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SECOLO D’ITALIA

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LA RIVOLTA ] SUI SECOLI

DOMENICA 6 FEBBRAIO 2011

La rivoluzione egiziana rischia di mandare in rovina un patrimonio artistico dell’umanità. Quel che succede riguarda tutti noi

TUTANKAMON SALVIAMO

I mmaginate migliaia e migliaia di persone in stra-

da, nel centro di Roma. Immaginate una rivolta di

piazza insomma, come nel nostro paese, fortuna-

tamente, non vediamo da decenni. Immaginate la

Domenico Naso

stessa folla a razziare e danneggiare il Foro roma-

no o il Colosseo, l’Ara Pacis o la Domus Aurea. Ec- co, oltre alle ovvie drammatiche conseguenze per

la gente, uno dei patrimoni artistici più grandi del

mondo verrebbe fortemente danneggiato. Ora che

ci siamo resi conto della portata di un evento del

genere, cerchiamo di metterci nei panni degli egi- ziani e del rischio che il loro immenso patrimonio artistico venga danneggiato e deturpato in questi esaltanti ma confusi giorni di rivoluzione popola-

re. Il rischio, come si è visto, c’è tutto. Non fosse altro perché l’epicentro della protesta è la centra- lissima piazza Tahrir, al Cairo, proprio dove si af- faccia l’entrata del Museo Egizio della capitale, il più importante al mondo, ovviamente, per quanti-

e qualità di reperti ospitati. Aperto nel 1858 con

le

collezioni raccolte dall’archeologo francese Au-

guste Mariette, il museo custodisce nelle sue sale ben 136mila reperti archeologici dell’antico Egit- to, oltre a molte altre centinaia di migliaia stipati nei magazzini. C’è tutta l’epopea della civiltà dei faraoni in quelle stanze orgogliosamente custodi-

te da un popolo fiero del proprio passato glorioso.

C’è il tesoro di Tutankhamon, innanzitutto, il fa- raone più conosciuto, quello che ha goduto di più “stampa”, se così si può dire. Il faraone bambino, il faraone “pop”, il faraone della maledizione, uno dei personaggi storici più studiati del mondo. La sua maschera funebre, interamente realizzata in oro, è l’attrazione principale del museo, è come la Gioconda per il Louvre o la volta della Cappella Si- stina per i Musei Vaticani. E ancora statue lignee, i sarcofagi del corredo funerario, canopi in alaba- stro. Ben millesettecento reperti che raccontano l’epopea del Re dei Re, quel bambino che a dieci anni già era seduto sul trono più prestigioso e in- vidiato dell’epoca. Ma il museo egizio del Cairo non è solo Tutan- khamon: c’è molto di più e ogni piccolo reperto, an- che quello che sembrerebbe più insignificante, racconta una pagina di storia leggendaria. Basti pensare alla Sala delle mummie, che contiene ven- tisette mummie reali perfettamente conservate. Poco prima di essere assassinato, il presidente An-

Poco prima di essere assassinato, il presidente An- L’epicentro della protesta è la centralissima piazza
Poco prima di essere assassinato, il presidente An- L’epicentro della protesta è la centralissima piazza

L’epicentro della protesta è la centralissima piazza Tahrir, proprio dove si affaccia l’entrata del Museo Egizio del Cairo, il più importante al mondo per reperti ospitati

war Sadat l’aveva chiusa al pubblico e solo nel 1985 è stata riaperta, con una selezione di mummie del Nuovo Regno, di cui è visibile solo il volto. Il museo del Cairo, dunque, è quello che ha ri- schiato di più, vista la vicinanza al cuore delle ma- nifestazioni di protesta. E qualche sciacallo, nono- stante gli egiziani stessi siano molto gelosi del loro patrimonio artistico e per nulla al mondo lo di- struggerebbero volontariamente, è riuscito a infi- larsi tra i corridoi dei due piani, tentando di ruba- re qui e là, sperando magari di guadagnare qual- cosa rivendendo i reperti al sempre fiorente mer- cato nero delle antichità. Le immagini viste in tv di statue e mummie dan- neggiate ha provocato un’ondata di forte preoccu- pazione nell’ambiente artistico, archeologico e cul- turale di tutto il mondo, perché cominciava a ser- peggiare il timore di un bis di ciò che successe in Afghanistan all’epoca del colpo di Stato dei tale- bani. I barbuti fondamentalisti, infatti, avevano di-

