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principio attivo
Inchieste e reportage
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Questo libro, questa Italia iii

“La ragione di
Stato, o di partito,
appare oggi un alibi
abbondantemente
scaduto. C’è un solo
modo, del resto,
per scoprire la
verità sulla strage
di Bologna: cercarla.”

pretesto 1
f pagina 259
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iv Mani bucate

“La strage di Bologna


costituirebbe un atto
di rappresaglia del Fronte
popolare per la liberazione
della Palestina (Fplp),
eseguito materialmente
dal gruppo Carlos, per la
violazione del lodo Moro da
parte delle autorità italiane.”

“Ufficialmente il lodo Moro non è


mai esistito. Ancora oggi l’accordo
di sicurezza con la resistenza palestinese
viene negato in modo risoluto, soprattutto
dai rappresentanti delle istituzioni che
hanno concorso alla sua stipulazione.”

pretesto 2
f pagine 235, 55
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Questo libro, questa Italia v

“Il nostro governo ha stipulato


un patto segreto con gruppi che
hanno armato le Br… È proprio
l’imbarazzante groviglio di rapporti
tra Br, fedayyìn e servizi segreti
italiani a spiegare l’insistenza
con cui il Sismi negherà credibilità
a Patrizio Peci.”

“Gli organi di polizia sono


subito invitati a indagare
sull’estrema destra.
Non vengono indicate
altre strade da percorrere.”

pretesto 3
f pagine 113, 169
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vi Mani bucate

“Com’è possibile che,


proprio quando i fatti sembrano
convalidare i timori palesati
nelle informative, la pista
palestinese scompaia
improvvisamente nel nulla?”

“Ma perché i servizi


segreti dell’Olp e il Sismi
agiscono insieme,
prima nel depistaggio
di Bologna e poi
in quello di Beirut?”

pretesto 4
f pagine 170, 199
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Questo libro, questa Italia vii

“La persistente ambiguità


di un elemento di fatto,
storicamente accertato
e non compiutamente
giustificato: la presenza
a Bologna del terrorista
tedesco Thomas Kram,
esperto di esplosivi,
la mattina del 2 agosto
1980.”

pretesto 5
f pagine 8, 236
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Soci: Gruppo editoriale Mauri Spagnol S.p.A.
Lorenzo Fazio (direttore editoriale)
Sandro Parenzo
Guido Roberto Vitale (con Paolonia Immobiliare S.p.A.)
Sede: Via Guerrazzi, 9 - Milano
isbn 978-88-6190-788-1

Prima edizione: luglio 2016

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Valerio Cutonilli
Rosario Priore

I segreti di Bologna

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Sommario

i segreti di bologna

La pista dimenticata di Rosario Priore 5


La genesi del libro: il mio incontro con Valerio Cutonilli 8

Prima parte. La diplomazia parallela


I missili di Ortona 13
Un insolito incontro notturno 13 – I membri dei Cao 19 – I missili
Sam-7 e l’Fplp 21 – La soluzione del mistero 24 – Saleh e il Sismi 30
La genesi del lodo Moro 33
Il carisma di George Habash 33 – Il sostegno dell’Urss e le posizioni
del Dottore 37 – La strategia dei dirottamenti 39 – La linea
morbida dell’Europa 43 – L’Italia e i fedayyìn 44 – La diplomazia
parallela 48 – Il governo di centrosinistra 50 – Il patto di Moro 55
– L’approvvigionamento energetico e le armi 63
L’omicidio di Aldo Moro e la crisi del lodo 68
La soffiata dell’Fplp 68 – La sinergia tra Brigate rosse, Raf e Fronte
popolare 70 – Moro chiede la mediazione dei fedayyìn 74 – L’affare
Eni-Petromin 79
Il contenzioso tra l’Fplp e il governo Cossiga 85
Gli euromissili 85 – Tra l’incudine e il martello 89 – Il processo di
Ortona 93 – L’ascesa libica 96 – La crisi iraniana e il colpo di scena
di Ortona 98 – Lo scontro Cossiga-Sismi 101 – La «confessione» di
Miceli 105 – La collaborazione di Peci 107
L’Italia sotto minaccia 114
Il cambio di rotta della nostra politica estera 114 – La porta in
faccia a Gheddafi 117 – La vendetta del raìs 119 – Silvio Di Napoli:
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l’uomo chiave del Sismi 120 – Un attentato senza rivendicazioni


122 – L’immobilismo di Arafat 124 – Il ritorno dello Sciacallo 126
– La risoluzione di Venezia 133 – La guerra aerea 137 – Il conflitto
segreto 143 – La solita ambiguità italiana 146 – La questione
maltese 148 – L’appello per i missili di Ortona 152 – Le discordanti
audizioni in commissione Moro 153 – L’attacco imminente
dell’Fplp 157 – L’arrivo in Italia di Thomas Kram 160

Seconda parte. L’eccidio di Bologna


La strage 165
Strane presenze 165 – Un’unica pista 169 – Il segreto sul lodo Moro
e i ripensamenti di Cossiga 171 – I sospetti su Francesco Furlotti 177
– Lo strano caso di Mauro Di Vittorio 180 – La controinformazione
di Stato 184 – L’«insospettabile» Francesco Marra 187 – La falsa
pista libanese 193 – La scomparsa di Maria Grazia De Palo e Italo
Toni 197 – Terrore sui treni 203 – Il pretesto della P2 207 – L’ascesa
del Professore e il misterioso Santini 211 – La scarcerazione di Abu
Anzeh Saleh 216 – L’arresto di Christa-Margot Fröhlich 220
I segreti di Bologna 224
Le rivelazioni di Carlos 224 – Il «ritorno» di Kram 227 – La scoperta
dei blogger 230 – La ritorsione palestinese? 235 – Il passaporto di
Salvatore Muggironi 237 – Il colpo di scena 242 – L’ultima verità di
Cossiga 247 – Il mistero del cadavere scomparso 253

I documenti 261
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i segreti di bologna

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Le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o


l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una cau-
sa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di
depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso
cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali
convergenti.
Carlo Emilio Gadda

La giustizia è un robot senza cuore né intelligenza:


colpisce a seconda della carica che ha avuto. E la ca-
rica è costituita dalle prove. Dobbiamo metterle nello
stomaco le prove sicure, i documenti, le testimonianze
certe. Allora colpisce giusto. Guai se le mettiamo nello
stomaco delle opinioni! Peggio, se la rimpinziamo di
prove incomplete, approssimative.
Piero Chiara

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La pista dimenticata
di Rosario Priore

La verità non ha tempo: non è mai troppo tardi per raccon-


tarla. Non è mai troppo tardi per mettere insieme tutti i tasselli
di un mistero di Stato. Sollevare il velo sulla strage di Bologna
è un dovere soprattutto per chi, come me, ha indagato a lungo
sulle vicende più torbide della storia dell’Italia repubblicana e
conosce bene i limiti della verità giudiziaria.
È arrivato il momento, dopo trentasei anni, di spiegare cose
che ancora rimangono in sospeso. E per farlo, per tessere il filo
sottile ma tenace che collega questo eccidio al contesto nazio-
nale e internazionale dell’epoca, è di vitale importanza che il
lettore tenga a mente alcune date e luoghi che spesso torne-
ranno in questo libro.
Veniamo ai fatti. Al momento dell’arresto a Roma, la notte
del 9 gennaio 1982, il terrorista rosso Giovanni Senzani viene
trovato in possesso di un appunto, scritto di suo pugno, che
riassume i contenuti di un colloquio avuto a Parigi con Abu
Ayad, capo dei servizi segreti dell’Olp, l’Organizzazione per
la liberazione della Palestina. Quest’ultimo confida al leader
brigatista che le recenti azioni terroristiche avvenute in Europa
celano la regia dell’Urss, intenzionata a sanzionare la politica
dei paesi europei in Medio Oriente. Senzani annota uno dei
tre attentati elencati da Ayad con la sigla «Bo», che io – in qua-
lità di giudice titolare dell’inchiesta, che indagava sulle azioni
compiute a Roma dalle Brigate rosse a partire dal 1977 –, non
senza sorpresa, interpreterò come un evidente riferimento alla
strage avvenuta alla stazione ferroviaria di Bologna il 2 ago-

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6 I segreti di Bologna

sto 1980. Invio copia del documento ai colleghi emiliani che


stanno indagando sul­la carneficina. La notizia, tuttavia, non
si rivelerà di alcuna utilità. A riconoscerne l’importanza sarà
invece Carlo Mastelloni, il magistrato del Tribunale di Vene-
zia che condurrà in modo esemplare l’istrut­toria sul traffico di
armi tra l’Olp e le Brigate rosse.
Altro fatto saliente. Poche settimane dopo, interrogo Ro­berto
Buzzatti. Il brigatista pentito riferisce di aver assistito a un
in­contro tra Senzani e un certo Santini, un uomo del Kgb
vicino ai servizi segreti italiani e legato a una persona che cono-
sce gli indicibili retroscena della strage di Bologna. L’identikit
di Santini mi lascia sgomento per l’incredibile somiglianza con
Pietro Musumeci, l’ufficiale del Sismi in seguito condannato
per il depistaggio dell’inchiesta bolognese. Ma la differenza di
altezza tra i due soggetti porta a escludere che Musumeci sia
realmente l’uomo descritto da Buzzatti. E anche quella pista si
rivela infruttuosa.
Sempre nel 1982, all’aeroporto di Fiumicino, viene arrestata
Christa-Margot Fröhlich. La terrorista tedesca trasporta una
valigia contenente un potente esplosivo e alcuni detonatori.
Chiamato a condurre anche quell’inchiesta, appuro i rap-
porti tra la donna e l’Ori, il gruppo filopalestinese di «Carlos
lo Sciacallo», un pericolosissimo terrorista venezuelano legato
agli apparati dell’Est, attualmente detenuto in Francia dove sta
scontando l’ergastolo. Nessuno però mi avvisa che un dipen-
dente del Jolly Hotel di Bologna, vista la foto della Fröhlich
sul giornale, aveva segnalato ai magistrati bolognesi una forte
somiglianza con una signora tedesca presente in albergo
il giorno della strage. Può sembrare strano, ma apprendo
il fatto solo nel 2005, dopo che la commissione parlamen-
tare Mitrokhin acquisisce copia del verbale con le sommarie
informazioni testimoniali. I commissari di maggioranza della
Mitrokhin, infatti, stanno vagliando un’ipotesi investigativa
sulla strage alla stazione, ignorata per venticinque anni, che
rende finalmente comprensibili gli indizi emersi nelle mie
vecchie istruttorie. La nuova pista nasce dopo una clamorosa

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La pista dimenticata 7

scoperta effettuata da Gian Paolo Pelizzaro, giornalista e con-


sulente della stessa commissione. Pelizzaro rinviene presso
la Questura di Bologna alcuni documenti da cui risulta la
presenza in città, la mattina del 2 agosto 1980, di Thomas
Kram, un altro terrorista tedesco sospettato di militare pro-
prio nel gruppo filopalestinese di Carlos lo Sciacallo. Secondo
i commissari di maggioranza, la presenza di Kram è correlata
all’attentato, concepito e realizzato dal Fronte popolare per la
liberazione della Palestina (Fplp), gruppo filosovietico affiliato
all’Olp, per punire l’Italia.
All’inizio degli anni Settanta, infatti, il nostro governo aveva
stipulato un’intesa segreta con le organizzazioni della resistenza
palestinese – il cosiddetto «lodo Moro» – che consentiva a que-
ste ultime di trasportare armi nel nostro territorio in cambio
dell’impegno a non compiere attentati. Il patto viene violato nel
novembre del 1979 con l’arresto, a Bologna, di Abu Anzeh
Saleh, esponente dell’Fplp coinvolto nel traffico dei missili
terra-aria Strela scoperto dai carabinieri a Ortona nei giorni
precedenti. Il libro comincia proprio da questo evento, frutto
della situazione tesa tra Usa e Urss, negli anni della Guerra
fredda, che non risparmia il nostro paese e, seguendo l’iter di
quelle armi, svela l’intrigo internazionale allora in atto. La con-
danna dell’espo­nente palestinese, nonostante gli inviti alla cle-
menza rivolti dal Sismi ai magistrati di Chieti e il pubblico
disconoscimento dell’accordo da parte del premier dell’epoca,
Francesco Cossiga, potrebbe aver indotto l’Fplp a formulare rei-
terate minacce e poi a compiere l’attentato ritorsivo alla sta-
zione di Bologna.
Come accade spesso in Italia, purtroppo, il confronto sulle
nuove risultanze cede subito il passo a polemiche di natura
politica. La pista palestinese viene contestata dai commissari di
minoranza della Mitrokhin, che invitano i colleghi a rispettare
le sentenze sulla strage. Nel 1995, infatti, i terroristi neri dei
Nuclei armati rivoluzionari (Nar) Giuseppe Valerio Fioravanti
e Francesca Mambro vengono condannati in via definitiva
quali autori materiali dell’attentato. Nel 2007 passa in giudi-

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8 I segreti di Bologna

cato anche la condanna di un terzo neofascista, Luigi Ciavar-


dini, processato a parte in quanto nell’agosto del 1980 era
addirittura minorenne.
Sempre nel 2005 la Procura della Repubblica di Bologna ria-
pre l’indagine sulla strage per verificare la pista della ritorsione
palestinese. Nel 2011 il pm Enrico Cieri iscrive nel registro
degli indagati Kram e Fröhlich, ma l’inchiesta viene archiviata
dal gip Bruno Giangiacomo il 9 febbraio 2015. Nella richie-
sta di archiviazione, motivata dall’insufficienza probatoria, il
pm Cieri rileva «la persistente ambiguità di un elemento di
fatto, storicamente accertato e non compiutamente giusti-
ficato: la presenza a Bologna del terrorista tedesco Thomas
Kram, esperto di esplosivi, la mattina del 2 agosto 1980». In
quell’esatto momento nasce l’idea del libro, che volutamente
abbiamo suddiviso in due parti: una prima in cui vengono illu-
strati la genesi del lodo Moro tra l’Italia e i palestinesi e il ribol-
lente contesto geopolitico internazionale prima della strage; e
una seconda che ha per punto focale la strage con le relative
indagini e le eclatanti scoperte. Abbiamo scelto questa formula
cosicché il lettore arrivi al 2 agosto 1980 con tutti gli elementi
a disposizione per capire e, dunque, giudicare.

La genesi del libro: il mio incontro con Valerio Cutonilli

Ho conosciuto Valerio Cutonilli in occasione di una presenta-


zione del libro Intrigo internazionale, che ho scritto nel 2010
insieme allo storico e giornalista Giovanni Fasanella e che è
stato pubblicato sempre da Chiarelettere. Valerio, giovane avvo-
cato civilista, ha seguito con attenzione il processo Ciavardini
ed è stato il portavoce di un comitato che esponeva le ragioni
dell’estra­neità dei Nar alla strage di Bologna. L’incontro si è
rivelato stimolante per entrambi e mi ha offerto la possibilità
di esaminare ulteriormente gli atti dei processi bolognesi. Pur
rispettando le sentenze, infatti, non ho mai nascosto i miei
dubbi sulla ricostruzione giudiziaria.

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La pista dimenticata 9

Ho condiviso le riflessioni di Cutonilli, che ravvisava la


necessità di affrancare il dibattito sull’eccidio emiliano dalle
contrapposizioni ideologiche o geopolitiche. Entrambi siamo
giunti alla conclusione che la pista emersa nella commissione
Mitrokhin non fosse priva di fondamento.
Avevo maturato il sospetto dell’esistenza di un patto segreto
con la resistenza palestinese già in occasione di numerose
inchieste, a partire da quelle sulle stragi di Fiumicino del 1973,
in cui persero la vita trentaquattro persone, e del 1985, in cui
ne morirono sedici, di cui tre terroristi palestinesi. Non mi sor-
prende, quindi, l’imbarazzo che quel vecchio accordo, il lodo
Moro appunto, continua a generare tuttora in ambito istitu-
zionale. Ci è sembrato ingiustificato e sospetto il silenzio calato
per venticinque anni sui documenti dei nostri apparati di sicu-
rezza che nei primi mesi del 1980 avevano certificato il rischio
imminente di un’azione ritorsiva dell’Fplp. Documenti di cui
si è persa incredibilmente memoria sin dalle ore successive alla
strage di Bologna, quando la terribile esplosione sembrò con-
validare i timori dichiarati dalle nostre autorità nelle settimane
precedenti.
Ad apparirci meno chiara, invece, era la dinamica dell’ec-
cidio. Anche il comportamento di Kram ci lasciava perplessi.
Le motivazioni offerte dall’ex terrorista per giustificare la sua
presenza in città erano manifestamente inverosimili, come
ritenuto anche dalla Procura di Bologna nella richiesta di
archiviazione della nuova indagine. I magistrati emiliani,
però, ritenevano che la presenza del tedesco nel capoluogo il 2
agosto 1980, pur restando ingiustificata, non fosse sufficiente
per provare la sua partecipazione all’attentato. In effetti, la
sera precedente Kram si era registrato in albergo esibendo la
sua patente. Non si era preoccupato di nascondere la propria
identità utilizzando un documento falso, come dovrebbe fare
un terrorista che si appresta a compiere un attentato di pro-
porzioni spaventose. Kram era esperto non solo nel campo
degli esplosivi ma anche nella contraffazione dei documenti
e non avrebbe avuto, si presume, difficoltà a procurarsi una

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10 I segreti di Bologna

patente falsa. Ci siamo convinti, quindi, che qualcosa conti-


nuava a sfuggirci. I segreti della strage di Bologna restavano
ancora molti.
Così ha avuto inizio un’ostinata attività di ricerca. Abbiamo
consultato gli atti della vecchia istruttoria bolognese con la
documentazione di varie commissioni parlamentari d’inchie-
sta: Moro, P2, Stragi, Mitrokhin. Particolarmente utile si è
rivelato l’esame comparato delle carte italiane con il materiale
proveniente dagli archivi dei paesi del vecchio blocco sovietico.
Con Valerio ci siamo incontrati periodicamente nel centro di
Roma per confrontarci sul lavoro svolto. Alla galleria Sordi,
davanti a un caffè, cercavamo di ricomporre un mosaico intri-
cato fino a quando è emerso un ultimo inatteso tassello. La
chiave della soluzione a quel punto era davanti ai nostri occhi.
Ricordo una strana sensazione condivisa di stupore e spaesa-
mento. Quel giorno ci siamo lasciati senza proferire parola,
con in testa le pagine bianche che prendevano forma.
Ora sarà il lettore a giudicare se le nostre ipotesi siano fon-
date o no.

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Prima parte
La diplomazia parallela

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I missili di Ortona

Un insolito incontro notturno

È la notte tra il 7 e l’8 novembre 1979. Siamo a Ortona, una cit-


tadina con meno di trentamila abitanti che sorge su una falesia
del litorale abruzzese. A turbare la serenità del piccolo centro
della provincia teatina, dove solitamente regna la calma asso-
luta, è la notizia di una rapina in un istituto di credito avvenuta
nella mattinata. Forse è per questo motivo che «Romanuccio»,
il metronotte in servizio nei pressi del Banco di Napoli, è sul
chi vive. Manca poco all’una quando nota una Fiat 500 tar-
gata Roma che prima inverte il senso di marcia e poi si ferma
in via della Libertà, nella direzione di Foggia. Alla guida c’è
un uomo sulla trentina che spiega al vigilante di attendere
amici dalla capitale. Romanuccio ascolta e resta incuriosito
dall’insolito appuntamento notturno, così continua a tenere
d’occhio quel forestiero dai modi cortesi e con la barba folta.
Dopo qualche minuto la piccola utilitaria viene affiancata da
un furgoncino Peugeot riadattato a camper.1 A bordo s’intra-
vedono due persone dall’aria innocua. I mezzi si rimettono in
marcia, ma il loro percorso tortuoso finisce con l’insospettire il
metronotte che, a quel punto, decide di chiamare il 113. Ma
l’arrivo improvviso di una pattuglia dei carabinieri, all’angolo
tra via Berardi e via Eritrea, rende superfluo il suo proposito.

1
Audizione di Rocco De Dominicis dell’8 novembre 1979, Tribunale di
Chieti, procedimento penale n. 2419/79.

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14 I segreti di Bologna

Così almeno risulterà dal rapporto giudiziario stilato nel cuore


della notte.2 I tre giovani non battono ciglio davanti ai militari.
Spiegano di essere diretti alle Tremiti per una breve vacanza.
La risposta parrebbe convincente, se non fosse per un piccolo
particolare: i carabinieri obiettano che in autunno i traghetti
per le isole pugliesi non partono da Ortona. E trovano sin-
golare che questa informazione non sia nota a turisti dall’aria
tutt’altro che sprovveduta. I tre, però, sanno come replicare.
Si dicono intenzionati a ripiegare su qualche pensioncina del
luogo. I romani sono loquaci ma sembrano arrampicarsi sugli
specchi. Più parlano e meno convincono gli uomini della pat-
tuglia. Con il passare dei minuti, il controllo dei documenti è
inevitabile.
Giuseppe Nieri è l’unico in regola. Daniele Pifano, quello alla
guida della 500, esibisce una patente scaduta. Ma in fondo se la
potrebbe cavare con una multa e qualche rimprovero. È invece
Giorgio Baumgartner, l’autista del furgoncino, a destare mag-
giori sospetti. Ha dimenticato il portafogli a casa e deve indi-
care a voce le proprie generalità. Nel verbale verrà menzionato
come il «sedicente Baumgartner». I giovani precisano di essere
dipendenti statali, lavorano presso il policlinico Umberto I di
Roma. I primi due sono tecnici, quello senza documenti è addi-
rittura un medico ortopedico. Persone a posto, assicurano. Ma
qualcosa proprio non torna nei loro comportamenti e i militari
vogliono vederci chiaro. Le prime ispezioni, prive di formalità,
sortiscono esito negativo. Dalle tasche di Nieri spunta un con-
trassegno delle Assicurazioni d’Italia dov’è annotata un’utenza
telefonica di Bologna. Nulla di rilevante, per ora. Eppure quei
giovani sembrano nascondere qualcosa. Condotti in caserma
per ulteriori accertamenti, troveranno ad accoglierli il capitano
Vincenzo Coppola. Alle tre di notte i riscontri cominciano a
farsi interessanti. Dalla centrale viene segnalata la militanza
dei fermati nelle fila di Autonomia operaia.

2
Verbale di arresto di Daniele Pifano, Giuseppe Nieri e Giorgio Baumgart-
ner, Tribunale di Chieti, procedimento penale n. 2419/79.

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I missili di Ortona 15

Ma cosa ci fanno tre extraparlamentari in una cittadina


abruzzese dove le agitazioni politiche si vedono solo al tele-
giornale? Per capirlo i carabinieri procedono a perquisizioni
approfondite. Nella piccola utilitaria non viene trovato nulla
di interessante. Sul pianale del furgoncino, invece, nascosta tra
una coperta e la tappezzeria, spunta una cassa in abete lunga
un metro e mezzo. I chiodi apposti sulla copertura superiore,
al contrario di quelli fissati nella base, appaiono più recenti,
battuti da poco. Nel cruscotto ce ne sono alcuni di identica
fattura, un particolare, questo, che fa pensare che il misterioso
contenitore sia stato sigillato proprio dai suoi trasportatori.
Una volta aperta la cassa, lo spettacolo che si mostra agli occhi
dei militari è stupefacente, ma al contempo ingannevole. I
carabinieri trovano due paia di occhiali in metallo che ricor-
dano quelli adoperati dai saldatori; una robusta impugnatura
in acciaio munita di chiavi per lo smontaggio3 e, soprattutto,
due tipologie di armi da fuoco mai viste prima. All’inizio ven-
gono scambiate per dei bazooka. All’indomani si scoprirà,
invece, che Pifano e compagni trasportavano strumenti ancora
più sofisticati.
La mattina dell’8 novembre gli autonomi fermati a Ortona
vengono condotti nel carcere di Madonna del freddo. Il clamore
è inevitabile, ma nelle redazioni dei giornali circolano informa-
zioni ancora parziali e confuse. Gli inquirenti precisano che le
armi sequestrate non sono bazooka ma missili terra-aria classe
Stinger. Gioielli balistici di fabbricazione americana. Anche
questo, però, si rivelerà un errore e a trarre in inganno sono
le istruzioni in lingua inglese trovate nella cassa. L’equivoco
viene sciolto in poche ore. Il generale Vincenzo Ressa, il perito
inviato da Roma, non ha difficoltà a riconoscere gli Strela, mis-
sili di elevata efficienza provenienti dall’Unione Sovietica.4

3
Rapporto giudiziario dei carabinieri di Ortona del 12 novembre 1979,
prot. n. 455/14, Tribunale di Chieti, procedimento penale n. 2419/79.
4
Rapporto giudiziario dei carabinieri di Ortona del 12 novembre 1979,
prot. n. 120735/A, Tribunale di Chieti, procedimento penale n. 2419/79.

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16 I segreti di Bologna

Nella capitale, intanto, scattano le perquisizioni domici-


liari. Una prassi ormai consueta negli ambienti di Autonomia
operaia, nell’occhio del ciclone già da diversi mesi. Il 6 aprile
di quello stesso anno, infatti, il pm padovano Pietro Calo-
gero ha firmato ventidue ordini di cattura nei confronti degli
autonomi. Tra i destinatari del provvedimento spiccano noti
leader come Toni Negri, Franco Piperno e Oreste Scalzone.
I tre sono accusati di associazione sovversiva per aver orga-
nizzato e diretto Potere operaio nonché analoghe formazioni
variamente denominate ma collegate tra loro e riferibili ad
Autonomia operaia organizzata. Contro di loro pende anche
l’accusa di concorso in banda armata, per aver organizzato e
diretto le Brigate rosse. L’istruttoria, quindi, viene condotta
sulla base di un’ipotesi inedita: la convergenza al vertice di
Autonomia operaia e Br, due dei maggiori poli dell’eversione
di sinistra. Una tesi che non godrà, però, dell’avallo dibatti-
mentale. Gli autonomi hanno reagito agli arresti dando vita al
comitato nazionale «7 aprile». Nella primavera del 1979 è par-
tita la mobilitazione generale, con l’adesione delle numerose
componenti di un’area politica vasta e non sempre omogenea
come appare all’esterno. Il 12 maggio il comitato ha manife-
stato a Roma, accusando il Partito comunista di essere l’ispi-
ratore di una montatura giudiziaria. Una caccia alle streghe
organizzata contro chi dissente dalla linea riformista di Enrico
Berlinguer. Si obietta che tra Autonomia operaia e le organiz-
zazioni clandestine non vi sarebbe alcuna unità d’intenti. Ma,
dopo la notte di Ortona, diventa difficile anche per i ragazzi
del «7 aprile» attribuire le accuse contro Pifano e compagni a
un complotto del Pci.
Gli investigatori vagliano ogni ipotesi sulla destinazione dei
missili sequestrati in Abruzzo. Si pensa addirittura a un atten-
tato al generale Giulio Grassini, il direttore del Sisde, proprie-
tario di una villa nelle vicinanze di Chieti. Ma la casa è disa-
bitata da tempo e la tesi si rivela infondata. Altri sospettano la
preparazione di un’azione ancora più eclatante: l’abbattimento
dell’aereo militare che la domenica successiva avrebbe portato

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I missili di Ortona 17

il premier Francesco Cossiga a Parigi.5 Ma anche tale pista resta


priva di riscontri. Pochi, peraltro, s’interrogano sulle ragioni di
quella spedizione francese preparata con il massimo riserbo.
Eppure sarebbe utile conoscere il motivo di quell’incontro
parigino con Valéry Giscard d’Estaing. Non viene trascurato
neppure lo scenario internazionale. Circola voce, infatti, che
le armi servissero per un attentato ad Anwar al-Sadat. Il pre-
sidente egiziano avrebbe potuto essere l’uomo predestinato.
Governi ostili e organizzazioni armate lo indicano da tempo
come un traditore della causa araba. Gli viene contestata la
sottoscrizione degli accordi di Camp David del 1978,6 un’in-
tesa con il nemico israeliano, voluta e mediata dagli Usa, che
ha indispettito l’Urss e determinato una frattura insanabile nel
mondo arabo. Un capo di Stato, del resto, sembra rappresen-
tare l’obiettivo ideale per un’operazione così impegnativa da
richiedere l’impiego di missili terra-aria. Ma l’ipotesi resterà a
lungo indimostrabile.
Nel novembre del 1979 un muro invalicabile divide l’Eu-
ropa e alle polizie occidentali è ancora precluso l’accesso agli
archivi più riservati della cortina di ferro. Nella cassaforte dei
servizi di sicurezza ungheresi, come verrà appurato decenni più
tardi, è custodita forse la chiave dei misteri di Ortona.
C’è chi dubita che la scoperta degli Strela sia avvenuta in
modo casuale. Gli autonomi, in realtà, sarebbero caduti in
una trappola dell’antiterrorismo. Si sospetta che l’indagine di
Ortona costituisca l’esito di un’operazione ispirata dal generale
Carlo Alberto dalla Chiesa. Il sequestro dei missili viene posto
in relazione agli arresti avvenuti in quelle settimane lungo il
litorale adriatico. Il 23 ottobre, infatti, la magistratura anconi-
tana dispone l’arresto di Tommaso Gino Liverani, un brigati-

5
«L’Europeo», 22 novembre 1979.
6
Il 17 settembre 1978, a Camp David, il presidente egiziano Sadat e il
primo ministro israeliano Menachem Begin firmarono due diversi ac-
cordi che costituiranno poi la base del trattato di pace israelo-egiziano
del 1979.

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18 I segreti di Bologna

sta dalla storia complessa. Militante dell’estrema sinistra nella


Milano di Pietro Valpreda, si sposta in Sardegna dove, a metà
degli anni Settanta, verrà coinvolto nei processi contro l’ever-
sione locale. Durante il sequestro Moro una fonte confiden-
ziale segnala al Sismi un suo viaggio in Libia che resterà però
avvolto dal mistero. Il 27 ottobre, poi, a San Benedetto del
Tronto, è finito in manette Roberto Peci, fratello del brigatista
Patrizio che nei mesi successivi inizierà a collaborare con la giu-
stizia. Roberto Peci non è un militante delle Br. Grazie al pen-
timento di suo fratello, però, i carabinieri avranno la conferma
della collaborazione tra le Br e l’ala oltranzista della resistenza
palestinese. Ma è possibile che dietro il sequestro dei missili
a Ortona vi sia un’intuizione del generale Dalla Chiesa? Si è
trattato davvero di un’operazione dell’antiterrorismo spacciata
all’esterno come un colpo di fortuna? La tesi è suggestiva, ma
impone riscontri che a oggi continuano a mancare.
Di certo gli interrogatori del pm di Chieti Anton Aldo Abru-
giati non aiutano a capirne di più. Pifano, Nieri e Baumgartner
ribadiscono la storia della vacanza alle Tremiti. Spiegano di aver
trovato la cassa di legno lungo l’autostrada, all’altezza di Avez-
zano. Fermatisi a curiosare, avrebbero prelevato le armi, scam-
biandole per cannocchiali professionali. Merce innocua ma di
buon valore, roba utile da vendere in qualche mercatino dell’usa­
to.7 La difesa degli accusati non convince il magistrato. Ma il
mistero delle armi da guerra finite nelle mani degli autonomi
non trova soluzione. Neppure le Br hanno mai utilizzato missili
terra-aria. Si può credere che a farlo siano quelli che vanno a
manifestare in piazza? Per risolvere l’enigma, che appare intri-
cato, gli investigatori si mettono a studiare i trascorsi politici dei
tre arrestati: un percorso militante che ha inizio nei primi anni
Settanta e che troverà una tappa cruciale nell’assemblea nazio-
nale degli autonomi tenutasi a Bologna nel marzo del 1973.

7
Interrogatori di Daniele Pifano, Giuseppe Nieri e Giorgio Baumgartner
del 9 novembre 1979, Tribunale di Chieti, procedimento penale n.
2419/79.

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I missili di Ortona 19

I membri dei Cao

Nell’area magmatica di Autonomia operaia i giovani arrestati


a Ortona trovano una collocazione ben precisa. Pifano, Nieri e
Baumgartner militano nel collettivo del policlinico Umberto
I che fa parte dei Comitati autonomi operai. I Cao nascono
a Roma il 27 gennaio 1974. La loro fondazione rappresenta
il punto di approdo del progetto finalizzato alla costituzione
dell’Autonomia operaia, discusso all’interno della sinistra extra­
parlamentare sin dal 1971.8 Notevole, nella fase costitutiva, è
il contributo fornito dai compagni dell’ospedale romano. La
mattina del 22 febbraio 1973 è proprio Pifano a guidare un
manipolo di ragazzi all’interno dei locali della seconda clinica
medica universitaria. I giovani si oppongono al pagamento
della retta prevista per le visite ambulatoriali. Sostengono,
infatti, che la quota non sia dovuta per i pazienti assistiti da
enti mutualistici. La tesi si dimostra argomentata, ma il mezzo
usato per diffonderla è illegale. L’intervento della polizia
scatena una baraonda. Pifano viene trascinato di peso verso
l’usci­ta. Franerà sulla vetrata infrangendola in mille pezzi. I
suoi compagni urlano come forsennati, accusando i poliziotti
di metodi alla sudamericana. I pazienti si vedono costretti ad
assistere a una scena decisamente insolita per un luogo di cura,
destinata a ripetersi spesso negli anni successivi.
Il 3 e 4 marzo 1973 si tiene a Bologna l’assemblea nazio-
nale della costituenda Autonomia operaia che vede la parte-
cipazione di quattrocento delegati. A pronunciare la relazione
introduttiva è Vincenzo Miliucci del comitato politico Enel,
un’aggregazione affine a quella di Pifano. Il giovane leader
affronta il tema della violenza. Fissa i criteri generali destinati
a offrire le linee guida per gli anni successivi. Il proletariato è
tenuto a rispettare le convenzioni della lotta di classe e non
delle leggi borghesi. La violenza va giustificata, ma solo quando

8
AA.VV., Gli autonomi. Le storie, le lotte, le teorie, vol. 1, Derive Approdi,
Roma 2007, pp. 343-374.

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20 I segreti di Bologna

diventa reale espressione della lotta illegale. L’azione violenta,


infatti, deve generare l’adesione delle masse e risultare funzio-
nale all’obiettivo politico perseguito. Va proporzionata, inol-
tre, alla capacità di tenuta della classe proletaria e ricondotta
a un programma generale che non la faccia apparire fine a se
stessa. La battaglia contro il pagamento delle rette ambulato-
riali, condotta pochi giorni prima all’interno dell’Umberto I,
rappresenta un’applicazione pratica dei principi enunciati a
Bologna. Così come lo sono le altre campagne promosse dai
futuri Cao. Dalle autoriduzioni delle bollette del telefono o
della corrente elettrica alle occupazioni di edifici nelle borgate
romane. Ogni iniziativa sembra rispettare le parole d’ordine
lanciate nel capoluogo emiliano.
I Cao non limitano la loro attività all’ambito locale. Sono
coinvolti nel progetto nazionale di Autonomia operaia e
sin dal 1974 collaborano con «Rosso»: la rivista fondata dal
gruppo Gramsci viene riedita dai superstiti di tale formazione
che hanno aderito alla componente di Potere operaio guidata
da Toni Negri. Nella fase iniziale «Rosso» rappresenterà per gli
autonomi uno dei maggiori poli di aggregazione nazionale. I
Cao danno vita alla redazione romana del periodico che trova
a Milano il suo centro nevralgico. Ma la collaborazione non
durerà molto. Nell’ottobre del 1976 Pifano e compagni si
congedano dalla rivista, rimproverando ai colleghi lombardi
un’inu­tile logica frazionista. Il 1977 è invece l’anno di fon-
dazione di Radio onda rossa, l’emittente dei Comitati auto-
nomi operai, sita nelle vicinanze della storica sede di via dei
Volsci. Sarà una delle voci più rappresentative dell’estrema
sinistra romana. I Cao si ritagliano un ruolo da protagonisti
nei grandi cortei organizzati dal «movimento del ’77». I sabati
rossi scanditi dai colpi delle P38. Violente manifestazioni di
piazza, temute dai comuni cittadini, che l’ideologo dell’Auto-
nomia Franco Piperno celebrerà per la loro «terribile bellezza».
La linea indicata all’assemblea nazionale di Bologna nel
1973 viene seguita in modo coerente negli anni successivi,
portando gli autonomi ad assumere una posizione critica

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I missili di Ortona 21

durante il rapimento Moro. Pifano, in particolare, si farà inter-


prete dell’orien­ tamento diffuso all’interno del movimento,
favorevole alla liberazione del presidente della Dc. Gli auto-
nomi, infatti, criticano la linea dei vertici brigatisti che appaio­no
ostili a una soluzione negoziale. I Cao sostengono che l’ucci-
sione dello statista non potrebbe garantire risultati politici
rilevanti. Al contrario, provocherebbe una reazione delle isti-
tuzioni che il movimento non è in grado di contenere. Gli
autonomi ricorderanno il dissenso alla linea delle Br per rimar-
care la fallacità del «teorema Calogero», secondo cui dirigenti
e militanti dell’Autonomia operaia sarebbero stati «il cervello
organizzativo di un progetto di insurrezione armata contro i
poteri dello Stato». Viene loro obiettato, però, che anche i bri-
gatisti Valerio Morucci e Adriana Faranda avevano espresso la
medesima contrarietà all’uccisione di Aldo Moro. I Cao, inol-
tre, avrebbero agito secondo la logica del doppio livello, occul-
tando al proprio interno una struttura clandestina. È solo in
tale ambito riservato che, secondo alcuni, si sarebbe sviluppata
la dialettica tra gli autonomi e le altre formazioni combattenti.
La questione del partito armato è ancora oggetto di discus-
sione, ma lascia irrisolta la vicenda dei missili di Ortona.
Dall’autoriduzione delle bollette all’abbattimento degli aero-
plani il passo sembra troppo grande. È per questa ragione che
i carabinieri di Chieti si dicono certi che gli autonomi non
agissero per conto proprio, ma stessero fornendo supporto a
un’organizzazione molto più strutturata e pericolosa.

I missili Sam-7 e l’Fplp

A confermare le riflessioni degli investigatori è l’esito delle ispe-


zioni condotte sulle armi sequestrate. L’8 novembre 1979 gli
esperti di balistica forniscono il verdetto ai magistrati teatini.
Si tratta di Strela, missili terra-aria meglio noti come Sam-7.
Strumenti di fabbricazione sovietica in grado di raggiungere i
duemila metri di altezza per colpire un aeroplano in volo, nella

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fase di decollo o atterraggio. I raggi infrarossi, attratti dal calore


dei reattori, consentono di centrare con facilità l’obiettivo. La
notizia non sorprende gli esperti di terrorismo. Da tempo,
infatti, l’Urss fornisce a paesi amici e movimenti di liberazione
armi da guerra delle serie Sam. All’inizio degli anni Settanta,
prima dell’avvicinamento di Sadat all’Occidente, la contraerea
egiziana utilizzava i Sam della serie 2 nelle operazioni militari
contro Israele. La pericolosità di quei missili era tale che Tel
Aviv aveva escogitato un’azione molto rischiosa per neutraliz-
zarli. Piombato di notte all’interno di una base nemica, un
manipolo di paracadutisti aveva sequestrato il radar usato per
orientare in battaglia i Sam-2. L’apparecchio era stato sradicato
dal terreno e portato via in elicottero. Un’autentica beffa che le
autorità egiziane si ostineranno a negare per anni.9
I missili Sam-7 sono stati usati negli ultimi anni della guerra
in Vietnam. I russi, inoltre, li mettono a disposizione di gruppi
che praticano la lotta armata. Sono armi leggere e portatili,
facili da impiegare in azioni terroristiche. Nel 1976 due terro-
risti tedeschi della Raf vengono arrestati all’aeroporto di Nai-
robi mentre tentano di abbattere a colpi di Strela un aeroplano
della compagnia israeliana El Al. Nel 1978 il Fronte di libera-
zione del futuro Zimbabwe, impegnato nella lotta armata al
regime coloniale di Ian Smith, li adopera con successo contro
un velivolo civile. Ma a fare uso dei Sam-7 sono soprattutto
i miliziani palestinesi. I carabinieri che indagano sui fatti di
Ortona lo sanno da tempo. La comparsa di quelle armi è sem-
pre legata a operazioni di estrema rilevanza. Lo dimostra un
precedente clamoroso. Nel settembre del 1973, a Ostia, ven-
gono arrestati cinque arabi in procinto di compiere un atten-
tato all’aeroporto di Fiumicino. Nell’abitazione presa in affitto,
i carabinieri scoprono due Strela accuratamente nascosti dietro
una parete. Sulla vicenda dei missili di Ostia cadrà ben presto
una coltre di silenzio. All’opi­nione pubblica è taciuta la lunga
scia di sangue provocata dal sequestro di quelle armi. Una sto-

9
Vittorio Lojacono, I dossier di Settembre nero, Bietti, Milano 1974, p. 37.

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I missili di Ortona 23

ria inconfessabile di scarcerazioni negoziate dal nostro governo


con i vertici dell’Olp, azioni ritorsive delle fazioni dissidenti
palestinesi e persino un sabotaggio aereo di matrice israeliana.
Per nascondere la verità si farà ricorso a silenzi ponderati. A
smentite ufficiali. Talvolta a vere e proprie omissioni, persino
nelle risposte alle interrogazioni parlamentari. Ma dopo la notte
di Ortona, l’incubo vissuto nel 1973 torna a materializzarsi, sia
nelle stanze della politica che nei corridoi dei servizi segreti.
È proprio la resistenza palestinese, infatti, a offrire la solu-
zione dell’enigma dei missili terra-aria finiti nelle mani di
Pifano e compagni. Da tempo i Comitati autonomi operai tes-
sono una rete capillare di relazioni internazionali. Un fitto gro-
viglio di rapporti coltivati in nome della solidarietà proletaria.
Nei primi anni Settanta gli autonomi rappresentano un punto
di riferimento per i giovani greci in lotta contro la dittatura dei
colonnelli. Via dei Volsci concede ospitalità agli studenti pro-
venienti da Angola e Mozambico, paesi simbolo nelle guerre di
decolonizzazione. I Cao, soprattutto, vantano una solida ami-
cizia con il Fronte popolare per la liberazione della Palestina.
L’Fplp è una formazione marxista-leninista e filosovietica che
aderisce all’Olp pur essendo in dissenso con Yasser Arafat. Da
oltre un decennio il Fronte popolare conduce la sua guerra a
Israele compiendo imprese spettacolari anche in territorio
europeo. L’Occidente è terrorizzato dai dirottamenti aerei che
l’Fplp organizza con l’aiuto dei gruppi armati dell’estre­ma sini-
stra. Il 29 maggio 1972 è proprio il Fronte popolare a ispirare
l’azione di tre militanti dell’Armata rossa giapponese all’aero­
porto israeliano di Lod. Il commando sbarca da un velivolo
della Air France proveniente proprio da Fiumicino. I giovani,
vestiti all’occidentale, nascondono le armi all’interno di inno-
cue custodie per violini. Aggirata la sicurezza, cominciano a
sparare all’impazzata. Il bilancio finale è di ventiquattro vittime
e settantotto feriti. La proverbiale sicurezza d’Israele è stata vio-
lata da giovani venuti dall’Estremo Oriente per sposare la causa
palestinese. L’Europa inorridisce dinanzi alle notizie che giun-
gono da Lod, anche se l’azione riscuote i consensi di una buona

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parte dell’ultrasinistra. Se Lotta continua censura le modalità


operative del Fronte popolare, giudicando aberrante l’uccisione
dei civili in transito nell’aeroporto, l’area dei futuri Comitati
autonomi operai è di avviso diverso. Il gruppo di Pifano si
schiera apertamente dalla parte dell’Fplp, accusando di oppor-
tunismo chi s’indigna per l’attacco di Lod e poi tace durante
le irruzioni dell’esercito israeliano nei campi profughi palesti-
nesi.10 La presa di posizione degli autonomi è forte e chiara.
Rappresenterà il suggello di una relazione privilegiata con il
Fronte popolare che nasce nel lontano 1972 per consolidarsi
negli anni successivi. Sino a mostrare il suo volto più inquietante
nelle strade di Ortona, la notte tra il 7 e l’8 novembre 1979.

La soluzione del mistero

I carabinieri risolvono il caso di Ortona grazie a un numero


di telefono. Uno degli autonomi, Giuseppe Nieri, ha in tasca,
lo abbiamo accennato, una busta delle Assicurazioni d’Italia
sul cui retro è segnata a penna l’utenza 051-582293. Un indi-
zio all’apparenza marginale e che invece si rivelerà decisivo. Le
indagini espletate nel porto della cittadina abruzzese portano
a un riscontro sorprendente. Il 7 novembre 1979, poche ore
prima dell’arrivo di Pifano e compagni, dall’agenzia marittima
Fratino era partita una chiamata proprio al numero annotato

10
Questo è il commento fornito nel 2007 da Daniele Pifano all’azione di
Lod: «Nel ’72 l’attacco dei fedayyìn all’aeroporto di Lydda-Tel Aviv, con-
dannato dagli opportunisti ma difeso strenuamente dal poeta Ghassan
Kanafani, viene sostenuto e amplificato dagli autonomi romani, ne nasce-
rà un rapporto stabile e duraturo con l’Fplp», in AA.VV., Gli autonomi,
cit., p. 356. Curiosamente, nell’intervista resa a «il manifesto» il 4 agosto
2005, lo stesso Pifano aveva offerto un’interpretazione di segno opposto:
«Dopo la strage di Lod, nel ’72, criticammo severamente i palestinesi,
sostenendo che non si potevano uccidere persone inermi e innocenti solo
perché israeliane».

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da Nieri.11 La coincidenza non può essere casuale. Anche per-


ché l’autore della telefonata viene identificato nel siriano Nabil
Kaddoura, il motorista dell’imbarcazione libanese Sidon giunta
a Ortona il giorno stesso. L’uomo è noto a tutte le polizie
europee. Il 29 agosto 1978, infatti, è stato arrestato ad Atene
assieme al fratello per aver fatto sbarcare nel Pireo duecento
chili di esplosivo ad alto potenziale e un missile Strela. Le
autorità elleniche, tuttavia, hanno adottato una linea morbida
confermando la tradizionale benevolenza verso il terrorismo
arabo. Nell’aprile del 1979 i due fratelli sono stati condannati
a un solo anno di reclusione. Espulso dalla Grecia, Kaddoura
ha potuto riprendere i suoi traffici nel Mediterraneo.
Il controllo dell’utenza telefonica 051-582293 consente ai
carabinieri di quadrare il cerchio. Il numero annotato nella
busta di Nieri, lo stesso contattato dal trafficante di armi
siriano, appartiene a uno studente palestinese che abita a Bolo-
gna in via delle Tovaglie 33. Si chiama Abu Anzeh Saleh e le
autorità italiane lo conoscono da molto tempo. Figlio della dia-
spora palestinese, il giovane è nato ad Amman e ha cittadinanza
giordana. Dai passaporti di cui è in possesso, uno libanese e
l’altro dello Yemen del Sud, risulterebbe nato il 18 maggio
1948. Ma la data effettiva del compleanno, a suo dire, è invece
quella del 15 agosto. Arrivato in Italia nel settembre del 1970,
Saleh si iscri­ve all’uni­versità di Perugia, optando poco dopo per
l’ate­neo bolognese. Dalla facoltà di Medicina e chirurgia passa
a Scienze politiche. A nove anni dall’iscrizione, lo studente
palestinese ha sostenuto un solo esame ed è stato bocciato. In
compenso si occupa con profitto di mediazioni commerciali,
mettendo in relazione le società dei paesi arabi con le aziende
italiane. Sembra inoltre che a Bologna gestisca alcune pizzerie,
punti di riferimento per i palestinesi che arrivano in Emilia.12

11
Rapporto giudiziario dei carabinieri di Ortona del 13 novembre 1979,
prot. n. 455/16, Tribunale di Chieti, procedimento penale n. 2419/79.
12
Il mediatore dei missili dice: «Non c’entro niente», «l’Unità», 17 novembre
1979.

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Uno spunto molto importante per le indagini di Ortona ma


che otterrà scarso interesse. Saleh milita nel Fronte popolare
per la liberazione della Palestina e la polizia lo tiene sotto con-
trollo sin dal giorno del suo arrivo in Italia. Il 25 maggio 1972
viene espulso per la prima volta dal nostro paese. Ma il suc-
cessivo 24 novembre il ministero dell’Interno varia l’iscrizione
sulla rubrica di frontiera da «respingimento» a «segnalazione e
vigilanza».13 Saleh può restare a Bologna, a patto che sia sotto-
posto a pedinamento. Il 18 febbraio 1974, però, il Viminale
decreta nuovamente l’espulsione dal territorio nazionale. Saleh
torna a essere persona non gradita. Ma a ottobre dello stesso
anno anche il secondo decreto ministeriale perde efficacia e
il giovane può tornare a Bologna. Nella primavera del 1979
rinnoverà il permesso di soggiorno nel capoluogo emiliano.14
A leggere il curriculum, sembra che la sua presenza in Italia
susciti reazioni contrastanti all’interno delle istituzioni. Qual-
cuno tenta di allontanarlo, altri si adoperano per garantirgli la
permanenza.
Il 13 novembre 1979 i carabinieri rintracciano Saleh nelle
vicinanze della sua abitazione. Nonostante l’arresto degli auto-
nomi, avvenuto cinque giorni prima, il giovane non ha fatto
perdere le sue tracce. È rimasto nel nostro paese come se nulla
fosse. Negli ultimi giorni ha anche viaggiato. È stato prima a
Roma e poi a Verona per ragioni che restano tuttora scono-
sciute. Ascoltato come sommario informatore, Saleh spiazza
tutti minimizzando la sua militanza politica. Prova anche
a giustificare la telefonata ricevuta da Ortona il 7 novembre
1979. Spiega di aver fatto imbarcare sulla Sidon un carico di
giubbotti della ditta Folly, modello eschimo, destinati a un
imprenditore libanese. Il suo interesse per la motonave sarebbe

13
Nota della Questura di Perugia n. 443-224, Tribunale di Chieti, proce-
dimento penale n. 2419/79.
14
Lorenzo Matassa, Gian Paolo Pelizzaro, Relazione sul gruppo Separat e il
contesto dell’attentato del 2 agosto 1980, commissione parlamentare Mi-
trokhin, p.16.

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dovuto al commercio di abbigliamento e non al traffico di


armi. Ammette anche di essere stato a Ortona la mattina dell’8
novembre. Vi è giunto a bordo della Mercedes bianca di sua
proprietà, malgrado un guasto accusato durante il viaggio not-
turno. Si sarebbe recato di persona in Abruzzo per consegnare
il libretto di navigazione di una nave, in riparazione a Taranto,
di proprietà dello stesso armatore della Sidon.15 La difesa
dell’ara­bo non convince gli inquirenti perché i riscontri acqui-
siti depongono tutti in suo sfavore. Ancor meno rassicurante è
la sua militanza nell’Fplp, sminuita in modo sospetto durante
l’audizione. L’appartamento di Saleh viene perquisito con esito
negativo. Solo il rinvenimento di quattro gagliardetti conferma
la sua appartenenza al Fronte popolare. Ma per i magistrati di
Chieti non vi sono dubbi. Il palestinese è coinvolto nel traffico
degli Strela. Viene arrestato e tradotto nel carcere di Madonna
del freddo, dove sono già reclusi Pifano, Nieri e Baumgartner.
In un’intervista del 2009 Saleh ha raccontato un episodio
avvenuto all’interno del comando dei carabinieri di Chieti.
Appena arrivato, l’arabo avrebbe ricevuto la visita di un alto uffi-
ciale che somigliava al generale Dalla Chiesa. Il capo dell’anti­
terrorismo lo avrebbe esortato a scaricare ogni responsabilità
sugli autonomi, promettendogli in cambio un’immediata scar-
cerazione.16 Le accuse del palestinese contro Dalla Chiesa non
trovano riscontri. Né appare convincente la tesi di uno scarso
interesse dei carabinieri per l’uomo dell’Fplp, tramite evidente
tra gli autonomi di via dei Volsci e un trafficante internazionale
di armi. Lecito dubitare, poi, che un ufficiale della statura di
Dalla Chiesa abbia formulato un’offerta di profilo così modesto
al rappresentante di un movimento di liberazione nazionale.
Anche il Sismi si dimostra molto attivo nei giorni successivi
agli arresti di Ortona. Mentre le agenzie di stampa diffondono

15
Audizione di Abu Anzeh Saleh del 13 novembre 1979, Tribunale di
Chieti, procedimento penale n. 2419/79.
16
Intervista alla storia: Abu Saleh e i missili di Ortona, Arab Monitor, marzo
2009.

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la notizia dell’arresto del palestinese, gli uffici di Forte Braschi


vanno in fibrillazione. A differenza dell’opinione pubblica,
ignara della gravità di quanto sta accadendo, l’intelligence
militare ha subito chiaro il quadro della situazione. Il coinvol-
gimento di un rappresentante della resistenza palestinese tra-
sformerà l’inchiesta di Chieti in un affare di Stato. Il servizio
segreto militare ne è consapevole perché proprio nei suoi uffici
viene custodito ogni segreto sui rapporti che legano l’Fplp al
nostro paese.
Abu Anzeh Saleh ha mentito sui motivi del viaggio a Ortona.
Ai carabinieri non servirà molto per capirlo. Il trasferimento
in Abruzzo, in realtà, ha poco a che fare con la fornitura di
giubbotti. Lui stesso finirà con l’ammettere il coinvolgimento
nell’affare degli Strela. Un problema all’automobile lo ha
costretto a chiedere aiuto ai compagni di Roma. La situazione
di emergenza, in effetti, sembra spiegare la condotta improvvida
di Baumgartner, che si mette in marcia sprovvisto della patente
di guida. Gli investigatori rintracciano la Mercedes di Saleh in
un centro assistenza nella cittadina abruzzese di Monte­silvano.
Ma anche su questa circostanza Saleh ha omesso qualche par-
ticolare di rilievo. Si scopre, infatti, che la sera del 7 novembre
1979 il palestinese era partito da Bologna a bordo di un’Alfetta
bordeaux che non era di sua proprietà.17 Verso le 21, all’altezza
di Rimini, il mezzo si sarebbe fermato per un’avaria nei pressi
di un distributore. Per una strana casualità, quindi, l’arabo
avrebbe messo fuori uso non una, ma due automobili. L’iniziale
utilizzo dell’Alfetta, però, è stato taciuto nella sua narrazione
difensiva. Per quale motivo? Qualcuno, inoltre, ha guidato la
Mercedes sino all’area di servizio romagnola per consentire al
palestinese la prosecuzione del viaggio. Un secondo uomo che
Saleh ha cercato di tenere al riparo dall’inchiesta?
Mohamed Saleh Al-Alì, un giovane arabo che dimora a
Bologna, si presenta in questura per chiarire il fatto. È stato lui,
poco dopo la mezzanotte, a raggiungere in autostrada Saleh a

17
L. Matassa, G.P. Pelizzaro, Relazione sul gruppo Separat, cit., p. 64.

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I missili di Ortona 29

bordo della Mercedes. La spiegazione, ritenuta esaustiva, con-


sente al ragazzo di non finire coinvolto nell’inchiesta. Il soc-
corso prestato a un amico non è sufficiente per ritenerlo parte-
cipe del traffico di armi. Alcuni testimoni dichiarano di aver
visto Saleh girare per Ortona, la mattina dell’8 novembre 1979,
in compagnia di un’altra persona. Non può trattarsi di Al-Alì,
che sostiene di essere tornato a Bologna in treno, subito dopo
la consegna della Mercedes. I carabinieri ipotizzano che l’uomo
notato al fianco di Saleh sia Kaddoura, il motorista siriano
della Sidon. Su «l’Unità» del 14 novembre 1979 Sergio Cri-
scuoli fornisce una diversa ricostruzione dei fatti. Il misterioso
accompagnatore dell’arabo sarebbe in realtà un giovane bolo-
gnese, da tempo conosciuto alle autorità come sospetto terro-
rista. Ma del ragazzo emiliano, chiamato in causa dal quoti-
diano del Pci, non si saprà più nulla. È possibile che il
giornalista sia incorso in un banale equivoco, come può acca-
dere nelle prime battute di un’inchiesta giudiziaria. Oppure la
notizia è corretta ma viene trascurata dagli investigatori. In tal
caso un estremista di Bologna, implicato nei fatti di Ortona,
sarebbe rimasto fuori dall’indagine.
Controversa rimane anche la destinazione degli Strela. I mis-
sili erano in arrivo o in partenza? Gli elementi acquisiti sono
discordanti e non consentiranno mai una risposta definitiva.
Pifano e compagni abbandonano la storia dei cannocchiali da
vendere al mercatino dell’usato. Affermano, però, che i mis-
sili erano in uscita dall’Italia. Richiamano l’attenzione sulle
ricevute di pagamento dell’autostrada perché, tra l’arrivo al
casello e l’avvistamento dei loro mezzi nel centro di Ortona,
trascorrono pochi minuti. Un lasso temporale esiguo che sem-
bra confermare la versione degli incriminati. I militari li hanno
sorpresi prima che arrivassero al molo per la consegna. In senso
contrario depone il ritrovamento di un cardo nella cassa che
contiene i Sam-7. Il fiore rinvenuto sarebbe dello stesso genere
che alligna nella zona del porto ortonese, luogo quindi da cui
gli Strela sarebbero transitati prima del sequestro. In assenza
di prove inconfutabili, la questione rimane dubbia. Così come

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resta misterioso l’obiettivo a cui i missili erano destinati. Una


cosa però è certa. Gli autonomi hanno trasportato i Sam-7
perfettamente funzionanti. Durante gli esami peritali un uffi-
ciale dei carabinieri ha azionato per errore la batteria dei missili
che può essere usata una sola volta.18 Gli Strela, quindi, sono
diventati inservibili solo dopo il loro sequestro.

Saleh e il Sismi

Con il passare dei giorni l’indagine di Ortona assume connotati


sempre più inquietanti. Si scopre che il palestinese intrattiene
relazioni confidenziali con uomini del Sismi. Nell’agenda per-
sonale di Saleh, infatti, appare il nome di un certo Stefano
accanto a un numero di telefono. L’utenza 06-6799421 corri-
sponde a quella dell’abitazione romana di un ufficiale dei cara-
binieri che ha proprio quel nome di battesimo. Si tratta del
colonnello Stefano Giovannone, capocentro del Sismi a Beirut.
Il dato è clamoroso perché l’uomo con cui l’arabo appare in
stretti rapporti svolge una funzione di primaria importanza. Gli
addetti ai lavori sanno che il suo ruolo va ben oltre il grado
formale. Lo dimostra, tra l’altro, l’accesso diretto ai piani alti
del ministero degli Esteri che gli viene consentito da anni. Gio-
vannone è conosciuto come il mandatario della diplomazia
parallela che il governo italiano ha instaurato da quasi un
decennio nell’area mediorientale. Tale mansione è nota anche a
Stefano D’Andrea, ambasciatore in Libano, che non gradisce
affatto le interferenze dell’agente segreto. Per celebrarne il
talento, i colleghi del Sismi lo chiamano «Maestro» o «Stefano
d’Arabia». Persino la Cia si rivolge a lui per intrattenere rap-
porti riservati con la resistenza palestinese. Anche in Arabia
Saudita è molto apprezzato. Le autorità di Riyad gli hanno pro-
messo ponti d’oro pur di arruolarlo nei loro apparati di sicu-

18
Rapporto giudiziario dei carabinieri di Ortona del 13 dicembre 1979,
Tribunale di Chieti, procedimento penale n. 2419/79.

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I missili di Ortona 31

rezza. Ma il vecchio ufficiale non accetta. Resterà fedele al pro-


prio paese, continuando a svicolare per le strade di Beirut a
bordo della sua Fiat 1100.19 Sopravvissuto a un incidente d’auto
sospetto, il Maestro si rifiuta di tornare in Italia per sottoporsi
all’intervento oculistico di cui ha bisogno. Rimane in Libano
per non interrompere quelle frequentazioni, pericolose e incon-
fessabili, che servono all’Italia per garantirsi buoni rapporti con
il mondo arabo.
Giovannone è il punto di contatto tra l’universo dell’intelli-
gence e quello della politica. Nelle lettere scritte durante la pri-
gionia brigatista, Aldo Moro invoca proprio il suo intervento.
L’auspicio del presidente della Dc non ha nulla di casuale. Il
capocentro del Sismi a Beirut è un suo uomo di fiducia. Prima
della partenza per il Libano, nel 1972, il Maestro era stato
responsabile della sicurezza di Moro. Anche nel periodo suc-
cessivo, lo statista pugliese ha continuato a riceverlo di persona
nel suo ufficio privato di via Savoia. L’esperto ufficiale vanta
un’antica amicizia con il maresciallo Oreste Leonardi, il capo
della scorta annientata nell’agguato di via Fani. Non sorprende,
quindi, che proprio Giovannone sia l’uomo sui cui Moro punta
per uscire vivo dalla prigione brigatista. Il colonnello intuisce
subito la strategia del presidente della Dc. Appresa la notizia
del sequestro, si precipita al telefono, chiedendo aiuto proprio
ad Abu Anzeh Saleh.20 Lo invita a raggiungerlo nella capitale
in aeroplano. L’arabo acconsente, anche perché il colonnello
vanta nei suoi confronti un credito non indifferente. Il 27 otto-
bre 1974 proprio Giovannone, assieme al direttore in carica
del servizio segreto militare, ammiraglio Casardi, ha firmato la
lettera di garanzia di cui Saleh aveva bisogno. Un documento
che gli consentirà di restare in Italia, nonostante l’espulsione
decretata dal ministero dell’Interno nel febbraio precedente.

19
Francesco Grignetti, La spia di Moro. Il colonnello Stefano Giovannone,
dieci anni di servizi segreti tra petrolio e terrorismo, e-letta edizioni digitali,
2012, p. 28.
20
Intervista alla storia: Abu Saleh e i missili di Ortona, cit.

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Tra l’ufficiale del Sismi a Beirut e l’uomo del Fronte popolare è


nato un rapporto improntato sulla reciproca fiducia. Quando il
palestinese deve comunicare con Stefano d’Arabia, contatta la
sua abitazione romana presentandosi come Gianni. È la parola
in codice che gli consentirà di essere richiamato al più presto.
Giovannone e Moro. Gli autonomi di via dei Volsci e l’Fplp
di George Habash. Il Sismi del generale Giuseppe Santovito
e Abu Anzeh Saleh. Extraparlamentari italiani, terroristi pale-
stinesi e servizi segreti militari. Il groviglio di relazioni che
emerge dall’inchiesta di Ortona sta assumendo dimensioni
preoccupanti. Ma l’opinione pubblica non riesce a percepirlo.
Negli anni passati gli italiani hanno assistito inermi ad atten-
tati di ogni genere. Omicidi di militanti politici, poliziotti e
magistrati. Non possono certo essere turbati dall’arresto di
tre autonomi e di uno studente palestinese. Eppure sarebbero
molte le domande da porsi. Cosa può legare il Sismi ad Abu
Anzeh Saleh? E perché nel 1978 il colonnello Giovannone si
era rivolto proprio a lui per tentare la liberazione di Moro?
Perché solo qualche mese dopo la scoperta dei missili nella cit-
tadina abruzzese avviene una delle stragi più violente e avvolte
nel mistero della storia repubblicana, ovvero quella della sta-
zione di Bologna? Per rispondere a questi interrogativi, e capire
sino in fondo l’affare di Ortona, bisogna fare un passo indietro.
Occorre tornare alla fine degli anni Sessanta per scoprire le
ragioni che hanno indotto il governo italiano a stipulare un
accordo segreto con l’organizzazione che terrorizza l’Europa
con azioni cruente e spettacolari. Il Fronte popolare per la
liberazione della Palestina. Senza questo viaggio a ritroso nel
tempo è impossibile capire la stagione del terrorismo italiano
che culmina nell’esplosione del 2 agosto 1980.

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La genesi del lodo Moro

Il carisma di George Habash

Il Fronte popolare per la liberazione della Palestina nasce l’11


dicembre 1967 dalla fusione di tre gruppi armati. I Giovani
della vendetta costituiscono un’emanazione del Movimento
nazionalista arabo. Gli Eroi del ritorno sono, invece, una fazione
scissionista dell’Olp originaria che era ancora sotto il controllo
degli egiziani. Il Fronte di liberazione della Palestina, infine, è
una formazione combattente guidata da alcuni ufficiali dell’eser-
cito siriano.1 Fondatore dell’Fplp è George Habash, un medico
pediatra di religione cristiano-ortodossa. Nato da una famiglia
facoltosa, è tra i pochi a non patire i disagi della diaspora pale-
stinese. In Libano può trascorrere una giovinezza spensierata
tra piscine e campi da tennis. All’università americana di Beirut
conoscerà a fondo la cultura occidentale. Ma il «Dottore», così
lo chiameranno i compagni di lotta, non sembra attratto dalle
prospettive di carriera che l’estrazione sociale può garantirgli. Si
convince, invece, di avere una missione da compiere: consentire
il ritorno in patria a milioni di palestinesi. Nel 1952 Habash
fonda il Movimento dei nazionalisti arabi, che muoverà i primi
passi proprio nell’ateneo libanese. La militanza politica è accom-
pagnata alle attività di beneficenza intraprese dopo il trasferi-
mento in Giordania. Ad Amman, coadiuvato dall’amico Wadie

1
Valerio Evangelisti, I primi anni del Fronte popolare per la liberazione
della Palestina, www.palestinarossa.it.

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34 I segreti di Bologna

Haddad e dalle suore di Nazareth, gestisce per anni una clinica


che offre assistenza gratuita a bambini e persone bisognose.
Anche il suo percorso ideologico appare sorprendente. L’Mna,
infatti, non è un’organizzazione marxista. I suoi militanti,
quasi tutti di estrazione borghese, professano ideali patriottici
e guardano al socialismo nazionalista di Gamal Abd el-Nasser,
il presidente egiziano simbolo del panarabismo. Per molti anni
il capo dell’Mna sognerà un’élite intellettuale che rappresenti
l’avanguardia rivoluzionaria dell’intero mondo arabo. Il giovane
Habash è convinto che la capitolazione israeliana possa avvenire
solo per mano delle potenze amiche. I motivi per crederlo non
mancano. Nel 1958, a Baghdad, un colpo di Stato ha segnato
la fine della monarchia filobritannica. Basil Kubeissi, dirigente
dell’Mna e intimo amico di Habash, partecipa al golpe iracheno
guadagnandosi un incarico importante al ministero degli Esteri.
L’entusiasmo è alle stelle, ma si tratta di un caso isolato. Negli
anni successivi, al contrario, i palestinesi dovranno preoccuparsi
di difendere la propria autonomia dalle continue ingerenze dei
paesi che li sostengono nella lotta contro Israele.
All’inizio degli anni Sessanta le idee marxiste cominciano a
penetrare il gruppo di Habash. L’organizzazione avverte l’esi-
genza di ampliare gli orizzonti, guarda con interesse ai guerri-
glieri vietnamiti e assume posizioni filocinesi. L’Mna perde la
connotazione borghese, rivolgendosi anche ai ceti disagiati. Nel
frattempo comincia a delinearsi un progetto complessivo delle
organizzazioni che fanno la guerra all’imperialismo occiden-
tale. Nel 1966, all’Avana, si tiene la conferenza tricontinentale
a cui partecipano governi, partiti, movimenti di liberazione
nazionale e organizzazioni clandestine di ottantadue paesi.
Anche i palestinesi sono presenti. A Cuba avranno l’opportu-
nità di confrontarsi con i rappresentanti dei popoli amici. Serve
una strategia globale per reagire alla strategia globale dell’impe-
rialismo. Questo il motto della tricontinentale che produrrà la
sua eco anche in Italia.2

2
Carlo Feltrinelli, Senior Service, Feltrinelli, Milano 2014, p. 385.

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La genesi del lodo Moro 35

Il 1967 è l’anno della svolta. La Guerra dei sei giorni rappre-


senta per i palestinesi un trauma senza precedenti. La vittoria
israeliana è rapida e schiacciante. In una manciata di ore l’avia-
zione egiziana, al pari di quella siriana, viene annientata davanti
agli occhi increduli del mondo arabo. L’immagine leggendaria
di Nasser ne esce gravemente compromessa. A poco serviranno
le manifestazioni improvvisate dalla popolazione lungo le strade
del Cairo per scongiurare le sue dimissioni. In pochi giorni,
occupando la Cisgiordania e l’intera Gerusalemme, Israele vede
quadruplicare il suo territorio. La Siria perde le alture del Golan,
l’Egitto il Sinai e il controllo sulla striscia di Gaza. Per i palesti-
nesi è tempo di riflessioni profonde. La superiorità israeliana,
garantita da un esercito giovane e moderno, ma soprattutto
dal rapporto privilegiato con gli Usa, suggerisce un drastico
mutamento di strategia. Una vittoria militare dei paesi arabi
appare ormai impossibile. Neppure la guerriglia organizzata
lungo i confini d’Israele può bastare. Va poi scardinata, in tutti
i modi, l’indifferenza occidentale per le ragioni di un popolo
che si sente umiliato. Habash decide allora di fondare il Fronte
popolare per la liberazione della Palestina. La nuova formazione
si prefigge un obiettivo clamoroso: esportare in Europa il con-
flitto con gli israeliani e compiere azioni cruente e spettacolari
per costringere i governi occidentali a fare i conti con la que-
stione palestinese. La nuova strategia, basata sui dirottamenti
aerei, viene proposta da Wadie Haddad, che i compagni di lotta
chiamano «Maestro». L’antica amicizia tra Haddad e Habash
stride con la rivalità che ogni tanto sembra dividerli. Deluso da
Nasser, il pediatra benefattore non vede alternative al terrori-
smo. Si trasforma in un combattente spietato, pronto a colpire
anche gli obiettivi civili. Haddad lo ha convinto che il nemico
sionista, invulnerabile nella guerra convenzionale, ha in realtà
un punto debole. Israele può essere messo in difficoltà attra-
verso un’offensiva terroristica lanciata su scala internazionale.
Intervistato da Oriana Fallaci nel 1972, Habash sosterrà che
l’omicidio di un ebreo all’estero produce effetti ben maggiori di
un’azione nel territorio israeliano. Gli europei, infatti, devono

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36 I segreti di Bologna

vedere con i propri occhi i segni della lotta del popolo palesti-
nese.3 Le sue risposte non difettano di schiettezza. L’avversario,
per l’Fplp, non è solo lo Stato d’Israele. Nemici sono anche il
movimento sionista diffuso in Occidente e l’imperialismo ame-
ricano che lo protegge. Ma Israele è circondato da nazioni ostili,
può comunicare con gli alleati solo via cielo e mare. Per questo
motivo ai fedayyìn viene ordinato di colpire in continuazione
i trasporti aerei e navali. Non mancano però le operazioni in
territorio israeliano. Il 22 novembre 1968 un attentato dina-
mitardo al mercato Mahane Yehuda costa la vita a dodici per-
sone. Poco dopo un autobus salta in aria a Tel Aviv. Gli attacchi
agli insediamenti nemici servono a scoraggiare l’immigrazione
ebraica in Israele. A Gaza, inoltre, agiscono ufficiali dell’Fplp in
grado di impegnare seriamente l’eser­cito israeliano. Uno dei più
noti viene chiamato «Che Guevara», in ricordo del guerrigliero
argentino ucciso in Bolivia.4
Ma a segnare la svolta sono, appunto, i dirottamenti aerei.
Secondo Habash le operazioni all’estero sono il modo più effi-
cace per convincere il mondo che non ci sarà mai pace senza
giustizia per i palestinesi. L’orrore provato dagli occidentali,
per il coinvolgimento di civili negli attentati, non sembra
turbarlo. Alle accuse d’infamia replica senza battere ciglio. Il
Dottore si considera un combattente per la libertà e non un
terrorista. A legittimare i metodi dell’Fplp sarebbero le finalità
patriottiche. Tiene a precisare che l’intenzione dei suoi uomini
è quella di evitare morti innocenti. Ma l’eventualità concreta
che nelle azioni sia coinvolta la gente comune viene prevista e
accettata. Come nell’incendio in una casa ebraica per anziani a
Monaco di Baviera che il 13 febbraio 1970 costa la vita a sette
persone. O come nell’attentato di sette giorni dopo a un aereo
di linea svizzero con trentotto persone a bordo che esplode
pochi minuti dopo il decollo dall’aeroporto di Kloten.

3
Oriana Fallaci, Intervista con la storia, Bur, Milano 2010, pp. 198-217.
4
Benny Morris, Ian Black, Mossad. Le guerre segrete di Israele, Bur, Milano
2004, p. 300.

