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Guglielmo Peirce

GENTE DI GALERA.
La guerra nautica nel Mediterraneo tra Medioevo ed Evo Moderno.

GENTE DI GALERA. La guerra nautica nel Mediterraneo tra Medioevo ed Evo Moderno.
by Guglielmo Peirce
Prima stesura depositata alla S.I.A.E.-SEZIONE OLAF con il n. diepertorio 9998747 e con decorrenza 8.12.2010.

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Abbr.
lt. = latino.
tlt. = tardo latino, latino medievale.
prlt. = proto-latino.
lc. = lucchese.
olt. = olandese.
ctm. = catalano medievale.
fr. = francese.
frm. = francese medievale.
It. = italiano.
gr. = greco.
gri. = greco ionico.
gre. = greco ellenistico.
grb. = greco bizantino.
gra. = greco antico.
tr. = turco.
vn. = veneziano.
sp. spagnolo.
itm. = italiano medievale.
in. = inglese.
td. = tedesco.
fm. = fiammingo.
sv. = svedese.
gn. = genovese.
prt. = portoghese.
np. = napoletano.
arc. = arcaico.
corr. = corruzione.
ltg. = latino-germanico.
prlt. = parlata locale.
cst. = castigliano.
ln. = longobardo.
volg. = volgare.

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PREFAZIONE.

Per scrivere di storia si sono usati fino ad oggi principalmente due metodi e cioè uno, più antico,
consistente in una narrazione molto compromessa dal soggettivismo, cioè più o meno arbitraria o
addirittura più o meno fantasiosa, e un altro, più moderno, limitantesi a ripresentare vecchi testi
con un corredo di commenti annotati a piede di pagina, metodo questo che però riesce ovviamente
solo parzialmente esegetico e inoltre risulta molto poco comunicativo; con la presente opera noi ci
proponiamo invece di inaugurare un terzo e nuovo modo di fare storia e si tratta in sostanza di
ricostruire aspetti del passato mediante un testo formato soprattutto da una sequenza di citazioni
tratte da antichi testi e documenti, concatenate e puntualmente commentate, in maniera da lasciar
il minor posto possibile a eventuali interpretazioni soggettive e personali. Certo siamo consapevoli
che in questa maniera si presenta al lettore un’opera di ben ostica e tutt’altro che rilassante lettura,
ma siamo convinti che coloro che vorranno intraprenderla, anche se magari limitandosi a qualche
solo brano o al più capitolo del certo ponderoso testo, non potranno che acquistarne ulteriore
capacità di riflessione e quindi di giudizio; e come si potrebbe infatti raggiungere la verità delle
cose se non avvalendosi di un giudizio esercitato con la riflessione? Dobbiamo però confessare
che questa fatica, proprio in quanto formulata nella maniera predetta, non è, nonostante la gran
mole, del tutto compiuta e né forse potrebbe mai esserlo, perché occorrerebbe vivere una
lunghissima vita per poter leggere, consultare e studiare tutto il relativo scibile accumulatosi nei
secoli in archivi e biblioteche; abbiamo quindi deciso di pubblicarla così com’è ora, come del resto
ci apprestiamo a fare anche con una delle altre due che stiamo preparando, sperando che le sue
lacune e imprecisioni possano nel complesso risultare alla fine poco rilevanti ai fini di una compiuta
comprensione della materia. Ci riserviamo comunque di continuare ad arricchirla negli anni futuri
ed è soprattutto per questo motivo che scegliemmo di pubblicare i nos tri lavori on line, come oggi
si dice, cioè in maniera da poter sempre ampliare o correggere quanto già scritto; e preferimmo
pure mantenerli gratuiti perché pensiamo che il lettore, scegliendo di leggerci, già ci concede la
migliore delle ricompense.
Questo nostro studio non affronta temi quali la costruzione dei vascelli (gr. πορεῖα θαλάττια,
ὀχήματα θαλάττια, πελάγια), le tecniche della navigazione (gr. πλόος, πλοῦς) e gli aspetti finanziari
della marineria del passato, ma unicamente quello che riteniamo di nostra competenza e cioè la
guerra nautica così come si combatteva in tempi ormai tanto lontani. Si tratta infatti di un
argomento che non è possibile affrontare senza presumere di avere una buona conoscenza di
come la guerra avveniva anche sulla terra ferma e quindi delle tecniche usate allora dalla fanteria,
dalla cavalleria e dall’artiglieria, argomenti da noi trattati in altre opere che verranno ad affiancare

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la presente, e ciò per gli ovvi motivi di stretta attinenza che tutti possono facilmente comprendere;
transeat per il tema delle fortificazioni militari di terra, tema che, richiedendo conoscenze
professionali specifiche, ci siamo solo altrove limitati a considerare nei suoi principali concetti
ispiratori. Al lettore che fosse invece più interessato agli aspetti costruttivi delle galere possiamo
consigliare i seicenteschi trattati francesi dell’Hobier e dell’Hoste e i vari manoscritti della Biblioteca
Marciana di Venezia e della Magliabechiana di Firenze; per quanto invece riguarda l’arte della
navigazione e del pilotaggio di quei tempi, suggeriamo la lettura dei testi a stampa del Medina, del
Crescenzio, del Bayfio e ancora dell’Hoste.
Il mancato studio della materialità storica della guerra e delle sue dirette conseguenze sull’esito
degli avvenimenti porta frequentemente gli studiosi a mancare l’individuazione dei veri fattori che
hanno determinato importanti fatti storici; clamoroso, per esempio, il generale ridimensionamento
dell’importanza della battaglia di Lepanto che da tempo quasi tutti gli autori, copiandosi le
mancanze e le ignoranze belliche a vicenda, pretendono di fare; e ciò solo perché hanno visto che
nel secolo successivo i turchi continuarono a togliere possedimenti ionici ai veneziani. Non
considerano però che gli ottomani, pur continuando le loro conquiste, lo fecero da allora in poi solo
nei pressi di casa loro e che in realtà, dopo lo shock, anche psicologico, di quella gravissima
sconfitta, non furono più in grado di progettare e minacciare conquiste più lontane nel
Mediterraneo, come prima invece quasi impunemente facevano; di conseguenza anche le loro
offensive terrestri verso Vienna s’affievolirono per lungo tempo, dandosi così inizio a un lentissimo
ma costante declino dell’impero ottomano. Insomma è certamente a Lepanto e ai suoi eroi che
dobbiamo se oggi a Malta, a Messina, a Bari - e probabilmente anche a Palermo, Napoli e
Budapest - i fedeli vanno a pregare ancora nelle chiese e non nelle moschee, come al contrario
avviene in quella che una volta era la cristianissima Bisanzio. Insomma Lepanto riuscì là dove non
erano riuscite le Crociate e cioè riuscì a fermare l’espansionismo mussulmano nel Mediterraneo e
nell’Europa cristiana; perché in verità questo era lo scopo che la Chiesa di Roma si era sempre
proposto con l’indizione delle Crociate e non la cosiddetta ‘liberazione’ del Santo Sepolcro, anche
se bisogna dire che i più maligni allora sostenevano che invece lo faceva per mettere le mani sul
ricco affare del pellegrinaggio in Terra Santa e infatti nelle relazioni di quel viaggio approvate dal
Vaticano sempre si trova dare gran risalto alle vessazioni, angarie e balzelli a cui i mussulmani di
Palestina immancabilmente avrebbero sottoposto i tutt’altro che poveri pellegrini cristiani.
Dalle sue antiche origini a tutto il Cinquecento la guerra nautica fu esercitata nel Mediterraneo
quasi esclusivamente a mezzo di vascelli che erano remieri (gr. ἐπίϰωποι) e velieri insieme; in
seguito l'uso di tali vascelli cominciò molto lentamente a declinare a favore dei grandi velieri, sino a
terminare del tutto nella prima metà dell’Ottocento con l’uso delle galeotte bombardiere

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napoletane, e ciò perché la navigazione eolica andava continuamente perfezionandosi e
permettendo quindi una mobilità e una manovrabilità sempre maggiore; inoltre, poiché la forza di
spinta del vento è ovviamente molto superiore a quella che può essere offerta da un numero
anche grande di remi (gra. πηδὰ, ϰώπαι; grb. ϰῶπαι; fr. anche rangs), i velieri (gr. ἲστιοφόροι νῆες),
oltre a offrire il riparo d’alte murate (gr. τείχισματα, τειχίσματα) da opporre alla forza delle onde - il
che era importante perché significava poter far la guerra nel Mediterraneo anche durante la cattiva
stagione, permettevano anche di portare un gran numero di grosse artiglierie, cosa impossibile alle
leggere e bassissime galere. La tecnica e la tattica della guerra fatta appunto con le galere -
specie per quanto riguarda il periodo post-rinascimentale, periodo in cui le armi da fuoco
diventarono più rigorosamente razionali e quindi moderne – sono state invece sino a oggi solo
marginalmente trattate, in quanto considerate – molto a torto - argomenti ‘chiusi’, isolati, che non
interagiscono con gli altri e quindi non possono dare un importante contributo all’evolversi dello
studio della storia. Che questo giudizio sia sbagliato è dimostrato dalla ovvia considerazione che,
se anche il coraggio e l’impeto degli uomini possono aver prevalso in qualche battaglia, sin
dall’antichità qualsiasi guerra è sempre stata vinta talvolta per una migliore strategia, talvolta per
una migliore tattica ma molto più spesso per una superiore tecnologia, cioè sia pure
semplicemente per l’uso di un miglior giavellotto, quale era per esempio il pilum romano, oppure
più tardi per quello di migliori cavalli di Frisia o di miglior filo spinato; sempre però che tale
superiorità si sia voluta mettere in campo sino in fondo e non come recentemente fecero gli
americani nel Vietnam, dove impararono a loro spese che la guerra non può esser combattuta solo
in maniera parziale, perché in tal modo si rischia di prenderle anche da un nemico molto più
debole.
Nonostante quest’impostazione squisitamente marziale del presente lavoro, vogliamo però
tranquillizzare il lettore assicurandogli che non ci siamo certo messi a descrivere lo svolgersi delle
battaglie, sia perché si tratta di descrizioni che si trovano facilmente nelle cronache e relazioni del
tempo, documenti facilmente reperibili da tutti, sia perché alla maggior parte dei lettori risultano
sempre uggiose e poco significative sia infine perché questo libro si propone di raccontare
soprattutto il ‘come’ e molto meno il ‘che cosa’; inoltre diremo che, nel descrivere le armi da fuoco
delle fanterie e delle cavalleria del tempo abbiamo tralasciato quelle numerose invenzioni o
proposte che spesso inventori esperti - o anche poco esperti - presentavano ai principi del tempo,
perlopiù trattandosi di armi a ripetizione o a carica multipla – vedi per esempio il trattatello di
Giuliano Bossi – con le quali si voleva cercare di aumentare la potenza di fuoco; ciò perché
spiegare anche quei documenti significherebbe innanzitutto confondere il lettore, facendogli
credere che si trattasse di armi poi effettivamente usate in battaglia, mentre risultavano perlopiù

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non geniali e poco pratiche da usare, e inoltre vorrebbe dire entrare in dettagli tecnici di nessun
influenza né importanza sugli eventi storici.
Poiché tanto di questo nostro lavoro è ‘esegetico’, ossia consiste in gran parte nello spiegare e
provare concetti e circostanze avvalendomi di puntuali e pertinenti citazioni, di queste abbiamo
dovuto necessariamente ‘modernizzare’ l’italiano in modo da renderne più agevole la lettura e la
comprensione, ma abbiamo comunque usato ogni attenzione a non privarle del loro ‘sapore
d’antico’, perché il nostro principale intento è quello di far ‘sì che il lettore possa in breve tempo
trovarsi immerso nell’atmosfera e nella mentalità del tempo che andiamo descrivendo. In buona
sostanza abbiamo innanzitutto dotato le predette citazioni di un’interpunzione moderna e rigorosa,
poi abbiamo aggiunto tra parentesi parole che, se fossero state presenti nello scritto originale,
avrebbero molto contribuito a farne comprender il vero senso e inoltre, tra parentesi e virgolette
semplici, abbiamo spesso aggiunto a disusate parole ed espressioni dei sinonimi e delle locuzioni
moderne per spiegarne il significato persosi nel corso del tempo. Purtroppo abbiamo dovuto al
contrario, ma allo stesso scopo e per quel poco che ci è stato possibile, in un certo senso
‘riantichizzare’ le numerosissime citazioni delle relazioni diplomatiche veneziane pubblicate
dall’Albéri, studioso che, come purtroppo tutti quelli nostrali dell’Ottocento, si affaticava, pensando
di far bene, a stravolgere e impoverire il ricco, raffinato e colto italiano del Cinquecento, lingua che
pure aveva al suo tempo culturalmente conquistato tutto l’ancora rozzo resto dell’Europa; lo stesso
lavoro ci è stato invece impossibile con il Nicolini, il cui lavoro di ‘modernizzazione’ del suddetto
linguaggio dei residenti veneziani del Cinquecento è stato talmente perfetto da renderlo del tutto
irreversibile, a meno che non si trovasse pure il tempo d’andare a riprendere gli stessi documenti
originali utilizzati da lui. Precisiamo comunque che, da qualsiasi lingua, antica o moderna, esse
siano ricavate, le traduzioni sono esclusivamente nostre, eccezion fatta di qualcuna
opportunamente segnalata al lettore, e ciò perché i traduttori di professione, non conoscendo le
particolari sfumature di significato dei termini bellici usati in quel lontano passato, potrebbero
restarne facilmente ingannati.
Abbiamo voluto inoltre arricchire questa nostra opera riportando - nella grafia originale ricavata
soprattutto dall’Aubin - anche la terminologia francese e olandese del tempo, ma facendo
innanzitutto attenzione a non utilizzarne termini più tardi, relativi cioè a situazioni e tecnologie nate
nel corso del Seicento e quindi in epoca successiva a quelle che ci proponiamo di descrivere,
tenendo poi anche sempre presente che il suddetto autore non si dimostra esperto di navigazione
mediterranea, ma solo di quella oceanica. Ciò abbiamo fatto sia perché la Francia era ovviamente
una delle più importanti potenze protagoniste del Mediterraneo sia in quanto la presenza navale
fiammingo-olandese in detto mare era già nel Cinquecento rilevante, anche se, a causa della

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sudditanza alla Spagna di quei popoli, i trattati commerciali stipulati dai loro stati con l’impero
ottomano sono un po’ più tardi di quelli conchiusi invece dagl’inglesi; questi frequentavano invece
correntemente e stabilmente i mari di Levante già all’inizio del Quattrocento, attratti soprattutto dai
vini mediterranei, per esempio dalla pregiatissima malvasia che andavano a caricare a Cipro, ma
abbinando il commercio al corseggio, com’era praticato in quei secoli un po’ da tutti:

… È da saper come a dì 17 (settembre) se intese, per lettere di Cicilia, come una barza de bertoni
havia preso sopra la Licata 2 nave siciliane carghe di ognì cargato ai Zerbi [om.] e che il viceré
(Giovanni La Nuza), saputo la nova, subito armoe 3 nave e 3 galie nostre dil trafego, capiano
Jacomo Cocho. Andono a trovar la ditta nave bertona e quella prese e recuperò la preda… (M.
Sanuto, Diarii. Anno 1496. T. I , colt. 326.)

Didascalia:
Cicilia = Sicilia
una barza de bertoni = una barca di britanni
carghe di ogni cargato = cariche di ogni sorta di mercanzie
ai Zerbi = alle Isole delle Gerbe (Libia)
3 galie nostre dil trafego = 3 galee veneziane da commercio
capiano Jacomo Cocho = (comandate dal) capitano Giacomo Coco
nave bertona = nave britannica
prese = presero
recuperò la preda = recuperarono le prede (fatte dagli inglesi)

Con la suddetta citazione e relativa didascalia abbiamo voluto fare subito al lettore un esempio del
tipo di lavoro da cui è scaturita la presente nostra opera.
Era dunque già nel Medioevo primaria l’importanza della marineria olandese, tanto che il cardinale
Guido Bentivoglio (1579-1644) scriveva che ai suoi tempi c’erano nei porti e nei cantieri delle
Province Unite tanti vascelli quanti in tutto il resto dell’Europa; ma, per evitare un risultato
pleonastico, mi sono limitato a riportare solo i termini d’etimo del tutto differente da quello dei
vocaboli italiani e per lo stesso motivo ho voluto tralasciare quasi del tutto la terminologia
spagnola, assimilabile sostanzialmente a quella allora usata in Italia; abbiamo inoltre riportato un
po’ della terminologia greco-bizantina, quella cioè che abbiamo ritenuto più significativa, mentre,
del tutto ignoranti come siamo delle lingue turca, araba e barbaresche, certamente la grafia
rinascimentale europea dei nomi propri in quelle lingue che spesso riportiamo potrà risultare in
gran parte erronea a chi invece se ne intenda; ma bisogna dire che, nonostante la loro certo
soverchiante presenza nei nostri mari, dette lingue non europee non hanno mai inciso in maniera
significativa sulla cultura marittima occidentale, checché se ne pensi; e, se è vero che nei gerghi
marinari europei non è infrequente trovare etimi afro-mediorientali, è d’altra parte costatabile
facilmente – e direi molto maggiormente - anche l’opposto.

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Il lettore noterà, probabilmente con disappunto, che manca purtroppo un indice dei nomi, ma,
trattandosi nel nostro caso di una pubblicazione on-line, si può in parte ovviare con la funzione di
ricerca di cui il programma di scrittura è ovviamente dotato; inoltre non poche delle circa 1500
citazioni, soprattutto quelle riportate in traduzione, non portano il riferimento alla pagina del libro o
del foglio del documento a cui si riferiscono e ciò perché, a causa appunto del loro ingente
numero, non abbiamo avuto il tempo di completare anche un tale gravoso lavoro. Abbiamo poi
ritenuto di non dover aggiungere anche una lista semplicemente bibliografica, perché
sinceramente, data la già ingente lista delle fonti che il lettore troverà alla fine del volume,
l’abbiamo ritenuta del tutto superflua.
Ma per tornare alle considerazioni iniziali, qualcuno che non ne fosse rimasto convinto potrebbe
alla fine di nuovo domandarci a che cosa può esser servito spiegare così dettagliatamente una
realtà storica qual’è quella bellica dell’inizio dell’Evo Moderno, se non unicamente a comporre
un’opera d'erudizione fine a se stessa, visto che tale realtà sembra proprio non avere più alcun
nesso con quella presente; ebbene, non ce la sentiamo di opporci a questi probabili critici portando
i soliti triti argomenti e cioè che la storia non ha bisogno di giustificazioni e che serve soprattutto a
insegnare agli uomini a non ripetere gli stessi errori fatti nel passato; possiamo invece solo
consigliar loro di non intraprendere la lettura di questo libro. Se invece ci sarà qualcuno che vorrà
vedere con maggior chiarezza come la crudele tragedia dell'umana convivenza si sia sviluppata
sempre uguale nel corso della storia e cioè attraverso le sue tre principali imperiture figure sociali,
le quali sono il tiranno, l'aguzzino e il forzato, allora si addentri pure in questa lettura, magari solo
un po' per sera tanto per prender sonno, e s’accorgerà che purtroppo, dal tempo delle galere, gli
uomini non sono appunto sostanzialmente cambiati e che il traguardo d'un effettivo rispetto della
vita e della dignità altrui è non solo ancor oggi lontanissimo, ma probabilmente, come tutte le mete
ideali, resterà tale per sempre. Infine, per tagliar corto e per rispondere alla maniera di Socrate ai
soliti cui usui est o cui bono o insomma cui prodest che possono esserci rivolti dai tanti che queste
minuziose ricerche di filologia militare giudicano del tutto inutili, concludiamo con l’obiettare che,
anche se non sappiamo dire se fare questi studi sia utile o inutile, tuttavia è indubbio che il non farli
non sarebbe di alcuna utilità ad alcuno.
Altri potrebbero invece obiettarci che un gran lavoro del genere c’era già, cioè quello fatto da
Auguste Jal nell’Ottocento con la sua Archéologie navale; infatti noi ne abbiamo tenuto molto conto
citandolo frequentemente, ma dobbiamo osservare che, nonostante la vastità delle letture fatte da
quell’autore e il suo conseguente gran lavoro analitico, egli non riesce a darci una visione organica
della materia che tratta, non riesce cioè a raggiungere le necessarie sintesi e spesso si affida
all’apparenza superficiale delle cose, senza andare a ‘lavorar di zappa’, per così dire, ossia senza

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andare a ‘riesumare’ personalmente il passato, come ogni storico che si rispetti dovrebbe invece
scegliere di fare…
Vogliamo infine ringraziare il personale tutto dell'Archivio di Stato di Napoli, specie quello della
Sezione militare, della Biblioteca Nazionale di Napoli, della Società Napoletana di Storia Patria e
d’altre istituzioni culturali partenopee, personale che per così tanti anni ci ha aiutato e consigliato
nelle nostre ricerche sempre con massima competenza e cortesia, ciò a ulteriore dimostrazione
che questa Città di Napoli non merita solo reprimenda e condanne, ma anche apprezzamenti, per
lo meno per quanto di culturale riesce ancora, nonostante le tante difficoltà, a offrire e a produrre.

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Capitolo I.

VASCELLI TONDI E VASCELLI LATINI.

Nel Cinquecento qualsiasi tipo d'imbarcazione, grande o piccola che fosse, era ancora chiamato
col termine medievale generico di vascello, dal tlt. vasellum, mentre in gr. il termine equivalente
era ϰατίνα (o anche ἂμαλα, come leggiamo in Esichio Alessandrino, Lexicon. Iena, 1867) e quindi
per esempio ‘vascello granario’ si diceva ϰατίνα σιτοφόρος; solo a partire dal secolo successivo si
comincerà in Italia a limitare questo nome ai grossi velieri a vela quadra (olt. raa-schepen),
secondo un uso improprio importato dalla marineria oceanica della Spagna e che, per quanto
riguarda la Francia, sarà adottato dapprima a Marsiglia. I vascelli erano, in quanto a velatura (gr.
ἰστία, ἂρμενα), di quattro specie fondamentali e cioè onerari a prevalente o preminente vela quadra
((gr. όλϰάδες, γαῦλοι; ct. naus; i. shiffs), onerari a preminente vela latina (gr. ϰάραβοι (‘granchi’),
da cui poi caravella, onerari a vela latina (gr. βάλχαι; tlt. barcae, barchae; ct. barcas; i. boats) e
bellici o avvisatori a remi e vela latina (ct. lenijs; i. long boats), detta quest'ultima vela dai marina
veneti anche vela da taglio o semplicemente taglio, in quanto atta a ‘tagliare’ il vento con i suoi
margini; era naturalmente anche in uso la più antica delle vele [gr. φώσ(σ)ωνες], detta a orecchio
di lepre, cioè una vela triangolare disposta in modo da ‘insaccare’ il vento in poppa, mentre non
ancora affermate erano quelle bomate, triangolari o trapezoidali che fossero. La distinzione tra
vascelli quadri e vascelli latini si comincia a leggere nella storiografia del Basso Medioevo e a
opera soprattutto dei bizantini (gr.Ῥωμαῑοι, quindi ‘romei’ e non romani) i quali, al concetto
dell’ολϰάς, ossia della nave oneraria a velatura totalmente quadra dell’antichità, avevano
affiancato quello del ϰάραβος, ossia del vascello onerario a parziale velatura latina; infatti, mentre
il primo nome si ritrova anche nel greco antico, il secondo non appare prima del greco bizantino.
Questo però non significa che la vela latina non fosse già usata, specie nel Mediterraneo, anche
nell’Alto Medioevo e infatti nel suo dizionario enciclopedico il Suida (x sec.), tra i vari tipi di vascelli
che menziona nel suo Lexicon, include anche la ‘nave orto-antennata’ (ὀρθόϰραιρος ναῦς), ossia
‘quella che ha le antenne verticali’ (ἠ ὀρθὰς ϰεραίας ἒχουσα); ora è chiaro che l’antenna verticale
porta la vela triangolare, a meno che non si voglia supporre una vela quadrangolare tesa tra due
antenne verticali, il che però avrebbe reso naturalmente impossibile l’orientamento della stessa
(Lexicon, graece et latine. T. II, p. 714. Halle e Brunswick, 1705). D’altra parte Sesto Pompeo
Festo, lessicografo e grammatico romano del II sec. d.C., parla di una vela di prua che chiama
velum mendicum (‘vela difettosa’) (De verborum significatione. Parte I, p. 90. Budapest, 1889).

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Prima di quei secoli i vascelli si dividevano ancora come si erano suddivisi nell’antichità, cioè
semplicemente in onerari e bellici, ma, mentre non sembra che nell’Evo Antico i vascelli da carico
[gr. όλχάδες, φορτηγὰ πλοῑα oppure φορτηγοί νῆες, solo φορτικά in Tucidide, φορτηγιϰὰ πλοῑα,
φορτίδες oppure φορτηγὶδες, φορταγωγοί νῆες, ϰομισιχὰ πλοῖα, ἀγώγιμοι oppure πεφορτισμοῖ o
anche ἐμποριϰαῖ o ancora γλαφυραὶ νῆες, ϰᾰμᾰτηρά oppure ϰαματέρα πλοῑα,] potessero già
raggiungere cospicue dimensioni, sebbene nelle storia della guerra lazica (VI sec. d.C.) narrata da
Agazia Scolastico, poeta e storico bizantino coevo di quegli eventi, si parla invece, a proposito
della presa bizantina di Fhasis, città fortificata costiera tenuta dai persiani, avvenuta nel 556, di
grandi navi da carico [gr. νῆες δὲ φορτίδες μεγάλαι, μυριαγωγοί, μυριοφόρ(τ)οι όλχάδες,
μυριοφόρ(τ)οι νῆες] fornite di alberi corbiti più alti delle torri delle mura della città che assediavano
(Historiarum LT. III). Inoltre, a giudicare da Plauto, dovevano essere grossi mercantili i cercuri (gr.
ϰέρϰουροι):

… Mentre domandavo ai gabellieri se fosse arrivata dall'Asia nessuna nave e quelli dicevano non
esserne arrivate, in quel mentre scorsi un cercuro, del quale non penso di averne mai visto uno più
grosso, che col vento a favore e la vela distesa giungeva al porto. Ci domandammo: da dove verrà
questa nave? Che cosa trasporterà? (Dum percontor portitores, ecquae navis venerit ex Asia,
negant venisse; conspicatus sum interim cercurum, quo ego me maiorem non vidisse censeo, in
portum vento secundo, velo passo pervenit. Alius alium percontamur: quojas est navis? Quid
vehit? In Stico, Atto II, scena III).

Troviamo infine poi anche όλχάδες μαϰραί (‘onerarie lunghe’), la quale può sembrare dizione
contradditoria, ma si trattava invece di vascelli da carico a remi, tipo quelli che poi i veneziani
chiameranno marani e di cui diremo, e quindi mal traduce in lt. il Suida il suo stesso greco laddove
travisa Έν ταῖς δὴ λεγομέναις ὀλϰάσι μαϰραῖς… (“Nelle cosiddette ‘olcadi lunghe’…”) con un
erroneo Ιn navigiis longis, quae holcades vocantur… (“Nei navigli lunghi che chiamano ‘olcadi’…
Lexicon, graece et latine. T. II , p. 678. Halle e Brunswick, 1705.), poiché detto così sembrerebbe
come se tutti i ‘vascelli lunghi’ si dicessero olcadi.
La circostanza che sin dall’antichità ci fossero tanti modi di dire in greco ‘navi da carico’ ci dimostra
che il commercio marittimo è sempre stato nel Mediterraneo particolarmente fiorente; a proposito
poi del sostantivo πλοῑα va detto che, perlomeno nella lingua greca post-ellenistica ( secc. IV-VI
d.C.), esso aveva avuto, più che il senso di vascello compiutamente armato per la navigazione,
quello di scafo generico (gr. σϰάφος, γάστρα) non ancora definitivamente attrezzato, cioè di quello
che poi nel Rinascimento si dirà in Italia arsile; lo vedremo quando citeremo, a proposito dei famosi
dromoni, il cronista bizantino del sesto secolo Giovanni Malalas.
Il navigare alla quadra, ossia con la prima delle tre predette specie, si usava soprattutto nei mari
oceanici, dove più forti erano i venti e più lunghi i viaggi, e infatti i vascelli muniti in prevalenza di

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vele quadre (fr. voiles à trait quarré; olt. raa-zeilen, vierkant zeilen) erano generalmente grandi e
d'alto bordo, cioè in grado di sopportare le alte ondate dell'oceano senza restarne sommersi e
travolti; essi, detti nel Basso Medioevo genericamente navi (ct. naus), erano invece ora, con
riferimento alla loro velatura, chiamati pertanto talvolta vascelli quadri [vn. le (navi) quare], ma
anche e soprattutto vascelli tondi (gr. στρογγὗλα πλοῖα, στρογγΰλαι νῆες, γαῦλοι) e ciò perché la
forma del loro scafo ricordava quella del pesce tondo o delfino, cioè la sezione trasversale (fr.
bouchin) del loro scafo era più larga all'altezza della seconda coperta o ponte che a quella della
tolda o prima coperta (gr. ϰατάστρωμα), al fine d’opporre meno resistenza al tormento (‘travaglio’)
del mare traverso, forma questa che non poteva essere né dei vascelli a vela latina, né di quelli a
remi per non essere né gli uni né gli altri abbastanza alti di scafo da avere più d’una sola coperta.
Troveremo usato Il termine nave tonda ancora nel 1621, mentre quello generico medievale di navi
tornerà in auge, come sappiamo, in epoca contemporanea. A Bisanzio invece di chiamarsi tondi si
erano chiamati alti (ύψηλoi), come vedremo, cioè in quella civiltà si era soprattutto voluto mettere
in risalto la loro maggior altezza e il loro maggior pescaggio rispetto a quelli delle sottili galee; tra di
essi si includevano anche i vascelli remieri porta-cavalli (gr. ἰππαγωγοῖ), i quali furono detti nel
Medioevo bizantino οὐσίαι (gr. ‘patrimonii, salmerie di appartenenza’) o meglio οὺσιαχὰ χελάνδια
(gr. ‘chelandi patrimoniali’ ossia delle salmerie), in quello latino veneziano marani e in quelli latino
tirrenico prima uscieri (appunto da οὐσία, ‘patrimonio’, e non da ‘uscio’, come si crede) e poi in
italiano arsili o fusti, ecco una delle tante note storiche apposte secoli più tardi al famoso Codex
Ambrosianus; in questa ci si riferisce all’armata veneziana che nel 1117 fu inviata in soccorso dei
regni crociati in Medio Oriente:

… Classis verô, quæ profecta est in Syriam, fuit IV navium onerariarum prægrandium, in quibus
commeatus, maximè arma omnifariam imposita sunt, arsili multi ad deferendos equos & milites
& XL triremes inftructæ; quæ secessit ex Venetiis VIII Augusti MCXVII (LT.A. Muratori, Rerum, t.
XII, p. 271, n. I).

Il navigare alla latina era invece più tipico del Mediterraneo, mare per lo più non soggetto a
violente tempeste perché riparato dai forti venti, dove le traversate erano molto più brevi per via dei
numerosi golfi e isole che vi si trovano e dove in effetti gran parte della navigazione era un
semplice randeggiare o cabotare [fr. cabot(t)er, arriver, tanger la coste, courir terre à terre], termine
quest’ultimo che non deriva affatto, come alcuni paradossalmente credono, dal cognome dei
famosi navigatori veneziani di lungo corso Giovanni e Sebastiano Caboto, quest’ultimo dapprima -
cioè dal 1518 - piloto maggiore di Carlo V, bensì dallo spagnolo con il significato di navegar de
cabo en cabo; questo tipo di navigazione, unico prima dell’invenzione della bussola, diventerà poi,
con l’evoluzione delle tecniche veliche, prerogativa dei vascelli corsari non da guerra (ltm

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praedales), i quali usavano appunto tendere le loro insidie soprattutto ai numerosi mercantili (gr.
φορταγωγοὶ νῆες; gr. ναυτιϰαί φορτίδες) che si potevano incontrare nei pressi delle coste, il qual
modo di corseggiare, cioè il limitarsi ad affrontare i soli mercantili al fine d’arricchirsi senza rischio
né fatica, dicevano i francesi courir le bon bord. I vascelli latini erano pertanto di forma più leggera,
bassa, stretta e allungata, forma che permetteva quindi una maggior speditezza e che, come
vedremo, era comune anche ai vascelli spinti sia dalle vele da taglio sia dai remi.
Iniziando ora a parlare dei vascelli detti quadri o tondi, a seconda che ci si riferisse alla loro
velatura o al garbo del loro scafo, premetteremo un altro paio di nomi, questi meno comuni, con i
quali essi erano conosciuti e cioè vascelli navareschi, per via del loro timone multiplo, molto
comune e detto appunto alla navaresca, cioè ‘alla navesca’, a mo’ di nave (niente a che fare quindi
con la Navarra), e infine talora il nome del santo protettore attribuito al loro modello. Questi vascelli
tondi, i quali, a motivo della loro grande capacità, erano ovviamente soprattutto da carico, ma
spesso erano usati anche armati a guerra, specie i più leggeri e manovrabili, presentavano una
tipologia molto varia, a seconda del loro garbo o forma [fr. gabari(t)], ossia delle proporzioni delle
loro parti principali, e si avevano quindi la nave propriamente detta [gr. ναῦς; gri. νηῦς; fr. nef,
nav(ir)e], nome questo che viene dall’antichità, la caracca (prt. & sp. carraca, il galeone, il bertone,
l'urca, la marsiliana, la caravella, la polacca, la sultana, la germa, il caramusale o caramusalino, la
palandaria o parandaria, lo schi(e)razzo e il garbo, essendo gli ultimi sei vascelli turco-levantini;
infatti, sin dalla fine del tredicesimo secolo i turchi - come presto scriverà lo storico bizantino
Niceforo Gregoras (c. 1296-1360), approfittando dello stato di debolezza politica, militare e
soprattutto economica che in quei tempi l’impero romano d’oriente stava attraversando, avevano
iniziato a formare una loro potente marineria corsara – in seguito anche commerciale e militare,
con la quale avevano preso a scorrere e infestare pressocché indisturbati tutto l’arcipelago greco
(Historiae byzantinae. LT. VIII, par. 10).
Erano invece nel Cinquecento ormai obsoleti nomi quali il francese coque (tlt. coho-nis, cogo-nis,
caucha; frm. quoquet; ctm. cocha; fr. coque; td. Kogge; i. cock-boat)), il latino gaulus, gli antichi
greci ϰάρἂβος, ϰάνθαρος, σϰιόθηρα (‘peschereccio di Chio’), i τρίηρον o τρηρόν menzionati da
Esichio e da non confondersi ovviamente con τριήρης, cioè con la grande trireme, i ῥαμφίς e i
ῥώνιξις, il primo marino e il secondo fluviale, anch’essi ricordati dal predetto autore; inoltre il
bizantino ϰαράβιον (da cui ϰαραβιτής, ‘marinaio’), il catalano tarida o tareda, i genovesi buto e
butetto (‘botte’ e ‘bottino’), gli italiani beltresca, barbot(t)a, gatto, di cui diciamo nel nostro libro
dell’artiglieria.
A proposito di coque, nel Chronicon Richardi de Sancto Germano (1189-1243), laddove si narra
della presa crociata della città di Damiata avvenuta nel 1217, si dice che i cristiani, per assalire la

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città dal mare, noleggiarono una nave (una conducta cochone) e la munirono di cuoi freschi (coriis
morticinis) e di quant’altro necessario per difenderla dalle materie incendiarie che gli assediati le
avrebbero lanciate dall’alto; il nome si volgarizza poi in cocca o cogga nelle cronache dei Villani in
relazione all’anno 1304 (o comunque a un anno molto a questo vicino) e nel Chronicon tarvisinum
del de Redusiis, ma a partire dalla fine del Quattrocento detto nome comincerà nell’oceano a
scomparire a favore di quello portoghese di caravella (dal gr. ϰάραβος, ‘granchio’, un vascello a
parziale velatura latina) e nel Mediterraneo invece a favore della locuzione di barza di Spagna:

… In questo medesimo tempo certi di Baiona in Guascogna con loro navi, le quali chiamano
‘cocche’, passarono per lo stretto di Sibilia (‘Gibilterra’) e vennero in questo nostro mare
corseggiando e feciono danno assai; e d’allora innanzi i genovesi e viniziani e catalani usarono di
navicare con le cocche e lasciarono il navicare delle navi grosse per più sicuro navicare, e che
sono (le cocche) di meno spesa; e questo fu in queste nostre marine grande mutazione di naviglio
(Villani, Nova chronica, p. 140).

L’innovazione stava principalmente nell’essere la cocca o caravella o barza di Spagna un vascello


medio-piccolo che dopo il Medioevo raggiungerà poi le duecento tonnellate e che, pur
appartenendo alla categoria dei quadri, era a prevalente vela latina; infatti solo la vela di trinchetto
era quadra, avendole gli altri tre alberi triangolari, rendendo quindi questi vascelli, come vedremo
poi ben spiegare il Crescenzio, anche se di capacità inferiore, di navigazione invece molto più
flessibile e duttile di quella delle normali navi o barze e soprattutto delle caracche; inoltre in queste
caravelle, proprio perché era l’unico albero (gr. ἰστὸς) a vela quadra, solo il trinchetto aveva gabbia
((tlt. cavea; vn. cheba; olt. mars), ma, a leggere il più antico racconto dei viaggi di Colombo, quello
pubblicato nel 1507, sembra che a quei tempi non l’avesse nemmeno quell’albero e che proprio in
seguito alle nuove necessità portate dalla navigazione transoceanica vi fosse poi stata applicata;
infatti Pietro Martire d’Angheria, il quale conosceva personalmente Colombo, nel suo De oceaneae
decadis liber primus, scritto nel 1493, così scriveva dei vascelli assegnatl dai sovrani di Spagna al
grande genovese per il suo primo viaggio al Nuovo Mondo:

… dal Regio Fisco (gli) furono destinati tre vascelli: un cargo da gabbia (cioè una nave) e altri due
da commercio più leggeri e senza gabbie che dagli spagnoli sono chiamati ‘caravele’ (In De rebus
oceanicis et orbe novo decades tres etc. F. 1 recto. Basilea, 1533).

E poi, a proposito del secondo viaggio, dove le navi di gabbia sono 3 e le caravelle 12 e in
aggiunta ci sono due vascelli da gabbia particolarmente grandi, probabilmente due caracche, per
un totale di 17 vascelli:

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… xvii ad secundam expeditionem navigia parari iubent, tria oneraria caveata magna, xii id genus
navium quas dici apud hispanos caravelas, scripsimus, sine caveis. Eiusdem generis duas
aliquanto grandiores atque ad sustinendas caveas propter malorum magnitudinem aptas (ib. F. 2
verso).

Non abbiamo in effetti trovato altri autori che accennino a quest’interessantissima rivoluzione
nautica avvenuta nel Mediterraneo all’inizio del Trecento, ma la descrizione e l’evoluzione della
marineria nel Medioevo, materia diversa, non è l’oggetto di questo nostro studio.
La denominazione dei vascelli tondi derivava comunque spesso, oltre che dal loro garbo, anche
dal paese in cui quel particolare tipo di vascello quadro soprattutto si costruiva e usava e si
avevano quindi la nave ragusea, la biscaglina, la valenziana, la genovese, l'inglese, ecc. Ragusa in
Dalmazia, per esempio, era rinomata per la costruzione di galeoni, i migliori del Mediterraneo:

... de gli artefici o maestranze de' galeoni sono più in numero e forse più prattichi in questo mare i
ragusei, poscia che essi non fanno altra sorte di vascelli. (Bartholomeo Crescenzio, Della nautica
mediterranea etc. LT. I, p. 4. Roma, 1607.)

Eccelleva in questa costruzione a Ragusa, nella seconda metà del Cinquecento, la famiglia dei
Sagri, soprattutto il capitano Nicolò, autore di varie opere sulla navigazione, Giovanni Maria suo
fratello, inventore di speciali barche di salvataggio munite di coperta (con che ogni ora mille ne'
naufragij salvano le vite che prima perdevano) e mirabile architetto di navi e galeoni, così come lo
era anche suo nipote Francesco. Peccato che il Crescenzio, che ci ha lasciato queste notizie, non
ci dica anche qual era il segreto costruttivo delle predette barche di salvataggio; probabilmente si
trattava di quelle che usiamo ancor oggi e cioè di barche fornite di casse d'aria impermeabili che le
rendevano pertanto inaffondabili anche se si riempivano d'acqua; il Crescenzio solo così ribadirà
più avanti:

... barche, come quelle delle navi [...] con le sue coperte, conforme che alla moderna si usano...
(ib.)

Vascelli ragusei (navi, caracche e galeoni) con equipaggi d’albanesi in genere, cioè di gente
proveniente da paesi allora neutrali tra cristianità e islamismo, servivano spesso come vascelli
mercenari nell'armate cristiane, trattandosi d’una delle migliori marinerie a vela del Mediterraneo e
ciò ancora a Seicento inoltrato; per esempio in un real ordine spagnolo del 17 febbraio 1623, con il
quale s’imponeva al regno di Napoli l’arruolamento d’un tercio (‘reggimento’) di 1.500 fanti da
inviare all’armata oceanica della Spagna come sua nuova fanteria di marina, tra l’altro così si
legge:

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… que esta gente se ha de conducir en los galiones arraguses que por assiento se van a servir…

Ma parleremo ancora dei galeoni; invece passiamo ora alla descrizione dei principali tipi di vascelli
tondi che si usavano nel Mediterraneo o che lo frequentavano. La nave propriamente detta aveva
la mezzania spiccatamente insellata (fr. vaisseau gondolé) ed era di forme larghe e grosse sia
dalla parte della prua (gr. πρώρα; fr. prouë; cap; olt. boeg; voor-ship, neus, hoofdt, borst) sia ai
fianchi (gr. πλευραί), ma si restringeva alquanto alla poppa, la quale da dietro finiva in forma piatta;
essa era alta sia nel corpo, detto anche fusto (‘legno’; sp. fusta) o guscio [fr. r(o)uche; olt. romp],
sia nelle principali opere morte, cioè in quei palchi di poppa e di prua – e talvolta anche di
mezzania - chiamati sia castelli [dal lt. castr(ell)a, luoghi recintati e fortificati)] sia baluvari, perché
ricordavano i baluardi delle fortezze di terra, sia anche cassari, essendo pure questo nome di
origine terrestre perché dall’itm. c(h)assaro, torrione, luogo murato elevato (vedi infatti il Libro dei
Cassari e dei Fortilizi del Comune di Siena, sec. XIV) e dal quale quindi anche deriva l’ar. al-Cazar
e non viceversa, come erroneamente si crede; infine in lm. anche buttifredi, quando costruiti per la
guerra:

… et ibi conduci fecit totum navigium Ferrariae, scilicet sex galeas, unam mazimam navim
castellatam cum tribus buttifredis et duobus pontibus et uno lupo (lt. class. rostro), et plures alias
naves, galiones… (Chronicon estense etc. In LT. A. Muratori, Rerum italicarum scriptores etc.
All’anno 1308. T. XV. Milano, 1729.)

La nave, oltre a essere un vascello molto castellato, si distingueva anche per avere due coperte o
ponti (cst. navios doblados) o anche tre, a seconda della sua grandezza, delle quali quella più alta
ed esterna era chiamata talvolta anche tolda (fr. dernier pont). La nave di gabbia, aveva una
capacità di carico molto variabile, la quale poteva infatti andare generalmente dalle 200 alle
duemila botti di portata (fr. portage; olt. groote, dragtbaarheid), corrispondendo la botte a duemila
libre, quindi possiamo anche dire dalle 800 alle 8mila salme di capacità, tenendosi conto che nella
marineria medioevale e proto-moderna le 400 botti di portata facevano all’incirca da confine tra i
vascelli considerati medio-grandi e quelli invece medio-piccoli; ma come si faceva nel Cinquecento
a calcolare la portata di carico d’una nave, ossia il volume di mare che esso occupava
affondandovi? Prendiamo per esempio una nave lunga da ruota di poppa a ruota di prua (e
vedremo poi che significa) piedi veneziani 90, larga all'altezza della seconda coperta 30 piedi e
alta dal fondo del madiero di sentina (gr. ἀντλία) al madiero della seconda coperta piedi 15;
moltiplicando queste tre predette misure tra di loro si ottiene il prodotto di 40.500, dal quale si
toglie un terzo, e dal resto, cioè da 27mila, si toglie ancora il 5%, ossia 1.350; poi il residuo 25.650

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si divide per 10 e il risultato finale di 2.565 rappresentava il numero delle salme generali di Sicilia
che poteva contenere la predetta nave; tutto questo ce lo insegna il già citato Crescenzio. Ci
conviene però a tal punto, per una miglior comprensione, cercare di rapportare le misure di
capacità usate in quel tempo a quelle odierne e diremo che la salma generale di Sicilia era una
misura di capacità che corrispondeva a un rubbio romano di grano, cioè era all'incirca 275 litri;
sette salme generali erano quasi un carro di Napoli e ogni carro era 36 tomoli di Napoli; ogni
tomolo era poi circa 55 litri e mezzo, per cui un carro era una capacità d’un po' meno di 2.000 litri;
3 tomoli equivalevano a 2 staja o stari veneziani e 5 salme generali a circa 16 stari; 3 stari
corrispondevano poi quasi a un rubbio e quindi a una salma generale; infine, a uno stajo e mezzo
equivaleva la mina romana, essendo quindi quest'ultima un mezzo rubbio. Riassumendo ora quindi
queste principali misure grosse italiane di capacità:

Salma = rubbio = lt. 275


Carro = lt. 1.925/1.998
Tomolo = lt. 55,5
Staro = lt. 83,25
Mina = lt. 125.

Grossissimi vascelli da carico a due o tre coperte (fr. anche tillacs), le più grandi del mondo, erano
le caracche (prt. ca(r)racas; olt. karaken; kraaken), nome che sembra derivare dall’gr. χάραξ¸ αϰος,
‘palo, palizzata’, quindi anche ‘murata di legno’, oppure dall’gr. χαράσσω, ‘fendo, solco’ (in questo
caso il mare), specie quelle portoghesi che circumnavigavano l’Africa e andavano in Oriente;
queste ‘pescavano’ tanto da aver bisogno perlomeno di 10 braccia di profondità d’acqua per
navigare (gra. πλεῖν, πλωίζειν; grb. πλῴζειν) e quindi erano particolarmente fatte per navigare in
alto mare (gr. πελᾰγίζειν); i lusitani le mandavano a commerciare in Brasile e nelle Indie Orientali,
ma le usavano anche i genovesi e cavalieri di Malta. Si trattava di vascelli dalla portata lorda di
1.500/2mila botti o tonelli, intenendosi allora per tonello venti quintali da cento libre ognuno e non
da cento chili come oggi; avevano lo scafo più stretto in alto che in basso, non tanto lungo né
largo, bensì molto alto, arrivando ai 30 piedi dalla carlinga al centro della coperta e 50 alla sommità
dei castelli di poppa e prua, essendo suddiviso anche in quattro alti oppure in sette od otto
piattaforme da carico; a tali piattaforme s’accenna in una citazione fatta dallo Jal, a proposito d’una
carraca portoghese predata dall’inglese John Barrough nel 1592:

... Questa carraca, dice l'autore inglese, era del porto di milleseicento botti, di cui novecento di
mercanzie; portava trentadue pezzi di artiglieria di rame (‘bronzo’) e da sei a settecento uomini.
Aveva ponti che formavano sette piani, uno ampio e inclinato, molto insellato da dietro in avanti

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(cioè il ponte di coperta), tre ponti riavvicinati uno all'altro [...] un castello davanti e un ponte
volante […] di due impiantiti l'uno e l'altro... (Auguste Jal, Archéologie navale. T. I. Parigi, 1840.)

Tale vascello misurava in piedi inglesi 165 di lunghezza massima, 47 di larghezza massima e 100
di lunghezza di chiglia; il suo albero maestro misurava piedi 121 d’altezza ed 11 di circonferenza, il
suo pennone di maestra era lungo 106 piedi.
In questi più grandi vascelli si notava dunque una corsia sopraelevata coperta che univa il cassero
di poppa al castello di prua e della quale ci si potesse servire per soccorrersi reciprocamente in
combattimento e, probabilmente, come ancora oggi in molti cargoes, anche per andare da
un'estremità all'altra della nave senza farsi portar via dall'ondate di burrasca che talvolta spazzano
la coperta. Probabilmente era questa sovrastruttura, allora evidentemente nuova, a cui circa un
secolo e mezzo prima, cioè il 5 agosto del 1435, si erano riferiti gli aragonesi nel descrivere
l’armata genovese con cui stavano, con esito sfortunato, per scontrarsi nelle acque di Ponza:

… e i genovesi (con le loro galere e galeotte) trainavano tredici carrache, otto delle quali erano
maravigliosamente grandi e con castelli molto strani e nella più piccola d’esse venivano
quattrocento e più combattenti e nelle altre più di seicento, mentre in quella del re d’Aragona ne
venivano ottocento… (Raccolta di cronache meridionali inedite, B.N.N. Sez. Nap. II.B.2.)

In ogni caso, passaggio pedonale sopraelevato a parte, sulle navi da carico del passato bisognava
aver cura di lasciare un corridoio libero in coperta, il quale andasse da poppa a prua, per potervi
trasportare grossi oggetti o merci in caso di necessità; nell’antichità romana questo passaggio si
chiamava via agea, da agĕre (‘spingere innanzi’).
Questi grandi vascelli potevano dunque imbarcare sino a 1.300 uomini, di cui 700 od 800 soldati,
anche se in effetti erano inadatti alla linea di combattimento, soprattutto perché, pur essendo dei
buoni velieri col vento in poppa, non valevano niente col vento di bolina; portavano 35/40 cannoni
tutti di bronzo, quindi pesanti dalle tre alle cinquemila libre ognuno, non usando i portoghesi
fondere anche in ferro i pezzi di marina maggiori, come invece facevano i francesi per
sovraccaricare di meno i loro vascelli, e da un numero di spingarde e petrieri, bocche minori con le
quali armavano anche le grandissime coffe, capaci ciascuna anche di 10/12 d’uomini, e costruite
su alberi così enormi che la loro costruzione affastellata doveva essere tutt’altro che semplice. Il
gran peso delle artiglierie in bronzo era necessario a queste carrache portoghesi, perché, a causa
della loro pericolosa struttura troppo alta e relativamente leggera, quando erano poco cariche
diventavano soggette a rovesciarsi; occorreva quindi, oltre alla consueta zavorra (lt. saburra; gr.
ἒρμα, σάβουρα; grb. σαβούρα), un gran peso di carico che n’aumentasse il pescaggio [fr. tirant
(de l’eau); olt. peil(ing), water-dragt] e le rendesse così sufficientemente stabili; la loro ammiraglia
(gr. στρατηγίς) era chiamata dai portoghesi a Grande Nau. A proposito di questi grandi vascelli in

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una dissertazione anonima spagnola, presumibilmente scritta nel biennio1581-1582, in cui si
discettava su quali obiettivi militari fosse meglio porsi dopo la recente conquista del Portogallo,
così si diceva delle grandi forze di mare allora a disposizione del re di Spagna:

… per il grande apparecchio d’armata che egli si trova in essere, che non solo è tutto quello che
fece l’anno addietro l’impresa di Portogallo, ma cento e cinquanta navi di più conquistate in quel
regno, le quali prolungate (‘poste in fila’?) e per la grandezza loro empirono di stupore non che
altro il mare istesso. (Cit.)

E d’altra parte la circumnavigazione dell’Africa e soprattutto del suo terribile Capo di Buona
Speranza, tanto praticata dai portoghesi, aveva costretto, allora come oggi dopo la chiusura del
Canale di Suez del 1967, al gigantismo navale. I comandanti delle caracche portoghesi provenienti
dall’Indie Orientali, una volta arrivati all’isola di Sant’Elena, facevano affondare le loro scialuppe (lt.
scaphae; ct. barcas; gr. σϰἇφαι, σϰᾰφίδες, σϰᾰφίδια, ἐφόλϰια) e i loro canotti (gr. σϰάφια) di
servizio in modo da togliere ai loro marinai la possibilità di fuggirsene subito nei loro paesi prima
ancora che si arrivasse a destinazione; evidentemente dopo un viaggio così lungo e stancante
infatti i marinai (gr. ναύται, βᾰρίβαντες; fr. compagnons) dovevano aver paura d’esser subito
costretti a reimbarcarsi per qualche nuova lunga assenza da casa. Altro aneddoto interessante che
riguarda questi vascelli era il chiamarsi – ancora nel Settecento – la più fine porcellana d’Olanda
Kraak Porzellan (‘porcellana di caracca’), nome che ricordava infatti le prime finissime di Cina che
tali vascelli portoghesi avevano nel passato portato in Europa, mentre quelle che ancora adesso
portavano non erano ormai da tempo più di tale raffinata fattura ed erano divenute quindi molto più
dozzinale ed economiche.
In generale gli alberi più grandi dei vascelli tondi di almeno 100 tonelli di portata (navi, galeoni,
caracche, ecc.), quindi di quelli a prevalente vela quadra (cioè maestro, mezzana e trinchetto,
escludendosi pertanto bompresso e contramezzana) si dividevano in due o tre tronconi
inchiavardati, cioè, partendosi dal basso, maestro (fr. grand mât), trinchetto (fr. mât de hune) e
parucchetto [fr. mât de (du grand) perroquet o arbre du papafique], ognuno dei quali reggeva una
vela (gr. ιστίον); le vele della nave erano da sette a 12, delle quali una o due latine. L'albero
maestro si diceva e scriveva (grand-)mât o (grand-)mast in francese, groote mast e middel-mast in
olandese e (main) mast in inglese, trattandosi dell'antica sincope commerciale italiana ma.st.
(magister), in quanto era di competenza diretta del magister navis (gr. ναυϰλήρος), mentre la
manovra del trinchetto era comandata dal nostromo (lt. gubernator, gr. ϰυβερνῆτης, fr. maître-
d’équipage; nocher; ct. notxer; olt. boots-man; sp. maestre). Nei grandi vascelli da guerra, non
potendovi il capitano interessarsi di tutto, a prua, al di sopra del nostromo, comandava il
comandante in seconda (fr. contre-maistre o second maître), il quale colà pure alloggiava con la

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gente appunto addetta alla manovra di prua e la necessaria attrezzatura (pulegge ecc.); si trattava
cioè della camera sita tra il trinchetto e le bitte per le gomene e che i francesi chiamavano fosse à
lion, forse perché anticamente vi si rinchiudevano le belve feroci che dall’Africa si trasportavano in
Europa per gli spettacoli circensi. Il termine mast fu poi esteso a tutti gli alberi della nave nella
marineria oceanica, mentre in quella mediterranea il francese usava invece arbres e quindi arbre-
maître per albero-maestro e così via. Quest'albero, piantato nel mezzo della nave in un buco
quadrato scavato nella carlinga o contro-chiglia, reggeva la vela quadra dalla quale prendeva il suo
nome e cioè la maestra [lt. acatium; fr. cape, grande voile, grand-pa(c)fi; olt. schoover zeil, groote
zeil], la quale era la maggiore; sopra d’essa, al calcese (dal lt. carchesium), si metteva un’altra vela
quadra più piccola chiamata trinchetto di gabbia (fr. grand hunier) e, in caso di vascelli
particolarmente grandi come per esempio i galeoni portoghesi, sopra quest'ultima, quando la
mitezza del vento lo permetteva (fr. tems à perroquet), si poneva una terza vela quadra ancora più
piccola detta perucchetto [da perucca, ossia parrucca, in quanto questa è un capo d'abbigliamento
che sovrasta tutti gli altri; fr. (grand) perroquet; olt. bram-zeil e il relativo troncone bram-steng];
detto per inciso, Perucca o Peruca fu il cognome o soprannome con il quale era conosciuto uno
dei due più famosi corsari napoletani, essendo l’altro Franzino Pastore, i quali nelle guerre tra
angioini e aragonesi della fine del Quattrocento per il dominio del regno di Napoli continuarono
ambedue a servire fedelmente i secondi anche quando la fortuna piegava dalla parte dei primi;
cosa che del resto fecero anche i notissimi corsari catalani Villa Marino e Francesco di Pau.
Bisogna però dire che l’uso dei parrocchetti riguarda soprattutto i vascelli da guerra (gr.
στρατιῶτιδες νῆες, nel Polluce anche στρατηγία) e che i mercantili li portavano raramente; infatti,
quando un galeone o una nave armata a guerra voleva attirare un legno corsaro o pirata lontano
facendosi credere un semplice mercantile, per prima cosa ammainava i pennoni di parrocchetto
con le loro eventuali vele, poi nascondeva le sue gallerie di poppa, se ne aveva, stendendovi
intorno delle tele impeciate in modo da nasconderle a un occhio lontano, poiché anche queste
ultime distinguevano in genere il vascello da guerra.
All'albero di prua si poneva una vela detta trinchetto (lt. dolon), nome che si estendeva a tutto
l'albero che la reggeva e che, derivando dal latino triquetrus (‘triangolare’), sta a significare che in
origine doveva essere una vela latina; sopra di questa se ne innalzava una minore detta anch'essa
trinchetto di gabbia, come quella corrispondente dell'albero maestro, e, se il vascello era grosso,
come per esempio i predetti galeoni portoghesi, anche quest'albero portava in alto il suo
parucchetto. All'estrema prua c'era la zevedera, vela tipica dell'albero inclinato in avanti sullo
sperone e quindi sulla serpe (fr. estrave, êtrave, poulaine, bouline; a Marsiglia serpe) e che
portava lo stesso nome di zevedera, ma che sarà invece sempre più conosciuto come bompresso

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(olt. boeg-spriet). Era la zevedera una vela tanto bassa da toccare quasi il mare e pertanto
presentava due grandi buchi in corrispondenza degli angoli inferiori, buchi c he servivano a far
defluire l’acqua marina che di tanto in tanto vi si depositava; essa sarà dimessa in Francia nella
prima metà del Settecento, mentre le altre potenze marittime lo faranno più tardi, ancora
considerandone i vantaggi che portava maggiori degl’inconvenienti.
L'albero di mezana situato a poppa, prendeva il nome dalla sua generalmente unica vela, cioè
appunto la mezana (lt. epidromus), nome a sua volta dovuto all’essere questa la vela di dimensioni
mezzane tra la maestra e il trinchetto di prua; si trattava per lo più dell’unica latina della nave e si
manovrava sopra il castello di poppa. I francesi lo chiamavano mât d’artimon, ma anche mât de
fougue o de foule o d’arriére (olt. besaans-mast), così come chiamavano artimon anche la relativa
vela, e per loro le mât de misaine o mizaine o miséne era invece quello d’avanti di trinchetto (olt.
fokke-mast, voor-mast), il quale però chiamavano pure mât d’avant o de borcet, mâterel o
mâtereau e nel Mediterraneo, specie nel caso dei vascelli più piccoli, usavano anche loro il termine
trinquet; la sua predetta generalmente unica vela petit-pa(c)fi o pa(c)fi de borcet [olt. fok(ke)(-zeil)].
Più tardi nel secolo successivo, quando i velieri saranno più grandi, l’albero di trinchetto potrà
anch’esso esser composto da due o tre tronconi e questi i francesi chiameranno mât de mizaine,
hune de mizaine e perroquet de mizaine, le rispettive vele voile de mizaine o pacfi de borcet, petit
hunier e voile du perroquet de mizaine. Anche bompresso e mezzana potranno comunque portare
un loro trinchetto e persino un loro parucchetto.
In conclusione le navi ordinarie portavano quattro alberi, sei vele quadre e una scalena, ma le
maggiori ne useranno poi anche 10 e cioè le seguenti:

Albero maestro:
gran vela [fr. anche grand pa(c)fi(s), cape; olt. anche schoover-zeil]
gran gabbia (fr. grand hunier; olt. groot mars-zeil)
gran parrocchetto (fr. (grand) perroquet; olt. groot bram-zeil)

Trinchetto:
vela di trinchetto (fr. miséne, petit pa(c)fi, pa(c)fi de bourcet; olt. voor-ast-fok)
piccola gabbia (fr. petit hunier; olt. voor-mars-zeil)
parrocchetto (fr. perroquet de mizaine; olt. voor-bram-zeil)

Bompresso:
zevedera [fr. voile du beaupré o sivadiere; olt. (groote)(onder-)blinde; eerste blindt,
onderste blindt]
parrocchetto [fr. tourmentin, petit beaupré; olt. boven-blinde, (kleine) bovenste) (tweede)
blindt]

Mezzana:
vela di mezzana (gr. ἐπίδρομος; fr. artimon; olt. besaan, agter-zeil) parrocchetto (fr. perroquet

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de foule o de fougue o d’artimon; olt. kruis-zeil).

Si poteva però anche arrivare ad avere 10 vele quadre e due scalene, perché un galeone o altro
maggior vascello innalzava la contramezana, vela anch'essa alla latina, posta su un quinto albero
dallo stesso nome (fr. contre-misaine o petit artimon) e piantato ancora più addietro di quello di
mezzana, praticamente sulla poppa, come era appunto il caso dei grandi galeoni oceanici
portoghesi del Cinquecento e dei galeoni in generale del Seicento, e questo quinto albero poteva
anche portare un suo perucchetto. Il maestro, il trinchetto e la zevedera, poiché erano alberi che
portavano vele quadre, erano ovviamente corredati da un gran pennone; altri piccoli pennoni
superiori reggevano i perucchetti ed erano accomodati in maniera che facilmente si potessero
alzare o abbassare secondo il bisogno, mentre le vele latine erano, come nelle galere, sorrette da
antenne (in gr. ἐπίϰρια, ma, secondo il Suida, ai sui tempi questo vocabolo significherà invece
‘tavolati’ (Cit. T. I, p. 816).
Le vele quadre si facevano più strette in alto che in basso, perché il prendere troppo vento in alto
faceva appruare troppo il vascello e talvolta poteva provocarne addirittura il rovesciamento. La
velatura dei vascelli tondi si poteva aumentare con vele latine di straglio (olt. stag-zeilen) oppure
con le giunte, ossia con vele di coltellaccio, stretti teli di vele che si affiancavano (fr. bonnettes en
étuy, coutelas) o si attaccavano sotto (fr. bonnettes maillées) alle vele ordinarie, le quali sotto
presentavano appunto dei buchi (fr. yeux de pie, ‘occhi di gazza’) fatti a questo scopo, affinché,
con questa maggior superficie, prendessero più vento quando questo era debole; inoltre bisogna
dire che i velieri destinati a navigazione equatoriale, cioè in mari che andavano soggetti a lunghe
bonacce, potevano anche portare doppi parrocchetti e che i mercantili, in caso di vento in poppa,
usavano talvolta una vela detta in francese tappecu, perché, essendo attaccata a un pennone
posto sulla poppa, finiva infatti per esser posta dietro quest’ultima; diremo ancora che gli olandesi,
in caso di bonaccia (gr. μᾰλᾰϰία; lt. flustra, malacia) o di poco vento, usavano talvolta la cosiddetta
vela d’acqua [olt. (water-)(drijf-)zeil], cioè una vela stesa anche questa dietro la poppa (gr. πρύμνᾰ,
πρύμνη; fr. anche queüe) del vascello, ma più in basso della precedente e ben fissata
lateralmente, in maniera che, essendo la sua parte inferiore immersa nell’acqua, venisse così
spinta anche dalla corrente marina, e la consideravano un accorgimento utile anche ad aumentare
la stabilità del vascello riducendone il rollio. Andandosi avanti nel tempo si arriverà ai grandi velieri
da guerra del Settecento e poi soprattutto dell’Ottocento in cui la suddetta velatura sarà ancora più
differenziata e complessa; nell’antichità invece, cioè quando l’alberatura era stata ovviamente
molto più semplice rispetto all’epoca che stiamo considerando, le vele usate erano perlopiù tre,
chiamandosi in greco la maggiore ἀϰάτιος, la minore δόλων e quella di mezzana (quando
presente) ἐπίδρομος, cominciandosi poi più tardi a usarne una non rettangolare ma scalena e cioè

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l’artimone (gr. ἐπισείων): Secondo il Polluce, c’era ancora un'altra vela di riserva, detta in gr.
λοίπαδος (da λείπειν, ‘tralasciare, tenere da parte’), vela che però egli non sa ben qualificare, ed è
probabile che si trattasse di una vela ‘di fortuna’, cioè da usare in caso di tempo burrascoso,
insomma di quella che, come poi vedremo, sulle galee rinascimentali e successive si chiamerà
trevo.
Quando il tempo era asciutto, le vele messe in opera andavano talvolta bagnate affinché,
restringendosi, trattenessero meglio il vento, lavoro che si faceva gettandovi sopra dell’acqua a
mezzo di cucchiare o secchie, ma gli olandesi lo faranno presto a mezzo d’una specie di pompa.
Eccezion fatta di diversi tipi di vascelli olandesi in cui si sostenevano le vele, oltre che con pennoni
e antenne, anche con verghe a corno (olt. gaffel) o a buttafuori (fr. anche baleston; olt. spriet), la
predetta essenziale struttura e nomenclatura velica si può considerare comune alla quasi totalità di
quelli a vela quadra, quindi anche ai famosi galeoni. Quest’ultimo nome si ritrova già nelle
cronache del dodicesimo secolo perché nel Medioevo si era già adoperato, ma non per grandi
velieri, come più tardi, cioè a partire dal Cinquecento, bensì per più piccoli vascelli remieri (gr.
ἀϰάτια) che si usavano in gran numero in fiumi e laghi per il commercio e per la guerra; ma lo
vedremo più avanti. Il primo grande galeone marino di cui abbiamo invece trovato memoria era
stato fabbricato a Pisa e faceva parte dell’armata francese che doveva assistere Carlo VIII nel suo
ritorno in Francia dall’impresa di Napoli; durante quel drammatico ritorno i genovesi gli catturarono
7 galere e appunto un grande galeone (uno galeone grosso fatto in Pissa) che avevano fatto scalo
nel porto di Rapallo (Diario di Giovanni Portoveneri dall’anno 1494 all’anno 1502. All’anno 1496.
A.S.I. Tomo VI. Parte II, sez. II. Firenze, 1845). Seguono poi quelli, anch’essi al servizio francese,
che sono ricordati nel De rebus genuensibus di Bartolomeo Senarega all’anno 1510, anno in cui si
combatteva nel Genovese un aspro conflitto tra ghibellini e guelfi per il predominio su quella
repubblica; i primi, allora padroni di Genova, preparavano con i loro alleati francesi un’armata di
mare per resistere a quella guelfa che si avvicinava; tra i protagonisti di parte ghibellina troviamo
anche un cavaliere giovannita, certo Bernardino, esperto della costruzione di galeoni:

… C’era un altro di nome Bernardino della Religione Gerosolomitana (‘un cavaliere giovannita’),
famoso corsaro, il quale aveva costruito galeoni con mirabile arte (e gli si attribuiva anche la nave
ispanica), con i quali superarva in velocità di corso tutte le altre navi. Si aggiungano quattro galeoni
e due grandi navi e alquanti brigantini… (In LT. A. Muratori, R.I.S. TC. 602, t. XXIV. Milano, 1738).

Per galeoni s’intenderà quindi da ora in poi non più dei medi vascelli remieri, come più avanti
vedremo si era fatto nel Medioevo, ma grandi vascelli tondi, grossi in genere un terzo in più delle
caravelle; perché però dei grandi vascelli potevano prendere un nome uguale a quello portato da
vascelli molto più piccoli e perlopiù remieri? Che cosa potevano avere in comune? In realtà nulla.

