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ARRIGO SACCHI

Calcio totale
La mia vita raccontata a Guido
Conti

© 2015

MONDADORI

ISBN: 978-88-52-06311-4

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L'autore

Arrigo Sacchi è nato nel 1946. Il «profeta di Fusignano» deve


al suo paese, oltre al soprannome, anche i primi rudimenti
calcistici. Dopo aver allenato nelle serie minori, arriva al Parma e
da lì, nel 1987 compie il grande salto verso il Milan, dove in sole
quattro stagioni vincerà due Coppe dei Campioni, uno Scudetto,
una Supercoppa italiana, due Supercoppe Europee e due Coppe
Intercontinentali. I successi in rossonero gli valgono la nomina a
commissario tecnico della Nazionale dove resterà dal 1991 al
1996, conquistando un secondo posto ai Mondiali statunitensi
del 1994. Nel 2000 abbandona l'allenamento e alterna l'attività di
opinionista con incarichi da direttore tecnico. Dal 2010 al 2014 è
stato coordinatore tecnico delle Nazionali giovanili.
Guido Conti è nato nel 1965 a Parma, dove vive e lavora.
Scoperto da Pier Vittorio Tondelli, che lo ha pubblicato in
Papergang (1990) ha vinto il premio Chiara nel 1998 con il
volume Il coccodrillo sull'altare. Tra i suoi romanzi: I cieli di
vetro (1999) e Il tramonto sulla pianura (2005). Con Mondadori
ha pubblicato Le mille bocche della nostra sete (2010), tradotto
in Olanda e Spagna, e Il grande fiume Po (2012). Nel 2014 ha
fatto il suo esordio nella narrativa per l'infanzia con il libro Il
volo felice della cicogna Nilou.

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A mio fratello Gilberto,
che in cielo ha gioito e sofferto
insieme a me in panchina.

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1. Fusignano

Panta rei, tutto scorre.


ERACLITO

C'è un giorno nell'infanzia di ognuno di noi che segna per


sempre la nostra storia e il nostro destino. Alcuni lo ricordano,
altri lo hanno dimenticato. Quel giorno, io l'ho scolpito nella
memoria.
Eravamo in piena estate. Allora Fusignano era un paese
agricolo, i campi coltivati si estendevano immensi sotto un cielo
infinito, talmente vasto che, dicevano, faceva diventare tutti matti.
Tra i campi serpeggiavano le carraie, dove passavano solo carri
tirati dai cavalli. Le strade, non asfaltate, erano polverose.
Avevo camminato a lungo, ero stanco, sporco, sudato. Mi
sedetti sopra una pietra miliare, tra il frinio delle cicale. Una gran
sete mi asciugava la bocca. Ero emozionato e pieno di aspettative:
mio padre Augusto mi aveva promesso un regalo perché ero stato
bravo a scuola. Uno dei primi insegnamenti l'ho appreso proprio
da lui: «Se ti impegni, avrai una ricompensa».
Guardavo lontano, oltre il verde dei campi di granoturco e gli
alberi pieni di frutti. All'improvviso intravidi una nuvola di fumo
alzarsi all'orizzonte. Era mio padre, che arrivava dalla città con
una delle sue prime automobili. Come lo vidi mi alzai in piedi e
gli corsi incontro. Un po' per la luce, un po' per la sorpresa di
vedermi lungo la strada, frenò all'ultimo momento e si fermò a
qualche metro da me. Rimase a guardarmi dietro il vetro, mentre
una nuvola di polvere ci avvolgeva. Nel silenzio della pianura,
aprì piano la portiera e mi fissò senza dire una parola.

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Dietro la schiena nascondeva il mio primo pallone. Fece un
grande sorriso e me lo lanciò. Io lo presi e lo guardai
meravigliato, girandolo tra le mani. Un pallone nuovo, che
profumava di cuoio, con la cucitura che nascondeva la camera
d'aria. Lo soppesai, annusandolo a lungo. Poi, ridendo, sotto lo
sguardo divertito di mio padre, gli diedi un calcio e lo tirai tra le
nuvole.

Mio padre è stato molto importante nella mia vita. Come


rivela il cognome, Sacchi, era lombardo, originario di Mandello
del Lario. Era tornato a casa alla fine della guerra dopo aver
volato sugli aerosiluranti come addetto ai motori. Una volta gli
chiesi: «Ma tu, papà, non hai amici?». Dopo un lungo silenzio lui
mi rispose, senza guardarmi negli occhi: «No. Sono tutti morti!».
Dei soldati che volavano su quegli aerei, solo una piccola
percentuale tornava a casa. Lui era stato uno dei pochi.
Io sono nato il 1° aprile del 1946, quattro armi dopo mio
fratello Gilberto. Facendo un po' di conti, appena tornato a casa
mio padre doveva avere una gran voglia di vivere con mia madre.
Credo che anche questo fatto abbia segnato il mio carattere
volitivo e il mio destino di uomo. Ho sempre cercato di dare una
forma alla bellezza creando un gioco capace di esprimere la gioia
di vivere e di far divertire il pubblico. Anche questo bisogno di
vitalità e di sogni che mio padre mi ha lasciato in eredità è un
insegnamento da trasmettere alle nuove generazioni.
Mio padre leggeva sempre «La Gazzetta dello Sport». In
paese era l'unico che comprava il giornale. Alla fine della
settimana faceva il baratto con il nostro vicino di casa, un
ortolano che usava il «Corriere» e gli altri quotidiani per fare «al
scartòz», come lo chiamano ancora qui a Fusignano, il cartoccio

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per vendere le ciliegie o la frutta in genere. Era uno scambio alla
pari.

Abitavamo insieme alla nonna in una casa di fronte alla villa


di Vincenzo Monti, poeta e traduttore dell'Iliade, che aveva
vissuto qui a Fusignano. I miei nonni avevano un forno ed era un
via vai continuo di gente.
Da bambino mi piacevano tutti gli sport. Se giocavo a pallone
immaginavo di essere Boniperti o Pandolfini, se correvo in
bicicletta pensavo di essere Coppi o Bartali. Questa è una terra di
corse e di velocità, e anche questo ce l'ho nel Dna. Con mio padre
andavo spesso a Imola per le gare automobilistiche. Però, dopo
aver assistito a un incidente mortale, non volli più vederle.
Quando ho ricevuto in dono il mio primo pallone di cuoio,
tutti volevano giocare con me. Con i più grandi non riuscivo mai
a toccare la palla, non mi divertivo per niente. Una volta mi
arrabbiai talmente che corsi, agguantai il pallone e me ne andai
via senza salutare. Non mi stavo divertendo, e il pallone era mio.
E l'essere protagonista, padrone del campo e del pallone, già
allora era, e sarà sempre, centrale nella mia visione di gioco. E
quello era un regalo di mio padre.
Ricordo una volta a San Mauro. Avevo otto anni, mi trovavo
al mare con una zia. A un certo punto sparii. Mi cercarono
preoccupati per tutto il lungomare, la paura nel cuore stava
diventando panico. Poi a mia zia venne un'illuminazione. Si
diresse in centro, verso un bar dove volevo sempre fermarmi. Era
pieno di gente, una calca mai vista. Lì c'era l'unica televisione del
paese. La Rai, per la prima volta nella sua storia, trasmetteva i
Mondiali di calcio. Era il 1954. Io stavo in piedi sopra un tavolo,
tra il fumo delle sigarette e le urla della gente accalcata, e

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guardavo le immagini in bianco e nero di non ricordo più quale
partita. Fissavo il televisore, osservando incantato le azioni e i
gol.
Era come un sogno a occhi aperti. Non potevo immaginare
che, esattamente quarant'anni dopo, avrei guidato la Nazionale
italiana ai Mondiali americani del 1994. E non potevo
immaginarlo nemmeno quando guardai la finale messicana del
1970, con 41 di febbre dopo aver mangiato un piatto di cozze.
Da ragazzino ero davvero una peste. Mia mamma, la Lucia di
furnèr, la Lucia dei fornai, come la chiamavano in paese, sapeva
che mi mettevo sempre nei guai. Mi arrampicavo sugli alberi,
correvo a piedi e in bicicletta, e poi sparivo sempre per un bel po'
di tempo.
Una volta, a Montecatini, la mamma non mi trovò più. Io me
ne andavo in giro spensierato, senza preoccuparmi della sua
disperazione. A un certo punto, facendo domande in strada alla
gente, qualcuno le indicò un bambino chiacchierone che
dissertava di calcio con un gruppo di persone. Mi ascoltavano
affascinate. Mamma non mi sgridò, mi prese per mano e mi
riportò a casa.
Non mi piaceva andare a scuola. Mi pareva di perdere tempo,
ritenevo che le materie che studiavo fossero lontane dalla realtà, e
quel mondo non mi sembrava interessante. In classe ero
disattento, non studiavo, guardavo fuori dalla finestra o sognavo
inventando telecronache di partite di calcio.
Dopo le medie, mi iscrissi alla ragioneria a Lugo. Un disastro.
Ogni scusa era buona per saltare la scuola. Insieme a un amico,
arrivai persino a organizzare uno sciopero per protestare contro
gli esperimenti nucleari della Cina. Un'altra volta andammo al
cinema a Ravenna, e sul pullman di ritorno non incontriamo mica

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il preside della scuola? Restammo tutto il viaggio nascosti dietro
i sedili, in fondo, sperando che non si accorgesse di noi. E
un'altra volta, per giustificare tutte le assenze, un mio amico, il
cui padre era economo dell'ospedale, rubò un ricettario che
usammo in quattro o cinque, con firme false. Successe un
putiferio. Andai a settembre con tutte le materie.
Per quanto riguarda la scuola, diedi un grosso dispiacere a
mia madre. È stato uno dei grandi errori della mia vita, perché poi
ho dovuto studiare per altri quaranta o cinquant'anni. La mia era
una tensione al fare, volevo buttarmi nella vita. I giovani come me
aprivano aziende, scommettevano sul futuro delle scarpe. Sentivo
la frenesia di un paese a vocazione agricola che stava diventando
un polo industriale e manifatturiero.
E poi non amavo le imposizioni. Una volta non volli andare
con i miei genitori a vedere la Spal, la squadra di Ferrara in cui
mio padre aveva giocato da giovane. Loro, per punizione e per
ripicca, presero la mia motoretta, la chiusero con un lucchetto e
la misero in un garage. Quando tornarono dalla partita, avevo già
aperto la porta e tagliato il catenaccio.

Io sono nato con una doppia anima, una lombarda e una


romagnola. Quella lombarda mi viene da mio padre, con il senso
del lavorare duro, del sacrificio, dell'impegno e della perfezione
per ottenere certi risultati. A Fusignano mio padre era socio di
due fabbriche di scarpe. Usciva alle sette di mattina, tornava a
casa a mangiare un boccone e poi ripartiva fino all'ora di cena.
Finito di mangiare, a volte lavorava in casa fino all'una o alle due
di notte. È stato un esempio per me, mi ha fatto capire cosa voglia
dire impegnarsi duramente e con tenacia.

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L'anima romagnola, sognatrice ed energica, che mi viene da
mia madre Lucia, affonda le radici nella terra. Penso anche ai
sogni e alla follia, al fatto che a volte ho avuto delle visioni.
Dicono che la follia e i sogni dei romagnoli che vivono tra Imola,
Lugo e Fusignano siano dovuti alla presenza di due strutture: il
manicomio centrale e il manicomio dell'Osservanza, costruiti a
Imola tra fine Ottocento e inizio Novecento. Avevano dimensioni
tali che erano considerati città dentro la città.
Ho sempre pensato che per avere successo nella vita, in ogni
campo, sia importante una piccola percentuale di sogni e di
talento, una parte di follia, ma che più del 90 per cento del
successo e della realizzazione sia dovuto allo studio, al lavoro,
alla pianificazione e al rinnovamento continuo. Ed è quello che
ho perseguito per una vita intera.

Un tempo Fusignano era un paese agricolo che viveva sempre


di notte. D'inverno i contadini non avevano niente da fare e
rimanevano svegli fino all'alba a chiacchierare; d'estate stavano in
piazza a prendere il fresco, poi la mattina, verso le cinque,
tornavano a casa, facevano una doccia e andavano a lavorare nei
campi. Si viveva di notte, tra il canto dei grilli, l'odore della
polvere e del fieno tagliato. Tutto questo durò fino al dopoguerra
e al boom economico, quando la costa si è trasformata in quello
che ancora oggi è il mito della riviera, delle vacanze, dell'amore
libero e dell'estate vissuta nella spensieratezza tra amici e incontri
con le ragazze straniere.
Rimini, Riccione, ma soprattutto Milano Marittima, erano per
noi giovani il divertimento. L'incontro con le ragazze tedesche e
svedesi era un aprirsi al mondo, alle lingue straniere, ad altre
culture. A meno di un'ora di strada, si passava da un piccolo

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paese di campagna a un mondo completamente diverso, fatto di
mare, bikini e luci al neon, di gioia di vivere e avventure. Poi,
verso le tre o le quattro del mattino, ci si dava appuntamento in
piazza a Fusignano e ci raccontavamo le imprese della sera
precedente.
Ricordo una notte in particolare. Era forse il 1991 o il 1992.
Tornavo verso Fusignano con il mio amico Italo Graziani, detto
«il prof», dopo aver ritirato un premio. A mezzanotte, in piazza,
incontrammo un amico di Italo, appena tornato in Italia dagli
Stati Uniti, dove abitava da anni perché aveva sposato una
hostess americana. Ci scambiammo grandi baci e abbracci e poco
alla volta l'americano ci chiese dei suoi amici di gioventù, come
stavano, cosa facevano.
«Se aspetti, tra poco vengono» gli rispondemmo.
Dopo un po' cominciarono tutti ad arrivare alla spicciolata
dalla riviera, e fu una gran festa. Tra gli amici di una volta ne
mancava solo uno, e l'americano chiese proprio di lui.
«S'è innamorato di un viado!» gli rispose uno della
compagnia.
«Il mio amico si è innamorato di un viado?» si stupì l'altro.
«Ma tu dove vivi, in Patagonia o a San Francisco? Non sai
che nel Duemila e nel nuovo secolo l'amore sarà con i viados?»
L'americano era sempre più spaesato. Non capiva cosa fosse
successo in tutti quegli anni. E così uno della compagnia
cominciò a raccontare.
«L'altra sera ero a Rimini, al Paradiso. Una brutta serata. Non
c'era nessuno, solo qualche giovane, quando all'improvviso entra
una ragazza, bellissima, meravigliosa, che con la sua presenza
illumina il buio e i tavolini vuoti. Allora la invito al mio tavolo.
Cominciamo a ridere, a scherzare, beviamo champagne e ridiamo

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come matti. Alla fine della serata usciamo in macchina, ci
appartiamo e lei comincia a riempirmi di baci, dolci, sul collo,
sulle mani, fino a quando mi apre la patta e mi bacia proprio lì.
Allora, preso dalla foga e dall'entusiasmo, cosa faccio? Allungo
una mano e cerco le mutandine sotto la minigonna, quando, dopo
un attimo, mi fermo. Trovo la sorpresa!»
«E tu cosa hai fatto?»
«Lei era così brava che a un certo punto ho detto: "Poi
quando hai finito, io e te facciamo i conti!".»
Scoppiammo tutti a ridere, ma non finì qui. Vicino alla piazza
alcune donne stavano uscendo da una riunione di commercianti.
Una di queste, formosa e piacente, una di quelle che per tutta la
vita non hanno mai detto di no a un uomo, aveva sentito tutta la
storia. Allora si avvicina a noi e con un sorriso malizioso
commenta in dialetto: «Par nu dòn, a truvar n'uzél, l'è semper più
difìzil». Cioè: per noi donne, trovarne «uno» è sempre più
difficile.
Credo che questa storia sarebbe piaciuta a Federico Fellini.
Avrei voluto raccontargliela, ma, con mio grande rammarico, non
sono mai riuscito a incontrarlo.

Fusignano, come tutti i paesi, era un luogo di personaggi. Ce


n'era uno straordinario, un certo professor Ido Silvagni,
conosciutissimo ben oltre i confini del paese come astrologo,
cartomante, spiritista e occultista.
Aveva cominciato la sua carriera sul lungomare come
illusionista intorno alla metà degli anni Cinquanta. A Marina di
Ravenna era famoso per farsi nascondere in una buca di sabbia e
andare in catalessi. Tre o quattro ore dopo, prima che la marea
ricoprisse il bagnasciuga, lo «resuscitavano». La sua spalla nei

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numeri di prestigio era un noto giocatore di carte che una volta,
preso dalla foga del gioco, si dimenticò del professore. Poi
all'improvviso si ricordò, scappò fuori dalla bisca e cominciò a
correre urlando: «A gò al profesòr a mol!», perché la marea stava
già ricoprendo il bagnasciuga.
Il professor Silvagni calcolava il tema natale con l'ora, il
giorno e l'anno della nascita, e già sapeva a grandi linee quale
sarebbe stato il tuo destino. Gli episodi e le storie su questo
personaggio gigante, un omone che sapeva indagare le stelle,
sono tanti. Una volta, quando allenavo il Bellaria, mi predisse
che ci saremmo salvati. Io non sono superstizioso, ma il professor
Silvagni aveva sempre una verità che poteva servire. Da allora
farmi fare il profilo astrologico dei giocatori è diventato una
regola. E lui lo faceva con grande precisione e acutezza. Una
volta previde che Van Basten avrebbe sempre avuto infortuni:
purtroppo interruppe la carriera a soli ventotto anni. Un giorno
confessò a Gianni Mura, in un suo famoso pezzo sulle mie
origini, che «Sacchi ha caratteristiche astrologiche hitleriane, è
un Ariete con Marte in congiunzione, ma non farà una brutta
fine. Come Hitler, si è fatto da sé e ha un gran potere di
suggestione. Ma non resterà a lungo nel calcio e si darà al
commercio!». Un profilo hitleriano: mi fa ridere ancora oggi.

Dopo i miei genitori, l'uomo che ha segnato di più il mio


destino è stato Alfredo Belletti, detto Pulsèina, il bibliotecario
del paese. Un vero e proprio personaggio anche lui. Ex
partigiano, non aveva mai discusso la tesi di laurea in
giurisprudenza, quindi non era laureato, ma era un pozzo di
scienza e aveva una memoria formidabile. Per venticinque anni è
stato direttore e organizzatore dei convegni dedicati ad Arcangelo

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Corelli, il più importante compositore barocco, portando a
Fusignano, sua patria natale, direttori d'orchestra del calibro di
Claudio Abbado, Riccardo Muti e Sergiu Celibidache. Saggista e
scrittore prolifico, Belletti diceva sempre, con ironia dissacrante,
che Fusignano aveva dato i natali ad Arcangelo Corelli, al padre
della cantante Lara Saint Paul e alla giornalista Lea Melandri, e
che era apparso sulle carte geografiche grazie a me, come capitò
allo Stato dell'Uruguay per aver organizzato il primo campionato
del mondo di calcio. Quando morì, nel 2004, «Il Resto del
Carlino» lo ricordò con un lungo articolo.
Lo si incontrava spesso al bar dei repubblicani, uno dei
luoghi di ritrovo di Fusignano, talvolta anche alticcio perché gli
piaceva bere. Grande appassionato di calcio, era un personaggio
eccentrico, disponibile, grande affabulatore, amato da tutti,
un'enciclopedia vivente. Per noi giovani è stato una specie di
università. Mi diceva cosa leggere, mi consigliava autori e
romanzi. Mi ha fatto conoscere Pavese e i grandi scrittori italiani
e stranieri. Con lui ho imparato a fare tesoro di certe massime che
mi hanno aiutato a orientarmi nella vita e nel lavoro.
Era dirigente del settore giovanile del Baracca Lugo, dove ho
cominciato a tirare i primi calci mentre frequentavo la ragioneria.
Aveva sposato una maestra delle elementari, una persona
completamente diversa da lui, elegante, che camminava in centro
in pelliccia, che gli rinfacciava sempre il fatto di vivere tutto,
calcio e cultura, senza mai percepire una lira. Perché lui era così,
faceva tutto per passione.
Belletti ci accompagnava nelle trasferte. Eravamo ragazzi di
quattordici e quindici anni. Per andare a giocare ci caricava tutti e
undici, e spesso anche di più, in una macchina, una 1400
multipla dove stavamo uno sopra l'altro. Una volta, proprio il

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giorno di una partita, doveva accompagnare la moglie in stazione
perché insegnava nel bergamasco. Lei si sedette davanti, e non
voleva nessun ragazzino al suo fianco. Noi finimmo tutti stretti
dietro, pigiati come sardine. Ad Alfredo, che aveva discusso
animatamente con la moglie per aver mandato tutti noi dietro,
fumava il cervello, ma stette zitto. Quando arrivammo davanti alla
stazione finalmente esclamò: «Anche gli zulu sanno che cosa sia
l'ospitalità, e adesso scarichiamo la zavorra!». E fece scendere la
moglie.
Noi ridevamo come matti per le loro continue litigate,
In una delle notti passate in piazza o davanti al circolo dei
repubblicani, Alfredo Belletti fu protagonista di un episodio
molto particolare. Appena tornato a casa dal viaggio di nozze,
uno della compagnia lo pungolò: «Allora, avvocato, com'è
andata?». Nel silenzio irreale del paese, le vicende erotiche di
Belletti vagarono anche a due o trecento metri di distanza; il
circolo dei repubblicani non era molto distante da casa sua.
Quando, verso le cinque di mattina, tornò a casa, trovò la porta
chiusa.
«Aprimi!» urlò alla moglie, picchiando con i pugni.
«Per questa volta ti apro, ma la prossima...!»
«La prossima butto giù la porta!» rispose lui urlando, facendo
così sentire agli amici quello che stava accadendo.
Quando il giorno dopo lo rividero, questi gli chiesero un po'
malignamente cos'era successo, e lui rispose molto serio: «La
sintù tot!». Ha sentito tutto.
Negli ultimi mesi di vita, Belletti venne ricoverato all'ospedale.
«Alfredo, come si sente?» gli chiesi.
«Bene, sono sereno perché ho chiesto al cielo che fossero
esauditi tre desideri. Il primo è stato quello di morire prima di

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mio figlio, e in questo sono stato esaudito. Il secondo è di morire
senza soffrire, e spero di continuare così» disse, anche se negli
ultimi tempi la sua malattia si era aggravata, «e per ultimo di
finire la storia di Fusignano.»
«E quanto le manca?»
«Tre pagine!»
Ma non riuscì mai a vedere il libro stampato.
Negli ultimi due o tre mesi i nostri amici comuni andavano da
lui in ospedale a giocare a carte, a Beccaccino, un gioco simile al
Tressette, conosciuto anche come Maraffa, molto diffuso in
Romagna. L'ultima volta, al momento dei saluti, gli promisero di
ritornare quindici giorni dopo.
«Fra quindici giorni giocherete con il morto!» rispose lui
perentorio. E fu così.
Aveva sempre la battuta pronta, con l'ironia romagnola che
sgretola il tragico, che dà leggerezza al vivere, scioglie il dolore e
fa sopportare la malattia.
Una sera gli infermieri si fermarono a parlare tra di loro
vicino al suo letto, e lui ascoltò le loro parole. «Non passa la
notte» dissero.
«Fatemi pure coraggio!» rispose.
A lui devo tutto. È stato lui a iniziarmi al mestiere di
allenatore. Mi ha insegnato il calcio e a capire le ragioni dei padri
fondatori di questo gioco.
Quando nel 1989 disputai con il Milan la prima finale di
Coppa dei Campioni contro la Steaua Bucarest al Camp Nou di
Barcellona, da Fusignano partì un pulmino da dieci posti. A
bordo c'era anche Belletti. Non aveva la valigia ma una borsina di
plastica della Coop, con dentro un ricambio di mutande, lo
spazzolino e il dentifricio. Il pulmino arrivò tardi, la città era

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piena di tifosi e non c'era posto in nessun albergo economico.
Che fare? Gli amici di Fusignano trovarono posto solo al Grand
Hotel Princesa Sofia, dove per una notte si pagavano almeno
settecentomila lire, quasi uno stipendio di un operaio di allora.
Un hotel grattacielo a cinque stelle, con tanto di palme all'entrata
e una reception mozzafiato, con un lampadario enorme di vetro
luccicante. Tutti gli altri avevano già portato i bagagli in camera e
aspettavano nella hall Alfredo, che però non arrivava. Volevano
andare a vedere le Ramblas piene di tifosi rossoneri e partecipare
alla festa. Allora lo chiamarono in camera. «Dai, Alfredo, sbrigati
che andiamo!» lo incitarono.
Lui rispose: «Guardate, con quello che costa la camera, per
ammortizzare la spesa vado a letto subito, e non so neanche se
domani vengo alla partita!».
La morte dell'amico Alfredo ha lasciato un vuoto incolmabile
nei famigliari, negli amici, nella comunità fusignanese e
soprattutto in me. Aveva dedicato la maggior parte dell'esistenza a
studiare e ad arricchire tutta una cittadinanza grazie anche a
manifestazioni culturali. L'attaccamento alla «sua» terra gli aveva
impedito di emigrare in grandi città dove avrebbe potuto
esprimere i suoi numerosi talenti e ottenere maggiori
riconoscimenti.

A Fusignano si parlava e si discuteva continuamente di calcio.


Il calcio si viveva come gioco, come passione, come divertimento.
Ho cominciato da ragazzo come difensore nel Baracca Lugo e
nel Fusignano. Ho giocato un paio di partite. Ero destro, ma
giocavo terzino sinistro.
Avevo già diciotto o diciannove anni. Ero a una svolta, la
prima della mia vita. Conoscevo i miei limiti di calciatore, non

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ero proprio bravo, ma me la cavavo. L'ultima partita la giocai
male. «Se non parto titolare smetto» dissi tra me e me.
L'allenatore era Gino Pivatelli, un importante calciatore che aveva
giocato nel Bologna e nel Napoli. Con il Bologna, nel 1953,
aveva vinto il titolo di capocannoniere della serie A con 29 gol su
trenta partite disputate, e fu l'unico italiano a vincere il titolo
negli anni Cinquanta, dominati da campioni stranieri. Con Nereo
Rocco aveva vinto uno scudetto con il Milan nel 1962, e l'anno
seguente la Coppa dei Campioni. Era stato anche uno dei
convocati ai Mondiali del 1954 in Svizzera. Un grande giocatore,
che continuava a vivere il calcio come allenatore nel Baracca
Lugo. Non mi convocò, e io smisi di giocare. Piansi per il
dispiacere. Era un segno del destino. Pivatelli mi diceva sempre:
«Quando hai la palla, passala a Pollini, il regista». A me non
piaceva quel modo di giocare, capivo già che il leader in una
squadra non è solo il regista. Ogni giocatore lo diventa quando ha
la palla, e tutti devono essere capaci di fare gioco.

In quel periodo accadde un fatto grave. Frequentavo la quinta


ragioneria, quando mio padre si ammalò. Il suo fegato funzionava
al 5 per cento. Fortuna volle che nell'appartamento di Milano
Marittima sopra il nostro abitasse un luminare della medicina, un
primario che operava all'ospedale di Bologna. Mio padre venne
ricoverato per sei mesi e dovetti sostituirlo in fabbrica.
La malattia di mio padre segnò il mio destino. Presi molto sul
serio il mio lavoro, impegnandomi diciotto ore al giorno. Non
avevo mai diretto una fabbrica, ma già allora ero un perfezionista,
e alle cose che facevo mi dedicavo sempre al massimo delle mie
capacità.

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Mentre lavoravo seguivo ancora il calcio, come tifoso. La
squadra del Fusignano, nella quale ero entrato come dirigente per
dare una mano alla società, cominciò a retrocedere. Alfredo
Belletti mi chiamò e m'invitò a tornare a giocare. «Dài, torna in
campo, dobbiamo salvarci! Manca un giocatore. Abbiamo
bisogno di te!»
Giocai le ultime partite e ci salvammo, ma cominciò a farmi
male la schiena. L'anno dopo il problema era rimasto. Addirittura
mi volevano operare di ernia alla colonna vertebrale. Cambiai
medico e smisi definitivamente di giocare. Belletti allora mi
disse: «Se non puoi giocare, fa' l'allenatore!». Così il mio destino
fece un'altra svolta, prendendo il binario giusto. Dopo un mese
parlavo già come un allenatore. Il Fusignano era una squadra di
ragazzini, ma presi subito sul serio il mio ruolo.
Un giorno incontrai Belletti. «Guarda che mi manca il libero»
gli dissi. «Non abbiamo un giocatore che possa ricoprire questo
ruolo.»
«E che numero ha il libero?» mi chiese.
«Il sei.»
«Aspettami qui!»
Belletti entrò nello spogliatoio, prese la maglietta col numero
6 e me la mise in mano dicendo: «Adesso, se sei un bravo
allenatore, il libero lo costruisci!».
Questa è stata una delle prime grandi lezioni sul calcio che mi
ha dato Alfredo. In un attimo mi fece capire che non c'erano soldi
da spendere e anche la vera funzione dell'allenatore, che non è
solo organizzare la squadra e disporre i giocatori in campo, ma
significa soprattutto creare il gioco valorizzando le attitudini
individuali dei singoli. Quando frequentai il corso a Coverciano,
che allora durava un intero anno scolastico, mi resi conto

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dell'importanza dell'insegnamento di Belletti, dei suoi consigli,
delle sue letture. Grazie a lui, a Coverciano mi ritrovai con una
preparazione umana e calcistica di primo livello.
Quando allenavo il Fusignano, avevo già chiaro quello che
volevo ottenere dalla squadra: il dominio del gioco finalizzato
alla vittoria. Padroni del campo e del pallone per essere
protagonisti. Il primo anno vincemmo il campionato di seconda
categoria. Avevamo sette punti di vantaggio sulla seconda,
mancavano poche giornate, e cominciammo a pareggiare. Non
riuscivamo più a vincere. A due partite dalla fine, con due soli
punti di vantaggio, giocammo in casa della seconda in classifica.
Avevo tre o quattro infortunati e così, per forza, dovetti
rimettermi in squadra.
È stato un bivio importante per la mia vita. Entrai negli
spogliatoi e dissi ai ragazzi: «Se perdiamo, penso che per me si
chiuderanno due carriere: quella di calciatore ma soprattutto
quella di allenatore».
Fu una partita stranissima, una di quelle che segnano la storia
non solo di una squadra ma anche degli uomini che ci giocano. Il
mio posto, come allenatore, lo prese Italo Graziani, «il prof»,
preparatore atletico del Fusignano. L'amico di una vita, che ha
seguito passo passo tutta la mia carriera, diventando un punto di
riferimento non solo tecnico ma anche affettivo. Con lui ho
condiviso molte avventure, non solo agli inizi della mia carriera,
ma anche in Spagna, quando andai ad allenare l'Atlético Madrid,
fino al lavoro con le nazionali giovanili negli ultimi anni.
Quando entrai in campo, lui cominciò a camminare avanti e
indietro davanti alla panchina. Il suo entusiasmo e la sua foga
erano tali che verso la fine cominciò ad urlare: «Dài che ce la
facciamo, dài che vinciamo!». Il centravanti avversario era un mio

20
amico che aveva giocato con me nel Baracca Lugo, e visto che
vincevamo quattro a zero, con il braccio teso come per mandarmi
a quel paese si rivolse a me urlando: «Ma per fortuna!».

Cominciavo a capire che mi piaceva allenare i ragazzi. Mi


sentivo realizzato nell'insegnare loro a giocare, a essere leali, a
diventare uomini attraverso il calcio. E andavo maturando l'idea
che l'estetica, la bellezza del gioco fossero tutto, anche sul piano
etico: per me una vittoria senza merito non era una vittoria, e l'ho
provato molte volte nella mia carriera di allenatore.
Con la conquista del mio primo campionato cominciai a
capire la gioia che il calcio trasmette agli spettatori. Il calcio è
spettacolo, e quello che era successo nel piccolo campo di
Fusignano l'ho poi rivissuto nei grandi stadi internazionali. Le
emozioni sono sempre le stesse.
A vedere le partite sulle tribune di quel campo di provincia
c'erano sempre più persone, settimana dopo settimana. Con il
Fusignano eravamo partiti con una quarantina di spettatori. Alla
fine, quando vincemmo il campionato, ci sosteneva una piccola
folla di oltre trecentocinquanta tifosi. Ero felice, mi sentivo
realizzato. Erano solo ragazzini, ma per me fu molto importante.
Alla fine dei festeggiamenti un uomo si avvicinò e mi disse:
«Be', non sarà poi una grande felicità vincere un campionato di
seconda categoria».
Non c'è felicità di seria A o di serie B. L'impegno che mettevo
nel Fusignano era lo stesso che avrei poi messo nel Cesena, nel
Rimini, nelle giovanili della Fiorentina, nel Parma, nel Milan,
nella Nazionale italiana, nell'Atlético Madrid e nel Real Madrid.
La felicità della vittoria o della sconfitta che avevo provato in
panchina durante tutto il campionato con il Fusignano sarebbero

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state le stesse emozioni che poi avrei condiviso con il pubblico e
con squadre ben più blasonate.
Si apriva per me, allora, un altro destino, parallelo a quello
della fabbrica. Avevo capito che la mia vita aveva un senso
quando riuscivo a trasmettere la passione per il calcio, che stava
diventando sempre più la cifra del mio destino.

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2. Da Fusignano a Cesena

La pazienza vale a volte più dell'intelligenza.


HERMANN HESSE

Un mio parente, direttore d'orchestra, una volta mi disse: «Un


allenatore vale l'altro, uno è uguale all'altro». Io ribattei che
questo valeva anche per i direttori d'orchestra. «Eh no!» mi
rispose stizzito e sdegnato. «È un'altra cosa! Abbado ha una
musicalità e una sensibilità diversa da Muti, e l'interpretazione
dello spartito dipende molto dal direttore e dall'orchestra che
dirige.»
In verità, fra musica e calcio non c'è alcuna differenza. Per me
il gioco, lo spartito da interpretare, è il vero protagonista in
campo. Puoi avere i migliori musicisti e solisti del mondo, ma
non sentirai alcuna melodia se non sono coordinati da un
direttore e da uno spartito comune. L'allenatore è insieme autore
e direttore d'orchestra, con la sua sensibilità, la sua idea di
musica, la sua interpretazione. Il suo concetto di tempo e di
ritmo. E quanto contano i tempi e il ritmo nel gioco del calcio!
Sul calcio ci sono ancora molti pregiudizi, difficili da
combattere. L'ignoranza è tanta, c'è parecchio lavoro da fare,
dentro e fuori l'ambiente. A tutti i livelli. Un contadino che aveva
un podere vicino a casa mia aveva la stessa idea del mio parente
direttore d'orchestra, ossia che gli allenatori sono tutti uguali:
«Valete il dieci per cento! I calciatori e il talento fanno la
squadra». Una volta gli risposi che anche i contadini non valgono
niente, perché tanto le piante crescono da sole. «Eh no!»
s'infervorò. «Non è vero, un buon contadino deve avere
conoscenza ed esperienza, deve amare il proprio lavoro e
23
conoscere la terra. Per avere un buon raccolto c'è bisogno di
dedizione e di cura per ogni singola pianta.»
Non è così anche per il calcio? Come la musica, o come
curare l'orto, è questione di sensibilità, lavoro, dedizione e
passione, con la capacità di capire anche come cambia il tempo,
cercando di opporsi alle avversità improvvise.

Il conte Alberto Rognoni è stato un uomo che ha creduto in


me e mi ha sempre sostenuto nella mia idea di calcio A Milano
Marittima abitavamo vicini, la sua casa distava qualche centinaio
di metri dalla mia. Nel 1940 aveva fondato il Cesena perché
voleva portare il grande calcio in Romagna. Per vent'anni, dal
1953 al 1973, era stato proprietario del «Guerin Sportivo», una
testata che ha fatto scuola, vera palestra di giornalismo. Uomo di
grande intelligenza e capacità, gestore delle attività commerciali
della Lega di Milano attraverso la Promocalcio, fu lui a inventare
lo sfruttamento dei diritti televisivi delle partite e così procurare
introiti alle sempre disastrate casse delle società di calcio.
Rognoni è famoso anche per aver dato vita, nel 1946, alla
Commissione di controllo (l'Ufficio indagini di oggi), dirigendola
con rigore e correttezza esemplari. Era un uomo molto spiritoso,
e la sua vita è ricca di aneddoti. Per scherzo, nel 1981, partecipò
a una trasmissione televisiva insieme a un giovanissimo Italo
Cucci, a Tele Romagna, in cui, parlando della nostra terra,
affermò che doveva diventare uno Stato indipendente, e che uno
dei suoi maggiori eroi era stato il brigante Stefano Pelloni, detto
il Passatore.
Un personaggio, il conte Rognoni. Una notte fece dimettere
sette arbitri contemporaneamente per un illecito sportivo.

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Avevo fatto amicizia con suo figlio Ettore, oggi direttore di
Sport Mediaset. Un giorno, dopo avermi sentito parlare con
passione di giocatori e di partite, Ettore mi domandò: «Ma perché
non fai l'allenatore?».
«Lo sto già facendo» gli risposi «da quattro anni; i primi tre,
dal 1973 al 1976, nei dilettanti del Fusignano, poi l'anno dopo mi
hanno chiamato nell'Alfonsine.»
Così gli raccontai brevemente la storia dei miei inizi.

Col Fusignano il primo anno vincemmo il campionato. Era


una squadra di ragazzini e dovevamo fare il salto di categoria, ma
molti dirigenti erano contrari. Il presidente, Ghinino Saviotti,
aveva una grande passione per il calcio, ma senza ritorno né
guadagno, anzi ci rimetteva sempre. Nessun calciatore veniva
pagato. Alfredo Belletti, che era un illuminato, s'impuntò
dicendo: «Ma scusate, se non paghiamo nessuno adesso,
continueremo a farlo anche nell'altra categoria. Non ci costa
niente. Facciamolo questo salto!».
Dalla seconda categoria passammo quindi alla prima.
Non prendemmo un giocatore importante, un certo Prunelli,
solo perché voleva sessantamila lire al mese. Prunelli andò a
finire al Sant'Alberto. Alla prima partita di campionato non ci
capita proprio il Sant'Alberto? Vincemmo due a zero. Un
dirigente commentò con un tifoso: «Dammi uno schiaffo per
farmi capire che non sto sognando!».
Aveva segnato Carles Balestra. Lui segnava sempre. Era un
terzino da 15 gol di media a campionato, ma giocava solo metà
delle partite perché era una testa calda e si faceva sempre
espellere. Un gran giocatore, molto tecnico, che sapeva calciare
bene di destro e di sinistro. Fu uno dei primi a mettere alla prova

25
la mia pazienza, poi non sopportai più le sue mattane. Gran
giocatore, certo, ma del tutto inaffidabile.
Una sera passai a prenderlo in automobile per andare
all'allenamento. Lo feci scendere e parcheggiai in penombra. Lui
ne approfittò e sparì, sgattaiolando nel buio. E sua moglie, una
volta in cui andai a cercarlo a casa, mi disse: «Se lo sapessi dov'è!
Sono tre giorni che non torna».
Carles Balestra è la conferma che il calcio prevede alcune
cose basilari: la serietà, l'amore, la passione per il proprio lavoro,
la professionalità. Non basta la tecnica.
Stavamo vincendo il campionato. Conoscendolo, gli dissi con
calma: «Mi raccomando, Carles, ho diversi giocatori malmessi,
molti sono infortunati, altri fuori forma, mi raccomando, sta'
tranquillo». Dopo dieci minuti dall'inizio della partita Fusignano-
San Biagio, dalla rete dietro la porta avversaria un tifoso gli urlò
cose irripetibili e cominciò a insultarlo, al che Balestra corse
dietro la porta, si arrampicò come un gatto sulla rete e diede un
pugno in faccia al tifoso. Espulso!

Dopo i tre anni con il Fusignano andai per un anno


all'Alfonsine, dove ho ricevuto il mio primo stipendio:
duecentocinquantamila lire al mese. Lavoravo di giorno e
allenavo la sera.
Alfonsine è una cittadina di quindicimila abitanti ad appena
una decina di chilometri da Fusignano. Il presidente della
squadra, Tiscio, era il fornaio del paese, il vicepresidente si
chiamava Franco Ortolani.
Lo stadio era chiamato il «Maracanà» per il tifo indiavolato.
La rete era molto vicina al campo da calcio senza erba, di sola
terra battuta. Sembrava di giocare in una buca.

26
Ad Alfonsine la passione per il calcio era straordinaria. Negli
ultimi tre anni la società aveva esonerato cinque allenatori di fila;
gli ultimi tre erano stati addirittura picchiati dal pubblico.
Un'arena pericolosa, e per me, che venivo da Fusignano, una
scommessa.
Le prime cinque partite le perdemmo tutte, ma nessuno mi
tirò sassi né mi esonerarono. Il comitato di fabbrica della Marini
di Alfonsine -- azienda ancora oggi di livello internazionale,
specializzata in conglomerati bituminosi per la costruzione di
strade -- mi scrisse una lettera in cui veniva suggerita la
formazione da far giocare la domenica successiva.

Agli inizi della carriera ho avuto altri due presidenti


importanti: Ferruccio Giovanardi e Alessandro Zamagni, che
dirigevano il Bellaria, a cui approdai nel 1977, dopo l'Alfonsine.
Andò così. Il pizzaiolo del locale in cui i due presidenti del
Bellaria andavano a mangiare era di Fusignano. Ogni volta che li
vedeva diceva loro: «Prendete Sacchi, è bravissimo!». Io però non
avevo il patentino per allenare i semiprofessionisti, allora la
società dovette prendere un prestanome, l'ex giocatore Matassoni,
e arruolarono me come preparatore atletico. Ben presto, però, a
bordo campo si accorsero tutti che urlavo come un disgraziato. Il
vero allenatore ero io.
Zamagni e Giovanardi investivano nel calcio e nei giovani,
rischiando talvolta anche la rovina come imprenditori, talmente
grande era la passione per questo sport. Straordinariamente
competenti e preparati, il periodo della loro dirigenza è stato uno
dei momenti di splendore del Bellaria.
Nella prima partita pareggiammo con il Fidenza. Per uno
scampolo di tempo in campo ci fu anche Gene Gnocchi, detto

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«Moviola» perché tecnicamente era bravo ma lento nei
movimenti. Tutte le mezze punte hanno sempre
controindicazioni...
I miei inizi sono sempre stati terribili: le cinque partite
successive le perdemmo tutte. Il martedì mi presentai da
Giovanardi e rassegnai le dimissioni.
«Perché? Sta lavorando benissimo! Continui così!» mi disse
lui, stupito.
Ero felice e sorpreso. Fu una grande manifestazione di stima
e di affetto che mi spinse a far meglio.
A fine campionato ci salvammo e la società fece grandi affari:
vendette Paganelli al Torino, Bonini al Forlì, Fabbri al Taranto in
B e Celli al Mantova, in C1.
«Guardi» mi disse un giorno Giovanardi, «le ho portato un
grande giocatore, l'ho visto giocare in parrocchia. Era indeciso se
fare il tennista o il calciatore. Adesso vuol fare il calciatore, l'ho
pagato una muta di maglie.»
Era Massimo Bonini, un diciottenne straordinario, nato San
Marino. Giocatore di carattere, era capace di spingere di metterci
l'anima in campo. Appena arrivato, lo feci giocare nella partitella
titolari contro riserve: nel primo tempo lo schierai tra le riserve,
nel secondo tra i titolari. Disputò una grande stagione. A fine
campionato fu preso dal Forlì, che lo fece esordire in serie C. In
seguito passò al Cesena, che nella stagione 1980-81 guadagnò la
promozione in serie A, anche grazie al notevole apporto di corsa
e forza fisica dato al centrocampo proprio da Bonini. La cosa non
sfuggì alla Juventus, che in quel periodo stava pianificando la
successione a Furino. Nell'estate del 1981 Bonini fu ingaggiato
dalla squadra torinese e fece una carriera fulminante, ricca di
soddisfazioni, giocando in copertura spesso dietro il grande

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Platini. Una carriera coronata da tre scudetti, una Coppa Italia,
una Coppa dei Campioni, una Coppa delle Coppe, una
Supercoppa Uefa e una Coppa Intercontinentale.
Dirigere il gioco e la squadra mi piaceva sempre di più. Mi
piaceva scegliere i giocatori, allenarli seriamente, scovare talenti,
creare strategie di gioco, provarle in campo, preparando gli
incontri insieme ai ragazzi, sognando un calcio diverso da quello
giocato fino ad allora in Italia. Un calcio nuovo, bello e
aggressivo, che puntasse sulla velocità, la squadra corta, con idee
innovative anche circa l'atteggiamento psicologico da tenere, da
parte dei giocatori, nei confronti degli avversari. Non dovevo
impormi con loro, dovevo convincerli se volevo ottenere certi
risultati. E ci voleva tempo. Molto tempo e pazienza. Il leader
vero è quello che convince, non quello che ordina.
Per più di dieci anni avevo lavorato sodo in fabbrica, dove
avevo imparato a progettare, a organizzare il mio lavoro e quello
degli altri, facendo bilanci preventivi guardando al futuro. Feci
tesoro di questa esperienza negli allenamenti e sul campo.
Tutti i giorni lavoravo dalle 8 alle 13, poi mangiavo qualcosa,
prendevo la macchina e alle 14.30 andavo ad allenare. Alle 18.30
tornavo a casa e stavo con la mia famiglia.
Nelle due fabbriche di scarpe di cui era socio mio padre
lavorava anche mio fratello Gilberto, che curava e gestiva il
settore commerciale. Una sera, tornando da una festa, a un
chilometro da casa, Gilberto sbagliò una semicurva e andò a
finire in un fosso, sbattendo contro un ponticello di cemento.
Morì così, ad appena ventisette anni, l'11 ottobre 1969. Una
tragedia. Con lui avevo appena aperto un'agenzia di vendita. Non
sapevo se chiuderla o meno. Un'amica, maggiore di me di una
decina d'anni, moglie di un industriale, mi suggerì di andare

29
avanti. Ma non mi piaceva fare il commerciale: sono sempre stato
uno stanziale, non ho mai amato viaggiare.
La morte di mio fratello - che giocava in una piccola squadra
a Savarna, dove ancora oggi si disputa un importante torneo in
sua memoria - fu un duro colpo per tutta la famiglia, una tragedia
che ha cambiato non solo il mio modo di vedere il mondo ma
anche il mio destino. La fabbrica era stata un'esperienza
importante, che avevo accettato in un momento di necessità,
facendone un modo per crescere, affermarmi e diventare uomo,
ma il calcio restava la passione vera. Non volevo e non potevo
vendere scarpe per sempre.
Arrivai a una scelta di vita, oltre che professionale, molto
sofferta. Prima avevo assunto su di me il destino di mio padre,
poi per anni avevo svolto il lavoro di mio fratello. Adesso dovevo
prendere in mano la mia vita.

Fu così che, a trentatré anni, decisi di diventare allenatore


professionista.
«Si vive una volta sola, quindi desidero fare quello che mi
diverte ed emoziona. Smetto di lavorare in fabbrica e vado a fare
l'allenatore» annunciai a mio padre e a mia moglie Giovanna.
Non si opposero al mio sogno e non mi crearono problemi.
Giovanna non ha mai provato sentimenti come l'invidia, l'avidità,
la voglia di apparire, il protagonismo. Anche in seguito, quando
rifiutai contratti assai ricchi, non mi spinse a continuare. A lei
devo molto proprio per la tranquillità che ha saputo trasmettermi
ogni giorno.
Se quella era la mia strada, dovevo seguirla. Molti mi
considerarono un pazzo: al Cesena guadagnavo in un anno quello
che nel mio lavoro guadagnavo in un mese. Passavo dall'impresa

30
di famiglia, da un posto sicuro, al mondo del calcio, un mondo
dove spesso non si rientrava nemmeno delle spese.

Rimaneva un problema. Avevo solo il patentino di allenatore


di terza categoria per dilettanti. Una volta i patentini
funzionavano così: terza categoria, dilettanti; seconda categoria,
semiprofessionisti; con quello di prima categoria potevi allenare
sia in B sia in A (quei patentini oggi corrispondono a quello di
allenatore di base, di seconda categoria e di master per serie A e
B).
Poiché non mi avevano selezionato per il patentino di
seconda categoria, mi sentivo affranto e mortificato. La strada che
volevo intraprendere non poteva nemmeno cominciare. Sarei
rimasto un allenatore di dilettanti, mi sarei divertito lo stesso, ma
la vita mi aveva dato un altro schiaffo.
Al conte Alberto Rognoni, presidente onorario del Cesena,
venne allora un'idea geniale. A Coverciano avevano organizzato
un supercorso riservato alle società professionistiche per creare
un responsabile del settore giovanile. Parlò con Dino Manuzzi,
presidente del Cesena: la società non mandava nessuno.
«Senza impegno, e il corso se lo paga lei.» Al telefono fu
perentorio, ma mi diede una nuova speranza. «Menotti» così mi
chiamava scherzosamente, come l'allenatore dell'Argentina
campione del mondo nel 1978, «Menotti, le passo Italo Allodi
per il corso di Coverciano.»
Il Bellaria voleva che continuassi con loro: «Le paghiamo noi
il corso di Coverciano, e il sabato e la domenica viene ad
allenare!». Dissi di no, che non era professionale. Così mi pagai
il patentino di tasca mia.
Ma non m'importava.

31
Volevo fare l'allenatore.

Italo Allodi si presentò così sulla mia strada. È stato un


grande dirigente sportivo, prima nell'Inter di Moratti padre e di
Herrera negli anni Sessanta, e poi nella Juventus negli anni
Settanta. Con la Nazionale nel 1982 vinse il campionato del
mondo, pur non andando d'accordo con Bearzot, con cui entrò
spesso in polemica. Alla fine degli anni Settanta arrivò a
Coverciano, dove rifondò dalle basi il sistema calcio grazie a
un'università dove si studiava da manager e da allenatore, per
formare così i quadri del calcio italiano del futuro. Quando venne
ingaggiato dal Napoli come dirigente, fu abile a portare nella
squadra Maradona.
Gli ultimi anni della sua vita furono molto amari. Si trovò
invischiato nello scandalo scommesse, accusato di aver
manipolato una partita con l'Udinese. La vicenda lo segnò
profondamente, portandogli via il sonno, la serenità e anche la
salute. Nel 1987 fu vittima di un ictus, di certo causato da quella
tremenda vicenda. Morì nel 1999, abbandonato da tutti, per uno
scompenso cardiocircolatorio. Era orgoglioso di avermi dato la
possibilità di esprimermi con il calcio, e io gli devo molto. «Sarà
il nuovo Herrera» aveva predetto per me. Siamo rimasti amici fino
agli ultimi giorni.
Allodi aveva capito con largo anticipo quanto fosse
importante la riforma che i francesi avevano fatto in quegli anni
nel mondo del calcio. Tutte le società professionistiche erano
obbligate a creare centri di formazione per giovani e giovanissimi,
dai quattordici ai diciotto anni, in cui si alternavano scuola e
calcio, studio e calcio. In una settimana i ragazzi francesi
lavoravano quanto noi in un mese. Inoltre erano stati aperti centri

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federali in cui i ragazzini più bravi dei club non professionistici
potevano studiare e allenarsi dal lunedì al venerdì e giocare nelle
loro squadre il fine settimana. Una vera rivoluzione, che dopo
qualche decennio hanno messo in atto anche altri Paesi, per
esempio la Germania e la Spagna, dove la linearità di gioco tra
giovanili e prima squadra, nei club, ha formato un'intera
generazione di campioni, sfociata poi in grandi successi a livello
europeo e nella vittoria del campionato del mondo e dell'europeo
da parte della Nazionale, grazie anche all'invenzione della tattica
del tiki-taka.
In un'Italia che ancora oggi fatica a uscire dalla logica dei
municipi e dei comuni, Allodi voleva plasmare una figura capace
di creare una linearità di gioco tra vivai e grandi squadre. Era
avanti trent'anni rispetto a un dirigente italiano medio, aveva idee
grandiose, guardava lontano, al futuro.
Nel 1978, quando seguii il supercorso, esistevano in Italia
solo pochi libri che parlavano e insegnavano il calcio. Uno era di
medicina sportiva, uno di preparazione fisica e un altro, più
tecnico, sulla storia e i moduli di gioco. Davvero pochi: in
Brasile o in Ungheria ce n'erano già centinaia, a dimostrare,
ancora una volta, l'arretratezza culturale del calcio in Italia.

Al supercorso di Coverciano, quell'anno, c'era con me Zdenek


Zeman. Ci tramandavamo per via orale, come i cantastorie, il
modo di lavorare, i consigli, le tattiche.
Al mio posto, al Bellaria, mandai Natale Bianchedi, che
sarebbe diventato uno dei miei uomini più importanti, uno dei
miei osservatori di fiducia fino al Parma, al Milan e in Nazionale.
Bianchedi mi parlava sempre di questo ragazzino del Bellaria,
Daniele Zoratto; lo andai a vedere e mi piacque subito. Allora il

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Cesena militava in serie A, e c'era un calciatore, Lucchi, che
aveva le stesse caratteristiche e giocava nello stesso ruolo. Mi
capitava spesso di fare confronti con Zoratto, che era un
ragazzino. Ma se Lucchi giocasse in questa categoria, farebbe la
differenza che fa Zoratto?, mi chiedevo.
Tornato dal corso di Coverciano, allenai dal 1979 al 1982 la
primavera del Cesena, società che ha sempre mostrato particolare
interesse per il settore giovanile. Una sera cenai con Gian Battista
Fabbri, un bravo ed esperto allenatore, Pierluigi Cera, un
giocatore che aveva militato in Nazionale dal 1969 al 1972,
Lucchi e Edmeo Lugaresi. Mi presentarono come allenatore della
primavera del Cesena e responsabile del settore giovanile.
La primavera era formata da ragazzi che vivevano insieme da
tre anni. Al Cesena volevo Zoratto. «Se viene da noi vinciamo il
campionato!» dissi. Il presidente del Bellaria non andava
d'accordo con quello del Cesena per questioni di campanilismo
calcistico.
«Quanto possiamo spendere?» chiesi.
«Non più di venti milioni» disse il presidente del Bellaria.
Il Cesena, allora una delle squadre più importanti della
Romagna, blasonata a livello nazionale, aveva avuto la possibilità
di selezionare i ragazzi sotto tutti gli aspetti: tecnico,
professionale, fisico e tattico. Dopo tre anni di lavoro, avevamo
raggiunto una sincronia molto buona. Era una squadra matura, si
muoveva a occhi chiusi: ogni giocatore sapeva come comportarsi
nelle diverse fasi di gioco. In questo contesto, esplosero anche
grosse individualità.
Nella squadra giocava un ragazzino che si presentava sempre
con un montgomerino consunto, vecchie scarpe da ginnastica
anche quando c'era la neve e non andavano di moda come oggi. Si

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chiamava Walter Bianchi. Un giorno gli chiesi: «Walter, cosa fa
tuo padre?».
«Sono orfano» mi rispose.
«E tua madre che lavoro fa?»
«La bidella per tre mesi all'anno, come precaria, e poi fa i
lavori in casa di altri!»
«Ma so che hai due fratelli! E con che soldi vivete?»
«Con i soldi che guadagna la mamma e quei pochi che prendo
io.»
Con gli altri giocatori avevamo una cassa comune: facemmo
una colletta e gli demmo parecchi soldi. Poi andai da Lugaresi,
che capì la situazione e gli aumentò lo stipendio.
Sua madre si spaventò. Gli avevamo dato i soldi dei premi.
Walter mi raccontò che l'aveva sgridato. «Ma cos'hai fatto, sei
andato a rubare?»
Bianchi mi ha seguito per tutta la carriera, al Parma e poi al
Milan, poi lo vendettero al Torino, e approdò quindi al Verona, al
Cosenza e ancora al Verona. Una bella carriera, poi proseguita da
allenatore. L'ho portato con me in Nazionale, negli ultimi anni,
come vice allenatore dell'Under-15. Un'amicizia durata una vita.
Nel Cesena erano tutti ragazzi molto bravi, seri, niente
gelosie, niente invidie o manie di protagonismo. Avevamo
seminato bene, e diventammo campioni d'Italia con la Primavera.
Sebastiano Rossi era il portiere. Costruì quasi tutta la sua
carriera al Milan, dove restò dodici anni. Augusto Gabriele ha poi
avuto una lunga carriera: l'ho portato con me nel Parma il primo
anno, poi ha giocato con la Reggiana, l'Ancona e il Teramo,
facendo presenza anche nell'Italia Under-21. E c'erano Bianchi,
Agostini e Zoratto. Un altro giocatore importante che alla fine
degli anni Settanta giocava nella Primavera del Cesena era

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Davide Ballardini, oggi un ottimo allenatore. Era un mediano, un
po' lento ma ordinato, ragazzo serio, professionista coscienzioso.
Nel 2001, quando ero direttore tecnico del Parma, lo volli come
responsabile del vivaio e della Primavera.

Quando cominciai nel Cesena, il presidente era Dino


Manuzzi, a cui oggi è intitolato lo stadio cittadino. Ogni fine
settimana mi chiedeva: «Cosa abbiamo fatto?». La prima volta gli
risposi: «Deve chiedermi come abbiamo giocato, così andremo
d'accordo».
Manuzzi era un piccolo duce, che aveva sempre dietro di sé
un codazzo di otto-dieci dirigenti. Era un uomo autoritario, molto
deciso. Aveva portato il Cesena in serie A dalla quarta serie. Una
mattina, scendendo dal letto, aveva appoggiato il piede su un
tappeto, era scivolato e aveva sbattuto la testa, così alternava
momenti di lucidità ad altri di annebbiamento.
Con il Cesena dovevamo giocare il torneo in memoria di mio
fratello, che già allora era un appuntamento di calcio molto
importante. Manuzzi ci teneva molto a quella partita. Arrivò
deciso e mi disse: «Voglio parlare alla squadra!»
«Se aspetta un minuto...»
Non ne volle sapere. Entrò difilato nello spogliatoio.
C'erano giocatori che richiamai dal campo dove già si stavano
riscaldando, alcuni erano mezzi svestiti, altri completamente
nudi. Uno di questi era Sebastiano Rossi. Manuzzi fece un
discorso molto serio. Ci teneva che la squadra facesse una bella
figura contro la Juventus.
«Noi siamo una piccola società, con un grande orgoglio, e voi
dovete far vedere ai padroni del calcio che noi esistiamo, e
possiamo tener testa a questi giocatori. Vi chiedo come

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presidente il massimo impegno. Siete ragazzi di valore e di
grande professionalità.»
All'improvviso si voltò e ammutolì. Di fianco a lui c'era
Sebastiano Rossi, alto un metro e novantasette, un ragazzone ben
piantato, completamente nudo. Manuzzi forse non arrivava al
metro e sessanta. Quando lo notò, nel bel mezzo del discorso
esclamò: «Ostia, che uzèl!», ostia, che «affare»!
L'allenatore della prima squadra era Osvaldo Bagnoli, un
uomo fantastico, ricco di sensibilità e umanità, schivo, quasi
intimidito dal mondo, di cui ammiravo la competenza calcistica.
Era un amico, umile verso la vita e il lavoro, segnato per sempre
da una disgrazia in famiglia, desideroso d'imparare qualcosa di
nuovo. Mentre noi facevamo gli esercizi con il pallone, pressing,
possessi palla, lui stava a bordo campo a guardare attento. Un
giorno si avvicina e mi chiese se gli potevo dare i miei foglietti
con le esercitazioni, e io gli diedi tutti quelli che avevo. Mi
confessò in seguito che non poteva metterle in pratica perché si
accavallavano al lavoro del preparatore atletico.
Passai al Cesena tre anni, dal 1979 al 1982. Alcuni dirigenti,
durante il campionato 1981-82, erano propensi ad affidarmi la
panchina della squadra maggiore, che militava in A sotto la
direzione di Gian Battista Fabbri, che aveva sostituto Bagnoli.
Allenatore di qualità, Fabbri aveva un'idea di calcio innovativa
ma non la competenza didattica necessaria a trasmetterla ai
giocatori. Privilegiava i piedi buoni e gestire le situazioni partita
dopo partita. Nella seconda metà del campionato fu messo in
discussione perché la squadra non navigava in buone acque.
Spesso la prima squadra e la primavera del Cesena si
allenavano insieme. Nella dirigenza si erano formati due gruppi:
chi voleva che io andassi ad allenare in prima squadra e chi no. Il

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figlio di Manuzzi era favorevole, mentre il presidente, Edmeo
Lugaresi, era contrario. «L'allenatore non è un mago» sosteneva, e
aveva ragione: con le giovanili del Cesena io avevo fatto tutto il
contrario di quello che i giocatori della prima squadra avevano
fatto nella loro carriera.
Non avevo alcuna credibilità, ero semisconosciuto come
giocatore, e come allenatore avevo al massimo un'esperienza nella
quarta serie. Avrei proposto cose che avrebbero potuto mettere in
difficoltà i giocatori. Così scelsero un altro. Fu la mia salvezza,
frutto anche della lungimiranza di Lugaresi.
Sul momento ci rimasi male. Lugaresi aveva portato sulla
panchina un amico di serie A: Renato Lucchi, di Cesena, un
giocatore che aveva militato fin dagli anni Quaranta nel Forlì e
nel Cesena e che aveva una lunga esperienza di allenatore su
panchine come il Rimini, il Potenza, il Pisa, il Verona, il
Mantova. Serviva uno come lui per prendere in mano la squadra e
salvarla. Fabbri venne esonerato a quattordici partite dalla fine.
Lucchi era un uomo all'antica, con una concezione del gioco
impostata così: dieci indietro e uno avanti, che poteva far gol solo
per un guizzo e un'iniziativa isolata in contropiede. E urlava,
urlava come un pazzo ai giocatori: «Avanti, andate avanti» e con
la mano faceva segno di tornare indietro. Tutto il contrario di
quello che pensavo io del calcio.

In questi anni cominciai ad avvertire anche i primi segni della


tensione e dello stress. Per un certo periodo soffrii anche di
labirintite. Mi piaceva allenare, ero concentrato sul lavoro,
cercavo di dare molta della mia energia ai giocatori. Ma tutto
questo aveva un prezzo.

38
Nel 1981-82 vincemmo il nostro girone e andammo in
semifinale battendo l'Inter; la finale dovevamo giocarcela con
l'Avellino, dove andammo per la partita di andata. A novembre in
Campania c'era stato un tremendo terremoto che aveva sconvolto
tutta la regione, con quasi tremila morti. La nostra squadra
alloggiava in un albergo che ospitava una donna che, per la paura,
non riusciva più a dormire a casa sua. La notte prima della partita
ero molto agitato e non riuscivo a prendere sonno. Mi rigiravo nel
letto pensando ai giocatori, alla finale. Ero continuamente in
dormiveglia, e i sogni si mescolavano alle azioni dei ragazzi.
Come capita spesso in queste situazioni, devo aver fatto un sogno
che mi portò a urlare, come facevo spesso da bambino. Mi
ritrovai seduto sul letto, nel buio della stanza, il cuore a mille. La
signora che dormiva nello stesso albergo sentì l'urlo e, per la
paura, scappò nuda in strada temendo il terremoto.
Qualcuno poi si lamentò credendo che avessimo fatto uno
scherzo, in verità ero io che già cominciavo a manifestare forti
segni di disagio. E non ebbi il coraggio di confessare che le urla
di quella notte nascevano dalla parte più oscura e profonda della
mia anima.

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3. Il primo anno al Rimini

Bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza.


CHE GUEVARA

Mi contattò il Rimini, che quell'anno giocava in serie B con


l'obiettivo della salvezza. Ero pieno di energie, avevo voglia di
fare. Ero solo all'inizio della mia carriera. Lo stress non mi faceva
paura: erano solo sintomi e poco più. Le insonnie, la stanchezza,
il dolore fisico erano una benzina continua che mi aiutava a
risolvere i problemi della squadra. A Rimini cominciai a soffrire
anche di gastrite. Non riuscivo più a mangiare per il mal di
stomaco. Era un disagio fortissimo, con dolori lancinanti che
m'impedivano di lavorare come volevo. Perché ero sempre pronto
a fare meglio, a dare ma anche a pretendere tutto dai miei
giocatori.
Cominciavo ad avere esperienza di panchine anche
importanti, avevo studiato, avevo fatto il supercorso di
Coverciano, avevo vinto il campionato italiano con la Primavera
del Cesena. Avevo voglia di esprimermi compiutamente, di creare
il «mio» calcio recuperando la tradizione e la storia di questo
sport straordinario. Ero attento alle novità, studiavo le grandi
squadre che, attraverso un bel gioco, avevano anche ottenuto
grandi risultati a livello internazionale. Squadre che avevano
divertito il pubblico, come la famosa Olanda degli anni Settanta
prima con Rinus Michels e poi con Stefan Kovács, tutti e due
grandi, che giocavano con quella formula che è passata alla storia
come «il calcio totale».
Cominciai a comprendere quello che avrei voluto realizzare
con il calcio. In quegli anni pubblicai un libro in collaborazione
40
con Alberto Polverosi, inviato del «Corriere dello Sport-Stadio»:
Ragazzino, vuoi diventare calciatore? per le edizioni della
«compagnia editoriale» diretta da Sergio Neri. Era un manuale in
cui cominciai a raccogliere le mie lezioni e le mie riflessioni,
dove chiarivo prima di tutto a me stesso alcuni concetti, dove
mettevo a punto la mia idea di calcio, la mia esperienza con i
giovani. Era un manuale per aiutare i ragazzi a diventare
calciatori ma soprattutto uomini responsabili nel proprio lavoro
attraverso il calcio.
Un giornalista come Giancarlo Padovan, nel suo W Sacchi M
Sacchi edito da Sperling & Kupfer, definisce quel manuale un
libro di svolta nella storia del calcio italiano moderno.
Prendevo e riordinavo i miei appunti partendo da un paio di
domande fondamentali, a cui molti, anche oggi, nell'ambiente,
non sanno rispondere: «Che cosa è il calcio?», «È uno sport?».
La risposta è semplice: il calcio è uno sport, di «attrazione,
divertimento, fantasia, gioco, salute, ricreazione», ricco di energie
positive quando non è inquinato da interessi assurdi, sia politici,
sia economici e personali. È uno sport di squadra, «un potente
elemento nella formazione sociale del giovane perché risponde a
diverse esigenze di vita, comporta il rispetto delle regole e del
gruppo». Invitavo i giovani dai dieci ai quattordici anni a giocare
e a divertirsi anche in attività che non fossero solo il calcio,
perché questo sport non diventi ossessione ma resti divertimento.
All'inizio del libro citavo una frase di uno storico olandese,
Huizinga, che in Homo ludens racconta come il calcio sia
diventato lo sport d'eccellenza e la prima fonte di divertiamo della
civiltà industriale e capitalista. Poi un pezzo di Roland Barthes,
che parlava dei rischi del calcio, della sua natura teatrale, del

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pericolo e delle derive del divismo, che avrebbero ammazzato il
gioco. Parole profetiche.
Parlavo dei ruoli: portiere, difensore, centrocampista e
attaccante. Prospettavo la creazione di un «giocatore universale»
capace di esprimere il calcio totale, che già era maturato in
Germania, Olanda, Brasile, Francia e Argentina. Un giocatore
non specializzato, capace di creare gioco nel momento in cui
aveva palla al piede e di muoversi in campo senza palla, facendo
ostruzione agli avversari oppure smarcandosi e creandosi
opportunità offensive, prevedendo alcune fasi di gioco e dove
sarebbe andato a finire il pallone mentre era in corso l'azione.
Uscivo dalle secche dei ruoli fissi per portare il gioco «a
zona», dove cambia non solo il modo di giocare ma anche i
riferimenti in fase difensiva e lo stare in campo. Il concetto è
semplice ma difficile da realizzare: si attacca tutti insieme, ci si
difende tutti insieme. «Il giocatore del futuro nascerà da un
continuo allenamento dell'intelletto» scrivevo, perché prima di
tutto il calcio si gioca con la testa e non con i piedi. Nessuno
affermava queste cose in Italia, allora. Si dice ancora: «Ha dei
piedi buoni», riferendosi alla tecnica, ma poi ci vuole intelligenza
per stare in campo.
Gli allenamenti, durante la settimana, non erano mirati solo
alla preparazione atletica o a calciare bene: dovevo allenare i
giocatori dal punto di vista intellettivo, forgiando non solo il
temperamento e il carattere, tirando fuori il loro agonismo, la loro
voglia di giocare bene e di vincere, ma anche la reattività, la
disponibilità al gioco di squadra, ai diversi schemi, prevedendo
varie alternative rispetto a un solo passaggio possibile, dove il
regista non è più il numero dieci ma chi ha la palla. Di
conseguenza insegnavo il possesso palla, volevo il pressing, le

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ripartenze. Volevo che la squadra si difendesse aggredendo, non
arretrando ma avanzando. Volevo che fosse padrona del gioco,
sempre, in casa e in trasferta, senza nessuna sudditanza
psicologica.
Avendo chiari i presupposti e partendo dalla storia dei padri
fondatori, stavo mettendo le basi per la mia rivoluzione, per
promuovere un'idea semplice e insieme complessa del modo di
giocare. Andavo contro una tradizione consolidata del nostro
calcio difensivistico, giocato con il famoso «catenaccio» e
l'offensiva in contropiede. La nostra tradizione ha creato le sue
fortune sulla difesa a oltranza, «primo non prenderle», poi sul
guizzo in avanti, sorprendendo la squadra avversaria che,
sbilanciata, faticava a rientrare e a coprire. Si colpiva di rimessa
con lanci lunghi e «pedalare», come si dice in gergo.
Il calcio, nato come sport offensivo e di squadra, ha perso le
sue caratteristiche originarie in una nazione come l'Italia, che non
ama la novità ma è legata alla tradizione, al passato, alla
nostalgia. Una società che non fa squadra, ma ha un carattere
storicamente individualista, dove il cittadino non ama lo Stato,
non ama la nazione, e vive ancora come se la propria città fosse il
centro del mondo. Un Paese che non promuove la ricerca e non
ama il futuro.
Culturalmente siamo ancora al tempo dei Comuni, ognuno
lavora per sé. Siamo comandati da un'oligarchia gerontocratica
difficile da rimuovere. Il calcio in Italia non è mai stato
considerato uno sport con regole ferree (vedi gli scandali continui
del calcio scommesse), e del merito ce ne freghiamo. Ai tifosi,
alla società, ai giocatori, interessa solo vincere. Per me, fin dagli
anni del Fusignano, non c'era vittoria senza merito.

