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IL SENTIMENTO
DELLA RICORSIVITÀ
Sulla possibilità del cambiamento
attraverso la filosofia e la psicoterapia

Sergio Vitale
Chi~ava questo: aspettate con tranquilla pazien-
za. E una grande norma. Gli uomini mutano da
loro stessi, quando non si vuole espressamente
mutatli, e invece gli si offre inavvertitamente l' oc-
casione di vedere e di ascoltare.
G.C. Lichtenberg

1. Bloch, Non tutto ciò che accade, accade come evento.


Wittgenstein, Di quanto è racchiuso nell'arco di un solo giorno, al-
Pessoa cune cose soltanto emergono reclamando un senso.
Molte altre - ma quante? - si compiono e magari
si ripetono in silenzio, vanno e vengono, si direbbe,
senza lasciare traccia. Accadono di lato a noi, e per
questo non ce ne avvediamo; sostano per un attimo
in bilico sul filo del senso e del non-senso, e poi qual-
cosa (qualcuno) le fa scivolare da una parte o dall'al-
tra: possono nascere come evento o rimanere forse per
sempre rinchiuse nel limbo della presenza. "Comun-
que" come dice Bloch, "la vita rimane confusa e non
è stata costruita per noi; il sassolino cade ora nella poz-
za di una fattoria ora su una collina e raramente sul
Gottardo, e anche qui ci vuole ancora una divisione
delle acque, una piccola spinta da una parte e va ver-
so il Mediterraneo, dall'altra e va verso il mare del
Nord" 1 .
Quante macchie d'inchiostro, per esempio, so-
no state versate dalle penne più diverse e sulle pagine
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più disparate, e tutte sono state spinte verso l'oceano


del non-senso. E quante, ancora oggi, conoscono in-
cessantemente lo stesso destino. Accanto a queste, le
macchie che, sottratte da un caso felice all'anonimo
accadere della presenza, hanno indicato, a chi seppe
interrogarle, segreti orizzonti di significanza: come la
macchia che insudiciò la lettera ad Edoardo, ne Le
affinità elettive di Goethe; o quella che segnò la gelo-
sia di Freud per Martha Bernays, schiudendo il cam-
mino alla teoria degli atti mancati 2 ; o quelle ancora
che Hermann Rorschach mostrò ai suoi pazienti, nel-
l' ospedale di Miisterlingen, per leggere più a fondo
nel mistero della loro follia.
Sotto un certo aspetto, la percezione di un evento
somiglia ad un lavoro di estrazione: si tratta di sepa-
rare qualcosa da un tutto che prima lo serbava in sé,
trattenendolo nell'indistinto; non qualcosa, tuttavia,
di già compiuto e definito (questa è l'illusione che si
cela dietro ogni metafora archeologica), ma che piut-
tosto comincia a prendere forma e ad esistere sul pia-
no del significato nel momento stesso in cui viene af-
ferrato e staccato dall'anonimo precipitare della pre-
senza. Allora soltanto, possiamo dire, ciò che accade
assume le sembianze dell'evento, ovvero viene per-
cepito come figura nuova che si distacca dallo sfondo 3 •
L'intero processo della conoscenza è volto a ren-
dere più chiara e netta quella linea che racchiude in
sé le forme, di modo che le figure, dapprima incerte
e !abili, possano alla fine separarsi definitivamente dal-
lo sfondo, consolidandosi in altrettanti 'pezzi' di real-
tà. Ogni teoria, allora, non è che un dispositivo per
tracciare 4 contorni e suscitare figure: fatti e idee, sog-
getti ed emozioni divengono dominio del sapere -
pubblico o privato- solo una volta che il nostro 'oc-
chio' abbia acquisito la capacità di 'vedere', di distin-
guere qualcosa in mezzo a tutto ciò che accade alla
luce di un qualche stratagemma ottico.
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La percezione dell'evento è però un processo che


insieme illumina e nasconde: fa emergere qualcosa che
fino ad allora era sconosciuto ma al tempo stesso get-
ta in ombra altri aspetti della presenza. Ed è questo
chiaro-scuro l'intreccio stesso della conoscenza: il li-
bro del mondo si popola di figure sempre nuove, dan-
do l'impressione di una lettura sempre più nitida e
profonda; ma come per ogni libro non prestiamo al-
cuna attenzione a quegli spazi muti tra una parola e
l'altra, dove niente sembra potersi nascondere o ac-
cadere, quasi si trattasse del risultato necessario quan-
to contingente - residuo assolutamente sprovvisto
di significato - del farsi del discorso.
Eppure l'evento contiene molto di più di quan-
to lascia cogliere, e la figura che l'atto percettivo ar-
riva a ritagliare, per quanto vasta e articolata, non
esprime tutto intero il senso di ciò che è accaduto.
Come per la madelaine di Proust, potremmo seguire
per ogni avvenimento una fitta rete di richiami e di
corrispondenze che portano sempre più lontano, o me-
glio sarebbe dire che indefinitamente ci avvicinano
al cuore stesso dell'evento. In una sorta di esercizio
quotidiano, potremmo soffermarci ad ascoltare quanto
si cela attorno a qualsiasi accadimento, anche il più
piccolo. Sono, anzi, proprio gli eventi minimi quelli
che, più di altri, ci fanno intuire la ricchezza stermi-
nata che in loro si nasconde, Roiché "oggi c'è molto
da raccogliere tra i rifiuti" 5 • E come se provassimo
a guardare un film non più facendo attenzione alle im-
magini eloquenti in primo piano, bensl alle piccole cose
- alle ombre - che vivono minutamente al fondo
dello schermo, ai margini della visione: ne ricaverem-
mo certo una seconda storia, la quale vive - presen-
te ma occultata - dentro l'altra.
Vorrei si pensasse a quei disegni che possono es-
sere interpretati ora in un modo ora in un altro, e che
misteriosamente sotto il nostro sguardo assumono for-
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me diverse. Qui la figura accoglie nella sinuosità del


