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elementi di sociologia - di barbagli cavalli e bagnasco

Sociologia (Università degli Studi di Trieste)

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ELEMENTI DÌ SOCIOLOGIA-RIASSUNTO
1. COS’È LA SOCIOLOGIA?
a. Il senso comune sociologico

Ognuno di noi per il semplice fatto di aver vissuto e di vivere, insieme ad altri esseri
umani, possiede un‟idea di quella che è, nel linguaggio comune, la SOCIETÀ. Ognuno di
noi quindi, in un certo senso è un SOCIOLOGO e dispone di un sapere indispensabile per
poter sopravvivere per poter vivere insieme ad altri esseri umani e ne verifichiamo
l‟umiltà anche se non siamo in grado di attendibilità.

Questo sapere ha dei limiti:

- Legato all‟esperienza diretta (circoscritta), esperienza di altri  prima di arrivare a


noi quest‟esperienza ha subito delle deformazioni;
- Se la fonte del sapere è l‟esperienza, allora questa è legata al presente.

SOCIETÀ  scienza sociale che dispone di strumenti capaci di superare i limiti della
sociologia “ingenua”, in senso comune, ma non può prescindere da quest‟ultima.

Mentre il sapere sociologico comune offre le conoscenze minime utili ad affrontare i


problemi di tutti i giorni, la sociologia , come scienza sociale, formula degli interrogativi
sulla base di una riflessione teorica e cerca di trovare delle risposte a questi interrogativi
sulla base di risposte che sono state sistematicamente raccolte.

b. L’oggetto della sociologia

SOCIOLOGIA  studio scientifico della società.

Oggetto di studio  la società.

SOCIETÀ  termine utilizzato in contesti diversi ed eterogenei. Di società se ne occupano


anche le diverse scienze sociali che si sono sviluppate prima, o assieme, alla sociologia
come:

- Economia;
- Scienze politiche;
- Antropologia culturale;
- Psicologia sociale;
- Demografia;
- Filosofia;
- Storia.

La sociologia si differenzia dalle altre scienze sociali?

 Soluzione gerarchica  secondo Comte, è destinata a completare il processo


evolutivo che ha condotto la conoscenza umana ad affrontare oggetti sempre più
complessi e a produrre sintesi sempre più ampie;

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 Soluzione residuale  rientra nel campo di studio della sociologia tutto ciò che
non è, o non è ancora, oggetto di un‟altra scienza specializzata. È una soluzione che
appare comunque insoddisfacente;
 Soluzione analitica/formale  secondo quest‟ultima, la sociologia è definibile in
base ad una prospettiva analitica dall‟infinita varietà dei fenomeni sociali, oggetto
delle singole discipline, isoli le forme di associazione, dissociandole dal loro
particolare contenuto. La sociologia, in un certo senso, diventerà la grammatica
della società ovvero si occuperà nello specifico di studiare le forme pure di
relazione.

Una definizione formale e rigorosa di sociologia è difficile da dare e, per tanto, ci si


accontenta di una definizione TAUTOLOGICA  ovvero l‟insieme di ricerche che si
riconoscono o sono riconosciute da altri (es. sociologi, istituzioni universitarie..).
I confini tra la sociologia e le altre discipline molto spesso sono inevitabili e mutevoli nel
tempo. Per questo, la sociologia si trova in una quasi sempre a lavorare in una situazione
imbarazzante proprio perché si ha la sensazione di aver oltrepassato i confini della propria
disciplina, dato che questi non sono ben definiti.

c. Le origini

Si cominciò a parlare di sociologia, all‟interno della cultura europea, dalla metà del XIX
secolo. La sua nascita fa riferimento ad una serie di rivoluzioni:

1. Avvento della scienza moderna  la sociologia, come tutte le scienze moderne, a


partire dalle scienze naturali, si distacca dal pensiero filosofico acquisendo così la
propria autonomia. Solo verso la fine del XVIII secolo, con la rivoluzione scientifica, le
scienze cominciano ad adottare il metodo scientifico (fondato sull‟osservazione dei
“fatti”, ad ambiti di indagine sempre più vasti), che viene applicato allo studio
dell‟uomo, della società e delle culture;
2. Rivoluzione industriale  le scienze sociali sono il prodotto di tale rivoluzione
industriale. In Inghilterra, verso la fine del XVIII secolo, prende avvio una
trasformazione radicale dei processi produttivi che comporta profonde innovazioni, a
livello sociale, economico e tecnologico, che ridefiniscono la società. La sociologia nasce
come necessità di comprendere quelle profonde e ambivalenti trasformazioni, che
delineavano quella che sarà la società moderna;
3. Rivoluzione francese (1789)  in Francia, verso la fine del XVIII secolo, si assiste,
simbolicamente, alla fine di un‟epoca, e di un ordinamento politico, fondato sul
principio dinastico e il potere assoluto. Lo scettro passa dalle mani del re a quelle del
popolo e si affermano i valori di uguaglianza e libertà. È il simbolo del crollo di un
ordine sociale basato sulla combinazione di religione, monarchia, proprietà terriera,
legami di parentela, comunità locali, caratterizzato da una divisione esplicita e rigida
tra le classi sociali (ceti, ranghi). È la prima grande rivoluzione “ideologica”.

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d. Paradigmi e dilemmi teorici

Anche gli scienziati formularono delle teorie differenti tra loro e risolvettero, in modo
alternativo, quelle che erano le problematiche che si potevano incontrare nella ricerca. Tra
di essi troviamo Kuhn, storico scienziato americano, che propose di chiamare “paradigmi
scientifici” tutti quegli assunti di natura teorica o metodologica, sviluppati da una
determinata comunità di scienziati, relativi ad un determinato campo di studio. Questo
modello, però, nelle scienze sociali risulta difficile da applicare in quanto ci troviamo
dinnanzi ad una pluralità di paradigmi in competizione l‟uno con l‟altro.

Vi sono alcuni temi forti che attraversano la storia di questa disciplina e che restano,
tutt‟oggi , al centro della riflessione sociologica. Su questi temi si sono costruite diverse
formulazioni che, col tempo, si sono consolidate nei vari paradigmi, tra cui:

 Paradigma dell’ordine  si tratta di temi che ruotano attorno ad un‟importante


interrogativo ovvero: cos’è che unisce e divide, ovvero, cos’è che fonda l’ordine, o il
disordine, della società?. Alcuni autori affermano:
- Thomas Hobbes, risolse questo problema affermando che gli uomini,
sottoponendosi all‟autorità dello stato, è riuscito a controllare la loro natura
egoistica e violenta, che avrebbe portato alla disgregazione sociale, alla lotta
contro tutti;
- Adam Smith, afferma invece che il mercato è l‟elemento connettivo che tiene
assieme gli individui e i gruppi, nel perseguimento dei loro diversi interessi
egoistici;
- Auguste Comte e Hembet Spencer, affermarono che la società è concepita come
un organismo le cui parti sono connesse tra loro da una rete di relazioni di
interdipendenza. L‟equilibrio che si crea tra le due parti non è mai statico ma
dinamico, sottoposto quindi ad un continuo processo di evoluzione ed
adattamento;
- George Simmel, affermò che la differenziazione sociale che caratterizza la
modernità produce individualizzazione ed eterogeneità tra gli individui. Gli
esseri umani in virtù di questa loro diversità devono sempre più fare
affidamento sugli altri per soddisfare le proprie esigenze. In tal senso, si
estendono e approfondiscono relazioni di interdipendenza;
- Emile Durkheim, sostenne che il problema dell‟ordine, di ciò che tenesse unita
la società, è il problema centrale della sociologia. Esso lo affronta individuando
le forme di divisione del lavoro e le forme della solidarietà sociale.
SOCIETÀ PRE-MODERNA = società dove la divisione del lavoro è scarsa e
le unità che le compongono sono poco differenziate tra loro, ciò che unisce è

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un vincolo di solidarietà fondato sulla credenza in una comune origine o


identità  solidarietà meccanica.
SOCIETÀ MODERNA = società dove prevale la divisione del lavoro, il
vincolo di solidarietà è di natura interna, fondato quindi sui nessi di
interdipendenza tra le varie funzioni e professioni svolte da individui e
gruppi sociali  solidarietà organica;
- Ferdinand Tönnies, affermò che ad essere organica era la comunità, fondata su
rapporti di intimità, riconoscenza, condivisione e in cui gli altri individui si
sentono uniti gli uni per gli altri. La società, invece, era meccanica, ovvero
fondata sul rapporto di scambio e sull‟interesse personale che mettono in
relazione non gli individui nella loro totalità, ma soltanto le loro prestazioni.

 Paradigma del conflitto  società meccanica/organica e comunità/società, sono


temi che hanno favorito un cambiamento sociale. Per individuare quindi una teoria
di mutamento negli autori classici, dobbiamo affidarci a coloro che hanno trattato il
tema del Conflitto sociale. Tra questi abbiamo:
- Karl Marx, afferma che in ogni società i rapporti sociali fondamentali sono quelli
che si instaurano nella sfera della produzione e distribuzione dei beni e servizi
che servono alla società stessa per funzionare e riprodursi. In ogni società
esistono due fondamentali classi contrapposte, i cui rapporti determinano la
struttura di classe e sono conflittuali, in quanto presuppongono interessi
antagonistici. Il conflitto di classe è la grande forza della storia, il motore del
mutamento sociale;
- Max Weber, il conflitto, secondo Weber, non si riduce alla lotta di classe. Queste
ultime non sono l‟unica struttura attorno alla quale si organizzano gli interessi
in conflitto. Le sfera economica non è l‟unica nella quale si manifesta il conflitto.
Accanto a questa infatti si affiancano la sfera politica, del diritto, della religione e
dell‟onore. Le varie sfere non sono isolate l‟una dall‟altra, ma reciprocamente
connesse.
Secondo Weber, il conflitto non è una condizione patologica della società, bensì
è la sua condizione normale che può generare sia ordine che disordine,
mutamento. L‟ordine è l‟assetto delle istituzioni che regolano temporaneamente
il conflitto. Il mutamento, invece, trasforma le istituzioni esistenti o dà vita a
nuove istituzioni.

 Paradigma della struttura  chi si muove in questa prospettiva parte dal


presupposto che per spiegare i comportamenti umani è necessario ricondurli alle
coordinate sociali nelle quali si manifestano. L‟intera esistenza dell‟uomo seguirà
poi un percorso largamente prevedibile, non potendo far altro che battere strade già
tracciate. La struttura sociale non è altro che il reticolo di queste strade. Ciò non

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significa che l‟uomo non sia libero di fare le proprie scelte, ma la sua libertà rimane
confinata nei limiti ristretti, consentiti dalla struttura sociale.
- Karl Marx, analizza i rapporti tra le varie classi sociali e parla di sfruttamento
dei lavoratori salariati dai capitalisti. La posizione che lavoratori e capitalisti
occupano nella struttura sociale impone di comportarsi in modo differente: ai
lavoratori di fare tutto il possibile al fine di accrescere i profitti e ai lavoratori di
vendere la forza lavoro ad un prezzo che garantisca loro, appena, la
sopravvivenza;
- Emile Durkheim, teorizza invece che la società viene prima degli individui, che
i fatti sociali possono essere spiegati solo da altri fatti sociali. Ciò non può quindi
partire dai comportamenti umani, dalle loro motivazioni o dalla loro personalità
per arrivare alla società. Durkheim in merito agli studi sul suicidio afferma che
alla base vi sono cause di tipo sociale. Queste non possono spiegare il singolo
caso, ma possono invece spiegare, come in certe condizioni sociali, che possono
ridurre il livello di integrazione di un individuo nella rete sociale tanto da
portare aumentare le possibilità che l‟individuo giunga alla decisione di
suicidarsi. Le strutture sociali fanno sempre riferimento a qualche forza che
agisce alle spalle dell‟individuo e che spesso li spinge a comportarsi in un
determinato modo;
- Teorie funzionalistiche  operano anch‟esse con un modello i tipo strutturale,
ovvero, le parti sono spiegate in relazione alle funzioni che svolgono per il tutto,
il percorso no è dato dalle parti al tutto ma dal tutto alle parti.
Sostanzialmente quindi è la società che spiega gli individui e non viceversa. Non
sono gli individui a scegliere il proprio ruolo e la propria posizione sociale ma
bensì la struttura sociale, che si occupa della selezione e formazione degli
individui. Proprio per questo, il paradigma della struttura riflette una
concezione olistica del sociale: la società è l‟unità prioritaria di analisi, gli
individui sono veicoli attraverso i quali la società si esprime;

 Paradigma dell’azione  paradigma che nacque in Germania con Weber, che ne


pose in fondamenti. Weber sosteneva che per spiegare i fenomeni sociali, di
qualsiasi entità, è sempre necessario ricondurli ad atteggiamenti, credenze e
comportamenti individuali, di cui è necessario coglierne i significati che rivestono.
I principi legati a questo paradigma sono due:
a. “Fenomeni macroscopici, che devono essere ricondotti alle loro cause
microscopiche ovvero le azioni individuali”  in questo paradigma di
parla di individualismo metodologico. Il termine individualismo, indica
che non si possono imputare azioni a entità astratte o ad attori collettivi di
cui si ipotizza l‟unità. Nella sociologia contemporanea, si usa spesso
sostituire il concetto di “attore collettivo”con il concetto di agency, per
indicare il nome di un ente che agisce attraverso gli individui, ma è dotato
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di una propria volontà e capacità di azione indipendente, dalla volontà e


capacità degli individui che la esprimono.
b. “Per spiegare le azioni individuali è necessario tenere in considerazione i
motivi degli attori”  indica che per poter spiegare un‟azione, è necessari
tenere in considerazione le motivazioni degli attori, ovvero, mettere in atto
un processo di comprensione. Nell‟ambito dei vincoli contestuali
(strutturali o contingenti), egli persegue mete ed elabora strategie, che
possono avere più o meno successo, che comunque danno un senso alle
sue azioni.
Vi sono alcuni tipi di azioni le cui ragioni sono evidenti. Secondo Weber
infatti, la comprensione raggiunge il massimo grado di evidenza nelle
azioni razionali. La razionalità di cui parlano gli economisti, si riferisce ad
una nozione ristretta del concetto che riguarda soltanto:
~ Razionalità rispetto allo scopo o teleologia  si riferisce alle
forme di comportamento orientate intenzionalmente verso uno
scopo (vi è coincidenza tra senso e scopo dell‟azione);
~ Razionalità rispetto al valore o assiologia (che Weber distingue
dalla precedente)  riguarda i comportamenti rigorosamente
conformi a scelte valutative che l‟attore ha adottato come criteri
assoluti di orientamento dell‟azione, a prescindere dalle
conseguenze che ne potrebbero derivare.

Compatibilità tra paradigmi:

Il paradigma dell’azione e della struttura sono compatibili?


Il paradigma della struttura vede, prevalentemente, nella società, l‟elemento della
costrizione e gli individui, come esseri che devono, volenti o no, adattarsi alle circostanze
che gli vengono imposte. All‟attore quindi spetta o nessuno o pochissimo spazio.
Il paradigma dell‟azione, contrariamente, concede spazio all‟attore, non solo nel senso che
questo può scegliere diversi corsi di azione, pur all‟interno dei vincoli posti dalla struttura,
ma con la sua azione pone in essere la struttura stessa. Queste ultime, le strutture sociali,
non sono altro che aggregati di azioni che, col tempo, si sono consolidate, ma possono
anche, attraverso altre azioni, essere modificate.

e. Teoria e ricerca empirica

Teoria  corpus di concetti generalizzati, logicamente interdipendenti, dotati di un


riferimento empirico. Molte teorie sociologiche sono formulate ad un livello talmente
astratto che diventa estremamente difficile, se non impossibile, una loro traduzione in
proporzioni passibili di essere “trattate” empiricamente. Per far si che ciò accada, è
necessario che i concetti siano trasformabili in una serie di indicatori, sulla base dei quali
compiere delle operazioni di osservazione e quindi di misurazione.
non è possibile sottoporre a prova empirica una teoria, ma soltanto singole proposizioni
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ricavate da essa.
Una teoria è rilevante sul piano empirico se da essa possiamo ricavare delle congetture
passibili di confutazione.
Il rapporto tra teoria e ricerca empirica in sociologia si articola come un rapporto di
scambio reciproco = la teoria alimenta la ricerca/la ricerca pone nuovi interrogativi alla
teoria. La difficoltà (o l‟impossibilità) di sottoporre a prova empirica teorie molto generali
ha indotto Merton a sostenere che la sociologia debba orientarsi verso la formulazione di
teorie a medio raggio.
Non tutte le ricerche empiriche in sociologia rispondono ad una logica di tipo esplicativo.
Se da un lato abbiamo teorie prive di rilevanza empirica, dall‟altro abbiamo ricerche prive
di rilevanza teorica. In questi casi si parla di ricerche che hanno un intento
prevalentemente esplorativo o descrittivo. In realtà, nessuna ricerca, per quanto
descrittiva, è del tutto priva di presupposti teorici.
Abbiamo quindi ricerche di tipo:
 Ricerche esplicative  volte a verificare (o falsificare) un‟ipotesi teorica, vale a dire
una proposizione nella quale siano messi in relazione fenomeni da spiegare
(variabili dipendenti) e fenomeni che li spiegano (variabili indipendenti);
 Ricerche descrittiva  il cui intento è prevalentemente esplorativo o descrittivo.