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Infatti molto probabilmente quel galeone sta per galeonato, cioè ‘a forma di galea’, e infatti quei
non grandi vascelli fluviali erano considerati le ‘galee dei fiumi e dei laghi’, mentre i grandi velieri
marini dallo stesso nome erano così chiamati perché si distinguevano dagli altri velieri per non
aver castello a prua così come non lo aveva la galea; infatti il bertone, tipico veloce vascello d’alto
bordo inglese, il quale era privo di castello sia a prua che a poppa, era chiamato in Spagna e in
Italia, per questa sua caratteristica, ‘galeone dei britanni’. Dunque erano così chiamati unicamente
per il loro garbo di prua, che ricordava quello delle galee, e non perché la loro forma complessiva
facesse pensare al corpo del pescecane o squalo (γαλεός in greco antico), come alcuni già dalla
fine del Cinquecento erroneamente pensavano; insomma semplicemente perché non erano naos
de castil davante, come si diceva in castigliano medievale, cioè perché, proprio come le galere,
non avevano a prua una pesante sovrastruttura di opera morta, presentando un forma più
affusolata e oblunga di quella delle navi e delle caracche e godendo di conseguenza di maggior
manovrabilità e velocità. In ciò erano simili, oltre che alle galere, pure alle caravelle, anch’esse
prive d’incastellatura di prua, ma di quelle più grossi di circa la metà; infatti, quando, alla fine del
Quattrocento, si caricavano di soldati per uso di guerra, su una caravella se ne imbarcavano circa
200 e sui galeoni circa 300. In seguito, nel corso dei secoli, per i galeoni si cominciò però ad
adottare una leggera e non alta incastellatura di prua e quindi il significato originario del nome si
perse. Insomma il nome non rappresenta un semplice accrescitivo di galea, come si pensa, non
essendo in spagnolo medievale, come del resto neppure in italiano medievale, il suffisso -on allora
considerato un accrescitivo; infatti l’accr. di galea era, in spagnolo come in italiano, galeaza e non
galeon. Quest’ultimo nome doveva dunque, come noi riteniamo, essere solo un accorciativo
brachigrafico di galeonado che finì per essere adottato anche oralmente, come a tante parole
secoli fa succedeva; vedi per altro esempio l’espressione inglese man’ of war (‘vascello da
guerra’), derivante dalla brachigrafia man. of war di after the manner of war, cioè (vascello
equipaggiato) a mo’ di guerra.
Premettendo che tutte le misure che da ora in poi daremo vogliono ess ere ovviamente solo
indicative, diremo che alla fine del Cinquecento un galeone ordinario era lungo da giogo a giogo,
quindi ruote di poppa e di prua escluse, 90-93 piedi per una larghezza di 30-32 e un’altezza dello
scafo pure d’un terzo pure d’un terzo della lunghezza. Infatti c'erano all'incirca piedi nove dalla
sentina (gr. ἀντλία; olt. durk, sood) alla prima coperta, piedi 6½ dalla prima alla seconda coperta, in
corrispondenza della quale anche il galeone raggiungeva la sua maggior larghezza, e piedi 7¾
dalla seconda coperta alla tolda; piedi cinque era infine la sponda, detta pavesata o scalmata,
anche se il secondo termine ovviamente molto di più si addiceva a una sequenza di scalmi e
quindi a un vascello a remi, cosa che un galeone non era assolutamente. Per quanto riguarda poi

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la maggior larghezza frontale dei vascelli tondi, diremo che essa era di regola a un terzo della sua
lunghezza, partendosi dalla prua, e da tale punto andava invece solitamente restringendosi
gradatamente verso la poppa.
Il càzaro di poppa [‘cassero’; fr. chasteau, château, gaillard (derrière); olt. kasteel; schans, agter-
verdek, (stuur-)plegt] del galeone ordinario era alto circa 30 piedi, cioè anche in questo caso siamo
a un terzo della lunghezza del telaio; la camera più alta del cassero era quella del piloto, detta
dunette (‘piccola duna’) in francese, perché questi doveva poter guardare il più lontano possibile, e
sotto la sua c’era quella del pa(d)rone o capitano comandante, la più bella e grande del vascello;
sotto la seconda c’era la Santa Barbara (fr. anche gardionnerye), cioè la camera degli artiglieri, e
sotto di questa il deposito delle polveri e munizioni da guerra, quindi giustamente era l’alloggio
degli artiglieri a essere dedicato alla santa, loro patrona, e non il deposito delle polveri, come
invece più tardi si è poi stati portati a traslare dal momento che i due ambienti, specie nei vascelli
più piccoli, talvolta coincidevano. La posizione estrema di questo pericoloso deposito dava due
vantaggi; il primo, una certa e sufficiente attenzione del capitano alla sicurezza delle polveri,
perché, in caso d’incidente, lui stesso sarebbe stato tra i primi a saltare in aria; il secondo, lo
scoppio delle polveri, o per incidente o perché colpito dal nemico in combattimento, non capitando
in posizione centrale, non avrebbe spezzato in due il vascello e affrettatone quindi l’affondamento.
In ogni caso lo scoppio accidentale di una S: Barbara fornita tendeva a risultare esiziale per la
galera, come avvenne per esempio nel porto di Palermo l’11 marzo 1628:

… Successi un gran caso.Essendo li galeri di Sicilia allo molo, ci era una galera di fora di l’altri
chiamata Sancta Maria. A ori 15 in circa, giorno di sabato, li fu gettato foco alla pulviri in detta
galera et in uno momento foro ammazzati et annigati per fina 400 personi intra turchi e cristiani et
agenti di galera. Et la dicta galera stava di andari a Spagna et eraci chiurma adumbrata. Come fu
dicto foco non si sapi, sebeni si gittao bando che a cui rivilassi cui avissi gettato dicto foco Sua
Eccellenza ci daria scuti milli di viviraggio (Diari della città di Palermo dal secolo XVI al XIX. V. II.
P. 64.. Palermo, 1869.)

Interessante l’italiano ‘sicilianizzato’ di questi diari… Fortunatamente questa galera ‘Santa Maria’
non era, come sembra, attraccata adiacente al molo, evidentemente per mancanza di spazio, ma
era un po’ più fuori, forse all’ancora; altrimenti ci sarebbero naturalmente state vittime e danni
anche sullo stesso molo. Lo scoppio avvenne alle ori 15, cioè alle 11 del mattino; i turchi erano gli
schiavi mussulmani catturati in azioni di guerra e condannati al remo; per agenti di galera
s’intendeva il personale libero di bordo; la chiurma adumbrata significa che, nonostante la
stagione, doveva trattarsi di una giornata di sole deciso e che pertanto la tenda di galera era stesa;
infine viviraggiu (‘beveraggio’) in siciliano significava mancia.

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Il baluvaro o ballauro o anche bellouardo di prora (fr. anche gaillard devant; olt. anche bak) era la
parte fortificata più avanzata del vascello, proprio come in una fortezza di terra, e da esso si
affrontava dapprima il nemico durante l'abbordaggio; esso, caratteristico da sempre di navi e
caracche, fu dopo il Medioevo adottato progressivamente anche per i galeoni. Queste due opere
morte così imponenti però avevano, con il progresso dell'artiglieria da sparo, perso gradualmente
la loro importanza sia difensiva che offensiva e non servivano ormai ad altro che a rendere più
difficile la navigazione del vascello quando il mare era a traverso, ossia quando percuoteva il
galeone di fianco; ciò era stato già compreso dagl’inglesi, i quali pertanto sui loro vascelli tondi o
bertoni ai castelli fissi preferivano dei tendali stesi su strutture di reti di corda, mentre i francesi
cominceranno ad adeguarsi solo nel 1670, quando cioè un’ordinanza reale proibirà di costruire
castelli di prua sui trepponti reali da guerra appunto per renderli più leggeri alla vela, dando così il
via a una progressiva riduzione dell’opere morte, il cui peso comprometteva infatti l’agilità e la
manovrabilità che si confacevano soprattutto a un vascello da guerra.
La forma particolare della poppa dei galeoni si diceva alla bastardella, il che significava che si
trattava d’un vascello quartierato a poppa, cioè che il quartiero di poppa - quella parte di vascello
che andava dalla ruota di poppa alla dispensa - era particolarmente largo e capace rispetto al resto
dello scafo. La tolda o coperta del galeone, a differenza di quella della nave, era stesa, ossia
continua e dritta dal cassero di poppa al castello di prua; sotto d’essa i galeoni avevano altri due
ponti e in corrispondenza di quello centrale lo scafo, come abbiamo già detto, raggiungeva la sua
massima larghezza.
I galeoni, detti dai turchi sultane, erano assai più veloci delle navi in ogni condizione atmosferica,
sia cioè col vento in poppa, sia col vento dell'oste (fr. vent largue, vent de quartier), ossia con quei
venti intermedi tra quello di poppa e quello di fianco o di bolina; avevano due alberi di mezzana ,
quindi cinque in tutto, e la stessa velatura delle navi maggiori; portavano generalmente da 2mila a
5mila salme di carico, ma qualcuno anche di più:

... ma se ne sono veduti di molto maggior grandezza, che ne hanno portato sino a dodici millia,
come quello che fu fabricato in Venezia dal Fausto, che pareva un castello in mare, e un altro
molto maggiore parimente fatto in Venezia, che, per essere stato spinto da una improvisa
tempesta di mare tutto il peso dell'artigliaria da una banda, si affogò l'anno 1559 nel porto di
Malamocco; ed hoggidì scorrono nei nostri mari doi galeoni del Gran Duca di Toscana di stupenda
grandezza e molti altri fanno il viaggio dell'Indie per servizio del Re Catolico. (Pantero Pantera,
L’armata navale etc. P. 42. Roma, 1614.)

Il predetto galeone fabbricato dal famoso architetto navale Vettor Fausto, attivo a Venezia nel
secondo quarto del secolo, fu, a differenza dello sfortunatissimo secondo sopra ricordato, un legno
longevo, tant’è vero che, come ricorda Giovan Pietro Contarini, nel 1570, essendone allora patrone

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un altro Contarini, cioè Girolamo, ancora faceva parte dell’armata che Venezia stava in quell’anno
preparando per il soccorso di Cipro. Attorno al 1628 sarà molto noto per la sua grandezza anche le
grand galion de Malte e verso il 1644 uno del Mar Nero da 56 pezzi d’artiglieria, il quale la Sublime
Porta usava noleggiare; ma i galeoni più forti e più grandi erano generalmente quelli costruiti dai
portoghesi, i quali alla fine del Cinquecento portavano il vanto di un’armata di tali vascelli
imponente e fortissima, la maggiore che allora esistesse. Soprattutto era divenuto famoso per la
sua grandezza il cosiddetto galeone di Portogallo, vascello portoghese dal nome di S. Bastiano, il
quale partecipò all'impresa del Peñon de Vélez nell’agosto del 1564, quando Filippo II mandò a
conquistare quella fortezza Garcia de Toledo a capo d’una forte armata della quale faceva parte
anche Gian Andrea d’Oria (1539-1606), detto Andrettino, principe di Melfi in quanto erede del
prozio Andrea, con le sue galere genovesi; anzi, a quanto scriveva Pierre de Bourdeilles visconte
di Branthôme (c. 1540-1614), il quale poi afferma d’essersi trovato a quell’impresa – ma chissà poi
a quale titolo visto che era un francese, fu proprio il d’Oria a prendere quella rocca, che però
sembra fosse ormai stata abbandonata dai suoi difensori; tale galeone portava ben 360 pezzi
d'artiglieria tra grandi e piccoli. Anche galeone di Portogallo era chiamato uno dei quattro
grandissimi che fecero parte della famosa e sfortunata Invencible Armada del 1588.
I ragusei riconoscevano che, se i portoghesi avessero avuto a disposizione un legname ottimo
come quello che essi traevano di fronte a loro dal monte S. Angelo in Puglia, i loro galeoni
sarebbero stati i migliori del mondo, superiori anche a quelli costruiti nei cantieri di Ragusa. I
lusitani comunque avevano un buon sistema per rinforzare e proteggere le superfici esterne ed
emerse dei loro vascelli diretti alle Indie Orientali, cioè di quelli che facevano i viaggi più
deterioranti; ricoprivano infatti le opere esterne dello scafo con una mistura di consistenza
bituminosa, detta gala o gale o galegala, appresa come si diceva dai cinesi, i quali l’usavano per
preservare il fasciame dei loro vascelli dagl’insulti atmosferici e marini. Tale mistura, applicata in
uno strato spesso un’oncia, faceva sul legname fortissima presa e ne rendeva la superficie
talmente dura e resistente da ricevere spesso poco danno anche dai colpi d'artiglieria; per
ottenerla si pestavano in mortai con grossi pestoni del gesso, acqua calda, olio di pesce, chiare
d'uova o altra colla equivalente, ma scelta tra le più economiche, infine zucchero di palma,
quest'ultimo abbondantissimo a Lisbona; nel pestare si aggiungeva continuamente stoppa di
canape trita o tagliata minuta finché il tutto fosse ben incorporato. Nel corso del Seicento, col
progressivo aumento di potenza dell’artiglieria, naturalmente la suddetta gala non sarà più in grado
di respingere nemmeno qualcuno dei più deboli colpi di cannone; questa funzione sarà comunque
talvolta assunta da quello che i francesi chiameranno soufflage, cioè dal raddoppio del fasciame
esterno del vascello da guerra, il che significava aggiungere un secondo strato di tavole sul primo

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per uno spessore aggiuntivo che poteva andare dai 3 agli 8 pollici, ma il cui scopo principale era
comunque quello di dare stabilità a un vascello che rollasse e si tormentasse troppo sotto la
velatura.
Nel corso della seconda metà del Seicento il galeone perderà gradatamente la sua individualità,
assimilandosi in forme e velatura al nascente standard europeo dei grandi vascelli di rango,
continuando a usare ancora di ben distinti e anche di molto grandi solo i turchi sotto il nome, come
già sappiamo, di sultane; ma resterà comunque il suo nome unicamente in Spagna, usato però
adesso in maniera generica, a indicare un po’ tutti i grandi mercantili da tre o quattro ponti che
s’inviavano nelle Indie Occidentali, anzi gli spagnoli giungeranno a chiamare galeoni unicamente e
tutti quei vascelli – grandi o piccoli, mercantili o da guerra che fossero – che ogni anno s’inviavano
a Cartagena e Portobello, ossia nei porti di quello che allora era il grande Perù, vascelli che però,
si badi bene, se impiegati in viaggi diversi da quello, perdevano questo improprio nome; allo stesso
modo essi chiameranno galeonistas i mercanti marittimi (gr. ἒμποροι) che commerciavano con le
Indie Orientali e inoltre riserveranno il nome di flota o flotilla (fr. anche navage) solo al convoglio
navale (ltm. caravana) che invece inviavano più a nord a Nueva Vera Cruz, porto della Nuova
Spagna.
Il bertone (tr. burtun dall’in. Briton, ‘britanno’) era un vascello tondo inglese tanto apprezzato che, a
partire dal Settecento, il suo garbo sarà adottato in tutta Europa per tutti i grossi vascelli da guerra,
i quali solamente sarà da quel momento riservato questo nome di vascello. Erano i bertoni non
molto lunghi, ma molto alti e larghi, soprattutto erano larghi dal fondo alla prima coperta, mentre da
questa in sù la larghezza si andava invece molto restringendo, pescavano assai e andavano
benissimo alla vela perché ‘armati a piano’, cioè praticamente privi d’incastellature od opere morte;
erano in sostanza vascelli molto robusti e, come allora si diceva, molto reggenti, cioè avanzavano
nel mare ben dritti ed equilibrati anche quando c'era maretta o mare grosso, senza coricarsi né
piegarsi a destra o a sinistra. Avevano sette vele, come del resto anche gli altri vascelli tondi, di
buone dimensioni, ma alcuni portavano anche il parucchetto; strutturati in due coperte, portavano
da 1.500 a più di 3mila salme di carico.
Singolarmente quasi di un’unica forma erano i vascelli tondi chiamati urche od orche [dal gr. ὒρχη
(‘largo vaso’); lt. orca; fr. ho(u)rque, (h)oucre; olt. hoeker(tje), hoek-boot; in. hulk, ‘scafo’], e quelli
detti invece marsiliane o marciliane; le prime, anche se avevano un nome di origine mediterranea,
erano vascelli tipicamente fiandro-olandesi, ma molto usate anche dagl’inglesi, navigavano oltre
che sul mare anche molto nei canali olandesi e le seconde, generalmente più grandi, erano invece
molto adoperate dai veneziani nell'Adriatico come navi da gran carico (gr. μνριοφόροι όλχάδες),
facendo per lo più la traversata da Venezia all’isola di Zante, e nella seconda metà del Seicento i

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maltesi, equipaggiatele con circa 25 uomini, le useranno anche per andare in corso in Levante. Le
circostanze che le urche, anche se vascelli atlantici, avevano un nome di origine mediterranea (gr.
ολϰάς-αδος, ‘nave oneraria’) e che somigliavano grandemente alle marsiliane veneziane fanno
pensare che le rotte commerciali che portavano appunto dal Mediterraneo fino i n Fiandra e a
Londra fossero nel Medio Evo frequentate, oltre che dalle galee grosse veneziane e dalle galeazze
tirreniche italiane, anche da vascelli mercantili bizantini e, in effetti, essendo quello di
Costantinopoli un impero tanto importante e potente, sarebbe veramente singolare se così non
fosse stato.
La principale caratteristica distinguente della marciliana consisteva in una particolare velatura,
dove cioè coesistevano la vela quadra (lata) e la vela trasversa; avevano inoltre, sia le marsiliane
sia le orche, un garbo o taglio decisamente diverso da quello delle navi per esser più larghe che
alte e per avere prora più grossa e più rotonda, forma che si andava poi restringendo, ma solo a
partire dalla metà del vascello indietro sino alla poppa quadrata; più piccole sia delle navi che dei
galeoni, avevano dai due ai quattro alberi - a seconda della grandezza, non usavano
generalmente, come già detto, più di sette vele, di cui sei quadre e una – quella d’artimone - a
triangolo scaleno; avevano due coperte (tolda inclusa) e portavano, le marsiliane, da 1.500 a poco
più di 3mila salme di carico, ossia le più grandi potevano arrivare a portare 14 o 15mila quintali,
ossia un massimo di 750 tonelli oceanici o botti; le urche portavano invece dai 50 ai 200 dei detti
tonelli e potevano esser lunghe un’ottantina di piedi francesi. Queste urche olandesi, delle quali
era in gran maggioranza costituita la marineria dei Paesi Bassi, avevano alberatura en fourche ou
à corne, come dicevano i francesi, ossia avevano anche una verga che andava a sporgere non di
fianco, bensì era orientata fissa all’indietro; di questo particolare tipo di alberatura, dal quale
probabilmente deriva anche lo stesso nome francese di tali vascelli, nome poi anche
olandesizzatosi, erano del resto attrezzati diversi altri tipi di velieri che solcavano quei mari, tra
questi c’erano le galeotte olandesi, gli heus, i boïers, gli inglesi yachts [fr. (h)yac(ht)s o yagts; olt.
(advijs-)yachts, (speel-)jagts; it. giachetti]; questi ultimi, muniti di maestro, trinchetto e d’una piccola
civadiera, erano ottimi bordeggiatori e a partire dal Seicento saranno anche molto usati dai gran
signori come imbarcazioni da diporto. Dall’alberatura degli heus, vascelli di cui in seguito diremo, si
differenziavano però soprattutto perché, oltre a maestro e mezzana, portavano in più un abbozzo
di bompresso con una specie di zevedera, e questa loro particolare attrezzatura le rendeva molto
più adatte a navigare bordeggiando, di bolina e contro vento a piccole bordate che se avessero
avuto una semplice velatura alla quadra. Le urche avevano inoltre fasciame rotondo come quello
dei flauti (vn. lauti; lt. tibiae, gingrinae) – vascelli di cui presto anche diremo, avevano inoltre il
fondo [fr. varangues, coulée, querat; olt. kielgangen) e il relativo fasciame (fr. gabord(s); olt.

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gaarborden, sandt-strooken, sandt-streeken) costruiti del tutto piatti per via dei molti bassifondi e
canali di quelle coste settentrionali, così come anche lo avevano avuto nel Medioevo le marsiliane
di Venezia per ovviare ai bassifondi lagunari; i veneziani però usavano anche generalizzare questo
nome di marsiliane a tutti i navigli quadri minori, così come anche generalizzavano quello di navi di
gabbia a tutti quelli maggiori, per cui le caratteristiche di questi vascelli adriatici diventeranno
sempre meno precise e nel Settecento si chiameranno così solo dei vascelletti (lt. nauculae,
naviculae, navicellae; gr. πλοιάρια, πλοιαρίδια) di non più di 70/80 tonelli.
Per concludere l’argomento delle orche o urche, ci resta da dire dell’etimologia del nome delle
Isole Orcadi (gr. Ὀρχάδες; i. Orkney) che gli antichi navigatori e geografi greci e romani, come si
sa, conoscevano e chiamavano Orchades; ma da quale dei due nomi si generò l’altro? Quello
greco sembra essere l’originale, avendo quello britannico, a causa di quella sua ‘n’, tutto l’aspetto
di una sincope della probabile abbreviazione grafica lt. Orch. In.e (cioè ‘Orchades Insulae).
I caramoussa(i)l [it. caramusali(ni)] erano vascelli mercantili turchi paragonabili alle caravelle in
quanto a funzioni - infatti i cristiani nel Seicento prenderanno a chiamarli le caravelle de’ turchi - e
s’incontravano molto frequentemente nel Mediterraneo; erano molto sottili e pertanto assai agili, di
garbo dunque alquanto bislungo e molto stretto con ambedue l’estremità molto arrotondate e la
poppa particolarmente alta, caratteristica quest’ultima che i francesi dicevano en huche o enhuché.
Si trattava di velieri buoni e velocissimi, specialmente col vento di fianco, perché i loro scafi erano
fatti a forma di vero pesce tondo come quello dei galeoni, ossia erano più larghi a metà fiancata
che all'altezza dell'unica coperta; erano pertanto molto reggenti con mare traverso e navigavano
meglio con vento di bolina perché il mare, battendo sulle loro fiancate (gr. πλευραί), sfuggiva
all'insù nel senso della scarpata di legno della fiancata e li travagliava così molto di meno; nel
Seicento saranno molto usati per la guerra di corso (gr. ὀ δρόμος; gr. ϰοῡρσον) dai turco-
barbareschi, specie dagli algerini - anzi addirittura costruiti appositamente - in sostituzione dei
vascelli remieri usati invece nel secolo precedente, con conseguente gran danno per i cristiani, ma
non erano vascelli utili in battaglia reale, come allora si diceva. Poiché non avevano trinchetto,
essendo infatti la loro alberatura costituita da un altissimo albero maestro munito di coffa, dal
bompresso e da una piccola mezzana, e non portavano perucchetti, eccezion fatta per quello di
bompresso, spiegavano non più di cinque, ma grandi vele, in maggioranza latine, di cui la maestra
ordinariamente ampliata al di sotto con un coltellaccio; si trattava d’alberi fatti d’un ottimo legno,
migliore di quelli di Norvegia che allora erano in Europa considerati quelli più adatti per la
fabbricazione dell’alberature dei velieri. Sotto l'unica coperta portavano da mille a 1.500 salme di
carico, erano, quando armati a guerra, dotati di18 o più bocche da fuoco e montati da 50 a 60
uomini.

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Altre imbarcazioni da carico usate dai turchi erano le palandarie (corr. di parandarie; infatti vn.
parandarie e cst. parenderas), vascelli remieri corrispondenti agli uscieri, ai marani, agli arsili dei
cristiani veneziani e ponentini e alle ολϰάδες μαϰραι (‘onerarie lunghe’) dei bizantini, contraddistinti
talvolta da un vasto portellone che si apriva nel fasciame poppiero a livello dei moli a mo’ dei
moderni traghetti, per poter essere così adibiti, oltre che al trasporto di salmerie, anche a quello di
cavalleria, la quale si faceva entrare e uscire appunto dalla suddetta apertura; altre invece si
usavano come bombardiere e portavano infatti grosse bombarde che tiravano da poppa e che si
caricavano a bordo probabilmente attraverso lo stesso predetto uscio, il quale, prima di salpare, si
sigillava con un accurato calafataggio. A questo secondo uso accennava il Sanuto nelle sue
cronache della discesa in Italia di Carlo VIII, a proposito dell’armata di mare preparata dai turchi
nel 1495:

… zoé galie 80, 100 fuste grosse, 30 palandarie con bombarde zuso che traze da pope, 30 altre
palandarie da portar cavalli et zente, 4 nave grosse (La Spedizione di Carlo VIII. in Italia etc. In
Archivio Veneto. Anno terzo. P. 254. Venezia, 1873.)

Queste fuste sono definite grosse e infatti i vascelli remieri senza corsia potevano arrivare persino
ai tre remiganti per banco. In una lettera da Costantinopoli della fine del 1466 così si diceva
dell’armata turca che si andava preparando:

... Hanno anche (oltre a 100 galere ordinarie) 7 galie grosse e 3 bastarde e 24 parandarie de 20 fin
24 remi a 3 homeni per remo; e queste se stimano quasi più che le galie, perché vano meglio a la
vela; poi numero infinito de fuste e griparie. (D. Malipiero, Annali veneti. Parte prima, p. 39.)

E’ da ritenersi che qui per galere bastarde non s’intendessero quelle quartierate a poppa che
vedremo dopo il Rinascimento e di cui poi diremo, bensì le semplici triremi, visto che allora la gran
maggioranza di quelle ordinarie, specie nel Tirreno, era ancora costituita da biremi [gr. διήρεις o
διῆρεις (νῆες), δίϰωπα, δίϰροτα]; ma la cosa più interessante da notare sono i 3 homeni per remo
delle parandarie; insomma i remi di scaloccio, di cui poi diremo, non furono quindi inventati nella
seconda metà del Cinquecento, come comunemente si crede, ma già esistevano in precedenza,
come del resto non può che esser logico, non trattandosi in fondo di una gran trovata.
In una sua relazione sui movimenti dell’enorme armata messa in mare dai turchi nel 1470 (Il mar
parea un bosco) il sovraccòmito veneziano Geronimo Longo scriveva di essersi messo in caccia di
una parandaria turca perché, in quanto alberata, gli era sembrata una galera; il che significa
evidentemente che quelle delle potenze cristiane non erano alberate; inoltre si evince anche che
queste parandarie non erano usate solo come passa-cavalli [la trovai carga de’ biscoti (‘gallette’)
bianchissimi come i nostri de munizion e de gran quantità de chiodi da cavallo (ib. P, 51)]

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Il bailo, ossia il residente diplomatico veneziano, a Costantinopoli Antonio Barbarigo così
descriveva le palandarie turche destinate ai cavalli nella sua relazione del 1558, laddove
quantificava brevemente il naviglio ottomano:

... Ha questo Signore (il sultano) circa 26 navi di 600 in 8OO botte l'una, le quali navigano per la
Soria (‘Siria') con mercanzie. Ha molte altre navi piccole fino a 400 botti al numero di quaranta e
nel Mar Maggiore e di Morea infiniti schirazzetti e naviliotti. Tiene anco circa trenta palandarie, che
sono certa sorta di navigli che hanno il fondo piano e la poppa e proda alla barcesca (‘barchesca’)
ed hanno dietro alla poppa un buco grande, alto quanto un uomo e lungo tre piedi, che
commodamente si apre e serra, per dove caricano li cavalli; ed ognuna di queste porta circa venti
cavalli e pesca in fondo circa quattro piedi; con queste tragittano cavalli per poco viaggio da luogo
a luogo e artiglieria e munizioni. (Eugenio Albéri, Le relazioni degli ambasciatori veneti al Senato
durante il secolo decimosesto, S. III, v. III, p. 153. Firenze, 1839-63.)

Secondo lo storico bizantino Laonikos Kalkokondulos, quando l’emiro Maometto (più tardi
Maometto II), dopo aver preso Bisanzio il 29 maggio 1453, procedendo nella conquista di
quell’impero, prese anche Sinope sul Mar Nero e vi trovò molte navi ormeggiate di varie
nazionalità, tra cui una grande di 900 botti che si portò a Bisanzio, essendo la più grossa che gli
fosse mai capitato di avere sino a quel momento; sempre secondo detto storico, gli unici che prima
di lui avessero avuto grosse navi erano stati solo il re ‘Alfonso dei tarragonesi’ (Άλφόνσος
Ταραϰωνησίων) - e supponiamo volesse dire Alfonso XI di Castiglia (1311-1350), il quale era stato
infatti il primo a farsene costruire una di ben 4mila botti, imitato poi dai veneziani dopo la pace di
Torino del 1381 (De rebus turcicis, LT. IX) e dallo stesso Maometto II con una nave di 3mila botti.
Secondo il vicebailo Andrea Dandulo - relazione del 1562 - le palandarie turche portavano invece
80 cavalli, ma la verità è che erano di varie dimensioni:

... Ha (il sultano) molte palandarie e poco avanti il partir mio (da Costantinopoli) ve n’erano
dieciotto fatte di nuovo, ciascuna delle quali può condurre cavalli ottanta in circa (ib.)

Le palandarie turche erano quindi eredi di quelle galere passa-cavalli medioevali che, appunto per
la presenza dell’uscio posteriore (Princep, yo se que vos havets XX galees obertes per popa en
Brandis… Muntaner (Crónica catalana etc. Barcellona, 1860), all’anno 1283; … e l’almirall fo
apparellat ab les quaranta galees, en les quals navia XX obertes per popa, en que anaven
quatrecents cavallers e molts almugavers. Ib. All’anno 1284). Gli almogavari erano montanari,
perlopiù catalani, molto bellicosi. Talvolta nella storiografia medievale italiana si ricordano i vascelli
predisposti al trasporto dei cavalli col nome di galee grosse o di uscieri (vn. usserij), termine
questo usato anche nelle cronache medievali catalano-aragonesi e castigliane, la cui lettura è
senza dubbio essenziale a una comprensione della marineria da guerra basso-medievale; si

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trattava dunque di quelle galee grosse di mercato veneziane– dette nel Tirreno invece galeazze –
adattate al trasporto di cavalli, cioè rese apribili da poppa in modo da farvi accedere comodamente
detti animali e di conseguenza non avevano più un timone centrale bensì due laterali alla poppa
medesima (… usceriis, seu galeis grossis… A. Dandulo, Chronicon, c. 445. In LT.A. Muratori,
Rerum italicarum scriptores etc. T. XII. Milano, 1728). Infatti nella Cronaca del re Pietro IV
d’Aragona (v. fonti) si dice chiaramente che nelle armate di mare gli uscieri erano da computarsi
nel numero delle galere:

… e passò in rivista tutta la nostra armata, la quale consisteva di 45 galere, tra galere e uscieri, e
quattro legni armati e cinque navi armate, tre castellane e due catalane,…
… 45 galere tra uscieri grossi e galere mediane e sottili…

Qui per galere mediane e sottili, cioè quelle dette dai veneziani legni del Golfo – ossia del Mar
Adriatico, in quanto questo era convenzionalmente chiamato in Italia Golfo di Venezia -
s’intendevano le triremi, più usate da veneziani, catalani e napoletani, e le biremi, preferite invece
da genovesi e pisani, quantunque, per convenzione sia nel Medioevo sia nel Rinascimento fossero
generalmente chiamate da tutti triremi pure le seconde, specie dai bizantini; anche il genovese
Foglietta, sebbene autore di secoli più tardo degli avvenimenti che descrive nelle sue Historiae, le
chiamerà triremes, ma lui lo farà non solo perché così leggerà nelle cronache medievali, ma anche
perché triremi erano ormai le galere ordinarie che s’usavano ai suoi tempi. Il doge veneziano
Andrea Dandulo (1306-1354) nel suo Chronicon, a proposito dei frequenti conflitti marittimi in corso
a quei tempi tra genovesi e veneziani, scriveva che nel 1294 un’armata veneziana di 60 galee
comandata da Nicolao Quirino era alla ricerca di una genovese di 40 la cui presenza era stata
segnalata nelle acque siciliane; l’incontro avvenne all’imboccatura meridionale dello Stretto di
Messina, ma i genovesi, inferiori di numero e d’armamento, si sottrassero allo scontro; i Veneziani
non poterono inseguirli perché le biremi genovesi erano più leggere e veloci delle loro triremi (quia
januensium galeae subtilissimae erant, venetorum vero grossissimae) e, non trovandocisi più
evidentemente nella stagione favorevole alla navigazione, andarono a disarmare a Genova.
Nella Cronaca del re Pietro I di Castiglia all’anno 1359 così si legge:

… però il re aveva colà un’altra galera molto grande che dicevano ‘Uxel’ (forse dal già menzionato
gr. ύψηλoi), la quale era stata dei mori ed era stata ottenuta con altre galere dei mori al tempo di re
Alfonso suo padre quando assediava Algeciras, perché i mori facevano queste galere così grandi
per passare molte truppe da Ceuta a Gibilterra e ad Algeciras e infatti potevano venire in quella
galera quaranta cavalli sotto coperta…

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Quanto fosse grande questa galera non sappiamo, probabilmente all’incirca quanto una galera
grossa commerciale veneziana, visto che il re la rafforzò per la guerra aumentandone le
sovrastrutture, evidentemente intendendo così utilizzarla non tanto come passa-cavalli quanto
come vascello da battaglia:

… E il re entrò in quella grande galera e fece fare in essa tre castelli, uno a poppa, un altro nella
mediania e un altro a prua, ai quali nominò tre castellani (‘tres alcaudes’)… (ib.)

Di grossi uscieri si dice più volte anche negli Annales genuenses (1298-1435) etc. di G. & G.
Stella, in LT. A. Muratori, Rerum italicarum scriptores etc. Vol. 17. Milano 1730. (:)

Anno 1320, colt. 1.042: … Nell’ultimo giorno dello stesso mese (‘settembre’) gli estrinseci (‘i
ghibellini savonesi’), nel tentativo di entrare nella città, condussero al porto di Genova una gran
nave fortemente armata e munita di alti castelli tanto a poppa quanto a prua e altri tre navigli
chiamati ‘uscieri’ (‘uscheria’), dei quali due erano provvisti di coperta di legname verso poppa e nel
terzo c’era uno strumento da lanciare grosse pietre detto ‘trabucco’; e con questi c’erano due
cumbe (altrove scaffe) coperte allo stesso modo e altro piccolo naviglio in gran numero. E c’era in
uno di quegli uscieri un castello di legno molto alto perché volevano togliere e incendiare la catena
e i legni posti a difesa dagl’intrinseci (‘guelfi genovesi’)...

Anno 1319: (novem grossis navigiis appellatis uscheriis); anno 1320: (navigia grossa vocata
uscheria decem numero cum equis & militibus); anno 1325: (navigiorum, quae grossa sunt et
dicuntur uscheria […] grossi navigiis, quae dicuntur, uscheria duodecim); anno 1379: (navigia
quatuor grossa, quae dicuntur uscheria); anno 1403: (galeae novem fuerunt [om.] et naves septem
unaque grandis galea grossa (cioè una triremi oppure una galera di mercanzia) unumque grossum
navigium nuncupatum uscherium […] galeae undecim venetorum duaeque aliae grossiores
galeae, uscherii nuncupatae).

Un caso di galee grosse di mercanzia veneziane adattate evidentemente all’uso di uscieri fu per
esempio quello del 1438 e cioè quando i veneziani dovettero andare a imbarcare soldatesche
mercenarie a Rimini:

… A dì primo di marzo vennero due galee di mercato nel porto d’Arimino per levare le genti d’arme
di Cristoforo e di Giovanni daTolentino, e poi anche vennero sette galee nel detto porto e anche di
poi a dì VIII di maggio ci vennero quattro altre galee, le quali tutte levarono la gente d’arme la
quale andò al soldo della Signoria di Venezia. E a dì XVII di maggio si partirono i detti Cristoforo e
Giovanni da Arimino e andarono con dieci barche armate in compagnia (Ann. Chronicon
ariminense etc.. In LT. A. Muratori, Rerum italicarum scriptores etc. C. 934, t. XV. Milano, 1727).

Abbiamo detto che nelle cronache trecentesche del re Pietro IV. d’Aragona (op cit.) vediamo gli
uscieri computati nel numero delle galee, ma, se andiamo amcora più indietro nel tempo, cioè
all’inizio del Duecento, possiamo costatare invece che i veneziani nelle loro armate le

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consideravano a parte; ecco infatti quanto tra l’altro si legge nel patto stipulato nell’aprile 1201 dal
doge Enrico Dandulo con i principi crociati Baldovino IX conte di Fiandra, Teobaldo conte di Troyes
e Ludovico conte di Blois in materia di preparativi per la quella che sarà la quarta crociata:

… vi daremo naviglio per trasferire 4500 militi ben armati e altrettanti cavalli e novemila scudieri
(scutiferos) (…) e 20mila fanti ben armati (…) per trasferire i predetti cavalli dovremo dare tanti
uscieri (uscerios) quanti saranno conformemente necessari (…) D’altro canto daremo tante navi
quante saranno sufficienti per trasportare tanti uomini secondo la nostra discrezione e la buona fede
dei nostri baroni (…) D’altra parte in aggiunta a queste cose e per nostra propria volontà dovremo
dare cinquanta galee armate al servizio di Dio, le quali resteranno similmente saranno al servizio del
Signore per un anno se sarà necessario… (A. Dandulo. Cit. C. 323 e segg.)

Per la cronaca, Venezia s’impegnava a fornire anche il cibo essenziale necessario a nutrire per
un anno uomini e cavalli, cioè pane, farina, legumi, biada, acqua e vino.
Nel Cinquecento le potenze marittime cristiane finirono poi con l’adattare in qualche caso al
trasporto dei cavalli anche normali galere, come abbiamo già accennato, mentre quelle armate da
guerra ordinarie, in casi di eccezionale necessità, potevano accettare di caricarsene a bordo
qualcuno, ma non più di 3 o 4 a seconda della loro larghezza, e ce n’erano infatti nell’armata che
Giovanni d’Austria raccolse a Messina nel 1572.
Per tornare alle parandarie da bombe dei turchi, diremo che vascelli triremi bombardieri si
costruivano alla fine Quattrocento anche in Italia e li chiamavano delfini:

(Anno 1495:)… e nel ditto tempo ditto re di Napoli fecie grande armata per mare, cioè galee 42
sottile, circa nave 30, con delfini (sic) c(h)iamati l’uno Albatrosso (‘albatros’), l’altro Scorpione,e
quali vogavano circa remi sessanta per uno. Su ditti navili aveano due bombarde per uno,
gittavano pietre grosse libre 150 l’una; e questo per affondare nave grosse (Memoriale di di
Giovanni di Portovenere etc. In A.S.I. T. VI, parte II, p. 283-284).

Chiamavano dunque i napoletani delfini queste bombardiere remiere che useranno poi ancora
nell’Ottocento, anche se col diverso nome di galeotte da bombe; queste, per avere 60 remi,
dovevano essere da 15 banchi biremi per lato. Avevano imparato a costruirle dai toscani, come si
legge in una lettera del 13 gennaio 1488 inviata da Ferdinando re di Napoli a Lorenzo il Magnifico
e citata in una nota a detto Diario:

Rex Siciliae – Magnifice Vir, amice noster carissime, havendo noi persentito che in lo Arcenale de
questa Signoria è un capo mastro nominato ‘mastro Ioanni’, lo quale noviter (‘ultimamente’) ha
trovato certa natura de navili, quali chiama ‘arbatrocti’ (‘albatros’), che teneno bombarde supra
quale tirano preta de 250 libre; me è stato piacere intendere la invenzione et havevamo assai da
caro vederne l’effecto. Pertanto ne pregamo ne vogliate mandare lo dicto mastro Ioanni (per)
quanto monstrarà lo modo di taglio de dicti navili ad questi nostri, acciò che ne possiamo o ad lui o

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ad li nostri far construere uno per satisfazione del animo nostro che de ciò ne farete piacere etc.
(Ib.)

Queste memorie non specificano se le grosse bombarde in discussione erano normali canne ‘a tiro
di volata’ o mortari a tiro d’arcata; ma si trattava sicuramente dei secondi perché le canne delle
gigantesche prime sarebbero state troppo lunghe per esser manovrate su un vascello del tempo e
il forte rinculo sarebbe stato troppo pericoloso per le loro strutture. A questi vascelli si ispireranno
le esiziali galeotte da bombe dell’ultimo quarto del Seicento che poi vedremo. Per tornare però ora
ai suddetti trabucchi, cioè alle macchine lapidarie ossidionali medievali, diremo che ne trattiamo
diffusamente in altra nostra opera e, per quanto riguarda le scafe, abbiamo già detto che
nell’antichità greca il termine signficava una sorta di scialuppe, ma, a partire dal Basso Medioevo,
prese ad indicare imbarcazioni più complesse, come poi vedremo. Resta da osservare che per
cumbe (lt. cumbae; gr. ϰύμβαι, ϰύμβια) s’intendevano piccoli legni, i quali erano usati per la pesca,
come leggiamo per esempio nelle citazioni fatte da Nonio Marcello (De compendiosa doctrina per
litteras ad filium etc. P. 366. Basilea, 1842), ma che erano anche molto adoperati nelle armate a
loro supporto, ma questi ultimi, essendo coperti, dovevano essere più grandi della media, non
avendo infatti coperta quelli minori. Il nome cumba - ci fa sapere il già citato S. Pompeo Festo –
non è latino ma sabino e significava in origine ‘lettiga’, ciò a dimostrazione di quanto fosse
precipuo, almeno in origine, il ruolo di supporto militare esercitato da quei piccoli legni; il senso di
‘lettiga’ si conserva nel verbo succumbere - da super (e non sub ovviamente) cumbam, anch’esso
di natura militare, significando in effetti ridursi, ferito o moribondo, in lettiga.
Interessante è anche sapere che gli uscieri, vascelli di cui abbiamo già detto, anche se di mole
generalmente maggiore delle galere sottili ordinarie, non erano sempre provvisti di coperta e
talvolta solo parzialmente a poppa, e che di conseguenza i banchi ((lt. transtra; gr. e grb. σελίδα,
σέλματα, ζυγά e ζυγὰ, ἒδωλα e ἐδώλια, ἲϰρια e ἰϰρία, θράνιοι e θράνια, θρᾶνοι e θρῆνυες, θρῆνυϰες
e θρᾶνυϰες; vn. poggi; olt. vrikken) dei remiganti dovevano probabilmente esser posti in palchi
laterali costruiti in alto all’interno delle fiancate. Più tardi, a proposito dell’armata messa in mare da
Alfonso V d’Aragona nel 1438, vedremo lo Zurita usare il nuovo nome di taffureas, anch’esso nel
senso, come sembra, di vascelli bellici da salmerie (su armada de naos y galeras de tres y de dos
remos, con otras taffureas y fustas. LT. XIII, c. L).
Gli uscieri erano nei mari di Levante adibiti al trasporto, oltre che di cavalli, anche di ogni sorta di
munizioni e provviste militare; quelli ottomani, come già detto, erano generalmente chiamati
palandarie (vn. parandarie; cst. parenderas), mentre i veneziani chiamavano i loro marani (in.
Mähre, ‘cavallo’), nome apparentemente di origine germanica e che sopravvive ancora nell’odierno

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catamarano. Infatti, a p. 35 della Perdita di Negroponte del frate Iacopo dalla Castellana, leggiamo:
parandarie, cioè marani (A.S.I. Appendice. Tomo 9).
Le galere medievali, biremi o triremi che fossero, generalmente eccezion fatta per quelle di
comando, non avevano la soprelevazione di poppa di quelle più tarde, il che infatti ancora si può
notare nella quattrocentesca Tavola Strozzi, ma vi portavano solo un leggero telaio per reggere il
tendale che serviva a riparare da sole e dalla pioggia il comandante e i suo ospiti , particolare
comune anche agli antichi vascelli remieri da guerra romani, come ben si vede da quello
realisticamente raffigurato in un affresco del Museo Nazionale di Napoli proveniente dal tempio di
Iside di Pompei, vascello offerto al pubblico come trireme, ma che, se invece di identificarlo
dall’affollamento dei remi perché particolare molto poco chiaro, si volesse farlo dalla scarsa
lunghezza dello scafo, si potrebbe anche credere invece una monoremo; vero è che molto spesso
gli artisti rappresentarono i vascelli remieri più corti del reale per esigenze pittoriche. Comunque in
realtà che anche le antiche triere offrissero per alloggio del comandante solo un tabernacolo, ossia
un padiglione, una tenda insomma, lo leggiamo in G. Polluce, cioè laddove dice della struttura
della poppa di quei vascelli:

… luogo che si dice anche tabernacolo, (cioè) quello innalzato per il capitano generale o per il
trierarco (ἐϰεῖ που ϰαὶ σϰηνὴ ὀνομάζεται, τὸ πηγνύμενον στρατηγῷ ὴ τριηράρχῳ. Giulio Polluce,
Onomastikon grece et latine. I.IX, p. 60-61. Basilea, 1541 – Amsterdam, 1706).

Dunque anche il detto grande passa-cavalli era stato costruito a plat, come dicevano i catalani,
cioè senza alcuna sovrastruttura sulla coperta. Invece tra le quaranta galere aragono-catalane che
proprio in quell’occasione andranno ad affrontare le castigliane a Calpe sulla costa alicantese ve
n’erano due gruesas di comando con incastellature, come si legge sempre nella suddetta Cronaca,
ma quante e in quali parti della coperta le avessero non è specificato.
Il re vi fece poi imbarcare ben 160 uomini d’arme e 120 balestrieri [grb. prima τζαγγρατοξόται; poi
τζαγγράτορες o τζαγκράτορες, infine latinizzato in μπαλαιστροὶ o μπαλeστροὶ e βαλλιστράριοι. In fr.
arbalestiers, se a cavallo, e cren(n)equiniers o cranequiniers, se a piedi] e, considerando che per
‘castellano’ della prua aveva scelto Garcia Alvaréz de Toledo, già patrone della sua personale
galera reale, c’è da pensare che volesse fare di quel vascello una sua risorsa bellica molto
importante.
I cavalli si portavano comunemente anche nelle taride (ctm. terides; ltm taretae, tritae), come si
legge, oltre che nelle suddette cronache (E la tarida era bona per adur los cavals… Cron. Catalt.
del re Giacomo I. Par. 104), in tutti i documenti genovesi inerenti alle forniture alla Francia per la
preparazione di crociate in Terra Santa, e nella sua Historia sicula Bartolomeo di Neocastro (1250-

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1293), a proposito delle guerre tra Carlo I di Francia e Pietro III d’Aragona per il possesso dell’Italia
meridionale, le chiama teridis galeis (o anche galeis teridis) pro portandis equis (Cap. XXXII. In
Giuseppe Del Re, Cronisti e scrittori sincroni napoletani etc. Vol II. Napoli, 1868) mentre il suo
coevo Bartolomeo di Neocastro preferisce teridas galearum (ib. Cap. LXXVIII), definizione
quest’ultima che fa più chiaramente capire che si trattava di vascelli d’appoggio alle galee, sia che
ne trasportassero le provviste sia i cavalli. Queste taride potevano essere di varia stazza e per
esempio nella flotta franco-papalino-napoletana dell’ammiraglio angioino Narjaud di Toucy
(‘Narzone’) che nel 1286, nell’ambito delle prime guerre per il dominio della Sicilia (1282-1302), si
opponeva a quella catalano-messinese del famoso ammiraglio aragonese Roger de Lauria, i due
grandi stendardi dell’armata – quello dello Stato della Chiesa e quello di Carlo d’Angiò, principe di
Salerno – erano portati da due grandi teride (‘magnis teridis’) e non da galee di comando (ib. Cap.
CX); questo perché, come abbiamo già detto, le galee medievale, in quanto perlopiù biremi, erano,
se non più corte, meno ampie di quelle che le seguiranno nel Cinquecento e quindi il necessario
luogo di dispiegamento e di guardia di un grande stendardo non vi si trovava facilmente.
Presso i bizantini i cavalli si portavano in guerra con le triremi ippagogoe dette però soprattutto
dromoni ippagogoi (ἱππἂγωγούς τριήρεις…; δρομώνων ἱππαγωγών…) e talvolta anche navi
ippagogoe (νῆες ἲππἂγωγοῐ) semplicemente oppure con le mahone; nel Tirreno forse talvolta
anche con quelle porta-bombarde dette sino alla fine del Quattrocento arbatoze o albitozi e che
l’erudito genovese Senarega così definiva:

… Tertium genus navium, quod ‘arbatociam’ appellabant, quod ad majores bombardas emittendas
aptius erat (Commentaria de rebus genuensibus. LT.A. Muratori, R.I.S. C. 539. T. XXIV. Milano,
1738).

In sostanza, i vascelli porta-cavalli dovevano essere grandi e infatti nel Basso Medioevo erano
generalmente i più grandi della triplice tipologia allora usata per le armate di mare e cioè galee,
taride (‘tritae’) e appunto porta-cavalli:

… vela multa, marinis accommodata cursibus, alia cum uteris grossioribus, colligatorum
lignorum structura firmatis pro equis transeundis…
… apparatus innumeros galearum, tritarum, et lignorum grossorum pro equis… (Saba
Malaspina, Historia. LT. VII, capp. I e XII. In Giuseppe Del Re, Cronisti e scrittori sincroni
napoletani etc. Vol II. Napoli, 1868.)

Non servivano però le palandarie solo a traghettare cavalli e a fare da batterie galleggianti, come
spiegava anche il segretario Marcantonio Donini nella sua relazione del 1562:

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... Furono fatte di nuovo l'anno passato venti palandarie, dieci grandi e altrettante mediocri, le quali
insieme con le vecchie, tra grandi e piccole, computate però quelle che ordinariamente traghettano
li cavalli, non sono manco di sessanta, attissime tutte a portar cavalli, artiglierie e munizioni; delle
quali cinque o sei sono occupate in condurre legnami dal Mar Maggiore e dal golfo di Nicomedia
per l'arsenale, dove con tutto questo se ne ha qualche poco di bisogno. (E. Albéri. Cit. S. III, v. III,
p. 193)

Verso la fine del secolo, secondo quanto si legge nella relazione del bailo a Costantinopoli Matteo
Zanne, letta al senato veneziano nel 1594, i turchi erano diventati però più pratici e spicciativi nel
trasporto marittimo dei cavalli e avevano infatti scoperto che non avevano più tanto bisogno di
mantenere a tal scopo una flottiglia d’apposite palandarie:

... Di palandarie poi, o passacavalli, ne possono avere quanti vogliono perché ogni 'caramussal' si
accommoda facilmente a quest'uso. (ib.)

Poiché i suddetti passa-cavalli, chiamati a Venezia marani, essendo solo saltuariamente utilizzati,
risultavano vascelli anti-economici e pertanto, come si legge nel Capitolare dei Patroni e dei
Provveditori all’Arsenale di Venezia, documento questo promulgato il 22 gennaio 1377, nel
Medioevo a Venezia si prese l’abitudine, come più sopra accennato, di usarli anche come vascelli
remieri da carico.
Ancora vascelli levantini, specie ottomani, erano le germe (nel Medioevo dette ‘giarme’), adoperate
per il trasporto di mercanzie. Si trattava in questo caso d'imbarcazioni non molto lunghe, ma assai
larghe, con poche opere morte (bastingaggi, palchi e castelli); avevano una sola coperta e
portavano da mille ad 11.500 salme di carico; avevano quattro vele grandissime che si potevano
permettere in quanto vascelli molto stabili e assai reggenti; probabilmente trovavano la loro origine
nelle gelve del Mar Rosso, imbarcazioni molto piatte che si usavano specie lungo le coste sub-
sahariane del Mar Rosso per ovviare alle molte secche che le caratterizzavano.
Le caravelle propriamente dette (olt. karvels; dall’gr. ϰάραβος) erano vascelli oceanici molto usati
dai portoghesi, tant’è vero che nel Mediterraneo rinascimentale erano chiamati caravelle i vascelli
oceanici spagnoli e portoghesi in generale, proprio come poi nel Seicento saranno chiamati
genericamente galeoni tutti quelli spagnoli che, di conserva, faranno la rotta per e dalle Americhe;
ma non erano di origine lusitana in quanto derivati, anche da punto di vista lessicale, appunto dai
càrabi dei mari di Levante, ossia da quelli che poi furono detti saicá dai greci e caramussali dai
turchi; avevano fondo di chiglia, poppa quadra, fiancata curva e, pur se piccoli, ben quattro alberi,
di cui però il solo trinchetto con gabbia; erano pertanto molto leggere e veloci (gr. σωβῆριδες νῆες),
tanto da essere considerate i migliori velieri esistenti ancora nel Cinquecento; il loro albero di prua
aveva normalmente vela quadra, ma le altre vele di questi vascelli erano tutte latine e pertanto

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navigavano con tutti i venti, essendo questo un tipo d’attrezzatura velica che i francesi dicevano
mâture en caravelle:

... Hanno queste caravelle [...] quattro alberi oltre la zevadera e nel primo di proda portano la vela
quadra con il suo trinchetto di gabbia, ma, negli altri tre, tre vele latine con le quali camminano
contro i venti, come fanno le tartane francesi in questo Mare (Mediterraneo), e sono 'sì snelle e
leggiere a voltare che pare che habbiano i remi. (B.Crescenzio. Cit. LT. V. p. 526.)

Avevano una sola coperta e non erano adatte a ricevere molto carico, avendo infatti una portata
che andava dalle 90 alle 140 botti o tonelli solamente – anche se poi nel secolo successivo furono
ingrandite stabilizzandosi sulle 200 tonnellate - ed erano insomma vascelli che allora, nel
Cinquecento, i portoghesi usavano sia per lunghi viaggi sia per azioni belliche di supporto che
richiedessero prontezza e velocità; nel secolo precedente, cioè sino allo stabile instaurarsi dei
grandi viaggi transoceanici per la cui sicurezza s’imporranno poi le grandi naus e i grandi galeoni,
le caravelle s’erano molto usate sia per i viaggi mercantili atlantici verso la Fiandra, le isole Azzorre
e le Canarie, a quei tempi chiamate Isole dei Beati, sia anche per costituirne in prevalenza le flotte
da guerra ispano-portoghesi, le quali entravano spesso anche nel Mediterraneo, tanto che il loro
nome venne dai popoli mediterranei presto impropriamente esteso a tutti i vascelli tondi atlantici;
pertanto, quando alla fine del secolo il ligure Cristoforo Colombo fu dotato, come si disse, di
quattro ‘caravelle’ per il viaggio che poi l'avrebbe portato alla grande scoperta, anche se
certamente non si trattò delle grandissime carracas che proprio in quel tempo i portoghesi
cominciavano a usare per il viaggio di circumnavigazione dell’Africa verso le Indie orientali, non
sembra che si sia trattato effettivamente solo di caravelle, a giudicare dal troppo numeroso
equipaggio che dai documenti coevi risulta avessero.
Assai usate in Italia erano le polacche, nome che non si rinviene prima del Cinquecento e che
corrispondeva a piccoli vascelli tondi di forma allungata, ma non stretta, i quali portavano tre alberi
o comunque tre velature distinte (gr. τριάρμενοῐ ὀλϰάδες) – ma dalla fine del Seicento spesso
anche il bompresso - e quattro vele, cioè due quadre (la maestra con il suo trinchetto di gabbia) e
due latine (trinchetto e mezzana); secondo l’Aubin, il quale comunque non sembrava intendersi di
navigazione mediterranea, le polacche potevano, in caso di necessità, essere spinte anche a remi
e, se effettivamente così, dovevano poterlo fare molto probabilmente come si faceva con le barche
spagnuole, di cui poi diremo; avevano anch’esse una sola coperta e portavano da 800 a mille
salme di carico; armate con un numero di cannoni ferrieri, ossia a palle di ferro, che andava da
quattro a sei e sempre con qualche petriero, erano montate da 25 a 30 uomini e, armate a guerra
e guarnite di fanteria, erano usate anche per la difesa costiera e talvolta per il corso (Nicolas
Aubin, Dictionaire de marine, Amsterdam, 1702).

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I vascelli tondi a più coperte erano strutturalmente superiori a quelli che n’avevano invece una
sola, perché erano più forti nell'urtare vascelli nemici, sopportavano meglio le tormente, erano più
comodi per alloggiarvi e infine potevano portare più artiglierie.
Generalmente l'albero maestro d’un vascello tondo doveva esser lungo quanto lo era il vascello
stesso da ruota a ruota, ma questo all'altezza della seconda coperta; un quinto di meno di questa
lunghezza era il trinchetto e un quinto meno dell'albero di trinchetto era quello di mezzana
maggiore; le antenne o pennoni maggiori del maestro e del trinchetto erano spessi al centro circa il
doppio che all’estremità ed erano lunghi un quinto meno dei loro rispettivi alberi, mentre le antenne
delle mezzane, più sottili perché reggevano vele latine, erano lunghe quanto i loro rispettivi alberi,
così come anche lo era il pennone della zevedera o bompresso; quest'ultimo albero era lungo e
spesso quanto quello di trinchetto. I trinchetti delle gabbie dovevano, sempre generalmente,
essere lunghi la metà delle antenne o pennoni dei loro rispettivi alberi. Le regole però seguite in
questo campo variavano da paese a paese e per esempio quella più osservata in Olanda era che
l’albero maestro doveva essere lungo due volte la somma di due misure del vascello e cioè della
larghezza e del puntale (fr. anche creux), ossia del vivo al centro, mentre gl’inglesi lo facevano
lungo tre volte i 4/5 della larghezza e inoltre volevano il trinchetto e il bompresso lunghi i 4/5 del
maestro e l’artimone la metà sempre del maestro. Una regola generale era però che più lungo era
un vascello, mentre proporzionalmente più lunghi dovevano essere i suoi pennoni, più corti
dovevano invece relativamente essere i suoi alberi; questo perché, navigandosi con vento in
poppa, alti alberi avrebbero fatto piombare sul naso un vascello lungo, ossia l’avrebbero fatto
ricadere bruscamente in avanti (fr. enfourner, tanquer ; olt. stamp-rijen, stamp-stooten, bokken,
induikken) e imbarcare eventualmente acqua dalla prua, mentre su uno più corto non avrebbero
avuto quest’effetto, descrivendo infatti una linea corta una minor sezione di circonferenza nell’aria;
tale inconveniente poteva però talvolta esser dovuto anche a un semplice eccesso di velatura a
prua o a una cattiva stiva. I turchi, non intendendosi di tecnologia e quindi di conseguenza anche
poco di navigazione, si vantavano d’usare alberi e antenne lunghissimi in modo da poter portare
una maggior velatura, ma questa lunghezza era invece un difetto perché faceva piegare sul fianco
i loro vascelli.
Divisa idealmente la lunghezza della seconda coperta, da ruota a ruota, in sette parti, l'albero
maestro si doveva piantare a 4/7 da prua e quindi a 3/7 da poppa; esso, come del resto anche
quello di mezzana, si piantava un po’ inclinato all’indietro in modo da resistere meglio alla
pressione che il vento in poppa esercitava sulle sue vele, mentre quello di trinchetto si poteva
piantare o perfettamente diritto oppure anzi leggermente inclinato di 2 o 3 pollici verso prua, a
meno però che il corpo del vascello non fosse alquanto debole davanti, perché in quest’ultimo

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caso conveniva inclinare un po’ all’indietro anche il trinchetto. Per quanto riguarda invece lo
spessore degli alberi, bisognava distinguere quelli d'un sol pezzo da quell’imbottati, ossia fatti di
più pezzi; i primi dovevano essere, per ogni 12 piedi della loro altezza, spessi un piede nel terzo
più basso, 2/3 di piede nel terzo di mezzo e ½ piede nel terzo più alto; i secondi, per ogni 11 e a
volte anche solo 10 piedi della loro altezza, dovevano essere spessi un piede nel terzo più basso,
4/5 di piede nel terzo di mezzo e 3/5 nel terzo più alto. In effetti l'albero maestro, a causa della sua
altezza e del suo spessore, rarissimamente poteva esser ricavato da un solo albero e quindi era
per lo più affastellato, cioè fatto di due o tre fusti (fr. brisures), ma più tardi anche di quattro o
cinque, ognuno dei quali era chiamato ‘albero’ a sua volta ed era innestato a coda di rondine od à
queües perdües, come dicevano i francesi, in quello sottostante, sistema questo inventato verso il
1570 dal maestro carpentiero olandese Krein Wouterz d’Enkhuizen, perché in precedenza i fusti
erano sempre stati solo semplicemente legati l’uno sull’altro. Quando un grande veliero doveva
restare disarmato per molto tempo in un porto, gli ‘alberi’ superiori, cioè quelli di gabbia e di
parrocchetto, si toglievano e si conservavano in acqua salata a evitare che all’intemperie si
curvassero.
Un vascello tondo poteva avere da quattro a otto ancore per la maggior parte ancipiti (lt. ancorae
ancipites; gr. άγκυραι αμφίβολοι), cioè a due teste, di cui perlomeno una acuminata, e le relative
gomene [dal fr. go(u)ë(s)mon. Fr. cables; lt. rudentes; spirae (‘voltolate’); tlt. palamaria; gr. ϰάλοι,
ϰάλῳ, ϰάλωνες, σχοινία, ἐπίγυ(ι)α], incluse quelle di riserva, a seconda della sua portata e
grandezza. L’ usto (‘cavo’) da ancora (fr. maistre-cable, di circa 120 braccia) d’un vascello quadro
doveva essere in proporzione alla portata del vascello stesso. Prendiamo per esempio un usto che
pesasse all'incirca 21 cantàra; l'ancora (gr. ἂγϰυρα) maggiore doveva pesare 2/3 dell'usto, ossia ,
nel nostro caso, cantàra 14, e la minore la metà dell'usto (fr. grelin), cioè cantàra 10,5, essendo il
cantàro di Napoli 100 rotoli, il rotolo 33 once, la libra 12 once; pertanto un cantàro equivaleva a
3.300 once, ossia a 275 libre, e, poiché un’oncia di Napoli o di Francia era circa grammi 26, il
cantàro corrispondeva a circa kg. 85,800. Le altre ancore di bordo dovevano ess ere di peso
intermedio tra le predette due. Le gomene di poppa per ormeggiare i vascelli alle banchine
avevano in greco nomi che le distinguevano dalle altre e cioè πρυμνήσια, πρυμνήται ϰάλῳ,
ἀπόγαια o anche σπεῖραι se di fibre voltolate. Riassumiamo ora le unità di peso napoletane ora
menzionate:

Cantàro = 100 rotoli = kg. 85,800


Rotolo = 33 once = gr. 858
Oncia = gr. 26
Libra = 12 once = gr. 312

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La parità libra/oncia ci servirà più avanti. Precisiamo che il cantàro era misura che si usava anche
in Portogallo, ma quello portoghese equivaleva solamente a 66 libre veneziane circa.
Per quanto riguarda costruzioni navali molto grandi per i loro tempi, le prime di cui abbiamo letto
nelle storie, sono quelle che si trovarono di fronte i bizantini quando, nel 1261, riconquistarono
Costantinopoli alle dinastie latine che se ne erano impadronite sin dal lontano 1204. Si trattava di
navi tanto grandi da navigare ‘come città trascinate sul mare’ (ὢσπερ πόλεις ἐπὶ θαλάττης
ϰινούμεναι. Niceforo Gregoras, Historiae byzantinae. LT. IV, par. 109); ma l’autore racconta che,
poiche le navi bizantine, anche se molto più piccole, erano di numero molto maggiore e inoltre,
proprio perché di mole tanto inferiore, anche molto più agili e veloci e quindi ne avevano facilmente
la meglio (Ib). Si presume che si trattasse di navi genovesi, perché in quei secoli le più grandi navi
che nel Mediterraneo si trovassero disponibili al noleggio, specie a quello francese, erano di solito
appunto quelle della repubblica di Genova.
Nella famosa cronaca della guerra di Chioggia di Daniello Chinazzo si legge che nel 1379 le galee
veneziane s’impadronirono della più grande nave che solcasse allora i mari e cioè della genovese
Bichignana, nave che aveva addirittura tre ponti, cosa meravigliosa per quei tempi, ed era, oltre
che difesa da circa trecento uomini armati, talmente carica di preziose mercanzie che i veneziani,
prima di bruciarla, in quanto evidentemente irreparabilmente danneggiata dal combattimento, ne
caricarono ben tre loro navi di medie dimensioni, avendo rinunziato a ricavarne solamente il
piombo e altri costosi materiali di zavorra:

… sopra vi erano 300 combattitori ed era di 3 coperte, tutta incorata (‘incuoiata’) di fuori via, e
pareva a vedere un castello […] perché essa Bichignana fu il maggiore e il più bel naviglio che
fosse mai veduto in quelli mari (Daniello Chinazzo, Cronaca della guerra di Chioza etc. In LT.A.
Muratori, Rerum italicarum scriptores etc. C. 750-751, t. XV. Milano, 1727).

Nell’antichità e nel Medioevo si era molto usato ricoprire la parte emersa delle fiancate dei vascelli
di cuoiami freschi (lt. segestria; gr. δέῥῥεις, διφθέραι, βύρσαι), i quali vi si inchiodavano con chiodi
ovviamente più piccoli dei normali chiodi navali; ciò si faceva non solo perché si trattava di un
materiale alquanto ignifugo e quindi in grado di riparare abbastanza il fasciame esterno dai lanci di
fuoco del nemico, ma anche e soprattutto perché aiutava a difendere dagli abbordaggi. Infatti , per
avvicinare e trattenere il vascello nemico da abbordare aderente al vascello abbordante, s’usava
lanciare da questo nel fasciame delle fiancate di quello dardi legati con lunghe corde che vi si
andavano ad infiggere e quindi, loro tramite, si poteva tenere avvinti i due legni e così consentire le
operazioni d’abbordaggio; il cuoio fresco non permetteva questa profonda infissione e di

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conseguenza i difensori potevano, usando delle pertiche, svellere facilmente quei dardi e liberarne
così il proprio vascello portandolo ad allontanarsi di nuovo.
Era anche consueto cercare di proteggere dalla teredine la parte immersa inchiodandovi sottili
lamine di piombo, come poi meglio spiegheremo; ma, per tornare ora al tempo qui in esame, si ha
notizia d’una gran nave armata francese di cui disponeva Francesco I; d’essa scriveva il residente
veneto Marini Giustinian in una sua relazione da Parigi del 1535:

... In Normandia (il re Francesco I) ha in porto di Grasse quella sua gran nave di gran portada, la
quale ha sopra sessanta pezzi di artiglieria, come dicono; de' quali trenta sono di metallo (‘bronzo’)
e sono doppi cannoni e colubrine... Ha ancora quattro galeoni. (E. Albéri. Cit. S. I, v. i, p. 186.)

Anche se non raggiungeva le dimensioni dei detti smisurati galeoni e naus portoghesi, doveva ciò
nondimeno essere ben grande questa nave, chiamata in Francia le Caraquon, se doveva
sopportare il peso di tanti e dei più pesanti pezzi d'artiglieria, quali erano infatti, basilischi turchi a
parte, i doppi cannoni e le colubrine! Lo Jal scrive che essa aveva una portata di 800 botti o tonelli
ed era armata con 100 pezzi d’artiglieria tra grandi e piccoli e racconta che, mentre faceva parte
dell’armata che nel 1545 l’ammiraglio di Francia Claude d’Annebaut stava da due anni
raccogliendo intorno a Le Havre (de Grace) per invadere l’Inghilterra, impresa che risulterà
sfortunata, questa grossa nave, ammiraglia e vanto della marina francese del tempo, considerata
allora anche il miglior veliero di ponente, mentre era all’ancora e fortunatamente prima che il
predetto ammiraglio vi s’imbarcasse, prese fuoco e affondò tra le fiamme. C’era però prima di
questa stata un’altra grande carraca francese, una che nel 1501 il re Luigi XII incluse nell’armata
che mandò contro i turchi invadenti la Grecia, spedizione che, postasi all ’assedio di Metelino o
Mitilene che dir si voglia, finì in un disastro, e di tale nave parla il cronachista Jean d’Auton, così
citato dallo Jal:

… la grande nave o carraca chiamata ‘la Charente’, una delle più adatte di tutto il mare alla
guerra… era armata di 1.200 uomini di guerra senza (contare) il vantaggio di duecento pezzi
d’artiglieria, dei quali quattordici a ruote che tiravano grosse pietre e palle serpentine (‘palle di
metallo’); (era) vettovagliata per nove mesi e aveva vele tanto abbondanti che in mare non c’erano
pirati o grassatori che le (potessero) prender vento davanti. A bordo c’era un gentiluomo di
Bretagna, capitano di quella, di nome messer Jean de Porcon, signore di Beaumont e
luogotenente del Re nel mare di Normandia. (A. Jalt. Cit.)

Il cognome del suddetto capitano non deve meravigliare il nostro lettore; esso ha, con tutta
probabilità e come tanti altri, un’origine araldica, nel senso che questo cavaliere poteva per
esempio portare nello stemma di famiglia la raffigurazione d’un cinghiale, animale in araldica

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onorevole perché armato di zanne e combattivo; luogotenente generale (lt. subpraefectus) di
quell’armata era invece Philippe de Ravestain e capitano generale lo stesso re. Altra nave, ancora
più antica a giudicare dal nome con cui si ricordava nel Mediterraneo per le sue forme smisurate,
era la caraca di Rodi, vascello risalente al tempo in cui quell'isola era ancora sede dei cavalieri di
S. Giovanni di Gerusalemme, sede subentrata a Cipro nel lontano 1309 e perduta il giorno di
Natale del 1522 dopo cinque mesi d’assedio turco iniziato, e probabilmente partecipante anche
alla battaglia di Laiazza del 1510, dove dalla flotta dei predetti cavalieri fu sonoramente sconfitta
quella del sultano burgita d’Egitto, la quale riportava a Costantinopoli un figlio di Bayazid II (1481-
1512) che veniva pellegrino dalla Mecca e forse si trattava dello stesso Selim I che nell’aprile 1512
subentrerà al padre defunto; secondo il d’Aquino (v. fonti) essere come la gran caracca di Rodi
diventò poi anche proverbio, per dirsi di persone molto corpulente e di tardo moto. Anche il Sanuto
ricorda nei suoi Diarii quest’enorme legno laddove arriva all’anno 1495, definendola però non
caracca, bensì barza de botte 3.000 benissimo in ordene; barza (sincope brachigrafica di barcaza,
‘grossa barca’) significava in veneziano semplicemente ‘nave’:

… Fo concluso tra tutti di partir le nave e le galie, videlicet parte di le barze con parte di le galie…
(M. Sanuto, Diarii. T. I, colt. 280.)

Ma anche la nave d’Andrea Loredano era particolarmente grossa, presentando infatti una stazza di
2.000 botti:

… Andrea Loredan, capitano di le nave armade, a dì 2 ditto (marzo 1497), compite di dar danari a
tutti li homeni di la sua barza nuova per num.° 450, munitissima di artellarie di ogni sorta, boche
zerca 400, ‘maxime’ alcune bombarde grosse e certe passavolante novamente butate (‘gettate,
fuse’), fornita ‘etiam’ di vituarie in gran quantità ed era di botte 2.800 [om.] Ancora in questo giorno
l’altra nave di botte 1.800, patron Daniel Pasqualigo, comencioe ad armar e ponersi in hordine…
(ib. Colt. 534.)
… A dì 18 april (1497), martadì matina, Andrea Loredan, capetanio di la barza granda armata,
essendo su ditta barza col nome di ‘Christo' montado a dì 9, la qual era benissimo in hordine con
homeni 450 suso e 400 boche e più diartellarie e bombarde grosse da bombardar ogni gran terra,
le qual trazeno piere dipeso di lire 150 l’una, e fornita di munizione e vituarie, bischoti (‘gallette’) in
gran quantità, la qual era al sorzidor (‘alla fonda’) e molti andava(no) a vederla per esser una di le
belle cosse che in questi tempi né zà molti anni (‘e da gran tempo’) sia stato sul mar, e li oratori di
al liga (‘gli ambasciatori della Lega’) fo’ (‘andarono’) a vederla e in questa matina, a dì 18, fe’ vella
per andar in Istria. E il zorno sequente lìaltra nave di comun (‘d’armamento pubblico’),
(‘essendone’) patron Daniel Pasqualigo, armata con homeni 300, ‘etiam’ si partì e fece vella. E
dicta barza capetania era di portà di botte 2.000 e si vedeva molto da lonzi velizar e parev a uno
castello sul mar… (ib. Colt. 607.)