suo contorno la pienezza di ciò da cui vorrebbe sepa-
rarsi, ma non c'è vero distacco: solo un profondo, in-
solubile, reciproco tenersi. Riprendendo i termini di
D.R. Hofstadter 6 potremmo chiamare "ricorsive"
queste figure, per significare che il loro sfondo può
essere visto, a sua volta, come una figura a sé stante.
Molte opere dell'artista olandese Maurits Cornelis
Escher costituiscono un esempio a questo proposito:
egli ha pensato alla forma positiva del suo motivo rei-
terato, e l'ha poi tracciata in modo che il vuoto crea-
to dai profili non fosse semplicemente il risultato ac-
cidentale del gesto grafico (come solitamente avvie-
ne), ma sfociasse in un ulteriore motivo reiterato dif-
ferente. Il controscambio, la corrispondenza fra for-
me positive e negative, fa sì che il mondo abitato dal-
le creature di Escher sia un mondo senza sfondo: non
c'è nessuna divisione delle acque e ogni cosa scivola
inesorabilmente lungo un unico versante.

Non c'è dubbio che ciò contrasti con il nostroc


modo di vedere usualmente la realtà. Una collezione
più o meno organizzata di figure: in questo consiste
il modo abituale di strutturare l'esperienza. Concet-
ti, categorie, modelli entro i quali far rientrare i più
disparati aspetti della realtà: tutte forme che si sta-
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gliano su qualche sfondo, orgogliose della capacità di


erigersi sul nulla, di conquistare una visibilità e un sen-
so a scapito del resto. "La forma g~nerale della pro-
posizione" dice Wittgenstein, "è: 'E cosl e cosl'" -
Questo è il tipo di proposizione che uno ripete a se
stesso innumerevoli volte. Si crede di star continua-
mente seguendo la natura, ma in realtà non si seguo-
no che i contorni della forma attraverso cui la
guardiamo" 7 •
L'enciclopedia è un repertorio di forme, dalle
quali infine - con un impercettibile rovesciamento
-siamo posseduti inconsapevolmente: ''Un'immagine
ci teneva prigionieri. E non potevamo venirne fuori,
·perché giaceva nel nostro linguaggio, e questo sem-
brava ripetercela inesorabilmente" 8 • Pensieri, paro-
le, identità strappati al buio della non conoscenza, co-
me fari luminosi che rompono la tenebra. In una pa-
rola: esperienze corsive, le quali ci consegnano mappe
corsive della realtà. E, come su una mappa, gli alberi,
le case, il fiume, le strade, la collina... - e tra di lo-
ro? Che cosa accade tra quel filare di alberi e l'altro,
tra le case e la collina, o dentro il fiume? La mappa
non lo dice, e quel che dice acquista rilevanza in fun-
zione del non detto: se per assurdo si arrivasse a rea-
lizzare una mappa capace di contenere tutto quanto
l'accadere del mondo, ci troveremmo al punto da cui
siamo partiti e nessuna delle nostre domande - per-
ché?, che cosa? - avrebbe più risposta 9 • La cono-
scenza, per essere tale, non può che essere parziale,
e quanto noi sappiamo è puntellato - tenuto in vita
- da tutto ciò che si sottrae al raggio della luce.
Eppure le invenzioni di Escher sono un invito
a pensare quello a cui un tempo, forse, eravamo più
vicini, e cioè il pensiero di quanto accade sull'altre
versante della linea, quando noi accortamente, inf8
ticabilmente, tracciamo le figure. Si tratta, in altre pa
role, della consapevolezza della ricorsività: ovvero L
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consapevolezza che la figura non si esaurisce nel suo


