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Sussidi

diTeologia
Collana di manuali a cura della Facoltà di Teologia
della Pontificia Università della Santa Croce
Prima edizione 2015

Grafica: Liliana Agostinelli – Impaginazione: Gianluca Pignalberi (in LATEX 2! )

!
C Copyright 2015 – ESC s.c.ar.l.
Via dei Pianellari, 41 – 00186 Roma
Tel. (39) 06 45493637 – Fax (39) 06 45493641
Email: info@EduSC.it
ISBN 978-88-8333-501-3
Jerónimo Leal

AVVIO ALLA
PATROLOGIA
Come hanno letto la Bibbia i Padri della Chiesa

EDUSC
INDICE

PREMESSA 11

INTRODUZIONE 13

1. L A DIDACHÈ 21
La Didachè I-XVI 22

2. CLEMENTE ROMANO 31
Lettera ai Corinti I-XII, LIX-LXI 31

3. IGNAZIO DI ANTIOCHIA 41
Lettera ai Romani I-II 42
Lettera agli Smirnesi I-VII 43
Lettera ai Filadelfiesi VIII-IX 45

4. PS. BARNABA 47
Lettera di Barnaba VII-XII 47

5. ERMA 55
Il Pastore, Terza visione IX-XXI 55

6. GIUSTINO († 165) 65
Prima Apologia 1-9 66
Dialogo con Trifone 41,1-4; 86,1-6; 100,1-6; 113,1-7; 114,1-2.5 71

7. LETTERA A DIOGNETO 79
Lettera a Diogneto I-II, V-VI 79

7
AVVIO ALLA PATROLOGIA

8. PASSIONE DI PERPETUA E FELICITA (203) 83


Passione di Perpetua e Felicita 1-4 83

9. IRENEO DI LIONE (130/140-200) 89


Contro le eresie I, 1.20-22 91
Contro le eresie IV, 20,1; IV, 25,2-3; IV, 26,1-2; V, 15,4-16,2 97

10. TERTULLIANO (155CA.-222CA.) 103


Contro Marcione III,5,1-4; 14,1-7 104
Sulla resurrezione 8,1-6; 21,1-6 107

11. IPPOLITO 111


Benedizioni di Giacobbe 15-19 112

12. CIPRIANO DI CARTAGINE (210CA.-258) 117


L’unità della Chiesa cattolica, 7-10 118

13. CLEMENTE ALESSANDRINO (150-215 CA.) 123


Stromata V, 6,32-40 125

14. ORIGENE (185-253) 131


De principiis 4,2, 1-5 133
Commento a Giovanni XIII, 1,3-6,39 136

15. EUSEBIO DI CESAREA (265-339) 147


Storia Ecclesiastica, III, 24-25 148

16. ATANASIO (299-373) 155


L’interpretazione dei salmi 1-3.5.10-11 156

17. CIRILLO DI GERUSALEMME (315-387) 163


Prima Catechesi Mistagogica 164

18. BASILIO MAGNO (330-379) 169


Omelia sull’Esamerone I, 8 169
Omelia sull’Esamerone IX, 6 171

8
INDICE

19. GREGORIO DI NISSA (CA. 335-395) 177


La vita di Mosè II, 15-36.48-51 178

20. DIODORO DI TARSO († 394) 185


Commento ai Salmi. Introduzione 185

21. TEODORO DI MOPSUESTIA (CA. 350-428) 189


Commento a Giovanni II,4,5-18 189

22. GIOVANNI CRISOSTOMO (349 CA. - 407) 195


Commento a Isaia V, 2-3 196

23. CIRILLO DI ALESSANDRIA (370/380-444) 201


Commento a Giovanni II,4,7-15 e II,5,5-6 202

24. ILARIO DI POITIERS (310-367) 209


Trattato sui misteri I,1-5 210

25. AMBROGIO (339-397) 215


Commento al Vangelo di Luca III.30-34; IV.28 216

26. GIROLAMO (347-420) 223


Commento a Isaia I, 1 223
Commento al Vangelo di S. Marco I, 1-12 226

27. TICONIO († 390) 231


Sette regole per la Scrittura. Seconda regola 231

28. AGOSTINO (354-430) 237


De doctrina christiana II,8.12-16.23 243
De Genesi contra Manichaeos 17.27-22.34 252
Discorso 350/A, 1-4 258
Sul Salmo 140,1-4 262

29. GIOVANNI CASSIANO (360-435) 269


Conferenze spirituali II, 2-4; 9-16 269

9
AVVIO ALLA PATROLOGIA

30. VINCENZO DA LERINO († 459) 277


Commonitorio 1-3.23 277

31. LEONE MAGNO (390-461) 285


Tomus ad Flavianum 285

32. CESARIO DI ARLES (469/470-542) 297


Sermones I, 10-12; VII, 1-2; VIII, 1-3 297

33. TEODORETO DI CIRRO (393-466) 305


Commento a Daniele II,34-35 305

34. BOEZIO (475/480-525) 309


La consolazione della Filosofia I-III 309

35. CASSIODORO (490-583) 317


Le Istituzioni, I, praef.-2; 15,1-4; 24,1-3; 33,1 317

36. GREGORIO MAGNO (540 CA. - 604) 325


Commento Morale a Giobbe XIV, I,1-IX,11 326

37. ISIDORO DI SIVIGLIA (560-636) 333


Le sentenze III, 7-9 333

38. BEDA (673-735) 343


Omelie sui Vangeli I, 21: Nella Quaresima (Mt. 9,9-13) 344
Omelia I, 14 Dopo I’Epifania (Giov. 2,1-11) 346
Omelia II, 2 Nella Quaresima (Giov. 6,1-14) 350

39. GIOVANNI DI DAMASCO (650-750 CA.) 355


Prima omelia sulla dormizione, 8-11 355

EDIZIONI DEI TESTI RIPORTATI IN QUESTO VOLUME 361

CRONOLOGIA 365

INDICE BIBLICO 369

10
PREMESSA

I manuali di Patrologia a disposizione degli studenti dei primi anni delle


Facoltà ecclesiastiche e degli istituti di Letteratura cristiana antica riportano,
di solito, per ogni autore una dettagliata descrizione della vita, ambiente,
opere e questioni critiche e teologiche e, inoltre, una selezione di testi pa-
tristici. Essa si compone, in caratteri più piccoli, di una raccolta di brani
brevissimi, oppure di una esuberante abbondanza di testi. Da questa impo-
stazione generale derivano, rispettivamente, due conseguenze contrapposte:
o praticamente non si leggono i testi dei Padri o se ne devono acquistare tre,
quattro e fino a cinque volumi, che né garantiscono la lettura complessiva
né sono alla portata degli studenti.
Invece, la Congregazione per l’Educazione Cattolica, nell’Istruzione
sullo Studio dei Padri della Chiesa, n. 53, dichiara: «È, infatti, attraverso il
contatto diretto del docente e dello studente con le fonti che la Patristica
deve essere insegnata ed appresa soprattutto a livello accademico e nei corsi
speciali». Italo Calvino, nel suo libro Perché leggere i classici, affermava: «[. . .]
non si raccomanderà mai abbastanza la lettura diretta dei testi originali
scansando il più possibile bibliografia critica, commenti, interpretazioni.
La scuola e l’università dovrebbero servire a far capire che nessun libro che
parla d’un libro dice di più del libro in questione; invece fanno di tutto per
far credere il contrario. C’è un capovolgimento di valori molto diffuso per
cui l’introduzione, l’apparato critico, la bibliografia vengono usati come una
cortina fumogena per nascondere quel che il testo ha da dire e che può dire
solo se lo si lascia parlare senza intermediari che pretendano di saperne più di
lui». La raccomandazione è quindi chiara e procede da ambiti diversi: i Padri
della Chiesa, classici del pensiero cristiano, si devono leggere. Non troverà,
per tanto, il lettore un apparato critico in queste pagine: i chiarimenti che
abbiamo creduto opportuni sono stati fatti nella sezione introduttiva.
Il nostro proposito, con questa opera, è quello di offrire una breve
introduzione ad alcuni Padri, corredandola con dei testi scelti. Ciascuna

11
AVVIO ALLA PATROLOGIA

introduzione ha una durata di lettura equivalente ad una lezione. La nostra


scelta di testi è stata fatta da una prospettiva esegetica, cioè tentando di
sottolineare gli aspetti biblici dei testi patristici che, pur rappresentando
una naturale continuazione della Scrittura e spesso contemporanei ad essa,
non sono entrati nel canone in quanto non ispirati. Si tratta, per tanto, di
una scelta tematica, che è uno tra i diversi modi di presentare la materia,
come segnala l’Istruzione sullo Studio dei Padri della Chiesa, nel n. 58b. Un
avvio, quindi, come abbiamo indicato nel titolo, che incoraggi lo studente
ad approfondire la lettura dei testi patristici.
Queste pagine si basano fondamentalmente su alcune opere di riferi-
mento con una tradizione ben radicata. Nell’elaborazione del testo abbiamo
seguito in particolare il lavoro di J. Quasten, Patrologia, (1983-2000) che
è un’opera collettiva preparata nell’Istituto Patristico «Augustinianum» di
Roma sotto la direzione di Angelo di Bernardino e che segue a quella an-
teriore che apparve in italiano nel 1978. È doveroso anche citare il Nuovo
Dizionario Patristico e di Antichità Cristiane (NDPAC) diretto anche da A.
Di Berardino, Casale Monferrato 2006-2008, tradotto in diverse lingue. La
bibliografia finale di ogni capitolo è pensata per offrire un approfondimento
prettamente esegetico.
I nostri ringraziamenti vanno, in primo luogo, al Prof. Manuel Mira che
con infinita pazienza ha fatto dei suggerimenti per migliorare il manoscritto;
agli studenti che hanno seguito anno dopo anno l’evolversi di queste pagine
e hanno contribuito, magari a loro insaputa, con delle domande e richieste di
chiarimento; e particolarmente al Prof. Laurent Touze, che quando, diversi
anni fa, ci avviavamo alla scelta dei testi da leggere a lezione, ed eravamo
quasi convinti della bontà della scelta esegetica, un giorno ci disse «come
sarebbe bello studiare il modo in cui i Padri della Chiesa hanno letto la
Bibbia!».

Roma, 25 aprile 2015

12
INTRODUZIONE

I Padri della Chiesa sono quegli scrittori cristiani che possiedono le


seguenti caratteristiche: antichità (ss. I-VIII), ortodossia di dottrina, santità
di vita. Si applica invece il termine scrittori ecclesiastici a quelli che mancano
di qualcuna delle due ultime caratteristiche, ma che sono testimoni della
fede e della Tradizione in quei primi secoli nei quali si fissa il dogma e nasce
la teologia. Per questa ragione si è soliti chiamare tutti loro indistintamente
Padri della Chiesa, soprattutto quando si parla al plurale (così fa l’Istruzione
sullo Studio dei Padri della Chiesa). Si evita in tal modo la possibile confusione
tra Tertulliano e Pelagio, Origene e Ario, Teodoro di Mopsuestia ed Eutiche:
sono tutti scrittori ecclesiastici, ma non tutti sono testimoni della fede e della
Tradizione.
Il principale interesse nel conoscere i Padri della Chiesa risiede nel
fatto che essi sono testimoni della Tradizione. La costituzione dogmatica
Dei Verbum afferma: «Le asserzioni dei santi Padri attestano la vivificante
presenza di questa Tradizione, le cui ricchezze sono trasfuse nella pratica
e nella vita della Chiesa che crede e che prega». E poi aggiunge: «È chiaro
dunque che la sacra Tradizione, la sacra Scrittura e il magistero della Chiesa,
per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e
congiunti che nessuna di queste realtà sussiste senza le altre, e tutte insieme,
ciascuna a modo proprio, sotto l’azione di un solo Spirito Santo, contribui-
scono efficacemente alla salvezza delle anime». O, come Vincenzo da Lerino
scrisse nel anno 434 nel suo Commonitorium: «Proprio nella Chiesa cattolica
infatti dobbiamo con ogni cura attenerci a ciò che è stato creduto dovunque,
sempre e da tutti; questo infatti è veramente e propriamente cattolico». La
dichiarazione può essere presa come una definizione patristica di Tradizione.
La Patrologia è lo studio della vita, delle opere e della dottrina dei Padri
della Chiesa. Il termine Patristica si suole riservare per indicare il pensiero
filosofico e teologico di tali autori, ma molte volte viene adoperato anche
con lo stesso significato di Patrologia. I primi scritti cristiani che possediamo

13
AVVIO ALLA PATROLOGIA

formano il Nuovo Testamento. Quelli scritti subito dopo, o non rientrati


nel canone, sono proprio i primi scritti patristici.
La Patrologia si può dividere in due parti, diversi periodi e differenti
gruppi di scritti. L’anno 325 segna la divisione tra le due parti: patrologia
pre-nicena e post-nicena. Il primo periodo, fino all’anno 180, in cui compa-
iono i primi scritti in latino, comprende i Padri Apostolici (fino alla metà
del II secolo), così chiamati per la loro vicinanza agli Apostoli, che scrivo-
no in greco e si rivolgono a un pubblico cristiano, con toni familiari per
edificarlo; e gli Apologisti Greci (nei cinquanta anni centrali del II secolo)
che scrivono apologie (cioè difese) della dottrina o dei costumi dei cristiani,
dirette particolarmente all’opinione pubblica pagana. Verso la metà del II
secolo vedono la luce altri generi di scritti, come la letteratura anti-eretica
(Ireneo, Ippolito, Tertulliano), nata dalla necessità di difendere la fede contro
opinioni eterodosse, in genere gnostiche. In questo periodo troviamo anche
la letteratura apocrifa del Nuovo Testamento e gli Atti dei martiri, a volte
semplici trascrizioni dei verbali di un processo giudiziario ai martiri. Poi,
prima ancora del concilio di Nicea (325), ad Alessandria appaiono maestri di
grande livello che inaugurano una scuola di pensiero, la cosiddetta scuola di
Alessandria, con Clemente di Alessandria e Origene († 253). A Roma, invece,
troviamo Minucio Felice, Ippolito e Novaziano, che verso il 253 si separa
dalla Chiesa. In Africa, sono attivi Tertulliano e Cipriano († 258). Dopo il
concilio di Nicea (la seconda parte della Patrologia) possiamo distinguere
tre periodi segnati, rispettivamente, da questo concilio, da quello di Calce-
donia (451) e dalla fine dell’epoca patristica (secoli VI-VIII). Per maggiore
chiarezza, si può consultare la cronologia che abbiamo allegato alla fine di
questo manuale, alle pagine 367, per la prima parte, e 366, per la seconda.
La logica della cronologia è quella dell’orologio: si legge da sopra e a destra
verso il basso e, poi, a sinistra verso l’alto.
Quale Bibbia hanno conosciuto i Padri della Chiesa? Tranne per i pochi
che conoscevano l’ebraico, l’Antico Testamento è quello tradotto in greco
(citato anche nel Nuovo Testamento), specialmente la cosiddetta versione
dei LXX, tradotta ad Alessandria dagli ebrei della diaspora. Una tradizione
antica narra di settanta traduttori che, pur lavorando separatamente, hanno
prodotto lo stesso testo in settanta copie. Invece, per il Nuovo Testamen-
to, come abbiamo accennato, il canone era ancora in fase di formazione e,
quindi, non ci poteva essere unanimità. Eusebio di Cesarea, nel IV secolo,

14
INTRODUZIONE

scriveva nella sua Storia Ecclesiastica 25,1-7: «È bene a questo punto riepi-
logare gli scritti del Nuovo Testamento fin qui esaminati. Al primo posto
si devono mettere le divine scritture dei quattro Vangeli, cui seguono gli
Atti degli Apostoli, 2. vengono poi le Lettere di Paolo, alle quali seguono la
lettera trasmessa come la Prima di Giovanni e la Prima di Pietro. A queste
segue, se sembra bene, l’Apocalisse di Giovanni, su cui riferiremo al mo-
mento opportuno le diverse opinioni. 3. Questi sono gli scritti autentici
[ὁμολογουμένοις (homologouménois)]. Tra quelli oggetto di controversia
[ἀντιλεγομένων (antilegoménon)], ma noti ai più, sono tramandate la lette-
ra attribuita a Giacomo, quella a Giuda, la seconda di Pietro, e le cosiddette
seconda e terza di Giovanni, sia che esse siano da attribuire all’evangelista o
ad un suo omonimo. 4. Tra gli scritti non testamentari [νόθοις (nóthois)] so-
no da annoverare invece gli Atti di Paolo, il cosiddetto Pastore, l’Apocalisse
di Pietro, la Lettera detta di Barnaba, la cosiddetta Didachè degli apostoli,
e inoltre, come ho detto, l’Apocalisse di Giovanni, se sembra il caso: alcu-
ni, come ho detto, ne negano l’autenticità, altri invece la annoverano fra
gli scritti autentici dell’apostolo. 5. Ormai fra questi ultimi alcuni hanno
incluso anche il Vangelo secondo gli Ebrei, gradito soprattutto agli Ebrei
che hanno accolto il Cristo. 6. Tutti questi sarebbero fra i testi controversi
(ἀντιλεγομένων), che è stato necessario elencare per distinguere le opere
autentiche, vere e accettate da tutti in base alla tradizione ecclesiastica (τάς
τε κατὰ τὴν ἐκκλησιαστικὴν παράδοσιν ἀληθεῖς καὶ ἀπλάστους καὶ
ἀνωμολογημένας γραφὰς) da quelle che non soltanto non sono testamen-
tarie (ἀντιλεγομένας), ma anche di discussa autenticità, e tuttavia note a
gran parte degli scrittori ecclesiastici, per potere distinguere le autentiche
da quelle redatte dagli eretici sotto il nome degli apostoli: i Vangeli di Pie-
tro, di Tommaso, di Mattia e di alcuni altri oltre questi, gli Atti di Andrea,
di Giovanni e degli altri apostoli. Nessuno degli autori ecclesiastici che si
succedettero nei tempi li ha ritenuti degni di menzione nelle proprie opere:
7. non solo il carattere in cui sono composti questi scritti, di gran lunga
differente da quello apostolico, ma anche il pensiero e la dottrina in essi
esposti, lontanissimi dalla vera ortodossia, rendono manifesto infatti che so-
no stati composti da eretici. Pertanto non devono essere annoverati neppure
tra le opere non testamentarie (νόθοις), ma rigettati come completamente
insensati ed empi». E Ireneo affermava che i vangeli erano quattro come
i punti cardinali: come la Chiesa, che è Cattolica perché si trova dapper-

15
AVVIO ALLA PATROLOGIA

tutto, così i vangeli sono quattro perché sono quelli ammessi da tutta la
Chiesa.
Verso l’anno 175 troviamo uno scritto molto particolare intitolato
Diatessaron, cioè un’armonia dei quattro vangeli scritta probabilmente in
siriaco da Taziano. Gli studiosi pensano che in quel momento esistessero già
delle traduzioni in questa lingua e che l’armonia avesse redazioni precedenti
già usate da Giustino, quindi composte verso l’anno 140. Di queste armonie
si conservano testimoni latini e forse dobbiamo far risalire alla stessa data le
prime traduzioni latine dei vangeli, benché la testimonianza più diretta la
troviamo negli Atti dei martiri Scillitani verso il 180.
Come hanno letto la Bibbia i Padri della Chiesa? Una prima affermazio-
ne, condivisa da tutti, è che il primo significato di un testo della Scrittura è il
suo senso letterale. L’esegesi letterale poggia fondamentalmente sullo studio
del linguaggio, delle abitudini e delle circostanze storiche; il suo scopo è
capire il senso preciso delle parole e delle espressioni che utilizza la Scrittura,
e non ha bisogno di teorizzazione. Ma non è l’unico modo di leggere la Scrit-
tura, poiché i lettori più attenti hanno scoperto da sempre un secondo senso
oltre il primo. È la cosiddetta esegesi allegorica, che deve essere specificata
in diversi tipi. Come regola generale si può dire che l’Antico Testamento
si legge alla luce del Nuovo. Il Nuovo Testamento, per esempio, spesso
“interpreta” alcuni degli eventi e delle espressioni dell’Antico in riferimento
a se stesso. Questa esegesi è stata impiegata dallo stesso Gesù (il serpente di
bronzo è figura della morte di Gesù), dagli scritti del Nuovo Testamento
(Adamo ed Eva sono figura di Cristo e la Chiesa) e dai Padri della Chiesa più
antichi, come vedremo in seguito.
Quest’esegesi viene chiamata tipologica: la connessione tra persone,
avvenimenti, luoghi e istituzioni dell’Antico Testamento con il Nuovo
Testamento in cui si stabilisce un nesso secondo il quale il primo non significa
solo se stesso, ma anche l’altro, e invece il secondo comprende o realizza
il primo. In questo senso, Adamo, Mosè, Abramo [. . .] sono figura o tipo
di Cristo; Eva di Maria; il serpente innalzato nel deserto della crocefissione
[. . .] Il secondo elemento, quello del Nuovo Testamento, si suol chiamare
antitipo. L’interpretazione tipologica aprirà il cammino a quella allegorica,
dalla quale spesso non è facile distinguerla, perché sono diverse rispetto al
contenuto, ma non rispetto al procedimento ermeneutico (una lettura fatta
ad un livello superiore a quello della lettera).

16
INTRODUZIONE

L’esegesi allegorica, invece, ha i suoi precedenti nella cultura greca. Da


una parte, è una caratteristica propria del linguaggio la possibilità di rac-
chiudere sensi di diverso livello in una stessa espressione letteraria. Inoltre,
davanti al contrasto tra i racconti mitologici pagani, da tempo si era genera-
lizzato un metodo di interpretazione secondo il quale i racconti di Omero e
di Esiodo non avevano un senso storico, ma raffiguravano le virtù e i valori
come storie e genealogie. Si possono segnalare due differenze tra questa
interpretazione fatta dai pagani, da un lato, e dall’ebreo Filone ed i cristiani,
dall’altro: in primo luogo, il materiale sul quale lavoravano, poiché i greci in-
terpretavano testi creati solo dagli uomini, gli ebrei e i cristiani testi ispirati;
in secondo luogo, il modo in cui si opera la sovrapposizione dei due livelli:
per i greci il senso allegorico cancella quello letterale, per ebrei e cristiani
entrambi i livelli coesistono.
Ora, in ambito cristiano, sopratutto con la scuola di Alessandria, si
predilige il senso allegorico fino a ritenere che ogni passo della Scrittura abbia
questo senso. Qualche abbozzo di esegesi allegorica portata all’estremo si
può trovare nell’esegesi numerologica impiegata da alcuni Padri della Chiesa
precedenti alla scuola di Alessandria: la lettera dello Ps. Barnaba (IX.8)
interpreta la circoncisione dei trecentodiciotto uomini (Cf. Gen. 14,14;
17,23-27) dicendo che diciotto si indica con iota = dieci ed eta = otto (iniziali
di Gesù) e la croce è raffigurata nel tau che significa anche trecento, indicando
Gesù nelle due prime lettere e la croce nell’altra.
La ricerca del senso allegorico, importante per capire la Scrittura in tut-
ta la sua profondità, è difficile e richiede una speciale sensibilità intellettuale e,
soprattutto, soprannaturale; è molto esposta al soggettivismo, cosa che non
succede con la ricerca del senso meramente letterale e storico, che è in ogni ca-
so previa e necessaria. Di qui la reazione di alcuni, la loro resistenza all’esegesi
allegorica e il loro desiderio di legarsi ad una esegesi letterale, benché non
necessariamente poco profonda; o l’attitudine relativamente frequente di chi
utilizza l’interpretazione allegorica per trarre conseguenze morali o ascetiche
dai testi sacri, con fini di edificazione. Questo tipo di interpretazione appli-
cato alla Bibbia nasce ad Alessandria per mano dell’ebreo Filone e prosegue
negli autori cristiani. Iniziano quindi i commenti sistematici della Scrittura
e i sottogeneri dell’esegesi allegorica: spirituale, morale, tropologica, ecc.
Sarà compito nostro, tramite la lettura dei testi proposti, analizzare
l’esegesi che fa ogni Padre della Chiesa. Non in tutti i testi qui presentati

17
AVVIO ALLA PATROLOGIA

troveremo esegesi in senso proprio. Ma la semplice citazione di testi biblici


è per noi un dato molto importante, poiché ci dà notizia di quali erano i
testi ritenuti ispirati e ci fa vedere la gran considerazione in cui si teneva il
collegamento tra l’Antico Testamento e il Nuovo.

BIBLIOGRAFIA

Dizionari

Nuovo Dizionario Patristico e di Antichità Cristiane (NDPAC) diretto da A. Di


Berardino, Casale Monferrato 2006-2008.
Dictionnaire d’archèologie chrétienne et de liturgie (DACL), 15 voll., Paris 1924-5.
Reallexikon für Antike und Cristentum (RAC). Sachwörterbuch zur Auseinanderse-
tzung des Christentums mit der antiken Welt, unter Mitwirkung zahlreicher
Fachkollegen, hrsg. von Th. Klauser und E. Dassmann, Stutgart 1950 ss.
Biographisch-Bibliographisches Kirchenlexikon (BBKL), (bearb. und) hrsg. von F. W.
Bautz und T. Bautz, Hamm 1975 ss.
Paulys Realencyclopädie der classischen Altertumswissenschaft (PRE). Neue Bearbei-
tung, begonnen von G. Wissowa, fortgeführt von W. Kroll und K. Mittelhaus.
Unter Mitwirkung zahlreicher Fachgenossen hrsg. von K. Ziegler, Stutgart
1894-1978.

Patrologie

Drobner, H.R., Handbuch der Patrologie, Freiburg im Breisgau 1994 (traduzione in


tutte le lingue).
Bosio, G., Dal Covolo, E., Maritano, M., Introduzione ai Padri della chiesa, 5 vol.,
Torino 1990-1996.
Quasten, J. - Istituto Patristico «Augustinianum», Patrologia, 5 vol., Roma 1983-
2000.

Collane di edizioni

Corpus christianorum, Series Latina (CCL), Turnhout 1954 ss. Series medievalis:
autori medievali; Series Graeca: testi in greco fino a Giovanni Damasceno;
Series Apochryphorum: apocrifi neotestamentari.
Corpus Scriptorum Christianorum Orientalium (CSCO), Roma 1903 ss.
Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum (CSEL), Vienna 1866 ss.
Die griechischen christlichen Schriftsteller der ersten drei Jahrhunderte (GCS), Berlin
1897 ss.

18
INTRODUZIONE

Patrologiae Cursus completus, Series Graeca (PG), accurante J.P. Migne, 161 voll.,
Paris 1857-66. Series Latina (PL), fino a Papa Innocenzo III († 1216), 221 voll.,
Paris 1841-64.
Sources Chrétiennes (SC), fondata da H. de Lubac e J. Daniélou, Paris 1941 ss.

Collane di traduzioni

The Ante-Nicene Christian Library (ANCL), 24 voll., Edimburgo 1866-72; The Ante-
Nicene Fathers (ANFa), 10 voll., New York 1886-7; Grand Rapids 1973; The
Nicene and Post-Nicene Fathers (NPNF), 28 voll., O. 1886-1900; Grand Rapids
1956; Ancient Christian Writers (ACW), Westminster/MD - Lo 1946 ss.; The
Fathers of the Church (FaCh), Washington 1946 ss.
Collana di testi patristici (CTePa), Roma 1976 ss. Patrística, Sào Paolo 1995 ss.
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Simonetti, M., Lettera e/o allegoria : un contributo alla storia dell’esegesi patristica,
Roma 1985.

19
1. LA DIDACHÈ

Forse lo scritto più antico che abbiamo, al di fuori del Nuovo Testa-
mento, è la Didachè, parola greca che significa “insegnamento” e con la quale
si suole citare per brevità l’opera chiamata Istruzioni del Signore ai gentili per
mezzo dei dodici Apostoli o anche Istruzioni degli Apostoli. Generalmente si
considera data della redazione la fine del I secolo. Questo scritto ebbe una
tale diffusione nell’antichità, che Eusebio di Cesarea fu spinto a sottolineare
che non si trattava di un testo canonico. Il testo andò perduto e fu ritrovato
alla fine del XIX secolo in un codice greco dell’XI secolo.
Questo scritto è una compilazione anonima di fonti diverse deriva-
te dalla tradizione di diverse comunità. Un autore sconosciuto, giudeo-
cristiano, ha riunito in un manuale alcuni testi che gli sembravano utili per
l’edificazione dei convertiti. Così si compone dell’insegnamento morale
delle Due vie, quella della vita e quella della morte (1-6), un blocco di tradi-
zioni liturgiche sul battesimo, sul digiuno, la preghiera e la cena eucaristica
(7-10), una parte disciplinare (11-13), e una parte morale (14-16). Le preghiere
eucaristiche (9-10) sono molto arcaiche. Esse si ispirano alle benedizioni
giudaiche pronunciate a tavola.
Come temi salienti possiamo sottolineare la gerarchia, della quale non
si descrive in dettaglio l’organizzazione: si parla di vescovi e diaconi, ma non
dei presbiteri; l’etica cristiana fondata su tradizioni giudaiche; e il paragone
dell’unità della Chiesa con il pane fatto da molti grani di frumento che si
trovavano prima disseminati sui monti.
L’uso della Scrittura, sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, è ab-
bondante ma in genere non ci sono citazioni letterali. Ci sono affinità
letterarie delle Due vie con il manuale di disciplina di Qumran e il testo
è cristianizzato mediante l’aggiunta della sezione evangelica che manca in
buona parte della tradizione testuale. In I,1 troviamo affinità con 30,15-20;
in I,2 la composizione di due testi (Deut. 6,5 e Lev. 19,18b) e la regola d’oro

21
AVVIO ALLA PATROLOGIA

che sembra essere una lettura al negativo di Mt. 7,12 e Lc. 6,31; in I,3-5
troviamo la sezione evangelica (Mt. 5,44.46-47 e Lc. 6,27-28,32-33); in II,2 la
composizione di Es.20,13-14 con Deut. 5,17-18.
Presentiamo il testo integrale:

L A DIDACHÈ I-XVI

I.1. Due sono le vie, una della vita e una della morte, e la differenza
è grande fra queste due vie. 2. Ora questa è la via della vita: innanzi tutto
amerai Dio che ti ha creato, poi il tuo prossimo come te stesso (Mt. 22,37-39);
e tutto quello che non vorresti fosse fatto a te, anche tu non farlo agli altri
(Mt. 7,12; Lc. 6,31). 3. Ecco pertanto l’insegnamento che deriva da queste
parole: benedite coloro che vi maledicono e pregate per i vostri nemici;
digiunate per quelli che vi perseguitano; perché qual merito avete se amate
quelli che vi amano? Forse che gli stessi gentili non fanno altrettanto? Voi
invece amate quelli che vi odiano (Mt. 5,44.46-47; Lc. 6,27-28.32.35) e non
avrete nemici. 4. Astieniti dai desideri della carne (1 Pt. 2,11). Se uno ti dà
uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra (Mt. 5,39; Lc. 6,29)
e sarai perfetto; se uno ti costringe ad accompagnarlo per un miglio, tu
prosegui con lui per due. Se uno porta via il tuo mantello, dagli anche la
tunica (Mt. 5,41; Lc. 6,29). Se uno ti prende ciò che è tuo, non ridomandarlo,
perché non ne hai la facoltà. 5. A chiunque ti chiede, da’ senza pretendere
la restituzione (Mt. 5,42; Lc. 6,30), perché il Padre vuole che tutti siano
fatti partecipi dei suoi doni. Beato colui che dà secondo il comandamento,
perché è irreprensibile. Stia in guardia colui che riceve, perché se uno riceve
per bisogno sarà senza colpa, ma se non ha bisogno dovrà rendere conto
del motivo e dello scopo per cui ha ricevuto. Trattenuto in carcere, dovrà
rispondere delle proprie azioni e non sarà liberato di lì fino a quando non
avrà restituito fino all’ultimo centesimo (Mt. 5,26). 6. E a questo riguardo è
pure stato detto: «Si bagni di sudore l’elemosina nelle tue mani, finché tu
sappia a chi la devi fare» (Sir. 12,1).
II.1. Secondo precetto della dottrina: 2. Non ucciderai, non commet-
terai adulterio, non corromperai fanciulli, non fornicherai, non ruberai,
non praticherai la magia, non userai veleni, non farai morire il figlio per
aborto né lo ucciderai appena nato; non desidererai le cose del tuo prossimo.
3. Non sarai spergiuro, non dirai falsa testimonianza, non sarai maldicente,

22
1 L A DIDACHÈ

non serberai rancore. 4. Non avrai doppiezza né di pensieri né di parole,


perché la doppiezza nel parlare è un’insidia di morte. 5. La tua parola non
sarà menzognera né vana, ma confermata dall’azione. 6. Non sarai avaro, né
rapace, né ipocrita, né maligno, né superbo; non mediterai cattivi propositi
contro il tuo prossimo. 7. Non odierai alcun uomo, ma riprenderai gli uni;
per altri, invece, pregherai; altri li amerai più dell’anima tua.
III.1. Figlio mio, fuggi da ogni male e da tutto ciò che ne ha l’apparenza.
2. Non essere iracondo, perché l’ira conduce all’omicidio, non essere gelo-
so né litigioso né violento, perché da tutte queste cose hanno origine gli
omicidi. 3. Figlio mio, non abbandonarti alla concupiscenza, perché essa
conduce alla fornicazione; non fare discorsi osceni e non essere immodesto
negli sguardi, perché da tutte queste cose hanno origine gli adultéri. 4. Non
prendere auspici dal volo degli uccelli, perché ciò conduce all’idolatria; non
fare incantesimi, non darti all’astrologia né alle purificazioni superstiziose,
ed evita di voler vedere e sentire parlare di simili cose, perché da tutti que-
sti atti ha origine l’idolatria. 5. Figlio mio, non essere bugiardo, perché la
menzogna conduce al furto; né avido di ricchezza, né vanaglorioso, perché
da tutte queste cose hanno origine i furti. 6. Figlio mio, non essere mor-
moratore, perché ciò conduce alla diffamazione; non essere insolente, né
malevolo, perché da tutte queste cose hanno origine le diffamazioni. 7. Sii
invece mansueto, perché i mansueti erediteranno la terra (Mt. 5,5; Sal. 37,11).
8. Sii magnanimo, misericordioso, senza malizia, pacifico, buono e sempre
timoroso per le parole che hai udito. 9. Non esalterai te stesso, non infon-
derai troppo ardire nel tuo animo; né l’animo tuo si accompagnerà con i
superbi, ma andrà insieme ai giusti e agli umili.
IV.1. O figlio, ti ricorderai notte e giorno di colui che ti predica le parole
di Dio e lo onorerai come il Signore, perché là donde è predicata la (sua)
sovranità, è il Signore. 2. Cercherai poi ogni giorno la presenza dei santi, per
trovare riposo nelle loro parole. 3. Non sarai causa di discordia, ma cercherai
invece di mettere pace tra i contendenti; giudicherai secondo giustizia e non
farai distinzione di persona nel correggere i falli. 4. Non starai in dubbio
se (una cosa) avverrà o no. 5. Non accada che tu tenda le mani per ricevere
e le stringa nel dare. 6. Se grazie al lavoro delle tue mani possiedi (qualche
cosa), donerai in espiazione dei tuoi peccati. 7. Darai senza incertezza, e
nel dare non ti lagnerai; conoscerai, infatti, chi è colui che dà una buona
ricompensa. 8. Non respingerai il bisognoso, ma farai parte di ogni cosa al

23
AVVIO ALLA PATROLOGIA

tuo fratello e non dirai che è roba tua. Infatti, se partecipate in comune ai
beni dell’immortalità, quanto più non dovete farlo per quelli caduchi?
9. Non ritirerai la tua mano di sopra al tuo figlio o alla tua figlia, ma
sin dalla tenera età insegnerai loro il timor di Dio. 10. Al tuo servo e alla
tua serva che sperano nel medesimo Dio non darai ordini nei momenti di
collera, affinché non perdano il timore di Dio, che sta sopra gli uni e gli
altri. Perché egli non viene a chiamarci secondo la dignità delle persone,
ma viene a coloro che lo Spirito ha preparato. 11. Ma voi, o servi, siate
soggetti ai vostri padroni come a una immagine di Dio, con rispetto e timore
(Efes. 6,5-9).
12. Odierai ogni ipocrisia e tutto ciò che dispiace al Signore. 13. Non
trascurerai i precetti del Signore, ma osserverai quelli che hai ricevuto senza
aggiungere o togliere nulla (Deut. 4,2; 13,1). 14. Nell’adunanza confesserai
i tuoi peccati e non incomincerai mai la tua preghiera in cattiva coscienza.
Questa è la via della vita.
V.1. La via della morte invece è questa: prima di tutto essa è maligna e
piena di maledizione: omicidi, adultéri, concupiscenze, fornicazioni, furti,
idolatrie, sortilegi, venefici, rapine, false testimonianze (Mt. 15,19), ipocrisie,
doppiezza di cuore, frode, superbia, malizia, arroganza, avarizia, turpilo-
quio, invidia, insolenza, orgoglio, ostentazione (Rom. 1,29ss.), spavalderia.
2. Persecutori dei buoni, odiatori della verità, amanti della menzogna, che
non conoscono la ricompensa della giustizia, che non si attengono al bene
(Rom. 12,9) né alla giusta causa, che sono vigilanti non per il bene ma per il
male; dai quali è lontana la mansuetudine e la pazienza, che amano la vanità
(Sal. 4,3), che vanno a caccia della ricompensa (Is. 1,23), non hanno pietà
del povero, non soffrono con chi soffre, non riconoscono il loro creatore,
uccisori dei figli (Sap. 12,5), che sopprimono con l’aborto una creatura di
Dio, respingono il bisognoso, opprimono i miseri, avvocati dei ricchi, giu-
dici ingiusti dei poveri, pieni di ogni peccato. Guardatevi, o figli, da tutte
queste colpe.
VI.1. Guarda che alcuno non ti distolga (Mt. 24,4) da questa via della
dottrina, perché egli ti insegna fuori (della volontà) di Dio. 2. Se infatti puoi
sostenere interamente il giogo del Signore, sarai perfetto; se non puoi fa’
almeno quello che puoi. 3. E riguardo al cibo, cerca di sopportare tutto
quello che puoi, ma comunque astieniti nel modo più assoluto dalle carni
immolate agli idoli, perché (il mangiarne) è culto di divinità morte.

24
1 L A DIDACHÈ

VII.1. Riguardo al battesimo, battezzate così: avendo in precedenza


esposto tutti questi precetti, battezzate nel nome del Padre, del Figlio e dello
Spirito Santo in acqua viva. 2. Se non hai acqua viva, battezza in altra acqua;
se non puoi nella fredda, battezza nella calda. 3. Se poi ti mancano entrambe,
versa sul capo tre volte l’acqua in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito
Santo. 4. E prima del battesimo digiunino il battezzante, il battezzando e, se
possono, alcuni altri. Prescriverai però che il battezzando digiuni sin da uno
o due giorni prima.
VIII.1. I vostri digiuni, poi, non siano fatti contemporaneamente a
quelli degli ipocriti (Mt. 23,13-15); essi infatti digiunano il secondo e il
quinto giorno della settimana, voi invece digiunate il quarto e il giorno della
preparazione (cioè, il venerdì). 2. E neppure pregate come gli ipocriti, ma
come comandò il Signore nel suo vangelo, così pregate: Padre nostro che
sei nel cielo, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua
volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi il nostro debito, come anche noi lo rimettiamo ai nostri
debitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male (Mt. 6,9-13);
perché tua è la potenza e la gloria nei secoli. 3. Pregate così tre volte al
giorno.
IX.1. Riguardo all’eucaristia, così rendete grazie: 2. Dapprima per il
calice: Noi ti rendiamo grazie, Padre nostro, per la santa vite di David tuo
servo, che ci hai rivelato per mezzo di Gesù tuo servo. A te gloria nei secoli. 3.
Poi per il pane spezzato: Ti rendiamo grazie, Padre nostro, per la vita e la
conoscenza che ci hai rivelato per mezzo di Gesù tuo servo. A te gloria nei
secoli. 4. Nel modo in cui questo pane spezzato era sparso qua e là sopra i
colli e raccolto divenne una sola cosa, così si raccolga la tua Chiesa nel tuo
regno dai confini della terra; perché tua è la gloria e la potenza, per Gesù
Cristo nei secoli. 5. Nessuno però mangi né beva della vostra eucaristia se
non i battezzati nel nome del Signore, perché anche riguardo a ciò il Signore
ha detto: «Non date ciò che è santo ai cani» (Mt. 7,6).
X.1. Dopo che vi sarete saziati, così rendete grazie: 2. Ti rendiamo
grazie, Padre santo, per il tuo santo nome che hai fatto abitare nei nostri
cuori, e per la conoscenza, la fede e l’immortalità che ci hai rivelato per
mezzo di Gesù tuo servo. A te gloria nei secoli. 3. Tu, Signore onnipotente,
hai creato ogni cosa (Sap. 1,14) a gloria del tuo nome; hai dato agli uomini
cibo e bevanda a loro conforto, affinché ti rendano grazie; ma a noi hai

25
AVVIO ALLA PATROLOGIA

donato un cibo e una bevanda spirituali e la vita eterna per mezzo del tuo
servo. 4. Soprattutto ti rendiamo grazie perché sei potente. A te gloria nei
secoli. 5. Ricordati, Signore, della tua chiesa, di preservarla da ogni male e
di renderla perfetta nel tuo amore; santificata, raccoglila dai quattro venti
(Mt. 24,31) nel tuo regno che per lei preparasti. Perché tua è la potenza e la
gloria nei secoli. 6. Venga la grazia e passi questo mondo. Osanna alla casa di
David. Chi è santo si avanzi, chi non lo è si penta. Maranatha. Amen. 7. Ai
profeti, però, permettete di rendere grazie a loro piacimento.
XI.1. Ora, se qualcuno venisse a insegnarvi tutte le cose sopra dette,
accoglietelo; 2. ma se lo stesso maestro, pervertito, vi insegnasse un’altra
dottrina allo scopo di demolire, non lo ascoltate; se invece (vi insegna)
per accrescere la giustizia e la conoscenza del Signore, accoglietelo come
il Signore. 3. Riguardo agli apostoli e ai profeti, comportatevi secondo il
precetto del Vangelo. 4. Ogni apostolo che venga presso di voi sia accolto
come il Signore. 5. Però dovrà trattenersi un giorno solo; se ve ne fosse
bisogno anche un secondo; ma se si fermasse tre giorni, egli è un falso
profeta. 6. Partendo, poi, l’apostolo non prenda per sé nulla se non il pane
(sufficiente) fino al luogo dove alloggerà; se invece chiede denaro, è un falso
profeta.
7. E non metterete alla prova né giudicherete ogni profeta che parla per
ispirazione, perché qualunque peccato sarà perdonato, ma questo peccato
non sarà perdonato. 8. Non tutti, però, quelli che parlano per ispirazione so-
no profeti, ma solo coloro che praticano i costumi del Signore. Dai costumi,
dunque, si distingueranno il falso profeta e il profeta. 9. Ogni profeta che per
ispirazione abbia fatto imbandire una mensa eviterà di prendere cibo da essa,
altrimenti è un falso profeta. 10. Ogni profeta, poi, che insegna la verità,
se non mette in pratica i precetti che insegna, è un falso profeta. 11. Ogni
profeta provato come veritiero, che opera per il mistero terrestre della chiesa,
ma che tuttavia non insegna che si debbano fare quelle cose che egli fa, non
sarà da voi giudicato, perché ha il giudizio da parte di Dio; allo stesso modo,
infatti, si comportarono anche gli antichi profeti. 12. Se qualcuno dicesse per
ispirazione: dammi del denaro o qualche altra cosa, non gli darete ascolto;
ma se dicesse di dare per altri che hanno bisogno, nessuno lo giudichi.
XII.1. Chiunque, poi, viene nel nome del Signore (Mt. 21,9; Sal. 117,26),
sia accolto. In seguito, dopo averlo messo alla prova, lo potrete conoscere,
poiché avrete senno quanto alla destra e alla sinistra. 2. Ma se colui che

26
1 L A DIDACHÈ

giunge è di passaggio, aiutatelo secondo le vostre possibilità; non dovrà però


rimanere presso di voi che due o tre giorni, se ce ne fosse bisogno. 3. Nel
caso che volesse stabilirsi presso di voi e che esercitasse un mestiere, lavori e
mangi. 4. Se invece non ha alcun mestiere, con il vostro buon senso cercate
di vedere come possa un cristiano vivere tra voi senza stare in ozio. 5. Se
non vuole comportarsi in questo modo, è uno che fa commercio di Cristo.
Guardatevi da gente simile.
XIII.1. Ogni vero profeta che vuole stabilirsi presso di voi è degno del
suo nutrimento. 2. Così pure il vero dottore è degno, come l’operaio, del
suo nutrimento. 3. Prenderai perciò le primizie di tutti i prodotti del torchio
e della messe, dei buoi e delle pecore e le darai ai profeti, perché essi sono
i vostri Sommi Sacerdoti. 4. Se però non avete un profeta, date ai poveri.
5. Se fai il pane, prendi la primizia e dà secondo il precetto. 6. E così, se
apri un’anfora di vino o di olio, prendi le primizie e dalle ai profeti. 7. Del
denaro, del vestiario e di tutto quello che possiedi, prendi poi le primizie
come ti sembra più opportuno e dà secondo il precetto.
XIV.1. Nel giorno del Signore, riuniti, spezzate il pane e rendete grazie
dopo aver confessato i vostri peccati, affinché il vostro sacrificio sia puro.
2. Ma tutti quelli che hanno qualche discordia con il loro compagno, non si
uniscano a voi prima di essersi riconciliati, affinché il vostro sacrificio non
sia profanato. 3. Questo è infatti il sacrificio di cui il Signore ha detto: «In
ogni luogo e in ogni tempo offritemi un sacrificio puro, perché un re grande
sono io – dice il Signore – e mirabile è il mio nome fra le genti» (Ml. 1,11).
XV.1. Eleggetevi quindi episcopi e diaconi degni del Signore, uomini
miti, disinteressati, veraci e sicuri; infatti anch’essi compiono per voi lo
stesso ministero dei profeti e dei dottori. 2. Perciò non guardateli con super-
bia, perché essi, insieme ai profeti e ai dottori, sono tra voi ragguardevoli.
3. Correggetevi a vicenda, non nell’ira ma nella pace, come avete nel vangelo.
A chiunque abbia offeso il prossimo nessuno parli: non abbia ad ascoltare
neppure una parola da voi finché non si sia ravveduto. 4. E fate le vostre
preghiere, le elemosine e tutte le vostre azioni così come avete nel vangelo
del Signore nostro.
XVI.1. Vigilate sulla vostra vita. Non spegnete le vostre fiaccole e non
sciogliete le cinture dai vostri fianchi, ma state preparati perché non sapete
l’ora in cui il nostro Signore viene (Mt. 24,42-44; Lc. 12,35). 2. Vi radunerete
di frequente per ricercare ciò che si conviene alle anime vostre, perché non

27
AVVIO ALLA PATROLOGIA

vi gioverà tutto il tempo della vostra fede se non sarete perfetti nell’ultimo
istante. 3. Infatti negli ultimi giorni si moltiplicheranno i falsi profeti e i
corruttori, e le pecore si muteranno in lupi, e la carità si muterà in odio;
4. finché, crescendo l’iniquità, si odieranno l’un l’altro, si perseguiteranno
e si tradiranno, e allora il seduttore del mondo apparirà come figlio di Dio
e opererà miracoli e prodigi (Mt. 24,24), e la terra sarà consegnata nelle
sue mani, e compirà iniquità quali non avvennero mai dal principio del
tempo. 5. E allora la stirpe degli uomini andrà verso il fuoco della prova, e
molti saranno scandalizzati (Mt. 24,10) e periranno; ma coloro che avranno
perseverato nella loro fede saranno salvati (Mt. 10,22; 24,13) da quel giudizio
di maledizione. 6. E allora appariranno i segni (Mt. 24,30) della verità:
primo segno l’apertura nel cielo, quindi il segno del suono di tuba e terzo la
resurrezione dei morti (Mt. 24,31); 7. non di tutti, però, ma, come fu detto:
«Verrà il Signore e tutti i santi con lui (Zac. 14,5). Allora il mondo vedrà il
Signore venire sopra le nubi del cielo». (Mt. 24,30; 26,64)

BIBLIOGRAFIA

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29
2. CLEMENTE ROMANO

Clemente, terzo Romano Pontefice dopo l’Apostolo Pietro, deve inter-


venire verso gli anni 96-98 per pacificare un conflitto sorto nella comunità
di Corinto tra un gruppo di ribelli e alcuni presbiteri, e lo fa – dimostrando
una forte consapevolezza del diritto che la chiesa di Roma possedeva di
intervenire negli affari interni di un’altra comunità – tramite una lettera di
sessantuno capitoli. Questa lettera veniva letta ancora nell’anno 170 nelle
assemblee liturgiche a Corinto e fu tradotta in latino, siriaco e copto.
Le citazioni bibliche della lettera, prevalentemente della versione dei
LXX, sono molto abbondanti e si possono dividere in tre diversi tipi: stretta-
mente letterali, moderatamente modificate e composte da due o più versetti
a volte di diversi libri, che costituiscono una sorta di catene di citazioni.
Clemente si dimostra buon conoscitore dell’Antico Testamento, e fa rela-
tivamente poco uso del Nuovo. La sua interpretazione è principalmente
letterale e conosce la valenza cristologica dell’Antico Testamento, e l’unità
dei due testamenti è presente in tutta l’opera, ma la usa esplicitamente sol-
tanto una volta (XII,7), e non impiega mai il termine tipo. La sua maniera di
condensare due o più citazioni in una sola (ad esempio in XXVI, 2-3 o XXIII,
5) sembra caratteristica dei testimonia. L’insieme del cap. IV, sull’invidia,
somiglia molto – ne è quasi un’imitazione – al cap. 11 della Lettera agli Ebrei,
sulla fede. Nella preghiera finale, fatta quasi esclusivamente di citazioni bi-
bliche, mescola testi dell’Antico e del Nuovo Testamento, prova dell’alta
considerazione in cui aveva questo ultimo.

LETTERA AI CORINTI I-XII, LIX-LXI

Saluto e motivazione della lettera

La Chiesa di Dio che è a Roma alla Chiesa di Dio che è a Corinto, agli
eletti santificati nella volontà di Dio per nostro Signore Gesù Cristo. Siano

31
AVVIO ALLA PATROLOGIA

abbondanti in voi la grazia e la pace di Dio onnipotente mediante Gesù


Cristo.
I, 1. Per le improvvise disgrazie e avversità capitatevi l’una dietro l’altra,
o fratelli, crediamo di aver fatto troppo tardi attenzione alle cose che si discu-
tono da voi, carissimi, all’empia e disgraziata sedizione aberrante ed estranea
agli eletti di Dio. Pochi sconsiderati e arroganti l’accesero, giungendo a tal
punto di pazzia che il vostro venerabile nome, celebre e amato da tutti gli
uomini, è fortemente compromesso. 2. Chi, fermandosi da voi, non ebbe a
riconoscere la vostra fede salda e adorna di ogni virtù? Ad ammirare la vostra
pietà cosciente ed amabile in Cristo? Ad esaltare la vostra generosa pratica
dell’ospitalità? A felicitarsi della vostra scienza perfetta e sicura? 3. Facevate
ogni cosa, senza eccezione di persona, e camminavate secondo le leggi del
Signore, soggetti ai vostri capi e tributando l’onore dovuto ai vostri anziani.
Esortavate i giovani a pensare cose moderate e degne. Raccomandavate alle
donne di compiere tutto con coscienza piena, dignitosa e pura, amando
sinceramente, come conviene, i loro mariti; insegnavate a ben accudire alla
casa, attenendosi alla norma della sottomissione e ad essere assai prudenti
(Cf. Tit. 2,1-6; 1 Tim. 2,9-11; 1 Pt. 3,1-6).

Le virtù della primitiva comunità di Corinto

II, 1. Tutti eravate umili e senza vanagloria, volendo più ubbidire che
comandare, più dare con slancio che ricevere. Contenti degli aiuti di Cristo
nel viaggio e meditando le sue parole le tenevate nel profondo dell’animo, e
le sue sofferenze erano davanti ai vostri occhi. 2. Così una pace profonda e
splendida era data a tutti e un desiderio senza fine di operare il bene e una
effusione piena di Spirito Santo era avvenuta su tutti. 3. Colmi di volontà
santa nel sano desiderio e con pietà fiduciosa, tendevate le mani [sottinteso:
per pregare] verso Dio onnipotente, supplicandolo di essere misericordioso
se in qualche cosa, senza volerlo, avevate peccato. 4. Giorno e notte per
tutta la vostra comunità vi adoperavate a salvare con pietà e coscienza il
numero dei suoi eletti. 5. Gli uni verso gli altri eravate sinceri, semplici
e senza rancori. 6. Ogni sedizione ed ogni scisma era per voi orribile. Vi
affliggevate per le disgrazie del prossimo e ritenevate le sue mancanze come
vostre. 7. Senza pentirvi mai di ogni buona azione, eravate pronti ad ogni
opera di bene (Cf. 2 Tim. 2,21; Tit. 3,1). 8. Ornati di una condotta virtuosa e

32
2 CLEMENTE ROMANO

venerata, compivate ogni cosa nel timore di Lui: i comandamenti e i precetti


del Signore erano scritti nella larghezza del vostro cuore.
III, 1. Ogni onore e abbondanza vi erano stati concessi e si era compiuto
ciò che fu scritto: «Il diletto mangiò e bevve, si fece largo e si ingrassò e
recalcitrò» (Deut. 32,15). 2. Di qui gelosia e invidia, contesa e sedizione, per-
secuzione e disordine, guerra e prigionia. 3. Così si ribellarono i disonorati
contro gli stimati, gli oscuri contro gli illustri, i dissennati contro i saggi, i
giovani contro i vecchi (οἱ νέοι ἐπὶ τοὺς πρεσβυτέρους). 4. Per questo si
sono allontanate la giustizia e la pace, in quanto ognuno ha abbandonato il
timore di Dio ed ha oscurato la sua fede; non cammina secondo i comanda-
menti divini, non si comporta come conviene a Cristo, ma procede secondo
le passioni del suo cuore malvagio, in preda alla gelosia ingiusta ed empia
attraverso la quale anche «la morte venne nel mondo» (Sap. 2,24; Rom. 5,12).

Catene di citazioni sugli esempi dell’Antico Testamento

IV, 1. Così è scritto: «Accadde che, dopo molti giorni, Caino offrì a
Dio un sacrificio dei frutti della terra e Abele offrì anche lui in sacrificio
dei primogeniti delle pecore e del loro grasso». 2. «E Dio guardò Abele e
i suoi doni, ma non prestò attenzione a Caino e ai suoi sacrifici». 3. «Cai-
no ne fu molto rattristato e il suo volto mostrava abbattimento». 4. «Dio
disse a Caino: perché sei triste, e perché il tuo volto mostra abbattimento?
Non peccasti, se, pur offrendo rettamente il tuo sacrificio, non dividesti
rettamente le parti?» 5. «Rasserenati: la tua offerta ritorna a te e tu ne po-
trai disporre». 6. «Disse Caino al fratello Abele: andiamo in campagna. E
avvenne che mentre erano in campagna Caino si gettò sul fratello e l’uccise»
(Gen. 4,3-8). 7. Vedete, fratelli, l’invidia e la gelosia portarono al fratrici-
dio. 8. Per l’invidia il nostro padre Giacobbe fuggì dal cospetto di suo fratello
Esaù (Cf. Gen. 27,41 ss.). 9. L’invidia fece perseguitare Giuseppe sino al-
la morte e portarlo sino alla schiavitù (Cf. Gen. 37). 10. L’invidia spinse
Mosè a fuggire dalla presenza del Faraone, re di Egitto, nel sentire da un
suo connazionale: «Chi ti ha posto come arbitro e giudice su di noi? Tu
credi di uccidermi come hai ucciso ieri l’egiziano?» (Es. 2,14). 11. Per invidia
Aronne e Maria (Cf. Num. 12,14-15) alloggiarono fuori dell’accampamento.
12. L’invidia portò vivi nell’inferno Datan ed Abiran per essersi ribellati
contro il servo di Dio Mosè (Cf. Num. 16). 13. Per l’invidia David ebbe

33
AVVIO ALLA PATROLOGIA

non solo l’odio degli stranieri, ma fu anche perseguitato da Saul, re d’Israele


(Cf. 1 Re. 18,29).

L’esempio di Paolo

V, 1. Ma lasciando gli esempi antichi, veniamo agli atleti vicinissimi


a noi e prendiamo gli esempi validi della nostra epoca. 2. Per invidia e per
gelosia le più grandi e giuste colonne furono perseguitate e lottarono sino
alla morte. 3. Prendiamo i buoni apostoli. 4. Pietro per l’ingiusta invidia
non una o due, ma molte fatiche sopportò, e così col martirio raggiunse il
posto della gloria. 5. Per invidia e discordia Paolo mostrò il premio della
pazienza. 6. Per sette volte portando catene, esiliato, lapidato, fattosi araldo
nell’oriente e nell’occidente, ebbe la nobile fama della fede. 7. Dopo aver
predicato la giustizia a tutto il mondo, giunto al confine dell’occidente e
resa testimonianza davanti alle autorità (Cf. Atti 24-26), lasciò il mondo e
raggiunse il luogo santo, divenendo il più grande modello di pazienza.

L’invidia e la gelosia

VI, 1. A questi uomini che vissero santamente si aggiunse una grande


schiera di eletti, i quali, soffrendo per invidia molti oltraggi e torture, furono
di bellissimo esempio a noi. 2. Per gelosia furono perseguitate le donne,
giovanette e fanciulle che soffrirono oltraggi terribili ed empi per la fede.
Affrontarono una corsa sicura ed ebbero una ricompensa generosa, esse
deboli nel fisico. 3. La gelosia allontanò le mogli dai mariti ed alterò la
parola del nostro padre Adamo: «Ecco l’osso delle mie ossa e la carne della
mia carne» (Gen. 2,23). 4. La gelosia e la discordia rovinarono molte città e
distrussero grandi nazioni.

Il pentimento

VII, 1. Carissimi, scriviamo tutte queste cose non solo per avvertire voi,
ma anche per ricordarle a noi. Siamo sulla stessa arena e uno stesso combatti-
mento ci attende. 2. Lasciamo i vani ed inutili pensieri e seguiamo la norma
gloriosa e veneranda della nostra tradizione. 3. Vediamo ciò che è bello, ciò
che è piacevole e gradito davanti a chi ci ha creato. 4. Guardiamo il sangue
di Gesù Cristo e consideriamo quanto sia prezioso al Padre suo. Effuso per

34
2 CLEMENTE ROMANO

la nostra salvezza portò al mondo la grazia del pentimento. 5. Scorriamo


tutte le generazioni e notiamo che di generazione in generazione il maestro
«diede luogo al pentimento» (Sap. 12,10) per tutti quelli che volevano a
lui rivolgersi. 6. Noè predico il pentimento e tutti quelli che l’ascoltarono
furono salvi (Cf. 2 Pt. 2,5). 7. Giona predisse lo sterminio ai Niniviti, ma
essi, pentiti dei loro peccati, si resero propizio Dio pregando ed ebbero la
salvezza, benché estranei a Dio (Cf. Giona 3,4-10).
VIII, 1. I ministri della grazia di Dio parlarono del pentimento per
mezzo dello Spirito Santo. 2. Anche il Signore di tutte le cose parlò del
pentimento col giuramento: «Io vivo – dice il Signore – e non voglio la
morte del peccatore, bensì la sua conversione» (Ez. 33,11). Aggiunse anche
un buon proposito. 3. «Pentiti, o casa d’Israele, della tua iniquità. Riferisci
ai figli del mio popolo: anche se i vostri peccati arriveranno dalla terra al
cielo e saranno più rossi dello scarlatto e più neri del sacco, e vi convertite a
me con tutto il cuore e direte: Padre, io vi ascolterò come un popolo santo»
(Citazione non letterale di Ez. 18,30; Sal. 103,11; Ger. 3,19, 22; Is. 1,18). 4. In
un altro passo dice così: «Lavatevi e purificatevi, toglietevi le cattiverie dalle
vostre anime innanzi ai miei occhi. Cessate dalle vostre iniquità, imparate a
fare il bene, ricercate la giustizia, liberate l’oppresso, rendete il suo diritto
all’orfano e rendete giustizia alla vedova, e poi discuteremo, dice il Signore.
E se i vostri peccati fossero come la porpora, io li renderò bianchi come
la neve; se fossero come lo scarlatto li renderò bianchi come la lana. Se
volete e mi ascoltate, vi nutrirete dei beni della terra. Se non volete e non mi
ascoltate, una spada vi divorerà. Questo infatti la bocca del Signore disse»
(Is. 1, 16-20). 5. Egli nella sua onnipotente volontà ha deciso che tutti i suoi
diletti partecipino al pentimento.

Giustizia e fedeltà degli antichi

IX, 1. Obbediamo dunque alla sua grandiosa e gloriosa volontà. Di-


venuti supplici della sua misericordia e della sua bontà, prosterniamoci e
rivolgiamoci alla sua pietà, abbandonando la vanità, la discordia e la gelosia
che conduce alla morte. 2. Guardiamo i ministri perfetti della sua grandez-
za e della sua gloria. 3. Prendiamo Enoch che fu trovato giusto nella sua
ubbidienza e fu elevato dal mondo senza morire (Cf. Gen. 5,24; Ebr. 11,5;
Eccli. 44,16). 4. Noè fu trovato fedele. Mediante il suo ministero predicò

35
AVVIO ALLA PATROLOGIA

al mondo la rinascita ed il Signore, suo tramite, salvò gli animali che in


concordia erano entrati nell’arca.
X, 1. Abramo, chiamato l’amico, fu trovato fedele nell’essere ubbidiente
alle parole di Dio. 2. Egli per ubbidienza uscì dalla sua terra, dalla sua
parentela e dalla casa di suo padre. Per aver abbandonato una piccola terra,
una parentela insignificante e una umile casa, ereditò le promesse di Dio. 3.
Dice a lui (il Signore): «Esci dalla tua terra, dalla tua parentela, dalla casa
di tuo padre per andare nel paese che ti mostrerò. Farò di te una grande
nazione, ti benedirò e renderò grande il tuo nome e tu sarai benedetto.
Benedirò quelli che ti benediranno e maledirò quelli che ti malediranno
e in te saranno benedette tutte le tribù della terra» (Gen. 12,1-3). 4. E di
nuovo, nel separarsi da Lot, Dio gli disse: «Alza i tuoi occhi e dal luogo ove
sei guarda a nord, a mezzogiorno e ad oriente verso il mare. Tutta la terra
che tu vedi la darò a te e alla tua discendenza per sempre». 5. «Farò la tua
discendenza come la sabbia della terra. Se qualcuno può contare la sabbia
della terra, conterà anche la tua discendenza» (Gen. 13,14-16). 6. E di nuovo
parla: «Dio condusse fuori Abramo e gli disse: guarda il cielo e conta le stelle
se puoi contarle. Così sarà la tua discendenza. Abramo credette a Dio e gli
fu reputato a giustizia» (Gen. 15,5-6). 7. Per la fede e l’ospitalità gli fu dato
un figlio nella vecchiaia e per obbedienza lo offrì in sacrificio a Dio sopra
uno dei monti che gli indicò.
XI, 1. Per l’ospitalità e la pietà Lot fu salvato da Sodoma, quando tutta
la regione fu punita dal fuoco e dallo zolfo (Cf. Gen. 19,26). Chiaramente
il Signore mostrava che egli non abbandona quelli che sperano in lui, e
manda punizioni e tormenti a quelli che sono ribelli. 2. Infatti la moglie
uscita insieme a lui (Lot), poiché era di diversi sentimenti e non concorde,
fu trasformata in una colonna di sale. Fu posta quale segno sino ai nostri
giorni, perché fosse noto a tutti che i dissociati e gli scettici della potenza di
Dio, sono di condanna e di esempio a tutte le generazioni.

Il filo scarlatto, tipo della redenzione

XII, 1. Per la fede e l’ospitalità fu salvata la meretrice Raab (Cf. Gios. 2,1-
24). 2. Quando Gesù di Nave mandò gli esploratori a Gerico e il re della
regione seppe che erano venuti ad esplorare la sua terra mandò gli uomini
per prenderli e ucciderli. 3. L’ospitale Raab allora, avendoli accolti, li nascose

36
2 CLEMENTE ROMANO

nella soffitta sotto gli steli di lino. 4. Sopraggiunti (i messi) del re le dissero:
«Quelli che sono venuti ad esplorare la nostra terra sono entrati da te; cacciali
fuori, il re così comanda». Essa rispose: «Gli uomini che cercate sono entrati
da me, ma subito sono usciti e camminano sulla strada» e mostrava loro la
direzione opposta. 5. Disse agli uomini (che aveva nascosto): «So bene che
il Signore Iddio vi affida questa terra; lo spavento e il terrore sono caduti
sugli abitanti. Quando ve ne sarete impadroniti salvate me e la casa di mio
padre». 6. Essi le risposero: «Sarà come tu hai detto. Quando ti accorgi che
stiamo per venire, riunisci tutti i tuoi sotto il tuo tetto e saranno salvi; quanti
saranno trovati fuori della casa saranno uccisi». 7. Stabilirono di dare un
segnale, di appendere, cioè, dello scarlatto alla casa. Si manifestava così che
per mezzo del sangue del Signore ci sarebbe stato il riscatto per tutti quelli
che credono e sperano in Dio. 8. Vedete, carissimi, che in questa donna non
c’era solo la fede, ma anche la profezia.

Preghiera finale intessuta di citazioni bibliche

LIX, 1. Quelli che disubbidiscono alle parole di Dio, ripetute per mezzo
nostro, sappiano che incorrono in una colpa e in un pericolo non lievi. 2. Noi
saremo innocenti di questo peccato e chiederemo, con preghiera assidua e
supplica, che il creatore dell’universo conservi intatto il numero dei suoi
eletti (Cf. Ap. 6,11) che si conta in tutto il mondo per mezzo dell’amatissimo
suo figlio Gesù Cristo Signore nostro, col quale ci chiamò dalle tenebre
alla luce (Cf. Atti 26,18; 2 Pt. 2,9), dall’ignoranza alla conoscenza del suo
nome glorioso, 3. a sperare nel tuo nome, principio di ogni creatura: Tu
apristi gli occhi del nostro cuore (Cf. Efes. 1,18) perché conoscessimo te,
il solo (Cf. Giov. 17,3) altissimo nell’altissimo dei cieli, il santo che riposi
tra i santi, che umilii la violenza dei superbi (Cf. Is. 13,11), che sciogli
i disegni dei popoli (Cf. Sal. 33 (32), 10), che esalti gli umili e abbassi i
superbi (Cf. Giob. 5, 11; Is. 10,33; Ez. 17,24; 21,31). Tu che arricchisci e
impoverisci, che uccidi e dai la vita (Cf. Deut. 32,39), il solo benefattore
degli spiriti e Dio di ogni carne, che scruti gli abissi (Cf. Dan. 3,55), che
osservi le opere umane, che soccorri quelli che sono in pericolo e salvi i
disperati (Cf. Giudit. 9,11), creatore e custode di ogni spirito che moltiplichi
i popoli sulla terra, e che fra tutti scegliesti quelli che ti amano per mezzo di
Gesù Cristo, l’amatissimo tuo figlio mediante il quale ci hai educato, ci hai

37
AVVIO ALLA PATROLOGIA

santificato e ci hai onorato. 4. Ti preghiamo, Signore, sii il nostro soccorso


e sostegno (Cf. Sal. 119 (118),114). Salva i nostri che sono in tribolazione,
rialza i caduti, mostrati ai bisognosi, guarisci gli infermi, riconduci quelli
che dal tuo popolo si sono allontanati, sazia gli affamati, libera i nostri
prigionieri, solleva i deboli, consola i vili. Conoscano tutte le genti che tu
sei l’unico Dio e che Gesù Cristo è tuo figlio e «noi tuo popolo e pecore del
tuo pascolo» (Sal. 79 (78), 13).
LX, 1. Con le tue opere hai reso visibile l’eterna costituzione del mon-
do. Tu, Signore, creasti la terra. Tu, fedele in tutte le generazioni, giusto nei
tuoi giudizi, mirabile nella forza e nella magnificenza, saggio nel creare, intel-
ligente nello stabilire le cose create, buono nelle cose visibili, benevolo verso
quelli che confidano in te, misericordioso e compassionevole (Cf. Gioe. 2,13),
perdona le nostre iniquità e ingiustizie, le cadute e le negligenze. 2. Non
contare ogni peccato dei tuoi servi e delle tue serve ma purificaci nella
purificazione della tua verità e dirigi i nostri passi (Cf. Sal. 40 (39), 3) per
camminare nella santità del cuore e fare ciò che è buono e gradito al cospetto
tuo e dei nostri capi. 3. Sì, o Signore, fa’ splendere il tuo volto su di noi
(Cf. Sal. 67 (66), 2) per il bene, nella pace, per proteggerci con la tua mano
potente e scamparci da ogni peccato col tuo braccio altissimo, e salvarci da
coloro che ci odiano ingiustamente. 4. Dona concordia e pace a noi e a tutti
gli abitanti della terra, come la desti ai padri nostri quando ti invocavano
santamente nella fede e nella verità (Cf. 1 Tim. 2,7); rendici sottomessi al tuo
nome onnipotente e pieno di virtù e a quelli che ci comandano e ci guidano
sulla terra.
LXI, 1. Tu, Signore, desti loro il potere della regalità per la tua magni-
fica e ineffabile forza, perché noi, conoscendo la gloria e l’onore loro dati,
ubbidissimo ad essi senza opporci alla tua volontà. Dona ad essi, Signore,
sanità, pace, concordia e costanza, per esercitare al sicuro la sovranità data
da te. 2. Tu, Signore, re celeste dei secoli, concedi ai figli degli uomini gloria,
onore e potere sulle cose della terra. Signore, porta a buon fine il loro volere,
secondo ciò che è buono e gradito alla tua presenza, per esercitare con pietà,
nella pace e nella dolcezza, il potere che tu hai loro dato e ti trovino mise-
ricordioso. 3. Te, il solo capace di compiere questi beni ed altri più grandi
per noi, ringraziamo per mezzo del gran Sacerdote e protettore delle anime
nostre Gesù Cristo, per il quale ora a te sia la gloria e la magnificenza e di
generazione in generazione e nei secoli dei secoli. Amen.

38
2 CLEMENTE ROMANO

BIBLIOGRAFIA
Aiura, T., A Study of Old Testament Quotations in First Clement, in Annual Studies
1 (1953), pp. 1-16.
Beatrice, P.F., Clemente Romano, in NDPAC, cc. 1073-1077.
Clemens von Rom, Epistola ad Corinthios. Brief an die Korinther, Übersetz und
Eingeleitet von G. Schneider, Freiburg 1994.
Clément de Rome, Épitre aux Corinthiens, Introduction, texte, traduction, notes et
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Hagner, A., The Use of the Old and New Testaments in Clement of Rome, Leiden
1973.
Lindemann, A., Die Clemensbriefe, Tübingen 1992.
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Simonetti, M., Lettera e/o allegoria : un contributo alla storia dell’esegesi patristica,
Roma 1985, pp. 25-26.

39
3. IGNAZIO DI ANTIOCHIA

Ignazio, secondo successore di Pietro ad Antiochia, dopo Evodio, venne


imprigionato verso l’anno 110 e condotto a Roma per essere giustiziato.
Nelle diverse tappe del viaggio verso la capitale scrisse sette lettere (benché
vi siano tre recensioni – lunga, media e breve – che contengono un numero
diverso di lettere, oggi si considera autentica la recensione media, di sette
lettere) indirizzate a diverse comunità (Efeso, Magnesia, Tralles, Smirne, al
suo vescovo Policarpo, Filadelfia e Roma). Attraverso queste lettere, Ignazio
elabora una teologia del martirio e mostra già con particolare chiarezza il
pacifico possesso di alcune verità fondamentali della fede: Cristo è veramente
uomo, il suo corpo è un corpo vero e le sue sofferenze furono reali; tutto
ciò lo afferma contro i doceti (dal greco dokèo: apparire), che sostenevano
che il corpo di Cristo fosse solamente apparenza; in queste lettere troviamo
per la prima volta l’espressione Chiesa Cattolica per riferirsi all’insieme dei
cristiani; l’Eucarestia è la Carne di Cristo, la stessa che patì per i nostri peccati;
la gerarchia della Chiesa, formata da vescovi, presbiteri e diaconi, con le loro
rispettive funzioni, emerge con molta chiarezza nei suoi scritti; il vescovo
rappresenta Cristo ed è il maestro e il sommo sacerdote: è lui che amministra
i sacramenti. Nel saluto iniziale della lettera ai romani, Ignazio si rivolge
alla Chiesa di Roma con speciali lodi e ciò può essere considerato come una
testimonianza del primato di Roma: essa è la Chiesa posta a capo della carità.
Ignazio viene chiamato dottore dell’unità.
Ignazio, diversamente da Clemente, usa poco l’Antico Testamento
(meno di dieci citazioni in tutto), che chiama “archivi”. Spesso dà su di esso
dei giudizi positivi. Il Nuovo Testamento non viene citato letteralmente
quasi mai, ma è presente in tutte le sue lettere. Per Ignazio, Cristo (che viene
chiamato “gran sacerdote”) è il centro di tutte le Scritture, è la porta che
introduce negli archivi, il mistero pasquale di Cristo è il nucleo centrale
delle Scritture.

41
AVVIO ALLA PATROLOGIA

LETTERA AI ROMANI I-II

Prefazio

Ignazio, Teoforo, a colei che ha ricevuto misericordia nella magnificen-


za del Padre altissimo e di Gesù Cristo suo unico figlio, la Chiesa amata e
illuminata nella volontà di chi ha voluto tutte le cose che esistono, nella fede
e nella carità di Gesù Cristo Dio nostro, che presiede nella terra di Roma,
degna di Dio, di venerazione, di lode, di successo, di candore, che presiede
alla carità, che porta la legge di Cristo e il nome del Padre, il mio saluto nel
nome di Gesù Cristo, figlio del Padre. A quelli che sono uniti nella carne e
nello spirito ad ogni suo comandamento pieni della grazia di Dio in forma
salda e liberi da ogni macchia l’augurio migliore e gioia pura in Gesù Cristo,
Dio nostro.

Ignazio ringrazia e chiede aiuto

I,1. Dopo aver pregato Dio ho potuto vedere i vostri santi volti ed
ottenere più di quanto avevo chiesto. Incatenato in Gesù Cristo spero di
salutarvi, se è volontà di Dio che io sia degno sino alla fine. 2. L’inizio è
facile a compiersi, ma vorrei ottenere la mia eredità senza ostacoli. Temo
però che il vostro amore mi sia nocivo. A voi è facile fare ciò che volete, a
me è difficile raggiungere Dio se non mi risparmiate.
II,1. Non voglio che voi siate accetti agli uomini, ma a Dio come siete
accetti. Io non avrò più un’occasione come questa di raggiungere Dio, né
voi, pur a tacere, avreste a sottoscrivere un’opera migliore. Se voi tacerete
per me, io diventerò di Dio, se amate la mia carne di nuovo sarò a correre.
2. Non procuratemi di più che essere immolato a Dio, sino a quando è
pronto l’altare, per cantare uniti in coro nella carità al Padre in Gesù Cristo,
poiché Iddio si è degnato che il vescovo di Siria, si sia trovato qui facendolo
venire dall’oriente all’occidente. È bello tramontare al mondo per il Signore
e risorgere in lui.

42
3 IGNAZIO DI ANTIOCHIA

LETTERA AGLI SMIRNESI I-VII

Prefazio

Ignazio, Teoforo, alla Chiesa di Dio Padre e dell’amato Gesù Cristo che
ha ottenuto misericordia in ogni grazia, che è piena di fede e di carità, piena
di ogni carisma, carissima a Dio e portatrice dello Spirito Santo, che sta a
Smirne dell’Asia, il saluto migliore nello spirito irreprensibile e nella parola
di Dio.

Professione di fede

I, 1. Gloria a Gesù Cristo Dio che vi ha resi così saggi. Ho constatato


che siete perfetti nella fede che non muta, come inchiodati nel corpo e
nell’anima alla croce di Gesù Cristo e confermati nella carità del Suo sangue.
Siete pienamente convinti del Signore nostro, che è veramente della stirpe
di David secondo la carne (Cf. Rom. 1,3), Figlio di Dio secondo la volontà
e la potenza di Dio, nato realmente dalla vergine, battezzato da Giovanni,
perché ogni giustizia fosse compiuta da lui (Cf. Mt. 3,15). Egli, sotto Ponzio
Pilato e il tetrarca Erode, per noi fu veramente inchiodato nella carne, e dal
frutto di ciò e dalla sua divina e beata passione noi siamo nati per innalzare
per sempre, con la sua resurrezione, uno stendardo (Cf. Is. 5,26) sui suoi
santi e i suoi fedeli, giudei e pagani, nell’unico corpo della sua Chiesa.
II. Tutto questo soffrì il Signore perché fossimo salvi. E soffrì realmente
come realmente risuscitò se stesso, non come dicono alcuni infedeli, essi
che sono apparenza, che soffrì in apparenza. Come pensano, avverrà loro di
essere incorporei e simili ai demoni.

Verità della carne di Cristo

III, 1. Sono convinto e credo che dopo la risurrezione egli era nella
carne. 2. Quando andò da quelli che erano intorno a Pietro disse: «Prendete,
toccatemi e vedete che non sono un demone senza corpo» (Cf. Lc. 24,39;
Dottrina di Pietro oppure Vangelo degli Ebrei). E subito lo toccarono e credet-
tero, al contatto della sua carne e del suo sangue. Per questo disprezzarono
la morte e ne furono superiori. 3. Dopo la risurrezione mangiò e bevve con
loro come nella carne, sebbene spiritualmente unito al Padre.

43
AVVIO ALLA PATROLOGIA

Pregate per il nemico

IV, 1. Questo vi raccomando, carissimi, sapendo che così l’avete nell’a-


nimo. Vi metto in guardia da queste belve in forma umana, che non solo
non bisogna ricevere, ma se possibile neanche incontrare; (occorre) soltanto
pregare per loro che si ravvedano, cosa difficile. Gesù Cristo, nostra vera
vita, ne ha la potenza. 2. Se è un’apparenza quanto è stato fatto dal Signore,
anch’io sono in apparenza incatenato. Allora perché mi sono offerto alla
morte? Per il fuoco, per la spada, per le belve? Ma vicino alla spada sono
vicino a Dio, vicino alle belve sono vicino a Dio, solo nel nome di Gesù
Cristo. Per patire con lui tutto sopporto, dandomene la forza lui che si è
fatto uomo perfetto.

Gli eretici: fede e comportamento

V, 1. Alcuni non conoscendolo lo rinnegano e più che mai sono da lui


rinnegati. Difensori della morte più che della verità non li hanno convinti
né i profeti né la legge di Mosè e sinora né il vangelo né le nostre sofferenze
singole. 2. Di noi la pensano allo stesso modo. Cosa a me importa se uno
mi loda e bestemmia il mio Signore, dicendo che non si è incarnato? Chi
dicendo così lo rinnega completamente, è un necroforo. 3. Non mi è parso
opportuno scrivere neanche i loro nomi che sono infedeli. Essi non sono
per me da ricordare sino a quando non si convertono alla passione che è la
nostra risurrezione.
VI, 1. Nessuno si lasci ingannare; anche gli esseri celesti, la gloria degli
angeli, i principi visibili ed invisibili se non credono nel sangue di Cristo
hanno la loro condanna. «Chi può comprendere, comprenda» (Mt. 19,12).
Il posto non inorgoglisca nessuno; tutto è la fede e la carità, cui nulla è da
preferire. 2. Considerate quelli che hanno un’opinione diversa sulla grazia di
Gesù Cristo che è venuto a noi come sono contrari al disegno di Dio. Non
si curano della carità, né della vedova, né dell’orfano, né dell’oppresso, né di
chi è prigioniero o libero, né di chi ha fame o sete.

Conseguenze del docetismo

VII, 1. Stanno lontani dalla eucaristia e dalla preghiera perché non


riconoscono che l’eucaristia è la carne del nostro salvatore Gesù Cristo che

44
3 IGNAZIO DI ANTIOCHIA

ha sofferto per i nostri peccati e che il Padre nella sua bontà ha risuscitato.
Costoro che disconoscono il dono di Dio, nella contestazione muoiono.
Sarebbe meglio per loro praticare la carità per risorgere. 2. Conviene star da
essi lontano e non parlare né in privato né in pubblico, per seguire invece
i profeti e specialmente il vangelo nel quale è manifestata la passione e
compiuta la risurrezione. Fuggite le faziosità come il principio dei mali.

LETTERA AI FILADELFIESI VIII-IX

Gli archivi e il Vangelo

VIII. 1. Io feci quello che era in me come uomo che agisce per l’unità.
Dove infatti c’è la fazione e l’ira, Dio non c’è. Il Signore perdona a chi si
pente, se si pente per l’unità di Dio, e il sinedrio del vescovo. Confido nella
grazia di Gesù Cristo che vi libererà da ogni laccio. 2. Vi esorto a non fare
nulla con spirito di contesa, ma secondo la dottrina del Cristo. Ho ascoltato
alcuni che dicevano: se non lo trovo negli archivi, nel vangelo io non credo.
Io risposi loro che sta scritto, ed essi di rimando che questo è da provare. Per
me l’archivio è Gesù Cristo, i miei archivi inamovibili la sua croce, la sua
morte e resurrezione e la fede che viene da lui, in questo voglio per la vostra
preghiera essere giustificato.

Il Vangelo è il compimento dei profeti

IX. 1. Onorabili anche i sacerdoti, [ma] soprattutto il gran sacerdote


custode del santo dei santi, il solo che ritiene i segreti di Dio, essendo la
porta del Padre per la quale entrano Abramo, Isacco, Giacobbe, i profeti, gli
apostoli e la Chiesa. Tutto questo per l’unità di Dio. 2. Il vangelo ha qualche
cosa di più speciale, la venuta del Salvatore, Signor nostro Gesù Cristo, la
sua passione e la sua resurrezione. I beneamati profeti lo preannunciarono,
ma il vangelo è il compimento dell’incorruttibilità. Tutto ciò va bene se lo
custodite nella carità.

45
AVVIO ALLA PATROLOGIA

BIBLIOGRAFIA

Bergamelli, F., Gesù Cristo e gli archivi (Filadelfiesi 8,2). Cristo centro delle Scritture
secondo Ignazio di Antiochia, in Esegesi e catechesi nei padri, secc. II-IV : convegno
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46
4. PS. BARNABA

Sotto il nome dell’Apostolo Barnaba, è stata tramandata la cosiddetta


Lettera, in realtà un breve trattato scritto verso il 130/140 probabilmente
ad Alessandria, in cui si espone il valore dell’Antico Testamento per il
cristianesimo, nella prima parte, e una breve trattazione sulle Due vie, nella
seconda.
Secondo Pringent, per la stesura dell’opera l’autore si è servito di rac-
colte di testimonia, di florilegi cristologici che accorpavano le profezie sulla
passione e piccoli blocchi midrashici esistenti precedentemente. Questi tre
tipi di fonti sono un’importante testimonianza dello sviluppo dell’esegesi
cristiana. Predomina nella lettera l’interpretazione allegorico-midrashica
(l’autore non usa il termine allegoria, e il midrash è l’equivalente ebraico); è
il primo scritto ad impiegare la numerologia; utilizza abbondantemente la
simbologia (sole, luna). Il tema principale dello scritto è il fatto che l’antica
alleanza non è più in vigore e, pertanto, i precetti legali non si devono in-
terpretare letteralmente. Il procedimento più largamente utilizzato dallo
Ps. Barnaba è l’interpretazione tipologica: determinati personaggi, eventi e
istituzioni dell’Antico Testamento si considerano figura di Cristo.

