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Paci - Lezioni di sociologia storica

Udf Sociologia e Storia e teoria sociologica (Università di Pisa)

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LEZIONE 1, DURKHEIM E L’APPROCCIO POSITIVISTA

Il primo Durkheim, quello della Divisione del lavoro, del Suicidio e delle Regole del metodo sociologico.

Ogni riflessione sulla metodologia sociologica degli autori non può essere disgiunta da un’analisi
dell’ontologia, ovvero dalle premesse più o meno esplicite da cui l’autore muove circa la natura del mondo
sociale.
I termini di fondo del dibattito sono stati dominati dall’inizio dalla contrapposizione originaria tra Weber e
Durkheim.

Weber vede la realtà sociale come un mondo significante, incomprensibile se non si fa riferimento ai
significati che gli uomini danno alle loro azioni. Durkheim invece impone di considerare i fatti sociali come
cose, I regola; cioè come esteriori e coercitivi rispetto agli individui.
Se Weber è il fondatore del’individualismo metodologico, Durkheim ha dato all’approccio positivista
propugnato da Comte la prima versione sociologica.
Secondo Weber i fatti sociali sono imputabili solo a individui ed è quindi fondamentale ricondurre concetti
collettivi, appartenenti al pensiero comune come “capitalismo”, “stato” […] all’agire intellegibile degli
individui che vi partecipano, al fine di evitare ogni concezione sostanzialistica. La visione ontologica
weberiana è stata definita da Elias, Aron […] nominalista, nel senso che essa ridurrebbe le realtà sociali
collettive a nomi che esisterebbero quando e fino a quando gli uomini danno loro un nome. In realtà
l’ontologia weberiana ammette l’esistenza di strutture sociali, e nello specifico l’autore è impegnato con le
strutture culturali, cioè schemi di azione e idee, ricorrendo a tipi ideali come modelli ipotetici, per cogliere
la specificità storica- fenomenica della struttura oggetto di studio. Durkheim procede in modo differente,
con l’obiettivo di dare fondamento scientifico alla sociologia al pari delle scienze naturali, egli necessita di
un concetto di spiegazione dei fatti naturali scevro di ogni riferimento alla coscienza individuale. L’individuo
percepiente è passivo, vive in un sistema di credenze e valori predeterminati ai quali viene fatto adeguare,
in una società che ha un’esistenza propria come la natura. La visione ontologica durkheimiana è stata
definita positivista. L’azione sociale di Weber e il fatto sociale di Durkheim rinviano a due concezioni
ontologiche della realtà sociale incompatibili. In generale i rapporti tra sociologia e scienze naturali sono
cambiati nel corso degli anni, a seguito del dibattito sul metodo svoltosi in Germania a partire dal 1850, e
della rivalutazione della superiorità delle scienze esatte rispetto alle scienze umane, ad opera di alcuni
scienziati e intellettuali quali Einstein (relatività), Popper (falsificazionismo), Heisenberg, Freud […].

Durkheim distingue due tipi di spiegazione in sociologia: quella funzionale, che comporta che si stabilisca
una corrispondenza tra il comportamento preso in esame e i bisogni generali dell’organismo sociale (es.
pregare Dio in realtà è rafforzare unità sociale). Il concetto di funzione è distinto da quello di intenzione. La
spiegazione causale invece riguarda l’identificazione di leggi che spiegano la successione tra due o più
fenomeni sociali (es. densità sociale spiega la divisione del lavoro). In questo modo si presenta una
concatenazione tra fenomeni sociali macro- antecedenti e micro- motivazionali degli attori coinvolti. In
entrambe le spiegazioni Durkheim esclude il ruolo dell’attore coinvolto, per cui gli esiti osservati si spiegano
per una dinamica interna alla società che si innesca tra i fenomeni macrosociali. Dal punto di vista
metodologico sostantivo, mancando ogni riferimento alle volontà o alle scelte degli attori coinvolti, viene a
mancare anche un’importante parte della base storica- empirica che sostiene la spiegazione. Gli esiti
osservati possono essere spiegati in riferimento ad una teoria sistematica, come la teoria dell’esistenza di
un processo differenziazione funzionale- strutturale nel caso di Durkheim. Alla spiegazione si può giungere
dall’alto, a partire da una teoria ben congegnata che permette la generalizzazione e formulazione di leggi, o
dal basso, risalendo dal processo storico- empirico verso una spiegazione.

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Il metodo più utilizzato da Durkheim è il metodo comparato, in assonanza con Weber: nonostante le
differenze, entrambi attribuirono un ruolo centrale allo studio delle somiglianze e differenze. Il sistema
canonizzato da John Stuart Mill venne adottato da Durkheim sulla base della sua concezione ontologica
positivista, alla ricerca di relazioni tra i fatti sociali aventi forza di leggi come quelle di laboratorio. Il metodo
durkheimiano è progenitore dell’analisi per variabili = metodo di ricerca sociale che si occupa delle relazioni
tra le proprietà dei fenomeni sociali oggetto di esame. Il metodo di Mill consiste nell’osservazione delle
condizioni in cui un fenomeno accade e di quelle in cui non accade, attraverso il procedimento della
concordanza o delle differenze, che Mill considera il più importante in quanto logicamente più stringente,
nonostante il necessario controllo rigoroso dei fenomeni. Durkheim criticò in parte il metodo di Mill
sostenendo che esso è impossibile da applicare in sociologia, perché nessun inventario di fatti sociali può
dare al ricercatore la sicurezza della concordanza o differenza di tutti i punti eccetto uno. Così propone il
procedimento della variazione concomitante, ovvero l’introduzione di una variabile interveniente che
spieghi la variazione di y in funzione di x, come applicato nello studio sul Suicidio, stabilendo una
correlazione tra il tasso di suicidio e una serie di fattori rappresentativi del grado di integrazione della
società. Implicitamente, Durkheim conferma l’importanza del metodo delle differenze di Mill, ogni
qualvolta cerchi di rendere più simili i contesti sociali da analizzare, al fine di individuare con più chiarezza la
proprietà che determini l’occorrenza del fenomeno, fermo nella convinzione che la comparazione tra
società troppo dissimili sia sbagliata e controproducente.

Con lo sviluppo dell’analisi statistica, l’analisi per variabili ha raggiunto un livello alto di sofisticazione ma
restano i dubbi circa l’efficacia perché appare sempre più chiara l’impossibilità di interpretare
correttamente una relazione statistica tra variabili senza fare riferimento ad una spiegazione motivazionale
delle scelte degli attori. La correlazione tra due variabili non spiega anche quando assume la stabilità di
legge, perché non enuncia nessun legame razionale e intellegibile tra le due. Anche Durkheim dà spazio
talvolta ai sentimenti, come nel caso della spiegazione del suicidio egoistico, che dipende dal basso grado di
integrazione in società, in parte dall’apatia come stato di melanconico languore che rallenta gli stimoli
dell’azione; o nel caso del suicidio anomico, dipendente dall’eccessiva regolamentazione sociale oltre che
dalla collera e dalla delusione. Nonostante l’entusiastica opinione di Smelser circa la possibilità che
Durkheim abbia anticipato Weber nella collocazione dell’individuo come variabile interveniente tra fatti
sociali, un’attenta lettura di Durkheim non autorizza a ritenere che egli attribuisca all’individuo reali margini
di libertà d’azione nei confronti della dinamica strutturale dei fatti macrosociali. Gli esempi citati sul suicidio
mostrano altresì che il fatto strutturale e macrosociale spieghi sia l’occorrenza del fenomeno (il suicidio)
che gli stati psicologici ad esso associati. Per Durkheim la relazione statistica tra due fenomeni è sufficiente
a fondare la spiegazione causale e solo incidentalmente egli si sofferma sui possibili fattori motivazionali a
livello dell’individuo. Rispetto alla Coleman’s Boat, il piano micro dei comportamenti non è del tutto assente
ma svolge un ruolo aggiuntivo. Macro Macro

(Micro)

Il procedimento esplicativo durkheimiano discende dall’ontologia positivista, per cui il mondo sociale è
esterno e coercitivo per definizione e non dipende dai significati che ad esso danno gli individui.
Nonostante la spiegazione del mondo sociale possa risultarci incompleta perché priva dell’aspetto
motivazionale, secondo Coleman il lavoro di Durkheim attende al compito specifico della sociologia, ovvero
la spiegazione -sistemica- dei fenomeni sociali (macrosociali) e non del comportamento dei singoli.

Tanto forte è l’interesse del primo Durkheim nei confronti delle definizioni precise dei concetti e della
coerenza tra le varie parti della teoria esplicativa, quanto scarso è lo stesso nei confronti della storia. Il suo

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obiettivo era svelare le strutture profonde sottostanti a tutti gli aspetti della società, al punto da spingere
l’autore verso la teorizzazione astratta, un aspetto connesso con la natura astorica della sua analisi statica,
e non dinamica, strutturale e non procedurale. Il mondo delle scienze sociali e dell’esperienza storica si
incontreranno solo con Weber. Nella stessa Divisione del lavoro sociale, il cambiamento successivo al
passaggio da società semplice a società complessa è analizzato in maniera astratta, al punto che lo stesso
Durkheim attua una smentita nei capitoli finali del libro e nella seconda edizione dello stesso, e realizza che
la società industriale non porta con sé alcun nuovo equilibrio, ma il problema di metodologia sostantiva
ovvero la necessità di aprirsi all’azione autonoma dell’uomo non viene né affrontato né superato.
La riflessione di Durkheim è sintetizzabile in 6 punti:

1. Assunto ontologico positivista, naturalistico, dell’esistenza di una realtà sociale oggettiva, esterna
all’osservatore e dotata di una qualità coercitiva rispetto all’individuo;
2. Momento iniziale di formulazione di una teoria, fortemente analitica ma priva di determinazione
storica del suo oggetto. Ad essa si giunge mostrando l’infondatezza delle teorie concorrenti ed
eliminando le pre- nozioni tramite una definizione concettuale rigorosa e di coerenza tra le parti;
3. Dimensione macro dei fenomeni sociali e strutture profonde sottostanti a tutti gli aspetti della
società. La dimensione micro relativa alle motivazioni individuali non è essenziale;
4. Metodo comparati, fondato su tecniche quantitative statistiche dell’analisi per variabili;
5. La spiegazione ha una natura determinista, funzionale o causale. Essa è necessaria e infallibile e
permette l’identificazione di generalizzazioni ad ampio spettro;
6. Analisi astorica.

Molti studiosi, sia sociologi che antropologi, furono influenzati dal pensiero di Durkheim, quali lo storico
Simiand che lodava l’approccio sociologico che tende a scartare l’accidentale per concentrarsi sulle
regolarità e a eliminare l’individuale nello studio del sociale. L’idea durkheimiana dell’esistenza di una
struttura profonda nascosta dietro ai fenomeni sociali è particolarmente congeniale nell’ambito dell’analisi
antropologica, spesso riguardante società semplici, prive di storia e sincroniche o fissate nel tempo dalla
compresenza del mito. Lévy- Strauss riteneva infatti possibile individuare elementi universali della società
umana, caratteristiche fondamentali della mente umana stessa, capaci di spiegare le variazioni della
struttura sociale. Per quanto riguarda la sociologia, l’influenza di Durkheim è evidente nella teoria
funzionalista di Talcott Parsons. Egli non muove dall’osservazione di specifiche società storiche, ma intende
individuare gli elementi essenziali di qualsiasi società esistente à forte astrazione. Anche Parsons si muove
entro un’ottica esplicativa funzionale, per cui le funzioni fondamentali che devono essere svolte in società
sono: 1. Conservazione del modello latente; 2. Integrazione sociale; 3. Conseguimento degli scopi; 4.
Adattamento o mantenimento del sistema in relazione a pressioni esterne. Parsons sembra quindi essere
mosso dalla stessa esigenza di Durkheim di offrire una rappresentazione della struttura profonda della
società, fatta di relazioni di interdipendenza tra funzioni fondamentali. La soluzione parsoniana tra rapporti
micro- macro va oltre Durkheim, è fondata sul ruolo che egli attribuisce ai processi di socializzazione
primaria dell’individuo. Nel corso di infanzia e adolescenza, l’individuo interiorizza i valori ultimi e le norme
principali di comportamento della società, in modo da garantire l’ordine sociale eccezion fatta per
particolari devianze. Questa concezione è stata definita ultrasocializzata, perché semplifica e riduce
l’autonomia e la complessità motivazionale dell’azione individuale. Il sistema sociale olistico impedisce un
agire sociale spontaneo. Infine di Parsons è stata anche criticata la concezione astorica delle 4 funzioni
fondamentali del sistema sociale, create ab illo tempore con la costituzione della prima società.

L’influenza di Durkheim è stata particolarmente evidente in quei settori delle scienze sociali e autori
caratterizzati per la lontananza dalla storia, con esiti della riflessione dislocati in uno spazio logico lontano

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rispetto alla storia empirica. Il positivismo metodologico durkheimiano è stato d’ispirazione per la
sociologia empirica americana negli anni 1945-1965, fondata sulla survey research e indagine campionaria.
Essa è stata accusata da Charles Mills di empirismo astratto, stessa critica che Boudon rivolgerà alla
sociologia quantitativa fondata du indagini campionarie descrittive, in un generale vuoto teorico e tacita
accettazione del paradigma positivista.
EXCURSUS: FALLIMENTO STUDI MOBILITA’ SOCIALE DOVUTO ALLA FIDUCIA OTTIMISTICA NELLA TECNICA STATISTICA E
SOTTOVALUTAZIONE DELLE IMPLICAZIONI TEORICHE, CON ESCLUSIONE DEL RUOLO NELL’ANALISI DEL PROCESSO STORICO DELLA
MUTAMENTO OCCUPAZIONALE, CENTRALE PER INDIVIDUARE CAUSE E CONSEGUENZE DELL’INTERO FENOMENO.

LEZIONE SECONDA IDEALISMO, POSITIVISMO E MARXISMO

Karl Marx è il primo autore che introduce l’analisi storiografica al’interno dello studio delle società.
Nonostante il principale interlocutore di Marx sul piano epistemologico sia l’idealismo di Hegel, è
importante collocare il marxismo rispetto al positivismo di Comte, dal momento che il marxismo sembra
occupare uno spazio intermedio, autonomo e specifico rispetto ad entrambi i versanti, al punto che non è
condivisibile la posizione di quanti enfatizzano gli aspetti di determinismo e naturalismo di stampo
positivista presenti nel materialismo storico.
Il realismo ontologico marxista emerge come affrancamento dall’idealismo hegeliano in nome di una
visione della società come esperienza storica ed empirica, spogliata di ogni pretesa filosofica o metafisica.

Il pensiero di Hegel può fornire utili premesse alla sociologia:

 In Hegel si compie una svolta radicale nella riflessione degli uomini su sé stessi: la filosofia cessa di
essere una pura logica della conoscenza o mera ricerca della verità concettuale per divenire
riflessione sulla vita spirituale degli uomini. La realtà umana è il prodotto di una cultura, un insieme
di norma e valori, ordinamenti etici e giuridici propri di un’epoca e di un popolo determinato. Il
Volkgeist hegeliano si ricollega all’ésprit général di Montsquieu;
 La sua concezione della società civile come sfera di autonomia del privato, che sottolinea
l’importanza per Hegel del processo di emancipazione dell’individuo dagli ordinamenti tradizionali
come elemento caratterizzante della modernizzazione occidentale, oltre che l’esplicazione della
libertà individuale a livello di società civile, attraverso un lungo sviluppo storico.

In ogni caso, le strutture etiche o valoriali della vita restano per Hegel un antecedente rispetto alla
coscienza e azione individuale; quanto a quest’ultima, essa resta confinata entro l’ambito dei rapporti
economici e dei diritti civili senza lambire la sfera politica. Bobbio asserirà che Hegel appare tanto moderno
nell’affermazione dell’autonomia individuale quanto conservatore nella delimitazione della partecipazione
politica. Osservando la sua società dilaniata dai contrasti degli interessi individuali, Hegel attribuisce allo
stato un ruolo di fondamentale unità spirituale, un compito di matrice quasi religiosa che riporta
all’impianto idealistico.

 Secondo Hegel, nella storia si realizza un principio progressivo di razionalità, il Weltgeist o spirito
del mondo: gli uomini non sono i veri soggetti della storia ma esecutori della volontà del mondo,
strumenti – come avrebbe asserito poi Marcuse- del progresso storico, di una legge della storia
anonima e irresistibile. Singolare è a questo proposito l’aneddoto di Hegel che in prima persona,
vedendo sfilare Napoleone Bonaparte alle porte di Jena, dirà di aver visto passare <lo spirito del
mondo a cavallo>. Lo spirito del mondo nella sua pienezza potrà farsi concreto solo nello stato e in
particolare nello stato costituzionale germanico, forma più alta di istituzionalizzazione dello stesso.

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Nella filosofia della storia, il pensiero di Hegel conosce il suo massimo sviluppo e il suo limite, da vedersi
nella concezione di un corso della storia che sovrasta la volontà degli uomini e che egli pretendevi chiudere
ad un dato momento.

Auguste Comte porta a compimento un processo intellettuale già iniziato da Saint- Simon di spostamento
dell’interesse della riflessione filosofica e politica dallo stato verso la società civile, sotto l’impatto dello
sviluppo industriale e connessi cambiamenti. Comte vuole scoprire le leggi fondamentali che spiegano il
funzionamento e lo sviluppo delle società, simili alle leggi naturali. La sociologia è definita “fisica sociale”.
L’ontologia di riferimento è a matrice positivista e l’orizzonte metodologico è dominato dalla spiegazione
causale, come ricerca delle cause ultime dei fatti sociali.
Comte divide la sociologia in statica e dinamica sociale:

 Nella statica sociale, egli ci presenta un modello organicista della società, composta non di
individui ma di organismi sociali quali la famiglia, le organizzazioni economiche, associazioni
culturali, istituzioni politiche omogenei e non conflittuali fra loro, espressione di un processo di
differenziazione funzionale, in cui le varie parti della società assolvono a diverse funzioni e danno
vita ad un unicum organico. Comte insieme con Spencer è all’origine del filone teorico
funzionalista. In questo approccio l’accento è posto sull’equilibrio complessivo della società, quindi
la dinamica sociale, cioè la dimensione temporale dei fenomeni sociali, assume un ruolo marginale.
 Nella dinamica sociale, Comte introduce la legge dei tre stadi del pensiero umani: fase teologica,
fase metafisica e fase positiva. Nell’ultima dominano scienziati e gli industriali che abbandonata la
ricerca delle cause prime, si dedicano alla conoscenza scientifica della società. Nella fase teologica
e metafisica, il potere politico centrale svolge la funzione di controllo e coordinamento, quasi una
coercizione hobbesiana; nella fase positiva, l’integrazione della società è garantita dalla diffusione
della nuova mentalità o cultura positivista sotto la guida degli scienziati.

L’ordine sociale è quindi affidato alla nuova religione positivista, ma questa soluzione dissolve approccio
sociologico comtiano in una filosofia della storia teleologica e valutativa. A Comte va riconosciuto di aver
sostenuto la possibilità di utilizzo del metodo dell’esperimento nelle scienze sociali, indicando
nell’osservazione e nella comparazione sistematica delle situazioni sociali la possibilità di realizzare un
esperimento indiretto capace di cogliere situazioni anomale, patologiche. Egli però nella sua analisi sociale
ha adottato per lo più una tendenza finalizzatrice della ricerca, al punto di ritrovarsi nel campo della
precettistica religiosa e moraleggiante. Comte e il positivismo muovono da un totale determinismo, per cui
la vita dell’uomo individualmente e socialmente appare regolata da leggi necessarie e immutabili come
quelle fisiche. Nega la libertà dell’uomo e riduce la storia a natura.

Tanto l’idealismo quanto il positivismo sono mossi dall’esigenza di districare l’analisi della realtà umana
dalle concezioni filosofiche e metafisiche fino ad allora dominanti, offrendoci una visione della società come
complesso di rapporti sociali –dialettici per Hegel, funzionali per Comte-. Entrambi gli autori sono eredi
dell’Illuminismo europeo e subiscono gli effetti della spinta verso l’affermazione dei più alti traguardi di
civiltà e progresso [cfr. Hegel e il suo idealismo piegato alla celebrazione della monarchia prussiana].
Finiscono così per ingabbiare la storia in schemi dialettici o leggi di tipo naturalistico, sfociando nel
momento etico- statuale in Hegel o spiritualistico- religioso in Comte.
Per quanto concerne i rapporti con il marxismo, è indubbio che i punti di contatto tra Comte e Marx non
mancano: per esempio, Marx descrive l’azione umana come tutta materiale, empiricamente constatabile in
ogni attimo dell’esistenza umana; o il fatto che egli parla di società naturale = coercitivo, non scelto proprio
come le leggi fisiche di Comte. Il materialismo storico marxista è apparso a molti come una filosofia della

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storia implicante un determinismo economico. In ogni caso è però fondamentale ricordare che Marx aveva
chiamato materialismo la sua filosofia per opporla chiaramente all’idealismo di Hegel, senza riferimenti alle
correnti positiviste che cominciavano a far sentire la loro voce. Engels piuttosto cercò di riportare il
marxismo al positivismo, sostenendo che la dialettica è un metodo per interpretarla natura, per cui nella
suo opera postuma La dialettica della natura, i rapporti di produzione, struttura e sovrastruttura sono
prodotti naturali e non dell’attività umana come nell’idea marxista. Per Marx il materialismo storico era un
metodo per interpretare la società. Le regolarità storico –sociali a differenza delle leggi di natura non hanno
valore per ogni tempo, ma restano legate a ben precisi momenti storici e ad altrettanto mutevoli forme di
società. Se le leggi storico- sociali fossero inconsapevoli per gli uomini come quelle naturali, nell’analisi
marxista queste potrebbero essere inserite nel periodo preistorico nel quale gli uomini sono preda delle
leggi storiche prodotte senza averne coscienza, superato il quale Marx è necessariamente escluso da ogni
positivismo. L’influenza engelsiana insieme con il clima positivista di fine Ottocento fecero sì che il pensiero
di Marx fosse depauperato della sua tensione filosofica e storico- sociale. à Marx ≠ Engels

Il punto discriminante di fondo tra Marx e Hegel è la concezione della storia. In Marx essa perde ogni
carattere metafisico e astratto, è azione materiale, empiricamente constatabile, e trova la sua riprova
nell’agire concreto di ogni individuo. Non è possibile considerare gli uomini sub specie aeternitatis, una
coscienza unica al di fuori del tempo. La storia è sempre fatta di individui umani viventi che si ritrovano in
condizioni materiali di vita già esistenti o prodotte con la loro azione. La posizione realista di Marx non
lascia spazio all’immanenza, le idee dipendono dall’umana esperienza. Perché tiene in considerazione il
mondo storico reale, l’approccio di Marx è definibile in termini di realismo storico e ontologico. Per studiare
lo sviluppo della società umana bisogna partire dall’indagine empirica dei concreti processi sociali, conditio
sine qua non dell’esistenza umana. Marx critica il pensiero di John Stuart Mill e altri che avevano
inquadrato l’economia entro precise leggi di natura indipendenti dalla storia, cancellando le differenze
storiche così da vedere in ogni società quella borghese. L’intuizione hegeliana circa l’investigazione
concreta delle società umane lasciata in eredità alla sociologia è stata raccolta da Marx, dedicandosi ad una
scienza sociale caratterizzata da un approccio realista, storico e ontologico. La sociologia scientifica debutta.
Inoltre, la dimensione temporale è intrinseca all’analisi marxista della società, costantemente sottoposta ad
un flusso continuo di cambiamenti, colta allo stato processuale di flusso e movimento storico à cfr.
dialettica della storia, lotta di classe. In Marx la dialettica non conosce sintesi, a differenza di Hegel, per cui
tesi e antitesi, affermazione e negazione non conoscono stazionarietà. I rapporti di dipendenza tra struttura
e sovrastruttura sottolineano la stessa transitorietà dei principi e valori morali, che variano al variare dei
detentori delle forze produttive.

EXCURSUS: LA MOBILITA’ SOCIALE È OGGETTO DELL’ANLISI DI MARX E DURKHEIM, PARTE IN ENTRAMBI DI


UNO SCHEMA PIU’ AMPIO DI INTERPRETAZIONE DEL MUTAMENTO SOCIALE A SEGUITO
DELL’INDUSTRIALIZZAZIONE.
I DURKHEIM ne Divisione del lavoro sociale (1893): AUMENTO DEMOGRAFICO à AUMENTO DIVISIONE DEL
LAVORO à INCREMENTO MOBILITA’ SOCIALE, ALLOCAZIONE TALENTI INDIPENDENTEMENTE DALL’ORIGINE
FAMILIARE à SOLIDARIETA’ ORGANICA = MODELLO DI MASSIMA MOBILITA’ ß OTTIMISMO E UTOPIA,
CONSERVATO ANCHE DI FRONTE ALLE FORME PATOLOGICHE;
II DURKHEIM, PESSIMISMO à RELATIVISMO ANTROPOLOGICO > EVOLUZIONISMO. IL MODELLO DI
MASSIMA MOBILTA’ CEDE IL PASSO AD UNA MOBILITA’ NORMALE IN CUI I FATTORI CULTURALI
ACQUISTANO MAGGIOR PESO (Parsons, coscienza collettiva ora essenziale per società individualistica e
differenziata). LE SOCIETA’ DEVONO AVERE UNA MOBILITA’ SOCIALE PURCHE’ NON IMPLICHI
DISORGANIZZAZIONE.