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Il sano agonismo insegna che vinci se sei superiore sul piano
del gioco, della tattica e dell'agonismo, perdi se gli altri sono più
bravi di te. La cultura della sconfitta rientra in un contesto
sociale nel quale viene premiato il merito. Questi concetti in
Italia non esistevano, e ancora oggi faticano a entrare nella
mentalità comune. Purtroppo i cori da stadio sono: «Dovete
morire!».
Ho sempre amato citare una frase di Winston Churchill sugli
italiani, che fotografa chiaramente anche il valore che ha il calcio
nel nostro Paese. Gli italiani «perdono le guerre come se fossero
partite di calcio, e le partite di calcio come se fossero guerre». È
una frase che contiene una grande verità se pensiamo al tifo, a
tutto quello che circonda ancora oggi lo sport italiano.
La mia idea di calcio rivoluzionava anche i ruoli, come quello
del portiere, che non è fuori dal gioco ma è parte integrante della
difesa. Non deve saper solo parare, saltare, tuffarsi, deve essere
anche un giocatore, conoscere il gioco. Volevo un portiere
tecnicamente completo, con le caratteristiche di un difensore che
gioca fuori dalla porta. Il portiere non sta solo tra i pali, è l'ultimo
difensore della porta, capace di coordinare la difesa e di muoversi
in anticipo, intuendo le intenzioni dell'avversario. Da allora sono
passati oltre trent'anni: per me il miglior difensore del Mondiale
in Brasile è stato il portiere Neuer della Germania, che poi ha
vinto il torneo. Sarà un caso?
Nel libro elencavo inoltre le diverse qualità non solo fisiche
ma anche caratteriali che doveva avere un giocatore in ogni zona
del campo: tutto ciò poi si doveva tradurre in un allenamento
mirato a potenziare queste caratteristiche in ogni elemento,
modellando poi il gioco della squadra. Stavo costruendo piano
piano il mio calcio, ma con una solida base etica. Per esperienza i

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giocatori su cui contare non erano i migliori dal punto di vista
tecnico, ma quelli che eticamente e umanamente erano i più
affidabili. «Per accrescere le qualità globali, sarà importante che
negli allenamenti siano esaltati gli aspetti etici e intellettivi.
Serviranno per sopportare la fatica fisica e nervosa degli stessi
allenamenti e delle partite.»
Ecco il giocatore completo, ecco un'idea che partiva prima
dall'uomo, dalla sua affidabilità, poi dalla tecnica. Il talento
veniva per me all'ultimo posto, quando in Italia, invece, tutta la
squadra veniva impostata in campo pensando al singolo, alla
genialata e all'estro personale del campione, come se l'invenzione
di un singolo potesse fare la partita o portare a casa il risultato
positivo. Non è, e non sarà mai così nel calcio. I grandi risultati si
raggiungono quando gioca l'intera squadra, quando si crea
armonia tra i reparti e c'è uno spartito da seguire, che non vuol
dire tarpare le ali al talento ma offrire al campione la possibilità
di esprimere e ampliare le proprie qualità, come le variazioni sul
tema in ambito musicale. Quello che cercavo era un'armonia tra i
reparti, un collegamento continuo tra i calciatori, in modo che
ognuno avesse il suo ruolo in un gioco dove tutti fossero
protagonisti dell'azione con e senza pallone.
Nel manuale facevo anche una breve storia del calcio, con un
sunto sulle diverse scuole, da quella inglese e dal suo modulo
«WM» alla scuola danubiana di Vienna e all'Ungheria di Puskás.
Dalla semplice idea del mio calcio d'attacco, con la squadra
padrona del campo e del gioco, spinta sempre verso la vittoria, ne
conseguiva anche il nuovo ruolo che doveva avere l'allenatore, un
direttore d'orchestra capace di creare la musica e di farla eseguire.
Così leggevo la storia del calcio attraverso la scuola
sudamericana, passando dal dominio del calcio uruguaiano nei

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primi anni del Novecento alla squadra argentina, al Brasile di
Pelé tra la fine degli anni Cinquanta e gli anni Settanta.
Raccontavo l'importanza della scuola svizzera, della Francia e
della Spagna. Analizzavo la scuola tedesca e olandese, perché il
calcio, nella sua diffusione, ha subito profondamente le influenze
del temperamento, del carattere e del gioco di ogni Paese,
modificando modi e forme delle diverse scuole, come l'Ajax di
Kovács degli anni Settanta. Io mi ispiravo a quelle scuole,
consapevole della tradizione del catenaccio italiano. «L'Ajax
sovrano appartiene a Stefan Kovács, sostenitore del "calcio
totale": vi giocano Cruijff, Krol, Suurbier, Hulshoff.» Cruijff non
è l'uomo in più perché dotato di qualità tecniche superiori, come
Di Stefano o Puskás. È l'uomo in più perché il suo continuo
intervento nel gioco moltiplica le soluzioni. Il movimento dei
dieci calciatori viene elevato da Kovács all'altezza di
un'istituzione: i difensori giocano come autentici attaccanti.
Allargando l'arco e le risorse della prima linea, i centrocampisti
fanno di tutto e accorciano la squadra tenendo in gioco,
costantemente tutti i componenti; la tattica del fuorigioco riduce
l'estensione territoriale della squadra, permettendo ad ogni
giocatore di partecipare all'azione con o senza palla. Gli
attaccanti ripiegano a centrocampo per la costruzione del gioco o
per scatenarsi in potenti accelerazioni.
In questo modo rivoluzionavo il mio ruolo. Cambiavo
radicalmente lo statuto dell'allenatore, la sua leadership, il suo
modo di fare allenamento, con esercizi e pratiche sul campo
assolutamente innovative. Si trasformavano l'allenamento e le sue
finalità, non più solo mirate alla tenuta atletica dei giocatori, ma
capaci anche di allenare l'intelletto con esercizi di psicocinetica.
Creavo simulazioni di gioco che avremmo potuto incontrare

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durante la partita, giocando poi sul campo quasi a memoria, con
la squadra corta, ben organizzata e collocata per migliorare
connessione tecnica, fantasia e collaborazione, abituando il
calciatore a reggere dal punto di vista psicologico,
trasmettendogli una mentalità nuova, aggressiva. L'allenatore
doveva diventare un direttore d'orchestra capace di correggere gli
errori che il giocatore commetteva in allenamento, così da
migliorare la sua tecnica e le sue prestazioni in campo.
Non amavo i pigri, quelli che arrivavano all'ultimo minuto ed
erano i primi ad andare via. Avevo bisogno di uomini capaci di
dare tutto, anche in allenamento. Nel manuale inoltre davo
indicazioni etiche, di comportamento che il giocatore deve tenere
dentro e fuori il campo, attento a una giusta alimentazione,
lontano dagli stravizi e dalle lusinghe dei soldi facili e del
successo mediatico. Negli anni Ottanta stava cambiando la
società italiana, e cambiava anche il mondo dello spettacolo: i
calciatori stavano diventando dei sex symbol, protagonisti del
gossip e dei giornali scandalistici, ambiti come «mariti» per i
soldi e il successo dalle stelline non solo della televisione. Il
calcio per me è sempre stato un modo per rendere migliore un
uomo. La base etica del mio lavoro, il giocare con correttezza,
preparandosi al meglio con responsabilità, dedizione, passione e
amore, era la regola che precedeva tutto.
«Il Real Madrid è l'espressione più chiara del calcio passato,
l'Ajax del calcio futuro» scrivevo su quel manuale per ragazzi del
1982. Forse, più o meno inconsciamente, volevo e desideravo
scrivere anch'io la mia pagina nella storia di questo sport con il
calcio che sognavo e che s'ispirava a queste grandi squadre. Un
giorno avrei allenato anch'io una squadra così. Stavo mettendo le

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basi e le fondamenta per costruire la mia squadra ideale, il mio
modo nuovo di giocare al calcio. E continuavo a sognare.
Il mio non era un calcio di provincia, che nasceva e cresceva
in provincia: il mio calcio lo studiavo sulla grande tradizione di
quello mondiale e cercavo di modellare la squadra e il gioco in un
Paese conservatore, dove il gioco non aveva conosciuto né
sviluppi né novità.

A Rimini conobbi un presidente che si stava rovinando per il


calcio senza avere nessun ritorno, un imprenditore intelligente, il
cavalier Dino Cappelli. Era un uomo buono, generoso, che aveva
accumulato un mare di debiti e messo a rischio la sua industria,
tutto per amore del calcio. La sua era una passione autentica,
viveva la partita come nessun altro. Non andava in tribuna ma,
come un tifoso qualunque, stava aggrappato con le mani e
masticava con rabbia la rete di recinzione dietro la porta. Avevo
già il contratto per allenare il Rimini in serie B quando la
squadra, all'ultima di campionato, si ritrovò in serie C1. Un
dramma per la società e per la città intera.
Tra Cesena e Rimini c'era poi grande rivalità calcistica, di
antico stampo comunale, come tra Parma e Reggio Emilia, oppure
tra Ternana e Perugia. Il giornale «Stadio» elencava una sfilza di
ex giocatori e allenatori in predicato di allenare il Rimini. Quasi
tutti fuoriclasse. Erano nomi importanti grandi campioni diventati
allenatori di qualità, pronti a sedersi su quella prestigiosa
panchina perché il pubblico dei tifosi era deluso e aveva bisogno
di riscatto. C'era l'argentino Antonio Angelillo, una mezz'ala che
aveva portato il suo Paese alla vittoria in Copa América nel 1957,
poi era stato naturalizzato italiano con prestazioni importanti
nell'Inter, dove rimase quattro stagioni segnando ben 77 gol e

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vestendo anche la maglia della Nazionale italiana con Altafini e
Sivori, anche loro naturalizzati italiani. C'era Angelo
Domenghini, che era stato un attaccante campione europeo nel
1968 e vicecampione del mondo con la Nazionale in Messico nel
1970, e Lauro Toneatto, che come calciatore era diventato una
bandiera del Siena e aveva una lunga esperienza come allenatore.
L'elenco era ancora lungo.
Per ultimo c'ero io, Arrigo Sacchi, e tra parentesi c'era scritto:
«(per favore non facciamo certi nomi)». Questa fu l'accoglienza
sulla panchina del Rimini.
Il presidente Cappelli aveva capito che si era chiusa un'era.
Non c'era una lira in cassa.
«Cosa facciamo?» mi chiese tra la delusione e lo sconforto
alla fine di una stagione andata davvero male, con la beffa della
retrocessione all'ultima partita.
«Vendiamo tutto e prendiamo dei giovani, bravi, senza
spendere molto!» dissi. Questa era la filosofia che ispirava la mia
carriera di allenatore.
Le società per cui allenavo erano sempre senza un soldo,
scommettevano sui giovani per necessità. Pensai di portare con
me alcuni giocatori con cui avevo vinto il campionato italiano
della Primavera. Venne con noi Walter Bianchi, ma non
Sebastiano Rossi, perché in quel periodo non mi fidavo di lui. E
poi volevo con me Daniele Zoratto, che sarebbe diventato non
solo il perno centrale del mio gioco, ma anche l'allenatore in
campo, come amavo dire. Con lui avremmo avuto qualche
possibilità in più di fare un buon campionato.
«Dobbiamo salvarci!» mi disse il presidente.
«Tutto qui?» risposi.

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Anche quello della salvezza è sempre stato un obiettivo
anomalo per una società di calcio. Non è possibile che una
squadra vada in campo solo per salvarsi. «Ma che obiettivo è
salvarsi?» pensavo.
«Dobbiamo giocare per vincere il campionato!» risposi.
Cappelli mi guardò sorpreso. Non ero matto, concepivo il calcio
come uno sport creato per vincere e questo doveva essere
l'obiettivo, domenica dopo domenica, in qualunque serie si
giocasse.
L'allenatore Bruno Bolchi, che sedeva sulla panchina del
Cesena, e parte della dirigenza stravedevano per Zoratto, ma il
direttore tecnico Lucchi, che aveva l'appoggio del presidente, non
amava i giocatori di bassa statura. Allora io dicevo, per
convincerli a cederlo: «Nu ved cle piznìn», non vedi che è
piccolino. Ho insistito tanto che l'ultimo giorno di mercato, con il
presidente, ci siamo messi d'accordo e abbiamo comprato Zoratto.
In questo modo avevo costruito la squadra che volevo per il
campionato.
Del Rimini confermammo giocatori come il portiere Petrovic,
il giovane Gabriele Zamagna e Davide Zannoni, vent'anni, che poi
ho chiamato con me al Parma.
Acquistammo dalle giovanili dell'Avellino Fernando De
Napoli, appena diciottenne: con il Rimini iniziò la sua carriera,
approdando poi alla prima squadra dell'Avellino e
successivamente al Napoli e alla Nazionale maggiore, arrivando
terzo ai Mondiali del 1990.
Cominciò al Rimini anche Gianluca Gaudenzi, allora un
ragazzino: l'ho portato con me al Milan nel '90, dove sollevò la
Coppa Intercontinentale e la Supercoppa Uefa, e in seguito
divenne un valido allenatore. Prendemmo dall'Avellino anche il

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giovanissimo Marco Pecoraro Scanio, che poi fece una lunga
carriera nel Cagliari, Genoa, Salernitana, Ancona e Lecce.
Partimmo in precampionato con la Coppa Italia. Fummo
inseriti nell'ottavo girone con squadre blasonate molto forti: Bari,
Inter, Udinese, Lanerossi Vicenza e Foggia. La prima partita con
l'Inter, il 18 agosto, si giocava in una giornata di piena estate a
Rimini. La città era stracolma di turisti. L'attesa era quella delle
grandi occasioni. Lo stadio era strapieno. Dopo le delusioni
dell'anno precedente, nella tifoseria c'era voglia di vittoria e di
riscatto. I tifosi volevano salutare i nuovi campioni del mondo e
c'era nell'aria ancora la gioia e l'euforia delle piazze piene di
gente pazza di gioia che festeggiava buttandosi nelle fontane. I
tifosi e i turisti in vacanza a Rimini non potevano perdersi quel
primo appuntamento.
Nella sua rosa l'Inter aveva grandi campioni, sei dei quali
nella Nazionale italiana, che avevano sollevato la Coppa del
Mondo al Santiago Bernabéu: Ivano Bordon, Gabriele Oriali,
Giuseppe Bergomi, Fulvio Collovati, Giampiero Marini,
Alessandro (Spillo) Altobelli, e poi c'erano campioni come il
brasiliano Juary e Hansi Müller. In panchina, Rino Marchesi.
C'erano tutte le condizioni per una grande serata di calcio: da
una parte una squadra di campioni, dall'altra una di ragazzini
all'inizio della carriera. Fu proprio da quella partita che
cominciarono i primi dissapori tra i giocatori e la società, che non
voleva pagare i premi anche per le amichevoli e la Coppa Italia.
Per mediare e tenere tranquillo lo spogliatoio, e per dare la
carica ai giocatori, feci una proposta indecente al presidente: «Se
vinciamo ci dividiamo metà dell'incasso. Va bene?». Si
guardarono in faccia. La proposta piacque a tutti.

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Giocare contro alcuni campioni del mondo in uno stadio
strapieno, con la prospettiva di portarsi a casa metà dell'incasso,
non era da tutti i giorni. Scendemmo in campo con grande
concentrazione. All'80° eravamo ancora sullo zero a zero quando
l'arbitro fischiò un rigore a nostro favore. Mirko Fabbri sbagliò
completamente il tiro: sarà stata l'emozione. Credo abbia influito
anche tutta la dirigenza, che deve averci tirato addosso mille
anatemi per non darci metà incasso. Müller, su punizione, prima
della fine, lasciò partire un siluro rasoterra che ci castigò. «L'Inter
vince ma non convince» commentarono i giornalisti sportivi alla
televisione.
Il primo anno a Rimini fu molto duro e difficile. La città era
diventata la capitale del «divertimentificio», della voglia di vivere
e della festa dopo i tempi bui del terrorismo. Sulle colline tra
Rimini e Riccione avevano aperto le più grandi discoteche
d'Italia. Eravamo agli inizi degli anni Ottanta e la città di
Federico Fellini e di Sergio Zavoli sembrava coagulare attorno a
sé questa tensione che si viveva in tutto il Paese, come una
rinascita e una voglia di grande cambiamento.
Pier Vittorio Tondelli raccontò la vita notturna, gli incontri, la
voglia di musica e di cultura della città in un romanzo, Rimini,
che scalò le classifiche di vendita come emblema di svago e
spensieratezza, senza dimenticare la cultura secolare dalle radici
romane. Il divertimento non finiva mai. D'inverno le discoteche
erano aperte quasi tutte le sere e da aprile fino a ottobre le
spiagge si riempivano di ragazze mezze nude a prendere il sole.
Una tentazione continua per i calciatori, che proprio in quel
periodo stavano diventando delle star anche fuori dal campo,
mescolando continuamente vita pubblica e privata come mai era
successo prima.

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Cominciavano anche a circolare i primi grandi ingaggi a
livello internazionale. Maradona l'anno seguente sarebbe arrivato
al Napoli dal Barcellona per la cifra iperbolica, allora, di tredici
miliardi e mezzo di lire. Aveva ventitré anni ed era il giocatore
più pagato al mondo. L'Italia, dopo il Mondiale del 1982, voleva
rinascere anche come Paese, e trovava nel calcio un modo per
esprimere questo desiderio di rinnovamento. La serie A stava
mettendo le basi per diventare il più difficile campionato al
mondo.
La mia presentazione e quella della squadra del Rimani
avvenne non a caso al Bandiera Gialla, uno dei locali in voga
negli anni Ottanta. Dopo la nostra presentazione alla città e ai
giornalisti doveva cantare Vasco Rossi, che in quel periodo era
già molto conosciuto.
Era dunque difficile non sentire la presenza della città e di
tutta l'energia e l'elettricità che sapeva trasmettere. La squadra poi
era sempre al centro di attenzioni e polemiche. Io mi appellavo
alla serietà dei miei giocatori.
A Rimini abitavo nella zona mare, quella dei più patàca. La
città era come divisa in due. Per raggiungere la zona mare
bisognava attraversare un sottopassaggio, sopra il quale c'era
scritto: «Vi informiamo che state entrando nella zona dei più
patàca» e dall'altra parte, uscendo: «Vi informiamo e state
uscendo dalla zona dei più patàca!». Il patàca è un edonista che
non può spendere perché non ne ha, lo sborone invece è un
edonista che può e quindi sbraga sempre.
Uscendo dallo stadio per andare a casa mia dovevo percorrere con
la macchina il lungomare, fare una curva a gomito e poi infilare la
strada dove abitavo. Con i fari, in febbraio, era ancora buio,
illuminavo un po' di spiaggia. Lì, una sera, vidi Zoratto attaccato

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a una cabina; fra lui e la cabina c'era una ragazza più alta di lui.
Allora capii perché in quel periodo Zoratto soffriva di piccoli
stiramenti al polpaccio. Quando arrivò all'allenamento gli dissi:
«Senti, piuttosto che vederti contro una cabina e in quelle
condizioni, ti do le chiavi dell'appartamento». Così risolvemmo i
problemi ai polpacci di Zoratto.
Una sera, mentre tornavo a casa, mi trovai davanti in
macchina Marco Pecoraro Scanio (fratello di Alfonso Pecoraro
Scanio), poi diventato senatore, un bel ragazzo intelligente che
pensava che io non fossi sveglio. Cambiava spesso fidanzata, e
quando me le presentava diceva sempre: «Lei la conosce già la
mia fidanzata?». Una volta mi stancai di essere preso in giro e
risposi divertito: «Ma lei non era bionda?».
«Mai stata bionda» rispose la ragazza di fronte alla faccia, più
attonita che divertita, di Pecoraro.
Cosa fosse Rimini in quel periodo lo illustra bene De Napoli,
che veniva dalla Campania e, diciamolo, non era un adone. Un
giorno uscendo dallo spogliatoio lo vidi inseguito da una
ragazza: in quel momento capii che era finita.
Li portai in montagna in ritiro, ma forse sbagliai.
Fu un'annata molto dura e molto difficile, ma anche di grande
esperienza. Dopo la prima partita pareggiammo in casa e fummo
contestati. A Carrara, dove allenava Corrado Orrico che aveva
vinto il campionato l'anno prima, tolsi cinque o sei «anziani» e
misi tutti giovani in campo. Facevo molta fatica, da una parte gli
spalti, dall'altra la panchina che scottava, con i giocatori più
maturi che non capivano e faticavano ad attuare il gioco.
Arrivammo quinti. Chiudemmo il campionato con gli stessi
punti del Vicenza, ma davanti al Parma. Specialmente nell'ultimo
periodo perdemmo molte partite, vuoi la stanchezza, vuoi il

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caldo, ma certo era difficile tenere i giocatori al riparo dalle
«distrazioni».
Un bel campionato ai vertici, bel gioco, giovani bravi ma non
si vinceva. Del resto io giocavo per vincere e la società mi dava
giocatori con l'obiettivo della salvezza. Era difficile poter lavorare
in quel modo.
Con i giovani mi trovavo bene. Insegnavo un calcio diverso,
un modo di lavorare e di pensare il nostro sport fuori dagli
schemi tradizionali. Ai calciatori più vecchi era difficile far capire
il nuovo modo di giocare, il pressing continuo, il movimento
della squadra anche senza palla, avere undici giocatori con e
senza palla sempre in posizione attiva.
Un calciatore mi disse una volta: «Se mi muovo senza palla,
la tv non mi inquadra!».
Al che gli risposi: «Hai sbagliato mestiere, dovevi fare
l'attore!».
Alla fine dell'anno però i giocatori erano maturati sul piano
fisico, intellettuale e agonistico, per cui li vendettero tutti.
Dissi al presidente: «Mi raccomando, venda tutti meno
Zoratto, è lui che spinge e coordina la squadra in campo».
La sera prima della partita con il Trento, Cappelli m'invitò a
cena. Le condizioni della sua società erano talmente disastrate da
avere un debito spaventoso. Si parlava allora di un miliardo e
duecento milioni di lire. Rischiava di chiudere non solo la società
di calcio ma anche la sua azienda. Mi disse che aveva venduto
Zannoni al Cagliari in serie A, Pecoraro e Tinti alla Salernitana e
metà del cartellino di De Napoli per la cifra di
quattrocentocinquanta milioni all'Avellino. Aveva venduto
Gaudenzi e Bianchi al Brescia, e solo alla fine mi confessò che
aveva venduto anche Zoratto. Me lo disse solo dopo il dolce,

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prima del caffè. Aveva fatto cassa. Non solo aveva ripianato i
debiti, si era ritrovato anche un po' di soldi da spendere per la
nuova squadra.
Quella sera non avevo bisogno dell'amaro. Gli dissi allora che
non avrei continuato ad allenare il Rimini. Non c'erano più le
condizioni di fiducia tra il presidente e il suo allenatore. Finiva
così la mia esperienza, con qualche rammarico, certo solo di aver
disputato un buon campionato. Allenavo giovani che compravano
a poco e poi rivendevano per cifre superiori, facendo cassa,
perché nel frattempo gli allenamenti, il modo di giocare,
l'esperienza fatta sul campo e i risultati ottenuti portavano tutti a
fare un salto di qualità. Era un plusvalore che acquistavano con il
lavoro duro.
Mi ritrovai così senza una squadra da allenare, in un
momento difficile della mia carriera. Cominciavo a capire quanto
fosse complesso mettere d'accordo i sogni con la realtà, il
desiderio di vincere con le problematiche della società, del campo
e dello spogliatoio. Avevo la gioia di vedere dei ragazzi crescere,
diventare uomini attraverso il calcio. Valorizzavo talenti, aiutavo i
giovani a trovare la loro strada. Per me era molto importante,
anche se le vittorie in campionato e i grandi risultati non
arrivavano. Ma ero certo che il lavoro, l'applicazione e il
desiderio di far bene alla fine mi avrebbero premiato. Il
controvalore del mercato diceva molto del lavoro che si faceva
durante il campionato sul campo.
Italo Allodi mi chiamò a Firenze, dove lavorava come
direttore generale. Se avessi accettato la sua offerta avrei allenato
la Primavera e sarei stato il responsabile del settore giovanile
della Fiorentina, una squadra che militava in serie A.
Iniziò così la mia avventura lungo le rive dell'Arno.

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4. A Firenze con le giovanili

Anche gli artisti più affermati hanno bisogno


dell'aiuto degli altri per esprimersi compiutamente.
BERTOLT BRECHT

A Firenze lavorai come responsabile del settore giovanile


della Fiorentina.
La prima squadra, che disputò il campionato 1983-84, aveva
giocatori di grande qualità: la società aveva comprato Gabriele
Oriali, erano arrivati Pasquale Iachini e l'attaccante Paolo Pulici,
che aveva sostituito «Ciccio» Graziani. Inoltre aveva due
giocatori argentini straordinari, due veri campioni: Ricardo
Daniel Bertoni e soprattutto Daniel Passarella, che avevano vinto
il Mondiale in casa nel 1978. Era la Fiorentina di Giancarlo
Antognoni, del suo grande capitano che aveva vinto anche lui la
Coppa del Mondo in Spagna e avrebbe totalizzato 341 presenze
con la maglia viola dal 1972 al 1987. Un mito e un monumento
del calcio fiorentino. In squadra c'era anche il giovane Daniele
Massaro, che Bearzot aveva portato con sé in Spagna senza mai
farlo scendere in campo, ma che nel 1986 fu acquistato dal Milan
e che seguirà gran parte del mio destino di allenatore. La
Fiorentina aveva dunque grandi campioni e giovani già esperti. Il
mio compito era migliorare il settore giovanile, compresa la
Primavera, compito che affrontai con il consueto entusiasmo.
A Firenze avevo a che fare con i campioni che avevo visto alla
televisione e che avevo ammirato durante i Mondiali del 1978 e
del 1982.
Ogni tanto invitavo Daniel Passarella a parlare con i ragazzi.
Erano incontri importanti - oggi li chiameremmo stage - durante i
57
quali parlava del gioco a zona che aveva praticato con l'Argentina
di Menotti.
Si parlava di disposizione in campo, di manovre e di partite.
Soprattutto volevo che i ragazzi conoscessero le esperienze della
zona pressing argentina dalla voce del capitano. Passarella
affermava: «Sapendo giocare una zona pressing, per me è stato
più facile giocare da libero. Molto più difficile sarebbe stato il
contrario».
Era una situazione ideale per crescere, per fare esperienza ad
alto livello, con una prima squadra che alla fine arrivò terza in
campionato e giocando un bel calcio, tecnico e agonistico.
Mettevo in pratica quello che Italo Allodi sognava e voleva
per il calcio italiano: il coordinamento tra le giovanili, che
avrebbe creato poi una filiera capace di formare giocatori e nuove
leve. Allodi aveva capito prima di tutti cosa serviva al calcio
italiano per essere grande. Innanzitutto, una scuola di alta
formazione per i quadri dirigenziali (e quanto ce ne sarebbe
bisogno ora): il supercorso di Coverciano non doveva essere
semplicemente un corso per rilasciare un patentino dopo poche
settimane di frequenza, ma era stato concepito come una scuola
di alta formazione per pochi e selezionati talenti. In secondo
luogo, la selezione e la riorganizzazione del settore giovanile, in
modo da far crescere i giocatori e valorizzare i giovani.
A Firenze giocavano con le marcature e il libero arretrato.
Imposi la difesa a zona a tutte le giovanili della Fiorentina,
perché abitua a pensare e a sviluppare l'intelletto e una capacità
di giudizio rispetto alla marcatura a uomo, ed è indispensabile
per far giocare una squadra in perfetta sinergia.
La zona copre prevalentemente gli spazi (e quindi fa una
difesa passiva, ma si va anche a marcare, se è la scelta migliore).

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La zona pressing fa una difesa attiva: vuol dire che, anche quando
hanno la palla gli avversari, tu sei il dominus del gioco. Con
questa pressione li obblighi a giocare a velocità, a ritmi e
intensità tali per cui giocano male e come vuoi tu. Non era solo
una zona, ma molto di più.
Allora nella Fiorentina c'era Sergio Cervato, un difensore che
aveva giocato per anni in prima squadra, poi era passato alla
Juventus e alla Spal, proseguendo la sua carriera come allenatore.
A un difensore abituato a giocare con la marcatura a uomo
diventa molto difficile imporre, nella maturità, il calcio a zona
con pressing, specialmente se poi fa l'allenatore e insegna ai
giovani il gioco tradizionale praticato in carriera. Il mio e quello
di Cervato sono due modi di intendere il calcio, due modi
differenti di vedere il mondo. Due filosofie diverse: quella
difensiva del gioco all'italiana e quella aggressiva e d'attacco della
zona pressing. Credo che non sia stato utile imporre ad altri
questo modo di giocare quando non si conosce la didattica per
insegnare il calcio totale. Credo sia stato, col senno di poi, un
mio errore.
L'Olanda degli anni Settanta giocava la zona pressing.
Quando si gioca a zona il riferimento principale è il pallone, poi
il compagno e infine l'avversario. Si difende prevalentemente in
maniera collettiva, questa era la differenza: mentre in Italia si
difendeva individualmente - ancora oggi -, e il riferimento
principale era di norma l'avversario, quasi mai il pallone e il
compagno.
Da quella Primavera, negli anni ho preso alcuni giovani,
anche se era un gruppo poco elevato dal punto di vista
professionale. C'era il portiere Marco Landucci, che ho portato
con me nel Parma vincendo con lui tra i pali il campionato di

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serie C1, e che poi ha fatto una buona carriera con Fiorentina,
Lucchese, Brescia, Avellino e Inter; oggi è il secondo allenatore
di Allegri. Un altro che ho fatto giocare è stato Stefano Carobbi,
che poi ho portato al Milan e ha avuto una buona carriera sia
come calciatore che da allenatore delle giovanili della Fiorentina.
C'era Mario Bortolazzi, che ho portato al Parma e quindi al
Milan, e ha giocato nel Genoa. E ancora Amedeo Carboni, che
ebbe una lunga carriera: prima nella Roma, poi da capitano del
Valencia, dove ha giocato dal 1997 al 2006, vincendo la Coppa di
Spagna nel 1999, due volte vicecampione della Uefa Champions
League, e sempre in Spagna si guadagnò due titoli nazionali. Nel
2004 ha vinto la Coppa Uefa e la Supercoppa europea.

Italo Allodi, che avevo seguito alla Fiorentina, è stato davvero


un manager illuminato. Aveva le sue idee sul calcio e lottava per
avere i giocatori migliori sulla piazza. Nel campionato del 1984
voleva portare a Firenze un attaccante come Rudi Völler dal
Werder Brema. La società viola, guidata da Ranieri Pontello,
preferì Sócrates, «il dottore», «il filosofo», che gli italiani
ricordano per la famosa partita Italia-Brasile in cui segnò il
momentaneo pareggio nella Coppa del Mondo di Spagna 1982.
Così si creò una frattura tra la società e Allodi, che decise di dare
le dimissioni. Prima di andarsene da Firenze, mi propose di
firmare un contratto triennale con la Fiorentina per proseguire nel
mio lavoro e garantirmi un futuro in una società di serie A. «È un
buon contratto, le condizioni sono favorevoli e tu continui a
svolgere il tuo lavoro, che stai facendo benissimo, con i ragazzi
della Primavera.»
Non ci pensai un minuto. Per rispetto nei suoi confronti,
decisi che me ne sarei andato anch'io da Firenze.

60
Sono sempre stato convinto che il gioco di una squadra si
costruisca soprattutto con le scelte della società e perseguendo i
suoi obiettivi. Se non ci sono le condizioni per continuare a
lavorare seguendo un progetto preciso, crolla tutto. Una squadra
che gioca male, che perde, con giocatori demotivati in campo, che
non esprimono tutto quello che possono dare, è il segno non solo
di un allenatore perdente, ma di un'intera società che non ha
saputo costruire e finalizzare un progetto. Non potevo restare
perché prima di tutto a Firenze mi aveva portato lui, dunque
perdevo il punto di riferimento del mio lavoro. L'allenatore è
l'uomo che rappresenta la società in campo e che si fa interprete
delle finalità di gioco e degli obiettivi della società stessa. Se uno
dei pezzi manca, anche il ruolo dell'allenatore viene meno e si
rompe quel clima di fiducia che è fondamentale per la buona
riuscita del progetto.
Ranieri Pontello mi chiese di restare, poi, visto che non
volevo, mi proposero al Monza, che era in buoni rapporti con la
Fiorentina. «Se prendete Sacchi vi diamo in prestito Bortolazzi e
Carobbi, così crescete anche voi.» Era il segno che la famiglia
Pontello e la società avevano gradito il mio lavoro, un atto di
fiducia non solo nei miei confronti ma anche nel mio modo di
intendere il ruolo di allenatore e di coordinatore. Alla fine il
Monza, che militava in serie B, scelse come allenatore Alfredo
Magni.
Una sera, era estate, andai a Riccione a vedere un importante
torneo in notturna. Mi sedetti in tribuna. Di fianco a me ritrovai
Dino Cappelli, il presidente del Rimini, uomo di cuore e di
grande umanità. Un vero sportivo, capace di mettere in crisi
l'azienda e di rovinarsi la vita per amore della squadra, non come
molti presidenti di oggi... Mi chiese dell'esperienza di Firenze,

61
com'era andata, come avevo lavorato e cosa avevo fatto. Alla fine,
sapendo che non avevo una squadra, mi chiese: «Perché non torni
al Rimini?».
«Perché non mi piacciono le minestre riscaldate» risposi
secco.
Dino Cappelli si voltò verso di me. «La minestra riscaldata
non è buona, ma quando è buona, lo è anche riscaldata.»
Le condizioni economiche della società erano però disastrate.
Non andava bene neanche la sua azienda. Si era indebitato di
nuovo per amore del calcio.
«Se prima avevamo qualche soldo, adesso non ne abbiamo
più» mi disse tra il serio e il divertito.
Gli feci una proposta: avrei ricostruito la squadra solo con il
doppio dello stipendio che avevo percepito l'ultimo anno in cui
avevo allenato il Rimini.
Lui mi guardò felice, e accettò.
Ci pensai un po' su, alla fine della partita gli strinsi la mano.
Sarei tornato al Rimini.
Era una vera scommessa. Mi sentivo felice, sollevato pronto
per ripartire, tanto che cominciammo subito a discutere su come
avremmo impostato la nuova squadra Avevo stima di Dino
Cappelli, e la fiducia che mi dimostrava mi aveva spinto ad
accettare. Sarei tornato al Romeo Neri. Il ritorno sarà poi una
costante della mia carriera: così è accaduto con il Milan e con il
Parma.

L'anno precedente il Rimini si era salvato all'ultima partita,


ma aveva speso tutti i soldi. Era stata una stagione disastrosa. Io
ricominciavo di nuovo senza risorse economiche, puntando su
giocatori che conoscevo, riportando a casa quelli che erano stati

62
venduti e non avevano fatto molto bene fuori. Ripresi così Walter
Bianchi dal Brescia e Davide Zannoni dal Cagliari. Presi dal
Cesena Giancarlo Boldini e Gianluca Righetti. Del Rimini
tenemmo i professionisti migliori, ricostruendo così la squadra
con dei giovani ma dall'ossatura solida.
Ci giocammo il campionato di C1 girone A nel 1984-85 in un
momento molto difficile della società: il rapporto con i tifosi e la
stampa non era idilliaco. I giornali cominciarono a fare polemiche
e a «tirarci addosso», come si dice in gergo. Sui muri dello stadio
si leggeva: «Siamo già in C2».
In Italia stavano nascendo le prime televisioni libere e
commerciali. Solo a Rimini ce n'erano almeno sei o sette che
criticavano la squadra, alzando i toni della polemica. Giovanni
Galeone, che allenava la Spal, in un'intervista disse che per il
campionato di C1 girone A, se c'era una retrocessione certa, era
sicuramente quella del Rimini, e una che andava in B era
sicuramente la Spal.
Durante una conferenza stampa mi trovai di fronte a un
gruppo di giornalisti molto agguerriti, che si facevano interpreti
degli umori dei tifosi e della città. Avevano preso di mira la
squadra. Allora affrontai di petto la situazione. Chiesi loro di
sbilanciarsi su come sarebbe finito il campionato. Invece di farli
parlare dopo, li avevo messi alla prova. Solo uno scrisse che
quattro squadre peggio di noi le avremmo trovate, gli altri ci
diedero per spacciati. Eravamo già retrocessi.
Presi in mano il Rimini non con l'obiettivo della salvezza ma
per fare un campionato da protagonisti, per vincere. Volevo
infondere nei miei giocatori una mentalità aggressiva e vincente
in modo che fossimo sempre noi i padroni del gioco. Dare tutto,

63
giocare un bel calcio, spettacolare. Fu un girone di andata di
grandi soddisfazioni.
La vittoria che fece crescere l'entusiasmo in tutto l'ambiente,
conquistando pubblico e giornalisti, fu il tre a zero in casa con la
Spal di Galeone, che ci aveva dati per spacciati fin dall'inizio. La
doppietta di Zannoni e il gol di Righetti furono la nostra risposta
alle sue parole vane. Erano due giocatori che avevo voluto in
squadra, e loro avevano ripagato la mia fiducia a suon di gol.
Guidammo il campionato per oltre venti partite e chiudemmo
il girone d'andata in testa alla classifica, con la Spal ultima.
Avevamo ribaltato le previsioni di tutti quelli che «gufavano»
contro di noi, dimostrando che la bellezza, il gioco, la
determinazione, la voglia di fare sono il vero motore che fa
vincere una squadra. E il pubblico si divertiva per la
spettacolarità del gioco e la tensione agonistica. Di domenica in
domenica, lo stadio si riempiva.
Non prendemmo lo stipendio fino a dicembre, ma
guadagnavamo sui punti partita. Avevo concordato che i giocatori
portassero a casa diecimila lire al punto, ventimila lire a vittoria
se fossimo rimasti tra le ultime quattro; duecentomila tra le prime
due. Insomma, ci pagavano un sacco di soldi senza darci lo
stipendio. Il presidente Dino Cappelli e Gastone Montesi erano
entusiasti, molto meno i dirigenti, che speravano perdessimo ogni
domenica per non pagare i premi partita.
L'entusiasmo dei tifosi lo vidi concretamente un sabato che
era nevicato. In serie C non c'era l'obbligo né dei teloni né di
spalare la neve. Allora andai in televisione e invitai i tifosi a
venire allo stadio per pulire il campo e gli spalti La domenica
mattina si presentarono e lavorarono di gran lena per pulire il
prato e le tribune: avevano capito che la nostra voglia di giocare

64
non l'avrebbe fermata nemmeno la neve. All'inizio prendemmo un
gol dal Livorno, poi la fatica fu ripagata perché vincemmo per
due a uno.
Il campionato lo vinse il Brescia, secondo il Vicenza, ma a
maggio noi avevamo vinto in casa due a uno, con doppietta del
solito Zannoni. Fu una partita disgraziata: fu in quell'incontro
che si fece male Roberto Baggio. Proprio lui, che ci aveva bucato
la rete nei primi minuti.
Eravamo sotto di un gol. Roberto aveva segnato da vero
fuoriclasse, quando, proprio davanti a me, si girò di scatto. Il
piede rimase fermo e il ginocchio ruotò. Inconsapevoli del
dramma e del dolore, i suoi compagni lo invitarono ad alzarsi. Si
era rotto il crociato anteriore, la capsula, il menisco e il
collaterale della gamba destra.
Arrivammo quarti ma, come fu appurato da inchieste e
processi, il campionato era stato falsato dal Vicenza, che aveva
comprato le ultime cinque partite. Dopo lo scandalo del calcio
scommesse del 1980, quando le macchine della polizia entrarono
negli stadi per arrestare alcuni giocatori prima che scendessero
negli spogliatoi, ecco scoppiare un altro scandalo, il «totonero-
bis». Una pagina davvero buia per il calcio italiano, ciclicamente
inquinato da fenomeni estranei alla sua natura.
Mi chiedo cosa sarebbe accaduto se il Vicenza non avesse
falsato il campionato. Forse avremmo portato il Rimini in serie
B, ma è difficile fare la storia con il senno di poi.
Era la prima volta che mi scontravo con questo mondo
esterno al calcio, che mi aveva impedito di poter godere appieno
dei risultati del mio lavoro e della squadra che allenavo. Ma
quello era stato solo un episodio giudiziario che illuminava a
ritroso una storia passata. Ben peggio sarebbe successo qualche

65
anno dopo, quando una monetina e una sceneggiata falsarono un
campionato di serie A, impedendomi di vincere il secondo
scudetto con il Milan. Italo Allodi, che alla fine del processo
venne assolto, visse questa vicenda come un dramma che gli
rovinò per sempre la salute.

Nel frattempo il contratto con il Rimini era scaduto. Come


sempre avevo firmato un contratto annuale perché lo stress e la
tensione mi davano carica, però mi toglievano il sonno e la
tranquillità e pensavo sempre di smettere. Durante il campionato
ero stato contattato dall'Ancona. Il prendente Edoardo Longarini
voleva incontrarmi, mi voleva come allenatore della sua squadra.
Avevamo già un appuntamento quando la mattina stessa
ricevetti la telefonata di Riccardo Sogliano, un ex calciatore che,
in qualità di direttore sportivo, aveva avuto un importante carriera
in squadre blasonate come Varese, Genoa e Bologna per poi
arrivare alla Roma, dove non riuscì a trovarsi con l'ambiente. La
rinascita in quegli anni della squadra crociata fu merito suo. E lui
voleva me. Mi aveva già contattato, insieme a quattro o cinque
altre società, nel 1983, durante il primo campionato con il
Rimini, quando feci una specie di filotto di sei o sette risultati
positivi. Si erano accorti di noi e del nostro calcio, quindi
partirono delle offerte per ingaggiarmi l'anno successivo. Poi,
dopo due o tre incontri non proprio entusiasmanti, la metà delle
società che mi avevano contattato sparì, a dimostrazione che il
calcio si muove spesso sull'emotività dei risultati e non seguendo
la qualità di un progetto.
Mi incontrai con Sogliano e con parte della dirigenza del
Parma.
«Sacchi, venga a Parma, è una buona piazza per far bene.»

66
«Ma mi devo incontrare con Longarini dell'Ancona.»
«Venga a Parma, non se ne pentirà!»
Da Longarini mi presentai lo stesso, promettendo a Sogliano
che avrei fatto di tutto per non andare ad Ancona.
Mi ricevette dietro un'enorme scrivania. Dietro di lui due
segretari facevano da guardaspalle.
«Io sono un vincente in tutto, e voglio vincere anche nel
calcio» mi disse Longarini.
«Ha sbagliato persona, io non posso garantire la vittoria»
risposi, sorpreso e imbarazzato.
Noi del Rimini gli avevamo venduto un giocatore importante,
Ceramicola, e alla fine del campionato eravamo arrivati prima di
loro in classifica. Noi quarti e loro sesti dopo la Reggiana.
«Si segga» mi disse.
Cominciai a criticare fortemente squadra e società. «La
squadra non mi piace» affermai. «Se vengo ad Ancona devo
cambiare molti giocatori.»
A ogni mia obiezione Longarini rispondeva sempre di sì, non
c'era modo di trovarsi in disaccordo. Alla fine giocai la carta della
famiglia.
«Io sono sposato, e vengo volentieri ad Ancora se viene anche
mia moglie Giovanna, per cui adesso devo convincere lei.»
Il giorno stesso, fu consegnato a casa nostra un grande mazzo
di rose rosse con la scritta: «Per la signora Sacchi» da parte del
presidente dell'Ancona.
Giovanna mi guardò e mi disse: «Mi è arrivato un gran mazzo
di rose, pensavo fossero tue!».
Allora le posi la fatidica domanda: «Dove andiamo, a Parma o
ad Ancona?».
«Parma» rispose Giovanna. «Non si discute!»

67
5. A Parma, la consacrazione

Non c'è arte senza ossessione.


CESARE PAVESE

Ernesto Ceresini, storico presidente del Parma, era uno di


quegli imprenditori che amavano il calcio. Un tempo, per pura
passione calcistica, i presidenti erano capaci anche di rovinarsi,
esponendosi economicamente per molti miliardi di lire e per lo
più ricavandone - a parte qualche gioia per una vittoria - forti
debiti, liti con i tifosi e stadi, spesso, semivuoti. Erano presidenti
che vivevano il sogno del calcio, che andavano in panchina
soffrendo con tutta l'anima durante le partite. E davano un senso
alla propria vita grazie anche a questo meraviglioso sport.
Ernesto Ceresini era uno di loro. Una persona onesta,
perbene, che ha guidato il Parma calcio dal 1976 come unico
proprietario e presidente, morto d'infarto il 4 settembre del 1990,
a un passo dal vedere la sua amata squadra salire nell'olimpo del
calcio nazionale, la serie A. Una tragica beffa del destino.
Negli anni Ottanta la società italiana si stava trasformando,
usciva dagli anni di piombo, e con una nuova pace sociale si
tornava a parlare di crescita, di investimenti, di un nuovo modo di
fare impresa. Questa energia investì anche il calcio, e le squadre
si adeguarono al cambiamento, alle nuove sponsorizzazioni, alle
nuove realtà televisive, con nuove proprietà, nuovi investimenti e
nuovi modi di fare business.
Negli anni precedenti il mio arrivo sulla panchina, Riccardo
Sogliano aveva rimesso in ordine i conti del Parma cercando di
dare alla società una nuova fisionomia, svecchiandola. Aveva
chiamato un preparatore atletico, un giovanissimo Vincenzo
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Pincolini, ex ostacolista, e aveva aperto la società a nuovi soci e
sponsor, oltre a quello storico del Prosciutto di Parma. Questa
politica avrebbe portato la squadra alla firma, il 27 giugno 1986,
del contratto con Calisto Tanzi e la Parmalat.
Un salto di qualità, un rinnovamento radicale che avvenne
anche attraverso il cambio della maglia: non più quella
tradizionale con la croce nera in campo bianco, ma quella
gialloblù, più moderna, stilizzata, al passo con i tempi. Una
rivoluzione, perché la maglia è più di una divisa, è un simbolo,
per alcuni quasi una ragione di vita.

Ero uno dei più giovani allenatori presenti sul mercato.


Giunsi nella città ducale a trentanove anni. Prima del mio arrivo,
il Parma aveva avuto due anni di alti e bassi vertiginosi. Nel
1983-84 - con una formazione che aveva mescolato le giovani
leve Stefano Pioli e Nicola Berti con giocatori d'esperienza come
Massimo Barbuti e Enrico Cannata - il Parma, guidato
dall'allenatore Marino Perani, aveva vinto il campionato di C1.
L'anno dopo, giocato il campionato di B, retrocesse di nuovo in
C1. Un saliscendi pauroso, da ottovolante, che fece ubriacare i
tifosi, fortemente polemici contro giocatori e società per questo
alternarsi di gioie e delusioni. Ernesto Ceresini, esposto per oltre
tre miliardi di lire, non poteva più sostenere da solo la squadra,
per cui l'imperativo della società era vendere giocatori e puntare
sui giovani.
Nell'ambiente della serie C mi conoscevano perché il mio
modo di giocare faceva parlare. Il Rimini mi cercò e mi propose
un contratto economicamente più vantaggioso, ma l'obiettivo era
la salvezza.
Sogliano sapeva come lavoravo, conosceva le mie idee

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A Parma capii di essere capitato nella piazza giusta: la società
e il suo direttore generale, insieme a tutta la dirigenza, volevano
una squadra nuova e grintosa, capace di esprimere un buon
calcio, valorizzare i giovani e conquistare il campionato. Ero
stanco di sentirmi dire: «È bravo, ma non vince». C'erano tutte le
condizioni per far bene.
Ingaggiammo giovani di qualità, che già conoscevano il
ramponato di C. Si vendette quasi tutta la rosa precedente,
collocando i giocatori in A e in B: Gabriele Pin andò alla
Juventus, Fabio Aselli alla Sampdoria, Marco Macina al Milan e
il giovanissimo Nicola Berti alla Fiorentina. Della squadra
dell'anno precedente restarono solamente Roberto Mussi,
Moreno Farsoni e Roberto Bruno.
Fa riflettere il fatto che tutti questi calciatori fossero reduci
da una retrocessione, segno delle abilità manageriali di Riccardo
Sogliano e della qualità del vivaio del Parma.
I tifosi stigmatizzarono questo modo di gestire e di lavorare
sul mercato con una frase che divenne un tormentone. Tradotta
dal dialetto diceva: «Attento ad andare al Tardini, che vendono
anche te!».
Quando arrivai c'era da ricostruire la squadra quasi da zero.
Questo mi consentì di fare scelte mirate. Per ogni ruolo avevo
dato a Sogliano una lista di cinque giocatori in ordine di
preferenza. Lui mi portò, se non il primo, il secondo della lista.
Con l'ottima campagna vendite potemmo acquistare dei buoni
elementi. La campagna acquisti restò dentro i cinque miliardi di
lire, lasciando fieno in cascina per oltre un miliardo.
Avevo messo insieme una buona squadra di giovani di cui mi
fidavo e che, cosa importantissima per me, conoscevo bene fin da
quando avevano cominciato a giocare. Potevo contare sul loro

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entusiasmo e la loro professionalità: il talento si sarebbe rivelato
nel gioco. È il gioco che migliora la fantasia e il talento, lo esalta
e lo aiuta.
Reduci da una retrocessione, c'era anche da farsi amici
pubblico e tifosi in polemica con la società. Io arrivavo in un
ambiente non prevenuto, aperto, incuriosito, sicuramente
esigente, che pretendeva molto dalla squadra, e questo il
presidente Ceresini lo sapeva.
Per capire il clima, mi ricordo una telefonata di Italo Allodi
che, vedendo la campagna acquisti e i giocatori che mi ero
portato, mi disse: «Arrigo, se fai male, te la fanno pagare cara!».
«Ma io penso di andare bene, e preferisco giocare con le carte
che conosco» risposi.
Mi ritrovai anche uno staff tecnico d'eccellenza, personalità e
professionisti che hanno fatto in seguito carriera con me, e che mi
sono sempre portato appresso perché sapevo come lavoravano.
Uno era Pietro (Gedeone) Carmignani, vice di Perani, che aveva
diretto la squadra nel momento più difficile del campionato di B
e non era riuscito a fare il guizzo finale per la salvezza.
Carmignani era un ex portiere: aveva vinto un campionato
difendendo la porta della Juventus nel campionato 1971-72 e con
il Napoli una Coppa Italia nel 1975-76 (di nuovo la vincerà da
allenatore, dopo l'esonero di Daniel Passarella sulla panchina del
Parma nel 2001-2002). Una persona generosa, appassionata e
competente. Il preparatore atletico era Vincenzo Pincolini, che
già collaborava con il Parma dal 1982.
Il primo incontro con loro non fu semplice. Eravamo all'Hotel
Palace Maria Luigia di Parma. Uscivamo tutti e tre dal colloquio
con Sogliano e stavamo andando verso i bagni. Sogliano mi aveva
detto in maniera molto determinata che avrei avuto come

71
collaboratori sia Carmignani che Pincolini: se volevo li potevo
utilizzare, altrimenti avrei fatto di testa mia. Quando fummo nel
corridoio, dissi seccamente ai due: «Voi collaborate con me
perché l'ha voluto Sogliano, ma decido io su tutto!».
Pincolini e Carmignani, ricordo bene, si guardarono in faccia.
Non era un inizio promettente, ma venivo da esperienze dove
prendevo decisioni quasi sempre da solo. Ero abituato così: al
Rimini avevo un allenatore in seconda, nessun preparatore
atletico.
Non devo aver fatto loro una bella impressione. Me lo
confessarono qualche anno dopo. Fa parte del mio carattere
volitivo, che a volte può sembrare scontroso, ma volevo avere
tutto sotto controllo, e questo mi ha creato problemi anche prima
di cominciare a costruire la squadra. Lo stress e la gastrite, di cui
avevo iniziato a soffrire già a Rimini, mi tormentavano. Mangiavo
poco e in bianco, mi allenavo e cercavo di scaricare la tensione
con pesi, bicicletta e corsa.
Quando affermo che l'allenatore è un uomo solo, sulla
panchina e fuori dallo stadio, intendo dire che occorre saper
reggere bene gli urti che arrivano dai giornali, dalla tifoseria,
dalla città che rappresenti.

Così cominciò l'avventura a Parma, tra mille tensioni, attese,


speranze, entusiasmo, un pubblico e una città in attesa di capire
chi fosse quell'Arrigo Sacchi da Fusignano di cui tutti parlavano
e che, finalmente, avrebbero visto al lavoro. Mi sentivo carico e
pieno di energie, non vedevo l'ora di iniziare, anche se avevo
firmato per un anno solo, perché l'idea era sempre la stessa:
smettere l'anno seguente.

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Preparai programmi, tabelle con gli allenamenti, giornate di
lavoro. Nel ritiro di Tizzano, in alta Val Parma, cominciammo a
lavorare in maniera nuova e diversa. Con Pincolini e Carmignani
c'era dialogo e concertazione sulla preparazione atletica che fu,
per certi aspetti, rivoluzionaria per una squadra di calcio, con
carichi di lavoro allora sconosciuti. La sincerità e la bravura dei
miei due collaboratori mi portò a ricredermi anche sul loro ruolo.
Io sono bianco o nero, nella fiducia sono integralista, ma il forte
sodalizio che nacque fra noi tre, e che ci avrebbe accompagnato
per anni, si basava sulla stima e sulla fiducia reciproca. Pincolini
e Carmignani furono leali e corretti con me. Quando non erano
d'accordo, quando pensavano che fossi nel torto, me lo dicevano
senza remore, perché nessuno è infallibile e anch'io ho commesso
mille errori nella mia vita. Mi piaceva la loro sincerità, e questo
mi ha permesso di aprirmi, di cominciare a fidarmi e di lasciarli
lavorare, sicuro che avrebbero ottenuto risultati importanti per la
squadra. Non sono chiuso, sono determinato, che è un'altra cosa,
e sono aperto alle discussioni con persone che sanno anche dire
di no. Così si cementò la nostra amicizia. Restarono con me per
quasi tutta la mia carriera, dal Milan all'Atlético Madrid, al Real
Madrid, passando per la Nazionale.
Nel secondo anno scelsi giocatori volitivi, determinati,
intelligenti e generosi e con la volontà di giocare per e con la
squadra; a Tizzano avevano preparato un percorso a otto in terra
battuta (ci serviva per correre) con saliscendi. Arrivammo a
correre a ritmi alterni per più di un'ora. Una cosa da matti.
Carichi di lavoro incredibili, ma era necessaria una preparazione
atletica per un calcio giocato in velocità, con grandi ritmi, fiato,
reattività, tutti aspetti che non venivano presi in considerazione
dagli altri. In seguito ho sempre cercato di fare una preparazione

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non più «a secco», come si dice in gergo, ma sempre più con il
pallone.

A Parma ci allenavamo ai campi Stuard, a San Pancrazio, e


spesso si andava nel campo centrale della Cittadella, in pieno
centro città. Collecchio, il centro di allenamento del Parma, era
lontano dal nascere. Quei campi erano difficili, con l'erba non
curata; definirli disastrosi è un eufemismo, ma la simbiosi tra me
e i giocatori, la volontà di insegnare a quei ragazzi un nuovo
modo di giocare creava un entusiasmo che amalgamava la
squadra, superando anche il problema del campo, ridotto spesso a
terra fangosa o dura come l'asfalto.
Ogni tanto qualche anziano si fermava a guardare con la
bicicletta appresso, attaccato alla rete, oppure qualche curioso.
Erano pochissimi i tifosi che seguivano gli allenamenti. Ricordo
un vecchio, da noi chiamato caplèna per il cappellino, un
abitudinario. Si fermava a lungo, ascoltava le mie grida,
osservava, commentava con qualcuno di passaggio. Talvolta
assisteva agli allenamenti anche Gian Paolo Montali, l'allenatore
della squadra di pallavolo.
Chi si fermava a vedere i nostri allenamenti aveva capito che
qualcosa era cambiato, anche solo dal volume di lavoro,
dall'intensità dell'allenamento, e che si lavorava sul serio. Era
tutto nuovo per quel pubblico un po' sornione, che di calcio se ne
intendeva. Un pubblico attento, che seguiva la squadra anche
fuori dallo stadio.
«Li ammazza!» dicevano ridendo in dialetto i vecchi tifosi
durante gli allenamenti. «Più che riscaldarli, li fa bollire.»
Erano stupiti anche dalle mie urla, perché volevo che i
giocatori reagissero subito e con l'intensità giusta. Il calcio per

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me è una lettura della situazione, a cui si deve rispondere tutti e
undici contemporaneamente. Tutto partiva da una squadra
compatta e organizzata che si muoveva come un rullo
compressore in fase di non possesso per poi allungarsi e
allargarsi in fase di possesso. Il movimento era alla base del mio
gioco, così come il posizionamento che facilitava la connessione,
la tecnica e la fantasia in fase di possesso. Mentre in fase di non
possesso agevolava i raddoppi, il pressing e la collaborazione. Ci
si doveva muovere tutti in blocco, in armonia e sinergia. La
squadra doveva restare unita e spostarsi continuamente.
Bergamaschi, ex giocatore di serie A, disse dopo un Rimini-
Treviso: «Non si può giocare così, non è leale! Sono sempre due
o tre contro uno.»
Stavo formando quella che io chiamo una «squadra
orchestra», capace di correre in maniera armonica restando tutti
molto vicini, per fare più scatti ma senza perdere fiato.
Soprattutto abbiamo imparato a correre meglio. Tutti insieme,
dividendo le fatiche. Un calcio collettivo dove ci si alternava con
tutti i giocatori in spazi ristretti con l'obiettivo di essere superiori
numericamente nei pressi della palla. Con la palla in nostro
possesso potevamo così avere più soluzioni e, quando era in
possesso dell'avversario, più collaborazione tra i reparti. I tempi
di gioco, la capacità di giudizio del compagno collegata con la
distanza e la scelta dei riceventi aiutano la tecnica e le soluzioni.
I primi tre mesi di allenamenti e ritiri furono duri perché
anche i giocatori, pur giovani, e quelli che mi conoscevano
facevano fatica a seguire le trame del gioco. Gli inizi di
campionato risentirono di questo lavoro. La fatica era difficile da
sopportare, e per amalgamare la squadra e andare in forma
occorreva tempo. All'inizio del campionato non eravamo pronti

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né fisicamente (dovevamo smaltire il duro lavoro) né nei
sincronismi di gioco collettivo. Dovevamo imparare a tenere il
campo, capire bene i ritmi di gioco, sostenerli dopo un'adeguata
preparazione atletica. Le altre squadre, con meno lavoro nelle
gambe, all'inizio erano più agili ma poi avrebbero pagato lungo il
campionato.
Alla fine, dopo tanta fatica, dopo allenamenti duri e
situazioni simulate imparate quasi a memoria, in campo i ragazzi
si divertivano come matti e giocavano un calcio frizzante,
intelligente, bello da vedere, e il pubblico si divertiva con tante
occasioni da gol. Parecchi giocatori venivano molto prima agli
allenamenti, segno che avevo risvegliato in loro il desiderio di
migliorarsi e questo era per me un grande risultato. Il lavoro e
l'impegno ripagavano me e loro.
Durante il campionato giocammo partite nelle quali alcune
squadre non uscivano nemmeno dalla loro area. In casa, alla
seconda giornata di campionato, rifilammo cinque gol al Fano.
Una serie di vittorie segnò il nostro cammino, due gol al Pavia,
due alla Carrarese, due al Modena e al Rimini. Nel girone
d'andata arrivammo primi con ventisei punti e una sola sconfitta,
a Ferrara, con la Spal alla settima giornata con un gol di misura.
Dietro a noi la squadra del Virescit con 22 punti e il Modena con
21. Sembrava un campionato facile.
All'andata vincemmo anche a Reggio Emilia contro la
Reggiana, conquistando il vecchio Mirabello dopo oltre
quarant'anni. Fu una vittoria storica, appassionante ed esaltante
in un derby molto sentito da entrambe le città. Era la tredicesima
giornata. Lo stadio era strapieno di tifosi di entrambe le squadre.
Al terzo gol, che ci diede la vittoria alcuni giocatori corsero verso
i tifosi, altri verso la nostra panchina. Noi saltammo in piedi, ci

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abbracciammo con il presidente Ceresini in panchina, che saltò a
lungo anche lui come un tifoso della curva, pazzo di gioia.
E qui voglio ricordare un fatto che spiega chi era questo
presidente. Pronti per partire per Reggio Emilia, Ceresini fece
fermare misteriosamente il pullman davanti all'Hotel Maria
Luigia. Non si capì subito il perché. Quando tornammo negli
spogliatoi, dopo la vittoria sul campo, sul lettino del
massaggiatore c'erano diciotto milioni in contanti da dividerci.
«Ma come poteva sapere che avremmo vinto?» gli chiesi
«L'ho sognato la notte prima della partita che avremmo vinto
dopo quattro decenni, e così bisognava festeggiare tutti insieme!»
Fu una delle partite storiche del girone d'andata. Non fu così
nel derby del ritorno. Il 4 maggio del 1986 segnò una delle
pagine più nere della storia del Parma, si sfiorò la tragedia per gli
scontri tra tifosi e polizia. Era incredibile per una città e una
tifoseria civile e corretta come poche in Italia. Era la prima volta
che, come allenatore, assistevo a fatti del genere. Cominciammo
ad avvertire e a vivere un calcio che portava dentro di sé anche il
suo cancro, i suoi mali, ma soprattutto i suoi errori, con rapporti
non chiari tra società e tifoserie. Una sconfitta in casa nel derby
non poteva avere quell'epilogo.
Ma il campionato non era ancora finito. Le vittorie stentavano
ad arrivare. A Varese, a quattro giornate dal termine, si giocò una
partita drammatica. Se avessimo vinto noi saremmo andati a un
passo dalla promozione, se il Varese avesse perso sarebbe
retrocesso. Il pareggio non serviva a nessuno. Durante la
settimana, nella partita di allenamento infrasettimanale,
perdemmo anche con il Fanfulla, che allora giocava in C2.
Capii che la squadra era in un momento di grande difficoltà, e
così presi una decisione: cambiai tre titolari. Feci entrare

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Lombardi, che non aveva mai giocato prima. Portai la squadra in
ritiro. Quando arrivò Sogliano, che non mi chiedeva mai quello
che facevo, sentii il bisogno di esternare questa scelta, per certi
aspetti azzardata e coraggiosa. Ci si giocava l'intero campionato.
Gli rivelai la formazione che avrei messo in campo. Sogliano mi
ascoltò e non commentò, a dimostrazione anche del rispetto e
della fiducia che aveva in me e nel mio lavoro.
La partita non si sbloccava, fin quando Righetti, correndo
verso la porta avversaria, venne falciato dal difensore. Rigore.
Quando Rossi si avviò sul dischetto, mi girai e vidi il presidente
Ceresini che con la mano a cucchiaio buttava in gola una pillola
per il cuore. Rossi tirò, il portiere in un primo momento parò e
poi, sulla respinta, l'attaccante parmigiano concluse in rete. Uno a
zero. A quel punto Ceresini, dopo l'esultanza, buttò giù un'altra
pillola perché soffriva di cuore e doveva reggere l'emozione.
Quella partita fu un'altra tappa fondamentale per la vittoria in
campionato.
Alla fine Sogliano mi prese da parte e mi disse: «Quando mi
hai detto la formazione, se mi davi un pugno nello stomaco mi
facevi meno male». Solo un grande dirigente ha rispetto del ruolo
e delle decisioni altrui.
Lo scontro decisivo per chiudere la stagione si disputò al
Tardini contro la Sanremese, in uno stadio stracolmo. Feci
debuttare fin dal primo minuto un ragazzo di appena sedici anni,
un attaccante del vivaio del Parma, Alessandro Melli, che girò in
rete un cross dalla destra di Paci. Fu l'apoteosi. Ho ancora in
mente l'immagine di quel ragazzo che segna il suo primo gol in
serie C sotto la curva dei tifosi, in una partita così importante, e
sigilla la vittoria in campionato e la risalita in serie B.

78
Il gol di Rossi, che avevo fatto scendere in campo nella
ripresa, sempre su velo di Alessandro Melli, chiuse il primo
fantastico anno al Parma. Avevamo vinto un campionato
dominato da noi, con merito e con un buon gioco Ero
soddisfatto, finalmente vedevo realizzarsi il sogno del calcio che
volevo e che amavo, soprattutto con dei risultati importanti.

Il conte Rognoni, ma soprattutto il figlio Ettore, il mio amico


di Milano Marittima, furono decisivi per la mia carriera di
allenatore. Ettore Rognoni era diventato capo dei servizi sportivi
Mediaset e mi invitò in televisione per un programma sportivo
insieme a Trapattoni, che quell'anno aveva vinto il campionato
con la Juve. Lui lo scudetto, io la promozione dalla C1 alla B.
Per me fu un grande onore. Il cameraman della trasmissione mi
prese da parte e mi disse: «Se la sente Berlusconi, la porta al
Milan». Mai parole furono più profetiche.
Io non credo nel detto «Squadra che vince non si cambia»,
anzi. Sono sempre pronto a mettere in discussione tutto. Così,
quando andammo in B, decisi che Righetti e Gabriele non
sarebbero più stati confermati. Li avevo sempre portati con me,
erano cresciuti insieme a me per quasi cinque anni, ma a questo
punto le strade si dividevano. Nel calcio i soldi non sono
l'obiettivo, sono una conseguenza che testimonia anche il valore
del giocatore, ma prima di tutto viene l'uomo con i suoi valori.
Righetti e Gabriele avevano giocato un gran campionato e
l'attaccante aveva anche segnato parecchi gol, ma io non li volli
più: non pensavano più a vincere, a giocare bene. Avevano
smarrito l'entusiasmo e stavano diventando venali, perdendo
generosità e rispetto delle regole. Se si perdono l'obiettivo di

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quello che si fa e l'etica del gioco, ecco che cambia tutto. Ma loro
avevano altro in mente.

Io firmavo contratti di anno in anno, perché, come ho detto,


pensavo sempre di smettere. L'ansia, la tensione, i disturbi
gastrici si facevano sentire sempre più. Ogni partita perdevo uno
o due chili per lo stress, la foga e l'energia che ci mettevo nel
dirigere la squadra. Gridavo, mi alzavo in piedi, incitavo i
giocatori. Volevo che dessero tutto, come io davo tutto me stesso.
Correvo e lavoravo al loro fianco perché volevo che capissero che
anch'io ero parte della squadra, che sudavo come loro.
Il presidente Ceresini, che aveva già vissuto una promozione e
poi una retrocessione, non era d'accordo sulla cessione di due
giocatori che erano stati i protagonisti del campionato, non
voleva di nuovo retrocedere vendendo alcuni pezzi forti
dell'attacco. Anche i tifosi non erano d'accordo sulle mie scelte,
ci furono parecchie polemiche, ma io tenni duro. Gabriele, che
avevamo comprato per quasi ottocento milioni di lire, non lo
voleva nessuno perché troppo caro, e fummo obbligati a darlo in
prestito. La squadra era sempre molto giovane. Il più vecchio era
il povero Gianluca Signorini, che allora aveva venticinque anni.
Ancora una volta volevo una squadra di ragazzi determinati,
pronti al sacrificio, che già mi conoscevano per come allenavo, e
che sapevano cosa volevo dentro e fuori dal campo. Non furono
dunque confermati Bordin, poi finito al Cesena con Righetti, e
Gabriele alla Lucchese. In loro sostituzione arrivarono Galassi
dalla Sanbenedettese e Sormani dal Rimini, Valori dall'Atalanta e
Bortolazzi dal Milan, ai quali si aggiunse poi l'esperto Corti dalla
Lazio. Quanto alle punte, Paci passò all'Ancona, mentre a Rossi e
a Melli si affiancò subito Fontolan, prelevato dal Legnano e, a

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novembre, Piovani dal Brescia. Non va dimenticato l'acquisto di
Morbiducci dal Perugia, che s'infortunò subito e venne girato al
Cesena. Il portiere Landucci fu venduto alla prima squadra della
Fiorentina - fece il campionato in A come titolare - e venne
sostituito da un giovane, Marco Ferrari, e da un portiere in
seconda, giovanissimo, di appena sedici anni, Luca Bucci.
Le polemiche s'infiammarono perché la convinzione era che
in serie B ci volesse un portiere di esperienza, non un giovane,
pur bravo. Così sfatai anche questo pregiudizio, perché ciò che
conta nel calcio è che una squadra sia motivata, con un gioco più
importante. Se poi c'è anche il talento, allora si può sognare. Alla
fine, grazie anche al lavoro di Carmignani, Ferrari subì soltanto
26 gol, e fu il meno perforato del campionato.
Cominciavamo il campionato di B con una squadra di
giovanissimi, quasi una Primavera. Verso la fine del campionato
di C1 avevo chiamato Gianluca Signorini e gli avevo detto: «Non
ti confermo per l'anno prossimo, e tu sai perché. Io credo nel
lavoro e in chi dà il cento per cento, e voglio tutti al massimo. Tu
non sei confermato!».
Volevo metterlo alla prova. Fui duro con lui.
Due giorni dopo Gianluca mi prese da parte: «Sono due notti
che non dormo. Guardi, voglio rimanere. Se lei mi tiene, sarò
l'ultimo ad andar via dagli allenamenti e il primo ad arrivare». Mi
fidai della sua parola. Di fronte a tutti i giocatori, negli
spogliatoi, dissi della promessa che mi ave va fatto, e che l'avrei
tenuto in squadra. Il secondo anno al Parma fece un campionato
strepitoso. Non facevamo ritiri, e spesso ci trovavamo allo stadio
anche prima della partita. Tanto che Signorini una volta mi disse:
«Mister, se mangiassimo qualche volta insieme sarebbe meglio».
Questo era Gianluca, una persona perbene, dall'animo buono.

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L'ultima volta che lo andai a trovare non parlava più. Non
dimenticherò mai gli occhi di quel ragazzo che guardava la sua
bambina con uno sguardo che diceva tutto. E poi il povero
Roberto Bruno, difensore centrale, che ha avuto un destino
tragico, che abbiamo cercato di aiutare in tanti: giovani che
hanno giocato con me e che hanno lasciato un dispiacere e un
segno di dolore profondo.

