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LE ELEZIONI PRESIDENZIALI NELLA COSTITUZIONE DEGLI STATI UNITI

(da La Civiltà Cattolica, quaderno 4088 del 17.10.20)

Le elezioni americane del 3 novembre 2020, nelle quali verrà eletto il 46° presidente degli Stati
Uniti, vedono in competizione due sfidanti di calibro: il repubblicano Donald Trump, presidente in
carica, che è in corsa per ottenere un secondo mandato, e il democratico Joe Biden, che è stato vice-
presidente sotto Barack Obama. Si tratta di due personalità molto diverse tra loro. Il primo non
proviene dal mondo della politica, ma da quello degli affari e della televisione; istintivo, populista e,
a volte, come si è visto in questi quattro anni di presidenza (soprattutto in materia di politica
estera), imprevedibile, ha governato utilizzando i «decreti presidenziali» per portare avanti la sua
linea politica. Il secondo è un politico navigato, che ha trascorso quasi mezzo secolo nei corridoi del
Congresso; ha molti sostenitori tra i sindacati e nel mondo del lavoro, e ha diversi amici tra i
repubblicani e, come è stato detto, «preferisce cercare compromessi piuttosto che alimentare
divisioni»[1] tra le parti politiche.

Le prossime elezioni sono le ottantesime nella storia bicentenaria degli Stati Uniti, che, secondo
gran parte degli esperti di politica internazionale, sono la maggiore e incontrastata potenza del
Pianeta (soprattutto dopo il crollo dell’Unione Sovietica) in ambito sia economico (nelle
esportazioni come nelle importazioni), sia militare. Essi dominano con le loro potenti flotte tutti gli
oceani e controllano gli «stretti» intercontinentali più strategici (i cosiddetti «colli di bottiglia»),
dove passa gran parte del commercio mondiale. Le forze armate statunitensi, inoltre, sono presenti
nelle regioni più «calde» del Pianeta, dove sono in corso conflitti di importanza internazionale.
L’influenza di questo Paese è notevole anche in ambito culturale (american lifestyle) e in materia
di innovazione tecnologica (Silicon Valley), sebbene la supremazia in tale settore sia stata di
recente insidiata dalla Cina, nuova potenza emergente e antagonista degli Usa. Questi dati indicano
che le elezioni di novembre saranno, probabilmente, l’evento politico più importante – soprattutto
per le ricadute in ambito internazionale – dell’anno in corso.
In questo articolo cercheremo di capire come funziona la macchina costituzionale degli Stati Uniti.
Faremo soltanto un accenno alle complesse vicende storiche che portarono alla fondazione – tra
mito, leggenda e realtà – di una nazione che da sempre si è considerata diversa, eccezionale. La
nascita e le riforme istituzionali degli Stati Uniti ebbero un peso considerevole anche nelle vicende
storiche europee, come la Rivoluzione francese, e influenzarono la redazione di diverse Costituzioni
liberali.

Questa nazione eccezionale, costituita da una federazione di Stati, aveva la pretesa di svolgere un
ruolo meta-storico unico, provvidenziale, affidato da Dio stesso ai «Padri Pellegrini» (e
successivamente ai «Padri Fondatori»): quello, cioè, di edificare la «città sulla collina»[2], come un
faro di civiltà e di giustizia per tutti gli uomini.
Secondo gli storici, i primi «Pellegrini» del Mayflower – un centinaio di puritani radicali
congregazionisti inglesi – salparono da Plymouth (Inghilterra) il 6 settembre 1620 e raggiunsero gli
attuali Stati Uniti a Cape Cod due mesi dopo, l’11 novembre. Essi abbandonarono Leida, la
tollerante città olandese che nel 1609 li aveva accolti, non soltanto per sfuggire alla persecuzione
religiosa, come spesso viene detto, ma soprattutto per poter realizzare il loro sogno di vivere in una
comunità di «perfetti», separandosi così dagli altri uomini destinati inesorabilmente alla
dannazione eterna[3].

Questo è il mito fondante della nuova nazione prescelta da Dio a guidare le sorti del mondo. In
realtà, già nei primi anni del XVII secolo diversi coloni provenienti dalla vecchia Europa, in
particolare dall’Inghilterra, si erano installati sulle coste dell’attuale Virginia per motivi meno
edificanti, coltivando tabacco, zucchero, cotone e altri prodotti e fondandovi delle società
commerciali per lo scambio con la madrepatria. Nel 1619 una nave corsara inglese aveva sbarcato
nello stesso territorio un gruppo di africani strappati a una nave negriera portoghese. I «bianchi»
residenti scoprirono presto che gli schiavi costavano meno della manodopera bianca e che
potevano essere impiegati nelle immense coltivazioni che col tempo si andavano intensificando, e
così iniziarono a importarne molti altri.

