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Percosse e Lesioni personali

Codice Penale (1930)


Dei delitti contro la persona
Capo I – dei delitti contro la vita e l’incolumità individuale.
Art. 581 – Percosse: il reato di percosse è molto ben definito; è un reato non perseguibile d’ufficio.
Il medico o il sanitario che si sente il paziente che riferisce di essere stato percosso, non dovrà fare
il referto all’attività giudiziaria. La percossa ai sensi di questo articolo è quell’atto che va ad
offendere una persona, ma senza provocare una malattia nel corpo o nella mente. La grossa
differenza tra percossa e lesione è che la percossa non determina alterazione dello stato psico-fisico
del soggetto (esempio: lo schiaffo). Tutto ciò che è diverso da questa alterazione temporanea
diventa malattia, dalle ecchimosi che richiedono qualche giorno per guarire, sino ad arrivare alle
lesioni più gravi come fratture, o lacerazioni. Il reato di percosse è un reato procedibile a querela.
Art. 582 – Lesione personale: la definizione base parla di malattia nel corpo o nella mente; questo
tipo di reato è punito con la reclusione da tre mesi a tre anni; la percossa provoca un’alterazione
dello stato psico-fisico del soggetto.
Le lesioni personali si dividono in dolose e colpose secondo la definizione di dolo e di colpa. La
lesione può essere dolosa se c’è volontà di ferire la persona; le colpose derivano soprattutto da
negligenza nell’osservanza di leggi, norme e discipline: incidenti della strada e gli infortuni sul
lavoro; non c’è il dolo, ma la colpa di qualcuno (quello che ha investito un passante o il datore di
lavoro che non ha fatto rispettare le norme antinfortunistiche).
Le lesioni personali colpose sono quasi tutte procedibili a querela tranne i casi di lesioni personali
gravi e gravissime per l’inosservanza delle norme per gli infortuni sul lavoro e le malattie
professionali.
Nel caso del dolo, le lesioni personali dolose sono tutte procedibili d’ufficio tranne le lievissime.
Quando una persona ferita si presenta in P.S. riferendo di essere stata ferita, o aggredita, il sanitario
oltre che a curare la persona dovrà preoccuparsi di capire la gravità delle lesioni del soggetto ferito
o aggredito perché in base alla prognosi di malattia, il reato può essere lievissimo, se la malattia è
inferiore ai 20 giorni o superare il primo grado della lesione personale ai sensi della legge che
diventa così procedibile d’ufficio.
Gradazione delle lesioni personali
• Lievissime: malattie non superiore ai 20 giorni
• Lievi: malattie superiori ai 20 giorni, ma non superiore ai 40 giorni; i traumi fratturativi
vengono inseriti dai medici di P.S. in questa fascia.
• Gravi: malattie superiori ai 40 giorni – incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni
superiore ai 40 giorni (periodo di convalescenza: si somma allo stato di malattia; ripresa
funzionale lavorativa e ricreativa) – pericolo di vita che deve essere contestuale alla
produzione della lesione e non potrà avvenire nei giorni successivi; pericoli di vita che
seguono a distanza non rientrano nel concetto ai sensi di questo articolo (esempio
traumatizzato che nel corso della degenza ha una setticemia, non è riferito a un pericolo di
vita giuridicamente inteso – indebolimento permanente di un senso o di un organo.
• Gravissime: non c’è più limite temporale; malattia certamente o probabilmente insanabile –
perdita di un senso, di un arto – mutilazione che renda l’arto inservibile - perdita della
capacità di procreare (per entrambi i sessi): nel caso che una donna, nella quale vengono
provocate delle ferite o delle fratture gravi del bacino che si consolidano male in maniera
tale da ridurre il canale del parto, quella donna ipoteticamente non potrà più partorire in
modo naturale – permanente e grave difficoltà della favella – deformazione del viso
(difficoltà a relazionare con il prossimo) ovvero sfregio permanente del viso (per viso si
intende tutto l’ovale che noi vediamo di fronte dalla linea del mento sino all’attaccatura dei
capelli ai lati dei padiglioni auricolari compresi).

