaudo armi nucleari, i Cambiamenti climatici e soprattutto l’asportazione del permafrost
(per la costruzione di un oleodotto) che provoca il collassa mento del terreno e la
trasformazione della tundra in palude.

La tundra alpina: le principali differenze ecologiche tra la zona artica e la fascia alpica
sono: 1. Sulle Alpi non si hanno suoli con permafrost, 2. L’intensità luminosa è maggiore
nelle Alpi che nella zona artica, 3. Nella zona artica possono sopravvivere solo piante
longidiurne o indifferenti alla durata del giorno, mentre nella regione artica, sulle Alpi si
hanno anche piante brevi diurne.

FORESTE BOREALI, TEMPERATE E TROPICALI

Caratteri ambientali:

1. Abbondanti precipitazioni annuali

2. Stratificazione della vegetazione – il livello superiore è occupato dagli alberi più


alti; il livello intermedio è occupato da alberi di media dimensione; il livello inferiore è
occupato da piante erbacee e crittogame .

3. Suolo fertile – sul suolo si accumula abbondante sostanza organica che è soggetta a
lenta decomposizione ad opera di batteri, funghi e insetti.

TAIGA: FORESTA BOREALE A CONIFERE

Zona boreale: Europa nordoccidentale, Siberia, Alaska.

Suolo: a causa delle basse temperature, la velocità dei processi di decomposizione della
sostanza organica è minore.
Caratteri ambientali: Corte estati umide, Lunghi inverni freddi, Cicli di crescita piuttosto
brevi.

Fauna: comprende alcuni grossi erbivori quali i caribù che si nutrono di licheni.

Vegetazione: è costituita prevalentemente da conifere dei generi Picea, Abies, Pinus, Larix:
abete rosso, abete bianco, larice, Pino silvestro, inoltre ospita spesso delle Torbiere
(colonie di sfagno-briofita), e alcune specie dei boschi a pioppi od ontani. Vi sono anche le
Crittogame (muschi i licheni).

I boschi di conifere sulle Alpi: hanno avuto origine durante le glaciazioni e costituiscono
un esempio di foresta di tipo oro boreale, Vi si trovano foreste a Picea abies (abete rosso),
boschi a Pinus silvestris, cembrete (pino cembro) e lariceti. Sono presenti anche delle
torbiere con sfagni e piante carnivore.

Nelle regioni a clima oceanico (soprattutto in Siberia e in Scandinavia) la taiga è costituita


da formazioni a betulla.

FORESTA TEMPERATA

Caratteri ambientali: Estati calde e piogge abbondanti durante tutto l’anno, Periodo
vegetativo lungo 8-9 mesi con una pausa durante l’inverno

Generi rappresentativi: Fagus, Quercus , Acer, Fraxinus:

1. Le specie di faggio delle foreste di latifoglie decidue: Fagus crenata (Giappone),


Fagus sylvatica (Europa), Fagus grandifolia (Nordamerica)

2. Le querce delle foreste di latifoglie decidue: Quercus cerris (il cerro), Quercus
robur (la farnia), Quercus petrea (la rovere)

3. Il frassino delle foreste di latifoglie decidue: Fraxinus excelsior, Fraxinus


americana.

4. Altra foresta di latifoglie decidue: boschi di Nothofagus nelle Ande della Patagonia
e in Cile.

FORESTA TROPICALE

Caratteri ecologico-ambientali: Clima con temperature elevate e piogge abbondanti durante


tutto l’anno, La fertilità del suolo è mantenuta da funghi, termiti e formiche coltivatrici di
funghi, Elevata produttività (1/3 della produttività globale), Elevata diversità specifica ,
Elevata complessità strutturale.

Strato arboreo: Superiore (alberi alti 40-50 m), Intermedio (alberi alti 25-35 m), Inferiore
(alberi alti 10-20 m).
Famiglie rappresentative: Araliaceae (genere Schefflera) , Mimosaceae, Passifloraceae (
genere Passiflora),Bombacaceae (genere Chorisia), Sterculiaceae , Araceae (genere
Colocasia e Arisarum), Arecaceae (le palme), Zingiberaceae (zenzero), Bromeliaceae
(ananas sativus).

