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Eduardo Viveiros de Castro e l’endo-consistenza del mondo indigeno

La recente edizione in lingua italiana di varie opere dell’antropologo brasiliano Eduardo Viveiros de
Castro, e il dibattito che ne sta seguendo, segnala un passaggio importante nel campo del pensiero
critico. Del resto, stiamo parlando di una produzione altamente innovativa, capace di aprire
inaspettati orizzonti intellettuali molto al di là degli steccati del dibattito disciplinare. Nel discorso
di questo autore, analisi etnografica e creazione filosofica si intrecciano in un dialogo costante,
tanto da non poter essere pensate l’una senza l’altra, sotto il segno di una ricerca teorico-politica
radicale che punta a mettere il pensiero dei nativi amazzonici al centro della scena. Grazie
all’elaborazione del prospettivismo, lo sciamanismo amerindio esce dall’immagine di arcaismo
residuale a cui l’aveva condannato la tradizione europea, emergendo come forza speculativa e
concettuale ancora tutta da scoprire. L’ambizione è quella di interrogare in senso «contro-
antropologico» il nostro mondo, laddove l’antropologia è ridefinita come la pratica della
«decolonizzazione permanente del pensiero» (Viveiros de Castro 2017, p. 35), capace di rivelare le
aporie della modernità con la forza di uno sguardo del fuori e di suggerire percorsi alternativi.
Nel momento in cui il destino della foresta amazzonica diventa una questione mondiale e di
primaria importanza, con Viveiros de Castro il pensiero degli amazzonici esce dai circoli di
specialisti, e si rende protagonista di una rivoluzione concettuale e filosofica. Attraverso il suo
nome, è emerso un approccio nuovo, al tempo stesso «culturale» e ontologico, alla crisi climatica e
all’assalto neo-estrattivista della foresta amazzonica1.
È finita l’epoca del compassato decostruzionismo, perché oggi non è più sufficiente puntare allo
«smascheramento» della cultura occidentale: il momento di lasciarsi rivoluzionare dalle idee
indigene è arrivato. Ma se la rivoluzione proposta è filosofica, concettuale, ontologica, Viveiros de
Castro non lascia dubbi sul fatto che essa poggi su problemi pratici ben pressanti. O impariamo
qualcosa, almeno qualcosa dagli amazzonici, dai nativi, sembra suggerire, o finiremo molto presto
circondati da un deserto creato da noi stessi. Dopo quelli amazzonici della scorsa estate, i recenti
incendi australiani, in un’altra terra dominata dall’estrattivismo predatorio e dall’etnocidio2 dei
popoli aborigeni, stanno a testimoniarlo.
Il successo di Viveiros de Castro non è dunque dovuto unicamente alla sua innegabile maestria
teorica e stilistica, ma al fatto che queste si sono espresse nella sincronia degli eventi
contemporanei, che ci parlano dell’oggi. L’ascesa del suo pensiero corrisponde interamente alla
presa di coscienza globale del valore effettivo dell’Amazzonia, il quale non si limita al solo
contributo atmosferico. Viveiros de Castro è tra coloro che stanno mostrando al mondo che la
foresta amazzonica è qualcosa di più di una riserva di ossigeno: si tratta di una riserva «ontologica»,
ovvero una fonte ancora oggi, nonostante tutto, brulicante di forme di vita, di bio-diversità non solo
animali ma anche concettuali e pratiche. Stiamo parlando, in poche parole, di una riserva di mondi
possibili.
Mi sembra dunque importante nel presentare questo autore ricordare il «debito» nei confronti dei
popoli amazzonici e, ovviamente, della loro foresta, che egli stesso considera il vero motore del suo
lavoro.3