2. LA FORMAZIONE DELLA SOCIETÀ MODERNA


a. L’idea di mutamento
Nella storia, vi sono epoche che sembrano scorrere lentamente e altre invece molto
velocemente. In queste fasi della storia, il mondo e la vita dell‟uomo ha subito diverse
modificazioni in seguito ad una serie di eventi, positivi e negativi. Una volta assorbito
l‟impatto con questi cambiamenti, la vita riprende il suo corso regolarmente e la società
continua a riprodursi di generazione in generazione conservando immutati i suoi tratti
fondamentali. I concetti di società statica e società dinamica sono due concetti relativi.
Nessuna società in sé è statica o dinamica, ciò che cambia è la velocità del mutamento, che
può essere:
- Molto lento  impercettibile all‟uomo;
- Molto veloce.
Tra il XVI e il XIX secolo, le società europee entrarono in un epoca di mutamento sociale
accelerato. La caratteristica principale di questo processo è la sua globalità. Esso infatti
coinvolge la sfera:
- Politica;
- Economica;
- Giuridica;
- Culturale;
- La vita quotidiana dell‟uomo.
Si può dire quindi che la sociologia è nata appunto per rispondere agli interrogativi posti
dalle grandi trasformazioni sociali che hanno coinvolto le società europee.
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b. Le tesi dell’origine religiosa dello spirito del capitalismo


Per Weber, il fondamento dello studio capitalistico è un atteggiamento di tipo ascetico
ovvero si tratta di un‟ascesi mondana che non fugge dalle cose terrene, ma bensì, opera
nel mondo al fine di dominarlo e trasformarlo. Tutto questo, è ben diverso dall‟ascesi
extramondana di monaci ed eremiti per i quali la salvezza dell‟anima poteva essere
raggiunta solo attraverso pratiche di contemplazione mistica.
Weber ha formulato l‟ipotesi che le origini di tale spirito siano da rintracciare nelle
conseguenze, sul piano dell‟agire economico, dell‟etica delle sette protestanti, influenzate
dalle dottrine di Calvino, soprattutto dal dogma della predestinazione. Quest‟ultimo
afferma che Dio, già dall‟eternità, ha stabilito chi si salverà e chi invece sarà dannato.
Una dottrina di questo genere avrebbe potuto alimentare un atteggiamento fatalistico, e
questo, secondo Weber, ha prodotto effetti opposti.
Non potendo entrare nei meriti di tale tesi, possiamo affermare che certamente i primi
imprenditori furono i portatori di uno spirito nuovo, di un nuovo modo di intendere
l‟agire economico e la vita in generale e seppero sfidare il potere dei vecchi ceti nobiliari e
vincere così l‟ostilità della cultura tradizionale dominante.
I sociologi riscontrano frequentemente che la marginalità sociale costituisce una
condizione che favorisce la propensione all‟innovazione. Si assiste quindi all‟ascesa di una
nuova classe sociale.

c. La cultura della modernità


In seguito alle trasformazioni politiche ed economiche che si sono verificate, si sono
sviluppati altre trasformazioni che hanno portato alla nascita di individualismo e
razionalismo. Queste due correnti culturali sono strettamente legate alle trasformazioni
della società moderna.
 INDIVIDUALISMO: con la nascita della società moderna, nascono due figure
ovvero quella dell‟imprenditore (appartiene alla sfera economica) e del cittadino
(appartiene alla sfera politica): l‟imprenditore può essere anche cittadino mentre
non è sempre vero il contrario. La comparsa di queste figure ha favorito una
profonda trasformazione nei modi di concepire il ruolo, la posizione, dell‟uomo nel
mondo. Soltanto con la nascita della società moderna si ha il riconoscimento della
libertà di autorealizzazione che, tra l‟altro, raggiunge un valore dominante.
Incominciano ad essere apprezzate non soltanto le caratteristiche che rendono
l‟uomo simile, uguale, agli altri, ma anche le caratteristiche che lo rendono unico ed
irripetibile.
La posizione che l‟uomo occupa nella società (status sociale) era in modo prevalente
determinata alla nascita dalla sua origine: lo status ascritto (status acquisito alla
nascita), prevaleva sullo status acquisito (status raggiunto in base ai meriti e alle
capacità).
La Riforma protestante, l‟avvento del capitalismo e le trasformazioni rivoluzionarie
nella sfera della politica, sono tutti fattori che convergono, pur con diverse
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accentuazioni, dell‟esaltare l‟autonomia e l‟indipendenza dell‟individuo di


determinare il suo destino.
I valori di liberta ed uguaglianza sono alla base dell‟affermazione del valore
dell‟individuo:
~ Uguaglianza  tutti gli uomini, sin dalla nascita, hanno uguale dignità e
uguali diritti, a prescindere dalla famiglia, dal ceto, dalla classe sociale e
dalla religione;
~ Libertà  autonomia e indipendenza nel governare la propria esistenza,
avendo come unico vincolo il rispetto delle libertà altrui.
Prima dell‟appartenenza alla società, l‟uomo viene al mondo come titolare di diritti
originari, naturali, attribuiti dalla specie umana. L‟idea di diritto naturale e di
contratto sociale (= accordo stabilito tra uomini liberi che, consensualmente,
limitano la propria libertà al fine di dar vita allo stato), costituiscono le basi
filosofico-politiche dell‟uomo moderno.

 RAZIONALISMO: con l‟avvento della società moderna, la ragione (e la razionalità)


diventano valori sociali dominanti. L‟uomo viene concepito come un essere dotato
della facoltà di procedere alla scoperta della verità e di trovare in se stesso il centro
di orientamento del suo agire.
Alla fede, come fonte della verità, si sostituisce la ragione, alla quale gli esseri
umani possono fare affidamento per diventare padroni del proprio destino.
La ragione, come afferma Weber, diventa una potenza rivoluzionaria capace di
liberare l‟uomo dall‟errore, dalla superstizione, dalla sottomissione ai poteri
tradizionali della chiesa e dell‟aristocrazia.
La crescente razionalizzazione degli ordinamenti è allo stesso tempo il prodotto
della razionalità dell‟azione umana e il contesto entro il quale tale razionalità può
ulteriormente svilupparsi. Come attributo dell‟azione umana, la razionalità postula
che l‟uomo sia un essere dotato della capacità di agire in modo coerente rispetto ai
valori che ha liberamente scelto (razionalità rispetto al valore) e di agire nel modo
più efficiente ed efficace al fine di realizzare gli obiettivi che si è prefissato
(razionalità rispetto allo scopo). Il postulato della razionalità afferma quindi che
l‟uomo è capace di agire in modo razionale ovvero di valutare il grado di coerenza
tra i diversi valori, tra fini e valori, tra fini diversi e scegliere la combinazione di
mezzi più adeguata per realizzare i propri fini.
Il comportamento umano può quindi essere più o meno razionale. Tra l‟agire
razionale e gli ordinamenti razionali non vi è un puro rapporto di corrispondenze.
L‟agire razionale è possibile anche in ambito di ordinamenti tradizionali e vi può
essere anche l‟agire tradizionale in ambito di ordinamenti razionali. La razionalità
degli ordinamenti e la razionalità dell‟azione si collocano su due livelli differenti :
- Razionalità degli ordinamenti  struttura sociale;
- Razionalità dell’azione  azione sociale.
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Il rapporto tra questi due livelli è uno dei problemi sociali della teoria
sociologica.

3. LA TRAMA DEL TESSUTO SOCIALE


a. Forme e proprietà delle relazioni sociali
La società è fatta di individui che si influenzano reciprocamente, agendo l‟uno per l‟altro,
con o contro l‟altro. L‟azione sociale è uno dei primi concetti di base della sociale. Secondo
Weber, per azione sociale si intende “si deve intendere un agire riferito al comportamento
di altri individui”.
Per “agire” si deve quindi intendere un fare, ma anche un tralasciare, un subire.
Importante è anche un riferimento al “senso”, ovvero, il significato intenzionale che
l‟attore da al proprio comportamento. In riferimento a quest‟ultimo, Weber sviluppa una
tipologia dell‟azione sociale che possiamo distinguere in:
- Azioni razionali rispetto allo scopo  se chi agisce valuta razionalmente i mezzi
rispetto agli scopi che si propone, considera gli scopi in relazione alle conseguenze,
paragona i diversi scopi possibili e i loro rapporti;
- Azioni rispetto al valore  se chi agisce compie ciò che ritiene gli sia comandato
dal dovere, dalla dignità, da un precetto religioso o da una causa che ritiene giusta,
senza preoccuparsi delle conseguenze;
- Azioni determinate affettivamente  manifestazioni di gioia, gratitudine,
vendetta o altro. Anche questo tipo di azioni hanno un senso per se stessi, senza
riferimento alle conseguenze prevedibili;
- Azioni tradizionali  se sono semplice espressione di abitudini acquisite, reazioni
abitudinarie a stimoli ricorrenti, comportamenti che si ripetono senza interrogarsi
su possibilità alternative e sul loro vero valore, o senza porsi il problema se non ci
siano altri modi per raggiungere gli stessi risultati.

Le azioni determinate affettivamente e quelle tradizionali, sono al limite fra le vere


e proprie azioni sociali, orientate da un senso ad esse dato dagli attori, e i
comportamenti puramente reattivi, ovvero risposte automatiche e inconsapevoli a
stimoli esterni.

La necessitò di dover tenere in considerazione della definizione della struttura, da parte


degli attori, è espressa dal teorema di Thomas: “una situazione definita dagli attori come
reale diventa reale nelle sue conseguenze”. Uno sviluppo di tale teorema è legato al
concetto di “profezia che si autoadempie” di Merton.

 Relazione sociale  si stabilisce nel momento in cui due, o più, individui orientano
reciprocamente le loro azioni. Le relazioni sociali possono essere:
~ Stabili e profonde (es. rapporto genitori e figli);
~ Transitorie e superficiali (es. rapporto tra persone che frequentano lo stesso bar);
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~ Cooperative = sono orientate a raggiungere fini, considerati in certa misura,


comuni o compatibili.
Anche il conflitto, che riguarda azioni orientate con il fine di affermare la propria
volontà con tra la volontà altrui, può costituire una relazione sociale;
 Interazione sociale  processo secondo il quale due o più persone, in relazione tra
loro, che agiscono reagendo alle azioni degli altri. Con l‟interazione sociale si realizza,
riproduce e si cambia il contenuto di una relazione.

La relazione è quindi la base dell‟interazione sociale. I processi di interazione hanno


particolare importanza nella strutturazione della società, e sono, gli elementi di base
per la definizione dei gruppi sociali.

b. Gruppi sociali e le loro proprietà

Gruppo sociale  insieme di persone fra loro in interazione con continuità secondo
schemi relativamente stabili, le quali definiscono membri del gruppo e sono definiti come
tali dagli altri.

La categoria sociale (es. i giovani), non è un gruppo come non lo è la classe sociale (es.
borghesi). L‟appartenenza ad una categoria o ad una classe può essere la base per la
formazione di gruppi di vario genere.

I caratteri del gruppo variano a seconda della dimensione. L‟interazione può essere:

Diretta o faccia a faccia (es. famiglia);


In parte diretta e in parte indiretta (es. colleghi in azienda).

La ragione per il quale la differenza tra queste due tipologie può essere rilevante,
sembra essere collegata al modo in cui i due attori comunicano tra loro. La presenza
fisica consente la percezione diretta dell‟altro permettendo di alternare parole, gesti,
mimica del viso, accentuazioni della voce. Con la crescita del gruppo diminuisce la
possibilità di questa comunicazione  aumenta la comunicazione indiretta.

Si possono trovare proprietà di gruppi di determinate dimensioni. Questo è il caso delle:

 DIADI = è un gruppo formato da due persone. Le sue caratteristiche sono:


- Se uno dei membri decide di uscire dalla relazione, il gruppo scompare;
- Fragilità strutturale e forte personalizzazione;
- Forte coinvolgimento psicologico e affettivo nella relazione;
- Norme culturali rigide (es. amore, amicizia).
 TRIADI = Le triadi sono gruppi formati da tre individui, impossibile in una
relazione a due. A seconda del tipo di relazione che si stabilisce tra loro, si
determinano diverse configurazioni di interazione:

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- Mediatore  quando un terzo individuo, non direttamente coinvolto, è in


grado di convincere gli altri a giungere ad un accordo;
- Tertius gaudens  il terzo ne approfitta per i propri scopi di una divergenza
fra gli altri secondo due schemi:
1. Con il conflitto cercano l‟alleanza del terzo;
2. Cercano di ottenere il favore del terzo entrando in competizione tra
loro.
- Divide et impera  quando il terzo fa sorgere o alimenta intenzionalmente
una discordia a proprio vantaggio.

I criteri di appartenenza ad un gruppo possono essere più o meno definiti e più o meno
chiari. Abbiamo infatti:

 Gruppi formali  prevedono regole ben precise, in relazione a requisiti, procedure


per l‟ammissione al gruppo e comportamenti da tenere per continuare a far parte
del gruppo (es. dipendenti di un‟impresa);
 Gruppi informali  gruppo che si forma spontaneamente, senza la presenza di
regole ben precise che ne garantiscano il normale funzionamento (es. gruppo di
amici);
 Gruppi di riferimento  gruppo al quale il soggetto non partecipa ma ne condivide
i fini e sente di poterne facilmente accettare le regole;

Il ruolo è un elemento importante, in quanto, indica l‟insieme dei comportamenti che in


un gruppo tipicamente ci si aspetta da un suo membro, che può avere diversi ruoli. Sono
quindi comportamenti attesi e se ne distinguono di due tipi, formali, molto importanti:

 Ruolo specifico  un insieme di comportamenti limitato e precisato;


 Ruolo diffuso  i comportamenti attesi sono un insieme più ampio e meno
definito.

Se si considera il gruppo in reazione a ciò, possiamo distinguerli a seconda del fatto:

 Gruppi totalitari  impegnano tutti, o quasi, i ruoli di un individuo (es. gli


internati di una prigione);
 Gruppi segmentari  impegnano alcuni, o anche solo uno, dei ruoli dell‟individuo
(es. classe scolastica).

Altra distinzione fondamentale dei gruppi, è quella tra:

 Gruppi primari  gruppi di piccole dimensioni, a ruoli diffusi, con contenuti


affettivi molto personalizzati;
 Gruppi secondari  hanno caratteristiche opposte alla tipologia precedente: le
dimensioni sono maggiori, i ruoli sono specifici, le relazioni sono più fredde e
spersonalizzate.
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c. Norme, valori e istituzioni

La possibilità di un‟interazione, sistematica e duratura, all‟interno del gruppo, è data


dall‟esistenza di norme comportamentali delle quali i suoi membri si sentano impegnati.

“Norme valori e istituzioni”, sono tre importanti concetti che definiscono il sistema
normativo e che vanno a ad individuare i componenti della cultura.

- NORME SOCIALI  regole di comportamento che ci si aspetta vengano seguite in


determinate situazioni. Una norma, in genere, se rispettata, tende a suscitare una
reazione positiva, mentre se non viene rispettata suscita una sensazione negativa. La
presenza delle sanzioni permette di comprendere la differenza tra: norme sociali e
norme tecniche;
- I VALORI, rispetto alle norme, indicano orientamenti più astratti, dai quali discendono
le norme o dei quali sono specificazioni (es. la vita è un valore mentre la morte una
norma che ne discende). I valori riguardano il fine ultimo dell‟azione, criteri che
orientano verso aspetti decisivi della convivenza, relativi a ciò che riteniamo giusto,
appropriato, descrivibile: indicano una “tendenza verso”, un “dover essere”. Chiaro
che alcuni valori possono essere più condivisibili rispetto ad altri.
Valori e norme rappresentano dei vincoli all‟azione, ma definiscono anche il campo
delle opzioni tra le quali il soggetto può scegliere. L‟assenza di norme priva gli
individui di punti di riferimento, scatena comportamenti sregolati e induce a rischi di
disgregazione sociale;
- Per ISTITUZIONI si intendono i modelli di comportamento che, in una determinata
società, sono dotati di cogenza (= obbligo, costrizione) normativa.

d. Potere e conflitto

Secondo Weber, è la possibilità di trovare obbedienza ad un comando che abbia un


determinato contenuto. Per quanto possa sembrare assurdo, ad ogni rapporto di potere
corrisponde anche un interesse all‟obbedienza, da parte del soggetto più debole.
Inteso nei termini più specifici della definizione precedente, il potere si distingue da una
più grande possibilità di condizionare i comportamenti altrui, anche senza azioni dirette o
comandi. Si tratta quindi di forme diverse di “energia sociale” , che, comprendono, ad
esempio, i condizionamenti di chi, controllando una risorsa ne limita l‟uso ad altri. In
questi casi, Weber utilizzava il termine “potenza”.
Un particolare tipo di potere è quello che Weber definiva come “potere legittimo” 0
“autorità”. L‟autorità riguarda relazioni nelle quali sono previsti diritti di dare ordini e
doveri di ubbidire, considerati legittimi da entrambi gli attori. La legittimazione del potere
è un modo per incanalare l‟energia per i bisogni del funzionamento della società.
Il conflitto riguarda azioni orientate dal proposito di affermare la propria volontà contro
la volontà e la resistenza altrui.

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Il conflitto contribuisce a stabilir e mantenere i confini dal gruppo  attraverso il


conflitto i soggetti di un gruppo acquistano o conservano facilmente la loro
consapevolezza della loro identità e particolarità. In assenza di conflitto invece, ciò
potrebbe anche non verificarsi o verificarsi debolmente

I gruppi che richiedono un impegno totale della personalità, sono capaci di limitare
i confini, ma se questi esplodono, tendono ad essere di particolare intensità e anche
distruttivi, delle relazioni del gruppo  relazioni intense come queste, si trovano
tipicamente nelle diadi e nei gruppi primari (es. famiglia). Il forte investimento
affettivo è tipico di queste relazioni ed è proprio questa forza a controllare le
possibilità di conflitto. Se questo però si innesca, mette in gioco forti investimenti
della personalità e tocca diversi contenuti, trattandosi di ruoli diffusi.

I conflitto con altri gruppi normalmente aumenta la coesione interna  il nemico


fa dimenticare i conflitti/dissidi interni, e, il richiamo alla lotta induce spirito di
collaborazione e sacrificio in nome del gruppo. Se però nel gruppo esisteva
inizialmente una scarsa solidarietà sociale, la spinta all‟unità può non essere
sufficiente e portare alla disgregazione del gruppo.
Il conflitto può generare nuovi tipi di interazione fra gli antagonisti  spesso il
conflitto è il modo in cui due gruppi o persone entrano in contatto, conoscendosi e
mettendosi alla prova. Le restrizioni che essi si pongono nell‟interazione possono
essere la prima base per lo sviluppo di regole e rapporti più cooperativi.

e. Il comportamento collettivo
Si distingue dal concetto di gruppo quello di CONCETTO COLLETTIVO, ovvero un
insieme di individui sottoposti ad uno stesso stimolo che reagiscono ed interagiscono tra
loro in una situazione senza sicuro riferimento a ruoli ben definiti e stabilizzati. Tre fra i
più importanti tipi di comportamento collettivo sono:
PANICO  reazione collettiva, spontanea, che si manifesta, in genere con fuga o
immobilità, di fronte al rischio di subire gravi danni da un evento in corso o
annunciato come immediato. Il pericolo può essere reale, come un incendio o un
naufragio, o solo immaginato. Il pericolo immediato si associa alla percezione
della presenza di poche vie d‟uscita, o di vie che si stanno chiudendo, in una
situazione in cui mancano informazioni sull‟evolversi della cosa;
FOLLA  insieme di persone riunite in un luogo, che sviluppano umori e
atteggiamenti comuni, ai quali possono seguire forme d‟azione collettiva;
PUBBLICO  insieme di persone che si confrontano con uno stesso problema,
hanno opinioni diverse su come affrontarlo e discutono fra loro a riguardo di
questo.

f. Le reti
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Ogni individuo conosce un certo numero di persone, è in contatto con loro, le frequenta,
per diversi motivi, in modo più o meno sistematico. A loro volta queste persone possono
conoscersi ed essere in relazione tra loro oppure no, e in qualsiasi caso, hanno a loro volta
conoscenze e frequentazioni.
Le reti possono essere a maglia larga o a maglia stretta.
Una rete è a maglia tanto più stretta quante sono le persone che l‟individuo conosce e a
loro volta si conoscono tra loro.
I legami fra le persone collegate nelle reti variano per intensità,durata, frequenza e
contenuto.
Il concetto di rete sembra sovrapporsi a quello di gruppo ma in realtà non è così: le
persone che fanno parte di una rete possono anche non conoscersi e nemmeno sapere di
farne parte. Il concetto dimostra come l‟individuo possa muoversi fra i gruppi, tessendo le
proprie relazioni.

g. Il capitale sociale
ORGANIZZAZIONE SOCIALE  come gli individui hanno imparato a coordinare
stabilmente le loro interazioni, creando apposite strutture artificiali nelle quali cooperare.
È necessario affermare che l‟organizzazione sociale non riguarda soltanto i gruppi formali
ma comprende anche le relazioni e le interazioni che abbiamo definito come “ tessuto
intimo della società”.
CAPITALE SOCIALE  è il patrimonio di relazioni di cui dispone una persona
e che questa può dunque impiegare per i suoi scopi.
Ci permette quindi di capire la complessità del problema dell‟organizzazione sociale.

h. I gruppi organizzati
Uno dei caratteri evidenti della società moderna sono le organizzazioni e le associazioni.
In entrambi i casi si tratta di gruppi progettati al fine di raggiunge determinati obiettivi.
Esse non sono facili da distinguere l‟una dall‟altra ma un modo per farlo è considerare
perché le persone ne facciano parte.
 Associazioni  condivisione dei fini, egli obiettivi, sentendoli propri;
 Organizzazioni  la partecipazione è un lavoro, in genere remunerato. In questo
caso la partecipazione è di tipo strumentale (es. azienda di produzione, ospedale).
Associazioni e organizzazioni hanno in comune il fatto di essere degli attori artificiali,
costituiti per raggiungere obiettivi che le persone reali non sarebbero in grado di
raggiungere.