FORESTE PLUVIALI TEMPERATE: (foresta mista caducifoglia)

Nelle zone temperate con valori elevati di piovosità si hanno formazioni di foreste pluviali
temperate:

1. America settentrionale: foreste di Sequoie (ad es. il Sequoia National Park)

2. America meridionale: foreste di Araucaria

3. Asia: foreste di Cryptomeria (in Giappone) e di Abies e Bambù (in Cina)

4. Australia: foreste di Eucalyptus.

5. Europa: Faggeti e Querceti

6. Stratificazione: strato arboreo 15-30 m, strato arbustivo 1-5 m, strato erbaceo meno
di 1m.

FORESTA PLUVIALE TROPICALE: (il più antico tra i biomi del pianeta)

Zona: area lungo l’equatore

Clima: caldo-umido con temperature costantemente elevate e piogge abbondanti in tutte le


stagioni, c’è sempre luce per 12 ore al giorno quindi mancano le vere stagioni poiché tale
clima è sempre costante, infatti la fioritura non è concentrata in un particolare periodo
dell’anno come da noi in primavera.

Vegetazione: foreste sempreverdi con alberi che raggiungono i 40 m di altezza e famiglie


di vegetali Cannacee, Euforbiacee, Mimosacee, Orchidacee, Palme. Inoltre vi sono
abbondantissime liane.

Stratificazione: strato arboreo superiore 40-50 m, strato arboreo intermedio 25-35 m,


strato arboreo inferiore 10-20 m.

FORESTE DI LATIFOGLIE SEMPREVERDI:

1. Foresta mediterranea (climi con aridità estiva)

2. Laurisilva (climi con aridità invernale o umidità elevata per tutto l’anno)

LAURISILVA

Il nome Laurisilva: deriva dal fatto che questa vegetazione è costituita da molte Lauracee,
tale termine è stato usato dapprima nelle Canarie dove questo tipo di bosco ha uno strato
arboreo ricco di Lauracee.
Ipotesi foglie/clima: è stato ipotizzato che la laurisilva e la foresta mediterranea differissero
per la diversa struttura morfologica della foglia (laurofille e sclerofille). Tuttavia
recentemente De Lillis ha dimostrato che le due foglie erano presenti in entrambe le
foreste, quindi la distinzione non può essere fatta in base alla morfologia fogliare, ma
soltanto tenendo conto del clima: aridità estiva per la foresta mediterranea, clima umido
tutto l’anno per la laurisilva.

Distribuzione della laurisilva: Giappone meridionale, Cina meridionale, Sudafrica,


Canarie, Stati Uniti (Florida), Cile e Argentina (sui versanti orientali delle Ande), Nuova
Zelanda, Australia, Europa (Portogallo; coste del Mar Nero; Italia).

Vegatazione della laurisilva: Lauracee e Magnoliacee= Laurus nobilis, Persea gratissima


(avocado), Citrus aurantium (arancio) specie indigena della Cina meridionale, Thea
sinensis, Magnolia grandiflora, Cinnamomum camphora, Carpinus betulus, Ilex aquifolium
(agrifoglio), Daphne laureola. Tra queste alcune piante sono divenute oggetto di coltura:
Citrus aurantium, Persea gratissima, Thea sinensis, e le piante ornamentali Camelia e
Magnolia.

Relitti di Laurisilva in Italia e in Europa: litorale a sud di Roma, Appennino Abbruzzese,


Calabria, Portogallo, coste del Mar Nero.

VEGETAZIONE MEDITERRANEA

Clima: clima temperato-caldo con aridità estiva per tre mesi le precipitazioni sono ridotte a
nulla, le precipitazioni nevose sono rarissime e la temperatura non scende al di sotto dello
zero.