In vista del campionato si rafforzò anche la dirigenza, con


l'arrivo del direttore sportivo Giorgio Vitali, che portava a Parma
l'esperienza maturata in squadre come Cesena, Monza, Napoli e
Genoa. Una figura importante e simpatica, un bravo dirigente, che
mise fondamenta solide alla società.
Eravamo pronti per il campionato di serie B, che fu lungo e
difficile, quell'anno anche molto equilibrato, con sette-otto
squadre racchiuse in una manciata di punti. Pareggiammo le
prime due di campionato con Lazio e Bari, la terza a Campobasso
vincemmo. L'allenatore era uno svedese, Tord Grip, il quale,
mentre scendevamo le scalette verso gli spogliatoi, mi fermò e mi
disse in italiano: «Ma quanto si diverte lei con questi ragazzi!».
Un bel complimento, un riconoscimento sportivo e umano di
grande intelligenza.
La sera stessa della vittoria con il Campobasso mi telefonò
Italo Allodi. Aveva visto la sintesi in televisione e il gol di
rimessa, che aveva portato non solo la difesa ma tutta la squadra a
risalire mentre gli altri attaccavano, conquistando il pallone e
ripartendo in contropiede: un'azione magistrale, segno anche del
grado di preparazione raggiunto dalla squadra. «Sei pronto per la
serie A» mi disse.

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La conferma venne il 9 settembre, prima partita di Coppa
Italia contro il Milan, che faceva parte del nostro girone.
Giocammo a San Siro di fronte a un grande pubblico. Fu una
notte magica, di quelle in cui il destino segna le sue svolte, indica
il suo percorso.
Avevo già conosciuto Silvio Berlusconi. Era stato durante
un'amichevole Parma-Milan, finita zero a due solo quando feci
entrare le riserve. Negli spogliatoi Ceresini mi prese da parte: «Il
presidente del Milan Silvio Berlusconi ti vuole conoscere».
Lo trovai che mi aspettava. «Continueremo a seguirla» mi
disse dopo le presentazioni, e ci salutammo.
Nils Liedholm, allenatore del Milan, tenne fuori Mark
Hateley. Molti giocatori erano in infermeria, e soprattutto la
squadra rossonera aveva un gioco lento. Fontolan gelò lo stadio
con un allungo di piede che beffò il portiere milanista. Quello di
Milano era un Parma già aggressivo, veloce, che spingeva,
raddoppiava le marcature mettendo in difficoltà la squadra
rossonera. Giocavamo senza nessuna soggezione, imponevamo il
nostro gioco con una velocità e una «zona» che sorprese
soprattutto Berlusconi, che aveva appena acquistato la squadra.
Fu una grande vittoria, frutto non del caso ma di un lungo lavoro
estivo. Vincemmo così il girone eliminatorio davanti al Milan,
che si qualificava con noi. Ma il sorteggio per gli ottavi volle che
ancora una volta ci saremmo dovuti scontrare con la squadra di
Liedholm. Un caso o un segno del destino?
I miei giocatori erano delusi dal sorteggio. Signorini mi disse:
«Ci stanno portando via un sogno. Un domani, ai nostri figli
avremmo potuto raccontare di aver vinto a San Siro». Potevamo
goderci per un solo attimo la gioia di scontrarci ancora contro i
rossoneri: impossibile ripetersi alla Scala del calcio. Il

83
sentimento di rivalsa dei rossoneri avrebbe fatto il resto.
Dovevamo pagare l'onta dell'aver vinto a San Siro.
Io ero convinto del contrario. «Vincere una volta può
succedere a tutti, ma vincere due volte succede solo ai più bravi:
non c'è casualità!» rassicurai i ragazzi.
Il Milan di Liedholm non aveva cambiato gioco. Aveva una
manovra lenta che potevamo mettere in difficoltà con la velocità
del nostro gioco. Il mio Parma, dopo un anno di lavoro e con
nuove energie, era esperto e più solido.
Di nuovo a Milano, di nuovo attaccammo dal primo minuto
mettendo in difficoltà il Milan ancora a ranghi ridotti. Questa
volta fu Bortolazzi, milanista in prestito al Parma, che gelò San
Siro con un gol su punizione. Nuciari non poté nulla sulla palla a
fil di palo. L'uno a zero chiuse l'incontro. La mia gioia era
incontenibile. Con grande lavoro, umiltà e passione, avevo fatto
passi da gigante, ero migliorato anch'io nella capacità di
trasmettere le mie convinzioni e riuscivo a condividerle con la
squadra e la dirigenza. Si respirava un clima di euforia.
Incontrai di nuovo Berlusconi dopo gli ottavi di Coppa Italia.
Questa volta mi disse: «Continueremo a seguirla anche in
campionato», come per dire che il palcoscenico della B era
importante per mostrare il proprio gioco e la propria idea di
calcio. Poco tempo fa mi ha confessato che gli era piaciuto il
modo di giocare, in particolare il pressing (che i rossoneri non
attuavano) e i due terzini (Mussi e Bianchi) che si sganciavano in
continuazione.
Dal punto di vista tattico e umano eravamo più forti. I
cambiamenti avevano rafforzato la squadra, grazie a scelte
precise, che dovettero sopperire anche a gravi infortuni come

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quello di Zannoni, il nostro cannoniere, che si ruppe il legamento
crociato. Berlusconi per consolarlo gli regalò una macchina.
Il campionato di B era durissimo. Ci fu l'episodio della
partita contro il Pisa. Un fatto brutto, che ricordo ancora con
tristezza, dove la mia rabbia esplose incontrollata. Era il 2
novembre 1986. Alessandro Melli s'infortunò dopo un intervento
da denuncia del difensore. Le urla di dolore si sentivano in tutto
lo stadio. Io scattai come una molla dalla panchina inveendo
contro il giocatore del Pisa per l'intervento da espulsione. Ero
preoccupato per le sorti del mio giovanissimo attaccante. Un
infortunio così ti può costare anche la carriera. L'arbitro
Coppetelli di Tivoli invece si limitò ad ammonire il difensore. Io
non ci vidi più dalla rabbia, non mi ricordo nemmeno quello che
urlai contro il direttore di gara. Non era possibile. Dovevo
salvaguardare e difendere i miei giocatori. Non ricordo nemmeno
quante giornate di squalifica mi diedero, con Melli fuori per sei
mesi. Alla fine perdemmo uno a zero.
Al mio posto si sarebbe seduto Maurizio Battistini,
l'allenatore della Primavera del Parma, più giovane di me, davvero
in gamba. Doveva toccare in verità a Bruno Mora, calciatore della
Nazionale degli anni Sessanta, giocatore di Juve, Milan e
Sampdoria, ma una malattia grave ci aveva privato della sua
presenza, della sua competenza e della sua umanità.
Il campionato fu molto equilibrato. Alla fine del girone di
andata avevamo realizzato oltre venti punti, impensati e insperati
dalla società e dalla tifoseria, che, dopo le esperienze degli anni
passati, temevano un campionato sottotono, giocato solo per
salvarsi. Io invece ho sempre giocato per vincere, e così feci
anche quell'anno. L'aspetto più importante era il divertimento che

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questi giovani regalavano al pubblico per l'impegno, l'entusiasmo
e la qualità di gioco.
Alla fine c'erano otto squadre racchiuse in quattro punti. La
Cremonese, che aveva dominato il girone di andata, cominciò a
perdere colpi con squadre come Cesena, Lecce e Pisa, che si
affacciavano all'alta classifica. Il Pescara fu la rivelazione di
quell'anno, ripescata in extremis dalla serie C1.
Noi andavamo con un ritmo costante, ma a fine marzo, mentre
eravamo a Cagliari per la settima di campionato, il «Corriere
della Sera» pubblicò la notizia bomba che io avevo già firmato
con il Milan. Un terremoto che scosse un po' tutti, ma io riuscii a
mantenere la squadra concentrata. Con il Pisa, la settimana dopo,
ci prendemmo la rivincita, rifilando due gol e andando al terzo
posto in classifica. Così ammortizzai la botta arrivata dai giornali
e restituii serenità all'ambiente.
Un mese prima, mio padre era stato ricoverato a Fusignano.
Al ritorno dalla partita a Campobasso, il 1° marzo, mi fermai
all'ospedale. Lo trovai stanco e spossato.
Discorremmo del più e del meno, commentammo anche
l'andamento del campionato con il Parma. A quel punto mi sedetti
vicino a lui:
«Sai tenere un segreto?» gli domandai all'improvviso.
«Sì» mi rispose.
«Ma guarda che deve essere segreto, segreto!»
«Certo.»
«L'anno prossimo allenerò il Milan!»
A mio padre s'illuminarono gli occhi e si sedette quasi sul
letto.
Il giorno dopo chiamai il medico per saper come andavano le
cose e lui mi chiese: «Ma cos'ha fatto a suo padre? Cosa gli ha

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detto? Mi sembra che oggi stia benissimo!».
La notizia aveva fatto bene anche alla sua malattia, gli aveva
trasmesso una nuova vitalità.

Nell'ultima parte dell'anno non riuscivamo più a segnare e a


vincere fuori casa. A Catania non giocammo bene. Il mercoledì
successivo avevamo l'impegno dei quarti di Coppa Italia contro
l'Atalanta a Bergamo. Da una parte io volevo puntare tutto sul
campionato e vincerlo, Sogliano pretendeva che gli obiettivi della
stagione fossero Campionato e Coppa e pensava che l'Atalanta
fosse un avversario abbordabile. È molto difficile con dei giovani
inesperti perseguire nel calcio due obiettivi nella stessa stagione.
Io volevo schierare solo dei rincalzi per far riposare la squadra,
mentre Sogliano voleva tutti i titolari. Alla fine schierai solo
parte dei titolari. Perdemmo a Bergamo, pareggiammo in casa
zero a zero e fummo eliminati.
Contro il Genoa pareggiammo uno a uno dopo una partita
dominata da noi, con un loro gol al 92°. Il direttore di
«Tuttosport», Giglio Panza, quando vide la partita, sapendo che
sarei stato il nuovo allenatore del Milan, mi disse: «Ma se fa
giocare il Milan come il Parma con i giocatori che ci sono al
Milan, che cosa succederà?».
La partita decisiva per le sorti del campionato si disputò a
Parma contro il Cesena. Poco prima Signorini era stato informato
di essere stato acquistato dalla Roma e per la gioia non dormì due
notti. Questo era Gianluca, un ragazzo formidabile che il calcio
prima e la malattia poi hanno reso un uomo di grande forza
morale.
La partita che avrebbe potuto rilanciare la squadra verso la
serie A ce la giocammo a Cremona. Fu una partita storta. L'arbitro

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Longhi diede un gol alla Cremonese in netto fuorigioco. Finì due
a uno per i padroni di casa. Le ultime due partite, vittoria con la
Triestina due a uno e sconfitta a Pescara per uno a zero, ci fecero
chiudere il campionato al settimo posto con 40 punti, insieme al
Messina, dietro al Genoa con 42, Cremonese Lecce e Cesena con
43, Pisa e Pescara con 44. Avevamo mancato la serie A per tre
soli punti.
Uno dei momenti più emozionanti della mia vita di allenatore
fu quando tornai da Cremona. In piazza Garibaldi nel cuore della
città, incontrai un gruppo di tifosi con bandiere. Mi portarono in
trionfo anche dopo quella bruciante sconfitta. Sentii una grande
gioia nel cuore, perché avevamo dato tutto, e la città lo aveva
capito. Parma è una città di grande cultura, e i tifosi che mi
acclamarono lo stesso testimoniavano capacità di giudicare
l'impegno e la bellezza, a prescindere dal risultato. Questo a
differenza di una parte del Paese che non ha capacità e
conoscenza critica.
Ero in ritiro con due giocatori che allora erano ancora
ragazzi, Alessandro Melli e Luca Bucci. Ormai sapevano che
sarei andato al Milan. Gli chiesi: «Cosa dite, come andrò?».
«Se non la mandano via subito e i giocatori la seguono, andrà
benissimo. Il pericolo è l'inizio!»
Tra gioie e paure, tra speranze e grandi sogni, il mio destino
mi portava verso Milano.
Iniziava così la mia avventura alla «Scala del calcio».

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6. La cavalcata verso il primo scudetto

Il tuo Milan, una sinfonia calcistica!


RICCARDO MUTI

Per capire la rivoluzione del mio Milan, bisogna fare un


passo indietro e parlare di ciò che accadde a partire dal
campionato 1978-79, quello del decimo scudetto vinto dalla
squadra rossonera, l'anno della stella e del debutto in serie A di
un giovanissimo Franco Baresi. Nils Liedholm andò ad allenare
la Roma e Gianni Rivera, un idolo per San Siro e per tutto il
calcio italiano, abbandonò l'attività sportiva all'apice del
successo. Scomparve anche Nereo Rocco, un allenatore che ha
segnato la storia della società rossonera.
Gli anni Settanta furono un decennio difficile: il presidente
del Milan tra il 1977 e il 1980 era Felice Colombo, amato dai
giocatori ma non dai tifosi. La gioia dello scudetto durò solo un
attimo, come la luce di una stella cadente. Guidato da Massimo
Giacomini, il Milan stentava in campionato quando il 23 marzo
1980 le camionette dei carabinieri entrarono nei campi di gioco.
Vennero arrestati alcuni giocatori e anche Felice Colombo. Fu
l'inizio dell'inchiesta che portò al processo del «calcio
scommesse» di cui avevo anch'io subito le conseguenze in serie
C, con le partite comprate dal Vicenza. Davvero una brutta pagina
del nostro calcio.
Il Milan, alla fine del processo, risultò pesantemente
implicato nella vicenda e fu condannato all'ultimo posto in
classifica e di conseguenza retrocesso in B. Il Diavolo volava
all'inferno insieme alla Lazio.

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La serie B durò solo un anno. Nel campionato 1980-81,
ancora guidato da Massimo Giacomini, il Milan vinse e tornò
subito in serie A.
Il ritorno in serie A, l'anno seguente, fu assai difficile, i
risultati non arrivavano. C'era tensione tra i giocatori e
l'allenatore Radice. Felice Colombo lo esonerò e lo sostituì con
Italo Galbiati, che diventerà in seguito mio allenatore in seconda,
una pedina importante per il mio Milan. Colombo, in seguito,
cedette le sue azioni prima a Gaetano Morazzoni e poi a un
personaggio discusso come Giuseppe Farina, che divenne
presidente della società.
Quello del 1981-82 fu un campionato maledetto, che portò i
rossoneri a giocarsi la serie A all'ultima partita contro il Cesena
mentre il Genoa, che si contendeva un posto per la salvezza,
giocò a Napoli. Il Milan prese due gol e recuperò con una partita
al cardiopalma, ma all'ultimo minuto un gol del Genoa al San
Paolo condannò alla B i rossoneri per la seconda volta, a distanza
di appena un anno. Fu un incubo. I tifosi sprofondarono di nuovo
nel campionato cadetto, questa volta merito solo del campo.
Nella stagione seguente Ilario Castagner portò la squadra al
rientro nella massima serie. Il Milan di quei vertiginosi
saliscendi, tra A, B e A, aveva ubriacato pubblico e tifosi. Il
nuovo acquisto fu Luther Blissett, che si rivelò un vero bidone,
incapace di coordinazione, famoso e ricordato per i gol non
segnati più che per i cinque realizzati con la maglia rossonera.
Farina l'aveva acquistato, dice la leggenda, fidandosi del
suggerimento di un famoso ristoratore inglese. Uno dei tanti
giocatori mediocri arrivati nel nostro campionato dall'estero dopo
la riapertura delle frontiere. Farina e Castagner arrivarono così ai
ferri corti, reo quest'ultimo di avere firmato con l'Inter ancor

90
prima della fine del campionato, e fu licenziato a metà stagione.
Sulla panchina rossonera tornò Nils Liedholm, che sembrò
riportare il Milan alla gloria passata.
Nella stagione 1984-85 Farina fece una buona campagna
acquisti portando in rossonero giocatori come Di Bartolomei,
Virdis, Wilkins e Hateley, detto «Corno d'acciaio» per la potenza
del colpo di testa e confermando in panchina Nils Liedholm. Il
Milan quell'anno arrivò quinto in campionato e si giocò una
finale, perdendo la Coppa Italia contro la Sampdoria. Dopo anni
fuori dall'Europa, finalmente il Milan si giocava la Uefa. Ma «i
sogni muoiono all'alba» dice un proverbio, e a San Siro contro il
Waregem i rossoneri persero due a uno. Fuori dalla Coppa, i
tifosi contestarono il presidente Farina. Fu un altro momento
difficile per la squadra, ma soprattutto per la società. La Guardia
di Finanza riscontrò delle irregolarità finanziarie con una
voragine di debiti. Farina si dimise dopo aver rischiato di
mandare i libri in tribunale e il Milan in fallimento. Prima di
andarsene in silenzio, dichiarò a un giornalista, con grande senso
dell'umorismo: «Il padreterno sarebbe il presidente ideale del
Milan».
A seguito di questo terremoto entrò in scena Rosario Lo
Verde, che rilevò una situazione a dir poco tragica. Il Milan, in
verità, cercava un nuovo padrone.

L'acquisto interessava Silvio Berlusconi, che in quegli anni


era diventato un leader della comunicazione con le televisioni e la
sua società, la Fininvest. Vide nel calcio e nel Milan un altro
tassello importante per il suo gruppo. Insieme ai suoi due uomini
di fiducia, Adriano Galliani e Fedele Confalonieri, acquistò la
società. A molti allora non sembrava proprio un buon affare. Il

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Milan era fuori dalle coppe europee, la società era gravata da
molti debiti e aveva una credibilità tutta da riconquistare, dentro
e fuori dal campo. Adriano Galliani aveva dichiarato che il Milan
era un brand importante ma con debiti incredibili, tanto da dover
pagare personalmente il panettiere, il macellaio sotto casa o il
farmacista di Milanello. Con la nuova proprietà era davvero la
fine di un incubo per i tifosi. Berlusconi dava garanzie di
obiettivi, di sicurezza economica e soprattutto un nuovo
entusiasmo.
Il primo anno Berlusconi confermò Nils Liedholm, ma poi si
pentì perché sentiva che doveva fare di testa sua. Ha sempre avuto
intuito nello scoprire gli uomini. Dopo le due sconfitte
consecutive in casa nella Coppa Italia contro il mio Parma,
Berlusconi comprese che forse ero io l'allenatore che cercava,
perché mettevo in campo un calcio che gli piaceva, divertente,
aggressivo, spettacolare, senza paura. Non ho avuto una storia
importante come calciatore, portavo idee innovative, e questo
piaceva alla nuova società.
Giovanni Trapattoni era un grande allenatore, che interpretava
magistralmente l'ortodossia del calcio italiano. Lo stimavo molto,
anche se le mie convinzioni erano differenti. La Juventus in quel
periodo cercava un nuovo allenatore che lo sostituisse e pensò a
me, ma io interpretavo un calcio davvero molto diverso dal suo:
ho sempre creduto che tutto dovesse partire da un club
organizzato, moderno, che metta al centro prima la persona, alla
costante ricerca dell'eccellenza, poi il giocatore funzionale e
complementare agli altri, e infine il talento. Così sei nelle
condizioni migliori per lavorare. Se un'organizzazione di concerti
vuole uno spettacolo rock, non capisco perché poi chiamino
cantanti neomelodici, lirici o da balera. E così vale per il calcio.

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Se vuoi giocare un football totale dovrai acquistare calciatori
intelligenti con capacità di giudizio, senso della posizione e in
grado di muoversi con e per i compagni. Ragazzi che sappiano
partecipare alla fase offensiva e difensiva e siano sempre in
posizione attiva. Giocatori universali, non specialisti o
individuali.

Nel mio calcio, leader erano l'idea de gioco e il collettivo. È


più importante il motore o il pilota in una gara automobilistica?
Lo sono entrambi, ma se non hai il motore non parti neppure.
Senza gioco c'è improvvisazione e pressappochismo. Non è il
fenomeno, il talento a creare la squadra, ma è il gioco costruito e
pensato dall'allenatore che fa grande la squadra e valorizza il
talento in campo. In Italia bisogna migliorare la cultura calcistica,
si ragiona ancora con la pancia e con i piedi e non con
l'intelligenza. Pure Bertolt Brecht diceva che anche gli attori più
affermati senza un copione e senza la collaborazione degli altri
non riescono a esprimersi compiutamente. Mi sembrano concetti
molto semplici eppure difficili da applicare in una società
individualista come quella italiana, che non ha una coscienza
sociale di gruppo.
Nel marzo 1987, dopo la seconda vittoria del mio Parma in
Coppa Italia contro il Milan, mi chiamò Ettore Rognoni, con cui
ero molto amico fin da ragazzo.
Ci aveva seguito per tutto il campionato, fino a febbraio. Mi
chiese se il lunedì successivo potevo andare ad Arcore da
Berlusconi. Non ho mai pensato nemmeno per un attimo che io
potessi essere l'oggetto dei suoi pensieri, era fuori da ogni umana
previsione. Questo per far capire quale personaggio straordinario
sia Silvio Berlusconi. Aveva percepito quello che altri non

93
avevano neppure immaginato. Ma l'appuntamento slittò alla
settimana seguente: per colpa della neve l'elicottero non era
riuscito a levarsi in volo da Saint Moritz, dove lui si trovava.
Poiché eravamo in confidenza, mi azzardai a dire a Rognoni:
«Vengo quando volete, solo che venerdì non posso perché sono
già in parola con una squadra importante, e se tutto va bene
firmo».
Ettore mi richiamò quasi subito proponendo di vederci il
martedì. Allora capii che forse qualcosa bolliva in pentola. Era un
sospetto. Al Parma noi avevamo giocatori interessanti, che il
Milan avrebbe potuto comprare, come Mussi, Melli, Fontolan,
Bortolazzi, Signorini, Bianchi.
Rognoni venne a prendermi alla barriera autostradale di
Milano e mi accompagnò ad Arcore, dove mi aspettavano Galliani
e Berlusconi. Parlammo di calcio dalle otto di sera fino alle due
del mattino. Alla loro proposta sulle prime dissi di no, poi
accettai, allora mi chiesero di rimandare l'incontro con l'altra
società, che era la Fiorentina.
Nella notte, tornando a Parma, pensai che non sarebbe stato
corretto spostare l'appuntamento: era una questione di rispetto. Il
mercoledì mattina - era in programma un doppio allenamento -
chiamai Ettore, lo ringraziai e gli dissi che non me la sentivo di
spostare l'appuntamento con la Fiorentina, per poi dire che non
sarei andato più.
«Tu sei matto!» reagì Rognoni. «Ho parlato con Galliani, che
mi ha detto dell'entusiasmo di Berlusconi. Al 99 per cento tu sei
il nuovo allenatore del Milan.»
«Non me la sento di trattare così l'altra società» risposi, e
andai a fare il doppio allenamento con il cuore in pace.

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La sera ritornai a casa. Non c'erano ancora i cellulari. «Ha
chiamato due o tre volte Ettore Rognoni, e mi ha detto che devi
richiamarlo subito» mi riferì Giovanna.
Chiamai Ettore, che mi annunciò: «Guarda, Arrigo, dobbiamo
andare a Milano, Berlusconi non ci sarà ma ci saranno Foscale,
Galliani, Paolo Berlusconi e Confalonieri».
«Per me sono anche troppi» risposi.
«Sono pronti per la firma.»
Mi avevano convinto. Saprò in seguito che Berlusconi non
era presente perché doveva fare un contratto a Raffaella Carrà e a
Pippo Baudo per le sue nuove televisioni.
Arrivai a Milano e dissi: «Vi saluto e vi ringrazio: avete avuto
coraggio, e così io firmo in bianco. Mi date fiducia e io vi ripago
in questo modo».
Galliani mi aveva proposto meno di quello che guadagnavo a
Parma. Ma ero contento. Era un sogno che si avverava.
Il mio arrivo a Milano fu, come sempre, difficile. L'impatto
con la squadra fu dirompente, c'era diffidenza ma non
prevenzione, dicevo cose diverse sia sul calcio, sia sulla mentalità
da tenere in campo, sia nella programmazione degli allenamenti.
In Italia, non bisogna dimenticarlo, hanno bruciato Giordano
Bruno. Io ero visto come un eretico. L'ambiente del calcio e una
parte dei giornalisti mi consideravano un eversore, un diverso, un
avversario possibilmente da abbattere, perché mettevo in crisi la
loro leadership e il loro ruolo di detentori di un sapere antiquato,
vecchio, mentre i giovani e i meno conservatori mi guardavano
con interesse. Così mi presentavo a Milano. Chi è questo qui che
non ha mai giocato al calcio? Vuol fare delle cose diverse da
quelle che abbiamo sempre detto e scritto. Perché cambiare?

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Una volta m'invitarono alla Bocconi per una conferenza, e la
prima domanda che mi fece uno studente fu: «Come può allenare
campioni senza esserlo mai stato?».
«Non ho mai saputo che prima di essere un fantino bisogna
essere stato un cavallo!» risposi, suscitando l'ilarità generale. Ero
abituato a questa diffidenza.
Così si crearono due schieramenti contrapposti, pro o contro
di me, che non mancarono, in tribuna giornalisti, di arrivare alle
mani. Ma io non avevo intenzione di fare rivoluzioni, volevo solo
essere libero di esprimermi con il calcio che mi piaceva. In Italia
si spendevano moltissimi soldi per comprare giocatori di qualità,
ma poi si lasciava in generale il gioco agli avversari, e per me era
assurdo. Io puntavo sui giovani italiani volitivi, con la testa e i
piedi buoni, aperti, capaci di esprimere il gioco che volevo io.
Avevo vinto il campionato di C1 con una squadra che aveva un'età
media di vent'anni anni e mezzo.
Una volta Galliani mi disse: «Guarda, Arrigo, che puoi
spendere quello che vuoi, non ci sono problemi!».
«No» risposi, «dobbiamo comprare i giocatori che ci servono
per la squadra e il gioco, e se costano poco tanto meglio, così
avrete anche più pazienza: spesso chi spende molto pretende
risultati subito.»
In Italia si vinceva prevalentemente attraverso ci singolo,
l'azione geniale di un giocatore, puntando sul contropiede.
Purtroppo la mentalità è ancora questa. Siamo un Paese in
generale che non sa e, se non sa, si lega al passato. In Italia il
nuovo è un trauma. Io ero attratto dal nuovo, soprattutto in campo
tecnico. Natale Bianchedi, il mio osservatore di fiducia, girava il
mondo per vedere come allenavano gli altri allenatori come

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Cruijff, Lobanovs'kyj, Rehhagel e mi relazionava per fare nostre
le novità.
A un'accoglienza diffidente ero abituato. Quando andai a
Milano l'ostilità raggiunse l'apice. A Parma no, nella città ducale
avevo trovato una grande apertura mentale, un grande entusiasmo,
anche perché nel campionato di C1 non ero uno sconosciuto,
avendo lavorato due anni con il Rimini.
Un giornale importante, quando arrivai a Milano, mi accolse
con un articolo dove s'infilavano una serie di «Si dice» talmente
denigratori che mancava solo l'accusa di pedofilia. Chiamai
Galliani per avere chiarimenti circa quella stampa piena di veleni,
ma lui non diede importanza, semplicemente mi disse: «Non
leggere».
Fu il primo segnale che dietro di me avevo una società solida,
che mi difendeva e mi aiutava. Ho sempre avuto il conforto di
Berlusconi e Galliani, e questo era importante per il mio
progetto. In caso di bisogno mi avrebbero aiutato sempre, e ciò
mi dava una certa tranquillità. Hanno avuto un grande merito,
permettendomi di lavorare nelle migliori condizioni, con
amicizia, stima, cultura e intelligenza, senza mai togliermi
autorevolezza.
Avevo quarantuno anni. Ero uno dei più giovani, anzi
giovanissimo. Nils Liedholm era un uomo colto, intelligente,
ironico e autoironico. Sapeva che sarei andato al Milan ma la
società negava perché c'era un campionato in corso. Al termine di
una partita lui entrò nel salone dei giornalisti proprio nel
momento in cui stavano intervistando Galliani. Tempestavano
Adriano di domande per sapere il nome del nuovo allenatore del
Milan, volevano che confermasse le voci che circolavano intorno
al mio nome. Quando entrò, Galliani disse: «Nils, vieni, dammi

97
una mano». E lui, senza dire una parola, gli allungò la destra
sorridendo.
Il Milan che ereditavo da Liedholm era una squadra di
calciatori bravi ma non tutti funzionali al mio progetto. Per
esempio, Agostino Di Bartolomei era un buon giocatore, ma
inadatto a interpretare il calcio che avevo in testa, perciò non lo
volli più. Un altro era Dario Bonetti, che giocava anche in
Nazionale ma aveva scambiato il giorno con la notte.
«E chi prendiamo al suo posto?» mi domandò Berlusconi.
«Non c'è la sua riserva, Filippo Galli? Mi sembra un ottimo
professionista.»
Liedholm, dopo anni difficili, aveva fatto un buon lavoro
tecnico che si dimostrò anche un terreno fertile per il mio gioco,
il quale partiva però da presupposti molto diversi, non dai singoli
ma da una tecnica collettiva.
Liedholm mi fu quindi di grande aiuto. Purtroppo noi
allenatori siamo soli, sempre, soprattutto quando si perde. Soli di
fronte ai giocatori, ai giornalisti, al pubblico. Ci sarebbe da
scrivere un intero libro sulla solitudine dell'allenatore, con le sue
scelte dettate dalle circostanze, dalle tattiche, dalle necessità. Le
scelte più impopolari spesso sono le uniche possibili perché il
gioco lo pretende.
Prima del mio arrivo, nel finale del campionato 1986-87 fu
promosso come allenatore Fabio Capello. Quando vennero a
giocare a Parma, dopo la nostra vittoria a Milano, Liedholm era
in tribuna e Capello in panchina. Mi dispiaceva per Nils, però
l'allenatore deve sapere che nell'ambiente, come ovunque, si vive
alla giornata. Osvaldo Bagnoli, straordinario allenatore, mi
diceva spesso: «Oggi alleni la Primavera del Cesena e io la prima
squadra, ma un domani può capitare che sia l'inverso», e me lo

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diceva con tutto l'affetto e la generosità di uomo e di tecnico,
consapevole della precarietà del nostro ruolo. Bagnoli era
davvero una persona di grande umanità, umiltà, un personaggio
come se ne trovano pochi nel calcio. Tutti i venerdì facevamo
riunioni con il settore giovanile e poi lui veniva con noi a cena.
Un uomo a cui devo molto.

Questa fu la mia partenza in una società ricca di entusiasmo,


che trasmetteva a me e ai tifosi una grande voglia di fare dopo
anni difficili. La scelta stessa di mettermi sulla panchina del
Milan aveva qualcosa di rivoluzionario. La società era
organizzata, perfezionista, con una visione ampia, non solo
tecnica ma anche umana, del calcio. Silvio Berlusconi era
formidabile. Ripeteva a tutti: «Voglio far diventare il Milan la più
forte squadra del mondo!», e questa volontà si rifletteva nel suo
modo di agire.

Al Parma avevo raggiunto il massimo dell'intensità degli


allenamenti. Al Milan, insieme a Vincenzo Pincolini,
cominciammo in maniera più graduale, ma, per quelli abituati agli
allenamenti con Liedholm, fu comunque un trauma.
Volevo trasmettere subito le mie convinzioni, spesso fuori dai
canoni anche degli stessi giocatori, come per esempio che per
difendersi dovevano aggredire e non indietreggiare. Loro erano
perplessi. Dovevo insegnare e trasmettere loro un altro modo di
giocare, un'altra mentalità, supportati da una collaborazione e
organizzazione diversa dallo stereotipo italiano. Dovevo
convincerli a trovare dentro di loro la voglia di vincere e di
giocare al meglio.

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Dopo due mesi di lavoro intenso, presi da parte Berlusconi e
gli dissi: «Guardi che qui stiamo sognando solo io e lei, finché
non faremo sognare anche loro, non avremo risolto il problema».
Dopo uno dei primi allenamenti, stavamo mangiando a
Milanello con tutta la squadra, quando entrò Berlusconi.
Nessuno dei presenti si alzò in piedi. I giocatori continuarono a
mangiare. Io mi arrabbiai molto, perché quella era una mancanza
di educazione e di rispetto verso la proprietà, verso chi crede in te
e nel tuo lavoro.
«Ragazzi, se non c'è etica non c'è crescita!» Lo affermai in
maniera molto decisa. Il rispetto è alla base della civiltà, ed è ciò
che manca a noi in generale come popolo. «Io voglio prima di
tutto degli uomini affidabili, poi dei giocatori che sappiano
essere uomini dentro ma soprattutto fuori dal campo.»
Volevo anche una società che rispettasse le proprie
convinzioni. Stavamo guardando un paio di giocatori, all'inizio,
da inserire nella rosa. Mi trovavo ad Arcore, in casa di
Berlusconi, quando lui ricevette una telefonata da Cesare Romiti,
che allora era un importante manager della Fiat e molto vicino
alla Juventus. Romiti gli disse: «Mi ha detto l'Avvocato di riferirti
di lasciar stare quel giocatore perché interessa a noi!».
Berlusconi era appena entrato nel mondo del calcio, era un
novellino come presidente; gli Agnelli e la Juventus erano la
storia del calcio italiano. Io mi ricordo che stuzzicai un po' il
presidente e lo toccai nel vivo: «Dottore, se dobbiamo diventare
la squadra più forte del mondo, non possiamo lasciare le prime
scelte agli altri. Ci complicheremo la vita! Non possiamo subire
pressioni da altre società per il nostro operato».
Il volto di Berlusconi si rabbuiò. Aveva capito. Non l'avevo
mai visto così arrabbiato. Prese il telefono e richiamò Romiti

100
immediatamente: «Non permetterti più di fare una telefonata del
genere!».
Era anche un modo per far capire alle altre società di serie A
che lui non era un outsider, che voleva essere protagonista anche
nel mondo del calcio. Quando vedi questi gesti ti senti protetto,
avverti che i tuoi obiettivi non sono in contrasto con la società e
hai un aiuto morale che difficilmente trovi anche in società
blasonate.
Con Giampiero Boniperti ci fu un battibecco prima del
campionato. Lui era molto superstizioso, e nel calcio non si
augura mai «buona fortuna» perché dicono porti male.
«Buona fortuna a lei» gli risposi subito, «buona fortuna a
lei.»
La Juventus ci guardava come una squadra e una società
subalterne. Loro erano la «Vecchia Signora», ma questo è servito
molto per costruire il senso di appartenenza al Milan, all'orgoglio
rossonero.

Nel frattempo la società aveva acquistato due olandesi. Ruud


Gullit pensavano potesse fare il libero. In Olanda giocano in
questo modo, con due che marcano e un libero, un giocatore che
fa e va dove vuole, e Gullit qualche volta giocava così. Lo
comprarono dal PSV. Già lo conoscevo, ma per me non era un
libero. Aveva una potenza fisica di tiro e di corsa impressionante.
In verità era un attaccante, un energumeno che faceva paura per la
forza fisica, veloce e con un'elevazione prodigiosa, un talento
vero, con un tiro formidabile e i giusti fondamentali. Fu pagato
tredici miliardi di lire tra cartellino e pubblicità. Comprarono
anche Marco Van Basten, che era a fine contratto con l'Ajax.
Sandro Mazzola si ricordò, in un'intervista, di aver visto giocare

101
Van Basten da ragazzino, e di averne capito subito il potenziale:
sarebbe diventato il nuovo Cruiijff per la genialità, il talento,
l'eleganza in campo, l'altruismo e i gol impossibili.
Il PSV Eindhoven con i soldi ricavati dalla vendita di Gullit
costruì una tribuna, investì in strutture, nonostante fosse di
proprietà di una multinazionale, la Philips, e nel 1987-88 vinse il
campionato olandese, la Coppa nazionale e la Coppa dei
Campioni. Un vero esempio per le nostre società.
Acquistammo Angelo Colombo. Il presidente Berlusconi mi
disse: «Sacchi, non ho speso cento miliardi di lire per comprare
un giocatore che si chiama Colombo. Ma chi è?». «Bisogna
prendere i giocatori che servono, che sono funzionali al gioco»
risposi. Dopo tre anni al Milan Berlusconi non voleva più
vendere Colombo, pedina strategica del nostro gioco, un
corridore formidabile che faceva anche quattro-cinque gol a
stagione.
Andai di nuovo da Berlusconi e gli dissi: «Mi compri
Ancelotti, se arriva lui vinciamo il campionato».
Insistevo: mi fidavo dell'uomo, aveva problemi a un ginocchio
ma la testa funzionava bene, era generoso, professionale e dava il
massimo. Un esempio positivo per tutti Un grande giocatore. Ma
a Roma, si diceva, lo consideravano una «sola».
Il venerdì a mezzanotte mi chiamò Galliani per comunicarmi
che con la Roma aveva trovato l'accordo e che, se Berlusconi
avesse detto di sì, l'avremmo comprato.
Sabato a mezzogiorno terminava il mercato. Era l'ultima
occasione. Berlusconi si trovava a Saint Moritz. Gli telefonai.
«Mi compri Ancelotti, è un gran giocatore, un professionista
esemplare, un ragazzo straordinario, un esempio per tutti.»

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«Ma come faccio a comprarle un giocatore che ha la
funzionalità ridotta del 20 per cento?» replicò Berlusconi.
«Me lo compri, dottore.»
«Glielo ripeto: come faccio a comprarle un giocatore con
funzionalità ridotte?»
«Ma dove sono queste funzionalità ridotte?» chiesi al
presidente.
«Nel ginocchio» rispose lui.
«Il ginocchio non mi preoccupa, mi sarei preoccupato se le
avesse avute in testa.»
Lo convinsi. E così comprammo Ancelotti.
Dopo tre o quattro mesi Berlusconi non era per niente
soddisfatto dell'acquisto. Mi disse: «Ha voluto un direttore
d'orchestra che non conosce la musica!».
Parlai con Carlo e gli riferii le parole del presidente.
«Cosa facciamo?» mi chiese lui.
«Devi prendere lezioni private. Vieni prima e ci alleniamo con
i ragazzi della Primavera.»
Lo avevo preso per farlo diventare un centrocampista centrale,
davanti a Baresi e dietro a Gullit. Carlo, con molta umiltà,
dedizione, spirito di sacrificio e voglia di migliorarsi, cominciò
ad assimilare il gioco che volevo sul campo facendo allenamenti
supplementari con i giovani della Primavera.

Prima di entrare in politica Berlusconi era un autentico uomo


di spettacolo, sapeva che anche la più piccola vittoria era
importante, un avvenimento da festeggiare. Da vero imprenditore,
non pagò più i giocatori con i premi partita. I soldi entravano se
si raggiungevano gli obiettivi, e quindi le gratificazioni
arrivavano in maniera molto diversa rispetto a prima, a seconda

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della posizione raggiunta in campionato. Anche questo aspetto fu
rivoluzionario, perché anche a squadre che retrocedevano i
presidenti pagavano i punti partita.
Un altro fatto di notevole importanza fu l'organizzazione di
una convention con la squadra, tecnici, psicologi, addetti stampa,
dirigente organizzativo e tutto lo staff, il preparatore dei portieri e
l'allenatore in seconda Italo Galbiati, che è stato per me un aiuto
vero, un collaboratore fidato, grande professionista, un fenomeno
di longevità calcistica. Feci un errore quando non lo portai ai
Mondiali perché aveva dieci anni più di me, ma in seguito è
diventato il braccio destro di Capello nella Nazionale russa a
quasi ottant'anni. C'erano anche un preparatore atletico, Vincenzo
Pincolini, Guido Susini come addetto stampa, Paolo Taveggia
dirigente organizzativo, Bruno De Michelis psicologo, due
medici, Giovanni Battista Monti, traumatologo, e Rodolfo
Tavana, un ortopedico, medico dello sport, bravissimi entrambi. A
completare questo staff di veri professionisti, Silvano
Ramaccioni, team manager di grandi capacità, uomo coltissimo,
non sempre supportato dalla volontà, e Adriano Galliani, un
fenomeno che è stato per molti anni manager di Fininvest e del
Milan insieme. Uno staff di livello mondiale, che faceva grande il
club del Milan.
Per quattro giorni tutta la dirigenza restò chiusa in un castello
a Erba, vicino a Como, per fare gruppo, per condividere obiettivi
ed esperienze, e soprattutto per conoscersi meglio. Era una
società ben organizzata, moderna, dove ognuno aveva il suo ruolo
e sapeva quello che doveva fare.
Chiesi infine a Berlusconi di evitare gesti eclatanti per
presentare la squadra. L'anno prima era atterrata con gli elicotteri
e i giocatori erano stati oggetto di scherno non solo da parte dei

104
giornali. Venne così organizzata una presentazione al
Palatrussardi e cominciammo a lavorare sorretti dall'entusiasmo
dei tifosi.
Ci allenavamo a Solbiate, ma quando eravamo a Milanello
non volevamo nessuno, per poter lavorare in pace. A Solbiate gli
allenamenti si tenevano a porte aperte, e venivano anche cinque o
seimila persone tra tifosi e curiosi.

Il mio debutto sulla panchina rossonera fu in un'amichevole


contro la Solbiatese, il 2 agosto 1987. Vincemmo sette a zero.
Ricordo quella partita come qualcosa di speciale e cominciai fin
da subito a fare sul serio, anche se si era trattato di poco più di
un allenamento.
I giornalisti che presenziavano agli allenamenti cominciarono
a scrivere su quello che facevamo in campo. Anche per loro era
una novità, una manna caduta dal cielo per i loro articoli. Si
parlava di esercizi per sviluppare la psicocinetica, che
richiedevano un pensiero da parte di ogni giocatore, che
sviluppavano le capacità di attenzione e concentrazione. Ci
allenammo subito con il pallone fin dal primo giorno, avevo fretta
di far capire al più presto ciò che volevo. Michelangelo diceva
che i quadri si dipingono con la mente, non con le mani. Io
pensavo che il calcio si dovesse giocare con la mente, i piedi
sono solo un mezzo che facilita l'apprendimento. Se hai una
buona tecnica ma ti mancano capacità interpretativa e logica,
passi la palla avanti quando devi passarla indietro, tieni la palla
quando la devi passare di prima, la giochi di prima quando la devi
tenere. Non basta la tecnica, è funzionale ma non sufficiente.
Tutto questo era musica nuova per le orecchie dei giocatori,
che non erano abituati a tanta mole di lavoro durante la

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settimana. Eppure solo così potevo far capire la bellezza di quel
nuovo modo di giocare al calcio. Quando ci sono dei
cambiamenti e convinzioni nuove, c'è bisogno di trasmettere tutto
il tuo sapere con una determinazione feroce, senza tentennamenti.
Carlo Ancelotti alla fine confessò; «Era così determinato! Arrigo
era tanto convinto che alla fine ci ha convinto».
Parlavo molto con i giocatori, cercavo di far capire e
trasmettere loro le mie idee. La sera passavo nelle camere per
vedere se tutto era a posto. Avevo messo a dormire insieme i
giocatori di reparto, perché volevo che ci fosse sintonia e
amicizia anche fuori dal campo. Tassotti ha confessato che
qualche volta spegnevano la luce quando sentivano che stavo per
arrivare, per difendersi dalla mia costante presenza. In quelle
occasioni davo anche consigli per la partita dell'indomani, non
smettevo di pensare all'incontro.
Qualcuno mi ha accusato anche di ingerenza. Posso
accettarlo, ma guardiamo al risultato. Alcuni avevano già
venticinque-ventisette armi, e nessuno di loro era mai stato tra i
primi dieci della classifica di «France Football», nessuno aveva
mai vinto il Pallone d'oro. Poi, ogni anno - da quando vincemmo
il primo campionato e la squadra giocava come un rullo
compressore - ne presentammo cinque o sei in classifica. Chi mi
muoveva critiche sosteneva che logoravo i giocatori. Eccetto Van
Basten, che ha avuto problemi alla caviglia, gli altri hanno
giocato nella massima categoria fino a un'età che va dai
trentaquattro ai quarantuno anni. Lo stesso Van Basten con me ha
vinto due volte il Pallone d'oro e Gullit, l'unica volta che l'ha
vinto, è stato con il mio Milan. Franco Baresi con me è arrivato
secondo, Rijkaard terzo. Era una squadra che aveva, all'inizio,
solo cinque Nazionali: i due olandesi, Maldini, Baresi e

106
Donadoni. Ancelotti cominciò a giocare in Nazionale con più
continuità. Poi tutti hanno indossato, chi più chi meno, la maglia
azzurra. Ne ho portati molti anch'io in Nazionale: Evani, Mussi,
Tassotti, Costacurta, Massaro, Albertini... L'unico escluso fu
Colombo, perché era calato nel rendimento.
In campionato partimmo subito male, perché i carichi erano
stati difficili da smaltire e ai giocatori occorreva tempo per
assimilare il nuovo gioco.
All'inizio, per non traumatizzare la squadra, facemmo il 20-25
per cento in meno rispetto al lavoro che si faceva il secondo anno
con il Parma. Maldini in seguito ha affermato: «In verità
lavoravamo tantissimo».
Il secondo anno vennero a vederci, per capire come ci
preparavamo alla partita, allenatori come Arsène Wenger,
attualmente allenatore dell'Arsenal, Gérard Houllier, all'epoca
viceallenatore della Nazionale francese, e Luis Miguel
Fernàndez. Si fermarono sette-otto giorni a Milanello, e alla fine
affermarono che non avevano mai visto lavorare tanto una
squadra. Vennero anche Salvatore Bagni e De Napoli con la
Nazionale e assistettero al doppio allenamento del mercoledì e
del giovedì. Alla fine Bagni mi disse: «Quello che fate in due
giorni è il lavoro che facciamo grosso modo in un mese». De
Napoli lo sapeva già perché era stato un mio giocatore. Al Rimini
addirittura ero arrivato a fare tre allenamenti al giorno.
Silvio Berlusconi non approvava che venissero altri tecnici a
vederci. Io rispondevo sempre: «Che vengano pure, possono
anche copiare gli esercizi. Alla fine quello che conta è la
sensibilità dell'allenatore: è lui che deve saper guidare e
migliorare il giocatore, lui che deve muovere la squadra in campo.

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Lui deve correggere gli errori in allenamento. Tutto quello che
non si corregge diventa un limite in partita».

Come ho detto, cominciammo male, con risultati alterni.


Contro il Pisa inaugurai la mia panchina in serie A vincendo tre a
uno, gol di Donadoni, Gullit e Van Basten.
La seconda di andata, in una splendida giornata di sole, a San
Siro perdemmo due a zero contro la Fiorentina. La squadra ebbe
tante occasioni, ma non riuscì a segnare. Ci punirono Díaz prima
e poi Roberto Baggio, che con un dribbling spettacolare mise a
sedere Galli e infilò a porta vuota.
Un giorno Van Basten mi disse: «Mister, perché mi tratta
come gli altri?».
«Perché non dovrei? Sei un ragazzo intelligente: se ti trattassi
in modo differente dagli altri, romperei l'armonia del gruppo.» E
aggiunsi: «Le regole sono uguali per tutti, il compenso è l'unica
differenza».
Dopo la sconfitta in casa con la Fiorentina, rilasciò
dichiarazioni che diedero adito alla stampa di scrivere: «Van
Basten contro Sacchi», «Van Basten boccia Sacchi».
Nel corso della settimana non dissi niente. Era iniziato il
campionato, e non era certo un momento facile per me e per la
squadra. Alla terza giornata, a Cesena, comunicai la formazione.
Van Basten era il sedicesimo.
«Visto che sai molto di calcio, vieni con me in panchina, così
mi spieghi dove sbaglio.»
Dovevo far capire che la leadership era del club e che ero io
l'uomo che la società aveva incaricato per le questioni tattiche e
tecniche. Era un avviso forte a tutti i giocatori. Già Gullit e Van
Basten avevano cercato privilegi, come quando andammo a

108
giocare un'amichevole con la Lazio a Roma, e la sera erano già
pronti per uscire dall'albergo.
«Dove andate?» domandai loro.
«In Olanda siamo abituati così!» risposero.
«Qui non siamo in Olanda. Tutta la squadra è già a letto, e
così dovete fare anche voi.»
Se ci sono privilegi non c'è democrazia, e senza uguaglianza
non si cresce. Dovevo far capire il mio ruolo, la mia
autorevolezza e disciplina erano finalizzate al miglioramento del
gioco della squadra e dei singoli.
I giornali subito cominciarono a dire che non avrei mangiato
il panettone. Ero molto preoccupato e cercavo di nascondere la
delusione di una partita, quella con la Fiorentina, dominata, una
di quelle che amavo definire «sfortunata» perché il pallone non
entra in porta neanche portandolo a mano. Le critiche piovvero
anche sul presidente Berlusconi, che aveva espresso in maniera
entusiastica, ma forse un po' troppo scoperta, l'idea di un Milan
vincente non solo in Italia ma anche in Europa, e di voler
costruire la più bella squadra del mondo. Non si cominciò nel
migliore dei modi, e il peso della sconfitta si faceva sentire.
La crisi iniziò dopo aver perso contro l'Espanyol. La partita,
valevole per il secondo turno della Coppa Uefa 1987- 88, venne
disputata sul campo neutro di Lecce il 21 ottobre 1987, data la
squalifica di due giornate inflitta al campo del Milan. Voglio
ricordare che l'Espanyol, quell'anno, giocò la finale perdendola
contro il Bayer Leverkusen.
Sapevo che era una partita difficile, e avevo tre giocatori
infortunati, Maldini, Bortolazzi e Donadoni. Ce la giocammo a
viso aperto, con molte occasioni anche dalla nostra, ma

109
perdemmo per due a zero. Il ritorno si chiuse con uno zero a zero
che ci costò la qualificazione. E iniziarono le contestazioni.
Fu però una sconfitta salvifica. Chiarì le mie idee e
Berlusconi le chiarì a tutti i giocatori.
La notte dopo l'andata a Lecce non andai neanche a letto,
guardai il Verona, il nostro prossimo avversario. Mi pesava
moltissimo quella sconfitta bruciante: un'occasione di Gullit con
un tiro sbagliato di poco, Virdis impreciso anche lui... insomma,
ripassavo mentalmente tutta la partita, ripensavo alle azioni e a
una squadra poco squadra nello spirito, disattenta nel gioco. La
tensione prima e durante la partita non riuscivo a smaltirla. Non
potevo darmi pace. Errori, imprecisioni... Poi misi tutto in
archivio e cominciai a studiarmi il Verona. L'unica soluzione era
guardare avanti, alla domenica successiva. Dopo momenti difficili
mi sono sempre buttato con più forza nel lavoro per capire dove
avevo sbagliato o cosa non era stato fatto per evitare l'insuccesso.
Con l'Espanyol, prima della partita, erano accaduti due fatti
incresciosi. Eravamo in ritiro. Gullit, ma lo seppi solo dopo, la
notte era rientrato tardi, era uscito, stando alle voci che
circolavano, con una giornalista. Non so se fosse vero o meno,
ma la sua prestazione in campo fu davvero deludente. E poi, in
allenamento, ma anche nello spogliatoio, prima della partita, i
giocatori parlavano più dei saliscendi dell'indice della Borsa di
Milano che dell'incontro. In quel periodo la Borsa era volatile. Io
dissi dentro di me: «Si vede che in serie A funziona così!».
Alla fine della partita capii che non si poteva tollerare una
tale deconcentrazione. I giocatori non erano con la testa nella
partita e così avevamo perso. Capii che dovevamo ancora lavorare
dal punto di vista della mentalità. Avevo sbagliato, mi ero come
snaturato, cercando di essere meno rigido con me stesso e con i

110
giocatori, e l'avevo pagata cara. La sera mi chiamò Berlusconi:
«Ha bisogno?».
«Sì, ho bisogno.»
Il giovedì andai a Milanello, dove erano presenti molti
giornalisti. Mi sembrava di essere al processo di Norimberga.
Cominciarono a scrivere che non solo non avrei mangiato il
panettone ma neanche la favetta, il dolce a base di fave tipico
della festività dei morti.
La domenica ci aspettava il Verona, una delle squadre di
vertice degli ultimi campionati. Mi guardai la partita precedente
per vedere come giocava questa squadri. Mi appuntai le strategie
che potevano metterli m difficoltà e le provammo in allenamento.
Berlusconi ci raggiunse il sabato nello spogliatoio e fece un
discorso brevissimo, ma di straordinaria efficacia. «Questo
allenatore l'ho scelto io, gode della massima fiducia. Chi non
segue le sue indicazioni non rimarrà» e fece un gesto eloquente
con la mano. «Auguro a tutti un buon lavoro» e se ne andò.
I giocatori di quel Milan furono molto più bravi rispetto ai
loro colleghi del passato. Erano diffidenti, ma non prevenuti. Io
ero stato chiaro, e l'appoggio di tutta la società mi rendeva
autorevole.
Nello spogliatoio li presi di petto. «Io sono un Signor
Nessuno» dissi loro, «ma anche voi, fino a oggi, non avete fatto
cose mirabolanti. L'anno scorso siete arrivati quinti a pari merito
con la Sampdoria. Sono dieci anni che non vincete il campionato
e da venti la Coppa dei Campioni. Mi sembra che possiate fare
una riflessione seria su questo.» Dovevo inculcare loro l'idea del
lavoro e della squadra, non solo lo spirito di gioco ma anche
quello della vittoria. «Io sono qui per migliorarvi, per farvi essere
ancora più bravi» aggiunsi con determinazione. «Un pilota non si

111
allena andando a cento chilometri all'ora per poi correre a
duecento la domenica.»
In verità stavo attraversando uno dei momenti più difficili
della mia carriera. Sotto il profilo psicologico, l'inizio con il
Milan è stato per certi aspetti devastante. Ma dovevo reggere e
non mostrare tentennamenti, specialmente con i giocatori. Ero
determinato e convinto di quello che facevo, ma ero teso e
preoccupato. Non pensavo fosse così dura, colpa della pressione
dei giornali, dei tifosi, della città intera. In questo la società ebbe
un ruolo fondamentale, e l'appoggio di Berlusconi e di tutta la
dirigenza mi diede anche un grande sostegno morale.
Andammo a Verona, che due anni prima, nel 1984-85, aveva
vinto il campionato di serie A. Lì cominciai a vedere finalmente il
Milan che volevo. Ci voleva la débàcle di Lecce per far nascere il
Milan. Per la prima volta vidi giocare il calcio che avevo sempre
sognato, vidi una vera squadra attenta, padrona del campo e del
gioco, aggressiva, concentrata, con i comportamenti giusti da
parte dei giocatori. Il Verona, disse il telecronista, aveva giocato
solo tre minuti con due occasioni sprecate, ma nulla più. Per tutta
la partita avevamo dominato il campo.
Sul «Messaggero» il responsabile dello sport Gianni
Melidoni e il giornalista Ruggero Palombo scrissero che non solo
avrei mangiato la favetta e il panettone, ma che a maggio avrei
festeggiato la vittoria del campionato.
La squadra aveva superato la crisi. In quel momento di
oscuramento e di difficoltà furono affermazioni che mi tirarono
su il morale. Per la prima volta il mio lavoro stava dando frutti.
Gullit e Virdis giocarono come punte. Segnò Virdis di testa su
calcio d'angolo.

112
Ero rimasto impressionato da Gullit (Van Basten in quel
periodo era già in Olanda, infortunato). Mi aveva colpito molto
anche la sua preparazione alla partita. Le volte precedenti era
disinvolto, rideva o scherzava con i compagni. Prima di scendere
in campo con il Verona invece era seduto al suo posto, con la
scarpa da calcio in mano. La teneva stretta, la fissava concentrato.
Non l'avevo mai visto così. A fine partita, Silvano Fontolan e un
altro difensore del Verona mi dissero, parlando di lui: «Ma di che
cosa è fatto che ci siamo fatti male noi a forza di picchiarlo?».
Ruud Gullit fu il vero trascinatore di quel primo anno.
Rijkaard era ancora al Saragozza e Van Basten avrebbe giocato
solo tre partite intere su trenta, benché segnando in quelle
occasioni dei gol decisivi. Questo per rispondere, una volta per
tutte, a quelli che sostengono che abbiamo vinto solo perché
avevamo i tre olandesi. No, noi eravamo una squadra. Gullit aveva
la personalità dei grandi, fu un esempio fondamentale per il
calcio che volevo sul campo, faceva correre in avanti giocatori
che, per la loro storia e le abitudini di questo Paese, preferivano
rimanere indietro. Questa era una delle grandi differenze. Era un
esempio di calcio coraggioso, ottimistico, di personalità e di
capacità interpretativa. In fase di non possesso palla correvamo
avanti aggredendo, facevamo collocamenti preventivi in chiusura
Era una squadra dall'organizzazione formidabile, i giocatori
avevano soprattutto un gran senso del tempo perché basta un
attimo di disattenzione per prendere un gol in contropiede, la
tattica che gli italiani conoscono meglio.
Gullit era un gigante di uno e novanta per novantun chili: un
bronzo di Riace. Ricordo una cena a Milano. Seduti accanto a me
e a mia moglie Giovanna c'erano due magistrati, marito e moglie.
Il marito continuava a chiedermi perché non facevo giocare Gullit

113
due metri più avanti o più indietro. La moglie a un certo punto gli
rispose, con tutta la capacità di sintesi che hanno le signore: «Ma
cosa te ne frega, non vedi che quando corre sembra un cavallo?».

Era il girone di ritorno. Ci trovavamo nella saletta vip in


attesa dell'aereo per Avellino. Gullit si coricò sulle sedie e si
addormentò. Era pallido, stanco. Quando arrivammo gli chiesi:
«Vieni su da me, in albergo, ti devo parlare!». E aggiunsi, duro:
«Noi diamo la vita per vincere questo campionato, invece tu non
usi il cervello che hai, visto che usi qualcos'altro. Mai visto uno
di colore diventare bianco come te».
Ruud non rispose nulla, ma compresi che il mio rimprovero
era stato per lui un boccone amaro. La partita successiva ci mise
l'anima, e alla fine mi disse: «Non mi dica più quelle cose», tanto
orgoglio e personalità aveva.
Era veramente un uomo di squadra. Avevamo Franco Baresi
come difensore centrale, Carlo Ancelotti a centrocampo e Ruud
Gullit, l'attaccante, sulla stessa linea verticale. Erano la spina
dorsale della squadra. Una volta Maldini, alla domanda di un
giornalista sulle nostre modalità di allenamento, rispose: «No,
lasciamo stare... se ci penso, mi viene ancora il mal di testa per
quanto lavoravamo».
All'inizio, durante gli allenamenti, la maggior parte dei
giocatori arrivava dieci minuti prima di cominciare, e molti, dopo
aver finito, in fretta e furia si cambiavano e scappavano.
Arrivavano e scappavano. No, non andava bene. Capii di aver
raggiunto un altro importante obiettivo, quello di farli diventare
dei veri professionisti, appassionati del proprio lavoro e
desiderosi di migliorare le proprie qualità tecniche, quando li vidi
arrivare sul campo in anticipo ma soprattutto quando, dopo

114
l'allenamento, si fermavano per migliorare il tiro in porta, giocare
col piede che non era di loro preferenza, provare punizioni,
passaggi e cross per aggiustare la precisione. La soddisfazione fu
grande perché avevo trasmesso loro una mentalità vincente, il
desiderio di migliorarsi per imporsi tatticamente sul campo. Un
gruppo di giocatori si stava trasformando in una squadra,
moltiplicando le proprie sicurezze e capacità. Il filo conduttore
era il gioco, che dava certezze a tutti ampliandone il talento.
Quando rallentai l'intensità degli allenamenti tattici difensivi
perché la squadra stava attraversando una fase d'involuzione,
cercai di alleggerire il carico di lavoro, smisi di fare esercitazioni
per la fase di non possesso, pressing, raddoppio, uno contro uno,
chiusure e collocamenti preventivi, zona, diagonali, elastico
difensivo, fuorigioco eccetera.
Le chiusure e i collocamenti preventivi in fase di non
possesso non si conoscevano ancora, erano una grande novità. In
fase di non possesso il riferimento primario è il pallone, poi il
compagno e infine l'avversario, mentre in Italia l'ordine era
inverso: prima l'avversario, e poi il pallone. «Ma ragazzi» dicevo,
«se seguite l'avversario non farete mai reparto e non sarete mai
una squadra, giocherete sempre uno contro uno.»
Dopo sette o otto giorni Franco Baresi, un campione, mi
disse: «Se non ripetiamo le esercitazioni ce le dimentichiamo».
Era un altro segnale che la mentalità di una squadra non si
acquista, non si compra da nessuna parte: è il frutto della
determinazione del gruppo, della conoscenza e delle capacità
lavorative. Avevano capito l'importanza del lavoro.

I primi sei mesi al Milan si conclusero nel peggiore dei modi.


A fine anno ci aspettavano delle partite importanti: la Roma, il

115
derby con l'Inter, e in gennaio, dopo le feste natalizie, il Napoli e
la Juventus.
In casa con la Roma, un mio omonimo lanciò un petardo in
campo prima dell'inizio del secondo tempo. Franco Tancredi
crollò a terra, svenuto. Il referto medico parlò di stato di stato di
shock, pressione altissima, ipertensione e mancanza di sensibilità
alle gambe. Uscito in barella, circa un'ora dopo lo scoppio
Tancredi tornò ad avere tutte le sue funzioni normali. Molti
giocatori accentuavano le conseguenze di quei gesti in campo,
com'era successo al Napoli contro il Pisa per una rondella
lanciata dalla tribuna. Sul campo vincemmo uno a zero ma, per la
responsabilità oggettiva, perdemmo a tavolino due a zero. Era un
altro duro colpo. Lo accusai dal punto di vista psicologico. Il
lunedì mattina ero distrutto.
E qui devo sottolineare un altro aspetto della grandezza di
Berlusconi presidente del Milan. Dichiarò ai giornalisti che gli
sforzi e l'entusiasmo di un intero gruppo non si sarebbero fermati
di fronte al gesto inconsulto di un teppista. Non era possibile che
tutto il mio lavoro e quello della squadra fosse mandato in fumo
da uno che non era nemmeno degno di essere chiamato «tifoso».
La notte non dormii. Ero a terra, sfinito. Per ritrovare le mie
energie andai in palestra e cominciai a sollevare pesi, a fare la
panca anche con cento, centodieci chili. Buttavo fuori così tutta
la rabbia che avevo in corpo. Per fortuna i miei tempi di recupero
erano veloci, grazie anche a tecniche di rilassamento o alla
palestra. Lo psicologo De Michelis aveva insegnato a tutti i
giocatori che, in fase di tensioni troppo forti, bisogna scaricare,
anche andando in bicicletta, per esempio. Bisogna muoversi,
correre a piedi o in mountain bike. Il lavoro mi aiutava molto - è
sempre stato un buon modo per tenere sotto controllo lo stress -,

116
perché più lavoravo più mi convincevo che le cose sarebbero
andate nel verso giusto.
Il martedì cominciammo di nuovo a lavorare. Il sabato prima
della partita con l'Inter, Berlusconi, che sapeva che io firmavo
contratti di anno in anno, perché, come ho detto, avevo sempre
l'idea di smettere alla fine del campionato, affermò di fronte ai
giornalisti: «L'allenatore del prossimo anno è ancora Arrigo
Sacchi». Questo significa essere un grande presidente.
Berlusconi aveva capito che ero in difficoltà e in quel modo mi
ridava energia, autorevolezza nei confronti della squadra e fiducia
nel lavoro anche dei ragazzi.
Dodicesima giornata. Derby con l'Inter. Lo stadio era
strapieno. Avevo preso una decisione: avere come coppia di
attaccanti Gullit e Massaro. Quest'ultimo aveva già ventisei anni e
non aveva mai giocato da attaccante. Era un esterno, ma lo vedevo
bene in quel ruolo mentre non mi convinceva al centrocampo. Era
una novità tecnica, un'altra esca polemica per i cinquanta-
sessanta giornalisti arrivati in sala stampa per il derby, anche
perché annusavano il mio esonero e non volevano perdersi lo
spettacolo.
Franco Baresi inoltre era squalificato. Altra decisione nuova,
altro gesto temerario secondo loro: feci esordire Costacurta, che
veniva dalla serie C. Farlo debuttare nel derby come il vice
Baresi, affidando a lui la difesa, poteva sembrare un azzardo. Ma
chi ha fiducia nelle proprie idee e nelle persone deve rischiare. E,
come sostengo da sempre, è il gioco che conta: i giocatori sono
gli esecutori più o meno talentuosi di un progetto.
Mettemmo in fuorigioco l'Inter per almeno quindici-venti
volte. Segnammo subito su autogol, attaccando il difensore Ferri,

117
che su pressing di Gullit con un colpo di testa passò indietro a
Zenga, fuori dai pali, prendendolo in controtempo.
Vincemmo uno a zero. L'autorete non fu frutto del caso. Il
pressing e l'aggressività del Milan avevano costretto i giocatori
dell'Inter a velocizzare il gioco e a compiere errori perché si
trovavano in una situazione per loro inedita. Bisogna sempre
saper leggere bene la partita, anche perché gli errori
dell'avversario sono spesso il risultato indiretto di scelte tattiche
e tecniche invisibili all'occhio del profano o del tifoso, che si
lascia ammaliare dal dribbling o dal gesto spettacolare del
giocatore ma poi ignora completamente il movimento senza palla
di chi copre benissimo gli spazi, impedendo agli avversari di
giocare.
Il derby fu nostra svolta importante di quell'anno. La squadra
aveva perso ogni freno.

Lavorammo moltissimo nella pausa di Natale. Eravamo


euforici, pieni di voglia di dimostrare sul campo quello che
valevamo davvero. Nel frattempo Ruud Gullit venne nominato da
«France Football» vincitore del Pallone d'oro. Fu una
soddisfazione per tutti, non solo per lui ma per la squadra in
generale, perché quel premio era il frutto di un lavoro comune, a
cui Gullit aveva dato risonanza grazie alla sua prestanza fisica, il
suo talento e i suoi gol.
Era la dimostrazione che il gioco esaltava le qualità del
singolo, e rappresentò un'ulteriore carica per tutti. La vittoria con
l'Inter aveva fatto volare l'entusiasmo alle stelle, la compattezza
del gioco si era ancor più rafforzata e i tifosi, che non ci avevano
mai abbandonato, cominciarono ad andare in fibrillazione.

118
Mancavano tre giornate alla fine del girone di andata. La
partita successiva si giocava contro il Napoli, che stava
dominando il campionato. Per prepararci organizzammo
un'amichevole con il Bologna. Segnammo cinque gol. Eraldo
Pecci, ex giocatore di Torino, Bologna e Napoli, che conoscevo
bene, e che conosceva il Napoli, mi disse: «Domenica sarà dura».
Al che risposi: «Domenica sarà dura, lo so, ma lo sarà ancora di
più per loro».
Maradona era appena rientrato dall'Argentina. Il Napoli non
aveva solo questo fuoriclasse, ma anche una squadra di grandi
individualità, con Careca al top della carriera.
Si giocava una partita di livello mondiale, con i più grandi
campioni. Per la prima volta s'incontravano Gullit e Maradona,
due stelle di prima grandezza. Lo stadio di San Siro era
stracolmo, con ottanta-novantamila persone.
Appena fu dato il fischio d'inizio, ci buttammo nella loro area
e schiacciammo i napoletani nella loro metà campo. Non
riuscivano a giocare. Poi, il guizzo del grande campione che
riesce a fare l'impossibile. Palla a Maradona sulla destra, che
scartò un paio di giocatori a rientrare, noi venimmo su a palla
libera, ma in quel momento fu una scelta azzardata e fummo
subito puniti. Careca, servito da Maradona con un tocco
delizioso, fece un gesto straordinario per evitare il fuorigioco,
girando in semicerchio. Sopra la linea della difesa stoppò al volo
di petto e di destro, senza far toccar la palla per terra, fece un
pallonetto: un gol strepitoso nella loro prima azione individuale,
con due tocchi. Dopo appena nove minuti eravamo sotto. In piedi
sulla panchina, mi girai verso i giocatori e tutto lo staff e urlai:
«No, non è possibile. Abbiamo giocato solo noi!». Era uno scatto

119
di rabbia e di stizza: Maradona e Careca avevano buttato all'aria
tutte le mie teorie sul calcio.
Dovevamo tenere noi la palla. Cominciò qui la partita vera del
Milan, che chiuse il Napoli nella sua metà campo. Su un'azione
Tassotti-Gullit, Colombo, piazzato al centro dell'area,
completamente solo, infilò la difesa partenopea. Il Napoli ebbe
qualche guizzo ma fu il Milan, alla fine a raddoppiare con Virdis,
che saltò due avversari in area e solo davanti a Garella infilò in
rete. Ci provò ancora Gullit di testa, ma prese il palo, e poi
Filippo Galli, a dimostrazione che tutta la squadra attaccava. Se il
primo tempo si fosse chiuso con tre o quattro gol di scarto,
nessuno a sarebbe meravigliato.
Nel secondo tempo Gullit saltò tutta la difesa con un
dribbling e suggellò la nostra superiorità di gioco con il terzo gol
a porta vuota. Chiuse la partita un gol malandrino di Donadoni: il
portiere Garella si era lascialo sfuggire la palla, scivolosa anche
per colpa della pioggia Vincemmo quattro a uno. Per l'entusiasmo
e il divertimento dei tifosi lo stadio era diventato una polveriera.
Vincemmo una partita straordinaria con personalità e carattere,
padroni del campo, padroni del gioco, con ritmi e velocità
impressionanti: un vero spettacolo.
La domenica seguente ci aspettava la Juventus. Erano ben
diciassette anni che il Milan non vinceva a Torino.
Berlusconi fu invitato a pranzo da Gianni Agnelli. Quando
tornò mi disse: «Agnelli mi ha chiesto di venire a salutare la
squadra prima della partita, se non ci sono controindicazioni!».
Poi, da uomo accorto, mi chiese: «Sacchi, lei che ne pensa?».
«A che ora arriva l'Avvocato?»
«All'una e tre quarti!»

120
«Bene» risposi. «All'una e mezzo faccio uscire i giocatori per
il riscaldamento.»
Avevo paura che venissero influenzati e ipnotizzati dal
carisma dell'Avvocato. Quando arrivò negli spogliatoi, Agnelli
trovò solo me e Berlusconi. Aveva sempre la battuta pronta, e ci
salutò così: «Lo sapevo che avevate una grande squadra, speravo
che voi due la rovinaste!».
Vincemmo uno a zero. Franco Baresi era emozionato: «Sono
ormai dieci anni che vengo qui, e non avevo mai vinto». Andare a
Torino significava sconfitta certa, il Milan perdeva sempre. Un
giocatore della Juve mi fermò nello spogliatoio e mi disse:
«Finalmente una squadra che gioca davvero al calcio».
Nel primo tempo non avevamo giocato bene: in seguito a uno
svarione di Franco Baresi, Rush si era trovato solo davanti a
Galli, che aveva superato se stesso parando un tiro che sembrava
un gol certo. Mi arrabbiai molto. Non volevo che i giocatori
perdessero la concentrazione. Nel secondo tempo Gullit cambiò
marcia e prese l'ascensore. Dopo diversi tentativi andati a vuoto,
infilò la porta con un colpo di testa su cross di Tassotti, passando
sopra tutti i difensori. Aveva un'elevazione incredibile. Perciò
avevo invitato i due a giocare in quel modo, sfruttando la testa di
Ruud.
La vittoria finale fu una grande soddisfazione. Aveva vinto la
squadra che aveva meritato, pur con qualche disattenzione di
troppo.