La vicenda edificante dei «Padri Pellegrini», a cui abbiamo fatto cenno, è un mito per soli bianchi:
un mito nazionalista, che si è sviluppato nei primi decenni dell’Ottocento, fra i tanti miti
nazionalisti europei del tempo[4]. Il tema della schiavitù dei neri è un’altra pagina – certamente
meno gloriosa ed edificante – dell’epopea fondativa degli Stati Uniti d’America.

Il presidente degli Stati Uniti d’America

I cittadini degli Usa scelsero il loro primo presidente nel lontano 1789, quando i delegati dei 13
Stati – ex colonie britanniche – elessero il generale George Washington a capo della nuova
federazione, che si era costituita al termine della guerra contro le truppe del re inglese Giorgio III.
Quest’ultimo, dopo le sconfitte subite in territori lontani, dovette abbandonare i possedimenti
d’oltreoceano e firmare un trattato di pace con i vincitori, a Versailles nel 1783.

Il procedimento per l’elezione del presidente degli Stati Uniti è previsto dalla Carta costituzionale,
sottoscritta il 17 settembre 1787 da 55 eminenti personalità – molte delle quali erano illustri
giuristi, filosofi e facoltosi imprenditori e commercianti – e dai firmatari della Dichiarazione
d’indipendenza. Essi vennero successivamente definiti come Founding Fathers, cioè i «Padri
Fondatori» del nuovo Stato-nazione. La durata di oltre due secoli di tale sistema politico-
istituzionale appare oggi tanto più straordinaria perché, mentre le rivoluzioni liberali e
democratiche del XIX secolo, come pure le svolte autoritarie di quello successivo, hanno abbattuto
i diversi assetti istituzionali degli antichi Stati europei, negli Stati Uniti tale sistema di governo è
rimasto quasi intatto, anzi è stato rafforzato nei suoi elementi strutturali.

Il presidenzialismo statunitense, fondato sul voto dei cittadini, è rimasto immutato nonostante le
notevoli trasformazioni economiche e territoriali che in questi oltre due secoli si sono avute in
quella grande nazione. Di fatto, gli Stati Uniti, che nel 1790 contavano un numero di abitanti non
superiore ai quattro milioni, nel 2020 sono diventati circa 330 milioni, il terzo Paese – dopo la
Cina e l’India – più popoloso del mondo. Gli Stati della federazione, che all’inizio erano 13, col
tempo sono diventati 50[5]. In origine, i coloni provenienti dagli Stati europei occupavano un vasto
territorio (in ogni caso delimitato) lungo la costa atlantica. Successivamente si sono espansi su
tutto il continente, toccando così le coste dei due Oceani che lo circondano, cioè l’Atlantico e il
Pacifico. Ciò è avvenuto in un arco di tempo piuttosto lungo, in seguito a guerre sanguinose,
combattute ora contro i nativi, ora contro altre popolazioni bianche (che abitavano i cosiddetti
«territori»[6], che non erano riconosciuti come Stati, ma erano sottoposti alla giurisdizione del
governo federale), che non accettavano il potere centrale.

La guerra civile del 1861-65, al tempo della presidenza di Abramo Lincoln, tra il Nord federalista e
proto-capitalista e il Sud autonomista, agricolo e schiavista, che costò la vita a 800.000 persone, fu
uno degli eventi fondamentali che contribuì poi a consolidare la federazione e a unificare un Paese
a quel tempo molto diversificato. «Le etnie e le religioni, in origine essenzialmente anglosassoni,
bianche e protestanti, si sono moltiplicate fino a comprendere centinaia di gruppi etnici e religiosi
facenti parte di un’unica nazione di rito pluralista che, grazie ai principi enunciati nel Settecento e
inverati nel corso di due secoli, rispetta i diritti di tutti i cittadini indipendentemente dalle origini e
dalle fedi»[7].
Secondo l’articolo 2 della Costituzione del 1787, le elezioni presidenziali, che si tengono, ogni 4
anni, il mercoledì che segue il primo lunedì di novembre, sono il cuore pulsante del Paese, il vero
centro della vita politica nazionale. La scadenza elettorale non può essere modificata né dal
presidente, né da una legge del Congresso, né dalla Corte suprema. Il diritto di scegliere l’unico
potere monocratico del Paese è interamente nelle mani dei cittadini. Questo è «il miracolo laico di
una sovranità popolare che finora, dopo una lunga sperimentazione, mai è stata infranta»[8].