1 Nell’introduzione a una delle ultime opere pubblicate, serie di corsi tenuti a Cambridge recentemente tradotta per
Quodlibet, (2019) Roberto Brigati si esprime senza mezzi termini: «A chiunque legga questo libro risulta chiaro che il
prospettivismo è una proposta di rivoluzione, e non solo la degustazione di una metafisica esotica destinata tutt’al più a
farci accorgere che la nostra prospettiva non è l’unica» (pp.18-19).
2 Etnocidio è un termine tecnico introdotto da Robert Jaulin e ripreso da Viveiros de Castro, ad esempio nel suo
intervento del 2016.
3 «L’obiettivo principale di L’Anti-Narciso è di rispondere al seguente quesito: qual è il debito concettuale
dell’antropologia nei confronti dei popoli che studia? […] Non si potrebbe procedere a uno spostamento di
prospettiva che può mostrare come i concetti più interessanti, i problemi, le entità messi a tema dalle teorie
antropologiche affondino le loro radici nei poteri immaginativi delle società (dei popoli dei collettivi) che queste
stesse teorie si propongono di spiegare?» (E.Viveiros de Castro, 2017, pp.28-29.)
D’altra parte, in Brasile, l’idea di restituire lo sguardo indigeno sul mondo non è del tutto nuova, e
Viveiros de Castro può essere riconosciuto, a tutti gli effetti, come l’ultimo esponente di una linea di
pensiero che inizia negli anni modernisti di Oswald de Andrade, suo costante riferimento
sottotraccia, e passa per le avanguardie tropicaliste del ‘68 brasiliano. Per questi movimenti
letterari, il tema era riscrivere la storia della cultura brasiliana come esito di un processo di
metamorfosi cannibale: gli antichi Tupinambà erano sì stati vinti sul campo di battaglia, ma
qualcosa di loro non aveva smesso di passare nella costituzione culturale del futuro Brasile. In
questo senso, Metafisiche cannibali è la nuova edizione del Manifesto Antropófago di de Andrade
(1928). Elevandosi al piano del concetto, quella che Viveiros de Castro propone è un divoramento
amerindio della filosofia contemporanea, e in particolare del deleuzismo, che attraverso la teoria del
prospettivismo punta alla decolonizzazione del pensiero occidentale.

Eduardo Viveiros de Castro è noto anche per il suo attivismo politico. È raro trovare, nel panorama
attuale della filosofia, qualcuno che si dedichi con convinzione e perseveranza all’impresa di
coniugare il rigore concettuale dell’astrazione metafisica a una sincera radicalità politica, o meglio,
di mettere la critica concettuale al servizio dell’immaginazione di nuovi mondi possibili. Ci
troviamo presi, troppo spesso, tra un professionalismo accademico che al possibile lascia poco
spazio, e un radicalismo politico che rischia di sottovalutare la portata di un lavoro concettuale più
profondo. Ebbene, per Viveiros de Castro, lo si vedrà nell’intervista che segue, si tratta di
valorizzare l’alterità radicale e la profonda incompatibilità della foresta e dei suoi abitanti verso il
mondo capitalista e di elevarla alla dignità del concetto filosofico.
Quando parliamo della volontà di coniugare creazione ontologica e politica non vogliamo certo
sostenere che la dimensione teorica sia pensata sotto il segno di una pura strumentalità. Al contrario,
come sempre accade con il pensiero radicale, Viveiros de Castro non solo non fa sconti al rigore
concettuale, ma ne fa senza esitazione la sua bandiera. Come del resto il suo principale ispiratore
filosofico, Gilles Deleuze, non si tratta di mascherare un discorso politico sotto la parvenza di una
metafisica, ma di riconoscere che la metafisica è già sempre carica di politica. E quella dello
sciamanismo amazzonico è una «politica cosmica e trans-specifica» (Viveiros de Castro 2017, p.
46), una «diplomazia» al tempo stesso politica e metafisica che serve a tenere il mondo in
equilibrio.