LETTERA DI BARNABA VII-XII

La lana rossa e il capro, figure di Gesù

VII. 1. Considerate, figli della gioia, che il Signore buono ci manifestò


in anticipo ogni cosa perché conoscessimo chi dobbiamo sempre ringraziare.
2. Se il Figlio di Dio che è Signore e che dovrà giudicare i vivi e i morti
(Cf. 2 Tim. 4,1), patì perché la sua piaga ci vivificasse, crediamo che il Figlio
di Dio non poteva patire che per noi. 3. Ma posto sulla croce gli fu dato a
bere aceto e fiele (Cf. Mt. 27,34.48). Ascoltate come su questo si sono espressi
i sacerdoti del tempio. Era scritto il comandamento: «Chi non avrà digiunato

47
AVVIO ALLA PATROLOGIA

nel giorno del digiuno sarà condannato a morte» (Cf. Lev. 23,29). Il Signore
aveva così ordinato perché anche lui per i nostri peccati avrebbe offerto in
sacrificio il suo corpo in modo che si compisse la figura manifestatasi in
Isacco offerto sopra l’altare. 4. Che dice nel profeta? «E mangino la carne del
capro offerto durante il digiuno per i peccati di tutti». Notatelo bene: «E i
soli sacerdoti mangino le viscere non lavate con aceto» (Cf. Es. 12,8s.; 29,32s.;
Lev. 1,9; 10; 17s.). 5. Perché? «Perché darete a bere fiele e aceto a me che sto
per offrire il mio corpo per i peccati del mio popolo nuovo. Voi soltanto ne
mangerete, mentre il popolo digiunerà e si flagellerà nel sacco e nella cenere,
per mostrare che per la loro colpa bisogna soffrire». 6. Attenzione a quanto
fu ordinato: «Prendete due capri belli e uguali, offriteli, e il sacerdote prenda
uno di quelli come olocausto per i peccati» (Lev. 16,5.7.9). 7. E dell’altro che
faranno? «Maledetto», dice, «sarà uno» (Lev. 16,8.10). Attenzione a come
viene rivelata la figura di Gesù. 8. «E tutti sputate su quello, trafiggetelo
e ponete intorno al suo capo la lana rossa, e così sia cacciato nel deserto»
(Citazione incerta). Così è avvenuto. Chi porta il capro lo conduce nel
deserto, gli toglie la lana rossa e la pone sopra un cespuglio chiamato rovo,
di cui usiamo mangiare i frutti quando li troviamo in campagna; solo i
frutti del rovo sono così dolci. 9. Che significa questo? Attenzione: «L’uno»
(dei due capri) «sarà portato sull’altare, l’altro sarà maledetto» (Lev. 16,8); e
perché quello maledetto viene coronato? Perché un giorno lo vedranno con
la veste rossa intorno al corpo e diranno: non è colui che abbiamo crocifisso,
oltraggiato e sputacchiato? Veramente era lui che allora diceva di essere
Figlio di Dio. 10. Come mai è simile all’altro? Per questo (è scritto) capri
simili, belli, uguali, perché quando i malvagi lo vedranno venire, siano colpiti
dalla somiglianza del capro. Ecco la figura di Gesù che doveva patire. 11. E
perché hanno messo la lana in mezzo alle spine? È la figura di Gesù per la
Chiesa. Chiunque voglia prendere la lana rossa bisogna che patisca molto
per la paura delle spine e dolorante potrà prenderla. «Così», – dice – «quelli
che desiderano vedermi e raggiungere il mio regno devono seguirmi nelle
tribolazioni e nelle sofferenze» (Citazione incerta).

La figura della croce

VIII. 1. Quale figura pensate che sia, quando ad Israele fu ordinato che
gli uomini dalle colpe gravissime offrano una giovenca, la sgozzino e la bru-

48
4 PS. BARNABA

cino? (Cf. Num. 19,7-8) Inoltre, i fanciulli ne raccolgano le ceneri, le adagino


in vasi e pongano intorno al legno la lana rossa (di nuovo l’immagine della
croce e la lana rossa) e l’issopo, e così i fanciulli aspergano uno ad uno tutto
il popolo perché sia purificato dai suoi peccati? 2. Considerate la sempli-
cità con cui vi parla. La giovenca è Gesù; i peccatori che la offrono sono
coloro che lo condussero al sacrificio. Basta con questi uomini, basta con
la gloria dei peccatori! 3. I fanciulli che aspergono sono quelli che ci hanno
annunziato la remissione dei peccati e la purificazione del cuore. Ad essi fu
conferita la facoltà di predicare il vangelo, e sono dodici a testimonianza
delle tribù, poiché dodici erano le tribù di Israele. 4. Perché tre i fanciulli
che aspergono? Per testimonianza ad Abramo, Isacco e Giacobbe, grandi
presso Dio. 5. Perché la lana sul legno? Perché il regno di Gesù è sul legno
(Cf. Sal. 95,10; Giustino, Apol. I, 41; Dial. 73,1.4) e chi spera in lui vivrà in
eterno. 6. Perché insieme la lana e l’issopo? Perché durante il suo regno vi
saranno giorni tristi e torbidi, durante i quali noi saremo salvati. Chi soffre
nella carne viene curato dalla corteccia dell’issopo. 7. Questi fatti appaiono
chiari a noi, invece sono oscuri per quelli che non hanno ascoltato la voce
del Signore.

La circoncisione, figura di Gesù

IX. 1. A proposito degli orecchi dice come ha circonciso il nostro cuore.


Parla il Signore nel profeta: «Mi hanno ubbidito con il loro orecchio» (Sal. 18
(17), 45), e dice ancora: «Con l’udito ascolteranno i lontani e conosceranno
le mie opere» (Cf. Is. 33,13); e «circoncidete i vostri orecchi», (Cf. Ger. 4,4)
– aggiunge il Signore –. 2. E ancora: «Ascolta, Israele, queste cose dice il
Signore Dio tuo» (Ger. 7,2-3). «Chi è colui che vuol vivere in eterno? Ascolti
con attenzione la voce del mio figlio» (Cf. Es. 15,26; Sal. 34 (33), 13). E ancora:
«Ascolta, o cielo, e tu, o terra, porgi l’orecchio, poiché il Signore ciò disse a
testimonianza» (Is. 1,2). E ancora: «Udite la parola del Signore, voi principi
di questo popolo» (Is. 1,10). E ancora: «Ascoltate o figli la voce di colui che
grida nel deserto» (Is. 40,3). Dunque, ha circonciso i nostri orecchi, perché,
ascoltando la parola, noi crediamo. 4. Invece, viene abolita la circoncisione
in cui hanno posto fiducia. (Il Signore) aveva parlato di una circoncisione
da non fare nella carne. Ma essi trasgredirono, perché l’ingannò un angelo
cattivo. 5. Riferisce loro: «Questo dice il Signore Dio nostro» (qui trovo

49
AVVIO ALLA PATROLOGIA

il precetto): «Non seminate tra le spine, ma circoncidetevi per il Signore


vostro» (Cf. Ger. 4,3-4). Che cosa poi aggiunge? «Circoncidete la durezza
del vostro cuore» (Deut. 10,16). E ancora: «Ecco, dice il Signore, tutti i
popoli gentili sono incirconcisi nel prepuzio, questo popolo è incirconciso
nel cuore» (Ger. 9,25-26). Ma tu dirai: “Il popolo si circoncide per un sigillo”.
Però si circoncidono ogni siro e arabo e tutti i sacerdoti degli idoli. Dunque,
sono dell’alleanza. Anche gli egizi sono circoncisi. 7. Apprendete, figli
dell’amore, più particolarmente queste cose. Abramo, praticando per primo
la circoncisione, circoncideva prevedendo nello spirito Gesù, conoscendo i
simboli delle tre lettere. 8. (La Scrittura) infatti, dice: «Abramo circoncise
trecentodiciotto uomini della sua casa» (Cf. Gen. 14,14; 17,23-27). Quale era
il significato a lui rivelato? Lo comprendete perché dice prima diciotto e,
fatta una separazione, aggiunge trecento. Diciotto si indica con iota = dieci
ed eta = otto. Hai Gesù. Poiché la croce è raffigurata nel tau che doveva
comportare la grazia, aggiunge anche trecento. Indica Gesù nelle due prime
lettere e la croce in una. 9. Chi ha immesso in noi il dono della sua dottrina
lo sa. Nessuno ha imparato da me parola più sincera, ma so che voi ne siete
degni.

Gli animali che non si possono mangiare

X. 1. Mosè nel dire: «Non mangiate né maiale, né aquila, né sparvie-


ro, né corvo, né pesci che non abbiano squame» (Cf. Lev. 11,7.10.13.15;
Deut. 14,8.10.12) aveva in mente tre precetti. 2. Infine dice loro nel Deute-
ronomio: «Dirò al mio popolo le mie decisioni» (Deut. 4,1). Dunque, non
è precetto divino il non mangiare, e Mosè parlava nello spirito. 3. Quanto
alla carne di maiale è da intendere: non unirti agli uomini che sono tali da
rassomigliare ai porci. Quando gozzovigliano si dimenticano del Signore,
quando, invece, hanno bisogno si ricordano di lui. Proprio come il maiale
che quando mangia non conosce il padrone, quando poi ha fame grugnisce,
e smette se riceve il mangiare. 4. «Non mangerai l’aquila, né lo sparviero,
né il nibbio, né il corvo» (Deut. 4,1.5) significa: non unirti, né essere simile
a uomini tali che non sanno procurarsi il cibo con la fatica e il sudore, ma
rubano nella iniquità la roba d’altri e stanno spiando mentre camminano
con aria innocente e osservano chi spogliare per cupidigia. Sono come questi
uccelli, i soli che non si procurano il nutrimento, ma oziosi, appollaiati,

50
4 PS. BARNABA

cercano di divorare la carne altrui, pestiferi per la loro malvagità. 5. Inoltre:


«Non mangerai né murena, né polipo, né seppia» (Cf. Lev. 11,10). Signifi-
ca: non sarai simile, né ti unirai agli uomini che sino alla fine sono empi
e vengono giudicati per la morte, come questi pesci, i soli che nuotano
nelle profondità e non emergono come gli altri, ma vivono nei fondali giù
per l’abisso. 6. Ma anche: «Non mangerai la lepre» (Cf. Lev. 11,6). Come
mai? Vuol dire di non farti corruttore né simile ad essi perché la lepre ogni
anno cambia sesso. Quanti anni vive, tanti fori ha. 7. «Non mangiare la
iena» (Cf. Lev. 11,29): significa non diventare adultero né seduttore né simile
ad essi. Perché? Questo animale cambia natura e diventa ora maschio ora
femmina. 8. Ha detestato a ragione anche la faina. E significa che non devi
essere di quelli che sappiamo commettere impurità con la bocca, né unirti
alle donne perverse che commettono tali impurità. Questo animale, invero,
concepisce con la bocca. 9. Mosè, avendo ricevuto tre precetti sui cibi, parlò
in senso spirituale. Quelli, invece, li ricevettero secondo la passione della
carne, nel senso materiale di alimento. 10. David comprese il senso dei tre
comandamenti e dice similmente: «Beato l’uomo che non ha camminato nel
consiglio degli empi» (Sal. 1,1), come i pesci che camminano nell’oscurità per
gli abissi, e non si ferma nella via dei peccatori, come coloro che mostrano di
temere il Signore e peccano come il maiale, «e non si è seduto sulla cattedra
delle pestilenze» (Sal. 1,1), come i volatili appollaiati per la rapina. Avete
il significato pieno sul nutrimento. 11. Mosè dice pure: «Nutritevi di ogni
animale che ha il piede diviso e che rumina» (Lev. 11,3; Deut. 14,6). Perché lo
dice?: (è l’animale) che quando prende il cibo conosce chi lo nutre e quando
riposa sembra che gioisca in lui. Disse bene guardando al precetto. Cosa
dunque dice? Siate uniti a quelli che temono il Signore, a quelli che meditano
nel cuore il senso esatto della parola che hanno appreso, che parlano dei
comandamenti del Signore e li osservano, che sanno che la meditazione è di
letizia e che ruminano la parola del Signore. Quale il senso del piede diviso?
Che il giusto cammina in questo mondo e aspetta la beata eternità. Conside-
rate come ebbe a legiferare saggiamente Mosè. 12. Ma come è possibile per
loro cogliere e penetrare tutto ciò? Noi, avendo capito esattamente i precetti,
li esprimiamo come ha inteso il Signore. Per questo ha circonciso i nostri
orecchi e i nostri cuori, per comprendere queste cose.

51
AVVIO ALLA PATROLOGIA

La figura dell’acqua

XI. 1. Indaghiamo se il Signore ebbe intenzione di parlare in anticipo


dell’acqua (battesimale) e della croce. In quanto all’acqua è scritto che Israele
non avrebbe ricevuto il battesimo che porta alla remissione dei peccati, ma
ne avrebbe costituito uno per sé. 2. Dice, infatti, il profeta: «Stupisci, o cielo,
e ancora di più tremi la terra, perché questo popolo commise due delitti:
abbandonò me fonte di vita e si scavò una cisterna di morte» (Cf. Ger. 2,12-
13). 3. «Non è pietra arida il sacro monte di Sion. Voi sarete come gli uccellini
che volano privati del nido» (Cf. Is. 16, 1-2). 4. Ancora dice il profeta: «Io
camminerò davanti a te, spianerò i monti, spezzerò le porte di bronzo,
romperò le sbarre di ferro e ti darò tesori segreti, nascosti, invisibili, perché
riconoscano che io sono il Signore Dio» (Cf. Is. 45,2-3). 5. «Abiterai in
un’alta caverna di roccia forte e la sua acqua è certa. Vedrete il re nella gloria
e la vostra anima mediterà il timore del Signore» (Cf. Is. 33,16-17). 6. Ancora
in un altro profeta dice: «Chi agisce così sarà come una pianta radicata lungo
i corsi d’acqua e che porterà il frutto nella sua stagione e la sua foglia non
cadrà. Tutto quanto egli farà riuscirà bene». 7. «Non così gli empi, non così,
ma come polvere che il vento spazza dalla faccia della terra. Per questo gli
empi non si alzeranno nel giudizio, né i peccatori nell’assemblea dei giusti,
perché il Signore conosce la via dei giusti e la via degli empi andrà in rovina»
(Sal. 1,3-6). 8. Notate che ha designato nel contempo l’acqua e la croce. Egli
vuol significare questo: beati coloro che, avendo sperato nella croce, scesero
nell’acqua, e indica la mercede con «a suo tempo». Allora, promette, darò.
Per il presente dice che «le foglie non cadranno», a significare che ogni parola
che uscirà dalla loro bocca nella fede e nell’amore, sarà per la conversione e la
speranza di molti. 9. E di nuovo un altro profeta dice: «E la terra di Giacobbe
era celebrata sopra ogni terra» (sentenza popolare), per dimostrare che Dio
glorifica il vaso del suo spirito. 10. Poi, che dice? «E vi era un fiume che
scorreva da destra e dal quale si alzavano alberi fiorenti; chiunque mangerà
dei loro frutti vivrà in eterno (Cf. Ez. 47,1-12)». 11. Questo significa che noi
discendiamo nell’acqua pieni di peccati e di lordura e ne risaliamo portando
il frutto nel cuore, avendo nello spirito il timore e la speranza in Gesù. «E
chi mangerà di essi vivrà in eterno» vuol dire: chiunque ascolterà queste
parole e crederà, vivrà in eterno.

52
4 PS. BARNABA

Altre figure della croce

XII. 1. Ugualmente riparla della croce in un altro profeta: «E quando


tali cose si compiranno?» «Dice il Signore: Quando il legno sarà steso a
terra e poi risollevato, e quando dal legno il sangue stillerà» (citazione di
un’opera andata perduta). Hai ancora che si parla della croce e di chi doveva
essere crocifisso. 2. (Il Signore) parla un’altra volta a Mosè, quando Israele
combatteva contro i nemici, per ammonirli, mentre erano in guerra, che per
i loro peccati erano stati consegnati alla morte. Lo Spirito parla al cuore di
Mosè di rappresentare la figura della croce e di chi avrebbe dovuto patire,
per significare che se non crederanno in Lui, saranno in guerra eterna. Mosè
in mezzo al combattimento ammucchiò armi su armi, e postosi più in alto
di tutti distese le braccia, e così Israele vinceva nuovamente. Quando le
abbassava, di nuovo venivano uccisi. 3. Perché? Perché sapessero che non si
potevano salvare, se non sperando in Lui. 4. Ancora, dice in un altro profeta:
«Per tutto il giorno ho steso le mie braccia verso un popolo disubbidiente e
che si oppone al mio retto cammino» (Is. 65,2). 5. Ancora una volta mentre
soccombeva Israele, Mosè rappresenta la figura di Gesù, perché Egli doveva
patire e proprio quello che credevano morto sulla croce avrebbe dato la vita.
Il Signore fece che ogni sorta di serpenti li mordesse e morivano (invero
la prevaricazione di Eva avvenne per mezzo del serpente), per convincerli
che a causa della loro prevaricazione erano stati consegnati alla tortura della
morte. 6. Del resto lo stesso Mosè aveva ordinato: «Nessun oggetto fuso o
scolpito sarà vostro dio» (Deut. 37,15), ed egli ne compose uno per mostrare
la figura di Gesù. Mosè fece un serpente di bronzo, lo innalzò solennemente
e chiamò con un bando il popolo. 7. Quando convennero allo stesso luogo
pregarono Mosè che facesse una preghiera per la loro guarigione. Disse loro
Mosè: «Quando uno di voi viene morsicato, venga vicino al serpente che
è sopra il legno e speri credendo che pur essendo morto può dare la vita e
subito sarà salvato» (Num. 21,8-9). E così fecero. Hai di nuovo anche in ciò
la gloria di Gesù, poiché ogni cosa è per lui e in lui. 8. Che cosa dice ancora
Mosè di Gesù figlio di Nave, che era profeta, dopo che egli gli ebbe imposto
il nome (Cf. Num. 13,14-16), solo perché tutto il popolo ascoltasse che il
Padre rivela ogni cosa intorno al Figlio suo Gesù? 9. Dice dunque Mosè
intorno a Gesù figlio di Nave, appena gli diede questo nome e lo mandò
quale esploratore della regione: «Prendi un libro nelle tue mani, e scrivi

53
AVVIO ALLA PATROLOGIA

ciò che il Signore dice, che il Figlio di Dio negli ultimi giorni taglierà dalle
radici tutta la casa di Amalech» (Cf. Es. 17,14). 10. Ecco, di nuovo Gesù,
non figlio dell’uomo, ma Figlio di Dio, apparso in figura nella carne. Poiché
avrebbero detto che Cristo è figlio di David (Cf. Mt. 22,42-44), lo stesso
David temendo e prevedendo l’errore dei peccatori, profetizza: «Disse il
Signore al mio Signore: siedi alla mia destra finché io ponga i tuoi nemici
come sgabello dei tuoi piedi» (Sal. 110,1). 11. Ancora Isaia dice così: «Disse
il Signore al Cristo mio Signore, del quale io presi la destra: lo ascoltino
le genti, ed io distruggerò il potere dei re» (Is. 45,1). Vedi come David lo
chiama Signore e non lo chiama figlio.

BIBLIOGRAFIA

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établi et présenté par R. A. Kraft, Paris 1971.
Hvalvik, R., Barnabas 9.7-9 and the Author’s Supposed Use of Gematria, in New
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Pringent, P., L’Èpître de Barnabé I-XVI et ses sources, Paris 1961.
Scorza Barcellona, F., Le norme veterotestamentarie sulla purità nell’epistola di
Barnaba, in Annali di Storia dell’Esegesi 13 (1996), pp. 95-111.
Vesco, J. L., La Lecture du Psautier selon l’epitre de Barnabé,, in Revue Biblique 93
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Simonetti, M., Lettera e/o allegoria : un contributo alla storia dell’esegesi patristica,
Roma 1985, pp. 27-28.

54
5. ERMA

Il Pastore è un’insieme di cinque Visioni, dodici Precetti e dieci Para-


bole (in realtà sono nove più una conclusione), e si suole tradizionalmente
studiare con i Padri Apostolici. Sembra scritto nel II secolo e rielaborato
posteriormente. Il suo autore, Erma, ebreo di origine o di formazione, da
quanto ci racconta lui stesso, era stato venduto come schiavo e inviato a Ro-
ma, dove si fece strada come liberto. È possibile, come riporta il frammento
muratoriano, che fosse fratello del papa Pio I (140-150).
L’obbiettivo principale del libro è l’esortazione alla penitenza, e ha
contribuito all’idea che i peccati commessi dopo il battesimo potessero
essere perdonati, ma una sola volta. Dal punto di vista dottrinale, la critica
ha dato alla sua cristologia l’appellativo di pneumatica, perché chiama Figlio
di Dio lo Spirito Santo, probabilmente a causa di una certa ingenuità da
parte di Erma.
Praticamente non si trovano nell’opera citazioni esplicite della Scrittura,
benché le reminiscenze siano abbondanti, specialmente dei Salmi e dei libri
sapienziali, per quanto riguarda l’Antico Testamento, e delle lettere paoline
e giovannee, per quanto riguarda il Nuovo. Trattandosi di una rivelazione
(apocalisse) come alcuni ritengono, l’ambiente può ricordare quello degli
scritti appartenenti a questo genere. Presentiamo qui un frammento della
terza visione, particolarmente bello e suggestivo.

IL PASTORE, TERZA VISIONE IX-XXI

IX (1), 1. Questa, o fratelli, la visione. 2. Avendo molto digiunato,


chiesi al Signore che mi manifestasse la rivelazione che aveva promesso di
farmi conoscere per mezzo di quella vecchia. Nella stessa notte mi comparve
la vecchia e mi disse: «Poiché hai bisogno e premura di conoscere tutto,
vieni nel campo ove coltivi il farro e verso l’ora quinta ti apparirò e ti
mostrerò ciò che devi vedere». 3. Le chiesi: «Signora, in qual luogo del

55
AVVIO ALLA PATROLOGIA

campo?». «Dove tu vuoi». Mi scelsi un bel posto nascosto. Mi prevenne


prima che le parlassi e le dicessi il luogo. «Verrò là dove tu vuoi». 4. Mi
trovai, fratelli, nel campo. Contai le ore e mi recai nel luogo ove decisi di
recarmi. Vedo collocata una panca d’avorio e sulla panca giacere un cuscino
di lino, con sopra disteso un velo di lino finissimo. 5. Vedendo tali cose e che
nessuno v’era nel luogo, rimasi stupito. Ebbi un tremito, mi si rizzarono i
capelli e poiché ero solo mi assalì come un brivido. Tornato in me stesso e
ricordatomi della gloria di Dio, presi coraggio. Inginocchiato confessavo di
nuovo al Signore i peccati, come prima. 6. Essa venne con i sei giovani che
avevo visto anche precedentemente, mi si avvicinò e mi stette ad ascoltare,
mentre pregavo e confessavo i miei peccati. Toccandomi dice: «Erma, cessa
di pregare per tutti i tuoi peccati; prega anche per la giustizia perché tu ne
riceva qualche parte per la tua casa». 7. Mi solleva con la mano e mi porta
alla panca e dice ai giovani: «Andate a costruire». 8. Dopo che i giovani se ne
andarono, rimanemmo soli e mi disse: «Siedi qui». Le dico: «Signora, lascia
che si seggano prima i presbiteri». Essa risponde: «Ti dico siediti». 9. Volevo
sedermi alla destra e non me lo permise, ma mi accenna con la mano di
sedermi alla sinistra. Mentre riflettevo e mi addoloravo perché non mi aveva
lasciato sedere alla destra mi dice: «Sei afflitto, Erma? Il posto della destra è
di altri, di quelli che sono piaciuti a Dio ed hanno sofferto per il suo nome.
Manca molto a te per sederti con loro. Ma persevera, come già fai nella tua
semplicità e vi sederete con loro tu e quanti faranno ciò che essi hanno fatto
e subiranno ciò che essi hanno subito».
X (2), 1. «Che cosa subirono?». «Ascolta, mi rispose: flagelli, carceri,
grandi tormenti, croci, belve a motivo del nome. Perciò la destra del luogo
santo è loro e di chiunque abbia a patire per il nome; la sinistra è degli
altri. Uguali sono i doni e le promesse degli uni e degli altri, di quelli che
siedono a destra e a sinistra; soltanto quelli siedono a destra ed hanno una
certa gloria. 2. Tu hai desiderio di sederti a destra con loro, ma molte
sono le tue insufficienze. Tuttavia sarai mondato dei tuoi peccati. Tutti
quelli che non hanno tentennato saranno purificati dalle loro colpe sino a
questo giorno». 3. Dopo aver detto ciò se ne voleva andare. Prostratomi
ai suoi piedi la scongiurai per il Signore di mostrarmi la visione che mi
aveva promesso. 4. Essa mi prese di nuovo per mano, mi sollevò, mi fece
sedere sulla panca a sinistra ed essa si mise a sedere a destra. Alzando un
bastone splendente, mi dice: «Vedi una cosa grande?». Le dico: «Signora,

56
5 ERMA

non vedo nulla». Mi dice: «Non vedi davanti a te una torre grande che è
costruita sulle acque con pietre quadrate luminose?». 5. In un quadrato una
torre era costruita dai sei giovani venuti con lei. Altre miriadi di uomini
trasportavano pietre dal fondo e dalla superficie e le porgevano ai sei giovani.
Essi le prendevano e costruivano. 6. Situavano tutte le pietre cavate dal fondo
nella costruzione poiché erano squadrate e combaciavano nella giuntura
con le altre pietre. Erano così ben connesse che non lasciavano apparire la
congiunzione. Sembrava che l’edificio della torre fosse come costruito con
una sola pietra. 7. Delle pietre portate dalla superficie, ne scartavano alcune
ed altre le mettevano in opera nella costruzione. Ne spezzavano altre ancora
buttandole lontano dalla torre. 8. Molte altre pietre giacevano intorno alla
torre e non venivano utilizzate nella costruzione. Alcune erano bitorzolute,
altre avevano delle crepe, altre erano mutile, altre bianche e sferiche e non
si adattavano alla costruzione. 9. Vedevo che altre pietre venivano gettate
lontano dalla torre. Cadevano sulla strada e non si fermavano, ma rotolavano
in luoghi impraticabili. Altre, invece, cadevano nel fuoco e bruciavano; altre
cadevano vicino all’acqua e non potevano rotolarvisi, sebbene lo volessero,
ed entrare nell’acqua.
XI (3), 1. Avendomi mostrato queste cose, voleva allontanarsi. Io a lei:
«Signora, quale vantaggio ho io nel vedere le cose senza conoscere che cosa
sono?». Essa mi risponde: «Sei un uomo avveduto poiché vuoi conoscere
quello che concerne la torre». «Sì, dissi io, per annunziarlo ai fratelli i quali,
più consolati nell’ascoltare le cose, conosceranno il Signore nella grande
gloria». 2. Ella mi rispose: «Molti le ascolteranno, ma nell’udirle alcuni
gioiranno, altri piangeranno. Anche questi, però, se le ascolteranno e si
pentiranno, godranno. Ascolta, dunque, i simboli della torre. Li rivelerò
tutti, e più non darmi cruccio con le rivelazioni che pure hanno un termine.
Infatti sono compiute. Ma tu non finirai di chiedermi rivelazioni; sei un
insaziabile. 3. La torre, che vedi costruire, sono io, la Chiesa, che ti sono
apparsa ora e prima. Domandami ciò che vuoi riguardo alla torre e te lo farò
sapere, perché tu gioisca con i santi». 4. Le dico: «Signora, poiché mi hai
stimato degno che tutto mi si riveli, rivelamelo». Essa mi dice: «Quello che
sarà necessario ti sia rivelato, ti sarà rivelato. Solo che il tuo cuore sia rivolto
al Signore e non dubitare di ciò che vedi». 5. Le domandai: «Signora, per
qual motivo la torre viene innalzata sulle acque?». Essa mi rispose: «Te lo
dissi già che sei curioso e sollecitato dalla ricerca. Ricercando, dunque, trovi

57
AVVIO ALLA PATROLOGIA

il vero. Ascolta perché la torre viene costruita sulle acque: la nostra vita fu
salva e sarà salva mediante l’acqua. La torre è stata innalzata con la parola del
nome onnipotente e glorioso ed è retta dalla potenza invisibile e infinita».
XII (4), 1. Di rimando le dico: «Signora, la cosa è grande e mirabile. I
sei giovani che costruiscono chi sono?» «Sono i santi angeli di Dio creati per
primi, cui il Signore affidò tutta la sua creazione per accrescerla, farla progre-
dire e governarla. Per mezzo loro sarà mandata a termine la fabbricazione
della torre» 2. «Chi sono gli altri che trasportano le pietre?». «Anch’essi sono
angeli santi di Dio; ma i sei sono superiori. La costruzione della torre sarà
mandata a termine, e tutti insieme vi gioiranno intorno e glorificheranno
il Signore perché fu compiuta la costruzione della torre». 3. Le domandai:
«Signora, desidererei conoscere la sorte delle pietre e la loro forza». Rispon-
dendo mi dice: «Tu non sei più degno degli altri di saperlo. Altri sono prima
di te e migliori di te ai quali sono da rivelare queste visioni. Ma perché sia
glorificato il nome di Dio, ti furono rivelate e saranno rivelate per i dubbiosi
che vanno pensando nei loro cuori se sono o non sono vere. Fa’ sapere loro
che tutte sono vere e che nessuna è fuori del vero, ma sono tutte solide,
valide e fondate».
XIII (5), 1. «Ascolta ora quanto concerne le pietre che entrano nella
costruzione. Le pietre quadrate, bianche e che combaciano con le loro con-
giunture sono gli apostoli, i vescovi, i maestri e i diaconi, che camminando
nella santità di Dio hanno governato, insegnato e servito con purezza e
santità gli eletti di Dio, quelli che sono morti e quelli che sono ancora vivi.
Vissero sempre in armonia tra loro, stando in pace e l’uno ascoltando l’altro.
Per questo nella costruzione della torre le loro congiunture sono giuste».
2. «E quelle tratte dal fondo e poste nella costruzione, che combaciano
con le sconnessure delle altre pietre già ordinate, chi sono?». «Sono quelli
che hanno patito per il nome del Signore». 3. «Le altre pietre che vengono
portate dalla superficie della terra vorrei sapere chi sono, signora». Disse:
«Quelle che si mettono nella costruzione, senza essere tagliate, le ha valutate
il Signore perché camminarono nella sua rettitudine e ubbidirono ai suoi
comandi». 4. «E quelle trasportate e messe in opera chi sono?». «I novizi
della fede e i credenti. Sono esortati dagli angeli a fare il bene e non ci fu in
loro malizia». 5. «Quelle che venivano scartate e gettate, chi sono?». «Sono
coloro che hanno peccato e vogliono pentirsi; non furono gettati lontano
dalla torre, poiché saranno utili alla costruzione se si pentiranno. Quelli che

58
5 ERMA

stanno per pentirsi, se faranno penitenza, saranno forti nella fede, purché
facciano penitenza, ora che la torre è in costruzione. Quando la costruzio-
ne è finita, non avranno più posto e resteranno tagliati fuori. Ottengono
soltanto di rimanere vicino alla torre».
XIV (6), 1. «Vuoi sapere chi sono le pietre tagliate e gettate lontano dalla
torre? Sono i figli della malizia. Credettero con ipocrisia e furono di ogni
cattiveria. Per questo non hanno salvezza: non sono adatte alla costruzione
per la loro malvagità. Dall’ira del Signore, perché lo disgustarono, furono
tagliate e scaraventate lontano. 2. Le altre, che hai visto in gran numero
giacenti senza essere adoperate nella costruzione, sono le scabrose, quelli che
hanno conosciuto la verità, senza permanere in essa e senza unirsi ai santi,
perciò inutili». 3. «Quelli che avevano le crepe, chi sono?». «Quelli che nel
cuore sono gli uni contro gli altri e non stanno in pace. Hanno un’apparenza
di pace, gli uni sono lontani dagli altri, e le malvagità permangono nel loro
cuore, cioè le crepe che le pietre hanno. 4. Le pietre mozze sono quelli
che hanno creduto tenendo la parte maggiore nella giustizia e conservando
qualche elemento di malvagità. Per questo sono mutili e non intere». 5. «Le
pietre bianche, sferiche e non adatte alla costruzione, chi sono, signora?». Mi
dice: «Sino a quando tu sarai stolto e senza senno? Vorrai tutto sapere senza
nulla capire? Sono quelli che conservano la fede, ma anche le ricchezze di
questo mondo. Quando sopraggiunge una tribolazione, per le loro ricchezze
e i loro affari rinnegano il Signore». 6. Le dico: «Signora, quando saranno
utili alla costruzione?». «Quando si elimina la ricchezza che li domina, mi
dice, allora saranno utili a Dio. Come la pietra sferica se non viene ritagliata
e non perde qualche cosa di sé non può diventare quadrata, così i ricchi di
questo mondo, se non perdono la ricchezza, non potranno essere utili al
Signore. 7. Sappilo da te: quando eri ricco eri inutile. Ora sei utile e fruttuoso
alla vita. Diventate utili a Dio! Anche tu sei stato utilizzato da queste pietre».
XV (7), 1. «Le altre pietre che hai visto lanciare lontano dalla torre
e cadere sulla strada e dalla strada rotolare per luoghi impraticabili, sono
quelli che hanno fede, ma per la doppiezza del loro animo si allontanano
dalla via della verità. Essi, credendo di poter trovare una strada migliore, si
ingannano e da infelici vagano per luoghi impervi. 2. Quelle che cadono nel
fuoco e ardono sono le persone che per sempre hanno apostatato dal Dio
vivente. Esse, per le passioni e le scostumatezze e per le cattiverie commesse,
non hanno mai in animo di pentirsi». 3. «Vuoi sapere chi sono quelle che

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AVVIO ALLA PATROLOGIA

cadono vicino all’acqua e non possono rotolare nell’acqua? Sono quelli che
hanno ascoltato la parola e vogliono essere battezzati nel nome del Signore.
5. Ma quando risale alla mente la purezza della verità, cambiano parere e di
nuovo corrono dietro alle loro turpi passioni». 4. Terminò la spiegazione
simbolica della torre. 5. Comportandomi da sfacciato, le chiesi ancora se per
le pietre scartate e non adatte alla costruzione fosse possibile una penitenza
e un posto nella torre. Rispose: «Hanno la possibilità della penitenza, ma
non possono adattarsi alla torre. 6. Sono adatte ad un altro luogo molto
inferiore quando sono state provate dal tormento ed è trascorso il tempo
necessario per i loro peccati. Per questo vengono portate altrove, perché
parteciparono alla parola del giusto. Riuscirà loro di essere sollevate dalle
sofferenze se rifletteranno sulle opere malvagie commesse. Se non riflettono
non si salvano per la durezza del loro cuore».
XVI ( 8 ), 1. Quando ebbi terminato di interrogarla su tutte queste
cose, mi chiede: «Vuoi sapere altro?». Essendo desideroso di conoscere ne fui
contento. 2. Mi guardò e sorridendo mi disse: «Vedi sette donne intorno al
perimetro della torre?». «Sì, signora». «La torre è da loro sostenuta per ordine
del Signore. 3. Ascolta ora le loro mansioni. La prima, che ha molta forza
nelle mani, si chiama Fede; per mezzo suo gli eletti di Dio si salvano. 4. La
seconda, che si cinge le vesti ed ha aspetto virile, si chiama Continenza; essa
è figlia della fede. Chi la segue è felice nella sua vita, perché si asterrà da ogni
opera malvagia nella fiducia che, lungi da ogni insano desiderio, conseguirà
la vita eterna». 5. «Le altre, signora, chi sono?». «Sono figlie l’una dell’altra
e si chiamano Semplicità, Scienza, Innocenza, Castità e Carità. Quando tu
compirai tutte le opere della madre, potrai vivere». 6. «Vorrei sapere, signora,
la capacità di ognuna». «Ascolta, dice, le virtù che hanno. 7. Le virtù sono
subordinate l’una all’altra e l’una segue l’altra come sono generate. Dalla
Fede nasce la Continenza, dalla Continenza la Semplicità, dalla Semplicità
l’Innocenza, dall’Innocenza la Castità, dalla Castità la Scienza, dalla Scienza
la Carità. Le loro opere sono sante, pure e divine. 8. Chi servirà loro ed avrà
la forza di possedere le loro opere, abiterà nella torre con i santi di Dio».
9. Interrogandola sui tempi, se fossero compiuti, essa a gran voce mi gridò:
«Stolto, non vedi che la torre è ancora in costruzione? Quando la torre sarà
terminata, si avrà la fine. Ma presto sarà compiuta. Non chiedermi più nulla.
Basta a te e ai fedeli questo ricordo e il rinnovamento dei vostri spiriti. 10. E
non per te solo furono rivelate queste cose, ma perché tu le partecipi agli

60
5 ERMA

altri dopo tre giorni. Prima devi riflettere. Le parole che sto per dirti, Erma,
bisogna, e te lo ordino, che le annunzi agli orecchi dei fedeli. Essi udendole
e mettendole in pratica saranno purificati dalle loro iniquità e tu con loro».
XVII (9), 1. «Ascoltatemi, figli. Io vi ho allevati con molta semplicità,
innocenza e santità per la misericordia del Signore che ha versato su di voi la
giustizia, per essere corretti e santificati da ogni malvagità e crudeltà. Voi,
però, non volete smettere le vostre cattiverie. 2. Ora datemi ascolto: vivete
in pace tra voi; frequentatevi; aiutatevi scambievolmente e non godete da
soli a profusione delle cose create dal Signore, ma datele anche ai bisognosi.
3. Alcuni per i molti cibi procurano malessere al corpo e corrompono la loro
carne. Invece, la carne di coloro che non hanno da mangiare si consuma, per
non avere il necessario sostentamento, e il loro corpo si distrugge. 4. Questa
intemperanza è dannosa per voi che possedete e non date ai bisognosi. 5. State
attenti al giudizio che è vicino. Voi che avete di più cercate, dunque, i poveri
sino a quando la torre non è terminata. Dopo che è terminata vorrete fare
del bene ma non avrete modo. 6. Fate attenzione, voi che vi vantate della
vostra ricchezza, che i bisognosi non siano mai angustiati e il loro lamento
non salga al Signore. Con i vostri beni non sia chiusa la porta della torre.
7. Dico a voi che siete i capi della Chiesa e occupate i primi posti: non vi fate
simili ai fattucchieri. I fattucchieri portano i loro filtri nei vaselli, voi portate
il vostro filtro, il veleno, nel cuore. 8. Siete induriti e non volete purificarvi,
fondere il vostro sentimento nel cuore puro per ottenere misericordia dal
grande Re. 9. Badate, figli, che questi dissensi non vi privino della vostra
vita. 10. Come potete educare gli eletti di Dio, se non siete voi educati?
Educatevi, dunque, l’un l’altro e vivete in pace perché io al cospetto del
Padre possa contenta parlare di voi tutti».
XVIII (10), 1. Quando terminò di parlarmi, vennero i sei giovani che
costruivano e la portarono alla torre e gli altri quattro presero la panca e
la portarono pure alla torre. Non vidi il loro volto perché mi voltavano
le spalle. 2. Nel momento che se ne andava le chiesi che mi spiegasse le
tre forme in cui era apparsa. Mi rispose: «Di questo bisogna che tu chieda
ad un altro, che te lo spieghi». 3. Fratelli, nella prima visione dell’anno
precedente mi apparve troppo vecchia e seduta su di una cattedra. 4. Nella
seconda visione aveva un aspetto giovanile, ma la carne e i capelli senili, mi
parlava stando in piedi ed era più gioiosa della volta precedente. 5. Nella
terza visione, tutta giovane e di una bellezza sorprendente e solo i capelli

61
AVVIO ALLA PATROLOGIA

aveva senili. Era molto gioiosa e seduta su di una panca. 6. Fui assai sconvolto
e preso dal conoscere la rivelazione di queste cose. Di notte, in una visione,
vedo la vecchia che mi diceva: «Ogni domanda ha bisogno di umiltà; digiuna
e otterrai dal Signore ciò che vuoi». 7. Digiunai per un giorno e nella stessa
notte un giovane mi apparve e mi disse: «Perché nella preghiera chiedi subito
rivelazioni? Bada che per il troppo chiedere non indebolisca la tua carne.
8. Bastano queste rivelazioni avute. Non potrai avere rivelazioni più grandi
di quelle viste». 9. Gli rispondo: «Signore, domando solo questo, che ci sia
piena rivelazione sui tre aspetti della vecchia». Mi dice: «Sino a quando sarete
stolti? Vi rendono insensati, oltre le vostre incertezze, il vostro cuore che
non è rivolto al Signore». 10. Di nuovo gli dico: «Ma da te, Signore, verremo
a conoscere più esattamente le cose».
XIX (11), 1. «Ascolta, dice, ciò che cerchi sulle tre figure. 2. Per qual
motivo nella prima visione ti apparve vecchia e seduta su di una cattedra?
Perché il vostro spirito è vecchio e logoro e non ha forza per le debolezze
e i vostri inganni. 3. Come i vecchi, non avendo speranza di ringiovanire,
su altro non si concentrano che sulla loro morte, così pure voi, affievoliti
dagli affari del mondo, vi siete abbandonati all’accidia e non rimettete in
Dio i vostri affanni. La vostra mente, però, fu menomata e siete invecchiati
nelle vostre amarezze». 4. «Signore, vorrei sapere, perché era seduta sulla
cattedra». «Ogni infermo per la sua infermità siede su una sedia perché
sia sostenuta la debolezza del suo corpo. Ecco il significato della prima
visione».
XX (12), 1. «Nella seconda visione l’hai notata in piedi e con un aspetto
giovanile e più gioviale di prima, ma con carnagione e capelli senili. Ascolta,
dice, anche questa similitudine. 2. Un vecchio quando è disperato, per la sua
debolezza e per la sua miseria, null’altro aspetta che l’ultimo giorno della sua
vita. Se d’improvviso gli viene lasciata un’eredità, ciò ascoltando, si rialza
e, divenuto allegro, prende forza. Non giace, ma sta dritto, e il suo spirito,
già disfatto per i precedenti languori, ringiovanisce, non sta più a sedere ma
agisce virilmente. Così anche voi, ascoltando la rivelazione che il Signore vi
ha manifestato. 3. Egli ha avuto pietà di voi, ha rinnovato il vostro spirito
e voi avete deposto le vostre debolezze. È tornata in voi la forza e vi siete
irrobustiti nella fede. Il Signore vedendo la vostra fortezza gioì e, perciò, vi
ha mostrato la costruzione della torre. Altre cose manifesterà se con tutto il
cuore sarete tra voi in pace».

62
5 ERMA

XXI (13), 1. «Nella terza visione l’hai notata più giovane, bella, allegra
e di aspetto leggiadro. 2. Come chi, mentre è afflitto, ha una bella notizia,
subito dimentica i precedenti affanni e a null’altro pensa che alla notizia
udita, si ravviva per il bene e il suo spirito ringiovanisce per la gioia appresa,
così anche voi, vedendo questi beni, avete ringiovanito il vostro spirito.
3. L’hai vista seduta su di una panca perché in una posizione forte; la panca
ha quattro piedi e sta ben salda. Infatti, anche il mondo è sostenuto da quattro
elementi. 4. Quelli che si pentiranno saranno completamente giovani e quelli
che si convertiranno di tutto cuore saranno ben rinsaldati. Eccoti tutta la
rivelazione. Non chiedere nulla più e se occorresse qualche cosa ti sarà
rivelata».

BIBLIOGRAFIA

Le Pasteur d’Hermas a cura di R. Joly, Paris 1958.


Der Hirt des Hermas, a cura di M. Whittaker, Berlin 1967.
El pastor de Hermas a cura di J.J. Ayán Calvo, Madrid 1995.
Il pastore di Erma a cura di M.B. Durante Mangoni, Bologna 2003.
Culbertson, P.L. ; Shippee, A.B. The pastor : readings from the patristic period,
Minneapolis (MN) 1990.

63
6. GIUSTINO († 165)

Giustino nacque in Palestina da genitori pagani. Egli stesso racconta il


suo cammino spirituale alla ricerca della verità e come ricorse a diversi mae-
stri di differenti scuole filosofiche, fino a quando incontrò il cristianesimo.
Giunto a Roma, insegnava filosofia cristiana in una scuola. Crescente, un
maestro pagano seguace della filosofia cinica, lo denunciò per invidia ed egli
morì martire, probabilmente attorno all’anno 165.
Del pensiero di Giustino è particolarmente interessante la dottrina del
Logos, che svolge la funzione di mediatore. Il Logos dei filosofi (in greco
ragione) appare in tutta la sua pienezza in Cristo, ma in modo più nascosto
era già nel mondo, poiché in ogni intelligenza umana c’è un seme del Logos,
capace di germogliare. La distinzione tra λόγος ἐνδιάθετος (lógos endiáthetos,
parola inmanente) e λόγος προφορικός (lógos proforikós, parola proferita)
è di Teofilo, ma la si trova implicita anche in Giustino. Questo suppone
una apertura al pensiero filosofico greco, la quale ha segnato la storia del
cristianesimo, che mai si è chiuso al dialogo con la ragione. Giustino è una
figura molto ricca, che ha composto opere antiereticali, anche se sono andate
perdute.
Giustino è il primo scrittore che completa il paragone fra Adamo e Cri-
sto di S. Paolo con quello fra Eva e Maria. Ha delle tendenze millenaristiche,
ritenendo che dopo la risurrezione ci saranno mille anni di vita felice su
questa terra.
Presentiamo un brano della prima delle due Apologie dirette all’impe-
ratore Antonino Pio (138-161), scritte intorno all’anno 150. Questi scritti
di difesa (dal greco ἀπολογία, difesa) del cristianesimo, composti sul mo-
dello dell’Apologia di Socrate di Platone, riflettevano il diritto del filosofo
alla παρρησία (parresía, diritto a parlare di qualsiasi cosa) nei confronti
dell’imperatore. Sono stati diversi i cristiani che hanno indirizzato scritti
di questo tipo all’imperatore: Aristide di Atene, ad Adriano (117-138) o ad
Antonino Pio (138-161); Taziano il Siro, (a parte il Diatessaron), compose il

65
AVVIO ALLA PATROLOGIA

Discorso contro i greci, (155-170); Atenagora, la Supplica in favore dei cristiani


(verso il 176-180); Teofilo di Antiochia, l’Ad Autolico, (dopo il 180). Come
caratteristica comune a tutti si può segnalare l’assenza di citazioni bibliche,
poiché queste non servivano in un dialogo con pagani che non conoscevano
la Bibbia: potevano impiegare soltanto argomenti filosofici o di ragione.
Il secondo brano presentato è del Dialogo con Trifone, un ebreo che
Giustino incontrò ad Efeso. Le argomentazioni di Giustino poggiano ora
sull’Antico Testamento, base comune accettata dai due interlocutori, ed
è Giustino il primo a interpretare la Scrittura con la Scrittura. Per lui la
Scrittura ha due livelli di significato che coesistono e non si cancellano, ma si
sovrappongono: l’Antico Testamento si deve leggere alla luce che il Nuovo
getta su di esso, così si raccontano avvenimenti che, avendo un gran valore
in se stessi, lo hanno ancora di più come prefigurazione di qualche cosa
di futuro. È quello che chiamiamo esegesi tipologica: la connessione tra
persone, avvenimenti, luoghi e istituzioni dell’Antico Testamento con il
Nuovo Testamento in cui si stabilisce un nesso secondo il quale il primo
non significa solo se stesso, ma anche l’altro, e invece il secondo comprende
o realizza il primo. In questo senso, Adamo, Mosè, Abramo [. . .] sono
figura o tipo di Cristo; Eva di Maria; il serpente innalzato nel deserto della
crocefissione [. . .] Il Nuovo Testamento spesso intende così (“interpreta”)
alcuni degli eventi e delle espressioni dell’Antico; si tratta pertanto di un
modo di comprenderlo autorizzato, in quanto è compiuto dall’autore sacro
sotto l’ispirazione dello Spirito Santo. L’interpretazione tipologica aprirà il
cammino a quella allegorica, dalla quale non è facile distinguerla, perché sono
diverse rispetto al contenuto ma non rispetto al procedimento ermeneutico
(una lettura fatta ad un livello superiore a quello della lettera). Giustino,
maestro dell’interpretazione tipologica, fa ricorso anche alla numerologia e
alle etimologie, ma tutto con parsimonia ed equilibrio.

PRIMA APOLOGIA 1-9

Ai destinatari

1. All’imperatore Tito Elio Adriano Antonino Pio, Cesare Augusto, e a


Verissimo il figlio filosofo e a Lucio Filosofo figlio naturale di Cesare e figlio
adottivo di Pio, amante della cultura, al sacro Senato e a tutto il popolo dei

66
6 GIUSTINO

Romani, io, Giustino, figlio di Baccheio Prisco, di Flavia Neapoli in Siria di


Palestina, per gli uomini di ogni razza ingiustamente odiati e perseguitati,
io, uno di loro, ho scritto questo discorso e supplica.
2. 1. La ragione esige che coloro che sono pii e filosofi secondo verità
stimino ed amino solo ciò che è vero, mentre rifiutino di seguire le opinioni
degli antichi qualora siano sciocche. Un saggio modo di ragionare non solo
esige che non si seguano coloro che agiscono o emettono sentenze ingiu-
stamente, ma è necessario che colui che ama la verità scelga ad ogni costo
e a prezzo della sua stessa vita – anche se minacciato di morte – di dire e
compiere cose giuste. 2. Ponetevi dunque in ascolto voi che siete ritenuti pii,
filosofi, custodi della giustizia e amanti della verità; sarà dimostrato se sarete
veramente tali. 3. Ci siamo presentati non per adularvi con queste parole, né
per chiedervi favori con il parlare, ma per domandarvi di formulare un giu-
dizio secondo un ragionamento scrupoloso e analitico senza essere pervasi
dalla presunzione né dal desiderio di piacere a uomini superstiziosi, oppure
da un folle impulso e da una cattiva fama diffusa da tempo, sostenendo un
parere contro voi stessi. 4. Del resto noi riteniamo di non dover soffrire nulla
a causa di nessuno a meno che non siamo accusati come operatori d’iniquità,
oppure riconosciuti come malvagi: voi potete ucciderci, danneggiarci no di
certo!

Si esaminino le accuse

3. 1. Affinché qualcuno non creda che questo sia un discorso insensato


o temerario, chiediamo che siano eliminate le accuse contro di loro e se
appariranno reali, si punisca allora come è giusto. Ma se nessuno ha nulla
da accusare, un discorso secondo verità non permette che a causa di una
cattiva diceria siate ingiusti contro uomini innocenti e soprattutto contro
voi stessi, poiché ritenete bene agire non secondo giudizio, ma secondo
l’impulso. 2. Ogni uomo saggio giudicherà buona e giusta soltanto quella
proposta secondo la quale i sudditi (possano) presentare un rendiconto
irreprensibile della loro vita e del loro pensiero; parimenti, a loro volta,
coloro che sono a capo pronuncino un giudizio ispirati non dalla violenza né
dalla tirannide, ma dalla pietà e dalla filosofia: cosí, infatti, potrebbero trarre
vantaggio sia coloro che governano, sia i sudditi. 3. Se non erro, un antico
disse: «Se i capi e i sudditi non sono filosofi, neppure le città possono essere

67
AVVIO ALLA PATROLOGIA

felici» (Platone, Respublica 5,473). 4. Nostro compito, quindi, è presentare


a tutti la conoscenza della nostra vita e del nostro insegnamento, affinché,
al posto di coloro che di solito ignorano le nostre cose, non meritiamo noi
stessi la pena di quello in cui essi peccano nella loro cecità. È vostro dovere,
come fa vedere la ragione, che, ascoltandoci, vi mostriate buoni giudici. 5. E
quando avrete appreso, se non agirete secondo giustizia, tutto il resto sarà
senza giustificazione presso Dio.

Il «nome» non è motivo di condanna

4. 1. Non si emette un giudizio buono o cattivo in base all’appellativo


di un nome, senza (tenere in considerazione) che le azioni sono subordinate
al nome; di fatto, quanto al nostro nome posto sotto accusa siamo eccellenti.
2. Ma poiché non riteniamo giusto chiedere di essere assolti a causa del
nome – qualora fossimo accusati come malvagi – viceversa, se non siamo
colpevoli di niente, né a causa dell’appellativo, né a causa della vita civile,
è vostro dovere lottare per non essere debitori di pene nei confronti della
giustizia punendo ingiustamente coloro che sono senza colpa. 3. Né sarebbe
ragionevole se dal nome nascesse un’approvazione o un castigo, a meno
che non si possa dimostrare qualcosa di valido o di spregevole in base alle
azioni. 4. Presso di voi, infatti, non punite nessuno di coloro che sono
imputati, prima che siano dimostrati colpevoli; nel caso nostro prendete
il nome come elemento di accusa, mentre, proprio per il nome, dovreste
punire specialmente gli accusatori. 5. Siamo accusati infatti di essere cristiani;
ma non è giusto odiare ciò che è buono. 6. Ancor di più: se uno di quelli
che sono accusati nega, si mostra cioè rinnegatore avendo detto a parole
di non essere (cristiano), voi lo liberate, poiché non potete dimostrarlo
colpevole di niente. Se invece, in qualche modo, confessa di esserlo, voi lo
condannate a causa della confessione. Eppure è necessario esaminare la vita
di colui che confessa e di colui che nega, affinché ognuno si riveli, attraverso
le azioni, per quello che è. 7. Come alcuni, avendo imparato da Cristo
maestro a non negare, sono d’esempio una volta che vengono interrogati,
allo stesso modo coloro che vivono male ugualmente offrono occasione a
coloro che hanno convinzioni diverse, di accusare tutti i cristiani di empietà
e d’ingiustizia. 8. Né è giusto che questo si faccia; di fatto aderiscono al
nome e allo schema filosofico alcuni che non compiono nulla degno della

68
6 GIUSTINO

professione; sapete bene che anche quegli antichi i quali insegnarono e


decretarono teorie opposte furono denominati con l’unico nome di filosofi.
9. Alcuni di loro hanno insegnato l’ateismo e coloro che sono poeti cantano
Giove licenzioso insieme ai suoi figli; e quanti seguono i loro insegnamenti
da voi non sono allontanati, anzi offrite premi e onori a coloro che con bella
voce oltraggiano gli dei.

Istigazione demoniaca

5. 1. Che significa tutto questo? Contro di noi, che abbiamo promes-


so di non commettere ingiustizia e di non formulare opinioni su ciò che
riguarda l’ateismo, voi non state istruendo processi, ma, spinti da una folle
passione e dalla sferza dei demoni malvagi, ingiustamente infliggete pene
senza riflettere. 2. Verrà detto ciò che è vero: anticamente i demoni malva-
gi, facendo apparizioni, commisero adulterio con le donne, corruppero i
fanciulli e mostrarono agli uomini orrori tali che essi erano sbigottiti e non
giudicavano secondo la ragione i fatti che accadevano, ma assaliti dalla paura,
non riconoscendo che erano demoni malvagi, li chiamavano dèi e designava-
no ognuno con quel nome che ciascuno dei demoni avevano stabilito per
sé. 3. Quando poi Socrate, secondo un ragionamento basato sulla verità e
sull’investigazione, tentò di mettere in chiaro questi fatti e di allontanare
gli uomini dai demoni, gli stessi demoni, grazie all’opera di uomini compia-
centi nella malvagità, riuscirono a condannarlo a morte come un ateo o un
empio, dicendo che introduceva nuove divinità; allo stesso modo, contro di
noi, stanno compiendo le stesse cose. 4. Ma non solo presso i Greci furono
respinte queste cose dalla parola di Socrate, ma anche tra gli stessi Barbari,
dal Verbo (Logos) stesso che assunse una forma, che divenne uomo e che
prese il nome di Gesù Cristo. 5. Noi che crediamo in lui affermiamo che i
demoni che compiono queste cose non solo non sono buoni, ma cattivi ed
empi e non compiono azioni al modo degli uomini che amano la virtù.

Siamo giudicati atei

6. 1. Per questo motivo siamo giudicati atei; e noi confessiamo di essere


atei verso questi che sono chiamati dèi, ma non verso Dio verissimo, non
contaminato dalla malvagità e padre della giustizia, della saggezza e delle
altre virtù. 2. Onoriamo e veneriamo lui e il Figlio che da lui è venuto e che

69
AVVIO ALLA PATROLOGIA

ci ha insegnato tutto ciò e l’esercito degli altri angeli buoni che lo seguono e
che a lui si assimilano e infine lo Spirito profetico, rendendo onore secondo
ragione e nella verità; e a tutti coloro che vogliono imparare, trasmettiamo
l’insegnamento senza limitazioni di sorta, cosi come ci è stato insegnato.
7. 1. Eppure, potrebbe dire qualcuno, alcuni già arrestati sono dimo-
strati colpevoli. 2. Quando indagate per ogni circostanza sulla vita di coloro
che sono accusati, spesso molti ne condannate, ma non a causa di coloro che
furono già prima accusati. 3. Ammettiamo che, in genere, anche questo (si
pensi): come presso i Greci coloro che insegnavano ciò che era loro gradito
erano denominati senz’altro con l’unico nome di filosofi, nonostante le
opposte dottrine, ugualmente anche presso i Barbari vi è un nome unico
per coloro che sono stati sapienti o che come tali hanno insegnato: tutti
sono chiamati cristiani. 4. Per questo motivo chiediamo a voi di giudicare le
azioni di tutti coloro che sono accusati, affinché l’accusato sia punito come
fuorilegge, ma non come cristiano; se invece qualcuno appare innocente,
venga liberato come cristiano che non ha commesso nulla contro la giusti-
zia. 5. Non chiediamo a voi di punire coloro che hanno accusato: essi, infatti,
sono spinti dalla propria malvagità e dall’ignoranza del bene.

Rifiutiamo la menzogna e aspiriamo alla vita eterna

8. 1. Riflettete poi sul fatto che diciamo queste cose anche a vantaggio
vostro, poiché dipende da noi, una volta interrogati, negare. 2. Ma non
vogliamo vivere da menzogneri; noi che aspiriamo ad una vita eterna e pura,
pretendiamo di vivere insieme a Dio Padre e creatore di tutte le cose; e de-
sideriamo professare la fede nella convinzione e nella certezza che potranno
conseguire ciò coloro che hanno creduto in Dio attraverso le opere, poiché lo
hanno seguito bramando di vivere vicino a lui dove il male non si oppone. 3.
In breve: in queste cose abbiamo speranza, da Cristo le abbiamo imparate
e queste insegniamo. 4. Anche Platone affermò che Radamante e Minosse
puniranno gli ingiusti che giungeranno davanti a loro (Gorgias, 523e-524a);
noi diciamo che si verificherà lo stesso fatto, ma col giudizio di Cristo. I loro
corpi, insieme alle loro anime, saranno puniti con una pena eterna e non per
un periodo di mille anni soltanto come egli affermava. 5. Se poi qualcuno
sostiene che ciò è incredibile o impossibile, l’errore riguarda noi e non altri,
fin quando nei fatti non saremo riconosciuti colpevoli di qualcosa.

70
6 GIUSTINO

Rinneghiamo gli idoli

9. 1. Non onoriamo però, con molti sacrifici e corone di fiori, neppure


coloro che gli uomini hanno chiamato dèi dando loro una forma e collo-
candoli nei templi; sappiamo infatti che queste cose sono esseri inanimati
e senza vita, senza forma di dio (giacché riteniamo che Dio non abbia una
forma del genere, quella cioè che alcuni dicono essere stata riprodotta per il
culto); piuttosto essi hanno i nomi e le forme di quei terribili demoni appar-
si. 2. Perché dobbiamo dire a voi, che già lo sapete, che li hanno costruiti gli
artigiani levigando il legno, tagliando, fondendo e incidendo? Spesso, dopo
aver trasformato con arte il modello di un recipiente senza valore e dopo
aver dato una forma, li chiamano dèi. 3. E questo non solo lo riteniamo irra-
zionale, ma anche offensivo nei confronti di Dio che avendo gloria e forma
ineffabile è denominato in base a cose deperibili e bisognose di restauro.

DIALOGO CON TRIFONE 41,1-4; 86,1-6; 100,1-6; 113,1-7; 114,1-2.5

Natura dei sacrifici

41. 1. Anche l’offerta di fior di farina, amici, – continuavo – che è stato


tramandato di presentare per coloro che sono stati purificati dalla lebbra
(Cf. Lev. 14,10), era figura del pane dell’eucaristia, che il Signore nostro Gesù
Cristo ci ha trasmesso di fare in memoria della passione (Cf. 1 Cor. 11,23-24;
Lc. 22,19) che ha subito per purificare nell’anima gli uomini da ogni nequizia,
e affinché rendiamo grazie a Dio per aver creato per l’uomo il mondo e tutto
ciò che contiene, per averci liberati dal male in cui ci trovavamo per aver
definitivamente distrutto principati e potenze per mezzo di colui che ha
patito in conformità al suo volere.
2. Per cui circa le oblazioni sacrificali che allora facevate Dio, come ho
già sopra citato, dice per mezzo di Malachia, uno dei dodici profeti: «La mia
volontà non è in voi, dice il Signore, non mi sono accetti i sacrifici offerti
dalle vostre mani, poiché dall’oriente fino all’occidente il mio nome è glori-
ficato tra le genti e in ogni luogo è offerto al mio nome aroma e un sacrificio
puro, poiché il mio nome è grande tra le genti, dice il Signore, ma voi lo pro-
fanate» (Ml. 1,10-12). 3. Quanto invece ai sacrifici che noi, le genti, offriamo
a lui, cioè il pane e il calice eucaristici, egli ne dà in quel passo anticipazione
col dire che noi diamo gloria al suo nome mentre voi lo profanate.

71
AVVIO ALLA PATROLOGIA

La vera circoncisione è la risurrezione

4. Il precetto della circoncisione, che prevede di circoncidere in ogni


caso i neonati l’ottavo giorno, era figura della vera circoncisione con cui
siamo stati circoncisi dall’errore e dalla malizia per mezzo del Signore nostro
Gesù Cristo, risorto dai morti il primo giorno dopo il sabato. Infatti il primo
giorno dopo il sabato è il primo di tutti i giorni, ma seguendo la successione
ciclica dei giorni viene ad essere l’ottavo, pur restando comunque il primo.

Gli strumenti di legno sono figura della croce

86. 1. Detto questo aggiunsi: – Le Scritture dunque dimostrano che


dopo essere stato crocifisso egli deve tornare di nuovo nella gloria. Ascoltate
ora come egli racchiudesse il simbolo dell’albero della vita, che è detto essere
stato piantato nel paradiso (Cf. Gen. 2,9), e di ciò che sarebbe successo a
tutti i giusti. Fu con un bastone che Mosè fu inviato a liberare il popolo
(Cf. Es. 4,17), e fu tenendo quel bastone in mano, alla testa del popolo, che
divise il mare (Cf. Es. 14,16). Grazie al bastone vide sgorgare l’acqua dalla
roccia (Cf. Es. 17,5-6), e gettando un legno nelle acque di Mara, che erano
amare, le rese dolci (Cf. Es. 15,23-25).
2. Giacobbe gettando dei legni negli abbeveratoi dell’acqua riuscì a
far accoppiare le pecore dello zio materno, in modo da entrare in possesso
di quelle che fossero nate (Cf. Gen. 30,38). Sempre Giacobbe si vanta di
aver attraversato il fiume col suo bastone (Cf. Gen. 32,11). Disse anche
che gli era apparsa una scala e la Scrittura ha mostrato che su di essa stava
appoggiato Dio (Cf. Gen. 28,12-13) (e che non si trattasse del Padre lo
abbiamo dimostrato in base alle Scritture). Lo stesso Dio che gli è apparso
attesta che in quel medesimo luogo Giacobbe, versando dell’olio su di una
pietra, consacrò una stele al Dio che gli si era manifestato (Cf. Gen. 31,13).
3. Abbiamo dimostrato anche che molti passi della Scrittura annun-
ciavano in forma simbolica il Cristo come pietra. Analogamente abbiamo
dimostrato che ogni unzione, sia di olio sia di balsamo sia altre unzione
con miscela di essenze, tutte si riferivano a lui, in base alla parola che dice:
«Per questo ti ha unto Dio, il tuo Dio, con olio di allegrezza tra tutti i tuoi
compagni» (Sal. 45,8). Ed infatti è da lui, per partecipazione, che tutti i re
e i consacrati si chiamano così, al modo con cui egli stesso ha ricevuto dal
Padre i titoli di re, Cristo, sacerdote, angelo e quanti altri ha avuto o ha.

72
6 GIUSTINO

4. Il bastone di Aronne, germogliando (Cf. Num. 17,3), lo manifestò


gran sacerdote. Isaia profetizzò il Cristo come «bastone dalla radice di Iesse»
(Is. 11,1), e Davide ha definito il giusto come «albero piantato lungo corsi
d’acqua, che darà frutto a suo tempo e le cui foglie non cadranno mai»
(Sal. 1,3). E ancora è detto: «Il giusto fiorirà come palma» (Sal. 92,13).
5. Da un albero Dio «apparve» ad Abramo, come sta scritto, presso
la «quercia di Mamre» (Gen. 18,1). Settanta salici e dodici sorgenti trovò il
popolo dopo aver attraversato il Giordano (Cf. Es. 15,27; Num. 33,9). In un
bastone e in un vincastro Davide dice di aver trovato conforto da parte di
Dio (Cf. Sal. 23,4).
6. Fu gettando un legno nel fiume Giordano che Eliseo tirò su il ferro
dell’ascia (Cf. 2 Re. 6,6), quando i figli dei profeti erano andati a tagliare
alberi per costruire la casa in cui intendevano proclamare e meditare la
Legge e i precetti di Dio. Così anche noi eravamo sommersi dai pesantissimi
peccati che avevamo commesso ma il nostro Cristo ci ha riscattati venendo
crocifisso sul legno e purificandoci con l’acqua, sì da renderci casa di preghie-
ra e di adorazione. Un bastone era infine quello che ha manifestato Giuda
come padre dei figli nati da Tamar (Cf. Gen. 38,25) secondo un disegno
profondamente misterioso.

Gesù Cristo è il figlio di Dio e il figlio dell’uomo

100. 1. In seguito – «Eppure tu abiti la santa dimora, tu, lode di Israele»


(Sal. 22,4) – indicava che avrebbe fatto qualcosa degno di lode e di ammi-
razione, in quanto dopo essere stato crocifisso sarebbe risorto dai morti il
terzo giorno, cosa che ha ricevuto dal Padre suo. Ho già dimostrato infatti
che il Cristo si chiama anche Giacobbe e Israele, e non solo ho provato
che nelle benedizioni di Giuseppe e di Giuda sono annunciate in mistero le
realtà che lo riguardano, ma per di più nel vangelo è scritto che egli ha detto:
«Tutto mi è stato dato dal Padre mio, e nessuno conosce il Padre se non il
Figlio, né il Figlio se non il Padre e coloro ai quali il Figlio lo voglia rivelare»
(Mt. 11,27).
2. Egli dunque ci ha rivelato tutto quello che, con l’aiuto della sua
grazia, abbiamo compreso delle Scritture, venendo a sapere che egli è il
primogenito di Dio ed è prima di tutte le creature (Cf. Col. 1,15.17), che
è anche figlio dei patriarchi, perché, incarnatosi per mezzo della vergine

73
AVVIO ALLA PATROLOGIA

che era della loro stirpe, ha accettato di diventare un uomo senza bellezza,
ignominioso (Cf. Is. 53,2-3) e sofferente.
3. Per cui egli stesso ha detto, parlando del fatto che avrebbe dovuto
patire: «Il figlio dell’uomo deve molto soffrire ed essere riprovato dai farisei
e dagli scribi, essere crocifisso e risorgere il terzo giorno» (Mc. 8,31). Si
definiva figlio dell’uomo certamente per il fatto di essere nato per mezzo
della vergine – la quale, come ho detto, era della stirpe di Davide, Giacobbe,
Isacco e Abramo –, o anche per il fatto che Abramo stesso era padre di quegli
qui elencati, la cui stirpe continua in Maria (sappiamo infatti che i genitori
di figlie femmine sono padri anche dei figli da esse generati).
4. E quando uno dei suoi discepoli riconobbe, per rivelazione del
Padre, che egli era il Cristo, il Figlio di Dio, questi gli diede il nome di
Pietro, mentre prima si chiamava Simone (Cf. Mt. 16,16-18). Anche nelle
memorie dei suoi apostoli troviamo scritto che è Figlio di Dio, e quando
diciamo che è Figlio, comprendiamo che lo è e che è proceduto prima di
ogni creatura dalla potenza e dalla volontà del Padre suo. Egli negli scritti dei
profeti è via via chiamato anche Sapienza, Giorno, Oriente, Spada, Pietra,
Bastone, Giacobbe, Israele. Abbiamo compreso anche che si è fatto uomo
per mezzo della vergine, affinché per la via per la quale aveva avuto inizio
la disobbedienza causata dal serpente, per quella stessa via avesse anche
termine.

Eva e Maria

5. Eva, infatti, che era una vergine esente da corruzione, accogliendo la


parola del serpente, generò disobbedienza e morte; la vergine Maria, invece,
concepì fede e gioia quando l’angelo Gabriele le portò il lieto annuncio che
lo Spirito del Signore sarebbe sceso su di lei e la potenza dell’Altissimo su
di lei avrebbe steso la sua ombra, per cui il santo nato da lei sarebbe stato il
Figlio di Dio; e rispose: «Avvenga di me secondo la tua parola» (Lc. 1,38).
6. Per mezzo di questa vergine è nato costui al quale, come ho dimo-
strato, si riferiscono tutte le Scritture, per mezzo del quale Dio annienta
il serpente e gli angeli e uomini che sono divenuti simili a lui, ed allonta-
na invece la morte da coloro che, pentendosi, lasciano le opere malvagie e
credono in lui.

74
6 GIUSTINO

Corretta interpretazione dell’Antico Testamento

113. 1. Ecco che cosa intendo dire. Quel Gesù che, come ho più volte
ripetuto, si chiamava Auses e che fu mandato assieme a Caleb ad esplorare
la terra di Canaan, fu mandato a chiamarlo appunto Gesù. Ora, tu non ti
chiedi il motivo per cui ha fatto questo, né la cosa ti fa difficoltà o ti rende
ansioso di sapere. Perciò il Cristo rimane nascosto per te e leggi senza capire.
Anche ora, sentendo che Gesù è il nostro Cristo, non riesci a realizzare che
quel nome non gli è stato imposto senza ragione, così per caso.
2. In compenso fai speculazioni teologiche sul perché è stata aggiunta
una a al nome di Abramo (Cf. Gen. 17,5) e fai tanto chiasso sulla r aggiunta
al nome di Sara (Cf. Ibid.), ma non ti impegni allo stesso modo sul perché il
nome di Auses, figlio di Navè, datogli dal padre, è stato di punto in bianco
cambiato in quello di Gesù.
3. Perché non solo gli è stato cambiato il nome, ma è divenuto anche il
successore di Mosè e, unico tra quelli della sua generazione che erano usciti
dall’Egitto, ha introdotto ciò che era rimasto del popolo nella terra Santa.
E così come fu lui, e non Mosè, a far entrare il popolo nella terra santa e
sempre lui la divise a sorte tra coloro che erano entrati assieme a lui, anche
Gesù Cristo invertirà la diaspora del popolo e distribuirà a ciascuno la buona
terra, ma non più allo stesso modo.

Gesù e la sua figura

4. Il primo infatti ha dato loro un’eredità temporanea, poiché non era


il Cristo Dio né il figlio di Dio, il secondo invece dopo la santa resurrezione
ci darà il possesso eterno. Quello ha fermato il sole quando già aveva il
nome cambiato in quello di Gesù, avendo ricevuto forza dal suo Spirito: ho
dimostrato infatti che era Gesù colui che era apparso a Mosè, ad Abramo e
agli altri patriarchi conversando con loro in conformità al volere del Padre.
Ed è questi che è venuto per nascere come uomo per mezzo della vergine
Maria, e vive in eterno.
5. Egli infatti è colui a partire dal quale e attraverso il quale il Padre
intende fare nuovi il cielo e la terra (Cf. Is. 65,17; Ap. 21,1); egli è colui
che splenderà come luce eterna in Gerusalemme (Cf. Is. 60,1.19-20); egli è
il re di Salem e il sacerdote eterno dell’altissimo al modo di Melchisedek
(Cf. Gen. 14,18).

75
AVVIO ALLA PATROLOGIA

Tipoi di Gesù

6. Del primo Gesù è detto che ha fatto circoncidere una seconda volta
il popolo con coltelli di pietra (Cf. Gios. 5,2-3), fatto che annunciava questa
circoncisione con cui lo stesso Gesù Cristo ci ha circoncisi dalle pietre e dagli
altri idoli. Di quelli che non erano circoncisi, cioè che venivano dall’errore
del mondo, ne ha fatto dei mucchi, essendo essi circoncisi in ogni luogo
con coltelli di pietra, cioè con le parole del Signore nostro Gesù. Ho già
dimostrato infatti che il Cristo era simbolicamente presentato dai profeti
come pietra e roccia.
7. Per coltelli di pietra intenderemo dunque le sue parole, grazie alle
quali sì gran numero di traviati, che erano incirconcisi, hanno ricevuto la
circoncisione del cuore, circoncisione che Dio, per mezzo del primo Gesù,
voleva ricevessero fin da allora quelli che già avevano la circoncisione iniziata
con Abramo: questo intendeva dicendo che Gesù circoncise una seconda
volta con coltelli di pietra coloro che erano entrati nella terra santa.

Figure e profezie

114. 1. A volte, infatti, lo Spirito santo ha fatto in modo che si produ-


cessero visibilmente eventi che erano figura di ciò che doveva accadere, a
volte invece ha pronunciato parole relative ad avvenimenti futuri parlando-
ne come se stessero succedendo in quel momento o fossero già successi. Se
chi si imbatte nelle parole dei profeti non conosce queste regole, non può
seguire come si conviene. Citerò come esempio alcune profezie, in modo
che afferriate quello che voglio dire.
2. Quando per mezzo di Isaia si dice: «Come pecora è stato condotto al
macello, come agnello di fronte a chi lo tosa», (Is. 53,7) si parla come se la
passione fosse già avvenuta. O ancora quando dice: «Ho stesso le mie mani
verso un popolo ribelle e contraddittore» (Is. 65,2), oppure: «Signore, chi
ha creduto al nostro annuncio?» (Is. 53,1), si tratta di espressioni formulate
come per proclamare eventi già compiutisi. E più volte vi ho dimostrato che
il Cristo era simbolicamente chiamato pietra e, in senso figurato, Giacobbe
e Israele. (. . .)

76
6 GIUSTINO

Bisogna capire le profezie

5. Ma voi non capite tutto questo quando parlo. Non avete compreso
infatti ciò che era stato profetizzato che il Cristo avrebbe fatto, né date
credito a noi quando vi guidiamo alle Scritture. E infatti così grida Geremia:
«Guai a voi, perché avete abbandonato la sorgente viva, e vi siete costruiti
cisterne rotte che non possono trattenere l’acqua. Non è deserto dove sorge
il monte Sion? Perché davanti a voi ho dato a Gerusalemme il libello del
ripudio». (Ger. 2,13 + Is. 16,1 + Ger. 3,8)

BIBLIOGRAFIA
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Theological Society, 9 (1966), pp. 179-197.
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Misiarczyk, L., Il midrash nel Dialogo con Trifone di Giustino martire, Płock 1999.
Otranto, G., Esegesi biblica e storia in Giustino (Dial. 63-84), Bari 1979.
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Simonetti, M., Lettera e/o allegoria : un contributo alla storia dell’esegesi patristica,
Roma 1985, pp. 37-39.

77
7. LETTERA A DIOGNETO

Scritta tra la fine del II secolo e gli inizi del III, mai citata nella letteratura
antica e scoperta nel 1436 quando stava per essere usata come carta da
imballo in una pescheria, è indirizzata a questo personaggio, che potrebbe
essere l’imperatore (conosciuto da Zeus), per rispondere al suo interesse sulla
dottrina e la vita dei cristiani.
Benché la Scrittura non venga citata letteralmente, come capita ne-
gli scritti apologetici, il contenuto si basa sugli insegnamenti biblici, con
l’aggiunta dell’esperienza di vita. Questo si vede specialmente nel capito-
lo quinto, in cui la tecnica retorica dell’antitesi, costruita così per desta-
re l’interesse del lettore, riecheggia gli insegnamenti del Vangelo, ad. es.
Mc. 8,35: «chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la
propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà».

LETTERA A DIOGNETO I-II, V-VI

I. 1. Vedo, ottimo Diogneto, che tu ti accingi ad apprendere la religione


dei cristiani e con molta saggezza e cura cerchi di sapere di loro. A quale
Dio essi credono e come lo venerano, perché tutti disdegnano il mondo e
disprezzano la morte, non considerano quelli che i greci ritengono dèi, non
osservano la superstizione degli ebrei, quale amore si portano tra loro, e
perché questa nuova stirpe e maniera di vivere siano comparsi al mondo ora
e non prima. 2. Comprendo questo tuo desiderio e chiedo a Dio, che ci fa
parlare e ascoltare, che sia concesso a me di parlarti perché tu ascoltando
divenga migliore, e a te di ascoltare perché chi ti parla non abbia a pentirsi.
II. 1. Purìficati da ogni pregiudizio che ha ingombrato la tua mente e
spògliati dell’abitudine ingannatrice e fatti come un uomo nuovo da prin-
cipio, per essere discepolo di una dottrina anche nuova come tu stesso hai
ammesso. Non solo con gli occhi, ma anche con la mente considera di quale
sostanza e di quale forma siano quelli che voi chiamate e ritenete dèi. 2. Non

79
AVVIO ALLA PATROLOGIA

(sono essi) pietra come quella che si calpesta, bronzo non migliore degli
utensili fusi per l’uso, legno già marcio, argento che ha bisogno di un uomo
che lo guardi perché non venga rubato, ferro consunto dalla ruggine, argilla
non più scelta di quella preparata a vile servizio? 3. Non (sono) tutti questi
(idoli) di materia corruttibile? Non sono fatti con il ferro e con il fuoco?
Non li foggiò lo scalpellino, il fabbro, l’argentiere o il vasaio? Prima che con
le loro arti li foggiassero, ciascuno di questi (idoli) non era trasformabile, e
non lo può (essere) anche ora? E quelli che ora sono gli utensili della stessa
materia non potrebbero forse diventare simili ad essi se trovassero gli stessi
artigiani? 4. E per l’opposto, questi da voi adorati non potrebbero diventare,
ad opera degli uomini, suppellettili uguali alle altre? Non sono cose sorde,
cieche, inanimate, insensibili, immobili? Non tutte corruttibili? Non tutte
distruttibili? 5. Queste cose chiamate dèi, a queste servite, a queste supplicate,
infine ad esse vi assimilate. 6. Perciò odiate i cristiani perché non le credono
dèi. 7. Ma voi che li pensate e li immaginate tali non li disprezzate più di loro?
Non li deridete e li oltraggiate più voi che venerate quelli di pietra e di creta
senza custodi, mentre chiudete a chiave di notte quelli di argento e di oro, e
di giorno mettete le guardie perché non vengano rubati? 8. Con gli onori
che credete di rendere loro, se hanno sensibilità, siete piuttosto a punirli. Se
non hanno i sensi siete voi a svergognarli con sacrificio di sangue e di grassi
fumanti. 9. Provi qualcuno di voi queste cose, permetta che gli vengano fatte.
Ma l’uomo di propria volontà non sopporterebbe tale supplizio perché ha
sensibilità e intelligenza; ma la pietra lo tollera perché non sente. 10. Molte
altre cose potrei dirti perché i cristiani non servono questi dèi. Se a qualcuno
ciò non sembra sufficiente, credo inutile parlare anche di più.
V. 1. I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da
distinguere dagli altri uomini. 2. Infatti, non abitano città proprie, né usano
un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. 3. La
loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi, né essi
aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri. 4. Viven-
do in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai
costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo
di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. 5. Vivono nella loro
patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto
sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni
patria è straniera. 6. Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano

80
7 LETTERA A DIOGNETO

i neonati. 7. Mettono in comune la mensa, ma non il letto. 8. Sono nella


carne, ma non vivono secondo la carne. 9. Dimorano nella terra, ma hanno
la loro cittadinanza nel cielo. 10. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la
loro vita superano le leggi. 11. Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati.
12. Non sono conosciuti, e vengono condannati. Sono uccisi, e riprendono a
vivere. 13. Sono poveri, e fanno ricchi molti; mancano di tutto, e di tutto ab-
bondano. 14. Sono disprezzati, e nei disprezzi hanno gloria. Sono oltraggiati
e proclamati giusti. 15. Sono ingiuriati e benedicono; sono maltrattati ed
onorano. 16. Facendo del bene vengono puniti come malfattori; condannati
gioiscono come se ricevessero la vita. 17. Dai giudei sono combattuti come
stranieri, e dai greci perseguitati, e coloro che li odiano non saprebbero dire
il motivo dell’odio.
VI. 1. A dirla in breve, come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono
i cristiani. 2. L’anima è diffusa in tutte le parti del corpo e i cristiani nelle
città della terra. 3. L’anima abita nel corpo, ma non è del corpo; i cristiani
abitano nel mondo, ma non sono del mondo. L’anima invisibile è racchiusa
in un corpo visibile; i cristiani si vedono nel mondo, ma la loro religione
è invisibile. 5. La carne odia l’anima e la combatte pur non avendo rice-
vuto ingiuria, perché impedisce di prendersi dei piaceri; il mondo che pur
non ha avuto ingiustizia dai cristiani li odia perché si oppongono ai piaceri.
6. L’anima ama la carne che la odia e le membra; anche i cristiani amano
coloro che li odiano. 7. L’anima è racchiusa nel corpo, ma essa sostiene il
corpo; anche i cristiani sono nel mondo come in una prigione, ma essi sosten-
gono il mondo. 8. L’anima immortale abita in una dimora mortale; anche i
cristiani vivono come stranieri tra le cose che si corrompono, aspettando
l’incorruttibilità nei cieli. 9. Maltrattata nei cibi e nelle bevande l’anima si
raffina; anche i cristiani maltrattati, ogni giorno più si moltiplicano. 10. Dio
li ha messi in un posto tale che ad essi non è lecito abbandonare.

BIBLIOGRAFIA

A Diogneto a cura di M.B. Artioli, H.-I. Marrou, Roma-Bologna 2008.


Didachè. Lettere di Ignazio d’Antiochia. A Diogneto a cura di A. Clerici, Milano
2000.
Gli Apologeti greci, Traduzione, introduzione e note a cura di C. Burini, Roma,
Città Nuova, 1986.

81
8. PASSIONE DI PERPETUA E FELICITA (203)

La persecuzione contro i cristiani produsse un grande numero di marti-


ri. Sin dall’inizio, l’esempio di quelli che avevano dato testimonianza della
loro fede in Cristo suscitò profondo interesse tra i cristiani e queste narra-
zioni si mettevano per iscritto. Così sorse la letteratura martiriale. Questi
scritti si possono classificare in tre grandi gruppi: Atti, Passioni e Leggende.
Atti sono le copie letterali dei verbali dei procedimenti giudiziari, come gli
Atti dei martiri Scilitani (Numidia, 180); le Passioni sono racconti degli stessi
martiri, di testimoni immediati o di contemporanei, come la Passione di
Perpetua e Felicita (Cartagine, 202); le Leggende sono state composte molto
tempo dopo il martirio, a fini di edificazione e con lo scopo di essere lette (da
qui il nome) persino durante la liturgia; hanno scarso valore storico, ma in
alcune leggende si può trovare un nucleo vero anche se abbellito, come nella
Passione di S. Fabio vessillifero: persa la memoria dei fatti storici, si ricostruì
il martirio con dati presi da altri documenti martiriali.
La Passione di Perpetua è la trascrizione del diario della martire che
racconta la propria esperienza in carcere. Non contiene riferimenti diretti
alla Scrittura, ma lo sfondo è biblico e ha la pretesa di essere considerato come
libro ispirato, come si evince dalle prime parole. Nei sogni riecheggiano
diversi elementi dell’Apocalisse.