Di recente, il presidente Trump, in modo inaspettato, ha proposto di spostare la data delle nuove
elezioni presidenziali a causa dell’emergenza sanitaria di Covid-19. In realtà, secondo molti analisti,
lo ha fatto perché i sondaggi lo davano perdente rispetto al suo antagonista, e il Pil, a causa della
recessione economica e della disoccupazione, era crollato su base annua del 33%. In un tweet del
mese di luglio, egli ha scritto: «Con il voto per posta universale quella del 2020 sarà l’elezione più
falsa e fraudolenta della storia. Una grande vergogna per l’America. Rinviamo le elezioni finché i
cittadini potranno votare in sicurezza»[9]. La proposta, però, non ha ottenuto il sostegno di nessun
gruppo politico, neppure dei repubblicani, ed è stata lasciata cadere.

La presidenza a scadenza automatica sta a significare che le elezioni presidenziali negli Usa non si
basano su una teoria astratta, che può mutare a capriccio delle forze politiche, ma su un congegno
elettorale ben collaudato nel tempo, che ha acquisito nel Paese una sorta di sacralità e ha la
funzione di legittimare colui che viene eletto per guidare la nazione nell’interesse di tutti i cittadini.
Infatti, va ricordato che, a partire dalla fondazione della Confederazione, le elezioni non sono mai
state sospese, neppure nei difficili anni della guerra civile, e neppure durante la Grande
depressione o in occasione della Seconda guerra mondiale.
In base alla Costituzione, il presidente aveva principalmente la funzione di contenere le spinte
centrifughe in un Paese giovane, molto esteso e variegato, e di difendere gli Stati e i «territori» dai
nemici interni e dalle grandi potenze europee o dell’America centro-meridionale. La presidenza fu
concepita dai Padri Fondatori quasi come una replica delle monarchie europee. Ora una tale forma
di governo – monarchica – non poteva rappresentare la modalità più adatta per governare una
nazione giovane e dinamica che era entrata in guerra con la corona britannica. Un potere senza una
base democratica non avrebbe certamente corrisposto alle attese egualitarie che animavano i coloni
sin dall’inizio. Quindi il governo federale doveva, da una parte, assumere un carattere stabile e
duraturo come le monarchie continentali e, dall’altra, assicurare a tutti lo status di cittadini liberi e
uguali davanti alla legge, come previsto nel preambolo della Dichiarazione di indipendenza del
1776[10].

La Costituzione di Filadelfia del 1787

La Costituzione degli Stati Uniti d’America è la prima delle Costituzioni liberali moderne, ed è
ancora interamente in vigore. Oggi è completata da 27 Emendamenti, che ne integrano la parte
relativa ai diritti sostanziali dei cittadini. Essa fu approvata il 17 settembre 1787 dalla Convenzione
di Filadelfia, convocata dagli attivisti politici degli Stati in seguito al fallimento di altri esperimenti
«confederali».
Le 13 «colonie» inglesi si costituirono in Stati autonomi nel 1776 e si strinsero in federazione,
dandosi anche uno Statuto di 13 articoli, che entrò in vigore nel marzo del 1781. Esso si manifestò
ben presto inadeguato per creare un governo federale: non vi era un presidente; il Parlamento, così
come era organizzato, non funzionava; mancava un potere coercitivo per imporre tributi, far
rispettare le leggi e punire le infrazioni. Inoltre, erano assenti corti federali che potessero far
rispettare i diritti delle persone, in particolare quello di proprietà. Si sentì quindi il bisogno di una
revisione profonda del sistema.

A tal fine, i «tredici» convennero di inviare i propri rappresentanti a una «Convenzione» che si
sarebbe tenuta a Filadelfia nel maggio del 1787, con lo scopo, come viene detto nella proposta di
Alexander Hamilton, di adeguare «la costituzione del Governo federale alle esigenze della Unione».
Ne risultò non una semplice revisione degli articoli già redatti, ma una nuova Carta, che riuscì a
conciliare l’unità del potere federale con l’autonomia degli Stati, ponendo al centro del sistema un
presidente, eletto dal popolo, che aveva poteri delimitati dalla Carta, ma molto ampi e reali[11].

La nuova Costituzione era composta da soli sei articoli – divisi al loro interno in molti paragrafi –
di carattere procedurale, incentrati sulla separazione dei tre poteri – legislativo (art. 1), esecutivo
(art. 2) e giudiziario (art. 3) – e su un impianto «duale» circa i rapporti tra il governo federale e
quello degli Stati. Era previsto anche che al vertice del sistema ci fosse un presidente. Nasceva così,
alla fine del Settecento, una sorta di «monarca repubblicano», che riuniva in sé i poteri che nei
sistemi moderni sono divisi tra il capo dello Stato e l’Esecutivo. La Costituzione affidava al
presidente i settori più importanti della vita pubblica: la politica estera, la difesa militare, il
commercio con l’estero e la politica monetaria federale[12].