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È importante rilevare come la parabola durkheimiana scavalchi in ogni sua fase la dimensione storica, mai
oggetto di attenzione sistematica ma impostate sul concetto fortemente astratto di svolgersi della storia.

MARX: AVVENTO DEL CAPITALISMOà MASSICCI MOVIMENTI MIGRATORI à MOBILITA’ SOCIALE


ORIZZONTALE, tale da non comportare passaggi di classe + MOBILITA’ VERTICALE DI TIPO DISCENDENTE,
proletarizzazione dei ceti medi, condizione emarginante del sottoproletariato, ovvero caduta dei
disoccupati + MOBILITA’ DI TIPO ASCENDENTE, espansione dei nuovi ceti burocratici. In definitiva due sono i
processi principali di mobilità strutturale rilevati in Marx:

La popolazione eccedente entra in contatto con lo sviluppo capitalistico 1 proletarizzazione+ sottoproletariato

2 crescita nuovi ceti burocratici

Il secondo processo interessa per lo più gli strati della vecchia classe media, non quella operaia: i figli della
piccola borghesia francese, eccedenti a seguito dello sviluppo capitalistico, evitano la proletarizzazione
tramite l’inserimento negli impieghi di stato. In tal modo il solco che separa il proletariato dal resto della
società rimane intatto à la mobilità sociale da questo punto di vista nel contesto dei paesi europei
dell’Ottocento sortisce in minima parte gli effetti della stabilizzazione politica e integrazione della società
che le attribuisce Durkheim. Marx ritiene infatti che solo in condizioni eccezionali di rapida espansione
economica e scarsa popolazione eccedente, come negli Stati Uniti, la mobilità sociale può coinvolgere
quote consistenti di proletariato ed avere effetti di stabilizzazione della società e del sistema borghese-
conservatore.
Marx quindi difende strenuamente la necessità di radicare storicamente l’analisi della mobilità sociale,
tenendo conto delle differenze nazionali, dello sviluppo capitalistico e della popolazione, entro un modello
interpretativo di modelli a lungo periodo.

LEZIONE TERZA STORIA, STRUTTURA E AZIONE NELL’ANALISI DI MARX

Marx è stato spesso tacciato di determinismo o riduzionismo economico, che nega ogni ruolo autonomo
degli uomini nella storia (sovrastruttura soggiacente alla struttura), per lo più in riferimento ad un passo nel
quale definisce la produzione sociale dell’esistenza come vincolata a rapporti determinati e preesistenti che
corrispondono allo sviluppo delle forze produttive materiali. Questo pregiudizio economicistico, come lo
definisce Abbagnano, non è giustificabile perché gli uomini intrecciano rapporti di lavoro, sessuali, religiosi
in modi diversi e senza previsioni possibili. All’interno della stessa analisi marxista, possiamo comunque
riscontrare alcune aporie, per cui lo stesso dominio delle strutture economica si manifesta più come un
condizionamento che come una dipendenza meccanica. La riduzione dell’azione individuale ai rapporti
sociali di produzione può significare che essi determinano l’azione individuale o che la condizionano,
lasciandole una scelta parziale entro una gamma non infinita di possibilità d’azione.

L’alternativa tra spiegazione causale e spiegazione condizionale si presenta in questa maniera:

 La spiegazione causale è totale perché deve contenere l’indicazione di tutti i fattori, e infallibile
perché l’oggetto di essa è infallibilmente prevedibile.
 Nella spiegazione condizionale applicata al campo storico e sociale si mira a determinare le
alternative possibili in una certa situazione, stabilendo una gerarchia.

Nel corso del Novecento si è osservato un abbandono dello schema esplicativo causale e necessitante verso
lo schema condizionale. Nonostante il contesto storico ottocentesco, a Marx si riconosce il merito di aver
utilizzato entrambe le tecniche, nonostante non fosse consapevole della loro diversità.

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Spesso Marx e Engels hanno adottato l’idea che i rapporti economici determinano la storia in ultima istanza
con una buona parte di relativismo nel mezzo. In effetti secondo Marx è solo nelle fasi di stabilità che la
struttura macroeconomica dei rapporti di produzione appare decisiva per la determinazione dell’azione
intenzionale degli uomini. Accanto a questo modello statico di società, Marx ne propone uno dinamico in
cui nuove forze produttive materiali emergono e interagendo con l’azione di nuovi gruppi sociali portatori
delle stesse, danno vita ad un nuovo assetto della società. à dialettica della storia.
In questa fase di transizione sociale, emergono nuove classi portatrici di nuovi rapporti sociali. L’interazione
tra agire sociale e rapporti di produzione è più forte. A differenza di Durkheim, Marx sottolinea la
bilateralità della storia, prodotto di azione individuale e vincolo della struttura economica.

Il metodo marxista consta di due aspetti: il procedimento dell’astrazione determinata e gli studi di caso.
Nonostante non descriva mai il metodo che segue, è possibile rivedere in alcuni passi giovanili un punto
considerato essenziale, ovvero nell’analisi della società non si devono costruire ipotesi astratte sulla base
indeterminata di un uomo in generale. L’astrazione senza determinazioni storiche è inutile per il processo
conoscitivo, ma essa darà luogo ad una generalizzazione valida e corretta metodologicamente se sarà
l’esito di una risalita dal basso, ovvero nel corso dell’astrazione si potranno verificare gli elementi comuni
delle determinazioni concrete di partenza. (es. concetti la produzione e popolazione). Per formulare
astrazioni utili è necessario non solo che queste siano storicamente determinate, ma anche che esse
riflettano uno stadio avanzato, il più avanzato possibile dello sviluppo storico della determinazione in
esame. (es. l’anatomia dell’uomo per la scimmia, l’economia borghese per quella antica).
Il metodo dell’astrazione storica determinata ha in comune con la tipizzazione di Weber 1) l’assunto che è
bene partire dalla specificità del mondo che ci circonda e non da concetti generali presunti universali e 2) il
procedimento passa attraverso un momento iniziale di estraniamento dell’osservatore rispetto alla realtà
osservata, al fine di costruire il tipo ideale.

Per quanto concerne gli studi di caso, condotti tra il 1850 e il 1852, Marx descrive nei dettagli l’interazione
tra la struttura delle forze sociali e delle loro credenze, ideologie con le vicende politiche e istituzionali
nazionali entro specifici contesti storici. L’esempio più candido è il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte. In questa
data, un personaggio meschino come Luigi Bonaparte venne a gran voce acclamato capo del popolo
francese. La spiegazione anche del più insensato degli avvenimenti non può essere svelata se si resta sul
piano dell’irrazionalità. Tutti gli eventi hanno una logica interna. Come nel caso suddetto, la scelta del
popolo francese non fu certo motivata da ragioni utilitaristiche o economiche, bensì presa sotto la -spinta di
miti, dell’effetto miracolistico del cognome, dell’illusione, delle parole d’ordine della propaganda. Il
proletariato parigino mancò di una direzione politica adeguata, perché Blanqui, radicale intransigente tra
1848-1849, non era dotato di tattica politica; Louis Blanc, socialdemocratico, portava aventi un socialismo
dottrinario e concretamente poco efficace, illusorio e pavido nel momento del bisogno. Sui contadini gravò
una forte atomizzazione sociale e subalternità alle idee di Luigi e fascino della divisa militare. Il fattore
ideologico ed emotivo cruciale fu sicuramente la paura, del disordine dello spettro del comunismo, dei
piccoli borghesi che precipitarono verso il partito dell’ordine, che efficacemente portò avanti una
propaganda politica innestata su valori come la proprietà, la famiglia, la religione, da sempre rassicuranti e
che riuscirono schiacciare la democrazia. La borghesia repubblicana stessa credette che l’estensione del
suffragio del 1848 avrebbe risolto i problemi, ignorando la loro inefficacia verso il potere dell’oligarchia
finanziaria. Dal punto di vista metodologico, Marx attira l’attenzione sui fattori politici e culturali, svolgendo
un’analisi politica e parallelamente dei rapporti di forza tra gruppi e classi sociali, dimostrando l’interazione.
Il metodo di Marx resta comunque bilaterale, da una parte lo studio di caso come nel 18 Brumaio, dall’altra
l’astrazione determinata come nel Capitale.

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Marx mostra come la spiegazione sociologica delle strutture sociali sia necessariamente di natura storica: in
primo luogo indica nella scelta dell’argomento la necessaria specificità storica che l’oggetto dell’analisi deve
avere; in secondo luogo mostra il duplice volto della società, coercitiva e creativa dell’azione sociale. Le
azioni nel tempo diventano strutture che a loro volta modellano le azioni al punto che la processualità
storica appare continua destrutturazione e ristrutturazione della società e dei rapporti di potere. In ogni
caso è fondamentale sottolineare che nell’analisi marxista vi è un anello mancante: il significato dell’azione
non è studiato direttamente né si ritiene mai che la storia sia fatta da uomini concreti, bensì da gruppi
sociali, e quindi il significato stesso dell’agire è dedotto dal contesto in cui l’azione si svolge. L’analisi
dell’azione è giustapposta al corpo centrale della teoria di Marx, dedicato all’analisi della struttura del
capitalismo. Nonostante ciò Marx ha rivelato il parallelismo tra cambiamenti sistemici e storico- sociali.

EXCURSUS: IL 18 BRUMAIO DI LUIGI BONAPARTE (1852)


PROTAGONISTI: 1. Proletariato francese; 2. Socialdemocratici; 3. Sottoproletariato; 4. Piccola borghesia urbana; 5. Piccoli
contadini proprietari; 6. Fronte conservatore + 7. Borghesia repubblicanaà partito dell’ordine.
LA STORIA DESCRITTA È LA STORIA DELLA SCONFITTA DEL PROLETARIATO VS ALLEANZE DI CLASSE .
NEL 1830 LUIGI FILIPPO D’ORLEANS SALE AL TRONO, CONCEDENDO ESTENSIONI DELLE LIBERTA’ CIVILI.
NEL FEBBRAIO DEL 1848 LA SITUAZIONE PRECIPITA PERCHE’ LE CONCESSIONI VENGONO MENO à PROTESTE OPERAIE+ APPOGGIO
DELLA GUARDIA NAZIONALE à IL RE ABDICA, FASE TRANSITORIA, PROLOGO DELLA RIVOLUZIONE? à
à23 APRILE 1848, ELEZIONI A SUFFRAGIO UNIVERSALE, NUOVA ASS. NAZIONALE E INSUCCESSO OPERAIO àPROMESSE NON
MANTENUTE, LA SITUAZIONE PRECIPITAà AZIONI ANTIOPERAIE+ REPRESSIONE, PER LA PRIMA VOLTA NETTO CONTRASTO TRA
BORGHESIA E PROLETARIATO, L’ARISTOCRAZIA ESCE DI SCENA! L’INTERVENTO DELL’ESERCITO È DUROà LA RIVOLUZIONE
IMPLODE, IL PROLETARIATO È SOLO TRADITO DAI DEMOCRATICI DI LUIS BLANC, DAI REPUBBLICANI A LORO VOLTA TRADITI à
àELEZIONI DI DICEMBRE, PRASS PLEBISCITARIA DI AUTORITARISMO BONAPARTISTA à 1850 RESTRINZIONE S. U. M. + PRESIDENZA
DECENNALEà1852 IMPERO.

LEZIONE QUARTA GRAMSCI: LA SOCIETA’ CIVILE E IL CASO ITALIANO

Il marxismo italiano presenta due peculiarità che lo differenziano dal resto del marxismo occidentale: da
una parte l’interpretazione del materialismo storico in termini di uno storicismo umanistico che,
allontanatosi dall’idealismo quanto dal positivismo, considera la storia alla stregua di un processo il cui
agente principale è l’uomo sociale e la sua prassi trasformatrice; dall’altra il rifiuto di ogni forma di
marxismo meramente economico, e l’insistenza sull’importanza delle idee e delle forme sovrastrutturali.
Mentre il marxismo orientale tende ad organizzarsi in termini onnicomprensivi, quello occidentale restringe
il campo alla società e alla storia. Se la dialettica nel caso russo è ontologicamente legata alla natura umana,
nel caso europeo è un mezzo nelle mani dell’uomo.
Il marxismo europeo si rialza nel Novecento, e in Italia se ne riconosce un precursore in Antonio Labriola,
critico e antidogmatico, traduttore dell’opera di Marx ed Engels ma soprattutto abile nel differenziarlo dal
pensiero positivista, e dal pericolo che si corre assumendo il pensiero del maestro come metodo infallibile.
La sociologia italiana nascente alla fine dell’Ottocento sarà subalterna rispetto al positivismo e quindi
spesso antinomica rispetto al marxismo italiano, il cui esponente di rilievo è Antonio Gramsci. Il suo
obiettivo è fondare una filosofia della prassi, una sociologia come scienza della società, lontana dal
positivismo (= matematica sociale) evoluzionistico e dai vani tentativi di creazione di un metodo infallibile di
analisi. L’antidoto di Gramsci nei confronti del positivismo è il radicamento dell’analisi sociale nella storia. Il
suo pensiero è secondo Abbagnano definibile nei termini di storicismo realistico del marxismo. Il Marx di
transizione vede arretrare il suo determinismo circa la determinante strutturale in ultima istanza, legato a
concause di tipo culturale e non solo economico. Lo schema non è aprioristico e astratto, tiene conto degli
interessi di classe ed economici dei gruppi sociali.

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La grande scoperta di Gramsci fu la complessità e solidità della società civile borghese, soprattutto
nell’Europa occidentale dove tra stato e società civile c’è un giusto rapporto, mentre il caso russo si
evidenzia l’unicum statale non bilanciato da una società primordiale e gelatinosa. Gramsci –secondo
Walzer- sembra disinteressato agli elementi propri dell’analisi marxista quali la base economico o i rapporti
di produzione, sostituendo l’economia con una proto-antropologia culturale. Rovesciando il rapporto tra
stato e società civile, Gramsci non si riconduce ad un primato diretto della base materiale dell’esistenza,
piuttosto ad una complessiva autonomia della sfera sociale entro la quale hanno un ruolo i corpi intermedi
e apparati culturali borghesi come scuola, famiglia oltre che sindacati e partiti. A differenza della tradizione
marxista che identificava la società civile con la sfera dei rapporti strutturali, Gramsci la identifica con
l’insieme delle istituzioni sovrastrutturali della cultura, ideologie e tecniche di consenso sociale. Gramsci si è
servito dell’espressione società civile non per contrapporre struttura e sovrastruttura, bensì per distinguere
all’interno di quest’ultima il momento della direzione culturale e momento del dominio politico,
recuperando rispetto a Marx la maggiore articolazione del concetto di società civile che esso aveva in Hegel,
secondo il quale il primato della regolazione dello stato come sintesi massima del momento etico si
combinava con forti elementi di autoregolazione morale presenti nella società. La società civile in Hegel non
è il sistema dei rapporti economici come in Marx, ma insieme di istituzioni regolatrici quali la famiglia, che
ne costituiscono la radice etica. Tanto Marx quanto Gramsci combattono la giusnaturalistica visione dello
stato hegeliana (ciò che è reale è razionale = giustificazionismo speculativo à accettazione ordine vigente
in quanto necessaria manifestazione dello Spirito = giustificazionismo politico), ma il rovesciamento
marxista comporta il passaggio dal momento sovrastrutturale a quello strutturale, mentre il rovesciamento
di Gramsci avviene all’interno della stessa sovrastruttura.
Gramsci possiede una maggiore sensibilità sociologica e antropologica rispetto a Marx che lo spinge ad
approfondire il piano dei fenomeni socioculturali, mettendo in evenienza il carattere di fede irrazionale nel
gruppo sociale a cui si appartiene, perché il pensiero è comune e condiviso, a metà strada tra il concetto di
opinione pubblica e conformismo. A tal proposito, Gramsci riteneva che fosse proprio dell’uomo essere
conformista, uomo- massa o uomo- collettivo al punto che costantemente in società si assiste ad uno
scontro tra una pluralità di conformismi. Si assiste quindi ad una battaglia di idee, che si combattono per
conquistare l’egemonia. Nel marxismo gramsciano, l’egemonia ≠ è la capacità di conquistare il consenso
sociale, indipendentemente dagli strumenti di potere o di coazione di cui si dispone. La supremazia di un
gruppo sociale si può esprimere come ≠ dominio, sostenuto dalla forza, o come egemonia, come direzione
intellettuale o morale, che si ottiene mediante gli apparati sociali e culturali della società civile. È quindi un
indispensabile requisito strategico per ogni gruppo o classe che voglia raggiungere il potere. Di qui la
specifica attenzione dell’autore verso gli intellettuali, che godono di una forte autonomia d’azione e hanno
il compito di dare consapevolezza e omogeneità della propria funzione al gruppo sociale che li ha espressi.
(cfr. Bordieu, violenza simbolica)

Benché la società appaia a Gramsci ingombra di una molteplicità di conformismi in conflitto, egli è convinto
che uno solo di essi sia conforme alla razionalità storica e che sia possibili ad un osservatore attrezzato = il
filosofo della prassi individuarlo in anticipo. Se per Weber i soggetti storici in competizione tra loro si
confrontano senza possibilità di stabilire in anticipo chi possa prevalere, in un intreccio casuale di fattori ed
eventi inattesi, per Gramsci e la razionalità storica le costruzioni che rispondono meglio alle esigenze del
periodo storico finiscono per imporsi. Gramsci è un rivoluzionario, un dirigente politico che mira alla
“riforma delle coscienze” per mezzo della quale la classe operaia potrà affermare la propria egemonia. Egli
necessita quindi di un intellettuale impegnato, che si muova nel senso della storia e possa essere precettore
delle masse. L’intellettuale deve mediare tra principi e popolo senziente degli stessi ma non consapevole,

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deve comprenderne le passioni e collegarle dialetticamente alle leggi della storia. Gramsci oscilla tra
un’interpretazione intenzionalistica dell’agire sociale e una storicamente necessitata.

Gramsci fornisce poi un’esemplificazione dei concetti di egemonia e blocco storico in riferimento al caso
italiano, la riflessione più importante contenuta nei Quaderni del carcere. Gramsci ha voluto approfondire
le ragioni per cui un paese di così lunga tradizione culturale e civile come l’Italia fosse finito sotto la
dittatura fascista, all’interno di una più ampia riflessione sulla società italiana intera. Nelle intenzioni
Gramsci è uno scienziato sociale modello, perché vuole contribuire allo sviluppo della coscienza storica
delle origini e della specificità del mondo in cui viviamo. Egli condivideva il metodo marxista dell’astrazione
determinata, affermando che fosse inutile una discussione sulla società in generale: è necessario stabilire
prima di quale società si vuole parlare e poi stabilirne astrazioni funzionali.
Rispetto ai casi classici dello sviluppo europeo analizzati da Marx, l’Italia rappresenta un’anomalia storica,
perché precoce in alcuni aspetti della modernità ma in forte ritardo nel conseguimento di uno stato unitario
indipendente e nella formazione di un’autentica società nazionale. Cos’è mancato all’Italia? Gramsci
sviluppa uno studio di caso con l’approccio dell’analisi storica comparata, in cui il Risorgimento italiano è
posto a confronto con la Rivoluzione Francese e con quella di Cromwell del 1640 in Inghilterra, oltre che
con le lotte in Germania del 1848. Il Risorgimento italiano è interpretato in termini di rivoluzione passiva,
perché una rivoluzione effettivamente avviene: nasce un nuovo stato nazionale unitario e indipendente,
nuova classe politica e nuovo apparato dirigente, nuovi partiti e nuovo bilanciamento parlamentare ma di
questo cambiamento approfitta il partito dei moderati, che affermano nei confronti della corona e del
Paese la loro egemonia sulle altre forze politiche e in particolare su democratici e Partito d’Azione, in esso
riassorbiti. La frattura storica esistente tra classe dominante e masse popolari resta intatta, e popolo e
intellettuali stessi restano separati. Lo Stato è indipendente ma non vi è unità nazionale. Gramsci evidenzia
due aspetti cruciale: da una parte la mancanza di direzione politica democratica adeguata, dall’altra la
mancata alleanza con le masse contadine, in parallelo gli uni con i giacobini francesi e l’altra con la strategia
adottata tra insorti parigini e provincia rurale. Gramsci mostra la debolezza del fronte dei democratici,
diviso tra personalismi e polemiche interne e indebolito dalla paura di ampi strati borghesi e piccolo
borghesi che temevano lo spettro comunista, a seguito degli eventi francesi, nel febbraio 1848, oltre che
osteggiato dal papato. I moderati invece erano un’avanguardia reale, delle classi alte, intellettuali,
imprenditori, organizzatori politici, fortemente attraenti per i gruppi sociali della penisola. Stabilirono così la
loro egemonia morale e politica, anche negli anni successivi al 1870. Il trasformismo è stato l’espressione
parlamentare- secondo Gramsci- di questa azione egemonica, intellettuale, morale e politica dei moderati.
A causa di ciò il Risorgimento italiano è una rivoluzione mancata, passiva.

In Francia al contrario, nonostante la disomogeneità del Terzo Stato, lo sviluppo degli avvenimenti è più
interessante: in primo luogo si viene selezionando una nuova élite che tende a concepire la borghesia come
un gruppo egemone di tutte le forze popolari, al punto che i giacobini energicamente si oppongono ad ogni
sospensione della rivoluzione, procedendo con la ghigliottina della vecchia società e dei rivoluzionari meno
rivoluzionari. Il modello di rivoluzione non è dissimile da quella ascendente marxista. La più grande abilità
dei giacobini è stata sicuramente la capacità di coinvolgere la Francia rurale negli eventi cittadini,
accettando l’egemonia di Parigi. I giacobini fecero della borghesia la classe dominante, creando uno stato
borghese, con una base compatta e permanente creando la moderna nazione francese. Nasce un nuovo
stato e una nuova identità nazionale. In quanto al rapporto tra città e campagna, e tra Mezzogiorno e Nord
del paese, certamente la situazione italiana si presentava più complessa, ma Gramsci non si astiene dal
biasimare comunque l’operato degli intellettuali e dei democratici, che videro nelle sommosse contadine
come quelle in Sicilia del 1860 solo un pericolo e alcuna istanza politica, per cui ne approvarono la
repressione, come nel 1870 non compresero la portata politica del fenomeno del brigantaggio.

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Nell’interpretazione del processo storico e sociale risorgimentale, Gramsci attribuisce all’elemento politico
soggettivo- motivazioni, idee- un’importanza decisiva.
Circa il metodo storico comparato, Gramsci procede con il confronto tra caso italiano e caso francese, oltre
a mostrare la specificità italiana nei confronti di Germania e Inghilterra, ricorrendo in via preliminare al
metodo della differenza di John Stuart Mill, contrapponendo casi simili e dissimili. Inizialmente sottolinea le
differenze che intercorrono tra la riv. passiva e la Rivoluzione Francese sul piano sia politico che sociale.
Segue una riflessione sugli esiti nazionali, per cui introduce il caso tedesco e inglese, tali da permettere una
parziale dislocazione dei rapporti di classe, un’ascesa della borghesia al vertice senza espulsione degli
aristocratici. L’esito storico da spiegare è la presenza o assenza di un movimento rivoluzionario, nel quale la
borghesia abbatta il vecchio stato assoluto e conquisti il potere precedentemente aristocratico. I casi
richiamati da Gramsci sono simili in quanto ad ascesa economica e sociale borghese, nascita o
trasformazione dello stato nazionale, rappresentanza parlamentare; la variabile esplicativa cruciale è la
presenza di una leadership borghese in grado di attrarre intellettuali e strumentalizzare il malcontento
popolare. SOLO in Francia questa condizione cruciale si sviluppò completamente. Nel caso italiano si venne
a creare un blocco sociale comprensivo Nord- Sud, nel caso inglese il vecchio si fuse con il nuovo, le nuove
menti borghesi vennero accolte dall’aristocrazia, una giustapposizione corporativa entro un sistema di casta
installato su proprietà terriere, apparato militare e burocratico simile al caso tedesco, dove la borghesia
non ha lottato contro il vecchio regime, lasciando una parziale facciata dietro cui velare il proprio dominio.
Sia la rivoluzione passiva che la giustapposizione corporativa che la fusione hanno asciato intatto il solco
che separa operai e masse contadine dai centri del potere.