semJ;!lice accadere, nemmeno se disegnata con dovi-
zia. E come se in essa "scoccasse un'ora, bisogna ten-
dere l'orecchio: a che punto siamo? Dagli avvenimenti
scaturisce un 'bada!' che altrimenti non sarebbe tale;
oppure un 'bada!' che era già là prende degli eventi
insignificanti per tracce ed esempi'' 10 •
Questa consapevolezza oggi non la possediamo
interamente, ma solo in modo precario e discontinuo.
"L'annidarsi di cose entro cose e le sue variazioni"
- secondo la definizione di Hofstadter 11 - è qual-
cosa che non viene mai tenuto a mente abbastanza.
La coscienza interviene prontamente a spezzare la ca-
tena in qualche punto, liberando le forme e facendo-
le librare sull'orizzonte del significato. E forse non
può essere altrimenti, se rimaniamo stretti al domi-
nio della conoscenza. Una mappa ricorsiva non l' avre-
mo mai; essa non può essere tracciata, senza che non
sia più se stessa. Ma quello che possiamo avere - e
che manca al nostro tempo - è il sentimento 12 della
ricorsività. In questo senso, è una questione di natu-
ra estetica, che inerisce alla sfera del nostro sentire:
si tratta di avvertire l'ombra che accompagna il risul-
tato di ogni teoria e di tematizzarla non più sempli-
cemente come qualcosa di accidentale e privo di si-
gnificato. "D'altra parte, gli elfi e gli arcangeli, rico-
nosciuti sia per via d'ipotesi sia senza volerlo, non rap-
presentano una sorta di 'essere' che sta a lato o al di
sopra di ciò che 'è'?" u.
Dobbiamo affidarci allo stupore: è questo "l'u-
more così vuoto, così puro" 14, che ci avvicina alla ri-
corsività. Intendo lo stupore - che Bloch chiamereb-
be metafisico -il quale prolunga il suo interrogati-
vo ben oltre la prima risposta, e non si spegne in nes-
suna teoria o immagine del mondo per quanto sapien-
temente formulate. Non semplicemente il sentimen-
to da cui dipende l'intera conoscenza, destinato poi
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da questa ad essere annientato, ma quello "'stato fi-


nale' che fermenta nelle cose" 1', e dura senza mai
finire, alimentando i sogni e le visioni di chi ha deci-
so di stare come alla finestra. Solo cosl, lasciandosi
portare da nessuna parte precisamente, in balia d'un
"sentimento molto confuso", sarà possibile arrivare
al "nocciolo di ogni questione". E allora "i grandi
enigmi del mondo non ... nasconderanno interamen-
te il suo unico segreto invisibile" 16 : la ricorsività.

Colui che si abbandona allo stupore non si ac-


contenta del lato visibile che le cose offrono allo sguar-
do. Ai suoi occhi, non le figure, ma i loro dintorni
valgono la pena. Egli cerca la penombra, poiché so-
spetta della troppa luce in cui le cose esibiscono il mas-
simo della loro compiacente plausibilità. La trasparen-
za, oltre una certa soglia, cessa di essere un valore.
Quando la realtà si mostra con estremo nitore e il sen-
so dell'ordine trionfa sul disperso coesistere del mon-
do, dando l'illusione di poter vedere tutto, allora sia-
mo ciechi proprio dinanzi al fatto più importante: che
ogni visione è dono della teoria. Nasce coslla con-
vinzione di essere direttamente al cospetto delle co-
se, come succede quando la purezza assoluta del ve-
tro di cristallo non porge resistenza allo sguardo che
l'attraversa da parte a parte, dissimulando fino in fon-
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do la propria esistenza. Ebbene, lo stupore è il fiato


che appanna tale trasparenza, e rende percepibile l'e-
sistenza del cristallo. Fa più opaco il mondo, !ascian-
dolo pervenire a se stesso non più immerso nella fram-
mentazione più o meno organizzata di molteplici fi-
gure. Solo allora, chi si pone in ascolto della ricorsi-
vità sa - come l'uomo molto saggio di una delle sto-
rie narrate da Bloch - che, di quando in quando, oc-
corre mettere gli occhiali, se non si vuole vedere tut-
te le cose come un'unica cosa.
Il desiderio di un eterno stare alla finestra, ''co-
me un fumo immobile, sempre, sempre con il mede-
simo momento dell'imbrunire che addolora la curva
dei monti", ha acceso la sensibilità di un artista co-
me Fernando Pessoa 17 . Egli ha fatto dell'annidarsi di
cose entro le cose un'ossessione, spinta fino a dissol-
vere il senso stesso della propria identità 18 • Ciò che
accomuna Pessoa - o forse sarebbe meglio dire Ber-
nardo Soares, una delle figure eteronimiche maggiori
- alla tensione metafisica di Bloch è la rabbia e in-
sieme la tenerezza con cui affonda nelle sensazioni mi-
nime, ergendosi a solenne investigatore della futilità.
Comune è la certezza che sono proprio le cose minu-
scole a segnare l'ingresso al mistero del mondo. Non
tematizzate da alcuna enciclopedia, esse "sanno d'ir-
realtà": non sono altro che quello che sono. Come il
sasso lungo il sentiero, il quale, non destando in noi
altra idea se non che quel sasso esiste, "può solo su-
scitare, di conseguenza, l'idea del mistero della sua
esistenza" 19 , altrettanto oscura di quella degli elfi o
degli arcangeli, di un filo d'erba o di un ramo di pi-
no. "Il ramo" domanda Bloch, "non dà forse immen-
samente da pensare, sia prima che dopo? Non è un
frammento del tutto, che non si può nominare? Con
il suo 'essere' non si sporge anch'esso sul 'nulla', nel
quale potrebbe anche non essere o non essere tale e
che lo rende doppiamente straniante?" 20 .
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N ello sguardo sulle piccole cose ci sfiora la cer-


tezza che ogni accadere è solo quel che accade, senza
nessuna divisione delle acque, o linea che separi ciò
che ha senso da ciò che non lo ha. Tutto scivola lungo
un unico versante, verso qualcosa senza nome. Il mon-
do "è come è", non contiene informazione né figu-
re: queste sono ciò che nç_ tiriamo fuori agendo corsi-
vamente nell'esperienza. E la certezza che emerge dal-
le pagine di Wittgenstein, per il quale la ricorsività
sta dall'altro lato del limite all'espressione dei pen-
sieri. Seguendo le celebri proposizioni che chiudono
il Tractatus, "non come il mondo è", è la ricorsività,
"ma che il mondo è"; dà cui la conclusione intangibi-
le e definitiva: "Su ciò, di cui non si può parlare, si
deve tacere" 21 •