In origine, i poteri del presidente riguardavano per lo più l’applicazione delle leggi approvate dal
Congresso bicamerale. Successivamente, i suoi poteri andarono aumentando con il dilatarsi delle
funzioni affidate allo Stato centrale, specialmente negli affari concernenti la difesa militare del
Paese e le questioni di carattere sociale. Quando, dopo la Seconda guerra mondiale, gli Usa
divennero una superpotenza con responsabilità in ambito internazionale, i poteri del presidente si
dilatarono a dismisura, sia sul complesso militare-industriale (dislocando militari statunitensi in
molte parti del mondo), sia sulle questioni riguardanti la sicurezza interna del Paese, come pure
quella dei suoi alleati occidentali.
Nel Novecento, la figura del presidente degli Stati Uniti, che alla fine del Settecento aveva funzioni
per lo più di rappresentanza, è diventata la quintessenza di un esecutivo forte che regola la vita
nazionale in pace e in guerra, legittimato dal consenso democratico che gli viene dato dall’elezione
popolare. Le tendenze autoritarie del presidente, che pure ci sono state negli ultimi decenni della
storia nazionale e che farebbero temere un’involuzione antidemocratica del sistema, sono in pratica
molto ridotte per il semplice fatto che la sua carica scade automaticamente nel tempo previsto dalla
Costituzione[13].

La Costituzione nel suo impianto originario non è stata mai toccata nel corso del tempo, ma
ampliata con successivi Emendamenti. Negli Usa si è sviluppata una sorta di sacralizzazione della
Carta, che è diventata, insieme alla bandiera a stelle e strisce, un simbolo di unità nazionale in un
Paese che non ha una tradizione unitaria e si caratterizza per il suo pluralismo etnico, religioso e
culturale. Di fatto questi sono gli unici punti comuni di riferimento per tutti i cittadini statunitensi.
Il «Bill of Rights» statunitense

Furono soprattutto gli antifederalisti del Sud che a Filadelfia chiesero con insistenza di inserire
nella Costituzione i diritti individuali e la salvaguardia dell’autonomia degli Stati. Il leader della
Virginia, Thomas Jefferson – che fu il terzo presidente degli Stati Uniti (1801-1809) –, ebbe un
ruolo importante in tale questione. Negli anni in cui si elaborava la Costituzione egli era
ambasciatore degli Stati Uniti in Francia (1785-89). Da Parigi scrisse una lettera indirizzata alla
Convenzione di Filadelfia, nella quale difese l’opportunità di completare la Carta esplicitando le
garanzie individuali sulla «libertà di religione, libertà di stampa, libertà dai monopoli, libertà dalle
carcerazioni illegittime, libertà da un esercito permanente, e sul diritto per tutti di aver un processo
fondato sulla giuria popolare»[14]. Accanto alle norme di carattere procedurale, che riguardavano
la struttura del nuovo Stato federale, Jefferson, insieme ad altri, sostenne la necessità di introdurre
nella Carta i diritti soggettivi riguardanti le persone. Essi furono aggiunti durante il dibattito sulla
ratifica della Costituzione, assieme ai primi 10 Emendamenti, che furono chiamati Bill of Rights.

In effetti, si tratta di una tavola di diritti sostanziali e procedurali della persona umana, alla quale,
ancora oggi, l’Occidente liberale fa riferimento. Se è vero che la teoria dei diritti soggettivi nasce in
Europa, nel solco del pensiero illuminista, di fatto essi vennero adottati e applicati per la prima
volta, sebbene in modo ancora contraddittorio, nella nuova federazione statunitense. I più
importanti diritti sono contenuti nel primo Emendamento, che difende la libertà di religione,
specificata nella doppia clausola che interdice allo Stato di riconoscere ufficialmente una religione e
allo stesso tempo di proibirne il libero culto. Esso inoltre garantisce la libertà di espressione, che
comprende la libertà di parola e di stampa.
Dallo spirito liberale del Bill of Rights maturarono in seguito nuovi diritti: l’abolizione della
schiavitù, per cui fu combattuta la guerra civile[15] e, un secolo dopo, l’eliminazione di altre norme
di discriminazione razziale (1964). Tuttavia l’integrazione razziale, nonostante gli Emendamenti
adottati, fu ostacolata negli Stati sudisti, che ancora negli anni Cinquanta del secolo scorso
continuarono a emanare leggi da apartheid. Solo successivamente, grazie ai movimenti per i diritti
civili che sorsero spontaneamente nella società statunitense, questo stato di cose iniziò a cambiare.
Tali iniziative culminarono nel 1963 nella partecipazione di centinaia di migliaia di cittadini
statunitensi alla «marcia di Washington», guidata da Martin Luther King. L’anno successivo il
Congresso approvò il Civil Rights Act, che metteva al bando la discriminazione razziale sia nel voto
sia nell’amministrazione pubblica[16].