ASSOCIAZIONI: nelle società moderne la possibilità di associarsi è, per legge, un diritto


delle persone che riconoscono di avere idee ideali o interessi simili a sviluppare le loro
opportunità insieme, in collaborazione o in conflitto con altri gruppi. L‟adesione alle
associazioni cresce con l‟aumentare del reddito e dell‟istruzione, due elementi comunque
collegati tra loro.
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ORGANIZZAZIONI: Weber è considerato come il riferimento sullo studio delle


organizzazioni. Il termine che utilizza per definire la dorma moderna di organizzazione è
“burocrazia”,di cui ne individua le principali caratteristiche:
- Divisione stabile e specializzata di compiti = studiata esclusivamente in vista
degli scopi dell‟organizzazione e stabilita da regole, che prescrivono come
comportarsi a seconda delle situazioni. Ogni problema simile viene trattato allo
stesso modo e le soluzioni previste dalle regole non devono essere reinventate ogni
volta;
- Precisa struttura gerarchica = chi occupa una posizione ha i poteri per compiere gli
atti che a quella posizione competono, può dare ordini a coloro che dipendono da
lui (e controlla che tali ordini vengano eseguiti), riceve ordini, dai suoi superiori, a
cui deve obbedire;
- Competenza specializzata per ogni posizione = preparazione adeguata di chi
occupa quella posizione, l‟esercizio a tempo pieno e continuativo della professione,
l‟assegnazione alla posizione per mezzo di un meccanismo di concorso, come
garanzia di competenza ed esclusivamente meccanismi di carriera;
- Remunerazione in denaro per ogni posizione = pagata dall‟organizzazione e mai
dai clienti di questa. Non vi è nessuna possibilità di appropriarsi del posto
definitivamente, di cederlo ad altri o passarlo in eredità.
Secondo la burocrazia di Weber, questa si basa su un principio fondamentale: “la
prevedibilità dei comportamenti” ottenuta con la standardizzazione di questi ultimi. Per
raggiungere un determinato risultato è possibile individuare una serie di operazioni
successive, ognuna delle quali è standardizzata, fissata nei dettagli.
Questo principio si scontra con due importanti difficoltà:
1. Gli individui non si comportano come macchine ma interagiscono con
l‟organizzazione mettendo in gioco i propri fini, anche i concorrenza con quelli
dell‟organizzazione  i soggetti sono imprevedibili;
2. È possibile progettare uno schema dei comportamenti standardizzati se i problemi
che l‟organizzazione incontra nel realizzare i suoi fini, sono semplici e si prestano
senza grandi variazioni da un caso all‟altro.
La teoria delle configurazioni organizzative: per ottenere maggiore efficienza, il modo di
coordinamento cambia a seconda delle dimensioni dell‟organizzazione, del tipo di
tecnologia utilizzata nella produzione dei beni o servizi e della prevedibilità. In questo
modo si strutturano 5 configurazioni tipiche:
Struttura semplice  il controllo è esercitato direttamente dal vertice;
Burocrazia meccanica  è coordinata attraverso la standardizzazione dei compiti e
la gerarchia;
Burocrazia professionale  sono dipendenti coordinati con un lungo tirocinio di
formazione, esterno all‟organizzazione, che, una volta assunti, hanno un‟ampia
discrezionalità nello svolgimento del lavoro;

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Struttura divisionale  il coordinamento si ottiene fissando obiettivi generali e


compatibili, tra loro, a settori con diverse funzioni, che sono indipendenti nello loro
scelte, sul come raggiungere questi fini;
Adhocrazia  significa “espressamente per questo”, sta ad indicare gruppi di
lavoro con compiti specifici, formati da persone che si conoscono bene e che
lavorano insieme, fidandosi delle rispettive competenze.

i. La razionalità organizzativa e i suoi limiti


L‟organizzazione moderna, la burocrazia, è razionale. Un azione è razionale se chi agisce
valuta razionalmente i mezzi rispetto agli scopi che di propone, considera gli scopi in
relazione alle conseguenze che potrebbero derivarne , paragona i diversi scopi possibili e i
loro rapporti. La burocrazia è razionale, secondo Weber, perché impone agli attori che ne
fanno parte di portarsi, in modo razionale, cioè di compiere azioni con quei caratteri.
Herbert Simon non contraddice quanto affermato da Weber ma sostiene che sia necessario
prendere sul serio l‟affermazione che il comportamento reale non lo si raggiunge,
praticamente, mai. È impossibile avere una completa conoscenza e una previsione di tutte
le conseguenze che discendono da un‟eventuale scelta, così come è impossibile concepire
tutte le alternative. La razionalità, dunque, è sempre una razionalità limitata, ovvero che
mira ad ottenere non i massimi risultati possibili in astratto ma risultati soddisfacenti. Ciò
lo fa semplificando la realtà. Comportarsi diversamente non consente di essere razionali:
solo selezionando un numero ragionevole di alternative, acquisendo un certo numero di
informazioni, e preoccupazioni solo di un certo numero di conseguenze più dirette della
scelta, è possibile ad un‟organizzazione calcolare con sufficiente precisione i mezzi
rispetto agli obiettivi.
La razionalità limitata è la razionalità possibile, concretamente perseguibile in normali
situazioni di incertezza. Abbiamo:
 Razionalità sinottica  razionalità che ha in mente Weber in astratto che consiste
nel poter fare inizialmente delle scelte che tengano in considerazione tutti i dati
rilevanti, predisponendo di tutti i mezzi necessari ai fini;
 Razionalità incrementale  sconta il caso normale dell‟incertezza ambientale e si
riferisce ad attori che inizialmente non hanno idee assolutamente chiare e
coincidenti. Essa riconosce, come definiti, alcuni obiettivi di massima, la necessità di
aggiustamenti progressivi, la possibilità di trovare in un momento successivo i
mezzi e le occasioni che prima non si vedevano o non erano disponibili, i cambiare
quindi anche gli obiettivi cercando accordi e soluzioni soddisfacenti.

La razionalità limitata, la razionalità organizzativa non vede molto lontano. Ha quindi dei
vantaggi ma dobbiamo considerare anche gli eventuali svantaggi. In merito a ciò è quindi
necessario distinguere:
~ Razionalità funzionale  riguarda la razionalità di chi si adatta agli ordini
ricevuti, li esegue senza errori, o si adatta a procedure e obiettivi, senza discuterli;
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~ Razionalità sostanziale  razionalità che riguarda chi cerca di comprendere come


diversi aspetti di una situazione siano collegati tra loro, interrogandosi sul loro
significato e valutandoli in base ai propri criteri di giudizio e ad altre possibilità.

4. CULTURA, LINGUAGGIO E COMUNICAZIONE


a. Funzioni e forme del linguaggio
Il linguaggio svolge una funzione:
~ Cognitiva  pensare il “mondo” verbalmente o mentalmente. Significa quindi
stabilire un rapporto tra un significante e un significato. Il linguaggio non serve
soltanto a pensare il mondo ma anche ad esprimere ad altri il nostro pensiero e a
ricevere dagli altri messaggi nei quali è formulato il loro pensiero;
~ Comunicativa  per comunicare deve esservi qualcosa da comunicare, idee,
sentimenti, informazioni che abbiamo dovuto pensare prima. Tuttavia non
possiamo pensare se non con gli strumenti che ci sono forniti dal linguaggio.

Affinché si verifichi un atto comunicativo devono essere presenti alcuni elementi quali:

 Un emittente: deve tradurre ciò che vuole esprimere in gesti o suoni, seguendo le
prescrizioni del codice, del canale, utilizzato e produrre così il messaggio;
 Un ricevente: deve utilizzare un codice analogo a quello dell‟emittente per poter
decifrare il messaggio;
 Un canale (es. la voce, i gesti, le immagini);
 Un codice: deve essere condiviso sia dall‟emittente che dal ricevente (questo non
significa che deve essere precisamente uguale) ma senza un minimo di condivisione
del codice la comunicazione risulterebbe impossibile. Il concetto di condivisione del
codice indica:
- Che il linguaggio è una convenzione sociale;
- Che ha carattere normativo, cioè è formato da un insieme di norme
che definiscono i modi ammissibili di confezionare i messaggi affinché
questi possano essere recepiti con successo dal ricevente.
 Il messaggio.

L‟acquisizione delle competenze linguistiche è tutt‟oggi un fenomeno abbastanza


misterioso. Non sappiamo bene come avvenga, ma sappiamo certamente che
l‟acquisizione del linguaggio richiede un‟assidua, prolungata e costante interazione
sociale.

b. Tipi di linguaggio: privato, pubblico, orale e scritto

Il linguaggio varia anche a seconda della situazione sociale in cui avviene la relazione.
Abbiamo:

- Linguaggio privato  avviene fra amici, familiari: ciò che conta è farsi capire;

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- Linguaggio pubblico  è rivolto ad un pubblico e non ad una serie di persone ben


individuate: vi è maggiore controllo formale;
- Linguaggio orale  presenza di elementi metacomunicativi che sono assenti nella
comunicazione scritta. (elementi aggiuntivi che riguardano il linguaggio gestuale);
- Linguaggio gestuale  il tono della voce, la postura del corpo, i movimenti delle
braccia e delle mani, la direzione dello sguardo.., forniscono all‟interlocutore una
serie di messaggi aggiuntivi con il quale interpretare il messaggio verbale;
- Linguaggio scritto  maggiore controllo formale, maggiore intenzionalità,
differimento temporale, assenza elementi metacomunicativi. A differenza della
comunicazione orale il linguaggio scritto si avvale di un registro molto più rigido
rispetto al parlato.

c. Linguaggio e interazione sociale

Per quanto variabile e soggettiva, la comunicazione verbale segue sempre determinate


regole che dipendono:

 Dal contesto nel quale avviene l’interazione:


- nei contesti altamente formalizzati vigono regole molto precise su chi ha diritto
di iniziare, interrompere, concludere l‟interazione;
- Vi è una netta asimmetria tra gli interlocutori.
 Dalla posizione sociale relativa degli interlocutori:
- Il linguaggio utilizzato varia molto a seconda dello status del nostro
interlocutore;
- Solo nell‟interazione tra pari vige una vera reciprocità e l‟interazione non è
deformata dalle differenze di status.

Asimmetria tra interlocutori  esprime, nelle regole che governano, chi può dire cosa, a
chi, come e quando. Tale asimmetria può essere maggiormente sottolineata, o
contrariamente, essere meno esplicita. In situazioni asimmetriche, le regole della cortesia
suggeriscono che chi si trova in una posizione dominante abbassi il proprio status e/o
innalzi quello dell‟interlocutore al fine di farlo sentire maggiormente a proprio agio.
Anche la distanza è molto importante nella comunicazione in quanto permette di cogliere i
vari fatti, le dinamiche della comunicazione stessa.
Uno degli aspetti della comunicazione interpersonale che è stato maggiormente studiato è
il turno di parola, ovvero l‟avvicendamento dei due partecipanti alla comunicazione. Di
norma, quando una persona sta parlando la cortesia dice di non interromperlo e lasciargli
almeno terminare la frase prima di cominciare a parlare ciò però, spesso non avviene.

Analisi conversazionale = analisi dell‟interazione verbale all‟interno di un gruppo. Essa è


in grado di mettere in luce la struttura dei rapporti sociali tra i membri del gruppo, in
particolare dei rapporti di potere, l‟esistenza i regole più o meno implicite, la loro

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eventuale violazione e le dinamiche che vengono messe in atto per ristabilirle o


modificarle.

5. CROLLO SOCIALE, DEVIANZA E CRIMINALITÀ


a. Socializzazione e controllo sociale

CONTROLLO SOCIALE  indica i metodi utilizzati per fare in modo che i membri di un
gruppo rispettino le norme e le aspettative del gruppo stesso. Il controllo sociale, in ogni
società, si realizza attraverso due processi:

 SOCIALIZZAZIONE = si intende il processo attraverso il quale ogni società, per


assicurare la propria continuità, cerca di trasmettere a coloro che vi entrano per a
prima volta, le propria cultura, ovvero l‟insieme di valori, norme, atteggiamenti,
conoscenze, linguaggi e aspettative di cui essa dispone. Possiamo distinguere:
- Socializzazione primaria: avviene nei primi anni di vita del bambino. In
questa fase si apprendono tutte le competenze base (es. linguaggio). Ad
occuparsi di ciò è la famiglia, in quanto agenzia principale della socializzazione
primaria;
- Socializzazione secondaria: avviene nel momento in cui il bambino entra nel
mondo della scuola. Qui apprende tutte le conoscenze, specifiche, necessarie
per assolvere ai vari ruoli sociali. Se ne occupano appunto la scuola, le
organizzazioni formali e i mass media, in quanto agenzie principali della
socializzazione secondaria.
 PUNIZIONI e RICOMPENSE = sono un processo esterno di controllo sociale che
entra in azione nel momento in cui la socializzazione fallisce o non è sufficiente.
- Punizioni: hanno lo scopo di scoraggiare le violazioni;
- Ricompense: hanno lo scopo di incoraggiare l‟adesione alle aspettative sociali.

b. Il concetto di “devianza”

DEVIANZA  indica ogni atto, o comportamento (anche se solo verbale), di una persona
o di un gruppo, che viola le norme di una collettività e che, di conseguenza, va incontro a
qualche forma di sanzione.
La devianza non è una proprietà di certi atti o comportamenti, ma una qualità che deriva
dalle risposte, dalle definizioni e dai significati attribuiti a questi dai membri di una
collettività (o dalla grande maggioranza di questi).

Questa idea è stata espressa bene da Durkheim „non bisogna dire che un atto urta la coscienza
comune perché è criminale, ma che è criminale perché urta la coscienza comune. Non lo biasimiamo
perché è un reato, ma è un reato perché lo biasimiamo‟.

Un atto può essere considerato deviante solo in riferimento al contesto socioculturale in


cui ha luogo. Un comportamento considerato deviante in un paese, in una determinata
società o contesto sociale, può essere, invece, accettato e considerato molto positivamente
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in un altro. Questa concezione relativistica della devianza è stata sostenuta con forza, negli
ultimi decenni, da molti studiosi di scienze sociali.

c. Lo studio della devianza

Secondo alcune statistiche giudiziarie (anche se hanno una bassa attendibilità), i sociologi
basano i propri studi. Ad esempio il numero di reati ufficiali registrati dalla polizia sono
solo una parte rispetto a quelli realmente commessi. Abbiamo infatti:

- Reati commessi che restano nascosti e non vengono registrati (costituiscono il


numero oscuro di delitti);
- Reati senza vittima (es. prostituzione, consumo di stupefacenti ecc.);
- Reati che colpiscono una persona (es. scippo).

d. Teorie della criminalità

Da tempo ci si interroga sul perché molte persone, ad un certo punto della loro vita,
decidano di derubare, uccidere o stuprare qualcuno.

I sociologi hanno individuato sei possibili spiegazioni:

1) Spiegazioni biologiche  sono state elaborate diverse teorie che riconducono i


comportamenti devianti alle caratteristiche fisiche e biologiche degli individui. I
sostenitori di tale teoria, i criminali vengono definiti come individui diversi dagli
altri, come esseri inferiori. Uno dei primi sostenitori di questa teoria fu Cesare
Lombroso. Egli sosteneva che i criminali potesser0o essere identificati da alcune
caratteristiche anatomiche: il “delinquente nato” ha in genere la testa piccola, la
fronte sfuggente, gli zigomi pronunciati, gli occhi mobilissimi ed errabondi, le
sopracciglia folte e ravvicinate, il naso torto, il viso pallido o giallo, la barba rada;

2) La teoria della tensione  Durkheim sosteneva che le forme di devianza fossero in


parte dovute all‟anomia (= mancanza delle norme sociali che regolano e limitano i
comportamenti individuali). Quando ciò avviene, non si sa più ciò che è possibile e
cosa non lo è, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
Robert Merton, invece, sostenne che la devianza è provocata da situazioni di
anomia, nate dal contrasto tra la struttura culturale (che definisce le mete culturali
verso le quali tendere e i mezzi istituzionalizzati con i quali raggiungerle) e la
struttura sociale (che determina la distribuzione effettiva delle opportunità
necessarie per arrivare a tali mete con quei mezzi). Per far fronte alla situazione
prodotta dal contrasto tra le mete e i mezzi per raggiungerle, gli individui possono
scegliere tra 5 diversi metodi di adattamento:
- Conformità: accettazione sia delle mete culturali, sia dei mezzi previsti per
raggiungerle;
- Innovazione: chi aderisce alle mete ma rifiuta i mezzi prescritti;
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- Ritualismo: chi abbandona le mete ma resta legato ai mezzi prescritti;


- Rinuncia: sia i fini/mete che i mezzi;
- Ribellione: rifiuto sia delle mete che dei fini che la sostituzione con altre mete
e mezzi;

3) La teoria del controllo sociale  si basa su una concezione più pessimistica della
natura umana, considerata moralmente debole, essendo l‟essere umano
normalmente portato più a violare che a rispettare le leggi, ciò che dobbiamo
spiegare non è la devianza ma la conformità. I controlli sociali che impediscono
loro di violare le leggi, sono di vario tipo:
- Esterni: sorveglianza esercitata da altri al fine di scoraggiare e impedire i
comportamenti devianti;
- Interni diretti: sentimenti di imbarazzo, colpa e vergogna provati da chi
trasgredisce;
- Interni indiretti: attaccamento psicologico ed emotivo, agli altri e il desiderio
di non perdere la loro stima e il loro affetto.
Secondo lo studioso Trevor Hirschi, una persona compie un reato quando il
vincolo che lo lega alla società è molto debole, fino quasi a spezzarsi;

4) La teoria della subcultura  molti studiosi hanno osservato che il contrasto tra
struttura culturale e sociale non è sufficiente a spiegare perché certe persone violino
le norme e hanno sostenuto che la devianza si apprende dall‟ambiente che li
circondano (idea esposta per la prima volta da Clifford R. Shaw e da Henry D.
McKay). Il maggior esponente di tale teoria fu Edwin H. Sutherland. Esso sosteneva
che il comportamento deviante non è né ereditario, né inventato dall‟attore, ma
appreso attraverso la comunicazione con altre persone. Il processo di
apprendimento avviene, in genere, all‟interno di piccoli gruppi e riguarda sia le
motivazioni per commettere un reato, sia le tecniche per farlo. Sosteneva anche che
chi commette un reato lo fa perché si conforma alle aspettative dell‟ambiente in cui
vive. In questo senso, le motivazioni del suo comportamento non sono diverse da
quelle di chi rispetta le leggi. Ad essere deviante, quindi, non è l‟individuo, ma il
suo gruppo di appartenenza. In questo caso gli individui non violano le norme del
proprio gruppo, ma solo quelle della società in generale;

5) La teoria dell’etichettamento  Tale teoria si basa sull‟idea che per capire la


devianza è necessario tener conto non solo della violazione, ma anche della
creazione e dell‟applicazione delle norme, non solo dei criminali, ma anche del
sistema giudiziario e delle altre forme di controllo sociale. Il reato (e più in generale
la devianza) non sono altro che il prodotto dell‟interazione fra coloro che creano e
che fanno applicare le norme e coloro che invece le infrangono. I sostenitori di
questa teoria sostengono che, fra coloro che compiono atti devianti e gli altri, non vi
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siano profonde differenze, né dal punto di vista dei bisogni, né da quello dei valori.
Ne è prova il fatto che, almeno una volta nella vita, ad un alto numero di persone,
capita di violare una norma, più o meno grave. Un conto però è commettere un atto
deviante (es mentire, drogarsi, rubare), un conto invece è di essere accusato come
un essere deviante. In quest‟ultimo caso, l‟individuo viene etichettato e di
conseguenza lo si guarda diversamente, con sospetto, timore e ostilità.
A questo punto, Edwin Lemert introduce un‟importante distinzione tra:
- Devianza primaria: si riferisce a quelle violazioni delle norme che, agli occhi
di colui che le infrange, hanno un rilievo marginale e che di conseguenza
vengono presto dimenticate. Ciò significa che chi infrange queste norme non
considera se stesso un deviante né, viene visto come tale dagli altri;
- Devianza secondaria: si ha quando l‟atto di una persona suscita una reazione
di condanna, da parte degli altri, che lo considerano come un deviante e
questa persona riorganizza la sua identità e i suoi comportamenti sulla base
delle conseguenza prodotte dal suo atto. Questa stigmatizzazione lo farà
sentire sempre più isolato dal resto della società e ciò lo condurrà a compiere
ulteriori infrazioni;