Zona: bacino mediterraneo, California settentrionale, Cile centrale, Sud Africa, Australia
occidentale.

1. Bacino mediterraneo: qui la vegetazione prende il nome di macchia (bosco


sempreverde formato dal leccio, Quercus ilex) e di gariga (costituita da arbusti
sempreverdi molto bassi come rosmarino, timo, ginestra, palma nana ecc.);

2. California: qui prende il nome di Chaparral (bosco sempreverde dove le specie più
diffuse sono quelle di Adenostoma);

3. Cile Centrale: qui prende il nome di Matoral (alberelli sempreverdi di Lithrea e


Quillaja);

4. Sud Africa: qui prende il nome di Fynbos (arbusti sclerofilli di Protea e arbusti
ericoidi);

5. Australia occidentale: qui prende il nome di Kwongan (bassi arbusti sclerofilli di


Proteacee e Mirtacee).
Periodicità: le piante che vivono in ambiente mediterraneo hanno due periodi critici:
l’inverno, a causa delle basse temperature e l’estate per l’aridità. Gelate e nevicate
danneggiano la vegetazione mediterranea causando shock termico e rottura di rami e fusti.
Allo stesso modo l’aridità estiva provoca lo shock termico, le piante perdono molta acqua.
L’attività vegetativa è molto intensa in primavera, mentre in estate abbiamo il riposo
vegetativo. Il ciclo di crescita delle piante annuali è: semina ad ottobre, fioritura in
primavera, fruttificazione in estate.

Adattamenti: le strategie che le specie mediterranee hanno sviluppato per sopravvivere


all’aridità estiva possono essere classificate in due categorie: strategie di resistenza (per
evitare stress, caduta delle foglie, riduzione della traspirazione attraverso la chiusura
stomatica) e strategie di tolleranza (per svolgere le funzioni vitali anche con carenza idrica,
meccanismi di opposizione alla disidratazione). La sclerofillia è uno dei più importanti
adattamenti della pianta al clima mediterraneo, in quanto la sclorifillia è l’ispessimento
delle foglie come risposta al deficit idrico estivo, proteggiendosi così da un’eccessiva
traspirazione. Inoltre le piante mediterranee sviluppano un apparato radicale molto esteso e
profondo che consente di assorbire acqua dal suolo anche in situazioni di forte aridità.

Biodiversità: gli ecosistemi mediterranei sono considerati una grande riserva di


biodiversità vegetale in quanto risultano tra i più diversificati del mondo, in Sicilia e in
Sardegna vi è un’elevata concentrazione di specie endemiche chiamate hot spots.

Pericoli per la vegetazione mediterranea: Fuoco, insediamenti industriali e urbani, parassiti


virulenti.

Importanza economica della vegetazione mediterranea: dal ciocco d’erica vengono


fabbricate le pipe, viene estratto il sughero e la resina, vengono utilizzate piante aromatiche
per uso culinario, officinale e ornamentale (rosmarino, salvia, lavanda).

Uomo e ambiente: nella zona mediterranea le colture più diffuse sono il frumento, la vite,
l’olivo, la frutticoltura (soprattutto agrumi) e la coltura di mais.

Le cause del degrado della vegetazione mediterranea in Italia sono:

1. Fragilità intrinseca degli ecosistemi mediterranei: a causa dell’intervento dell’uomo


la macchia mediterranea può trasformarsi in gariga poi steppa ed infine in suolo nudo in
quanto l’uomo non è in grado di rispettare l’ambiente in cui vive;

2. Sfruttamento del territorio e degrado del suolo: il disboscamento provoca una forte
riduzione della capacità di ritenzione dell’acqua da parte del suolo e può essere
considerato, la principale causa antropica di esaurimento delle risorse acquifere;

3. Incendi: dopo un incendio la vegetazione risulta praticamente distrutta,


sopravvivono solo i semi conservati nel terreno questi germineranno, se sopravvive
qualche albero si ricostruirà la parte aerea. Comunque dopo 10-20 anni l’aspetto della
vegetazione ritorna simile a quello che si aveva prima dell’incendio, nel caso però di
ripetuti e frequenti incendi la degradazione diviene irreversibile e la vegetazione si
presenta come pratelli di terofite, Cisti ed Eriche;

4. Attività agropastorali e sovrapascolamento: la presenza costante del bestiame


condiziona la naturale distribuzione delle specie confinando in luoghi inaccessibili quelle
non adatte al pascolo, provocando così un decremento della composizione della flora.