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Il sostegno dell’Urss e le posizioni del Dottore

Habash contesta agli europei l’indifferenza per i massacri


subiti dai bimbi palestinesi durante le irruzioni israeliane nei
campi profughi; denuncia lo stato di miseria in cui gran parte
del suo popolo è costretto a vivere da tempo. Non fa poi
mistero del suo rapporto di amicizia con l’Urss: anche se tal-
volta le prese di posizione dei sovietici risultano sgradite, il
leader palestinese sa che il sostegno di Mosca è imprescindi-
bile. D’altronde non ci sono altre soluzioni praticabili per con-
trastare un nemico che ha trovato nell’appoggio americano il
maggiore punto di forza.
Il contributo dei sovietici – fornito malgrado la condanna
ufficiale del paese comunista al terrorismo – non è solo di
natura ideologica. Dalla cortina di ferro arrivano denaro e par-
tite di armi sempre più sofisticate. Non è un caso se nel 1970
proprio Wadie Haddad, responsabile delle operazioni all’este­ro
dell’Fplp, viene arruolato nel Kgb con il nome in codice
«Natsionalist».5 Quando nel 1974 viene consegnata una forni-
tura di armi all’Fplp nello Yemen del Sud, il direttore del Kgb,
Jurij Andropov, deve scrivere al segretario del Pcus Leonid
Brežnev per rassicurarlo che solo Haddad è a conoscenza della
provenienza sovietica del carico. Per ragioni di sicurezza, del
resto, le consegne ai fedayyìn avvengono in alto mare. I mili-
ziani dell’Olp le recuperano all’interno di chiatte abbandonate
persino nell’ocea­no Atlantico.6 I motivi di tanta riservatezza
appaiono evidenti. L’attività cospirativa del Fronte popolare
giova all’Urss. Negli anni Settanta Mosca punta con determi-
nazione a destabilizzare l’area mediterranea con un obiettivo
preciso: ottenere il disimpegno parziale degli Usa dall’Europa
e ostacolare non solo il processo d’integrazione europea, ma

5
Christopher Andrew, Vasilij Mitrokhin, L’archivio Mitrokhin. Le attività
segrete del Kgb in Occidente, Rizzoli, Milano 2007, pp. 251-259.
6
Valerio Riva, Oro da Mosca. I finanziamenti sovietici al Pci dalla Rivolu-
zione d’ottobre al crollo dell’Urss, Mondadori, Milano 1999, p. 314.

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anche le relazioni dei paesi occidentali con il Nord Africa e il


Medio Oriente.7 A tal fine i sovietici combattono una «guerra
surrogata» attraverso lo spionaggio, le campagne terroristiche e
le attività di sostegno alle rivoluzioni in casa altrui. E proprio
l’offensiva del terrorismo palestinese, insieme al ricatto petroli-
fero, rappresenterà lo strumento più efficace per condizionare
le politiche estere dei governi europei.
Nonostante gli aiuti stranieri, la militanza nell’Fplp è priva
di retribuzione. Al contrario dei compagni di altre formazioni,
muniti di stipendio, gli uomini del Fronte popolare ricevono
pochi spiccioli. Il vitto è scadente. L’ideale rivoluzionario costi-
tuisce la base per il reclutamento delle giovani leve. Ma la scar-
sità delle risorse non impedisce di arruolare chimici e ingegneri.
I giovani tecnici consentiranno l’impiego di mezzi sempre più
sofisticati nelle azioni terroristiche. Ragazzi di tutto il mondo
bussano alla porta di Habash, affascinati dalle imprese del
Fronte popolare. Uno di questi è il venezuelano Ilich Ramírez
Sánchez, che nell’Fplp verrà chiamato «Carlos». Dopo i tede-
schi della Raf, anche i militanti italiani di Potere operaio rag-
giungeranno le basi palestinesi in Medio Oriente.
L’Fplp aderisce all’Organizzazione per la liberazione della
Palestina, che dopo la disfatta del 1967, grazie ad Arafat, riuscirà
ad affrancarsi dal controllo egiziano. Habash, tuttavia, dissente
dalla linea ufficiale dettata da Al Fatah, la formazione ampia-
mente maggioritaria nell’Olp. Molto difficile, però, misurare la
portata reale dei contrasti tra le diverse anime della resistenza
palestinese. Fronte popolare e Al Fatah si trovano dalla stessa
parte della barricata. L’esigenza di fare fronte comune, contro
un nemico molto più forte, pone in secondo piano le ragioni
dei dissidi. Molto utile, nella conservazione dei rapporti, si
rivelerà la presenza, minoritaria ma qualificata, di una compo-
nente marxista anche all’interno di Al Fatah. Quando Arafat

7
Leopoldo Nuti, La politica estera italiana negli anni della distensione, in
AA.VV., Aldo Moro nella dimensione internazionale. Dalla memoria alla
storia, Franco Angeli, Milano 2013, pp. 40-62.

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inizierà a riflettere sulla soluzione politica dei «due Stati», gli


uomini di Habash lo attaccheranno con durezza. Il Dottore
diventa il simbolo del «fronte del rifiuto» che intende prose-
guire la lotta armata a oltranza. Per il capo dell’Fplp, infatti, la
liberazione della Palestina deve coincidere con la distruzione
dello Stato israeliano. I dissidi tra il Fronte popolare e Al Fatah
producono contrasti anche violenti, ma non rotture insanabili.
Arafat, del resto, agirà sempre con cautela e in modo ambi-
guo, cercando di conciliare l’unità delle forze palestinesi con
i progressi raggiunti nelle sedi diplomatiche. A condurre una
guerra sanguinosa contro l’Olp è invece il gruppo filo­iracheno
di Abu Nidal, che accusa lo stesso Arafat di aver tradito la
causa palestinese. Habash, dal canto suo, si scaglia contro i
regimi reazionari, ritenuti responsabili dell’arretratezza politica
e militare del mondo arabo. Se Arafat cerca di non intromet-
tersi negli affari degli Stati arabi, l’Fplp ambisce a trasformare
la guerra di liberazione in una rivoluzione internazionalista.
Anche per tale motivo, le politiche di paesi conservatori come
l’Arabia Saudita o l’Iran dello scià verranno combattute con
ogni mezzo. Habash sembra diffidare anche delle nazioni «pro-
gressiste» alleate dell’Urss. Significativo, in tal senso, è il con-
trasto con la Siria. Una contrapposizione frontale che, nelle
fasi iniziali della guerra civile in Libano, porterà a conseguenze
rovinose per i fedayyìn. Ma nelle fasi più delicate del conflitto
israeliano-palestinese, l’Fplp sarà sempre schierato dalla parte
dei sovietici e dei loro alleati arabi.

La strategia dei dirottamenti

L’aeroporto di Fiumicino vanta un primato poco invidiabile.


La notte del 22 luglio 1968 l’Fplp lo sceglie per dare inizio alla
lunga stagione dei dirottamenti. Un commando di tre elementi
cattura in volo un Boeing 707 dell’El Al diretto a Tel Aviv. Il
pilota, colpito alla testa, è costretto a deviare la rotta verso
Algeri. A bordo si scatena il panico, ma i passeggeri non subi-

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40 I segreti di Bologna

ranno violenze. Giunti allo scalo di Dar El Beïda, potranno


sbarcare incolumi. Gli occidentali vengono poi caricati su un
aereo di linea diretto a Parigi. Per loro l’incubo è durato solo
poche ore. Ai prigionieri israeliani, invece, spetta un tratta-
mento a parte. Saranno trattenuti a lungo in Algeria e usati
come merce di scambio.8 La separazione degli ostaggi in base
alla nazionalità, voluta dall’Fplp, lascerà perplessi anche i gio-
vani europei che sostengono la causa palestinese.9 L’Fplp riven-
dica l’operazione di Fiumicino, proponendo al governo di Tel
Aviv una trattativa. Gli israeliani, reduci dalla recente vittoria
nella Guerra dei sei giorni, accusano il colpo. Forti di un’evi-
dente superiorità militare, ormai chiara anche agli arabi, si sco-
prono vulnerabili dinanzi all’offensiva terroristica. Israele va-
cilla, poi è costretto a cedere. Per la prima e ultima volta, Tel
Aviv sceglierà di trattare pubblicamente con il Fronte popolare.
Il 27 luglio 1968 vengono rilasciati donne e bambini. Il 31
agosto tornano in libertà anche gli adulti di sesso maschile,
scambiati con quindici fedayyìn detenuti nelle carceri israe-
liane. L’Fplp ha vinto la sua partita. I profughi palestinesi,
sparsi tra il Libano e la Giordania, accoglieranno i dirottatori di
Algeri in modo trionfale. È l’inizio di una lunga stagione di
violenza. Grecia, Svizzera, Austria, Germania Ovest: le azioni
palestinesi colpiranno l’intera Europa. In breve tempo l’Occi-
dente sarà costretto a vivere sotto la minaccia costante dei
dirottamenti aerei. Viaggiare lungo le rotte mediorientali
diventa un’impresa sempre più rischiosa. La situazione di emer-
genza imporrà alle compagnie di volo spese miliardarie. Dopo
l’azio­ne di Algeri, gli scali internazionali saranno presidiati
dalle forze di polizia. Nelle vie di accesso alle piste vengono

8
Gabriele Paradisi, Rosario Priore, La strage dimenticata. Fiumicino, 17 set-
tembre 1973, Imprimatur, Reggio Emilia 2015, pp. 275-276.
9
La separazione dei passeggeri israeliani dagli altri ostaggi venne disposta
anche in occasione del dirottamento di Entebbe, in Uganda, organizzato
nel 1976 dall’Fplp con il supporto dei terroristi tedeschi delle Cellule
rivoluzionarie.

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installati rigorosi sistemi di controllo. Nulla tornerà come


prima. Il Fronte popolare ha raggiunto in tal modo un altro
degli obiettivi prefissati. Il messaggio lanciato all’Europa è stato
recepito in fretta. D’ora in poi non sarà consentita la neutralità
nel conflitto tra Israele e Palestina. La guerra che gli europei
hanno tenuto lontano per decenni è appena arrivata nei loro
aeroporti.
Ma l’Fplp rappresenta un problema anche per i paesi arabi
che concedono ospitalità ai profughi palestinesi. Al loro
interno, il gruppo di Habash si dedica a un’intensa propaganda
rivoluzionaria. Tende a sottrarre le aree occupate al controllo
delle autorità locali. Organizza posti di blocco, aggira divieti,
giunge persino a introdurre sistemi rudimentali di prelievo
fiscale. Le ingerenze più gravi si verificano in Giordania, dove
è concentrata la maggioranza dei profughi palestinesi. Re Hus-
sein non gradisce affatto le loro scorribande. Chiederà invano
l’aiuto dell’amico Nasser e del presidente americano Richard
Nixon. Con il passare del tempo le tensioni si accentuano, sino
a esplodere in un conflitto sanguinoso. Il detonatore della crisi
giordana è rappresentato da un’impresa che non ha precedenti
nella storia del terrorismo. Il 6 settembre 1970 l’Fplp prova
a dirottare quattro aerei in contemporanea. Un Boeing 707
della Twa e un Dc9 della Swissair cadono subito in trappola.
Entrambi vengono fatti atterrare nell’aeroporto di Zarqa, a
pochi chilometri da Amman: una vecchia pista costruita dagli
inglesi durante la Seconda guerra mondiale e trasformata per
l’occasione nell’aeroporto della rivoluzione araba. Un Jumbo
Jet della Pan Am rischia di seguire la stessa sorte, ma il pilota
avvisa i dirottatori che il mezzo è troppo grande per planare
sugli spazi angusti del deserto giordano. Si andrebbe incontro a
un’inutile carneficina. I fedayyìn ne prendono atto e il coman-
dante può virare verso l’Egitto. All’aeroporto del Cairo i dirot-
tatori ordinano uno sbarco rapido, poi incendiano il velivolo
davanti a decine di telecamere. L’unico dirottamento fallito è
quello del Boeing 707 dell’El Al. Gli israeliani, infatti, hanno
adottato misure speciali contro la pirateria aerea. Gli uomini

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della sicurezza presenti a bordo sventano l’attacco uccidendo


il terrorista nicaraguense Patrick Argüello. Il velivolo può fare
ritorno a Londra. La notizia scatena le ire del Fronte popolare
perché la celebre Leila Khaled viene arrestata dai funzionari
di Scotland Yard.10 La giovane comandante dell’Fplp è con-
siderata un’eroina della resistenza palestinese. Anche in Italia
i giovani contestatori hanno cominciato a urlare il suo nome
durante le manifestazioni di piazza. Il Fronte popolare reagi-
sce decidendo un quinto dirottamento. Secondo Bassam Abu
Sharif, responsabile della comunicazione dell’Fplp, l’azione
sarebbe in realtà il frutto dell’iniziativa spontanea di un atti-
vista residente in Bahrein.11 Il 9 settembre 1970 il dirottatore
solitario s’impadronisce di un Vc 10 della Boac su cui viaggiano
i figli di alcuni diplomatici britannici di ritorno dall’India. La
destinazione del velivolo è sempre la pista di Zarqa. In quei
giorni Mario Capanna, leader del movimento studentesco di
Milano, è presente in Giordania per un convegno. Condotto
in visita «turistica» nell’aeroporto della rivoluzione, potrà con-
statare l’incolumità dei prigionieri, ma anche le carenze igieni-
che e il grave clima di tensione.12 I tre aerei saranno incendiati
in rigorosa diretta televisiva. Il mondo assiste via satellite a
una scena quasi surreale che nei giorni successivi provocherà
conseguenze gravissime. Re Hussein, infatti, ritiene colma la
misura e ordina all’esercito d’intervenire. Le truppe beduine
danno avvio a una violenta rappresaglia. Per giorni interi i
militari giordani danno la caccia ai fedayyìn. Migliaia di pale-
stinesi, affiliati alle diverse organizzazioni, verranno massa-
crati. Ancora oggi non si conosce il numero esatto dei morti
del «settembre nero» giordano. Ma le nazioni arabe non gradi-
scono e convocano un incontro al Cairo. Il monarca Hussein,

10
Vittorio Lojacono, I dossier di Settembre nero, Bietti, Milano 1974, pp.
11-19.
11
Bassam Abu Sharif, Uzi Mahnaimi, Il mio miglior nemico. Israele e Pale-
stina. Dal terrore alla pace, Sellerio, Palermo 1996, pp. 113-114.
12
Mario Capanna, Arafat, Rizzoli, Milano 1989, pp. 17-19.

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che si presenta al tavolo della discussione con la pistola, verrà


minacciato da un giovanissimo Muammar Gheddafi. Nasser
assiste al confronto quasi con distacco. Il simbolo dell’unità
araba appare ormai vecchio e stanco. Morirà per un improv-
viso malore il giorno successivo.

La linea morbida dell’Europa

L’Fplp è riuscito a scatenare un terremoto nell’intero mondo


arabo. L’impresa di Zarqa viene pagata da tutta la comunità
palestinese. Le truppe di re Hussein costringono gli ospiti ormai
sgraditi ad abbandonare la Giordania e a ripiegare in Libano.
La nuova migrazione sarà il prodromo di un’altra tragedia. L’ar-
rivo in massa dei palestinesi compromette in poco tempo i deli-
cati equilibri su cui si regge lo Stato libanese. L’insediamento
dei fedayyìn nelle regioni occidentali del paese costituisce una
delle cause della guerra civile che esploderà a Beirut nel 1975.
Nonostante la nuova diaspora, però, Habash è riuscito a col-
pire nel segno. Prima dell’offensiva di re Hussein, le autorità
britanniche si sono arrese al Fronte popolare. Scotland Yard
ha rilasciato Leila Khaled in cambio della liberazione degli
ostaggi inglesi. Gli israeliani assistono increduli al negoziato tra
il Regno Unito e l’Fplp. Ma non sarà l’unico. Anche gli sviz-
zeri ottengono la restituzione dei propri cittadini sequestrati a
Zarqa. Il prezzo da pagare, in questo caso, è la scarcerazione dei
miliziani palestinesi detenuti in territorio elvetico.
In breve tempo l’intera Europa accetterà di venire a patti
con i palestinesi. Nel febbraio del 1972 i tedeschi versano un
riscatto di cinque milioni di dollari per recuperare un velivolo
della Lufthansa finito nello Yemen del Sud. Nell’ottobre del
1972 il governo socialdemocratico di Bonn tornerà al centro
delle polemiche. Per garantire l’incolumità ai pochi passeggeri
di un volo diretto a Francoforte, vengono scarcerati i terrori-
sti responsabili del sequestro degli atleti israeliani durante le
Olimpiadi di Monaco di Baviera. Nella Grecia dei colonnelli il

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sequestro di un mezzo della compagnia privata Olimpic porta


alla rapida liberazione di sette palestinesi ospiti delle prigioni
greche. Nel 1973 è il turno del governo di sinistra austriaco,
che dispone la chiusura del castello di Schönau, dove sostano
gli ebrei russi in viaggio verso Israele. La Spagna di Francisco
Franco consentirà ai fedayyìn di utilizzare Madrid come tappa
di partenza per le scorribande in Europa. I francesi, invece,
hanno giocato d’anticipo, essendo anche i più indipendenti
dagli Usa. Nel 1966 Charles de Gaulle ha deciso l’uscita dal
comando militare Nato e l’instaurazione di buone relazioni
con l’Urss. Già in occasione della Guerra dei sei giorni la Fran-
cia gaullista si schiera apertamente dalla parte degli arabi. Negli
anni successivi i francesi si spingeranno oltre. Le autorità di
Parigi fanno indispettire Hussein, assicurando l’impunità al
sicario palestinese che aveva tentato di uccidere l’ambascia-
tore giordano a Londra. Per oltre un decennio sarà proprio la
capitale francese a ospitare la centrale europea dell’Fplp e del
terrorismo arabo.
Anche Roma sceglierà la strada della diplomazia sotterranea.
Nel 1974 l’Italia raggiunge un’intesa permanente con la resi-
stenza palestinese finalizzata a evitare attentati nel nostro territo-
rio. I democristiani Mariano Rumor e Aldo Moro si dimostrano
i principali fautori delle nuove politiche di sicurezza, messe in
atto al riparo da occhi indiscreti. Diplomatici di provata espe-
rienza e giuristi di valore sono chiamati a elaborare un’intesa
segreta la cui applicazione verrà affidata ai servizi segreti. Il con-
tenzioso con l’ala oltranzista della resistenza palestinese, esploso
nell’autunno del 1979 dopo il sequestro dei missili a Ortona,
sarà dovuto proprio alla violazione di questi accordi.

L’Italia e i fedayyìn

All’inizio degli anni Settanta il nostro paese, lo abbiamo detto,


deve fronteggiare l’emergenza del terrorismo arabo. Per via del
ruolo strategico nello scacchiere mediterraneo, l’Italia è uno

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dei paesi europei preso di mira dai fedayyìn. Nell’estate del


1972 le azioni palestinesi cominciano a diventare sempre più
frequenti. Da alcuni mesi una nuova sigla sta circolando in
Europa, sovrapponendosi a quella ormai nota dell’Fplp. È
quella di Settembre nero, la misteriosa organizzazione il cui
nome richiama i massacri in Giordania del 1970. La notte tra
il 3 e il 4 agosto 1972 un commando di Settembre nero colpi-
sce a Trieste. Saltano in aria i serbatoi dell’oleodotto Siot, che
unisce il capoluogo giuliano alla città bavarese di Ingolstadt.
Quattro esplosioni, di cui tre a segno e una sola a vuoto. Un
vero colpo di fortuna perché il serbatoio 44, quello che non
salta in aria, è il più vicino alla città.13 L’azione di sabotaggio
contro la tank farm triestina non è un caso isolato, ma rientra in
un’ampia campagna terroristica contro l’Europa. Nel febbraio
precedente atti simili erano stati compiuti contro gli oleo­dotti
di Ommen e Ravenstein, in Olanda, e di Amburgo in Ger-
mania. Il messaggio dei fedayyìn è chiaro. Il fiume di greggio
dato alle fiamme a Trieste mette a nudo il tallone d’Achil­le
del nostro paese. L’Italia è la nazione europea che, nel settore
dell’approvvigionamento energetico, dipende in misura mag-
giore dal Medio Oriente. Al contrario di altri paesi, infatti, non
può contare sulla fabbricazione di energie alternative. Settem-
bre nero conosce le nostre debolezze e le utilizza per lanciare
un monito molto efficace. D’ora in poi il petrolio che serve
all’Italia avrà un costo anche politico. La conservazione dei
buoni rapporti con le nazioni arabe non può più prescindere
dal sostegno alla causa palestinese.
Nei giorni successivi all’attentato di Trieste, fallisce per
un soffio un’impresa dagli spiccati contenuti criminali. Due
giovani turiste inglesi, a passeggio nel centro di Roma, sono
avvicinate da coetanei palestinesi. Ragazzi di bell’aspetto e dai
modi cortesi. Si professano rampolli di famiglie benestanti,
spediti in Europa per imparare la cultura occidentale. Il clima
mite dell’estate romana si rivela favorevole all’inizio di storie

13
Giuliano Sadar, Il grande fuoco, Mgs Press, Trieste 2015, pp. 10-11.

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romantiche, che però devono concludersi presto. Le ragazze,


infatti, hanno in programma un viaggio a Tel Aviv a cui non
possono rinunciare. I palestinesi si dicono rattristati, promet-
tono di raggiungerle in Israele al più presto. Il 16 agosto 1972,
al momento del commiato, le inglesine ricevono in dono un
giradischi che consegneranno al banco dell’El Al assieme alle
borse da viaggio. L’inatteso regalo nasconde una sorpresa. Al
suo interno, infatti, è stato collocato un potente esplosivo che
scoppierà dopo il decollo. La strage sarà evitata dai sistemi di
sicurezza in uso nella compagnia israeliana. Le stive blindate
impediscono il collasso del velivolo, che può tornare rapida-
mente a Fiumicino. La notizia dell’attentato suscita sdegno
in tutto il mondo. L’utilizzo di ragazzine, prima sedotte e poi
inviate al massacro, conferma l’estrema pericolosità del terro-
rismo arabo.
I responsabili del fallito attentato di Fiumicino apparten-
gono all’Fplp General Command, un gruppo scissionista del
Fronte popolare attestato su posizioni filosiriane.14 Tutti ovvia-
mente si attendono una punizione esemplare dei terroristi. Ma
resteranno delusi. Dalle stanze della politica arrivano i primi
inviti alla benevolenza. Non è la prima volta che accade e non
sarà l’ultima. Ma il giudice istruttore Francesco Amato, tito-
lare dell’inchiesta, è un tipo risoluto. Si rifiuterà di applicare la
legge Valpreda, promulgata nel dicembre del 1972, che confe-
risce al magistrato la facoltà di concedere la libertà provvisoria
anche in presenza dei reati per i quali il mandato di cattura
risulterebbe obbligatorio.15 Considerata la gravità dei reati, i
fedayyìn non sembrano avere scampo. Arriva però un colpo

14
L’Fplp General Command nacque nel 1968 da una scissione all’interno
del Fronte popolare per la liberazione della Palestina. Fondatore del nuo-
vo gruppo è il filosiriano Ahmed Jibril, che rimproverava all’Fplp di aver
anteposto il dibattito ideologico all’azione militare.
15
La l. n. 773/72 venne chiamata «legge Valpreda» perché trovò la prima
applicazione nei confronti dell’anarchico imputato, e poi assolto in via
definitiva, nel processo per la strage di piazza Fontana.

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di scena. Il procedimento viene avocato da Achille Gallucci,


capo dell’ufficio Istruzione. L’avocazione dell’inchiesta suscita
l’inevitabile attenzione dei giornalisti che gli apparati di sicu-
rezza non gradiscono affatto. I cronisti più intraprendenti sono
invitati a non curiosare troppo sulla vicenda. Le ragioni di tale
esortazione diventeranno presto evidenti. Nel febbraio del 1973
Gallucci concede la libertà provvisoria ai responsabili del fallito
attentato al Boeing israeliano.16 A suo giudizio, infatti, il con-
gegno nascosto nel giradischi era programmato per detonare
a un’altezza superiore a quella di pressurizzazione dell’aereo.
Anche il ridotto quantitativo di esplosivo non avrebbe potuto
comportare un significativo danneggiamento della carlinga. Gli
esecutori, del resto, vanno considerati pedine di scarsa impor-
tanza. Sono estranei sia all’ideazione che alla programmazione
dell’impresa criminosa. Anche la causa psico­logica si differen-
zia dagli stimoli che in genere determinano le azioni delittuose.
Va tenuto conto, infatti, delle condizioni di vita individuale e
sociale degli imputati, tipiche dei paesi che hanno ottenuto
solo in tempi recenti l’indipendenza. Il drastico ridimensiona-
mento delle responsabilità consente ai fedayyìn di ottenere la
libertà provvisoria.
L’ordinanza emessa da Gallucci sarà contestata con veemenza
dall’ambasciatore israeliano. Anche i giornali la definiscono
una grossa capriola giuridica. Ma il provvedimento è formal-
mente legittimo. L’ordinamento contempla l’istituto dell’avo-
cazione e al giudice istruttore spetta la valutazione discrezio-
nale sull’applicabilità della legge Valpreda. Non v’è dubbio che
l’indulgenza dimostrata nella circostanza serva a scongiurare il
rischio di un attentato ritorsivo. Tenere in carcere i fedayyìn,
infatti, significa esporre il paese a pericoli enormi. L’esigenza
di salvare vite umane ha prevalso su ogni altra considerazione,
etica o strettamente giuridica. Nessun commento giungerà dal
Viminale. Anche il ministero di Giustizia tace. Tutti, però, ten-
gono a precisare che la magistratura romana non ha ricevuto

16
V. Lojacono, I dossier di Settembre nero, cit., pp. 150-153.

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alcuna pressione. La sera del 15 febbraio 1973, mentre sulla


capitale piove a dirotto, un’automobile dei carabinieri conduce
i miliziani palestinesi in un paesino dell’Abruzzo prescelto per
il soggiorno obbligato. Giunti a destinazione, i terroristi impie-
gheranno pochi minuti a svanire nel nulla. Fine della storia.

La diplomazia parallela

Nel febbraio del 1973 il ministro degli Esteri Giuseppe Medici


parte per il Medio Oriente. Il viaggio prevede tappe in Egitto,
Arabia Saudita e Libano. Al Cairo il rappresentante del gover-
no Andreotti viene invitato a farsi portatore nella Cee di una
linea dichiaratamente filoaraba.17 Anche la questione palesti-
nese sarà oggetto di discussione. I paesi arabi, infatti, sono
scesi in campo per chiedere agli amici europei un appoggio
concreto alla causa dei fedayyìn. È in questa fase che sale in
cattedra il colonnello Giovannone. Dal 1972 l’ufficiale del Sid
si trova in servizio permanente a Beirut.18 In deroga a ogni cri-
terio gerarchico, il Maestro risponde direttamente al generale
Vito Miceli, capo del servizio. Ufficialmente ha il compito di
garantire la sicurezza delle ambasciate italiane in Libano, Iran,
Siria, Giordania, Iraq, Kuwait e Grecia. Ma gli addetti ai lavori
sanno che la sua funzione è molto più delicata. L’uomo di fidu-
cia di Aldo Moro è il tramite della diplomazia parallela voluta
dal governo italiano, l’unica che può consentire al nostro paese
d’intrattenere rapporti amichevoli con il terrorismo palestinese.
L’impresa di Giovannone ha inizio in un momento molto dif-

17
Daniele Caviglia, Massimiliano Cricco, La diplomazia italiana e gli equi-
libri mediterranei. La politica mediorientale dell’Italia dalla Guerra dei sei
giorni al conflitto dello Yom Kippur (1967-1973), Rubbettino, Soveria
Mannelli 2006, p. 132.
18
Francesco Grignetti, La spia di Moro. Il colonnello Stefano Giovannone,
dieci anni di servizi segreti tra petrolio e terrorismo, e-letta edizioni digitali,
2012, pp. 8-12.

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ficile. Nell’autunno del 1972 Roma sembra un campo di batta-


glia. Il 16 ottobre una squadra israeliana uccide a piazza Anni-
baliano Wael Zwaiter, un dirigente dell’Olp che lavora come
traduttore all’ambasciata libica. I sicari attendono il letterato
nel cortile della sua abitazione e lo freddano senza sprecare un
proiettile. L’opinione pubblica s’interroga sullo scopo dell’omi-
cidio. Le autorità di Tel Aviv, chiamate in causa dalla stampa, si
affrettano a spiegare che la vittima era un terrorista. Il movente
del delitto, quindi, è una punizione. La prima di una lunga serie
messa a segno dagli israeliani tra l’Europa e il Medio Oriente.
A infliggerla sono agenti scelti del Mossad autorizzati a colpi­re in
ogni parte del mondo. Devono vendicare la morte degli undici
atleti sequestrati da Settembre nero durante le Olimpiadi di
Monaco. Secondo Francesco Cossiga, le autorità italiane sareb-
bero rimaste inerti pur conoscendo l’identità dei killer di Zwaiter.
Un’inerzia dovuta, probabilmente, a un accordo segreto che
consente agli israeliani piena libertà di azione nel territorio
italiano. Nell’edizione del 29 ottobre 1978, «l’Espres­so» pub-
blica un articolo di Mario Scialoja dedicato al memoriale Moro
ritrovato nel covo brigatista di via Montenevoso a Milano.
Scialoja sostiene che al documento mancherebbe una parte che
contiene la descrizione proprio dell’intesa segreta tra le nostre
autorità e il Mossad. La parte mancante non compare neppure
nella seconda versione del memoriale Moro, quella che verrà
scoperta dopo il crollo del Muro di Berlino.19 Tracce dell’ac-
cordo ipotizzato da Scialoja, tuttavia, affiorano nelle istruttorie
veneziane degli anni Ottanta dedicate alla strage dell’Argo 16 e
al traffico di armi tra Olp e Brigate rosse.
Secondo Arafat, il reale obiettivo della campagna militare
inaugurata a Roma consiste nella disarticolazione dei gruppi
palestinesi presenti in Europa. Israele, infatti, viene accusato di
aver dato inizio alle esecuzioni prima del massacro di Monaco.

19
Miguel Gotor, Il memoriale della Repubblica. Gli scritti di Aldo Moro
dalla prigionia e l’anatomia del potere italiano, Einaudi, Torino 2011, pp.
333-336.

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Nel luglio del 1972 il Mossad ha ucciso a Beirut il poeta Ghas-


san Kanafani. Il dirigente dell’Fplp viene indicato anche come
uno dei fondatori di Settembre nero,20 la formazione terrori-
stica che a distanza di decenni resta avvolta dal mistero. Set-
tembre nero nasce a Beirut nel novembre del 1970, nei locali
del settimanale «Al Hadaf» che ospitano proprio l’ufficio di
Kanafani. Alla riunione di fondazione avrebbero partecipato
sia elementi di spicco dell’Fplp come Bassam Abu Sharif sia
dirigenti di Al Fatah come Abu Ayad, capo dell’intelligence
palestinese.
L’Italia affronta l’emergenza del terrorismo mediorientale
seguendo una linea di condotta ben precisa. Il 25 novembre
1972 quattro arabi sorpresi a Fiumicino mentre trasportano
valigie piene di armi vengono subito liberati. Possono lasciare il
nostro paese in poche ore, a bordo di un aereo diretto al Cairo.
Il 30 gennaio 1973 la polizia di frontiera blocca un gruppo di
fedayyìn in procinto di compiere un attentato in Austria. I terro-
risti se la cavano con l’espulsione dal nostro territorio. Il 27 aprile
1973, a Roma, viene ucciso Vittorio Olivares, un dipendente
dell’El Al scambiato forse per un agente del Mossad. L’assassino
fuggirà dal soggiorno obbligato in Sardegna. A godere della scar-
cerazione, invece, sono i due arabi che il 17 giugno 1973 viaggia-
vano a bordo della Mercedes saltata in aria dalle parti di piazza
Barberini a Roma. I giovani trasportavano esplosivo detonato
per errore, o forse a causa di un sabotaggio israeliano.

Il governo di centrosinistra

Ma la svolta avviene dopo l’estate del 1973, con la formazione


del governo di centrosinistra, presieduto da Rumor, che vede
Moro tornare alla guida del ministero degli Esteri. Il 5 settem-
bre 1973 vengono arrestati nel litorale romano cinque fedayyìn.
I giovani sono stati pedinati sin dal momento dello sbarco a

20
V. Lojacono, I dossier di Settembre nero, cit., pp. 41-55.

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Roma, grazie a una segnalazione del Mossad. I nostri apparati


di sicurezza ringraziano e seguono ogni spostamento dei terro-
risti. Li vedranno uscire dall’ambasciata di un paese arabo.21 La
circostanza, talmente grave da imporre un incidente diploma-
tico, non troverà menzione negli atti giudiziari. L’arresto dei
fedayyìn, in compenso, arriva al momento giusto. I carabinieri
irrompono in un appartamento di Ostia, trovando due Strela
nascosti dietro la carta da parati. Missili terra-aria identici a
quelli che saranno sequestrati a Ortona sei anni dopo. L’uti-
lizzo di armi sofisticate come i Sam-7, nell’uno come nell’altro
caso, sembra presupporre l’incombenza di operazioni clamo-
rose. L’ex ufficiale del Mossad Victor Ostrovsky sostiene che
le armi servivano ad abbattere l’aeroplano del primo ministro
israeliano Golda Meir.22 L’ipotesi non è suffragata da prove,
ma sembra trovare conferma nelle parole di Nemer Hammad,
all’epo­ca rappresentante in Italia dell’Olp.23 Fatto sta che l’ar-
resto dei fedayyìn provoca una reazione furibonda della resi-
stenza palestinese, che minaccerà un’azione di rappresaglia. Il
governo Rumor riconosce la serietà del pericolo e vorrebbe
liberare i miliziani palestinesi. Ma l’affare appare più complesso
del solito. Questa volta occorre tenere conto degli israeliani che
hanno partecipato all’operazione sin dal principio. Lo scoppio
improvviso della Guerra dello Yom Kippur complicherà ulte-
riormente la vicenda. Il 6 ottobre 1973, mentre è in corso la
festività ebraica, Egitto e Siria attaccano Israele con una mano-
vra a tenaglia. Le truppe di Sadat avanzano nel Sinai, quelle di
Hafiz al-Assad nelle alture del Golan. Nelle prime quarantotto
ore gli israeliani accusano il colpo. Per la prima volta gli arabi

21
Mario Mori, Giovanni Fasanella, Ad alto rischio, Mondadori, Milano
2011, pp. 11-14.
22
Ostrovsky ha sostenuto anche che l’arresto dei fedayyìn a Ostia sarebbe
avvenuto in realtà nel gennaio del 1973. La notizia della loro cattura,
quindi, sarebbe stata nascosta per ben nove mesi.
23
Alberto La Volpe, Diario segreto di Nemer Hammad ambasciatore di
Arafat in Italia, Editori Riuniti, Roma 2002, p. 45.

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sembrano avere la meglio in una guerra contro Israele. Supe-


rate le difficoltà iniziali, però, la Tsahal passerà al contrattac-
co.24 L’eser­cito siriano mostra subito il fianco e comincia ad
arretrare, consentendo alle truppe nemiche di arrivare a pochi
chilometri da Damasco. Anche gli egiziani si trovano in seria
difficoltà, ma riescono a opporre maggiore resistenza.
Il 16 ottobre 1973, quando il conflitto è ancora in corso,
l’Italia rompe gli indugi. Al Cairo si tiene un incontro riservato
tra i rappresentanti diplomatici del nostro paese e il dirigente
dell’Olp, Said Wasfi Kamal. Il primo consigliere del ministero
degli Esteri Ranieri Tallarigo e il segretario Concetta Di Stefano
ascoltano la proposta formulata dalla resistenza palestinese. In
caso di liberazione dei fedayyìn arrestati a Ostia, cesseranno
una volta per tutte le azioni nel territorio italiano.25 Al nostro
paese viene offerta la possibilità di uscire da un incubo e il costo
da pagare è l’ennesimo gesto di clemenza. Il 25 ottobre 1973
l’ambasciatore Gian Luigi Milesi Ferretti presiede una riunione
urgente al ministero degli Esteri per valutare la proposta
dell’Olp. Gli intervenuti concordano sul fatto che le decisioni
sulla detenzione dei fedayyìn sono di competenza esclusiva della
magistratura. Ma la loro scarcerazione è possibile, in quanto la
legge Valpreda consente a ogni imputato la possibilità di godere
della libertà provvisoria.26 Gli eventi successivi al vertice della
Farnesina non lasciano spazio a dubbi. Le nostre autorità hanno
accettato la proposta della resistenza palestinese. Il colonnello
Giovannone si precipita nel carcere di Viterbo per rassicurare i
fedayyìn circa l’imminenza della scarcerazione. Il Maestro si
raccomanda di riferire ad Arafat, una volta liberati, la lealtà
delle autorità italiane.27 Nel frattempo un ufficiale del Sid si

24
Tsahal è il nome con cui vengono chiamate le forze di difesa israeliane.
25
Appunto «riservatissimo» del Sid del 19 settembre 1973, Tribunale di
Venezia, procedimento penale n. 204/83.
26
G. Paradisi, R. Priore, La strage dimenticata, cit., pp. 237-238.
27
Interrogatorio di Federico Marzollo del 18 settembre 1986, Tribunale di
Venezia, procedimento penale n. 204/83.

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La genesi del lodo Moro 53

reca in tribunale, a Roma, per invocare un trattamento bene-


volo nei confronti dei detenuti. Il 31 ottobre 1973, a meno di
una settimana dalla riunione al ministero degli Esteri, i primi
due fedayyìn vengono liberati. Dopo un breve soggiorno in
un’abitazione di copertura del Sid, torneranno in Libia a bordo
dell’Argo 16. Il velivolo è un Douglas C-47 Dakota, in dota-
zione all’aeronautica, che viene usato anche da Gladio, la strut-
tura segreta del Patto atlantico. Questa volta, però, gli israeliani
non restano a guardare. Il 23 novembre 1973 l’Argo 16 preci-
pita a Marghera con a bordo i quattro membri dell’equipaggio
che muoiono sul colpo. Ufficialmente si parla di incidente, ma
al Sid capiscono subito che si tratta di un sabotaggio. Quando
il generale Gianadelio Maletti prova a sollevare la questione con
i superiori, il direttore Miceli lo prende sottobraccio e lo porta
via. Il processo per la strage dell’Argo 16, celebrato a Venezia
negli anni Ottanta, si concluderà con l’assoluzione di Asa
Leven, all’epoca dei fatti capocentro del Mossad a Roma. In più
occasioni, tuttavia, Francesco Cossiga ha dato per certo l’atten-
tato. Anche Paolo Emilio Taviani, lo statista democristiano fon-
datore di Gladio, ha dichiarato la responsabilità del Mossad.28
Appare ovvio, del resto, che Tel Aviv cerchi di contrastare la
svolta filoaraba del nostro paese. Nel novembre del 1973 gli
israeliani mediteranno un’altra operazione clamorosa. Un blitz
finalizzato alla cattura dei tre fedayyìn rimasti nel carcere di
Viterbo, destinati anch’essi a una rapida liberazione. Ma il pro-
getto non viene realizzato.
L’intesa tra l’Italia e i fedayyìn trova nemici anche nel mondo
arabo. Proprio i contrasti interni alla resistenza palestinese sono
alla base di un nuovo attacco sferrato in Italia. A colpire è il
gruppo dissidente di Ahmed Abdel Ghaffour, che vuole osta-
colare l’accordo tra l’Olp e il nostro paese. Il 17 dicembre 1973
i fedayyìn assaltano un Boeing 707 della Pan Am che sta per
decollare dall’aeroporto di Fiumicino. La data non è casuale

28
Paolo Emilio Taviani, Politica a memoria d’uomo, il Mulino, Bologna
2002, pp. 385-386.

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54 I segreti di Bologna

perché a Roma, nella stessa mattinata, si sta celebrando il pro-


cesso per i fatti di Ostia. I terroristi lanciano due bombe al
fosforo che provocano la morte di trenta persone. Poi si impa-
droniscono di un aereo della Lufthansa su cui fanno salire
alcuni ostaggi. Il pilota viene costretto a fare scalo ad Atene,
dove si richiede la liberazione dei combattenti palestinesi dete-
nuti in Grecia. Questi rifiuteranno l’aiuto, prendendo subito le
distanze dal dissidente Ghaffour. L’aereo della Luft­hansa con-
cluderà il viaggio a Kuwait City, dove il commando palestinese
viene accolto da una folla in tripudio. Il bilancio dell’opera-
zione è di trentaquattro vittime, di cui sei italiane. A distanza
di anni, si scoprirà che la strage di Fiumicino è stata voluta
da Gheddafi, intenzionato a sabotare il dialogo tra l’Europa e
le fazioni «moderate» della resistenza palestinese. Non a caso
l’attentato avviene quando a Ginevra si sta tenendo la con-
ferenza di pace. Nonostante le pressioni dei libici su Arafat,
l’ostruzione dei dissidenti viene pagata a caro prezzo. Nel set-
tembre del 1974, al Cairo, gli uomini di Al Fatah uccideranno
Ghaffour.
Dopo la strage di Fiumicino le nostre autorità stringono i
tempi. Nel febbraio del 1974 anche gli ultimi tre fedayyìn arre-
stati a Ostia vengono messi a piede libero. La libertà cauzionale
costa in tutto sessanta milioni di lire. L’Italia li riconsegna a
Gheddafi nel massimo riserbo. Anche l’eccidio di Fiumicino
deve essere dimenticato in fretta. Si evita persino di apporre
lapidi commemorative all’interno dell’aeroporto. In compenso
le azioni palestinesi nel territorio italiano cessano sul serio. Set-
tembre nero, del resto, è già scomparso da alcuni mesi. Al Fatah
inaugura la nuova strategia diplomatica che verrà consacrata nel
discorso di Arafat all’Onu il 13 novembre 1974.29 Alle Nazioni
unite, il capo dell’Olp lancerà l’auspicio di una patria in cui

29
Le tappe prodromiche all’intervento di Arafat all’Onu furono l’ingres-
so dei palestinesi nel Movimento dei paesi non allineati nel 1973 e la
conferenza di Rabat del 1974, con cui l’Olp veniva riconosciuta come
rappresentante legittima del popolo palestinese.

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La genesi del lodo Moro 55

possano vivere in pace musulmani, ebrei e cristiani. Ancora


più significativo è il programma dei dieci punti, approvato dal
Consiglio nazionale palestinese, con cui si dichiara l’obiettivo
di stabilire la propria autorità su qualsiasi parte della Palestina
venga liberata. La precisazione viene letta come un’apertura di
portata storica. Per la prima volta, infatti, si ipotizza una situa-
zione che porterebbe a una coesistenza dello Stato palestinese
con Israele. Ma l’Fplp di Habash non è d’accordo e si pone
a capo del «fronte del rifiuto». Il Fronte popolare proseguirà
le azioni terroristiche in Europa premurandosi però, d’ora in
poi, di risparmiare l’Italia. Anche gli israeliani interrompono le
operazioni nel nostro territorio. L’accordo segreto con i palesti-
nesi ha funzionato. Verrà ricordato come lodo Moro in onore
del suo principale artefice.

Il patto di Moro

Ufficialmente il lodo Moro non è mai esistito. Ancora oggi l’ac-


cordo di sicurezza con la resistenza palestinese viene negato in
modo risoluto, soprattutto dai rappresentanti delle istituzioni
che hanno concorso alla sua stipulazione. Si confida sull’inge-
nuità dell’opinione pubblica, in alternativa soccorre il travisa-
mento o la minimizzazione dei fatti. Ai magistrati più curiosi,
invece, è stato opposto, ove possibile, il segreto di Stato. Qual-
cuno ha obiettato che l’articolo 80 della Costituzione rende
possibile un accordo internazionale solo con la ratifica del par-
lamento. Come se la stipulazione di un patto segreto, che pre-
vede l’impunità degli autori di reati molto gravi, potesse seguire
un iter formale. Una procedura ufficiale, magari scandita dalla
sottoscrizione di protocolli d’intesa e dallo scambio di note tra
i contraenti. Il lodo Moro, all’esatto contrario, costituisce l’esito
di un’intensa e silenziosa diplomazia parallela. Una deroga alle
norme generali dell’ordinamento dovuta innanzitutto, secondo
l’acuta riflessione del suo artefice, allo «stato di necessità» gene-
rato dall’incombenza di minacce terroristiche. La liberazione

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56 I segreti di Bologna

dei fedayyìn, nei pochi casi in cui non è possibile risolvere la


questione in modo informale, avviene per effetto di provvedi-
menti dell’autorità giudiziaria o del presidente della Repubblica.
Si ricorre, ad esempio, alla legge Valpreda oppure all’istituto
della grazia. Atti del tutto legittimi. Nessuno viene fatto eva-
dere, né si userà mai la forza. Ma la benevolenza concessa dalle
autorità italiane, molto spesso sensibilizzate da funzionari dei
servizi segreti in processione nei tribunali, serve a scongiurare il
rischio concreto di rappresaglie. L’esigenza di salvare vite umane
prevale e prevarrà a lungo su ogni altra valutazione.
Le prove dell’esistenza del lodo Moro sono molteplici. Un
appunto del Sid riassume l’incontro al Cairo del 16 ottobre
1973. Il primo consigliere del ministero degli Esteri Ranieri
Tallarigo e il segretario Concetta Di Stefano ascoltano la pro-
posta dell’Olp di cessare in via definitiva le operazioni terro-
ristiche in Italia in cambio dell’impunità per i cinque mili-
ziani arrestati a Ostia il settembre precedente.30 Un’ipotesi
di accordo, quindi, non legata al singolo episodio ma avente
carattere definitivo. Parimenti documentata è la riunione con-
vocata il successivo 25 ottobre presso il ministero degli Esteri, a
cui partecipano funzionari del Viminale e del Sid, per valutare
l’offerta dell’Olp.31 La puntuale scarcerazione dei fedayyìn, cui
fa seguito l’interruzione immediata degli attentati di matrice
palestinese, costitui­sce la dimostrazione più evidente del rag-
giungimento dell’accordo. Di recente è stato reso pubblico un
documento del Sismi che attesta in modo esplicito l’esistenza
del lodo Moro.32 Si tratta di un messaggio cifrato, con data

30
Appunto «riservatissimo» del Sid del 19 settembre 1973, Tribunale di
Venezia, procedimento penale n. 204/83.
31
G. Paradisi, R. Priore, La strage dimenticata, cit., pp. 237-239.
32
Appunto del Sismi del 18 febbraio 1978, Ufficio R, Reparto D, 1626
«segreto». A segnalare l’avvenuta desecretazione del documento, facen-
te parte del cosiddetto «versamento Renzi», è stato lo studioso Marco
Clementi in occasione della sua audizione presso la nuova commissione
parlamentare Moro avvenuta il 17 giugno 2015.

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La genesi del lodo Moro 57

18 febbraio 1978, che proviene dal centro di Beirut. A poche


settimane dall’agguato di via Fani, il colonnello Giovannone
viene informato dall’Fplp dell’imminenza di un’operazione ter-
roristica di notevole portata che potrebbe coinvolgere l’Italia.
Nel messaggio si specifica che il Fronte popolare ha promesso
di collaborare con le autorità italiane. Un supporto fattivo a
conferma degli impegni miranti a escludere il nostro paese da
qualsiasi attacco terroristico. Impegni vigenti e ribaditi per
iscritto. Allusioni al patto segreto sono contenute in numerosi
articoli pubblicati negli anni Settanta dall’«Osservatore Poli-
tico», la rivista di Mino Pecorelli sempre molto informata sulle
attività dei nostri servizi di sicurezza.33 Nel luglio del 2005 il
lodo Moro sarà consegnato all’opinione pubblica da Francesco
Cossiga attraverso una lettera inviata al parlamentare di An
Enzo Fragalà.
Durante gli anni Ottanta l’esistenza del lodo è stata ammessa
dinanzi alla magistratura veneziana da alcuni funzionari dei
servizi segreti.34 Illuminanti, al riguardo, appaiono le deposi-
zioni del generale Fausto Fortunato, capo dell’ufficio ricerca
all’este­ro del Sid nel periodo che va dall’ottobre del 1971 al
settembre del 1974.35 L’ufficiale ha riferito della procura con-
ferita dal governo Rumor ai vertici del Sid, nel periodo succes-
sivo alla strage di Fiumicino del 17 dicembre 1973, per intrat-

33
Nei mesi successivi all’omicidio, Pecorelli sollevò dubbi sul fallimento
delle trattative finalizzate alla liberazione di Moro, evidenziando i nu-
merosi casi in cui le autorità italiane erano riuscite ad accordarsi con i
terroristi palestinesi per evitare attentati in Italia.
34
Le testimonianze sull’esistenza del lodo Moro sono state rese nell’ambito
dell’istruttoria condotta dal magistrato Carlo Mastelloni sul traffico di
armi tra Olp e Br. È doveroso precisare che Mastelloni, in occasione di
alcune interviste, ha dichiarato di non condividere le tesi di quanti ravvi-
sano una correlazione tra gli elementi acquisiti nella suddetta istruttoria
e la strage di Bologna.
35
Audizioni di Fausto Fortunato del 16 agosto 1985, 13 settembre 1986,
17 settembre 1986 e 21 gennaio 1987, Tribunale di Venezia, procedi-
mento penale n. 204/83.

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58 I segreti di Bologna

tenere rapporti stabili con la resistenza palestinese finalizzati


a preservare l’inviolabilità del territorio italiano. L’ufficiale ha
ricordato le riunioni sugli aspetti operativi del lodo, tra i diri-
genti del ministero degli Esteri e il Sid, rappresentato nell’oc-
casione dal direttore Miceli, dal suo vice Francesco Terzani e
dall’onnipresente Giovannone. Antonino Di Blasi, all’epoca
capo della terza sezione dell’ufficio ricerca all’estero del Sid, ha
descritto in modo analogo lo scopo dell’accordo di sicurezza
con l’Olp.36 Di recente Armando Sportelli, diretto superiore
di Giovannone nei mesi della crisi di Ortona, ha confermato
ai magistrati bolognesi l’esi­stenza del patto. Secondo Spor-
telli, entrato nei servizi segreti dopo la stipulazione del lodo,
il nostro paese si sarebbe impegnato unicamente a sostenere
la causa dell’Olp a livello europeo e internazionale.37 La pro-
messa d’impunità, per il trasporto di armi ed esplosivo nel
nostro territorio, costituirebbe un’iniziativa ulteriore ascrivi-
bile al colonnello Giovannone e al suo referente politico Moro.
Riscontri significativi sono giunti dai collaboratori più stretti
di quest’ultimo. Luigi Cottafavi, nel 1973 capo di gabinetto
presso il ministero degli Esteri, ha chiarito i dettagli del pro-
gramma governativo teso alla scarcerazione dei miliziani pale-
stinesi in applicazione della clausola del «non trattenere».38
Cottafavi ha indicato anche gli autorevoli giuristi che avreb-
bero fornito un contributo tecnico all’articolazione dell’intesa:
il sotto­segretario alla Giustizia Renato Dell’Andro, il futuro
presidente della Corte costituzionale Leopoldo Elia e il respon-
sabile del contenzioso diplomatico presso il Consiglio di Stato
Giuseppe Manzari. L’esi­stenza dell’accordo trova conferma
anche nella deposizione di Roberto Gaja, segretario generale

36
Audizione di Antonino Di Blasi del 19 settembre 1986, Tribunale di
Venezia, procedimento penale n. 204/83.
37
Richiesta di archiviazione formulata dal pm Enrico Cieri, Procura della
Repubblica di Bologna, procedimento penale n. 13225/11.
38
Audizione di Luigi Cottafavi del 22 maggio 1986, Tribunale di Venezia,
procedimento penale n. 204/83.

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del ministero degli Esteri.39 Di analogo tenore sono le depo-


sizioni rese da Erminio Pennacchini, presidente del comitato
di controllo dei servizi segreti all’epoca del rapimento Moro.40
Conferme, infine, sono arrivate da Mario Tanassi, ministro
della Difesa nei giorni della strage di Fiumicino ed esponente
della corrente politica contraria agli accordi con i palestinesi.
Ancora più esplicito è stato il direttore del Sid Vito Miceli,
l’uomo che, assieme a Giovannone, ha permesso la nascita del
lodo. In un’intervista a «l’Espresso» del gennaio 1980, Miceli
ha illustrato le ragioni della scelta assunta dall’ese­cutivo: «A
quell’epoca c’era il pericolo del terrorismo palestinese: una
situazione eccezionale che andava affrontata con mezzi ecce-
zionali. Sulla base di precise direttive del governo di cui erano
al corrente tutti i ministri, prendemmo contatti con i palesti-
nesi dei vari gruppi e ci accordammo per evitare attentati che
coinvolgessero l’Italia».41
Le prove del patto segreto con i fedayyìn sono talmente
evidenti che Vladimiro Satta, storico rigoroso e noto fustiga-
tore di complottisti e dietrologi, ha usato toni molto critici
con quanti si ostinano tuttora a negarlo: «Al giorno d’oggi, i
magistrati della Procura di Bologna che recentemente si sono
occupati di una pista tedesco-palestinese concernente la strage
del 1980 presso la stazione ferroviaria della loro città sono
gli unici o quasi a contestare che il lodo Moro sia effettiva-
mente esistito. La loro insostenibile tesi [...] è conseguenza
di un metodo di ricerca astorico, che si rivela assolutamente
inappropriato».42

39
Audizione di Roberto Gaja dell’11 maggio 1986, Tribunale di Venezia,
procedimento penale n. 204/83.
40
Sentenza-ordinanza del giudice istruttore Carlo Mastelloni, Tribunale di
Venezia, procedimento penale n. 204/83.
41
Mario Scialoja, Il nostro agente è svelto come un missile, «l’Espresso», 27
gennaio 1980.
42
Vladimiro Satta, I nemici della Repubblica. Storia degli anni di piombo,
Rizzoli, Milano 2016, pp. 458-466.

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60 I segreti di Bologna

Testimonianze esplicite provengono anche dalla controparte


palestinese. Nemer Hammad, rappresentante dell’Olp a Roma,
racconta la genesi del lodo nel suo diario personale.43 Bassam
Abu Sharif afferma di aver partecipato personalmente alle trat-
tative, per conto dell’Fplp, sia a Roma che in Libano.44 Lo stesso
Abu Anzeh Saleh ha dato per certa l’esistenza del lodo.45 A dire
dell’esponente del Fronte popolare, il transito di armi palestinesi
nel nostro territorio era preceduto da un avviso diretto a Giovan-
none, che rispondeva nell’arco di soli due giorni. È proprio per
questo motivo che, nel novembre del 1979, i carabinieri trove-
ranno nella sua rubrica telefonica il numero dell’amico Stefano.
È certo che il lodo Moro abbia trovato applicazione nel
periodo compreso tra il 1974 e il 1979. La necessità di tute-
lare il paese dal pericolo di rappresaglie terroristiche ha indotto
il governo Rumor ad accettare la proposta dell’Olp. Probabil-
mente, però, nella scelta italiana concorrono fattori ulteriori
rispetto a quello della sicurezza. Nei primi anni Settanta, infatti,
molti paesi europei cedono al ricatto liberando i fedayyìn dete-
nuti in cambio dei cittadini presi in ostaggio nei dirottamenti
aerei. Ma non tutti gli Stati accetteranno un accordo di portata
generale. Il governo di Bonn, che in alcuni casi ha permesso la
scarcerazione di terroristi, non è disponibile a un’intesa generale
con i palestinesi. Per quasi un decennio i tedeschi occidentali
continueranno a subire gli attacchi dell’Fplp, disposti ad agire al
fianco dei terroristi locali della Raf e delle Cellule rivoluzionarie.
È probabile, quindi, che alla formazione del lodo contribuis­ca
il radicamento nella politica italiana di una forte tendenza
filo­araba, assente invece in altri paesi europei. Sin dalla fine
dell’Ottocento l’Italia ha cercato di ritagliarsi un ruolo da pro-
tagonista nello scacchiere mediterraneo. Un’aspirazione rilan-
ciata durante il fascismo e fallita dopo il collasso sofferto nel

43
A. La Volpe, Diario segreto di Nemer Hammad, cit., p. 45.
44
Intervista di Bassam Abu Sharif al «Corriere della Sera», 14 agosto 2008.
45
Intervista alla storia: Abu Saleh e i missili di Ortona, Arab Monitor, marzo
2009.

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conflitto mondiale. Nel dopoguerra però, superato l’iniziale


periodo di stasi, il nostro paese è tornato a coltivare un rapporto
privilegiato con il mondo arabo. L’occasione verrà offerta nel
1956 dalla crisi di Suez. Gli Usa, per timore di un intervento
sovietico, intimano a Francia, Inghilterra e Israele di cessare
l’occupazione del canale. In quel momento l’Italia intravede la
possibilità di scavalcare gli alleati europei nelle relazioni con gli
arabi, utilizzando la via del dialogo e del rapporto paritetico.46
Ha quindi inizio una divaricazione nell’alleanza occidentale.
Roma si vedrà sempre più spesso in competizione con gli alleati
di Parigi e Londra. Enrico Mattei, Giorgio La Pira, Giovanni
Gronchi e Amintore Fanfani sono i maggiori esponenti del
«partito» filoarabo. Sarà il Sifar diretto da Giovanni de Lorenzo
a dare inizio alla penetrazione in Medio Oriente.47 Non deve
stupire che la tendenza filoaraba nasca proprio nel mondo cat-
tolico. Negli anni Cinquanta, infatti, il Vaticano esprime una
chiara preferenza per i paesi arabi all’interno dei quali vivono
milioni di cristiani. Il problema del fondamentalismo islamico
nell’area mediorientale si manifesterà solo nel 1979, con la
rivoluzione di Ruhollah Khomeini in Iran. Negli anni Sessanta
anche il Psi e il Partito comunista, un tempo vicini alle ragioni di
Israele, iniziano ad assumere posizioni filoarabe. È in questa fase
che l’asse politico italiano si sposta dalla parte opposta a quella
israeliana. I mutamenti risentono in parte dei nuovi indirizzi di
politica estera degli Stati Uniti. Gli americani, impegnati nella
guerra del Vietnam, iniziano a privilegiare gli interessi strategici
nella regione asiatica. Dalla distensione con l’Urss, parimenti,
scaturisce la scelta del presidente Nixon di allentare la presenza
statunitense in Europa.48 Tali fattori riducono il potenziale stra-

46
Sergio Romano, Guida alla politica estera italiana, Bur, Milano 2004,
p. 105.
47
Il Sifar (Servizio informazioni forze armate) venne sostituito nel 1965
dal Sid, Servizio informazioni difesa.
48
Per maggiori approfondimenti sulla politica estera del nostro paese nel
periodo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, si consiglia la lettura del

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tegico del nostro paese all’interno della Nato, inducendolo a


ritagliarsi, per compensazione, un maggiore grado di autono-
mia nello scacchiere mediterraneo. All’inizio degli anni Settanta
il premier Rumor e il ministro degli Esteri Moro, gli interpreti
più risoluti della tendenza «autonomista», si determinano alla
costituzione del lodo. A osteggiare la politica filoaraba, di cui
l’intesa con i palestinesi appare l’immediato corollario, resterà
una minoranza eterogenea costituita da repubblicani, socialde-
mocratici e buona parte della dirigenza missina.
Anche nelle fila del Sid lo sbilanciamento in favore dei pale-
stinesi comincia a farsi evidente. Gianadelio Maletti, capo del
controspionaggio, è attestato su posizioni filoisraeliane. Ma la
fazione filoaraba può contare sul direttore Vito Miceli, uomo
di fiducia di Moro. Il generale Giovanni Romeo, all’epoca
dirigente del Sid, spiega lo scontro tra le due anime interne
al servizio segreto citando proprio il caso di Abu Anzeh Saleh.
Ricorda, infatti, di essere stato sollecitato più volte a elargire
emolumenti all’esponente dell’Fplp in quanto persona «d’inte-
resse» del colonnello Giovannone. Romeo, però, avrebbe rifiu-
tato perché, per il suo reparto, Saleh era invece un «sorvegliato
di particolare interesse», ovvero una persona sospetta e perico-
losa.49 Molto spesso la politica filoaraba entrerà in collisione con
i doveri postulati dall’affiliazione alla Nato. Durante la Guerra
dello Yom Kippur, i nostri apparati militari collaborano profi-
cuamente con gli alleati di Tel Aviv. Il governo italiano, tutta-
via, negherà agli americani l’utilizzo delle basi necessarie per il
rifornimento aereo a Israele. È il chiaro sintomo di una politica
schizofrenica, imposta dalla crisi energetica e dalla necessità di
non inimicarsi i paesi arabi produttori di petrolio. Una dissocia-
zione operativa, particolarmente evidente nel nostro paese, che
negli anni successivi provocherà conseguenze dolorose.

saggio, già citato, di Leopoldo Nuti, contenuto nella raccolta di autori


vari Aldo Moro nella dimensione internazionale. Dalla memoria alla storia.
49
Audizione di Giovanni Romeo del 7 ottobre 1986, Tribunale di Venezia,
procedimento penale n. 204/83.

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L’approvvigionamento energetico e le armi

Dalla Guerra dello Yom Kippur scaturisce un ulteriore fattore


che favorirà la costituzione dell’intesa con i fedayyìn. Non c’è
solo il terrorismo, infatti, a condizionare la politica degli Stati
europei. Le nazioni produttrici di petrolio, in gran parte arabe,
approfittano del conflitto per assumere una posizione ostile nei
confronti di Israele e dei suoi alleati occidentali. Nell’ottobre
del 1973 verrà proclamato un embargo contro gli Usa e gli Stati
ritenuti più vicini a Tel Aviv. Si decide, inoltre, la riduzione
progressiva delle esportazioni verso gli altri paesi non graditi.
L’Occidente assiste impotente alla quadruplicazione del prezzo
del petrolio nell’arco di soli tre mesi. È una crisi senza prece-
denti. Fallimentare si rivela il tentativo di Washington di con-
trapporre agli arabi uno schieramento unico composto da Usa,
Giappone ed Europa.50 Accadrà l’esatto contrario. La Francia
sale in cattedra, prende subito le distanze dagli Usa e rafforza
ulteriormente l’indirizzo filoarabo. Ma anche le altre nazioni
europee capiscono di doversi arrangiare da sole. Il segretario di
Stato americano Henry Kissinger non gradisce affatto. Emble-
matici saranno i suoi rapporti turbolenti con Moro, accusato
d’insubordinazione alla linea indicata dagli Usa.51 In realtà lo
scollamento tra Europa e Stati Uniti è dovuto anche alla scelta
di privilegiare il teatro asiatico assunta, come detto, dal presi-
dente Nixon negli anni precedenti.
Il nostro paese, del resto, è afflitto da una grave crisi econo-
mica. Le nostre autorità hanno dovuto garantire il debito con-
tratto nei confronti di Bonn cedendo in pegno le riserve auri-
fere. Nel settore dell’approvvigionamento energetico, inoltre, il

50
Stelio Marchese, I collegamenti internazionali del terrorismo italiano, Ja-
padre, L’Aquila 1989, p. 51.
51
Nel settembre del 1974 Moro s’incontrò a New York con Kissinger, che
nell’occasione avrebbe ammonito severamente il nostro ministro degli
Esteri per gli orientamenti assunti dalla politica italiana in campo inter-
nazionale.

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nostro è lo Stato europeo più dipendente dal mondo arabo. Il


petrolio, assieme al gas, rappresenta l’84 per cento dell’energia
utilizzata. A differenza di altri paesi, inoltre, l’Italia si dimostra
incapace di reperire risorse alternative. Nell’autunno del 1974
Moro torna alla guida del governo dopo un’estate turbolenta.
Punterà all’apertura di nuove centrali nucleari. Ma le forti resi-
stenze, anche interne alla maggioranza, lo inducono ben presto
a fare marcia indietro. Nei giorni in cui prende forma il lodo
con i fedayyìn, l’Italia non potrebbe sopravvivere senza il gas
algerino e il petrolio della Libia.
È per tale ragione che l’Italia cerca di stringere rapporti sem-
pre più proficui con il regime di Gheddafi. La cooperazione
con Tripoli, infatti, è considerata un requisito indispensabile
per la sopravvivenza della nostra economia. Non è un caso se
nel 1971 i nostri servizi segreti sono intervenuti in difesa del
raìs, sventando un colpo di Stato filobritannico organizzato dal
nipote del deposto re Idris.52 I rapporti con la Libia influiranno
notevolmente nella stipulazione del lodo. Il nostro governo,
infatti, tende ad assecondare Gheddafi, che da tempo si è
eretto a paladino della causa palestinese. Il leader libico con-
cede ai fedayyìn pubblico sostegno, offre montagne di denaro
e supporto logistico. Accoglie puntualmente i terroristi liberati
dalle prigioni europee. Negli anni Ottanta Giovannone rive-
lerà ai magistrati veneziani la regia di Gheddafi nella strage
di Fiumicino del 17 dicembre 1973. Eppure, in un celebre
intervento al Senato nelle settimane successive all’attentato,
Moro prenderà le difese del governo di Tripoli, accusato da più
parti di fomentare il terrorismo internazionale. A imporre un
trattamento di favore verso Gheddafi, in quella come in altre
occasioni, è un’antica teoria filosofica e politica. La ragione di
Stato. Nel 1974 Moro parte per un lungo viaggio in Medio
Oriente, spinto non solo dalle sinistre filopalestinesi, ma anche
dagli ampi settori dell’economia italiana che hanno interesse a

52
Il golpe aveva il nome in codice di operazione Hilton ed ebbe probabil-
mente il supporto dei servizi segreti britannici.

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La genesi del lodo Moro 65

implementare il business con il mondo arabo. Il nostro mini-


stro degli Esteri chiederà petrolio in cambio di tecnologia. Il
sostegno ufficiale alla causa palestinese, corredato nell’ombra
dal lodo appena stipulato, costituisce il biglietto da visita di
una missione internazionale che si rivelerà proficua per l’Italia.
È probabile che l’impegno assunto dai fedayyìn nei con-
fronti dell’Italia contenga anche clausole economiche. Da
tempo, infatti, i palestinesi fungono da cerniera tra le nazioni
europee e i gruppi di affari del Medio Oriente. In una lettera
del 7 marzo 1975 inviata dal direttore generale degli Affari
politici, Roberto Ducci, a Moro, si dà atto all’Olp dell’enorme
impegno profuso di recente nella mediazione di affari tra indu-
strie italiane e nazioni mediorientali.53 Lo scopo dell’organizza-
zione di Arafat è quello di ottenere un riconoscimento ufficiale
dal nostro paese e al contempo di incoraggiare, tramite il com-
mercio, lo sviluppo di politiche della Cee favorevoli alla causa
palestinese. Altri profili dell’intesa non sono stati mai chiariti.
Ai fedayyìn, ad esempio, viene concesso solo il libero transito
di armi o l’accordo prevede possibilità ancora più ampie? La
presenza in Italia di arsenali palestinesi, rivelata nel 1980 dal
brigatista pentito Peci, è dovuta al lodo Moro? Francesco Cos-
siga non ha esitato a rispondere affermativamente al quesito.54
E non solo. Secondo Mario Pedini, nel 1974 sottosegretario
agli Esteri, l’Olp avrebbe ricevuto dall’Italia numerose forni-
ture di armi.55 Alla magistratura veneziana il politico democri-
stiano ha riferito persino l’esistenza di un iter prestabilito per le
consegne. Le istanze dei palestinesi giungono al comitato armi
presso il ministero degli Esteri attraverso il personale diploma-
tico. Per ovvie ragioni di segretezza, le richieste verranno sempre
esaudite mediante lo strumento della triangolazione: l’utilizzo

53
Sentenza-ordinanza del giudice istruttore Carlo Mastelloni, Tribunale di
Venezia, procedimento penale n. 204/83.
54
Lettera di Francesco Cossiga al «Corriere della Sera», 15 agosto 2008.
55
Audizione di Mario Pedini del 13 agosto 1987, Tribunale di Venezia,
procedimento penale n. 204/83.

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66 I segreti di Bologna

di un paese «innocuo» quale destinatario fittizio della merce.


Un escamotage già adottato per rifornire Israele ma soprat-
tutto il Sudafrica, su cui negli anni Settanta grava l’embargo
per via dell’apartheid. Significativa è anche la deposizione di
Giacomo Leggio, assistente commerciale alla Farnesina.56 Leg-
gio ha confermato l’invio all’Olp di pistole, mitragliette corte,
munizioni, bombe a mano, ricetrasmittenti, materiale di avvi-
stamento e persino visori notturni a infrarossi. Non tutti, però,
sembrano gradire la munificenza italiana. Nel novembre del
1977 le autorità di Tel Aviv convocano l’ambasciatore Fausto
Bacchetti. Gli israeliani protestano perché l’Olp sta facendo
uso di elicotteri militari italiani.57 L’imbarazzo è notevole e nel
gennaio del 1978 si renderà necessario un intervento ufficiale
del ministro degli Esteri Arnaldo Forlani. Quest’ultimo smen-
tisce in modo categorico le forniture di armi ai fedayyìn. In
Libano sono stati inviati, al massimo, medicinali e ospedali da
campo. Difficile, però, che i soldati israeliani siano incorsi in
un’allucinazione collettiva.
Meno oscura appare la questione che concerne le forma-
zioni titolari dell’intesa con il governo italiano. Il lodo Moro
riguarda non solo Al Fatah, ma anche gli altri gruppi interni
all’Olp. Le dichiarazioni di Bassam Abu Sharif e Abu Anzeh
Saleh confermano l’estensione dell’accordo all’Fplp. Non a
caso, dopo la sua stipulazione, il Fronte popolare proseguirà
le operazioni in Europa risparmiando però l’Italia. In questa
fase, quindi, il nostro paese non compie scelte di campo all’in-
terno dell’Olp. I nostri governi offrono amicizia ad Arafat che,
a partire dal 1974, rinuncia al terrorismo in territorio europeo
per dare inizio alla strategia «diplomatica». Ma al contempo
confermano l’intesa con il filosovietico Habash che, metten-
dosi a capo del «fronte del rifiuto», cerca di sabotare la nuova

56
Audizione di Giacomo Leggio dell’11 dicembre 1987, Tribunale di Ve-
nezia, procedimento penale n. 204/83.
57
Antonio Carlucci, Tu non fare attentati, io ti armo, «Panorama», 9 luglio
1989.

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La genesi del lodo Moro 67

linea dell’Olp. Negli anni della distensione viene tollerato che


il governo italiano mantenga rapporti amichevoli con un’orga-
nizzazione terroristica notoriamente finanziata da Mosca.
Gli esempi concreti di applicazione del patto di sicurezza non
mancano. Il 6 marzo 1976 tre terroristi arabi vengono perqui-
siti a Fiumicino. Spuntano pistole e una bomba a mano. Il caso
imbarazza le nostre autorità perché uno degli arrestati è in pos-
sesso di un passaporto diplomatico rilasciato dalla Libia. Il Tri-
bunale di Roma li condannerà per direttissima a sette anni di
reclusione per i delitti d’introduzione, detenzione e porto ille-
gale di armi comuni e da guerra. I terroristi rinunciano all’ap-
pello e la sentenza passa subito in giudicato. Ciò consente al
presidente della Repubblica, Giovanni Leone, di concedere la
grazia ai tre terroristi, che potranno abbandonare il nostro paese
a bordo di un velivolo militare.58 Questo è il lodo Moro.

58
Documento conclusivo dei commissari di centrosinistra della commis-
sione parlamentare Mitrokhin, p. 252.

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L’omicidio di Aldo Moro e la crisi del lodo

La soffiata dell’Fplp

Il sequestro di Aldo Moro non è un fulmine a ciel sereno. Nelle


settimane che precedono l’agguato di via Fani del 16 marzo
1978 le nostre autorità sono già in allerta. A Torino sta per
riprendere il processo contro i fondatori delle Brigate rosse. Gli
apparati di sicurezza temono un’operazione di disturbo orga-
nizzata dalle Br con l’ausilio di gruppi terroristici stranieri.1
L’ipotesi formulata dal Sid, in procinto di confluire nel Sismi
e in parte nel Sisde, troverà presto riscontri significativi. Il 18
febbraio 1978, infatti, da Beirut parte un messaggio cifrato.2
Una comunicazione segreta che non deve essere estesa agli enti
collegati all’Olp. Giovannone segnala il pericolo di un’azione
terroristica di notevole portata che potrebbe coinvolgere l’Ita-
lia. Il piano è stato definito in una località europea, non meglio
precisata, in occasione di un incontro tra diversi gruppi eversivi.
La notizia proviene non dal solito detenuto comune alla ricerca
di benevolenze carcerarie, ma da un esponente dell’Fplp di cui
Stefano d’Arabia si fida. Da tempo, infatti, il Fronte popolare
tesse una fitta rete di rapporti con le formazioni marxiste che
agiscono in Europa. L’eventualità che i palestinesi siano venuti

1
Rapporto del Sismi sulle attività svolte durante il rapimento di Aldo
Moro, commissione parlamentare Moro, volume 106.
2
Ufficio R, Reparto D, 1626 «segreto», in Archivio di Stato, articolazio-
ne 1, faldone 14, volume 2, fascicolo 4309.