La riflessione storiografica circa la mancata formazione di una società nazionale unitaria può essere fatta
risalire alla dinastia degli Svevi. È possibile ritenere che intorno alla congiuntura di eventi del 1250 in Italia si
aprì uno spazio reale per la formazione di uno stato dinastico nazionale, al pari di Francia e Inghilterra.
Gramsci critica l’ipotesi secondo cui i Comuni e la prima borghesia italiana fossero in grado di assolvere alla
funzione storica di costruire uno stato nazionale in Italia, compito che in realtà avrebbe potuto affrontare
Federico II di Svevia, padrone del Mezzogiorno e autore di un tentativo di restaurazione dell’autorità
imperiale nel centro e nel settentrione. Comuni e borghesia svolsero un ruolo per lo più disgregatore
dell’unità nazionale, e il problema dell’unità territoriale non venne mai affrontato, e la stessa fioritura
borghese interrotta dalle invasioni straniere. I nuclei borghesi formatisi in Italia pur essendo autonomi
politicamente ed economicamente non tesero all’unione al pari degli stati assoluti non per colpa dei Turchi
che disorganizzarono il commercio verso Oriente e distrussero le Repubbliche Marinare, né dell’America
che spostò l’asse economico verso l’Atlantico, bensì degli italiani stessi che non adottarono uno stato
assoluto pur essendo l’unica possibilità per la borghesia di svilupparsi al meglio. Gramsci afferma che la
storia d’Italia sarebbe cambiata attraverso la costituzione di uno stato assoluto. Umberto Cerroni nel 1994
dirà che l’Italia pur avendo già dato prova del suo splendore in ambito letterario, artistico e giuridico nella
prima metà del Trecento, mancò dell’elemento essenziale della modernità storicamente intesa ovvero lo
stato nazionale. Il tentativo ci fu, ad opera di Federico II, ma a differenza del caso inglese e francese fallì.
Roma era la sede secolare della Chiesa, detentrice di un potere spirituale universale e temporale nei
territori del centro Italia. Alleata con gli Angioini, riuscì a bloccare il tentativo di conquista di F. II e di
Manfredi, mostrandosi al mondo come l’unico stato teocratico sopravvissuto alla dissoluzione degli assetti
medievali. L’Italia restò spezzata in Nord frantumato, Centro dominato da una teocrazia e Sud unificato ma
subordinato allo straniero. Cerroni concentra la sua analisi sul ruolo dello Stato Pontificio, Gramsci sulla
frammentazione dei Comuni e prima borghesia; entrambi concordano sul fallimento di F. II e figli (battaglia
di Tagliacozzo perduta da Corradino) e di uno stato dinastico e laico, entro il quale sarebbe stato forse
possibile lo sviluppo di una borghesia progressiva. Attualmente, Giorgio Ruffolo (2010) riprende questa

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ipotesi di realizzazione di un Regno d’Italia, cerato dall’alleanza tra F.II e i Comuni, a seguito di una sconfitta
papale. Questa procedura interpretativa è definita da Weber come esperimento contro fattuale legato al
concetto di possibilità oggettiva, al pari dell’esperimento ideale da lui compiuto circa la battaglia di
Maratona. Secondo Weber formulare ipotesi circa le possibilità oggettive che discenderebbero dal
compiersi o meno di un evento costituisce una procedura metodologica efficace, sottospecie del metodo
comparato generale nell’ambito degli effetti storici.

È importante quindi sottolineare la modernità storico- sociologica di Gramsci che emerge dall’analisi della
società civile e del caso italiano. In entrambi i casi egli valorizza l’autonomia dell’azione umana (società
civile autonoma rispetto alla struttura economica; ruolo delle ideologie e dei democratici nella riv. passiva
italiana). Quanto al metodo, quest’analisi comporta il ricorso alla comparazione tra diversi casi nazionali.

EXCURSUS: IL CONFLITTO CON IL PAPATO E LA SCONFITTA DEGLI SVEVI


F. II MIRAVA AL DOMINIO DELL’ITALIA, NELLA QUALE ERA NATO E CRESCIUTO, CON UN IDEALE POLITICO SIMILE ALL’ASSOLUTISMO
PRE-1789.
COSTITUZIONI DI MELFI DI 1231à IL PROGETTO SI ESPRIME CON AMMINISTRAZIONE GERARCHIZZATA, FEUDATARI,
GIURISDZIONALISMO STATALE àRAPPORTI BURRASCOSI CON IL PAPATO, SCOMUNICHE LEGATEPER LO PIU’ AL TIMORE PER LE
MIRE ESPANSIONISTICHE DI F. II;
MORTE DI F. II NEL 1250àSUCCEDE MANFREDI, CHE NEL 1258 APPROFITTA DELLA DEBOLEZZA DEL PAPA ALESSANDRO IV
àSOTTOMETTE ITALIA, ALLEANZA GHIBELLINA à VICARI REALI IN TUTTA ITALIA àRE?
URBANO IV à OFFRE LA CORONA DI SICILIA A CARLO D’ANGIO’;
CLEMENTE IVàA PATTO CHE LA SICILIA FOSSE FEUDO DELLA CHIESA, NEL 1266 CARLO D’ANGIO’ REà
à SCONTRO A BENEVENTO CON LE TRUPPE DI MANFREDIà SCONFITTA;
1268, CORRADINO A ROMA, VS CARLO E PAPA à SCONFITTA DEFINITIVA A TAGLIACOZZO.

LEZIONE QUINTA WEBER E L’INTENDERE ESPLICATIVO NELLE SCIENZE STORICO- SOCIALI

Weber afferma che il comportamento sociale non è determinato da forze sociali inesorabili che spingono gli
uomini ad agire, ma essi stessi indirizzano la propria condotta. Nella storia tutto può accadere e nelle
scienze storico- sociali è necessario comprendere i motivi dei comportamenti degli attori sociali, senza
tralasciare il contesto entro il quale agiscono, con i suoi vincoli e risorse. L’agire sociale va compreso nel
significato che a esso attribuisce il soggetto e inquadrato entro uno specifico contesto storico. Marx al
contrario non affronta direttamente il piano delle motivazioni, ignorando quindi la questione del significato
soggettivo dell’azione. In riferimento allo studio storico 18 Brumaio è innegabile che Marx avesse a mente
l’importanza dell’idea napoleonica nel favorire il successo di Luigi Napoleone ma se si passa alla sua analisi
più generale del modo di produzione capitalistico, risulterà evidente che la sua impostazione è quella di
ritrovare soprattutto nelle contraddizioni della struttura economica i fattori che spiegano il mutamento
storico. Marx si limita a porre un parallelismo tra i comportamenti delle classi sociali e il contesto storico-
economico specifico. Anche per Durkheim quello del mondo dei significati soggettivi dell’azione è un
problema di ricerca irrilevante e forte della sua ontologia positivista e dell’oggettività intrinseca dei
fenomeni sociali, egli indirizza la sua analisi a rintracciare le relazioni dirette intercorrenti tra di essi. A
seguito di ciò egli sviluppa considerazioni relative ai significati soggettivi attribuiti ai fenomeni dagli attori
coinvolti, come nel caso del tasso dei suicidi, determinato dalla società ma ex post Durkheim fa riferimento
al piano delle motivazioni soggettive.
Weber per contro affronta questo problema sin dal principio e offre una base oggettiva all’analisi dei mondi
soggettivi. La posizione weberiana va inquadrata entro il dibattito sul metodo nelle scienze storico- sociali
svoltosi in Germania. Dilthey nel 1883 aveva distinto le scienze della natura e le scienze dello spirito, le une
che studiano il mondo esterno all’uomo, con spiegazione oggettiva dei nessi causali tra i fenomeni fisici e le
altre in cui l’osservatore appartiene allo stesso universo umano, per cui i fenomeni sociali non possono

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essere spiegati ma solo compresi per immedesimazione. In seguito Windelband nel 1907 aveva distinto le
scienze nomotetiche da quelle idiografiche a seconda che studino fenomeni ripetibili nel tempo sulla base
di leggi fisse o singolari e irripetibili. Weber sposta l’accento dall’oggetto al metodo: anche nelle scienze
storiche e sociali sono possibili generalizzazioni empiriche ≠leggi che permettono di comprendere le cause o
le condizioni di un dato fenomeno storico. Il dualismo tra spiegare e comprendere viene superato
attraverso la distinzione tra due modalità di spiegazione, fondate sulla relazione causa- effetto e sull’uso di
generalizzazioni, ma l’una fisico- naturale orientata ad individuare leggi universali ad ampio spettro, l’altra
storico- sociale orientata alla comprensione della specificità o individualità dei fenomeni in esame. La
polemica di Weber era così rivolta tanto alla superficialità del positivismo e naturalismo quanto ai canoni
convenzionali del pensiero idealista che negava la possibilità di indagine scientifica nel campo umano.
Weber volle individuare un metodo per giungere ad una spiegazione parziale di carattere causale che
nonostante la sua unilateralità fosse più rigorosa del tradizionale intuire e sentire.

Il primo passo consiste nell’individuazione di un oggetto ed è per Weber particolarmente problematico


perché 1) l’osservatore del mondo sociale è parte dell’oggetto di studio e non possiede il necessario
distacco per una scelta obiettiva. Occorrerebbe quindi una scala di valori che indicasse i fenomeni da
indagare ma relativa a determinati ambienti storici, culturali e sociali in quanto per Weber non esistono
valori assoluti validi in ogni tempo e in ogni luogo. Propone quindi allo scienziato il punto di vista valoriale
dal quale egli è mosso è in base al quale ha selezionato l’ambito della sua ricerca, sforzandosi di essere il più
avalutativo possibile. Sottolinea inoltre l’importanza di un metodo di ricerca replicabile e controllabile nella
sua efficacia e nei suoi risultati da parte della comunità scientifica. Weber procede accentuando
unilateralmente uno o più aspetti essenziali della realtà oggetto di indagine e costruendo così un tipo ideale
che permetta di interpretarla dal particolare punto di vista assunto, specificando logicamente le relazioni
possibili o necessarie tra i diversi fattori. Il tipo ideale è un parametro per misurare gli scostamenti della
realtà dal modello. È una costruzione astratta, e nella sua purezza concettuale non può essere mai
rintracciato nella realtà. A tal proposito è interessante il passaggio dell’estrazione dalla fenomenologia
empirica con cui il fenomeno concreto si presenta, vicino all’astrazione determinata marxista. I tipi ideali
permettono di costruire generalizzazioni che, restando entro il limite del caso in oggetto, contribuiscono
alla comprensione della realtà tramite l’identificazione di connessioni causali tra i fattori considerati. Ci si
può dotare di un repertorio di tipi ideali, da adattare ogni volta all’indagine in atto. Alcune tipologie ideali
sono di portata assai generale, come ad esempio quelle dell’azione umana cui è possibile far ricorso nello
studio del comportamento dell’attore entro qualsiasi circostanza storico- empirica.
Weber distingue quindi 4 tipi di orientamento dell’azione:

1. Azione tradizionale, in base all’assunto che quel che è stato fatto in passato merita di essere
ripetuto;
2. Azione emotiva, in base alle emozioni o ad altri sentimenti irriflessi;
3. Azione razionali rispetto al valore, in base alla preferenza assoluta che l’attore ha rispetto ad altre
scelte, e quindi tra tutte quella che meglio risponde alle risorse disponibili nella situazione data;
4. Azione razionale rispetto allo scopo, in base alle probabilità di successo e ai minori costi.

Un’altra tipologia ideale più radicata nel contesto seppur generale è quella che distingue economia
domestica e economia acquisitiva. Espressioni dell’agire economico razionale, la prima è tesa alla copertura
dei bisogni, privilegia l’interesse del consumatore e si istituzionalizza nell’economia di villaggio; l’altra è tesa
alla realizzazione di un’economia di scambio, nell’interesse del produttore e si istituzionalizza nella città
industriale borghese. In Weber vi sono poi tipologie radicate in processi storici reali, quali la bipartizione
idealtipica tra città orientale ed occidentale. Nella prima si realizza la divisione del lavoro, autonomia

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politica istituzionale dal resto del territorio e un complesso di diritti e doveri di status costitutivi della
cittadinanza. Nella città orientale prevalgono le appartenenze familiari quali clan e caste. Normalmente gli
storici non procedono tramite il ricorso a generalizzazioni astratte o tipi ideali ex ante rispetto alla ricerca. Il
tipo ideale non è mai stato utilizzato nella ricerca comparata ma è proprio della modalità di indagine del
sociologo. Nella sua opera più dichiaratamente sociologica Economia e società, Weber costruisce
sistematicamente più tipi ideali; l’obiettivo è quello di fornire alla storia strumenti concettuali utili sul piano
euristico. Il ricorso ai tipi ideali costituisce un momento cruciale per la spiegazione dei fatti storici e sociali.
Sono uno strumento duttile al punto da aderire alla realtà senza cambiarla entro schemi teorici di pretesa
universali. Non sono categorie teoriche nominalistiche ma nascono come esigenza di astrazione successiva
al contatto diretto del ricercatore con il dato storico- empirico, sulla base di una precomprensione
prescientifica iniziale dell’oggetto di studio.

Gli attori sulla scena storico- sociale ai quali si rivolge l’osservatore sono gli individui, considerati
singolarmente o come massa di casi. All’osservatore interessa l’azione individuale specifica di un
personaggio storico entro determinate circostanze o di una collettività di individui che compiono la stessa
azione. L’importante è che l’azione sia colta nel suo senso, nel significato datole intenzionalmente dai
soggetti agenti. L’azione sociale è sempre dotata di senso, perché solo i pazzi per Weber hanno il privilegio
di un’azione non intellegibile.
Agire è quindi un comportamento in base a cui l’attore agente o gli attori congiungono ad esso un senso
oggettivo; senso è il senso di fatto, dato dall’agente o dagli agenti in massa.
Il processo tramite cui l’osservatore ricostruisce concettualmente l’agire sociale è chiamato intendere
esplicativo. Esso consiste nella specificazione delle condizioni che collegano il comportamento osservato al
senso intenzionato dell’agente. L’azione viene collocata entro connessioni di senso intellegibili la cui
comprensione viene da noi considerata come una spiegazione del corso di fatto dell’agire. È utile il ricorso
al Verstehen, ovvero all’empatia, a quella procedura di tipo induttivo o intuitivo in base alla quale
l’osservatore cerca di comprendere simpateticamente il comportamento dell’attore, tramite
un’immedesimazione nella sua situazione personale e sociale. Secondo alcuni questo è il metodo principe,
che caratterizza l’approccio weberiano ma in realtà costituisce per Weber un orientamento suggerito al
ricercatore nel momento in cui procede ad una prima interpretazione della situazione in esame e alla
formulazione di tipi ideali da sottoporre a verifica empirica, quasi ridotto ad una fonte di sensazioni. Weber
è consapevole della difficoltà di raggiungere la verità nella ricostruzione dei processi storico- sociali: in
questa disciplina si parla di probabilità e approssimazioni e in mancanza di prove il procedimento induttivo
dell’immedesimazione con il soggetto dell’azione comunque permette un avvicinamento di qualche grado
alla realtà. Il Verstehen non è nulla senza verifiche empiriche, la struttura di senso non garantisce
l’oggettività ed è quindi fondamentale anche nelle scienze storico- sociali il ricorso alla spiegazione causale.
Il tipo ideale weberiano serve a costruire connessioni di senso tra l’azione e il quadro più ampio in cui si
svolge. L’intendere esplicativo non è recognizione psicologica delle motivazioni dell’attore ma comporta
un’analisi delle relazioni tra attore e contesto. Solo così è possibile un’imputazione causale adeguata che
renda conto del corso dell’azione e dei suoi effetti.
Per la sua teoria dell’azione Weber è considerato tra i fondatori dell’individualismo metodologico, un
approccio che comunque non esclude ma sottolinea il ruolo dei fattori macrostrutturali e istituzionali nella
storia. A differenza di quanti hanno privilegiato il piano sistemico dell’analisi sociale, Weber afferma che la
società è edificabile solo a partire dalle interpretazioni degli individui.

Il ricorso di Weber ai tipi ideali è sottoposto a critica di nominalismo o decisionismo da parte di Mommsen,
Elias nel 1987 e Aron. Il presupposto è l’idea diffusa che Weber abbia una concezione ontologica del mondo
storico e sociale come privo di una struttura oggettiva, quasi un flusso confuso e multiforme di conflitti,

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come affermava Collins e lo stesso Weber si riferiva all’esistenza appellandola come l’infinità priva di senso
del divenire del mondo, al quale è attribuito senso e significato dal punto di vista dell’uomo. Se s’intende
che Weber abbia una visione della realtà sociale come confusa ed eterogenea, l’accusa di nominalismo è
corretta perché i suoi tipi ideali sarebbero tentativi di sovrapposizione di un ordine concettuale astratto alla
realtà. Ma Kocka nel 1983 ha dimostrato l’erroneità di quest’affermazione. Weber non afferma che la realtà
non è strutturata fino a quando non è stata sottoposta ad osservazione scientifica, piuttosto esistono
relazioni causali o strutture che già sono date nella realtà e che il ricercatore deve riconoscere. Gli oggetti
del conoscere sono sorti sul piano ontico mediante l’agire sociale degli uomini riferito ai valori. Il continuum
eterogeneo della realtà umana e sociale non sono completamente astrutturati ma in essa sono identificabili
strutture ontiche culturali, costituite non solo dal punto di vista dello scienziato ma rappresentano un
contesto reale che controlla retroattivamente il procedimento scientifico, e quindi verificano che il punto di
vista dello scienziato tenga conto delle strutture per la cui conoscenza sono stati formulati.
(La realtà non è magma amorfo à cfr. capitalismo britannico a partire dalla nebbia in Inghilterra?!)
Inoltre, i tipi ideali weberiani sono secondo Kocka modelli che presuppongono un sapere preliminare
dell’oggetto, ammettendo così la necessità di una precomprensione prescientifica che consenta la
formazione dei concetti empirici e la limiti nella sua indeterminatezza. Il metodo idealtipico è quindi una
costruzione che presuppone una precomprensione della realtà da analizzare per la formulazione del
modello.
Secondo Kalberg, Weber mostra diversi modi in cui l’azione sociale diventa patterned, dando vita con la
reiterazione ad un processo di sua cristallizzazione in strutture sociali.
Le strutture ontiche del mondo storico e sociale alle quali Weber dedica la maggiore attenzione sono
strutture culturali, sistemi di idee, lasciando a Marx l’onere di dimostrare il ruolo mai negato delle strutture
di ordine materiale ed economico nella società. Il mondo reale dell’agire sociale nell’Etica è un mondo
significante che passa attraverso le rappresentazioni intenzionali, le motivazioni e le scelte degli attori. Per
John Searle è per certi versi un’ontologia soggettiva, che riguarda i fatti mentali intenzionali o non
intenzionali, oltre che i fatti sociali, culturali e istituzionali come la moneta o il matrimonio, e distinta
dall’ontologia oggettiva che riguarda quella parte del mondo reale costituita dai fatti fisici indipendenti
dalle interpretazioni di essi.
Una volta affermata la natura reale delle strutture ontiche culturali del mondo sociale di Weber, si
ripropone la questione della loro differenza con la concezione ontologica di Durkheim dei fatti sociali come
cose. Weber cade nel positivismo- naturalismo? No, perché la differenza sostanziale tra i due risiede nel
metodo e rispetto alla storia, cioè alla natura storicizzata della società nell’approccio di Weber,
contrapposta a quella astorica dell’approccio di Durkheim. Una struttura ontica weberiana è una storia di
rappresentazioni intenzionali, prima individuali e poi collettivamente diffuse, fino consolidarsi in strutture
ontiche dotate di una loro realtà culturale e istituzionale, passibili anche di essere storicamente modificate
al mutare delle rappresentazioni intenzionali che avevano dato loro vita. Nell’approccio durkheimiano i fatti
sociali sono cose in sé prive di storia, che originano dalla società come sistema e sono dotate di una forza
d’imperio rispetto all’individuo. In questa visione non c’è un processo storico di strutturazione e
destrutturazione della società che possa essere riportato alla dinamica delle rappresentazioni intenzionali
degli uomini. (Weber da questo punto di vista sembra anticipare le teorie contemporanee della
strutturazione delle società quali quelle di Giddens o di Abrams).

Weber è consapevole che il tipo ideale non fornisce di per sé una spiegazione causale ma solo
un’interpretazione ipotetica dei fatti. Il secondo passaggio nel procedimento conoscitivo è quello della
verifica storica ed empirica del tipo ideale. In Economia e società Weber indica i metodi della verifica:
esperimento psicologico, statistica, comparazione. Il primo è una tecnica limite che egli ritiene applicabile in

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altri campi del lavoro scientifico, mentre attribuisce al metodo statistico un ruolo utile nel caso di fenomeni
sociali di massa. Vi ricorre di rado però e non organicamente come Durkheim. Lo sviluppo delle tecniche di
elaborazione dei dati, accompagnato poi dall’affermazione del paradigma positivista, è stato così forte da
generare fiducia nelle capacità esplicative dell’analisi statistica. Attualmente l’analisi per variabili ci
permette di affermare la cronologia dei fenomeni ma non la causa per la quale essi avvengono, lasciando
ancora l’arcano della black box che si interpone tra le due variabili correlate. Weber ha quasi anticipato la
riflessione odierna sull’uso delle statistiche. Anche se due variabili manifestano un notevole grado di
correlazione, è comunque necessario provare l’esistenza di un legame causale tra loro, una relazione di
senso che non è mai vera o falsa, ma adeguata o più o meno plausibile. Non sarà possibile individuare leggi
universalmente valide ma generalizzazioni di portata più o meno ampia riscontrando risultati analoghi in
ambiti spazio- temporali diversi. Il metodo storico- comparato appare uno strumento utile a tal fine, oltre
che il più utilizzato da Weber, perché si basa sul confronto delle relazioni osservate tra le supposte cause e
gli esiti osservati presso più casi nazionali. Analiticamente corrisponde al metodo della differenza di John
Stuart Mill in quanto consiste nella comparazione di casi storici simili in tutti i loro aspetti eccetto che in uno
e nel tentativo di tracciare gli effetti di questa differenza. Egli vi ricorre per esempio nella sua trattazione
dedicata al ruolo delle etiche economiche delle grandi religioni monoteiste e mostra come la civiltà
occidentale, non dissimile per molti aspetti dal caso cinese, si differenzi per una specifica etica economica
connessa con il protestantesimo che favorisce la diffusione sociale di una sindrome imprenditoriale/
razionale favorevole allo sviluppo del capitalismo.
Weber tratta inoltre il metodo delle possibilità oggettive nella storia o metodo contro fattuale, quasi una
sottospecie di metodo comparato. Il metodo storico comparato generale di Weber prevede che il
ricercatore possa valutare le possibilità che un determinato evento storico aveva di non compiersi nel
modo in cui si è compiuto o di non compiersi affatto e formulare ipotesi circa le conseguenze che ciò
avrebbe comportato per il corso successivo della storia. Il ricercatore può portare esempi tratti da altre
situazioni storiche, e in questo caso la comparazione non avviene tra due eventi storici effettivamente
avvenuti ma tra un evento compiutosi è un secondo che si ipotizza non compiersi. Weber per esempio
ipotizza la possibilità oggettiva dell’avvento di un regime teocratico in Grecia, che si sarebbe potuto
verificare se non la battaglia di Maratona non avesse avuto esito positivo per Atene, portando come prova
della fondatezza di tale ipotesi l’esempio di Gerusalemme, Egitto e Asia Minore. Weber voleva attribuire
diversi gradi di importanza causale ai diversi fattori della spiegazione complessiva.

FASE 1: à selezione dell’oggetto di ricerca operata in base alla scala di valori del ricercatore che Weber
raccomanda esplicitata fin dall’inizio con l’impegno di mantenersi avalutativo. È importante una
presentazione del metodo che si intende utilizzare, in modo che altri possano verificare i risultati ottenuti
replicando gli esperimenti, oltre che la scelta di un oggetto culturalmente significativo e rilevante sul piano
macrosociale, interessante anche per i profani della sociologia. Weber, come Marx e Gramsci, ritiene che la
conoscenza scientifica nelle scienze storico- sociali non parte dal piano delle idee ma dal confronto con una
determinazione concreta di un problema da spiegare entro la sua particolarità storica (cfr elementi di
conoscenza prescientifica).
FASE 2: à costruzione del tipo ideale, il ricercatore deve distaccarsi intellettualmente dall’oggetto appena
scelto per attingere al livello della sua rappresentazione concettuale o astratta. Weber definisce tale
processo “estraneamento” rispetto alla determinatezza storica dell’oggetto, che pure richiama l’astrazione
determinata marxista. Questa concettualizzazione sfocia nella costruzione del tipo ideale come modello di
ipotesi relative all’oggetto della ricerca (cfr Versthen). L’osservatore riproduce in vitro la scena dell’azione
come intellegibile, ipotizzandone le connessioni di senso entro il contesto storico dato.
FASE 3: à verifica corrispondenza o scostamento dal modello ipotizzato dalla realtà storica empirica che,

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seppur soggetta all’infinito flusso del cambiamento, non è comunque priva di strutture culturali
storicamente preesistenti. Weber propone di ricorrere al metodo storico comparato (insieme con il metodo
controfattuale). Le ipotesi relative all’intellegibilità dell’azione vengono verificate, permettendo di
raggiungere un’imputazione causale adeguata o plausibile degli esiti.
FASE 4: à sviluppo generalizzazioni che forniscono una spiegazione causale degli esiti osservati, di portata
non paragonabile alle leggi fisiche, inerenti i fenomeni sociali colti nella loro particolarità.