Democratici e repubblicani

Dall’inizio dell’Ottocento le elezioni per le cariche federali (Congresso e presidente) e per la


maggior parte di quelle statali (Parlamenti e governatori) si svolsero nel quadro di un sistema
rigorosamente bipartitico. La ragione di ciò va cercata nel sistema elettorale organizzato secondo la
tradizione anglosassone dei collegi uninominali, nei quali vince solo il candidato che riceve più voti,
senza possibilità di rappresentanza per gli altri. Anche la cultura politica ha contribuito a rafforzare
tale sistema. In origine, la dialettica tra le forze politiche si è modellata su questioni prettamente
binarie, come l’atteggiamento da tenere – a favore o contro – nei confronti del centralismo del
governo federale, e se inserire o meno i diritti individuali nella Costituzione dello Stato. A
differenza dei Paesi europei, dove alla base delle divisioni politiche vi erano questioni ideologiche,
religiose o di classe, negli Stati Uniti la divisione tra le fazioni partitiche riguardava soprattutto
questioni pratiche, quali ad esempio il modo di articolare il potere centrale e come raccordarlo a
quello locale degli Stati[17].
e nei quali dominava il latifondo e la terra veniva lavorata da schiavi neri.
Fino al 1932 la divisione tra i repubblicani del Nord, definiti Wasp (bianchi-anglosassoni-
protestanti), e i democratici del Sud rifletté il sistema binario di cui si è appena parlato. Questo
paradigma, nato nei primi decenni dell’Ottocento, cambiò radicalmente verso la metà del XX
secolo, in particolare negli anni della lunga presidenza del democratico Roosevelt (1933-45). Egli,
oltre a immettere nella politica nazionale i movimenti sindacali e le minoranze etniche, promosse,
per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, un interventismo federale di vaste dimensioni, che
riguardava diversi settori della vita pubblica. In questo compito fu agevolato dalla guerra mondiale
in corso e dallo stato di emergenza nazionale. Da allora i democratici furono considerati i paladini
dello Stato regolatore dell’economia e promotore del welfare sociale a vantaggio degli strati meno
abbienti della popolazione.

Ma tra il XX e il XXI secolo, sorprendentemente, sono cambiati i connotati politici, culturali e


sociali dei due partiti tradizionali. Di solito, nelle elezioni presidenziali degli ultimi decenni il Sud e
l’Ovest si tingono di rosso (il colore dei repubblicani), mentre gli Stati della costa atlantica, del
Pacifico e dei Grandi Laghi si tingono di azzurro (il colore dei democratici). I democratici, in
generale, hanno guadagnato le grandi città e gli Stati della costa, mentre i repubblicani si sono
radicati nelle campagne e negli Stati più interni del Paese.

Il partito repubblicano, soprattutto negli ultimi decenni, essendo stato «conquistato dai
fondamentalisti evangelici del Tea Party, è diventato così il partito dei bianchi con tendenze
nativiste e integraliste sulle questioni cosiddette etiche»[18]. Il partito democratico è diventato un
grande partito liberal, attento alle problematiche di carattere sociale e ai diritti delle persone e
sostenitore dell’integrazione razziale, in particolare riguardo ai neri americani e ai latinos, che oggi
costituiscono una parte importante del Paese[19].

Tuttavia il sistema binario e bipartitico tradizionale, che da sempre caratterizza la politica


statunitense, è rimasto intatto. In questi ultimi decenni non sono però mancate correnti politiche
minori, spesso interne ai due schieramenti. Di recente, ad esempio, i socialisti del senatore Bernie
Sanders hanno lottato a lungo per ottenere la nomination per i democratici. Secondo l’analista
Massimo Teodori, «l’esperienza insegna che la presenza di un terzo partito alle presidenziali facilita
la vittoria del candidato principale da lui politicamente più distante: se il terzo partito è di destra,
agevola la vittoria del candidato di sinistra e viceversa»[20]. Questa teoria non è un assioma
inderogabile e rimane del tutto ipotetica, sebbene nelle ultime elezioni del 2016 furono proprio i
candidati del Green Party e del Libertarian Party a provocare la sconfitta di Hillary Clinton in tre
Stati decisivi per i democratici (Pennsylvania, Michigan e Wisconsin).
Ci si chiede come mai nelle elezioni presidenziali venga ancora praticato l’antico sistema «barocco»
delle elezioni indirette, per cui i cittadini sono chiamati a eleggere nei loro Stati i cosiddetti «grandi
elettori», piuttosto che optare per il suffragio diretto dei cittadini[21]. In origine tale sistema fu
adottato dai costituenti per sottrarre alla «piazza» l’elezione del presidente. Questo rientrava nella
cultura politica del tempo, che affidava l’elezione del presidente a un’assemblea ristretta di persone
(a loro volta elette), facendo in modo che quella carica fosse espressione non soltanto della volontà
dei cittadini, ma anche degli Stati. Per cui può accadere che un candidato ottenga la maggioranza
dei voti popolari, ma non quella del collegio dei grandi elettori.