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L’omicidio di Aldo Moro e la crisi del lodo 69

a conoscenza di piani eversivi contro il nostro paese appare


tutt’altro che remota. Il gruppo di Habash si rende disponi-
bile a fornire ulteriori informazioni utili all’ado­zione di even-
tuali contromisure. L’ala oltranzista dell’Olp tiene a ribadire la
fedeltà al patto segreto in un momento che si rivelerà dramma-
tico per l’Italia. Nel messaggio, infatti, Giovannone specifica
che la promessa di collaborazione offerta dal Fronte popolare
costituisce «attuazione confermati impegni miranti a escludere
nostro paese da piani terroristici in genere». Il lodo Moro, per
intenderci.
Anche a Parigi viene ipotizzata l’imminenza di un attacco
terroristico contro l’Italia. Sarà Alexandre de Marenches, diret-
tore dello Sdece, a raccontarlo di persona ai magistrati romani
Ferdinando Imposimato e Rosario Priore. Il colloquio avviene
in modo informale, in occasione di una rogatoria internazio-
nale espletata durante l’inchiesta sull’attentato a Giovanni
Paolo II. Il capo dei servizi segreti francesi confida ai giudici
italiani di aver saputo, sin dal febbraio del 1978, dell’immi-
nente rapimento di un’importante personalità politica del
nostro paese. È possibile che l’incontro preparatorio dell’ope-
razione terroristica, riferito dall’esponente dell’Fplp a Giovan-
none, sia avvenuto proprio in Francia. Da diversi anni, infatti,
Parigi è il luogo d’incontro dei gruppi armati arabi ed euro-
pei. Ciò spiegherebbe la conoscenza anticipata, da parte dello
Sdece, dei piani brigatisti. Lecito chiedersi, quindi, perché nel
febbraio del 1978 la Francia non abbia esteso le informazioni
acquisite al governo italiano.
Mario Moretti, in quell’anno alla guida delle Br, sostiene che
i rapporti con la resistenza palestinese risalirebbero al periodo
successivo all’azione di via Fani. Per un’asserita casualità: i con-
tatti sarebbero coincisi con la scelta d’impiantare una colonna
brigatista in Sardegna. L’operazione Moro, a suo dire, è esclusi-
vamente italiana. Se così fosse, il Fronte popolare non potrebbe
essere di grande utilità per le nostre autorità. Eppure l’evidente
corrispondenza tra le informazioni pervenute dall’Fplp e quelle,
ancora più dettagliate, in possesso dei servizi segreti francesi,

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70 I segreti di Bologna

non sembra lasciare spazio a dubbi. L’azione annunciata a Gio-


vannone dal Fronte popolare è quella che porterà alla cattura
del presidente della Dc.3 Ma perché, allora, l’allarme viene lan-
ciato proprio da un uomo di Habash? Per quale ragione è l’ala
filosovietica dell’Olp a sapere con anticipo dell’operazione ter-
roristica contro l’Italia?

La sinergia tra Brigate rosse, Raf e Fronte popolare

L’Fplp, in realtà, opera in sinergia con i gruppi armati che agi-


scono in Italia già negli anni antecedenti al sequestro Moro. È
probabile che a stabilire i primi contatti sia stato Giangiacomo
Feltrinelli, l’editore rivoluzionario attivo sulla scena interna-
zionale sin dalla fine degli anni Sessanta.4 Risultano evidenti,
in ogni caso, i collegamenti operativi tra il Fronte popolare
e Potere operaio perlomeno dall’estate del 1971. Nell’inchie-
sta sull’Autonomia operaia, condotta dal magistrato padovano
Pietro Calogero, viene acquisita la prova documentale di tali
connessioni.5 Si tratta di due lettere da cui risulta l’esistenza
di un accordo operativo tra Potere operaio e un’organizzazione
armata palestinese, identificata da Calogero proprio nell’Fplp.
Un’intesa finalizzata all’addestramento militare degli estremi-
sti italiani. Il Fronte popolare mette a disposizione i campi in
Libano, promettendo al contempo l’invio in Italia dei suoi
3
In una recente intervista, Bassam Abu Sharif ha confermato che il peri-
colo segnalato al Sismi riguardava Moro. L’Fplp sarebbe stato avvisato da
una militante tedesca del gruppo Carlos che, partecipando a una riunio-
ne con le Br, era venuta a conoscenza del progetto di sequestro. Davide
Frattini, Parla Abu Sharif: «Un mese prima del sequestro Moro ho dato io
l’allarme a Roma», «Corriere della Sera», 16 maggio 2016.
4
Enzo Fragalà, Alfredo Mantica, La dimensione sovranazionale del fenome-
no eversivo in Italia, commissione parlamentare Stragi.
5
Requisitoria del pm Pietro Calogero del 18 maggio 1981 contro Alisa
Del Re e altri, Tribunale di Padova, commissione parlamentare Moro,
volume 81.

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L’omicidio di Aldo Moro e la crisi del lodo 71

istruttori. In una delle due missive, entrambe spedite da un


militante dell’estrema sinistra chiamato Giovanni Corradini a
Toni Negri, viene citato un uomo della struttura occulta di
Potere operaio. Si tratta di un militante romano, posto a capo
della medesima, che a giudizio di Calogero andrebbe indivi­
duato in Valerio Morucci. Quest’ultimo, come noto, nel 1976
entrerà nelle Br partecipando poi al sequestro Moro. Ammis­
sioni esplicite provengono anche da Bassam Abu Sharif, il
quale sostiene che le Br hanno fornito all’Fplp un supporto
addirittura maggiore di quello offerto dalla Raf.6 Le Br avreb­
bero aderito sin dal 1972 all’alleanza estesa dall’Fplp ai gruppi
armati marxisti operanti in Europa.7 Il coordinamento, con
base a Parigi, è stato gestito dal gruppo delle «operazioni spe­
ciali» guidato da Wadie Haddad, dirigente del Fronte popolare
e al contempo agente del Kgb. Sharif, però, ha tenuto a sot­
tolineare l’inesistenza di rapporti gerarchici tra le varie orga­
nizzazioni affiliate. I brigatisti, al pari degli altri, godevano di
completa autonomia operativa.
I riscontri alle dichiarazioni del dirigente dell’Fplp non man­
cano. La magistratura italiana ha rinvenuto molteplici tracce
della rete di collegamento tra i gruppi europei alleati del Fronte
popolare. Nel 1972 viene rubato un carico di granate in un arse­
nale militare svizzero. Alcune di esse rispunteranno nel 1974 nel
covo brigatista di Robbiano di Mediglia, nel milanese, altre ven­
gono sequestrate durante il sequestro Moro nell’appartamento
di via Gradoli abitato da Moretti. Granate dello stesso stock
riappaio­no nelle basi della Raf ad Amburgo e Francoforte, altre
ancora a bordo di un treno diretto a Madrid.8 La circolazione
delle armi nell’intero territorio europeo dimostra l’esistenza di
un coordinamento tra le singole organizzazioni. Altrettanto

6
Bassam Abu Sharif, Uzi Mahnaimi, Il mio miglior nemico. Israele e Pale-
stina. Dal terrore alla pace, Sellerio, Palermo 1996, p. 97.
7
Intervista di Bassam Abu Sharif al «Corriere della Sera», 14 agosto 2008.
8
Giovanni Fasanella, Rosario Priore, Intrigo internazionale, Chiarelettere,
Milano 2010, p. 100.

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72 I segreti di Bologna

significativa è la detenzione da parte delle Br di targhe automo­


bilistiche tedesche. A tanto si aggiungano i documenti d’iden­
tità spariti dagli uffici comunali di Sala Comacina all’inizio degli
anni Settanta e finiti nella disponibilità di terroristi stranieri.
Una di questi, Elisabeth von Dyck, era sospettata di aver par­
tecipato al sequestro di Hanns-Martin Schleyer. Il rapimento
dell’industriale tedesco, avvenuto il 5 settembre 1977, presenta
evidenti analogie con l’azione di via Fani. Blocco dell’automo­
bile, cattura dell’ostaggio incolume, uccisione dell’autista e della
scorta. A Bonn, però, non vige un accordo di sicurezza con la
resistenza palestinese. La Germania Ovest, anche per i rapporti
particolarmente stretti con gli Usa, rappresenta per il Fronte
popolare un obiettivo da colpire. Ed è per questo che l’Fplp
interverrà a sostegno della Raf durante il rapimento Schleyer.
Il 13 ottobre 1977 viene dirottato un Boeing della Lufthansa
appena decollato da Palma di Maiorca. I fedayyìn offrono la
libertà degli ostaggi in cambio della scarcerazione dei capi sto­
rici della Raf detenuti a Stoccarda. Chiedono, inoltre, la libera­
zione di due miliziani palestinesi e il pagamento di un riscatto
di quindici milioni di dollari. Bonn rifiuta la proposta perché in
Europa prevale ormai la linea contraria alle trattative. La scelta
di non cedere ai ricatti è stata assunta dai paesi dell’Europa occi­
dentale nel gennaio del 1977 a Strasburgo.
Le teste di cuoio tedesche, supportate dai colleghi inglesi,
provano l’azione di forza. La sera del 17 ottobre irrompono
nell’aereo che è atterrato a Mogadiscio dopo varie peripezie e
un breve scalo a Roma. Il gruppo d’assalto è diviso in due nuclei
chiamati a coprire il fronte e il retro del velivolo. Le porte di
emergenza saltano in aria per consentire ai passeggeri di fug­
gire incolumi attraverso gli scivoli di emergenza. Tre terroristi
muoio­no sul colpo e una quarta resta ferita. Il cancelliere Hel­
mut Schmidt esalta l’impresa ribadendo, anche per il futuro, il
rifiuto del dialogo con i pirati dell’aria. La stessa notte i capi sto­
rici della Raf vengono trovati esanimi nel carcere di Stammheim,
un terzo muore in ospedale. La tesi ufficiale del suicidio col­
lettivo viene contestata da buona parte dell’opinione pubblica.

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Sulle autorità tedesche graverà l’accusa di aver provocato la


morte dei terroristi detenuti. La risposta della Raf non tarderà
ad arrivare. Il 19 ottobre 1977 una lettera inviata al quotidiano
francese «Libération» annuncia l’esecuzione di Schleyer, avve-
nuta in realtà il giorno prima. Una vendetta brutale che sancisce
il fallimento della campagna di autunno e la sconfitta definitiva
della Raf. All’Fplp non è andata meglio. Mogadiscio, infatti,
segna la fine dei dirottamenti aerei. L’esi­to disastroso dell’azione
a supporto dei compagni tedeschi ha lasciato il segno.
Non è la prima volta che Haddad vede le forze speciali del
nemico violare l’aura leggendaria dell’Fplp. I primi a beffare il
Fronte popolare sono stati proprio gli israeliani. La notte tra
il 3 e il 4 luglio 1976, nell’aeroporto ugandese di Entebbe,
un’azione lampo ha portato alla liberazione dei passeggeri di
un Boeing della Air France dirottato da un commando misto
di Fplp e Cellule rivoluzionarie. Un’impresa spettacolare che è
stata presa ad esempio a Mogadiscio.9
D’ora in poi il Fronte popolare punterà ad azioni di altra
natura.
L’aiuto prestato dagli uomini di Habash alla Raf, durante
il sequestro Schleyer, non può stupire. Il Fronte popolare è in
guerra con il governo di Bonn e non ha ragioni per nascondere
il sostegno alle bande armate che lo combattono. Diverso è
il caso dell’Italia, con cui l’Fplp ha stipulato un accordo. Un
patto segreto voluto, ironia della sorte, proprio dall’esponente
politico che i brigatisti si accingono a sequestrare. I nodi del
lodo Moro stanno per venire al pettine. Nel marzo del 1978,
infatti, l’ala marxista della resistenza palestinese deve compiere
un’inevitabile scelta di campo. Una scelta, però, che a oggi non
è ancora conosciuta. Durante il sequestro del presidente della
Dc, il gruppo di Habash da che parte sta? Resterà fedele al
governo italiano o farà il doppio gioco abbandonando Moro
al suo destino?
9
Nell’operazione Thunderbolt di Entebbe perse la vita Yonatan Neta­
nyahu, fratello del futuro presidente israeliano.

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Moro chiede la mediazione dei fedayyìn

Nei mesi che precedono il sequestro Moro, i rapporti tra l’Italia


e l’Olp sono ottimi. Il patto segreto voluto dal ministro degli
Esteri ha trovato piena applicazione dopo il ritorno di quest’ul-
timo alla presidenza del Consiglio nell’autunno del 1974. L’in-
tesa con i fedayyìn funziona perfettamente anche nel periodo
della «solidarietà nazionale». Una formula politica, inaugurata
nel luglio del 1976, che proprio nelle ore dell’agguato di via
Fani consentirà l’ingresso del Partito comunista nella maggio-
ranza.
In un contesto simile, è ovvio che l’azione brigatista, a dif-
ferenza di quella fallita dalla Raf in Germania qualche mese
prima, non possa godere del sostegno ufficiale dell’Fplp.
Altrettanto scontata è la promessa di aiuto che le autorità ita-
liane otterranno dagli «amici» palestinesi nelle ore successive
alla cattura di Moro. Ma i risultati prodotti da tale collabora-
zione sono conosciuti solo in parte. Non è un caso se la notizia
di un’imminente operazione terroristica contro l’Italia, acqui-
sita dal Sismi il 18 febbraio 1978, è giunta proprio dal Fronte
popolare. La circostanza induce a ritenere che il gruppo di
Habash sia in grado di acquisire informazioni sulle Br.
Il primo a esserne consapevole è proprio Moro, che nelle sue
missive invocherà una presenza «su piazza» proprio di Giovan-
none, garante di parte italiana dell’accordo con i fedayyìn. Il
presidente della Dc profonde i suoi sforzi per convincere il par-
tito ad accettare una trattativa con i brigatisti. Propone di scam-
biare la sua liberazione con l’invio all’estero di alcuni terroristi
detenuti. Moro agisce con lucidità. Esorta i colleghi rievocando
il sinallagma applicato più volte nelle vertenze con l’Olp. Non
può citare il lodo per via del segreto, ma riesce a evocarlo con la
consueta sottigliezza concettuale. Ne invoca i principi ispira-
tori, invitando alla coerenza gli uomini della Democrazia cri-
stiana. Moro sa che i fedayyìn sono in grado di avvicinare i
compagni delle Br e confida nella loro mediazione. Da raffinato
giurista, si appella allo «stato di necessità» che più volte in pas-

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L’omicidio di Aldo Moro e la crisi del lodo 75

sato ha consentito la deroga ai principi generali dell’ordina-


mento. Il presidente della Dc menziona i palestinesi scarcerati
in molteplici occasioni e con «espedienti vari» per scongiurare
il pericolo di azioni ritorsive. Auspica per tale motivo l’inter-
vento del colonnello Giovannone, scegliendo gli interlocutori
utili alla trattativa secondo criteri ben precisi. Scriverà a Flami-
nio Piccoli, un compagno di partito a conoscenza dell’accordo
con i palestinesi. Piccoli non ha mai rivestito incarichi governa-
tivi, ma svolge da sempre una funzione cruciale all’interno della
Dc. Appare l’uomo ideale per favorire una trattativa che, per
via degli impegni assunti a Strasburgo nel 1977, non può pro-
cedere all’interno dei binari istituzionali. Moro si rivolge anche
a Renato Dell’Andro, sotto­segretario alla Giustizia, che nell’in-
chiesta veneziana sul traffico di armi tra Olp e Br sarà indicato
come uno dei consulenti giuridici interpellati per la stipula-
zione del lodo. La terza persona a cui Moro ricorda la questione
dei fedayyìn è Erminio Pennacchini, il presidente del comitato
parlamentare di controllo dei servizi segreti. È il referente poli-
tico degli apparati di sicurezza chiamati a gestire i rapporti con
i gruppi dell’Olp. Lo statista democristiano incaricherà don
Antonello Mennini, viceparroco della chiesa romana di Santa
Chiara, di consegnare le tre lettere in cui si allude al patto
segreto. Suggerisce persino l’ordine da seguire per mantenere la
massima riservatezza: «Partire da Piccoli, poi Dell’Andro, per
suo tramite o direttamente, Pennacchini».
In tempi recenti Sereno Freato, uno dei più stretti collabo-
ratori di Moro, ha raccontato circostanze inedite sull’operato
di Giovannone nei giorni del sequestro. Il Maestro avrebbe
accompagnato in carcere alcuni esponenti palestinesi allo scopo
di convincere i brigatisti reclusi a adoperarsi per la liberazione
dell’ostaggio.10 Secondo Freato, però, il tentativo sarebbe fallito
per la scarsa influenza dei detenuti nella gestione politica del
sequestro. Nemer Hammad, rappresentante dell’Olp a Roma,

10
Alessandro Forlani, La zona franca, Castelvecchi, Roma 2013, p. 142.

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76 I segreti di Bologna

afferma di essere partito d’urgenza per Beirut, accompagnato


dal generale Santovito in persona. Il direttore del Sismi s’in-
contrerà con Arafat e il suo vice, Abu Ayad, capo dell’intel-
ligence palestinese. I dirigenti dell’Olp negano l’esistenza di
rapporti con le Br, ammettendo invece quelli intrattenuti dal
Fronte popolare.11 Anche il tentativo di Al Fatah di contattare
il vertice brigatista, giovandosi dell’ausilio di alcuni «compa-
gni tedeschi», sarebbe naufragato sul nascere. Negli archivi del
Sismi risulta un’ulteriore iniziativa promessa da Arafat: un gio-
vane palestinese residente in Italia, vicino all’estrema sinistra,
viene messo a disposizione dei nostri servizi di sicurezza per
un’eventuale infiltrazione.12 L’ope­razione, interrotta a causa
dell’offensiva israeliana in Libano, ripartirà il 16 aprile 1978
per cessare senza risultati due giorni dopo. Secondo il terrorista
pentito Michele Galati, tuttavia, i palestinesi sarebbero riusciti
nell’intento di avvicinare le Br incassando però un secco rifiuto
alla proposta di liberazione dell’ostaggio.
Lecito chiedersi, quindi, se nelle relazioni ufficiali del Sismi
sia stata raccontata tutta la verità. Le notizie emerse negli
ultimi anni sembrano escluderlo. Gli uomini di Forte Braschi
non si sono limitati a bussare alla porta di Arafat. Hanno esteso
la richiesta di aiuto al gruppo di Habash, che non vive giorni
felici. Il 28 marzo 1978, infatti, in una clinica di Berlino Est è
morto Wadie Haddad. Ufficialmente per un male incurabile,
secondo alcuni per un avvelenamento procurato dal Mossad.
Nonostante il lutto, l’Fplp cerca di aiutare l’Italia. Abu Anzeh
Saleh parte da Bologna per incontrare Giovannone. Saleh
sostiene di aver declinato l’invito a fornire notizie sul rapi-
mento, escludendo rapporti tra le Br e la sua organizzazione.
Molto diversa è la versione di Bassam Abu Sharif. Il dirigente

11
Alberto La Volpe, Diario segreto di Nemer Hammad ambasciatore di
Arafat in Italia, Editori Riuniti, Roma 2002, pp. 65-71.
12
Rapporto del Sismi per l’inchiesta parlamentare sulla strage di via Fani,
sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, commissione parlamentare
Moro, volume 106.

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L’omicidio di Aldo Moro e la crisi del lodo 77

dell’Fplp afferma di aver aiutato le nostre autorità, facendo uso


di una linea telefonica riservata. Sharif ritiene che il Fronte
popolare fosse nelle condizioni di salvare Moro. Ma l’opera-
zione sarebbe fallita per l’indifferenza dimostrata dai referenti
italiani negli ultimi giorni del sequestro. Al momento decisivo,
il telefono segreto squillerà a vuoto.13
Oreste Scalzone, leader storico di Autonomia operaia, ha
confermato l’intervento dei palestinesi a favore di Moro. Su
richiesta dell’Olp, sollecitata da Giovannone, sarebbe sceso in
campo addirittura Carlos.14 Il terrorista venezuelano, espulso
dal Fronte popolare dopo il sequestro dei ministri dell’Opec, ha
allestito una propria struttura. L’Organizzazione dei rivoluzio-
nari internazionali, così si chiama, si avvale di pochi militanti
ben selezionati, provenienti in gran parte dal gruppo tedesco
delle Cellule rivoluzionarie. Gli uomini dello Sciacallo sembre-
ranno riassumere quella funzione di coordinamento tra i vari
gruppi della lotta armata dislocati in Europa un tempo asse-
gnata a Haddad. Ad avvicinare gli estremisti italiani, durante il
sequestro Moro, è Johannes Weinrich, che cerca di contattare le
Br rivolgendosi ai compagni svizzeri del coordinamento interna-
zionale. Anche il tentativo dell’emissario di Carlos, per ragioni
che Scalzone non chiarisce, si rivelerà infruttuoso. La missione
elvetica dell’Ori trova un riscontro indiretto negli archivi della
Stasi. Stando alle carte del servizio segreto della Germania Est,
infatti, l’agente di collegamento tra il gruppo Carlos e le Br
sarebbe proprio l’estremista svizzero Giorgio Bellini.15
Ma l’aiuto del Fronte popolare al Sismi si limita a timide ini-
ziative che muoiono sul nascere? Oppure la parte più impor-
tante del sequestro Moro non è stata ancora raccontata? Non è

13
Davide Frattini, «Trattai io il lodo Moro. Mani libere a noi palestinesi»,
«Corriere della Sera», 14 agosto 2008.
14
Stefano Grassi, Il caso Moro. Un dizionario italiano, Mondadori, Milano
2008, p. 312.
15
Antonio Selvatici, Chi spiava i terroristi, Pendragon, Bologna 2010, pp.
50-54.

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78 I segreti di Bologna

un caso se i quesiti più complessi sul rapimento s’intrecciano,


puntualmente, con quelli mai risolti sulle relazioni interna-
zionali delle Br. Secondo alcuni, Giovanni Moro avrebbe
cercato di organizzare un viaggio lampo nello Yemen del Sud
per trattare con Carlos lo Sciacallo la liberazione del padre.
O per fungere da secondo ostaggio, in attesa della liberazione
di alcuni terroristi. L’interessato, però, ha sempre smentito in
modo categorico. Non è stato mai chiarito, inoltre, lo scopo
della missione nei Balcani di Fulvio Martini. All’alba del 9
maggio 1978 l’uomo del Sismi parte per Belgrado. Secondo la
versione ufficiale, con l’obiettivo di ricevere informazioni sul
sequestro da alcuni militanti della Raf detenuti in Iugoslavia.
C’è chi sospetta, tuttavia, che proprio nelle ultime ore di vita
di Moro sia in corso una trattativa a livello internazionale di
cui il Fronte popolare è parte essenziale. Un negoziato che pre-
vede la liberazione di Moro a fronte della scarcerazione dei ter-
roristi tedeschi finiti nelle mani del maresciallo Tito. La Iugo-
slavia, in qualità di paese non allineato, rappresenta il garante
ideale per uno scambio di prigionieri. Sharif ne è sicuro. In
una recente intervista il dirigente dell’Fplp ha dichiarato che
all’aeroporto di Beirut un velivolo militare italiano attendeva
l’arrivo di alcuni terroristi liberati in cambio di Moro.16 Ma
perché, allora, l’accordo è saltato? Cossiga, all’epoca ministro
dell’Interno, ha rivelato che la mattina del 9 maggio 1978 era
stato contattato al telefono da Markus Wolf. Il direttore della
Stasi, l’efficiente servizio di sicurezza della Germania Est, gli
avrebbe preannunciato la liberazione di Moro grazie all’inter-
vento degli israeliani.17 E invece la storia andrà nella direzione
esattamente opposta. A mezzogiorno il brigatista Morucci
comunicherà per telefono la morte dell’ostaggio. Di quanta

16
Stefania Limiti, Aldo Moro, patto con i palestinesi per evitare attentati in
Italia. La Cia impedì le trattative e ordinò la sua morte, «il Fatto Quoti-
diano», 16 ottobre 2015.
17
La circostanza venne riferita da Cossiga a Giovanni Pellegrino, ai tempi
in cui quest’ultimo presiedeva la commissione parlamentare Stragi.

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L’omicidio di Aldo Moro e la crisi del lodo 79

autonomia hanno goduto le nostre autorità nella gestione


dell’emergenza Moro? Chi o cosa ha impedito la riuscita della
trattativa?

L’affare Eni-Petromin

L’omicidio di Aldo Moro muta profondamente i rapporti tra


l’Italia e il Fronte popolare. Si tratta, tuttavia, di effetti che
tarderanno a manifestarsi. In un primo momento la scom-
parsa del presidente della Dc non sembra alterare gli orienta-
menti, ufficiali e sotterranei, della nostra politica estera. Il 16
marzo 1978, in contemporanea con l’eccidio di via Fani, il Pci
è entrato a far parte della maggioranza che sostiene l’esecutivo
Andreotti. Durante il rapimento, Enrico Berlinguer sposa la
linea ufficiale della fermezza chiedendo alla Democrazia cri-
stiana di non trattare con i terroristi. Anche nei mesi successivi
il Pci confermerà l’appoggio al governo. Dc e Partito comuni-
sta si dimostrano uniti in occasione dei referendum abrogativi
del giugno 1978. Le principali forze della maggioranza chie-
dono agli elettori di votare contro l’abro­gazione delle leggi
sul finanziamento pubblico ai partiti e sulla tutela dell’ordine
pubblico. Il Pci appoggia la campagna stampa contro Gio-
vanni Leone, che sarà costretto a dimettersi il 15 giugno 1978
a causa dello scandalo Lockheed, a cui poi risulterà estraneo.
L’8 luglio 1978 il socialista Sandro Pertini viene eletto presi-
dente della Repubblica grazie ai voti del Pci. Pertini vanta un
rapporto privilegiato con i comunisti per il ruolo preminente
svolto durante la Resistenza. L’omicidio di Moro, quindi, non
sembra mutare gli equilibri italiani. Anche la politica estera
del governo prosegue in modo coerente. L’orien­tamento filo-
arabo, condiviso da Giulio Andreotti e apprezzato dal Pci,
prevale anche all’interno dei servizi di sicurezza. Il colon-
nello Giovannone può confermare ai palestinesi l’ope­ratività
del lodo rimasto orfano del suo artefice. Il fatto che Stefano
d’Ara­bia non mostri risentimento verso i fedayyìn fa pensare

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che non li ritenga responsabili del fallimento della trattativa


con le Br.
Il governo Andreotti entra in crisi nel dicembre del 1978.
Un’intervista di Berlinguer preannuncia l’uscita del Pci dalla
maggioranza che verrà formalizzata il 26 gennaio dell’anno
successivo. I comunisti contestano all’esecutivo i criteri di lot-
tizzazione adottati nel conferimento degli incarichi pubblici
e l’ingresso dell’Italia nello Sme. Alla base della decisione c’è
forse la delusione per il mancato rispetto delle promesse rice-
vute prima della scomparsa di Moro. A fronte del sostegno for-
nito, il Partito comunista si attendeva l’ingresso nell’esecutivo
dopo l’estate del 1978. Berlinguer, tuttavia, non ha intenzione
di liquidare la solidarietà nazionale. Tenta piuttosto di smuo-
vere le acque per inserire esponenti comunisti, anche indipen-
denti, nel nuovo governo che nascerà dopo le dimissioni di
Andreotti. Ma la Democrazia cristiana non accetta e la crisi
non troverà soluzione. La strada obbligata delle elezioni anti-
cipate, che si terranno nel giugno del 1979, segna la fine della
legislatura più breve della storia repubblicana. Andreotti resta
in carica sino all’estate. Farà in tempo a prestare il suo assenso
a un’importante iniziativa nel settore dell’approvvigionamento
energetico: il contratto Eni-Petromin.
La fornitura di petrolio dall’Arabia Saudita rappresenta un
affare molto vantaggioso per l’Italia. Tutto inizia nel febbraio
del 1979, quando Giorgio Mazzanti viene posto alla guida
dell’Eni. È lui a dare l’avvio a una lunga trattativa che si con-
cluderà il 12 giugno 1979. L’amministratore delegato dell’Eni,
Giancarlo Baldassarri, firma un accordo che prevede la sommi-
nistrazione di dodici tonnellate e mezzo di petrolio in tre anni.
Il 16 giugno Abdulhadi Taher, direttore della Petromin, appone
la sua firma consentendo alla controparte italiana di rendere
pubblico l’affare. Anche se la fornitura copre solo il 4 per cento
del fabbisogno energetico nazionale, le condizioni contrattuali
rappresentano per l’Italia un successo commerciale e diploma-
tico. Il costo del petrolio, diciotto dollari al barile, è di gran
lunga inferiore a quello offerto dal mercato. Ciò consentirebbe

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L’omicidio di Aldo Moro e la crisi del lodo 81

al paese un notevole risparmio. Ma il negoziato diretto con


le autorità saudite rappresenta un’impresa sgradita ai francesi
dell’Elf, che da tempo agiscono in competizione con il nostro
ente petrolifero. L’iniziativa italiana non entusiasma neppure gli
americani, desiderosi di conservare il monopolio dell’Aramco
nella commercializzazione del petrolio saudita.18 Ma quando
tutto sembra andare per il meglio, accade un evento imprevisto.
Per ragioni che saranno coperte addirittura dal segreto di Stato,
l’affare Eni-Petromin si trasforma improvvisamente in un rovi-
noso scandalo internazionale.
A insorgere contro Mazzanti sono Bettino Craxi e Rino For-
mica. I dirigenti socialisti temono che la fornitura petrolifera
serva a finanziare un’operazione tesa al rovesciamento della
segreteria del loro partito. Si scopre, infatti, l’esistenza di un
contratto parallelo che riconosce alla Sophilau, una misteriosa
società panamense, una provvigione per la mediazione dell’af-
fare di 115 miliardi di lire, un importo pari al 7 per cento del
valore complessivo della fornitura. La vicenda comincia a rive-
larsi torbida, sia per l’alone di mistero che avvolge i destinatari
degli emolumenti, sia perché il contratto di mediazione è suc-
cessivo a quello relativo alla fornitura. Una sequenza parados-
sale, in quanto l’obbligo contrattuale del mediatore è proprio
quello di mettere in contatto le parti che devono concludere
un affare. In realtà il beneficiario della provvigione avrebbe un
volto. Si tratta di Parviz Mina, un iraniano rifugiato a Parigi
dopo la caduta dello scià. Ma nessuno crede che sia lui l’effet-
tivo autore della mediazione. Si diffonde, al contrario, il sospetto
che l’esule stia schermando il transito verso l’Italia di una
megatangente. Le somme riservate alla Sophilau, peraltro, non
incidono sull’affare, che resterebbe molto vantaggioso per il
nostro paese. Inoltre l’impegno a corrispondere la provvigione
viene autorizzato con un provvedimento formale dal ministero

18
L’Aramco è la compagnia petrolifera nazionale saudita, la più grande al
mondo. Nel 1979 una parte delle quote sociali era ancora di proprietà
statunitense.

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per il Commercio estero. Soluzione, questa, che non si concilia


affatto con un piano finalizzato al reperimento di fondi neri.
L’iter prescelto, al contrario, sembra fornire all’ope­razione un
avallo di natura politica. Eppure i proprietari della Sophilau
continuano a restare sconosciuti. La permanenza del segreto
accresce i sospetti covati da settimane nei palazzi della politica,
provocando una disastrosa reazione a catena.
Nell’agosto del 1979 s’insedia il nuovo governo presieduto
da Francesco Cossiga. La difesa dell’affare saudita passa a mini-
stri che non hanno avuto ruoli nella stipulazione dei contratti.
Il 17 ottobre 1979 viene anticipato alle agenzie di stampa un
articolo de «Il Mondo» in cui s’ipotizza il pagamento di tan-
genti. Dopo un breve periodo di silenziosa incubazione nelle
sedi istituzionali, l’intrigo saudita è diventato di pubblico
dominio. Alle smentite di rito seguono inchieste dei gior-
nali, affiancate da interrogazioni e interpellanze parlamentari.
Si scopre che la Tradinvest, una consociata dell’Eni con sede
alle Bahamas, ha concesso una fideiussione alla Sophilau per
consentirle l’incasso anticipato delle somme. Ma gli anonimi
beneficiari di tanta generosità si muovono con prudenza. Prov-
vedono alla riscossione della prima rata della provvigione attra-
verso la banca elvetica Pictet, che a sua volta si rivolgerà allo
studio legale Poncet di Ginevra. Le precauzioni usate impedi-
ranno di scoprire chi si nasconde dietro la società panamense.
Ma sarà proprio la tenacia con cui viene presidiato il segreto a
rendere indifendibile l’intera operazione. Lo scandalo monta
velocemente, sino ad acquisire una dimensione internazionale.
I sauditi non gradiscono e il 5 dicembre 1979 decidono l’in-
terruzione della fornitura di petrolio. Il 7 dicembre, il ministro
per le Partecipazioni statali Siro Lombardini sospende Maz-
zanti dalla direzione dell’Eni. L’iniziale successo della nostra
diplomazia commerciale si è trasformato in un fallimento
completo, in ossequio a un copione tipicamente italiano.
L’indagine della Procura di Roma, il procedimento presso la
Corte dei conti, le varie commissioni parlamentari istitui­te non
basteranno per capire chi o cosa si nasconde dietro lo schermo

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L’omicidio di Aldo Moro e la crisi del lodo 83

della Sophilau. Per nascondere la verità è stato opposto il segreto


di Stato. Il 17 dicembre 1979 il quindicinale «The Middle East
Newsletter», pubblicato a Beirut, rivela una notizia sensazio-
nale. Parte dell’enorme provvigione pagata dall’Ita­lia era desti-
nata all’Olp.19 Una lauta ricompensa per l’impegno assunto dai
palestinesi a smantellare gli arsenali messi a disposizione del
terrorismo italiano. La società fantasma Sophilau celerebbe in
realtà gli interessi dell’ala «moderata» della resistenza palesti-
nese. È possibile che l’articolo sia basato su mere congetture,
oppure si limiti a riferire voci che circolano in Libano. Ma il
giornale inglese ha fama di essere sempre ben informato sulle
problematiche del mondo arabo. È per tale ragione che il 22
dicembre 1979 «La Stampa» richiama in prima pagina l’in-
discrezione proveniente da Beirut. Il coinvolgimento dell’Olp
nell’affare Eni-Petromin mirava a conferire ai palestinesi una
piena legittimazione in Europa occidentale. Oltre che a inter-
rompere il supporto dei fedayyìn alle Br.
Lo stesso giorno il premier Cossiga scrive ai presidenti delle
Camere informandoli di aver opposto il segreto di Stato sulla
documentazione dell’affare saudita. Non va rivelato il colloquio
del 31 luglio precedente tra il premier Andreotti, il ministro
Antonio Bisaglia e il direttore dell’Eni Mazzanti. A sorpresa
spunta anche il nome di Giovannone, presente a una riunione
a Riyad dove sono state gettate le basi del megacontratto. Ma
nessuno crede che l’ufficiale del Sismi sia rimasto coinvolto in
una storia di tangenti. L’intervento di Stefano d’Arabia sembra
dovuto a ragioni molto più delicate. Una di queste può essere
l’effettivo coinvolgimento dell’Olp nell’operazione saudita. A
esserne convinto è Donato Speroni, all’epoca dei fatti diret-
tore centrale dell’Eni. Speroni ritiene che la gestione dell’affare
Petromin da parte di Mazzanti non sia stata immune da errori.
Ad esempio, l’assenso alla concessione della fideiussione in
favore della Sophilau è stato prestato all’insaputa della giunta
19
Donato Speroni, L’intrigo saudita. La strana storia della maxitangente
Eni-Petromin, Cooper, Roma 2009, p. 418.

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esecutiva dell’Eni. Ma la magistratura non ha mai ravvisato


alcun reato nell’operazione. Nel settore delle commesse petro-
lifere, del resto, la distinzione tra provvigioni e tangenti appare
quanto meno sfumata. In Italia come all’estero. Speroni evi-
denzia come non sia mai stato provato che i quindici milioni
di dollari pagati alla Sophilau prima della sospensione dei con-
tratti siano tornati in Italia. Risulta con certezza, al contrario,
che il denaro è pervenuto alla banca ginevrina Pictet attraverso
sei diversi conti cifrati. Probabilmente alcuni di essi sono ricon-
ducibili all’Olp. La destinazione era nota ai vertici sauditi, mai
come in quel momento vicini ad Arafat. Ma il finanziamento
ai fedayyìn avrebbe generato la reazione dei paesi interessati a
sabotare la nostra politica estera. A tale scopo sono state messe
in circolazione informazioni false. Notizie propalate ad arte
che avrebbero provocato la reazione di Craxi e Formica. Qual-
cuno, dall’esterno, ha tirato i fili di una trama tesa alla deflagra-
zione dello scandalo. Per far perdere all’Italia la partita, politica
ed economica, giocata in Arabia Saudita. Intervistato proprio
da Speroni, Cossiga si è detto convinto che all’Olp spettassero
compensi per la mediazione svolta nelle operazioni commer-
ciali tra l’Italia e i paesi arabi.20 Diritto che sembra confermare
sia la presenza di clausole di natura economica nel lodo Moro,
sia l’effettivo coinvolgimento dei palestinesi nell’affare. Lo sta-
tista sardo ha dichiarato che Israele era un paese sicuramente
interessato a ostacolare il finanziamento italosaudita all’Olp. La
tesi di Speroni, che Cossiga sembra confermare, suggerisce un
quesito a cui sarebbe utile trovare risposta. Il pagamento della
maxitangente alla Sophilau rientra in una strategia, concertata
dall’Italia con l’avallo dell’Ara­bia Saudita, tesa ad allontanare
la componente «moderata» dell’Olp dai gruppi oltranzisti della
resistenza palestinese?

20
Ivi, pp. 421-429.

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Il contenzioso tra l’Fplp e il governo Cossiga

Gli euromissili

Nel gennaio del 1979 il progetto di un «compromesso sto-


rico» tra democristiani e comunisti entra in crisi. Dopo le
dimissioni di Andreotti, il Partito comunista chiede di essere
coinvolto nel nuovo governo, ma deve incassare il rifiuto
di una parte della Dc. All’interno della Balena bianca qual-
cosa sta cambiando. Nel giugno del 1979 le elezioni antici-
pate decretano la tenuta sostanziale dello scudo crociato e un
vistoso calo del partito di Berlinguer. L’opposizione di veti
incrociati costringe Andreotti, intenzionato a proseguire la
collaborazione con il Pci, a rinunciare alla candidatura. Mede-
sima sorte tocca al leader socialista Craxi e al democristiano
Filippo Maria Pandolfi. L’impasse si protrae sino a estate inol-
trata. Ma il 2 agosto 1979 la situazione si sblocca. A sorpresa,
Francesco Cossiga riceve l’incarico di formare il governo. Lo
statista sardo era uscito di scena con le dimissioni dal Vimi-
nale, rassegnate nelle ore successive alla tragedia di via Cae-
tani.1 A distanza di un anno torna alla ribalta diventando
presidente del Consiglio. Il suo governo ottiene la fiducia
di Dc, Psdi e Pli. Socialisti e repubblicani garantiscono una
benevola astensione ottenendo l’inserimento nell’esecutivo di

1
Francesco Cossiga fu l’unico ministro a dimettersi dopo l’omicidio di
Aldo Moro. Raccontò di aver sofferto a lungo di depressione per la man-
cata liberazione dello statista democristiano.

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86 I segreti di Bologna

«tecnici» graditi. Cossiga, però, non ha una sua corrente di


partito. È sostenuto da una maggioranza esigua ed eterogenea,
messa insieme più per necessità che per scelta. Al contrario
di Andreotti, inoltre, dovrà fare i conti con l’opposizione del
Partito comunista che continua a occupare un terzo del parla-
mento. Tutto lascia prevedere un programma di piccolo cabo-
taggio. Ma non sarà così. L’ex ministro dell’Interno, infatti, è
un atlantista convinto. La sua nomina verrà interpretata come
un segnale di risveglio del «partito americano» dopo il trien-
nio della solidarietà nazionale.
Il mandato, in effetti, coincide con il rinnovato interesse
degli Usa per la politica europea e per le operazioni segrete nello
scacchiere mediterraneo. Nei primi anni di presidenza, Jimmy
Carter ha limitato al minimo le iniziative all’estero della Cia.
Ha scelto un profilo modesto anche nel rapporto con gli alleati
europei. Un atteggiamento coerente con quello delle ammini-
strazioni Nixon e Ford, e con la politica della distensione con-
sacrata nel 1975 negli accordi di Helsinki. Ma nel 1979 la
musica cambia. Stansfield Turner, direttore della Cia, spiegherà
come il drastico mutamento di rotta fosse dovuto al prevalere
della linea di Harold Brown, segretario della Difesa, ma soprat-
tutto di Zbigniew Brzezinski, consigliere per la Sicurezza.2 Il
nuovo corso della politica Usa riguarda anche l’Italia. Non è un
caso se Cossiga, prima di ottenere la fiducia dal Senato, incon-
tra l’ambasciatore americano a Roma, Richard Gardner. Il col-
loquio è riservato, ma gli osservatori più attenti non faticano a
intuirne l’oggetto. Sta per avere inizio, proprio nel nostro paese,
la battaglia per gli euromissili. Una svolta imprevista, sgradita ai
sovietici, che inciderà notevolmente nei complessi equilibri
della Guerra fredda.
Dal 1976 l’Urss dispone di nuovi missili di medio raggio a
testata nucleare, chiamati dalla Nato con il nome in codice di
Ss-20. I gioielli balistici dei sovietici sono considerati un’arma

2
Daria Lucca, Paolo Miggiano, Andrea Purgatori, A un passo dalla guerra,
Sperling & Kupfer, Milano 1995, pp. 12-14.

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Il contenzioso tra l’Fplp e il governo Cossiga 87

anche politica.3 Il segretario del Pcus, Leonid Brežnev, infatti,


li utilizza per aumentare la pressione sull’Europa occidentale,
con l’obiettivo di ottenere dai governi democratici atteggia-
menti sempre più remissivi. Gli Ss-20 possono colpire i paesi
del Vecchio continente ma non gli Usa. Se il monito rivolto
agli europei appare esplicito, altrettanto chiaro è il messaggio
per Washington. Ai circoli isolazionisti americani, rinvigoriti
dal fallimento della guerra in Vietnam, viene offerto un nuovo
argomento su cui fare leva. Consentire la «finlandizzazione»
dell’Europa in nome della distensione.
Difficile escludere che la politica di condizionamento, ope-
rata dall’Urss nel Vecchio continente, abbia contribuito all’av-
vento in Italia della solidarietà nazionale. L’esecutivo Andreot­ti
non ha mai protestato per gli Ss-20 puntati in direzione dell’Ita-
lia. A insorgere, invece, è stato il governo di Bonn, che intuisce
la pericolosità degli effetti prodotti dalla nuova arma nucleare.
Nel 1977 il cancelliere Schmidt lancia l’allarme invocando
l’aiu­to degli americani. Urge un riequilibrio nei rapporti di
forza che solo Washington può garantire. Carter propone agli
alleati europei la bomba al neutrone o, in alternativa, i missili
nucleari a medio raggio Cruise e Pershing 2.4 Nel 1978, a Gua-
dalupa, verrà scelta quest’ultima soluzione. Al vertice parteci-
pano Usa, Inghilterra, Francia e Germania, che costituiscono di
fatto un direttorio da cui viene escluso il nostro paese. L’Italia
della solidarietà nazionale non è stata invitata perché ritenuta
un partner inaffidabile. La presenza del Pci nella maggioranza
di governo suscita diffidenza. Schmidt, peraltro, non sembra
nutrire grande stima per le nostre capacità militari. È nota la
sua battuta sui carri armati italiani, gli unici dotati di retromar-
cia. Il caso, però, vuole che il cancelliere tedesco abbia bisogno
di una nazione disposta a introdurre per prima le nuove armi

3
Lelio Lagorio, L’ora di Austerlitz. 1980: la svolta che mutò l’Italia, Edizio-
ni Polistampa, Firenze 2005, pp. 136-141.
4
La bomba al neutrone è un’arma nucleare in grado di uccidere senza
produrre danni alla materia inanimata.

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nuclea­ri. Per vincere le resistenze interne al suo partito, larga-


mente infiltrato dal Kgb, il leader socialdemocratico ha bisogno
di un precedente europeo a cui appellarsi. Francia e Inghilterra
sono già potenze di rango nucleare e il loro coinvolgimento
non inciderebbe granché. Belgio e Olanda appaiono in diffi-
coltà, per via della presenza al loro interno di correnti politi-
che «pacifiste» molto influenti. Per tali ragioni, ma soprattutto
per il ruolo geostrategico, la scelta ricadrà sull’Italia. Il rime-
scolamento politico, avvenuto nell’estate del 1979, rappresenta
l’occasione giusta. Il premier Cossiga si mette alla ricerca dei
consensi necessari all’installazione dei Cruise nel nostro paese.
È consapevole delle difficoltà, in quanto i «pacifisti» sono pre-
senti anche nei partiti di maggioranza. Il no del Pci è scontato.
Berlinguer motiva il rifiuto sostenendo che l’approvazione dei
Cruise ostacolerebbe le trattative in corso per il disarmo nuclea-
re. Per i suoi avversari, al contrario, la scelta comunista costitui­
sce prova del legame mai reciso con l’Urss.5 Il veto del Pci, in
ogni caso, rende indispensabile il consenso dei socialisti. I voti
di Dc, Psdi, Pri, Pli e dello stesso Msi non potrebbero bastare.
Craxi decide di schierarsi a favore degli euromissili, convinto
che il suo contributo possa garantire un duplice risultato: resti-
tuire al garofano rosso un ruolo centrale nella politica italiana
e relegare il Pci all’opposizione. La battaglia per i Cruise deter-
mina la nascita dell’asse Cossiga-Craxi, che verrà avversato non
solo da Berlinguer, ma anche da alcune correnti interne a Dc
e Psi. Se Andreotti si mostra scettico sul nuovo corso di poli-
tica estera, l’opposizione del socialista Riccardo Lombardi sarà
ancora più vigorosa. Secondo il socialista Gianni De Michelis,
all’epoca esponente della corrente vicina a Claudio Signorile,

5
Il socialista Lelio Lagorio ha censurato l’ostruzionismo del Pci, soste-
nendo che i comunisti avrebbero opposto innumerevoli cavilli al fine
di impedirne l’installazione. Francesco Cossiga, tuttavia, ha evidenziato
che la scelta del Partito comunista di rinunciare alle manifestazioni di
piazza, e quindi di limitare lo scontro sui Cruise al dibattito parlamenta-
re, avrebbe giovato all’azione del governo.

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Il contenzioso tra l’Fplp e il governo Cossiga 89

il Kgb avrebbe tentato invano di ostacolare il sostegno del suo


partito a Cossiga.6 Il 6 e il 10 dicembre 1979 Camera e Senato
approvano il piano missilistico. Il voto del Psi si conferma deci-
sivo, nonostante alcune defezioni. Solo Pci e Pdup si schierano
compatti contro l’installazione degli euromissili.
In Italia, ancora oggi, non c’è consapevolezza dell’enorme
partita giocata attorno alla questione degli euromissili che
hanno posto fine alla superiorità militare sovietica. Significa-
tive, al riguardo, sono le parole del maggior esperto italiano di
geopolitica, il generale Carlo Jean: «Coloro che prendono
spunto dal collasso dell’Armata rossa dopo il crollo del Muro,
per giustificare ancora oggi la loro opposizione al programma di
ammodernamento delle difese e della dissuasione Nato, attuato
negli anni Ottanta, dicono sciocchezze. Sono in malafede o
poco informati. Dovrebbero esaminare i piani d’invasione
dell’Italia che, con divertito interesse del presidente Cossiga, gli
furono illustrati da un ex capo di stato maggiore ungherese».7
Il 12 dicembre 1979, mentre la Nato vara il programma
d’installazione in Europa di 572 missili a medio raggio, la
stampa italiana annuncia l’inizio del processo per direttissima
contro Abu Anzeh Saleh e gli autonomi. I contrasti insorti tra
il governo Cossiga e l’Fplp, dopo il sequestro degli Strela a
Ortona, cominciano ad aggravarsi nei giorni in cui l’Italia ha
deciso di puntare i Cruise contro le città dell’Unione Sovietica.

Tra l’incudine e il martello

La collocazione dei Cruise a Comiso diverrà ufficiale solo nel


1981, ma nei palazzi del potere la scelta è nota, appunto, sin dal
novembre del 1979. L’ubicazione delle armi nucleari in Sici-
lia non è casuale. La loro gittata consente di tenere sotto tiro

6
Gianni De Michelis, Francesco Kostner, La lunga ombra di Yalta, Marsi-
lio, Venezia 2003, pp. 32-52.
7
AA.VV., Cossiga e l’intelligence, Rubbettino, Soveria Mannelli 2011, p. 51.

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sia le città sovietiche sia quelle dell’Africa settentrionale e di


buona parte del Medio Oriente. Dopo anni di relativa tran-
quillità, infatti, la Nato avverte la necessità di presidiare con
maggiore attenzione il suo fianco meridionale in un momento
in cui l’Urss tenta in ogni modo di rafforzare la presenza navale
nel Mediterraneo. Il nuovo indirizzo strategico è confermato
dal potenziamento, quasi contemporaneo, delle infrastrutture
militari in uso negli aeroporti siciliani di Birgi e Pantelleria.
Sono i primi effetti prodotti dalla teoria che Lelio Lagorio,
ministro della Difesa nel secondo governo Cossiga, definirà
«minaccia di accerchiamento», che postulava la necessità per
il Patto atlantico di rivolgere a sud le sue forze militari. Anche
l’intensificazione delle attività nella base di Sigonella è sintoma-
tica di un rinnovato interesse per l’Italia. Il nostro paese torna a
svolgere un ruolo importante nell’alleanza atlantica, grazie alla
sua funzione di cerniera naturale del Mediterraneo. Ampi set-
tori del Psi e della stessa Dc, come visto, non gradiscono il cam-
bio di rotta voluto da Cossiga. A quest’ultimo viene contestato
l’abbandono della politica morotea e un riposizionamento in
ambito internazionale piegato agli interessi americani.8
Le scelte del premier, tuttavia, sono dovute a ragioni più com-
plesse. A ben vedere, infatti, l’Italia ha sempre cercato di evitare
contrapposizioni frontali con Washington. Anche i governi di
centrosinistra hanno rispettato i programmi della Nato, con-
vinti che dalla valorizzazione del nostro ruolo nell’alleanza atlan-
tica sarebbero derivati vantaggi per il paese. Significativa, in tal
senso, è la posizione dello stesso Moro. In un appunto personale
del marzo 1970, a pochi mesi dalla strage di piazza Fontana,
l’allora ministro degli Esteri si duole per la scarsa attenzione
degli Usa verso l’Europa.9 All’inizio del decennio, in effetti, la
distensione con l’Urss e la guerra in Vietnam hanno indotto gli

8
Sergio Flamigni, I fantasmi del passato, Kaos, Milano 2001, pp. 129-165.
9
Leopoldo Nuti, La politica estera italiana negli anni della distensione, in
AA.VV., Aldo Moro nella dimensione internazionale. Dalla memoria alla
storia, Franco Angeli, Milano 2013, pp. 44-45.

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Il contenzioso tra l’Fplp e il governo Cossiga 91

americani a privilegiare il teatro asiatico rispetto a quello euro-


peo. La scelta di Washington non è gradita allo statista democri-
stiano, consapevole della debolezza politica e militare dell’Ita­
lia. È forte il timore di dover rinunciare a quelle ambizioni di
media potenza continentale che non possono prescindere dal
supporto fattivo degli Usa. Emblematica è la vicenda del trat-
tato di non proliferazione nucleare, preteso dagli americani in
nome della distensione. L’Italia lo sottoscrive nel 1969, ma lo
ratificherà solo nel 1975. Il ritardo non è dovuto a uno spirito
bellicoso, poco consono alla storia italiana. Si teme, piuttosto,
che l’adesione al Tnp possa relegarci in un ruolo di subalter-
nità rispetto ai paesi alleati muniti di armi nucleari. Le nostre
autorità, quindi, non sono affatto rallegrate dall’alleggerimento
della presenza americana in Europa. Faranno di necessità virtù,
cercando di ritagliarsi per compensazione un maggiore grado di
autonomia nello scacchiere mediterraneo.
L’esigenza di provvedere all’approvvigionamento energetico,
resa impellente dalla crisi economica, imprimerà un’ulteriore
accelerazione a questo processo. Gli accordi di Helsinki del
1975, del resto, riducono ai minimi storici le tensioni tra Usa
e Urss. Per diversi anni, il margine di manovra concesso all’Ita-
lia è il massimo possibile. A partire dal 1979, tuttavia, le stra-
tegie americane mutano nuovamente. L’avvento di Khomeini
in Iran e l’invasione sovietica dell’Afghanistan determinano
uno scenario di crisi inedito, inducendo gli Usa a riassumere la
vecchia linea interventista.
Dopo il lungo periodo della solidarietà nazionale, il nostro
governo è richiamato all’ordine. In pochi mesi l’esecutivo Cos-
siga sarà coinvolto in iniziative diplomatiche e militari che
segnano un’evidente discontinuità con gli orientamenti interna-
zionali dell’ultimo decennio. Il cambio di rotta avviene in modo
drastico e sembra provocare al nostro paese una crisi schizofre-
nica. Una dissociazione operativa che scaturisce dalla difficoltà
di conciliare gli obblighi del vincolo atlantico con gli interessi
economici coltivati nell’area mediterranea. Una situazione ana-
loga, di minore intensità, si era verificata ai tempi della Guerra

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dello Yom Kippur. Nel 1973 il governo Rumor, per non irretire
i paesi arabi fornitori di petrolio, come detto, aveva negato agli
americani l’uso delle basi italiane per il rifornimento aereo a
Israele. Una scelta senza precedenti, che indispettirà non poco il
segretario di Stato americano Henry Kissinger. Al contempo,
però, la nostra intelligence militare fornisce agli israeliani
informazioni di estrema rilevanza.10 Dunque, le contraddizioni
insite nella nostra politica estera riemergono minacciose
durante il governo Cossiga. A suscitarle sarà anche la questione
libica. Dopo aver sostenuto per anni la causa dei paesi non
allineati, Gheddafi si è avvicinato pericolosamente ai sovietici.
A causa del «tradimento» dell’Egitto, infatti, Mosca ha bisogno
di ristabilire la sua presenza nella sponda meridionale del
Mediterraneo. Ed è disposta a garantire ponti d’oro al regime
di Tripoli. Non a caso, negli archivi del Kgb, risulta un accordo
segreto in materia di sicurezza e intelligence stipulato da Libia
e Urss proprio nel 1979.11
Anche la crisi di Ortona sembra risentire dei bruschi muta-
menti della nostra politica estera. L’Fplp, infatti, è una for-
mazione terroristica filosovietica e finanziata da Gheddafi.
L’accordo con la sua dirigenza rappresenta una seria ragione
d’imbarazzo per un paese che sta riscoprendo l’ortodossia atlan-
tica. A esserne consapevole è proprio Giovannone, garante del
patto segreto rimasto orfano del suo ideatore. Gli Strela seque-
strati in Abruzzo costituiscono un serio problema non solo per
il coinvolgimento dei tre autonomi. Nel dicembre del 1979,
tramite Stefano d’Arabia, il Fronte popolare chiede alle nostre
autorità di negare a statunitensi e israeliani la possibilità di esa-
minare le armi. I modelli sequestrati, infatti, sono una versione
aggiornata dei missili Sam-7 che gli esperti occidentali ancora
non conoscono. L’Fplp intima il boicottaggio della Nato a un
paese che ha appena deciso di puntare i Cruise contro l’Urss.

10
Fulvio Martini, Nome in codice: Ulisse, Bur, Milano 2001, pp. 58-65.
11
Christopher Andrew, Vasilij Mitrokhin, L’archivio Mitrokhin. Le attività
segrete del Kgb in Occidente, Rizzoli, Milano 2007, p. 260.

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La richiesta del Fronte popolare, rappresentato per l’occa-


sione da Taysir Qubaa, viene comunicata durante un incontro
segreto a Beirut che scatenerà la collera del premier Cossiga.
Armando Sportelli, superiore diretto di Giovannone, redige
un appunto riassuntivo del colloquio con il rappresentante
dell’Fplp. Il documento è indirizzato al generale Santovito, che
non lo trasmette al presidente del Consiglio.12 Una scelta sin-
tomatica del rapporto difficile tra il Sismi, i cui vertici erano
stati nominati durante il periodo della solidarietà nazionale, e
il premier sardo. Quest’ultimo valuterà addirittura la destitu-
zione del generale Santovito. Anche Giovannone non riesce a
entrare nelle grazie del nuovo esecutivo. Il socialista Lelio Lago-
rio, ministro della Difesa nel Cossiga bis, arriverà a descrivere
Santovito come il «dottor Balanzone» e Giovannone come un
«pingue pascià».13 Gli uomini del Sismi, del resto, commettono
un errore imperdonabile durante la crisi di Ortona: riferiscono
al governo che i missili sequestrati in Abruzzo erano destinati
alla fazione libanese dei cristiano-maroniti. Pifano e compagni,
in altri termini, stavano rifornendo di armi pesanti i neofascisti
della Falange. Una tesi grottesca, affidata alla speranza che l’in-
cidente di Ortona possa chiudersi in fretta. I carabinieri, però,
non si accontentano dell’arresto in flagranza degli autonomi, ma
proseguono l’indagine con rigore. Quando emerge il ruolo nella
vicenda di Abu Anzeh Saleh, a Forte Braschi capiscono di averla
fatta grossa. Il premier Cossiga, infatti, non gradisce la presa in
giro e d’ora in poi non si fiderà più degli uomini del Sismi.

Il processo di Ortona

Il 17 dicembre 1979, a Chieti, inizia il processo per direttissima


per l’affare dei missili Strela sequestrati a Ortona. Abu Anzeh

12
Audizione di Federico Marzollo del 20 febbraio 1987, Tribunale di Vene-
zia, procedimento penale n. 204/83.
13
L. Lagorio, L’ora di Austerlitz, cit., p. 43.

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Saleh, Daniele Pifano, Giuseppe Nieri e Giorgio Baumgartner


siedono sul banco degli imputati. Nabil Kaddoura, il moto-
rista siriano della nave Sidon, è l’unico latitante. Sono tutti
accusati di detenzione e introduzione di armi da guerra nel
territorio italiano. Il foro teatino non è solito ospitare processi
di terrorismo, ma vanta un’antica familiarità con gli affari di
Stato. Nel 1926, ad esempio, è proprio il Tribunale di Chieti
a condannare Amerigo Dumini e i suoi complici per l’omici-
dio del parlamentare socialista Giacomo Matteotti. L’istituto
della rimessione, previsto nel caso in cui gravi situazioni locali
possano turbare il giudizio, aveva sottratto a Roma la compe-
tenza territoriale. Curiosamente, anche il processo Matteotti
era stato celebrato all’ombra di un intrigo internazionale nato
tra l’Italia e il Medio Oriente.14 Ma nell’affare degli Strela nes-
suno ha eccepito l’incompatibilità ambientale. Uno scherzo
del destino, o forse una regia più complessa, ha voluto che
proprio in una tranquilla cittadina della provincia abruzzese
terminasse la lunga amicizia tra l’Italia e l’Fplp.
All’udienza, tuttavia, nessuno percepisce le inquietudini dei
vertici del Sismi. A rubare la scena sono i giovani di via dei
Volsci. I militanti romani si sono mobilitati per dare solida-
rietà agli imputati. «L’Unità» ha augurato agli autonomi, in
viaggio verso l’Abruzzo, di non imbattersi in altri lanciamissili
lungo l’autostrada.15 Il quotidiano comunista, tra i più duri
nella critica all’Autonomia operaia, ironizza sulla linea difen-
siva di Pifano, Nieri e Baumgartner. Ma il clima che si respira
nel palazzo di giustizia è tutt’altro che gioviale. L’edificio viene
circondato dai mezzi pesanti di polizia e carabinieri. I militari
presidiano ogni via di accesso alla città per monitorare l’accesso

14
Secondo un’opinione diffusa, il movente dell’omicidio Matteotti an-
drebbe individuato nel fatto che il parlamentare socialista fosse in pos-
sesso di documenti comprovanti il pagamento di tangenti da parte della
compagnia petrolifera Sinclair Oil Company in favore di personalità
politiche italiane.
15
Se.C., Processo agli autonomi con i missili, «l’Unità», 17 dicembre 1979.

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Il contenzioso tra l’Fplp e il governo Cossiga 95

in tribunale. L’arrivo degli imputati verrà scandito dalle urla


dei compagni che sostano sulla piazza. Qualcuno batte i pugni
sul blindato gridando il nome di Pifano e amici. La polizia
ristabilisce l’ordine con una carica di alleggerimento. Ma in
aula la tensione svanisce subito. Qualcuno si avvicina a una
cronista del Gr1 per chiederle provocatoriamente le generalità.
Pifano lancia uno sguardo beffardo al colonnello dei carabi-
nieri che ha diretto l’indagine. Ma non accade altro. Nessuno
viene minacciato, né saranno necessari richiami all’ordine. I
giornalisti potranno descrivere atmosfere e sensazioni ormai
consuete nei processi per fatti di terrorismo. L’ingombrante
presenza del Fronte popolare resta quasi impalpabile. Saleh
non tradisce emozioni. Assiste composto all’intervento degli
avvocati, mostrandosi rispettoso verso la corte. L’udienza dura
meno di un’ora perché la difesa ottiene un rinvio del dibatti-
mento al 10 gennaio 1980. Un breve aggiornamento motivato
dal decesso improvviso di due consulenti tecnici di parte.
Mentre l’Fplp insiste nel negare rapporti con il terrorismo
italiano, per ribadire il rispetto dell’intesa con le nostre auto-
rità, le Br agiscono indisturbate al fianco dei fedayyìn. I nodi
più dolorosi del lodo Moro stanno per venire al pettine. Due
mesi prima degli arresti di Ortona, Mario Moretti si è recato
in Libano a bordo del Papago, un’imbarcazione a vela acqui-
stata per l’occasione. Assieme a tre compagni fidati, ha ricevuto
dagli uomini dell’Olp un ingente carico di armi ed esplosivi
destinato a un triplice scopo. Una parte deve essere smistata tra
le varie colonne brigatiste. Un’altra va consegnata ai gruppi del
terrorismo marxista che operano in Europa. La restante dota-
zione, custodita in Veneto e Sardegna, viene tenuta a disposi-
zione dell’ala oltranzista della resistenza palestinese. Uno degli
arsenali si trova nel cuore della Barbagia, tra il Montalbo e il
monte Pizzinnu.
Proprio il 17 dicembre 1979, a poche ore dalla conclusione
dell’udienza di Chieti, verrà scoperta la presenza delle Br in
Sardegna. A Sa Janna Bassa, una località vicina al paesino
di Orune, i carabinieri intimano l’alt a persone sospette che

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sostano dinanzi all’ovile di Carmelino Coccone. Queste reagi-


scono provocando un conflitto a fuoco che costerà la vita a due
pastori. L’episodio presenta evidenti analogie con l’incidente di
Ortona. Un normale controllo su strada porta alla scoperta di
un’azione delittuosa in corso di svolgimento. Traffico di mis-
sili in Abruzzo, summit terroristico in Sardegna. Nelle giacche
abbandonate sul posto verrà trovato un volantino delle Br. È
la prova definitiva che nell’isola, già scossa dalle azioni di Bar-
bagia rossa, sono sbarcati gli uomini del partito armato. A Sa
Janna Bassa, quella sera, erano presenti i brigatisti romani Emi-
lia Libera e Antonio Savasta.16 Quest’ultimo relaziona le Br
sulla costituzione dell’arsenale palestinese in Sardegna incon-
trando Moretti a Bologna, nei pressi della stazione ferrovia-
ria. Il capoluogo emiliano, infatti, rappresenta un’importante
risorsa logistica. Per questo motivo le Brigate rosse non hanno
mai compiuto attentati da quelle parti. Bologna è utile per gli
appuntamenti.

L’ascesa libica

La consegna delle armi palestinesi alle Br è avvenuta in un


momento particolarmente delicato. La situazione internazio-
nale, infatti, appare propizia per un’escalation terroristica. La
battaglia per gli euromissili ha reso critici i rapporti tra Europa
e Urss. Il ministro degli Esteri sovietico Andrej Gromyko non
lesina consigli ai governi occidentali: esorta la Spagna a non
entrare nella Nato; la Germania Ovest a non accettare l’in-
stallazione dei Pershing 2; l’Italia a non recitare un ruolo che
non le compete. Nell’ottobre del 1979 il presidente siriano
vola a Mosca. Gli viene chiesto di condannare ufficialmente
la politica filo occidentale dell’Egitto e le ingerenze israeliane
in Libano. Nell’occasione Hafiz al-Assad, principale alleato dei

16
Nicola Rao, Colpire al cuore, Sperling & Kupfer, Milano 2011, pp. 107-
112.

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Il contenzioso tra l’Fplp e il governo Cossiga 97

sovietici in Medio Oriente, non faticherà a ottenere una mas-


siccia fornitura di carri armati e aerei da guerra. A pagare la
commessa provvede Gheddafi, lieto di finanziare il potenzia-
mento militare dei «fratelli» siriani. Negli ultimi mesi i rap-
porti della Libia con il governo di Damasco sono diventati
così stretti che il raìs auspicherà addirittura la fusione dei due
paesi. La Siria, del resto, è riuscita a sanare i dissidi con la resi-
stenza palestinese sorti nelle fasi iniziali della guerra civile in
Libano. Gli accordi di Camp David hanno determinato un
rimescolamento delle carte. Siriani, libici e gruppi oltranzisti
dell’Olp sono uniti nella battaglia contro l’Egitto del traditore
Sadat. Gheddafi però cerca d’intervenire in ogni zona di crisi,
facendosi forza dell’accordo segreto raggiunto con i sovietici. Il
sostegno di Brežnev consente alla Libia un livello di esposizione
sul piano internazionale mai azzardato sino a quel momento.
Il 10 novembre 1979 Goukouni Oueddei, capo della fazione
sostenuta da Gheddafi, conquista il potere in Ciad. Per i fran-
cesi è uno smacco inaccettabile. Parigi vede a rischio le proprie
mire sui giacimenti di uranio nella zona del Tibesti contesa
tra Ciad e Libia. Anche in questo caso il nostro paese si trova
in una situazione paradossale. La fazione di Oueddei si giova
della copertura aerea dei libici che utilizzano caccia e piloti
istruttori forniti dall’Italia negli anni precedenti.17
Anche Washington inizia a fare i conti con il regime libico.
Il 2 dicembre 1979 una folla di dimostranti può assaltare indi-
sturbata l’ambasciata americana di Tripoli. Il 26 gennaio 1980
Gheddafi estende la campagna antioccidentale alla Tunisia.
Sostiene un’insurrezione armata volta alla deposizione del pre-
sidente filofrancese Habib Bourghiba. La rivolta fallisce grazie
all’intervento delle autorità di Parigi che inviano al largo di
Tunisi tre navi militari affiancate da sommergibili. Terminato
il lungo periodo della distensione, la Guerra fredda è tornata
improvvisamente nello scacchiere mediterraneo.

17
Giovanni Fasanella, Rosario Priore, Intrigo internazionale, Chiarelettere,
Milano 2010, p. 160.

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La crisi iraniana e il colpo di scena di Ortona

La gestione della crisi iraniana rappresenta una delle pagine più


controverse della storia americana. Nel novembre del 1978 il
presidente Jimmy Carter nomina il diplomatico George Ball a
capo di una task force incaricata di elaborare un rapporto su
Teheran.18 Ball vanta un lungo curriculum. Membro del
gruppo Bilderberg e della commissione Trilateral, ha rinun-
ciato alla carriera diplomatica per diventare senior manager
della Lehman Brothers. Ai tempi della guerra in Vietnam si è
distinto per le capacità di analisi, dichiarandosi contrario
all’intervento militare. Nel rapporto sull’Iran, invece, non
dimostrerà pari lungimiranza. Consapevole delle scarse possi-
bilità dello scià di restare al potere, suggerisce al consigliere per
la Sicurezza Zbigniew Brzezinski di appoggiare l’opposizione
di Ruhollah Khomeini. Ball ha mutuato le sue tesi sul fonda-
mentalismo islamico dagli studi di Bernard Lewis, un docente
britannico convinto della necessità di favorire la destabilizza-
zione del Medio Oriente attraverso i conflitti tribali e religiosi.
Una balcanizzazione dell’area che si sarebbe estesa alle regioni
dell’Urss abitate da musulmani. L’espressione «arco di crisi»,
coniata da Lewis per indicare la nuova strategia destabilizzante,
viene ripresa da Brzezinski che sposerà l’idea di utilizzare l’islam
in chiave antisovietica. La crisi iraniana, tuttavia, nuocerà
molto di più a Washington che a Mosca. Salito al potere, Kho-
meini non esita a lanciare la crociata contro gli Usa. Il 4 novem-
bre 1979 un gruppo di studenti islamici, agevolato dalle forze
di polizia, assalta l’ambasciata americana di Teheran. I giovani
chiedono la consegna dello scià, ricoverato in una clinica statu-
nitense e posto sotto la protezione di Carter. Delle sessantatré
persone fatte prigioniere, solo tredici verranno liberate in breve
tempo, su richiesta dello stesso Khomeini. Per gli altri ostaggi è
l’inizio di una lunga odissea. È l’evento che segna l’ingresso

18
Alberto Negri, Il turbante e la corona, Marco Tropea Editore, Milano
2009, pp. 214-215.

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Il contenzioso tra l’Fplp e il governo Cossiga 99

dell’integralismo islamico nelle agende politiche occidentali.


Sino ad allora il mondo arabo era stato attraversato dalle pul-
sioni di movimenti politici laici, in prevalenza nazionalisti o
d’ispirazione marxista. Dopo la rivoluzione di Khomeini,
invece, il fondamentalismo comincia ad avanzare nell’area
mediorientale. La diffusione è così rapida che il 20 novembre
1979 migliaia di islamici armati occupano la Grande moschea
della Mecca. Le autorità di Riyad sedano la rivolta grazie all’aiu­to
delle forze speciali inviate dalla Francia.19 Gli Usa, nel frat-
tempo, devono incassare un altro colpo. Il 28 dicembre 1979 i
sovietici invadono l’Afghanistan. Con una mossa azzardata,
l’Armata rossa riesce a mettere sotto il proprio raggio d’azione i
campi petroliferi dell’Arabia Saudita. Carter minaccia un imme-
diato intervento militare, nel caso in cui gli interessi americani
nell’area del Golfo vengano minacciati. Nei mesi successivi
Washington offrirà ampio sostegno alla resistenza afghana, in
ottemperanza alle nuove strategie varate da Brzezinski. Ma non
basta. Lo scenario di crisi che dall’Iran si estende velocemente in
Afghanistan spingerà gli americani all’adozione di contromi-
sure anche nello scacchiere mediterraneo.
Nel frattempo, a Chieti, il processo per i fatti di Ortona
riprende con un colpo di scena. Un evento imprevisto che tra-
sforma la vicenda degli Strela in un affare di Stato. A scoper-
chiare il vaso di Pandora sono i difensori degli imputati. Figure
autorevoli dell’avvocatura romana. Baumgartner è assistito da
Mauro Mellini, parlamentare radicale e futuro membro del
Consiglio superiore della magistratura. Abu Anzeh Saleh si
avvale della difesa di Edmondo Zappacosta, che nel 1973
aveva partecipato al collegio difensivo dei cinque fedayyìn
arrestati a Ostia.20 All’udienza del 10 gennaio 1980 Mellini
si fa latore di un messaggio inviato dal comitato centrale

19
D. Lucca, P. Miggiano, A. Purgatori, A un passo dalla guerra, cit., p. 77.
20
Lorenzo Matassa, Gian Paolo Pelizzaro, Relazione sul gruppo Separat e il
contesto dell’attentato del 2 agosto 1980, commissione parlamentare Mi-
trokhin, p. 94.