C’è qui da chiarire che quella del Loredano era dunque una nave non piccola, ma che comunque i
450 uomini a bordo e le 400 bocche da fuoco rappresentavano non certo una dotazione ordinaria,

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bensì un trasporto di guerra. Gli esemplari più piccoli, detti barzotti o barzotte, potevano esser
anche di solo un centinaio di botti di portata. Sempre a proposito dello stesso anno 1495 il Sanuto
menziona pure una nave di botte 3.000 chiamata Jansilla, la quale si trovava allora in porto a
Genova in attesa di salpare per Barcellona, mentre per il precedente 1494 scrive d’altre due
enormi, cioè della Negrona, vascello d’addirittura 4.000 botti che i genovesi, allora alleati della
Francia, avevano allestito per la persona del duca d’Orléans, generale dell’armata franco-
genovese destinata ad appoggiare dal mare l’esercito invasore di Carlo VIII, e della Salvega,
anche questa grandissima e facente parte della predetta armata. Di una nave turca grande come
una città galleggiante, presente nell’armata di mare anti-veneziana preparata dalla Porta Ottomana
nel 1499, si legge in un antica cronologia (Cronache di Antonello Coniger, gentilhuomo leccese in
Raccolta di varie croniche, diarij ed altri opuscoli etc. T. V, p. 591. Napoli, 1782):

El Gran Turco fe’ una grandissima armata de’ vele, fra grandi e picciole 500, dove tra l’altre navi
era una nave di 4.000 botti che portava una cetà in mare, nella quale ‘nci era tutta piena de ‘
muneccione, le bombarde grandi 50, butti de polvere, diece butti pieni di aspri, una catena di ferro
che circondava tre millie; e di quella era capitano Jemalì e, de’ tutto el resto, el filio del Gran Turco
era capitano.

Altre navi smisurate costruite in seguito tra Cinquecento e Seicento furono le inglesi Great Jack e
Sovereign, questa dalla portata di 1637 tonelli e si diceva non potesse la sua sola chiglia essere
trainata da meno di 28 buoi e quattro cavalli; inoltre la danese Fortuna e la svedese
Impareggiabile, la quale portava ben 200 pezzi d’artiglieria; infine le francesi Cordeliere e
Couronne, quest’ultima lunga 200 piedi, larga 46, alta 75 e il cui solo albero maestro, bastone dello
stendardo incluso, era formato da ben 216 parti. Ma questi enormi velieri correvano
paradossalmente pericoli molto maggiori degli altri, perché in essi finivano per ingigantirsi anche
gl’inevitabili errori di costruzione, come affermava il Savérien:

… Per quanti vantaggi essi portino, l’architettura navale è ancora troppo imperfetta per esporsi ai
pericoli d’una cattiva costruzione, la quale è inevitabile, come si è potuto sperimentare nell’uso che
si è fatto di tali (smisurati) vascelli… (Alexandre de Savérien, Dictionnaire historique et pratique de
Marine, Parigi, 1758.)

Eppure il Savérien scriveva ormai nel tecnicamente evoluto Settecento; ecco perché ai suoi tempi,
a differenza d’inglesi, olandesi e altri, i francesi avevano ormai rinunziato a queste costruzioni
molto grosse e avevano invece introdotto la razionale e ordinata classificazione a ranghi, a
seconda della loro stazza, del numero dei loro ponti e delle bocche da fuoco portate, chiamando
vascelli di linea, ossia di corpo d’armata, quelli non inferiori al quinto rango e stabilendo le loro

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caratteristiche e dimensioni con due ordinanze reali, una del 1670 e l’altra del 1688; tale nuova
suddivisione verrà, come quasi tutto ciò che di militare veniva dalla Francia, presto adottato anche
da altre importanti potenze marittime, ma questa è altra storia.
Chi avesse ideato e costruito i primi galeoni grossi marini rinascimentali, adattissimi anche alla
navigazione oceanica, non si sa; i primi di cui ci è stato dato di leggere sono appunto i predetti
quattro del re di Francia nel 1535; inoltre, nel 1551, il residente veneto Daniel Barbaro,
descrivendo le forze di mare britanniche in una sua relazione da Londra, tra l'altro così scriveva:

... Ci sono anco da settanta navigli che essi chiamano galeoni, non molto alti, ma lungi e grossi,
con li quali hanno fatto nelle guerre passate tutte le fazioni (E. Albéri. Cit. S. I, v. II, p. 253)

Non intendeva però il Barbaro dire con queste parole che i galeoni fossero originalmente vascelli
usati soprattutto dagl’inglesi, ma sicuramente invece che, riferendosi ai bertoni di cui abbiamo già
detto, gl’inglesi li chiamavano galleons, in quanto quello di bertoni era ovviamente nome dato loro
dagli stranieri e non dagli stessi inglesi; in realtà il nome era solo parzialmente improprio perché in
effetti i bertoni ricordavano parecchio i galeoni, però con la differenza che questi, come sappiamo,
non avevano il castello di prua, quelli invece non avevano nemmeno quello di poppa. Gli ultimi ad
adottare i galeoni furono i turchi e ciò avvenne tra il 1575 e il 1590, come si evince dalla relazione
del bailo veneziano Matteo Zanne del 1594, e ciò accadde evidentemente in quel contesto
generale imitativo della marineria cristiana che s’instaurò a Costantinopoli come complesso
d'inferiorità dopo il grande e irreversibile trauma causato dalla rovinosa resa dei conti subita dai
turchi a Lepanto (gr. Ναυραϰτος; tr. Inebahti); perché si dica quello che si voglia e si minimizzi pure
Lepanto quanto si creda, ma quella battaglia fu uno di quegli avvenimenti che più cambiarono il
corso degli eventi in questo mondo..
Ma quale doveva essere dunque il garbo d’un buon vascello tondo, ossia a prevalenti vele quadre,
perché avesse buone qualità nautiche? Se il vascello si faceva, come si diceva allora, ben
quartierato, cioè di corpo più grosso alla prua e rimpicciolentesi gradatamente all'indietro fino alla
poppa, e lo si faceva di gran fondo, ossia di pescaggio profondo, e non molto lungo, allora avrebbe
navigato meglio con forte vento in poppa e avrebbe resistito meglio alle burrasche, risultando, per
questa sua forma, forte e reggente, né avrebbe temuto tanto il mare di fianco; però con il bel
tempo (fr. temps à perroquet) un simile vascello non avrebbe fatto molta strada né sarebbe
risultato molto agile né si sarebbe potuto girare facilmente a causa del suo profondo pescaggio e
della sua gran larghezza.
Se invece il vascello tondo si faceva, come anche si diceva allora, pianello, ossia con poco
pescaggio, alquanto lungo e con poco quartiero, cioè con poco corpo alla prua, allora anche con i

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venti leggeri o in bonaccia risultava essere molto veloce, agile col vento dell'oste, vale a dire col
vento del quarto posteriore, e poteva ben orzare (fr. aller au lof), cioè mantenere la prora contro il
vento. In una parola un tal tipo di vascello tondo era molto più flessibile e volubile del precedente,
ma nelle borasche, ossia nei forti venti dal nord – aquilone, tramontana, borea (quest’ultimo detto
dai marinai bizantini Ταναίτης, da ‘Tanai’, cioè il fiume Don), e con i venti impetuosi in generale
questo secondo tipo di vascello tondo risultava pericoloso, soprattutto perché geloso o caminoso
(vn. vergolo; fr. rouler) – termini questi tutti levantini, ossia mediterranei, cioè facile a piegarsi ora
da un lato e ora dall'altro durante la navigazione, specie se a vela, e quindi correva il rischio di
traboccare, vale a dire di capovolgersi; infatti, essendo di quella forma allungata e con poco
quartiero, non poteva reggersi bene sotto la spinta delle vele e di conseguenza era facile a
scoprire i fianchi ora da una parte e ora dall'altra. I marinai pratici dicevano che un vascello che
non reggeva non poteva mai navigare bene alla vela con i venti freschi, ossia gagliardi. Un
vascello geloso, ossia uno che non si riusciva a metter bene in stiva perché difettoso di
costruzione nello scafo o nell’alberatura, si poteva riconoscere facilmente anche quando stava alla
fonda, perché molto probabilmente sarebbe stato in giolito (gr. ἐν σάλῳ, quindi σᾰλεύειν; lt. in salo;
fr. en jolly, en travail, en tourment, in cargue, à la bande), cioè, pur stando all'ancora, avrebbe
troppo rollato e si sarebbe quindi pressocché coricato ora da un fianco e ora dall'altro per effetto
delle traversie portuali; ma questo termine giolito non significava solo qualcosa di negativo, perché
infatti stare o trattenersi in giolito significava più comunemente starsene all’ancora in rada (gr.
ἀποσᾰλεύειν) invece d’andare a ormeggiarsi (gr. ἐνορμίζεσθαι) a terra e far dimora in giolito
significava scegliere di dormire a bordo invece di andarlo a fare con maggior comodità a terra.
Solo dalla metà del Seicento troveremo nel Mediterraneo chiamare anche pinco il flauto [fr. flûte,
pinque, pinke; olt. fluijt(-schip), pink, ing. pink], vascello quadro oceanico dal porto di due o tre
centinaia di botti o tonelli – ma potrà arrivare anche alle cinque; era molto piatto di fondo, tanto
tondo di poppa quanto di prua, ma con la poppa lunga e alta, tanto panciuto da esser largo al
ponte a fior d'acqua [fr. franc-tillac, premier pont; olt. onderste dek] il doppio che alla coperta, per
cui questa sua fiancata a scarpa risulterà di difficile arrembaggio, capace di circa otto pezzi
d’artiglieria, maggiori, se velicamente armato in corso o minori (p. es. falconetti), se armato invece
con attrezzatura velica a quattro alberi uguale a quella degli altri vascelli quadri, ma più stretta, che
gli permetterà pertanto di perdere poco il vento e d’essere quindi buon navigatore (gr. πλώïμος),
anche se non quanto i vascelli a poppa quadra; nemmeno troviamo ancora nominati nel
Mediterraneo del Cinquecento l'inglese il fiammingo phlibot (olt. vlie-boot, fluyt-boot; ing. fleet-
boat, fly-boat; fr. flibot; it. flibotto, lilibotto), nient'altro, come il nome stesso fa intendere, che un
flauto o pinco piccolo, ma largo e molto fondo, dai bordi arrotondati, cioè senza squadratura, e

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dalla poppa ordinariamente rotonda, provvisto del solo albero maestro senza parrocchetto e dalla
portata massima di 100 botti; né ancora l'adriatico trabac(c)olo, il mercantile turco samkin, ancora i
turchi londro (ma anche lontro o londra), garbo e sultana, quest’ultima il galeone turco, la greco-
ottomana saic(c)á, vascello questo dall’alberatura sostanzialmente uguale a quella del
caramussale turco, ma più pesante di scafo per contrappesare la smisurata altezza dell’albero, il
quale però sovente si smonterà; né infine il fregatone, grosso cargo veneziano a poppa quadra,
comune nell’Adriatico, attrezzato con mezzana, maestro e bompresso, ma privo di trinchetto,
capace, se molto grande, di caricare da otto a 10mila quintali, essendo però allora, come
sappiamo, un quintale solo 100 libre e non 100 chili come oggi. Il non averli noi trovati nominati
non significa però ovviamente che non incominciassero già a vedersi nel Cinquecento, cosa al
contrario molto probabile. Tralasceremo inoltre di descrivere parecchi tipi di vascelli tondi che
erano tipici delle coste atlantiche dell’Europa e che nel Mediterraneo difficilmente potevano a quei
tempi comparire, tra questi i fiammingo-olandesi (beitel-)aak, boot, boïer o boyer, galjoot, (haring-
)buis, kaag o kaeg, kat(-schip), (beitel-)aak o a(c)que, lo scandinavo kraay (fr. craie), la barca
normanda gribane, costruita à sol(l)e, cioè a fondo piatto privo di chiglia, le francesi chatte e
traversier, quella portoghese mulete, la tialk, la semaque, imbarcazioni quest’ultime dall’alberatura
caratteristica, la heu (olt. hui; in. hulk; td. hulek), vascello piatto di fondo, molto usato da olandesi,
fiamminghi e inglesi, ecc. Diremo solo qualcosa della beland(r)a di Fiandra, questa piccola
imbarcazione da carico, molto piatta di fondo e molto comune su quelle coste settentrionali, la cui
stazza partiva dalle 30 botti o tonelli, ma arrivando, per lo meno poi nel Settecento, alle 80; essa,
come i summenzionati boïers, yachts, heus e le semaques, ossia come tutte le imbarcazioni
nordiche dal fondo piatto o semipiatto, ma ciò nonostante destinate a navigare egualmente in
mare, era caratterizzata dall’esser provvista di derive [fr. dérives, semelles (de basbord); olt.
swaarden], cioè da un assemblaggio mobile semiovale fatto di tre tavole di legno posto a ogni
fianco del vascello e che si facevano calare in acqua alternativamente quando si voleva navigare
alla bolina ed evitarne così appunto la conseguente deriva o falsa rotta (fr. anche abbattement); si
distingueva inoltre dall’avere la coperta più alta del bastingaggio di circa un mezzo piede, per cui
tra coperta e pavesata c’era uno spazio a corridoio di circa un piede e mezzo che correva per tutta
la lunghezza del fianco; questo veliero, omologo oceanico del leuto mediterraneo pur nella grande
diversità di velatura, era anche usato sulle coste francesi della Manica col nome di quaiche, chaie,
ma nulla aveva a che fare con la palandaria passacavalli ottomana, a cui abbiamo più sopra
accennato, e neppure con la predetta esiziale pal(l)andra o galeotta da bombe che nascerà
nell'ultimo quarto del Seicento. Molto più piccola era poi, sempre nell'oceano, la flette (prob.

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dall'iberico flete, noleggio), battello coperto usato per brevi passaggi o per trasporti di piccole
quantità di merci.
I grandi vascelli da guerra avevano di solito sul fondo di cala uno spazio detto in fr. rum od r(e)un
e in olt. ruime, nel quale si conservava quella mercanzia che per lo più anch’essi sempre
portavano, uso dal quale sono venuti il verbo francese arrumer, arr(e)uner, arrimer, col significato
di sistemare la mercanzia nel rum, e la locuzione inglese to have room, nel senso comune di
‘avere spazio’; probabilmente anche l’omonimo e ben noto liquore marittimo prese il suo nome da
questo spazio di carico. Tra la prima e la seconda coperta si tenevano principalmente le artiglierie,
di cui anche i vascelli mercantili (fr. bâtimentes) erano necessariamente dotati, e i cavalli.
A proposito di ponti, abbiano appena detto come gli olandesi chiamavano il primo, cioè quello più
basso; diremo ora che davano invece al secondo, se presente, i nomi di (schut-)overloop,
(o)verdek o tweedw dek e alla coperta quello di bovenste o boevenet; essi preferivano i vascelli a
due ponti, anche se alquanto elevati sull’acqua e alti al loro interno per facilitare il maneggio
dell’artiglieria, perché quelli a tre, anche se più consoni alla guerra in quanto molto più difficilmente
arrembabili, trattenevano al loro interno troppo il fumo degli spari e inoltre sul ponte di coperta non
si potevano mettere molti cannoni come nei due inferiori, perché il loro gran peso a quell’altezza
avrebbe messo in pericolo la stabilità del vascello; si preferiva dunque disporre sulla coperta dei
trepponti archibugeria e moschetteria.
A volte si ovviava al problema della ritenzione del fumo o rinunziando all’intera coperta tra i due
castelli [fr. pont coup(p)è] o dotando il vascello solo d’una coperta parziale o mezza coperta (fr.
suzain; susain), cioè privandola di quella parte anteriore che andava dall’albero di maestra al
castello di prua, parte che all’occorrenza si sostituiva o con una copertura di carabottino [corr. del
fr. caillebo(t)t-e/is, ‘gabbia per le quaglie’; quarreaux, treillis] o con una di corda intrecciata [fr.
(Saint-)Aubinet, pont de corde], sostenuto questo da pezzi d’albero posti di traverso sui parapetti
anteriori; questi ponti à jour si portavano nella stiva in pezzi precostruiti da assemblare (fr. en
fagot) erano, come del resto anche le boccaporte e le altre eventuali aperture, protetti dalla pioggia
e dai colpi di mare coprendoli con tele catramate (fr. prelarts), ma bisognava togliere (fr. ferler) il
predetto ponte di corda in occasione di colpi di vento, perché in tal casi avrebbe impedito la
manovra. C’erano poi anche ponti interi di corda intrecciata che si stendevano sopra la coperta di
mercantili monoponte e risultavano molto utili per difendersi da un arrembaggio, in quanto
standovi sotto si potevano attraversare con spade, mezze-picche e spari così colpendo il nemico
che vi fosse saltato sopra.
Terminata la descrizione dei vascelli tondi o quadri, detti anche genericamente navi, cioè di quelli a
prevalente velatura quadrangolare, passeremo ora a quelli latini, detti originariamente - e anch’essi

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genericamente - barche specie se piccoli, ossia a quelli a sola velatura triangolare e molto
orientabile, vascelli quindi non superanti generalmente le 900 botti di portata e che nel Medioevo
erano stati anche più piccoli (parvis navigiis quae barchae dicuntur in G. & G. Stella, Annales
genuenses etc. Cit. Anno 1332, colt. 1.066); ma, poiché in effetti anche i vascelli remieri
viaggiavano in alto mare come quelli latini e cioè principalmente a vela latina, questo nome di
barche si troverà facilmente usato anche per taluni di questi ultimi e quindi vedremo barche
lunghe, barche spagnuole, barche armate (barca armada de 24 rems), essendo questi tutti vascelli
lunghi (gr. νῆες μαϰραὶ, μακρά πλοῖα), vale a dire remieri da guerra. Nel Settecento per barca
s’intenderà invece unicamente un veliero con coperta e tre alberi (gr. τριάρμενος ὀλϰάς).
Dell'etimologia della locuzione vela latina [fr. anche tri(n)quette, voile à oreille de liévre ou à tiers-
point; olt. drie-hoekig zeilen, drie-kantig zeilen] già si discuteva in Italia nello stesso Cinquecento,
mentre sarà in Francia chiara più a lungo, cioè ancora nel Seicento; veniva cioè da ‘navigare alla
maniera latina’ in opposizione a ‘navigare alla maniera franca (fr. franque)’. Insomma, essendo nel
Medioevo i franchi un popolo considerato non latino bensì germanico, un popolo quindi soprattutto
di ponente (provenzali, linguadochesi, rossiglionesi e catalani esclusi ovviamente), vale a dire
‘oceanico’, il loro modo più consueto di navigare era ritenuto ovviamente quello alla vela quadra,
mentre i popoli latini, essendo soprattutto mediterranei, potevano permettersi di navigare
principalmente alla vela di taglio, detta dal loro nome quindi anche ‘vela latina’; questa distinzione
delle due denominazioni si può trovare espressa per esempio in una lettera scritta il 26 novembre
1619 dal principe di Piombino Carlo Bindi al sig. Gian Piero Dalviani e dalla quale venne poi tratta
una relazione in francese pubblicata a Lione l’anno successivo; in essa si descrivevano le feste
che in quell’anno si erano tenute a Costantinopoli in occasione della circoncisione del figlio di
Ahmed I, giovinetto di 12 o 13 anni d’età, il quale sarà poi a sua volta sultano nel 1623 col nome di
Amurat IV (Les cérémonies, magnificence, triomphe et choses estranges et admirable faicte durant
40 jours dans la grande et superbe ville de Constantinople etc. Chambery, 1620. B.N.P.) Questa
distinzione tra ‘navigare alla franca’ e ‘navigare alla latina’ dimostra ulteriormente che l’introduzione
della vela latina fu più tarda dell’antichità, altrimenti sarebbe stata certamente diversamente
espressa, per esempio ‘navigare alla greca’ (cioè a prevalente vela quadra) e ‘navigare alla latina’.
L’ipotesi dunque che il detto ‘alla latina’ possa etimologicamente derivare da ‘alla trina’, nel senso
di navigare con vele triangolari, si rivela dunque solo un esempio di come talvolta si cerchi di
sopperire con la fantasia alla mancanza di studio.
Per quanto riguarda il nome generico di barche dato ai vascelli latini, esso non è dunque da
confondersi con i medievali bargae e bargiae (ing. barge; vn. barza), vascelli latini più grandi, vere
e proprie navi, e nome che si conserverà nella marineria veneziana con il termine di barzotto

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ancora nell’Evo Moderno. I vascelli latini navigavano ovviamente molto meglio dei quadri sia con
vento dell'oste, ossia con vento latero-posteriore, come abbiamo già detto, sia all'orza, e ciò anche
se la vela latina era di più difficile maneggio di quella quadra perché non si poteva orientare da una
parte all'altra senza doversi spostare anche la relativa antenna (gr. ϰεραία). Portavano da una a tre
vele al massimo (una per albero), a seconda della loro grandezza, e, a paragone dei quadri, erano
di forma lunga e sottile. I più grandi di questi erano le saettie (tlt. sagittiae; sagitteae; sagictiae;
sagyptiae; saiteae; ctm. sageties; cst. saetinas), vascelli latini a tre vele e cioè maestra, trinchetto
e mezana, il cui nome ricorre già nelle cronache dalla prima metà del Duecento, specie perché,
per la loro velocità e maneggevolezza, erano nel Medioevo m olto usati da corsari (blt. cursores; gr.
πειραταῖ) e pirati (blt. piratae; gra. λῃστριϰοὶ, πειραταῖ, περιδήλιοι; grb. περάται, πορθμεῖς); infatti
nel Medioevo erano state vascelli sottili (grb. λεπτὰ πλοῖα), cioè erano state condotte anche a remi
(p.e. sageties de setze rems. D’Esclot, Chronica, all’anno 1282; barca armada de 24 rems,
Muntaner (Cit.), all’anno 1308; sagyptiam cum XXII remis, Chroncon estense, all’anno 1348), il che
significa che erano di bordo molto basso. I pisani si servivano molto di tale trasformazione (XI
sagittias ad modum galearum velociter ordinaverunt… XIIII sagittias ad similitudinen galearum
praeparaverunt… Cronaca pisana del Marangone all’anno 1163. In A.S.I. Tomo VI, parte II, p. 30.
Firenze, 1845); ma ora quelle che ancora potevano andare anche a voga non si chiamavano più
saettìe bensì barche spagnuole; queste erano vascelli stretti e ottimi velieri e tra le molte
peculiarità che presentavano avevano appunto quella di poter esser spinte normalmente anche a
remi. In sostanza qualsiasi piccolo veliero che non superasse all’incirca le 300 botti di portata
poteva essere attrezzato anche con remi:

.. Dise ancora ce, sopra Bichieri, ditta nave soa era stà presa dal, galion de Batin Cerisola, corsaro
zenoese, di botte 300, di remi 28 per banda che vogava, el qual era in cons erva con 2 altra
barzete di corsari… (M. Sanuto, Diarii. Anno 1496. T. I, colt. 270.)

Vediamo che già nel Duecento le saettie, specie se più grandi, erano non infrequentemente usate
anche per commerci veloci di merci meno voluminose ma magari più costose e questo fu il caso
delle due sa(e)gitiae genovesi che furono prese nel 1273 da corsari provenzali e nizzardi, ma che,
poiché portavano a bordo beni e persone non solo di mercanti genovesi, nazionalità considerata
ostile dagli angioini, ma anche di commercianti milanesi e toscani, i quali fecero sì che le loro
signorie chiedessero al re Carlo I un suo autorevole intervento perché facesse loro ottenere un
pieno risarcimento (G. Del Giudice, Diplomi inediti di re Carlo I° d’Angiò riguardanti cose marittime
etc. Pp. 15-16. Napoli, 1871). Vi saranno infatti più tardi, cioè nel Rinascimento, alcune saettìe,
per lo più francesi e appunto genovesi, con vele anche quadre, come per esempio quelle

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marsigliane, che arrivavano anche alle 100 botti di portata, essendo allora, come abbiamo già
detto, il tonello o botte una misura di capacità oceanica francese costituita da 20 quintali o barili;
quest’ultima misura poi – conformemente a una commistione tra capacità e peso tipica del tempo –
si trasforma appunto in misura di peso e va a comprendere 100 libre:

Tonello o botte di Bordeaux [fr. tonneau; olt. ton(ne), vat] = /~ quattro barili di Bordeaux o due
pipe o 20 quintali o 2.000 libbre od 840 pinte di Parigi.
Barile di Bordeaux [fr. bar(r)ique; olt. oxhoofdt; it. anche botticella] =/~ 500 pesi [fr. pesants; ing.
pound; it. libre] ossia cinque quintali, ossia 210 pinte di Parigi o 360 d’Olanda.
Pipa di Bordeaux ( più tardi detta millier) = 2 barili di Bordeaux, ossia 10 quintali.
Quintale (olt. centenaer; ct. quintalades) = 100 libre.
Giara (fr. jar) = 40 pinte d’olio.
Damigiana (fr. Dame Janne; olt. vul-geldt) = 1/12 di botticella.
Libra (fr. pesant, poids de marc) = 16 once.
Bottiglia (fr. setier o chopine) = ½ pinta.
Mezza bottiglia (fr. demi-setier; olt. mutsje).
Quarto di bottiglia (olt. halfje, halve-mutsje).
Ottavo di bottiglia (olt. pimpeltje).
Moggio (fr. muid) = 6,666 quintali.

Il tonello di Bordeaux era usato da sempre anche a La Rochelle e si era poi esteso a tutta la costa
atlantica della Francia, mentre nei mari del nord s’usava il last(e) o lest (misura e termine
prettamente olandesi), il quale equivaleva a due tonelli di Bordeaux presso fiamminghi e inglesi (fr.
last de tonneaux) e due tonelli e mezzo presso gli olandesi (fr. last pesant); fino a Quattrocento
inoltrato i capitolati di diritto marittimo della Lega Anseatica consideravano un vascello mercantile
piccolo quando non superava le 24 lastes di portata (J. M. Pardessus, Collection de lois maritimes
antérieures au XVIIIe siècle. Vollt. II e III. Parigi, 1828-1834.)
La suindicata equivalenza in pinte del tonello era stata prescritta in Francia da un regolamento di
Luigi XIII, mentre in precedenza vigeva quello d’Enrico IV che voleva invece la botte di 300 pinte.
Bisogna però puntualizzare che la libra, come tante altre misure europee del tempo, poteva variare
a seconda del paese e della mercanzia a cui ci si riferiva, essendo infatti talvolta usata pari non a
16 once, come a quella antica francese suddetta, bensì a 12 o a 15. A Venezia c’erano in uso due
libre, quella detta di peso grosso e quella detta di peso sottile, equivalendo per esempio la prima a
libre di Livorno 1,35 e la seconda a 0,88. Altrettanto variabile era il suddetto last(e), per esempio in
Svezia e in Russia un grande lest o grande leth si divideva in 12 barili o botticelle strette e il piccolo
lest sei barili, mentre anche del tutto differente era il leth quale unità di peso delle aringhe; ancora
nell’Ottocento in Svezia s’userà un last per la birra divisibile in 12 barili e uno per il sale francese in
18 (ib.)

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Le scafe erano, come le saettie a tre vele, vascelli latini destinati alla navigazione costiera e con i
quali non bisognava mai ingolfarsi, cioè spingersi al largo [gr. μετεωρεῑσθαι, μετεωρίζεσθαι; fr.
s’élever, si alarguer, tirer à la mer, porter ou mettre le cap à la mer, cour(r)ir ou se mettre au
larg(u)e (de la terre), prendre le larg(u)e (de la mer); olt. de ruime zee kiesen], perché erano
lunghissimi e poco sicuri. Tre vele portavano anche le veloci tartane, barche queste originarie di
Marsiglia e pertanto dette a Genova marsigliane, non avendo però nulla a che fare con le
veneziane marsiliane, le quali avevano invece solo due alberi, cioè maestro e trinchetto; a volte
usavano anche più di tre vele, ma allora si trattava di vele piccole (gr. δόλωνες) e sistemate in
modo da navigare benissimo con ogni vento e quasi con ogni tempo; esse però, a differenza
dell’altre barche grandi, usavano anche una vela quadra di fortuna, ossia di burrasca, detta in
italiano trevo come quella delle galere; in caso di necessità esse potevano, come le polacche,
andare a remi, anche in questo caso probabilmente come le già menzionate barche spagnuole.
Ancora come le polacche, queste tartane, molto usate nell’Italia meridionale anche per formarne
convogli granari, erano talvolta armate a guerra con un minimo di quattro pezzi grossi e una
quarantina di combattenti, numeri questi che però potevano infatti anche essere alquanto superiori
a seconda della loro grandezza. Erano usate, oltre che per il corso, anche per la difesa costiera e
come vascelli ippagogoi (gr. ἰππἂγωγοί; lt. hippagines o hippagògoe); nel Medioevo si erano
chiamate tarede o tarade ([da ltm. tara (‘pondus)’, unità di misura medievale], ma anche teride,
taride o tarite o trite, o poi dal Seicento appunto tartane, probabilmente attraverso la variazione
taritane. Si trattava di vascelli ponentini e la prima volta che invece se ne legge nelle storie
levantine è in quelle del niceano Giorgio Pakyimeres (c. 1242-1310), il quale, a proposito delle
concessioni di navigazione nel Mar Nero che ai suoi tempi i bizantini rilasciavano ai genovesi, ci
dice che questi vi andavano a navigare più che con le grandi navi con altre di piccole dimensioni
che chiamavano appunto tarite (ἄς ἐϰεῖνοι ταρίτας λέγουσι. In De Michaele et Andronico
Palaeologis libri tredecim. LT. V, par. 30). La versione atlantica della tartana era la pinassa (tlt.
spinachium; itm. spinazza, cst. pinaça; fr. espinace; olt. spiegel-schip), piccolo tre-alberi stretto,
lungo e leggero a poppa quadra, a vela, ma in caso di necessità spingibile anche a remi, molto
usato in Biscaglia, Bretagna, Normandia e Olanda perché molto adatto al corso, all’avanscoperte e
agli sbarchi di milizie e più tardi, per merito della sua grande versatilità e nelle sue versioni
maggiori, sarà usato dai francesi e dagl’inglesi anche nelle rotte transoceaniche per i loro
approvvigionamenti e commerci con le Americhe. Il nome si legge per la prima volta nei Diaria
neapolitana di anonimo all’anno 1388:

Alli 13 (di settembre) vennero ad 8 hore de notte (oggi le 5 di mattina) cinque galere, tre bregantini
e tre galeotte; e venne una nave spinazza ed una destera (sic) imbarbuttata e due parascarmi de li

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nemici per soccorrere il castiello, dove fo una fiera battaglia… (In LT. A. Muratori, Rerum italicarum
scriptores etc. C. 1.058, t. 21. Milano, 1732.)

Le destere, tipo di imbarcazioni remiere poco più avanti dette destrieri, non erano altro che quelle
che in latino uscieri e a Venezia marrani, cioè le porta-salmerie, usate per trasportare, oltre ai
cavalli, tutte le provvisioni necessarie a una spedizione militare marittima; imbarbuttata è invece
sinonimo del già incontrato e spiegato incorata, in quanto i cuoi pendenti lungo i fianchi
ricordavano, come del resto anche i camagli delle barbute, appunto una barba. L’armata
castigliana che il 22 giugno 1481, sotto il comando del capitano generale Francisco Enriquez,
salpò per recarsi al soccorso di Otranto, assalita dai turchi, si componeva di 24 navi e di 11
pinacce (Zurita, Anales. T. 2-2, lt. XX, c. XLI). Non più di due sole vele portavano i leuti o liuti e le
barche e barcacce propriamente dette, vale a dire la maestra e il trinchetto.
Il petacc(hi)(i)o [it. anche pataca, petaggio, pattaggia fr. patac(c))he, postillon; olt. petas(zen),
vitlegger, post-vaartuig], essendo un vascello latino fatto principalmente per attività belliche,
necessita di qualche parola di più. Esso era un legno (gr. ξύλον, anche appunto nel senso di
‘vascello’) medio-piccolo che poteva raggiungere anche le mille salme, ossia le 250 botti, montato
da una dozzina d’uomini e destinato al servizio d’armata dei grandi navigli, alla sorveglianza
armata delle coste e delle piazze marittime, alla ‘scoperta’ del nemico e al portar avvisi; era anche
destinato al servizio di conserva dei grandi vascelli e c’è qui da spiegare che si dava il nome di
conserva [fr. (vaisseau-)matelot, (vaisseau-)second] a un qualsiasi vascello che viaggiasse con un
altro, ma in seguito prese a significare generalmente un qualsiasi vascello da guerra che
viaggiasse con mercantili allo scopo di proteggerli [fr. conserve, convoi; olt. geley(-schip); convoy]
era infine un tipo di vascelletto normalmente anche molto adibito alla guardia doganale costiera e a
uscire dal porto (gr. ὂρμος; ναύλοχος, λῐμέν) per andare a fermare e riconoscere qualsiasi vascello
che volesse entrarvi, eventualmente ispezionandolo, per vedere se aveva effettivamente titolo per
farlo o se doveva invece esserne interdetto; cioè gli andava a chiedere se avesse passaporto per
entrare, da dove venisse – ciò per decidere se il suo equipaggio dovesse essere eventualmente
sottoposto a quarantena o purga - e dove fosse poi diretto; rispondere a queste domande si diceva
in francese raisonner ou haler à la patacche ou à la chaloupe. Nel giugno del 1624, per essersi
trascurato uno dei predetti dovuti controlli sanitari, si attaccò a Trapani e Palermo una grave
pestilenza portata da un galeone sul quale erano arrivati dalla Barbaria gli schiavi cristiani
trabaldati (‘riscattati’); vi perì moltissima gente, tant’è vero che anche grandi personaggi ne
morirono e tra questi il 31 luglio il segretario del vicerè Antonio Navarra, poi l’auditore generale
Juan Fajardo e infine se ne ammalò lo stesso vicerè Emanuele Filiberto di Savoia (1622-1624) e
passò anch’egli a miglior vita il 3 agosto seguente; per ordine del re Filippo IV il suo corpo

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imbalsamato sarà poi con gran pompa trasferito a Barcellona a mezzo della galera Reale o
Capitana Generale (gr. ναυαρχίς, στρατηγίς ναῦς) del marchese di S. Croce, la quale sarà scortata
in quel viaggio da sette di Sicilia e quattro di Malta, e infine sarà seppellito a S. Lorenzo del
Escurial accanto alla tomba di suo fratello il principe Filippo e non lontano da quelle dei reali di
Spagna. A proposito dei petacchi, c’è da citare un interessante ordine di commissione livornese
del 29 luglio 1606 inviato a un fiduciario d’Amsterdam e riportato dal Guarnieri, in cui si parla
appunto dell’acquisto d’un petaccio da usare per scorta a un mercantile da inviarsi in Cambaia
(regione costiera dell’India occidentale) e d’una lancia – termine questo allora del tutto inusuale nel
Mediterraneo, ambedue ordinati ai cantieri d’Amsterdam e che si attendevano a Livorno, la lancia
in pezzi da assemblare e il petacchio carico di grano per non farlo viaggiar inutilmente vuoto:

… E la lancia ha da essere in pezzi nella nave, come si è scritto, ed il petaccio ha da essere


proprio per il viaggio dell’Indie Orientali e si ha da caricare di grano al suo venire in qua…Il
petaccio chiestovi lo manderete ben fornito di tutte le sue appartenenze per il viaggio d ’Indie,
perché ha da far compagnia alla nave suddetta… (Gino Guarnieri, Livorno Medicea nel quadro
delle sue attrezzature portuali e della funzione economico-marittima, Livorno, 1970.)

Col passar del tempo sembra che il petacchio abbia poi perso le sue precipue prerogative militari e
d’uno d’essi carico di grano e farina catturato ai turchi, unitamente a una saicá piena di legnami, si
leggerà in una corposa relazione delle gesta dell’armata alleata che nel 1686 attaccherà le
fortezze costiere degli ottomani in Morea (Scalletari). Il nome dovrebbe derivare per metatesi da
quello tardo-latino di vacheta, vascelletto remiero su cui più avanti ritorneremo e che nelle armate
medievali era servizio alla singola galea per le incombenze veloci, quali portare ordini, missive,
persone a terra o andare in esplorazione.
Si trovano poi nominati, specie nelle cronache spagnole della prima metà del Cinquecento dei
velieri detti (e)scorchapines, (‘alberi del sughero’), dei quali però non abbiamo reperito alcuna
descrizione e possiamo solo ritenere che si trattasse di piccole imbarcazioni ‘alla latina’
particolarmente leggere e agili.
Tutte le barche finora menzionate avevano una sola coperta, ma al di sopra di quella le più grandi
potevano anche presentare quello che i francesi chiamavano un suzain o sus(a)in, ossia un mezzo
ponte che andava dal cassero di poppa all’albero di maestra, mentre quello che nasceva dalla
prua e andava verso poppa era detto dai transalpini courcives e dagli olandesi (leg-)wa(a)ringen,
wanderingen o anche gangen; esse potevano trasportare, a seconda della loro grandezza, dalle
150 alle 600 salme di carico. I leuti, molto diffusi nel tardo medioevo, e le tartane si usavano
maggiormente sulle coste della Provenza, ma i primi, molto anche a Genova e le seconde, un po ’
più piccole delle polacche, a cui, alberatura e velatura a parte, molto somigliavano, e lunghe quindi

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tra i 60 e i 70 palmi, erano molto comuni anche a Napoli; le barche e le barcacce erano molto
diffuse sulle coste d'Italia e delle saettie abbondava invece molto la Sicilia, anche se si trattava
d'imbarcazioni costruite soprattutto nell'isola di Candia, e si trattava per lo più di vascelli destinati al
trasporto di vino, olio, grano, formaggio e vettovaglie in genere.
C'erano poi piccoli vascelli latini a una sola vela e senza coperta, quali la barchetta, imbarcazione
con un equipaggio di sei uomini e, in mancanza di vento, talvolta mossa a mezzo d’alcuni remi; il
fregatone, da non confondersi con quello predetto veneziano che era invece, come abbiamo visto,
un vascello tondo, e il passacavalli, i quali avevano la sola vela maestra ed erano a volte anch’essi
spinti a voga come le gondole veneziane, ossia con grossi e lunghi remi che si maneggiavano
stando in piedi sui banchi; si trattava ovviamente d'imbarcazioni molto lente e usate solo in
prossimità della terra. Di queste barche e fregatoni se ne vedevano assai a Napoli, mentre i
passacavalli si usavano in Levante; i vogatori che remavano nel predetto modo, ossia
maneggiando in piedi un solo remo posteriore, si dicevano in francese coqueters. A proposito delle
gondole veneziane, già nel Cinquecento, come ci illustra il Vecellio, Venezia risolveva con il loro
servizio a noleggio la maggior parte delle sue necessità di comunicazione interna:

… Sono in Venezia le barche di tanta comodità che difficilmente la potrebbe credere chi non la
prova. Sono in Venezia traghetti in grandissimo numero e ciascuno d’essi ben fornito di barche,
ciascuna con un huomo in poppa apparecchiato, a richiesta di chiunque vuol passar dall’altra parte
del canale ovvero andare in altro luogo. I nobili poi e massime i più ricchi tengono ancora essi
ciascuno la sua barca a due remi con uomini salariati a questo effetto. Queste barche sono
coperte di rascia nera e le banche per sedere sono di legno, coperte per lo più di cuoio… (Vecellio,
Cesare, Habiti antichi et moderni di tutto il mondo etc. P. 122v. Venezia, 1590).

Dunque anche allora le gondole da traghetto (gr. πορθμεῖα, πορθμήια, πορθμίδες, τράμπιδες)
erano spinte da un solo vogatore o traghettatore (gr. πορεύς, πορθμεύς), ma quelle dei nobili da
due (gr. δίϰωπα) ed erano anche diffuse gondole da quattro remiganti (gr. τεσσᾰράϰωπα). Non era
allora ancor tempo perché nel Mediterraneo si sentissero nominare molto correntemente vascelli
latini quali la marticana, la bombarda, lo sciabecco, la greco-turca setì, nomi che invece
ricorreranno frequentemente a partire dalla seconda metà del Seicento, anche se questo non
significa che non esistessero in qualche numero anche prima. Lo sciabecco, vascello latino medio-
grande da guerra, detto all’inizio del Cinquecento a Napoli sciaveca e in italiano corrotto anche
sambecchino, sarà molto usato a partire dal Seicento specie dai corsari barbareschi e, quando
usato dai cristiani, sarà anche adoperato per il trasporto di munizioni; poteva essere armato anche
da una trentina di pezzi tra grandi e piccoli.
Per quanto riguarda i nomi propri che si attribuivano ai vascelli del tempo, diremo che, restando del
tutto più combattivi, aulici o mitici erano quelli usati sin dall’antichità per i vascelli da guerra e vedi

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infatti le triere e le liburne dagli antichi romani (Augusta, Radians, Sagita, Armata, Nilus,
Capricornus, Gryphus, ecc.), anche per quelli commerciali gli usi non erano sostanzialmente
cambiati rispetto al precedente Medioevo e vedi per esempio la nave pisana San Giovanni che
nell’estate del 1159 trasporto tre grandi colonne lapidee – evidentemente archeologiche – alla terra
ferma perché ornassero la costruenda o ristrutturanda chiesa di S. Giovanni (Cronaca pisana di
Marangone. Cit. P. 14); poi le tre grandi navi onerarie dell’armata che nel 1201 i veneziani
spedirono contro Muggia e Trieste, allora ambedue covi di pirati, ed i cui nomi erano Paradisa,
Aquila e Peregrina (Lorenzo Monaci, Chronicon de rebus venetis), mentre contemporaneamente,
tra i vascelli tondi che gli stessi veneziani stavano allora costruendo per l’esercito crociato che
l’anno successivo si sarebbe imbarcato alla Quarta Crociata, ce ne era uno tanto grande da esser
stato battezzato Il Mondo (Niketas Koniatos, Storie. Alessio Comneno, lt. III). Nella seconda metà
del Duecento una definita maxima si chiamava Rochaforte (ib.) e un’altra detta praegrandis invece
Buccaforte (Andrea Dandulo, Chronicon, LT. X, c. VII, p. XXVII); quelle ricordate dal Muntaner, e.g.
la nave catalana la Buona Ventura all’anno 1283 e al 1314 e il Falcone, nave dell’Ordine del
Tempio di Gerusalemme comandata da fra’ Ruggiero, all’anno 1303; inoltre la galera la Española
al 1308. Ci fu poi in quegli stessi tempi l’italiana Regina:

… Tunc navis magna quondam mantuanorum, quae vocabatur ‘Regina’, ubi prope Pontem Sancti
Georgii affundavit et ibi est (Chronicon estense, all’anno 1309. Cit.)
.
Gli antichi greci avevano un ufficiale pubblico al quale era demandato il compito di dare un nome
alle nuove triere e si chiamava infatti trieronòmo (τριηρονόμος). Si continuavano a usare molto i
nomi dei santi, a volte lunghi come Vergine Maria del Rosario e S. Giovanni Battista, ma anche
appunto quelli profani, come per esempio lo spagnolo la Mañana, il veneziano la Montagna Nigra, i
bellicosi aragono-napoletani Drago, Aquila, Squarciafica e quello toscano Lupa, quello spagnolo
Los tres reyes e quelli aggettivati dei rispettivi cittadini proprietari (ct. bourgeois de la nef), come il
genovese Spinazza e i veneziani la Contarina, la Morosina, la Moceniga, la Querina, la Loredana,
la Malipiera, la Bonaldra, la Balba, la Ferrandina, la Forbina, la Capella, la d’Oria, la Barbariga, la
Dandola, la Pasqualiga ecc. - erano molto comuni e ciò già nel Quattrocento, come si legge alla
data del 25 agosto 1495 nelle cronache della guerra franco-aragonese per il dominio del regno di
Napoli raccolte da Marin Sanuto:

A dì 25 ditto zonse a Napoli do nave grosse de zenoesi, zoé una chiamata la 'Negrona' e l'altra
'Camila', benissimo in hordine... (La spedizione di Carlo VIII etc. Cit. P. 576.)

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Sanuda si chiamava, per fare un altro esempio, la nave veneziana che tra il 1562 e il 1563, mentre
tornava a Venezia da Cipro, fu assalita piratescamente dalla galera francese del capitano Charlieu,
e l’allora residente veneziano in Francia, Marc’Antonio Bragadino, fu incaricato dal suo doge di
presentare una formale protesta alla corte di Parigi e di chiedere l’inflizione d’un grave castigo al
predetto Charlieu (Tommaseo). Per quanto riguarda i nomi delle galere, quelle veneziane non si
avvalevano molto dei nomi dei santi come invece facevano quelle tirreniche, ma, come succedeva
per le navi, molto anch’esse di quelli delle famiglie che le possedevano; alla fine della guerra di
Chioggia (1381) alcune erano la Dandola, la Celsa, la Sannuda e la Faliera, mentre le tre candiote
che servivano la Serenissima nel 1496 si chiamavano Pasqualiga, Salamona e Zena (M. Sanuto,
Diarii. T. I, colt. 280). A differenza degli spagnoli che preferivano dunque i nomi di santi e gli
olandesi quelli di città, province e altri geografici, i francesi amavano attribuire ai loro vascelli da
guerra aggettivi marziali, quali per esempio quello della galeotta lancia-bombe Le Foudroïant,
usata contro Algeri nel 1683, e poi l’Invincible, Le Victorieux, Le Chasseur ecc., nomi che poi,
durante la grandeur del regno di Luigi XIV, diventeranno sempre più bellicosi ed eroici e quindi
avremo LeTerribile, Le Ferme, L’Ambitieux, Le Foudroyant ecc. I nomi più profani erano forse
quelli usati dagl’inglesi ed ecco infatti quelli d’alcuni vascelli britannici che nel 1597 toccarono
Livorno, nomi riportati in un documento coevo citato dal Guarnieri (Cit.) e che, sebbene molto
storpiati, dovrebbero esser così interpretati:

- Susannah, del cap. Roland Cottemore.


- Margaret, del cap. Jacob Roche.
- Jackes, del cap. George Jacob Barker.
- Shield, del cap. William Severe.
- The dawn of Plymouth, del cap. William Carkite.

I barbareschi usavano nomi tipo La stella d’Algeri, Il falco di Tripoli o La Mezzaluna. Andando
molto indietro nel tempo, troviamo nel Medioevo, oltre ai soliti dei santi, nomi quali la Madre di
tutte, la Montagna Nera, la Dovizia, la Meliorata, la Vittoria, il Falconcello, il Dragone, la Miana, la
Madre di Dio, il Leone, la Delfina, la Miana, Tartarin, il Leopardo, i francesi la Clarente, la
Cordelière, la Croisic ecc. Nell’antichità, come si deduce dalla lettura del Lexicon di Esichio
Alessandrino, c’era stato un funzionario, una persona di cultura detta τριηρονόμος, il quale, tra
l’altro, aveva appunto il compito di scegliere i nomi per le nuove triere.
Il numero d’uomini necessari alla gestione d’un vascello tondo non armato a guerra era calcolato
dagli esperti del tempo in 18 persone per ogni 100 carri di portata, ufficiali e bombardieri inclusi,
ma questo era un equipaggio ottimale e in realtà gli uomini a bordo erano spesso sensibilmente di
meno; dunque l'equipaggio d’una pinassa, grande vascello tondo come sappiamo, poteva anche

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superare i 70 uomini, quello d’un bertone poteva contare una cinquantina d’uomini, quello d’un
flauto o d’un garbo levantino andranno dalla trentina alla dozzina, a seconda del tonnellaggio;
quello d’un galeoncino (lt. galeonculus), vascello fluviale di cui presto diremo, era sulla ventina,
quello della barca, ossia d’un gran vascello latino poteva invece contare dagli otto ai 14 uomini
complessivamente e per governare una tartana servivano una decina uomini; c’erano poi urche di
50 o 60 tonelli che facevano il viaggio dell’Indie Orientali montate da non più di cinque o sei
marinai, cioè tanti quanti n’aveva una polacca o n’avevano altri vascelli tondi olandesi di media
grandezza come galjooten e boïers, mentre un pinco era equipaggiato con quattro uomini più il
piloto e una belandra solo da tre o quattro; i vascelli inglesi portavano equipaggi più numerosi di
quelli olandesi perché i marinai albionici, anche se di quelli più sobri, non amavano molto faticare. I
marittimi fiammingo-olandesi erano dunque noti per la loro propensione all’alcool, come oggi quelli
scandinavi, e infatti nel 1628 il corsaro inglese sir Kenelm Digby, avendo imposto l’alt (modo di
dire dall’it. fare alto braccio, cioè alzare in alto un braccio per fermare la marcia d’un seguito
militare) a due mercantili di quella nazionalità incontrati durante le sue scorrerie nel Mediterraneo,
così poi annotò nel suo giornale di bordo:

… Si erano preparati al combattimento e, secondo il loro costume in tali occasioni, i loro uomini
erano tutti ubriachi, così che si misero a questionare con i miei che avevo mandato a bordo delle
loro navi, tanto che dovetti mandarne ancora una quarantina per domarli; ma anche i miei si
sbagliarono e saccheggiarono le casse ed il vestiario dei marinai. In seguito ai loro reclami, feci poi
restituire il bottino e punire i colpevoli… (Sir Kenelm Digby, Journal of a Voyage Into the
Mediterranean. Londra, 1868 Trad. di V. Gabrieli.)

Non ce l’aveva infatti il Digby con gli olandesi; egli era stato mandato nel Mediterraneo a far guerra
di corso contro i francesi, con il compito d’interrompere le loro grandi pratiche commerciali con
l’Egitto e la Siria. I velieri da guerra erano ovviamente montati da equipaggi molto più numerosi,
portando inoltre a bordo anche fanterie di marina e un maggior numero di bombardieri, e nei secoli
successivi diventerà invalso l'uso di valutare la loro necessità d’equipaggio in base al numero dei
cannoni che avevano, il che significherà 7 o 8 uomini per cannone nel Seicento e 10 nel
Settecento; usavano poi i vascelli corsari essere sovraffollati d’uomini per poter così più facilmente
soverchiare qualsiasi legno nemico e lo stesso Digby incontrerà nel Mediterraneo una saettia
maltese da guerra di corso che stazzava 100 tonelli, armata con 11 bocche da fuoco ed
equipaggiata con ben 120 uomini. Nei predetti numeri d’equipaggio si devono intendere inclusi
anche i mozzi (sp. grumetes; fr. pages; vn. scanagalli), giovanissimi ancora adolescenti, la cui vita
a bordo era particolarmente dura perché a loro toccava pulire il vascello, servire i marinai e, se
tanto non bastasse, arrampicarsi assai pericolosamente sino ai parrocchetti; questi ragazzini, per

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esempio, nella marineria francese dovevano, pesa la sferza, sempre portare alla loro cintura quelle
corte corde dette rabans (it. matafioni), le quali servivano per legare e sessare le vele e per altri
eventuali urgenti interventi alle manovre.
Lo Jal (Cit.) riporta la consistenza degli equipaggi delle quattro ‘caravelle’ con cui Cristoforo
Colombo, partito dalla costa sivigliana il mercoledì 3 aprile 1502, compì il suo quarto viaggio nelle
Indie Occidentali, consistenza che era stata rinvenuta nell’Archivo General de Simancas,
Valladolid, dallo studioso spagnolo Martín de Navarrete:

Caravella Capitana.

Capitano.
Mastro (‘nostromo’).
Contromastro (‘nostromo del trinchetto’).
Piloto maggiore della flottiglia.
14 marinai.
5 scudieri (‘nobili di poppa’)
20 grumetes (‘mozzi’, fr. pages).
Barilaro.
Calafato.
Marangone.
Lombardero mayor (artigliero maggiore).
Lombardero (artigliero)
2 trombetti.

Caravella Santiago de Palos.

Capitano.
Mastro.
Contromastro.
Scrivano, il quale era anche prevosto maggiore della flottiglia.
11 marinai.
6 scudieri.
14 grumetes.
Lombardero.
Barilaro.
Calafato.
Marangone.

Caravella galiziana.

Capitano.
Mastro.
Contromastro.
9 marinai.
Scudiero.
14 grumetes.

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Caravella biscaglina.

Capitano.
Mastro.
Contromastro.
8 marinai.
2 scudieri.
12 grumetes.

In effetti, in tempi in cui gli equipaggi dei vascelli tondi o navi mercantili erano ancora di
configurazione medievale, ossia semplicemente composti da un comandante, un nostromo, un
piloto e dalla bassa forza per un totale complessivo, nel caso di una caravella, di una decina
d’uomini solamente, la suddetta più numerosa, complessa e articolata composizione di quelli della
spedizione di Cristoforo Colombo, fa, come abbiamo già detto, ulteriormente capire come non si
trattasse di quattro vascelletti, come poi erroneamente si è sempre creduto, ma di vascelli oceanici
tutt’altro che piccoli e anche ben armati. A proposito poi del termine lombardero nel senso di
bombardero, si trattava d’una contaminazione dovuta all’esser già allora i lombardi molto noti e
apprezzati anche per la fabbricazione delle armi da fuoco, specie i milanesi e i bresciani.
Andando ancora indietro nel tempo fino al 1273 e cioè all’armata che il re di Napoli Carlo I d’Angiò
stava raccogliendo a Brindisi per azioni di guerra contro Bisanzio, troviamo un ordine reale del 23
marzo che comandava al secreto (‘camerlengo, camerario’) della Puglia di fornirle il seguente
armamento:

… 600 balestre di legno tra le quali siano 150 da due piedi e le rimanenti a strevo (‘staffa’) con
guarnizioni, duplici corde – buone e di buon filo - e tutto l’altro necessario apparato per le stesse,
800 rotoli di canapa per le corde delle balestre […] e, per quanto riguarda buoni quadrelli, (siano)
da due e da un piede, inastati con le loro aste ed impennati, nella maggior quantità che potrai
efrecce per gli archi similmente in grande quantità e munite di aste e penne (G. Del Giudice, cit. P.
14).

Inoltre bisognava approntare una quantità di ben 8mila tra lance e lancioni per le galee, usando le
prime la fanteria ordinaria su di quelle imbarcata e i secondi - bilanciati - gli equipaggi dei vascelli
per contrastare gli abbordaggi nemici.
L’anno successivo, 1274, troviamo nel porto di Baia la nave ‘S. Marco’ comandata dall’avignonese
Guillaume Forcalquier e alla quale, con ordine del re Carlo I d’Angiò del 25 marzo, si comandava
di raggiungere l’armata che allora si stava radunando a Brindisi; l’equipaggio era di 55 uomini, ma
si trattava di un vascello armato appunto a uso di guerra; si doveva fornire di una barca de canterio
(‘di cantiere’, ossia di lavoro, di servizio) e delle seguenti armi:

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… 20 balestre di legno, di cui la metà di due piedi di lunghezza (quindi più grandi) e metà a strevo
con guarnizioni e loro duplici corde e tutto il loro necessario apparato, nonché del filo di canapa
per (fare) altre corde per le stesse balestre e per altre due balestre da tornio da assegnarsi a sé
(cioè al predetto Guillaume) per nostro mandato, a sua richiesta, ossia la canapa opportuna (Ib.
Nota a p. 12).

Gli ufficiali mercantili in ct. erano detti collettivamente panesos, ma è termine che però a poco da
condividere con quello italiano di pennesi (vn. penasi), cioè con quelle sentinelle di galera che si
mettevano, quando necessario, a cavalcioni della penna dell’antenna – infatti in gr. si chiamavano
tertredoni (τερθρηδόνες, ‘coloro che siedono sulla penna’) - e che però, in premio di questo loro
coraggio e di questa loro abilità, erano impiegati comunemente soprattutto come ‘aiuto-nostromo’ o
‘magazziniere di prua’ nei velieri o come sotto-còmito in quelli remieri; nelle marinerie della Lega
Anseatica i predetti ufficiali erano detti Bo(e)s(s)man(n)en, Boslude, Boessleuten o anche
Officerer, Officirer, Officianten in opposizione a Schipman(n)en, Schepesman(n)en,
Schi(j)pkijnder(e)n, Schepeskijnder(e)n, Schijppeskijndt, Schepesfolk(e), Schiff(e)sfolk,
(Schiffs)kinder(n) o Schiffman(n)en ossia ai semplici marinai, come si legge nei suoi vari capitolati
di diritto marittimo (1369-1614, J. M. Pardessus. Cit.); ma questo termine in seguito
contraddistinguerà, come vedremo, il solo nostromo e vedi infatti l’inglese fonetico bousən, al
quale poi i linguisti albionici attribuiranno invece, chissà perché, l’umiliante grafia di boatswain.
L’equipaggio nel suo complesso si si diceva anche Schiffsleute (gr. πλήρωμα).
Mentre in turco e barbaresco il capitano si diceva rais, qualsiasi fosse il tipo di legno a vela o a
remi che comandasse, nella marineria cristiana il comandante d’un galeone o d’una nave armata a
guerra (gr. ναύαρχης) era detto capitano come sulle galere, mentre quello d’una nave mercantile o
d’una barca postale [tlt. vacheta; fr. paque(t)-bo(o)t; olt. pak-boot; in. packet-boat) si chiamava nel
Mediterraneo parone o patrone o padrone (tlt. patronus; lt. nauclerus; gr. ναύϰληρος, ma, nel caso
di un vascello da guerra, gr. πλωτάρχης o πρωτοϰάραβους ma talvolta anche ϰαραβιὰς), invece
senior de la nau in ct. medievale, e maistre de navire (fr.) o master of ship (in.) o maestre de buque
(sp.) o schipper (olt. fm. e td.) o skeppare (sv.) o Menster (td.) nell'Atlantico; solo qualche secolo
dopo si comincerà a chiamare capitano anche il comandante d’un vascello mercantile e questo sia
nell’oceano che a Levante.
Completamente diversi erano i vocaboli attinenti alla navigazione che usava la gente di mare
francese di ponente, ossia dell'oceano, da quelli che gli stessi francesi usavano invece nella loro
marineria di levante, ossia del Mediterraneo, e ciò perché diverse erano le radici culturali delle due
tradizioni marinare; nel Mediterraneo i francesi usavano in sostanza la nomenclatura in uso sulle
galere, quindi si trattava di vocaboli d'origine italiana, come italiana era stata l'origine delle

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moderne galere. Eccone un numero dei più noti, tratti soprattutto da quelli elencati dall’Aubin (cit.)
e dal de la Gravière (v. fonti), tutti già in uso al tempo che qui ci occupa:

ATLANTICO. MEDITERRANEO.

fret, loüage nolis, naulis (‘nolo’)


(af)freter, loüer noliser, nauliser, noliger (‘noleggiare’)
fret, freter le navire charger le navire (‘caricare la nave’)
connoissement, (af)frètement nollissement, police de chargement (‘polizza di carico’)
gaillard château de poupe
mât arbre (‘albero’)
grand mât (arbre de) mestre (‘albero di vela maestra’)
mât d'artimon arbre de misaine (‘albero di mezzana’)
mât de misaine, de borcet
ou de l’avant arbre de trinquet (‘albero di trinchetto’)
mât de hune gabi à Marseille (‘albero di gabbia a Marsiglia’)
grand pacfi voile de mestre (‘vela maestra’)
hune gabi(e), gabüe, cage o couffe (‘gabbia o coffa’)
quart garde (‘quarto di guardia’)
chaloupe, barge caicq, cajc, esquif (‘scialuppa’)
(fond de) cale o rum estive (‘stiva’)
tonture estive (‘buon assetto’)
cuisine, foyer fougon (‘cucina’)
creux pontal (‘puntale’)
sabord portel (‘portello o cannoniera’)
éscubier, éscuban œil, oëil (‘occhio o cubia’ del columbarium)
pompe trombe (‘tromba o pompa’)
charpentier maistre de hache (‘mastro d’ascia’)
mat(h)elot, (frm.) maronnier marinier (‘marinaro’)
tonneau boute (‘botte’)
tonnelier boutade, barillat (‘bottaro’)
proue cap
amarre cap (‘cavo’)
gouvernail timon (‘timone’)
anguillere, ossec, vitonniere sentine (‘sentina’)
pavillon, enseigne banniere, êtendard, êtandart (‘vessillo’)
quille carèn(e)e, cran, colombe (‘chiglia o primo’)
pont, tillac couverte (‘coperta’)
cambuse taverne (‘dispensa, compagna’)
hau(t-)bans coustieres, sartis (‘sartie’)
ca(r)lingue, contre-quille paramezzale, contre-carene (‘paramezzale’
passe, canal friou (‘stretto’)
maistre-valét majordome, dépensier (‘tavernaro’)
bàton de pavillon aste de banniere (‘asta di vessillo’)
cabestan argue, arganeau (‘argano’)
càble gumene (‘gomena’)
grelin gumenette (‘gomenetta’)
(plomb de) sonde, escandaille (‘scandaglio’)
toucher ou echoüer investir (‘toccare col fondo o con le estremità’)
cabane, cajute camagne (‘letto incastrato con pagliericcio’)
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mai(s)tre de navire patron (‘comandante’)
maistre d'équipage (da esquif) nocher (‘nostromo’)
contre-maistre gardien, nocher de misaine (‘secondo nostromo,
nostromo del trinchetto’)
quartier-maistre cap de garde (‘sottocapo’)
mouiller (une ancre), toucher,
rendre le bord donner fonde, mettre sur le fer (‘ancorarsi’)
lever l'ancre serper (‘salpare’)
siffler fisquer (‘suonare col fischietto o col flauto panico’)
raban mataffion (‘mattafione’)
(dex)(ex)(es)(s)tribord, tienbord poge, bande droite o destre (‘dritta’)
bà(s)bord orse, bande gauche, bande sénestre (‘sinistra’)
vent frez, fresche (’brezza’)
vent de nord, septentrion tramontane, boréal, aquilon (‘tramontana, borea’)
vent de nord-est, d’amont (tramontane de) grec, bise (‘vento greco’)
vent de nord- oüest, d’aval maëstral, mistral, galliego, galerne (‘vento maestro’)
vent de oüest, d’aval, occident ponant, couchant, zéphir(e) (‘vento di ponente ; vn.
provenza)
vent de est, d’orient levant (‘vento di levante; sp. solano’)
vent de sud-est siroc(o) (‘scirocco’)
vent de sud, midi mijour, auster (‘vento di mezzodì, ostro’)
vent de sud-oüest lebe(s)che, garbin (‘libeccio, vn. garbino’)
faire de l’eau faire aiguade (‘fare provvista d’acqua potabile’)
donner la route ou la volte donner la prouë ou le cap (‘prescrivere la rotta’)
la belle saison pour navig(u)er armogan (‘bella stagione’).
agreils sartie (‘attrezzature veliche’)
é(s)tambord, è(s)tambot capion ou rode de poupe (‘giogo o ruota di poppa’)
étrave, (franc-)étable, étante,
éstante, éstable, étaule capion ou rode de proüe (‘giogo o ruota di prua’)
charter à cuëillette, au tonneau,
en grenier charger au quintal (‘caricare alla rinfusa’)
paradis, chambre (de port) darses, darse(ne), darsine, darcine (‘darsena’)
forme bassin (‘bacino di carenaggio’)
étap(p)e, port de trafic, relâche échelle, escale (‘scalo marittimo’).
relâcher faire escale (‘fare scalo’)
puchot, pompe de mer, dragon,
siphon, trombe, trompe eschillon (‘tromba di mare’)
caréner, bailler l’oeuvre de marée éspalmer (‘carenare’)
cuëilles ferses, ferzes de cotonnine (‘ferzi’)
ancre fer (‘ferro, àncora’)
toüer remorquer (‘rimorchiare’)
l(‘)est, bal(l)ast quintel(l)age, saorre (‘zavorra’)
château ou gaillard d’avant théatre (‘castello di prua’)
louv(o)ier bordeger, carreger (‘bordeggiare’)
verg(u)e antenne (‘antenna, pennone’)
faire vent arriére, ariver moler en poup(p)e, po(u)ger (‘avere vento in poppa’)
plongeur, plongeon mourgon (‘palombaro’)
au lof ! orse! (‘orza !’)
mousse gourmette (‘mozzo’)
rechange respect, répit (‘riserva’)
marchandise roba, robé, robes (‘mercanzia’)

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haler paumer (‘alare’).
mât de perroquet arbre de papafique
voillier trevier (‘velaio’)
varangue madier (‘madiero’)
ramer voguer.

A proposito del (re)connoissement/police de chargement (olt. vragt-brief) ci sembra utile


aggiungere che si trattava appunto dell’atto di ‘riconoscimento’ rilasciato dal comando della nave e
che certificava la proprietà d'una partita ben individuata tra le merci caricate a bordo di quella nave
in quel dato viaggio e destinate a un viaggio di sola andata; esso già nel Settecento verrà firmato -
per lo più dallo scrivano di bordo (lt. scriba) - in tre copie, cioè una per il caricatore [fr. (marchand)
chargeur; olt. reeder, bevragter, belader], una per il destinatario (fr. adressée) e una per la nave.
Quando invece un negoziante prendeva a nolo l'intera nave per un viaggio comprensivo sia
d’andata che di ritorno, allora il relativo atto prendeva il nome di charte-partie o acte o contract
d'affrétement nell'Atlantico e acte de nolissement nel Mediterraneo.
Il padrone o capitano era coadiuvato dal nobile di poppa, vale a dire da quello che oggi si direbbe
'prim'ufficiale' o chief-mate in inglese, dove mate (‘compagno’) condivide il tema originario con il
francese mat(h)elot (it. ‘marinaio’; fm. schipluid; td. Schipman) e con l’istro-friulano matto (‘tizio,
uomo’); molte parole venete si ritrovano infatti oggi nelle lingue dei paesi bagnati dal Canale della
Manica dove furono portate nel Medioevo appunto dalle galee grosse mercantili veneziane di cui
più avanti parleremo. Il nocchiero o nostromo era coadiuvato a prua dal nocchiero del trinchetto e
a poppa dal consigliero, il quale aveva luogo di piloto. Sui vascelli ‘nordici’ (tedeschi-fiamminghi-
olandesi-inglesi-scandinavi) il nostromo si diceva, come abbiamo già accennato, bosmano [fr.
bosseman, td. (Hovet-) Bos(s)man(n), (Haupt-)bossmann, (Heupt-)Bo(e)(s)sman(n); forse da olt.
boot-man] e poi nascerà il contramastro, detto anche, ma ormai - come vedremo - impropriamente,
anche pen(n)ese, ossia un aiuto-nocchiero, il quale si occuperà delle funi (gr. σχοινία, ϰαλώδια; lt.
rudentes), corde (lt. restes), gùmene (gr. ϰάλωνες, ἀπόγαια, ἀπόγεια, πρυμνήσια), ancore e
gavitelli e sarà anche il magazziniere delle vettovaglie della bassa forza; nascerà anche il parone,
detto anche agozzino e più tardi prevosto, un bass’ufficiale che dirigeva il servizio dei marinai ed
era, come il pen(n)ese, alle dirette dipendenze del nocchiero; ma ovviamente sui vascelli piccoli
non tutti questi personaggi erano presenti. I marinai erano pure spesso chiamati la ciurma, corr.
del lt. turma (et armatis turmis galearum. Bartolomeo di Neocastro, cit. Cap. LXXVI), termine però
più usato nei vascelli remieri per indicare l’insieme dei remiganti [gr. (περι)έρέττοντες; ἐπισφελίται,
ἐρέται, ἐρεταί, ἐλάται ἐλαταί, τριηρέται, ἐλατῆρες, ϰωπηλάται, πρόσϰοποι, ἐπίϰωποι,
ἐπιϰωπητήρες; grb. ὐπειρελίκοῖ, προσϰόποι, έρεττόντες, ϰωπηλατὲς, λεώς]. La molteplicità dei

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vocaboli che i greci usavano per indicare i remiganti era certamente uno dei più evidenti prodotti
della millenaria tradizione nautica di quel popolo.
In una grande nave o galeone avrebbero poi dovuto servire quattro timonieri, un calafato (fr. calfas,
calfateur; lt. aupiciarius), un marangone (mastro d’ascia; lt. naupegus), uno scalco (‘macellaio’), un
barbiero, un secretario, ossia uno scrivano, sei mozzi e a volte un bottaro o barilaro e quattro
quartiermastri (fr. anche quarteniers, compagnons de quartier; olt. anche esquimannen);
quest'ultimi, detti anche capi delle guardie, affiancavano i quattro timonieri e a loro si affidava
infatti, oltre ad altri compiti secondari, il comando dei quattro quarti di guardia e di lavoro, da cui il
loro nome; non bisogna dunque pensare che il loro incarico fosse in qualche modo legato al
comando di quartieri nel senso di parti del vascello. bensì, come abbiamo detto, a quello dei quarti
di guardia. Ciò non vuol dire però che a bordo dei legni (gr. ϰᾶλα) non fossero anche carichi di
competenza e comando relativi alle varie parti del vascello; in velieri a vela quadra particolarmente
grandi si poteva per esempio trovare un quinto quartiermastro al quale si affidava non un tempo di
lavoro bensì un luogo e cioè il fondo del vascello, perché sorvegliasse che non vi si formassero
falle, che lo tenesse ben calafatato e sgottato, perché anche partecipasse alla sorveglianza
esercitata dal bombardiero a evitare che qualcuno sconsideratamente portasse del fuoco nei
pressi del deposito delle poveri d'artiglieria e perché infine avesse cura di tener sempre preparati i
materiali bellici da gettare dalle coffe sul nemico che eventualmente venisse all'abbordaggio. In
effetti le varie parti del vascello erano già affidate al comando ordinario e non c’era quindi
necessità di nominare degli altri che ne fossero responsabili; ciò era stato molto chiaro nella
marineria antica e alto-medievale e infatti nel Suida (X sec.) leggiamo a questo proposito non solo
di una precisa ripartizione delle zone di competenza, ma anche della relativa subordinazione che
ne scaturiva:

… Al toicarco comanda il proreta; al proreta il timoniero; al timoniero il nocchiero (Tœcharcho


imperat proreta; proretæ, gubernator; gubernatori nauclerus. Cit. T. III, p. 515).