6) La teoria della scelta razionale  I sostenitori della teoria della scelta razionale
considerano i reati come risultato non di influenze esterne, ma di un‟azione
intenzionale adottata attivamente dagli individui. Secondo questa prospettiva, i
soggetti sono esseri razionali che agiscono seguendo i propri interessi, ricercando il
piacere e fuggendo dal dolore, e che scelgono liberamente se violare, o meno, le
norme.
Se l‟individuo decide di commettere un investendo, di solito è perché si attende di
ricavarne dei benefici maggiori di quelli che otterrebbe investendo il proprio tempo
e risorse in attività lecite. I motivi che conducono un soggetto a compiere delle
attività illecite, sono gli stessi che lo spingono a compiere attività lecite: la ricerca
del guadagno, del potere, del prestigio e del piacere.
Colui che trasgredisce la legge va incontro ad una serie di costi:
- Esterni pubblici: sanzioni legali inflitte dallo Stato e dalle conseguenza
negative che hanno sulla reputazione sociale;
- Esterni privati: sono i cosiddetti “costi di attaccamento”, che derivano dalle
sanzioni informali degli “altri significativi”, dalle loro critiche, dalla loro
condanna;
- Interni: nascono dalla coscienza (dalle norme interiorizzate), che fa provare
al trasgressore sensi di colpa e di vergogna.

e. Forme di criminalità

Molte sono le forme di criminalità e di reato. Le principali sono:

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 Attività predatoria comune (o di strada)  insieme di azioni illecite, condotte con


forza o con l‟inganno, per impadronirsi di beni mobili altrui che comportano un
contatto fisico fra almeno uno di coloro che compiono l‟azione e una persona o un
oggetto. Abbiamo diversi tipi di reati, tra cui:
 Il raggiro: evitando la vittima o facendo in modo che questa non si accorga di
quanto sta accadendo;
 La violenza: avvengono strappando di mano, o di dosso, una cosa, un
oggetto ad una persona (scippo) o prendendogliela con la forza o con le
minacce (rapina);
 Omicidi  reati di natura diversa che non vanno assolutamente confusi.
Un‟importante distinzione la si deve fare tra omicidi:
 Colposo: omicidio non voluto dall‟agente, compiuto per negligenza,
imprudenza, inosservanza di leggi. (es. per la strada quando un
automobilista distratto investe un passante);
 Doloso: omicidio compiuto da chi agisce con la volontà di uccidere;
 Reati dei colletti bianchi  reati commessi da una persona rispettabile e di elevata
condizione sociale. È necessario che tale violazione avvenga nel corso dell‟attività
professionale di questo soggetto.
 Reati d‟occupazione: commessi da individui nello svolgimento del loro
lavoro al fine di ricavarne un vantaggio personale;
 Reati di organizzazione: sono compiuti in nome, o per conto, di
un‟organizzazione, sia pubblica che privata;
 Criminalità organizzata  insieme di imprese che forniscono beni e servizi illeciti e
che si infiltrano nelle attività economiche lecite.

f. Gli autori dei reati e le loro caratteristiche

I sociologi hanno studiato le caratteristiche socio demografiche di coloro che compiono i


reati, inizialmente concentrandosi sulla loro classe sociale e successivamente spostandosi
sull‟analisi del genere e dell‟età.

- CLASSE SOCIALE  in genere, i reati commessi dai colletti bianchi, vengono


commessi da soggetti appartenenti ad una classe sociale medio-alta. Gli altri invece,
secondo i sociologi, vengono compiuti da soggetti appartenenti alle classi
svantaggiate.
- GENERE  in tutti i paesi è molto più probabile che questi reati vengano compiuti
da un maschio, piuttosto che una femmina. Infatti, quanto più è grave il reato, e
tante più saranno le probabilità che sia stato un uomo a compierlo e, di
conseguenza, saranno sempre più le differenze di genere. Alcuni studiosi,
ritengono che dagli anni ‟70, la criminalità femminile sia aumentata, rispetto a
quella maschile.

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- ETÀ  la tendenza a compiere dei crimini aumenta con l‟avvicinarsi dell‟età


adulta, fino agli ultimi anni di vita.

g. Devianza e sanzioni

In ogni società, la conformità alle norme viene mantenuta attraverso l‟uso, o la minaccia,
di sanzioni. Queste sanzioni possono essere:

~ Positive: ricompensano chi rispetta la norma;


~ Negative: puniscono chi non rispetta la norma;
~ Formali: applicate da specifiche autorità ai quali spetta il compito di assicurare
il rispetto delle norme;
~ Informali: sanzioni più spontanee e meno organizzate, provenienti da familiari,
amici, colleghi di lavoro, vicini, conoscenti;;
~ Severe o Lievi: in relazione al livello di gravità dell‟infrazione.

La severità delle sanzioni delle sanzioni dipende dalla gravità dell‟infrazione commessa.
Per i reati invece, è prevista una pena che può limitare la libertà dell‟individuo. Nel caso
invece, di altri casi illeciti giuridici, la sanzione incide sul patrimonio di chi li ha commessi.

6. LA RELIGIONE
a. La religione nella credenza sociologica

Le religioni riguardano credenze, idee, che gli uomini elaborano sulla realtà terrena e
ultraterrena. Il sociologo prende in considerazione queste credenze come dati di fatto che è
necessario spiegare. Egli non si chiede se queste credenze siano vere o false in quanto, la
sociologia non può esprimersi in merito alla verità o falsità delle credenze religiose, perché
queste hanno a che fare con una realtà, non empirica, che sfugge agli strumenti della
conoscenza scientifica. L‟unico dato empirico è che uomini reali, organizzati in società
reali, sviluppano credenze e istituzioni, mettendo in atto comportamenti “religiosi”. Ciò
però non significa che il sociologo, che studia le religioni, non possa, a sua volta, avere
delle credenze religiose.
Se la religione non “facesse problema” per lo studioso, non susciterebbe nemmeno
l‟interesse dell‟uomo.

b. Sacro e profano

Possiamo affermare che “la religione è una credenza, o un insieme di credenze, relativa
all’esistenza di una realtà ultrasensibile, ultraterrena e sovrannaturale. In forme elementari o
complesse, è un fenomeno pressoché universale nelle società umane”.
Ma analizziamo la definizione:

- “La religione è una credenza, o un insieme di credenze”  la credenza è un giudizio


sulla realtà, fondato su un atto di fede;
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- Le credenze religiose riguardano “l’ esistenza di una realtà al di là di ciò che è percepibile
con i sensi e accumulabile come conoscenza empirica”  l‟uomo crede nella presenza, al
di là del mondo che gli è famigliare e accessibile, di un mondo misterioso e
normalmente inaccessibile.

c. L’esperienza religiosa

Innanzi tutto bisogna chiederci quali sono i tratti fondamentali ovvero come e perché gli
altri esseri umani sviluppano una credenza nell‟esistenza del sacro. Due esperienze tipiche
dell‟esistenza umana sono:

- L’esperienza del limite  riguarda la vita umana. Gli esseri umani sono dotati di
una consapevolezza che sembra specifica della loro specie: sanno di dover morire.
Essi vivono nella certezza che la loro vita ha avuto un inizio e avrà una fine, un
limite;
- L’esperienza del caso  è inconcepibile senza l‟idea opposta di assenza di limite.
Se da un lato vi è il mondo delle cose mortali, tra cui l‟uomo, dall‟altra parte vi è il
mondo delle cose immortali al quale appartengono le anime, gli spiriti, gli dei.
L‟uomo si confronta costantemente con il limite della sua capacità di dare una
spiegazione agli eventi naturali, sociali e individuali che interferiscono con la sua
esistenza. Le nostre spiegazioni rimangono sempre parziali e provvisorie, non
siamo in grado di risalire alle cause ultime del divenire e di ricondurre l‟infinita
varietà dei fenomeni a una spiegazione unitaria ed esaustiva.

d. Tipi di religione

Vi sono diversi criteri attraverso il quale si possono classificare le religioni, da un punto di


vista sociologico. Abbiamo:

- Religioni che presuppongono la presenza di un mondo sovrannaturale (l‟aldilà) che


influenzano negativamente o positivamente le vicende umane. Alcuni esempi di
queste credenze sono:
 Mana: credenza in una forza magica presente in uomini e cose;
 Totemismo: i credenti riconoscono in un oggetto, in genere un animale o
una pianta, l‟antenato comune che ha dato origine al loro clan;
 Animismo: dietro a persone, fenomeni e cose, vi è la presenza di spiriti che
intervengono attivamente influenzandone il loro comportamento.
- Religioni universali che, attraverso credenze comuni, unificano enorme masse di
uomini. Tra queste troviamo:
 Religioni monoteiste (ebraismo, cristianesimo e islamismo): credono
nell‟esistenza di una sola divinità. Dio è unico e onnipotente, creatore del

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cielo, della terra e del genere umano, la causa prima e l‟origine di tutte le
cose, la sua potenza non può essere messa in discussione.
 Religioni politeiste (induismo): credono nella presenza di più divinità. Il
mondo degli dei è, quasi sempre, gerarchizzato. Vi è un dio superiore,
come Giove che sta al vertice della gerarchia degli dei dell‟Olimpo. In
queste religioni, gli dei vengono concepiti come potenze estremamente in
lotta tra loro e in concorrenza per la devozione da parte degli uomini. Agli
dei vengono attribuiti sentimenti e aspirazioni quasi umane. Tra i due
mondi, quelli umano e quello divino, ci sono analogie e corrispondenze.
Il concetto di divinità è un concetto comune a tutte le religioni. La divinità è oggetto di
adorazione per tutti i fedeli, in quanto questi riconoscono in essa tutti gli attributi di cui
l‟uomo è privo (perfezione, onnipotenza..). la divinità è quindi un‟entità superiore alla
realtà naturale e umana. Si può parlare di divinità di funzione, in quanto, spesso, le
singole divinità presiedono alle varie attività umane( es. vi è il Dio della semina, del
raccolto, della navigazione, ecc..);
- Religioni cosmocentriche ovvero, religioni fondate sulla credenza di un‟armonia
universale ultraterrena. Ad esempio abbiamo:
 Il Buddismo, una religione che non postula la presenza di una vera e
propria divinità collocate in un aldilà, ma di una sfera dove regna quiete e
armonia verso la quale è possibile elevarsi attraverso pratiche di
contemplazione, contrapposte alla sfera mondana dominata da turbolenza
e disordine;
- Religioni teocentriche, religioni che si contrappongono alla tipologia precedente,
fondate sulla credenza dell‟esistenza di un aldilà dominato dalla presenza della
divinità.

Vi sono anche altri criteri attraverso il quale è possibile classificare le religioni, di cui,
almeno due, secondo Weber, risultano fondamentali:

- Tipo di promessa e di premio che viene riservato ai fedeli  vi sono religioni la


cui promessa consiste nella possibilità di raggiungere uno stato di beatitudine e di
pienezza durante l‟arco della vita, o, mediante successive reincarnazione, oppure, al
contrario religioni che permettono il riscatto e la redenzione delle pene terrene
soltanto all‟aldilà. Queste ultime religioni prendono il nome di religioni della
redenzione.
- Tipo di comportamento che garantisce l’aldilà  vi sono religioni che prescrivono
pratiche mistiche e contemplative di distacco dal mondo, altre, contrariamente,
prescrivono una condotta ascetica di vita al di fuori, o all‟interno, del mondo.
Per quanto riguarda:
 Il misticismo: l‟ideale religioso è rappresentato da un atteggiamento di
rifiuto del mondo in quanto, soltanto staccandosi dalla corruttibilità e
caducità delle cose terrene, l‟uomo può ricevere la grazia;
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 L‟ascesi: al contrario, comporta un atteggiamento attivo in cui l‟uomo


si fa strumento, e non semplicemente contenitore, della volontà
umana.

e. Movimenti e istituzioni religiose

Le religioni non sono soltanto sistemi di idee; le idee per diventare socialmente operanti
hanno bisogno di uomini che agiscono nell‟ambito di gruppi più o meno organizzati, più o
meno istituzionalizzati.
Anche nelle religioni più semplici, compare quasi sempre una figura che si pone su un
piano diverso rispetto a quello del resto dei credenti e alla quale è affidato,
professionalmente, il compito di fare da intermediario tra gli uomini e le potenze
sovrannaturali.

Alcune forme tipiche di organizzazione religiosa, almeno nell‟ambito della tradizione


ebraico-cristiana, sono:

- I movimenti religiosi  è la forma più fluida di organizzazione religiosa e


compare quando maturano le condizioni per una rottura delle credenze religiose
tradizionali. All‟origine del movimento vi è una profezia e un profeta, che rivela
agli uomini la parola e la volontà di dio. I membri di un movimento religioso
passano attraverso l‟esperienza della conversione;
- Le chiese  Il movimento si trasforma in chiesa attraverso un processo di
istituzionalizzazione delle credenze e delle pratiche religiose. Le credenze vanno
sistematizzate in un corpo organico di dottrina e codificate in un testo scritto che
valga come legge fondamentale per i credenti. In quasi tutte le religioni vi sono dei
testi sacri. Le pratiche religiose assumono un carattere di universalità, stabilità e
astrattezza e nel loro insieme vengono a costituire una liturgia alla quale presiede
un corpo di specialisti organizzato gerarchicamente. Quando la religione assume la
forma organizzativa della chiesa, si genera inevitabilmente una differenziazione
interna tra il ceto sacerdotale e la massa di credenti;
- Gli ordini monastici  Gli ordini monastici rappresentano un tipo di comunità
religiosa separata dalla massa dei fedeli di una chiesa; a essi si appartiene per scelta
di dedizione a un ideale di perfezione di vita religiosa;
- Le sette  La setta è una comunità religiosa tendenzialmente ristretta o chiusa, tra i
cui membri si stabiliscono legami assai forti di fratellanza e di fiducia e che vive in
un contesto sociale formato da appartenenti ad altre religioni o confessioni;
- Le denominazioni  Anche le sette passano attraverso un processo di
istituzionalizzazione e si trasformano in denominazioni. Mentre però le chiese
tendono a essere le organizzazioni religiose dominanti nell‟ambito di singole
società, le denominazioni rispecchiano una situazione di pluralismo religioso.

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f. Religione e struttura sociale

La religione è parte della società, ne riflette le caratteristiche, viene influenzata dalle sue
dinamiche e, a sua volta, le influenza.
La secolarizzazione è il processo attraverso il quale la religione declina e perde la sua
influenza nelle diverse sfere della vita sociale. Vari ambiti come, per esempio, il lavoro, la
politica, che in passato ne erano fortemente influenzati, vengono oggi a emanciparsi dalla
sua influenza. La scienza ha senza dubbio svolto un ruolo decisivo in questo processo, nel
sedimentare credenze e convinzioni fondate sulla ragione e sul metodo sperimentale.

g. Le interpretazioni sociologiche della religione


Vi sono cinque diverse interpretazioni sociologiche della religione:
- Interpretazione evoluzionista  la religione occupa uno stadio primitivo del
processo evolutivo delle società umane. Comte individuò tre stadi nello sviluppo
delle società umane che passano da uno stadio teologico, ad uno metafisico fino a
giungere ad uno stadio positivo. La religione domina nel primo stadio, dove gli
uomini sono ancora preda di una concezione antropomorfica che vede la divinità
come entità dalle caratteristiche simili a quelle umane ma potenziate al massimo
grado. Anche per Spencer, la religione è un fenomeno che si sviluppò nelle società
più arcaiche, dove vigeva un principio gerarchico, più rigido, al quale la religione
offriva un fondamento di legittimazione. Nella modernità, invece, secondo altri
studiosi, essa occupa uno spazio sempre più marginale ed è sostanzialmente
destinata a essere sostituita dalla scienza, come criterio fondamentale di
orientamento delle azioni e delle società umane;
- Religione come ideologia delle classi dominanti  la religione è un fenomeno che
oscura le menti e impedisce di vedere la luce della ragione. Per Voltaire, la religione
da un lato inganna i poveri, facendogli accettare la loro condizione di
subordinazione, ma inganna anche i ricchi, ai quali la chiesa estorce elemosine
promettendo impunità per i loro peccati. Per Marx, la storia è storia di lotta di classe
e la religione ostacola il processo, mediante il quale gli oppressi prendono coscienza
dei rapporti sociali di dominio, dei quali sono vittime.
Marx considerava la religione come una forma di “falsa coscienza” e come uno
strumento nelle mani delle classi dominanti nella lotta tra le classi.
In tutte le società, la religione dominante è sempre la religione della classe
dominante nell‟economia e nella politica e fornisce sempre una giustificazione alla
disuguaglianza e all‟ingiustizia sociale;
- Interpretazione funzionalistica  la religione svolge la fondamentale funzione di
integrazione sociale. La società va pensata come un‟unità, in cui le varie parti sono
tenute insieme da una credenza comune. Secondo Durkheim, ogni atto di culto,
rituale, cerimonia, diventa l‟occasione per ribadire e rafforzare l‟identità collettiva e
il sentimento di appartenenza. Se nelle società moderne la religione sembra in
declino, è perché altre forme hanno preso il suo posto e svolgono la sua funzione;
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- Religione come fattore di mutamento  molti studiosi ritengono che le istituzioni


religiose siano conservatrici e sostengano lo status quo. In realtà è innegabile che la
religione sia stata anche un potente fattore di mutamento sociale, un fattore di
rottura della tradizione. Come dimostra Weber, le idee religiose sono state
storicamente delle “potenze rivoluzionarie” capaci di indurre profonde
trasformazioni negli assetti sociali e culturali;
- Concezione fenomenologica della religione  Per la concezione fenomenologica
l‟elemento costitutivo e universale della religione è l‟esperienza del sacro. Essa pone
quindi l‟accento sulla relazione tra il soggetto credente e l‟oggetto di venerazione,
che si colloca su un piano trascendente rispetto alla realtà terrena.
Diversi sono i tratti che definiscono l‟esperienza religiosa:il sentimento di essere
creatura, l‟esperienza del mistero, l‟aurea di mistero e di inaccessibilità del sacro.