strutto centinaia di siti archeologici di inestimabi- le valore, primo fra tutti quello che custodiva le magnifiche statue di Buddha, fatte esplodere con la dinamite spinti da una furia intollerante e ico- noclasta senza precedenti. Invece no, gli stessi egi- ziani scesi in piazza per protestare contro il regime trentennale di Hosni Mubarak, alla notizia dei danni al museo, hanno formato un cordone di si- curezza per proteggerne l’entrata e nei giorni suc- cessivi hanno organizzato dei turni spontanei di sorveglianza ventiquattro ore al giorno. La cosa che ha stupito di più è che tra gli scia- calli c’erano alcune guardie regolarmente assunte al museo. Il perché lo ha raccontato Wafaa el-Sad- dik, archeologa egiziana che ha diretto il museo del Cairo dal 2004 al 2010: «Una guardia di sicurez- za – ha raccontato alla tedesca Zeit – guadagna cir- ca 250 sterline egiziane al mese, meno di trenta- cinque euro». Comprensibile ma non giustificabi- le, dunque, che abbiano tentato di approfittare di una fase di caos per guadagnare qualcosa. Gli in- cendi che nei giorni scorsi hanno minacciato le sa- le del museo egizio del Cairo, hanno fatto temere il peggio. Una fetta cospicua della storia dell’umani- tà ha rischiato seriamente di sparire per sempre. Pericolo scongiurato, almeno per il momento. Ma altrove, lontano dall’attenzione mediatica della capitale, non è andata esattamente allo stes- so modo: se ad Alessandria, alcuni gruppi di gio- vani si sono organizzati per dirigere il traffico e proteggere i quartieri residenziali e gli edifici di pubblico interesse, come la Biblioteca e a Luxor sono state formate delle barricate per impedire i saccheggi a Menfi invece il museo a cielo aperto della capitale dell’antico Egitto poco più a sud del Cairo è stato praticamente svuotato. Il sito – di cui non si ha ancora un’inventario aggiornato – è ce- lebre per la grande statua del faraone Ramses II e altre sculture. Altri musei – tra cui il Museo Cop- to e il Museo al Manial del Cairo, o il Museo dei Gioielli Reali e il Museo Nazionale di Alessandria – sono stati assaltati. In tutto ciò, mentre l’Egitto ribolle e i suoi tesori rischiano di scomparire, un ruolo fondamentale da analizzare è quello di Zahi Hawass, ministro delle Antichità e da anni grande capo del patrimonio archeologico del paese nor- dafricano. Potentissimo, conosciuto e stimato in tutto il mondo, guida di eccezione di vip e capi di Stato in visita ufficiale tra le Piramidi, Hawass si è speso molto nei giorni delle proteste per sensibi-

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LA RIVOLTA ] SUI SECOLI

2011 SECOLO D’ITALIA 13 [ LA RIVOLTA ] SUI SECOLI lizzare la popolazione e l’opinione pubblica

lizzare la popolazione e l’opinione pubblica mon- diale sul destino dei tesori artistici egiziani. Cio- nonostante, qualcuno inizia a pensare che il suo ruolo egemone di ras dell’arte nazionale possa es- sere messo in discussione a breve, vista la lunga e gloriosa carriera consolidatasi proprio sotto il re- gime di Mubarak. Eppure il vecchio Hawass, for- se proprio per costruirsi una nuova reputazione democratica, o forse semplicemente perché il suo amore per il patrimonio artistico egiziano è fuori discussione, si è impegnato fino allo stremo delle forze, ha parlato con i giornalisti stranieri, ha con- cesso interviste, è apparso su Al Jazeera, tutto per difendere il più grande museo a cielo aperto del mondo (paragonabile solo all’Italia e alla Grecia per valore archeologico e storico). Ma non ci sono solo i musei da difendere. È sta- to necessario, infatti, approntare un piano di vigi- lanza militare anche in alcuni luoghi simbolo co- me le piramidi di Giza o di templi di Luxor e Abu Simbel. Eppure l’attenzione che esercito e cittadi- ni hanno dedicato a questo argomento, che poteva sembrare minore rispetto all’ordine pubblico, alla destabilizzazione politica, ai rischi insurrezionali e militari, è segno di un tratto distintivo del popo- lo egiziano, che proprio Zahi Hawass ha sottoli- neato in un’intervista: “La civiltà è dentro gli egi- ziani”. Vero, innegabile. Anche se mercoledì scor- so, proprio mentre tutto il mondo celebrava l’im- pegno dei dimostranti a difesa dell’arte e dei resti archeologici, qualche esagitato, non si sa bene se pro o contro Hosni Mubarak, ha pensato bene di lanciare bombe molotov proprio contro l’edificio del museo egizio del Cairo, con conseguente in- cendio, subito domato dai reparti dell’esercito. Episodi gravi ma che non cancellano il legame fortissimo, viscerale, che lega quel popolo alle sue radici culturali e storiche. Tutto ciò nonostante l’Egitto di oggi, arabo e musulmano, sia diverso da quello dell’antichità, per etnia, religione, lingua, usi e costumi. Distante anni luce, ovviamente, dal sistema socio-economico, distante anni luce anche da quell’approccio alla vita. Ma la furia intolle- rante di quelle frange minoritarie dell’Islam che altrove ha cancellato il passato, non ha diritto di cittadinanza sulle rive del Nilo. Gli egiziani sanno bene che i loro retaggi antichi sono fondamentali per il paese: da un punto di vista artistico e cultu- rale ma anche, e forse soprattutto, da quello eco- nomico, visto che il turismo è una fonte insostitui-