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Il Delitto Sessuale
La violenza sessuale è un argomento che si colloca nella nostra giurisprudenza penalistica; è una
legge abbastanza recente che si chiama “norme contro la violenza sessuale”.
Prima di questa legge esistevano diversi articoli nel nostro Codice Penale, nati nel 1930, che sono
stati abrogati. In sintesi i vecchi articoli che riguardavano i delitti sessuali abrogati da questa
normativa, erano quelli di congiunzione carnale violenta fraudolenta abusiva e il vecchio reato
di atto di libidine. L’atto di libidine prevedeva pene più lievi rispetto alla congiunzione carnale
violenta, la differenza tra atto di libidine e congiunzione carnale era sostanziale: l’atto di libidine era
l’atto leso ad offendere l’onore sessuale della persona non consenziente che però non prevedeva
l’introduzione dell’organo genitale dell’uno nell’organo genitale dell’altro.

Legge 15 febbraio 1996 n° 66


Art.3
Questa legge ha stravolto il concetto, ha unificato il reato di violenza sessuale comprendendo anche
i reati di libidine e ha inserito una serie di articoli che non sono più inseriti in un capitolo del Codice
Penale dove erano inseriti i vecchi reati, ma i reati di violenza sessuale vengono inseriti nei reati
contro la persona.
“ Art. 609 bis – Violenza sessuale”
Chiunque con violenza o minaccia o mediante l’abuso di autorità costringe taluno a compiere o
subire atti sessuale è punito con la reclusione da 5 a 10 anni. Alla stessa pena soggiace chi induce
taluno a compiere o subire atti sessuali:
 abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento
del fatto (congiunzione carnale abusiva).
 Traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona
(congiunzione carnale fraudolenta)
Nei casi di minore gravità la pena è diminuita la misura non eccedente i 2/3.
Il reato base di violenza sessuale subito è ancora un reato che dà alla vittima la facoltà di fare o
meno la denuncia contro il suo violentatore, proprio perché c’è questo aspetto di impatto
psicologico o di violenza psichica che segue all’effettiva violenza fisica soprattutto nel corso del
processo.
Art.4
“Art. 609 III – circostanze aggravanti”
La pena è della reclusione da 6 a 12 anni se i fatti di cui nell’art. 609 II sono commessi:
1. nei confronti di persona che non ha compiuto gli anni 14: diventa sempre procedibile
d’ufficio
2. con l’uso delle armi o di sostanze alcoliche, narcotiche o stupefacenti o di altri strumenti o
sostanze gravemente lesivi della salute della persona offesa
3. da persona travisata o che simuli la qualità di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico
servizio
4. su persona comunque sottoposta a limitazioni della libertà personale (violenza in carcere)
5. nei confronti di persona che non ha compiuto gli anni 16 della quale il colpevole sia
l’ascendente, il genitore anche adottivo, il tutore: reato procedibile d’ufficio.
Queste aggravanti esistevano anche nella vecchia normativa pre-’96; la legge del ’96 introduce
un’ultima aggravante: la pena è la reclusione da 7 a 14 anni se il fatto è commesso nei confronti di
persona che non ha compito gli anni 10.
Nel caso di violenza sessuale, a differenza degli altri reati penali dove il tempo per fare una querela
penale è di 3 mesi dal momento del fatto, il legislatore dà tempo 6 mesi alla vittima per fare la
denuncia e altra differenza è che una volta che la denuncia è fatta, non è più revocabile.

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Questa legge introduce un nuovo concetto che non esisteva nella vecchia normativa: i rapporti tra
minorenni anche entrambi consenzienti.
Art. 5
“Art. 609 IV - atti sessuali con minorenne”
Soggiace alla pena stabilita dall’art. 609 II chiunque, al di fuori delle ipotesi previste in detto
articolo, compie atti sessuali con persona che, al momento del fatto:
1. non ha compiuto gli anni 14
2. nei confronti di persona che non ha compiuto gli anni 16 della quale il colpevole sia
l’ascendente, il genitore anche adottivo, il tutore, ovvero altra persona cui, per ragioni di
cura, di educazione, di istruzione, di vigilanza o di custodia, il minore è affidato o che abbia,
con quest’ultimo una relazione di convivenza.
Non è punibile il minorenne che compie atti sessuali con un minorenne che abbia compiuto gli anni
13, se la differenza di età tra i soggetti non è superiore a 3 anni..
Nei casi di minore gravità la pena è diminuita di 2/3.
Si applica la pena di cui all’art. 609 III, secondo comma, se la persona offesa non ha compiuto 10
anni.