Possedendo insieme la medesima certezza, Witt-


genstein, Pessoa e Bloch tuttavia ne traggono destini
diversi. Se il primo s'impone la rinuncia alla parola,
e in questo ravvisa d'aver risolto nell'essenziale il pro-
blema della vita - "Non è forse per questo che uo-
mini, cui il senso della vita divenne, dopo molti dub-
bi, chiaro, non seppero poi dire in che consisteva que-
sto senso? V'è davvero dell'ineffabile. Esso mostra sé,
è il mistico" 22 - ; Pessoa, contradditoriamente desi-
deroso della possibilità di rimanere cosi, "senza che
le nostre labbra pallide peccassero più parole", inse-
gue con ostinata disperazione nel linguaggio la trac-
cia della ricorsività, pronto a disfare il proprio "io"
in un nucleo abissale di pensieri e sensazioni pur di
poterla nominare, ''scrivendo con l'anima come se fos-
se inchiostro" 23 • Solo in Bloch, il sentimento della
ricorsività conduce altrove e diventa infine possibili-
tà di trasformazione e cambiamento, perché nutrito
di qualcosa che assolutamente non compare in Witt-
genstein né in Pessoa: la "speranza che proprio per que-
sto tutto possa ancora 'essere' diversamente ... e di-
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venti infine felicità, essere come felicità" 24 • Su que-


sta speranza, e sulla felicità come suo coronamento
- in altre parole: sulla ricorsività come dimensione
del cambiamento- c'è però molto da riflettere, ed
il cammino - lo sappiamo - non è ancora co-
minciato.

2. Intermezzo Tanti sono i modi di porsi in ascolto della ricor-


sività, e di utilizzarne il sentimento per tradurla in
conoscenza. Ci sono, ad esempio, nella psicoanalisi ta-
luni accorgimenti, elevati al rango di regole tecniche,
che paiono creati per sondare quanto si cela al di là
della figura percepita, posti da Freud specularmente,
a un capo e all'altro del rapporto analitico. Le libere
associazioni del paziente dilatano lo sviluppo corsivo
del racconto, lo frantumano in mille direzioni, spin-
gendolo lungo linee inesplorate, non segnate sulla carta
della coscienza. Dall'altra parte, l'attenzione fluttuan-
te dell'analista, il suo ascoltare "distratto", dispone
alla visione di quanto è nei dintorni del discorso, più
che nel discorso stesso. Come in un quadro di Escher,
lo spazio negativo si scopre abitato da figure che non
volevamo riconoscere, o non potevamo, trattenute co-
m'erano nel buio dello sfondo. Nasce in tal modo
un'altra storia, assai diversa da quella di partenza, ma
- come tutte le storie - di nuovo e sempre chiusa
su se stessa.
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L'evocazione della ricorsività è qui soltanto un


espediente per produrre il cambiamento, ma lo scam-
bio sapiente che s'effettua è, alla fine, tra un insieme
di figure e un altro, il baratto spesso doloroso di mappe
della vita, che non contiene in sé alcuna promessa,
se non quella del passaggio dalla miseria patologica ad
una comune infelicità 25 •
Quel che d'importante c'è nella psicoanalisi è,
si direbbe, la scoperta della ricorsività dentro di noi:
l'infinita fuga dei significati, la quale, tuttavia, non
potrebbe agire terapeuticamente nei confronti dell'Io
senza una qualche limitazione. Per questo, il mondo
'esterno' dei rapporti umani, degli oggetti e degli even-
ti - una volta spogliato dalla carica proveniente dal
profondo - mantiene intatta la sua fisionomia corsi-
va senza discussione. Per dar forza alle proprie costru-
zioni, che ricompongono la storia di una vita secon-
do un ordine meno lacerante, Freud non ha potuto
fare a meno della più grossa delle "superstizioni": la
causalità. Sulla sua base, infatti, sono formulati i nessi
che rendono intelligibile un disegno a tutta prima
oscuro e lacunoso. Ciò che s'impone, alla fine, è la
chiarificazione di quanto il paziente percepisce, un
mutamento nella sua percezione.
Così il riconoscimento si ferma a mezza strada:
Freud ha spinto la ricorsività verso l'interno, chiuden-
dola in una regione che ha chiamato inconscio; e tut-
te le proprietà da lui assegnate al processo primario
- l'assenza di negazioni, di tempi (prima che, dopo
che ... ) e di qualsiasi identificazione di modo verbale,
la metaforicità - possono di fatto, a ben vedere, co-
stituire altrettante caratteristiche dei processi ricorsivi.
n compito di completare il riconoscimento, di-
latando la ricorsività verso l'esterno, sino a coprire
l'intero 'essere' del mondo, è stato assunto, qualche
decennio più tardi, da Gregory Bateson. Egli ha rac-
colto sul piano dell'epistemologia le tensioni presenti
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in autori come Bloch e Pessoa, e si è posto la domanda-