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100 I segreti di Bologna

dell’Fplp.21 Il gruppo di Habash rivendica la proprietà dei


missili sequestrati agli autonomi. Sostiene anche la legittimità
del trasporto interrotto dai carabinieri a Ortona. Gli Strela,
peraltro, erano innocui, in quanto destinati a un’officina di
Beirut per la riparazione. Un imprevisto aveva reso necessario
l’aiuto dei compagni italiani, del tutto ignari del contenuto
della cassa prelevata sull’autostrada. Lo stesso Saleh era estra-
neo alla vicenda. La ricostruzione dei fatti proposta ai giudici
di Chieti non è molto convincente. I giornalisti capiscono che
è dettata da mere esigenze difensive. Ma ad attirare la loro
attenzione sarà il passaggio conclusivo della lettera. I palesti-
nesi, infatti, sostengono di essere stati contattati dall’amba-
sciata italiana a Beirut nei giorni successivi ai fatti di Ortona.
Ottenute le delucidazioni richieste, l’ambasciata avrebbe reso
edotto il governo. L’equivoco, quindi, è stato già chiarito e
non ci sono ragioni per guastare il rapporto di amicizia tra
l’Fplp e l’Italia. L’ombra del lodo Moro è appena piombata nel
processo di Chieti.
Le dichiarazioni del Fronte popolare suscitano reazioni ine-
vitabili. Sempre il 10 gennaio 1980 i deputati del Partito radi-
cale presentano un’interpellanza sulla lettera di Habash.
Curiosamente tra i firmatari dell’atto ispettivo figura lo stesso
Mellini.22 I parlamentari chiedono al governo se i colloqui tra
l’ambasciata in Libano e l’Fplp siano realmente avvenuti.
Vogliono sapere, inoltre, se il trasporto degli Strela sia stato
autorizzato dall’Italia in ragione di accordi esistenti con la resi-
stenza palestinese. La lettera, in realtà, non contiene menzioni
esplicite del lodo, ma solo allusioni velate che non sono sfuggite
ai radicali. L’interpellanza provoca un inevitabile imbarazzo
negli ambienti governativi. L’esecutivo è chiamato a rendere
conto di relazioni, presenti e passate, con un’organizzazione
terroristica vicina all’Urss e famosa per l’efferatezza delle sue

21
Giuseppe F. Mennella, A Chieti colpo di scena nel processo degli autonomi.
Agivano per conto dei palestinesi?, «l’Unità», 11 gennaio 1980.
22
Interpellanza n. 2-00280 del 10 gennaio 1980.

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imprese. Difficile credere che un leader come Habash non


abbia previsto simili conseguenze. Il requisito indispensabile
per l’applicazione del lodo è la segretezza. Rendere pubblici gli
affari della nostra diplomazia sotterranea non sembra una
scelta lungimirante. Ma allora a cosa punta l’Fplp? La lettera
serve a ricomporre il dissidio o a mettere in ulteriore difficoltà
il governo italiano? Difficile rispondere. Certo è che il caso
Saleh, dopo l’udienza del 10 gennaio 1980, valica i confini
della provincia teatina per diventare, a tutti gli effetti, un com-
plicatissimo affare internazionale.

Lo scontro Cossiga-Sismi

Il 12 gennaio 1980 «Paese Sera» pubblica un’intervista a Bassam


Abu Sharif.23 Il dirigente dell’Fplp, responsabile del settore
stampa, gode di notorietà nel nostro paese sin dal lontano set-
tembre del 1970. I giornalisti italiani lo ricordano sulla pista
giordana di Zarqa, con il megafono in pugno a impartire ordini
agli ostaggi dei tre aerei dirottati. Al quotidiano romano, Sharif
ribadisce la posizione della sua organizzazione. Da molti anni il
territorio italiano viene utilizzato come via di trasporto delle
armi e il Fronte popolare non intende rinunciare a tale oppor-
tunità. Per tale ragione, insiste nella richiesta di restituzione
degli Strela sequestrati a Ortona. Sharif, però, tiene a tranquil-
lizzare l’opinione pubblica. In caso di mancata collaborazione,
l’Fplp non cercherà di vendicarsi con le autorità italiane.
L’intervista è opera di Rita Porena, una giornalista molto
vicina alla causa palestinese. La donna si trova da tempo al cen-
tro di uno strano groviglio di relazioni che coinvolgono da una
parte il Fronte popolare e dall’altra il centro Sismi di Beirut.
Negli anni Ottanta il magistrato veneziano Carlo Mastelloni
ha cercato di far luce sulla sua figura. La donna sarà indicata
dal giudice istruttore come un’agente a rendimento dei ser-

23
Rita Porena, Il giallo di Ortona, «Paese Sera», 12 gennaio 1980.

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vizi segreti.24 Lei, però, ha sempre negato. La frequentazione


di Stefano d’Arabia, a suo dire, sarebbe dovuta solo a motivi
di lavoro. La Porena vanta un lungo curriculum che ha ini-
zio, addirittura, nell’inchiesta sull’attentato di Settembre nero
all’oleodotto di Trieste. Nel 1972, infatti, il suo nome era stato
rinvenuto nell’agenda personale sequestrata a Parigi nell’abi-
tazione di un terrorista arabo.25 Secondo l’intelligence britan-
nica, la giornalista sarebbe stata utilizzata più volte dall’Fplp
per trasporti di armi via terra e mare. Ma la circostanza non è
mai stata confermata in sentenze di condanna. Da una comu-
nicazione del 1980, inviata dal generale Santovito all’Ucigos,
si ricava un’ulteriore chiave di lettura sul ruolo svolto dalla
Porena a Beirut. La donna sarebbe disponibile a favorire con-
tatti tra il Sismi e l’Fplp, nei casi di urgenza dovuti al rischio di
azioni terroristiche contro l’Italia.26
Il 12 gennaio 1980 è anche il giorno in cui arrivano le
repliche delle autorità italiane. Il primo a protestare è Stefano
D’Andrea, ambasciatore in Libano. Il diplomatico ha saputo
della missiva letta nel processo di Chieti solo dai giornali. Nes-
suno lo ha avvisato della chiamata in causa di Habash. In un
comunicato stampa spiegherà di non aver mai ricevuto dal
Fronte popolare messaggi, né tanto meno spiegazioni sul traf-
fico di armi in Italia. Anche se la smentita ottiene scarsa atten-
zione dai media, l’ambasciatore ha ragione. Avuta notizia della
lettera dell’Fplp, Giovannone era partito per Roma senza avvi-
sarlo delle menzogne di Habash. Il silenzio di Stefano d’Arabia
ha inasprito le tensioni con il diplomatico. D’Andrea, infatti,
non tollera le continue ingerenze dell’ufficiale. Ancora meno
sembra gradire le relazioni del Sismi con il Fronte popolare e
gli altri gruppi terroristici che fanno base a Beirut. La doppia
anima della nostra politica estera, riemersa all’improvviso la

24
Sentenza-ordinanza del giudice istruttore Carlo Mastelloni, Tribunale di
Venezia, procedimento penale n. 204/83.
25
Giuliano Sadar, Il grande fuoco, Mgs Press, Trieste 2015, pp. 161-184.
26
L. Matassa, G.P. Pelizzaro, Relazione sul gruppo Separat, cit., pp. 26-35.

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Il contenzioso tra l’Fplp e il governo Cossiga 103

notte di Ortona, trova la sua proiezione più evidente proprio


nello scontro tra Giovannone e D’Andrea. Un conflitto interno
alle nostre istituzioni che il giudice Mastelloni, nella sentenza
istruttoria sul traffico di armi tra Olp e Br, definirà con effi-
cacia «la guerra dei due Stefani». Il culmine viene raggiunto
quando Giovannone diffonde la falsa notizia di un imminente
sequestro di D’Andrea, allo scopo di costringere il rivale ad
allontanarsi da Beirut.
Ma le novità non sono finite. Sempre il 12 gennaio 1980
viene diramata una nota ufficiale della presidenza del Consi-
glio. Cossiga contesta la lettera dell’Fplp, negando l’esistenza
di accordi tra autorità italiane e organizzazioni palestinesi.
Non esistono intese che riconoscano ai fedayyìn la facoltà
d’introdurre, custodire o trasportare armi nel nostro territo-
rio. Il premier dichiara che il governo non intrattiene rapporti
di alcun genere con l’Fplp, confermando in modo implicito
quelli con le componenti «moderate» dell’Olp. Una precisa-
zione che conferma la volontà di favorire il dialogo in corso tra
la Cee e Arafat. Cossiga affronta anche la questione di Ortona.
In base alle informazioni acquisite, ipotizza che i missili seque-
strati stessero entrando in Italia. Una tesi che, se confermata,
porterebbe a una condanna ancora più severa per Abu Anzeh
Saleh. La nota presidenziale non consente equivoci. L’intesa
di sicurezza stipulata nel 1974 con il Fronte popolare si è dis-
solta. Nessun invito alla clemenza, anche solo velato, viene
rivolto ai magistrati di Chieti. I giudici, al contrario, vedono
avallata dal governo la ricostruzione dei fatti più sfavorevole
agli imputati.
Ma cosa è successo, nel frattempo, tra Giovannone, San-
tovito e il capo del governo? Dopo l’arresto degli autonomi
a Ortona, ma prima di quello di Saleh a Bologna, il Sismi ha
comunicato a Cossiga informazioni dettagliate sulla vicenda
degli Strela. Giovannone si era detto certo dell’estraneità dei
palestinesi nel transito dei missili scoperto dai carabinieri. Le
armi, arrivate dalla Bulgaria tramite la Iugoslavia, erano dirette
nel Libano orientale occupato dai cristiano-maroniti. Un’in-

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terpretazione bizzarra. Il garante del lodo Moro, sostenuto da


Santovito, ha cercato di convincere il capo del governo che i
giovani di Autonomia operaia rifornivano di armi i neo­fascisti
della Falange libanese. Le bugie del Sismi saranno vanificate
dall’arresto a Bologna di Saleh. A quel punto, il ruolo dell’Fplp
nella vicenda non può essere più negato. Cossiga va su tutte le
furie perché ha già utilizzato all’esterno l’appunto depistante
ricevuto dagli uomini di Forte Braschi. Nelle settimane succes-
sive la polemica con i vertici del Sismi non si placa. Avuta noti-
zia della lettera inviata ai giudici di Chieti, il premier convoca
d’urgenza Santovito.27 Quest’ultimo persevera nell’atteggia-
mento elusivo. Messo alle strette, però, tira fuori l’informativa
del dicembre 1979. Il premier scopre che l’Fplp, da oltre un
mese, gli sta chiedendo il rispetto del patto segreto e l’imme-
diata restituzione degli Strela.
Non si può credere che nel gennaio del 1980 il presidente
Cossiga, ministro dell’Interno nei primi anni della solidarietà
nazionale, ignori l’esistenza del lodo Moro. Possibile, invece, che
non ne condivida presupposti e implicazioni. L’Fplp, infatti, è
un gruppo terroristico legato all’Urss. Un rapporto del genere
poteva essere tollerato negli anni della distensione, ma non in
un periodo in cui la Guerra fredda è tornata a imporre le sue
regole. Il premier, del resto, non sembra riporre fiducia nella
diplomazia parallela. Al pari dei colleghi europei è convinto
invece che il ricatto del terrorismo arabo si debba neutralizzare
con l’uso delle forze speciali, come avvenuto a Mogadiscio nel
1977.28 La nuova linea del governo, tuttavia, non indurrà il
Sismi a interrompere i rapporti con il Fronte popolare. San-
tovito, infatti, teme che i vertici politici stiano sottovalutando
il potenziale offensivo del gruppo di Habash. L’informativa di
Sportelli, finalmente esibita a Cossiga, non invita all’ottimi-

27
Lettera di Francesco Cossiga a Enzo Fragalà del 20 luglio 2005.
28
Da ministro dell’Interno, Francesco Cossiga era stato l’ispiratore del
progetto che ha portato alla costituzione di forze speciali sia all’interno
dei carabinieri (Gis) sia della polizia di Stato (Nocs).

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Il contenzioso tra l’Fplp e il governo Cossiga 105

smo. Taysir Qubaa è stato chiaro con Giovannone. Se l’Italia


non rispetta i patti, l’Fplp potrebbe organizzare un’azione di
rappresaglia.

La «confessione» di Miceli

Ma il 16 gennaio è una giornata importante anche per il pro-


cesso di Chieti. I giudici hanno preso visione della nota uffi-
ciale della presidenza del Consiglio. Il governo ha smentito
l’esis­tenza di accordi e rapporti con l’Fplp. La difesa ne prende
atto e prova a dare battaglia. Viene richiesta l’audizione di
numerosi testimoni in grado di confermare il patto segreto che
legittimerebbe il transito delle armi a Ortona. Politici, diploma-
tici, uomini della stampa e funzionari dei servizi segreti. Tra i
testimoni figurano l’ex direttore del Sid Miceli, Giovannone e
Bassam Abu Sharif. Gli imputati chiedono l’intervento in aula
del direttore del Sismi Santovito, dell’ambasciatore a Beirut
D’Andrea e dei giornalisti a conoscenza dell’accordo come Rita
Porena. La corte si riserva e il 22 gennaio rigetta tutte le istanze
istruttorie della difesa. È l’annuncio di una condanna, senza
attenuanti, che arriverà tre giorni più tardi. Gli imputati sono
dichiarati colpevoli dei reati di detenzione e trasporto illegit-
timo di armi da guerra. Vengono invece assolti, con formula
dubitativa, dall’accusa di aver introdotto in Italia il materiale
bellico. La condanna è a sette anni di reclusione ciascuno.
Se il governo accoglie soddisfatto il verdetto di Chieti, negli
uffici del Sismi si vivono ore molto difficili. Santovito e Gio-
vannone sanno che l’esclusione del reato più grave non basterà
a mitigare la reazione di Habash. Sono anche consapevoli di
non poter contare, questa volta, sull’aiuto dei servizi segreti dei
paesi vicini all’Fplp. Siria e Libia, infatti, si mostrano sempre
più indispettite dal nuovo corso della nostra politica estera.
Salvo poche eccezioni, la stampa non riesce a cogliere i timori
diffusi nei corridoi di Forte Braschi. I giornali si soffermano,
piuttosto, sulle motivazioni della sentenza. La maggior parte

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degli opinionisti concorda sulla contraddittorietà delle prove


che riguardano il percorso degli Strela. Tra l’arrivo degli auto-
nomi a Ortona e il controllo dei carabinieri erano trascorsi
pochi minuti. Improbabile che in un arco temporale così
ristretto, Pifano e compagni siano riusciti a prelevare le armi
dalla Sidon ormeggiata sul molo. Anche la presenza di un cardo
nella cassa sequestrata, tipico della flora della zona portuale di
Ortona, è un indizio insufficiente per dimostrare la giacenza
dei missili all’interno della nave. In assenza di prove certe, ha
prevalso la ricostruzione dei fatti più favorevole agli imputati.
Ma l’equilibrio dimostrato dai giudici di Chieti non basta
a spegnere l’incendio. Uno dei primi ad accorgersi della gra-
vità della situazione è Mario Scialoja. «L’Espresso» del 27 gen-
naio 1980 pubblica un suo articolo che riassume con efficacia
il giallo dei missili.29 Scialoja coglie gli aspetti essenziali della
vicenda e li mette insieme. La provenienza sovietica delle armi.
La pericolosità dell’Fplp. Il ruolo cruciale di Giovannone e la
sua rivalità con l’ambasciatore a Beirut D’Andrea. Le smentite
poco convincenti del governo sui rapporti con il terrorismo
palestinese. Ma il vero scoop è il commento sulla vicenda di
Vito Miceli. Nel 1974 l’ex direttore del Sid, terminale dell’ala
filoaraba dei servizi segreti e uomo di fiducia di Moro, ha par-
tecipato di persona alla stipulazione del lodo. L’accordo con i
fedayyìn, peraltro, è coinciso con la rapida fine della sua lunga
carriera nell’intelligence. Arrestato nell’estate del 1974, con
l’accusa di cospirazione contro lo Stato, l’ufficiale verrà assolto
con formula piena. Nel frattempo ha intrapreso una sorpren-
dente carriera politica. La spia prediletta dall’antifascista Moro
è entrata in parlamento grazie all’Msi di Giorgio Almirante.
Miceli è stato eletto nelle fila di un partito i cui vertici, a dif-
ferenza della base, sostengono in prevalenza la causa israe-
liana. Sorte analoga, in precedenza, era toccata al generale De
Lorenzo, direttore del Sifar vicino alla sinistra democristiana e
29
Mario Scialoja, Il nostro agente è svelto come un missile, «l’Espresso», 27
gennaio 1980.

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Il contenzioso tra l’Fplp e il governo Cossiga 107

in seguito parlamentare della «fiamma». Miceli conosce ogni


segreto del lodo Moro. Consapevole delle tensioni generate
dalla sentenza di Chieti, sente il dovere di tornare in campo.
La proverbiale riservatezza dell’agente segreto cede il posto, per
una volta, alla preoccupazione per le conseguenze di un affare
che sembra sfuggito di mano ai politici. L’ex direttore del Sid
non si trincera dietro l’anonimato, concede a Scialoja il pri-
vilegio di riportare le sue dichiarazioni in virgolettato. Rivela
l’esistenza del patto con i fedayyìn, voluto dal governo italiano
per scongiurare il rischio di attentati. Spiega di aver partecipato
personalmente alle trattative di cui tutti i ministri in carica
erano al corrente. Parole chiare che nessuno proverà a smentire.
La nota della presidenza del Consiglio, diramata poche setti-
mane prima, è stata sconfessata pubblicamente. Miceli tiene
anche a precisare che, se la «stessa tecnica» fosse stata adottata
con le Br, Moro sarebbe ancora vivo. Il suo messaggio non
ammette equivoci. La permanenza in carcere di Abu Anzeh
Saleh, rappresentante in Italia dell’Fplp, costituisce un grave
inadempimento degli impegni assunti nel 1974 dal governo
italiano. Violare l’accordo con i fedayyìn significa esporre il
paese a un attentato ritorsivo. Ma lo scoop de «l’Espresso» non
muterà i termini della questione. Anche l’ammonimento del
generale Miceli cade nel vuoto. Da Palazzo Chigi non giun-
gono repliche. Il governo Cossiga ha scelto la linea dura contro
l’Fplp e vuole andare sino in fondo.

La collaborazione di Peci

Mentre il governo italiano deve gestire il contenzioso con


l’Fplp, un avvenimento inatteso segna la svolta nella lotta al
terrorismo. Il 19 febbraio 1980, a Torino, i carabinieri arre-
stano Patrizio Peci. L’operazione porterà a risultati clamorosi.
Per la prima volta un militante delle Brigate rosse decide di
collaborare con la giustizia. Un evento imprevisto che incrina
l’aura d’invincibilità delle Br. Peci porta in dote all’anticrimine

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una mole impressionante d’informazioni. Spiega il funziona-


mento dell’organizzazione, indica i covi, fa i nomi dei brigatisti
sconosciuti. Ma, soprattutto, svela le relazioni internazionali
gestite personalmente da Mario Moretti. Sarà proprio il primo
brigatista pentito a fornire all’esecutivo la prova definitiva del
doppio gioco dei palestinesi.
Sulle modalità della sua cattura, e del repentino pentimento,
circolano da sempre numerose ipotesi. Secondo la ricostruzione
ufficiale, Peci è stato individuato mentre passeggiava per strada
assieme a un altro brigatista, Rocco Micaletto. Per alcuni,
invece, Peci sarebbe un infiltrato dei carabinieri giunto al ter-
mine della propria missione.30 La tesi si basa sul sospetto, mai
supportato da prove, che il terrorista marchigiano abbia pre-
stato il servizio militare nell’Arma. È certo, però, che i carabi-
nieri abbiano utilizzato infiltrati. Il generale Dalla Chiesa non
lo ha mai negato, anche se i nomi dei suoi agenti sono rimasti
segreti. Di recente Domenico Di Petrillo, all’epoca uno degli
uomini di punta dell’antiterrorismo, ha riferito importanti det-
tagli, tra cui che nel 1979 c’è stato l’inserimento di un infiltrato
nella colonna romana delle Br grazie all’aiuto del Pci.31
C’è poi un’altra voce che circola sul conto di Peci, ovvero
che avrebbe accettato la proposta di collaborazione con le isti-
tuzioni due mesi prima dell’arresto ufficiale. È rimasto libero
sino al febbraio del 1980 solo per consentire l’individuazione
di altri brigatisti. Nel dicembre del 1979, infatti, l’uomo
sarebbe caduto in una trappola tesa dai carabinieri grazie alle
informazioni fornite dal fratello Roberto. A esserne convinto
è Giovanni Senzani, che nel giugno del 1981 organizzerà il
sequestro punitivo di Roberto Peci, in aperto contrasto con la
direzione strategica delle Br. Il cadavere del giovane sarà rinve-
nuto a Roma all’alba del 3 agosto successivo.

30
Stefano Grassi, Il caso Moro. Un dizionario italiano, Mondadori, Milano
2008, pp. 545-546.
31
Fabiola Paterniti, Tutti gli uomini del generale, Melampo, Milano 2015,
pp. 115-116.

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Il contenzioso tra l’Fplp e il governo Cossiga 109

Ancora oggi tempistiche e modalità del pentimento di Peci


non sono del tutto chiare. Ma l’efficacia della sua collabora­
zione con la giustizia non ammette dubbi. Lo intuisce subito
Dalla Chiesa, che dal dicembre del 1979 è al comando della
divisione Pastrengo. In poco più di un mese, il generale incon­
trerà quattro volte il brigatista. Anche il Sisde, consapevole
della posta in gioco, invia i suoi agenti nel carcere di Cuneo.
Ma l’ingerenza del servizio segreto civile non è gradita ai
carabinieri, che vorrebbero gestire Peci da soli e nella mas­
sima segretezza. Il maresciallo Angelo Incandela, autore dei
primi colloqui informali con il terrorista, dovrà inviare i nastri
di quelle registrazioni sia ai carabinieri che al Sisde.32 Dalla
Chiesa, però, ottiene la competenza esclusiva nell’utilizzo del
collaboratore. I risultati si riveleranno devastanti per le Br. Il
28 marzo 1980 i carabinieri scoprono cinque covi dislocati
in Piemonte. La stessa notte, a Genova, scatta un’operazione
senza precedenti. I militari irrompono nella base brigatista di
via Fracchia, nota a Peci per aver ospitato una riunione della
direzione strategica. Vengono uccisi i quattro terroristi pre­
senti. L’unico ferito dell’Arma è il maresciallo Rinaldo Benà,
ufficialmente colpito da un proiettile esploso dai brigatisti.
L’irruzione di via Fracchia farà discutere a lungo. Stando alla
ricostruzione giudiziaria, la sparatoria è dovuta alla reazione
dei terroristi. Le Br, invece, sostengono che lo Stato abbia
comandato una rappresaglia con il preciso scopo d’intimidire
membri, fiancheggiatori e simpatizzanti del partito armato.
Per altri ancora, lo scopo ultimo dell’azione cruenta e senza
testimoni sarebbe l’acquisizione dell’originale del memoriale
Moro o di altro materiale da tenere segreto.
Nel frattempo Peci viene trasferito d’urgenza a Torino. A
chiedere l’allontanamento dal penitenziario di Cuneo è pro­
prio Dalla Chiesa. La collaborazione dell’uomo, tenuta ancora
segreta, sembra spaventare qualcuno. Negli ambienti dell’anti­
crimine circola il sospetto che i servizi segreti stiano proget­

32
S. Flamigni, I fantasmi del passato, cit., p. 173.

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tando una clamorosa evasione in elicottero di Peci.33 Il 1° aprile


1980 il pentito viene ascoltato per la prima volta dai magistrati
torinesi. Il terrorista illustra le relazioni internazionali dell’orga-
nizzazione. Spiega la delusione delle Br per il fallimento dell’ot-
tobre tedesco e che l’efficienza militare della Raf è vanificata
dallo scarso radicamento tra le masse. Anche l’Eta e l’Ira non
sembrano entusiasmare i brigatisti per la natura prevalente-
mente indipendentista. Peci si sofferma a lungo sui palestinesi.
La sua confessione infligge un colpo durissimo al lodo Moro,
messo in crisi già dalla vicenda degli Strela. I collegamenti tra
terroristi italiani e fedayyìn, negati sia dall’Fplp che dal Sismi
dopo i fatti di Ortona, trovano definitiva conferma. Carabi-
nieri e magistrati intuiscono che Peci è sincero, ma dispone
d’informazioni limitate. Le notizie, infatti, provengono dalle
confidenze dei compagni di lotta Moretti e Savasta. Il pentito
riferisce di incontri a Parigi con i livelli più bassi, noti però ai
vertici palestinesi.34 Verrà appurato che, in realtà, le Br hanno
concertato un piano operativo con un alto dirigente dell’Olp.
Nonostante le imprecisioni, la portata della deposizione di Peci
è devastante. La rivelazione più clamorosa riguarda il viaggio di
Moretti in Libano. Il pentito racconta che, due mesi prima degli
arresti di Ortona, le Br hanno fatto sbarcare in Italia l’arsenale
ricevuto dai fedayyìn in Libano. Si tratta del noto viaggio effet-
tuato da Moretti a bordo dell’imbarcazione a vela Papago per
caricare esplosivi, bombe a mano, fucili e mitragliatori. Peci si
limita a precisare una suddivisione delle armi tra l’Olp e le Br.
In seguito si scoprirà che una porzione del carico trasportato in
Italia era destinata agli altri gruppi europei. Peci ignora l’iden-
tità di Savasta, di cui conosce solo il nome di battaglia, «Diego».
Ai magistrati torinesi lo indicherà come il «sardo», per rimar-

33
Da Giancarlo Caselli è giunta conferma delle voci, anche a suo avviso
mai verificate, sul presunto tentativo dei servizi segreti di procurare l’eva­
sione di Peci.
34
Interrogatorio di Patrizio Peci del 1° e 2 aprile 1980, Tribunale di Tori-
no, commissione parlamentare Moro, volume 64.

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Il contenzioso tra l’Fplp e il governo Cossiga 111

care il ruolo svolto nella costituzione della colonna brigatista


all’interno dell’isola. E solo il «sardo» e una famiglia del luogo
sarebbero a conoscenza della grotta dov’è nascosta gran parte
delle armi palestinesi. Nella primavera del 1980, grazie a Peci,
le nostre autorità scoprono che uno dei depositi a disposizione
dei fedayyìn si trova proprio in Barbagia. Il pentito spiega anche
che i mitra Sterling sequestrati nel covo brigatista di Biella
provengono dal carico dell’Olp. I carabinieri lo prendono sul
serio, mentre il Sismi mette in dubbio le sue dichiarazioni. Il
colonnello Nicolò Bozzo, uno dei collaboratori di Dalla Chiesa,
sostiene che gli uomini di Santovito avrebbero potuto acquisire
la prova della sincerità di Peci sin dalla primavera del 1980.35 Le
copie dei verbali d’interrogatorio del pentito, infatti, vengono
consegnate ai servizi segreti. A Forte Braschi, quindi, sarebbe
bastato ricostruire lo strano percorso compiuto dagli Sterling
negli anni precedenti. In origine i mitra di fabbricazione britan-
nica erano stati acquistati dalle autorità tunisine. Nel 1968 la
Tunisia li aveva ceduti effettivamente all’Olp. Le armi, inoltre,
presentano una particolare punzonatura che viene apposta pro-
prio da un’officina libanese gestita dai fedayyìn. Una specie di
marchio di fabbrica. Peci, quindi, ha raccontato la verità anche
sulla collaborazione tra Br e palestinesi.
Ogni sua dichiarazione, del resto, sarà confermata da Anto-
nio Savasta, che si pente subito dopo il suo arresto, avvenuto
nel gennaio del 1982. Il «sardo» che incontrava Moretti alla
stazione di Bologna richiamerà l’attenzione sull’ospitalità con-
cessa dalla Francia agli uomini della resistenza palestinese.
L’Olp, infatti, sembra intrattenere con le autorità francesi rap-
porti ben più solidi di quelli garantiti dal lodo Moro. Dopo
la morte di Wadie Haddad è Abu Ayad, capo dell’intelligence
dell’Olp, a gestire i rapporti con i gruppi armati che operano
in Europa. Alla fine del 1978 Ayad, lo stesso che nei mesi pre-
cedenti aveva escluso la possibilità di stabilire un contatto con

35
Sentenza-ordinanza del giudice istruttore Carlo Mastelloni, Tribunale di
Venezia, procedimento penale n. 204/83.

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112 I segreti di Bologna

i sequestratori di Moro, chiede alle Br una collaborazione più


intensa in cambio della fornitura di armi ed esplosivo. Savasta
ha evidenziato l’iniziale timore per l’insistenza dimostrata dai
fedayyìn, sospettando una trappola delle nostre autorità.36 La
solidarietà dell’Fplp, in effetti, può spiegarsi con la comune
identità marxista. Il Fronte popolare, inoltre, non ha mai
smesso di compiere azioni terroristiche in Europa. Il doppio
gioco di Habash con il governo italiano potrebbe sembrare alle
Br una linea di condotta comprensibile. Ma Ayad non milita
nell’Fplp. Il capo dell’intelligence palestinese proviene dalle fila
di Al Fatah ed è il vice di Arafat. Le Br sanno che quest’ultimo
ha rinunciato da tempo alle operazioni terroristiche nel Vec-
chio continente per dare inizio al nuovo corso diplomatico.
Proprio l’Italia rappresenta il perno della nuova strategia. In
ottemperanza al lodo Moro, Roma deve svolgere la funzione
di cerniera con gli altri paesi della Cee. In più occasioni, del
resto, il nostro paese è intervenuto all’assemblea dell’Onu per
sostenere la causa dei palestinesi. Com’è possibile, si chiedono
i brigatisti, che sia proprio il gruppo di Arafat a voler armare
un’organizzazione che fa la guerra allo Stato italiano?
La risposta fornita da Ayad è chiara e aiuta a comprendere
l’enorme pasticcio in cui l’Italia è andata a cacciarsi con la sti-
pulazione del lodo Moro. Nell’Olp, infatti, la componente
marxi­sta è minoritaria ma qualificata e determinante. I comu-
nisti sono presenti anche all’interno di Al Fatah, dove preval-
gono però altri orientamenti. Esiste un asse di estrema sinistra
che non si limita al Fronte popolare di Habash, o al Fronte
democratico per la liberazione della Palestina (Fdlp) di Nayef
Hawatmeh, ma è trasversale all’intera Olp.37 Un asse inserito
nel progetto rivoluzionario internazionale a cui partecipano

36
Interrogatorio di Antonio Savasta dell’8 giugno 1982, Tribunale di Roma,
procedimento penale n. 175/81.
37
Interrogatorio di Antonio Savasta al pm Guido Papalia del 1° febbraio
1982, Procura della Repubblica di Verona, commissione parlamentare
Moro, volume 85.

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Il contenzioso tra l’Fplp e il governo Cossiga 113

anche le Br. È l’Urss, spiegherà Mario Moretti ai compagni più


fidati, che sostiene dietro le quinte il progetto rivoluzionario.
Anche Ayad è marxista e si rivolge a Moretti chiamandolo
«compagno». Dagli archivi sovietici risulterà che il capo dei
servizi segreti dell’Olp è in stretti rapporti con il Kgb. Lo è al
punto che, nel 1978, ha chiesto e ottenuto la sostituzione
dell’agente di collegamento sovietico a Beirut.38 Ayad spiega
alle Br che l’ala marxi­sta dell’Olp è fermamente contraria alla
collaborazione con i paesi europei e intende proseguire la lotta
armata. Per questo vuole che i compagni italiani, al pari dei
tedeschi, siano disponibili a colpire gli obiettivi antipalestinesi
nei loro paesi.
La consegna dell’arsenale libanese alle Br, rivelata da Peci,
serve a questo scopo. La contraddizione più grave del lodo
Moro è rimasta latente per anni. Nell’aprile del 1980 comincia
a emergere pericolosamente. Il nostro governo ha stipulato un
patto segreto con gruppi che hanno armato le Br per aumen-
tare il volume di fuoco in Italia.
È proprio l’imbarazzante groviglio di rapporti tra Br, fedayyìn
e servizi segreti italiani a spiegare l’insistenza con cui il Sismi
negherà credibilità a Peci. Ma Cossiga, già contrariato per i
fatti di Ortona, ritiene ormai colma la misura. Nella primavera
del 1980 il premier chiederà a Franco Mazzola, sottosegretario
di Stato con delega per i Servizi di sicurezza, di organizzare
incontri periodici con i direttori di Sismi e Sisde. Il governo
pretende aggiornamenti costanti sulla vicenda scottante delle
armi consegnate dall’Olp al terrorismo italiano.

38
C. Andrew, V. Mitrokhin, L’archivio Mitrokhin, cit., p. 260.

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L’Italia sotto minaccia

Il cambio di rotta della nostra politica estera

Nel marzo del 1980 il ministero dell’Interno lancia l’allarme.


La detenzione di Abu Anzeh Saleh sta irritando il Fronte
popolare, che non esclude un’azione ritorsiva contro l’Italia.1 A
riferirlo è l’Ucigos, che a Bologna dispone di una fonte «qua-
lificata». Il ministro dell’Interno Virginio Rognoni deve fron-
teggiare la minaccia del terrorismo palestinese in un momento
particolarmente delicato per il governo. A breve, infatti, Cos-
siga rassegnerà le dimissioni per dare vita a un nuovo esecutivo
aperto al Psi. La svolta impressa dal premier alla nostra politica
estera può trovare continuità grazie a due eventi strettamente
collegati e in parte inattesi. La sconfitta di Andreotti al con-
gresso nazionale della Dc e la conferma di Craxi alla segreteria
del Partito socialista.
Per capire cosa è accaduto nelle stanze del potere, occorre
fare un passo indietro. Nel febbraio del 1980 il governo sembra
arrancare. Cossiga è sostenuto da una maggioranza esigua ed
eterogenea che si divide sulle questioni interne e fatica a difen-
dere le scelte di politica internazionale. Non c’è solo l’opposi-
zione, infatti, a contestare l’approvazione degli euromissili o il
deterioramento dei rapporti con la Libia. Anche una parte della

1
Lorenzo Matassa, Gian Paolo Pelizzaro, Relazione sul gruppo Separat e il
contesto dell’attentato del 2 agosto 1980, commissione parlamentare Mi-
trokhin, p. 31.

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L’Italia sotto minaccia 115

Dc teme che il nuovo corso stia nuocendo agli interessi italiani


nel Mediterraneo. Nei palazzi del potere serpeggia il timore
di un arruolamento dell’Italia nella crociata contro Gheddafi
che francesi e americani stanno per intraprendere. Attorno alla
questione libica è riesploso il tradizionale conflitto tra le due
anime della politica italiana. La prima tesa a ribadire l’ineludi-
bilità del vincolo atlantico e di tutti gli impegni che potrebbero
derivarne. La seconda volta a tutelare i rapporti economici con
il regime di Tripoli. Rapporti ritenuti imprescindibili per via
della dipendenza energetica, compensata peraltro dall’ampio
volume di esportazioni e commesse a nostro favore. Lo scontro
sulle questioni internazionali sembra riflettersi, in modo sim-
metrico, sugli affari interni. Sia la sinistra democristiana che la
corrente guidata da Andreotti contestano la linea di Cossiga,
tesa a costituire un asse con il Psi «anticomunista» di Craxi. In
alternativa, viene proposto il ritorno alla solidarietà nazionale.
La resa dei conti in casa Dc ha inizio il 15 febbraio 1980, con
l’apertura a Roma del quattordicesimo congresso nazionale.
Andreotti parte con i favori del pronostico, potendo contare
sull’appoggio di Benigno Zaccagnini e Ciriaco De Mita, che
puntano all’unità morale e sociale del paese da raggiungere
attraverso una «larga solidarietà» estesa anche al Pci. Il fronte
contrapposto vede Arnaldo Forlani e Carlo Donat-Cattin pre-
sentare mozioni diverse ma accomunate da un unico «pream-
bolo»: l’impegno a escludere i comunisti dalle future intese
governative. A sorpresa quest’ultimo schieramento ottiene i
consensi dell’ampia corrente «dorotea» aggiudicandosi il 57,7
per cento dei voti congressuali. Il dimissionario Zaccagnini
deve cedere la segreteria al doroteo Piccoli, mentre Forlani
assume la presidenza del partito. L’inattesa sconfitta di Giulio
Andreotti segna una svolta epocale, sancendo l’irrealizzabilità
del progetto di un «compromesso storico» tra la Democrazia
cristiana e il Pci.
Berlinguer si vede messo all’angolo, ma prova a giocare le sue
carte. Sa di essere stimato dall’opinione pubblica. Da tempo,
inoltre, sta fornendo un aiuto concreto nella lotta al terrori-

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116 I segreti di Bologna

smo.2 È convinto soprattutto che l’aiuto offerto alla Dc, nei


momenti di maggiore difficoltà, debba essere ricompensato con
la rimozione della pregiudiziale anticomunista. Il segretario del
Pci decide l’invio immediato di una delegazione negli Usa per
convincere il presidente Carter dell’evoluzione democratica
del partito. Ma l’ambasciata statunitense si rifiuta di organiz-
zare una visita ufficiale. Il Pci, allora, deve accontentarsi di un
viaggio informale. Nonostante l’impegno di Romano Ledda e
Napoleone Colajanni, i rappresentanti inviati a Washington,
il viaggio porterà a incontri di scarsa rilevanza per concludersi
senza alcun risultato.3
La vittoria della coalizione anticomunista al congresso della
Dc genera un effetto a catena. La sconfitta della linea favore-
vole alla solidarietà nazionale consente a Craxi di conservare la
segreteria del Psi. Nei mesi precedenti, infatti, il leader sociali-
sta ha faticato a contenere la spinta dell’opposizione interna che
si riconosce nelle posizioni di Claudio Signorile. Quest’ultimo
invoca l’unità a sinistra, considera Andreotti il suo referente
naturale nella Dc e auspica la partecipazione del partito a un
esecutivo esteso al Pci. A suo avviso, la situazione di emergenza
della politica italiana non consente alternative. Craxi invece
insiste sul tema della governabilità, ottenibile solo attraverso
un’intesa tra democristiani e Psi che porti all’esclusione defini-
tiva dei comunisti. I rapporti di forza sembrano dalla parte di
2
Il Pci reagì sdegnato alle accuse di quanti sostenevano che le Br facessero
parte dell’album di famiglia dei comunisti italiani. Quando lo scandalo
esplose in casa Dc, i comunisti non lesinarono critiche. Nella primavera
del 1980, Patrizio Peci rivelò ai magistrati che Marco Donat-Cattin,
figlio del senatore democristiano, era un terrorista di Prima linea. Il
giovane aveva partecipato anche all’omicidio del sostituto procuratore
di Milano Emilio Alessandrini. Il Pci cercò di far votare al parlamento
la messa in stato di accusa del premier Cossiga, a cui veniva imputata
la fuga di notizie che aveva permesso a Marco Donat-Cattin di evitare
l’arresto e fuggire in Francia.
3
Paolo Mastrolilli, Maurizio Molinari, L’Italia vista dalla Cia, Laterza,
Roma-Bari 2005, pp. 147-150.

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L’Italia sotto minaccia 117

Signorile, ma l’esito del congresso democristiano ha provocato


un rimescolamento delle carte. Il progetto delle «larghe intese»
inclusive del Pci è diventato impraticabile. Signorile ne prende
atto e agisce di conseguenza. In occasione del comitato centrale
del marzo 1980, lascerà campo libero a Craxi.4

La porta in faccia a Gheddafi

Il 4 aprile 1980 nasce il secondo governo Cossiga, un tripar-


tito Dc, Psi e Pri che proseguirà nella strada intrapresa nei mesi
precedenti. Il socialista Lelio Lagorio, diventato ministro della
Difesa, decide di bloccare immediatamente i nuovi contratti
per la fornitura di armi alla Libia. Nella primavera del 1980
il nostro paese ritiene di non poter confermare il sostegno a
un regime ostile ai suoi alleati.5 Gheddafi è infuriato per il
volta­faccia italiano. Lo mette in relazione ai segnali sempre più
allarmanti captati dai suoi apparati di sicurezza, ben supportati
dai nuovi amici sovietici. Anche la situazione interna comincia
a farsi difficile. Nel marzo del 1980, a Tobruk, un nucleo di
attivisti filomonarchici apre il fuoco contro le «guardie verdi»
intervenute per reprimere una manifestazione di protesta. A
sorpresa, il governatore della città, Idris Sheybi, non reagisce
contro i dimostranti, giustificando l’inerzia con motivazioni
poco convincenti. In realtà, anche lui condivide la protesta.
L’alto ufficiale sta partecipando alla cospirazione organizzata
dall’Egitto contro Gheddafi, che si avvale anche di alcuni ita-
liani, imprenditori e liberi professionisti ufficialmente in Cire-
naica per motivi di lavoro.
Nel frattempo la tensione continua a salire. Il 17 marzo 1980
il premier maltese Dom Mintoff annuncia un trattato di assi-
stenza militare con la Libia. L’intesa è sorprendente perché i

4
Gianni De Michelis, Francesco Kostner, La lunga ombra di Yalta, Marsi-
lio, Venezia 2003, pp. 50-52.
5
Sergio Flamigni, I fantasmi del passato, Kaos, Milano 2001, p. 136.

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118 I segreti di Bologna

rapporti tra i due paesi non sono buoni. Da tempo La Valletta


e Tripoli si contendono la sovranità sul banco di Medina, un
basso fondale quasi equidistante tra la costa maltese e quella
libica. La Nato segue con apprensione le sorti di Malta, che è
stata a lungo un protettorato britannico. Nonostante le appa-
renze, infatti, la piccola isola riveste un’elevata importanza stra-
tegica nello scacchiere mediterraneo. Nel 1972 la flotta atlan-
tica era riuscita a impiantarsi nelle basi navali di Malta. Mintoff
aveva ottenuto condizioni contrattuali molto vantaggiose,
minacciando in alternativa un’intesa con i sovietici. Scaduta la
locazione, però, Malta ha resistito alle pressioni britanniche e
statunitensi esigendo l’allontanamento delle navi occidentali.
Mintoff è convinto che dalla neutralità del paese possano deri-
vare maggiori vantaggi economici. Emblematica è apparsa la sua
scelta di disertare le riunioni di Ginevra e Strasburgo, convocate
dai paesi europei per valutare un eventuale boicottaggio delle
Olimpiadi estive a Mosca. L’accordo militare tra Malta e Libia
giunge proprio nel momento in cui quest’ultima si è avvicinata
pericolosamente all’Urss. I vertici della Nato sono allarmati e
studiano le contromisure da adottare con la massima urgenza.
Nel 1980 i fronti aperti da Gheddafi sono molteplici. Il
colonnello si scaglia contro Arafat, ordinando la chiusura degli
uffici dell’Olp a Tripoli.6 I libici, al pari dei siriani, sono adirati
con il leader della resistenza palestinese per la sua politica di
avvicinamento all’Europa. Assad e Gheddafi sono infastiditi
anche dal tentativo dell’internazionale socialista di promuo-
vere una soluzione politica del conflitto tra palestinesi e israe-
liani. Né sono rallegrati dal fatto che i paesi europei hanno ini-
ziato a ospitare rappresentanze diplomatiche dell’Olp. Arafat si
trova in difficoltà. Da una parte, non intende rinunciare alle
opportunità prospettate dagli europei. Dall’altra, non può per-
mettersi di recidere il legame con la Libia. Promette allora una
linea più aggressiva. Ma le azioni armate, organizzate a Gaza e

6
Valerio Cutonilli, Gianluca La Penna, Strage all’italiana, Trecento, Roma
2007, p. 104.

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L’Italia sotto minaccia 119

in Cisgiordania per ribadire la forza militare di Al Fatah, non


basteranno al regime libico. Per Gheddafi, l’unica strada da
percorrere è quella indicata dall’Fplp di George Habash. La
lotta armata in Israele e in Europa.

La vendetta del raìs

Nella primavera del 1980 Gheddafi decide di sbarazzarsi dei


suoi nemici rifugiati all’estero. Il dittatore di Tripoli è convinto
che gli esuli siano coinvolti nelle trame che gli occidentali
stanno organizzando insieme all’Egitto. Il 21 marzo 1980, a
Roma, il cadavere di un uomo sulla quarantina viene rinvenuto
all’interno di una Bmw 740. Si tratta di Salem Mohamed el
Rtemi, un cittadino libico dall’apparenza innocua che dirige
un’agenzia di import-export in via Nomentana.7 Mentre i media
s’interrogano sul movente dello strano omicidio, a Forte Bra-
schi sanno che non si tratta di un’azione isolata. È appena ini-
ziata una carneficina che i nostri servizi segreti hanno previsto
con mesi di anticipo.
Il 27 aprile il governo riceve dall’ambasciata di Tripoli un
telefax urgente che contiene la trascrizione dell’avvertimento
inviato da Gheddafi. In caso di mancata consegna dei nemici
della rivoluzione, verranno adottate «very strong measures» con-
tro l’Italia.8 Misure molto forti promesse da un dittatore che è
noto per dare ospitalità e sostegno ai gruppi terroristici attivi
in Europa. Cossiga, in realtà, è a conoscenza del ricatto libico
sin dal novembre del 1979. È stato informato dal generale dei
carabinieri Roberto Jucci, volato in Libia per tentare una ricom-
posizione bonaria dei dissidi. Questa volta il premier Cossiga
non impone la linea intransigente adottata nel caso dell’Fplp.

7
Sentenza-ordinanza del giudice istruttore Rosario Priore, Tribunale di
Roma, procedimento penale n. 527/84.
8
Giovanni Fasanella, Rosario Priore, Intrigo internazionale, Chiarelettere,
Milano 2010, p. 166.

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Le relazioni commerciali con Tripoli sono indispensabili per


l’eco­nomia italiana sempre più in crisi. L’esi­genza di tutelare gli
interessi nostrani in Libia obbliga a una scelta sofferta e con-
traddittoria. Nella primavera del 1980, Santovito ottiene il via
libera. Il Sismi può consegnare ai servizi segreti di Gheddafi la
lista dei dissidenti con l’indicazione delle date per agire.9
La mattanza degli esuli prosegue per settimane, a Roma e
Milano. L’11 giugno, alla stazione ferroviaria del capoluogo
lombardo, viene ucciso Azzedine Lahderi. Questa volta sono
colpiti anche gli interessi italiani perché la vittima è un infor-
matore del Sismi. Lahderi, infatti, ha rivelato notizie clamo-
rose sul rapporto triangolare tra Br, terrorismo palestinese e
servizi segreti libici. Dalla fonte «Damiano» si era appreso di
una riunione segreta, avvenuta a Beirut nel febbraio del 1975,
tra il leader dell’Fplp Habash, il capo dell’intelligence palesti-
nese Abu Ayad e alcuni militanti delle Br.10 Anche la Cia era
interessata alla collaborazione del dissidente libico e non gra-
disce la complicità italiana nell’omicidio di Milano. Il nostro
paese sembra afflitto da una crisi psicotica. Da una parte, il
governo interrompe le forniture di armi alla Libia, in ossequio
alle alleanze militari. Dall’altra, il Sismi aiuta Gheddafi a sba-
razzarsi degli oppositori filo occidentali. Ad aggravare ulterior-
mente la situazione, c’è l’arresto «casuale» di alcuni sicari libici
coinvolti nella mattanza. La loro detenzione rischia di generare
un caso molto simile a quello di Abu Anzeh Saleh.

Silvio Di Napoli: l’uomo chiave del Sismi

A preoccupare Santovito, però, non c’è solo il rischio di restare


stritolati nella morsa del conflitto libico-americano ormai pros-

9
Requisitoria dei pm Giovanni Salvi e Vincenzo Roselli, Tribunale di
Roma, procedimento penale n. 266/90.
10
Gianni Flamini, L’amico americano, Editori Riuniti, Roma 2005, pp.
133-134.

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L’Italia sotto minaccia 121

simo alla deflagrazione. Le notizie che Giovannone invia da


Beirut confermano il pericolo, sempre più incombente, di
un’azio­ne terroristica nel territorio italiano. L’eventualità di una
rappresaglia dell’Fplp per i fatti di Ortona trova conferme e si
sta arricchendo di particolari sempre più inquietanti. Alla rice-
zione dei messaggi inviati dal Maestro è preposto un ufficiale di
artiglieria che sembra arrivato nell’intelligence quasi per caso.
Per sua stessa ammissione, Silvio Di Napoli non vanta alcuna
esperienza nel settore informativo. Eppure, nei primi mesi del
1979, viene cooptato da Santovito in persona, che lo conosce e
ne apprezza le qualità. Il direttore si fida al punto da mettere Di
Napoli a capo di una sezione «autonoma» del servizio segreto
appositamente costituita. Di norma, le sezioni dipendono in
via gerarchica dal capo della divisione competente. Il nuovo
affiliato, invece, è chiamato a rispondere personalmente a San-
tovito. La divisione del Sismi che sconta l’inu­suale deroga è la
seconda, quella che si occupa della ricerca all’estero. Non una
cosa da poco. La quinta sezione autonoma affidata a Di Napoli
si vede assegnata proprio la gestione del centro di Beirut. Dal 4
gennaio al 12 ottobre 1979 l’attività operativa in Libano, sot-
tratta al vaglio naturale del direttore della seconda divisione,
viene posta sotto il controllo diretto di Santovito. Negli anni
Ottanta, il giudice veneziano Mastelloni cercherà di far luce
sulle ragioni dell’anomalia, arrivando a sospettare un nesso con
la consegna dell’arsenale palestinese alle Br avvenuta in Libano
nel periodo di vigenza della sezione autonoma. L’inchiesta,
però, non approderà ad alcun risultato, anche perché sulle mis-
sioni speciali di Di Napoli viene opposto per ben due volte il
segreto di Stato.11
Nell’ottobre del 1979, dopo lo scioglimento della sezione
autonoma, Di Napoli resta nel Sismi diventando vicecapo della
seconda divisione. Continuerà a essere il destinatario «tecnico»
di tutti i messaggi che arrivano dal Libano. Viene aggiornato

11
Gianni Flamini, Claudio Nunziata, Segreto di Stato, Editori Riuniti,
Roma 2002, p. 33.

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costantemente da Giovannone sulle reazioni negative dell’Fplp


all’arresto di Abu Anzeh Saleh. Di Napoli riceve un’informa-
tiva che farà tremare le mura di Forte Braschi. La condanna di
Saleh ha indotto Habash a passare dalle parole ai fatti. L’azione
di rappresaglia contro il nostro paese, minacciata dal Fronte
popolare sin dal dicembre del 1979, è appena entrata nella fase
esecutiva.

Un attentato senza rivendicazioni

Silvio Di Napoli è l’ufficiale del Sismi che, nella primavera del


1980, è addetto alla ricezione dei messaggi in cifra provenienti
dal centro Sismi di Beirut. In ragione del suo incarico, Di
Napoli viene a conoscenza del contenzioso in corso tra l’Ita­lia e
l’Fplp. Sarà testimone diretto dei contrasti tra il direttore Santo-
vito e l’esecutivo Cossiga, ma anche di quelli interni al servizio.
I vertici del Sismi sono stati nominati durante il periodo della
solidarietà nazionale e restano fedeli alla politica filoaraba. Di
Napoli si accorge che l’arresto di Abu Anzeh Saleh ha messo in
difficoltà Giovannone, conosciuto dai colleghi come il grande
protettore del giovane palestinese. Inizialmente, il Maestro ha
cercato di attribuire gli Strela sequestrati in Abruzzo ai neo­
fascisti libanesi. Ma i carabinieri sono riusciti a inchiodare Saleh,
dimostrando il suo legame con gli autonomi romani che tra-
sportavano i missili. Posto davanti all’evidenza, Stefano d’Ara­
bia ha dovuto mutare strategia. Da quel momento, si è visto
costretto a confermare la versione difensiva del Fronte popolare.
Le armi stavano uscendo dal nostro paese. Il tutto è avvenuto
nel rispetto dell’accordo di sicurezza voluto da Moro nel 1974.
Il coinvolgimento degli autonomi è casuale perché l’Fplp non
intrattiene rapporti con il terrorismo italiano. Ma Cossiga è
ormai convinto del contrario. Da alcuni mesi, il premier sem-
bra fidarsi più dei carabinieri che del Sismi. Il generale Dalla
Chiesa, del resto, ha trovato la prova del filo rosso che unisce i
fedayyìn all’eversione di sinistra. Le rivelazioni di Peci sull’arse-

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L’Italia sotto minaccia 123

nale dei palestinesi consegnato alle Br, poche settimane prima


dell’incidente di Ortona, hanno violato il segreto custodito a
fatica negli uffici del Sismi. Il lodo Moro non sembra garantire
più nessuno. Se l’ala oltranzista dell’Olp lo ha eluso più volte,
armando le Br, il governo italiano lo ha disconosciuto con la
nota ufficiale diramata nel gennaio del 1980. D’ora in poi il
transito di armi nel nostro territorio esporrà i fedayyìn e i loro
complici al rischio di essere seguiti e arrestati. E l’Italia, di con-
seguenza, non è più al sicuro da attentati di matrice palestinese.
Di Napoli viene a sapere del lodo da Giovannone. Quest’ul-
timo si prodiga per garantire a Saleh la stessa benevolenza riser-
vata ai fedayyìn arrestati negli anni precedenti. Questa volta,
però, la strada appare tutta in salita. Habash, infatti, è irritato
dal voltafaccia italiano. Ha reagito alla mancata scarcerazione
del suo uomo a Bologna minacciando un attentato ritorsivo
contro il nostro paese. Giovannone, però, avvisa che l’Fplp
vuole adottare un accorgimento che rischia di ostacolare ogni
attività di prevenzione. L’azione terroristica, infatti, resterà
priva di rivendicazioni ufficiali.12 L’attentato deve rappresen-
tare un segnale chiaro al governo italiano ma incomprensibile
per l’opinione pubblica. Una tecnica ormai nota ai nostri appa-
rati di sicurezza. È la stessa, in fondo, utilizzata in tutte le stragi
che dal dicembre del 1969 in poi hanno insanguinato l’Italia.
Il Maestro è turbato, fa capire alla centrale che i «mode-
rati» dell’Olp non verranno in aiuto dell’Italia. La previsione
potrebbe stupire. Per quale ragione il governo italiano non deve
confidare nell’intervento pacificatore di Arafat, che da anni ha
rinunciato a organizzare attentati in Europa? Il Maestro cono-
sce ogni sfumatura del mondo arabo e non parla a caso. Arafat,
infatti, sta chiedendo all’Italia di convincere la Cee a riconoscere
il diritto all’autodeterminazione dei palestinesi. Il capo dell’Olp
ha organizzato viaggi in tutta Europa, sfruttando i buoni rap-
porti con l’internazionale socialista di Willy Brandt, Bruno
12
Interrogatorio di Silvio Di Napoli dell’8 ottobre 1986, Tribunale di Ve-
nezia, procedimento penale n. 204/83.

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124 I segreti di Bologna

Kreisky, François Mitterrand e Bettino Craxi. I palestinesi,


inoltre, hanno aperto uffici di rappresentanza in molte capitali
del Vecchio continente. Il nostro paese costituisce il perno della
strategia diplomatica, varata da Arafat nel 1974 e proseguita dal
suo delegato Farouk Kaddoumi negli incontri con i ministri
degli Esteri Arnaldo Forlani, Franco Maria Malfatti ed Emi-
lio Colombo. Nei primi mesi del 1980, quando la tensione tra
l’Fplp e il governo Cossiga inizia a salire, il progetto di Arafat
è vicino alla riuscita. Il vertice della Cee, fissato a Venezia per
il mese di giugno, rappresenta per i palestinesi una grande
opportunità. L’appuntamento in laguna offre l’occasione per
una dichiarazione ufficiale in favore dell’Olp. Ma le condizioni
poste dall’Europa prevedono il contestuale riconoscimento,
da parte dei fedayyìn, dello Stato d’Israele. L’Olp, infatti, sarà
invitata dalla Cee ad accettare una soluzione politica del con-
flitto con Tel Aviv. Un prezzo che Habash non intende pagare,
ritenendo inconcepibile la soluzione dei «due Stati». La libera-
zione della Palestina deve coincidere con la sconfitta militare di
Israele. È per tale ragione che ritiene indispensabile ostacolare,
con tutti i mezzi possibili, l’avvicinamento di Arafat all’Europa.
Spalleggiato da Siria e Libia, con il gradimento dell’Urss, l’Fplp
invita i palestinesi a non cadere nel tranello dei governi europei.

L’immobilismo di Arafat

Un’azione sanguinaria, condotta dai fedayyìn nel territorio ita-


liano in prossimità del vertice di Venezia, rischia d’intralciare i
piani di Arafat. Il pericolo di un’eventualità simile imporrebbe al
leader di Al Fatah l’adozione di contromisure preventive. Inizia-
tive immediate per salvaguardare i rapporti amichevoli con la
nazione che funge da tramite con l’Occidente. Ma la strategia
del Fronte popolare è molto più insidiosa. Giovannone, infatti,
informa la centrale che Habash sta pensando a un attentato
senza rivendicazioni. La scelta dell’anonimato muta completa-
mente i termini della questione. L’azione senza bandiera, infatti,

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L’Italia sotto minaccia 125

spingerà Arafat a non intromettersi. Le responsabilità di un’ope­


razione simile possono essere attribui­te a chiunque, anche ai
nemici dei veri responsabili. In casi del genere, è possibile, o forse
preferibile, prendersela con altri. Se il significato di un’azione
terroristica non viene dichiarato, del resto, l’opinione pubblica
non sarà in grado di capire. Al contrario, un intervento dell’Olp
teso a prevenire l’attentato rischierebbe di lasciare tracce inop­
portune. Giovannone conosce alla perfezione le logiche del ter­
rorismo palestinese e sa già cosa sta per accadere. Visto lo scena­
rio prospettato dal Fronte popolare, Arafat si chiamerà fuori.
La situazione, a ben vedere, presenta analogie con quella
relativa al traffico di armi con le Br. Arafat non sembra trarre
vantaggi dal supporto fornito ai brigatisti. Aiutare Moretti e
compagni a fare la guerra contro un paese amico non avrebbe
senso. Difficile credere, però, che il leader di Al Fatah possa
ignorare quanto sta accadendo nella sua organizzazione. È stato
proprio Abu Ayad, numero due dell’Olp, a ordinare la conse­
gna dell’arsenale ai brigatisti. Un carico di armi che serve anche
a rifornire i gruppi terroristici degli altri paesi europei. Un’ope­
razione troppo grande per poter sfuggire all’attenzione del capo.
Abu Ayad, del resto, spiegherà a Moretti che «le père» Arafat
viene sempre informato di tali operazioni.13 Questo dimostra
come la dirigenza palestinese, in realtà, non cerchi di impedire
all’ala oltranzista dell’Olp di proseguire la guerra in Occidente.
Arafat resta inerte anche quando l’interruzione delle azioni ter­
roristiche in Europa sembrerebbe convenirgli. Il capo dell’Olp
preferisce il mantenimento dell’unità palestinese a ogni pro­
gresso diplomatico. Prova ne è che, nonostante i contrasti tal­
volta durissimi, non arriverà mai a una rottura definitiva con
l’Fplp. Altrettanto significativa è la testimonianza di Hammad.
Secondo il rappresentante dell’Olp in Italia, Arafat era solito
non fornire direttive ai delegati palestinesi che partecipavano

13
Gian Paolo Pelizzaro, François de Quengo de Tonquédec, Operazione
Francis, il tassello mancante del lodo Moro. L’ultimo segreto della Prima
repubblica, www.segretidistato.it.

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agli incontri diplomatici.14 Disposizioni specifiche, in effetti,


avrebbero aumentato il rischio di provocare spaccature con le
minoranze interne alla sua organizzazione. Il capo dell’Olp ha
sempre negato i rapporti con il terrorismo italiano, imputan-
doli al massimo a frange marginali. Difficile che possa cambiare
atteggiamento ora, accusando non solo Habash, ma anche il
capo dei suoi servizi segreti, di tramare contro il governo che
sta organizzando il vertice di Venezia.
Giovannone capisce di essere entrato in un vicolo cieco. Non
può far leva sulla componente moderata dell’Olp, né sui paesi
come l’Arabia Saudita che stanno spingendo i palestinesi al dia-
logo con l’Occidente. Le autorità di Riyad, infatti, sono invise
all’Fplp, che le ha sempre accusate di asservimento agli Usa. Il
Maestro sa che l’aiuto non giungerà neppure dagli Stati filo-
sovietici. Siria e Libia, infatti, guardano con ostilità alla svolta
atlantista di Cossiga. La congiuntura internazionale impedisce
una ricomposizione bonaria dei dissidi e la condanna inflitta
dal Tribunale di Chieti a Saleh ha fatto precipitare la situa-
zione. Stefano d’Arabia, infatti, ha captato una notizia che fa
scattare l’emergenza assoluta. A ricevere il messaggio cifrato è
il solito Di Napoli, che avvisa subito il direttore Santovito. La
fase degli avvertimenti verbali può ritenersi conclusa. Habash
è passato dalle parole ai fatti. Ha preso contatti con l’uomo
in grado di dare esecuzione all’azione di rappresaglia contro
l’Italia. Ilich Ramírez Sánchez, il terrorista venezuelano che da
anni rappresenta un incubo per i governi di tutta Europa. Il
mondo lo conosce con il nome di Carlos.

Il ritorno dello Sciacallo

Nella primavera del 1980 Ilich Ramírez Sánchez è considerato


dalle polizie europee il terrorista più pericoloso in circolazione.

14
Alberto La Volpe, Diario segreto di Nemer Hammad ambasciatore di
Arafat in Italia, Editori Riuniti, Roma 2002, p. 74.

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A fine carriera Carlos ammetterà di essere responsabile della


morte di oltre mille persone. Gli vengono attribuite operazioni
di ogni genere, talvolta fantasiose, ma il più delle volte reali.
Educato al marxismo dal padre avvocato, che lo chiamerà Ilich
in onore di Lenin, sbarca a Londra a metà degli anni Sessanta
insieme alla madre e al fratello. Dall’Inghilterra si trasferisce
a Mosca, dove frequenta l’università per gli stranieri intitolata
a Patrice Lumumba, l’eroe congolese della guerra anticolo-
nialista.15 Il soggiorno in Urss alimenta il sospetto di un suo
arruolamento nel Kgb, in realtà mai dimostrato. Ufficialmente
i rapporti con i sovietici appaiono pessimi e alla fine del 1969
Carlos verrà espulso dal paese. Lasciata Mosca, il giovane sud­
americano si sposta in Giordania, dove troverà accoglienza
in un campo di addestramento dell’Fplp. Bassam Abu Sharif
gli assegna il primo nome di battaglia. Carlos è il nome spa-
gnolo che corrisponde all’arabo Khalil, l’ideale per un guerri-
gliero «palestinese» nato in America latina.16 Il Fronte popolare
apprezza le sue capacità militari e decide d’inviarlo in Europa.
Il battesimo del fuoco avverrà a Londra nel 1973, con il feri-
mento del miliardario di religione ebraica Joseph Edward Sieff.
Ma è nell’anno successivo che avrà inizio la sua lunga parabola
sanguinaria. Wadie Haddad, capo delle operazioni all’estero
del Fronte popolare, lo sposta a Parigi, dove fa base il coordi-
namento a cui aderiscono anche le Br. Il clima nella capitale
francese si è fatto incandescente dopo l’omicidio di Mohamed
Boudia, l’algerino posto a capo della rete europea dell’Fplp.
Nell’estate del 1974, l’arresto di alcuni terroristi giapponesi
scatena le ire del Fronte popolare contro il governo francese.
Come da prassi, l’Fplp intima alle autorità d’oltralpe la libe-
razione dei propri compagni. Preso atto del rifiuto, organizza
la rappresaglia. Un commando di terroristi giapponesi prende

15
David Yallop, Carlos. La caccia allo Sciacallo, Feltrinelli, Milano 1993,
p. 314.
16
Bassam Abu Sharif, Uzi Mahnaimi, Il mio miglior nemico. Israele e Pale-
stina. Dal terrore alla pace, Sellerio, Palermo 1996, pp. 99-102.

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in ostaggio il personale dell’ambasciata francese all’Aja. Ma la


situazione non si sblocca e Carlos decide di entrare in azione.
Il 15 settembre 1974 l’uomo di Haddad s’intrufola tra la folla
del Drugstore, un noto locale che si trova in boulevard Saint
Germain. Le granate scagliate contro il bancone uccideranno
due persone, vittime casuali di un’azione di terrorismo allo
stato puro. L’opinione pubblica non riesce a comprendere il
senso dell’attentato, ben chiaro invece all’esecutivo francese. La
detenzione dei rivoluzionari giapponesi avrà breve durata. Per
oltre un decennio, l’attentato contro obiettivi indiscriminati
rappresenterà un marchio distintivo di Carlos. Ma le bombe
non sono la sua unica specialità. Nel gennaio del 1975 il ter-
rorista venezuelano proverà un’azione ancora più eclatante. Per
due volte, gli uomini di Carlos falliscono un attacco ad aerei
israeliani in sosta sulle piste dell’aeroporto di Orly. Nel giu-
gno successivo lo Sciacallo riesce a evitare l’arresto in modo
rocambolesco. Un’impresa che gli permette di conquistare la
notorietà che lo accompagna tuttora. Il 27 giugno 1975 Michel
Moukharbal, il libanese subentrato a Boudia, viene interrogato
dalla polizia francese. Stando alla ricostruzione ufficiale, il ter-
rorista avrebbe vuotato il sacco, almeno in parte, conducendo
i poliziotti nell’abitazione di rue Toullier dove si trova Carlos.
Gli agenti non sembrano temere rischi, considerato che s’in-
trodurranno disarmati nell’appartamento. Una circostanza che
induce a dubitare dell’effettiva confessione di Moukharbal.
Carlos, infatti, avrà gioco facile nell’estrarre la pistola, uccidere
due poliziotti, ferirne un terzo prima di «giustiziare» il presunto
traditore. La caccia all’uomo che ne segue durerà per settimane.
Carlos è sparito nel nulla, aiutato forse dai servizi segreti cubani.
Nel frattempo i giornali lo hanno trasformato in una celebrità.
Nel suo appartamento gli investigatori trovano una copia di un
romanzo di Frederick Forsyth che racconta la storia dell’atten-
tato a De Gaulle affidato a un sicario implacabile. Lo Sciacallo
prenderà il nome dal protagonista del libro.
L’inchiesta francese, seguita agli omicidi di rue Toullier, con-
sente di scoprire i fili nascosti del terrorismo palestinese. Uno di

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questi porta dritto a Bologna, individuata come la base italiana


dell’Fplp. Tra la documentazione sequestrata nell’appartamento
di Moukharbal, infatti, compare un’annotazione relativa al
domicilio emiliano di Abu Anzeh Saleh.17 Nella sua abitazione
si troverebbero detonatori, congegni a orologeria ed esplosivi.
Agli uomini del Fronte popolare non mancano le misure di
sicurezza. Per accedere al covo, infatti, è necessaria una parola
d’ordine che conoscono solo persone fidate. Le notizie acquisite
a Parigi vengono trasmesse alle autorità italiane, come risulterà
da un rapporto dell’ispettorato antiterrorismo datato 8 ottobre
1975. Ma il lodo Moro funziona alla perfezione e Saleh gode
ancora della protezione dei nostri servizi segreti. La perquisi-
zione domiciliare sortisce esito negativo. Nell’appartamento non
viene trovato nulla di illegale. La centrale bolognese del Fronte
popolare potrà continuare a operare per altri quattro anni.
Il 21 dicembre 1975 Carlos torna in azione a Vienna,
dimostrandosi all’altezza della fama conquistata. Lo Sciacallo
approfitta di un eccesso di neutralità dell’Austria per irrom-
pere indisturbato nella riunione dell’Opec. Al suo fianco agisce
un gruppo misto di militanti palestinesi e tedeschi provenienti
dalle fila delle Cellule rivoluzionarie. A ispirare l’azione, come
al solito, è Wadie Haddad su probabile mandato iracheno.
L’attacco costerà la vita a tre persone, ma riesce alla perfezione.
Carlos, che nell’occasione esibisce un basco alla Che Gue-
vara, riesce a imbarcarsi su un volo diretto ad Algeri. Uno dei
suoi compagni, Hans-Joachim Klein, è ferito in modo grave
ma viene fatto salire sull’aereo. Riuscirà a salvarsi miracolosa-
mente. Lo Sciacallo si fa beffa del mondo intero portando a
spasso per il Mediterraneo undici ministri del Petrolio appar-
tenenti a tre continenti diversi. In Algeria, vengono rilasciati i
rappresentanti africani e sudamericani. L’ultimo scalo è a Tri-
poli, dove sono liberati i ministri arabi. L’impresa suscita scal-
pore in ogni angolo del pianeta. Desta ammirazione e persino
invidia negli altri gruppi della lotta armata. Ma anche que-

17
L. Matassa, G.P. Pelizzaro, Relazione sul gruppo Separat, cit., pp. 88-89.

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sta volta la vicenda non è stata spiegata sino in fondo. L’obiet­


tivo del sequestro, infatti, non era solo quello di ottenere una
dichiarazione in favore della causa palestinese. Carlos aveva
l’incarico di uccidere i ministri dei due paesi «reazionari»: il
saudita Ahmed Zaki Yamani e l’iraniano Jamshid Amouzegar,
responsabili di aver impedito la riuscita del ricatto del petrolio
inflitto all’Occidente dopo la Guerra dello Yom Kippur. Pro-
babilmente l’azio­ne di Vienna serviva anche a stravolgere gli
equilibri interni all’Opec, determinando una situazione favo-
revole all’Iraq. Ma le cose sono andate in modo diverso, visto
che le due vittime designate sono tornate in patria sane e salve.
L’esi­to incruento del sequestro, sporcato comunque dagli omi-
cidi di Vienna, sembra presupporre una trattativa dietro le
quinte. Per la clemenza dimostrata, Carlos avrebbe ricevuto
una lauta ricompensa dai governi sauditi e iraniani, facendo
infuriare Haddad. Per altri, il risentimento dell’Fplp sarebbe
solo una finzione. Un gioco delle parti necessario per incassare
un cospicuo riscatto utile alla causa rivoluzionaria. Fatto sta che
Carlos se la cava con un’espulsione, un provvedimento tutto
sommato lieve considerate le modalità con cui solitamente si
regolano i conti nei gruppi terroristici. Ma i rapporti con il
Fronte popolare non verranno meno. Lo dimostra il tentativo
degli uomini di Carlos di avvicinare le Br durante il sequestro
Moro su richiesta dell’Olp. Ancora più significativa è la circo-
stanza riferita da alcuni militanti della Raf. Nel 1977, giunti in
Iraq per parlare con Haddad del sequestro Schleyer, i terrori-
sti tedeschi trovano ad attenderli Johannes Weinrich, il vice di
Carlos.18 Dopo l’azio­ne dell’Opec, infatti, il terrorista venezue-
lano ha costituito un’organizzazione propria, arruolando mili-
tanti arabi e i compagni tedeschi delle Cellule rivoluzionarie. Il
gruppo si chiama Organizzazione dei rivoluzionari internazio-
nali e continuerà a battersi per la resistenza palestinese. Dalle
Cr, oltre a Weinrich, viene arruolata Magdalena Kopp, che in

18
Peter-Jürgen Boock, L’autunno tedesco. Schleyer-Mogadiscio-Stammheim,
Derive Approdi, Roma 2003, pp. 125-130.

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seguito sposerà Carlos. Stando alle informative della Stasi, al


gruppo dello Sciacallo appartengono anche Christa-Margot
Fröhlich e Thomas Kram. La prima sarà arrestata all’aeroporto
di Fiumicino nel 1982, con una valigia contenente esplosivo
ad alto potenziale e alcuni detonatori. Il secondo è un giovane
insegnante che nell’autunno del 1979 s’iscri­ve all’università per
stranieri di Perugia. La Stasi offre basi a Carlos ed è in grado di
spiare ogni movimento dei suoi uomini a Berlino Est. È per
questo motivo che i suoi funzionari non avranno difficoltà a
disegnare un dettagliato organigramma dell’Ori. Ma la Germa-
nia Est non è l’uni­co rifugio a disposizione di Carlos. Quest’ul-
timo intrattiene rapporti privilegiati con Romania, Ungheria
e con le potenze arabe filosovietiche. In principio, Carlos può
contare sul sostegno dell’Iraq. Ma l’avvicinamento di Baghdad
all’Occidente, dopo la rivoluzione islamica in Iran, sconvolgerà
le tradizionali alleanze dell’ala marxista del terrorismo arabo. In
tale periodo, infatti, Carlos allaccia rapporti con la Siria, che si
è riavvicinata ai fedayyìn dopo i dissidi emersi a metà degli anni
Settanta. Inserisce nella propria organizzazione Ali Al-Issawi,
un siriano a cui vengono attribuite relazioni molto confiden-
ziali con gli ambienti governativi del suo paese. L’Ori intensi-
fica anche il legame con Gheddafi. I servizi segreti occidentali
sospettano che lo Sciacallo gestisca un centro di addestramento
di terroristi proprio in Libia. Nell’autunno del 1979 Carlos si
trova a Budapest, controllato a vista dagli apparati di sicurezza.
Questi ultimi vengono a conoscenza d’informazioni che fareb-
bero comodo ai carabinieri, che proprio in quei giorni sono
alle prese con l’inchiesta di Ortona. Da un rapporto del mini-
stero dell’Interno ungherese, datato 9 novembre 1979, risulta
che la polizia locale è al corrente di un’operazione clamorosa
a cui sta lavorando Carlos. L’omicidio di Sadat.19 Il presidente
egiziano è accusato di tradimento dai paesi arabi oltranzisti,

19
Nota della Procura generale ungherese, divisione Affari riservati, del 22
giugno 2005, Considerazioni del lavoro svolto riguardo l’attività in Unghe-
ria del gruppo Carlos, commissione parlamentare Mitrokhin.