Fu da quella partita che cominciammo a crederci. Forse lo


scudetto non era ancora perso.
Intanto il Napoli continuava a vincere con i gol dei suoi
fuoriclasse, per le invenzioni straordinarie di Maradona e Careca,

121
Giordano e Carnevale, ma difettava molto nel gioco e aveva
grandi buchi nelle maglie della difesa.
Poi accadde un fatto che mi convinse che avremmo vinto il
campionato. Fui invitato dall'Unicef per una squadra di calcetto
durante il Carnevale di Venezia. Dovevo allenare una delle due
squadre composte dai migliori giocatori del campionato. I soldi
raccolti sarebbero andati in beneficenza. Andai con tre miei cari
amici: Natale Bianchedi, Italo Graziani, il professore, e Mario
Baldassarri, un uomo dalla faccia tosta. L'allenatore dell'altra
squadra, in cui giocavano Carnevale e Maradona del Napoli, era
Helenio Herrera.
Stavo preparando i primi cinque giocatori quando arrivò uno
dei dirigenti che avevano organizzato l'incontro. Era incavolato
nero perché, dopo aver lavorato all'evento tutto l'anno, era
arrivato uno sconosciuto che gli aveva portato via
l'organizzazione delle hostess. Si trattava di Baldassarri, che si
era intrufolato nell'operazione perché sapeva conquistarsi persone
appena conosciute con la sua simpatia per poi fare affari con loro
organizzando eventi e spettacoli con i vip a Milano Marittima.
Aveva lavorato per me come venditore quando dirigevo la
fabbrica, e un nostro amico, che lo aveva seguito, mi disse una
volta: «È talmente bravo che venderebbe frigoriferi in Alaska».
Finita la partita, tutti a cena. Io ero con i miei amici, c'era
Marino Bartoletti, il giornalista, e dietro di noi, in un altro
tavolo, stavano cenando Carnevale, Maradona e un altro
giocatore con quattro o cinque bellissime ragazze.
Maradona, che ha sempre avuto una grande passione per le
donne, involontariamente ci aiutò. Sapevamo che il Napoli aveva
il più grande giocatore al mondo, ma noi avevamo la squadra, il
collettivo. Il Milan si era ancora più compattato.

122
A un certo punto Carnevale e Maradona vennero a parlare con
me, si spostarono di tavolo e, senza alcuna remora né pudore, ne
dissero di cotte e di crude contro il loro allenatore, Ottavio
Bianchi. Restammo a tavola fino alle quatto, e mezzo del mattino.
Maradona mi confidò: «Se andiamo a sei, sette punti di
vantaggio, me ne vado un po' in Argentina».
Tornai a casa a Fusignano verso le sei e mezzo del mattino,
dormii un'ora sul divano e poi ripartii per Milanello. Erano quasi
trecentocinquanta chilometri, e non potevo mancare
all'allenamento. Riunii subito tutta la squadra. «Ho una notizia
molto importante da darvi» dissi. «Io non ho mai visto tanta poca
stima e tanto odio verso l'allenatore. Se non c'è etica e non c'è
rispetto, se non ci sono autorevolezza e stima, una squadra va
poco lontano. Se voi ci crederete, vinceremo il campionato.»
Natale Bianchedi andava a vedere le partite del Napoli, e
dopo mi telefonava oppure arrivava a Milanello per spiegarmi le
continue difficoltà che incontrava la squadra partenopea
nell'organizzazione del gioco. Il Napoli giocava partite che
sembravano interminabili, segnando molte volte all'ultimo
minuto, anche oltre la «zona Cesarini». Allora nella società c'era
Moggi, un bravo dirigente ma già allora molto chiacchierato.
Partita dopo partita, nel girone di ritorno guadagnammo
punti, vincendo e stravincendo, imponendo il nostro gioco,
dentro e fuori casa, annullando completamente il fattore campo.
Alla fine del campionato il Napoli era in apnea. Perse a
Torino in casa della Juve e noi vincemmo a Roma per due a zero.
Avevamo rosicchiato altri punti, e ne rimanevano due.
La domenica successiva il Napoli andò a giocare a Verona. A
noi toccava il derby di ritorno contro l'Inter di Trapattoni. Più che
una partita fu un monologo. Prisco alla fine disse: «Se il derby

123
fosse stato un incontro di boxe, avrei gettato la spugna».
Altobelli, prima di rientrare negli spogliatoi, urlò nel corridoio:
«Arbitro, li conti, perché non sono undici ma quindici!».
Fu un dominio incontrastato del Milan. Vincemmo due a
zero, ma mai risultato fu più bugiardo. Gullit giocò una partita
straordinaria, la migliore dell'anno. Sbloccò il risultato con un
tiro di tale violenza che per fortuna non colpì Zenga in testa e la
palla s'infilò sotto la traversa da due passi. Quando finì il derby,
Gullit mi prese da parte e mi disse di nuovo: «Lei sa che io la
stimo, ma non mi dica più quelle cose che mi ha detto». Ancora
non aveva dimenticato il mio rimprovero.
Virdis raddoppiò con un gol che passò alla storia. Fece
pressing su Passarella rubandogli il tempo e portandogli via la
palla, dribblò Zenga e fece gol a porta vuota. Un grande gol, che
nasceva dal lungo lavoro che avevamo fatto in allenamento, con la
mentalità di chi attacca e non molla mai, specialmente di fronte
alla porta avversaria, costringendo gli altri all'errore. Era una
conseguenza del pressing. Virdis era un grande goleador, anche
se un po' pigro, tanto che, dopo il gol, mi chiamò Allodi. «Se fai
fare gol a Virdis in pressing sei un fenomeno!» mi disse.
In campo ci divertivamo, non avevamo freni. «Se gli altri
saranno più bravi» commentai, «che vincano gli altri, noi
giochiamo così.» Eravamo un carro armato, che creava decine di
occasioni da gol.
Arrivammo a un punto dal Napoli, che pareggiò uno a uno a
Verona, con una magia del solito Maradona e il pareggio di Galia.
E la domenica seguente andammo allo scontro diretto a Napoli,
nella bolgia infernale del San Paolo.
Berlusconi non stava più nella pelle, vedeva avvicinarsi il
sogno dello scudetto. Mi chiamò. «Cosa dobbiamo fare?»

124
«Stiamo andando bene, male che vada arriviamo secondi» gli
risposi.
«Posso invitarvi a cena?» disse.
Martedì sera andai ad Arcore con tutta la squadra.
Per Berlusconi, nella sua attività di imprenditore, il calcio era
la cosa che lo stava emozionando di più. In principio non lo
chiamavo. Ma lui insisteva.
«Mi chiami, Sacchi, per me il Milan è un momento rilassante
e piacevole. Mi chiami anche un paio di volte al giorno.» E così
feci. La squadra gli trasmetteva entusiasmo e carica, e Berlusconi
a sua volta la trasmetteva ai suoi manager. Durante la giornata ci
sentivamo almeno un paio di volte, e allora non esistevano ancora
i cellulari.
Quella sera, ad Arcore, Berlusconi parlò per quasi mezz'ora,
in piedi davanti a tutta la squadra. Raccontò quanto il Milan
contasse nella sua vita, cosa fosse per lui il calcio. Vincere il
campionato significava anche andare in Europa e partecipare alla
Coppa dei Campioni, sempre inseguendo il sogno di creare la
squadra più forte del mondo.
Era emozionato, raccontava che il Milan da dieci anni non
vinceva nulla, che sarebbe stata un'occasione straordinaria per lui,
per la città, la squadra e tutta la società, dopo appena due anni di
presidenza. Era una cosa incredibile, che forse non si sarebbe
ripetuta. Non si poteva mancare l'incontro con il destino. Per
questo Berlusconi chiese una cosa altrettanto straordinaria ai
giocatori. Allora aveva cinquantun anni, era nel pieno della sua
energia, e sottolineò che a quell'età si potevano fare con le donne
ancora delle grandi performance. Se i giocatori avevano appena
vent'anni, li aspettava dunque tutta una vita di piaceri e di gloria
anche in quel senso. «Per questo, cari ragazzi, vi chiedo di fare

125
per me un sacrificio, un mese di astinenza sessuale perché
l'occasione è vincere un campionato italiano, e queste occasioni
capitano poche volte nella vita: tutte le vostre forze e le vostre
energie dovete metterle in campo, assicurando così la massima
concentrazione.»
Nessuno parlò. Io guardai Gullit, il quale ciondolava la testa
come un toro, con quei capelli rasta che oscillavano in segno
negativo. «Presidente, credo che Ruud voglia dire qualcosa» dissi
io.
Gullit si alzò in piedi e, guardando prima tutti i giocatori e
poi Berlusconi, disse: «Presidente, io con le palle piene non
riesco a correre!»
Tutti noi sorridemmo, ma forse Berlusconi non la prese bene
perché il suo era stato un discorso molto serio. Sui giornali
rimbalzò la notizia a titoli giganti: Niente sesso, siamo il Milan,
e nel sommario si preannunciavano non solo il ritorno di Borghi
e l'arrivo di Borgonovo, ma anche che il premio in denaro sarebbe
stato dato solo alla vittoria in campionato. Anche questo fu un
incentivo importante.

La società preparò la trasferta di Napoli nel migliore dei


modi. Anche questo è indice di cura e di organizzazione e fa
raggiungere grandi traguardi. I tifosi avversari cercarono di
disturbarci tutta la notte, ma la società aveva prenotato un albergo
situato al trentaduesimo piano di un grattacielo, e la strada
sottostante era stata chiusa. Niente traffico, niente rumori.
Dormimmo benissimo, anche se la tensione era alle stelle. Era
un'altra partita della vita, dove il desino mi stava aspettando.
Dopo dieci mesi di lavoro fra critiche, dubbi, speranze e sogni, in
novanta minuti mi giocavo tutto.

126
Era il 1° maggio 1988. Una data di festa, che molti tifosi del
Milan ricordano ancora. Per i giocatori in campo era la partita
dell'anno, un incontro epocale dove si giocavano tutta la stagione,
un campionato, e per tutti un'intera carriera. Una realtà nuova, il
Milan, che si confrontava ai vertici con una squadra già
affermata, il Napoli; tutto il mondo calcistico guardava questo
incontro.
Sulle strade lessi una frase: «Ramaccioni infamone».
Telefonai al nostro team manager raccontandogli ridendo
dell'accoglienza che Napoli gli aveva riservato.
La squadra era carica. Ci credeva come ci credevo io. Li
avremmo aggrediti dal primo minuto. Ormai i giocatori sapevano
che il nostro gioco era il nostro salvagente.
Il Milan volava, e quando volava non c'era nulla da tare. II
primo tempo pressammo, tenemmo il pallone, ci conquistammo
anche qualche occasione. Maradona era un giocatore sublime, di
un altro pianeta, che nella partita di andata con l'assist a Careca,
aveva sconvolto e buttato all'aria tutte le mie teorie sul calcio.
Prima di entrare in campo, Maradona la definì «la finale del
mondo», una partita che tutti i tifosi innamorati del calcio
avrebbero visto. Per noi vincere voleva dire il sorpasso, per il
Napoli bastava un pareggio per difendere il punticino di
vantaggio a due giornate dalla fine. Avevano avuto un ruolino di
marcia, nel girone d'andata, impressionate: 25 punti in quindici
partite. La scaramanzia aveva messo paura ai partenopei, con
l'uscita del 90 sulla ruota di Napoli e il sangue di san Gennaro
che non si era liquefatto. Segnali brutti. L'arbitro era Rosario Lo
Bello: quando c'erano partite importanti e decisive, guarda caso,
ci mandavano sempre lui.

127
Entrato in campo, non notai nemmeno i tifosi, anche se gli
spalti erano strapieni. Quando sono concentrato, ci può essere un
milione di persone allo stadio ma non le vedo e non le sento.
Salvatore Bagni, del Napoli, al fischio d'inizio della partita,
vide undici giocatori venirgli incontro e poi andare avanti e
indietro come un'onda. Mi confessò in seguito che in quel
momento capì che sarebbe stata durissima. Il Milan si muoveva
unito, avanti e indietro, potente, bello da vedere, in pressing
continuo. Mise in difficoltà un Napoli disunito che cedette subito
al gol di Virdis per l'uno a zero al trentaseiesimo. Era il sorpasso.
Ma Maradona faceva la differenza. Ancora una volta il «pibe
de oro» compì una delle sue magie. Alla fine del primo tempo,
Rosario Lo Bello fischiò una punizione dal limite. La barriera - e
basta guardare i filmati - era stranamente messa ben oltre la
distanza regolamentare dei nove metri. Cercai più volte di
convincere Giovanni Galli a piazzare un giocatore al palo
opposto alla barriera, ma lui non cedette. L'ultimo uomo in
barriera era Gullit, che doveva coprire il palo. Maradona dopo la
partita disse che non c'era spazio per tirare in porta, doveva
sfiorare l'orecchio di Gullit per far gol. Lui accarezzò i riccioli
dell'olandese con una sicurezza e una precisione impensabili in
un altro giocatore. La palla entrò nel sette, fulminea,
imprendibile. Lo stadio San Paolo esplose di gioia. Ancora una
volta una magia di un grande come Maradona ci riportava con i
piedi per terra.
Nello spogliatoio, tra il primo e il secondo tempo, i giocatori,
tutti seduti al loro posto, la testa tra le mani, erano delusi e
sconfortati. Dovevo fare qualcosa, ridare subito morale alla
squadra dopo quel colpo di frusta. Ero certo della nostra forza. Li
guardai. «Sono così sicuro di vincere questa partita che metto

128
dentro un altro attaccante.» Misi in campo Van Basten, reduce da
un lungo infortunio, che in quel campionato aveva giocato
pochissimo.
Nel secondo tempo Gullit fu incontenibile, un vero
trascinatore. Era il più convinto di tutti che ce l'avremmo fatta a
espugnare il San Paolo. Su un calcio d'angolo Bruscolotti, il
difensore del Napoli, diede un calcio da fermo a Gullit in aerea, il
quale si voltò e gli disse: «Ma cosa fai? Lo sai che se ti do un
calcio io ti rovino?». Gullit era la roccia, l'uomo decisivo della
partita. Scendendo sulla destra con caparbietà, fece un cross
dopo aver scartato un paio di giocatori e la mise in mezzo per
Virdis, che segnò di testa. Fu di nuovo vantaggio Milan. Questa
volta avevamo davvero in pugno la partita. Dopo una parata di
Galli, Gullit prese la palla, attraversò tutto il campo e diede alla
fine un pallone fantastico a Van Basten, che segnò il tre a uno.
Era fatta. Non potevamo più perdere contro il Napoli.
Potevamo perdere solo contro noi stessi.
A pochi minuti dalla fine Careca riaprì la partita segnando
con un colpo di testa su calcio d'angolo. Erano gol che non
venivano mai dalla manovra, ma erano sempre frutto di occasioni
isolate di singoli campioni. Maradona alla fine della partita
dichiarò che il Milan era più forte, che saremmo diventati noi i
campioni d'Italia. Era una resa incondizionata. Il pubblico di
Napoli ci riservò un applauso tanto lungo che fu un'emozione. Si
erano arresi, avevano vissuto o grandi emozioni, alla fine aveva
vinto il calcio, aveva vinto la squadra più forte in campo, e chi
aveva perso e aveva reso onore. Il San Paolo e i napoletani furono
un esempio di sportività vera.
Lo scudetto adesso era quasi nostro. E la domenica seguente
avremmo giocato con la Juve a San Siro. Il sorpasso era

129
compiuto, ma la Juve era una squadra ostica e giocava per un
posto in Coppa Uefa. E quando hai la sindrome della vittoria, c'è
il pericolo davvero di perdere per paura di vincere. Ero
agitatissimo, sicuro di farcela, ma l'ansia non mi lasciava
tranquillo. Ero a un passo dalla realizzazione di un sogno.
Baresi era infortunato e anche squalificato, così feci giocare
di nuovo Costacurta. La Juventus schierò tutti i giocatori dietro,
un modulo all'italiana che chiamarlo catenaccio è un eufemismo.
Buso correva solo dietro a Maldini, Laudrup correva sempre
dietro a Tassotti. Rush era sempre solo. Il primo tempo eravamo
bloccati. Non giocammo bene, la paura ci attanagliava le gambe e
la testa. Nello spogliatoio cominciai a urlare. Dovevo svegliarli in
qualche modo. Non credo di aver mai urlato tanto.
Giampiero Boniperti, che non riusciva mai a vedere il
secondo tempo di una partita, uscendo dallo stadio passò davanti
alla porta del nostro spogliatoio e mi sentì urlare al punto che
disse al suo accompagnatore: «Lo sapevo che ci odiava!».
In realtà io non odio nessuno, non ho mai odiato nessuno, ma
perdere all'ultima partita il sogno di una vita è come vivere uno di
quegli incubi in cui rincorri una cosa e non riesci mai ad
afferrarla e ti risvegli con un'angoscia profonda.
Noi stavamo pareggiando, il Napoli perdeva. Non avevamo
ancora la certezza matematica dello scudetto, mancava ancora un
punto. Ma non riuscimmo a sbloccare il risultato nemmeno dopo
una serie di incursioni di Gullit che all'ultimo, su un'incornata
formidabile, fece il pelo all'incrocio dei pali. Finì zero a zero. La
sensazione che avevo era quella del maratoneta che corre e sta per
crollare sul finale perché senza forze. La sindrome da paura di
vincere ci aveva bloccati. Intanto il Napoli, stanco e sfilacciato,

130
demoralizzato dopo la batosta in casa contro di noi, perse tre a
due contro la Fiorentina.
Ci aspettava una settimana di preparazione, soprattutto
psicologica. Non potevamo ripetere una partita come quella
contro la Juve, anche se avevamo due punti di vantaggio sul
Napoli. La tensione cresceva man mano ci avvicinavamo alla
domenica. La società, Berlusconi e tutta la squadra erano in
fibrillazione, ci stavamo preparando a vivere un momento
memorabile per tutti, certi di farcela ma con la preoccupazione
che il sogno potesse svanire proprio all'ultimo. La conquista
dell'undicesimo scudetto, così tanto atteso, così tanto agognato
dalla tifoseria. Un sogno anche per la società, che aveva raggiunto
uno dei suoi obiettivi dopo appena due anni dall'acquisto. E per
me la conquista dello scudetto, all'esordio in serie A.

Dopo la sconfitta del Napoli a Firenze, per noi sarebbe


bastato un pareggio per avere la certezza matematica della
vittoria. E quando scendemmo in campo a Como, in un frastuono
di suoni e colori, di cori che inneggiavano al Milan, bastarono
pochi minuti per mandare in gol Virdis. Nella ripresa il Como
pareggiò, poi si attese una fine che non arrivava mai. Guardavo
continuamente l'orologio. Le paure, man mano passava il tempo,
svanivano. Quella con il Como non poteva essere una grande
partita, ma era l'ultimo passo, esitante ma preciso, che dovevamo
compiere per diventare i campioni d'Italia.
Quando l'arbitro fischiò fu una vera liberazione. Una gioia
incontenibile esplose nell'aria. I ragazzi e tutto lo staff mi
portarono in trionfo, facendomi volare in aria prima di correre in
campo. Non volevamo che quella festa finisse, volevamo goderci
quel momento fino in fondo. Era il risultato di tanto lavoro, di

131
tanta sofferenza, di tante notti passate in bianco. Finalmente la
gioia era di tutti. Me compreso. E le polemiche, le amarezze, i
dolori e le fatiche svanivano di fronte a quella felicità immensa.
Qualche settimana prima, una notte avevo accompagnato in
centro un'amica di famiglia. Cori, urla, clacson suonavano
all'impazzata, bandiere sventolavano nell'aria. Un gruppo di tifosi
in piazza festeggiava. Ero così concentrato sul mio lavoro che
non avevo voluto disperdere un attimo di attenzione, quindi non
sapevo quale squadra festeggiassero i tifosi.
Mi ero fermato a guardare la festa, nel buio della piazza.
«Chissà come sarebbe bello poter festeggiare così anche noi»
avevo pensato. Adesso anch'io vivevo quel momento.
Milano, impazzita, si vestì tutta di rossonero. Erano dieci
anni che non si vedevano cortei di macchine, trombe, bandiere e
ragazzi che ballavano lungo le strade. Cantavano e intonavano
cori. La gioia sportiva dilagava lungo le strade come un fiume in
piena. Solo in quei momenti riesci a capire il senso di bellezza e
di felicità che trasmette davvero il calcio.
Quando tornai a casa dopo l'ebbrezza della vittoria e la
liberazione da tutte le ansie, mi sedetti sul divano e nel silenzio
del salotto pensai a mio fratello Gilberto, tifoso del Milan, che
tanti anni prima aveva perso la vita in uno stupido incidente
stradale. Avrei voluto che fosse vicino a me per godere di quella
felicità con la mia famiglia. La gioia della vittoria la condividevo
con lui nel mio cuore. Glielo dovevo. Il calcio è capace anche di
questi miracoli.

132
7. Il mio calcio

Il calcio è la cosa più importante


delle cose meno importanti.

Questo è lo schema che mi ha sempre aiutato a far capire alle


società, agli staff tecnici, ai giocatori, ai tifosi e infine ai
giornalisti sportivi che cosa fosse per me il calcio. I padri
fondatori lo pensarono come un gioco offensivo e di squadra:

COS'È IL CALCIO PER ME


Uno spettacolo sportivo dove si deve divertire,
convincere, vincere.
Una vittoria senza merito non è una vittoria.

COME SI REALIZZA
Il Club: che abbia un progetto ambizioso, organizzato,
moderno, e obiettivi chiari.

LO STAFF TECNICO
Una brillante idea di gioco, capacità didascaliche e
didattiche, con il perfezionismo e la sensibilità.

IL GIOCATORE
La persona, la motivazione, l'intelligenza, la coscienza
della collettività, il temperamento, la velocità, il
talento e la tecnica.

COME SI LAVORA

133
Sulla didattica collettiva e di gioco per acquisire una
tecnica individuale attraverso la squadra e il gioco.
No a una tecnica da circo, si parte dalla squadra e dal
gioco per arrivare al singolo e non il contrario.
No a un calcio difensivo, individuale e specialistico.
Formare un gruppo che si trasforma in una squadra
attraverso il posizionamento, il collegamento, la
connessione.
Una interazione tecnico/tattica/psicologica.
Tutti devono partecipare e conoscere le fasi d'attacco e
di difesa, tutti devono lavorare con e per la squadra a
tutto campo e tempo, undici giocatori in posizione
attiva con e senza palla.
Più il gruppo sarà compatto, più si aiuterà il singolo e
si faciliterà la tecnica e la collaborazione.
Simulare negli allenamenti tutto quello che avverrà in
partita, solo così il ragazzo non si troverà impreparato
e teso.
Correggere significa migliorare.
Velocità e avversari sono le difficoltà in partita,
passare dal facile al difficile, dal semplice al
complesso per raggiungere una situazione similare al
match.
La formazione per essere efficace deve modificare il
pensiero e orientare i comportamenti di
apprendimento e trasformazione.

OBIETTIVI
Migliorare il ragazzo e il giocatore.
Il calcio collettivo.

134
Il calcio totale.
Solo nel protagonismo si cresce.
Essere il dominus della situazione.
Essere i padroni del campo e del pallone.
Vincere con rispetto, perdere con dignità.

Il Milan di quei quattro anni riuscì a interpretare al meglio la


mia idea di gioco. Il mio sogno era allenare una squadra che
giocasse con personalità e protagonismo per vincere, convincere e
divertire. Padrona del campo e del pallone. Lo ripeto, una vittoria
senza merito non e una vera vittoria.
Per migliorare tecnica, convinzione, fantasia e autostima dei
calciatori ritenevo fondamentale il dominio del pallone.
Ho sempre creduto che solo nella costruzione e nel possesso
palla si potesse realizzare totalmente tutto ciò. E per questo era
importante innanzitutto avere alle spalle un club che condividesse
le mie idee, una società seria, affidabile, intelligente e
competente, e che ingaggiasse uomini con passione, amore e
generosità. Pertanto, prima di tutto viene la persona con il suo
impegno e motivata alla ricerca dell'eccellenza, poi la funzionalità
al progetto. Possibilmente un giocatore che sia complementare, e
solo dopo che abbia talento. Ho sempre richiesto ai calciatori la
loro condivisione totale. Dicevo: «O si dà tutto o niente».
Ho sempre interpretato il ruolo dell'allenatore pensando che il
mio compito fosse paragonabile a quello dell'autore e del
direttore d'orchestra nella musica o dello sceneggiatore e del
regista in un film. Credevo fortemente nelle mie idee, una
convinzione totale che attraverso la comunicazione e il lavoro
cercavo di trasmettere ai calciatori. Essendo il calcio uno sport di
squadra, iniziavo proprio dal concetto di squadra, che si formava

135
unicamente attraverso una interazione tra la componente umana e
quella tecnico-tattica. Uno spirito di squadra elevatissimo era
fondamentale, come la benzina per un'auto. La volontà e la
conoscenza producono sinergia e moltiplicano le soluzioni e le
certezze.
Partivo dalla squadra per poi andare sul gioco, che
consideravo come il motore per l'auto o la trama per il film. Il
gioco può essere come la trama: scarso, sufficiente, ottimo,
dipende dal talento, dalla chiarezza, dalla capacità didattica, dalla
sensibilità e dalle intuizioni del tecnico. I calciatori sono gli
interpreti, che non riuscirebbero a trasformare una brutta trama in
un grande film. In una squadra che gioca male sembrano scarsi
anche i campioni. Un esempio è il Real Madrid 2005-2006 con i
suoi tanti vincitori di Palloni d'oro, che venne definito da Di
Stefano brutto e noioso. Le correzioni negli allenamenti, la scelta
delle esercitazioni più idonee per realizzare la teoria sono
fondamentali. Tutto quello che non si corregge negli allenamenti
costituirà un ostacolo per la realizzazione ottimale del gioco.
La sensibilità e la chiarezza dell'allenatore fanno la differenza
(un'opera lirica è praticamente uguale per tutti, ma se la dirige
Muti risulta migliore rispetto ad altri direttori d'orchestra). La
sensibilità non si copia, gli esercizi sì.
Però aggiungevo che avrebbero copiato l'esercizio ma non la
mia conoscenza e sensibilità. Naturalmente so che ci sono molti
allenatori che interpretano questo ruolo in modo diverso, ma io vi
sto raccontando la mia idea calcistica, non avendo la presunzione
di pensare che ci sia solo questa strada: tuttavia ho sempre
creduto che il calcio nasca dalla mente e non dai piedi. Dicevo:
«Può nascere qualcosa dai piedi?». Pensate a quando si dice che

136
uno «ragiona con i piedi»! Ho sempre ritenuto che fosse più
facile e semplice migliorare un piede che non la mente.
Non ho mai rinnegato la nostra storia calcistica, anzi è stata
importante perché ha insegnato ai calciatori la concentrazione
quasi mistica, l'attenzione e il furore per la vittoria. Tutte qualità
che permettono un agonismo e una capacità di sfruttare al
massimo il poco che si crea. Tuttavia non ho mai pensato che
lasciando l'iniziativa e il gioco all'avversario i nostri calciatori
sviluppassero completamente tecnica, fantasia e autostima. Ho
sempre cercato di dare uno stile, un'identità a tutte le squadre che
ho allenato, dai dilettanti alla quarta serie (semiprofessionisti) e
C1, ai settori giovanili, alla serie B e A. Così come alla
Nazionale e alle Nazionali giovanili dal 2010 al 2014. Sempre a
prescindere dalle qualità dei singoli, ho lavorato affinché la
squadra e il gioco fossero il dominus della situazione. Mi è
andata bene, non sono mai stato esonerato e le compagini che ho
allenato non sono mai retrocesse.
Per ottenere questo, lo ripeto, partivo dalla squadra, dal gioco
che le davo a prescindere dall'affidabilità degli interpreti. Ho
sempre privilegiato le squadre giovani e piene di entusiasmo
perché sinonimo di freschezza e voglia di fare e di apprendere,
anche se poco esperte e smaliziate, inadatte a un calcio
prevalentemente difensivo, pessimista e pauroso.
Le squadre che ho allenato in diverse categorie con interpreti
di valori diversi, hanno sempre giocato da protagoniste, erano
loro che avevano il comando. Questo meravigliò Berlusconi
quando il Parma che militava in serie B incontrò il grande Milan.
Avevano capito, come prima i giocatori di Fusignano,
Alfonsine, Bellaria, Primavera del Cesena e Fiorentina, Rimini e
Parma, che il propellente per migliorare le loro qualità e le

137
possibilità di successo era attuare il proprio gioco. I giocatori del
Milan erano per me i più bravi del mondo, ma quanto il gioco li
ha realizzati completamente! Tutti migliorarono! Nel campionato
precedente, i rossoneri erano arrivati quinti a pari merito con la
Sampdoria e avevano subito 21 gol.
Nella mia formazione titolare che vinse il campionato del
1987-88 c'erano ben otto calciatori che avevano giocato l'anno
precedente e solo tre rinforzi: Colombo, dall'Udinese retrocessa,
Ancelotti e Gullit. Il grande Van Basten ebbe infortuni vari e
giocò solo tre incontri interi. I gol subiti dalla medesima difesa,
Giovanni Galli, Tassotti, Filippo Galli, Baresi e Maldini, furono
12 contro i 21 dell'anno precedente, che sarebbero stati solo 10 in
quanto due gol sono da ascrivere alla partita persa a tavolino con
la Roma a causa di un petardo.
La nuova didattica riguardava la fase di non possesso, una
zona pressing che aveva modificato completamente l'ortodossia
del calcio italiano in generale, fino allora basato prevalentemente
sulla marcatura a uomo, con una difesa protetta sempre da un
libero e con una squadra pessimista e quindi più votata alla
distruzione che alla costruzione, un calcio pauroso con molti
giocatori al limite dell'area e che non affronta l'avversario a tutto
campo perché in inferiorità numerica, dal momento che tiene
sempre uno o due calciatori fissi indietro in copertura. Poi si fa
gol pensando ad un contropiede, a un'invenzione del numero
dieci o a un errore dell'avversario.
Il calcio che io volevo era attivo anche in fase di non
possesso, e vedeva i giocatori protagonisti grazie al pressing.
Anche i riferimenti erano diversi: per il calcio italiano il
riferimento principale era l'avversario e la lotta era uno contro
uno. Nel mio calcio al primo posto c'era il pallone, poi il

138
compagno e quindi l'avversario. Si cercava una difesa collettiva e
si andava sulla marcatura o a coprire lo spazio. L'intelligenza,
l'attenzione, il posizionamento corretto e la capacità di scelta
erano basilari, si cercava il meno possibile la lotta uno contro
uno e si marcava invece collettivamente grazie a reparti congiunti
che si muovevano in modo ordinato e sincronizzato. La forza che
producono undici uomini non potrà mai raggiungerla nessuno
individualmente. Si faceva un'esercitazione di 10-15 minuti con il
portiere più i difensori contro una squadra intera di undici
composta dai vari Van Basten, Gullit, Donadoni, Massaro,
Ancelotti, Rijkaard eccetera a tutto campo. Pochissime volte gli
undici facevano gol. Dicevo a Van Basten che scommetteva con
me e pagava sempre lo champagne: «Meglio cinque organizzati
che undici senza una linea di gioco».
Ci si esercitava anche in fase di non possesso per le chiusure
e i collocamenti preventivi, inoltre per il pressing, una cosa quasi
sconosciuta nel nostro campionato. Il pressing richiede una
squadra compatta e organizzata, tempi di attacco e marcatura a
scalare, e contemporaneamente dalla parte opposta bisogna
scivolare e coprire con diagonali. Il problema consisteva nel far
correre in avanti calciatori che da sempre correvano indietro. In
avanti si corre solo se si è organizzati e si sa quando e come.
L'obiettivo era essere sempre in superiorità numerica nei pressi
della palla.
La presenza di Gullit mi servì molto, come le esercitazioni per
cambiare la mentalità, che non si compra non si crea senza la
determinazione del gruppo; ci si esercitava molto anche con le
Nazionali giovanili per tenere la squadra compatta e che si
muovesse come fosse un sol uomo, simulando e correggendo
situazioni analoghe che si sarebbero incontrate la domenica. Ai

139
calciatori italiani il nuovo fa paura, ma quando sono convinti lo
interpretano meglio degli altri, che in fase di non possesso sono
molte volte approssimativi. Si facevano esercitazioni con i colori
per abituarli a muoversi contemporaneamente e in sincronia: si
chiamava un colore (ogni colore significava un pallone) e tutti si
muovevano in avanti e indietro o lateralmente con i compagni e
arrivando simultaneamente.
La distanza longitudinale tra la linea dei difensori, quella dei
centrocampisti e quella degli attaccanti non doveva essere
superiore in generale ai 10-12 metri per linea, mentre la distanza
in larghezza tra centrocampisti e difensori, per fare reparto e
avere la certezza della compartecipazione, non doveva essere
quasi mai superiore in generale ai 6-7 metri. A palla libera e
possesso all'avversario ci si esercitava a coprire lo spazio e a
scappare indietro, così come quando la squadra subiva un
contropiede e si era in inferiorità numerica si doveva scappare;
poi, quando la situazione cambiava, bisognava trovare i tempi
giusti per il pressing. Così facendo si passava da una situazione
negativa a una positiva, creando scompensi negli avversari. Avere
una difesa alta consentiva maggiore spazio e tempo per
posizionarsi correttamente.
Il saper scalare in avanti o lateralmente, avere i tempi del
pressing così come della copertura, giocare senza avere sempre un
difensore fisso in più dietro che copre, a sistema puro, cercando
la superiorità numerica in difesa attraverso l'organizzazione e il
movimento: questo volevo dai giocatori, consentiva di non essere
in inferiorità numerica a centrocampo.
Sulla respinta la linea di difesa doveva salire velocemente
(difficile anche con i ragazzi, perché hanno paura, non sono
abituati a vederlo neppure dai grandi). Il concetto è: essere

140
compatti per migliorare la collaborazione e la connessione. Avere
undici calciatori in posizione attiva con la palla e senza, solo così
si sente la compartecipazione attiva dei propri compagni.
Nel mio calcio veniva prima la capacità di giudizio e il senso
della posizione, la capacità di prevenire; la parte fisica e tecnica
per me sono sempre stati dei mezzi, mai dei fini.

Anche la tecnica era collettiva e prevalentemente acquisita


attraverso situazioni di gioco e simulazione. L'allenamento per
essere veramente allenante deve far provare durante la settimana
tutte le situazioni che si ritroveranno in partita, tenendo presente
che nelle situazioni inedite ci sarà solo sconforto e tensione.
Avevo ben chiaro che l'allenamento per essere efficace non può
prescindere dal considerare l'avversario e la velocità.
In fase di possesso facevo molte esercitazioni (anche con le
Nazionali giovanili). In fase difensiva un portiere più quattro
difensori contro sei o otto o undici avversari. Poi 1+4+2 contro
undici, 1+4+4 contro undici. Alla fine undici contro undici con
la squadra allenatrice che doveva cercare di uscire con i passaggi,
o con i lanci, o col rinvio del portiere.
Ci si esercitava in un pressing difensivo nella nostra metà
campo, offensivo 8-10 metri oltre la metà campo, ed ultra
offensivo vicino all'area avversaria. Con le giovanili, appena persa
palla, si cercava il pressing immediato, trovando tante difficoltà
per l'atavica paura generata dalla tradizione e dal non sapere come
fare. Allenavo tutte le componenti difensive, dal movimento
collettivo al pressing, al fuorigioco, ai raddoppi, alle marcature a
scalare, alle lotte uno contro uno, alle respinte e alla risalita
veloce. Solo qualche volta si facevano esercizi individuali. E lo
sottolineo di nuovo: il calcio è uno sport di squadra e non

141
individuale. Partivo dagli undici e dal gioco per insegnare una
tecnica già relativa alle situazioni della partita.
Non volevo perdere tempo. Attraverso esercitazioni di gioco
allenavo la tecnica collettiva dei giocatori, così non dovevano
apprendere prima la tecnica individuale e poi inserirla negli
undici e poi nel gioco. Il calcio è cambiato radicalmente quando
si è passati da una tecnica individuale a una tecnica collettiva.
Prima si voleva fare l+l+l+l+1+1 per arrivare a undici. Io partivo
dagli undici per arrivare a uno.
Pertanto oltre ai vantaggi sopra citati si potevano operare al
meglio le chiusure preventive, i collocamenti preventivi, l'essere
corti e stretti. Il pressing e le chiusure preventive permettono di
correre meno, con risparmio energetico gli scatti sono brevi, e si
evita una corsa indietro lunga di tutta la squadra. Se si bloccano
subito le ripartenze rivali attraverso il pressing, si creano i
presupposti per transizioni letali, che sono il meglio del calcio
italiano offensivo. Per fare questo, occorrono grandi capacità
organizzative e di giudizio e una conoscenza che si ottiene solo
attraverso un lavoro lungo, faticoso e paziente. Chiedevo ai miei
giocatori e alla società pazienza, perché i miracoli non li fa
nessuno.

In fase offensiva e di possesso, ritengo ancora fondamentale


che la squadra sia corta e anche stretta. In fase di possesso il mio
sistema di gioco è basato sui sincronismi e i tempi. Lasciamo
spazi e per arrivarci in movimento è più complicato da realizzare,
ma anche più difficile da controllare per gli avversari. La distanza
tra il possessore di palla e i riceventi non deve essere superiore in
generale ai 12-15 metri. Se la distanza fosse maggiore il lancio
sarebbe meno preciso, quasi sempre alto e lento, e il ricevente

142
isolato. Inoltre il difensore, più la distanza è lontana, non teme di
essere attaccato alle spalle e ha 30-40 metri per l'anticipo.
Il passaggio sui 10-12 metri è facile, non richiede una tecnica
sopraffina. Gli smarcamenti, i tempi, le distanze e un ricevimento
corretto sono tutti elementi che agevolano la tecnica. Tutti
collaborano e possono ricevere. Il movimento è breve e poco
dispendioso. Il modo in cui si riceve la palla, con la faccia o con
le spalle verso la porta avversaria, fa la differenza, così come
ricevere la palla da fermi o in movimento. Ecco perché la squadra
deve essere stretta, per poi avere spazi per andare in profondità
sulla fascia in movimento.
I lanci devono essere pochi e mai lunghi, eccetto i cambi di
gioco. I passaggi devono essere rasoterra e veloci.
Gli smarcamenti e le finte sono importanti per ricevere la
palla più comodamente, per la tempistica del passaggio e di chi
riceve (fare la finta troppo presto o tardi complica il ricevimento e
la situazione tecnica). Più si riceve la palla bene con buoni
smarcamenti, più aumentano la fantasia e la velocità, facilitando
la tecnica. Gli smarcamenti possono essere individuali o di
gruppo (uno va e uno viene, incrocio, uno taglia e uno dietro,
ecco).
Il compagno in possesso palla dovrebbe avere più soluzioni
onde scegliere la più vantaggiosa e creare più difficoltà
all'avversario. Io desideravo che il possessore avesse sempre
quattro-cinque possibilità di passaggio (uno laterale, uno
indietro, e avanti) oppure (due laterali, uno avanti e uno indietro).
Se il compagno con la palla è attaccato, quello più vicino non
deve attaccare lo spazio ma andare incontro. Sugli attacchi
centrali le due punte attaccavano la profondità o uno incontro e
l'altro tagliava in profondità alle sue spalle, con un

143
centrocampista dietro ai due attaccanti. Sugli attacchi laterali:
vicino all'area uno o due aiutavano il giocatore sulla fascia e tre o
due si preparavano a ricevere il cross; quello avanti decideva dove
andare e gli altri seguivano, attaccando uno il primo palo uno il
secondo palo e uno dietro (arrivare in movimento e in anticipo).
Desideravo sempre minimo cinque giocatori oltre la linea
della palla e volevo i collocamenti preventivi per impedire le
ripartenze avversarie. Se la squadra avversaria pressava, i
giocatori sapevano come cambiare gioco. Specialmente a livello
internazionale, dove quasi tutte le squadre pressano, è importante
lavorare in allenamento per uscire dal loro pressing. Specialmente
a livello internazionale quasi tutte le squadre pressano, e le
soluzioni sopra citate per uscire dal loro pressing sono
importanti.
Tra le esercitazioni che più frequentemente facevo c'era
l'undici contro zero per la fase offensiva, dove richiedevo velocità
nei passaggi, negli smarcamenti, immaginando di essere marcati.
Tutti dovevano essere in movimento e muoversi con i tempi dei
passaggi giusti: ricezione della palla corretta, alternare attacchi
laterali e attacchi centrali. Farlo in velocità dopo una prima fase
di riscaldamento è imprescindibile non essendoci l'avversario.
Creavo simulazioni di gioco con regole sempre diverse per
abituare i giocatori a essere sempre attivi mentalmente.
Per esempio, la squadra è lunga? Obbligarli a passaggi
rasoterra, e se non lo facevano punizione a favore dei rivali.
La squadra tira poco in porta? In uno spazio di 50x40 metri
facevo giocare con un tocco e tiro, un dribbling un tocco e tiro.
La squadra tiene troppo la palla? Gioco la partita con un
tocco e così via.

144
Creavo altre esercitazioni con i tiri e i cross simulando le
azioni, con qualche avversario sui cross e sulla fascia e sempre
con tre attaccanti che braccavano la porta. Ho sempre pensato che
l'intelletto fosse l'elemento più importante.
Per abituarli ai colpi di testa, si giocava solo con la testa in
un campo sintetico. Questo perché ci si doveva abituare a tirare i
colpi di testa in partita e non da soli: così attraverso una tecnica
collettiva miglioravo quella individuale.
Ho sempre attivato molti possessi, però finalizzati (squadra
schierata con ognuno nel proprio ruolo) e sempre in superiorità
numerica (per esempio un portiere più due difensori o un portiere
più quattro contro quattro avversari).
Ho sempre voluto dare un'alternativa al possesso affinché in
partita i miei giocatori praticassero un possesso non pleonastico,
fine a se stesso. Il possesso è valido se è la premessa per
l'affondo: saper rimuovere la palla velocemente e poi trovare il
movimento e lo spazio per l'affondo diventa importante quando si
trova lo spiraglio giusto.
La tecnica viene allenata, anche con i ragazzi, attraverso il
movimento e in generale a gruppi, ma ancora di più nei possessi.
Credo sia importante insegnare una tecnica attraverso il gioco in
modo globale e non analitico.
Michels, grandissimo allenatore olandese, mi diceva: «Siete
strani voi italiani, insegnate la tecnica a sé stante dal gioco. Noi
insegniamo come deve essere in partita. Sarebbe come insegnare
a nuotare mettendo i calciatori su una tavola spiegando che
devono alternare il movimento dei piedi e delle mani. Noi li
buttiamo in acqua».
Gullit, grande campione, nelle partite di palla tennis nessuno
lo voleva in squadra, così come nelle esercitazioni tecniche

145
individuali era mediocre. In partita, invece, era bravissimo in tutti
i gesti tecnici: conduzione, tiro, passaggio, colpi di testa,
dribbling, contrasto. Aveva acquisito una tecnica da gioco e non
da circo.
Facevamo molti possessi, molti torelli ma in movimento,
sapendo quando e dove posizionarci per smarcarsi. L'allenatore
deve intervenire e correggere tutti gli errori. Quando Pep
Guardiola arrivò al Bayern, i giocatori tenevano un torello da
fermi e lui disse: «Non mi sembra che il calcio si possa giocare
da fermi, vi state abituando a quello che non succederà mai in
partita. Non solo perdiamo tempo ma è deallenante».
Io volevo partitelle con regole, possessi, torelli, esercitazioni
di gruppo. Tiri, cross, ricordandosi di attuarli sempre più alle
velocità della partita e poi anche mettendo, a volte, avversari in
inferiorità numerica, come accade nella realtà di ogni incontro.
Anche la preparazione fisica avveniva sempre più con il
pallone e sempre più attraverso partite ed esercitazioni.
Un esempio: un lavoro lattacido si può fare a secco (senza
pallone) con ripetute ma anche con partite in pressing della
durata di due, tre minuti (per esempio, partite in una metà campo
portiere+1 regista+5 attaccanti contro portiere+1 libero+5
marcatori a uomo). Le regole sono che il regista e il libero non
marcati hanno solo due tocchi, gli altri tocco libero e nessuno
potrà ostacolare il regista o il libero. Si fanno azioni tipo partita
1:1 per abituare tutti ad attaccare e difendere, se uno scarta il
proprio avversario solo il libero o il regista possono intervenire e
raddoppiare. Per migliorare le ripartenze formavo tre squadre di
sei contro sei in una metà campo, mentre altri sei aspettavano
nell'altra metà. Se la squadra dei sei attaccanti passava la metà
campo si confrontava con gli altri sei, e se perdevano la palla

146
cercavano di non fare superare la metà campo ai rivali. Vinceva la
squadra che aveva segnato più gol.
Anche per abituare al pressing si fanno partitelle costruite in
maniera opportuna. Nelle partite di pressing mettevo portiere+3
giocatori contro 3 giocatori+portiere in un campo ristretto di
40x25 metri per un tempo di tre o due minuti. Oppure portiere+4
contro 4+portiere oppure portiere+1 contro 1+portiere per due
minuti (e queste partitelle erano davvero micidiali). Molte di
queste esercitazioni si facevano nella gabbia dove la palla non
usciva mai. Io stavo sopra una seggiola con il megafono e urlavo e
li incitavo e dicevo loro quello che dovevano fare. Li correggevo,
li spronavo, li aiutavo a giocare uno contro uno. Ancelotti era
quasi sempre contro Rijkaard, un mostro fisicamente, nel
portiere+1 contro 1+portiere, e un giorno mi disse: «Mister, cosa
ho fatto di male per punirmi con Frank?».
Oppure, il potenziamento delle gambe e dell'elevazione si può
fare a secco ma anche con una partita (possibilmente sulla terra o
sintetico, dove si può colpire solo di testa): si facevano 20-30
elevazioni col pallone.
Scatti brevi si possono effettuare con un torello dove chi è
dentro deve attaccare sempre la palla per 6-7 secondi, quindi fa
gli scatti in relazione al pallone come sarà in partita. Scatti di 10,
20, 30 metri si possono fare mettendo i quattro difensori che
rinviano oltre la metà campo e i quattro difensori scattano fino a
metà campo orientandosi con la palla calciata e così gli altri
ruoli, per abituarli a correre sempre in relazione a dove si trova la
palla.
Negli anni ho raccolto interi faldoni di materiale, con schede
ed esercizi finalizzati a far muovere la squadra, con esercitazioni
e regole che poi davano i loro frutti la domenica in partita. Tutti

147
esercizi con l'obiettivo di allenare mentalmente e fisicamente
attraverso il pallone e il gioco. Era il risultato della ricerca
quotidiana, dello sviluppo delle idee, della rielaborazione di
concetti che si dovevano concretizzare in partita. E questo lavoro
lo deve fare l'allenatore.
Il calcio ha offerto un piccolo gruppo di geni delle idee e
della tattica e un folto esercito di arrivisti con scarse convinzioni
e conoscenza che cercano di seguire le mode del momento. Esiste
una terza via, quella degli allenatori legati al passato, che lo
difendono orgogliosamente. Sono tecnici che non inventano e
non trasmettono ai posteri una qualche eredità ideologica.
Io ho sempre cercato l'innovazione e la ricerca, con un lavoro
di studio e di riflessione enorme per realizzare la mia idea di
calcio, facendo uno sforzo inimmaginabile per convincere
società, giocatori, tifosi e giornalisti della bontà del mio progetto.

Vincere il campionato italiano di serie A era solo il primo


traguardo. Allora non avrei mai immaginato dove quella panchina
mi avrebbe portato insieme alla squadra, attraverso un calcio che
ha raggiunto traguardi e riconoscimenti a livello mondiale, che ha
permesso ai giocatori di avere una lunga carriera, e ha richiesto
da parte mia uno sforzo fisico e mentale che mi ha stremato e
logorato molto presto, come fa la fiamma che dà una grande luce,
si spegne presto ma soprattutto illumina il cielo.

148
8. Una squadra da leggenda

La fortuna è il nome che si dà sempre all'abilità altrui.

Il Milan era una squadra di grandi giocatori. Avevamo vinto il


campionato perché, dopo il trauma dell'uscita dalla Coppa Uefa,
eravamo riusciti a impiegare in quel torneo tutte le nostre energie,
fisiche e mentali. Con la conquista dello scudetto potevamo
giocarci la Coppa dei Campioni, quella che oggi è la Champions
League. Erano vent'anni che la società e i tifosi aspettavano
questo momento.
Appena vinto lo scudetto andammo a Manchester, dove
quell'anno si festeggiavano i centodieci anni di vita del club, che
aveva chiuso il campionato inglese alle spalle del Liverpool.
Berlusconi, con la solita prontezza, aveva organizzato due
amichevoli per portarci subito in Europa. Era la prima uscita
ufficiale. Vincemmo tre a due. Dominammo la partita, mettendo
in difficoltà gli avversari con un pressing e una personalità
travolgenti. Ricevemmo gli applausi e gli elogi dello
sportivissimo pubblico inglese, che riconosce il merito degli
avversari se giocano meglio.
Affrontammo poi il Real Madrid a San Siro, preludio di
incontri memorabili con questa squadra che avremmo trovato
sulla nostra strada lungo il cammino della Coppa dei Campioni.
Erano test importanti, non solo amichevoli ma partite vere e
proprie, giocate con foga, tensione e volontà di vincere. Perché,
sia che il Milan giocasse con le grandi d'Europa sia contro una
squadra di quarta serie per l'allenamento settimanale, io volevo
sempre che i giocatori dessero il meglio, onorando la maglia
rossonera con l'orgoglio di chi appartiene a un grande club.
149
I tornei internazionali o la partitella del giovedì erano
occasioni per tenere in allenamento il gruppo. Credevo molto nel
lavoro. Roberto Antonelli, grande giocatore del Milan, del
Monza e della Roma, che allenava la Caratese, da tanto mi
chiedeva di giocare contro la sua squadra, che militava in quarta
serie. Andammo a Carate Brianza nel 1991. «Noi siamo il Milan»
dicevo. «Dobbiamo andar lì e giocare ai massimi livelli.» Credo
segnammo 15 o 16 gol. Il pubblico si divertì tanto che chiese
all'arbitro di non fischiare la fine. Così volevo il Milan, sempre al
massimo, sia il giovedì sia in Europa.

In quel periodo scoppiò anche il caso di Claudio Daniel


Borghi.
Berlusconi si era innamorato di questo giocatore durante la
finale della Coppa Intercontinentale del 1985 tra Juventus e
Argentinos Juniors, squadra in cui militava questo centrocampista
offensivo, dalle doti atletiche discutibili, con un buon piede,
fantasioso, molto spettacolare nei suoi numeri ma non certo un
calciatore dedito al gioco di squadra. Per le carezze pennellate al
pallone lo definirono «il Picasso del calcio».
Nel 1987 Berlusconi lo aveva comprato a un'asta, alla quale
concorreva anche la Juventus. Quando Borghi venne ad allenarsi
con noi, Vincenzo Pincolini mi disse: «Guarda, Arrigo, che
quando corro lo stacco!». Borghi non amava correre, non amava
sostenere i ritmi degli allenamenti. Pensava fossero inutili. «Che
senso ha correre per chilometri, se il campo è lungo cento metri?»
mi disse una volta.
In allenamento non andava d'accordo con gli altri giocatori,
aveva litigato con Ancelotti e poi con Virdis. Era pigro e giocava
un calcio individuale, si muoveva poco e male in fase offensiva,

150
mentre in fase difensiva era inesistente. Possedeva una buona
tecnica, ma senza una cultura del lavoro e del gruppo. Non lo
volevo. Piovvero critiche e apparvero articoli di giornale al
vetriolo, ma nel calcio non si può ragionare sempre di pancia.
Talvolta ci sono valutazioni complessive da fare che non devono
finire in secondo piano rispetto al talento, al giocatore o al
personaggio che arriva. Bisogna avere le idee chiare sul gioco,
solo in un secondo tempo decidere i giocatori più funzionali al
progetto.

Frank Rijkaard era andato via dall'Ajax, era stato comprato


dallo Sporting Lisbona e poi mandato in prestito al Real
Saragozza. Visionando tutte le videocassette delle partire della
Nazionale olandese per studiarmi Van Basten, avevo notato
questo giocatore, che mi piaceva e mi entusiasmava molto. In quel
momento avevo l'idea di mettere un centrocampista in difesa al
fianco di Baresi perché volevo cominciare l'azione di gioco fin
dalla difesa, affiancando così a Franco un altro costruttore di
gioco. Rijkaard inoltre era bravo di testa, e compensava Baresi,
che non lo era molto. «Questo è il nostro giocatore» dissi.
Quando venne al Milan, guardammo con Rijkaard un paio di
partite della squadra per fargli capire come giovavamo, e lui mi
disse: «Ma lei ha già un professore in quel ruolo». Era Ancelotti.
«Sì, ma io ti ho preso per giocare non a centrocampo ma in
difesa, come giocavi con l'Olanda.»
L'argentino Borghi alla fine era andato in prestito al Como.
Van Basten il primo anno aveva giocato pochissimo per
problemi alle caviglie. Prima dell'europeo dell'88 andai a
un'amichevole dell'Olanda per vedere di persona Rijkaard.
Deciso, dissi a Berlusconi che volevo Rijkaard e non Borghi, in

151
rientro dal prestito al Como. E gli dissi che Borghi non l'avrei
mai accettato in squadra perché era esattamente il contrario di
quello che volevo io dal punto di vista comportamentale ed etico.
Inoltre, a livello di gioco non era funzionale al nostro calcio e
soprattutto non era complementare agli altri. Se l'avessi preso
accontentando il presidente avremmo fatto un errore madornale.
E aggiunsi: «Se voi fate giocare Borghi, io sto fermo un anno».
Anche perché non vedevo l'ora di fermarmi per un anno
sabbatico. Era il mio sogno.
Nel frattempo Galliani, come sempre, mi aiutò molto. Mi
trovavo a Stoccarda a vedere la finale di Coppa dei Campioni tra
PSV e Benfica insieme a Braida, al quale avevo detto: «Andiamo
perché l'anno prossimo ci saremo noi a fare la finale».
Arrivato in albergo trovai un pacchetto di chiamate dalla
segreteria di Berlusconi, che mi voleva incontrare. Al ritorno da
Stoccarda mi vennero a prendere all'aeroporto. Una volta ad
Arcore, facemmo una lunga chiacchierata. Dissi a Berlusconi:
«Tutti i suoi nemici hanno piacere che lei faccia giocare Borghi».
«Lei si deve fidare di me» mi rispose.
«Io sono anche un suo amico, e le dico che stiamo
commettendo un errore enorme. Se lei prende Borghi in squadra
io non sarò più l'allenatore del Milan.»
Intanto Galliani aveva appuntamento con i dirigenti dello
Sporting Lisbona per l'acquisto di Rijkaard. Alle cinque di
mattina era all'aeroporto e aspettava l'ok di Berlusconi. A Lisbona
fecero la trattativa, e il ritardo nell'acquisto di Frank costò al
Milan uno o due miliardi in più. Firmarono. Galliani mise il
contratto nella borsa. Al momento dei saluti, i tifosi inferociti
sfondarono la porta e cominciarono a picchiare i dirigenti dello
Sporting. Galliani e Braida si rifugiarono nella toilette, e

152
uscirono in strada solo dopo qualche ora, quando le acque si
erano calmate, andarono in un bar e chiamarono Berlusconi.
Galliani gli raccontò tutto per fargli capire l'importanza del
giocatore che avevano acquistato. Berlusconi, che non molla mai
(non ci sarà mai nessun delfino del Cavaliere), quella volta disse:
«Lasciate tutto e mettetevi in salvo».

In quattro anni, quella fu l'unica volta che mi trovai in


contrasto con Berlusconi. Per un po' abbandonò il Milan.
Quando lo incontrai gli dissi: «O lei torna a fare il presidente o
mi manda via! Non può fare come il marito tradito che per fare
dispetto alla moglie si taglia i coglioni».
Spesso chi guarda gli incontri per rilassarsi e per piacere
difficilmente legge e interpreta la partita in una maniera diversa
da quelli che sono i giochi funambolici di un giocatore. Borghi
non sempre giocava con la squadra, come invece faceva Colombo,
che faceva partite positive magari toccando pochissimo la palla
ma tenendo perfettamente la posizione in campo, ostruendo la
manovra avversaria o agevolando la nostra, sia in attacco sia in
difesa, solo con il suo posizionamento.
È certamente più spettacolare un giocatore che fa la rabona,
che dribbla, che salta due avversari, gioca di tacco palle
impossibili rispetto a uno che tiene unita la squadra muovendosi
con intelligenza. Ecco, Borghi era uno di quei fenomeni, ma non
si addiceva al gioco e al calcio totale che volevo io. Era un
solista, non un orchestrale.
In prestito al Como - che per salvarsi giocava in difesa con
catenacci a oltranza - Borghi giocò pochissimo, solo sette
presenze senza segnare alcun gol. Difficile usare il suo talento in
campo. Gli allenatori erano Aldo Agroppi e, dopo il suo esonero,

153
Tarcisio Burgnich. Dichiarerà Borghi riguardo a loro: «Erano
l'anticalcio, due che pensavano a dirmi cosa non fare in campo,
ma non cosa fare».
Dopo aver vinto lo scudetto, ripetei a Berlusconi: «L'ansia
non riesco a reggerla, mi distrugge. Però, sento che potrei fare un
altro anno. C'è la Coppa dei Campioni da giocare e ho ancora le
energie per provarci».
Berlusconi, che non voleva che me ne andassi, mi propose
perfino di fare un contratto come amministratore delegato del
Milan, perché allora Galliani lavorava in entrambe le società, sia
nel Milan sia in Fininvest. Risposi di no. Galliani con me è stato
un grande collaboratore, un grande manager.
Una sera a cena sostenni con entrambi che chi scriveva bene
di Borghi sui giornali stava tendendo loro una trappola.
Confalonieri, che era presente, mi confessò: «I no che oggi ha
detto a Berlusconi non li ho sentiti dire in un anno». Questo fa
capire il rapporto di amicizia tra me e il presidente, e con i suoi
collaboratori. Era un rapporto vero, di rispetto e franchezza. Io
ero l'allenatore, ma anche in un dialogo serrato non misero mai in
discussione la mia autorevolezza.
«Un altro romagnolo che mi fa diventar matto!» Berlusconi
era solito ripetere di me. In quel periodo stava comprando la
Standa da Carlo Sama, un romagnolo cognato di Raul Gardini.
Borghi è poi diventato dal 2002 un buon allenatore.
Berlusconi, che non molla mai, un giorno mi disse: «E adesso,
Borghi, lo prenderebbe?».

Il grande Milan era ormai una realtà. Il gioco aveva


trasformato la squadra. Quando arrivò al Milan, Ancelotti aveva
già ventotto anni; Colombo era retrocesso con l'Udinese; Van

154
Basten il primo anno giocò appena tre partite complete, poi
s'infortunò. Questo per dire che era stato il gioco la base della
rivoluzione della squadra, e che i giocatori si erano dimostrati dei
professionisti esemplari, delle persone serie e di carattere, degli
interpreti magnifici. Ho sempre creduto che il gioco fosse il vero
motore senza il quale la macchina non avrebbe funzionato, e loro
erano degli splendidi piloti.
Gullit il primo anno con il Milan, nel 1987, lo voglio
ricordare ancora, vinse il Pallone d'oro.

Oramai conoscevo bene i giocatori, tutti con ottime qualità


tecniche. La mia rosa partiva da Giovanni Galli, ottimo
professionista e portiere di elevate qualità. Giocare nel Milan era
particolarmente difficile in quanto, con una difesa impenetrabile,
il portiere è poco impegnato, quindi l'attenzione e la
concentrazione erano elementi imprescindibili e fondamentali;
sbagliare un intervento poteva essere l'unica opportunità offerta
agli avversari per tutta una partita. Giovanni era particolarmente
bravo fra i pali ma io volevo che uscisse di più perché con la
squadra corta che avanza si lasciano spazi davanti all'area di
rigore che il portiere deve coprire. Giovanni Galli non aveva
questa capacità, e migliorò moltissimo grazie agli allenamenti.
Quando giocava con noi ha dovuto imparare a uscire dalla porta
dove, per tradizione, il portiere stava quasi tutta la partita. Era
una persona positiva, in campo e fuori, una persona perbene, che
ha vissuto in seguito il dolore della perdita di un figlio di appena
diciassette anni. Quando se ne andò dal Milan provai un vero
dispiacere.

155
Mauro Tassotti era un romano spiritoso e intelligente, e aveva
capito che più lavoravamo, più avremmo raggiunto grandi
obiettivi. Me lo confessò un giorno durante i primi mesi di
allenamento, quando la squadra cominciava a infilare vittorie
mostrando personalità e un gioco d'attacco spregiudicato. Tassotti
era un professionista eccellente. Simpatico, ironico e autoironico.
Un terzino destro dotato di grandi qualità tecniche e di gioco, ma
poco considerato in Italia, dove si preferiva un difensore
marcatore e roccioso. Esordì in Nazionale a trentadue anni. Era
un giocatore moderno e totale, che sapeva svolgere ad alti livelli
le fasi difensiva e offensiva. Era importante per il contributo al
gioco, ma anche per l'armonia dello spogliatoio. Avevo portato
con me dal Parma due difensori, Bianchi e Mussi. Una volta gli
dissi: «Sai, io ho fiducia in te!» e Tassotti mi rispose «Lo so,
altrimenti ne avresti portati quattro di terzini dal Parma!».
Attualmente fa l'allenatore in seconda del Milan.
Quando insorsero problemi con la voce, perché durante gli
allenamenti e nelle partite urlavo continuamente, cominciai a
usare il megafono. Mia moglie Giovanna un giorno incontrò
Tassotti e gli disse: «Ho visto che adesso Arrigo usa il
megafono!» e Tassotti le rispose: «Sì, adesso urla nel
megafono!».

Paolo Maldini è stato uno dei più grandi terzini-difensori mai


esistiti. Potente, veloce, resistente, generoso. Forte fisicamente e
nel gioco aereo. Nel Milan migliorò anche nella marcatura,
maturando velocemente accanto a compagni più grandi e grazie
anche all'aiuto del padre. Professionista serio, ragazzo amabile e
leale. Faceva la fascia a velocità ultrasoniche. Una grande forza
sia nel Milan sia in Nazionale. Eccezionale la durata della sua

156
carriera, sinonimo della qualità della persona e del professionista.
Fra Milan e Nazionale l'ho allenato per circa dieci anni. Un
piacere, una forza degli azzurri e dei rossoneri. Venticinque anni
di carriera (dal 1984 al 2009) che ne hanno fatto un'icona del
calcio, infilando una serie di record difficilmente eguagliabili.

Alessandro Costacurta è un ragazzo che ha avuto una carriera


straordinaria. Veniva dalla C. Lo feci debuttare titolare in serie A
nel derby con l'Inter e poi lo feci giocare con la Juve come
sostituto di Baresi. Migliorò quasi giorno per giorno, pur avendo
doti fisiche e atletiche normali, sviluppate attraverso l'impegno e
l'intelligenza. Discreto con la palla, abile nella marcatura; era un
difensore da calcio totale, non uno specialista. Si connetteva
assai bene con i compagni, dimostrando senso della posizione,
capacità di giudizio e di previsione. Dimostrava una certa
personalità, pur non eccellendo in forza ed elevazione. Per me,
che lo feci esordire nel Milan e poi in Nazionale, è stato un
giocatore affidabile e di buon livello. Era originariamente un
libero e si divideva con Baresi, quindi avevo due liberi che
sapevano marcare ma anche partecipare al gioco. Ha avuto una
carriera lunghissima e sempre di alto libello. Un elogio
all'intelligenza.

Franco Baresi, «il Capitano», un campione. Di poche parole,


ma un esempio per tutti. Un lottatore determinato che dava
sempre tutto. Giocatore di grande temperamento e capacità
motorie, confortato da rapidità e velocità notevoli. Buona tecnica,
forse esagerava con i lanci. Mostrava straordinarie capacità
tattiche e dirigeva la difesa con sagacia e tempismo, sostenuto da
talento e capacità di giudizio. Difficile da superare del duello uno

157
contro uno, esaltanti le sue accelerate e il suo tempismo. Era un
campione che muoveva tutta la difesa elevando le capacità singole
grazie all'apporto costante dei difensori. È stato il più bravo
difensore che abbia mai visto, l'unico che muoveva un intero
reparto.
Quasi dieci anni prima, un Franco Baresi appena debuttante
aveva vinto l'ultimo campionato con il Milan. Al mio arrivo
mostrò delle resistenze verso il nuovo modo di lavorare e giocare.
«Dammi due mesi» gli dissi. E lui si convinse. Quando, dopo
quattro anni, arrivò Fabio Capello, fu proprio Baresi che si
oppose ai cambiamenti tattici che Capello voleva apportare alla
squadra. È stato un giocatore fondamentale. Aveva acquisito i
movimenti della squadra e li nobilitava con le sue qualità fisiche,
atletiche e di temperamento. Avevamo dietro quattro in linea e, ai
suoi comandi, lui muoveva tutta la difesa, con i tempi e i ritmi
giusti. Una volta Giancarlo Beltrami, direttore sportivo dell'Inter
vedendo giocare il Milan disse: «Neanche le Kessler sono così
sincronizzate!». A palla coperta Baresi portava avanti la difesa,
appena la palla era libera tornavamo indietro. Il fuorigioco era
un'esigenza per muovere la squadra compatta e una conseguenza
dell'aggressività del pressing, sempre per favorire l'attacco e non
come arma di difesa, comi molti credono.
Lo chiamavamo «l'elastico»: l'avanzare e il retrocedere
velocemente a seconda se la palla era coperta o scoperta
scombussolava gli avversari.
Nella semifinale di Coppa dei Campioni con il Real Madrid
mandammo per ben ventisei volte in fuorigioco i loro attaccanti.
Baresi era il regista di questo gioco. In campo esprimeva grinta,
personalità, talento. Era un uomo silenzioso, parlava poco. Era
introverso, dovevi conquistarne la stima, aveva forza atletica e

158
una sopportazione del dolore, anche per le vicissitudini
famigliari, che lo rendevano una roccia. A Franco dicevo sempre:
«Se ti collochi sul campo e previeni, sfrutti meno il tuo fisico e
avrai una carriera più lunga. Mi dispiace solo quando lanci il
pallone in avanti, ogni volta per me è uno schiaffo». Volevo che
passasse la palla rasoterra e costruisse il gioco; i lanci lunghi
erano un retaggio del passato e di un modo di giocare all'italiana:
difesa a oltranza, lanci lunghi all'attaccante che si spera sempre
faccia gol grazie alle sue capacità.
Nel 1989 arrivò secondo a un Pallone d'oro, vinto quell'anno
da Van Basten. L'attaccante è sempre spettacolare, quindi fa più
effetto di un difensore. Ma quello era l'anno di Franco Baresi. Il
secondo posto valeva davvero come il primo. Un grande
campione, un esempio di serietà. Dopo una decina di giorni che
non facevo più esercitazioni per la difesa mi disse: «Mister, così
perdiamo i sincronismi».

Roberto Mussi, un ragazzo perbene, timido, con ottimi tempi


di sganciamento, confortato da resistenza e velocità. Tecnica nella
norma, così come le soluzioni. In fase difensiva si affidava
all'anticipo e in fase offensiva era abile nel muoversi senza palla.
Si connetteva stupendamente con gli altri tre difensori,
costituendo un reparto difficile da superare. Una riserva di valore
che ha giocato anche in Nazionale, e la finale mondiale contro il
Brasile.

Filippo Galli, grande professionista, attento, serio


determinato, grintoso. Classico difensore intelligente e ben
razionato, anche lui si muoveva correttamente con i compagni
aggiungendo carattere e precisione. Bravo negli anticipi e buono

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di testa. Un valore aggiunto per la squadra, non tradiva mai per
attenzione e motivazione. Filippo Galli è stato esempio per tutti
di professionalità e intelligenza, che sopperivano a componenti
fisico-atletiche normali. Noi giocavano a sistema puro. Ricordo
che in una partita contro l'Avellino, nonostante Walter Schachner
fosse molto più veloce di lui, non gli fece vedere la palla,
l'anticipava e non gli permise mai di sviluppare la sua velocità.
Lui poteva entrare all'89° che era il più carico di tutti, già in
partita.

Angelo Colombo, acquistato dall'Udinese, è stato una grande


sorpresa. Cursore di destra, sotto le cure di Galbiati migliorò
nella tecnica segnando diversi gol e facendo molti cross per le
punte. Possedeva una resistenza straordinaria e una corsa veloce;
la tecnica e le idee di gioco erano nella norma, ma il suo
movimento, la collaborazione continua nel cercare spazi per i
compagni o nei raddoppi ne facevano un giocatore importante. I
tempi di smarcamento e di attacco allo spazio erano ottimi,
giocava con e per la squadra a tutto campo. Ha dato un contributo
fisico, atletico e tattico notevole.

Carlo Ancelotti, una persona generosa e leale. Professionista


perfetto, grande regista, è stato il direttore d'orchestra insieme a
Baresi e Gullit la spina dorsale della squadra. «Un direttore che
non conosce la musica» disse scherzando una volta Berlusconi.
Carlo era generoso, modesto, altruista con tutta la squadra.
Vincevamo quattro a zero e lui, per far gol, si ruppe una mano.
Questo per raccontare la generosità di questo calciatore
dall'intelligenza calcistica sopraffina. Aveva tempi giusti di
ricevimento, di smarcamento e di giocata. Anticipava sempre le

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idee degli avversari sopperendo così a una lentezza notevole.
Modesto, cercava sempre di migliorarsi e anche negli allenamenti
dava il massimo. Determinato tanto da migliorare la poca velocità
e anche la forza, deciso nei contrasti con bravura tecnica,
possedeva capacità di valutazione e tempi di gioco di alto livello.
Nei test sui 50 metri, per non demoralizzarlo gli abbassavamo il
tempo impiegato. Era la forza umana e tattica di questa squadra.

