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RELAZIONI INTERNAZIONALI

Abraham Accords: unità e teatro


19 SETTEMBRE 2020 / MUHAMMAD UMBERTO PALLAVICINI

Se il termine tanto attuale “pandemia” descrive tragicamente crisi


sanitarie, politiche, economiche ed interiori, in realtà può essere una
chiave di lettura differente anche di eventi più apparentemente lontani
dal suo significato corrente. L’etimologia greca Pandemos è riconducibile

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a “qualcosa di comune a tutti”, non per forza di natura maligna o


negativa, tant’è che veniva impiegato come epiteto di Afrodite, dea
dell’amore. Ma oggi è più attuale e fruibile utilizzare un’altra sfumatura di
significato, cioè “unità”, che veniva utilizzata soprattutto in materia di
coesione sociale e politica. Proprio questa particolare unità in tempi
pandemici si traduce anche in un complesso sistema internazionale e nei
rapporti di potere tra Stati. I recenti accordi tra Israele, Emirati Arabi
Uniti, Bahrein e Usa hanno sancito un nuovo equilibrio che va ben oltre
ai confini regionali e, soprattutto, rappresenta una rottura di molti
“clevage” che mantenevano lo scacchiere geopolitico.

Grazie alla direzione dell’egemone statunitense, Emirati e Bahrein


seguono la linea diplomatica di Egitto e Giordania, rappresentando gli
unici Paesi arabi che riconoscono la legittimità politica dello stato
israeliano. Si sviluppano così accordi di cooperazione economica nel
settore commerciale e finanziario. È interessante come solo il piano
economico già comporti delle conseguenze esterne in una regione in
stallo. Infatti, un grande attore che segue silenziosamente gli eventi
come l’Arabia Saudita ha ritenuto di “allinearsi” e concedere
permanentemente all’uso del proprio spazio aereo nei voli tra Israele ed
Emirati Arabi Uniti. Si tratta di piccoli segnali che però sommati tra loro
fanno percepire un mutamento degli scenari e dell’intrecciata
interdipendenza dei vari attori coinvolti. È necessario analizzare i vari
temi collegati andando al di là di una descrizione puramente politico-
strategica, cercando di ricordare anche una matrice tradizionale
soprattutto a fronte della scelta del nome con cui i leader hanno
proclamato questi trattati nel giorno della firma congiunta: “Gli accordi di
Abramo”.

La figura abramitica come capostipite comune religioso è infatti una


scelta assolutamente congeniale per riallacciare l’identità ebraica e quella
islamica. Questo processo di normalizzazione tra mondo arabo e lo Stato
d’Israele deve infatti passare inesorabilmente anche dalla comune origine
monoteista e di abbattimento dei fondamentalismi. Non bisogna però

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neanche idealizzare i vari attori e cercare di rievocare le radici del


pluralismo religioso all’inizio della civiltà arabo-islamica quando il patto
del secondo califfo Omar sanciva che i “dhimmi” di fede ebraica e
cristiana erano salvaguardati nella loro identità e godevano di piena
libertà religiosa. I tempi e le forme sono ben diverse: gli Emirati Arabi
Uniti, ad esempio, sono una goccia nell’oceano islamico che ha saputo
compiere importanti passi di aggiornamento e adattamento nei confronti
della modernità e dell’Occidente mentre Israele non può essere descritto
soltanto come Stato ebraico, bensì come un attore internazionale di
primo piano. Da un punto di vista storico e culturale, non solo a livello
istituzionale, si è sancito un dialogo costruttivo che andasse al di là dei
rancori del conflitto israelo-palestinese. Negli ultimi anni è stata avviata
una fase diplomatica strategica e silenziosa di ricerca di dialogo e
cooperazione evitando di riaprire il vaso di Pandora mediorientale. Alcuni
reagiscono a questi accordi richiamando un tradimento del popolo
palestinese da parte degli Stati arabi, che rischia solo di essere una
retorica inconcludente e generatrice di odio e rivendicazioni che hanno
costruito solo muri e diseguaglianze sociali. È interessante sottolineare
però una nuova agenda comune di dialogo tra Stati di fedi differenti in
Medio Oriente, dove questa vicinanza religiosa si tramuta grazie a questi
accordi anche in conseguenze tangibili molto significative come l’apertura
a Gerusalemme della Moschea Al-Aqsa, terza moschea più importante nel
mondo islamico, ai musulmani di tutto il mondo, simbolo di distensione e
pace.