PASSIONE DI PERPETUA E FELICITA 1-4

1. Come le gesta degli antichi campioni della fede furono scritte quali
documenti della grazia divina a edificazione dell’uomo, affinché leggendo-
le e rappresentandoci alla mente i fatti, ne onoriamo Dio e ne caviamo
conforto per noi stessi: così è opportuno tramandare anche i nuovi esem-
pi, che non meno degli antichi possono giovare all’uno e all’altro scopo.
Infatti anche questi un giorno saranno antichi e torneranno necessari ai
posteri, sebbene nel loro tempo presente godano minore autorità mancando

83
AVVIO ALLA PATROLOGIA

di quel prestigio che l’antichità attribuisce ai primi. Del resto, se la vedano


essi, coloro che l’una e medesima potenza dell’unico Spirito Santo giudi-
cano secondo l’antichità del tempo: ma, se la manifestazione della grazia
ha avuto la sua pienezza per disposizione divina in quest’ultima epoca, si
dovrebbe pur ritenere che gli esempi recenti e ultimi rivestano un signi-
ficato anche maggiore. Dice il Signore: “Negli estremi giorni spanderò la
virtù del mio Spirito su ogni carne vivente, e i loro figli e figlie proferi-
ranno vaticini; sopra gli schiavi e le schiave mie spanderò il mio Spirito:
i giovani contempleranno visioni, i vecchi avranno rivelazioni nel sogno”
(Gioe. 3,1-5 e Atti 2,17). Pertanto anche noi, che riconosciamo e onoria-
mo le profezie e le visioni nuove e rivolgiamo ogni altra operazione dello
Spirito Santo ad ammaestramento della Chiesa, alla quale fu mandato per
distribuire tutti i suoi doni spirituali a ciascuno secondo la disposizione di
Dio, reputiamo necessario raccontarle e leggerle in comune a gloria di Dio.
Così non accadrà mai che alcuno per ignoranza o poca fede abbia a credere
che la grazia di Dio si sia manifestata solo agli antichi, sia confortando al
martirio, sia nel dono di rivelazione; poiché Dio opera senza interruzione
secondo le sue promesse, a documento di chi non crede e a beneficio di chi
crede.
Vi presentiamo dunque, o fratelli e figlioli, anche noi “ciò che abbiamo
udito e veduto e toccato con mano” (1 Giov. 1,1.3); affinché voi che siete stati
presenti ai fatti, ricordandoli ne diate gloria al Signore; quelli poi che ora
soltanto vengono a conoscerli per via di udito, vivano in spirituale unione
coi santi martiri, e per mezzo loro, col nostro Signore Gesù Cristo, a cui è
dovuta la gloria e l’onore per i secoli dei secoli. Amen.
2. Furono arrestati i giovinetti catecumeni Revocato e Felicita sua
compagna di schiavitù, Saturnino e Secondino. Era fra loro poi anche Vibia
Perpetua di condizione patrizia, allevata accuratamente, sposata secondo
il costume delle matrone. Vivevano ancora suo padre e sua madre, e aveva
due fratelli, di cui l’uno era pure catecumeno. Essa aveva un bambino alle
poppe (infantem ad ùbera) e toccava presso a poco l’età dei ventidue anni.
Lo svolgimento del suo martirio fu narrato tutto da lei stessa, così come lo
lasciò scritto di sua mano e di mente sua.
3. Essa dunque così narra: “Mentre ancora mi trovavo in custodia libera,
e mio padre voleva ad ogni modo piegarmi colle ragioni, e mosso dal suo
affetto persisteva nel suo tentativo di farmi apostatare, gli dico:

84
8 PASSIONE DI PERPETUA E FELICITA

‘Padre, vedi tu, per esempio questo vaso qui, o quell’orcio, o altro
qualunque?’
‘Lo vedo’, risponde.
Ed io a lui: ‘Può esso forse chiamarsi con altro nome che il suo?’.
‘No’, dice.
‘Così pure io non posso chiamarmi in altro modo se non ciò che sono,
cioè cristiana’.
Questa mia risposta lo mosse ad ira; mi si rivolse contro e pareva
mi volesse cavare gli occhi; si limitò tuttavia a dirmi molte male parole,
indi se ne andò confuso coi suoi argomenti ispirati dal diavolo. Per alcuni
giorni in séguito non lo vidi più e ne ringraziavo il Signore, perché lo starne
lontana mi era di sollievo. Frattanto, proprio in quell’intervallo di pochi
giorni ricevemmo il battesimo; allora lo Spirito mi suggerì che non dovessi
attendermi altra grazia dell’acqua battesimale se non la forza di resistere
ai tormenti corporali, pochi giorni dopo fummo chiusi in prigione. Ne
fui spaventata; non avevo mai provato l’orrore di simile oscurità. Fu un
giorno doloroso! V’era un calore insopportabile, prodotto dal gran numero
di persone quivi ammucchiate; vi si aggiungevano le villanie della soldataglia,
e per estrema miseria ero straziata dal pensiero del mio bambino che avevo
lasciato a casa. Allora i diaconi Terzo e Pomponio, che, benedetti, si curavano
della nostra sorte, distribuendo mance ottennero che per alcune ore fossimo
fatti uscire a ristorarci nella parte più comoda del carcere. Usciti dunque
dalla prigione, eravamo tutti a nostro agio; potevo così allattare il mio
bambino che veniva meno per inedia. Mentre mi curavo di lui, conversavo
con mia madre e rivolgevo parole di conforto a mio fratello; a tutti e due
poi raccomandavo mio figlio. Soffrivo perché li vedevo costernati per causa
mia; così stetti in afflizione per molti giorni. Ottenni che il bimbo restasse
con me nella prigione; presto lo vidi rimettersi in forze, onde fui sollevata
dalla dolorosa apprensione per la vita di lui. D’allora il carcere mi divenne
comodo come un palazzo, né più desiderai d’essere in alcun luogo fuori di
là.
4. Mi disse allora mio fratello:
‘Signora sorella mia, ormai hai acquistato tanto merito da poter chiedere
a Dio di mostrarti in visione se avverrà il martirio o se saremo dimessi’.
Io sapevo di avere rivelazioni da Dio per i molti favori che ne avevo
ricevuti, onde piena di fede glielo promisi dicendogli:

85
AVVIO ALLA PATROLOGIA

‘Domani te lo farò sapere’.


Lo domandai infatti e mi fu mostrata questa visione. Vidi una scala
eretta nell’aria; era straordinariamente grande e coll’un dei capi arrivava fino
al cielo; ma era stretta, sì che non vi si poteva salire che uno alla volta. Sui
fianchi della scala erano confitti arnesi di ferro d’ogni sorta: v’erano pugnali,
lance, uncini, sciabole, spiedi, sicché se uno vi saliva distrattamente e senza
volgere gli occhi verso l’alto, veniva straziato e lasciava brandelli di carne
attaccati a quei ferri. Ai piedi della scala stava sdraiato un drago di mostruosa
dimensione; questo attendeva al varco quanti passavano per salire la scala, e
così li atterriva per impedire loro la salita. Per primo vi ascese Sàturo, che
ci aveva fatti cristiani e poi per nostro amore s’era offerto spontaneamente
alle guardie, non essendo egli presente prima, quando fummo arrestati. Egli
giunse fino alla sommità della scala, poi si rivolse e ci disse:
‘Perpetua, vieni; io ti aiuterò, ma guardati dai morsi di questo drago’.
Dissi: ‘Nel nome di Gesù Cristo, non mi farà alcun male’.
E subito quello, quasi avesse paura di me, abbassò lentamente la testa
ai piedi della scala stessa: onde io vi posi sopra il piede premendogli la testa
quasi fosse il primo gradino. Presi a salire; giunta sopra, vidi un estesissimo
giardino. In mezzo sedeva un uomo dai capelli bianchi, vestito da pastore,
grande, in atto di mungere le pecore. Intorno a lui molte migliaia di persone
vestite di bianco. Alzò egli il capo, mi guardò e disse:
‘Sii la benvenuta, o figlia’.
Poi mi chiamò; e mi porse tanto come un boccone di panna rappresa di
quel latte che stava mungendo; lo ricevetti con le mani giunte e lo mangiai.
Tutti i circostanti dissero:
‘Amen’.
Al suono di quella parola mi risvegliai, e ancora mi pareva di inghiot-
tire un non so che di dolce. Riferii il sogno a mio fratello; da quello com-
prendemmo che il martirio ci attendeva tra poco; onde ci disponemmo ad
abbandonare ogni speranza di questo mondo.

BIBLIOGRAFIA

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88
9. IRENEO DI LIONE (130/140-200)

Originario dell’Asia Minore e nato verso 130-140, divenne vescovo di


Lione dopo la morte del suo predecessore Potino, durante il pontificato di
Vittore (189-198). Scrisse un trattato in cinque libri Contro le eresie (che ci è
arrivato nella traduzione latina) per confutare le diverse scuole gnostiche, e
una sorta di catechismo, Dimostrazione della predicazione apostolica. Con la
prima delle due opere, Ireneo si consacra come il primo scrittore cristiano a
fare una completa e sistematica trattazione della fede.
Lo gnosticismo è un movimento religioso di redenzione della tarda anti-
chità nel quale si riprende, in modi particolari e inconfondibili, la possibilità
di un’interpretazione negativa del mondo e dell’esistenza, che si è cristal-
lizzato in una coerente concezione di rigetto del mondo e che trova la sua
espressione caratteristica nella coniazione di termini, nel linguaggio figurato
e in una mitologia molto artificiosa. Tra le caratteristiche più ricorrenti dello
gnosticismo si possono enumerare le seguenti: dualismo cosmologico con
una opposizione irriducibile fra la materia e lo spirito, il corpo e l’anima;
ricorso alle genealogie divine, dove gli eoni procedono per coppie e generano
altri eoni; una antropologia tricotomica, in cui gli uomini sono divisi in tre
categorie: materiali, animali e spirituali, e solo questi ultimi posseggono la
scintilla divina nell’anima; altri riduzionismi che conducono ad una teologia
dimezzata, dove si predilige quasi esclusivamente la conoscenza sulla morale,
l’esegesi allegorica su quella letterale, si difende una salvezza solo per alcuni
(non esiste quindi la libertà), si avvalora lo spirito fino alla negazione della
realtà del corpo di Cristo (docetismo), e si scelgono solo alcuni libri della
Bibbia, anche in maniera non completa. I suoi principali esponenti furono
Carpocrate, Basilide, Menandro, Cerdone, Valentino. Una considerazio-
ne a parte merita Marcione, per le caratteristiche del suo movimento che
differiscono sostanzialmente dagli altri esponenti.
Si deve menzionare qui anche la letteratura apocrifa. Il termine “apocri-
fo” (segreto) alludeva inizialmente a una rivelazione trasmessa solo ad alcuni

89
AVVIO ALLA PATROLOGIA

(non a tutti i cristiani) e che si poteva comunicare solo ad alcune persone


prescelte. Poi, “apocrifo” prese il significato di “falso”, “spurio”, e si estese
a tutti i testi che avevano la pretesa di essere rivelati, pur non avendone le
caratteristiche. A volte questi scritti vengono anche chiamati pseudo-epigrafi.
Benché esistano apocrifi dell’Antico Testamento, alcuni ritoccati da cristiani,
il maggior numero di apocrifi riguarda il Nuovo Testamento (vangeli, atti,
lettere, apocalissi apocrife) e un buon numero di essi contiene dottrine gno-
stiche. Ireneo confutò questi scritti, che erano trasmettitori delle dottrine da
lui combattute.
L’esegesi di Ireneo si caratterizza per una lettura cristologica (tipologica)
dell’Antico Testamento, in cui occupa un posto prevalente la dottrina della
ricapitolazione, e per una lettura essenzialmente letterale del Nuovo Testa-
mento. Le due principali preoccupazioni di Ireneo sono la continuità dei due
Testamenti e la progressività della Rivelazione; e questo si realizza tramite
la tipologia, che lui chiama allegoria, in opposizione a quella degli gnostici.
La lettura cristologica dell’Antico Testamento si sviluppa su due livelli: le
profezie hanno un’immediata spiegazione; i fatti impongono un significato
storico e uno allegorico. Così, gli scritti di Ireneo hanno una ricchezza
molto suggestiva. È il primo a considerare il Nuovo Testamento alla stessa
altezza dell’Antico, cioè come Bibbia. Gli elementi più salienti della sua ese-
gesi sono: l’impiego della regula veritatis come norma dell’interpretazione
biblica; la tradizione come normativa dell’esegesi; la consonanza di tutta la
Bibbia. Due regole molto utili si possono desumere dalle sue pagine: i passi
più oscuri s’interpretano a partire dai più chiari; non si devono ricercare
questioni inutili.
Presentiamo due testi di Ireneo. Il primo, certamente molto oscuro,
serve a capire la proliferazione di scritti apocrifi, così come l’essenza del-
lo gnosticismo, specialmente l’esegesi, con la sua allegoria arbitraria che
parte dal Nuovo Testamento (proprio il contrario di quello che fa l’esegesi
cattolica) e serve soltanto a giustificare le teorie gnostiche. Il secondo, sul-
la creazione dell’uomo, mostra la trattazione tipologica della Scrittura e
accenna alla dottrina della ricapitolazione.

90
9 IRENEO DI LIONE

CONTRO LE ERESIE I, 1.20-22

Il sistema di Tolomeo

Il Pleroma Origine e struttura del Pleroma

1,1. Dicono che nelle altezze invisibili e innominabili c’è un Eone per-
fetto preesistente: lo chiamano anche Preprincipio e Prepadre e Abisso. Era
incomprensibile e invisibile, eterno e ingenerato e stava in grande tranquilli-
tà e solitudine nei tempi infiniti. Stava insieme con lui anche il Pensiero, che
chiamano anche Grazia e Silenzio. Una volta l’Abisso meditò di emanare da
sé un principio di tutte le cose, e depose a guisa di seme questa emanazione,
che meditò di emanare, nel Silenzio che esisteva insieme con lui come in
una matrice. Essa, avendo accolto questo seme ed essendo divenuta pregna,
partorì Intelletto, simile e uguale a colui che lo aveva emanato, il solo che
comprendesse la grandezza del Padre. Tale Intelletto chiamano anche Uni-
genito e Padre e Principio di tutte le cose. Con lui fu emanata Verità; ed è
questa la prima e primigenia tetrade pitagorica, che chiamano anche radice
di tutte le cose: ci sono infatti Abisso e Silenzio, poi Intelletto e Verità.
L’Unigenito, comprendendo per qual motivo era stato emanato, emanò
a sua volta Logos e Vita, padre di tutti gli esseri che sarebbero esistiti dopo di
lui, e principio e formazione di tutto il Pleroma. Dal Logos e dalla Vita sono
stati emanati in sizigia Uomo e Chiesa: questa è l’ogdoade primigenia, radice
e fondamento di tutte le cose, chiamata da loro con quattro nomi, Abisso
Intelletto Logos Uomo. Infatti ognuno di essi è androgino, così: per primo il
Prepadre è unito in sizigia con il suo Pensiero, l’Unigenito – cioè l’Intelletto –
è unito con la Verità, il Logos con la Vita, l’Uomo con la Chiesa.
1,2. Questi Eoni, emessi a gloria del Padre, volendo anche essi di per
sé glorificare il Padre, emanano emanazioni in sizigia: il Logos e la Vita,
dopo aver emanato l’Uomo e la Chiesa, emanano altri dieci Eoni, i cui nomi
sono: Bythios e Míxis, Agératos e Hénosis, Autophyés e Hedoné, Akínetos
e Synkrasis, Monogenés e Makaría. Questi sono i dieci Eoni che dicono
emanati da Logos e Vita. A sua volta l’Uomo emana insieme con la Chiesa
dodici Eoni ai quali son dati questi nomi: Parákletos e Pistis, Patrikós e Elpís,
Metrikés e Agápe, Aeínous e Synesis, Ekklesiastikós e Makariótes, Theletós
e Sophía.

91
AVVIO ALLA PATROLOGIA

Prova biblica

1,3. Questi sono i trenta Eoni del loro errore, taciuti e non conosciuti.
Questo è il loro Pleroma invisibile e spirituale, diviso in tre parti: ogdoade,
decade e dodecade. Per questo dicono che il Salvatore (non lo vogliono
chiamare Signore) per trent’anni non ha fatto nulla di manifesto, volendo
mostrare il mistero di questi Eoni. E affermano che anche nella parabola
degli operai inviati alla vigna sono significati nel modo più chiaro questi
trenta Eoni. Infatti alcuni vengono inviati all’ora prima, altri alla terza,
altri alla sesta, altri alla nona, altri infine all’undicesima. Queste ore messe
insieme formano il numero trenta: infatti uno e tre e sei e nove e undici
danno trenta: perciò pretendono che per mezzo delle ore siano indicati gli
Eoni. Questi sono i grandi e mirabili e indicibili misteri che essi presentano
come loro frutto, e se mai qualcuna delle cose dette in quantità nelle Scritture
si può accomodare e adattare alla loro invenzione.

Ricorso agli apocrifi

20,1. Inoltre presentano una infinita moltitudine di Scritture apocrife


e spurie inventate da loro per impressionare quelli che sono stolti e non
conoscono le lettere della verità. A questo scopo prendono anche questa
invenzione. Quando il Signore era fanciullo e imparava le lettere, il maestro
gli disse, come accade di solito: Di’ Alfa. Egli rispose: Alfa. Ma poi, quando
il maestro gli comando di dire Beta, il Signore gli rispose: Prima dimmi tu
che cos’è l’Alfa, poi io ti dirò che cosa è Beta. E spiegano questo nel senso
che lui solo conosceva ciò che è ignoto, che rivelò nella figura dell’Alfa.

Falsa interpretazione di alcuni testi evangelici

20,2. Alcune cose contenute nei Vangeli le adattano a questo carattere,


come la risposta alla madre quando aveva dodici anni: «Non sapete che io mi
devo occupare di quanto riguarda il Padre mio?» (Lc. 2,49). Annunciava loro,
dicono, il Padre che non conoscevano; e per questo mandò i discepoli alle
dodici tribù, affinché annunciassero loro il Dio ignoto. E a colui che gli disse:
«Maestro buono», confessò il Dio veramente buono dicendo: «Perché mi dici
buono? Uno solo è buono, il Padre che sta nei cieli» (Mt. 19,17). Ora essi
affermano che cieli sono stati chiamati gli Eoni. Per il fatto che non rispose

92
9 IRENEO DI LIONE

a quelli che gli domandavano: «Con quale potenza fai ciò?», ma li mise in
difficoltà rivolgendo un’altra domanda, spiegano che non rispondendo si
rifiutò di mostrare l’ineffabilità del Padre. Inoltre con le parole: «Più volte ho
desiderato uno di questi discorsi, ma non ho trovato uno che me lì dicesse»
affermano che con la parola «uno» manifestava colui che è veramente Dio
uno, che non conoscevano. Ancora, quando avvicinandosi a Gerusalemme,
pianse su di lei e disse: «Se conoscessi anche tu oggi quello che giova alla
pace! Ma ti è stato nascosto» (Lc. 19,42), con le parole: «ti è stato nascosto»
ha manifestato il nascondimento dell’Abisso. E ancora, dicendo: «Venite
a me voi tutti che siete affaticati e stanchi, e io vi darò riposo, e imparate
da me» (Mt. 11,28-29) ha annunciato il Padre della Verità. Perché promise,
dicono, di insegnare loro ciò che non conoscevano.
20,3. Come dimostrazione suprema e, per così dire, coronamento del
loro sistema, citano queste parole: «Ti rendo lode, o Padre Signore dei cieli
e della terra, perché hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai
rivelate ai piccoli. Sì, Padre mio, perché così è piaciuto a te. Tutto è stato
dato a me dal Padre mio; e nessuno ha conosciuto il Padre eccetto il Figlio,
e nessuno ha conosciuto il Figlio eccetto il Padre e colui al quale il Figlio
lo rivelerà» (Mt. 11,25-27). In queste parole, dicono, egli ha dimostrato
chiaramente che il Padre della Verità, scoperto da loro, nessuno l’ha mai
conosciuto prima della sua venuta, e viceversa vogliono dimostrare che il
creatore ed artefice è stato sempre conosciuto da tutti, e che il Signore ha
detto questo del Padre a tutti ignoto, che essi annunciano.

La redenzione secondo gli eretici: errori e contraddizioni

21,1. È accaduto che la trasmissione della loro redenzione sia invisibile


e incomprensibile, in quanto è madre di cose incomprensibili e invisibili.
Per questo è instabile e non è possibile annunciarla semplicemente e con un
solo discorso, dal momento che ciascuno di loro la trasmette come vuole.
Infatti, quanti sono i maestri di questa gnosi, altrettante sono le redenzioni.
Che questo genere di maestri è stato mandato da Satana per il rinnegamento
del battesimo, che è la rigenerazione in Dio, e la distruzione della fede, lo
riferiremo, confutandoli, al luogo adatto.
21,2. Dicono che la redenzione è necessaria a coloro che hanno con-
seguito la gnosi perfetta per essere rigenerati nella potenza che è su tutto.

93
AVVIO ALLA PATROLOGIA

Altrimenti, infatti, sarebbe impossibile entrare nel Pleroma, poiché è la


redenzione che, secondo loro, introduce alla profondità dell’Abisso. Infatti
il battesimo del Gesù visibile era in remissione dei peccati, invece la re-
denzione del Cristo disceso in quello è per la perfezione; l’uno è psichico,
l’altra spirituale; il battesimo fu annunciato da Giovanni per la penitenza, la
redenzione è stata apportata da Cristo per la perfezione. A questo si riferi-
scono le parole «E ho un altro battesimo con cui debbo essere battezzato
e ad esso mi affretto» (Lc. 12,50). E dicono che il Signore abbia presentato
questa redenzione ai figli di Zebedeo, quando la loro madre chiedeva che essi
sedessero alla destra e alla sinistra con lui per regnare, dicendo: «Potete essere
battezzati col battesimo col quale io sto per essere battezzato?» (Mc. 10,38);
e Paolo chiaramente più volte ha indicato, dicono, la redenzione in Cristo
Gesù, e questa è quella trasmessa da loro in modo vario e diverso.
21,3. Alcuni di loro preparano il talamo, consacrano gli iniziandi con
alcuni riti mistici e affermano che ciò che avviene presso di loro è un ma-
trimonio spirituale a somiglianza delle sizigie superiori. Altri conducono
all’acqua e battezzando dicono così: Nel nome del Padre ignoto di tutte
le cose, nella Verità Madre di tutte le cose, in Colui che è disceso su Gesù,
nell’unione e redenzione e comunione delle potenze.
Altri pronunciano alcuni vocaboli ebraici per impressionare di più
quelli che sono iniziati, in questo modo: «Basyma cacobasa eanaa irraumista
diarbada cacota bafobor camelanthi». Il significato di queste parole è il
seguente: Invoco ciò che è al di sopra di ogni potenza del Padre, ciò che
si chiama luce, spirito e vita, poiché hai regnato nel corpo. Altri ancora
esprimono la redenzione così: Il nome che è stato nascosto da ogni divinità,
dominazione e verità, che Gesù Nazareno ha indossato nelle zone della luce
di Cristo, di Cristo, dico, che vive per mezzo dello Spirito Santo, per la
redenzione degli angeli. Il nome della restaurazione è «Messìa ouphareg,
magno inseenchaldia mosomeda eaacha faronepseha, Iesou Nazarìa». Il
significato di queste parole è il seguente: Non divido lo Spirito di Cristo,
il cuore e la potenza sovra-celeste e misericordiosa; possa io godere del tuo
nome, o Salvatore della Verità. Tali parole pronunciano quegli stessi che
iniziano; quindi colui che è iniziato risponde: Sono confermato e redento
e redimo l’anima mia da questo mondo e da tutte le cose che ne derivano
nel nome di Iao che ha redento l’anima sua, in Cristo vivente. Poi i presenti
dicono: Pace a tutti quelli sui quali si posa questo nome. Poi ungono l’iniziato

94
9 IRENEO DI LIONE

con l’unguento ricavato dal balsamo. E questo unguento, dicono, è figura


della fragranza che supera tutte le cose.
21,4. Alcuni di loro dicono che è superfluo condurli all’acqua, ma
mescolano in un unico recipiente olio e acqua e con invocazioni simili
a quelle che abbiamo detto prima li versano sul capo di quelli che sono
iniziati. E questa pretendono che sia la redenzione. Ungono anche loro con
il balsamo. Altri poi, rifiutando tutte queste cose, dicono che il mistero della
potenza ineffabile e invisibile non può essere compiuto per mezzo di creature
visibili e corruttibili e il mistero delle cose incomprensibili, incorporee e non
percepibili con i sensi per mezzo di cose percepibili con i sensi e corporee.
È perfetta redenzione la conoscenza stessa della Grandezza ineffabile. Dal
momento che la caduta e la passione sono derivate dall’ignoranza, tutto ciò
che si è formato a causa dell’ignoranza si dissolve per mezzo della conoscenza,
così che la gnosi è la redenzione dell’uomo interiore. Ed essa non è corporea,
perché il corpo è corruttibile, né psichica, perché l’anima deriva dalla caduta
ed è per così dire il ricettacolo dello spirito. Dunque la redenzione dev’essere
spirituale. L’uomo interiore e spirituale è, infatti, redento per mezzo della
gnosi ed essi si accontentano della conoscenza di tutte le cose. E questa è la
vera redenzione.
21,5. Altri redimono i morenti, proprio mentre stanno per lasciare
questo mondo, versando loro sul capo olio mescolato con acqua e pronun-
ciando le invocazioni che abbiamo detto prima, affinché non possano essere
presi e visti dai principati e dalle potestà e il loro uomo interiore salga invi-
sibilmente più in alto, il corpo venga lasciato nel mondo creato e l’anima
presentata al Demiurgo. E quando, dopo la morte, si presenteranno alle
potenze, comandano loro di dire: «Io sono figlio nato dal Padre, dal Padre
– dico – preesistente, e sono figlio in colui che preesiste. Sono venuto per
vedere le cose altrui e mie; per la verità non sono altrui del tutto, ma di
Achamoth, che è femmina, e le ha fatte per se. Discendo per stirpe da colui
che preesiste, e torno nella mia patria, da dove sono venuto». Detto questo,
le potenze gli permettono di andare oltre. Giunge poi da quelli che stanno
presso il Demiurgo e dice loro: «Io sono un vaso prezioso, più prezioso della
femmina che vi ha fatto. Se la vostra madre non conosce la sua radice, io
conosco me stesso e so da dove vengo e invoco l’incorruttibile Sophia, che è
nel Padre ed è madre della vostra madre, che non ha padre né coniuge. Vi ha
fatti la femmina, nata da una femmina, che non conosce neanche sua madre

95
AVVIO ALLA PATROLOGIA

e pensa di essere essa sola. Io, invece, invoco la madre di lei». Il Demiurgo e
quelli che gli stanno vicino, udendo ciò, sono presi da grande turbamento
e accusano la loro radice e la stirpe della madre, ed essi partono per la loro
patria gettando via le loro catene, cioè l’anima.
Questo è quanto è giunto a nostra conoscenza sulla loro redenzione.
Essendo in disaccordo tra loro nella dottrina come nella tradizione, quelli
che si riconoscono come più recenti, cercano di trovare ogni giorno qualcosa
di nuovo e di produrre ciò che nessuno ha mai pensato; per cui è arduo
esporre il pensiero di tutti.

La regola della Verità

22,1. Noi teniamo salda la regola della Verità, che c’è un solo Dio
onnipotente, che per mezzo del suo Verbo ha fondato, ordinato e creato dal
nulla tutte le cose, perché tutte le cose esistessero, come dice la Scrittura:
«Con il Verbo del Signore furono stabiliti i cieli e con lo Spirito della sua
bocca ogni loro potenza» (Sal. 32,6); e ancora: «Tutte le cose sono state
fatte per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto» (Giov. 1,3). Ora
dicendo «tutte le cose», non se ne esclude nessuna, ma per mezzo di lui il
Padre ha fatto tutte le cose: quelle visibili come quelle invisibili, quelle che
si percepiscono con i sensi come quelle che si conoscono con l’intelletto,
le temporali in base a qualche economia come le eterne. Non le ha create
per mezzo di angeli né di alcune potenze staccatesi dal suo Pensiero, perché
il Dio di tutte le cose non ha bisogno di nulla, ma per mezzo del Verbo e
del suo Spirito crea, dispone, governa e dà a tutte le cose l’esistenza. Egli
è colui che ha creato il mondo, che comprende tutte le cose; egli è colui
che ha plasmato l’uomo, è il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di
Giacobbe (Es. 3,6), al di sopra del quale non ve n’è un altro, né il Principio
né la Potenza né il Pleroma; egli è il Padre del Signore nostro Gesù Cristo,
come dimostreremo. Tenendo salda questa regola, anche se presentano
insegnamenti molto numerosi e diversi, è facile per noi dimostrare che si
sono allontanati dalla Verità. Infatti, quasi tutte le eresie che esistono dicono
bensì che Dio è uno solo, ma con la loro errata concezione ne cambiano la
natura, mostrandosi così ingrati nei confronti di colui che li ha creati, come
lo sono le nazioni con la loro idolatria. Essi disprezzano l’opera plasmata da
Dio e compromettono la propria salvezza, essendo severissimi accusatori di

96
9 IRENEO DI LIONE

se stessi e falsi testimoni. Essi risusciteranno bensì nella carne, sebbene non
lo vogliano, per conoscere la potenza di colui che li risusciterà dai morti, ma
non saranno annoverati con i giusti per la loro incredulità.

CONTRO LE ERESIE IV, 20,1; IV, 25,2-3; IV, 26,1-2; V, 15,4-16,2

La creazione dell’uomo

IV. 20. 1 Dunque non è possibile conoscere Dio secondo la sua gran-
dezza, perché è impossibile misurare il Padre; ma secondo il suo amore –
perché è questo che ci conduce a Dio mediante il suo Verbo – coloro che gli
obbediscono e imparano in ogni tempo che esiste un Dio così grande e che è
stato lui stesso da se stesso a fondare, creare e ordinare tutte le cose. Ora tra
tutte queste cose ci siamo noi e questo nostro mondo. Dunque anche noi con
tutto ciò che il mondo contiene siamo stati creati da lui. Di questo appunto
la Scrittura dice: «E Dio plasmò l’uomo, prendendo un po’ di fango della
terra, e insufflò sul suo volto il soffio della vita» (Gen. 2,7). Dunque non
sono stati gli angeli a crearlo e plasmarlo – perché gli angeli non avrebbero
potuto creare una immagine di Dio – né alcun altro all’infuori del vero Dio,
né una Potenza immensamente lontana dal Padre di tutte le cose. Dio non
aveva bisogno di loro per creare ciò che aveva deciso di creare. Come se
non avesse le sue Mani! Da sempre, infatti, gli sono accanto il Verbo e la
Sapienza, il Figlio e lo Spirito. Mediante loro e in loro ha creato tutte le cose,
liberamente e spontaneamente, e a loro appunto parla dicendo: «Creiamo
l’uomo a nostra immagine e somiglianza» (Gen. 1,26), prendendo lui stesso
da se stesso la sostanza delle cose che sono state fondate e il modello delle
cose che sono state create e la forma delle cose che sono state ordinate.

Il filo scarlatto

25,2. Questo è dimostrato in figura da molte cose, ma soprattutto da


Tamar, la nuora di Giuda (Cf. Gen. 38,27-30). Ella concepì due gemelli, e uno
presentò la mano per primo. La levatrice, credendo che fosse il primogenito,
gli legò alla mano un filo scarlatto. Ma quando la levatrice ebbe fatto questo,
egli ritirò la sua mano e per primo uscì suo fratello Fares, poi per secondo
quello che aveva il filo scarlatto, cioè Zara. La Scrittura indicava chiaramente
il popolo che ha il filo scarlatto, cioè la fede senza la circoncisione, la quale si

97
AVVIO ALLA PATROLOGIA

manifestò prima nei patriarchi e poi si ritirò affinché nascesse il suo fratello:
così colui che era primo nacque al secondo posto, ma fu riconosciuto grazie
al filo scarlatto che era su di lui e che è la Passione del Giusto, prefigurata
all’inizio in Abele e descritta dai profeti, ma compiuta negli ultimi tempi
nel figlio di Dio.

Tre tipi di preannunci

25,3. Infatti alcune cose dovevano essere preannunciate dai padri alla
maniera dei padri, altre dovevano essere prefigurate dai profeti alla maniera
della Legge, altre formate secondo la forma di Cristo da quelli che hanno
ricevuto l’adozione; ma tutte sono mostrate in un unico Dio. Infatti, essendo
uno solo, Abramo prefigurava in se stesso le due alleanze, nelle quali alcuni
seminarono, altri mieterono. «In questo – dice – si avvera la parola: altro è
il popolo che semina, e altro quello che miete» (Giov. 4,37), ma uno solo
è il Dio «che procura» agli uni e agli altri ciò che gli è adatto, «la semente
al seminatore e il pane per nutrirsi» (Cf. 2 Cor. 9,10; Is. 55,10) al mietitore
– come altro è colui che pianta e altro è colui che irriga, ma uno solo è il
Dio che fa crescere (Cf. 1 Cor. 3,7). Patriarchi e profeti disseminarono la
parola riguardante Cristo, ma è stata la Chiesa a mietere, cioè a raccogliere il
frutto. Per questo anch’essi pregano di avere in lei la propria tenda, avendo
detto Geremia: «Chi mi darà nel deserto un’ultima abitazione?» (Ger. 9,1),
«affinché il seminatore e il mietitore si rallegrino insieme» (Giov. 4,36) nel
regno di Cristo, che era presente in tutti quelli nei quali, fin dall’inizio, Dio
si compiacque di far essere presente il suo Verbo.
26. 1. Se dunque si leggono così le Scritture, si troverà in esse l’insegna-
mento che riguarda Cristo e la prefigurazione della nuova chiamata. Questo
è, infatti, «il tesoro nascosto nel campo» (Mt. 13,44), cioè nel mondo – poiché
il campo è il mondo (Mt. 13,38) –. È nascosto, cioè, nelle Scritture, perché era
indicato mediante figure e parabole, che umanamente non potevano essere
comprese prima che giungesse a compimento ciò che era profetizzato, cioè
la venuta del Signore. Per questo era stato detto al profeta Daniele: «Chiudi
queste parole e sigilla il libro fino al tempo della fine, finché molti arrivino a
conoscerlo e la conoscenza abbondi; perché quando sarà finita la dispersione,
comprenderanno tutte queste cose» (Dan. 12,4.7). Ma anche Geremia dice:
«Negli ultimi giorni comprenderanno queste cose» (Ger. 23,20). Perché ogni

98
9 IRENEO DI LIONE

profezia, prima del suo compimento, è per gli uomini un insieme di enigmi e
di ambiguità; ma quando viene il tempo stabilito e giunge a compimento ciò
che è stato profetizzato, allora si trova la interpretazione esatta. Per questo la
Legge, se letta dai Giudei nel nostro tempo, assomiglia ad una favola, perché
essi non hanno la spiegazione di tutto, che è la venuta del Figlio di Dio come
uomo; se letta invece dai cristiani, è un tesoro, nascosto bensì nel campo,
ma rivelato e spiegato dalla Croce di Cristo: arricchisce l’intelligenza degli
uomini e mostra la sapienza di Dio, manifesta le sue economie per l’uomo,
prefigura il regno di Cristo e preannuncia l’eredità della santa Gerusalemme;
e predice che l’uomo che ama Dio progredirà in modo da vedere Dio e udire
la sua parola, e con l’ascolto della sua parola sarà glorificato, così che gli
altri non potranno fissare lo sguardo sul suo volto glorioso (Cf. 2 Cor. 3,7;
Es. 34,29-35), com’è stato detto a Daniele: «I savi risplenderanno come lo
splendore del firmamento e tra la moltitudine dei giusti risplenderanno
come le stelle per i secoli e per sempre» (Dan. 12, 3). Dunque, chi legge le
scritture come abbiamo indicato – perché il Signore le ha spiegate così ai
discepoli dopo la sua risurrezione dai morti, dimostrando a partire da esse
che «il Cristo doveva patire ed entrare nella sua gloria» (Lc. 24,26.46) e che
«nel suo nome si doveva predicare la remissione dei peccati» (Lc. 24,47) in
tutto il mondo-, sarà un discepolo perfetto e «simile a un padrone di casa
che trae fuori dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt. 13,52).

Come scoprire la verità

26. 2 Perciò si devono ascoltare i presbiteri che sono nella Chiesa:


essi sono i successori degli apostoli, come abbiamo dimostrato, e con la
successione nell’episcopato hanno ricevuto il carisma sicuro della verità
secondo il beneplacito del Padre; mentre tutti gli altri, che si separano dalla
successione originaria e si riuniscono in qualunque modo, si devono guardare
con sospetto, o come eretici che insegnano false dottrine o come scismatici
orgogliosi e vanagloriosi o ancora come ipocriti che lavorano per guadagno
e vanagloria. Tutti questi non hanno raggiunto la verità.
V. 15,4. Sono fuori strada, dunque, i discepoli di Valentino quando
dicono che l’uomo non è stato plasmato con questa terra, ma da una materia
fluida e diffusa. E chiaro, infatti, che con quella terra con la quale il Signore
gli plasmò gli occhi fu plasmato l’uomo anche all’inizio. Infatti non sarebbe

99
AVVIO ALLA PATROLOGIA

stato logico che con una materia fossero stati plasmati gli occhi e con un’altra
tutto il resto del corpo, come non sarebbe logico che uno avesse plasmato
il corpo e un altro avesse plasmato gli occhi: ma quello stesso che all’inizio
plasmò Adamo, al quale il Padre parlava dicendo: «Facciamo l’uomo a nostra
immagine e somiglianza» (Gen. 1,26), dopo essersi manifestato agli uomini
negli ultimi tempi, riplasmò gli occhi al discendente di Adamo che era nato
cieco. Per questo la Scrittura, indicando il futuro, dice che, quando Adamo
si era nascosto a causa della disobbedienza, il Signore venne a lui di sera, lo
chiamò e gli disse: «Dove sei?» (Gen. 3,9) Questo perché negli ultimi tempi
lo stesso Verbo di Dio è venuto a chiamare l’uomo, ricordandogli le sue
opere (Cf. Giov. 9,3), vivendo nelle quali si era nascosto a Dio. Infatti, come
allora Dio parlò ad Adamo di sera per cercarlo, così negli ultimi tempi per
mezzo della stessa Voce è venuto a trovarci per cercare il genere umano.

Procediamo dalla terra

16. 1. E che Adamo fu plasmato dalla nostra terra, la Scrittura attesta


che fu Dio stesso a dirglielo: «Col sudore della tua fronte mangerai il tuo
pane, finché non tornerai alla terra dalla quale fosti preso» (Gen. 3,19). Se
dunque i nostri corpi, dopo la morte, tornano ad un’altra terra, ne segue che
da quella hanno la loro origine; ma se ritornano a questa stessa, è chiaro che
egli è stato plasmato da questa, come ha manifestato il Signore plasmandogli
gli occhi da questa terra. Se dunque è stata mostrata precisamente la Mano
di Dio, per mezzo della quale fu plasmato Adamo e fummo plasmati anche
noi; se c’è un solo e medesimo Padre, la cui Voce è, dall’inizio alla fine,
accanto alla sua creatura; se la sostanza con cui siamo stati plasmati è stata
chiaramente indicata nel Vangelo, non si deve più cercare un altro Padre
all’infuori di questo, né un’altra sostanza con cui siamo stati plasmati oltre
quella che abbiamo detto prima e che è stata indicata dal Signore, né un’altra
mano di Dio oltre quella che dall’inizio alla fine ci plasma, ci prepara per la
vita, è accanto alla sua creatura e la rende perfetta ad immagine e somiglianza
di Dio (Cf. Gen. 1,26).

Dove è l’immagine di Dio nell’uomo

16.2. Ora questo si mostrò vero allorquando il Verbo di Dio si fece


uomo, rendendo se stesso simile all’uomo e l’uomo simile a sé, affinché,

100
9 IRENEO DI LIONE

attraverso la somiglianza con il Figlio, l’uomo divenga prezioso di fronte


al Padre. Infatti, nei tempi passati si diceva bensì che l’uomo è stato fatto
ad immagine di Dio, ma non appariva tale, perché era ancora invisibile il
Verbo, ad immagine del quale l’uomo era stato fatto: e appunto per questo
facilmente perse la somiglianza. Ma quando il Verbo di Dio si fece carne
(Cf. Giov. 1,14), confermò l’una e l’altra cosa: mostrò veramente l’immagine,
divenendo egli stesso ciò che era la sua immagine, e ristabilì saldamente la
somiglianza, rendendo l’uomo simile al Padre invisibile attraverso il Verbo
che si vede.

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Roma 1985, pp. 39-44.

101
10. TERTULLIANO (155CA.-222CA.)

Nato a Cartagine intorno al 160, le poche notizie sulla sua vita ci sono
trasmesse da Girolamo. La maggior parte della vita letteraria di Tertullia-
no coincide con il periodo di Settimio Severo, imperatore dal 193 fino al
211 d.C. In effetti, Tertulliano dovette abbracciare il cristianesimo prima
del 197 e il culmine della sua vita letteraria come scrittore cristiano si de-
ve collocare attorno al 213, momento a partire dal quale divenne seguace
del montanismo, professando un’incondizionata adesione al rigorismo, al
profetismo e all’imminenza della parusia, elementi che presi con la dovuta
cura non ponevano nessun problema all’ortodossia. Scrisse una trentina di
opere di vario genere: la più nota è l’Apologeticum, di epoca cattolica, ma con
l’Adversus Praxean, di epoca montanista, segnò il futuro sviluppo trinitario.
Dopo il 213 non abbiamo più dati su Tertulliano, che probabilmente morì
verso il 220, forse riconciliato con la grande Chiesa, benché il fatto non
possa essere accertato.
Tra le altre caratteristiche principali di Tertulliano si può sottolineare
la profonda conoscenza della Scrittura, con più di quindicimila citazioni e ri-
ferimenti biblici. Come caratteristica della sua esegesi, troviamo l’equilibrio
tra lettera e allegoria, benché manchi la terminologia. L’esegesi, tra l’altro, è
regolata dalla Regula fidei; l’antichità dà diritto all’interpretazione e chi intro-
duce delle novità (gli eretici) perde questo diritto (prescrizione). Tertulliano
rigetta l’allegoria degli gnostici ma anche, alternativamente, la negazione
marcionita dell’allegoria. I principi dell’esegesi tertullianea sarebbero tre: la
maggioranza delle affermazioni della Scrittura servono per interpretare la
minoranza e non viceversa, secundum plura intellegi pauciora (Prax. 20,2.); si
deve prediligere l’uso dell’interpretazione letterale, specialmente quando si
tratta delle parole di Gesù; e il principio di autorità: l’interpretazione più
antica pesa di più.
Presentiamo due testi di Tertulliano in cui si può vedere sia la teoriz-
zazione sia la messa in pratica del suo metodo esegetico. Il primo è preso

103
AVVIO ALLA PATROLOGIA

dal trattato contro Marcione, che negava il valore dell’Antico Testamento e


distingueva un Dio giusto e un Dio buono (quello del Nuovo Testamento).
Nel secondo difende la risurrezione dei morti, interpretata dagli gnostici in
senso esclusivamente allegorico e, per tanto, negata di fatto.

CONTRO MARCIONE III,5,1-4; 14,1-7

Due modi delle profezie

III.5.1 Questi potrebbero essere i miei primi argomenti, come una


scaramuccia, quasi da lontano. Ma da ora in poi ho intenzione di lottare su
un determinato argomento e quasi a corpo a corpo; vedo, perciò, che prima
devo ancora tirare alcune linee, lungo le quali si dovrà lottare, e cioè lungo
le scritture del creatore. Io intendo dimostrare, secondo queste scritture,
che Cristo è stato del creatore, in quanto esse furono poi adempiute dal
suo Cristo; debbo, perciò, rimandare ancora l’esame della forma e, per così
dire, della natura delle scritture stesse, perché esse non siano poste in dubbio
proprio quando vengono adoperate per le varie cause, e, dovendo difendere
insieme se stesse e le loro cause, non sviino l’attenzione del lettore.
2. Sostengo, dunque, che i nostri avversari devono ammettere due
motivi dell’eloquio profetico: uno è quello secondo il quale gli avvenimenti
futuri vengono enunziati come se fossero già avvenuti. Compete infatti
alla divinità il considerare come già perfettamente avvenuto tutto quello
che ha decretato, in quanto presso di essa non esiste differenza di tempo,
ché in essa la stessa eternità dispone una condizione temporale uniforme;
inoltre, è cosa abituale alla divinazione profetica dimostrare come già visto e
quindi già compiuto (vale a dire, destinato in ogni modo a verificarsi) tutto
ciò che prevede, proprio mentre lo prevede. Così in Esaia: «Ho esposto
la mia schiena alle sferze, le mie mascelle alle palme delle mani; non ho
volto la mia faccia dagli sputi» (Is. 50,6). Sia che allora Cristo parlasse di
se stesso, come pensiamo noi, sia che fosse il profeta a parlare di se stesso,
come pensano i Giudei, egli tuttavia parlava di quello che non era stato
ancora fatto come se fosse già stato compiuto. 3. Un altro genere sarà quello
secondo il quale la maggior parte degli avvenimenti viene presentata in
senso figurato, per mezzo di enigmi e di allegorie e di parabole, avvenimenti
che sono da intendersi diversamente da come sono stati scritti. Leggiamo,

104
10 TERTULLIANO

infatti, che i monti dovranno stillare dolcezza (Cf. Gioe. 4,18), non tuttavia
in modo che tu debba sperare che le pietre stillino sapa e le rocce mosto
cotto; e se sentiamo dire che la terra produce latte e miele (Cf. Es. 3,8),
non devi credere di poter raccogliere focacce e paste di Samo dalle zolle di
terra; così, neppure Dio si è promesso come un evocatore di pioggia o un
contadino, allorché disse: «Porrò fiumi nelle terre assetate, e nel deserto il
bosso e il cedro» (Is. 41,19). Così, parlando della conversione dei popoli:
«Mi benediranno le bestie dei campi, le sirene e i figli dei passeri» (Is. 43,20),
certamente, però, non trarrà Egli fausti auspici dai piccoli delle rondini e
dai volpacchiotti e da quelle mostruose e mitiche incantatrici. 4. E a che
scopo parlare ancora di questo tipo di profezia? Lo stesso apostolo degli
eretici [Paolo, l’apostolo preferito da Marcione] interpreta la legge che lascia
libera la bocca ai buoi che trebbiano (Cf. Deut. 25,4; 1 Cor. 9,9-10) non a
proposito dei buoi, ma a proposito di noi stessi, e afferma che la pietra che li
accompagnava per somministrare la bevanda era Cristo (1 Cor. 10, 4); egli
spiega inoltre ai Galati (Cf. Gal. 4,22-25) che i due argomenti dei figli di
Abramo avevano un significato allegorico nel loro corso, e suggerisce agli
Efesini (Cf. Efes. 5,31-32) che quello che all’inizio fu detto dell’uomo, che
avrebbe lasciato il padre e la madre e sarebbero stati due in una carne sola,
egli lo intende come riferito a Cristo e alla Chiesa.

Come si deve interpretare il linguaggio guerriero della Bibbia

III.14.1 Questa nostra interpretazione sarà confermata dal fatto che


anche altrove tu, che consideri guerriero il nostro Cristo a causa di alcuni
vocaboli di armi e parole analoghe, sei confutato dal paragone anche coi
rimanenti significati. Dice David: «Cingiti la spada sopra il fianco» (Sal. 45,4).
Ma cosa leggi sopra a proposito di Cristo? «Bello nella sua gloria al di
sopra dei figli degli uomini, la grazia è versata sulle tue labbra» (Sal. 45, 3).
2. Mi vien da ridere, se David blandisce, parlando di bellezza gloriosa e
di grazia sulle labbra, colui che cingeva di una spada perché combattesse.
Così anche soggiungendo: «Avanza e sii prospero e regna», aggiunge: «grazie
alla tua verità e alla tua mitezza e alla tua giustizia» (Sal. 45,5). Ma chi,
infatti, con la spada potrà compiere queste cose e non piuttosto le cose
opposte, l’inganno, la crudeltà e l’ingiustizia, cioè le operazioni proprie
dei combattimenti? Vediamo, dunque, se non sia un’altra quella spada, il

105
AVVIO ALLA PATROLOGIA

cui agire è un altro. 3. Infatti anche l’apostolo Giovanni dell’Apocalisse


(Cf. Ap. 19,21; 2,12) descrive la spada che procede dalla bocca di Dio, una
spada affilata da due lati, appuntita in cima, che deve essere intesa come
la parola divina, dai due lati affilata con i due testamenti della Legge e del
Vangelo, appuntita dalla sapienza, nemica al diavolo, che ci arma contro i
nemici spirituali della nequizia e di ogni concupiscenza, che ci divide anche
dalle cose più care per il nome di Dio. 4. Che se tu non puoi riconoscere
Giovanni, tu hai Paolo, nostro maestro comune, che cinge i nostri fianchi
con la verità e la corazza della giustizia e che si calza con la preparazione
del vangelo di pace, non di guerra, che ci ordina di prendere lo scudo della
fede, col quale possiamo spegnere tutti gli infuocati dardi del diavolo, e
l’elmo della salvezza e la spada dello spirito, «Che è – egli dice – la parola di
Dio» (Efes. 6,18). Questa è la spada che il Signore stesso è venuto a mandare
in terra, non a mandare la pace (Cf. Mt. 10,34). Se tuo è Cristo, dunque
anch’egli è guerriero. Se non è guerriero, ma agita una spada allegorica,
allora anche il Cristo del creatore poté, nel salmo, cingersi della spada
figurata della parola, senza attività guerriere; a lui compete quella bellezza
di cui si parlava prima e la grazia delle labbra; di quella spada allora si
cingeva nel salmo di David, perché prima o poi l’avrebbe mandata sulla terra.
6. Questo è infatti il significato di: «avanza e sii prospero e regna» (Sal. 45,5):
avanzando la parola su tutta la terra per chiamare tutte le genti, destinato
a prosperare nel successo della fede, con cui è stato accolto, e regnando da
quando ha vinto la morte con la sua resurrezione. «E ti condurrà – dice la
Scrittura – meravigliosamente la tua destra» (Sal. 45,5), cioè la virtù della
grazia spirituale, dalla quale deriva il riconoscimento di Cristo. 7. «Le tue
frecce sono acute» (Sal. 45,6), s’intende i suoi precetti che volano ovunque,
e le minacce e le trafitture del cuore, che trafiggono e colpiscono ogni
coscienza. «I popoli cadranno sotto di te», evidentemente adorandoti. Così
è potente in terra e guerriero il Cristo del creatore, così anche ora riceve le
spoglie, non solamente della Samaria, ma anche di tutte le genti. Riconosci
anche le spoglie figurate, tu che hai appreso che le sue armi sono allegoriche.
Poiché dunque il Signore così parla in senso figurato e l’apostolo scrive
in senso figurato, non abusiamo temerariamente delle sue interpretazioni,
alcuni esempi delle quali sono ammessi anche dai nostri avversari: e così, in
tanto sarà quello di Esaia il Cristo che è venuto, in quanto non fu guerriero,
poiché non così era predetto da Esaia.

106
10 TERTULLIANO

SULLA RESURREZIONE 8,1-6; 21,1-6

L’importanza della carne per la salvezza

8. 1. Queste sono le considerazioni che io potrei addurre a difesa della


carne, traendole quasi dalle convinzioni comuni relative alla condizione
umana, che mi servono da regola. Vediamo ora la regola peculiare del nome
di cristiano, quanto sia grande presso Dio la prerogativa di questa sostanza
vile e spregevole. 2. Veramente, le potrebbe bastare il fatto che nessuna
anima riesce ad ottenere la salvezza, se non avrà creduto mentre è nella
carne: a tal punto, dunque, la carne è cardine della salvezza, che, quando
per mezzo della salvezza l’anima è legata a Dio, è proprio la carne a fare in
modo che l’anima possa essere scelta da Dio. 3. Ed ancora, è la carne che
viene lavata perché si purifichi l’anima, è la carne che viene unta perché
l’anima sia consacrata, è sulla carne che si fa il segno, perché l’anima sia
difesa, è la carne che viene adombrata dalla imposizione delle mani, perché
poi anche l’anima sia illuminata dallo Spirito, è la carne che si ciba del corpo
e del sangue di Cristo, perché anche l’anima possa essere nutrita di Dio.
Non si può, dunque separare nella ricompensa coloro che sono congiunti
dalle opere. 4. Infatti anche quei sacrifici che sono graditi a Dio, intendo
dire le mortificazioni dell’anima, i digiuni e il cibo ritardato e scarso e
lo squallore che si accompagna a questo nostro dovere, è la carne che li
prepara con suo sacrificio personale. Anche la verginità e la vedovanza e
la modesta dissimulazione del matrimonio quando si è soli, e il conoscerlo
una volta sola, fanno piacere a Dio sacrificando i vantaggi della carne. 5. Su,
dunque, che cosa pensi di essa, quando, per restare fedele al nome di cristiano,
essa viene trascinata davanti a tutti e combatte esposta all’odio pubblico,
quando nel carcere si macera nella più tetra lontananza dalla luce, nella
mancanza di ornamento, nello squallore, nella sozzura, nella vergogna del
cibo, libera nemmeno nel sonno, giacché è legata al suo giaciglio stesso,
è torturata dalla sua stessa paglia, quando, oramai la luce, viene dilaniata
da tutto l’armamentario dei tormenti, quando infine viene consunta dai
supplizi, mentre tenta di restituire il favore a Cristo morendo per Lui, e per
giunta spesso attraverso la medesima croce, per non dire quando lo restituisce
attraverso le più atroci ingegnosità delle pene? 6. Davvero è beatissima e
felicissima quella carne che può alla presenza di Cristo Signore far fronte a

107
AVVIO ALLA PATROLOGIA

un così grande debito, in modo da essergli debitrice solamente del fatto che
ha cessato di essere debitrice, tanto più legata quanto più resa libera.

Una regola esegetica importante

21,1. «Ma se la si riscontra talvolta e in determinati casi», tu obbietti,


«perché l’allegoria non deve trovarsi anche nell’editto della resurrezione, sì
da essere intesa con significato spirituale?» Poiché lo impedisce un importan-
te motivo. Prima di tutto, che cosa faranno tutti gli altri documenti di Dio,
che così apertamente testimoniano la corporeità della resurrezione, sì da non
ammettere alcuna possibilità di un significato allegorico? 2. E soprattutto
sarebbe giusto, come sopra abbiamo postulato, che le cose incerte fossero
pregiudicate dalle cose certe, quelle oscure da quelle manifeste, almeno per-
ché non si dileguasse la fede in mezzo alla discordia tra le cose certe e quelle
incerte, tra quelle manifeste e quelle oscure, perché non corresse pericolo la
verità e la divinità stessa non venisse accusata d’incostanza. 3. Inoltre, non è
verosimile che quell’aspetto del mistero al quale viene affidata tutta quanta la
fede cristiana, sul quale poggia tutta quanta la disciplina, sembri essere stato
annunciato in modo ambiguo e proposto in modo oscuro, dal momento
che la speranza della resurrezione, se non è evidente per quel che riguarda
il pericolo ed il premio, non potrebbe persuadere nessuno ad accostarsi ad
una tale religione, tanto più che essa è esposta all’odio pubblico e ad una
condanna ostile. 4. Nessuna opera, che abbia una ricompensa incerta, è certa,
nessun giusto timore può esistere quando è dubbio il pericolo: ebbene, la
ricompensa ed il pericolo dipendono dall’evento della resurrezione. 5. Ma se
una profezia così manifesta ha scagliato contro città e contro popoli e contro
re decreti e sentenze divine così consone ai tempi e ai luoghi e alle persone,
com’è possibile che le sue eterne e universali disposizioni, destinate a tutto
il genere umano, siano state private della loro luce? Queste disposizioni,
quanto più sono importanti, tanto più evidenti sarebbero dovute essere, in
modo che si credesse che sono le più grandi. 6. Ed io penso che a Dio non si
possano attribuire né l’invidia né l’inganno né l’incostanza né l’adulazione,
che sono le accuse per mezzo delle quali di solito viene sottoposta a cavilli la
promulgazione delle cose più importanti.

108
10 TERTULLIANO

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AVVIO ALLA PATROLOGIA

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110
11. IPPOLITO

Sotto il nome di Ippolito si presentano diverse entità storiche e/o


storico-letterarie: lo scrittore Ippolito, ricordato da Eusebio di Cesarea, il De
viris illustribus di Girolamo e altre testimonianze orientali, ignorato invece
in occidente, autore di un’opera intitolata Contro Noeto e di un gruppo di
scritti esegetici; l’autore della Refutatio omnium haeresium e scritti apparen-
tati, attivo a Roma, in opposizione ai papi Zefirino e Callisto, nei primi
decenni del III secolo; il presbitero e martire Ippolito, morto in Sardegna
con Ponziano Papa e venerato a Roma e a Porto. I rapporti tra queste tre
entità sono stati spiegati in vario modo. La tradizione le identifica in un solo
personaggio, Ippolito di Roma. L’ipotesi di Loi-Simonetti, che seguiamo
qui, parla di due personaggi storici. Parte importante della discussione è il
fatto che a metà del XVI secolo si scoprì una statua di Ippolito, che è ora
nella Biblioteca Vaticana, dove erano incisi i titoli delle sue opere. Ma poi
si dimostrò che la statua non raffigurava Ippolito e l’elenco delle opere si
dovette ritenere non affidabile. Per questa misteriosa figura rimandiamo agli
studi di M. Simonetti e dell’Istituto Patristico “Augustinianum”.
Con il nome di Ippolito si intende qui l’autore di un’opera intitolata
Contro Noeto e di un gruppo di scritti esegetici: un Commentario su David;
un Commentario al Cantico dei Cantici; un’Omelia sulla Storia di Davide e
Golia; un’Omelia sui Salmi; e un’Omelia sulla Pasqua. Si conoscono i nomi
di diciassette opere di esegesi andate perse, appartenenti nella maggioranza
all’Antico Testamento. Alcuni studiosi ritengono che Ippolito sia l’iniziatore
dell’esegesi come genere letterario autonomo.
Questo gruppo di trattati esegetici trasmessi sotto il nome di Ippolito
segue il metodo allegorico, anche se con moderazione, e centrandosi sulla
cristologia. Si può parlare di estensione della tipologia, poiché Ippolito è il
primo scrittore cristiano a fare un commento sistematico a un libro della
Bibbia: così diventa genere letterario autonomo (non polemico, come poteva
accadere fino a questo momento). Troviamo in Ippolito alcune forzature del

111
AVVIO ALLA PATROLOGIA

testo per l’allegoria: per esempio, Le benedizioni sono solamente allegoria e


sembra che Ippolito non sia interessato ad un senso letterale. Questo non
vuol dire che contesti la storicità dei fatti, ma che tali fatti si sono storicamen-
te realizzati per costituire un’anticipazione di Cristo e la Chiesa. I criteri
impiegati da Ippolito, dunque, sono: rifiuto del senso letterale a beneficio
totale di quello esegetico; far scaturire l’allegoria dall’etimologia; rinforzare
l’interpretazione di un passo con la citazione di altri passi connessi ad esso.
Questo criterio non è applicato con sistematicità e talvolta l’interpretazione
allegorica appare poco giustificata. Così, la ratio esegetica di Ippolito appare
approssimativa e anche difettosa. Prinzivalli parla di alternanza a-regolata di
interpretazione letterale e interpretazione allegorica.

BENEDIZIONI DI GIACOBBE 15-19

Un’immagine della croce di Cristo

[. . .] Giacobbe, benedicendo Giuda, dice così:


«Giuda, ti lodino i tuoi fratelli. Le tue mani stiano sul dorso dei tuoi
nemici, e ti adoreranno i figli di tuo padre. Giuda è un leoncello di leone; da
un germoglio, figlio mio, sei cresciuto. Messoti a giacere, hai dormito come
un leone e come un leoncello: Chi lo sveglierà? Non mancherà un principe
da Giuda, né un condottiero dai suoi femori, finché non giungerà colui cui
il comando è stato riservato, e questi sarà l’attesa delle genti. Legherà alla
vite la sua asina e al tralcio il suo asinello. Laverà nel vino la sua veste e nel
sangue dell’uva la sua sottoveste. I suoi occhi sono lucenti di gioia per il vino
e i suoi denti sono più bianchi del latte» (Gen. 49,8-12).
Come queste parole possono essere dello stesso genere di quelle che
sopra sono state dette di Ruben? (. . .) Ma uno potrà dire: Per quale motivo il
profeta ha ritenuto di dover rivolgere a Giuda una tale benedizione, mentre
non ha fatto altrettanto con i primi? Apprendilo. Poiché dalla tribù di Giuda
sarebbe nato Davide e da Davide sarebbe nato il Cristo secondo la carne,
il profeta, conoscendo in anticipo in spirito ciò che sarebbe accaduto, ha
benedetto Davide che sarebbe stato da Giuda e Cristo che sarebbe nato
da Davide secondo la carne, perché egli ricevesse da Dio non soltanto la
benedizione secondo lo spirito ma anche la benedizione secondo la carne.
(. . .)

112
11 IPPOLITO

16. Giacobbe dice così: «Giuda, ti lodino i tuoi fratelli. Le tue mani
siano sul dorso dei tuoi nemici, e ti adoreranno i figli di tuo padre». Chi
dunque sono i fratelli che lo lodano e lo adorano, se non gli apostoli ai quali
il signore disse: «Siete miei fratelli e coeredi?» (Mt. 12,50) Le parole: «le tue
mani siano sul dorso dei tuoi nemici» indicano sia che Cristo distendendo le
mani sulla sua croce nella lotta contro i nemici ha avuto la forza di trionfare
sulle potenze avverse, sia che egli è diventato signore e padrone di quelli
che sono i suoi nemici secondo la carne e giudice di tutti stabilito dal Padre
(Giov. 5,22).

Immagini sul Figlio di Dio

«Giuda è un leoncello di Leone; da un germoglio, figlio mio, sei cresciu-


to». Col nominare un leone e un leoncello di leone il testo ha chiaramente
indicato le due persone, quella del Padre e quella del Figlio. Ha detto poi:
«Da un germoglio, figlio mio, sei cresciuto» per indicare la nascita secondo
la carne di Cristo, che incarnatosi nel seno della Vergine per opera dello
Spirito Santo, è germogliato in lei ed è entrato nel mondo come fiore e come
profumo di soavità si è manifestato. In quanto poi lo ha definito leoncello
di leone, ha indicato la sua nascita da Dio secondo lo spirito, come re nato
dal re. Di lui, poi, non ha taciuto neppure la nascita secondo la carne, ma
dice: «Da un germoglio, figlio mio, sei cresciuto». Infatti Isaia dice: «Uscirà
una verga dalla radice di Jesse e da lei crescerà un fiore» (Is. 11,1): infatti, la
radice di Jesse era dalla stirpe dei padri, quasi una radice piantata in terra; la
verga che è spuntata e si è resa manifesta da quelli era Maria, in quanto era
della casa e della famiglia di Davide (Cf. Lc. 2,4); il fiore che è germogliato da
lei era Cristo, e questo profetizzando diceva Giacobbe: «Da un germoglio,
figlio mio, sei cresciuto».
Le parole: «Messoti a giacere hai dormito come un leone e come un
leoncello» indicano che egli giacque per tre giorni nella tomba e riposò nel
cuore della terra, come ha testimoniato proprio il Signore dicendo: «Come
Giona passò tre giorni e tre notti nel ventre della balena, così anche il Figlio
dell’uomo starà tre giorni e tre notti nel cuore della terra» (Mt. 12,40); e
Davide aveva predetto ciò con queste parole: «Mi sono messo a giacere e mi
sono addormentato. Mi sono ridestato perché il Signore verrà in mia difesa».
(Sal. 3,6) Analogamente anche Giacobbe dice: «chi lo sveglierà?» Non ha

113
AVVIO ALLA PATROLOGIA

detto: «nessuno lo sveglierà», ma: «chi lo sveglierà?», perché noi intendessimo


il Padre, che ha ridestato il Figlio dai morti, come dice l’apostolo: « [. . .]
e di Dio Padre che lo ha ridestato dai morti» (Gal. 1,1); e Pietro dice: «che
Dio ha ridestato, avendo messo fine ai dolori della morte, perché non era
possibile che quello fosse vinto dalla morte» (Atti 2,24). (. . .)

Tipi della redenzione

18. Poi, il testo dice: «Legherà alla vite la sua asina e al tralcio il suo
asinello», per indicare le due chiamate legate a lui come a una vite e condotte
a unità dal suo amore: sono l’asina e l’asinello purificati nello stesso tempo
dalla parola del Salvatore e su cui egli è salito per entrare a Gerusalemme
(Cf. Mt. 21,2.7 ss.). Aggiunge poi: «laverà nel vino la sua veste». Quanto
misteriosamente qui il profeta ha indicato anche il Battesimo di Cristo,
quando, dopo esser risalito dal Giordano e aver purificato le acque, ricevette
la grazia e il dono dello Spirito Santo (Cf. Mt. 3,13-17). Come veste ha
indicato la carne; come vino lo Spirito del Padre che è disceso su di lui
nel Giordano. «E nel sangue dell’uva la sua sottoveste»: sottoveste del Logos
indica le genti pagane, che sono state considerate rispetto a lui come una
sottoveste, secondo quanto la Scrittura dice per mezzo del profeta: «Per la
mia vita – dice il Signore –, ne rivestirò di tutti loro come di un mantello»
(Is. 49,18). Poiché proprio lui era il grappolo d’uva appeso al legno, che
perforato il fianco fece scorrere sangue e acqua (Giov. 19,34) – questa per
il lavacro, quello per il riscatto –, quanto giustamente il profeta ha detto:
«Laverà nel vino la sua veste e nel sangue dell’uva la sua sottoveste».

Gli occhi e i denti

19. Poi, per indicare i suoi profeti e i suoi apostoli dice: «I suoi occhi
sono lucenti di gioia per il vino e i suoi denti sono più bianchi del latte».
Occhi di Cristo sono stati i profeti, che hanno gioito per la potenza dello
Spirito e hanno predetto i patimenti che egli avrebbe sofferto e che sarebbero
serviti anche alle generazioni successive, affinché ogni uomo credendo in lui
potesse conseguire la salvezza. Quanto poi alle parole: «i suoi denti sono più
bianchi del latte», esse o hanno indicato gli apostoli che sono stati santificati
proprio dal Logos, e sono diventati come latte, e ci hanno dato il nutrimento
spirituale e celeste, ovvero in altro senso si riferiscono ai comandamenti del

114
11 IPPOLITO

Signore, che sono stati emessi da una bocca santa e per noi sono diventati
latte, perché nutriti di essi potessimo aver parte anche del pane celeste.

BIBLIOGRAFIA

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115
12. CIPRIANO DI CARTAGINE (210CA.-258)

Cipriano fu vescovo di Cartagine tra il 249 e il 258, anno in cui morì


martire. Esercitò il suo ufficio episcopale durante la persecuzione di Decio,
alla quale si sottrasse fuggendo (dal suo nascondiglio continuò a dirigere la
chiesa di Cartagine e dopo la persecuzione dovette risolvere il problema dei
lapsi, cioè quei cristiani che davanti alla persecuzione avevano apostatato),
e la persecuzione di Valeriano, durante la quale morì martire. La vita di
Cipriano è molto ricca di avvenimenti e qui non possiamo accennare a tutti.
I due maestri di Cipriano furono la Bibbia e Tertulliano, che conosceva a
fondo ed erano la sua lettura quotidiana. Le opere di Cipriano sono di taglio
prevalentemente pastorale. Il De lapsis, per esempio, stabilisce le regole che
si seguiranno per la riammissione degli apostati durante la persecuzione;
nel De unitate Ecclesiae, uno dei suoi trattati più influenti lungo i secoli,
afferma che c’è una sola Chiesa, edificata su Pietro, e al di fuori di essa non
c’è salvezza. L’ultima opera da lui scritta fu l’esortazione al martirio Ad
Fortunatum, composta da una scelta di passi biblici sui doveri dei cristiani in
tempo di persecuzione.
In ambito biblico Cipriano è importante per le raccolte di testimonia
scritturistici (Ad Quirinum, Ad Fortunatum) organicamente ordinati. La
sua esegesi è marcatamente tipologica, ma non impiega una terminologia
univoca per designarla, usando i termini sacramentum, typus, imago, figura,
exemplum, e mai allegoria. Come è logico, il suo interesse è più pastorale
che esegetico e per questo il suo metodo consiste in una lettura cristologica
dell’Antico Testamento, tanto che alcuni parlano addirittura di cristologiz-
zazione, vista la abbondanza di citazioni, alle volte catene, con una netta
prevalenza dell’Antico Testamento.
Presentiamo qui un frammento della sua opera più conosciuta nel quale
si vedono i tratti esegetici del vescovo cartaginese.

117
AVVIO ALLA PATROLOGIA

L’UNITÀ DELLA CHIESA CATTOLICA, 7-10

La tunica di Cristo, figura dell’unità

7. Questo sacro mistero dell’unità, questo vincolo d’una concordia


indivisibile appaiono con chiarezza quando nel Vangelo la tunica del Signo-
re Gesù Cristo non viene divisa né lacerata: quando si decise con la sorte
intorno alla veste di Cristo su chi (per meglio dire) si rivestisse di Cristo
(Cf. Rom. 13,14; Gal 3,27), la veste venne da lui ricevuta integra e la tunica
divenne suo possesso intatto e indiviso. Così dice la Scrittura divina: «A pro-
posito poi della tunica, poiché era anche nella parte più alta senza cuciture,
ma era tessuta tutta d’un pezzo solo, dissero fra loro: “Non laceriamola, ma
tiriamo a sorte a chi tocca”» (Giov. 19,23-24). Egli portava l’unità che viene
dall’alto, che cioè viene dal cielo e dal Padre, che non poteva assolutamente
essere lacerata da chi la riceveva e la faceva sua, ma che egli otteneva piena-
mente nella sua interezza definitiva e nella sua compiuta solidità: non può
rivestirsi di Cristo chi lacera e divide la sua Chiesa.
Invece, quando, mentre Salomone stava per morire, il suo regno e il
suo popolo si divisero, il profeta Achia, fattosi incontro in campagna al re
Geroboamo, lacerò la sua veste in dodici parti, dicendo: «Prendi per te dieci
pezzi, poiché il Signore dice: “Ecco, io divido il regno che tolgo dalla mano
di Salomone, e darò a te dieci scettri, e due scettri resteranno suoi a cagione
del mio servo Davide e della città di Gerusalemme, che ho scelta per porvi il
mio nome”» (1 Re. 11,31-32.36).
Poiché le dodici tribù di Israele si dividevano, il profeta Achia divise la
sua veste: ma, poiché il popolo di Cristo non può esser diviso, la sua tunica,
tessuta tutta d’un pezzo solo e senza suture, non fu divisa da coloro che
ne erano in possesso: indivisibile, senza alcuna possibilità d’essere lacerata,
indica la concordia inseparabile del popolo nostro, di noi che ci siamo
rivestiti di Cristo: con il sacro mistero e il segno della veste manifesta l’unità
della Chiesa.

Il modo di celebrare la Pasqua, simbolo di unità

8. Chi può esser dunque così malvagio e malignamente senza fede, chi
così dominato dalla smania furiosa della discordia, da credere che possa esser
lacerata o da osare di lacerare l’unità di Dio, la veste del Signore, la Chiesa di

118
12 CIPRIANO DI CARTAGINE

Cristo? Egli stesso nel suo Vangelo avverte ed insegna: «E saranno un solo
gregge ed un solo pastore» (Giov. 10,16): e c’è chi pensa che vi possano essere
molti pastori o più greggi in un solo ovile?
Parimenti l’apostolo Paolo, per invitarci a questa medesima unità, esor-
ta e supplica dicendo: «Vi supplico, fratelli, per il nome del Signore nostro
Gesù Cristo, che tutti esprimiate i medesimi sentimenti e non vi siano scismi
tra voi, ma siate uniti nei medesimi pensieri e nelle medesime convinzioni»
(1 Cor. 1,10); e ancora dice: «Tollerandovi a vicenda con amore, sforzandovi
di mantenere l’unità dello Spirito nel vincolo della pace» (Efes. 4,2-3).
Tu pensi che possa resistere senza cedimenti ed essere spiritualmente
vivo chi si stacca dalla Chiesa e si pone a costruire altre case dove starsene
da essa lontano? Eppure è stato detto a colei nella quale era prefigurata la
Chiesa: «Riunirai tuo padre e tua madre e i tuoi fratelli e tutta la parentela
di tuo padre in casa tua presso di te: e accadrà che chiunque esca dalla porta
di casa tua ne risponderà a se stesso» (Gios. 2,18-19). Parimenti, il sacro
mistero della Pasqua nell’Esodo nient’altro racchiude se non la disposizione
di mangiare l’agnello, ucciso come prefigurazione di Cristo, in una casa sola:
Dio dice: «In una casa sola sarà mangiato: non getterete la sua carne fuori
di quella casa» (Es. 12,46). La carne di Cristo e la santità del Signore non
possono essere gettate fuori, e i credenti non hanno alcun’altra casa se non
l’unica Chiesa. Questa casa, dove domina l’unità, è indicata ed annunciata
dallo Spirito Santo nei salmi quando dice: «Dio, che fa abitare insieme in
una casa in unità» (Sal. 67,7): nella casa di Dio, nella Chiesa di Cristo abitano
quelli che vogliono l’unità, e vi restano quelli che amano la concordia in
innocenza di spirito.

La colomba, figura dell’unità della Chiesa

9. Perciò lo Spirito Santo si presentò anche sotto l’aspetto di una co-


lomba (Cf. Mt. 3,16): essa è un animale innocente e allegro, non è inso-
cievole e collerico, non attacca con violenti beccate, non strazia con gli
artigli; ama le abitazioni degli uomini, resta fedele alla casa che ha scelto;
maschio e femmina insieme covano le uova, e anche quando volano stanno
l’uno vicino all’altra; trascorrono insieme tutta la vita, baciandosi esprimo-
no la concordia che li lega, in tutto dimostrano quale vincolo di unità li
stringa.

119
AVVIO ALLA PATROLOGIA

Questa è l’innocenza che deve manifestarsi nella Chiesa, questo l’amore


da attuare: sicché l’affetto che unisce i fratelli imiti quello delle colombe, la
mitezza e la dolcezza siano pari a quelle degli agnelli e delle pecore. Come
possono convenire ad un animo cristiano la ferocia dei lupi, la rabbia dei
cani, il veleno mortale dei serpenti e la furia sanguinaria delle belve? C’è
piuttosto da rallegrarsi quando uomini di tal fatta sono allontanati dalla
Chiesa perché non infettino e ingannino le colombe e le pecore di Cristo.
Non possono coesistere ed accordarsi dolce ed amaro, luce e tenebre, pioggia
e sereno, pace e guerra; né fecondità e sterilità, acqua e siccità, bonaccia
e burrasca. Nessuno creda che i buoni possano abbandonare la Chiesa: il
vento non trascina via il grano, né la tempesta sradica l’albero saldamente
abbarbicato al terreno: le pagliuzze vuote sono sollevate dal turbine, i gracili
alberelli sono abbattuti dalla furia della bufera. Questi condanna e colpisce
l’apostolo Giovanni quando dice: «Sono usciti da noi, ma non eran dei
nostri: se fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti con noi» (1 Giov. 2,19).

Le divisioni sono state profetizzate

10. Questa è l’origine delle divisioni che ci sono state spesso nel passato
e che ci sono ora: la pace vien meno perché l’animo è malvagio, l’unità si
spezza per la discordia di chi è sleale e privo di fede. Il signore permette e
sopporta che ciò avvenga, ma si riserva di giudicare con sovrana imparzialità,
in modo che, attraverso l’esame e la prova del nostro cuore e della nostra
mente, brilli di luce splendente l’integrità della fede di chi è degno di appro-
vazione. Attraverso l’Apostolo lo Spirito Santo preannuncia: «Bisogna che
vi siano divisioni, in modo che chi è degno d’approvazione sia riconoscibile»
(1 Cor. 11,19). Così quelli che hanno la fede sono riconosciuti come degni di
approvazione, così sono svelati coloro che hanno tradito la fede, così anche
prima del giorno del giudizio già sono separate su questa terra le anime dei
giusti da quelle degli ingiusti, e la paglia è divisa dal frumento (Cf. Mt. 3,12).
E paglia sono coloro che, senza curarsi della volontà di Dio, si mettono a
capo di gruppi di sconsiderati; che si arrogano cariche ecclesiastiche senza
curarsi delle norme sulla scelta; che si proclamano vescovi senza che nessuno
abbia concesso loro l’incarico vescovile. Così lo spirito Santo nei salmi indi-
ca costoro: «Quelli che stanno seduti sulla cattedra di pestilenza» (Sal. 1,1):
pesti che distruggono la fede, serpenti dalla lingua menzognera, che operano

120
12 CIPRIANO DI CARTAGINE

per distrugger la verità, che schizzano veleno mortale con la pestifera lingua,
la cui parola si insinua come cancro (Cf. 2 Tim. 2,17), i cui discorsi istillano
tossico letale nel cuore di ognuno che li ascolti.

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121
13. CLEMENTE ALESSANDRINO (150-215 CA.)

Nato verso il 150, contemporaneo di Ireneo, Tertulliano e Ippolito, Cle-


mente si convertì al cristianesimo dopo una ricerca della verità che l’aveva
condotto fino al sud dell’Italia, Siria e Palestina. Fondamentale fu l’incontro
con Panteno, maestro della scuola di Alessandria. Clemente sostituì Panteno
verso il 200 a capo della scuola stessa, ma fu cacciato durante la persecuzione
di Settimio Severo (202-203). Morì a Gerusalemme poco prima del 215. Scris-
se quella che alcuni considerano una trilogia, Protrettico, Pedagogo, Stromata,
che illustra bene quale poteva essere il piano di studi della scuola alessan-
drina nel suo sforzo di sostituire lo gnosticismo con una gnosi cristiana.
Questa triplice divisione – che corrisponde ai tre tipi di uomini secondo gli
gnostici: materiali, animali e spirituali –, adesso diventa una classificazione
più spirituale che antropologica. Si può menzionare anche il suo Quis dives
salvetur?, opera di tipo omiletico.
Clemente usò continuamente la Scrittura. Aveva una conoscenza com-
pleta della letteratura cristiana primitiva, sia della Bibbia come delle altre
opere post-apostoliche. Cita più di mille volte l’Antico Testamento e duemi-
la il Nuovo. Conosceva abbastanza bene anche i classici, che cita non meno
di trecento volte, ma non tutti attribuiscono a questo uso lo stesso valore in
relazione al pensiero complessivo dell’autore. Certamente si può osservare
una specie di accordo generale tra i critici sul carattere eminentemente cri-
stiano di questo autore, con una certa prevalenza del carattere puramente
filosofico.
Clemente si nutre della Scrittura ma la sua erudizione biblica non sem-
bra così straordinaria se paragonata a quella degli antichi che come lui mo-
strano una familiarità molto forte con il testo sacro. È più interessante sotto-
lineare che Clemente non solamente cita la Bibbia a memoria, ma che doveva
avere molto spesso quei testi a portata di mano. Secondo il Mondésert si do-
vrebbe accettare l’ipotesi secondo la quale il nostro autore si sarebbe servito
di raccolte già esistenti del genere dei testimonia, che raggruppavano testi clas-

123
AVVIO ALLA PATROLOGIA

sici attorno a un argomento dato. Ma il fatto che Clemente abbia usato florile-
gi biblici sarebbe completamente conforme al suo metodo di lavoro. Clemen-
te distingue diversi sensi della Bibbia: storico (il senso ovvio dei fatti storici),
dottrinale (morale, religioso, teologico), profetico (messianico; le profezie
propriamente dette e il senso tipico), filosofico (cosmologico: le due tavole
della legge rappresentano la terra e il cielo; oppure psicologico: Sara e Agar
rappresentano la saggezza cristiana e la filosofia pagana), mistico (i rapporti
dell’anima con Dio nel suo cammino progressivo verso verso di Lui).
Alla fine della sua maggiore opera, gli Stromati, Clemente Alessandri-
no, in una pagina conclusiva, enumera gli errori fondamentali degli eretici
nell’uso della Scrittura: uso selettivo dei libri e dei testi biblici e scelta
difettosa di essi, assenza di attenzione alla specificità dei singoli libri sa-
cri, manipolazione di frasi ambigue, estrapolazione dal contesto, forzature
bibliche per confermare sentenze aprioristiche, interpretazione letterale
dell’allegoria, mancata considerazione di testi paralleli, falsificazione del
testo, interpretazione blasfema cioè negazione del senso evidente, come
afferma Draczkowski. Da questo elenco si può desumere la considerazione
in cui aveva l’esegesi cristiana. Se a questo si aggiunge la sua dichiarazione
a favore dell’unità di dottrina di tutta la Scrittura, la considerazione della
specificità delle lingue, e l’applicazione delle norme della Chiesa, secon-
do Palucki, si può dire che abbiamo un panorama completo dell’esegesi
dell’Alessandrino.
È molto nota la tendenza dell’esegesi biblica alessandrina all’allego-
rismo. Clemente segue questa scia e considera la Scrittura come la voce
stessa del logos, riprendendo il concetto tradizionale che il Vangelo è la
realizzazione e il completamento della legge: i Testamenti sono due per il
nome e l’età, ma sono uno solo quanto all’efficacia e ci sono dati da un
unico Dio tramite il Figlio. Le parole di Cristo sono espressione di una
sapienza divina misteriosa che non dobbiamo ascoltare con orecchio carnale.
Da ciò risulta evidente che tale concezione della parola sacra non poteva
non privilegiare l’interpretazione di tipo allegorico. L’allegoria costitui-
sce il principio ermeneutico principale sul quale è fondata la distinzione
dell’insegnamento scritturistico su due livelli, e ci permette di passare dal
livello inferiore letterale a quello superiore, penetrando gli aspetti meno
evidenti di quell’insegnamento. I testi non devono essere interpretati allego-
ricamente in tutte le parole, ma soltanto in quelle che indicano il concetto

124
13 CLEMENTE ALESSANDRINO

generale complessivo del passo. Nonostante questo, Clemente non si è mai


curato di armonizzare, in una dottrina coerente, interpretazione letterale e
allegorica. Clemente continua e valorizza la tipologia tradizionale, rilevan-
do l’unità dei due Testamenti e proponendo il concetto della Rivelazione
progressiva. Le diverse influenze che convergono in Clemente lo spingo-
no talvolta ad accumulare per uno stesso passo biblico più interpretazioni
allegoriche di tipo diverso, inaugurando un procedimento che sarebbe diven-
tato distintivo dell’interpretazione di tipo alessandrino, secondo gli studi di
Simonetti.

STROMATA V, 6,32-40

Regole dell’interpretazione allegorica

32.1. Sarebbe troppo lungo scorrere tutti gli scritti dei profeti e della
legge riferendo qui le espressioni enigmatiche, perché quasi tutta la divina
Scrittura espone i suoi oracoli all’incirca così. Ma «per chi riflette» (Euripide,
Fr. 905,5) penso sia sufficiente, a dimostrazione dell’assunto, esporre alcuni
pochi esempi. 2. Anzitutto ammettono l’interpretazione allegorica quanti
narrano che per gli Ebrei (Es. 25-30 e 36-39) le sette cinte dell’antico tempio
avrebbero riferimento ad altra cosa; così la composizione della veste talare,
che attraverso i vari simboli in rapporto con i fenomeni naturali, allude
figuratamente alla composizione cosmica dal cielo alla terra. 3. La tenda e
il velo erano intessuti di giacinto, porpora, cocco, bisso (Cf. Es. 26,1; 36,8):
e tutto ciò alludeva alla rivelazione di Dio, nel modo come la natura degli
elementi la esplica. Infatti dall’acqua proviene la porpora, il bisso dalla terra,
il giacinto, opaco, è assimilato all’aria, come il cocco al fuoco. 33.1. Nel
mezzo, fra la tenda e il velo, dove era permesso entrare ai sacerdoti, giaceva
il turibolo (Cf. Es. 30,1-10), simbolo della terra posta al centro di questo
universo, e da cui emanano le esalazioni. 2. Quel punto era pure al centro fra
il luogo limitato dal velo interno, dove era concesso entrare solo al sommo
sacerdote in determinati giorni, e l’atrio esterno circostante, aperto a tutti gli
Ebrei. Perciò lo definiscono il punto centralissimo del cielo e della terra (altri
invece lo dicono un’espressione simbolica del mondo intelligibile e sensibile).
3. La tenda, che impediva l’accesso alla gente infedele, era tenuta tesa davanti
a cinque colonne e chiudeva fuori quanti si trovavano nel vestibolo. 4. Così

125
AVVIO ALLA PATROLOGIA

si allude con perfetto senso mistico ai cinque pani che spezzò il Salvatore
e che si moltiplicarono per la folla degli ascoltatori (Cf. Mt. 14,17); poiché
molti sono quelli che badano alle cose sensibili come se non ci fosse altro.
«Guardati attorno, bene attento che nessuno dei non iniziati ci oda. Questa
è la gente che non crede in nulla tranne in ciò che può afferrare e stringere
con le mani, ma non accetta che facciano parte del reale azioni, divenire e
tutto ciò che è invisibile» (Platone, Theaet. 155e); tali infatti sono quelli che
badano solo ai cinque sensi. Ma il pensiero di Dio è inaccessibile all’udito e
alle altre facoltà del genere.

Il volto, simbolo di anima razionale; le ali, di strumenti; la voce di lode

34.1. Per questo il Figlio è detto «faccia di Dio» (Cf. Sal. 23,6): Egli rive-
stì la carne rendendosi percepibile ai cinque sensi, Egli, il Logos, rivelatore
dei caratteri propri del Padre. 2. «Se viviamo in spirito, in spirito anche cam-
miniamo» (Gal. 5,25); «noi camminiamo attraverso la fede, non attraverso
la visione» (2 Cor. 5,7), dice il buon apostolo. 3. Orbene, dentro la tenda
si cela il ministero sacerdotale; essa tiene lontani dagli estranei quelli che
vi sono impegnati. 4. A sua volta il velo preserva dall’entrata nel Santo dei
Santi. Ivi le quattro colonne sono emblema della sacra tetrade degli antichi
patti (Cf. Es. 26,32), ma significano anche il tetragramma o nome mistico,
che portavano i sacerdoti cui solo era accessibile la cella. 5. Si pronuncia
Iahvé, che si interpreta: «Colui che è e colui che sarà» (Es. 3,14). Invero
anche presso i greci il nome Dio (θεός) comprende quattro lettere. 7. Ma
nel mondo intelligibile entra solo Colui che è divenuto dominatore delle
passioni, penetrando nella gnosi dell’ineffabile, trascendendo «oltre ogni
nome» (Filip. 2,9) conoscibile con parola. 8. Poi, anche, il candelabro era
posto sul lato sud del turibolo: per esso è significato il moto delle sette stelle
luminose che compiono il giro dell’orbita a mezzogiorno. 9. Infatti ai due
lati del candelabro sono attaccati tre bracci, con sopra le lucerne, perché
anche il sole, posto come un candelabro in mezzo agli altri pianeti, som-
ministra la luce sia a quelli che si trovano sopra, sia a quelli che si trovano
sotto di esso, secondo una divina armonia (Cf. Platone, Resp. X 617b). 35.1.
Il candelabro d’oro ha anche un altro significato allusivo, come segno del
Cristo, non soltanto per la foggia [la croce], ma anche perché irradia della
sua luce in molti modi e a più riprese coloro che in Lui credono e sperano

126
13 CLEMENTE ALESSANDRINO

e a Lui guardano attraverso il ministero dei protoctisti [cioè, primi creati, i


sette angeli superiori]. 2. E dicono che i sette spiriti che riposano sul tronco
fiorente «dalla radice di Jesse» (Cf. Ap. 4,5; 5,6; Zac. 4,10; Is. 11,1-2) sono i
sette occhi del Signore. 3. Invece la tavola, su cui si faceva l’esposizione dei
pani, aveva il suo posto al lato nord del turibolo, perché i venti boreali arre-
cano la maggior fertilità; 4. e potrebbero pure rappresentare le varie sedi di
chiese che tutti cospirano ad un corpo e ad una comunità sola (Cf. Efes. 4,4;
Rom. 12,5). 5. Quanto si racconta sull’arca santa rappresenta ciò che si riferi-
sce al modo intelligibile, nascosto ed escluso ai più. E le due celebri statuette
d’oro, l’una e l’altra con sei ali, rappresentano o le costellazione delle due
orse, come vogliono alcuni, o, come è più probabile, i due emisferi; e il loro
nome cherubim vuol significare grande conoscenza. 7. Comunque hanno in
due dodici ali e, tramite l’allusione al cerchio zodiacale e al periodo di tempo
che vi è compreso, sono i simboli del mondo sensibile. 36.1. È forse il tema
di cui parla anche il tragico [cioè, Crizia o Euripide], in un brano scientifi-
co: «L’instancabile Tempo, perennemente gravido nel suo fluire, va e viene
generando se stesso, e le orse gemelle con il rapido slancio delle ali vegliano
sul Polo d’Atlante»: 2. ove Atlante, polo non soggetto al movimento, può
valere anche per la sfera delle stelle fisse; ma è forse meglio intenderlo come
eternità immobile. 3. Io stimo piuttosto che l’arca (κιβωτός), derivato dal
nome ebraico thebothà (θηβωθά), significhi altra cosa, poiché lo si interpreta
uno invece di un altro tra tutti i luoghi. Se debba significare la ogdoade e il
mondo intelligibile o anche il Dio senza forma e invisibile che abbraccia
intorno tutte le cose, rimandiamone per ora la discussione. Essa comunque
indica il riposo insieme con gli spiriti glorificanti simboleggiati dai cherubim.
4. Mai infatti Colui che dissuase dal fabbricare un idolo, anche in scultura,
avrebbe poi proprio Lui modellato una statua di quegli esseri, oggetto di
culto. Né vi è assolutamente in cielo alcun ibrido o animale visibile così
fatto; ma il volto è simbolo di anima razionale; le ali, di strumenti e insieme
attività celesti di potenze tanto di destra quanto di sinistra; la voce significa
lode di gratitudine in una contemplazione senza fine.