Si tratta dunque di dare dignità al mondo indigeno, non semplicemente per un astratto senso di
giustizia, ma perché ne abbiamo bisogno. Eduardo Viveiros de Castro non propone di imitare i
nativi – non sarebbe né possibile né auspicabile - ma riconosce, molto spesso tra le righe del suo
lavoro teorico, o apertamente nei suoi scritti politici, che il nostro mondo ha bisogno di confrontarsi
con loro. Alla pari, come minimo. Abbiamo bisogno di capire meglio gli indiani, perché loro
mostrano con l’evidenza pratica una reale incarnazione del mondo che vogliamo rendere possibile.
Vi è una proposta che di tanto in tanto ritorna negli scritti e ancor più negli interventi di Viveiros de
Castro, una parafrasi dell’idea di Althusser secondo cui la filosofia è «la lotta di classe nella teoria»,
da lui formulata così: «l’antropologia è la lotta dei popoli nella teoria». (2017)4
Gli indios ci permettono di andare al cuore delle nostre scelte metafisiche. L’inversione del rapporto
umanità /animalità e quella, ad essa legata, del rapporto natura/cultura, che si presentano nella
formulazione del prospettivismo, conducono direttamente alla messa in questione dell’intero
edificio ontologico del mondo occidentale. Una critica del colonialismo che non prenda in
considerazione le premesse metafisiche che l’hanno storicamente accompagnato resterà sempre
monca, sembra dirci Viveiros de Castro, ed è per questo che dobbiamo leggere la sua produzione
come una presa di posizione all’interno di un campo di lotta tra popoli nella teoria.

Prendere le parti del popolo dei nativi significa naturalmente operare delle rotture epistemologiche
molto radicali. Nell’intervista torneremo a più riprese sul concetto di «endo-consistenza» del mondo
indigeno, ovvero sull’idea secondo la quale i nativi dispongono coscientemente, all’interno del loro

4 Si veda ad esempio il convegno La chose en soi, 2017, nel quale Viveiros de Castro ha partecipato come ospite.
mondo, delle forme categoriali appropriate per descriverlo. Il compito dell’antropologo – che
storicamente consisteva nell’applicare le nostre griglie interpretative a una società funzionante
secondo altri criteri – diventa allora quello di mettere la relazione etnografica e la produzione
teorica al servizio di questa endoconsistenza.
Evidentemente, questa visione ha attirato molte critiche all’interno della disciplina antropologica.
D’altronde, quando cerchiamo di assumere, come Viveiros de Castro fa, il «punto di vista del
nativo», non ci stiamo forse illudendo di poterlo capire molto più di quanto in realtà riusciamo?
Fortunatamente, il lettore italiano interessato alla questione ha oggi a disposizione il saggio
Metamorfosi, la svolta ontologica in antropologia, e al suo interno il testo Il Nativo Relativo, nel
quale Viveiros de Castro si confronta con questi problemi metodologici, trattati in forma meno
estesa in Metafisiche Cannibali.

Ho analizzato che cosa succederebbe se rifiutassimo il vantaggio epistemologico del


discorso dell’antropologo su quello del nativo; se intendessimo la relazione di
conoscenza come qualcosa che suscita una modificazione, necessariamente reciproca,
nei termini che sono posti in relazione, cioè attualizzati. Ciò equivale a chiedersi:
cosa succede quando si prende sul serio il pensiero nativo? Quando l’intento
dell’antropologo cessa di essere quello di spiegare, interpretare, contestualizzare,
razionalizzare tale pensiero, e diventa quello di utilizzare, trarre le conseguenze,
verificare gli effetti che esso può produrre nel nostro pensiero? (Viveiros de Castro
2002)5