EXCURSUS: LA BATTAGLIA DI MARATONA E IL DESTINO DELL’OCCIDENTE


TENTATIVO IMPERO PERSIANO VS GRECIA, 490 A.C. à TIPI IDEALI CONTRAPPOSTI

POLEIS, COMUNITA’ DI CITTADINI LIBERI DI


DIRITTO, ESEMPIO DI RESPONSABILITA’
RELIGIONE, DISPOTISMO ORIENTALE, POLITICA
SISTEMA GERARCHIZZATO

DARIO I INVADE L’ATTICA ATTRAVERSO MARATONA PERCHE FAVOREVOLE AI TIRANNI + AGEVOLE PE RLA CAVALLERIA PERSIANA;
ATENE CON MILZIADE AVANZO’ UN’OPERAZIONE MILITARE ESTERNA MOLTO AUDACE, GLI ATENIESI ATTACCARONO PER PRIMI
àVITTORIA DELLA TATTICA E STRATEGIA GRECA
LUGLIO 480 A.C. à SERSE IN ELLESPONTO VS TEMISTOCLE àTERMOPILI, CON LEONIDA à VITTORIA A SALAMINA. SECONDO
MOLTI GRECI L’INVASIONE PERSIANA SVENTATA IMPEDI’ LA FORMAZIONE DI UNO STATO TEOCRATICO E DETTO’ LA DIREZIONE CHE
AVREBBE AVUTO L’EVOLUZIONE POLITICA E CULTURALE DELL’OCCIDENTE à GERME DELLA NASCITA DELL’EUROPA.

LEZIONE SESTA: WEBER E IL METODO STORICO COMPARATO

Nel 1892 venne pubblicato il lavoro di Weber dedicato ai lavoratori agricoli d’Oltre Elba, un rapporto di
ricerca compiuto su materiali empirici relativi alla Germania orientale raccolti nel decennio precedente
nell’ambito di un’indagine più grande. Weber utilizzò abilmente lo strumento del questionario,
l’osservazione partecipante e le storie di vita, focalizzando la sua attenzione sul problema dello sviluppo
dell’agricoltura intensiva che stava trasformando il mondo rurale tedesco a est dell’Elba. Gli attori sociali
coinvolti, Junker e lavoratori semiservili, sono descritti assieme con le dinamiche del mercato del lavoro,
emigrazione, agricoltura intensiva e concorrenza àrelazione tra due macrofenomeni: diffusione
dell’agricoltura intensiva ed emigrazione di massa della popolazione rurale. Per rendere questa relazione
statistica intellegibile, Weber indagò anche le motivazioni a livello dell’azione individuale: nel caso dei
lavoratori permanenti semiservili, essi emigrando abbandonano la dipendenza tradizionale che pur
garantiva protezione per entrare al di là dell’Elba nell’economia di mercato competitiva, piena di rischi
sconosciuti. Le motivazioni che spinsero questi lavoratori e le loro famiglie non erano riconducibili solo a
fattori economici. Dal piano statistico relativo ai due macrofenomeni Weber risale al piano motivazionale
dell’azione individuale: i lavoratori hanno imparato a conoscere la libertà e sono diventati più inclini al
sacrificio materiale pur di raggiungerla. Sotto il dominio delle aziende, patria e libertà sono la stessa cosa.
L’emigrazione è il risultato del rifiuto della condizione di dipendenza semiservile e di una spinta a favore
della libertà individuale. Quest’opera, sottolineando la preminenza dei valori ideali, sembra anticipare
l’impostazione successiva dei suoi lavori. Sul piano metodologico questo studio fornisce un esempio di
ricorso ai tipi ideali: Weber in prima analisi ipotizza che l’emigrazione corrispondesse ad un ideale di azione
razionale rispetto allo scopo, motivata da ragioni economiche, ma di fronte allo scostamento del modello
dalla realtà comprende che il comportamento è conforme all’idealtipo di azione razionale rispetto al valore
perché motivata dal desiderio di libertà. Weber inoltre inserisce il senso soggettivo dell’azione a livello
micro. Dalla Coleman’s boat si evince il micro fondazione della relazione osservata tra i due
macrofenomeni; la variabile indipendente è l’individuo, quella dipendente la società. I fenomeni che
interessano il sociologo sono sempre macrosociali ma la loro spiegazione è incompleta senza la valutazione

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del livello micro. Weber individua l’anello mancante tra Marx e Durkheim, il nesso tra il piano micro
dell’agire intenzionale e la macro del sistema sociale.

PIANO MACRO SVILUPPO DELL’AGRICOLTURA INTENSIVA EMIGRAZIONE DI MASSA

P 132

PIANO MICRO CRISI DELLA DIPENDENZA SERVILE


DECISIONE DI EMIGRARE
(VALORE DELLA LIBERTA’ INDIVIDUALE)

Weber ha dedicato grande attenzione al tema del capitalismo razionale in Occidente e al ruolo dell’etica
protestante. Nonostante l’enfasi su quest’ultimo da parte dei commentatori, l’analisi dell’autore in realtà
copre uno spettro ampio di fattori dello sviluppo capitalistico, ben al di là del ruolo della religione. Il saggio
del 1904 Etica protestante e lo spirito del capitalismo ha catalizzato l’attenzione ben oltre le aspettative,
oscurando altri lavori dello stesso Weber. I fattori di natura economico, sociale istituzionale e tecno
scientifica alla base dello sviluppo capitalistico distinti da quelli di natura religiosa sono: afflusso di metalli
preziosi dal Nuovo Mondo, crescita negli armamenti per le forniture militari e navali, sviluppo delle
tecniche di produzione, sistema giudiziario uniforme, burocrazia efficace e razionale, sviluppo del sistema
bancario […] e il ruolo delle città, con la borghesia cittadina artigiana e commerciale. Nella visione di Weber
esistono due ordini di fattori alla base della genesi del capitalismo occ. moderno: i fattori di ordine culturale
come l’etica protestante e i fattori di ordine strutturale sopra elencati. Secondo alcuni queste sono
precondizioni alla nascita del capitalismo, le prime “di spirito, economico razionale”, le altre “di sostanza,
infrastrutture materiali”. È necessario evidenziare che nell’Etica, meno che in opere successive, l’accento è
posto sulle ragioni motivazionali, in quanto Weber è consapevole dell’importanza dei fattori strutturali; in
ogni caso egli sa che fermarsi a questi significa individuare relazioni statistiche tra fenomeni macro, deboli
perché non toccano il mondo significante del piano micro che solo permette l’oggettività della conoscenza
nelle scienze storico- sociali. La scintilla che innesca il meccanismo dello sviluppo non può che essere un
fatto culturale, legato alla diffusione di un impulso motivazionale pratico ad agire in modo razionale in
economia. Lo spirito protestante caratterizzato da una forte razionalità nella condotta economica rende
unico il caso del capitalismo occidentale moderno. Esso è infatti un fenomeno cruciale, senza il quale tutti i
fattori strutturali resterebbero allo stato di condizioni permissive disponibili ma non attivate. I tratti
caratteristici dello spirito del capitalismo, improntati alla razionalità dell’azione, sono: vocazione alla ricerca
del guadagno ma non per meschina avidità, affrontare il rischio del mercato, adottare una prospettiva a
lungo termine, separare contabilità domestica e dell’impresa, distacco dai rapporti personali. Essi appaiono
a Weber come straordinariamente affini al comportamento quotidiano di ascetismo intramondano dei
protestanti calvinisti e puritani. È rilevante 1. Ansia di salvezza dopo la morte, declinata come dogma
calvinista della predestinazione e impossibilità dell’individuo di sapere in vita se è stato eletto dal Signore.
L’incertezza induce verso 2. Ascetismo intramondano, ovvero un impegno serio nel lavoro e nella vita,
autocontrollo e ascesi volto a padroneggiare la realtà al fine di facilitare i segni del Signore. I frutti
economici che discendono dall’attività sono segni della benevolenza del Signore e dalla possibilità della
propria elezione. La Coleman’s Boat anche in questo caso illustra la discesa dal piano macro della religione
a quello micro dell’ansia di salvezza del fedele, proseguendo verso l’ascetismo e risalendo allo sviluppo
macro del capitalismo. Tutto si origina dall’ansia per la salvezza individuale (= impulso ad agire, SCINTILLA).

PIANO MACRO RELIGIONE PROTESTANTE SPIRITO DEL CAPITALISMO

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PIANO MICRO ANSIA DI SALVEZZA ASCETISMO INTRAMONDANO

Senza il passaggio a livello micro, anche le relazioni empiriche osservate tra fenomeni macro resterebbero
inspiegate nei loro meccanismi generativi. A differenza del confucianesimo, dell’induismo e dello stesso
cattolicesimo che predicano l’ossequioso e silente rispetto delle tradizioni, frenando l’opera trasformatrice
dell’uomo in relazione alla credenza della prossima fine del mondo che disincentivava l’impegno, il
calvinismo si oppose a queste credenze, criticando gli elementi magici tradizionali. La natura non conserva
più alcun mistero e può diventare oggetto dell’attività di trasformazione dell’uomo.
Weber attua un’operazione di logica inferenziale, ponendo l’esistenza di una relazione tra l’ascetismo
mondano calvinista e lo spirito del capitalismo, due tipi ideali. Poiché l’etica calvinista precede storicamente
lo spirito capitalista, egli può formulare l’ipotesi di una relazione causale tra loro, di cui lo spirito del
capitalismo è l’explanandum e l’etica calvinista l’explanans. Weber non fornisce in modo sistematico prove
a sostegno della sua argomentazione, affidando a volumi successivi una più approfondita verifica sul piano
comparato. Nonostante questa mancanza, la coerenza interna e la rigorosità analitica della teoria hanno
permesso di rivedere e integrare altre teorie concorrenti relative alla genesi del capitalismo. Nell’Etica è
quindi presente una verifica empirica di massa, ma non un’analisi sistematica di tipo statistico- topografico.
I paesi come Svizzera e Inghilterra di credo protestante sono quelli in cui il capitalismo si è sviluppato più
precocemente. Fa eccezione la Scozia, nella quale l’ascetismo protestante era già presente alla fine del
XVI secolo ma il capitalismo riuscì a svilupparsi più tardi, a seguito dell’importazione inglese. Il ritardo è da
addebitare all’insufficiente presenza dei fattori infrastrutturali e istituzionali.
La ricerca sul confucianesimo e induismo offrono la controprova della tesi centrale dell’Etica. Weber mostra
che in Cina e India, pur sussistendo i fattori infrastrutturali e istituzionali dello sviluppo, mancò l’elemento
fondamentale dello spirito capitalistico a causa delle resistenze religiose e della presenza di elementi
magici, che bloccarono l’iniziativa individuale in direzione della trasformazione della realtà. Nel 1960 Aron
affermò che quello weberiano è l’abbozzo di una sociologia comparata delle grandi religioni, con l’uso del
metodo della differenza di John Stuart Mill. Se le circostanze fossero state le stesse in Europa e in Oriente e
l’unico tratto dissimile fosse stata la religione, allora questo avrebbe potuto essere la dimostrazione della
causalità dell’antecedente religioso. Ma Weber constatò che nella stessa società cinese fossero presenti
molte delle condizioni necessarie al capitalismo mentre mancava la variabile religiosa, confermando così
che la rappresentazione religiosa dell’esistenza e il comportamento economico da essa determinato in
Occidente sono stati una delle cause dello sviluppo del capitalismo, e l’assenza della stessa altrove ne
spiega il mancato sviluppo. Il ruolo dei fattori infrastrutturali emergerà nelle opere successive all’Etica, in
quanto Weber in questa fase della sua pensiero non gradiva l’eccesso di formalità metodologica. Circa il
caso inglese di sviluppo capitalistico, possiamo dire che questo mostra i vantaggi e la ricchezza di un’analisi
storica comparata fondata sulla narrativa causale. Weber elaborò infatti un tipo ideale di diritto razionale
formale che garantisce maggiore calcolabilità economica, necessaria per lo sviluppo del capitalismo, la cui
connessione emerge chiaramente nel caso tedesco. Il diritto inglese presenta un grado di razionalità
formale basso à Weber ipotizzò che questo fu comunque funzionale allo sviluppo capitalistico in quanto
negò giustizia alle classi inferiori, agevolando gli imprenditori capitalisti.

EXCURSUS: CALVINO E LA RIFORMA PROTESTANTE IN EUROPA à STRUTTURA INNOVATIVA DEL


PROTESTANTESIMO
LA RIFORMA PROTESTANTE DEL XVI SECOLO È STATO UN VENTO IMPRTANTE PER LA CIVILTA’ EUROPEA E
OCCIDNETALE. SEPPUR RAMIFICATO, È DOTATO DI UN IMPULSO DI FONDO UNITARIO: VOLONTA’ DI RIPORTARE IL
CRISTIANESIMO ALLA SUA PUREZZA INIZIALE ≠ RESIDUI PAGANESIMO E SUPERSTIZIONE à RITORNO ALLA LETTURA

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DIRETTA DELLE SACRE SCRITTURE. CALVINO (1509-1564) OPERO’ A GINEVRA, ISTITUENDO UN NUOVO MODELLO DI
CHIESA IN SVIZZERA, FRANCIA, SCOZIA […]. LA DOTTRINA ERA BASATA SUL CONCETTO DI PREDESTINAZIONE à DIO
ORDINA ALCUNI ALLA VITA ETERNA, ALTRI ALLA CONDANNA.
1533: PROLUSIONE NUOVO RETTORE SORBONA, NO LATINO NÉ RETORICA NÉ GIUSTIFICAZIONE PER FERE à ERESIA,
ESILIO à PREDESTINAZIONE COME RISULTANZA DI UN’ESPERIENZA PERSONALE ≠ DOTTRINA.
1541 ISTITUZIONE DELLA RELIGIONE CRISTIANA: COMMENTO IN VOLGARE DEI COMANDAMENTI + SACRAMENTI à
RISPOSTA AGLI INTERROGATIVI DEI FEDELI.
1536: REPUBBLICA GINEVRINA VS REGNO SABAUDO E FRANCIA à RESTA àPREDESTINAZIONE COME ESPRESSIONE
DEL SUO VISSUTO? LA CALSSE DIRIGENTE LOCALE NON SA RISOLVERE IL PROBLEMA DELL’IDENTITA’ RELIGIOSA.
CALVINO = COMPETENZA GIURIDICA + SENSIBILITA’ ISTITUZIONI DELLA SOCIETA’ CIVILE àNUOVA CHIESA
RIFORMATA, CON SINODO = ORGANISMO DI COORDINAMENTO ORIZZONTALE E CONCISTORO = ORGANO DI
RAPPRESENTANZA DELLA CHIESA NEI RAPORTI CON LE AUTORITA’ PUBBLICHE, ≠CHIESE DI STATO E RIFORMATE
RADICALI COME ANABATTISTA. GINEVRA COMPATTA NELLA SUA IDENTITA’ RELIGIOSA, LABORATORIO
ISTITUZIONALE PER L’EUROPA, PRIMO ESEMPIO DI GOV. DEMOCRATICO DELLE REALTA’ ECCLESIASTICA ≠GERARCHIE
DEL PASSATO.

METODO E ONTOLOGIA IN WEBER + RAFFRONTO


PRIMO DURKHEIM: LIMITE DI UN’ONTOLOGIA CHE ASSIMILA LA SOCIETA’ ALLA NATURA E TRATTI I FATTI SOCIALI
COME COSE, CONDIZIONATE DALLE STRUTTURE PROFONDE DELLA SOCIETA’à APPROCCIO POSITIVISTA ASTORICO,
DIFFICOLTA’ A COGLIERE A LIVELLO MICRO IL RUOLO DELLE SCELTE E DELLE MOTIVAZIONI DEGLI ATTORI NELLA
SPIEGAZIONE DEGLI ESITI OSSERVATI.
MARX: APPROCCIO REALISMO STORICO E ONTOLOGICO à LIMITE, IL PIANO DELL’AZIONE DEGLI UOMINI E
MUTAMENTO DEGLI ASSETTI MACROSTRUTTURALI SI DIPANANO IN PARALLELO , IPOTESI DI INFLUNZA STRUTTURA SU
SOVRASTRUTTURA MAI SOTTOPOSTA VERIFICA STORICA EMPIRICA ECCETTO CHE PER GLI STUDI DI CASO.
GRAMSCI: RILIEVO ALLE RELAZIONI SOCIALI INTERNE ALLA SOCIETA’ CIVILE MA LIMITE: NO METODO IN GRADO DI
RENDERE CONTO DEI RAPPORTI CHE SI INSTAURANO ENTRO SPECIFICHE CONGIUNTURE STORICHE TRA IL
MUTAMENTO DEGLI ASSETTI STRUTTURALI E L’AGIRE INTENZIONATO DEGLI ATTORI.
WEBER: ANTINOMIE STRUTTURA-AZIONE, PIANO MACRO E MICRO, SPEIGAZIONE CAUSALE E COMPRENSIONE
INTERPRETATIVA (VERSTHEN) SUPERATE SUL PIANO ONTOLOGICO E METODOLOGICO. IL TIPO IDEALE ENTRA IN
MERITO A SPECIFICHE CONNESSIONI TRA PIANO MACRO-STRUTTURALE E MICROAZIONE, SUPERANDO IL MERO
PARALLELISMO MARXISTA.
WEBER = ANELLO MANCANTE TRA TEORIA POSITIVISTA E MARXISTA.
IL TIPO IDEALE È UN MODELLO DI RELAZIONI DI CAUSAZIONE CONDIZIONALE, CHE LASCIA APERTA LA
DETERMINAZIONE CONCRETA DELLA CONDIZIONE CAUSALE A CAUSA DELL’IMPREVEDIBILITA’ DELL’AZIONE UMANA E
FORMULA IPOTESI TRAMITE L’IMPUTAZIONE DI INTELLEGIBILITA’ DELL’AZIONE STESSA.
IL CONTESTO È DETERMINANTE à SI PUO’ PARLARE DI DETERMINISMO DEBOLE WEBERIANO = LIBERO AGIRE UMANO
NELLA STORIA + INFLUENZA DEL CONTESTO.
LE CRITICHE DI NOMINALISMO RIVOLTE AI TIPI IDEALI VANNO RESPINTE à PRSENZA STRUTTURE ONTICHE.
SUL PIANO METODOLOGICOà RICCHEZZA DETAGLI, CONFRONTO INDIRETTO TRA CASI STORICI à ELEMENTO
NARRATIVO > ANALITICO FORMALE, MA È SEMPRE ANALISI STORICO COMPARATA CAUSALE, CON LOCUS
SPECIFICO NELLA SOCIETA’ OCCIDENTALE.

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LEZIONE OTTAVA NORBERT ELIAS: UNA PSICOLOGIA STORICA?

Elias è ritenuto l’ultimo dei classici della sociologia storica, proponendo una soluzione originale ad alcuni dei
dilemmi teorici con cui si sono confrontati gli autori precedenti. Anch’egli si colloca sul piano dell’analisi di
lunga durata, di cui riafferma la necessità criticando la sociologia contemporanea trincerata nel presente.
Elias nasce nel 1897 a Breslavia, nell’Impero prussiano orientale. La sua famiglia apparteneva alla media
borghesia ed era inserita nella minoranza ebraica cittadina à doppia identità, ebreo + tedesco. Sebbene la
sua adolescenza sia trascorsa protetta da un muro tra lui e la società, l’esperienza della guerra fece vivere
agli Elias il dramma dell’inflazione economica e della discriminazione. Dopo l’università, lasciò la sua città
per Francoforte e approfondì gli studi con taglio interdisciplinare. Nel 1933 presentò la sua tesi su La
società di corte, che diventerà il secondo volume de Il processo di civilizzazione, il suo capolavoro. Gli eventi
precipitarono, il nazismo prese il sopravvento e su costretto all’esilio. Nel 1939 conclude la sua opera
maggiore, nella quale esplora il processo di pacificazione della nobiltà guerriera francese dopo i conflitti
dinastici del XVI secolo e rivolte intermittenti del XVII, destinato a svolgere un ruolo decisivo nel processo di
civilizzazione occidentale. A metà del Seicento infatti, la monarchia si era imposta su tutta la Francia e i
discendenti della nobiltà feudale tradotti a Parigi impararono l’arte dello charme e buone maniere propri
dell’ambiente di corte. A livello macro la centralizzazione dell’autorità pubblica à a livello micro lo sviluppo
di una struttura della personalità fondata sulla politesse e sull’autocontrollo e distacco dell’individuo dagli
istinti. La borghesia francese in ascesa adotterà poi questo habitus de civilité. La stessa osservazione circa il
superego e la repressione degli istinti venne esposta da Freud qualche anno prima, ed Elias vi fa
riferimento, pur criticandone il mancato inserimento dell’individuo nella più ampia realtà circostante. La
scelta di concentrarsi sulla Francia e sulla società delle buone maniere era finalizzata quasi al tentativo di
isolarsi dalle brutture tedesche, e la sua doppia identità lo portava a chiedersi come mai la Germania da lui
tanto amata era caduta nella barbarie nazista. Il caso francese poteva rispondere a questo interrogativo, in
quanto esempio di una via diversa alla modernità, fondata sulla civilizzazione e non sulla violenza. Nel 1940
fu internato, venne a sapere della morte del padre e della madre; nel 1954 ottenne una posizione
accademica in Inghilterra, nel 1965 pubblicò The Established and the Outsiders, nel 1970 Che cos’è la
sociologia? Elias ha sperimentato in prima persona la violenza, la solitudine, la crisi d’identità,
sottolineando l’importanza delle relazioni sociali, dell’equilibrio della personalità e del controllo della

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violenza. Il processo di civilizzazione in quanto storico coinvolge strutture sociali e psicologiche della
personalità.

Secondo Elias la realtà sociale è dinamica e può essere colta soltanto tramite un approccio processuale, che
ne metta in luce le trasformazioni di lungo periodo sul piano strutturale e culturale in quanto punti di
riferimento per la comprensione stessa del mutamento. In questo senso Elias critica la sociologia
contemporanea per la sua rinuncia allo studio della società in una prospettiva storica, evidente invece in
quasi tutti i lavori dell’autore che abbiano per oggetto fenomeni macro come Il processo di civilizzazione o
micro come Mozart. Sociologia di un genio (1991 postumo). Nel suo capolavoro, al centro della riflessione
vi è una precisa fase storica di transizione, che porta dalla società cavalleresca- cortese dei secoli XI e XII alla
società assolutistica- curiale dei secoli XVI e XVII. Essa viene esaminata con specifico riferimento alla Francia
ed articolata in due processi in due volumi: nel primo, oggetto dell’analisi sono i comportamenti dei ceti
sociali nobiliari- cavallereschi e la loro evoluzione verso forme più alte di civiltà e riduzione dell’aggressività
nei rapporti interpersonali; nel secondo viene esaminato il processo di progressiva centralizzazione
dell’autorità e formazione di uno stato unitario, smantellando la precedente articolazione in corti semi-
indipendenti. Ora lo Stato ha il monopolio della violenza fisica e prelievo fiscale. I due processi sono tra loro
connessi, nonostante la centralizzazione e pacificazione precedano la diffusione delle buone maniere. Elias
mostra che per un lungo periodo il ceto dei cavalieri e nobiltà minore sperimenta una situazione di
ambivalenza, e l’affermazione della società assolutistica- curiale nei secoli XVI e XVII porterà a compimento
quanto iniziato cinque secoli prima. In questa lunga fase di uscita al Medioevo e di nascita dello stato
assolutista si realizza una trasformazione della struttura della personalità che porta al modo civile di
comportarsi e sentire proprio delle moderne società occidentali.
Nel 1989 Elias pubblica il saggio I tedeschi, circa la questione tedesca e l’interrogativo sulle cause del
fallimento della civiltà e cultura tedesca di fronte alla crisi politica de Weimar e avvento del nazismo. In
esso egli mostra come la questione si comprenda solo all’interno dei un processo storico di lunga durata
relativo alle origini e involuzione della cultura tedesca che non potè giovarsi (≠Francia) di una precoce
unificazione nazionale e del compromesso, al punto che si sviluppo l’habitus di un rapporto di debolezza
della cultura borghese rispetto a quella aristocratica e militare di derivazione prussiana. Il ritardo nella
formazione di uno stato assolutista moderno e l’accordo tra imperatore e aristocrazia militare indebolirono
la borghesia, diffondendo anche trai giovani i valori guerrieri sprezzanti delle virtù borghesi della tolleranza.
Il successo della guerra franco- tedesca del 1871 favorì l’assimilazione da parte della borghesia di modelli
militari e codice d’onore, al punto che Elias conclude l’esistenza di una continuità tra stato prussiano ed
esiti nazisti, che videro la strada spianata.
Anche il lavoro Mozart. Sociologia di un genio ha un taglio storico, dal quale emerge la capacità di Elias di
sviluppare un’analisi che mostra connessioni e interferenze intercorse tra il piano della personalità
individuale e il piano storico, tra psicogenesi e sociogenesi. Nell’analisi delle ragioni della morte di Mozart,
Elias sottolinea la perdita di significato della sua vita e della fiducia di realizzare il suo più profondo
desiderio d’amore più volte deluso. Il dramma della vita di Mozart come artista e come uomo non si
possono comprendere restando solo sul piano psicologico, bensì esso va inserito entro il più vasto scenario
storico relativo alla fase di transizione tra Sette e Ottocento, tra barocco e romanticismo, tra società
aristocratica e borghese. Il genio quindi non nasce dalla combinazione di geni ma richiede l’intreccio di
processi sociali e culturali di lunga durata che ne crei le condizioni per svilupparsi. Mozart era più avanti dei
suoi contemporanei, mise in gioco la sua esistenza sociale troppo presto, in un momento in cui la società
non era ancora pronta. La sua vita si fa più comprensibile se considerata un micro processo nel momento di
svolta di una macro processo. “Le decisioni individuali restano imperscrutabili se non si concede la giusta
attenzione ai corrispondenti aspetti dell’evoluzione storica e sociale non pianificata nella quale sono

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assunte e la cui dinamica determina ciò che da esse consegue.”