rebus: "Che cosa limita le unità, che cosa limita le
'cose' e, soprattutto, che cosa- se c'è - limita il
sé? Esiste una linea o una specie di sacco cosl che si
possa dire che 'dentro' la linea o l'interfaccia ci sono
'io' e 'fuori' c'è l'ambiente o qualche altra persona?
Con quale diritto facciamo queste distinzioni? 26 • Cer-
to, lo possiamo vedere ogni momento, il davanti del-
le cose è chiaro o rischiarato, ma di che cosa è fatto,
insomma, il dorso delle cose o il sotto, fluttuante e in-
definito? 27 .
Bateson ha svelato la natura arbitraria di ogni di-
stinzione - siano esse frutto di saggezza o di follia
-,giungendo alla "scoperta che non vi sono confini
o forse che non esiste un centro" 28 • L'illusione è frut-
to del linguaggio (come già aveva mostrato Wittgen-
stein), il quale accentua indebitamente le "cose sepa-
rabili' ', e sottolinea solo un aspetto di qualunque in-
terazione. La rosa sembra rossa indipendentemente
dallo sguardo che la coglie, ma com'è il suo rovescio?
La cosa, la cui qualità è il colore, si chiama veramen-
te 'rosa', nella sua essenza è realmente una rosa? ...
La rosa sa di essere una rosa?" 29 • Agli interrogativi
sollevati da Bloch, Bateson sembra rispondere ripe-
tendo con rinnovata forza il pensiero sommesso di Pes-
soa: "Tutto ciò che esiste, esiste forse perché un'al-
tra cosa esiste. Nulla è, tutto coesiste: forse è giusto
che sia cosl" 30 • La "struttura che connette" è un al-
tro nome per la ricorsività, scelto da Bateson con la
consapevolezza che il nome, comunque sia, non è mai
la cosa designata.
Un intero stuolo di metafore e concetti è stato
mobilitato per accerchiare il sentimento di quanto si
cela oltre il filo del visibile e tradurlo nel linguaggio
della conoscenza. La cibernetica, la teoria dei tipi lo-
gici, la teoria generale dei sistemi - e molto altro an-
cora - hanno fornito a Bateson gli spunti e le parole
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per pensare quella "danza di parti interagenti" altri-


menti inafferrabile. Quello che è il punto d'arrivo del
suo cammino, il concetto di Mente come sistema to-
tale di tutto ciò che accade, ha poco senso volerlo di
nuovo definire con altri nomi ancora: Dio, Sopran-
naturale, ecc. Se così facessimo, saremmo simili agli
stolti - che lo stesso Bateson rammenta - i quali
"si precipitano là dove gli angeli temono di posare il
piede" 31 . Poiché è "mostruoso ... volgare, riduzioni-
sta, sacrilego ... '' arrivare a precipizio come una rispo-
sta troppo semplificata. Si può scorgere il punto dove
termina la nostra conoscenza nel mondo, ma non do-
ve il mondo, in sé, finisce. Ancora, con le parole di
Wittgenstein: "Come il mondo è, è affatto indiffe-
rente per ciò che è più alto. Dio non rivela sé nel
mondo" 32 •

Se si dovesse trovare un'immagine capace di porsi


come emblema della ricorsività, potrebbe, forse, es-
sere quella interrotta e irregolare della macchia. Le
chiazze di muffa sul soffitto, da cui nascono le figure
e ·le storie più bizzarre; oppure le macchie di Ror-
schach, che lo sguardo trasforma in innumerevoli for-
me rinascenti dall'aria familiare o sconosciuta: oggetti
contaminati da molteplici significati, che, nella loro
costitutiva aleatorietà, incessantemente distolgono il
pensiero da visioni sicure e stabilite.
Ma fuor di metafora· - o forse passando ad un
livello metaforico diverso-, è possibile conoscere la
macchia nella sua concretezza, e insieme ad essa tutti
quegli oggetti, come il sasso, la nuvola, la montagna,
che per la loro forma ~rratica la scienza ha preferito
sempre non trattare? E possibile una conoscenza ma-
tematica della ricorsività, in grado di ricondurla ad
un ordine?
· La geometria dei fratelli di B.B. Mandelbrot sem-
bra fornire una risposta positiva a tutto questo 33 • Egli
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si è proposto di cercare nell'universo materiale quan-