Il toicarco (gr. τοίχαρχος) era, nei maggiori vascelli remieri antichi, il ‘comandante delle fiancate’,
cioè della zona mediana del vascello, e il suo compito principale era quello di comandare la voga
di tutti i remiganti, quindi sia di quelli di destra (gr. δεξιότοιχοι) sia di quelli di sinistra (gr.
ἀριστερότοιχοι); il suo ruolo sarà quindi nel Medioevo assorbito dall’importantissima figura del
còmito, il quale comanderà, come vedremo, voga e manovra insieme. Il proreta comandava le
manovre di prua e dell’albero, l’unico che allora c’era sia nelle triremi sia nella maggior parte dei
legni mercantili; il timoniero [lt. gubernator; gra. ϰῠβερνήτης, ϰῠβερνητήρ, ϰῠβερνατήρ, εὒθυνος,
εὐθυντήρ, εὐθυντής; νήοχος, νηοῦχος; οἰακιστής, οἰαϰοστρόφος; fr. anche gouverneur; olt.

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stuurman, stierman; td. St(e)u(e)rman(n); Steurmanne, Steurleute (plt.), sv. stÿrman; dn. stÿreman,
stÿrsman] era addetto alla rotta di navigazione e manovrava il doppio timone dei vascelli antichi;
infatti il Polluce, riferendosi al suo ruolo dice che sedeva ‘ai timoni’ e non ‘al timone’:

… quello che siede ai timoni si chiama timoniero… (ὀ δὲ ἐπὶ τῶν ὀιάϰων ϰαθήμενος, ϰαλεῖται
ϰυβερνήτης. Cit. LT. I, cap.IX, pag.69)

Il proreta era anche sottotimoniero (lt. progubernator; gr. ὐποϰυβερνήτης) e, in caso di necessità,
faceva da timoniero pro tempore (gr. προϰυβερνήτης). Infine il nocchiero era il comandante
maggiore del vascello; ma questo al tempo del Suida, cioè alla fine dell’Alto Medioevo, perché
nell’antichità nocchiero e timoniero erano stati, specie nella marineria mercantile, la stessa
persona. Infatti così, proseguendo il periodo precedente, leggiamo ancora nel Polluce:

… il dominatore della nave, il comandante dei marinai, colui che stava ai timoni; e, secondo
Antifonte, il ‘podocone’ (‘colui che tiene i timoni’) o, come preferirei io, il ‘podegone’ (‘colui che
guida i timoni’). (τῆς νεὼς ἠγεμὼν , ὀ ναυτῶν ἂρχων , ὀ ἐπὶ τοῖς οἲαξιν ἐστηϰώς. ϰαὶ κατ' Ἀντιφῶντα
, ὀ ποδοχῶν. ἢ μᾶλλον ϰατ' ἐμὲ, ὀ ποδηγῶν. Ib.)

Infatti in greco antico ‘timoni’ si diceva anche πηδά(λια), cioè ‘piedi, ossia pale, dei remi’,
trattandosi appunto nell’antichità, com’è noto, di non altro che di due robusti remi azionati ai fianchi
della poppa. In seguito però, cioè nel Basso Medioevo, vedremo un’evoluzione di questi ruoli in un
senso di avvicinamento a quelli vigenti nella marineria mercantile; infatti il toicarco, col nuovo nome
di còmito, assume il comando anche delle manovre e di conseguenza il proreta diventa il suo
secondo col nome appunto di vice-còmito (pennese nella marineria mercantile); il timoniero, pur
continuando a dipendere unicamente dal nocchiero, perde il suo ruolo di comando; il nocchiero
prenderà il nome di padrone e più tardi nella marineria da guerra, lasciando ad altro ufficiale
(patrone; gr. δίοπος) i suoi compiti amministrativi, aggiungerà al comando di tutto il vascello anche
quello della condotta bellica, prima esercitato da un militare posto a capo dei soldati di bordo. Ci
rendiamo conto che questa nostra sintesi, trattandosi di avvenimenti che si svilupparono nel corso
di non pochi secoli, è probabilmente un po’ troppo concisa e restrittiva, ma il nostro lettore potrà,
proseguendo la lettura di questo studio, dissipare eventuali suoi dubbi.
I quartiermastri potevano avere anche i loro luogotenenti, ai quali, in caso d'abbordaggio, affidare
metà della loro gente mentre con l'altra metà andavano a contrastare il nemico che abbordava;
altro compito di questi luogotenenti in battaglia era quello di rimpiazzare volta per volta i morti e i
feriti del quartiermastro con gente fresca.

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Non esistendo a bordo dei vascelli mercantili un cappellano, vi era a carico dello stesso
comandante o del piloto leggere all’equipaggio le sacre scritture e guidarne il canto dei salmi e le
preghiere, così come officiare le dovute funzioni religiose.
Riassumiamo quindi i ruoli degli ufficiali principali incentrandoli storicamente soprattutto nel secolo
sedicesimo:

UFFICIALI DI POPPA

patrone
nocchiero
consigliero
nobile
scrivano
scalco
barbiero

UFFICIALI DI PRUA

penese
parone
marangone
calafato
2 bombardieri

MEZZI UFFICIALI.

4 timonieri
nocchiero del trinchetto
4 capi delle guardie

Ecco, a proposito di composizione degli equipaggi, un interessante brano d'una relazione dell'Indie
Orientali letta al senato veneziano nel lontano 1506 dal bailo Vincenzo Quirini:

... Arma il Serenissimo re di Portogallo da 12 in 14 navi, la maggiore da 800 in 1.000 botti, la


minore da 250 in 300, delle quali da otto in nove sono per il carico delle spezierie e parte resta in
corso per la costa dell'India. Sono tutte nuove, ovver talmente calafattate che si ponno stimar per
nuove, fornite benissimo di vittuaria e di tutte le cose che sono necessarie al navigare e massime
di artiglierie, di polvere e di tutte le altre munizioni che si adoperaro nelle guerre di mare; ed
ognuna di essa ha da quaranta uomini, computando una per l'altra secondo la sua portata, nel
numero de' quali è un proto (padrone), un maestro (‘nocchiero’) e un contramaestro (‘nocchiero del
trinchetto’) ed il resto sono marinari e deputati agli officij che bisognano. (E. Albéri. Cit. App. p. 6)

Quando il vascello tondo era armato da guerra, c'era anche la guarnizione militare [gr. ναυτιϰή
δΰνᾰμις, ναυμαχόι, ἐπιβάτάι, (πλέων) μᾰχηταί, μᾰχᾱταί, μᾰχαίται. μᾰχᾱτάρες; lt. (propugnatores)

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classiarii], comprendente un capitano, ufficiali di compagnia e soldati, la cui piazza d'armi si
stabiliva in combattimento per lo più nel largo che si trovava tra l'albero maestro e quello di
trinchetto; c'erano infine due bombardieri o uno solo se il vascello era più piccolo. La polvere
d'artiglieria era tenuta sul fondo del vascello per lo più sotto il castello di prua, in luogo quindi
appartato dalla gente di bordo e ben serrato, calafatato e ricoperto di pelli vaccine con il pelo
tenuto all'infuori, affinché non v'entrasse né acqua né fuoco; ma, seppure tali pelli hanno buone
proprietà ignifughe, l’umidità della cala poteva sempre insinuarsi tra esse e rendere inefficace la
povere, per cui era necessario farle prender ogni tanto aria, come ben si legge al Cap. XVIII del più
tardo codice marittimo che sarà promulgato in Svezia nel 1667, cioè durante il regno di Carlo XI
(1655-1697):

Tutti i patroni che hanno vascelli armati avranno cura… che la polvere sia rimossa ogni quindici
giorni e che sia seccata e arieggiata sulla coperta, quando il tempo è limpido ed i fuochi ben
spenti; si farà preferibilmente questa operazione a terra quando fosse possibile… (J. M.
Pardessus. Cit.)

Per ‘vascelli armati’ il suddetto codice intendeva quelli dotati di almeno 14 pezzi d’artiglieria, di
ferro o di bronzo che fossero (ib.), perché era normale che anche i mercantili avessero qualche
bocca da fuoco per difendersi da corsari e pirati.
Il capitano della guarnizione militare poteva servirsi dello scrivano di bordo allo stesso modo del
patrone, ossia per la contabilità della gente, delle razioni, dei materiali e delle armi. Così come la
gente di capo (ctm. companya de cap), ossia i marinai e le maestranze, anche la guarnizione
militare di bordo si divideva in quattro quarti e s’affidava a quattro capi (‘caporali’), cosa che, come
vedremo avveniva anche sulle galere; ogni quarto di soldati doveva anche aver cura dell'artiglierie
del suo quartiero, ciò però agli ordini del bombardiero, affinché le stesse fossero sempre in ordine
e messe in punto.
C'è però da chiarire che nella composizione dell'equipaggio d’un vascello, specie tondo, potevano
esserci sostanziali variazioni e differenze a seconda se esso era o non era armato a guerra e, in
caso affermativo, se era armato a guerra totalmente o solo parzialmente e se era armato per
battaglia reale o per il corso (gr. ϰοῡρσος); anche i vascelli mercantili navigavano comunque
sempre armati, perché se un padrone o comandante si vedeva nella necessità di combattere, i
suoi marinai erano tenuti ad aiutarlo fedelmente a difendere sia la nave sia il suo carico, come per
esempio si legge nel diritto marittimo della Lega Anseatica all’anno 1434 (J. M. Pardessus. Cit.), e i
suoi armatori erano tenuti, specie nel caso di viaggi in mari lontani, ad armare a loro spese la nave
anche con artiglieria, come abbiamo appena detto, e con tutti i materiali e l’attrezzatura necessari
al suo uso e maneggio, anche se nella maggior parte dei casi si trattava di poche e piccole

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artiglierie che i marinai di bordo sapevano normalmente adoperare anche senza essere degli
artiglieri professionisti; quest’obbligo si legge nel Guidon de la mer, raccolta di regolamenti
marittimi francesi della fine del Cinquecento che tratta soprattutto delle assicurazioni marittime (ib.)
e che include anche un’ordinanza del 1584 riguardo all’armamento a cui s’obbligavano i mercantili.
In quest’ultima infatti si prescrivevano, per quanto riguarda i mercantili da 30 a 40 tonelli di portata,
un equipaggio non inferiore ai 12 uomini e due mozzi, due doppie barces (cortaldi) e due moiane,
sei mezze-picche e quattro archibugi o balestre guarniti del necessario; i mercantili da 50 a 60
tonelli almeno 18 uomini, due passa-volanti, quattro barces, sei picche e sei mezze-picche, quattro
archibugi o balestre; quelli da 90 a 100 tonelli di 36 uomini, due pezzi di gran calibro per palle da
bastarda, due passa-volanti e otto barces, 12 picche e 12 mezze-picche, 12 lance di fuoco
(‘sputafuoco’, detti anche e soprattutto trombe di galera; fr. lances à feu), 8 archibugi o balestre;
quelli da 110 a 120 tonelli di 45 uomini, due cardinali o altri pezzi tiranti palle da bastarda, quattro
passa-volanti (du nouveau calibre), 12 barces, 24 picche 12 mezze-picche, 12 lance di fuoco, 2
false lance, dardi ferrati da gabbia in quantità sufficiente, 12 archibugi o balestre; inoltre tutti i
mercantili dovevano esser ben muniti di polveri e proiettili e, a partire dai 90 tonelli in su, dovevano
anche esser strutturalmente ben pontati e pavesati; quelli ancora più grandi sarebbero stati
soggetti a particolari regolamenti dell’ammiraglio di Francia.
Étiennede Cleirac (Us et coustumes de la mer etc. Bourdeaux, 1661), a cui si deve la citazione
dell’ordinanza suddetta, più avanti pure ne riporta – più dettagliata e tradotta in francese - una
fiamminga emessa da Filippo II stranamente nello stesso 1584, per cui non si capisce quale dei
due sovrani si sarebbe voluto così mettere all’altezza della legislazione marittima dell’altro. Per
quanto riguarda l’equipaggio, i mercantili da 40 a 50 tonelli di portata dovevano esser montati
almeno da 8 uomini di non meno di 18 anni d’età; da 50 a 80 di 12; da 80 a 100 di 16; di 150 a 200
di 24; di 200 a 250 di 28; di 250 a 300 di 36; oltre di 300 di 44. Da detti numeri erano esclusi mozzi
e ragazzi di età inferiore ai 18 anni. A proposito invece dell’armamento, i mercantili da 40 a 50
tonelli di portata dovevano presentare perlomeno 6 cortaldi (barces) semplici o doubles (cioè di
calibro molto maggiore dei semplici), sei archibugi da cavalletto (à croc) e sei picche; quelli da 50 a
80 due cortaldi doppi e sei semplici, sei archibugi da cavalletto e 12 picche; da 80 a 100 quattro
falconetti, sei cortaldi doppi, 12 archibugi da cavalletto e 18 picche; da 100 a 150 sei falconetti, due
cortaldi doppi e sei semplici, sei archibugi da cavalletto e sei moschetti (omesse le picche); da 150
a 200 otto falconetti, quattro cortaldi doppi e otto semplici, otto archibugi da cavalletto, otto
moschetti e 30 picche; da 200 a 250 dieci falconetti, sei cortaldi doppi e sei semplici, 18 archibugi
da cavalletto, altrettanti 18 moschetti e 36 picche; da 250 a 300 dodici falconetti, 12 cortaldi doppi,
24 archibugi da cavalletto, 48 picche. Per mercantili più grandi ancora, quantitativi d’uomini e armi

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a proporzione; tutti dovevano poi avere palle e polveri per almeno 25 tiri da ciascun pezzo e tutti
dovevano essere opportunamente corredati degli attrezzi e dei materiali necessari al maneggio
dell’artiglieria e alla preparazione delle polveri.
Quanto suddetto riguarda i mercantili che lasciavano i porti fiamminghi, i quali non potevano esser
inferiori ai 40 tonelli e, se diretti in Spagna e in altre province a essa soggette, alle 80,
evidentemente per una questione di mantenimento del prestigio nazionale; ma quelli che vi erano
diretti dalla Spagna, i quali erano, per lo stesso e maggior motivo, di solito più grandi, dovevano
esser anche meglio armati; quindi, da 100 a 150 tonelli 32 uomini, di cui 25 abili a portare le armi
compresi tre artiglieri, quattro passavolanti, due corsieri o pezzi di gran calibro (cioè cannoni da
30/32 libbre) e 10 cortaldi; 10 archibugi, sei balestre d’acciaio, 72 picche, 72 spade o coltellacci
(daghe a un taglio) e un numero di rondacci o pavesi, infine palle e polveri per tirare 24 colpi da
ciascun pezzo. Mercantili di maggior o minor tonnellaggio armati a proporzione; secondo una più
vecchia ordinanza dell’ottobre 1565, i pescherecci più grandi, per esempio quelli che andavano a
pescare sui banchi di Terranova, dovevano esser anch’essi convenientemente armati e cioè
dovevano avere almeno un falconetto, due o tre cortaldi, cinque o sei archibugi da cavalletto, da
otto a 10 picche e dei marinai che s’intendessero di artiglieria.
Per meglio difendersi i mercantili dovevano poi viaggiare il più possibile di conserva (fr. en flotte)
eleggendo tra loro un vice-ammiraglio (gr. ἐπιστολεύς) che comandasse e giurandosi assistenza
reciproca; era tutti severamente proibito di caricare il vascello troppo o comunque in maniera tale
da impacciare il maneggio delle bocche da fuoco.
Gli olandesi, i cui mercantili di lungo corso (lt. naves mercatoriae longinquae) erano andati nel
Cinquecento sempre molto più armati di quanto appena descritto, dopo aver unificato il 20 marzo
1602 i loro traffici d’oltremare in una grande unica ‘Compagnia delle Indie Orientali’ (De
Oostindische Maatschappije, compagnia i cui vascelli avevano diritto a essere nei loro lunghi
viaggi sempre scortati da quelli da guerra, cominceranno pertanto a ridurre l’armamento a quello
detto appunto ‘a mercanzia’; il momento in cui cominciò ad avvenire questo cambiamento s’evince
per esempio in un’interessante relazione datata in Venezia il 12 dicembre 1606 e citata dal
Guarnieri nella sua opera sul porto di Livorno, relazione nella quale, descrivendosi le attività
marinare di lungo corso degli olandesi e dopo essersi valutate dalle 6 alle 8 le grandi navi che ogni
anno Olanda e Zelanda inviavano allora a Capo Verde e dalle 20 alle 25 quelle che mandavano
più a sud in Guinea, così si prosegue:

… per Angola vi va poc(h)e nave e non carricano che puoc(h)issimo oro, ma tutto lor negozio
consiste in comprar de (s)chiavi o negri, li quali le revendino poi con grosso utile in Brasil od alle
Indie di Nuova Spagna, ma la più parte si conducono al Brasil… Hodie (‘oggi’) per gli soprascritti

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signori Stati (‘Stati Uniti d’Olanda’) è fatto tutta una compagnia e vi anderà l’anno in tutto da 30
vaselli grandi et in oltra per la securezza loro vi terranno di continuo da dieci navi grande di guerra,
ancor che li vaselli delli mercanti sono armati quanto gli vaselli di guerra… (Cit.)

L’Angelucci (v. fonti) riporta l’inventario dell’attrezzatura e degli armamenti di una nave acquistata
dal duca di Ferrara Ercole II d’Este con atto del 17 giugno 1541 rogato dal proto-notaio Battista
Saracco, nave presumibilmente veneziana a giudicare dal nome Bisenin e dalla circostanza che
allora era ormeggiata a S. Biagio di Venezia; aveva una portata di 24 charate (‘carrate’) veneziane
corrispondenti a circa 4mila staia ferraresi e dunque, poiché lo staio di Ferrara era equivalente a
dmc. (ossia a litri) 30,862 di oggi (Lazzarini), si trattava di una nave all’incirca da lt. 123.448,
quindi 250 tonelli: a bordo, tra le altre attrezzature e munizioni presenti si trovavano le seguenti
armi:

4 bombarde de ferro cum mascoli (‘camere mobili’) n° 8, zoè de reparo.

Sono bocche a palla di pietra, probabilmente bombardelle incavalcate di quelle che poi saranno
dette da braga, cioè a retrocarica con mascolo, e ne spiegheremo più avanti il funzionamento.

2 passavolanti de ferro cum mascoli n° 4.

Sono artiglierie a palla di piombo incavalcate, ma anche in questo caso sono bocche
impropriamente chiamate passavolanti, come abbiamo già visto in un caso precedente, anche se
stavolta non si tratta di cierbottane bensì di quelle allora dette moschetti da braga e in seguito
smerigli; e ciò sia perché a retrocarica, cosa che i passavolanti non erano, sia perché questi erano
in proporzione le bocche più lunghe allora esistenti e quindi le più inadatte a fare da artiglierie
navali.

1 passavonte intriego (‘intiero, di un sol pezzo’) de ferro.

Ecco invece un normale moschetto da reparo, cioè da posta marittima, incavalcato come i
precedenti ma ad avancarica.

1 spingarda.
12 spingardelle cum li sui mascoli n° 22, computando dui che sono al castello per pegno.

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Queste sono piccole e piccolissime bocche da fuoco di due pezzi, quindi del genere delle antiche
bombarde; incavalcate, potevano sparare palle di pietra o di ferro a seconda del loro maggiore o
minor calibro.

8 balestre con le sue lieve et li sui passadori, dozene n° 10.

Dunque nel 1541 le balestre facevano ancora parte degli armamenti di bordo marittimo; queste
presenti a bordo della Bisenin si caricavano a leva e non a mano o a mulinello; tiravano vari tipi di
dardi da balestra che potevano essere, oltre che di varia lunghezza, cioè di un piede o di due piedi
(a seconda della grandezza della balestra), di canna, di legno o d’acciaio e cioè passatori o
verrettoni con normali impennatura e punta di ferro da saetta, muschette a punta alata per fare
peggior ferita e quadrelli a punta e asta d’acciaio quadrangolare.

11 piche de frassino cum li sui ferri.


120 dardili (aste da dardo?) de frassino.
1 caza per cargar el pezo intriego.
4 martelli per far le ballote de piera et uno majo picho (‘mazzuolo’).
2 bastoni de dar fuogo (‘buttafuoco o porta-miccia’).
2 brag(h)e de ferro (‘code direzionali a braga da cavalletto’) per li passa volanti et due verigole
(verine, succhielli).

Nel Basso Medioevo i marinai arruolati su vascelli mercantili erano stati tenuti a presentarsi armati,
anche se non sappiamo di quali armi, e, se non l’avessero fatto, le armi sarebbero state loro fornite
dal comandante, ma detraendone poi il costo dai loro salari; ecco infatti l’art. CXXXIII del il
trecentesco codice barcellonese di legislazione marittima detto Consolato del Mare, poi adottato –
o perlomeno rispettato - da tutte le principali potenze navali mediterranee:

… Ancora, il marinaio è tenuto a portare le armi che avrà convenuto col comandante della nave e,
se non le porta, il comandante può comprarle a debito del suo salario senza bisogno dell’assenso
del marinaio, il tutto essendo annotato dallo scrivano. (Pardessus. Cit.)

L’art. XVI d’un editto della Lega Anseatica promulgato nel 1447 imponeva a tutti i vascelli
mercantili di quelle città marinare di portare a bordo un numero d’armature proporzionato alla loro
portata; un naviglio (gr. πλοιάρια) di 100 lastes doveva esser munito di 20 Manne Harnsch
(‘armature da uomo’) e un naviglio più grande o più piccolo doveva esserlo in proporzione, sotto
pena per il suo padrone d’una ammenda d’un marco d’oro ogni volta che ne fosse trovato privo
dagli ispettori delle predette città o dai preposti degli uffici consolari anseatici in Fiandra e in
Inghilterra (ib.) L’art. XXXII del regolamento anseatico del 1530 - poi ripetuto nel XXXVI di quello

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del 1591 - faceva obbligo ai marinai di quelle città di difendere nave e carico in caso d’attacco di
pirati sotto pena di perdere il salario; se poi la nave restava catturata, l’art. XXXVII del predetto
ordinamento del 1591 prevedeva la pubblica fustigazione con verghe del colpevole all’uopo legato
al ceppo di prua e questa pena sarà poi confermata dall’art. XXVIII del regolamento del 1614 (ib.)
L’art. XXVI del detto ordinamento del 1530 ci fa vedere i marinai anseatici riconoscibili da un’ascia,
essendo evidentemente quella la loro arma corporativa:

… Item. Nessun marinaio dovrà portare qui (‘a terra, nelle città della Lega’) asce nelle strade, sotto
pena di confisca dell’ascia e sotto pena d’essere punito dal venerabile senato; nondimeno, un
timoniero e un nostromo (“eijn Sturman unnd eijn hovet-Bossman”) potranno portare un’ascia. (ib.)

Questo concetto di ’armamento’ fu metonimicamente esteso dalle sole armi a tutte le necessarie
attrezzature di bordo già nell’antichità, come leggiamo nell’Onomastikon del Polluce:

… In effetti tutti gli strumenti (di bordo) si dicono armi (τὰ δὲ σύμπαντα σϰεύη, ὂπλα ϰαλεῖται. G.
Polluce, cit. I.IX, p. 65).

Se dunque un vascello mercantile s’imbatteva in un legno da guerra nemico, poteva senz’altro


decidere di difendersi prima di darsi per vinto; ma, se sfortunatamente incontrava più vascelli
nemici, una squadra (itm. banda) o addirittura un’intera armata (itm. brigata)? Era consuetudine,
come si legge all’art. CLXXXV del predetto Consolato, offrire al nemico il pagamento d’un riscatto
per non essere assaliti e l’entità di questa era concordata col nemico sulla base del valore della
nave e delle merci trasportate; ma per questo, se al viaggio partecipavano mercanti caricatori, il
comandante era tenuto a chiedere anche il loro assenso e ognuno di loro doveva partecipare al
pagamento del riscatto in relazione al valore delle proprie merci presenti sulla nave e di metà della
stessa nave; i mercanti non potevano opporsi se il comandante si dichiarava disponibile a pagare
di persona il riscatto sull’altra metà del valore della nave. Se poi a bordo non c’erano mercanti,
allora il comandante doveva ottenere l’assenso dell’equipaggio. In caso d’incontro con vascelli
armati amici ovviamente non si offrivano taglie, ma era d’uso offrire loro regali e rinfreschi, perché
poteva sempre capitare di dover poi in qualche occasione aver bisogno del loro soccorso; anche in
questo caso però il comandante doveva ottenere l’assenso dell’equipaggio perché altrimenti
avrebbe dovuto dato questi regali e rinfreschi di sola tasca sua (ib.)
E se il vascello mercantile s’imbatteva in un vascello altrettanto mercantile, ma nemico? Il
comandante poteva pensare d’assalirlo per impadronirsene, ma doveva ottenere per questo
l’assenso dei mercanti caricatori, se presenti a bordo, e, se questi invece non c’erano, doveva

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desistere, perché non poteva mettere a repentaglio il carico (grb. πλήρωμα) di sua sola iniziativa, a
meno naturalmente che, testimone l’equipaggio, non dimostrasse poi che era stato assalito lui (ib.)
Nel Settecento, la maggior parte dei vascelli francesi adibiti a viaggi di lungo corso (olt. verre-
reisen, verre-zee-vaarten, verre-togten, lange Raisen) - e per tali s’intenderà soprattutto quelli
diretti alle Indie, sia orientali che occidentali, in cui si dovrà passare la linea equinoziale - saranno
armati per metà a guerra e per metà a mercanzia, il che significava avere sì il vantaggio di potersi
difendere, ma contemporaneamente anche lo svantaggio di non poter commercialmente ricavare
quanto si sarebbe invece potuto da vascelli totalmente adibiti a mercanzia.

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Capitolo II.

I VASCELLI REMIERI.

Abbiamo trattato finora di navi e di barche; ora parleremo invece di quelli che costituiscono il
nostro principale tema, cioè dei vascelli remieri (gr. ἐπίϰωπα, ϰωπῆρη πλοῖα; lt. remivagi; navigia
remivaga; tlt. vassella (subtilia) de remis; tr. çektiri) da guerra, i quali, oltre che tali, erano però
anche velieri e avevano una velatura simile a quella dei suddetti vascelli latini; essi infatti
navigavano in mare aperto normalmente a vela, riservando l’uso dei remi al piccolo cabottaggio,
specie quando mancasse il vento, alla navigazione portuale e alle operazioni di battaglia;
differivano però sostanzialmente dai vascelli latini nel garbo, cioè nella forma, perché l’uso dei remi
implicava uno scafo molto basso di bordo e inoltre di forma molto allungata. Erano stati chiamati
nel Medioevo generalmente lenij (‘legni’, ct. lenijs, sp. leños; navigiis quae ligna dicuntur in
Annales genuenses Cit. Anno 1332 e altri), dividendosi in lenij de teriis e lenij de bandis (‘da ale o
fianchi’) a seconda che avessero o no coperta, ma dal Rinascimento prevalse poi la definizione
bizantina vascelli sottili (gr. ἂϰᾰτοι, se grandi o mezzani, e ἀϰατία se piccoli, da cui il lt. naves
actuariae, nome questo con cui però s’intendevano solo quelli piccoli); in gr. si dicevano comunque
pure ϰοῡφα πλοῑα, ‘vascelli leggieri o sottili’ e ϰατέργοι, ‘vascelli remieri in generale’. Si badi però
questa loro sottigliezza rispetto ai vascelli tondi e latini non era da intendersi nel senso della
larghezza bensì in quello dell’altezza, qualità infatti necessaria a permettere la voga (gr. εἰρεσία,
ϰωπηλăσία), ma nel secolo successivo a Venezia s’userà distinguerli pure da quelle galee dette
bastarde, bastardelle o anche quartierate, perché queste, pur essendo altrettanto basse, erano
però alquanto più larghe a poppa.
Delineeremo ora i tratti principali della marineria da guerra medievale, marina che, come quella
antica, era esclusivamente remiera, e lo faremo però soprattutto per quanto riguarda quella basso-
medievale, perché di quella alto-medievale, dromoni a parte, ci sono rimaste ben poche memorie;
le cronache catalane, veneziane e bizantine sono le letture più importanti da fare a questo fine.
Cominceremo con quella fluviale perché, a differenza di quanto lo sia poi stato nell’Evo Moderno,
fu molto importante nel Medioevo, specie nell’Italia settentrionale. A Bisanzio c’era un vecchio
detto, ϰοντῷ πλεῖν, il quale alla lettera si traduceva ‘navigare con la pertica’, cioè facendo
avanzare la barca nel fiume o nella palude puntando e spingendo una pertica sul fondale, e voleva
dire ‘vivere in maniera acconcia, conveniente’, a dimostrazione di quanto anticamente fosse
importante e praticata la navigazione fluviale (Suida, cit. T. II, p. 347).

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Abbiamo già accennato che il nome galeone si ritrova già nelle cronache del dodicesimo secolo
perché nel Medioevo si era già adoperato, ma non, come succederà più tardi a partire dal
Rinascimento, per i grandi velieri di cui abbiamo già detto, bensì, molto genericamente, per i
vascelli remieri più piccoli delle galee e specie per quelli che allora si usavano in gran numero in
fiumi e laghi sia per il commercio sia per la guerra (ut vulgo appellant, galeones); essi potevano
essere o sottili, cioè quelli chiamati generalmente ganzerie (o ganzarie o ganzare o ganzaroli, ma
spesso anche gazare) e che potremmo assimilare ai più tardi bergantini (gr. e grb.
ἐπαϰτροϰέλητες), oppure più tozzi, cioè decisamente più corti, larghi e alti di una galera, tipo cioè
quelli da commercio che più tardi saranno detti burchielli. Saba Malaspina, quando racconta di
nunzi inviati nel 1284 dalla regina Costanza d’Aragona a Corrado di Antiochia, cioè dalla Sicilia
all’allora Stato Ecclesiastico, scrive che essi traversarono il mare ‘in un veloce galeone’ (in
quodam aligero galione. Cit. LT. X, cap. XXIV), il che conferma il suo coevo Bartolomeo di
Castronuovo laddove questo dice del nunzio inviato all’inizio dello stesso predetto anno dai
messinesi all’imperatore bizantino Andronico II Paleologo (… Et parato ac dato sibi galeono pro
transitu suo… Historia sicula. LT. I, cap. LT. Ib.)
In un ordine di Carlo I d’Angiò del 15 marzo 1273 si comanda di approntare due galionos per dare
la caccia ai vascelli, sia corsari sia commerciali, dell’allora ostile Genova che frequentavano le
coste di Principato e Terra di Lavoro, dovendosi spingere in quest’attività di contrasto fino a
Corneto (‘Tarquinia’) nel basso Lazio; bisognava armarli per due mesi di missione di timonieri,
galeotti, marinai, panatica, armi e quant’altro necessario. I due comiti o comandanti avrebbero
ricevuto un compenso mensile di 27 tareni ciascuno, i timonieri di 20, i militari (supersalientes) di
13 e un terzo e i marinai di un augustale, ricordandosi che il tareno o tarì era la trentasima parte
dell’oncia e l’augustale la quarta; inoltre ogni persona avrebbe ricevuto ogni mese un quarto di
cantario di biscotto [lt. buccellatum, maza; gr. ϰίρϰος, μᾶζα, παξαμάδιον (poi anche παξιμάδιον); fr.
gallette; np. fresella; olt. twee-bak, hardt-broodt), ossia di panatica, mentre, calcolandosi che allora
ogni galea riceveva mensilmente 3 cantarii e mezzo di formaggio e 2 e mezzo di carne salata, lo
stesso si doveva a ognuno dei suddetti due galeoni, ma pro-rata in base al numero delle persone
di bordo. Ma l’attribuire questo nome di galeone, nel Duecento in verità più spesso della 2°
declinazione (galionus-i), a vascelli remieri minori non avrà poi, come già sappiamo, seguito sul
mare, mentre lo troveremo comunque restar in uso per molto più tempo su fiumi e laghi e così
infatti circa due secoli dopo descriverà i galeoni fluviali medievali Giovanni Simoneta (1420-1490)
nelle sue Sfortianae historiae:

… Sono poi i galeoni delle galee più corti, ma più larghi ed alti. Si ergono infatti verso la sommità
divisi in più ponti con le poppe e le prue elevate più in alto. Sono spinti talvolta con le vele talvolta

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con i remi, acconci solamente alla navigazione dei fiumi, e portano sugli alberi più vaste coffe,
dalle quali uomini armati con giavellotti, con spiedi di ferro e insomma con lancio di ogni tipo di
dardi aspramente combattono i nemici sottostanti (in LT. A. Muratori, Rerum italicarum scriptores
etc. T. 21. Milano 1732).

Abbiamo voluto tradurre noi il suddetto brano perché la traduzione in volgare di queste historiae
fatta da certo Sebastian Fausto e pubblicata a Venezia nel 1543 ci è apparsa davvero
estremamente imprecisa e talvolta anche fuorviante a causa di manifesta ignoranza
dell’evoluzione delle armi in uso avvenuta appena nel secolo precedente; per esempio, tra le altre
amenità, traduce colubrina con serpentina, essendo nel Medioevo quella invece null’altro che lo
schioppetto (grb. ἐλεβολίσκος, corr. di ἐϰηβολίσκος).
Descrivendo una battaglia fluviale combattutasi nel 1427 tra veneziani e sforzeschi appunto sul
fiume Po, il de Redusiis, unico tra i cronisti di storie medievali, spende qualche parola anche sui
suddetti galeoni propriamente detti e sulle ganzerie, queste anch’esse un tipo di vascelli remieri
fluviali medievali per uso sia commerciale sia bellico, ma bassi e sottili, adoperati su fiumi e laghi
veneti e lombardi specie dai padovani e dai veneziani. Poco più tardi, cioè nel 1438, i veneziani,
nel corso delle operazioni che intrapresero contro il traditore marchese di Mantova, Gianfrancesco
Gonzaga (1395-1444), il quale si era alleato con i loro nemici sforzeschi, fecero risalire il Po a
un’armata che includeva molti dei predetti galeoni fluviali, come racconta il Doglioni:

… Intesasi dunque a Venezia questa ribellion del Gonzaga, subito posta insieme vna potentissima
armata di sessanta galeoni, cinque galee e di altri nauigli minori, e creatoui generale Pietro
Loredano, la mandarono su per lo Po a danneggiar il Mantoano… (Giovan Nicolò Doglioni, Historia
venetiana etc. Venezia, 1598.)

Questo gran numero di sessanta fa capire che trattavasi di piccoli vascelli. Ma perché i detti
galeoni fluviali da gran tempo non s’adoperavano più anche sul mare? La ragione è intuitiva e cioè
quelle loro alte sovrastrutture e le loro molto scarse agilità nautiche li avrebbero resi poco adatti a
resistere ai venti e alle correnti marine e quindi anche facilmente rovesciabili; questa
considerazione comunque non impediva di aggiungere alte sovrastrutture anche ai vascelli marini,
ma solo all’occasione, cioè per operazioni belliche mirate, e per esempio nel 1081 Roberto il
Guiscardo, volendo tentare la bizantina Durazzo, preparò a Brindisi una grande armata e fece tra
l’altro appunto costruire sulle navi più grandi torri di legno ricoperte di cuoi inchiodati per difenderle
dal fuoco e quindi si preparava ad assalire la città per mare e per terra (περιζῶσαι τοῡτο διὰ τῶν
ἐλεπόλεων ἁπό τε θαλάττης ϰαὶ ἠπείρου. Anna Comnena, Alexiadis. LT. III, 12); non esistendo
ancora le artiglierie da polvere, erano dunque allora comunementre tre i generi di luoghi dei
vascelli dai quali si combatteva e cioè coperta, torri e gabbie. Nello stesso Medioevo usavano i

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veneziani invece nella guerra nautica, per elevare i loro combattenti al livello dei difensori delle
mura costiere nemiche, vascelli a due alberi (gr. δυάρμενοῐ νῆες) tra i quali, all’altezza delle gabbie
stendevano un solido ponte impavesato, dal quale si bersagliava il nemico con archi, piccole
catapulte, fustibali e trombe di galera senza dover soffrire così più dello svantaggio di chi combatte
dal basso verso l’alto; tanto leggiamo a proposito della partecipazione veneziana alla quarta
crociata (Flavio Biondo, De origine et gestis venetorum in Opere, p. 283 C. Basilea, 1559), mentre,
a proposito dello stesso avvenimento, Andrea Dandulo scriveva che nel 1204 i crociati ripresero
Bisanzio legando insieme due grosse navi veneziane affiancate, la Paradiso e la Peregrina, e vi
poterono elevare su così delle alte e salde scale che permisero agli assedianti di scavalcare le
mura e impadronirsi della città (Chronicon, lt. X, c. III parte 34); nel 1348 infine i genovesi che
assaltavano Bisanzio soprattutto dal mare lo facevano, oltre che con galee, anche con tre grandi
navi da carico, su due delle quali avevano piazzato mangani che lanciavano carichi di pietre aldilà
delle mura e sulla terza, la più grande, avevano costruito una larga torre la cui base si estendeva
dalla mediana alla prua e la cui sommità superava in altezza le stesse mura che doveva offendere;
da essa, protetti da filari di scudi, combattenti scelti bersagliavano con successo i difensori
bizantini (Niceforo Gregoras, Historiae byzantinae. LT. XVII, par. 3). I càrabi russi, di cui poi di più
diremo, erano vascelli remieri onerari che nelle operazioni di guerra, forse quando ben legati
affiancati, erano considerati adatti – forse perché più ampi e stabili - a reggere l’impianto di
congegni e macchine d’assedio costiero, come leggiamo in un passo del già ricordato Giorgio
Pakymeres, cioò laddove si dice dei preparativi bizantini del 1295 per assediare la ribelle fortezza
costiera di Melanudio, la quale si trovava nel territorio di Mileto di Lidia:

… divisando di legare (tra di loro) con le funi i carabi di quelle acque, inviando anche grossi tronchi
per istallare su di loro torri d’assedio… (ἑπισχὼν τοὺς τῆς λίμνης ϰαράβους συνδεῖ σχοίνοις, ϰαὶ
ξύλα μέγιστα ἑνιεὶς ἑπʹ ἑϰείνων ϰατασϰενάζεται μόσυνας.· In De Michaele et Andronico Palaeologis
libri XIII.T. II, lt. III, par. 9.)

Càrabi più piccoli (quindi non dei ϰάραβοι bensì dei ϰαράβια) detti ἐφύλκια (Esichio) o ἐφόλκια (G.
Polluce) si usavano per rimorchiare a forza di remi velieri che si fossero fermati a causa di
bonaccia, come spiega Esichio nel suo Lexicon (cit. p. 290). Troviamo per la prima volta questo
nome càrabo - in origine abbrev. di scafocarabo, ‘vascello-aragosta’, in quanto appunto derivante
da ϰάρᾶβος, ϰαράβιον e ϰἅρᾶβίς (‘aragosta’), da cui quindi caravella e carabottino – attribuito a un
tipo di vascelli remieri onerari medievali usato dai russi nel Mar Nero e nei fiumi suoi affluenti già
negli avvenimenti dell’anno 626 d.C., cioè al tempo dell’assedio avaro-persiano di Costantinopoli,
essendone allora imperatore Eraclio Nuovo Costantino, il quale poi sarà ricordato come Eraclio I°

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(575-641), come si legge nel Chronicon Paschale scritto da un anonimo cronachista bizantino
contemporaneo (… εἰς αὐτὴν ϰάραϐον… ἐϰ τῶν σϰαφοϰαράϐων… οἰ σϰαφοϰαράϐοι… etc.)
Quando non si avesse da assaltare mura costiere nemiche molto elevate e impegnative, più
leggere scale d’assedio si potevano montare anche su coppie di galere [grb. ϰλιμαϰοφόροι
τριήρεις, ossia ‘galere porta-scale’); ma torniamo ora alle due summenzionate flotte veneziana e
sforzesca che si affrontarono sul Po nel 1427; di esse dunque così scriveva il de Redusiis:

... Marino Contareno vice-capitano della predetta armata veneziana [...] navigando sul Po con 50
galeoni, 2 galee, 12 ganzarole e 30 barche... {Marinus Contareno vicecapitaneus armatae
venetorum praedictae […] per Padum navigans cum galeonis L et galeis II ganzarolisque XII et
barchis XXX… (A. de Redusiis, Chronicon. In LT. A. Muratori, Rer. It. script. T. XIX, c. 860-861.)}

Quest’armata veneziana, pur se più lenta di quella milanese perché era quella che risaliva il corso
del fiume, procedeva in sapiente ordine militare:

… Infatti dapprima avanzavano 30 barche leggere, quindi seguivano 11 galeoni con due
‘castellati’; dopo i quali seguivano due galee che navigavano a voga forzata, i rimanenti galoni
seguivano a tergo, nei flutti del Po, scambievolmente incatenati. E avendo dunque i veneti così
messi avanti per primi loro galeoni, avevano infitto un robusto legno di straordinaria lunghezza e
armato di ferre cuspidi, affinché tenesse lontano il fuoco dai galeoni
Nam primò barchae XXX leves praecedebant, deinde galioni XI duabus in battaleis sequebantur.
Post quos galêae duae sequebantur enixis viribus navigantes, reliquis galeonibus intra Padi fluenta
mutuis nexibus catenatis ad terga sequentibus. Itaque veneti primis galeonis suis praemissis;
singulae prorae robur lignum infixerant mirae longitudinis ferreis cuspidibus armatum, ut ignem
arceret à galeonis…

Perché tante barche leggere a fronte dei soli due grossi burchi da carico che ora vedremo invece
usati dai lombardi? Evidentemente i veneziani non avevano pensato di portarsi dietro tutte le
provviste necessarie bensì di razziarle volta per volta alle popolazioni nemiche rivierasche del Po,
utilizzando appunto leggere e piccole barche atte ad avvicinarsi a qualsiasi punto di quelle rive
fluviali; ma aperché farle andare in avanguardia, visto che non si trattava di imbarcazioni at te a
combattere? Anche questa tattica non sembra di difficile comprensione e cioè, tenendole avanti si
potevano tenere sott’occhio e sorvegliare, ad evitare così che qauei barcaioli [gr. πορ(θμ)εῖς] civili
disertassero, fuggendo indietro o andandosi magari a nascondere negli anfratti delle rive. Perché
poi le due galee procedevano a voga forzata? Qui il perché è molto semplice, navigavano contro
corrente. Perché inoltre i galeoni fluviali di retroguardia procedevano incatenati tra di loro? In
questa maniera si evitava che qualche vascello nemico, il quale si fosse infilato nella formazione
veneziana e fosse magari arrivato a scorrerla fino alla fine, riuscisse, trovandosi colà la via chiusa
dalle catene, a scompaginarla del tutto. Infine, perché dotare i galeoni anteriori di un lungo
sperone, da quale fuoco nemico li si voleva tenere lontani? Se si fosse trattato di bocche da fuoco,

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nessuno sperone avrebbe potuto essere utile ad evitarne i tiri; evidentemente, si trattava ancora di
quei sifoni di prua che emettevano fuoco liquido, ossia quello che in tempi moderni sarà poi detto
impropriamente ‘fuoco greco’; ma passiamo ora all’armata fluviale nemica:

… Della quale armata del duca di Milano era una flotta costituita da 41 galeoni, di cui due (armati)
a mo’ di ganzeria, la quale è una specie di nave stretta e lunga, due furono fatte con tre battaglie
(‘parapetti’) elevati verso l’alto a guisa di castelli, al di sopra di ognuna delle quali si elevava un
grande albero, alla sommità delle cui gabbie c’era una struttura meravigliosamente fortificata, in
ognuna delle quali otto uomini maneggiavano spiedi sia per difesa che per offesa... [Cuius armatae
Ducis Mediolani classis erat de XLI galeonibus, ex quorum duobus in modum ganzeriae, quae est
species navis strictae et longae, duae facte sunt cum III battaleis elevatis in altum ad instar
Castrorum, supra quas grandis eminebat arbor pro singula, quarum pinna erat cabiarum structura
mirabiliter communita, in quibus octo homines pro singula ad defensionem et offensionem sudibus
laborabant ( A. de Redusiis, Chronicon. In LT. A. Muratori, Rer. It. script. T. XIX, c. 860-861.)]

Completavano l’armata fluviale milanese due burcli (‘burchi’) da carico che portavano attrezzature
e materiali; i lombardi non disponevano dunque di galee, ma sopperivano con una grossa ganzara
quadriremi:

Pachino de Papia, capitano dell’armata del duca di Milano, delle due fa andare avanti una grande
ganzara quadrireme, la quale con la sua leggerezza, allora favorita dal corso del fiume, scivola con
grande impeto contro le barche dei veneti, le quali, non volendo sopportarne l’urto, si dettero alla
fuga… (Paxinus de Papia armatae Ducis Mediolani Capitaneus ex duabus unam magnam
praemittit ganzaram quadriremem, quae cum sua levitate, tum fluvii discursu adiuta, magno cum
impetu adversus barchas venetorum dilabitur, quae, impetum sufferre nequeuntes, sibi de fuga,
providerunt… Ib.)

Per la cronaca, i veneziani vinsero questa battaglia fluviale, le cui fasi e particolari comunque
risparmiamo al lettore, com’è nostra abitudine. Questi brani ci confermano la genericità del nome
galeone d’allora; esso dunque, come già accennato, a quei tempi si riferiva ai vascelli remieri
meno potenti delle galee, cioè grosso modo a quelli che più tardi saranno detti bergantini – e non
alle anche più tarde galeotte perché queste non saranno sostanzialmente minori delle galee
medievali. Da notarsi qui poi la grande ganzara quadrireme - un numero di ordini di remi che,
trattandosi dunque di un tipo di vascello sottile per uso fluviale, quindi tutt’altro che largo, non
potevano essere ordini affiancati ma dovevano essere a livelli soprapposti come nei dromoni; per
quanto riguarda infine i due galeoni incastellati e gli altri due fatti invece in modum ganzeriae, cioè
privi delle dette alte soprastrutture e simili quindi presumibilmente a dei cinquecenteschi bergantini.
A proposito invece dei suddetti battalei, essi erano dunque due o tre incastellature costruite, ma
solo quando c’erano esigenze belliche, ciascuna attorno a uno degli alberi, muniti questi anche di
una falsa gabbia per i combattenti; naturalmente si trattava di sovrastrutture adatte solo per uso
fluviale, perché alla navigazione marina sarebbero certo risultate molto inadatte e pericolose e ciò

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sia per il peso sia per la soggezione ai venti, come era accaduto nel 1081 alla già ricordata armata
napoletana di Roberto il Guiscardo, quando, in previsione dell’assalto che si andava a dare a
Durazzo, si erano costruite sulle navi più adatte delle torri, come si usava quando si voleva
combattere i difensori di mura costiere stando alla loro stessa altezza. Queste torri furono, come
anche s’usava, rese ignifughe rivestendole di ampi cuoi inchiodati nel loro legno; ma, a fronte di
questa sua qualità di non far attecchire il fuoco, il cuoio grezzo e non ingrassato ha il difetto di
intridersi d’acqua in caso di pioggia e ciò infatti puntualmente avvenne poco dopo che la sudd etta
armata fu salpata da Brindisi a causa di una tempesta che la colse durante la navigazione; questi
cuoi, dunque molto appesantiti dall’acqua piovana, si schiodavano, pendevano e, spinti come vele
dal forte vento, ondeggiavano e alla fine cadevano, trascinando talvolta nella loro caduta le
leggere strutture che le avevano rette e provocando così in qualche caso persino l’affondamento di
qualche vascello più instabile degli altri (Anna Comnena, Alexiadis. LT. III, 12). Si usavano anche
zattere fluviali (lt. rates, schediae, naves caudicariae, naves codicariae, trabicae naves; gr. πλάται,
ϰορμοί, σχεδίαι, ἐπηγϰενίδες; fr. rats, radeaux; olt. vlotten; vn. rade) beltrescate (grb. ἀγγεῖα), sulle
quali cioè erano state costruite sovrastrutture fortificate (… ganzarolis, & duabus platis Mantuanis
beltrescatis… A. Dandulo, Chronicon, all’anno 1372 circa, in LT.A. Muratori, Rerum italicarum
scriptores etc. C. 437, t. XII. Milano, 1728; Suida, cit. T. III, p. 123).
Nel suddetto scontro fluviale c’è ancora da notare che il gran numero di galeoni presenti, da una
parte e dall’altra, fa capire che si trattava allora appunto di vascelli piccoli adoperati appunto
soprattutto sui fiumi. I due suddetti contendenti si affronteranno ancora sul Po nel 1439:

… A dì XIV d’aprile del detto Millesimo (‘1439’) Niccolò Piccinino, capitano del duca di Milano,
ruppe l’armata de’ galeoni della Signoria di Venezia e fu una grandissima rotta nell’Adige; per la
qual rotta il prefato capitano passò l’Adige e tolse molte castella in quello (‘nel territorio’) di Verona
e di Vicenza (Ann. Chronicon ariminense etc.. In LT. A. Muratori, Rerum italicarum scriptores etc.
C. 935, t. XV. Milano, 1727).

E poi ancora nel 1448:

Il giorno 16 luglio l’illustre conte Francesco Sforza, capitano generale di tutto l’esercito dell’illustre
comunità di Milano, con esercito terrestre e pochi galeoni si scontrò, presso Casal maggiore nella
campagna cremonese, con l’armata dell’illustrissimo dominio dei Veneti, la quale era del numero di
80 legni, computate galee, galeoni e barche armate… (Chronicon estense, c. 539. Cit.)

Per la cronaca, in questa occasione i veneziani persero pesantemente, rimettendoci tutta quella
loro armata fluviale, la quale fu incendiata dal nemico, e inoltre circa 2mila uomini. Il Simoneta
nelle sue Sfortianae historiae la dice di 32 galeoni di non exigua altitudine, 2 triremi, 2 biremi e una
moltitudine di vascelli onerari e vascelletti attuari, ossia veloci monoremo, e a quest’ultimo

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proposito c’è da precisare che in latino la differenza tra vascelli remieri da guerra e vascelli da
carico - questi sostanzialmente velieri – si esprime con naves actuariae e naves onerariae, come
leggiamo in un frammento di Lucio Cornelio Sisenna:

… uccisi quelli, abbruciano attuarie fino a 20 alberi (‘vascelli’), altresì parecchie onerarie (quibus
occisis, actuarias ad viginti malis, idem conplures onerarias incendunt. In Nonio Marcello, cit. P.
366.)

Interessante quell’ ‘alberi’ per ‘vascelli’ perché conferma che – almeno sino a quel primo secolo a.
C. in cui scriveva il Sisenna, i legni nautici – da guerra o da carico che fossero – erano ancora,
perlomeno in gran maggioranza, dei monoalbero. Per tornare ora però ai predetti galeoni, un
importante scontro fluviale con l’utilizzo di un gran numero di essi si era comunque già combattuto
nel 1397 tra Gian Galeazzo Visconti, allora duca di Milano, e una lega alla quale partecipava
Venezia; i milanesi persero la loro flottiglia con 6 galeoni affondati e 36 catturati dal nemico
(Guernerio Bernio, Chronicon eugubinum etc. C. 949-950; in LT. A. Muratori, Rerum italicarum
scriptores etc. Milano, 1732). Questi galeoni erano dunque vascelli fluviali usati soprattutto dai
veneziani, come dimostra anche il Commentarius di Pietro Curneo, guerra tra veneziani ed estensi
che si combatté appunto particolarmente sul fiume Po tra il 1482 e il 1484 (novem ex quinque et
viginti navibus, quas galeones appellant. Pietro Curneo, De bello ferrariensi commentarius etc. In
LT. A. Muratori, Rerum italicarum scriptores etc. C. 1.200, t. 21. Milano, 1732), e questa loro
peculiarità dimostra che allora i grandi e famosi vascelli dallo stesso medesimo nome che poi
attraverseranno mari e oceani ancora non esistevano.
Il predetto Curneo descrive anche una specie di catamarano fluviale veneziano:

… e rimiravano non senza stupore la nave medesima mandata da Venezia; era i nfatti di gran
lunga la più forte e robusta delle navi turrite veneziane. Avevano infatti le navi venete turrite sullo
scafo un edificio di due ponti a mo’ di torre con propugnacoli e merli; ma questa (fatta) su due
scafi, a due passi di distanza (l’uno dall’altro), aveva altresì una torre coperta a mo’ di case con
finestre, dove si trovavano i difensori, con legni grossi e robusti, e con catene con le quali
elevavano un ponte, con il quale si passava da uno scafo all’altro (ib.)

Anche imbarcazione fluviale tipica del nord-ovest dell’Italia era allora quella detta in veneto
belinzeri, secondo la trascrizione delle Memorie del da Soldo, oppure baloneri (cst. balleneres; np.
balloneri; ‘palconaro’), in quella del Chronicon del Bernio:

… A dì 28 di marzo fu messa in acqua la quarta galea e uno belinzero, il qual’era un notabilissimo


legno e grandissimo (Cristoforo da Soldo, Memorie delle guerre contra la signoria di Venezia etc.
All’anno 1440. In LT. A. Muratori, Rerum italicarum scriptores etc. C. 819, t. 21. Milano, 1732).

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Nel predetto Chronicon si dice qualcosa della sua struttura e del suo impiego:

…un navilio bellissimo che per nome era chiamato ‘balonere’, il quale era più alto assai d’ogni gran
galeone, nella sommità del quale era artifiziato un ponte per il quale molta gente si buttava su le
mura di qualunque fortezza (Guernerio Bernio, Chronicon eugubinum etc. Ib. C. 978).

Dunque niente a che vedere con le baleniere oceaniche; si trattava cioè del suddetto galeone
fluviale, modificato, cioè fornito di un alto palco piantato sulla coperta e dal quale i soldati imbarcati
potevano cimentarsi a parità di altezza con nemici che difendessero mura fortificate prospicienti il
fiume o il lago.
Passando però ora alla guerra marittima, diremo che diventeranno poi obsoleti nel Cinquecento
anche il termine lt. celoces (gr. ϰέλητες e ϰελήτια, ’approdatori’; ἐπαϰτρίδες e ἐπαϰτροϰέλητες,
‘vascelli cacciatori’) e i vlg. grip(p)o e griparia; si trattava di nomi adriatici e medioevo-
rinascimentali di cui i secondi derivati dall’agg. lt. gregarius e indicanti i battelli o scialuppe di
servizio nelle armate (gr. σϰάφαι, ἐφόλϰια), al cui compito erano spesso addetti anche piccoli legni
da pesca detti lembi (gr. λέμβοι) con il loro dim. lat. lenunculi (in lenunculo piscandi. Gaio Sallustio
Crispo, Historiarum libri. LT. II, in Quae supersunt. V. II, p. 54- Lipsia, 1859):

… Dominus Nicolaus Pisani Capitaneus Generalis cum galèis XXXV, lignis XI, grepariis XX. […] et
etiam navibus tribus optimè castellatis. (Andrea Dandulo, Chronicon, agli anni 1354-1355. In LT.
A. Muratori, Rerum italicarum scriptores etc. C. 424, t. 12. Milano, 1728.)
… classe unius et viginti triremium, duarumque biremium, ac celocium, quas grippos appellant,
circiter sexdecim instructa et armata egregie. (Pietro Curneo. Cit.. C. 1.207.)
… navigiolum quoddam, gripus ab adriaticis maritimis appellatus. (Pietro Martire d’Anghiera, De
rebus oceanicis etc. F. 79 verso. Basileas, 1533.)

Anche un altro termine indicante i piccoli vasceIli da guerra e cioè pistrices (o anche pristices) non
più s’usava; così anche i greci ϰώρυϰοι, barchette primordiali fatte di cuoio cucito, ἀλιάδες, natanti
per la raccolta e il trasporto del sale, ἀμφηρικά, αμφήρεις, cioè le piccole imbarcazioni, magari
anche piratiche (Esichio, cit.), in cui ogni singolo vogatore manovrava due remi (ἀμφηρικὰ ἀκάτια,
λῃστρικὰ ἀκάτια), uno a dritta e uno a sinistra – da non confondersi però con le δίϰωπα, cioè con
le gondole a due vogatori e quindi due remi di cui abbiamo già detto - e infine i ϰύδαροι, ϰύδαλοι,
piccole imbarcazioni dalle perdute caratteristiche. Probabilmente invece ancora si sentivano nomi
come ϰαϰϰώνια, cioè le barche fluviali per il trasporto degli escrementi animali da concime, e
ϰητήνια ‘baleniere’ (lt. cetaria).
Il suddetto nome greco di ‘approdatori’ dato a questi piccoli vascelli era probabilmente dovuto al
potersi farli approdare semplicemente spiaggiandoli (gr. ὀϰελλέιν), senza cioè bisogno di andare a

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ormeggiarli in qualche porto; per quanto riguarda invece il termine generico griparia o griparea si
trova usato più volte anche dal Monaci (gripareae) e nell’ordinanza disciplinare delle galere
veneziane promulgata nel 1420 da Pietro Mocenigo, allora capitano generale del mare di Venezia,
ordinanza alla quale più avanti ritorneremo.
Erano comunque detti celoci quei veloci vascelletti a remi, molto usati per trasmettere
corrispondenza e messaggi, che più tardi nel Medioevo si diranno galladelli, poi nel Rinascimento
fragate e fragatine, infine caicchi. A proposito poi del nome legni, esso era sì usato già nel
Medioevo nel senso generico di vascelli remieri, ma indicava in particolare quelle lunghe e leggere
biremi che erano molto usate nel Mediterraneo pur senza avere però il rango di galee; si dicevano
anche fusti, ma quest’ultimo nome sarà poi, nella seconda metà del Cinquecento, usato
preferibilmente al femminile (fuste), anche se la forma maschile sopravviverà nel Tirreno con il
nuovo significato di uscieri.
Altro nome disusato era quello basso-medievale di chelandro (poi anche chelandra), corruzione
dell’alto-medievale gr. chelandio, dal gr. χέλειον, ‘guscio’ [leggesi falandriae nel Chronicon di
Andrea Dandulo (1306-1354) e galandria e zalandria in quello di Giovanni Diacono], con cui però
talvolta ancora s’indicavano nello scrivere formale i vascelli veliero-remieri usati per il trasporto di
materiali e cavalli e quindi non armati a guerra, come si legge per esempio dell ’armata (volg.
brigata) di mare che l’imperatore Federico II nel 1225 s’impegnò a preparare per la prossima sesta
crociata, ossia quella indetta dal papa Onorio III:

… dictus Imperator capitula haec servare juravit, videlicet, quod hinc ad duos annos in Augusto
complendos, personaliter transfretabit in subsidium Terrae-Sanctae ibique tenebit mille milites per
biennium ad servitium suum et ducet secum centum chelandros et tenebit ibi quinquaginta
galeas bene armatas… ( Chronicon Richardi de Sancto Germano in Raccolta di varie croniche,
diarij ed altri opuscoli etc. T. IV, p. 208. Napoli, 1782.)

In sostanza questi chelandi, vascelli veliero-remieri monoponte dall’uso sia militare sia civile,
furono gli antenati sia delle galere grosse veneziane del Basso Medioevo sia di quelle galere
grosse ‘mancate’ che nelle armate di mare si diranno prima uscieri in latino e poi in italiano fusti nel
Tirreno e prima marani e poi arsili a Venezia; nell’armate di mare alto-medievali bizantine si erano
distinti in οὺσιαχὰ χελάνδια (com. οὐσίαι), cioè ‘chelandi da salmerie’ (quindi anche da trasporto
cavalli, da cui poi infatti il nome medievale uscieri), i quali erano biremi da circa 108 vogatori, e
χελάνδια πάμφυλοι (‘chelandi-pamfuli’), triremi da circa 150 vogatori; nell’alto Medioevo anche
questi ultimi potevano essere addetti al trasporto dei cavalli, quando cioè si voleva trasportarne di
più insieme, ed erano in tal caso pertanto detti ἱππαγωγούς τριήρεις; si trattava insomma di vascelli
non certo di basso bordo come le galee, come si evince dal lt. X del De rebus turcicis del già citato

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Kalkokondilos a proposito delle iniziative belliche anti-ottomane dei veneziani negli anni che
seguirono la caduta di Bisanzio :

… Avendo imbarcato opliti italici e duemila cavalli in alte navi, gli trasportarono nel Peloponneso.
(... Καὶ όπλίτας μὲν Ιταλούς, ἰππέας δισχιλίους, έμβαλόντες ἐς τὰς ύψηλὰς ναῡς διεπόρθμευον ἐς
τἠν Πελοπόννησον·)

La prima menzione di questi chelandi che reperiamo è quella fattane da Teofane Isauro all’anno
709 della sua Chronographia, dove appaiono però qui usati, anche se implicitamente, come
ἀγραρία, ossia come vascelli ‘da caccia’, cioè da corso (tlt. apta ad cursum), e infattti; lo stesso
autore poi ci racconta che parecchio più tardi, ossia nel 765, l’imperatore Costantino V capitanò
un’armata di duemila chelandi inviata nel Mar Nero contro i Bulgari, perché questi attaccavano la
Romania, e inoltre per entrare nel Danubio a combattere anche i russi. Ora, a prescindere da quel
numero, sicuramente esagerato, di duemila, un’esagerazione allegorica tipica di Teofane, perché
solo chelandi e non anche dromoni? La ragione è intuibile e cioè, non aspettandosi i bizantini
grandi battaglie navali nel Mar Nero, perché né i bulgari né i russi disponevano di forti armate
navali (gr. ναυτιϰαὶ δυνάμεις) ma solo di vascelletti leggeri, specialmente i secondi, sarebbe stato
sprecato inviarvi dei dromoni, e quindi in questo caso l’armata bizantina e formata praticamente
solo di vascelli da trasporto di milizie, cavalli, materiali e rifornimenti. Andrea Dandulo scriveva che
circa l’anno 850 i veneziani terminarono la costruzione delle loro due prime galandrie, un tipo
greco di vascelli che prima non avevano mai avuto:

Duces itaque duas naves bello aptas ad sua tuenda loca miserunt, quæ more græcorum
falandriæ dictae sunt, numquam ante apud Venetos usitatæ (Chronicon Venetum etc.)

Da lui prese Giovanni Diacono, cronachista che visse nella seconda metà del nono secolo:

… Illud etiam non praetermittendum quod antedicti duces ad sua tuenda loca, eo tempore duas
bellicosas naves tales perficere studuerunt quales nunquam apud Venetiam antea fuerant quae
græca lingua galandriae dicuntur (Chronicon Venetum omnium etc.)

Questa memoria è importante per due motivi e cioè perché ci dice in quali anni ebbero inizio le
grandi costruzioni navali a Venezia e inoltre ci fa capire che i chelandi furono i primi vascelli da
carico remiero-velieri che solcassero il Mediterraneo medievale; e, per quanto riguarda il loro
garbo, ossia la loro forma, è molto probabile che ricordassero il vascello maggiore dei tre bellici
raffigurati nella famosa stele di Novilara (anche se questa è di circa un millennio più antica), ossia
un vascello remiero oltre che veliero ma di bordo non basso come quello delle galee e inoltre con
l’albero posto non a pruavia ma al centro dello scafo come già negli antichi vascelli onerari.

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I generi di vascelli bellici usati sui mari nei secoli pre-rinascimentali erano dunque cinque: galere,
legni armati (’biremi’), galadelli o griparie (‘monoremo’), navi e barche armate, navi e barche
onerarie di supporto; ma comunque nell’ordine mandato il 28 giugno 1269 dal re di Napoli Carlo I
d’Angiò a Matteo Rufolo, suo secreto (‘governatore’) delle Puglie, troviamo un breve elenco, più
stringente del suddetto nostro, dei vascelli da guerra che si dovevano allora approntare per la
formazione di un’armata nautica destinata all’impresa di Sicilia, elenco che riassume in un certo
senso quanto sinora da noi esposto riguardo al Basso Medioevo:

… Cum galeas, teridas, saggectias, galiones, varkettas et uxera […] reparari mandemus […]
muniri velimus municionibus et necessariis infrascriptis videlicet assarciis, velis, anchoris, vexillis,
baneriis et pinnonibus…(Giuseppe del Giudice. Cit. Pp. 5-6.)

La galera e gli altri vascelli da guerra non erano allora ancora comandati da un capitano bensì da
un còmito (gr. πρωτελάτης, poi ϰόμης), il quale aveva come suo secondo il nocchiero [dal lt.
nauclerus; gr. ναύϰληρος; ctm. nau(t)xer o notxer; cstm. navicher], detto questo invece dai
bizantini secondo còmito (gr. δευτεροελάτης, poi δεύτερος χόμης)]; ma bisogna precisare che nella
marineria non remiera bizantina, mancando il còmito, ναύϰληρος si usava col significato di
‘nostromo’. Nell’antichità questo nome ναύϰληρος aveva invece avuto un altro significato e cioè
quello di ‘proprietario di una nave’, di ‘armatore’ insomma, e si diceva anche ναυϰράτωρ e
ναυϰρατής . Più tardi, nella marineria bizantina, Che a bordo allora comandasse il còmito si evince
per esempio chiaramente da quanto Saba Malaspina racconta della spedizione navale siculo-
catalana contro le angioine Reggio e Nicotera del 1284, laddove immagina la concione esortativa
fatta da quello che sarà più tardi chiamato còmito reale agli altri còmiti della squadra (cit. LT. X,
cap. XXII).
Le galere basso-medievali si dividevano in galere leggiere (ma poi, dal Trecento dette sottili) e
galee grosse; le prime erano perlopiù biremi e le seconde triremi, preferite generalmente queste,
come abbiamo già detto, dai catalani e dai veneziani, ma comunque usate in tutte le marinerie
mediterranee come galere di comando e talvolta, specie nel Quattrocento come vedremo, anche
per il trasporto di pellegrini in Terrasanta; ma già allora s’incominciavano talvolta a chiamare galee
grosse anche le galere di mercanzia, le quali in realtà erano invece, come del resto anche le
galeazze tirreniche, vascelli tondi e non sottili, però di basso bordo e con aiuto di remi, e così
anche gli uscieri per il trasporto di salmerie e cavalleria, i quali ultimi potevano essere o dei vecchi
pamfii (pamfuli, vascelli così chiamati perché originari della Pamphylia) e dromoni oppure quelle
che i veneziani chiamarono marani e più tardi arsili (nel Tirreno fusti), praticamente degli scafi di
galere di mercanzia non armate, non attrezzate, o anche delle potenziali triremi, tutti vascelli che
avevano in comune l’essere stati modificati con l’apertura di un portello d’accesso posteriore per i

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cavalli e con due timoni laterali in necessaria sostituzione di quello unico centrale delle no rmali
galere. Che gli uscieri fossero comunque generalmente più grandi delle galere ordinarie lo
leggiamo nel Chronicon de rebus venetis di Lorenzo Monaci (? – 1428) laddove, a proposito di
preparativi bellici veneziani, così si legge:

… armanturque XXXIII naves longae, quae dicunt galeae, ex quibus XVIII corpulentiores fuerunt,
habentes in pupe hostium pro equis introducendis… (LT. X, p.178. Venezia, 1758.)

Alla fine del Rinascimento, cioè dalla prima metà del Cinquecento le triremi diventeranno le galere
sottili ordinarie e le biremi saranno definitivamente declassate a galeotte; di uscieri non si parlerà
più, trasportandosi ora la cavalleria soprattutto in velieri quadri e latini, essendo diventata la
navigazione veliera già nel Cinquecento più agile e dirigibile e con il vantaggio di poter far
viaggiare ora i cavalieri assieme ai loro animali, mentre per galee grosse s’intenderanno ora solo
quelle di mercanzia, chiamate propriamente così a Venezia, maone (dal grb. μαγούνες) in Turchia
e galeazze nel Mediterraneo; infine nasceranno, alla fine del Cinquecento, le galere bastarde o
bastardelle, cioè galere ordinarie più ampie delle triremi, specie a poppa, fatte per 4 o 5 vogatori
per banco.
In realtà le suddette galere leggiere biremi medievali erano talvolta potenziate con l’interzamento,
cioè con l’aggiunta di terzarolo o terzo vogatore per banco, talvolta solo a un certo numero di
banchi posteriori, ma, poiché, essendo, eccezion fatta di quelle di comando, solo delle biremi, non
erano sufficientemente larghe e, quando erano potenziate così, dovevano necessariamente
rinunziare a un pari numero di balestrieri; ciò era molto criticato dal Muntaner, il quale più volte
nella sua Cronica sconsigliò il perseguire un guadagno di velocità del vascello a discapito delle sue
potenzialità offensive (Que trezol no metats en leustol, all’anno 1323) e, se proprio questo talvolta
si fosse ritenuto utile, non bisognava comunque farlo in più di un quinto delle galere di cui si
disponeva, sempre però che si disponesse di ottimi balestrieri di ruolo (ctm. ballesters en taula),
quali erano soprattutto quelli catalani regolarmente assoldati, capaci non solo di un tiro preciso e
potente anche se magari senza l’ausilio del gancio (ctm. fibayll) con cui, in uno spazio adeguato, la
balestra si agganciava al bordo superiore della pavesata per una maggiore stabilità e fermezza del
tiro, ma anche abili a costruirsi da sé le loro balestre:

… i quali balestrieri catalani son tutti tali che saprebbero fare una balestra nuova, dal momento che
ciascuno la sa accomodare e sa fare quadrelle e un teniere (ctm. matras, ‘materasso’) e corda e
incordare e legare e tutto ciò che pertiene al balestriere; perché i catalani non intendono che sia
(ritenuto) balestriero nessuno se non sappia fare dall’inizio alla fine tutto ciò che pertiene alla
balestra; e pertanto porta tutto il suo corredo in una cassa, come dovrebbe tenerlo un operaio di
balestreria; e nessun’altra gente ha questo, mentre i catalani lo apprendono dalla mammella

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(‘dall’infanzia’) e nessun altro popolo del mondo lo fa; per cui i catalani sono i più veloci balestrieri
del mondo.
Per il suddetto motivo gli ammiragli e i capitani degli stuoli dei catalani devono aver la massima
cura a questa singolare eccellenza che presso altre genti non si trova, non lasciando che si
facessero mai lavorare, per cui non è conveniente che tali balestrieri voghino da terzaroli, che, se
lo fanno, perdono l’abilità della balestra. E inoltre i balestrieri di ruolo fanno anche un altro bene e
cioè che, quando vedono un marinaio o un posticcio che voga al suo banco stanco e desideroso di
bere o di mangiare, si fanno avanti e si mettono a vogare al suo remo per diletto finché quello non
habbia fatto ciò che aveva da fare o che si sia rinfrescato; e così tutti i balestrieri vanno riposatie
freschi e fanno andar anche la ciurma fresca. Non dico che uno stuolo non debba es ser tale da
non avere dieci galere ogni centinaio con terzaroli, perché in tal modo quelle possano raggiunge re
galee che navighino davanti… (Muntaner. Cit.)