I simboli della tunica

37.1. Basti procedere fin qui con la nostra interpretazione mistica. Ma


la veste talare (Cf. Es. 28,4-41) del sommo sacerdote è simbolo del mondo

127
AVVIO ALLA PATROLOGIA

sensibile: dei sette pianeti le cinque pietre preziose e i due diamanti, questi
ultimi in rapporto a Crono e alla Luna. L’uno infatti è volto a mezzogiorno,
umido e terrestre e pesante, l’altra aerea: onde da taluni è detta Artemide
come «una che fende l’aria» (ἀεροτόμος) e l’aria è fosca. 2. Proseguendo
nella descrizione la Scrittura dice poi che a buon diritto le raffigurazioni dei
sovrintendenti ai pianeti, che secondo la divina Provvidenza cooperano alla
formazione delle cose di questo mondo, furono poste sul petto e sulle spalle:
tramite queste si ebbe l’azione creatrice, la prima settimana; 3. e il petto è
la sede del cuore e dell’anima. Pietre variopinte potrebbero simboleggiare
anche in altro senso modi di salvezza, poste le une nelle parti superiori
le altre nelle parti inferiori di tutto il corpo salvato. 4. I trecentosessanta
sonagli appesi alla veste talare indicano il tempo di un anno, «anno di grazia
del Signore» (Is. 61,2), che proclama e grida, sublime evento, la comparsa del
Salvatore. 5. Anche il copricapo aureo, alto sul capo, indica la potestà regale
del Signore, se è vero che il Salvatore è «il capo della Chiesa» (Efes. 5,23).
38.1. In ogni caso il copricapo posto su quella è segno di potere assolutamente
sovrano. In particolare abbiamo nell’orecchio, come è scritto: «Dio è capo
del Cristo» (1 Cor. 11,3), «Padre del Signore nostro Gesù Cristo» (Rom. 15,6).
2. Ancora, il pettorale è costituito da epomide [cioè, efod, omerale], che è
simbolo di attività, e dal corsaletto dell’oracolo, allusivo al Logos, ed è
immagine del cielo, che fu fatto grazie al Logos, ed è soggetto al Cristo,
capo dell’universo, e si muove secondo lo stesso moto, sempre uguale. 3. Le
gemme brillanti di smeraldo sull’epomide indicano il sole e la luna, che
collaborano all’opera della natura: la spalla è principio della mano. 4. Le
dodici pietre disposte in quattro file sul petto ci designano il circolo zodiacale
secondo le quattro stagioni dell’anno. 5. Secondo altra spiegazione, alla testa,
cioè al Signore dovevano soggiacere la legge e dei profeti, attraverso cui sono
designati i giusti nell’uno e nell’altro Testamento: se diciamo che gli apostoli
sono profeti e insiemi giusti, diciamo bene, perché «un solo è medesimo
spirito Santo agisce» (Cf. 1 Cor. 12,11) in tutti. E come il signore è al di
sopra di tutto il mondo, anzi trascende l’intelligibile, così il nome scritto
nella lamina [cioè, la lamina d’oro del copricapo con la scritta consacrato a
Jahvé] è ritenuto degno di essere «al di sopra di ogni principato e potestà»
(Efes. 1,21); e vi è iscritto sia a motivo dei comandamenti, che sono scritti,
sia a causa della presenza sensibile del Signore. 7. È detto nome di Dio
perché il Figlio agisce quando guarda la bontà del Padre (Cf. Giov. 5,19),

128
13 CLEMENTE ALESSANDRINO

Egli, chiamato Dio Salvatore, principio dell’universo che, primo e prima dei
secoli, fu fatto «immagine del Dio invisibile» (Col. 1,15-17) ed ha informato
di sé tutte le cose venute ad essere dopo di sé. 39.1. Ancora, il corsaletto
dell’oracolo significa la profezia che proclama alto il suo bando e il giudizio
futuro per mezzo del Logos, poiché è lo stesso Logos che profetizza e insieme
giudica e distingue ogni cosa. 2. Si afferma anche che l’indumento, la veste
talare, sia allusiva della divina economia secondo la carne, per la quale il
Logos è stato reso visibile più da vicino nel mondo. 3. Per questo il sacerdote,
spogliatosi della tunica santificata (il mondo e le creature del mondo sono
state santificate da Colui che ha riconosciuto buono tutto ciò che è creato
(Cf. Gen. 1,31)), si lava e veste l’altra tunica, la tunica santa del luogo santo,
per così dire, che entra con lui nel santuario (Cf. Lev. 16,4). 4. Rivela così,
a mio vedere, che il levita è anche gnostico, in quanto potrebbe essere capo
degli altri sacerdoti: mentre questi sono lavati con acqua e rivestiti di sola
fede e accettano la posizione loro propria, egli invece ha distinto le cose
intelligibili dalle sensibili, e superando gli altri sacerdoti s’affretta a passare
nell’intelligibile, né più si fa mondo delle cose di quaggiù con acqua, come
prima si purificava quando era iscritto nella tribù di Levi (Cf. Num. 8,7),
ma ormai con il Logos gnostico. 40.1. Egli è ora del tutto puro di cuore,
si è comportato in modo perfetto, e la bontà del suo tenore di vita ha
esaltato fino al limite, oltre la dignità del sacerdote, e più ancora. Egli è
insomma santificato nella parola e nella vita, e in più ha rivestito lo splendore
della gloria, ha ricevuto l’ineffabile eredità di questo uomo spirituale e
perfetto, quella che «né occhio vide né orecchio udì» (1 Cor. 2,9) e non
entrò in cuore d’uomo. È diventato figlio e amico di Dio, e ormai «faccia
a faccia» (1 Cor. 13,12) si riempie della contemplazione che non si può
saziare. Ma niente vale quanto ascoltare il Logos stesso, che ci rende più
chiara l’intelligenza attraverso la Scrittura. 2. Dice infatti: «E si toglierà la
veste di lino, che aveva indossato entrando nel santuario, e la deporrà là.
E laverà il suo corpo con acqua in luogo santo, e indosserà la sua veste»
(Lev. 16,23-24). 3. Secondo un significato, penso, il Signore si spoglia e si
riveste scendendo nel mondo sensibile; e in un altro, colui che crede per Lui
si spoglia e si riveste, come rivelò anche l’apostolo, della veste santificata
(Cf. 2 Cor. 5,2-4). 4. Onde, ad immagine del Signore, erano scelti sommi
sacerdoti i più illustri della tribù consacrata ed erano unti gli eletti al regno
e al compito di profeti (Cf. 1 Sam. 10,1).

129
AVVIO ALLA PATROLOGIA

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130
14. ORIGENE (185-253)

La figura di Origene è ritenuta abitualmente la più grande in ambito


esegetico. Nacque ad Alessandria verso il 185 e si dice che avesse imparato le
Scritture a memoria fin da piccolo. Quando morì suo padre Leonida nel 202,
dovette lavorare per sostenere la propria famiglia. Origene aprì una scuola di
grammatica e il vescovo Demetrio gli affidò la formazione dei catecumeni, e
per un certo periodo si occupò di questo doppio insegnamento. Quando la
famiglia non ebbe più bisogno di essere mantenuta, lasciò l’insegnamento
profano per dedicarsi completamente alla catechesi. Verso il 231 Origene
fu invitato ad andare ad Atene per discutere con gruppi di eretici. Durante
il viaggio, a Cesarea di Palestina, Teoctisto e Alessandro lo ordinarono
sacerdote. Demetrio, irritato da questa ordinazione, esiliò Origene fuori
dall’Egitto. Si ritirò a Cesarea dove riprese a insegnare e a predicare. Durante
la persecuzione di Decio, nel 250, venne imprigionato e torturato. La morte
dell’imperatore gli fece riacquistare la libertà per qualche mese, ma morì
poco dopo, a sessantanove anni, probabilmente nel 254.
Origene è l’autore più fecondo dell’antichità, sia pagana che cristiana. Il
suo pensiero si caratteriza per un platonismo di fondo e una dottrina ascetica
molto apprezzata dalla posterità. Gran parte della sua produzione è andata
persa poiché fu fatta una selezione dottrinale evitando i testi in cui difendeva
la dottrina della preesistenza delle anime e l’apocatastasi. Importante per
conoscere l’impostazione teologica di Origene è il suo De principiis, che
conosciamo tramite una traduzione latina. Il Contra Celsum è un’apologia
contro le accuse indirizzate ai cristiani. Le sue opere, per quanto riguarda
gli studi biblici, si possono classificare in due grandi gruppi. Al primo
appartengono, in un ambito prettamente filologico, gli Esapla, edizione
critica di tutta la Bibbia in cui si impiegano diverse traduzioni disposte
in diverse colonne. Al secondo gruppo appartengono tutti i commentari,
il cui numero è straordinario: Cantico dei cantici, Vangelo di Giovanni,
ecc.

131
AVVIO ALLA PATROLOGIA

Simonetti fa le seguenti considerazioni che lui chiama preliminari, ma


che si possono dire fondanti del pensiero esegetico di Origene: in quanto
parola di Cristo, la Scrittura, in cui nulla è inutile e ogni parola ha la sua
ragion d’essere, ha un significato interamente cristologico; esso è il significa-
to spirituale che va ricercato quasi sempre al di là di quello letterale; tutta
la Scrittura deve riuscire spiritualmente utile all’interprete e ai suoi ascolta-
tori e lettori; la Scrittura presenta due livelli di significato, quello letterale
corrispondente alla realtà sensibile, e quello spirituale corrispondente alla
realtà intelligibile, due realtà che platonicamente Origene ravvisa in tutto
l’universo; il livello letterale è alla portata anche dei semplici, degli incipienti
nella fede, e il livello spirituale è invece accessibile soltanto ai perfetti. Questi
due sensi sono l’ombra e la verità. Quando Origene teorizza, allarga lo
schema fondamentale a un terzo senso intermedio, chiamato psicologico
da alcuni, completando così la triplice distinzione tradizionale, che si trova
anche a diversi livelli: nell’antropologia (corpo, anima e spirito), nella storia
della salvezza (legge, profeti, vangeli), nella classificazione del progresso
spirituale (incipienti, progredenti, perfetti).
Considerando le caratteristiche della sua esegesi, si può dire che la
novità sia quella di organizzare e sistematizzare i dati sulla base di una co-
noscenza del testo biblico superiore ai precedenti autori, di una riflessione
esegetica molto più approfondita e di una conoscenza critica fino ad allora
sconosciuta. È da sottolineare l’utilizzo da parte di Origene di precisi criteri
metodologici, che hanno reso l’ermeneutica biblica una vera a propria scien-
za, condizionando in modo definitivo tutta l’esegesi successiva. Il lavoro
interpretativo di Origene è stato realizzato in forme diverse, che gli antichi
hanno distinto in scolii, omelie e commentari. Gli scolii erano raccolte di
passi scelti di diversi libri scritturistici selezionati in base alla difficoltà o
all’interesse. Le Omelie furono predicate a Cesarea e si adeguano all’esigenza
di un pubblico misto in cui prevalevano persone poco colte. I commentari
riflettono la dimensione scolastica dell’esegesi origeniana: il maestro si vede
circondato da un uditorio ristretto e selezionato e quindi approfondisce la
ricerca in un modo sistematico. Origene ha fatto fare all’esegesi cristiana un
incalcolabile salto di qualità portandola ai livelli della più raffinata esegesi
greca, servendosi in ciò di tutti i procedimenti tipici della tradizione alessan-
drina: numerologia, etimologia, senso allegorico, ecc. Origene continua a
sviluppare la tipologia tradizionale, ma in armonia con lo spiritualismo della

132
14 ORIGENE

sua forma mentis e tende ad escludere che fatti storici dell’Antico Testamento
possano essere tipi di altri fatti storici del Nuovo e della vita della Chiesa,
ma assegna loro un significato spirituale.

DE PRINCIPIIS 4,2, 1-5

L’interpretazione della Bibbia

1. Dopo aver parlato brevemente della ispirazione divina delle Scritture,


è necessario esaminare il criterio con cui esse devono essere lette e inter-
pretate, perché molti errori sono stati provocati dall’incapacità di molti di
comprendere come si debba esaminare il testo sacro. Infatti gli ignoranti e i
duri di cuore fra i Giudei non hanno creduto nel nostro salvatore, perché
si sono attenuti al senso letterale delle profezie fatte su di lui, e non lo han-
no visto né «annunziare in maniera sensibile la liberazione dei prigionieri»
(Is. 61,1), né «edificare quella che essi ritengono essere la vera città di Dio»
(Ez. 48,15), né «distruggere i carri da Efraim e i cavalli da Gerusalemme»
(Zac. 9, 10), né «mangiare burro e miele e scegliere il bene prima di aver
conosciuto o preferito il male» (Is. 7,15). Essi credono che sia stato profe-
tato che il lupo, l’animale a quattro zampe, pascolerà con l’agnello, che il
leopardo e il cervo riposeranno insieme, che il vitello, il toro e il leone pasco-
leranno insieme guidati da un piccolo fanciullo, che il bue e l’orso insieme
prenderanno il cibo mentre i loro piccoli verranno allevati gli uni insieme
con gli altri, che il leone mangerà paglia come il bue (Cf. Is. 11,6): perciò,
vedendo che nessuno di questi prodigi si era realizzato in maniera sensibile
con la venuta di quello che noi crediamo il Cristo, essi non hanno voluto
accogliere il nostro signore Gesù, ma lo hanno crocifisso perché proclamava
se stesso Cristo come non avrebbe dovuto.

Gli eretici non capiscono le Scritture

Invece gli eretici, quando leggono: «Un fuoco è stato acceso dalla mia
ira» (Ger. 15,14), e: «Io sono un Dio geloso, che fa ricadere gli errori dei
padri sui figli fino alla terza e quarta generazione,» (Es. 20,5) e: «Mi sono
pentito di aver unto Saul re,» (1 Sam. 15,11) e: «Io sono il Dio che stabilisce
la pace e fa il male», (Is. 45,7) e in altri passi: «Non c’è male nella città che
il Signore non abbia fatto,» (Amos 3,6) e ancora: «È disceso il male dal

133
AVVIO ALLA PATROLOGIA

Signore sulle porte di Gerusalemme,» (Mich. 1,12) e: «Uno spirito maligno


venuto da parte di Dio soffocava Saul», (1 Sam. 18,10) e mille altri passi dello
stesso tenore, non hanno osato negare che le scritture vengano da Dio, ma
credono che esse siano del demiurgo adorato dai Giudei, e hanno creduto che
questo demiurgo non sia né perfetto né buono, mentre il salvatore è venuto
ad annunciare un Dio perfetto che – secondo loro – non è il demiurgo.
E su questo punto sono variamente divisi: infatti, una volta rinnegato il
demiurgo che è il solo Dio ingenerato, si sono abbandonati alle invenzioni,
immaginando varie storie, in base alle quali credono che siano state create
le cose visibili, e altre non visibili, secondo quanto può immaginare la loro
anima. Anche più semplici di quelli che hanno la presunzione d’essere della
Chiesa non reputano alcuno maggiore del demiurgo, e in ciò fanno bene:
ma di lui pensano tali cose quali neppure si potrebbero pensare dell’uomo
più crudele e ingiusto.

Lettera e allegoria

2. Il motivo per cui tutti costoro che abbiamo ricordato hanno con-
cezioni sbagliate empie e volgari sulla divinità non deriva da altro che da
incapacità di interpretare spiritualmente la Scrittura, che viene accolta sol-
tanto secondo il senso letterale. Perciò a quanti sono convinti che i libri sacri
non sono stati scritti da uomini ma sono stati composti e sono giunti a noi
per ispirazione dello Spirito Santo per volere del Padre di tutti e per opera
di Gesù Cristo, noi dobbiamo esporre secondo la nostra modesta capacità
quel che ci pare il criterio d’interpretazione, attenendoci alla norma della
Chiesa celeste di Gesù Cristo secondo la successione degli apostoli.

Non tutti sanno interpretare bene le Scritture

Tutti, anche i più semplici di coloro che aderiscono alla parola, credono
che alcune delle verità rivelate dai libri sacri sono piene di mistero: quali essi
siano le persone assennate e modeste ammettono di non sapere. Se uno li in-
terrogasse intorno all’unione di Lot con le figlie (Gen. 19,30), alle due mogli
di Abramo (Gen. 25), alle due sorelle andate spose a Giacobbe (Gen. 29,21),
alle due schiave che da lui hanno generato (Gen. 30), non risponderebbero
altro che questi son misteri che noi non riusciamo a comprendere. Quando
leggono la costruzione del tabernacolo (Es. 25), convinti che ciò ch’è scritto

134
14 ORIGENE

ha valore simbolico cercano a quale significato riesca loro di adattare ciascu-


no dei particolari detti del tabernacolo: là dove credono che il tabernacolo
è simbolo di qualcosa, essi non sbagliano; ma quando cercano, in maniera
degna della scrittura, di adattare la descrizione a un qualche significato, di cui
il tabernacolo sia simbolo, è qui che sbagliano. Essi dichiarano che tutte le
descrizioni che parlano delle nozze, della generazione dei figli, delle guerre e
di altre storie che circolano fra la gente hanno valore simbolico: ma quale sia
il significato di ciascuno di questi simboli non è ben chiaro o a causa di di-
sposizione non molto adatta alla ricerca o per troppa precipitazione o anche,
se uno è adatto alla ricerca e non è precipitoso, perché è straordinariamente
difficile per l’uomo scoprire tali cose.

I misteri dei Vangeli

3. Che dire delle profezie, che tutti sappiamo gremite di «parole oscure
e difficili»? (Prov. 1,6) E se passiamo ai vangeli, la loro esatta comprensione,
in quanto senso di Cristo, ha bisogno della grazia elargita a chi dice: «Noi
abbiamo il senso di Cristo, affinché sappiamo ciò che Dio ci ha donato:
e di questo ne parliamo con parole non insegnateci dalla sapienza degli
uomini, ma insegnateci dallo spirito» (1 Cor. 2,16; 12 e ss.). Chi, leggendo
la rivelazione fatta a Giovanni, non è colpito dagli indicibili misteri che
sono lì nascosti e che appaiono anche a chi non comprende ciò che è scritto?
E chi, capace di valutare le parole, potrebbe credere chiare e di semplice
interpretazione le lettere degli apostoli, nelle quali sono innumerevoli i punti
che, come attraverso uno spiraglio, fanno intravvedere tanti e tanto elevati
concetti? Pertanto, poiché la cosa sta così e sono moltissimi quelli che cadono
in errore, non è senza pericolo, quando si legge, dar a vedere di comprendere
agevolmente ciò che ha bisogno della chiave della conoscenza, che il Salvatore
dice posseduta dai periti della legge (Lc. 11,52). Quanti negano che prima
della venuta di Cristo la verità fosse presso costoro, spieghino come il nostro
Signore Gesù Cristo possa dire che la chiave della conoscenza si trovava
presso costoro che, come questi eretici affermano, non posseggono libri
che abbracciano i segreti della conoscenza e i misteri più grandi [cioè, gli
apocrifi]. Ecco la citazione precisa: «Guai a voi, periti della legge, che avete
preso la chiave della conoscenza: voi non siete entrati e avete impedito di
entrare agli altri» (Lc. 11,52) (. . .)

135
AVVIO ALLA PATROLOGIA

Le idrie, simbolo di esegesi

5. Vi sono poi alcune parti della scrittura che non hanno affatto senso
corporeo, come dimostreremo dopo, sì che in esse bisogna cercare soltanto
l’anima e lo spirito. Forse per questo le idrie pronte per la purificazione dei
giudei, di cui leggiamo nel Vangelo di Giovanni (Giov. 2,6), contenevano
due o tre misure d’acqua, in quanto quest’espressione copertamente allude
a quelli che l’apostolo definisce Giudei nell’intimo. Costoro vengono pu-
rificati dal senso delle scritture, che contengono a volte due misure, cioè il
senso animale e spirituale; a volte tre, là dove, oltre ai due sensi predetti,
contengono anche il senso corporeo capace di edificare. Ben a ragione sono
sei le idrie per coloro che si purificano nel mondo, poiché il mondo è stato
creato in sei giorni, numero perfetto.

COMMENTO A GIOVANNI XIII, 1,3-6,39

Il paragone fra le due acque, immagine della mentalità degli eterodossi

«E Gesù rispose e le disse: Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo


sete; ma chi beve dell’acqua che io gli darò, diventerà in lui sorgente d’acqua
zampillante nella vita eterna». (Giov. 4,13-14)
3. Questa è la seconda risposta di Gesù alla Samaritana. In precedenza
le aveva detto: «Se conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi
da bere!, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva».
Ora invece le risponde le parole che ci stanno dinanzi, quasi invitandola a
chiederti l’acqua viva. 4. Alle prime parole di Gesù la Samaritana non rispose,
rivelando piuttosto il suo smarrimento dinanzi al paragone fra le acque fatto
da lui; ora invece, dopo la seconda risposta del Signore, accogliendo quanto
le è detto, esclama: «Dammi di quest’acqua». 5. È qui forse contenuta una
dottrina secondo cui nessuno può avere un dono da Dio se non lo chiede. E
invero, il Salvatore stesso è esortato dal Padre nel Salmo a chiedere perché
gli sia dato, secondo quanto il Figlio stesso ci insegna con quelle parole: «Il
Signore mi ha detto: tu sei mio Figlio [. . .] Domandamelo, ti darò i popoli in
eredità, l’estremità della terra in tuo possesso» (Sal. 2,7-8). Anche il Salvatore
dice: «Chiedete e vi sarà dato» e ancora: «perché chiunque chiede riceve»
(Mt. 7,7). 6. La Samaritana, invero, si lascia indurre a chiedere acqua a Gesù,
mentre invece, come si disse in precedenza, quando ascolta il paragone fra le

136
14 ORIGENE

due acque, essa è immagine della mentalità degli eterodossi che si occupano
della Scrittura. 7. E osserva, riflettendo su quanto le era capitato, come ella
non sia stata acquietata né liberata dalla sete bevendo da quello che riteneva
un pozzo profondo.

Significati della sete

II.8. Vediamo, dunque, che cosa significhi l’espressione: «Chiunque


beve di quest’acqua avrà di nuovo sete». Il verbo aver sete, come del resto
aver fame, intesi in senso corporeo, possono aver due significati: secondo
l’uno, significano che noi abbiamo bisogno di cibo, perché siamo vuoti; e
lo desideriamo, perché l’elemento umido che è in noi è scemato; c’è poi un
altro significato, secondo cui spesso coloro che sono poveri o hanno penuria
di qualcosa di indispensabile dicono di aver fame o sete, sebbene siano sazi. 9.
Del primo significato troviamo un esempio nel Esodo, quando gli Ebrei si
trovano senza cibo «nel quindicesimo giorno del secondo mese dopo la loro
uscita dalla terra d’Egitto e tutta la comunità dei figli di Israele mormorò
contro Mosè e contro Aron. I figli d’Israele dissero loro: Fossimo pur morti
colpiti dal Signore in terra d’Egitto, quando eravamo seduti accanto alle
caldaie di carne e mangiavamo pane a sazietà; invece ci avete fatti uscire in
questo deserto per far morire di fame tutta questa comunità. Disse allora il
Signore a Mosè: Ecco, io faccio piovere su di voi pani dal cielo; e il popolo
uscirà e ne raccoglierà ogni giorno per un giorno, perché voglio metterli alla
prova se cammineranno nella mia legge oppure no» (Es. 16,1-4). (. . .) 12. Del
secondo significato si potrà vedere un esempio nelle parole di Paolo: «Fino
a questo momento soffriamo la fame, la sete, la nudità» (1 Cor. 4,11). Aver
fame e sete, nel primo senso, accade di necessità ai corpi che godono buona
salute; nel secondo senso, a quelli che sono travagliati.

La parola che diventa sorgente della bevanda di vita

III. 13. Occorre, dunque, esaminare l’espressione: «Chiunque beve di


quest’acqua avrà di nuovo sete», per vedere in che senso avrà sete. Innanzitut-
to forse, analogamente a quanto avviene per la bevanda sensibile o per quella
corporea, si vuole qui significare che, anche se uno è momentaneamente
saziato, tuttavia non appena viene a mancare la bevanda, chi beve prova di
nuovo quello che ha provato prima, cioè avrà di nuovo sete, venendosi a

137
AVVIO ALLA PATROLOGIA

trovare nella stessa condizione di prima. 14. Gesù, quindi, aggiunge: «Chi
beve dell’acqua che io gli darò, diventerà in lui sorgente d’acqua zampillante
nella vita eterna» (Giov. 4,14). 15. Ora, come potrà ancora aver sete colui
che ha in sé una sorgente? E allora il senso principale potrebbe essere press’a
poco questo: Chi attinge a parole che soltanto all’apparenza sono profonde,
sarà appagato per poco tempo, finché potrà accettare come profondissimi
i pensieri attinti che gli sembra di scoprire; in un secondo momento però,
riflettendo meglio, cadrà di nuovo in dubbio su quanto una volta lo appa-
gava, in quanto quella supposta profondità di dottrina non è in grado di
fornirgli la comprensione chiara e distinta di ciò che forma oggetto della
sua ricerca. 16. E pertanto, anche se uno si lascia carpire il suo assenso dalla
forza persuasiva delle parole, sentirà in seguito sorgere in sé gli stessi dubbi
che aveva prima di apprendere tali cose. Io invece ho una parola tale che
diventa, in colui che accoglie il mio annunzio, una sorgente della bevanda di
vita. E tale è il beneficio che riceve colui che attinge dalla mia acqua, che in
lui sgorga una sorgente di acque balzanti verso l’alto, capace di trovare tutto
ciò che forma l’oggetto della sua ricerca, perché al seguito di quest’acqua mo-
bilissima anche il pensiero zampilla e vola velocissimo; e questo zampillare e
balzare lo porta di per sé verso l’alto, verso la vita eterna. 17. Egli, in certo
modo, dice che il termine di quest’acqua zampillante è la vita eterna.

I monti, simbolo delle anime

Nel Cantico dei Cantici, parlando dello sposo, Salomone dice: «Ecco,
egli viene balzando sui monti, saltellando sui colli» (Cant. 2,8). 18. Ora,
come là lo sposo viene balzando alle anime più nobili e divine (indicate con
il nome di monti) e saltellando a quelle inferiori (indicate con il nome di
colli), così qui la sorgente che sgorga in colui che beve dell’acqua data da
Gesù zampillerà verso la vita eterna. 19. E forse anche balzerà, oltre la vita
eterna, verso il Padre che trascende la vita eterna: infatti, se Cristo è la vita,
colui che è il più grande di Cristo e più grande della vita.

La vera sete è desiderio di Dio

IV. 20. Chi beve l’acqua data da Gesù avrà in sé una sorgente di acqua
zampillante nella vita eterna, quando si adempierà la promessa contenuta
nella beatitudine relativa all’aver fame e sete della giustizia. 21. Dice infatti

138
14 ORIGENE

il Logos: «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno
saziati» (Mt. 5,6). 22. E forse, siccome prima di esser saziati bisognerà aver
fame e sete della giustizia, più che di esser saziati bisogna preoccuparsi di
aver fame e sete della giustizia, per poter dire anche noi: «Come il cervo
desidera le sorgenti d’acqua, così l’anima mia desidera te, o Dio. L’anima
mia a sete di Dio, del Dio forte, del Dio vivente; quando andrò a vedere il
volto di Dio?» (Sal. 41,2-3)

La sete e la sorgente

23. Per aver questa sete è bene, quindi, prima bere dalla sorgente di
Giacobbe, badando però a non chiamarla pozzo come fa la Samaritana. E
invero il Salvatore, neppure adesso, rispondendo alle parole della Samaritana,
afferma che l’acqua deriva da un pozzo, ma dice semplicemente: «Chiunque
beve di quest’acqua avrà di nuovo sete». 24. E tuttavia se il bere da questa
sorgente non avesse portato vantaggio alcuno, Gesù non si sarebbe seduto
su di essa né avrebbe detto alla Samaritana: Dammi da bere. 25. E occorre,
quindi, osservare ancora questo: alla Samaritana che gli chiede l’acqua Gesù,
in certo qual modo, ha promesso di non darla in alcun altro posto se non
presso questa sorgente, perché le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e vieni
qui».

Le Scritture, introduzione sommaria alla conoscenza

V. 26. Dunque, chi beve dalla sorgente di Giacobbe avrà di nuovo


sette, chi invece beve l’acqua che Gesù da, ha in lui una sorgente d’acqua
che zampilla verso la vita eterna; riflettiamo ancora se da questo si possa
dimostrare quanto differiscano tra loro il beneficio ottenuto da coloro che
avranno un rapporto diretto e intimo con la verità stessa e quello che noi
crediamo di ottenere dalle Scritture, sia pure comprese esattamente. 27. La
Scrittura infatti non contiene alcuni fra i più importanti e divini misteri
di Dio; altri poi non possono addirittura esser contenuti da parole umane
(almeno, nelle loro accezioni comuni) né da linguaggio umano. Infatti «ci
sono ancora molte altre cose fatte da Gesù, che se fossero scritte una per
una, il mondo stesso non basterebbe, penso, a contenere i libri che se ne
scriverebbero» (Giov. 21,25). 28. E Giovanni, nel momento in cui si accinge
a scrivere le parole pronunziate dai sette tuoni, ne è impedito (Cf. Ap. 10,4).

139
AVVIO ALLA PATROLOGIA

29. Paolo poi afferma di aver udito parole ineffabili che non era possibile
da alcun uomo profferire (Cf. 2 Cor. 12,4): infatti era possibile agli angeli
profferirle, ma non agli uomini, perché «tutto è lecito ma non tutto giova»
(1 Cor. 6,12). 30. Ora, egli dice, le parole ineffabili che egli udì non è lecito
all’uomo neppure pronunziarle. Le Scritture nel loro complesso, per quanto
comprese esattamente e a fondo, non costituiscono, penso, se non i primissi-
mi elementi e un’introduzione affatto sommaria rispetto alla totalità della
conoscenza.

La sorgente, simbolo della Scrittura

31. Vedi un po’, dunque, se questa sorgente di Giacobbe (da cui egli
bevve bensì una volta ma non ne beve più, e da cui anche i suoi figli bevvero,
avendo adesso però una bevanda migliore di quella, e da cui bevvero anche
i loro armenti) non rappresenti per caso tutta quanta la Scrittura. L’acqua
che Gesù dà, invece, e ciò che è «oltre quello che sta scritto» (Cf. 1 Cor. 4,6).
32. Non a tutti però è dato indagare ciò che è oltre quello che sta scritto, se
non a condizione di assimilarvisi; altrimenti non si stupisca di sentirsi dire:
«Non cercare le cose troppo difficili; non indagare le cose troppo grandi per
te» (Eccli. 3,22).

Gli insegnamenti dello Spirito sono la sorgente d’acqua

VI. 33. Quando poi affermiamo che qualcuno conosce ciò che è oltre
quello che sta scritto, non vogliamo dire con questo che ciò sia conoscibile dai
molti, bensì da Giovanni che l’ode ed è impedito di scriverlo (per esempio,
le parole dei tuoni), che conosce le cose ma non le scrive per risparmiare il
mondo, perché riteneva che il mondo stesso non sarebbe bastato a contenere
i libri scritti. 34. Anche le parole ineffabili apprese da Paolo sono oltre quello
che sta scritto, perché quelle scritte gli uomini le avrebbero potute profferire.
E oltre quello che sta scritto è anche «ciò che occhio non vide»; né può essere
scritto «ciò che orecchio non udì» (1 Cor. 2,9). 35. Anche «ciò che non entrò
in cuore di uomo» trascende la sorgente di Giacobbe, perché sgorga da una
sorgente d’acqua zampillante verso la vita eterna, manifestandosi a coloro
che non hanno più un cuore umano, ma possono ormai affermare: «Noi
abbiamo la mentalità di Cristo» (1 Cor. 2,16), «per vedere i doni che Dio ci
ha elargito. E questi noi li annunziamo, non con insegnamenti di sapienza

140
14 ORIGENE

umana, ma con insegnamenti dello Spirito» (1 Cor. 2,12-13). 36. E allora,


rifletti un po’ se per sapienza umana si possono intendere non già le false
dottrine bensì piuttosto i primi elementi della verità e ciò che raggiunge chi
è ancora uomo. Gli insegnamenti dello Spirito invece sono forse la sorgente
d’acqua zampillante verso la vita eterna.

Diversi modi di attingere alla sorgente di Giacobbe

37. La Scrittura, dunque, è un’introduzione; essa ha qui il nome di


sorgente di Giacobbe; se la si comprende esattamente, non si può non
risalire a Gesù, perché ci dia una sorgente d’acqua zampillante verso la vita
eterna. 38. Tuttavia, diverso è il modo di ciascuno di attingere alla sorgente di
Giacobbe: ne bevve infatti lo stesso Giacobbe con i suoi figli e i suoi armenti;
qui viene pure ad attingere la Samaritana quando ha sete. Ora, chissà se non
era diverso, pieno di intelligenza, il modo di bere di Giacobbe e dei suoi figli?
Mentre certamente diverso, cioè più rozzo e proprio delle bestie, il modo di
bere dei suoi armenti. E diverso da quello di Giacobbe, dei suoi figli e dei
suoi armenti era il modo di bere della Samaritana. 39. Orbene, chi è sapiente
secondo la Scrittura beve al modo di Giacobbe e dei suoi figli; coloro invece
che sono più semplici e ingenui, e che hanno appunto il nome di pecore
di Cristo, bevono al modo degli armenti di Giacobbe; coloro, infine, che
fraintendono la Scrittura e vi trovano cose obbrobriose, convinti come sono
invece di comprenderla a fondo, bevono al modo della Samaritana quando
ancora non credeva in Gesù.

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145
15. EUSEBIO DI CESAREA (265-339)

Eusebio di Cesarea di Palestina (da non confondere con Eusebio di


Cesarea di Cappadocia, † 370), nacque probabilmente in questa stessa città
verso l’anno 265. Fu discepolo di Panfilo di Cesarea e, attraverso di lui, di
Origene, dei quali ebbe sempre una grande venerazione, fino al punto di
essere chiamato Eusebio Panfilo. Cesarea ospitò la biblioteca di Origene, che
era estremamente ricca. Nell’anno 313 Eusebio diventa vescovo di Cesarea
e si trova coinvolto nella controversia ariana. Durante la riorganizzazione
del partito pro-ariano, dopo la fine del concilio, si alleò apertamente con
Eusebio di Nicomedia, il vescovo che riuniva questa fazione.
La Historia ecclesiastica, la sua opera più importante, è una miniera di
informazioni tramite le quali si conoscono alcuni autori e le loro opere, poi
perse, delle quali Eusebio cita testualmente lunghi passi. La Vita di Costan-
tino è uno scritto encomiastico, un genere letterario allora molto comune,
dedicato alla memoria dell’imperatore. Altre opere che si possono menzio-
nare sono la Preparazione evangelica, con la quale risponde agli attacchi dei
pagani contro la fede cristiana, e la Dimostrazione evangelica, nella quale
dimostra la diversità tra cristianesimo e giudaismo.
Nel campo delle Scritture Sacre e dell’Esegesi, Eusebio continuò il lavoro
di restituzione del testo biblico che aveva incominciato Origene con gli
Esapla; compose una tabella per localizzare agevolmente i passaggi comuni
dei quattro Vangeli (canoni eusebiani); predispose un dizionario geografico
dei luoghi citati nella Bibbia (Onomasticon) che si conserva. Ci sono anche
alcune opere di esegesi (dei Salmi, di Isaia) e trattati destinati a chiarire alcuni
punti oscuri (Domande e risposte sui vangeli, La poligamia dei patriarchi, La
Pasqua).
Eusebio si trova a metà strada tra alessandrini e antiocheni, benché
sia più propenso all’esegesi spirituale (esercitando comunque una vigilanza
critica nei confronti di Origene e Marcello). In realtà, molte volte ammette
l’allegoria solo quando è forzato dallo stesso linguaggio simbolico della Scrit-

147
AVVIO ALLA PATROLOGIA

tura. Per parlare del senso letterale impiega espressioni come πρὸς λέξιν
(pros léxin, d’accordo con il discorso) o καθ’ἱστορίαν (kat’historían, secon-
do la storia), e per riferirsi al senso spirituale διάνοια (diánoia, intelletto) o
θεωρία (theoría, visione).
Il passo della Storia Ecclesiastica qui riprodotto è un’importante testi-
monianza del canone del nuovo Testamento. La sua teoria sulla peculiarità
del Vangelo di Giovanni non è accettata dagli esegeti moderni.

STORIA ECCLESIASTICA, III, 24-25

24. L’ordine dei vangeli

1. Ho riferito questo racconto di Clemente per il contenuto e per


l’utilità che ne ricaveranno coloro che lo leggeranno.
Orsù, elenchiamo le opere indiscusse dell’apostolo Giovanni. 2. Per
prima cosa si deve riconoscere autentico il Vangelo secondo Giovanni, noto
a tutte le Chiese della terra. Chiarirò ora perché gli antichi, a ragione, gli
hanno assegnato il quarto posto dopo gli altri tre. 3. Quegli uomini divini
e veramente degni di Dio, dico gli apostoli del Cristo, che conducevano
una vita proba e avevano ornato le loro anime di ogni virtù, inesperti di
arte oratoria, ma coraggiosi per la potenza divina e miracolosa data loro in
dono dal Salvatore, non seppero e non tentarono neppure di annunciare
con persuatrice arte sofistica gli insegnamenti del Maestro, ma, forti della
manifestazione dello Spirito divino che operava in loro e della sola potenza
del Cristo operatrice di miracoli, che agiva per loro tramite, fecero conoscere
a tutto il mondo il regno dei cieli, dandosi poco pensiero della bellezza
stilistica.
4. Facevano questo perché erano preposti ad un servizio più grande e
superiore alla condizione umana. Paolo pertanto, quantunque espertissimo
nell’arte di elaborare discorsi e ingegnoso nei pensieri, non scrisse che brevis-
sime lettere, sebbene avesse da dire mille cose, per di più ineffabili, che era
stato reputato degno di udire quando aveva sfiorato la bellezza meravigliosa
del terzo ciclo ed era stato rapito fin nello stesso Paradiso divino. 5. Delle
stesse cose non furono privati neppure gli altri che avevano frequentato
il nostro Salvatore: i dodici apostoli, i settanta discepoli e innumerevoli
altri. Ma fra tutti coloro che furono vicini al Signore, soltanto Matteo e

148
15 EUSEBIO DI CESAREA

Giovanni hanno lasciato le loro memorie che, si dice, misero per iscritto
perché ne avvertivano la necessità. 6. Matteo, che in un primo momento
predicò la buona novella agli Ebrei, quando stava per andare anche presso
altri popoli, compose nella lingua patria il proprio Vangelo, sostituendo,
con esso, la sua presenza presso coloro che lasciava. 7. Si dice che, quando
Marco e Luca avevano ormai redatto i loro Vangeli, Giovanni, che aveva
sempre predicato oralmente, decise di scrivere il suo Vangelo per il seguente
motivo. Si dice che egli approvò i primi tre Vangeli già scritti e noti a tutti
e anche a lui, testimoniandone così la veridicità; decise poi di affidare alla
scrittura soltanto il racconto delle azioni compiute da Cristo all’inizio della
sua predicazione. 8. Ciò corrisponde a verità: si può infatti constatare che i
tre evangelisti hanno dato inizio alla loro narrazione soltanto a partire da
ciò che fece il Salvatore in un solo anno, dopo la detenzione in carcere di
Giovanni il Battista.
9. Dopo aver parlato del digiuno di quaranta giorni e della tentazione
che ad esso seguì, Matteo precisa il momento da cui comincia ad esporre
gli avvenimenti dicendo: Avendo saputo che Giovanni era stato arrestato,
si ritirò dalla Giudea in Galilea; 10. e così pure Marco: Dopo che Giovanni
fu arrestato, Gesù andò in Galilea; e Luca, prima di dare inizio alla narra-
zione delle azioni di Gesù, da una notizia simile, dicendo che Erode chiuse
Giovanni in carcere, aggiungendo così un altro male a quelli già compiuti.
11. Si dice perciò che l’apostolo Giovanni fu pregato di far conoscere col
suo Vangelo il periodo omesso nel racconto dei precedenti evangelisti e
le azioni compiute dal Salvatore in questo tempo (in quello cioè anteriore
all’arresto del Battista). È lo stesso evangelista ad attestare ciò dicendo: Così
Gesù diede inizio ai propri miracoli. E riferendo, tra le altre azioni di Gesù,
il battesimo che egli ricevette dal Battista quando costui battezzava nella
regione di Ebron, vicino Salem, lo dichiara con chiarezza ancora maggiore
dicendo: Cosi infatti Giovanni non era stato ancora rinchiuso in carcere. 12.
Dunque Giovanni, nel suo Vangelo, riferisce le azioni di Cristo anteriori
all’arresto del Battista, mentre gli altri tre evangelisti riportano gli avveni-
menti successivi alla sua detenzione in carcere. 13. A chi conosce queste
cose, non sembrerà più che i Vangeli discordino fra di loro, perché quello di
Giovanni riferisce le prime azioni compiute da Cristo, gli altri quelle che egli
fece negli ultimi anni della sua vita terrena. Pertanto Giovanni ha omesso
di riportare la genealogia secondo la carne del nostro Salvatore, perché già

149
AVVIO ALLA PATROLOGIA

riferita da Matteo e da Luca, ma cominciò dalla sua teologia, quasi fosse stata
riservata a lui, come al migliore, dallo Spirito di Dio.
14. Circa la composizione del Vangelo secondo Giovanni basti quanto
detto; ed ho già illustrato precedentemente la causa che diede origine a quella
del Vangelo secondo Marco. 15. Luca poi, all’inizio del suo Vangelo, espone
il motivo che presiede alla sua composizione, mostrando che, poiché molti
altri si erano già adoperati alquanto sconsideratamente nel riferire quegli
avvenimenti di cui egli invece si era pienamente informato, spinto da neces-
sità, volendo allontanare da noi le loro dubbie narrazioni, ha tramandato un
racconto accurato degli avvenimenti di cui aveva appreso la verità grazie alla
frequentazione di Paolo e al contatto e dialogo con gli altri apostoli. 16. Su
ciò basti quanto detto; tenterò a tempo debito di illustrare con più precisione,
tramite la testimonianza degli antichi, ciò che altri hanno riferito a questo
riguardo. 17. Fra gli scritti di Giovanni, oltre al Vangelo, viene ritenuta
autentica, sia dai contemporanei sia dagli antichi, anche la sua Prima lettera;
le altre due invece sono oggetto di controversia. 18. Ma sull’attribuzione
dell’Apocalisse ancora oggi molti nutrono gravi dubbi; anche su ciò riferirò
al momento opportuno il giudizio dato dagli antichi nelle loro opere.

25. Le sacre Scritture ritenute divine e quelle che non lo sono

1. È bene a questo punto riepilogare gli scritti del Nuovo Testamen-


to fin qui esaminati. Al primo posto si devono mettere le divine scritture
dei quattro Vangeli, cui seguono gli Atti degli Apostoli, 2. vengono poi le
Lettere di Paolo, alle quali seguono la lettera trasmessa come la Prima di
Giovanni e la Prima di Pietro. A queste segue, se sembra bene, l’Apocalisse
di Giovanni, su cui riferiremo al momento opportuno le diverse opinioni. 3.
Questi sono gli scritti autentici (ὁμολογουμένοις, homologuménois). Tra
quelli oggetto di controversia (ἀντιλεγομένων, antilegoménon), ma noti
ai più, sono tramandate la lettera attribuita a Giacomo, quella a Giuda, la
seconda di Pietro, e le cosiddette seconda e terza di Giovanni, sia che esse
siano da attribuire all’evangelista o ad un suo omonimo. 4. Tra gli scritti
non testamentari (νόθοις, nóthois) sono da annoverare invece gli Atti di
Paolo, il cosiddetto Pastore, Apocalisse di Pietro, la Lettera detta di Barnaba,
la cosiddetta Didachè degli apostoli, e inoltre, come ho detto, l’Apocalisse di
Giovanni, se sembra il caso: alcuni, come ho detto, ne negano l’autenticità,

150
15 EUSEBIO DI CESAREA

altri invece la annoverano fra gli scritti autentici dell’apostolo. 5. Ormai


fra questi ultimi alcuni hanno incluso anche il Vangelo secondo gli Ebrei,
gradito soprattutto agli Ebrei che hanno accolto il Cristo.
6. Tutti questi sarebbero fra i testi controversi (ἀντιλεγομένων), che è
stato necessario elencare per distinguere le opere autentiche, vere e accettate
da tutti in base alla tradizione ecclesiastica (τάς τε κατὰ τὴν ἐκκλησιαστι-
κὴν παράδοσιν ἀληθεῖς καὶ ἀπλάστους καὶ ἀνωμολογημένας γραφὰς)
da quelle che non soltanto non sono testamentarie, ma anche di discussa
autenticità (ἀντιλεγομένας), e tuttavia note a gran parte degli scrittori ec-
clesiastici, per potere distinguere le autentiche da quelle redatte dagli eretici
sotto il nome degli apostoli: i Vangeli di Pietro, di Tommaso, di Mattia e di
alcuni altri oltre questi, gli Atti di Andrea, di Giovanni e degli altri apostoli.
Nessuno degli autori ecclesiastici che si succedettero nei tempi li ha ritenuti
degni di menzione nelle proprie opere: 7. non solo il carattere in cui sono
composti questi scritti, di gran lunga differente da quello apostolico, ma an-
che il pensiero e la dottrina in essi esposti, lontanissimi dalla vera ortodossia,
rendono manifesto infatti che sono stati composti da eretici. Pertanto non
devono essere annoverati neppure tra le opere non testamentarie (νόθοις),
ma rigettati come completamente insensati ed empi.

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153
16. ATANASIO (299-373)

Nato nel 298-299, e vescovo di Alessandria dal 328, ebbe un ruolo im-
portante nel concilio di Nicea dove eccelse per la sua difesa della ortodossia.
Atanasio meriterebbe una lunga presentazione. Si potrebbero ricordare gli
esilii sotto Costantino, sotto Costanzo per due volte, sotto Giuliano, sotto
Valente. Sono molto importanti i suoi scritti Contra arianos, le Epistole ad
Serapionem sulla divinità dello Spirito Santo, la Lettera ad Epictetum nella
quale difende l’umanità del Signore contro Apollinare di Laodicea, il Tomus
ad Antiochenos, nel quale riassume le conclusioni dell’importantissimo sino-
do di Alessandria del 362. La Vita Antonii ebbe molta diffusione e accanto
al De virginitate fa vedere come Atanasio comprendesse lo sviluppo della
vita spirituale.
Benché tutte le sue opere manifestino la sua familiarità con la Scrittura,
integrata nella realtà spirituale della tradizione cristiana, per lui l’esegesi
fu un’attività del tutto marginale. Le sue esposizioni sui salmi sono state
trasmesse dalle catene greche in alcune traduzioni orientali e dipendono
in buona misura del commento ciprianeo nel comune alveo della tradizio-
ne eusebiana. Da quanto si può desumere dal testo ricostruito, l’esegesi
di Atanasio è molto attenta, ricca di notazioni rivolte a illuminare anche
singole parole del testo e, nel commento dei diversi salmi, assai variegata. A
volte unicamente letterale e storica, oppure per uno stesso salmo letterale e
allegorica, quasi costantemente interessata nell’«ipotesi» all’identificazione
del personaggio che pronuncia questo o quel salmo oppure ne è protagonista
o, ancora, al quale il salmo stesso può essere riferito.
Atanasio si trova nel solco di una tradizione esegetica ricchissima e
ormai affermata come quella alessandrina e sulla scia dell’esempio euse-
biano. Se considerata in generale, l’esegesi di Atanasio, praticamente li-
mitata alla sua interpretazione anti-ariana della Scrittura, è stata riassun-
ta da alcuni studiosi in due punti: lo scopo è la triade «persona, tempo,
occasione».

155
AVVIO ALLA PATROLOGIA

Se ci affidiamo al suo Commento ai Salmi, dobbiamo dire che Atanasio


legge nel Salterio tutta la storia della salvezza, dalla creazione e dal peccato di
Adamo ed Eva, ma anche l’itinerario spirituale dell’anima del credente e di
tutto il nuovo popolo fino agli ultimi tempi, con un’attenzione particolare
per l’incarnazione del Logos.
La tecnica esegetica è articolata e aperta alle diverse interpretazioni.
Quella letterale può essere storica, e in tal caso il commentatore si preoc-
cupa di spiegare il salmo con l’aiuto dei libri storici e profetici dell’antico
Testamento, spesso citati. Altre volte l’esegesi di tipo letterale si limita
all’illustrazione del testo, che può essere semplicemente parafrasato e spiega-
to nel suo significato immediato. In interpretazioni di questo tipo non è infre-
quente il passaggio all’allegoria, con l’attribuzione al salmo anche di un senso
morale o individuale, relativo cioè alle vicende interiori dell’uomo, combat-
tuto dai demoni e che invoca l’aiuto divino. In altri casi l’interpretazione è
morale o individuale, con carattere prevalentemente ascetico. Il contenuto
dell’esegesi allegorica è di preferenza tipologico, soprattutto cristologico ed
ecclesiologico, ma non mancano interpretazioni più complesse.
La sua lunga lettera a Marcellino sull’utilizzazione dei salmi è un do-
cumento esegetico di prim’ordine. Atanasio sviluppa il concetto Eusebiano
dei salmi come compendio di tutta la Scrittura, e soprattutto quello che i
salmi rappresentano per il cristiano.

L’INTERPRETAZIONE DEI SALMI 1-3.5.10-11

Il racconto di Antonio a proposito del Salterio

1. Ammiro il tuo buon proposito in Cristo, Marcellino caro. Sopporti


infatti con fermezza anche la prova attuale, benché molto ti abbia fatto
soffrire, e non trascuri l’ascesi. Mi sono informato presso il latore della tua
lettera di che cosa tu faccia dopo la tua malattia e ho saputo che ti sei dedicato
alla lettura dell’intera Scrittura, più sovente tuttavia leggi il libro dei salmi
e cerchi con grande impegno di comprendere il senso recondito di ciascun
salmo. Approvo questa tua fatica; anch’io nutro lo stesso amore per questo
libro come per tutta la Scrittura. Con tali sentimenti mi incontrai con un
anziano [cioè Antonio, poiché anziano significa qui un monaco giunto alla
maturità nella vita spirituale] sollecito nel lavoro spirituale e voglio scrivere

156
16 ATANASIO

anche a te quanto mi raccontò a proposito del Salterio che teneva tra le mani.
Il racconto è piacevole e quanto dice mi pare convincente. Diceva:

Il libro dei salmi è come un giardino

2. Figliolo, tutta la nostra Scrittura, l’antica e la nuova, «è ispirata da


Dio e utile per insegnare», come sta scritto (2 Tim. 3,16), ma il libro dei
salmi richiede a quelli che lo pregano docile attenzione. Ciascun libro, infatti,
presenta ed espone un proprio insegnamento particolare. Il Pentateuco, ad
esempio, narra l’origine del mondo e le vicende dei patriarchi, l’esodo di
Israele dall’Egitto, la promulgazione della legge; il Triteuco [cioè i libri
di Giosuè, dei Giudici e di Ruth] la spartizione della terra, le gesta dei
giudici, la genealogia di Davide; i libri dei Re e delle Cronache le imprese
dei re, quello di Esdra la liberazione dalla schiavitù, il ritorno del popolo, la
costruzione del tempio e della città; i profeti annunciano le profezie riguardo
alla venuta del Salvatore, ricordano i comandamenti, rimproverano quelli
che trasgrediscono i precetti e profetizzano riguardo alle genti. Il libro dei
salmi invece è come un giardino, tutto ciò che viene annunciato negli altri
libri lo trasforma in canto, e offre inoltre un proprio insegnamento in forma
di salmo.

Il messaggio del Genesi nei Salmi

3. Ad esempio, il messaggio proprio del Genesi è cantato nel salmo 18:


«I cieli narrano la gloria di Dio, e il firmamento annuncia l’opera delle sue
mani», e nel salmo 23: «Del Signore è la terra e tutto ciò che essa contiene,
l’universo e quanti abitano in esso. Egli stesso l’ha fondata sopra i mari».
Nel salmo 77 e nel salmo 113 sono cantati gli eventi del libro dell’Esodo,
dei Numeri, e del Deuteronomio con queste parole: «Quando Israele uscì
dall’Egitto, la casa di Giacobbe da un popolo barbaro, la Giudea divenne il
suo santuario, Israele il suo dominio». Gli stessi eventi sono cantati anche
nel salmo 104: «Inviò Mosè suo servo e Aronne che aveva eletto. Pose in
mezzo a loro le parole dei suoi segni e dei suoi prodigi nella terra di Cam.
Inviò la tenebra e si fece buio, e si ribellarono alle sue parole. Cambiò le loro
acque in sangue e uccise i loro pesci. La loro terra brulicò di rane fino alle
stanze dei loro sovrani. Parlò e vennero mosche e zanzare in tutto il loro
paese». E si può vedere che tutto questo salmo e il salmo 105 trattano degli

157
AVVIO ALLA PATROLOGIA

stessi eventi. E quanto al sacerdozio e alla tenda, il salmo 28 per la festa della
tenda acclama: «Portate al Signore, figli di Dio, portate al Signore figli di
arieti, portate al Signore gloria e onore». (. . .)

I profeti nei Salmi

5. Quasi ogni salmo fa riferimento ai profeti. Che il Salvatore verrà


e che è Dio colui che verrà tra di noi, lo si dice nel salmo 49: «Verrà e si
manifesterà il Signore, Dio nostro, e non resterà in silenzio»; e nel 117:
«Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Vi abbiamo benedetto
dalla casa del Signore. Dio, il Signore, ha rifulso su di noi». E che colui che
viene sia il Verbo del Padre lo si canta nel salmo 106: «Inviò il suo Verbo e li
guarì, e li liberò dalle loro corruzioni». Colui che viene è Dio ed è il Verbo
che viene inviato. Sapendo che questo Verbo è il Figlio di Dio, il salmista
fa risuonare la voce del Padre nel salmo 44: «Il mio cuore ha proferito un
Verbo buono», e ancora nel salmo 109: «Dal seno prima della stella del
mattino ti ho generato». Di che altro si può dire generato dal Padre se non del
Verbo e della sua Sapienza? Sapendo che a lui il Padre diceva: «Sia la luce e il
firmamento, e tutte le cose» (Gen. 1,3-26), il libro dei salmi parla anche di
questo nel salmo 32: «Dalla parola del Signore furono fatti i cieli, dal soffio
della sua bocca ogni loro potenza». (. . .)

Nel libro dei salmi s’impara a conoscere i moti della propria anima

10. Riconosciamo a tutti i libri dunque questa grazia comune dello


Spirito; la si trovi in ciascuno, la stessa in tutti, come esige il bisogno e come
vuole lo Spirito. Non fa differenza il più o il meno in tale bisogno, poiché
ciascuno svolge e porta a pieno compimento il proprio mistero. Ma il libro
dei salmi possiede anche una sua propria grazia meritevole di particolare
attenzione; oltre a tutto quello in cui vi è comunione e relazione con gli
altri libri, ha anche questo di meraviglioso, che riporta impressi e scritti in
esso i moti di ciascuna anima e il modo con il quale essa cambia e si corregge
affinché chi è inesperto, se vuole, possa trovare e vedere come un’immagine
di tutto questo nel Salterio e plasmare se stesso come là è scritto. Negli altri
libri si ascolta soltanto ciò che prescrive la legge, che cosa si deve fare e che
cosa non si deve fare; si ascoltano anche le profezie, che non fanno altro che
annunciare la venuta del Salvatore, e si pone attenzione alla storia, dalla quale

158
16 ATANASIO

si possono venire a conoscere le opere dei re e dei santi. Ma nel libro dei
salmi, oltre a imparare queste cose, chi ascolta capisce e impara a conoscere
anche i moti della propria anima e, dopo aver riconosciuto le passioni che
lo fanno soffrire e lo tengono prigioniero, può ancora ricevere da questo
libro un modello di ciò che deve dire. E così non si accontenta di ascoltare
distrattamente, ma impara che cosa deve dire e fare per curare la propria
passione. Anche negli altri libri vi sono discorsi che proibiscono il male, ma
in questo si offre un modello di come si debba ritrarre da esso; si esorta ad
esempio alla penitenza. Pentirsi significa smettere di peccare; in questo libro
si mostra in che modo ci si debba pentire e che cosa dire a proposito del
pentimento. E ancora, Paolo ha detto: «La tribolazione produce per l’anima
la pazienza, la pazienza una virtù provata, la virtù provata la speranza e la
speranza poi non confonde» (Rom. 5,3-5); ma nei Salmi sta scritto e viene
spiegato in che modo si devono sopportare le tribolazioni e che cosa si deve
dire durante e dopo la tribolazione, e in che modo ciascuno sia messo alla
prova, e quali siano le parole di chi spera nel Signore. E di nuovo viene dato il
precetto di rendere grazie in ogni cosa, ma i salmi insegnano anche che cosa
debba dire chi rende grazie. Da altri poi sentiamo dire: «Chiunque vuole
vivere secondo pietà sarà perseguitato» (2 Tim. 3,12), dai salmi veniamo a
sapere anche che cosa devono dire quelli che sfuggono alla persecuzione e
quali parole si debbano dire a Dio durante la persecuzione e quando se ne è
liberati. Ci viene ordinato di benedire il Signore e di celebrarlo, ma nei salmi
ci viene indicato in che modo dobbiamo lodare il Signore e con quali parole
possiamo convenientemente celebrarlo. E per ogni evenienza si potrebbe
trovare il canto divino confacente a noi, ai nostri sentimenti, alla nostra
situazione.

I Salmi come preghiera

11. Vi è ancora questo di meraviglioso nei salmi. Nel leggere altri libri
quello che i santi dicono a proposito di una data situazione anche da chi
legge viene riferito alle circostanze di cui sta scritto; chi ascolta si sente
estraneo rispetto a quello di cui il discorso tratta, cosicché le azioni che
vengono ricordate destano soltanto meraviglia, emulazione, desiderio di
imitarle. Chi prende il libro dei salmi, invece, percorre le profezie riguardo
al Salvatore come nelle altre Scritture, pieno di stupore e venerazione, ma gli

159
AVVIO ALLA PATROLOGIA

altri salmi li legge come se fossero suoi. Chi ascolta, così come chi li recita,
prova compunzione e accorda il suo sentire alle parole dei cantici come
fossero sue. Per essere più chiaro non esito a ripetere le stesse cose, come fece
il beato Apostolo (Cf. Gal. 1,9). La maggior parte delle parole della Scrittura
sono parole proprie dei patriarchi. Mosè parlava e Dio rispondeva. Elia ed
Eliseo, seduti sul Monte Carmelo, invocavano il Signore e sempre dicevano:
«Viva il Signore, alla cui presenza oggi io sto» (1 Re. 17,1). Le parole degli
altri santi profeti si riferiscono in primo luogo al Salvatore, molte altre poi
alle genti e a Israele, e tuttavia nessuno direbbe le parole dei patriarchi come
fossero sue, né oserebbe imitare e ripetere le parole di Mosè o quelle di
Abramo riguardo al suo servo o a Ismaele o al grande Isacco; neppure in
caso di bisogno o dinanzi a qualche necessità nessuno oserebbe farle sue.
Anche se uno patisse con chi è nella sofferenza e desiderasse cose migliori,
non direbbe mai come Mosè: «Rivelati a me» (Es. 33,13), o ancora: «Se tu
perdoni i loro peccati, perdonali; ma se non li perdoni, cancellami dal libro
che hai scritto» (Es. 32,32). E nessuno farà mai ricorso alle parole dei profeti
per biasimare o lodare chi compie azioni simili a quelle da loro biasimate o
lodate, e nessuno imiterà mai Elia facendo proprie le parole: «Viva il Signore,
alla cui presenza oggi sto io» (1 Re. 17,1). Chi prende in mano questi libri
sa chiaramente che le loro parole vanno lette non come proprie, ma come
parole dei santi e di quelli cui si riferiscono. Per i salmi, invece, vi è questo
di straordinario: che all’infuori di ciò che riguarda il Salvatore o le profezie
relative alle genti, le altre parole le dice come fossero sue, ciascuno le canta
come fossero scritte per lui, e le riceve e le legge, non come dette da un altro
o riferite a qualche altro, ma si comporta come uno che sta parlando di sé;
quello che là vien detto lo pone dinanzi a Dio come se lui stesso l’avesse fatto
e detto. Chi le canta non prova timore dinanzi a queste parole come dinanzi
a quelle dei patriarchi, di Mosè, degli altri profeti, ma osa dirle invece quali
parole sue, scritte per parlare di lui. I salmi, infatti, includono ambedue i
comportamenti: quello di chi ha osservato i comandamenti, quello di chi li
ha trasgrediti. Ora, ogni uomo si trova inevitabilmente nell’una o nell’altra
situazione, e ciascuno, sia che abbia osservato il comandamento o che l’abbia
trasgredito, può dire le parole scritte per la sua situazione.

160
16 ATANASIO

BIBLIOGRAFIA
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Rondeau, M.-J., L’Épitre à Marcellinus sur les Psaumes, in VigChr 22 (1968), pp. 176-
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Roma 1985, pp. 202-204.

161
17. CIRILLO DI GERUSALEMME (315-387)

Cirillo (315-386) fu vescovo di Gerusalemme dal 348. Fu estromesso tre


volte dalla sua diocesi dagli ariani ed ebbe un ruolo importante nel concilio
di Costantinopoli. Ci sono dubbi riguardo all’autenticità delle omelie che
qui presentiamo, che spesso vengono attribuite a Giovanni, successore di
Cirillo nella sede di Gerusalemme. Bisogna distinguere le Catechesi che
commentano il Simbolo della fede ed erano predicate prima del battesimo,
dalle Catechesi mistagogiche che invece spiegano ai neofiti, durante la prima
settimana di Pasqua, il senso del rito dell’iniziazione cristiana – battesimo,
cresima ed eucaristia – dopo la ricezione di questi sacramenti nella veglia di
Pasqua. Cirillo scrisse anche una omelia sulla guarigione del paralitico nella
piscina di Siloe.
Nelle sue opere dimostra l’importanza della Scrittura nella liturgia e
nella catechesi, ma il suo discorso non è né allegorico né tipologico, poiché
non intende spiegare come interpretare la Bibbia, ma semplicemente come
essa si trovi intimamente legata all’esperienza battesimale. Infatti, il suo
approccio alla Scrittura è principalmente catechetico: la Scrittura è l’ultima
fonte della conoscenza della realtà, di ogni aspetto della condizione umana e
di Dio; contiene quanto deve essere conosciuto sui misteri della fede e, per
tanto niente si può dire senza di essa. La Scrittura è vista come testimone
(martyr) e come insieme di testimoni (martyriai). Questi sono i termini che
lui stesso impiega a scapito del più noto typos, ma in ogni caso la tecnica
esegetica tipologica è molto presente nelle sue opere, principalmente con
argomenti del tipo «si [. . .] quanto più [. . .]», ma anche mostrando le so-
miglianze tra il typos e la «aletheia» (Cristo) per enfatizzare l’insegnamento
catechetico.

163
AVVIO ALLA PATROLOGIA

PRIMA CATECHESI MISTAGOGICA

Il rito prefigurato nella storia antica

1. Già da tempo, o figli amatissimi rigenerati dalla Chiesa, avrei deside-


rato parlarvi di questi misteri, doni celesti dello Spirito. Ho però atteso fino
a questo momento, ben sapendo che agli occhi che vedono si dà molto più
credito che alle orecchie che ascoltano.
Dopo aver vissuto l’esperienza di luce battesimale sarete meglio disposti
all’ascolto delle parole che dirò per guidarvi quasi per mano dentro questo
prato paradisiaco che voi avete reso più luminoso e odoroso. Dal momento
che siete stati fatti degni di essere vivificati dal santo battesimo, siete più ca-
paci di apprendere le verità divine prima a voi nascoste perché da nascondere
ai non iniziati.
Poiché dunque è venuto il tempo di imbandire una mensa di dottrine
quale si conviene a persone addentro al mistero, non indugiamo più! Fac-
ciamo una disanima attenta che vi faccia penetrare il senso di quel che avete
visto svolgersi coi vostri occhi il vespro fatidico del vostro battesimo.
2. Appena entrati nel vestibolo dell’edificio dove si amministra il batte-
simo, standovene rivolti in piedi verso Occidente, avete ascoltato l’ordine di
stendere la mano e di rinunziare a satana come se fosse presente.
Dovete sapere che questo rito fu prefigurato nella storia antica. Tiranno
quant’altri mai crudele e brutale, il faraone infatti teneva in dura schiavitù il
libero e nobile popolo ebraico, quand’ecco Dio mandò Mosè a liberarlo dal
malaugurato asservimento agli egiziani. I montanti di tutte le porte erano
stati unti con il sangue di un agnello perché l’angelo sterminatore non si
avvicinasse alle case segnate col sangue e le risparmiasse, e così il popolo
ebraico fu liberato prodigiosamente.
Ma avvenne un altro strepitoso prodigio. Quando il nemico dopo averlo
liberato lo inseguiva, il mare per loro si aprì ma inghiottì subito dopo gli
altri sommergendoli tra le onde del mar Rosso (Cf. Es. 14,22.30).

Dalla figura alla verità

3. Passiamo ora dalla figura veterotestamentaria alla verità del Nuovo


Testamento.

164
17 CIRILLO DI GERUSALEMME

Lì leggiamo di Mosè mandato da Dio in Egitto, qui del Cristo in-


viato dal Padre nel mondo; lì di Mosè che doveva liberare il suo popolo
dall’oppressione d’Egitto, qui di Cristo che doveva liberare tutti gli uomini
del mondo oppressi dal giogo del peccato; lì del sangue dell’agnello che di
fatto allontanò l’angelo sterminatore, qui del sangue di Gesù Cristo agnello
senza macchia, che si interpose come baluardo contro i demoni.
Il tiranno inseguì l’antico popolo di Dio fino al mare, e anche il demo-
nio temerario e petulante, principe del male del mondo, ti ha inseguito fino
alle acque salutari del battesimo: come quello fu sommerso dalle acque del
mare, anche questo scomparirà travolto nelle acque della nostra salvezza.

Simbologia dell’Occidente

4. Ma risuona ancora alle tue orecchie l’ordine di stendere la mano


dicendo al demonio come a un vicino cui si parli: Rinunzio a te satana.
Voglio ora dirvi perché vi siete volti all’Occidente, è necessario spiegar-
lo: siccome l’Occidente è la regione materiale delle tenebre, e il demonio è
oscurità che domina nelle tenebre, avete guardato a Occidente per rinunziare
con gesto simbolico al principe delle tenebre e delle caligini.
Questo soltanto il motivo per cui ognuno di voi ha pronunciato in piedi
quelle parole: Rinunzio a te, satana malvagio e più crudele d’ogni tiranno.
Per questo hai aggiunto: «Non temo più la tua forza, perché il Cristo l’ha
annientata; assumendo la mia carne e il mio sangue per distruggere la morte
con la morte» (Ebr. 2,14-15), egli ha fatto sì che io non ne diventassi mai più lo
schiavo. Rinunzio a te, serpente ingannatore e autore di ogni male; rinunzio
a te, traditore e simulatore di amicizia, operatore di ogni iniquità da quando
provocasti l’infedeltà dei nostri progenitori; rinunzio a te, satana autore e
complice di ogni malvagità.

Rinuncia alle opere di satana

5. Ma veniamo alla seconda parte della formula, che ti ha insegnato a


ripetere: a tutte le sue opere.
Sono opere di satana tutti i peccati, che dobbiamo evitare alla maniera
con cui chi sia una volta sfuggito dalle mani del tiranno ne rigetta con risolu-
zione anche le armi. Sì, ogni peccato, di qualunque genere sia, è annoverato
tra le opere del diavolo. Sappi che le parole di rinunzia, particolarmente

165
AVVIO ALLA PATROLOGIA

quelle che hai pronunciato in quel tremendo istante, sono registrate nei
libri che Dio ha sottoscritto; se quindi opererai in senso contrario, sarai
giudicato come chi viene meno alla parola data. Dicendo di rinunciare alle
opere di satana, hai rinunciato dunque sia alle opere che ai pensieri contrari
alla parola data.
6. La formula che reciti continua: [. . .] e a tutte le sue pompe. Pompe del
diavolo sono le follie del teatro, le corse dei cavalli e ogni vanità del genere,
dalle quali il santo prega Dio che lo liberi: «Distogli i miei occhi dalle cose
vane» (Sal. 119 (118), 37).
Non impazzire per il teatro che offre spettacoli inverecondi di mimi
rigurgitanti di violenze e spudoratezze, né per le folli danze di uomini
effeminati.
Non impazzire per le cacce del circo, dove gli uomini si espongono
in pasto alle fiere per ottenere dei pasti che soddisfino lo sciagurato loro
stomaco, si fanno divorare e vanno a finire nel ventre delle bestie feroci per
poter blandire il loro ventre (Filip. 3,19). Esattamente, accettano quel corpo
a corpo con le belve col rischio della propria vita perché schiavi del ventre
loro Dio.
Fuggi anche delle corse di cavalli, spettacoli assurdi dove vengono
disarcionate le anime e che di fatto sono anch’esse con tutto il resto pompe
del diavolo.

Le pompe del demonio

7. Altre pompe del demonio sono pure gli oggetti offerti in onore
degli idoli nelle loro solennità, come carne o pane e simili alimenti che
contaminano con invocazioni agli infami demoni. E come noi facciamo
sul pane e sul vino eucaristici un’invocazione all’adorabile Trinità perché
questi alimenti, prima pane e vino comuni, con questa invocazione diven-
tino pane e vino eucaristici, il pane corpo di Cristo e il vino sangue di
Cristo; così fanno essi su siffatti alimenti che, benché per sé naturali, sono
elementi della pompa di satana perché contaminati dall’invocazione dei
demoni.
8. Poi aggiungi la rinunzia e ad ogni suo culto. Culto per il diavolo è la
preghiera che si fa nel tempio degli idoli e ogni altro onore che si renda a tali
idoli inanimati.

166
17 CIRILLO DI GERUSALEMME

Così certuni, tratti in inganno dai loro sogni o dai demoni, credono
di trovare la guarigione dalle malattie fisiche o di ottenere altri vantaggi,
andando ad accendere lumi e a bruciare incenso alle sorgenti dei fiumi:
tu non partecipare a tali osservanze. Alcuni traggono auspici, esercitano
la divinazione, interpretano segni, portano amuleti, scrivono su lamine,
operano magie e altri malefici: queste e tante altre pratiche del genere sono
atti di culto per il diavolo.
Devi assolutamente fuggirle, perché se cadessi in tali osservanze dopo
aver fatto la tua rinuncia a satana ed esserti arruolato sotto le insegne di
Cristo, faresti ben più dura esperienza del tiranno. Prima, quando ti circon-
veniva, forse ti trattava familiarmente e non ti faceva sentire le durezze della
schiavitù; ma dal momento che egli si è ormai fortemente irritato contro di
te, non avrai con te il Cristo e di lui sperimenterai la vera natura.
Hai sentito narrare la storia antica di Lot e delle sue figlie (Cf. Gen. 14,
15ss.), come Lot si salvò con le sue figlie guadagnando il monte mentre
sua moglie finì trasformata in una statua di sale? Fu così immobilizzata
perché si perennasse il ricordo della sua perversa scelta di voltarsi indietro.
Bada bene quindi di non voltarti indietro dopo aver messo mano all’aratro
(Cf. Lc. 9,62), di non tornare con simile comportamento all’amara salsedine
della vita precedente (Cf. Deut. 4,23; Tob. 4,13), ma di rifugiarti sul monte
(Cf. Gen. 19,17) preso Gesù la pietra non tagliata da mani di uomo che di
per sé ha riempito l’universo (Cf. Dan. 2,34-35.45).
9. Con la rinunzia a satana, definitivamente sciolta ogni alleanza con
lui e rotti gli antichi patti con l’inferno (Cf. Is. 28,15), eccoti schiuso il
paradiso che Dio piantò ad Oriente (Cf. Gen. 2,8) e da cui fu cacciato il
nostro progenitore caduto nella trasgressione (Cf. Gen. 3,25). Questo è il
significato del gesto che fai di rivolgerti dall’Occidente all’Oriente, regione
della luce, e della professione di fede che ti si richiede di fare nello stesso
momento dicendo: Credo nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo, e in un
solo battesimo di penitenza.
Ma di questo argomento Dio ci ha dato la grazia di trattare a lungo
nelle precedenti catechesi.

167
AVVIO ALLA PATROLOGIA

Siamo rivestiti da Gesù Cristo con l’abito della salvezza

10. Con queste mie istruzioni ti ho messo in guardia; a che ora spetta di
essere vigilante, perché come s’è letto poc’anzi, «il nostro nemico, il diavolo,
come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare» (1 Pt. 5,8).
Mentre però nel passato ebbe su di noi il sopravvento e ci divorò la mor-
te, dopo il santo lavacro di rigenerazione Dio asciuga ogni lacrima da tutti i
volti (Cf. Is. 25,8). Spogliato dell’uomo vecchio, non hai più di che piangere,
rivestito da Gesù Cristo con l’abito della salvezza, non hai che da fare festa.
11. Quanto detto finora riguarda i riti che si compiono fuori del batti-
stero. Ora, se Dio vuole, con le seguenti istruzioni mistagogiche, entreremo
nel Santo dei Santi, per conoscere il simbolismo dei riti che si compiono
all’interno.
Gloria, potenza e magnificenza a Dio assieme al Figlio e allo Spirito
Santo, per i secoli dei secoli. Amen.

BIBLIOGRAFIA
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Jerusalem and the Cappadocian Fathers, in Theologia crucis - signum crucis. Fs.
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Saxer, V., Cyrill von Jerusalem und die Heilige Schrift. Was er von ihr lehrt und wie
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168
18. BASILIO MAGNO (330-379)

Nato verso il 330, divenne vescovo di Cesarea nel 370. La sua famiglia
di origine era molto ricca e fu culla di quattro santi. Ebbe un’istruzione accu-
ratissima da parte dei migliori retori a Neocesarea, Costantinopoli ed Atene.
La sua dedizione personale alla vita ascetica fu grande e fornì indicazioni
sul modo di praticarla. Sono da sottolineare la polemica con gli anomei,
che si rispecchia nell’Adversus Eunomium, le opere di beneficenza presso i
bisognosi e con le persone colpite dalle carestie che portò all’edificazione di
un complesso assistenziale chiamato la “Basiliade”. Poi il trattato De Spiritu
Sancto è tra le migliori opere del periodo patristico. Scrisse anche omelie sui
salmi e sui martiri.
Uomo di azione, usò le sue conoscenze scritturistiche in compiti apo-
logetici, dottrinali e ascetici. Conosceva profondamente la teoria esegetica
di Origene e molto probabilmente scrisse assieme a Gregorio Nazianzeno
la Philocalia, antologia di testi origeniani che costituisce un vero e proprio
manuale di teoria esegetica. Secondo Simonetti, immerso nella polemica
antiallegorista, dovette moderare gli iniziali fervori allegorizzanti, predi-
ligendo l’interpretazione letterale, anche a causa del carattere preponde-
rantemente omiletico della sua produzione. Nella sua temperie letteralista
con scopi morali, quindi, si intercalano spunti del più genuino allegori-
smo. Nell’Esamerone, per esempio, si dá una prudente apertura, persino
familiarità, con il metodo allegorico. In realtà, Basilio non fu nemmeno un
antiocheno ante litteram.

OMELIA SULL’ESAMERONE I, 8

Indagine circa l’essenza di ogni essere

8,1. «In principio Dio creò il cielo e la terra» (Gen. 1,1). L’indagine
circa l’essenza di ogni essere, sia di quelli che sono sottoposti alla nostra

169
AVVIO ALLA PATROLOGIA

osservazione, sia di quelli che sono oggetto della nostra percezione, intro-
durrebbe una lunga digressione nella nostra esegesi, così che all’esame di
questo problema si dedicherebbe un discorso più ampio di quanti ne sono
richiesti in ognuno dei nostri quesiti. Inoltre non recherebbe alcun vantaggio
all’edificazione della Chiesa spendere tanto tempo per tali questioni. 2. Ma
circa l’essenza del cielo ci bastano le parole di Isaia, che della sua natura ci ha
dato una nozione valida con parole semplici, dicendo: «Colui che ha stabilito
il cielo come un fumo» (Is. 51,6); vale a dire: colui che ha creato una sostanza
leggera, non solida né compatta per la costituzione del cielo. E riguardo
alla forma ci basta quanto egli disse glorificando Dio: «Colui che ha posto
il cielo come una volta» (Is. 40,22). 3. Anche per quanto concerne la terra
persuadiamoci ugualmente a non affannarci troppo nell’indagare quale ne sia
l’essenza, né a spendere il tempo nei ragionamenti filosofici ricercandone la
sostanza, né a cercare una natura priva di qualità, esistente per sé stessa senza
caratteri propri, ma dobbiamo sapere che tutti gli elementi che si vedono
in essa sono ordinati alla ragione del suo esistere, in quanto ne completano
l’essenza. 4. In realtà arriverai ad un nulla nel tentativo di escludere con la
ragione ogni qualità inerente ad essa sostanza. Se riesci infatti a rimuovere il
nero, il freddo, il pesante, in solido, le qualità della sostanza concernenti il
gusto, o altre che si possono vedere in essa, un nulla sarà la sostanza. Messe
da parte queste indagini, neppure ti consiglio di cercare su quale sostegno
poggi la terra. 5. Perché anche in tal caso al pensiero verranno le vertigini,
non approdando il ragionamento a nulla di certo. Se dirai che l’aria costitui-
sce una base sotto l’estensione della terra, ti sarà difficile spiegare come mai
una sostanza fluida e leggera resista compressa da tanto peso, e non scorra
via da ogni parte sfuggendo all’abbassamento e diffondendosi in alto sopra
la mole che la comprime. 6. Se poi tu supponi che sia l’acqua a costituire la
base della terra, anche allora dovrai cercare in che modo un corpo pesante e
solido non si immerga nell’acqua, ma pur essendo tanto superiore di peso sia
sostenuto da una sostanza più leggera. Inoltre dovrai ancora ricercare la base
di sostegno dell’acqua, e di nuovo difficilmente spiegherai su quale sostanza
impermeabile e resistente si appoggi la sua ultima base.

170
18 BASILIO MAGNO

OMELIA SULL’ESAMERONE IX, 6

Gli animali e l’uomo

6,1. Gli animali sono anche un motivo di prova per la nostra fede. Hai
posto la tua fiducia nel Signore? «Camminerai sopra l’aspide e il basilisco;
calpesterai il leone e il dragone» (Sal. 90,13). La fede ti dà il potere di cam-
minare sui serpenti e sugli scorpioni. Non vedi che la vipera, attaccandosi
alla mano di Paolo mentre raccoglieva rami secchi, non gli procurò alcun
danno, perché il sant’uomo fu ritrovato pieno di fede? Se invece tu non hai
fede, non devi temere la bestia più della tua incredulità, per la quale ti sei
reso facile preda di ogni corruzione. 2. Ma ora mi accorgo che già prima mi
era stato richiesto di parlare dell’origine dell’uomo, e mi sembra di sentire
gli uditori indirizzarmi nel loro cuore queste parole di rimprovero: Siamo
istruiti sulla natura degli esseri a noi soggetti, ma non conosciamo noi stessi.
Dunque è necessario parlarne, dopo aver rimosso da noi l’esitazione che ci
trattiene. 3. In realtà sembra che la conoscenza di sé stesso sia la più difficile
di tutte le cose. Perché non soltanto l’occhio che vede le cose esterne non
usa la facoltà visiva per scrutare sé stesso ma anche il nostro stesso spirito,
che pure percepisce la colpa altrui, è tardo nel riconoscere i propri difetti.
4. Per questo, dopo aver esaminato con accuratezza le cose relative agli altri
esseri, anche il nostro discorso è tardo e pieno di timore davanti alla ricerca
di quello che ci è proprio: eppure non c’è dato di conoscere Dio attraverso il
cielo e la terra, più di quanto non ce lo consenta l’attenzione della nostra
natura, per chi almeno esamina sé stesso con intelligenza: «Mirabile è la
conoscenza di Te che io ho tratto da me» (Sal. 138,6); cioè a dire: conoscendo
me stesso ho appreso la sovreminente sapienza che è in Te. E Dio disse:
«Facciamo l’uomo» (Gen. 1,26). 5. Dov’è il giudeo che, poco prima, quando
la luce della teologia penetrava come attraverso delle finestre, e una seconda
persona si intravvedeva misteriosamente senza ancora rivelarsi con chiarez-
za, combatteva contro la verità, dicendo che Dio parlava a sé stesso? Egli
sostiene che era Lui a parlare e a creare. «Sia fatta la luce e la luce fu fatta»
(Gen. 1,3). Certo, in quelle loro parole vi era una palese assurdità. 6. Perché
quale fabbro o falegname o calzolaio, seduto tutto solo tra gli strumenti
della sua arte, senza che nessuno lo assista, dice se stesso: Facciamo la spada,
forgiamo l’aratro, confezioniamo la calzatura; o non compie piuttosto in

171
AVVIO ALLA PATROLOGIA

silenzio l’opera che gli compete? Sarebbe veramente una grande sciocchezza
che uno si ergesse a capo e precettore di sé stesso, e incitasse sé stesso in
maniera dispotica e forte. 7. Ma costoro, che non temono di calunniare
il Signore, che cosa non direbbero con la loro lingua ormai esercitata alla
menzogna? C’è però una parola che chiude loro completamente la bocca. «E
Dio disse: Facciamo l’uomo». C’è ancora, dimmi, una sola persona? Perché
non disse: Sia fatto l’uomo, ma: Facciamo l’uomo. 8. Finché non c’era colui
al quale era destinato l’insegnamento, il messaggio della dottrina teologica
restava profondamente celato; ma ora che si attende la creazione dell’uomo,
la fede si svela e la dottrina della verità si apre più chiaramente. Facciamo
l’uomo. Tu senti, o nemico di Cristo, che Egli parla a colui che gli si associa
nella creazione, a colui «per mezzo del quale ha creato anche i secoli, che
tutto sorregge con la sua potente parola» (Ebr. 1,2-3). 9. Ma il giudeo non
accetta serenamente la santa dottrina. Come gli animali più feroci contro
l’uomo, dopo che sono rinchiusi nelle gabbie, si aggirano ruggendo tra le
sbarre, e mostrano la selvaggia ferocia della loro natura, impotenti a placare
il loro furore; così anche i Giudei, gente nemica della verità, seppure messi
alle strette, dicono che molte sono le persone cui si rivolge la parola di Dio.
10. Perché è agli angeli che stanno attorno a lui che Egli dice: Facciamo
l’uomo. Invenzione giudaica, e finzione della loro leggerezza: per non am-
mettere un’unica persona [in greco solo ἕνα (héna, «una»); persona è una
aggiunta del traduttore], ne introducono innumerevoli. E scartando il figlio,
attribuiscono a dei servitori la dignità di consiglieri; e costituiscono i nostri
compagni di servitù signori della nostra creazione. L’uomo che giunge alla
perfezione si eleva alla dignità degli angeli. 11. Ma quale creatura può essere
uguale al Creatore? Considera poi quanto segue: a nostra immagine. Che
cosa rispondi a questo? È forse una stessa immagine quella di Dio e quella
degli angeli? È assolutamente necessario che la forma del Padre e del Figlio
sia la stessa, quella forma cioè concepita in maniera degna della divinità, non
come una figura corporale, ma come una proprietà peculiare della divinità.
Ascolta anche tu che appartieni alla nuova circoncisione, e che simulando di
aderire al cristianesimo professi il giudaismo. 12. A chi dice Dio: A nostra
immagine? A chi altro se non a colui che «è lo splendore della gloria, e
l’impronta della sua ipostasi, immagine del Dio invisibile?» (Col. 1,15) È alla
sua immagine vivente, a Colui che disse: «Io e il Padre siamo una sola cosa»
(Giov. 10,30), e: «Chi ha visto me ha visto il Padre» (Giov. 14,9), è a Lui che

172
18 BASILIO MAGNO

egli dice: «Facciamo l’uomo a nostra immagine». 13. Quando l’immagine è


unica, dove è la dissomiglianza? «E Dio fece l’uomo». Non fecero. In questo
caso l’autore ha evitato la pluralità delle persone [τῶν προσώπων (tón pro-
sópon)]. Correggendo con le prime parole l’errore dei giudei e chiudendo
con queste la strada al paganesimo, giunge con sicurezza alla monade, affin-
ché tu intenda il Figlio insieme al Padre, ed eviti il pericolo del politeismo.
14. «A immagine di Dio lo fece». Qui introduce di nuovo la persona di chi
gli era unito nell’opera. Perché non disse: A sua propria immagine, ma: A
immagine di Dio. In che maniera l’uomo possiede l’immagine di Dio, e
come partecipa alla sua somiglianza, ne tratteremo, se Dio vorrà, nei discorsi
successivi. Per il momento voglio dire questo, che se l’immagine è unica,
donde ti è venuta l’intollerabile empietà di affermare che il Figlio non è
simile al Padre? 15. Oh, l’ingratitudine! La somiglianza di cui tu sei partecipe
non la concedi al divino benefattore? Tu ritieni che ti appartengano per
tuo proprio diritto i benefici offerti dalla grazia, mentre tu non accordi al
Figlio la somiglianza che Egli ha per natura col Padre? Ma ormai la sera che
da tempo ha fatto calare il sole al tramonto m’impone di tacere. Facciamo
riposare anche noi a questo punto il nostro discorso, e contentiamoci di
quanto abbiamo detto.