Frank Rijkaard debuttò con noi contro la Fiorentina, nel


campionato di serie A, il 9 ottobre 1988. Sarebbe diventato la
pedina giusta per il mio calcio, un centrocampista dalle
potenzialità incredibili, con un buon senso della posizione, duro
nei contrasti, con il fiuto del gol. Così il Milan diventò la
squadra dei tre olandesi. Rijkaard era un gigante fisicamente. Una
brava persona, con qualità fisico-atletiche fuori dal comune.
Dotato di una buona tecnica, grande chiarezza, potenza
straordinaria, velocità e resistenza, copriva il campo con facilità,
pressava forte. Non sbagliava mai le partite importanti. Diede un
contributo importante più come centrocampista che come
difensore. Ragazzo d'onore: poiché era stanco, nel 1993 lasciò il
Milan per ritornare all'Ajax percependo un decimo di quanto
guadagnava in Italia. Segnò con una certa frequenza anche gol
importanti come nelle finali di Coppa dei Campioni, Supercoppa
d'Europa e Coppa Intercontinentale. Un grande! Ha fatto poi
l'allenatore ad alto livello vincendo la Liga e la Champions col
Barcellona.

Roberto Donadoni, una persona e un professionista


eccellente, grande tecnica e con un dribbling rapido e resistente.
Una mezza punta che interpretava il ruolo in modo completo e

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totale. Il giocatore più difficile da sostituire, non era uno
specialista, ma anche lui un calciatore da calcio totale. Anche lui
generoso, dava sempre il massimo. Tatticamente era bravissimo in
fase difensiva, dove si collocava bene e aveva tempi continui di
pressing così come in fase offensiva si smarcava bene. Segnava
meno delle mezze punte di valore, ma svolgeva un lavoro per la
squadra decisamente superiore ai suoi colleghi di ruolo. Non
aveva controindicazioni, come la definizione «mezza punta»
farebbe intendere. Attualmente fa il tecnico a buoni livelli e ha
allenato anche la Nazionale italiana.

Alberigo Evani, appena arrivai al Milan, lo volevano vendere


al Genoa. «No, no» dissi a Berlusconi e Galliani, «lo teniamo.»
Aveva un tendine rotto e non giocò per quattro-cinque mesi.
Aveva buona tecnica, senso tattico. E i suoi gol: pochi ma
importanti. L'ho portato con me in Nazionale al mondiale
americano. Giocatore molto tecnico, resistente, rapido, continuo,
era un ottimo professionista e un ragazzo serio e generoso. Il
gioco lo ha aiutato a migliorare nelle conclusioni e nelle
soluzioni. Tatticamente bravo, sempre ben piazzato, con la palla
giocava semplice. Buoni i suoi cross e la collaborazione che dava
ai centrocampisti in fase difensiva e gli smarcamenti in fase
offensiva. Una pedina importante per il gioco della squadra.

Daniele Massaro lo conoscevo da quando lavoravo con le


giovanili della Fiorentina. Giocava a destra, come terzino oppure
ala, sempre a centrocampo. Non aveva assimilato subito la nostra
cultura, il nostro modo di giocare, quindi gli cambiai ruolo e lo
misi punta, centravanti. Come centrocampista non si muoveva
correttamente: sbagliava e mi creava sbandamenti e crepe nella

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linea di centrocampo. Era invece una punta bravissima. Si
muoveva coi tempi giusti e aveva una capacità di scelta notevole.
Maestro negli smarcamenti e dotato di grande tecnica, segnò
anche gol importanti.
Una volta, prima di una preparazione dallo psicologo per
rilassare la mente dallo stress prepartita, lui non c'era. A un certo
punto sentimmo degli spari che arrivavano dal boschetto di
Milanello. «Cosa sono questi spari?» chiesi. Era Massaro che si
preparava alla partita. «No, non ci si prepara alla partita in questo
modo!» dissi, e non lo feci giocare. Cercavamo tranquillità e
concentrazione, e lui sparava nel bosco di Milanello.
Lamentava sempre dei problemi fisici più o meno inventati.
Una volta, dopo un'amichevole, era steso sul lettino con tre borse
del ghiaccio, una sulla caviglia e le altre due sulle ginocchia.
Gullit, passandogli vicino, ne prese una, gliela mise in testa e
disse: «È qui che dobbiamo raffreddare». Aveva capito la sua
pigrizia. Durante gli allenamenti si buttava per terra e io non
volevo entrasse il massaggiatore perché mi rompeva i ritmi. Una
volta Filippo Galli, durante un allenamento, si avvicinò a
Massaro che continuava a restare per terra e gli disse: «Alzati in
piedi che a quest'ora abbiamo già perso la partita».
Così lo mandammo alla Roma. Ero duro e severo con i
giocatori e nelle mie scelte. Lui era il preferito di Galliani, che lo
aveva avuto dal Monza, ma io fui inflessibile. Durante una partita
contro il PSV Eindhoven si era impegnato poco. Al Trofeo
Bernabéu, contro il Real, non si riscaldò a sufficienza, e così non
lo feci giocare e misi al suo posto Mannari. Lo presi da parte e gli
dissi: «Guarda, io non ti voglio più». Alla Roma, venimmo a
sapere, parlava sempre di come lavoravamo e ci allenavamo al
Milan. Un giorno mi telefonò: «Mister, se mi fa ritornare, le

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prometto che sarò il miglior professionista che ha in squadra».
Così lo riportai a Milano. Da quel momento l'ho sempre
schierato, l'ho chiamato in Nazionale e poi ha anche giocato la
finale del mondiale americano.

Ruud Gullit era una forza della natura, velocissimo, con


un'elevazione e una potenza straordinarie. Grande personalità e
carisma, dotato di un ego forte e orgoglioso. Buona levatura
tecnica e grandi capacità di attaccare gli spazi nei tempi giusti. In
fase di non possesso trascinava la squadra in un pressing furioso.
Un vero leader, mi ha aiutato molto nel creare una mentalità
vincente. Difficilmente sbagliava le partite importanti.
Gullit è la testimonianza di quanto sia errato privilegiare la
tecnica individuale, se non viene insegnata attraverso il gioco, il
possesso palla e il corretto movimento. E anche attraverso
esercizi di gruppo. Gullit aveva qualche difficoltà negli esercizi di
tecnica individuale, ma era bravissimo nella tecnica relativa al
gioco e aveva grandi capacità interpretative. Un grande giocatore.
Un campione con la personalità e l'orgoglio del fuoriclasse. Ha
fatto l'allenatore in squadre importanti e oggi è commentatore
sportivo in televisione.

Marco Van Basten era la ciliegina sulla torta. Il più


talentuoso ma anche il più discontinuo. La classe era cristallina.
Lo stile inimitabile, un cigno che ballava con il pallone fra i
piedi. Goleador che si connetteva stupendamente con i compagni,
sfruttando le sinergie. Segnava di destro, di sinistro, di testa,
giocava e rifiniva. Tecnica elevatissima, soluzioni impensabili ed
esaltanti, faceva ripetuti dribbling, era agile e rapido nonostante
l'altezza. Era un ragazzo introverso, ma buono e sensibile, ha

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subito molti infortuni. Meteoropatico, era una punta di
straordinario valore. «Adesso che faccio l'allenatore» mi disse un
giorno «ho capito quanti problemi ti ho creato.» E io gli risposi:
«Se ti può consolare, me ne hai risolti anche tanti!». Ha vinto tre
volte il Pallone d'oro, terminando la sua carriera a soli ventotto
anni. Un fenomeno che ha lasciato gol da cineteca.

Pietro Paolo Virdis fu decisivo per l'assegnazione campionato


1987-88 con gol di grande importanza. Era un vero specialista. Si
muoveva con fiuto, sensibilità e tecnica. Scaltro, con percezioni e
intuizioni che gli consentivano di sopperire a una velocità non
elevata. Memorabile un suo gol dopo un pressing nell'anno dello
scudetto. Buono in elevazione e con smarcamenti importanti per
liberarsi dall'avversario. Un formidabile goleador.

Marco Simone, un ragazzo dotato di capacità tecniche e


realizzative. Buona classe e dribbling con un'ottima rapidità e
buona velocità. Ha dato un contributo diverso e importante alle
vittorie della squadra.

Stefano Borgonovo. Un suo gol con il Bayern in semifinale ci


consentì di vincere per la seconda volta la Coppa dei Campioni.
Un ragazzo sfortunatissimo, che nella malattia dimostrò la
straordinaria forza e grandezza che lo caratterizzava. Con i
rossoneri giocò solo un anno dimostrando però valori tecnici ed
etici importanti per tutti. Una parte importante della storia del
Milan è stata scritta da questo grande ragazzo.

Demetrio Albertini, giovanissimo, si allenava con noi. Già


faceva intravedere i valori umani e calcistici che poi si sarebbero

165
rivelati nella sua straordinaria carriera. Nella rosa c'era poi
Giovanni Stroppa, centrocampista o mezza punta, che sostituiva
Donadoni. Buone capacità tecniche e di gioco. Fantasioso e
resistente, fu una pedina importante insieme a Mario Bortolazzi,
Stefano Carobbi, Stefano Salvatori, Diego Fuser, Angelo
Carbone, Christian Lantignotti, Rufo Emiliano Verga, Francesco
Antonioli e Andrea Pazzagli, che completavano la rosa di quei
giocatori e professionisti straordinari. Purtroppo Pazzagli, che
lavorava con me nelle Nazionali giovanili, una notte del 2011
improvvisamente ci ha lasciato, a soli cinquantuno anni.

Sebastiano Rossi, portiere dai mezzi straordinari, non sempre


supportati da attenzione, lavoro e professionalità. È stato un
grande, pur sfruttando relativamente il suo enorme talento.

Eravamo pronti per la Coppa dei Campioni. Quell'anno, il


1988-89, era il nostro primo obiettivo. Volevamo vincere in
Europa dopo tanti anni, portare il calcio italiano al top delle
classifiche internazionali. Berlusconi aveva capito che solo una
squadra protagonista in Europa poteva avere riconoscimenti
mondiali. È sempre stato un vulcano di idee, e aveva anche
ipotizzato un torneo europeo organizzato dalle grandi squadre
Nazionali che avrebbe messo in crisi la Uefa e la Coppa dei
Campioni. Un'idea non molto gradita alla dirigenza Uefa, per
questo forse trovammo più di un ostacolo durante tutto il
cammino verso la finale. Però c'è da dire che la Champions, come
la conosciamo noi oggi, con i gironi, dà ragione per certi aspetti
all'intuizione di Berlusconi di tanti anni fa.
Il debutto non fu facile. Allora lo scontro era diretto, andata e
ritorno, si andava avanti o si usciva. Bastava sbagliare un

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incontro e si tornava a casa, quindi bisognava essere sempre al
cento per cento. Per questo motivo sacrificammo qualche punto e
qualche partita in campionato perché il nostro obiettivo era la
Coppa dei Campioni.
L'Inter di Trapattoni quell'anno ne approfittò, ma noi
volevamo diventare una squadra di livello internazionale. Vincere
è difficile, ripetersi lo è ancora di più, avere due obiettivi in una
stagione quasi impossibile. Allora le rose erano composte solo di
venti-ventidue giocatori.
Ero passato da essere «il signor nessuno» a «il profeta di
Fusignano». I giornali mi ribattezzarono così. La Coppa dei
Campioni te la giochi davvero una volta nella vita. Era il 7
settembre 1988. Fu una grande emozione anche per me, sia prima
che dopo la gara d'andata e di ritorno. Avevo la certezza che
saremmo stati grandi, ma la Coppa dei Campioni era anche un
sogno che si realizzava. Debuttammo con il Vitocha Sofia, una
squadra bulgara che dominammo dall'inizio alla fine in entrambe
le partite.
Berlusconi arrivò a Sofia, entrò in albergo e venne a trovarmi
in camera. Io ero stranamente tranquillo e stavo dormendo. Esordì
dicendo: «Come il principe di Condé prima della battaglia!». Io
mi misi a ridere ricordando la battaglia di Rocroi del 1643 citata
dal Manzoni nel capitolo II dei Promessi sposi. «Si racconta che
il principe di Condé dormì profondamente la notte avanti la
giornata di Rocroi: ma, in primo luogo, era molto affaticato;
secondariamente aveva già date tutte le disposizioni necessarie, e
stabilito ciò che dovesse fare, la mattina.» Sembravano parole
perfette per descrivere il mio stato d'animo e il lavoro svolto
prima della partita. Mi sentivo stranamente tranquillo. Forse
perché avevamo vinto tutte le partite precampionato battendo

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Tottenham, Bayern, Arsenal, PSV Eindhoven (campione in
carica) e vinto il Torneo Bernabéu (tre a zero al Real Madrid).
Il Milan giocò la partita d'andata al massimo, con eleganza,
potenza, e alla fine portammo a casa un risultato importante, due
a zero in Bulgaria con gol di Virdis e Gullit. La squadra s'impose
anche nella partita di ritorno il 6 ottobre.
Lo stadio era stracolmo di tifosi rossoneri. Il debutto era stato
anticipato da una certa tensione nello spogliatoio. I ragazzi
sentivano la partita. Finalmente si tornava a giocare in Europa
non più per la Uefa ma per la massima competizione. Fu una
partita a senso unico, con il Milan che travolse la squadra bulgara
per cinque a due. La stella quella sera fu Van Basten, che segnò
quattro reti, di testa, in tuffo, di piede, in tutti i modi possibili.
Una stella di prima grandezza sulla ribalta europea. Quella sera
era nata una leggenda: «il cigno di Utrecht», come verrà definito.
Ancora una volta, dopo Gullit, un altro milanista vinceva la
prestigiosa competizione di «France Football», e questo era
motivo di entusiasmo per tutta la squadra che contribuiva con il
suo gioco a esaltare i singoli. Al secondo posto, quell'anno, c'era
Gullit, e Rijkaard al terzo. Tre milanisti ai primi tre posti, ma
insieme a loro c'era tutto il Milan.

Al secondo turno incontrammo una bestia nera, la Stella


Rossa di Belgrado. L'andata si giocò a San Siro. Il Milan faticò a
ingranare contro una squadra ostica, dal gioco duro. La partita
finì uno a uno con gol di Dragan Stojkovič e Pietro Paolo Virdis,
che pareggiò su delizioso passaggio di Van Basten. Il pareggio
non soddisfaceva nessuno, e il ritorno si doveva giocare nella
bolgia di Belgrado. La qualificazione era in bilico, bastava un

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errore, una svista, una partita giocata non al massimo e i sogni
europei sarebbero finiti molto presto.
Chiesi ai ragazzi cosa pensavano. Van Basten mi rispose che
eravamo già fuori dalla Coppa.
Il ritorno fu davvero un inferno, un incubo lunghissimo. Sullo
stadio di Belgrado scese una nebbia fittissima, dalla panchina
non si vedeva assolutamente niente. All'improvviso un urlo
attraversò lo stadio. La nebbia illuminata dai potenti fari si era
trasformata in una sostanza lattiginosa assolutamente
impenetrabile allo sguardo. Intuimmo che la Stella Rossa aveva
segnato ma noi non avevamo visto niente. Io mi alzai dalla
panchina protestando, ma non credo che l'arbitro mi abbia visto
né sentito. Non si capiva nemmeno quello che stava succedendo
in campo.
Stavamo perdendo uno a zero quando l'arbitro Pauly al 12°
del secondo tempo si arrese anche lui e fischiò la sospensione
dell'incontro.
Il nebbione biblico ci aveva salvati, per fortuna. Era davvero
una follia giocare in quelle condizioni, non vedevo nemmeno
dall'altra parte del campo, la visibilità era ridotta a cinque metri
dal mio naso. Sembravano quelle nebbie in cui mi perdevo da
ragazzo a Fusignano, quando non riconosci nemmeno la strada di
casa.
Scendemmo con tutta la squadra negli spogliatoi. Virdis
aveva già fatto la doccia e si era vestito.
«E tu cosa ci fai qui?» gli chiesi stupito.
«Mi hanno espulso» rispose.
Noi non avevamo visto niente, non ci eravamo accorti che
Virdis era stato buttato fuori dall'arbitro. E non lo avevamo visto
attraversare il campo per andare negli spogliatoi.

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La partita si sarebbe giocata il giorno dopo, alle tredici,
stesso stadio, ripartendo dal risultato di zero a zero. Si giocò in
un'arena strapiena oltre ogni limite. Avevano aperto le porte per
far entrare più gente possibile.
Galliani ci raggiunse nello spogliatoio, preoccupato. «Ci
sono oltre centoventimila persone! Non dovete avere paura»
disse. Era il primo ad avere timore di quello stadio trasformato in
quel modo in un'arena per leoni.
Gullit, che si stava cambiando, chiese: «Ma solitamente
quanti vengono a vedere le partite della Stella Rossa?». «Trenta,
quarantamila» rispose Galliani.
«Allora gli altri sono venuti a vedere noi!» disse Gullit
stemperando la tensione.
Allo stadio c'era un clima di tensione e violenza. Si respirava
l'aria che avrebbe portato alla guerra in Bosnia. Alla mattina, nel
preriscaldamento, sentivamo botti e scoppi continui, ma non
erano petardi o tricche tracche, bensì spari e colpi di mitraglia. Il
capo della tifoseria era il comandante Arkan, che diventò
tristemente famoso durante la guerra in Bosnia per le stragi e i
genocidi compiuti. Lo avrei incontrato di persona qualche anno
dopo.
Era una giornata di sole, senza nebbia. Chi perdeva andava a
casa. I ragazzi erano tesi, sentivano la pressione del risultato e
della partita.
Quella notte non dormii. Ero molto determinato. Dovevo fare
qualcosa subito, nascondere i miei timori e dare una sferzata di
energia positiva. M'inventai una storia.
«Mi ha chiamato il presidente Berlusconi. Non è disposto a
spendere molti miliardi di lire per uscire al secondo turno, quindi
dobbiamo mettercela tutta.»

170
E così fu. Disputammo una grande partita contro una squadra
sempre più ostica e incattivita. Giocammo senza remore e senza
timori. Quegli ottavi di finale sembravano non finire mai. Poi
accadde un fatto strano. Su un disimpegno sbagliato della difesa
e un pressing in area, i giocatori della Stella Rossa pasticciarono
e la palla s'infilò in rete per oltre un metro con un autogol
clamoroso di Vasilijevič. Non ci diedero il gol: l'arbitro e un
guardalinee lasciarono correre o fecero finta di non vedere. Uno
scandalo. Protestammo, ma non ci fu niente da fare. Andammo in
vantaggio con un gol di Van Basten, e questa volta il gol non
poterono negarlo. La Stella Rossa pareggiò con Stojkovič.
Durante l'intervallo presi per il bavero l'arbitro nel corridoio
degli spogliatoi. Gli dissi in inglese che era un disonesto. Non
scrisse nulla nel rapporto di fine partita.
(Quando nel 2000 ero al Parma, durante una trasferta a
Mosca con il CSKA andai a salutare l'arbitro e l'addetto all'arbitro
era lui. Io rimasi per un attimo perplesso, poi gli chiesi: «Do you
remember?». «I remember!» rispose.)
Al termine di due tempi durissimi, finì in perfetta parità come
all'andata a Milano, uno a uno. Avevamo dominato, ci avevano
annullato un gol e negato un rigore, si vedeva che tutto ci giocava
contro, ma il campo decretava che noi eravamo stati più forti.
Si andò alla lotteria dei rigori.
Stojkovič si presentò sul dischetto, deciso, e segnò il due a
uno. Rispose Baresi: due a due. Per la Stella Rossa tirò
Prosinečki, e di nuovo loro tornarono in vantaggio. Marco Van
Basten camminò verso il dischetto sotto una pioggia di fischi. Era
tanto sicuro di fare gol che tirò con una violenza che ammutolì lo
stadio. Pareggio. La sicurezza di Van Basten deve aver gelato non
solo lo stadio ma anche gli avversari, che si presentarono sul

171
dischetto con Savičevič. Il tiro fu parato da Giovanni Galli con i
piedi. Poi fu il turno di Evani, che segnò di nuovo. Eravamo in
vantaggio. Mrkela per la Stella Rossa sentiva il peso di quel
rigore decisivo. Tirò dal dischetto e Galli si allungò mettendo la
palla sul palo. Secondo rigore parato. Psicologicamente li
avevamo schiantati come avevamo fatto sul campo con il dominio
del gioco. Rijkaard segnò il gol decisivo e il Milan passò ai
quarti di finale, contro la nebbia, la sfortuna, gol non visti, gli
arbitri.
L'interminabile sfida era finita, un senso di liberazione ci
diede una grande gioia, incontenibile. Era stato uno scontro
infinito, di grande intensità emotiva. Ricordo di aver corso al
centro del campo ad abbracciare i giocatori, scaricando tutta la
tensione accumulata non solo nei due giorni precedenti ma anche
nella settimana di preparazione a quell'incontro. Bastava un
rigore sbagliato, un tentennamento da parte di uno solo e
saremmo stati fuori dalla Coppa dei Campioni. Ma sul dischetto
c'erano andati giocatori che si sentivano defraudati della vittoria,
e che tirarono convinti di vincere. Questo influì molto
sull'atteggiamento psicologico degli avversari, sui loro errori.
Molti parlarono di fortuna, tirarono in ballo la nebbia biblica
e tutto il resto. Sta di fatto che la fortuna bisogna saperla cogliere
al volo, prendere l'occasione quando passa. Sono certo che quella
partita la vincemmo con la forza psicologica, con la convinzione
di farcela, e questo gli avversari non lo avevano capito. Per
questo hanno sbagliato i rigori e noi no.
Il presidente della Stella Rossa e il sindaco di Belgrado
salirono sul pullman a salutare quelli che, secondo loro,
sarebbero diventati i nuovi campioni d'Europa. E lo fecero con
grande sportività.

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II sorteggio per i quarti ci riservò la squadra tedesca del
Werder Brema. All'andata giocammo in Germania sotto una
pioggia insistente. Senza Filippo Galli, Maldini e Virdis, finì
zero a zero, con un altro gol non visto dall'arbitro Rosa dos
Santos. Sembrava ci perseguitasse la maledizione dei gol non
visti e non assegnati. Un pallone su colpo di testa di Rijkaard
andò ben oltre la linea bianca. Noi ci abbracciammo, ma l'arbitro
non fischiò il gol e rischiammo perfino di subirlo perché gli
avversari partirono immediatamente in contropiede, e la nostra
squadra era sbilanciata, con due soli difensori prima di Galli.
L'arbitro completò il suo fallimentare arbitraggio annullando un
gol di testa firmato da Neubarth per un inesistente fallo ai danni
di Giovanni Galli uscito con i pugni su calcio d'angolo.
Van Basten giocò un calcio spettacolare insieme a tutta la
squadra, ma la palla non entrava. Quindi ci saremmo giocati tutto
a San Siro, quindici giorni dopo.
Qui il Milan dominò il campo, giocò un grande calcio, tirò
continuamente in porta, ma la palla sembrava non voler entrare: la
porta, ancora una volta, pareva stregata. Alla fine vincemmo uno a
zero su un rigore dubbio, che suscitò polemiche e proteste da
parte della squadra tedesca. Il destino sembrava aver tracciato la
sua strada. Il torneo era più duro del previsto. Faticosamente
eravamo arrivati alla semifinale, dominando il gioco ma non
ottenendo i risultati che meritavamo.
Il sorteggio per la semifinale designò come nostra avversaria
il Real Madrid. Una delle più forti squadre del mondo, che aveva
vinto cinque Coppe Campioni consecutive, con una storia
ineguagliabile, che aveva scritto pagine epiche non solo del
calcio europeo. E la prima partita dovevamo giocarla a Madrid.

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Van Basten, in quell'occasione, pareggiò le sorti con un gol
formidabile, un colpo di testa al limite dell'area, in tuffo, che
s'infilò nel sette della porta. Il tiro sorprese il portiere. Un gol da
cineteca, un gioco di prestigio di forza, potenza, precisione e
invenzione. Finì uno a uno dopo un altro gol annullato,
l'ennesimo, segnato da Gullit a porta vuota, quando invece era
regolarissimo. Butragueño, soprannominato «el caballero
bianco», mi disse: «Gioco nel Real da quando avevo undici anni,
e non mi ricordo né da bambino, né da giocatore una squadra
come il Milan che sia venuta qui a imporre il suo gioco, ad
aggredirci, a portarci via il dominio del pallone e del campo.
Eravamo frastornati».
A pochi minuti dalla fine rischiammo ancora di fare gol con
una combinazione dei nostri due centrali difensivi Rijkaard e
Baresi, a dimostrazione che non davamo punti di riferimento e
che, quando attaccavamo o difendevamo, lo facevamo tutti e
undici. Avevamo fatto del movimento la nostra ragione calcistica.
Meritavamo ancora una volta di vincere, il passaggio del turno
dovevamo giocarcelo a San Siro, in una partita che avrebbe
segnato la storia non solo del mio Milan.
Alla vigilia del match, durante la partitella di preparazione
con le giovanili rossonere, Albertini entrò duro si Evani, che
s'infortunò. Avevo in mente diverse mosse, avevo chiesto anche ai
ragazzi se avevano delle soluzioni, mi tutti mi avevano risposto in
maniera diversa. Non ci dormii la notte, ripensando alla
chiacchierata di gioco con la squadra. Il Real era bravo ad
attaccare ma modesto in difesa. Alla fine mi affidai ad Ancelotti.
Era una soluzione strana: Ancelotti era fisicamente e
tatticamente il meno adatto a sostituire Evani. Volevo che ogni
giocatore fosse al posto giusto, che poi facesse una partita

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brillante, sufficiente o insufficiente era relativo. Mi fidai della
sua intelligenza e disponibilità. Avrebbe fatto bene o male tutto
quello che il gioco richiedeva. Spostai Rijkaard a centrocampo e
inserii Costacurta in difesa.
Poteva sembrare una mossa azzardata. La squadra si schierò
in campo con Galli, Tassotti, Maldini, Colombo, Costacurta,
Baresi, Donadoni, Rijkaard, Van Basten, Gullit, Ancelotti; il
Real aveva grandi campioni tra le sue fila. Buyo, Chendo,
Gordillo, Michel, Sanchís, Gallego, Butragueño, Schuster, Hugo
Sanchez, Martín Vázquez, Paco Llorente.
Gli spalti erano strapieni. Aleggiava nell'aria la possibilità
che la serata si trasformasse in leggenda. Mancavano solo
novanta minuti, era la finale, il raggiungimento di un obiettivo
quasi impensabile un anno prima.
Chiesi a tutti la massima concentrazione. Il Real pensava
davvero di venire a Milano e di compiere l'impresa. Ci credevano
da come parlavano con i giornalisti. Io per quindici giorni
martellai i ragazzi. «Noi dovremo fare la partita perfetta e giocare
sempre ad alto livello. Dovevamo vincere a Madrid, e se devi
vincere e non vinci, alla fine paghi.»
Di quella partita mi è rimasta impressa la netta superiorità di
una squadra rispetto all'altra, oltre al risultato. Cose che capitano
solo alle grandi. Eppure spaccò in due l'Italia: una parte la
bocciò. Però io mi chiedo come sia possibile che chi ama il calcio
non abbia apprezzato quel Milan.
Prima della partita Berlusconi era con noi negli spogliatoi,
quando si sentì un grande urlo. La squadra del Real si caricava in
quel modo. Il presidente mi guardò: «Ma perché loro urlano e noi
no?».
«Hanno paura!» risposi io.

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All'inizio la squadra era contratta sotto la spinta del Real, ma
tutti i tentativi di sfondare si spensero di fronte alla barriera della
difesa orchestrata da Baresi. Gullit al diciottesimo del primo
tempo passò la palla ad Ancelotti che si liberò con un dribbling
di due giocatori avversari e preparò una fucilata da trenta metri
che sorprese il portiere Buyo, leggermente fuori dai pali. Una
parabola impossibile da prendere. Uno a zero per noi. Fu l'inizio
di una partita diventata leggenda, forse la più bella e importante
giocata dal Milan. Una sorta di finale anticipata rispetto a quella
che ci aspettava a Barcellona.
La reazione del Real venne spenta subito dal colpo del ko:
un'azione di Donadoni che passò a Tassotti, cross da destra e
Rijkaard firmò il due a zero. Il Real era annientato dalla potenza
di gioco, dal pressing, da un Milan davvero «indiavolato».
Vedevo la squadra che giocava il calcio che avevo sempre
sognato. Il resto fu solo Milan, con il terzo gol, a pochi minuti
dalla ripresa, di Gullit, e il definitivo arrotondamento del
risultato di Marco Van Basten allo scadere del primo tempo. Il
quinto gol fu opera di Donadoni che con la rete suggellò una
prestazione di grande potenza fisica e personalità. L'unica nota
negativa fu l'infortunio al menisco di Gullit. Ma quella notte a
San Siro avevamo scritto un'altra pagina memorabile di quella
grande squadra. Un'ascesa continua. I tifosi saltavano sugli spalti,
ebbri di gioia, al canto di «Tutti a Barcellona, tutti a
Barcellona!». Non potevamo pensare allora ai riconoscimenti
internazionali tributati in seguito a quella squadra.
Il giorno dopo «La Gazzetta dello Sport» intitolava Milan
Imperial e «l'Équipe», il più importante giornale sportivo
francese, scriveva Fantastique Milan AC. Era il riconoscimento
che il Milan faceva paura a tutti. E il 24 maggio del 1989 ci

176
saremmo giocati la finale a Barcellona. Si chiudeva un ciclo,
quello del grande Real, e cominciava quello del grande Milan con
quella goleada. La partita suggellò il passaggio di consegne.
«World Soccer», la Bibbia del calcio mondiale, la più importante
rivista inglese di calcio, definì il Milan del 1989 «la più bella
squadra di club di tutti i tempi, dietro solo alle Nazionali del
Brasile del 1970, al primo posto, all'Ungheria del 1953 al
secondo e all'Olanda del 1970 al terzo». «France Football»,
attraverso i suoi esperti, scrisse di noi: La più grande squadra
del dopoguerra. E gli obiettivi da raggiungere ancora tanti a
livello internazionale. A Barcellona, per la finale, ci aspettava la
Steaua Bucarest.
Fu il più grande esodo che la storia del calcio ricordi.
Novantamila persone si spostarono dall'Italia alla Spagna con
tutti i mezzi possibili. Da Fusignano partì il famoso pulmino con
i miei amici e Alfredo Belletti, il mio maestro. Poiché il regime di
Ceausescu non aveva concesso a nessun tifoso di poter uscire dai
confini della Romania, il Milan poté comprare tutti i biglietti
dello stadio.

Ventiquattro maggio. Arrivammo alla partita caricatissimi.


Potevamo diventare campioni d'Europa dopo vent'anni. Avevamo
voglia di andare in campo, di giocarcela subito. Erano presenti
novantamila persone! Nel tragitto dall'albergo allo stadio non
riuscimmo a fendere con il pullman la folla di gente, uomini,
donne e bambini con bandiere e maglie rossonere. Avevamo
riempito le Ramblas con la gioia e la felicità dei milanisti d'Italia.
L'amore delle persone e dei tifosi era tale che la polizia dovette
usare le maniere forti per far passare il pullman. I tifosi sono

177
come gli animali, sentivano la vittoria. E noi eravamo in una
forma fisica e psicologica eccezionale.
Nello spogliatoio i giocatori erano seduti. Io toccai la testa a
ognuno di loro. Sentivano tutto il peso di quel momento storico.
Cercai di confortarli a uno a uno. Quando arrivai da Franco
Baresi, lui alzò la testa e mi disse: «E chi glielo va a dire a quei
novantamila là fuori se perdiamo?».
Prima della gara Gianni Brera aveva scritto in un articolo:
«Giochiamo contro i maestri del palleggio e del possesso palla,
dobbiamo aspettarli e uccellarli con il contropiede».
La lessi ai ragazzi e chiesi: «Secondo voi è la tattica giusta?».
Gullit mi rispose determinato come non mai: «No. Dobbiamo
giocare come abbiamo sempre fatto. Li attacchiamo dal primo
all'ultimo minuto, fin tanto che abbiamo energia». Erano tutti
d'accordo. Purtroppo, però, molti giornalisti del fenomeno Milan
avevano compreso poco: basti vedere la storia e tutti i
riconoscimenti che riuscimmo a ottenere.
Non potevamo perdere. Eravamo molto più forti di loro. Era
la nostra partita.
La squadra era formata da un gruppo unito di undici
giocatori. Non giocavano uno contro uno, ma uno contro undici.
Anghel Iordanescu, allenatore della Steaua, pensò il contrario.
Con Evani infortunato, sostituito da Ancelotti, misero da quella
parte Hagi, molto più veloce e reattivo di Carlo. Dissi alla
squadra: «Se giochiamo in trenta metri nessuna squadra ci può
battere, siamo davvero invincibili. Dobbiamo solo stare corti e
vinceremo la partita».
I rumeni non erano da sottovalutare. Tre anni prima, sempre
in Spagna, a Siviglia, avevano vinto la Coppa dei Campioni
contro una delle grandi d'Europa, il Barcellona. C'erano inoltre

178
giocatori di primo piano come Gheorghe Hagi, Tudorel Stoica e
Marius Lacatus, allora stelle di prima grandezza nel panorama del
calcio mondiale.
La partita alla fine sembrò fin troppo facile. Negli ultimi tre
incontri tra Real Madrid e Steaua avevamo realizzato dieci gol,
subendone solo uno. Il Milan era una macchina da gioco e da gol
impressionante. Gli olandesi erano incredibili, non sbagliavano
mai le grandi partite. Rjikaard costruiva il gioco, Gullit era forza
e potenza, finalizzava imponendo la personalità della squadra.
Van Basten rappresentava l'eleganza e la bellezza che si realizzava
in campo.
Berlusconi arrivò nello spogliatoio con me.
«Dottore, si è perso cinquanta, sessanta, settantamila persone
che bloccavano il pullman. Una signora, per la foga e
l'entusiasmo, si è strappata la camicetta davanti a noi. Anche
Virdis, che solitamente durante le trasferte legge, ha abbassato il
libro e si è messo a guardare la folla incredibile dei tifosi» dissi.
«Un vero peccato, ma ha visto che stadio? C'è perfino una
cappella!»
Berlusconi mi guardò serio. «Bene, vado a pregare!»
Quando tornò mi disse: «Gliel'ho detto che i nostri avversari
sono comunisti!».

Contro la Steaua Gullit aprì le marcature al diciottesimo con


un gol in un'azione ripetuta e insistita al centro dell'area. Ancora
lui realizzò il terzo gol, un capolavoro da fuori area, stop di petto
su cross dalla sinistra e tiro che gonfiò la rete. Il primo tempo finì
appunto sul tre a zero, nel mezzo la conclusione di testa di Van
Basten, che sigillò la partita nella ripresa con un diagonale

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suggellando una superiorità mai messa in discussione per il
quattro a zero finale.
Il prima, il durante e il dopo partita sono stati la realizzazione
di un grande sogno, in una cornice di pubblico impossibile da
replicare. Una gioia, una felicità senza confini dava ragione a due
anni di sacrifici intensi e, per me, a qualcosa di inimmaginabile.
Le ombre scomparvero, i momenti difficili divennero solo un
brutto e lontano ricordo che la conquista della Coppa, dopo lo
scudetto cancellava del tutto.
Io e Berlusconi, Galliani, i tecnici e tutto lo staff ci
abbracciammo a lungo andando verso il centro del campo. Poi
iniziò la festa e provai quella pienezza del cuore che non avevo
mai dimenticato da quando avevo vinto il mio primo campionato
con il Fusignano.
Sono momenti impossibili da raccontare. Dopo quella partita
tappezzammo Milanello con il titolo dell'«Équipe»: Dopo aver
visto questo Milan, il calcio non sarà più lo stesso. La squadra
di Berlusconi, dopo la vittoria epica sulla Steaua, si mette sulla
scia dei grandi come il Real, l'Ajax, il Bayern e il Liverpool.
Nel campionato italiano 1988-89, vinto quell'anno dall'Inter
con 58 punti, arrivammo terzi dopo il Napoli (47) e noi a 46.
Staccate la Juve a 43 e la Sampdoria a 39. Avevamo avuto
comunque un ruolino di marcia straordinario, con sedici vittorie,
quattordici pareggi e solo quattro sconfitte, 61 gol realizzati e 25
subiti.
Chiudemmo l'anno con la Supercoppa italiana, che si giocò a
Milano il 14 giugno 1989. Inauguravamo quella sfida inedita che
metteva a confronto la vincitrice del campionato con la squadra
che aveva vinto la Coppa Italia, la Sampdoria di Gianluca Vialli.
Una partita secca per un premio prestigioso, perché andava a

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premiare una delle vincitrici dei due tornei italiani più importanti.
Un altro obiettivo che non potevamo perdere.

La partita a San Siro si mise male perché, dopo aver dominato


il primo quarto d'ora, un contropiede partito dal piede di Salsano
trovò la nostra difesa sbilanciata e, su cross dalla destra, Vialli
insaccò sparando un bolide in scivolata, nel tipico schema di
gioco all'italiana. Eravamo sotto, pur avendo dominato.
Impossibile. Non potevo crederci. Dopo lo stordimento iniziale
rimisi in moto la squadra, incattivita e ancor più determinata
dopo quell'ingiustizia. Un solo contropiede, un solo tiro ed
eravamo sotto, dopo aver dominato l'inizio della partita. Il Milan
schiacciò la Sampdoria nella sua metà campo e ribaltò il risultato,
dimostrando ancora una volta una determinazione, una voglia di
vincere e un'aggressività nell'organizzazione del gioco che quattro
minuti dopo permise a Rijkaard di segnare. Nel secondo tempo
Mannari e all'ultimo minuto Van Basten chiusero la partita in
nostro favore. Una rimonta schiacciasassi che portò un altro
trofeo ad arricchire il nostro palmarès. Non potevamo chiudere al
meglio quella stagione.

Il pomeriggio tornai a Fusignano. Allora abitavo in centro, in


un palazzo del Seicento. Andai a letto a riposarmi La mattina
dopo mi svegliai con un sapore dolce in bocca, una sensazione
rara e meravigliosa che auguro a tutti di poter provare. Una
vittoria che mi ripagava delle tante delusioni, amarezze e critiche
ricevute negli anni.
Ero felice per Berlusconi, per Galliani, per i giocatori e i
tifosi.
Era nata una squadra da leggenda.

181
182
9. Sul tetto del mondo

Non cercare di essere migliore degli altri,


cerca di essere migliore di te stesso.
WILLIAM FAULKNER

La stagione 1989-90 si apriva con tanti appuntamenti che ci


vedevano protagonisti: il campionato, la Coppa Italia, la Coppa
dei Campioni, la finale della Coppa Intercontinentale e la
Supercoppa Uefa.
Ci aspettava un anno intenso, con settimane di allenamenti e
partite senza un attimo di respiro. Sotto il profilo psicologico mi
divertivo, anche se la pressione mediatica era sempre più forte.
Cercavo di scaricare la tensione, e la conseguente gastrite, come
potevo: sollevavo pesi, facevo palestra, giravo in bicicletta. Lo
sport, è il caso di dirlo, mi ha salvato: perché se cominci a
vincere, il pubblico si diverte e vuole continuare a farlo, perché
vincere è come una droga, non ne hai mai abbastanza. Io guardavo
sempre avanti, alla partita successiva, al nuovo traguardo da
raggiungere.
Con la società cercammo di costruire una rosa di almeno
ventiquattro giocatori, due per ogni ruolo, in modo da avere un
turnover per sostituire infortunati e squalificati e creare una
squadra dove il vero leader fosse il gioco. E tutti, sia i confermati
sia i nuovi, diedero il loro contributo a un anno straordinario, nel
quale la squadra in campo cambiava la rosa ma in realtà era
sempre lo stesso Milan all'attacco, aggressivo, schierato a zona
pressing, armonioso, prepotente, padrone e bello.

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La prima sfida ad alto livello ci attendeva a inizio stagione: la
Supercoppa Uefa, da giocarci in un doppio incontro. Andata e
ritorno con il Barcellona, vincitore della Coppa Uefa. Continuava
così la sfida contro il calcio spagnolo. Dopo il Real Madrid, ecco
un'altra regina del calcio internazionale: il Barcellona di Johan
Cruijff, uno dei maestri della zona. Avevamo molti infortunati,
ma come sempre, se il gioco è il dominus, non avevamo paura.
L'andata doveva tenersi al Camp Nou. Durante il viaggio
accadde un fatto tremendo. Mentre volavamo verso la Spagna, un
vuoto d'aria fece precipitare l'aereo per non so quanti
interminabili secondi. Fu un attimo di terrore puro. I giocatori,
sotto shock, si ripresero solo quando toccammo terra. Poi
sopraggiunse la felicità di essere vivi e vegeti, pronti a giocare la
partita con ancora più voglia di vincere.
Mi telefonò Ancelotti. Poiché sull'aereo mancavano lui,
Gullit e Baresi, mi disse scherzando: «Se foste caduti non sareste
andati nemmeno in prima pagina!».
L'inizio della partita fu esplosivo. Frank Rijkaard, dopo
appena quaranta secondi, si presentò davanti alla porta spagnola
e per un soffio non andammo in vantaggio. Così volevo la
squadra, aggressiva fin dal primo minuto. Ma il gol arrivò solo
alla fine del primo tempo, quando Massaro, involatosi verso la
porta di Zubizarreta, dopo un lancio millimetrico di Donadoni,
venne falciato da dietro. Calcio di rigore nettissimo, che Van
Basten segnò con grande autorevolezza. Giovanni Galli in quella
partita parò l'imparabile.
Nel secondo tempo, al ventiduesimo, su alleggerimento
difensivo, Stefano Salvatori, invece di spedire in tribuna, passò
indietro con un tocco morbido verso Galli. Un'indecisione che
pagammo cara. Il Barcellona recuperò in area e infilò la porta

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pareggiando con Amor. Un risultato favorevole ma che non ci
piaceva, anche se ottenuto con un calcio spettacolare, di alto
livello. Ma meritavamo molto di più.
Al ritorno la formazione era: Galli, Carobbi, Maldini. Fuser,
Tassotti, Costacurta, Donadoni, Rijkaard, Van Basten, Evani e
Massaro. Mancavano Baresi, Ancelotti e Gullit, la spina dorsale
del Milan scudettato e vittorioso in Coppa dei Campioni.
Tutti sostengono ancora che vincevamo perché c'era il tridente
degli olandesi. Sì, ma era la rosa funzionale al gioco la vera
ricchezza della squadra, la mentalità vincente, la voglia di giocare
e divertirsi in campo. Potevano mancare uomini bravissimi, ma
c'era sempre il gioco a compensare le assenze. Ricordo un
articolo bellissimo di Gianni Mura su «La Repubblica»: dopo
una partita in Coppa Italia tra Milan e Lazio, che avevamo vinto
l'anno precedente con tutti i giocatori della seconda squadra
(Mannari, Villa, Cappellini, Lantignotti eccetera), Mura
sottolineò proprio questo aspetto: Cambiano gli interpreti ma la
trama è sempre quella. Era il gioco il leader, e i giocatori i suoi
interpreti più o meno brillanti.

A Milano, il Barcellona si giocò il tutto per tutto. Su calcio


d'angolo, Maldini di testa mise paura alla porta di Zubizarreta.
Gli attacchi erano continui, il Milan giocava bene, in una cornice
di pubblico straordinaria. In un altra azione ancora Maldini portò
la palla verso la metà campo, appoggiò a Van Basten che
triangolò con Evani fino ad arrivare al limite dell'area avversaria,
passaggio al centro e botta di Donadoni fuori di poco. Un azione
esemplare per raccontare quel Milan veloce, fluido, che con
cinque-sei passaggi arrivava al tiro in porta verticalizzando. Un

185
calcio spettacolo finalizzato alla vittoria, alla rete, con attacchi
strepitosi.
Novanta minuti di adrenalina giocati in questo modo avevano
stordito il Barcellona. Le occasioni erano continue. Al decimo
del secondo tempo Evani, su calcio di punizione, bucò la rete del
Barcellona con un sinistro potente e preciso. Una volée in
acrobazia dal dischetto su cross di Rijkaard dice tutto di quel
giocatore straordinario che era Van Basten. Elegante per forza e
coordinazione. Uno spettacolo. Zubizarreta parò il tiro violento
con difficoltà. Sarebbe finita uno a zero, anche se negli ultimi
minuti della partita avremmo potuto arrotondare con altre due
occasioni mancate.
Per la prima volta il Milan scriveva il suo nome nel
prestigioso albo d'oro della Supercoppa Uefa. Una gioia
immensa, una vittoria che ci dava carica per l'altro grande
appuntamento, quello di Tokyo. E le vittorie, le prime vittorie,
sono sempre quelle che si gustano di più e sono lo sprone per
andare avanti e vincere ancora.

Non c'era un attimo di respiro.


Dieci giorni dopo la vittoria contro il Barcellona ci aspettava
la finale della Coppa Intercontinentale contro il Medellín, il 17
dicembre 1989. Una partita che metteva a confronto i due club
che avevano vinto in Europa e in Sudamerica.
Nel mio lavoro mi sono sempre fidato di una serie di
collaboratori. Uno di questi è l'amico di sempre, conosciuto sui
campetti di Fusignano: Natale Bianchedi. Era il mio osservatore,
che spedivo in tutto il mondo per guardare partite, giocatori e
allenamenti. Un intenditore di calcio come pochi. Tutti lo
conoscevano come «la spia», ma grazie a lui ho potuto preparare

186
incontri e comprare giocatori andando sul sicuro, come nel caso
di Rijkaard.
Bianchedi è stato con me per oltre vent'anni. Amava il calcio
come le donne. Infatti era famoso anche per le avventure che
viveva, grazie al suo lavoro, in giro per il mondo. Un osservatore
da romanzo, che si travestiva anche, per non dare nell'occhio. Si
faceva chiamare «signor Valerio», occhialoni scuri, bavero del
soprabito rialzato. Qualcuno scrisse che gli mancava solo la
barba finta per essere perfetto nel ruolo di spia.
Era solito spedirmi accurate relazioni in cui mi informava
sugli avversari, sull'intensità dell'allenamento, se stavano sul
pressing, sui raddoppi, sul possesso palla... volevo sapere tutto.
Mi raccontava ciò che mi serviva dal punto di vista tecnico,
l'allenamento, gli esercizi e le simulazioni che faceva la squadra
avversaria, perché da lì capivo come avrebbero giocato. Gli
chiedevo anche consigli sulle contromosse da prendere per
sconfiggere l'avversario.
Ricordo alcuni episodi che lo riguardano. Una volta lo
mandai a vedere il Real Madrid in Coppa dei Campioni.
Dovevamo affrontare la squadra spagnola di lì a pochi giorni
quando, sintonizzandomi sul radiogiornale delle otto, sentii che
tra Milan e Real si era sfiorata una crisi diplomatica dopo che un
osservatore del Milan era stato scoperto nello stadio dove la
squadra madrilena faceva allenamento a porte chiuse.
Quando era con me al Parma, come osservatore percepiva uno
stipendio tra i più alti. Quando, nel 2003-2004, me ne andai, gli
dissi: «Non farò più il direttore tecnico. Me ne vado a casa, ma
rimango come consulente di Tanzi».
«E chi viene al tuo posto?»

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Quando venne a sapere il nome, disse in dialetto: «Cl'umèt lé
al me piés miga!», quell'ometto lì non mi piace mica!, e si dimise.
Bianchedi è uno dei pochi italiani che si dimette. Accadde
anche al Milan. Nel 1996 avevo firmato di nuovo per i rossoneri.
Al Milan segnalò Ronaldo e, quando non lo presero, se ne andò.
Un'altra volta eravamo io, Galliani, Braida e lui. Gli dissi:
«Vai a vedere Rijkaard perché m'interessa, ho bisogno che tu lo
veda».
«Io vado» mi rispose Bianchedi, che conosceva bene la storia
di Borghi. «Ma se Berlusconi lo viene a sapere, ci caccia tutti e
quattro.»
La sera prima della semifinale con il Bayern Monaco
nell'aprile 1990, arrivò Berlusconi, che si trovava in un momento
difficile: era in lotta con De Benedetti per l'acquisto della
Mondadori e De Mita gli mandava una settimana sì e un'altra no
la finanza a casa. Occuparsi del Milan e del calcio era il suo
modo di rilassarsi. Disse a Bianchedi: «Come la invidio! Vorrei
essere al suo posto per tre giorni. Lei può girare il mondo negli
alberghi più belli, guardare le partite di calcio, avere belle donne
e un ottimo stipendio. Cosa vuole di più dalla vita?».
«Sì, presidente» gli rispose Bianchedi, «è vero. Però, se vuole
fare il mio lavoro, le consiglio di comprarsi un paio di guanti.»
Allora spiegai il fatto a Berlusconi. Il centro dove si allenava
il Bayern in vista di quella semifinale era inavvicinabile perché
l'allenamento della squadra si teneva a porte chiuse. Allora
Bianchedi, vista la giornata di sole, era andato sopra una
collinetta dove con il binocolo riusciva a vedere l'allenamento. A
marzo il tempo è ballerino, e nel giro di un'ora il cielo si
annuvolò e cominciò a nevicare. Bianchedi si guardò un'ora e

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mezzo di allenamento con le mani gelate e le dita rattrappite, poi
tornò in albergo bagnato fradicio e infreddolito.
«Il mio lavoro è bello» commentò alla fine del mio racconto,
«ma spesso ha delle controindicazioni!»

Prima della finale con il Medellín, che aveva vinto la Coppa


América, chiesi a Bianchedi di andare a vedere come giocava la
squadra. Ma quella volta mi disse che non l'avrebbe fatto.
«E perché?»
«La mamma non vuole!» mi rispose.
In realtà non voleva andare per paura dei narcotrafficanti e
perché la città colombiana non era sicura. Il capo era Pablo
Escobar, che controllava l'80 per cento di tutto il traffico
internazionale di cocaina e aveva rapporti anche con squadra di
calcio. Higuita, il portiere del Medellín e della Nazionale, pagò
cara l'amicizia con il narcotrafficante: per questo motivo gli venne
impedito di partecipare alle fasi finali del mondiale negli Stati
Uniti.
In quel momento in Colombia erano in atto anche una guerra
tra i due cartelli della droga, di cui uno era controllato da
Escobar stesso, e un conflitto politico interno che aveva portato,
qualche anno prima, all'uccisione di metà dei giudici della Corte
Suprema. Bianchedi non voleva partire perché i giornali
riportavano ogni giorno notizie di morti e uccisioni in strada.
«Ma dài» gli dissi, «sono esagerazioni dei giornali Vai
tranquillo. Ho bisogno di vedere come gioca la squadra.»
Alla fine si decise. Quando arrivò a Medellín, allo stadio si
consumò una tragedia. Un arbitro colombiano accusato di
corruzione venne avvicinato da due tipi, che dissero ai
guardalinee di spostarsi e poi fecero fuoco uccidendolo. Morale:

189
la Federazione sospese il campionato per un mese e Bianchedi si
consolò con una splendida vacanza.
Prima della finale, le due squadre avevano la possibilità di
andare sul campo almeno per un'ora. Il Medellín si era allenato
prima di noi. Una volta usciti dal campo, i giocatori colombiani
avevano aspettato i nostri. E accadde un fatto che mi colpì molto,
che mi fece capire la loro umiltà e che in campo avrebbero dato
tutto, in una partita che si prospettava difficilissima. Ci chiesero
l'autografo.

La finale con il Medellín fu molto equilibrata, lenta, non


bella, con una tensione altissima. I colombiani aspettavano un
nostro errore, noi attaccavamo e ogni tanto partiva una
verticalizzazione del gioco che li metteva in seria difficoltà.
Eravamo i favoriti, e questo ci caricava di maggiori
responsabilità. Van Basten le provò tutte. Alla fine dei tempi
regolamentari il risultato era zero a zero. Il punteggio non si
sbloccava anche se avevamo dominato la partita e non ci erano
mancate le occasioni. Cambiai Fuser e al suo posto misi in campo
Chicco Evani. Si andò ai supplementari. La partita sembrava non
finire mai, e qualcuno già prevedeva la lotteria dei rigori. Al terzo
minuto del secondo tempo supplementare un tiro di Van Basten
fece la barba al palo della porta difesa da Higuita, detto El loco
per i suoi atteggiamenti estroversi e spettacolari che ben poco
avevano a che fare con il calcio.
Alla fine del secondo tempo supplementare il Milan era più
fresco e reattivo. Van Basten venne messo giù al limite dell'area.
Doveva essere rigore, ma il direttore di gara fischiò una punizione
dal limite. Su quella punizione al 117° minuto Chicco Evani fece
partire un siluro che bucò la porta del Medellín. Il gol decretò la

190
vittoria. Vidi Galliani partire e correre come impazzito di gioia
verso il centro del campo inseguito da mezza panchina, poi si
guardò attorno con la paura che l'arbitro si accorgesse di lui. Una
specie di molla lo aveva fatto partire a razzo. Fu una liberazione
per tutti. Eravamo campioni del mondo per club. Il sogno di
Berlusconi si era realizzato.
Milan mondiale intitolava il «Corriere della Sera», Leggenda
Milan scriveva a titoli cubitali «Tuttosport».
Alla sera festeggiammo la vittoria in albergo. Baresi e
Ancelotti mi dissero: «Siamo i più bravi, siamo sul tetto del
mondo».
«Fino a mezzanotte!» replicai.
La mia risposta la dice lunga su come vivevo le vittorie in
panchina. Con gioia, certo, ma guardavo sempre avanti, alla sfida
da giocare, alla nuova partita che ci aspettava. La gioia durava
poco, fino a mezzanotte, appunto, poi si ricominciava.
Non c'era tempo da perdere seduti sugli allori.

Grazie alla conquista della Coppa dei Campioni eravamo stati


ammessi a disputare il torneo l'anno successivo, ed eravamo
considerati i favoriti. Si andava sempre per scontri diretti, andata
e ritorno, si continuava o si usciva: per questo avevamo lasciato
punti lungo la strada del campionato.
Un campionato di serie A maledetto, che ci aveva visti al
comando fino all'ultimo, quando ci portarono via lo scudetto con
la famosa moneta in testa ad Alemão, che fece vincere il Napoli
per due a zero a tavolino.
Un'ingiustizia. Enzo Ferrari diceva che in Italia ti perdonano
tutto tranne il successo, e noi venivamo da una serie di vittorie
incredibili.

191
Ma intanto, persa la corsa al campionato, avevamo raggiunto
un'altra volta la finale di Coppa dei Campioni.
Volevamo riconfermarci, ma, con tutto quello che era
accaduto l'anno precedente, sarebbe stata durissima. Nel debutto
a San Siro contro l'HJK di Helsinki avevo schierato Giovanni
Galli, Tassotti, Maldini, Ancelotti, Filippo Galli, Costacurta,
Stroppa, Rijkaard, Borgonovo, Evani e Massaro. Mancavano
Baresi, Gullit, Van Basten e Donadoni. Andammo in gol dopo
appena cinque minuti con un tiro da fuori area di Stroppa, che
debuttava in Coppa insieme a Borgonovo e Simone.
Fu una partita a senso unico, con una serie di occasioni che
portarono ai due gol di Massaro, il primo dopo un'azione in
profondità di Ancelotti che recuperò un pallone in pressing in
difesa, risalì in velocità fino alla metà campo e passò a Donadoni:
traversone per Massaro che segnò il due a zero. Un'azione
perfetta, che dimostrava, ancora una volta, che il pressing durante
l'attacco avversario si attuava non per difendersi, ma era il
presupposto per rubare palla e contrattaccare. Quattro passaggi
per andare in rete. Era un Milan spettacolare, dominatore, che
non lasciava pensare l'avversario, che giocava con grande
personalità, con un gioco che esaltava le qualità dei singoli.
Triplicò di testa Massaro e chiuse la partita Evani con un
infortunio del portiere che si fece passare un pallone «telefonato»
sotto la pancia.
Il ritorno fu l'occasione per far debuttare in Coppa dei
Campioni Pazzagli, Carobbi e far giocare anche Lantignotti. Tra
infortuni e cambi, c'era in campo un altro Milan, ma, quando il
gioco è leader, si può parlare di turnover. Borgonovo alla metà del
primo tempo segnò il gol della vittoria.

192
Agli ottavi non potevamo incontrare peggior avversario del
Real Madrid, con la sua voglia di rivincita nei nostri confronti.
Dopo l'umiliazione del cinque a zero di Milano pochi mesi prima,
gli spagnoli avevano voglia di buttarci fuori dal torneo. Non fu
facile. Questo incontro ci costò le sconfitte in campionato contro
Cremonese e Ascoli.
L'andata si giocava a San Siro. La tensione prima
dell'incontro era palpabile. Lo stadio, strapieno. Dopo un inizio
equilibrato, una discesa di Van Basten sulla destra con un cross
al limite portò Rijkaard alla conclusione di testa per l'uno a zero.
Bastarono solo otto minuti per dimostrare al Real che il Milan
dominava il campo. Il secondo gol si sviluppò ancora una volta
grazie al pressing che la squadra operava in tutti i reparti. Martín
Vázquez, con le spalle alla porta, in fase difensiva, perse l'attimo
e Rijkaard in scivolata gli portò via il pallone, ne venne fuori un
passaggio per Van Basten che volò in contropiede solo contro
Buyo, il portiere, che lo falciò al limite dell'area. L'arbitro decretò
un rigore che onestamente non c'era e Van Basten segnò il
definitivo due a zero. Le occasioni da gol nel secondo tempo
decretarono la nostra superiorità.

Quella di ritorno, a Madrid, quindici giorni dopo, sarebbe


stata una partita aperta, difficile. Con due gol di scarto non c'era
da stare tranquilli: il Real era pur sempre una grande squadra.
Nell'ultima mezz'ora a San Siro gli spagnoli avevano frenato gli
attacchi, più per paura di un gol in contropiede, pensando già a
come giocarsela al ritorno.
Al Bernabéu giocammo a viso aperto, con occasioni continue
da entrambe le parti. Un fallaccio su Van Basten, solo in corsa
davanti al portiere, dimostrava ancora una volta che giocavamo la

193
partita non per difendere il due a zero dell'andata, ma per vincere.
Prendemmo il gol a tempo abbondantemente scaduto, su
un'azione confusa in area con un tocco di testa in tuffo di
Butragueño.
Ci aspettava un secondo tempo difficile. Van Basten fa messo
giù duramente ogni volta che toccava il pallone. Furono espulsi
due giocatori madrileni per falli continui, e la cattiveria e il
nervosismo aumentavano man mano che passava il tempo.
Perdemmo uno a zero, ma alla fine passammo il turno con merito.
Gli spagnoli, frastornati dal collettivo, andarono in fuorigioco
ventisei volte.

Ai quarti ci aspettava la squadra belga del Mechelen (in


francese Malines). All'andata in Belgio finì zero a zero. Al
ritorno, a Milano, ancora una volta il risultato non voleva
sbloccarsi. Si andò ai supplementari dopo che al 90° fu espulso
per somma di ammonizioni Clijsters, un difensore roccioso e
picchiatore. Il clima era difficile e la tensione tanto palpabile che
Donadoni venne espulso dopo un fallo di reazione plateale.
Aveva reagito a una provocazione. Fuori. Alla fine del primo
tempo supplementare, su punizione al limite di Rijkaard, Tassotti
seguì il pallone e con una scivolata lo mise al centro per Van
Basten, che segnò l'uno a zero. Lo stadio esplose.
Avevo il volto tirato, la tensione a mille. Finalmente dopo
quasi due partite eravamo riusciti a sbloccare lo zero a zero.
Guardai l'orologio. Potevo tirare finalmente un sospiro di
sollievo, anche se mancava ancora un tempo supplementare.
Tassotti era andato sul fondo perché ero riuscito a trasmettere la
mia voglia di non mollare mai, di andare a giocare ogni pallone

194
anche in situazioni che sembravano perse. Era un gol cercato con
la testa e con la voglia di vincere.
Il secondo tempo supplementare, invece di difendere il
risultato, fu un assalto da parte nostra alla porta del Mechelen,
con continue occasioni. Marco Simone recuperò un pallone sulla
tre quarti, s'infilò nelle maglie della difesa, accelerò e in area tirò
un destro di precisione, chiudendo la partita con il due a zero. Il
gol della vita, il gol che portò il Milan alle semifinali. Un gol che
dimostrava che la nostra squadra giocava sempre compatta e che
mise a tacere dubbi e critiche sulla nostra tenuta dopo due
sconfitte consecutive in campionato.
Baresi commentò: «Ognuna di queste partite ci costa cinque
anni di vita». Era un'esagerazione, ma faceva capire bene la
tensione che bruciavamo dentro e fuori dal campo Li battemmo
per asfissia. Una partita che entusiasmò il pubblico per intensità,
bellezza e determinazione.

Per arrivare alla finale dovevamo superare lo scoglio


rappresentato dal Bayern di Monaco, una delle favorite del
torneo. Il Milan di fronte a queste grandi squadre si esaltava e
giocava come non riusciva a fare talvolta in campionato, non per
mancanza di concentrazione, ma perché ancora una volta
l'obiettivo era la finale di Coppa dei Campioni.
Contro i tedeschi fu un vero e proprio assedio. Ci
difendevamo attaccando, non tradendo mai il nostro credo.
L'arbitro non vide due rigori netti per noi su Simone e Massaro.
Allora, a metà ripresa al posto di Simone decisi di schierare
Borgonovo, che venne messo a terra in piena area qualche minuto
dopo. Rigore. Van Basten segnò portando in vantaggio la squadra
al 32° del secondo tempo. San Siro esplose in un urlo liberatorio.

195
Mi alzai in piedi. Scattai come una molla. C'era ancora da
soffrire, con nuove occasioni nostre. Non ci chiudevamo in
difesa, volevo che la squadra continuasse a premere, senza lasciar
spazio e respiro all'avversario.

Il ritorno in Germania sarebbe stata un'altra battaglia. Ad


appena due minuti dall'inizio i tedeschi si presentarono con un
tiro pericolosissimo di Strunz che Galli respinse con i pugni.
Prese le misure, giocammo apertamente e le occasioni alla fine
furono più nostre che loro. Alla fine del primo tempo, Bayern un
tiro, Milan undici. Incitavo la squadra, continuavo a dare
indicazioni di gioco, sempre in piedi. Non volevo che i giocatori
perdessero la concentrazione. Van Basten era un incubo per i
tedeschi. Le opportunità piovevano continuamente, ne avevamo
avute cinque contro una sola del Bayern, ma poi una svista, uno
sbandamento lasciarono un varco a Strunz che dribblò Galli e
segnò a porta vuota, proprio nel momento in cui il Milan meritava
di passare in vantaggio.
Poi, perfetto pareggio a pochi minuti dal termine dei primo
tempo. Incitai i ragazzi: non era finita, anzi! Chiudemmo i tempi
regolamentari con Maldini che, su colpo di festa, sfiorò la rete
all'ultimo minuto. Nei supplementari, al 100° minuto, con un
pallonetto Borgonovo in piena area segnò un gol spettacolare. Un
gol pesantissimo, un altro gol che vale una carriera. Preso
dall'esultanza andai fin quasi a metà campo, con i pugni stretti,
una gioia e una soddisfazione che ci aprivano le porte della
finale. Erano emozioni su emozioni, continue, fino al gol di
McInally, che riportò in vantaggio la squadra tedesca. Borgonovo
sbagliò un altro gol a porta vuota, ma noi passammo il turno per
differenza reti.

196
Eravamo di nuovo in finale, con la possibilità di vincere la
Coppa dei Campioni per la seconda volta consecutiva.

Ci aspettava la finale con il Benfica di Sven-Göran Eriksson


a Vienna. Un altro giorno da ricordare, il 23 maggio 1990.
Potevamo ripeterci, potevamo salire ancora una volta sul gradino
più alto.
Per la finale avevo chiamato Bianchedi. «Mi raccomando,
vacci per tempo a Lisbona, perché poi chiudono le porte!»
Avevo appuntamento con Galliani a Milano. In automobile,
Bianchedi al ritorno da Lisbona mi raccontò del Benfica, ma
soprattutto delle sue avventure, in particolar modo di un
amplesso consumato a Saragozza dentro una cabina telefonica.
Lui e la sua donna avevano appeso gli impermeabili attorno alla
cabina mentre la gente da fuori bussava perché voleva telefonare.
A un certo punto - eravamo a Modena Nord - gli dissi: «Basta,
Natale! Taglia corto con queste avventure! Voglio sapere del
Benfica!».
«Eh, no, ci sono ancora ore e ore di racconto!» mi rispose, e
continuò imperterrito a parlare delle sue imprese amorose.

Eravamo arrivati alla finale senza Gullit. Avevamo vinto lo


stesso la Supercoppa Uefa e l'Intercontinentale. Per la finale
riuscii a schierare il Milan nella sua formazione migliore,
recuperando anche lui. Natale nella relazione mi disse: «Sta'
attento che hanno studiato molto le contromosse al fuorigioco».
Loro giocavano a zona, ma il riferimento principale era
l'avversario, e non sapevano quando andare a coprire la marcatura
o lo spazio. Facemmo gol in questo modo: Van Basten venne

197
incontro portandosi dietro il difensore e Rijkaard partì nello
spazio vuoto.
Una seconda finale di Coppa dei Campioni era davvero
impensabile tre anni prima. La squadra aveva giocato ad alti
livelli, non aveva mai pensato di difendere un risultato, aveva
sempre attaccato, rimanendo padrona del gioco, con una rosa di
giocatori sempre all'altezza. La finale finì uno a zero con gol di
Rijkaard, che segnò su un'azione in verticale, al centro del
campo, con un tiro di precisione che gonfiò la rete per il terzo
grande trofeo della stagione, quello più ambito, quello più
desiderato, che confermava il Milan come la miglior squadra di
club d'Europa.

La notte di maggio contro il Benfica ci ripagò di tutte le


amarezze italiane, spazzando via il brutto ricordo del campionato
e della sconfitta con la Juve in Coppa Italia. «La Notte» titolava a
caratteri cubitali: I Campioni siamo noi. Sì, è un Milan
Campionissimo! replicava «La Gazzetta dello Sport».
Milanissimo: «Corriere dello Sport». Milan, l'Europa è tua!
scriveva «La Stampa», Grande Milan, la Coppa è ancora tua!
commentava «Il Giorno», e «Tuttosport»: Milan, storico trionfo.
Anche «l'Unità» titolava il Milan rientra nella storia!
Ma io non festeggiai. La seconda volta che vincemmo la
Coppa dei Campioni non riuscii a gioire con gli altri a causa del
campionato, che avevamo perso immeritatamente. Un vero
scandalo tecnico, una farsa. Anni dopo incontrai Alemão, che
faceva il procuratore di alcuni giocatori, lo additai ai dirigenti del
Real e dissi che per colpa sua avevo perso un campionato. «Ho
avuto una bella carriera» mi rispose lui affranto, «ho giocato
anche nella Seleção brasiliana, ma tutte queste cose sono state

198
cancellate da quel fatto della monetina in testa, quando mi
dissero di buttarmi a terra.»

Fu un anno straordinario, forse il migliore. La squadra diede


il massimo e giocò a grandi livelli. Purtroppo i molti infortuni
(Gullit rimase fermo tutto l'anno) e i troppi impegni ci usurarono.
Arrivammo alla fine sulle ginocchia, come si dice in gergo.
Terminata la partita con il Benfica, tornai in camera e buttai
con violenza la borsa con gli indumenti sportivi nel corridoio.
Ero stanco, stressato, amareggiato. «Ho chiuso, non ce la faccio
più» dissi a Ramaccioni. Berlusconi e Galliani mi risposero: «Va'
a casa, riposati, ci rivediamo fra una quindicina di giorni».
È difficile lasciare qualcosa che ti è piaciuto così tanto e ha
caratterizzato la tua vita, lasciare un club che ti stima, ti vuole
bene, un grandissimo club, il più grande. Andarsene da una
grande squadra, giocatori e uomini fuori dal comune, un pubblico
che ti ama. Purtroppo il mio essere calcisticamente diverso, vivere
questo sport in modo differente rispetto alla tradizione, non
essere stato un bravo giocatore, sono tutte cose che mi hanno
costretto ad andare contro-corrente, facendo una fatica terribile.
Dovevo sempre convincere tutti. «Uno su mille ce la fa» cantava
il mio amico Gianni Morandi, «ma quant'è dura la salita...»
Avevo vinto tutte le sfide fra critiche, prevenzioni e
diffidenze, ma mi ero esaurito, soffrivo di gastrite, di dolori
addominali e passavo notti insonni. La sfida mi aveva dato
adrenalina, lo stress stava però diventando un avversario
invincibile. Berlusconi mi convinse: «Resti un altro anno».
Firmai un contratto di tre anni che non avrei mai onorato, come
confidai al mio amico Galliani.

199
Mi rifugiavo nella famiglia, ma il lavoro era un'ossessione.
Avevo voglia di uscire, di prendermi un po' di riposo dopo tante
fatiche. Ero davvero logorato.

200
10. L'ultimo anno al Milan

Senza entusiasmo non si è mai


compiuto nulla d'importante.
RALPH WALDO EMERSON

Le vittorie europee e i trofei internazionali ci esaltavano ma ci


avevano dimostrato che reggere psicologicamente era un impresa
titanica. Tenevo la squadra e i giocatori sotto pressione con un
gioco d'attacco continuo, e forse anche loro avevano bisogno di
ricaricare le batterie. Erano passati tre anni, ma mi sembrava di
averne vissuti almeno dieci o quindici, tanta era l'energia
quotidiana spesa.
Nell'estate del 1990 si era svolto il mondiale di calcio e la
Nazionale, guidata da Azeglio Vicini, aveva fatto una bella figura
e si era piazzata al terzo posto con partite esaltanti.
Un risultato importante che però, in Italia, fu vissuto come
una sconfitta. Un terzo posto non servì a stemperare le polemiche
nate dopo la semifinale con l'Argentina di Maradona, a Napoli,
persa ai rigori, dopo l'uno a uno dei tempi regolamentari. Un
terzo posto al mondiale dovrebbe essere motivo di orgoglio per
l'intera nazione, invece in Italia diventò motivo di polemiche.
Eravamo gli organizzatori, quindi dovevamo per forza vincere.