L’elettorato statunitense si è dimostrato storicamente eterogeneo nelle sue preferenze, giacché non
si è quasi mai verificato, a partire dal secondo dopoguerra, che uno stesso partito abbia conquistato
la presidenza per più di tre mandati consecutivi: soltanto nel 1981-93 il partito repubblicano ha
ottenuto tre mandati consecutivi[22]. A tale riguardo, i politologi parlano di «legge del pendolo»,
che ha la funzione di garantire la tenuta del sistema democratico, voluto, alla fine del Settecento,
dai Padri Fondatori. Esso di fatto tutela il Paese da involuzioni autoritarie nel caso in cui il
presidente in carica – per un periodo di quattro, o al massimo di otto anni – abbia governato il
Paese oltrepassando i limiti posti dalla legge costituzionale. Il che non è facile che avvenga, anche
per il complesso sistema di check and balances previsto dalla Carta costituzionale, che sottopone il
potere del presidente in carica al controllo di altri organi dello Stato, cioè del Congresso e dall’Alta
corte di giustizia (i cui giudici sono nominati a vita dal Presidente).

Conclusione
Le elezioni presidenziali del 3 novembre avvengono in un clima politico e sociale difficile,
surriscaldato da questioni di non facile e immediata soluzione. Innanzitutto quella dell’emergenza
sanitaria del Covid-19, che ha profondamente segnato (soprattutto per il numero dei contagi) la
vita degli Stati Uniti. Epidemia che all’inizio di quest’anno era stata volutamente sottovalutata dal
presidente Trump, a suo dire per non allarmare la popolazione, la quale inizialmente, seguendo le
direttive presidenziali, non ha preso le misure necessarie per tutelarsi e difendersi dal virus.

Il Presidente, purtroppo, è risultato positivo al Covid-19 – come prima di lui altri capi di governo –
e il 2 ottobre è stato ricoverato in un ospedale militare, dove è stato sottoposto a cure
sperimentali[23]. Questo inciderà non poco sulla campagna elettorale in corso, il cui esito appare
sempre più incerto. Il suo avversario politico, Biden, ha fatto circolare tra i suoi l’avvertimento di
non voler speculare sulla situazione. Quindi, dopo l’incandescente duello televisivo di qualche
giorno prima, nessun attacco diretto contro il Presidente, nessuna scorrettezza, anche per non
mettere a rischio la competizione elettorale. In effetti, Biden è stato tra i primi a inviare un
messaggio personale di solidarietà a Trump[24].

Il 5 ottobre Trump ha lasciato il Walter Reed Hospital ed è ritornato, pare di sua iniziativa, alla
Casa Bianca, affermando di volersi impegnare al più presto nella campagna elettorale, anche
perché, ha aggiunto, «le fake news riportano solo i sondaggi falsi»[25]. Il team medico, però,
avverte: «Il Presidente non è ancora fuori pericolo». Per almeno sette giorni, infatti, dovrà
rimanere sotto osservazione, completando la terapia sperimentale iniziata. Diverse persone
dello staff presidenziale, intanto, sono risultate positive al coronavirus.

Conseguenza della pandemia è poi la crisi economica che sta colpendo il Paese più ricco e
produttivo del mondo: esso ora conta milioni di disoccupati e subisce un rovinoso calo del Pil del
33%.

Un’altra emergenza molto forte è quella sociale e riguarda soprattutto gli afroamericani: negli
ultimi mesi, dopo l’uccisione per soffocamento di George Floyd da parte di un poliziotto bianco di
Minneapolis, in tutto il Paese si sono svolte manifestazioni, per lo più pacifiche, per denunciare le
discriminazioni tra la popolazione bianca e quella di colore in diverse regioni degli Stati Uniti[26].