7. STRATIFICAZIONE, CLASSI SOCIALI E MOBILITÀ


a. Universalità della stratificazione sociale

Stratificazione sociale = il sistema delle disuguaglianze strutturali di una società nei suoi
principali aspetti:
- Distributivo  riguardante l‟ammontare delle ricompense materiali e simboliche
ottenute dagli individui e dai gruppi di una società;
- Relazionale  che ha a che fare con i gruppi di potere esistenti fra loro.
Uno strato è un insieme di individui che godono della stessa quantità di risorse o che
occupano la stessa posizione nei rapporti di potere.
Diversi studiosi ritengono che la stratificazione sociale sia un fenomeno universale, cioè
che esista in tutte le società. anche nelle società più semplici troviamo delle disuguaglianze
legate al genere e all‟età. Infatti, gli uomini hanno più prestigio e potere rispetto alle
donne, come anche i più anziani rispetto ai più giovani.
Gerard Lenski ha individuato le condizioni che favoriscono le disuguaglianze sociali,
segnalando due diversi fattori:
- La produzione di surplus economico;
- La concentrazione di potere.
La disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza cresce all‟aumentare del surplus.
Con l‟avvento delle società agricole si ebbe un forte aumento della produttività e si
iniziò a produrre un surplus economico ossia una quantità di risorse superiore a quelle
necessarie a mantenere in vita i produttori diretti e le loro famiglie. La disuguaglianza
nella distribuzione della ricchezza cresce anche all‟aumentare della concentrazione del
potere politico.

b. Teorie della stratificazione


 La teoria funzionalista  “La principale necessità funzionale, che spiega la
presenza universale della stratificazione, è precisamente l‟esigenza sentita da ogni

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società di collocare e motivare gli individui nella struttura sociale”. Tesi di fondo
presentata da Kingsley Davis e Wilbert Moore. La spiegazione di tale teoria è
chiara: per i funzionalisti, l‟esistenza di tali disuguaglianze sociali, non è soltanto
un fatto inevitabile, ma anche necessario al buon funzionamento della società. In
sintesi, le argomentazioni principali dei funzionalisti sono:
 In ogni società, non tutte le posizioni hanno la stessa importanza
funzionale: alcune sono più rilevanti di altre per l‟equilibrio e il
funzionamento del sistema sociale e richiedono capacità speciali;
 In ogni società, il numero delle persone dotate di quelle capacità che
possono essere convertite nelle competenze appropriate ad occupare
quelle posizioni è limitato e scarso;
 La conversione delle capacità in competenze, implica un periodo di
addestramento durante il quale vengono sostenuti dei sacrifici, di
varia natura, da parte di coloro che vi si sottopongono;
 Per produrre persone capaci a sottoporsi a questi sacrifici, è necessario
dar loro delle competenze materiali e morali, cioè far si che le
posizioni che queste persone andranno a ricoprire, godano di un
livello di reddito e prestigio, maggiore rispetto alle altre.
 Le teorie del conflitto  I teorici del conflitto negano che la stratificazione sociale
svolga una funzione vitale indispensabile alla sopravvivenza del sistema sociale.
Ritengono invece che le disuguaglianze esistano perché i gruppi sociali che se ne
avvantaggiano sono in grado di difenderle dagli attacchi degli altri in una
situazione di conflitto continuo.
Secondo Carl Marx, La storia è essenzialmente la storia di lotte di classe tra
sfruttatori e sfruttati e la stratificazione sociale è lo strumento creato e tenuto in vita
da una classe per proteggere e promuovere i propri interessi economici. Marx
scorgeva nella lotta di classe la chiave del cambiamento storico: tutte le classi
dominanti vengono alla fine rovesciate, tramite la rivoluzione, da quelle
subordinate, che diventano a loro volta dominanti.
In ogni società l‟asse portante delle classi si trova nei rapporti di produzione e nelle
relazioni di proprietà. La forma di produzione e quella di proprietà variano a
seconda del tipo di società.
A differenza di Marx, Weber, elabora una teoria sulla stratificazione sociale a più
dimensioni. Era convinto che le fonti delle disuguaglianze e i principi fondamentali
di aggregazione degli individui andassero ricercati, non in una ma, in tre diverse
sfere:
 Economia  gli individui si uniscono sulla base di interessi materiali
comuni, formando classi sociali;
 Cultura  gli individui si uniscono seguendo comuni interessi ideali e
dando origine ai ceti;

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 Politica  gli individui si associano in partiti o in gruppi di potere per il


controllo dell‟apparato di dominio.
Per Weber il criterio di fondo dell‟appartenenza a una classe è la situazione di
mercato e i mercati sono tre, ovvero:
 Del lavoro  classe operaia e imprenditori;
 Del credito  debitori e creditori;
 Delle merci  consumatori e venditori.

Lenski, invece, sosteneva che in ogni società vi è una pluralità di gerarchie (di
reddito, di potere, di istruzione, di prestigio) e ciascun individuo occupa una
posizione in ognuna di queste gerarchie.
 Equilibrio di status  quando una persona si trova in ranghi equivalenti
nelle diverse gerarchie;
 Squilibrio di status  quando un individuo non si trova allo stesso livello
in tutte le gerarchie.

c. Le classi nelle società moderne


La società moderna è caratterizza dall‟uguaglianza di diritto di tutti i suoi membri, ma pur
essendo uguali di diritto, non lo sono di fatto. Fra loro esistono rilevanti differenze sociali
non casuali ma strutturate, durature. Quindi a differenza dei ceti sociali, le classi sono dei
raggruppamenti non di diritto ma di fatto.
Un primo schema, con le quali si possono classificare le classi sociali, è stato elaborato da
Labini ed è basato principalmente sul tipo di reddito percepito da un individuo.
Vi sono tre grandi categorie di reddito:
- Rendita (dei proprietari fondiari);
- Profitto (dei capitalisti, che siano industriali, agrari o commerciali);
- Salario (degli operai).
Sulla base di queste categorie di reddito, Labini ha distinto cinque grandi classi sociali:
1) Borghesia = formata dai grandi proprietari di fondi rustici e urbani (rendite),
dagli imprenditori e dagli alti dirigenti di società per azioni (profitti e redditi) e
infine dai professionisti (redditi misti);
2) Piccola borghesia relativamente autonoma = composta da lavoratori autonomi
come ad esempio i coltivatori diretti, artigiani e commercianti (redditi misti);
3) Classe media impiegatizia = costituita da impiegati pubblici e privati;
4) Classe operaia = formata dai braccianti e dai salariati fissi in agricoltura, operai
dell‟industria ed edilizia e da quelli del settore terziario;
5) Sottoproletariato = composto da coloro che rimangono per lunghi periodi di
tempo fuori dalla sfera della produzione in quanto disoccupati.

Un secondo schema fu elaborato da Goldthorpe, si basa su due elementi:

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 La situazione di lavoro = si fa riferimento alla posizione nella gerarchia


organizzativa assurda degli individui in quanto occupanti una data posizione
lavorativa;
 La situazione di mercato = indica il complesso dei vantaggi e degli svantaggi,
materiali e simbolici, di cui godono i titolari dei vari ruoli lavorativi. In base alla
situazione lavorativa, gli occupanti possono essere distinti in tre grandi categorie:
 Imprenditori  coloro che acquistano il lavoro altrui ed esercitano
autorità e controllo su di esso;
 Lavoratori autonomi  senza dipendenti ovvero significa che non
sfruttano il lavoro altrui e non vendono il proprio;
 Lavoratori dipendenti  vendono il proprio lavoro.
Tenendo conto della situazione di mercato e del settore di attività economica si giunge a
questo ulteriore schema:
Classe I  è formata dai grandi imprenditori, professionisti e dirigenti di livello
superiore, da persone che svolgono un‟occupazione ad alto reddito;
Classe II  è formata da imprenditori e dirigenti di livello inferiore;
Classe III  è costituita da impiegati di livello superiore ed inferiore e dagli
addetti alle vendite;
Classe IV  è comprende la piccola borghesia urbana (artigiani e commercianti) e
agricola;
Classe V  è formata da tecnici di livello più basso e dai supervisori dei lavoratori
manuali;
Classe VI  è formata da operai specializzati in tutti i settori di attività economica;
Classe VII  è composta da operai non qualificati, in tutti i settori.

d. Alcuni gradi mutamenti


Trasformazioni di grande rilievo sono avvenute negli ultimi due secoli, nella
stratificazione sociale di tutti i paesi che occidentali sviluppati (come Asia, o America
Latina). Questi mutamenti sono in parte ricollegabili allo sviluppo, e/o al declino, che vi è
stato nei diversi settori di attività economica, cioè, allo spostamento della popolazione
dall‟agricoltura all‟ industria e, successivamente dall‟industria al settore terziario e ai
servizi.
Il processo di industrializzazione, ha determinato un declino delle due classi agricole (dei
braccianti e dei coltivatori proprietari). Le dimensioni del “proletariato industriale” sono
gradualmente aumentate. Una volta che il processo di industrializzazione ha raggiunto il
culmine, ha iniziato a svilupparsi il settore dei servizi, impiegatizio e professionale. Dalla
società industriale si è passati a quella che è stata definita società preindustriale, società
che ruota attorno alla conoscenza.
Questi avvenimenti sono avvenuti in tutti i paesi occidentali, in tempi differenti. Il declino
delle classi agricole, l‟espansione e la concentrazione della classe operaia di fabbrica, sono
iniziati prima in Inghilterra e successivamente in Europa settentrionale. L‟espansione della
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classe operaia dell‟industria particolarmente forte nelle regioni settentrionale.


L‟andamento della classe impiegatizia ebbe un rapido e continuo sviluppo.
Sono cambiati inoltre i confini e le relazioni fra classe media impiegatizia e operaia
industriale. Fra queste due classi vi sono state somiglianze ma anche differenze. Né gli
operai, né gli impiegati, possiedono i mezzi di produzione e, per vivere, entrambi
necessitano di vendere la propria forza lavoro sul mercato.
Altri importanti mutamenti, hanno a che fare con i processi di proletarizzazione. Questa
espansione fu utilizzata per indicare il passaggio di una, o più persone, dalla piccola
borghesia al proletariato, cioè dalla condizione di lavoratore autonomo, proprietario dei
mezzi di produzione, a quella di lavoratore salariato, dipendente di un imprenditore
pubblico o privato.

e. Importanza delle classi sociali


Alcuni sociologi ritengono che il concetto di classe sociale possa essere importante per
analizzare le società contemporanee. Ritengono che se la divisione in classi sociali, avesse
perso importanza, allora vi sarebbero delle più forti disuguaglianze nella distribuzione
delle risorse economiche tra gli individui. Ma in realtà le cose non stanno così. È necessario
distinguere due concetti importanti:
 Reddito  ricavato dagli individui, famiglie in varie forme (salari, profitti, rendite);
 Patrimonio  costituito da tutti i beni mobili e immobili posseduti dagli individui
e dalle famiglie.
Uno dei metodi che hanno più frequentemente usato per misurare le disuguaglianze nella
distribuzione delle risorse economiche, consiste nel calcolo del cosiddetto indice di Gini
che viene espresso in una scala da 0 (uguaglianza) a 1 (disuguaglianza).

f. Classi e ceti oggi


Dalla metà del „900, gli studiosi di scienze sociali, hanno abbandonato la distinzione tra i
diversi spetti della stratificazione sociale (basata sulle classi, da un lato, e sui ceti dall‟altro)
sostenendo che vi sia un‟unica dimensione rilevante che hanno cercato di sintetizzare con
il concetto di status socioeconomico.

g. La mobilità sociale
MOBILITÀ SOCIALE = ogni passaggio di un individuo da uno stato, un ceto, una classe
sociale ad un altro. I sociologi, hanno studiato la distinzione tra:
- Mobilità sociale orizzontale: passaggio di un individuo da una posizione sociale ad
un‟altra dello stesso livello. Questa può essere Ascendente;
- Mobilità sociale verticale: indica lo spostamento ad una posizione più alta o più
bassa nel sistema di stratificazione sociale. Questa può essere Discendente. Si tratta
comunque di una mobilità a lungo raggio, avvenuta cioè tra classi o strati molto
lontani. Si parla invece di mobilità a breve raggio quando questa avviene più
spesso, tra strati e classi contigue, vicine.
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- Mobilità intergenerazionale: i passaggi da una classe sociale all‟altra possono essere


analizzati confrontando la posizione delle famiglie d‟origine di un individuo con
quelle che ha raggiunto in un determinato momento della vita.
- Mobilità intragenerazionale: il confronto (tra posizione delle famiglie d‟origine di
un individuo con quella che ha raggiunto in un determinato momento della vita)
può essere fatto anche tra le posizioni che una persona ha occupato nel corso della
sua esistenza (es. tra quando è entrato nel mercato del lavoro e dieci anni dopo);
- Mobilità assoluta: è data dal numero complessivo di persone che si spostano da una
classe all‟altra;
- Mobilità relativa: data dal grado di uguaglianza delle possibilità di mobilità dei
membri delle varie classi;
- Mobilità individuale;
- Mobilità di gruppo/collettiva: movimenti verso l‟alto o verso il basso, non
dell‟individuo, ma di un intero gruppo rispetto a tutti gli altri gruppi sociali.

8. DIFFERENZE DÌ GENERE E DÌ ETÀ


a. Genere e cultura
Gli studiosi di scienze sociali elaborano una distinzione tra:
 Sesso: si intendono gli attributi dell‟uomo e della donna, riconducibili alle
caratteristiche biologiche;
 Genere: si intendono le qualità distintive dell‟individuo (es. mascolinità o
femminilità), definite culturalmente.
Basandosi su alcuni dati, hanno dimostrato che la divisione sessuale del lavoro è un
universale culturale, ovvero che esiste in tutte le società. Da un altro lato però, hanno reso
evidente certi compiti che in alcune società sono considerati propri degli uomini e, in altre,
sono considerati più appropriati per le donne. Vi sono, tuttavia, dei compiti che vengono
svolti unicamente dagli uomini (es. cacciare, abbattere alberi) e altri che, quasi sempre,
vengono svolti dalle donne (es. lavare, cucinare).
Per spiegare la divisione sessuale del lavoro, sono state formulate alcune ipotesi:
~ 1° ipotesi: considera cruciale la maggiore forza fisica degli uomini;
~ 2° ipotesi: sostiene che le donne svolgono compiti che permettono loro di
allattare e curare i figli, cioè quelli che possono interrompere e riprendere
facilmente, che non le costringono a fare lunghi viaggi lontani da casa, che non
mettano in pericolo i figli;
~ 3° ipotesi: afferma che gli uomini svolgono, di solito, compiti più pericolosi
poiché, dal punto di vista della riproduzione, possono essere più facilmente
sacrificati delle donne.
Per spiegare nel tempo e nello spazio, lo status delle donne si possono impiegare tre
fattori:
~ Il sistema di parentela  l‟importanza sociale delle donne è maggiore nelle
società a sistema matrilaterale e in cui vige la regola della convivenza
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matrilocale in quanto le donne, in seguito al matrimonio, andando a vivere nella


famiglia dei propri genitori, conserva rapporti con la madre e le sorelle;
~ La frequenza delle guerre  quanto più spesso una società è in guerra, tanto
più è probabile che le relazioni fra uomini e donne siano androcentriche;
~ Contributo economico delle donne  lo status sociale delle donne dipende
anche dal contributo che esse forniscono alla produzione e al controllo che esse
esercitano sulle risorse economiche.

b. Differenze di età
In ogni società ci sono vari strati di età, ovvero, aggregati di individui di età simile. Le
costituzioni, le leggi ordinarie e i vari regolamenti stabiliscono a che età si possa andare a
scuola, votare, sposare o si debba andare in pensione. Per comprendere come si formino
gli strati di età, è necessario tener conto che in ogni società hanno luoghi due diversi
processi:
- Processo universale di invecchiamento e nella successione delle coorti. Una coorte è
composta da persone nate nello stesso periodo, che a poco a poco, invecchiano,
passando attraverso vari ruoli. (es. figlio, studente, marito ecc..);
- Processo di mutamento delle strutture e dei ruoli connessi all‟età. La società si
trasforma per vari motivi e con essa cambiano anche le aspettative normative
riferite all‟età e le ricompense e le sanzioni ad esse collegate.
c. Coorti e generazioni
Coorte: insieme di persone che vivono uno stesso evento nello stesso momento.
Generazione: coloro che ne fanno parte hanno la stessa collocazione nello spazio storico-
sociale e sono esposti a influenze culturali dello stesso tipo. Perché vi sia una generazione
è necessario che si crei anche un nesso generazionale fra coloro che sono esposti allo
stesso contesto storico-sociale. Ciò si forma quando improvvisamente vi è una forte
discontinuità storica e la trasmissione del patrimonio culturale tradizionale dai genitori ai
figli non è più possibile. Gli studiosi di scienze sociali, per generazione, intendono un
insieme di persone che oltre ad essere nate nello stesso arco di tempo, hanno in comun
valori, atteggiamenti e opinioni riguardanti la società e la politica.

d. Le fasi del corso di vita


I sociologi considerano il corso di vita, non come biologicamente determinato ma come
costituzione sociale.
 I riti di passaggio  indicano delle “cerimonie” che accompagnano ogni
modificazione di posto, stato, posizione sociale e di età. Tutti questi riti hanno una
struttura simile e passano attraverso tre fasi:
- La separazione: una persona abbandona la posizione e le forme di comportamento
precedenti;
- La transizione: il soggetto non si trova né da una parte, né dall‟altra. Si trova in
uno spazio intermedio tra lo stato di partenza e quello di arrivo;
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- L‟aggregazione: una persona viene reintrodotta nella società: è di nuovo in uno


stato relativamente stabile e ha diritti e doveri precisi.
Alcuni esempi di rito di passaggio sono: la nascita, la gioventù, la maturità, il
fidanzamento e il matrimonio.
 La gioventù  per pubertà si intende il passaggio dalla condizione fisiologica del
bambino a quella fisiologica dell‟adulto, caratterizzata dallo sviluppo degli organi
sessuali, dei caratteri sessuali secondari e dell‟accrescimento scheletrico e
muscolare. La gioventù, invece, è quando il soggetto diventa adulto solo se varca
alcune soglie come:
- Completamento del percorso formativo;
- Trova un‟occupazione stabile;
- Lascia casa dei genitori;
- È sposato;
- Diventa per la prima volta padre o madre.
 Terza età e pensionamento  nel ventesimo secolo, soprattutto in seguito alla
seconda guerra mondiale, la situazione in merito agli anziani è cambiata, in quanto:
1° Il numero di anziani è cresciuto a dismisura;
2° Il concetto di “vecchiaia” è stato sostituito dal termine “terza età”. Questo
indica quella fase della vita che inizia con la pensione ed è caratterizzata
da un grande aumento di tempo libero e possibilità di realizzazione
personale. Questa si distingue dalla “quarta età” che è caratterizzata
invece dalla dipendenza fisica dagli altri;
3° La loro situazione economica è cambiata. Il pensionamento, oggi, indica il
passaggio da una fase all‟altra della vita, la fine del periodo lavorativo e
l‟inizio di quello del tempo libero, delle attività non economiche.

9. RAZZE, ETNIE E NAZIONI


a. Il concetto di “razza”
Razza = insieme di esseri umani che condividono alcune caratteristiche somatiche. Altre
caratteristiche somatiche invece (es. sesso, statura, peso), vengono tralasciate perché non
associate tra loro.
In genere, il termine razza viene utilizzato in zoologia per distinguere le varie specie
animali, ma si può parlare anche di razze umane, in quanto, l‟essere umano è una specie
animale.
I tratti che vengono presi in considerazione per la classificazione delle razze sono
caratteristiche ereditate, non acquisite dall‟individuo nel corso della sua esistenza e che
non è possibile modificare.
b. Il razzismo: dottrine, atteggiamenti e comportamenti
Le dottrine si fondano su una serie di credenze:

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 Che vi sia corrispondenza tra caratteristiche somatiche e tratti mentali e morali,


che quindi questi ultimi siano trasmessi per via ereditaria e siano sostanzialmente
immodificabili;
 Che l‟organizzazione sociale rifletta la divisione dell‟umanità in razze distinte;
 Che vi sia una gerarchia naturale tra le razze e che questo giustifichi il dominio e
lo sfruttamento da parte delle razze che si autodefiniscono superiori sulle razze
definite come inferiori.
Le dottrine della razza si fondano su un forte determinismo biologico in base al quale il
comportamento di individui, gruppi e intere civiltà risulta determinato dall‟appartenenza
razziale.
«Quello che conta per spiegare le differenze tra gli uomini non è tanto la storia, la cultura,
l’esperienza individuale, ma il fatto di far parte per nascita di una razza, i cui caratteri e destini
sono iscritti nell’ordine naturale».
In realtà, i fattori ambientali sono decisivi per determinare l‟esito di qualsiasi processo
biologico. Se prendiamo due fratelli gemelli monozigotici e li alleviamo in circostanze e
in culture molto diverse, potremmo scommettere che cresceranno due persone molto
diverse.

c. Etnie e nazioni
Il concetto di razza, come già visto, fa riferimento a differenze somatiche che si
trasmettono geneticamente di generazione in generazione. Il concetto di etnia, rimanda
invece a differenze di ordine culturale che si trasmettono anch‟esse di generazione in
generazione, attraverso i meccanismi della trasmissione culturale. Al centro del concetto di
etnia vi sono dei miti, memorie, valori e simboli che identificano una popolazione e la
differenziano dalle altre.
C‟è un etnia, o un gruppo etnico, quando:
~ I membri di un gruppo designano se stessi, e sono designati da altri, mediante un
nome che li contraddistingue;
~ Si è prodotto il mito di una comune origine o discendenza;
~ Si è creata una comunità che condivide certe memorie comuni (tradizioni) e vi è chi
si preoccupa di trasmetterle alle generazioni future;
~ Vi è una cultura condivisa (fatta di linguaggio, credenze religiose, costumi, forme
di alimentazione, espressioni artistiche e letterarie, ecc.) che presenta caratteri
distintivi rispetto alle popolazioni geograficamente vicine;
~ Vi è un territorio (o, in certi casi, soltanto un luogo simbolico) che i membri del
gruppo considerano “proprio” per diritto storico anche quando vivono dispersi o
separati;
~ Si sviluppa un sentimento di solidarietà particolaristico tra i membri del gruppo,
che non si estende ai membri di altri gruppi.
Gli elementi che costituiscono un‟etnia si modificano nel tempo per effetto di fattori sia
endogeni sia esogeni, che possono rafforzarne o indebolirne la coesione.
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 Fattori endogeni riguardano la presenza/assenza di:


 Un‟élite letterata, atta alla conservazione e trasmissione delle tradizioni;
 Di conflitti interni di natura religiosa, politica o sociale, che minano la
solidarietà.
 Fattori esogeni sono, ad esempio:
 Il contatto con culture etniche;
 Lo stato di guerra con etnie vicine.