L'Italia, tra campionato, coppe e mondiale, era al centro del


calcio internazionale.
Tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta
giocavano in serie A i più grandi del mondo, e le squadre di club
dominavano l'Europa. L'anno precedente la Sampdoria aveva
vinto la Coppa delle Coppe, e nei primi mesi della stagione la
201
sfida per la Supercoppa Uefa dovevamo giocarcela proprio contro
la Sampdoria di Gianluca Vialli e Roberto Mancini. Una delle
migliori squadre in Italia e in Europa. La squadra genovese aveva
preso il posto del Napoli di Maradona, sempre ai vertici del
campionato e in lotta per vincere titoli europei.
Al Milan avevamo anche fatto qualche acquisto come
Gianluca Gaudenzi dal Verona, Angelo Carbone dal Bari e
Sebastiano Rossi, insieme con Massimo Agostini, dal Cesena.
Avevamo invece ceduto Giovanni Galli al Napoli, Fuser e
Borgonovo alla Fiorentina, ma l'ossatura della squadra era sempre
quella degli anni precedenti. Non avevamo cambiato modo di
giocare, ogni partita ci vedeva all'attacco.
Cedemmo anche Angelo Colombo al Bari. Berlusconi si era
affezionato al «gregario»: «Arrigo, perché venderlo? Con lui
abbiamo vinto tanto» osservò.
«Non ha più motivazione» risposi.
«E lei come lo sa?»
«Sono tre giorni che lo chiamo e mi risponde il suo
maggiordomo filippino. Presidente, se Colombo ha il
maggiordomo è proprio finita» fu la mia risposta.

L'andata della Supercoppa Uefa la giocammo a Genova il 10


ottobre 1990. Dovevamo difendere il titolo vinto l'anno
precedente contro il Barcellona. La formazione della Sampdoria
era la seguente: Pagliuca, Mannini, Invernizzi, Pari, Lanna,
Pellegrini, Mychajlyčenko, Lombardo, Branca, Mancini,
Dossena. Mancavano pedine importanti come Cerezo, Vialli e
Bonetti.
Nel mio Milan schierai Pazzagli, Tassotti, Costacurta,
Gaudenzi, Filippo Galli, Baresi, Donadoni, Ancelotti, Massaro,

202
Gullit, Evani.
Fu una partita combattuta a viso aperto, con occasioni da una
parte e dall'altra. Mentre Massaro venne messo a terra in area,
Branca si fece parare un tiro solo davanti a Pazzagli. Su cross di
Mancini al 31° Mychajlyčenko anticipò Pazzagli e segnò di
sinistro. Fu l'uno a zero. Cominciammo ad aumentare il ritmo di
gioco, e l'occasione di Gaudenzi di testa con Pagliuca che mandò
in angolo fu solo il preludio al pareggio. Su calcio d'angolo
Evani, che risolveva spesso partite difficili, segnò un gol
capolavoro, calciando al volo da fuori area e infilando
nell'angolino della porta sampdoriana.
La partita si chiuse così, dopo continue occasioni soprattutto
da parte nostra.

Il ritorno si giocò il 29 novembre a Bologna. All'inizio della


partita rubammo spesso su pressing il pallone ai genovesi, ma fu
solo allo scadere del primo tempo che Gullit, su calcio d'angolo,
infilò la porta di Pagliuca. Lo stadio era tutto per lui, cori
continui inneggiavano all'olandese. Nella ripresa, al 76°, Rijkaard
siglò il raddoppio e la squadra infilò così nel palmarès il quinto
trofeo internazionale. Era la seconda volta di fila che vincevamo
la Supercoppa Uefa, come poche altri prestigiosi club avevano
fatto prima di noi.
Ma le sfide contro la Sampdoria, quell'anno, non finirono lì.
Anzi.

Il 9 dicembre 1990 ci aspettava un altro appuntamento


importante della stagione. Ci giocammo a Tokyo di nuovo la
Coppa Intercontinentale contro i paraguaiani dell'Olimpia
Asunción. Riuscii a schierare i tre olandesi. Van Basten quel

203
giorno era incontenibile. La prima vera occasione, con una
respinta di pugni di Pazzagli, fu in verità di Samaniego. Ma
niente di più. Fu il Milan a premere e a creare occasioni
continue. Su cross di Gullit, il colpo di testa di Rijkaard sorprese
il portiere e la palla si infilò nel sette, per l'uno a zero. Il dominio
della partita fu indiscusso. Un gol stupendo.
Non meno bello fu il secondo, manovrato da Van Basten che
si presentò davanti all'area avversaria, dribblò, coi una finta,
mezza difesa e fece coricare il portiere, con un tiro violento che
rimbalzò contro un giocatore, andando a colpire il montante della
porta, dove un irruento Stroppa riuscì a toccarla oltre la linea. Un
altro gol della vita al 17° minuto del secondo tempo.
Il terzo fu ancora merito di Marco Van Basten, che preparò la
terza rete con un lungo lavoro fuori aerea. Il tiro, di rimbalzo, fu
messo dentro di testa in tuffo da Rijkaard, che in quel modo
spettacolare si aggiudicò anche la coppa come miglior giocatore
della manifestazione. Una supremazia incontestata, quella del
Milan, che i giornali elogiarono con titoli cubitali.

Per il secondo anno consecutivo eravamo la miglior squadra


di club del mondo. Avevamo dato spettacolo con centosei
televisioni collegate da tutto il pianeta. Gran Bis Mondiale,
Milan infallibile, Sacchi 6 il più grande titolava «La Gazzetta
dello Sport», giocando sui sei titoli internazionali vinti. Il trionfo
di Tokyo veniva festeggiato dal «Corriere dello Sport» con
MondoMilan.
Avevo portato questa squadra per due anni consecutivi sul
tetto del mondo, e cominciavo a non reggere più. Avevo vinto
tutto quello che si poteva vincere e cominciai a meditare di
lasciare. C'erano ancora il campionato, la Coppa Italia e la Coppa

204
dei Campioni da disputare, sentivo che gli obiettivi erano
importanti, ma stavano finendo la benzina, le motivazioni, la
voglia di sfide. Dopo la seconda vittoria di Tokyo pensai
seriamente di smettere.

Intanto in campionato eravamo sempre in testa. Nelle prime


tre giornate facemmo filotto, vincendo contro Genoa, Cesena e
Fiorentina. Ci restammo fino al 28 ottobre, quando incontrammo
di nuovo la Sampdoria, alla settima giornata: questa volta ci si
sfidava per i due punti. Per la Samp fu una giornata storica, vinse
sul nostro campo e ci scavalcò in testa alla classifica. Non era
mai capitato prima di allora. Io stavo sulle gradinate, dietro alla
rete, per una squalifica, e parlavo con Galbiati che mi sostituiva
in panchina. La Samp costruì due o tre contropiedi mettendoci in
difficoltà. Cerezo segnò un gol al volo dopo un'azione di prima,
mettendo in luce alcuni problemi che avevo nella squadra. Finì
così, perdemmo in casa, senza troppe scuse.
Nel girone d'andata si alternarono in testa diverse formazioni,
tra cui la Juve e l'Inter, che, davanti a noi di un punto, si laureò
campione d'inverno. Al ritorno lo scudetto ce lo giocammo in tre:
noi, la Sampdoria e l'Inter. Perdemmo di nuovo al Ferraris contro
la Sampdoria, per due a zero. Giocammo bene, ma non ai livelli
cui eravamo abituati.
La Sampdoria vedeva concretizzarsi la possibilità di vincere il
suo primo scudetto. Prima un rigore realizzato da Vialli e poi il
raddoppio con un bel contropiede di Mancini segnarono il
definitivo due a zero che ci chiuse di nuovo le porte per lo
scudetto.

205
Non potevamo essere sempre al massimo nei tornei in cui
eravamo impegnati. Lasciavamo punti importanti in campionato
perché la Coppa dei Campioni era di nuovo, per il terzo anno
consecutivo, un primo obiettivo di stagione.
Negli ottavi avevamo eliminato il Bruges, con un pareggio in
casa e una vittoria straordinaria in Belgio per uno a zero,
passando così ai quarti. Il gol di Carbone fu da cineteca.
Ai quarti incontrammo l'Olympique Marsiglia. Pareggiammo
a San Siro, uno a uno. Andammo in vantaggio con un gol da vero
fuoriclasse di Gullit, che rubò palla a un difensore durante un
disimpegno e siglò l'uno a zero. I francesi, con un giocatore del
calibro di Papin, pareggiarono i conti. Erano più tonici, più
pimpanti, più veloci, più aggressivi di noi, ammisi, quindi ci stava
bene il pareggio.
«Dovremo aspettarci quindi un Milan più veloce, più
pimpante e più aggressivo?» mi chiese un giornalista,
riprendendo le mie parole.
«Già!»
«Altrimenti?» m'incalzò.
«Altrimenti passerà il Marsiglia, se avrà giocato meglio!»
Avevo la faccia meno tirata del solito, sembravo quasi disteso.
O forse nascondevo la paura, dopo due anni, di uscire dalla
Coppa che ci aveva visti protagonisti.
La squadra però non stava bene. Prima dell'incontro di
ritorno, non ero tranquillo; parlai fino alle quattro del mattino
esternando a Natale Bianchedi i miei dubbi, che purtroppo si
realizzarono.

Al ritorno i francesi erano molto agguerriti. Vedevano la


possibilità di passare il turno. Far fuori il Milan campione per

206
due anni consecutivi era un grande stimolo, li caricava. Fu una
partita nervosa, con molte perdite di tempo da parte francese e un
gioco spezzettato.
Al 75° Abedi Pelé crossò, Papin vide un compagno dietro di
sé e fece da ponte di testa per Waddle, che tirò sporco e insaccò
nella porta di Rossi.
Al 90° accadde l'impensabile. All'improvviso uno dei riflettori
dello stadio si spense, costringendo l'arbitro a sospendere
temporaneamente la partita. Le squadre erano disorientate, non
sapevano cosa fare. Gullit rilasciò un'intervista a bordo campo per
dire che avrebbero dovuto sospendere la partita, come voleva il
regolamento; Tassotti, sempre agli stessi microfoni, disse che si
doveva terminare.
Galliani entrò in campo e invitò i giocatori del Milan a
rientrare negli spogliatoi.
Poco dopo le luci ripresero parzialmente a illuminare il
campo, l'arbitro rimise il pallone per il rinvio e riprendere così il
gioco, ma di fronte al vuoto lasciato dalla nostra squadra fischiò
la fine e decretò la vittoria della squadra francese a tavolino per
tre a zero, e un anno di squalifica per il Milan dalle competizioni
internazionali. (Milan vergogna titolerà «La Gazzetta dello
Sport».)
Ci fu molta confusione, il pubblico fece una specie
d'invasione di campo perché pensava che la partita fosse finita.
Il mio comportamento era stato pilatesco, quindi non
sportivo.

Un mese prima avevo preso contatti con la Nazionale e avevo


espresso il mio desiderio a Berlusconi di prendermi un anno
sabbatico e dedicarmi, dopo l'europeo che avrebbe dovuto guidare

207
Vicini, agli azzurri. La sconfitta con la Samp e l'uscita anche
dalla Coppa Italia per un autogol di Van Basten in una partita
contro la Roma erano segni di una stanchezza psicologica che
prima o poi avrei dovuto affrontare. Una volta Gianni Brera definì
il mio modo di far correre la squadra «erettismo podistico».
Scrisse anche che avrei logorato i miei giocatori, che avrebbero
avuto carriere brevissime perché correvano troppo.
Come ho già detto, accadde tutto il contrario. Avevo regalato
alla dirigenza, al Milan e al calcio uno dei momenti più belli di
questo sport a livello internazionale, con una squadra che aveva
ancora molto da esprimere in campo, con giocatori motivati che
potevano ottenere risultati ancora più importanti. Quasi tutti
ebbero una longevità agonistica ad alti livelli, di molto superiore
alla media. Una parte di giornalisti aveva compreso poco di quel
Milan, così si dimostrarono errate anche le previsioni sulla durata
della loro carriera.
Alla fine io, il «signor Nessuno», ero diventato sì «il profeta
di Fusignano», avevo bruciato le tappe, avevo vinto tutto, ma
l'unico che usciva a pezzi da quel Milan ero solo io.

208
11. In volo verso l'America

La fortuna è arbitra della metà delle nostre


azioni, ma ci lascia dirigere l'altra metà.
NICCOLÒ MACHIAVELLI

Così decisi di non firmare più per i rossoneri. Fin da febbraio


avevo già manifestato al presidente Berlusconi l'intenzione di non
rinnovare il contratto.
Con il Milan, una delle squadre più forti al mondo, avevo
condiviso dal 1987 al 1991 sconfitte, ma soprattutto straordinarie
vittorie e grandi soddisfazioni. Con il Milan avevo vinto un
campionato, una Supercoppa italiana, due Coppe dei Campioni,
due Supercoppe Uefa e due Coppe intercontinentali consecutive.
Un record: vincere in quattro anni otto competizioni,
partecipando a tre Coppe dei Campioni e trionfando due
consecutivamente, è una cosa mai più accaduta alle squadre
italiane, ma soprattutto era il tipo di gioco praticato che aveva
divertito ed emozionato il mondo, ingigantendo le nostre vittorie.
E quattro di quelle coppe furono conquistate nel giro di soli sei
mesi. Avevo vinto tutto quello che un allenatore può sperare di
vincere in una carriera e avevo bruciato le tappe in appena quattro
anni. Però non riuscivo più a gestire lo stress. Prima degli
appuntamenti importanti non dormivo la notte, pensavo
continuamente alla formazione, alle scelte, alle diverse possibilità
sulla scacchiera verde del campo: alla mattina avevo tutto chiaro,
ma la notte intanto era passata in bianco. Come fare, come
reagire? La mia vita in apnea continuava. Dovevo pur andare
avanti, trovare una soluzione per continuare a vivere di calcio, ad

209
allenare, perché questa era la mia vita, ma era necessario allentare
i ritmi.

L'ultima partita di campionato in panchina con il Milan fu


quasi un segno del destino. La giocammo a San Siro, proprio
contro il Parma, la squadra che mi aveva lanciato nell'Olimpo del
calcio. Era finito un ciclo, avevo bisogno di nuove motivazioni,
di nuovi obiettivi, di nuove sfide. Quel giorno, tutto lo stadio
cantò una canzone che mi è rimasta nell'anima: «Noi, tifosi del
Milan, abbiamo un sogno nel cuore, Arrigo allenatore, Arrigo
allenatore». La gente non guardava più nemmeno la partita. Oltre
settantamila spettatori cantavano in coro questa canzone saltando
sugli spalti.
Avevo gli occhi pieni di lacrime e il sorriso sulle labbra, la
gioia nel cuore. In quegli anni non avevo mai avuto tempo per
pensare, per guardarmi indietro. Alzai gli occhi verso le tribune
di San Siro, più volte, girandomi attorno, forse per la prima volta
consapevole di quello che avevo vissuto in quello stadio. In quel
momento capii che avevo fatto davvero qualcosa di buono e di
importante per tutta quella gente che affollava le tribune. E non
solo per loro. La loro gioia la esprimevano con il canto.
Purtroppo, pero', quando Van Basten toccava la palla tutto lo
stadio lo fischiava, perché pensavano che me ne andassi a causa
di dissapori con lui. Ma non era vero.
Quel canto di gioia portava lontano tutte le cose negative
successe negli anni e lasciava intatta la bellezza di quella
squadra, la felicità delle vittorie, la riconoscenza per aver dato
tutto.

210
Fabio Capello ereditò la squadra. Il suo era un Milan più
redditizio in campionato e meno arrembante in ambito
internazionale. Fabio si dimostrò un grande allenatore, che
conosceva bene il nostro calcio.
Si chiudeva il mio ciclo e nello stesso tempo ne cominciava
un altro. Il Milan di Capello portò, non a caso, alla conquista di
quattro scudetti, di cui tre consecutivi, e di una Coppa dei
Campioni. Berlusconi aveva scelto Capello perché quella era la
soluzione più giusta affinché la squadra continuasse, dopo i
successi internazionali, a raccogliere vittorie e scudetti in casa. In
Italia si vince di più con la squadra votata alla difesa e con
l'individualità, in Europa con il calcio offensivo e collettivo.
Il Cavaliere era preoccupato che io andassi ad allenare la
Juventus. Luca Cordero di Montezemolo aveva assunto, dopo la
direzione generale della Coppa del Mondo di Italia '90, la carica
di vicepresidente esecutivo della squadra torinese. Sapeva che il
mio contratto con il Milan stava scadendo e che volevo prendermi
un anno di riposo nell'attesa di diventare l'allenatore della
Nazionale. Un anno di riposo perché sapevo che il commissario
tecnico Azeglio Vicini stava disputando le qualificazioni per
l'europeo del 1992, e quindi avrei avuto l'incarico dopo il torneo,
che si sarebbe giocato in Svezia.
Berlusconi era addolorato. «Sacchi, se lei va alla Juventus, mi
darà un grande dispiacere» mi confessò.
«Ma io devo andare in Nazionale» gli risposi. «E poi devo
star fermo per un anno, aspettando che l'Italia giochi l'europeo
svedese. Ho bisogno di un anno sabbatico.»
Il Cavaliere non si fidava. Sapevo che Luca Cordero di
Montezemolo gli aveva chiesto se la notizia della mia intenzione
di lasciare la panchina del Milan fosse vera. Inoltre mi stava

211
cercando anche Ramón Mendoza, all'epoca presidente del Real
Madrid.
Berlusconi allora mi disse: «Se lei va al Real Madrid le
faccio un e regalo e le do anche un giocatore», ma si capiva che
aveva paura che io andassi alla Juve, una rivale storica del Milan.
Mendoza era venuto anche a Milano Marittima per accordarsi
con me. In una pizzeria del centro mi offrì uno stipendio annuo
doppio rispetto a quello che prendevo al Milan e quasi triplo di
quello che avrei preso con la Nazionale.
«Ma lei ha già firmato?» mi chiese.
«No, ho dato solo la mia parola!»
«Be', allora firmi per noi!»
«No» gli risposi, «per me la parola data vale più di un
contratto.»

Sul mio passaggio dal Milan alla Nazionale sono stati scritti
articoli e pagine intere di giornali. Hanno parlato di dissapori con
la dirigenza, con Berlusconi stesso, con lo spogliatoio e i
giocatori, che non ne potevano più di allenamenti estenuanti, di
preparazioni della partita asfissianti e di una tensione nervosa
difficile da gestire. Una tensione che avrei trasmesso anche solo
con la mia presenza, il mio rigore, le mie urla in allenamento.
Ritengo che solo uno stupido mollerebbe contratti milionari, un
club di prestigio, un lavoro che gli piace solo perché ha dei
dissapori con qualcuno. L'invidia in questo campo fa riversare
fiumi di veleno. Chi non ha questa sensibilità per capire o è
ignorante o è superficiale.
E voglio fare chiarezza una volta per tutte. Berlusconi non mi
ha «messo» in Nazionale, ignorava quali fossero le mie
intenzioni. Come sanno Gianni Petrucci, Antonio Matarrese e

212
Antonello Valentini, ex direttore generale della Figc, e l'allora
vicedirettore della «Gazzetta dello Sport» Alfio Caruso, che fece
da intermediario, Berlusconi della mia volontà di andar via dal
Milan non seppe nulla prima di febbraio. Mi avrebbe poi
richiamato, per la stima che nutriva nei miei confronti, nel 1997 e
successivamente nel 2014. Molti giocatori del Milan inoltre, otto
o nove, li convocai in Nazionale, alcuni dei quali per la prima
volta, rapporti con il Milan continuarono e continuano ancora
oggi per la grande stima reciproca.

Mi rimaneva l'ultima grande avventura, quella con la


Nazionale maggiore. Era la mia ultima sfida dopo averne vinte
molte e dimostrato che anche un «signor nessuno», che ha
giocato poco al calcio e mediocremente, può essere un allenatore
di successo.
L'ombra lunga della fatica mentale mi segnava. Quando
tornavo a casa, invece di stare con la mia famiglia pensavo a
nuovi allenamenti, guardavo le partite degli avversari, studiavo il
loro gioco, prendevo appunti, disegnavo su cartoncini con un
campo di calcio stampato nuovi moduli e nuove posizioni dei
giocatori in campo. Studiavo passaggi e simulazioni. La
Nazionale poteva essere un giusto compromesso tra la mia voglia
di continuare ad allenare, di affrontare nuove sfide, e la necessità
di allentare la pressione quotidiana che si vive nei club.
Mia moglie intanto, in silenzio, accanto alle mie figlie, mi
lasciava fare. Non ha mai interferito con il mio lavoro. Il gioco mi
assorbiva troppo, ma era la famiglia il mio punto di riferimento.
Le sere in cui mi trovavo a casa, prendevo in braccio la mia
primogenita e la tenevo con me, anche se lei dormiva
profondamente.

213
In quei momenti ho pensato spesso a mio padre, alle sue
serate in casa quando io ero ragazzino e lui, dopo cena, fino alle
due di notte, lavorava in silenzio, guardava le fatture, faceva i
conti, studiava l'andamento delle nostre fabbriche. Compivo gli
stessi gesti, lavoravo con assiduità e rigore come lui. Aveva
lasciato molto di più di un segno nel mio carattere. Avevo nel
Dna il suo modo di lavorare, la sua ostinazione, la sua voglia di
migliorare sempre, di dare sempre il meglio.

Forse cercavo altri obiettivi. Avevo deciso di abbandonare


amici cari e fidati, un club che mi aveva dato tutto, stima, libertà
e la possibilità di realizzare il calcio che sognavo, con campioni
straordinari. Lasciavo una panchina che mi piaceva e che mi
aveva dato grandi soddisfazioni, abbandonavo un club di uomini
veri che mi avevano supportato sempre e non avevano mai messo
in discussione la mia autorevolezza, e una squadra di campioni:
solo questo dà l'idea di quanto abbia influito sulle mie decisioni
la mancanza di energie, quanto mi abbiano logorato la tensione e
la sete di perfezione, gli impegni quotidiani degli allenamenti, lo
stress delle partite di campionato e di Coppa, con due incontri la
settimana.
Fu Berlusconi che in un'intervista radiofonica si lasciò
scappare la notizia che me ne sarei andato. Questo, ancora oggi,
scatena un fiume di falsità sui giornali. Scoprii che non avevano
accettato le mie dimissioni e che continuavano a pagarmi lo
stipendio. E non capivo il perché. Questo da luglio fino alla fine
di novembre. In realtà Berlusconi, come ho detto, aveva paura che
me ne andassi alla Juve. L'interesse di Montezemolo lo aveva
allarmato, e ciò dimostra ancora una volta non solo la generosità

214
di Berlusconi ma anche il suo affetto e la stima nei miei
confronti, fugando così ogni polemica.

Non ho avuto tempo di prendermi un anno di riposo.


Mancavano due partite alla fine del girone di qualificazione per
gli europei del 1992. La Nazionale non riuscì a qualificarsi,
perdendo l'obiettivo delle finali in Svezia.
Era il 12 ottobre 1991. La partita decisiva, Urss-Italia, si
giocò allo stadio Lužniki di Mosca. La formazione di quella
partita, l'ultima dell'era Vicini, era: Zenga, Maldini, Baresi,
Vierchowod, Ferrara, De Napoli, Giannini, Crippa, Lentini,
Vialli, Rizzitelli. In panchina Lombardo, Mancini, Costacurta,
Pagliuca, De Agostini. Solo due del Milan, con Costacurta in
panchina. A quindici minuti dalla fine l'Italia rimase in dieci per
un infortunio a Baresi dopo che Vicini aveva fatto già due
sostituzioni. Un palo di Rizzitelli, a pochi minuti dalla fine,
chiuse una partita sfortunata ma non solo, con parate impossibili
di Pagliuca su incursioni dei russi e un attacco italiano che aveva
creato occasioni ma non aveva concretizzato.

Nel 1990 avevo vinto con il Milan la Coppa


Intercontinentale, nel maggio la Coppa del Campioni e in giugno
c'era stato il mondiale di Italia '90. Petrucci e Matarrese, parlando
tra loro, dissero che con Vicini non avrebbero mai vinto il
mondiale. Matarrese, sebbene fosse un decisionista, mi confidò
che stavano pensando di chiamarmi proprio per l'occasione.
«Così se non vinciamo mi ammazzano!» pensai. Vicini era amato
dai giocatori, lo consideravano uno di loro. Aveva fatto
discretamente con la Nazionale, anche se come allenatore non
aveva storia.

215
L'esonero di Azeglio Vicini da ct della Nazionale, a distanza
di tanti anni, ha lasciato una scia di rancori che durano ancora
oggi. I rapporti tra Matarrese e Vicini non furono facili dopo il
mondiale del '90, soprattutto dopo la semifinale persa con
l'Argentina che ci impedì di disputare la finale con la Germania,
guadagnando comunque un onorevole, importante terzo posto. E
dopo i risultati disastrosi del mondiale messicano del 1986, il
terzo posto di Vicini era davvero una grande conquista.
Mi si spalancarono dunque le porte della Nazionale e di
Coverciano. Potevo affrontare una nuova sfida, con nuovi
obiettivi, con motivazioni alte, diverse, e certamente con molto
meno stress.
Ma niente anno sabbatico. Da una parte ero contento di
cominciare subito questa avventura, dall'altra ero preoccupato
perché dicevo addio al riposo tanto desiderato. Ripensai a
quando, bambino, in piedi sul tavolo di un bar di San Mauro, ero
scappato per vedere, nel 1954, i primi mondiali in bianco e nero
trasmessi dalla televisione, come ho già raccontato. Quarant'anni
più tardi, il sogno di quel bambino si era avverato. Ripensai
anche a quando mi trovavo in America a vendere scarpe, e guardai
la finale Italia-Brasile in televisione con 41 di febbre per colpa di
un'indigestione. Non era nemmeno pensabile che solo
ventiquattro anni dopo mi sarei seduto su quella panchina, e
proprio negli Stati Uniti.
Quando fu certo della mia firma con la Nazionale maggiore,
Berlusconi, con la sua solita generosità, mi regalò le due
automobili che avevo in comodato.
Qualche anno dopo, quando incontrai Montezemolo, lo
ringraziai.

216
«E perché?» mi domandò stupito. In fondo non aveva fatto
nulla per me.
«Il suo intervento presso Berlusconi mi ha consentito di
ricevere lo stipendio fino a quando non sono andato in
Nazionale» gli risposi.
Ricordo che Montezemolo sorrise.

La Nazionale era una bella novità. Mi offriva l'occasione di


allenare una squadra importante senza lo stress quotidiano.
Potevo anche disporre di una grande rosa di giocatori da cui
scegliere il meglio. Ritrovavo dentro di me nuove motivazioni
tecniche e nello stesso tempo potevo lavorare con meno
dispendio di energie nervose, con più tranquillità, cercando di
portare la mia idea di calcio in un ambiente nuovo.
Ritrovavo nella Nazionale una dimensione più umana, con
ritmi più lenti, e avevo tutto il tempo per ricostruire una squadra,
un'idea nuova dopo la mancata qualificazione all'europeo. Avevo
quattro anni di lavoro per plasmare la mia Nazionale e arrivare al
meglio ai mondiali americani del 1994. Dovevo rivoluzionare la
squadra per modellarla come la sognavo io. Ma l'impresa, fin da
subito, si dimostrò titanica.
Mi resi subito conto che ero l'allenatore virtuale di una
squadra virtuale. Ero come un eunuco in un harem di belle donne.
Avevo tutto, ma cominciava a mancarmi il lavoro quotidiano. In
Nazionale ci vuole una grande pazienza.
«In questi quattro anni» dicevo ai miei collaboratori
«dobbiamo ottimizzare il tempo, saper scegliere i giocatori più
adatti alla nostra idea di calcio e diventare più pragmatici nel
lavoro che facciamo.» Bisognava fare cose che si traducevano
facilmente sul campo, che riguardavano il gioco. Avrei dovuto

217
avere una grande capacità di sintesi. Per far capire cosa voleva
dire lavorare in Nazionale, bisogna pensare alla pazienza di
riempire una cisterna enorme goccia a goccia mentre con i club la
riempivi in tre-quattro mesi. Più che un allenatore ero diventato
un selezionatore, come molti dicevano (Sivori e Tosatti).
Dicevano che ero un grande allenatore: ma in Nazionale non si
può allenare, occorrerebbe più tempo. In Nazionale devi costruire
un gioco, e basta. Mi si presentava un'altra sfida.

La prima cosa che feci fu organizzare lo staff con cui lavorare.


La squadra era composta da Pietro Carmignani, che era stato
secondo con me al Parma; Vincenzo Pincolini, che era stato
sempre con me come preparatore atletico, sia al Parma sia al
Milan; Natale Bianchedi, «il mio braccio destro», come qualcuno
l'ha definito, anche lui con me da sempre; e infine Francesco
Rocca, che tutti ricordano con il soprannome, da giocatore, di
«Kawasaki». Carlo Ancelotti, che nel frattempo aveva smesso di
giocare, l'ho fatto debuttare come mio viceallenatore al mondiale.
Lo staff medico era composto da Andrea Ferretti e Paolo
Zeppilli. Antonello Valentini era responsabile della
comunicazione e Gigi Riva era il team manager. Eravamo un
gruppo molto coeso, c'era comunicazione, empatia e stima, e
soprattutto eravamo anche amici. Capo delegazione era il
senatore Raffaele Ranucci. Il presidente della Federazione era
Antonio Matarrese, che stravedeva per me. L'unico che non
riusciva a inserirsi nell'ambiente era il segretario generale
Zappacosta, che non condivideva le mie idee e il mio modo di
lavorare, ma era una cosa di poco conto, anche se una sua
decisione mi privò, a due partite dal mondiale, della

218
preziosissima collaborazione di Bianchedi, che come sempre si
dimise.
Per fare una squadra c'è bisogno prima di tutto di uno staff
importante, che lavori insieme con armonia, con intelligenza e
condivida gli stessi obiettivi. Già al Milan avevo trovato una
società con una dirigenza preparata, di alto vello. Uno dei segreti
dell'incredibile mondiale americano fu prima di tutto questo staff.
Chi abbraccia Franco Baresi piangente dopo il rigore sbagliato,
nella finale con il Basile, è proprio Raffaele Ranucci: questo è un
episodio che racconta bene l'amicizia e l'affetto che si erano creati
tra lo staff e i giocatori, tra il campo e la panchina con la
dirigenza. E questo è fondamentale perché non si gioca solo in
undici. Si gioca insieme anche alla società e all'affetto dei tifosi

I primi raduni erano veri e propri stage. I miei metodi didattici


erano senza precedenti per la Nazionale, con lezioni tecnico-
tattiche, test psico-attitudinali e allenamenti mirati, associando
lavoro mentale e sforzo fisico, arricchendo in questo modo il
calcio totale dell'Olanda di Cruijff. Anche Gigi Riva, che già
lavorava per la Nazionale, si era convinto che le mie novità
avrebbero contribuito a migliorare il gioco. Ai giornali dichiarò:
«Non ho mai visto associare prima d'ora durante gli allenamenti il
lavoro mentale allo sforzo fisico con altrettanta coordinazione. Ai
miei tempi si attendeva l'errore dell'avversario per ripartire col
possesso di palla. Poi vennero gli olandesi a stravolgere certe
abitudini tramandate. Però credo che le intuizioni di Sacchi
abbiano ulteriormente arricchito il famoso football totale
dell'epoca».
Ricordo che realizzammo una videocassetta in cui cercavo di
spiegare i nuovi metodi di allenamento, le nuove tattiche, il

219
giocare a zona, il correre senza palla, mostrando sul campo gli
schemi.
Ho portato a Coverciano un modo diverso di lavorare. Per la
Nazionale maggiore cercai di fare più allenamenti, e i club me lo
consentirono. Volevo intensificare gli incontri con i giocatori: più
stage di preparazione, anche teorica, di come intendevo il calcio,
più allenamenti, più partite, cercando di ritagliare per i giocatori
maggior spazio per la Nazionale rispetto agli impegni con le
diverse squadre di club, e anche questo mi fu consentito.
In Nazionale dunque meno stress, ma anche molto meno
tempo per lavorare con i giocatori, per conoscerli dal punto di
vista umano, per parlare con loro. Le lunghe pause tra una
convocazione e l'altra rendevano difficile far passare la mia
mentalità di calcio d'attacco, di possesso palla e di gioco totale.
Il mio modo di giocare prevedeva sincronismi e tempi in cui il
vero modulo era il movimento, che cambiava sempre
l'impostazione iniziale. Partivamo con il 4-4-2 ma in fase di non
possesso potevamo trasformarci in un 4-3-1-2 oppure in 3-4-1-2.
Costruivo la squadra in base al gioco scegliendo i giocatori e la
loro sensibilità, non i calciatori. Non era certo semplice. Dovevo
lavorare con uomini abituati a stare sul campo sette giorni su
sette in un modo diverso, con allenatori che generalmente
chiudevano la squadra in difesa per contrattaccare in contropiede.
Tutto il contrario di quello che pensavo e che volevo io. Volevo
giocatori che fossero funzionali al progetto tecnico e
complementari tra di loro, e fu un lavoro lungo e, per molti
aspetti, sfiancante. Avevo tempo, certo, ma gli intervalli lunghi tra
una seduta e l'altra, tra uno stage e un allenamento, tra le
partitelle e le amichevoli di lusso, rendevano difficoltoso mettere
in rodaggio la squadra.

220
Il lavoro a Coverciano e la strada verso il mondiale non
furono facili. Gli attacchi erano continui, venivano da fuori e da
dentro l'ambiente calcistico, rivolti contro di me e contro
Matarrese. Già il mio contratto aveva destato un mare di
polemiche dopo che fu pubblicato sui giornali, e ancora non so
come ci sia arrivato. Vicini prendeva trecento milioni, io firmai
per un miliardo e cento milioni di lire per la prima stagione,
quando un chilo di pane ne costava duemila. Nessuno però
ricorda quanti milioni portò alla Nazionale, sotto forma di nuovi
sponsor, il mio modo di giocare. Si passò da venti a quarantatré
miliardi di lire. Matarrese dichiarò che con me volevano aprire un
nuovo ciclo. «Con Sacchi passammo da un ambiente per così dire
familiare a uno più industriale!». La mia rivoluzione in Nazionale
era cominciata proprio dal contratto, che includeva anche
funzioni da manager.

In quel periodo Cesare Maldini era l'allenatore della


Nazionale Under-21. I giornali riportavano le sue dichiarazioni e
le frecciate all'indirizzo di Matarrese. I suoi attacchi erano
continui. Un giorno Matarrese mi chiamò, arrabbiatissimo, dopo
l'ultima sparata. Era deciso, voleva licenziare Cesare Maldini, ma
io lo convinsi a non farlo. Maldini era prezioso per la Nazionale.
Gli dissi che non era e non sarebbe stato opportuno farlo perché
era una brava persona e soprattutto un tecnico capace. «La rabbia
non porta a nulla, solo alla cecità, a gesti inconsulti che possono
diventare controproducenti» gli dissi. Matarrese era fuori di sé.
Ma lo convinsi e gli dissi che un giorno mi avrebbe dato ragione.

221
Ho sempre diviso i tifosi perché il mio modo di lavorare e di
scegliere i giocatori si basava sulle capacità individuali solo se
non compromettevano quelle del gruppo. Vierchowod era più
forte di Costacurta, ma non si muoveva con gli altri difensori, e
inseguiva l'avversario perché veniva dalla scuola del calcio
individuale. Bergomi era un giocatore sicuramente con più
qualità ed esperienza di Mussi. Dunque, perché non Bergomi?
Non avevo tempo di cambiare caratteristiche così marcate:
Bergomi faceva solo il difensore e aveva come riferimento
l'avversario, mentre da noi l'importante era la palla e il compagno.
Sono concetti importanti: vorrei che i giornalisti e il pubblico
capissero che certe scelte andavano oltre il singolo, e tendevano a
privilegiare il gioco, che pensavo fosse l'elemento più importante
per migliorare il singolo e le possibilità di successo.
Ho portato in Nazionale molti giocatori perché li volevo
provare sul campo, li facevo giocare insieme, facevo esperimenti.
Sono stato criticato perché ne ho provati tanti, diversi tra di loro.
E molti campioni amati dal pubblico non li ho convocati né per le
amichevoli, né per il girone di qualificazione, né per il torneo
finale in America. E questo anche se alcuni di loro erano stati
importanti punti di riferimento della Nazionale di Vicini.
Se un giocatore non era professionalmente in linea con il mio
modo di lavorare, non lo convocavo. Il calcio è uno sport di
armonia e di squadra, non uno spettacolo multiplo di solisti, e
così ho dovuto fare scelte anche impopolari, come per esempio
lasciare a casa Gianluca Vialli, che aveva un rapporto complesso
con Roberto Baggio, tanto che una volta mi rimproverò di aver
parlato più con Roberto che non con lui. E questo la dice lunga.
Volevo portare la mentalità di una squadra di club nella
Nazionale maggiore. Avevo lasciato a casa alcuni giocatori che

222
non lavoravano come io desideravo o avevano dei comportamenti
inaccettabili per un professionista pagato fior di quattrini. Avevo
recuperato Nicola Berti, che già aveva sulle spalle molte presenze
in Nazionale, con tre gol all'attivo, e aveva già giocato quattro
partite al mondiale di Italia '90 solo perché mi aveva promesso
che avrebbe dato il massimo. Così l'ho portato con me, e devo
dire che ha giocato un buon mondiale.
Molti mi criticavano perché chiamare troppi giocatori era
sintomo di scarsa chiarezza di idee. Se c'è una cosa su cui non ho
avuto mai dubbi è la mia idea di calcio. Ho sempre avuto poche
idee, ma chiare.
Avere chiaro quello che si vuole aiuta moltissimo. Per
esempio, Moreno Mannini l'ho chiamato qualche volta ma poi
non l'ho portato con me; così ho fatto con Pietro Vierchowod,
che già era stato campione del mondo in Spagna nel 1982 e
contava molte presenza nella Nazionale di Vicini. Accadeva che
in partita Paolo Maldini e Franco Baresi salivano e lui correva
dietro l'avversario; quando noi coprivamo lo spazio, lui correva
dietro l'avversario, quindi era una falla che si apriva
continuamente nello schema tattico. Era abituato a giocare in un
modo vecchio.

Alla fine solo uno o due erano incerti, ma tutti e ventidue i


convocati per i mondiali '94 erano disponibili e avrebbero dato
l'anima se glielo avessi chiesto. Ed è stato così. Io cercavo e cerco
sempre prima l'uomo. Cercavo di instaurare un dialogo e parlavo
molto con i giocatori: dovevo convincerli. Avevo bisogno della
loro approvazione.
Una parte dei giornalisti mi criticava perché avevo fatto, alla
fine della mia panchina con la Nazionale, novantasei

223
convocazioni, e c'è anche chi si è preso la briga di fare l'elenco
dei giocatori che avevo messo in campo. Io rispondevo con i fatti,
ma è difficile, se non quasi impossibile, trovare ventidue
giocatori generosi, altruisti, senza gelosie e invidie, che giocano
con e per la squadra, che abbiano disponibilità e caratteristiche
per praticare il calcio totale, pronti al sacrificio: il giocatore
italiano medio è al contrario un solista, un personaggio, un uomo
di spettacolo che pretende di essere convocato solo perché magari
segna molti gol in campionato ma poi è fuori forma proprio per il
mondiale o pretende di essere libero di fare quello che vuole in
campo. Alla fine ho trovato ventidue giocatori con queste
caratteristiche su cento provati sul campo: credo che siamo di
gran lunga sopra la media nazionale.
Avevo una certezza: mi portai una serie di giocatori che
conoscevo bene per averli allenati. Erano l'ossatura, lo scheletro
del Milan. Persone affidabili, funzionali al progetto tecnico,
complementari tra loro e poi di grande talento. Uomini veri. Non
è facile trovare tutto questo in un solo giocatore.
La storia dei mondiali disputati dalla nostra Nazionale di
calcio racconta molto. Ne abbiamo vinti due, quello di Spagna
del 1982 e quello in Germania del 2006 dopo due scandali
enormi. Non dico che questo abbia influito, ma di certo ha reso
coesa la squadra, ha fornito energie e ha instillato negli atleti
valori nobili da dimostrare sul campo. L'Italia degli anni Settanta,
quella che andò in finale con il Brasile, era una grande squadra,
con grandi campioni: non ebbe bisogno di scandali, ma sulla sua
strada, in finale, trovò la squadra più forte di sempre, con un
attacco formato da Pelé, Rivelino, Tostão, Jairzinho. La tattica
della squadra disposta dal Ct della Nazionale brasiliana Zagallo,

224
un 4-2-4, faceva convivere gioco e spettacolo, con campioni di
grande abilità.
Però era un calcio basato più sulle individualità, il buon
senso dei singoli, che non un calcio collettivo con
l'organizzazione di gioco come leader.
Volevo di più, qualcosa di eccezionale, perché
rappresentavamo una nazione e una tradizione calcistica di
altissimo livello, con tre campionati del mondo vinti. Avevamo
una grande responsabilità verso il Paese. Volevo gente motivava
da sentimenti nobili come l'etica di gruppo, la generosità fuori e
dentro il campo, volevo professionisti che dovevano meritarsi il
posto in Nazionale, e soprattutto dovevo trovare uomini di cui
fidarmi. E alla fine ho trovato anche dei campioni.
Gli stage servivano per imparare il gioco e il posizionamento
con la squadra corta, l'attacco degli spazi, le «ripartenze» quando
si riusciva a rubar palla attraverso un pressing asfissiante, con
ferree equidistanze tra i reparti. La mia Nazionale la pensavo in
partenza con i quattro difensori in linea, quattro centrocampisti e
due attaccanti, ma poi era il movimento continuo il nostro
sistema di gioco, così non si avano punti di riferimento. Certo,
richiedeva tempi e sincronismi elevati.
Nel girone eliminatorio che ci avrebbe portato in America
c'erano Portogallo, Scozia, Svizzera, Malta ed Estonia. Un girone
complicato, con la Scozia che si era sempre qualificata, la
Svizzera ostica, ma sapevo già che all'inizio il mio modo di
giocare avrebbe incontrato delle difficoltà anche con Nazionali
non blasonate. I risultati non sarebbero arrivati subito. E così
accadde.

225
L'esordio ufficiale sulla panchina della Nazionale italiana
avvenne contro la Norvegia il 13 novembre 1991. Nella sfida
sostituivo dunque il bravo Azeglio Vicini.
La critica e i tifosi in generale si aspettavano molto, si
aspettavano già dopo appena quattro-cinque giorni di
allenamento di vedere una squadra vincente e divertente. E poi i
tifosi dimenticano molto presto le vittorie. Insomma, non ci si
attendeva i riscontri di un tecnico, ma quelli di un mago che
compie prodigi. Ero conscio delle aspettative, così come delle
incomprensioni e delle critiche che un risultato non buono
avrebbe generato.
Una simile situazione sicuramente non contribuiva a
rasserenarmi, sapevo che potevo incidere principalmente a livello
motivazionale, mentre per quanto riguardava il gioco era tutto
ancora in divenire. Il confronto con il Parma e con il Milan che
avevo allenato era davvero improponibile: in quattro giorni non
era nemmeno immaginabile raggiungere i risultati di un lavoro
costruito negli armi. Per dare una parvenza di organizzazione al
gioco, mi ero premunito di convocare alcuni giocatori che avevo
avuto la fortuna di allenare nel Milan, in particolare Franco
Baresi e Carletto Ancelotti, uomini-chiave che occupavano
posizioni strategiche per dare il «la» alla mia idea di calcio. Un
insieme di sensazioni, tensioni, dubbi e speranze si alternava
nella mia mente, unitamente alla curiosità di constatare all'atto
pratico come sarebbe stato il match.
La notte della vigilia non fu delle più tranquille, ma ciò non
era una novità. Ero ansioso di iniziare e curioso di vedere che
cosa avevano appreso i convocati in così pochi giorni. Non mi
sentivo particolarmente teso ed emozionato.

226
Mi sbagliavo: quando entrai in campo, e specialmente durante
l'inno di Mameli, sentii un'emozione fortissima.
Poi iniziò la partita e tutto scomparve per lasciare spazio al
match, che terminò uno a uno. Non fu una grande esibizione.
Zola, però, dimostrò tutte le proprie capacità sul campo.
Le amichevoli erano importanti per sperimentare, spostare
uomini, inventare ruoli e provare il gioco. I giocatori potevano
essere impiegati in zone del campo diverse da quelle che avevano
nei club e io li provavo in nuovi ruoli, adatti al mio gioco,
scatenando polemiche e facili derisioni da parte di chi di calcio
non se ne intendeva o ne capiva poco. Qualcuno mi prese per
matto o per folle. A Foggia, contro Cipro, recuperai Roberto
Baggio, mentre Dino Baggio lo impiegai come terzino destro e
Zola sulla sinistra. In quella partita feci esordire Demetrio
Albertini in azzurro.
Nella primavera del 1992 giocammo negli Stati Uniti per
l'U.S. Cup, un torneo che ci vide affrontare il Portogallo, con cui
pareggiammo; l'Irlanda, contro cui vincemmo due a zero; e infine
gli Stati Uniti, con cui pareggiammo per uno a uno, lasciando a
loro il trofeo.

Il torneo di qualificazione per Usa '94 non fu semplice, come


avevo previsto. Il 14 ottobre 1992 esordimmo contro la Svizzera a
Cagliari e ci trovammo sotto di due gol, in mezzo all'imbarazzo
generale e tra i fischi del pubblico. I gol di Roberto Baggio e di
Eranio al 90° riequilibrarono la situazione.
Dopo la trasferta di Malta del 19 dicembre 1992 sui giornali
scoppiò il finimondo. Una partita difficile, giocata male, ma
vincemmo per due a uno. Si aspettavano la goleada. «La Gazzetta
dello Sport» intitolò a tutta pagina Che brutta figura!

227
«Tuttosport» alzò i toni della polemica: Italsacchi nelle tenebre.
Il 24 febbraio 1993 la riscossa. Decisiva nel girone fu la trasferta
in Portogallo, vinta per tre a uno con gol di Roberto e Dino
Baggio e Casiraghi. E tre gol li rifilammo alla Scozia,
all'Olimpico, a firma di Donadoni, Eranio e Casiraghi.
Roberto Baggio nel 1991-92 stava vivendo un momento
difficile con la Juventus, tanto che, quando chiesi all'avvocato
Agnelli chi mi suggeriva dei suoi giocatori, mi rispose: «I tre
tedeschi!». Io convocai ugualmente Roberto. Tra noi si instaurò
un bel rapporto e prima della partita con il Portogallo mi scrisse
una lettera commovente, piena di affetto e stima. Roberto era un
ragazzo sensibile, oltre a essere un grande giocatore, e molti
allenatori lo hanno «usato», permettendogli tutto ma aiutandolo
poco. Quando lo sostituii al mondiale contro la Norvegia, la
prese malissimo, non capendo che forse lo stavo aiutando in un
momento per lui non ottimale; presi la soluzione più difficile e
impopolare, mandandolo in panchina dopo diciassette minuti. Se
quella partita fosse andata male, Baggio non sarebbe stato
attaccato; se avessimo vinto, sarebbe rientrato meno
compromesso fisicamente: giocare in dieci per ottanta minuti a
38-40 gradi, e quando per di più devi solo vincere, è un'impresa.
Alla fine, anche se con giocatori e una formazione inediti, la
Nazionale vinse assecondando le simulazioni tanto studiate in
allenamento, dimostrando ancora una volta che si vince con la
squadra, il gioco e poi con i singoli calciatori, che giocano con e
per la squadra a tutto tempo, a tutto campo.
Il 17 novembre 1993 si giocò la partita decisiva per staccare il
biglietto per l'America. Ancora contro il Portogallo, ma questa
volta si giocava in casa, a San Siro, tra il mio pubblico. Entrai in
campo facendomi largo tra i fotografi. Guardai gli spalti e sentii

228
un brivido lungo la schiena, come accade a chi torna a casa, a chi
si sente tra un pubblico amico. La tensione era al massimo. Ero
molto concentrato. Sapevo di avere grandi responsabilità. Ancora
una volta per una partita decisiva sedevo sulla panchina nello
stadio dove avevo realizzato tanti sogni. Qui ne finiva uno e ne
cominciava un altro, di colore azzurro, verso l'America.
Avevo riflettuto tutta la notte, avevo lavorato per mettere
insieme al meglio la squadra per questo incontro. Ero felice e al
tempo stesso pieno di paure, certo delle scelte fatte ma sempre
con il dubbio di un possibile aggiustamento per migliorare. Fu
una partita lunghissima, difficile, aperta, risolta a una manciata di
minuti dalla fine da un gol di Dino Baggio. Contro il Portogallo
di Rui Costa bastava il pareggio per qualificarci. Io volevo
vincere, e alla squadra chiesi di vincere. E così fu, dopo una
partita giocata apertamente, senza paure. Alla fine, voglio
ricordarlo, arrivammo in testa al nostro girone di qualificazione,
nonostante le malelingue e contro tutte le critiche. Nel calcio ci
vuole pazienza e tenacia. I giocatori che avevo chiamato avevano
risposto come volevo, con carattere, con personalità. I risultati
non si giudicano mai da una sola partita, ma da tutto il torneo, e
noi l'avevamo vinto passando il turno.

Matarrese era fiducioso. Alla vigilia della partenza per gli


Stati Uniti affermò che la finale della Coppa del Mondo in
America sarebbe stata Italia-Brasile. Le sue affermazioni ci
caricavano di nuove responsabilità: voleva vincere il mondiale
perso quattro anni prima in Italia. Ci credeva, credeva in me,
credeva che il suo sogno fosse possibile. Voleva un riscatto dopo
un amaro terzo posto. I ragazzi speravano di disputare un buon
campionato ma erano meno ottimisti del presidente. Io non so

229
prevedere il futuro, e mi preoccupavo solo che tutti dessero il
massimo e interpretassero totalmente il gioco che li avrebbe
aiutati a essere migliori.
Andavamo in America carichi di speranze e di voglia di far
bene. Eravamo pronti. Volevo il possesso palla, finalizzare
l'azione con il gol, volevo che gli azzurri avessero in mano il
gioco, ma sapevo che cosa ci aspettava oltreoceano: un clima
impossibile, un ambiente di gioco terribile e contrario al calcio
totale, alla velocità e ai ritmi elevati: le nostre caratteristiche più
importanti. Le partite erano a ore improbabili a causa del fuso
orario e per esigenze televisive.

Negli anni che precedettero il mondiale avevo girato


l'America e gli stadi dove si sarebbe giocato. Nel 1992 c'era stato
un incontro a Miami tra tutti i rappresentanti delle squadre
finaliste. Con me c'era anche Vincenzo Pincolini, il preparatore
atletico, che aveva cominciato insieme a me al Parma, caricando
sulla sua automobile i pesi da portare sul campo di allenamento,
in mezzo alla nebbia.
Capimmo subito che chi avesse giocato sulla costa est
sarebbe uscito bollito dal girone di qualificazione. Quando
tornammo stesi una relazione nella quale raccontavo il clima
impossibile in cui avremmo giocato. Matarrese parlò con
Andreotti, allora presidente del Consiglio, il quale gli rispose: «I
nostri emigranti vivono soprattutto sulla costa est. Se noi
andiamo a giocare sulla costa ovest, vedo già i titoli dei giornali
che scrivono: Ancora una volta l'Italia tradisce i suoi
emigranti!».
Matarrese mi riferì questo colloquio, e così fummo costretti a
giocare sulla costa est. La Nazionale non poteva tradire i suoi

230
connazionali, per cui ci aspettava davvero l'inferno. E subito
dopo il primo turno capimmo che non si trattava solo di una
metafora.
Poi accadde una cosa inaspettata. A seguito degli scandali e
delle azioni giudiziarie che sconvolsero il Paese e che presero il
nome di «Mani Pulite», il 26 gennaio 1994 scese in campo Silvio
Berlusconi. Ad appena due mesi dall'annuncio, alla guida di
Forza Italia, Berlusconi vinse le elezioni politiche del 27 e 28
marzo. L'espressione «discesa in campo» è alquanto singolare.
Era una metafora, più che bellica, calcistica: «entrare in campo»
sottintendeva un'idea di lotta e di agone, pensando agli elettori
come a dei tifosi. La vittoria politica schiacciante e la sua
elezione a presidente del Consiglio in un così breve lasso di
tempo furono un vero e proprio trauma per le forze politiche
avversarie, per i partiti politici tradizionali. Un vero e proprio
terremoto politico.
Io ero stato l'allenatore che aveva portato il Milan sul tetto del
mondo. Agli occhi della gente e dei politici, ero l'uomo di
Berlusconi e ora guidavo la Nazionale. Potevo diventare, per
giornali politicamente schierati, il bersaglio giusto per colpire
indirettamente il Cavaliere. Ogni passo falso che avessi fatto
poteva essere un pretesto per massacrare me e indirettamente il
nuovo presidente del Consiglio. Tutto questo creava pressioni
sull'ambiente e sul mio lavoro: quotidiani come «l'Unità» di
Walter Veltroni e il «il Messaggero» di Giulio Anselmi avevano
dato l'input agli inviati di caricare i toni contro la Nazionale.

Il viaggio in America assunse così anche aspetti politici. Lo


stesso Berlusconi vi contribuì, usando le vittorie per i suoi fini
elettorali e di consenso. Il 10 maggio, alla vigilia della partenza,

231
assunse l'incarico di presidente del Consiglio giurando di fronte
al capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro. La Nazionale, come da
consuetudine, prima della partenza doveva andare dal presidente
del Consiglio per un saluto e un augurio.
Il nostro incontro, a distanza di tre anni dalle vittorie con il
Milan, ci vide in due vesti completamente nuove. Quando andai
con la Nazionale a Palazzo Chigi, fu una grande festa. Quando
allenavo il Milan, sentivo per telefono Berlusconi anche due o tre
volte al giorno: per lui il Milan era un divertimento, un diversivo
rispetto ai suoi impegni di imprenditore. Anche nel suo ruolo
istituzionale non mancò di dimostrarmi grande affetto e stima. Mi
disse: «Arrigo, la aspetta un'impresa difficile, ma se vince anche
questa volta la faccio ministro dello Sport!».
«Non ho lo spirito del politico, non credo di esserne
all'altezza» risposi, «per me o è bianco o è nero, e qui mi sembra
che domini il grigio. La sua è un'impresa difficilissima. Anzi,
quasi impossibile, in un Paese individualista che non ha
coscienza dello Stato.»
Ci salutammo. L'avventura americana era ormai a un passo.
Portavo con me la miglior gioventù calcistica capace di esprimere
il gioco che volevo proporre al mondiale. Un'altra sfida di fronte
agli occhi del mondo.
Ho trascurato di scrivere della mia vita privata perché
praticamente non esisteva quasi più da quando avevo deciso di
fare l'allenatore. Tutta la mia vita, le mie energie, erano dedicate
al lavoro: al calcio totale.

232
12. Il mondiale americano

Tutto ciò che non uccide, rafforza.


GUSTAVE FLAUBERT

Era un mondiale complicato per le caratteristiche della mia


squadra, i cui punti di forza erano ritmo, velocità, continuità
d'azione, aggressività, pressing, ripartenze. Solo un gruppo di
straordinari professionisti e uomini di valore, con un elevato
spirito di squadra, in grado di andare oltre le proprie forze fisiche
(in quel mondiale tutti soffrirono di crampi) poteva meritarsi di
arrivare a un secondo posto, battuto solo ai rigori dal Brasile.
Una vera e propria impresa. Purtroppo, i limiti della nostra
mentalità sportiva contemplano solo il primo posto.
Quando sbarcammo all'aeroporto di New York, trovammo
solo un centinaio di tifosi molto rumorosi, non il bagno di folla
che ci si poteva aspettare dagli italiani che vivevano in America.
Capimmo subito che avremmo dovuto conquistare anche il
pubblico.
La preparazione in quel clima caldo-umido si rivelò subito
ardua. Il caldo e l'afa erano massacranti. Si faceva molta fatica a
recuperare le energie, e gli orari degli allenamenti erano
impossibili. Si cominciava alle sette della mattina, perché il caldo
non era così soffocante come a mezzogiorno, ma c'erano sempre
oltre 30 gradi.
Il 18 giugno inaugurammo il mondiale giocando contro
l'Irlanda. Arrivati con il pullman davanti al Giants Stadium,
trovammo la prima sorpresa. «Ma io vedo solo bandiere
irlandesi» dissi ad Antonello Valentini della Figc. E gli italiani?»
«Saranno già dentro allo stadio!» mi rispose interdetto.
233
Sapevamo che la prevendita dei biglietti era stata buona, che
gli italiani avevano fatto man bassa dei tagliandi. Quando ci
trovammo dentro lo stadio ricoperto solo di bandiere verdi,
bianche e arancioni capimmo che gli italiani avevano venduto i
biglietti agli irlandesi. Dovevamo così riguadagnarci il tifo dei
nostri connazionali e soprattutto la loro fiducia. Ripensai alle
parole di Andreotti e mi scappò un sorriso amaro. Praticamente
giocavamo in casa dell'Irlanda.

La partita d'esordio la disputammo al di sotto delle nostre


potenzialità, ma la preparazione c'entrava poco. C'era stato un
errore nella formazione, Signori e Roberto Baggio non erano
complementari, Tassotti spingeva poco sulla fascia e lo stesso
Baggio era bloccato dall'eccessiva tensione. Il mio errore fu di
puntare sui più bravi, che però erano poco funzionali al gioco.
Avevo tradito il mio credo, il puzzle mancava di alcuni tasselli.
Non c'era «la squadra», non c'era gioco. Inoltre, non eravamo in
palla perché sentivamo la fatica degli allenamenti e lo shock del
clima caldo-umido, 33 gradi con l'85 per cento di umidità.
Il tecnico irlandese Jack Charlton aveva schierato Bonner,
Irwin, Phelan, Keane, McGrath, Babb, Houghton, Sheridan,
Coyne, Townsend, Staunton. La mia formazione era: Pagliuca tra
i pali, Tassotti, Maldini, Albertini, Costacurta, Baresi, Donadoni,
D. Baggio, Signori, R. Baggio, Evani.
Quando definii i compiti da tenere in campo, Donadoni mi
disse: «Non so se riuscirò a fare tutto questo lavoro». Bene,
questo è il momento in cui il giocatore non lo devi mettere in
campo perché sai già che non è al 100 per cento. Nella seconda
partita infatti cambiai formazione.

234
Ci arbitrava l'olandese Van der Ende. Realizzare il gioco in
velocità, aggressivo, coprire gli spazi, effettuare le ripartenze
tenendo corta la squadra: tutto questo in quel clima era quasi
impossibile. All'11° del primo tempo un cross dalla destra
sorprese prima Baresi che controllò male di testa, la difesa
pasticciò, s'infilò Houghton che guardò Pagliuca, lo vide fuori
posizione, a metà dell'area grande, e da una posizione centrale lo
infilò con un pallonetto velenoso. Uno a zero per l'Irlanda. Lo
stadio, pieno di tifosi irlandesi, esplose come un petardo nel
fuoco. Non riuscimmo più a recuperare il gioco, facendo fatica a
tenere la posizione. Molti mi criticarono perché Roberto Baggio
doveva arretrare troppo per prendersi qualche pallone, stentava
nelle ripartenze e non fu mai pericoloso davanti alla porta.
La partita continuò. Prima un lampo di Signori, che Bonner
sventò di pugno, poi, ricordo ancora con un brivido, la traversa
dell'Irlanda. Keane uscì in dribbling dal pressing italiano e dalla
sinistra lanciò verso Sheridan. Un tiro sicuro, secco. Solo la
traversa salvò Pagliuca, e un suo intervento miracoloso alla fine
del secondo tempo evitò alla squadra la débàcle.
La tensione, il clima, il gol subito, tutto sembrava contro di
noi. Sembrava di essere entrati in un incubo. La delusione sul
volto dei miei ragazzi era palese. Quando strinsi la mano a Jack
Charlton non riuscivo a sorridere, non riuscivo nemmeno a
parlare. Temevo di aver compromesso il mondiale fin dalla prima
partita. Sulla «Gazzetta dello Sport» il giorno dopo campeggiava
un titolone Patatrac Italia. Che disastro Sacchi! Come al solito
avevano capito poco. Il mio errore era relativo al gioco e alla
squadra, molti giornalisti invece criticarono i singoli giocatori.

235
La sera prima della seconda partita fummo costretti a
rispettare l'impegno di assistere al Madison Square Garden a un
concerto organizzato da Renzo Arbore con cantanti americani e
italiani come Ray Charles e Lucio Dalla.
L'evento ci distrasse un po', ma con la testa pensavamo già
alla Norvegia.
Presi Baresi da parte e gli dissi: «Voi dovete sempre tenere la
squadra corta».
E lui mi rispose: «Benarrivo non conosce i movimenti della
difesa come noi che giochiamo nel Milan!».
Ero determinato, reagivo a ogni minima imperfezione e
disattenzione dei giocatori. In allenamento scatenai un sacco di
polemiche perché me la presi con Benarrivo, urlandogli che, se
avesse continuato ad allenarsi così, per lui il mondiale era finito.
Ci ripresero con le telecamere e la polemica rimbalzò sui giornali.
Mi attaccarono dicendo che i calciatori, invece di giocare a
calcio, sembravano paralizzati, più preoccupati di rispettare la
posizione in campo che di esprimere il proprio gioco e la propria
inventiva.
I ragazzi avevano il timore di aver compromesso il mondiale.
Erano quasi vent'anni che allenavo, e le mie squadre, dai
dilettanti alle giovanili, dalla C alla B e al Milan, avevano sempre
stupito per qualità e bellezza di gioco. E ancora andavano
dicendo che il gioco paralizza il singolo quando invece, come ho
già detto in altre occasioni, lo aiuta. Niente aveva scalfito le loro
certezze. Dopo la prima partita, il «Corriere dello Sport», in un
articolo firmato dal direttore Italo Cucci, scrisse che avevamo
sbagliato competizione: avremmo dovuto partecipare ai Gay
Games, al mondale dei gay, che si stava svolgendo in quei giorni
a New York.

236
Dopo l'Irlanda, ricordo bene quei cinque giorni di passione.
La mia tensione era al massimo. Di notte la temperatura non
scendeva mai sotto i 30 gradi e dovevamo dormire con l'aria
condizionata, che non era certo un toccasana.
Mi sentivo solo, forse non mi ero mai sentito così solo anche
in un ambiente con tanti amici e persone di fiducia attorno. Ero
preoccupato, urlavo contro i ragazzi, me la prendevo se non
lavoravano bene, però li incoraggiavo e cercavo di dar loro
certezze. Ma dovevo creare la squadra, in quei cinque giorni
dovevo forgiarla e darle un carattere, tirando fuori il meglio da
loro. Non potevamo uscire dal mondiale così. Invitavo Baresi a
tenere la squadra corta, Benarrivo non si muoveva con loro e
poteva creare problemi alla difesa, e così accadde in partita.
Avevo bisogno di tenerli in linea. Le mie urla e i miei rimproveri
non erano gratuiti. La tensione si sentiva nell'aria, negli
allenamenti, durante le pause. Facciamo le corna intitolò «La
Gazzetta dello Sport» il 23 giugno e sottolineò la paura che
serpeggiava tra i giocatori di «riperdere». Fecero un
fotomontaggio e mi misero in testa un paio di corna e un elmo
norvegese. E più sotto una didascalia recitava: «L'Arrigo, nostro
vichingo». L'immagine con le corna in testa era piuttosto
ambigua. Comunque il desiderio di farcela era tanto. Dovevo far
capire ai ragazzi che tutto era ancora da giocare. Non era l'ultima
spiaggia, come dicevano i giornalisti.
Schierai Pagliuca, Benarrivo, Maldini, Albertini, Costacurta,
Baresi, Berti, D. Baggio, Signori, con Casiraghi e R. Baggio di
punta.
Solitamente chi perde la prima partita esce dal mondiale, lo
sapevamo per esperienza, ma qui ci aiutò la forza di una nazione

237
intera. Sembra strano, ma è così. Durante il mondiale tutta
l'attenzione del Paese era concentrata sul torneo, durante
l'europeo non era andata così, e sono cose che senti in campo. Per
il mondiale siamo disposti a vendere la pelle e l'anima, diamo
tutto. Prima di scendere in campo ribadii quello che avevo
sostenuto in quei cinque giorni. La strategia di gioco era questa:
«Dobbiamo essere squadra, dobbiamo essere sempre collegati e
collocati vicini: se la difesa non sale, se gli attaccanti non
tornano, se non sappiamo stringerci peggioriamo le soluzioni
tecniche, l'autostima e la connessione».

Contro la Norvergia volevamo vincere. All'inizio un tiro


centrale di Roberto Baggio fece capire che la squadra c'era, che
aveva voglia di giocarsela apertamente. Berti, con un colpo di
testa, sfiorò il palo. L'appuntamento con il gol sembrava
vicinissimo quando, ancora una volta, la partita girò storta. La
difesa non era in linea, Benarrivo tardò a risalire e Leonhardsen
bucò la difesa in posizione regolare e si presentò solo davanti a
Pagliuca, che corse veloce scivolando fuori dall'area e ribattendo
con una mano mentre stava cadendo a terra. L'arbitro tedesco
Krug lo buttò fuori.
Avremmo dovuto giocare in dieci dal 21° del primo tempo. In
quel momento dovevo prendere una decisione subito, immediata,
la più giusta dal punto di vista tattico, la più impopolare in quel
momento, la più folle, quella che avrebbe fatto gridare allo
scandalo. Dovevamo giocare quasi settanta minuti in dieci contro
undici con 38 gradi, sotto un sole soffocante, e vincere la partita.
Ma le idee le ho sempre avute chiare. La mia scelta di mandare in
panchina Roberto Baggio non fu un colpo di testa improvvisato.

238
Dovevo sacrificare un giocatore per mettere al suo posto il
portiere.
Quando richiamai Roberto, tutti furono stupiti. Lui ci rimase
molto male. «Io?» disse, poi girò su se stesso, guardandosi
intorno, incredulo, cercando conferme negli occhi dei compagni.
Quella inquadratura fece il giro del mondo. Baggio era come
smarrito. Con il dito si toccò la tempia come per dire: «È matto!».
Andando verso la panchina, continuava a toccarsi la maglietta per
nascondere l'incredulità e la stizza.
Roberto Baggio non stava passando un periodo
particolarmente brillante. Sentiva il peso del mondiale. Aveva
fatto una grande annata in campionato, era stato molto bravo e
decisivo nel girone di qualificazione. Da lui tutti si aspettavano
molto, ambiente, compagni e tifosi. L anno prima del mondiale
aveva vinto il Pallone d'oro e nel 1994 era arrivato secondo dietro
Stoičkov. Era uno dei migliori giocatori al mondo. E io decisi di
sacrificare lui. «Non è possibile» pensarono tutti.
Ma non ero pazzo. Perché lui e non un altro? Per una
semplice questione tecnica. Avevo bisogno di gente che corresse
molto e di un attaccante che «allungasse» la squadra avversaria
partendo nello spazio, senza palla. I norvegesi erano stati
schierati in modo da schiacciarci, quindi a me serviva uno che
attaccasse lo spazio in profondità in modo di allontanare la linea
di difesa avversaria dai loro centrocampisti. Avevo bisogno di un
attaccante che partisse aprendo delle falle nel loro sistema di
difesa e distanziando i difensori così da poter mettere un nostro
giocatore tra le linee.
Quando Roberto portò il dito alla tempia, pensai che milioni
di tifosi fossero convinti che io fossi davvero matto. Pizzul, il
telecronista, era incredulo anche lui. Ancelotti, di fianco a me in

239
panchina, mi guardò e alla fine della partita mi disse: «I
settantamila italiani che erano allo stadio hanno caricato il fucile,
ma c'erano gli altri sessanta milioni che ti aspettavano a casa».
Chi restò in campo fece una grande partita. Ci misero tutto
l'impegno possibile. Non mi era mai capitato che durante un
incontro due o tre giocatori mi chiedessero di uscire e di essere
sostituiti per il caldo, i crampi e la fatica. In campo c'erano 38
gradi col 90 per cento di umidità. Ma non era finita. Per chi se la
ricorda, quella partita fu come stregata. All'inizio del secondo
tempo Franco Baresi si ruppe il menisco. Seduto sull'erba, si
teneva il ginocchio. Io mi piegai verso di lui. Aveva sul volto una
maschera di dolore e rassegnazione, un'espressione sconcertata,
come a dire: «Perché a me? Perché proprio adesso?». Stringeva i
denti. Lo portammo fuori, cercando di fargli coraggio. Perdemmo
così il leader umano, della difesa e di tutta la squadra, per tutta la
durata del torneo. Al suo posto inserii Apolloni, spostando
Costacurta nella posizione di Baresi.
Malgrado tutti gli inconvenienti, però, sembrava che la
squadra si compattasse e facesse gruppo. Non volevamo farci
sconfiggere dagli eventi. Sentivo che dentro di noi stava nascendo
un'energia nuova per combattere sul campo contro quelle
avversità. Berti spingeva come un matto, non mollando mai un
contrasto, Albertini sembrava un altro giocatore rispetto alla
prima partita. Signori fece un doppio lavoro formidabile.
Giocavamo dando tutto, con la forza della disperazione.
Avevo già fatto le mie sostituzioni quando, all'inizio del
secondo tempo, un'altra tegola si abbatté su noi: Maldini si
procurò una distorsione alla caviglia. Non potendo più fare
sostituzioni, lo mandai all'ala sinistra, il posto dove si mette lo

240
zoppo quando è necessario. Marchegiani, che sostituì Pagliuca in
porta, fu molto bravo, con parate decisive.
Le iniziative più efficaci vennero da Signori, a sinistra, e non
a caso l'azione del vantaggio originò da una punizione che si
procurò proprio il laziale. Al 69° Dino Baggio sparò una fucilata
di testa che stese Thorstvedt su calcio di punizione di Signori.
L'avevamo preparata a lungo in allenamento, perché il calcio
offensivo richiede una preparazione tattico-fisica particolare. Il
lavoro fatto cominciava a dare i suoi frutti anche in nove, senza
Baresi uscito con il menisco da operare e Maldini infortunato.
«Siamo rimasti in campo con i denti, con le unghie, con tutte le
forze che avevamo» ha confessato una volta Albertini parlando di
quella partita.
La vittoria contro la Norvegia cambiò volto completamente al
nostro mondiale. I tifosi finalmente volevano vedere l'Italia, li
avevamo conquistati con la nostra organizzazione di squadra, con
il cuore, con la nostra volontà, con la nostra grinta, con il
coraggio di soffrire e di non mollare mai. Avevamo trasmesso
tutta questa energia al pubblico che ci guardava allo stadio e da
casa. Alla fine avevo avuto ragione a sostituire Roberto Baggio. Il
giorno dopo lo presi da parte. La prima cosa che mi disse fu: «Ma
lei avrebbe mai sostituito Maradona?»
«Guarda» gli risposi, «per il bene suo e della squadra lo avrei
sostituito. E l'ho fatto spesso con Van Basten e anche con
Gullit.»