La competizione elettorale fra i due candidati si è svolta principalmente sui media – a motivo delle
vigenti norme anti-Covid –, e questo ha facilitato la diffusione di fake news e di intemperanze
verbali di ogni sorta. Inoltre, c’è stata la diffusione sul web di teorie di complotti orditi dai
democratici nei confronti degli avversari politici.
Diversi sondaggi danno Biden in vantaggio di alcuni punti rispetto a Trump[27], anche in quegli
Stati che nelle ultime elezioni avevano votato per quest’ultimo. La storia recente ci insegna che
questi dati sono del tutto effimeri e possono cambiare rapidamente, e che il vero vincitore della
«grande tenzone» lo si saprà soltanto dopo che i grandi elettori avranno espresso il loro voto.

PRESIDENTIAL ELECTIONS IN THE CONSTITUTION OF THE UNITED STATES


On November 3, 2020, the 46th president of the United States will be elected.  The Republican
Donald Trump and the Democrat Joe Biden are competing for the position, in elections where the
two candidates’ personalities express two opposing cultural universes. This article deals with the
American Constitution from a historical-institutional point of view, in particular the «exceptional»
role it assigns to the presidential office. Today, due to the Covid-19 emergency and intense social
conflict, aggravated by recent racial clashes, the election in the United States is going to take place
in a difficult political and social climate.

***

[1].      M. Gaggi, «Presidenziali americane, la forza e i limiti di Biden», in Corriere della Sera, 20
agosto 2020.

[2].      D. Fabbri, «La città sulla collina. Imperituro mito americano», in Limes, n. 2, 2020, 43 s.

[3].      Cfr M. Bruna, «Mayflower. Le origini di un mito», in Corriere della Sera, 6 settembre 2020.

[4].      Cfr T. Bonazzi, «Tutte le rinascite degli Stati Uniti», in Corriere della Sera, «La lettura», 6
settembre 2020.

[5].      Cfr D. Immerwahr, L’ impero nascosto. Breve storia dei Grandi Stati Uniti d’ America,
Torino, Einaudi, 2020, 32. Nel 1803 Thomas Jefferson acquistò dalla Francia di Napoleone, a un
prezzo piuttosto basso (a causa della malaria), il grande territorio della Luisiana. I politici della
costa Est erano inquieti per questo territorio molto vasto, abitato da coloni inglesi cattolici, da neri
liberi indiani e da persone di razza mista: insomma, da «selvaggi», ai quali non si intendeva
estendere la Costituzione della Federazione. Altri territori, come l’Alaska e parti del Texas, furono
acquistati da altri Paesi (Messico, Russia). Cfr ivi, 34.

[6].      Cfr ivi, 38.

[7].      M. Teodori, Il genio americano. Sconfiggere Trump e la pandemia globale, Soveria


Mannelli (Cz), Rubbettino, 2020, 17.

[8].      Ivi.

[9].      F. Rampini, «E Donald Trump si prepara alla guerra dei ricorsi Stato per Stato», in la
Repubblica, 31 luglio 2020.
[10].    Gli Stati Uniti, secondo la loro Costituzione, sono caratterizzati da uno dei sistemi politici
più efficaci ed efficienti del mondo. Esso è organizzato secondo il modello di una Repubblica
presidenziale a struttura federale. La Costituzione regola i rapporti tra il governo centrale o
federale e ciascuno dei 50 Stati federati. Ogni Stato al suo interno ha un proprio governo, al cui
vertice c’è un governatore, e un Parlamento bicamerale, che esercita il potere legislativo nelle
materie su cui è competente. A livello federale, gli Stati Uniti hanno un Parlamento – il Congresso
–, formato da due Camere: la Camera dei rappresentanti, composta da 435 membri; e il Senato,
composto da 100 membri. I deputati della Camera dei rappresentanti vengono eletti ogni due anni,
mentre quelli del Senato restano in carica per sei anni (con un ricambio decennale di un terzo del
loro totale). Questo fa sì che il rinnovo di parte del Congresso avvenga, oltre che in corrispondenza
delle elezioni presidenziali, anche nel periodo a cavallo di queste, nelle cosiddette «elezioni di metà
mandato», quando cioè il presidente eletto è in carica da due anni. Ciò può determinare che il
presidente in carica si trovi a dover interagire con una maggioranza opposta al suo partito, come di
recente è accaduto a Trump per il Congresso. Questo sistema, voluto dalla Costituzione, è stato
pensato per «contenere» il potere «monarchico» del presidente e frenare ogni deriva autoritaria
del suo potere personale. Si ispira al principio del check and balances («controllo e bilanciamento
reciproco») tra i maggiori organi dello Stato, anche se al presidente viene riconosciuto il potere di
veto sulle leggi già approvate dal Congresso. Cfr Atlante geopolitico 2020, Roma, Istituto
dell’Enciclopedia Italiana Treccani, 2020, 536.