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nonché dai sovietici, per aver sottoscritto con Israe­le gli accordi
di Camp David. Lo Sciacallo studia le piantine degli aeroporti,
i passaggi di frontiera, il sistema di controllo dei bagagli alle
frontiere egiziane. A destare interesse è soprattutto l’arma pre-
scelta per l’attentato. Il 21 settembre 1979, infatti, Carlos ha
richiesto alle autorità bulgare l’invio di missili Strela. Armi
identiche a quelle sequestrate in Abruzzo qualche settimana
dopo. Per inoltrare la richiesta, l’Ori si è rivolta ad Abu Shreda
Salem, un ufficiale dei servizi segreti libici. Circostanza che non
sorprende, considerato l’interesse di Gheddafi a colpire Sadat,
a sua volta implicato nelle trame occidentali contro la Libia.
Dagli archivi di Budapest risulta che l’invio dei Sam-7 era pre-
visto per l’ultima settimana di ottobre del 1979. Difficile esclu-
dere, quindi, che le armi attese da Carlos siano proprio quelle
sequestrate a Ortona.20 Se così fosse, l’arresto a Bologna di Abu
Anzeh Saleh andrebbe letto in un’ottica più ampia di quanto
ritenuto sinora. In effetti, i rapporti dello Sciacallo con la cen-
trale bolognese dell’Fplp esistono e sono tutt’altro che occa-
sionali. Nella documentazione in suo possesso, fotocopiata di
nascosto dall’intelligence ungherese, compare il nome di Saleh
accanto all’indicazione della casella postale P.O. Box 904. È la
stessa annotata nell’agen­da del 1979, rinvenuta nell’abitazione
dell’esponente del Fronte popolare, su cui aveva indagato il ma-
gistrato bolognese Claudio Nunziata subito dopo gli arresti di
Ortona.
Anche per tali ragioni, l’informativa inviata da Giovannone a
Di Napoli, per avvisare del mandato conferito a Carlos dall’Fplp,
riveste un’importanza straordinaria. Con essa, infatti, il centro
Sismi di Beirut ha annunciato il pericolo di un imminente atten-
tato, senza rivendicazioni ufficiali, che verrà compiuto dall’Ori.
Occorre, d’ora in poi, una vigilanza serrata. Va prestata atten-
zione alla Francia, luogo d’incontro del terrorismo palestinese. E
alla Germania occidentale, da cui proviene gran parte dei mili-

20
Dagli archivi del Kgb risulta che l’Fplp e i servizi segreti siriani progetta-
vano l’omicidio di Sadat sin dal 1977.

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tanti del gruppo Carlos. Gli uomini dei nostri servizi segreti ne
sono pienamente consapevoli. Sanno di dover monitorare l’ar-
rivo in Italia degli uomini dello Sciacallo.

La risoluzione di Venezia

Nel maggio del 1980, in Cisgiordania, un commando palesti-


nese attacca un edificio occupato da ebrei. Il bilancio è di sei
morti e quaranta feriti. I coloni reagiscono organizzando cel-
lule terroristiche che metteranno a segno una serie ravvicinata
di attentati dinamitardi.21 I sindaci arabi di Nablus e Ramallah
restano gravemente feriti. Il primo cittadino di Al-Bireh evita
una sorte analoga grazie a una telefonata con cui la polizia
locale era stata avvisata del pericolo. A Hebron, infine, una
bomba a mano lanciata tra la folla di un mercato palestinese
provoca decine di feriti.
In un clima di gravi tensioni internazionali ha inizio, il 13
giugno 1980, la riunione del Consiglio europeo a Venezia. Nei
giorni precedenti al summit, il «ministro» degli Esteri palesti-
nese Kaddoumi sbarca a Roma. La presidenza di turno, infatti,
è passata dall’irlandese Jack Lynch al premier italiano Cossiga.
Dopo anni di relazioni intense, l’Olp attende dal nostro paese
una prova concreta di amicizia. Kaddoumi vanta una stretta
familiarità con gli esponenti democristiani che si sono alternati
alla guida della Farnesina. Forlani, Malfatti e Ruffini lo hanno
incontrato in più occasioni, in Italia o all’estero. Il rappresen-
tante palestinese può contare anche sull’apporto del ministro
in carica Emilio Colombo, reduce da un viaggio all’Onu dove
ha esposto con determinazione le ragioni di Arafat. Kaddoumi
incontra prima Berlinguer, che gli ribadisce il sostegno del Pci,
e poi Bettino Craxi. Quest’ultimo gli conferma la notizia che il
Consiglio europeo sta per effettuare una dichiarazione ufficiale

21
Benny Morris, Ian Black, Mossad. Le guerre segrete di Israele, Bur, Milano
2004, pp. 390-402.

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134 I segreti di Bologna

in favore dell’Olp. Il leader socialista, che per anni proverà ad


allontanare Arafat dai gruppi filosovietici della resistenza pale-
stinese, teme un boicottaggio del Regno Unito. Una preoc­
cupazione che però si rivelerà infondata. Anche i britannici
approveranno la risoluzione del 13 giugno 1980, che rappre-
senta una svolta epocale nelle relazioni tra Europa e palesti-
nesi. Nella risoluzione viene affermata l’urgenza della solu-
zione globale del conflitto arabo-israeliano. I diritti di Israele
all’esi­stenza e alla sicurezza, pari a quelli di ogni altro Stato del
Medio Oriente, vengono coniugati con quelli, parimenti legit-
timi, del popolo palestinese. Il problema che affligge quest’ul-
timo, infatti, non può essere assimilato a quello dei rifugiati,
ma deve essere risolto attraverso il pieno esercizio del diritto
all’autodeterminazione. Pertanto vanno promossi negoziati di
pace a cui deve prendere parte formalmente anche l’Olp.
Per la prima volta, l’Europa occidentale è riuscita a condi-
videre all’unanimità una posizione ufficiale sul conflitto israe­
liano-palestinese. Una dichiarazione basata sulla soluzione
politica dei «due Stati sovrani» che nei decenni successivi
costituirà la base delle trattative di pace. Come previsto, la
risoluzione provoca reazioni di segno opposto. Il primo mini-
stro israeliano Begin critica con durezza la posizione euro-
pea, ritenendola sbilanciata dalla parte dei palestinesi. Anche
l’Urss, sul versante opposto, non esita a lanciare i suoi ana-
temi, sospettando che l’Europa stia cercando nel leader pale-
stinese Arafat quello che gli Usa hanno trovato nel presidente
egiziano Sadat. Manifestazioni ostili provengono soprattutto
dall’ala oltranzista della resistenza palestinese. L’Fplp, infatti,
rifiuta la via del dialogo prospettata a Venezia. Habash non ha
nessuna intenzione di riconoscere il governo di Tel Aviv perché
la liberazione della Palestina continua a passare per la scon-
fitta militare di Israele.22 Più complessa, invece, appare la posi-
zione degli Stati Uniti. Nessuno a Washington vuole alimen-
tare frizioni con l’alleato israeliano. Non a caso, gli apparati di

22
Prima reazione positiva dell’Olp, «l’Unità», 15 giugno 1980.

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sicurezza americani hanno sempre evitato contatti diretti con


l’Olp. Per dialogare con la resistenza palestinese si sono avvalsi
della mediazione italiana e in particolare di Giovannone. Per
tali ragioni, dagli Usa non giungerà alcun apprezzamento uffi-
ciale per l’operato degli alleati europei. Ma la risposta ame-
ricana alla dichiarazione di Venezia va letta in controluce. Il
segretario di Stato, Edmund Muskie, dichiara la possibilità di
un riconoscimento dell’Olp, nel caso in cui quest’ultima rico-
nosca a sua volta Israele.23 Un ragionamento in fondo non dis-
simile da quello che è alla base della risoluzione. Il presidente
Carter, del resto, sta per sollecitare la ripresa delle trattative tra
Israele ed Egitto. Difficile credere che non intenda sfruttare il
dato di fatto imposto dalla dichiarazione dei paesi della Cee.
La Casa bianca, in realtà, è soddisfatta della riunione di Vene-
zia perché gli alleati europei hanno contestato con durezza
l’occupazione sovietica dell’Afghanistan. È stato chiesto, senza
mezzi termini, il ritiro immediato dell’Armata rossa e il ripri-
stino della neutralità di Kabul.
Ormai la Germania Ovest ha liquidato definitivamente
l’Ostpolitik. L’Italia della solidarietà nazionale non esiste più.
Anche la Francia ha corretto i propri indirizzi riavvicinandosi
agli americani. Gli effetti politici prodotti dalla battaglia per
gli euromissili cominciano a farsi evidenti. L’Europa occiden-
tale sembra aver smarrito il timore reverenziale nei confronti
dell’Urss che aveva condizionato fortemente la politica estera
dell’ultimo decennio. La riunione di Venezia sancisce il defini-
tivo fallimento del tentativo, a lungo perseguito dai sovietici,
di ostacolare l’integrazione europea.24

23
Ennio Caretto, Muskie: gli Usa non sono contro l’Olp (se accetterà di rico-
noscere Israele), «La Stampa», 14 giugno 1980.
24
Il 22 giugno 1980, sempre a Venezia, si tenne il vertice dei ministri
dell’Economia delle sette nazioni più sviluppate. Secondo una voce mai
confermata, la cena dei partecipanti sarebbe iniziata con notevole ritardo
a causa di una segnalazione dei servizi segreti americani che temevano un
tentativo di avvelenamento dei cibi.

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Incomprensibile, ma soltanto all’apparenza, è la reazione di


Arafat. Inizialmente il capo dell’Olp lascia trapelare una forte
delusione. Nei giorni successivi, in occasione di un’affollata
conferenza stampa convocata a Roma, il tiro verrà in parte cor-
retto. Per l’Olp la dichiarazione di Venezia rappresenta un
passo piccolo, ma significativo, nella giusta direzione. In realtà,
Arafat ha accolto con autentico entusiasmo la risoluzione. A
rivelarlo sarà Hammad nel suo libro di memorie. Il diploma-
tico palestinese riferisce di aver ricevuto una telefonata da un
Arafat addirittura raggiante.25
Chi non gradisce la risoluzione, e tanto meno l’euforia dissi-
mulata del leader dell’Olp, è come al solito Gheddafi. In occa-
sione di un vertice dei paesi non allineati, nel quale i governi
filosovietici vogliono l’espulsione dei «traditori» egiziani, il dele-
gato libico punterà l’indice contro l’inviato dell’Olp. Chiede
all’uomo di Arafat se anche sulla questione Sadat la sua orga-
nizzazione intenda assumere una «posizione europea». Il regime
di Tripoli, del resto, ha tentato in ogni modo di sabotare la via
del dialogo. Gheddafi ha minacciato d’interrompere i finanzia-
menti ad Arafat ed è arrivato a chiudere le sedi dell’Olp in Libia.
Né ha mai perso occasione per indicare l’Fplp come l’esempio
da seguire nella lotta di liberazione della Palestina. Il leader
della Jamahiriya è indispettito anche dall’ennesimo volta­faccia
italiano. Non intende ammansire il Fronte popolare, né chie-
dere ad Habash di accettare l’ostilità dimostrata dalle autorità
italiane nell’affare di Ortona. Il dittatore di Tripoli non vuole
fare sconti a un paese che si sta dimostrando molto diverso
da quello conosciuto negli anni dei governi Moro e poi della
solidarietà nazionale. Nell’estate del 1980 il regime libico si
sente forte della protezione sovietica, garantita dall’arrivo a
Tripoli dei corpi scelti della Germania Est. La Libia stringe i
rapporti con la Siria e promette una vendetta feroce al nemico
giurato Sadat. Non teme lo scontro frontale con i francesi, né
gli ammonimenti sempre più eloquenti del presidente ame-

25
A. La Volpe, Diario segreto di Nemer Hammad, cit., p. 73.

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ricano Carter. Qualcuno, infatti, lo ha avvisato della cospi-


razione che gli occidentali stanno organizzando con la com-
plicità dell’Egitto. La sera di venerdì 27 giugno 1980 i suoi
nemici sospettano che stia partendo in segreto per Varsavia. In
Polonia lo attendono per una trattativa commerciale. Forse è
per questo motivo che un velivolo, non di linea, è in partenza
da Tripoli proprio nei minuti in cui un Dc9 della compagnia
Itavia, diretto a Palermo con ottantuno persone a bordo, sta
decollando con forte ritardo dall’aeroporto di Bologna.

La guerra aerea

La strage di Ustica26 deve il suo nome a un errore. Un refuso


delle agenzie di stampa che la sera del 27 giugno 1980 bat-
tono la notizia della scomparsa del Dc9 avvenuta alle 20.59. In
realtà, l’aeroplano partito da Bologna con direzione Palermo
si è inabissato al largo dell’isola di Ponza. La tragedia trova
subito un colpevole, secondo un copione tipicamente ita-
liano. Le autorità, infatti, accreditano in fretta la tesi di un
cedimento strutturale causato dall’inadeguata manutenzione.
L’eccessiva salsedine, dovuta ai trasporti pregressi di sardine,
avrebbe determinato una corrosione delle strutture portanti,
sino a provocarne il cedimento. Se il governo non fa nulla per
incrinare il precoce convincimento, le opposizioni si affrettano
a presentare interrogazioni parlamentari, invocando il ritiro
delle licenze di volo all’Itavia.27 Revoca che sarà poi disposta,
provocando l’ingiusto fallimento della compagnia aerea.
Ma la ricostruzione dei fatti si dimostra molto più com-
plessa. La distruzione del velivolo è avvenuta in modo così
rapido da aver impedito persino l’attivazione del sistema di

26
Il giudice istruttore Rosario Priore è stato titolare dell’inchiesta sulla
strage di Ustica dal luglio del 1990 sino alla conclusione, avvenuta il 31
agosto 1999 con il deposito della sentenza-ordinanza.
27
Ansa, 28 giugno 1980.

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erogazione dell’ossigeno.28 Una dinamica incompatibile con


un collasso determinato da guasti tecnici. Anche la tesi di un
ordigno detonato nel vano della toilette, a lungo sostenuta da
periti autorevoli, non troverà riscontro. Le parti del velivolo
recuperate nei fondali non recano traccia di esplosioni interne.
Le ipotesi residue, in realtà, non sembrano molte e la soluzione
del giallo di Ustica non è impossibile. Con ogni probabilità,
l’inabissamento dell’aereo è dovuto a cause esterne. Ma uno
scenario di guerra aerea, nel quale il Dc9 sarebbe entrato per
caso, non può essere rivelato all’opinione pubblica. L’ammis-
sione di un’operazione militare nel Mediterraneo può scate-
nare una crisi internazionale dalle conseguenze imprevedibili.
Eppure è quanto appare subito evidente a chi dispone di ade-
guate competenze tecniche. Alla Federal Aviation Agency, una
delle agenzie americane che presiedono alla sicurezza, basterà
esaminare i tracciati radar per dedurre la presenza di altri aerei
nelle vicinanze del Dc9.29 Lo statunitense John Macidull, uno
dei maggiori esperti al mondo nel campo aeronautico, lo rife-
risce alle autorità italiane già nei mesi successivi alla tragedia.
In seguito John Transue, uomo del Pentagono con anni di
esperienza nel settore della missilistica, aggiungerà importanti
dettagli di ordine militare. A destra dell’aereo dell’Itavia, viag-
gia in parallelo un oggetto non identificato. Un velivolo mili-
tare che, all’improvviso, svolta a sinistra proprio in direzione
del Dc9. Da quella posizione, il caccia è in grado di tenere
sotto il bersaglio e colpirlo grazie al suo radar di bordo. Ma per
eseguire l’iniziale manovra d’intercettazione, ha avuto biso-
gno di un aiuto esterno. Durante il volo, effettuato a distanza
dall’aereo civile, deve essere stato indirizzato da una guida
radar basata a terra o su nave. Ma perché un mezzo militare
decide di attaccare un volo di linea su cui viaggiano innocui
passeggeri? E com’è possibile che nei cieli italiani possa svilup-

28
Sentenza-ordinanza del giudice istruttore Rosario Priore, Tribunale di
Roma, procedimento penale n. 527/84.
29
G. Fasanella, R. Priore, Intrigo internazionale, cit., pp. 134-157.

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parsi un’azione di guerra senza che le nostre autorità si accor-


gano di nulla?
L’istruttoria della magistratura romana consentirà una rico-
struzione solo parziale dell’accaduto, complici anche i nume-
rosi tentativi d’inquinamento. Il giudice istruttore Rosario
Priore deve constatare la distruzione sistematica delle prove.
Il magistrato ha l’impressione che qualcuno riesca a conoscere
tempi e modi utili per sabotare le attività investigative. Qual-
cuno che si ritiene così potente da permettersi di aprire indi-
sturbato, nel cuore della notte, la cassaforte del tribunale. Una
mattina il giudice istruttore troverà i fascicoli dell’inchiesta
abbandonati sprezzantemente a terra. Negli attentati dinami-
tardi, dovuti a contenziosi internazionali, i depistaggi seguono
generalmente un percorso quasi scontato. Si accredita subito
la pista politicamente più indolore, che sarà poi convalidata
nel corso degli anni da una lunga fila di strani testimoni. Ma le
indagini che riguardano un’azione di guerra aerea impongono
attività d’inquinamento più sofisticate. L’istruttoria sulla strage
di Ustica non viene esposta solo a raffiche di notizie false, pun-
tualmente riferite da personaggi impresentabili. L’indagine
sarà minata anche da silenzi e bugie che provengono spesso
da esponenti delle istituzioni. Il magistrato dovrà esaminare
registri radar con pagine tagliate di netto nei punti cruciali o
fatte sparire direttamente nel nulla. Non giova all’inchiesta,
del resto, la sorte infausta di alcuni testimoni, morti prima di
essere interrogati. In molteplici occasioni, sembra calare sulle
indagini di Ustica l’ombra cupa della ragione di Stato. O forse
di più Stati, visto che uno scenario di guerra chiama in causa
la responsabilità di più nazioni. Probabilmente il Dc9, subito
dopo il decollo, è seguito in scia da uno o forse due velivoli
militari che cercano in tal modo di sfuggire all’individua-
zione dei radar. Se ne accorge subito il perito incaricato dalla
McDonnel Douglas, la società costruttrice dell’aereo civile,
dopo aver constatato che nei tracciati figurano tre diversi plots.
Tale evidenza verrà contestata dalla nostra aeronautica, tenace
nell’attribuire la triplice presenza di punti radar a «falsi echi»

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corrispondenti al movimento in volo di un unico mezzo. Ma


a scartare tale spiegazione saranno le agenzie statunitensi pre-
poste alla sicurezza aerea, seguite ben presto da quelle britan-
niche.
Il reale obiettivo della manovra d’intercettazione, posta
in essere nei cieli di Ponza, sono i velivoli militari che volano
nascosti dietro il Dc9. Nei minuti cruciali dell’esplosione, non
a caso, il traffico aereo appare intenso e anomalo. Sicuramente
è presente un Awacs, l’aereo radar di norma impiegato in ope-
razioni di guerra o durante esercitazioni militari. Un mezzo in
dotazione solo agli Usa, che lo concedono in uso anche alla
Nato. Sono presenti anche due caccia italiani i cui piloti, proba-
bilmente, si accorgono della situazione di pericolo. Per questo
motivo, seguiranno il Dc9 sino all’altezza di Grosseto. Lance-
ranno il segnale di allarme non via radio, bensì «squoccando»
elettronicamente il codice di emergenza. Poi effettueranno una
manovra a triangolo, che serve a comunicare alla base la «mas-
sima allerta». Torneranno verso l’aeroporto della Maremma
proprio nel momento in cui l’aereo dell’Itavia sta per arrivare
all’altezza di Ponza. Nel 1988 i due militari alla guida dei cac-
cia, Mario Naldini e Ivo Nutarelli, muoiono in un incidente
aereo a Ramstein, in Germania Ovest. Gli esiti dell’inchiesta
della magistratura tedesca sulle cause della tragedia non sono
mai stati comunicati alle nostre autorità. Fatto sta che l’inabis-
samento del Dc9 avviene proprio dopo l’uscita di scena dei due
piloti italiani. Un velivolo nascosto dietro la scia del volo di linea
tenta di sfuggire all’attacco di un caccia che proviene da una
traiet­toria parallela. Quest’ultimo, dopo aver affiancato il Dc9,
e i mezzi che lo seguono, vira improvvisamente di novanta gradi
da sud a est. L’aereo attaccato utilizza il reattore per scappare
verso sud, sorpassando di scatto il mezzo dell’Itavia. È possibile,
ma non dimostrato, che tale manovra abbia provocato quella
che in gergo tecnico è chiamata near collision e quindi la rottura
dell’ala sinistra del Dc9. L’effetto a catena innescato avrebbe cau-
sato l’immediato collasso del velivolo civile. È possibile anche
che, negli istanti fatali, uno dei motori dell’aereo dell’Itavia

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venga colpito da un missile scagliato da un caccia aggressore.


La fuga repentina, in ogni caso, non sembra aver consentito
al velivolo inseguito di porsi in salvo. A giudizio del giudice
istruttore, infatti, si tratta del Mig libico che verrà ritrovato sui
monti della Sila il 18 luglio 1980. La fusoliera, restituita con
sospetta rapidità alle autorità di Tripoli, reca i segni dei colpi
ricevuti durante l’attacco. La data di abbattimento dell’aereo
libico, inoltre, sembra approssimarsi a quella della tragedia di
Ustica. Il giorno del ritrovamento, il cadavere del pilota appare
in stato di putrefazione avanzata. Secondo la versione ufficiale,
ritenuta inverosimile dal giudice istruttore, si tratterebbe di un
ufficiale disertore che, a seguito di una perdita progressiva di
coscienza, va a schiantarsi in Calabria dopo aver errato a lungo
con il sistema di guida automatica inserito.
Le conclusioni rassegnate dal titolare dell’inchiesta, nelle
quali l’inabissamento del Dc9 viene attribuito a una situazione
di guerra aerea, verranno respinte nel processo celebrato con-
tro i vertici della nostra aeronautica accusati dei depistaggi. La
vicenda giudiziaria si conclude con la piena assoluzione degli
imputati. Ma nei successivi procedimenti civili, dove vengono
riconosciuti i diritti risarcitori dei familiari delle vittime, lo
scenario aereo ricostruito nell’istruttoria penale sembra trovare
integrale conferma.30
I segreti di Ustica, tuttavia, non sono stati ancora risolti.
Non è stato possibile assegnare una nazionalità certa ai velivoli
aggressori e a quelli aggrediti. La loro individuazione, del resto,
avrebbe determinato problemi di competenza non indifferenti.
Quella del 27 giugno 1980, infatti, appare a tutti gli effetti
un’azione di guerra, o comunque di polizia internazionale.
Ma chi e perché se n’è fatto carico? È possibile, ma non dimo-
strato, che all’attacco partecipino anche caccia americani.31

30
Particolarmente significativa è la sentenza del Tribunale di Palermo, pub-
blicata il 10 settembre 2011, procedimento civile n. 10354/07.
31
Nel maggio del 1992, durante la campagna di ricerche e recuperi sot-
tomarini dei relitti del Dc9, venne individuato un serbatoio eiettabile

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Poco prima della sua scomparsa, Cossiga ha chiamato in causa


la Francia, sostenendo che la sera della tragedia era in corso
un’azione militare finalizzata all’eliminazione di Gheddafi. Le
dichiarazioni dello statista sardo, all’epoca dei fatti presidente
del Consiglio, hanno confermato i sospetti più volte emersi
durante l’istruttoria su Ustica. Le autorità francesi, infatti, si
sono dimostrate poco collaborative con la magistratura ita-
liana. Hanno negato, ad esempio, che il 27 giugno 1980 la base
aerea di Solenzara, in Corsica, fosse rimasta aperta dopo le 17.
Ma il colonnello Nicolò Bozzo, collaboratore di Dalla Chiesa,
testimonierà l’esat­to contrario. L’ufficiale dei carabinieri, che
la sera di Ustica era in villeggiatura nelle vicinanze della base,
ha riferito di continui movimenti aerei sino a notte inoltrata.
In occasione della rogatoria di Parigi, a margine della quale si
era parlato del rapimento Moro, il direttore dello Sdece – i ser-
vizi segreti d’oltralpe – troverà l’occasione per discutere con il
giudice istruttore anche della tragedia di Ustica. Nel colloquio
informale, Alexandre de Marenches ha tenuto a ricordare il
pericolo che nell’estate del 1980 Gheddafi rappresentava per
l’Occidente. A suo avviso, l’eliminazione del dittatore libico era
un preciso dovere dei paesi liberi. L’alto ufficiale si è detto con-
vinto che, se in quel periodo la Francia avesse tentato operazioni
contro Gheddafi, di sicuro non ne sarebbe rimasta mai traccia.
Il magistrato interpreterà le frasi del direttore dello Sdece come
un modo per lasciar intendere una verità inconfessabile.
Gheddafi, del resto, ha più volte sostenuto di essere scam-
pato a una trappola tesa dagli occidentali la sera del 27 giugno
1980. Ipotesi che sembra trovare riscontro nelle informazioni
acquisite nell’istruttoria di Ustica sul probabile viaggio del
leader libico a Varsavia proprio nelle ore della tragedia. Sarebbe
Gheddafi, quindi, la personalità a bordo del volo partito da Tri-
poli che all’improvviso, negli istanti in cui il Dc9 scompare dai
radar, ha già cambiato rotta e ripiegato verso l’aeroporto mal-

supplementare per carburante appartenente probabilmente a un caccia


americano.

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tese di Luqa. Se così fosse, lo scenario di guerra aerea potrebbe


assumere contorni più definiti. I velivoli libici nascosti dietro
la scia del Dc9 stanno raggiungendo l’aereo di Gheddafi per
scortarlo nei cieli italiani. Il loro annientamento serve a neutra-
lizzare le difese del leader libico. Quest’ultimo, nel frattempo,
viene avvisato dell’attacco in corso e riesce a fuggire a Malta.
Resta senza riscontri la tesi, per nulla inverosimile, secondo
cui l’avvertimento sarebbe arrivato proprio dall’ala filoaraba
dei nostri servizi segreti. Uno scenario che sembra chiamare in
causa per l’ennesima volta le due anime della politica italiana.
Anche le responsabilità dell’accaduto, del resto, appaiono ben
distribui­te. Gli aerei libici sulla scia del Dc9 conoscono i «var-
chi» che gravano sul sistema Nadge, la rete radar di protezione
dei paesi dell’alleanza atlantica. Segno eloquente dell’estrema
benevolenza delle autorità italiane verso il regime di Tripoli,
ribadita in contrasto con gli obblighi derivanti dall’apparte-
nenza alla Nato. La Libia, infatti, è un paese nemico dell’al-
leanza atlantica e non dovrebbe accedere a tali informazioni.
Sembra del resto che i corridoi segreti, ricavati nei cieli italiani,
vengano concessi anche ad Arafat durante i suoi viaggi segreti
in Europa. A tali licenze, fonte di grave pericolo per il traffico
aereo civile, sembra sovrapporsi l’inerzia assoluta delle nostre
autorità rispetto a un’operazione di guerra condotta nei cieli
italiani. Un’azione militare che dovrebbe portare all’elimina-
zione del dittatore libico e che, invece, ha causato la morte di
ottantuno persone innocenti.

Il conflitto segreto

La strage di Ustica si consuma nell’ombra. L’inabissamento del


Dc9 decollato da Bologna viene subito imputato a un difetto
di manutenzione. Una tragedia dovuta alla negligenza di una
compagnia aerea indigna la gente comune, ma può rappresen-
tare una spiegazione rassicurante. Uno scenario di guerra aerea
susciterebbe ben altre paure. In casi come questi l’esigenza di

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tenuta delle istituzioni prevale sul diritto del cittadino a cono-


scere la verità. A imporlo è la ragione di Stato. È per motivi
analoghi, del resto, che le autorità italiane stanno mantenendo
il riserbo sul rischio ormai imminente di un attentato ritor-
sivo dell’Fplp. Nessuno deve sapere che Habash ha incaricato
Carlos di portare a esecuzione un’azione terroristica contro il
nostro paese. A rendere più fitta la coltre di fumo, calata subito
nell’indagine sulla strage di Ustica, giunge una telefonata ano-
nima. Il 28 giugno 1980 uno sconosciuto che sostiene di parlare
a nome dei Nar chiama la redazione romana del «Corriere della
Sera». Cinque giorni prima, il gruppo terroristico di estrema
destra ha ucciso a Roma il magistrato Mario Amato. Impossi-
bile non prendere sul serio il telefonista quando precisa che a
bordo del Dc9 viaggiava il camerata Marco Affatigato. Si tratta,
in realtà, del primo depistaggio dell’inchiesta, che nasconde
un duplice obiettivo. Accreditare la tesi dell’attentato dinami-
tardo e costruire una pista neofascista. In realtà Affatigato è
vivo, non fa parte dei Nar e risulta completamente estraneo
alla vicenda. Da Nizza, tramite la madre, farà avere sue notizie
alle autorità italiane. Ma la telefonata che lo menziona non
è opera di un mitomane. L’anonimo telefonista ha precisato
che il neofascista portava al polso un orologio di marca Baume
& Mercier, circostanza veritiera e per nulla casuale. Il depista-
tore conosce Affatigato ed è probabile che sappia anche della
sua collaborazione con i servizi segreti francesi. Il depistaggio,
soprattutto se proviene da ambienti qualificati, contiene spesso
un significato allusivo. In effetti, la citazione dell’estremista di
destra sembra una chiamata in causa della Francia. Un messag-
gio in codice destinato ai pochi esperti che possono decifrarlo.
Durante l’istrut­toria verrà appurato che la telefonata è partita
dal centro Sismi di Firenze.32
Se la vittima designata dell’attacco di Ustica era Gheddafi,
come molti indizi inducono a ritenere, altri interrogativi sor-

32
Sentenza-ordinanza del giudice istruttore Rosario Priore, Tribunale di
Roma, procedimento penale n. 527/84.

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gono di conseguenza. Cosa sarebbe accaduto dopo l’elimina-


zione del leader libico? È possibile che il complotto occiden-
tale prevedesse una seconda fase? La risposta è affermativa.
Con ogni probabilità l’azione del 27 giugno 1980 costituiva
l’inizio di un progetto più ampio. Nel territorio libico, infatti,
opera da mesi una quinta colonna che agisce di concerto con i
cospiratori stranieri. A essa competeva il piano di successione
a Gheddafi.33 Fulcro dell’operazione era il porto militare della
città di Tobruk, dove agisce Idris Sheybi, comandante della
nona brigata libica e governatore della Cirenaica. La zona rive-
ste un’elevata rilevanza strategica, in quanto vicina al confine
con l’Egitto. Il capo della Jamahiriya è in cima alla lista dei
nemici del presidente egiziano Sadat, su cui pende, a sua volta,
una sentenza di condanna a morte. L’Urss e le potenze arabe
più oltranziste intendono punirlo per l’alleanza con gli Usa e
la pace con Israele. Da tempo hanno sollecitato un piano omi-
cidiario dell’Fplp e del gruppo Carlos. Eliminare Gheddafi,
principale artefice della campagna contro Sadat, rappresenta
un’urgente priorità dell’Egitto. È per questo motivo che Sheybi
può contare sull’aiuto del Cairo. Se fosse riuscito l’agguato
mortale a Gheddafi, sarebbe scattato un piano d’invasione
della Libia dai confini egiziani e dal mare. Ma la cospirazione
deve proseguire e il sostegno egiziano resta fondamentale per
la riuscita del golpe. Sadat, infatti, deve garantire la copertura
aerea ai ribelli libici. Per tale ragione gli Usa, il Regno Unito e
altri paesi occidentali hanno trasferito decine di velivoli mili-
tari in una base aerea a ovest del Cairo. Caccia, mezzi da tra-
sporto, persino bombardieri come gli F-1 che possono essere
caricati di ordigni nucleari. La base viene dotata di un sistema
mobile di comunicazione satellitare che consente agli egiziani
di coordinare con il presidente americano Carter l’attacco alla
Libia. Per molteplici ragioni, l’Occidente è sceso al fianco di
Sadat e del suo alleato libico Sheybi per liberarsi di Ghed-
dafi. Il Regno Unito punta a restaurare l’influenza sulla Libia,

33
G. Fasanella, R. Priore, Intrigo internazionale, cit., pp. 170-177.

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smarrita dopo la caduta del sovrano Idris nel 1969. La Fran-


cia vuole vincere la partita dell’uranio in Ciad. Carter deve
lavare l’onta del Billygate. L’Fbi, infatti, ha incriminato suo
fratello Billy per un assegno di ventimila dollari consegnato a
quest’ultimo dalle autorità libiche per una mediazione com-
merciale con aziende statunitensi. Un enorme scandalo che
sta compromettendo la rielezione del presidente americano.
Inoltre, ha bisogno di centrare un’impresa clamorosa dopo che
il fallimento del blitz in Iran, per la liberazione degli ostaggi
dell’ambasciata, ha fatto scendere al minimo i suoi consensi
tra la popolazione americana.34 Ma è soprattutto la Nato, che
in teoria non ha competenza nella regione nordafricana, a
dover proteggere il suo fianco sud e impedire la penetrazione
sovietica nel Mediterraneo.

La solita ambiguità italiana

Nell’area compresa tra l’Africa settentrionale e il Medio


Oriente, l’Urss può contare solo sulla Siria. Mosca non può
permettersi di perdere anche il rapporto privilegiato con la
Libia. Per tale ragione, l’Unione Sovietica viene in soccorso
di Gheddafi invitando le potenze occidentali a non turbare
gli equilibri dello scacchiere mediterraneo. In un contesto di
tale complessità, la condotta dell’Italia si conferma ambigua e
contraddittoria. Per evitare la ritorsione promessa da Ghed-
dafi, è stato consentito ai suoi agenti di uccidere gli esuli libici
residenti nel nostro paese. Al contempo, però, il complotto
di Sheybi vede la partecipazione di alcuni italiani che lavo-
rano in Libia. Il capo della nona brigata, infatti, è amico di
Edoar­do Seliciato, titolare di una società di import-export che

34
Il 25 aprile 1980 fallì l’operazione Eagle Claw, che avrebbe dovuto por-
tare alla liberazione dei cittadini americani tenuti in ostaggio nell’amba-
sciata Usa di Teheran. Otto militari statunitensi morirono nel deserto
iraniano in seguito a una collisione tra un aereo e un elicottero.

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ha interessi a Tobruk. Ma Seliciato non sembra occuparsi solo


di commercio. Si recherà di persona presso l’ambasciata egi-
ziana a Roma per discutere i piani militari contro Gheddafi.
In seguito la partecipazione alla congiura gli costerà una lunga
detenzione in Libia. Un suo collaboratore, Aldo Del Re, riu-
scirà invece a evitare l’arresto. Entrambi negheranno di avere
rapporti con i nostri servizi segreti. Di avviso diverso è Libero
Gualtieri, parlamentare del Pds e in precedenza presidente
della commissione Stragi. In occasione di una seduta dell’or-
ganismo bicamerale, Gualtieri dichiarerà in modo esplicito
che al tentativo di golpe libico hanno partecipato elementi
dei servizi segreti italiani.35 Del resto, il sospetto di un ruolo
italiano nella cospirazione in Libia circola sin dalla primavera
del 1980. In tale periodo, il quotidiano ufficiale del Pci accu-
serà più volte il governo Cossiga di aver coinvolto l’Italia nella
guerra segreta organizzata dagli Usa.36 Il riferimento all’ope-
razione Tobruk appare evidente. Nel 1986 Cossiga, diventato
nel frattempo presidente della Repubblica, concede la grazia
ad alcuni esponenti dei servizi segreti libici, detenuti in Italia,
in cambio della scarcerazione di Edoardo Seliciato ed Enzo
Castelli, un architetto accusato a sua volta di complicità nella
cospirazione di Sheybi. L’ex senatore comunista Flamigni lo ha
definito uno scambio di prigionieri della guerra segreta a cui
l’Italia ha preso parte nell’estate del 1980 assieme agli alleati
occidentali.37 Significative, in effetti, appaiono le modalità
dello scambio voluto da Cossiga. Tutto accade a notte fonda.
Giunta conferma della partenza da Tripoli dell’aereo con a
bordo Seliciato e Castelli, le nostre autorità consentono agli
agenti di Gheddafi d’imbarcarsi su un volo diretto a Tripoli.
Il governo italiano non ha mai ammesso la partecipazione alla

35
Audizione in commissione parlamentare Stragi dei pm Vincenzo Roselli
e Franco Salvi del 20 e 22 ottobre 1998.
36
Franco Petrone, Con gli Usa impegni segreti dell’Italia, «l’Unità», 13 mag-
gio 1980.
37
S. Flamigni, I fantasmi del passato, cit., p. 148.

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guerra segreta in Libia e il segreto sull’operazione Tobruk per-


mane tuttora. Ma un fatto è certo. Il golpe organizzato da
Sheybi, insieme agli amici italiani, era previsto tra la fine di
luglio e l’inizio dell’agosto 1980.

La questione maltese

Nel luglio del 1980 sono molti i problemi che tolgono il


sonno al generale Santovito. Il direttore del Sismi approfitta
di una cerimonia diplomatica per parlare con il sottosegreta-
rio agli Esteri Giuseppe Zamberletti. Lo avvicina in giardino
e lo prende sottobraccio. Santovito ha un obiettivo preciso.
Vuole convincere l’esponente democristiano a non portare a
termine un’intesa di cui nessuno osa parlare in pubblico. Zam-
berletti è un tenace atlantista e vanta un rapporto di massima
fiducia con il premier Cossiga. Da mesi lavora in segreto a
un accordo per la protezione militare di Malta. Nonostante le
esigue dimensioni, infatti, l’isola rappresenta il crocevia delle
rotte mediterranee e riveste da sempre un’elevata importanza
strategico-militare. Nel 1979 è cessato il protettorato bri-
tannico e il premier maltese Dom Mintoff ha consentito ai
militari libici d’impiantarsi a La Valletta. L’apertura al regime
di Tripoli è avvenuta proprio nel periodo di massimo avvi-
cinamento di Gheddafi all’Urss. L’evoluzione della questione
maltese non piace alla Nato, preoccupata che la minaccia
sovietica possa giungere non solo da Oriente, ma anche da
sud. I timori occidentali sono correlati allo stravolgimento
degli equilibri internazionali avvenuto nel 1979. La caduta
dello scià a Teheran ha privato gli Usa del principale alleato
in Medio Oriente. Il blocco naturale all’ingresso dei sovietici
nel Mediterraneo, costituito dall’asse Turchia-Iran, è venuto
meno e ora gli americani possono contare solo su Ankara. L’in-
vasione sovietica dell’Afghanistan ha aggravato la situazione.
I giacimenti petroliferi ubicati nell’area del Golfo, indispen-
sabili per l’approvvigionamento energetico americano, sono

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finiti nella linea di tiro dell’Armata rossa. Mai come in questo


momento la Nato avverte la necessità di serrare il fianco sud,
come dimostra anche la scelta di piazzare i Cruise proprio a
Comiso. Le nuove strategie dell’alleanza atlantica comportano
maggiori responsabilità per l’Italia. Ma offrono al contempo
l’opportunità di recuperare il ruolo strategico smarrito nell’ul-
timo decennio. Zamberletti e Cossiga ne sono consapevoli e
cercano di sottrarre Malta al controllo dei libici, senza che la
Nato sia coinvolta nell’iniziativa. Ufficialmente, l’intesa con
Mintoff nasce da una scelta autonoma dell’Italia.
Nel dialogo con il governo maltese, si è rivelato decisivo
l’intervento del Psi. Mintoff, infatti, è laburista e non ha buoni
rapporti con la Dc, che simpatizza per l’opposizione di Edward
Fenech-Adami. È il partito di Craxi, quindi, a garantire il col-
lante di un’operazione frettolosa e molto complessa. Ma non
tutti in Italia condividono l’iniziativa, assunta in gran segreto
dal governo Cossiga. Tra i pochi che ne sono a conoscenza,
alcuni non gradiscono l’esposizione del nostro paese nella
scena internazionale. È per questo motivo che Santovito cerca
di convincere Zamberletti a compiere un passo indietro.38 Il
direttore del Sismi lo avvisa che espellere i libici da Malta è
come grattare la schiena di una tigre. Metafora quanto mai
efficace per rappresentare l’imminenza di un grave pericolo. Il
regime di Tripoli, infatti, ha già reagito in modo negativo alla
decisione, non ancora ufficiale ma nota, di collocare i missili
nucleari a ridosso delle coste libiche. L’accordo con Mintoff
renderebbe colma la misura. Al direttore del Sismi non sfugge
l’imbarazzo del governo per gli omicidi dei dissidenti libici
avvenuti in Italia nei mesi precedenti. È turbato anche dalla
partecipazione di cittadini italiani al golpe che il governatore
della Cirenaica Sheybi sta organizzando con l’aiuto occiden-
tale. Ha motivo di ritenere che, in un contesto simile, la sotto­
scrizione del trattato maltese porterebbe allo scontro aperto
38
Giuseppe Zamberletti, La minaccia e la vendetta, Franco Angeli, Milano
1995, pp. 26-35.

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150 I segreti di Bologna

con la Libia. I danni, non solo economici, che possono deri-


varne non troverebbero compensazione nei vantaggi generati
dal controllo italiano su Malta. Santovito tiene a ricordare al
rappresentante del governo che la Libia è in stretti rapporti
con le principali centrali terroristiche. A Zamberletti non serve
uno sforzo d’immaginazione per cogliere l’allusione all’Fplp.
Le buone relazioni con Tripoli, osserva il direttore del Sismi,
hanno garantito all’Italia ottimi risultati sul piano della sicu-
rezza e non sembra questo il momento adatto per rinunciarvi.
Santovito è stato posto alla guida dei servizi segreti dai politici
della solidarietà nazionale. Ovvio che proponga una gestione
dei rapporti internazionali coerente con quella degli anni pre-
cedenti. Zamberletti, però, crede nel nuovo corso atlantista
varato da Cossiga e non accoglie i suoi consigli. A Santovito
non resta che avvisarlo dei guai in cui l’Italia si sta per cac-
ciare. Guai dati per certi, considerato che l’esecutivo vuole
azzardare un’inversione a U sull’autostrada, in un momento di
traffico intenso. Altra metafora utile a far capire che uno Stato
non può mutare così rapidamente i propri indirizzi di politica
estera. Neppure l’opposizione interna alla Dc, tuttavia, riu-
scirà a far cambiare idea al sottosegretario agli Esteri. Giulio
Andreotti suggerisce di garantire ai maltesi un aiuto econo-
mico e di abbandonare tutto il resto. Rinuncia alla protezione
militare e alle clausole politiche. Sconfitto all’ultimo congresso
democristiano, Andreotti è rimasto privo di incarichi gover-
nativi. Nell’estate del 1980, è il rappresentante più autorevole
degli ampi settori della politica italiana che non condividono
le scelte di Cossiga. Ma anche la sua voce resta inascoltata.
Possibile, però, che l’accordo con Malta susciti timori così
forti? Per rispondere, è necessario prestare attenzione ai punti
essenziali della trattativa. L’accordo militare, infatti, prevede
l’impegno italiano a intervenire in difesa dell’isola in caso di
minacce alla sua indipendenza. Altre clausole, invece, garan-
tiscono a La Valletta un sostegno economico che non entu-
siasma Mintoff, ma contribuisce a peggiorare ulteriormente
il bilancio italiano. All’apparenza, quindi, l’iniziativa del go-

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L’Italia sotto minaccia 151

verno Cossiga sarebbe incomprensibile. Se il ruolo di gen-


darme internazionale non rientra nelle corde di una nazione
come la nostra, la politica dell’elargizione economica senza
corrispettivi convince ancora meno. Soprattutto se il trattato
va a incrinare i rapporti con la Libia, che rappresenta il primo
partner commerciale al mondo dell’Italia. Ma il fine ultimo
della trattativa con Malta si nasconde tra le clausole politi-
che. L’accordo, infatti, dovrà prevedere l’impegno di Mintoff
a non concedere l’utilizzo dei porti maltesi alle navi militari
delle due superpotenze. Non sarà concessa la sosta nei cantieri
neppure per le riparazioni delle imbarcazioni civili. Pretesti a
cui un paese ostile potrebbe ricorrere per attività di spionag-
gio. Il divieto, però, sfiora appena gli interessi degli Usa, che
dispongono di basi nella vicina Sicilia. A restare penalizzati
sono i sovietici, la cui flotta militare è alla frenetica ricerca di
porti mediterranei su cui attraccare. È proprio per tale ragione
che Malta deve essere blindata al più presto. Lelio Lagorio,
all’epoca dei fatti ministro della Difesa, avrà modo di spiegare
lo scopo meno evidente del trattato maltese. L’accordo serve
a togliere spazio e opportunità alla «minaccia di accerchia-
mento» dei sovietici che nel 1980 proviene anche da sud.39
L’Italia si è caricata sulle spalle oneri politico-militari che non
sembrano alla sua portata, ma che giovano all’intera alleanza
atlantica. L’autonomia rivendicata nell’iniziativa dal nostro
governo consente alla Nato di mostrare un’indifferenza di
facciata. Un modo efficace per indurre Mosca a non inter-
venire. La delicatezza dell’operazione spiega anche il riserbo
delle nostre autorità. La stampa viene tenuta all’oscuro di
tutto. Poche e qualificate persone, però, sanno che la firma
del trattato è ormai imminente. A breve, Zamberletti volerà a
La Valletta per sottoscrivere l’accordo assieme al suo omologo
maltese Joseph Cassar. Il viaggio a Malta è previsto per i primi
giorni di agosto del 1980.
39
Lelio Lagorio, L’ora di Austerlitz. 1980: la svolta che mutò l’Italia, Edizioni
Polistampa, Firenze 2005, pp. 114-118.

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L’appello per i missili di Ortona

Il 2 luglio 1980 comincia all’Aquila il processo d’appello per i


fatti di Ortona. Abu Anzeh Saleh e gli autonomi sperano nella
fine della carcerazione preventiva. Anche Habash si aspetta
un segnale di apertura dalle autorità italiane. Ma il giudizio
di secondo grado inizia in sordina, deludendo tutte le attese.
La corte si limita ad accogliere l’istanza di rinvio formulata
dalla difesa, aggiornando l’udienza a ottobre.40 L’accusa si era
opposta, sostenendo che il differimento avrebbe comportato
un inutile spreco di forze per garantire la sicurezza. La tenacia
dei magistrati aquilani è significativa. Il lodo Moro è andato in
frantumi e gli inviti alla clemenza lanciati dal Sismi sono caduti
nel vuoto. La procura, infatti, non è soddisfatta delle condanne
inflitte in primo grado. Insiste affinché l’esponente dell’Fplp e
gli autonomi romani vengano condannati anche per il delitto
più grave, l’introduzione delle armi da guerra nel territorio ita-
liano. Armi sovietiche che, in effetti, sono potute entrare nel
nostro paese solo in modo clandestino. L’accusa contesta il
contenuto della lettera del comitato centrale dell’Fplp, letta in
udienza nel processo di primo grado. Ritiene pretestuosa anche
la versione degli imputati. L’acquisizione della cassa con le armi
sul ciglio dell’autostrada è inverosimile. Anche il transito not-
turno non si concilierebbe con la tesi dei missili in partenza
per l’estero. Lo scarico di merce da una nave straniera rappre-
senta un’operazione molto più delicata del carico che, invece,
potrebbe avvenire tranquillamente nelle ore diurne. Gli Strela,
quindi, sarebbero stati scaricati dalla nave Sidon ormeggiata al
porto di Ortona. Anche la copertura della cassa tramite chiodi
di recente apposizione, uguali a quelli trovati nel furgoncino
degli autonomi, smentisce l’ipotesi di un trasporto inconsape-
vole. Forse le argomentazioni dell’accusa non bastano per supe-
rare il ragionevole dubbio sull’effettivo tragitto degli Strela.
Ma un fatto è certo. La magistratura italiana continua a invo-

40
Rinviato il processo d’appello a Pifano, «l’Unità», 3 luglio 1980.

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L’Italia sotto minaccia 153

care l’applicazione rigorosa della legge. Nessun trattamento di


riguardo viene assicurato a Saleh, in ossequio a un lodo che
ormai non garantisce più nessuno.
Il governo Cossiga ha negato pubblicamente l’esistenza di
rapporti tra l’Italia e il Fronte popolare e non intende tornare
indietro. Anche l’impegno italiano nella Cee, che ha portato
alla risoluzione di Venezia invocata da Arafat, ha irritato non
poco Habash. L’Italia, infatti, si è fatta promotrice di una linea
europea tesa a favorire le componenti «moderate» e filosaudite.
Ma il riconoscimento del diritto all’esistenza di Israele, ovvio
corollario di una soluzione politica della questione palestinese,
è un costo che il Fronte popolare non intende pagare. Mentre la
carcerazione dell’uomo di Habash a Bologna viene prolungata
a oltranza, nonostante il pericolo di una ritorsione, il nostro
paese ha contribuito a una frattura all’interno della resistenza
palestinese. Il tentativo europeo di ripetere con Arafat l’esperi-
mento riuscito agli americani con Sadat, nato proprio a Roma,
è fonte di ulteriori rischi per il nostro paese. L’Fplp e le potenze
arabe, contrarie alla risoluzione di Venezia, lo ritengono una
subdola ingerenza delle democrazie occidentali. L’osti­lità nei
confronti del gruppo di Habash, del resto, è coerente con l’at-
teggiamento riservato ai grandi protettori dell’Fplp, Urss e
Libia su tutti. Nell’ultimo anno, il premier Cossiga ha riba-
dito più volte la fedeltà italiana al Patto atlantico. È stato in
prima linea nella battaglia per gli euromissili che saranno pun-
tati contro le città sovietiche. Ha osservato un rigoroso silenzio
prima e dopo la sera di Ustica. È andato a trattare con Dom
Mintoff per impedire ai libici, ma soprattutto ai sovietici, di
fare base a Malta. Probabilmente c’è anche un inconfessabile
sostegno italiano alla congiura di Tobruk.

Le discordanti audizioni in commissione Moro

Il nuovo corso della nostra politica estera è causa di forti preoc­


cupazioni negli ambienti del Sismi. Ma sembra trovare con-

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senso nell’Arma dei carabinieri. L’esempio emblematico di tali


divergenze può essere rinvenuto nelle audizioni della commis-
sione Moro, che nell’estate del 1980 inizia le sue attività. A due
anni di distanza dall’omicidio dello statista democristiano, l’or-
ganismo bicamerale cerca di risolvere i misteri di via Caetani.
I commissari della Moro ascoltano i protagonisti della lotta
all’eversione. L’8 luglio 1980 è il turno di Carlo Alberto dalla
Chiesa, che dal dicembre del 1979 guida la divisione Pastrengo.
Al generale vengono rivolte domande anche sui collegamenti
internazionali dei gruppi armati. Ben presto, l’audizione scivola
sul problema scottante dell’Fplp.41 Dalla Chiesa spiega come i
rapporti tra i terroristi italiani e la resistenza palestinese siano
di lunga data. Menziona, al riguardo, alcune fotografie risalenti
al 1975 che ritraggono due noti estremisti di sinistra mentre
impugnano il mitra in un campo di addestramento in Libano.
Ma è la questione di Ortona a catturare l’attenzione dei parla-
mentari. Il generale spiega di non credere alla linea difensiva di
Saleh e compagni. Sostiene, invece, che il transito degli Strela
scoperto in Abruzzo vada posto in relazione alle rivelazioni di
Peci: il terrorista pentito, come detto, che ha rivelato il viag-
gio in Libano di Moretti e compagni a bordo del Papago, avve-
nuto poche settimane prima del sequestro dei missili agli auto-
nomi. Le Br hanno scaricato in Veneto un cospicuo arsenale
palestinese, in parte da custodire per conto dei fedayyìn e in
parte da dividere con le altre formazioni armate che agiscono
in Europa. Le operazioni di Mestre e Ortona, quindi, sareb-
bero il frutto di una medesima strategia operativa concertata tra
gruppi italiani e palestinesi. Dalla Chiesa è convinto che la rotta
adriatica sia stata percorsa più volte dai terroristi nostrani, per
ricevere addestramento e forniture di armi in Medio Oriente.
Con tono garbato, ma deciso, il comandante della Pastrengo
prende le distanze dal Sismi, che nega l’esistenza di rapporti tra
Br e le formazioni dell’Olp. Punta il dito contro Saleh, di cui

41
Audizione di Carlo Alberto dalla Chiesa dell’8 luglio 1980, commissio-
ne parlamentare Moro, volume 4.

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L’Italia sotto minaccia 155

conosce, con ogni probabilità, gli stretti rapporti con Giovan-


none. Dalla Chiesa censura la benevolenza di cui ha goduto a
lungo il rappresentante dell’Fplp a Bologna. Si chiede perché a
un elemento di tale pericolosità sia stato consentito di rimanere
in Italia. Un chiaro invito a mutare atteggiamento nei riguardi
dell’ala oltranzista della resistenza palestinese. Il nostro paese,
insiste il generale, dovrebbe astenersi dal fornire aiuto a quegli
studenti arabi che troppo spesso si rivelano un pericolo per la
sicurezza. Senza nominarlo, con la discrezione di un uomo delle
istituzioni, Dalla Chiesa suggerisce la revoca definitiva del lodo
Moro.
Di segno esattamente opposto è il parere espresso dal gene-
rale Santovito, durante l’audizione del 1° luglio 1980. In tale
occasione, il direttore del Sismi sposa integralmente la ver-
sione dei fatti offerta da Saleh e dagli autonomi. Rivela anche
un particolare inedito e tuttora non riscontrato. Due giorni
prima degli arresti di Ortona, gli Strela sarebbero stati segna-
lati al porto di Genova.42 Un autocarro li ha trasportati a Roma
e consegnati agli autonomi di via dei Volsci. Il ruolo degli
estremisti italiani, però, è stato occasionale. Il loro compito, a
parere di Santovito assolto in modo maldestro, si esauriva nel
viaggio in Abruzzo. I missili, del resto, erano in uscita e non
sarebbero stati impiegati in operazioni nel nostro territorio.
L’affare, quindi, non dovrebbe riguardarci. Anche il direttore
del Sismi sta bene attento a non menzionare il lodo davanti
alla commissione parlamentare. Ma il contenuto delle sue
dichiarazioni non lascia spazio a dubbi. L’Fplp non ha violato
gli accordi e non c’è ragione per voltare le spalle ai fedayyìn.
Il direttore del Sismi dubita anche della credibilità di Peci.
I palestinesi, infatti, non avrebbero rapporti con l’eversione
italiana. Il capo dell’intelligence militare le prova tutte. Tenta
persino di minimizzare la pericolosità del terrorismo arabo. Ai
commissari della Moro, citerà i casi molto frequenti di palesti-

42
Audizione di Giuseppe Santovito del 1° luglio 1980, commissione par-
lamentare Moro, volume 4.

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nesi saltati in aria assieme all’esplosivo durante le operazioni


di trasporto.
A differenza del generale Dalla Chiesa, inoltre, il direttore
del Sismi non ha nulla da contestare agli studenti arabi che
l’Italia accoglie e gratifica con borse di studio. Evidenzia, al
contrario, il prestigio che Habash sta recuperando in quella
parte della resistenza palestinese molto infastidita dalla risolu-
zione di Venezia. Un messaggio sottile che non verrà colto dai
parlamentari.
Nel luglio del 1980 i vertici del Sismi sembrano predicare
nel deserto. Governo, magistratura e persino i carabinieri di
Dalla Chiesa non intendono cedere al ricatto dell’Fplp. Per
scongiurare il pericolo dell’azione punitiva promessa dal
Fronte popolare, gli uomini di Forte Braschi hanno provato
a giocare ogni carta. Di recente Armando Sportelli ne ha rive-
lata una ai magistrati di Bologna.43 Nel 1980, l’ufficiale è capo
della seconda divisione del Sismi e diretto superiore di Giovan-
none. Non è tra quelli che condividono l’accordo con l’Fplp.
È consapevole, tuttavia, dei rischi provocati dalla detenzione
di Saleh. Per tale ragione, durante il processo di primo grado
si reca a Chieti per invocare la clemenza dei magistrati. Dopo
la sentenza di condanna, il Sismi ci riprova. All’Aquila un
ufficiale in borghese avvicina i giudici dell’appello. Li invita
a essere indulgenti con Saleh, al fine di risparmiare al paese
azioni ritorsive.44 Un’iniziativa grave che potrebbe esporre il
militare a conseguenze penali. A ispirarla, però, c’è la neces-
sità di risparmiare vite umane. Se gli uomini dei servizi segreti
arrivano a tanto, significa che la situazione è giunta ormai al
limite. E infatti l’11 luglio 1980, mentre la processione degli
agenti segreti in tribunale continua a rivelarsi infruttuosa, il
Viminale lancia l’allarme rosso.

43
Richiesta di archiviazione del pm Enrico Cieri, Procura della Repubblica
di Bologna, procedimento penale n. 13225/11.
44
Stelio Marchese, I collegamenti internazionali del terrorismo italiano, Ja-
padre, L’Aquila 1989, p. 201.

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L’attacco imminente dell’Fplp

L’11 luglio 1980 il direttore dell’Ucigos Gaspare De Francisci


invia una nota riservata al capo del Sisde Giulio Grassini. L’in-
telligence civile viene messa a conoscenza delle notizie acquisite
da una fonte probabilmente inserita negli ambienti arabi di
Bologna.45 La stessa che già nel marzo precedente aveva segna-
lato la possibilità di azioni terroristiche contro l’Italia. L’Fplp,
infatti, ha reagito in modo negativo alla prolungata detenzione
di Abu Anzeh Saleh. Si teme quindi che il Fronte popolare
possa compiere a breve un attentato punitivo o, in alternativa,
un’azione finalizzata alla liberazione del detenuto. L’informativa
contiene quindi una nuova indicazione. L’azione dell’Fplp,
infatti, potrebbe consistere nella liberazione di Saleh. L’eventua-
lità impone un interrogativo non da poco. Il Fronte popolare,
infatti, appartiene all’ala marxista della resistenza palestinese
che collabora con le Br dopo averle rifornite di armi ed esplo-
sivo. Anche Carlos vanta rapporti diretti con le Br, come hanno
accertato in tempi diversi le Magistrature di Roma e Bologna.
Lecito, quindi, ipotizzare che un’operazione in territorio ita-
liano possa giovarsi anche del supporto delle Br. Moretti e com-
pagni, tuttavia, seguono una linea operativa molto diversa da
quelle del Fronte popolare e dell’Ori. Sono contrari, infatti, agli
attentati contro obiettivi indiscriminati. Lo stragismo praticato
da Carlos, che nella sua carriera colpirà più volte treni e stazioni
ferroviarie, non è conciliabile con l’impostazione brigatista. Gli
uomini di Moretti non colpiscono nel mucchio, ma attaccano
solo bersagli selezionati. Industriali, poliziotti, uomini delle isti-
tuzioni. Se l’operazione commissionata dall’Fplp allo Sciacallo
prevedesse effettivamente un ruolo logistico delle Br, difficil-
mente si tratterebbe di una strage. Al contrario, un’azione tesa
alla liberazione di Saleh può essere gradita ai brigatisti. L’Fplp,
del resto, ha conquistato la ribalta mondiale grazie ai dirotta-
menti aerei. Atti di pirateria che dovevano portare allo scambio

45
L. Matassa, G.P. Pelizzaro, Relazione sul gruppo Separat, cit., p. 34.

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di prigionieri. Ma dopo i successi dei primi anni, lo abbiamo


detto, sono arrivati solo fallimenti. I rovesci di Entebbe e Moga-
discio hanno indotto il Fronte popolare ad abbandonare una
strategia diventata controproducente. Non va escluso, quindi,
che nell’estate del 1980 il Fronte popolare stia puntando ad
altro. Un attacco al penitenziario in cui è recluso Saleh. Anche
le Br, del resto, meditano da tempo iniziative analoghe. Nel
1979 era stato predisposto il piano di evasione dal carcere spe-
ciale dell’Asinara. L’estate rappresentava la stagione ideale per
un’azio­ne sensazionale. L’isola, infatti, si riempie di turisti men-
tre l’efficienza delle forze dell’ordine è ridotta al minimo. L’ope-
razione Isotta – così si chiama il piano eversivo – contemplava
il supporto dei gruppi sardi, incaricati di fornire esplosivi e
accoglienza ai compagni sbarcati dal continente. L’iniziativa,
però, è stata abbandonata nel settembre del 1979, dopo l’arre-
sto a Roma di Prospero Gallinari. Quest’ultimo, infatti, era
stato trovato in possesso di documenti sull’Asinara. Nel luglio
del 1980 le nostre autorità temono che questa volta l’attacco a
un carcere speciale possa arrivare dall’Fplp. È per tale ragione
che l’allarme lanciato dall’Ucigos l’11 luglio 1980 viene dira-
mato in via riservata al questore di Bari, la cui competenza si
estende anche a Trani, nel cui penitenziario è detenuto Saleh.46
Nel 1980, da Beirut e Bologna, provengono continui segnali
di allarme. Segnali puntualmente registrati da Sismi, Sisde,
Ucigos, e da questi estesi alle questure di tutte le città interes-
sate. Nel 2006, inoltre, il Ros ha consegnato alla procura emi-
liana un documento che ha come oggetto la crisi dei missili di
Ortona. Un appunto dattiloscritto, classificato come «riserva-
tissimo» e avente numerazione 002541, che non contiene né
data né firma. Anche la provenienza del messaggio non è stata
chiarita. Controversa è soprattutto la collocazione temporale
dell’appunto. Per alcuni risalirebbe in realtà al 1981. Per altri
invece proprio al 1980, in un arco temporale compreso tra la

46
Telegramma n. 224/661 della direzione generale di Pubblica sicurezza
dell’11 luglio 1980.

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fine del processo di primo grado a Chieti e l’inizio dell’appello


all’Aquila.47 Il documento prende spunto dalle notizie comu-
nicate da un interlocutore dell’Fplp al solito Giovannone.
L’azio­ne terroristica contro l’Italia non costituisce più una mera
ipotesi, ma addirittura un fatto destinato a concretizzarsi a
breve. L’uomo del Fronte popolare, infatti, ha riferito a Stefano
d’Arabia che «si attende la preannunciata operazione per il
periodo successivo al processo». L’azione, quindi, è già stata
pianificata e sta per essere portata a esecuzione. L’appunto con-
tiene una precisazione di estrema rilevanza. L’Fplp viene inci-
tato all’azione terroristica da gruppi filosiriani e filolibici. Cir-
costanza, quest’ultima, che sembra confermare la portata
internazionale del contenzioso con il Fronte popolare. In gioco,
infatti, non c’è solo la scarcerazione dell’uomo di Habash a
Bologna. E neppure la facoltà dei palestinesi di custodire e tra-
sportare armi nel nostro territorio. L’ingerenza nell’affare degli
Strela di forze straniere, vicine ai regimi filosovietici di Dama-
sco e Tripoli, chiama in causa la guerra segreta in corso nel
Mediterraneo.
Lo stato di allarme, negli uffici preposti alla sicurezza, per-
mane anche nelle settimane successive. Nel luglio del 1980
si assiste a un fitto scambio di corrispondenza tra il direttore
dell’Ucigos De Francisci e il capo del Sismi Santovito. Oggetto
del carteggio è la figura di Rita Porena, la giornalista italiana
vicina all’Fplp e in stretti rapporti con il colonnello Giovan-
none. Quest’ultimo, infatti, la ritiene un tramite indispensa-
bile per contattare l’Fplp nelle situazioni in cui è necessario
scongiurare il pericolo di attentati. Probabilmente, però, le
attività di prevenzione vengono sviluppate anche in altre dire-

47
Il documento 002541 ha una numerazione antecedente ad altri che ri-
salgono con certezza al 1981 in quanto contenenti riferimenti specifici
all’inizio del processo d’appello. Ciò fa pensare che «la fine del processo»,
considerata nel primo documento che annuncia l’attentato, sia riferibile
al primo grado. L’estensore dei documenti successivi, peraltro, sembra
ipotizzare la vigenza del lodo Moro anche nel 1981.

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zioni. Come rivelato dal colonnello Di Napoli, infatti, il Sismi


sa già che l’azione ritorsiva è stata affidata al gruppo Carlos.
Gli uomini di Forte Braschi, quindi, sono chiamati a vigilare
sull’ingresso in Italia di militanti dell’Ori.
Negli ultimi giorni di luglio del 1980 l’allarme attentati non
rientra. In un clima di gravissime tensioni, il sottosegretario
agli Esteri Zamberletti si appresta a partire per La Valletta.
Deve sottoscrivere il trattato di protezione militare che consen-
tirà, come visto, all’Italia di sbarrare la strada di Malta a libici
e sovietici. La stampa continua a restare all’oscu­ro di tutto.
Nonostante l’imminenza della firma, anche il parlamento non
è a conoscenza delle trattative. Un accordo, quindi, che somi-
glia molto a un’operazione clandestina. Ancora più segreta è
la cospirazione in Libia contro Gheddafi che l’Egitto sta orga-
nizzando con l’aiuto dell’Occidente. Ricordiamo che Edoardo
Seliciato, Aldo Del Re ed Enzo Castelli sono pronti ad agire al
fianco del governatore della Cirenaica Sheybi.

L’arrivo in Italia di Thomas Kram

La mattina di venerdì 1° agosto 1980 giunge alla frontiera ita-


liana, sul versante della cittadina svizzera di Chiasso, Thomas
Kram.48 Si tratta di un militante dell’estrema sinistra tedesca
che, abbiamo visto, ha soggiornato a Perugia l’anno prece-
dente. Il Muro di Berlino impedisce lo scambio di notizie tra i
servizi segreti dei blocchi opposti. In quell’anno è impossibile
avvalersi delle informazioni custodite negli archivi della Stasi,
l’efficiente apparato di sicurezza della Germania comunista.
Da tempo Berlino Est fornisce assistenza al gruppo di Car-
los lo Sciacallo. È per questo che i suoi uomini sono vigilati
durante ogni spostamento. La ventiduesima sezione della Stasi
ha potuto redigere con la massima facilità l’organigramma

48
Telex della stazione della polizia di frontiera italiana di Ponte Chiasso del
1° agosto 1980.

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L’Italia sotto minaccia 161

dell’Ori, inserendovi anche Kram. Le spie di Markus Wolf


sono certe che il terrorista tedesco faccia parte dell’organizza-
zione dello Sciacallo. Nel 1980, la nostra intelligence non può
saperlo. Ma dall’antiterrorismo della Germania Ovest, paese
alleato dell’Italia, sono arrivate informazioni molto utili sul
conto del giovane che si appresta a entrare in Italia. Il Bka,
infatti, sospetta che l’estremista militi nelle Cellule rivoluziona-
rie. Il campanello d’allarme, quindi, deve squillare comunque.
Da due anni, infatti, Hans-Joachim Klein, uno dei terroristi
che nel 1975 era al fianco di Carlos durante il sequestro dei
ministri dell’Opec, ha rivelato alla stampa europea un partico-
lare molto importante.49 Carlos recluta i suoi soldati proprio
nelle fila delle Cellule rivoluzionarie. Non a caso, dal maggio
del 1980 le autorità italiane hanno inserito il nome di Kram
nella rubrica di frontiera. In caso d’ingresso nel nostro paese,
l’estremista tedesco deve essere sottoposto sia a «perquisizione
doganale» che a «vigilanza riservata». Il 1° agosto 1980 Ema-
nuele Marotta, dirigente dell’ufficio sicurezza presso la fron-
tiera svizzera di Chiasso, si attiene con scrupolo alle istruzioni.
Kram viene fatto scendere dal treno proveniente da Karlsruhe.
La perquisizione, durata pochi minuti, sortisce esito nega-
tivo. Salito a bordo di un nuovo treno, parte alle 12.08 per il
capoluogo lombardo, dove arriverà alle 14. Marotta comunica
l’arrivo in Italia dell’estremista tedesco alla Digos e all’Ucigos.
Avvisa anche i questori di Como e Milano, le autorità com-
petenti nelle province che verranno attraversate dal terrorista
nelle ore successive. Lo scopo, ovviamente, è quello di consen-
tire il pedinamento del sospetto terrorista imposto dalla rubrica
di frontiera. Gli occhi riservati dei nostri apparati di vigilanza
dovranno monitorare gli spostamenti di Kram passo per passo.
E verificare se la sua destinazione sia realmente Milano.
Tutto sembra accadere nella calma apparente del primo fine
settimana di agosto, quando milioni di italiani sono in partenza

49
Jean-Marcel Bouguereau, intervista ad Hans-Joachim Klein, «Lotta con-
tinua», 6 ottobre 1978.

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162 I segreti di Bologna

per le vacanze. Chi è rimasto al lavoro, invece, può trovare con-


solazione in una bibita fresca. G.S., ad esempio, è un macchini-
sta che vaga nei pressi della stazione ferroviaria di Bologna alla
ricerca di un chiosco con bevande. La sera del 1° agosto, verso
le 19, l’uomo nota una persona che scatta fotografie nella dire-
zione dell’uscita dello scalo ferroviario.50 Resta incuriosito dal
comportamento di quel tipo che cerca di non essere visto
dall’uomo immortalato nella sua macchina senza flash. Il foto-
grafo misterioso si sposta lungo il piazzale, nascondendosi con
destrezza dietro il colonnato. Bizzarre acrobazie che non destano
preoccupazione nel ferroviere stanco e assetato. Ma che suscite-
ranno interrogativi molto più seri all’indomani, quando alle
ore 10.25 del mattino la stazione ferroviaria di Bologna salterà
in aria.

50
Audizione di G.S. del 2 agosto 1980, Tribunale di Bologna, procedi-
mento penale n. 344/80.

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Seconda parte
L’eccidio di Bologna

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La strage

Strane presenze

Sabato 2 agosto 1980 il sottosegretario agli Esteri Giuseppe


Zamberletti si sveglia all’alba. Raggiunge in fretta l’aeroporto
di Ciampino dove lo aspetta un Mystère dell’aeronautica mili-
tare.1 Il rappresentante del governo sta per recarsi a La Valletta
per la sottoscrizione dell’accordo di protezione militare che
dovrà impedire a libici e sovietici l’utilizzo dei suoi porti. Nella
stessa mattinata la Saipem II, una nave di ricerca dell’Eni, rag-
giunge i banchi di Medina. L’imbarcazione italiana opera per
conto della compagnia americana Texaco, a sua volta incaricata
dal governo maltese di procedere alle prospezioni petrolifere
in una zona su cui anche la Libia rivendica la sovranità. La
coincidenza temporale tra la firma dell’accordo e l’inizio delle
attività della Saipem II non è casuale. L’Italia vuole dimostrare
a Gheddafi che sta facendo sul serio.
Ma l’attivismo del nostro paese sulla scena internazionale è
passato completamente inosservato. Il primo sabato di agosto,
del resto, ha inizio il grande esodo feriale e la stampa presta
minore attenzione ai problemi politici. Aeroporti e stazioni
ferroviarie si riempiono di gente diretta nei luoghi di villeggia-
tura. La stazione di Bologna, ad esempio, è gremita di turisti.
Si prevede una giornata di ordinaria confusione, tipica della

1
Giuseppe Zamberletti, La minaccia e la vendetta, Franco Angeli, Milano
1995, pp. 7-16.

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166 I segreti di Bologna

stagione estiva. Alle 6.30 le due sale d’attesa vengono ripu-


lite e lasciate sgombre. Alle 7.30 la polizia ferroviaria provvede
all’ispezione quotidiana dei locali. Subito dopo, le sale d’attesa
cominciano a riempirsi di viaggiatori che aspettano il treno
su cui salire. Tra la folla, come al solito, si muovono gli agenti
preposti al servizio di prevenzione. Furti e borseggi abbondano
nelle giornate caotiche. Ma a provocare l’intervento delle forze
dell’ordine, per una volta, non saranno i soliti ladruncoli. Il
treno per la riviera adriatica, infatti, viene preso d’assalto da
alcuni giovani che decidono di occupare il carro bagagliaio.
Gli agenti intimano subito lo sgombero dello scompartimento,
litigando con due scalmanati.2 Scene sgradevoli ma innocue.
L’imprevedibile accadrà invece negli istanti successivi. Alle ore
10.25 la stazione viene investita da un’esplosione terrificante.
Al boato assordante fa seguito una fiammata multiforme da cui
si leva verso l’alto un’immensa nuvola scura. L’onda d’urto pro-
vocata dalla detonazione investe due vagoni del treno straor­
dinario Adria Express, poi torna indietro causando il crollo
del fabbricato viaggiatori. Gli uffici dell’azienda Cigar, che si
trovano al piano superiore a quello della sala d’attesa, vengono
distrutti. Crollano trenta metri di pensilina assieme alle strut-
ture portanti del ristorante e a parte del sottopassaggio.3 Centi-
naia di tegole piovono a velocità spaventosa sul piazzale esterno
alla stazione, come se fosse in corso un bombardamento aereo.
A terra giacciono persone di ogni età, anche bambini. Italiani
e stranieri. I morti si contano a decine. Quelli più vicini al
punto dell’esplosione sono deceduti sul colpo. Altri sono stati
travolti dal crollo degli edifici. Altri ancora sono stati colpiti
da qualche oggetto contundente. I feriti urlano per la dispera-
zione, quelli sepolti sotto le macerie invocano aiuto. Tutti gli

2
Relazione della polizia ferroviaria di Bologna del 3 agosto 1980, Tribu-
nale di Bologna, procedimento penale n. 344/80.
3
Consulenza chimico-esplosivistica sull’esplosione del 2 agosto 1980 di
Errico Marino, Eugenio Pelizza, Omero Vettori e Ignazio Spampinato,
Tribunale di Bologna, procedimento penale n. 344/80.