5. Cambiamenti climatici: da 50 anni si sta registrando un aumento della temperatura


del pianeta senza però creare le condizioni per l’insediamento di comunità vegetali più
adeguate alla nuova situazione ambientale.

STEPPE E PRATERIE

Sono formazioni costituite da piante erbacee oppure da bassi arbusti (alti fino a 1 metro)
che si sviluppano in zone povere di precipitazioni.

Clima: freddo d’inverno, caldo d’estate, poche precipitazioni (steppa), abbondanti


precipitazioni (prateria).

Zona steppa: pianure che si estendono dalla Russia meridionale alla Siberia fino alla Cina.

Zona prateria: ampia superficie degli attuali USA

Vegetazione Steppa: Graminacee. Taxa della steppa: Stipa, Astragalus, Artemisia.

Vegetazione Prateria: Graminacee di grosse dimensioni (grano, mais, avena…)

Fauna Steppa: elefante, rinoceronte, cervo, cavallo, lupo, leone, iena.

Fauna Prateria: bisonte, lupo, coguaro

Popoli Steppa: Unni, Tartari, hanno lasciato un’importante traccia nella storia.

Steppe ad Artemisia: le Artemisia sono bassi arbusti con base lignificata e foglie ricoperte
di una sostanza aromatica con odore di assenzio. Sono presenti in Asia centrale e Nord
America, Marocco, Arabia e Spagna meridionale, Sicilia meridionale.

Altre praterie: Pampa in Argentina e Prateria del Transvaal in Africa meridionale

LA SAVANA

Zona: È una formazione vegetale tipica delle regioni tropicali (tropico del cancro e tropico
del capricorno), tra cui Australia,Messico, Africa, Asia, Arabia, Iran, India. Si tratta di
zone pianeggianti.

Vegetazione: costituita da una prateria disseminata di graminacee e di alberi di Acacia. Le


Acacie crescono distanziate l’una dall’altra, la distanza può variare tra 10 e 50 m, questa
distribuzione è determinata dallo sviluppo delle radici che occupano un’ampia superficie
per garantire all’albero sufficiente quantità di acqua. Sono presenti alberi con fusto a
bottiglia tale forma ha la funzione di riserva d’acqua come nelle Chorisia e nei Baobab.

Clima: tropicale arido, temperatura costante e alta per tutto l’anno (21-28 gradi), vi è però
una forte escursione giornaliera, di giorno caldo insopportabile, di notte può far freddo. È
caratteristica l’alternanza tra la stagione secca e la stagione delle piogge.

Suolo: costituito da sabbia e povero di nutrienti, la sostanza organica è assente e la riserva


d’acqua è molto scarsa soprattutto durante la stagione secca e questo determina un
imponente sviluppo dell’apparato radicale in profondità. Durante la stagione umida il suolo
si copre di acquitrini, terminate le piogge questi acquitrini si seccano lasciando
efflorescenze saline.

Cerrado: è il più grande sistema di savane in Brasile.

La savana del Sahel (Africa sub-sahariana): qui si sono sviluppati popoli nomadi che
hanno abbandonato la caccia per dedicarsi all’allevamento mantenendo l’equilibrio
dell’ecosistema, negli anni recenti i Paesi industrializzati con la lotta alla tze-tze e la
trapanazione di nuovi pozzi hanno aumentato la disponibilità d’acqua per gli animali e
incrementato il pascolo portando alla distruzione della vegetazione.