to Bateson, più o meno nel giro degli stessi anni, ave-
va voluto ravvisare nel mondo del vivente: la struttu-
ra che connette insieme tutta quanta la dispersione
del coesistere. Comparando fra loro fenomeni diver-
si -la distribuzione delle galassie e le statistiche delle
piene del N ilo; i saponi e lo sviluppo della costa della
Bretagna-, Mandelbrot ha 'scoperto' la loro proprie-
tà comune: ogni piccola parte dell'oggetto è sempre
un'immagine ridotta dell'oggetto intero (proprio co-
me, ancora una volta, potrebbe accadere in un qua-
dro di Escher), e questa regolarità ricorsiva è ciò che
consente di delineare una struttura, traducibile in
un'espressione matematica.
Ma la geometria frattale degli oggetti, che a tratti
può apparire come la segreta geometria della natura 34 ,
è - come ogni struttura - una versione sempre un
po' appiattita della 'verità', un'astrazione che prescin~
de dall'infinita minuzia del particolare (la quale cosl
rimane inconteso appannaggio di quanti hanno scel-
to di guardare alla finestra). Di questo Mandelbrot,
al pari di Bateson, si mostra consapevole; che descri-
vere tutto il caos della natura "sarebbe un' ambizio-
ne senza speranza e senza interesse" 35 • Guardando
alla realtà con i suoi occhi, solo questo è accaduto
d'importante: tra il dominio inaccessibile della ricor-
sività e l'eccessivo ordine di Euclide, ora si estende
la mappa nuova dell'ordine frattale.

3. Una storia La coscienza 36 aderisce ai propri oggetti in ma-


di parentesi niera imperfetta e discontinua, e dal suo lembo solle-
perdute vato fluiscono le trame della conoscenza. Ireneo Fu-
nes, il personaggio borgesiano, la cui memoria prodi-
giosa rendeva cosciente del mondo in ogni suo parti-
colare, era un uomo che non conosceva niente e non
poteva narrare alcuna storia 37 • Tale era la realtà so-
vraccarica che convergeva su di lui, da annullare ogni
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sforzo di ordinamento o di classificazione. Diversa-


mente dal suo irraggiungibile destino, sfiorato da
quanti inseguono il mistero delle cose, a noi è dato
di vivere in virtù della natura discreta, lacunosa, del-
la coscienza, che lascia passare a sprazzi il buio e la
dimenticanza, assimilandoli come parte integrante nel
tessuto del sapere.
Se decidiamo di considerarla come un episodio
dell'evoluzione la coscienza è sorta allo scopo di se-
pararci, di difenderci, dalla ricorsività: la sua nebbia
ostinata ci consente, infatti, di guardare senza veder-
la, di ascoltare senza udirla, di dimenticare tutto, o
quasi; come Ireneo faceva, quando era "come tutti
i cristiani".
Per altro verso, è negli stati altri dalla coscienza
-il sogno, il delirio, l'estasi mistica- che si fa in-
contro a noi la ricorsività. Spazi di iper-coscienza, for-
se, o di coscienza liberata, in cui si svela confusamente
il 'non-ancora' e 'l'oltre' che stanno nelle cose. "A
mettere tutto in parentesi" come direbbe M.C. Ba-
teson, in casi come questi "si avrebbe qualcosa come
(((()))), o magari (((())))(((())))" 38 •
Ma è mai possibile narrare sino in fondo storie
simili? Potremmo raccontare veramente - anche so-
lo a noi stessi -l'ultimo sogno fatto prima dell'alba,
se non sognandolo una seconda volta? Se la coscien-
za non intervenisse a liberarci, la ricostruzione della
sequenza di una intera giornata richiederebbe una
giornata intera per essere compiuta; e ancora una vol-
ta, al termine, ci troveremmo al punto da cui siamo
partiti: con il bisogno di ordinare e di conoscere. Le
storie - le teorie - che solitamente si raccontano
sono, invece, molto più concise: hanno perduto, nel
corso del loro concepimento, un buon numero di pa-
rentesi; cosicché la loro lunghezza è sempre minore
di quella della configurazione che intendono descri-
vere. Ed è proprio dallo scarto tra queste due lunghez-
200

ze che diventa possibile ricavare la misura dell'ordi-


ne introdotto 39 •

La narratizzazione (e, insieme ad essa, il princi-


pio che la regge: la causalità) implica, in quanto pro-
cesso inseparabile dalla coscienza, la dimensione del
tempo. O più precisamente, secondo le parole di Ri-
coeur, "il tempo diviene tempo umano nella misura
in cui viene espresso secondo un modulo narrativo" 40 .
La collocazione nella temporalità di ciò che accade è
una delle clausole importanti per donare senso, per
costruire e rappresentare l'ordine sequenziale degli
eventi; e le stqrie costituiscono "il mezzo privilegia-
to grazie al quale d-configuriamo la nostra esperien-
za temporale confusa, informe e, al limite, muta" 41 .
Ma qual è la specifica natura di questo tempo
umano prodotto dalle storie; in che modo esso si dif-
ferenzia dal tempo, senza alcun altro attributo, rispetto
al quale Agostino ammetteva l'incapacità di fornire
spiegazioni?
Forse una risposta si comincia a intravedere se,
nella prospettiva che abbiamo adottato, consideria-
mo che la successione è, sul piano temporale, l' espres-
sione delle operazioni che tracciano figure sul fondo
opaco del vivere, dell'agire e del soffrire umani. Men-
tre la simultaneità, dal suo canto, rimanda a quell'an-
201