In queste pagine si evidenzia come Viveiros de Castro cerchi di far convivere la valorizzazione
dell’alterità radicale con lo scambio e la contaminazione, a partire dal carattere relazionale della
pratica etnografica. La relazione pre-esiste ai suoi termini, e così l’esperienza del contatto determina
un’alterazione imprevedibile nella visione del mondo dell’antropologo. Il suo lavoro ne sarà a tal
punto influenzato che non sarà possibile separare completamente discorso antropologico e discorso
indigeno e pensarli l’uno senza l’altro.
Ma il vero cambio di paradigma passa dal riconoscere che non stiamo semplicemente parlando di
una relazione tra «visioni del mondo», o di uno scambio di opinioni: la proposta del prospettivismo
viene avanzata per superare definitivamente il paradigma del relativismo culturale. A entrare in
relazione sono infatti due mondi, entrambi interi e con una propria dinamica, tra loro alternativi,
eppure entrambi realmente esistenti e in qualche modo comunicanti. In questa compresenza e messa
in comunicazione di due punti vista incompossibili possiamo situare la principale scommessa
teorica dell’etnologia proposta da Viveiros de Castro e, più in generale, dalla cosiddetta «svolta
ontologica» in antropologia. Se l’antropologo è un diplomatico, un mediatore tra questi due mondi,
è importante sottolineare che l’incontro non potrà essere pacifico né neutrale. Starà all’antropologo-
diplomatico decidere da che parte schierarsi, quale punto di vista servire nella produzione culturale
di cui si occupa.

Nell’intervista che proponiamo, abbiamo cercato di tenere insieme varie esigenze. Nella prima parte
abbiamo lasciato Viveiros de Castro parlare della sua pubblicazione più recente, quella del libro
Politiques des multiplicités (2019) un testo che punta a valorizzare l’eredità di Pierre Clastres nel
dibattito dell’antropologia contemporanea. Nella seconda parte, ci siamo invece occupati di
riproporre i temi più classici dell’autore, in particolare la teoria del prospettivismo per come è
proposta in Metafisiche Cannibali, cercando di discuterne alcune implicazioni teoretiche. Infine,
nell’ultima parte, abbiamo voluto dare spazio al pensiero politico di Viveiros de Castro, chiedendo
un suo punto di vista sulla situazione critica nella quale si trova il Brasile di oggi.

5 In R.Brigati, V.Gamberi, 2019, pp.128.


La realizzazione del programma di Viveiros de Castro passa per uno stile inconfondibile, al tempo
stesso colto, umoristico e graffiante, capace di catturare il lettore e portarlo a immaginare questi altri
mondi possibili. Abbiamo dunque cercato, durante l’intervista, di interrogarci anche sul ruolo dello
stile e della creazione nell’ambito del suo lavoro teorico e di permettere all’autore di darcene un
assaggio.

Bibliografia Intro

E.Viveiros de Castro, Metafisiche Cannibali, Ombre Corte, 2017,


Politiques des Multiplicités, Éditions Déhors, 2019.
Prospettivismo cosmologico in Amazzonia e altrove, Quodlibet 2019
Sobre a noção de etnocídio, com especial atenção ao caso brasileiro, 2016 in
https://www.academia.edu/25782893/Sobre_a_no%C3%A7%C3%A3o_de_etnoc
%C3%ADdio_com_especial_aten%C3%A7%C3%A3o_ao_caso_brasileiro

E.Viveiros de Castro, Il nativo relativo, in :


R.Brigati, V.Gamberi, (a cura di) Metamorfosi, la svolta ontologica in antropologia Quodlibet
Studio, 2019

E.Viveiros de Castro, Intervento al convegno La Chose en Soi, Parigi, Université Paris Ouest
Nanterre, 2017, in https://www.youtube.com/watch?v=Blsi2tBp9-s&t=881s

Bibliografia intervista

E.Viveiros de Castro, Politiques des Multiplicités, Éditions Déhors, 2019.

O chocalho do xamã é um acelerador de partículas Revista Sexta-feira número 4 - Corpo,em1999

Metafisiche Cannibali, Ombre Corte, 2017,

D. Danowsky, E. Viveiros de Castro, Esiste un mondo a venire? Saggio sulle paure della fine. Edizioni nottetempo 2017

P.Clastres, Cronaca di una tribù. Il mondo degli indiani Guayaki cacciatori nomadi del Paraguay, Feltrinelli 1980.
La società contro lo Stato, ombre corte, 2003.