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La strage 167

altri tacciono. Nella stazione di Bologna si è appena scatenato


un inferno.
A pochi minuti dall’esplosione, la prima ambulanza rag-
giunge il piazzale della stazione. Ma il numero di feriti è così
alto che servono anche taxi e autobus per garantire i soccorsi.
Le agenzie di stampa battono subito la notizia della possibile
esplosione di una caldaia. Ma non è vero. Tra i superstiti figu-
rano militari che vantano competenze in materia di ordigni.
In stazione c’è persino un uomo del Sismi.4 Testimoni esperti
che hanno riconosciuto subito l’odore inconfondibile delle
sostanze esplosive. Forse la voce sull’esplosione della caldaia
è stata diffusa per depistare le indagini. O forse per prendere
tempo, in attesa di una gestione politica della crisi. L’equivoco,
in ogni caso, dura poche ore. Alle 15 i periti verificano l’inte-
grità delle caldaie. I dubbi residui saranno sciolti solo in serata.
Poco dopo le 21 sarà individuato un cratere nella sala d’attesa
di seconda classe, vicino al muro parallelo al primo binario. È
la conferma definitiva dell’avvenuta detonazione di sostanze
esplosive.
Ma le informazioni che circolano, nell’immediatezza dei
fatti, riguardano anche altro. I morti vengono trasferiti in
obitorio. I corridoi sono presi d’assalto da giornalisti, parenti,
persone impaurite che cercano notizie dei propri amici. L’at-
tenzione viene catturata da un ufficiale dei carabinieri, di
grado superiore, che arriva di corsa urlando una notizia cla-
morosa. Sono stati i neofascisti. Chi lo ascolta resta sorpreso
dalla perentorietà dell’affermazione, considerato che il giornale
radio continua a indicare come ignote le cause dell’esplosione.5
Eppure il graduato dà per certa sia la dinamica dell’esplosione
sia la matrice. Ma chi è quel carabiniere? E perché si è preci-
pitato in obitorio a ufficializzare la pista nera? Domande a cui
sarebbe utile trovare risposta.

4
Riccardo Bocca, Tutta un’altra strage, Bur, Milano 2007, p. 128.
5
L’episodio è stato riferito agli autori da un medico in servizio presso l’obi-
torio il 2 agosto 1980.

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168 I segreti di Bologna

Nelle ore successive all’esplosione, del resto, avvengono fatti


che ancora oggi non sono stati chiariti. Importanti uomini
delle istituzioni piombano a Bologna. Uno dei primi ad arri-
vare è Federigo Mannucci Benincasa, capo del centro Sismi di
Firenze. I magistrati bolognesi giudicheranno inspiegabile la
sua presenza in stazione, essendo il centro Sismi di Bologna
quello competente. Non è la prima volta che il centro Sismi di
Firenze è oggetto di polemiche. Proprio dai suoi uffici, infatti, è
partita la telefonata che ha inaugurato i depistaggi dell’inchie-
sta sulla strage di Ustica. Quella che indicava la presenza del
neofascista Affatigato a bordo del Dc9. A Mannucci Benincasa,
peraltro, è legato Ignazio Spampinato, il colonnello di artiglie-
ria inserito nel collegio dei consulenti chiamato ad accertare
le cause dell’esplosione. Anche Spampinato arriva subito a
Bologna. Alle 14 riceve dalla procura del capoluogo emiliano
l’incarico peritale. L’ufficiale sarà poi incriminato per aver rife-
rito a Mannucci Benincasa gli esiti ancora segreti delle perizie
esplosivistiche.6 Difficile, tuttavia, credere che la presenza nella
città emiliana del capocentro del Sismi fiorentino sia dovuta a
un’iniziativa personale. Lecito ritenere, al contrario, che l’uffi-
ciale sia stato incaricato dal direttore Santovito, interessato a
gestire in modo centralizzato l’emergenza. Una situazione non
dissimile, del resto, sembra svilupparsi al Viminale. Durante
l’inchiesta sul sabotaggio dell’Argo 16, il magistrato veneziano
Carlo Mastelloni ha accertato circostanze inedite. Nella stessa
giornata del 2 agosto 1980, quando ancora viene diffusa l’ipo­
tesi dello scoppio di una caldaia, dalla capitale è arrivato Ales-
sandro Milioni, capo della divisione antiterrorismo di destra
dell’Ucigos.7 A giudizio di Mastelloni, la sua partenza repen-
tina per Bologna, in questo caso legittima, dimostrerebbe
che «la centrale s’impadronì dell’indagine». Milioni e gli altri

6
Sentenza della Corte d’assise di Bologna del 21 dicembre 2001, procedi-
mento penale n. 1251/82.
7
Sentenza-ordinanza del giudice istruttore Carlo Mastelloni, Tribunale di
Venezia, procedimento penale n. 318/87.

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La strage 169

funzionari inviati da Roma si avvarranno di un elemento di


fiducia reperito in luogo. Un uomo delle vecchie «squadre»
dell’ufficio Affari riservati, in seguito transitato nella polizia
ferroviaria di Bologna. Mastelloni attribuisce proprio ai diri-
genti dell’Ucigos la decisione della questura di Bologna d’in-
viare il fonogramma che darà avvio alle attività investigative. In
serata, il dispaccio con precedenza assoluta è trasmesso a tutte
le questure italiane.8 Gli organi di polizia sono subito invitati a
indagare sull’estre­ma destra. Non vengono indicate altre strade
da percorrere.

Un’unica pista

Nel 1980 è radicata, anche nell’opinione pubblica, la tesi per


cui le stragi indiscriminate sono opera dell’estrema destra. Il
terrorismo di sinistra, infatti, non colpisce nel mucchio, ma
seleziona i propri obiettivi. In quel momento, in effetti, pen-
dono nei confronti dei neofascisti numerosi procedimenti
penali per fatti di strage. A Catanzaro deve tenersi il processo
d’appello per l’attentato di piazza Fontana dove sono imputati
Franco Giorgio Freda e Guido Giannettini. A Brescia vengono
inquisiti altri extraparlamentari neri per l’esplosione di piazza
della Loggia. Proprio a Bologna, infine, è appena giunta noti-
zia del rinvio a giudizio di Mario Tuti per l’attentato sul treno
Italicus. Viene obiettato, però, che tali giudizi si sono poi con-
clusi con l’assoluzione di tutti gli imputati.
Ma il nodo della questione è un altro. La verifica di una pista
di destra per la strage di Bologna è un fatto scontato sotto il
profilo investigativo. A suscitare perplessità, invece, è l’imme-
diata esclusione di tutte le restanti ipotesi. Il telegramma della
Questura di Bologna lo dimostra in modo inequivocabile.
Nell’assenza dichiarata d’indizi, o di rivendicazioni attendibili,

8
Telegramma della Questura di Bologna del 2 agosto 1980, Tribunale di
Bologna, procedimento penale n. 344/80.

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170 I segreti di Bologna

si è rinunciato a priori all’indagine a tutto campo. La scelta è


incomprensibile, considerato che da diversi mesi Sismi, Sisde e
Ucigos hanno certificato il pericolo di un attentato dell’Fplp.
Com’è possibile che, proprio quando i fatti sembrano conva-
lidare i timori palesati nelle informative, la pista palestinese
scompaia improvvisamente nel nulla? Gli apparati di sicurezza
sembrano in preda a un’amnesia collettiva molto poco con-
vincente. Nessuno ricorda gli allarmi arrivati da Beirut e dalla
stessa Bologna. Viene rimossa anche la notizia dell’incontro tra
Habash e Carlos per concordare l’azione ritorsiva. Cadono nel
dimenticatoio le richieste di clemenza inoltrate dagli uomini
del Sismi ai magistrati di Chieti e L’Aquila, per scongiurare il
rischio di una vendetta del Fronte popolare. Nessuna traccia di
tutto questo si troverà nei rapporti giudiziari destinati ai magi-
strati di Bologna. Anche la sottoscrizione del trattato italomal-
tese, avvenuta proprio negli istanti in cui la stazione ferroviaria
è saltata in aria, sarà tenuta nascosta a lungo. Al ritorno in
Italia, Zamberletti, scosso dalla coincidenza temporale e dalla
reazione angosciata di Mintoff alla notizia dell’esplosione,
chiederà lumi al direttore del Sismi. Il generale Santovito,
l’uomo che nelle settimane precedenti lo aveva scongiurato di
non grattare la schiena alla tigre, ora sembra tirarsi indietro.
Esclude qualsiasi nesso tra il trattato di protezione militare e
l’attentato di Bologna, che è stato commesso sicuramente dai
neofascisti.
Ma la strage alla stazione non è un affare solo italiano. La
notizia raggiunge in fretta ogni parte del mondo. Arriva velo-
cemente al Cairo, nella situation room attrezzata per dirigere il
golpe in Libia dove si trova anche Del Re. In un appartamento
di Tobruk, invece, Seliciato l’apprenderà via radio pochi minuti
prima di essere arrestato dalle autorità libiche. Gli uomini di
Gheddafi, infatti, hanno scoperto la cospirazione degli occi-
dentali e sono passati al contrattacco.9

9
Sentenza-ordinanza del giudice istruttore Rosario Priore, Tribunale di
Roma, procedimento penale n. 527/84.

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La strage 171

Il segreto sul lodo Moro e i ripensamenti di Cossiga

Domenica 3 agosto 1980, alle 5 del mattino, prefetto e que-


store di Bologna vengono ricevuti da Sandro Pertini. Il pre-
sidente della Repubblica è arrivato nel capoluogo emiliano
nelle ore successive alla terribile esplosione. Un elicottero lo
ha prelevato d’urgenza nelle Dolomiti.10 Non si conoscono le
ragioni del summit mattiniero. Forse il vecchio comandante
partigiano ha ritenuto opportuno garantire il suo crisma a
un’inchiesta che si annuncia molto complessa. In attesa della
formalizzazione, l’istruttoria viene assegnata alla procura. Il
pm Riccardo Rossi sarà coadiuvato dai colleghi Attilio Dar-
dani, Claudio Nunziata e Luigi Persico. Anche il procuratore
capo Ugo Sisti, che vanta rapporti diretti con gli uomini del
Sismi, è molto attivo nelle prime ore dell’indagine. I magi-
strati si mettono subito al lavoro. Non avranno timore di
rivelare alla stampa i propri convincimenti. Lunedì 4 agosto
il quotidiano «la Repubblica» uscirà con un titolo in prima
pagina che annuncia la direzione presa dalle indagini. Per i
giudici emiliani, l’uni­ca pista valida è quella fascista. Tesi che
coincide, in pieno, con quella che Cossiga indica in Senato
nella stessa mattinata. Il capo dell’esecutivo non riferisce al
parlamento del pericolo di un attentato dell’Fplp, segnalato
nei mesi precedenti da tutti gli organi di sicurezza. Rendere
pubblica la pista del Fronte popolare, del resto, significhe-
rebbe ammettere l’esistenza e la violazione del lodo Moro. In
un momento simile, non si può raccontare agli italiani che per
anni è stato concesso ai fedayyìn di trasportare esplosivo nelle
nostre stazioni ferroviarie. Nulla, inoltre, viene fatto trapelare
sulla firma del trattato con Malta. Silenzio assoluto anche
sugli arresti in Libia degli italiani coinvolti nelle trame contro
Gheddafi. A ben vedere, è la ripetizione del copione utilizzato
all’indomani della tragedia di Ustica.

10
Jenner Meletti, Summit all’alba da Pertini, così cominciò l’inchiesta, «la
Repubblica», 2 agosto 2005.

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172 I segreti di Bologna

Il premier spiega ai senatori che, nonostante l’assenza d’in-


dizi, l’attentato di Bologna reca i segni inconfondibili di qual-
che gruppo del terrorismo nero.11 La logica dello sterminio,
infatti, è la stessa conosciuta dal paese durante la Resistenza.
La carneficina di Bologna, inoltre, richiama i sentimenti di
orrore già provati per le stragi di Milano, Brescia e del treno
Italicus. L’obiettivo dei terroristi neri è quello di provocare nei
cittadini insicurezza e sfiducia nei confronti delle istituzioni,
in modo da favorire una svolta autoritaria nel paese. Anche
la dinamica della strage non lascia spazio a dubbi. Cossiga dà
per sicuro l’attentato. La scoperta di un cratere, in realtà, è
sufficiente a dimostrare l’avvenuta detonazione di un esplo-
sivo. Ma non basta per escludere un’esplosione prematura,
per cause accidentali o indotte, di ordigni destinati ad altri
obiettivi. Dopo il crollo del Muro di Berlino, Cossiga si pen-
tirà della posizione assunta nell’agosto del 1980. Spiegherà di
essere rimasto vittima di un pregiudizio ideologico. In breve
tempo, il presidente emerito diventerà uno dei più accaniti
fautori dell’estraneità dei neofascisti alla strage del 2 agosto
1980. A partire dal luglio del 2005, arricchisce i suoi con-
vincimenti di particolari inediti. I ricordi di Cossiga hanno
inizio con una lettera inviata a Enzo Fragalà, parlamentare
di An e commissario della Mitrokhin. Per la prima volta, il
premier in carica all’epoca dei fatti mette in relazione le ten-
sioni con l’Fplp, dovute ai fatti di Ortona e all’arresto di Abu
Anzeh Saleh, con la strage di Bologna.12 Cossiga scrive che, in
realtà, l’ipotesi di un attentato ritorsivo di matrice palestinese,
o di una precoce detonazione dell’esplosivo in transito nella
stazione ferroviaria, sarebbe stata presa in considerazione già
nell’immediatezza dei fatti. Tali affermazioni verranno riba-

11
Senato della Repubblica, resoconto stenografico della seduta di lunedì 4
agosto 1980, www.senato.it.
12
Secondo alcuni, la decisione di Cossiga di rivelare il lodo Moro era do-
vuta a varie ragioni di attualità. L’Italia, a suo avviso, avrebbe stipulato
in segreto un nuovo lodo con le attuali centrali del terrorismo islamico.

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La strage 173

dite nel corso degli anni a giornalisti di provata attendibilità.


A Ferruccio Pinotti spiega di aver ritenuto sin dal principio
che un terrorista arabo era saltato in aria mentre trasportava
esplosivo.13 Analoghe dichiarazioni verranno raccolte da Gio-
vanni Minoli su Rai 2. Ad Aldo Cazzullo confida di essere
stato subito informato dell’incidente dai carabinieri.14 Ric-
cardo Bocca, per nulla convinto della tesi di Cossiga, chiederà
maggiori spiegazioni. Lo statista sardo insiste. Afferma di aver
appreso la notizia nei locali della Prefettura di Bologna subito
dopo l’esplosione. A riferirla sarebbe stato addirittura Angelo
Vella, il capo dell’ufficio Istruzione.15 Nel 2008, la magistra-
tura bolognese ascolterà Cossiga come sommario informatore
nell’ambito della nuova indagine sulla strage chiamata, dopo
quasi tre decenni, a verificare la pista della ritorsione palesti-
nese. Lo statista sardo conferma che la tesi di un’esplosione
accidentale è circolata sin dall’inizio. Ma le dichiarazioni rese
alla procura appaiono molto più sfumate di quelle offerte alla
stampa. Cossiga non ricorda il nome del fautore della pista
mediorientale. L’attribuzione ai carabinieri delle informazioni
sulla strage sarebbe frutto di un equivoco. Rammenta, però,
di aver appreso dai servizi segreti la presenza a Bologna, nelle
ore dell’esplosione, di un terrorista tedesco legato all’organiz-
zazione di Carlos.16 Secondo alcuni l’atteggiamento di Cossiga
in procura, molto più cauto rispetto a quello dimostrato nelle
numerose interviste, rende inattendibili le sue dichiarazioni.
Per altri, invece, il suo comportamento va spiegato con lo
scetticismo nei confronti dello strumento giudiziario. Il pre-
sidente emerito era convinto che le stragi di Ustica e Bologna
andassero consegnate definitivamente alla storia.

13
Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, Bur, Milano 2007, p. 149.
14
Aldo Cazzullo, Moro? Sapevo di averlo condannato a morte, «Corriere della
Sera», 8 luglio 2008.
15
R. Bocca, Tutta un’altra strage, cit., p. 238.
16
Richiesta di archiviazione del pm Enrico Cieri, Procura della Repubblica
di Bologna, procedimento penale n. 13225/11.

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174 I segreti di Bologna

Fatto sta che il 4 agosto 1980 l’indagine di Bologna procede


nella direzione tracciata da Cossiga al Senato. A breve spunterà
l’identikit di una persona sospetta presente in stazione la mat-
tina della strage. L’uomo raffigurato nel disegno somiglia ad
Affatigato. È il primo, significativo riscontro della pista nera. Il
neofascista lucchese, che lavora per i servizi francesi, viene fer-
mato a Nizza. L’inchiesta bolognese sembra aver imboccato la
pista giusta. Non è un caso, del resto, se il fonogramma inviato
a tutte le questure la sera del 2 agosto 1980 invitava a pre-
stare attenzione proprio al neofascismo toscano. Anche questa
volta, però, Affatigato è innocente. Riuscirà a dimostrare di
non essersi mai mosso dalla Francia.17 Il tentativo di coinvol-
gerlo nelle indagini, del tutto analogo a quello successivo alla
strage di Ustica, è un depistaggio. A nulla, poi, condurranno le
indagini su Paul Durand, un commissario di polizia francese
legato all’estrema destra che nel luglio del 1980 era passato per
Bologna. I magistrati, in effetti, cercano tracce del transito di
militanti neo­fascisti nel capoluogo emiliano. La presenza di un
terrorista in città, la mattina dell’esplosione alla stazione, può
rappresentare la vera svolta dell’inchiesta.
Un contributo significativo giungerà a breve dalla magistra-
tura padovana. Giovanni Tamburino segnala ai colleghi bolo-
gnesi che, nelle settimane precedenti la strage, un detenuto
comune del carcere di Padova, Luigi Presilio Vettore, aveva
riferito circostanze che potrebbero risultare utili all’inchiesta.
L’uomo, infatti, sosteneva di aver saputo dall’estremista nero
Roberto Rinani che era in preparazione un attentato in danno
del magistrato trevigiano Giancarlo Stiz.18 Prima dell’omici-
dio, sarebbe stata compiuta un’azione terroristica così grave da
finire sui giornali di tutto il mondo. Rinani sarà processato
e assolto in via definitiva dall’accusa di aver partecipato alla

17
Sentenza-ordinanza del giudice istruttore Vito Zincani, Tribunale di Bo-
logna, procedimento penale n. 344/80.
18
Luigi Presilio Vettore si trovava in carcere per reati comuni. Anni prima,
tuttavia, avrebbe frequentato gli ambienti dell’Msi di Padova.

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La strage 175

strage di Bologna. Ma è condivisibile l’iniziativa di Tambu-


rino, tempestivo nel richiamare l’attenzione degli investigatori
su notizie di obiettiva rilevanza in quanto risalenti al periodo
antecedente il 2 agosto 1980. Informazioni che, proprio per la
particolare collocazione temporale, meritavano rigorosi appro-
fondimenti. La circostanza, tuttavia, rende ancora più grave
il silenzio apposto sulle informative di Sismi, Sisde e Ucigos
circolate nei mesi precedenti la strage di Bologna. Informa-
tive che non provenivano da detenuti comuni, alla dichiarata
ricerca di benefici, ma da fonti «qualificate» degli apparati di
sicurezza, collocate sia a Bologna sia a Beirut, che annunciavano
in modo concorde il rischio di un attentato ritorsivo dell’Fplp.
Nei numerosi rapporti giudiziari inviati ai magistrati di Bolo-
gna, durante l’istrut­toria, è stato escluso qualsiasi riferimento
al Fronte popolare. L’omissione sembra obbedire a criteri di
ordine politico più che a ragioni di logica investigativa. Non è
un caso, del resto, se i documenti sull’Fplp sono rimasti sepolti
negli archivi sino al 2005. A recuperarli, peraltro, non sarà
un magistrato né la polizia giudiziaria, ma Gian Paolo Peliz-
zaro, giornalista investigativo e consulente della commissione
Mitrokhin.
Delle minacce inviate all’Italia da Habash non v’è traccia
neppure nella riunione del Ciis tenutasi il 5 agosto 1980. Al
Comitato interministeriale per le informazioni e la sicurez­za
partecipano, tra gli altri, il premier Cossiga, i ministri dei mag-
giori dicasteri, i direttori dei servizi di sicurezza e il capo di stato
maggiore delle forze armate. Il verbale della riunione, rima-
sto a lungo sconosciuto, è stato acquisito dal giudice istrut-
tore Rosario Priore, nell’ambito dell’inchiesta sulla strage di
Ustica.19 Nella riunione del Ciis prevale la tesi di una matrice
neofascista nell’attentato di Bologna. Ma non tutti sono d’ac-
cordo. Il ministro dell’Industria Bisaglia, ad esempio, ipotizza
scenari molto più impegnativi. L’esponente democristiano mette

19
Sentenza-ordinanza del giudice istruttore Rosario Priore, Tribunale di
Roma, procedimento penale n. 527/84.

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in relazione l’esplosione nel capoluogo emiliano con la tragedia


di Ustica. Sino a quel momento, però, nessuno aveva messo
in dubbio la tesi ufficiale del cedimento strutturale del Dc9.
Priore ascolterà i partecipanti alla riunione del Ciis. Nessuno
ricorda le dichiarazioni di Bisaglia, deceduto nel 1984 in cir-
costanze oscure.
Anche Santovito si guarda bene dal riferire i continui segnali
di allarme lanciati da Giovannone prima della strage di Bolo-
gna. Nell’incontro del Ciis l’Fplp non verrà mai menzionato.
Il direttore del Sismi, al contrario, si sofferma su presunte ana-
logie con un attentato avvenuto a Bengasi nei giorni prece-
denti. Il regime di Tripoli, quindi, non è il possibile mandante
dell’attentato di Bologna, ma la potenziale vittima di un’unica
regia stragista. L’intervento più interessante è quello del rap-
presentante del Viminale. Virginio Rognoni, infatti, è reduce
da un colloquio con il suo omologo tedesco. Da Bonn, il mini-
stro Gerhart Baum gli avrebbe consigliato di mettersi subito
in contatto con il collega libico Yunis Bel Gassem. Nessuno
chiede spiegazioni al ministro dell’Interno. Eppure il consiglio
di Baum è sorprendente. Perché proprio Bel Gassem può essere
utile all’indagine di Bologna? Per quale ragione il ministro di
uno Stato filosovietico trova credito nel governo della Germa-
nia Ovest? La risposta si nasconde forse in un libro, mai pub-
blicato in Italia, di cui sono autori il giornalista tedesco Fritz
Schmaldienst e Klaus-Dieter Matschke, ex commissario di
sicurezza per il ministro dell’Interno di Land tedesco.20 L’opera
è dedicata alla figura di Johannes Weinrich, uno dei fondatori
delle Cellule rivoluzionarie poi diventato il vice di Carlos. Nel
libro vengono illustrati i rapporti tra i servizi segreti libici e il
gruppo dello Sciacallo. Relazioni curate da Abu Shreda Salem,
l’ufficiale di Gheddafi a cui Carlos, nel settembre del 1979, si
era rivolto per ottenere i missili Strela da usare nell’attentato a

20
Gabriele Paradisi, Gian Paolo Pelizzaro, François de Quengo de Ton-
quédec, Strage Bologna: tre giorni dopo l’attentato Kram era a Berlino
Est. Demolito l’alibi, www.liberoreporter.it.

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La strage 177

Sadat. Schmaldienst e Matschke ipotizzano l’esistenza di gravi


contrasti, in Libia, tra servizi segreti e ministero dell’Interno.
Un precedente, in particolare, sembra suffragare i sospetti della
polizia tedesca. Tre miliziani palestinesi, che stavano organiz-
zando un attentato a Berlino Ovest, sono stati arrestati sulla
base di informazioni acquisite dall’ambasciata tedesca a Tripoli
tramite il locale ministero dell’Interno. La circostanza, scoperta
dai servizi segreti libici, ha imposto a questi ultimi l’adozione
di misure cautelative nei confronti di Bel Gassem e dei suoi
collaboratori. Baum, quindi, non ha parlato a caso. A Tripoli
esiste un canale informativo da sfruttare. Se il nostro governo
avesse accettato il suo consiglio, l’indagine sulla strage di Bolo-
gna sarebbe andata in un’altra direzione.

I sospetti su Francesco Furlotti

La strage di Bologna non è stata rivendicata. Le decine di tele-


fonate e volantini, che attribuiscono l’attentato ai Nar o alle
Brigate rosse, sono opera di mitomani. I faldoni dell’istruttoria
bolognese dedicati agli anonimi offrono materiale utile più alla
ricerca psichiatrica che alle indagini di polizia giudiziaria. La
rivendicazione più strana è quella attribuita all’Fplp. L’unica
che sembra alludere all’ipotesi di un’esplosione accidentale. Il
5 agosto 1980 una persona dall’accento straniero telefona alla
redazione romana dell’Ansa. Dichiara di parlare a nome del
Fronte popolare e si scusa per l’incidente di Bologna, causato
da un corriere della sua organizzazione. La bomba, in realtà,
era destinata a una scuola sionista. Si tratta di un falso gros-
solano. O forse di un pretesto per mettere in dubbio la natura
dolosa dell’esplosione e per chiamare in causa la resistenza
palestinese. Con un comunicato ufficiale, l’Olp smentisce e
accusa gli israe­liani di aver ispirato la telefonata.
Tracce utili per le indagini vengono ricercate tra le macerie.
Si cerca con puntiglio qualche indizio utile alle indagini. Il
4 agosto 1980 la stazione di Bologna appare completamente

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178 I segreti di Bologna

ripulita.21 I detriti residui vengono concentrati nella zona dei


Prati di Caprara. I militari incaricati del setaccio, al lavoro per
settimane, descriveranno gli esiti delle attività in tre distinti
verbali. I magistrati, invece, chiedono informazioni su even-
tuali furti di esplosivo alle questure italiane. Le operazioni peri-
tali sono appena iniziate, ma gli investigatori hanno già un’idea
chiara sul tipo di ordigno detonato a Bologna. Si cercano noti-
zie, infatti, sugli esplosivi civili da cava. Più complessa, invece,
si rivela l’individuazione di alcuni cadaveri. Quando la polizia
ferroviaria rinviene un documento d’identità, il cui nomina-
tivo non compare nella lista di morti e feriti, invia un fono-
gramma alla questura di competenza. La polizia del luogo si
attiva subito per avere notizie sullo scomparso. Alcune vittime
sono state identificate grazie a tale procedura.
Nel frattempo il Sisde acquisisce una notizia clamorosa. A
riceverla è il vicedirettore del servizio, Silvano Russomanno,
detenuto nel carcere di Rebibbia per aver fornito al giornalista
de «Il Messaggero» Fabio Isman una copia del verbale segreto
dell’interrogatorio di Peci. Il capo dell’ufficio Istruzione del Tri-
bunale di Roma, Achille Gallucci, aveva adottato una precau-
zione che si è rivelata fatale per Russomanno. Ogni esemplare
distribuito conteneva dei segni identificativi. Il sequestro della
copia usata da Isman ha permesso di risalire all’uomo del Sisde.
Anche dal carcere, tuttavia, Russomanno si attiva per aiutare
l’inchiesta bolognese. A Rebibbia ha modo di parlare con Gior-
gio Farina, un detenuto comune che sostiene di sapere tutto
sulla strage alla stazione. Assegnato al «braccio» dove sono col-
locati i militanti di estrema destra, sarebbe stato avvicinato da
Dario Pedretti. Nella primavera del 1980 il neofascista romano
era alla ricerca di centocinquanta chili di nitroglicerina neces-
sari per un attentato a Bologna.22 Una cruenta celebrazione

21
I quotidiani del 5 agosto 1980 pubblicarono le foto della stazione di
Bologna che appariva completamente sgombra dalle macerie.
22
Audizione di Giorgio Farina del 25 agosto 1980, Tribunale di Bologna,
procedimento n. 344/80.

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La strage 179

dell’attentato al treno Italicus progettata da Pedretti assieme a


Sergio Calore, altro detenuto di estrema destra. L’operazione
è stata affidata a un camerata in libertà, Francesco «Chicco»
Furlotti. Quest’ultimo è un ragazzo conosciuto nella capitale
come organizzatore di feste nelle discoteche. È di destra, ma
non fa militanza attiva e, soprattutto, non ha alcun rapporto
con i gruppi della lotta armata. Eppure un funzionario del
Sisde si precipita in carcere per ascoltare Farina. Il detenuto
viene creduto e segnalato alla Procura di Bologna. Farina con-
fermerà le sue rivelazioni ai pm Riccardo Rossi e Luigi Persico.
L’indagine di Bologna sembra giunta a una svolta, grazie all’in-
tuito di un vecchio esperto di terrorismo come Russomanno.
Farina ribadisce che la scelta dell’attentato è maturata negli
ambienti romani dell’estrema destra. Una tesi che, in effetti,
non sembra dissimile da quella esposta nel rapporto stilato dal
funzionario della Digos Alfredo Lazzerini.23 Il 28 agosto 1980
vengono arrestati ventotto neofascisti, in gran parte residenti
nella capitale. «L’Unità» scrive che tra le persone fermate figu-
rano gli ideatori e gli organizzatori della strage di Bologna.24
In poche ore cominciano a trapelare le prime indiscrezioni.
C’è un supertestimone che accusa Furlotti di essere l’esecutore
dell’attentato alla stazione. Il primo «mostro» di Bologna verrà
trasferito nel carcere di Rimini proprio nei giorni in cui Rus-
somanno, ottenuta una congrua riduzione di pena in appello,
può tornare in libertà.
Ma l’ottimismo degli inquirenti non dura molto perché Fur-
lotti ha un alibi di ferro. Numerosi testimoni assicurano che il
giorno della strage era in vacanza in Puglia. Dalle pagine de «la
Repubblica», Franco Scottoni invita a diffidare di Farina, che
vanta un curriculum poco rassicurante. Il giornalista ha fiuto
investigativo e non sbaglia.25 Furlotti è innocente, Farina lo ha

23
Sentenza-ordinanza del giudice istruttore Carlo Mastelloni, Tribunale di
Venezia, procedimento penale n. 318/87.
24
«L’Unità», 29 agosto 1980.
25
«La Repubblica», 1° settembre 1980.

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180 I segreti di Bologna

calunniato depistando l’indagine bolognese. L’inquinamento


organizzato a Rebibbia inaugura uno schema che verrà ripetuto
a oltranza durante l’inchiesta bolognese. Dal nulla spunta un
detenuto comune che sostiene di sapere tutto sul terrorismo di
destra. L’unica informazione esatta fornita da Farina riguarda
l’esplosivo. Una circostanza non trascurabile. A Bologna, in
effetti, è detonato un gelatinato di uso civile a base di nitrogli-
cerina. Anche per approfondire la strana coincidenza, sarebbe
stato opportuno individuare e punire i suggeritori di Farina.

Lo strano caso di Mauro Di Vittorio

Mentre in carcere si svolgono i colloqui tra Russomanno e il


falso testimone, nell’obitorio di Bologna accade un fatto che
resterà sconosciuto per oltre trent’anni. Nella camera mortua-
ria giace un ultimo cadavere senza nome. Potrebbe trattarsi di
uno straniero, considerato che a distanza di giorni nessuno lo
ha reclamato. Il maresciallo Gianfranco Ceccarelli, il carabi-
niere in servizio all’obitorio, nota due giovani che si compor-
tano in modo strano. Una donna e un arabo che, alla vista
della salma, hanno un soprassalto. Il sottufficiale si avvicina per
chiedere spiegazioni, ma la coppia fugge via improvvisamente.
Verrà inseguita per strada da Ceccarelli e dal professor Giorgio
Sabattani. Il militare e il medico ce la mettono tutta per fer-
mare gli sconosciuti, ma la differenza di età è troppa e i giovani
riescono a dileguarsi. L’epi­sodio suscita inevitabile clamore nel
dipartimento di Medicina legale, ma non riscuoterà alcun inte-
resse negli inquirenti. Solo l’8 aprile 2012, l’ex parlamentare
Enzo Raisi rende il fatto pubblico in un’intervista a «il Resto
del Carlino».26 Le parole del deputato provocano la reazione
immediata di Sandro Padula, ex brigatista e marito di Christa-
Margot Fröhlich, all’epoca militante del gruppo Carlos.

26
Enzo Raisi, Bomba o non bomba? Alla ricerca ossessiva della verità, Minerva,
Bologna 2012, pp. 183-189.

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La strage 181

Il 12 agosto 1980 il cadavere senza nome viene finalmente


identificato. Apparteneva a Mauro Di Vittorio, un ragazzo
romano residente nel quartiere di Tor Pignattara. Raisi sostiene
che il giovane gravitava nell’area di Autonomia operaia. Padula
replica accusando il deputato di speculare su una vittima
dell’attentato di Bologna. Di Vittorio, infatti, era stato un
semplice simpatizzante del «movimento del ’77». Uno dei tanti
ragazzi dell’epoca, con idee di sinistra, che non conduceva atti-
vità politiche. Raisi viene subito convocato in procura. Il pm
Enrico Cieri e la Digos di Bologna vogliono capire quanto
ha scoperto sulla vicenda dell’obitorio. Le successive indagini
sul caso Di Vittorio porteranno a ritenere infondati i dubbi
di Raisi. Il giovane, incensurato, risultava persona orientata
verso il movimento Lotta continua, di cui però non faceva par-
te.27 L’informazione risale sicuramente agli anni precedenti la
strage di Bologna, in quanto nel 1980 Lc non esiste più come
organizzazione, ma si limita a pubblicare l’omonimo giornale.
Cieri, tuttavia, accerta che l’episodio rivelato da Raisi è avve-
nuto realmente. All’istituto di Medicina legale se ne parla da
sempre.
Sulla salma del giovane romano non è stata eseguita l’au-
topsia. Il verbale di descrizione, ricognizione e sezione del
cadavere certifica un trauma aperto del capo con dispersione di
materiale encefalico e ustioni estese a larga parte della superfi-
cie corporea, con tratti di carbonizzazione primaria sulla cute
del viso, sul dorso e sugli arti di destra. Dati da cui potrebbe
ricavarsi solo che il ragazzo era molto vicino al luogo dell’esplo­
sione.
Il 23 marzo 2013, Anna Di Vittorio, sorella della vittima,
ha reso dichiarazioni volontarie alla Procura di Bologna. Da
tempo la donna è nota per un encomiabile impegno civile.
Contraria alla strumentalizzazione politica delle commemo-
razioni, ha lanciato numerosi appelli alla pacificazione nazio-

27
Richiesta di archiviazione del pm Enrico Cieri, Procura della Repubblica
di Bologna, procedimento penale n. 13225/11.

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182 I segreti di Bologna

nale.28 Anna Di Vittorio ha replicato in modo cortese ma deciso


ai dubbi sollevati da Raisi sul conto del fratello. Ha spiegato che,
nei mesi precedenti la morte, Mauro si era trasferito a Londra.
A fine luglio del 1980, dopo un breve soggiorno a Roma, aveva
deciso di tornare in Inghilterra partendo in automobile assieme
a un certo Peppe. Quest’ultimo, purtroppo, non ha potuto
confermare la circostanza in quanto deceduto a sua volta nel
periodo successivo alla strage. In assenza di testimoni, il viaggio
di Mauro Di Vittorio verso Londra è stato ricostruito grazie a
un diario rinvenuto tra le macerie della stazione assieme alla
carta d’identità. Nel quaderno, il giovane aveva riassunto parte
delle ultime giornate di vita. Al confine tra la Svizzera e la Ger-
mania, Peppe era stato fermato dalla polizia per una morosità.
Due anni prima, infatti, non aveva pagato un biglietto della
metropolitana di Monaco. Di Vittorio, rimasto solo, avrebbe
proseguito il viaggio in autostop. Il breve riassunto termina
con la visione, dalla prua della nave, delle bianche scogliere
di Dover. Quanto avverrà dopo resta avvolto dall’incertezza.
I familiari ritengono che il ragazzo sia stato respinto alla fron-
tiera britannica, per non aver saputo indicare domicilio e mezzi
di sostentamento necessari per il soggiorno a Londra. L’unica
certezza è rappresentata dal passaggio in Francia, provato da
un biglietto della metropolitana di Parigi che era nelle tasche
della vittima. Tornato in Italia, Di Vittorio si è trovato per caso
alla stazione di Bologna. Nella richiesta di archiviazione dell’in-
dagine sulla pista della ritorsione palestinese, depositata il 30
luglio 2014, il pm Cieri ha ritenuto gli elementi emersi del
tutto insufficienti per collegare il giovane alla strage di Bolo-
gna con una qualità diversa da quella oggettiva di vittima. Una
conclusione ineccepibile. Un attentato «kamikaze», da parte di
una formazione marxista, è un’ipotesi del tutto inverosimile.
Le polemiche, tuttavia, non sono cessate. Anna Di Vittorio ha

28
Una lettera di perdono di Anna Di Vittorio a Francesca Mambro, in-
viata nel 2008 dopo un incontro personale, consentì a quest’ultima di
beneficiare della libertà condizionata.

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La strage 183

contestato a Raisi di aver mancato di rispetto, nei modi e nella


sostanza, a una vittima dell’attentato di Bologna. Raisi ha riba-
dito le sue perplessità sulla vicenda. L’ex deputato ritiene che le
anomalie denunciate nell’intervista non siano state chiarite. Si
chiede perché i familiari del giovane, subito avvisati per telefono
dalla Polfer di Bologna del ritrovamento della carta d’identità,
siano rimasti indifferenti. Anna Di Vittorio ha spiegato che in
famiglia pensavano che Mauro fosse al sicuro in Inghilterra.
Raisi fa notare che un altro fratello della vittima, in un’inter-
vista dell’epoca, aveva spiegato che Di Vittorio non disponeva
del passaporto.29 Ma se la carta d’identità era stata trovata tra le
macerie della stazione di Bologna, e il ragazzo non aveva altri
documenti validi per l’espatrio, come si poteva immaginarlo a
Londra? Difficile, in realtà, interpretare le reazioni di una per-
sona a quelle notizie che preannunciano conseguenze molto
dolorose. La paura di apprendere qualcosa di terribile, infatti,
può indurre a condotte irrazionali.
Lo dimostra, del resto, la parte finale della storia. L’11 agosto
1980 la donna si reca finalmente a Bologna. Assalita dai dubbi,
vuole vedere di persona l’ultimo cadavere senza nome. Arrivata
in obitorio, esclude che si tratti del fratello. Il riconoscimento
avverrà solo il giorno successivo, grazie alla madre della vittima
che riesce a notare una vecchia cicatrice sul piede.30 Ha ragione
Anna Di Vittorio quando difende il fratello scomparso dall’ac-
cusa di aver preso parte all’attentato. Resta, tuttavia, il mistero
per nulla trascurabile dei due giovani scappati dall’obitorio. La
Procura di Bologna ritiene che, a distanza di decenni, il fatto
non sia ulteriormente indagabile in quanto il maresciallo Cec-
carelli e il professor Sabattani sono ormai deceduti. Il mistero
rimane. Chi erano la ragazza e l’arabo interessati al cadavere
di Mauro Di Vittorio? Se non avevano nulla da nascondere,
perché scapparono dall’obitorio a gambe levate?

29
Luciana Sica, Per i suoi Mauro era a Londra, «Paese Sera», 13 agosto 1980.
30
Giovanni Fasanella, Antonella Grippo, Il silenzio degli innocenti, Bur,
Milano 2006, pp. 198-211.

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La controinformazione di Stato

I militari di Bologna continuano a frugare tra le macerie della


stazione. I detriti ammassati nell’area dei Prati di Caprara
vengono esaminati fino al settembre del 1980. Gli inquirenti
sperano di rinvenire tra le rovine della stazione un oggetto,
qualche frammento, indizi che possano portare all’individua-
zione dei responsabili. Residui ineliminabili dell’esplosione
oppure segni possibili di un errore commesso dai terroristi
durante l’azione. Ma non verrà trovato nulla di utile. A garan-
tire certezze, almeno per ora, è il movente dell’attentato, che
per i magistrati va ricercato nella politica interna. Seminare
il terrore indiscriminato, intimorire l’opinione pubblica per
indurla ad appoggiare una svolta autoritaria nel paese. Questo
sarebbe l’obiettivo dei carnefici di Bologna. Un movente che
presuppone, quindi, una gestione politica degli effetti prodotti
dall’attentato. Ma alla terribile esplosione fa seguito un vuoto
operativo sin troppo evidente. Come prevedibile, i comuni cit-
tadini hanno reagito con sdegno. Anziché reclamare lo stato di
emergenza, la piazza di Bologna esprime rabbia per i neofasci-
sti e distacco nei confronti delle istituzioni. Ai funerali di Stato
del 6 agosto 1980 sono presenti poche bare perché la mag-
gior parte dei familiari ha preferito esequie private.31 I membri
del governo sono accolti da fischi e manifestazioni di protesta.
Applausi solo per Enrico Berlinguer e Sandro Pertini. La strage
di Bologna non ha prodotto effetti stabilizzanti e l’asse politico
italiano non si sta spostando a destra. Per condizionare l’opi-
nione pubblica, del resto, la stagione balneare sarebbe la meno
adatta. E, infatti, nel 1986, al termine della lunga inchiesta, il
giudice istruttore Vito Zincani ammetterà l’assenza di prove
certe sul movente della strage.
Scarso interesse, poi, suscitano le questioni internazionali.
Nell’agosto del 1980, nessuno si chiede se la bomba alla stazione
possa costituire un messaggio in codice, un monito al nostro

31
Remo Lugli, Funerali, «La Stampa», 7 agosto 1980.

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La strage 185

governo per le scelte di politica estera dell’ultimo anno. Scelte


di cui il disconoscimento del lodo Moro, e il contenzioso in-
sorto con il gruppo filosovietico dell’Fplp dopo l’arresto di
Abu Anzeh Saleh, costituisce l’esempio emblematico. George
Habash resta un nome impronunciabile. Quello di Carlos è
utile solo per qualche rassegna sul terrorismo mondiale. Cade
nel vuoto persino lo strano articolo apparso il 6 agosto 1980
sul «Corriere della Sera».32 Il principale quotidiano del paese,
infatti, ha deciso di pubblicare un’intervista anonima in prima
pagina. Un importante esponente delle istituzioni, con respon-
sabilità nella conduzione della politica estera, decide di parlare
in incognito. Il diplomatico teme che l’Italia sia stata punita per
aver pestato i piedi a qualcuno. L’articolo allude all’accordo con
Malta, mai reso pubblico sino a quel momento. Viene omessa,
però, la perfetta coincidenza tra l’apposizione delle firme sul
trattato e l’esplosione alla stazione di Bologna. Raccontare ai
giornalisti anche quel particolare sarebbe davvero troppo. Ma il
misterioso interlocutore della Farnesina dimostra di conoscere
a fondo lo scenario di crisi in cui è coinvolta l’Italia. Nessuna
certezza, osserva, ma molti sospetti. Il nostro paese svolge una
funzione di cerniera nel Mediterraneo, per questo motivo forze
esterne hanno interesse a destabilizzarlo. La sottoscrizione del
trattato, ritiene, ha suscitato pericolose irritazioni. Ma le nostre
autorità non vogliono fare il gioco di chi sta cercando il peggio
perché l’unica alternativa, a una paziente composizione dei dis-
sidi, sarebbe una crisi traumatica dagli effetti imprevedibili. Un
modo efficace per spiegare che, con ogni probabilità, i respon-
sabili dell’esplosione di Bologna resteranno impuniti. Nel frat-
tempo, però, le tensioni causate dall’affare maltese continuano
ad aggravarsi. Tutto avviene senza che l’opinione pubblica se
ne accorga. Anche la notizia dell’arresto in Libia degli italiani,
accusati di tramare contro Gheddafi, non trova conferme uffi-
ciali. Nessuno sospetta che potrebbe trattarsi di uomini dei no-

32
Valerio Cutonilli, Gianluca La Penna, Strage all’italiana, Trecento, Roma
2007, pp. 95-96.

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186 I segreti di Bologna

stri servizi segreti. Cominciano a filtrare, però, le prime indi-


screzioni sulla rivolta organizzata da Sheybi, il governatore di
Tobruk abbandonato dalle forze occidentali proprio all’ultimo
momento. In poche ore, il regime di Tripoli è riuscito a stron-
care la rivolta grazie al supporto delle forze speciali inviate dalla
Germania Est. Sheybi muore nel deserto mentre tenta una fuga
disperata in Egitto. Ma Gheddafi non è ancora soddisfatto. Il 21
agosto 1980 una nave della marina libica affianca la Saipem II,
l’imbarcazione del gruppo Eni incaricata di effettuare ricerche
petrolifere per conto di Malta nella zona dei banchi di Medina.
I libici intimano alla nave italiana di mollare gli ormeggi e di
allontanarsi dalla zona su cui Tripoli si ritiene sovrana. Ma Dom
Mintoff non resta a guardare. L’accordo con l’Italia non è ancora
in essere, ma il presidente maltese si sente già forte della prote-
zione occidentale. Reagisce all’ennesima prepotenza, ordinando
ai militari libici di abbandonare Malta. È la rottura definitiva
della collaborazione con Tripoli, rivelatasi una minaccia per
l’indipendenza dell’isola. Il governo italiano corre in aiuto delle
autorità maltesi, fornendo un’insolita dimostrazione di forza. Il
ministro Lagorio, infatti, comanda un’operazione aeronavale in
difesa di Malta. Si muove la marina, gli F 104 decollano dalla
base siciliana di Birgi con l’obiettivo di presidiare lo spazio aereo
maltese. I libici recepiscono il messaggio e si ritirano dall’isola.
Grazie alla protezione sovietica, Gheddafi è riuscito a conser-
vare il potere. Ma ora deve fare un passo indietro affinché venga
ripristinato l’equilibrio nello scacchiere mediterraneo. Solo gli
addetti ai lavori riescono a comprendere l’accaduto. Il senso
di un’iniziativa militare assunta, a sorpresa, contro il paese che
resta il primo partner commerciale dell’Italia. Il sottosegreta-
rio Zamberletti in seguito ammetterà che ragioni di sicurezza
hanno imposto l’adozione di misure di «controinformazione».33
L’operazione nel Mediterraneo viene spiegata ai giornalisti con
l’esigenza, alquanto riduttiva, di fornire assistenza alla Saipem II.
L’accordo stipulato a La Valletta la mattina del 2 agosto 1980

33
G. Zamberletti, La minaccia e la vendetta, cit., pp. 36-46.

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La strage 187

continua a essere taciuto. Il rischio che qualcuno possa colle-


garlo all’esplosione di Bologna viene scongiurato nuovamente.
Anche le vere ragioni delle misure militari intraprese contro la
Libia resteranno segrete. In una zona in cui la Nato non può
intervenire, l’Italia ha svolto l’inusuale ruolo del gendarme.

L’«insospettabile» Francesco Marra

Nel frattempo, le indagini sulla strage di Bologna proseguono


a ritmo serrato. Gli inquirenti cercano le prove della presenza
di elementi neofascisti nel capoluogo emiliano. Viene ordinato
l’esame delle persone registrate negli alberghi nei giorni prece-
denti la deflagrazione. Ma la verifica produce risultati delu­
denti.34 Negli elenchi non si trova traccia di terroristi neri.
Figurano, al contrario, le generalità di un uomo indicato dalla
Questura di Milano come sospetto appartenente alle Brigate
rosse. Ma la pista nera è data per certa e le Br non colpiscono
obiettivi indiscriminati. Per questo motivo, la presenza a Bolo-
gna di un possibile militante della sinistra eversiva, nelle ore
fatidiche della strage, non desterà l’interesse dei magistrati. Il 5
gennaio 1981 l’uomo viene ascoltato dalla Digos.35 Non riceve
domande sulle sue frequentazioni politiche. L’ufficiale di polizia
giudiziaria si limita a verbalizzare le dichiarazioni del sommario
informatore, che conferma di aver dormito presso l’Hotel
Europa, sito a pochi metri dalla stazione di Bologna, la notte
tra il 1° e il 2 agosto 1980. Era in compagnia di una donna,
L.V., con cui sarebbe partito per le vacanze. La mattina della
strage, tuttavia, l’automobile ha accusato un guasto. Contat-
tato un meccanico e presa a noleggio un’altra vettura, la coppia
era potuta partire per la Romagna. Gli inquirenti non effet-

34
Rapporto giudiziario della Digos di Bologna n. 01169 del 13 novembre
1980, Tribunale di Bologna, procedimento penale n. 344/80.
35
Audizione di Francesco Marra del 5 gennaio 1981, Tribunale di Bolo-
gna, procedimento penale n. 344/80.

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tuano ulteriori accertamenti. Per diciotto anni, l’uomo che


alloggiava all’Hotel Europa resterà un perfetto sconosciuto. Il
4 maggio 1998, però, «l’Unità» gli dedicherà un titolo a tutta
pagina. La persona presente a Bologna, la mattina in cui è sal­
tata in aria la stazione ferroviaria, si chiama Francesco Marra.
«L’Unità» annuncia inoltre che il libro di Sergio Flamigni
Convergenze parallele, prossimo all’uscita, contiene notizie cla­
morose sul conto di Francesco Marra. Nella prima metà degli
anni Settanta, infatti, l’uomo sarebbe stato un militante delle
Br e al contempo un confidente del brigadiere Luigi Atzori,
braccio destro del generale dei carabinieri Francesco Delfino.
La presenza di Marra a Bologna, il giorno della strage alla sta­
zione ferroviaria, non viene menzionata. Ma la tesi di un infor­
matore dell’Arma militante delle Br è sufficiente per scatenare
un putiferio: se Marra smentisce in modo categorico, Alberto
Franceschini conferma le accuse contenute nel libro. Il fon­
datore delle Br sostiene che nel 1974 era stato proprio Marra,
elemento dotato di notevole preparazione militare, a seque­
strare il magistrato genovese Mario Sossi.36 Il 5 maggio 1998
«l’Unità» rincara la dose e l’informatore diventa un infiltrato.
Il presidente della commissione Stragi, Giovanni Pellegrino,
annuncia che verranno effettuati approfondimenti sulla figura
di Marra. Quest’ultimo protesta e sporge querela per diffama­
zione nei confronti di Flamigni. L’ex parlamentare comuni­
sta verrà assolto dal Tribunale di Milano perché il fatto non
costituisce reato.37 Formula, quest’ultima, che, secondo alcuni,
confermerebbe la qualità di infiltrato di Marra. La questione,
tuttavia, appare più complessa. Dalla sentenza, confermata in
via definitiva dalla Corte d’appello, può ricavarsi solo la cor­
rettezza dell’operato di Flamigni. Il senatore, infatti, ha proce­
duto alla verifica scrupolosa delle fonti citate nel libro. Fran­

36
Giovanni Fasanella, Alberto Franceschini, Che cosa sono le Br, Bur, Mi­
lano 2004, pp. 134-137.
37
Sentenza del Tribunale di Milano del 5 luglio 2001, procedimento penale
n. 3159/00.

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La strage 189

ceschini, l’autore materiale delle accuse, non è stato querelato


e quindi l’autorità giudiziaria non ha vagliato la sua posizione.
Nel processo, inoltre, viene dimostrata solo l’affiliazione alle Br.
Non c’è prova che Marra si sia infiltrato nell’organizzazione per
conto dei carabinieri o di altre istituzioni. Ma l’appartenenza
alle Brigate rosse risulta comprovata dai vecchi compagni di
lotta: Alfredo Buonavita, Giorgio Semeria e Arialdo Lintrami.
Per un apparente paradosso, le dichiarazioni degli ex militanti
delle Br erano state acquisite nell’inchiesta del Ros sulla strage
di piazza della Loggia.38 Un’indagine sull’estrema destra dove
vengono ascoltati anche terroristi rossi. Sempre nella sentenza
che assolve Flamigni, si legge che Marra avrebbe svolto l’at-
tività d’informatore a beneficio non dei carabinieri ma della
Questura di Milano. A ben vedere, proprio l’ufficio che non
aveva esitato a segnalare ai magistrati bolognesi la presenza
in città di un sospetto brigatista. Marra, spiegano i giudici di
Milano, indicava le targhe dei militanti neofascisti presenti
nel quartiere di Quarto Oggiaro. La conoscenza del brigadiere
Atzori, di contro, si esaurisce in un solo incontro dovuto all’in-
dagine sugli estremisti di destra che avevano incendiato la mac-
china di Marra. Tali elementi sono del tutto insufficienti per
dimostrare la tesi di un’infiltrazione nelle Br. All’epoca, peral-
tro, segnalazioni alle autorità sui neofascisti venivano effettuate
da molti iscritti al Pci. Fatto che appare ovvio e ispirato a una
logica di contrapposizione politica. Alla luce di indizi generici
e non privi di evidenti forzature, quindi, come può spiegarsi
il clamore destato dal caso Marra? Franceschini si è ravveduto
da tempo. Nel corso degli anni, ha fornito un contributo non
indifferente alla ricostruzione storica degli anni di piombo. Per
quale ragione è assolutamente convinto che un suo vecchio
compagno fosse un infiltrato?
Gli atti dell’indagine del Ros sulla strage di Brescia non chia-
riscono la questione. È vero che Marra ha prestato il servizio
militare nei parà, corpo prediletto dai neofascisti e scelta inso-

38
Procura della Repubblica di Brescia, procedimento penale n. 1353/93.

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190 I segreti di Bologna

lita per un estremista di sinistra. Ma la sua affiliazione al Pci


non risale all’inizio degli anni Settanta, come sostenuto da
alcuni. Marra, classe 1937, è stato iscritto persino alla Fgci,
l’organizzazione giovanile del Partito comunista.39 Non è un
paracadutista che s’iscrive al Pci, ma un comunista che si
arruola nei paracadutisti. Franceschini, tuttavia, gli contesta di
essersi vantato spesso di conoscenze negli ambienti di destra.
L’interessato replica che tale conoscenza era dovuta all’attività
di vigilanza antifascista. All’inizio degli anni Settanta, in effetti,
Marra effettua e propone ai suoi compagni il pedinamento dei
neri che frequentano la periferia milanese. Durante il sequestro
Sossi, inoltre, l’ex parà si sarebbe schierato tra quelli che vogliono
la soppressione dell’ostaggio. Circostanza che può dimostrare
posizioni estremistiche ma non la collusione con apparati dello
Stato.
Il Ros, del resto, non sembra molto interessato alla querelle
tra Franceschini e Marra. Vuole approfondire, piuttosto, i rap-
porti tra quest’ultimo e un altro brigatista di Quarto Oggiaro.
Rapporti politici e personali che verranno ammessi da entrambi
gli interpellati. Il 28 maggio 1974, giorno dell’esplo­sione in
piazza della Loggia, Arialdo Lintrami, militante delle Br, si tro-
vava a Brescia. Lintrami non nega la circostanza, spiegando
però di essersi recato nella cittadina lombarda per una visita
ai parenti della moglie.40 Appresa per radio la notizia dell’at-
tentato, mentre era ancora a letto, aveva raggiunto piazza
della Loggia per verificare di persona l’accaduto. La moglie,
invece, riferisce ai carabinieri di ricordarsi che il viaggio a Bre-
scia era avvenuto il giorno successivo alla strage. Renato Cur-
cio e Alberto Franceschini, ascoltati dal Ros, dichiarano che
all’epo­ca non sapevano della presenza a Brescia di Lintrami,
né del sopralluogo in piazza della Loggia subito dopo l’esplo-

39
Audizione di Francesco Marra del 23 gennaio 1997, Procura della Re-
pubblica di Brescia, procedimento penale n. 1353/93.
40
Audizione di Arialdo Lintrami del 22 aprile 1997, Procura della Repub-
blica di Brescia, procedimento penale n. 1353/93.

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La strage 191

sione. Circostanza singolare, considerato che in quegli anni le


Brigate rosse conducevano inchieste molto approfondite sulle
stragi. Le Br, infatti, avevano acquisito una mole enorme di
documentazione sull’attentato di piazza Fontana e su quello
alla Questura di Milano del 17 maggio 1973. Solo l’esplosione
di Brescia sembra aver lasciato indifferenti le Br, al punto da
ignorare un proprio militante accorso sul luogo. Il caso Lin-
trami non ha trovato alcuna considerazione nei magistrati bre-
sciani. L’ex brigatista, oggi deceduto, non è mai stato indagato
per la strage di piazza della Loggia. In effetti, il solo arrivo in
città, il 28 maggio 1974, non può certo costituire prova della
sua partecipazione all’attentato.
Anche la presenza di Marra a Bologna non sembra destare
l’interesse dei magistrati. Nella recente indagine sulla pista della
ritorsione palestinese, la posizione di Marra non è stata presa in
considerazione, anche se i rapporti tra Br e gruppo Carlos ven-
gono affermati in termini di certezza dal pm bolognese Enrico
Cieri. Stando ai testimoni ascoltati nel processo Flamigni, del
resto, Marra sarebbe uscito dalle Br nel 1975. Cosa abbia fatto
negli anni successivi non è stato appurato. Sino a prova con-
traria, il suo arrivo nel capoluogo emiliano la sera del 1° ago-
sto 1980 va ritenuto casuale. È inverosimile, del resto, che un
terrorista in procinto di compiere un attentato dinamitardo si
registri in albergo con le proprie generalità. Sarebbe bastato
l’utilizzo di un documento falso per non lasciare tracce agli
inquirenti presenti e futuri. Lecito chiedersi cosa ne pensino
quanti lo ritengono un infiltrato dei carabinieri o della polizia.
In un’intervista pubblicata da un sito dell’ultrasinistra, accorso
in sua difesa, Marra ha tenuto a rivendicare pubblicamente
la sua fede stalinista, pur negando di aver militato nelle Br.41
Gli intervistatori lo hanno definito una vittima dell’attività
«infame» di pentiti e dissociati. Ma lo storico Giuseppe De
Lutiis non è d’accordo. A suo avviso, Marra potrebbe essere il
paracadutista, infiltrato da Gladio nelle Br, di cui aveva parlato

41
Intervista a Francesco Marra, 22 gennaio 2008, www.ilbuio.org.

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192 I segreti di Bologna

l’ufficiale del Sid Gianadelio Maletti in una vecchia intervista


al settimanale «Tempo».42 Anche Franceschini resta della sua
idea. Il fondatore delle Br, peraltro, era uno dei pochi al cor-
rente della presenza di Marra a Bologna il giorno della strage,
anche se di tale coincidenza non ha mai fatto cenno nelle sue
pubbliche accuse. Nel febbraio del 1997 il Ros intercetta una
telefonata tra Franceschini e Lintrami.43 Quest’ultimo è stato
appena ascoltato dal Ros che indaga sulla strage di Brescia.
Difficile escludere che due ex terroristi, ormai ravveduti ma di
provata esperienza, non abbiano considerato l’eventualità di
essere intercettati. Nell’occasione, Lintrami afferma di essere
stato presente la sera in cui un maresciallo dei carabinieri aveva
avvertito le Br dell’imminente pericolo di arresti. Il riferimento
potrebbe riguardare la nota telefonata con cui si prean­nunciava
la trappola del generale Dalla Chiesa in cui sarebbero caduti
Curcio e lo stesso Franceschini l’8 settembre 1974. Ma le rive-
lazioni di Lintrami non finiscono qui. L’ex brigatista sostiene
che il capitano del Ros Massimo Giraudo, a verbale chiuso,
gli avrebbe rivelato un fatto clamoroso. Marra era a Bologna il
giorno della strage.44 Lintrami, con l’occasione, fa riferimento
a un identikit pubblicato dai giornali nell’agosto del 1980 che,
a suo avviso, ricorderebbe da vicino il volto di Marra, che sem-
brava un tedesco. Ovviamente non ne è certo, si limita a con-
fidare una mera impressione a un compagno di vecchia data.
L’anno successivo, il libro del senatore Flamigni fa esplodere
il caso Marra. Ma la presenza di quest’ultimo a Bologna, la
mattina del 2 agosto 1980, sarà consegnata all’opinione pub-

42
Giuseppe De Lutiis, Il golpe di via Fani, Sperling & Kupfer, Milano
2007, p. 79.
43
Verbale di trascrizione dell’intercettazione di un colloquio telefonico del
4 febbraio 1997 tra Arialdo Lintrami e Alberto Franceschini, Procura
della Repubblica di Brescia, procedimento penale n. 1353/93.
44
Giraudo non ha mai confermato le dichiarazioni di Lintrami. Non è
provato, quindi, che sia stato realmente l’ufficiale dei carabinieri a infor-
mare l’ex brigatista della presenza di Marra a Bologna.

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blica molti anni più tardi. A rivelarla, il 6 settembre 2012, è


Gianmarco Chiocci sulle pagine de «il Giornale», un quoti-
diano di centrodestra.45

La falsa pista libanese

Il 19 settembre 1980 l’Olp irrompe a sorpresa nell’inchiesta


sulla strage di Bologna. Un quotidiano svizzero, il «Corriere
del Ticino», pubblica un’intervista rilasciata da Abu Ayad,
capo dell’intelligence palestinese. Il dirigente di Al Fatah è noto
alle polizie occidentali per aver partecipato alla fondazione di
Settembre nero. In seguito alla morte di Wadie Haddad, è
diventato il maggior referente dell’ala marxista della resistenza
palestinese che agisce al fianco dei gruppi europei della lotta
armata. Non è un caso se durante il rapimento Moro le nostre
autorità avevano chiesto aiuto proprio a lui. Ayad, però, si era
chiamato fuori spiegando di non essere in grado di contattare
le Br.46 Nei mesi successivi, invece, non ha avuto difficoltà a
incontrarsi a Parigi con il capo delle Br Moretti. A quest’ul-
timo ha promesso l’arsenale che i brigatisti andranno a ritirare
in Libano a bordo del Papago nell’estate del 1979.
Proprio da Beirut, Ayad torna a occuparsi delle vicende ita-
liane, fornendo un importante contributo all’inchiesta sulla
strage di Bologna. Al «Corriere del Ticino» ribadisce le noti-
zie diffuse, nei giorni precedenti, dal quotidiano libanese «As-
Safir». I fedayyìn hanno catturato alcuni neonazisti tedeschi
del gruppo Hoffmann che si addestravano in Libano nei campi
della Falange cristiano-maronita. I prigionieri hanno rivelato le
confidenze ricevute da un gruppo di neofascisti italiani inten-
zionato a instaurare un regime autoritario nel nostro paese.

45
Gianmarco Chiocci, Stragi e Br, quei depistaggi tra Bologna e Brescia, «il
Giornale», 6 settembre 2012.
46
Alberto La Volpe, Diario segreto di Nemer Hammad ambasciatore di
Arafat in Italia, Editori Riuniti, Roma 2002, pp. 65-71.

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194 I segreti di Bologna

Gli estremisti neri avevano annunciato ai camerati tedeschi


un attentato da compiersi a Bologna. Una città da colpire in
quanto amministrata dalla sinistra. La notizia è clamorosa e
viene presa sul serio dai magistrati petroniani. Grazie all’inter-
vento del procuratore capo Ugo Sisti, destinato a un incarico
presso il ministero di Giustizia, il giudice istruttore Aldo Gen-
tile avrà modo di conoscere il generale Pietro Musumeci del
Sismi. Il servizio segreto militare offre piena disponibilità al
magistrato, che si recherà a Beirut per indagare sulla pista liba-
nese. Anche il Sisde aiuta l’inchiesta. Il 9 ottobre 1980 il diret-
tore Grassini firma una nota riservatissima in cui si legge che
una fonte di alto livello, introdotta negli ambienti palestinesi,
avrebbe confermato le dichiarazioni di Ayad.47 L’intuizione dei
giudici bolognesi ha trovato finalmente un riscontro significa-
tivo. La strage di Bologna è nera e serve a spostare a destra l’asse
politico italiano.
Ma nella storia raccontata da Ayad qualcosa non torna.
I nostri apparati di sicurezza, gli stessi che hanno taciuto le
minacce ricevute dall’Fplp, perseverano nella grave omissione
che impedisce un vaglio critico dell’intervista del dirigente
dell’Olp. Anche il nome della giornalista che lo ha intervistato
dovrebbe destare sospetti. Si tratta di Rita Porena, la donna a
cui Giovannone si rivolge quando deve contattare d’urgenza
il Fronte popolare. In realtà lo scoop è un depistaggio. Dopo
mesi di indagini inconcludenti, la pista libanese si rivelerà
completamente falsa. A giudizio dei magistrati bolognesi, è
uno dei più gravi tentativi d’inquinamento delle indagini sulla
strage alla stazione. Ayad si è inventato tutto. Ha mentito per-
sino sulla collocazione dei neonazisti del gruppo Hoffmann,
ospiti non dei campi falangisti ma di quelli palestinesi. I motivi
dell’ini­ziativa devono far riflettere. Che interesse ha l’Olp a
depistare l’inchiesta di Bologna? Per alcuni si tratta di una
semplice azione di propaganda in danno dei cristiano-maro-

47
Sentenza-ordinanza del giudice istruttore Vito Zincani, Tribunale di Bo-
logna, procedimento penale n. 344/80.

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La strage 195

niti. Per altri, invece, le bugie del dirigente dell’Olp, lo stesso


che rifornisce di armi le Br, servono a coprire le responsabilità
palestinesi nell’esplo­sione alla stazione. A favore della prima
tesi, c’è l’effettiva ostilità nei riguardi dei falangisti, nemici
giurati dei fedayyìn durante la guerra civile in Libano. Ma l’in-
terpretazione non convince. Ayad, infatti, non si limita a rila-
sciare un’intervista faziosa. Il capo dell’intelligence palestinese
incontra gli uomini del Sismi, offre collaborazione al giudice
Gentile, spiega le trame nere a una delegazione di parlamen-
tari italiani. Ostacola in ogni modo l’accertamento della verità.
I magistrati bolognesi, inoltre, scoprono che Giovannone era
al corrente sin dal principio della falsità della pista libanese.
Ma l’ha avallata tacendo. Il Sisde l’ha addirittura confermata.
Davvero difficile, quindi, credere che il motivo di un depistag-
gio di tali dimensioni sia solo un dispetto ai nemici falangisti.
Non si potrebbe spiegare, del resto, l’interesse dei nostri ser-
vizi segreti a partecipare a un’operazione di così basso profilo.
Lo scopo di un depistaggio, al contrario, risulta sempre pro-
porzionato alla sua gravità. Per tali ragioni, appare molto più
probabile la seconda ipotesi. I servizi segreti dell’Olp hanno
intossicato l’inchiesta spinti dalla necessità di occultare le
responsabilità nell’esplosione di Bologna di un gruppo a essa
affiliato. L’Fplp.
Nel 2012 è stato aggiunto un ultimo tassello al depistaggio di
Ayad. Viene ritrovato un carteggio, risalente al 1981, tra i magi-
strati bolognesi e quelli della Corte d’appello dell’Aquila. Il 14
agosto 1981 la Cassazione ha accolto il ricorso di Abu Anzeh
Saleh decretando la fine della sua carcerazione preventiva.
L’espo­nente dell’Fplp è tornato a Bologna con il solo obbligo
della firma periodica in questura. Il giudice Gentile ottiene dai
colleghi dell’Aquila, dove prosegue il processo per i fatti di
Ortona, l’autorizzazione al trasferimento temporaneo dell’im-
putato a Roma. L’istanza è dovuta a motivi concernenti l’in-
chiesta sulla strage alla stazione. Il depistaggio libanese, quindi,
ha consentito all’esponente dell’Fplp di trasformarsi in una
risorsa informativa dei magistrati di Bologna. Saleh viene spe-

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dito nella capitale dal 15 al 21 settembre 1981, per ragioni che


restano tuttora ignote. Neppure un’interpellanza parlamentare
è riuscita a fare chiarezza sulla vicenda.48 Ascoltato nel 2012,
Gentile, ormai anziano, ha dichiarato di non ricordare i motivi
del viaggio a Roma dell’uomo di Habash. Il suo ruolo rappre-
senta uno dei tanti misteri sulla strage di Bologna.
Ma il dato più inquietante del depistaggio libanese è passato
inosservato. Ayad, infatti, rilascia l’intervista alla Porena il 19
settembre 1980. Chiama in causa il gruppo Hoffmann, dichia-
rando falsamente che i neonazisti tedeschi venivano addestrati
dai cristiano-maroniti. Era consapevole, invece, che i giovani
estremisti trovavano ospitalità proprio nei campi palestinesi. La
circostanza fa riflettere. Perché gettare in pasto ai magistrati ita-
liani persone che stanno dalla parte dei fedayyìn? Come si conci-
lia il rapporto di amicizia, dimostrato con l’accoglienza al gruppo
Hoffmann, con le gravi accuse lanciate sul quotidiano svizzero? Il
26 settembre 1980, sette giorni dopo l’intervista, scoppierà una
bomba all’Oktoberfest di Monaco di Baviera. Il bilancio è di tre-
dici morti e duecentoundici feriti. Il più grave attentato nella
storia della Germania Ovest. Anche in tal caso, emerge subito
una pista nera. L’autore della strage viene identificato in Gun-
dolf Köhler, militante del gruppo Hoffmann, trovato cadavere
accanto al cratere dell’esplosione. Si tratta di una semplice casua-
lità o la trama di Ayad era molto più complessa di quanto rite-
nuto sinora? Il 3 ottobre 1980 la campagna terroristica continua.
A Parigi, un attentato alla sinagoga di rue Copernic provoca la
morte di quattro persone e il ferimento di altre trenta. Anche
in tal caso, viene ipotizzata una matrice di estrema destra. Di
recente, tuttavia, la magistratura parigina ha maturato un con-
vincimento opposto. La strage alla sinagoga è opera dell’Fplp. È
stata richiesta l’estradizione di un ex militante del Fronte popolare
residente in Canada.49 Anche i giudici tedeschi hanno intrapreso

48
Interpellanza urgente n. 2-01731 del 7 novembre 2012.
49
Il presunto responsabile dell’attentato alla sinagoga di rue Copernic è
l’ex militante dell’Fplp Assan Nahim Diab, che si professa innocente.

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una nuova pista. Il 7 agosto 2015 «La Stampa» ha annunciato


la riapertura del caso in quanto la Procura di Monaco sospetta
una regia occulta della Stasi.50 Le spie di Berlino Est hanno
sostenuto a lungo sia il gruppo Carlos, sia le fazioni oltranzi-
ste della resistenza palestinese. A distanza di decenni, quindi,
l’inchiesta tedesca, quella francese e quella italiana si sono final-
mente incrociate. Probabile che i magistrati parigini, e soprat-
tutto quelli bavaresi, debbano scontare le medesime difficoltà
riscontrate dal pm Cieri a Bologna. Occorre riflettere, in ogni
caso, sul contenuto del biglietto con dicitura «riservatissimo» e
numero 002541 consegnato dal Ros ai magistrati bolognesi nel
2006.51 L’appunto, dedicato alle minacce dell’Fplp dopo i fatti
di Ortona, annuncia un’imminente operazione terroristica nel
nostro paese. Un’offensiva terroristica, voluta da nazioni arabe di
orbita sovietica, che dovrebbe estendersi ad altri Stati. Bologna,
Monaco e Parigi: tre stragi figlie di un’unica strategia?