Premesso che il nome stuolo era poco appropriato nel caso di un’armata di centinaia di galee
perché meglio significava invece ‘squadra, distaccamento’, in quanto dal lt. extollo (‘cavo fuori,
faccio uscire’), aggiungiamo qui che i balestrieri catalani, essendo riuniti generalmente in
compagnie (ctm. compagñas), erano chiamati ‘compagni di balestra’. Nelle galere, continuava il
Muntaner, c’era sì bisogno di gente di riserva (cst. sobresalientes), ma intendendosi per ciò
nocchieri (più tardi questi detti ‘gente di poppa’), ossia ufficiali di rotta, proeri, cioè gabbieri,
balestrieri e remiganti ordinari, e bisognava pertanto lasciar lo spazio disponibile a questi e non
occuparlo perciò con terzaroli, utili questi non in battaglia ma solo sporadicamente nella guerra di
corso.
Agli inizi del Trecento (Cronaca del padre domenicano Marsilio e Cronaca del re Giacomo Primo)
fece la sua comparsa anche il nome di galeotta, nome che nel corso di quel secolo si cominciò
molto lentamente a dare alle biremi a confronto delle triremi, le quali solo nel Rinascimento
cominceranno a esser ritenute non più galee più grandi delle ordinarie, ma sensiglie (‘semplici’),
cioè esse stesse ordinarie; infatti nel 1366, quando papa Urbano V s’venne in Italia nel primo fallito
tentativo di riportare la sede del Papato a Roma, era accompagnato da una squadra di un
centinaio di navigli, tra i quali 60 galere, molte delle quali magnae; il che non significa però che
fossero galeazze, vascelli molto lenti, inadatti ai trasferimenti veloci riservati ai grandi personaggi,
ma galee triremi, dette magnae a confronto di quelle biremi, ovviamente ancora più strette (sottili)
e leggere anche se più veloci; egli era portato dalla più bella di queste galere, costruita
nell’arsenale di Ancona:

… Ipse autem Papa fuit in una galea anconitana mirabiliter et eleganter fabricata, quae reputabatur
singularissima inter ceteras galeas mundi (Cornelius Zantfliet, Chronicon etc. In Veterum
scriptorum et monumentorum etc. C. 290, lt. V. Parigi, 1729).

Il tentativo sarà poi ripetuto, questa volta con successo, da Papa Gregorio XI, il quale il 2 ottobre
1376 s’imbarco anch’egli su una squadra di galere che lo doveva portare a Porto Pisano (antico

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porto sito a Livorno Nord) per il suo successivo trasferimento a Roma: la squadra si componeva
stavolta di un minor numero di vascelli, di cui 14 sole galere, ma perlopiù grosse, cioè triremi, e di
una galeotta; anche questo Papa prese posto nella galera grossa d’Ancona, molto probabilmente
ancora quella suddetta di dieci anni prima.
I termini della suddetta evoluzione si cominciano a definire negli Annales dei fratelli Stella all’anno
1379, colt. 1.113, dove si dice di alcuni vascelli remieri dell’imperatore bizantino Kalojanes
(Giovanni V Paleologo):

… Avendo dunque lo stesso imperatore una galera armata di tre remi per singolo scanno e di
trecento uomini o più e inoltre due galeotte, in una delle quali c’erano centodue uomini e in un’altra
novantasei, con otto navigli che in volgare chiamano ‘paliscarmi’ e molti altri piccoli scafi… (Cit.)

La galeotta avrà vita lunga, anzi a Napoli addirittura più lunga di quella delle galere.
La galera che portava l’ammiraglio o addirittura il re era dunque nel Medioevo generalmente non
una semplice biremi bensì una triremi e a bordo quindi aveva, oltre al còmito con il suo nocchiero
anche un vicecòmito a prua, anche questo con un suo nocchiero che lo coadiuvava. Ecco uno
schema della predetta evoluzione dei vascelli da guerra remieri dall’antichità alla prima metà del
Seicento in base a quanto già finora detto:

EVO ANTICO/ALTO MEDIOEVO → BASSO MEDIOEVO/RINASCIMENTO → ETA’ MODERNA

Minori monoremo:
Triacòntori, pistrici, liburne, → miuoparoni, legni armati, barche lunghe → fragate, fuste e
bergantini .

Ordinarie:
Pentecòntori, triere, tragi → galere leggiere (dal sec. XIV galere sottili) (biremi e triremi) →
galeotte (biremi corte), galere sottili (triremi).

Di comando:
Tetrere, pentere (quadriremi, quinqueremi) → galee grosse (dal sec. XIV galere bastarde) →
galere bastarde (quadriremi, quinqueremi e qualche exera).
A due ponti remieri:
……………………. → dromoni → galeazze alla francese.

Da carico e da battaglia:
……………………. → ………….. → Galee grosse veneziane e galeazze.

Dei predetti tragi (gr. τράγοι) poco si sa, se non che in un frammento del Sisenna leggiamo che
potevano essere grandi (… prores actuariae, tragi grandes ac faseli primo. Nonio Marcello, cit. P.
366) e che il loro nome era tratto da quello di un tipo di conchiglia non buono da mangiarsi, come

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leggiamo in Paolo Diacono (Tragus: genus conchae mali saporis.), il che ci fa dunque pensare che
si trattasse effettivamente di un vascello grande e offensivo.
Ai tempi di Anna Comnena (prima metà del dodicesimo secolo) si chiamavano galee anche le
velocissime monere (εἰς μονήρη γαλέαν. A. Comnena, Alexiadis. LT. VI, 6), molto usate specie
come vascelli messaggeri (… avendo l’imperatore inviata una missiva a mezzo di una nave a un
solo ordine di remi… ἐϰ βασιλέως πεμφθέντα γράμματα ϰαὶ ναῡς σὺν ἐρέταις μονέρες .Nikeforo
Briennio, Commentari etc. LT. II, par. 27), mentre più avanti nell’Alto Medioevo saranno
considerate tali sono le diere e le triere; infine poi, dal Cinquecento, solo le triere saranno dette
galee, mentre le diere si chiameranno galeotte.
Una normale galera leggiera biremi medievale aveva generalmente una novantina di remiganti,
compresa una decina di riserva per interzare magari i banchi posteriori o per rimpiazzare le perdite
e i malati; portava inoltre una quarantina di balestrieri provvisti di balestre piccole e di grandi - cioè
di quelle da quadrelli di un solo piede di lunghezza e di quelle da quadrelli invece di due piedi,
mentre gli altri uomini di bordo, remiganti compresi, erano in grado di combattere da semplici
serventes masnadae, cioè soldati di fanteria ordinaria, armati oltre che di daga, anche di lance
d’abbordaggio e di lancioni (cioè di lunghe lance contro-bilanciate come erano quelle per le giostre
di cavalleria) anti-abbordaggio; alcuni, specie graduati e ufficiali, erano dotati di capsa o cassa,
cioè di ‘cassa toracica, lorica’. Nel caso della piccola armata di 25 vascelli, tra galee, teride uscieri
e un legno sottile da 52 remi, preparatasi nel 1270 nei porti della Puglia per ordine dato da Carlo I
d’Angiò re di Napoli l’11 maggio allo scopo di portare aiuto a Guillaume de Villehardouin principe
d’Acaia, ad ognuno dei predetti vascelli bisognava fornire 100 lance, 300 lancioni, 2.000 quadrelli
da uno e da due piedi e un certo numero di loriche (G. del Giudice, cit. P. 7). Non avevano
artiglierie, non potendosi considerare tali le trombe di galera, e quindi il numero e la qualità dei
balestrieri era particolarmente importante; comunque, nel caso di assedi marittimi, si sgombrava
ad alcune la prua per montarvi a ognuna una briccola con cui battere dal mare la città assediata; e
che s’usassero nel Medioevo anche trabocchetti (fr. trebuchets) abbastanza piccoli da poter
appunto esser montati a prua delle anguste galere di quei tempi lo leggiamo nelle cronache
medievali catalane (Per quel senyor infant En Jacme, lendema, feu arborar dos trabuchs que
tragueren de les galees. Muntaner, all’anno 1283). Per quanto riguarda i legni armati, essi, detti dal
Trecento in ctm. anche fustes de rem (‘legni da remo’), non erano altro che vascelli biremi privi di
opere morte (ctm. armat a plat) dalle dimensioni inferiori a quelle della galera leggiera, quindi non
rientravano nella categoria delle sottili monoremo, cioè di quelle che invece dette varchette,
galadelle, monere e più tardi berghentini e fregatine, e andavano pertanto dalla quarantina alla
ottantina di remi in totale, non superando quindi la ventina di banchi per lato come più tardi faranno

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fuste e galeotte, mentre le galee, anche nei secoli successivi, non supereranno i 30 banchi per
lato, come leggiamo nel Pantera; solo la famosa cinquecentesca grande quinquereme Faustina,
progettata dal veneziano Vettor Fausto, arrivava ai 32 banchi per lato, per un totale quindi di ben
320 vogatori.:

… cum galeis XVIII et aliis duorum remorum LIII, quae lingua vulgaris ‘ligna’ nominant… (G. & G.
Stella. Cit. C. 984).

… E così le galere partirono da Marsiglia e andarono a Napoli; e, quando furono a Napoli, il


principe (Carlo lo Zoppo, principe di Salerno e futuro re Carlo II di Francia) fece armare sette legni,
ciascuno da ottanta remi e da settanta remi, i quali andassero con le galere (d’Esclot, Chronica,
all’anno 1283)…

Quelli da 80 remi erano i maggiori, in quanto, quando invece capaci di un armamento di 100 remi e
più, allora non si parlava più di legni bensì di galere:

… E poi fecero venire un legno armato di ottanta remi che era di Nicotera ed era il maggior legno
che si sapesse (ib. All’anno 1282).

I loro nomi si differenziavano dunque solo per il numero di remi che avevano (legno armato da 24
remi, legno armato da 40 remi, legno armato da 60 remi, legno armato da 80 remi ecc. (Ib.) E. g.
vedi anche: unum lignum de XL remis Communi Chersi in N. (b) a c. 389 in LT.A. Muratori, Rerum
italicarum scriptores etc. T. XII. Milano, 1728); … et lignum subtile unum Curiae nostrae remorum
quinquaginta duorum quod in Apulia esse dicitur… in G. del Giudice, cit. P. 7. Essi si usavano
molto nella guerra di corso, ma alcuni erano sufficientemente grandi e armati da potersi
confrontare anche con galere d’armata (armaron siete leños y eran tales que podian combatir cada
uno con una galera delos enemigos. (Zurita, Anales. T. I, LT. III.) Abbiamo visto uno di questi
grossi legni armati remieri a proposito dell’armata genovese del 1351; in seguito, nel
Rinascimento, prenderanno, come abbiamo già detto, i più individuali nomi di fuste e galeotte.
I mussulmani agareni (oggi diremmo ‘sciiti’), i quali avevano cominciato a impadronirsi dell’isola di
Creta nell’824, cioè dai tempi dell’imperatore bizantino Michele II Amoriano, imperversavano
nell’Egeo con le loro flotte piratiche,cioè corsare. Dopo l’871, cioè ai tempi invece di Basilio il
Macedone, l’emiro (grb. ὀ ἀμηρᾶς) di Creta Shuʿayb I ibn ʿUmar (855-888), ricordato dagli storici
bizantini come Sael Apocapo, essendosi posto a capo di una trentina di vascelli piratici [gr.
λῃστρίδες (νῆες) λῃστ(ρ)ιϰaὶ νῆες, λῃστ(ρ)ιϰά πλοία, ἐξωϰέλεις) λῃστ(ρ)ιϰὰς νῆας μαϰρὰς) da 22
remi, intensificò la pirateria in quei mari, arrivando ad invadere persino le coste del Peloponneso.
C’è qui da chiarire che in greco bizantino πειρᾶτής non significava ‘pirata’ bensì ‘corsaro’,
dicendosi invece λῃστής per dire pirata nel nostro senso di briganti del mare; ma anche corsari

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sono da considerarsi, oltre ai πειρατιϰά πλοία, anche le antiche ἠμιολὶδες o (τρι)ἠμιολίαι νῆες
(quando piccole ἠμιόλια) menzionate da Esichio e dal Polluce, le quali erano, a dire del primo di
questi autori, ‘vascelli lunghi, ossia remieri, privi di coperta’ (τριημιολία. ναῦς μακρὰ ἂνευ
καταστρώματος. Esichio, cit. p. 93).

Ma, tornando ai predetti episodi di cui narra il cronachista Giorgio Franzes nel suo Chronicon (lt. I,
cap. 34), se per i detti 22 remi intendesse 22 remi per lato o in totale non è esplicitato, ma in
genere nei secoli di guerra remiera s’indicava il numero per lato se si trattava di banchi e quello
totale se invece di remi, intendendosi per questi i remiganti che li manovravano; inoltre, come
abbiamo forse già accennato, una monoreme con 22 banchi per lato non era possibile, in quanto
sarebbe stata troppo lunga rispetto alla larghezza e quindi di pericolosa navigazione, mentre una
biremi di 11 banchi per lato avrebbe presentato il difetto opposto, incominciandosi infatti in
generale nella navigazione remiera a parlare di biremi nel caso di una teorie di banchi di minimo
15/ 16 per lato.

Per quanto riguarda le suddette varchette (tlt. vachetae o vac(c)et(t)ae o varkettae; cfr. np. varca),
dette anche in it. galadelle, esse si utilizzavano per servizio d’armata e ogni terida, ossia ogni
vascello latino da carico, doveva averne necessariamente una perché a quei tempi le qualità
nautiche e quindi la manovrabilità costiera dei vascelli velieri, anche se per nulla grandi quali in
effetti erano le teride, erano limitate; inoltre in caso di bonaccia con una barca a 8 remi, come era
generalmente appunto la vacchetta, si poteva anche trainare per un po’ la terida:

… perché senza una vacchetta le stesse teride non possono navigare in buon modo, secondo il
parere di quelli che sono esperti di tali cose. (quia sine vaccecta una bono modo teridae ipsae
navigare non possunt secundum consilium in talibus peritorum (G. Del Giudice, cit. Pp. 31).

Pertanto:

… conti e baroni […] o in loro assenza i procuratori degli stessi […] facciano che si verifichi
affinché nel termine in cui le teride stesse siano complete e preparate a navigare si provveda di
avere infallibilmente le vacchette medesime fatte e complete (… comites et barones […] vel in
eorum absentia procuratores ipsorum […] fieri faciant ut in termino quo teridas ipsas completas et
ad navigandum paratas esse providimus vaccectae ipsae factae et completae infallibiliter
habeantur. Ib. P. 32).

Queste citazioni sono tratte dall’ordine che in data 31 giugno 1277 il re di Napoli Carlo I d’Angiò
inviò ai giustizieri del Regno e in cui si comandava che i feudatari che allora dovevano a loro spese
costruire le teride per la nuova armata che si stava raccogliendo di provvederle anche di una
vacchetta ciascuna che fosse lunga 3 canne e 3 palmi napoletani, cioè poco più di 7 metri, larga in
bucca, cioè al centro sotto la coperta da fiancata a fiancata, 7 palmi, quindi quasi 2 metri, e alta di
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puntale, ossia del vivo al centro fino alla coperta, 3 palmi, vale a dire circa m. 0,80, mentre alla
prua e alla poppa erano più alte, rispettivamente 5 palmi e 5 palmi e ¼ (ad modum baccecti, ‘a
modo appunto di vacchetta’). Esse sarebbero state da otto remi, ma da soli sei banchi, perché sui
due centrali avrebbero seduto due vogatori ciascuno, il che significa che molto probabilmente
questa imbarcazione aveva una forma più raccolta che allungata. La vacchetta nel Medioevo
spesso accompagnava anche la galea, perché questa, essendo allora generalmente non una
trireme bensì una più piccola biremi, non si poteva permettere di trasportare a bordo uno schifo o
còpano (gra. σϰάφη; grb. Θύσϰη) degno di questo nome:

… ma essendosi una galea veneziana dello stuolo nemico indugiata presso terra con una
barchetta (cum autem quedam galea venetorum cum vacetta una hostilis extolii ad terram
haesisset… Bartolomeo di Neocastro, cit. Cap. LXXVIII.)

La circostanza che poi, qualche rigo dopo, l’autore chiami questa barchetta (lt. scapha; gr. σϰᾰφίά;
σϰάφιον) ‘sagittiam’, si può considerare un semplice errore, in quanto, come sappiamo le saettie
erano vascelli latini piuttosto grandi. Nelle armate esse erano naturalmente molto utili anche come
vascelletti porta-ufficiali e porta-ordini e quindi erano sempre presenti in buona quantità, come ne
leggiamo per esempio nei succitati ordini di Carlo I d’Angiò re di Napoli e nel De origine et gestis
venetorum di Flavio Biondo, a proposito dei conflitti navali tra veneziani e genovesi avvenuti ai
tempi della già ricordata quarta crociata:

… e parimente il doge Rainerio Zeno (armò) nelle Venezie 15 triremi, 10 tarade e agivano i
veneziani di Tolemaide, onde prepararono quaranta vacchette e dieci altre navi … et pariter
(armavit) Rainerius Zenus dux triremes Venetijs quindecim, taradas decem et qui ex enetis
Ptolemaidae agebant, unde quadraginta vachetas, naves ceteras decem paravere… (De origines
ac gestis venetorumin liber. In Opere, p. 287. Basilea, 1559.)

Oltre alle vachetas, sono da notarsi dunque in queste citazioni le taradas (‘taredas’ o più
comunemente ‘taridas’ o anche ‘tarìdes’), vascelli latini onerari medio-piccola stazza di cui
abbiamo già detto (… tres taridas Venetorum oneratas pane. Andrea Dandulo, Chronicon. LT. X, c.
VII, p. XXVII), e naves ceteas (‘navi cetacee’), cioè ‘navi onerarie tonde’. Le navi erano già allora
talvolta di due e anche qualcuna di tre coperte, come si legge nel Muntaner e anche, come segue,
nella Crónica del re d’Aragona Pietro IV:

… vint naus grosses appellades: naus de covent (dal lt. conventus, ‘società, carataggio’; in.
covenant; it. convenzione), qui son de dues cubertes… (Cit.)

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Nel 1423 Genova allestì, con una partecipazione minoritaria della Francia, un’armata in funzione
anti-regno di Napoli e quindi anti-catalana. Si trattava di 13 navi, 21 galere, 3 galeotte e un
brigantino, oltre naturalmente a naviglio minore; delle navi, come leggiamo nei già più volte citati
Annales genuenses, nove erano di grandi dimensioni e cioè di una portata che andava dagli 8mila
ai 18mila cantari; ora, poiché per cantaro s’intendevano cento libbre e la libbra era allora grossius
corrispondente a quell’anglosassone odierna, la capacità di detti vascelli è oggi abbastanza
correttamente valutabile. Su ognuna d’esse, poiché in quell’occasione adibite a trasporti di guerra
e quindi affollatissime, erano imbarcati circa 500 uomini, mentre nella altre quattro, le quali erano
piccole e di cui due erano ballenere, circa duecento. La cosa si ripeté nel 1435, quando i genovesi
andarono al soccorso di Gaeta, assediata dagli spagnoli, e si trattò allora dapprima di tre galere,
una galeotta, 12 navi e appunto 2 balleneras (Zurita, Anales. LT. XIII, c. XXV); in seguito, il 5
agosto 1435, con un afflusso di forze più consistente, l’armata genovese sconfiggerà, come già
ricordato, quella di Alfonso V d’Aragona in un epica battaglia nelle acque di Ponza.
Sia le navi armate sia e le barche armate erano detti i vascelli onerari quando armati a guerra, le
prime a opera viva rotonda e prevalente vela quadra, le seconde a opera viva sottile e prevalente
vela latina; tra queste ultime tipiche e numerose erano nel Mediterraneo le già ricordate taride,
imbarcazioni onerarie generalmente non castellate, ma che spesso s’incastellavano quando
dovevano partecipare a operazioni di guerra, circostanza che dimostra erratissima l’opinione del
Veneroso e cioè che tarida fosse solo un antico nome della galeazza, vascello questo fabbricato
massicciamente incastellato. Più piccole delle taride erano nel Medioevo i ctlt. trabuces, in verità
vascelletti nominati solo nella Crònica di padre Marsilio e una sola volta; che non si tratti di un
nome derivato da errore di trascrizione lo testimonia il molto più tardo nome trabaccolo, il quale,
come si sa denominava un’ampia barca adriatica a tre alberi compreso il bompresso. In una
lettera- relazione della fine del 1466 inviata al capitano generale Vettor Capello, laddove si
consigliava l’armata sufficiente da tener sempre disponibile contro quelle che potessero armare i
turchi, così si diceva delle navi armate:

... 20 navi grosse de 500 in 600 bote con 100 homeni per una [...] Dico navi de questa portada,
perché sonpiù destre a levarse de porto, a dar remurchio ed a far ogn’altra cosa che non sono
quelle di maggior portada; dico con 100 homeni per una per manco spesa; e sarano assai, purché
le navi siano ben coverte come bisogna, fornite de pali, de dardi, de bocali, de calcina, de piera e
de oglio (D. Malipiero, Annali veneti. Parte prima , pp. 39-40).

Per ‘ben coverte’ qui s’intendeva probabilmente che dovevano esser costruite con tolda completa
e non parziale, come a volte si vedeva nei vascelli onerari; inoltre dovevano esser ben fornite di
materiali offensivi da lanciare dalle gabbie negli scontri ravvicinati [e quindi dardi (gr. βέλεμνα), pali

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di ferro, frecce e pignate incendiarie (bocali), calcina viva, pietre e olio bollente], perché soprattutto
in questo consisteva, prima che venissero in uso generale le artiglierie navali, la guerra marina
ravvicinata tra vascelli prima che si venisse all’abbordaggio. Ecco quanto si legge nei Diaria
neapolitana di anonimo a proposito della predetta battaglia navale di Ponza:

… Ed al fine, fino alla Vespera di questo dì, combattuto con sapone, oglio, pignatielli artificiali,
pietre di calce che buttaro sopra le navi nemiche dalle gabbie loro, le redussero che l’uno non
vedeva l’altro ed alcuna volta offendevano li loro medesimi, credendosi nemici (in LT. A. Muratori,
Rerum italicarum scriptores etc. C. 1.101, t. 21. Milano, 1732).

Ed ecco come brevemente descriveva una battaglia tra angioini e aragonesi avvenuta nelle acque
di Malta circa due secoli e mezzo prima della predetta di Ponza, cioè nel 1283, il Saba Malaspina
nella sua già citata Historia, opera iniziata nel 1284 e terminata, come l’autore stesso dichiara, a
Perugia il 29 marzo 1285:

… Dalle contrapposte fronti vengono dunque a congiungersi le galee [urtandosi e sconnettendosi i


fianchi con i forti speroni] e per ambedue volano sassi e piumate frecce incendiarie gettate dall’alto
(delle coffe) e dardi sono saettati e acute lance sono scagliate e si frangono remi e vagano timoni
privi di governo, questa galea fa entrare il mare, quell’altra fluttua ormai nuda d’armeggi e tanta
strage di marinai e di (altri uomini) imbarcati avviene da una parte e dall’altra che per il sangue deii
tanti cadenti nel mare l’acqua mutava colore (cit. LT. X, cap. VIII).

L’anno seguente (1284) galee angioino-napoletane e siculo-catalane s’affrontano di nuovo,


stavolta nelle acque del golfo di Napoli; fuggite quelle regnicole, quelle francesi, di molto inferiori di
numero ma non di valore, rifiutavano di arrendersi:

… A ciò i catalani e i siciliani […] lanciavano fuoco acceso, vasi di creta, tinozze, pignatte di terra
cotta pieni di di sego e mistura artificiata di sapone sui tavolati di coperta delle galee dei francesi
all’ovvio scopo che i piedi francesi, inesperti di tali combattimenti, con un versamento di liquido di
tal natura sdrucciolassero pericolosamente, né dessi francesi potessero stare alla difesa, cosicché,
scivolando i piedi, o si precipitassero nell’interno o andassero a finire nelle tenebrose onde…
gettavano certi altri vasi di creta colmi di calce in polvere mantenuta del tutto asciutta, affinché,
ottenebrandosi così la vista dei francesi a causa della polvere di calce volatile, non potessero
vedere (ib. LT. X, cap. XV)..

Di come ci si preparasse alla battaglia a bordo di una galea medievale ci da un’idea Bartolomeo di
Neocastro a proposito dei fatti bellici del 1287 che vedevano contrapposi l’armata fa mare siculo-
catalana dell’ammiraglio aragonese Roger de Lauria e quella franco.napoletana dell’ammiraglio
francese Narjaud di Toucy (‘Narzone’):

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… egli (cioè Roger de Lauria) ordinò i forti e valorosi che dovessero custodire tutt’intorno le
insegne reali, altri che, armati dei ferri più adatti, abbattessero i vessilli dei nemici, altri che
difendessero i gioghi (meglio sarebbe stato dire ‘ruota’) e il castello (più tardi detto ‘rembate’) di
prua, altri che non abbandonassero mai le poppe, altri che saltassero all’arrembaggio del nemico,
altri che con astati uncini mantenessero discoste le galee dei nemici, altri dalle forti braccia che
fiondassero pietre ed altri che inanimissero i combattenti siciliani e suscitassero con la voce le virtù
dei combattenti…

Non bisogna però credere che l’uso di lanciare al nemico grosse pietre dalle coffe o dall’alto delle
torri di prua fosse comune, oltre che da bordo dei vascelli tondi, anche da quello delle leggere e
veloci galee, oltretutto perlopiù solo biremi, le quali, oltre al carico delle pietre di zavorra, non
potevano certo permettersi di portare anche un pesante carico di altre pietre, come del resto di
nessun’altra cosa, come leggeremo nell’Historiae byzantinae di Niceforo Gregoras, laddove narra
della riconquista bizantina di Costantinopoli avvenuta nel 1261:

… Ma le triere, le quali navigavano di conserva non molto vicino, usavano come proiettili da lungi
solo i dardi. (αἰ δἐ τριήρεις οὐ μάλα τοι ἐγγύθεν παραπλέουσαι μόνοις ἐχρῶντο τοῑς τηλεβόλοις
βέλεσι. LT. V, par. 5.)

Certo qualche fromboliere poteva anche esserci, come abbiamo letto nelle suddette citazioni, ma
pochi, perché, non potendo far roteare le loro armi in coperta a causa della strettezza degli spazi e
l’affollamento degli uomini, erano sicuramente costretti a guadagnarsi qualche scomodo, precario
e pericolo posto in alto, sulle sovrastrutture delle opera morte. A proposito di questo argomento,
dobbiamo aggiungere che Tucidide nel libro VII della sua Storia della guerra del Peloponneso ci
parla di δελφινοφόροι νῆες, cioè di navi onerarie ateniesi che, trovandosi adibite ad operazioni di
guerra, usarono i delfini che portavano alle antenne e con essi sfondarono due navi nemiche
siracusane… e che cosa erano questi delfini? Ce lo spiega meglio l’enciclopedista Suida; si
trattava di due grossi e pesanti piombi oblunghi, ai quali si usava dare per vezzo la forma di
delfino, che si appendevano alle due estremità dell’antenna dell’unico albero della nave antica e
che, trovandocisi accostati ad un vascello nemico, si lasciavano cadere su di quello riuscendo così
spesso a provocargli un grosso danno strutturale, talvolta anche l’affondamento (Suida, Lexicon,
graece et latine. Tomo I. Halle e Brunswick, 1705). Questo stratagemma dei ‘delfini’ di piombo era
dunque una caratteristica della guerra nautica antica e lo stesso Suida, citando a tal proposito
Tucidide, ne parla come di cose del passato; ai suoi tempi evidentemente le imbarcazioni erano
costruite in maniera ormai più robusta e i ‘delfini’ non avrebbero funzionato.
Ma, per tornare al suddetto scontro tra Roger de Lauria e Narzone, il primo raccomandò infine ai
suoi di sostenere il primi impeto degli oppositori e poi, una volta che quelli avessero esaurito le
armi da getto e che mostrassero i primi segni di stanchezza, li attaccassero furiosamente; infine

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ordinò di dar di remi verso il nemico (Bartolomeo di Neocastro, cit. Cap.CXI). C’è qui forse da
chiarire che ad alcuni valorosi e fedeli cavalieri si affidava la difesa e conservazione del principale
vessillo del vascello durante la battaglia, conservazione molto importante tant’è vero che ad altri si
dava il compito contrario di cercare di abbattere, con asce o mazze di ferro, il vessillo del vascello
nemico il prima possibile; il nerbo degli armati di bordo si poneva sullla torre di prua, se
predisposto, perché generalmente era quello che andava a urtare il vascello nemico e dal quale
dunque più facilmente poteva arrivare l’abbordaggio degli avversari; d’altra parte alcuni cavalieri di
gran fiducia dovevano trattenersi a poppa – l’estremo baluardo ed estrema difesa della galea - e
non lasciare quella posizione per nessun motivo; le pietre si fiondavano da uomini postisi in alto,
magari a cavalcioni di qualche opera viva, perché essi, dovendole volteggiare, avevano bisogno di
spazio d’intorno; se invece le pietre erano usate con lanci a mano (gr. χειροπληθὲς χερμαδίοι), il
lancio doveva avvenire da molto in alto e quindi chi era addetto a farlo si istallava sulla coffa
dell’albero maestro ecc.
Ma, per tornare alla predetta torre di prua, dobbiamo specificare che esso si elevava nelle galee
triremi e, dove esistenti, nelle quadriremi solo in caso si prevedesse una battaglia di linea o
quando esse dovessero essere usate nell’assedio di alte fortificazioni costiere; lo facevano
soprattutto i provenzali e ancor di più i bizantini, popoli più legati alla tradizione delle antiche
pesanti triere romane di quanto invece non più fossero le repubbliche marinare italiane:

… e così, avendo allestito il più celermente possibile le loro triere e quadriere, le quali erano un po’
più di trenta, ed avendo levato torri di legno sulla prua della maggior parte (di quelle), navigano
veloci (… ϰαὶ δὴ τὴν ταχίστην συσϰενασάμενοι τὰς τριήρεις ϰαὶ τετρήρεις αὐτῶν μιϰρὸν ὐπὲρ τὰς
τριάϰοντα οὒσας ϰαὶ πύργους ξυλίνους ταῑς πρώραις τῶν πλειόνων ἐπιστήσαντες ταχυναυτοῡσιν·
Niceforo Gregoras, Historiae byzantinae. LT. IV, par. 10).

Che le antiche triere fossero certamente più pesanti delle susseguenti galee si evince per esempio
anche dal numero di vele che portavano a bordo e cioè sette, quindi lo stesso numero delle vele
che useranno poi i vascelli tondi, mentre la galea alto-medievale ne adoperava, come vedremo,
solo quattro di maestra in quanto le due di trinchetto e di mezzana verranno non prima del
Cinquecento:

… da sette vele è spinta la triera, delle quali ciascuna prende nome dall’ordine, (quindi) ‘primo
getto (di vele)’, così ‘secondo’ e così via {ἐπτὰ δέ ἐνίοις [leggi ἀνεμ(ια)ῖοις, ‘vele’] ἀνίσταται ἠ
τριήρης, ὦν ἒϰαστος ϰατὰ τάξιν ϰαλεῖται͵ πρῶτος βόλος, καὶ δεύτερος, ϰαὶ ἐφεξῆς} (G. Polluce, cit.
I.IX, p. 60).

Da notare che questo brano è stato sempre mal interpretato e tradotto in quanto si è sempre
acriticamente creduto che quel numero ‘sette’ si riferisse a ordini di remi (gr. ταρσώματα) e non,

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come invece in effetti è, alle vele; nessuno cioè si è semplicemente chiesto come si potessero
attribuire sette ordini di remi alle triere, vascelli remieri che avevano invece tre ordini di remi per
definizione! Nel Quattrocento gli ottomani avevano gran preoccupazione delle navi armate
nemiche perché loro non ne sapevano far uso e dunque non ne avevano; infatti, quando a
Costantinopoli arrivava notizia dell’uscita in mare di un’armata veneziana si domandava sempre se
contava anche navi (ib.) D’altra parte i turchi erano allora consapevoli della loro immaturità bellica
per mare e, anche se ai veneziani davano con disprezzo del mercadanti, in realtà ne temevano la
potenza marinara:

... Questi (i turchi) fano conto che la Signoria (di Venezia) non possi armar più de 40 galie e
stimano che 4 o 5 de’ suoi (‘loro’) legni siano sufficienti per uno dei nostri. Hanno (infatti) questa
natura – e l’o veduto per esperienzia, che stimano più che non si convien il suo (‘loro’) nemico e
(quindi) provedeno a quel che bisogna senza alcun sparagno. Così voria che facessino (anche) i
nostri (ib.)

Nelle infedeli traduzioni ottocentesche in it. delle cronache medievali catalane del d’Esclot e del
Muntaner, documenti molto importati per ricavarne quasi tutto quanto abbiamo appena detto del
Medioevo, si rende molto spesso erroneamente legni e legni armati con uscieri, nome questo che
si sarebbe invece dovuto usare solo per quei vascelli remieri ippagogoi e da salmerie, come
abbiamo già detto. Ecco l’armata veneziana che nel 1361 sbarcò a Candia per reprimere una
ribellione di quegli isolani:

… Major pars exercitus galearum multarum et IX usceriorum apertorüm a puppi, continentium


equos, pervenit ad locum Fraschiæ, ubi descendens equitavit ad Armiro (A. Dandulo, Chronicon, c.
430. In LT.A. Muratori, Rerum italicarum scriptores etc. T. XII. Milano, 1728).

Le galere viaggiavano verso la battaglia disposte perlopiù a scala (ctm. en huna escala), come poi
meglio spiegheremo, e, una volta avvicinatesi alla giusta distanza da quelle del nemico, si
ponevano in formazione di battaglia, cioè in linea di fronte (lt. equatis proris; gr. παράταξις),
legandosi però l’una alle altre lateralmente per non perdere la formazione; se invece volevano
restare ferme in attesa dell’avvicinamento nemico, allora, oltre a legarsi, s’ancoravano a poppa.
Insomma si cercava di combattere la battaglia su un suolo che, anche se galleggiante, fosse
quanto più stabile possibile, quanto più simile possibile a una battaglia di terra; ciò perché ancora
si seguivano le concezioni della guerra nautica antica, specie quelle romane. Così avvenne infatti
nel 1353 nella già ricordata battaglia di Porto Conte in Sardegna, nella quale, come sappiamo,
un’armata di galere catalane e veneziane ne sconfisse una genovese:

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… ed erano tutte legate, cioè una dei catalani ed un’altra dei veneziani (alternate), eccettuate 6
galere tra bastarde e sottili che stavano dietro con le 5 navi armate… e, come furono quasi a un
tratto di balestra dal nostro stuolo, i genovesi s’ancorarono per poppa tutte le loro galere, tranne 10
sottili che stavano dietro le altre loro galere… (Cronaca di Pietro IV. Cit.)

Ma in quella occasione anche le galere genovesi s’erano, oltre che ancorate, legate tra di loro,
come leggiamo nelle Historiae bizantinae di Niceforo Gregoras, e ciò fecero non solo per non dar
agio a galere nemiche d’introdursi nella loro formazione e così magari scompaginarla, ma anche
per non lasciar spazio di manovra a qualcuna di loro stesse che, presa dalla paura, volesse magari
virare e fuggire la battaglia (Δεσμοΰσι μὲν γὰρ σειρᾶς δίϰην ἀλλήλαις ἀλλήλας τὰς πλείους ἑαυτῶν
τριήρεις ὑπὲρ τοΰ μὴ τῇ διεϰεία ϰαὶ τῷ σϰεδασμῷ διδόναι πάροδον ταΐς πολεμίαις ναυσι, μηδʹἒχειν
ἐϰ τοΰ ρᾴστου φυγοαχεΐν τοὺς οἰϰείους. LT. XXVIII, 24). Dunque frequentemente le galere in
formazione di battaglia si legavano in fila di fronte, magari anche con una sola lunghissima catena
non doppia ma d’acciaio e gelosamente portata da quella Capitana, come per esempio fece
l’ammiraglio turco Zaca quando sconfisse quello bizantino Niceta Castamonita attorno all’anno
1089 e gli prese l’isola di Chio, e lo facevano non solo per evitare di essere scompaginate da
qualcuna di quelle nemiche oppure che qualcuna delle proprie corresse troppo più delle altre in
avanti facendo così perdere l’ordine a tutte, ma anche per evitare che qualche ciurma (gr.
ὐπηρεσία), presa dal panico, virasse e se ne vogasse via, seguita magari anche da altre perché la
paura è contagiosa, e la battaglia fosse così persa; ma quando ci si trovava vicino alla riva, legate
(lt. frenelatas) e unite da ponti (lt. injunctas pontibus) che fossero o no, gli uomini potevano sempre
fuggirsene, come accadde nel giugno del 1266 alla battaglia di Drepano (quam vulgares Trapenam
dicunt), quando il comandante delle galere genovesi alla fine decise di farle schierare non solo
legate tra loro, ma anche davanti alla riva; quando i veneziani le videro così, capirono che avevano
paura e li assalirono con le loro galere urlando. Il risultato fu che lo stesso Borborigo, i suoi
consiglieri, i suoi còmiti e tutti quelli che poterono se ne fuggirono a terra lasciando i loro vascelli
nelle mani del nemico. Il Comune di Genova requisì i beni di tutti quelli che erano fuggiti e al
Borborigo si proibì di tornare a Genova a meno che non versasse 10mila lire genovesi di
risarcimento, 2mila i consiglieri e mille i còmiti (G. & G. Stella, Annales genuenses etc. Cit.).
Narrando della battaglia avvenuta al largo di Durazzo nel 1081 tra un’armata veneziana e quella
napoletana di Roberto il Guiscardo, Anna Comnena scriveva che i vascelli più grandi della
Serenissima si erano appunto schierati legati assieme, a formare cioè quello che allora si diceva
‘formare un porto marino’. In effetti i vascelli maggiori si disponevamo in una forma convessa verso
il nemico e, tenendo quelli minori nel mezzo del semicerchio, li proteggevano; questi ultimi a loro
volta potevano così correre in soccorso di qualcuno dei maggiori che durante la battaglia,
oppresso dal nemico, si trovasse in difficoltà (συναπαρτίσαντες τὸν λεγόμενον πελαγολιμένα, τὰ

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ομιϰρὰ τούτων σϰάφη εἰς μέσον ἢλασαν. In Alexiadis. LT. IV, 2; VI, 5). Per quanto riguarda invece
le formazioni di viaggio mantenute dalle armate di quei tempi, la predetta Comnena narra anche
che nel 1107 quella di Boemondo di Taranto, condottiero crociato divenuto signore di Antiochia, il
quale si opponeva alle forze di mare approntate da Alessio I Comneno, imperatore di Bisanzio,
sembrava voler riprodurre nella forma una fortezza di terra:

… Boemondo era al centro di uno schieramento di dodici navi corsare (cioè ‘da guerra di corso’),
tutte biremi, avendo quindi acquisito così tanto remeggio da far grende strepito e fragore col
continuo calar dei remi, inoltre avendo disposto intorno a cosifatto stuolo vascelli tondi (‘navi da
carico’)… (Cit.)

Ecco la bella traduzione letteraria – anche se non letterale – che del detto brano fece il Rossi:

… ecco Baimundo, spiegate le vele, condurre di persona la flotta ordinata nel modo seguente. Egli,
il duce, occupava il centro di dodici armati vascelli, aventi ognuno doppio palamento e molta copia
di valentissimi rematori, i quali, con isforzo, strepito ed urto concordi e col mai interrotto dimenar
delle braccia proseguendo l’impeto del remeggio, spignevano avanti con moto generale ed
uniforme la navale armata. Cingevano poi la ordinanza altri rotondi vascelli sparsi nell’ esterno
giro, rimanendo così ovunque, valgami il concetto, da navali rocche e palancati difesa, per cui
veduta in lontananza da qualche altura presentavasi con mirabile aspetto quasi città galleggiante
fabbricata sulle acque. Fu per sorte in quel giorno tranquillissimo il mare spirando piacevolmente il
solo Noto, le cui dolci aure gonfiavano appena le vele delle onerarie, laonde sospinte da poppa
solcavan le acque con facile discorrimento, nè così veloce e precipitoso che perturbata fossene la
sempre eguale distanza da quelle fatte avanzare co’ remi (L’Alessiade di Anna Comnena etc. LT.
12, XXXV. Milano, 1849).

Quelli che il Rossi qui traduce ‘dodici vascelli armati’ in effetti nel testo originale sono detti ‘piratici’,
cioè corsari (come già spiegato), termine che non significava necessariamente di stazza minore,
bensì armati e attrezzati non per la battaglia frontale ma alla leggera per la guerra di corso:

… Instruxit Boemundus duodecim piraticas naves, quarum quaeque duplicem habebat remorum
ordinem, remigum vero tantam copiam, ut magnam sonum fragoremque frequenti remorum pulsu
ederent, quam quidem classem cingebat rotundis compluribus navibus, quibus ipsa expedition
quasi vallaretur, plane ut si quis de specula natantem procul classem prospiceret, urbem eam esse
in mari sitam putaret; qua in re quodammodo eum etiam fortuna adiuvit. Fuit enim mare tunc
tranquillum, uno noto in tantum flate ut mare imborresceret et onerarium vela implerentur; quo
factum est, ut hae secundo vento cursum tenerent, remis vero acta navigia aequali semper ab illis
distantia ferrentur… (Cit.)

I remieri toglievano i remi onde permettere ai balestrieri di mettersi a bersagliare il nemico a loro
agio; poi, ripresa la voga e arrivatisi all’accostamento, si aggiungeva un nutrito lancio di giavellotti,
pietre, calce viva e fuochi, ciò durando di solito fino a che uno dei due contendenti avesse esaurito
questi materiali da getto; poiché il primo tentativo era dunque soprattutto quello di appiccare il
fuoco al vascello avversario a mezzo di frecce incendiarie o di brulotti, s’usava talvolta

102
imbarbottare, cioè ricoprire il più possibile di cuoio il fasciame esterno della propria galera (coriatae
galeae) e non solo delle galere (… alcune navi, tra le quali ve n’era una molto grande incuoiata...
Dalla Cronaca di Pietro IV. Cit.). Leggiamo di questa protezione ignifuga anche nelle storie
bizantine, a proposito dell’assedio crociato di Costantinopoli avvenuto nel 1204:

… navi [...] queste ricoperte da pellami di bue, onde esser protette dal fuoco (… τὰ πλοῑα [...]
βοείαις δοραῑς φραξάμενοι ταῡτα, ὡς εἷεν πυρὶ ἀδῄωτα. Niketas Koniatos, Storie. Alessio
Comneno, lt. III).

E anche più tardi nella seconda metà di quel secolo, cioè durante i conflitti tra i bizantini, sostenuti
dai veneziani, e i genovesi di Galata:

… che anzi in verità pure allestirono i fianchi della nave con pelli bovine secche e li munirono di
armi, affinché sufficientemente resistesse al fuoco e a quant’altro fosse lanciato sulla nave… (οὐ
μὴν δὲ ἀλλὰ ϰαὶ τὰ πλευρὰ τῆς νηὸς βόαις αὒαις ἑξήρτυον ϰαὶ ὄπλοις ϰατεϰοσμοῡντο͵ ὡς
ἁποχρώντως ἁνθεξούσης μὲν πρὸς πῡρ ϰαὶ πᾶν τὸ βαλλόμενον τῆς νεώς... Giorgio Pakymeres.
Cit. T. I, lt. V, par. 30.)

Il Pakymeres, il quale nel primo tomo dei suoi scritti pubblicati nel Corpus si dimostra d’altra parte
del tutto digiuno di cose militari – e inoltre anche ad esse disinteressato, qui sbaglia platealmente,
perché ovviamente le pelli bovine risultavano tanto più ignifughe quanto più erano fresche e quindi
non dovevano essere ‘secche’, come lui dice; altra cosa è invece il secondo tomo, nel quale
l’autore tratta volentieri e con discreta proprietà di linguaggio anche della materia militare, per cui
noi pensiamo che in realtà solo uno dei due tomi sia davvero da attribuirsi alla sua penna. Ma
troviamo comunque forniture di pellami o di panni di setole protettivi da farsi alle armate nautiche di
Bisanzio anche in tempi tanto precedenti, per esempio tra quelle prescritte da Costantino VII
Porfirogenito (905-949) nel suo De ceremoniis aulae byzantinae (II.45):

… cuoiami per i detti tavolati 20… cuoiami per i chelandi 100… panni di cilicio dieci a dromone…
(βυρσάρια λόγῳ τῶν αὐτῶν ϰαλυβομάτων ϰʹ; … βυρσάρια λόγῳ τῶν χελανδίων ρʹ; … ἀτέγια
ϰιλιϰέῑνα ϰατὰ δρομόνιον ιʹ).

Il predetto imbarbottamento, così chiamato perché i cuoi attaccati ai fianchi del vascello gli davano
quasi un aspetto ‘barbuto’, era servito nel Medioevo anche ad attutire i deboli colpi di pietra delle
bombarde e spesso a evitare così che danneggiassero troppo il fasciame (… inbarbotade le
barche, acciò non siano offese da qualche colpo di bombarda di la tera... M. Sanuto, Diarii. Anno
1496. T. I, colt. 334.) Le imbarcazioni d’uso bellico fluviale, se appunto provviste di quel suddetto
cuoiame protettivo, erano allora pertanto genericamente chiamate barbotte [… navigis coopertis

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(barbottas appellant). Pietro Curneo, Commentarius de bello ferrariensi etc. In LT. A. Montanari,
Rerum italicarum scriptores etc. C. 1.202, t. 21. Milano, 1732], ma non erano da confondersi con le
barchette fatte strutturalmente di pellami (pelliceis navibus) e talvolta rapidamente costruite per usi
occasionali, come furono per esempio quelle fatte dagli avari o ungari che nel 906, dopo aver
sconfitto per terra il re d’Italia carolingio Berengario I, invasero la laguna di Venezia, dove furono a
loro volta vinti da un’armata di mare veneziana capeggiata dal doge Pietro Tribuno. Questi popoli
avarici, stabilitisi in Pannonia (‘Ungheria’) nel sesto secolo, erano detti ungari in occidente ma
turchi dai bizantini, i quali infatti chiamavano allora l’Ungheria Τοῡρϰια; dunque da là venivano i
‘turchi’ che poi invasero l’Anatolia persiana, anche se poi, secoli dopo, proprio dall’Anatolia e dalla
Grecia torneranno per riconquistare la loro Ungheria. Talvolta anche le galee si proteggevano in
quella maniera (coriatae galeae); i mori, invece del costoso cuoio, proteggevano dal fuoco lanciato
dal nemico i loro vascelli stendendovi su coperte di lana ben bagnata (… E i mori tenevano le
galere coperte da mante di lana inzuppate d’acqua… Juan Nuñez de Villasan. Cit.).
La fase finale dello scontro marittimo era l’abbordaggio, il quale avveniva generalmente di fianco,
alla mezzania, ma talvolta, sebbene in quel caso molto più difficile da portarsi a termine, si
sceglieva di farlo da prua perché questa era la parte meno esposta al predetto lancio, e gli uomini
si affrontavano corpo a corpo fino alla graduale conquista di tutto il vascello nemico.
Intendiamoci, i remi si usavano soprattutto per uscire dai porti in mancanza di vento e per andare
così a cercarlo in alto mare, poi nelle manovre di approdo o di traino, nel piccolo cabotaggio, nei
fiumi e nei laghi, nei combattimenti e infine dovendosi navigare in tempo di bonaccia; per il resto i
vascelli remieri navigavano in alto mare a vela come i normali velieri, anzi talvolta meglio dei
velieri, perché, oltre a disporre di alcuni marinai specializzati, avevano a bordo una folla di remieri
che, quando non addetti alla voga, erano impiegati in tutti i lavori pesanti di bordo, specie
nell’elevazione degli alberi, delle vele e delle ancore. Bisogna usare però molti ‘distinguo’, perché,
fermo restando che, come principio generale, nella marineria remiera da guerra si remava molto di
più che in quella mercantile, in quanto nella prima i remiganti, a qualsiasi categoria
appartenessero, erano trattati molto più duramente, più sfruttati e vessati, l’uso della voga andò
comunque, dall’antichità all’Evo Moderno, via via decrescendo nel tempo in misura inversa allo
sviluppo di una sempre più sofisticata navigazione velica. Facevano infine eccezione le galeazze
tirreniche, le galee grosse di mercanzia veneziane e le maone turche, perché in tutti e tre i casi si
trattava in effetti di vascelli tondi di medio bordo, sui quali si usavano i remi solo per aiutare le
manovre portuali, non risultando utili nemmeno per ovviare alle bonacce; infatti già da una
dettagliata relazione anonima coeva della campagna di Napoli del re Carlo VIII e riportata dal de
Bourdeilles sappiamo che alla fine del Quattrocento in Francia le galee grosse commerciali si

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chiamavano galere a vela (gallées à voiles, ainsin les nommoit on alors) e ciò perché avevano una
velatura da vascello quadro e usavano dunque i remi solo per le manovre d’attracco o per uscire
dal porto a cercare il vento. Ciò è dimostrato già da un episodio del 1380, avvenuto cioè durante la
famosa guerra di Chioggia combattutasi tra veneziani e genovesi, quando cioè a Venezia si
preparò una squadra di galere da mandare a Candia e tra queste ce n’erano 5 grosse di
mercanzia, le quali, servendo allora molti remieri per la guerra, furono armate solo d’uno o due
vogatori per banco col proposito di arruolare i molti così mancanti nella stessa Candia prima del
ritorno a Venezia; ora, per galere che allora volevano almeno cinque vogatori per banco, portarne
solo uno o due significava che navigavano regolarmente a vela (Daniello Chinazzo, Cronaca della
guerra di Chioza ecc. In LT.A. Muratori, Rerum italicarum scriptores etc. C. 777, t. XV. Milano,
1727.) In realtà anche nelle galere ordinarie si vogava il meno possibile, preferendosi naturalmente
avvalersi della forza del vento, quando questo andasse in una direzione utile, ed inoltre al vento
addirittura abbandonarsi quando fosse burrascoso. Ovviamente in situazioni d’emergenza, per
esempio nei casi di bonaccia, si poteva chiedere ai remiganti uno sforzo supplementare e quindi di
navigare per più tempo, magari con la promessa di un premio, il quale, nel caso dei buonavoglia,
era di solito in denaro, mentre, quando essi fossero forzati, quindi non salariari, si poteva
promettere qualche incremento delle loro consuetudinarie libertà portuali oppure del miglior vitto o
delle razioni supplementari di vino. A tal proposito il Suida cita un proverbio marinaresco, un
adagio probabilmente già noto nell’antichità perché lo stesso Aristofane, al verso 109 del suo Le
donne al parlamento, sembra alludervi:

… Purché ci sia denaro, tutte le cose si risolvono velocemente e navighiamo (ugualmente) anche
senza né venti né remi (Ἀλλ' ὂταν ἀργύριον ᾗ, πάντα θεῖ κᾀλαίνεται. οὒτ' ἀνέμοις, οὒτε κώπαις
πλέομεν. Cit. T. II, p. 193).

Per quanto riguarda le suddette maone turche, esse si vedono menzionate per la prima volta in
una cronologia anonima nascimentale e cioè laddove si parla dell’armata che i turchi agareni
(sciiti) misero in mare nel 1498 sotto il comando dell’ammiraglio Mustafà Pascià; si trattava di più
di 300 vascelli remieri oltre a grandi vascelli da carico e appunto due maone, di cui una si
chiamava Kiamale Reïs e un’altra Mparak Reïs (Corpus scriptorum historiae byzantinae. Historiae
politica et patriarchica Constantinopoleos. Epirotica. P. 55. Bonn, 1849).

I vascelli remieri si dividevano innanzitutto in grandi, ossia gale(r)e, galee grosse, galeazze e
maone; in mezzani, quali galeotte, bergantini e fuste, fragate o fregate (dal nome dell’uccello
marino) e barche lunghe, tutti, galeotte escluse, detti in precedenza, cioè nel Basso Medioevo,

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legni, galedelle (cioè ‘galeatelle’, ma anche galladelle o anche galladelli); infine in piccoli come
filuche, castaldelle, speroniere, fisolere, capariole, scovazzere, grottoline, gondole, schifi, battelli,
barchette, sandoni, sandalii (questi scialuppe in origine al servizio dei vascelli bizantini, specie dei
dromoni), fregatine, lintri; (lt. lintres, ‘piroghe’; gr. μονόξυλα πλοῖα, ‘imbarcazioni fatte di un solo
tronco’, ἂδρυα πλοῖα, ‘imbarcazioni prive di alberi’), trabarie, perm(in)e - queste ultime una specie
di gondole turche che facevano servizio tra Costantinopoli, Pera (gr. Peràia, dall’avv. πέρᾰ, ‘aldilà’;
tc. Galatà) e altre località di quello stretto, da non equivocarsi con le già ricordate germe - e
peot(t)e ovvero caic(c)hi, questi ultimi a loro volta differenti dalle piccole barche turco-cosacche
dallo stesso nome, allora tipiche del Mediterraneo di levante e del Mar Nero, soprattutto dai
caiches o quaiches o anche quesches (ing. ketch; olt. kits; sp. queche), piccoli velieri della costa
atlantica dell’Europa continentale a un solo ponte e alberati en fourche, alberatura particolare a cui
abbiamo già accennato. Il nome sandalio veniva dal bizantino σανδάλιος, nome di un pesce, e a
Napoli, città greca nell’antichità, fu poi confuso con quello della calzatura femminile anch’essa
greca e chiamata σάνδαλον; infatti ancor oggi i napoletani chiamano sandalo un’alquanto piatta
barca di servizio portuale destinata al trasporto di persone e merci: i sandalii bizantini erano
provvisti di una vela antennata erano equipaggiati di quattro rematori e un capo-voga. I greci
dicevano le più piccole imbarcazioni remiere ἐπαϰτρίδες πολυήρεις, ‘vascelletti poliremi’; quelle
che avevano solo due remi per lato erano dette ἐπαϰτρίδες ἀμφηριϰαί.
Per quanto riguarda dunque le suddette lintri, si è sempre creduto a toro che le piroghe fossero
imbarcazioni di popoli selvaggi; le ricordava invece già Virgilio nel libro I delle sue Georgiche al
verso 162 (cavat arbore lintres) e Marco Tullio Cicerone, nel suo Brutus, parlando dell’oratore
Curione, racconta che aveva il difetto di declamare piegando continuamente il corpo da un lato
all’altro come se parlasse stando in piedi in una rullante piroga [Chi parlerebbe da una piroga?
(Quis loqueretur e lintre? Par. LX)].
I vascelli remieri grandi e i mezzani (gr. ἰουλόπεζοι νῆες, ‘vascelli multiremi’) erano anche detti
vascelli da guerra (lt. navigia actuaria, da lt. acta, ossia ‘atti, azioni militari’), perché, per la loro
agilità e manovrabilità, molto più atti a combattere dei lenti e impacciati vascelli tondi, la cui
attrezzatura velica era ancora molto poco evoluta, e dei veloci ma poco stabili vascelli latini;
potevano inoltre questi vascelli abbordarsi meglio, darsi più velocemente la caccia e traccheggiarsi
più facilmente. Disusati erano ormai nomi medievali quali pamfi o pamfuli, le(g)nij, ganzar(i)e o
ganzer(i)e, ganzaroli, cumbe e lembi.
In sostanza i vascelli remieri presentavano caratteristiche di dimensioni e di peso che erano
logicamente in stretta relazione con i compiti operativi per i quali erano stati previsti e il numero dei
vogatori da impiegarsi quando mancasse il vento doveva di conseguenza essere in relazione a tali

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dimensioni e peso. La categoria a cui essi appartenevano era determinata per semplicità, oltre che
per dette dimensioni e peso, anche in base alla presenza o meno del ponte di coperta; non in base
al numero dei remiganti in quanto quelli senza corsia come le fuste potevano arrivare anche ai tre
per banco; li diremo quindi grandi se galeazze, galee grosse o maone, medi se galere sottili,
galere bastarde o galeotte, e minori se privi di corsia quali le fuste o privi sia di corsia sia di coperta
quali bergantini, fragate, gondole, peote, filuche, castaldelle, schifi, copani ecc.
Le gale(r)e, i vascelli da guerra per antonomasia sino alla fine del Seicento, ma ancora in uso fino
alla seconda metà del secolo successivo, erano di due sorti e cioè bastardelle e sottili; le prime
avevano l'estrema poppa divisa in due, come doi spichi d'aglio (Pantera), ossia come due
mammelle e infatti il termine plurale poppe (gr. πρύμναι) verrà presto in Italia esteso anche a quel
fondamentale attributo femminile, ed erano pertanto a poppa più quartierate (vn. alla barchesca),
cioè più larghe e capaci, e anche erano più reggenti delle sottili; inoltre a volte erano più larghe
interamente, ossia dalla poppa alla prua, e allora si chiamavano non più galere bastardelle, bensì
galere (in)quartierate. Le galere sottili avevano invece la poppa unita, stretta e aguzza (vn. tagliata
o in taglio), erano inoltre non quartierate anche a prua e pescavano poco; queste così stringate
erano più veloci e andavano meglio a remi, mentre le bastardelle e le quartierate andavano meglio
a vela e, data la loro maggior capienza, potevano portare più combattenti e artiglierie; per il resto
tutte queste galee erano completamente simili. Dobbiamo aggiungere inoltre che una galera si
diceva pianella quando il suo fondo era molto piano e pescava poco.
Per quanto riguarda l’etimologia del nome galea, esso - come di conseguenza anche i suoi derivati
galeotta, galeazza e galeone – è sincopato, nascendo infatti da un originario greco antico
γẵλεοειδής (‘pesce spada’) poi divenuto nel Medioevo γẵλειδάς (lt. galeida), ma anche γαλεότες,
γẵλαῖα (vedi e.g. Leone VI (X sec.), Тάϰτιϰα. Constit. XIX, par. 10) e γαλέα-αι (ib. Constit. XX, par.
74). D’altra parte nel già più volte citato Lexicon del Suida, coevo di Leone VI, leggiamo:

Galéa: il pesce. Anche galéos, ugualmente (Γαλέα. ὀ ἰχθύς. ϰαὶ γαλεὸς, ὀμοίως. T. I, p. 465).

Nel mondo bizantino quel semplificare in galèa che incominciamo a vedere dunque già nel
secolo decimo prese il sopravvento su galeidá e il nome si stabilizzò appunto in γαλέα-αι, come
può confermare la lettura di Costantino Porfirogenito, Teofane, Leone Diacono e di altri autori
inclusi nella preziosa raccolta Corpus scriptorum historiae byzantinae etc. Bonn, 1828-1897. Da
Bisanzio poi si estese a Venezia (galia) e a tutta l’Europa, ma in Italia troviamo galeide ancora
alla fine del tredicesimo secolo:

Anno Domini 1298, in vigilia Nativitatis Dominae nostrae, veneti et cum nonaginta armatis
galeidis et Januenses cum totidem galeidis armatis in mari convenerunt; a Venetiis vix

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quinquaginta milliaria latina et in immensum conflictum pariter habuerunt… (Chronicon
excerptum de diversis chronicis etc. In Illustrium veterum scriptorum etc. T. I. Francoforte,
1583.)

Ma, poiché questo stesso nome galèa era in latino da secoli già usato a significare ‘celata, elmo’,
nei primi tempi, come ci fa sapere il Suida, quando si usava questo termine si poteva causare
confusione e pertanto, quando si voleva sottolineare l’ambiguità di cose di cui si stava parlando, si
usava in Grecia il detto Πλοῖον, ἢ κυνῆ, il quale potremmo oggi tradurre con un nostro Vascello o
cappello? (Cit. LT. III, p. 134.)
Frattanto il latino medievale usava ancora spesso triremis, questo dal greco antico τριήρης
attraverso il lt. trieris, ma in gr. si diceva anche – e anzi più specificamente - ναῡς τριϰρότος
oppure σϰάφη τρίϰροτος. Nel già più volte citato Lexicon di Esichio leggiamo di particolari triere
dette ψάριδες, delle quali però non sono purtroppo riportate le caratteristiche (Ψάρις: εἷδος νεὼς
τριήρους. Cit. p. 93). Nelle cronache normanne di Romualdo di Guarna leggiamo che nel 1128
Boemondo d’Altavilla (1108-1130), II di Antiochia, veleggiava appunto verso quella città con
triremis navibus XIX e con aliis sex onenariis, ma nel 1130 il nuovo papa Innocenzo II arrivò a Pisa
portato da una galea pisanorum e più tardi nello stesso anno le galee pisanorum presero e
saccheggiarono Amalfi; infine nel 1129 Ruggero II di Sicilia pose un blocco navale alla città di Bari
con un‘armata che contava, come si riportava, fino a sessanta velocissime velate galee (stolium,
quod, usque ad sexaginta ut fertur, velates galeae erant velocissimae; questo abbinare i due
concetti di velatura e velocità conferma quanto più avanti si dirà dell’evoluzione dalla triera romana
e dal dromone bizantino alla galea. Le galee normanne di Sicilia, per esser tanto veloci, erano
presumibilmente già allora delle biremi, come del resto anche quelle pisane e genovesi;
certamente lo saranno nel 1177, cioè al tempo della pace di Venezia tra l’imperatore Federico I
Barbarossa, la Lega Lombarda e l’allora re di Sicilia Guglielmo II, quando cioè Romualdo di
Guarda, plenipotenziario di Guglielmo, vantò che il suo re ogni anno allestiva le sue biremi per
contrastare i nemici di Cristo saraceni e per permettere quindi un viaggio sicuro ai pellegrini che
s’imbarcavano per la Terra Santa [singulis annis biremes suas praeparat et cum eis armatam
militiam destinat. In Cronica (1121-1178)].
Era nel Medioevo in Italia comune anche il diminutivo galadella (lm. galedelus), questo significante
però non una galeotta, perché allora questa era semplicemente una galea biremi, bensì una
monoremo senza corsia, cioè quella che sarà poi detta nel Rinascimento fusta monoremo oppure,
se priva anche di coperta, bergantino monoremo (gr. μονήρης oppure μονῆρες ἀϰάτιον); a
Bisanzio, perlomeno nel decimo secolo d.C., si dirà popolarmente anche μονέριov. In un editto
ligure del 1307 che il Garoni trasse dal della Torre, ma che citò, purtroppo troppo stringatamente,

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nel suo Codice della Liguria e col quale, non sappiamo per quale minaccia allora contingente, si
vietava ai finariensi per sicurezza di uscire dal loro porto salvo che con galee [salvo quod cum
galeis, vel lignis armatis exire non possint de Finario (da ‘Confinario’, poi corr. in ‘Finale’), ben si
chiarisce che cosa nel Medioevo s’intendeva esattamente per galee:

… E s’intendano per ‘galee’ o ‘legni armati’, in questo tempo di pace, quelle che portano più di un
uomo da voga per banco, (quindi) ufficiali e balestrieri a parte; ma in tempo di guerra s’intendano
per ‘galee armate’ quelle vogate ossia che abbiano più di centoventi vogatori (‘vogerios’. Raffaele
della Torre, Cyrologia, P. II, p. 56).

Ciò valeva dunque per le triremi, le quali aveva generalmente 25 o talvolta anche 26 banchi per
lato, e, per quanto riguarda invece le biremi, vascelli da circa 18 banchi per lato - e comunque da
non meno di 16 e da non più di 22 banchi, non potevano dunque certo raggiungere quel numero di
vogatori e infatti nel Rinascimento prenderanno il nome diminutivo di galeotte, essendo inadeguate
alla linea di battaglia e più atte invece a funzioni di avanscoperta [lt. prosumiae (poi prorsumiae),
naves speculatoriae; gr. πρόπλοι νῆες, πρωτόαλοι νῆες], guardia costiera e contrasto della
pirateria. A proposito del termine prosumia, esso si legge tra le citazioni raccolte da Nonio Marcello
ed è sempre stato considerato un nome nautico mal riportato e di difficile interpretazione; niente di
più semplice invece per chi mastichi un po’ di materia militare, perché viene dall’avverbio proto-
latino prosum (più tardi prorsum) significante ‘avanti, innanzi’ e insomma si trattava di vascelletti
che andavano appunto avanti alle armate ai fini di avanscoperta.
Nelle antiche triere, non essendo ovviamente stata ancora inventata l’ingombrante artiglieria, la
coperta di prua era abbastanza sgombra da contenere anche un banco per far seder gli uomini
addetti alle manovre e al sifone:

… c’è un banco prodiero su cui ci si siede (ἒστι δὲ τι εìἐδώλιον πρωρατικὸν, ἐφ' οὖ ϰάθηνται. G.
Polluce. Cit. I.IX. pag. 60).

A proposito del suddetto nome galeida, diremo che fu così in Italia per tutto il Trecento, poi nel
secolo successivo fu sostituito appunto dalla sua suddetta sincope volgare galea, mentre il latino
medievale preferiva usare triremis. La similitudine tra detto vascello e il pesce spada (gr. γαλέα e
γαλεὸς) era infatti chiara e semplice, essendo stata alle sue origini la galea provvista di un forte
sperone, strumento diventato poi del tutto inutile con l’invenzione delle artiglierie da sparo. Perché
poi gli spagnoli dicessero galera invece di galea si può spiegare con una contaminazione, cioè con
quella ricevuta dall’agg. calero, cioè ‘adatto alle cale’; infatti l’opera viva della galera - e dei vascelli
sottili remieri in generale - era di così poco pescaggio da permetterle l’addentrarsi appunto nelle

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cale; infatti il verbo sp. calarse ha, oltre al significato corrente di ‘immergersi’, anche quello più
antiquato di ‘introdursi’. La c proto-latina vi fu poi sostituita dalla g del medio-latino, come del resto
spesso avvenne e vedi e.g. i noti casi di Caius, Caia / Gaius, Gaia e Cneus/ Gneus.
Che il termine non ci fosse giunto dall’antichità era di comune costatazione:

… Ben si puote affermare ne gli antichi libri greci e latini questo vocabolo ‘galea’ non trovarsi et
essere egli moderno, cioè usato se non dopo che l’Imperio di Roma fu traslatato in Constantinopoli
(Filippo Pigafetta, Trattato brieve dello schierare in ordinanza gli eserciti et dell’apparecchiamento
della guerra di Leone, per la gratia di Dio, Imperatore etc. Venezia, 1586).

Ma quasi due secoli prima del qui citato Pigafetta alla stessa conclusione era già giunto il
cronachista genovese Giorgio Stella:

... Armaverunt januenses maritima vasa decem, quae galeae non vetusto vocabulo dicta sunt.
... Vasis namque januensibus, galeis appellatis ad praesens,...
... Armata sunt enim Januae vasa sexaginta, non valde prisco vocabulo nuncupata galeae, ...
... Viginti quinque navigia, galeae modernis et non vetustis temporibus nominata, ... (G. & G.
Stella, Annales genuenses (1298-1435) etc. In LT. A. Muratori. Cit. Vol. 17, colt. 1.066, 1.071,
1.091-1.092 & 1268. Milano, 1730.)

E il fratello Giovanni aggiungeva che chiamare ‘galee’ le triremi era in ogni caso da ignoranti
(triremes, nuncupatas modo idiotarum sermone galeas. Ib.) In realtà il nome era di conio bizantino
e ci appare più volte nella sua forma finale γαλέας per la prima volta nel decimo secolo, cioè nel
trattato De cerimoniis aulae byzantinae scritto al tempo dell’imperatore bizantino Costantino VII
Porfirogenito (905-959), specie nei cap. 44-45 del secondo libro, e poi anche nel lt. VIII delle Storie
del coevo Leone Diacono, all’anno 972 e cioè ricordando la preparazione di vascelli da guerra che
fece allora l’imperatore Giovanni I Zimiske per cercare di risolvere il dannosissimo fenomeno della
pirateria e delle razzie esercitate dai taurosciti, popolo che abitava allora la Crimea:

… superavano i trecento, tra lembi e attuari, i quali chiamano ora comunemente ‘galèe’ e
‘monèrii’… (ἐτύγχανον δὲ ὐπὲρ τὰς τριαϰοσίας, συνάμα λέμβοις ϰαὶ ἀϰατίοις, ἄ νῡν γαλέας ϰαὶ
μονέρια ϰοινῶς ὀνομάζουσι (VIII.1).

Mentre monèrii (gr. μονέρια o μονήρεις) significava ‘vascelli monoremo’ da tempo immemorabile,
secondo questo autore quel nome volgare alto-medievale delle triere (poi risoltosi alla fine in
galèa) sarebbe dunque entrato nell’uso (perlomeno a Bisanzio) ai suoi stessi tempi, cioè nella
seconda metà del decimo secolo e ciò avvenne probabilmente perché in effetti le triére del
Medioevo erano più spesso delle diere, cioè delle molto meno costose e più gestibili biremi, e
quindi mantenere quell’antico nome di triere non sarebbe stato più nemmeno appropriato. Per fare

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un esempio, relativo questo però agli anni delle guerre civili bizantine (1341-1355) combattute tra
gli imperatori Giovanni V Paleologo e Giovanni VI Cantacuzeno, ecco l’armata con cui il primo si
avvicinava a Costantinopoli:

… con lembi assieme a diciotto tra monoremo e biremi e una triremi (… λέμβοις ὁμοῡ ϰαὶ μονήρεσι
ϰαὶ διήρεσιν ὀϰτωϰαίδεϰα τριήρει μιᾷ. Niceforo Gregoras, Historiae bizantinae libri XXXVII. LT.
XXVIII, 18).