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18 BASILIO MAGNO

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175
19. GREGORIO DI NISSA (CA. 335-395)

Gregorio ricevette la sua educazione religiosa da suo fratello Basilio.


Dopo aver ricevuto il lettorato, si sposò. In seguito fu ordinato però sacer-
dote e fu nominato vescovo di Nissa per aiutare Basilio. Fu deposto dalla
sede di Nissa, ma vi ritornò dopo la morte di Valente. Lavorò al servizio
della Chiesa, specialmente per il Concilio di Costantinopoli del 381. Gli
scritti più rilevanti sono: il De virginitate, il De inscriptione psalmorum, il De
opificio hominis con l’In Hexameron, il Contra Eunomium, l’Ad Ablabium, il
De professione christiana, la Oratio catechetica magna.
Gregorio di Nissa è uno degli autori più dotati nella speculazione
teologica e anche un grande pensatore mistico. È impossibile fare qui una
rassegna completa delle opere del Nisseno che riguardano l’esegesi. Simonetti
(cf. bibliografia) studia in modo approfondito le quattro maggiori opere
esegetiche (Sui titoli dei Salmi, Omelie sull’Ecclesiaste, Omelie sul cantico,
Vita di Mosè) e perciò ci affidiamo alle sue conclusioni.
Gregorio, in quanto uomo dotato di una profonda spiritualità, va-
lorizza l’esegesi spirituale (allegorizzante) sulla scia di Origene, ma nella
tradizione alessandrina occupa un posto unico per il carattere organico
della sua applicazione sistematica dei due principi tradizionali di σκοπός
(skopós) e ἀκολουθία (akolouthía). Questo significa, in primo luogo, che
ogni sua opera di argomento spirituale è una guida alla beatitudine e, per
tanto, il ricorso alla Scrittura ha un fine sussidiario: tutte le sue opere non
sono che variazioni sullo stesso tema e non sente l’obbligo di interpretare
tutti i dettagli del testo. In secondo luogo, Gregorio attribuisce ad ogni
opera esegetica un fine specifico e in funzione di esso interpreta i dettagli in
modo organico. Rispetto alla tecnica interpretativa, il Nisseno fa uso della
massima libertà evitando la sistematicità: dove è possibile, rinuncia stru-
mentalmente all’allegoria; dove questo non è possibile, prevalgono invece i
criteri dell’esegesi allegorica.

177
AVVIO ALLA PATROLOGIA

L A VITA DI MOSÈ II, 15-36.48-51

Mosè e il cespuglio ardente

15. Col suo esempio Mosè ci insegna a schierarci a fianco della virtù,
come ad uno della nostra stirpe, e a uccidere l’avversario che assaliva la virtù.
In effetti la vittoria della vera religione è rovina e morte dell’idolatria. Allo
stesso modo, con la giustizia si uccide l’ingiustizia, e con l’umiltà l’orgoglio.
16. Ma anche la rissa fra i due connazionali insorge dentro di noi. Infatti
non ci sarebbe spazio per l’affermarsi delle malvagie eresie se idee erronee
non si opponessero a quelle veritiere, muovendo loro guerra. E se allora
noi siamo troppo deboli per poter dare la vittoria a ciò ch’è giusto, poiché
il male prevale con i suoi assalti e respinge il primato della verità, bisogna
fuggir di qui il più celermente possibile, imitando l’esempio della storia, per
apprendere misteri più grandi e profondi. 17. E se bisogna di nuovo vivere
insieme con lo straniero, cioè se la necessità ci costringe a frequentare la
sapienza profana, facciamo anche questo, dopo aver disperso i cattivi pastori
che usavano non giustamente dei pozzi, cioè dopo aver confutato i maestri
di malvagità che fanno cattivo uso della cultura. 18. Così vivremo solitari,
non più mescolandoci e facendo da pacieri tra quelli che lottano fra loro,
ma vivremo con quelli che pascolano presso di noi, che hanno gli stessi
sentimenti e gli stessi pensieri, sottomettendo tutti gli impulsi della nostra
anima, come pecore, alla superiore volontà della ragione. 19. Mentre così
sorvegliamo le greggi vivendo in pace e senza contrasti, ci illuminerà la verità
abbagliando coi suoi splendori gli occhi della nostra anima. Dio infatti è la
verità che allora si manifestò a Mosè grazie a quella indicibile, soprannaturale
illuminazione. 20. Se poi è da un cespuglio spinoso che s’accende la luce
che illumina l’anima del profeta, neppure questo particolare è inutile per la
nostra ricerca. Se infatti Dio è verità, la verità è luce e questi eccelsi e divini
appellativi il Vangelo attesta per il Dio che si è rivelato a noi nella carne;
ne consegue che questo cammino verso la virtù ci conduce alla conoscenza
di quella luce, che si abbassa fino alla natura umana, non illuminata da
uno dei luminari che si trovano fra gli astri, perché non si creda che quella
luce derivi da materia lì presente, ma superando il luminari del cielo con i
raggi provenienti da un cespuglio terreno. 21. Da ciò apprendiamo anche
il mistero che riguarda la vergine, perché la luce della divinità, che da lei

178
19 GREGORIO DI NISSA

risplendette alla vita umana grazie al suo parto, ha custodito incorrotto il


cespuglio ardente, in quanto il fiore della verginità non si è appassito per il
parto. 22. Da questa luce apprendiamo che cosa dobbiamo fare per essere
all’interno dei raggi della verità, e che non è possibile correre con i piedi
calzati verso quell’altezza dove si contempla la luce della verità. Infatti i piedi
dell’anima devono essere liberati dal rivestimento di pelli morte e terreni, che
hanno avviluppato all’inizio la sua natura, quando per la trasgressione del
comando divino fummo denudati. Se riusciremo a far questo, proseguiremo
la conoscenza della verità, che ci si rivelerà da sé. Infatti la conoscenza
dell’essere è purificazione dalle opinione relative al non essere. 23. E secondo
me questa è la definizione della verità: non sbagliare nella comprensione
dell’essere. Infatti l’errore è immaginazione, relativa al non essere, che si
forma nel nostro intelletto, quasi che abbia reale esistenza ciò che non esiste.
La verità invece è sicura comprensione di ciò che realmente è. Così uno, solo
dopo aver trascorso in piena tranquillità molto tempo immerso in profonde
meditazioni, comprenderà con difficoltà che cosa sia realmente ciò che è,
ossia ciò che possiede l’essere per propria natura, e che cosa il non essere,
ossia ciò che esiste solo in apparenza, ma di per sé ha natura priva di realtà.

Che cos’è veramente ciò che realmente è

24. Mi sembra che allora il grande Mosè, istruito dall’apparizione divina,


abbia appreso che nessuna delle altre cose, che si colgono con la percezio-
ne e si conoscono con l’intelletto, esiste realmente, tranne l’eccelsa causa
dell’universo, da cui l’universo dipende. 25. Se infatti il pensiero considera
anche qualche altra cosa fra gli esseri, il ragionamento però in nessuno degli
esseri ravvisa autosufficienza, per cui gli sia possibile esistere senza partecipa-
re all’essere. Essere sempre uguale a se stesso, senza aumento ne diminuzione,
non essere soggetto ad alcuna trasformazione in meglio o in peggio (infatti è
estraneo al peggio e non ammette qualcosa che sia meglio), non aver assolu-
tamente bisogno di altro, essere il solo desiderabile e partecipato da ognuno
e non diminuito dalla partecipazione di questi: ecco che cos’è veramente ciò
che realmente è, e la comprensione di questo è conoscenza della verità.

179
AVVIO ALLA PATROLOGIA

I prodigi indicano copertamente il mistero

26. Come allora Mosè s’immerse in questa realtà, così fa ora chiunque,
secondo quell’esempio, si spoglia dell’involucro terreno e osserva la luce che
viene dal roveto, cioè il raggio che risplende a noi attraverso questa carne
irta di spine e che, come dice il Vangelo, luce vera e verità (Cf. Giov. 1,9);
e allora costui diventa tale da bastare anche per la salvezza degli altri, da
distruggere la tirannia che domina malvagiamente, da rivendicare a libertà
gli oppressi dalla dura servitù. L’alterazione della destra e la trasformazione
del bastone in serpente (Cf. Es. 4,7) aprono la serie dei prodigi. 27. Mi
sembra infatti che questi prodigi indichino copertamente il mistero per cui
attraverso la carne del Signore si è manifestata agli uomini la divinità, grazie
alla quale la tirannia è stata distrutta e quanti da essa erano oppressi sono stati
condotti a libertà. 28. Mi spingono a questa interpretazione testimonianze
profetiche ed evangeliche. Dice infatti il profeta: «Questo è il mutamento
della destra dell’altissimo» (Sal. 76,11), in quanto la natura divina, considerata
immutabile, si è mutata secondo la nostra forma e il nostro aspetto per
condiscendenza alla debolezza della natura umana. 29. Allora infatti la
mano del legislatore, messa nel seno, si alterò assumendo un colore contro
natura, posta di nuovo nel seno, tornò alla bellezza che le era propria e
secondo natura. E il Dio unigenito, che è nel seno del Padre, questi è la
destra dell’Altissimo (Cf. Giov. 1,18). 30 Quando apparve a noi, uscendo
dal seno, si mutò conforme al nostro aspetto; ma quando, dopo aver posto
riparo dalla nostra debolezza, di nuovo riportò la mano, che si trovava fra
noi e aveva assunto colore come il nostro, nel suo seno (seno della destra è
il Padre), allora non mutò l’impassibilità della sua natura in passibilità, ma
trasformò ciò che era mutevole e soggetto a passione in impassibilità, grazie
alla comunione con ciò ch’è immutabile.

Il serpente è tipo di Cristo

31. Non turbi poi l’amico di Cristo la trasformazione del bastone in


serpente, poiché possiamo adattare il senso del mistero a questo animale
che sembra discordarvi. Infatti proprio la verità con la parola del Vangelo
non rifiuta questa immagine, là dove dice: «Come infatti Mosè ha innal-
zato il serpente nel deserto, così dev’essere innalzato il Figlio dell’uomo»
(Giov. 3,14). 32. Il senso è chiaro. Se infatti serpente fu chiamato dalla Sacra

180
19 GREGORIO DI NISSA

Scrittura il padre del peccato (Cf. Gen. 3,1) e ciò che nasce dal serpente
è senza dubbio serpente, ne consegue che il peccato ha lo stesso nome di
colui che lo ha generato. Ma la parola dell’Apostolo attesta che il Signore è
diventato peccato per noi, avendo rivestito la nostra natura peccatrice (Cf. 2
Cor. 5,21). A ragione dunque il simbolo nascosto si adatta al Signore. 33. Se
infatti il serpente è il peccato e il Signore è diventato peccato, dovrebbe essere
chiaro a tutti ciò che questo rapporto mette in evidenza: infatti il Signore,
diventando peccato, è diventato serpente, che non è altro che peccato; ma
diventa serpente per noi, per divorare e distruggere i serpenti degli Egiziani,
quelli prodotti dai maghi. 34. Ciò fatto, si trasforma di nuovo in bastone,
grazie al quale sono puniti i peccatori, ma trovano ristoro quanti compiono
il ripido difficile viaggio della virtù, sostenendosi con le buone speranze al
bastone della fede: infatti la fede è sostanza delle cose sperate (Cf. Ebr. 11,1).

I sensi carnali

35. Chi ha contemplato questi misteri diventa un dio di fronte a coloro


che si oppongono alla verità, che guardano come attoniti a questa illusione
materiale e inconsistente, che disprezzano sentir parlare dell’essere, come
fosse cosa vana. Dice infatti il faraone: «Chi è costui perché io dia ascolto
alla sua voce? Non conosco il Signore» (Es. 5, 2). È considerato degno di
riguardo soltanto quanto è materiale e carnale, di tutto ciò che cade sotto i
sensi irrazionali. 36. Se dunque uno è tanto irrobustito dallo splendore della
luce ed ha ricevuto tanta forza e autorità contro gli avversari, allora come
atleta, ben allenato nella lotta sotto la direzione del maestro, con coraggio e
fiducia affronti ormai la lotta contro i nemici avendo in mano quel bastone,
cioè la dottrina della fede, con cui vincerà i serpenti egiziani. (. . .)

Regola per trasferire episodi dall’ordine materiale all’insegnamento morale

48. Nessuno comunque pensi che l’esposizione dei fatti storici cor-
risponda perfettamente all’ordine di questa interpretazione spirituale del
concetto, sì che, trovando che qualcuno dei fatti esposti resta fuori da questa
interpretazione, per tal motivo la rifiuti totalmente. Tenga invece sempre
presente la finalità del nostro discorso, guardando alla quale noi esponiamo
questi concetti, dopo aver subito anticipato nella prefazione che le vite degli
uomini illustri sono poste come esempio di virtù per i posteri. 49. Poiché

181
AVVIO ALLA PATROLOGIA

dunque non è possibile per quanti vogliono emulare le loro imprese passare
per la stessa selva di avvenimenti – come infatti si potrebbe trovare di nuovo
il popolo che cresce per il trasferimento in Egitto, e di nuovo il tiranno che
l’opprime e che è ostile ai figli maschi, mentre permette che aumenti gran-
demente il genere più debole e mite, e così tutti gli altri avvenimenti quanti
ne contiene la storia? –, poiché dunque si è visto in base ai fatti stessi che è
impossibile imitare le meravigliose imprese di questi uomini beati, bisogna
trasferire dall’ordine materiale all’insegnamento morale solo gli episodi che
lo consentano, dai quali può venire a quanti perseguono la virtù un aiuto per
questo genere di vita. 50. Ma se per forza di cose qualcuno dei fatti storici
viene a cadere al di fuori dell’ordine e della coerenza dell’interpretazione spi-
rituale, lo ometteremo in quanto inutile e irrilevante al nostro scopo, e così ci
sarà possibile non interrompere negli altri l’esposizione che riguarda la virtù.

Ciò che è fuori della nostra finalità non deve turbare la coerenza degli altri fatti

51. Espongo questi princìpi riferendomi all’interpretazione di Aronne,


per prevenire un’obiezione su un episodio che segue. Infatti uno potrebbe
dire che non gli fa difficoltà che l’angelo sia consanguineo dell’anima a livello
incorporeo e spirituale, che la sua origine sia anteriore alla nostra creazione,
che assista quanti scendono in lotta con gli avversari. Non gli sta bene però
che come simbolo di questo sia interpretato Aronne, che guidò gli Israeliti
all’idolatria. 52. A costui risponderemo, anticipando l’ordine del racconto,
come abbiamo già detto: che ciò che è fuori della nostra finalità non deve
turbare la coerenza degli altri fatti, e anche se un solo e stesso nome indica
il fratello e l’angelo, a ognuno di tali nomi si adattano significati fra loro
contrastanti. 53. Infatti si parla di angelo non solo di Dio ma anche di Satana
(Cf. 2 Cor. 12,7), e chiamiamo fratello non solo quello buono ma anche
quello cattivo. La Scrittura infatti dice così di quelli buoni: «I fratelli ti
possono essere utili nelle difficoltà» (Prov. 17,7); e di quelli cattivi: «Ogni
fratello tenderà insidie al calcagno» (Ier. 9,3).

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184
20. DIODORO DI TARSO († 394)

Nato ad Antiochia, studiò ad Atene per poi ritornare nella sua città
natale. Lì il vescovo Melezio lo ordinò presbitero e diventò il principale espo-
nente della cosiddetta scuola di Antiochia. Ebbe come discepoli Teodoro di
Mopsuestia e Giovanni Crisostomo. Nel 378 diventò vescovo di Tarso dove
morì nel 394 ca. Un secolo dopo, nel 499, fu condannato come precursore
di Nestorio e per questo motivo della sua estesa opera non ci sono arrivati
che dei frammenti: sappiamo unicamente che scrisse commenti a quasi tutti
i libri della Scrittura.
Da quanto ci risulta dai pochi testi rimanenti, Diodoro è il primo a
distinguere allegoria, theoria e tropologia. Secondo lui, l’allegoria è soltanto
impiegata dai greci per interpretare i loro miti e, per tanto, sovrascrive la let-
tera, che rimane l’unico significato di un testo; la theoria, invece, è sinonimo
di quello che abitualmente si designa come tipologia, e non cancella il senso
letterale, ma aggiunge un altro significato più elevato rispetto alla lettera e
sovrapposto ad esso, in modo tale che ne risulti una doppia lettura del testo;
la tropologia è unicamente un parlare figuratamente. Questa distinzione rap-
presenta un momento importante della storia dell’esegesi patristica, poiché
il termine allegoria sarà rifiutato dagli antiocheni e usato soltanto in chiave
polemica.

COMMENTO AI SALMI. INTRODUZIONE

Le tre parti del genere profetico

Ma per non frapporre indugi a quanti desiderano vedere la spiegazione


dettagliata dei Salmi, tenendoli occupati con la molteplicità degli argomenti,
fermiamoci qui, perché bisogna passare alle parole dei Salmi, dopo aver
rammentato questo solo, sebbene i fratelli lo sappiano già: il genere profe-
tico (τὸ προφητικὸν) nel suo complesso si divide in tre parti: il futuro, il

185
AVVIO ALLA PATROLOGIA

presente, il passato. È profezia quella di Mosè quando racconta d’Adamo e


dei primordi: è profezia la scoperta di ciò che viene tenuto nascosto, come è
successo a Pietro che ha riconosciuto il furto di Anania e Saffira; ma profezia
in senso più proprio è quella che riguarda il futuro, e si realizza dopo molte
generazioni, come per i profeti, che hanno predetto la venuta di Cristo, e gli
apostoli che hanno predetto la fede dei gentili e il rigetto dei giudei.

I Salmi non hanno un ordine cronologico

Cominciamo dunque seguendo l’ordine che si ritrova nel libro stesso


dei Salmi e non l’ordine dei temi. Infatti i Salmi non sono stati suddivisi per
categorie, ma come ciascuno fu trovato. Lo provano molti Salmi, soprattutto
il fatto che il Salmo 3 rechi questa inscriptio: «Salmo di Davide, quando fuggì
dalla faccia di Assalone suo figlio» mentre il salmo 143 reca l’inscriptio: «canto
contro Golia». Chi non sa di quanto sono anteriori i fatti che riguardano
Golia da quelli di Assalone? I Salmi si trovano in questo stato perché il libro
andò perduto durante la prigionia babilonese ed è stato ritrovato dopo, al
tempo di Esdra, non tutto intero ma in vari pezzi, uno o due o tre Salmi
insieme: perciò lo si è ricostituito nell’ordine di ritrovamento e non in quello
cronologico.

Storia e theoria

Da ciò consegue che le inscriptiones sono per lo più sbagliate, perché


quelli che avevano ricomposto la raccolta cercavano di comprenderle grosso
modo e non con applicazione. Dunque, per quanto possibile, con l’aiuto di
Dio, spiegheremo questi errori: non ci allontaneremo dalla verità letterale
(τῆς ἀληθείας αὐτῆς [. . .] ἀλλὰ καὶ κατὰ τὴν ἱστορίαν καὶ τὴν λέξιν
[=discorso]) e non respingeremo il senso superiore e la più alta «theoria»
(θεωρία). La storia infatti non si oppone alla theoria superiore, anzi è la base
e il sostegno delle concezioni più elevate.
Bisogna però stare attenti che la theoria non sia vista come una sorta di
rovesciamento della lettera (ὑποκειμένου, hypokeiménu), perché allora non
sarebbe più theoria, ma allegoria. Ciò che è inteso in modo completamente
altro dal testo non è theoria ma allegoria. L’apostolo non ha mai stravolto
la storia, introducendo la theoria e chiamando la theoria allegoria non per
ignoranza dei nomi, bensì volendo insegnare che bisogna considerare anche

186
20 DIODORO DI TARSO

il termine d’allegoria secondo theoria, se viene usato rispettando il contesto


e non danneggiando per nulla il senso della storia. Ma gli innovatori della
Sacra Scrittura, i sapienti secondo se medesimi, o perché incapaci di valuta-
re il senso storico o volendo scientemente menomarlo, hanno introdotto
l’allegoria, non secondo il senso dell’apostolo, ma secondo le loro vane
opinioni. Essi fanno sì che chi legge intenda il senso in modo completamente
difforme dalla lettera (ἕτερα ἀνθ’ἑτέρων, hétera anth’hetéron). Per esempio,
al posto di abisso i diavoli, al posto di serpente il demonio e così via. Ma
basta su ciò, per non fare io stesso lo sciocco con il pretesto di biasimare
gli sciocchi. Pur respingendo questa posizione una volta per tutte, non ci
impediremo di applicare bene la theoria e di ricondurre ciò che leggiamo a un
senso superiore, come per esempio assimilare Caino e Abele alla sinagoga e
alla Chiesa, o cercare di dimostrare che la sinagoga dei giudei è stata rigettata,
come il sacrificio di Caino, mentre le offerte della Chiesa sono gradite, come
avvenne a quelle di Abele, al puro e rituale agnello offerto al Signore. Queste
spiegazioni non distruggono la storia (ἱστορίαν, historían), ne rigettano la
theoria, ma questo nostro tentativo di mediazione, insieme letterale (κατὰ
τὴν ἱστορίαν, kata ten hístorian) e theorico, ci libera dall’ellenismo, che
predica cose estranee le une alle altre e introduce mostruosità, e nello stesso
tempo non inclina al giudaismo, costringendoci a legarci alla sola lettera (τῇ
λέξει [=discorso] μόνῃ, te léxei móne) e a custodirla, bensì ci permette un
senso più lontano ed elevato. Ecco in sintesi ciò che è necessario sappia chi
sta per affrontare l’interpretazione dei Salmi divini.

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AVVIO ALLA PATROLOGIA

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188
21. TEODORO DI MOPSUESTIA (CA. 350-428)

Non siamo molto ben informati sulle date della vita di Teodoro. Suc-
cedette a Diodoro a capo della scuola antiochena e poi diventò vescovo
di Mopsuestia. Scrisse le Omelie battesimali, rinvenute interamente in una
traduzione siriaca e fondamentali per conoscere il pensiero di Teodoro, il
Contro Giuliano, esempio di letteratura polemica con i pagani, il Contro i
difensori del peccato originale, dove prende posizione contro la condanna
della dottrina pelagiana. Sembra rilevante che la sua cristologia divisiva si
trovi alla radice di quella di Nestorio, benché non arrivi a negare il titolo di
Θεοτόκος (Theotókos) alla Madonna.
Come discepolo di Diodoro, impiega l’esegesi tipologica, ma ridi-
mensionandone la portata: Teodoro è interessato quasi esclusivamente
all’interpretazione letterale e modifica anche la terminologia del maestro,
abbandonando i termini tecnici come theoría e anagogé. Nell’ambito dell’e-
segesi letterale prevale l’analisi grammaticale, e ci sono concessioni soltanto
alla numerologia in ambito allegorico. Importante anche in Teodoro è la
precisione cronologica con cui stabilisce i fatti storici, per esempio riguardo
la vita di Paolo.

COMMENTO A GIOVANNI II,4,5-18

La samaritana e il pozzo di Giacobbe

E dunque, dopo che da ciò ha esordito per narrare quanto fu fatto nei
confronti della Samaritana e dei Samaritani, dice (Giov. 4,5-8): «Venne in
una città della Samaria, che è detta Sicar, presso il podere detto Sichem».
Questo è il nome del podere «che diede Giacobbe a Giuseppe suo figlio».
«Ivi era la fonte detta di Giacobbe», giacché proprio lui aveva costruito quel
pozzo. Col nome della fonte qui indica il pozzo a causa dell’acqua che ne
sgorgava; e ciò appare da quanto diceva a lui la Samaritana: «Non hai secchio

189
AVVIO ALLA PATROLOGIA

e il pozzo è profondo». «E Gesù, stanco per la fatica del viaggio, sedeva al


pozzo». «Era l’ora terza. Dunque una donna Samaritana venne dalla città ad
attingere acqua».
Benché il Signore nostro sapesse che lei era idonea ad accogliere la
vera dottrina, tuttavia non subito cominciò a parlare della dottrina con
lei. Gli sembrava infatti che non convenisse fra sconosciuti esordire con
tali parole, laddove era conveniente iniziare la conversazione piuttosto con
argomenti comuni tratti dall’ordine della realtà visibili. Pertanto le dice:
«Dammi dell’acqua da bere». Ciò che dice l’uomo stanco a causa del viaggio
e del caldo del giorno, obbliga la donna che stava per attingere l’acqua. Ma
l’evangelista soggiunge anche che i discepoli erano entrati in città a comprare
del cibo, mostrando così che quello non parlava in modo sfrontato o in
qualsiasi altra maniera con donne sconosciute, bensì con la modestia dovuta,
talché quanti si accostassero lo possano onorare per il suo modo di parlare.

Imposizioni legali

Gli dice dunque la Samaritana: «Come mai tu, pur essendo giudeo,
chiedi da bere a me che sono donna Samaritana? Infatti i Giudei non hanno
rapporti con i samaritani» (Giov. 4,9). È evidente che il beato Giovanni
mediante questa narrazione ha voluto mostrare le virtù della donna, come
colei che non facilmente sia stata spinta a dargli da bere, ma dapprima
abbia ricordato le norme della legge. E così a causa della grande onestà
non tollerava con estranei questa violazione della norma, che facilmente
tuttavia, subito, quasi necessariamente si verificava. Per tal motivo, perché
non sembrasse che la donna era ostile ai forestieri ovvero per cattiveria non
voleva dar da bere a lui, l’evangelista ha aggiunto queste parole: «I Giudei
infatti non hanno rapporti con i Samaritani»; onde apprendiamo in qual
modo non come ad estraneo alla sua fede, a motivo dell’inimicizia abbia
rifiutato di dargli l’acqua, ma piuttosto perché voleva ammonirlo a non
trasgredire la norma legale per l’impellenza della sete.
Dunque, questa risposta della donna il Signore nostro colse quale occa-
sione per il proprio insegnamento. Infatti, giacché proprio lei gli ha ricordato
il precetto della legge, quasiché volesse progredire in questo, in modo appro-
priato ha presso l’esordio del proprio insegnamento rivelando chi egli fosse.
«Se conoscessi» – dice – «il dono di Dio, e chi è colui che ti dice: Dammi da

190
21 TEODORO DI MOPSUESTIA

bere, tu chiederesti a lui ed egli ti darebbe acqua viva». (Giov. 4,10) “Rispetto
te che vuoi ricordarmi i comandi della legge; eppure dài l’impressione di
ignorare la dignità di colui che parla con te. Infatti non sono tale d’aver biso-
gno della tua lezione per essere potente; al contrario, posso elargire a quanti
chiedono capacità che superano la natura umana.” Eppure, dal momento
che la donna non comprendeva ancora queste parole, né sapeva cosa fosse
l’acqua viva, gli dice: «Signore, non hai secchio e il pozzo è profondo: donde
hai dunque l’acqua viva?» (Giov. 4,11)
Ha mutato il tono della conversazione. Prima ha detto con sicurezza:
«Come mai tu che sei Giudeo»; adesso in maniera conveniente premette
alle proprie parole l’appellativo: «Signore». Là gli parlava così, sospettando
che lui trasgredisse alla legge per l’urgenza della sete; qui invero, avendo
compreso dalla risposta di lui e dalle parole pacate che quello non aveva
chiesto da bere perché oppresso dalla sete, ha tributato l’onore dovuto con
le sue parole: «Donde, dice, mi dài quest’acqua viva? Non hai neppure un
secchio e il pozzo è profondo».
Ma poiché desiderava conoscere altro ancora, gli diceva: «Sei tu forse
più grande del padre nostro Giacobbe, che ci ha dato questo pozzo ed egli
stesso ne ha bevuto e i figli suoi e le pecore?» (Giov. 4,12) Saresti forse in
possesso di una capacità maggiore di quegli che hanno scavato questo pozzo?
Egli ne ha usufruito con utilità insieme con i figli suoi, e l’ha lasciato a noi
perché in seguito anche noi godessimo del frutto del suo lavoro. Per questo
conviene che aspettiamo che qualcosa di nuovo sia fatto da te, come colui
che senza fatica o artificio umano, non avendo neppure un secchio, possa
dare acqua da bere.

L’acqua della vita eterna

Il Signore nostro invero, insegnando che il proprio discorso non riguar-


dava quest’acqua, dice: «Ognuno che beve di quest’acqua, ha ancora sete;
ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà sete in eterno; ma l’acqua
che io gli darò diverrà in lui sorgente di acqua che sgorga per la vita eterna»
(Giov. 4,13-14).
V’è grande differenza – dice – fra quell’acqua e questa che io prometto
di dare. Quella infatti, quando l’hanno bevuta, placa per breve tempo la
sete; poco dopo invero, consumata secondo la sua natura, lascia nuovamente

191
AVVIO ALLA PATROLOGIA

assetato chi poco prima l’ha bevuta. Invece, l’acqua che io do è di tal natura
che non solo non è consumata, né lascia afflitto dalla sete chi la beve ma, al
contrario, in lui diviene come fonte che sgorga in perpetuo. Come infatti
l’acqua della sorgente non viene meno, dovendo esservi portata e immersa in
quella, ma continuamente fornisce perpetuo godimento a quanti vogliono;
similmente anche la potenza di quest’acqua offre soccorso eterno a chi la
riceve, sempre lo custodirà né lo lascerà perire; così, dunque, non cadrà nella
morte colui che ha ricevuto questa grazia.
Ciò il Signore disse molto giustamente, essendo certo tale la potenza del-
lo Spirito. Per questo anche adesso riceviamo da lui le primizie dello Spirito
con la speranza della futura risurrezione, giacché nella figura si compie adesso
questo evento, mentre allora attendiamo la grazia perfetta che deve essere ri-
cevuta, dal momento che per la sua partecipazione rimarremo incorruttibili.
Tuttavia la donna, ascoltando in senso materiale ancora queste parole,
gli dice: «Dammi quest’acqua perché non abbia più sete e non venga qui
ad attingere» (Giov. 4,15). E il Signore? Rendendo manifesta la sua natura
nascosta, e confermando la propria promessa, esplicitando inoltre ciò che
finora era nascosto a lei, prese spunto dal pretesto addotto, dicendo così: «va’,
chiama tuo marito» (Giov. 4,16). Ma avendo lei risposto non aver marito,
le disse Gesù: «Bene hai detto di non aver marito. Ché hai avuto cinque
mariti, e ora quello che hai, non è tuo marito: questo l’hai detto bene»
(Giov. 4,17-18).
Rivelando dunque le cose che tutte erano nascoste, ha manifestato con
cura la propria intima natura; ha provato che la sua promessa non è fallace, e
mostra di non offrire cose di poco conto. Da ciò appare chiaro che la donna
non mena una vita casta; risulta infatti avere un uomo con cui si è unita
in modo irregolare, e quindi risponde: non ho marito, così come anche il
Signore nostro mostra che quello non è su suo marito.

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193
22. GIOVANNI CRISOSTOMO (349 CA. - 407)

Giovanni, nato ad Antiochia (344-354), figlio di una famiglia cristiana


agiata, studiò filosofia e retorica e fu discepolo di Diodoro. Visse un anno
come eremita nel deserto, dedito allo studio delle lettere sacre, da dove
dovette rientrare per ragioni di salute. Ordinato presbitero, eccelse per le
sue doti di predicatore e fu chiamato Crisostomo (bocca d’oro). Costretto
dall’imperatore, occupò la sede di Costantinopoli nel 397 e diede inizio a
una riforma ecclesiastica. Per mancanza di abilità e vittima degli intrighi
della corte, fu deposto e morì in esilio nel 407. Come predicatore, considerò
come primo obbligo l’esposizione autentica della Bibbia. Scrisse all’incirca
seicento sermoni, in cui si trovano quasi ventimila citazioni bibliche. La
produzione letteraria di San Giovanni Crisostomo si è conservata molto
bene a causa della fama che ebbe in vita. Questa produzione letteraria è
straordinariamente ampia. I suoi Sermoni si possono classificare in omelie
esegetiche, delle quali alcune trattano dell’Antico Testamento (sulla Genesi,
sui Salmi, su Isaia) ma nella maggior parte riguardano il Nuovo Testamento
(Matteo, Giovanni, Atti degli Apostoli, lettere di San Paolo). Altre omelie,
meno numerose, sono state pronunciate per esporre una dottrina o lottare
contro un errore: Sulla natura incomprensibile di Dio, le Catechesi battesimali
e Le omelie contro gli Ebrei. Quanto ai trattati, il più famoso è senza dubbio
quello che riguarda Il sacerdozio, nel quale disserta ampiamente sui doveri del
sacerdote. Altri trattano Della vita monastica e Sulla verginità e la vedovanza.
La sua opera Circa la educazione dei figli riveste particolare interesse.
La sua esegesi è rigorosamente letterale, limitando i procedimenti alle-
gorizzanti alla spiegazione dei passi di contenuto simbolico: nell’interpreta-
zione non si è liberi di applicare l’allegorizzazione a nostro piacimento, ma
si devono seguire le indicazioni della Scrittura. Così, il Crisostomo distingue
passi da interpretare letteralmente, passi da interpretare simbolicamente e
passi da interpretare su due livelli.

195
AVVIO ALLA PATROLOGIA

COMMENTO A ISAIA V, 2-3

La figura del corno

«Il mio diletto aveva una vigna su di un corno, in un luogo fertile»


(Is. 5,1). Col nome di vigna ha manifestato tutta la sua provvidenza e la sua
cura per loro.
2. Però non si ferma a questo, ma enumera anche gli altri benefici. E
lo fa innanzi tutto in base alla posizione del luogo. Dicendo: «Su di un
corno, in un luogo fertile», ha esaltato nel secondo caso la natura della
terra, nel primo la posizione. E ciò che diceva anche Davide in un salmo:
«Gerusalemme: ci sono i monti intorno ad essa e il Signore intorno al
suo popolo». L’ha fortificata, dice, grazie alla posizione del luogo; però
non si è accontentato di questo, ma il Signore stesso è diventato per essa
il maggior baluardo. Anche il profeta allude a questo dicendo: «su di un
corno», mostrando l’imprendibilità e l’inespugnabilità del luogo e innanzi
tutto l’aiuto da parte di Dio, in base alla metafora del corno di bue. E infatti
un tale modo di dire popolare si usa riguardo a chi si rifugia in un luogo
sicuro. Poiché poi il toro è l’animale più forte di tutti e il corno è la parte più
forte di questo animale – se ne serve infatti come arma –, molti sono soliti
menzionarlo per la sua invincibilità; e la Scrittura chiama spesso corno di
unicornio coloro che si trovano in una situazione di sicurezza. Dunque «su
di un corno», dice qui, in sicurezza, in luogo elevato, come all’inizio diceva:
«Ho generato dei figli e li ho fatti diventare grandi» (Is. 1,2). «In un luogo
fertile,» è ciò che Mosè aveva detto: «Una terra in cui scorre latte e miele»
(Es. 3,8).

Non bisogna interpretare alla lettera le metafore

«L’ho circondata di un recinto e l’ho munita di una palizzata» (Is. 5,2).


Chiama recinto un muro oppure la legge o la sua provvidenza. E infatti la
legge li circondava con più sicurezza di un muro. «E l’ho munita di una
palizzata», cioè ho reso più salda la sua sicurezza. Poiché spesso un recinto
è facile da espugnare, ho posto intorno a loro – dice – un’altra difesa. «Ho
piantato una vite Sorec» (Is. 5,2). Rimane nella metafora, che non bisogna
interpretare alla lettera, ma di cui bisogna accontentarsi di conoscere lo
scopo. Qui chiama Sorec una vite vera di buona qualità, che non appartiene

196
22 GIOVANNI CRISOSTOMO

alle piante da nulla o inferiori, ma a quelle pregiate e di prima qualità. Infatti


esistono molte varietà di viti.
«Costruii una torre e un torchio in mezzo ad essa». Alcuni [sottinteso:
Eusebio e Cirillo] dicono che la torre è il tempio e il torchio è l’altare,
perché lì vengono radunati i frutti della virtù di ciascuno, le offerte e tutti i
sacrifici. Io invece dirò anche ora ciò che ho già detto prima: bisogna badare
allo scopo della metafora. Infatti, tramite tutte queste parole, vuole dire
questo: ho compiuto tutto ciò che dipendeva da me, ho mostrato tutta la
mia sollecitudine. Non li ho sforzati con le fatiche, non li ho consumati
con i lavori pesanti, non ho ordinato loro di costruire, né di scavare, né di
piantare, ma ho consegnato loro il lavoro già compiuto. E non ho fermato
qui l’opera della mia bontà, ma «attesi che producesse grappoli d’uva», e
attesi la giusta stagione dei frutti, usando molta magnanimità. Lo mostra
infatti l’espressione «attesi». «Ma produsse spine». Indica la loro vita sterile,
aspra, rigida. Di quale indulgenza potrebbero dunque essere degni, avendo
reso, dopo così grande cure, questi frutti all’agricoltore?
«Ed ora, uomo di Giuda e voi, abitanti di Gerusalemme, giudicate tra
me e la mia vigna». Sono dunque moltissime le ragioni per cui ritiene di
essere nel giusto, dal momento che stabilisce gli imputati stessi come giudici
di ciò che ha fatto lui e di ciò che hanno fatto loro. «Ed ora»: non parlo delle
cose passate – dice – ma sono pronto ad essere giudicato anche oggi. Come io
non tralascio mai di adempiere i miei doveri, così voi non adempite i vostri.
«Che cosa farò ancora per la mia vigna, che non abbia fatto per essa?»
(Is. 5,4) Questo – dice – è ciò che ho fatto, però non mi accontento dei fatti e
non dico di aver avuto tutte le cure, ma se non le ho avute tutte, se non ho ese-
guito ogni cosa, tanto che non restasse null’altro da fare in seguito, vi chiedo
di dirmelo, voi che ne avete goduto i benefici e siete testimoni di ciò che ho
fatto e lo avete conosciuto per esperienza, e non siete estranei, né stranieri.

La frase oscura è necessario renderla più chiara

«Perché ho atteso che producesse uva, ma ha prodotto spine». La strut-


tura della frase sembra piuttosto oscura, perciò è necessario renderla più
chiara. È questo il senso di ciò che dice: che cosa dovevo fare e non ho fatto?
Per avere commesso tali peccati, che accusa avevano da fare, oppure hanno
commesso tali colpe per aver io tralasciato qualcosa?

197
AVVIO ALLA PATROLOGIA

«Ora dunque vi annuncerò che cosa farò alla mia vigna» (Is. 5,5). Dopo
aver vinto la causa e aver mostrato la loro ingratitudine, è allora che gli resta
da dare la sentenza e dice ciò che deve fare, non per condannarli, ma per
renderli più ragionevoli con la paura della minaccia. «Toglierò il suo recinto
e potrà essere depredata, distruggerò il suo muro e potrà essere calpestata».

La metafora della vigna

3. Sottrarrò – dice – la mia alleanza, li spoglierò del mio aiuto li lascerò


privi della mia grande provvidenza e si renderanno conto di ciò di cui
godevano prima, attraverso l’esperienza delle cose contrarie, quando saranno
esposti ad essere depredati da tutti.
«E abbandonerò la mia vigna e non sarà più potata né dissodata» [dis-
sodare: lavorare un terreno incolto] (Is. 5, 6). Ripeto che si è valso della
metafora. Se infatti si volesse indagare con maggior fervore, si capirebbe
che parla della sollecitudine testimoniata dal suo insegnamento e dai suoi
precetti. Non godranno più infatti dei benefici di cui godevano prima, non
avranno più maestri né capi e neppure profeti a correggerli e a prendersi
cura di loro. Come infatti coloro che curano la vigna dissodano e potano,
così anche coloro che correggono le anime minacciano, incutono paura,
insegnano, rimproverano: ma ne saranno privi, deportati in terra straniera.
«E cresceranno in essa le spine, come in una terra incolta, e ordinerò
alle nubi di non mandare su di essa la pioggia». Intende la desolazione della
città, oppure la loro desolazione e quella dell’anima di ciascuno. Alcuni
[sottinteso: Eusebio di Cesarea, Teodoreto, Basilio di Cesarea, Cirillo]
dicono che qui le nuvole rappresentano i profeti, poiché ricevono dall’alto
la pioggia e trasmettono al popolo ciò che viene loro detto. Neppure essi
però – dice – svolgeranno il loro ruolo abituale. Se infatti un profeta o due
partirono con loro in esilio, la maggior parte di essi allora taceva.
«La vigna del Signore Sabaot è infatti la casa di Israele e l’uomo di Giuda
la nuova piantagione prediletta. Attesi perché producesse rettitudine, ma
produsse iniquità; non giustizia, ma clamore» (Is. 5,7). Dopo aver usato molti
nomi metaforici, parlando di vigna, torre, torchio, recinto, dissodamento
e potatura della vigna, affinché nessuno degli uomini di allora intendesse
stoltamente che le cose si riferissero alla vigna, verso la fine ha spiegato tutto
velocemente. «La vigna del Signore Sabaot è infatti la casa d’Israele». Non

198
22 GIOVANNI CRISOSTOMO

parlo di piante – dice –, né della terra inerte, né di pietre, né di muri, ma


del vostro popolo. Perciò ha aggiunto: «E l’uomo di Giuda è la piantagione
prediletta», poiché Giuda aveva qualcosa di più delle altre dieci tribù; il
tempio era proprio lì vicino, con tutti gli altri oggetti di culto e la tribù
fioriva più delle altre, era più regale e più potente. Ha usato il termine
prediletta, sferzandoli di nuovo, per il fatto che si erano comportati in un
tale modo nei riguardi di colui che li amava così tanto. Tale è la norma di
coloro che amano: non nascondere neppure nelle accuse l’eccezionalità del
loro amore.

Quando occorre interpretare allegoricamente

Di qui impariamo anche un’altra cosa non da poco. Quale? Impariamo


quando e per quali passi delle Scritture occorre interpretare allegoricamente
ed inoltre che non siamo noi i padroni di queste regole, ma che occorre
che noi, seguendo il pensiero genuino della Scrittura, ci serviamo così del
metodo allegorico. È questo il senso di ciò che dico: la Scrittura ora ha
parlato di vigna, recinto, torchio; non ha permesso che l’ascoltatore fosse
padrone di collegare le parole ai fatti e alle persone che egli volesse, ma
procedendo innanzi ha spiegato se stessa, dicendo: «La vigna del Signore
Sabaot è infatti la casa d’Israele». Pure Ezechiele, nominando a sua volta una
grande aquila dalle grandi ali che s’introduceva nel Libano e staccava la cima
di un cedro, neppure lui permette che l’interpretazione dell’allegoria sia a
discrezione degli ascoltatori, ma dice egli stesso chi è l’aquila e chi è il cedro
(Cf. Ez. 17,3-21). Anche Isaia, quando, andando avanti, dice: «Egli fa salire un
fiume impetuoso contro la Giudea» (Is. 8,7), affinché non fosse possibile per
l’ascoltatore applicare secondo il proprio intendimento le parole alla persona
che volesse, ha spiegato chi era il re che aveva chiamato fiume. Questa è
la norma che vige dappertutto nella Scrittura: quando usa l’allegoria, ne
fornisce anche l’interpretazione, in modo che lo sfrenato desiderio di chi
vuole spiegare allegoricamente non possa vagare senza ragione e dove capita e
non venga applicato dovunque. Perché allora ti meravigli se i profeti agiscono
così? Fa così anche l’autore dei Proverbi. Dopo aver detto infatti: «La cerva
dell’amicizia e la puledra di grazia t’accompagnino» (Prov. 5,19) e: «Che
la fonte dell’acqua sia per te solo» (Prov. 5,18), ha spiegato il motivo per
cui lo ha detto, cioè riguardo a una moglie legittima e libera, distogliendo

199
AVVIO ALLA PATROLOGIA

dall’avere relazioni con una prostituta e una straniera. Così anche Isaia qui
ha detto chi è la vigna. Quindi, dopo aver citato le accuse a loro carico, ha
enunciato i castighi e infine fornisce di nuovo una giustificazione, dicendo:
«Attesi perché producesse rettitudine, ma ha prodotto iniquità, non giustizia
ma clamore». È a buon diritto – vuol dire – che io richiedo la punizione.
Attesi infatti perché producesse rettitudine, cioè giustizia; ma essi hanno
dimostrato il contrario: iniquità, ingiustizia e clamore. Per clamore qui
intende l’avidità, lo sdegno ingiusto, l’irragionevole, le risse, le contese.

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200
23. CIRILLO DI ALESSANDRIA (370/380-444)

La vita di Cirillo è legata al problema del nestorianesimo. Fin dal 428


quando Nestorio viene eletto patriarca di Costantinopoli, e nella sua predi-
cazione afferma che non si doveva chiamare Maria Madre di Dio (Θεοτόκος,
Theotókos) ma Madre di Cristo (Χριστοτόκος, Christotokos) o Madre
dell’uomo Cristo che ha dato alla luce. In realtà si tratta di un proble-
ma cristologico, in quanto Nestorio sostiene che il Logos abita nell’uomo
Gesù come in un tempio, e con ciò Cristo non sarebbe Dio, ma un uo-
mo nel quale abita Dio. Cirillo confutò i suoi argomenti dichiarando che,
in Cristo, la natura divina penetra quella umana come il fuoco penetra le
brace, anche se con una terminologia ancora imprecisa e che utilizzava in-
distintamente i termini φύσις (phýsis, natura) e ὑπόστασις (hypóstasis,
persona), usati più avanti per indicare cose diverse. Nel 431 si riunì il con-
cilio di Efeso che, dopo numerose vicissitudini, affermò che era perfetta-
mente appropriata l’espressione Madre di Dio, con tutto ciò che questo
comporta rispetto alla unione dell’umanità e della divinità nella persona di
Cristo. Papa Celestino I gli diede incarichi di responsabilità durante questa
controversia.
Prima dello scoppio del nestorianesimo, le opere di Cirillo si orientano
fondamentalmente all’esegesi. La parte più considerevole dei suoi scritti è
quindi formata da opere esegetiche. I suoi commentari sull’Antico Testamento,
comprendono diciassette libri Sulla adorazione e il culto di Dio in spirito e
verità, nei quali, spiega in forma dialogica una serie di scene del Pentateuco;
inoltre, si conservano un Commento di Isaia, un Commento dei profeti
minori e molti frammenti, a volte estesi, in delle catene, che fanno pensare
all’esistenza di un numero maggiore di commentari. Sul Nuovo Testamento,
Cirillo ha composto commentari a tre vangeli: il Commento al vangelo di
San Giovanni ha come tema di fondo la consustanzialità del Figlio con il
Padre, ed attacca gli ariani e la cristologia della scuola antiochena; invece
il Commento al vangelo di San Luca è principalmente di carattere morale e

201
AVVIO ALLA PATROLOGIA

ascetico; del Commento al vangelo di San Matteo restano solo frammenti. Al


di fuori dell’ambito esegetico, Cirillo scrisse il trattato Perché Cristo è uno e
altri trattati cristologici.
Cirillo interpreta l’Antico Testamento in funzione di Cristo, assumen-
do l’esegesi alessandrina ma con una limitazione: non tutto quello che dice
l’Antico Testamento si può riferire a Cristo né è utile all’interpretazione
spirituale. Questo ridimensionamento si manifesta anche nella terminolo-
gia: non impiega mai allegoria né anagogé; invece impiega la terminologia
platonizzante in uso per contrapporre il senso spirituale a quello letterale:
theoría, énnoia, diánoia. Insomma, Cirillo ha abbandonato i criteri più ra-
dicali dell’esegesi alessandrina, per assestarsi su una linea più moderata ma
anche lontana da quella antiochena.

COMMENTO A GIOVANNI II,4,7-15 E II,5,5-6

La samaritana e il pozzo di Giacobbe

4,7-8. «Arriva una donna samaritana ad attingere acqua. Gesù le dice:


“Dammi da bere”. (I suoi discepoli erano andati in città per acquistare da
mangiare). La donna samaritana, dunque, gli dice:»
Il salvatore sapeva che sarebbe arrivata la donna. Sapeva bene, essendo
Dio, che tra poco sarebbe venuta per attingere acqua. Quando arrivò, pro-
gettò di tenderle la rete e di proporle subito la parola dell’insegnamento, e
colse l’occasione da ciò che aveva per le mani. La legge comandava ai giudei
di non dover contaminarsi in nessun modo, e ordinava perciò di rifiutare
ogni cosa impura, e vietava di trattare con gli stranieri e con gli incirconcisi.
Ma questi, ligi alla legge più di quanto dovessero essere, seguivano le stupide
pratiche piuttosto che lo spirito della legge, e non osavano toccare il corpo
degli stranieri, perché pensavano di cadere nel massimo della impurità se
fossero stati visti, sia pure per poco, insieme con i Samaritani. Erano tanto
distanti fra loro da non toccare né cibo né bevanda offerta da mano stra-
niera. Affinché, dunque, la donna parlasse con lo straniero e, al di là della
consuetudine, gli domandasse, per informarsi, chi fosse, donde venisse, o
come mai disprezzasse le abitudini giudaiche, e finalmente il discorso rag-
giunge lo scopo, finge d’aver sete, e le dice: «Dammi da bere». Quella poi
rispose:

202
23 CIRILLO DI ALESSANDRIA

4,9. «“Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me che sono una
donna samaritana?” I Giudei, infatti, non sono in buoni rapporti con i
Samaritani. Gesù rispose e le disse:»
La discussione è l’inizio del sapere, e il dubbio la radice della conoscenza
di ciò che ignoriamo. Il discorso tende a iniziare in questo modo: e, per
questo, saggiamente il Salvatore finse di non dare importanza alle abitudini
dei Giudei.

L’acqua viva è il dono vivificante dello Spirito

4,10. «Se conoscessi il dono di Dio e chi è che ti dice: Dammi da bere,
l’avresti pregato tu, ed egli ti avrebbe dato un’acqua viva. La donna gli dice:»
Poiché non conosceva la natura sovrumana e celeste dell’unigenito, anzi
ignorava completamente il Verbo incarnato, la donna lo chiamava giudeo. E
per questo, tace utilmente per salvare la continuità del discorso. Tuttavia,
la porta a pensieri più sublimi su di lui, quando le dice di non conoscere
chi sia quello che le chiede da bere, o di quanta grazia abbondino le cose
concesse da Dio. E se le conoscesse, non permetterebbe di rimanerne priva,
ma per prima avrebbe chiesto al Signore di averle. Con queste parole la
provoca, perché lei voglia saperne di più. Osserva, poi, in che modo, con
un linguaggio semplice e privo di sfarzo, affermi la sua divinità, nonostante
che la donna sia un po’ lenta a capire. Infatti, persuadendola ad ammirare il
dono di Dio, insinua di esserne lui stesso colui che lo distribuisce. Se infatti
conoscessi chiaramente il dono di Dio, e chi è che ti parla, tu l’avresti chiesto
a lui. Infatti, a chi compete dare le cose di Dio? Non spetta forse a chi è, per
natura, Dio? Chiama acqua viva il dono vivificante dello Spirito, per mezzo
del quale soltanto, l’umanità, sebbene abbandonata completamente, come i
tronchi sui monti, e secca, e privata dalle insidie del diavolo di ogni specie di
virtù, viene restituita all’antica bellezza della natura e, assorbendo la grazia
vivificante, viene coronata di ogni sorta di beni e, germogliando all’amore
della virtù, produce rami ubertosi dell’amore di Dio. Tali cose ce le dice Dio,
anche per mezzo del profeta Isaia: «Mi glorificheranno le bestie selvatiche,
sciacalli, e le figlie degli struzzi, perché ho dato acqua nel deserto, fiumi nella
steppa, per dissetare il mio popolo eletto; il popolo che io mi sono formato,
perché proclami le mie lodi» (Is. 43,20-21). Un altro santo [in realtà è lo
stesso Isaia] canta che l’anima sarà come un albero fruttifero, e «germoglierà

203
AVVIO ALLA PATROLOGIA

come erba in mezzo all’acqua e come salice sui fossi d’acqua» (Is. 44,4). Potrei
qui aggiungere molti altri passi della Scrittura, con i quali sarebbe molto
facile dimostrare che col termine acqua spesso si indica lo Spirito divino. Ma
non c’è tempo per soffermarsi in questi particolari. Perciò ci porteremo nel
vasto e ampio mare delle divine contemplazioni.
4,11. «Signore, tu non hai nulla per attingere, e il pozzo è profondo:
dove, dunque, prendi l’acqua viva?»
La donna non sa pensare niente di straordinario, e non capisce la pro-
fondità delle parole, ma crede che egli subito attingerà l’acqua dal fondo
del pozzo, come quelli che sono soliti compiere cose straordinarie per mez-
zo di carmi e inganni demoniaci. Ma egli nomina l’acqua viva per un suo
particolare scopo, cioè quella che sgorga fresca dalle bocche delle sorgenti.
4,12. «Saresti tu più grande del padre nostro Giacobbe, che ci ha dato il
pozzo e ha bevuto di esso, lui e i suoi figli e le sue greggi? Rispose Gesù e le
disse:»
La donna subito si mortifica, e capisce di non essersi comportata con
lui in modo pio e vero. Né, d’altra parte, poteva mancarle l’aiuto per capire,
giacché godeva della conversazione divina. E come, dunque, se non fosse
possibile che chi parlava fosse un mago, ma piuttosto un profeta, e appar-
tenesse al numero di coloro che sono insigni nella santità, e le promettesse
quindi di darle l’acqua viva, e ciò senza i comuni secchi, e per un uso molto
migliore, acqua attinta cioè da un’altra sorgente, corregge subito ciò che
aveva detto e, paragonandolo, come un santo ad un santo, gli dice: «Saresti
tu più grande del padre nostro Giacobbe, che ci ha dato questo pozzo?»
Osserva la forza di queste parole dal fatto che lei non si meravigli più che,
per quanto sprovvisto di fune, le prometta tuttavia l’acqua; ma parla soltanto
della sua qualità quanto a gusto. I Samaritani, pertanto, erano stranieri, in
quanto erano una colonia babilonese. Ma essi rivendicavano Giacobbe come
loro padre per due motivi. Poiché essi abitavano in un territorio confinante
e vicino alla regione giudaica, seguivano alcuni culti di questa, e cercavano di
gloriarsi del padre giudeo. Un altro motivo, che è realmente vero, è questo:
molti abitanti della Samaria discendevano dalla stirpe di Giacobbe. Infatti,
Geroboamo, figlio di Nat, staccate dieci tribù dal regno di Giuda e metà
della tribù di Efraim, partito da Gerusalemme, durante il regno di Roboamo,
figlio di Salomone, occupò la Samaria, e qui costruì case e città.

204
23 CIRILLO DI ALESSANDRIA

L’acqua è la grazia dello Spirito Santo

4,13-14. «Chiunque beve quest’acqua avrà sete ancora; ma chi beve


dell’acqua che io gli darò non avrà sete in eterno; l’acqua che io gli darò
diverrà in lui fonte d’acqua zampillante per la vita eterna. Gli dice la donna:»
Poiché la Samaritana gli faceva un’obiezione che sembrava importante
e difficile a spiegarsi: «Saresti tu più grande del nostro padre Giacobbe?»,
molto sapientemente il Salvatore evita di nuovo di manifestarsi e, sebbene
apertamente non affermi di essere più grande di lui, lascia a lei di decidere e
di capire dai fatti stessi chi dei due sia superiore. Perciò spiega quale enorme
differenza passi fra l’acqua spirituale e quella materiale e terrena, dicendo:
«Chi beve quest’acqua avrà sete ancora». Chi, invece, sarà saziato dalla mia
acqua, non solo non avrà mai sete, ma avrà in se stesso la sorgente che potrà
nutrirlo per la vita eterna. Dunque, chi dà di più sarà certamente maggiore
di chi ha di meno, e il vinto non riporterà lo stesso trionfo del vincitore.
Bisogna sapere, inoltre, che il Salvatore chiama acqua la grazia dello Spirito
Santo, e se uno sarà partecipe di lui, avrà in se stesso la sorgente dei divini
insegnamenti, sì da non aver più bisogno dei consigli degli altri, e da poter
esortare coloro ai quali accade di aver sette della parola divina e celeste. Tali
erano, mentre si trovavano in questa vita sulla terra, i santi profeti e gli
apostoli e i successori al loro ministero. Di essi è scritto: «Attingerete acqua
con gioia alle sorgenti della salvezza» (Is. 12,3).
4,15. «Dammi codesta acqua affinché non abbia più sete e non venga
fin qui ad attingere. Gesù le dice:»
Di nuovo, la donna parla e immagina le cose abituali, e non capisce
nulla di quello che le è stato detto. Pensa di poter ricevere tutta la generosità
del Salvatore solo per alleviare le piccole fatiche, e limita il concetto della
grazia divina al dissetarsi. È tanto lontana dal capire le cose sovrumane con i
ragionamenti sottili!
II, 5,5-6. «C’era là un uomo, ammalato da trentotto anni. Gesù, veden-
dolo disteso, e saputo che già da molto tempo era in quello stato [. . .]»
Dopo aver celebrato la festa degli Azzimi, nella quale, cioè nel tempo
della Pasqua, c’era la consuetudine presso di loro di uccidere un agnello,
Cristo andò via da Gerusalemme, e dimorò fra i samaritani e gli stranieri,
insegnando loro, giacché era stato offeso dalla empietà dei farisei. Tornato,
poi, circa il tempo della Santa Pentecoste (questa festa, infatti, si celebrava

205
AVVIO ALLA PATROLOGIA

a Gerusalemme in seguito, e vicina alla Pasqua), guarisce presso le acque


della piscina un paralitico, il quale era ammalato già da molto tempo (erano,
infatti, passati trentotto anni), non era però arrivato al numero perfetto,
ossia al numero che proviene da quattro volte dieci, ossia quaranta.

Trasferimento dalla tipologia alla realtà spirituale

Dunque, fin qui il racconto. Ora, però, bisogna trasferirsi dalla tipologia
alla realtà spirituale. Il fatto che Gesù, offeso, vada via da Gerusalemme dopo
l’uccisione dell’agnello, e abbia dimorato fra i Samaritani e i Galilei, e abbia
predicato la dottrina della salvezza, che altro vuol significare se non che Gesù
si è allontanato dai Giudei dopo essere stato sacrificato e ucciso sulla croce,
quando cioè diede la grazia ai pagani e agli stranieri, ordinando che fosse
annunziato ai suoi discepoli, dopo la resurrezione dai morti, che avrebbe
preceduto tutti in Galilea?
Il fatto che, alla fine delle settimane della Santa Pentecoste, ritorni a
Gerusalemme, significa, di nuovo, in figura ed enigma, che il ritorno del
nostro Salvatore ai Giudei si sarebbe verificato, per la sua benevolenza verso
gli uomini, nei tempi della presente èra, nella quale noi, salvati dalla fede in
lui, celebriamo la festa santissima della Passione che ha dato la salvezza.

Il paralitico guarito, tipo di Israele

Che poi il paralitico sia guarito prima del tempo compiuto secondo
la legge, tipologicamente significa, di nuovo, che Israele, dopo aver offeso
empiamente Cristo, sarebbe stato trattenuto nell’infermità, e sarebbe stato
paralitico, e per molto tempo inerte, ma non sarebbe perito con l’estremo
supplizio, bensì avrebbe avuto la possibilità di vedere il Salvatore, e sarebbe
guarito nella piscina per mezzo dell’obbedienza della fede.
Che poi, per legge divina, il numero quaranta sia un numero perfetto,
in nessun modo sarà difficile capirlo da parte di chi ha familiarità, anche
modesta, con le divine Scritture.

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23 CIRILLO DI ALESSANDRIA

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207
24. ILARIO DI POITIERS (310-367)

Ilario di Poitiers, proveniente da una famiglia pagana molto nota, fu


eletto vescovo di Poitiers intorno all’anno 350. Non partecipò al sinodo
di Arlès (353) né a quello di Milano (355) che, per volontà dell’imperatore
Costanzo, tentavano di risolvere la questione ariana con la deposizione di
Atanasio, e fu per questo esiliato in Asia Minore. Buon conoscitore delle
Scritture, il suo pensiero è profondo; introdusse in Occidente numerosi
concetti della teologia orientale. Tra le sue opere dogmatiche spicca il trattato
Sulla Trinità, terminato prima del 360, durante il suo esilio in Asia. Completa
questo scritto il Sui sinodi e sulla fede degli orientali, dove raccoglie argomenti
di tipo storico. Le sue opere esegetiche sono: un Commento a San Matteo,
Trattati sui Salmi, Trattato sui misteri.
Ilario sovrappone di solito al livello letterale un secondo livello spiritua-
le. Questo procedimento viene esteso a tutto il Vangelo, sia alle parole, sia ai
fatti della vita di Gesù. Il collegamento tra i due livelli di lettura viene dettato
dalla somiglianza, per cui l’uno richiama l’altro senza forzature. Il rapporto
tra i due livelli è quello di una realtà materiale ad una spirituale, di una
inferiore ad un’altra superiore, conformemente ai suoi interessi di progresso
spirituale. Ma più frequentemente questo è un rapporto tra presente e futuro:
ogni episodio del Vangelo richiama una realtà futura. I procedimenti sono
variegati: un episodio viene interpretato in base alla simbologia applicata ad
un altro; un evento della vita di Gesù è interpretato in collegamento alle pa-
role di Cristo. In questa interpretazione di tipo allegorico, il senso letterale
non è negato. In linea di massima, Ilario interpreta l’Antico Testamento in
senso Cristologico.

209
AVVIO ALLA PATROLOGIA

TRATTATO SUI MISTERI I,1-5

Le prefigurazioni di ciò che ha avuto nel Signore il suo pieno compimento

I. 1. Vi sono molti modi (di interpretare la Scrittura) [. . .] [nel testo


c’è una lacuna] mentre comprendiamo pienamente queste figure negli av-
venimenti. Per costoro [esegeti per noi sconosciuti], tuttavia, è sufficiente
aver applicato alla interpretazione della Scrittura una tipologia vana e senza
alcun fondamento, quando invece la correlazione deve avere il suo pieno
compimento negli avvenimenti successivi e un solido punto di partenza negli
avvenimenti presenti. Tutta l’opera, contenuta nei libri sacri, annuncia attra-
verso le parole, rivela attraverso i fatti, stabilisce attraverso figure tipiche, la
venuta di nostro Signore Gesù Cristo, il quale, inviato dal Padre, si è fatto
uomo nascendo da una Vergine per opera dello Spirito Santo. È lui, infatti,
che per tutta la durata di questo mondo creato, attraverso prefigurazioni
vere e chiare, genera, purifica, santifica, sceglie, separa o riscatta la Chiesa
nei Patriarchi: nel sonno di Adamo, nel diluvio di Noè, nella benedizione di
Melchisedec, nella giustificazione di Abramo, nella nascita di Isacco, nella
servitù di Giacobbe. Insomma, in tutto lo svolgersi del tempo, l’insieme
delle profezie, messe in opera dal disegno nascosto di Dio, ci è stato donato
con benevolenza per la conoscenza della sua futura incarnazione. E poiché
il nostro scopo è stato quello di mostrare, in questo piccolo trattato, che
in ogni personaggio, in ogni epoca, in ogni avvenimento, ciascuna profezia
riflette come in uno specchio l’immagine della sua venuta, della sua predica-
zione, della sua passione, della sua resurrezione e del nostro essere riuniti
nella Chiesa, non mi limiterò a richiamare frettolosamente qualche passo,
ma tratterò ogni cosa, ciascuna nel suo tempo, a cominciare da Adamo, con
cui inizia la nostra conoscenza del genere umano, affinché si riconosca che
noi troviamo annunciato fin dall’origine del mondo, in un gran numero di
prefigurazioni, ciò che ha avuto nel Signore il suo pieno compimento.

Adamo prefigura la nascita del Cristo

2. Adamo, con il suo stesso nome, prefigura la nascita del Signore.


Infatti, il termine ebraico Adam, che si traduce in greco ghè pyrra, significa
in latino terra bruciata, e la Scrittura di solito indica con il termine terra la
carne del corpo umano. Questa carne, nata dalla Vergine per opera dello

210
24 ILARIO DI POITIERS

Spirito Santo nella persona del Signore, trasfigurata in una forma nuova ed
estranea alla sua natura, è stata resa capace di partecipare alla gloria dello
spirito (Cf. Filip. 3,21), secondo le parole dell’Apostolo: «Il secondo uomo
viene dal cielo ed è l’Adamo celeste» (1 Cor. 15,47), poiché l’Adamo terrestre
«è figura di Colui che deve venire» (Rom. 5,14). Con tutta sicurezza, quindi,
e con una conferma così autorevole, noi assumiamo anche il nome di Adamo
non senza una qualche prefigurazione di Colui che deve venire.
3. Segue la creazione di Eva dal fianco e da un osso di Adamo addor-
mentato. Al suo risveglio, ecco la profezia che troviamo: «Questa volta è
osso dalle mie ossa e carne della mia carne. La si chiamerà donna, perché
dall’uomo è stata tolta, e i due saranno una sola carne». (Gen. 2,23)
Qui, nessuna difficoltà per me. L’Apostolo, infatti, dopo aver richiama-
to questa profezia, dice: «Questo mistero è grande, lo dico in riferimento a
Cristo e alla Chiesa» (Efes. 5,32). Ma noi leggiamo che solo un osso è stato
tolto ad Adamo: come mai quindi è detto «carne dalla mia carne»?
Questo fatto si può certamente spiegare in accordo con la realtà degli
avvenimenti presenti: l’osso, infatti, che l’onnipotente Dio ha tolto dal fianco
di Adamo e ha rivestito di carne per formare il corpo della donna, quest’osso,
tolto dalla carne e rivestito nuovamente di carne, è diventato un corpo: come
l’osso quindi è stato tolto dall’osso, così la carne è stata tolta dalla carne.
Ma il signore nel Vangelo, quando i giudei lo tentarono sul diritto di
ripudio, mostra che questa profezia è stata pronunciata per sé piuttosto che
per Adamo, dicendo: «Non avete letto che il Creatore da principio li creò
maschio e femmina e disse: «per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre
e i due saranno una carne sola»?» (Mt. 19,4)

La profezia segue la realtà

Ora, questo viene dopo le parole «carne dalla mia carne». La profezia
segue dunque la realtà compiuta in Adamo. Quando infatti il Signore, che
creò l’uomo e la donna, ha parlato di «osso dalle sue ossa» e di «carne
dalla sua carne», ha annunciato Lui stesso, attraverso Adamo, ciò che era
stato compiuto interamente in Adamo stesso: non ha tolto ai fatti la loro
credibilità, ma ha mostrato che ciò che si compiva in un altro era una
prefigurazione, di cui Egli stesso era la fonte. Poiché infatti «il Verbo si è
fatto carne» (Giov. 1,14) e la Chiesa, che dal fianco di lui è stata generata

211
AVVIO ALLA PATROLOGIA

dall’acqua e vivificata dal sangue, è membro di Cristo (Cf. Giov. 19,34),


poiché, d’altra parte, la carne, nella quale è nato il Verbo, sussistente prima
di tutti i secoli in quanto Figlio di Dio, rimane tra noi sacramentalmente,
Egli ci ha insegnato chiaramente che Adamo ed Eva erano figura di se stesso
e della Chiesa, poiché ci fa conoscere che questa Chiesa è stata santificata
dopo il sonno della sua morte attraverso la comunione alla sua carne.
Egli ci dice anche attraverso l’Apostolo: «Poiché non fu Adamo ad essere
ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione.
Essa potrà essere salvata partorendo figli, a condizione che essi perseverino
nella fede» (1 Tim. 2,14). La Chiesa dunque è composta di pubblicani, di
peccatori e di gentili; poiché solo il secondo e celeste Adamo non pecca, essa,
peccatrice, sarà salvata generando figli che perseverino nella fede. Tuttavia,
non si deve pensare che la donna non sarà redenta dal suo peccato dal Signore
e che invano sarà battezzata, per il fatto che dovrà essere salvata per il merito
di aver generato dei figli: essa non sarà al sicuro neppure generando figli,
dal momento che non sarà salvata se coloro che sono stati generati non
persevereranno nella fede e io non so se è giusto essere considerati colpevoli
o innocenti per il merito o il peccato altrui.

Il senso spirituale

4. Ma con tutta sicurezza, paragonando realtà spirituali con realtà


spirituali (1 Cor. 2,13), noi comprenderemo pienamente perché l’Apostolo
afferma che d’ora in poi egli riferisce a Cristo e alla Chiesa la storia del grande
mistero compiuto in Adamo ed Eva. In realtà noi dobbiamo ritenere che
queste cose egli le ha dette in un senso spirituale, ma questo non è un motivo
valido per non applicare le sue parole anche all’insegnamento presente e alla
formazione di coloro che ammoniva. Egli infatti, che nella prima lettera
ai Corinti annunciava la molteplicità delle risorse della misericordia divina
nella santificazione degli infedeli attraverso il matrimonio con i fedeli (Cf. 1
Cor. 7,12-15), ci ha anche insegnato che la generosità divina avrebbe concesso
una stessa santificazione attraverso la generazione dei figli credenti, di modo
che, come l’unione di un solo fedele era utile allo sposo infedele attraverso il
matrimonio, così la generazione di figli fedeli fosse di aiuto a genitori infedeli.
5. Bisogna considerare che nel sonno di Adamo e nella creazione di Eva,
c’è anche la rivelazione in figura del mistero nascosto riguardante Cristo

212
24 ILARIO DI POITIERS

e la Chiesa: questa rivelazione infatti ci offre dei motivi validi per credere
alla resurrezione dei corpi. Nella creazione della donna, difatti, non viene
preso più del fango, la terra non è più plasmata per formare un corpo, il
soffio di Dio non trasforma più una materia inanimata in un’anima vivente,
ma la carne cresce sull’osso, alla carne è data la perfezione del corpo, e alla
perfezione del corpo si aggiunge la forza dello spirito. Dio ha annunciato
quest’ordine alla resurrezione attraverso il profeta Ezechiele (Ez. 37,4-11),
insegnando, a proposito delle realtà future, ciò che può la sua potenza. Tutto
infatti vi concorre: c’è la carne, lo spirito sopravviene, non si perde nessuna
delle sue opere per Dio, il quale, per animare il corpo umano, che è opera
sua, ha trovato presenti queste cose, che non esistevano.
Ora, secondo l’Apostolo, è questo «il mistero nascosto in Dio da secoli»
(Col. 1,26; Efes. 3,9), che «i gentili cioè sono chiamati a partecipare alla stessa
eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della promessa in
Gesù Cristo» (Efes. 3,6), «che ha il potere secondo lo stesso Apostolo, di
conformare il nostro misero corpo al suo corpo glorioso» (Filip. 3,21).

Il sonno di Adamo prefigura la morte di Cristo

Dunque dopo il sonno della sua passione l’Adamo celeste, al risorgere


della Chiesa, riconosce in essa il suo osso, la sua carne, non più creata dal
fango e vivificata dal soffio, ma che cresce sull’osso e fatta corpo da corpo,
raggiunge la sua perfezione sotto il soffio dello Spirito. Coloro infatti che
sono in Cristo risusciteranno come Cristo (Cf. 1 Tess. 4,16), nel quale si
è compiuta già da ora la resurrezione di tutta la carne, poiché Lui stesso è
nato nella nostra carne per la potenza di Dio, nella quale suo Padre lo ha
generato prima dei secoli. E poiché il Giudeo e il Greco, il Barbaro e lo Scita,
lo schiavo e l’uomo libero, l’uomo e la donna, tutti sono una sola cosa in
Cristo (Gal. 3,28; Col. 3,11), dal momento che la carne è nata dalla carne,
che la Chiesa è il corpo di Cristo e che il mistero che è in Adamo ed Eva è
una profezia riguardante Cristo e la Chiesa, tutto ciò che è stato preparato
da Cristo per la Chiesa per la consumazione dei tempi, si è già compiuto in
Adamo ed Eva all’inizio della storia del mondo.

213
AVVIO ALLA PATROLOGIA

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214
25. AMBROGIO (339-397)

Ambrogio nacque verso il 339, a Treviri, dove suo padre era prefetto
del pretorio delle Gallie. Ricevette un’educazione orientata alle materie giu-
ridiche e intorno al 370 fu nominato governatore della Liguria e dell’Emilia,
con residenza a Milano. Nel 374 fu consacrato vescovo. Nella sua istruzio-
ne, centrata sullo studio delle Scritture, ebbe molta importanza la lettura
dei padri greci, specialmente di Origene. Le sue opere sulla Scrittura occu-
pano la metà della sua produzione letteraria. Ambrogio segue il metodo
allegorico alla ricerca del senso spirituale, e con l’intenzione di edificare
il popolo. La maggior parte dei suoi trattati e sermoni riguardano scene
e personaggi dell’Antico Testamento, e tra questi si distinguono i suoi sei
libri Sull’Esamerone, l’opera della creazione. Sul Nuovo Testamento scrisse il
Commento al vangelo di San Luca. Si potrebbe ricordare anche l’epistolario
di Ambrogio, decisivo per il rapporto Chiesa-Impero, ed anche il suo opera-
to come vescovo di Milano, con il quale seppe guadagnare per la Chiesa una
indipendenza che la chiesa orientale aveva perso. Ci sono poi il De officiis
ministrorum, e tanti altri scritti sulla verginità.
Ambrogio è il primo a impiegare i termini morale e mistico per designa-
re i due sensi della Scrittura che saranno poi conosciuti da altri autori latini.
Il significato di morale è ambiguo, quello di mistico, invece, fa riferimento al
contenuto specificamente cristiano, preferentemente cristologico. Questi
due sensi si sovrappongono a quello storico e, quindi, abbiamo in Ambro-
gio una lettura a tre livelli. Troviamo in Ambrogio diversi procedimenti,
come simbologie numeriche ed etimologiche. Come gran predicatore, il
suo scopo nell’esegesi è l’edificazione dei fedeli. Talvolta è prolisso nella sua
esposizione.

215
AVVIO ALLA PATROLOGIA

COMMENTO AL VANGELO DI LUCA III.30-34; IV.28

Rut sfuggì alle restrizioni della legge per la sua condotta

30. Se abbiamo riconosciuto che Tamar è stata inserita nella genealogia


del Signore perché nasconde un mistero, dobbiamo attribuire a un motivo
analogo il fatto che nella genealogia non sia stata tralasciata neppure Rut, alla
quale il santo apostolo sembra aver pensato quando spiritualmente prevedeva
che la chiamata rivolta ai popoli stranieri si sarebbe compiuta attraverso
il Vangelo: «La legge non è stata fatta per i giusti, ma per gli ingiusti» (1
Tim. 1,9).
In qual modo Rut, pur essendo straniera, poté sposare un giudeo? E per
quale ragione l’evangelista ha ritenuto di dover ricordare nella genealogia di
Cristo questa unione che era proibita dalla legge? (Cf. Deut. 7,3) Il Signore
discese forse così da una unione illegittima? Questo fatto appare disonorevo-
le, se non si crede all’insegnamento dell’Apostolo che dice: «La legge non è
stata fatta per i giusti, ma per gli ingiusti». Rut era straniera e apparteneva al
popolo dei moabiti; la legge di Mosè proibiva siffatte nozze ed escludeva i
moabiti dalla comunità. Così sta infatti scritto: «I moabiti non entreranno
nella comunità del Signore sino alla terza e alla quarta generazione e per
sempre» (Deut. 23,4). Ebbene, come poté entrare nella comunità, se non
perché, santa e di condotta intemerata, si innalzò sopra la legge?
Se infatti la legge era per gli empi e i peccatori, Rut, che sfuggì alle re-
strizioni della legge, che entrò nella comunità e divenne israelita, che meritò
di essere annoverata tra le antenate del Signore, scelta per la consanguineità
dello spirito e non del corpo, è un grande esempio per noi, poiché nella sua
figura si preannuncia l’ingresso nella Chiesa del Signore di tutti noi, che
siamo stati raccolti tra i gentili. Imitiamola, dunque: poiché come essa, per la
sua condotta, meritò il privilegio di essere ammessa in questa società, – così
appunto ci insegna la storia, – anche noi siamo accolti per i nostri meriti
nella Chiesa di Cristo.

Storia di Rut

31. Quando, nei tempi antichi, all’epoca dei Giudici, la carestia angu-
stiava gli israeliti, un uomo partì da Betlemme, città di Giuda, dove poi
nacque il Cristo, per stabilirsi con la moglie e i due figli nella terra di Moab:

216
25 AMBROGIO

l’uomo si chiamava Elimelec, la moglie Noemi. I figli presero per spose due
fanciulle moabite, – una si chiamava Orfa, e l’altra Rut, – abitarono in quelle
terre per circa dieci anni e morirono ambedue.
Noemi, rimasta anch’essa senza marito e senza figli, avendo saputo
che Dio visitava Israele, volendo tornare in patria cercò di persuadere le
vedove dei figli a tornare a casa loro. Una acconsentì, ma l’altra, Rut, decise
invece di rimanere con la suocera. E ad essa che le diceva: «Vedi che tua
cognata è tornata al suo popolo e ai suoi dèi: tornaci anche tu come ha
fatto la tua cognata», Rut rispose: «Non accadrà mai che io ti lasci e torni
al mio dio, anzi ovunque tu andrai io andrò con te e ovunque tu abiterai io
abiterò con te. Il tuo popolo è il mio popolo, e il tuo Dio è il mio Dio. E
dove tu morirai, io morirò, e dove tu sarai seppellita anch’io sarò sepolta»
(Rut. 3,10-11). Tornarono così ambedue a Betlemme. E quando questa sua
condotta, questa sua affezione per la suocera, questa fedeltà al marito, questa
sua fede in Dio furono conosciute da Booz, il bisavolo di David, egli la scelse
come sposa per dare, conformemente alla legge di Mosè, una discendenza
al marito defunto.
32. È bene anche sottolineare che lei fu incontrata in un campo gron-
dante di messi, mentre raccoglieva mannelli, come sta scritto, per portarne il
grano alla suocera; e non andò dietro a un uomo giovane, ma seguì un uomo
maturo, per cui meritò di sentirsi dire: «Tu sei una donna virtuosa», e anche:
«tu hai davvero fatto sì che il tuo secondo atto di misericordia oltrepassi il
primo»; in realtà l’ultima misericordia, quella della Chiesa riunita, supera
la prima. Ne facciamo qui solo un cenno, poiché ne abbiamo trattato con
maggiore completezza nei libri che ho scritto sulla fede.
Si è avvicinato chi stava lontano perché chi stava vicino si era allontana-
to: e si procacciò i calzari del congiunto, prendendo per sposa questa donna.
L’usanza di allora infatti stabiliva che il parente, se non voleva prender per
sposa la sua parente prossima, doveva togliersi le calzature e cederle a un
altro. Qui si racchiude un mistero non piccolo, per il fatto che colui il quale,
secondo l’allegoria, ha sposato la straniera, ha ricevuto con ciò il potere di
evangelizzare [sottinteso: per via dei calzari] (Cf. Rom. 10,15; cf. Is. 52,7).

217
AVVIO ALLA PATROLOGIA

Il significato allegorico

33. Che queste nozze avessero anche un significato allegorico, lo testi-


monia la benedizione degli anziani che dissero: «Che il Signore dia a questa
donna che entra nella tua dimora, di essere come Rachele e come Lia, che
hanno costruito la casa d’Israele; che susciti potenza in Efrata, e abbia un
nome in Betlemme! Che la sua casa divenga come la casa di Fares, che Tamar
partorì a Giuda, e che il Signore ti doni una discendenza da questa giovane
donna! – E Booz prese Rut, e lei divenne la sua sposa» (Es. 3,5). Essa partorì
Obed, padre di Jesse, nonno di David.
Giustamente pertanto san Matteo, che avrebbe chiamato i popoli alla
Chiesa per mezzo del Vangelo, ricorda che il Signore, l’autore di questa
unione di tutti i gentili, ha tratto anche dagli stranieri la sua origine secondo
la carne, perché fin da allora fosse chiaro che quella linea genealogica avrebbe
dato colui che chiama le genti dietro a sé, colui che ha raccolto in mezzo
agli stranieri noi che abbiamo abbandonato la nostra patria e abbiamo detto,
rivolgendoci a chi ci ha chiamati al culto del Signore, cioè a Paolo o a qualche
vescovo: «Il tuo popolo sarà il mio popolo, il tuo Dio sarà il mio Dio». Rut,
dunque, dimenticando, come Rachele e Lia, il suo popolo e la casa di suo
padre, sciogliendo i vincoli della legge, è entrata nella Chiesa.

Chi scioglie i suoi calzari

34. Orbene, chi non riceve e non prende la Chiesa, scioglie i suoi calzari.
Anche a Mosè fu detto: «Sciogli i calzari dei tuoi piedi» (Es. 3,5), proprio
perché non lo si credesse lo sposo della Chiesa. Il solo che non scioglie i
calzari è il vero sposo. E perciò Giovanni dice: «A lui io non sono degno di
sciogliere i legacci dei calzari» (Lc. 3,16). Anche qui, dunque, c’è nascosto
un simbolo, in quanto Rut ha costruito la casa d’Israele.

Le tentazioni di Cristo ci insegnano a resistere all’impeto della vana ambizione

IV.28. «E il diavolo lo condusse su un monte altissimo, e gli mostrò


tutti i regni del mondo nello spazio di un istante» (Lc. 4,5). Ben a proposito
in un istante vengono mostrate tutte le cose della terra e degli uomini. Qui
infatti non viene indicata tanto la rapidità della visione, quanto la fragilità di
una potenza caduca: davvero, in un istante, tutto passa, e spesso gli onori

218
25 AMBROGIO

del mondo se ne vanno prima d’essere giunti. Che vi può essere in questo
mondo che abbia lunga durata, quando i secoli stessi non hanno che una
breve estensione? Ci viene insegnato qui a resistere all’impeto della vana
ambizione, ma dal momento che ogni dignità terrena è soggetta al potere
del diavolo, inconsistente e vuota di utilità.
29. Ma come può avvenire che qui il diavolo dia il potere, mentre tu
altrove leggi che «ogni potere viene da Dio» (Rom. 13,1)? Forse qualcuno
può servire a due padroni o ricevere il potere da due? C’è dunque una
contraddizione? Niente affatto: sta’ certo, ogni cosa viene da Dio. E invero
senza Dio, non c’è il mondo, perché «il mondo è stato fatto per mezzo di
lui» (Giov. 1,10); ma, sebbene sia stato fatto da Dio, le opere del mondo
sono malvagie, perché il mondo è in mano al maligno: l’ordinamento del
mondo proviene da Dio, le opere del mondo provengono dal maligno.
Nello stesso modo il potere viene da Dio, ma l’ambizione del potere del
maligno. Così «non vi è autorità – dice l’apostolo – se non da Dio, e quelle
che esistono sono ordinate da Dio»: non date, ma ordinate; e ancora «chi
resiste all’autorità si oppone alla volontà di Dio» (Rom. 13,1). Anche qui,
benché il diavolo dica ch’egli dà il potere, non nega che questo gli è stato
permesso temporaneamente. Chi gliel’ha permesso, l’ha ordinato poiché
non è malvagio il potere in sé, ma chi ne fa cattivo uso. Dice l’apostolo:
«Non volete temere l’autorità? Fate il bene e riceverete elogi». Il potere
dunque non è malvagio, l’ambizione sì. Infine l’istituzione del potere viene
da Dio, di modo che chi usa bene del potere è ministro di Dio: «Egli è
ministro di Dio – sta scritto – per il tuo bene» (Rom. 13,4). Non c’è dunque
alcuna colpa nel potere, ma in colui che lo esercita; e non può danneggiare la
disposizione di Dio, ma la condotta di chi amministra. Infatti, per scendere
con un esempio dalle cose divine alle umane, ecco, l’imperatore conferisce
degli incarichi e riceve lode: se qualcuno usa male dell’incarico, la colpa non
è dell’imperatore ma di chi ha quell’incarico. I delitti hanno il loro autore,
però non la potestà alla condotta di ciascuno è in causa.