[11].    Cfr F. Tonello, La Costituzione degli Stati Uniti, Milano, Mondadori, 2010, 35; G. Maranini
– E. Capozzi, La Costituzione degli Stati Uniti d’ America, Soveria Mannelli (Cz), Rubbettino,
2003, 24.

[12].    Secondo alcuni analisti, la Costituzione del 1787 non era del tutto democratica, se la
leggiamo con i criteri che oggi attribuiamo a tale sistema, «ma conteneva i germi per evolvere in
questa direzione, come infatti è accaduto nel lungo periodo». La semplicità dei suoi ordinamenti e
la procedura per modificarli tramite Emendamenti aggiuntivi (se ne contano 27 in 230 anni), che
devono essere approvati dal Congresso e dagli Stati, hanno contribuito a renderla una delle
Costituzioni più democratiche tra quelle oggi esistenti. Cfr M. Teodori, Il genio americano…, cit.,
30; R. A. Dahl, Quanto è democratica la Costituzione americana?, Roma – Bari, Laterza, 2003, 12.

[13].    Il XXII Emendamento, votato nel 1951, dopo che il presidente Franklin D. Roosevelt aveva
assunto la carica per quattro mandati consecutivi, stabilisce che «nessuno potrà essere eletto più di
due volte alla carica presidenziale».

[14].    «Bill of Rights of the United States of America (1791)»,


in www.billofrightsinstitute.org/founding-documents/bill-of-rights

[15].    Dopo la guerra civile (1861-65), che portò all’emancipazione degli schiavi, il Congresso votò
alcuni Emendamenti che avrebbero dovuto portare a termine la lunga battaglia abolizionista. In
particolare il XIII Emendamento (1868) recita: «La schiavitù o altre forme di discriminazione non
potranno essere ammesse negli Stati Uniti». Il XV Emendamento vieta agli Stati l’interdizione al
diritto di voto «per ragioni di razza, colore o precedente condizione di schiavitù».

[16].    Attraverso lo strumento degli Emendamenti furono ulteriormente ampliati i diritti civili: nel
1920 il diritto di voto fu esteso alle donne, e nel 1971 ai diciottenni.

[17].    Cfr M. Teodori, Il genio americano…, cit., 23.


[18].    Ivi, 24.

[19].    Secondo proiezioni non recenti (l’ultimo censimento è del 2010) gli ispanici residenti negli
Usa sarebbero circa 50 milioni: cfr «Quanti sono gli ispanici negli Stati Uniti?», in Il Post, 25 marzo
2011.

[20].    M. Teodori, Il genio americano…, cit., 25.

[21].    Praticamente esso funziona in questo modo: i cittadini sono chiamati a eleggere delegati, che
a loro volta esprimeranno il loro parere o voto per uno dei candidati presidenziali. I due rivali per la
presidenza, invece, vengono scelti all’interno dei loro partiti di appartenenza (repubblicano e
democratico), tramite un sistema di elezioni primarie, che avviene attraverso un lungo sistema di
selezione. Cfr Atlante geopolitico 2020, cit., 536.

[22].    Dal 1900 al 2020 sono stati eletti 20 presidenti, di cui 11 del partito repubblicano e 8 del
partito democratico. I primi hanno governato il Paese per 60 anni, gli altri per 56.

[23].    Cfr G. Sarcina, «Trump portato in ospedale. I medici: affaticato e cure sperimentali»,
in Corriere della Sera, 3 ottobre 2020. Anche la moglie del Presidente, Melania, è stata contagiata.
Secondo indiscrezioni, pare sia stata la sua prima consigliera, Hope Hicks, a trasmettergli il virus.
Infatti, essa era risultata positiva al Covid-19 già da mercoledì 30 settembre, quando i due hanno
viaggiato insieme sull’elicottero presidenziale. La Casa Bianca sapeva, ma non ne ha dato
comunicazione.

[24].    Cfr F. Rampini, «Spot sospesi e niente ironie. Le contromosse dei democratici dopo il
ricovero del Presidente», in la Repubblica, 4 ottobre 2020.

[25].    G. Sarcina, «Trump dimesso: non temete il virus. Ma per i medici è ancora a rischio»,
in Corriere della Sera, 6 ottobre 2020.

[26].    Cfr D. Remnick, «Una rivolta americana», in Internazionale, 5 giugno 2020, 19.

[27].    Cfr I. Brenner, «I pericoli che sta correndo la democrazia americana», in Corriere della
Sera, 15 settembre 2020; P. Mastrolilli, «Ci riprenderemo i nostri bastioni. Biden caccerà Trump
dal Midwest», in La Stampa, 10 settembre 2020.