Elias è stato tacciato di evoluzionismo, cioè di aver ipotizzato un’inevitabile evoluzione della società
europea verso traguardi sempre più alti di civiltà nei rapporti sociali, nell’autocontrollo e nel senso del
pudore. Al rilassamento attuale dei costumi addotto come prova da suoi detrattori, egli ha risposto che esso
è l’espressione del fatto che tali regole sono state interiorizzate tanto che si sono concessi ampi margini di
libertà alle stesse che tuttavia non mettono in discussione il livello di sensibilità collettiva raggiunto.

Per Elias il cambiamento che avviene nella storia non è un’evoluzione lineare: è un cambiamento
reversibile, non disordinato né caotico perché esiste un ordine o una strutturazione nello sviluppo della
società che non si produce a caso. Ricorrendo alla metafora del fiume, la storia è paragonata ad un fiume
che spinge verso il mare, in una direzione determinata ma non ha davanti a sé un letto immobile entro cui
scorrere ma un grande territorio di possibilità e corsi alternativi da seguire.
Per indicare i criteri che regolano nel lungo periodo l’andamento dell’evoluzione storia, Elias parla di
legalità non riferendosi affatto a leggi con pretesa validità universale ma all’esistenza di un flusso
temporale che avviene secondo un ordine ricostruibile ex post. Solo il compimento della sequenza ci
permette di individuare le sue precondizioni storiche e l’esistenza di un ordine intelligibile. L’evoluzione
della storia è evoluzione non necessaria e non decifrabile ex ante, ma ricostruibile ex post. Circa il ruolo
degli uomini in questo flusso storico, Elias si dice vicino a Marx per la concezione secondo cui gli uomini
fanno la storia ma non come vorrebbero, bensì entro un contesto che non hanno scelto e che li condiziona.
Egli però non condivide l’assunto marxista per cui l’economia sia il fattore fondamentale all’interno del
contesto strutturante di lungo periodo. Nelle Strategie dell’esclusione egli studia la disuguaglianza sociale
all’interno di un quartiere operaio di una piccola città inglese e mostra come essa dipenda da relazioni di
razza e passato comune, che si rilevano fonti di chiusura sociale e dominazione gerarchica.

La riflessione teorica di Elias muove in direzione di un superamento delle dicotomie concettuali nelle
scienze umane e sociali, a partire dalla dicotomia individuo- società. Nella realtà sociale non vi sono
individui isolati che fronteggiano una società bensì questa è un’entità cui non corrisponde nulla di
percepibile con i sensi, ma ognuno di noi fa diretta esperienza con un insieme di relazioni o interazioni che
ci legano. Pensare in termini di relazioni è quindi indispensabile per il sociologo che vuole superare le
dicotomie. Secondo Elias, l’idea di una relazionalità o interdipendenza intrinseca dell’esperienza umana
comporta una rottura nel paradigma dominante nelle scienze umane e sociali. Essa è fondata sul doppio
legame che coinvolge le unità in relazione, siano essi singoli, gruppi o istituzioni. Il mondo sociale va visto
come una rete, un sistema di interdipendenze, come una struttura sociale vista a livello di individuo che è
definizione del concetto di figurazione o configurazione. Tale concetto è a geometria variabile, ovvero
descrive ogni situazione concreta di interdipendenza sia che essa coinvolga pochi individui o milioni.
Pensare in termini di configurazioni significa uscire da un’idea statica della società e dei rapporti sociali al
suo interno perchè le relazioni di interdipendenza e configurazioni sono in continua variazione, sono
relazioni processuali ed evolutive, connesse con la conflittualità del quadro cognitivo nel quale si
instaurano. Elias ammette comunque che a livello individuale esista un habitus, cioè una resistenza
comportamentale legata all’interiorizzazione incosciente da parte dell’individuo di azioni condivise da
un’identità collettiva ma esso non ha alcuna qualità metafisica, discende dalla sperimentazione
dell’individuo di pratiche sociali concrete ed è soggetto al flusso evolutivo del mondo sociale. Il problema
dei rapporti tra micro, meso e macro livelli di analisi è risolto in re, in modo assiologico. La connessione tra
psicogenesi e sociogenesi è stretta al punto che è possibile leggere il mutamento sociale partendo dall’uno
o dall’altro senza variazioni, perché essi sono in corrispondenza biunivoca. Ogni vicenda storica comporta
un mutamento delle configurazioni macrosociali e delle strutture della personalità. Gli aspetti quotidiani
hanno quindi per Elias una centralità assoluta per l’analisi dei fenomeni sociali in quanto chiave di accesso

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alla lettura degli stessi.


Dal punto di vista ontologico, Elias ritiene che la sociologia sia oggi dominata da astrazioni che sembrano
fare riferimento a oggetti irreali e isolati, al punto che lo stesso termine “individuo” sembra denotare una
persona sola e abbandonata. Egli propone un’uscita dal dualismo ontologico tra soggetto e oggetto secondo
cui l’individuo esiste in sé, quasi indipendente oggetto della conoscenza, mentre di fronte a lui è situata
un’unità altrettanto indipendente che è la società. Le strutture sociali non sono entità immaginarie che
vanno al di là dell’individuo, non esistono indipendentemente dalle relazioni. La concezione ontologica di
Elias comunque non stravolge il panorama delle unità sociali fondamentali quali individui, famiglie, stati ma
innova rispetto alla sociologia precedente perché attribuisce alla società un carattere processuale e
relazionale, rendendola soggetta a un mutamento continuo e molecolare, lento e graduale che non si coglie
a livello individuale ma certamente a livello delle strutture configurazionali. L’ontologia elisiana prevede un
mondo sociale reale sospinto da relazioni interdipendenti entro le quali l’individuo in quanto uti singulus
assume poco rilievo.
Elias non sviluppa i concetti di habitus e configurazione dal punto di vista analitico ma ricorre ad esempi
chiarificatori quali la danza, la conversazione, il gioco degli scacchi, nella consapevolezza della difficoltà di
assimilazione della sua argomentazione. In ogni caso è necessario non sostanzializzare questi esempi in
quanto essi non esistono in sé stessi ma solo nelle interdipendenze mutevoli tra gli attori che vengono ad
essere durante la danza, il gioco o la conversazione che sia. La sua scritture è a spirale: ripete più volte ciò
che ha enunciato con un livello di elaborazione via via superiore, con precisazioni e incisi. Elias mostra
inoltre scarsa attenzione per gli aspetti metodologici pur indispensabili per sostenere una visione ontologica
così radicalmente nuova. Egli ritiene che tutti i metodi siano utili purchè permettano una buona descrizione
empirica delle configurazioni sociali in esame, diffida delle tecniche statistiche e quantitative perché i
fenomeni social non sono una combinazione di variabili paragonabile alle particelle atomiche, non si
possono fare conteggi. La conoscenza in questo ambito si acquisisce mediante l’osservazione partecipante.
Elias diffida inoltre dei modelli formali e astratti e dello stesso idelatipo weberiano. Essi generano
distorsioni nella ricerca perché eliminano l’aspetto processuale della realtà sociale, presentandola in una
situazione di purezza statica. Egli rifiuta la concettualizzazione astratta a vantaggio di un programma
empirico di ricerca. Circa i tipi ideali, essi sono considerati rappresentazioni scientifiche astratte riferite ad
una realtà sociale priva di ordine e struttura. Weber ha presentato tutte le asserzioni possibili sulla società
come astrazioni prive di realtà à accusa di nominalismo sociologico che sappiamo essere un’errata
interpretazione del pensiero weberiano. Nonostante ciò, è indubbio che Elias possa in questo modo
analizzare il mondo storico- sociale senza ricorrere ad una metodologia complessa, mosso da una
preoccupazione empirista. Per l’autore l’azione è facilmente intellegibile se vista entro una configurazione
storica competente, rivestita dell’habitus che le compete. Se c’è un orientamento metodologico in Elias
questo è da ricercare nella propensione ad un approccio antropologico culturale o di psicologia storica,
rispetto ad uno più tecnicamente sociologico. La forte innovazione di Elias sul piano ontologico,
l’eliminazione della dicotomia tra individuo e società ha conseguenze sul piano metodologico perché
elimina in un colpo solo la problematica relativa ai rapporti tra soggetto ed oggetto nel processo conoscitivo
delle scienze storico- sociali che ha affaticato Weber. L’unità relazionale tra individuo e società supera ogni
disputa sul merito e affranca la narrazione dell’osservatore dai vincoli metodologici weberiani. Elias non
necessita di una costruzione ex ante rispetto all’indagine storica- empirica di un modello ipotetico formale≠
Weber. Per Elias lo studio del singolo fenomeno può essere più rivelatore dello studio delle regolarità in cui
esso si inserisce. In questo modo però si espone a critiche di empirismo sofisticato e descrittivismo. Si
discosta da Weber perché non ricorre alla spiegazione causale ma resta all’interno di un approccio volto
alla comprensione interpretativa. A differenza dell’idealtipo = astratto, Elias afferma che le sue categorie
sono tipi reali, concetti di tipo empirico e descrittivo. Il costrutto concettuale serve o per raggiungere una

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spiegazione causale come in Weber o nel caso di Elias si tratta di concetti descrittivi che non esigono prove
empiriche ma l’affidano all’intuito o alla comprensione interpretativa dell’osservatore.
Weber persegue una conoscenza basata sull’analisi storica comparata volta all’individuazione di
generalizzazioni causali, Elias si interessa all’approfondimento empirico di un singolo processo o caso
storico, rivelandosi un approccio altamente suggestivo e utile a fini conoscitivi nonostante sia ai margini
della sociologia storica in senso stretto orientata alla spiegazione causale.

EXCURSUS LUIGI XVI E LA CORTE DI VERSAILLES


LA REGGIA DI VERSAILLES FU VOLUTA E PROGETTATA DA LUIGI XVI CON PARCHI E GIARDINI INSUPERABILI à20 ANNI,
COSTI UMANI E MONETARI ESORBITANTI;
DIVENNE QUASI UNA CITTA’, CON REDIDENZE DI NOBILI NEI PARAGGI à PROVA DELL’ACCENTRAMENTO FISICO E
DIPENDENZA ECONOMICA DELL’ARISTOCRAZIA FRANCESE.
LUIGI PERSEGUI’ UNA POLITICA DI CENTRALIZZAZIONE DELLO STATO ASSOLUTO.
PERFETTA RITUALITA’ QUOTIDIANA, OGNI PASSAGGIO HA LE SUE REGOLE FERREI. L’ETICHETTA HA UNA FUNZIONE
SIMBOLICA DI IMMENSA IMPORTANZAà IL RE SOLE È IL PIU’ASSOLUTO ANCHE NELLA FORMA.
IL RE METTE NOBILTA’ DI TOGA VS DI SPADA MA È LUI STESSO PREDA DEL MECCANISMO à BASTA UNO SCANDALO
ANCHE MINIMO A METTERE IN CRISI L’AUTORITA’.
LA SOCIETA’ DI VERSAILLES È UN ORGANIGRAMMA, UN MODELLO DI RELAZIONI SOCIALI ESTREMAMENTE
FORMALIZZATO àTUTTO DIVIENE STATUS SYMBOL.
QUESTO STILE DI VITA DURERA’ SINO ALLA RIVOLUZIONE FRANCESE.

LEZIONE NONA GLI ESORDI DELLA SOCIOLOGIA STORICA NEGLI STATI UNITI

L’Associazione tedesca di sociologia era nata nel 1909, con il contributo tra gli altri di Max Weber. Sino agli
anni ’30 però non vi furono cattedre di sociologia. In questa fase anche la sociologia storica ebbe una forte
diffusione: secondo Aron essa costituiva uno dei due poli della sociologia tedesca, accanto a quella
positivista o empirica. Altri autori per lo più rilevarono una pluralità di tendenze prive di un centro
nazionale o di due correnti sociologiche prodotte dalla cultura weimariana, l’una della sociologia critica
della scuola di Francoforte e l’altra empirica connessa con la spinta riformatrice dei governi
socialdemocratici e del sindacato dell’epoca, una sorta di “riorientamento empirico”che coinvolse molti
sociologi i quali risposero positivamente alla domanda di ricerca sociologica applicata proveniente dagli
ambienti riformisti della giovane Repubblica sui temi dell’educazione popolare e lotta alla disoccupazione.
Questa ricostruzione però elimina la sociologia storica alla quale faceva pure riferimento Aron. Essa ebbe a
partire dal 1925 una rapida e larga diffusione nella società tedesca, attingendo al metodo sociologico di
Weber a partire dalla differenza ontologica fondamentale tra l’oggetto delle scienze naturali e quello delle
scienze umane e storico- sociali. Tra i nomi di rilievo ricordiamo quello di Herbert Mancuse e Hans Gerth.
Anche se alcuni di essi furono coinvolti dal riorientamento di cui sopra, l’apertura alla sociologia storica
resta nei confronti degli studiosi di storia e di economia che contribuirono a rafforzare la disciplina sul piano
accademico e istituzionale e a confermare il suo orientamento verso lo studio di grandi questioni sociali
senza sovrapporre ad esso un impianto positivista, ricercandone le congiunture storiche all’origine. La
diffusione della sociologia storica è legata ad un contesto di forte incertezza a seguito della caduta
dell’impero e rivolta spartachista ed è quindi comprensibile il bisogno degli scienziati sociali di tornare alla
storia come luogo in cui i trend attuali trovano il loro inizio e la chiave di comprensione dell’evoluzione
futura. L’avvento del nazismo spezzò i promettenti sviluppi della sociologia storica tedesca. Molti studiosi
scelsero la strada dell’esilio negli Stati Uniti, un numero così importante da essere definito l’evento
culturale più importante dei primi 25 anni del XX secolo. ¾ dei docenti di sociologia storica migrarono, al
punto da porre fine all’insegnamento della stessa in Germania e garantirne lo sviluppo negli Stati Uniti. I
sociologi storici tedeschi però non trovarono un ambiente culturale favorevole, nonostante la presenza di

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studiosi che ne difendessero le posizioni quali Harry E. Barnes e Howard Becker, che criticavano
aspramente il dominio de paradigma positivista ed evoluzionista nella sociologia americana che forzava i
dati entro categorie senza tempo, generalizzabili a priori invece di far ricorso agli idealtipi weberiani
costruiti sulla base di specifici comportamenti umani in date epoche. Anch’essi però erano isolati nella
scena sociologica americana, dominata dalla sociologia empirica o applicata, votata al mantenimento
dell’ordine stabilito, sollecitata dallo sviluppo dei consumi di massa e dal ruolo che giocavano i mass media,
finanziata dallo Stato. I rifugiati riportarono in America il senso della storia. Singolare eccezione fu quella di
Paul Lazarsfeld, esule dall’Austria ed accolto presso la Columbia University nella quale coordinò studi
empirici e indagini statistiche, diventando uno dei più illustri sociologi empirici di quegli anni per il suo
contributo al consolidamento del paradigma positivista. Un ostacolo all’inserimento scientifico e culturale
degli esuli tedeschi fu costituito dal dominio del paradigma struttural- funzionalista.
Parsons promosse la sociologia come teoria analitica e astratta, lontana dall’ispirazione weberiana. Nel
1937 con La struttura dell’azione sociale tentò di trovare una convergenza tra la sua concezione della
società e il pensiero di Weber, nel senso di mostrare forzatamente come questi condividesse la sua
sociologia. Nel 1951 sviluppò la sua teoria della società come sistema sociale, un insieme di 4 sottosistemi
interdipendenti ciascuno dei quali assolve una funzione fondamentale di adattamento all’ambiente,
conseguimento dei fini, latenza e integrazione. Esse nel loro insieme assicurano la riproduzione della
società stessa. Il suo obiettivo non è ai quello di interpretare un fenomeno storico concreto, ma si limita ad
applicare al caso la sua teoria dei sistemi sociali, lasciando la sua analisi su un piano di elevata astrazione
analitica. In seguito Parsons rielaborerà in chiave neoevoluzionistica il suo modello di sistema sociale,
identificando 4 stadi di crescente complessità e differenziazione interna della società: primitiva, tardo
primitiva, intermedia e moderna con rispettiva prevalenza di una delle 4 funzioni fondamentali.
L’evoluzione della società procederebbe come l’evoluzione organica, tramite una crescente differenziazione
verso formepiù complesse, offrendo il fianco al lavoro di Rostow e Kerr e alla teoria della convergenza, per
cui in tutti i paesi alla crescita economica segue un’evoluzione politica democratica. Questi studi brillano
per il loro determinismo evoluzionstico e non hanno nulla a che vedere con la concezione weberiana.
Il dominio del paradigma parsonsiano fu facilitato anche dalla scarsa conoscenza che in America si aveva
dell’opera di Weber, giunta molto tardi e nella traduzione talvolta dello stesso Parsons. Furono proprio i
lavori dei sociologi immigrati che permisero una più ampia diffusione del pensiero di Weber in USA. La
collaborazione tra Gerth e Mills, docente e allievo, è emblematica de ruolo maieutico che ebbero gli esuli
tedeschi. I loro lavori si svolsero entro un quadro storico comparatico e Mills divenne il principale critico
della grande teorizzazione parsonsiana, l’altra faccia dell’empirismo astratto americano. Egli si rifaceva al
principio weberiano di studio sociale concepito secondo uno scopo storico e con l’uso di materiale storico.
I mainstream negli anni ’70 in USA erano l’approccio teorico- funzionalista ed empirico- positivista. Negli
anni in cui il paradigma di Parsons dominava la scena, la sociologia era vista come una discplina volta ad
elaborare una teoria generale della società universalmente valida al cui servizio era posta la storia come un
arichivio di dati. Il primato dell’astrazione teorica sulla ricerca storica riguarda anche il primo lavoro di Neil
J. Smelser, Un’applicazione alla teoria dell’industria del cotone del Lancashire (1959), inerente il
cambiamento sociale nella riv. ind. inglese. Smelser applica un modello di sequenze logiche di supposta
validità universale attraverso le quali si ritiene che passino tutti i cambiamenti sociali dovuti al processo di
differenziazione strutturale della società. La collaborazione tra Parsons e Smelser precedente a questo
studio è determinante: Parsons aveva già elaborato nel Sistema sociale (1951) lo schema delle 4 pattern
variables come imperativi funzionali indipendenti che i soggetti agenti devono risolvere per garantire
l’equilibrio sociale. Il lavoro di Parsons e Smelser nel 1956 mette al centro dell’attenzione non più il
soggetto agente ma il sistema sociale in cui va inquadrato anche il comportamento dei singoli. Di
conseguenza il cambiamento istituzionale del sistema sociale è ora affidato non all’azione dei soggetti ma

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alle tensioni nei rapporti tra i 4 sottosistemi funzionali a seguito del proceso di progressiva differenziazione
strutturale. Smelser si impegnerà quindi nella verifica di questo modello teorico su di un caso concreto. Il
modello di Smelser prevede una serie di scatole vuote teoriche che vanno rimpite con i fatti relativi alla
storia dell’insustria tessile e alla famiglia di classe operaia. Egli quindi applica ai due casi la sequenza di
eventi che accadono quando il sistema sociale aumeta di complessità. La sequenza logico- teorica della
differenziazione strutturale è fatta di sette stadi: 1) insoddisfazione verso il funzionamento del sistema; 2)
risposte misdirected; 3) disturbo; 4) nuove linee di azione futura; 5) linee specificate e 6) messe alla prova;
7) la spcializzazione delle nuove unità pemette loro di funzionare meglio delle vecchie, si routinizzano e
consolidano il sistema. Smelser descrive le fasi di resistenza ai tentativi di sovvertire l’unita della famiglia
attraverso le quali si passa alla crisi del lavoro a domicilio, alla riduzione della giornata lavorativa […]à
Factory Legislation del 1833-1847. Nonostante l’interesse, il lavoro è stato oggetto di critiche circa
l’applicazione alla realtà storica di un modello assai arbitrario in quanto esso viene proposto e deve essere
accettato a priori rispetto alla sua applicazione ai fatti storici e lagato poi alla discrezionalità dello studioso
che lo applica. Inoltre, pur analizzando il cambiamento, il modello enfatizza la continuità del sistema
sociale: le rivolte operaie sono destinate ad essere riequilibrate, le disturbancies inevitabilmente
reintegrate nel sistema. Il modello non amette rivoluzioni àconservativo (e conservatore?!). Il sottosistema
culturale e valoriale svolge una funzione fondamentale, perché i valori ai qualisi è socialzzati sin
dall’infanzia garantiscono in ultima istanza l’integrazione e reintegrazione nel sistema (cfr. Parsons).
Il sistema sociale che, dopo gli effetti di disturbo della differenziazione, genera necessariamente le forze del
suo riequilibrio ha qualcosa di meccanico ed è quindi incompatibile con un approccio di sociologia storica
perché una volta scomparso il ruolo dgeli attori, non c’è più spazio per imprevisti né per le possibilità
oggettiva della storia weberiane, scompare il tema dei rapporti tra contesto e azione, piano macro e micro
dell’analisi. Smelser è quindi ai margini della socilogia storica (ok studio del caso, no metodo né approccio),
pur maturando in seguito una revisione interna e teorie alternative.
Tra i sociologi della Germania nazista che diedero un contributo importante ala sociologia storica negli Stati
Uniti ricordiamo Guenther Roth e Reinhard Bendix, allievo e docente presso l’Università della California.
L’opera principale di Roth I socialdemocratici nella Germania Imperiale è del 1963. Un particolare aspetto
del sodalizio tra allievo e maestro è il desiderio condiviso di introdurre il pensiero di Weber in America e
l’ispirazione weberiana della sociologia storica, favorendone una conoscenza diretta. L’opera principale di
Roth tratta del ruolo della socialdemocrazia tedesca nelle vicende che portarono al crollo dell’impero e
all’avvento della Repubblica di Weimar, in quanto era personalmente vicino a tali posizioni politiche. Roth
attribuisce un’importanza particolare alla visione anti- determinista della storia di Weber, sottolineando il
principio weberiano della “non inevitabilità” della storia in quanto esito che, sia pure condizionato da
fattori materiali e ideali di lunga durata, resta sempre sottoposto alle scelte contingenti degli attori. Ad esso
Roth si è attenuto nel suo lavoro, nel quale l’attenzione è diretta al modo in cui la classe operaia fu
integrata nella società tedesca durante l’impero guglielmino e dopo la IGM. Il tema era oggetto di un
fervente dibattito che coinvolse gli stessi Rostow e Keer, la cui teoria della convergenza e approccio
evoluzionista furono smentiti dallo stesso Bendix: comparando il caso dell’Inghilterra vittoriana e USA con
quello della Russia zarista e comunista, egli aveva discusso le ragioni per cui solo nel primo caso
l’integrazione delle classi inferiori era avvenuta seguendo la via democratica, nel secondo la via autoritaria.
Roth inoltre mostra che le vie della storia sono complesse ed esistono casi intermedi come quello della
Germania. La scelta, oltre che nostalgica, è mirata alla presentazione di errori del passato da non ripetere in
vista della neonata Repubblica Federale Tedesca. Egli tratta un grande problema della storia del suo paese
(cfr. obiettivo della sociologia storica!). In Germania all’inizio dell’industrializzazione il regime monarchico
costituzionale prevedeva che il governo fosse responsabile solo nei suoi confronti; il Reichstag aveva un
ruolo solo propositivo. I liberali che pure avrebbero preferito una svolta parlamentare erano deboli e

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temevano il movimento operaio, che aveva ottenuto alcune riforme sociali importanti. La socialdemocrazia
tedesca restò isolata e priva di legittimazione sociale e politica. La via inglese di graduale integrazione fu
preclusa alla Germania, che conoscerà la sconfitta militare, il crollo dell’impero e una mancata riv. sociale.
Roth parte dall’esigenza di comprensione di un fenomeno storico, un processo sociale e politico
determinato. Lungi da lui generalizzazioni ma coerente con la metodologia weberiana, al contrario di
Smelser, egli ha bisogno di un tipo ideale di integrazione della classe operaia, quale è il modello
dell’integrazione negativa o sub culturale. Esso identifica una forma di integrazione delle classi subalterne
che occupa una posizione intermedia all’interno dei due poli dell’integrazione egualitaria (parità di diritti)
e autoritaria (repressione). È caratterizzata da un regime costituzionale che autorizza l’esistenza organizzata
del movimento operaio, escludendolo dal governo e dalla partecipazione politica dando vita ad una vasta
subcultura sociale isolata. La politica antioperaia di Bismarck fallì, accrescendo l’intransigenza dei
socialdemocratici (che però in una prima fase riformista scesero a patti con il governo) e sviluppando la
vasta subcultura socialdemocratica che prese la forma di un partito di massa. La progressiva
differenziazione tra dirigenza e base operaia portò alle prime divisioni tra riformisti e radicali, e il
determinismo marxista si adattava benissimo alla situazione in cui si trovava la socialdemocrazia tedesca,
una scusante perfetta per i dirigenti che si dicevano in paziente attesa del crollo capitalista mentre
organizzavano la dittatura del proletariato, quando in realtà sceglievano di non entrare in campo
consapevoli della debolezza del partito. La sconfitta tedesca nella IGM portò sconvolgimenti istituzionali. La
Repubblica di Weimar garantì buone condizioni di vita alla classe operaia, ciononostante la
socialdemocrazia restò una subcultura nella società tedesca, un immenso gruppo di interesse privo di
legittimazione sociale. Il complesso militare -amministrativo dell’impero e il conservatorismo delle sue
classi dirigenti furono gli ostacoli principali al cambiamento democratico. In ogni caso Roth considera il
rapporto tra il contesto e l’azione, tra il piano macro e micro dell’analisi e conclude che in ogni circostanza
decisiva o congiuntura importante i successi o i fallimenti delle scelte degli attori condizionarono
l’evoluzione democratica della società tedesca. Procedendo con l’esperimento contro fattuale weberiano,
Roth si chiede se in determinate congiunture sarebbe stata possibile un’accelerazione democratica, e
respinge l’ipotesi che la sola alternativa al regime fosse quella rivoluzionaria. La vittoria nella IGM, le
concessioni governative avrebbero potuto trasformare il partito in un’organizzazione parlamentare.
L’analisi delle possibilità oggettive e il confronto con i casi nazionali mostra la natura non irreversibile e
contingente della storia, aperta all’azione umana. La specificità della via tedesca all’integrazione negativa
della classe operaia sarebbe stata illuminata da una comparazione più sistematica con altri paesi ma Roth
non cerca generalizzazioni bensì un contributo alla spiegazione adeguata della mancata democratizzazione
della Germania.