In realtà appena nel libro successivo il Gregoras attribuisce all’armata del predetto imperatore
Giovanni V anche delle quadriremi, il che è interessante perché è la menzione medievale più
antica di queste più grandi galee:

… salpando da Tessalonica l’imperatore Giovanni Paleologo con triremi e biremi, quadriremi e


molte moremo… (ᾃρας ὀ βασιλεὐς Ίωάννης ὀ Παλαιολόγος ἐϰ Θεσσαλονίϰης τριήρεσι τε ϰαὶ
διήρεσι τέτρασι ϰαὶ μονήρεεσι πλείοσιν. Ib. LT. XXIX, 119.)

Mentre il suddetto nome di γαλέα è,come abbiamo detto, senza alcun dubbio riferibile al cetaceo
dallo stesso nome, non altrettanto si può pensare per il termine γαλεάγρα (‘trappola per mustelidi’,
dal gr. γαλῆ, ‘mustela’, e, quindi per analogia, anche ‘prigione, carcere’), soprattutto in quanto le
ciurme bizantine erano composte da volontari salariati e non da condannati e ciò per una ben
consolidata tradizione greca che vedremo poi continuare nella marineria veneziana, la quale si
serviva infatti anch’essa soprattutto di ciurme greco-schiavone assoldate. A proposito della
similitudine tra detto vascello e il pesce spada il già ricordato d’Aquino cita una chiosa di Filippo
Pigafetta alla già da noi citata Тάϰτιϰα bizantina:

… Il pesce spada, del quale ho preso conoscenza a Constantinopoli, ha nel muso una spada più
d’un braccio lunga, che si confà col becco della galeotta… Le pinne che il pesce ‘galeotis’ tiene al
ventre, di qua e di là, dissegnano li remi della galeotta vasello e la coda parimente di quel pesce
rappresenta il timone e la poppa, usando gl’antichi greci di chiamar la poppa de’ navili ‘coda’…
(Cit.)

Erronee sono infine le considerazioni che nel Settecento sia il Muratori sia Desiderio Spreti fecero
su quell’iscrizione funeraria ravennate di un classiario romano includente il termine galea;
abbastanza ben interpretata invece in seguito da Clemente Cardinale, è a nostro avviso da tradursi
definitivamente in questo modo:

PHALLAEUS. DIOCLIS. F. GUBER. DE. GALEA. TRIERI. [‘Falleo Dioclide fu timoniere (sbarcato)
dalla triera (di nome) Galea’].

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Insomma era morto un vecchio timoniero greco di nome Falleo Dioclide, il quale, al tempo in cui
era stato giubilato, serviva su una trireme romana che si chiamava Galea (‘celata, elmetto’; gr. ),
forse perché portava come insegna l’elmo di Minerva, dea, tra l’altro, anche delle battaglie; qui
Galea era dunque il nome proprio di una singola trireme, non un nome comune, né si ha notizia di
altre triremi dell’antica Roma che, per consuetudine, portassero quello stesso nome e che quindi
possano aver dato origine al del resto tanto più tardo nome comune.
C’è infine da notare, in quanto ai nomi che presero nel tempo i vascelli remieri da guerra, che, a
partire dal secolo successivo a quello della fine dell’impero bizantino, cioè nel greco proto-
moderno, s’affiancò a γαλέας il nuovo termine χάτεργον, col senso di ‘galea carceraria’, cioè spinta
da vogatori condannati al remo, il quale quindi riguardava le triremi e le biremi, e poi anche
φοῡστης, ossia l’it. ‘fusta’, per quanto concerneva invece i maggiori vascelli remieri non provvisti di
corsia o addirittura nemmeno di coperta, non essendo questi infatti mai carcerari, perché non
potevano portare un equipaggio di sorveglianza adeguato e quindi erano adatti solo al servizio dei
remiganti volontari (Corpus scriptorum historiae byzantinae. Historiae politica et patriarchica
Constantinopoleos. Epirotica. P. 126. Bonn, 1849).
Lo scafo della galera doveva avere una struttura più larga al costato centrale, più stretta alla prua e
ancora di più alla poppa; il perché di questa massima strettezza alla poppa c'è spiegato dal
capitano Pantero Pantera, il quale ce la vuole però propinare come sua invenzione:

... Hora, tornando alla forma della galea, sarei di opinione che, se il quartiero della poppa si
facesse alquanto più stretto del quartiero della prora, verrebbe la galea a caminare con maggiore
velocità; perché, essendo il quartiero della prora più largo di quello della poppa, romperà e aprirà
in modo il mare che il quartiero della poppa, per essere più stretto, non vi troverà poi tanta
resistenza e così con più facilità passerà la galea avanti e, per essere ben quartierata a prora,
reggerà anco meglio sotto le vele. (Cit. P. 71.)

Ma altrove il Pantera ci fa anche capire che al tempo in cui egli scriveva il suo trattato, cioè
soprattutto nel 1612, già prevaleva comunque una concezione più scientifica della nautica e
dell'idrodinamica:

... perciò che la forma proporzionata e regolata con termini matematici, oltre che fa il vaso più
veloce, più sicuro e più forte, lo rende anco più risguardevole e più vago. (Ib. P. 66).

Un altro nome della galera, questo molto raro a trovarsi e ricordato solo dall’Aubin, era il francese
pla(i)ne e non a caso è vocabolo che fa parte del moderno aéroplane; dunque era nome che
doveva riferirsi principalmente allo scafo della galera, cioè a quella parte principale che anche gli
aerei hanno, però con il nome di carlinga o fusoliera. Come può esser però nato tale inusitatissimo

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nome? Forse, poiché sappiamo che gli antichi vascelli prendevano nome generalmente da pesci e
mammiferi marini – così come le antiche bocche da fuoco lo prendevano invece dagli uccelli, non
sarà sbagliato ricordare il latino plani pisces, cioè quei pesci che vulgo furono poi chiamati
‘passere di mare’; ma che forma abbiano questi e se possano eventualmente aver ispirato
anticamente i costruttori di galere (gr. nτριηροποιόι) non siamo in grado di dire.
Il fusto, ossia lo scafo della galera, cioè la parte sottostante al telaro che reggeva l'unica coperta,
era detto il vivo della galera, mentre tutte le strutture soprastanti erano dette il morto. Verso l'anno
1600 – ma quanto stiamo per dire vale all’incirca per tutto il precedente Cinquecento, le galere
ordinarie erano lunghe, da tamburo di poppa a palmetta di prua inclusi (quindi con il solo sperone
escluso), 58 cubiti napoletani (m. 42,38), ossia passi veneziani 24½ circa; erano larghe - le
ponentine, ossia quelle tirreniche - circa palmi 22,80 (m. 5.55), equivalenti a piedi veneziani 16,
mentre le veneziane erano più strette d'un piede (m. 5,20); infine le ponentine erano alte di scafo
sei piedi veneziani (m. 2, o8) e le veneziane un piede di meno. La larghezza del fondo della galera
andava dai 7½ agli otto piedi per le veneziane e circa un piede in più per le ponentine. Esse
avevano comunemente da 24 a 26 banchi di voga per ogni lato, ma se ne trovavano anche
moltissime più grosse da 28 e parecchie da 30 e più banchi, le quali servivano come galere Reali,
Capitane o anche Padrone delle squadre, cioè come vascelli di comando. Non si poteva allungare
una galera più di tanto perché si sarebbe poi dovuto anche allargarla in proporzione, andando così
oltre i limiti d’un vascello sottile, col risultato di renderla troppo pesante, lenta nel corso e pigra
nelle manovre. Questa importante questione è discussa diffusamente dal Pantera laddove
confronta le galere moderne del suo tempo a quelle dell'antichità:

... come si vede per esperienza ne i legni che hanno il corpo molto largo, i quali, se non sono
aiutati dal gran numero de i vogatori, hanno tardissimo moto. Per(ci)ò le galee di vent'otto e trenta
banchi che hoggidì si usano, per haver il corpo più largo ed esser più lunghe delle galee ordinarie
di ventisei, se non si armano a più di cinque huomini per banco, sono più pigre e più lente nel
caminare a remi delle ordinarie armate a quattro o cinque [...] per esser la forza movente de i
remiganti, in comparazione della grandezza e gravezza del vaso (‘vascello’), molto picciola e poco
efficace. Il che mostrò manifestamente l'esperienza l'anno 1567, quando il Re Catolico fece
fabricar in Barcellona una galea di trentasei banchi di sette remi per uno e con un huomo per remo
all'usanza antica, la quale riuscì molto grave e pigra e poco atta a caminare a remi...(ib. P. 20.)

Vedremo più avanti che cosa significava quel all'usanza antica; dunque, nonostante avesse ben
sette ordini di remi questa galera non riuscì utile e ciò perché, come ben spiega il predetto
Pantera, più lunga era una galera più larga anche doveva essere; il che significava che il sesto,
settimo ed eventualmente anche ottavo rematore, trovandosi molto distanti dal bordo della galera,
dovevano necessariamente essere muniti di remi adeguatamente più lunghi, quindi anche più

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spessi per evitare che si spezzassero molto facilmente. Il maggior peso di questi remi rendeva
dunque la loro voga molto più faticosa, lenta e inefficace di quella degli altri. Tutto sommato, la
principal ragione del passaggio al sistema a scaloccio - sistema che poi spiegheremo - è proprio
questa e cioè la necessità d’aumentare il numero dei rematori senza dover ingrandire la galera né
complicare gli ordini di remi; tale esigenza non si era sentita nel Medioevo perché le galere, fino a
Cinquecento inoltrato, erano state in effetti ancora come quelle dell’antichità, cioè a banchi poliremi
- biremi se ordinarie (leggiere, come nel Medioevo fino al quattordicesimo secolo si era detto),
come per esempio si vede chiaramente nell’affresco senese della battaglia di Punta S. Salvatore di
Spinello Aretino (1346-1410), e triremi se grosse, come nel Medioevo quelle s’erano chiamate),
insomma vascelli alquanto stretti in ambedue i casi, non superando appunto di norma i tre
remiganti per banco, eccezion fatta per alcune galere reali, quale per esempio una quadrireme del
re di Napoli Alfonso I d’Aragona. Un’importante differenza da notare tra le galee medievali e quelle
successive stava nel numero dei banchi e quindi dei remiganti; si perché quelle medievali ne
avevano avuto generalmente un numero maggiore, contandone le biremi perlopiù 27 per lato con
108 remiganti in totale, come più avanti vedremo, mentre le triremi, specie se iberiche, arrivavano
spesso a 30 con 180 remiganti, mentre a partire dal Cinquecento troviamo le triremi avere solo 25
o 26 banchi per lato; perché questo? Erano le medievali più lunghe? No, non lo erano e la risposta
sta nella circostanza che non portavano ancora quell’artiglieria di prua che avrebbe poi sottratto
spazio ai remigi (gr. εἰρεσίαι, ϰωπωτῆρα), cioè alla zona dei banchi di voga, la quale infatti non era
lunga quanto la galea ma era delimitata a prua e a poppa da zone necessariamente prive di
banchi; quella tra la poppa di comando e appunto i remigi era detta le spalle della galea, in gr.
παρεξείρέσια, e quella di prua era il luogo destinato all’artiglieria principale; ma quando questa
comparve a bordo delle triremi? Le galere napoletane della Tavola Strozzi, la quale sembra
rappresentare un episodio del 1464, non ne mostrano assolutamente e le prime notizie in
proposito che ci è stato dato di trovarne sono quelle del settembre del 1496 nel Diarii del Sanuto,
laddove cioè si descrive brevemente la galera napoletana di Federico d’Aragona, principe di
Altamura e di lì a poco nuovo re di Napoli, la quale partecipava al blocco navale di Gaeta, fortezza
allora occupata dai francesi e dai napoletani di parte angioina:

El pizuol (‘La camera di poppa’) di don Federico è tutto soazado (‘incorniciato’) e dorado a quadri
con uno tornoleto vergado, una verga d’oro e l’altra di veludo cremexin, con uno covertor d’oro et
cusini, uno studio (‘studiolo’) tutto dorado con do fenestrele in colomba (‘a colombaia’) de la galia,
zoè verso le canchare (‘gangheri del timone’), con i soi veri (‘vetri’). Portano uno fanò brutissimo.
Tutta la sua zurma vestita di rosso fino le barete. Porta a prova una bombarda, pesa la piera mejo
di lire (‘più di libbre’) 120. Tuta la zurma è incatenata (M. Sanuto, Diarii. T. I, colt. 342).

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Interessante qui notare che già allora a Napoli s’impiegavano ciurme ‘incatenate’, cioè di
condannati al remo, i quali, nel caso di galere reali, ossia adibite al trasporto di principi di sangue
reale, si facevano vestire in livrea, cioè d’uno stesso colore, berretta inclusa. Inoltre in
quell’occasione Federico, nonostante piovesse molto, volle far visita a una delle galere veneziane
che allora partecipavano al detto blocco:

… Volse veder il pomo dil stendardo e le arme di pizuol (‘le decorazioni esterne all’estrema
poppa’); molto (g)li pia(c)que e el fanò (‘fanale’) e il pomo e la croce d’argento. Messer (il
sovracòmito) (g)li oferse agradandoli (‘cibi gradevoli’), tamen (‘tuttavia’) nulla volse; e volse aldir i
frauti (‘ascoltare i flauti di bordo’) e andar per tutta la galia fino a prova (‘prua’) e volse veder
manizar (‘maneggiar’) la bombarda e veder la piera (‘il proiettile di pietra’) e molto (g)li pia(c)que,
volendo meterla la sua anche in corador (‘dare anche la sua pietra in corsia da sparare’). Tornando
a poppe, tolse licentia (‘prese licenza di accomiatarsi’)… Ib. Collt. 341-342.)

Da notare qui quel poppe, perché, più che un errore di trascrizione, potrebbe voler dire che le
galere di comando erano già allora bi-poppute.
Nelle Cronache dei re di Castiglia troviamo parlarsi due volte di galere da 180 remi, quindi da 30
banchi per lato; la prima volta è all’anno 1370, quando cioè il re Enrico II fece preparare venti
galere per combattere l’armata portoghese ma non si riuscì a reperire un numero sufficiente di
remi:

… Perciò il re fece ripartire i remi che aveva in maniera che ogni galera avesse cento remi; e
quantunque mancassero (così) in ogni galera ottanta remi, il re volle che si provvedesse a far
arrivare con le maree quelle venti galere (fino) alla flotta del Portogallo per combattere con essa…
(Cit.)

C’è poi una clausola del patto di alleanza stipulato il 9 maggio 1386 a Windsor tra il re d’Inghilterra
Riccardo II e la Corona di Portogallo:

… Promettiamo e concediamo che il prenominato nostro signore re del Portogallo nella prossima
estate già imminente raggoglierà e invierà al predetto signor re d’Inghilterra dieci galere (a carico e
spese dello stesso nostro signor re di Portogallo) ben’armate, cioè di un patrono, tre alcaldi, sei
arraizi, due carpentari, da otto a dieci marinari, trenta balistarii, centottanta remieri, e due sutanei,
(e ciò) in qualsiasi delle predette galere… (Foedera, conventiones, literae et cujuscunque generis
acta publica etc. P. 524. Tomo VII. Londra, 1709.

Il Portogallo, sebbene potenza oceanica e non mediterranea, aveva infatti anch’esso


correntemente tenuto e usato galere nel Medioevo, specie nelle sue guerre contro il Marocco e
contro il regno di Castiglia. I portoghesi avrebbero sostenuto tutte le spese di dette galere per sei
mesi e, in caso di prolungamento del servizio chiesto da Riccardo, quest’ultimo sarebbe subentrato

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nel loro mantenimento; ma vediamo di interpretare alcuni ora incarichi dell’equipaggio. I tre alcaldi
erano sicuramente tre ufficiali di poppa e cioè presumibilmente il piloto, il còmito e un consigliero o
nobile di poppa; i sei arraizi erano con ogni probabilità l’aguzino, i suoi aiutanti e i marinari (vn.
navaruoli) che l’aiutavano a sorvegliare e controllare i remiganti e che più tardi saranno chiamati
compagnii; infine i due sutanei (‘gente di sotto’; gra. μεσογάστωρες, ’quelli nel ventre della nave’)
saranno stati il cambusiere e il suo aiutante. Per quanto riguarda comunque questo argomento
dell’equipaggio di galera, ne tratteremo molto più compiutamente in altri capitoli.
Con un contratto datato 10 dicembre 1250, registrato alla carta 63 recto del notulario del notaro
genovese Giovanni de Corso e citato dall’ottimo Luigi Tommaso Belgrano (v. fonti) il mastro
d’ascia Buonavera di Porto Venere s’impegnava con i sigg. Giovanni Mettifuoco e Antonio di
Perretto di costruir loro – al prezzo di lire genovesi 229 - al cantiere di Fontanella di Genova o a
quello di San Pier d’Arena una galera di buon legno di rovere o quercia e completa di ferramenta
dalle seguenti dimensioni espresse in cubiti o goe e palmi, essendo il cubito o goa genovese tre
palmi e il palmo genovese cm. 247, divisibili in 9 pollici o dita:

Lunghezza da ruota a ruota (quindi escludendo il solo sperone): goe 48 (m. 35,57).
Larghezza massima in coperta (“in plano”): palmi 12 (m. 2,96).
Aperta in bocca, cioè misura di cala della carena da bordo a bordo, palmi 16 a 17.
Altezza di puntale (“ad rectam lineam”): palmi 8 (m. 1,98).

Naturalmente il prezzo suddetto era solo per il corpo della galera, oltre al quale gli acquirenti
avrebbero dovuto poi sostenere quelli per l’armamento della stessa, ossia per sartiame, velame e
altre attrezzature di bordo, inoltre calafataggio, spalmatura, marinarezza ecc.
Tra il 1274 e l’inizio dell’anno successivo, su ordine del re di Napoli Carlo I d’Angiò, furono
costruite nei cantieri del regno un certo numero di galee su perfetto modello di una galea
provenzale rossa che era arrivata qualche tempo prima nell’arsenale di Brindisi:
… dello stesso calibro (‘stazza’), forma e tipo della detta galea rossa, tanto riguardo al suo scafo
quanto a tutti i suoi infissi e guarnimenti… [de huiusmodi gallipo, forma et modo dictae galeae
rubrae, tam de corpore eius quam de omnibus afisis (affixis) et guarnimentis suis. G. Del Giudice,
cit. P. 25.)

Poiché, come già sappiamo, il rosso era un colore che distingueva il comando, si potrebbe qui
pensare che la predetta fosse appunto una galea preminente; ma, poiché essa doveva servire
come modello di costruzione per un buon numero di galee, non poteva esserlo e d‘altra parte si
sarebbe dovuto trattare di una trireme, mentre, dalle misure (comunque approssimate) che
seguono, questo non appare. La galea provenzale era dunque lunga 18 canne antiche napolitane
e 6 palmi (essendo quella canna divisibile in 8 palmi), cioè m. 39, 6825, misura che andava da

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spalla a spalla incluse (de palma in palmam; più tardi avremmo detto ‘da ruota a ruota’ incluse). La
lunghezza massima dunque non si discostava molto da quelle che saranno anche in seguito
consuete; quella in carena era di canne 13 e palmi 3, ossia m. 27,5132. Era alta di puntale, cioè al
centro dal fondo alla coperta, m. 2,0502625, mentra a poppa m. 3,6375 e a prua m. 2,9982; era
larga ‘da cinta a cinta’ (vale a dire da murata a murata) alla bocca, cioè al centro, m. 3,7037, una
larghezza che dimostra trattarsi di vascelli strutturati da biremi in quanto, come poi vedremo, quella
delle triremi rinascimentali sarà maggiore di circa un metro e mezzo. All’estrema prua la larghezza
scendeva a m. 1,6754 e all’estrema poppa a m. 1,5873, come da concezioni nautiche del tempo
che poi meglio vedremo; l’angusta corsia centrale era larga m. 0,6613 e alta sulla coperta m.
0,3968. Su queste galee si vogava con 108 remi, il che significa che, si trattava di biremi con 27
ordini di banchi (gra. ζυγοῖ; grb. ζυγά); i remi erano lunghi m. 6,8783, ma ce ne erano alcuni più
lunghi, cioè di m. 7,9365, da usare ai banchi estremi di prua e a quelli estremi di poppa, zone,
come sappiamo, più strette (ib. Pp. 25-26). Degli alberi e delle vele, le cui misure sono purtroppo
giunte sino a noi rese imprecise da sciatte trascrizioni, possiamo dire che erano allora due e
ambedue fissi, cioè il maggiore di prua circonferente 3½ palmi maggiori (m. 0,9259), alto cubiti 23
(m. 12,1693), con un’antenna di cubiti 34 (m. 17,9894) e quello minore mediano circonferente 3
palmi maggiori (m 0,7936), lungo cubiti 14 (m. 7,4074), con un’antenna di cubiti 26 m. 14,2857. La
vela maggiore si usava ovviamente sull’albero maggiore, il quale era dunque allora quello di prua,
ed era fatta di 35 ferze, lunga quindi, sia dal lato legato all’antenna, detto appunto antennalis, sia
dal lato del ferzo più lungo, detto invece vallumina (‘ballumina’) 34 cubiti, cioè quanto l’antenna a
cui si legava; quella di mezzana, destinata invece appunto all’albero di mezzo, di ferze 27 era
lunga ad ambedue i suddetti due lati 26 cubiti, ossia m. 14,2857, anch’essa quindi quanto
l’antenna a cui si legava. C’era poi una terza vela, detta appunto terziarolo, di ferze 20 lunga c.
19½ cubiti (m. 10,3174) e così chiamata perché terza vela della galea, un significato molto
semplice, ma di cui poi col tempo, con il graduale aumentare della complessità della velatura dei
vascelli, si perderà inevitabilmente la memoria.
La circostanza che della vela terzaruolo non si nominassero nell’ordine antennale e vallumina e
che la sua lunghezza non corrispondesse a quella di un’antenna può significare una sola cosa e
cioè che essa era vela di prua, cioè una vela che si legava tra la punta dello sperone e la sommità
dell’albero anteriore per eumentare occasionalmente la velatura.
Un altro contratto genovese di costruzione di una galere pubblicato in una miscellanea del 1933 - -
questo però del secolo successivo perché datato 2 giugno 1383 - prescriveva le seguenti misure:

Lunghezza da ruota a ruota: goe 50 e palmi uno (m. 37,297).


Larghezza massima in coperta: palmi 17½ (m. 4,32).

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Larghezza a tre palmi d’altezza dal fondo: palmi 14½.
Larghezza al fondo: palmi 10¼.
Altezza di puntale: palmi 7 e dita 2 (m. 1,783).

Qui le tre larghezze suddette sostituivano insieme quella unica detta apertura di bocca che
leggiamo tra le misure precedenti e che era più comune. Notiamo però innanzitutto che le galere
medievali, come del resto già sappiamo, erano, soprattutto nel Mediterraneo di ponente, in
maggioranza delle biremi, quindi più strette e corte di quelle post-rinascimentali che qui soprattutto
ci occupano; per esempio quelle dell’armata genovese messa in mare da Genova nel gennaio del
1351 contro veneziani e aragonesi e così ricordate dallo Zurita:

… A metà d’agosto s’ebbe notizia che i genovesi avevano armato sessanta galere, di cui venti
navigavano molto in ordine e quaranta portavano (invece) centoventi uomini al remo e trenta
balestrieri per galera, e che erano partite da Genova e facevano la via di Pera… (Anales. T. II, LT.
VIII.)

La battaglia avverrà poi infatti davanti a Costantinopoli. Dunque delle sessanta galere genovesi
venti erano molto in ordine, il che significava che un certo numero dei loro sessanta banchi (che
tanti erano quelli che galere non ancora ingombrate da artiglierie di prua potevano permettersi), se
non talvolta anche tutti e sessanta, erano armati ognuno di tre rematori, quindi in totale avevano un
numero di remiganti intermedio tra 120 e 180; le altre quaranta galere invece ne avevano solo 120,
ossia navigavano a due rematori per ogni banco. Ecco perché le triremi erano nel Medioevo
chiamate grosse e le biremi invece sottili, essendo cioè le prime più larghe delle seconde in quanto
previste anche per un armamento di tre remiganti a banco; e, quando una triremi, per deficienza di
ciurma disponibile, navigava, totalmente o parzialmente, solo a due remi per banco, ciò non
significa che era diventata una biremi, in quanto sempre una galera grossa, ossia più ampia,
restava.
Della suddetta armata genovese del 1351 si legge pure nel già ricordato Chronicon estense, dove
però con maggior precisione ci si dice che le galere approntate erano non 60 ma 55 e di tutte si da
il nome del comandante, del proprietario o della città armatrice:
Ammiraglio (admiragius): Paganinus de Oria, con 4 consiglieri di galera, di cui due nobili,
Capitaneo Spinola e Lanfranco da Meloria, e due popolari, Marino di Moro e Nicolao da Mugio.
Marcello Spinola, nobile
Araono Lomellino, nobile
Segurano da Nigro, nobile
Federico, nobile
Jacopino Grillo, nobile
Parabolo da Cagiale, popolare
Domenico da Campo Fregoso, popolare
Jacopino Castellani, popolare

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Bertono Portenarius (‘portinaio’), popolare
Saracino Maruffo, popolare
Girardino Spinola, nobile
Racaello d’Oria, nobile
Botono da Flisco, nobile
Lucano Grimaldo, nobile
Tartarino Salvatico, nobile
Bizerono Imperiale, nobile
Zorzino Lomellino, nobile
Antonio da Nigro, nobile
Marino, popolare
Ambrogio Marino, popolare
Negrono dei Negroni, popolare
Uberto Pizamio, popolare
Il figlio del signor Giovanni Amari, popolare
Bernabò Malogello, popolare
Uno dei Beccari, popolare
Erro (‘Herr’) Pelavicinus (‘Pallavicino’), popolare
Uno dei… popolare
Uno da Castello, popolare
Tommaso Guercio, popolare, mandato dal Comune di Genova
Tre galere mandate dal Comune di Savona.
Una galera…
Pietro da Ventimiglia
Due galere inviate dalla comunità di Albegena (‘Albenga’)
Una mandata da Adyano (‘Diano Marina’)
Una da Santo Romolo (‘Sanremo’)
Una da Veltri
Una da Porto Venere
Una da Patrizia (?).
Tommaso da Leone
Bertonio Papavero
Drahonus (‘Dragone’?)
Guillielmo Uscio
Antonio da Sarzana
Nicolosio Monachino
Franceschino da Roso
Una dagli Alifligoni (famiglia greca)
Canpagnino Ferrario
Rainerio da Prestero
Bernabo da Vignola
Giovanni Scurtavecchia
Guasparino Apoloniense (’da Apolonio’)

A queste 55 galere s’aggiungevano 5 galee grosse cariche di biscotto, di carni salate, di balestre,
di scale ecc. Infine un portatinus (forse ‘portantinus’) da 60 remi, cioè un legno armato porta-ordini
di cui poi meglio diremo:

119
… Item unus portatinus cum 60 remis, qui habet officium praecipiendi omnibus parte admiralii
(Chronicon estense. Cit.)

Il predetto elenco è importante perché si tratta della più antica rivista nominale di un’armata di
galere che sia giunta sino a noi. Certo c’è un brano del Muntaner che sembra smentire quanto più
sopra detto; egli vi descrive una battaglia navale avvenuta il 29 dicembre 1325 nella rada di
Cagliari per il possesso di quella città tra galere genovesi e pisane comandate dall’ammiraglio
genovese Gaspare d’Oria e aragono-catalane capitanate dall’ammiraglio aragonese Francisco
Carrós; per la cronaca, fu vinta dai secondi i quali così sottrassero Cagliari al dominio pisano. Il
d’Oria, non segnalato e confidando nella sorpresa, s’avvicinava con i suo vascelli a quelli nemici, i
quali si trovavano all’ancora in rada; ma il Carrós l’aveva ben visto e ordinò a tutte le sue galere di
non ritirare l’ancora, ma di tagliarne la gomena direttamente, perché altrimenti il nemico, capendo
da quel trambusto di esser stato scoperto, avrebbe subito fatto marcia indietro sottraendosi allo
scontro, scontro che invece l’ammiraglio catalano, confidando nelle sue forze, anche se inferiori di
numero, voleva:

... che ciascuna lasciasse andare la gomena (dell’ancora) perché, se l’avessero invece sarpata,
immediatamente quelle se ne sarebbero fuggite, che più velocemente sarebbero andate quelle con
20 remi di quanto avrebbero fatto quelle dell’ammiraglio (nostro) con 150 (Muntaner. Cit.)

Ci sembra però evidentemente che qui ci troviamo di fronte a due errori del trascrittore, perché,
parlandosi in altri punti di detta Crónica di una maggior leggerezza e velocità delle galere pisane e
genovesi (ταχυναυτοΰσαι τριήρεις. Niceforo Gregoras, Historiae bizantinae, lt. XXVIII, 25), si sarà
certo pure qui voluto dire che, anche se dette galere erano soprattutto delle biremi e quindi con un
numero di rematori molto inferiore a quello che avevano le triremi catalane dell’ammiraglio Carrós,
ciò nonostante esse erano più veloci in quanto più agili e leggere e si sarebbero quindi facilmente
sottratte allo scontro appunto approfittando della loro velocità; infatti minor stazza e minor numero
di uomini significava anche minor disponibilità a scontrarsi in battaglia con delle pesanti e affollate
triremi. In sostanza, secondo noi, quel con 20 remi va interpretato come ‘con 120 remi’, cioè 2
remiganti x 60 banchi, e quel con 150 invece come ‘con 180’, avendo infatti le triremi 3 remiganti
per i detti 60 banchi. D’altra parte il d’Oria, a volte anche troppo prudente, non avrebbe certo
affrontato delle galee da battaglia con delle piccole monoremo da 20 remi, cioè con quelle che i
greco-bizantini chiamavano εἰϰόσοροι o anche εἰϰοσήρεις, tipo del quale nell’antichità aveva forse
fatto parte anche la pistrice, nome questo del pesce-sega (dal gr. πρίστις, attraverso i
corrispondenti lt. pristis, pistris e pistrix) e che questo vascello aveva forse perché munito di un
lungo sperone.

120
Nel 1296, nell’ambito della guerra tra Venezia e Genova per il predominio sui ricchi traffici marittimi
di merci orientali che dalle rive del Mar Nero, attraverso il Bosforo e i Dardanelli, andavano a
raggiungere l’Europa, una grossa armata di 75 vascelli remieri (μαϰραῖς ναυσὶ) veneziani, la quale
era stata inviata ad assalire Galata, sobborgo genovese di Costantinopoli, mentre, entrata
dall’Ellesponto, s’avanzava nel Mar di Marmara vogando – evidentemente perché in tempo di
bonaccia, s’imbatté in una di biremi genovesi e, forte della sua superiorità d’armamento, si mise in
caccia per andare ad affrontarle; ma quelle, più leggere e veloci delle grosse triremi veneziane,
non si fecero raggiungere, sottraendosi così a uno scontro sicuramente svantaggioso per loro:

… Mentre dunque quelli (i veneziani) si avanzavano a remi, essendo loro apparse navi lunghe dei
genovesi naviganti non lungi, affrettarono il corso verso di loro; ma, essendo quelle più leggere e
confidenti nella loro velocità, indugiarono per un po’, ma poi, appunto perché navigavano molto
meglio e più velocemente di quelli che si avvicinavano, mantenevano la distanza. Allora, fatti due o
tre tentativi, visto che si sforzavano invano, le lasciarono perdere e riempirono delle loro navi il
porto di Keras [ἐϰεῖνοι δὲ τότε͵ ὠς προσελῶντες ᾀνήγοντο͵ νῆας μαϰρὰς φανείσας Γεννονἳτῶν
ἐγγύθεν πλεούσας ἐπέσπευδον τὴν (φοράν) πρὸς ἐϰείνας. ἁλλʹ αἰ μὲν ἐλαφραὶ οὗσαι͵ θαρροῦσαι
τῇ ταχύτητι͵ ἐπʹ ὁλίγον προσέμενον͵ ϰαὶ πλησιαζόντων ἑϰείνων ἀὐτοὶ ταχυναυτοῦντες πολλῷ πλέον
ἣ πρότερον ἀπεῖχον διάστημα. τοῦτο δὶς ϰαὶ τρὶς γεγονός͵ ἑπεὶ ἐώρων πονοῦντές ἀνήνυτα͵
ἀφέντες ἐϰείνους πληροῦσι νεῶν τὸν λιμένα τὸ Κέρας. Giorgio Pakymeres, cit. T. II, LT. III, par. 18].

L’armata veneziana poteva far scalo a Keras (porto di Costantinopoli) perché l’imperatore bizantino
Andronico II Paleologo (1282-1328) si era in quella guerra dichiarato neutrale; ed è appunto di
questo periodo, ossia dei primi anni del Trecento, la vicenda del corsaro genovese Andrea (forse
un d’Oria), il quale, al comando di due navi ‘pirate’, come le chiamavano i bizantini, e usando come
base lo stesso porto di Costantinopoli, predava in quei mari vascelli di ogni nazionalità; egli
corrispondeva all’imperatore parte dei bottini e per questo era da lui tacitamente tollerato, ma,
poiché, nonostante le raccomandazioni di Andronico, il corsaro assaliva e depredava molto
volentieri anche i mercantili degli odiati veneziani, i diplomatici di questi se ne lamentavano con
l’imperatore in maniera sempre più imbarazzante per lui. Alla fine Andronico dovette cedere alle
insistenze della potente Venezia ed accettare che si eliminasse il corsaro; nottetempo uomini
armati salirono a bordo di una delle due navi di Andrea alla fonda, uccisero quelli che si trovavano
a bordo e la incendiarono, mentre la seconda nave riusciva a salvarsi con la fuga. Da quel
momento nessuno sentì più parlare del corsaro Andrea; probabilmente era tornato a Genova a
godersi le ricchezze in quegli anni accumulate e depositate al sicuro presso i banchieri genovesi
(Giorgio Pakymeres, cit. T. II, LT. VI, par. 10).
La suddetta maggior velocità delle galere delle signorie italiane ponentine di allora rispetto, rispetto
oltre a quella che potevano le veneziane, anche a quella delle coeve catalano-aragonesi (galie

121
catelane overo aragonese. M. Sanuto, Diarii. T. I, colt. 529) sarà confermata anche dallo Zurita
laddove narrerà dell’assedio aragonese di Alghero del 1354:

… passarono venticinque galere di Genova in ordine di battaglia […] però, vedendo che la nostra
armata si stava loro avvicinando, arrancarono con i remi e si fecero al largo con tanta velocità
(‘ligereza’) che non si poterono seguire e in tal maniera tornarono a porsi davanti alla nostra
armata altre due volte in ordine sia di battaglia, se ne avessero considerata buona l’occasione, sia
di fuggire se fosse loro convenuto, perché in velocità le loro galere avevano gran vantaggio sulle
nostre… (Anales. T. II, LT. VIII.)

La stessa difficoltà incontrava in quello stesso anno nell’Adriatico il capitano generale veneziano
Nicolao Pisani, uscito in mare il 12 marzo dello stesso suddetto anno alla testa di 14 triremi e di
una nave armata a guerra, cercando d’intercettare 4 biremi genovesi che stavano facendo guerra
di corso nelle acque dalmate:

… e scrisse allora al doge che le galee del nemico erano armate contro i veneziani a mo’ di corso,
tanto agili e veloci nel remigare che a loro piacere e senza alcun rischio potevano aggredire,
inseguire e fuggire; al contrario le triremi veneziane, lente a causa della loro corpulenza, valevano
molto negli scontri ed erano sempre adatte al combattimento aperto e regolare, dove bravamente
combattevano con i nemici… (LT. Monaci, Chronicon. LT. XII, p. 218.)

In sostanza il Pisani chiedeva al suo governo di fornirgli galere altrettanto agili e veloci di quelle di
cui disponeva il nemico genovese. Questo non vuol dire che generalmente a Venezia non si
apprezzasse il ruolo delle galere leggere da corso (iuxta cursum), solo che era considerato molto
secondario rispetto a quello delle triremi da battaglia e infatti solo qualche mese prima della
predetta richiesta del Pisani il dogato aveva ordinato ai cretesi di armare, oltre alle solite
feudatarie, cioè a quelle di proprietà privata, galere pubbliche proprio da corso:

… oltre alle galee dei feudatari armino a mo’ di corso contro i genovesi; se trovano armatori, dando
loro gratis corpi di galea, armi ed altre agevolazioni ed inoltre panatica, purché non imbarchino né
merci né mercanti, essendo loro il lucro (‘bottino’) suddiviso dei beni dei nemici… e, se non
trovassero chi volesse armare in corso, armino a stipendio pubblico quattro galee oltre a quelle dei
feudatari (ib. P. 211).

Due anni dopo di quanto suddetto, cioè nel 1356, terrà conto Pietro VI d’Aragona nel preparare
un’armata di mare da inviare in Sardegna contro i genovesi e contro i suoi ribelli:

… e si vararono sei nuove galere, due di ventinove banchi perché fossero più agili e leggere nel
corso e le altre quattro di trenta banchi, com’era il più normale (‘como era lo mas ordinario’) … (G.
Zurita, Anales. T. II, LT. VIII, p. 268 recto

122
Naturalmente qui lo Zurita, quando dice ‘29’ e ‘30 banchi, intende per ogni lato e non in totale.
Dunque è pienamente confermato quanto da noi già più sopra concluso e cioè che le galere
medievali, le quali nella loro poca iconografia rimastaci sono generalmente raffigurate alquanto più
corte di quelle moderne, devono questa loro irrealistica immagine all’economia dello spazio
pittorico di cui gli artisti, allora non preoccupati da necessità di realismo, tenevano molto conto; le
galere insomma avevano nel Medioevo alcuni ordini (gr. στίχοι) di banchi in più di quelli che si
potranno poi permettere a partire dallo stesso Cinquecento, a causa della presenza
dell’ingombrante artiglieria che queste ultime dovranno portare a prua. Chiariamo che per ‘ordini di
banchi’ s’intendevano le file di questi in orizzontale e quindi e.g. una galea da 26 ordini aveva 52
banchi in totale, cioè 26 per lato; sia in latino sia in greco ‘ordini di banchi’ si diceva, come già
scritto, ‘gioghi’ (lt. juga; gra. ζυγά, grb. ζυγοῖ). La predetta circostanza significa una cosa
importante e cioè che le medievali non erano sostanzialmente più corte delle moderne, se si
eccettua infatti quel prolungamento di prua detto palmetta che queste presentavano e che serviva
per il caricamento frontale delle artiglierie, ma la vera differenza con queste stava nella circostanza
che quelle erano spesso più spesso biremi che triremi mentre le moderne erano quasi tutte triremi.
A proposito della detta palmetta, bisogna dire che essa poteva essere anche comoda per far
sbarcare in fretta delle fanterie, facendole calare da lì in schifi e fregatine, evitando così di dover
impacciare e affollare le scalette di poppa; per questo stesso motivo nel Medioevo, cioè quando le
galee non avevano dunque palmetta in quanto l’artiglieria da polvere non era stata ancora
inventata, talvolta in vista della battaglia o dello sbarco per andare a contribuire a scontri di terra si
preferiva togliere qualche banco di quelli mediani della galera per crearvi un piccolo largo nel quale
i soldati potessero affollarsi per scendere o salire a bordo più comodamente da quel punto; così si
fece sulle galee genovesi che si preparavano alla battaglia di Porto Conte in Sardegna avvenuta
nel 1353, come racconta Niceforo Gregoras nelle sue Historiae bizantinae (Έξαιροΰσι δʹαὗ τῶν
ἐρετιϰῶν ἐϰ μέσων ἐνίας ϰαθέδρας, ἴνʹὡς ἐν ἐπιπέδῳ τὴν μάχην ποιῶνται ϰαὶ ἀϰωλύτους τάς τε
ἒξελάσεις ϰαὶ ἐπελάσεις ϰαὶ τὰς παρόδους ἔχωσιν. LT. XXVIII, 20).
Che nel Trecento le galere catalane fossero più grosse dell’ordinario, cioè in sostanza erano quelle
che, a Ponente, più ricordavano le antiche e pesanti triere della Roma imperiale, mentre nel
Levante erano così le bizantine, è confermato anche da un altro passo delle predette Historiae
bizantinae di Niceforo Gregoras nel quale si narra degli antefatti della nel frattempo intercorsa
battaglia di Porto Conte in Sardegna, avvenuta il 27 agosto 1353, con la quale Genova perse
Alghero, perché la sua armata di mare comandata da Antonio Grimaldi, la quale contava 65
galere, fu sconfitta dal summenzionato veneziano Nicolao Pisani, alla cui armata di 30 galee se ne
era però in precedenza unita una catalana anch’essa di 30 vascelli:

123
… e si congiunse ai catalani con le loro, come dicemmo, trenta triere, grandi e assai cariche di
molti e scintillanti opliti (… ϰαὶ ξυμμιγνὺς τοῒς Κατελάνοις σὺν οὖς εἰρήϰειμεν τριάϰοντα τριήρεσι
μεγάλαις τε ϰαὶ μάλα γε λαμπροῒς ϰαὶ πολλοΐς τοῒς ὅπλοις βριθούσαις. LT. XXVIII, 24).

Di detta grandezza si legge anche al precedente anno 1352 negli Historiarum libri IV di Giovanni VI
Cantacuzeno (… ἐϰ Κατελάνων τρεἴς τριήρεις μέγισται.... IV, 31). Prima dell’invenzione
dell’artiglieria o canne da polvere, cioè della necessità che le galee potessero da prua tirare
proiettili a fior d’acqua (per il nivello dell’anima o anche di punto in bianco, come allor si diceva)
quelle catalane si distinguevano anche per aver poppa e prua particolarmente più elevate di
quanto normalmente già le avessero le altre galee che si vedevano nel Mar Tirreno {… Catalani
[…] cum XXII galeis habentibus altas puppes et proras aliquantulum elevatas… Saba Malaspina,
Cit. All’anno 1282. LT. IX, cap. XIX; … Vertunt igitur versus Regium proras altas… Ib. All’anno
1284. LT. X, cap. XXII}. Questa caratteristica doveva dar loro un aspetto laterale alquanto arcuato
e quindi un garbo meno vantaggioso dal punto di vista della velocità remiera.
Per quanto riguarda invece le galee bizantine, il suddetto autore parla poi di una squadra
composta appunto da ‘due grandi triremi e undici monoremi’ che accompagnava il già menzionato
imperatore Giovanni V Paleologo (1332-1391) in un suo viaggio per mare (μεγίσταις μὲν τριήρεσι
δυοῒν, μονήρεσι δʹἐϰϰαίδεϰα. Ib. LT. XXIX, 27); poco più avanti lo descrive poi ancora
accompagnato da veloci monoremi e biremi e da una triremi (ταϰυναυτούσαις μονήρεσι ϰαὶ
διήρεσιν [...] ϰαὶ τριήρει μιᾷ), confermandosi quindi che le triremi bizantine erano grandi e pesanti
(τριήρεσι μαϰραῑς. Giovanni Cantacuzeno, Historiarum libri IV. I, 26) e di conseguenza meno veloci
delle le galee più sottili; e ancora:

… L’imperatore, condotte tre grandi triremi da Bisanzio e parecchie piccole biremi e monoremo da
Tenedo, Lesbo e Lemno… (τριήρεις ὁ βασιλεὺς ἐϰ Βυξαντίου μεγίστας μὲν τρεῑς, μιϰρὰς δὲ διήρεις
ϰαὶ μονήρεις πλείους ἀθροίσας ἐϰ Τενέδόυ τε ϰαὶ Λέσβου ϰαὶ Λήμνου. Niceforo Gregoras, Historiae
byzantinae. LT. XXXVII, 59).

Perché poi le triremi bizantine fossero pesanti vascelli sembra fosse dovuto, più che alla loro
stazza, sottile come qualle di tutte le galee, al mantere l’uso antico di portare in guerra opere morte
aggiuntive innalzate in coperta, ossia piccole torri dall’alto delle quali poter più comodamente
bersagliare il nemico; ciò infatti sembra di capire a quanto scriveva il suddetto Cantacuzeno a
proposito dello scontro navale bizantino-genovese avvenuto nel 1348 al largo del sobborgo
costantinopolitano di Galata, allora possedimento genovese, quando cioè le triremi bizantine,
prima ancora i vascelli nemici, furono sorprese e messe fuori combattimento da un improvviso
forte vento che tra l’altro abbattè le loro torri di legno (οἱ ξύλινοι πύργοι. Historiarum libri IV. IV, 11).
A proposito di quest’armata che Cantacuzeno, pur se il suo impero versava già allora in grosse

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ristrettezze finanziarie dalle quali non si sarebbe più ripreso, aveva fatto preparare e costituire ex-
novo per combattere i genovesi, Niceforo (Niceforo Gregoras, fa un accenno alla sua consistenza
iniziale (Historiae byzantinae. LT. XVII, par. 5) e si trattava dunque di nove triremi - definite ‘grandi’
galee - e per il resto monoremo e biremi {… τριήρεις […] μεγάλαι μὲν ἐννέα, μονήρεις δὲ ϰαὶ διήρεις
πλείους,…}; inoltre si era ottenuto da molti dei plutocrati di Bisanzio che armassero a loro spese
scialuppe e piccoli vascelli d’appoggio e cioè lembi militari e vascelli attuari (λέμβους στρατιώτιδας
ϰαὶ ἁϰάτια. Ib.) Il comandante del lembo militare aveva un grado e infatti in greco si diceva
lembarco (gr. λέμβαρχος). Un’altra difficoltà era stata la mancanza di un tempo sufficiente a fornire
ai vascelli ciurme ben addestrate alla voga di guerra,essendo state in gran parte formate con
legniaiuoli e zappatori frettolosamente reclutati a forza nelle campagne della Tracia, la quale
restava in sostanza l’unico importante possedimento del già molto declinante impero bizantino:

… non tutti avendo infatti familiarità con il mare e i remi, ma al contrario per la maggior parte
sostentandosi con il far legna e con la zappa. I quali (vascelli) infatti, essendo solo di poco
avanzati, già non affondavano certamente i remi con la velocità e il buon ordine militare, ma anzi
esercitando perlopiù una voga disordinata e ineguale e deviando dalla rotta (μηδὲ γὰρ εῒναι πάντας
ἐν συνηθεία θαλάττης ϰαὶ ϰώπης, ἀλλʹ ἀπόζοντας τοὺς πλείους δεηδροτομίας τε ϰαὶ σϰαπάνης· αἱ
δὲ μιϰρὸν προβᾶσαι σχάζουσι τὰς ϰώπας, οὐ μάλα σὺν τάξει ϰαὶ ϰόσμῳ στρατηγιϰῴ, ἀλλʹ ἐν
ἀϰοσμίᾳ τὸ πλεῑστον, ϰαὶ ἐτεροζυγοῡσαν τὴν εἰρεσίαν ποιούμεναι, ϰαὶ τοῡ εὑθέος παραγομένην.)
(Ib.)

Nel 1378 Vettor Pisani, figlio del predetto Nicolao, incontrate nell’Adriatico forze di galere genovesi
inferiori alle sue, vide il nemico fuggire a rifugiarsi nel porto croato di Jadra (‘Zara’), ma ritenne
inutile inseguirlo per due ragioni e cioè che le sue galee erano più grosse e quindi più lente delle
genovesi, anche perché erano in quella circostanza cariche di frumento e di altri viveri:

… prima, quia galerae venetorum grossiores erant et pigriores; secunda, quia oneratae erant
frumento et aliis victualibus… (A. de Redusiis, Chronicon. In LT. A. Muratori, Rer. It. script. T. XIX,
c. 768.)

Il primo gennaio dell’anno seguente egli si trovò fermo a Pola a spalmare (gr. ϰονιάειν) con 5 galee
grosse e16 galere sottili, finalmente a due remi per banco, come i due Pisani da tempo dunque
sognavano, ma tutte cariche di frumento, quando inattese si presentarono davanti a quel porto 14
galere sottili genovesi, mentre altre 10 si erano fermate, non viste, nei pressi di Pola; i veneziani
uscirono ad affrontare il nemico, ma, nel pieno della battaglia, apparvero le altre 10 galere
genovesi e i veneziani, presi dal panico, si dettero alla fuga a terra, lasciando ben 15 dei loro
vascelli in mano al nemico con duemila prigionieri, tra remiganti, marinai e balestrieri. Insomma

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quest’episodio insegnò che i veneziani non erano fatti per battagliare con leggere galere biremi,
come invece appunto sapevano ben fare i loro nemici genovesi.
C’è comunque da chiarir meglio che, anche se genovesi e pisani preferivano le biremi - e ciò
risulterà ancora nel 1478 (arribaron seys galeras sotiles de genoveses y una fusta. Zurita, Anales.
LT. XX, c. XVIII), ciò non significa che al bisogno non si dotassero anche di triremi; infatti per
esempio nel 1295 i genovesi, cercarono d’intimorire la nemica Venezia, dichiararono di essere in
grado di approntare facilmente contro di lei un’armata di ben 162 galere, in maggioranza triremi
(‘CLXII galeas, quarum LXXXX erant triremes, reliquae biremes’. LT. Monaci, Chronicon, p. 256).
Per la cronaca, lo scontro principale avverrà il 15 agosto dell’anno successivo all’isola di Curzola,
dove le settanta galere genovesi di Campa d’Oria prevarranno, ma con pesantissime perdite, sulle
90 veneziane di Andrea Dandulo.
Col passare dei secoli, il numero delle triremi aumenterà a discapito delle biremi, fino ad arrivare al
Cinquecento, quando cioè, come già detto, le biremi saranno di numero tanto inferiore da non
chiamarsi più, come già detto, nemmeno galere bensì solamente con il più riduttivo nome di
galeotte, nome già di qualche uso nel Medioevo, come leggiamo per esempio nel Muratori (Rerum,
t. 12, p. 250, n. I) a proposito dell’armata di mare che verso il 1082 l’imperatore bizantino Alessio
chiese al doge veneziano Domenico Selvo d’inviargli in aiuto contro la minaccia di Roberto il
Normanno; soprattutto le biremi non saranno più considerate vascelli di linea di battaglia, perché
troppo meno armate ed equipaggiate delle triremi nemiche che si sarebbero trovate di fronte; anzi
dalla stessa fine del detto sedicesimo secolo le galere da schieramento di battaglia cominceranno
lentamente a trasformarsi in quadriremi e talvolta anche quinqueremi. Per fare un esempio,
l’armata che nel 1415 il re Giovanni di Portogallo portò a combattere in Africa e che conquistò
Ceuta (Cepta) in Maritania comprendeva 33 navi, 27 galere di tre remi per banco, 32 di due remi
per banco e 120 vascelli minori, quindi numeri pressocché pari di triremi e biremi (Zurita, Anales,
LT. XII, c. LII); quella di Giovanni II d’Aragona nel 1469 sarà invece di 15 triremi, 6 biremi e 6 navi
grosse d’armata (ib. LT. XVIII, c. XXIV). Avrebbe però fatto eccezione l’armata turca che andò alla
conquista di Costantinopoli nel 1453, la quale, secondo lo storico bizantino coevo Laonikos
Kalkokondilos (c.1423-1490), includeva, oltre a numerose triremi, anche diverse quinqueremi,
laddove narra della necessità che ebbero a un certo punto i turchi di trasportare via terra settanta
delle loro migliori galee, per aggirare così gli impedimenti marittimi predisposti a difesa del porto
dagli assediati (διεβἰβασε δὲ πλοῑα ἐς τὰ ἑβδομήϰοντα, πεντηϰοντόρούς τε ϰαὶ τριηϰοντόρους. In
De rebus turcicis, lt. I).
Da quanto narra dei suoi tempi il già citato cronachista bizantino Giorgio Franzes, sembra che i
veneziani - e gli italiani in genere - fossero soddisfatti dalle loro triremi e che quindi non sentissero

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il bisogno di quadriremi; infatti, a proposito del viaggio fatto in Italia nel 1438 (anno 6945 del
calendario bizantino) dal suo imperatore Giovanni VIII Paleologo, del cui seguito Giorgio fece
parte, con il purtroppo vano proposito di chiedere aiuto finanziario e militare contro la crescente
minaccia ottomana, narra che l’8 febbraio, giorno del suo arrivo a S. Niccolò del Lido, il doge andò
a riceverlo in pompa magna per portarlo in città e il suo Bucintoro era scortato da una dozzina di
galee per l’occasione tanto ornate di ori e pitture e con il personale di bordo tanto vestito di tessuti
intessuti d’oro da aver poco da invidiare allo stesso Bucintoro; si trattava, scriveva il Franzes, di
quelle ‘semitriere’ che i ‘latini’ nella loro lingua – in questo caso in veneziano - chiamavano
quadriere (… ἦλθον δὲ μετʹ αὐτοῦ ϰαὶ ἒτεραι ἠμιτριήρεις, αὶ ϰατὰ τὴν τῶν Λατίνῶν διάλεϰτον
τετραήρεις ἐπονομαζόμεναι, ὠσεὶ δύο ἐπὶ δέϰα… Cit. LT. II, cap. XIV.) In quest’osservazione del
Franzes si legge un’implicita stizza perché tanta ostentazione di ricchezza da parte di Venezia
strideva con le ristrettezze in cui allora versava Costantinopoli; infatti la galea sulla quale
l’imperatore aveva viaggiato faceva parte di un’intera squadra messa graziosamente a
disposizione dalla stessa Venezia per quell’occorrenza ed era solo una normale seppur molto
veloce trireme; in effetti, quando dice che le galee che i veneziani facevano passare per delle
quadriremi erano in realtà solo delle semi-triremi (semitriere); si tratta di fatto di un semi detto con
intenzione non sminuitiva bensì contenitiva, in quanto non intendeva mezze-triremi nel senso che
solo una metà dei remigi era vogata da tre remiganti per banco mentre l’altra metà magari da due,
ma in realtà che solo una metà, quella posteriore, era vogata da 4 rematori per banco e la metà
davanti invece da tre; questa era d’altra parte una prassi allora abbastanza comune a Venezia,
essendosi costatato che inquartare anche i banchi della metà anteriore non portava poi un
giovamento tale da giustificare il costo dei necessari remiganti supplementari. I governi delle
repubbliche marinare italiane erano amministrazioni oculate e non sperperavano il denaro
pubblico, oculatezza che mancava invece evidentemente ai bizantini, i quali non a caso stavano
infatti per perdere il loro impero a causa soprattutto di difficoltà finanziarie.
I primi a rinunziare del tutto alle biremi d’armata sembra siano stati proprio i turchi e ciò perché lo
Zurita, a proposito dell’armata navale (grb. ἡ ἁρμάδα) che nel 1488 questi inviarono in Cilicia
contro il sultano mamelucco di Egitto e Siria, così scrisse:

… ed era l’armata di 55 galere di tre remi per banco e portava molte navi grosse per passar cavalli
e artiglieria, le quali in quelle parti d’Oriente chiamavano ‘parendere’ (it. palandarie. T. 2-2, lt. XX,
c. LXXIX).

Erano certo in ciò agevolati gli ottomani dall’aver allora un’illimitata disponibilità di remiganti, sia
schiavi cristiani sia volontari – ma in realtà semi-schiavi – mediorientali, sia di danaro tributario. Ciò

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detto, ritorniamo ora alle misure delle galere medievali e, sperando che tutte le suddette siano
state riportate con esattezza, specie la larghezza della prima galera (un po’ poca, come a noi
sembra), notiamo che la maggior larghezza della seconda potrebbe anche giustificare quella d’una
triremi, anche se poi la limitata lunghezza della stessa sembra smentirlo; altra singolarità è che la
prima, anche se più corta, era però un po’ più profonda (palmi 8 invece di 7,2).
L’opera viva d’una galera medievale che è stata finalmente e molto recentemente portata alla luce
nella laguna veneziana e che gli archeologici fanno con giuste motivazioni risalire al periodo a
cavallo tra Duecento e Trecento, relitto quindi unico al mondo nel suo genere, misura 38 metri di
lunghezza e cinque di larghezza centrale, misure che quindi ben confermano le suddette genovesi ,
facendoci solo maggiormente dubitare della larghezza della prima. In effetti qualche metro di
lunghezza in più delle galere del Cinquecento dovrebbe essere giustificato in queste soprattutto
dalla presenza della palmetta, copertino d’estrema prua che, in quanto serviva principalmente ai
bombardieri per caricare i loro pezzi, non doveva logicamente esser presente nelle galere quando
non ancora non esisteva l’artiglieria a polvere pirica, cioè prima del Rinascimento, e le galee
avevano a prua solo un sifone, vale a dire un grosso e leggero lancia-fiamme fatto di ferro, ma
ricoperto di rame perché non si arruginisse troppo presto; di tale arma, con la quale si tentava
(spesso con successo) d’incendiare la nave nemica per evitare in tal modo di doverla
sanguinosamente abbordare, così infatti, con nostra traduzione, si prescrive nella già citata
Тάϰτιϰα bizantina del sec. IX°:

… Avrai senza dubbio avanti a prua un sifone rivestito di rame, com ’è d’uso, per lanciare sui
nemici l’approntatosi fuoco; e in alto sopra detto sifone un falso-ponte di tavole circondato da
una murata d’assi nel qual stiano uomini che combattano chi assale da prua o che bersaglino
tutta la nave nemica con quante armi si conoscano (Constit. XIX, par. 3. Trad.d.A.).

Il sifone, il quale spesso, perché incutesse più timore al nemico, era a forma di leone o d’altro
animale feroce con le fauci aperte, dalle quali usciva il fuoco, poggiava su banco quadrupedato
(τετράϰουλον) e che fosse uno strumento alquanto delicato, da riparare con semplici stagnature
quando fosse deteriorato dal fuoco, e di conseguenza pericoloso per chi gli stava dattorno durante
il suo uso è dimostrato da una delle voci di spesa che troviamo al par. II.45 del già citato De
cerimoniis:

… si erogarono per un totale di altre 200 libbre di stagno date al fonditore Michele per vari lavori di
stagnatura dei sifoni del naviglio dell’imperatore … 36.0. (ἐδόθη ὐπὲρ ἀγορᾶς ἐτέρου ϰασιτέρου
λίτραι σʹ τὰ δοθέντα Μιχαὴλ χυτῇ λόγῳ ϰαταϰολλήσεως διαφόρων ἒργων τῶν σιφουνίων τοῡ
βασιλιϰοῡ πλοῒμου ͵͵ λς√.)

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Supponiamo che la cifra di denaro λς√ voglia significare 36 follis di rame e 0 pentanummi di
bronzo, monetazione in vigore al tempo del predetto trattato. Poco più tardi l’imperatore Costantino
VII Porfirogenito raccomanderà che ogni dromone disponesse di tre sifoni per poter così sostituire
in battaglia quello in uso che si deteriorasse e inoltre che l’armata ne portasse altri di riserva (De
cerimoniis aulae byzantinae. II.45). Inoltre in un’armata s’armava di soffione di prua anche la
naggior parte dei vascelli d’appoggio; nel caso di quella di 20 dronomi prevista dal suddetto
imperatore, si doveva armare di due sifoni ciascuno dei 40 usiachi (‘uscieri’) e di un sifone 24 dei
50 pàmfuli. Al predetto scopo incendiario s’usava lanciare nella nave degli antagonisti anche
pignatte di creta molto frangibili e piene dello stesso materiale igniforo, come leggiamo per
esempio nel Chronicon di Giorgio Franzes laddove si descrive di uno scontro tra vascelli cristiani e
preponderanti turchi avvenuto nel 1453 nell’ambito del conflitto che sfociò nella conquista
ottomana di Costantinopoli e si dice appunto dei materiali offensivi che dall’alto delle coffe dei primi
si lanciavano sui secondi per contrastarne i tentativi d’abbordaggio:

… essi con pignatte ben riempite di fuoco liquido e con pietre da lungi di rimando gli ostacolavano
determinandosi una grande strage tra di loro (αὐτοὶ δὲ μετὰ χύτρων ϰατασϰευασμένων τεχνιϰῶς
πυρὶ ὐγρῴ ϰαὶ πετρῶν πάλιν αὐτοὺς μαϰρόθεν ἀπεμπόδιζον διὰ τὸ γίνεσθαι πολὺν φόνον ϰατʹ
αὐτούς. Cit. LT. III, cap.III).

In tempi precedenti, come leggiamo nello Στρατηγιϰόν del VI° sec. attribuito all’imperatore Maurizio
(539-602), i dromoni dell’Impero Romano d’Oriente alto-medievale avevano portato spesso a prua,
invece del suddetto sifone, una piccola ballista, in modo da poter colpire da lontano il nemico con
più grossi proiettili, e ciò s’usava non solo quando tali vascelli non dovevano impegnarsi in una
battaglia navale, ma magari anche quando erano utilizzati in un fiume in appoggio a una
spedizione di terra; si trattava di una macchina lanciatrice sì di piccole palle di pietra o di piombo
(da cui appunto il nome ballista) spinte sul canale centrale del fusto, ma soprattutto di grossi
quadrelli o giavellotti dalla punta incendiaria, perché limitarsi a colpire un vascello nemico con un
grosso dardo (gr. ἰός, βολίς) appuntito sotto la linea di galleggiamento per procurargli solo una falla
significativa non era cosa facile, così come non lo sarebbe stata anche più tardi con la
pirobalistica.
Certamente i suddetti dromoni, avendo due livelli di voga sovrapposti e quindi essendo più alti
delle galee, erano di queste più grosse e pesanti, e, considerato anche il loro relativamente non
grande numero di vogatori, non erano, come vedremo, affatto grandissimi.e non erano quindi per
nulla da paragonarsi per dimensioni a quelle che poi, dall’Alto Medioevo, saranno le galee grosse
di mercanzia veneziane e le galeazze tirreniche, queste peraltro vascelli a un solo livello di voga; si
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trovano comunque storici alto-medievali che li dicevano grandi vascelli e vedi già Alberto di Acqui
(nel sec. XI (navem immanissimam, quam appellant dromonem. Hystoria hierosolymitanae
expeditionis, LT. X, cap. XIV. In Patrologiae cursus cumpletus etc. T. CLXVI. Parigi, 1854), a finire
poi con il grossissimo dromone da carico che il re inglese Riccardo I catturò nelle acque della
Palestina nel 1191, vascello che, proveniente da Baruti (‘Beiruth’) carico di mercanzie e materiali
bellici, era diretto ad Acon (‘Acri’) in soccorso di quella guarnigione mussulmana allora assediata
dai crociati, ma il quale, col suo ricco carico di mercanzie e materiali bellici e soprattutto con i suoi
millecinquecento (sic) uomini a bordo, non poteva certo essere un dromone classico, per quanto
grande potesse essere, e quindi laddove, nella Chronicon anglicanum di Roger de Wendower
(secondo altri di Matteo de Paris o di Giovanni de Oxenedes o di Bartolomeo de Cotton o di
Radulfo de Coggeshall), si dice apparuit navis quaedam permaxima, quam dromundam (altrove
Dromundam) appellant può solo significare che si trattava certamente di uno di quei suddetti grossi
vascelli remiero-velieri che forse i turchi già allora chiamavano maone, un nome questo infatti
platealmente derivato da quello di dromone, e che erano i loro vascelli equivalenti alle predette
galee grosse di mercanzia veneziane e galeazze tirreniche anch’esse da commercio,
adoperandole però, come vedremo più avanti a proposito dell’assedio ottomano di Costantinopoli
del 1453, anche ad uso di guerra come vascelli porta-cavalli.
Si è sempre creduto che, nonostante il loro doppio livello di voga e quindi la loro non indifferente
mole, i dromoni non dovevano essere per nulla lenti visto che il loro nome (δρόμων) aveva tutta
l’aria di derivare da quello di δρόμος, ‘corso, corsa’; si poteva forse supporre che la loro velocità
fosse dovuta a una particolare dotazione veliera, ma purtroppo l’imperatore Leone VI, quando ne
descrive l’equipaggio nella sua Tattica, non parla assolutamente di marinaresca addetta ad alberi o
velatura di sorta. C’è comunque anche da considerare che ai tempi in cui fu scritta la suddetta
Tattica, cioè attorno all’inizio del decimo secolo, non c’era ancora stato lo sviluppo veliero che
troveremo invece nella seconda metà dell’undicesimo, quando cioè s’incominciano a trovare
testimonianze addirittura di velieri a tre alberi (gr. τριάρμενοι), specie nella narrazione di Anna
Comnena, la quale due volte parla di grandi vascelli ‘a tre vele’ (quindi a tre alberi), una prima volta
appunto di τριάρμενοι όλχάδες nel lt. VIII e la seconda volta nel lt. X a proposito della battaglia
navale che nel 1081 si combatté tra alcuni vascelli lunghi (tlt. naves longae) bizantini comandati da
Mariano Maurocatacalone e uno grosso dell’armata di Baimundo, figlio di Roberto il Guiscardo, il
quale era comandato da Bertrando II conte di Provenza, e ciò avvenne nell’ambito delle guerre che
il suddetto Roberto aveva nel precedente 1081 intrapreso contro l’imperatore Alessio I Comneno:

… avendo assoldato un trealberi corsaro da gran carico del valore di seimila stateri d’oro e con
duecento rematori, la quale era accompagnata da tre rimorchi (μνριοφόρον ναῦν λῃστριϰὴν

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μισθωσάμενος τριάρμενον ἐξαϰισχιλίων χρυσίου στατήρων, ἐν ᾖ ἐρέται μὲν διαϰόσιοι, ἐφόλϰια δὲ τὰ
συνεφεπόμενα ταύτῃ τρία. In Alexiadis. LT. X, 8).

Premesso che il Suida, autore bizantino del decimo secolo, parla di ‘onerarie veloci’ (δρομάδας
ὀλϰάδας), come però prima di lui già Aristofane e il Polluce e invece più tardi la Comnena, il che
potrebbe confermare l’esistenza di onerarie multivela ribadiamo, come già accennato, che
l’aggettivo ‘piratico’ non si riferisce al tipo o alla stazza del vascello – trattandosi qui infatti di un
grosso remiero, bensì all’armamento e alle funzioni per le quali era stato noleggiato (e non a caso
questo si trascinava dietro tre imbarcazioni nemiche abbottinate), i duecento rematori possono
solo essere attribuiti a un grosso chelandio-pamfulo monoponte, tipo di vascello veliero-remiero di
cui abbiamo già detto. Ma, per quanto riguarda questo grosso vascello noleggiato dai normanni,
abbiamo da esporre un’altra ipotesi, a nostro avviso più realistica, e più avanti lo faremo. Infine,
per quanto riguarda l’uso dei vascelli a tre alberi, Giulio Polluce (II sec.) nel suo Onomastikon ne
attribuisce uno già al re di Macedonia Antigono II Gonata (319 a.C. – 239 a.C.).
Fatto dunque come era il dromone tradizionale, cioè a due ponti remieri e quindi con garbo più
tondo che sottile, a causa di questa sua altezza e pesantezza non poteva essere certo avere, ma
nemmeno lontanamente, la velocità della galea, essendo questa appunto sottile e monoponte, ma
forse poteva gareggiare almeno con i larghi chelandi, i quali qui sappiamo essere, perlomeno a
questa tarda epoca, vascelli veliero-remieri. Che comunque il doppio livello di voga conferisse
necessariamente a quel vascello remiero una notevole stazza erano consapevoli già gli stessi
bizantini, come si evince dalle raccomandazioni fatte al riguardo dall’imperatore Leone VI (866-
912) nella sua Тάϰτιϰα:

… Ogni dromone sia di ragguardevole lunghezza, ma di misure proporzionate, dal momento che
ha i due predetti ordini di remi, uno superiore e uno inferiore (Constit. XIX, par. 7. Trad.d.A.).

Ma l’errore di fondo è stato, già a partire dall’Alto Medioevo, proprio quello di credere che il nome
derivasse da ὀ δρόμος (‘corsa, corso, carriera’), mentre esso, allo stesso modo di quello di galea,
deriva semplicemente da quello di un animale marino e cioè dall’omonimo δρόμων (‘granchio’),
nome il cui significato Esichio Alessandrino (V sec.) nel suo Lexicon spiega brevemente appunto
così: Δρόμων͵ ὀ μιϰρός ϰαρϰῖνος· (‘dromone, il piccolo granchio’). Lexicon. P.n.n. Venezia, agosto
1514. Si potrà obiettare che il vascello così chiamato non era ‘piccolo’, tutt’altro; ma il raffronto
delle dimensioni non è rilevante, perché Esichio scriveva nel V sec. e del vascello dromone, come
abbiamo visto, si comincia a parlare nelle storie più tardi, cioè nel VI; infatti Esichio, visto che ai
suoi tempi ancora non c’era, non lo include nel suo lessico. Non si capisce però perché non lo
includa nemmeno Suida nel suo, visto che con lui siamo ormai al IX secolo; il primo a includerlo è
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invece quel Lexicon di anonimo da qualcuno attribuito a Giovanni Zonaras (XI-XII sec.), ma da altri
considerato precedente: Δρόμων͵ εἶδος πλοίου (‘Dromone, tipo di vascello’). Lexicon. T. I, c. 570.
Lipsia, 1808.
Leone VI scriveva chiaramente che, per operazioni veloci, quali guardie e missioni, bisognava
usare le galee o monere, cioè quei vascelli remieri particolarmente leggeri in quanto non solo
avevano un solo ponte di voga ma erano anche monoremo (... che chiamano ‘galaie’ o ‘monere’ …
οἰονεὶ γαλαίας ἢ μονήρεις λεγομένους. Constit. XIX, par. 10); veniamo qui a sapere una cosa molto
interessante e cioè che galee era un nome che fu dato dapprima a vascelli monoremo che
avevano evidentemente cominciato ad affiancare le antiche biremi romane dette liburne e che in
seguito fu esteso anche a evoluzioni biremi e triremi di quelli monoremo iniziali. E che il garbo dei
dromoni non fosse pertanto consono a vascelli sottili lo dimostra anche la circostanza che, quando
poi anche in battaglia si preferirono a loro le galee, ai dromoni resterà, per quanto riguarda la
guerra, quasi esclusivamente il compito di tragittare con maggior sicurezza la cavalleria e infine
quello di trasportare materiale bellico di supporto; ecco per esempio quanto, nella seconda metà
del dodicesimo secolo, Guglielmo da Tiro ricordava della grande armata navale preparata nel 1144
dall’imperatore bizantino Manuele I Comneno per la sua prima campagna di Antiochia:

… Nella detta armata c’erano effettivamente 150 navi remiere (longae) rostrate, fornite di due
ordini di remi, più atte agli usi di guerra, le quali chiamano comunemente ‘galee’; inoltre un numero
di più grandi, sessanta in tutto, era destinato al trasporto dei cavalli, avendo usci alle poppe in
modo da introdurli e da estrarli liberamente, agevolandosi l’ingresso e l’uscita, sia dei cavalli sia
degli uomini, anche con qualche ponte; infine, ancora più grandi di quelle, dieci o dodici che
chiamano ‘dromoni’ e che erano caricate fino alla sommità di vario genere di vettovaglie e di
molteplici di armi, di macchine e congegni bellici. In Belli sacri historia etc. P. 493. Basilea, 1549.)