DESERTI

1. Sabbiosi (Kalahari e Namib in Africa; Rub al Kali in Arabia; il Gobi con


temperature fredde in Asia; Atacama in Perù; Gibson e Simpson in Australia);

2. D’altitudine (sulle Ande e sull’ Hymalaia)

3. Salati (deserto del Mar Morto, in Palestina)

4. Sahara (Africa settentrionale), deserto più grande del pianeta, il cui nome arabo
significa “deserto”.

5. In Europa non vi sono deserti.

Clima: poche precipitazioni e temperature elevate tutto l’anno, le temperature sono elevate
solo durante le ore di sole, infatti le temperature minime scendono a 3-7 gradi

Le oasi: sono avvallamenti naturali nei quali si ha l’affioramento di acque profonde, qui si
hanno condizioni favorevoli per una rigogliosa vita animale e vegetale, propria
dell’ambiente tropicale.

I deserti sono minacciati da: costruzione di strade, inquinamento, turismo, caccia(diverse


specie del deserto sono in via di estinzione o in rapida diminuzione). L'utilizzo del deserto
come terreno d'addestramento militare, carcere o campo profughi danneggia il deserto.

Le piante dei deserti: Cactaceae, Euphorbiaceae (Euphorbia), Arecaceae (nelle oasi),


Chenopodiaceae (nei deserti salati, Chenopodium),Tamaricaceae (nei deserti salati,
Tamarix). Le Zigofillacee sono una famiglia largamente adattata all’ambiente desertico , di
tale famiglia il genere Larrea si presenta con cespugli le cui foglie sono ricche di ghiandole
ed emanano un caratteristico odore di petrolio.

I cactus: sono piante succulente, le foglie sono ridotte a brevi spine e il tessuto fotosintetico
copre la superficie dei fusti, questi sono ingrossati così da accumulare acqua, la fotosintesi
è del tipo C4: di giorno gli stomi possono rimanere chiusi e si aprono durante la notte per
permettere l’entrata dell’anidride carbonica. La fotosintesi di tipo C4 è un adattamento
diffuso nelle piante di ambiente desertico.

15. IL PAESAGGIO ITALIANO E LE SUE TRASFORMAZIONI

Il paesaggio vegetale dell’Italia, con ben 67 sistemi di paesaggio, è caratterizzato da


un’alta biodiversità, dovuta:

1. alla posizione geografica della penisola;

2. alla geomorfologia del territorio;

3. alle condizioni climatiche generali e locali;

4. alla millenaria presenza dell’uomo.

La vegetazione naturale tipica è una vegetazione di tipo forestale; infatti le condizioni


ambientali sono tali per cui, in assenza di intervento dell’uomo, sarebbe presente ovunque
la foresta, che in termini ecologici è l’espressione più alta e complessa dell’ambiente, ed è
in grado di automantenersi.

Oggi a causa dell’intervento dell’uomo il paesaggio forestale naturale in Italia è presente in


quantità minore. Infatti nel corso dei secoli il paesaggio vegetale ha subito diverse
trasformazioni, che si possono così brevemente riassumere:

1. Riduzione dei paesaggi vegetali naturali e aumento dei paesaggi culturali;

2. Riduzione di paesaggi come stagni, paludi, laghi, dune costiere;

3. Modificazione della composizione floristica del paesaggio con la scomparsa di


alcune specie e l’ invasione di altre.

Paesaggi italiani:

1. Paesaggio carsico (in Friuli-Venezia Giulia): Boschi di latifoglie decidue con


carpino

2. Paesaggi lagunari (Laguna di Venezia,Valli di Comacchio): Vegetazione dei suoli


salati con piante come Salicornia o Limonium o tamerici, Vegetazione delle dune con
Cakile e graminacee.
3. Paesaggio padano: La vegetazione naturale era costituita da boschi di alberi
caducifogli (querce e carpini).Questo paesaggio forestale è ridotto ad alcuni lembi, colture
cerealicole come la camomilla e i papaveri, colture e filari frangivento di pioppi canadesi
(Populus canadensis). Un altro elemento del paesaggio è costituito dalle risaie*.