Le cariche

30. È bene dunque usare del potere, ricercare un incarico? È bene se


lo si riceve, non è bene se lo si strappa. (. . .) 31. Il potere non viene dunque
dal diavolo, ma è soggetto alle insidie del diavolo. (. . .) 32. Qualcuno forse

219
AVVIO ALLA PATROLOGIA

potrebbe dire che deve temere solo chi ha fatto del male; tuttavia chi naviga
per il mare ha grandi pericoli. Al contrario, chi ha fissato la sua dimora
sulla terra ferma non teme naufragio; se però ci si avventura nel mare si è
soggetti più facilmente a pericoli. Tu fuggi il mare di questo mondo: non
dovrai temere il naufragio. Anche se raffiche di vento furioso percuotono le
cime degli alberi,tuttavia non si verifica la loro caduta, grazie alle radici ben
consolidate; ma sul mare, quando i venti infuriano, anche se non avviene in
naufragio di tutti, su tutti sovrasta il pericolo. Così anche, contro il soffiare
degli spiriti perversi, nessuno è sicuro trovandosi sulla sabbia o sul mare, e
le navi di Tharsis sono spesso travolte dalla violenza del vento. Tutto questo
riguarda l’aspetto morale dell’argomento.

L’aspetto mistico

33. Ed ecco, per quanto riguarda l’aspetto mistico, tu vedi ora che i lacci
dell’antico peccato, sono stati uno alla volta disciolti; prima quello della gola,
poi quello della presunzione, ed infine quello dell’ambizione. Adamo, infatti,
fu indotto a mangiare il frutto, ed essendosi avvicinato con presunzione al
luogo dove si trovava l’albero proibito, commise un peccato di ambizione,
poiché desiderò divenire simile a Dio. Così il Signore dapprima ha sciolto
i nodi dell’antica colpa, in modo che una volta spezzato il giogo che ci
teneva prigionieri, imparassimo a trionfare del peccato grazie all’aiuto delle
Scritture.

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AVVIO ALLA PATROLOGIA

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222
26. GIROLAMO (347-420)

Nato nel 347 a Stridone, nel seno di una famiglia cristiana, studiò a
Roma con il grammatico Aelio Donato. A vent’ anni si spostò a Treveri
per seguire la carriera politica. È lì che scoprì la sua vocazione monastica e
gli scritti dei Padri, specialmente i commenti biblici. Ritiratosi nel deserto
lesse la Scrittura perfezionando le sue conoscenze del greco e dell’ebraico. A
Costantinopoli conobbe Gregorio di Nazianzo e intraprese la traduzione
latina di Origene. Raggiunse un grande prestigio come biblista, partecipò
al concilio di Roma del 382 e rimase a Roma, dove fu incaricato da papa
Damaso della traduzione latina della Bibbia. Alla morte del papa si ritirò
a Betlemme dove proseguì il suo lavoro biblico. Scrisse molti commenti
biblici, omelie, lettere, opere storiche, trattati polemici [. . .]
La sua guida nel lavoro esegetico fu Origene. Come lui e molti altri,
si attiene all’interpretazione letterale quando deve esaminare le lettere di
Paolo, senza escludere l’interpretazione allegorica. In questa fase origeniana,
Girolamo procederà ordinatamente: prima darà i lemmi tradotti dal greco
e dall’ebraico, poi farà l’interpretazione letterale e dopo l’allegorica. Ma
dopo la polemica origeniana, Girolamo cercò di scostarsi dal suo «maestro».
Abitualmente impiegherà la consueta sovrapposizione di due livelli di lettura,
ma biasimerà l’allegorismo eccessivo. In realtà, la polemica origeniana non
influì più di tanto sulla ratio esegetica di Girolamo.

COMMENTO A ISAIA I, 1

Appena completati, dopo lungo tempo, i venti libri di esposizioni


sui dodici profeti e i commentari su Daniele, tu, Eustochio, vergine di
Cristo, mi spingi a passare ad Isaia e a rendere a te quello che promisi
alla tua santa madre Paola mentre era in vita. Sebbene io ricordi di aver
fatto la stessa promessa anche al tuo dottissimo fratello Pammachio, pur
amandovi entrambi allo stesso modo, sei tu ad avere la precedenza, perché

223
AVVIO ALLA PATROLOGIA

mi sei vicina. Così, attraverso te, io posso pagare il mio debito ad entrambi,
obbedendo ai precetti di Cristo, che dice: «Indagate le Scritture» (Giov. 5,39),
e: «Cercate e troverete» (Mt. 7,7), perché io non debba udire insieme ai giudei
le parole: «Voi sbagliate, non comprendendo le Scritture né la potenza di
Dio» (Mt. 22,29). Se infatti, secondo l’apostolo Paolo, Cristo è potenza di
Dio e sapienza di Dio (Cf. 1 Cor. 1,24), e chi non conosce le Scritture non
conosce la potenza di Dio e la sua sapienza, ignorare le Scritture è ignorare
Cristo.
Io perciò, col sostegno delle tue preghiere, di te che giorno e notte
mediti la Legge di Dio e sei un tempio dello Spirito Santo (Cf. Gios. 1,8),
imiterò il padre di famiglia che dal suo tesoro trae cose nuove e antiche
(Mt. 13,52), e la sposa che nel Cantico dei Cantici dice: «Cose nuove e
vecchie, o mio diletto, ho serbato per te» (Cant. 7,13), e così commenterò
Isaia, per mostrare che egli è non soltanto profeta, ma evangelista e apostolo
(Cf. Is. 2). Egli stesso, infatti, dice di sé e degli altri evangelisti: «Quanto sono
belli i piedi di coloro che annunziano cose buone, che annunziano la pace»
(Is. 52,7), e Dio dice a lui come a un apostolo: «Chi manderò, e chi andrà da
questo popolo», ed egli risponde: «Eccomi, manda me!». (Is. 6,8)
Nessuno pensi che io possa riuscire a contenere gli argomenti di questa
opera in una breve esposizione, perché in questo libro sono racchiusi tutti
i misteri del Signore e in esso egli è preannunziato sia come l’Emmanuele
nato da una vergine, sia come autore di miracoli e prodigi, morto e sepol-
to, risorgente dagli inferi e salvatore di tutte le nazioni. E che dire degli
argomenti di fisica, di morale e di teologia? In questo volume è contenuto
tutto ciò che è nelle sacre Scritture, tutto ciò che lingua umana può proferire
e senso mortale può recepire. Dei misteri che contiene dà testimonianza
l’autore stesso, che scrive: «Sarà per voi la visione di ogni cosa come le parole
di un libro sigillato che sia dato ad uno che conosce le lettere, e diranno:
«Leggi questo», e risponderà: «Non posso, è sigillato infatti»; e sarà dato il
libro ad uno che non conosce le lettere e gli sarà detto: «Leggi», e risponderà:
«Non conosco le lettere» (Is. 29,11 ss.). Se dunque darai questo libro a una
popolazione pagana che non sa leggere, essa risponderà: «Non posso legge-
re, perché non ho imparato le lettere delle Scritture»; se lo darai a scribi e
farisei, che si vantano di conoscere le lettere della Legge, essi risponderanno:
«Non possiamo leggere, perché il libro è sigillato». Perché il libro per loro
è sigillato? Perché non vollero accogliere colui che ha ricevuto il sigillo dal

224
26 GIROLAMO

Padre, colui che possiede la chiave di Davide, che apre e nessuno chiude, che
chiude e nessuno apre. (Ap. 3,7)
Non è vero, come vaneggia Montano insieme a donne insensate, che i
profeti hanno parlato in preda all’esaltazione senza sapere che cosa stessero
dicendo, ignari essi stessi di quello che dicevano mentre istruivano gli altri,
fino a diventare come quelli di cui l’Apostolo dice: «Non comprendono le
cose che dicono e quelle che sostengono» (1 Tim. 1,7). È vero invece quello
che Salomone dice nel libro dei Proverbi: «Il sapiente capisce ciò che pro-
ferisce dalla sua bocca e sulle sue labbra porterà l’esperienza» (Prov. 16,23),
e anche i profeti sapevano che cosa dicevano. Se dunque i profeti erano
sapienti, il che non si può negare; se Mosè, erudito in ogni dottrina, parlava
al Signore e il Signore gli rispondeva; se di Daniele dicono al principe di Tiro:
«Forse più saggio tu sei di Daniele?» (Ez. 28,3); se era sapiente Davide, che
nel Salmo si vantava dicendo: «Le cose occulte e i segreti della tua sapienza
mi hai manifestato» (Sal. 50,8), come avrebbero potuto i sapienti profeti
essere ignari di quello che dicevano, quasi fossero animali privi di ragione?
In un passo dell’Apostolo leggiamo: «Gli spiriti dei profeti sono sottoposti
ai profeti» (1 Cor. 14,32), così che essi hanno in proprio potere il tacere o il
parlare. Se a qualcuno ciò sembra inconsistente, ascolti le parole dello stesso
Apostolo: «Dei profeti parlino due o tre, e gli altri decidano; ma se ad un
altro che siede è stata fatta rivelazione, il precedente taccia» (1 Cor. 14,29 ss.).
Come possono tacere, dal momento che il tacere o il parlare sono in potere
dello Spirito che parla per mezzo dei profeti? Dunque, se essi comprende-
vano quello che dicevano, tutto ciò che hanno detto è pieno di saggezza e
discernimento. Non era aria percossa dalla voce quella che giungeva alle loro
orecchie, ma era Dio a parlare nell’anima dei profeti, come dice uno di loro:
«L’angelo che parlava in me» (Zac. 1,9); e: «Esclamando nei nostri cuori:
“Abbà, padre!”» (Gal. 4,6); e: «Ascolterò che cosa dirà in me il Signore Dio»
(Sal. 84,9). Perciò, dopo la verità del significato letterale, tutto dev’essere
inteso in senso spirituale. La Giudea e Gerusalemme, Babilonia e i filistei,
Moab e Damasco, l’Egitto e il mare deserto, l’Idumea, l’Arabia, la valle di
Sion e infine Tiro e la visione dei quadrupedi vanno interpretati in modo
da considerare ogni cosa secondo il suo significato e in modo che l’apostolo
Paolo, come un sapiente architetto, su tutto questo ponga il fondamento,
che altro non è se non Cristo Gesù.

225
AVVIO ALLA PATROLOGIA

COMMENTO AL VANGELO DI S. MARCO I, 1-12

Quell’animale che nell’Apocalisse di Giovanni (Ap. 4,6) e nell’inizio


del libro di Ezechiele (Ez. 1,5) viene chiamato τετράμορφον (tetrámorfon)
perché aveva una testa di uomo, una di vitello, una di leone e una di aquila,
nel Vangelo raffigura, nella testa di uomo, Matteo, in quella di vitello, Luca,
in quella di aquila, Giovanni; Marco è raffigurato nel leone che ruggisce nel
deserto.
Principio del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio. Come sta scritto
nel profeta Isaia: «Ecco io mando avanti a te il mio angelo che ti preparerà la
via; voce di uno che grida nel deserto: – Preparate la via al Signore, appianate
i suoi sentieri [. . .]» (Mc. 1,1-3). Colui che grida nel deserto è certamente il
leone, alla cui voce tutti gli animali si spaventano, si ammassano, ma non
osano fuggire. Tenete conto, nello stesso tempo, che Giovanni Battista è
definito la voce, mentre il nostro Signore Gesù è chiamato la parola: quindi
giustamente il servo precede il Signore.
«Principio del Vangelo di Gesù Cristo Figlio di Dio», dice Marco:
dunque non è figlio di Giuseppe. L’inizio del Vangelo è la fine della legge:
finisce la legge e comincia il Vangelo.
«Come sta scritto nel profeta Isaia: – Ecco, io mando avanti a te il mio
angelo che ti preparerà la via». Come sta scritto in Isaia. Ma per quanto mi
ricordo, per quanto cerco nella mia mente, sfogliando con cura sia l’opera
dei settanta traduttori sia i volumi ebraici, non ho potuto trovare che Isaia
abbia scritto queste parole. «Ecco io mando avanti a te il mio angelo che
ti preparerà la via», sta scritto alla fine del libro di Malachia (Ml. 3,1). Ma
se sta scritto alla fine di Malachia, perché qui Marco dice che sta scritto nel
profeta Isaia? Gli evangelisti parlavano ispirati dallo Spirito Santo, e Marco
che qui scrive non è da meno degli altri. Infatti l’apostolo Pietro dice nella
sua epistola: «Vi saluta la nostra compagna di elezione, e Marco figlio mio»
(1 Pt. 5,13). O apostolo Pietro, il tuo figlio Marco, figlio in spirito non in
carne, esperto nelle cose spirituali, qui si sbaglia: ciò che sta scritto da una
parte, crede sia scritto altrove. Egli dice: «Come sta scritto in Isaia: – Ecco,
io mando avanti a te il mio angelo che ti preparerà la via». Di questo passo
evangelico discute quell’empio Porfirio che ha polemizzato con noi e in
molti libri ha versato la sua rabbia, dicendo: «Gli evangelisti furono uomini
cosi inesperti, non soltanto delle cose del mondo ma anche delle Scritture

226
26 GIROLAMO

divine, che attribuirono a un profeta ciò che è stato scritto da un altro».


Questa è la sua obiezione: e noi cosa gli rispondiamo? Grazie alle vostre
preghiere, questa mi sembra sia la soluzione. «Come sta scritto in Isaia»,
dice Marco. Cosa sta scritto in Isaia? «Voce di uno che grida nel deserto:
– Preparate la via al Signore, appianate i suoi sentieri». Questo sta scritto
in Isaia (Is. 40,3). Ma quanto afferma questo profeta è più esplicitamente
detto dall’altro. L’evangelista dice: «Questi è Giovanni Battista», di cui anche
Malachia disse: «Ecco io mando avanti a te il mio angelo che ti preparerà la
via». Dunque, ciò che Marco dice che sta scritto in Isaia, si riferisce alla frase:
«La voce di uno che grida nel deserto: – Preparate la via al Signore, appianate
i suoi sentieri». E per documentare che quella voce era proprio l’angelo che
era stato mandato, volle provarlo con le parole del profeta, e non con le sue.
Giovanni fu nel deserto a battezzare e predicare (Mc. 1,4). Giovanni
fu: il nostro Dio invece era. Ciò che fu, ha cessato di essere; ciò che fu, non
era prima di essere. Invece colui che era, era prima ed era sempre, e non ha
avuto mai un principio. Per questo di Giovanni Battista si dice che «fu», cioè
ἐγένετο (egéneto), mentre del Signore Salvatore si dice che «era» [ἦν (ên)]
(Giov. 1,1). Quando si dice di uno che era, si intende che non ha avuto inizio.
È lui che disse: «Colui che è, mi ha mandato» (Es. 3,14): l’essere non ha
avuto infatti un principio. «Giovanni fu nel deserto a battezzare e predicare».
Fu nel deserto la voce che stava per annunziare il Signore: essa non doveva
annunziare niente altro se non l’avvento del Salvatore.
Giovanni fu nel deserto: felice questo cambiamento: si abbandonano
gli uomini, si cercano gli angeli, si lasciano le città e nella solitudine si trova
Cristo!
Giovanni fu nel deserto a battezzare e predicare: battezzando con la
mano, insegnando con la parola, il battesimo di Giovanni precedette il
battesimo del Salvatore. Come Giovanni Battista fu il precursore del Signore
e Salvatore, così il battesimo di Giovanni Battista fu precursore del battesimo
del Salvatore. Quel battesimo venne dato nella penitenza, questo nella grazia.
Là si dispensa la penitenza e il perdono: qui la vittoria.
E accorreva da lui tutta la Giudea (Mc. 1,5). La Giudea corre da Gio-
vanni, accorre da lui Gerusalemme: ma da Gesù Signore e Salvatore accorre
tutto il mondo. «Dio è conosciuto in Giudea, in Israele è grande il suo nome»
(Sal. 75,2). Da Giovanni dunque accorre la Giudea e Gerusalemme, mentre
tutto il mondo corre dal Signore.

227
AVVIO ALLA PATROLOGIA

Venivano tutti ed erano battezzati da lui nel fiume Giordano, mentre


confessavano i loro peccati (Mc. 1,5). Erano battezzati da Giovanni. Giovan-
ni Battista anticipa lo spirito della legge: ma i giudei erano battezzati soltanto
secondo la legge. Essi venivano da Gerusalemme, ed erano battezzati da lui
nel Giordano, cioè nel fiume che scendeva al mare. La legge infatti discende:
essa battezza, ma verso il basso. Questo raffigurano le acque discendenti del
Giordano: nostro Signore, invece, e il mistero della Trinità stanno in alto.
Qualcuno potrebbe dire: Se le acque del Giordano stanno in basso, sta in bas-
so anche nostro Signore, che fu battezzato nel Giordano. Giustamente egli
fu battezzato nel Giordano, perché intendeva osservare i precetti della legge:
come fu circonciso secondo la legge, secondo la legge fu anche battezzato.
Or Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di cuoio,
e suo cibo erano le locuste e il miele selvatico (Mc. 1,6). Come gli apostoli
sono i primi fra i sacerdoti, Giovanni Battista è il primo degli anacoreti.
Secondo quanto si tramanda nelle Scritture ebraiche e sino ad oggi si
ricorda, Giovanni viene nominato nell’elenco dei sacerdoti e tra i pontefici.
È chiaro infatti che un tale uomo fu un santo e un sacerdote. Nel Vangelo di
Luca leggiamo inoltre che egli era di stirpe sacerdotale. «Vi fu – egli dice – un
sacerdote di nome Zaccaria, e costui, mentre prestava servizio [. . .]» (Lc. 1,5-
8). Quanto è detto a proposito di Zaccaria non può riferirsi che ai capi dei
sacerdoti, cioè ai pontefici. Per quale ragione ho detto tutto questo? L’ho
fatto perché dobbiamo sapere che colui che conosceva la venuta di Cristo era
un pontefice, e non cercava Cristo nel tempio, ma si era ritirato nel deserto
separandosi dalla folla. Gli occhi che attendono Cristo non debbono vedere
niente altro che Cristo. E Giovanni era vestito di peli di cammello: non di
lana affinché tu non pensi che egli portasse morbide vesti. Difatti lo stesso
nostro Signore, nel Vangelo, è testimone della sua ἀσκήσεως (askéseos), della
sua vita ascetica. «Ecco – egli dice – coloro che portano morbide vesti stanno
nella casa dei re» (Mt. 11,8).
Ed ora, grazie alle vostre preghiere, cerchiamo di intendere il significato
spirituale di queste parole. «Giovanni era vestito di peli di cammello, con
una cintura di cuoio intorno ai fianchi». Lo stesso Giovanni dice: «Egli deve
crescere, io scemare. È lo sposo che ha la sposa; ma l’amico dello sposo gode
e gioisce se vede lo sposo» (Giov. 3,29-30). E poi aggiunge: «Viene dopo di
me uno che e più forte di me, e io non sono degno di sciogliergli la correggia
dei calzari» (Mc. 1,7).

228
26 GIROLAMO

Quel: egli deve crescere, io scemare, significa: è necessario che il Vangelo


cresca, mentre io, che sono la legge, debbo scemare.
Giovanni, cioè la legge in Giovanni, era vestita di peli di cammello: non
poteva avere una tunica di agnello, in quanto dell’agnello sta scritto: «Ecco
l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato dal mondo» (Giov. 1,29),
e a proposito del quale sta scritto ancora: «Come agnello fu condotto alla
morte» (Is. 53,7).
Giovanni che era nella legge non poteva avere la tunica. Portava una
cintura di cuoio perché era nella legge, in quanto i giudei consideravano
peccato soltanto il peccare con le opere. Al contrario il nostro Signore Gesù,
nell’Apocalisse di Giovanni, appare tra i sette candelabri con una cintura
d’oro, non sui fianchi ma sul petto (Ap. 1,13). La legge stringe i fianchi:
invece Cristo, cioè il Vangelo e anche la virtù degli anacoreti, condannano i
piaceri carnali, non solo nelle opere ma anche nel pensiero. Qui, in Cristo,
nel Vangelo, non è lecito nemmeno il pensiero del peccato; mentre nella
legge era colpevole solo chi aveva commesso fornicazione. «In verità in verità
vi dico chi avrà guardato una donna per desiderarla, in cuor suo avrà già
commesso adulterio con lei» (Mt. 5,28). «Sta scritto nella legge, – dice il
Signore, – non commetterai adulterio» (Mt. 5,27): questo significa la cintura
di cuoio stretta attorno ai fianchi. «Ma vi dico: chi avrà guardato una donna
per desiderarla, in cuor suo avrà già commesso adulterio con lei»: questo
significa la cintura d’oro che circonda il petto.
Era vestito di peli di cammello e «suo cibo erano le locuste e il miele
selvatico». La locusta è un piccolo animaletto, che sta tra il rettile e l’uccello.
Non è capace di innalzarsi abbastanza da terra; salta più che volare, e appena
riesce a sollevarsi un poco dal suolo, ricade subito perché le mancano le ali.
Cosi era anche la legge, che si allontanava un po’ dall’errore della idolatria,
ma non era capace di volare sino al cielo. Non si parla mai infatti, nella
legge, del regno dei cieli. Volete sapere perché il regno dei cieli è annunziato
soltanto nel Vangelo? «Fate penitenza, – dice, – si avvicina infatti il regno
dei cieli» (Mt. 3,2). Insomma, la legge sollevava un poco gli uomini da terra,
ma non era in grado di innalzarli fino al cielo. «Ovunque sarà il corpo, là si
raduneranno le aquile» (Mt. 24,28).

229
AVVIO ALLA PATROLOGIA

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230
27. TICONIO († 390)

L’attività di Ticonio si svolge tra il 370 e il 390. Benché fosse donatista,


è stato ammirato e parzialmente seguito da Agostino nel De doctrina chri-
stiana. Il suo Liber regularum è il più antico manuale di ermeneutica biblica
dell’occidente, che in sette regole offre indicazioni sull’interpretazione dei
passi più difficili. La sua esegesi è sistematicamente allegorica e ha la tenden-
za a interpretare spiritualmente quei passi che altri autori (come per esempio
Vittorino) interpretano letteralmente.

SETTE REGOLE PER LA SCRITTURA. SECONDA REGOLA

Il corpo bipartito del Signore

Ancora più importante è la regola del corpo bipartito del Signore ed è


nostro dovere esaminarla tanto più accuratamente e studiarla in tutte le sacre
Scritture. Come infatti, secondo quanto è stato precedentemente affermato,
la ragione da sola ha la facoltà di distinguere i rapporti tra il capo e il corpo,
così accade anche per ciò che riguarda i rapporti tra una parte e l’altra del
corpo, tra la destra e la sinistra o tra la sinistra e la destra.
A un unico corpo infatti la Scrittura dice: «Ti mostrerò tesori nascosti,
perché tu sappia che io sono il Signore [. . .] e ti chiamerò» (Is. 45,3). Poi
aggiunge: «Ma tu non mi hai conosciuto, io sono Dio e non c’è Dio oltre
a me e tu non mi conoscevi» (Is. 45,4s.). Pur ammesso che parli a un unico
corpo, si riferiscono forse a un’unica persona le espressioni: «Ti mostrerò
tesori nascosti, perché tu sappia che io sono il Signore Dio per amore del mio
servo Giacobbe», e: «Ma tu non mi hai conosciuto»? Forse che Giacobbe
non accolse ciò che Dio promise? O possono riferirsi a un’unica persona le
espressioni: «Ma tu non mi hai conosciuto» e: «Non mi conoscevi»? «Non
mi conoscevi» infatti si riferisce a chi ora conosce; «non mi hai conosciuto»
si riferisce invece a chi, pur essendo stato chiamato a conoscere ed essendo

231
AVVIO ALLA PATROLOGIA

visibilmente del medesimo corpo, «si avvicina con le labbra a Dio mentre il
suo cuore è lontano» (Is. 29,13). A costui si rivolge dicendo: «Ma tu non mi
hai conosciuto».
E ancora: «Condurrò i ciechi per vie che non conoscono, li guiderò per
sentieri sconosciuti e trasformerò davanti a loro le tenebre in luce, i luoghi
aspri in pianura. Realizzerò queste promesse e non li abbandonerò. Ma essi
si sono volti indietro» (Is. 42,16s.). Quelli a cui disse: «Non li abbandonerò»
sono forse gli stessi che «si sono volti indietro» o non soltanto una loro
parte?
Ancora il Signore dice a Giacobbe: «Non temere, perché io sono con
te. Dall’oriente farò venire la tua stirpe e dall’occidente io ti radunerò. Dirò
al settentrione: Restituisci e al mezzogiorno: Non trattenere; fa’ tornare i
miei figli da una terra lontana e le mie figlie dall’estremità della terra. Tutti
quelli sui quali è stato invocato il mio nome. Poiché per la mia gloria l’ho
creato, formato e compiuto e ho creato un popolo cieco e gli occhi di quelli
sono ugualmente ciechi e sorde le loro orecchie» (Is. 43,5-8). Ciechi e sordi
sono forse gli stessi che Dio ha creato per la sua gloria?
Isaia afferma: «Dapprima i tuoi padri e i loro príncipi commisero
scelleratezze nei miei confronti, i tuoi príncipi hanno profanato il mio
santuario, per questo ho votato Giacobbe alla morte e Israele alle ingiurie.
Ora ascoltami, Giacobbe mio servo, e Israele da me eletto». (Is. 43,27 - 44,1)
Dio ha cioè votato alla morte quel Giacobbe e alle ingiurie quell’Israele che
egli non aveva eletto.
È ancora: «Io ti ho formato come mio servo, tu sei il mio, Israele, non
dimenticarti di me. Ho dissipato come nube le tue iniquità e i tuoi peccati
come una nuvola. Ritorna a me e io ti redimerò» (Is. 44,21s.). Forse Dio
ha dissipato i peccati di colui al quale dice: «Tu sei il mio», e ricorda di
non dimenticarsi di lui a quello stesso a cui dice: «Ritorna a me»? I peccati
possono forse essere dissipati prima che l’uomo faccia ritorno al Signore?
E ancora: «Poiché io so che tu sarai davvero riprovato; per il mio nome
ti mostrerò la mia gloria e farò passare su di te le mie ricchezze» (Is. 48,8s.)
A colui che è riprovato Dio mostra forse la sua gloria e a lui consegna le sue
ricchezze?
E ancora: «Non un principe, non un angelo, ma egli stesso li ha salvati;
perché li ama e ha compassione per loro. Egli stesso li ha riscattati, li ha
sollevati e portati su di sé in tutti i giorni del passato. Ma essi si ribellarono

232
27 TICONIO

e contristarono lo Spirito Santo» (Is. 63,9s.) Ma quando mai coloro che egli
portò «su di sé in tutti i giorni del passato [. . .] si ribellarono e contristarono
lo Spirito Santo»?
Dio poi manifestamente promette a un unico corpo la stabilità e la
distruzione dicendo: «Gerusalemme ricca città, tenda che non sarà mai
mossa, i pali della sua tenda non saranno mai divelti né le sue funi saranno
strappate» (Is. 33,20). Subito dopo aggiunge: «Strappate sono le tue funi
poiché l’albero della tua nave non è più robusto, hanno piegato le tue vele,
non alzerà il segnale finché sarà abbandonata alla perdizione» (Is. 33,23).
Ancora il corpo del Signore viene mostrato bipartito in un brevissimo
testo: «Nera io sono e bella» (Cant. 1,5). Non sia mai che la Chiesa, «che non
ha macchia e non ha ruga» (Efes. 5,27), Chiesa che il Signore ha purificato
per sé con il suo sangue, sia «nera» in una sua parte se non in quella sinistra,
a causa della quale «il nome di Dio è bestemmiato tra le genti» (Rom. 2,24).
Quanto al resto è tutta bella, come dice: «Tutta bella tu sei amica mia, in te
nessuna macchia» (Cant. 4,7). Il testo spiega infatti per quale ragione essa
sia «nera e bella»: «Come la tenda di Kedar, come il padiglione di Salomone»
(Cant. 1,5). Presenta due tende, una regale e l’altra servile: entrambe tuttavia
stirpe di Abramo; Kedar infatti è figlio di Ismaele. Ma in un altro passo la
Chiesa si lamenta della lunga permanenza con questo Kedar, cioè con il servo
di Abramo e dice: «Me infelice, molto lunga è stata la mia peregrinazione,
ho dimorato fra le tende di Kedar, molto ha peregrinato la mia anima. Tra
coloro che odiavano la pace io ero per la pace, ma quando ne parlavo essi
volevano la guerra» (Sal. 120,5-7). Non possiamo però dire che la tenda di
Kedar sia al di fuori della Chiesa. Uno stesso testo parla della tenda di Kedar
e di quella di Salomone, per cui afferma: «Nera io sono e bella» (Cant. 1,5).
La Chiesa infatti non è «nera» in coloro che ne sono al di fuori.
In riferimento a tale mistero il Signore parla nell’Apocalisse di sette
angeli – cioè della Chiesa settiforme – mostrandoli a volte santi e custodi
dei precetti e a volte rei di molti crimini e meritevoli di penitenza. Anche
nel Vangelo Dio parla di un unico corpo di diverso merito tra coloro che
sono stati preposti a un ufficio, dicendo: «Beato quel servo che il padrone
al suo ritorno troverà ad agire così» (Mt. 24,46). E a proposito dello stesso
afferma: «Ma se invece quel servo è dissoluto il Signore lo dividerà in due
parti» (Mt. 24,48.51). Dobbiamo intendere che Dio dividerà o che sepa-
rerà in due parti tutto «il corpo»? Pertanto non tutto, ma «una sua parte

233
AVVIO ALLA PATROLOGIA

porrà tra gli ipocriti» (Lc. 12,46), infatti nell’unico servo intende tutto il
corpo.
Perciò, in relazione a questo mistero, è necessario capire attraverso tutte
le Scritture quando Dio dica se in base ai meriti è destinato a perire tutto
Israele con la sua eredità esecrabile. L’apostolo infatti chiarisce largamente,
soprattutto nella Lettera ai Romani, come debba essere riferito una parte ciò
che viene detto a proposito di tutto il corpo: «Che cosa dice di Israele? Tutto
il giorno ho stesso le mie mani verso un popolo disubbidiente» (Rom. 10,21).
Per rendere inoltre evidente che si parlava di una parte il testo afferma:
«Domando: Dio avrebbe forse ripudiato la sua eredità? Impossibile! Anch’io
infatti sono israelita, della discendenza di Abramo, della tribù di Beniami-
no. Dio non ha ripudiato il suo popolo che egli ha scelto fin da principio»
(Rom. 11,1s.). Dopo aver spiegato quale sia il vero significato di tale espres-
sione, allo stesso modo chiarisce come un solo corpo possa essere buono e
cattivo e dice: «Quanto al Vangelo essi sono nemici per vostro vantaggio,
ma quanto alla elezione sono amati a causa dei padri» (Rom. 11,28). Gli
stessi che sono amati sono dunque anche nemici o entrambe le espressioni
possono riferirsi a Caifa?
Così il Signore di tutte le Scritture attesta come un unico corpo della
discendenza di Abramo in tutti cresca, diventi vigoroso e perisca.

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235
28. AGOSTINO (354-430)

Sant’Agostino è, secondo molti, il più grande dei Padri e una delle menti
più alte dell’umanità. Il suo grande influsso sui posteri e il fatto che gli studi
su di lui si siano moltiplicati a dismisura, ne sono la conferma. Sant’Agostino
ha una produzione letteraria che per il suo volume si può paragonare solo
a quella di Origene, ma, a differenza di ciò che è successo con le opere di
quest’ultimo, solo pochi degli scritti di Agostino sono andati persi. Dei 93
titoli (232 libri) che lui stesso citava nelle sue Ritrattazioni tre anni prima
di morire, solo una decina non ci sono pervenuti. Lo stile di Agostino
rende impossibile dimenticare la sua antica dedizione alla retorica: il suo
linguaggio abbonda di idee e parabole, spesso di difficile traduzione, che
però rispondono sempre con grande sincerità a ciò che intende comunicare.
Non disdegnò nemmeno di usare un linguaggio quasi volgare quando lo
riteneva adeguato all’uditorio.
Le fonti agostiniane per conoscere la vita di questo padre della Chiesa
sono le seguenti:

1. Le Confessioni, opera autobiografica, sicuramente la sua opera più


popolare attraverso i secoli scritta poco dopo essere stato eletto ve-
scovo, cominciata nel 397 (morte di Ambrogio) e terminata verso
il 400, e che riveste un valore straordinario, non solo per seguire
l’evoluzione spirituale di Sant’Agostino e per conoscerlo intimamente,
ma anche come testimonianza antica di molti aspetti della psicologia
umana, delle reazioni dell’uomo verso se stesso, verso gli altri e verso
Dio.
2. Le Ritrattazioni, scritte verso la fine della sua vita (427), rappresentano
un giudizio, con correzioni, sulle sue opere anteriori e una descrizio-
ne dei motivi che lo avevano portato a scriverle, opera fondamenta-
le per conoscere l’animo e i motivi che hanno ispirato gli scritti di
Agostino.

237
AVVIO ALLA PATROLOGIA

3. L’epistolario.
4. Molto importante è anche la Vita di Sant’Agostino di Possidio, scritta
tra il 431 e il 439, di eccezionale valore storico.

La vita di Sant’Agostino si può dividere in diversi periodi.

1. Dalla nascita alla conversione (354-386)

Agostino nacque il 13 novembre del 354 a Tagaste (Numidia). Studiò


a Tagaste, a Madaura e a Cartagine. Conosceva molto bene la lingua e la
cultura latina, ma non il greco né la lingua punica. Fu educato cristianamente
dalla madre, Monica, ma non ricevette il battesimo. A 17 anni (anno 373)
ebbe un figlio naturale, Adeodato, e lo stesso anno lesse l’Hortensius di
Cicerone (106-43 a.C.), opera oggi perduta, che era un’ esortazione alla
filosofia, attraverso la quale cominciò il suo ritorno alla fede. Poco dopo,
lesse anche la Scrittura, ma si scoraggiò per lo stile rozzo, inadatto ad un
maestro di retorica. In quest’epoca cominciò ad insegnare grammatica e
retorica, prima a Tagaste (374), poi a Cartagine (375-383) e a Roma (384)
e, infine, a Milano (autunno 384-estate 386). Fu durante questo periodo
(anno 380) che scrisse la sua prima opera, il De pulchro et apto (perduta).
In quell’epoca era un seguace della dottrina manichea, che offriva una
soluzione radicale del problema del male, dividendo la realtà in due principi
opposti e in lotta, la luce e le tenebre (bene e male), che coesistono nell’uomo
il quale deve separarli per potersi salvare. Questa separazione, secondo i ma-
nichei, avviene rispettando i tre sigilli: della bocca (che vieta le parole e i cibi
impuri), delle mani (che vieta il lavoro manuale, specialmente la coltivazione
dei campi e l’uccisione di animali) e del seno (che vieta i pensieri cattivi e il
matrimonio, poiché impedisce alla luce di svincolarsi dalla materia).
Agostino non fu mai convinto fino in fondo del manicheismo, anche
se ne accettò il razionalismo, il materialismo e il dualismo, ma attraverso
lo studio si accorse dell’inconsistenza della religione di Mani, specialmente
dopo un dialogo con il vescovo manicheo Fausto, che lo fece cadere nello
scetticismo, finché ascoltò la predicazione di Ambrogio, che gli offrì la
chiave per interpretare l’Antico Testamento e giungere alla convinzione che
l’autorità su cui poggia la fede è la Scrittura, letta dalla Chiesa.

238
28 AGOSTINO

2. Dalla conversione all’episcopato (386-396)

Nel mese di ottobre del 385 si ritirò a Cassiciaco (forse l’odierna Cossa-
go, nella Brianza) per prepararsi al battesimo. Rinunciò allora alla carriera
e al matrimonio. La lettura dei platonici lo aiutò a risolvere i problemi
filosofici del materialismo e del male: il primo tramite il mondo interiore;
il secondo interpretando il male come privazione del bene: il male non
procede da Dio, né direttamente né indirettamente, in quanto il male è una
deficienza di essere e pertanto non necessita di una causa.
A novembre scrive diversi trattati filosofici. Come punti principali
della filosofia di Sant’Agostino se ne potrebbero segnalare specialmente due.
Il primo è che l’interiorità dell’uomo è in se stessa un riflesso obiettivo
della realtà, in modo che studiando l’anima umana si comprende molto
meglio anche ciò che è al di fuori dell’uomo. Il secondo è la nozione di
partecipazione: tutti i beni limitati che conosciamo sono tali in virtù della
partecipazione a un Sommo Bene, unico, che è Dio. Secondo Agostino, la
fede è necessaria per l’attività intelletuale (crede ut intelligas), ma si crede
con l’intelligenza, perciò afferma anche intellige ut credas. In queste due
espressioni si può riassumere il pensiero di Agostino riguardo alle relazioni
tra fede e ragione.
Nel mese di marzo tornò a Milano, iniziò il catecumenato e fu battez-
zato da Ambrogio il 25 aprile, vigilia di Pasqua. Dopo il battesimo decise
di tornare in Africa per vivere nel servizio di Dio. Lasciò Milano e a Ostia
la madre, Monica, si ammalò improvvisamente e morì. Agostino decise
allora di tornare a Roma, interessandosi alla vita monastica e continuando
a scrivere. Sono di questo periodo altri trattati di taglio anche filosofico.
Restò a Roma fino a luglio o agosto del 388; poi partì per l’Africa e si ritirò a
Tagaste, dove mise in opera il suo programma di vita ascetica. Scrisse allora
altre opere, principalmente contro i manichei, come il De Genesi contra
Manichaeos (388-389). In quest’epoca morì il figlio Adeodato (tra il 389 e
il 391).
Nel 391 arrivò a Ippona per fondare un monastero, ma inaspettatamen-
te il vescovo gli conferì l’ordinazione sacerdotale. Sono di questo periodo le
prime prediche. Il 28-29 agosto del 392 ebbe luogo la disputa ad Ippona con
il manicheo Fortunato. Scrisse allora a Girolamo, chiedendogli traduzioni
latine di commentari greci della Bibbia, e compose le Enarrationes in Psal-

239
AVVIO ALLA PATROLOGIA

mos (i commenti ai primi 32 salmi furono terminati nel 392, ma l’opera si


protrasse fino al 420) e il Psalmus contra partem Donati.
Il 17 gennaio 395 muore Teodosio e vengono nominati imperatori
Arcadio (Oriente) e Onorio (Occidente). Questo stesso anno, o il successivo
(395-396) ricevette la consacrazione episcopale, essendo stato per qualche
tempo coadiutore di Valerio a Ippona, e dal 397 vescovo. Lasciò allora il
monastero dei laici, ma fondò un monastero di chierici nella casa del vescovo.

3. Dall’episcopato alla polemica pelagiana (396-410)

La sua attività episcopale fu intensa: predicò ininterrottamente, prese


parte a udienze episcopali per giudicare le cause, si occupò della cura dei po-
veri, dei malati e degli orfani, della formazione del clero, dell’organizzazione
dei monasteri, fece molti lunghi viaggi per essere presente ai concili africani,
intervenne senza posa contro i manichei, i donatisti, i pelagiani, gli ariani, i
pagani.
Il donatismo, dal nome di uno dei suoi primi fautori, Donato, all’inizio
era uno scisma, ma ebbe subito la tendenza a convertirsi in eresia. In sintesi,
quelli che ritenevano di aver mantenuto un comportamento corretto durante
la persecuzione di Diocleziano si rifiutavano di accettare come pastori quelli
che, secondo loro, avevano vacillato di fronte a quella persecuzione. Questo
li portò alla creazione di una gerarchia propria, che finí per duplicare il
numero di vescovi. Gli uni e gli altri si appellarono all’autorità imperiale,
che decise ripetutamente a favore della gerarchia cattolica. Ma i vescovi
donatisti non rispettarono nessuna delle decisioni imperiali, fino a che
giunse il momento nel quale Costantino optò per una repressione violenta.
Il donatismo non ebbe influenza fuori dall’Africa, ma lì era ancora vivo
cento anni dopo, ai tempi di Sant’Agostino, e sembra che non svanì del tutto
fino all’estinzione del cristianesimo, iniziata dai vandali e terminata con i
musulmani.
Agostino prima (395-396) dovette organizzare il dibattito con Procu-
liano, vescovo donatista d’Ippona e con altri donatisti. Il suo insegnamen-
to sulla Chiesa è particolarmente luminoso. La Chiesa dei donatisti non
può essere la vera Chiesa, poiché in essa non si trovano l’unità, la santità,
l’apostolicità né la cattolicità, e fuori della Chiesa non vi è salvezza. Anche
se nel suo seno vi sono peccatori, la Chiesa è santa. Riguardo al battesimo e

240
28 AGOSTINO

ai sacramenti in generale, Agostino insegna che la loro validità non dipende


dalla santità di colui che l’amministra, poiché la loro efficacia viene da Cri-
sto e non dal ministro. Appartiene a questa sua prima fase episcopale il De
doctrina christiana (terminato nel 426), scritto che potremmo chiamare di
introduzione alla Sacra Scrittura, ove tratta delle conoscenze pagane necessa-
rie per poter studiare la Bibbia, di come si devono interpretare e del loro uso
nella predicazione, nello stesso tempo propone uno schema di educazione
cristiana che utilizza anche la cultura pagana. Quanto alla sua interpretazio-
ne, è interessante osservare che mentre Agostino si suole attenere al senso
letterale nei suoi commenti esegetici e nelle sue opere polemiche, invece
nella predicazione preferisce chiaramente il metodo allegorico ed il senso
mistico.
Sono anche di questo periodo altre opere contro i manichei e le Confes-
siones (397-400). Nel 399 inizia il De Trinitate. L’esposizione di Sant’Agostino
sulla Trinità è più chiara e più profonda di quelle dei Padri precedenti. Fedele
al suo principio di cercare nell’interiorità dell’uomo la luce per comprendere
ciò che è esterno, spiega che l’anima umana possiede una somiglianza della
Trinità nelle sue tre facoltà: memoria, intelligenza e volontà. Per questo, il
Figlio procede dal Padre per via d’intelligenza, come già aveva detto Tertul-
liano, e lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio per via di volontà o di
amore. I giorni 7-12 dicembre del 404 tenne il dibattito pubblico con Felice
manicheo.

4. Polemica pelagiana (410-430)

Il 24 agosto 410 Alarico saccheggia Roma e Pelagio passa per Ippona.


Agostino fu l’anima del concilio del 411 tra cattolici e donatisti e l’artefice
principale della soluzione della controversia pelagiana. Alla fine dell’anno,
ricevette notizie della diffusione delle dottrine pelagiane a Cartagine e della
condanna di Celestio in un processo al quale Agostino non aveva partecipato.
La controversia sulla grazia si sviluppò solo tra i vescovi e gli specialisti,
senza mobilitare il popolo in uno o nell’altro senso. In modo schematico si
potrebbe dire che Pelagio sosteneva che l’uomo può fare il bene ed evitare il
male con le sue proprie forze, e che il peccato di Adamo non si trasmette
come tale ai suoi discendenti, per loro era semplicemente un cattivo esem-
pio. In Africa, Pelagio si scontrò con l’opposizione di Sant’Agostino che, a

241
AVVIO ALLA PATROLOGIA

motivo della controversia, sviluppò spiegazioni che gli varranno più tardi
l’appellativo di dottore della grazia. Queste spiegazioni erano essenzialmente
che l’uomo fu creato in un stato di giustizia originale, di bontà, che però
Adamo perse per sé e per i suoi discendenti con il peccato originale: tutti gli
uomini contrassero una colpa, poiché tutti peccarono in Adamo e divennero
massa dannata. Questo peccato si trasmette per generazione. Il peccato origi-
nale provoca una separazione da Dio, alla quale pone rimedio il Battesimo:
l’uomo necessita di un aiuto divino per realizzare opere buone che siano
soprannaturalmente meritorie.
Un’opera particolarmente nota è La città di Dio, cominciata nel 413
e terminata nel 426. È in parte una apologia, ove il classico tema che i
cristiani sono la causa di tutti i mali, in questo caso della rovina dell’Impero
Romano, viene confutata con abbondanza di dati e di argomenti. Inoltre,
ci fornisce una visione generale della storia, sicuramente la prima che si
conosce, disegnandola come un dramma che non manca di senso; il suo filo
conduttore sarebbe lo svolgimento della lotta tra la città di Dio e la città
terrena, tra la fede e la incredulità, tra i buoni ed i cattivi, che siano ancora
sulla terra o che l’abbiano già abbandonata. Quelli che fanno parte dell’una
o dell’altra città sono mescolati, tanto nella chiesa come nella società civile,
e solo verranno separati, ed allora definitivamente, il giorno del giudizio
finale.
Nel ultimo periodo della vita di Agostino, c’è un predominio delle ope-
re anti-pelagiane. Del 413-415 abbiamo il De natura et gratia. Nell’anno 416
Agostino partecipa al concilio riunitosi a Milevi (settembre-ottobre), in
cui Pelagio e Celestio vengono condannati. Il 27 gennaio 417 Innocenzo
I condanna Pelagio e Celestio. Il 18 marzo viene eletto papa Zosimo, che
riesamina il caso di Pelagio, annunciando che il sinodo romano aveva assolto
Pelagio e Celestio. Dopo uno scambio di lettere fra l’Africa e Roma a propo-
sito dei pelagiani, nel 418 Celestio e Pelagio vengono scomunicati ed espulsi
da Roma. Nell’estate esce l’enciclica (Tractoria) di Zosimo che condanna
solennemente il pelagianesimo.
Agostino continuerà ancora a chiarire diversi aspetti polemici. Nel 426-
427 scrive De gratia et libero arbitrio e nel 428-429 le Retractationes. Agostino
morì il 28 agosto del 430 al terzo mese dell’assedio di Ippona da parte dei van-
dali. Sepolto probabilmente nella cattedrale, i suoi resti furono trasportati
prima in Sardegna e dopo a Pavia. Le sue opere conosceranno una diffusione

242
28 AGOSTINO

ed una popolarità di volta in volta maggiori. L’opera di Sant’Agostino influi-


rà in maniera efficace e profonda sulle concezioni filosofiche e teologiche,
nel diritto e nella vita politica e sociale. Agostino è uno dei grandi artefici
dell’Europa, attraverso la sua influenza nella cultura medioevale e in quella
successiva.
Dal punto di vista dell’esegesi, Agostino sovrappone raramente i due
livelli di lettura dell’Antico Testamento, ma in questi casi ci troviamo da-
vanti un’interessante novità. Infatti, lui sdoppia la tipologia in due ambiti:
uno storico e l’altro attualizzante, in modo che, per esempio, le figure di
cristiani ed ebrei (Giacobbe ed Esaù, le due prostitute [. . .]) acquistano un
secondo valore all’interno della vita della Chiesa, rappresentando due classi
di cristiani di differente tenore di vita e spiritualità più o meno ardente.
La sua interpretazione dei salmi è cristologica, persino nelle rubriche. Ma
l’unica interpretazione che veramente interessa Agostino è quella spirituale,
presentata senza bisogno di allegorizzazione. Questo non vuol dire che non
impieghi affatto l’allegoria ma che, in questo caso, predilige il simbolismo
etimologico.
Presentiamo quattro testi di Agostino. Il primo, tratto dal De doctrina
christiana, al quale abbiamo fatto riferimento parlando di Ticonio, tratta-
zione teorica sull’interpretazione della Scrittura, e molte opere di esegesi.
Il suo scopo fu quello di chiarire i testi di più difficile interpretazione. Il
criterio metodologico sarà quindi la scoperta del significato più elevato, gui-
dando progressivamente il lettore da una lettura carnale a quella spirituale.
Il secondo testo, un brano di uno dei commenti alla Genesi, è un esempio
di come si devono interpretare alcuni passi dell’Antico Testamento. Dal
Discorso 350/A, invece, ricaviamo un insegnamento morale. Nel commen-
to al Salmo 140 Agostino ci offre un altro esempio di come interpretare
determinati passi biblici.

DE DOCTRINA CHRISTIANA II,8.12-16.23

I Libri accettati dalla Chiesa

8.12. Ritorniamo però a considerare quel terzo grado, intorno al quale


abbiamo deciso di sviluppare ed esporre tutto quel che il Signore ci avrà
suggerito. Sarà dunque un valentissimo ricercatore delle divine Scritture

243
AVVIO ALLA PATROLOGIA

colui che, anzitutto, le avrà lette e le avrà presenti globalmente, beninteso


quelle definite canoniche, almeno nel testo, se non ancora nella compren-
sione. Formato dalla fede nella verità, potrà poi leggere con più sicurezza
anche le altre, evitando così che affliggano la sua anima priva di forze e se
ne facciano gioco con menzogne pericolose e allucinanti, pregiudicando in
qualche modo una corretta comprensione. Nelle Scritture canoniche invece
ci si rimetta all’autorità delle moltissime Chiese cattoliche, tra le quali si
trovano certamente quelle che ebbero la prerogativa di essere sedi degli
apostoli e riceverne le Lettere.
Questo sarà dunque l’atteggiamento corretto da tenere nei confronti
dei Libri canonici: quelli che nelle Chiese cattoliche vengono unanimemente
accettati sono da anteporre a quelli che taluni non accettano; quanto questi
ultimi, poi, i Libri accettati dalle Chiese più numerose e più importanti sono
da anteporre ai Libri accolti dalle Chiese più piccole e di minore autorità.
Se poi si trovassero alcuni libri accolti dalle Chiese più numerose e altri da
quelle più importanti, per quanto ciò sia impossibile, credo che si debbano
ritenere di pari autorità. (. . .)

Nelle Scritture sono racchiusi i contenuti della fede e della vita morale

9. 14. Quanti temono Dio e sono miti nella pietà ricercano in tutti
questi libri la volontà di Dio. La prima preoccupazione che si deve avere
in questo compito laborioso, come abbiamo detto, è la padronanza di tali
libri; anche se ancora non li si comprende, si debbono pur sempre leggere o
mandare a memoria, o almeno non ignorarli completamente.
Inoltre si deve ricercare con maggiore solerzia e diligenza tutto quel
che vi è stato posto in forma chiara, siano essi insegnamenti morali o norme
di fede; e se ne trovano maggiormente, quanto più ampia è la comprensione.
Nei passi delle Scritture dove si assumono posizioni chiare sono racchiusi,
infatti, i contenuti della fede e della vita morale, in particolare della speranza
e della carità, che abbiamo preso in esame nel libro precedente.
Una volta acquisita una certa familiarità con la stessa lingua delle divine
Scritture, occorre passare a chiarire e discutere tutti i passi oscuri, desumen-
do esempi dalle espressioni più esplicite per delucidare quelle più oscure
ed eliminando, grazie ai riscontri che provengono dalle interpretazioni
certe, il dubbio che grava su quelle incerte. Qui il ruolo della memoria

244
28 AGOSTINO

è importantissimo: se essa viene meno, questi insegnamenti non possono


restituirla.

Le due cause dell’incomprensione dei testi

10. 15. L’incomprensione dei testi scritti ha due cause: essi sono oc-
cultati da segni sconosciuti o da segni ambigui. I segni, poi, sono propri o
traslati. Si dicono segni propri, quando vengono adoperati per significare
quelle cose, in vista delle quali sono stati istituiti, come quando diciamo
bue, intendendo quell’animale che tutti gli uomini che parlano la nostra
lingua denominano così, insieme a noi. I segni sono traslati quando le stesse
cose che noi significhiamo con termini propri sono designate per significare
qualcos’altro, come quando diciamo bue e con queste due sillabe intendiamo
l’animale solitamente chiamato così; ma a sua volta, tramite quell’animale, in-
tendiamo l’evangelista che la Scrittura ha indicato, secondo l’interpretazione
dell’Apostolo, con l’espressione: «Non metterai la museruola al bue che
trebbia» (Deut. 25,4).

L’ebraico e il greco

11. 16. Un grande rimedio contro i segni propri che ci sono scono-
sciuti è costituito dalla conoscenza delle lingue. Gli uomini di lingua latina,
che abbiamo appena cominciato a formare, hanno bisogno di due altre
lingue per conoscere le divine Scritture, e cioè l’ebraico e il greco; questo
per poter ricorrere alle copie più antiche, nei casi in cui l’interminabile
varietà dei traduttori latini potrebbe suscitare qualche dubbio. In effetti
noi troviamo frequentemente anche termini ebraici non tradotti nei libri
sacri, come amen, alleluia, racha, osanna e altri ancora; alcuni di questi,
come amen e alleluia, avrebbero potuto essere tradotti, ma sono stati con-
servati nella forma antica, in vista di una loro ancor più sacra autorità;
altri come racha e osanna, sono ritenuti intraducibili. Ci sono infatti delle
parole ormai consolidate in alcune lingue, che non possono entrare attra-
verso la traduzione nell’uso di un’altra lingua. Ciò accade soprattutto per
le interiezioni, che esprimono un’emozione interiore, più che un qualche
frammento di pensiero articolato; risultano tali anche questi due termini:
dicono infatti che racha sia l’espressione di chi è indignato e osanna di chi
è lieto.

245
AVVIO ALLA PATROLOGIA

Ma la conoscenza di quelle lingue è necessaria non certo per questi


pochi termini, che è facilissimo individuare ed esaminare, bensì a motivo,
come si è detto, delle differenze dei traduttori. Mentre infatti quanti hanno
tradotto le Scritture dall’ebraico in greco si possono contare sulle dita di una
mano, i traduttori latini sono innumerevoli. Infatti, a chiunque capitò tra le
mani, alle origini della fede, un testo greco, credendo di possedere almeno
un po’ entrambe le lingue, si cimentò nella traduzione.

Un testo viene chiarito in base ad un altro

12. 17. Questo fatto, anziché ostacolare la comprensione, indubbiamen-


te l’ha favorita, purché però i lettori non siano negligenti. Infatti l’esame di
diversi esemplari spesso ha chiarito alcune interpretazioni piuttosto oscure,
come nel caso di quel passo di Isaia, che uno ha tradotto: «Non disprezza-
re i familiari tuoi discendenti», e un altro: «Non disprezzare la tua carne»
(Is. 58,7). In tal caso si ha una conferma reciproca: un testo infatti viene chia-
rito in base all’altro, poiché si potrebbe intendere la carne in senso proprio,
in modo che ciascuno accolga come rivolto a se stesso l’ammonimento a
non disprezzare il proprio corpo; si potrebbe anche intendere, nei familiari
discendenti, i cristiani, nati spiritualmente assieme a noi, dalla medesima
discendenza del Verbo.
A questo punto, però, messi a confronto i vari sensi dei traduttori,
l’interpretazione che risulta più probabile è che si tratti di un invito a non
disprezzare quelli che in senso proprio sono i nostri consanguinei, poiché
questi ultimi emergono in primo piano, confrontando le parole familiari
discendenti con carne. Questo ritengo sia il senso delle parole dell’Apostolo:
«Che io riesca in qualche modo a suscitare la gelosia nella mia carne, per
salvare alcuni di quelli» (Rom. 11,14), cioè perché anche questi possano
credere, grazie alla gelosia di quanti avevano creduto. Egli aveva definito i
Giudei come la propria carne a motivo della consanguineità.

Un testo ambiguo

Parimenti il passo di Isaia: «Se non crederete, non comprenderete»


(Is. 7,9) è stato anche tradotto: «Se non crederete, non avrete stabilità»: non si
può accertare chi sia stato più fedele, se non si consultano le copie della lingua
più antica. Eppure, nel lettore avvertito si fa strada un guadagno importante

246
28 AGOSTINO

a partire da entrambe le versioni. È difficile infatti che ci sia una divergenza


tale fra i traduttori, al punto che manchi qualsiasi elemento di contatto tra
loro. Ebbene, mentre nella visione comprenderemo eternamente, la fede
è come il latte che nutre i piccoli, in una specie di culla che è l’orizzonte
delle cose temporali; ora infatti camminiamo nella fede e non ancora nella
visione (Cf. 2 Cor. 5,7). Se però non avremo camminato nella fede, non
potremo giungere alla visione che non passa, ma rimane stabile, quando noi
saremo uniti alla verità grazie alla nostra comprensione ormai purificata.
Per questo uno ha detto: «Se non crederete non comprenderete», e l’altro:
«Se non crederete, non avrete stabilita».
18. Il più delle volte un traduttore si sbaglia a causa di un’ambiguità
presente nel testo più antico e, non conoscendo bene un certo pensiero, lo
traduce dandogli un senso completamente diverso da quello dello scrittore.
A esempio alcune versioni riportano: «I loro piedi sono aguzzi per spargere
sangue» (Rom. 3,15); ὀξύς (oxús) infatti significa in greco sia aguzzo [cioè:
acuto, penetrante], sia pronto. Per questo c’è stato chi ha tradotto: «I loro
piedi sono pronti per spargere sangue»; nel primo caso invece il segno con
un doppio senso ha messo fuori strada.

Versioni false

Talune versioni, poi, non sono oscure, ma proprio false; la loro condi-
zione quindi è diversa: si deve insegnare infatti a correggere tali testi, più che
a comprenderli. Eccone ancora un esempio: poiché μόσχος (móschos) in gre-
co significa vitello, alcuni hanno tradotto μοσχεύματα (moschéumata) con
rampolli di vitelli, senza comprendere che si trattava di piantagioni. Questo
errore si è diffuso in tantissimi testi e si stenta a trovare una versione diversa;
eppure il senso è lampante, poiché viene chiarito nelle parole che seguono:
«Le piantagioni bastarde non metteranno radici profonde» (Sap. 4,3), dove
questo termine viene più opportunamente preferito a rampolli di vitelli, che
camminano con le zampe sopra la terra e non vi si attaccano con le radici.
Anche in altri contesti si mantiene poi questa stessa traduzione.

Le traduzioni

13. 19. Accade tuttavia che, se non si scruta la lingua da tradurre, non
risulta quale sia il significato originale, che più traduttori si sforzano di

247
AVVIO ALLA PATROLOGIA

rendere in base alla propria capacità e al proprio criterio, e il più delle


volte il traduttore, se non è più che esperto, si smarrisce, allontanandosi dal
senso dell’autore. Per questo si deve puntare alla conoscenza di quelle lingue
dalle quali la Scrittura viene tradotta in latino, oppure si deve disporre di
traduzioni esageratamente vincolate alla lettera, non perché questi siano
sufficienti, ma perché a partire da esse si può determinare la libertà o l’errore
di quegli altri che preferirono, nella traduzione, seguire più i pensieri che
le parole. Di solito infatti non si traducono solo termini singoli, ma anche
interi periodi, che non possono essere trasportati completamente nell’uso
latino, se si vuol rispettare il modo di esprimersi degli antichi latini. In fin
dei conti, chi traduce così non toglie nulla alla comprensione, ma finisce con
l’urtare quelli che sono maggiormente attratti dai contenuti, quando se ne
salva anche l’integrità nei segni che li esprimono.

Solecismi e pronuncia

Ciò che si chiama solecismo, non è altro che una disposizione dei
termini diversa da come, non senza autorevolezza, si sono espressi quanti ci
hanno preceduto. Che si dica inter homines o inter hominibus, non interessa
chi vuole conoscere come stanno le cose. Allo stesso modo il barbarismo
non è altro che la pronuncia di una parola senza rispettare le lettere né il
suono secondo cui solitamente era pronunciata da quanti parlarono in latino
prima di noi. Che poi si pronunzi «ignoscere» (perdonare), con la terza
sillaba lunga o breve, non ha molta importanza agli occhi di chi chiede a Dio
il perdono dei propri peccati, quale che sia il modo in cui viene pronunciata
quella parola. La purezza del linguaggio non è altro che la salvaguardia di
una disposizione altrui, consolidata dall’autorità degli antichi autori.

Diversità grammaticali

20. Su questo punto tuttavia, gli uomini si sentono mortificati quanto


più sono deboli, e sono deboli, quanto più vogliono apparire dotti, non
certo nella scienza delle cose, attraverso la quale ci formiamo, bensì nella
scienza dei segni, di cui non è difficile inorgoglirsi, dal momento che anche
la stessa scienza delle cose spesso ci fa sollevare il capo, se non lo pieghiamo
al giogo del Signore. Non è poi un grosso ostacolo per la comprensione
il fatto che sia scritto: «Com’è la terra nella quale costoro si insediano su

248
28 AGOSTINO

di essa, buona o cattiva, e come sono le città in cui quelli abitano in essa?»
(Num. 13,19) Credo che qui siamo dinanzi a un modo di esprimersi proprio
di una lingua straniera e non certo a un significato particolarmente profondo.
Anche quel testo che ormai non possiamo sottrarre al canto popolare: «Super
ipsum autem floriet santificatio mea» (Sal. 131,18) non toglie proprio nulla
al significato: eppure un ascoltatore più qualificato preferirebbe correggerlo,
dicendo florebit anziché floriet e la correzione non ha altro impedimento
che il modo di cantarlo.
Queste cose possono anche essere facilmente trascurate, se non si vuole
prestare attenzione a tutto ciò che non compromette minimamente una
comprensione piena. Prendiamo però un testo dell’Apostolo: «Quod stul-
tum est Dei, sapientius est hominibus; et quod infirmum est Dei, fortius
est hominibus» (1 Cor. 1,25): se qualcuno avesse voluto conservare la co-
struzione greca dicendo: «Quod stultum est Dei, sapientius est hominum;
et quod infirmum est Dei, fortius est hominum», l’attenzione di un lettore
vigile sarebbe andata alla verità di questo pensiero, ma un altro più lento
non avrebbe compreso, o avrebbe compreso a rovescio. Una tale espressio-
ne infatti non è soltanto scorretta, ma anche ambigua: potrebbe sembrare,
infatti, che ciò che è stoltezza e debolezza degli uomini sia più sapiente e
più forte di Dio. A dire il vero, nemmeno l’espressione sapientius est homini-
bus manca di una certa ambiguità, pur evitando il solecismo. Se hominibus
corrisponda al dativo plurale di huic homini o all’ablativo plurale di ab hoc
homine, risulta chiaro, infatti, solo dal senso del pensiero. È meglio dire
pertanto: «sapientius est quam homines, et fortius est quam homines».

Espressioni sconosciute

14. 21. In ogni caso parleremo più avanti dei segni ambigui: ora voglia-
mo trattare di quelli sconosciuti, che sono di due tipi, quando si tratta di
parole. A bloccare il lettore, infatti, è una parola sconosciuta o un’espressione
sconosciuta. Se questi segni provengono da lingue straniere, bisognerà inter-
rogare gli uomini che le parlano oppure, avendone la possibilità e la capacità,
apprendere quelle lingue, o impegnarsi nel confrontare diversi traduttori.
Se invece ci sono sconosciute parole o espressioni della nostra stessa lingua,
incominceremo a conoscerle con la pratica del leggere e dell’ascoltare. In-
dubbiamente questi tipi di parole o espressioni sconosciute meritano, più

249
AVVIO ALLA PATROLOGIA

di altre, di essere imparate a memoria; in tal modo, quando incontriamo


sia una persona più istruita, a cui possiamo chiedere, sia un testo che possa
mostrare, in rapporto a quel che precede, lo segue o a entrambi, il valore e il
significato di quanto ignoriamo, con l’aiuto della memoria potremmo facil-
mente riconoscere e apprendere. In ogni caso, anche nell’apprendimento la
forza dell’abitudine è tale, che quanti sono in un certo senso nutriti e allevati
nelle sante Scritture vengono colpiti più dalle altre espressioni, ritenendole
meno latine, che da quelle apprese nelle Scritture e che non hanno riscontro
negli autori latini.
Indubbiamente costituisce anche un grandissimo aiuto la quantità degli
autori che viene presa in esame e discussa, attraverso la comparazione dei
vari testi. Si deve solo evitare il falso: infatti l’accortezza di quanti desiderano
conoscere le Scritture divine deve soprattutto aver cura, nella emendazione
dei testi, che quelli non emendati, purché provengano da un’unica famiglia
di traduzioni, cedano il posto a quelli emendati.

Quali versioni impiegare

15. 22. Fra tutte queste traduzioni, poi, venga preferita l’Itala, che unisce
alla penetrazione del significato la maggiore fedeltà al testo. Per emendare
poi eventuali altre edizioni latine, si faccia ricorso a quelle greche, fra le quali
eccelle l’autorità dei Settanta, per quanto riguarda l’Antico Testamento; si
dice infatti che costoro, stando alla testimonianza di tutte le Chiese più
esperte, furono al punto assistiti dallo Spirito Santo nell’opera di traduzione,
che a tanti uomini corrispose un’unica voce. Stando alla tradizione e alle
affermazioni di molte persone attendibili, quegli uomini furono collocati
individualmente in celle separate, mentre traducevano, e non si trovò nella
versione di ciascuno niente che non si trovasse detto, con i medesimi termini
e con gli stessi giri di parole, anche negli altri; se questo è vero, chi ardirebbe
confrontare qualcosa con siffatta autorità o tanto meno anteporvelo? Se
invece quelli si confrontarono in modo che scaturisce un’unica voce da
un esame e da una decisione comune, nemmeno in tal caso, certamente,
è opportuno o accettabile che un singolo individuo, quale che sia la sua
competenza, aspiri a modificare l’accordo unanime di tanti dotti più anziani.
Perciò, anche se si trova qualche discrepanza tra la versione definita dai
Settanta e i testi ebraici, credo che ci si debba rimettere al piano divino che si

250
28 AGOSTINO

è attuato per loro tramite; per mezzo del Signore, infatti, i libri che il popolo
giudeo, per senso religioso o per gelosia, non voleva svelare agli altri popoli,
erano svelati tanto tempo prima, grazie alla potenza del re Tolomeo, alle
nazioni che avrebbero creduto. È possibile pertanto che la loro traduzione
fosse appropriata a quelle nazioni, così come giudicò lo Spirito Santo, che
li aveva guidati e fatti parlare in modo unanime. Tuttavia, come ho detto
in precedenza, il riscontro con le traduzioni di quanti si mantennero più
aderenti alla lettera spesso non è inutile per chiarire il senso.
Dunque i testi latini dell’Antico Testamento, come avevo cominciato a
dire, se è necessario, devono essere emendati sulla base dell’autorità di quelli
greci, soprattutto quelli da cui risulta, pur essendo Settanta, un’interpreta-
zione unanime. Non c’è dubbio invece che i libri del Nuovo Testamento, se
si esita dinanzi a qualche discrepanza delle edizioni latine, debbano cedere il
passo alle edizioni greche, soprattutto quelle che si trovano presso le Chiese
più esperte e più attente.

Segni traslati

16. 23. Quanto ai segni traslati, nell’eventualità in cui qualcosa di sco-


nosciuto costringa il lettore a fermarsi, occorre impegnarsi nella conoscenza
in parte delle lingue, in parte delle cose. Ha in qualche modo una valenza
simbolica e suggerisce senza dubbio un che di misterioso la piscina di Siloe,
in cui il Signore, a colui al quale aveva spalmato fango sugli occhi, ordinò
che si lavasse: eppure se l’Evangelista non avesse tradotto quel nome, che
apparteneva a una lingua sconosciuta, non avremmo compreso una cosa tan-
to importante. Allo stesso modo, molti termini ebraici, che non sono stati
tradotti dagli autori di quei Libri, posseggono un valore indubbiamente non
irrilevante e aiutano a risolvere i misteri delle Scritture, purché qualcuno
riesca a tradurli. E taluni uomini pratici di quella lingua arrecarono ai posteri
un vantaggio certamente non piccolo, traducendo tutte quelle parole tratte
dalla Scrittura. Ci sono infatti sconosciuti i significati di Adamo, di Eva, di
Abramo, di Mosè, come pure i nomi di luoghi, come Gerusalemme, Sion,
Gerico, Sinai, Libano, Giordano, e così di tutti gli altri nomi ebraici: attra-
verso una traduzione chiarificatrice, si rendono manifeste molte espressioni
figurate nelle Scritture.

251
AVVIO ALLA PATROLOGIA

DE GENESI CONTRA MANICHAEOS 17.27-22.34

Dio e le parti del corpo

17.27. «E Dio disse: Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza


e abbia il dominio sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su tutte le bestie
domestiche su tutta la terra e su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili
che strisciano sulla terra» (Gen. 1,26), con tutto il resto che dice la Scrittura
fino alla sera e al mattino in cui si compie il sesto giorno. I manichei sono
soliti polemizzare in modo particolare su questo tema, da chiacchieroni e
ci scherniscono perché noi crediamo che l’uomo è stato creato a immagine
e somiglianza di Dio. Essi infatti considerano solo la forma esteriore del
nostro corpo e disgraziatamente ci domandano se Dio ha narici, denti, barba
oltre gli organi interni e tutte le altre parti del corpo che sono necessarie a
noi. Ma credere che Dio abbia tali cose è ridicolo, anzi empio, e per questo
negano che l’uomo è fatto a immagine di Dio. A costoro rispondiamo che
tali membra sono, per la verità, nominate non solo nei libri del Vecchio, ma
anche del Nuovo Testamento, per lo più quando si vuole dare un’idea di Dio
ai semplici che ascoltano. In realtà sono ricordati non solo gli occhi di Dio
ma anche le orecchie, le labbra e i piedi; viene inoltre proclamato che il Figlio
siede alla destra del Padre. Lo stesso Signore dice: «Non giurate nel nome del
cielo, poiché è la dimora di Dio, né per la terra, poiché è lo sgabello dei suoi
piedi» (Mt. 5,34-35). Egli stesso parimenti diceva di «scacciare i demoni col
dito di Dio» (Lc. 11,20). Ma tutti coloro che intendono le Scritture nel senso
spirituale, hanno imparato a intendere che questi termini non indicano
membra corporee, ma potenze spirituali, come anche le corazze, lo scudo, la
spada e molte altre simili cose. Anzitutto dunque a cotesti eretici si deve dire
con quale impudenza fanno empie insinuazioni a proposito di quelle parole
del Vecchio Testamento quando le medesime parole le vedono usate anche
nel Nuovo, o forse essi non le vedono rimanendo accecati mentre discutono
in modo litigioso.

Dio non è circoscritto dalla forma del corpo

28. Costoro tuttavia sappiano che in base alla dottrina cattolica i fedeli
spirituali credono che Dio non è circoscritto dalla forma del corpo e che
quando la Scrittura afferma che l’uomo è stato fatto ad immagine di Dio,

252
28 AGOSTINO

lo afferma riguardo all’interiorità dell’uomo ov’è la ragione e l’intelligenza.


Grazie a queste facoltà l’uomo esercita anche il suo dominio sui pesci del
mare, sugli uccelli del cielo, su tutte le bestie domestiche e su tutte le fiere, su
tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra. Ecco qui, dopo aver
detto: «Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza», Dio soggiunge
immediatamente: «e abbia il dominio sui pesci del mare e sugli uccelli del
cielo», ecc. per farci comprendere che la Scrittura afferma che l’uomo è
fatto a immagine di Dio non a causa del corpo, ma del potere per il quale è
superiore a tutte le bestie. Effettivamente tutti gli altri animali sono soggetti
all’uomo non per via del corpo ma dell’intelligenza che noi abbiamo e
di cui essi sono privi, sebbene anche il nostro corpo sia stato formato in
modo da mostrare che noi siamo superiori alle bestie e perciò simili a Dio;
poiché il corpo di tutti gli animali che vivono sia nell’acqua sia sulla terra
o che volano nell’aria, è proclive verso la terra e non eretto come il corpo
dell’uomo. Questa caratteristica ci fa intendere che anche la nostra anima
dev’essere protesa in alto verso le realtà celesti, che sono soltanto un bene
suo, cioè quelle eterne, spirituali. Per conseguenza si capisce che l’uomo è
fatto ad immagine di Dio soprattutto per via dell’anima, come lo attesta
anche la forma eretta del corpo.

L’uomo dopo la condanna conserva tanta potenza

18. 29. Talvolta i manichei sono soliti dire anche: «In qual modo l’uomo
ricevette il dominio sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, su tutte le
bestie domestiche e sulle belve, quando vediamo che gli uomini vengono
uccisi da molte fiere e riceviamo danni dai volatili che vorremmo schivare o
catturare e il più delle volte non ci riusciamo? In qual modo abbiamo dunque
ricevuto il dominio sugli animali?» A questo proposito bisogna anzitutto dir
loro che sbagliano di molto coloro i quali considerano l’uomo com’era dopo
il peccato, allorché fu condannato alla mortalità della vita terrena e perse
la perfezione con cui era stato creato a immagine di Dio. Ma anche dopo la
condanna l’uomo ha tanta potenza da esercitare il dominio su un così grande
numero di animali poiché, sebbene possa venire ucciso da molte belve per la
fragilità del suo corpo, non può essere soggiogato da nessuna di esse, mentre
invece ne sottomette al suo dominio tante o, per dir meglio, quasi tutte. Se
dunque l’uomo, anche dopo la condanna, conserva tanta potenza, che cosa

253
AVVIO ALLA PATROLOGIA

dobbiamo pensare del regno promessogli dalla parola di Dio una volta che
sarà rinnovato e liberato?

L’unione del maschio e della femmina prima del peccato

19. 30. Quanto a quest’altra frase della Scrittura: «Li creò maschio e
femmina e Dio li benedisse dicendo: Crescete, moltiplicatevi, procreate e
riempite la terra» (Gen. 1,27-28), si pone del tutto giustamente la questione
in qual senso debba intendersi l’unione del maschio e della femmina prima
del peccato e prima di questa benedizione con cui Dio disse: «Crescete,
moltiplicatevi, procreate e riempite la terra». È da intendersi in senso carnale
o in senso spirituale? Senza dubbio ci è lecito intenderla anche in senso
spirituale in modo da ritenere che dopo il peccato fu, molto verosimilmente,
trasformata in fecondità carnale. In precedenza infatti l’unione del maschio
e della femmina era casta, corrispondente al fine dell’uomo che è quello
di dirigere, e a quello della donna ch’è quello di ubbidire; oltre a ciò la
procreazione spirituale di gioie intelligibili e immortali riempiva la terra,
cioè dava vita al corpo e lo dominava, lo teneva talmente sottomesso che
l’uomo non aveva a soffrire da parte di esso alcuna opposizione e alcuna
molestia. Si deve credere così per il fatto che non erano ancora nati i figli di
questo mondo prima che i progenitori peccassero. In effetti i figli in questo
mondo generano e son generati come dice il Signore quando insegna che la
generazione carnale dev’essere disprezzata in confronto della vita futura che
a noi è promessa.

L’uomo può dominare tutti gli animali con la ragione

20. 31. Quanto poi al comando rivolto ai progenitori: «Dominate i


pesci del mare, gli uccelli del cielo e tutti i rettili che strisciano sulla terra»,
senza parlare della interpretazione secondo la quale è chiaro che l’uomo
può dominare tutti questi animali con la ragione, lo si può interpretare
convenientemente anche in senso figurato, quello cioè di tenere sotto il
nostro dominio tutte le passioni e i moti dell’anima, che abbiamo simili a
quelli di questi animali e di dominarli con la temperanza e la moderazione.
Quando infatti questi moti non vengono dominati, insorgono e arrivano fino
a divenire abitudini assai vergognose e ci trascinano attraverso piaceri diversi
e funesti che ci rendono simili a ogni specie di bestie. Quando, al contrario,

254
28 AGOSTINO

vengono regolati e assoggettati, diventano completamente mansueti e vivono


in concordia con noi. Essi si nutrono insieme a noi della conoscenza dei più
salutari princìpi razionali, delle più utili norme di morale e così pure della
vita eterna, come se si nutrissero d’erbe portanti il seme d’alberi fruttiferi
e di piante verdeggianti. L’uomo inoltre vive felice e tranquillo quando
tutti i suoi sentimenti vanno d’accordo con la ragione e con la verità, e
allora si chiamano gioie, affetti santi, casti e buoni. Se al contrario non
vanno d’accordo e non sono regolati accuratamente, lacerano l’anima, ne
provocano l’intimo dissidio e rendono infelice la vita, e allora si chiamano
turbamenti, capricci dei sensi e passioni funeste. Orbene, a proposito di
tali sentimenti sregolati ci viene comandato di mortificarli in noi con ogni
sforzo possibile fin a quando la morte non sarà inghiottita per la vittoria.
L’Apostolo infatti afferma: «Ora, quelli che appartengono a Cristo, hanno
crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri» (1 Cor. 15,54).
Ecco dunque che anche solo da questo fatto a ognuno dev’essere rammentato
che le suddette cose non bisogna intenderle in senso materiale, dal fatto cioè
che nel libro della Genesi le verzure dei campi e gli alberi fruttiferi son dati
per nutrimento a ogni specie di bestie, a tutti gli uccelli e a tutti gli animali
striscianti, mentre vediamo che i leoni, gli avvoltoi, gli sparvieri e le aquile si
nutrono solo di carni e di cadaveri di altri animali uccisi da essi. La stessa cosa
penso di alcuni animali che strisciano sulla terra, viventi in luoghi coperti di
sabbia e deserti, dove non nascono né alberi né erbe.

La creazione dell’uomo non è buona, ma molto buona

21. 32. Non si deve però tralasciare con indifferenza di considerare


attentamente la frase della Scrittura che dice: «E Dio vide che tutte quante
le cose che aveva fatte sono una cosa molto buona» (Gen. 1,31). Poiché la
Scrittura, trattando ogni singola opera, diceva soltanto: «E Dio vide ch’è
una cosa buona», mentre parlando di tutte le opere, non le bastò dire buone,
ma aggiunte altresì molto. Se infatti si riscontra che ciascuna delle opere di
Dio, quando vengono considerate dai saggi nella specie propria di ognuna di
esse, ha delle misure, delle proporzioni e un ordine eccellenti, quanto più
eccellenti avranno queste proprietà tutte le opere insieme, vale a dire tutto
l’universo che, nel suo complesso, è costituito da ciascuna di esse riunite
in unità? Infatti ogni cosa bella, che risulta composta di parti, è molto più

255
AVVIO ALLA PATROLOGIA

eccellente nella sua interezza che non nelle sue parti. Così, se nel corpo
umano lodiamo solo gli occhi, solo il naso, solo le guance o solo il capo,
o solo le mani o solo i piedi (e così dicasi di tutte le altre membra se sono
belle e lodiamo ciascun membro in particolare), quanto più è da lodare
l’intero corpo, al quale tutte le membra che, prese singolarmente sono tutte
belle, conferiscono la propria bellezza? Per conseguenza una bella mano
che veniva lodata anche separatamente non solo perderebbe anch’essa la sua
bellezza, ma senza di essa sarebbero brutte tutte le altre membra. Tanto
grande è la forza e la potenza dell’integrità e dell’unità che anche molte
cose, che sono buone, piacciono solo quando si riuniscono insieme e si
compongono armoniosamente a formare un qualcosa di unitario. Il termine
universo infatti deriva da quello di unità. Se i manichei riflettessero a ciò,
esalterebbero Dio quale autore e creatore dell’universo, e ciò che in una parte
li urta per la condizione naturale della nostra mortalità, lo ricondurrebbero
alla bellezza di tutto l’insieme della creazione e vedrebbero che Dio ha
fatto tutte le cose non solo buone, ma anche molto buone. Poiché anche un
discorso ornato e ben ordinato, se consideriamo ognuna delle sillabe o delle
lettere, che passano subito appena pronunciate, non vi troviamo che cosa
piaccia o sia da lodare. Un discorso in effetti è bello non a causa di ciascuna
sillaba ma di tutte quante le sillabe.

Coloro che osservano il sabato in modo carnale

22. 33. Vediamo ormai anche il passo della Scrittura che i manichei di
solito scherniscono con un’impudenza maggiore della loro ignoranza, che
cioè Dio, dopo aver terminato la creazione del cielo e della terra e di tutte
le altre cose che aveva fatte, nel settimo giorno cessò da ogni sua opera e
benedisse il settimo giorno che lo consacrò, poiché in esso aveva cessato da
tutte le sue opere. Essi infatti dicono: «Che bisogno aveva Dio di riposarsi?
Si era forse affaticato e stancato nel far le opere compiute nei sei giorni?»
Aggiungono anche la testimonianza del Signore che dice: «Il Padre mio opera
fino al presente» (Giov. 5,17). Con ciò ingannano molti ignoranti ch’essi
si sforzano di convincere che il Nuovo Testamento è contrario all’Antico.
Coloro però ai quali il Signore dice: «Il Padre mio opera fino al presente»,
immaginavano il riposo di Dio in modo carnale, e, osservando il sabato in
modo carnale, non capivano cosa volesse simboleggiare la realtà indicata

256
28 AGOSTINO

da quel giorno; allo stesso modo anche costoro, sebbene con disposizione
d’animo diversa, tuttavia ugualmente come quelli non capiscono il signifi-
cato simbolico del sabato. Il sabato infatti non l’hanno compreso non solo
quelli osservandolo materialmente ma altresì costoro detestandolo grossola-
namente. Ciascuno dunque deve accostarsi a Cristo perché gli venga rimosso
il velo [dagli occhi], come dice l’Apostolo. Il velo in effetti viene rimosso
allorché, tolto via il velame della similitudine e dell’allegoria, si manifesta la
verità nella sua schiettezza, perché possa essere vista.

Simbolismi della Scrittura

34. Innanzitutto dunque riguardo a molti passi delle Sacre Scritture


bisogna osservare e riconoscere la regola di detto modo di esprimersi. Che
cos’altro infatti vuol simboleggiare la Sacra Scrittura, allorché dice che
Dio si riposò da tutte le sue opere molto buone che aveva fatte, se non il
nostro riposo ch’egli ci darà da tutte le opere buone, se anche noi avremmo
fatte delle opere buone? Conforme al medesimo modo di parlare anche
l’Apostolo dice: «Poiché noi non sappiamo che cosa è conveniente chiedere
nella preghiera, ma lo stesso Spirito intercedere per noi con gemiti ineffabili»
(Rom. 8,26). In realtà non è che lo Spirito Santo gema come se avesse bisogno
o si trovasse in qualche difficoltà, lui che presso Dio intercede per i fedeli
servi di Dio, ma è lui che ci eccita a pregare quando gemiamo, e perciò
diciamo che è lui a fare ciò che facciamo noi per suo impulso. Così la
Scrittura dice anche: «Il signore vostro Dio vi mette alla prova per sapere
se lo amate» (Deut. 13,3). Ora, egli permette che noi siamo messi alla prova
non affinché sappia lui, al quale non è nascosto nulla, ma per fare in modo
che sappiamo noi quali progressi abbiamo fatti nell’amarlo. Conforme a
questo stesso modo di esprimerci anche nostro Signore dice di ignorare il
giorno e l’ora della fine del mondo. Ora, che cosa può esserci ch’egli ignori?
Ma poiché egli nascondeva ai suoi discepoli quel particolare per la loro
utilità, disse di ignorarlo poiché, nascondendolo, faceva in modo che lo
ignorassero essi. Seguendo questa figura retorica [cioè la metonimia, in cui si
dice l’effetto al posto della causa] il Signore disse anche che quel giorno era
noto solo al Padre poiché lo faceva conoscere al medesimo Figlio. Tenendo
presente questa figura retorica molte questioni riguardanti le Sacre Scritture
vengono risolte senz’alcuna difficoltà da coloro i quali conoscono già il

257
AVVIO ALLA PATROLOGIA

genere di questo modo di parlare. Di tali modi di parlare abbonda anche il


nostro linguaggio ordinario quando diciamo lieto il giorno per il fatto che ci
rende lieti, e pigro il freddo perché ci rende pigri, e cieca una fossa perché non
lo vediamo, e forbita [cioè, elegante] la lingua che produce parole forbite;
infine diciamo tranquillo e senza alcuna molestia il tempo in cui noi siamo
tranquilli senza alcuna molestia. La Scrittura dunque dice che Dio si riposò
da tutte le opere che aveva fatte molto buone, perché in lui riposeremo
noi da tutte le nostre opere se ne avremmo fatte di buone, poiché le stesse
nostre opere buone sono da attribuire a lui che chiama, comanda e mostra
la via della verità, a lui che c’invita anche affinché abbiamo la volontà e ci
somministra le forze per compiere ciò che ci comanda.

DISCORSO 350/A, 1-4

La carità si legge in tutta la Scrittura. La carità rinnova l’uomo

1. Sappiamo, carissimi, che ogni giorno i vostri cuori ricevono il sano


alimento offerto dalla parola di Dio e dalle esortazioni delle letture divine.
Tuttavia per il desiderio di amore che accende scambievolmente i nostri
cuori, bisogna che a voi, miei cari, io dica qualcosa. E di cos’altro potrei
parlarvi se non proprio della carità? Se qualcuno ne vuol parlare non deve
scegliere nella Bibbia qualche particolare brano da far leggere; l’argomento
si trova, nella Scrittura, ad apertura di ogni pagina. Lo testimonia lo stesso
Signore, e ne siamo informati dal Vangelo, perché quando gli fu chiesto quali
fossero i più importanti precetti della legge, rispose: «Amerai il Signore Dio
tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente» (Mt. 22,37); e:
«amerai il tuo prossimo come te stesso» (Mt. 22,39). E perché tu non andassi
cercando altro nelle pagine sante, aggiunse: «Su questi due precetti si basa
tutta la Legge e i Profeti» (Mt. 22,40). Se tutta la Legge e i Profeti si fondano su
questi due precetti quanto più il Vangelo! La carità rinnova l’uomo. Come
la cupidigia fa vecchio l’uomo, così la carità lo rende nuovo. Per questo
l’uomo nei conflitti delle sue bramosie dice gemendo: «Sono invecchiato
in mezzo a tutti i miei nemici» (Sal. 6,8). Che la carità sia appannaggio
dell’uomo nuovo lo stesso Signore lo afferma con queste parole: «Vi dò un
comandamento nuovo: che vi amiate l’un l’altro» (Giov. 13,34). Se dunque
la Legge e i Profeti si fondano sulla carità e nella Legge e i Profeti viene

258
28 AGOSTINO

indicato il Vecchio Testamento, quanto più il Vangelo che esplicitamente


è detto Nuovo Testamento! Esso non riguarda che la carità, dal momento
che il Signore disse che il suo comando altro non era che questo: amarsi a
vicenda. E nuovo chiamò questo comandamento. Venne per rinnovarci. Ci
rese uomini nuovi; ci ha promesso un’eredità nuova e per di più eterna.