Queste parole di Guglielmo confermano quanto da noi qui osservato e cioè che le armate
medievali di galee erano generalmente costituite da biremi e che i dromoni, poiché biponte, erano
vascelli remieri alquanto pesanti; questo lascerebbe intendere anche la seguente frase di Teofilatto
Simocatta:

… essendosi disposte onerarie dalla veloce navigazione (di quelle) che generalmente solevano
chiamare ‘dromoni’ (ταχυναυτούσας ὀλϰάδας παραστησάμενος, ἂς δρόμωνας εἲωθεν ὀνομάζειν τὸ
πλῆθος (Historiae. LT. VII, par. 10).

In verità il Simocatta si dimostra qui poco esperto di marineria; le ὀλϰάδες erano comuni vascelli
onerari non remieri, mentre i dromoni lo erano e inoltre, anche se remieri alquanto panciuti, cioè un
primo esempio di quella che poi sarà la categoria delle galee grosse e delle galeazze, non si
potevano certo considerare dei velieri né tanto meno onerari. D’altra parte si smentisce più avanti,

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cioè quando narra della fuga da Costantinopoli dell’imperatore Maurizio, il quale, per realizzarla,
s’imbarcò proprio su un dromone (… quella che i più usano chiamare dromone… δρόμωνα δὲ
ταύτην εὶώθασι τὰ πλήθη ἀποϰαλεῖν. Ib. LT. VIII, par. 9.) Una scelta che non avrebbe certo fatta se
si fosse trattato di una lenta oneraria.
Vero è che le galee, una volta armate anche di alberatura, cominciarono esse stesse a navigare a
vela di regola e a riservare la voga solo alle manovre portuali, all’uscita dai porti alla ricerca del
vento e al piccolo cabotaggio in tempo di bonaccia, per cui la ciurma dei remiganti, smise di essere
anche milizia combattente, ma divenne anche marinaresca. Bisogna però anche dire che, se i
dromoni, allora usati solo per uso bellico, fossero stati vascelli troppo lenti, il detto imperatore
bizantino Leone VI non avrebbe deciso, come invece leggiamo nel trattato De administrando
imperio (cap. 51) scritto dal figlio Costantino VII Porfirogenito (905-959), di usarne per spostarsi
per mare al posto del tradizionale chelandio agrario (‘chelandio armato a corso’) - non sappiamo
però quanto scortato – che era stato usato fino ad allora dai suoi augusti predecessori, come
confermano vari scritti, a cominciare dalla stessa Tattica del suddetto Leone VI laddove ci informa
che l’imperatore, quando fosse lui stesso a capo dell’armata, doveva navigare non su un dromone
ordinario, ma su uno che fosse non solo equipaggiato con uomini di prim’ordine, ma anche più
grande e veloce, il quale era detto pamfulo:

… sarai portato da un dromone più grande e più veloce di tutti gli altri, in quanto, quando sarai al
comando di detto tuo dromone che chiamano pamfulo, sarai a capo di tutta l’ordinanza di battaglia.
(… τὀν δρόμωνα δὲ μεγέθει ϰαὶ ταχύτητι τῶν ἂλλων ἀπάντων διαφέροντα͵ ὡς ἂτε ϰεφαλήν τινα τῆς
παρατάξεως ἀπάσης· ϰαὶ ϰαταστῆσαι τὸν τῆς σῆς ἐνδεξότητος τοιοῡτον δρόμωνα͵ τὸ δὴ λεγόμενον
πάμφυλον· Constit. XIX, par. 37.)

Ecco dunque perché ancora oggi diciamo panfili gli yachts privati particolarmente grandi e
lussuosi. Chiuderemo questa questione dell’ipotetica velocità dei dromoni con un’osservazione
curiosa e cioè che dagli antichi autori greci il dromedario era detto δρομὰς ϰάμηλος, cioè
‘cammello veloce’; Giovanni Malalas, autore bizantino del sec. sesto, lo chiama invece ‘cammello
dromonario’ [δρομωναρίαν ϰάμηλον (2) (lt. XII); ϰαμήλους δρομωναρίας (lt. XVIII)], quindi non da
δρομὰς (‘veloce’) bensì da δρόμων (‘dromone’). Insomma evidentemente per lui, se il cammello
era la ‘nave del deserto’, allora il veloce dromedario era il ‘dromone del deserto’…
Che gli imperatori facessero in precedenza uso di un chelandio, anzi di un chelandio rosso, di quel
tipo da corso detto agrario (εἰς ῥούσιον ἀγράριον. In De administrando imperio. Cap. 51) si legge
anche nel cap. 18 del De cerimoniis aulae bizyantinae, opera dello stesso predetto imperiale
autore, e soprattutto nella Chronographia di Teofane, in cui si narra infatti che nel 789 l’imperatore
Costantino VI fu portato in un chelandio a Bisanzio, dove, per ordine della sua stessa madre, che

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voleva prenderne il posto, e di consiglieri di questa, fu poi crudelmente accecato. A disposizione
dell’imperatore c’erano sempre stati ben dieci chelandi agrarii ormeggiati nel fiordo di Stenos sulla
costa albanese e, per privilegio imperiale, equipaggiati appunto di steniti, marinai allora molto
apprezzati, essendo in effetti questi chelandi grandi vascelli remiero-velici generalmente non
armati e usati per l’ordinario in guerra solo come onerari di sostegno, ecceziona fatta appunto per
quelli detti agrarii (‘cacciatori’), cioè un tipo armato, agile e veloce da usarsi, se non in battaglia
formata come invece i tetragoni dromoni, certamente per la guerra di corso. In realtà Leone VI
aveva preso l’dea dal padre Basilio I, il quale, avendo necessità o desiderio di portarsi dietro un
numero molto maggiore di cortigiani, già aveva interrotto la tradizione iniziando a viaggiare in un
dromone equipaggiato sia di rermiganti provenienti dal chelandio agrario di cui si era dunque sino
ad allora tradizionalmente servito sia appunto di marinai steniti (De administrando Imperio, cap.
51) e navigante di conserva con un secondo dromone che portava appunto il resto della sua corte
e che da questo suo compito subalterno prese poi appunto il nome di Secondo. Si dirà che
avrebbe potuto scegliere di viaggiare con due agrarii senza ricorrere ai dromoni, ma
evidentemente era più facile far viaggiare uniti di conserva due stabili e forti dromoni che due più
leggeri vascelli di corso. I remiganti imperiali dei suddetti agrarii e poi quindi anche dei due
dromoni dell’imperatore erano in parte russi ed in parte africani subsahariani (ib.), il che significa
certamente che erano schiavi, e la loro gestione dipendeva dal protospatario reale, il più
importante funzionario della corte bizantina; ma, quando i due dromoni imperiali tornavano dal
servizio dell’imperatore, allora i remiganti imperiali li lasciavano e al loro posto subentravano
remieri steniti, cioè della stessa nazionalità dei marinai.
Il suddetto Costantino VII, in ottemperanza della decisione del padre, viaggiava dunque ora per
mare in un dromone di rango imperiale accompagnato da un secondo (ib.); infatti, narrando dei
fatti di quell’imperatore nel suo Compendio storico, Giorgio Cedreno (sec. XI) menziona più
volte ό βασιλιϰός δρόμων (‘il dromone imperiale’), lo farà inoltre una volta pure il suo coevo
Nikeforo Briennio (1062-1137) nei Commentarii relativi all’imperatore Alessio I Comneno (LT. I,
par. 4) e lo stesso Costantino VII nell’Appendice al libro I° del predetto De cerimoniis [… e,
sbarcato dal dromone, salì a cavallo (ϰαὶ ἑξελθὼν τοῡ δρόμονος ἐπιβὰς ἴππῳ)] e poi anche nel
libro. II. ai par. 12, 13 [… e l’imperatore passa dal palazzo al dromone imperiale… (… ϰαὶ ὀ
βασιλεὐς εἰσέρχεται ἀπὸ τὸ παλάτιον εἰς τὸν βασίλειον δρόμονα...)] e 14 [i remiganti dei dromoni
imperiali (οἰ ἐλάται τῶν βασιλιϰῶν δρομονίων)], a dimostrazione che, pur se i dromoni militari
erano allora omai disusati, essendo stati finalmente sostituiti dalle galee anche nelle armate di
mare bizantine, i due d’uso imperiale furono mantenuti in servizio ancora nella seconda metà
dell’undicesimo secolo; e che fossero due lo conferma lo stesso imperatore

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Nello stesso suddetto De cerimoniis leggiamo però che, se l’imperatore partecipava in persona
ad un’armata di mare, egli era allora portato e difeso da ben sei pamfuli:

… Dio condurrà il sacro Imperatore con la potente difesa lignea di 6 pamfuli [… Διὰ τῶν ὲξ
παμφύλων δόρϰας (ʹ δόρεας ʹ) ὄσας ὀδηγήσει ὁ Θεὸς τὸν βασιλέα τὸν ἄγιον· Ib. II.45.]

Infatti, anche se vascelli d’appoggio, a questi pamfuli o chelandi-pamfuli d’armata si forniva un


armamento difensivo e cioè, ai tempi predetti, a ciascuno 60 clibanii (‘corsaletti’), 60 casidii
(‘elmetti’) e 10 lorichi (gr. λωρίϰια; ζάβα; lt. loricae) (‘toraciere’), mentre per ciascun chelandio-
usiaco i clibanii erano 10, altrettanti i casidii, i lorichi leggeri 2 e quelli comuni 8. Nella suddetta
Тάϰτιϰα, attribuita dunque a Leone VI ma probabilmente da lui semplicemente
commissionata a un suo esperto, al cap. XIX, artt. VII, VIII e IX si legge che il dromone era un
vascello remiero da guerra, ma con il quale, come del resto anche con la galea sottile,
occasionalmente si trasportava anche qualche mercanzia, ed ecco dunque entrare in ballo il
significato bizantino del termine δρόμος, il quale da quello antico di corso si era evoluto in quello
più generale di ‘via, cammino’; è possibile dunque che, per trasporti veloci minori i bizantini
usassero appunto i dromoni, in quanto vascelli provvisti di remi e quindi non affidati unicamente
alle bizze dei venti. Era lo stesso concetto che aveva spinto le repubbliche marinare italiane a
usare per i loro traffici marittimi extra-mediterranei galere grosse e galeazze, con la differenza però
che quelli erano vascelli molto capaci, mentre i dromoni avrebberio potuto, come già accennato,
solo piccole quantità di merci più pregiate e degne quindi di viaggiare con maggiore velocità e
sicurezza.
Si legge inoltre che differiva dunque dalla galera basso-medievale soprattutto per il suo taglio o
garbo, ossia per la sua forma, perché non era, abbiamo detto, come questa un vascello proprio
sottile ma era invece alquanto tondo, ossia era del genere sia delle triere dell’antica Roma sia di
quelle che saranno poi la galera grossa veneziana e la galeazza tirrenica, anch’esse del Basso
Medioevo; e che non fosse molto sottile si legge nella menzione fattane da Paolo Silenziario, poeta
bizantino del sesto secolo, il quale lo dice ϰύϰλιος, ‘rotondo’ (ϰύϰλιον εἰσορόωσα δρόμον
διδυμάονος ἂρϰτου, in Descriptio Sanctae Sophiae). Ancora nella predetta Тάϰτιϰα si prescrive
comunque che i dromoni si dovessero costruire non troppo corposi, perché non risultassero poi
troppo lenti al corso, ma nemmeno tanto esili da non resistere all’urto di vascelli nemici; essi erano
stati introdotti dai bizantini non in aggiunta alle antiche triere romane ma in completa sostituzione
di quelle, come si evince da un altro passo della stessa Тάϰτιϰα:

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… con quelle che una volta si dicevano ‘triere’ ed oggi invece si chiamano ‘dromoni’… (διὰ τῶν
ποτε λεγομένων τριηρῶν͵ νῦν δὲ δρομώνων ϰαλουμένων. Const. XIX, par. 1.)

Ma questo non significa affatto che triere e dromoni fossero vascelli molto simili, anzi il dromone
differiva da tutti i suddetti vascelli soprattutto perché aveva remiganti distribuiti su due ponti di voga
differenti, mentre la triera romana in tutte le immagini che ci sono d’essa rimaste mostra sempre un
solo livello di voga; un’altra differenza era che questa presentava però due camminamenti laterali
sopraelevati di combattimento, mentre i dromoni, strutturati con due ponti remieri, certamente non
li avevano; il peso totale sarebbe stato infatti insopportabile per un vascello squisitamente remiero.
I banchi, prescriveva l’imperatore Leone VI nella sua Tattica, dovevano essere almeno 25 per
fianco, quindi almeno 50 per livello, volendo in sostanza dire che un dromone ordinario doveva
avere non meno di 25 banchi, ma, mentre ai banchi inferiori sedevano sempre 50 remiganti, cioè
uno a destra e uno a sinistra della stessa fila, i remiganti superiori potevano variare di numero, in
genere da uno a tre per lato di banco; quindi andavano generalmente da un minimo di 100 a un
massimo di 200-220 in totale. Certo è che, nell-ambito dei preparativi per la seconda impresa di
Creta, quella cioè del 949, per l’allestimento di un’armata di 20 dromoni il suo succitato figlio
Costantino VII prevedeva una fornitura di 2.400 remi, cioè 120 a dromone, non essendoci però
purtroppo possibile capire dal corrotto testo rimastoci se trattavasi di remi ordinari o invece di remi
di riserva (II. 45). Poiché i remiganti bizantini e generalmente balcanici non erano criminali
condannati alla voga ma generalmente volontari e solo in minor parte schiavi, essi avevano
l’obbligo di fungere anche da soldati e quindi combattevano regolarmente; molto disposti al
servizio remiero bizantino erano gli τζάϰωνας (‘zàcconi’; corr. di λαϰώνες, ‘lacòni’), cioè i greci di
Morea e dei territori occidentali della Grecia in generale, ottimi quelli dell’arcipelago, e li
chiamavano popolarmente προσελῶντες (‘coloro che spingono avanti’). Anche pronti al servizio
militare navale in generale erano quei costantinopolitani διγενεῖς (gra. δίγονοι), cioè dalla doppia
genìa, che colà dicevano volgarmente γασμοῦλοι (‘gasmùli’); erano quei cittadini, figli di padri
italiani (generalmente mercanti genovesi o anche veneziani) e di madri bizantine, ai quali
evidentemente non si offrivano molte opportunità nella vità civile, costringendoli pertanto a cercar
fortuna nel mestiere delle armi, e si trattava insomma dell’equivalente greco dei giannizzeri di
Napoli, cioè di quei cittadini partenopei figli di padre spagnolo e di madre napoletana , i quali però,
al contrario dei suddetti gasmùli, non si vergognavano della loro generazione, anzi ne andavano
fieri essendo gli spagnoli i conquistatori.
I remieri superiori, scriveva Leone VI, dovevano essere i più esperti, combattivi e i meglio armati,
trovandosi in battaglia a maggior contatto col nemico, e manovrando i remi più lunghi e quindi più
pesanti, dovevano necessariamente esser più abili e forti anche nella voga, infatti i dromoni erano

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anche letterariamente chiamati δολιχήρετμοι νῆες, cioè ‘vascelli dai lunghi remi’; al contrario quelli
del ponte inferiore, poiché adibiti a una voga meno faticosa e inoltre più riparati dal nemico, erano
solitamente i meno esperti ed abili e dovevano, per quanto riguarda il combattere, solo servire a
rimpiazzare i caduti e i feriti dei ranghi superiori e ciò facevano, salendo in coperta, generalmente
armati di picche predisposte nei pressi dei loro banchi di voga. Probabilmente fu la suddetta
disposizione dei rematori che farà poi preferire le galee ai dromoni e renderà questi obsoleti, cioè
perché ci si rese finalmente conto che vogare a un livello superiore a quello del pelo d’acqua
significava un molto maggior dispendio di energie, il quale naturalmente si risolveva in minor
velocità e minor resistenza allo sforzo; si preferì dunque, ai fini quindi di acquisire maggior velocità
ed agilità natiche, rinunziare non solo ai due livelli di voga ma anche ad un tipo di combattimento
nautico più adatto a una stabile fanteria, quel modo cioè che si era sempre tenuto nelle antiche
triere greco-romane perché facilitato dal potersi combattere da due corridoi laterali sopraelevati, e
ci si abituò invece a farlo dalle strette e impacciate balestriere (gr. πάροδοι; lt. interscalmia) poste
tra gli ordini di banchi di voga e le basse fiancate. Ma i dromoni avevano una corsia centrale
sopraelevata come quela delle galere? Da un ricordo narrato nel cap. 51 del De administrando
imperio, opera che si attribuisce allo stesso imperatore Costantino Porfirogenito, sembrerebbe di
sì; Micaele, il vecchio protospatario del predetto imperatore, il quale, come spesso avveniva a
Bisanzio, era stato in precedenza a lungo comandante del principale dromone imperiale,
accompagnando il suo sovrano nei viaggi per mare ci teneva a comandare lui stesso talvolta la
voga ponendosi, come ai suoi vecchi tempi, al centro del dromone, il che significa pertanto
ovviamente in posizione più elevata dei banchi.
Questi dromoni erano dunque di varie dimensioni e di vario numero di vogatori, restando infatti
sempre 50 solo quelli del ponte inferiore; inoltre Leone prescrive che quelli maggiori, oltre a una
incastellatura sul sifone lancia-fuoco di prua, potevano avere anche un castello di tavoloni alla
mezzania, dal quale si potevano lanciare sul vascello nemico abbordato, oltre a materiali
incendiari, oggetti molto pesanti per sfondarne la coperta e uccidere soprattutto i poveri remieri
sottostanti, castello che ovviamente doveva appesantire non poco il vascello:

… Ma, nei più grandi dromoni, s’intende da edificarsi con assi anche la detta incastellatura di legno
attorno al piede mediano dell’alberatura, dalla quale alcuni uomini scaglino nel mezzo della nave
nemica o pietre di macina o pesanti ferri come palle cuspidate con le quali o infrangano la nave o,
violentemente cadendo, schiaccino coloro che sono al disotto o versino qualche altra cosa che
possa o incendiare la nave degli avversari o uccidere direttamente i nemici (Constit. XIX, par. 7.
Trad.d.A.).

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La presenza di questo castello centrale nei dromoni più grandi depone anch’essa per una
navigazione, a dispetto di quel nome, tutt’altro che agile e veloce naturalmente e fa capire come in
effetti i dromoni e non le galee triremi medievali siano da considerarsi i più diretti eredi delle
pesanti triere dell’antica Roma. Di incastellature sui dromoni parla anche un brano del poema
cavalleresco duecentesco Le roman de Blanchandin, brano citato dal du Cange, ma si tratta
certamente di versi scritti da un poeta molto digiuno di marineria, perché vi usa chalant (chelando)
come sinonimo di dromone, perché di un dromone da costruire dice che deve avere tre
incastellature, dette dall’autore broches ma in seguito chiama più compiutamente bretesches
(‘bertesche’), cioè le voleva a prua, al centro e a poppa, un numero eccessivo per un vascello
remiero. Inoltre dice che deve esser lungo 30 piedi (circa 15 metri), lunghezza quindi del tutto
insufficiente per far posto a tre fortificazioni; scrive infine che gli alberi dovevano elevarsi dritti
verso l’alto (Li mas en fu droit contremont) ed è l’unico che accenni all’alberatura dei dromoni,
nemmeno Leone VI lo fa; eppure non è possibile che un grande vascello non avesse anche degli
alberi per poter logicamente sfruttare in navigazione prima la forza dei venti e poi
subordinatamente quella delle braccia umane. Noi comunque pensiamo che, data anche la
tardezza dei tempi in cui il poema fu scritto, tempi in cui i dromoni erano già da considerarsi
vascelli del passato, il nome è stato dall’autore impropriamente utilizzato per un vascello d’altro
tipo, improprietà non infrequente anche nei secoli successivi (Charles Dufresne du Cange,
Glossarium etc. Cc. 902-903. T. II. Basilea,1762).
Disponendo i dromoni di poco luogo, fanterie e cavallerie bizantine per specifiche azioni di guerra
generalmente si trasportavano, come del resto provviste e attrezzature, nei velieri di sostegno; ma
anche allo si sapeva fare di necessità virtù, come leggiamo per esempio in un episodio della
guerra greco-gotica avvenuto nell’anno 548 e che è ricordato appunto nel De bello gothico di
Procopio di Cesarea; Claudiano, uomo del generale bizantino Belisario, deve andare a combattere
il goto Ilauf (‘Ilaulfo’), il quale si è impadronito di alcune località della costa dalmata, passandone
crudelmente a fil di spada gli abitanti, e pertanto imbarca soldatesche nei così chiamati dromoni
(τῶν ϰαλουμένων δρομώνων) e frumento e altri viveri su navi d’altra sorta (ἄλλα πλοῖα) (lt. III, 35).
Questo episodio è molto importante perché ci dimostra che i dromoni erano vascelli bizantini alto-
medievali più antichi di quanto si possa pensare. Ai suddetti vogatori s’aggiungevano gli ufficiali:

… Oltre a questi ci saranno il centarco del dromone, il vessillifero e due timonieri alle timoniere del
dromone, i quali chiamano anche πρωτοϰαράβοι (‘primi ufficiali’); e magari anche qualcuno
necessario al servizio del centarco. Dei rematori prodieri gli ultimi due saranno il sifonatore e l’altro
colui che getta le ancore in mare; ci sarà, sedendo armato, anche il prodiero in alto sul palchetto di
prua e il giaciglio del navarco ossia del centarco si troverà a poppa e insieme con lui si manterrà in
disparte l’arconte, insieme anche guardandosi dai dardi scagliati dai nemici durante la battaglia,

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dal qual luogo l’arconte, tutte le cose vedendo, darà gli ordini per condurre vantaggiosamente il
dromone (Ib. Par. 8 Tr.d.a.)

Dunque, nella marineria da guerra bizantina alto-medievale, l’arconte (ἂρχων) (anche centarco
(ἐϰατοντάρχης, nel caso di un dromone da 100 remiganti-soldati) era il comandante militare
dell’equipaggio, ma sovrastato, per quanto riguardava la competenza della navigazione, dal
comandante marittimo del vascello, cioè dal δρομώναρχος, nel caso di un dromone, del
τριήραρχος, nel caso di una triera, del πεντηϰόνταρχος, nel caso di un pentecontoro, e cosi via;
l’arconte pertanto mancava nei vascelli mercantili. Il navarco (ναύαρχος o ναυάρχης), pur
nascendo come comandante di una sola generica nave, diventerà col passare dei secoli sempre
più autorevole e cioè prima il comandante di una squadra e in seguito anche di un’intera armata,
cioè l’ammiraglio, quindi passando a suo carico anche le competenze militari; infatti nel Basso
Medioevo a Bisanzio sarà così chiamato il capitano generale d’armata e ναυαρχίς significherà
dunque ‘vascello ammiraglio’. Poiché però già nell’antichità l’ammiraglio non sempre era
disponibile a guidare di persona la sua armata, disponeva di un diàdoco, ossia di un suo ‘secondo’,
cioè di un capitano generale detto ἐπιστολεύς, nome che così spesso si confondeva con quello di
ἀπόστολος (‘inviato, messo’) che questo finirà col tempo addirittura per significare anche una
spedizione militare navale (G. Polluce, cit. I. IX, pag. 67).
Sempre a Bisanzio, per quanto riguarderà gli ufficiali maggiori di un vascello da guerra grande,
ossia di un dromone o anche di un agrario, troveremo invece chiamato protocàrabo
(πρωτοϰαράβος) il capitano, protelate (πρωτελάτης) il còmito e deuterelate (δευτεροελάτης) il
sotto-còmito.
Se da tre a cinque dromoni dovevano navigare insieme (anche se magari facenti parte di un’intera
più grande armata), si dava ad essi un comandante di distaccamento chiamato comite (ϰόμης),
insomma quello che nelle armate ponentine del Cinquecento vedremo chiamarsi invece cuatralbo,
come più avanti spiegheremo. Questo nome di comite, corrotto però in comito, avrà, come
vedremo, molto successo nel Mediterraneo, ma molto svalutato di significato e ruolo. Per il
drungario o capitano generale di un’armata di mare bizantina (gr. δρουγγάριος τῶν πλωΐμων,
mentre ϰαπετανίος quello delle galee grosse commerciali, per esempio nel 1453 aveva
quest’ultimo incarico un certo Antonio (G. Franzes, cit. LT. III, cap. IV), e στρατηλάτης quello di
un’armata di terra) troviamo un’annotazione di spesa interessante tra quelle per l’impresa di Creta
dell’anno 911 (Costantino VII, De cerimoniis aulae byzantinae. II.45) e cioè la rameria per la sua
cucina particolare:

… si erogarono per l’insieme di varia ramiera in una dotazione per servizio del capitano generale
della flotta (ossia) per pentole grandi 2, altre mezzane due, pentolini stagnati 4, cucume grandi 2,

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tegami grandi 2, orciuolo di rame stagnato 1, fiaschi stagnati 2, catinelle 2 … 24 follis di rame.
(ἐδόθη ὑπὲρ ἀγορᾶς χαλϰώματος διαφόρου τῷ δοθέντι λόγῳ τῆς ὐπουργίας τοΰ δρουγγαρίου τοΰ
πλοΐμου ὐπὲρ ϰαϰαβίων μεγάλων βʹ͵ ϰαὶ ἐτέρων ϰαϰαβίων μεσίων βʹ͵ ϰαὶ χυτροϰαϰαβίων
γανωτῶν δʹ͵ ϰαὶ ϰουϰουμίων μεγάλων βʹ͵ ϰαὶ τιγανίων μεγάλων βʹ͵ χαλϰοσταμνίου γανωτοῡ ἐνος͵
φλασϰίων γανωτῶν βʹ͵ χερνιβοξέστων βʹ͵͵ ϰδʹ. Ib.)

Tra gli scritti aggiunti al De cerimoniis del figlio di Leone VI, cioè del succitato Costantino VII
Porfirogenito, si legge dell’imponente armata di mare con la quale i bizantini, come suddetto, nel
911 tentarono senza successo la riconquista dell’isola di Creta, da tempo caduta nelle mani dei
corsari dei saraceni (cosiddetti perché si dicevano discendenti da Sara, moglie ufficiale di Abramo)
o arabi, come si sono sempre chiamati nel basso-medioevo i mussulmani africani, siciliani e iberici;
in seguito gli arabi della penisola arabica furono chiamati ismaeliti (infine sunniti), perché si
dicevano discendenti da Ismaele, unico figlio di Abramo e della sua concubina Agar),
distinguendosi così dai mussulmani mediorientali detti invece agareni (infine sciiti), perché si
dicevano discendenti dalla predetta Agar, ma poi anche musulini (gr.μουσουλινοὶ), specie quelli
della regione della città, oggi irachena, di Mosult. Al par. 44 del 2° libro del De cerimoniis aulae
byzantinae del detto Costantino si trova appunto riassunta la consistenza dell’armata di mare
capitanata dall’ammiraglio Imerio con cui il padre Leone aveva fatto quello sfortunato tentativo; si
trattava dunque di 102 dromoni, ognuno con ciurma di 230 uomini tra rematori, marinai e cavalieri,
ossia ufficiali di comando di bordo e dell’esercito, più una guarnigione di 70 fanti-arcieri di marina,
inoltre di 75 pamfuli, cioè di grandi chelandi da carico e da cavalli, di cui 33 equipaggiati con 160
tra remiganti, marinai e cavalieri e le restanti 42 con 130. Il totale preciso degli uomini di mare era
dunque di 34.037 più circa 7.140 fanti di marina (gr. ναυμαχόι, επιβάται), ma bisognava poi
aggiungere a questi i fanti di terra, cioè 700 mercenari russi distribuiti sui dromoni imperiali, inoltre
5087 mardaiti occidentali, popolazione di lingua greca della regione anatolica di Attalia, bravi
costruttori di galee, i quali infatti ne avevano messo 15 a disposizione dell’armata, equipaggiate da
loro stessi e destinate soprattutto alla guardia delle vicine coste della stessa Attalia, da dove cioè i
saraceni avrebbero potuto più facilmente ricevere soccorsi a Creta. C’erano però ancora da
aggiungere undici vascelli soprannumerari e cioè 9 càrabi (gr.ϰαράβια), vascelli remieri onerari
russi, come già detto, che potevano essere anche grandi (ἐπὶ μεγίστου ϰαράβου), provvisti in
questo caso di mangani di cui però non si chiarisce né il tipo né l’impiego, e due monere vogate
da prigionierri di guerra. Ogni dromone disponeva di un sandalio, imbarcazione di servizio di cui
abbiamo già detto, e inoltre l’armata aveva 6 aliadìe, queste più lunghe dei sandalii perché da 8
rematori, le quali, usate anche dai pescatori, servivano nell’armata da porta-ordini e porta-ufficiali.
La parte che avrebbe poi dovuto formare l’esercito di terra era di circa un quarto delle forze
suddette e cioè di 12.502 uomini.

140
Anche nel 935 i bizantini si serviranno di galee in una spedizione di soccorso al re d’Italia Ugone di
Provenza impegnato in una guerra contro i longobardi dell’Italia meridionale suoi ribelli e cioè i
fratelli Landolfo e Atenolfo, signori di Capua e Benevento, e gli altrettanto fratelli Vaimario e
Vaiferio, signori di Salerno [i comandanti delle galee (οἰ ναύϰληροι τῶν γαλεῶν); la ciurma delle
galee, cioè quei mardaiti occidentali di cui abbiamo già detto (ὀ λαὸς τῶν γαλεῶν͵ ἢτοι οἰ
Μαρδαΐται. Costantino VII, De cerimoniis aulae byzantinae etc. LT. II, par. 44); la spedizione,
comandata dal prefetto dell’armata di mare (gr. ὀ δρουγγάριος τοῡ πλοῒμου) Epifanio,
comprendeva anche 11 chelandi (sicuramenre ippagogoi) e 7 càrabi, vascelli remieri russi di cui
abbiamo già detto, per un totale di circa 1.900 combattenti trasportati. Al par. 45 del lt. II del
predetto De cerimoniis si riassumono anche le forze della seconda spedizione sfortunata bizantina
contro Creta, quella del 949 guidata da Costantino Gongyles, ma a noi il testo, chissà quante volte
copiato e ricopiato, è giunto palesemente incompleto e confuso, per cui l a consistenza totale di
quell’armata non vi è più chiaramente ricavabile; vi si trovano comunque ancora espressi dei
particolari molto interessanti, quale l’essere ogni dromone equipaggiato da 220 uomini e inoltre
accompagnato e servito da due usiai o chelandi usiaci carichi di salmerie e cavalli, l’essere i detti
usiai molti (centinaia) e montati perlopiù da 108 uomini ognuno e invece i chelandi-pamfuli pochi
(decine) ed equipaggiati perlopiù con 150 uomini ciascuno; inoltre anche stavolta partecipavano le
solite 15 galee di Attalia, qualche decina di càrabi russi, soldatesche mercenarie russe e armene,
tributarie slave e volontarie mardaite. Come di solito avveniva nelle grandi armate inviate ad assedi
importanti, anche in questa alcuni chelandi erano destinati ad essere schiodati e smontati perché
l’esercito potesse utilizzare il loro materiale ligneo per la costruzione di macchine e congegni
d’assedio. In questi casi ovviamente anche i materiali ferrosi ovviamente si recuperavano per
fonderli e farne dei nuovi; per tal motivo, nel caso di vascelli vecchi o del nemico da eliminare, era
in generale preferibile, piuttosto che affondarli, portarli a secco e incendiarli, in modo da poter poi
così recuperarne il ferro, oltretutto già fuso dal fuoco; e fu soprattutto per tal motivo che nel 1284 i
messinesi, bisognosi di ferro per difendersi dagli assedianti francesi, incendiarono navi e galere
che qualche tempo prima, cioè quando i messinesi non si era ancora a loro ribellati, gli stessi
transalpini avevano approntato e lasciato a Messina per una programmata spedizione in Grecia
(Bartolomeo di Neocastro, cit. Cap. XXXVIII).
Nelle storie del Teofane continuato si daranno poi in breve i numeri della terza spedizione di Creta,
quella fortunata del 961 voluta dall’allora imperatore Romano II, ma si tratta di numeri non realistici
bensì da panegirico, vista la loro indubitabile esagerazione:

… Le navi erano cioè duemila con fuoco liquido, (di cui) i dromoni mille, i carabi onerari, i quali
portavano cibarie e attrezzature belliche, trecentosette... [Νῆες γὰρ ὑπῆρϰον μετὰ ὑγροῢ πυρὸς

141
δισϰιλιμι͵ δρόμωνες ϰίλιοι͵ ϰαράβια ϰαματηρὰ σιτήσεις ἕϰοντα ϰαὶ ὅπλα πολεμιϰὰ τριαϰύσια έπτά
(LT. VI, p. 10)].

Premesso che per ‘fuoco liquido’ ((ὐγρόν πῦρ) s’intendeva quello che nei secoli successivi sarà
generalmente ricordato come ‘fuoco greco’ in quanto furono appunto i bizantini a usarlo per primi
intensivamente in guerra, diremo che naturalmente è impossibile che Bisanzio, come del resto
qualsiasi altro impero per potente che fosse, potesse disporre di mille dromoni; oltretutto, sulla
base dei numeri precedenti, ciò avrebbe voluto dire mettere insieme ben trecentomila uomini solo
per i dromoni; d’altra parte nella Chronographia dello stesso Teofane si legge non
infrequentemente di altre magnificazioni allegoriche di questo tipo. Niceforo Focas, il condottiero
futuro imperatore che comandava quest’ultima spedizione, mandò in avanscoperta ‘alcune veloci
galee, perché tornassero poi a riferirgli sui movimenti e preparativi del nemico. Questa circostanza
fa capire quanto i dromoni, nonostante il loro nome, fossero delle galee indubbiamente più lenti;
inferiorità inevitabile, data la loro maggior elevazione e il loro maggior peso, inconvenienti dovuti ai
loro due livelli di voga:

… saggiamente inviò in avanscoperta veloci galee perché a prender lingua (del nemico)…
[Ἓμπροσθεν δἐ ὁ συνετὸς ταχυδρόμους γαλέας ᾀποστειλας ϰατασϰοπῆσαι γλῶσσαν προσέταξεν
(ib.)]

Prender lingua del nemico significava catturare qualche povero pescatore o marinaio del luogo per
chiedergli o estorcergli informazioni su quanto avesse visto o sapesse dell’armata nemica. Lo
stesso fecero poi i saraceni di Africa e Spagna, chiamati in aiuto da quelli di Creta, cioè inviarono
anch’essi veloci galee (εὐθυδρόμους γαλέας) alla scoperta del nemico bizantino (ib.); ma del resto i
saraceni usavano poco i più lenti e costosi dromoni. Si legge per la prima volta dei dromoni negli
scritti bizantini del sesto secolo e cioè in quelli del poeta Paolo Silenziario, come già detto, nello
Στρατηγιϰόν attribuito all’imperatore Maurizio (539-602) e nei llt. IX, XI, XVI e XVIII della
Cronografia di Giovanni Malalas (c. 491-578), nel secondo dei quali per esempio quest’ultimo
autore tratta delle campagne partiche dell’imperatore Traiano (113-116 d.C.) e, però certamente
attribuendo a quei tempi cose dei suoi, descrive il detto autocrate viaggiante appunto in dromone
nel fiume Tigri ed è veramente molto improprio che il traduttore del testo in latino più volte renda
molto impropriamente δρόμων con navigium o addirittura con celox. Come già più sopra
accennato, ai tempi del Malalas si usava il termine πλοῑα più per significare ‘scafo’ che ‘vascello’,
come avverrà invece più tardi, e infatti nei suoi scritti troviamo talvolta πλοῖα δρομώνων πολλῶν
(‘scafi per numerosi dromoni’. LT. IX) o anche τὰ πλοῖα τῶν δρομώνων (lt. XVI), intendendosi
quindi dire che si erano preparati scafi da attrezzarsi e ancor di più da equipaggiarsi alla maniera

142
di dromoni. Troviamo poi più volte nominati i dromoni nel Chronicon di Teofilatto Simocatta (sec.
VII).
Che i dromoni fossero in realtà vascelli poco veloci si evince anche dalla suddetta Tattica
dell’imperatore Leone VI (866-912) in cui si prescrive di adoperare, oltre a dromoni grandi e piccoli,
per guardie e missioni vascelli remieri non armati da battaglia e a un solo ponte di banchi:

… Anche quelle che chiamano ‘monere’; e anche le galee (Καὶ ἒστι τά τε μονήρια λεγόμενα͵ ϰαὶ τὰς
γαλέας… Cap. XX, par. 74).

Questi nuovi vascelli detti galee, dapprima monoremi ma ora anche evidentemente biremi, erano,
come già abbiamo detto, avevano preso il posto delle suddette antiche e ormai disusate diere
romane che si erano chiamate liburne (gr. λίβυρνα, λιβυρνίδες), specie perché, essendo come e
più di quelle molto bassi sull’acqua, risultavano pertanto anche molto più leggeri, agili e
maneggevoli dei dromoni e non molto più tardi, cioè attorno alla metà del secolo successivo, cioè
del decimo, saranno già preferiti e di quelli più numerosi, finendo più tardi per soppiantarli
completamente.
Certo non ci è purtroppo rimasta, a quanto sinora sembra, alcuna immagine iconografica
significativa dei dromoni bizantini, ma perlomeno abbiamo i resti di un inventario di quanto
fornito a quelli che costituivano il nerbo dell’armata che nel 949 Bisanzio inviò contro l’emirato di
Creta nel secondo sfortunato tentativo di recuperare quell’isola e da tal documento si possono
capire molte cose, specie sulle forze che li equipaggiavano (Costantino VII, De cerimoniis aulae
byzantinae, II.45). Ecco dunque la dotazione d’armi di un singolo dromone in quell’occasione
storica, armi che ci limitiamo ora a inquadrare nella logica della loro funzione, ma per le quali
potremo poi certo fare qualche ulteriore considerazione confrontandole con quanto ne diceva
nella sua predetta Tattica l’Imperatore Leone VI un paio di secoli prima:

Corsaletti (ϰλιβάνια) 70
Lorichi leggeri (λωρίϰια ψιλὰ) 12
Lorichi comuni (λωρίϰια ϰοινὰ) 10
Elmetti (ϰασίδια o ϰασσίδια, ma anche ϰασσίδα ) 80
Celate (αὐτοπρόσωπα) 10
Coppie di manopole (χειρόψελλα o χειρόψελα-ζυγαὶ) 8
Spade (σπαθία) 100
Scudi di cuoio impuntiti (σϰουτάρια ῥαπτὰ) 70

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Scudi lidici (σϰουτάρια Λυδιάτιϰα) 30
Tridenti astati (ϰοντάρια μετά τριβελλίων) 80
Aste falcate (λογχοδρέπανα) 20
Spuntoni (μεναύλια, corr. di βεναύλια) 100
Giavellotti (ῥιϰτάρια, corr. di ῥιπτάρια) 100
Archi bizantini con doppia corda 50 (τοξαρέας Ῥωμαίας σύν ϰόρδων διπλών)
Frecce (σαγίτας) 10mila
Un sandalio armato di arcobalista a mano e corde sericate (‘filate’) [ναύϰλας (ναυϰέλια)
μετἁ χειροτοξοβολίστρων ϰαὶ ϰόρδων μεταξοτῶν].
Moschette (cioè ‘verrettoni, quadrelle’) (μύας) 200
Triboli (τρίβολοι o τριβόλια; lt. murices) 10mila
Uncini con catenelle [αγρίφοι (αγρίφαι) μετὰ ἀλυσιδίων] 4
Giornee (ἐπιλώριϰα) 50
Berretti (ϰαμελαύϰια) 50

I clibani erano armature di scintillante ferro ben polito del genere dei corsaletti, cioè armature
che copriranno il corpo dei fanti più esposti alle offese del nemico dalle spalle alla metà della
coscia, armi difensive che saranno molto in uso a partire dal Rinascimento, cioè col diffondersi
dei battaglioni di picchieri; questa bizantina doveva, come leggiamo nella suddetta Tattica,
difendere il busto del soldato, se non da dietro, perlomeno completamente davanti. Nel libro
primo del suo Dei magistrati romani Giovanni Lido (490-557), autore e funzionario bizantino
coevo dell’imperatore Giustiniano I, così definiva i soldati armati di clibani:

Clibanari (o anche) olosiderari: infatti i romaici chiamano ‘clibani’ le armature di ferro (usate) al
postodi quelle di giunco. [Κλιβανάριοι͵ ὀλοσίδηροι: ϰηλίβανα (da χαλύβινα, infine ϰλίβανα) γὰρ
οἰ Ῥωμαῑοι τὰ σιδηρᾱ ϰαλύμματα ϰαλοῡσιν͵ ἀντὶ τοῡ ϰηλάμινα (τῶν ϰαλάμινων)].

I clibani si chiamavano così perché evidentemente in origine specialità dei Calibi, popolo
dell’antichità che si trovava ad est del Mar Nero e che era famoso per la sua abilità nella
lavorazione del ferro e dell’acciaio; ma, per tornare al caso suddetto, è da notarsi che questi
clibani erano 70, cioè dello stesso numero dei fanti-arcieri di marina assegnati a ogni dromone,
ed erano proprio ad essi destinati in quanto soldati che, sia perché poco potevano muoversi
nelle ristrettezze di bordo sia perché destinati ad esser primi negli abbordaggi, e lo stesso si

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può dire dei 70 scudi di cuoio impuntiti, da usarsi evidentemente, più che in aggiunta, in
alternativa ai clibani nei casi di un combattimento meno impegnativo. Gli elmetti sono invece 80,
cioè 10 in più sia perché naturalmente più facili da perdersi in mare sia perché qualche ufficiale
avrebbe potuto scegliere di servirsene, e si trattava di copricapi di ferro che difendevano a nche
il viso; nella sua Tattica Leone VI, padre di Costantino, raccomandava che questi elmetti
avessero piccola la τουφία (np. tuppo; fr. toupet), ossia la cresta. Le 10 celate, di ferro
anch’esse, difendevano solo la calotta cranica e il retro del collo; sia queste ultime sia i 10
lorichi comuni, ossia le toraciere di cuoio cotto oppure di giunchi, sia le 8 manopole dovevano
essere a disposizione degli ufficiali di bordo; le ultime, a quanto leggiamo nella predetta Tattica;
potevano esser sostituite dalle χειρομάνιϰα, ossia da intere maniche di maglia di ferro, specie
dagli ufficiali, i quali anche potevano scegliere d’indossare gambiere di ferro (gr. ποδόψελλα; gr.
περιϰνεμίδες), ossia come generalmente facevano i soldati a cavallo, le cui gambe erano nelle
mischie tanto esposte ai colpi dei fanti nemici, e ciò perché nel combattimento navale gl i
ufficiali, bersaglio naturalmente preferito degli arcieri e dei balestrieri nemici, erano
particolarmente vulnerabili. I lorichi leggeri, cioè le toraciere di tela di lino ben impuntita per
trattenere l’imbottitura di bambagia pressata, erano 12 in quanto molto probabilmente
destinante a essere, durante il combattimento, indossate da quella parte d’equipaggio addetta
al controllo della ciurma di remiganti, quindi in primis dal còmito. Sempre secondo Leone VI, le
spade dovevano esser portate dai soldati a bandoliera mentre alla cinta dovevano portare un
pugnale (παραμήριον). I 50 archi bizantini con relative frecce, erano usati dai fanti-arcieri di
marina prima che si arrivasse all’abbordaggio ed erano solo 50 perché ufficiali e sotto-ufficiali
non li usavano; infatti anche le giornee (‘sopravvesti’) di munizione e i ‘berretti da quartiere’
erano 50. Ancora Leone VI voleva che gli archi fossero portati in foderi ampi, onde poterne
essere estratti il più rapidamente possibile, che l’arciere portasse nel πουγγίος (‘zaino’) corde di
ricambio in abbondanza, che la sua grande faretra fosse provvista di un coperchio protettivo e
contenesse almeno trenta o anche quaranta frecce, infine che portasse nella cintola limette per
appuntire le cuspidi delle frecce e protezioni di cuoio per la mano sinistra; ma della fanteria e
cavalleria bizantina diremo di più in altra nostra opera. Per quanto riguarda poi i 20 sandalii
armati ognuno di un’arcobalista a mano con relative moschette (‘frecce quadrellate’), poiché nel
caso in questione si parlava della già ricordata armata di 20 dromoni e ogni dromone disponeva
di un sandalio o scialuppa di bordo, si deve intendere che anche le relative manubalestre, le
quali erano non di legno ma di ferro, quindi sicuramente di tipo da posta, cioè di tipo più grande
e pesante di quello da fante. I 4 uncini catenati sono strumenti da prolungamento, cioè da
affiancamento al nemico, e le varie armi astate naturalmente da abbordaggio; ben 10mila i

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triboli da gettare sulla coperta della nave nemica, specie di quelle degli scalzi saraceni, ma il
numero non sorprenda visto che poi, sempre per l’armamento dei predetti 20 dromoni, se ne
calcolano ben 500mila (τριβόλια χιλιάδες φʹ). Un’ultima osservazione da fare è che tra queste
armi mancano le ϰοντάρια non tridentate, cioè i normali spuntoni da pedone, mentre - a meno
che non si tratti in effetti delle stesse suddette tridentate - sembrano trovarsene 15 di rame
incluse nella soprannumeraria fornitura d’armi offensive fatta al capitano generale
(δρουγγάριος, στόλαρχος, στολάρχης, ναύαρχος) di quest’armata dal provveditore
dell’armamento (ϰατεπάνος τοῡ ἂρματος); quest’ultimo, il catepano (nome poi corrotto in Europa
in ‘capitano’) si diceva τοῡ ἂρματος, cioè del ‘carro’, perché nel Medioevo tutti le forniture e i
ricambi d’armamento (frecce, quadrelle, corde di ricambio per archi e balestre, scudi, materiali e
attrezzi per le riparazioni delle armature, delle corazze e delle balestre ecc.) si portavano in un
grande carro, detto in Italia carro de l’artelarie, che seguiva l’esercito in marcia (vedi per
esempio in Angelo Angelucci, Documenti inediti etc. Nota 114 a pag. 57. Torino, 1969). Dunque
la fornitura complessiva di armi leggere comprendeva spade 3mila, scudi 3mila, spiedi 3mila,
frecce 240mila, moschette 4mila; forse c’era anche altro, ma la trascrizione pervenutaci si
chiude qui.

Allo stesso predetto par. II.45, tra i materiali da fornire ancora per la suddetta armata di 20 dromoni
notiamo una riserva di 200 materassi in soprappiù (ϰέντουϰλα ϰατὰ περίσσιαν σʹ) e 100 coltroncini
in soprappiù (ἀρμενόπουλα ϰατὰ περίσσειαν ρʹ) c’è quindi da domandarsi a che cosa servissero,
cioè se per il sonno dei soldati o per ripararsi dai colpi nemici. La seconda ipotesi è la meno
probabile, visto che a quel tempo le uniche armi dal tiro penetrativo diretto, cioè non parabolico,
erano le ben poche baliste in uso, di posta o da fante che fossero, troppo poche da giustificare
l’approntamento di difese mobili così abbondanti, né, d’altra parte, considerando invece la prima
ipotesi, un’armata che partisse per una lontana impresa di guerra poteva tener preventivamente
conto anche dell’eventuale necessità e possibilità di un successivo afflusso di rinforzi d’uomini;
dunque il motivo da prendere in più giusta considerazione era che, non esistendo allora le
artiglierie, il modo più usato che nella guerra nautica ci fosse per aver ragione di un vascello
nemico - volendosi certo evitare quello estremo di vincerlo all’abbordaggio - era cercare di
incendiarlo e, di conseguenza, i materassi che a bordo rischiavano di finire consumati dal fuoco
erano sempre molti. Ci sono poi 5 rotoli di grossa corda sericata (’filata’) di sparto (ϰόρδας
μεταξωτὰς παχέας σπαρτίνας εʹ), evidentemente per i grossi congegni d’assedio, e 5 piccoli per le
arcobalestre da fante (εἰς τὰς μιϰρὰς τοξοβολίστρας σπαρτίνας εʹ). Poi, un pò più avanti nel trattato
di Costantino VII, troveremo questi tipi di cordami tra i materiali soprannumerari forniti alla stessa
suddetta armata allestita nel 949.

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Abbiamo tralasciato di riportare la fornitura di materiale e attrezzi attinenti più alla navigazione e al
lavoro di marangoni e artieri che alle necessità militari propriamente dette, specie quelli a peso
come la pece, la pece liquida, la canapa o l’olio di cedro, sia perché esorbitante dal nostro tema, il
quale, come si sa, attiene soprattutto al primo secolo dell’età moderna, sia anche perché non
sempre di agevole interpretazione; non vogliamo però tralasciare le 6 ancore (σιδηροβόλια) e i 6
arganelli per sollevarle (σιδηροβόλιστιϰἀ) per ogni dromone più le 50 ancore, le 60 funi per dette
(σχοινία σιδηρόβολα ξʹ) e i 50 arganelli di riserva che i chelandi dell’armata portavano; inoltre le
sottili lamine di piombo che, inchiodate sulla parte immersa delle fiancate del vascello, servivano a
dar a quelle una certa protezione dalla corrosione prodotta dalla teredine marina; di queste ultime
ogni dromone e ogni chelandio ne ricevevano cinque dal peso di libbre 30 ciascuna, il che lascia
supporre che ne dovevano essere usate solo due per lato, che dovevano quindi necessariamente
essere ampie e lunghe, ma rivestenti la sola parte alta e centrale dell’ ‘opera viva’, cioè ruote di
poppa e prua escluse, e che la quinta probabilmente si teneva di riserva.
Leone Diacono, storico bizantino nato attorno all’anno 950 e da non confondersi con il suddetto
omonimo imperatore, ricordando nel LT. I - par III - delle sue Storie, lo sfortunato tentativo
bizantino di riconquistare Creta ai saraceni fatto nel 949, tra l’altro così scriveva:

… e preparate triere ignifore in gran quantità, le invio contro Creta (… ϰαὶ τριήρεις ἐξαρτύσας
πυρφόρους μάλα συχνὰς͵ ϰατὰ τῆς Κρήτης ἒστελλεν…)

La riconquista riuscirà invece più tardi, nel 961:

… Niceforo (qui ‘Niceforo il Vecchio’), navigando velocemente e conducendo un gran numero di


triere ignifore - le quali i romei (‘bizantini’) chiamano ‘dromoni’, mosse verso Creta {ὸ Νίϰηφόρος
[...] ταχυπλοήσας, πυρφόρους τε τριήρεις πλείστας επαγόμενος (δρόμονας ταύτας Ῥωμαῑοι
ϰαλοῠσι), τή Κρήτη προσώρμισεν. Ib.}

… e lasciate le ignifore triere a guardia della medesima (Creta)…(ϰαὶ πυρφόρους τριήρεις ἐς


φυλαϰὴν ταύτης ϰαταλιπὼν… Ib. LT. II. 8.)

Insistamo sulla circostanza che le triere bizantine sono dette qui e altrove ignifore (πυρφόρους)
essendo, come abbiamo detto che spiegava l’imperatore Leone VI, armate a prua di sifoni, più
tardi detti trombe o soffioni di galea, che emettevano fuoco liquido, come allora si diceva, per
incendiare i vascelli del nemico, in quanto ciò riteniamo avvalori la tesi che sosteniamo nella nostra
opera sulle origini delle artiglierie e cioè che è praticamente inammissibile che ai bizantini, i quali
per diversi secoli mantennero un solitario primato nell’uso di detto fuoco liquido e di detti sifoni, non
sia da attribuirsi con certezza anche quello dell’invenzione della polvere propulsiva o da sparo che
dir si voglia; invenzione in seguito magari meglio valorizzata e sviluppata da altri popoli, come

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spesso accade alle invenzioni. In un caso Leone Diacono, a titolo di ‘licenza poetica’, chiamerà
queste triremi sifonate anche ‘navi ardenti’ (τῶν ἐμπύρων νεῶν. Ib. LT. VII. 7).
Dai suddetti brani si evince poi che al tempo dell’autore ormai le armate dei bizantini erano da
qualche tempo costituite non più di dromoni, come invece ancora evidentemente erano state ai
tempi del predetto omonimo imperatore, ma di galee; il che ci dice che la detta evoluzione avvenne
appunto nella prima metà del decimo secolo. Nei primi secoli del secondo millennio troveremo
infatti chiamare dromoni i soli passa-cavalli e ciò anche nel Tirreno, forse perché, essendo questi
più alti delle galee leggiere, ricordavano appunto quei dromoni usati nell’Alto Medio Evo talvolta
anche come passa-cavalli in ambedue i mari; ecco per esempio alcuni dei preparativi fatti nel 1081
a Brindisi dal condottiero normanno Roberto il Guiscardo per andare ad assalire i bizantini a Corfù
e poi a Durazzo:

… approntando dromoni e diere e triere e raccogliendo dermoni (‘dromoni’) e altre abbondanti navi
da carico dalle zone costiere (δρόμωνάς τε ϰαὶ διήρεις ἐτοιμάζων ϰαὶ τριήρεις, ϰαὶ δέρμωνας ϰαὶ
σέρμωηας φορταγωγοὺς ἐτέρας παμπληθεῖς ναῦς ἐϰ τῶν παραλίων εὐτρεπίζων χχωρῶν. Anna
Comnena, Alexiadis. LT. III, 9.)

Qui dromoni è, come si vede, detto due volte e cioè sia nella sua dizione propria δρόμωνάς per
indicare i passa-cavalli e sia nella sua più tarda dizione corrotta δέρμωνας per indicare vascelli da
carico generici; è chiaro che in tutti e due i casi doveva certamente trattarsi di vascelli in cui non
era più usato il livello di voga inferiore perché sarebbe risultato incompatibile con le necessità di
carico.

… Avendo caricate diligentemente sulle navi tutte le cose necessarie a un assedio e avendo fatto
entrare nei dromoni cavalli e cavalieri armati… (Καὶ πάντα τὰ πρὸς τειχομαχίαν ἐπιτήδεια ἐν ταῑς
ναυσὶν εἰσαγαγὼν σπουδαίως, εἲς τε τοὺς δρόμωνας ἲππους τε ϰαὶ ἐνόπλους ἰππέας εἰσελάσας. Ib.
LT. III, 12).
… sciolti gli ormeggi, allestiti i dromoni, le triere e le monere a mo’ di guerra con riguardo alle cose
nautiche, iniziò il viaggio in buon ordine (λύσας τὰ πρυμνήσια, τούς τε δρόμωνας ϰαὶ τριήρεις νῆας
ϰαὶ μονήρεις ϰατὰ τὴν τῶν ναυτιϰῶν ἐμπειρίαν εἰς πολέμου σχῆμα διατυπώσας, σὺν εὐταξία τοῦ
πλοὺς ἀπεπειρᾶτο. Ib.)

Nella seconda citazione, oltre all’uso di chiamare dromoni i passa-cavalli perché si continuava a
farne gli scafi usando il garbo di quelli, c’è da notare la mancanza di diere, ma si tratta di una
semplice omissione perché, come già visto in altra precedente, anche Roberto ne aveva, come del
resto ne aveva il suo nemico l’imperatore bizantino Alessio I Comneno, padre della stessa
narratrice Anna Comnena:

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Egli, allestite diere, triere ed ogni genere di navi corsare, le inviò contro Roberto (Αὐτὸς δὲ διήρεις
ϰαὶ τριήρεις ϰαὶ παντοῖον εὶδος λῃστριϰῶν νηῶν ϰατασϰενάσας ϰατὰ τοῦ Ῥομπέρτου ἐξέπεμψεν. Ib.
LT. VI, 5).

Anche i veneziani, alleati di Alessio, persa una prima battaglia navale nelle acque di Durazzo, ne
inviarono contro Roberto una maggiore e stavolta lo sconfissero:

I veneziani, allestiti dromoni, triere e altri più piccoli e veloci vascelli... (δρόμωνάς τε ϰαὶ τριήρεις
εὑτρεπίσαντες οὶ Βενέτιϰοι ϰαὶ ἅλλ' ἄττα τῶν μιϰρῶν ϰαὶ ταχυδρόμων νηῶν... Ib.)

Pure il rinnegato Zarca, ammiraglio dei turchi, ne avrebbe allestito a Smirne verso il 1090:

E di nuovo allestiva diligentemente navi piratiche (cioè armate da guerra di corso), dromoni, diere,
triere e altre simili navi più leggere (Καὶ αὗθις λῃστριϰὰς ἐπιμελῶς ϰατεσϰεύαζε ναῦς, δρόμωνάς τε
ϰαὶ διήρεις ϰαὶ τριήρεις ϰαὶ ἂλλʹ ἂττα τῶν ϰουφοτέρων νηῶν. Ib. LT. IX, 3).

Lo stesso i pisani, ai quali i crociati francesi, dopo aver preso Nicea nel 1097, chiesero uno stabile
aiuto marittimo logistico per poter così ricevere in Medio Oriente i consistenti rinforzi di cui avevano
bisogno per poter continuare quella prima crociata; a dire della Comnena, Pisa preparò pertanto
una grande armata di ben novecento vascelli circa, tra diere, triere e dromoni e altri remieri più
piccoli e veloci (διήρεις τε ϰαὶ τριήρεις ϰαὶ δρόμωνας ϰαὶ ἔτερα τῶν ταχυδρόμων πλοίων. Ib. XI, 10),
ma anche qui per questi dromoni l’autrice bizantina intendeva però gli uscieri, se non altro perché,
come abbiamo già detto, i veri originali dromoni erano stati un tipo di vascello caratterizzante
solamente le armate di mare bizantine - o perlomeno solo quelle del Levante del Mediterraneo e
non quelle del Ponente. Premesso che naturalmente il predetto numero di novecento è
un’esagerazione tendente a ingigantire le forze nemiche o potenzialmente nemiche che suo padre
Alessio si era trovato via via a dover affrontare durante il suo impero e che la Comnena avrebbe,
pensiamo, forse fatto meglio a limitare invece a novanta, è qui notevole leggere del timore che la
potenza marittima pisana poteva suscitare anche in un impero grande e possente com’era allora
quello romano d’Oriente.
Oltre a questo ormai invalso uso di usare i dromoni per passa-cavalli (o perlomeno di chiamare
questi così) in quanto, adottate ormai le leggere e veloci galee, quelli erano divenuti obsoleti, c’è
qui da notare il mettere in risalto la velocità di vascelli remieri più piccoli e non dei medesimi
dromoni, a riprova di quanto già detto e cioè che il nome dromoni, pur derivando da δρόμος
(‘corso, corsa’), non significava una particolare velocità.
L’imperatore Alessio dunque, temendo dunque l’uscita in mare di tale grande armata, la quale
avrebbe forse potuto esser tentata di rivolgersi contro la ricca Costantinopoli, fece a sua vol ta

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preparare l’armata bizantina; ed ecco quanto di strano e inusitato fece anche preparare, nella
traduzione, certo più letteraria che letterale, fattane nell’Ottocento da Giuseppe Rossi:

… Imperciocchè nota essendogli la grande sperienza di que’ da Pisa nelle marittime guerre e con
ragione paventando non la sua flotta soggiacesse, guerreggiandoli ,a gravi sinistri prescrivea di
formare mediante rame e ferro teste leonine o di altri feroci animali con bocca spalancata, e porre
ognuna di esse ad elevazione assai maggiore delle prore, oltre di che, a renderle vieppiù terribili,
comandava si cuoprissero di oro o colori e che dalle fauci lanciassero fiamme, introdottevi per
arcani meati e torti canali, contro al nemico, non per offenderlo, ma per incutergli col la sorpresa più
grande spavento alla vista dell’improvviso e nuovo martoro (‘tormento’) uscente dalle terribilissime
gole di que’mostri cosi tanto orrendi allo sguardo (L’Alessiade di Anna Comnena etc. LT. 11, XLIII.
Milano, 1849).

In realtà la Comnena fu ingenua qui a pensare che tali opere fossero state istallate solo al fine di
incutere spavento; si trattava in effetti di una versione sì più artistica e impressionante ma anche
più efficace di quell’arma lancia-fiamme prodiera chiamata sifone e più tardi tromba di galera, già
più volte da noi menzionata, la quale era comunemente usata prima dell’invenzione della polvere
da sparo e di cui più avanti diremo; anzi, una nuova miscela di fuoco usata dai bizantini in questo
conflitto marittimo con i pisani si dimostrò offensivamente più efficace di quelle che erano state in
precedenza usate e narra infatti ancora la Comnena che, scontratisi poi effettivamente nello Ionio i
vascelli bizantini con quelli pisani, il conte imperiale Eleemone, sebbene i nemici li avessero più
grossi e potenti dei loro, riuscì con il suo solo vascello a incendiarne ben quattro degli avversari,
essendo questo nuovo tipo di fuoco, sconosciuto ai pisani, composto in maniera che non si
lanciava più, come i tipi tradizionali sino ad allora usati, in alto sul vascello nemico perché poi vi
ricadesse sopra, ma si poteva ‘sparare’ in orizzontale contro di esso (ἐϰδειματῶθέντες οἰ βάρβαροι
τὸ μὲν διὰ τὸ πεμπόμενον πῦρ - οὐδὲ γὰρ ἐθάδες ἠσαν τοιούτων σϰευῶν ἢ πυρὸς ἂνω μὲν φύσει
τὴν φορὰν ἒχοντος, πεμπομένου δ' ἐφʹ ἂ βούλεται ὀ πέμπων ϰατά τε τὸ πρανὲς πολλάϰις ϰαὶ ἐφ'
ἐϰάτερα. Ib. LT. 11, XLIV); dunque i pisani, sia per questo nuovo artificio dei bizantini sia
soprattutto a causa di una tempesta che cominciava a imperversare, furono costretti a ri tirarsi. E’
da pensarsi che questo nuovo tipo di ‘fuoco liquido’, avendo un effetto meno volatile di quello dei
tipi precedenti, doveva probabilmente contenere una maggior quantità di sostanze bituminose
grasse e corpose; dunque in questi conflitti collegati alla prima crociata (1095-1099), se è vero che
i bizantini conobbero per la prima volta - e a loro danno - l’uso della manuballista, ossia della
piccola balestra da fante usata contro di loro dai normanni, come scrive la cronachista coeva Anna
Comnena e come narriamo in altro di questi nostri lavori, essi pure ebbero, in fatto di armamenti,
delle novità da far provare ai loro nemici. Per completezza diremo che quest’arma fu detta a
Bisanzio prima τζαγγρατόξον; poi solo τζάγγρας ο τζάγκρας e χειροτοξοβολίστρα, infine il nome fu

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definitivamente latinizzato in μπαλαὶστρα ο μπαλέστρα. Per quanto riguarda questo argomento
dell’armamento dei dromoni, aggiungeremo infine che Leone VI raccomandava anche una
dotazione di mangani, nel caso si andasse appunto ad assediare una città marittima o anche si
prevedessero combattimenti statici contro armate nemiche; in quel caso si legavano due dromoni
assieme e li si usava affiancati a mo’, si potrebbe dire, di bilancina o di catamarano, e così la larga
base ruotante di un mangano, troppo larga e ingombrante perché potesse poggiare su uno solo di
quei sottili scafi, si montava appunto su ambedue gli scafi appaiati , come però forse meglio
spieghiamo nel nostro libro dedicato all’artiglieria. Quest’uso di appaiare vascelli onde formare una
stabile e ampia base per l’istallazione di macchine d’assedio costiero o fluviale era molto antico e
infatti gli storici romani ci raccontano della grande sambuca costruita nel 212 a.C. dai romani per
assediare Siracusa, macchina che poggiava su ben otto vascelli legati insieme; detto in breve, la
sambuca era un sistema con cui, tirando molte funi da varie angolazioni, si elevava una pedana
carica di soldati fino agli spalti nemici e il suo nome era mutuato appunto dall’omonimo strumento
musicale, caratterizzato da molteplici corde sonore. Questa macchina d’assedio non ebbe però
molta fortuna perché risultò alquanto vulnerabile e infatti fu prontamente fracassata e resa
inutilizzabile dagli assediati siracusani (Plutarco, Vita di Marcello). Più successo avrà nel 1550 la
sambuca costruita dagli spagnoli all’assedio di Africa (oggi Mahdiya), allora una temibile città
fortificata turco-saracena sulla costa tunisina; in questo caso la macchina, ultimo esempio storico
dell’utilizzo di una sambuca in guerra, poggiava su quattro vascelli allineati e cioè due navi
all’interno e due galere all’esterno e, nonostante vari tentativi che gli assediati fecero per
incendiarla, contribuì moltissimo alla caduta della piazzaforte (Tomaso Fazelli, De rebus siculis etc.
T. III, p. 255. Catania, 1753).
Ma, tornando ora ai dromoni, circa un secolo dopo vediamo ancora chiamare così i passa-cavalli:

Anno Domini 1175. Rex Guilielmus Siciliae misit exercitum magnum in Egyptum super
Alexandriam, in principio Iulii; qui exercitus fuit 150 galearum et 50 dermonum (‘dromonum’) pro
equis portandis… (Cronaca pisana del Marangone. Cit. P. 71.)

E ancora, a proposito dei preparativi fatti in Europa per la Quarta Crociata (1202-1204):

… si può dire che i vascelli di quasi tutta l’armata furono costruiti a Venezia per tre anni continui,
circa centodieci dromoni, formati a regola d’arte, per caricarvi i cavalli e inoltre sessanta tra navi e
triremi (πλοῑα δ' ἐτύχθη παντὸς ὡς εἰπεῑν στόλου εἰς Βενετίαν ἐν τρισὶν ὄλοις χρόνοις, δρόμωνες
ἴππων εἰσδοχεῑς πρὸς τοῑς δέϰα ἑϰατόν, εὗ πως τῇ τέχνῃ πεπηγμένοι, ἑξήϰοντα νῆές τε τριήρεις
πάλιν. Efremio, Imperatorum et patriarcharum recensus. De Alexio Angelo, all’anno 1202.)

Tra gli importantissimi documenti annotati in margine ai fogli del al Codex Ambrosianus e trascritti
dal Muratori troviamo appunto il contratto originale stipulato nell’aprile del 1201 tra il doge Enrico

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Dandulo e i principi franco-borgognoni organizzatori della suddetta Crociata; ecco i servizi che la
Serenissima si impegnava a fornire all’esercito crociato:
Per quanto riguarda invece i pamfii tirrenici, li troveremo usati dai genovesi nel loro antico ruolo di
mercantili ancora alla fine del Trecento:

… e vi trovò anco un pamfulo pur de’ genovesi con cento sacchi di cottone ed il resto de’ pisani…
(Daniello Chinazzo, Cronaca della guerra di Chioza etc. In LT.A. Muratori, Rerum italicarum
scriptores etc. C. 791, t. XV. Milano, 1727).

Con la caduta di Costantinopoli anche i dromoni passa-cavalli sparirono e lasceranno poi il campo
a quelle galee grosse modificate provviste di un grande portello d’ingresso posteriore e chiamate in
latino e in italiano tirrenico uscieri (più tardi detti impropriamente fusti) e in veneziano invece, come
abbiamo già accennato, marani e più tardi arsili, mentre sui fiumi i veneti usavano allo scopo le
ganzare o ganzaroli; ecco pertanto una tabella riassuntiva di quanto appena detto dei vascelli
passa-cavalli:

Alto Medioevo

Tirreno: uscieri
Adriatico: chelandi

Basso Medioevo

Tirreno: uscieri
Adriatico: ex-dromoni - chelandi (gr. οὺσίαι o οὺσιαχὰ χελάνδια) – marani – ganzare.

Cinquecento

Tirreno: fusti
Adriatico: arsili

I passa-cavalli turchi invece mantennero sempre il loro nome di parandarie. Poiché anche
nell’antichità i vascelli sottili da remo dovevano necessariamente esser costruiti a misura di
vogatore, essi non potevano, quanto a dimensioni, essere sostanzialmente diversi dalle moderne
galere, fuste e bergantini che sono l’oggetto di questa nostra trattazione; ciò anche perché
sappiamo che ogni triera romana disponeva di un’intera centuria di fanteria, cioè all’incirca lo
stesso numero di fanti che vedremo affollare in combattimento la moderna galera. Nel lt. II delle
Storie di Niketas Koniatos vediamo che circa un secolo e mezzo dopo la predetta riconquista di

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Creta, cioè nel 1144, preparando la campagna navale e terrestre di Antiochia, l’imperatore
bizantino Manuele I Comneno aveva approntato un’armata marittima così diversificata:

… furono radunati i pentecòntori, convocati i miuoparoni, impeciati gli ippagogoi, caricate di


commestibili le onerarie, apparecchiati i brigantini (ἀθροίζονται πεντηϰόντοροι, ἀγείρονται
μυοπάρωνες, αἱ ὶππαγωγοὶ ἁσφαλτοῡνται, αἱ φορταγωγοὶ πληροῡνται τῶν ἐδωδίμων, οἱ
ἐπαϰτροϰέλητες εὐτρεπίζονται.)