4. Il paesaggio colturale: costituito da una pianura irrigua, con colture estensive ed


intensive (soprattutto mais, frumento, segale, avena).

*Semina e raccolta del riso:

1. 1° fase - Tra la fine dell'inverno e l'inizio della primavera il terreno viene arato,
concimato e arginato.

2. 2° Fase – In Primavera abbiamo la semina , poi i campi vengono inondati e dopo


pochi giorni nascono le piantine.

3. 3° fase - Sviluppo delle piante insieme ad erbe infestanti, i campi vengono irrigati.

4. 4° fase - Nei mesi di settembre e ottobre viene effettuata la mietitura e la trebbiatura


del riso con macchine mietitrebbiatrici che separano i grani di riso dalla paglia.

Specie dei paesaggi colturali:

1. Gelso (Morus alba e Morus nigra), coltivato in Lombardia, Toscana, Veneto

2. Vite (Vitis vinifera) In Piemonte, Trentino, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Toscana


e in diverse regioni centrali e meridionali

3. Girasole (Helianthus annuum), in particolare in Toscana e Campania

4. Tabacco (Nicotiana tabacum), in Campania, Umbria e Puglia.

16. IL PAESAGGIO SICILIANO

Catene montuose:

1. Nella parte settentrionale dell’Isola si trovano le catene montuose che


rappresentano la prosecuzione della catena appenninica. Esse si estendono dai Monti
Peloritani all’arcipelago delle Egadi. Procedendo da est verso ovest le cime più alte sono
Montagna Grande (Peloritani), Monte Soro (Nebrodi), Pizzo Carbonara (Madonie), Monte
S. Calogero (Monti di Termini Imerese), Monte Sparagio (Monti di Trapani), Rocca
Busambra (Monti Sicani).

2. Nella zona centro- e sud-orientale sono localizzati i Monti Erei, L’Etna e


l’Altopiano Ibleo.
3. Le rocce più diffuse sono quelle sedimentarie, seguite da quelle vulcaniche e da
quelle metamorfiche.

4. Le aree boscate più estese sono situate nelle catene dei Nebrodi, Peloritani e
sull’Etna

Seminativi(costituiscono il 26% del paesaggio siciliano):

1. Colture foraggere di sulla (leguminosa);

2. colture orticole;

3. La vegetazione infestante è caratterizzata da papaveri, fiordaliso e convolvolo. La


loro presenza determina un aumento di biodiversità in questi ambienti molto poveri dal
punto di vista floristico.

4. La vegetazione pascoliva è caratterizzata dalle coltivazioni erbacee permanenti


(graminacee e composite da pascolo: Festuca rubra e Bellis perennis) , create dall’uomo
con il disboscamento e mantenuti dal bestiame;

5. Le coltivazioni legnose sono rappresentate da oliveti, noccioleti, mandorleti,


frassineti, fruttiferi vari di interesse commerciale, da boschi artificiali di conifere (Pino
d’Aleppo, Pino nero) e di latifoglie (Eucalipti e Frassini per lo più).

Diversi tipi di vegetazione:

1. La vegetazione dei corsi d’acqua: è costituita da pioppi, olmi, salici, e nelle


cosiddette “fiumare” da tamerici e oleandro.

2. La vegetazione palustre e lacustre: è costituita da canne, giunchi e carici.

3. La vegetazione delle coste rocciose: è costituita dal finocchio marino, dal cappero e
da specie del genere Limonium e Salicornia.

4. La vegetazione delle coste sabbiose: è costituita da alcune graminacee e da poche


altre specie erbacee e anche alcune specie di ginepro.

5. La vegetazione dei fiumi: i fiumi più importanti sono Cassibile, Anapo, Ciane e
Fiumefreddo . Nel fiume Cassibile e Anapo si trovano formazioni di foresta con Platano.
Nei fiumi Anapo, Ciane e Fiumefreddo si sottolinea anche la presenza dell’unica
popolazione italiana di Papiro.