“Violenza sessuale di gruppo”


Anche questa situazione non era prevista nella vecchia normativa: più persone riunite a gruppo
fanno tutte violenza sessuale su una vittima. Tutte le persone del “branco” che partecipano a
violenza sessuale sulla vittima sono puniti con una pena da 6 a 12 anni.
Per colui che si estranea dal “branco” e non fa violenza sessuale, ma non fa nulla per impedire agli
altri di fare violenza sessuale, è anche lui punito con una pena che si riduce a discrezione del
legislatore.
Art. 6
“Art. 609 V - corruzione di minorenne”
Chiunque compie atti sessuali in presenza di persona minore di anni 14, al fine di farla assistere, è
punibile con la reclusione da 6 mesi a 3 anni.
Art. 7
“Art. 609 VII – ignoranza dell’età della persona offesa”
Quando i delitti previsti negli art. 609 II, III, IV, VIII sono commessi in danno di persona minore di
14 anni, nonché nel delitto di cui all’art. 609 V, il colpevole non può invocare a propria scusa,
l’ignoranza della persona offesa.

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Norme per la tutela sociale della maternità e sulla Interruzione Volontaria della Gravidanza
L’art. 1 dice espressamente che la presente legge non è un mezzo per il controllo delle nascite; vuol
dire che in realtà, non dovrebbe essere mezzo per il controllo delle nascite, tanto è che il feto
dovrebbe essere sempre tutelato al pari della madre, soprattutto dopo il 90° giorno quando il feto è
vitale può essere dotato di vita autonoma e man mano che ci si sposta verso il termine di gravidanza
è bene sapere che se ci sono le condizioni per interrompere la gravidanza il feto nasce.
Nei primi 90 giorni l’interruzione si consuma in un aborto e anche se la legge mette dei paletti ben
definiti, in realtà nei primi 90 giorni quasi tutte le donne possono fare l’interruzione di gravidanza ai
sensi della legge.
La legge nei primi articoli definisce il concetto che c’è il 90° giorno come primo paletto.
L’art. 4 e 5 dicono in sintesi: l’interruzione volontaria di gravidanza entro i primi 90 giorni (art. 4)
è possibile se la donna accusa circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto, o la
maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo
stato di salute, o alle sue condizioni economiche , o sociali, o familiari, o alle circostanze in cui è
avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito suo stato.
Nella pratica è sufficiente che la donna vada al consultorio e fornire una di queste condizioni per
interrompere la gravidanza. Il medico che visita la donna (art. 5)deve accertare lo stato di
gravidanza e nella procedura standard dà una settimana di tempo alla donna per rafforzare il
proposito di interrompere la gravidanza,e far riflettere sulle reali conseguenze di interruzione di
gravidanza; dopo i 7 giorni la donna ritorna al consultorio e se ci sono le stesse motivazioni può
acceder all’interruzione con il ricovero. Esiste anche una procedura d’urgenza, quando c’è un
pericolo effettivo di salute per la donna nel proseguire una gravidanza anche nel primo trimestre e
va adottata immediatamente, senza aspettare i 7 giorni.
Il padre o presunto padre può accedere al colloquio, ma non ha decisione sulla interruzione di
gravidanza, decisione che aspetta solamente alla donna.
L’art. 6 che illustra le condizioni più restrittive (per questo si parla di aborto terapeutico dopo il 90°
giorno) con due condizioni specifiche:
1. la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna (legato a
patologie della donna: esempio la donna cardiopatica, la cui prosecuzione nel tempo della
gravidanza è rischiosa per la sua vita).
2. quando siano accertati processi patologici tra cui quelli relativi a rilevanti malformazioni del
nascituro che determinano grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.
In realtà non è così semplice da applicare, perché l’articolo successivo (art. 7) dice che il concetto
della legge è quello di tutelare il feto dopo i 90 giorni. Quando sussiste la possibilità di vita
autonoma del feto, l’interruzione della gravidanza può essere praticata solo nel caso ci sia il