Nel linguaggio comune i concetti di etnia, nazionalità e nazione sono spesso oggetto di
confusione. Le ragioni di questa confusione dipendono dal fatto che gli stessi termini
vengono usati con significati diversi.
Si possono distinguere due significati sostanzialmente diversi, a seconda del rapporto che
si instaura tra etnia, nazione e comunità politica (stato nazione).
1° Il concetto di nazione designa una collettività (un popolo) che si richiama a una
discendenza comune, ai vincoli creati dalla lingua, dai costumi e dalle tradizioni
comuni e che, in virtù di tale comunanza, rivendica a sé il diritto di organizzarsi, su
un dato territorio, in forma di stato sovrano. In questo caso, la nazione si fonda
sull‟etnia ed entrambe, etnia e nazione, precedono la formazione dello “stato
nazione”;

2° Il concetto di nazione designa una collettività di cittadini che hanno comuni diritti e
doveri nell‟ambito di uno stato territoriale. In questo caso, lo stato precede la
formazione della nazione e questa può essere composta anche da etnie differenti.

10. FAMIGLIA E MATRIMONIO


a. Famiglia e parentela
Nei paesi occidentali, il concetto di famiglia si usa per indicare quell‟insieme di persone
unite fra loro da legami di parentela, di affetto, di servizio o di ospitalità, che vivono
insieme sotto lo stesso tetto.
Il concetto di parentela, invece, sta a indicare tutti coloro che, sia che convivano o meno,
sono legati da vincoli di filiazione, matrimonio e adozione.

b. Parentela e discendenza
Ci sono due sistemi principali di discendenza:
 Cognatico  il gruppo di parentela (parentado) è formato da tutti i discendenti di
una persona, sia attraverso la linea maschile che quella femminile;
 Unilineare  Nel sistema unilineare la parentela è formata da tutti coloro che
discendono da un antenato comune esclusivamente attraverso la linea maschile o
quella femminile. Si parla di:
o Clan = quando il capostipite del gruppo è mitico o fittizio;
o Lignaggio = quando invece è genealogicamente dimostrabile.
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Inoltre possiamo distinguere:


 Discendenza patrilineare quando l‟anello di congiunzione è solo maschile:
relazioni agnatiche (= consiste nel passaggio del titolo nobiliare dal padre al
maggiore dei figli maschi viventi);
 Discendenza matrilineare quando l‟anello di congiunzione è esclusivamente
femminile: relazioni uterine. In alcune culture, l'appartenenza ad un gruppo viene
ereditata matrilinearmente.

c. Esogamia ed endogamia
Un‟importante distinzione è quella tra:
- Endogamia  il termine si usa per indicare le norme sociali che prescrivono la
scelta del coniuge all‟interno di un gruppo. Due sono i casi più famosi di società
nelle quali si pratica l‟endogamia:
o L‟India: le norme impongono di sposarsi con una persona della stessa casta,
perché si ritiene che il contatto con le caste più basse sia ritualmente
contaminante per coloro che appartengono a caste più alte;
o Paesi arabi: le norme prescrivono di sposarsi con un parente prossimo,
possibilmente con il figlio di uno zio paterno.

- Esogamia  il termine si usa per riferirsi alle norme che vietano di sposarsi con una
persona dello stesso gruppo. Nelle società occidentali le relazioni sessuali e i
matrimoni tra fratello e sorella, madre e figlio, padre e figlia, sono definiti incesto e
condannati.
Tabù dell’incesto  proibisce i rapporti sessuali nell‟ambito di certi rapporti di
parentela. Nelle società esistite nella storia dell‟umanità vi sono state notevoli
differenze riguardo alle categorie di consanguinei fra i quali il matrimonio non è
consentito. Il divieto di incesto presenta evidenti vantaggi sociali e culturali: esso
previene le rivalità e conflitto all‟interno della famiglia, perché il padre non deve
entrare in competizione per un partner sessuale con i figli e la madre con le figlie.

d. Monogamia e poligamia
Le norme sociali prescrivono anche quanti coniugi si possono avere. A questo punto
possiamo distinguere:
 Monogamia  quando non è permesso avere più di una moglie o di un marito per
volta;
 Poligamia  quando si può essere sposati nello stesso momento con due o più
persone;
 Poliandria  quando è una donna ad avere due o più mariti;
 Poliginia  quando è un uomo ad avere due o più mogli.

e. Tipi di famiglia monogamica


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Frédéric Le Play fu autore delle prime indagini empiriche sulla famiglia in Europa. Esso
elaborò uno schema di classificazione, che prevedeva tre tipi ideali di famiglia:
 Famiglia patriarcale  tutti i figli sposati convivono sullo stesso tetto con i genitori,
sottoposti all‟autorità del padre;
 Famiglia instabile  caratterizzata dalla piena libertà dei figli, i quali raggiunta
una certa età lasciano la casa dei genitori e vanno a vivere in una nuoca e autonoma
residenza;
 Famiglia ceppo  si forma quando un solo figlio maschio, scelto dal padre, porta la
moglie a casa dei genitori, mentre gli altri ne escono, se e quando, si sposano.
Oggi, antropologi e sociologi, parlano di regola di residenza:
 Matrilocale  quando il marito va ad abitare con i genitori della moglie;
 Patrilocale  la moglie va ad abitare con i genitori del marito (se tutti i figli
seguono questa regola, si ha la famiglia patriarcale; se lo fa solo un figlio maschio, si
ha la famiglia a ceppo).
La regola di residenza è:
 Bilocale  quando i coniugi possono scegliere se andare ad abitare con i genitori di
lui o di lei;
 Neolocale  se si preferisce che marito e moglie mettano su casa per contro
proprio.
Peter Laslett ha elaborato una tipologia familiare in cinque tipi, che è ormai utilizzata da
quasi tutti gli studiosi di scienze sociali:
 Nucleare = famiglia formata da una sola unità coniugale. Può essere:
o Completa (marito e moglie, con o senza figli);
o Incompleta o monoparentale (es. madre vedova con figli).
 Senza struttura coniugale = famiglia priva di un‟unità coniugale, formata cioè da
persone con altri rapporti di parentela;
 Del solitario = famiglia costituita da un‟unica persona (con o senza servitori);
 Estesa = famiglia costituita da una sola unità coniugale e uno o più parenti
conviventi. A seconda del rapporto di questo con il capo-famiglia si parla di:
o Estensione verticale (es. padre del capofamiglia);
o Estensione orizzontale (es. fratello).
 Multipla = famiglie con due o più unità coniugali. A seconda del legame fra queste
unità si parla di:
o Multiple verticali (es. marito, moglie, figlio e moglie del figlio);
o Multiple orizzontali (es. due o più fratelli che vivono con le rispettive mogli
ed eventualmente figli);
In generale si parla di famiglie complesse quando si considera la famiglia estesa
e multipla.
Oltre che per la struttura, le famiglie possono essere distinte anche a seconda dei rapporti
di autorità e di affetto esistenti fra coloro che ne fanno parte.
Da questo punto di vista distinguiamo la famiglia:
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~ Patriarcale = famiglia caratterizzata da una rigida separazione dei ruoli fra i suoi
membri, sulla base del sesso e dell‟età, e da relazioni di autorità fra marito e moglie,
genitori e figli, suocere e nuore, fortemente asimmetriche;
~ Coniugale intima = famiglia che presenta un sistema di ruoli più flessibile, meno
legato al sesso e all‟età, e in cui le relazioni di autorità sono più simmetriche.

f. La nascita della famiglia moderna


Mutamenti nella struttura familiare
Almeno dalla metà del cinquecento, nell‟Europa centro-settentrionale, la grande
maggioranza della popolazione ha sempre seguito la regola di residenza neolocale:
famiglia nucleare ha preceduto di secoli l’industrializzazione.
Diversa la situazione dei paesi dell‟Europa meridionale, in particolare l‟Italia, dove le
famiglie multiple erano molto diffuse, soprattutto nelle regioni centro-nordorientale
e in quelle del nord. Tuttavia anche in Italia vi sono state delle zone in cui la famiglia
nucleare ha preceduto di secoli l‟industrializzazione. Dopo il 1951 il peso delle famiglie
complesse è diminuito, mentre è aumentato quello dei solitari e delle famiglie nucleari.
Mutamenti nelle relazioni familiari
In tutti i ceti sociali, nelle famiglie multiple come in quelle nucleari, dominava un modello
di autorità patriarcale, una gerarchia di posizioni e di ruoli definiti in base all‟età, al sesso
e all‟ordine di nascita. Al vertice vi era il maschio, padre e marito, e a lui, moglie, figli e
nuore erano completamente subordinati.
Il modello patriarcale, però, entrò in crisi a cavallo tra il Settecento e l‟Ottocento, molto
prima che emerse il processo di industrializzazione. Le distanze tra i coniugi e fra genitori
figli, cambiarono profondamente (diminuirono) ed emerse un nuovo tipo di famiglia: la
famiglia coniugale intima.

g. Il declino della famiglia coniugale nei paesi occidentali


A partire dagli anni „60/‟70, nei paesi occidentali ai sono avuti contemporaneamente una
diminuzione del numero delle prime nozze, un forte aumento delle separazioni legali e dei
divorzi e una netta flessione della fecondità. Questi cambiamenti hanno comportato la
nascita di nuove tipologie di famiglia.
 Diminuzione della nuzialità (prime nozze)  è stata accompagnata da tre diverse
tendenze:
o Forte aumento del numero di giovani che vivono da soli;
o Aumento della propensione dei giovani a restare sempre più a lungo nella casa
dei genitori;
o Diffusione delle convivenze more uxorio:
 Convivenza prenunziale;
 Unioni libere (senza essere sposati);
 Famiglie di fatto.

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 Aumento dell’instabilità coniugale  è caratterizzata da un forte aumento di


separazione e divorzi. In tutti i paesi occidentali, divorziano più frequentemente coloro
che:
o Si sono sposati molto giovani;
o Non appartengono ad alcuna confessione religiosa;
o Hanno avuto genitori che si sono separati;
o Appartengono ai ceti sociali più bassi (l‟Italia in questo senso rappresenta
un‟eccezione).
Vi sono numerose barriere che possono impedire lo scioglimento di un matrimonio,
come ad esempio:
o Credenze religiose: quanto più forte è stata l‟influenza della chiesa cattolica in
un paese, tanto minore sarà il numero dei divorzi;
o Il tasso di attività della popolazione femminile: quanto più alto è il numero
delle donne che svolge un‟attività extradomestica, tanto più spesso i matrimoni
termineranno con una sentenza in tribunale;
o Timori che il divorzio abbia delle conseguenze negative sui figli;
o Mancanza di economia finanziaria.
L‟aumento delle separazioni legali e dei divorzi ha moltiplicato i tipi di famiglie:
- Famiglie di persone sole;
- Famiglie nucleari incomplete o monoparentali;
- Famiglie ricostituite.
 Matrimoni omosessuali  il più grande mutamento, nella vita domestica dei paesi
occidentali, riguarda le coppie di coloro che si definiscono “omosessuali”: “gay” e
“lesbiche”. Durante il „900, questi rapporti sono stati depenalizzati e vengono ritenuti
oggi come leciti, tanto che in alcuni paesi sono state emanate delle leggi che
riconoscono pubblicamente le coppie dello stesso sesso.

11. EDUCAZIONE ED ISTRUZIONE


a. Educazione e socializzazione
L‟educazione è l‟azione esercitata dalle generazioni adulte su quelle che non sono
ancora mature per la vita sociale. Essa ha lo scopo di suscitare e di sviluppare nel bambino
un certo numero di stati fisici e morali che richiedono da lui sia la società politica nel suo
insieme che il settore al quale egli è destinato.
L‟educazione è una e molteplice. Molteplice perché ve ne sono tanti tipi quanti sono gli
stati in cui si articola una società.
Ogni società, ogni paese, ha un patrimonio di idee, valori, conoscenze, che cerca di
trasmettere a tutti coloro che vi entrano.

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b. Cultura orale e cultura scritta


Nella trasmissione del patrimonio culturale si possono distinguere tre elementi:
1° Ogni generazione lascia alla successiva la cultura materiale della società in cui è
vissuta, l‟insieme degli strumenti e di oggetti che ha, a sua volta, ereditato o
prodotto (es. attrezzi agricoli, strade, case..);
2° Ogni generazione trasmette alla seguente i modi di agire standardizzati, che
possono essere comunicati anche senza mezzi verbali (es. modo per accendere il
fuoco, ecc..);
3° Da una generazione all‟altra passano conoscenze e valori che possono essere
trasmessi solo attraverso le parole, per via orale o scritta.
La trasmissione della cultura in forma scritta e orale è stato accompagnato dalla nascita
delle scuole.

c. Teorie sull’istruzione
Le principali teorie riguardo l‟educazione e i sistemi scolastici sono:
 Teoria funzionalista  secondo i funzionalisti, l‟espansione dell‟istruzione sarebbe
una conseguenza della modernizzazione e della crescente differenziazione
istituzionale. Questa teoria può essere articolata in diversi punti:
- Il livello di qualificazione richiesto dalle occupazioni della società industriale,
cresce costantemente attraverso due diversi processi:
 In primo luogo una tendenza all‟aumento dei posti di lavoro che
richiedono un alto livello di qualificazione e una tendenza parallela alla
diminuzione di quelle che ne richiedono uno basso;
 In secondo luogo una tendenza degli stessi posti di lavoro ad un costante
innalzamento del livello di qualificazione richiesto;
- È l‟istruzione impartita dalle istituzioni scolastiche che fornisce il livello di
qualificazione richiesto. Significa che:
 L‟istruzione rende la forza lavoro più produttiva;
 Essa viene fornita da un‟unica istituzione specializzata ovvero la scuola;
- Man mano che il livello di qualificazione richiesto dalle occupazioni nella
società industriale cresce, aumenta la percentuale della popolazione che deve
passare attraverso le istituzioni scolastiche, cosi come aumenta la durata del
periodo che questa deve trascorrere al loro interno.

 Teoria marxista  diversamente dal pensiero funzionalista, per i teorici marxisti e


neomarxisti i sistemi scolastici hanno la funzione di riprodurre le disuguaglianze
esistenti tra le classi (vs canale di mobilità sociale). Secondo Louis Althusser, nella
società capitalistica la riproduzione dei rapporti di produzione viene assicurata
dall‟esercizio del potere di stato negli apparati di stato:
 Repressivi  sfera pubblica (governo, esercito, polizia, tribunali)
 Ideologici  sfera privata (chiesa, famiglia, scuola, mass-media).
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Nelle società contemporanee la scuola è diventata l‟apparato ideologico più


importante.
Secondo gli economisti Samuel Bowles e Herber Gintis, il sistema scolastico serve a
perpetuare e a riprodurre il sistema capitalistico. Lo fa in due modi:
1° Promuovendo la credenza che il successo economico dipenda esclusivamente
dal possesso di determinate capacità e competenze;
2° Trasmettendo agli allievi non tanto conoscenza, quanto piuttosto quegli attributi
NON COGNITIVI (tratti della Personalità, modi di presentazione 
metacognitivi) che permettono agli adulti di svolgere le mansioni loro assegnate
perpetuando la divisione gerarchica del lavoro.
In genere la scuola premia la docilità, la passività, l‟obbedienza e scoraggia la
spontaneità e la creatività.

 Teoria weberiana  per Weber è impossibile analizzare i sistemi educativi e i


mutamenti che essi hanno subito nel tempo, senza tener conto della stratificazione sociale
e degli interessi e dei conflitti che essa crea.
I sistemi di istruzione vanno analizzati in base ai tipi di potere. A ogni tipo di potere
corrisponde un ideale educativo:
- Potere carismatico  corrisponde all‟ideale dell‟iniziato, cioè della persona che ha
accesso ad un sapere segreto tramite prove e cerimonie. Il carisma non può essere
insegnato, ma può solo essere risvegliato;
- Potere tradizionale  corrisponde all‟ideale dell‟uomo colto. Il fine
dell‟educazione è, in tal caso, il raffinamento della persona, cioè la trasformazione
della condotta della vita esteriore ed interiore;
- Potere legale-razionale  corrisponde all‟ideale dello specialista. L‟istruzione che
viene fornita ai giovani ha un‟immediata utilità pratica, nelle officine e negli uffici,
nei laboratori scientifici e negli eserciti.
Lo sviluppo dell‟istruzione è dovuto alle azioni dei diversi ceti sociali per mantenere e
migliorare la propria posizione nel sistema di stratificazione, dando così vita al fenomeno
del “credenzialismo” (= uso inflazionato dei titoli di studio come mezzi per controllare
l‟accesso alle posizioni chiave nella divisione del lavoro).

d. Fattori di influenza sull’istruzione


Numerosi sono i fattori che hanno influito sull‟andamento dell‟istruzione, tra cui:
 La religione  All‟inizio del XX secolo si registrano profonde differenze nel livello
di diffusione dell‟istruzione fra le regioni europee, soprattutto tra paesi a
maggioranza protestante e paesi a maggioranza cattolica. Le ricerche storiche
hanno dimostrato che la riforma protestante diede un contributo straordinario alla
diffusione della scolarizzazione. Le dottrine protestanti sostennero che, per
diventare consapevole della fede e della vita cristiana, per raggiungere la salvezza,
ciascun individuo doveva “vedere con i propri occhi” le sacre scritture e leggerle
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nella propria madrelingua. La chiesa cattolica reagì negativamente a quanto stava


avvenendo. Vietò ai fedeli l‟accesso alle Bibbie in volgare, allontanandoli così dalle
Scritture alla scrittura. Intensificò il culto dei santi e si trasformò in una cultura
dell‟immagine;
 Le concezioni della scuola sui gruppi dominanti  alcuni vedevano nell‟istruzione
di massa un grave pericolo, in genere, perché convinti che, come scrisse Mandeville,
“se un cavallo ne sapesse quanto un uomo, non mi piacerebbe essere il suo
cavaliere”. L‟istruzione insegnerebbe al popolo a disprezzare la loro posizione nella
vita, invece di farne buoni servitori in agricoltura e negli altri impieghi a cui la loro
posizione li ha destinati.
In altri gruppi dirigenti e in altri momenti, ritroviamo l‟idea che la diffusione
dell‟istruzione fra tutta la popolazione fosse la migliore politica da seguire. Si disse
che l‟istruzione popolare era ciò che distingueva un popolo civile da uno barbaro.
Che essa era la migliore strada per l‟unificazione nazionale. Ma l‟argomentazione
più importante a favore della diffusione dell‟istruzione era che questa fosse il
miglior mezzo di controllo sociale;
 Sviluppo dello stato nazionale  la nascita e lo sviluppo degli stati nazionali, sono
stati accompagnati dal riconoscimento di numerosi diritti di cittadinanza. Essi
possono essere distinti in tre tipologie:
- Diritti civili (libertà di pensiero e parola);
- Diritti politici (diritto di voto, di accesso agli uffici pubblici);
- Diritti sociali (diritto di minimo benessere economico, di sicurezza).
La stati nazionali si basano su alcune idee di fondo che favorirono la nascita e lo
sviluppo dei sistemi scolastici. Si pensava che:
- L‟attore principale della società e dello stato fosse l‟individuo;
- Lo sviluppo nazionale presuppone lo sviluppo individuale;
- Il futuro è portatore di progresso;
- L‟infanzia ha massima importanza in quanto è il momento in cui si
formano/plasmano i cittadini.

e. Somiglianze e differenze tra paesi


Vi sono tre dimensioni che descrivono le differenze tra i paesi occidentali riguardo
all‟istruzione:
 Il grado di diffusione dell’istruzione nella popolazione  tendenzialmente per la
scuola elementare e media inferiore le differenze sono scomparse e permangono
invece nella diffusione dell‟istruzione secondaria superiore ed universitaria;
 Il curriculum della scuola elementare  tende verso l‟omogeneizzazione e
standardizzazione in tutti i paesi considerati, dal 1920 in poi (in precedente forti
contrasti);
 La struttura interna dei sistemi scolastici  Ci sono due tipi diversi di sistema
scolastico:
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- a selezione tardiva = competitivo, è tipico del sistema statunitense;


- a selezione precoce = cooptativo, tipico del sistema europeo.

f. Istruzione e disuguaglianze
Quando si parla di disuguaglianze scolastiche facciamo rifermento a diversi aspetti:
 Disuguaglianze relative al rendimento scolastico: cioè nel grado di conoscenze
acquisite;
 Disuguaglianze legate alle attitudini o all‟intelligenza degli allievi;
 Disuguaglianze relative all‟ambiente di origine degli allievi;
 Disuguaglianze relative all‟ambiente scolastico: le caratteristiche degli edifici dove
si tengono le lezioni ed esercitazioni, attrezzature disponibili, dimensioni delle
classi, capacità ed esperienze degli insegnanti e i loro metodi didattici.
Le ricerche empiriche mostrano che fra la classe sociale di appartenenza e il successo
scolastico vi è una relazione positiva.