Boschi naturali presenti in Sicilia:

1. Querceti caducifogli: rovere, cerro, quercia di Gussone,

2. Querceti sempreverdi: leccio e sughera,

3. Conifere: pino d’Aleppo, pino domestico, pino laricio.


4. Faggeti.

Nella Fascia mediterraneo-arida è presente:

1. La macchia a quercia spinosa e ginepro fenicio,

2. La macchia ad olivastro e lentisco

3. La macchia a olivastro ed euforbia

4. La macchia a palma nana

Nella Fascia mediterraneo-temperata è presente:

1. Il leccio e la sughera

Nella Fascia sannitica è presente:

1. Il querceto caducifoglie con il cerro e la roverella

Nella Fascia colchica (sulle Madonie) sono presenti:

1. querceti a rovere e agrifoglio

Nella Fascia subatlantica(sulle Madonie, Nebrodi, Peloritani ed Etna) sono presenti:

1. Faggeti ad agrifoglio e solo sull’Etna il pineto di Pinus laricio e betuleti.

Nella Fascia irano-nevadense ( sulle vette delle Madonie e dei Nebrodi) sono presenti:

1. comunità di arbusti spinosi.


17. BOSCHI ITALIANI

Boschi di ambiente montano:

1. Boschi di faggio: nel sottobosco dei faggeti si possono trovare il mughetto, primule,
anemoni e campanule.

2. Boschi di conifere: abeti (rossi e bianchi) e larici.

I boschi di pianura:

1. Sono costituiti da farnia, olmi, salici, carpini, aceri, frassini.

2. Pioppete artificiali: in esse vi è un ibrido tra il pioppo nero e il pioppo americano,


molto veloce nella crescita e utilizzato per l’industria della carta.

Boschi di ambiente mediterraneo:

1. Pinete marittime (Pino marittimo, Pino domestico, Pino d’aleppo).

18. BIODIVERSITA’

La biodiversità è: la varietà complessiva di forme di vita presenti sulla terra.

Differenti livelli di diversità:

1. diversità interspecifica (diversità esistente tra le specie),

2. diversità infraspecifica (diversità genetica esistente tra individui di una stessa


specie),

3. diversità eco sistemica (forme di aggregazione in rapporto all’habitat).

Nel pianeta le aree di massima concentrazione della biodiversità vegetale comprendono:

1. la regione mediterranea,

2. le regioni a clima di tipo mediterraneo e tropicale del Sud America, Africa e Asia.

Si pensa che le ragioni di questa grande diversità e dell’alto tasso di endemismo (alcune
specie sono esclusive di un dato territorio) che caratterizza la regione mediterranea siano:

1. la sua posizione geografica tra l’area boreale euro-asiatica e quella


tropicale/subtropicale africana che facilita la presenza di specie originarie di quasi tutti i
conosciuti reami biogeografici;

2. la storia geologica e climatica che ha determinato il susseguirsi e la


sovrapposizione di differenti episodi di colonizzazione da parte delle specie;
3. la sua geomorfologia complessa (molte montagne e isole) e conseguentemente la
varietà del suo clima e dei suoli.

Tendenze generali di diversità floristica:

1. i paesi caldi hanno flora più ricca di quelli freddi,

2. i paesi con piogge abbondanti hanno una flora più ricca di quelli aridi,

3. territori con ambienti diversificati presentano una flora più ricca,

4. un impatto umano debole aumenta la consistenza della flora, un impatto forte


(Pianura Padana) la deprime

Cause di origine antropica di riduzione della diversità vegetale:

1. Deforestazione

2. Attività sportive o turistico-ricreative

3. Incendi

4. Attività estrattive

5. Pascolo

6. Inquinamento e riscaldamento globale

7. Diffusione di specie esotiche invasive

8. Captazioni idriche e opere di prosciugamento e bonifica delle aree umide

9. Prelievo di specie per scopi commerciali

La frammentazione è:

1. Una divisione dell’ ecosistema originale in frammenti di diverse forme e


dimensioni a causa dell’intervento dell’uomo,

2. Causa gravi conseguenze per la conservazione della biodiversità.

19. BOTANICA E DIDATTICA

Numerose sono le attività che possono essere condotte, per far conoscere e amare la
botanica agli alunni:

1. manipolazioni e osservazioni dirette di piante o parti di esse,


2. attività laboratoriali in un Orto botanico, un’area protetta o nel giardino della
scuola,

3. costruzione di modelli con diversi materiali e realizzazione di disegni;

4. visite in aree protette, orti botanici, musei, laboratori professionali, istituti di


ricerca etc.

In particolare, alcune attività molto stimolanti potrebbero essere:

1. “caccia al tesoro”: alla ricerca di una pianta, in un determinato settore di un orto


botanico o di un giardino o di un ambiente naturale, mediante una scheda con immagini
dettagliate;

2. “chi più ne ha più ne metta”: alla ricerca delle differenti specie di piante spontanee
che crescono in un sito;

3. “il puzzle botanico”: “ricomporre” una pianta sulla base di schede descrittive
mediante foglie fiori e frutti da scegliere tra tante tipologie);

4. “simile con simile”: riunire nello stesso gruppo piante aventi caratteristiche
morfologiche simili;

5. “l’oggetto misterioso”: individuare, tramite l’osservazione di schede illustrate, la


pianta alla quale appartiene un fiore o un frutto o una foglia.

Alcune priorità:

1. Lavorare con piante vere;

2. Riferimento ad un contesto territoriale preciso e che il bambino conosce: piante del


giardino di casa o della scuola

3. Ad ogni pianta il suo nome;

4. Precedenza alle specie della flora spontanea.

20. ORTOBOTANICO DI PALERMO (1795 inaugurazione dell’Orto Botanico)

12 Settori custodiscono le collezioni vive dell’orto botanico:

Ordinamento di Linneo: è la parte più antica dell’orto, è organizzato in 4 quartini


all’interno dei quali le collezioni sono distribuite in piccole aiuole rettangolari e suddivise
per classi in base ai caratteri sessuali dei fiori.

Ordinamento di Engler: settore più moderno, le collezioni sono suddivise in Gimnosperme


e Angiosperme, le famiglie vengono presentate in sequenza dalle meno alla più evolute.
Ordinamenti Bioecologici: giardino delle succulente (Agave, Aloe, Euphorbia), boschetto
esotico con Ficus rubiginosa, “collinetta mediterranea” con flora spontanea siciliana.

Piante utili: ospita piante di origine tropicale e subtropicale, piante da essenza, da


corteccia, da resina, da caucciù, oleose e tessili.

Sistemi acquatici: nell’Aquarium ci sono le ninfee con fioriture policrome e il loto indiano,
nella palude c’è il loto indiano, il papiro egiziano e la lattuga d’acqua.

Cicadeto: collezione di fossili viventi, in particolare gimnosperme. È presente un


esemplare di Cycas revoluta.

Serre: “Serra Carolina, Serra della Regione e Serra delle Succulente”

Settore Sperimentale: in esso si coltivano piante tropicali e subtropicali sottoposte a studi


condotti nell’istituzione palermitana. Studi su cotone, canna da zucchero, agrumi…

Palmeto: sono presenti 100 diverse specie di palme “il palmetum” provenienti dall’Asia e
dall’ America.

Frutteto tropicale: sono presenti numerose piante fruttifere, annona, papaya, mango,
avogado, banano.

Collezioni storiche: sono presenti collezioni storiche di Citrus (limone) e Plumeria.

Giardino dei semplici: ospita piante officinali di interesse fitoterapeutico, cosmetico e


gastronomico (aloe vera, iperico, salvia, menta e origano).

Riassunti a cura di:

Lupo Lorena

Pecoraro Mariagemma

Petrotto Elisa

Raffa Giovanna