EXCURSUS LA REPUBBLICA DI WEIMAR DALLA RIVOLUZIONE MANCATA ALL’AVVENTO DEL NAZISMO


1871: NASCE IL II REICH TEDESCO, CON IMPERATORE, POTERE ESECUTIVO; REICHSTAG, POTERI LIMITATI. IL SISTEMA
DELLE 3 CLASSI ASSICURAVA IL PREDOMINIO DI NOBILI, CONSERVATORI E CONTRIBUENTI.
BISMARCK FU CANCELLIERE PER 20 ANNI, CONCEDENDO PRIVILEGI AGLI JUNKER (CETO NOBILIARE, MILITARE E
FEUDALE), BORGHESIA E CLASSI MEDIE DEBOLI POLITICAMENTE. L’INDUSTRIALIZZAZIONE TEDESCA FU RAPIDISSIMA;
1875: I SOCIALISTI FURONO UNITI IN UN SOLO PARTITO (SPD);
1914: SCOPPIA LA IGM, I SOCIALDEMOCRATICI PACIFISTI VS DITTATURA MILITARE
1918: SCONFITTA PESANTE à CRISI à SFIDUCIA NEL PARTITO àSCISSIONE: PARTITO SOCIALDEMOCRATICO
INDIPNDENTEE PACIFISTA VS MOVIMENTO SPARTACHISTA CON ROSA LUXEMBURG E KARL LIEBKNECHT,
RIVOLUZIONARI E BOLSCEVIVHI.
1918: AMMUTINAMENTO A KIEL + RIVOLTE OPERAIE à SPARTACHISTI ALLA GIUDA DELLA RIVOLUZIONE MA CON
INFLUENZA LIMITATA;
1919: NASCE IL PARTITO COMUNISTA TEDESCO à INSURREZIONE A BERLINO, DOPO 2GG àARRESTO.

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LA RIVOLUZIONE FALLI’ PERCHE’ LARGA PARTE DELLA CLASSE OPERAIA ERA RIFORMISTA;
LA MAGGIORANZA SOCIALDEMOCRATICA + ALLEATI BORGHESI = REGIME DEMOCRATICO PARLAMENTARE, CON
DECISIVO SOSTEGNO DELL’ESERCITO PER SCELTA DEL PRIMO MINISTRO EBERT (MOORE SI E’ POI INTERROGATO SULLE
POSSIBILITA’ OGGETTIVE CIRCA LE MANCATE CONCESSIONI DI EBERT);
1928-29: NUOVO CLIMA DI DEMOCRAZIA E RIFORMA SOCIALE SOCIALDEMOCRATICA;
1929: CRISI MONDIALE;
1928 -1932: DISOCCUPAZIONE à DEBOLI I SINDACATIà DEBOLE PARTITO. DI MASSA à IDEOLOGIA NAZISTA; HITLER
UOMO NUOVO, NO ACCORDI NE’ COMPROMESSI;
1933: CANCELLIERE à REICHSTAG SCIOLTO E 14 LUGLIO FONDAZIONE DEL PARTITO UNICO.

LEZIONE DECIMA LE VIE ALLA COSTRUZIONE DELLO STATO MODERNO

Reinhard Bendix si differenzia tanto da Smelser per il rifiuto della teoria funzionalista e per la convinzione
che un apparato teorico troppo ampio sia d’impaccio più che d’aiuto nella ricerca sociale, quanto da Roth:
con quest’ultimo egli ha sicuramente in comune la forte ascendenza teorica weberiana ma se ne separa per
l’orientamento al confronto tra i diversi paesi. Roth prende in esame il caso nazionale tedesco, riducendo i
confronti ad accenni. Bendix al contrario affronta molteplici casi nazionali esaminati in varie fasi della storia.
Weber è la sua guida, quasi al punto da identificarsene, nonostante l’analisi storica comparata di Bendix
non si propone di raggiungere finalità esplicative nella stessa misura in cui lo fa Weber, in quanto in Bendix
l’obiettivo della generalizzazione teorica e spiegazione causale è affiancato dalla variabilità e particolarità
dei fenomeni storici sempre messa in rilievo. Il retroterra culturale dell’autore è composto di grandi classici
della letteratura umanistica, del contatto con l’SPD e con il pensiero weberiano. A Chicago, esule ebreo
dalla persecuzione nazista, incontra una sociologia basata sullo studio della demografia e dell’opinione
pubblica, con metodi della ricerca empirica. Bendix non è a suo agio né con l’approccio empirico né con
quello analitico di tradizione parsonsiana. Egli sarà sempre critico della teoria marxista ma fedele seguace di
Weber, dal quale prende l’esigenza di scegliere l’oggetto di studio per la sua rilevanza sociale e il ricorso a
tipi ideali come concetti intermedi, a potenziale euristico non universale. La debolezza nel quadro
concettuale di Bendix, questa assenza di teoria rispecchia la sua aderenza ai dettami weberiani: la validità
dei concetti è legata alla loro natura contingente sui processi storici, essi “esprimono solo precarie vittorie,
ad un livello intermedio di astrazione tra ciò che è vero per tutte le società e ciò che è vero solo per una di
esse”. Non è importante calare una teoria dall’alto sui concetti quanto comprendere esattamente il
significato di ciascuno dei fatti presi in esame nella sua singolarità e compararli tra loro per mostrare
variabilità e complessità delle esperienze storiche. Bendix ha dato un importante contributo alla critica
dell’approccio struttural-funzionalista, mettendo in evidenza l’importanza di un’analisi storica- comparata
dei processi specifici di cambiamento senza leggi generali né evoluzionismo unilineare né convergenza dei
paesi industrializzati verso un unico modello (cfr Karr?!). Bendix è al pari degli altri sociologi comparati
sensibile alla multilinearità del processo di modernizzazione. Nella sua opera prima Lavoro e autorità
nell’industria, egli affronta il tema del ruolo delle ideologie nel cambiamento sociale, mostrando la diversità
delle vie all’industrializzazione connesse con le ideologie che permeano i quadri imprenditoriali dei vari
paesi. ideologia è il processo di costante formulazione e riformulazione mediante il quale portavoce di un
gruppo sociale articolano i significati condivisi dai membri dello stesso. Bendix si conforma all’indicazione
metodologica weberiana 1) di assicurarsi il fondamento micro sociale dell’analisi dei fenomeni macro e 2)
riconoscere la natura contingente della storia, rimessa agli uomini. Egli compara l’esperienza
angloamericana dell’industrializzazione con quella della Russia zarista e comunista e della Germania Est. Si
intravede una premessa di valore a favore della prima via, che nonostante sofferenze e svantaggi non ha
portato dipendenza e coercizione come nel caso russo zarista e comunista. Bendix esamina il modello di
ideologia industriale e relazioni di autorità dell’Inghilterra di XVII e XVIII secolo e USA del XX, e modello

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russo. L’argomento è trattato con tecnica storico-narrativa, ricca di dettagli ma priva di confronto.
Nell’Inghilterra in fase di industrializzazione, una prima ideologia delle élite imprenditoriali comprendeva la
responsabilità dei datori di lavoro sui lavoratori, simile ad aristocrazia ->contadini; seguì una più prossima al
darwinismo sociale, imprenditore e operaio parte dello stesso organismo; seguì una fase di
burocratizzazione impersonale tradotta poi negli Stati Uniti nella quale si sviluppo l’ideologia del self-made
man; in Russia l’ideologia del paternalismo zarista restava dominante, con i lavoratori in una condizione di
isolamento sociale e non comunitaria come in GB; nella Russia comunista i rapporti di dipendenza servile
lasciarono i passo ad una pianificazione burocratica del lavoro da parte del partito, solo formalmente
aperta alla partecipazione.
Bendix racconta il lungo processo di incorporazione della classe operaia nel sistema industriale in due casi
agli antipodi nella gamma dei regimi politici, evidenziando il ruolo decisivo svolto dalle culture politiche
tradizionali dominanti in società. Nel caso inglese e USA sembra che le ideologie imprenditoriali siano in
linea con la cultura politica nazionale, pluralista e individualistica, che ha favorito l’integrazione graduale
dei lavoratori nel sistema industriale e poi politico. La cultura politica autocratica e paternalista della Russia
zarista e pianificata della Russia di Lenin hanno favorito un’integrazione subalterna dei lavoratori. Bendix
non formalizza un modello di cambiamento industriale entro il quale le ideologie = explanandum e cultura
politica = explanans, né enuncia l’esistenza di una relazione causale tra le due. Egli approssima il metodo
della concordanza di Mill ma manifesta un’inclinazione per la narrativa storica, entro cui si perde la teoria.
L’opera è ricca di comparazioni ma non funzionali alla generalizzazione causale perché l’interesse
principale verte sulle specificità storiche dei singoli casi. In Re o popolo (1978), egli muove verso un
confronto tra diversi casi nazionali che affrontano il problema del superamento dell’autorità regale in nome
del popolo. La prima parte del libro tratta del potere dei Re nelle società agrarie, sottolineando la natura
religiosa della legittimazione e concentrandosi sulle lotte Re vs autonomie nobiliari; nella seconda parte
descrive l’affermazione di un’autorità centrale esercitata in nome del popolo. Il vecchio ordine è in tutti i
casi sfidato da una mobilitazione intellettuale innescata da gruppi di élite e i paesi più avanzati traducono il
cambiamento in quelli meno. Le tradizioni politiche e culturali di ciascun paese svolsero un ruolo nel
processo di costruzione del nuovo ordine à le esperienze di modernizzazione furono in ogni caso diverse
ed è su queste differenze che si concentra l’analisi di Bendix. Il caso di Inghilterra, Francia, Giappone e
Russia non furono selezionati in base ad un’ipotesi formulata ex ante ma riflettono il desiderio di
sottolineare la particolarità di ciascun processo storico. In Inghilterra, vi furono 3 gruppi di élite intellettuali:
puritani, specialisti di diritto comune e nobili + parlamentari in conflitto con il Re; nel 1688 si raggiunse un
nuovo equilibrio a seguito della Riv fra queste componenti. In Francia la Riv. fu guidata dai philosophes,
rivoluzionari o parlamentari conservatori che difendevano i propri interessi; il malessere dei letterati era lo
stesso del popolo verso la Monarchia, che venne decapitata. L’esperienza inglese e francese hanno
prodotto effetti dimostrativi presso altri paesi come in Prussia, dove il Parlamento venne riconosciuto
organo cost. e in Giappone, dove la restaurazione dell’Imperatore portò una trasformazione della vecchia
struttura sociale del Paese. In Russia, la Riv del 1917 avvenne utilizzando il mandato del popolo sebbene
guidata dall’alto dall’avanguardia bolscevica. L’opera di Bendix studia le forme di legittimazione del potere,
concentrandosi sull’autorità nell’industria e poi in Re o popolo allarga l’analisi all’intera società. Bendix
mostra il passaggio da forme di legittimazione religiosa all’ideologia del “mandato del popolo”, presente in
tutti i casi. Egli sottolinea inoltre il ruolo delle élite intellettuali rispetto al ruolo delle masse e dei fattori
materiali legati ai rapporti di produzione e all’economia capitalistica verso i quali mostra scetticismo,
nonostante fossero i prediletti dalla maggioranza degli studi in questo campo. Il ruolo cruciale nella sua
spiegazione multi causale è comunque svolto dalle idee e dagli aspetti culturali di cui gli intellettuali sono
portatori (≠Marx!). Le critiche rivolte al suo approccio metodologico sono inerenti la natura effettivamente
comparata della sua analisi: Bendix evita spiegazioni e generalizzazioni, mettendo in evidenza solo la

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diversità delle esperienze storiche concrete rispetto a dati problemi, che sono giustapposte senza un
principio integratore e non comparate. Una cesura tra l’approccio weberiano -di analisi comparata che
confronta, sulla base di ipotesi ex ante, casi storici selezionati per giungere a spiegazioni causali o
generalizzazioni ad ampio spettro- e l’approccio di Bendix -di analisi storico- narrativa che approfondisce gli
aspetti specifici di ogni caso in esame in modo da risaltarne le differenze e somiglianze, senza che nessuno
perda la sua singolare ricchezza- non è utile, perché entrambi sono validi. Sul piano metodologico, Bendix
segue solo in parte l’approccio weberiano, che procede per giustapposizione di casi storici con taglio
narrativo ma in esso la dovizia di approfondimenti è finalizzata a mostrare l’unicità del razionalismo
occidentale e la specificità del rapporto tra l’etica protestante e lo sviluppo del capitalismo razionale
mentre i casi esaminati da Bendix mostrano la varietà di possibili percorsi alla modernizzazione senza alcun
tentativo di comprendere l’eccezionalità di uno dei casi rispetto agli altri. Bendix non enuncia alcuna ipotesi
generale, forse rimasta come premessa di valore implicita circa l’affermazione della democrazia
parlamentare classica come modello da seguire in ogni processo di modernizzazione, alla stregua del caso
inglese di graduale integrazione. L’approccio metodologico di Bendix è comparativo anche se
individualizzante, non diretto ad enunciare regolarità o generalizzazioni trasversali ma a mettere in rilievo le
caratteristiche specifiche di ciascun caso.
RIFIUTO MARX, POSITIVISMO, PARSONS; OK WEBER MA IMPRONTA PERSONALE
Il lavoro di Barrington Moore sul piano metodologico rappresenta un punto alto dell’analisi comparata; al
pari di Bendix, è influenzata da Weber ma si riconosce in lui anche un riferimento al pensiero di Marx, in
quanto la considerazione che la classe sociale nasca da un complesso specifico di rapporti economici o la
considerazione della lotta di classe come basilare per la politica sono sicuramente tra le più determinanti
nel panorama sociologico. A differenza di Bendix che riconosce alle ideologie un ruolo decisivo nella
modernizzazione, Moore sottolinea anche aspetti strutturali del contesto entro il quale si muovono gli attori
sociali e le loro motivazioni. In Le origini sociali della dittatura e della democrazia (1966) egli però non tratta
in modo esplicito il tema dell’interazione tra struttura e azione o tra vincoli del contesto e scelte individuali.
Il tema è stato da lui già affrontato ne Potere politico e teoria sociale (1958) e in Le basi sociali
dell’obbedienza e della rivolta (1978), lavori complementari alle Origini. In quest’ultimo lavoro troviamo
vari esempi del ruolo decisivo svolto in date congiunture storiche dalle scelte e azioni individuali e della loro
vanificazione da parte di fattori strutturali di lungo periodo o dal successivo imprevisto volgere degli eventi.
Moore mostra come ironicamente le conseguenze dell’azione umana possano avere effetti opposti a quelli
voluti, come nel caso delle rivolte contadine in Francia prima della Riv. che volsero in favore della borghesia
urbana. Secondo Moore i gruppi e le classi sociali durante guerre civili e Riv. sociali si comportano in modo
conforme alla percezione dei loro interessi materiali e morali, ma spesso non in linea con gli esiti. Forti sono
in condizionamenti esercitati da tenenze strutturali antecedenti alle rivolte. La successione degli
avvenimenti non è puramente casuale, ma lo spazio di variazione si riduce in considerazione delle strutture
istituzionali. La libertà degli attori sociali è limitata. Moore come Bendix dedica poco spazio alla teoria,
diffidando dalle elaborazioni astratte e formali della sociologia contemporanea, definita come astratta,
astorica e formale. Lo scarso appello alla teoria è un elemento voluto tramite il quale Moore fa partecipare
il lettore alla scoperta di nessi e generalizzazioni sulla base del caso storico specifico, un lungo e paziente
work in progress. Moore si differenzia da Bendix per l’esplicitazione delle premesse di valore che guidano il
suo lavoro: il suo lavoro è dedicato alle origini della dittatura e della democrazia, non nascondendo la sua
convinzione circa la superiorità morale della democrazia rispetto alle soluzioni totalitarie. Gli stessi Marx,
Weber e Durkheim non vivevano il conflitto tra posizione morale e degli scienziati, e sceglievano
l’argomento da trattare in base all’importanza per loro epoca. Ne Le origini sociali egli affronta il tema del
cambiamento di lungo periodo delle istituzioni politiche verso l’ampliamento alle grandi masse delle forme
di partecipazione politica. Esaminando la storia di Inghilterra, Francia, USA, Giappone, India e Cina, Moore

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si chiede quali caratteristiche del passato di ciascun paese hanno influito nel determinare la collocazione tra
regimi autoritari o democratici. Moore individua 3 vie, democratica, fascista e comunista. Il disegno di
ricerca di Moore è guidato dagli esiti finali del processo e non i fattori strutturali antecedenti la cui presenza
o assenza causa il risultato. Non parte da cause generali o trasversali bensì visti i differenti esiti finali di
questo processo, egli procede alla ricostruzione dei fattori che li hanno determinati nella loro natura
specifica ai singoli casi in esame. La via democratica riguarda Inghilterra, con le campagne nelle mani dei
nobili e i contadini decimati dalle enclosures, e in Francia, dove la nobiltà lasciò le campagne ai contadini, i
cui tumulti portarono alla riv. borghese, oltre che negli Stati Uniti, in cui la Guerra di secessione indebolì il
fronte conservatore. In Giappone la via fascista prese piede per la mancanza di un’élite intellettuale
antitradizionalistica e in Cina via comunista, legata all’occupazione militare giapponese e alle vie alternative
del Partito. In quest’opera appare evidente come l’identificazione di fattori idiosincratici o specifici a
ciascun caso, sulla base di dettagli storici, arricchisce il quadro interpretativo al di là delle variabili strutturali
caratterizzanti le vie alla modernizzazione. Moore svolge un’analisi comparativa degli specifici rapporti
storici senza cadere in uno studio della causa della modernizzazione, ritenendo fondamentale il confronto
tra idee anche contraddittorie e la sequenzialità degli eventi all’interno del flusso storico. Aderendo al
determinismo debole, Moore non cade nell’errore del principio di equivalenza delle indagini sperimentali,
perché i casi nazionali non sono unità equivalenti ma si influenzano tra loro a causa di sequenzialità ed
effetto dimostrativo. L’autore fa uso dell’analisi controfattuale weberiana, nel caso tedesco del Primo
Ministro Ebert e della possibilità di concessioni anziché chiusure conservatrici ai movimenti operai e nel
caso cinese, circa l’ipotesi che un signore della guerra anziché il Partito riuscisse a prendere il Governo.
Permane in Moore una tensione tra la spiegazione singolare e la generalizzazione come analisi completa e
complessiva di tutti i casi. Moore a differenza di Bendix non attua una giustapposizione di casi ma si affida a
narrazioni causali e alla scoperta di analogie, identificando uniformità o regolarità, sulla cui base sono
formulabili generalizzazioni seppur circoscritte.
(TRA WEBER = SI GENERALIZZAZIONE E BENDIX= NO GENERALIZZAZIONE!)

EXCURSUS LE ORIGINI DELLA RAPPRESENTANZA PARLAM. E DELLA TOLLERANZA RELIGIOSA IN GB


IN INGHILTERRA, NACQUE UN’ISTITUZIONE QUASI PARLAM. = ANOMALO COMPROMESSO TRA RE E NOBILI, SENZA
EGUALI IN EU à TASSE, LEGGI E TRIBUNALE SUPREMO + PRIVILEGIO PER I MEMBRI;
COSTRUZIONE DELLA CHIESA ANGLICANA NAZIONALE = OBIETTIVO COMUNE ELISABETTA T.+ PARLM. àATTACCO
ALLE PROPRIETA’ CATTOLICHE, MA DEBOLE COERCIZIONE àAUTONOMIA NELLE PROVINCE;
1625: CARLO I STUART SUL TRONO à QUESTIONE FISCALE E RELIGIOSA, APPOGGIO AI CATTOLICI;
1640: CARLO SFIDA L’AUTONOMIA SCOZZESE IN FATTO DI GIURISDIZIONE E OPPOSIZIONE PROTESTANTE;
1642: SCOPPIA LA GUERRA CIVILI;
1646: FINE GUERRA CIVILE, VITTORIA RIBELLI E CROMWELL à REPUBBLICA INGLESE, FINO AL 1660 à ABOLITA CHIESA
ANGLICANA + DIRITTI DI PROPRIETA’ RAFFORZATI + NO OBBLIGO CHIESA NAZIONALE.
1656: DOPO AVER SCIOLTO IL PARLAM. INCAPACE, CROMWELL MUORE à NUOVE ELEZIONI
1660: RESTAURAZIONE AD OPERA DI CARLO II àRESTAURAZIONE CHIESA ANGLICANA + AUTONOMIE LOC.
1679: GIACOMO II, CATTOLICO BIGOTTO à PARIFICAZIONE CHIESA CATTOLICA E ANGLICANAà ALLEANZA TRA
ANGLICANI E PROTESTANTI VS GIACOMO;
1688: GUGLIELMO D’ORANGE SBARCA IN INGHILTERRA, FUGA DI GIACOMO II;
1689: FINE GLORIOSA RIV. à ASSEMBLEA SI AUTOPROCLAMA COSTITUENTE + GUGLIELMO RE à NASCE MONARCHIA
PARLAMENTARE + BILL OF RIGHTS CON LEGITTIMAZIONE DEL RE DA PARTE DEL POPOLO à
RIFIUTO ASSOLUTISMO + ABOLIZIONE CENSURA + OPINIONE PUBBLICA;
1689: ATTO DI TOLLERANZA, LIBERTA’ DI CULTO, GARANZIA DI SOCIETA’ CIVILE IN UN’EU BARBARA.