nidarsi di cose dentro le cose-(((())))!, appunto-


che prima abbiamo chiamato ricorsività.
Il tempo umano allora - il solo che il dominio
della coscienza sia propenso a riconoscere come il suo
naturale- si scopre quello dell'ordine diacronico: il
tempo che contiene al suo interno una tensione, una
freccia che punta in una sola direzione, verso qualco-
sa, un 'dove', un 'quando', segnati sulla mappa. Il tem-
po della ricorsività è, invece, quello dell'accadere sin-
cronico: il tempo senza finalità e senza desiderio che
non porta da nessuna parte; il presente eterno e
atemporale 42 . Potremmo anche chiamare troppo uma-
no questo tempo, che si muove senza tuttavia evol-
vere, per significare come sia possibile sostenerne il
peso solo per coloro i quali - esigua minoranza -
arrivano a sfuggire al primato della coscienza. Esso
conduce fuori dai confini angusti di ciò che viene co-
munemente detta la salute della mente; dissolve la cen-
tricità dell'io; sposta il punto d'equilibrio troppo di-
stante dai luoghi accertati del sapere, perché possa es-
sere riconosciuto come tempo comune dell'esperienza.
Ma si tratta di ricercare questo nuovo equilibrio,
di forzare il tempo umano sino a comprendere la si-
multaneità, se vogliamo arrivare a possedere una co-
scienza estesa - che non sia soltanto quella dell'or-
dine diacronico - la quale ci ponga in rapporto alla
ricorsività come dinanzi a un'occasione etica. Poiché
sarebbe un errore considerare diacronia e sincronia
come due dimensioni tra cui scegliere a piacere, ognu-
na in sé conchiusa. La simultaneità, piuttosto, costi-
tuisce il fondamento inderivabile, assoluto, da cui
muove ogni azione e ogni conoscenza. Essa è il fon-
damento stesso della successione, rispetto al quale que-
st'ultima è solo una costruzione a posteriori, uno stra-
tagemma cognitivo messo in atto per comprendere ciò
che, altrimenti, sfuggirebbe di continuo.
Potrà tale consapevolezza imporsi - uscire dal-
202

l'oblio che la teneva prigioniera - per diventare il


presupposto etico che guida l'esperienza? Si è già scrit-
to altrove 43 come attraverso la coscienza della simul-
taneità si compia quella interiorizzazione del vincolo
intersoggettivo che è alla base della morale, e che tra-
sforma l'uomo particolare in ente generico. Ora si po-
trebbe aggiungere che dal sentimento della ricorsivi-
tà emerge la consapevolezza del carattere intrinseca-
mente erètico della conoscenza, la quale presuppone
sempre una scelta dietro ogni sua più piccola inten-
zione. Il mondo non ci appare consegnato a disegni
segreti e irrevocabili: è il risultato di una qualche ere-
sià, di noi che scegliamo sempre il falso rispetto alla
ricorsività.
Il "principio speranza", di cui parla Bloch, na-
sce anche di qui: dall'essere convinti della revocabili-
tà di ogni sentenza, soggiogati dal nostro destino di
falsari. È solo qùesta convinzione che può spingere
- pur sapendo "quanto è incerta e oscura la causa
del mondo", o anzi proprio per questo - a credere
che "tutto possa ancora 'essere' diversamente". In
questa luce le figure, anche quelle tracciate con mano
ferma e perentoria, più che mostrare il mondo nella
sua intima articolazione, "non sono che impronte di
un camrtJ.ino verso il nuovo che deve essere ancora per-
corso. Solo molto in là, lontano, qualunque sia l'in-
contro o l'accadimento, l'evento è lo stesso" 44 •
Ma giunti in quell'ora e in quel punto, discesi
finalmente dove il mondo si precipita nella ricorsivi-
tà, non ci sarà più alcuno spettatore.
203

l. E. BwcH, Tracce, tr. it. Coliseum, Milano 1989, p. 30.

2. Su questo punto, cfr. S. VITALE, Una macchia d'inchiostro di Freud.


Note sulla conoscenza dell'evento, in "Atque", n. l, 1990, pp. 13-27.

3. "Ogni unità distinta e individualizzata del tempo vissuto corri-


sponde a un cambiamento percepito dall'osservatore nel suo am-
biente, a un passaggio di questi da uno stato a un altro, a una di-
scontinuità in rapporto al momento immediatamente precedente,
che risulta dalla comparsa o dalla scomparsa di qualche cosa o da
una risistemazione degli elementi di quell'ambiente, insomma dal-
l' emergere di una figura nuova che spicca sullo sfondo del già vi-
sto. Ora, il cambiamento che un osservatore nota nel suo ambiente
non è altro che un 'evento' nel senso che si dà a tale termine nella
letteratura storica". Cosl K PoMIAN, Evento, in Enciclopedia, Ei-
naudi, Torino 1978, vol. V, p. 978.

4. Il verbo inglese to draw esprime più pienamente, rispetto all'ita-


liano, il senso di questa operazione, contenendo in sé non solo il
significato di "tracciare", "disegnare", ma anche quello di "tira-
re,, "estrarre,.