Vi sono tre teorie che spiegano questa relazione:


- Teoria del deficit  i giovani provenienti dalle classi sociali più basse hanno un
cattivo rendimento scolastico e interrompono presto gli studi, perché, a differenza di
quanto avviene nelle classi medie, la famiglia non fornisce loro né le capacità
cognitive e linguistiche né i valori, gli atteggiamenti e le aspirazioni che la scuola
richiede;
- Teoria della differenza  I fallimenti e i ritardi degli allievi provenienti dalle classi
più svantaggiate dipendono dalle istituzioni scolastiche, ma esclusivamente nei
bambini e nel loro ambiente d‟origine. Se gli allievi provenienti dalle classi sociali
più basse hanno un cattivo rendimento scolastico, non è tanto perché sono
culturalmente privati, ma perché è ciò che gli insegnanti si aspettano;
- Teoria del capitale culturale  Secondo il sociologo francese Pierre Bourdieu, se gli
studenti delle classi agiate vanno meglio a scuola è perché godono di privilegi
sociali. La famiglia trasmette ai figli:
 Un capitale culturale, cioè un insieme di conoscenze e valori. Influisce sul
rendimento scolastico;
 Un ethos di classe cioè un insieme di atteggiamenti nei riguardi della
cultura. Influisce sulla carriera scolastica.

g. Istruzione e meritocrazia
Per la teoria funzionalista la società occidentale è diventata sempre più meritocratica = la
posizione degli individui nella stratificazione sociale è sempre più determinata dalle
competenze acquisite e dalle capacità, e sempre meno dall‟origine sociale.
Ma le ricerche empiriche sconfesserebbero tale opinione.

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12. ECONOMIA E SOCIETÀ


a. Il posto dell’economia nella società
Nelle economie preindustriali , essendo semplici le tecniche di produzione utilizzate, la
produttività del lavoro , ovvero la quantità di un prodotto che in media una persona può
produrre in una determinata quantità di tempo, era generalmente bassa. Da ciò ne deriva
che una parte importante del prodotto era destinata alla sussistenza degli stessi produttori,
ovvero all‟autoconsumo.
Pur essendo diverse le economie concrete, antiche e moderne, individuiamo tre diversi
modi di integrazione, definiti:
- Reciprocità  si intende la prestazione dei servizi o la cessione di beni materiali,
con la previsione di avere successivamente una restituzione di servizi o beni in
modi, quantità, tempi fissati da norme culturali.
Vi sono due tipologie di reciprocità:
 Reciprocità generalizzata = non fissa limiti di tempo, contenuti precisi e non
richiede che ciò che viene restituito abbia lo stesso valore economico (es.
rapporti interni alla famiglia);
 Reciprocità bilanciata = lo scambio prevede una restituzione equivalente in
valore calcolata con molta precisione, in tempi definiti e solitamente brevi (es.
rapporti eterni alla famiglia).
Queste due tipologie di reciprocità sono accumunate dal fatto che si tratta di
relazioni regolate da norme e sanzioni morali, che hanno anche un contenuto di
tipo economico;

- Redistribuzione  è uno schema di integrazione economica più complesso del


precedente perché comprende un trasferimento di risorse di produzione, di lavoro,
di beni di sussistenza a un centro, e successivamente, un‟allocazione e ripartizione
delle risorse e dei beni fra i membri della società.
Il Signore dispone della terra e di altre risorse che assegna perché vengano
lavorate, esige tributi e impone lavori obbligatori periodici ai sudditi. Mentre il
contenuto economico della reciprocità è contenuto all‟interno di rapporti sociali e
culturali, quello della redistribuzione è parte di un rapporto politico, che offre
protezione, servizi collettivi e organizzazione della società. Si riconosce quindi al
Signore il potere di governo, si trasferiscono a lui i prodotti, si lavora ai suoi ordini
perché si ritiene che questo faccia parte di un obbligo di fedeltà nei suoi confronti e
perché so teme il suo potere sopraffazione tirannica. Per gli stessi motivi si
accettano l‟attribuzione di una parte di terra, particolari benefici economici, beni
ridistribuiti in natura o un certo ammontare in denaro;

- Scambio di mercato  il mercato, concretamente, è un luogo dove si vende e si


compra. La compravendita che avviene in questo luogo, ovvero lo scambio di
mercato, è il trasferimento di un bene, che ha un valore economico, da un venditore
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ad un compratore, in cambio di denaro. Un bene comprato e, successivamente,


venduto, è detto merce.
In senso più astratto, il termine mercato è anche usato per indicare l‟insieme di
questi rapporti, e per definire il particolare meccanismo di regolazione complessiva
dell‟economia, basato sulla formazione di prezzi fluttuanti a seconda della
domanda dell‟offerta.

b. Il mercato come meccanismo regolatore dell’economia


L‟economia è autoregolata attraverso la formazione dei prezzi. La quantità di una merce
che vengono offerte e domandate sul mercato, variano al variare del loro prezzo. I
compratori hanno denaro in quantità limitata rispetto ai diversi bisogni: se si comportano
come attori razionali, ognuno cercherà di spendere in modo calcolato, distribuendo le sue
risorse per l‟acquisto di merci diverse.
A prezzi più bassi, una persona sarà disposta a comprarne una quantità maggiore e la
domanda complessiva aumenterà in proporzione. Dal punto di vista del venditore, invece,
questi possono offrire merci a basso prezzo. Infatti, il ricavo della vendita deve almeno
coprire le spese di produzione e pochi sono capaci di impiegare al meglio, e senza sprechi,
i mezzi di produzione. Gli altri venditori, che producono a costi superiori, non possono
scendere sotto un certo prezzo, che è via via più elevato. Quindi l‟offerta aumenta
all‟aumentare del prezzo.

c. Economia regolata dal mercato


L‟economia regolata dal mercato si basa sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e
sul fatto che anche il lavoro è fornito in cambio di un compenso fissato dalle parti con una
contrattazione di mercato.
Si chiama capitale una somma di denaro investito per produrre o commercializzare delle
merci, in vista di un profitto.
L‟istituzione fondamentale della produzione e del commercio è l‟impresa. Quest‟ultima è
un‟ istituzione fondamentale della produzione e del commercio orientata all‟attività
economica e distinta dalla famiglia e dalla politica.
Le banche sono organizzazioni che operano su un mercato particolare: quello del denaro.
Anche quest‟ultimo ha un suo prezzo, e può essere prestato a costi differenti che variano
anche in base al tempo.
Un sistema basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, sulla concorrenza
economica fra imprese e sul lavoro libero pagato ad un prezzo di mercato, è chiamato
capitalismo.

d. Economia formale ed informale: schema riassuntivo


Tre sono i caratteri fondamentali che l‟economia ha assunto nelle società sviluppate:

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1° La differenziazione dal resto della società, con la costituzione di un sistema di


azione specializzato, regolato essenzialmente dal mercato, nel quale le scelte di
produzione e di consumo sono orientate da prezzi formati in libere contrattazioni;
2° Lo sviluppo di specifiche organizzazioni, le imprese, orientate al profitto, che
utilizzano dipendenti salariati;
3° Lo stabilirsi di raccordi fra economia e resto del sistema, tramite elaborati
complessi di norme, in particolare di norme giuridiche.
Economia formale = i processi di produzione e scambio di beni e servizi regolati dal
mercato e realizzati tipicamente da imprese di produzione e commerciali orientate al
profitto, che agiscono sottomesse alle regole del diritto commerciale, fiscale, del lavoro e,
in generale, nel quadro delle leggi e delle disposizioni con cui lo stato regola e orienta
l‟azione economica;
Economia informale = tutti quei processi di produzione e scambio che tendono a sottrarsi,
per uno o più aspetti, ai caratteri distintivi indicati.

e. Il problema dello sviluppo


Lo sviluppo costituisce un problema in due sensi:
- Il primo, richiama le grandi differenze di condizioni economiche, esistenti nel
mondo, e riguarda come attivare l‟economia nei paesi sottosviluppati;
- Il secondo, riguarda lo sviluppo in quanto tale, ossia, i modi in cui la crescita è
avvenuta e avviene: è il problema dei limiti dello sviluppo e delle possibilità di uno
sviluppo sostenibile, compatibile con lo stato delle risorse planetarie e capace di
contrastare il degrado ambientale.
Il dato che, generalmente, viene utilizzato per misurare la ricchezza prodotta in un paese è
il Pil (prodotto interno lordo), ovvero il valore complessivo di beni e servizi finali
prodotti, riferito, solitamente, all‟anno.

13. LAVORO, PRODUZIONE E CONSUMO


a. L’occupazione
Il termine occupazione indica il lavoro remunerato svolto in un dato momento, o periodo,
da una persona.
l‟insieme delle persone che hanno un‟occupazione o che ne cercano attivamente una, è
detto popolazione attiva (es. imprenditori agricoli, piccoli commercianti..).
La popolazione non attiva, invece, comprende chi non si offre sul mercato, come bambini
e ragazzi, perché non hanno ancora raggiunto l‟età per lavorare, chi studia, gli anziani, chi
vive di rendita, ecc.

b. Il mercato del lavoro


Le forze di lavoro comprendono i lavoratori autonomi, i liberi professionisti, gli
imprenditori che impiegano lavoratori dipendenti e i lavoratori dipendenti. Le forze di
lavoro occupate, rappresentano l‟incontro di domanda e offerta sul mercato del lavoro. I
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disoccupati sono coloro che non hanno trovato un‟occupazione corrispondente alla loro
offerta. Il tasso di attività della popolazione tra i 15 e i 64 anni, è il rapporto tra quanti
hanno trovato un lavoro o ne cercano uno, sul totale della popolazione nella stessa fascia
d‟età. Il tasso di occupazione si riferisce, invece, a quanti lavorano, nella stessa fascia d‟età,
distinguendo uomini e donne.
Possiamo distinguere diverse tipologie di “essere occupati”, ovvero diverse condizioni di
lavoro.
- L‟occupazione tipica è quella dipendente, stabile, a tempo pieno, in un‟azienda o in
un ente pubblico;
Forme atipiche di occupazione sono:
- Il lavoro permanente a tempo parziale  part-time: esso può essere a temporaneo
o permanente, apprendistato o contratti di formazione di lavoro:
- Lavoro a tempo determinato o temporaneo: assicura flessibilità all‟impresa;
- Lavoro nero: indica l‟attività di chi non risulta sul libro paga dell‟imprenditore.
Particolare caso del lavoro nero è il secondo lavoro, chi, di nascosto, svolge una
seconda attività.
L‟occupazione degli stranieri in Italia è in costante aumento. Possiamo individuare
qualche particolare aspetto:
- Oltre la metà degli immigrati maschi occupati lavora nell‟industria manifatturiera
o delle costruzioni;
- Un numero particolarmente alto, lavora nel settore commerciale;
- Un dato significativo, indica che la maggior parte delle donne, straniere, lavora
nel settore dei servizi sociali e alla persona.
Un‟ulteriore dato significativo, indica che il lavoro nero è stato e continua ad essere svolto
dagli immigrati. Una tipologia del lavoro immigrato ha individuato quattro modelli
funzionali/regionali:
 Modello ad economia diffusa: la presenza maschile nell‟industria e nei servizi
collegati, è importante affiancarla ad una crescenza presenza femminile, soprattutto
nel lavoro di cura;
 Modello metropolitano: il lavoro è diffuso nel basso terziario, nell‟edilizia, nei
servizi alle persone e alle famiglie. Un fenomeno interessante è la crescita di attività
indipendenti come l‟apertura di negozi e ristoranti;
 Modello delle attività stagionali: lavoro irregolare e precario, che con difficoltà, è
in cerca di maggiore stabilizzazione;
 Modello attività temporanee.

c. La disoccupazione
Gli economisti distinguono tre tipologie di disoccupazione:
- Disoccupazione frizionale = dovuta al fatto che continuamente ci sono persone che
cercano un lavoro;

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- Disoccupazione strutturale = dovuta ad una cattiva corrispondenza fra domanda e


offerta;
- Disoccupazione ciclica = dovuta ad una domanda di lavoro più bassa in tutta
l‟economia.
Disoccupazione di lunga durata = disoccupazione che dura da oltre un anno.
~ Non è vero che misure di sostegno pubblico siano un incentivo a non cercare un
nuovo lavoro;
~ Più è lungo il periodo di disoccupazione, più aumentano i disoccupati con reti
segregate;
~ La ristrutturazione industriale a seguito di innovazione tecnologica crea
disoccupazione strutturale.
I lavori precari e intermittenti, individuano la grande area grigia della
sottodisoccupazione. In alcuni casi, le condizioni di lavoro sono così precarie, oltre che
mal pagate, faticose e sgradevoli che emerge un paradosso della disoccupazione:
l‟immigrazione dai paesi poveri in presenza di disoccupazione nazionale.

d. L’industria e l’evoluzione del lavoro industriale: il fordismo


Al centro dell‟economia contemporanea non ci sono molte piccole imprese, ma
relativamente poche grandi imprese concorrenti. Spesso la nascita della grande industria,
è associata allo sviluppo della tecnologia. Con l‟introduzione delle macchine, aumenta
anche la produttività del lavoro e quindi la quantità prodotta per addetto. In tal modo si
sviluppa una produzione in grande serie, di beni standardizzati (produzione di massa).
L‟impresa ottiene dei profitti non vendendo a caro prezzo, poche unità di prodotto, ma
poco prezzo, molte attività.
La crescita della grande industria, ebbe importanti conseguenze sociali. Con il crescere
dell‟organizzazione, crescevano le funzioni di coordinamento delle attività e cresceva
dunque uno strato intermedio di impiegati. La produzione di massa ha poi richiesto
anche una particolare organizzazione del lavoro, e dunque un particolare tipo di operaio, e
di conseguenza, particolari caratteri della nuova classe operaia. L’organizzazione di
fabbrica comincia a svilupparsi nel XVIII secolo.
L‟uso delle macchine utensili universali caratterizza una prima fase dell‟organizzazione
del lavoro di fabbrica. L‟imprenditore decide cosa produrre e assicura le condizioni
generali della produzione, ma l‟esecuzione del prodotto è in buona parte lasciata
all‟autonomia e all‟abilità delle macchine, organizzate in squadre.

Taylor, invece, partì dal presupposto che per acquistare efficacia era necessario progettare
un‟organizzazione centralizzata, nella quale fossero rigidamente divisi i compiti di
decisione e pianificazione del lavoro da quelli di esecuzione. Le singole azioni potevano
poi essere standardizzate, fissandone tempi e metodi, tenendo conto dello sforzo
necessario e del corretto modo di esecuzione. Sempre secondo la proposta di Taylor, i
lavoratori dovevano essere spinti ad accettare le nuove condizioni da un salario maggiore
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che deriva da una produzione più efficiente: uno stesso numero di operai avrebbe
realizzato nello stesso tempo una quantità maggiore di prodotto.

Una nuova fase si aprì con la grande produzione in serie, basata sull‟introduzione estesa
di un nuovo tipo di macchine: le macchine speciali. Queste compiono poche o una sola
operazione. In questa fase aumentano gli operai non, o poco, qualificati: un breve tirocinio
bastava per addestrarli a svolgere le loro mansioni. La nuova divisione tecnica del lavoro è
organizzata come catena di montaggio. Quest‟ultima fu introdotta da Henry Ford (da qui
l‟espressione: fordismo) per la produzione di un gran numero di auto, nel 1913.
Il fordismo accentuò la segmentazione sul lavoro e finì per cancellare il “mestiere”.
Cominciavano a nascere nuove funzioni intermedie di controllo e gestione, e in ambito
operaio, nacquero nuove qualificazioni nei reparti di attrezzaggio e manutenzione.