Vecchio Testamento e carità

2. Se per caso vi domandate perché mai la Legge si chiami Vecchio


Testamento sebbene si basi sulla carità, quando invece la carità rinnova
l’uomo e si addice all’uomo nuovo, la ragione è questa. Lo si annuncia come
Testamento Vecchio perché è una promessa terrena e il Signore lì promette
un regno terreno a quelli che lo adorano. Ma anche allora c’era chi amava
Dio senza mirare a ricompensa e purificava il suo cuore col puro, struggente
desiderio di lui. Costoro, al di là dei veli delle antiche promesse, giunsero alla
intuizione del futuro Nuovo Testamento e capirono che tutto ciò che nel
Vecchio Testamento veniva prescritto o promesso secondo l’uomo vecchio
era prefigurazione del Nuovo Testamento; promesse che il Signore avrebbe
portato a compimento negli ultimi tempi. L’Apostolo lo dice esplicitamente:
«Queste cose a loro accadevano in figura e sono state scritte per avvertimento
a noi che siamo nell’epoca ultima della storia» (1 Cor. 10,11). Si preannunzia-
va in modo arcano il Nuovo Testamento: si preannunziava in quelle antiche
figurazioni. Ma venendo il tempo del Nuovo Testamento, lo si cominciò
ad annunciare apertamente; si cominciarono a spiegare, a chiarire quei sim-
boli: cioè come si dovesse riconoscere il nuovo lì dove c’erano le promesse
dell’antico. Mosè era l’araldo del Vecchio Testamento: egli annunziava il
Vecchio, ma intuiva il Nuovo; annunziava il Vecchio a un popolo che era
materiale, ma egli, spirituale, intendeva il Nuovo. Gli Apostoli poi furono
annunciatori e ministri del Nuovo Testamento, ma non nel senso che prima
non ci fosse quello che poi per mezzo loro si sarebbe manifestato. Carità
dunque nel Vecchio, carità nel Nuovo, ma lì carità più nascosta, timore più
evidente; qui carità più evidente, meno il timore. Quanto più cresce la carità,
infatti, tanto più diminuisce il timore. Col crescere della carità l’anima si fa
più sicura; quando questo stato di sicurezza è al sommo, sparisce il timore.
Lo dice anche l’apostolo Giovanni: «La carità perfetta scaccia il timore»
(1 Giov. 4,18).

259
AVVIO ALLA PATROLOGIA

Commento al salmo 36. I cattivi più fortunati dei buoni nel mondo. Cristo
radice nascosta di amore

3. Abbiamo preso occasione anche dal presente Salmo per parlare a


voi, miei buoni fratelli, della carità poiché, come vi ho detto, qualunque
pagina ispirata da Dio si legga, [da essa] non altra esortazione riceviamo
se non quella della carità. Osservate se le divine parole tendono ad altro
che non sia risvegliare l’amore; vedete se altro producono se non che ci
accendiamo, c’infiammiamo; che ci consumi il desiderio, che gemiamo e
sospiriamo finché non siamo giunti alla mèta. Gli uomini che faticano sulla
terra e che si dibattono in mezzo a gravissime prove, osservano spesso, con il
loro cuore mortale e con prospettiva inadeguata, che qui nel tempo i cattivi
solitamente sono più potenti degli altri e vanno fieri della loro transitoria
felicità. È una frequente tentazione, per i servi di Dio, questo pensiero: quasi
che chi venera Dio lo faccia senza ragione, dal momento che si vede privo di
quei beni di cui invece abbondano gli empi. Essendo gli uomini così formati,
lo Spirito Santo prevedendo questa tentazione nostra muta la direzione
del nostro amore per impedire che negli uomini empi e scellerati vediamo
un modello da imitare e tanto più quanto più li vediamo felici nella loro
prospettiva terrena, nell’amore di quei beni la cui abbondanza li fa esaltare.
Perciò ammonisce: «Non invidiare i malvagi – è l’inizio del Salmo – non
invidiare coloro che commettono iniquità, perché avvizziscono in fretta
come l’erba e appassiscono come il verde del prato» (Sal. 36,1-2). Forse che
l’erba non fiorisce mai? Sì, ma è breve il tempo della sua fioritura perché
subito appassisce il suo fiore. E perché venga la fioritura è necessaria l’aria
fresca. La venuta del Signore nostro Gesù Cristo sarà come la stagione calda
dell’anno; questo nostro tempo invece è la stagione fredda, ma guardiamoci
dal lasciar raffreddare la nostra carità nel tempo freddo dell’anno. La nostra
gloria non è ancora apparsa: alla superficie, è freddo. Vi sia caldo nella
radice. Così gli alberi che appaiono spogli l’inverno, in estate frondeggiano
e sono belli e rigogliosi. Tutto il rigoglio che vedi l’estate nei rami c’era forse
durante l’inverno? C’era sì, ma nascosto nella radice. La nostra gloria, che
ci viene promessa, non c’è ancora. Si dia tempo all’estate e verrà. Non è
ancora il suo tempo: ora è nascosta. È più esatto dire «non appare», piuttosto
che «non c’è». L’Apostolo afferma esplicitamente: «Voi infatti siete come
morti» (Col. 3,3). Era come se parlasse ad alberi nell’inverno. Ma per farvi

260
28 AGOSTINO

capire che, se la superficie appariva morta, all’interno c’era vita, aggiunse


subito: «E la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio» (Col. 3,3). Sembra che
abitiamo su questa terra, ma riflettete dove è piantata la nostra radice. La
radice dell’amore nostro è con Cristo, è in Dio; lì è la magnificenza della
nostra gloria, ma adesso non è ancora visibile.

Ottica terrena ottica celeste nella valutazione della vita

4. Come seguita il discorso dell’Apostolo? «Quando Cristo, la vostra


vita, si sarà manifestato, allora si vedrà anche la vostra gloria insieme alla sua»
(Col. 3,4). Ora è tempo di sofferenza, in seguito di gioia; ora di desiderio, poi
di appagamento; l’oggetto del nostro attuale desiderio non è qui presente. Ma
non per questo avvenga che noi cessiamo di desiderare; cerchiamo invece di
essere costanti nel desiderio, perché Colui che ha promesso non inganna. La
nostra raccomandazione, fratelli, non è di non raffreddarvi; è di non lasciarvi
nemmeno intiepidire. Gli uomini amanti del mondo scherniscono così i
servi di Dio: «Ecco qua le cose che possediamo, e di cui godiamo. E la vostra
felicità dov’è? Voi non avete beni reali, che si possano vedere, avete solo cose
in cui credere». Essi alle cose non verificabili non credono. Voi invece siete
lieti proprio perché avete creduto. Lo sarete poi ancor più quando vedrete.
Se vi affligge ora l’impossibilità di far vedere l’oggetto del vostro amore,
questa vostra sofferenza gioverà alla salvezza e anche alla gloria eterna. Non
è d’altra parte che ci mostrino qualcosa che valga molto. La loro felicità
appare oggi, la nostra verrà. Più esattamente possiamo dire che essi non
l’hanno, né presente né futura, perché essi amano una felicità presente falsa
e non arrivano a quella vera, la futura. Se invece trascurassero la falsa felicità
presente, se sottovalutassero i loro possessi, troverebbero che cosa farne,
saprebbero che cosa conviene procurarsi con essi. Ascoltino il consiglio del
beato Apostolo, i precetti per i ricchi che egli prescrive a Timoteo. Egli
dice: «Ai ricchi di questo mondo comanda di non montare in superbia, di
non mettere le loro speranze in ricchezze precarie, ma in quel Dio che ci
fornisce tutto con abbondanza perché ne godiamo. Raccomanda che siano
ricchi di opere buone, che siano generosi, partecipino ad altri i loro averi,
tesorizzando così per se stessi un buon capitale per il futuro, per conquistare
la vera vita» (1 Tm 6,17-19). Se dunque, fratelli miei, l’Apostolo cercava di
distogliere dalla prospettiva terrena e rivolgere a quella celeste coloro che

261
AVVIO ALLA PATROLOGIA

sembravano felici nel tempo presente, se non voleva che si confinassero nel
piacere delle cose presenti, ma sperassero nelle future, se a chi possedeva
beni diede tali ammonimenti, quanto più deve mirare al futuro col suo cuore
colui che ha deciso di non possedere nulla su questa terra! Cioè di non aver
nulla di superfluo, nulla che impacci, che sia di peso, che vincoli e impedisca.
Il monito: «Come gente che non ha nulla e possiede tutto» (2 Cor. 6,10)
si realizza anche oggi fedelmente nei servi di Dio. Non ci sia nulla che tu
chiami «tuo» e tutto sarà tuo. Se ti attacchi anche solo a una parte, perdi il
tutto. La povertà ti sia sufficiente nella misura in cui ti sarebbe sufficiente la
ricchezza.

SUL SALMO 140,1-4

Le Scritture sono piene di misteri

1. Fratelli, quando un istante fa vi si leggeva la lettera dell’Apostolo,


avete ascoltato dalla sua bocca quello che è anche il nostro ammonimento e
la nostra pressante richiesta. Egli diceva: «Siate perseveranti nella preghiera
e in essa vigili; pregate anche per noi, affinché Dio ci apra la porta della
parola per annunziare il suo mistero e io lo sappia manifestare com’è mio
dovere parlarne» (Col. 4,2-4). Degnatevi di considerare tali parole come se
fossero anche mie, e ricordatevi che nelle Scritture son contenuti misteri
profondi, che vengono celati perché non perdano di valore. Essi debbono
essere investigati perché lo spirito di continuo si alleni [nella ricerca] e alla
fine vengono palesati per essere di cibo [al ricercatore]. Il salmo che abbiamo
cantato adesso in molte sue espressioni si presenta con più o meno notevoli
oscurità. Ma quando nel corso dell’esposizione comincerà a venire alla luce,
con l’aiuto del Signore, il senso di ciò che avevate pronunciato, vi accorgerete
voi stessi che si tratta di cose già note e che, se le ripete parecchie volte, ciò
tende a impedire, mediante il variare della fraseologia, un’eventuale nausea
per la verità.

La dottrina scritturale si compendia nella carità

2. Ci potrà essere infatti, o fratelli, fra i precetti che mai vi sarà dato
ascoltare e conoscere, uno più vasto ed efficace per la salvezza di quello che
ingiunge: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua

262
28 AGOSTINO

anima e con tutta la tua mente» (Mt. 27,37), e: «Amerai il prossimo tuo come
te stesso» (Mt. 22,39)? Non crediate che si tratti di precetti piccoli. Dice
infatti: «Da questi due precetti dipende tutta la Legge e i Profeti» (Mt. 22,40).
Pertanto ogni pensiero salutare che si concepisca con la mente o si esprima
con la bocca, ogni direttiva che si ricava dai libri divini non ha altro fine
che la carità. Ma non si tratta qui di carità in senso qualunquistico, quale,
ad esempio, quella che esiste tra i malviventi. Come presi in una stessa rete,
essi si sentono solidali nella loro perversa coscienza, e dicono di amarsi
e di non volersi mai separare gli uni dagli altri. Attraverso lo scambio di
idee si affratellano; quando uno è assente ne sentono la mancanza, mentre
invece si rallegrano quando è presente. Un amore di questo tipo è infernale:
contiene visco che fa sprofondare nell’abisso, non ali che sollevano al cielo.
Come dovrà essere allora la carità [genuina] perché la si possa distinguere
e separare dalle altre cosiddette carità? La vera carità, quella che è propria
dei cristiani, è stata descritta da Paolo; per quanto si tratti d’una realtà che
per essere divina è infinita, egli la circoscrive nei suoi limiti, per cui è facile
distinguerla dalle sue contraffazioni. Dice: «Fine del precetto è la carità»
(1 Tim. 1,5). Poteva fermarsi qui, come di fatto ci si ferma in altri passi dove
il suo discorso è rivolto a persone, diciamo così, progredite nella scienza.
«Pienezza della legge – diceva – è la carità» (Rom. 13,10), senza spiegare di
quale carità volesse parlare. Non ne parlò in quell’occasione perché ne aveva
parlato altrove. Non è infatti possibile né obbligatorio ripetere tutto sempre
e dovunque. Così qui. Dice: «Pienezza della legge è la carità». Gli avresti
voluto forse chiedere: Ma quale carità? o come vuoi che sia questa carità?
Ascoltane la risposta in quell’altro passo: «Fine del precetto è la carità [che
procede] da un cuore puro» (1 Tim. 1,5). Già subito vi accorgete se la carità
che esiste fra gli assassini proceda da cuore puro. Cuore puro nella carità
si ha quando ami l’uomo in ordine a Dio. Difatti anche l’amore verso te
stesso dev’esser tale che non tradisca la norma: «Amerai il prossimo tuo
come te stesso» (Mt. 22,39). Se l’amore che hai per te stesso è cattivo, è
anche inutile, e lo stesso vale per il prossimo: se lo ami così, che profitto
gli rechi? Ma quand’è che hai per te stesso un amore cattivo? Te lo indica
la Scrittura, la quale non adula nessuno. Essa ti convince che a volte non
solo non ti ami ma addirittura ti odi. Dice infatti: «Chi ama l’iniquità odia
la propria anima» (Sal. 10,6). Se pertanto ami l’iniquità, credi forse d’amarti?
Ti sbagli. Così è del prossimo. Se col tuo amore lo porti al male, questo tuo

263
AVVIO ALLA PATROLOGIA

amore è una trappola per colui che ami. Quindi la carità procede da cuore
puro quando è secondo Dio e proviene «da coscienza retta e da fede genuina»
(1 Tim. 1,5). Una tale carità, dall’Apostolo delineata in questi termini, ha due
precetti: dell’amore di Dio e dell’amore del prossimo. Nell’intera Scrittura
non cercate altro [precetto], e che nessuno venga ad ordinarvi altro [fuorché
la carità]. Nei passi oscuri della Scrittura si cela la carità, nei passi chiari la
carità ti diventa palese. Se mai ti fosse palese, non potrebbe nutrirti; se mai
fosse nascosta, non t’invoglierebbe a scrutare. Ora è questa carità che dal
fondo del cuore puro grida con le parole del salmo: grida dal fondo del cuore
di coloro che somigliano al nostro orante. Chi poi sia costui ve lo dico in
una parola. È Cristo.

Le parole di Cristo capo sono anche parole delle membra

3. Ascolterete delle parole che non vi sembrerà conveniente riferire al


nostro Signore Gesù Cristo. Qualcuno anzi, limitato nella comprensione,
penserà che io troppo alla leggera abbia detto che in questo salmo è da vedersi
la persona di Cristo. Del nostro Signore Gesù Cristo infatti sappiamo che è
l’agnello senza macchia, che in lui – e solo in lui – non si trova peccato, che lui
soltanto con assoluta verità poté affermare: «Ecco viene il principe di questo
mondo e in me non troverà nulla» (Giov. 14,30), cioè nessuna colpa, nessun
reato. Egli solo sborsò il compenso per cose che non aveva rubate (Sal. 68,5),
egli solo versò innocentemente il proprio sangue. Era infatti l’unico Figlio
di Dio che prese la nostra carne, non per sminuire se stesso ma per arricchire
noi. Come dunque si possono applicare convenientemente a una tale persona
parole come le seguenti: «Poni, Signore, una custodia alla mia bocca e una
porta, quella della continenza, attorno alle mie labbra, per non piegare il mio
cuore a parole maligne e trovare scuse per i peccati» (Sal. 140,3-4)? È infatti
quanto mai chiaro che il loro significato è questo: O Signore, custodisci la
mia bocca con una porta, con l’uscio dei tuoi comandamenti, affinché il mio
cuore non devii verso parole maligne. Quali parole maligne? Quelle con
cui si vogliono scusare i peccati. Che non succeda – dice – che io preferisca
scusare i miei peccati anziché accusarli. Parole come queste non convengono
alla persona del nostro Signore Gesù Cristo. Quale peccato infatti egli
commise, di cui avrebbe dovuto, non difendersi, ma riconoscersi colpevole?
Nostre sono queste parole, anche se a dirle è certamente Cristo. Ma, se sono

264
28 AGOSTINO

parole nostre, come può pronunciarle Cristo? Che mai? dov’è andata a finire
la carità di cui or ora vi parlavo? Non ricordate come per la carità siamo
una cosa sola in Cristo? È la carità che, partendo dal nostro cuore, grida
a Cristo; è la carità che, partendo da Cristo, grida a nostro favore. In che
senso la carità, partendo da noi, grida a Cristo? «E avverrà che chiunque
avrà invocato il nome del Signore sarà salvo» (Gioe. 2,32). In che senso poi
la stessa carità, partendo da Cristo, grida per noi? «Saulo, Saulo, perché mi
perseguiti?» (Atti 9,4). E l’Apostolo: «Voi siete il corpo di Cristo e [sue]
membra» (1 Cor. 12,27). Pertanto, se egli è il capo e noi il corpo, unico è
l’uomo che parla: parli il capo o parlino le membra, è sempre l’unico Cristo
a parlare. E più propriamente è compito del capo parlare anche in vece delle
membra. Osservate quel che ordinariamente facciamo anche noi. Notate in
primo luogo come fra tutte le nostre membra nessuno è dotato di parola
all’infuori della testa, e notate ancora come la testa parli a nome di tutte le
altre membra. In un locale stretto ecco che uno ti pesta il piede. «Mi pesti»,
dice la testa. Uno ti ha ferito la mano. «Mi hai ferito», dice la testa. Nessuno
ha toccato la tua testa, ma per mezzo di essa parla l’unità compaginata del
tuo corpo. La lingua, che ha sede nella tua testa, s’è presa le parti di tutte le
membra, e parla a nome di tutte. Così dobbiamo ascoltare Cristo quando
parla: ognuno deve poter riconoscere in lui la sua propria voce, come di chi
si tiene compaginato nel corpo di Cristo. Potrà succedere a volte che egli
pronunzi parole nelle quali nessuno di noi scopra la propria persona, ma che
appartengono esclusivamente al capo. Egli tuttavia non si stacca mai dalle
nostre parole ma le innalza identificandole con le sue; e poi mai succede che
dalle sue parole non torni alle nostre. Di lui infatti e della sua Chiesa fu detto:
«I due saranno una sola carne» (Gen. 2,24). Ed egli stesso, parlando della
medesima cosa, diceva nel Vangelo: «Orbene, non sono due ma una sola
carne» (Mt. 19,6). Non son novità quelle che vi dico – le avete ascoltate da
sempre! – ma, quando ci si presenta l’occasione, è d’obbligo ricordarle: prima
di tutto perché le Scritture che veniamo esponendo son così intrecciate fra
loro che si ripetono spesso e su molte cose, e poi perché si tratta di materia
[a voi sempre] utile. Le faccende di questo mondo producono infatti quelle
spine che tentano di soffocare il seme, per cui è una esigenza vitale lasciarsi
rammentare molto spesso dal Signore ciò che il mondo vorrebbe ad ogni
costo farci dimenticare.

265
AVVIO ALLA PATROLOGIA

Il grido invocante della Chiesa durerà sino alla fine del mondo

4. [v 1.] «Signore, ho gridato a te: ascoltami». Son parole che possiamo


dire tutti: parole che non dico io ma il Cristo totale. È tuttavia più appropria-
to ritenerle pronunziate a nome del corpo, poiché [il Capo] anche quand’era
qui [in terra] pregò unito alla carne. Pregò il Padre a nome del suo corpo, e
accadde che, mentre pregava, da tutto il suo corpo grondavano a terra gocce
di sangue. Così è scritto nel Vangelo: «Gesù pregò con un’orazione intensa
e sudò sangue» (Lc. 22,44). Cos’è questo versare sangue da tutto il corpo
se non le sofferenze sostenute dai martiri in tutta la Chiesa? «Signore, ho
gridato a te: ascoltami. Presta attenzione alla voce della mia supplica, mentre
io grido a te». Dicendo: «Ho gridato a te» tu pensavi che la faccenda del
gridare fosse ormai terminata. Hai gridato, è vero, ma anche adesso non
crederti al sicuro. Se fosse terminata la tribolazione, sarebbe finito anche il
gridare; ma se la tribolazione della Chiesa e del corpo di Cristo durerà sino
alla fine dei tempi, dica non soltanto: «Ho gridato a te, ascoltami»; ma anche:
«Presta attenzione alla voce della mia supplica, mentre io grido a te».

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Simonetti, M., Lettera e/o allegoria : un contributo alla storia dell’esegesi patristica,
Roma 1985, pp. 338-354.

268
29. GIOVANNI CASSIANO (360-435)

Giovanni Cassiano è il principale esponente occidentale della tradizione


monastica. Probabilmente originario della Scizia minore, vicino alla foce
del Danubio. Ancora giovane entrò in un monastero di Betlemme e visitò
i monaci dell’Egitto. Verso il 415 è ordinato presbitero a Marsiglia, dove
fondò due monasteri, uno per uomini ed un altro per donne. Negli anni
420-428 scrisse le Institutiones e le Collationes, per trasmettere in Occidente
l’autentica tradizione del monachesimo orientale.
Le Collationes, pubblicate in tre volumi, sono ventiquattro in totale
(come i vegliardi dell’Apocalisse) e hanno la forma di dialoghi con monaci
famosi dell’antichità e, come a completamento della sua opera precedente,
trattano ancora di diversi aspetti della vita monastica. Sono state composte
come esercizi spirituali alla maniera dei dialoghi di Platone o di Cicerone,
in cui si trattano temi diversi: preghiera, amicizia, interpretazione biblica,
discrezione e anche il pelagianesimo, mostrando una posizione diversa da
quella di Agostino. Il suo uso della Scrittura è piuttosto incentrato sulla
ricerca di esempi da proporre a seconda dei temi trattati.

CONFERENZE SPIRITUALI II, 2-4; 9-16

La discrezione

II. I vantaggi che il monaco può trovare nella sola discrezione, e discorso del
beato Antonio su tale argomento

Un ricordo della fanciullezza mi ripresenta alla mente molti mona-


ci anziani venuti un giorno a trovare Antonio nel deserto della Tebaide.
La conversazione di quegli uomini di Dio si prolungò dal tramonto del
sole all’aurora del giorno seguente, e rammento che il tema della discre-
zione occupò quasi tutta la nottata. Si investigò a lungo quale sia la virtù

269
AVVIO ALLA PATROLOGIA

o l’osservanza che, oltre a custodire il monaco immune dai lacci e dagli


inganni del demonio, possa anche farlo progredire sulla via della perfezione.
Ciascuno diceva il suo pensiero secondo il proprio modo di vedere. Alcuni
dicevano che a produrre si mirabili effetti era l’amore per le veglie e i digiu-
ni, perché l’anima – spiritualizzata da quelle pratiche e fatta padrona d’un
cuore e d’una carne pura – più facilmente si unisce a Dio. Altri dicevano
che era la rinuncia totale, perché se l’anima riesce a spogliarsi di tutto e a
liberarsi da ogni attacco o legame alla terra, può volare più spedita verso
Dio. Altri ancora dicevano che era l’anacoresi, cioè l’abbandono del mondo
e il ritiro nel deserto, dove la conversazione con Dio diventa più familiare e
l’unione con lui più intima. Non mancò un gruppo secondo il quale la virtù
prima del monaco sarebbe stata la pratica della carità, perché il Signore, nel
Vangelo, ha promesso di dare il regno dei cieli a coloro che esercitano questa
virtù: «Venite, benedetti dal Padre mio, entrate in possesso del regno che vi
è stato preparato fin dall’origine del mondo. Perché ebbi fame e mi deste da
mangiare, ebbi sete e mi deste da bere [. . .]» (Mt. 25,34-35).
Chi dava a una virtù, chi ad un’altra, il merito d’introdurre l’anima
all’unione con Dio. Era già passata gran parte della notte, quando prese a
parlare Antonio.
«Tutte le pratiche da voi enumerate – egli disse – sono utili all’anima
assetata di Dio e desiderosa di giungere a lui, ma le tristi esperienze e le
lacrimevoli cadute di molti solitari ci sconsigliano di assegnare la palma
a qualcuna di codeste virtù. Noi abbiamo visto molti monaci applicarsi
ai digiuni e alle veglie più rigorose, acquistarsi grande ammirazione per
il loro amore alla solitudine, dar prova di distacco così completo da non
serbare per sé né il pane per un sol giorno, né una sola moneta; abbiamo visto
monaci caritatevoli esercitare con somma devozione le opere di misericordia,
eppure, costoro si sono miseramente illusi! Non hanno saputo portare a
buon termine l’opera intrapresa ed hanno posto fine al loro ammirevole
fervore, alla loro vita lodevolissima, con una caduta abominevole. Perciò
noi potremo riconoscere la virtù più atta a condurci a Dio, se cercheremo la
causa delle loro illusioni e delle loro cadute.
Le opere di quelle virtù che voi avete enumerate, sovrabbondavano in
quei monaci, ma la mancanza della discrezione fece sì che quelle opere non
durassero fino in fondo. Non si trova altra causa, per spiegare la loro caduta,
all’infuori di questa: essi non ebbero la possibilità di formarsi alla scuola degli

270
29 GIOVANNI CASSIANO

anziani e non acquistarono la virtù della discrezione. È la discrezione che,


tenendosi lontana dai due eccessi contrari, insegna al monaco a camminare
sempre sulla via regia, e non gli permette di deviare a destra (verso una virtù
scioccamente presuntuosa, o un fervore esagerato che passerebbe i confini
della buona misura), né a sinistra (verso il rilassamento e il vizio, o verso la
tiepidezza dello spirito, che si annida dietro il pretesto di ben governare il
corpo).
Gesù pensava alla discrezione quando nel Vangelo parlava dell’occhio
che è lampada del corpo: «La lucerna del tuo corpo è il tuo occhio: se il
tuo occhio è sano, tutto il tuo corpo sarà illuminato; ma se il tuo occhio è
torbido, tutto il tuo corpo sarà nelle tenebre» (Mt. 6,22-23).
La discrezione, infatti, esamina atti e pensieri dell’uomo, e sceglie ocula-
tamente quelli che sono da ammettere. Se quest’occhio interiore è cattivo, o
– per parlare fuori di metafora – se siamo privi di scienza e di giudizio sicuro,
se ci lasciamo trascinare dall’errore e dalla presunzione, tutto il nostro corpo
sarà tenebroso, perché la luce dell’intelligenza e la nostra stessa attività si
saranno oscurate. Il vizio – evidentemente – acceca, e la passione è madre
di tenebre. «Se la luce che è in voi diventa tenebra – dice ancora il Signore –
quanto grandi saranno le tenebre!» (Mt. 6,23).
Nessuno dubita che, se il nostro giudizio è falso e immerso nelle tenebre
dell’ignoranza, anche i nostri pensieri e le nostre opere – che da quel giudizio
derivano come da naturale sorgente – saranno avvolte nelle tenebre del
peccato.

III. Errore in cui caddero Saul e Acab per non aver avuto conoscenza della
discrezione

Saul, che Dio scelse come primo re d’Israele, per non aver posseduto
l’occhio della discrezione, diventò tenebroso in tutto il corpo, e alla fine fu
sbalzato dal trono. La sua «luce», diventata sorgente di tenebre e d’errore,
lo rovinò. Egli pensò che Dio avrebbe gradito di più i suoi sacrifici che
l’obbedienza al comando di Samuele, e trovò modo di offendere Dio con un
gesto che mirava a rendergli propizia la divina maestà (1 Sam. 15,11).
La stessa mancanza di discrezione rovinò Acab, re d’Israele. Dopo la
bella vittoria che gli era stata concessa per bontà del Signore, egli pensò che
la misericordia verso i vinti sarebbe stata preferibile all’esecuzione letterale

271
AVVIO ALLA PATROLOGIA

di un comando divino, che ai suoi occhi appariva crudele. Questo pensiero


lo indusse a porre fine alla vittoria e allo spargimento di sangue con un atto
di clemenza. Ma una simile pietà senza discrezione lo fece tenebroso in tutto
il corpo e lo condannò a morte irrevocabile (1 Re. 20,36).

IV. Testimonianze della sacra Scrittura sul valore della discrezione

Questa è la virtù della discrezione, che, dopo essere stata detta «lucerna»
del corpo, viene chiamata da S. Paolo anche «sole», là dove è detto: «Il sole
non tramonti sulla vostra collera» (Efes. 4,26). La stessa virtù è chiamata
nella sacra Scrittura «timone» della nostra vita: «Coloro che non hanno
discrezione cadono come foglie» (Prov. 11,14). La discrezione è pur giu-
stamente assimilata a quel dono del consiglio senza il quale la Scrittura ci
proibisce di fare le cose anche piccolissime; dobbiamo infatti esser guidati
dal consiglio anche quando beviamo quel vino spirituale che allieta il cuore
dell’uomo (Sal. 103,15), secondo la sentenza sapienziale: «Farai tutto con
consiglio; col consiglio bevi anche il vino» (Prov. 31,3). E ancora: «Città
senza mura e senza difesa è l’uomo che agisce senza consiglio» (Prov. 25,28).
Quest’ultimo passo del libro Sacro, con la figura della città incustodita e
indifesa, dice assai chiaramente quanto sia nociva al monaco la mancanza
di discrezione. In questa virtù sono racchiusi anche l’intelletto e il giudizio,
senza i quali non ci è possibile né costruire il nostro edificio interiore, né
ammassare le ricchezze spirituali, secondo una parola divina che suona così:
«Una casa si edifica con la sapienza e le continue ricchezze preziose e gustose»
(Prov. 24,3-4).
Dice S. Paolo che la discrezione è il cibo sostanzioso fatto per uomini
completi e robusti. «Il cibo solido è fatto per uomini che hanno raggiunto
il perfetto sviluppo, per coloro che hanno esercitato l’occhio a distinguere
il bene dal male» (Ebr. 5,14). È tanto evidente la sua utilità che essa viene
paragonata alla parola di Dio e le vengono attribuite le prerogative di quella.
La discrezione – a somiglianza della parola di Dio – è «viva, efficace, più
tagliente di una spada a due tagli, così tagliente che giunge a separare l’anima
e lo spirito, le giunture e il midollo: essa separa i pensieri e i sentimenti del
cuore» (Ebr. 4,12).
Tutti questi testi ci convincono che senza la grazia della discrezione
non ci può essere alcuna virtù completa e duratura.

272
29 GIOVANNI CASSIANO

Il beato Antonio e gli altri monaci andati a visitarlo, convennero


all’unanimità che è la virtù della discrezione quella che conduce l’uomo, con
passo fermo e impavido, fino a Dio. È ancora la discrezione a conservare
sempre intatte quelle stesse virtù di cui gli altri solitari avevano parlato
prima che Antonio prendesse la parola. Per mezzo di essa, infatti, il monaco
progredisce con poca fatica verso le vette della perfezione; alle quali vette
– senza l’aiuto della discrezione – mai sarebbero arrivati molti di quelli che
per tale via si erano già spinti molto innanzi. La discrezione dunque può
esser salutata madre, custode e guida di tutte le virtù.

IX. Domanda sui mezzi per acquistare la vera discrezione

Germano rispose: dagli esempi recenti e dalle sentenze degli antichi


Padri, ci è apparso chiarissimo che la discrezione è in certo modo la sorgente
e la radice di tutte le virtù. Vorremmo ora sapere quale sia il metodo per
acquistarla e il metodo per riconoscere quando è vera e proveniente da Dio,
oppure falsa e suggerita dal diavolo. Così, a norma della parabola evangelica
che ci avete raccontata nella precedente conferenza – e che vuol far di noi
degli abili banchieri – noi potremo accorgerci se l’immagine del re, che
pur è vera, è impressa su metallo illegale e rifiutare la moneta come falsa.
Noi vogliamo esser dotati di quella scienza che voi, con chiare e complete
spiegazioni, ci avete mostrato essere la dote più preziosa del banchiere
spirituale, o banchiere secondo il Vangelo (citazione dal cosiddetto Vangelo
degli Ebrei, apocrifo [NdR]).
Che cosa ci gioverebbe conoscere l’eccellenza della discrezione e il me-
todo della sua grazia, se non conoscessimo il modo di trovarla e acquistarla?

X. Risposta sul modo di acquistare la vera discrezione

Mosè riprese: la vera discrezione si acquista per mezzo della vera umiltà.
E il primo segno della vera umiltà sarà quello di lasciare agli anziani il
giudizio di tutte le nostre azioni e di tutti i nostri pensieri, fino al punto
che uno non si affidi mai al proprio giudizio, ma sempre e in tutto stia alle
decisioni degli anziani e voglia conoscere solo dalla loro bocca ciò che sia da
ritenersi buono e ciò che sia da stimarsi cattivo.
Questa disciplina, non solo insegnerà al giovane monaco a camminare
diritto sulla via della vera discrezione, ma gli darà anche sicurezza contro tut-

273
AVVIO ALLA PATROLOGIA

ti gl’inganni e tutte le insidie del nemico. È impossibile che cada nell’illusione


chi prende come regola della propria vita, non già il suo giudizio, ma gli
esempi degli anziani. L’astuzia del demonio non potrà valersi dell’ignoranza
di un monaco il quale non cede al falso pudore e non nasconde qualcuno
di quei pensieri che gli nascono in cuore, ma tutti li mostra al prudente
giudizio degli anziani, per sapere se deve ammetterli o rifiutarli.
Un cattivo pensiero, portato alla luce del giorno, perde subito il suo
veleno. Prima ancora che la discrezione abbia proferita la sua sentenza, il
serpente infernale, che la confessione ha tirato fuori dal suo nascondiglio
tenebroso, se ne fugge svergognato. Le sue suggestioni hanno potere su noi
finché restano nascoste in fondo al cuore.

XIV. La vocazione di Samuele

La venerazione verso gli anziani è molto gradita a Dio, che ce la inculca


dalle pagine della sacra Scrittura.
Per decreto della sua Provvidenza, Dio aveva scelto il piccolo Samuele,
ma invece d’istruirlo direttamente e intraprendere un colloquio con lui, lo
mandò una e due volte dal vecchio sacerdote (1 Sam. 3,1-20). Dio volle che
questo fanciullo, chiamato a diventare il suo confidente, fosse istruito da un
uomo, che per giunta era in colpa: Dio volle così per l’unica ragione che
quell’uomo era un anziano.
Il fanciullo giudicato degno di una vocazione altissima fu sottoposto alla
direzione di un anziano affinché brillasse l’umiltà di chi era stato chiamato
da Dio a un grande ministero, e fosse offerto alla gioventù un esempio di
sottomissione.

XV. La vocazione dell’apostolo Paolo

L’apostolo Paolo fu chiamato direttamente da Cristo, ma colui che


poteva, subito e senza intermediari, insegnargli la via della perfezione, preferì
indirizzarlo ad Anania e fargli imparare da quello la via della verità. «Alzati
– disse il Signore – entra in città, e là ti sarà detto quello che devi fare»
(Atti 9,6).
Se Dio indirizza anche Saulo a un anziano, e preferisce metterlo a quella
scuola anziché istruirlo direttamente, lo fa per evitare che l’intervento diretto
– spiegabile nel caso di Paolo – possa in seguito incoraggiare la presunzione.

274
29 GIOVANNI CASSIANO

Il pericolo era che tutti avessero a persuadersi di non avere (come l’Apostolo)
altra guida o maestro all’infuori di Dio, e non volessero formarsi alla scuola
degli anziani.
Quanto sia da detestare la presunzione, l’apostolo stesso ce lo inse-
gna, non solo con le parole, ma con le opere e con l’esempio. Egli infatti
afferma di essersi recato a Gerusalemme unicamente per confrontare ed esa-
minare – in un incontro privato ed amichevole con i fratelli e predecessori
nell’apostolato – il Vangelo che predicava tra i pagani, con accompagnamen-
to di prodigi derivanti dalla grazia dello Spirito Santo. Ecco le sue parole:
«Esposi loro il Vangelo quale lo predico ai Gentili, nel pensiero che io, forse,
corressi o avessi corso invano» (Gal. 2,2).
Chi sarà tanto presuntuoso e cieco da volersi affidare al suo giudizio
e alla sua discrezione, quando perfino il «Vaso di elezione» afferma di aver
avuto bisogno di un incontro con i fratelli nell’apostolato? In questo noi
abbiamo la riprova di un metodo caro al Signore: egli non manifesta la via
della perfezione a chi, pur avendo la possibilità di farsi istruire, disprezza la
dottrina degli anziani e le loro regole di vita, senza far caso a una parola di
Dio che dovrebbe essere diligentemente ascoltata: «Interroga tuo padre e te
lo insegnerà, interroga gli anziani e te lo diranno» (Deut. 32,7).

XVI. Dovere di tendere all’acquisto della discrezione

Sforziamoci dunque con tutte le nostre energie per giungere alla virtù
della discrezione attraverso la pratica dell’umiltà: solo la discrezione può
tenerci lontani dagli eccessi opposti.
C’è un vecchio proverbio che dice: «Acròtes isòtes», cioè: gli eccessi
sono tutti dannosi. L’eccesso del digiuno e la voracità portano allo stesso
fine; le veglie smodate non sono meno dannose, per un monaco, di un sonno
pigramente prolungato. Per le eccessive privazioni, uno si indebolisce ed
è necessariamente ricondotto allo stato in cui prosperano la negligenza e
l’apatia. Molti che non poterono essere ingannati dalla golosità, li vedemmo
ingannati dai digiuni smodati: la passione vinta, prese la sua rivincita in
occasione dell’infermità. Spesso le lunghe veglie e le intere notti sottratte al
sonno riuscirono ad ingannare quelli che il sonno non aveva potuto vincere.
Noi, «muniti delle armi della giustizia, a destra e a sinistra» (2 Cor. 6, 7)
– come ci insegna S. Paolo – dobbiamo procedere con molta moderazione

275
AVVIO ALLA PATROLOGIA

e passare tra i due estremi, guidati dalla discrezione. Così non ci faremo
allontanare dalla giusta misura nel mortificarci, né cederemo alla gola e
all’intemperanza, vinti da fiacchezza funesta.

BIBLIOGRAFIA

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Roma 1985, pp. 358-359.

276
30. VINCENZO DA LERINO († 459)

Oriundo della Gallia, fu il monaco più famoso del monastero di Lerino


(Lérins), situato su di un’isola di fronte a Nizza, ed eminente in sapienza ed
eloquenza. La sua opera più conosciuta, il Commonitorium (promemoria),
scritto verso il 434 con lo pseudonimo di Peregrinus, spiega il concetto di
ortodossia, che identifica con la tradizione apostolica. L’eresia ne sarebbe
una deformazione. La sua opera è importante in quanto stabilisce legami
tra la Scrittura e la Tradizione. Vincenzo riconosce anche che è possibile
un’evoluzione del dogma, mediante l’approfondimento e la formulazione.

COMMONITORIO 1-3.23

Prologo

1. 1. Poiché la Scrittura afferma e ammonisce: «Interroga i tuoi padri e


te lo diranno, i tuoi vecchi e te lo annunceranno» (Deut. 32,7), e ancora: «fa’
attento il tuo orecchio alle parole dei sapienti» (Prov. 22,17) e: «Figlio, non
dimenticare i miei discorsi, il tuo cuore custodisca le mie parole» (Prov. 3,1)
io Straniero, il più piccolo dei servi di Dio, ritengo che con l’aiuto di Dio
risulterà di non piccola utilità mettere per scritto quanto ho fedelmente
ricevuto dai santi Padri, almeno le cose più necessarie alla mia debolezza, così
che possano essere consultate velocemente e la carenza della mia memoria
possa essere sorretta da una assidua lettura.
2. Mi spinge a questa impresa non solo il risultato che attendo dal la-
voro, ma anche la considerazione di questo nostro tempo e l’opportunità
del luogo. 3. Quanto al tempo, non si tratta solo del fatto che esso rapisce
ogni umana cosa, e noi dobbiamo a nostra volta rapire ad esso qualcosa
che ci sia utile per la vita eterna, ma soprattutto del fatto che «l’attesa del
terribile giudizio divino ormai imminente» (Ebr. 10,27) invita con insistenza
ad aumentare l’impegno nella religione, mentre la falsità dei nuovi eretici

277
AVVIO ALLA PATROLOGIA

impone di avere grande cura e attenzione. 4. Quanto al luogo perché, evitan-


do la confusione e l’affollamento delle città, abbiamo la nostra dimora in un
remotissimo piccolo luogo sperduto, in cui viviamo nel segreto di un mona-
stero dove, lontano dall’eccessiva distrazione, possiamo fare ciò che canta
il Salmo: «Prendetevi tempo, fermatevi e sappiate che io sono il Signore»
(Sal. 46,11). 5. Ma anche la logica che guida il nostro proposito è coerente con
questo impegno, dato che, dopo essere stati a lungo travolti dalle varie e tristi
tempeste dell’impegno del mondo, finalmente, per ispirazione di Cristo,
abbiamo attraccato nel porto della religione, sempre estremamente sicuro
per tutti: così, deposte le arie della vanità e della superbia, placando Dio con
il sacrificio della cristiana umiltà, possiamo evitare non solo i naufragi della
vita presente, ma anche il fuoco del mondo futuro.
6. Ma è ormai ora che dia inizio, nel nome del Signore, all’opera che
mi attende, così che possa descrivere le cose che ci sono state tramandate
dai Padri e che sono state custodite presso di noi più con la fedeltà di chi
deve riferire che con la presunzione di chi vuoi essere autore, mantenendo
questa regola nello scrivere: non riassumerò tutto, ma solo quanto è stret-
tamente necessario; e non lo farò con uno stile ornato e tecnico, ma con
un linguaggio facile e comune, così che della maggior parte dei concetti
possa apparire il significato più che la loro spiegazione tecnica. 7. Scrivano
con ampiezza e rigore coloro che sono chiamati a questo compito dalla
fiducia nel proprio ingegno o dalla responsabilità del proprio incarico. Per
me invece sarà sufficiente prepararmi un commonitorio [promemoria] per
aiutare la mia memoria o, meglio, per riparare alle mie dimenticanze: pren-
dendolo in mano un po’ alla volta potrò, con l’aiuto del Signore, tentare
ogni giorno di migliorare e completare le cose che ho imparato. Ho ritenuto
opportuno fare questa premessa perché se per caso, sfuggendo al nostro
controllo, questo scritto capiterà nelle mani dei santi, non rimproverino
precipitosamente quello che troveranno bisognoso di correzione, dato che
io stesso ho dichiarato che sarebbe stato necessario migliorarlo.
2. 1. Spesso dunque con grande zelo e con enorme impegno ho chiesto a
quanti più uomini ho potuto, insigni per santità e per dottrina, in che modo,
con un metodo che possa esser valido per tutti e possa essere applicato come
una regola, io possa distinguere la verità della fede cattolica dalla falsità della
perversione eretica; ho sempre avuto questa risposta quasi da tutti che, sia io
che chiunque altro che voglia smascherare le frodi dei nuovi eretici e sfuggire

278
30 VINCENZO DA LERINO

ai loro tranelli e, sano e integro, voglia rimanere nella sana fede, deve, con
l’aiuto di Dio, proteggere la sua fede in due modi: primo, con l’autorità della
Legge divina; secondo, con la tradizione della Chiesa cattolica.
2. Adesso forse qualcuno chiederà: dal momento che il canone delle
Scritture è perfetto in se e basta certamente con sovrabbondanza, che ne-
cessità c’è di aggiungervi anche l’autorità dell’interpretazione ecclesiale?
3. Poiché evidentemente non tutti accolgono la Sacra Scrittura in tutta la
sua portata e non con lo stesso identico significato, ma interpretano le sue
parole chi in un modo, chi in un altro, così che si può quasi dire, «tanti
uomini altrettante le opinioni che se ne possono ricavare». In modi diversi
infatti la interpretano Novaziano, o Sabellio, o Donato; in modi diversi Ario,
Eunomio, Macedonio; in modi diversi Fotino, Apollinare, Priscilliano; in
modi diversi Gioviniano, Pelagio, Celestio; infine in un altro modo ancora
Nestorio. 4. Per questo, dati i così falsi percorsi tracciati dall’errore nelle
sue diverse forme, è proprio necessario che l’interpretazione dei Profeti e
degli Apostoli sia condotta secondo una linea sicura e normativa, dettata dal
senso ecclesiale e cattolico.
5. Proprio nella Chiesa cattolica infatti dobbiamo con ogni cura atte-
nerci a ciò che è stato creduto dovunque, sempre e da tutti; questo infatti è
veramente e propriamente cattolico e anche la forza e la logica contenute
nel nome stesso proclamano che esso comprende praticamente tutto in mo-
do universale. 6. Ma questo infine si realizzerà esclusivamente se seguiamo
l’universalità, l’antichità e il consenso. Seguiremo l’universalità in questo
modo: se confessiamo che è vera questa unica fede che confessa tutta la
Chiesa in tutto il mondo; l’antichità se non ci allontaniamo in niente dai
significati che i santi antichi e i nostri Padri hanno chiaramente divulga-
to; il consenso, parimenti, se nella stessa antichità ci soffermeremo sulle
definizioni e le opinioni condivise da tutti o quasi i vescovi e i maestri.
3. 1. Che cosa dunque farà un cristiano cattolico, se una piccola parte
di Chiesa si taglia fuori dalla comunione della fede universale? Che, dunque,
se non anteporre la salute di tutto il corpo a un membro corrotto e malato?
2. Che cosa, se un qualche nuovo contagio tenta di contaminare non solo
una piccola parte, ma tutta la Chiesa? In questo caso avrà cura piuttosto di
aderire all’antichità, che certamente non può essere sviata da nessun inganno
di novità. 3. Che cosa, se nella stessa antichità viene condannato l’errore di
due o tre uomini o comunque di una sola città o provincia? In questo caso,

279
AVVIO ALLA PATROLOGIA

se dall’antichità sono disponibili dei decreti di un concilio che sia universale


e riconosciuto da tutti, si curerà di anteporli alla impudenza e all’ignoranza
di pochi.
4. Che cosa farà, se emerge un’altra opinione, rispetto a cui non si trovi
un simile pronunciamento? In questo caso si darà da fare per consultare e
interrogare le opinioni degli antichi mettendole tra loro a confronto, ma
solamente le opinioni di coloro che, sia pure in diversi tempi e in diversi
luoghi, sono rimasti nella comunione della fede dell’unica Chiesa cattolica e
sono quindi stati maestri degni di approvazione; e qualsiasi cosa saprà che
non uno o due soltanto, ma tutti in ugual modo con uno e uno stesso atto
di consenso hanno mantenuto, scritto, insegnato, apertamente a più riprese
con perseveranza, quella comprenda che deve essere da lui stesso creduta
senza alcuna ombra di dubbio.
23. 1. Ma forse qualcuno dice: Dunque nella Chiesa di Cristo non vi
sarà mai nessun progresso della religione? Ci sarà certamente, ed enorme.
Infatti chi sarà quell’uomo così indisposto, così avverso a Dio da tentare
di impedirlo? 2. Ma tuttavia in modo tale che sia un vero progresso della
fede, non un cambiamento. Infatti si può parlare di progresso quando una
questione si approfondisce sempre di più rimanendo la stessa, mentre si
tratta di cambiamento quando una cosa viene cambiata in un’altra.
3. È opportuno dunque che cresca e grandemente progredisca sia
l’intelligenza, la scienza, la sapienza di ogni singola questione come del-
la loro globalità, sia di ogni uomo che di tutta la Chiesa, nel corso delle
età e dei secoli, ma rimanendo dello stesso tipo, nello stesso dogma, nello
stesso senso e nello stesso significato. 4. La disposizione religiosa delle anime
imiti la modalità dei corpi che, benché nel corso degli anni crescano e si
ingrandiscano, rimangono tuttavia gli stessi di prima. 5. C’è infatti molta
differenza fra il fiore della giovinezza e la maturità della vecchiaia, ma quelli
che diventano vecchi sono gli stessi che sono stati giovani così che, benché
cambi la statura e l’aspetto di ciascuno, tuttavia resta identica la natura e
si tratta sempre della stessa persona. Le membra dei lattanti sono piccole,
mentre sono grandi quelle dei giovani: ma sono sempre le stesse. 6. Quanti
sono gli arti di un bambino, altrettanti sono quelli di un adulto, e tante sono
le parti che si vedono nell’adulto, altrettante quelle che sono state seminate
nel concepimento, così che negli adulti non compaia niente che non sia stato
prima sia pur nascostamente presente nei piccoli.

280
30 VINCENZO DA LERINO

7. Perciò dunque non c’è dubbio che questa è la legittima e retta legge
del progresso, questo l’ordine stabilito e bellissimo della crescita: il numero
degli anni rivela negli adulti le parti e le forme che la sapienza del Crea-
tore aveva preordinato nei piccoli. 8. Che se l’aspetto umano cambiasse
mostrando un’immagine diversa, o se aumentasse o diminuisse il numero
degli arti, necessariamente l’intero corpo umano morirebbe o diventerebbe
un prodigio o comunque si corromperebbe.
9. Così anche il dogma della religione cristiana è bene segua questa
legge del progresso: si consolidi negli anni, si approfondisca nel tempo,
migliori con l’età, ma rimanga tuttavia incorrotto e incontaminato e sia
perfetto e completo nella proporzione e nel numero di tutte le sue parti,
quasi fossero le proprie membra e i propri sensi, senza permettere in seguito
nessun cambiamento, nessuna perdita di proprietà, senza sopportare nessun
mutamento di confini.
10. A titolo di esempio: i nostri Padri seminarono anticamente in questo
campo ecclesiastico i semi di grano della fede. È assolutamente ingiusto oltre
che insensato che noi, che siamo i loro discendenti, portiamo al posto della
pura verità del frumento l’illegittimo errore della zizzania. Non è piuttosto
giusto e sensato che, senza che ci sia differenza di comportamento fra i primi
e gli ultimi, per la crescita della piantagione di grano, mietiamo la messe del
grano che sono i dogmi, così che quando, per il tempo che è passato, cresce
qualcosa di quei primi semi che sono stati gettati, sia trattato e coltivato,
ma non venga mutata la proprietà del seme? Si accresca l’apparenza, la
forma, la caratteristica, ma la natura rimanga la stessa e dello stesso genere.
12. Non sia mai che le piante di rose del senso cattolico siano trasformate in
cardi e spine. Non sia mai che in codesto paradiso spirituale dai germogli
di cinnamomo e di balsamo vengano fuori loglio e aconiti. Tutto quanto
dunque è stato seminato dalla fede dei Padri nella Chiesa, «campo di Dio»
(1 Cor. 3,9) ma conviene sia coltivato e conservato dalla laboriosità dei figli;
questo stesso fiorisca e giunga a maturazione, questo stesso progredisca e
giunga a compimento.
13. È cosa pia infatti che i primitivi dogmi di quella celeste filosofia
con il tempo siano ben curati, siano investigati, siano levigati; è empio
invece che siano cambiati, è empio che siano decurtati e mutilati. Acquistino
chiarezza, luce, dettagli, ma è necessario che mantengano pienezza, integrità
e proprietà. 14. Infatti, se venisse una sola volta ammessa questa possibilità,

281
AVVIO ALLA PATROLOGIA

ho io stesso orrore a dire quale grave pericolo di riduzione e abolizione


della religione ne conseguirebbe. Abbandonata infatti una qualsiasi parte del
dogma cattolico, dopo se ne potrebbe eliminare un’altra e un’altra e infine
altre e altre, in un modo che sembrerebbe lecito e corretto. Ma dunque, se si
possono eliminare una dopo l’altra le singole parti, cosa manca che si possa
eliminare nello stesso modo tutto? 15. Ma anche, al contrario, se inizieranno
a mescolarsi cose nuove alle antiche, cose estranee a quelle di casa e cose
profane alle sacre, ne consegue necessariamente e immediatamente che dopo
di ciò niente resterà nella Chiesa di intatto, niente di incorrotto, niente
di integro, niente di immacolato, ma ci sarà un lupanare di errori empi e
turpi là dove era prima un sacrario di casta e incorrotta verità. Ma la divina
pietà allontani questa empietà dalle menti dei suoi: piuttosto questa pazzia
riguardi gli empi.
16. Invece la Chiesa di Cristo, alacre e attenta custode dei dogmi che le
sono stati affidati in deposito, non muta in essi mai niente, niente sottrae,
niente aggiungesi; non amputa le cose necessarie e non mescola cose super-
flue; non perde ciò che è suo, non si appropria di ciò che è altrui, 17. ma
pone con attenzione tutto il suo impegno nel maneggiare le cose antiche con
fedeltà e sapienza, così che, se in antico alcune cose sono state abbozzate e
iniziate, le possa ora enucleare con cura e perfezionare; se altre cose sono
state formulate ed enucleate, le consolidi e le rafforzi; se, poi, altre cose sono
state consolidate e definite, le custodisca.
18. Infine, che cos’altro è stato prodotto dai decreti dei concili se non
che quello che prima veniva creduto con semplicità, questo stesso sia poi
creduto con più attenzione; che quello che prima veniva pigramente pre-
dicato, questo stesso sia poi predicato con forza; che quanto prima veniva
tranquillamente venerato, quello stesso sia poi con ancor più sollecitudine
venerato? 19. Affermo questo: la Chiesa cattolica con i decreti dei suoi con-
cili – sempre e solo quando è stata provocata dalle innovazioni introdotte
dagli eretici – non ha fatto altro che consegnare ai posteri, anche attraverso il
chirografo della scrittura, quanto aveva ricevuto dai Padri per sola tradizione,
racchiudendo una grande mole di questioni in poche parole scritte e per lo
più apportando luce per una migliore intelligenza con nuove formulazioni
della fede, non con un suo nuovo significato.

282
30 VINCENZO DA LERINO

BIBLIOGRAFIA

Commonitorio ; Estratti, a cura di C. Simonelli, Milano 2008.


Il commonitorio, a cura di C. Colafemmina, Alba (CN) 1968.
El conmonitorio : apuntes para conocer la fe verdadera, a cura di M. Morera, Madrid
1976.
Tratado en defensa de la antigüedad y universalidad de la fe católica, a cura di
L.F. Mateo-Seco, Pamplona 1977.
Commonitorium adversus haereticos, oder, Mahnschrift gegen die Irrlehrer, a cura di
U. Uhl, Kirchen an der Sieg 1972.

283
31. LEONE MAGNO (390-461)

San Leone Magno, prima arcidiacono (430), inviato in missione diplo-


matica in Gallia, e poi papa (440-461). È noto il suo incontro con Attila
(452), da lui convinto a ritirarsi dall’Italia. Fu notevole la sua attività come
pontefice: la sua predicazione al clero ed al popolo di Roma, la riorganizza-
zione del culto e di altri aspetti della vita ecclesiastica, la lotta contro diverse
eresie, l’affermazione del primato romano attraverso molti dei suoi atti e
dei suoi interventi, per mezzo dei suoi legati e dei suoi scritti. In questi
ultimi, Leone mostra una grande conoscenza ed una certa dipendenza da
Sant’Agostino. Di lui si conservano 96 sermoni dedicati a diversi momenti
dell’anno liturgico. Abbiamo anche una raccolta di 173 lettere che trattano
di argomenti ufficiali della vita ecclesiastica. Leone non si è preoccupato di
teorizzare l’ermeneutica biblica, ma l’influsso di Agostino è, anche in campo
esegetico pratico, decisivo.
Dopo il concilio di Efeso, i monofisiti o eutichiani, affermarono che
dopo l’unione, la divinità assorbe l’umanità, lasciando così priva di senso
l’affermazione che Cristo fosse vero uomo. Uno dei campioni dell’ortodos-
sia, il patriarca di Costantinopoli Flaviano, fu difeso dal papa San Leone
Magno mediante il Tomus ad Flavianum, in cui sostiene esplicitamente
che vi è una sola persona in Cristo, come già avevano detto Tertulliano e
successivamente Agostino in occidente.
Anziché presentare un testo esegetico, abbiamo preferito riportare un
documento molto importante dottrinalmente nel quale si fanno numerose
citazioni bibliche, impiegate qui per sostenere le posizioni dottrinali.

TOMUS AD FLAVIANUM

I. Finalmente m’è stato consentito, dilettissimo fratello nell’episcopato,


di poter leggere la lettera che tu ci hai inviato. Mi meravigliavo che essa
tardasse tanto a giungere. Insieme ho potuto leggere gli atti sinodali che

285
AVVIO ALLA PATROLOGIA

l’accompagnavano. Così ho potuto – con dolore – prendere conoscenza


dello scandalo che si è sviluppato tra di voi, a tutto danno della vera fede.
Prima, molti elementi ci sfuggivano nella loro precisa natura; ma, adesso, li
conosciamo per quello che essi sono in realtà. Eutiche si fregiava del nome di
presbìtero; ma nelle sue asserzione s’è rivelato per quello che è in verità: un
uomo imprudente quant’altri mai, e uno che non se ne intende per niente.
Pare proprio attagliarsi ad Eutiche ciò che si legge nella Scrittura ed è detto
da parte del profeta: «Non ha voluto capire, così da bene operare. Sul suo
giaciglio ha meditato l’iniquità». (Sal. 35,4)
Cosa v’è di più iniquo che essere competenti nell’empietà, mentre non
si vuole prestare ascolto a chi è sapiente e più dotto? Finiscono per cadere
entro le maglie dell’insipienza coloro che, impediti da qualche ostacolo, non
fanno ricorso (per liberarsene) alle attestazioni dei profeti, non alla voce degli
apostoli, non all’autorità dell’evangelo, ma si basano soltanto su se stessi.
Qual è la conseguenza? Diventano maestri dell’errore, perché non hanno
voluto farsi discepoli della verità. Che razza di conoscenza può ricavare dalla
Scrittura sia dell’antica che della nuova legge, colui che è talmente ignorante
che neanche riesce a capire il significato del simbolo apostolico? E ciò che nel
mondo intero suona come professione di fede dei nuovi cristiani, costui –
così vecchio nel tempo – non riesce a comprenderlo proprio per nulla.
II. Non sapendo esattamente quanto egli, Eutiche, dovesse conoscere
con precisione intorno all’incarnazione del Verbo, né – d’altra parte – dan-
dosi d’attorno a cercare luce al fine di meritarsi di capirlo attraverso l’esame
delle sacre Scritture, per non dover fare fatica, gli sarebbe, almeno!, bastato
aver capito, se fatto con passione, la comune e da tutti condivisa confessione
della fede, quella che tutta la Chiesa accoglie, ossia: Credere in Dio padre
onnipotente, in Gesù Cristo, unico figlio del Padre, il quale è nato, ad opera
dello Spirito Santo, da Maria vergine. Bastano questi tre semplici articoli della
nostra fede per debellare qualsiasi sofisticazione intellettuale di quasi tutti
gli eretici. Dal momento infatti che si crede in Dio, Padre onnipotente, si
confessa immediatamente che anche il Figlio è coeterno con il Padre, senza
che intercorrano differenze di sorta, dal momento che Gesù Cristo è Dio da
Dio, onnipotente dall’onnipotente, che è nato coeterno dall’eterno; e non
posteriore nel tempo, non inferiore nella potestà, non diverso quanto alla
gloria, non diviso nell’essenza. Il Figlio unigenito dell’eterno Padre, pure
sempiterno, è nato ad opera dello Spirito Santo dalla vergine Maria. Tale

286
31 LEONE MAGNO

nascita, avvenuta nel tempo, nulla tolse alla nascita divina ed eterna (che ha
dal Padre), niente gli ha aggiunto, ma è tutta diretta a rifar nuovo l’uomo,
che era stato ingannato. Così il Figlio ha vinto la morte, ha sconfitto il
diavolo che aveva il potere della morte; e lo ha fatto in forza della sua facoltà.
Perché a noi non sarebbe stato consentito essere liberati dalla morte e dal
dominatore della morte e del peccato, il diavolo, se il Verbo non avesse preso
sopra di sé la nostra natura umana, al punto di farla propria, dato che il
Verbo non poté minimamente essere intaccato dal peccato, né la morte poté
avere diritti di sorta su di lui. Il Verbo fu concepito ad opera dello Spirito
Santo nel ventre della madre Vergine; essa – permanendo la sua verginità –
lo diede alla luce, allo stesso modo che l’aveva concepito, sempre restando
vergine.
Ma se anche Eutiche non avesse potuto attingere da questo purissimo
fonte della fede cristiana una intelligenza chiara e perspicua, dal momento
che egli stesso a sé aveva sottratto, con il favore delle tenebre, una verità
talmente palmare, avrebbe – almeno – dovuto attenersi agli insegnamenti
dell’evangelo, a cominciare dall’inizio del testo di San Matteo che scrive: «Il
libro della generazione di Gesù Cristo, figlio di David, figlio di Abramo».
(Mt. 1,1) Ed avrebbe potuto chiedere lume all’apostolo, e gli sarebbe stato
consentito di leggere all’inizio della lettera ai Romani: «Paolo, servo di Gesù
Cristo, chiamato apostolo, posto al servizio dell’evangelo di Dio, che egli
aveva promesso per mezzo dei profeti nelle sante Scritture riguardo il Figlio
suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne». (Rom. 1,1-3) Poi sarebbe
occorso che egli si fosse riferito alle attestazioni dei profeti, facendolo con
grande sollecitudine. Così avrebbe potuto trovare le seguenti attestazioni:
quelle fatte da Dio ad Abramo, che attestavano: «Nella tua discendenza
saranno benedette tutte le genti» (Gen. 12,3; 22,18); e perché potesse ben
comprendere di quale genere di discendenza si trattava, l’avrebbe potuto
trovare scritto presso l’apostolo Paolo, che asserisce: «Le promesse furono
fatte ad Abramo e alla sua discendenza». E non dice la Scrittura: «Alle tue
discendenze» (al plurale); ma dice: «alla tua discendenza»», come ad uno
solo, ossia al Cristo (Gal. 3,16). E non si discosta l’attestazione profetica
di Isaia, quando afferma: «Ecco che una vergine concepirà nel suo seno,
e partorirà un figlio, cui verrà dato il nome di Emmanuele, che significa:
Dio con noi» (Is. 7,14). Ed anche, Eutiche, poteva ben leggere un’altra
chiarissima attestazione del medesimo profeta: «È nato per noi un bambino,

287
AVVIO ALLA PATROLOGIA

un figlio ci è stato dato; il potere è sulle sue spalle; si fregerà di più appellativi,
come: Angelo del grande consiglio, Ammirabile, Consigliere, Dio potente,
Principe della pace, Padre del secolo che verrà» (Is. 9,6). Eutiche non avrebbe
detto delle sciocchezze, come, ad esempio, che il Verbo, sì, si era fatto
uomo, che – nato dalla Vergine – il Cristo aveva, sì, forma di uomo, ma non
aveva un corpo vero e proprio della stessa natura di quello della madre. O,
forse, ha pensato che nostro Signore Gesù Cristo non fosse connaturale a
noi, cioè non avesse la nostra precisa natura, se prestiamo fede alla parola
dell’angelo inviato alla beata sempre Vergine Maria, per dirle: «Lo Spirito
Santo scenderà su di te; la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra;
perciò anche il bimbo che nascerà da te, sarà santo e sarà chiamato il Figlio
di Dio» (Lc. 1,35). E che? Dal momento che la concezione verginale fu opera
divina, Eutiche ha forse potuto ritenere che il corpo del concepito non fosse
connaturale alla madre che l’aveva concepito e generato? Ma è questo il
modo di ritenere singolarissima quella nascita straordinaria, unica nel suo
genere sempre straordinaria ed unica al mondo, così che per la novità di
tale creazione, se ne debbano poi pensare rimosse le proprietà della natura
umana? Lo Spirito Santo ha concorso a dare alla Vergine la fecondità, ma la
realtà del corpo umano del concepito viene dal corpo umano della Vergine,
perché è la Sapienza divina a costruirsi un’abitazione. «Il Verbo si è fatto
uomo e ha posto le sue tende fra di noi» (Giov. 1,14). Il che, in altri termini,
sta a dire che ciò è avvenuto proprio in quel corpo, in quella carne, che ha
preso l’uomo e che ha animato con lo spirito una vita razionale.
III. Perciò tenuto ben fermo quanto appartiene alle singole nature
– quella divina e quella umana –, parimenti affermato con forza quanto
appartiene alla sostanza, unite in un’unica persona, la maestà divina ha
fatto propria la debolezza umana; la onnipotenza ha fatto propria la fragilità
dell’uomo; e quanto è eterno ha preso su di se quanto è mortale. Per scontare
il debito della nostra colpa d’origine piombata nella condizione terrena, la
natura divina che non soffre variazioni di sorta, s’è voluta unire alla nostra
che è passibile. Per fare quanto era congruente a portare rimedio al nostro
essere, l’unico e medesimo mediatore tra Dio e gli uomini, l’uomo Gesù
Cristo, (Cf. 1 Tim. 2,5) fece sì che, per un verso, potesse morire, e, per un
altro, morire non potesse. Dio vero è nato nella natura integra di un uomo
vero e completo nella sua natura umana; con tutto ciò che gli appartiene in
quanto Dio; con tutto ciò che ci appartiene in quanto uomo.

288
31 LEONE MAGNO

Quando diciamo nostra, intendiamo riferirci a tutte le realtà create


da Dio fin dall’inizio dell’esistenza dell’uomo, ossia tutto ciò che il Verbo
assunse su di sé per restaurare la natura umana. Ma quanto lo spirito in-
gannatore immise nell’uomo, e quanto l’uomo ingannato perse, di tutto
ciò non vi fu traccia alcuna nel nostro Salvatore. E poiché per rendersi in
tutto simile a noi ha preso su di sé tutto quanto è nostro, non perciò dicia-
mo che egli si sia reso partecipe delle nostre colpe. Ha assunto la forma di
servo, (Cf. Filip. 2,6-11) ma senza la macchia di peccato (Ebr. 4,15) che è
nell’uomo; ha potenziato la natura umana senza però portare danno alla
divina, in quanto l’abbassamento mediante il quale da invisibile che era
si è reso visibile, e da Creatore e Signore di tutte le realtà volle anch’egli
essere uno tra i mortali, fu per la condiscendenza della sua misericordia non
per il venire meno della sua onnipotenza. Pertanto, colui che rimanendo
Dio si è insieme fatto anche uomo nella forma di schiavo, è lui che aveva
creato l’uomo. Conserva la proprietà che gli appartiene, senza nulla perdere,
dell’una o dell’altra natura; e come la forma di schiavo non toglie nulla alla
forma di Dio, allo stesso modo la forma dello schiavo nulla tolse alla forma
che appartiene alla divinità. E, dato che il diavolo menava vanto d’avere
soggiogato ingannevolmente l’uomo e d’averlo spogliato dei doni avuti da
Dio, d’averlo sottomesso alla dura condizione di morte, dopo che l’aveva
depredato del dono dell’immortalità, così – il diavolo – in qualche modo,
trovava un sollievo per avere compagno di sventura qualcuno e, in certo
modo, uno compartecipe della sua prevaricazione. Si poteva rallegrare, in
un certo senso, il diavolo, che Dio – dato che lo esigeva la ragionevolezza
della giustizia – avesse cambiato atteggiamento nei confronti dell’uomo,
creato all’inizio dei tempi ad un livello di così alta dignità. Era necessario un
nuovo piano di salvezza voluto da Dio, perché colui che è immutabile per
natura e la cui volontà salvifica non può essere smentita, che si instaurasse
una misteriosa disposizione della sua misericordia nei nostri confronti, così
da completare l’antico progetto con un intervento straordinario; così si
restaurava l’antico piano misericordioso: il diavolo, con la sua ingannevole
astuzia, aveva cercato di spingere l’uomo contro Dio; ma l’uomo non poteva
perire.
IV. Il Figlio di Dio entra perciò all’interno delle realtà più umili di
questo mondo, scendendo dal trono della gloria celeste, ma senza abbando-
nare la gloria che ha in comune con il Padre, generato in un nuovo ordine e

289
AVVIO ALLA PATROLOGIA

nato con una generazione nuova. Nuovo è l’ordine, in quanto, da invisibile


che era nella sua natura, si è reso visibile nella nostra; da incomprensibile
che era, ha voluto essere racchiuso entro termini limitati; e mentre esisteva
prima del tempo, ha cominciato ad esistere nel tempo; occultata in qualche
modo l’immensità della sua maestà divina, il Signore di tutto si è degnato di
assumere la forma di servo; Dio impassibile, non ha disdegnato di divenire
passibile uomo, e, da immortale, si è sottomesso a tutte le leggi di morte. È
una nuova generazione quella nella quale il Figlio di Dio si è manifestato
nascendo, perché l’integra e inviolata verginità di Maria non ha conosciuto
concupiscenza alcuna, mentre ella ha fornito ciò che è proprio della carne,
ossia la materia corporea. La natura umana viene al Signore dal corpo della
madre sua, ma senza colpa di sorta: Gesù Cristo ha preso dalla madre la
natura umana. E tuttavia non ne segue che la natura del Cristo sia differente
dalla nostra, anche se la sua è straordinaria, perché generato nel seno di
una vergine. Infatti colui che è vero Dio è anche vero uomo; nell’unione
dell’elemento divino con quello umano non c’è falsità di sorta, perché sono
in reciproco rapporto sia l’umiltà in quanto uomo, e l’altezza in quanto Dio.
Poiché come Dio non muta per il fatto che usa misericordia, così l’uomo non
è assorbito dalla dignità divina. Reciprocamente le due nature operano in
unione vicendevole, secondo la loro propria natura: il Verbo opera secondo
la natura di Verbo per ciò che gli è proprio; e la carne in quanto opera per il
fatto di essere carne. Il primo elemento, quello divino, brilla per i miracoli;
il secondo, l’umano, soggiace alle offese. E come il Verbo non si allontana
dalla gloria che ha in comune con il Padre, così la carne non abbandona ciò
che le appartiene per essere solidale con il nostro genere. Il Figlio di Dio
rimane sempre uno solo e sempre il medesimo – è affermazione che occorre
ripetere spesso –, ma è anche e sempre allo stesso modo figlio dell’uomo. È
Dio, per ciò che si legge nell’evangelista: «In principio esisteva il Verbo, il
Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio» (Giov. 1,1); ma anche uomo, come
si ha dal seguito del testo evangelico: «Il Verbo si è fatto uomo ed è venuto
a porre le sue tende in mezzo a noi» (Giov. 1,14). Era Dio, per il fatto che
«ogni realtà creata è stata creata per mezzo del Verbo e senza il Verbo nulla
è stato creato» (Giov. 1,2); ma uomo per il fatto che «è nato da donna nato
sotto la legge» (Gal. 4,4). La nascita nella carne è chiara prova della natura
umana; il parto da una vergine è prova della divina potenza. Il neonato
si rende manifesto nell’umiltà del presepio, ma la sublimità dell’Altissimo

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31 LEONE MAGNO

trova testimonianza nelle voce degli angeli. All’apparenza è in tutto simile


agli uomini che fanno ingresso in questo mondo; mentre l’empio Erode
cerca ogni mezzo per ucciderlo, mentre quell’infante, che i magi vengono ad
adorare, è il Signore di tutti. Allorché venne per essere battezzato dal suo
precursore, Giovanni Battista, perché non sfuggisse che la divinità era come
nascosta sotto il velame della carne, si udì la voce del Padre che dal cielo dice-
va: «Questi è il mio figlio diletto nel quale ho riposto ogni mia compiacenza»
(Mt. 3,17). Colui che l’astuzia diabolica vuol provare, in quanto lo vede solo
uomo, è lo stesso cui gli angeli recano i servigi celesti. Soffrire la fame, avere
sete, essere stanco, sentire l’esigenza del sonno, son tutte prove che attestano
che ci si trova di fronte ad un uomo. Ma vi sono altrettante prove del suo
essere divino, come – ad esempio – nutrire cinquemila persone con cinque
pani, oppure fare dono dell’acqua viva alla samaritana, perché chi ne beve
non avverta più la sete; o camminare sulle onde del mare a piedi asciutti,
rimproverare le onde sollevate o placare la tempesta scatenata; ciò non può
che essere proprio della divinità. Per tralasciare di addurre una serie impres-
sionante di fatti, non è certo di una stessa natura soltanto umana piangere
di compassione un amico morto e – nello stesso tempo – al comando della
sua voce, restituirlo ancora vivo, dopo che ha fatto rimuovere l’ostacolo di
pietra che occludeva la tomba. Come non è dell’uomo, appeso ad una croce,
far sì che il pieno giorno si trasformi in notte, e far sì che tutti gli elementi
della natura si scuotano come per un terremoto; oppure – trafitto che fu
dai chiodi – contemporaneamente essere capace di promettere il paradiso
al ladro pentito. Nemmeno è di uomo poter dire: «Io e il Padre siamo una
realtà sola» (Giov. 10,30); oppure: «Il padre è più grande di me» (Giov. 14,28).
Benché in Gesù Cristo, nostro Signore, sia unica la persona, divina e umana,
pure diverse sono le fonti da cui provengono, da una parte l’umiliazione
(che è dell’uomo), e la gloria (che è di Dio). Il Signore è inferiore al Padre
per quello che appartiene all’umanità; con il Padre, invece, ha in comune la
divinità.
V. Dunque, per la strettissima unione delle due nature nell’unica perso-
na, si può dire che il Figlio dell’uomo è disceso dal cielo, quando il Figlio
di Dio, che è nato da quella Vergine dalla quale ha preso corpo umano, ha
preso carne umana. E si aggiunge che lo stesso Figlio di Dio fu crocifisso e
sepolto, dal momento che tali elementi (passibili) non possono essere situati
nella divinità, per la quale il Figlio è coeterno e consostanziale al Padre, ma

291
AVVIO ALLA PATROLOGIA

sono invece possibili nella fragilità della natura umana nella quale egli ha
sofferto.
Perciò tutti quanti, nel simbolo apostolico, confessiamo che l’unigenito
Figlio di Dio fu appeso alla croce, fu sepolto, secondo che si legge presso
l’Apostolo: «Se l’avessero conosciuto, mai avrebbero crocifisso il Signore
della maestà» (1 Cor. 2,8). Lo stesso Figlio di Dio spiega la sua natura agli
apostoli quando vogliono sapere chi egli sia, facendo maturare la loro fede;
domanda: «Che cosa dicono di me gli uomini? Dicono che sono il Figlio
dell’uomo?» (Mt. 16,14). Essi portano le diverse opinioni che correvano sul
suo conto; chiede loro di nuovo: «Ma voi, chi dite che io sia?» (Mt. 16,15).
Me, proprio me, che sono il Figlio dell’uomo, me che potete vedere rivestito
della forma di schiavo, me che osservate nella verità della carne (di un corpo
vero e proprio), chi dite voi che io sia? In tutta risposta il beato Pietro,
traendo però l’ispirazione dall’alto, emettendo una professione di fede che
sarebbe servita a tutti i posteri, rispose: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio
vivo» (Mt. 16,17). E giustamente il Signore lo dice beato e dall’immagine
della solidità della roccia lo disse Pietro, ricavandone il nome da essa, proprio
Pietro che – per rivelazione del Padre – lo aveva appena definito come il
Cristo, il Figlio del Dio vivo; perché uno solo di tali elementi, senza l’altro,
non potrebbe giovare alla salvezza. Poteva nascondersi un duplice pericolo:
o di riconoscere in Gesù Cristo Signore solamente Dio senza la natura di
uomo; oppure di crederlo solamente un uomo e non anche Dio. Dopo la
risurrezione del Signore (che fu realtà che riguardava un corpo vero e pro-
prio, per il fatto che lo stesso che era stato crocifisso ed era morto, e non un
altro, era colui che anche risuscitò), che altro significa il fatto che il Signore si
trattenne sulla terra per 40 giorni, se non per voler confermare senza ambagi
la pienezza della nostra fede, rimossa ogni caligine di dubbio? Parlando ripe-
tutamente ai suoi discepoli, fermandosi sotto lo stesso tetto, mangiando con
loro, e volendo essere toccato ripetutamente da essi, con attento esame per
coloro che erano ancora preda del dubbio, ammettendoli alla sua presenza,
egli entrò nel cenacolo dov’erano trincerati e, insufflando su di loro, faceva
loro il dono dello Spirito Santo, e così illuminati per comprendere secondo
l’intelligenza dello spirito, aprì loro il senso recondito delle Scritture sante;
e poi mostrando di nuovo le ferite dei chiodi e la trafittura del costato e tutti
gli altri segni gloriosi della recente passione, poteva dire loro: «Osservate ben
bene le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccate e vedete attentamen-

292
31 LEONE MAGNO

te: uno spirito non può avere carne ed ossa [un corpo reale] come vedete
che ho, invece io» (Lc. 24,39). Tutto ciò veniva a confermare senz’ombra
di esitazione che le proprietà individuali della natura divina e della natura
umana continuavano a perdurare, al fine di dimostrare che il Verbo non
si identificava con la carne, e affinché confessassimo che l’unico Figlio di
Dio era l’uno e l’altro, ossia Verbo e carne. Si deve dire che codesto Eutiche
è proprio vanesio, e come!, dato che ignora completamente tale mistero
della nostra fede, dato che non riconosce la nostra natura nell’unigenito
Figlio di Dio, né nell’umiltà della fragilità umana, né nella gloria della ri-
surrezione. E neppure Eutiche ha paventato di andare contro l’attestazione
dell’apostolo ed evangelista Giovanni, quando questi afferma risolutamente:
«È dalla parte di Dio ogni spirito che confessa che Gesù Cristo è venuto
nella carne; ed ogni spirito che dissolve Gesù non appartiene a Dio ed è
un anticristo» (1 Giov. 4,2-3). E che cosa significa dissolvere Gesù, se non
sottrargli la natura umana, e svuotare di significato, con argomenti fasulli,
il sacramento che è il fondamento inconcusso della nostra salvezza? Colui
che è immerso nella nebulosità circa la conoscenza della natura del corpo di
Cristo, è evidente che concluderà con pari insipienza accecata anche per ciò
che riguarda la passione del Signore. Dato che ritiene autentica la croce del
Signore e non ha esitazioni di sorta circa il fatto che Gesù ha affrontato un
vero e proprio sacrificio della croce per la salvezza del mondo, è necessario
che creda che vi fu il corpo di colui che sa essere morto, e non negherà che
sia uomo della nostra stessa sostanza, dal momento che riconosce che egli
fu passibile; perché – per essere conseguenti – negata la verità della carne,
dovrà negare anche che Gesù Cristo abbia sofferto la passione del corpo.
Se dunque l’eretico accoglie la fede cristiana e non distorce l’ascolto dalla
predicazione evangelica, osservi ben bene quale sia la natura che, appesa alla
croce, è stata trapassata dai chiodi piantati nella croce stessa, ed aperto il
costato ad opera della lancia di un soldato, capirà bene da dove siano sgorgati
sangue ed acqua, così che la Chiesa di Dio venisse irrorata dal sangue del
sacrificio e dall’acqua del battesimo. Se non altro presti attenzione al beato
Pietro apostolo che va gridando che la santificazione dello Spirito avviene
mediante l’aspersione del sangue di Cristo. Non sia troppo facile e corrivo,
quando legge le parole dell’apostolo: «Ben sapendo che non a prezzo di oro
e di argento, elementi corruttibili, siete stati riscattati dalla vostra vuota con-
dotta ereditata dai vostri padri, ma siete stati comprati a prezzo del sangue

293
AVVIO ALLA PATROLOGIA

prezioso di Cristo Gesù, quasi di agnello senza macchia e incontaminato»


(1 Pt. 1,18-19). E non faccia resistenza alla voce dell’apostolo Giovanni che
afferma: «E il sangue di Cristo, Figlio di Dio, ci purifica da qualsivoglia
peccato» (1 Giov. 1,7); e di nuovo: Questa è la vittoria che vince il mondo, la
nostra fede (1 Giov. 5,4). E ancora: «E chi è che vince il mondo, se non colui
che crede che Gesù Cristo è il Figlio di Dio? Questi è colui che è venuto
mediante l’acqua e il sangue, Gesù Cristo; non mediante solo l’acqua, ma
mediante l’acqua e il sangue. Ad attestarlo è lo Spirito, poiché lo Spirito è
verità. Dato che sono in tre a rendere testimonianza: lo Spirito, l’acqua e il
sangue; e questi tre sono una realtà sola» (1 Giov. 5,5-7). Ossia, intende dire,
che sono certamente lo Spirito di santificazione, e il sangue della redenzione,
e l’acqua del battesimo; poiché tali realtà, pur essendo tre, restano tuttavia
nella loro individualità specifica, non staccate l’una dall’altra. La Chiesa
cattolica ha il suo pilastro fondamentale in questa fede; con questa fede essa
si sviluppa, poiché in Cristo Gesù non c’è vera umanità senza la divinità, né
vera divinità senza l’umanità.
VI. All’esame cui avete sottoposto quell’Eutiche, egli emise questa
confessione: Professo che il nostro Signore, prima che venissero a confluire
insieme, egli constava di due nature; ma dopo che esse si sono congiunte, mi
è giocoforza sostenere che egli possiede un’unica natura. Devo fare le mie più
grosse meraviglie, prima di tutto perché nessuno di coloro che erano stati
chiamati a giudicare Eutiche abbia mosso obiezione di sorta di fronte a una
confessione tanto assurda e tanto perversa; un discorso tanto sciocco e tanto
blasfemo, e messo da parte come se avesse detto la cosa più innocente del
mondo, mentre tutti i giudici han potuto sentirlo senza muover ciglio. È
affermazione empia sostenere che l’unigenito Figlio di Dio possedesse due
nature prima di incarnarsi, e dopo l’incarnazione («il Verbo s’è fatto carne»),
Eutiche abbia avuto la spudoratezza di dire che ne conserva una soltanto! E
non creda codesto Eutiche d’aver parlato in modo ineccepibile o in modo
passabile, per il solo fatto che nessuno di voi lo ha rintuzzato. Perciò, fratello
mio carissimo, ti ammonisco che se, per caso, per la misericordia di Dio,
verrà ricondotto a ritrattare le sue assurdità, tu lo possa correggere (perché
di uomo ignorante si tratta) anche da tale peste di errore. Eutiche, per la
verità – come consta dagli atti trasmessi – aveva onestamente incominciato
a recedere dalla falsa opinione, allorché incalzato dalle vostre domande ha
cominciato ad asserire ciò che precedentemente non aveva detto, ed anche ad

294
31 LEONE MAGNO

accordare se stesso a quella norma di fede dalla quale precedentemente pareva


fosse alieno. Ma siccome ricusava di condannare esplicitamente l’empia eresia
nella quale era irretito, voi avete compreso che egli perseverava nell’errore
funesto e avete compreso che era necessario condannarlo in modo formale.
Se tornerà alla fede coerentemente, perché pentito, capirà facilmente perché
l’autorità del vescovo abbia dovuto fare ricorso a interventi disciplinari, sia
pure – per lui – tardivamente. Se verrà ad una abiura corretta e completa, e
lo farà verbalmente, ma anche mediante una dichiarazione firmata, egli non
sarà più da riprendere e ci sarà misericordia nei suoi confronti, per quanto
magnanima essa possa parere. È dovere ricordarsi che il Signore è il vero e
buon pastore «che offre la sua vita per le sue pecorelle» (Giov. 10,11); lui è
venuto per salvare gli uomini, non per condannarli. Gesù intende che siamo
imitatori della sua misericordia, così da costringere con giusto rigore chi
sbaglia, ma di non allontanare dalla misericordia chi si è corretto dall’errore.
La prova che l’errore è stato sconfessato si ha quando si difende con grande
frutto la vera fede, e quando anche ritorna sulle sue posizioni chi le aveva
sostenute, ma ora le condanna.
Perché la questione si risolva nel migliore dei modi, con rispetto della
fede e onestamente, deleghiamo i nostri fratelli, il vescovo Giuliano e il
presbitero Renato, del titolo di san Clemente, nonché il carissimo figlio
spirituale, il diacono Ilario. Essi terranno il nostro posto. Ad essi associamo
anche lo stenografo Dulcizio, la cui fede è a noi più che sicura. Confidiamo
che in un affare di tanta importanza non mancherà l’aiuto divino, così che
colui che aveva fuorviato nella fede, ritrattato il suo errore, possa essere
salvato. Dio ti custodisca sano e salvo, fratello mio carissimo.
La lettera è stata scritta il 13 giugno del 449, quand’erano consoli i
nobilissimi uomini Asturio e Protogene.

BIBLIOGRAFIA
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Magno, in ASE 7 (1990), pp. 467-83.
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Dolle, R., Saint Léon le Grand, commentateur de la Passion, in AsSeign 34 (1963),
pp. 78-97.
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AVVIO ALLA PATROLOGIA

Murphy, F. X., The Sermons of Pope Leo the Great, Content and Style, in Preaching
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Quiter, E., Der Papst ist Petrus - ein bildhafter Vergleich, ein Anachronismus oder eine
begründbare Identität?, in ThGl 62 (1972), pp. 426-438.
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Studer, B., Die Einflüsse der Exegese Augustins auf die Predigten Leos des Grossen, in
in Forma Futuri: Studi Card. M. Pellegrino, Torino 1975, pp. 915-930.