L’analisi politica invece può aiutare a descrivere gli attori coinvolti e le


rispettive motivazioni che hanno portato a tali accordi. Il primo attore, gli
Stati Uniti ha raccolto un’importante vittoria in una zona che per i propri
interessi strategici deve mantenere una flebile stabilità. La Presidenza
americana ha svolto il ruolo di regista, coadiuvando i propri partner e
soprattutto mantenendo la propria funzione di attenta gestione e
controllo della regione, un importante successo diplomatico poco prima
delle imminenti elezioni.

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Israele si riconferma mantenere una linea strategica in ascesa


accrescendo il proprio status geopolitico, riducendo il suo isolamento
nella regione. La scelta dei partner non è chiaramente casuale: UAE e
Bahrein sono tra i Paesi più ricchi dell’intera regione e sarà molto
interessante vedere come concretamente evolveranno le relazioni
commerciali soprattutto nel settore tecnologico, tema chiave all’interno
dei trattati e dove chiaramente Israele è tra i leader globali. Si è voluto
dunque ufficializzare relazioni con alcuni attori del mondo arabo che in
realtà erano già ben avviate da tempo che si svolgevano sottotraccia per
evitare frizioni filopalestinesi e panarabe.

Gli Emirati Arabi Uniti escono trionfanti e soprattutto mantengono il


proprio peso diplomatico che spesso viene sottovalutato. Negli ultimi anni
sono stati protagonisti di importanti decisioni strategiche ma anche di
rappresentare un’Islam lontano da infiltrazioni fondamentalistiche e più
aperto, non a caso poco più di un anno fa ospitavano lo storico intorno
tra il pontefice e l’imam della moschea di al-Azhar. Il ruolo degli Emirati
resta fondamentale nell’equilibrio anche dei rapporti strategici con il
Regno dell’Arabia Saudita, che non può esporsi così apertamente, ma
insieme lanciano risposte chiare anche ai propri rivali.

Infatti, ampliando lo scenario internazionale si evince chiaramente come


questi accordi siano anche una importante alleanza che va nella direzione
opposta della visione politica di Iran, Qatar e Turchia. È interessante
anche sottolineare come tra i paesi islamici in Medio Oriente le grandi
potenze non sono di origine araba, poiché la Turchia è culla del proprio
ceppo identitario e l’Iran ha matrici persiane e indoeuropee. Questa
differenza dimostra ancora una volta l’importanza di una narrazione più
approfondita che deve tenere conto di queste importanti distinzioni,
andando oltre alla grossolana e purtroppo comune analisi del Medio
Oriente sotto un unico comun denominatore religioso.

Arginare l’Iran, attore molto attivo e imprevedibile della regione, sembra


essere il grande obbiettivo di questi accordi che tramite l’attenta gestione
statunitense cercano di creare una cortina di ferro di grande impatto

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istituzionale e degli importanti mezzi a disposizione. Anche l’inserimento


del Bahrein è strategicamente molto interessante poiché al proprio
interno la comunità islamica è prevalentemente sciita, quindi è un
importante scacco a qualsiasi possibile influenza iraniana.

L’alleanza turca-qatariota è un tema sia politico ma anche all’interno della


comunità islamica molto sensibile, poiché sollecita una riflessione sulle
logiche e le influenze del movimento della Fratellanza Musulmana. Anche
per tale motivo è importante mettere l’accento su questi accordi che
vedono chiaramente un’opposizione a estremismi che abusano
dell’identità religiosa e politica proponendo un’alternativa che richiama
alle radici di fede tra musulmani ed ebrei superando le contrapposizioni
che hanno immobilizzato l’intera regione. Questo nuovo fronte di
condanna fondamentalista deve passare senz’altro da un’apertura
diplomatica del mondo arabo nei confronti di attori eterogenei e,
soprattutto, da una riscoperta valoriale che possa essere declinata ai
tempi contemporanei.

Come non affogare nello scacchiere internazionale? Come declinare


l’origine religiosa tradizionale? Evitando schematismi prettamente
occidentali e superando la tentazione di demonizzare le modalità o gli
attori dei tempi, è importante mantenere la concentrazione su
prospettive più alte e a lungo termine. Le fazioni, gli schieramenti, i
giochi di potere sono solo forme di questo mondo che rischiano di essere
autoreferenziali della propria centralità ed eternità. Ma è importante
comprendere i teatri e anche parteciparvi attivamente, ma senza perdere
la meridiana su obiettivi più universali. La parola pace, che viene spesso
menzionata nel presentare questi accordi, ha un valore profondamente
attuale, che deve essere sempre ricercato. Specialmente se vengono
rievocate figure primordiali autentiche come Abramo di incredibile
richiamo escatologico.

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