Prima della partita decisiva contro il Portogallo per la


qualificazione al mondiale, Roberto Baggio mi scrisse una lettera
affettuosa e piena di riconoscenza, ma al mondiale ci rimase male
perché aveva capito che non ero il suo allenatore ma quello della

241
Nazionale italiana. E spero che abbia compreso che quella
sostituzione aveva aiutato lui e la squadra.
E se avessimo perso?, mi chiede qualcuno ancora oggi. Non
lo sapremo mai, ma quella volta vincemmo noi, e i tifosi stavano
con le mie scelte. Li avevamo conquistati.

28 giugno. Ultima partita di qualificazione contro il Messico.


Non avevamo ancora raggiunto il passaggio agli ottavi, per cui la
partita era davvero decisiva. O dentro o fuori.
Faceva caldo, troppo caldo. Giocammo a Washington, ci
arbitrò l'argentino Lamolina. Dovevamo, potevamo vincere. La
nostra determinazione si manifestò fin dalle prime fasi di gioco.
La squadra cominciò a muoversi con i meccanismi giusti.
Casiraghi e Signori pensarono a scaldare i piedi dei difensori con
continui attacchi e allarmarono il portiere con un paio di
incursioni in area che facevano sperare bene. Il gol era nell'aria.
Albertini lanciò palloni meravigliosi verso la porta avversaria.
Anche Roberto Baggio ebbe le sue occasioni. Poi nell'intervallo
derisi di cambiare punta: misi Massaro al posto di Casiraghi. Su
lancio di Albertini, millimetrico, da centrocampo, Massaro,
appena entrato, stoppò perfettamente di petto e segnò un gol
fantastico. Le cose stavano girando per il verso giusto, ma ecco la
punizione. Fu il Messico a pareggiare al 12° della ripresa.
Apolloni appoggiò al centro sbagliando, Maldini fu colto in
controtempo. Signori mancò il contrasto su Bernal che, dal limite
dell'area, ebbe il tempo per controllare la palla e con un diagonale
rasoterra infilò nell'angolo di destra.
Dovevamo vincere, un pareggio non ci sarebbe bastato.
Avemmo ancora delle occasioni grazie ai duetti tra Massaro e
Roberto Baggio, come al 23° della ripresa. Roberto dribblò anche

242
il portiere in uscita, resistette, e invece di cadere chiuse l'azione
con un cross che attraversò tutto lo specchio della porta. Niente
di fatto. Al 24° Massaro diede un'ottima palla a Berti, che
indugiò, si voltò, tornò indietro e finì per offrire una conclusione
telefonata ma insidiosa di Roberto Baggio che Campos, il
portiere messicano, non trattenne, deviandola in angolo. Una
perfetta azione Dino Baggio-Signori-Dino Baggio si chiuse con
un intervento di Ramirez Perales, che atterrò quest'ultimo in area
di rigore. Mi alzai in piedi sulla panchina. Tutto lo stadio scattò
come una molla. Era rigore, lampante, ma Lamolina non lo
fischiò. Eppure l'arbitro era lì vicino. Urlai, mi arrabbiai. Il
guardalinee rimase indifferente. Altro combustibile per le
polemiche che infiammavano l'arbitraggio del mondiale.

Eravamo appesi a un filo di speranza. La Russia, inserita nel


nostro girone eliminatorio, perse e noi passammo il turno come
ultima miglior terza. Un segno del destino, ma il nostro mondiale
ce lo dovevamo guadagnare e sudare partita dopo partita.
Dovevamo piantare le unghie nell'erba e impedire che ci
portassero via il nostro sogno e quello di tutti gli italiani. I tifosi
lo capirono, e stavano con noi.
Alla conferenza stampa mi sentivo un po' più sollevato. «In
queste tre partite, pur giocando con squadre molto forti, l'Italia
non ha mai sfigurato e ha dovuto sconfiggere anche una certa
dose di sfortuna!» dissi. Il primo obiettivo, passare il turno, era
stato raggiunto. Il girone ci era costato una fatica titanica, alcuni
dei nostri erano usciti a pezzi.
Dopo la partita con il Messico, Roberto Baggio esternò
direttamente a me e ad Ancelotti i suoi dubbi, lamentandosi che
gli altri non lo aiutavano. Si lamentava anche del gioco. Allora

243
organizzai una riunione con tutta la squadra e mostrai come ci
eravamo qualificati al mondiale. Roberto Baggio era stato un
grande protagonista. Ma ora non riusciva a sbloccarsi, a uscire da
un impasse psicologico.
«Io posso anche cambiare, se ritenete che il problema sia
questo. Alzi la mano chi pensa che il problema sia solo questo»
affermai.
E la mano l'alzò solo Baggio.

Le avversità si scatenarono su di noi come una grandine. Ci


aspettava la Nigeria, con i suoi «leoni d'Africa». L'appuntamento
era rimandato per il 5 luglio. Non avrei mai immaginato che
quella partita si sarebbe trasformata in uno degli incontri più
incredibili e memorabili della storia della nostra Nazionale.
Partivamo svantaggiati. «La Gazzetta dello Sport» non fu
tenera nei nostri confronti: Tu piccola Italia. Io grande Nigeria
titolò. Giochiamo contro «i tarzan neri». L'Italia ha una paura
nera! Più che la paura degli avversari, dovevamo temere le nostre
amnesie, le nostre paure, le nostre incertezze, scrivevano.
La Nigeria, nell'aprile del 1994, qualche mese prima del
Mondiale, aveva vinto la Coppa d'Africa. A Matarrese avevo
confessato una volta che la squadra più temibile per noi era
proprio la Nigeria. «Speriamo di non incontrare questi
energumeni.» Erano alti, tutti dotati di un grande fisico, una
potenza di gioco e di corsa ai massimi livelli.
La Nigeria, nell'aprile del 1994, qualche mese prima del
Mondiale, aveva vinto la Coppa d'Africa. A Matarrese avevo
confessato una volta che la squadra più temibile per noi era
proprio la Nigeria. «Speriamo di non incontrare questi

244
energumeni.» Erano alti, tutti dotati di un grande fisico, una
potenza di gioco e di corsa ai massimi livelli.
Contro la Nigeria si giocò all'una di pomeriggio. Il Foxboro
Stadium di Boston era un vero e proprio inferno. Arrivammo in
pullman un'ora prima della partita: c'era una tale foschia dovuta al
caldo e all'umidità che non vedemmo lo stadio fino a quando non
fummo a poche centinaia di metri.
Prima della partita accadde qualcosa che scosse
l'organizzazione. L'ex arbitro Casarin, presidente della
commissioni arbitrale del mondiale, che aveva l'incarico di
designare i direttori nel torneo, entrò in contrasto con l'allora
presidente Fifa Avelange. I nostri arbitri al minimo sbaglio
venivano spediti a casa, mentre andavano avanti altri, più per
ragioni politiche che per bravura sul campo. L'arbitro designato
per Italia-Nigeria era infatti Arturo Brizio Carter, messicano.
Avelange era stato eletto grazie ai voti dell'Africa e si temeva che
ci fosse sotto qualche accordo.
La tensione prima della partita aumentava e la paura che
qualcosa potesse muoversi dietro le quinte, non fu solo una
sensazione. E lo capimmo subito: fin dall'inizio della partita,
l'arbitro Brizio Carter nell'incertezza fischiava sempre a favore
dei nigeriani.
Avevo schierato Marchegiani, Mussi, Benarrivo, Albertini
Maldini, Costacurta, Berti, Donadoni, Massaro, R. Baggio,
Signori. Per vincere ci voleva «classe e cuore», come intitolò «La
Gazzetta dello Sport».
Giocavamo tenendo palla, facendo partire l'azione dalla
difesa, con Albertini e Donadoni al centro e con una zona
pressing asfissiante in attacco, con Roberto Baggio, Massaro e

245
Signori che pungevano e facevano sentire la loro presenza al
limite dell'area.
Dominammo il primo tempo con diverse occasioni, ma su
calcio d'angolo, al 26°, per un errore banale di Maldini, i
nigeriani segnarono l'uno a zero con un gol beffa di Amuneke.
Eravamo di nuovo sotto. L'arbitro non fischiò un intervento da
rigore su Baggio, in area. Creammo alcune occasioni ma non
riuscimmo a pareggiare. Fu una gara tutta in salita.
All'inizio della ripresa Dino Baggio sfiorò il gol mentre i
nigeriani giocavano duro su di noi. Cercando forze nuove da
mettere in campo sostituii Signori con Zola al 18° del secondo
tempo. L'impegno era massimo da parte di tutti. Urlavo come un
matto. Poi accadde un fatto incredibile. Su un intervento di Zola
appena entrato, l'arbitro fischiò estraendo il cartellino rosso.
Un'espulsione senza ragione. Zola si disperò. Così sbandammo
anche in difesa, dove non venivano neanche fischiati i fuorigioco
degli avversari. Capimmo che dovevamo giocare anche contro
l'arbitro.
La situazione dell'inferiorità numerica, come contro la
Norvegia, si ripeté con la stessa drammaticità. Mussi dovette
andare a fare l'esterno per un problema alla gamba.
Roberto Baggio aveva male al ginocchio, ma anche per lui
niente sostituzione perché ne avevo già effettuate due. Lo misi
sulla fascia.
In quel momento d'inferiorità numerica, la Nigeria ci aiutò.
Vennero fuori tutti i problemi del calcio africano: individuale,
fisico, con buona tecnica, ma niente gioco di squadra. Noi, pur in
inferiorità numerica, eravamo più coesi, ed eravamo sempre sette-
otto contro uno perché gli africani facevano un gioco individuale.

246
Portammo via la palla a Okocha e con una serie di passaggi
mettemmo Roberto Baggio davanti al portiere.
L'autostima, l'aspetto psicologico nel calcio sono molto
importanti. Baggio non riusciva a sbloccarsi. «Negli allenamenti»
suggerivo ai difensori, «fatevi scartare», perché lui non riusciva a
scartare più nessuno. Sentiva il peso del mondiale, del Pallone
d'oro, della responsabilità che avvertiva su di sé. Come riuscì a
fare questo gol, il suo modo di giocare cambiò, divenne più
sicuro. E lui si sentì forte, padrone del campo.
Prima, a un quarto d'ora dalla fine, Baggio aveva lamentato un
dolore al ginocchio. Avevamo già fatto tutte le sostituzioni,
Mussi era mezzo infortunato e la squadra, con un espulso, era in
una situazione a dir poco complicata. E Baggio chiedeva di
uscire. In verità voleva uscire. Ma, fatto il gol, dimenticò anche il
dolore.
Poi accadde una cosa molto strana, che non mi era mai
capitata in vita mia, né mi sarebbe capitata più. Davanti alla
panchina, in piedi, ebbi come una visione: un attimo prima del
gol mi vidi salire su un aereo verso una destinazione ignota.
Mancavano un paio di minuti alla fine della partita. Sembrava
ormai perso tutto, quando al 43° Roberto Baggio segnò un gol di
precisione. Fu una liberazione per tutti. I compagni gli avevano
servito la palla a otto-dieci metri dalla porta e lui aveva
realizzato. È la dimostrazione che il gioco permette al singolo di
esprimersi compiutamente. I superficiali ricordano solo il gol e
chi l'ha segnato, non i cinque o sei passaggi precedenti, la
costruzione dell'azione, la partecipazione della squadra alla
manovra. In pratica, grazie al gioco, eravamo noi in superiorità
numerica. Quando segnammo, facemmo un'azione partendo dalla
difesa, non buttammo semplicemente la palla. La squadra aveva

247
creduto nel nostro gioco fino all'ultimo secondo. E fummo
premiati di tanta fede. Costruimmo azioni anche in inferiorità
numerica senza calciare via la palla sperando in un numero di
qualche attaccante.
Si andò ai supplementari. La tensione e la stanchezza si
fecero sentire. Solo due le occasioni da gol da parte nostra, e
giocavamo in dieci. Eravamo allo stremo. Il caldo, l'afa, la
stanchezza. Stringemmo i denti. I nigeriani si erano sfilacciati.
Roberto Baggio, su triangolazione, inventò un pallonetto per
Benarrivo in area, che finì travolto da Finidi che lo contrastava.
Rigore, a pochi minuti dalla fine. Rigore per noi. Sul dischetto
andò Roberto, che sembrava essersi sbloccato dopo il suo gol
decisivo. Il rigore segnò la nostra vittoria e il passaggio ai quarti.

Avevamo vinto una partita impossibile. Ai giocatori del


Milan, dopo Belgrado e la drammatica e difficile trasferta contro
la Stella Rossa, che era stata sospesa per la nebbia, con
Donadoni che aveva rischiato di morire soffocato per la rottura
della mandibola, Costacurta disse: «Qui al mondiale sono tutte
Belgrado». «La Gazzetta dello Sport» titolò Eroica in 10, batte
arbitro e Nigeria due a uno. È un'Italia tutta cuore.
Per una parte dei giornalisti che ci avevano massacrato
eravamo diventati degli eroi, anche per l'atteggiamento
palesemente ostile dell'arbitro.
«Niente fortuna» affermai in conferenza stampa. «Sono il
lavoro, il gioco e l'organizzazione che ci hanno permesso di
vincere anche in nove.»
I nigeriani infatti, pur in superiorità numerica, giocavano da
singoli, dribblando, in pratica erano sempre uno contro nove. Noi
invece avevamo creduto fino all'ultimo minuto nella squadra, non

248
avevamo mollato mai e avevamo ritrovato Roberto Baggio, con la
sua energia, il suo talento, la sua voglia di fare. Avevamo
conquistato gli italiani.

L'ingegner Alberto Valenti, un mio amico di Fusignano un


vero e proprio personaggio del paese, impegnato in politica, non
riusciva a sostenere la visione della partita del mondiale davanti
alla televisione. Anche lui veniva preso dall'ansia e dallo stress
dell'incontro. Allora prendeva la macchina e andava lontano da
tutto e da tutti, verso le valli di Comacchio, distante dai centri
abitati, per non sentire la telecronaca delle televisioni tutte
sintonizzate ad alto volume sulla partita, che in estate, con le
finestre aperte per il caldo, si espandeva nell'aria. Durante Italia-
Nigeria Valenti non aveva sentito nessun boato, neanche lontano,
quindi stava tornando amareggiato verso Fusignano, convinto che
l'Italia fosse fuori dal mondiale, quando all'ultimo minuto Baggio
segnò il gol del pareggio. E la sua ansia volò alle stelle.

Ai quarti incontrammo la Spagna, che aveva vinto contro la


Svizzera per tre a zero. A Boston per fortuna non c'era il sole, ma
una cappa di nebbia e l'umidità stagnante facevano sudare anche
stando fermi.
Pagliuca ritornò tra i pali con la voglia di riscattarsi. La
squadra giocò bene, un bel calcio d'attacco. Eravamo stanchi
morti, però una feroce determinazione ci faceva correre in quel
clima impossibile. Un gran gol di Dino Baggio ci portò in
vantaggio. Era una bella Italia, finalmente vedevo la squadra che
avevo sognato per quel mondiale.
Un'azione sulla sinistra e un cross portarono al 51° Caminero
alla rete del pareggio: una leggera deviazione di Benarrivo

249
spiazzò Pagliuca. Autorete. Fu un'altra partita difficile, ma
equilibrata. Salinas si ritrovò davanti a Pagliuca, calciò secco
pensando di aver fatto gol ma con la gamba Pagliuca ribatté il
tiro. Poi, a due minuti dalla fine, un rinvio consegnò la palla a
Berti, che passò a Signori, il quale allungò a Roberto Baggio:
solo davanti a Zubizarreta, lo scartò, e da una posizione molto
difficile segnò il due a uno che ci portò alle semifinali.
Fu una grande soddisfazione, un momento di gioia
straordinaria. In Italia, intanto, la gente scendeva in piazza
manifestando la propria felicità e l'entusiasmo che si era creato
attorno alla squadra. Sembrava di rivivere le notti magiche di
Spagna 1982, quando la gente si affollava per le strade a
festeggiare. Psicologicamente eravamo molto carichi, ma stremati
dal punto di vista fisico.

In semifinale pensavamo d'incontrare una nemica storica


come la Germania. Invece passò la Bulgaria, la squadra
rivelazione di quel campionato.
Al Giants Stadium, fatto a bomboniera, non tirava un filo
d'aria. La temperatura era altissima, era come stare in un forno,
con un'umidità che sfiorava il 100 per coito. Fisicamente eravamo
davvero agli sgoccioli.
Italia e Bulgaria, ovvero Roberto Baggio contro Stoičkov. Noi
giocammo un gran primo tempo. Baggio segnò due gol
importantissimi al 21° e al 25°. In quattro minuti troncò sul
nascere, è il caso di dirlo, le velleità della Bulgaria, messa in
ginocchio da un uno-due micidiale.
Nell'intervallo tra il primo e il secondo tempo i giocatori
buttarono i piedi, con tanto di scarpette, nelle bacinelle di

250
ghiaccio per rinfrescarsi un po', mentre i massaggiatori
strofinavano ghiaccio sulla loro schiena.
Albertini colpì un palo con un tiro formidabile e da lui arrivò
l'assist per il secondo gol di Baggio. Roberto in quel modo aveva
fatto suo il mondiale americano. Era lui la stella. Cinque gol in
tre partite. Fu la più bella partita del mondiale. Baggio poi
s'infortunò a un passo dalla finale e uscì piangendo, non solo per
il dolore. Lo abbracciai con affetto all'uscita dal campo. Avevamo
raggiunto un sogno insieme a un'intera nazione. Eravamo in
finale.

Vincemmo la partita, ma commettemmo un errore. Fino ad


allora medici, massaggiatori, preparatori, erano stati tutti
bravissimi. Avevamo costruito un gran bel gruppo di amici, uniti,
pronti a dare tutto per tutto. La finale si sarebbe giocata a otto-
nove ore di viaggio, dall'altra parte dell'America. Invece di
ripartire subito dopo l'incontro, ci fermammo per una pausa e per
i festeggiamenti. Così nel trasferimento perdemmo un giorno e
non riuscimmo ad allenarci adeguatamente. I massaggiatori, dopo
un mese a quelle temperature, con quel caldo e l'umidità,
m'informarono che non trovavano più i muscoli dei giocatori. Il
sabato facemmo solo una rifinitura leggera prima della finale di
domenica.
Recuperammo Baresi, che venti giorni prima si era operato al
menisco. Un miracolo. Capello, che allenava il Milan, voleva che
tornasse in Italia per farsi operare. Gli dissi: «Franco, tu hai una
probabilità su cento perché hai bisogno di recuperare, ma se tu
recuperi e noi andiamo in finale ci sarai anche tu. Se vai via a noi
dispiace perché ci abbandoni». Restò.

251
Ero felice. Eravamo andati in finale e lui aveva recuperato.
Poteva giocare, e fu un'occasione meravigliosa per quel campione
che è stato. Aveva fatto gruppo anche con la sua presenza, con la
sua voglia di recuperare contro le avversità. Era un uomo di
grande temperamento, di grande carattere, aveva dimostrato per
primo di non mollare.
Il sabato decisi la squadra. Il dubbio era: Baresi gioca o no?
Lui comunicò ai medici che ce l'avrebbe fatta. «Se lei ritiene che
io possa far bene mi faccia giocare» mi disse, e alla fine lo misi in
campo. Mi fidai del giocatore e dell'uomo.
Circa Baggio, rimandammo ancora la decisione alla domenica
mattina. Pincolini, i medici e anch'io eravamo d'accordo. Lui
confermò che poteva giocare, e così fu.
«Perché l'hai fatto scendere in campo?» mi domandarono poi
i giornalisti. «Questioni di sponsor?»
Nella mia vita non ho mai avuto a che fare con uno sponsor,
né con questioni di raccomandazione. Una volta sola ricevetti una
telefonata da un ministro. Era mattina, e io la mattina solitamente
dormo. «E dove gioca?» chiesi riferendomi al nome che mi era
stato fatto. «Non è un giocatore!» mi rispose il ministro. «E allora
chi è?» domandai.
Mi stava segnalando una persona da prendere come
magazziniere.
Quella fu l'unica raccomandazione che ricevetti nella mia vita.
E in Nazionale non c'era verso che uno sponsor mi chiamasse e
mi dicesse di far giocare l'uno o l'altro.

Prima della partita inaugurale con l'Irlanda avevo ricevuto una


telefonata dall'Italia. Era Oscar Luigi Scalfaro, il presidente della

252
Repubblica, che mi faceva gli auguri, che, si sa, nel mondo del
calcio portano iella. Perdemmo la partita.
Così pregai la reception dell'albergo che ci ospitava di non
passarmi telefonate dall'Italia. Neanche una. Sono a mio modo
scaramantico. Fra Roma e Los Angeles c'è un fuso orario di nove
ore. Alle quattro del mattino stavo finalmente dormendo, quando
una ragazza di Bologna, che non sapevo nemmeno chi fosse e
come avesse trovato il nome dell'albergo, mi fece gli auguri:
«Come ha fatto a telefonarmi?» chiesi. Abbassò la cornetta.
Poco dopo squillò di nuovo il telefono. «Le passo il
presidente della Repubblica italiana.» Fui gentile, anche se non
nascondo che feci più di un gesto scaramantico.
La mattina provai Baggio per vedere se poteva giocare.
La finale con il Brasile era tanto attesa. Una finale come nel
1970. Erano arrivati tutti, dirigenti, presidenti e politici di ogni
partito, pronti per salire sul carro.

Durante la finale i miei ragazzi furono tutti molto bravi dal


punto di vista tattico. In fase difensiva giocammo benissimo, in
fase offensiva fu una partita mediocre a causa della stanchezza.
Donadoni non si arrese mai, un bergamasco fenomenale e un
professionista esemplare, che per tutta la carriera non ho mai
rimproverato.
Finì zero a zero dopo i tempi supplementari. Fu una finale
stanca ma equilibrata. Forse ci mancò un po' di lucidità, eravamo
molto provati. Ma non perdemmo sul campo. Ci giocammo la
Coppa e il quarto titolo mondiale alla lotteria dei rigori.
Baggio non se la sentì di essere il primo. Chiesi agli altri chi
volesse calciare. Erano tutti spariti, nessuno voleva assumersi la
responsabilità.

253
Baresi fu il primo. Evani alla fine era un rigorista, e fece gol.
Baresi tirò alto, Massaro si fece parare il tiro da Taffarel, ma tutti
ricordano l'ultimo rigore di Roberto Baggio, che spedì il pallone
sopra la traversa.

Avevamo perso la finale del mondiale, ma eravamo pur


sempre vicecampioni del mondo. Solo una cosa, ricordo, mi fece
molto male. Un italiano, mentre uscivamo dal campo, da dietro la
rete, mi mandò a quel paese. Io chiesi: «Perché? Solo per essere
arrivati secondi?». Aveva vinto il Brasile perché in quel torneo
era la squadra migliore e più forte di noi. Avevamo giocato e
lottato ogni partita fino alla disperazione, contro arbitri e talvolta
anche con sprazzi di un bel calcio, peraltro impossibile a quelle
temperature. Nessuno ci aveva messo sotto nel gioco. Solo il
Brasile.
Invece di applaudire sportivamente per quello che avevamo
fatto e per cui avevo lavorato in quei quattro anni, un italiano mi
aveva mandato a quel paese. Solo per non aver vinto la finale
aveva già dimenticato tutto il torneo, le qualificazioni, le belle
partite, le emozioni, le lotte. Tutto seppellito velocemente da una
finale chiusa ai rigori. Anche questo la dice lunga sulla cultura
dello sport in Italia.
Alla partenza, in aereo, avevo parlato con tutti i giocatori, con
Albertini in particolare, e nessuno aveva previsto la possibilità di
andare in finale, tutt'al più arrivare ai quarti per qualcuno sarebbe
stato già un buon risultato. Per i più ottimisti il massimo sarebbe
stato andare in semifinale. E invece avevano avuto l'onore di
giocare la finale di un mondiale contro il Brasile. E alla fine della
partita dissi scherzosamente, per allentare l'amarezza della

254
sconfitta: «Ma come, piangete quando non sognavate nemmeno
di arrivare ai quarti?».
La stampa mi aveva attaccato per tutto il torneo, con ogni
pretesto. Ero considerato l'uomo di Berlusconi, capo dei
Governo, che da vero comunicatore approfittava delle nostre
vittorie per i suoi comizi politici. Un mio amico giornalista, che
scriveva di calcio per «l'Unità» di Walter Veltroni, mi confessò di
aver ricevuto anche questa volta l'input di sparare contro la
Nazionale in ogni modo. Lo stesso dovevano fare i giornalisti del
«Messaggero» e i telegiornali. Era una situazione che esulava dal
fatto sportivo e riguardava solo la politica. Così il popolo, e non
solo, dei giornalisti sportivi si schierò tra i favorevoli a Sacchi e
quelli contrari. Ancora una volta avevo diviso l'Italia.
In America i giornalisti avevano un problema: quando
oltreoceano era mezzogiorno, in Italia erano le sei del
pomeriggio. Per spedire in tempo i loro articoli, dovevano perciò
scrivere durante le partite. Dell'episodio che segue ci sono i
testimoni. Quando, a un minuto dalla fine, stavamo perdendo con
la Nigeria, una parte dei giornalisti avevano scritto pezzi da cui
uscivamo massacrati. Ne dicevano di tutti i colori. Ci avevano
definiti la peggior squadra del torneo. Stavano per spedire gli
articoli quando, a due minuti dalla fine, pareggiamo e poi
vincemmo ai supplementari. Molti strapparono il pezzo e lo
riscrissero, cambiando completamente il taglio, perché in Italia si
giudica una partita solo dal risultato ottenuto. Quella volta dissi
in conferenza stampa che erano dei «commercianti di parole»
perché, se fossero stati coerenti, avrebbero dovuto spedire la
prima stesura dei loro articoli. Così buttai anch'io benzina sul
fuoco delle polemiche.

255
Quando arrivammo a Fiumicino, alla fine del mondiale
trovammo un giornalista che aveva portato una borsa di pomodori
perché i tifosi ce li tirassero. Nessuno del pubblico lo fece. Nel
1970, al ritorno dal Messico, la Nazionale Italiana, sconfitta dalla
più grande squadra di tutti i tempi, il Brasile di Pelé, venne presa
a pomodorate all'aeroporto. Dopo ventiquattro anni possiamo dire
che il pubblico dei tifosi italiani è leggermente migliorato, visto
che nessuno ebbe il coraggio di lanciare un ortaggio contro di noi
Il «Corriere dello Sport-Stadio» scrisse tre pagine sugli errori
che secondo loro avevo commesso. Eravamo arrivati a parossismi
e a eccessi dovuti a schieramenti che tra loro si sbeffeggiavano.
Avevo spaccato in due anche la stampa.
Una volta in un ristorante incontrai Gianni Brera, che spesso
veniva fischiato alla sua entrata a San Siro dai tifosi milanisti,
insieme a una ventina di giornalisti. Io allenavo il Milan già da
due anni. Vennero al mio tavolo e mi chiesero chi dei nostri
avrebbe marcato Maradona.
«Fate un elenco di nomi e poi vediamo.»
Mi portarono la lista.
«Tutti giusti, avete ragione tutti!»
«Ma come?»
«Chi marca Maradona? Dipende in che zona si trova.»
Mia moglie Giovanna si scandalizzò per la domanda. «Ma tu
non giochi a zona?» mi chiese. E pensare che lei allora aveva
assistito, sì e no, a una o due partite, una quando allenavo il
Parma e un'altra in occasione di un derby Milan-Inter. Non
guardava nemmeno le partite in tv.
Arrivare secondi a un mondiale, in un altro Paese, sarebbe
stato un successo e un merito sportivo. «Ah, che dispiacere essere
arrivati secondi!» mi dice qualcuno ancora oggi.

256
In Italia diventò una specie di condanna. La mia cultura
sportiva mi consente di apprezzare il secondo posto, specialmente
quando è stato dato tutto. Adesso, dopo gli ultimi due mondiali,
quelli del 2010 e del 2014, forse qualcuno penserà che un
secondo posto, ottenuto addirittura ai rigori, non è poi così male.

257
13. Il campionato europeo

Solo i cretini hanno certezze.


GEORGE BERNARD SHAW

Il torneo finale del campionato europeo del 1996 si sarebbe


svolto in Inghilterra. Lo slogan era «Il calcio torna a casa»,
rivendicando così la paternità degli inglesi nell'aver inventato il
gioco.
Per la prima volta accedevano alla fase finale ben sedici
squadre.
Ci eravamo preparati al meglio. Nelle qualificazioni avevo
cambiato alcuni giocatori, sempre nell'intento di trovare quelli
funzionali a un gioco di squadra. Avevo rinnovato alcune pedine
importanti partendo dalle amichevoli, e provato anche dei
giovani.
Nel biennio tra la fine del mondiale e le fasi finali
dell'europeo, ci siamo ritrovati a giocare in una geografia
completamente modificata non solo dalla caduta del Muro di
Berlino, ma anche dalla guerra in Bosnia e dallo sgretolamento
dell'Unione Sovietica. Nel girone di qualificazione che ci avrebbe
traghettato da Los Angeles a Liverpool ci trovammo a giocare
contro le Nazionali di Ucraina, Lituania, Estonia, Slovenia e
Croazia, quest'ultima appena uscita da una devastante guerra
fratricida e in fase di ricostruzione.
La prima partita fu un pareggio, uno a uno contro la Slovenia
a Maribor. In quell'occasione feci debuttare Panucci. Poi
vincemmo contro l'Estonia per due a zero, mentre subimmo a
Palermo nel novembre del 1994 la prima vera sconfitta per mano
della Croazia, due a uno con doppietta di Šuker e gol di Dino
258
Baggio a un minuto dalla fine. Sempre con la Croazia, al ritorno
del girone preliminare, l'anno seguente pareggiammo uno a uno
con gol ancora di Šuker e Albertini. Un risultato importante, che
ci consentì di ritrovarci entrambe con 23 punti.
Alla fine del nostro girone ci qualificammo proprio insieme
alla Croazia, con quest'ultima prima per differenza reti e in
vantaggio negli scontri diretti. Fu un biennio vissuto tra alti e
bassi: dovevamo smaltire la fatica del mondiale americano e
ritrovare nuove energie per la qualificazione in Inghilterra, ma
ormai la squadra giocava un calcio fluido e aveva appreso i
movimenti.
Una volta qualificati, commisi uno dei miei tanti errori. Non
il primo, e di certo neanche l'ultimo. Per l'europeo ci preparammo
con amichevoli non difficili, anche per non prestare troppo il
fianco alle critiche. E fu un errore perché la squadra aveva
bisogno d'incontrare grandi Nazionali, squadre mature per poi
confrontarsi con loro alla pari durante il torneo.
Accadde inoltre un altro inconveniente: prima del girone
finale perdemmo due giocatori importanti come Ciro Ferrara, che
si era infortunato in un'amichevole in Belgio con la Nazionale, e
Antonio Conte, che si era fatto male nella finale di Coppa dei
Campioni, poi vinta dalla Juventus. Al posto di Ferrara feci
giocare Maldini e convocai Luigi Apolloni.
Alla partenza ci furono le solite polemiche perché non avevo
portato con me giocatori come Benarrivo o Panucci, Vialli o
Signori, ma le mie scelte come sempre erano determinate
dall'uomo, dalla professionalità e dalle caratteristiche, che
dovevano essere funzionali al gioco.
La rosa dei giocatori in viaggio per l'Inghilterra era questa:
Angelo Peruzzi in porta con Francesco Toldo e Luca Bucci, Luigi

259
Apolloni, Paolo Maldini, Amedeo Carboni, Alessandro
Costacurta, Alessandro Nesta, Roberto Donadoni, Roberto
Mussi, Moreno Torricelli, Demetrio Albertini, Dino Baggio,
Fabio Rossitto, Alessandro Del Piero, Angelo Di Livio, Roberto
Di Matteo, Diego Fuser, Pierluigi Casiraghi, Enrico Chiesa,
Fabrizio Ravanelli, Gianfranco Zola.
Credevo fortissimamente nel lavoro che stavo portando
avanti. I giocatori che allenavo per me erano sempre i più forti del
mondo.

Il girone comprendeva la Germania come testa di serie, Russia


e Repubblica Ceca. Un girone di ferro, ma non avevamo paura
delle altre Nazionali. Giocavamo senza alcun dubbio il miglior
calcio del torneo. Debuttammo l'11 giugno ad Anfield contro la
Russia. Dopo le prime tensioni riuscimmo a dominare la partita.
Casiraghi segnò all'inizio. L'Italia dimostrò di avere un buon
gioco, ma la squadra non aveva una personalità del livello di
quella del mondiale americano. I russi al 25° del primo tempo
pareggiarono per l'uno a uno con Cymbalar.
L'Italia si sedette. Negli spogliatoi, cominciai a spronare i
giocatori, a spiegare dove stavano sbagliando. Rientrammo e
aggredimmo la Russia, che capitolò grazie a una combinazione in
velocità di Zola con Casiraghi, che realizzò un gol strepitoso e
portò in vantaggio l'Italia. Avevamo vinto contro la squadra più
ostica, la vera incognita del torneo che aveva chiuso il proprio
girone di qualificazione con otto vittorie, due pareggi e nessuna
sconfitta.

Quando vinci la prima partita di un torneo come il mondiale o


l'europeo, non dico che ti rilassi, ma sai che bastano due pareggi

260
per passare il turno. E commisi un errore di valutazione.
Ricordandomi della brutta esperienza del mondiale americano -
eravamo arrivati cotti alla finale -, nella seconda partita con la
Repubblica Ceca cambiai cinque giocatori. Volevo farli riposare,
ma questa scelta la pagammo cara. Lasciai fuori Zola e Casiraghi,
che erano stati decisivi con la Russia, e li cambiai con la coppia
Ravanelli-Chiesa.
La Repubblica Ceca, su azione dalla destra, fece arrivare un
pallone a Nedvěd, che infilò Peruzzi. Il successivo pareggio di
Chiesa non bastò a recuperare la partita perché alla mezz'ora del
primo tempo, Apolloni fu espulso. E qui commisi un altro errore
di valutazione, o forse di concentrazione. Non bisogna mai
disconoscere il valore degli avversari né le nostre potenzialità, ma
quella volta non presi subito le contromosse all'espulsione e
«dormii in piedi», come si dice in gergo. Prima della partita il
nostro medico mi aveva provato la pressione e i battiti cardiaci.
«Sei pronto per una passeggiata» era stato il responso. Avevo una
pressione normale, 120 su 70, ero rilassato, forse troppo. Non fui
così determinato e decisionista come al mondiale, inoltre
avevamo forse qualche giocatore con meno personalità rispetto a
quelli convocati due anni prima.
Nella partita contro la Norvegia del mondiale americano,
dopo l'espulsione di Pagliuca, ci avevo messo un secondo a
sostituire Roberto Baggio, il miglior giocatore, che aveva vinto i
più importanti premi e riconoscimenti del mondo. Contro la
Repubblica Ceca persi dieci minuti prima di prendere
provvedimenti in seguito all'espulsione di Apolloni, mancò la
tensione mia e anche della squadra, mi sembrava che potessero
continuare a giocare come prima.

261
E invece andavano prese delle contromisure. Così subimmo il
secondo gol con Bejbl al 35°. Dovevo cambiare, ma ormai era
troppo tardi. Le mie contromosse per riagguantare il risultato
furono vane. Nelle situazioni facili il calcio italiano si trova
sempre in difficoltà: così perdemmo per due a uno una partita
anche in questo caso dominata da noi. Non bisogna dimenticare
che la Repubblica Ceca alla fine del torneo disputò la finale con
la Germania. Noi eravamo davvero in un girone impossibile. Ma
questo, col senno di poi, non giustifica la sconfitta.

La qualificazione era rimandata all'ultima partita con la


Germania. Un confronto epico, che avrebbe segnato un altro
capitolo dell'eterna sfida con la grande Nazionale tedesca. Uno
scontro decisivo per continuare a giocarsi l'europeo. L'avevo detto
mesi prima ai giornalisti: «Sogno la vittoria, ma sognare non vuol
dire promettere». Tutti avevano riportato le mie parole come un
atteggiamento di cautela dopo essermi scottato con il mondiale.
Il 19 giugno 1996 scendemmo in campo per la terza partita
del girone eliminatorio. La Germania era già certa del passaggio
del turno. Noi dovevamo vincere. Non c'era via di mezzo.
Dominammo il gioco, tanto che nell'intervallo Bierhoff, che
parlava perfettamente italiano, mi disse: «Ma quanto giocate
bene!».
Partimmo all'attacco. Prima un tiro di Fuser dal limite e poi
l'occasionissima. Casiraghi andò in pressing su Sammer, ultimo
uomo della difesa, rubandogli il pallone, per poi volare verso la
porta. Venne atterrato in area. Rigore. Ad appena otto minuti
dall'inizio potevamo andare in vantaggio. Zola andò sul dischetto
spento, senza quella determinazione che avrebbe dovuto avere.
Un tiro lento sulla sinistra di Köpke, il portiere tedesco, che intuì

262
parando senza difficoltà. Questo avviene di solito quando
l'allenatore non sa trasmettere la determinazione necessaria per
vincere.
Dominammo la partita con una serie di attacchi incredibili,
con tiri e qualche occasione, ma il risultato alla fine restò
bloccato sullo zero a zero. Köpke fu bravissimo a neutralizzarci.
Mi accusarono di una gestione dissennata della squadra,
come se avessi mandato allo sbaraglio i giocatori, quando invece
perdemmo solo una partita su tre, dominando gli avversari, con
una squadra che giocava il miglior calcio del torneo. Purtroppo
una parte dei giornalisti non valuta la partita ma il risultato. Mi
piovvero addosso critiche, ma non rassegnai le dimissioni. «E
perché? Questo non è un fallimento, abbiamo giocato bene»
affermai in conferenza stampa.
L'uscita dall'europeo inglese al primo turno scatenò una serie
di violente critiche contro tutta la dirigenza della Nazionale, tra
cui anche Matarrese. E ciò mi dispiacque moltissimo: era stato un
ottimo presidente decisionista in un ambiente dove nessuno
decide niente.
Quella con la Germania era stata una delle mie migliori
partite delle cinquantatré alla guida della Nazionale. Giocavamo
un calcio fluido, veloce, aggressivo, portando palloni su palloni
verso la porta avversaria. Ma il tifoso italiano non perdona. Per
noi il calcio non è né uno sport né uno spettacolo sportivo. Lo
sport ha regole ferree, come accade nei Paesi del Nord,
dall'Irlanda alla Germania, dall'Inghilterra all'Olanda; per noi
invece è importante solo vincere, lo ripeto, tutto il resto non
conta, per cui in Italia si può anche barare per vincere o per far
diventare questo sport, con le scommesse clandestine, un modo
per arricchirsi velocemente e in tutta facilità.

263
Una parte della stampa si è adeguata, vuoi per pigrizia, per
moda e anche per ignoranza, a questo modo di pensare il calcio.
La polemica aggressiva, l'attacco a tutti i costi fa passare in
secondo piano lo spettacolo sportivo. La maggior parte commenta
sempre il risultato, mai il modo in cui vinci o perdi. Se vinci sei
stato come minimo epico o eroico, se hai perso sei un coglione.
L'Italia, è bene ricordarlo, ha dato il meglio di sé storicamente
dopo scandali ciclopici. Vincemmo il mondiale dell'82 in Spagna
dopo la bufera del calcio scommesse, e quello del 2006 con le
polemiche e gli attacchi a Lippi, Cannavaro e Buffon, definiti
dalla stampa indegni di rappresentare la nostra Nazionale dopo
altri scandali.
All'europeo non c'erano squadre che giocassero meglio di noi.
Quando fummo eliminati dal torneo, due giocatori tedeschi
importanti, grandi campioni come Möller e Klinsmann, nella
conferenza stampa affermarono, con grande capacità di
autocritica e intelligenza, di aver preso una lezione di calcio
dall'Italia, e che, se volevano vincere il campionato europeo,
dovevano far tesoro dell'esperienza e del nostro gioco.
Questa fu una lezione di calcio impartita dai giocatori
tedeschi a tutta l'Italia. Avevano pareggiato, avevano passato il
turno, noi eravamo fuori, ma soprattutto riconoscevano la nostra
superiorità tecnica, e questo è molto sportivo.
Insomma, dopo l'uscita dall'europeo nell'ambiente della
Nazionale il clima era pesante. Anche dall'esterno gli attacchi
erano continui. Era finito un ciclo.

In quel periodo, dopo i grandi successi di Capello, il Milan


non stava attraversando un grande momento, per cui fui
contattato da Galliani e da Berlusconi perché tornassi ad allenare

264
i rossoneri. Anche questo testimonia che sono sempre tornato
dove ho lavorato, cancellando le insinuazioni, se mai ci sono
state, che Berlusconi avesse voluto mandarmi via. In realtà gli
dispiacque molto quando me ne andai tanto che mi ripropose di
ritornare al Milan.
L'ultima partita con la Nazionale italiana la disputai il 6
novembre 1996 a Sarajevo. Era un'amichevole. Perdemmo due a
uno. Il testimone passò nelle mani di Cesare Maldini. Quando
seppero che avevo dato le dimissioni per poter ritornare ad
allenare il Milan, ci fu un altro grosso scossone nell'ambiente del
calcio.
Dopo cinque anni di lavoro come allenatore della Nazionale,
il mio bilancio era positivo. Avevo portato l'Italia a una finale del
mondiale e a disputare un europeo. Tra gironi di qualificazione, e
finali di mondiali ed europei e amichevoli avevo disputato
complessivamente con la Nazionale cinquantatré partite, con
trentaquattro vittorie, undici pareggi, otto sconfitte. Avevo
convocato novantatré giocatori e ne avevo schierati settantasette,
con cinquantacinque esordienti.
Si chiudeva un capitolo della mia vita. Tornavo al Milan, con
il campionato già in corso, e questo non l'avevo mai fatto.
Fu un errore.

265
14. Milan, un ritorno amaro

La teoria è quando sai tutto e non funziona niente.


ALBERT EINSTEIN

Alla fine del 1995 la sentenza Bosman alla Corte di giustizia


dell'Unione europea aveva rivoluzionato il calcio, aprendo
definitivamente le frontiere, per cui ogni squadra poteva schierare
un numero illimitato di giocatori stranieri per il campionato
dell'anno successivo. Una sentenza storica, che permette di capire
come si stesse evolvendo il calcio a livello europeo. In panchina,
inoltre, si potevano tenere almeno sette giocatori, due in più
rispetto al passato. Arrivò anche la pay tv, che cambiò il modo di
vedere il calcio, trasformandolo in uno spettacolo televisivo, da
godere in salotto, facendo diventare i giocatori delle vere star del
piccolo schermo.
Erano cambiate molte cose da quando avevo cominciato a fare
l'allenatore.

Il 3 dicembre 1996 ritornai al Milan. Mi chiamarono prima


Berlusconi e poi Galliani. Avrei sostituito Óscar Washington
Tabárez, che a sua volta aveva preso il posto di Fabio Capello,
andato al Real Madrid. Dopo l'ennesima sconfitta esterna
all'undicesima giornata contro il Piacenza per tre a due, con un
eurogol in rovesciata del piacentino Pasquale Luiso, i rapporti fra
Tabárez e il Milan si chiusero. Io mi dimisi dalla Nazionale e
firmai, tornando a San Siro dopo cinque anni. Fu una mossa che
scatenò numerose polemiche sui giornali e scosse tutto
l'ambiente.

266
Nella mia storia calcistica non ero mai subentrato in corsa.
Avevo sempre voluto giocare con le mie carte, non lavorare su una
squadra e un'impostazione magari molto diversa da quella che
pensavo io. E così mi trovai in una situazione complicata.
Nella rosa c'erano giocatori avanti con gli anni che volevano
ma non potevano, altri meno motivati, altri ancora svogliati, che
per di più volevano andarsene. Mi resi subito conto che la
squadra era entrata in una crisi difficile da risolvere.
Dal 1991 al 1996, sotto la guida di Capello, il Milan aveva
conquistato quattro scudetti, con la sola eccezione del
campionato 1994-95, vinto dalla Juventus. Tre scudetti
consecutivi e una Champions nel 1993-94.
Forse i giocatori preferivano un allenatore come Capello,
stressati dalla mia ossessione di perfezionamento e rinnovamento
continui. Si era lavorato e vinto molto (otto competizioni in
quattro anni credo siano un record) e ottenuto riconoscimenti
davvero impensabili. Con Capello i miei giocatori desiderarono
andare all'incasso.

Forse avrei dovuto fermarmi dopo la finale con il Brasile. Ma


il richiamo del Milan, come le sirene di Ulisse, mi portarono di
nuovo a Milanello.
Arrivai il martedì successivo alla sconfitta di Piacenza. Presi i
giocatori uno a uno cercando di capire quali fossero i problemi.
Capii che in quel Milan non esisteva uno spirito di squadra.
C'erano giocatori bravissimi ma demotivati, altri con situazioni
contrattuali complesse, altri ancora che facevano quello che
volevano come quella volta che, uscendo da un ristorante insieme
a Braida intorno a mezzanotte, incontrai Savičevič insieme a un
altro calciatore che entravano per cenare. Le regole in una

267
squadra devono essere uguali per tutti, e quello del Milan era uno
spogliatoio difficile da gestire.
Malgrado la stanchezza, ero ancora innamorato del calcio: ero
come un fumatore incallito che, quando vede il mozzicone a terra,
non resiste e si lascia vincere dalla tentazione. In realtà mi
sentivo un limone spremuto: dopo anni con l'acceleratore al
massimo avevo fuso. Non avevo più le energie, o forse la lucidità
necessaria per affrontare una situazione articolata e complessa.
Dissi a Galliani: «Qui c'è un problema: vogliamo curare un
malato grave con un'aspirina».
Weah e Desailly non giocavano come potevano e non
s'impegnavano al meglio. «Sarà per colpa mia» mi dissi, invece
loro mi confessarono che volevano andarsene. Avevano ricevuto
una proposta dal Barcellona, ma avevano appena firmato con il
Milan, però non erano soddisfatti.
La situazione era molto diversa da quando ero arrivato al
Milan quasi dieci anni prima. Allora la squadra veniva da risultati
tutt'altro che buoni, anzi, da dieci anni d'inferno vero e proprio,
perciò i giocatori mi seguirono e furono fantastici; questa volta si
doveva fare una mezza rivoluzione in una squadra che aveva vinto
numerosi titoli, e molti giocatori non erano più giovani. Ma la
dirigenza non se la sentì.
Invece occorreva ricostruire dalle fondamenta. Durante gli
anni di Fabio Capello, i risultati erano stati ottenuti puntando
prevalentemente sul singolo giocatore, ma l'assetto del Milan
aveva fatto il suo tempo. Capello nel 1991 aveva ereditato da me
una squadra ancora giovane, con giocatori nel pieno delle forze e
della loro maturità. Capello si dimostrò un grande allenatore,
assestò la squadra su un calcio tradizionale, ma rivisitato con
chiarezza e determinazione, e conseguì risultati incredibili per

268
continuità soprattutto in campionato. Aveva espresso la propria
idea di calcio, ed era giusto così.
Per la felicità dei nostalgici, la rivoluzione era finita.

«Siamo gli over 35 più bravi del mondo» dissi


scherzosamente, e in maniera anche un po' polemica.
In Italia si dice sempre: «Squadra che vince non si cambia!».
Io invece avevo sempre sostenuto il contrario, come quando
provavo in continuazione giocatori per la Nazionale: «Squadra
che vince si cambia!».
Il Milan che avevo ereditato da Capello e poi da Tabárez era
in un certo senso arrivato alla fine di un ciclo. Chi aveva trainato
la squadra con il carattere, come Baresi e Tassotti, per esempio,
aveva ormai trentasette anni, Vierchowod trentotto. Savičevič, che
era un giocatore estroverso, aveva già trent'anni.
Fu un errore firmare per il Milan. Avrei dovuto immaginarlo.
Ci sono momenti nella vita in cui non sempre è facile compiere le
scelte giuste. Forse era davvero il momento di chiudere. Molto
probabilmente avevo perso quella chiarezza e quella
determinazione che avevo in precedenza. O forse, semplicemente,
mi mancavano nuovi obiettivi, nuove sfide. Non avrei mai
accettato, prima di allora, di andare in una squadra a campionato
in corso, con giocatori vecchi, ormai a fine carriera, tanto che
l'anno seguente quando tornò Capello, i risultati furono lo stesso
mediocri. Questa fu la dimostrazione che il problema era serio e
difficile da risolvere, e che anche due allenatori così diversi come
me e Fabio non erano riusciti a trovare la medicina giusta. Il
problema di quel Milan era un altro.

269
Nell'ignoranza sportiva e calcistica nazionale, l'allenatore
viene considerato un mago, mentre un mago non è. L'allenatore è
un professionista che può avere idee brillantissime, brillanti,
normali o mediocri. Può essere dotato di grandi capacità
didattiche per trasmettere la sua chiarezza d'idee, oppure non
avere grandi idee e poche capacità di convincere i giocatori a
concretizzare sul campo la sua idea di gioco. Come il direttore
d'orchestra, prima deve aver studiato e conoscere uno spartito. C'è
un'idea, e dall'altra parte un avversario che non te la vuole far
esprimere. Per essere davvero allenante, la preparazione durante
la settimana deve ricreare tutto quello che troverai la domenica
successiva, considerando che l'avversario e la sua velocità
cercheranno di ostacolare quello che tu vorrai fare. Dove è
evidente che il giocatore di maggior abilità può essere decisivo,
ma nessun giocatore sarà in grado di farlo senza un collettivo
brillante. Credo che siano concetti semplici, chiari, ma ancora
difficili da far accettare non solo al pubblico ma anche
all'ambiente calcistico di oggi.

Quando lasciai il Milan, alcuni scrissero che Berlusconi


aveva preferito Van Basten, in quanto io gli avrei imposto una
scelta: «O me o Marco». È un'offesa alla mia intelligenza: non
avrei mai pronunciato una frase simile. Altri scrissero che non
avevo piena fiducia nella squadra e che avevo sostenuto che i
rossoneri non avrebbero più vinto. In realtà avevo solo affermato
che non avrebbero più stupito: stavano andando all'incasso, erano
ormai tutti professori, e non è un caso che quasi tutti abbiano poi
fatto gli allenatori ad alto livello. Altri ancora scrissero che
Berlusconi non aveva più fiducia in me. Non era vero: oltre a
chiamarmi nel 1997, mi contattò anche quando in panchina c'era

270
Zaccheroni, e da ultimo anche nel maggio del 2014 perché
riprendessi in mano la squadra. Risposi che non avevo più
energie, e quando uno è vuoto non può riempire gli altri. La sua
stima comunque mi ha sempre onorato e la mia gratitudine per lui
e Galliani sarà eterna. So quanto sono stati coraggiosi e quanto
hanno contribuito alla realizzazione di un sogno.

Entrando in corsa al posto di Tabárez, mi giocavo la partita


decisiva per il passaggio del turno in Champions League, che
negli anni era cambiata: non più a eliminazione diretta, ma con
una prima fase a gironi.
Quando prendi una squadra a metà stagione, diventa difficile
organizzare questi confronti internazionali. E io ero arrivato
addirittura il giorno prima della partita decisiva a Milano. In un
gelo invernale, cercai di preparare al meglio l''incontro con i
norvegesi del Rosenborg senza aver fatto un allenamento.
«Scusate» dissi, «ma io i miracoli li lascio fare agli altri.»
Sono un allenatore, non un mago. Fu una partita disgraziata.
Al 20° del primo tempo andammo in svantaggio con un gol
rocambolesco di Brattbakk. Verso la fine Roberto Baggio riuscì a
difendere un pallone nell'area piccola con le spalle alla porta, e lo
mise in centro: ci provò prima Boban e poi Dugarry, che infilò la
porta per il momentaneo pareggio. Un pareggio che valeva la
qualificazione. Al 25° del secondo tempo Heggem colpì di testa
su un lancio lungo in centro area, anticipando Baresi e Maldini,
che attesero l'uscita di Rossi. Il suo errore ci condannò. La partita
si chiuse sul due a uno senza che nell'ultima parte ci fosse una
minima reazione della squadra. Fu una notte da incubo.
Il «Corriere della Sera» mi attaccò sottolineando che le mie
«false partenze sono sinistramente leggendarie». Il ritorno al

271
Milan non poteva essere peggiore. Maldini, in un'intervista
sempre al «Corriere» del giorno seguente, dichiarò che eravamo
alla fine di un ciclo, che la paura aveva bloccato la squadra. Ci
furono nella notte contestazioni feroci contro il portiere Rossi, e
sassaiole contro il pullman, all'uscita dallo stadio. Tutto quello
che il Milan aveva fatto in quei nove anni sembrava fosse stato
cancellato dalla memoria in un attimo. La rabbia dei tifosi aveva
fatto il resto.
Nella notte di Milano, al gelo, mi resi conto di aver accettato
una sfida che non potevo sostenere da solo. A dicembre eravamo
già fuori da tre competizioni su quattro. Ci aspettava un anno
difficile anche in campionato. Il girone di andata vide la Juve di
Lippi in testa a 33 punti. A maggio chiudemmo il campionato con
la squadra all'undicesimo posto, e senza alcuna prospettiva per il
futuro: il peggior risultato dell'era Berlusconi. Quell'anno
lasciarono il calcio Tassotti e anche Baresi, e dal club fu ritirata
per sempre la maglia numero 6 del «Capitano».
Era davvero finito un ciclo. Una generazioni di grandi
campioni, con cui avevo condiviso ricordi memorabili, lasciava il
campo ad altri futuri campioni.

272
15. In Spagna con l'Atlético Madrid

Un uomo può fallire molte volte, ma non


diventa un fallimento finché non comincia a
dare la colpa a qualcun altro.
WILLIAM S. BURROUGHS

Mi contattarono Jesús Gil e il figlio Miguel Ángel,


proprietari dell'Atlético Madrid. Mi volevano come allenatore
della loro squadra, uno dei club tra i più prestigiosi di Spagna ed
Europa. Allenare l'Atlético sarebbe stata l'occasione di uscire dai
confini italiani, di entrare in un mondo del calcio vissuto in
maniera diversa. Cercavo ancora una volta stimoli nuovi,
prospettive di lavoro differenti, sperando di poter continuare ad
allenare. O forse avevo bisogno di nuove sfide solo per eludere lo
stress che mi stava spegnendo la gioia che avevo sempre provato
in questa attività.
Sapevo che il presidente Gil era un «mangia allenatori»,
capace di cambiarne anche due o tre a stagione: per questo,
quando firmai con lui, volli un contratto blindato. Aveva
cambiato ventun tecnici in dodici anni. Se mi avessero cacciato,
avrebbero dovuto darmi un sacco di soldi Non sono mai stato
avido, il denaro non è mai stato il mio fine, cercavo solo l'unico
modo che mi permettesse di lavorare tranquillo.
Nel maggio del 1998 la notizia divenne ufficiale. Prendevo il
posto di Radomir Antić, quando mancavano solo due turni al
termine del campionato: la squadra era al nono posto, e nell'estate
si sarebbe giocato il mondiale in Francia.
Cominciai ad allenare, a lavorare intensamente come al solito.
Avevo una buona rosa di giocatori, campioni come Kiko, Jugović,
273
Juninho. Portai con me Italo Graziani, Vincenzo Pincolini e
Pietro Carmignani, il mio vice: tutti fidati collaboratori di una
vita per una nuova avventura.
Quello dell'Atlético era un ambiente dove poter lavorare bene,
con bravi professionisti. Anche in Spagna eravamo coinvolti in
diversi tornei, solo che a inizio stagione, dopo l'estate, si ruppero
tutti gli interpreti talentuosi, quelli che potevano dare qualcosa in
più: Kiko, un genio del calcio spagnolo, ebbe problemi alla
caviglia, Jugović giocò poco, e avevamo perso, per colpa di una
frattura a tibia e perone, il brasiliano Juninho, e quando tornò si
vedeva che aveva una gran paura di giocare.
La mentalità spagnola è molto diversa dalla nostra, anche nel
calcio. Prima della partita i giocatori ascoltano la musica a tutto
volume. Quando ero al Rimini, un amico ingegnere rimase
colpito dalla tensione e dal silenzio dello spogliatoio: «Se
accendo un fiammifero scoppia tutto» fu il suo commento.
Quando noi pranzavamo prima della partita, in mezz'ora
mangiavamo, per gli spagnoli invece ci voleva un'ora e anche più.
Vivevano il prepartita in modo più allegro e rilassato, come mi è
capitato di notare anche recentemente, quando sono andato a
trovare al Real Carlo Ancelotti.
Al mio arrivo a Madrid, Miguel Ángel Gil, grande dirigente
sportivo, riunì tutti i giocatori e dettò le nuove regole della
stagione: «L'anno scorso abbiamo chiuso un occhio, quest'anno
saremo molto rigidi, quindi fate le vostre valutazioni. Che
nessuno faccia tardi, alle due tutti a letto». Per noi in Italia le due
era un orario inconcepibile: i miei ragazzi li mandavo a letto
prestissimo, molto prima della mezzanotte. I tempi sono tutti
sfasati rispetto ai nostri. Anche l'approccio con la partita io lo

274
vivevo come fosse una corrida. Una volta, prima di un incontro a
Barcellona contro l'Espanyol, incontrai in ascensore un torero.
Gli chiesi: «Hai paura?».
«Certo che sì» rispose.
«Anch'io ho paura. Sento la tensione, è come scendere in
un'arena» pensai.

In quel mondo, la mattina presto era impensabile fare


allenamento. Di sera, se andavi al ristorante, i clienti arrivavano
dopo le undici, e spesso cominciavano a cenare a mezzanotte.
Capitava anche di vedere ragazzini giocare a pallone nel cortile a
quell'ora.
«Gli spagnoli non dormono mai» dissi ridendo al
«professore» durante una delle nostre camminate notturne nella
meravigliosa città di Madrid. In realtà al pomeriggio fanno la
siesta: lunga d'estate e più corta d'inverno. È una pratica salutare,
mi spiegò un amico cardiologo. Il momento in cui il cuore è più
affaticato è dopo il pranzo, dopo una mattina di lavoro e quando
lo stomaco è impegnato nella digestione. Dal riposo pomeridiano
si trae un grande beneficio.

C'era un bravo giocatore che volevo confermare, Christian


Vieri. Contro il Paok Salonicco aveva messo a segno una famosa
tripletta, e aveva chiuso il campionato vincendo la classifica dei
marcatori della Liga (24 gol e 24 presenze).
Seppi in seguito che Vieri era considerato dagli spagnoli un
introverso, uno scontroso, ma in verità è ragazzo molto buono.
Parlava bene l'inglese perché nato in Australia ma non conosceva
lo spagnolo e non volle impararlo, quindi aveva difficoltà di

275
comunicazione con gli altri giocatori. La sua riservatezza e la sua
introversione furono interpretate dagli spagnoli come arroganza.
Quando finì il mondiale, «Bobo» Vieri mi disse che voleva
parlarmi, e in estate venne a Fusignano. Era innamorato di una
ragazza che lavorava in una discoteca a Milano Marittima, ma lei
non ne voleva sapere. Poi, dopo il mondiale in Francia, quando
Vieri diventò un idolo per i gol segnati con questa ragazza
cominciò a scambiarsi messaggi. Dopo che l'Italia fu eliminata ai
quarti, venne da me a Fusignano per parlarmi della sua situazione
con l'Atlético: «Io sarei rimasto a Madrid, ma ho nostalgia
dell'Italia» mi disse, facendosi scappare qualche lacrima. Voleva
tornare da quella ragazza. Con molto dispiacere, perché era un
grande giocatore e una pedina importante della squadra, lo lasciai
al suo destino. Purtroppo lo avevo allenato solo due volte.
Vieri lo voleva la Lazio, che allora pagò cinquantacinque
miliardi per averlo. Dissi a Jesús Gil: «Si faccia dare Nedvěd».
Nedvěd prendeva un miliardo e mezzo, e l'Atlético Madrid gliene
offrì quattro. Purtroppo c'era un giorno di differenza tra la
chiusura del mercato italiano e quello spagnolo: potevamo cedere
Vieri alla Lazio, ma Nedvěd poteva venire solo nel mercato
invernale. Cragnotti, presidente della Lazio, quando venne a
sapere della trattativa, portò lo stipendio del calciatore ceco
all'altezza di quello proposto dell'Atlético, e così non venne
neanche Nedvěd.
Tempo dopo lo incontrai e gli chiesi, scherzando, una
percentuale sul suo stipendio, visto che avevo contribuito a
farglielo aumentare di quattro volte.

Poi, il colpo di scena. Nel novembre 1998 arrestarono Jesús


Gil, il quale, oltre a essere presidente dell'Atlético Madrid, era

276
sindaco di Marbella, con «accuse di malversazione e falso
riguardo la gestione di fondi del Comune». Così scrissero i
giornali.
Radunai la squadra: «Ragazzi, non abbiamo più il
presidente». Adesso che l'hanno arrestato dobbiamo essere tutti
ancora più professionisti, nel nostro interesse e in quello del
club. Quindi vi chiedo: siate più responsabili, e massima serietà».
Avevo un altro giocatore italiano in squadra, Stefano Torrisi.
Un ragazzo simpatico. Tre o quattro giorni dopo il mio discorso
arrivò il capitano dell'Atlético con un numero di «¡Hola!», un
giornale scandalistico molto diffuso in Spagna, con Stefano
Torrisi abbracciato a una star spagnola in copertina. «Guarda il
tuo Torrisi» mi disse con ironia.
Noi tutti andammo a scuola di spagnolo per diversi mesi, era
importante conoscere bene la lingua. Torrisi non veniva mai. Una
sera accesi la televisione e lo vidi in un'intervista che parlava un
castigliano perfetto. Il giorno dopo gli chiesi: «Ma dove hai
imparato a parlare così bene?».
«La notte s'impara meglio!» mi rispose ridendo.

In Coppa Uefa giocammo contro l'Obilić, il cui presidente


aveva un mandato internazionale di cattura sulla testa. Era il
comandante Arkan, che con le sue «tigri» aveva fatto stragi in
Bosnia. Jugović non venne con noi perché era stato fidanzato con
la sorella di Arkan e aveva subito minacce molto serie. Arkan
l'avevo conosciuto indirettamente in Coppa dei Campioni perché
era stato il capo ultras della Stella Rossa nella famosa partita con
il Milan sospesa per la nebbia.
Quando l'Obilić giocò l'andata a Madrid, al posto di Arkan
venne sua moglie, che in patria era una nota cantante. Il

277
vicepresidente dell'Atlético (oggi presidente) Enrique Cerezo, un
produttore cinematografico, mi prese da parte e mi domandò:
«Arrigo, tu hai visto la moglie di Arkan?».
«No» risposi, «perché, è guapa?»
«Non guapa, guapissima!»
Quindici giorni dopo, al ritorno, a Belgrado non cenammo
con i dirigenti della squadra avversaria in un ristorante perché
Arkan non si fidava e aveva paura di essere ammazzato. Così
fummo invitati tutti a casa sua, in mezzo a guardie del corpo
armate fino ai denti.
Villalón, il medico dell'Atlético, aveva nove figli come il
comandante Arkan, solo che lui li aveva avuti con una sola
moglie, mentre il comandante con tre.
«Vedi che sei più bravo tu!» gli dissi a tavola in un orecchio.
Le guardie del corpo tenevano al guinzaglio dei rottweiler con
teste grandi come tori. Erano impressionanti, con la lingua di
fuori e la bava alla bocca. Per festeggiare sparavano in aria con le
mitragliette.
Quando la mattina dopo andammo al campo dell'Obilić per
l'allenamento, sentii un verso strano, come una specie di ruggito.
Andai dietro lo spogliatoio. Dentro una gabbia non c'era una
tigre?
Il campo dell'Obilić non era stato omologato dalla Uefa,
allora giocammo in quello del Partizan Belgrado. Tutti tifavano
per noi contro Arkan, che prima della partita si presentò sul
campo proprio con la tigre al guinzaglio, per dimostrare la sua
potenza, non solo politica, a tutto il pubblico presente.
Vincemmo senza merito. Stavo camminando verso gli
spogliatoi quando mi sentii toccare la spalla da dietro. Era Arkan.

278
Mi disse in italiano, con un mezzo sorriso: «Signor Sacchi,
questa sera ha avuto culo!».
Io confermai, primo perché aveva ragione, secondo perché
non mi andava di questionare con un personaggio del genere. In
seguito Arkan, incriminato per genocidio e crimini di guerra, fu
assassinato prima del processo.
Una giornalista spagnola della Tve spagnola, che aveva fatto
delle battute su Arkan e la sua signora, aveva seguito la squadra.
Un giorno venne fermata da un giovane: «Ho una busta per lei».
«Per me?» si stupì la giornalista.
«Sì!»
La donna l'aprì. Conteneva una sua foto scattata qualche
minuto prima mentre camminava per strada.
L'uomo che le aveva dato la busta la avvertì: «Si ricordi che,
come le abbiamo fatto la foto, potevamo anche spararle in mezzo
alla fronte e ammazzarla».
Lei rientrò in albergo bianca come un cencio. Nella hall si
fermò e si sedette sconvolta. Ci fece vedere la foto.
«E allora? Una soluzione c'è» commentai. «Non parlare più
del comandante Arkan e di sua moglie.»
In quella trasferta ne accaddero davvero di tutti i colori. Il
presidente dell'Atlético stava rilasciando un'intervista per la
televisione quando all'improvviso vedemmo muoversi il soffitto e
il pavimento. Ci fu un terremoto pazzesco. Corremmo tutti a
rifugiarci sul pullman. Per fortuna durò pochissimi secondi,
altrimenti sarebbe stato un disastro.
Sull'aereo di ritorno il presidente dell'Atlético urlava felice
che eravamo dei sopravvissuti.

279
La Spagna era bella, ma io passavo giorno e notte a casa a
guardare le partite, a preparare gli incontri, a studiare mosse e
contromosse. Un'ossessione da cui non riuscivo a staccarmi. Ogni
tanto chiedevo al «professore» di tenermi compagnia, di stare con
me a vedere e commentare le partite, ma lui aveva sempre da fare.
Dopo qualche settimana a Madrid cominciai a essere
insofferente. Appena potevo, il lunedì, dopo la partita di
campionato, volavo anche solo per poche ore a Fusignano.
Sentivo la necessità di tornare a casa, il richiamo della mia terra.
Mi dava un senso di liberazione e di gioia, era come prendere un
lungo respiro. Anche poche ore, poi ripartivo, ma stare a
Fusignano mi ricaricava quel poco che mi serviva per continuare
in un lavoro sempre più faticoso.
Avevo abitato in tante città, però capii che stavo bene solo
nella mia terra quando andai lontano dall'Italia. La Spagna è un
Paese fantastico, ero io che non riuscivo più a trovare
l'entusiasmo e la motivazione che avevano caratterizzato il mio
lavoro fino al 1994. Vent'anni vissuti al massimo, anche oltre le
mie forze, poi non avevo più avuto energia da trasmettere.
In Spagna provai i primi sintomi di una crisi molto profonda,
che si era accumulata negli anni, dentro di me. Riuscivo sempre
più a fatica a gestire lo stress. E non mi divertivo più.
In quei momenti il conforto della mia famiglia è stato
importante. Mia moglie veniva a Madrid in automobile perché
aveva paura degli aerei, così si fermava qualche settimana.

Madrid si trova a 700 metri sul livello del mare, il clima è


molto simile al nostro, ma c'era sempre il sole. Quando aprivo la
finestra, lo spettacolo era meraviglioso, ma io cominciai a vedere
solo buio. Non stavo bene, volevo tornare a Fusignano. Ero in

280
crisi. Stavo tutto il giorno in casa a guardare partite, a studiare
nuovi allenamenti, a creare strategie e valutare giocatori e squadre
avversarie. Tutto con la mia consueta ossessione per la
perfezione, ma non c'era più gioia in quello che facevo.
Se ne accorsero tutti, anche Pincolini. Un giorno, seguendomi
con la macchina in autostrada, mi vide tirare dritto perché non mi
ero accorto del casello dove dovevo uscire. Ero talmente
concentrato sul lavoro che non vivevo e non vedevo più la realtà
che mi circondava.

In campionato, nel girone d'andata, non eravamo partiti male.


Eravamo tra le prime tre o quattro squadre in classifica, poi, forse
segno anche della mia debolezza, cominciammo a perdere. A
Mallorca la peggior sconfitta, per quattro a zero, poi il derby con
il Real Madrid, perso per quattro a due. Alla vittoria contro il
Celta seguirono altre sconfitte.
Il presidente mi mandò a chiamare e mi disse che non era
contento di come stava andando il campionato, solo che non
poteva mandarmi via perché il contratto era blindato con quella
clausola capestro.
«Non si deve preoccupare. Vado via io.»
«E i soldi?»
«Non voglio nulla» risposi.
La mattina dopo il figlio Miguel Ángel e il direttore generale
vennero da me perché loro non volevano che me ne andassi.
«Guarda che sono già d'accordo con tuo padre» gli feci
notare.
«Se vai via tu retrocediamo» mi rispose Miguel.
Io rimasi fermo sulla mia decisione di tornare a casa. Ero
cotto. Non sopportavo più la quotidianità.