* * *
Kannengiesser, C., Handbook of patristic exegesis : the Bible in ancient Christianity,
Leiden-Boston 2004, pp. 1287-1289.

296
32. CESARIO DI ARLES (469/470-542)

Dopo un breve periodo di esperienza eremitica a Lerino, Cesario fu


prima presbitero e poi vescovo (502) ad Arles. Fu coinvolto nella lunga
controversia sul pelagianesimo. La sua attività pastorale si svolse sotto la
guida dell’ideale ascetico lerinense. Esponente del sermo humilis, il suo stile
fu modellato dalla lettura della Bibbia. Il suo genere sono i sermoni, nei
quali fa ricorso costante ad Origene e Agostino. Da questi due autori ha
mutuato idee e brani. Sul suo metodo esegetico non esistono praticamente
studi. Il testo che presentiamo è un’esortazione alla lettura della Bibbia.

SERMONES I, 10-12; VII, 1-2; VIII, 1-3

Bisogna leggere sempre le Scritture

I. 10. Dunque, per meritare di essere assolti da questa condanna e


«di essere ricordati per l’eternità» (Sal. 111,6-7) come giusti, quanto più
possiamo, non solo nelle festività più importanti, ma ogni domenica anche
negli altri periodi, predichiamo la parola del Signore, e non soltanto in
chiesa, ma, come ho già prima consigliato, anche a tavola fate leggere le
divine Scritture; e, respinte le chiacchere inutili e le battute pungenti, negli
incontri, in riunione, in viaggio, in qualunque luogo si verremo a trovare,
affrettiamoci a seminare nel cuore di credenti e non credenti la parola del
Signore; in modo da meritar raccogliere dalla buona terra un frutto cento,
sessanta, trenta volte maggiore (Cf. Mt. 13,8), in modo che dal campo che ci
è stato affidato non siano legati in fasci rovi e zizzania perché siano bruciati,
ma sia raccolto frumento destinato a essere felicemente riposto nel granaio
celeste (Cf. Mt. 13,30).
Ascoltiamo che cosa osò rispondere al padrone al suo ritorno quel
servo inetto che non volle raddoppiare il talento che aveva ricevuto. Dis-
se: «Ho nascosto il tuo talento sottoterra» (Mt. 25,25). Che cosa significa

297
AVVIO ALLA PATROLOGIA

nascondere il talento sottoterra, se non soffocare la parola del Signore con


le occupazioni terrene? Così si compie ciò che è scritto: «[. . .] e la dimora
terrena intorpidisce l’animo assorto in molti pensieri» (Sap. 9,15). Bisogna
anche temere che si compia in noi ciò che è scritto nei Vangeli a proposito
dei rovi e del seme della Parola: «Crebbero i rovi – cioè le preoccupazioni di
questo mondo – e soffocarono» (Mt. 13,7) ciò che fu seminato.
11. Eppure, signori piissimi, se prestiamo ascolto attentamente a quelle
letture che vengono proclamate in occasione dell’ordinazione dei vescovi,
abbiamo di che dolerci massimamente. Quale lettura evangelica viene fatta
in quell’occasione, se non quella riguardo alla quale vi ho esortato poco fa?
«Pietro, Pietro, pasci le mie pecore», e nuovamente: «Pasci le mie pecore», e
per la terza volta: «Pasci le mie pecore» (Giov. 21,17). Ha forse detto: Coltiva
personalmente le vigne, amministra di persona le cascine, coltiva la terra?
No, non ha detto questo, ma: «Pasci le mie pecore». E anche, quale brano
profetico viene letto in occasione dell’ordinazione episcopale? «Ti ho posto
come sentinella alla casa d’Israele» (Ez. 33,1-9). Non ha detto: sovrintendente
alle cascine, non amministratore dei campi, ma «sentinella», senza dubbio a
custodia delle anime.

Qualcuno non è in grado di interpretare i passi oscuri del Nuovo e dell’Antico


Testamento

12. Ma forse qualcuno dice: «Non sono eloquente: perciò non posso
commentare passi delle sacre Scritture». Ammesso che sia così, Dio non
pretende da noi ciò che non siamo in grado di fare. Infatti, a tal punto questo
non è d’ostacolo ai vescovi, che, anche se qualcuno possiede l’eloquenza
secolare, non è bene che un vescovo adoperi questo modo di parlare che
può a mala pena essere compreso da pochi. Qualcuno non è in grado di
interpretare e spiegare i passi oscuri del Nuovo e dell’Antico Testamento e
di svelare il significato profondo delle Scritture servendosi della propria elo-
quenza? Indubbiamente, se vuole, può riprendere i bevitori, può correggere
gli adulteri, può ammonire i superbi. Chi è quel sacerdote, per non dire un
vescovo, che non è in grado di dire alla sua assemblea: «Non testimoniate
il falso perché sta scritto: “Chi testimonia il falso non resterà impunito”»
(Prov. 19,5.9); «non mentite perché sta scritto: “La bocca che mente uccide
l’anima”» (Sap. 1,11); «non fate giuramenti perché sta scritto: “Chi fa molti

298
32 CESARIO DI ARLES

giuramenti si ricolmerà di iniquità”» (Sir. 23,12); «non siate invidiosi gli uni
degli altri perché sta scritto: “Per l’invidia del diavolo la morte entrò nel
mondo”» (Sap. 2,24); «non siate superbi perché sta scritto: “Dio oppone
resistenza ai superbi, offre invece la sua grazia agli umili”» (Gc. 4,6; 1 Pt. 5,5);
«non serbate odio nel vostro cuore perché sta scritto: “Chi odia suo fratello
è un omicida”» (1 Giov. 3,15) «“e cammina nelle tenebre”» (1 Giov. 2,11);
«nessuno abbia la sacrilega sfrontatezza e l’empietà è l’empia temerarietà di
costringere un altro a bere, alla propria tavola, più del dovuto, perché sta
scritto: “Chi si ubriaca non avrà il possesso del regno di Dio”» (1 Cor. 6,10)?

Accogliete la divina Scrittura con cuore avido

VII.1. Col favore di Cristo, fratelli carissimi, vogliate accogliere sempre


la divina Scrittura con cuore avido e assetato così da procurarmi con la vostra
fedelissima obbedienza gioia spirituale: ma se volete che le sante Scritture
abbiano per voi un sapore dolce e, come è conveniente, i divini precetti
vi giovino, sottraetevi alle occupazioni del mondo per alcune ore, durante
le quali affidarvi interamente alla misericordia di Dio, leggendo le parole
divine anche a casa vostra, cosicché si realizzi felicemente in voi ciò che è
scritto dell’uomo santo che: «Mediterà la legge del Signore giorno e notte»
(Sal. 1,2), e: «Beati coloro che scrutano le sue parole, lo cercano con tutto
il cuore» (Sal. 118,2), e: «Nel mio cuore ho riposto i tuoi discorsi, per non
peccare contro di te» (Sal. 118, 11). Come infatti, secondo quanto avete
sentito, colui che ripone nel suo cuore la parola di Dio non pecca, così anche
colui che non la ripone non cessa di peccare.
Se ai mercanti non basta cercare guadagno da una sola merce, ma si
procurano più merci con cui accrescere il proprio patrimonio, e i contadini
si impegnano a seminare diverse qualità di semi da cui riuscire a procurare
cibo sufficiente per sé e per i loro, quanto più nei guadagni spirituali non vi
deve bastare aver ascoltato le letture divine in chiesa, ma dovete perseverare
nella lettura della Scrittura divina anche alla vostra tavola e, quando i giorni
sono brevi, anche per alcune ore durante la notte, per poter raccogliere nel
granaio del vostro cuore il frumento spirituale, e riporre nella cassaforte
delle vostre anime le gemme delle Scritture, così che, quando nel giorno del
giudizio verremo davanti al tribunale del giudice eterno, «siamo trovati»,
come dice l’Apostolo, «vestiti, non nudi» (2 Cor. 5, 3).

299
AVVIO ALLA PATROLOGIA

2. Fratelli carissimi, fate grande attenzione anche al fatto che le Scritture


divine sono come lettere inviateci dalla nostra patria. La nostra patria è
infatti il paradiso: i nostri parenti sono i patriarchi e i profeti e gli apostoli
e i martiri, i cittadini sono gli angeli, il nostro re Cristo (Cf. Cipriano, De
mortalitate 26; Agostino, Sermone 378). Quando infatti Adamo peccò, allora
attraverso lui siamo stati gettati in questa sorta di esilio in questo mondo.
Ma poiché il nostro re è pio e misericordioso più di quanto non si possa
pensare o dire, ebbe la bontà di inviarci, tramite i patriarchi e i profeti, le
Scritture divine come lettere d’invito, con cui chiamarci alla nostra eterna
e prima patria. E poiché la fragilità umana, con il suo spirito di ribellione,
disprezzava i suoi scritti, ha avuto la bontà di scendere lui personalmente e
di liberarci dalla tirannide e dalla superbia del diavolo, e chiamarci alla vera
umiltà con l’esempio della sua mansuetudine. Ha avuto la bontà, tramite
l’ingiuria della sua passione, di liberarci anche dal potere dell’antico nemico,
di scendere agli inferi e strappare gli antichi santi che erano prigionieri del
peccato originale, di salire in alto, di inviare dai cieli lo Spirito Santo che
ci desse conforto contro tutte le insidie del diavolo, e inviare anche i suoi
apostoli che annunciassero per tutto il mondo il regno di Dio. E nonostante
ci avesse trovati non solo superbi, ma addirittura empi, prigionieri non solo
del peccato originale, ma anche di quelli dovuti alle nostre azioni, perdonò
tutto senza che nessuno lo implorasse. E non solo non ci trascinò oppressi
da molte catene e ceppi a compiere lavori faticosi, ma piuttosto, per la sua
ineffabile pietà, ci invitò con clemenza e misericordia a regnare con lui.

Impegnatevi nella lettura della parola di Dio per tutte le ore che potete

VIII.1. Vi prego, fratelli amatissimi, che vi impegnate a dedicarvi alla


lettura della parola di Dio per tutte le ore che potete. E poiché il cibo
dell’anima per l’eternità è ciò che uno ha voluto procurarsi in questa vita
leggendo o compiendo buone opere, nessuno cerchi di scusarsi col dire di
non aver affatto imparato a leggere, perché anche gli analfabeti, se veramente
amano Dio, si cercano qualche persona che conosca la scrittura che possa
leggere loro le Scritture divine; cosa che so che fanno spesso anche i mercanti
analfabeti, che assumono a pagamento delle persone che sappiano scrivere
e si procurano grandi guadagni facendo scrivere e leggere costoro. Se essi
fanno ciò per il guadagno terreno, a maggior ragione noi per la vita eterna.

300
32 CESARIO DI ARLES

E poiché avviene solitamente che qualche persona che sa leggere e scrivere


non abbia il vitto e il necessario per vestirsi, e un altro che non conosce la
scrittura abbia mezzi economici piuttosto consistenti, chi non sa leggere e ha
in abbondanza mezzi materiali, accolga presso di sé quell’altro povero che sa
leggere, e ciascuno dei due, vicendevolmente, fornisca all’altro il necessario:
quegli leggendo la parola di Dio lo sazi di dolcezza, quell’altro fornendogli i
beni materiali non permetta che subisca privazioni. Quello che sa leggere
sazi l’anima del ricco, il ricco aiuti con vestiti e ristori col cibo terreno il
debole corpo del povero. Se ciò verrà compiuto con carità, si realizzerà in
loro quanto è scritto: «Il ricco e il povero si verranno incontro: di entrambi
è creatore il Signore» (Prov. 22,2). (. . .)
2. Quando esortiamo qualcuno a impegnarsi a leggere, certuni cercano
di scusarsi dicendo di non aver tempo di dedicarsi alle divine letture vuoi
per gli impegni militari, vuoi per gli impegni dell’amministrazione della
propria casa. Io in verità posso provare a costoro che a torto pretendono
di scusarsi con queste parole. Infatti sia, quando i giorni sono brevi, coloro
che non prolungano fino a notte fonda, ubriacandosi, cene eccessivamente
lussuose e raffinate, hanno tempo sufficiente per leggere a partire dal canto
dei galli, sia, quando nei loro banchetti si premurano di pascere i loro corpi
con cibo materiale, proprio fra le bevute e le portate potrebbero, tenendo
un libro, saziare la loro anima con la dolcezza della parola di Dio. E così
facendo si compirà in essi ciò che disse il Signore stesso: «Non di solo pane
vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt. 4,4). Non
disse di non assumere cibo materiale, ma supplicò di non saziare solamente
la propria carne con i cibi temporali, ma di nutrire anche la propria anima
con i cibi spirituali dal momento che l’intero genere umano ha in sé un
uomo interiore e un uomo esteriore, quello interiore fatto immagine di
Dio (Cf. Gen. 1,26-27), quello esteriore fatto di fango (Cf. Gen. 2,7), che
giustizia è che l’uomo esteriore, plasmato con la terra, spesso saziato anche
due volte al giorno, sia sostentato con molte delizie, e l’uomo interiore, fatto
a immagine di Dio, talora per molti giorni o, peggio ancora, anche per mesi
non venga rifocillato con il cibo della parola di Dio, con cui si nutre l’anima?
Perciò bisogna temere che forse qualcuno, negligente e ignorante, accolga di
mala voglia la lettura dei testi divini perché, per la fame della parola di Dio,
la sua anima è talmente indebolita non solo da non volere, ma addirittura da
non potere assumere cibo. Come infatti per chi abbia mangiato uva acerba,

301
AVVIO ALLA PATROLOGIA

i suoi denti restano legati, e non è in grado di assumere pane, così chi per
lungo tempo si pasce o della ingiustizia di questo mondo, o di dissolutezza e
di discorsi oziosi, per quanto gli si legga la dolce parola divina, ne ha disgusto
e la rifiuta, e non può dire con il profeta: «Quanto sono dolci per la mia
bocca i tuoi discorsi!» (Sal. 118,103).

Colui che legge o ascolta di frequente la Scrittura divina parla con Dio

3. Quest’analogia risulta con evidenza anche negli occhi del nostro


corpo e del nostro cuore: infatti poiché il cibo degli occhi è la luce, come
quando non possono accogliere il proprio cibo sono malati per cisposità o
cattivi umori, così ogni volta che gli occhi del cuore sono afflitti da cattivi
umori non solo non accolgono la luce della parola di Dio, ma piuttosto, se
viene loro somministrata, sono preda di un dolore insostenibile. E poiché
ogni uomo, buono o cattivo che sia, non può rimanere vuoto, chi riempie
la propria anima di amore per il mondo non può accogliere la dolcezza di
Cristo. Queste persone sono come vasi pieni di fango, che non possono
accogliere un liquido prezioso, e come un campo pieno di spini, che non fa
sviluppare in sé i semi che vi sono stati seminati, bensì li soffoca (Cf. Mt. 13,
7). Al contrario la spirituale anima santa, che ogni giorno custodisce la sua
anima da ogni male con preghiere, digiuni o elemosine, e cessa di andare
vagando, si affretta ad accogliere con animo ardente e assetato la lettura
divina: si compie in lui ciò che la divina sapienza ha predetto di se stessa: «Chi
mangia di me avrà ancora fame, chi beve di me avrà ancora sete» (Sir. 24,29).
Dunque, fratelli, riflettete senza indugio: considerate attentamente che colui
che legge o ascolta di frequente la Scrittura divina parla con Dio: e vedete
ormai se il diavolo abbia la possibilità di insinuarsi in chi vedrà assiduamente
a colloquio con Dio. Chi invece si rifiuta di mettere in pratica ciò, con che
faccia o con che coscienza crede che gli conferisca il premio eterno Dio,
con il quale si rifiuta in questa vita di colloquiare tramite la lettura dei testi
divini?

BIBLIOGRAFIA
Courreau, J., - Bouquet, S., L’Apocalypse expliquée par Césaire d’Arles. Scholies
attribuées à Origène, Paris 1989.

302
32 CESARIO DI ARLES

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cristiane e classiche (Pont. Inst. Altioris Latinitatis), Roma 25-27 marzo 1993,
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Ferreiro, A., Frequenter legere: The Propagation of Literacy, Education and Divine
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Langgärtner, G., Der Apokalypse-Kommentar des Caesarius von Arles, in TGl 57
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Sfameni Gasparro, G., Cesario di Arles e Origene: un testimone della tradizione
origeniana in Occidente, in Aevum inter utrumque Fs. G. Sanders, Ed. M. Van
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* * *
Kannengiesser, C., Handbook of patristic exegesis : the Bible in ancient Christianity,
Leiden-Boston 2004, pp. 1310-1313.

303
33. TEODORETO DI CIRRO (393-466)

Teodoreto nacque ad Antiochia verso il 393. Ricevette un’educazione


cristiana ed entrò in un monastero nel 416, dove lesse abbondanti commenti
patristici che lo guidarono nel suo futuro lavoro esegetico. Nel 423 fu nomi-
nato vescovo di Cirro dove si vide coinvolto in polemiche contro le eresie.
In questo suo compito l’esegesi ebbe un grande spazio. Morì nel 458.
Benché radicato nell’ambiente antiocheno, la sua esegesi presenta una
certa novità, facendo ricorso agli autori del III e IV secolo: è con lui che
comincia la manualistica. Inoltre in Teodoreto troviamo una chiara reazione
contro le esagerazioni dell’interpretazione letterale. Abbiamo quindi un
antiocheno che cerca di recuperare procedimenti allegorici, evitandone però
la terminologia, per l’interpretazione dei passi simbolici. Teodoreto limita
l’interpretazione tipologica ai luoghi tradizionali e fa una lettura cristologica
dell’Antico Testamento, con una conseguente allegorizzazione dei dettagli e
un aumento del numero di salmi cristologici, interpretati su due o spesso tre
livelli.

COMMENTO A DANIELE II,34-35

La pietra scartata dai costruttori

II, 34-35 «Tu guardavi, finché una pietra si staccò da un monte senza
l’ausilio di mano umana, e colpì la statua ai piedi di ferro e di argilla, e li
frantumò completamente. Allora, uno alla volta, il ferro, l’argilla, il bronzo,
l’argento e l’oro furono ridotti in frantumi e divennero come la pula su
un’aia estiva, e un vento violento gli spazzò via, tanto che non si trovò più
traccia di loro. Invece la pietra che aveva colpito la statua divenne un’enorme
montagna, e ricoprì tutta la terra». Questa la conclusione del sogno: è oppor-
tuno ora iniziare l’interpretazione dalla fine. In primo luogo ci chiederemo
quale significato abbia la pietra, e come mai, dopo essere apparsa piccola,

305
AVVIO ALLA PATROLOGIA

in seguito si sia rivelata enorme e abbia ricoperto tutto il mondo. Ebbene,


ascoltiamo le parole di Dio per bocca del profeta Isaia: «Ecco, io colloco
una pietra preziosa in Sion, angolare, gloriosa, eletta, nelle sue fondamenta,
e chiunque crede nella pietra non sarà oltraggiato» (Is. 28,16). Ascoltiamo
anche l’oracolo del beato Davide, che esclama: «La pietra scartata dai co-
struttori è diventata testata d’angolo» (Sal. 117,22). Nostro Signore Gesù
Cristo aggiunge questa testimonianza nei Sacri Vangeli, parlando agli Ebrei:
«Non avete letto che sta scritto: “La pietra scartata dai costruttori è diventata
testata d’angolo. Questo avvenne per volontà di Dio ed è meraviglioso ai
nostri occhi?”» (Mt. 21,42). Il beato Pietro, discutendo con i Giudei, inseri-
sce nel discorso la profezia del Signore e dice: «Questa è la pietra rifiutata
da voi costruttori, che divenne testa d’angolo» (Atti 4,11). Il beato Paolo
aggiunge: «Siamo stati edificati sulle fondamenta degli apostoli e dei profeti,
avendo come pietra angolare lo stesso Gesù Cristo» (Efes. 2,20). Altrove
dice: «Nessuna fondamenta si può porre che non sia quella già posta, che
è Gesù Cristo» (1 Cor. 3,11). E di nuovo: «Bevevano dalla seguente pietra
spirituale e la pietra era Cristo» (1 Cor. 10,4).

Il Signore nostro Gesù Cristo è definito pietra

Apprendiamo così dall’Antico e dal Nuovo Testamento che il Signore


nostro Gesù Cristo è definito pietra. La pietra si staccò infatti dal monte
senza l’aiuto di mani umane, alla stregua di Cristo che nacque dalla Vergine
senza contatto nuziale: nella divina Scrittura è frequente la definizione della
nascita soprannaturale come taglio della pietra. Anche Isaia, ricordando agli
Ebrei la procreazione concessa ad Abramo al di là dei limiti naturali dell’età,
diceva: «Guardate verso la salda pietra, dalla quale foste tagliati» (Is. 51,1).
Perciò il monte è la stirpe di Davide, la pietra è Cristo, escisso non secondo
legge di natura, per quanto possano comprendere gli uomini. Un tempo
egli apparve piccolo, a causa del corpo che lo rivestiva, ma all’improvviso si
manifestò come un’enorme montagna che copriva tutta la terra. «Tutta la
terra è colma della conoscenza del Signore, così come molta acqua ricopre
i mari» (Is. 11,9). La pietra, dunque, colpisce la statua ai piedi di argilla e
ferro, e ciò vuol dire che finirà anche l’ultimo regno e diventerà un’invisibile
rovina. Un altro regno non seguirà a questo, ma esso si denuderà da sé, e
si mostrerà a tutti nella sua debolezza: la pietra farà scomparire persino il

306
33 TEODORETO DI CIRRO

ricordo di tutti quei regni a guisa di polvere che, generata nell’aia, viene
spazzata via dal vento.

BIBLIOGRAFIA

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307
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308
34. BOEZIO (475/480-525)

Anicio Manlio Torquato Severino Boezio fu educato dalla famiglia


del nobile Simmaco, dopo la morte del padre, e sposò sua figlia. Dopo una
rapida carriera politica, nel 522 diventò Magister Officiorum (sovraintendente
generale) del re ostrogoto Teodorico che però, sospettando che cospirasse e
dando credito a false accuse (tra l’altro di magia), lo condannò a morte. È
possibile che in questa condanna ci fossero anche dei motivi religiosi, poiché
Teodorico era ariano e Boezio si era distinto per ortodossia nelle sue opere
teologiche. Fu giustiziato a Pavia nel 524.
A parte i trattati del quadrivio (aritmetica, musica, geometria e astrono-
mia) che ci sono arrivati in maniera frammentata, intraprese la traduzione
di tutte le opere di Platone e Aristotele (ci sono giunte le Categorie e il De
interpretazione), opera che non riuscì a portare a termine. Tradusse anche
l’Isagoge di Porfirio. Accanto alle traduzioni citate, scrisse dei commenti,
diversi trattati logici e alcune opere di teologia. La sua opera più nota, scritta
nel carcere poco prima della morte, è La consolazione della filosofia, un dialo-
go in alternanza continua di prosa e di versi con una dama che gli appare
e personifica la filosofia, in cui tratta argomenti filosofici. Questa opera si
caratterizza per l’assenza di riferimenti espliciti alla fede. Non troviamo
dunque né trattazione teorica né impiego pratico dell’esegesi, ma una forte
simbologia dietro la quale traspare lo spirito cristiano. Presentiamo l’inizio
dell’opera come esempio di una trattazione allegorica al di fuori dell’ambito
biblico.

L A CONSOLAZIONE DELLA FILOSOFIA I-III

I. Le muse

A rime mi dedicai un tempo con fervido e gioioso amore;


con le lacrime, ahimè, ora sono costretto ad assumere meste melodie.

309
AVVIO ALLA PATROLOGIA

Ecco, le Muse dal cuore spezzato, mi dettano versi da scrivere


e questi versi elegiaci, con vere lacrime, mi bagnano le gote.
Eppure nessun terrore poté aver ragione di queste Muse,
affinché non proseguissero, nella mia strada, come compagne.
Esse furon la gloria, un tempo, della verde felice giovinezza,
ora di mesto vecchio consolano i miei destini.
Infatti la vecchiezza improvvisa venne, affrettata dai malanni,
e l’angoscia volle aggiungere i suoi anni ai miei.
Canuti capelli sono versati anzi tempo sul capo
e trema la pelle allentata, essendo il corpo esausto.
O felice per gli uomini una morte che, non giungendo nei dolci anni,
viene, se è molto chiamata per tristi condizioni.
Ahimé! Quanto sorda s’allontana con l’orecchio da me
e crudelmente non vuol chiudere i miei occhi miseri e piangenti.
Mentre la fortuna favoriva, male affidata a beni che appassiscono presto,
una triste ora aveva quasi sommerso il mio capo.
Adesso che le nubi hanno cambiato l’ingannevole volto,
la vita sventurata si trascina in indugi ingrati.
Perché me felice, tante volte, andaste dicendo, o amici?
Colui che è caduto, non procedeva con stabile passo.

I. La donna anziana

Mentre in me alimentavo questi tristi pensieri in silenzio e mi appre-


stavo a registrare con la penna questi lamenti lacrimevoli, mi accorsi che
una donna mi stava innanzi, sopra la testa. Essa aveva un volto che ispirava,
in grande misura, riverenza, con occhi ardenti e con capacità di scorgere
lontano assai maggiori di quella degli uomini. Era di colore vivace e di un
vigore che non pareva mai venir meno, quantunque così avanti in età che
in nessun modo si poteva credere che fosse del nostro secolo; la sua statura
era tale da prestarsi ad una valutazione molteplice. Infatti ora sembrava
costringersi in una comune dimensione umana, ora invece sembrava toccare
il cielo con la punta più alta del capo; e quando alzava la sua testa ancora
più in alto, penetrava il cielo stesso rendendo inutile la capacità di vedere
di coloro che volevano guardare. La veste era fatta con sottilissimi fili di
delicata fattura e con materiale indistruttibile e che, come poi essa stessa mi
raccontò, si era tessuta con le sue mani. La cui bellezza, come accade alle

310
34 BOEZIO

statue affumicate dal tempo, una certa caligine di antichità trascurata aveva
ricoperto. Nel lembo più basso di questa veste era intessuta la lettera greca
Π [da prassi] ed in quello più alto invece la lettera greca Θ [da teoria]. E fra
entrambe le lettere si vedevano impressi alcuni gradini, al modo delle scale,
mediante i quali vi è un’accesa dalla lettera di sotto a quella di sopra. Tuttavia
questa stessa veste mani di uomini violenti avevano lacerata e asportato i
brandelli che avevano potuto. La sua mano destra stringeva alcuni libretti,
mentre la sinistra uno scettro.
E costei, come vide le Muse della poesia che mi stavano innanzi al
giaciglio per dettare parole ai miei pianti, trasalendo alquanto e accendendosi
con occhi fieri disse: «Chi ha lasciato entrare presso Boezio infermo queste
istrioniche meretrici che non solo non leniscono il suo dolore con alcun
rimedio, ma invece alimentano ulteriormente le sue pene con dolci veleni?
Costoro sono quelle che, con le infruttuose spine delle passioni, soffocano le
messi (Cf. Mt. 13,24-26), abbondanti di frutto, della ragione e non liberano
le menti degli uomini dei loro mali, anzi ve li abituano. Se le vostre lusinghe
avessero distratto un uomo illetterato, come è solito per voi nei riguardi
del volgo, stimerei di sopportare ciò con meno fastidio; per nulla infatti in
questo sarebbero lese le mie opere. Ma costui che è stato nutrito da studi sui
pensatori eleatici e accademici? Ma andatevene piuttosto Sirene, che con la
dolcezza arrecate la morte, e lasciatelo alle mie Muse per curarlo e guarirlo.
Quel coro, ripreso e reso più mesto da queste parole, chinò gli occhi al
suolo e, rivelando con il rossore del volto la vergogna, con passo triste varcò
la soglia della stanza. Ma io che, con la vista compromessa dalle lacrime,
scorgevo come attraverso un velo e non potevo distinguere chi fosse questa
donna di tanta sicura autorità, rimasi stupefatto e con il viso rivolto a terra,
aspettando in silenzio ciò che nel seguito avesse fatto.
Allora essa, venendo più vicina, si sedette sull’estremità del mio lettino
e, guardando il mio volto logorato dal pianto e chinato a terra per il dolore,
con i seguenti versi si rammaricò del turbamento della mia mente:

II. Il lume dell’intelletto esausto

Ah! Quanto si ottunde la mente precipitando in un profondo errore


e, abbandonata la propria luce,
tende ad entrare nelle tenebre esterne,

311
AVVIO ALLA PATROLOGIA

mentre l’ansia perniciosa, gonfiata da venti che spazzano la terra,


cresce del tutto fuori misura.
Costui, avvezzo un tempo, sotto il cielo aperto,
ad andar libero nei percorsi celesti; avvezzo a contemplare
la rosea luce del sole, le costellazioni,
durante la fredda luna nuova,
e qualsiasi stella con moto flessuoso per varie orbite
si impegnasse in vagar ricorrente,
tutto ciò avendo compreso, lo signoreggiò coi numeri [riferimento alle
opere di Boezio].
Di certo anche capì le cause per cui i venti tempestosi
sollecitano la piana superficie del mare,
quale animazione fa ruotare la sfera delle stelle fisse
o perché il Sole sorga dal rosso oriente
e si affondi nelle onde delle Esperidi nel tramonto,
che cosa intiepidisca le calme ore della primavera,
al fine di adornare la terra con fiori di rose,
chi fece sì che l’autunno, quando l’anno si completa,
si renda colmo di frutti e trionfi con grappoli d’uva stracarichi.
Egli, solito ad investigare e a riflettere sulle diverse
e nascoste cause della natura,
ora giace con il lume dell’intelletto esausto,
caricato con pesanti catene avvinte al collo
e, tenendo il volto basso per il peso dell’affanno,
e costretto, ahimè, a vedere terra.

II. La donna gli parla

«Ma, disse ella, è tempo di cura piuttosto che di autocommiserazione».


E poi fissandomi acutamente con lo sguardo: «Tu sei quello, mi disse, che
un tempo nutrito dal mio latte, allevato dai miei alimenti avevi raggiunto la
fortezza di un animo virile? E per certo tali armi di difesa ti avevo procurato
che, se non le avessi buttate via prima, non ti avrebbero forse protetto con
invitta saldezza? Mi riconosci? Perché non rispondi? Stai in silenzio per la
vergogna o lo stupore? Quanto più preferirei per la vergogna, ma, come
vedo, ti ha sopraffatto lo stupore». E dal momento che mi vedeva non solo
silenzioso, ma per di più incapace di pronunciare una parola, gentilmente

312
34 BOEZIO

mi porse la mano sul petto e mi disse: «Non vi è alcun pericolo; egli soffre
un letargo, comune malanno per tutti coloro che hanno la mente ingannata
e delusa. Egli si è un poco dimenticato di sé; facilmente si ricorderà, se pure
aveva avuto vera conoscenza di me. Ed affinché ciò sia possibile, puliamo
un poco i suoi occhi offuscati da una nube di affanni mortali». Ciò disse, e,
fatta con la veste una piega, asciugò i miei occhi inondati di lacrime.

III. Le tenebre scompaiono

Allora, dissipata la notte, le tenebre mi lasciarono


e ritornò il precedente vigore agli occhi;
come quando per il maestrale s’addensa l’annuvolamento
e il cielo si presenta carico di nembi gravidi di pioggia,
il Sole è celato e, non essendo ancora giunto in cielo il momento delle
stelle,
dall’alto si diffonde la notte sulla terra;
ma se il vento aquilone, uscito dalle caverne di Tracia,
spazza via quest’oscurità e libera il giorno imprigionato,
allora guizza fuori, con luce repentina, Febo [Apolo, dio della musica
e la poesia]
sfavillante e colpisce coi raggi gli occhi meravigliati.

III. Boezio parla alla anziana

Non altrimenti di come sopra narrato, dissipate le nevi della mia tristez-
za, bevvi la chiara luce e ripresi forza e discernimento al fine di riconoscere
colei che mi curava. E così quando rivolsi gli occhi a lei e le fissai addosso lo
sguardo, vidi la mia nutrice Filosofia, nella cui casa mi ero intrattenuto sin
dalla giovinezza. Dissi: «O maestra di ogni verità, perché sei venuta, discesa
dalla parte più alta del cielo, in queste solitudini del mio esilio? Forse sei
citata, falsamente, anche tu come me, rea di alcuni crimini?»
Essa rispose: «Avrei dovuto forse abbandonarti, o mio alunno, e non
sopportare il peso, dividendo con te la fatica, che ti grava perché il mio nome
è odiato? Non si addiceva alla Filosofia abbandonare la strada di un inno-
cente, senza il conforto di un compagno; avrei dunque dovuto spaventarmi
di essere oggetto di accuse e inorridirne, come se si trattasse di cosa che mi
accade solo ora? Pensi infatti che adesso, per la prima volta, la sapienza sia

313
AVVIO ALLA PATROLOGIA

insidiata dai pericoli provocati da uomini malvagi? Non combattei forse


anche presso gli antichi, prima che nascesse il nostro Platone, sovente una
grande tenzone contro la tracotanza dell’insipienza e, vivendo ancora lo
stesso Platone, il suo maestro Socrate, con la mia assistenza, non meritò forse
la vittoria, lui giusto, di una morte iniqua? E saccheggiando poi il volgo degli
Epicurei e degli Stoici e tutti gli altri la sua eredità a loro vantaggio, e traendo
a forza come preda anche me che protestavo e resistevo, stracciarono la veste
che mi ero tessuta colle mie mani; e, dopo aver portato via alcuni pezzi
di questa veste, se ne andarono ciascuno credendo di essersi impossessati
interamente di me e poiché in costoro si vedeva allora qualche residuo del
mio abito, con vera imprudenza alcuni di loro furono accettati come i miei
familiari e furono ingiuriati per la delusione di masse diseducate. Perché, se
non hai saputo della fuga di Anassagora, né del veleno che ha dovuto bere
Socrate né dei tormenti a cui è stato soggetto, poiché questi eventi sono
lontani e in paesi stranieri, certamente hai potuto conoscere ciò che avvenne
a Canio, a Seneca e a Sorano, la cui memoria è chiara e recente. E queste
persone null’altro trasse in disgrazia se non il fatto che, formati secondo i
miei insegnamenti, apparivano del tutto non conformantisi alle attese e alle
azioni degli uomini malvagi. E così non vi è nulla di cui meravigliarsi se
in questo mare della vita siamo agitati da tempeste che ci circondano, dal
momento che noi siamo destinati ad inasprire i cattivi. E sebbene l’esercito
di costoro sia numeroso, tuttavia è da tenere in assai poco conto perché
non è condotto da alcun comandante, ma soltanto dal forsennato errore è
trascinato a caso da una parte all’altra; e costoro, qualora pure in un modo
più forte, disponendosi in ordine di battaglia, contro di noi premano, la
nostra guida ritira le sue forze nell’interno della cittadella, mentre i nostri
nemici sono occupati a saccheggiare masserizie inutili. E noi ci ridiamo di
loro, che portano via le cose più vili, sicuri da tutto il tumulto furibondo e
protetti da un tale muro che non è possibile, per la loro pazzia montante,
superare».

BIBLIOGRAFIA

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Milano 1979.
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314
34 BOEZIO

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Leiden-Boston 2004, pp. 1318-1319.

315
35. CASSIODORO (490-583)

Nato verso il 485 in una nobile famiglia, fu console nel 506-7, magister
officiorum nel 523 e succedette a Boezio come praefectus praetorii nel 533.
Nel 537 fu deposto da Giustiniano e fondò il monastero di Vivarium a Squil-
lace, senza diventare monaco. Spese le sue forze e risorse nel preparare una
biblioteca per la formazione dei monaci. Scrisse alcune opere di esegesi, tra le
quali la Expositio Psalmorum e alcuni commenti al Nuovo Testamento. Il suo
commento ai salmi è uno dei pochi pervenuti integralmente dall’antichità.
Il suo metodo dipende da Agostino e riprende le norme generali della tradi-
zione patristica, ma con una certa originalità. Presentiamo un testo in cui
Cassiodoro dà delle indicazioni ai monaci che devono leggere e capire le
Scritture.

LE ISTITUZIONI, I, PRAEF.-2; 15,1-4; 24,1-3; 33,1

Ho scritto questi libri per rendere chiare le Scritture divine e le lettere profane

I. Pref. Poiché mi rendevo conto che un grande desiderio di studiare le


lettere profane si era impossessato di molte persone al punto tale che esso
veniva ritenuto il mezzo necessario per raggiungere la saggezza di questo
mondo, io fui, lo confesso, oltremodo addolorato nel constatare che non
esistevano maestri pubblici che insegnassero le Scritture divine, laddove gli
autori profani facevano certamente sfoggio di una rinomatissima tradizione.
Assieme al santo papa Agapito, vescovo di Roma, sull’esempio di quanto
si tramanda che sia stato fatto tempo addietro ad Alessandria e che ora si
fa diligentemente anche a Nisibi, città della Siria, per gli Ebrei, mi sono
sforzato, dopo aver raccolto i fondi necessari, a fare in modo che la scuola
cristiana accogliesse maestri che professassero a Roma, consentendo così
all’anima dei credenti il raggiungimento della salvezza eterna e conferendo
alla loro lingua l’ornamento di un eloquio corretto e puro. Ma quando

317
AVVIO ALLA PATROLOGIA

a causa dell’eccessivo dilagare delle guerre e dei combattimenti nel regno


d’Italia il mio desiderio non ha potuto in nessun modo trovare compimento
– non c’è spazio, infatti, per occupazioni pacifiche in tempi turbolenti –
riconosco di essere stato spinto dalla divina carità a scrivere per voi, al
posto di un maestro, con l’aiuto di Dio, questi libri introduttivi. Grazie
a questi, come credo, si renderanno chiare, sempre con l’aiuto di Dio, la
serie delle scritture divine e la breve conoscenza delle lettere profane. Questi
miei libri appariranno forse meno chiari ed espressivi, non presentando
essi un’affettata eloquenza, ma un’esposizione strettamente necessaria. Si
sa, però, che l’utilità è grande quando attraverso i libri si apprende da dove
derivano sia la salvezza dell’anima sia l’erudizione profana. Ad essi consegno
non la mia cultura, ma le parole degli antichi che è giusto ricordare ed è
glorioso predicare ai posteri, poiché qualunque cosa si dica degli antichi a
lode di Dio non va ritenuta quale odiosa ostentazione. Ne consegue che
apparirai come un maestro serio se li interrogherai spesso. Tutte le volte, poi,
in cui vorrai rivolgerti a loro, non sarai amareggiato da nessuna durezza.

Dobbiamo osservare un programma di lettura delle sacre Scritture in codici


emendati

2. Perciò, carissimi fratelli, saliamo con estrema certezza verso le divine


Scritture per mezzo delle lodevoli spiegazioni dei Padri, avvalendoci di una
scala simile a quella della visione di Giacobbe, affinché spinti in alto dai loro
sentimenti possiamo giungere, per nostro vantaggio, alla contemplazione del
Signore. Questa è forse infatti la scala di Giacobbe (Gen. 28,12), attraverso
la quale gli angeli salgono e scendono, sulla quale il Signore si appoggia
porgendo la mano agli stanchi e sostenendo con la sua contemplazione
il cammino affaticato di chi sale. Perciò, se vi piace, dobbiamo osservare
questo programma di lettura affinché inizialmente i novizi di Cristo, dopo
aver appreso i salmi, studino le sacre Scritture in codici emendati con un
continuo esercizio fino a quando, con l’aiuto di Dio, non siano estremamente
conosciute per far si che gli errori dei copisti non si fissino nelle menti degli
incolti. È infatti difficile estirpare ciò che risulta fortemente abbarbicato
nelle parti più profonde della memoria. Beata pertanto l’anima che conserva,
con l’aiuto del Signore, il segreto di un così grande dono delle parti più
profonde della memoria, ma molto più beato chi conosce attraverso la viva

318
35 CASSIODORO

ricerca le vie della sapienza e di conseguenza allontana da sé con zelo i


pensieri umani e si lascia prendere in funzione della propria salvezza dai
divini eloqui. Ricordo, infatti, di aver conosciuto molti uomini che, dotati di
solida memoria, interrogati su passi assai oscuri, hanno risolto le questioni
proposte avvalendosi soltanto degli esempi desunti dalla sacra Scrittura,
poiché c’è sempre un libro in cui risulta più chiaro quello che da altri è detto
in modo più oscuro. Ne è prova l’apostolo Paolo che nella maggior parte
della lettera agli Ebrei chiarisce le scritture dell’antico Testamento con i fatti
dei nuovi tempi.

Nella sacra Scrittura, adattare le parole alla comprensione di tutti è distruggere


la purezza delle parole celesti

15.1.Voi, dunque, che siete celebri per la vostra conoscenza delle lettere
sacre e secolari ed avete l’abilità di scoprire quello che è in disaccordo con
l’uso comune, in questo modo leggete i testi sacri. Pochi uomini dotti, infatti,
devono fare ciò che notoriamente deve essere preparato per la moltitudine
dei semplici e dei meno eruditi. Perciò cominciate da uno studio diligente
e correggete gli errori dei copisti in modo tale da non essere giustamente
accusati quando tentate di correggere gli altri in maniera affrettata. Questo
genere di correzione secondo me è bellissimo ed è opera gloriosa di uomini
di eccezionale cultura.
2. Innanzitutto non alterate, quindi, con presunzione gli idiotismi della
sacra Scrittura, affinché nel desiderio di adattare le parole alla comprensione
di tutti, non venga distrutta – non sia mai! – la purezza delle parole celesti.
Idiotismi della legge divina sono, infatti, chiamati gli speciali modi di dire
che notoriamente la lingua comune non possiede, come i seguenti:

secondo la purezza delle mie mani (Sal. 17,21.25; 7,9) o


dal tuo volto mi giunga la mia sentenza (Sal. 16,2);
con le orecchie ascolta le mie lacrime (Sal. 38,13) e
effondete i vostri cuori al suo cospetto (Sal. 61,9);
si tenne stretta a te l’anima mia (Sal. 62,9);
tu l’hai fatta molto ricca (Sal. 64,10);
allora in questo stesso esulteremo (Sal. 65,6) e
lo porse da questo a quello (Sal. 74,9);
mandò Mosè il servo suo e Aronne che a sé egli prescelse (Sal. 104,26);

319
AVVIO ALLA PATROLOGIA

vennero a mancare i miei occhi di fronte alla tua parola (Sal. 118,82);
sia presente la tua mano per salvarmi (Sal. 118,173).

Sebbene l’uso comune rifugga da queste espressioni e da altre simili,


peraltro notoriamente molto numerose, tuttavia l’autorità scritturale, senza
dubbio sacra, le raccomanda perché non sia consentita la loro eliminazio-
ne. Se poi desiderate conoscerle più diffusamente, leggete i sette libri di
sant’Agostino Sui modi delle espressioni, da lui scritti riguardo ai cinque libri
di Mosé, al libro di Giosuè e a quello dei Giudici. Allora potrete al riguardo
essere soddisfatti in maniera estremamente ampia. Nella Scrittura che verrà
qui citata vi potrà capitare assai spesso di trovare simili espressioni.

Non alterare i nomi propri

3. Non togliete valore a certi nomi ebraici di persona e di luogo mo-


dificandone le forme; si conservi in essi la fascinosa integrità della loro
lingua. Cambiamo soltanto quelle lettere che possono esprimere il caso del
vocabolo, poiché si sa che ciascuno di questi nomi, come ad esempio Seth,
Enoch, Lamech, Noè, Sem, Cham e Iafeth, Aaron, David e altri simili, è
stato assegnato, in virtù dell’interpretazione del nome stesso, da un grande
mistero. Conserviamo con ugual devozione i nomi di luogo come Choreb,
Geon, Ermon ed altri simili.
4. In terzo luogo non si devono in nessun modo alterare le cose che
esprimono il bene e il male, come monte, leone, cedro, cucciolo di leone,
clamore, uomo, frutto, calice, vitello, pastore, tesoro, verme, cane ed altri simili.
Non si devono mutare nemmeno quei termini usati al posto di altri, come:

Satana, colui che si allontana dalla retta via;


lavare le mani, significa non essere partecipi;
i piedi, si usa per indicare l’azione;
aspettazione, usato frequentemente al posto di speranza;
una sola volta, per indicare una immutabile decisione;
giurare su Dio, al posto di confermare.

Desideriamo che queste cose ci siano spiegate dai commentatori; non


tronchiamo una qualche parte di loro con una sacrilega volontà.

320
35 CASSIODORO

Leggiamo con ardente zelo la sacra Scrittura ed i suoi commentatori

24.1. Prestiamo allora attenzione e dopo i libri introduttivi leggiamo


con ardente zelo la sacra Scrittura ed i suoi commentatori e seguiamo con
devoto amore le vie della conoscenza trovate dalla fatica dei Padri, senza
tendere con avida esagerazione verso questioni del tutto prive di valore.
Riteniamo certamente divino quello che troviamo detto in maniera razionale
nei migliori esegeti. Giudichiamo degno di essere rigettato tutto quello che
troviamo in dissonanza ed in contrasto con le regole dei Padri. La fonte,
infatti, dell’errore più bestiale è approvare tutto negli autori sospetti e voler
difendere senza discernimento tutto quello che trovi in essi. È scritto, infatti:
«Esaminate tutto e ritenete ciò che è buono» (1 Tess. 5,21).
2. Ma per riassumere tutto quello che dovrebbe essere detto, sono da
trattenere con scrupolosità tutti i temi che gli antichi commentatori hanno
esattamente divulgato. Circa le parti che essi hanno invece lasciato senza
spiegazione, per non affaticarsi inutilmente, dobbiamo dapprima scoprire
quali pregi esse abbiano o a quali abitudini ci conducono e poi vedere che
cosa esse desiderino che noi ricaviamo dalla loro lettura. Sebbene, infatti, il
testo sia estremamente semplice e chiaro nella sua narrazione storica, tuttavia
immediatamente esso o esorta alla giustizia o denuncia l’empietà o predica
la tolleranza o accusa i vizi dell’incostanza o condanna la superbia o esalta i
benefici dell’umiltà o reprime i turbolenti o consola chi è pieno di carità o
raccomanda una qualche cosa che ci inciti ai buoni costumi e ci allontani
dai pensieri empi nel rispetto della pietà. Se, infatti, Dio promettesse premi
soltanto ai buoni, la sua bontà si raffredderebbe per negligenza. Se invece
minacciasse continuamente la perdizione dei malvagi, la disperazione di
ottenere la salvezza trascinerebbe precipitosamente al vizio. Per questo il pio
Redentore ha regolato entrambe le categorie di persone per la nostra salvezza:
per spaventare i peccatori con la minaccia del castigo e per promettere ai
buoni la degna ricompensa.
3. Perciò, in generale, la nostra mente sia sempre attenta alle intenzioni
dei libri e fissiamola in quella approfondita considerazione che non solo
risuona alle orecchie, ma risplende anche agli occhi dell’anima. Infatti, sebbe-
ne la narrazione appaia semplice, nulla di vano, nulla di inutile è contenuto
nelle lettere sacre, ma in esse si parla sempre tenendo in vista una qualche
utilità che possa essere ricevuta salutarmente con i sensi massimamente con-

321
AVVIO ALLA PATROLOGIA

formi a rettitudine. Pertanto quando si parla di virtù, siamo subito pronti


ad imitarle; quando si parla delle colpe che esigono una punizione, temiamo
di compierle. In tal modo accade che acquisiamo sempre qualche vantaggio
se avvertiamo le ragioni dei fatti esposti.

Preghiera

33.1. Concedi, o Signore, ai lettori della tua legge, il miglioramento


dello spirito e la remissione di tutti i peccati a chi cerca la tua legge, affinché
noi che desideriamo ardentemente di giungere alla luce delle tue Scritture
non veniamo offuscati dalla caligine di nessun peccato. Attiraci a te con la
forza della tua onnipotenza; non lasciar vagare in balia della propria volontà
«coloro che hai redento con il tuo prezioso sangue» (Te. Deum 20); non
permettere che si oscuri in noi la tua immagine che, se è difesa col tuo aiuto,
è sempre eccezionale. Non sia permesso al diavolo e a noi di distruggere i
tuoi doni, poiché tutto quello che tenta di opporsi a te è del tutto fragile.
Ascoltaci, Re pio, nonostante i nostri peccati, e allontana da noi i peccati
prima che tu possa giustamente condannarci nel tuo giudizio per colpa loro.

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323
36. GREGORIO MAGNO (540 CA. - 604)

San Gregorio Magno nacque verso il 540 da una famiglia cristiana


dell’alta nobiltà romana. Si avviò alla carriera politica e diventò prefetto
di Roma, ma decise di dedicarsi integralmente a Dio intorno al 575. Con
il patrimonio di famiglia fondò ben sei monasteri, uno sul Celio, dove si
ritirò e condusse vita ascetica improntata all’autodisciplina, all’umiltà e
alla meditazione della Scrittura, temi ricorrenti nei suoi scritti. In questo
cenobio entrarono molti dei suoi futuri collaboratori, tra i quali Agostino
(534-604), poi chiamato di Canterbury, poiché fu inviato da papa Gregorio
ad evangelizzare la Britannia nel 597. Gregorio, come papa, fu uomo di go-
verno: riorganizzò l’amministrazione dei beni della Chiesa romana, protesse
Roma dai Longobardi, che conquistò poi al cattolicesimo, stabilì o migliorò
le relazioni con i Franchi e con i Visigoti, diede soluzione allo scisma di
Aquileia e inviò missionari in Inghilterra.
Le opere di Gregorio Magno appartengono a tre generi: epistolografico,
esegetico e agiografico. In ambito esegetico, abbiamo le Moralia in Job, un
commentario su questo libro dell’Antico Testamento esaminato da molte-
plici punti di vista, un vero trattato enciclopedico di morale e di ascetica.
Gregorio scrisse anche le Omelie sui Vangeli e le Omelie su Ezechiele, e ci
ha anche lasciato il suo Libro della regola pastorale, nel quale tratta di ciò
che deve ricercare il pastore di anime, delle virtù che gli sono necessarie, di
come realizzare questa funzione. L’opera si diffuse molto presto, fu tradotta
in greco ed in sassone e nel medioevo fu considerata come la norma ideale
per il clero secolare. Fu sempre Gregorio a dare al canone della Messa la
forma che ancora conserva la prima anafora, oggi chiamata canone romano,
e promosse la preparazione del nuovo messale; il Sacramentario gregoriano,
che non ci è giunto come tale, anche se è possibile conoscere molte delle sue
caratteristiche. Diede grande importanza al canto e promosse efficacemente
il suo uso, da qui viene il nome di canto gregoriano che si dá al suo impiego
nella liturgia romana.

325
AVVIO ALLA PATROLOGIA

La Scrittura ha due dimensioni: interna ed esterna, storica e spirituale,


quindi si può interpretare letteralmente e allegoricamente. Secondo Grego-
rio, come l’uomo che si divide in corpo, anima e spirito, l’esegesi si può
dividere in tre gradini: letterale, spirituale e mistico. I tre sensi si trovano
in ogni passo della Scrittura. Altre volte dirà che l’allegoria si divide in
tipologica, morale e mistica. Ma nella pratica esegetica, i sensi vengono
ridotti a due: carnale-spirituale, letterale-allegorico, storico-tipologico o
esterno-interno.

COMMENTO MORALE A GIOBBE XIV, I,1-IX,11

I, 1. Nella prima parte di quest’opera abbiamo mostrato che Dio on-


nipotente, per ammonire quanti si trovano sotto la Legge ha offerto la
testimonianza del beato Giobbe, il quale non conosceva la Legge e nondime-
no l’ha osservata, non aveva ricevuto per iscritto i precetti della vita e li ha
seguiti. Di un tal uomo dapprima, su testimonianza di Dio, viene lodata la
condotta e poi si permette che, insidiato dal diavolo, venga sottoposto alla
prova, affinché, attraverso le prove della tribolazione, egli riveli i progressi da
lui compiuti prima, durante la vita tranquilla. Il nemico del genere umano ap-
prese che Dio aveva reso testimonianza alla vita di lui elogiandolo, e tuttavia,
nella sfrontatezza che lo distingue, chiese di averlo nelle mani per tentarlo.
Ma non essendo riuscito ad abbattere un uomo colpito da tante perdite di
beni e di figli, aizzò contro di lui la moglie, perché, intervenendo come per-
fida consigliera, corrompesse con le espressioni dell’intimità domestica colui
che l’annunzio di tante sventure non era riuscito minimamente a piegare.
Ma il ricorso alla donna, che una prima volta aveva ottenuto successo contro
Adamo nel paradiso, questa volta non riusci contro quest’uomo giacente
sul letamaio. Allora, per tentarlo, il diavolo fece ricorso ad altri espedienti:
fece arrivare i suoi amici come per consolarlo, non senza, però, indurre il
loro animo ad esprimersi in termini di aspro rimprovero, pensando che, se
i flagelli non erano riusciti a piegare il suo animo, almeno l’asprezza delle
loro parole in mezzo ai flagelli avrebbe avuto ragione di lui. Ma il nemico
astutamente insidioso rimase vittima della perfidia da lui ordita contro il
santo. Tutte le occasioni di perdizione che gli presentò furono altrettanti
motivi di vittoria che gli procurò. Davanti ai tormenti Giobbe conservò la
pazienza, contro le parole sapienza: con animo sereno sopportò le ferite dei

326
36 GREGORIO MAGNO

colpi, con sapienza tenne a freno la stoltezza dei cattivi consiglieri. Nei suoi
patimenti e nei suoi dotti insegnamenti Giobbe appare il simbolo (typum)
della santa Chiesa; mentre i suoi amici, i quali, come più volte abbiamo
avuto occasione di dire, dicono alcune cose giuste e altre stolte, non senza
motivo rappresentano (figurantur) gli eretici. Essi, in quanto sono amici del
santo, dicono cose giuste riguardo ai reprobi, ma in quanto rappresentano
gli eretici trascendono ad espressioni esagerate e con le frecce delle loro
parole colpiscono il petto del santo. Ma contro l’animo inespugnabile tutti i
loro colpi falliscono. Dobbiamo perciò, con approfondito discernimento,
distinguere ciò che nelle parole è vero, riguardo ai reprobi, dal suono falso
che invece assumono contro il beato Giobbe.
II, 2. «Ma Baldad il Suchita prese a dire: Fino a quando questa iattanza
nelle parole? Prima cerca di capire e poi parliamo». Tutti gli eretici ritengono
che la santa Chiesa in certe conoscenze sia orgogliosa, e arrivano a pensare
che in altre sia priva d’intelligenza. Così Baldad il Suchita sostiene che il
beato Giobbe sia come precipitato nella superbia e denuncia la iattanza delle
sue parole. Ma in questo modo mostra di quanto orgoglio fosse gonfio lui
stesso pensando che il beato Giobbe non capisse quel che diceva.
E siccome tutti gli eretici si lamentano che la santa Chiesa li giudichi
con disprezzo, opportunamente aggiunge:
III, 3. «Perché considerarci come bestie? Ci fai passare come bruti ai
tuoi occhi». È proprio dell’animo umano sospettare che gli altri facciano
a noi quel che noi facciamo loro. Quelli che sono soliti disprezzare il com-
portamento dei buoni pensano di essere disprezzati. E siccome la Chiesa,
nelle cose che la ragione può comprendere, dimostra contro gli eretici che le
loro teorie sono irragionevoli, essi ritengono che la Chiesa li giudichi delle
bestie, e per questo sospetto si sdegnano e prorompono in ingiurie contro la
Chiesa.
Perciò continua:
IV, 4. «Perché perdi la tua anima nel tuo furore?» Gli eretici considerano
la passione per la Verità e la grazia della santa predicazione, non merito di
virtù ma insana follia; pensano che questa follia sia una rovina per le anime,
e credono che lo zelo con cui la Chiesa li combatte sia una rovina per lei.
Continua:
V, 5. «Forse per causa tua sarà abbandonata la terra?» Sono loro che
onorano Dio in ogni luogo, sono loro che hanno occupato il mondo intero;

327
AVVIO ALLA PATROLOGIA

ecco ciò che pensano. Che significa dunque dire: «Forse per causa tua sarà
abbandonata la terra?», se non ciò che spesso dicono ai fedeli: Se è vero ciò
che voi dite, Dio ha abbandonato la terra intera, poiché siamo noi quelli
che ora la possediamo, dato che siamo così numerosi? Ora, la santa Chiesa
universale predica che Dio non può essere onorato secondo verità se non
dentro di essa, sostenendo che tutti quelli che sono fuori di essa non possono
salvarsi. E invece gli eretici, i quali credono di potersi salvare anche fuori
di essa, sostengono che l’aiuto divino li assiste in ogni luogo. Ecco perché
dicono: «Forse per causa tua sarà abbandonata la terra?», cioè a dire: Chi
vive fuori della Chiesa non sarà dunque salvato?
E ancora aggiunge:
VI, 6. «E le rupi si staccheranno dal loro posto». Gli eretici chiamano
rupi coloro che nel genere umano sono fuori del comune per i loro pensieri
sublimi, e che perciò si vantano di averli come maestri. Ma quando la santa
Chiesa cerca di raccogliere nel grembo della retta fede i predicatori sviati,
che altro fa se non smuovere dal posto le rupi, dimodoché quanti prima
si drizzavano rigidi nei loro pensieri errati accettino di stare umilmente
dentro di essa rettificando il loro pensiero? Ma gli eretici oppongono un
netto rifiuto a simile cambiamento e decisamente impediscono che le rupi
si stacchino dal loro posto alla voce della Chiesa; perché evidentemente
non vogliono che, rientrando in essa, prendano umilmente coscienza della
verità quanti presso di loro, nell’orgoglio del loro pensiero, erano caduti in
errore.
7. Spesso gli eretici, osservando che taluni dentro la Chiesa sono afflitti
dalla miseria e dalla sventura, subito, nella loro arrogante presunzione di
essere giusti, considerano le disgrazie che vedono capitare ai fedeli come
castighi per le loro iniquità, dimenticando che il modo con cui vanno le
cose in questa vita non dimostra nulla circa il merito delle azioni. Spesso,
infatti, ai cattivi arride la fortuna e ai buoni capitano dei guai, appunto
perché i veri beni sono riservati ai buoni e i veri mali destinati ai cattivi
nella retribuzione eterna. Così Baldad, simbolo degli eretici che si esaltano
nella prosperità della vita presente, di fronte ai tormenti del beato Giobbe
si gonfia contro le umiliazioni dei giusti e abilmente argomenta contro gli
empi.
Ma egli non si rende conto quanto siano fuori luogo tali parole contro
il giusto. Egli infatti prosegue:

328
36 GREGORIO MAGNO

VII, 8. «La luce dell’empio si estinguerà e la fiamma del suo fuoco si


offuscherà». Se Baldad fa queste dichiarazioni per definire la vita presente,
si sbaglia, perché spesso sugli empi brilla la luce della prosperità, mentre
le tenebre dell’umiliazione e della miseria avvolgono i buoni. Ma se il suo
intento è di mostrare cosa dovranno patire gli empi alla fine della vita, è
vero ciò che egli dice: «La luce dell’empio si estinguerà e la fiamma del suo
fuoco si offuscherà». Ma se questo si poteva dire con ragione degli empi,
non si doveva certo dire contro il santo oppresso dalle sventure. Ma noi, che
valutiamo la forza del suo braccio nei suoi giudizi, apprezziamo il vigore
con cui scaglia le frecce e cessiamo di guardare colui che egli ha preso di
mira, ben sapendo che vani sono i colpi con cui raggiunge la roccia. Egli
può dunque dire: «La luce dell’empio si estinguerà», perché anche gli empi
hanno la loro luce: la prosperità della vita presente. Ma «la luce dell’empio
si estinguerà» perché la prosperità di questa vita fugace terminerà presto
insieme con la vita stessa. E opportunamente prosegue: «La fiamma del suo
fuoco si offuscherà».
9. Ogni empio, infatti, possiede la fiamma del proprio fuoco, che ali-
menta nel suo cuore con i desideri temporali, per cui arde, ora di questa
ora di quella cupidigia, nutrendo sempre più questa fiamma interiore con
le molteplici lusinghe del secolo. Ma se il fuoco è privo di fiamma, non
splende di fulgida luce. E così la fiamma del fuoco è il suo splendore, il po-
tere esteriore che proviene dal suo ardore interiore; perché ciò che l’empio
ansiosamente desidera raggiungere in questo mondo, spesso, per colmo di
sventura, l’ottiene, e nell’apogeo del potere e nell’abbondanza delle ricchez-
ze egli brilla di una certa gloria esteriore. Ma la fiamma del suo fuoco non
splenderà più quando, nel giorno della sua dipartita, gli verrà sottratta tutta
la sua gloria esteriore e sarà totalmente ridotto in cenere dal suo ardore in-
teriore. Il fuoco sarà dunque privato della fiamma quando l’ardore interiore
sarà privato della gloria esteriore. Anche i giusti possiedono la fiamma del
loro fuoco; è una fiamma che risplende in modo autentico, perché i loro de-
sideri risplendono della luce delle buone opere. La fiamma dei malvagi non
possiede alcuno splendore, perché le loro aspirazioni malvagie li trascinano
verso le tenebre.
Il testo così prosegue:
VIII, 10. «La luce nella sua tenda si coprirà di tenebre». Se per tenebre
spesso intendiamo la tristezza, coerentemente dobbiamo intendere per luce

329
AVVIO ALLA PATROLOGIA

la gioia. La luce si copre di tenebre nella tenda di un tale uomo, perché nella
sua coscienza, che è la sua degna abitazione, viene meno quella gioia che le
cose temporali procurano.
Di qui ancora l’opportuna aggiunta:
«Si spegnerà la sua lucerna su di lui». Secondo l’uso ordinario, la luce
della lucerna è in un vaso d’argilla, e la luce in un vaso d’argilla è la gioia
della carne. Perciò la lucerna che è su di lui si estingue perché, quando
l’empio riceve il salario delle sue cattive azioni, nel suo spirito scompare la
gioia della carne. Con ragione non si dice che questa lucerna è dentro di
lui, ma che è su di lui, perché le gioie terrene s’impossessano dell’anima dei
malvagi e l’assorbono talmente che stanno su di essa, non dentro di essa.
I giusti, invece, anche quando conoscono la prosperità della vita presente,
la sanno porre sotto i loro piedi e, se per un momento cedono all’euforia
del successo, riflettendo seriamente la superano e, sorretti dalla virtù, se ne
liberano. Perciò la lucerna dell’empio, che è su di lui, si estingue, perché ben
presto viene meno la sua gioia, che lo ha totalmente posseduto in questa
vita. E colui che ora turpemente si effonde nei piaceri, sarà angustiato nei
tormenti dal castigo.
Il testo prosegue:
IX, 11. «I passi della sua potenza saranno bloccati». Adesso con la sua
potenza fa, per così dire, dei passi avanti ogni qualvolta esercita la violenza
del suo potere. Ma i passi della sua potenza saranno bloccati, perché le risorse
della sua malizia, che oggi esprime il soddisfacimento dei suoi piaceri, un
giorno saranno bloccate dalla pena.

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332
37. ISIDORO DI SIVIGLIA (560-636)

Isidoro ricevette una formazione insieme classica e cristiana da suo


fratello Leandro al quale succedette come vescovo di Siviglia. La sua opera
più nota sono le Etimologie, nome che viene da uno dei libri nei quali si
divide, un compendio enciclopedico del sapere del suo tempo, nel quale
tratta dalla mineraria fino alla teologia e che è elaborato basandosi sulle
opere degli scrittori classici più conosciuti in quell’epoca; tale opera ebbe un
successo immediato, la sua diffusione fu rapida e la sua autorità si mantenne
per secoli. I tre Libri delle sentenze sono un manuale di teologia dogmatica,
spirituale e morale composto essenzialmente con testi di Sant’Agostino e di
San Gregorio; fu il primo Libro di sentenze, ordinato in maniera simile a
come lo sarebbero stati quelli che vennero dopo, ad esempio, già nel basso
Medioevo, quello di Pietro Lombardo. Per il suo operato è stato chiamato
l’ultimo filologo dell’Antichità e il fondatore del Medioevo.
Isidoro predilige l’esegesi allegorica, ma la tiene sempre sotto controllo,
poiché – afferma – non tutti gli scritti della legge e i profeti sono coperti
da misteri, ma quelli che hanno questo senso sono in rapporto con gli altri
testi. In alcuni passi impiegherà anche la numerologia. Come fonti della
sua trattazione, lui stesso segnala Origene, Vittorino, Ambrogio, Girolamo,
Agostino, Fulgenzio e Giovanni Cassiano. Con Isidoro entriamo nell’ambito
enciclopedico del Medioevo.
Offriamo un testo sull’importanza della lettura della Scrittura.

LE SENTENZE III, 7-9

VII. La preghiera

7.1. È questo il rimedio per colui che è violentemente agitato dalle


tentazioni dei vizi: tutte le volte che è attaccato da qualsiasi vizio, altrettante
si dedichi alla preghiera, perché la preghiera frequente soffoca l’assalto dei

333
AVVIO ALLA PATROLOGIA

vizi. 2. Dobbiamo rivolgere il nostro animo alla preghiera ed alla supplica


con perseveranza, fino a quando arriviamo a vincere, con un’inflessibile
risolutezza, le sfacciate lusinghe dei desideri carnali, che col loro strepito
molestano i nostri sensi e dobbiamo insistere fino a quando, con la nostra
costanza, otteniamo la vittoria; infatti le preghiere svogliate non riescono
ad ottenere, neppure dall’uomo, quello che vogliono. 3. Quando uno prega,
chiama a se lo Spirito Santo; ma, non appena è arrivato, fuggono subito
via le tentazioni dei demoni, che s’introducono nelle menti degli uomini,
ma non riescono a sopportare la sua presenza. 4. La preghiera è propria
del cuore non delle labbra; Dio infatti non bada alle parole di colui che
lo scongiura, ma guarda al cuore di colui che prega. Che se il cuore prega
in silenzio e la voce tace, anche se sfugge agli uomini, non può sfuggire a
Dio, che è presente alla coscienza. È meglio appunto pregare col cuore in
silenzio, senza che si oda la voce, che con le sole parole senza che la mente vi
si concentri. 5. Non bisogna mai pregare senza pianto; infatti il ricordo dei
peccati genera tristezza; mentre preghiamo, noi richiamiamo alla memoria
le nostre mancanze ed allora ci rendiamo più chiaramente conto di essere
colpevoli. Perciò, quando ci troviamo al cospetto di Dio, dobbiamo gemere e
piangere, ricordando quanto siano gravi le malvagità che abbiamo commesse
e quanto siano spietati i supplizi dell’inferno che temiamo.
6. La disposizione di spirito, quale si presenta nella preghiera, deve
conservarsi tale anche dopo di essa; infatti non giova a nulla la preghiera, se
si commette di nuovo ciò di cui si deve ancora chiedere perdono. Raggiunge,
senza dubbio, il frutto della preghiera desiderato, colui che non ripete, pec-
cando, ciò che chiede, pregando, che gli venga lavato via. 7. Il nostro spirito
è celeste e contempla bene Dio nella preghiera, allorquando non è trattenuto
da nessuna preoccupazione o errore terreno. Nella sua natura è connesso col
bene, quando invece ne esce fuori ne resta sconvolto. 8. È pura la preghiera
alla quale, quando deve essere recitata, non s’interpongono le preoccupa-
zioni del mondo ad impedirla; è invece lontano da Dio quell’animo che,
durante la preghiera, è occupato dai pensieri del mondo. Preghiamo dun-
que davvero, quando non attingiamo pensieri da un’altra parte; ma sono
molto pochi quelli che dispongono di preghiere di questo genere, e, pure
ammettendo che taluni le abbiano, è tuttavia difficile che le abbiano sem-
pre. 9. Una mente che, prima della preghiera, rimanendo estranea a Dio,
si occupa in pensieri illeciti, quando arriva ad essa, viene immediatamente

334
37 ISIDORO DI SIVIGLIA

investita dalle immaginazioni che aveva appena prima seguite, le quali le


sbarrano l’accesso alla preghiera, affinché lo spirito libero non si sollevi al
desiderio del cielo. 10. Per prima cosa bisogna pertanto purificare l’animo e
separarlo dai pensieri delle cose temporali, affinché la coscienza, con tutta la
pura acutezza della sua aspirazione, si diriga a Dio in verità ed in schiettezza.
Infatti noi crediamo di poter ottenere davvero i doni di Dio quando, nel
momento della preghiera, siamo presenti in gratuità di sentimento.
11. Sono molti i modi con i quali s’interrompe la concentrazione nel-
la preghiera, quando le vanità del mondo s’introducono, per negligenza,
nell’animo di chiunque attenda alla preghiera. Il diavolo introduce con mag-
giore intensità nelle menti umane i pensieri delle preoccupazioni secolari
proprio quando vede uno pregare. 12. Sono due i modi che impediscono alla
preghiera di mettere chiunque in grado di conseguire quello che chiede, e
cioè se uno continua ancora a commettere il male o se non rimette i debiti
a chi manca verso di lui. Quando uno ha ripulito via da se questo duplice
male, subito può dedicarsi, senza inquietudini, a pregare con premura e ad
innalzare liberamente il suo spirito a quei beni che desidera ottenere con la
preghiera. 13. Chi riceve un torto, non cessi dal pregare per quelli che glielo
fanno; del resto, secondo il pensiero del Signore, pecca chi non prega per i
nemici (Mt. 5,44). 14. Come nessuna medicina reca giovamento a una ferita,
se ci rimane ancora dentro il ferro, così non giova a nulla la preghiera di colui
che conserva ancora il cruccio nella mente o l’odio nel cuore. 15. L’affetto
verso Dio di colui che prega deve essere tanto grande da non dubitare del
risultato della preghiera; e poi preghiamo a vuoto se non abbiamo la fiducia
della speranza. Ciascuno dunque chieda, come dice l’Apostolo, senza avere
nessuna esitazione nella fede; infatti chi esita assomiglia ad un’onda del mare
spinta dal vento e dissolta (Gc. 1,6).
16. La sfiducia di ottenere ciò che si chiede nella preghiera nasce quando
la coscienza avverte di aggirarsi ancora nell’ambito dell’affetto al peccato;
non può infatti avere una fiducia sicura nella sua preghiera, colui che si dimo-
stra ancora pigro nell’osservare i comandamenti di Dio e prova piacere nel
ricordare il peccato. 17. Colui che si distoglie dai precetti di Dio, non merita
di ricevere ciò che chiede nella preghiera; non ottiene il bene che domanda da
colui alla cui legge non obbedisce; se facciamo ciò che Dio ordina, otteniamo
senza dubbio ciò che chiediamo; infatti, come sta scritto: «Chi volge via
il suo orecchio per non sentire la Legge, la sua preghiera sarà detestabile»

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AVVIO ALLA PATROLOGIA

(Prov. 28,9). 18. Presso Dio esercitano, inevitabilmente, una forte azione
di sostegno vicendevole questi due rapporti, che l’azione si sorregga sulla
preghiera e la preghiera lo faccia sull’azione. Di qui anche Geremia dice:
«Solleviamo, insieme alle mani, i nostri cuori a Dio» (Lam. 3,41). Solleva,
insieme alle mani, il cuore a Dio colui che innalza la preghiera con le opere;
infatti chiunque prega, ma non opera, solleva il cuore ma non solleva le
mani; chiunque invece opera, ma non prega, solleva le mani, ma non solleva
il cuore. Ma siccome è necessario operare e pregare, giustamente è stato detto
in riferimento ad entrambi: Solleviamo, insieme alle mani i nostri cuori a
Dio, per evitare che, se trascuriamo i comandamenti, veniamo biasimati per
il cuore, in quanto cerchiamo di raggiungere la nostra salvezza o con la sola
preghiera o con la sola attività operativa. 19. Dopo che abbiamo compiuto
un’opera buona, preghiamo versando lacrime, affinché l’umiltà della pre-
ghiera ci ottenga il merito dell’azione. 20. Commette colpa chi innalza le
sue mani aperte a Dio e, mentre prega, mette boriosamente in mostra le
sue azioni, come faceva il fariseo che nel Tempio pregava con millanteria
e voleva lodare se stesso piuttosto che Dio per le sue opere conformi alla
giustizia (cfr. Lc. 18,11-12).
21. La preghiera di certuni si trasforma in peccato, come sta scritto
di Giuda il traditore (Sal. 109 [108], 7; cfr. Atti 1,20). Chi infatti prega in
maniera boriosa, bramando la lode umana, non soltanto la sua preghiera
non cancella il peccato, ma si cambia essa stessa in peccato. Così avviene
ai Giudei ed agli eretici, i quali, sebbene sembrino digiunare e pregare, tut-
tavia la loro preghiera non giova ad essi come merito di purificazione, ma
si cambia piuttosto in peccato. 22. Talora la preghiera che gli eletti fanno
nelle loro afflizioni viene rinviata (nel suo esaudimento), affinché si accre-
sca la perversità degli empi [in quanto perseguitano i buoni]. Ma quando
i giusti sono esauditi a tempo e debito, il fatto avviene per la salvezza di
coloro che li maltrattano, affinché, mentre a quelli si viene in soccorso
con un rimedio temporale, gli occhi dei malvagi si aprano alla conversione.
Perciò il fuoco dei tre ragazzi rimase freddo, affinché Nabuchodonosor
riconoscesse il vero Dio (Dan. 3,50). Come anche il profeta dice nei Salmi:
«Liberami per causa dei miei nemici» (Sal. 69 [68],19). 23. Scopo per cui
le preghiere di alcuni vengono esaudite con notevole ritardo è che, men-
tre vengono differite, stimolate più energicamente, ricevano una maggior
massa di premi; abbiamo l’esempio dei geli invernali e del ritardo delle

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37 ISIDORO DI SIVIGLIA

messi, nelle quali quanto più tardi germinano i semi gettati, tanto più abbon-
dantemente crescono diventando raccolto. 24. Tutte le volte che, quando
preghiamo, non siamo rapidamente esauditi, mettiamoci dinanzi allo sguar-
do il nostro comportamento, allo scopo di attribuire questo stesso ritardo
alla giustizia divina ed alla colpa nostra. 25. Talvolta il fatto che, sebbene
preghiamo con perseveranza, non siamo prontamente esauditi, entra nel
novero dei nostri vantaggi non in quello delle disavventure. Sovente infat-
ti Dio non esaudisce molti come vogliono loro, per esaudirli per la loro
salvezza.
26. Molti, quando pregano, non sono esauditi, perché Dio provvede per
loro dei beni migliori di quelli che chiedono, come suole capitare ai bambini,
che pregano Dio per non essere picchiati a scuola. Però non si concede loro
il risultato di quello che domandano, perché non si può esaudire una tale
richiesta se si vuole arrivare al progresso. Non diversamente capita ad alcuni
eletti; scongiurano infatti Dio riguardo a taluni vantaggi o contrarietà di
questa vita, ma la Provvidenza divina non si dà affatto pensiero di quanto
essi desiderano in questo mondo, poiché promette loro beni migliori per
l’eternità. 27. La preghiera la si effonde più opportunamente in ambienti
privati ed ottiene di più il suo scopo quando viene espressa avendo solo
Dio come testimone. 28. È invece proprio degli ipocriti, quando pregano,
mettersi in mostra allo sguardo del pubblico; quello che ne ricavano non è
di piacere a Dio, ma di procurarsi rinomanza da parte degli uomini. 29. Gli
uomini non vengono esauditi da Dio in grazia di un profluvio di parole,
come se cercassero di piegarlo con un’esuberanza verbale; non ne guadagna
infatti la benevolenza l’allocuzione variamente assortita di chi lo prega, ma
la pura e schietta tensione della preghiera. 30a. È cosa buona pregare sempre
col cuore e buona lo è anche glorificare Dio facendo risonare la voce in inni
spirituali. 30b. È una nullità il cantare con la sola voce senza la concentra-
zione del cuore; ma, come dice l’Apostolo, (bisogna vivere nello Spirito)
«cantando nei nostri cuori» (Efes. 5,19), cioè salmeggiando non soltanto con
la voce ma anche col cuore. Perciò anche altrove S. Paolo dice: «Pregherò
con lo spirito, ma pregherò anche con l’intelligenza» (1 Cor. 14,15).
31. Come le preghiere ci dirigono, così l’applicazione volonterosa ai
Salmi ci procura godimento. L’uso di salmeggiare ci reca infatti il profitto
di consolare le anime addolorate, di rendere più amabili i temperamenti, di
ricreare gl’insoddisfatti, di risvegliare gl’indolenti, di invitare i peccatori alle

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AVVIO ALLA PATROLOGIA

lacrime di pentimento. Infatti, per quanto duri siano i cuori degli uomini
affondati nei sensi, non appena la dolcezza di un salmo risuona, piega il loro
animo a vivere effettivamente la pietà. 32. Sebbene debbano commuovere il
cristiano non la modulazione della voce, ma soltanto le parole divine che nei
salmi si proferiscono, tuttavia, non so come, dalla modulazione del canto
nasce una maggiore compunzione del cuore. Si trovano infatti molti che,
commossi dalla soavità del canto, piangono accoratamente le loro colpe e
si piegano maggiormente alle lacrime in quei tratti nei quali risuona più
gradevole la dolcezza del salmista. 33. La preghiera si effonde soltanto nella
vita presente quale rimedio dei peccati, ma il canto dei salmi rappresenta la
lode perenne di Dio, che si estenderà lungo la gloria eterna, come sta scritto:
«Beati coloro che abitano nella tua casa, ti loderanno per i secoli dei secoli»
(Sal. 84 [83], 5). Chiunque esercita l’incombenza di tradurre nella pratica
questa attività, e lo fa con fedeltà e concentrazione dello spirito, si associa in
qualche modo agli angeli.

VIII. La lettura

8.1. Le preghiere ci purificano, le letture ci istruiscono; sono entrambe


un bene quando si possono fare; quando non si possono fare entrambe,
è meglio pregare che leggere. 2. Chi vuole stare sempre con Dio, deve
pregare sovente e sovente anche leggere; infatti, quando preghiamo, siamo
noi a parlare con Dio, quando invece leggiamo è Dio che parla con noi. 3.
Ogni progresso proviene dalla lettura e dalla meditazione; infatti ciò che
non sappiamo lo impariamo dalla lettura e ciò che abbiamo imparato lo
conserviamo con le meditazioni. 4. La lettura delle Sacre Scritture ci apporta
un duplice dono, sia in quanto istruisce la capacità intellettiva della mente,
sia in quanto astrae l’uomo dalle vanità del mondo e lo conduce all’amore di
Dio. Infatti sovente, stimolati dalla Sua parola, veniamo distolti dal desiderio
della vita mondana e, infiammati nell’amore della sapienza, tanto ci sembra
di scarso valore la vana speranza di questa nostra condizione mortale, quanto
più, leggendo, ci si illumina la speranza eternata. 5. Duplice è il problema
che si pone a chi si dà alla lettura: primo, come si possano capire le Scritture;
secondo, come si possano fruttuosamente e nobilmente esporre. Ciascuno
arriverà infatti prima a capire quello che legge, susseguentemente acquisterà
la capacità di esporre bene ciò che dice.

338
37 ISIDORO DI SIVIGLIA

6. Un lettore ardimentoso sarà pienamente disponibile più a mettere in


pratica ciò che legge che a saperlo. Comporta infatti una pena minore il non
sapere ciò che tu desideri conoscere, che il non mettere in pratica ciò che hai
conosciuto. Come infatti, leggendo, bramiamo conoscere, così, conoscendo
quello che è giusto, dobbiamo mettere in pratica ciò che abbiamo imparato.
7. La legge di Dio comporta sia un premio che un castigo a quelli che la
leggono; un premio per quelli che, vivendo bene, la osservano, un castigo
invece per quelli che, vivendo male, la disprezzano. 8. Tutti quelli che, nella
loro pratica di vita, si allontanano dai precetti di Dio, ogni volta che hanno
avuto la possibilità di leggere o di ascoltare i medesimi precetti di Dio, si
percepiscono rimproverati nel loro intimo e ne provano turbamento, perché
si sentono ricordare ciò che essi non fanno e, sulla testimonianza della loro
coscienza, avvertono dentro di sé un’accusa. Di qui deriva lo scongiuro
che il profeta Davide esprime dicendo: «Allora non sarò confuso, quando
rivolgo lo sguardo a tutti i tuoi comandamenti» (Sal. 119 [118], 6). Chiunque
prova infatti una grande confusione quando, sia leggendoli che ascoltandoli,
rivolge lo sguardo a quei comandamenti di Dio che, vivendo, disprezza.
Poiché con la meditazione dei comandamenti ha imparato a conoscerli, si
sente rimproverato nella coscienza di non aver messo in pratica nelle sue
azioni ciò che ha imparato sui comandi di Dio.

IX. L’assiduità nella lettura

9.1. Nessuno può conoscere il senso della Sacra Scrittura, se non ha


familiarità nel leggerla, come sta scritto: «Amala e ti esalterà; ti glorifi-
cherà quando tu l’avrai abbracciata» (Prov. 4,8). 2. Quanto maggiore sarà
l’assiduità che uno ha con le Sacre Scritture, tanto più ricca di contenuto
sarà l’intelligenza che ne trarrà, come la terra, che quanto più diligentemen-
te viene coltivata, tanto più abbondante è il frutto che porge. 3. Quanto
maggiormente un uomo sale ad una qualsiasi arte, tanto più l’arte stessa
discende a lui, come sta scritto nella Legge: «Mosè sali sul monte e il Signore
vi discese» (Es. 19,3.20). 4. Per quanto concerne la raccolta occupazione
dello spirito, è sicuro che riuscirà a penetrare acutamente nei segreti delle
prescrizioni divine solo colui che avrà richiamato il suo animo dalla gestione
delle incombenze terrene e si sarà applicato alle Sacre Scritture con una
sollecita dimestichezza. Infatti come, tanto uno che sia cieco quanto uno che

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AVVIO ALLA PATROLOGIA

ci veda possono certamente camminare tutti e due, ma non con un’uguale


spigliatezza, in quanto il cieco, andando avanti verso un luogo che non vede,
è esposto ad urtare, mentre colui che ci vede schiva gli inciampi e riconosce
il luogo dove deve recarsi, così colui che è offuscato dalla nuvolosità delle
preoccupazioni terrene, se tenta di scrutare a fondo i misteri divini, non ce
la fa, perché, nella foschia delle sue inquietudini, non ci vede. Riesce a rea-
lizzare quest’intento soltanto colui che si astrae dalle incombenze esteriori
del mondo e si radica profondamente, tutt’intero, nella meditazione delle
Scritture. 5. Alcuni posseggono l’acume della comprensione, ma trascurano
di dedicarsi con solerzia alla lettura e disprezzano, lasciandolo da parte, ciò
che avrebbero potuto sapere leggendo. Alcuni invece hanno l’amore del
conoscere, ma ne sono impediti dalla lentezza dell’intelligenza; essi tuttavia,
mediante l’assiduità della lettura, arrivano a capire ciò che individui dotati
d’ingegno, per la loro poltroneria, non hanno conosciuto.
6. Un individuo che sia piuttosto tardo d’intelligenza tuttavia si rin-
forza, se non per un processo naturale, almeno per l’assiduità della lettura;
infatti sebbene ci sia ottusità d’intuito, tuttavia la lettura frequente accresce
l’intelligenza. 7. Come colui che è tardo a capire, tuttavia, in nome della
sua solerte applicazione, riceve il premio del suo encomiabile zelo, così
colui che trascura l’acume dell’intelligenza che Dio gli ha fornito, risulta
imputabile di condanna, perché disprezza il dono che ha ricevuto e lo ab-
bandona inerte per pigrizia. 8. Alcuni, per disposizione di Dio, ricevono
il dono della scienza che trascurano, perché siano più duramente puniti
per quello che è stato loro affidato. Quelli che sono intellettualmente più
tardi trovano con difficoltà ciò che desiderano sapere, affinché, in rapporto
alla grandissima fatica che hanno affrontata, ricevano, in ricompensa, un
grandissimo premio.

BIBLIOGRAFIA

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37 ISIDORO DI SIVIGLIA

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341
38. BEDA (673-735)

Beda, nato in Northumbria, all’età di sette anni fu affidato ai monaci di


Jarrow, con i quali rimase per sempre. Nel corso della sua vita, dedicata allo
studio e alla preghiera, fu affascinato dai Padri della Chiesa, specialmente da
Agostino e Isidoro, e preparò un florilegio patristico, destinato a facilitare
l’interpretazione della Scrittura. In un latino di grande qualità, scrisse diverse
opere storiche e trattati di ortografia, di metrica, di retorica, di astronomia,
di cosmografia. Come Isidoro di Siviglia, contribuì in grande misura alla
trasmissione del sapere antico al mondo medioevale, al quale già apparteneva
pienamente. Si conservano innumerevoli copie delle sue opere, indizio del
suo grande influsso sulla posterità. È particolarmente nota la sua Historia
anglorum.
Beda era un uomo di Scrittura e affermava di aver fatto lo sforzo di
meditarla. La maggior parte della produzione letteraria di Beda è costituita
da commenti biblici ed esegetici: ha commentato quasi tutti i libri biblici.
Poi, ha scritto anche le Omelie sul Vangelo. In questi trattati si ritrova la
sostanza dei Padri (Ambrogio, Girolamo, Agostino, Gregorio Magno), ma
non è un compilatore ripetitivo, perché elabora con senso critico una lettura
personale.
Nelle omelie, Beda distingue ripetute volte tra senso letterale e un altro
senso più profondo, e impiega speso il termine tipologia, ma non si deve
confondere questo procedimento con quello dell’inizio dell’epoca patristica:
si tratta di un’interpretazione mistica, come dice lui stesso, cioè la persona