La scomparsa di Maria Grazia De Palo e Italo Toni

Il 27 settembre 1980 cade il governo Cossiga. A sorpresa, l’ese-


cutivo esce battuto da un voto segreto alla Camera. Viene boc-
ciato il decreto legge sulle misure economiche. Per un curioso
paradosso, l’artefice della metamorfosi della politica estera ita-
liana è inciampato su questioni di ordine interno. Con la con-
sueta ironia, Cossiga ricorderà l’esperienza da premier come
l’anno nel quale in Italia, a parte la crisi con il Vaticano, è acca-
duto di tutto.52 Il 18 ottobre 1980 s’insedia il nuovo governo

50
Tonia Mastrobuoni, La Stasi dietro la strage all’Oktoberfest del 1980, «La
Stampa», 7 agosto 2015.
51
Richiesta di archiviazione del pm Enrico Cieri, Procura della Repubblica
di Bologna, procedimento penale n. 13225/11. L’appunto è riprodotto
integralmente nell’atto.
52
Daria Lucca, Paolo Miggiano, Andrea Purgatori, A un passo dalla guerra,
Sperling & Kupfer, Milano 1995, p. 157.

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presieduto da Arnaldo Forlani. La scelta è adatta al momento


perché l’esponente democristiano viene chiamato il «pompiere»
per le sue doti di mediatore. In realtà, i fuochi di agosto si sono
spenti già nelle ultime settimane dell’esecutivo Cossiga. A ini-
zio settembre Dom Mintoff è sbarcato a Roma con il timore di
un ripensamento italiano. L’intesa con Malta, invece, viene
confermata. Si può procedere quindi allo scambio di note,
seconda tappa di un lungo iter che si concluderà nei mesi suc-
cessivi con la ratifica del parlamento. Anche nella seconda fase,
però, viene taciuta alla stampa la data di sottoscrizione dell’ac-
cordo italomaltese. L’opinione pubblica continua a ignorare la
coincidenza temporale con la strage di Bologna.
Il 16 settembre 1980, nelle ore in cui Abu Ayad sta organiz-
zando il depistaggio dell’inchiesta bolognese, ha inizio una
delle vicende più tormentate della storia italiana più recente.
Viene denunciata la scomparsa in Libano dei giornalisti Maria
Grazia De Palo e Italo Toni. Erano partiti da Roma il 22 agosto
1980 con l’intenzione di tornare a metà settembre. La coppia,
invece, è sparita nel nulla. Le ultime notizie risalgono al 23
agosto, giorno in cui la famiglia De Palo riceve un telegramma
con cui la giovane rassicura i genitori sul buon esito del viag-
gio.53 Atterrati a Damasco, Toni e la De Palo si dirigono in
Libano trovando alloggio all’Hotel Triumph di Beirut Ovest,
zona sotto il controllo dei palestinesi. Da quel momento, non
invieranno più messaggi in Italia. A metà settembre la famiglia
di Graziella – così viene chiamata a casa la ragazza – si rivolge a
Nemer Hammad per avere notizie. Ma dalla delegazione ro-
mana dell’Olp giungono informazioni rassicuranti. Il ritardo
nel rientro sarà dovuto senz’altro alla mancanza di posti sui
voli. Ma la madre di Graziella ne dubita. Conosce la puntualità
della figlia e ritiene anormale un silenzio così prolungato. La
famiglia De Palo decide di rivolgersi alle ambasciate di Libano
e Siria, scoprendo che le ultime notizie sui due giornalisti risal-

53
La vicenda Toni-De Palo è riassunta e documentata in modo esemplare
sul sito www.toni-depalo.it.

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La strage 199

gono al 2 settembre. Fatto ancora più allarmante, i loro bagagli


giacciono ancora all’Hotel Triumph. A quel punto viene denun-
ciata la scomparsa all’Interpol e al ministero degli Esteri. Come
nel caso della strage di Bologna, l’intelligence palestinese si
dichiara subito disponibile ad aiutare le indagini.
Il portiere dell’Hotel Triumph cerca di accreditare la tesi inve-
rosimile di un viaggio in Iraq. L’Olp, invece, sostiene che Toni
e la De Palo sono spariti durante un trasferimento a Beirut Est,
zona controllata dai cristiano-maroniti. La resistenza pale-
stinese punta di nuovo l’indice contro i neofascisti libanesi.
Questi ultimi sono stati accusati dal Sismi di aver trafficato
gli Strela con Pifano e gli autonomi. Ora, invece, si vedono
imputare dai palestinesi sia l’attentato di Bologna che il seque-
stro dei due giornalisti italiani. In entrambi i casi, il colonnello
Giovannone sta al gioco. Vengono alzate cortine fumogene e
si muta di continuo la versione dei fatti. La famiglia De Palo
è più volte ingannata con promesse, smentite e false speranze.
S’insisterà a lungo sul fatto che la ragazza è ancora viva, per
chiedere ai parenti di restare inerti così da non turbare le tratta-
tive che porteranno alla sua liberazione.54 Con l’uso sistematico
della menzogna, viene sabotata l’inchiesta condotta da Stefano
D’Andrea. L’ambasciatore italiano diffida di Giovannone e non
tarda a scoprire l’amara verità. Toni e la De Palo, in realtà, non
sono mai usciti dalla zona occidentale di Beirut. Ayad arriva ad
accusare D’Andrea di aver fatto sparire i cadaveri dei due gior-
nalisti dall’ospedale americano. Anche in questo caso il Sismi
avalla le dichiarazioni dei palestinesi. Ai magistrati romani,
che seguono l’inchiesta, il generale Santovito assicura di essersi
recato presso l’ospedale americano per verificare l’accaduto. È
una bugia che gli costerà un’incriminazione per falsa testimo-
nianza. Ma perché i servizi segreti dell’Olp e il Sismi agiscono
insieme, prima nel depistaggio di Bologna e poi in quello di
Beirut? E quale pericolo possono rappresentare due giornalisti
arrivati in Medio Oriente con un volo a tariffa agevolata?

54
D.A., Presto in libertà i due giornalisti?, «Paese Sera», 19 marzo 1981.

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200 I segreti di Bologna

Italo Toni, cinquantenne, vanta un lungo curriculum. Nel


1968 il giornale francese «Paris Match» ha pubblicato un suo
reportage sui campi di addestramento dei fedayyìn. Un vero
scoop per quei tempi. Graziella De Palo, invece, è agli inizi
della carriera, ma ha già dimostrato talento. Da due anni
«l’Astro­labio» e «Paese Sera» pubblicano i suoi articoli dedicati
alla delicata questione del traffico di armi. La ragazza ha avuto
modo d’incontrarsi più volte con Falco Accame, l’ex ammira-
glio che da deputato socialista e vicepresidente della commis-
sione Difesa è autore di numerose interrogazioni parlamentari
sull’argomento. Difficile, quindi, non mettere in relazione tali
interessi con il viaggio in Libano, un paese che consente affari
di ogni genere. Ma i sospetti dei familiari, sulle ragioni della
trasferta a Beirut, sono ancora più gravi. Giancarlo De Palo,
fratello di Graziella, ritiene molto probabile che la sparizione
della sorella sia collegata alla strage di Bologna.55 La ragazza,
infatti, sarebbe partita per Beirut per indagare anche sull’ecci-
dio bolognese. All’epoca la pista palestinese non era conside-
rata dai magistrati. Ma nelle stanze del potere la voce di uno
scenario internazionale circolava con discrezione e qualche eco
era arrivata persino alla stampa.56
Verso la fine del 1981, quando la falsità della pista falangista
è ormai evidente, giunge un nuovo depistaggio. Si cerca un’al-
tra volta d’inquinare sia l’indagine romana sulla scomparsa dei
giornalisti, sia l’inchiesta bolognese sulla strage. Il capitano
dei carabinieri Paolo Pandolfi si reca nel carcere svizzero di
Champ-Dollon per ascoltare un ex impiegato del Comune di
Firenze. Si chiama Elio Ciolini ed è detenuto per reati comuni.
Alle spalle ha una lunga sfilza di denunce, ma vanta frequen-
tazioni negli ambienti dell’estrema destra. Ciolini sostiene di
essere a conoscenza di segreti sconvolgenti. Le nostre autorità
accetteranno di pagare l’onerosa cauzione che consente al depi-

55
F. Pinotti, Fratelli d’Italia, cit., pp. 178-179.
56
Giuseppe Zaccaria, La bomba aveva un altro obiettivo e l’attentatore morì
nello scoppio?, «La Stampa», 5 agosto 1980.

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La strage 201

statore di tornare in Italia. Ciolini afferma di essere un agente


dei servizi francesi, per conto dei quali si sarebbe infiltrato nel
gruppo eversivo denominato, senza troppa originalità, Orga-
nizzazione terroristica. In quei mesi, l’Italia è sconvolta dallo
scandalo della loggia P2 e Ciolini si tiene al passo con i tempi,
denunciando la trama massonica di una misteriosa loggia di
Montecarlo. Per distrarre l’opinione pubblica da una colossale
operazione finanziaria, l’acquisizione del pacchetto di maggio-
ranza della Montedison, la massoneria occulta avrebbe inca-
ricato i neofascisti italiani di eseguire l’attentato di Bologna.
Vengono accusati uno dei maggiori leader dell’estrema destra,
Stefano Delle Chiaie, e altri esponenti del disciolto gruppo di
Avanguardia nazionale. Come al solito, l’inquinamento viene
articolato su scala internazionale. Gli stragisti italiani, infatti, si
giovano del supporto dei tedeschi del gruppo Hoffmann e dei
francesi del Fane.57 La chiamata in causa del gruppo Hoffmann,
a cui sono attribuite le responsabilità materiali della strage, è
il passaggio chiave dell’intero imbroglio. Il depistaggio di Cio-
lini, infatti, non è altro che la prosecuzione di quello iniziato
l’anno precedente da Abu Ayad. L’ex vigile fiorentino, però,
commette l’errore d’indirizzare le calunnie troppo in alto. Non
si limita ad accusare gli estremisti neri, ma nei suoi racconti
immaginari inserisce industriali come Gianni Agnelli e Attilio
Monti al fianco di esponenti politici del calibro dei sociali-
sti Claudio Martelli e Gianni De Michelis. L’api­ce dell’inqui-
namento verrà raggiunto con la diffusione di un documento
dedicato alla sparizione di Toni e della De Palo. La commi-
stione di elementi veritieri con altri completamente falsi dimo-
stra l’esistenza di suggeritori occulti e molto informati. Ciolini,
infatti, sostiene che la sorte dei due giornalisti è stata decisa in
occasione di una visita all’appartamento di Nayef Hawatmeh,
leader del Fronte democratico per la liberazione della Palestina.
Un gruppo marxista nato da una scissione dall’Fplp. Per una

57
Sentenza-ordinanza del giudice istruttore Vito Zincani, Tribunale di Bo-
logna, procedimento penale n. 344/80.

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202 I segreti di Bologna

sfortunata casualità, Toni e la De Palo avrebbero intravisto,


nascosti in una stanza, il neofascista Delle Chiaie e un noto
dirigente socialista che discutevano di grosse partite di armi
provenienti dall’Italia. Un falso grossolano che, però, contiene
un’informazione esatta e non proprio scontata. Prima della
scomparsa, i due reporter avrebbero dovuto intervistare pro-
prio il leader dell’Fdlp Hawatmeh. Le farneticazioni allusive,
ben distribuite tra Bologna e Beirut, costeranno a Ciolini ine-
vitabili noie giudiziarie. Quando le responsabilità dei palesti-
nesi per la sparizione dei due giornalisti sono ormai innegabili,
i magistrati romani chiederanno spiegazioni a Giovannone.
Vogliono capire cosa abbia spinto il Sismi ad aiutare l’Olp
nell’inquinamento dell’indagine. Nel 1984 Stefano d’Arabia,
orfano dei suoi referenti politici, è ormai caduto in disgrazia.
Stanco e malato, si difende nell’unico modo possibile. Oppone
il segreto di Stato che verrà poi confermato dal premier Craxi.
Fine della storia.
Sulla vicenda Toni-De Palo cala il sipario. L’inchiesta giu-
diziaria si concluderà nel 1986. I magistrati danno per certo
che la scomparsa dei due reporter vada imputata ai palesti-
nesi. Decisiva si rivela la confidenza di Rosa Lya, una militante
dell’Olp mossa da pietà per la famiglia di Graziella, il cui con-
tenuto coincide con le informazioni fornite dai servizi segreti
libanesi all’ambasciatore D’Andrea.58 Le vittime, del resto, non
si sono mai allontanate dalla zona occidentale di Beirut, che
è controllata dai fedayyìn. Il pm Giancarlo Armati ha indivi-
duato nell’Fplp il gruppo responsabile della sparizione.59 Ma
il giudice istruttore Renato Squillante riterrà non sufficiente-
mente provata la responsabilità personale di Habash. Non si
può procedere neppure contro Santovito e Giovannone, che
nel frattempo sono deceduti. A pagare per tutti sarà Damiano

58
Sentenza-ordinanza del giudice istruttore Renato Squillante, Tribunale
di Roma, procedimento penale n. 4101/82.
59
Requisitoria del pm Giancarlo Armati, Procura della Repubblica di
Roma, procedimento penale n. 9195/84.

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La strage 203

Balestra, l’appuntato dei carabinieri che Stefano d’Arabia usava


per intercettare le comunicazioni tra D’Andrea e la Farne-
sina. Emblematico, su tutti, resterà l’episodio della missione
a Beirut degli uomini dell’Ucigos disposta dalla magistratura
torinese nel febbraio del 1981. Balestra riferisce l’arrivo immi-
nente di due funzionari del Viminale a Giovannone, che a sua
volta avverte Forte Braschi. Il Sismi avviserà subito del pericolo
gli uomini dell’Fplp. Bassam Abu Sharif riesce a sabotare la
missione dell’Ucigos denunciando un piano finalizzato al suo
omicidio. L’ennesima falsità concertata tra i fedayyìn e i nostri
servizi segreti.
Resta tuttora ignoto il movente del sequestro di Toni e della
De Palo che, con ogni probabilità, si è concluso molto presto
con l’uccisione degli ostaggi. Alcuni ritengono che gli uomini
del Fronte popolare abbiano deciso di sopprimere i due repor-
ter perché ritenevano Toni un informatore dei servizi italiani o
addirittura israeliani. Circostanza che, in teoria, potrebbe costi-
tuire un movente anche solo putativo. I familiari di Toni, che
escludono tale ipotesi, ritengono possibile invece un movente
legato alla necessità di coprire le responsabilità palestinesi nella
strage di Bologna. Giancarlo De Palo ne è addirittura convinto.
Il segreto di Stato sull’inchiesta Toni-De Palo è scaduto il 28
agosto 2014. Gli atti, però, non sono stati resi ancora pubblici.
Cosa si nasconde, tra quei documenti, che nessuno deve leggere?

Terrore sui treni

L’8 gennaio 1981 il generale Santovito vola a Parigi per in-


contrare il direttore dello Sdece Alexandre de Marenches. Il
motivo della riunione con il capo dei servizi segreti francesi
resta tuttora sconosciuto. È noto, però, che a organizzarla sia
stato Francesco Pazienza, all’epoca consulente del Sismi.60 L’esi­

60
Sentenza della Corte d’assise di Bologna dell’11 luglio 1987, procedimen-
to penale n. 12/86.

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204 I segreti di Bologna

guo arco temporale tra le stragi e l’incontro parigino fa ipotiz-


zare che De Marenches e Santovito abbiano discusso anche
di Ustica e Bologna. Non è un caso, forse, se al ritorno in Ita-
lia, il direttore del Sismi e il generale Pietro Musumeci, capo
dell’ufficio controllo e sicurezza, danno subito inizio all’opera-
zione Terrore sui treni. Il depistaggio più grave dell’inchiesta
sull’esplo­sione del 2 agosto 1980. Un appunto riservato del
servizio riferisce la scoperta di un piano eversivo organizzato
dai neofascisti italiani con il supporto dei francesi del Fane e
dei tedeschi del solito gruppo Hoffmann. Un progetto crimi-
noso che prevede imminenti attentati dinamitardi. Lo schema
è ormai noto. Estremisti italiani che colpiscono assieme ai loro
camerati stranieri. Anche l’operazione Terrore sui treni, infatti,
non è altro che la prosecuzione del depistaggio iniziato da Abu
Ayad con l’aiuto del Sismi nel settembre del 1980. Un inqui-
namento che poi continuerà con le farneticazioni allusive del
«supertestimone» Ciolini negli ultimi mesi del 1981. Filo con-
duttore dell’intossicazione continua dell’inchiesta bolognese è
il gruppo Hoffmann. I neonazisti tedeschi, chiamati in causa
per la prima volta dal capo dell’intelligence palestinese, sem-
brano rappresentare il marchio distintivo dei tre depistaggi.
L’operazione Terrore sui treni si sviluppa attraverso un dosag-
gio costante di notizie inventate. Le false informazioni, attri-
buite a una fonte che si rivelerà inesistente, scandiscono l’or-
ganigramma dell’estrema destra italiana. Dai giovani latitanti
di Terza posizione, come Gabriele Adinolfi e Roberto Fiore,
a figure storiche del neofascismo quali Franco Giorgio Freda
e Stefano Delle Chiaie. Il depistaggio raggiunge il culmine la
sera del 13 gennaio 1981. La fonte immaginaria avrebbe segna-
lato un’azione in corso. I controlli nello scalo ferroviario di
Ancona sortiscono esito negativo. Ma alla stazione di Bologna,
a bordo del treno Taranto-Milano, viene scoperta una valigia
contenente armi, documenti falsi e biglietti aerei per Parigi e
Monaco. Ma, soprattutto, alcuni barattoli che contengono lo
stesso tipo di esplosivo detonato il 2 agosto 1980. La coinci-
denza non può essere casuale perché il verdetto dei consulenti

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La strage 205

esplosivistici è ancora segreto. Appare scontato, quindi, che i


neofascisti che stanno partecipando all’operazione Terrore sui
treni siano gli stessi dell’attentato alla stazione di Bologna.
Altre spiegazioni non sembrano possibili.
In realtà, il Sismi è riuscito a conoscere indebitamente l’esi­to
delle operazioni peritali. Una grave violazione del segreto
istruttorio subito utilizzata per il depistaggio. Santovito, Musu-
meci e un terzo dirigente del Sismi, il colonnello Giuseppe
Belmonte, pagheranno il misfatto con una condanna definitiva
per calunnia. Ma l’operazione Terrore sui treni continua a far
discutere tuttora. Molti osservatori del processo di Bologna,
anche con idee di sinistra, dubiteranno della responsabilità
di Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi
Ciavardini, i terroristi neri condannati in via definitiva per la
partecipazione alla strage.61 Se l’attentato di Bologna ha una
matrice neofascista, si chiedono, perché il Sismi ha depistato
prendendosela proprio con l’estrema destra? Il paradosso, in
effetti, appare evidente. Il depistaggio, per definizione, serve
a spostare l’attenzione nella direzione sbagliata. È stato obiet-
tato, tuttavia, che Santovito e Musumeci avrebbero utilizzato
come cavie persone diverse da Fioravanti e complici. Anche
tale precisazione non è convincente. Tra le vittime del Sismi,
infatti, figura il militante dei Nar Giorgio Vale che, al pari di
Ciavardini, proveniva dal gruppo di Terza posizione. Vale è
deceduto in circostanze controverse il 5 maggio 1982. I fami-

61
Nella ricostruzione giudiziaria non è attribuito un ruolo specifico nell’at-
tentato ai due ex terroristi dei Nar. Viene però attestata la loro presenza a
Bologna il giorno della strage sulla base della testimonianza di Massimo
Sparti, un malavitoso vicino alla Banda della Magliana. Diverso è il caso
di Luigi Ciavardini, mai menzionato da Sparti, che stando alle sentenze
avrebbe concorso nell’attentato consegnando, il 1° agosto 1980, un do-
cumento d’identità falso a Fioravanti. La presenza a Bologna di Ciavar-
dini sarebbe comunque dimostrata da una serie di circostanze quali, ad
esempio, la prestanza fisica che lo rendeva necessario nell’azione, conside-
rato il peso elevato dell’ordigno esplosivo, pari a circa venticinque chili.

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liari, in sua rappresentanza, hanno preso parte al processo di


Bologna sedendo tra i banchi della parte civile. La corte ha sta-
bilito che il giovane era stato vittima del depistaggio, ricono-
scendo ai parenti il diritto al risarcimento dei danni. Ma com’è
possibile che il Sismi, per occultare le responsabilità dei Nar
nella strage di Bologna, organizzi un depistaggio contro un
militante della stessa organizzazione? Quanti, a parti invertite,
sarebbero disposti a credere che i servizi segreti «deviati», per
depistare un’indagine sulle Br, hanno dato in pasto ai giudici
Renato Curcio o Alberto Franceschini?62
La sequenza temporale dell’operazione Terrore sui treni non
lascia spazio a interpretazioni. Il 28 maggio 1980, davanti al
liceo Giulio Cesare di Roma, i Nar uccidono l’agente di polizia
Franco Evangelista. Nell’ottobre del 1980 la responsabilità di
Giuseppe Valerio Fioravanti e Giorgio Vale per l’omicidio della
scuola è nota alle autorità. Anche la stampa la rende pubblica
dedicando numerosi articoli alla vicenda. La notte del 5 feb-
braio 1981 Fioravanti viene fermato a Padova dopo un conflitto
a fuoco che costa la vita ai carabinieri Enea Codotto e Luigi
Maronese. La mattina del 6 febbraio le agenzie di stampa dira-
mano la notizia dell’arresto evidenziando gli stretti rapporti tra
Fioravanti e Vale.63 Il 7 febbraio i quotidiani ribadiscono che i
due militano nello stesso gruppo terroristico. Lo stesso giorno,
il Sismi invia una nota ai magistrati bolognesi in cui Vale viene
indicato come un elemento di spicco dell’operazione Terrore
sui treni. Il terrorista nero, infatti, avrebbe acquistato a Bari i
biglietti aerei che erano stati rinvenuti nella valigia sequestrata

62
Inizialmente venne sostenuto che il depistaggio serviva a coprire i Nar
per via del coinvolgimento di un estremista di destra molto vicino a
Fioravanti. In realtà, Massimo Carminati è stato assolto in via definitiva
dall’accusa di aver concorso all’operazione Terrore sui treni, mettendo a
disposizione un mitra poi ritrovato nella valigia sul treno Taranto-Mila-
no. Era stata obiettata, del resto, l’irrazionalità di un depistaggio fondato
sul sequestro di un’arma che potesse effettivamente ricondurre ai Nar.
63
Ansa, febbraio 1981.

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La strage 207

alla stazione di Bologna il 13 gennaio 1981. Si può davvero


sostenere, quindi, che l’operazione Terrore sui treni sia servita a
coprire Fioravanti e i suoi «camerati» dei Nar? I fatti, in realtà,
portano a ritenere l’esatto contrario.
Molto spesso, i depistaggi organizzati da entità complesse
come i servizi segreti contengono significati allusivi. Riferi-
menti specifici che possono permettersi solo quanti conoscono
la verità che deve essere nascosta. Per questo motivo, c’è chi
invita a riflettere sui contenuti simbolici dell’operazione Ter-
rore sui treni. La stazione di Bologna. Parigi e Monaco. Terro-
risti tedeschi e francesi. La linea ferroviaria Taranto-Milano. La
stazione di Ancona. L’acquisto dei biglietti aerei a Bari. L’esplo­
sivo civile inserito in barattoli diversi da quelli che contengono
l’esplosivo militare. C’è forse un messaggio, nascosto tra le
pieghe del depistaggio organizzato da Musumeci, che solo in
pochi sono riusciti a comprendere?

Il pretesto della P2

Il 17 marzo 1981 esplode il caso della P2. I magistrati mila-


nesi Giuliano Turone e Gherardo Colombo ordinano il seque-
stro dell’elenco degli iscritti alla loggia massonica segreta,
custodito senza troppa premura da Licio Gelli nella sua villa
di Castiglion Fibocchi. La lista viene consegnata alla stampa,
secondo alcuni alleggerita di qualche nome eccellente. Ma
le personalità che restano coinvolte sono di assoluto rilievo.
Giornalisti, uomini della finanza, militari, esponenti delle isti-
tuzioni. Figure insospettabili che cercheranno di giustificarsi
nei modi più svariati. Alcuni sostengono di aver commesso
una sciocchezza, altri di essersi infiltrati per controllare Gelli.
È uno scandalo senza precedenti. Ancora oggi, molti riten-
gono che la P2 rappresenti la chiave per decifrare i grandi
misteri della storia italiana. Dal sequestro Moro alla strage di
Bologna. Il Venerabile, deceduto nel dicembre del 2015, che
in effetti verrà condannato per il depistaggio dell’attentato del

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2 agosto 1980,64 sarebbe il regista occulto di trame infinite


contro la democrazia italiana.
Gli esiti giudiziari, in realtà, non confortano un’ipotesi di
tali dimensioni. L’adesione alla P2 non è stata ritenuta un reato.
Non v’è dubbio, tuttavia, che tra i suoi affiliati compaia­no
molti protagonisti delle vicende più torbide degli anni Settanta.
Difficile, però, ricondurre ogni crimine a un disegno unico di
matrice piduista. Significativa, al riguardo, è la presenza nella
lista del filoarabo Miceli a fianco del filoisraeliano Maletti.
I due ufficiali che per anni hanno rappresentato le «anime»
contrapposte nei nostri servizi segreti. Quasi impossibile asse-
gnare ai due la condivisione di un medesimo progetto eversivo.
Miceli, peraltro, era persona molto vicina ad Aldo Moro. Dopo
l’omicidio dello statista democristiano, ha scagliato i suoi strali
contro i nemici della trattativa che avrebbe salvato l’ostaggio.
Anche i connotati «reazionari», comunemente attribuiti alla
P2, non convincono. Nelle sue fila, infatti, figurano il direttore
del Sismi Santovito e quello del Sisde Grassini, entrambi nomi-
nati durante il periodo della solidarietà nazionale. Quest’ul-
timo, in particolare, ha goduto dell’aperto sostegno del Partito
comunista. È noto il rapporto di reciproca stima tra il direttore
del Sisde e Ugo Pecchioli, l’uomo degli affari interni del Pci.
A Santovito, del resto, veniva attribuito da più parti il ruolo
del discriminato ai tempi in cui il «golpista» De Lorenzo gui-
dava i servizi segreti.65 Non è casuale il rapporto difficile tra il
direttore del Sismi e il governo Cossiga. L’ostinato tentativo di
proteggere il lodo Moro, o di ostacolare il trattato militare con
Malta in chiave antilibica e antisovietica, non consente di col-
locare Santovito tra gli oltranzisti del «partito» atlantico. Forse
ha ragione l’ex presidente della commissione Stragi, Giovanni
Pellegrino, quando invita a ridimensionare il ruolo svolto dalla

64
Gelli fu ritenuto responsabile, tra l’altro, per aver indicato una non me-
glio precisata pista internazionale al funzionario del Sisde Elio Cioppa, a
sua volta affiliato alla loggia P2.
65
D. Lucca, P. Miggiano, A. Purgatori, A un passo dalla guerra, cit., p. 40.

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La strage 209

P2 negli anni del terrorismo.66 Per l’ex parlamentare diessino,


l’adesione alla loggia di Gelli costituiva un attestato di fedeltà al
Patto atlantico. Un requisito indispensabile per ambire a ruoli
apicali, soprattutto in ambito militare o nell’intelligence. Ma
ciò non attribuiva a Gelli il potere d’impartire ordini o addi-
rittura strategie ai singoli affiliati. Anche Cossiga ha demolito
l’immagine del grande burattinaio, ironizzando sull’incarico
rivestito da Gelli in una fabbrica di materassi di Frosinone. Lo
statista sardo, piuttosto, ha invitato a considerarlo un affarista,
ma soprattutto un doppiogiochista.67
La reductio ad unum suggerita da chi vede la loggia segreta
dietro ogni mistero rischia di rivelarsi fuorviante e non con-
sente di cogliere le sfumature più interessanti dell’istruttoria
bolognese. Pochi, ad esempio, si sono chiesti se tra il diret-
tore Santovito e il generale Musumeci, artefice dell’operazione
Terrore sui treni e a sua volta membro della P2, vi sia stata
una completa unità d’intenti. Fa riflettere la deposizione, poco
conosciuta, resa dal generale Grassini al pm Libero Mancuso
nell’ambito dell’inchiesta sulla strage.68 L’ex direttore del Sisde,
caduto in disgrazia dopo lo scandalo della loggia segreta, si
esprime in modo negativo sul conto di Musumeci. Non sembra
nutrire una particolare stima per quello che dovrebbe essere un
suo compagno di loggia. Grassini riferisce al magistrato bolo-

66
Giovanni Fasanella, Giovanni Pellegrino, Claudio Sestieri, Segreto di
Stato. Verità e riconciliazione sugli anni di piombo, Sperling & Kupfer,
Milano 2008, p. 118.
67
Negli ultimi anni di vita, Cossiga ha suggerito riflessioni sorprendenti sul
conto di Gelli. Il presidente emerito, infatti, sosteneva che il capo della
P2 fosse un agente doppio tra Est e Ovest. A dimostrazione dell’ipo­tesi,
vi sarebbero alcune circostanze: gli attestati di benemerenza del Cln, i
rapporti confidenziali con il dittatore comunista Nicolae Ceaus˛escu e
quelli con un alto dirigente del Partito comunista della Germania Est
che accompagnò di persona al Quirinale quando Cossiga era presidente
della Repubblica.
68
Audizione di Giulio Grassini del 19 febbraio 1985, Tribunale di Bolo-
gna, procedimento penale n. 344/80.

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gnese un curioso aneddoto. Verso la fine degli anni Quaranta


suo padre, comandante della legione dei carabinieri di Firenze,
aveva punito il giovane ufficiale Musumeci con la sanzione
disciplinare del rimprovero solenne. Nel 1971 Grassini figlio,
comandante della scuola sottufficiali dei carabinieri, effettuerà
una visita presso il battaglione allievi di Velletri diretto proprio
da Musumeci, che nel frattempo era diventato tenente colon-
nello. Durante l’ispezione, vengono rilevate delle irregolarità
amministrative nello spaccio imputabili a Musumeci. Quest’ul-
timo, sarebbe stato sanzionato con una punizione disciplinare
che normalmente impedisce la promozione al grado superiore.
Musumeci, invece, acquisirà i gradi di colonnello e poi di
generale, arrivando a occupare un ruolo direttivo nel Sismi.
Grassini racconta anche le confidenze ricevute da Santovito
sul conto del suo stretto collaboratore. Nel 1984 l’ex direttore
del Sismi è gravemente malato. Lo scandalo della P2 ha decre-
tato la fine della sua carriera. È stato incriminato anche dalla
magistratura veneziana che indaga sul traffico di armi tra Br e
Olp. Se la deve vedere, infine, con i giudici romani che con-
ducono l’istruttoria sulla sparizione di Toni e della De Palo in
Libano. Entrambe le indagini, volte a illuminare i rapporti del
Sismi con la resistenza palestinese, saranno paralizzate dall’op-
posizione del segreto di Stato. Ma la reputazione di Santovito
è ormai compromessa. Al pari di Grassini, l’anziano ufficiale
conosce le regole del gioco. La politica non ha remore a usare
gli uomini dei servizi segreti per la diplomazia parallela e gli
affari più delicati. Con la stessa disinvoltura, però, li scarica nei
momenti di difficoltà. Meglio avallare la storia, indolore per i
governi e gradita alle opposizioni, delle spie al soldo dei «poteri
deviati» che rivelare all’opinione pubblica le scelte ciniche
imposte dalla ragione di Stato. La visita di Grassini a Santovito
sul letto di morte avviene in un clima di reciproco sconforto.
Le rivalità emerse nel periodo di direzione dei due servizi non
hanno scalfito la vecchia amicizia. L’ex direttore del Sisde, al
contrario, è la persona ideale cui confidare il proprio giudi-
zio su Musumeci. Il grande rimpianto di Santovito è appunto

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La strage 211

quello di aver riposto fiducia in «una persona del genere».


Un’ester­nazione tutta da decifrare. Difficile che l’ex direttore
del Sismi abbia sentito il bisogno di giustificare la fine inglo-
riosa di una lunga carriera a un collega incorso nella mede-
sima sorte. Lo sfogo sembra dovuto a ragioni meno banali che
Grassini, però, sostiene di non aver capito. Forse Musumeci ha
taciuto qualcosa di molto importante al suo direttore? È pro-
prio certo che nel Sismi diretto da Santovito abbiano lavorato
tutti per lo stesso padrone?
Molte domande sulla figura di Musumeci sono rimaste senza
risposta. Così come resterà senza nome il presunto agente del
Kgb, legato ai servizi segreti italiani, raffigurato nell’identikit
suggerito dal brigatista pentito Roberto Buzzatti. Il volto ritratto
toglie la parola ai magistrati romani che interrogano il collabora-
tore di giustizia. L’uomo descritto da Buzzatti somiglia in modo
impressionante al generale Musumeci.

L’ascesa del Professore e il misterioso Santini

Il 4 aprile 1981 Mario Moretti viene arrestato a Milano. Il lea-


der brigatista cade in una trappola tesa dalla polizia con l’aiuto
di un tossicodipendente. Mesto finale di un terrorista capace
di tenere in scacco le forze dell’ordine per un decennio. La
perdita del suo capo indiscusso accelera il processo di disgre-
gazione delle Br iniziato dopo l’omicidio di Moro. Il 1981,
infatti, è anche l’anno in cui si esaurisce la fase unitaria delle
Brigate rosse. Il declino sembra coincidere con l’ascesa di Gio-
vanni Senzani, a giudizio di molti la figura più complessa della
storia brigatista. A seconda dei gusti, è stato rappresentato
come un infiltrato dei servizi segreti italiani, francesi o addirit-
tura statunitensi. Il «Professore» è persona di elevato spessore
intellettuale, riuscirà a scalare i vertici delle Br propugnando
una linea sanguinaria. Arriva a programmare azioni a colpi di
bazooka contro il consiglio nazionale della Dc e il ministero
di Giustizia. Progetti stragisti in piena regola, poco in linea

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212 I segreti di Bologna

con le modalità operative delle Br. L’arresto di Moretti spiana


la strada al Professore che potrà contare sul fronte carceri e
sulla colonna napoletana. Senzani comincia ad agire senza il
consenso dell’esecutivo brigatista e nel giugno del 1981 orga-
nizzerà il sequestro di Roberto Peci, fratello del pentito Patri-
zio. Pochi giorni prima del rapimento due militanti romani,
Roberto Buzzatti ed Ennio di Rocco, si recano nelle Marche
per incontrare Massimo Gidoni: lo psichiatra appassionato
di vela che nel 1979 ha accompagnato Moretti in Libano per
caricare l’arsenale palestinese. Nell’occasione, Gidoni avrebbe
pregato i compagni romani di avvisare Senzani che un non
meglio specificato signor Santini lo attendeva alla stazione di
Ancona per le 12.30 dell’8 giugno.69 Buzzatti accompagnerà
Senzani all’appuntamento con il personaggio sconosciuto. Li
vede discutere a distanza di qualche decina di metri. Il giovane
militante è curioso, cerca di capire chi è il misterioso interlo-
cutore delle Br. La risposta del Professore lo lascia senza parole.
Santini è un agente sovietico in rapporti con i servizi segreti
italiani. In passato, le Br hanno acquisito da lui informazioni
sulla Nato e sulla Cia. Non solo. L’uomo del Kgb è legato a una
persona che conosce i segreti della strage di Bologna. Segreti
che al Professore sembrano interessare al punto da fargli medi-
tare il sequestro dell’amico di Santini. Il viaggio ad Ancona
verrà ricostruito da Buzzatti il 5 aprile 1982 durante l’inter-
rogatorio reso al giudice istruttore Rosario Priore, nell’ambito
della terza inchiesta sul rapimento Moro.70 L’identikit di San-
tini, tracciato sulla base della descrizione del brigatista pentito,
desterà lo sconcerto del magistrato romano. Il volto ritratto
somiglia in modo impressionante a quello del generale Musu-
meci. Ma com’è possibile che un ufficiale del Sismi, affiliato
alla loggia P2, sia in realtà una spia di Mosca legata alle Br?

69
Gidoni ha sempre smentito di essere stato il tramite tra Senzani e il mi-
sterioso Santini.
70
Interrogatorio di Roberto Buzzatti del 5 aprile 1982, Tribunale di Roma,
procedimento penale n. 175/81.

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La strage 213

L’eventualità che Santini e Musumeci siano la stessa persona


verrà esclusa. L’uomo descritto da Buzzatti, infatti, sarebbe
molto più basso dell’ufficiale. Né può bastare un identikit per
dimostrare un fatto di tale gravità. Senzani, del resto, non ha
mai voluto rivelare l’identità del misterioso Santini, né della
persona che sapeva quanto accaduto alla stazione di Bologna la
mattina del 2 agosto 1980. Il Professore resta tuttora la chiave
di tanti misteri. Giunto alla guida dell’ala movimentista delle
Br, si attiva per ristabilire i rapporti utili al rilancio dell’orga-
nizzazione. Il pentito Gino Aldi ha riferito il tentativo di Sen-
zani di contattare i compagni sardi, custodi di uno o più depo-
siti dell’arsenale palestinese prelevato in Libano da Moretti e
Gi­doni.71 Il Professore, però, deve incassare il veto dell’ala mili-
tarista delle Br, che insiste affinché la struttura sarda rimanga
congelata. Non saranno mai appurate le ragioni di tale precau-
zione. Nello stesso periodo, il Professore provvede a ripristinare
gli incontri operativi con l’ala marxista dell’Olp. Nell’agosto
del 1981, nei pressi dello zoo romano di Villa Borghese, la
brigatista Fulvia Miglietta consegna a Senzani il contatto tele-
fonico di Parigi.72 Una linea che gli permetterà di entrare in
contatto con la rete internazionale del terrore. Nei mesi che
precedono il 9 gennaio 1982, data del suo arresto nella capi-
tale, il Professore riuscirà a incontrarsi in Francia con un diri-
gente della resistenza palestinese. Si tratta con ogni probabilità
del solito Abu Ayad, il capo dell’intelligence palestinese che ha
dato avvio al depistaggio dell’inchiesta sulla strage di Bologna.
Senzani traccia il resoconto del colloquio con Ayad su un foglio
che gli verrà trovato nel portafogli dagli agenti della Digos in
occasione del suo arresto nel covo di via della Stazione di Tor
Sapienza. Il biglietto olografo assumerà un’elevata valenza pro-

71
Interrogatorio di Gino Aldi del 13 gennaio 1982, Tribunale di Cagliari,
commissione parlamentare Moro, volume 55.
72
Gian Paolo Pelizzaro, Gabriele Paradisi, François de Quengo de Ton-
quédec, Sextus Empiricus, Bologna, cade anche l’ultimo segreto. L’olografo
di Senzani e gli accordi segreti tra Br e palestinesi, www.liberoreporter.it.

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214 I segreti di Bologna

batoria, costituendo un punto fermo nell’inchiesta del giudice


istruttore Mastelloni sul traffico di armi tra Olp e Br. Non a
caso, il magistrato contesterà ad alcuni dirigenti del Sismi di
averne svalutato dolosamente l’importanza. Ma cosa c’è scritto
di così grave nell’appunto di Senzani? Nell’incontro a Parigi, il
capo dei servizi segreti palestinesi spiega al Professore le linee
essenziali della strategia sovietica in Medio Oriente. Una poli-
tica tesa a favorire con tutti i mezzi possibili la Siria, l’unico
alleato di Mosca nella regione. L’Urss, infatti, vede come una
minaccia ai propri interessi il tentativo degli europei di interpre-
tare nel mondo arabo il ruolo di «terzo giocatore». È un chiaro
riferimento alla risoluzione di Venezia sul diritto all’autodeter-
minazione dei palestinesi, votata dai paesi della Cee nel giugno
del 1980. L’Europa, infatti, sta facendo leva sul rapporto pri-
vilegiato tra Arafat e l’internazionale socialista per allontanare
le componenti «moderate» dell’Olp dalle fazioni filosovietiche.
Non a caso, il terzo giocatore è individuato da Ayad nell’asse
tra il cancelliere austriaco Kreisky e il francese Mitterrand, che
nel 1981 ha appena conquistato l’Eliseo. La chiave di lettura
del capo dell’intelligence palestinese è convincente. Negli anni
Settanta, l’Urss ha cercato in ogni modo di ostacolare l’inte-
grazione europea e di guastare, al contempo, i rapporti tra i
paesi arabi e le democrazie occidentali.73 Il supporto fornito ai
gruppi terroristici palestinesi rientra in questa precisa strate-
gia. Non può sorprendere, quindi, che Mosca intenda sanzio-
nare la penetrazione europea in Medio Oriente. Ayad indica
a Senzani una regia sovietica dietro i gravi attentati avvenuti
in Europa di recente. Azioni terroristiche che costituirebbero
un monito occulto ad alcuni governi europei. Nel documento
olografo, Senzani indica le tre stragi menzionate nel colloquio:
«sinagoga-Bo-Trieste». Considerata l’esigua distanza tempo-
rale, la parola «sinagoga» sta a indicare con ogni probabilità

73
Leopoldo Nuti, La politica estera italiana negli anni della distensione, in
AA.VV., Aldo Moro nella dimensione internazionale. Dalla memoria alla
storia, Franco Angeli, Milano 2013, pp. 40-62.

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La strage 215

l’attentato al tempio ebraico di rue Copernic a Parigi del 4


ottobre 1980. La parola «Trieste» è dovuta probabilmente a un
refuso, in quanto l’attentato di Settembre nero all’oleodotto
giuliano risale in realtà al 1972. Lo stesso Senzani inserisce
un punto interrogativo, accorgendosi forse dell’incongruenza.
Possibile, invece, che Ayad si riferisse alla strage di Monaco
del 26 settembre 1980. Sin troppo eloquente, invece, appare
la sillaba «Bo». È un richiamo diretto alla strage di Bologna,
considerato che altre interpretazioni non sembrano proponi-
bili né, a dire il vero, Senzani le ha mai proposte. Il contenuto
delle rivelazioni di Ayad corrisponde nella sostanza a quello
dell’appunto «riservatissimo» con numerazione 002541 che
nel 2006 il Ros ha consegnato alla Procura di Bologna.74 Il
documento, che proviene probabilmente dal Sismi, riferisce
delle minacce inviate dall’Fplp all’Italia dopo il sequestro degli
Strela a Ortona. Viene data per certa un’imminente azione
di rappresaglia che Habash porterebbe a segno sollecitato da
gruppi filolibici e filosiriani. La Libia in Nord Africa e la Siria
in Medio Oriente, in effetti, sono le nazioni arabe più vicine
all’Urss. L’appunto non si limita ad annunciare un’imminente
operazione terroristica contro l’Italia, ma indica anche la pos-
sibilità che a essa seguano attentati in altri paesi. Le tre stragi
del 1980 – Bologna, Monaco e Parigi – avvengono in un arco
temporale di soli sessantatré giorni. Lecito ipotizzare, quindi,
che siano queste le operazioni contro l’Europa che Ayad attri-
buisce ai sovietici. Nelle inchieste più recenti, condotte dalla
magistratura italiana, tedesca e francese, viene ipotizzata una
responsabilità dell’Fplp o comunque degli apparati dell’Est
che supportano il terrorismo palestinese. Senzani non ha mai
voluto fornire chiarimenti sull’appunto olografo. Silenzio asso-
luto anche sull’incontro con Ayad a Parigi. Il Professore ha
mantenuto il segreto sul misterioso Santini e sulla persona che
conosce i segreti della strage alla stazione di Bologna. Ma c’è

74
Richiesta di archiviazione del pm Enrico Cieri, Procura della Repubblica
di Bologna, procedimento penale n. 13225/11.

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216 I segreti di Bologna

una singolare coincidenza passata inosservata. Negli archivi dei


servizi segreti ungheresi, sono custoditi numerosi documenti
dedicati a Carlos.75 Negli anni del regime comunista, infatti,
Budapest offre ospitalità al gruppo dello Sciacallo. La base di
via Vend viene ispezionata a fondo quando gli uomini dell’Ori
sono assenti. Ogni documento è fotocopiato a sua insaputa. Le
carte di Carlos dimostrano l’esistenza di rapporti intensi con
l’Italia. Tra i contatti italiani dello Sciacallo, al fianco di vecchie
conoscenze come Abu Anzeh Saleh e di noti brigatisti, figura
un certo Luigi Santini di Roma. Una persona che non è stata
mai identificata dalle nostre autorità. Si tratta di un banale caso
di omonimia, oppure il Santini che incontra Senzani alla sta-
zione di Ancona è lo stesso che collabora con Carlos?

La scarcerazione di Abu Anzeh Saleh

Nel 1981 termina il lungo contenzioso tra l’Fplp e le autorità


italiane. Abu Anzeh Saleh viene scarcerato grazie a un’ordinanza
della Cassazione riunitasi per l’occasione in pieno agosto. Nel
2005 la commissione Mitrokhin ha indagato sulle modalità
che hanno permesso a Saleh di fare ritorno nella sua abitazione
bolognese. In una nota del centro Sismi di Perugia, datata 15
luglio 1981, vengono illustrate le ragioni del viaggio in Libano
del pm romano Domenico Sica avvenuto nel febbraio prece-
dente.76 In quel momento lo scandalo della P2 non è ancora
scoppiato e il governo Forlani sembra poter durare ancora.
Beirut è l’epicentro dei depistaggi organizzati da Abu Ayad in
danno delle inchieste sulla strage di Bologna e sulla sparizione

75
Nota della Procura generale ungherese, divisione Affari riservati, del 22
giugno 2005, Considerazioni del lavoro svolto riguardo l’attività in Unghe-
ria del gruppo Carlos, commissione parlamentare Mitrokhin.
76
Lorenzo Matassa, Gian Paolo Pelizzaro, Relazione sul gruppo Separat e il
contesto dell’attentato del 2 agosto 1980, commissione parlamentare Mi-
trokhin, pp. 160-162.

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La strage 217

di Toni e della De Palo. Proprio in Libano, Sica incontrerà i


vertici di Al Fatah e, stando alla nota del Sismi, anche i diri-
genti dell’Fplp. Ad Habash promette la scarcerazione di Saleh
entro e non oltre il mese di settembre. Gli uomini del Fronte
popolare sanno che il magistrato romano, in realtà, non è
parte del processo dell’Aquila. Ritengono, evidentemente, che
l’impegno alla liberazione di Saleh sia stato assunto dal nostro
governo. Fatto sta che l’11 maggio 1981 Saleh presenta istanza
di scarcerazione per decorrenza dei termini. A fine mese, la
domanda viene rigettata dalla Corte d’appello dell’Aquila. Il
militante dell’Fplp impugna il provvedimento in Cassazione
mentre il Sismi torna a segnalare il rischio di un’azione ritor-
siva del Fronte popolare dovuta alla sua permanenza in car-
cere. L’8 agosto 1981 la Cassazione accoglie il ricorso di Saleh
e sei giorni dopo, vigilia di ferragosto, i magistrati aquilani
ordinano la sua scarcerazione. L’uomo dell’Fplp può tornare a
Bologna con l’unica limitazione dell’obbligo di firma periodica
in questura.77 Fine della storia.
Se nell’agosto del 1981 l’Italia è riuscita a porre termine al con-
tenzioso con l’Fplp, anche Gheddafi ha risolto i suoi problemi.
Sopravvissuto all’agguato di Ustica, repressa con il sangue la
rivolta di Tobruk, il dittatore di Tripoli continuerà a governare
a lungo. La rinuncia al controllo di Malta ha rassicurato l’Oc-
cidente e ristabilito l’equilibrio nello scacchiere mediterraneo.
Il legame di Gheddafi con l’Urss, del resto, andrà scemando
rapidamente. A Mosca non gradiscono i suoi atteggiamenti.
Durante una cerimonia ufficiale, indispettirà i funzionari del
Kgb per la mancanza di rispetto verso il segretario Brežnev,
anziano e malato.78 È invece Sadat il grande sconfitto della

77
La condanna di Abu Anzeh Saleh fu confermata, con riduzione parziale
della pena, dalla Corte d’appello dell’Aquila. La Cassazione confermò in via
definitiva la condanna d’appello. Saleh, tuttavia, non tornò in carcere aven-
do abbandonato l’Italia prima del passaggio in giudicato della sentenza.
78
Christopher Andrew, Vasilij Mitrokhin, L’archivio Mitrokhin. Le attività
segrete del Kgb in Occidente, Rizzoli, Milano 2007, p. 260.

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218 I segreti di Bologna

guerra segreta esplosa nel Mediterraneo nell’estate del 1980.


Fallito il golpe in Libia, sarà proprio il presidente egiziano a
soccombere. A riuscire nell’impresa, inseguita per anni dagli
apparati dell’Est e dalle frange estreme del terrorismo palesti-
nese, è un nucleo del fondamentalismo islamico. L’8 ottobre
1981 Sadat, l’uomo che aveva ricevuto il premio Nobel per la
pace con Israele, viene ucciso durante una parata militare. Il
suo assassinio avviene in rigorosa diretta tv segnando la fine di
un’epoca. Anche per i palestinesi si annunciano tempi difficili.
Nel giugno del 1982 Israele invade il Libano. Il 23 agosto il
leader falangista Bashir Gemayel viene eletto presidente della
Repubblica. Il 14 ottobre, pochi giorni prima dell’investitura
ufficiale, muore assieme a ventisei persone nell’esplosione del
quartier generale della Falange provocata dai servizi segreti
siriani. La vendetta è rapida e terribile. I campi palestinesi di
Sabra e Shatila vengono assaltati. Il massacro dura tre giorni e
non risparmierà donne, vecchi e bambini. Le autorità di Israele
stimeranno settecento morti, secondo l’Olp sarebbero invece
oltre tremila. La possibilità di addivenire a una soluzione poli-
tica della questione palestinese continua a restare un miraggio.
Il 1982 è anche l’anno in cui la Francia si trova ad affrontare
un’emergenza molto simile a quella vissuta dal nostro paese per
via della detenzione di Saleh. A provocarla, questa volta, non è
l’Fplp, ma direttamente Carlos. Il 16 febbraio 1982, a Parigi,
vengono arrestati due militanti dell’Ori. Magdalena Kopp, una
militante tedesca proveniente dalle Cellule rivoluzionarie, e lo
svizzero Bruno Bréguet. Quest’ultimo è stato il primo espo-
nente straniero dell’Fplp fatto prigioniero dagli israeliani. La
detenzione nelle prigioni d’Israele, iniziata nel 1970 e termi-
nata sette anni dopo, è stata raccontata in un’autobiografia
molto diffusa negli ambienti dell’estrema sinistra.79 Il 25 feb-
braio 1982 lo Sciacallo invia un ultimatum segreto al governo
di Parigi. Carlos confida nella benevolenza delle autorità fran-
cesi, invocando la liberazione immediata dei suoi compagni.

79
Bruno Bréguet, La scuola dell’odio, Red Star Press, Roma 2015.

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La questione però è complessa. Gli uomini dell’Ori sono stati


arrestati mentre si accingevano a compiere un attentato dina-
mitardo nella sede del giornale «Al-Watan Al-Arabi» in rue
Marbeuf. La rivista, attestata su posizioni filoirachene, è rite-
nuta ostile al regime siriano, probabile mandante dell’ope­
razione. Ma il presidente Mitterrand rappresenta il fulcro di
quella politica europea del terzo giocatore in Medio Oriente
osteggiata dai sovietici, come ha spiegato Abu Ayad a Senzani.
Parigi coltiva rapporti privilegiati con il regime di Baghdad e
non può consentire ai siriani di colpire obiettivi iracheni nel
proprio territorio. A differenza di Habash, che aveva richiesto
la lettura in pubblico della missiva dell’Fplp, Carlos scrive in
via riservata al governo francese. Promette di mantenere segreta
la trattativa che dovrà portare alla liberazione della Kopp e di
Bréguet. Ma una fuga di notizie, forse dovuta a un collabora-
tore del ministro dell’Interno Gaston Defferre, consentirà alla
stampa di rendere note le minacce.80 Venuta meno la segre-
tezza, le autorità francesi decidono di non trattare con il terro-
rista venezuelano. Il processo per direttissima ai due militanti
dell’Ori ha inizio in un clima di gravi tensioni. Gli apparati di
sicurezza francesi lanciano l’allarme attentati che si rivelerà
fondato. Il 29 marzo 1982 una bomba collocata sul treno Le
Capitole causa la morte di cinque persone e il ferimento di
altre settantasette, segnando l’inizio della guerra personale di
Carlos alla Francia. Il 22 aprile 1982 l’Ori riesce nell’impresa
che era costata l’arresto alla Kopp e a Bréguet, facendo saltare
in aria la sede della rivista antisiriana «Al-Watan Al-Arabi».
Nell’esplosione muore una persona e altre sessantatré restano
ferite. Ma le autorità francesi non cedono e la scia di sangue
proseguirà a lungo. Il 25 agosto 1983 Carlos colpisce a Berlino
Ovest. Un ordigno consegnato ai militanti dell’Ori da un uffi-
ciale della Stasi fa saltare in aria il consolato francese. Il bilan-
cio è di un morto e venti feriti. Il 31 dicembre 1983 Carlos

80
David Yallop, Carlos. La caccia allo Sciacallo, Feltrinelli, Milano 1993,
pp. 424-426.

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220 I segreti di Bologna

mette a segno un doppio attentato. Il primo alla stazione ferro-


viaria di Marsiglia, il secondo a un treno dell’alta velocità che
esplode nei pressi di Tain-l’Hermitage. Il bilancio complessivo
è di cinque morti e cinquanta feriti. Il 4 maggio 1985 Magda-
lena Kopp verrà scarcerata in anticipo per buona condotta ed
espulsa immediatamente dalla Francia. Rifugiata in Siria, con-
vola a nozze con lo Sciacallo. Nel settembre del 1985 anche
Bréguet torna in libertà. Davvero difficile non scorgere analo-
gie tra la crisi di Ortona, da cui scaturisce l’arresto di Saleh a
Bologna, e il contenzioso provocato dalla detenzione della
Kopp e di Bréguet, considerato che Habash si era rivolto pro-
prio a Carlos per organizzare l’azione ritorsiva contro l’Italia. I
numerosi attentati contro obiettivi indiscriminati, organizzati
in Francia dall’Ori, comprovano i gravi limiti dell’assioma su
cui si è fondata l’inchiesta sulla strage di Bologna. La strage
non è sempre e comunque nera. È Carlos, al contrario, il terro-
rista noto in tutto il mondo per aver fatto saltare in aria treni e
stazioni ferroviarie.

L’arresto di Christa-Margot Fröhlich

Nel giugno del 1982 Carlos rischia seriamente di rimanere


coinvolto nell’inchiesta sulla strage di Bologna. L’occasione si
presenta proprio nei mesi in cui l’arresto a Parigi della Kopp e
di Bréguet sta provocando la rappresaglia contro la Francia. Il
18 giugno, nei pressi dell’aeroporto di Fiumicino, viene arre-
stata Christa-Margot Fröhlich. La terrorista tedesca, militante
delle Cellule rivoluzionarie, fa parte del gruppo Carlos. Stando
agli archivi della Stasi, il suo arruolamento si deve a Thomas
Kram. Quest’ultimo, dopo aver militato nelle Cr, sarebbe
entrato a far parte del gruppo dello Sciacallo contattando la
vecchia compagnia di lotta. La Fröhlich viene sorpresa nello
scalo romano con una valigia che contiene esplosivo ad alto
potenziale Semtex e tre detonatori. È arrivata da Bucarest con
una piantina di Parigi nella borsa. Segno eloquente della desti-

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La strage 221

nazione finale dell’ordigno in transito da Fiumicino. L’inchie-


sta viene affidata al magistrato romano Rosario Priore, che non
fatica a intuire i rapporti della donna con l’organizzazione di
Carlos. Con nota del 22 giugno 1982, infatti, il capo della
polizia segnala al giudice istruttore le evidenti analogie tra il
caso della Fröhlich e quello dei due militanti dell’Ori arrestati
a Parigi.81 Il magistrato acquisisce anche un’informativa del 27
marzo precedente che mette in relazione la Kopp e Bréguet,
arrestati a Parigi, con alcuni estremisti che risiedono nel nostro
territorio.82 Nella lista dei membri della rete internazionale sti-
lata dal Viminale spicca il nome di Abu Anzeh Saleh. Il giu-
dice, tuttavia, non viene informato di una circostanza clamo-
rosa di cui avrà conoscenza solo nel 2005, durante i lavori della
commissione Mitrokhin.
Nei giorni successivi all’arresto della Fröhlich, Rodolfo Bul-
gini, un dipendente del Jolly Hotel di Bologna, si presenta
negli uffici della Digos. Sostiene di aver notato una forte somi-
glianza tra la terrorista e una donna tedesca presente in albergo
il 1° e il 2 agosto 1980.83 La sera precedente alla strage, la stra-
niera avrebbe incaricato un garzone di recapitare una valigia
presso la vicina stazione ferroviaria. Il 7 luglio 1982 Bulgini
viene ascoltato dal giudice istruttore Giorgio Floridia, che sup-
porta il collega Gentile nell’inchiesta sull’attentato alla sta-
zione. L’uomo ribadisce al magistrato i suoi sospetti arricchen-
doli di ulteriori particolari.84 Elementi del gruppo Carlos,
quindi, erano presenti a Bologna il giorno della terribile esplo-
sione? L’ipotesi viene esclusa grazie alle verifiche effettuate dalla

81
Nota della direzione generale di Pubblica sicurezza n. 224/9729 del 22
giugno 1982.
82
Telegramma della direzione generale di Pubblica sicurezza del 27 marzo
1982.
83
Audizione di Rodolfo Bulgini del 22 giugno 1982, Tribunale di Bolo-
gna, procedimento penale n. 344/80.
84
Audizione di Rodolfo Bulgini del 7 luglio 1982, Tribunale di Bologna,
procedimento penale n. 344/80.

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222 I segreti di Bologna

Digos. Bulgini, infatti, riferisce che la donna si sarebbe qualifi-


cata come una ex ballerina di una discoteca della provincia
emiliana, residente assieme al marito a Idice di San Lazzaro. La
Digos accerta che nel paesino emiliano non c’è traccia di una
ballerina tedesca, né del coniuge che farebbe l’assicuratore.
Anche il Jockey Club, il locale dove la donna avrebbe lavorato,
era stato chiuso in un periodo precedente a quello da lei indi-
cato. Ma gli esiti negativi del controllo, anziché allarmare gli
inquirenti, li portano a ritenere infondata la pista Fröhlich. Il
ragionamento degli investigatori è sorprendente. Una terrori-
sta in missione, infatti, non punta certo a lasciare tracce utili
alla sua individuazione. Per giustificare agli estranei la sua pre-
senza a Bologna, non confida particolari autentici, ma deve per
forza mentire. Se a Idice la ballerina tedesca non si trova, le
alternative possibili sono due. O il racconto di Bulgini è fanta-
sioso, oppure la donna segnalata dal dipendente del Jolly Hotel
era una bugiarda impegnata a non farsi riconoscere.
La deposizione di Bulgini finisce nel dimenticatoio sino al
2005. Seguendo la pista Carlos, la commissione Mitrokhin
scopre quanto avvenuto a Bologna nel 1982. Nel 2011 Enrico
Cieri, il pm che conduce la nuova indagine sulla strage,
iscriverà nel registro degli indagati il nome della Fröhlich.
Quest’ultima, nel frattempo, è convolata a nozze con Sandro
Padula: l’ex brigatista che ha accusato Enzo Raisi di speculare
sulla presenza di Mauro Di Vittorio tra le vittime dell’esplo-
sione alla stazione. Cieri ha ritenuto inattendibile Bulgini e
priva di riscontri l’ipotesi di una presenza a Bologna della ter-
rorista dell’Ori il 2 agosto 1980.85 I vecchi colleghi del Jolly
Hotel, ascoltati dalla Digos, descriveranno Bulgini come per-
sona eccentrica e incline a fornire racconti suggestivi. Bulgini,
ormai anziano, è affetto da psicosi delirante. Il primo ricovero
ospedaliero risale al 1986, quattro anni dopo la deposizione
resa al giudice Floridia. Fine della storia.

85
Richiesta di archiviazione del pm Enrico Cieri, Tribunale di Bologna,
procedimento penale n. 13225/11.

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La strage 223

In effetti una malattia psichiatrica, anche se diagnosticata in


una fase successiva, non può non legittimare seri dubbi circa la
credibilità di un testimone. Nei giorni successivi all’arresto di
Fiumicino la stampa italiana, sbagliando, aveva messo in rela-
zione l’esplosivo trasportato dalla donna con quello detonato
a Bologna. Una notizia errata che, in effetti, poteva alimentare
la suggestione di un coinvolgimento nella strage alla stazione
della donna conosciuta in albergo. Ma i dubbi sulla vicenda
Fröhlich rimangono. L’indagine sulla militante del gruppo
Carlos appare lacunosa. Non è stato esperito il riconoscimento
dal vivo della terrorista. Non è stato ascoltato il garzone che
avrebbe trasportato alla stazione di Bologna la valigia conse-
gnata dalla donna tedesca. Difficile, però, che anche il giovane
potesse soffrire di qualche disturbo mentale. La sua conferma,
o la smentita, sarebbe stata molto utile per l’indagine. Non è
stato interrogato neppure il sottufficiale dei carabinieri a cui
Bulgini avrebbe esternato i suoi sospetti sull’ospite dell’albergo
sin dalle ore successive alla strage. Nella circostanza il militare
avrebbe promesso al dipendente del Jolly Hotel una convoca-
zione di polizia giudiziaria al fine di sottoporgli le foto segna-
letiche delle terroriste ricercate. Promessa poi non mantenuta.
Nulla, soprattutto, è dato conoscere riguardo i registri del Jolly
Hotel del 1° e 2 agosto 1980. La commissione Mitrokhin non
è riuscita ad acquisirli. Nella richiesta di archiviazione del pm
Cieri non si dà menzione dei registri. Né vi sono indicazioni
a riguardo nell’ordinanza di archiviazione dell’indagine sulla
pista palestinese emessa dal gip Bruno Giangiacomo. È un’oc-
casione persa perché l’esame dei registri avrebbe consentito di
verificare l’eventuale presenza in albergo di Christa-Margot
Fröhlich. Oppure di uomini degli apparati di sicurezza, ita-
liani o di altri paesi, interessati a monitorare gli spostamenti
dei militanti del gruppo Carlos.

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I segreti di Bologna

Le rivelazioni di Carlos

Nel 1982, grazie alla deposizione di Rodolfo Bulgini, Carlos


rischia per l’ultima volta di finire implicato nell’inchiesta sulla
strage di Bologna. Anche negli anni successivi, infatti, i magistrati
continueranno a indagare sulla pista nera. Alla procura emiliana,
nel frattempo, è arrivato Libero Mancuso, mentre Vito Zincani
ha sostituito il giudice istruttore Aldo Gentile.1 La svolta avviene
nel 1986 con il rinvio a giudizio degli imputati, tra cui figurano
Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, indicati come
gli esecutori materiali dell’attentato. La vicenda giudiziaria ter-
minerà nel 1995 con la condanna all’ergastolo dei due ex mili-
tanti dei Nar. Nel 2007 è arrivata anche la condanna a trent’anni
di reclusione di Luigi Ciavardini, processato a parte in quanto
minorenne nell’agosto del 1980. Un movimento d’opi­nione,
politicamente trasversale, ha espresso dubbi sulla ricostruzione
giudiziaria sostenendo l’estraneità alla strage dei terroristi neri.2

1
Nell’inchiesta sulla strage di Bologna, Libero Mancuso venne coadiuvato
dal pm Attilio Dardani e Vito Zincani dal giudice istruttore Sergio Ca-
staldo.
2
Nel 1994 fu costituito il comitato «E se fossero innocenti?» che riscosse
l’adesione di politici, giornalisti e intellettuali di tutte le tendenze politi-
che. Nel 2005 nacque il comitato «L’ora della verità», composto in pre-
valenza da giovani di destra, ma a cui parteciparono anche parlamentari
di sei partiti politici.

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I segreti di Bologna 225

Per molti anni, tuttavia, non sono state formulate ipotesi alter-
native alla ricostruzione giudiziaria.
Il 31 agosto 1999 il giudice istruttore Priore deposita la sen-
tenza-ordinanza che sancisce la conclusione della lunga istrutto-
ria sulla strage di Ustica. A giudizio del magistrato, non è stata
una bomba a provocare il collasso del Dc9 dell’Itavia decollato
il 27 giugno 1980 dall’aeroporto di Bologna. Le cause dell’ina­
bissamento vanno invece ricercate nell’azione di guerra aerea in
cui il velivolo è rimasto coinvolto in modo accidentale.3 Il magi-
strato non è riuscito a individuare con certezza la nazionalità dei
caccia aggressori. Ma l’ipotesi dello scenario di guerra è sempre
stata posta in relazione a responsabilità occidentali, e in partico-
lare francesi. Ovvio che a Parigi non abbiano gradito gli esiti
dell’inchiesta romana. Lecito attendersi, quindi, qualche mes-
saggio di risposta dalla Francia.
Gian Paolo Pelizzaro è un giornalista d’inchiesta con parti-
colari competenze in materia di terrorismo. È consulente della
commissione Stragi, ma scrive anche per il mensile «Area». Per
ottenere un commento sull’istruttoria di Priore, decide d’in-
tervistare Marco Affatigato, il neofascista toscano vittima del
primo depistaggio dell’indagine sulla strage di Ustica. Nel
1980 l’ex nero è un collaboratore dei servizi di sicurezza fran-
cesi, per conto dei quali s’infiltrerà in un gruppo del terrorismo
islamico.4 Nell’intervista, non si limita a raccontare i partico-
lari della telefonata anonima che indicava la sua presenza a
bordo del Dc9. Affatigato rivela invece una circostanza inedita
che riguarda la strage di Bologna. Nel capoluogo emiliano, il
giorno dell’esplosione, era presente una cellula del gruppo Car-
los.5 La notizia proviene dagli stessi servizi di sicurezza francesi.

3
Sentenza-ordinanza del giudice istruttore Rosario Priore, Tribunale di
Roma, procedimento penale n. 527/84.
4
Gabriele Paradisi, A Bologna, il 2 agosto, a mettere la bomba furono uomi-
ni del gruppo Carlos, www.liberoreporter.it.
5
Gianluca Semprini, La strage di Bologna e il terrorista sconosciuto, Barba-
rossa, Milano 2005, pp. 267-269.

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226 I segreti di Bologna

Il Sismi, infatti, non ha mai trasmesso alla magistratura bolo-


gnese l’informativa di Giovannone sul terrorista venezuelano.
Il messaggio cifrato, ricevuto dal colonnello Di Napoli, con
cui si avvisava dei contatti tra Habash e lo Sciacallo finalizzati
a dare attuazione alla rappresaglia contro l’Italia. A distanza di
diciannove anni, è Affatigato a chiamare in causa Carlos. Ma
Pelizzaro decide di rinunciare allo scoop. Non inserisce la noti-
zia nell’intervista ed espone subito la questione alla commis-
sione Stragi. Giovanni Pellegrino, presidente dell’organismo
bicamerale, si dichiara disponibile a un’audizione in rogatoria
di Carlos. Nel 1994, infatti, lo Sciacallo è stato arrestato dalle
autorità francesi dopo una rocambolesca cattura in Sudan.
Parigi gli contesterà decine di azioni terroristiche, compiute
dentro e fuori il territorio nazionale nel periodo compreso tra
il 1974 e il 1983. Mentre in commissione Stragi si discute
della missione francese, lo Sciacallo lancia il suo amo carico di
allusioni. Il 1° marzo 2000 «Il Messaggero» pubblica una sua
intervista che contiene un riferimento sibillino alla strage di
Bologna.6 Carlos rivela la presenza di un «compagno», sceso
da un treno ancora in corsa e uscito dalla stazione ferrovia-
ria poco prima dell’esplosione. Qualcuno che viaggiava senza
valigia dopo essere stato identificato e poi pedinato. Il «compa-
gno» misterioso viene descritto non come l’autore di un atten-
tato, ma come un terrorista, in transito verso altre mete, che
rischia di saltare in aria. Le dichiarazioni del capo dell’Ori non
destano l’interesse dell’opinione pubblica, ancora ignara delle
iniziative della commissione Stragi. Nessuno crede, del resto,
che la presenza a Bologna di un terrorista straniero il giorno
della strage possa restare nascosta per due decenni. Carlos
stesso, dopo aver lanciato il sasso, nasconderà subito la mano.
La rogatoria fallisce perché il detenuto, per essere ascoltato dai
parlamentari italiani, pone una serie di condizioni che la magi-
stratura francese riterrà inaccettabili. Come nel 1982, la pista
dell’Ori muore sul nascere.

6
Fabrizio Rizzi, Intervista con lo Sciacallo, «Il Messaggero», 1° marzo 2000.

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I segreti di Bologna 227

Il «ritorno» di Kram

E invece, nel 2001, la presenza a Bologna di un terrorista tede-


sco sarà dichiarata dal capo della polizia Gianni De Gennaro.
L’Italia, infatti, partecipa alle ricerche in campo internazionale
di Adrienne Agate Gerhauser, una terrorista delle Cellule rivo-
luzionarie. Nell’ambito delle indagini, De Gennaro scopre che
un compagno delle Cr, in rapporti con la Gerhauser, ha sog-
giornato a Bologna la notte tra il 1° e il 2 agosto 1980. Con nota
dell’8 marzo 2001, il dipartimento di Pubblica sicurezza avvisa
la questura emiliana richiedendo accertamenti sulle ragioni
della presenza del terrorista tedesco in città il giorno della stra-
ge.7 La Digos del capoluogo si attiva subito, senza pervenire
a risultati utili. Presso la Procura di Bologna viene instaurato
un procedimento con iscrizione a modello 45, riservato alle
notizie non costituenti reato. La segnalazione del capo della
polizia sarà inserita nello stesso fascicolo che contiene le farne-
ticazioni di Rosemarie Gerda Eberle: una donna affetta da psi-
cosi conclamata, spuntata dal nulla in perfetta concomitanza
con la segnalazione di De Gennaro. La Eberle sostiene di essere
a conoscenza della presenza a Bologna, il giorno della strage,
dell’ex ministro tedesco Joschka Fischer.8 Il procedimento
«Eberle-De Gennaro» verrà archiviato nel 2002 direttamente
dal pm Paolo Giovagnoli, non essendo necessario l’intervento
del gip nei procedimenti iscritti con il modello 45. Anche la
pista indicata dal capo della polizia ha avuto vita breve.
Nel frattempo, però, Pelizzaro ha continuato a indagare.
Nella XIV legislatura viene istituita la commissione Mitrokhin.
Il nuovo organismo bicamerale è chiamato a ricostruire le atti-
vità contro gli interessi italiani poste in essere dall’Urss e dai
paesi dell’Est. Tali finalità consentono la prosecuzione delle

7
Nota della direzione centrale della polizia di prevenzione n. 224/B/
DIV.3^/5621 dell’8 marzo 2001, commissione parlamentare Mitrokhin.
8
Richiesta di archiviazione del pm Enrico Cieri, Procura della Repubblica
di Bologna, procedimento penale n. 13225/11.

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ricerche sul gruppo Carlos iniziate ai tempi della commissione


Stragi. Lo Sciacallo, infatti, ha ottenuto supporto e protezione
dagli apparati segreti del blocco comunista. In qualità di con-
sulente della Mitrokhin, nel luglio del 2005 Pelizzaro recupera
il verbale di audizione di Bulgini in cui veniva segnalato l’in-
contro al Jolly Hotel con la donna somigliante alla Fröhlich.
Ma la scoperta più clamorosa effettuata presso la Questura di
Bologna è un’altra. Il «compagno» senza valigia di cui ha par-
lato Carlos a «Il Messaggero», presente a Bologna il giorno
della strage, ha finalmente un nome. Lo stesso che De Gennaro
ha segnalato invano nel 2001. Si tratta di Thomas Kram: il
militante delle Cellule rivoluzionarie che, stando ai documenti
rinvenuti negli archivi dei servizi segreti di Germania Est e
Ungheria, era entrato nelle fila del gruppo Carlos a metà del
1979.
Il caso Kram suscita l’incredulità degli esperti di terrorismo.
Ma non quella di Francesco Cossiga, che il 20 luglio 2005 invia
una lettera al deputato di An Enzo Fragalà. L’ex capo di Stato,
presidente del Consiglio ai tempi della strage di Bologna, rivela
uno scenario sino ad allora impensabile. Pone in relazione la
vicenda Kram con il contenzioso insorto tra l’Fplp e il governo
italiano dopo i fatti di Ortona del novembre 1979. La pista
Carlos, tenuta segreta per venticinque anni, viene consegnata
finalmente all’opinione pubblica.9 Ma non tutti concordano. I
commissari di minoranza della Mitrokhin accusano i colleghi
di centrodestra di gettare ombre sul verdetto della magistra-
tura. Sentenze ormai definitive che individuano nei terroristi
neri gli esecutori materiali dell’attentato di Bologna. Ben pre-
sto, il confronto sulle risultanze investigative cede il posto a
un’interminabile contesa di natura politica. Molti argomenti
vengono offerti in difesa di Kram. Quest’ultimo, in effetti, non
risulta inserito nei quadri di comando del gruppo Carlos. L’ex

9
Nella lettera del 20 luglio 2005, Cossiga formulò sia l’ipotesi dell’attenta-
to che quella dell’esplosione accidentale. Successivamente, ribadì esclusi-
vamente la tesi della detonazione prematura.