5. E. BLOcH, op. cit., p. 10.


6. Cfr. D.R. HoFSTADTER, Gode!, Escher, Bach: un'Eterna Ghirlanda
Brillante, tr. it. Adelphi, Milano 1984, p. 74.

7. L. WrTTGENSTEIN, Ricerche filosofiche, tr. it. Einaudi, Torino


1974, § 114.

8. Ivi, § 116.

9. Questo è il senso dei versi di T. S. EuoT nella sezione finale di


Little Gidding: "We shall not cease from exploration l And the end
of all our exploring l Will be to arrive where we started l And know
the piace far the first time". Cfr. Collected Poems 1909-1962, Fa-
ber & Faber, London 1963, p. 222.

10. E. BwcH, op. cit., p. 9.

11. D .R. HoFSTADTER, op. cit., p. 13 7.

12. Qui la parola "sentimento" è da intendersi come la derivazio-


ne dal latino sentiri "'percepire"; e vuole essere proposta al di fuori
e contro quella nozione del sentire come stato passivo, inferiore e
subordinato all'attività conoscitiva e pratica. Si ricollega piuttosto
204

a quella concezione, secondo cui la sfera dell'emozionalità e della


sensibilità non sono separate cosi drasticamente da quella del pen-
sare e dell'agire. Due sono i campi semantici e concettuali che con-
vergono a definire questa diversa visione del sentimento. Il primo
è connesso con l' afsthésis, che include tanto la percezione che l'in-
telligenza; il secondo è quello connesso col ménos, che comprende
sia l'ardore affettivo quanto il principio della volontà dell'azione.
Si veda per questo M. PERNIOLA, Del sentire, Einaudi, Torino 1991,
pp. 89-128; in particolare p. 93.

13. E. BwcH, op. cit., p. 233.

14. lvi, p. 232.

15. lvi, p. 234.

16. Ibidem. Il corsivo è mio.

17. Cfr. F. PEssoA, Il libro dell'inquietudine, tr. it. Feltrinelli, Mi-


lano 1986, p. 178.

18. Pessoa è scrittore dall'identità ricorsiva: Alberto Caeiro, Al-


varo de Campos, Riccardo Reis ... , sono tanti gli artisti a cui ha do-
nato una biografia e una spiccata individualità, facendoli muovere
nel mondo letterario pottoghese come personaggi realmente esistenti.

19. F. PEssoA, op. cìt., p. 199.

20. E. BwcH, op. cit., p. 233.

21. L. WrTTGENSTEIN, Tractatus logico-philosophicus, tr. it. Einau-


di, Torino 1974, 6.44 e 7.

22. lvi, 6.521; 6.522.

23. F. PEssoA, op. cit., p. 178 e p. 160.

24. E. BwcH, op. cit., p. 233.

25. Cfr.J. BREUERe S. FREUD, Studi sull'isteria, in S. FREUD, Ope-


re, tr. it. Boringhieri, Torino 1966-1980, vol. I, p. 439.
26. G. BATESON, op.cit., p. 177.

27. Cfr. E. BLOCH, op. cit., p. 184.

28. G. BATESON, op. cit., p. 178.


205

29. E. BwcH, op. cit., p. 181.

30. F. PEssoA, op. cit., p. 279.

31. G. BATESON, op. cit., p. 281.

32. L. WrTTGENSTEIN, Tractatus ... , cit., 6.432.

33. Cfr. B.B. MANDELBROT, Gli oggetti frattali, tr. it., Einaudi, To-
rino 1987.

34. Vedi ad esempio G. BrNNIG, Dal nuJ,_la, tr. it. Garziani, Milano
1991, p. 130 e sgg.

35. B.B. MANDELBROT, op. cit., p. 12.

36. Il termine o, meglio la metafora "coscienza", come compare


in queste pagine, sta ad indicare non già una cosa o una funzione,
ma un insieme di operazione tra loro collegate. In questa prospetti-
va, i caratteri della coscienza messi in luce da]. J aynes -la spazia-
lizzazione, la selezione, l'analogo 'io', la metafora 'me', la narratiz-
zazione, la conciliazione - appaiono come altrettante modalità messe
in atto per agire corsivamente sull'esperienza. Cfr.]. }AYNES, Il crollo
della mente bicamerale e l'origine della coscienza, tr. it. Adelphi, Mi-
lano 1984, pp. 83-91.

37. Cfr. J.L. BoRGES, Funes, o della memoria, in Opere, tr. it. Mon-
dadori, Milano 1984, vol. I, pp. 707-715.

38. G. BATESON e M. C. BATESON, Dove gli angeli esitano, tr. it. Adel-
phi, Milano 1989, p. 130.

39. Su questo punto si veda H. VON FoESTER, Disordine/ordine: sco-


perta o invenzione? in Sistemi che osservano, tr. it. Astrolabio, Ro-
ma 1987, pp. 191-203.
40. P. RrcoEUR, Tempo e racconto, tr. it. Jaca Book, Milano 1983,
vol. I, p. 91.
41. lvi, p. 10.
42. Cfr. G. BATESON e M.C. BATESON, op. cit., p. 155 sgg.

43. Cfr. S. VrTALE, La coscienza della simultaneità, in "Atque", 3,


1991, pp. 33-41.
44. E. Bloch, op. cit., p. 237.

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