281
Alla fine l'Atlético si salvò alla penultima giornata di
campionato.
Rassegnai le mie dimissioni il 14 febbraio 1999. Durante la
conferenza stampa lessi poche righe «Da questo momento non
sono più l'allenatore dell'Atlético Madrid. Sono sfinito. Lascio
per sempre il calcio e non faro più l'allenatore. Non ho nient'altro
da dire».
Era come essere arrivato al capolinea.
Prima di lasciare la sala stampa ringraziai tutti per la
collaborazione, il presidente dell'Atlético Jesús Gil y Gil, i
dirigenti e i dipendenti della squadra, i giocatori, e augurai loro
buona fortuna.
Il mio contratto sarebbe scaduto il 30 giugno 2000, ma io
rinunciai a tutti i soldi che avrei dovuto percepire secondo la
clausola di rescissione. Non ho mai considerato i soldi la prima
finalità del mio lavoro e sono sempre stato libero di firmare
contratti di un anno: come ho detto, a ogni scadenza pensavo
sempre di smettere.
Telefonai a mia moglie e le dissi: «Torniamo a casa». Mi
sentivo già meglio, come sollevato, sospeso tra un vago
dispiacere e una grande liberazione.
Giovanna, che aveva paura dell'aereo, tornò a Fusignano in
macchina. Io la mattina avevo parlato con Gil, e il pomeriggio
avevo già il biglietto aereo in tasca. Vivevo dentro di me
sentimenti ed emozioni contrastanti, ma ormai dovevo essere
onesto con me stesso, prima che con gli altri. Non era più tempo
di compromessi. Era ora di tornare a casa e pensare alla mia
salute.
Italo Graziani, il «professore», l'amico di una vita, si era
ambientato bene in Spagna. Quando gli confidai la mia

282
intenzione di tornare a casa a Fusignano, mi domandò stupito:
«Come a casa? Ma qui si sta bene!».
Durante il volo di ritorno non parlò. Gli dispiaceva molto
lasciare la Spagna, che a metà degli anni Novanta era nel pieno di
un boom economico. Era tutto un fiorire di iniziative, c'era una
gran voglia di vivere e divertirsi. La movida con la gente in strada,
desiderosa di vivere liberamente la notte, con le cene fino a tardi,
i balli, la musica. La società stava attraversando un periodo di
splendore e di gioia che si percepiva anche nel mondo del calcio,
vissuto in un modo migliore rispetto a noi. Per gli spagnoli era ed
è uno spettacolo sportivo. Gli stadi non hanno fili spinati, reti,
barriere divisorie: c'è rispetto e scarsa violenza. Forse ora le cose
stanno peggiorando, ma siamo ancora lontani dai nostri standard.

Quando atterrammo a Venezia, in una giornata di febbraio,


c'era un clima che peggio non si poteva: pioggia, nebbia, vento e
acqua mista a neve.
«Guarda la tua bell'Italia, abbiamo lasciato il sole...»
commentò Graziani mentre si chiudeva il bavero del giaccone.
Poi capii perché fosse così contrariato. Quindici giorni dopo
fummo invitati a pranzo da amici comuni. In macchina inserii un
cd che mi aveva regalato il cantante dei Gipsy Kings, uno dei
fratelli Reyes, tifoso sfegatato dell'Atlético Madrid.
«Senti che ritmo» dissi rivolto al «professore».
«Se vedessi le spagnole ballare...»
«E scusami, fammi capire: quando le hai viste ballare?»
«Mah, una volta...»
A Madrid ero sempre chiuso in casa a leggere, a studiare, a
vedere partite, stanco, affaticato, demoralizzato. Gli avevo chiesto

283
qualche volta di stare con me, di farmi compagnia mentre
guardavo le partite...
Telefonai subito in Spagna a un amico che usciva con lui.
«Ma la notte uscivi con il "professore"? Cosa facevate?»
«Sempre in discoteca!»
«Ah, adesso capisco!» lo rimproverai. «Io sempre in casa, tra
mille problemi, mille tensioni, mille polemiche e tu, a divertirti
tutte le sere... ecco perché non volevi tornare in Italia.»
Il mio amico d'infanzia si voltò verso di me e, con il suo
solito fare sornione, si mise a ridere di gusto.

284
16. Basta, non allenerò più...

Quando si smetterà il proprio lavoro, come


ci sentiremo? Forse proveremo un senso di
desolazione e solitudine perché niente finisce
con gioia, ma forse percepiremo anche
un senso di liberazione.
CLAUDIO BAGLIONI

Ci sono momenti, nella vita, in cui sei preparato, ti senti


forte. E in quei momenti spesso sei anche fortunato, al punto da
riuscire a compiere tutte le scelte giuste. Alla metà degli anni
Ottanta potevo starmene a Rimini, dove ero ben pagato. Potevo
anche allenare l'Ancona, con un contratto addirittura più
allettante. Invece decisi di andare a Parma.
Si rivelò la scelta giusta. Lo fu per la dirigenza sportiva della
squadra che avrei allenato, per gli obiettivi tecnici che avevo in
mente e per la città stessa, nella quale mi sentivo perfettamente a
mio agio. Una città in cui esprimere le mie capacità. A Parma c'è
un forte gusto della vita e un profondo rispetto verso le persone.
A Parma non c'è invadenza, si mangia bene e ci si veste bene. Ero
impressionato dall'educazione di tutti.
Un giorno, sul Lungoparma, avevo parcheggiato davanti
all'entrata dell'albergo Toscanini in attesa del «professore». Non
mi ero neppure accorto di avere causato dietro di me una fila di
una quindicina di macchine. Nessuno degli autisti mi suonò. E
nemmeno sapevano che a bloccare il traffico era Sacchi. Una città
educata dove stavo magnificamente, dove percepivo molta stima,
dove i giornali di me scrivevano sempre bene.

285
Un altra volta, a messa, in una chiesa vicino a Santa Fiora,
arrivai a commuovermi: il parroco mi citò nell'omelia e m'indicò
tra i fedeli: «Questa è una persona che ci ha dato molto a livello
sportivo, umano e ci ha fatto divertire e poi gli auguriamo tanta
fortuna». Non mi era mai capitata una cosa del genere.
Nel gennaio 2001, su invito di Calisto Tanzi, presidente della
Parmalat e del Parma calcio, tornavo nella città che mi aveva
salutato in quel modo così caloroso quindici anni prima. Chiusa
la parentesi con l'Atlético Madrid, Parma segnava ancora il mio
destino di uomo e di allenatore.

Dal 1999 avevo lavorato come consulente tecnico del Milan,


e sempre in quell'anno cominciai la mia carriera di giornalista
sportivo alla «Stampa» e di opinionista per Mediaset. Mi piaceva
scrivere di calcio, di problemi legati al mondo del pallone. Potevo
continuare in una maniera nuova il mio ruolo di educatore
perché, nella mia visione, il calcio serve prima di tutto a formare
uomini. Se da allenatore mi realizzavo nella didattica, da
giornalista e collaboratore continuavo con coerenza a scrivere di
calcio «insegnando» a leggere le partite, a dare giudizi, ad
analizzare le tattiche e la disposizione in campo, con uno studio
meticoloso sui giovani e sui calciatori affermati, le loro
caratteristiche e le possibilità di miglioramento. Un'esperienza
che mi ha dato e continua ancora oggi a darmi grandi
soddisfazioni.
Una volta l'avvocato Agnelli mi telefonò per complimentarsi
perché avevano pubblicato un mio pezzo non nella pagina
sportiva ma in quella della cultura. A deciderlo era stato Gianni
Riotta, suscitando qualche gelosia in più e qualche invidia nei
miei confronti.

286
Quel giorno mi trovavo al bar del circolo dei Repubblicani a
Fusignano. C'era una gran confusione, si discuteva ad alta voce di
calcio, come sempre. Quando squillò il mio cellulare, chiesi per
favore al barista di far segno di abbassare la voce.
«E chi sarà mai?» replicarono gli altri.
Allora uscii. Quando rientrai, tutti morivano dalla voglia di
sapere, con chi avevo parlato.
«Chissà chi era al telefono!» mi dissero per prendermi in giro,
come si fa di solito nei bar di paese. «Chi era mai, Berlusconi?»
«No, l'avvocato Agnelli» risposi di fronte alle facce stupite
dei miei amici.
Quando nel 2001 venni assunto dal Parma, una mattina verso
le sette e mezzo, il portiere dell'albergo mi chiamò in camera e mi
disse: «Ho in linea casa Agnelli!».
Era l'Avvocato, che mi chiamava per farmi le congratulazioni
per il mio nuovo ruolo di allenatore. Però il nuovo incarico al
Parma mi obbligava a interrompere, per coerenza, la mia
collaborazione alla «Stampa», e glielo dissi.
«Mi dispiace molto, continui a scrivere per noi» fu la sua
risposta. Ma non potevo scrivere per il quotidiano di Torino,
allenare il Parma e collaborare con le televisioni di Mediaset.
Alle otto e mezzo della stessa mattina mi telefonò Berlusconi.
«L'ho chiamata adesso» mi disse, «perché volevo essere il primo a
congratularmi con lei per la nuova avventura sulla panchina del
Parma.»
Mi guardai bene dal rivelargli che mezz'ora prima lo aveva
preceduto l'avvocato Agnelli.

Con il Parma entrai di nuovo a metà campionato. Dopo una


serie di risultati poco soddisfacenti, avevano esonerato Malesani

287
e mi avevano chiamato al suo posto. Si trattava ancora una volte
della tentazione del mozzicone per il fumatore incallito. Accettai:
la passione e l'amore per il calcio erano più forti di ogni altra
considerazione, e non avevo ancora capito fin dove mi fosse
possibile arrivare.
A Parma riuscii a stare in panchina solo tre partite. La prima a
Milano, contro l'Inter, dove la squadra pareggiò uno a uno, con
gol di Di Vaio e pareggio di Vieri. Tornai al Tardini la domenica
successiva con il Lecce, che pareggiò al 94° dopo un pasticcio in
difesa di Buffon. Un gol beffa. Quando fummo negli spogliatoi,
Buffon venne da me e si scusò per il brutto intervento che aveva
fatto pareggiare il Lecce. La vittoria arrivò la domenica seguente,
a Verona, dove Gigi fu determinante, sventando anche un rigore
che avrebbe potuto riaprire la partita.
Allo stadio Bentegodi di Verona capii che era veramente
finita. Gettai la spugna proprio mentre la squadra stava vincendo.
Accadde una cosa molto semplice: avevamo vinto, ma io non
avevo provato assolutamente niente. Nessuna gioia, nessun
sentimento che potesse ripagarmi delle notti insonni, delle
tensioni, delle pressioni quotidiane che mi rendevano la vita un
inferno. Così decisi di abbandonare per sempre la panchina. Non
avrei più allenato. Questa volta per davvero.
Il «Corriere della Sera» scrisse anche della reazione della
squadra: «Grande è stato lo stupore fra i giocatori, a cominciare
da Thuram ("Una decisione inattesa, ma che merita rispetto") e
Fuser: "È stata una notizia inattesa, siamo rimasti a bocca aperta,
anche perché domenica lo avevamo visto tranquillo. Mi spiace
molto, con lui le cose stavano andando bene. E la squadra aveva
voglia di seguirlo. Ma la salute è la salute, e conta più di tutto.
Ora dobbiamo lavorare con la stessa voglia anche con Ulivieri"».

288
Il Parma, che per dieci anni non aveva mai cambiato un
allenatore in corsa, si trovava ora nella condizione di dover
ingaggiare un terzo tecnico in un anno.
Tanzi non voleva che abbandonassi la società e mi chiese di
rimanere almeno come direttore tecnico. Ci pensai su: poteva
essere una soluzione. Sarei rimasto nel calcio, non più in trincea,
ma dietro le quinte.

Fino ad allora avevo combattuto contro un avversario


difficile, subdolo, oscuro, che allo stesso tempo è stato la benzina
per la qualità del mio lavoro Da tempo però non riuscivo più a
rendere lo stress un propellente positivo. Fattori psicologici,
ansia, blocchi emotivi, di concentrazione sono parte integrante
dello sport. L'ansia, per come l'ho conosciuta, è un plusvalore
finché riesci a gestirla. Ed è indispensabile per ottenere grandi
performance. Il vero agonista sa incanalarla in modo che si
trasformi in impazienza di misurarsi, aumentando le qualità
cognitive e agonistiche. Ovviamente, oltre un certo limite diventa
un problema, come è successo a me prima a Madrid e poi a
Parma. Non la reggevo più, mi stava distruggendo il fisico.
C'è un confine molto sottile tra l'ansia positiva e quella
negativa: la seconda «taglia le gambe», la prima dà direzione e
intensità all'attività fisica ed intellettiva. Una persona può essere
bloccata dalla tensione e dalla paura di non farcela, e questa è
un'ansia negativa; un'altra può vivere con la sicurezza e la
consapevolezza di poterci convivere, mantenendo la motivazione,
la voglia di fare e di misurarsi senza paura, e allora l'ansia diventa
un propellente vitale. Io ho sempre dato tutto me stesso proprio
grazie all'ansia, che però mi ha svuotato anche molto presto, dopo
appena ventisette anni d; panchina.

289
Avrei dovuto smettere anche prima di allenare, ma il calcio
era la mia vita e la mia passione. Non potevo farne a meno. Ma
poi ho superato il limite oltre il quale l'ansia ti divora. Allora
scesi a un altro compromesso con me stesso, con le mie forze.
Decisi che avrei fatto il direttore tecnico del Parma.

La prima preoccupazione, nel mio nuovo ruolo di direttore


tecnico, fu quella di riordinare il settore giovanile. Questo lavoro,
tra problemi e difficoltà, più in ombra, oscuro, dietro le quinte,
che di rado finiva sui giornali, per me non fu meno
appassionante.
Agli inizi del Duemila il Parma aveva circa trecento centri
sparsi per l'Italia. Un numero enorme, da grande club. Chiesi
subito quanti giocatori avesse sfornato il vivaio negli anni e
quanti adesso militassero in serie A.
«Nessuno» mi risposero.
«Come nessuno? In dodici anni nessun giocatore?»
Ho sempre avuto un approccio pragmatico nella vita. Chiamai
Tanzi e gli chiesi per quale motivo tenessero i piedi un settore
giovanile così esteso che non dava frutti. «Lo fate per la
pubblicità dei vostri prodotti? Per un fine sociale o per un fatto
sportivo?» Tutto era lecito, bastava saperlo.
«Sportivo» mi rispose Tanzi.
«E non funziona? Possibile che da un vivaio così organizzato
non sia uscito un giocatore di talento in dodici anni?»
«Parma è una città benestante» fu il commento di Tanzi, «nel
calcio si fa troppa fatica, i ragazzi non vogliono impegnarsi.»
«No» risposi, «qui mancano i maestri, è questo il problema.»
Il vivaio è una delle risorse più importanti di un club per
rinnovare la rosa dei giocatori, puntare sui giovani, farli crescere,

290
e poi venderli.
«Dismettiamo tutto e riorganizziamo» conclusi. «È l'unica
cosa da fare.»
Così prendemmo un segretario, Gabriele Zamagna, e chiamai
una mia vecchia conoscenza, un giocatore che avevo incontrato
quando allenavo al Cesena, Davide Ballardini, che nel frattempo
aveva smesso di giocare e aveva iniziato un'ottima carriera da
allenatore passando dalle giovanili del Bologna, del Cesena, del
Ravenna e del Milan. Lo portai con me al Parma per gestire tutto
il settore del club, dai più piccoli fino alla Primavera. Ballardini
ha un'ottima didattica, e grazie a lui insegnammo alle giovanili il
calcio totale. Da questo lavoro di semina abbiamo raccolto ottimi
frutti. Dalle giovanili del Parma sono usciti giocatori del calibro
di Arturo Lupoli, poi passato nel 2004 nelle giovanili
dell'Arsenal, con una lunga carriera tra Derby County, Fiorentina,
Treviso, Honvéd, Varese, Ascoli, Grosseto. Oggi è al Frosinone.
Daniele Dessena, per tre anni colonna dell'Under-21, è nato a
Parma, ha giocato in prima squadra e poi nel Cagliari e nella
Sampdoria.
Luca Cigarini si è formato anche lui nelle giovanili del Parma
e poi è andato all'Atalanta, al Napoli, al Siviglia e ha vinto il
bronzo in Svezia agli europei Under-21.
Giuseppe Rossi ce lo soffiò per poche centinaia di migliaia di
euro il Manchester United, dove giocò fino al 2006 vincendo
anche una Coppa di Lega inglese; poi passò al Newcastle, al
Parma, al Villarreal e alla Fiorentina, militando anche lui nel
frattempo nelle varie Nazionali, dall'Under-16 fino all'Under-21 e
nella maggiore.
In pochi anni avevamo raccolto molto più di quello che
avevano seminato nei dodici precedenti, a dimostrazione, ancora

291
una volta, che il nostro calcio ha bisogno di vivai organizzati con
cura, di maestri, di allenatori che conoscano la didattica di un
gioco mirato al calcio totale, quello che ormai si pratica in tutto il
mondo. E il fatto che molti ragazzi usciti dal nostro vivaio
abbiano giocato all'estero in squadre prestigiose dimostra che
avevamo ragione sull'importanza del settore giovanile. Wenger,
grande allenatore dell'Arsenal, sostiene che il calcio totale ormai
non è più un'esigenza ma una necessità.

Quando divenni direttore tecnico del Parma, a fine dicembre


2001, la squadra era in difficoltà. Mi ricordo che, camminando in
centro, un giorno una signora anziana con il carrello della spesa
mi fermò e mi chiese: «Allora, signor Sacchi, ci salveremo?».
Per la stagione 2001-2002 al posto di Ulivieri, esonerato
dopo la decima giornata, il Parma aveva chiamato Daniel
Passarella, che avevo conosciuto a Firenze e che era uno dei
migliori interpreti del calcio totale. Arrivò il 6 novembre, ma la
società lo esonerò il 18 dicembre, dopo cinque sconfitte
consecutive. Al suo posto chiamammo Pietro Carmignani, uno dei
miei collaboratori più fidati, un amico da oltre quindici anni, con
cui avevo condiviso momenti straordinari della mia carriera di
allenatore, e che adesso meritava di raccogliere i frutti del suo
lavoro. Carmignani è un ottimo preparatore di portieri e un bravo
allenatore. Sostituì Passatella e con lui riuscimmo a conquistare
la salvezza e a vincere la Coppa Italia in finale con la Juventus.
Un ottimo risultato, un altro importante trofeo che chiudeva un
anno di luci e ombre, concluso con un decimo posto in
campionato.
Ma chiudeva anche un ciclo, con l'ultimo importante trofeo
vinto dalla squadra gialloblù.

292
Dopo Carmignani ingaggiammo Cesare Prandelli, un bravo
allenatore che giocava un calcio totale, ma con un po' di
pessimismo. Fece un buon lavoro e restò con il Parma fino al
2004, lottando sempre ai vertici del campionato. Ci giocammo
subito contro la Juventus la Supercoppa italiana in Libia.
Perdemmo per due a uno, con una doppietta di Del Piero e un gol
di Di Vaio, che dopo la finale fu venduto alla Juve. Avevamo già
venduto anche Cannavaro all'Inter, da cui prendemmo in
comproprietà, con possibilità di riscatto, un giovanissimo
Adriano, un fenomeno. Puntammo su giovani calciatori come
Bonera, Gilardino, Barone, Mutu. Ringiovanimmo la rosa
italianizzando anche la squadra.
Questo lavoro, pur se mi appassionava, durò poco. Il richiamo
della mia terra e la voglia di stare a casa, di vivere in famiglia, di
andare a mangiare una pizza con le mie figlie, di stare con mia
moglie, erano più forti. Nel 2003 mi dimisi anche dal ruolo di
direttore tecnico.
«Lo faccia da casa » mi suggerì Tanzi, «ci sono le
videoconferenze, si può lavorare anche così.»
Io non lo trovavo corretto: non avrei lavorato come dovevo.
Rifiutai di nuovo. Spiegai i miei bisogni, la necessità di stare in
famiglia, tranquillo, con gli affetti più cari. Era l'unico modo per
potermi riprendere dai postumi dell'ansia e dello stress. Un lungo
periodo di riposo tra le mura di casa, vivendo una vita anonima,
come quella di tante famiglie italiane.
«Se vuole, posso farle da consulente» proposi. E così fu.
Il nuovo direttore sportivo voleva vendere Alberto Gilardino
al Lecce per l'uruguaiano Ernesto Javier Chevantón, in più la

293
nostra squadra doveva sborsare dagli undici ai dodici milioni di
euro.
Io commentai con il presidente: «Noi abbiamo fatto una gran
fatica per abbassare i costi, questa è un'operazione che non
condivido, perché Gilardino è più bravo di Chevantón, e poi non
si possono spendere tutti questi soldi».
«Noi facciamo quello che dice lei» fu la risposta di Tanzi. «È
vero, non possiamo più tenere questo direttore sportivo, ma
finché non ne troviamo un altro deve farlo lei.»
Lo feci temporaneamente, con il solo stipendio di consulente.
Il campionato era cominciato bene: la squadra lottò fin da
subito per la zona Champions. Adriano segnava, poi un
infortunio lo fermò. Al suo posto Gilardino cominciò a segnare
dei gran gol.
Poi, il colpo di scena...

Tra novembre e dicembre del 2003 Tanzi venne arrestato per


il crac Parmalat. In quei giorni mi trovavo in Brasile per osservare
un giocatore. Mi raccontarono che tutti cercavano di arrangiarsi
evitando di restare sotto le macerie di quello che stava diventando
uno dei più colossali crac finanziari del mondo.
Allora chiamai Berlusconi. «Arrigo, non un buco, ma un
cratere, stia il più lontano possibile» fu il suo consiglio.
In quei giorni mi chiamò anche il segretario del Parma La
situazione era piuttosto complicata, per non dire altro. «Dài,
dacci una mano» mi pregò.
Non potevo lasciare il club allo sbando. Senza presidente,
senza una guida, e soprattutto senza soldi, il Parma rischiava di
sparire per sempre.

294
Così mi ritrovai di nuovo a fare le veci del direttore sportivo
con un contratto da consulente.
A fine novembre non avevano pagato gli stipendi ed eravamo
al limite dei quattro mesi, termine oltre il quale i giocatori
possono chiedere la moratoria. Nel frattempo era arrivato Enrico
Bondi, che aveva preso in mano le redini della società per
risanarla e portarla fuori dalla voragine di debiti. La vigilia di
Natale fu nominato commissario straordinario. Disse che non
avrebbe dato un euro per il Parma calcio, che dovevamo
arrangiarci. Quindi, per trovare i soldi e pagare gli stipendi,
avremmo dovuto vendere il più possibile al mercato di gennaio e
fare cassa. Mi chiesero di restare almeno fino a gennaio: «Fai tu
le trattative. Nessuno conosce come te l'ambiente, i contratti, il
mercato e i giocatori».
Il colpo grosso lo facemmo con l'Inter di Moratti per Adriano.
Di Adriano avevamo comprato metà del cartellino per tredici
milioni di euro. Ne chiesi a Moratti trentadue per rilevare la
comproprietà. Dopo un anno e mezzo il suo valore era quasi
triplicato. Perfino Galliani era incredulo, ma a Parma Adriano
aveva giocato bene, era cresciuto e aveva segnato molto.
«Incredibile, era dell'Inter, e adesso per riaverlo indietro devono
pagare diciannove milioni di più» fu il suo commento.
Nella lunga trattativa si inserì anche il Chelsea. Ma io
convinsi il procuratore di Adriano, un amico, a restare in Italia,
perché, dato il suo carattere e il costo della vita in Inghilterra,
sarebbe stato meglio per lui. «Sì, però il Chelsea ci ha offerto
quattro milioni e mezzo all'anno» obiettò il procuratore. A Parma
prendeva un milione e centomila euro. Parlai con l'Inter, andai a
incontrare Adriano a Malpensa e lo portai nella sede nerazzurra.
«Potete dargliene quattro e mezzo?» La contrattazione finì con un

295
esborso da parte dell'Inter di ventinove milioni, più mezzo anno
di stipendio pagato da loro; in più ci avrebbero dato un giocatore
in prestito. Purtroppo i soldi quella volta ebbero la meglio.

Il Parma si trovava a due partite dalla fine del campionato in


zona Champions League, con 2 punti di vantaggio giusto
sull'Inter. Le due squadre si affrontarono alla penultima giornata.
Purtroppo, al 16° del secondo tempo segnò proprio Adriano.
Loro andarono in Champions, il Parma no.
A questo punto devo fare un passo indietro. Quando scoppiò
lo scandalo Parmalat, Prandelli mi disse: «Adesso dobbiamo
cambiare le strategie, puntiamo sui giovani». Ma già lo stavamo
facendo: Adriano e Gilardino avevano tutti e due ventun anni,
Barone venticinque, Bonera ventidue, Ferrari ventiquattro, tutti
ragazzi bravi e seri professionisti.
«E come facciamo a tirare avanti e a trovare i giocatori per la
serie A se non abbiamo soldi?» chiese Prandelli.
«Noi puntiamo sui giovani. Se possiamo comprarli con i soldi
che abbiamo li prenderemo in A, altrimenti li compreremo dalla
B o dalla C1» risposi.
Come mi aveva detto il mio amico e maestro Alfredo Belletti,
il bibliotecario di Fusignano: «Non hai il libero? Costruiscilo
tu». I concetti sportivi sono gli stessi, sia che tu alleni il
Fusignano che il Parma in serie A.
Così finì anche il 2004. Il Parma si era classificato al quinto
posto. Prandelli mi confessò: «Mi vuole la Roma».
Bondi mi richiamò: «Faccia lei l'allenatore del Parma».
«No, non me la sento!»
«Rimanga come direttore sportivo.»
E così fu.

296
Nel frattempo, nell'aprile 2004 era stato dichiarato il
fallimento della Parmalat. Feci domanda d'insinuazione per
mettere il mio credito nel bilancio al passivo del fallimento. La
mia avvocata si sbagliò, fece domanda al netto e non al lordo.
Parlai con il presidente, un uomo di fiducia di Bondi. «C'è
stato un errore, mi avete chiesto tanti favori, ve li ho fatti, vi ho
aiutato in tutti i modi, adesso vi chiedo di poter cambiare la cifra
e di mettere il lordo» gli dissi.
Nel gennaio 2004 era arrivato Luca Baraldi, che mi aveva
chiesto un aiuto e io, sempre con lo stipendio di consulente,
avevo fatto tutto l'anno come direttore. Avevamo ridotto il costo
del lavoro da novantatré a trentacinque milioni, e poi da
trentacinque a ventidue. Avevamo venduto Adriano, quasi
triplicando il valore del suo cartellino, insieme a tanti giovani.
Avevamo lanciato talenti come Mutu. Insomma, avevamo salvato
la squadra dalla tempesta del fallimento della Parmalat: rischiava
di sparire e invece l'avevamo tenuta in piedi.
Alla fine il «no» di Bondi, perché la legge non lo ammetteva,
mi ripagava di tutti questi favori e dell'aiuto che avevo dato con
tutta la passione e l'amore che ho sempre messo nel mio lavoro e
per la società del Parma.

Dopo il Parma ricominciò la mia avventura in Spagna.


Madrid è una città fantastica. Per gli spagnoli il calcio è uno
spettacolo sportivo, per cui una vittoria senza bel gioco non è una
vera vittoria. La Spagna, dopo tanti anni, ha saputo costruire un
programma e una politica tutta incentrata sul gioco, lasciando un
segno che rimarrà nella storia del calcio. Al contrario, a noi
italiani interessa la vittoria a tutti i costi, e della storia e dello
spettacolo sportivo ce ne freghiamo, così le nostre vittorie si

297
dimenticano presto e difficilmente restano nella memoria. Nel
mio Milan il merito ha amplificato le vittorie, le ha rese epiche,
cancellando anche le sconfitte.
Dicevo sempre ai giocatori spagnoli: «Dagli italiani dovete
prendere l'agonismo, il furore, talvolta feroce, ma non quelle
derive cattive come la violenza, l'inganno, lo scoop a
prescindere».
Il tiki-taka, il possesso palla portato avanti dalle squadre
spagnole, nasce in una cultura calcistica che si sviluppa partendo
dalla tecnica. La Spagna ha avuto un'evoluzione diversa dalla
nostra, noi avevamo sviluppato l'agonismo, loro la tecnica, ma
entrambe all'inizio erano incompiute. Quando gli spagnoli hanno
fatto il salto di qualità, quando il calcio è diventato uno sport di
squadra, e hanno cominciato a sviluppare una tecnica non solo
individuale ma collettiva, esaltata al massimo, anche eccedendo, è
nato il tiki-taka. Il pericolo era che diventassero pleonastici - e
tante volte lo erano, perché il limite è molto sottile - tenendo la
palla e facendola girare fino all'ossessione, impedendo agli altri
di giocare, col rischio di perdere in velocità, in concretezza, di
offrire uno spettacolo noioso. Il tiki-taka ha un senso se non è
fine a se stesso, ma è l'inizio di un'azione che porta verso la porta
avversaria: tengo palla per trovare uno spazio, non per impedire
agli altri di giocare.
Il calcio è nato come uno spettacolo sportivo. Il gioco non
deve diventare manierismo. Il Barcellona è stato l'epilogo più
interessante di questo tipo di gioco, al quale univa un collettivo
sontuoso che si muoveva come un blocco compatto di 20-25
metri che, appena prendeva la palla, ti assaliva con un pressing
letale. Erano usciti da un concetto di football individuale per
trasformarsi in una vera squadra che interpretava in modo

298
magistrale possesso, cambi di velocità, triangolazioni rapide,
dribbling, sganciamenti dei terzini e degli attaccanti, in grado di
aiutare a segnare anche i propri compagni. Un'orchestra perfetta,
un vero spettacolo che esaltava le qualità di tutti i componenti.
Messi, Iniesta, Xavi, ma anche giocatori che avevano magari
giocato l'anno precedente nella tercera (serie C), come Pedro e
Busquets. Anche in fase di non possesso non difendevano quasi
mai individualmente ma collettivamente e, essendo sempre ben
collocati e posizionati, per loro era semplice fare pressing
ultraoffensivo, con raddoppi, diagonali, fuorigioco...

Al Real Madrid sono rimasto poco, dal 21 dicembre 2004 al


31 dicembre 2005, quando mi sono dimesso. Sono stati due i
motivi che mi hanno spinto: la nostalgia, ancora una volta, della
mia famiglia, della mia terra, e le difficoltà del mio ruolo.
Il presidente Florentino Pérez, che è anche il proprietario del
Real, tendeva a non delegare. Dopo cinque o sei mesi mi volevo
già dimettere, ma lui insistette che rimanessi fino alla fine
dell'anno e, per accontentarmi, mi comprò Sergio Ramos. Era un
giocatore che volevo assolutamente.
Sono rimasto a Madrid altri tre-quattro mesi, ma senza reali
possibilità di intervenire nella strategia della squadra. Alla fine
dissi a Pérez: «Presidente, io la stimo molto, le sono anche
riconoscente per avermi chiamato, ma qui mi sembra di rubare i
soldi. Fa tutto lei. Ne va anche della mia dignità».
Il Real era una squadra che aveva tanti giocatori di altissimo
livello, grandi campioni, ma aveva un problema: mancava lo
spirito di squadra. C'erano seri professionisti e altri mediocri, chi
aveva un grande amore per il proprio lavoro e una grande dignità,
e chi meno. Era un gruppo formato da bravi giocatori, ma non era

299
diventato una squadra perché non c'era interazione umana e
psicologica tra quegli undici. Nella rosa del 2004-2005 c'erano
Ronaldo, Michael Owen, Luís Figo, Zinédine Zidane, Raúl, il
capitano, e poi David Beckham, Roberto Carlos, Iker Casillas,
solo per citarne qualcuno.
Ricordo un episodio significativo per capire come andavano
le cose al Real Madrid. Alfredo Di Stéfano, un grande campione
del calcio spagnolo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, presidente
onorario del Real, che aveva allenato per oltre vent'anni squadre
prestigiose, si trovava seduto vicino a me in tribuna. Non aveva
mai visto una partita intera di quel Real. Si alzò dicendo: «Me voy
otro espectáculo feo aburrido!», e andò via annoiato e disgustato
perché non c'era gioco, non c'era spettacolo, era un calcio brutto e
noioso. C'erano solo dei campioni in campo e basta. È un
concetto, questo, che ancora oggi fatica a passare nei piccoli ma
purtroppo anche nei grandi club, pieni di campioni ma non
funzionali a un'idea di gioco.
Mi ricordo inoltre una partita giocata contro una squadretta,
l'Alavés: due giocatori del Real in campo costavano più di tutti
loro messi insieme. Ci assediarono, non ci fecero passare la metà
campo. Amancio, dirigente del Real, insieme a Butragueño,
vicepresidente, erano allibiti: «Una vergogna totale» dissero. Una
squadra di ragazzi dominava il gioco e non faceva passare la metà
campo al Real dei campioni. Tirarono in porta, colpirono pali,
Casillas si superò più volte con parate incredibili, fu il migliore
in campo. A dieci minuti dalla conclusione Roberto Carlos mise
in azione Ronaldo con un lancio da quaranta-cinquanta metri.
L'attaccante, che fino a quel momento era stato «un palo in mezzo
al campo», come dissero dalle tribune, bruciò l'avversario in
velocità e fece gol. Negli ultimi minuti la squadra dell'Alavés si

300
riversò ancor di più all'attacco, e il Real replicò di nuovo nello
stesso modo. Lancio lungo a scavalcare il centrocampo, palla di
nuovo a Ronaldo, che segnò ancora in contropiede. Toccò due
palloni e fece due gol. Di Stéfano - che quando giocava dicevano
avesse il dono dell'ubiquità, tanto correva da una parte e dall'altra
del campo -, il giorno dopo, in una riunione della dirigenza del
club, disse in tono polemico rivolgendosi a Butragueño: «Gli
attaccanti moderni... Tu, Emilio, quando hai giocato contro il
Milan sei andato in fuorigioco ventisei volte, Ronaldo tocca due
palloni e fa due gol».
Quando non c'è lo spirito, non c'è umiltà, non c'è attenzione,
entusiasmo, amore per quello che fai, non puoi costruire un
gioco, anche se sei il miglior allenatore del mondo.
Una volta andammo a Siviglia. Fuori dallo stadio c'erano
quasi quattromila ragazzine che urlavano, chiedevano foto e
autografi. «Vedi l'entusiasmo che creiamo» mi disse sorridente
Florentino Pérez.
«Non conta l'oggi, ma il domani: dobbiamo creare entusiasmo
giocando la partita, non perché i giocatori sono diventati dei
personaggi. Questo non è un film, è una squadra di calcio.»
Oggi la situazione in Spagna è molto diversa. Sono passati
quasi dieci anni. Grazie a Pérez la squadra del Real è ridiventata
un'istituzione. Lui è un dirigente straordinario, un organizzatore
eccellente, che ha visioni che solo i grandi posseggono. Sarebbe
perfetto se solo si fidasse di più dei propri tecnici. Comunque è
talmente bravo che si può perdonare questa invadenza. Non
scordiamoci che aveva ereditato un Real che aveva perso prestigio
e identità e l'ha trasformato nel più ricco e importante club del
mondo.

301
Sono andato a trovare Carlo Ancelotti, che attualmente allena
proprio il Real Madrid. Era tanto che me lo chiedeva. Lui è
l'amico di una vita, una delle pedine più importanti di quel
favoloso Milan con cui vincemmo tutto, che mi aveva affiancato
anche come vice nella Nazionale ai mondiali americani.
Al Real Madrid ha fatto cose superbe. Mi ha fatto subito
visitare la Ciudad Deportiva. Il presidente Florentino Pérez la
fece costruire nel 2005 e la aggiorna praticamente ogni anno.
Allora ci lavorarono contemporaneamente anche mille operai. Ora
è il più funzionale e moderno centro sportivo del mondo. Ci sono
due alberghi a cinque stelle per la prima squadra e la cantera,
ristoranti, palestre, piscine, tutto il meglio per le cure
fisioterapiche e per allenarsi. I campi sono perfetti grazie a un
giardiniere inglese che li tiene in modo mirabile. Ce ne sono tre
per la prima squadra in erba naturale, quattro in erba naturale e
quattro in sintetico per la cantera, più uno stadio di sette-ottomila
posti intitolato al grande Di Stéfano. Florentino pensa in grande.
Quest'anno investirà quattrocento milioni per rendere ancora più
bello e moderno lo stadio Bernabéu. La sala presidenziale sembra
la stanza ovale della Casa Bianca.
Dopo sette anni chiesi al presidente quanti soldi aveva speso,
e lui rispose: «Nessun presidente tira fuori i soldi. Il club si
autofinanzia. Ho speso solo tre milioni per la mia campagna
elettorale.»
Questo è il Real Madrid: un'istituzione spagnola che
rappresenta la Spagna nello sport e che conta circa duecento
milioni di tifosi nel mondo. Un modello da imitare, anche in
piccolo.
Carlo, oltre a essere stato un grande giocatore e un campione,
è un tecnico bravissimo che possiede e dà serenità, è felice di

302
come stanno andando le cose e della stima che gode in tutto
l'ambiente, iniziando da quella del presidente. Grazie a Pérez il
club ha oggi il fatturato più importante del mondo
(cinquecentocinquanta milioni di euro) e a prevede di arrivare nel
2015 a seicentocinquanta. Quando arrivò Florentino, nel 2000-
2001, il fatturato era di centodiciotto milioni, inferiore a quello
del Milan. Il fatturato del marketing nello stesso periodo è
passato da trenta a centosettantasei milioni. Il presidente
possiede capacità imprenditoriali e organizzative di altissimo
livello. Però è anche molto esigente e critico con i suoi tecnici.
Carlo è abituato a lavorare con presidenti che non lo lasciano
tranquillo. Ma, se per la maggior parte dei tecnici questo
costituirebbe un problema, per lui è uno stimolo. Inoltre
Ancelotti deve gestire una pressione mediatica inusuale negli altri
club spagnoli, ma lui con flemma e intelligenza la tramuta in
qualcosa di positivo. Tatticamente gioca con un 4-3-3 che si
trasforma in 4-4-2 in fase difensiva. Gli hanno acquistato a
centrocampo tutte mezzepunte: Modrič, James Rodriguez, Kroos
e Isco. In più ha tre attaccanti bravissimi: il fuoriclasse Cristiano
Ronaldo, che ha vinto il Pallone d'oro per la terza volta nel 2014,
Benzema e Bale, che sono prevalentemente portati alla fase
offensiva. Con pazienza, abilità e chiarezza è riuscito a farne una
squadra moderna: il loro possesso e le ripartenze sono
straordinari.

L'allenamento cui ho assistito è stato breve, avevano appena


giocato ma c'è stato molto impegno. Le giocate sono state rapide
e la partitella a due tocchi. Alla fine della seduta abbiamo parlato
con Sergio Ramos, del quale sono amico. Mi ha chiesto un parere
riguardo al contratto: «Voglio rinnovare, ma Florentino mi vuole

303
dare meno. Cosa ne pensa?». Ho risposto: «Tu devi rimanere,
pensa a Kaká e a Sevčenko, che stavano bene al Milan e per i
soldi sono andati via accorciandosi la carriera. Tu qui stai bene e
devi rimanere». Gli ho ricordato inoltre che per convincere Pérez
a comprarlo gli avevo garantito che sarebbe stato il nuovo
Maldini.
Carlo è un padrone di casa eccezionale, non ha mai bisogno
di alzare i toni, possiede la calma dei forti, e così è anche suo
figlio. Il sabato mattina sono andato alla Ciudad Deportiva, dove
doveva tenere una riunione con i tecnici e con i giocatori. Subito
mi ha mostrato i filmati del Celta e mi ha letto le relazioni dei
suoi assistenti. Siamo andati nella sala con i giocatori per
visionare il video della fase di attacco, di difesa e a gioco fermo
del Celta. Carlo ha spiegato cosa fosse necessario per mettere in
difficoltà l'avversario. Tutto questo in stretto castigliano, anche se
ogni tanto gli è scappata qualche parola in italiano, e la
pronuncia è più da reggiano che da spagnolo. Però, visti i
risultati, evidentemente lo capiscono bene.
Alle 18.30 siamo saliti sul pullman per il Bernabéu, dove
migliaia di persone aspettavano la squadra. Devo ammettere che
mi sono emozionato. Ho chiesto a Carlo come si sentiva. «Sono
molto teso, passa il tempo ma lo sono sempre di più.» Sarebbe un
grande giocatore di poker: non me lo ha mai dato a vedere. Pure i
giocatori mi sembravano tranquilli.
Mezz'ora prima che iniziasse l'incontro ho salutato tutti
augurando in bocca al lupo e abbracciando Carlo, e ho raggiunto
il presidente. Mi ha detto: «Carlo sta lavorando bene». Quando
gli ho risposto che sarebbe passato alla storia, come il mitico
Bernabéu, si è schernito. Da più parti avevo sentito che non fosse
convinto del lavoro di Carlo, invece mi ha detto il contrario,

304
anche se desidererebbe che i migliori giocassero tutte le sessanta
partite della stagione. Quando lo ingaggiò mi disse: «Spiegagli
bene che i tifosi vogliono una squadra padrona del campo e del
pallone, con pochi lanci».
Nell'intervallo ho incontrato Butragueño e Ramón Martínez.
Ho chiesto al Buitre che cosa pensasse del Real e di Carlo, e lui
mi ha risposto: «Sta facendo un grande lavoro con pazienza e
bravura. Chapeau».
Alla fine della partita sono andato nello spogliatoio e con
Carlo e il presidente si è parlato della sfida appena vinta. Sono
convinto di una cosa: nessuno come lui sa fare gruppo e trovare
le soluzioni più adatte. Per questo lo amano.
Florentino per me è uno dei più grandi presidenti di calcio al
mondo. Fidandosi di Ancelotti e avendo con lui un rapporto
basato sul dialogo, ha reso grande il Real.
Quando nel 2005 gli dissi che volevo dimettermi anche dal
Real, Florentino Pérez mi rispose serio: «Nessuno si dimette dal
Real Madrid».
Alla fine vinsero la mia dignità e la nostalgia di casa. Rimasi
fino a dicembre di quell'anno.
Prima di andar via, però, gli dissi: «Se rinasco spagnolo, mi
dovrà mandare via a calci nel sedere».
E lui si mise a ridere.

305
17. «Un giorno avanti»

Abbiamo bisogno di un nuovo modo di


pensare per risolvere i problemi causati
da un vecchio modo di pensare.
ALBERT EINSTEIN

Ho sempre avuto una grande passione per la didattica.


Insegnare la bellezza e lo spettacolo del calcio mi ha riempito di
grande soddisfazione. La mia è stata una vita di corsa, alla ricerca
della perfezione. Sono sempre stato così concentrato nel mio
lavoro che alla fine ho trascurato la salute, e in quasi trent'anni ho
accumulato uno stress tale che anche il fisico ne ha risentito. Al
ritorno dalla Spagna avevo una spalla da operare, tendini
malconci, le anche da rifare, ernie alla schiena... insomma, ero
ridotto male e avevo bisogno di riposo e di tranquillità.
Quando nel 2005 l'Università di Urbino mi conferì la laurea
honoris causa in Scienze e tecniche dell'attività sportiva, per me
fu un onore e una grande emozione. Un titolo gradito a maggior
ragione da uno che ha studiato poco e che ha lasciato la scuola
all'ultimo anno di ragioneria. Mi ritengo un uomo fortunato:
senza fare il calciatore sono diventato allenatore, e senza mai
entrare in un'università sono diventato dottore. E, senza bere e
senza aver fatto alcun corso, sono diventato anche sommelier.
A fianco del magnifico rettore dell'università Carlo Bo di
Urbino, c'erano volti del Milan come Filippo Galli, Franco
Baresi, Carlo Ancelotti, Mauro Tassotti, e tanti altri giocatori;
della Nazionale erano presenti Pietro Carmignani e Vincenzo
Pincolini, del Parma Luca Baraldi e Daniele Zoratto; del Real
Madrid Emilio Butragueño; e poi Alberto Zaccheroni e il
306
presidente della Fiorentina Andrea Della Valle. Gianni Letta,
sottosegretario alla presidenza del Consiglio, mi aveva onorato
della sua presenza.
Fuori c'era un pubblico da stadio: cinquecento ragazzi con
sciarpe e striscioni del Milan appesi alle balconate.
Esordì Galliani: «Prima di Arrigo c'è stato il calcio
all'italiana, poi è arrivata la rivoluzione, quel Milan avrebbe
meritato la laurea».
«Il calcio del futuro sarà solo questo, praticato da una
squadra capace di giocare a tutto campo e a tutto tempo» dissi. E
chiusi dicendo che ero davvero emozionato e onorato: «Ho
studiato poco e so parlare solo di calcio».

Con una parte della stampa non ho avuto rapporti facili. Fra i
giornalisti, come ho detto, ho creato due schieramenti: pro e
contro Sacchi, che qualche volta sono anche venuti alle mani in
tribuna. Ho acceso discussioni al limite della lite, ho anche
cambiato il gergo del calcio, con le famose «ripartenze», i
«collocamenti preventivi», le «marcature preventive», intaccando
la loro leadership anche linguistica. Ho inventato un lessico del
calcio adeguato alla mia didattica e al mio modo di giocare, e
questo i miei detrattori non hanno potuto accettarlo. Anche tra
loro ce n'erano alcuni molto preparati e altri meno, giornalisti che
scrivevano capendo quello che stavo facendo e altri che, pur
vedendo un calcio spettacolare, aggressivo e dominante, mi
davano contro per ragioni calcistiche o talvolta anche politiche,
come accadde al mondiale. Per trent'anni sono stato al centro
delle polemiche. Adesso potevo stare, con tranquillità, dall'altra
parte della barricata.

307
Mi piace scrivere. In tutti questi anni ho scritto centinaia di
articoli, mi piace raccontare le partite dal punto di vista tecnico,
con onestà, senza esagerare, con toni pacati, sperando di dare a
tutti coloro che leggono i miei articoli qualche spunto
interessante. Il lungo lavoro fatto con i calciatori, insegnando per
una vita un modo di pensare e di giocare un calcio diverso, si è
riversato così negli articoli di giornale. Parlo dei giocatori, delle
loro qualità e dei loro limiti, giudico le tattiche, suggerisco con
discrezione quello che dovrebbero fare gli allenatori se fossi un
loro consulente. Parlo di incontri, di prospettive... tutto con una
scrittura ferma, semplice, mai sopra le righe, ritrovando così nel
giornalismo una forma di educazione del pubblico sportivo e dei
tifosi che penso sia una delle sue componenti principali. Spero di
poter aiutare i lettori a comprendere meglio il calcio.

In seguito grazie a Mediaset sono diventato opinionista


televisivo, e nel mondo arabo sono commentatore di Al Jazeera-
beIN. Tra il 2006 e il 2007 ho scritto anche alcuni articoli per «El
País» in Spagna e oggi curo una rubrica, «Sopra la panca», che
dura da oltre dieci anni, sulla «Gazzetta dello Sport». È un lavoro
che mi gratifica molto, che mi fa parlare di calcio, con la finalità
di tentare di educare il pubblico a una visione di questo sport
come spettacolo.
E siccome il calcio è lo specchio della società, porto
l'esperienza dello spogliatoio nelle aziende come relatore in
convention, raccontando che, al pari del calcio, anche in
un'impresa si parte da un gruppo e si diventa squadra grazie alla
passione, all'amore per il lavoro e al rispetto per la società per cui
si lavora, tutti tesi verso un obiettivo comune.

308
Non ho mai dimenticato i miei inizi in fabbrica.
Quell'esperienza mi ha formato non solo nel carattere ma anche
nella professionalità, grazie al senso del dovere che mi ha lasciato
in eredità mio padre, senza però perdere di vista la bellezza di
inseguire i propri sogni. Oggi cerco di trasmettere tutto questo ai
manager, facendo loro dono della mia lunga esperienza didattica,
raccontando come ho gestito psicologicamente lo spogliatoio con
tante personalità così diverse, i rapporti con il pubblico e con la
stampa, la proprietà e gli altri dirigenti del club.
Giro il mondo, chiamato dalle federazioni nazionali di calcio
di Paesi come Repubblica Ceca, Ucraina, Slovenia, Canada, Stati
Uniti, Spagna, Olanda, Polonia, Brasile, Colombia, Paraguay,
Costarica e Svizzera. E spesso ho anche rifiutato alcuni inviti.
Nel 2000 mi chiamarono in Inghilterra per tenere alcune
lezioni sul calcio. In uno di questi incontri era presente anche
Mark Hughes, allora allenatore del Galles, poi del Manchester
City, che mi fece una domanda. Voleva sapere come aveva fatto
una squadra come il Milan a nascere in un Paese come l'Italia in
cui si gioca un calcio difensivo e, se il campo fosse lungo due
chilometri, si ritroverebbero tutti negli ultimi venti metri. «Ma
come ha fatto?» ribadì.
Gli risposi che il nostro calcio era il frutto di una società
ambiziosa, competente, che aveva sani principi e soprattutto
rispettava i ruoli. E di un allenatore che aveva scelto e ingaggiato
i migliori interpreti, i più adatti al gioco che aveva in mente.
Avevamo preso giocatori funzionali, lavorato molto e, bisogna
sottolinearlo, con un'idea del calcio lontana dalla tradizione
italiana. Non che la disconoscessi, anzi, ma credevo che la si
potesse ampliare. Volevo solo allargare la visione e le possibilità
di giocare in un altro modo. Per me il calcio si identifica con il

309
concetto di squadra, che non disconosce la bellezza del gioco ma
ne fa un valore. La vittoria è importante, ma anche lo spettacolo.
C'è un pubblico pagante che vuole divertirsi quando viene allo
stadio, non bisogna dimenticarlo mai. Volevo una squadra quasi
arrogante nel dominio del gioco: se perdevamo la palla, volevo
riprenderla velocemente aggredendo l'avversario con il pressing,
per poi attaccare subito. Volevo il dominio del pallone e del
campo, e per far questo dovevo mettere da parte giocatori anche
bravi ma poco funzionali al gioco e prendere invece quelli che
meglio si adattavano a questa mia visione. Non ho mai
disconosciuto il talento individuale, semplicemente non volevo
giocatori solisti e giocolieri che non giocavano per la squadra e
con la squadra. Dovevano mettere il loro talento a disposizione
degli altri perché poi il gioco avrebbe esaltato le loro qualità. E
tutto questo ho potuto farlo grazie a una società che me lo ha
consentito.
Così risposi. In Italia non mi hanno mai fatto una domanda
del genere. La nostra è presunzione, figlia dell'ignoranza, per
questo continuiamo a non capire, a non sapere e, soprattutto, a
non crescere. Paradossalmente, il mio calcio e il mio modo di
pensare questo sport hanno riscosso più successo all'estero che in
Italia. Lo sport, il calcio, sono una palestra di vita: alimentano la
passione, la costanza, lo spirito di sacrificio, la collaborazione, il
rispetto, l'educazione, la dignità, il coraggio, la volontà,
l'attenzione, la perspicacia, l'intuizione, la cultura in generale
compresa quella della sconfitta, che rispecchia la capacità di
sapersi realizzare attraverso l'impegno e il lavoro e non solo
attraverso la vittoria. Il calcio dovrebbe trasmettere tutti questi
valori ad una società in crisi morale. Sono valori, questi, che
creano il gruppo, la squadra. Perché senza etica non c'è squadra, e

310
se non c'è squadra di conseguenza non c'è gioco e non c'è
divertimento. E non si raggiungono risultati a livello
internazionale.

Dovunque abbia lavorato mi hanno sempre richiamato


(Rimini, Parma, Milan), segno che il mio lavoro è sempre stato
apprezzato per serietà e coerenza. Ancora oggi, Berlusconi e
Galliani mi hanno offerto di continuare a collaborare con loro.
Per me al Milan la porta è sempre aperta.
Così è successo con la Nazionale. Quando, nel 2010, mi
offrirono di lavorare per le giovanili della Nazionale, accettai
subito: potevo portare la mia esperienza ormai quarantennale
anche ai giovani, trasmettere loro alcuni concetti fondamentali su
che cosa è il calcio come gioco offensivo e come spettacolo. Ho
lavorato con le Primavere di Cesena e Fiorentina, ho allenato
squadre di ragazzi, per cui avere la responsabilità del settore
giovanile della Nazionale mi sembrava il modo migliore per
trasmettere la mia esperienza alle nuove generazioni. Insegnare,
per esempio, come il senso del dovere, la generosità, l'ambizione
(che non si deve mai trasformare in superbia o in presunzione)
siano il bagaglio necessario per il calciatore di domani,
orgoglioso di indossare una maglia, quella azzurra, che ha scritto
pagine immortali nella storia del calcio mondiale. La vittoria è
generata dalla serietà con cui ci si è preparati.

Con le giovanili della Nazionale abbiamo creato uno staff


omogeneo, dall'Under-15 all'Under-21. La mia funzione è stata
quella di scegliere, seguire, aggiornare, consigliare e
confrontarmi con gli allenatori federali delle varie squadre.
Indicavo lo stile e la filosofia di gioco che doveva essere comune

311
a tutte le Nazionali. Proponevo le metodologie e la didattica per
attuare il gioco richiesto, presenziavo alle gare con un confronto
prima e dopo con i vari allenatori. Andavo agli allenamenti e
talvolta urlavo e cercavo di correggere gli errori più grossolani.
Inoltre c'era un lavoro di coordinamento di tutti i passaggi, dalla
pre-convocazione alla gara; creavo un planning tecnico,
convocavo gli allenatori dei settori giovanili di club. Mettevo a
frutto tutta l'esperienza che avevo accumulato a livello
internazionale e cercavo di metterla a disposizione dei ragazzi e
degli allenatori delle Nazionali.
Per fare questo, insieme ai miei collaboratori, avevamo creato
delle schede di valutazione dei giocatori con voti che andavano
da uno a dieci per le seguenti voci: 1) intelligenza, 2) personalità,
3) volontà, 4) tecnica. Se non raggiungevano il 29 erano da
scartare; da 30 a 31 da rivedere; da 31 a 32 e mezzo, restavano
una seconda scelta. Dal 33 in su erano nella rosa della Nazionale.
Oggi quelle schede le riscriverei in questo modo: 1) intelligenza,
2) sensibilità, 3) volontà, 4) temperamento, 5) tecnica, tenendo
conto che quest'ultima è anche quella maggiormente migliorabile
nel lavoro di allenamento, mentre il temperamento e la velocità
sono genetici, o li hai o non li hai.

Ancora oggi in Italia si vince il campionato prevalentemente


grazie alla difesa e alle individualità; al contrario, a livello
internazionale, si vince con un calcio offensivo e collettivo: due
modi, due filosofie di intendere il gioco.
La mia filosofia era semplice ma allo stesso tempo
rivoluzionaria in Italia, e per molti aspetti non è ancora entrata a
far parte della cultura sportiva del nostro Paese. Ma se vogliamo
essere all'altezza delle competizioni internazionali, dobbiamo

312
costruire un gioco più evoluto e moderno, e più faremo questo
più moltiplicheremo le qualità dei singoli e le possibilità di
successo. Il gioco non si può improvvisare o lasciare all'estro del
singolo, devono esserci un'idea comune e un allenamento di base.
L'allenatore deve essere l'ideatore, i giocatori gli esecutori, abili e
disponibili.
Il problema con le Nazionali è formare una squadra e non
essere soltanto una rappresentativa. Questo è possibile solo
giocando un calcio totale con undici giocatori in posizione attiva
con e senza palla, i cui riferimenti nell'ordine siano la palla e i
compagni, poi l'avversario. L'idea è quella di essere padroni del
campo e del gioco con una squadra corta e collegata, recuperando
palla subito con la zona pressing e aumentare così il possesso
palla. La Nazionale deve tracciare la strada ed essere un punto di
riferimento per i club, cercando di essere «un giorno avanti». Un
progetto che abbiamo in parte concretizzato e che ancora oggi ha
un suo valore.

Abbiamo proposto alcune riforme strutturali del settore, come


la creazione di centri federali sparsi per l'Italia, l'obbligo di centri
formazione per i club di serie A, l'obbligo per le società di A e B
di avere dei responsabili tecnici dei settori giovanili, formati
attraverso un Supercorso che abbia la durata almeno di un anno
scolastico.
Oggi si possono proporre alcune modifiche, ma quando le
nostre concorrenti straniere possono usufruire di centri federali
operanti, centri di formazione nei club o accademie e tecnici
specializzati che consentono loro di lavorare bene e con più
tempo a disposizione rispetto a noi, diventa dura essere
competitivi, nonostante la nostra storia.

313
Perciò ho proposto che nella Primavera si giocasse con solo
due fuori quota, che si potesse creare un torneo di seconde
squadre per terminare il processo di apprendimento e
maturazione nel proprio club (come già accade in Inghilterra,
Spagna, Francia e Germania) e che si istituisse la sezione Under-
14 su cinque-sei centri federali periferici (due al Nord, uno a
Coverciano, uno a Roma, uno a Napoli, uno al Sud, in località da
definire) in cui lavorassero dei nostri tecnici con particolari
competenze e facessero attività di scouting, oltre che di verifica
dei metodi di lavoro. Ho chiesto alla federazione un controllo più
attento verso i ragazzi stranieri affinché vengano tutelati come le
norme prescrivono. Ho chiesto che ogni società abbia come
responsabile un allenatore laureato a Coverciano. E poi, di
investire e potenziare il settore tecnico con insegnanti sempre più
qualificati e di aumentare i corsi di aggiornamento per gli
allenatori di base dei settori giovanili e dei dilettanti e inoltre di
incrementare il materiale didattico. Infine, di aiutare
economicamente con sovvenzioni le società che creano un centro
di formazione. Un modo per dare linearità e uniformità al gioco.
Insieme a Maurizio Viscidi e allo staff delle giovanili, dai
dirigenti agli allenatori, ho cercato di rendere moderno il settore
più delicato della Nazionale, quello che fa crescere i giovani e
dunque il futuro del calcio italiano, perché senza una rivoluzione
con e per i giovani talenti non saremo competitivi con altre
nazioni che già fanno tutto questo a un alto livello organizzativo,
come per esempio Spagna, Germania, Francia, Inghilterra, Olanda
e ultimamente Svizzera e Austria. Se il calcio è lo specchio del
Paese, il nostro sogno era quello di essere «un giorno avanti»
rispetto ai club e alla società stessa, pensando al calcio come a un
modello di riferimento rispetto a una società che non valorizza le

314
sue energie migliori. Senza un ricambio generazionale eccellente,
questo sport è destinato all'estinzione.

Qualche anno fa ho lanciato l'allarme sulla presenza di troppi


stranieri nei nostri club. Se mi metto a leggere le formazioni delle
squadre di un incontro di campionato o di Coppa Italia, a volte
non mi sembra di essere in un campionato italiano, e quando ci
sono troppi stranieri la storia insegna che a soffrirne sono il
nostro calcio e le nostre Nazionali. Guardiamo per esempio al
Real Madrid: è vero che ci sono tanti stranieri, ma ci sono anche
tanti spagnoli, spesso provenienti dal vivaio perché lo esige anche
il pubblico. In Italia interessa solo vincere, e se lo fai con
venticinque stranieri in campo va bene lo stesso. Si può ancora
parlare di campionato italiano? L'Italia è al 30° posto del ranking
europeo con la percentuale più bassa, solo l'8,4 per cento, di
giocatori provenienti dal settore giovanile del proprio club.
Mentre invece la Francia è al 23,6 per cento, la Spagna al 21,1, la
Germania al 16,6, l'Inghilterra al 13,6. E la media europea è del
21,4 per cento. Tirando le somme, in una rosa di venti-
venticinque giocatori solo uno o due provengono dal proprio
settore giovanile. Il Barcellona, in testa alle classifiche europee,
porta in prima squadra ben quindici ragazzi. Che futuro può avere
il nostro calcio di fronte a questi dati? E la nostra Nazionale?
Dove sono i campioni del nostro futuro?
Oggi molte società di calcio pensano più al business che al
gioco. Quando alcune società comprano gruppi di ragazzi
stranieri senza neanche averli visti giocare, li portano in Italia a
gruppi perché tanto costano poco e poi li rivendono ad altre
società, abbandonandoli a loro stessi, provocano un danno
morale, etico e tecnico enorme. Le conseguenze psicologiche per

315
questi ragazzi sono pesanti, perché sognano una realtà
inesistente.
La presenza degli stranieri nei nostri club è un dato destinato
a impennarsi. L'Italia è stato il peggior Paese in tutta Europa, con
un aumento del 12,5 per cento del numero di stranieri rispetto al
2009-2014. La Germania invece è il Paese che ha migliorato
maggiormente nello stesso periodo con un 11 per cento di
stranieri. L'Italia ha cinque squadre nella top europea per numero
di stranieri; l'Inter è tra le squadre peggiori con l'88,9 per cento;
l'Udinese con l'80; la Fiorentina con il 79 e il Napoli con il 73.
Che benefici ne traggono, per esempio, lo spettacolo, il gioco, la
bellezza dei vari campionati?
Sarà un caso che poi la nostra Nazionale negli ultimi due
campionati del mondo sia uscita al primo turno? Se non c'è
orgoglio nazionale nei club, come può esserci nella Nazionale? E
chi ha vinto l'ultimo mondiale in Brasile? Il sistema è tanto
marcio che qualche settimana fa hanno travisato una mia
intervista per accusarmi di essere un razzista quando la mia storia
di allenatore racconta ben altro. Un giornalista senza scrupoli ha
estrapolato una frase da un discorso, creando una cassa di
risonanza dove falsi protagonisti, giornalisti superficiali, arrivisti
e perfino politici hanno cavalcato l'onda delle polemiche per
mettersi in mostra. Solo Mattia Losi del «Sole 24 Ore» ha
controllato l'intervista originale smentendo le accuse.
Alla fine ci ho riso sopra, perché la mia storia di allenatore
racconta davvero ben altro. Ho comprato Rijkaard per il Milan, e
Adriano al Parma dove allenavo Jùnior, Mboma, Appiah. Quando
ero al Real, Florentino Pérez mi chiese un favore, e in vista di un
cambio di allenatore, chiamai Vanderlei Luxemburgo, un

316
brasiliano. Pérez, che non lo conosceva, quando lo vide disse:
«Estas morenito».
«Un poquito» risposi sorridendo.

E tanto basta.
Dal 2010 ad oggi abbiamo vinto solo una Coppa dei
Campioni con l'Inter: nessuna finalista in altre competizioni. Una
magra spaventosa in Europa, che, rispetto al periodo tra la fine
degli anni Ottanta e gli anni Novanta, dimostra ancora una volta
come il nostro calcio non sia più competitivo ad alti livelli sulla
scena europea e mondiale.
Ancora una volta il nostro calcio è lo specchio di una società
vecchia, in piena crisi economica e culturale, in recessione, senza
progettualità, che punta sul singolo e giocatori stranieri per
rimediare a una povertà complessiva di idee. Quello che ho
cercato di svolgere negli anni passati con le giovanili della
Nazionale è stato proprio questo progetto di futuro per i giovani,
con qualche risultato che ci ha dato grande soddisfazione, come
l'essere diventati nel 2013 vicecampioni d'Europa con l'Under- 21
e vicecampioni d'Europa con l'Under-17. Ma è tutto il sistema che
va ripensato nelle sue fondamenta insieme ai club.
Evani, che oggi collabora come allenatore alle giovanili
azzurre, ha sottolineato in un'intervista l'apporto che sono
riuscito a fornire al settore giovanile della Nazionale: «Da
quando è arrivato mister Sacchi, sono aumentati stage, partite
internazionali e regole. Ha voluto sviluppare un certo tipo di
gioco, con il quale possono aumentare le conoscenze dei ragazzi.
Tutti abbiamo avuto dei benefici, sia noi tecnici che i calciatori,
apprendendo qualcosa in più. Sta migliorando anche
l'atteggiamento delle società, che ultimamente hanno cominciato

317
a valutarli con più attenzione, anche se non siamo ancora ai
livelli dei campionati stranieri, dove le possibilità per i giovani
sono maggiori e arrivano anche prima».

Lo stress ha vinto la sua partita. Di giorno faccio palestra e


corro in bicicletta. Mi piace uscire con gli amici, andare al bar e
chiacchierare di calcio, uscire a cena e incontrare «il professore»,
che ormai è come un fratello per me.
Sento il bisogno di andare al ristorante o in pizzeria con i
miei cari, come fanno le persone normali.
Desidero una vita semplice con la mia famiglia e gli amici del
mio paese. Dopo aver vissuto tanti anni con l'acceleratore
schiacciato, mi piace vivere tranquillo. Mi riposo, guardo ancora
le partite.
D'estate mi trasferisco a Milano Marittima, dove cammino
lungo la spiaggia e soprattutto vado a correre nella pineta dietro
casa. Leggo i giornali, scrivo. Da quando avevo dodici anni,
Milano Marittima è stata per me l'altro paese, quello estivo, dove
soggiornavo con la famiglia da maggio a settembre. Ma non è
solo il luogo dove trascorro le vacanze, è un luogo di affetti, di
ricordi e di lavoro: una delle mie figlie oggi gestisce l'albergo di
proprietà La Perla Verde.
D'estate, appena potevo, correvo sempre a rifugiarmi a Milano
Marittima, come capitava d'inverno a Fusignano. È l'altra parte
del mio cuore. Qui conosco tutti, per cui, invece di prendermi una
pausa, tutti mi chiedevano sempre un parere o una battuta sui
calciatori, sulla partita, sulla squadra, gli incontri... non sono mai
riuscito a staccare neanche al mare. Per non parlare poi dei tifosi
che affollavano la riviera durante le vacanze. Ma credo sia giusto
così.

318
Quando guardo indietro, sono molto orgoglioso della mia
carriera di allenatore. Sono partito dai dilettanti, la mia vera
università, poi sono stato un anno nei semiprofessionisti, tre anni
in serie C, un anno in B, quattro anni con le giovanili della
Fiorentina e del Cesena, e poi sono sbarcato in A. Ho fatto tutta
la scalata senza mai essere stato esonerato e senza mai essere
retrocesso, con squadre di giovani che avrebbero dovuto lottare
per la salvezza e si ritrovavano spesso a lottare ai vertici dei vari
campionati.
Molti di quei campioni del Milan hanno proseguito in
maniera diversa la difficile professione dell'allenatore. Donadoni,
Rijkaard, Gullit, Evani, Van Basten, Ancelotti... erano professori
in campo, e oggi lo sono in panchina. Tutti loro, in un modo o in
un altro, hanno sempre riconosciuto che il lavoro fatto con il
Milan alla fine degli anni Ottanta è stato fondamentale non solo
per la loro carriera di giocatori ma anche di allenatori. E poi ci
sono anche allenatori che guardano al gioco di quel Milan come a
un punto di riferimento: mi riferisco a Pep Guardiola e ad altri
come Jürgen Klopp, che non mancano mai di gratificarmi con le
loro parole, com'è accaduto subito dopo aver conquistato la finale
di Champions League, quando Klopp in un'intervista televisiva
affermò: «Non l'ho mai incontrato, ma ho imparato tutto da lui.
Tutto ciò che sono oggi lo devo a lui. Il mio Borussia è solo un
10 per cento del suo grande Milan».

Ho avuto la fortuna, grazie al mio lavoro, di poter visitare


musei, di veder mostre, perché una delle mie passioni segrete è
l'arte. Amo la pittura, specialmente quella dei fiamminghi.

319
Una volta, quando ormai sapevo che me ne sarei andato dalla
Spagna e dall'Atlético, al Prado di Madrid io e Pincolini
incontrammo alcuni tifosi spagnoli che non solo si stupirono di
vedermi al museo, ma mi dichiararono tutto il loro affetto e mi
chiesero di non andar via.
Non sono stato un bravo padre, ho trascurato le mie figlie, e
ora non voglio fare lo stesso con la mia nipotina, nata tre anni fa.
E un'altra in arrivo. A volte ci sono giorni in cui mi corico sotto la
veranda coperta dagli alberi che amo. Conosco la loro storia, il
loro nome latino, le loro caratteristiche. Mi piacciono gli alberi,
sono segno di forza e di grandezza, si innalzano verso il cielo.
Hanno una vita lunga: c'erano e ci saranno prima e dopo di noi.
Ci sopravvivono. E così mi sdraio in veranda e ascolto la brezza
che muove appena le fronde. Un suono meraviglioso che solo la
vita e la natura ti sanno dare.
Le grandi testate sportive patinate che si pubblicano all'estero
continuano a dedicare grandi servizi all'idea del mio calcio e a
parlare della mia rivoluzione: in Francia «So foot» ha dedicato
ben quattordici pagine alla mia storia e a quella del mio Milan.
Un'altra soddisfazione è stata l'aver vinto per due volte
consecutive il Seminatore d'oro, nel 1988 e nel 1989, e l'essere
stato giudicato da «Times» come il miglior allenatore italiano di
tutti i tempi e l'undicesimo nella graduatoria mondiale.
Ho raccolto tanto in poco tempo. La vita mi ha dato emozioni,
la compagnia di mia moglie, l'affetto delle mie figlie, gli
ottantamila tifosi rossoneri che cantavano il mio nome nell'ultima
partita con il Milan, dopo quattro anni di vittorie, o l'abbraccio
con Franco Baresi, che, venendo verso il centrocampo, cominciò
a piangere perché aveva sbagliato il rigore, o la gioia di Van
Basten quando segnò il rigore contro la Stella Rossa, o la vittoria

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sul Real Madrid per cinque a zero dopo la partita perfetta, o il
gol di Baggio contro la Nigeria all'ultimo minuto, o il pullman
che fendeva la folla di tifosi a Barcellona prima della finale
contro la Steaua... ho vissuto momenti straordinari.
Ho dato la mia vita al calcio, e il calcio mi ha ricambiato
dandomi la gioia di una vita piena di emozioni indescrivibili.
Sono sicuro che mio fratello Gilberto, a cui dedico questo mio
libro di memorie, abbia gioito e sofferto, abbia riso e si sia
divertito come me durante tutta la mia lunga carriera.
Lui era tifoso del Milan, e sono certo che in tutti questi anni
mi ha seguito da lassù, come spettatore dal cielo.
Mentre ripenso e scrivo tutti i miei ricordi, la mia nipotina mi
lancia la palla. Vuole giocare con me. E allora rivedo mio padre
quando, quel giorno di tanti anni fa, d'estate, mi regalò il primo
pallone della mia vita. Prendo il pallone e con lei vado sull'erba
del prato di casa, glielo lancio e lei gli dà un calcio, poi sorride
felice e mi corre incontro.
Io la prendo in braccio e la alzo verso il cielo.

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Tavola dei Contenuti (TOC)
Frontespizio
L'autore
Dedica
1. Fusignano
2. Da Fusignano a Cesena
3. Il primo anno al Rimini
4. A Firenze con le giovanili
5. A Parma, la consacrazione
6. La cavalcata verso il primo scudetto
7. Il mio calcio
8. Una squadra da leggenda
9. Sul tetto del mondo
10. L'ultimo anno al Milan
11. In volo verso l'America
12. Il mondiale americano
13. Il campionato europeo
14. Milan, un ritorno amaro
15. In Spagna con l'Atlético Madrid
16. Basta, non allenerò più...
17. «Un giorno avanti»
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