In seguito a queste fasi, si sviluppò la terza fase, caratterizzata da nuove qualificazioni


necessarie per lo svolgimento di operazioni di progettazione, controllo tecnico,
manutenzione, riparazione, che aumentavano, mentre al contrario, diminuivano i lavori di
esecuzione diretta e passiva. I robot, che agiscono con movimenti simili al braccio umano,
e le macchine a controllo numerico, che svolgono in autonomia, diverse lavorazioni sulla
base di programmi inseriti in un calcolatore. Questi sono esempi di nuove tecnologie,
flessibili.

e. L’impresa-rete e il sistema Toyota


L’impresa-rete è un‟impresa grande che coordina una rete di imprese minori. Si devono
considerare gli effetti dell‟applicazione della microelettronica ai processi produttivi e della
telematica nel controllo dei sistemi di imprese.
La telematica consiste nell‟uso combinato dei nuovi mezzi di comunicazione e
dell‟informatica. Essa consente di centralizzare il coordinamento e il controllo di complessi
processi di produzione decentrati, con variazioni e diverso assemblaggio di prodotti, e
delle attività di vendita su mercati diversi per acquirenti diversificati.
Il sistema Toyota richiede un attento gioco di squadra da parte di tutti. Macchine
automatiche, robot e macchine a controllo numerico, sono utilizzate perché permettono
elasticità, ma fattori di elasticità che sono anche uomini addestrati a più compiti, in grado
di percepire e realizzare direttamente i continui aggiustamenti necessari ai processi di
produzione e le squadre che gestiscono autonomamente singole aree di produzione. Il
sistema Toyota richiede molta responsabilizzazione e partecipazione da parte di tutti.

f. Le piccole imprese
Le industrie nazionali hanno differenti combinazioni di grandi e piccole imprese. Imprese
con piccole serie di produzione in settori come l‟abbigliamento, la pelletteria,i mobili,
l‟arredamento, trovano la loro nicchie di mercato, più o meno esposte all‟incertezza dei
mercati. Le nuove tecnologie microelettroniche permettono anche a loro, in certi casi, di
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individuare un sentiero di crescita tecnologica conservando l‟elasticità, mentre


l‟espansione di imprese-rete può, in altri casi, cercare di attrarle nella propria orbita.
Le piccole imprese possono legarsi tra loro, possono formarsi dei sistemi di piccole
imprese, localizzate vicine l‟una all‟altra.

g. La finanziarizzazione dell’economia
La finanziarizzazione dell‟economia è la crescita del peso delle attività finanziarie
all‟interno dell‟impresa e nell‟insieme dell‟economia. Tutto cominciò quando si fece strada
l‟idea che generare rendite finanziarie possa diventare un‟attività molto più remunerativa
che non produrre valore aggiuntivo, vale a dire aumentare il valore di beni e servizi offerti
sul mercato con i processi di produzione nell‟impresa.
La crescita di funzioni finanziarie all‟interno delle grandi imprese e delle attività
finanziarie nel sistema economico, è stata letta come il passaggio da un capitalismo dei
manager ad un capitalismo degli investitori. Nel capitalismo, oggi, diversi tipi di
proprietari si orientano verso l‟obiettivo, per loro decisivo, dell‟aumento del valore delle
azioni.

h. Conoscenza, innovazione tecnologica e produzione


La ricerca scientifica di base e ricerca applicata alla produzione di beni o servizi, ampliano
con continuità le conoscenze. Università, laboratori pubblici e privati, apposite divisioni
delle grandi imprese dedicate alla ricerca e allo sviluppo, producono con continuità nuove
conoscenze.
Le nuove tecnologie informatiche e della comunicazione, sembrano avere sempre assunto
un ruolo trainante dell‟economia, cosi come le tecnologie meccaniche lo avevano
nell‟epoca di Ford.

i. La contrattazione collettiva
Relazioni industriali = processi di contrattazione collettiva fra organizzazioni dei
lavoratori e dei datori di lavoro (o anche singole imprese) per stipulare accordi relativi a
salari e condizioni di lavoro.
Nascono quindi i sindacati ovvero associazioni di lavoratori che si uniscono per tutelare i
propri interessi professionali. Queste associazioni danno vita a organizzazioni che
agiscono stabilmente nei confronti dei datori di lavoro e, a loro volta, in genere, sono
rappresentati da organizzazioni. Si tratta quindi di particolari associazioni poiché i
sindacati rappresentano gli interessi degli iscritti ma può rappresentare anche i non iscritti.
I sindacati possono creare organizzazioni nazionali che si pongono di rappresentare gli
interesse dei lavoratori di un paese, di occupati e disoccupati, e pensionati.
Possiamo quindi distinguere:
• Sindacati associativi = tutelano gli interessi di iscritti e di categorie ristrette;
• Sindacati di classe = tutelano gli interessi di una rappresentanza estesa.

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j. Consumo e consumismo
Consumo  obiettivo di ogni produzione.
Con l‟aumento della produzione, e di conseguenza dei consumi, il consumatore è sempre
più apparso debole e isolato.
Il tenore di vita di strati sempre più larghi e di popolazione, aumenta con l‟aumento
generalizzato delle capacità di spesa, ma questa stessa crescita desta anche reazioni di
delusione o di critica.

14. POLITICA E AMMINISTRAZIONE


a. Lo spazio della politica
Politica = ci si riferisce ad una particolare sfera della società, o di un ambito istituzionale
distinto, dove troviamo lo stato e la sua organizzazione, i partiti e la competizione
elettorale, i movimenti sociali, i gruppi di interesse. L‟azione politica, in senso stretto,
tende a governare e regolare. non una singola associazione o organizzazione, ma la vita in
società.
Osservando i diversi ambiti istituzionali, possiamo distinguere tre tipologie di potere, con
riferimento ai mezzi:
- Potere economico  chi possiede certi beni materiali o risorse finanziarie può
indurre chi non li possiede, ad accettare una determinata condotta;
- Potere ideologico  capacità di influenzare i comportamenti della gente che hanno
le idee espresse da persone alle quali è riconosciuta un‟autorità a riguardo (es.
predicatore);
- Potere politico  può utilizzare una risorsa soltanto sua: il controllo degli
strumenti attraverso i quali si esercita la forza fisica.
Weber sosteneva che lo Stato, avesse il monopolio legittimo dell‟uso legittimo della forza.
Ciò significa che chi cerca e detiene il potere politico, cerca e ottiene il controllo della forza,
della quale allora potrà disporre per scopi e con motivazioni diverse, anche eventualmente
fino ad essere violento e tiranno.
Un potere riconosciuto come legittimo, si trasforma in autorità.
Il modo tipico in cui il potere politico in definitiva, si esplica, consiste in comandi
vincolanti, direttamente o indirettamente, per tutti: leggi, decreti, disposizioni,
provvedimenti e sentenze.
Società civile = si intendono le relazioni, istituzioni, associazioni che appunto non sono
politiche ma culturali ed economiche. Resta comunque il fatto che la politica produce leggi
e comandi, riguardanti l‟organizzazione e il governo della società, e questi devono essere
rispettati da tutti, di buon grado, o costretti con la forza.
Un nuovo aspetto delicato della politica, consiste nella tendenza di questa ad essere
invadente nei confronti della società civile. I partiti sono cosi forti che le associazioni
culturali, dipendono spesso dal sostegno di uno di essi per ottenere dei finanziamenti
pubblici.

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b. Lo stato
Lo stato è un‟organizzazione politica particolarmente complessa che governa, organizza e
controlla nel suo insieme, una società stabilita da un certo territorio. Lo stato presenta
delle caratteristiche:
 Differenziazione  lo stato non è la società ma, nel suo insieme, la organizza. Lo
stato, regola in generale, e in astratto, i comportamenti dei cittadini, ma riconosce e
tutela il loro diritto a perseguire fini privati e di interesse generale, associandosi
liberamente in ambiti e per attività non politiche;
 Sovranità  uno stato che ha il controllo politico di una società, vale a dire la
facoltà di governarla e organizzarla nel suo insieme, con la risorsa, in ultima
istanza, del monopolio della coercizione legittima: è uno stato sovrano. Lo stato non
deriva da nessun‟altro ente o da nessun‟altra organizzazione, la facoltà di
governare e controllare una società di in un certo territorio, e che non spartisce con
nessun altro questa facoltà;
 Centralizzazione  il consolidamento dello stato ha comportato ovunque una
progressiva omogeneizzazione di regole e una forte centralizzazione del potere
politico: lo stato è diventato un‟organizzazione unitaria, con un governo centrale e
organismi periferici;
 Nazionalità e cittadinanza  un popolo è qualcosa di un più semplice aggregato
di persone.
o La dimensione politica riguarda il fatto che le persone sono cittadini di uno
stesso stato, vale a dire che sono sottomessi al suo potere regolativo, come
titolari di diritti e doveri. La cittadinanza è l‟insieme dei diritti e dei doveri
che definiscono la condizione di appartenenza ad uno stato;
o La dimensione culturale di un popolo riguarda comuni radici storiche,
religiose, costumi e lingua. Una nazione è una comunità di appartenenza al
quale si sene legato un popolo che ha comuni radici etniche e che continua a
costruire la sua storia come comunità politica di cittadini che esercitano
liberamente i loro diritti e che riconoscono doveri reciproci;
 Legittimazione democratica  non esiste stato nazionale moderno che non affermi
solennemente di essere democratico. La democrazia è un regime politico basato sul
consenso politico e sul controllo dei governanti da parte dei governanti. I caratteri
che distinguono uno stato democratico sono:
o Libertà di associazione;
o Libertà di espressione;
o Diritto di voto;
o Eleggibilità alle cariche pubbliche;
o Diritto di competere per il sostegno elettorale;
o Fonti alternative di informazione;
o Elezioni libere e corrette;

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o Esistenza di istituzioni che rendano le scelte del governo dipendenti dal voto
e da altre espressioni di preferenza.
L‟opposto della democrazia è il totalitarismo.

c. Il problema della legittimazione


Qualsiasi potere per stabilizzarsi ha bisogno di giustificarsi, di indicare cioè le ragioni per i
quali chi è destinatario dei comandi ritenga che chi comanda ha il diritto di farlo e che è
giusto per lui obbedire. In questo senso si dice che il potere deve essere legittimato. Una
volta legittimato, il potere diventa autorità. Possiamo distinguere tre tipi di potere
legittimo:
- Potere tradizionale  si basa sulla credenza del carattere sacro delle tradizioni che
valgono da tempo immemorabile e che sanciscono anche il diritto di esercitare il
potere da parte di un signore, designato in base alla tradizione;
- Potere carismatico  si basa sulla credenza del carattere straordinario di un capo,
considerato un eroe o comunque, come qualcuno dotato di virtù e capacità
esemplari;
- Potere razionale  si basa sulla credenza che un certo sistema di norme statuite è
valido: si obbedisce dunque all‟ordinamento impersonale, riconoscendo che chi
occupa una posizione di potere ne ha diritto perché correttamente nominato o eletto
secondo criteri previsti dalle norme.

d. L’azione elettiva
Se, una persona inserita in una relazione, avvertisse una qualche difficoltà nella sua
condizione, ha sostanzialmente due possibilità di reazione attiva:
- Interrompere la relazione;
- Farsi sentire, far valere il suo punto di vista.
Queste due opzioni sono chiamate exit e voice. Rispetto all‟exit, la voice ha almeno tre
caratteristiche importanti:
- Trasmette maggiore contenuto di informazioni su ciò che va bene e cosa no, nella
relazione;
- L‟effetto aggregato di un insieme di decisioni di exit risente spesso del fatto che si
tratta di decisioni che le singole persone prendono separatamente. La voice, invece,
mira ai vantaggi che si possono ottenere senza traumi, correggendo la situazione e
investendo su un più lungo periodo;
- Perché la voice sia efficace deve essere espressa da un certo numero di persone che
si uniscono, concordando i loro comportamenti. L‟efficacia dipende quindi dalla
possibilità di azione collettiva.

e. La partecipazione politica
Nei sistemi democratici la partecipazione politica è il coinvolgimento dell‟individuo nel
sistema politico a vari livelli di attività, dal disinteresse totale alla titolarità di una carica
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politica. Votare è la forma di partecipazione politica più diffusa, influenzata però da molte
condizioni.
I partiti politici sono associazioni di cittadini, dotate, in genere, anche di più o meno
robuste organizzazioni con funzionari stipendiati. I partiti competono fra loro per
sostenere candidati alle cariche pubbliche e per promuovere determinate idee e interessi,
nell‟esercizio del potere politico su una vasta gamma di temi ed attività.
Vi sono alcune tipologie di voto:
 Voto di opinione  si ha se questo è orientato fondamentalmente da una scelta fra
programmi diversi, e da una valutazione del proprio interesse, pensato come parte
di un obiettivo collettivo;
 Voto di appartenenza  si vota per un partito in quanto questo è considerato il
partito degli appartenenti;
 Voto di scambio  si ha un votante, che avanza una richiesta personale da soffi
sfare e per la quale è pronto a battere il voto, e un candidato, che ha la risorsa per e
la possibilità, una volta eletto, di soddisfare la richiesta.

Possiamo riconoscere due diverse attività, svolte dai partiti politici:


~ Formazione, aggregazione e trasmissione della domanda politica. I partiti
raccolgono e definiscono in modi diversi i problemi di una società, ne
rappresentano i valori, proteggono interessi e bisogni che possono essere soddisfatti
da leggi o da altri provvedimenti pubblici vincolanti da tutti;
~ L‟organizzazione della delega politica: si tratta del processo per cui i membri di una
società si identificano con determinati partiti, considerandoli loro rappresentanti
sulla scena politica, e dunque, anche del processo di formazione e selezione dei
candidati a cariche pubbliche.
I partiti svolgono una funzione di integrazione nella società attraversate da multe linee di
frattura, secondo le quali, le società tendono a spaccarsi, se i conflitti non sono mediati. Vi
sono quattro linee di frattura:
 Centro-periferia: relativa all‟esistenza di diverse etnie e culture con basi locali
diverse;
 Stato-chiesa: assume importanza a partire dalla rivoluzione francese, in riferimento
a problemi come il controllo dell‟educazione di massa;
 Città-campagna: interessi industriali e interessi agricoli, in relazione a questioni
come le tariffe per i prezzi dei prodotti in agricoltura;
 Capitale-lavoro: conflitto socioeconomico con l‟affermarsi del capitalismo
industriale.

f. I movimenti sociali
I sistemi democratici hanno istituzionalizzato il conflitto sociale rendendo possibile
l‟espressione di nuove e crescenti domande.

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I movimenti sociali sono forme di azione collettiva non industrializzata, che propongono
cambiamenti importanti delle regole, dei valori, dei ruoli e degli obiettivi sociali,
dell‟allocazione delle risorse. Esistono anche movimenti che sono orientati verso la
conservazione di un certo ordine sociale.
I cambiamenti perseguiti possono essere piuttosto relativi all‟allocazione delle risorse e a
regole all‟interno di un sistema di valori non messo in discussione (movimenti
riformatori), oppure relativi proprio ai valori sociali (movimenti rivoluzionari).
I movimenti possono fallire per debolezza interna o possono essere repressi.

g. L’attività amministrativa
La Pubblica Amministrazione (PA), concretamente la burocrazia, è una complessa
organizzazione che, attraverso specifiche attività, ha il compito di dare esecuzione alle
decisioni politiche di governo, traducendo regole generali di decisioni che riguardano i
singoli casi.
Accanto alla burocrazia statale, troviamo poi le burocrazie di altri enti territoriali
autonomi: la regione, la provincia e il comune.

La definizione stabilisce una differenziazione tra:


 Attività politiche  riguardano scelte discrezionali fra possibilità alternative;
 Attività amministrative  attività che quella legge applica ai casi concreti, senza
discrezionalità, circa l‟applicarla o meno, o in parte soltanto, o modificandone il
contenuto.
Sostanzialmente, gli obiettivi vengono fissati in modo generale e astratto nella legge, e
fare la legge è un‟attività politica. Quella amministrativa è invece un‟attività tecnica che
coordina e applica mezzi per ottenere un certo obiettivo, nel modo più efficace
possibile, ma che non mette in discussione i fini ai quali l‟azione tecnica si applica, e i
modi indicati, generalmente, per realizzarli.

h. Politiche sociali e sistemi di welfare state


Una politica pubblica è un programma d‟azione attuato da un‟autorità pubblica.
Con l‟espressione politiche sociali si intende la politica provvidenziale, quella sanitaria e
assistenziale.
L‟idea che lo stato debba garantire certi standard di reddito, alimentazione, salute e
sicurezza fisica, istruzione e abitazione, costituisce l‟essenza del cosiddetto WELFARE
STATE  stato del benessere. I sistemi di welfare europei si sviluppano a seguito dei
problemi sociali derivati dall‟industrializzazione e dall‟inurbamento di grandi masse di
popolazione.
Previdenza sociale = è un insieme di disposizioni protettive nei confronti di vecchiaia,
invalidità, infortuni, disoccupazione e malattia. La parte più importante della previdenza
sociale, è costituita dalle pensioni. Queste si distinguono in pensioni di:
~ Invalidità;
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~ Vecchiaia (data se si ha raggiunto un periodo minimo di contribuzione ad


una determinata età);
~ Anzianità (dipende dal periodo minimo di contribuzione);
~ Reversibilità (data a familiari superstiti del defunto).

15. POPOLAZIONE E ORGANIZZAZIONE DEL TERRITORIO


a. Transizione demografica in Europa
Secondo la teoria della transizione demografica, la popolazione europea è passata da un
equilibrio basato su livelli relativamente alti di fecondità e di mortalità a uno radicalmente
diverso, fondato su tassi di fecondità e mortalità molto bassi e si è avuto un considerevole
aumento della popolazione. La descrizione di questo passaggio può essere fatta in quattro
periodi:
Società a regime demografico primitivo = periodo più lungo, durato migliaia di
anni, caratterizzato da un alto tasso di fecondità e uno altrettanto alto di mortalità.
Lo sviluppo della popolazione è stato molto lento;
Esplosione demografica = periodo caratterizzato dal declino della mortalità. Ciò
era dovuto:
- Alla diminuzione del‟intensità e della frequenza delle crisi demografiche;
- Riduzione dei rischi di morte.
La speranza di vita si è allungata, soprattutto grazie alle nuove cure rivolte
all‟infanzia e alle possibilità di esercitare un maggiore controllo delle malattie
infettive. Il livello di fecondità, invece, è rimasto invariato;
Declino della fecondità = periodo in cui il declino della fecondità si è evidenziato
sempre più. Questo è dovuto alla diffusione del controllo volontario delle nascite,
attraverso, ad esempio, i metodi contraccettivi;
Stagnazione demografica = periodo in cui la mortalità e la fecondità cessano di
essere variabili, raggiungendo livelli molto bassi e molto simili. L‟incremento
naturale si riduce al minimo.

b. L’invecchiamento della popolazione


Invecchiamento  cambiamento della struttura, per età, della popolazione che porta
all‟aumento della quota delle persone con oltre 60/65 anni di età. Questo processo è
dovuto, non tanto dalla distribuzione della mortalità e della‟allungamento della vita
media, ma dal calo della natalità.

c. I movimenti migratori
I processi migratori hanno avuto grandi conseguenze sulla popolazione dei paesi di
partenza e di arrivo, sulla loro composizione per sesso ed età, sulla loro società e sulla loro
economia. Erano spostamenti provocati da fattori economici, dalle differenze di
opportunità che vi erano fra un paese e l‟altro, da motivi politici o dall‟intolleranza

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religiosa. Iniziarono anche le migrazioni a lunga distanza, fra Europa e altri continenti,
migrazioni transoceaniche.
Gli immigrati possono essere distinti in:
- Regolari  entrano seguendo le regole previste dalla legge e ottenendo il permesso
di soggiorno;
- Irregolari  coloro che pur essendo entrati regolarmente, non chiedono, o non
rinnovano, il permesso di soggiorno;
- Clandestini  coloro che entrano di nascosto, raggirando i controlli alle frontiere;
- Regolarizzati  immigrati irregolari o clandestini che, in un secondo momento,
grazie a norme straordinarie, ottengono il permesso di soggiorno.

d. I dilemmi culturali della globalizzazione


I processi di regionalizzazione non riguardano soltanto la sfera economica. Il fatto che
sempre più le relazioni sociali sono slegate da contesti prossimi a riallacciare la distanza
con la conseguenza che sempre più dipendono da decisioni che altri, che non conosciamo,
prendono chissà dove, provoca un senso di insicurezza. Ciò non significa che anche nelle
città, e nelle grandi metropoli, non siano possibili relazioni strette, profonde e durevoli.
L‟identità nazionale può sembrare un contenitore culturale troppo grande e generico,
anche se non necessariamente in conflitto con quella regionale.
Gli scossoni dell‟organizzazione sociale da parte della globalizzazione economica,
sembrano però esercitare effetti culturali anche in una direzione opposta verso la
rivitalizzazione di aggregazioni culturali storiche.
Possiamo quindi distinguere un processo di globalizzazione culturale, o per lo meno
coglierne le tendenze in questa direzione? Sembrerebbe si potesse dire di si, se osserviamo
fenomeni come la diffusione e il prestigio della conoscenza e della ricerca scientifica,
oppure di uguali prodotti e di simili modelli di consumo in vaste aree del mondo.

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