LEZIONE TREDICESIMA SVILUPPI DI RICERCA E ASPETTI DI METODO

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I FATTORI SOCIALI E CULTURALI DELLO SVILUPPO ECONOMICO


Le ricerche sulla modernizzazione e sviluppo economico delle aree arretrate avevano conosciuto una
crescita già negli anni ’50 e ’60, subendo un rallentamento a seguito delle critiche di teleologismo, in
quanto esse ritenevano che fosse possibile stabilire sequenze evolutive o stadi di sviluppo delle società in
via di modernizzazione sulla base delle esperienze storiche delle società più avanzate, sottovalutando la
possibilità di differenti percorsi nazionali alla sviluppo. In questo senso l’analisi storica comparata di Bendix
e Moore ha mostrato la complessità del processo di mutamento politico, nel quale svolgevano un ruolo
importante plurali fattori e soggetti come le élite e lo Stato, nonchè eventi idiosincratici e imprevisti à
nuova attenzione alla diversità delle vie alla modernizzazione politica e sviluppo economico.
Nell’ultimo ventennio del XX secolo si assiste al forte sviluppo economico delle Tigri asiatiche e della Cina,
mettendo in evidenza i limiti delle teorie della modernizzazione classiche. Concentrandosi su questi paesi e
rapportandoli a paesi appartenenti ad altri contesti è nato un nuovo filone di ricerca definito come “new
political economy comparata”, con l’intento di scoprire i fattori che hanno reso possibile il forte sviluppo dei
paesi del Sud-Est asiatico e Cina, rispetto ai fallimenti cui sono andati incontro in precedenza paesi
dell’America Latina pur partendo dalla stessa arretratezza. Il principale di questi fattori individuato
inizialmente è il ruolo esercitato dallo Stato, affiancato da burocrazia competente e leadership polica
autonoma dai gruppi di interesse. Evans e Rauch dopo aver stimato la qualità della burocrazia di vari paesi
in base a reclutamento dei funzionari su basi meritocratiche e possibilità di carriera stabile, hanno mostrato
l’esistenza di una forte correlazione tra questo indice e crescita del reddito pro capite: le 4 Tigri risultavano
essere i paesi con la più elevata qualità della burocrazia e la più alta crescita del reddito. Questi studi
seguono l’approccio comparativo quantitativo- statistico, prendendo in esame campioni ampi di paesi. Ben
presto però si fece strada l’idea che per comprendere il dinamismo o la stagnazione dei fenomeni fosse
necessario servirsi di comparazioni tra un numero limitato di casi, insieme con l’esigenza di valutare meglio
il ruolo dei fattori sociali e culturali dello sviluppo, con un’analisi più approfondita sul piano storico-
empirico oltre che informazioni qualitative. Evans ha attirato l’attenzione sul ruolo svolto dal capitale
sociale e dai fattori socioculturali. In proposito è rilevante il lavoro di Hamilton che compara le modalità
storiche dello sviluppo del Giappone con quelle della Cina: il primo adotta un modello di sviluppo
industriale capitalistico guidato dall’alto, oltre che un trasferimento totale dell’eredità al primogenito, la
Cina adotta una spinta dal basso attraverso la crescita di imprese familiari e agricole- artigiane ed una
divisione ereditaria in parti uguali fra gli eredi maschi. Su questa base si innesterà la Cina comunista e la
costruzione dell’industria di stato, la cui efficienza, adattabilità e minori costi del lavoro piaceranno molto
alle multinazionali occidentali a seguito della riapertura cinese agli scambi internazionali, con ruolo
importante delle aziende familiari. Alcune caratteristiche della società tradizionale come l’importanza
attribuita all’integrazione dell’individuo nel gruppo, la robustezza dei legami di appartenenza comunitaria
e obblighi annessi favoriscono lo sviluppo, sono utili alla modernizzazione. Circa l’influenza delle grandi
religioni, l’intuizione di Weber a proposito del confucianesimo come ostacolo allo sviluppo capitalistico è
confermata, in quanto secondo Hamilton la tradizione culturale confuciana ha offerto la base del forte
senso di obbedienza all’autorità, richiesto in Cina tanto dalle famiglie quanto dal centralismo statale. In
Giappone, la stesa ha favorito lo sviluppo di un capitalismo guidato dall’alto, in Cina dal basso. Gli studi in
questo campo hanno messo in evidenza la varietà dei percorsi di sviluppo e il ruolo svolto dai fattori
socioculturali (in linea con Bendix e Moore).
METODO UTILIZZATO: integrazione dell’approccio dell’analisi per variabili statistica o quantitativa +
analisi storica comparata presso un piccolo numero di casi nazionali.

GLI STUDI INIZIALI SUL WELFARE STATE


Anche per gli studi sul Welfare State l’approccio prevalente negli anni ’50 è60 del secolo scorso era

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influenzato dalla teoria della modernizzazione come processo lineare di convergenza tra i vari paesi, con i
ritardatari al seguito dei precursori. Intorno agli anni ’70 è80 però si diffuse l’eco sia degli effetti
dell’apertura teorica e metodologica degli studi sui processi di formazione dello Stato nazionale sia
dell’opera di Bendix e Moore, e la molteplicità dei percorsi di modernizzazione da essi dimostrata. I primi
studi nel campo del Welfare (Titmuss, Marshall […]) erano per lo più British- centered essendosi sviluppati
in Inghilterra; altri si concentrarono più tardi negli Stati Uniti, avendo come focus lo stesso caso nazionale.
Per questa nazionalità sono stati tacciati come privi di sensibilità comparativa e approccio idiografico o
narrativo. In realtà l’opera più importante di Titmuss, ad esempio, è dedicata ad un’analisi comparata del
sistema inglese e americano di trasfusione, smentendo la critica. Per di più, questi studi hanno avuto
un’importante influenza sull’elaborazione di concetti e categorie utili all’analisi storia comparata
successiva. A Titmuss si deve l’elaborazione di una tipologia di Welfare State, articolata in 3 modelli:
residuale, al fallimento di mercato e famiglia segue l’intervento statale; istituzionale redistributivo, welfare
come istituzione integrata e prioritaria della società; meritocratico o corporativo, welfare come
complemento dell’economia con soddisfacimento dei bisogni sociali in base al merito. Il primo libro
importante di Titmuss è del 1950, Problems of Social Policy, nel quale egli esplora il rapporto tra le forme di
solidarietà familiare e lo sviluppo delle politiche sociali in Inghilterra, individuando il tema dominante della
solidarietà umana e altruismo. Solo grazie ai legami di parentela e solidarietà la società inglese resistette al
terrore della guerra, con conseguente e naturale sviluppo dei servizi sociali e sistema di welfare. Il tema
dell’altruismo venne poi affrontato nell’opera circa il sistema inglese di donazione del sangue comparato
con quello americano. Titmuss mostra il ruolo determinante della componente altruistica e volontaria del
terzo settore inglese, nettamente superiore a quello americano, inefficiente e costoso perché legato al
libero mercato. Tramite la valorizzazione del terzo settore, Titmuss offre un’opportunità importante di
ampliamento delle categorie per l’analisi comparata del sistema di welfare, permettendo una
comprensione migliore dei casi storici nazionali di sviluppo, fermo restando che l’analisi deve poter
abbracciare processi di lunga durata. Il modello a tre settori non ebbe largo riscontro, e l’impostazione
teorica di ampio respiro non venne accolta nei maistream degli studi nel campo. Titmuss è stato letto come
un precursore della modellistica relativa ai regimi di welfare. Si è rimasti fermi all’interno di una dicotomia
tra welfare state e mercato, senza il coinvolgimento della società civile in questo campo, a differenza del
tema della modernizzazione.
A seguito della critica sollevata dagli studi di genere negli ultimi anni Novanta, i temi del ruolo della famiglia
come agenzia informale di Welfare e della partecipazione delle donne al mercato del lavoro, questo
approccio è stato ripreso. La sottovalutazione del ruolo della società civile e delle istituzioni di protezione
sociale spiega perché, fino in epoca recente, la sociologia come disciplina ha avuto un ruolo minore nello
sviluppo degli studi in questo campo rispetto alla new political economy comparata.

LA RICERCA STATISTICA COMPARATA SUL WELFARE STATE


Dopo la fase iniziale British- centered, si assiste anche nel campo del welfare state allo sviluppo di un ampio
filone di ricerca comparata di tipo quantitativo statistico, conforme all’egemonia nel mondo delle scienze
sociali dell’approccio teorico e metodologico positivista. Molti di questi studi non hanno un taglio storico
ma ricorrono a dati sincronici: anche quando riguardano più casi nazionali, essi non possono essere
ricompresi entro il filone degli studi di analisi storica comparata. Ciononostante, una parte di essi
utilizzando la disponibilità di serie storiche di dati nazionali standardizzati delle nuove agenzie
internazionali, dà luogo ad un importante filone di studi comparati di tipo diacronico. Negli anni ’70 si
verifica quindi una sostanziale svolta comparativa, una serie di studi che ricorrono all’analisi per variabili
condotta su campioni assai ampi e volti a formulare generalizzazioni causali di vasta portata à regressione
standard ed evidenze statistiche. Essi mirano ad individuare le variabili indipendenti che spiegano

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l’introduzione e lo sviluppo die programmi di welfare, misurati prevalentemente con riferimento alla spesa
sociale e/o al grado di apertura della popolazione. Nella prima fase, tra le variabili esplicative
predominavano quelle di natura economica o demografica; nella seconda fase si è affermata la teoria delle
risorse di potere, che mette in rilievo il ruolo dei partiti (di sx!) e gruppi d’interesse; a partire dagli anni ’80,
l’attenzione si sposta sul ruolo dell’amministrazione statale. I tre lavori più interessanti sono quelli di:

Wilensky, campione di 64 paesi, analisi dell’associazione statistica tra welfare effort e possibili fattori
esplicativi come il Pil, il carattere democratico o totalitario dei regimi politici, l’economia capitalista o
socialista […]: lo sviluppo economico e le sue conseguenze sul piano demografico e burocratico sono le
cause dell’emergere generalizzato del welfare state. A dieci anni di distanza, Wilensky confermerà la
superiorità del livello di sviluppo economico come indicatore di previsione del Welfare state rispetto al tipo
di regime politico, pur evidenziando l’importanza di alcuni fattori emersi come i partiti cattolici.

Stephens, campione di 17 democrazie capitaliste occidentali sviluppate. Obiettivo: prospettive di


transazione dal capitalismo al socialismo che si potrebbero aprire nei casi in esame, con particolare
importanza allo sviluppo del welfare state e al ruolo di partiti socialisti, comunisti, sindacati. L’analisi
contiene molti elementi storico-empirici, pur facendo ricorso all’analisi per variabili di tipo quantitativo-
statistico, utilizzando dati relativi alla spesa sociale, all’età, Pil […]. I risultati ottenuti confermano l’ipotesi
che il mutamento dei rapporti di forza nella società civile è una causa di sviluppo del welfare state: gov.
socialista à alta spesa sociale. I risultati smentiscono l’importanza di variabili economiche e
demografiche.

Peter Flora, campione di 13 paesi. Obiettivo: spiegare le diversità istituzionali del welfare state nei paesi
occidentali. La ricerca è comparata diacronica, imperniata su serie temporali di dati quantitativi e
informazioni qualitative relative ai programmi di welfare, burocrazia, presenza di chiese. Flora e Alber
ricostruiscono per ciascuno fase di intro, estensione, completamento e consolidamento del welfare state,
utilizzando 3 variabili: sviluppo socio-economico, mobilitazione politica della classe operaia e sviluppo
costituzionale. È emerso che molti paesi che approvano leggi di assicurazione sociale a livello economico
basso sono caratterizzati da alta mobilitazione politica della classe operaia; bassa mobilitazione à alti livelli
di sviluppo economico. L’introduzione di schemi di assicurazione sociale (y) è una funzione di effetti
combinati di crescenti problemi sociali [sviluppo economico] (x₁) e crescenti pressioni politiche
[mobilitazione operaia] (x₂). Questa spiegazione però non è valida per i paesi caratterizzati da bassi livelli di
sviluppo economico e mobilitazione: la variabile esplicativa(x) qui è relativa alla forma monarchica
costituzionale, che agevola l’introduzione di programmi di welfare (y). Le monarchie avevano più bisogno di
consenso della classe operaia rispetto alle dem. parlamentari che già avevano efficienti burocrazie.

Questi studi quantitativi hanno apportato un importante contributo alla conoscenza sociologica, sia per i
dati forniti che per le ipotesi formulate. Tuttavia, nonostante l’abbondanza di dati e sofisticate tecniche,
essi hanno ecceduto nella spiegazione, soffocando l’analisi con troppi fattori esplicativi. Ferrera in questo
caso si chiede se l’approccio statistico in sé per sé non sia inadatto all’associazione tra variabili.
Aumentando i casi per accrescerne la precisione, questo approccio resta incapace di evidenziare i
meccanismi di determinazione delle variabili indipendenti. È importante verificare se, negli ultimi 20 anni,
lo sviluppo della ricerca sul welfare state con metodo storico comparato su un piccolo numero di casi
abbia superato la stasi metodologica dello statistico- quantitativo.

GLI STUDI STORICI COMPARATI SUI REGIMI NAZIONALI DI WELFARE


Per superare le correlazioni statistiche di superficie degli anni ’70, è necessario riprendere il cammino
dell’[analisi storica comparata incentrata su pochi casi nazionali].

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Lo studio di Rimlinger sulle politiche sociali in EU, Stati Uniti e Russia prevede una dettagliata analisi storica:
secondo l’autore, a seguito del processo di industrializzazione e alle conseguenti sfide per l’integrazione dei
ceti sociali esposti ai nuovi rischi, la Germania reagì precocemente per lo storico paternalismo, gli Stati Uniti
in ritardo a causa della cultura liberista e in Russia i programmi di welfare furono funzionali al controllo
della forza lavoro.

Lo studio di Heclo è interessato al welfare state di Inghilterra e Svezia, individuandone i soggetti politici e
amministrativi la cui azione ha portato all’adozione e allo sviluppo dello stesso. I partiti e i gruppi di
interesse hanno svolto un ruolo secondario rispetto all’élite amministrative.

A partire dagli anni ’80, il filone degli studi […] riprese vigore rispetto ai precursori sopra citati. Questi studi
riescono ad esaminare con maggior dettaglio i processi storici che hanno permesso l’adozione di programmi
welfare, sottoponendo a un più preciso scrutinio le ipotesi formulate relativamente al ruolo che i diversi
attori politici hanno avuto in proposito, permettendo di chiarire perché alcuni paesi siano stati precursori e
altri ritardatari. Dal punto di vista metodologico, questi studi hanno integrato i dati quantitativi e statistici
con un’approfondita analisi del materiale storico disponibile e talvolta con un lavoro storiografico diretto.
Gli studi comparati sul welfare sono stati quelli in cui il confronto tra approcci storico e quantitativo
statistico ha dato i suoi frutti migliori. A partire dagli anni ’80 vi è stato un graduale riconoscimento del fatto
che le strutture, gli attori e le dinamiche sono collegati in sequenze di sviluppo, esercitando così diversi
impatti causali che dipendono da spazio e tempo. La spiegazione si sposta dal ruolo attribuito allo sviluppo
economico- demografico al ruolo degli attori politici e sociali e a quello svolto dallo stato.
Peter Flora ha realizzato un lavoro imperniato su una serie di monografie dedicate ai maggiori paesi EU-
Occ. ciascuna delle qual comprendente: sinopsi storica intro; descrizione delle risorse; valutazione dei
risultati; spiegazione di cause e fattori associati; conclusioni su attuali problemi e policy. In EU esistono
diversi percorsi nazionali, raggruppabili in: configurazione istituzionale del welfare scandinava e
continentale. All’origine di queste differenti configurazioni vi sono il grado di penetrazione statale nelle
istituzioni del welfare* e il grado di frammentazione dei suoi programmi, più elevato nei paesi continentali.
Nel Nord Eu la fusione tra potere secolare e religioso(x₁) a seguito di Lutero e il compromesso tra operai e
contadini (x₂) ha promosso una precoce appropriazione statale delle funzioni di welfare (y), soluzione
impraticabile nel continente per l’invadenza della Chiesa di Roma (x₁) e la frammentazione della struttura di
classe (x₂). Questo approccio metodologico di Flora caratterizzato dall’integrazione tra materiale
quantitativo- statistico e analisi storico-empirica e qualitativa sarà adottato anche in seguito.
Ann Orloff e Theda Skocpol intendono spiegare tramite un’analisi storica comparata perché gli Usa non si
siano mossi a partire dalla fine del XIX secolo in direzione dello sviluppo di programmi di assicurazione
sociale per tutta la popolazione. Essi operano una comparazione tra Usa e Inghilterra, con background
simile, adottando il metodo della differenza di Mill: gli Usa non hanno adottato organicamente la riforma,
come invece fecero gli inglesi, disponendo già di un Civil Service nazionale efficiente (x₁), oltre che di partiti
socialisti ben organizzati (x₂). L’amministrazione USA era invece invischiata nel patronage e clientelismo.
Un altro esempio è fornito dal lavoro di Ferrera sui modelli di solidarietà che caratterizzano i diversi tipi di
Welfare EU. Egli ricorre ad uno schema multicausale, distinguendo all’interno del welfare occupazionale e
universalistico, altri sottotipi puri e misti. Nel caso italiano, oggetto di un’analisi quali-quantitativa
approfondita, uno dei fattori che spiegano la specificità come caso di tipo particolaristico- clientelare (y),
come nel caso Usa, la carenza di welfare stateness*. Questa attenzione al ruolo dello stato si trova anche in
altri studi, prodotti durante l’ultima fase di ridimensionamento del welfare state a seguito della crisi
economica. Pierson ha mostrato che il Welfare State stesso diventa oggi paradossalmente una variabile
esplicativa importante delle modalità che assumono i tentativi di un suo ridimensionamentoà
à teoria della path dependence.

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I VANTAGGI DEL METODO STORICO COMPARATO CON PICCOLO N


La sociologia storica comparata ha solitamente per oggetto processi storici di vasta scala e lunga durata,
esaminati tramite un’analisi contestualizzata. E’orientata alla spiegazione causale, partendo dalle
regolarità empiriche osservate presso un numero piccolo di casi e ricorrendo alla comparazione tra loro. Il
metodo utilizzato è riconducibile ai canoni della differenza e concordanza di John Stuart Mill. Tuttavia le
tecniche usate dai sociologi comparati non sono univoche, per la loro ecletticità essi procedono talvolta ad
una comparazione nominale, in cui i casi in esame sono esaminati senza riferimento alla collocazione delle
loro proprietà in una gerarchia, altre volte ordinale, nella quale si comparano le variazioni interne delle
proprietà dei casi in esame, altre volte ancora di tipo deterministico, per la quale si presume di poter
predire il risultato osservato in termini di causa-effetto per la presenza di condizioni assunte come
necessarie e sufficienti per il verificasi di un determinato risultato. La più frequente è però la comparazione
di tipo probabilistico: non sempre, ma “di solito” l’esito è associato ai fattori assunti causali. La metodologia
dei sociologi storici comparati in studi su piccolo N è più spesso deterministica di quella quantitativa-
statistica utilizzata nelle ricerche su grandi campioni, per i quali è impossibile formulare modelli
deterministici efficaci àin questi casi, si adottano spiegazioni probabilistiche.
Gli studi di un singolo caso costituiscono gran parte della ricerca storica comparata: in essi la comparazione
può avvenire aumentando i casi teorici riferendosi ad altri studi, come affermava Sartori a proposito di
“comparazione implicita” come confronto con “parametri ricavati da altri casi comparabili”. Un ruolo
metodologico importante è svolto dal riferimento ad uno o più modelli teorici di medio raggio: il sociologo
deve tenere sotto controllo molte variabili non fondamentali alla sua analisi, per cui il possesso di un
modello teorico robusto è il modo migliore per concentrarsi su un numero ristretto di fattori esplicativi.
Inoltre, la concreta esperienza di ricerca comparata permette un dialogo, interazioni tra teoria e storia
(evidenza empirica), impossibili nella ricerca quantitativa. La ricerca storica comparata fruisce di significativi
vantaggi rispetto a quella quantitativa, permettendo un interplay tra sviluppo teorico e dati diretti tramite
la tecnica narrativa. Quest’ultima permette di dare la giusta importanza alla sequenza degli eventi studiati.
La teoria della path dependence ha avuto qui una vasta audience, mostrando il ruolo cruciale per la
spiegazione degli esiti della sequenza entro cui si dipanano i processi di cambiamento istituzionale nei vari
casi nazionali. Peter Hall ha osservato che i teorici della path dependence sono convinti dell’importanza
della catena causale degli eventi che porta all’esito osservato, per cui i primi precoci sviluppi del fenomeno
possono cambiare il contesto di un dato caso in maniera così radicale che gli sviluppi successivi avranno
esiti differenti in ciascuno dei casi esaminati. La path dependence vede il mondo non come un terreno
segnato da regolarità causali atemporali ma come un albero dagli infiniti rami, le cui giunture sono il
risultato di eventi lontani nel tempo. La comparazione fondata sull’analisi statistica della regressione
permette inferenze causali valide solo se le relazioni causali in esame rispettano assunti di tipo ontologico
quali: 1) unità omogenee di comparazione, cioè a parità di altre condizioni la variazione osservata nei valori
di variabile esplicativa x produca un cambiamento nei valori della variabile dipendente y della stessa
grandezza in tutti i casi osservati; 2) assenza di correlazione sistematica tra le variabili esplicative incluse
nell’analisi e altre variabili omesse dall’analisi ma correlate con la dipendente; 3) casi in esame pienamente
indipendenti; 4) assenza di causazione reciproca tra esplicative e dipendente. I modelli di regressione
standard non possono però dimostrare con certezza l’esistenza di relazioni causali se non in modo
conforme a questa ontologia. MA il mondo sociale non ha questa struttura causale. La path dependence ha
mostrato che l’assunto dello stesso impatto across cases dei processi in relazione ad eventi cruciali del
passato; gli studi della strategic interaction mostrano il ruolo di alterazione dei processi successivi svolto da
risposte impreviste sopravvenienti. Ambedue le teorie portano la riflessione critica alle sue estreme
conclusioni, permettendo di restituire un ruolo importante all’analisi storica comparata fondata su piccolo
N, nella quale il ricercatore può svolgere un’analisi di dettaglio confrontando ipotesi ed evidente empiriche

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diverse. La narrativa ritrova centralità nel cogliere i dettagli, fermo restando la critica all’uso della
narrazione degli storici tradizionali che individuano connessioni generiche.
L’analisi storica se guidata da teoria esplicita o modello di ipotesi relative alle connessioni tra i fatti + tecnica
narrativa = è possibile raggiungere una spiegazione causale più che con l’analisi quantitativa- statistica per
variabili, che presuppone costanza nel tempo di relazioni causali semplici.
IL METODO STORICO COMPARATO SI CONNOTA PER 3 TRATTI SPECIFICI: a) ORIENTAMENTO ALLA SPIEGAZIONE
CAUSALE DI PROCESSI; b)COMPARAZIONE SISTEMATICA, CONTESTUALIZZATA E RIORSIVA, PICCOLO N; c) TECNICA
NARRATIVA E RICOSTRUZIONE DEL RUOLO DEGLI EVENTI E SEQUENZE.
L’ANALISI QUANTITATIVA PER VARIABILI DI STAMPO POSITIVISTA: AMPI CAMPIONI STATISTICI DI CASIà NO
COMPARAZIONE CONTESTUALIZZATA NE’ MECCANISMI GENERATIVI CONNESSI CON LA DIMENSIONE
MOTIVAZIONALE, SOTTOSTANTI LE RELAZIONI STATISTICHE OSSERVATE.
Entrambi gli approcci sono orientati all’analisi causale ma muovono da una differente visiono ontologica
della realtà sociale: diacronica (processuale) nel m. storico comparato, sincronica nell’analisi per variabili.

LEZIONE QUINDICESIMA: LA SOCIOLOGIA STORICA CONTEMPORANEA

Il pensiero di Pierre Bourdieu costituisce uno snodoo cruciale nella sociologia storica. In esso confluiscono
input di stampo marxista, durkheimiano, weberiano e eliasiano, oltre che implicitamente gramsciani.
L’opera di Bourdieu ha un impatto notevole negli Stati Uniti, perché coincidente con la svolta culturale degli
anni ’80. Nella sua formazione hanno inciso anche l’ermeneutica e la fenomenologia come filosofie
soggettiviste, che considerano il fenomeno come la sola realtà conoscibile –> la realtà sociale =
rappresentazioni, non fatti, in linea con la discussione teorica in Francia degli anni ’50. Se la fenomenologia
spiega l’attenzione di Bourdieu alla sfera della percezione del soggetto, per altro cronologicamente
posteriore, favorendo l’approccio sociologico costruttivista, ad essa faceva da contraltare lo strutturalismo
come approccio oggettivista, che considera le strutture come realtà oggettivamente esistenti e in grado di
imporre la loro logica agli individui. In questo senso Bourdieu ha qualificato il suo approccio come
strutturalismo costruttivista. In riferimento a:

Marx: ASPETTO ONTOLOGICO, influenza marxiana sull’idea di storicizzazione della società, nei concetti
stessi di habitus e campo; Marx è precursore della nozione scientifica di società. Inoltre anche in Bourdieu
la società = lotta di classe e gruppi sociali, in cui il potere dei dominanti opera violenza simbolica, simile al
velo ideologico marxista (cfr oppio dei popoli).

Weber: società = lotta di classe ma non concentrare nei rapporti sociali di produzione bensì in ordini sociali,
simili ai campi di Bourdieu. Weber inoltre sottolinea il concetto di auorità, che rimanda al potere simbolico.
Bourdieu condivide la visione ontologica del mondo sociale come significante, con elemento culturale e
simbolico centrale.

Elias: precedente di habitus, vicino alla categoria elisiana di configurazione + metodo di pensare a spirale +
metafore. Influenzata da Elias è la concezione relazionale della società, critica nei confronti delle concezioni
antinomiche che contrappongono ontologicamente individuo e società.

Gramsci (implicito): categorie di conformismo, egemonia, senso comune, battaglia di idee vicini al concetto
di habitus, potere simbolico e ruolo critico dell’intellettuale.

Bourdieu propone un procedimento di doppia lettura delle strutture del mondo sociale, volta a superare il
dualismo epistemologico e ontologico. Le strutture hanno una doppia vita: l’una nell’oggettività del primo
ordine, quindi materiali, l’altra nell’ogg. del secondo ordine sotto forma di schemi mentali e giudizi degli
agenti. La prima lettura considera la società come una struttura oggettiva, colta dall’esterno, che guida le

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azioni degli agenti convinti di organizzarsi autonomamente. La seconda lettura è soggettivista o


costruttivista, che vede nella realtà sociale solo la realizzazione contingente e continua degli attori sociale
che costruiscono la loro quotidianità. Nel pensiero di Bourdieu queste letture non sono contrapposte: lo
scienziato sociale deve recuperare una realtà sociale intrinsecamente duplice, respingendo il senso comune
e reintroducendo l’esperienza degli agenti, unendo approccio fenomenologico e strutturale. Bourdieu si
pone in antitesi con i paradigmi imperanti nelle scienze sociali.
Due concetti centrali di Bourdieu sono:

Habitus: insieme di relazioni storiche depositate in schemi mentali e pratiche dell’agente; è un meccanismo
che guida il comportamento individuale, una struttura profonda prodotta dall’interiorizzazione delle
strutture sociali esterne. Con questa nozione, Bourdieu intende mettere in evidenza sia il controllo
infracosciente del mondo sociale acquisito dagli agenti sia il ruolo creativo di questi ultimi nei limiti delle
strutture.