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I segreti di Bologna 229

terrorista, inoltre, ha riportato una condanna di soli due anni


che concerne unicamente l’affiliazione alle Cellule rivoluziona-
rie. I magistrati tedeschi, infatti, hanno ritenuto non provato
il suo ruolo direttivo nell’organizzazione. Il profilo di Kram,
quindi, striderebbe con quello di un terrorista coinvolto in
una vicenda di enormi proporzioni come l’eccidio bolognese.
Dagli atti giudiziari trasmessi dalla Germania, inoltre, risulta
che l’uomo era un esperto nella falsificazione di documenti.
Perché, allora, si sarebbe registrato nell’Hotel Centrale di Bolo-
gna declinando le proprie generalità? Per quale ragione un ter-
rorista, in grado di esibire documenti falsi, lascia tracce così
evidenti della sua presenza nella città che si appresta a colpire?
Secondo i commissari di minoranza della Mitrokhin, vi sa-
rebbe un’ulteriore circostanza a rendere inverosimile un ruolo
di Kram nella strage. Il 1° agosto 2007, dopo aver posto fine a
una lunga latitanza iniziata nel 1987, l’ex terrorista decide di
rilasciare un’intervista a «il manifesto».10 Kram si professa inno-
cente e definisce fascista la strage di Bologna, per il disprezzo
per la vita che tale azione sembra esprimere. Si ritiene vittima di
una trama atlantica, ordita in suo danno per coprire le respon-
sabilità dei terroristi neri nel massacro. A «il manifesto» nega di
aver fatto parte del gruppo Carlos. Dimostra notevoli capacità
mnemoniche, riuscendo a ricostruire nei minimi dettagli il suo
viaggio in Italia nell’estate del 1980. L’uomo delle Cr spiega di
essere sceso alla stazione di Bologna per una mera casualità. Per
dimostrarlo, indica la relazione di minoranza della commis-
sione Mitrokhin da cui risulta il suo arrivo a Chiasso alle 12.08
del 1° agosto 1980. Sostiene di essere stato trattenuto per ore
dalla nostra polizia di frontiera. Arrivato a Milano con grave
ritardo, non è riuscito a rintracciare la ragazza austriaca che lo
aveva invitato in Italia. A quel punto, ha deciso di far visita
ad amici che risiedono a Firenze. Ragazzi innocui, conosciuti
all’università per stranieri di Perugia. Con l’incombere della

10
Guido Ambrosino, Bologna, l’ultimo depistaggio, «il manifesto», 1° ago-
sto 2007.

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notte, però, c’era il rischio di arrivare nel capoluogo toscano


troppo tardi per trovare un albergo. Per non correre il peri-
colo di fare tardi ha deciso di scendere a Bologna. La sosta
in città, quindi, costituisce un evento imprevisto tra il fallito
appuntamento a Milano e il viaggio di ripiego verso Firenze.
La commissione Mitrokhin, del resto, cesserà le proprie atti-
vità senza approdare a conclusioni certe sugli spostamenti di
Kram la sera del 1° agosto 1980. Terminata la legislatura, le
nuove elezioni sanciscono la vittoria della coalizione guidata
da Romano Prodi. Ma i sostenitori della pista Carlos, finiti
nei banchi dell’opposizione, insistono e presentano un’inter-
rogazione parlamentare. La versione difensiva di Kram trova
riscontro nella risposta fornita il 25 gennaio 2007 dal sotto­
segretario Luigi Scotti.11 Il rappresentante del governo, infatti,
conferma che Kram sarebbe arrivato in Italia alle 12.08 del 1°
agosto 1980. Se l’estremista tedesco è stato trattenuto in fron-
tiera per ore, come ha sostenuto nell’intervista a «il manifesto»,
appare logico che sia potuto salire sul treno per Milano solo
nel tardo pomeriggio. Resta plausibile, a sua volta, l’incontro
fallito con la ragazza austriaca. Anche il viaggio di ripiego verso
Firenze, ma soprattutto lo scalo di emergenza nel capoluogo
emiliano appaiono spiegazioni sostenibili. La pista Carlos sem-
bra morire per l’ennesima volta.

La scoperta dei blogger

Ma qualcosa non torna nella versione difensiva di Kram, aval-


lata sia dalla relazione di minoranza della Mitrokhin nel 2006
che dalla risposta fornita dal sottosegretario alla Giustizia nel
2007. A scoprire la verità sono Gabriele Paradisi e François de
Quengo de Tonquédec, due blogger che da tempo affiancano
Pelizzaro nelle ricerche sulla strage di Bologna. Serviranno due

11
Risposta del sottosegretario Luigi Scotti all’interpellanza urgente n.
2-00324 del 23 gennaio 2007.

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interpellanze urgenti per ricostruire in modo definitivo il viag-


gio di Kram in Italia nelle ore precedenti la strage di Bolo-
gna. Lo stesso sottosegretario Scotti, l’11 ottobre 2007, e il
sottosegretario Luigi Li Gotti, l’8 novembre 2007, dovranno
ammettere l’errore commesso dal governo sul conto del ter-
rorista tedesco: sbaglio identico nella sostanza a quello conte-
nuto nella relazione di minoranza della Mitrokhin nella legi-
slatura prece­dente.12 In realtà Kram è arrivato a Chiasso, che
si trova in Svizzera e non in Italia, alle 10.30, con un treno
partito da Karlsruhe avente numero 201. È stato trattenuto per
poco tempo, visto che il terrorista tedesco ha avuto la possi-
bilità di salire sul treno per Milano delle 12.08 avente invece
numero 307. Quest’ultimo orario, quindi, è successivo e non
precedente alla perquisizione doganale. I termini della que-
stione sono completamente diversi da come ritenuto sino a
quel momento. Kram è arrivato nel capoluogo lombardo non
in serata, ma alle 14 del 1° agosto 1980. L’alibi raccontato a «il
manifesto», all’apparenza convincente, è crollato grazie a un
vecchio libretto degli orari dei treni italiani di quell’anno che
Gabriele Paradisi e François de Quengo de Tonquédec sono
riusciti a recuperare. L’ali­bi non tiene più. Per raggiungere
Firenze, infatti, l’estremista tedesco avrebbe avuto a disposi-
zione l’intero pomeriggio. Lo scalo di emergenza a Bologna,
effettuato nell’imminenza della notte, è una giustificazione
inverosimile. Lo è al punto che lo stesso Kram giungerà poi a
mutare versione dei fatti. Nell’interrogatorio reso al pm Enrico
Cieri, l’ex terrorista dichiara di aver raggiunto l’Hotel Cen-
trale di Bologna nel pomeriggio del 1° agosto 1980.13 Precisa
di essersi registrato subito e di aver potuto fare un giro in città e
poi cenare, con tutta calma, in un ristorante vicino all’albergo.

12
Risposta del sottosegretario Luigi Scotti all’interpellanza urgente n.
2-00766 del 2 ottobre 2007. Risposta del sottosegretario Luigi Li Gotti
all’interpellanza urgente n. 2-00830 del 6 novembre 2007.
13
Interrogatorio di Thomas Kram del 25 luglio 2013, Tribunale di Bolo-
gna, procedimento penale n. 13225/11.

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Se la linea difensiva di Kram è finalmente coerente con il suo


arrivo a Milano alle 14, un altro interrogativo sorge inevitabile.
Nei giorni successivi alla strage, i magistrati bolognesi hanno
disposto verifiche approfondite negli alberghi. La Digos del
capoluogo emiliano ha controllato i nominativi delle persone
registrate negli hotel della città nei giorni precedenti il 2 agosto
1980.14 Kram è scampato all’ispe­zione perché nei libri dell’Hotel
Centrale, per effetto di un’annotazione a penna, risulta arri­
vato dopo la mezzanotte e quindi il giorno stesso dell’esplo­
sione alla stazione ferroviaria. Ma delle due l’una. O Kram ha
raccontato nuovamente il falso, precisando di essere arrivato
diverse ore prima delle 24. Oppure qualcuno ha manomesso i
libri dell’albergo per posticipare il momento della registrazione
e impedire che il suo nominativo finisse nella lista dei sospetti.
In realtà, la Questura di Bologna si è interessata a Kram sin
dai giorni successivi alla strage. Telegrammi sul conto dell’estre­
mista tedesco cominciano a essere inviati agli uffici di polizia
a partire dal 7 agosto. La corrispondenza avrà termine solo a
settembre. Secondo Enzo Raisi, tuttavia, i documenti su Kram
sarebbero stati riversati in modo insolito nell’istruttoria bolo­
gnese. L’ex parlamentare sostiene che i telegrammi risultano
inseriti in un fascicolo più ampio, senza intestazioni nell’indice
riferibili al terrorista tedesco, collocato nel faldone istruttorio
sugli anonimi.15 Un faldone denso di scritti farneticanti che
ricorderebbe, a suo dire, il curioso assemblaggio operato nel
2001: quello che riuniva le istanze inconcludenti di una psi­
cotica tedesca e la nota informativa su Kram firmata dal capo
della polizia Gianni De Gennaro.
A prescindere dalle polemiche tra i commissari della Mi-
trokhin e la magistratura bolognese, non risultano rapporti
giudiziari sul conto di Kram nei fascicoli della prima inchiesta

14
Rapporto giudiziario della Digos di Bologna n. 01169 del 13 novembre
1980, Tribunale di Bologna, procedimento penale n. 344/80.
15
Enzo Raisi, Bomba o non bomba? Alla ricerca ossessiva della verità, Minerva,
Bologna 2012, pp. 149-174.

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sulla strage. Sino alla scoperta di Pelizzaro nel 2005, la presenza


di un sospetto terrorista nel capoluogo emiliano, la mattina
della strage, è rimasta priva di qualsiasi rilevanza istruttoria.
Eppure, già all’epoca l’estremista era stato segnalato alle auto-
rità italiane dall’antiterrorismo di Bonn.
Grazie alle fonti provenienti dai paesi dell’Est, inoltre, è possi-
bile affermare la militanza di Kram nel gruppo Carlos. Stando
ai documenti rinvenuti negli archivi dei servizi segreti della
Germania Est, il terrorista tedesco sarebbe stato arruolato dallo
Sciacallo nel 1979.16 Kram contesta tale collocazione. Sostiene
di non aver militato nell’ala internazionalista delle Cellule rivo-
luzionarie, l’unica disponibile alla collaborazione con Carlos.
A suo avviso anche la Stasi poteva sbagliarsi. L’errore, in effetti,
non può essere escluso a priori. Ma l’attento monitoraggio dei
terroristi a cui veniva offerta ospitalità, operato e documen-
tato minuziosamente dai servizi segreti di un regime totalitario
come la Germania Est, sembra deporre per l’esattezza dell’in-
formazione. Difficile, del resto, che nello stesso errore siano
incorsi i servizi ungheresi, altrettanto zelanti nell’offrire basi a
Carlos e anch’essi puntuali nel ritenere Kram un militante di
tale gruppo.17 Nei documenti acquisiti negli archivi di Buda-
pest si dà atto di una riunione tra Carlos e Kram, avvenuta
nell’ottobre del 1980 all’interno del covo di via Vend, a cui par-
tecipa anche Christa-Margot Fröhlich.18 Kram ammette l’in-
contro, aggiunge di aver avuto rapporti con uomini del gruppo
Carlos anche a Berlino Est. Obietta, però, che una riunione
può tenersi anche per litigare. Ipotesi possibile, ma molto poco

16
Rapporto Stasi Bundesbeauftragten für die Stasi-Unterlagen, Berlino:
BStU, HA XXII 19175; rapporto Stasi BStU, HA XXII 986/6; fascicolo
Stasi Mitglieder der «Carlos-Gruppierung», BStU, XXII 338/2.
17
Le informative dei servizi di sicurezza ungheresi su Thomas Kram sono
richiamate in quelle della Stasi indicate alla precedente nota.
18
Lorenzo Matassa, Gian Paolo Pelizzaro, Relazione sul gruppo Separat e il
contesto dell’attentato del 2 agosto 1980, commissione parlamentare Mi-
trokhin, pp. 139-140.

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convincente. I numerosi appuntamenti al di là del Muro di


Berlino, alcuni nelle basi del gruppo Carlos, sembrano attestare
una chiara colleganza politica. Il racconto difensivo di Kram,
del resto, contiene molteplici falle. Gli amici che doveva rag-
giungere a Firenze, durante l’innocua vacanza italiana, riman-
gono tuttora sconosciuti. Il tedesco sostiene di essere arrivato
nel capoluogo toscano la mattina del 2 agosto 1980 a bordo
di un pullman in quanto la stazione ferroviaria era inutilizza-
bile. Ma la Procura di Bologna ha appurato che non esistevano
all’epoca autobus in grado di collegare il capoluogo emiliano a
Firenze.19 Anche i taxi avevano smesso di funzionare in quanto
necessari per il trasporto dei feriti in ospedale. Rimane tuttora
senza nome la ragazza che avrebbe ospitato Kram in Francia
nei giorni successivi alla partenza da Firenze. Risulta al contra-
rio che l’ex terrorista, il 5 agosto 1980, abbia tentato invano di
varcare il celebre checkpoint Charlie per raggiungere Berlino
Est proprio nelle ore in cui stavano arrivando, dall’Ungheria,
Johannes Weinrich e Magdalena Kopp, la compagna di Carlos
che verrà arrestata a Parigi nel 1982. Kram si difende ipotiz-
zando un errore dovuto a omonimia. Gli è stata contestata,
però, una sua uscita dal territorio della Germania Est, circo-
stanza che presuppone necessariamente un suo precedente
ingresso, nella giornata del 10 agosto 1980. Proprio il giorno
in cui Weinrich e la Kopp lasciano Berlino Est per fare ritorno
da Carlos a Budapest.20 Le omonimie denunciate da Kram non
finiscono qui. L’estremista tedesco nega anche di aver soggior-
nato presso l’Hotel Lembo di Bologna il 22 febbraio 1980,
diversi mesi prima dello scalo «casuale» di agosto. L’uomo delle
Cr si registra in compagnia di due italiani, V.D.C. ed E.A.,
che a loro volta hanno negato la circostanza alla magistratura

19
Richiesta di archiviazione del pm Enrico Cieri, Tribunale di Bologna,
procedimento penale n. 13225/11.
20
Gabriele Paradisi, Gian Paolo Pelizzaro, François de Quengo de Ton-
quédec, Strage Bologna: tre giorni dopo l’attentato Kram era a Berlino Est.
Demolito l’alibi, www.liberoreporter.it.

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bolognese. Lo hanno fatto per nascondere i rapporti con una


persona coinvolta in fatti di eversione? Oppure hanno ragione
perché i compagni di viaggio di Kram erano due terroristi che
utilizzavano documenti falsi?

La ritorsione palestinese?

Ma Kram non è il solo a dover rendere conto del suo soggiorno


a Bologna. Nella rubrica di frontiera, infatti, il nominativo
dell’estremista tedesco era stato iscritto anche per la «vigilanza
riservata». Ciò significa che Kram, sin dall’arrivo nel nostro
paese, doveva essere sottoposto a pedinamento. Non a caso
Emanuele Marotta, il funzionario della polizia di frontiera che
lo ferma a Chiasso, si premura di segnalare la sua presenza in
Italia anche alle Questure di Como e Milano. Gli uffici compe-
tenti nel territorio che Kram attraverserà in treno dopo la per-
quisizione. Perché, allora, non si è mai saputo nulla sull’esito
del pedinamento? E possibile che i nostri apparati di sicurezza,
già informati dell’azione affidata a Carlos dall’Fplp, si siano
dimenticati di seguire proprio Kram? Un militante delle Cel-
lule rivoluzionarie, il gruppo terroristico da cui l’Ori prelevava
i suoi militanti?
Nel 2005, sulla spinta dell’inchiesta della commissione
Mitrokhin, la Procura di Bologna inizia a indagare sulla pista
palestinese. Viene aperto un procedimento contro ignoti. Ma
nel 2011 Enrico Cieri, il pm subentrato nell’indagine al col-
lega Paolo Giovagnoli, iscrive i nomi di Kram e della Fröhlich
nel registro degli indagati. A distanza di tre decenni dal 2 ago-
sto 1980, cosciente delle sentenze definitive che attribuiscono
l’attentato ai neofascisti dei Nar, il magistrato petroniano
prova a fare chiarezza. La tesi da verificare è quella della ritor-
sione. La strage di Bologna costituirebbe un atto di rappresa-
glia dell’Fplp, eseguito materialmente dal gruppo Carlos, per
la violazione del lodo Moro da parte delle autorità italiane.
Il 30 luglio 2014 Cieri deposita la richiesta di archiviazione.

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236 I segreti di Bologna

Il pm ritiene la pista palestinese inidonea a fornire una spie-


gazione complessiva della strage alla stazione. Il magistrato
dubita persino dell’effettiva esistenza del lodo Moro. A suo
giudizio, tuttavia, l’insufficienza probatoria non elide «la per-
sistente ambiguità di un elemento di fatto e non compiuta-
mente giustificato: la presenza a Bologna del terrorista tedesco
Thomas Kram, esperto di esplosivi, la mattina del 2 agosto
1980».
Cieri, infatti, esclude che il viaggio in Italia di Kram sia
legato a un incontro romantico con una ragazza austriaca. L’ar-
rivo a Milano, alle 14 del 1° agosto 1980, gli avrebbe con-
sentito di rintracciare la donna attraverso l’istituto linguistico
di Varese dove lavorava. Resta incomprensibile anche lo scalo
di emergenza effettuato a Bologna, in ragione della vicinanza
della città emiliana con Firenze. Cieri, quindi, ritiene non veri-
tiero il racconto difensivo di Kram e non giustificata la sua
presenza nella città, in concomitanza con la terribile esplo-
sione. La scelta dell’ex terrorista di non rispondere ad alcune
domande rivoltegli nell’interrogatorio del 25 luglio 2013 è
consentita dall’ordinamento. Ma il silenzio non permette di
fugare i sospetti sul suo conto. Il pm bolognese, del resto, ha
tenuto a evidenziare che Kram è un esperto di cariche esplosive
e detonatori a tempo, come dimostrato dagli atti giudiziari tra-
smessi dalle autorità tedesche. Ma gli elementi acquisiti a suo
carico non sono sufficienti a sostenere l’accusa in giudizio. La
prova della responsabilità penale, infatti, esige una precisione
indiziaria che, nel caso di Kram, è negata dalla possibilità d’in-
ferenze alternative sui motivi della sua presenza a Bologna.
Sarebbe utile conoscere le inferenze ipotizzate da Cieri. Non
è semplice, infatti, immaginare le ragioni che inducono un
ex terrorista indagato per strage a mentire ai magistrati pur
di tenere nascosto il motivo reale della sua presenza a Bolo-
gna. In realtà, tutti gli elementi sinora considerati portano a
ritenere l’esistenza di un nesso relazionale tra l’arrivo di Kram
nella città emiliana e l’esplosione nella stazione ferroviaria.
Anche il segreto sulla sua presenza nel capoluogo, durato per

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I segreti di Bologna 237

tre decenni, lascia intravedere responsabilità omissive e com-


missive che andrebbero finalmente accertate. Ciò non toglie
rilevanza, tuttavia, alle effettive incongruenze dell’ipotesi accu-
satoria. Kram, infatti, si registra in albergo utilizzando i suoi
documenti. Non sembra avvertire il bisogno di occultare la
propria identità. Una condotta incomprensibile per un terrori-
sta che si appresta a compiere una strage di proporzioni deva-
stanti. I commissari di maggioranza della Mitrokhin hanno
spiegato tale contraddizione evidenziando come l’utilizzo della
propria identità sia stata una prassi peculiare dei militanti delle
Cellule rivoluzionarie. Una prassi, però, che sembra adat-
tarsi più alle situazioni ordinarie che a un’impresa terroristica
destinata a scatenare attività investigative molto approfondite.
Kram, del resto, non vanta solo una spiccata familiarità con
esplosivi e detonatori. È anche un esperto di documenti falsi.
Il fatto che la sera del 1° agosto 1980 si presenti in albergo
con la sua patente di guida fa pensare che non stia per eseguire
un attentato in città. Contraddizioni analoghe, del resto, sono
emerse nel corso della nuova inchiesta. Nell’ultimo decennio,
a cadenza sistematica, sono ricomparsi molteplici indizi che
consentono di collegare l’esplosione di Bologna alla crisi del
lodo Moro e al progetto ritorsivo dell’Fplp. Tali indizi però,
valutati sul presupposto che quello di Bologna sia un attentato
voluto e perfettamente riuscito, mostrano limiti non trascura-
bili. Limiti che vengono sminuiti o enfatizzati a seconda delle
esigenze. Sarebbe utile, invece, capire se il compendio proba-
torio acquisito possa rivelarsi più efficace verificando un’ipotesi
investigativa di segno differente. Si può escludere, ad esempio,
che a devastare la stazione di Bologna sia stata in realtà una
detonazione non prevista da chi trasportava l’esplosivo?

Il passaporto di Salvatore Muggironi

Il 9 ottobre 2015 il sottosegretario di Stato Ivan Scalfarotto


interviene alla Camera per rispondere all’interpellanza urgente

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presentata dai deputati Gianluca Pini e Massimo Fedriga.21 I


parlamentari hanno chiesto al governo se risponde al vero la
notizia dell’avvenuto rinvenimento, tra le macerie della stazione
di Bologna, del passaporto di Salvatore Muggironi, un inse-
gnante affetto da cecità residente ad Aritzo, un piccolo centro
in provincia di Nuoro, che nel 1980 militava nella sinistra extra-
parlamentare. Scalfarotto conferma sia il ritrovamento nel luogo
dell’esplosione di beni e documenti di proprietà di Muggironi,
sia l’appartenenza di quest’ultimo ai gruppi dell’estre­ma sinistra
che operavano in Barbagia.22 L’incredibile storia di un passaporto
sospetto, spuntato tra le macerie della stazione di Bologna, ha
colto di sorpresa anche i ricercatori più documentati. Per capire
l’accaduto, occorre tornare ai primi giorni dell’indagine.
Il 12 agosto 1980 i magistrati petroniani sono concentrati
sulla pista nera, indicata dal premier Cossiga come quella giu-
sta. In tarda mattinata avviene il riconoscimento formale del
cadavere di Mauro Di Vittorio, l’ultima vittima che giace in
obitorio senza nome. Il tenente colonnello Franco Ricciardi,
comandante del nucleo di polizia giudiziaria dei carabinieri di
Bologna, invia alla stazione dell’Arma di Aritzo il passaporto di
Salvatore Muggironi.23 L’ufficiale specifica che il documento è
stato ritrovato nella stazione del capoluogo emiliano. Il 12 ago-
sto tutte le vittime della strage hanno un nome. I carabinieri,
quindi, sono certi che Muggironi non sia morto nell’esplosione.
Per questo motivo, viene richiesto ai sottufficiali di Aritzo di
limitarsi alla restituzione del passaporto. Non vengono richie-
sti accertamenti sulle ragioni della presenza del documento nel
luogo della detonazione. Il ritrovamento del passaporto, tutta-
via, deve essere avvenuto con certezza nei giorni precedenti al
12 agosto, quando non tutte le salme erano state ancora iden-
tificate. È possibile collocare l’acquisizione del documento, da

21
Interpellanza urgente n. 2-01106 del 6 ottobre 2015.
22
Camera dei deputati, resoconto stenografico della seduta di venerdì 9
ottobre 2015, www.camera.it.
23
Nota dei carabinieri di Bologna n. 25129/10 del 12 agosto 1980.

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I segreti di Bologna 239

parte dell’autorità giudiziaria, in un arco temporale compreso


tra il 2 e il 4 agosto 1980. I quotidiani del 5 agosto, infatti,
pubblicheranno la foto della stazione ormai sgombra dalle
macerie.24 I detriti residui vengono concentrati nell’area mili-
tare dei Prati di Caprara, dove ogni oggetto recuperato troverà
esplicita menzione nei tre verbali analitici consegnati alla magi-
stratura bolognese. In questi atti non v’è traccia del passaporto
di Muggironi. Difficile comprendere, quindi, l’assenza di ricer-
che sull’insegnante sardo nei primi giorni dell’inchiesta. Nei
casi in cui viene rinvenuto il documento di una persona, che
non figura tra i feriti né tra i morti identificati, vengono dispo-
ste verifiche immediate. Viene inviato un fonogramma alla
questura di residenza per sollecitare le ricerche del proprieta-
rio della carta d’identità. Alcune vittime sono state individuate
seguendo tale ineccepibile procedura.25 Nel caso di Muggironi,
invece, i carabinieri di Bologna provvedono direttamente alla
restituzione del passaporto e lo fanno il giorno stesso in cui
anche l’ultimo cadavere nell’obitorio viene identificato. Il 18
agosto l’appuntato in servizio ad Aritzo consegna il documento
a Muggironi. Ma qualcosa non convince il militare. A distanza
di settimane dalla perdita del passaporto, Muggironi non
aveva sporto denuncia all’autorità. Ad allarmare i carabinieri
del luogo è anche il fatto che il professore milita nella sinistra
extraparlamentare. Per tali ragioni, il giorno seguente l’appun-
tato in servizio ad Aritzo informa il nucleo di polizia giudizia-
ria dei carabinieri di Bologna dei sospetti su Muggironi.26 Ma
dal capoluogo emiliano non arrivano risposte, né richieste di
approfondimenti. Preso atto del silenzio, il 10 ottobre 1980 è

24
«La Stampa» del 5 agosto 1980 pubblicò una foto panoramica della sta-
zione ferroviaria di Bologna.
25
Una delle vittime identificate grazie all’intervento della questura di com-
petenza fu Carlo Mauri, perito nella strage assieme alla moglie e al figlio
di sei anni.
26
Nota dei carabinieri di Aritzo n. 25129/10 del 19 agosto 1980, Procura
della Repubblica di Oristano, procedimento penale n. 718/80.

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240 I segreti di Bologna

la compagnia di Sorgono, da cui dipende la piccola stazione


di Aritzo, ad attivarsi spontaneamente. Viene redatto un rap-
porto giudiziario destinato alla Procura di Bologna e a quella
di Oristano.27 Si dà atto che il 7 ottobre 1980 il brigadiere
Oreste Celestino, comandante della squadra locale di polizia
giudiziaria, avrebbe ricevuto una telefonata anonima. Muggi-
roni, militante della sinistra extraparlamentare, veniva indicato
come persona coinvolta nella strage di Bologna. Secondo l’ano-
nimo telefonista, nella metà del luglio 1980 il professore si era
recato nel capoluogo emiliano assieme alla sua fidanzata giu-
stificando il viaggio con la necessità di sottoporsi a una visita
oculistica. Lo scopo reale, invece, consisteva in una missione
politica. Il rapporto è corredato da numerose schede infor-
mative riguardanti l’insegnante e altri esponenti dell’estre­ma
sinistra locale riconducibili al giornale di lotta «Barbagia Con-
tro». Viene richiamata l’attenzione, in particolare, sui rapporti
di Muggironi con due giovani: Giovanni Paba e Franco Secci.
Questi ultimi erano stati arrestati in Olanda nel 1976 mentre
trasportavano armi ed esplosivo a bordo di un treno diretto alla
stazione ferroviaria di Amsterdam. I carabinieri di Sorgono evi-
denziano che il gruppo estremistico a cui appartengono Mug-
gironi, Paba e Secci disporrebbe di una tenuta, che si trova
nelle campagne della vicina Belvì, dove nell’agosto del 1980
erano stati ospitati alcuni tedeschi. Persone sospette che evi-
tavano di farsi vedere in paese. Le circostanze denunciate nel
rapporto giudiziario inducono la Procura di Oristano ad aprire
un’indagine contro ignoti.
La versione dei fatti di Muggironi è contenuta nell’esposto
presentato il 18 agosto 1980 ai carabinieri di Aritzo, in occa-
sione della restituzione del passaporto.28 Il professore spiega

27
Rapporto giudiziario dei carabinieri di Sorgono n. 333/1 del 10 ottobre
1980, Procura della Repubblica di Oristano, procedimento penale n.
718/80.
28
Esposto di Salvatore Muggironi ai carabinieri di Aritzo del 18 agosto 1980,
Procura della Repubblica di Oristano, procedimento penale n. 718/80.

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I segreti di Bologna 241

di essere partito per Bologna il 14 luglio 1980 per sottoporsi,


appunto, a visite oculistiche. Nella giornata del 1° agosto, in
piazza Maggiore, conosce una persona chiamata Flavio o Fulvio
Berardis. Quest’ultimo lo ospita per alcune ore nella propria
abitazione che si trova al sesto piano del civico 6 di piazza San
Michele. La borsa di Muggironi, con il passaporto e altri docu-
menti personali, resta nell’appartamento di Berardis, che pro-
mette di restituirgliela in serata. Ma all’appuntamento fissato
in piazza Maggiore l’uomo non si presenta. Alle 11 del giorno
successivo, mezz’ora dopo la terribile esplosione alla stazione,
Berardis si rifà vivo. Contatta al telefono l’insegnante presso
un istituto per ciechi. I due concordano un nuovo incontro
che andrà a vuoto. Muggironi, quindi, decide di tornare ad
Aritzo nella stessa giornata del 2 agosto. Vane si rivelano le
speranze di ricevere per posta il bagaglio. Gli amici di Bolo-
gna, sollecitati dall’insegnante, non riusciranno a rintracciare
l’uomo con la valigia. Il 1° novembre 1980, Muggironi viene
ascoltato dai carabinieri di Sorgono quale sommario informa-
tore.29 Il professore conferma in gran parte la versione dei fatti
contenuta nell’esposto. La partenza da Bologna, però, viene
posticipata dal 2 al 4 agosto. Muggironi ribadisce di aver sog-
giornato presso amici salvo gli ultimi due giorni, il primo tra-
scorso alla pensione Fusaro e il secondo all’Hotel Apollo. Nulla
gli viene chiesto circa i rapporti con Paba e Secci, né sulla mili-
tanza nell’estrema sinistra. Anche il controllo dell’utenza tele-
fonica sortisce esito negativo. Viene recuperato un telegramma
inviato da Muggironi l’11 agosto 1980 a un amico di Bologna,
G.D.F. Il professore lo pregava di attivarsi per recuperare la
valigia lasciata nell’abitazione di Berardis. Nello scritto non
si menziona il passaporto, ma la documentazione oculistica
rimasta nella borsa. Il telegramma, inoltre, contiene informa-
zioni assenti sia nell’esposto che nel verbale d’interrogatorio.
Berardis, infatti, avrebbe origini sarde e lavora presso la pizze-

29
Audizione di Salvatore Muggironi del 1° novembre 1980, Procura della
Repubblica di Oristano, procedimento penale n. 718/80.

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ria San Lorenzo. Nel frattempo la Polfer di Bologna ritrova la


borsa di Muggironi negli uffici dove sono custoditi i reperti rin-
venuti sotto le macerie della stazione. Il 4 marzo 1981 i militari
di Sorgono la restituiscono al professore, che riconosce subito
i suoi effetti.30 È l’ultimo atto dell’indagine. Nel rapporto con-
clusivo dei carabinieri, si legge che nulla di significativo sul
conto di Muggironi è emerso nel corso dell’indagine. Nessun
rilievo viene effettuato sulla militanza politica. Al contrario,
il ritrovamento della «borsa rinvenuta sotto le macerie della
stazione ferroviaria di Bologna» avrebbe confermato la buona
fede dell’insegnante.31 Il percorso logico che conduce a tali con-
clusioni non viene specificato nel rapporto. Perché la presenza
della valigia di Muggironi, all’interno della stazione, costitui-
rebbe prova della sua estraneità all’esplosione? Nel maggio del
1980, i magistrati oristanesi inviano il fascicolo istruttorio ai
colleghi di Bologna che indagano sulla strage. Nello stesso mese
viene a mancare, per un male incurabile, Oreste Celestino, il
brigadiere che aveva ricevuto la presunta telefonata anonima
sul conto di Muggironi.32 La storia del passaporto smarrito tra
le macerie di Bologna sembra terminare qui.

Il colpo di scena

E invece, il 13 gennaio 1983, il capitano dei carabinieri Paolo


Pandolfi invia alla Procura di Bologna un resoconto, privo di
allegati, avente a oggetto le indagini svolte sul conto dell’inse-

30
Verbale di restituzione dei carabinieri di Aritzo del 4 marzo 1981, Pro-
cura della Repubblica di Oristano, procedimento penale n. 718/80.
31
Rapporto giudiziario dei carabinieri di Sorgono n. 333/3 del 25 marzo
1981, Procura della Repubblica di Oristano, procedimento penale n.
718/80.
32
È possibile che la telefonata anonima, menzionata nel rapporto giudi-
ziario del 10 ottobre 1980, servisse al brigadiere Oreste Celestino per
tutelare una fonte confidenziale.

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I segreti di Bologna 243

gnante.33 Quest’ultimo, nell’estate del 1980, non ha effettuato


alcuna visita medica nel capoluogo emiliano. Non risulta aver
alloggiato alla pensione Fusaro né all’Hotel Apollo. A Bologna,
inoltre, non è stato individuato un Flavio o Fulvio Berardis
di origini sarde. La piazza dove si troverebbe l’abitazione di
quest’ultimo non ha il civico 6 e non ospita edifici di sei piani.
Pandolfi, tuttavia, esclude con certezza il coinvolgimento di
Muggironi nella strage. La militanza politica del professore
non viene presa in considerazione. Così come non vengono
citati i rapporti con Paba e Secci. Pandolfi, al contrario, scrive
di condividere l’opinione espressa da G.D.F., la persona a cui
Muggironi aveva inviato il telegramma dell’11 agosto 1980.
Ascoltato dai carabinieri, l’amico dell’insegnante ha formulato
una sua ipotesi personale sull’accaduto. Il professore avrebbe
mentito solo per nascondere il vero fine del viaggio a Bolo-
gna. Voleva tenere riservati alcuni incontri di natura intima.
L’intera vicenda, secondo il capitano dei carabinieri, sarebbe
in realtà il frutto di un colossale equivoco. Il sottufficiale che
aveva compilato il documento di restituzione del passaporto,
le cui generalità non vengono specificate nel rapporto giudi-
ziario, ha dichiarato di ricordare la perfetta integrità del docu-
mento. L’assenza di terriccio, quindi, consente di escludere che
il passaporto sia stato effettivamente rinvenuto tra le macerie
della stazione. Fine della storia.
A distanza di trentadue anni dal rapporto Pandolfi, arriva
l’interpellanza urgente a cui ha risposto il sottosegretario Scal-
farotto. Il deputato Pini si dichiara non soddisfatto della rispo-
sta del governo. Rimprovera all’esecutivo di aver offerto ammis-
sioni solo parziali sulla vicenda Muggironi che, a suo giudizio,
potrebbe «smontare» la ricostruzione giudiziaria della strage di
Bologna. Il parlamentare si scaglia contro Pandolfi, andato in
pensione nel 2008 con il grado di colonnello. L’ufficiale in que-
stione, sostiene Pini, è lo stesso che aveva incontrato Elio Cio-

33
Rapporto giudiziario dei carabinieri di Bologna n. 3525/1-4 del 13 gen-
naio 1983, Tribunale di Bologna, procedimento penale n. 344/80.

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lini nel carcere svizzero di Champ-Dollon, stilando al ritorno


un rapporto giudiziario in cui il supertestimone veniva ritenuto
di buona attendibilità. Ciolini, al contrario, si è rivelato l’enne-
simo depistatore manovrato. Il suo depistaggio, in effetti, costi-
tuisce la prosecuzione di quello iniziato nel settembre del 1980
da Abu Ayad con la pista falangista e proseguito nel gennaio del
1981 dal Sismi con l’operazione Terrore sui treni. Pini si chiede
come sia possibile escludere il ritrovamento del passaporto tra
le macerie della stazione di Bologna, attestato in precedenti atti
giudiziari, per il fatto che un sottufficiale senza nome asserisce
di ricordarlo integro. Nel 2014 il sito web Insorgenze ha pub-
blicato le immagini fotografiche della carta d’identità di Mauro
Di Vittorio. Il documento consegnato dalla polizia ferroviaria
di Bologna ai familiari del ragazzo la mattina del 12 agosto
1980. A distanza di trentaquattro anni, la carta d’identità,
ritrovata nella sala d’attesa sventrata dall’esplosione, appare
perfettamente integra. Ma c’è un altro dato che desta lo scon-
certo di Pini. Dagli atti dell’indagine di Oristano risulta che la
polizia ferroviaria di Bologna ha rinvenuto tra le macerie della
stazione anche la valigia di Muggironi, con tanto di tesserino
universitario al suo interno. Valigia che il professore ha poi
recuperato, riconoscendola di sua proprietà. Dunque, non c’è
nessun equivoco.
Pini ha tentato di ricomporre il mosaico utilizzando le sole
tessere a disposizione. Ricapitoliamo: Muggironi si reca a
Bologna per una ragione diversa dalla visita oculistica che si
è rivelata inesistente. Flavio o Fulvio Berardis non esiste. Se
qualcuno, usando un nome falso, si è realmente appropriato
della sua valigia e del suo passaporto, non ha perso la vita nella
strage di Bologna. Altrimenti non avrebbe potuto contattare
il professore, all’istituto per ciechi, alle 11 del 2 agosto 1980.
In piazza San Michele non esiste il civico 6 né un edificio di
sei piani. Nella pensione Fusaro e nell’Hotel Apollo non v’è
traccia della presenza di Muggironi. Quest’ultimo appartiene
effettivamente al gruppo di estrema sinistra che si riconosce
nel foglio di lotta «Barbagia Contro». Nel 1980 ha anche fir-

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I segreti di Bologna 245

mato un articolo di critica al ministro dell’Istruzione Salva-


tore Valitutti. Nel gruppo di Muggironi figurano Paba e Secci,
membri del comitato di redazione della rivista, che vantano
precedenti di obiettiva gravità. Nel novembre del 1976 i due
giovani vengono arrestati in Olanda mentre trasportano armi
ed esplosivo a bordo di un treno diretto alla stazione ferro-
viaria di Amsterdam. Estradati in Italia, saranno condannati
a tre anni di reclusione e, dopo l’espiazione della pena, riabi-
litati. Al momento dell’arresto, la polizia olandese li scambia
addirittura per terroristi palestinesi.34 La stampa italiana, che
arriverà a chiamare Paba e Secci i «fedayyìn di Aritzo», riferisce
le prime indiscrezioni che arrivano dall’Olanda. Gli arrestati
sarebbero collegati sia all’eversione italiana che a un gruppo
terroristico del Medio Oriente.35 La notizia, però, non verrà
mai riscontrata. Nelle tasche di Paba, la polizia olandese trova
una cartina con le distanze chilometriche tra aeroporti europei
e nordafricani.36 Al giovane vengono sequestrati alcuni appunti
sui gruppi della lotta armata palestinese e una lista che con-
tiene i nominativi di terroristi detenuti in Italia. A fianco dei
militanti di Br e Nap, compaiono i nomi dei tre fedayyìn di
Giugno nero che qualche settimana prima avevano attaccato
l’ambasciata siriana a Roma.37 Nell’abitazione di Paba, inoltre,
è stata sequestrata la matrice per ciclostile di un documento
delle Brigate rosse.38 L’11 febbraio 2016 il sottosegretario Vito
34
Antonio Castangia, I «fedayyìn» di Aritzo non vogliono parlare della mis-
sione in Olanda, «L’Unione Sarda», 27 novembre 1976.
35
Marco Landi, Paba e Secci collegati con il terrorismo internazionale, «La
Nuova Sardegna», 29 settembre 1976.
36
Sentenza della Corte d’appello di Cagliari del 12 luglio 1978, procedi-
mento penale n. 380/78.
37
L’attacco all’ambasciata siriana rientrò in una campagna terroristica con-
tro il regime di Damasco condotta a livello internazionale. L’ostilità era
dovuta all’appoggio fornito dal governo di Assad ai cristiano-maroniti
durante le fasi iniziali della guerra civile in Libano.
38
Paba obiettò di possedere il documento delle Br per uno studio sulle
organizzazioni dell’estrema sinistra che stava effettuando.

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246 I segreti di Bologna

De Filippo ha risposto a un’interpellanza parlamentare sulla


missione olandese di Paba e Secci.39 Il governo riferisce che,
dagli elementi raccolti al momento dell’arresto, era stato ipo-
tizzato che gli estremisti sardi fossero in procinto di parteci-
pare a un dirottamento aereo. Nessuna prova, tuttavia, è stata
acquisita su tale progetto. È possibile, quindi, che i giovani
fossero impegnati in realtà solo in un trasporto internazionale
di armi ed esplosivi.
L’ingiustificato ritrovamento tra le macerie della stazione di
Bologna degli effetti personali di Muggironi, e i rapporti di
quest’ultimo con Paba e Secci, hanno indotto Pini a rendere
pubblico un interrogativo inquietante. Com’è possibile che
anche la storia del passaporto, spuntato tra le macerie della
stazione di Bologna, sia rimasta sconosciuta per trentacinque
anni?
Probabile, però, che anche questa vicenda vada a infran-
gersi, come nel caso di Thomas Kram, sul muro invalicabile
delle inferenze alternative. In assenza di prove, non si possono
muovere accuse a Muggironi. Anche nel suo caso, infatti, è del
tutto inverosimile che un terrorista in procinto di compiere
un attentato possa smarrire passaporto, tesserino universitario
e valigia. Impossibile, del resto, ipotizzare che l’attentatore di
Bologna sia un professore non vedente. Né si può escludere
che a usare il passaporto sia stata invece un’altra persona mai
identificata. L’esperienza, infatti, insegna che l’uso dell’identità
di un compagno «pulito», anche non consapevole, è una prassi
costante nel mondo dell’eversione. Mario Moretti, per recarsi a
Parigi, si serviva del documento di Maurizio Iannelli, un briga-
tista romano all’epoca incensurato. Certo è che un documento,
al pari di un tesserino universitario e di una valigia, non può
camminare da solo. Qualcuno aveva con sé i documenti di
Muggironi quando è arrivato alla stazione di Bologna, la mat-
tina del 2 agosto 1980. Qualcuno a cui deve essere accaduto
qualcosa d’imprevisto.

39
Interpellanza n. 2-0016 del 17 giugno 2014.

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L’ultima verità di Cossiga

La strage di Bologna è stata causata da un’esplosione prema-


tura. La stazione ferroviaria non era il reale obiettivo dei ter-
roristi legati a Carlos e all’Fplp. Questi ultimi si erano dati
appuntamento alla base emiliana per colpire altrove. Nelle
redazioni dei giornali, la voce di un incidente circola sin dai
primi giorni dell’agos­to 1980.40 Ma nessuna prova è mai stata
fornita al riguardo. L’ipotesi, al contrario, appare a molti come
il goffo depistaggio di un personaggio impresentabile. Licio
Gelli, infatti, ha attribuito l’esplosione a un mozzicone di
sigaretta caduto per errore sulla valigia dell’esplosivo. Una tesi
che sembra fare il paio con quella del cedimento strutturale
del Dc9 di Ustica, sostenuta più volte dal capo della P2. Ben
più serie, tuttavia, appaiono le rivelazioni di Francesco Cos-
siga giunte durante gli ultimi anni di vita. Lo statista sardo ha
imputato la tragedia di Ustica all’errore di un aereo militare
francese durante una manovra di attacco. Un’azione di guerra,
organizzata dalle potenze occidentali, in cui è rimasto coinvolto
accidentalmente l’aereo dell’Itavia. A Bologna, invece, l’errore
sarebbe dovuto all’imprudenza dei terroristi che trasportavano
l’ordigno verso un altro obiettivo.41 Un incidente di cui si era
discusso sin dalle ore successive alla tragedia, all’interno della
Prefettura di Bologna.42 Cossiga, tuttavia, non è stato il primo a
sostenere pubblicamente tale ipotesi. Nella primavera del 1981
a parlarne è Giorgio Pisanò, parlamentare missino e direttore
della rivista «Il Candido Nuovo».43 Il suo vice dell’epo­ca, Guido
Giraudo, ricorda ancora lo sbigottimento della redazione dopo

40
Giuseppe Zaccaria, La bomba aveva un altro obiettivo e l’attentatore morì
nello scoppio?, «La Stampa», 5 agosto 1980.
41
In più occasioni Cossiga precisò che i terroristi palestinesi, in transito a
Bologna, si «credevano» tutelati dal lodo Moro.
42
Riccardo Bocca, Tutta un’altra strage, Bur, Milano 2007, p. 238.
43
Giorgio Pisanò, E se non fosse stato un attentato?, «Il Candido Nuovo», 11
giugno 1981.

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la pubblicazione dell’articolo.44 Sino a quel momento, i gio-


vani della redazione davano per scontata la tesi dell’attentato.
Giraudo, però, è al corrente delle frequentazioni del direttore
con ufficiali dei servizi segreti. Sa anche dei buoni rapporti con
il generale Dalla Chiesa. Non è la prima volta, del resto, che
Pisanò utilizza informazioni acquisite da ambienti qualificati,
presentate al lettore come opinioni personali. Vano sarà il ten-
tativo di saperne di più. Pisanò non fornisce spiegazioni, ma dà
l’impressione di non parlare a caso. Nell’articolo, peraltro, cita
proprio l’Fplp e l’arresto a Bologna di Abu Anzeh Saleh. Riferi-
menti che all’epo­ca appaiono incomprensibili, ma che divente-
ranno chiari a distanza di decenni, quando Giraudo apprende
le scoperte della commissione Mitrokhin. Pochi giorni dopo
la pubblicazione dell’articolo di Pisanò, il vicedirettore sarà
arrestato su ordine dei magistrati bolognesi. Al giovane viene
contestata la pubblicazione di altri articoli dedicati all’inchiesta
sulla strage. I pezzi, firmati da un misterioso Achille Mariani,
conterrebbero informazioni coperte dal segreto istruttorio.
Ma la detenzione di Giraudo dura poche settimane. La reale
identità di Mariani, infatti, è conosciuta solo da Pisanò, che
gode però dell’immunità parlamentare. Il giovane vicedirettore
può tornare al lavoro, ma per «Il Candido Nuovo» è l’inizio
della fine. Pisanò, infatti, non scriverà più articoli sulla strage
di Bologna. Nell’estate successiva, senza alcuna motivazione, la
rivista cessa le pubblicazioni. Le risorse economiche sono sem-
pre state limitate, ma la testata non aveva mai corso il rischio
di chiudere. A distanza di oltre trent’anni, Giraudo resta con-
vinto che proprio l’articolo sull’incidente di Bologna sia costato
molto caro a «Il Candido Nuovo».
La tesi di una detonazione prematura, quindi, non può
ridursi a una barzelletta di pessimo gusto. Possibile, però, che
una strage di tali dimensioni, avvenuta in un momento di
gravissima tensione internazionale e con i nostri apparati di
sicurezza in allarme per l’azione ritorsiva dell’Fplp, sia alla fine

44
Colloquio personale tra Guido Giraudo e gli autori.

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il frutto di un errore? Le confidenze di Cossiga al figlio Giu-


seppe potrebbero aiutare a capirne di più. A casa, il presidente
emerito si diceva convinto che i terroristi legati alla resistenza
palestinese stessero trasportando non un carico di esplosivo,
ma una vera e propria bomba.45 Una precisazione tecnica
che sembra alludere, per forza di cose, alla presenza di uno
o più detonatori. In tal caso, la stazione di Bologna sarebbe
stata solo il luogo dell’appuntamento. I terroristi stavano par-
tendo per la città prescelta per l’azione attesa da settimane dalle
nostre autorità, muniti di tutto l’occorrente per la detonazione
dell’esplo­sivo. Proprio la presenza di un detonatore, strumento
molto sensibile alle sollecitazioni esterne, avrebbe potuto cau-
sare l’esplo­sione prematura.
Ma i giudici di Bologna hanno condiviso le conclusioni dei
periti, escludendo la possibilità di un’esplosione involontaria.
Neppure l’assenza di un movente certo ha legittimato dubbi
sulle cause della strage.46 La bomba, il cui peso potrebbe oscil-
lare tra i diciotto e i venticinque chili, è stata innescata apposita-
mente per uccidere.47 Nelle sentenze di condanna di Fioravanti,
Mambro e Ciavardini sono indicati molteplici argomenti che
consentono di ritenere provato con certezza l’attentato. Innan-
zitutto elementi di ordine logico. L’ordigno, infatti, è stato
collocato sul tavolinetto portabagagli a ridosso del muro, una
posizione non casuale perché consente di sfruttare al massimo
gli effetti devastanti dell’esplosione. Si potrebbe obiettare, tut-
tavia, che la scelta sia suscettibile di altre spiegazioni. In linea
teorica, il tavolinetto offre la possibilità di consegnare la valigia
a un altro corriere senza dare nell’occhio. O può servire ai ter-
roristi, che avvertono un pericolo, di liberarsi dello scomodo
bagaglio in modo non sospetto. I giudici di Bologna, però,

45
E. Raisi, Bomba o non bomba?, cit., pp. 211-212.
46
Sentenza-ordinanza del giudice istruttore Vito Zincani, Tribunale di Bo-
logna, procedimento penale n. 344/80.
47
Sentenza della Corte d’assise di Bologna dell’11 luglio 1988, procedi-
mento penale n. 12/86.

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considerano anche gli accorgimenti che gli eventuali corrieri


avrebbero di sicuro adottato in occasione di un trasporto. È
noto, infatti, quanto sia pericoloso custodire l’esplosivo assieme
al detonatore. Non mancano, tuttavia, gli esempi pratici di ter-
roristi venuti meno a tali precauzioni. Nel 1982, in occasione
dell’arresto a Fiumicino, proprio Christa-Margot Fröhlich era
in possesso di una valigia che conteneva sia l’esplosivo sia alcuni
detonatori. Nelle sentenze, tuttavia, viene considerata anche
l’ele­vata stabilità dei componenti presenti nell’esplosivo uti-
lizzato. Circostanza che rende altamente improbabile un inci-
dente. Anche in questo caso non tutti concordano. Il gelatinato
per usi civili, detonato nella stazione di Bologna, non viene rite-
nuto lo strumento ottimale per un’azione stragista. Un esplosivo
simile, infatti, non garantisce il massimo della sicurezza. Nep-
pure se contiene elementi in grado di compensare l’instabilità
della nitroglicerina. Nelle perizie viene spiegato che i detonatori
sono classificati, a seconda della potenza, in una scala da uno a
dieci. Di solito sono impiegati detonatori numero otto. Per il
gelatinato civile esploso a Bologna, era sufficiente una capsula
detonante numero sei.48 Per provocare un numero rilevante di
morti, all’interno di una sala d’attesa particolarmente gremita,
sarebbe bastato un esplosivo meno rischioso. Un esplosivo di
uso civile ma pulverulento è di certo meno potente del gela-
tinato, ma sicuramente più affidabile, di maggiore reperibilità
e in grado di assicurare comunque il risultato desiderato.49 Al
contrario, l’impiego della gelatina, per le sue caratteristiche spe-
cifiche, avrebbe senso se l’obiettivo fosse la demolizione di una
possente struttura muraria. A Bologna, peraltro, è stato rinve-
nuto anche il T4, l’esplosivo militare di fabbricazione ameri-

48
Consulenza chimico-esplosivistica sull’esplosione del 2 agosto 1980 di
Errico Marino, Eugenio Pelizza, Omero Vettori e Ignazio Spampinato,
Tribunale di Bologna, procedimento penale n. 344/80.
49
L’esplosivo pulverulento viene utilizzato, ad esempio, nelle attività di
estrazione del marmo, materiale particolarmente pregiato che deve re-
stare integro dopo l’esplosione.

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cana. I periti hanno motivato tale presenza evidenziando che


nei gelatinati di uso civile è frequente la presenza di modesti
quantitativi di T4, ricavati dallo sconfezionamento di mine.
Anche nei detonatori, del resto, è presente in modeste quan-
tità l’esplosivo militare americano. Ma nella seconda sentenza
d’appello nei confronti di Fioravanti e della Mambro, quella
di condanna che sarà poi confermata in Cassazione, i giudici
esprimono il convincimento di un quantitativo di T4 molto
più ampio di quello rilevato dai periti.50 Ciò porterebbe a rite-
nere che, in realtà, sia stato utilizzato un composto artigianale
di esplosivo militare e civile. Una circostanza che renderebbe
ancora più inspiegabile l’impiego del gelatinato. Se l’uso di
quest’ultimo, al limite, può trovare una spiegazione nella man-
canza di alternative, la disponibilità di un esplosivo sofisticato e
sicuro come il T4 sconsiglia fortemente il ricorso a una miscela
artigianale utile solo ad aumentare i pericoli per l’attentatore.
Chi dispone di T4 per uccidere non ha bisogno di esplosivi alla
nitroglicerina e si guarda dall’utilizzarne. Altri dati, però, non
sembrano conciliarsi con la tesi di una detonazione involonta-
ria. Secondo i periti, infatti, non sono state rinvenute parti di
esplosivo integre e il cratere, scoperto a dire il vero solo undici
ore dopo la tragedia, non recava segni di discontinuità.
Particolarmente controversa, infine, è la questione del tem-
porizzatore. Stando alla ricostruzione giudiziaria, gli atten-
tatori ne avrebbero utilizzato uno di tipo chimico. Una fiala
artigianale inserita nella valigia poco prima dell’esplosione.
Molti esperti hanno espresso forti perplessità al riguardo. La
rinuncia al timer elettrico avrebbe comportato rischi tanto
stupidi quanto inutili. Il temporizzatore chimico, infatti, non
permette all’attentatore una conoscenza precisa dei minuti a
disposizione per mettersi in salvo.51 Nel caso di Bologna, peral-

50
Sentenza della Corte d’assise d’appello di Bologna del 16 maggio 1994,
procedimento penale n. 12/86.
51
Osservazioni molto interessanti sul temporizzatore chimico sono state
formulate dal consulente Danilo Coppe all’udienza del 6 luglio 2010

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tro, era necessario un lasso temporale particolarmente ampio,


considerato che l’esplosione ha provocato una fitta pioggia di
mattoni costata la vita alle persone in sosta nel piazzale esterno.
Ma perché un terrorista, in procinto di compiere l’attentato
più grave della storia italiana, dovrebbe correre un pericolo
così insensato, quando può servirsi del classico timer elettrico?
L’uso di quest’ultimo è stato escluso dai periti per l’assenza di
residui nel luogo dell’esplosione. Un congegno di qualità, tut-
tavia, lascia piccole tracce. Filamenti quasi irriconoscibili. Il
fatto di non averli rinvenuti, tra la montagna di macerie di
una sala d’attesa colma di oggetti, non può costituire la prova
«positiva» dell’impiego di un temporizzatore chimico. Ma la
possibilità, tutt’altro che remota, della presenza nella valigia
di un circuito elettrico, lascerebbe in piedi l’ipotesi dell’esplo-
sione prematura. Gli esperti, infatti, insegnano che la stazione
ferroviaria, per la presenza di numerosi campi magnetici, è
un ambiente altamente favorevole a creare correnti indotte in
grado di provocare l’esplosione di un detonatore.
Allo stato delle conoscenze, quindi, né le argomentazioni
offerte dai periti per escludere l’involontarietà della detona-
zione, né quelle obiettate da altri per ritenerla possibile consen-
tono di pervenire a una conclusione certa. A destare perplessità,
tuttavia, è un ultimo dato consacrato nelle sentenze di Bolo-
gna. I giudici, infatti, escludono l’eventualità dell’incidente in
quanto, in tal caso, il trasportatore sarebbe perito inevitabil-
mente nell’esplosione. Al contrario, nessuna delle ottantacin-
que vittime ha evidenziato profili d’interesse. Le sentenze rife-

al processo per la strage di piazza della Loggia (Corte d’assise di Brescia,


procedimento penale n. 003/08). Il parere del perito merita attenzione
sia per le competenze tecniche dimostrate, sia per il fatto di rappresentare
la parte civile, ovviamente non interessata a introdurre dubbi pretestuosi
nel processo: «L’innesco chimico, in effetti, anche i primi periti l’hanno
considerato improbabile. [...] Ora, se io fossi un attentatore, mi farei
veramente molte remore a fare quest’operazione perché effettivamente tu
lo piazzi e non hai così chiara l’idea di quanto tempo hai a disposizione».

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riscono gli accertamenti negativi condotti sul giovane catalano


Francisco Gomez Martinez, l’unico su cui sono state ritenute
opportune verifiche investigative. Viene esclusa la possibilità
che qualcuno sia rimasto disintegrato. Eppure è nota la vicenda
particolarmente straziante di Maria Fresu. La donna che era alla
stazione di Bologna in compagnia della figlioletta di tre anni.
Entrambe rimaste uccise, ma in modi completamente oppo-
sti. Se il cadavere della bimba è stato recuperato intatto, quello
della madre è scomparso nel nulla. Più volte, nel corso degli
anni, i giornali hanno raccontato la storia della salma smem-
brata. Una storia, particolarmente triste, che però è molto più
complessa di quanto creduto sino a oggi.

Il mistero del cadavere scomparso

La mattina del 2 agosto 1980, Maria Fresu parte per le vacanze


con la piccola Angela. Maria è sarda, ma da tempo vive in un
paesino in provincia di Firenze. Dopo un anno di lavoro, vuole
godersi le ferie assieme alla bimba. Alle 10.25, madre e figlia
si trovano nella sala d’attesa di seconda classe della stazione di
Bologna. Aspettano il treno per la montagna in compagnia di
due amiche della donna: Verdiana Bivona e Silvana Ancillotti.
La terribile esplosione causa la morte immediata della piccola
Angela e di Verdiana. Silvana è gravemente ferita, ma riuscirà
a salvarsi. Di Maria, invece, non si hanno più tracce. La donna
non compare nell’elenco dei feriti, né in quello delle persone
decedute. Ma i periti escludono in modo categorico che possa
essersi disintegrata e per alcuni giorni viene data per dispersa.52
I familiari, già sconvolti dalla morte della bimba, sperano che
Maria sia ancora viva e vaghi da qualche parte in stato di shock.
Parte allora un appello disperato. La fotografia della scomparsa
viene pubblicata dai giornali, ma nessuno sarà in grado di dare

52
Daniele Biacchessi, Un attimo... vent’anni, Pendragon, Bologna 2001,
p. 39.

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indicazioni utili.53 La polizia ferroviaria, nel frattempo, ascolta


la Ancillotti. Quest’ultima spiega che, al momento dell’esplo-
sione, le tre donne e la bimba erano insieme nella sala d’at-
tesa.54 Maria, quindi, non è potuta scampare alla strage. Ma
allora che fine ha fatto?
La soluzione del mistero viene cercata nell’obitorio dell’isti-
tuto di Medicina legale dell’università di Bologna. Nella cella
frigorifera, infatti, è conservato un lembo facciale attribuito
inizialmente a una delle due vittime di sesso femminile rima-
ste sfigurate. Il professor Giuseppe Pappalardo è incaricato di
verificare se la parte di volto sia appartenuta alla donna scom-
parsa. La perizia si presenta molto complessa perché nel 1980
non è possibile l’esame del dna. Il primario, tuttavia, può
basarsi su alcuni dati certi. Il gruppo sanguigno di Maria era
0. Lo avevano accertato i medici dell’ospedale in cui era nata
la piccola Angela. Grazie alle informazioni acquisite da Silvana
Ancillotti, inoltre, Pappalardo può indicare nel suo elaborato
l’esatta collocazione della donna al momento dell’esplosione:
«Maria Fresu si trovava nella sala d’aspetto di seconda classe,
con la figlia Angela e due amiche, sedute lungo la parete laterale
sinistra (rispetto all’entrata, sita anteriormente e a destra, ove
era depositato l’ordigno esplosivo)».55 Il perito, infine, acqui-
sisce ulteriori informazioni che possono giovare all’esame.
Gli effetti personali della vittima, infatti, non si sono disin-
tegrati. Tra le macerie è stato ritrovato persino il documento
d’identità, assieme alla valigia e a una giacchetta. Reperti che
confermano la presenza della Fresu in stazione, al momento
dell’esplosione.

53
Il mistero drammatico di Maria Fresu, «l’Unità», 9 agosto 1980.
54
Audizione di Silvana Ancillotti del 6 agosto 1980, Tribunale di Bologna,
procedimento penale n. 344/80. Nella parte dattiloscritta del verbale
non è indicato il nome del funzionario della polizia ferroviaria che ha
proceduto all’audizione e la firma è illeggibile.
55
Relazione di perizia medico-legale del professor Giuseppe Pappalardo,
Tribunale di Bologna, procedimento penale n. 344/80.

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L’esame del profilo immuno-ematologico darà risultati sor-


prendenti: il lembo facciale apparteneva a una donna di gruppo
sanguigno A. Il perito, tuttavia, ritiene che il dato non escluda
affatto l’appartenenza del frammento alla vittima il cui gruppo
sanguigno era, appunto, 0. Spiega, infatti, che il fenomeno
non rarissimo della «secrezione paradossa» è causa di errore
nelle determinazioni di gruppo sanguigno. Può accadere, tal-
volta, che un individuo mostri nei suoi liquidi sostanze gruppo-
specifiche diverse da quelle che ha nel sangue. A giudizio del
luminare, è questo il caso della Fresu.56 L’osservazione morfo-
scopica del reperto, associata alla valutazione delle caratteristi-
che somato-biologiche della donna scomparsa, depone a favore
dell’appartenenza del lembo facciale a quest’ultima. La parte di
volto, quindi, è di Maria Fresu. Il giallo della ottantacinque-
sima vittima della strage di Bologna è finalmente terminato.
Così almeno verrà riferito all’opinione pubblica.
A un esame più attento, tuttavia, il mistero della disintegra-
zione permane. Pappalardo, infatti, si è limitato ad assolvere
l’incarico ricevuto. Il primario ha attribuito il lembo facciale
alla donna senza spiegare dove sia finita la parte restante del
cadavere. Non l’ha chiarito perché il quesito non costituiva
oggetto dell’incarico peritale. I consulenti esplosivistici, però,
non hanno mai dichiarato, né tanto meno scritto, che una
delle vittime della strage è rimasta completamente smembrata.
I giudici lo hanno addirittura escluso nelle sentenze. Ma allora
come si fa a dare per scontato che la disintegrazione sia avve-
nuta per davvero?
L’esame della consulenza chimico-esplosivistica, rassegnata
dal collegio peritale incaricato dai magistrati di Bologna,
aiuta a comprendere la rilevanza del problema.57 I consulenti,
infatti, hanno accertato che non tutte le vittime sono dece-

56
Nella perizia del professor Pappalardo viene evidenziato che il fenomeno
della secrezione paradossa, pur non essendo geneticamente condiziona-
to, era stato accertato in altri parenti di Maria Fresu.
57
Consulenza chimico-esplosivistica sull’esplosione del 2 agosto 1980, cit.

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dute per gli effetti diretti della detonazione. Le cause di morte


diretta, al contrario, riguardano solo le persone (circa un 10
per cento degli ottantacinque morti) che si trovavano a una
distanza non superiore a cinque metri dal punto dell’esplo-
sione (definita «area mortale»). Quanti erano invece a una
distanza maggiore di cinque metri, ma inferiore agli undici,
sono periti per gli effetti indiretti della detonazione (l’area dei
«danni molto gravi»). La perizia contiene in allegato un gra-
fico della stazione, che è possibile visionare tra i documenti
in appendice, dove vengono raffigurate sia l’area mortale, sia
quella dei danni molto gravi. La posizione in cui si trovavano
Maria, la bimba e le altre due amiche è compresa all’interno
della circonferenza che delimita l’area dei danni molto gravi,
ossia lo spazio in cui le persone sono morte per gli effetti del
cedimento del fabbricato o per cause comunque indirette. Il
dato è significativo e deve far riflettere. Se i cadaveri delle vit-
time collocate nell’area mortale sono rimasti sostanzialmente
integri, com’è possibile che a disintegrarsi sia stata invece una
donna posizionata in una zona ancora più lontana dal luogo
dell’esplosione?
L’incongruenza, in linea teorica, potrebbe spiegarsi con un
errore commesso dalla Ancillotti. Nella confusione, quest’ul-
tima potrebbe aver fornito indicazioni fuorvianti. L’eventualità
appare poco convincente perché la donna, in occasione di
un’intervista rilasciata a trentacinque anni dai fatti, ha confer-
mato per intero quanto riferito alla polizia giudiziaria il 6 ago-
sto 1980.58 Silvana ha ribadito particolari rimasti nitidi nella
sua memoria: «Mi ricordo tutto. Tutto. Eravamo sedute tutte
assieme. Maria no, era in piedi lì accanto. Mi ricordo il boato.
Un grande boato». Maria Fresu, quindi, era in piedi accanto a
Silvana Ancillotti. I riscontri, del resto, sono univoci e con-
cordi. La notizia riportata dal quotidiano romano coincide con
le dichiarazioni contenute nel verbale di sommarie informa-

58
Emilio Marrese, Strage di Bologna, il racconto della sopravvissuta: «Quel
boato mi tormenta ancora», «la Repubblica», 2 agosto 2015.

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zioni rese dalla ferita nel 1980 e con la ricognizione spaziale


consacrata nella perizia Pappalardo. I magistrati di Bologna,
del resto, non hanno lesinato energie durante l’istruttoria.
Un’inchiesta che consta di centinaia di migliaia di pagine di
atti giudiziari e nella quale sono state esaminate persino le tar-
ghe automobilistiche delle persone presenti ai funerali di
Rachele Guidi. Se fosse emerso un minimo dubbio sull’esatta
collocazione della vittima scomparsa, la Ancillotti sarebbe stata
riascoltata più volte. E invece Emilio Marrese, il giornalista de
«la Repubblica» che nel 2015 ha raccolto la testimonianza della
sopravvissuta, scrive che «nessun giudice le ha mai chiesto se
avesse visto qualcosa prima delle 10.25». Anche i referti medici,
relativi alle altre vittime, forniscono un pieno riscontro alle sue
dichiarazioni. Maria Fresu, la figlia e le altre due amiche erano
effettivamente posizionate nell’area dei danni molto gravi. Ver-
diana Bivona, infatti, è morta per traumatismo cranio-facciale-
cervicale-torace-addominale.59 La piccola Angela per la sola
frattura del rachide cervicale.60 Nessuna delle due, quindi, è
deceduta per gli effetti diretti dell’esplosione. Silvana è addirit-
tura sopravvissuta. Anche la relazione medico-legale collettiva,
acquisita dai magistrati bolognesi, contiene dati che confer-
mano il racconto della testimone. Nell’elenco dei diciannove
cadaveri che presentano ustioni particolarmente evidenti non
compaiono i nomi della Bivona e della bimba.61 Le due vit-
time, quindi, non si trovavano nelle vicinanze del tavolinetto

59
Esame esterno, con verbale integrativo, del cadavere di Verdiana Bivona
redatto dal professor Corrado Maria Cipolla d’Abruzzo, Tribunale di
Bologna, procedimento penale n. 344/80.
60
Esame esterno, con verbale integrativo, del cadavere di Angela Fresu,
redatto dal professor Corrado Maria Cipolla d’Abruzzo, Tribunale di
Bologna, procedimento penale n. 344/80.
61
Relazione di perizia medico-legale delle vittime della strage alla stazione
di Bologna di Clemente Puccini, Maurizio Fallani, Pierlodovico Ricci,
Giuseppe Pappalardo, Tribunale di Bologna, procedimento penale n.
344/80.

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dove era collocata la valigia con l’esplosivo. Maria Fresu, la pic-


cola Angela e le due amiche sostavano in un’area più distante,
a oltre cinque metri dal punto dell’esplosione. Ma, se così
fosse, Maria Fresu non si sarebbe potuta disintegrare. La tesi
non appare sostenibile sotto il profilo scientifico. E a leggere gli
atti, in effetti, nessuno sembra mai averla sostenuta.
Le inferenze possibili, questa volta, non sono molte. La
prima spiegazione è che le considerazioni sinora esposte siano
errate. Eventualità di certo possibile e per certi versi auspicata
da chi scrive. La donna è rimasta effettivamente disintegrata,
per cause non comprese da quanti difettano di adeguate cono-
scenze scientifiche. In tal caso, qualcuno avrebbe il dovere di
renderle note. La seconda spiegazione, oggettivamente grave, è
che all’appello manca un cadavere. In tal caso, le ipotesi restano
due. I soccorritori hanno smarrito una salma o perlomeno un
cranio. Ipotesi, quest’ultima, decisamente da scartare, anche
perché non rende onore ai molti volontari o comandati che,
nelle ore tragiche dell’esplosione di Bologna, si sono prodigati
con spirito civico e generosità scavando per giorni tra le mace-
rie. Del resto, nei processi bolognesi è stata esclusa la possibi-
lità che persino i pochi filamenti di un circuito elettrico siano
andati persi. Impossibile, quindi, che a sparire per errore sia
stato invece, ripetiamo, un cranio o un cadavere rimasto in gran
parte integro. La restante spiegazione è che il 2 agosto 1980
qualcuno si sia precipitato a Bologna per inquinare la scena
del crimine. Un fatto d’inaudita gravità dovuto a ragioni che
non devono essere banali. Maria Fresu è con assoluta certezza
una vittima innocente della strage di Bologna e merita giusti-
zia. La sparizione del suo cadavere, se realmente avvenuta, può
essere dovuta solo a un occultamento più ampio e che aveva
necessariamente altre finalità. Ma un attentato, pianificato dal
trasportatore dell’esplosivo e perfettamente riuscito, non rende
necessario un inquinamento del genere. Scoprire chi o cosa
doveva restare nascosto quella mattina è compito di quanti
hanno a cuore la verità sull’esplosione di Bologna. La tesi di
una detonazione prematura può offrire una spiegazione plausi-

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bile a molte questioni rimaste sinora irrisolte. Ma al contempo


impone nuovi interrogativi che meriterebbero risposte tecni-
che e non le solite congetture di natura ideologica.62 In tali
casi, è preferibile comunque l’esercizio del dubbio. Certezze
definitive ancora non si ravvisano, anche se negli ultimi anni,
grazie all’impegno di singoli volenterosi, e nonostante l’inerzia
di altri, sono riemersi da più parti piccoli ma significativi fram-
menti di verità. Brandelli di prove, appositamente frantumate
e disperse prima, durante e dopo il 2 agosto 1980 dagli autori
dei numerosi depistaggi dell’inchiesta bolognese. La speranza è
che in futuro il mosaico riesca ad arricchirsi di ulteriori tasselli,
sino a mostrare un’immagine finalmente chiara. La ragione di
Stato, o di partito, appare oggi un alibi abbondantemente sca-
duto. C’è un solo modo, del resto, per scoprire la verità sulla
strage di Bologna: cercarla.

62
In linea del tutto teorica, una detonazione prematura può essere dovu-
ta non solo a un incidente, ma anche a un sabotaggio o alla scelta del
committente dell’azione terroristica di sacrificare gli ignari trasportatori
dell’esplosivo.

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I documenti

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I documenti 263

L’informativa segreta sulla soffiata dell’Fplp – Poche settimane prima dell’ag-


guato di via Fani, George Habash ribadisce la fedeltà al lodo Moro.

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264 I segreti di Bologna

Gli Strela di Ortona – Il documento con cui l’armaiolo dei carabinieri di-
chiara il danneggiamento del missile durante le operazioni peritali.

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I documenti 265

La ritorsione dell’Fplp – Tre settimane prima della strage di Bologna, il capo


della polizia lancia l’allarme.

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266 I segreti di Bologna

L’appunto senza data – Il Sismi è in attesa dell’azione già pianificata dall’Fplp.

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I documenti 267

L’interrogatorio di Silvio Di Napoli al giudice Carlo Mastelloni – Il dirigente


del Sismi rivela l’incontro tra l’Fplp e Carlos per dare esecuzione alla rap-
presaglia contro l’Italia.

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268 I segreti di Bologna

L’organigramma dell’Ori – La Stasi colloca Thomas Kram nel gruppo Carlos.

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I documenti 269

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270 I segreti di Bologna

L’Olp inquina l’inchiesta sulla strage di Bologna – L’intervista di Abu Ayad al


«Corriere del Ticino».

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I documenti 271

Il passaporto di Salvatore Muggironi – I carabinieri di Bologna attestano il


ritrovamento presso la stazione ferroviaria.

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272 I segreti di Bologna

L’indagine della Procura di Oristano – La scheda informativa su Muggironi


dei carabinieri di Sorgono.

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I documenti 273

La perizia Pappalardo – La collocazione di Maria Fresu nella sala d’attesa di


seconda classe accertata nell’istruttoria sulla strage di Bologna.

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274 I segreti di Bologna

L’area dei danni molti gravi – Il grafico del luogo dell’esplosione tracciato
nella perizia esplosivistica dell’istruttoria sulla strage di Bologna.

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Finito di stampare
nel giugno 2016 presso
Rotolito Lombarda SpA – Seggiano di Pioltello (MI)

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