pericolo per la vita della donna.
I.V.G.
Entro i primi 90 giorni (art. 4)
Serio pericolo per la salute fisica o psichica della donna derivante da:
 prosecuzione della gravidanza
 parto
Maternità in relazione a :
Stato di salute: condizioni economiche o sociali o familiari o alle circostanze del concepimento o a
previsioni di anomalie o malformazioni del concepito.
Dopo i primi 90 giorni (art. 6)
A – grave pericolo per la vita della donna derivante da:
 prosecuzione della gravidanza
 parto
B – grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna derivante da:
 rilevanti anomalie o malformazioni del feto
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 processi patologici della donna
Art. 9 – obiezione di coscienza
I medici ginecologi e le ostetriche potrebbero essere obiettori di coscienza per propri motivi:
personali, morali, filosofici, religiosi. Devono dichiarare alla propria struttura (esistono degli albi),
di essere obiettori, anche se ci sono i presupposti previsti dalla legge per eseguire una interruzione
di gravidanza (legge del 1978). Se in quel momento non ci sono altri colleghi non obiettori che
possono fare l’interruzione di gravidanza soprattutto nelle procedure d’urgenza, anche l’obiettore è
costretto dalla legge, per motivi terapeutici, ad intervenire per salvare la vita della donna e/o del
nascituro.
L’obiezione di coscienza è revocabile in qualsiasi momento previa comunicazione e l’obiettore
deve farsi togliere dall’albo.
Art. 12 - Per quanto riguarda i minori, la procedura è uguale solo che è richiesto l’assenso, al di là
dei casi d’urgenza, dove non è richiesto, dei genitori o di chi esercita sulla donna la potestà o la
tutela.
Esistono delle possibilità di decisioni opposte: la donna minore che vuol fare l’interruzione e il
genitore che si oppone; il medico in questo caso deve richiedere il giudizio del giudice tutelare
(figura giudiziaria che si occupa di minori o incapaci) che deciderà per motivi terapeutici a favore
della minore, togliendo la patria potestà anche temporaneamente, assumendosi la responsabilità.
Reati di interruzione della gravidanza
Art. 17: introduce il concetto di interruzione della gravidanza colposa.
Non solo è punita l’interruzione della gravidanza, ma è punita anche l’acceleramento del parto (i
casi più frequenti sono gli incidenti stradali; la donna incinta che viene investita e dall’urto c’è
l’interruzione di gravidanza o l’acceleramento del parto, chi l’ha provocato l’incidente risponde di
delitto colposo e risponderà della pena ai sensi di questo articolo.
Gli articoli successivi vanno ad inquadrare il concetto di interruzione di gravidanza dolosa e
preterintenzionale.
Art. 18 “Chiunque cagiona l’interruzione della gravidanza senza il consenso della donna è punito
con la reclusione da 4 a 8 anni. Si considera come non prestato il consenso estorto con violenza o
minaccia ovvero carpito con l’inganno (delitto di aborto su donna non consenziente: 7-12 anni)”
Quando c’è interruzione dolosa da parte di terzi con donne inconsapevoli o non consenzienti.
“La stessa pena si applica a chiunque provochi l’interruzione della gravidanza con azioni diretta a
provocare lesioni alla donna (interruzione di gravidanza preterintenzionale: delitto di lesioni
personali gravissime: 6-12 anni)
Detta pena è diminuita fino alla metà se da tali lesioni deriva l’acceleramento del parto.”
Nel nostro Codice sono soltanto 2 i reati preterintenzionali:
• omicidio
• interruzione di gravidanza
L’ultima condizione è quando c’è la donna consenziente.
Art. 19 “Chiunque cagiona l’interruzione volontaria della gravidanza senza l’osservanza delle
modalità indicate negli articoli 5 o 8, è punito con la reclusione sino a 3 anni.
La donna è punita con la multa sino a euro 51,64.
Se l’interruzione di gravidanza avviene senza l’accertamento medico (dopo 90 giorni) dei casi
previsti dalle lettere a) e b) dell’art. 6, o comunque senza l’osservanza delle modalità previste
dall’art. 7, chi la cagiona è punito con la reclusione da 1 a 4 anni.
La donna è punita con la reclusione sino a 6 mesi.”