bile di reddito per una popolazione che già così non riesce a vivere in maniera decente. Tutankhamon, dunque, sarà anche stato un de- spota o un infedele ante-litteram. Le donne-farao- ne saranno state troppo libertine per i dettami del- l’Islam. Ma quelle piramidi, quei geroglifici, quel- le mummie, sono parte fondamentale del bagaglio culturale dell’Egitto di oggi. Ed è per questo che anche mentre la gente muore per strada e nei ne- gozi non c’è più niente da vendere e comprare, c’è chi pensa alle maschere d’oro di un ragazzino mor- to migliaia di anni fa. Ma le vicende che racconta- no quelle sale, quei sarcofagi, quelle mummie, af- fascinano, turbano e conquistano ancora oggi. Passeggiando per le sale del museo del Cairo, si ri- costruisce davanti ai nostri occhi quella affasci- nante e misteriosa vicenda di 3500 anni fa, che rac- conta di eresie, turbolenti successioni al trono e

Anche mentre la gente muore per strada e nei negozi non c’è più niente da vendere e comprare, c’è chi pensa alla maschera d’oro vecchia migliaia di anni

misteriose morti. È la vicenda umana e storica di Akhenaton, il faraone eretico, l’uomo-dio che mi- se in crisi un’intera tradizione religiosa e politica. Amenhotep IV, questo il suo nome originario, fu un personaggio singolare e sognatore, che abban- donò il culto di Amon e delle altre divinità del pan- theon ufficiale per abbracciare quello di un dio unico: l’Aton, ovvero il disco solare. Nel quinto an- no del suo regno decise di cambiare nome e diven- ne Akhenaton, “colui che è utile all’Aton”. Si au- toproclamò dio vivente e lasciò Tebe, la capitale religiosa della tradizione, per andare a costruire una grande città di culto 290 chilometri più a nord, in una località oggi chiamata Amarna. Qui visse con la sposa, la grande e bellissima Nefertiti, e con lei assunse il ruolo di sommo sacerdote dell’Aton, assistito dalle sei figlie. La classe sacerdotale de- vota ad Amon venne privata di ogni potere e ric- chezza. Rivoluzione che si nota anche nell’arte di quel periodo, arrivata fino a noi: il faraone non si

fa ritrarre con un volto idealizzato e un fisico gio-

vane e muscoloso come i suoi predecessori, ma ha un aspetto stranamente effeminato, la pancetta e un viso lungo dalle labbra carnose. Caratteristi- che fisiche inusuali che hanno anche affascinato

generazioni di “complottisti” e fantasiosi studiosi

di ufologia, secondo i quali Akhenaton non era al-

tro che un “visitatore” extraterrestre. Fantasie fantascientifiche a parte, la fine del re- gno di Akhenaton è avvolta nell’incertezza. Per un breve periodo il potere venne gestito probabil- mente da due sovrani, che regnarono insieme ad Akhenaton oppure dopo la sua morte. Forse regnò proprio lei, quella Nefertiti che per bellezza e fa- scino è diventata un mito. C’è un vuoto storico, dunque, che avvolge una delle pagine più affasci-

nanti della storia dell’antico Egitto. Un velo di mi- stero che si squarcia improvvisamente quando sul trono c’è un bambino di nove anni:

Tutankhaton (“l’immagine vivente

dell’Aton”). Nei primi due anni di re- gno, il sovrano e la sua sposa Ankhe- senpaaton (figlia di Akhenaton e Ne- fertiti) lasciano Amarna e tornano a Tebe, dove riaprono i templi, ai quali

restituiscono gloria e ricchezza. I rea-

li consorti cambiano nome e diventa-

no Tutankhamon e Ankhesenamon, ripudiano l’eresia di Akhenaton e

rinnovano la propria fedeltà al culto

di Amon. Dieci anni dopo l’ascesa al

trono, Tutankhamon è già morto e non lascia eredi. Viene sepolto fretto- losamente in una piccola tomba pro- gettata in origine non per un sovra-

no, ma per un privato. E per reazio-

ne all’eresia di Akhenaton, i suoi suc-

cessori riescono a cancellare dalla storia quasi ogni traccia dei sovrani

di Amarna, Tutankhamon compreso. Ma la potenza del personaggio e il

mistero che ne avvolge la figura han- no fatto il resto, mandando in frantumi il proposi-

to di cancellare Tutankhamon dalla storia e ripor-

tando in vita una figura che ancora oggi affascina

e spaventa, conquista e inquieta. Devono averlo

capito anche gli egiziani di oggi che tra una mani- festazione di protesta e uno scontro tra fazioni op-

poste, hanno trovato il tempo di difendere le sue spoglie, le sue reliquie, i suoi tesori.

di difendere le sue spoglie, le sue reliquie, i suoi tesori. ZAHI HAWASS È IL POTENTE
di difendere le sue spoglie, le sue reliquie, i suoi tesori. ZAHI HAWASS È IL POTENTE

ZAHI HAWASS

È IL POTENTE MINISTRO DELLE ANTICHITÀ E DA ANNI GRANDE CAPO DEL PATRIMONIO STORICO DEL PAESE NORDAFRICANO