Campo: spazio sociale reticolare relazionale, un insieme di relazioni storiche oggettive, radicate attorno ad
una delle forme di capitale (materiale, sociale, simbolico, culturale). E’organizzato gerarchicamente,
secondo la distribuzione delle risorse à conflitto. Questa nozione sostituisce quella tradizionale di società,
coerente con l’obiettivo di superare la distinzione tra individuo e società.

Bourdieu afferma che l’aspetto essenziale del suo lavoro è una filosofia della scienza relazionale, che
riconosce il primato delle relazioni opposta al pensiero corrente del mondo sociale che opera su individui,
realtà sostanziali.

Violenza simbolica: non è coercizione, ma legittimazione del potere che affonda le sue radici in un
atteggiamento naturale. Il potere simbolico costringe i dominati a collaborare alla dominazione, è violenza
esercitata su un agente con la sua complicità. Agisce sulla rappresentazione del mondo.

L’habitus come insieme di disposizioni interiorizzate inconsciamente non consente di lacerare il velo della
violenza simbolica, ma tramite la riflessività, l’intellettuale può distruggere i miti che perpetuano il dominio.
La sociologia deve farsi carico di questa messa in discussione epistemologica del conformismo logico e
della sua funzione conservatrice dell’ordine costituito. Essa è una scienza politica, che più diventa
scientifica e più diventa strumento politico di critica della mistificazione e dominazione simbolica.
La singolarità dello strutturalismo costruttivista di Bourdieu è l’idea che le strutture sociali oggettive sono
solo cristallizzazioni della storia prodotta dagli uomini. Il mondo sociale di Bourdieu è popolato da
strutture ontiche simboliche costruite dagli uomini ma che si consolidano nel tempo e rappresentano nel
presente un vissuto passato. Il percorso intellettuale di Bourdieu è omogeneo perché affonda le radici nel
senso di storicizzazione della realtà sociale: egli non è solo un teorico della riproduzione sociale ma anche
del cambiamento strutturale di lungo periodo e legato all’azione degli individui. I problemi sociali sono per
Bourdieu sono stati socialmente prodotti attraverso un lavoro collettivo di costruzione sociale. La storia è
stata soggettivizzata negli individui e nei loro interessi; il concetto di habitus è il risultato di processi storici
che riguardano le traiettorie dell’individuo; la relazione tra habitus e campo è costruita come relazione tra
la storia dei corpi e storia delle cose. Tutti i principali concetti sono declinati come forme incorporate di
storia. Esistono diversi aspetti che rendono i campi di Bourdieu interamente storici: essi acquistano
autonomia dai poteri centrali solo quando la società indifferenziata lascia il posto ad una società complessa
à specializzazione in determinate pratiche sociali. La nascita di un nuovo campo è legata a nuovi eventi o
congiuntura storiche specifiche, e la sua autonomia è sempre minacciata come nel caso dell’evoluzione del
campo scientifico di fine XX secolo vs interessi economici e critiche post-moderne. I campi culturali sono
comunque più radicati nel tempo dal punto di vista sociale e organizzativo. Nei suoi primi studi sull’Algeria,

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Bourdieu sembrava accogliere la teoria della modernizzazione ma intorno agli anni ’70 mette al centro della
sua analisi la cancellazione della società indigena a seguito degli insediamenti forzati e la formazione di una
società in cui si assiste ad una’accelerazione patologica in certi campià direzione storica degli studi.
Un altro processo di cambiamento storico è la collisione di campi, congiunture che provocano una
sovrapposizione o coincidenza di campi in tempo di crisi che si estendono poi ad una catena di eventi
causando un cambiamento sociale di più ampie dimensioni. Ciò è avvenuto in Francia nel maggio 1968, con
sincronizzazione di proteste di genere e circa le prospettive occupazionali delle nuove generazioni. In
questo studio storico –empirico prevale un approccio storico-strutturale rispetto ad uno culturale-
costruttivista à strutturalismo genetico, il cambiamento sociale dipende dalla dinamica storica delle
strutture oggettive entro la quale si iscrive l’autonomia soggettiva, fermo restando l’imprevedibilità delle
congiunture e degli eventi.
L’obiettivo principale di Bourdieu resta la costruzione di un nuovo approccio epistemologico e un apparato
di concetti per l’analisi della società come realtà storicizzata. Il mondo sociale è ricostruibile solo ex post
nella catena di cause e vicende (cfr Elias, evoluzione storica). Egli muove dall’esigenza di superare il
dualismo artificiale tra approccio oggettivistico e soggettivistico tra i quali in realtà vi è una corrispondenza
biunivoca, un’influenza bilaterale. Nelle Meditazioni pascaliane (1997) egli rivede l’habitus in termini più
soggettivistici, rivalutando le differenze individuali nella formazione dello stesso e affermando che le
strategie dell’individuo sono localizzate nell’inconscio à nuova attenzione dimensione creativa.
In questi anni Bourdieu aumentò il suo interesse nel campo della sociologia dei beni simbolici, affrontando
questioni di genere, abbracciando il cultural turn degli anni ’80 è90.
Circa il metodo, egli si è servito di metodi eterogenei, spesso inconciliabili, nella convinzione che il metodo
è subalterno alla teoria, non ponendosi il problema dell’esplicitazione formale di verifica dei risultati né alla
replicabilità da parte di terzi. Come per Elias, tutti i metodi sono buoni purchè funzionali à politeismo
metodologico. Bisogna combattere ogni feticismo metodologico che lascia l’ordine sociale così com’è. Lo
scienziato sociale riflessivo si distacca dal dato empirico, demistificando la violenza culturale e simbolica
che si annida nel senso comune e nell’inconscio. In riferimento a Nietzsche, conta il sapere critico
accumulato dallo studioso, la comprensione interpretativa dell’osservatore è sufficiente alla conoscenza
della realtà sociale, non la verifica storico- empirica né la spiegazione causale. Bourdieu come Elias= critica
di descrittivismo empiricista à border line della sociologia storica.

INPUT DI BOURDIEU IN USA: CONTESTO STORICO CULTURALE SIMBOLICO > COMPARAZIONE; INTERAZIONE
ALL’INTERNO DEL CAMPO E TRA CAMPI; SENSO DELLA TEMPORALITA’; NATURA CONTINGENTE DEGLI EVENTI.

Il lavoro di Philip Abrams, Sociologia storica, pubblicato postumo nel 1982, è un punto di riferimento
obbligato per comprendere i rapporti tra sociologia e storia. Abrams ritiene che non vi siano sostanziali
differenze tra le due discipline, per cui è più importante focalizzarsi sull’obiettivo dell’analisi. Egli propone
un nuovo approccio caratterizzato dall’unità del metodo più che da una confluenza sul piano
epistemologico delle due come discipline. L’asse centrale è la strutturazione nel tempo della società.
Abrams sottolinea che gli individui sono nel contempo creatori e creature della società; la struttura modella
l’azione ed è trasformata dall’azione ed entrambi i processi si realizzano nel tempo. Il concetto di
strutturazione nel tempo è spiegato attraverso l’esempio dello sviluppo del welfare inglese, con particolare
attenzione alla teoria del potere.
Abrams dedica un capitolo alla spiegazione degli eventi come problema di metodo, tramite un’analisi del
loro ruolo nel processo di transizione delle strutture. Il processo di strutturazione non è direttamente
osservabile ma solo dedotto dall’osservazione di eventi. Dal punto di vista metodologico, il vero nodo della
questione è l’identificazione di uno o più dettagli e la loro valorizzazione come elementi cruciali dell’evento.
Selezionare i dati è un problema comune al sociologo e allo storico, per la necessità di disporre di una

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teoria che discrimini i dettagli significativi. Per farlo, bisogna guardare alla specificità e rilevanza dei dettagli,
valutare concretamente la transizione di cui un evento è segno. I fatti sociali sono parte del processo
inarrestabile di strutturazione e destrutturazione della società. una semplice relazione causa/effetto tra
variabili non fornisce una spiegazione adeguata degli esiti osservati à necessario inserimento in una
sequenza temporale. Per comprendere una realtà processuale, centrale è il metodo della narrazione come
contributo degli storici alla sociologia. Essa incontra dei limiti nel risolvere problemi di analisi che spesso gli
storici non affrontano, anzi Abrams suppone che la stessa sia utilizzata come stratagemma per sottrarre
qualche aspetto poco chiaro alla critica dei lettori. Abrams sottolinea più volte l’importanza che ha il
possesso di un modello analitico di relazioni causali o teoria complessiva, a sostegno di un’argomentazione
narrativa.
Anche la teoria deve lavorare con il materiale empirico senza dominarlo à dialettica teoria- prove
empiriche. Abrams vede la necessità di un’unità metodologica tra storia e sociologia, chiedendo al
sociologo di sottolineare il peso della struttura e allo storico di conferire il senso di sequenzialità dell’azione.
Dal punto di vista ontologico, Abrams non aggiunge nulla all’ontologia del mondo significante weberiano né
alla s. storica comparata degli anni ’60.

Andrew Abbott ha sviluppato una riflessione sulla natura processuale della società e il ruolo degli eventi
nella storia, sui metodi di ricerca nelle scienze sociali e sul ruolo della narrativa. Insieme con William Sewell,
pur muovendo dall’intenzione di valorizzare l’approccio narrativista e il ruolo degli eventi non rinunciano
all’idea di misurazione o comparazione dei fatti sociali e alla possibilità di generalizzazioni causali. Abbott
ritiene che la realtà sociale abbia natura processuale: è un mondo di eventi che innescano traiettorie di
conseguenze. Teorico della strutturazione sociale, ritiene che i grandi eventi siano turning points per
modificare o distruggere le strutture. La struttura sociale è solo apparentemente sincronica, è memoria del
passato in continua riproduzione. L’interazione sociale è altrettanto importante: i campi internazionali sono
luoghi specifici in cui si determinano gli eventi e si ridefiniscono le strutture ad opera degli attori sociali. La
realtà sociale ha una narrativa interattiva che richiama l’ontologia di Elias della relazionalità che annulla la
dicotomia individuo-società (cfr Bourdieu?).
Compito della sociologia è per Abbott sviluppare un metodo di ricerca che permetta di localizzare nel
tempo i fatti sociali, fondato sulla tecnica narrativa e non sull’analisi per variabili sincronica e insensibile alla
dimensione temporale. Ma esso deve essere volto anche alla spiegazione dei fenomeni in esame, un
metodo di impronta positivista in senso lato. Da un lato egli abbraccia una concezione ontologica
processuale della società, dall’altro non rinuncia alla misurazione o spiegazione analitica causale di tipo
positivista. Per il tentativo di integrazione tra i diversi approcci metodologici egli richiama l’orientamento di
Elias e il politeismo metodologico di Bourdieu.

La sociologia storica, costruita sulla comparazione di piccoli numeri, si presta secondo Abbott
all’integrazione con altri metodi, confermando che il metodo storico comparato è cruciale per la definizione
di sociologia storica.

Griffin appartiene al filone della “nuova sociologia storica”; egli sottolinea il ruolo della narrativa come
strumento principe a disposizione del sociologo storico per cogliere la natura contingente e open-ended dei
fatti sociali. Nelle narrazioni è possibile vedere come le conseguenze cumulative delle azioni passate
limitino e costringano le azioni future –> concetto di path dependency.

Griffin ha sviluppato una tecnica definita analisi della struttura degli eventi, che risponde all’esigenza di
misurazione dei contenuti della narrazione fatta presente dallo stesso Abbott. 3 passaggi: ricostruzione
della sequenza di azioni e collocazione delle stesse; ricorso all’opinione di testimoni privilegiati circa i

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legami causali tra le azioni; definizione di relaizoni causali entro il contesto narrativo. A differenza di Abbott
e Abrams, in Griffin lo sviluppo del metodo narrativo ha portato una rottura con la sociologia storica
comparata della generazione precedente. Abbott e Abrams avevano compreso le potenzialità del metodo
narrativo a differenza dei predecessori “analitici” appartenenti al filone dell’analisi storica comparata.
Griffin ritiene che il metodo narrativo intrinsecamente storico proponga una sociologia diversa dal punto di
vista ontologico (temporalità degli eventi) e metodologico (rifiuto approccio storico-comp.) à esplicita
identificazione di Griffin con la nuova sociologia storica.

L’impostazione critica di Griffin che interpone una netta frattura tra precedenti e recenti studi di analisi
storica comparata non può essere accettata senza specificazione: la tecnica narrativa permette di cogliere
la dimensione della temporalità nella realtà sociale, ma questa non è un’intuizione recente. La lettura di
Griffin della sociologia degli anni ’60 è70 risulta opinabile, perché questa dava sì importanza al contesto
economico e istituzionale ma non sottovalutava il ruolo degli eventi né della contingenza storica né degli
attori sociali. Griffin ha quindi assunto il lavoro di Skocpol come rappresentativo dell’intera analisi storica
comparata quando l’autrice manifesta una formalizzazione quasi sperimentale del disegno di ricerca di gran
lunga superiore al resto degli esponenti. Alcuni critici ritengono che il filone di studi avente come esponenti
Bendix, Moore […] abbia favorito la struttura e l’indagine macro, criticando gli approcci narrativi più vicini
alla storia che alla sociologia. Le critiche principali mosse alla precedente sociologia storica comparata
riguardano la scarsa attenzione alla temporalità della vita sociale e la sottovalutazione del ruolo degli attori
e il legame micro-macro dell’azione. La nuova sociologia storica invece: attenzione agli attori e non alle
variabili; tempo diacronico e non sincronico; eventi e narrative di eventi e non strutture; causalità
narrativa e non statistica. Il nuovo sociologo è più vicino al’etnografo e antropologo e in generale a quelle
tradizioni di ricerca legate a metodi qualitativi. Questa ricostruzione però sottovaluta le differenze interne
allo stesso filone: Roth, Bendix e Moore infatti non tralasciano gli eventi, né le macrostrutture né le
istituzioni.
Troppo precipitosamente viene teorizzata una contrapposizione tra l’ondata strutturalista degli anni ’60
è70 e l’ondata culturalista degli anni ’80. Secondo Adams, la seconda ondata sarebbe stata un movimento
eclettico, ispirato al marxismo con forti aspetti di influenza dell’economia sulla politica e di determinismo
strutturale, oltre ad un interessa al Weber dei tipi ideali, senza rifermenti all’Etica. Sarebbe stata data
scarsa importanza ai caratteri emergenti delle dimensioni culturali e istituzioni.

È necessario oggi riconcettualizzare la sociologia storica, priva dell’unità teorica degli anni ’60 e senza
problemi a livello macro da affrontare. Oggi è possibile solo una sociologia storica plurale, per cui bisogna
seguire il cultural turn e recuperare la religione, la violenza, le dimensioni non razionali della vita. Come
Griffin, anche la Adams ritiene che sia possibile identificare una netta frattura tra le due ondate.
In realtà, è possibile seguire una linea di continuità nello sviluppo della sociologia comparata dagli esordi
sino ad oggi. Il mondo irrazionale delle emozioni per esempio non era estraneo alla sociologia storica degli
anni ’60, come riscontrabile dai lavori sull’ossessione per l’etichetta di Versailles, l’ascetismo mondato
puritano in Inghilterra, il sentimento critico dei philosophes prerivoluzione. Anche nella riflessione di Adams
c’è un punto ontologico centrale, quello relativo alla natura emergente (efflorescente) di molti dei
fenomeni sociali oggetto di analisi da parte della terza ondata (’80). Se la nuova sociologia storica
individuando come suo oggetto specifico di conoscenza la fenomenologia dell’efflorescenza sociale segnala
la sua diversità sul piano ontologico rispetto alla sociologia precedente, è possibile che questa diversità
porti con sé anche una differenza sul piano metodologico in direzione dell’adozione di nuove tecniche
d’indagine di tipo qualitativo e antropologico. È necessario valutare il grado di novità dell’oggetto di
conoscenza della nuova sociologia stoica sul piano ontologico. In realtà, tra le strutture ontiche più stabili
(oggettive, per Sewell) e la fenomenologia sociale dell’efflorescenza vi è una diversità cronologica. Alla

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specificità dell’oggetto di studi può corrispondere una specificità del metodo, ora interdisciplinare.
L’elemento che non può mancare alla sociologia definita storica è la spiegazione causale degli esiti
osservati, come processo proceduralmente flessibile.

William Sewell viene considerato un esponente della seconda ondata, storico della Francia pre e post 1789,
influenzato dall’antropologia che ha abbracciato il cultural turn, elaborando una posizione più matura
definita sociologia degli eventi. Nel suo primo lavoro, egli analizza la presa della Bastiglia e le sue
conseguenze con particolare attenzione alla temporalità, agli eventi e al ruolo del caso nella storia, oltre agli
schemi culturali che danno significato agli eventi. La presa è stato un evento accidentale dalle conseguenze
sensazionali: è un evento significativo per l’emergere del concetto moderno di rivoluzione. L’idea di riv.
come cambiamento radicale del regime politico era disponibile agli attori del 1789 ma prima della presa
l’idea che un atto di violenza popolare potesse essere l’espressione legittima della volontà del popolo era in
concepita. Inoltre, nell’opera di Sewell ritroviamo una ricostruzione non solo storiografica degli eventi ma
anche della cornice di significai che gli attori attribuiscono agli stessi. Egli svilupperà analiticamente i suoi
lavori senza rompere con gli studi storico comparati precedenti, ma sempre convinto che la sociologia degli
eventi esprimesse una concezione della temporalità più sovversiva rispetto alle precedenti, perché parte
dall’idea che il tempo è contingente e irreversibile, la storia è una sequenza ramificata di eventi
imprevedibili. La cronologia acquista una valenza epistemologica. Gli eventi sono diversi dagli accadimenti
in quanto inducono un cambiamento strutturale e culturale, situati entro una logica di path dependency
perché originano un percorso nelle vicende storiche permettendo di affermare che quanto accaduto in un
momento precedente influenza i possibili esiti che accadono in un momento successivo. Gli eventi
trasformano le categorie fondamentali che vincolano l’azione egli uomini, come nel caso dello status dei
nobili francesi post 1789.
Sewell distingue ritmi temporali diversi in una realtà sociale che non è disordinata: la storia strutturale
cambia con lentezza, la storia congiunturale è associata a cicli economici e demografici in più decenni; la
storia degli eventi, centrale nella sua analisi. La sociologia degli eventi non riguarda solo la micro-storia ma
anche la macro, per processi di lungo periodo. Essa propone un’ontologia del mondo significante in cui
accanto ad una fenomenologia sociale emergente si osservano strutture ontiche culturali più consolidate, in
un’evoluzione dinamica delle prime verso le seconde. Questo scenario ontologico richiama la filosofia
realista contemporanea critica verso l’approcci ermeneutico della nuova sociologia storica. Il metodo
narrativo appare quindi cruciale ma è necessaria una collaborazione tra antropologi, storici e sociologi à
anche il metodo comparato è importante, utile per la teorizzazione di narrazioni causali, per evidenziare
analogie e sviluppare l’estensione critica. La narrazione mette in ordine sequenze di eventi, ed in questo
senso è rivalutato il lavoro di Theda Skocpol, che ha sviluppato una narrazione causale multipla in cui
l’evoluzione di un caso suggerisce analogie per altri insospettabili. La differenza tra Skocpol e Sewell tra nel
fatto che per la prima la narrazione segue la comparazione, e viceversa. In Sewell troviamo un
bilanciamento tra narrazione/ comprensione interpretativa e spiegazione causale basata su similitudini,
senza torsione antropologica. Centrale è un’esigenza di interdisciplinarità e collaborazione intellettuale
trasversale.

EXCURSUS DAL PENSIERO POST-MODERNO AL NUOVO REALISMO FILOSOFICO


SOCIOLOGIA STORICA PRECEDENTE = IMPRONTA WEBERIANA + COMPARATIVO E ANALISI CAUSALE;
NUOVA SOCIOLOGIA STORICA = FENOMENOLOGIA DELL’EFFLORESCENZA SOCIALE + QUALITATIVO
ANTROPOLOGICO ED ETNOGRAFICO;
RETROTERRA FILOSOFICO A SOSTEGNO DELL’APPROCCIO INT. SOCIOLOGIA STORICA CONTEMPORANEA:
DILTHEY = STORICITA’ ESSENZIALE, L’OGGETTO DELLO STUDIO DELLA SOCIETA’ E’ INTERNO ALL’UOMO;
COMPRENDERE = RIVIVERE, RIPRODURRE L’ESPERIENZA ALTRUI E’ L’OPERAZIONE CONOSCITIVA

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FONDAMENTALE NELLE SCIENZE DELLO SPIRITO PARTENDO DALL’ESPERIENZA VISSUTA -> ERMENEUTICA.
HEIDEGGER = PASSAGGIO DELL’ERMENEUTICA DA PROBLEMA METODOLOGICO A FILOSOFICO E
ONTOLOGICO àL’INTERPRETAZIONE E’ COMPRENSIONE ULTERIORE DEL MONDO ATTRAVERSO CUI CI SI
APPROPRIA DI QUALCOSA CHE SI ERA GIA’ COMPRESO PER IL SEMPLICE FATTO DI ESSERE AL MONDO.
GADAMER = RADICALIZZAZIONE ONTOLOGICA DEL FENOMENO INTERPRETATIVO ->IMPOSSIBILE PER
L’UOMO RAPPORTARSI AL MONDO DIRETTAMENTE SENZA LA MEDIAZIONE INTERPRETATIVA àPRENDERE
COSCIENZA DEI PREGIUDIZI COME PUNTO DI PARTENZA PER AVVICINARSI ALLA CONOSCENZA à UTILI
INTUIZIONI.
CULTURAL TURN ANNI ’80 à AFFERMAZIONE PENSIERO DEBOLE O POST-MODERNO
LYOTARD: INCREDULITA’ DI FRONTE ALLE META NARRAZIONI COME PROGETTI STORICO-FILOSOFICI DI
PROGRESSO E PERFEZIONAMENTO PRODOTTI DALLA MODERNITA’ LEGATI AL PROGRESSO SCIENTIFICO.
ABBANDONO GRANDI NARRAZIONI DI KANT, HEGEL E MARX, PER CUI LA SCIENZA PERMETTEVA
COMPRENSIONE E TRASFROMAZIONE DEL MONDO à FORME DI CONOSCENZA CIRCOSCRITTE, PICCOLE
NARRAZIONI à IL PASSATO E’ PRIVO DI SENSO.
SOCIOLOGIA GENERALE à OSTILITA’ ANALISI CAUSALE MACRO, STORICA E COMPARATA à FASCINO
QUALITATIVO DELLA PICCOLA NARRAZIONE + INTERPRETAZIONE à NUOVA SOCIOLOGIA STORICA.
NUOVO REALISMO FILOSOFICO, AUTORE DELLO SVILUPPO CRITICO DEL POST-MODERNO
FERRARIS = RESTITUIRE AL REALISMO LO SPAZIO CHE MERITA, A SEGUITO DELLA DIFFUSIONE DEL POST-
MODERNO PER CUI LA REALTA’ NON E’ ACCESSABILE IN QUANTO TALE MA MEDIATA DAI NOSTRI PENSIERI
à CIO’ CHE VEDIAMO DIPENDE DA CIO’ CHE SAPPIAMO! àERRORE POST-MODERNO = CONFUSIONE
ONTOLOGIA ED EPISTEMOLOGIA!!! (CFR PRINCIPIO DI NIETZSCHE). IL MOV. FILOSOFICO REALISTA PARTE
DALL’INSODDISFAZIONE NEI CONFRONTI DELLA SOLUZIONE ERENEUTICA DELLA QUESTIONE ONTOLOGICA
+ CRITICA CONSEGUENZE ETICHE E POLITICHE SULLA RICERCA DELLA VERITA’, RITENUTA ESAURITA DAI
POST-MODERNI.
SEARLE = ESISTE UN MONDO REALE INDIPENDENTE DAL NOSTRO PENSIERO à NECESSITA’ CHE LA VERITA’
SIA CORRISPONDENZA TRA RAPPRESENTAZIONI (ASSERZIONI)E FATTI, SEGUENDO TASSONOMIA
ONTOLOGICA.
L’INTENZIONALITA’ INDIVIDUALE CHE CIASCUNO POSSIEDE DERIVA DALL’INTENZIONALITA’ COLLETTIVA.
I FATTI SOCIALI OGGETTIVI, DOTATI DI SOLIDITA’ CULTURALE E ISTITUZIONALE PERCHE’ FONDATI
SULL’INTENZIONALITA’ COLLETTIVA, HANNO NATURA ONTOLOGICA OGGETTIVA. FERRARIS AGGIUNGE
CHE: FATTI SOCIALI OGGETTIVI = INTENZIONALITA’ COLLETTIVA + FORMA SCRITTA.
NON VI È ROTTURA TRA ONTOLOGIA FISICA E CULTURALE + I FATTI SOCIALI SONO FATTI MENTALI
INTENZIONATI COLLETTIVAMENTE MA SEMPRE REALI, AL DI FUORI DI NOI.

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