Dei pentecòntori abbiamo già detto, dei miuoparoni presto diremo; non si impeciavano, per
proteggerle dalle intemperie, solo le opere vive degli ippagogoi, come erroneamente si potrebbe
credere da questo brano, ma quelle di tutti i vascelli, mentre le parti immerse si spalmavano di
sego, come sappiamo; ecco e.g. un brano tratto dalla Historia sicula di Bartolomeodio Neocastro
dove si narra delle prime guerre angioino-aragonesi (1282-1302) per il predominio sull’Italia
meridionale:

… In seguito, poiché i genovesi restavano inerti in quanto, per il fatto che, preparate le suddette
galee, difettavano di pece per impeciarle, riunito il consiglio, inviarono ambasciatore al re Alfonso il
nobile Francesco da Camilla, loro concittadino, sotto colore di concludere un accordo con lui
riguardo ai danni apportati qui e là dai loro corsari. Avendo quindi raggiunto un accordo su quelle
cose che quello aveva chiesto, poiché la catalogna abbondava di pece, il detto re, pregatone del
predetto ambasciatore, concesse loro graziosamente di estrarne 400 sporte da trasportare a
Genova senza (pretendere) alcun diritto d’esportazione, (pur) non ignorando che i genovesi ne
erano privi e che era necessaria alle galee che essi preparavano a danno della Sicilia e dei suoi
(Cap. CXIV).

In epoca imperiale alle tradizionali pesanti triere gli antichi romani avevano incominciato ad
affiancare le leggere liburne, vascelli diere (gr. ηῆες δίϰρόταῑ), cioè biremi, tanto più agili, veloci e
manovrieri, inoltre molto più economici soprattutto in gestione e quindi più alla portata, per
esempio, di quelle che più tardi saranno le piccole repubbliche marinare italiane, le quali
riserveranno di solito alle triere i soli ruoli di comando; vero è però che Bisanzio sarebbe stata
molto ricca e molto ricche sarebbero anche divenute prima Venezia e poi anche Adrianopoli e
infatti questi potentati continueranno a preferire in guerra l’uso dei dromoni il primo e delle galee
triremi gli altri. Ma quando avvenne questa introduzione delle leggere diere, le quali, guidate da
alcune triremi di comando, cioè da vascelli a tre ordini di remi come erano le antiche triere romane,
ma comunque anch’esse di queste molto più snelle e leggere, andavano appunto prima ad
affiancarsi e più tardi a sostituirsi a dette pesanti triere e agli altrettanto pesanti dromoni bizantini? I
romani, come sappiamo, fino all’inizio dell’impero avevano usato triere molto pesanti, in quanto si
trattava di vascelli di bordo non basso come quello che avranno poi le galee in quanto sopra i
remigi, ossia sopra le due teorie laterali di banchi di voga, avevano due camminamenti sui quali si

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ponevano a combattere i soldati e questo sia perché, al tempo della repubblica, le loro battaglie
navali erano state molto statiche, in un certo senso alquanto simili a quelle terrestri, e quindi
necessitavano di vascelli molto saldi, robusti, affollati di combattenti e di conseguenza alti, larghi e
pesanti. Quando poi alla battaglia di Azio del 31 a:C. Augusto si rese conto del gran servizio che
gli rendevano le leggere e più agili liburne, basse di bordo e prive di sovrastrutture, dei suoi alleati
dalmatini, considerando inoltre che la secolare lotta che Roma conduceva alla pirateria, specie
appunto a quella illirica, si poteva condurre solo con vascelli remieri leggeri e sottili di quel tipo,
come appunto erano quelli usati dai pirati, volle che le liburne diere, ma in seguito anche le triere o
maggiori, entrassero a far stabile parte delle sue armate; fu dunque l’adozione delle liburne un
passo intermedio tra l’uso della triera classica e quello della galea medievale, dotata questa anche
di vele. Che queste liburne fossero nell’antichità romana delle biremi ce lo dicono Appiano
Alessandrino e il poeta Luciano, ambedue vissuti nel II sec. D. C., i quali a tal proposito così si
esprimevano:

… I liburni erano un altro popolo illirico che pirateggiava per il Mar Ionio e le sue isole con vascelli
veloci e leggeri, donde oggi i romani chiamano ‘liburnidi’ le biremi leggere e veloci (Έγένοντο
Λιβυρνοὶ γένος ἒτερον Ίλλυριῶν͵ οἲ τὸν Ίώνιον ϰέ τὰς νῆσυς ἑλῄστευον ναυσὶν ὠϰείαις τε ϰέ
ϰούφαις͵ ὂθεν ἒτι νῦν Ῥωμαῖοι τὰ ϰοῦφα ϰὲ ὀξέα δίϰροτα Λιβυρνίδας προσαγορεύουσιν. Appiano
Alessandrino, Illyricum.)

… Meditando io di navigare in Italia, mi fu allestita una di quelle veloci biremi tanto apprezzate dai
liburni, popolo che abita il seno ionico (Ἐπ᾽ Ἰταλίαν μοι πλεῖν διανοουμένῳ ταχυναυτοῦν σϰάφος
εὐτρέπιστο τούτων τῶν διϰρότων, οἷς μάλιστα χρῆσθαι Λιβυρνοὶ δοϰοῦσιν͵ ἔθνος Ἰονίῳ ϰόλπῳ
παρῳϰισμένον. Luciano di Samosata, Amores.)

Le squadre di mare regionali che guardavano l’Impero Romano ed erano dislocate a Ravenna, al
Miseno, sulle coste nord-africane, siriache e del Canale della Manica saranno quindi da allora
formate non più solo da classiche triere ma anche da liburne; c’era comunque generalmente per
ogni grande flotta una dozzina di vascelli maggiori, cioè una decina di tetreres e un paio di
penteres, adibiti evidentemente a vascelli di comando, e infine una hexeres per il praefectus
classis. Non avevano i romani i poco agili vascelli remieri di cui ci si servirà nel Medioevo, ossia
quelli monoponte chiamati pamffi o pamfuli nel Tirreno e quelli biponte detti dromoni in Levante;
avevano invece vascelli fluviali, naturalmente più corti di quelli marini perché altrimenti avrebbero
avuto difficoltà a dar di volta, cioè a virare per tornare indietro. Negli ultimi secoli dell’impero, le
flotte che percorrevano il Danubio, fiume che rappresentava il suo naturale confine orientale, erano
formate da qualche centinaio di lusoriae (corr. di collisoriae, cioè ‘da battaglia’, equivalenti alle
triere marittime), da parecchie decine di agrariae (cioè attuarie ‘da caccia’, ossia da corso,
equivalenti alle liburne marittime) e da alcune judiciariae, vale a dire ‘da servizio dei finium judices’,

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cioè dei funzionari confinari che avevano il compito di decidere come e dove migliorare le
fortificazioni confinarie a seconda dei movimenti dei popoli nemici che cercavano di passare il
fiume. Per quanto riguarda il nome agrariae, esso entrerà a far parte anche del vocabolario
bizantino, ma, come vedremo, ora per vascelli marittimi, e Anna Comnena ci dice che ai suoi tempi
si trattava di imbarcazioni coperte (σσαράϰοντα ἀγράρια σϰεπαστά. In Alexiadis. LT. VII, 8);
probabilmente perché, destinate all’avanscoperta, erano più soggette ad essere bersagliate
all’improvviso.
Una prima menzione di diere – quindi di liburne - usate in battaglia sarà fatta dallo storico bizantino
Zosimo, vissuto a cavallo tra quinto e sesto secolo, e cioè a proposito della battaglia
dell’Ellesponto del 324 d.C. In quel lungo e stretto passaggio si scontrarono 80 diere triacόntori (gr.
διήρεις τριαϰόντοροι; grb. τριηϰόντοροι), cioè biremi da quindici banchi per lato (quindi da 60
vogatori), che combattevano ora per Flavio Valerio Aurelio Costantino, più tardi Costantino I, ed
erano comandate dal figlio dell’imperatore Flavio Giulio Crispo, e di contro 200 vascelli di Valerio
Valeriano Licinio capitanati da Abanto, praefectus classis non meglio identificato, e tra i quali molti
erano triere pentecόntori (τριήρεις πεντηϰόντοροι), cioè triremi da 25 banchi per lato (quindi da 150
vogatori); e fu proprio la ristrettezza del luogo, l’inferiore numero e la maggior agilità de vascelli di
Costantino a fargli vincere la battaglia, essendovisi impacciati e impediti a vicenda i troppi e troppo
grossi vascelli di Licinio (Storie. LT. II, par. 23 e 24). La suddetta battaglia dell’Ellesponto fu certo
un caso particolare, ma è indubbio che i romani avevano sempre dovuto avere un bisogno tattico
di vascelli leggeri, perché, come già accennato, per inseguire le imbarcazioni piratiche tra le sirti
(‘secche’) e le formiche [‘scogli affioranti costieri’; gr. ἐρμαῖοι, ὒφαλοι (πέτραι), χοιράδες], le triere
classiche avrebbero ‘pescato’ pericolosamente alquanto di più e quindi ecco il grande uso che
facevano di leggere liburne, le quali ovviamente sarebbero invece state inadeguate in battaglie
frontali, in quanto assolutamente non vi avrebbero retto l’urto di triere avversarie, egiziane o
romane che fossero, di loro tanto più pesanti ed equipaggiate.
La seconda menzione delle diere che abbiamo potuto trovare è nella Chronographia dello storico
bizantino Teofane Isauro, laddove si narra dei preparativi di guerra fatti appunto dai bizantini negli
anni 706-709 e in ambedue i casi esse vengono incluse nell’armata di mare assieme ai dromoni
(δρόμωνάς τε χαὶ διήρεις; …δρόμωνάς τε χαὶ διήρεις); la terza è, ancora nella suddetta
Chronographia, a proposito dell’armata saracena che tre anni più tardi tenterà senza successo di
prendere Costantinopoli e nella quale, secondo Teofane, erano anche dromoni (πολεμιχὰς χατίνας
χαὶ δρόμωνας), sicuramente però appartenenti a mercenari cristiani, perché gli arabi non ne
costruivano. La quarta menzione sarà fatta, anche se qui implicitamente, dall’imperatore Leone VI
(866-912) nella sua Tattica.

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Nell’antica marineria greca e poi anche in quella bizantina c’erano anche quelli che oggi diremmo
catamarani, cioè leggeri vascelli remieri biscafo, allora chiamati miuoparoni o paroni (gr.
μυοπάρωνες o πἂρῶνες; lt. myoparones); essi potevano essere da carico leggero o armati da
guerra, μόνωποι, ossia a un solo ordine di remi, quindi delle monere (lt. moneres, gr. μονήρεες o
μονήρεις ma anche ἐνήρεις, come leggiamo in Suida), molto usati questi nella guerra anti-piratica
ma anche e soprattutto in quella piratica, oppure potevano essere δίϰωποι, cioè a due ordini di
remi, pertanto delle diere; secondo un continuatore di Teofane questi miuoparoni erano da molti
per consuetudine chiamati σα(ϰ)τούραι, da cui evidentemente il nostro zattere, anche se questo
termine ha ora un significato del tutto diverso (ϰαὶ πλῆθος μυοπαρώνων ϰαὶ πεντηϰοντόρων, ἂς
σαϰτούρας ϰαι γαλέας ὀνομάζειν ειώθασι πάμπολλοι. In Historiae byzantinae scriptores post
Theophanem etc. - De vita et rebus gestis avi sui Βasilii Μacedonis. Par. 299. Parigi, 1863). Di essi
già si legge nell’antico De verborum significatione di Sesto Pompeio Festo:

Myoparone: tipo di naviglio formato da due dissimili; infatti sia il mydio sia il parone sono ognuno a
modo suo (Myoparo: genus navigii ex duobus dissimilibus formatum; nam et mydion et paron per
se sunt. Cit. Parte I, p. 129.

Quindi i vascelli remieri si potevano dividere in tre classi, ϰουμβάρια i piccoli, σατοῡραι, i medi,
γαλέαι e δρόμωνες, i grandi. Gli ippagogoi (ἱππαγωγοί) erano invece i passa-cavalli, come già
sappiamo; i fortagogoi (φορταγωγοὶ oppure φορτηγὰ πλοῐα) erano le navi da carico e gli
epattrocheliti erano invece le fregate e fregatine. Come già detto, i dromoni caratterizzarono solo
l’Alto Medio Evo, mentre nel Basso non saranno più usati, essendo però allora ancora talvolta
chiamati così l suddetti ippagogoi, come leggiamo a proposito delle costruzioni navali veneziani del
triennio 1201-1203 per la Quarta Crociata [dromoni cioè ippagogoi (δρομώνων μὲν ἱππαγωγῶν.
Niketas Koniatos, Storie. Alessio Comneno, lt. III)], e più tardi prenderanno questo nome generico
gli equivalenti levantini delle galee grosse veneziane e delle galeazze ponentine, come già
accennato. Giorgio Franzes nel suo Chronicon (LT. III, cap. III) ci dice che la prima parte
dell’armata di mare ottomana che nel 1453 si presentò all’assedio di Costantinopoli si componeva
di circa trenta tra triere e dromoni più centotrenta tra monere, velieri da carico (νῆες) e naviglio
minore (πλοιάρια); ora, poiché il nerbo delle armate medievali era formato dai maggiori vascelli
remieri (triere/dromoni/galee/fuste) e dagli imprescindibili vascelli ippagoghi, come già sappiamo, e
in particolar modo dovevano esserlo quelle arabo-turche, dal momento che i loro eserciti erano in
massima parte composti di cavalleria leggera, vuol dire che qui per dromoni, essendo i classici
vascelli remieri di questo nome in disuso ormai da secoli, si intendevano appunto vascelli
ippagoghi. Più tardi arrivò la seconda e più corposa parte dell’armata e si trattava di più di 320

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vascelli, di cui 18 triere, 48 diere e per il resto ‘navi lunghe’ (monere) e onerarie che trasportavano,
oltreb alle provviste, un grandissimo numero di arcieri protetti da giacchi di bambagia, come in quei
secoli si usava [τοξότων ἀνδρῶν (μ)παμπόλλων. Ib.] e tra le quali c’erano anche 25 dromoni
onerari (δρόμωνες φορτίοι, in seguito detti anche dal Franzes τριήρεις ἐμποριϰαί) carichi di
legname, calce e pietre, ossia di materiali d’assedio, ma che, ribadiamo, dromoni in realtà non
erano, non esistendo più quelli da lungo tempo e non essendo stati quei vascelli del passato tali da
poter esser caricati nella suddetta grave maniera (ib.). Si trattava dunque, come già accennato, di
vascelli bizantini equivalenti alle galee grosse veneziane e che erano utilizzati anche dai turchi col
nome, come già detto, di maone. Insomma alla fine i bizantini si videro assediati, oltre che da un
immenso esercito di terra di più di 258mila uomini, anche da una grandissima armata di mare di
circa 420 vascelli tra grandi e piccoli, mentre loro non avevano, per difendere una metropoli così
grande e con mura tanto estese, che 4.973 uomini locali, più gli stranieri alleati, specie italiani, che
assommavano a stento a duemila. L’imperatore dette il compito di calcolare il numero totale, in
uomini e armi, di tali scarse forze proprio al Franzes, il quale poi gli trasmise il riassunto di quei
miseri dati con la morte nel cuore, come egli stesso ricorda nel suo Chronicon (ib.) Infinita
vergogna quella dell’Europa che, trattenuta e impedita da un Papato nel corso della storia sempre
dimostrantesi esiziale, sia in Europa sia in nel Nuovo Mondo, il quale, dopo aver sponsorizzato per
secoli le inutili, sciocche e tanto sanguinose crociate, le quali solo servirono a perpetuare senza
fine l’odio dei mussulmani verso i cristiani, anche nutriva chiara ostilità contro la Bisanzio
ortodossa e quindi religiosamente autonoma da Roma, tanto da chiedere con insistenza alle grandi
potenze occidentali, ancora nel secolo scorso, un urgente intervento armato contro la Serbia
ortodossa che stava avvicinandosi con le sue forze armate sempre di più ai confini della religione
cattolica romana, l’Europa dunque non corse alla difesa di quell’importantissimo baluardo della
Cristianità; si poi aggiunga che Venezia aveva un po’ il dente avvelenato con quell’impero che
aveva sempre privilegiato e agevolato in quelle regioni il commercio genovese rispetto a quello
veneziano; solo alcune centinaia di valorosi volontari italiani, specie genovesi ma anche veneziani
e catalani, combatterono a fianco degli assediati romei (ἂριστοι ἂνδρες Ἰταλοί τε ϰαὶ Ῥωμαῖοι. Ib.),
ma non riuscirono a salvare né Costantinopoli né l’onore dell’Europa. E Il risultato di quella miope
e meschina politica fu che gli ottomani si permetteranno poi di arrivare ad oppugnare Vienna per
ben due volte e di prendersi gran parte dell’Ungheria, infestando e devastando inoltre spesso, con
veloci incursioni delle loro infinite cavallerie leggere, gli stessi territori istriani e dalmatini
appartenenti alla repubblica di Venezia. Il millenario impero di Costantinopoli - o di Bisanzio che dir
si voglia – fu di enorme importanza perché fece da provvidenziale trait d’union tra il mondo antico e
quello moderno, tramandandoci la cultura e la scienza del mondo romano, anche se solo

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attraverso quei miseri poveri resti sopravvissuti alle distruzioni ottomane e poi fortunatamente
proprio dai mussulmani in seppur piccola parte salvatici.
Nel secolo successivo Filippo Pigafetta (1533-1604) scriverà che il nome era ancora usato ai suoi
tempi in Levante, però adesso, a suo dire, per dei vascelli piccoli:

Nelle riuiere di Constantinopoli, et di Salonichi, et di tutti quei mari usansi certi vaselletti, che
s'appellano Dromognia (Annotazioni al Trattato brieve dello schierare in ordinanza gli eserciti etc.
P. 292. Venezia, 1586).

Ma si parlava dunque ormai di vaselletti, ossia probabilmente di simili a quelli oggi conosciuti dai
turisti come caicchi. Nella Storia di Giovanni Kinnamo, storico bizantino della seconda metà del
dodicesimo secolo, leggiamo che all’assedio di Corfù del 1149 il vascello imperiale dell’imperatore
Manuele I Comneno era una galea biremi {ἐπἰ τῆς βασιλιϰῆς […] διήρους}. Come racconta poi
nelle sue Storie Giovanni Cantacuzeno, la flotta di 105 vascelli che l’imperatore Andronico III
Paleologo preparò nel 1329 per la riconquista di Chio, isola allora feudo del genovese Martino
Zaccaria, non solo non comprendeva più i dromoni, ma nemmeno vi erano più chiamati così gli
ippagogoi; essa era infatti composta, a parte alcune poche monere, solo di diere e triere, otto delle
quali erano ippagogoi e portavano 300 cavalli; il che significa che ognuna di queste ne poteva
portare dai 35 ai 40 (Historiarum libri IV. II, 11). Come erano tenuti i cavalli nei vascelli porta-
cavalli? Possiamo solo immaginarlo con l’aiuto di alcuni materiali forniti agli uscieri della già
ricordata che nel 1270 fu approntata nei porti pugliesi per ordine di Carlo I d’Angiò re di Napoli:

… et in praedictis usceriis et teridis tabulata, nec non in teridis et usseriis stangas, stangarolas,
traversas et pectoralia oportuna pro equis ad transfetandum stabiliendis (G. de Giudicis, cit. P. 7).

I tabulata con i quali evidentemente costruirsi sotto-coperta i pavimenti per il calpestio dei cavalli,
stanghe, stangarole e traverse di legno per recintare li stessi e i pectoralia per proteggere i petti
degli animali dagli inevitabili urti contro le stangarole frontali. Si può quindi ritenere con
un’accettabile approssimazione che in un vascello orientativamente largo circa 5 metri e mezzo i
cavalli fossero ritenuti con il capo verso il centro del vascello e in due contrapposte ‘stalle’
disposte ortogonalmente rispetto alla chiglia, lasciando dunque uno strettissimo corridoio centrale
per la dazione di foraggio e inoltre anche strettissime separazioni laterali tra posta e posta per
l’asportazione del letame; in sostanza gli ordini di posta potevano andare dai 15 ai 20, a seconda
della lunghezza dello spazio disponibile, per un totale quindi di 30 o 40 cavalli a vascello.
A quanto racconta ancora il succitato Cantacuzeno, la flotta che il predetto imperatore preparò un
paio d’anni dopo per rinconquistare Lesbo, nel frattempo occupata per ripicca dai genovesi,

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presentava invece una composizione molto diversa perché su un totale di 84 vascelli da guerra
solo 44 erano triere e diere – le seconde più popolari come dίcroti - e per il resto monere (ib. II,
29); a parte c’erano poi le solite onerarie di supporto che seguivano i vascelli combattenti,
includendo tra queste ultime ovviamente anche quelli remieri passacavalli. A quest’ultimo proposito
bisogna peré precisare che in guerra, mentre i vascelli combattenti remieri viaggiavano e - a meno
che il maltempo o il mare forte non le allargassero o anche disperdessero - si muovevano in ordini
stretti (lt. strigae), i velieri di supporto – nel Medioevo soprattutto piccole taride – seguivano
necessariamente l’armata in ordine sparso, cioè meglio e più presto che potevano, considerando
che si affidavano solamente ai venti e che in quei secoli le velature erano ancora rozze e poco
sviluppate; ecco per esempio l’armata di Carlo I d’Angiò che il 26 settembre 1282, avvicinandosi
un forte esercito aragonese nemico, s’imbarca abbandonando l’assedio di Messina:

… le galee simultaneamente sciolgono gli ormeggi, memtre le navi, le quali (ovviamente) non
potresti vedere remigare in schiere, né la flotta allontanarsi con vele agguagliate, ma inegualmente
e in non preordinate conserve or ingolfarsi or ritornare per non lasciare (a terra ) gli ultimi rimasti
(Saba Malaspina, cit. L IX, cap. XVII).

Bisogna a questo punto però chiarire che la denominazione numerica dei vascelli remieri antichi e
dell’Alto Medioevo va suddivisa in tre tipologie, a seconda che si tratti di numeri semplici o di
numeri decadici; la prima, cioè quella delle monere, diere, triere (τριήρεις διήρεις τε ϰαὶ μονήρεις.
G. Franzes, cit. LT. III, par. III) e così via fino alle più teoriche che reali eptere (Giulio Polluce
prendeva in considerazione addirittura le ennere), significava il numero di ordini di voga,
intendendosi per tali il numero dei vogatori che sedevano in ogni singolo banco di voga; la
seconda era precipuamente greca e indicava invece il numero di scalmi – ossia di remi - per ogni
lato (e.g. δεχάσϰαλμον αϰάτιον, ossia vascello attuario da dieci scalmi per lato); la terza infine con
le sue più usate denominazioni di eicosoro (‘ἐειϰόσορος’), triacòntoro e pentecòntoro - ma anche
triacòntero, pentecòntero - specificava il numero totale dei banchi di voga di un vascello remiero,
ossia 20, 30, 50 ecc. In realtà i termini originari devono esser stati triacòntaro, pentecòntaro ecc.,
perché derivati da τριἇϰοντα e τριήϰοντα ('trenta), πεντήϰοντα e πεντείήϰοντα ('cinquanta’) ecc. In
verità generalmente si crede che questi numeri si riferiscano ai vogatori e non ai banchi e ciò sulla
base del Lexicon di Esichio, dove si dice:

τριαϰοντόριοι· πλοῖα ὐπὸ λή πηλατούμενα (‘Triacontori: vascelli da 38 remiganti’).

E’ ovvio che quel ‘38’ non ha alcun senso e si tratta dunque di un numero mal trascritto, volendo
Esichio evidentemente dire invece ‘30’; ma, come forse abbiamo già detto, dividendo trenta uomini

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per due, dovremmo ammettere 15 banchi monoremo per lato, il che significherebbe uno scafo
troppo stretto per esser tanto lungo e quindi si può solo pensare che o egli voleva intendere
‘banchi’ e non ‘remiganti’ oppure che, essendo ai suoi tempi ormai passati secoli dall’uso di quegli
antichi nomi, non se ne sapesse più il giusto significato. Certo si potrebbe anche pensare a delle
diere in cui uno solo dei 16 banchi per lato fosse occupato da un solo vogatore, ma si trattava di
situazioni che si potevano verificare solo in caso di carenza di uomini e quindi non per una prassi
tale da determinare addirittura il nome di un tipo di vascello.
Insomma, per fare un esempio, per liburna diera se ne intendeva una che aveva due vogatori per
banco, per vascello triera uno da tre vogatori per banco, quindi superiore alla liburna che non
raggiungeva quel numero di ordini; per triacòntoro una liburna o simile da quindici banchi per lato,
monoremo o biremi che fosse, e tali dovevano dunque essere i triacòntori alla cui costruzione
accennava Eunapio di Sardi, storico greco nato appunto a Sardi nel 347 d.C. e che narrò gli
avvenimenti del Basso Impero del suo tempo:

… Si costruirono veloci triacònteri con la subbia (‘lesina’, cioè ‘con il garbo, forma’) delle libernidi (=
liburnidi, liberne, liburne) [Πηξάμενος δρομάδας τριαϰοντήρεις Λιβερνίδων τύϰῳ. Al n. 25 dei
Fragmenta, in Corpus Scriptorum historiae byzantinae etc. Parte I. Bonn. 1829).

Dunque questi vascelli erano stati anche costruiti con il garbo o forma delle liburnae monoremo
aventi appunto 15 vogatori per lato. Per vascello pentecòntoro se ne intendeva dunque invece uno
da 50 banchi in totale, 25 per lato; ma questo doveva essere non meno di una triera, altrimenti
sarebbe stato troppo stretto e lungo e quindi troppo soggetto a piegarsi pericolosamente di fianco.
Un teorico vascello ecatòntoro, cioè da 100 banchi in totale, avrebbe dovuto, avendone 50 per
lato, necessariamente essere anche un’eptera o anche un’ennera, cioè un vascello a sette, otto o
nove vogatori per banco.
Il Suida, citando proprio questo suddetto brano, assimila le liberne ai càrabi (cit. P. 444), ma
questa può essere un’osservazione da prendersi con le pinze, visto che questo autore visse
parecchi secoli dopo quelli delle liburne e che dei càrabi nelle storie bizantine si dice più volte che
erano vascelli, anche se remieri, atti a portare un carico, quindi non certo agili e veloci come le
liburne; poco dopo poi, però sotto il sinonimo liburniche, aggiunge importanti caratteristiche di
questi vascelli:

Liburniche: erano vascelli non del genere delle triremi, ma di quello dei legni corsari, dal rostro di
bronzo, forti, provvisti di coperta e dall’incredibile velocità (Λιβυρνιχαί. νῆες ἧσαν οὐ ϰαὶ τόν
τριηρικὸν ἐχηματισμεύϰαι τύπον, ἀλλὰ λῃστριϰώτεραι, χαλϰέμβολοί τε, ϰαὶ ἰσχυραὶ, ϰαὶ
ϰατάφραϰτοι, ϰαὶ τὸ τάχος αὐτες ἂπιστον. Ib. P. 445).

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Qui il Suida ci dice di due importanti caratteristiche delle antiche liburne e cioè che portavano un
pesante rostro di bronzo (gr. ἒμβολον) – pesantezza che non deve meravigliare, visto che poi le
galee porteranno a prua le loro maggiori artiglierie – e che erano provviste di coperta (gr. πλοῖα
ϰατάφραϰτα, σεσανιδωμένα πλοῖα), il che le faceva effettivamente capaci non solo di una
dotazione di attrezzatura e armamento complessa ma anche di trasportare piccoli carichi, magari
quelli di merci più preziose, per esempio i drappi di seta che porteranno poi spesso le galee. A
proposito dell’uso di pesanti rostri di bronzo, se ne parlava già nell’Onomastikon di Giulio Polluce,
cioè laddove si menzionano vascelli libici chiamati ‘montoni’ o anche ‘caproni’ [τινα πλοῖα Λύβια
(Λἶβυα), λεγόμενα ϰριοὶ ϰαὶ τράγοι. Onomasticum grece et latine. I.IX, p. 56. Amsterdam, 1706];
Esichio ci dice che pertanto si chiamavano anche νῆες τραγιϰαί (‘navi capronidi’). In generale
nell’antichità i vascelli remieri da guerra maggiori erano sempre forniti di rostro, in particolare le
triere (gr. χαλϰέμβολα, χαλϰέμβολοι νῆες, χαλϰεμβολάδες νῆες).
Nel libro III delle Historiarum di Agazia Scolastico (sec. VI d.C.) troviamo:

… Avendo dunque armato le triere e quanti triacòntori ci fossero… (τοιγάρτοι τάς τε τριήρεις ϰαὶ
ὄσοι τριαϰόντοροι παρώρμουν πληρώσαντες…)

Qui, primo secolo del Medioevo, ancora vediamo in uso vascelli dell’antichità romana e cioè le
triere, le quali erano, come sappiamo, di circa 25 banchi completi, cioè di quelli lunghi che
andavano da fianco a fianco, con sei remieri per ogni banco, dei quali però tre remavano a dritta e
tre a sinistra, quindi 150 rematori in tutto; poi i triacòntori, ossia le liburne da 15 banchi per lato,
cioè diere da 60 rematori. D’altra parte in quel secolo era ancora troppo presto perché si possa
pensare che si usassero ancora vecchi nomi (triere e triacòntori) per vascelli più ‘moderni’ quali le
galee triremi e biremi; invece questo è certamente da pensarsi per ciò che leggiamo nelle tanto più
tarde Storie del Cantacuzeno, cioè laddove si narra dell’assedio bizantino dei ribelli di Tomocastro
in Acarnania, avvenuto nel 1339; vi si dice infatti che agli assediati arrivò un soccorso inviato dai
tarentini che contava dieci triere e tre pentecòntori (δέϰα τριήρεις ϰαὶ πεντηϰόντοροι τρεῑς.
Giovanni VI Cantacuzeno, Historiarum libri IV. II, 37), in effetti tutte triremi, sia le prime sia le
seconde, ma probabilmente di garbo diverso; forse per triere l’autore intendeva delle ‘moderne’
galee triremi e per pentecontori delle triremi di più vecchio stampo. Insomma il Cantacuzeno, lui sì,
usava antichi nomi a fini evidentementi letterari, non solo ma forse sbagliava anche in sostanza
oltre che in forma, visto che ci sembra molto improbabile che il principato angioino di Taranto
potesse disporre all’occasione di una squadra di 13 legni remieri di cui non meno di 10 addirittura
triere, vascelli questi dalla gestione molto onerosa e di cui in quell’area allora solo la ricca Venezia
abbondava. Per fare un altro esempio che, a nostro avviso, attesta l’imprecisione del Cantacuzeno

161
in questa materia, un po’ più avanti nelle sue Storie egli racconta di una spedizione navale
genovese inviata nelle acque di Chio che sarebbe stata composta, a suo dire, di 32 triere
(‘τριήρεις, III, 95); ora, come abbiamo già spiegato, le armate e squadre dei genovesi e dei pisani
medievali si distinguevano dalle altre tirreniche per esser composte per la quasi totatiltà di biremi e
ciò sia per la maggior leggerezza sia soprattutto per il minor costo di gestione, preferendo pertanto
generalmente di sottrarsi alla battaglia offerta da un nemico armato di triere quando non potessero
contrapporgli un deciso vantaggio numerico. Dunque le galee medievali non erano altro che
evoluzioni delle antiche liburne, le quali, ribadiamo, avevano differito dalle coeve pesanti triere
specie per non presentare i due camminamenti di combattimento sopraelevati sui fianchi.
Stiamo qui ora parlando del Medioevo bizantino e dell’antichità romana, ma in effetti anche
nell’antichità greca le cose, in quanto a precisione, non sembra andassero molto diversamente;
infatti Erodoto, narrando nelle sue Storie del tempo della battaglia di Salamina (480 a.C.),
ogniqualvolta parla delle squadre e delle armate marittime greche non menziona altro che
pentecόnteri e triere e inoltre lo fa anche ben differenziandole (p. e. πεντηϰόντερους ϰαὶ τριήρεας.
H.36). Si aggiunga che erano quelli secoli in cui ci si affidava molto alla dea Fama, la quale, come
si sa, tra le altre sue caratteristiche aveva quella di saper correre molto velocemente, e Cicerone
diceva rumor multa perfert (‘la fama porta lontano molte cose’), concetto che più tardi diventerà il
famoso rumor crescit eundo (‘le dicerie si accrescono propagandosi’). Per farne un tipico esempio,
diremo che Giulio Polluce (II secolo d.C.) attribuisce alla famosa gigantesca nave del faraone
Tolomeo IV ben 15 ordini di remi (Πτολεμαίου ναῦς πεντεϰαιδεϰήρης. Cit. I-IX. Pp. 55-56), il quale
in verità è già numero incredibile perché significherebbe circa 1.500 vogatori; ma, come se questo
non bastasse, nel tempo quei numeri continuarono a crescere ed arrivarono, come si sa, a 40
ordini di remi e 4mila remiganti! E la cosa più stupefacente e che su tali frottole oggi s’impiantano
dotte discussioni e si cerca persino di costruire ‘fedeli’ modellini di tale inammissibile vascello!
Il nome di liburne, corr. di liburnidi, come si evince dal succitato Luciano di Samosata, o di
liburnicae, come invece spiega Renato Flavio Vegezio, trattatista romano del 4° secolo, derivava
dalla Liburnia, cioè dalla regione croata di Zara, porto in cui quei vascelli trovavano la loro origine;
questi vascelli, ancora solo biremi nel primo secolo d.C., erano usati dai potenti pirati illirici
narentini e poi dal Medioevo anche da quelli più settentrionali detti segnani); i romani le avevano
adottate proprio per combattere la pirateria con i suoi stessi mezzi. Appunto nella pirateria
dalmatina detto nome sarà poi nel Medio Evo sostituito da quello volgare e improprio di barche
lunghe, detto però solo nel senso che erano di forma allungata e sottile e non perché fossero
particolarmente lunghe; infatti presenteranno ora una lunghezza sensibilmente inferiore a quella
dei suddetti pentecònteri, per non parlare di quella delle grosse navi onerarie, fin a ridursi poi nel

162
Rinascimento a fuste e nel corso del Cinquecento anche a bergantini, cioè con una lunghezza
ulteriormente diminuita. Per quanto riguarda ancora i vascelli da guerra romani conviene forse
ribadire che tra triere e liburne la differenza non stava solo nel numero di remi, ma anche nella
struttura; le prime, con il loro bordo di media altezza, le loro sopraelevate corsie laterali per i soldati
che sovrastavano i banchi di voga, erano vascelli pesanti e lenti; mentre le altre, di bordo molto
basso, prive di sopraelevazioni, anticipavano quelli che saranno poi i cosiddetti vascelli lunghi alto-
medievali, detti poi legni sottili o armati nel Basso Medioevo e disusati dopo il Rinascimento,
quando cioè lasciarono campo libero ai vascelli sottili copertati, cioè le galee, le galeotte, le fuste, i
brigantini e le piccole fragate. Una terza struttura presenteranno poi, come già accennato, i
suddetti dromoni bizantini, cioè con due ponti di voga sovrapposti.
Vegezio narra che Augusto volle introdurre le liburne nelle due armate fisse di Roma, quella di
Miseno e quella di Classe nel Ravennate (in seguito trasferita a Grado), dopo averne apprezzato
l’ottimo lavoro fatto come vascelli gregari alleati nella battaglia di Azio da lui vinta contro Antonio
nel 31 a.C. Lo storico bizantino del tardo quinto secolo Zosimo nella sua Storia nuova (LT. V, par.
20) ci dice che le liburne, entrate in auge nelle armate della Roma imperiale per essersi
dimostrate più agili, veloci ed economiche delle pesanti triere e in seguito anche non meno veloci
di quelli che saranno i miuoparoni bizantini, monoremo o biremi che fossero, erano state usate con
detto nome di liburne dai romani ancora nel secolo precedente al suo, ma erano ai suoi tempi
ormai disusate, perché dimostratesi in guerra invece meno veloci delle nuove galee, biremi o
triremi che fossero, essendo queste sicuramente più attrezzate in velatura e probabilmente anche
più basse sull’acqua di quanto fossero stati i suddetti pentecòntori; bisogna però anche dire che ai
suoi tempi, se le biremi erano dunque in disuso, erano invece già molto usate le veloci monoremo,
prive della pesante coperta, e infatti, a leggere il di poco successivo Procopio da Cesarea (prima
metà del sesto secolo), l’armata bizantina di 500 vascelli comandata da Calonimo Alessandrino e
che nel 533 era andata a combattere il regno vandalico costituitosi in quella parte dell’Africa
settentrionale che più tardi dai cristiani sarà detta Barbaria includeva 92 vascelli da guerra (gr. &
gr. πολεμιϰαὶ νῆες), i quali erano tutti monoremo (μονήρεις) con equipaggi fatti solo di remieri, atti
però, quando necessario, a espletare, secondo la già detta antica tradizione greca, anche
incombenze marinare e a combattere, come molto più tardi si vedrà usarsi anche a bordo delle
monoremo basso-medievali:

… erano tra quelli anche novantadue ‘vascelli lunghi’ monoremo da presentare in battaglia navale,
peraltro anche dotati di copertura, affinché in tal modo i remiganti non fossero bersaglio dei colpi
dei nemici; ora la gente chiama tali vascelli ‘dromoni’; possono infatti navigare con grandissima
velocità. In essi navigavano circa duemila bizantini, tutti anche remiganti; non essendoci infatti
alcun ‘scapolo’ in essi (ἦσαν δὲ αὐτοΐς χαὶ πλοῑα μαχρὰ, ὡς ἐς ναυμαχίαν παρεσχευασμένα,

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ἐνενήχοντα δύο, μονήρη μέντοι χαὶ ὀροφὰς ὔπερθεν ἒχοντα, ὄπως οἰ ταῡτα ἐρέσσοντες πρὸς τῶν
πολεμίων ὠς ἤχιστα βάλλοιντο. δρόμωνας χαλοῡσι τὰ πλοῑα ταῡτα οἰ νῡν ᾂνθρωποι· πλεῑν γὰρ
χατὰ τάχος δύνανται μάλιστα. Έν τούτοις δὴ Βυζάντιοι δισχίλιοι ἔπλεον, αὐτερέται πάντες· περίνεως
γὰρ ἦν ἐν τούτοις οὐδείς. In De bello vandalico, LT. I, 11.)

La circostanza che ravvisasse i dromoni in vascelli remieri a un solo ordine di remi ci conferma
chiaramente quanto già altri passi delle sue storie ci hanno fatto di Procopio sospettare e cioè che,
pur dimostrando di avere dei buoni rudimenti della guerra terrestre, non s’intendesse per nulla
invece di quella marittima e dei vascelli in generale. Infatti solo qualche pagina dopo, a proposito
cioè di in un successivo episodio della guerra vandalica, narra che il capitano generale bizantino
Belisario aveva tra l’altro ordinato che i dromoni si ponessero in circolo attorno al resto dell’armata
marittima per farle come da cinta muraria di difesa, il che non si sarebbe naturalmente potuto
pretendere da dei piccoli e leggeri vascelli monoremo e quindi ciò significa che i dromoni erano
ben altri:

Inoltre Belisario comandò che restassero di presidio cinque arcieri per nave condotta e che i
dromoni fosser ancorati tutt’intorno a quelle per proteggerle dalle frecce dei nemici (πλην γε δὴ ὄτι
τοξότας πέντε ἑν νηὶ ἑχάστῃ Βελισάριος ἐϰέλευε μεῑναι φνλαχῆς ἕνεχα, χαὶ τοὺς δρόμωνας ἐν
ϰύϰλῳ αὐτῶν όρμίζεσ&αι, φυλασσομένους μή τις ἐπ'αὑτὰς ϰαϰουργήσων ἵοί (ib.)

Paragonandosi invece ora le galee medievali alle galere moderne, poiché la palmetta di queste,
non presente nelle prime, non rappresentava un allungamento dello scafo bensì in effetti solo
un’opera morta esterna allo scafo stesso, la lunghezza della zona dei remiggi delle medievali,
ossia degli spazi destinati alla voga, finiva per essere maggiore di quella delle moderne, perché
queste dovevano riservare la prua alle artiglierie, armi che quelle medievali non avevano , come
abbiamo più sopra già detto; infatti abbiamo visto che le galee costruite tra 1274 e inizio del 1275
in Italia per Carlo I di Francia, anche se biremi, avevano ben 27 banchi per lato. Di conseguenza,
anche se le galere da guerra moderne, perlomeno dalla seconda metà del Cinquecento,
aumentarono la loro stazza col diventare galere bastarde o quartierate, il numero dei loro ordini di
banchi restò sempre di 25 o 26 con forse qualche raro esempio di 27. Venezia era stata nel
Cinquecento la potenza marittima che più si era lanciata in questi tentativi d’aumentare le
dimensioni delle galere, tentativi falliti finché si era usata la voga a sensile o a zenzile, ossia con
impugnatura tradizionale del remo e con un remo per vogatore; l'esempio più ricordato era quello
della galera faustina varata nel 1529 e sulla quale più ci diffonderemo in un altro capitolo. Ci fu poi
un’altra galera veneziana - questa da 28 banchi - di cui parla il Baifio nel suo De re navali e il
Pantera c'informa che ai suoi giorni, vogandosi ormai da tanto tempo a scaloccio, le galere

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maggiori potevano permettersi i 28 banchi, cioè tanti quanti n’aveva avuto verso la metà del
Cinquecento quella ricordata dal Baifio:

... come sono anco hora ordinariamente le ‘Capitane’ di squadra, se ben so che è uscita
dell'arsenal di quella Città (‘Venezia’) alcuna galea sino di 32 banchi per servizio di alcun
Generale, ma ordinariamente non passano vent'otto. (P. Pantera. Cit. P. 22.)

D’una galera siciliana abortita proprio perché riuscita troppo grande ci da notizia nel 1571 il
Bonrizzo, residente veneziano a Napoli, in un suo dispaccio al senato di Venezia datato 13
novembre:

… La galea ov’era don Giovanni nella giornata di Lepanto è molto maltrattata; si voleva farla
riparare qui, ma, poiché a Napoli non si trova legname stagionato, verrà mandata (invece) qui da
Messina quella troppo grande costruita già da don Garzia di Toledo e la si ricostruirà daccapo in
proporzioni più piccole… (Nicola Nicolini, La città di Napoli nell'anno della battaglia di Lepanto, dai
dispacci del residente veneto Alvise Bonrizzo, in «Archivio Storico per le Province Napoletane»,
LIII (1928), B.N.N. Sez. Nap. Per. 2001.)

Ovviamente, per ridurre le proporzioni di una galera già esistente non serviva altro legname ben
stagionato. Interessante la predetta notizia perché la galera tanto malconcia di don Giovanni
dimostra materialmente come in quei tempi lo stesso capitano generale di mare (gr. έναρχος
στόλου) si mantenesse in prima linea in battaglia e affrontasse così il pericolo come l’ultimo dei
suoi soldati, anzi con più rischio, perché ogni soldato nemico, al solo intravederlo, subito tentava
ovviamente di colpirlo. Il Bonrizzo, dopo aver dato - in un altro dispaccio del 29 dicembre - notizia
che nell’arsenale napoletano si stava effettivamente lavorando alla trasformazione della predetta
galera, il 21 gennaio dell’anno seguente così ancora ne scriveva:

… Si lavora con molta alacrità alla galera destinata a don Giovanni; è bellissima e, quantunque
contenga ben trenta banchi (s’intende per lato), così proporzionata da sembrare una galea
ordinaria. Il Vicerè voleva farvi adattare la poppa, molto bella, della galea usata da Sua Altezza a
Lepanto, ma don Giovanni ha voluto serbarla per ricordo… (Ib)

Nonostante questo insuccesso, i messinesi non perderanno in seguito questa loro propensione a
fare galere più lunghe delle consuete e infatti nel 1612 li troveremo intenti alla costruzione di una di
32 banchi. D’una grande galera si doterà pure Uluch-Alì (detto anche Ulugh-Alì, Alì Oulouj, Ulugj-
Alì, Uluz(u)-Alì e infine El-Euldj-Alì), rinnegato cristiano calabrese nato a Le Castella (Cutro) nel
golfo di Squillace, secondo alcuni al secolo Giovan Dionigi Galeni e secondo altri Luca Galeni -
nome questo forse più probabile per la sua similitudine con quello turco, storpiato in Italia con
U(lu)ccialì o anche O(c)chiali:

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… All’inizio del mese di settembre 1568 il Gran Turco inviò in qualità di re o di governatore d’Algeri
Uluch-Alì, rinnegato calabrese, colui che fu in seguito grand’ammiraglio e che per corruzione noi
chiamiamo Ochalì, ma il suo nome è Uluch-Alì, il che in lingua turca significa ‘il rinnegato Alì’,
poiché quelli che noi diciamo rinnegati, i mori appellano ‘elche’ ed i turchi ‘aluc’. (Ib.)

Da non confondersi questo famosissimo Uluch-Alì, dirà poi il de Rotalier, con un suo omonimo
rinnegato greco, soprannominato d’Escander ou de Candelissa; il de Bourdeilles nelle sue
Mémoires così racconta di lui:

… era nativo della Calabria, dove io ho veduto il luogo e alcuni dei suoi congiunti, i quali egli
veniva talvolta a visitare e ai quali faceva del bene e del favore; era monaco, si dice, e, mentre se
ne andava a Napoli per studiare, fu catturato, poi rinnegò e poco a poco, facendosi corsaro,
progredì come s’è visto. Credo che prese il turbante più per nascondere la tigna che si dice l’abbia
accompagnato tutta la vita, senza che mai riuscisse a liberarsene, che per altro e, benché egli
facesse buona professione di rinnegato, tuttavia non abbandonò mai la religione cristiana. Ho
udito dire questo da monsieur de Dage, ambasciatore del Re in Levante che l ’aveva visto a
Costantinopoli. Ho udito tuttavia dire che era più crudele di Dragut e non aveva c osì gran civiltà
come Dragut, il quale amava i francesi; così, quando (quest’ultimo) fu impiegato per la Francia e
comandato dal gran Signore di correre il mare, per amor di quella s’impiegò di molto buon grado.
Ho udito dire così da monsieur il Barone de la Garde che l’ha condotto e comandato per ordine del
gran Signore. (Pierre de Bourdeilles, Mémoires, T. II, pp. 75-76. Leyde, 1666.)

Uluch-Alì dunque, fatto capitano generale dell'armata di mare turca dopo la sconfitta subita a
Lepanto, si fece costruire una Capitan(i)a particolarmente grande, forte e bella di ben 36 banchi
per lato, i cui remi di scaloccio erano grossissimi e lunghissimi in quanto proporzionati all'insolite
dimensioni di quella galera. Il Pantera, al quale si deve questa notizia storica, non ci dice però
quanti vogatori erano posti a ognuno di questi grossi remi; certo non meno di 6 o 7. Questo atto di
megalomania di quel parvenu, assurto a uno dei più importanti e prestigiosi carichi dell'impero più
potente del mondo d’allora dalla miseria e ignoranza in cui viveva e ancor oggi certamente da
considerarsi il calabrese più importante della storia, meravigliò persino i turchi, nonostante essi
fossero certo abituati a un certo gusto del gigantismo militare nell'artiglieria e nelle dimensioni dei
loro eserciti:

... Della qual galea uscì voce fuora che sarebbe stata meravigliosissima, di maniera che Sultan
Amurat, tirato dalla fama della grandezza e bellezza sua, si mosse di Costantinopoli per andar a
vederla sino alla Torre della Laguna. (P. Pantera. Cit. P. 59.)

Siamo portati comunque a credere che nemmeno questa maxi-galea ebbe un buon successo,
visto che nessun altro più ne scriverà. Il passaggio al remo di scaloccio permetterà comunque
d'ingrandire gradatamente le galere, aumentandone, come abbiamo già detto, il numero dei
rematori, e infatti nel Settecento la galera ordinaria arriverà a una lunghezza media di m. 47 e a

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sette rematori per banco. Questo processo d’ingrandimento comincerà dopo la guerra di Cipro
(1570-1573) e infatti in una relazione del 23 marzo1602 sulla produzione allora in corso
nell’arsenale di Venezia il Provveditore di turno così tra l’altro scriveva:

… E perché le galee dopo la passata guerra si sono fatte assai maggiori (di) come convenne a
quel bisogno e perché possino portare e quantità di vittuaria e di soldati ancora, li trinchetti fatti al
bisogno delle gallee che innanti la guerra s’usavano sono così picoli che hora possono prestare
poco servizio a queste che hora si fabricano, onde farian bisogno trentasettemilla brazza di tella da
Viadana, (il) che importeria ducati ottomille… (Relazione del Provveditore sopra le cento galee
letta nell'eccellentissimo Senato a' dì 23 marzo 1602, Venezia, 1868. B.N.N. Misc.103 (8.)

Gigantismi eccezionali e sempre inutili a parte, la forma della galera ordinaria era dunque lunga,
stretta e bassa e c'era una sola coperta, sotto la quale lo scafo era ripartito in sei camere (tlt.
thalami) divise da tramezzi detti parasguardi (vn. partitori; fr. fronteau, cloison, clisson) - termine
che poi verrà corrotto in parasquadri e così ancor oggi usato - e ognuna d’esse aveva in coperta la
sua boccaporta (fr. ecoutillon) con il suo sportello [fr. êcoutille, panau (oggi panneau)], termine
anch'esso oggi ancor usatissimo, ma nella sua forma corrotta di ‘boccaporto’, mentre nessun
autore da noi letto parla anche di posterle o anditi [fr. couloirs, cour(r)oirs, courriers, allées; olt.
gangen] che, come nei velieri, le rendessero intercomunicanti. Partendo dalla poppa, la prima di
queste camere era detta appunto la camera della poppa ed era riservata alle persone, alle armi e
alla roba del capitano, dei gentiluomini di poppa, dei passeggeri (gr. επιβάτοι, περίνεῳ; lt. vectores,
olt. anche scheepelingen) di qualità e altre persone di riguardo; essa era fornita d’una pancaccia
(bancazza) che faceva da letto al comandante e dalla sua estremità posteriore dava in un
minuscolo gabinetto di lavoro riservato anch’esso al capitano, il quale si chiamava lo scagnetto o
scannello (vn. studio o studietto; fr. gavon) e prendeva luce da due finestrelle rotonde, dette
cantarette (fr. cantanettes; vn. fenestrele in colomba), le quali si trovavano ai due lati del timone
(gra. πηδάλιον, οἰήίον, οἳαξ; grb. οἰάϰιον); dalla fine del Seicento, secolo certamente più ‘luminoso’
del precedente, la luce sarà data invece da tre finestre per ogni lato dell’ambiente. Dunque nelle
galere nemmeno il comandante poteva permettersi di dormire da solo. Contigua alla camera della
poppa era la seconda, detta questa lo scandolaro, la cui funzione era di servire la prima e infatti in
essa si conservavano l'armi e il resto della roba della gente di poppa (gr. πρυμνήται), vale a dire
dei predetti ufficiali e personaggi che nella prima camera appunto alloggiavano:

... e nei bisogni vi sta anco qualche botte di vino, come è costume delle galee di Malta. (P.
Pantera. Cit. P. 45.)

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Beoni questi cavalieri di S. Giovanni! Lo Jal cita uno statuto genovese del 1441 in cui, all'art. 34, si
consente di depositare sopra o sotto il banco dello scandolaro - ossia il banco che correva
tutt'attorno la predetta camera - non altro che l'oro, l'argento, le perle, le corazze, le celate, i
collaretti di ferro, le balestre con i loro verrettoni guarniti, le altre armi e le armature dei mercanti,
eccetto le armi che si portassero come mercanzia da vendere; insomma bisognava che questo
locale riprendesse la sua funzione originale e cioè quella di luogo sicuro e serrato dove tenere
valori e armi e non certo vino o leccornie per la gola degli ufficiali!
La terza camera, detta la compagna o dispensa, era il luogo in cui si conservavano in botti e barili
(vn. vezzotti) il grosso del vino e il companatico, cioè la carne vaccina salata, quella di maiale, il
lardo, le aringhe o le sardine salate, la tonnina, lo stoccafisso, il baccalà, il formaggio, il burro,
l'olio, l'aceto, l’acquavite, il sale ecc. Le botti di vino andavano conservate con il cocchiume in alto
e arrestate al pavimento con dei cunei, affinché non si mettessero a rotolare; i vini peggiori si
mettevano sotto ai migliori, perché l’esperienza diceva che i vini posti più in alto e quindi tenuti più
aerati si conservavano a bordo meglio e questo era anche il motivo per cui era consigliabile far
commercio marittimo di vino a mezzo di piccoli imbarcazioni; v’erano poi in questa compagna
anche le tinozze (fr. bailles; olt. verse-baalien, varse-baalien, week-bakken; vuilen-brassen) in cui
si ponevano a stemperare i cibi disseccati, specie lo stoccafisso (fr. anche moruë séche; olt.
stokvisch; gedroogde bakkeliauw), a lavare quelli che andavano lavati e a dissalare i salumi
perché potessero essere poi consumati; ma come si procedeva per salare (fr. brailler) a bordo le
aringhe, il salume allora più consumato dalla gente di mare? I francesi, dopo averle debitamente
decapitate ed eviscerate, le cospargevano di sale, le rimescolavano con pale e poi ne riempivano
le botti (fr. caquer; olt. kaaken, kaeken); gli olandesi preferivano tenerle in panieri piatti, da cui poi
prenderle a strati da inserire nelle botti e salandole direttamente in queste uno strato alla volta; a
terra si usava invece più spesso cospargerle di sale nei panieri, ma poi, afferrati questi per i due
manici, scuotere e far saltare le aringhe in modo da mescolarle al sale. L’insieme della pesca e
della preparazione delle aringhe si diceva in fr. drogherie, termine il cui significato si è poi esteso a
dismisura. Il grasso tolto dalla carne salata da cucinare si conservava e si utilizzava per arricchire
le minestre, ma, se esso era troppo salato, si adoperava invece per i lavori di manutenzione di
bordo. Lo stoccafisso, detto allora in Francia volgarmente merluche, si doveva arieggiare spesso e
ciò perché era l’alimento più soggetto all’attacco delle tignole; questo pesce, era un tipo particolare
di baccalà che si pescava principalmente tra le isole d’assunzione e il Capo Breton e si poteva
conservare per lungo tempo in quanto, oltre che salato, era anche disseccato al sole appeso a dei
pali, da cui il suo nome; c’era poi un terzo tipo di baccalà, detto questo in francese ‘verde’ o anche
‘bianco’ (olt. groene bakkeliauw), il quale era molto apprezzato e consumato a Parigi e si pescava

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anch’esso sul grande banco di Terranova come la maggior parte del comune baccalà [fr. moruë,
moluë; olt. bakkelia(a)uw].
La quarta camera, chiamata il pagliolo [fr. so(û)te, paillo], serviva a conservare in botti le
vettovaglie secche o panatica, come il biscotto, la farina, il pane, il riso, la fava, i ceci, l’orzo la
semola e i legumi in genere, i quali prendevano questo loro nome dall’essere generalmente
conservati in sacchi chiusi con legacci – pertanto anche il biscotto rientrava nella categoria dei
legumi, mentre i salumi si conservavano in botti o barili. Bisognava mantenere questo locale ben
asciutto a evitare che le provviste, specie il biscotto, andassero a male e quindi, prima di riempirlo,
andava preparato accendendovi dentro del fuoco che ne prosciugasse l’umidità raccoltavi,
operazione questa delicata e pericolosa per il vascello, come ricorda nel 1628 il già ricordato Digby
nel suo giornale di corso nel Mediterraneo:

… Noleggiai poi il ‘Samuele’, un veliero di duecento tonelli, che fu però distrutto completamente da
un incendio mentre asciugava il deposito del pane, quando era già quasi allestito. (Cit.)

Non esistendo allora pratici sistemi di refrigerazione, tutti i cibi freschi erano inadatti alla provvista
di bordo, specie il pane, il quale, a causa dell’umidità marina che trasudava dalle tavole di legno, si
guastava spesso in un solo giorno; il Brasca, il quale di ciò si trovò un giorno a tavola a lamentarsi
casualmente con i frati della chiesa del Santo Sepolcro di Gerusalemme, così racconta nel suo
diario:

… ed, essendo intrati in ragionamenti quanto sia alieno da la natura humana el navigare e quanto
presto si guastano le victualie in mare, maxime el pane, che in un giorno è mufolento, levasi in
piede el patre guardiano e dice: Piglia uno de questi panni (‘pani’) che sono sopra la mensa e
portalo in nel bucco de la Sancta Croce e puoi portalo in galea e dove ti pare, che mai si guasterà.
Tolsi questo pane e con devozione lo feci toccare el bucco de la Sancta Croce, puoi lo portai in
galea e, quando fui a Vinezia, lo trovai nel grado proprio ch’io lo tolse in la chiesia del Sancto
Sepulchro, videlicet frescho, mondo e bello como se allora fosse portato dal forno. (Anna Laura
Momigliano Lepschy, Viaggio in Terrasanta di Santo Brasca (1480) con l’Itinerario di Gabriele
Capodilista (1458), Milano, 1966.)

A giudicare dal già citato contratto genovese del 1383, sembra che le galere medioevali di quella
repubblica marinara avessero un locale compagna che conteneva anche il pagliolo e dove quindi
si dovevano certamente conservare anche il pane e i legumi; questo spiegherebbe la ragione del
suo nome.
La quinta camera, conosciuta ora come la camera di mezo, ma nel Rinascimento anche
genericamente carena, termine questo poi per sineddoche ridotto nell’Italia del Cinquecento alla
sola chiglia mentre in Francia le resterà il senso d’intera parte immersa del vascello, era contigua

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all'albero maestro e in essa si tenevano le vele, una parte del sartiame, la mercanzia, la roba dei
passeggeri non di riguardo, le armi della bassa forza e dei soldati e le altre provvisioni; inoltre in
questa camera si conservavano le polveri e le altre munizioni per l'artiglieria, perché le galere non
disponevano - come i vascelli più grandi - d’un locale S. Barbara, così detto perché dedicato alla
Santa patrona dei bombardieri. In alcune galere si usava tenere le polveri chiuse in un cassone
posto in un canto, in altre si preferiva mettere tal cassone dietro l'albero maestro, cioè all'incirca nel
mezzo della camera.
Sesta e ultima camera era quella detta la camera della prora, la quale, sebbene formasse in
effetti un locale unico con quella di mezzo non essendovi tra le due divisione alcuna, pure aveva
questo suo nome particolare perché era munita una sua altra entrata dalla prora, entrata della
quale ci si serviva per incombenze diverse; infatti, mentre dell'entrata detta all'albore, usata per
accedere dalla coperta alla camera di mezzo, cioè alla camera grande detta nel Medioevo carena,
si serviva il còmito per prendere vele, sartiami e le su cose personali, si servivano anche i
passeggeri e da quella si prendeva anche la mercanzia, dell'ingresso di prora facevano invece uso
il sotto-còmito e i marinai per i loro effetti personali e, soprattutto, per i sartiami e le gùmene. Nella
camera di prora avevano inoltre il loro posto per dormire e per conservarvi i medicamenti sia il
cappellano che il barbiero, i quali dovevano quindi far camerata, ossia far vita d'alloggio in comune;
in essa poi, come però anche in quella di mezzo, trovavano posto per dormire anche i marinai e i
soldati e vi giacevano infine i malati e i feriti. Non si parla mai a quest’epoca dell’uso d’amache o
brande di tela sospese [fr. branles, (e)strapontins, hamacs, olt. Hang-makken]; infatti, come
sembra di capire leggendo l’Aubin, si tratterebbe d’un tipo di giaciglio usato dei selvaggi americani
per difendersi dall’attacco d’insetti importuni e velenosi e adottato dagli europei solo nel
diciassettesimo secolo, prima dai filibustieri e poi dalla generalità dei vascelli, specie da quelli
oceanici; infatti anche i pavimenti dei vascelli erano, come i suoli tropicali, da tenersi lontani, in
quanto brulicanti di parassiti. All'estrema prua della galera c'era infine il gavone, cioè quello
strettissimo vano che, data appunto la sua estrema angustia, non poteva servire da camera; in
quest'ambiente, così come anche del resto all'estrema poppa, non si potevano tenere pesi gravosi
perché ciò avrebbe compromesso la buona stiva, ossia l’assetto di bilanciamento (fr. estive,
arrimage, assiette, tanquage, tangage, contrepoids) del vascello e pertanto nel gavone si tenevano
per lo più materiali poco pesanti come la stoppa o il muschio per calafatare, qualche sottile tavola
e vimini per acconciare il barilame, il tutto per un peso totale corrispondente a quello che a poppa
si soleva mettere nello studiolo in servizio del capitano.
Nel Settecento le camere della galera saranno circa in un numero doppio, perché, in un processo
d’evoluzione individualistica della mentalità comune europea, verranno via via suddivise quelle

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preesistenti, ma si tratta dunque d’un tempo diverso da quello da noi qui soprattutto preso in
esame.
Lo scafo della galera si divideva in tre parti o quartieri e cioè il quartiero di poppa, che andava
dall'estrema poppa al banco di voga detto il banco della dispensa; la mez(z)ania, dal banco
predetto all'albero maestro; infine il quartiero di prua. A questi tre quartieri corrispondevano in
coperta tre zone, la poppa, i remig(g)i e la prua; la poppa era la parte posteriore e più alta della
galea, era lunga poco più di cinque metri e, come la sottostante camera di poppa (vn. pizuol, poi
ghiava; lt. penetrale; gr. ἐνθέμιον), era riservata al capitano, ai nobili e personaggi particolari, ma vi
stazionavano però per necessità in permanenza anche coloro ai quali era affidato il governo del
timone. La galera portava il timone singolo detto latino o alla barchesca, cioè ‘a mo’ di barca’, per
distinguerlo sia da quello che più sopra abbiamo detto alla navaresca, ossia ‘a mo’ di nave’, sia da
quello doppio, cioè consistente in due timoni posti ai due lati della poppa, sistema antico che nel
Rinascimento sopravviveva ancora, ma unicamente in quel tipo di nave da carico veneziana detta
maran, allora ancora comune nei mari di Levante, e che nel Tirreno medievale si era chiamato
generalmente usciero, nome che però, come abbiamo già spiegato, non derivava dalla loro
caratteristica di avere un ‘uscio’, cioè un portellone d’ingresso a poppa per l’ingresso dei cavalli, da
cui l’impossibilità per questi vascelli di avere un solo timone centrale, ma dal bizantino οὺσίαι,
nome semplificato con cui infatti si chiamavano in quell’impero i chelandri usaici, cioè la maggior
parfte dei vascelli porta-salmerie e ippagogoi (lt. hippagines); ma dal già ricordato contratto
genovese del 1383 e dalla Fabrica di galee, trattato anonimo veneziano del Quattrocento, risulta
che, perlomeno in quei secoli, oltre a due timoni latini, di cui uno era però di rispetto, tutti i tipi di
galere veneziane erano anche dotate d’uno o due altri timoni di riserva alla navaresca, detti anche
baonensi, ossia coadiuvati da due grossi remi, a mo' di vascello tondo. Il de la Gravière da queste
misure approssimative del timone di galera latino: lunghezza m.7, larghezza in basso m.1,
larghezza in alto cm. 33, spessore cm. 11 (Jean Baptiste Jurien de la Gravière, Les derniers jours
de la marine a rames., Parigi, 1885). In caso che per avaria si perdesse in mare il timone, si usava
cercare di governare provvisoriamente la galera passando all'altezza delle due scalette d'accesso
alla galera poste - una per banda - alle spalle (gr. αἱ ἀναβάθραι εις τῶν παρεξειρεσίῶν, ‘le scale
alle spalle’), cioè ai due piccoli copertini posti davanti al quartiero di poppa, due remi dei banchi di
spalla, a mo' appunto di timoneria navaresca o anche di timoneria antica, perché così vediamo
nelle poche immagini rimasteci delle triere dell’antichità. Dietro alla timoniera la poppa terminava
con degli sporti a banco sostenuti dai termini (fr. termes; olt. beeldt-werk, beelden, termen, staat-
houten, hoek-mannen), vale a dire da grandi cariatidi (blt. tuscia) di legno intagliato raffiguranti
angeli (fr. termes angeliques), ercoli, amazzoni, sirene (fr. termes marins), satiri (fr. termes

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rustiques), turchi ed altri, figure possenti e non necessariamente ben rifinite, le quali reggevano un
piano di balcone chiuso al di fuori da una piccola balaustrata di colonnelle dette gelosie e da una
scultura figurata detta coronamento; il tutto decorato con ricche dorature e simboli araldici (vn.
arme di pizuol) che andavano naturalmente ripristinate frequentemente perché spesso cancellate
dai flutti e dall'altre intemperie. Il lavoro artistico d’intaglio delle sculture di poppa delle nuove
galere non era quindi eseguito da personale dell’arsenale, ma s’affidava a partitari (‘appaltatori’)
esterni, e particolarmente specializzati in questo tipo di decorazioni navali era l’arsenale di Napoli.
Grandi figure lignee significative e decorative si erano sempre usate a poppa dei vascelli e Erodoto
ci racconta che i fenici ne usavano alcune rappresentanti loro particolari divinità marine chiamate
in greco Pàttaicoi (Πάτταιϰοι), facendo però l’errore, peraltro corretto dal Suida, di crederle a prua
(Suida, cit. LT. III, p. 59), posizione estremamente improbabile perché, a meno che non fossero
una sorta di polene, vi avrebbero ostacolato l’alacre e continuo lavoro dei proeri.
Talvolta le predette gelosie erano sostituite dalla galleria (itm. baladore; fr. galeries, balcons,
sardins, jardins), ossia da una lunga balconata incurvata, scoperta o coperta, la quale circondava
esternamente tutta la poppa ed era soprattutto adibita al passaggio, in modo da non doversi così
necessariamente infastidire il capitano e la gente di poppa in generale, ma vi si tenevano
ordinariamente anche i grossi orci o giare di terracotta in cui si ancora si conservava l’acqua dolce,
se non più l’olio e il vino come s’era invece dall’antichita al Basso Medioevo; a partire dalla
seconda metà del Seicento queste gallerie, le quali gl’inglesi usavano fare molto grandi e ornate,
se coperte, verranno talvolta arredate con armadi e piccoli letti per dormirvi al fresco e si diranno
pure giardini perché spesso anche utilizzate per tenervi all’aperto i vasi delle piante medicinali da
cui il medico fisico e i barbieri più esperti traevano alcuni dei loro medicamenti; inoltre
cominceranno a essere fatte talvolta anche a prua, spesso solo per puro ornamento, e così sarà
per esempio per le galere veneziane del Settecento, le quali porteranno questi giardini appunto sia
a poppa che a prua.
Dal giogo (‘trave maestro’) della poppa sino a quello della prua c'erano prima le suddette spalle,
cioè due piazze lunghe meno di due metri, divise dalla corsia centrale, debordanti dai fianchi della
galera e nel cui debordo sbucavano le già ricordate scalette di cinque o sei gradi che
fiancheggiavano la poppa e servivano per salire a bordo della galera; erano tali piazze munite di
banchi lungo le murate laterali (gr. τοῖχοι) che servivano di giorno per sedere e di notte per dormirvi
sopra alla meglio; e poi da queste piazze iniziavano i remiggi o bancate (fr. chiourme), vale a dire
la lunga zona centrale della galera di quasi 29 metri dove stava seduta la ciurma a vogare, e più
propriamente si trattava della sequela di spazi di cinque palmi (circa m. 1,22) ognuno tra un banco
e l'altro, essendo invece ogni banco largo 2/3 di palmo (circa cm. 16,23). Nella succitata Fabrica di

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galee l'altezza del banco di voga viene prescritta in piedi due e 5/6 per quanto riguarda i banchi
verso prua, mentre quelli verso poppa dovevano essere più alti di due dita. Questa differenza
d'altezza non viene motivata, ma noi pensiamo che probabilmente nelle galere veneziane del
Quattrocento si facevano sedere i remiganti più alti a poppa e i più bassi a prua, visto che la
Serenissima si serviva comunemente sia di vogatori dalmatini che di greci e i primi erano uomini
sensibilmente più alti e grossi dei secondi. L'interscalmo, vale a dire la distanza tra banco e banco,
è detto dal Crescenzio di quattro piedi (m. 1,29 circa), ossia tre assi di coperta. Ogni banco di voga
era sorretto all’estremità interna da uno zoccolo (fr. michon) addossato alla parete laterale della
corsia e a quell’esterna da un reggi-mensola attaccata al solo pavimento
Lateralmente alla zona dei remiggi, ai bordi della galera, correvano le bal(l)estriere (fr. courroirs),
cioè due tavolati - uno per lato - larghi una quindicina di pollici, ossia una quarantina di centimetri,
sui quali trovavano posto, tra i remi manovrati dai remiganti, i soldati, i quali altrimenti avrebbero
impacciato sia la voga sia il riposo della ciurma; questa infatti con i suoi banchi ingombrava tutta la
coperta dei remiggi fino alla corsia centrale. Le balestriere servivano anche per adagiarvi per lungo
i remi quando se ne disarmava la galea; il nome di questi tavolati derivava dall'esser stati fino al
Quattrocento incluso il luogo dove - tra uno scalmo e l'altro - si appostavano i balestrieri per
bersagliare il nemico, cosa che invece ora si faceva con gli archibugi.
Tutta la descritta zona - spalle e remiggi - era divisa da una strada sopraelevata centrale più alta
della coperta di circa un metro e larga altrettanto, la quale permetteva il transito da poppa a prua e
si chiamava infatti corsia [fr. corsi(v)e; vn. corador; sp. cruxía, corredor]; questa era formata da due
paretine laterali (galle in veneziano) ed era coperta da un tavolato le cui tavole, chiamate quartieri,
si potevano mettere o togliere secondo il bisogno perché l'interno della corsia era, come vedremo,
usato come comodo ripostiglio sia della tenda che delle manovre di pronto impiego; terminava a
poppa con un palco posto tra le due predette spalle, lungo circa quattro piedi veneziani e più
rilevato d’un mezzo braccio rispetto al resto della corsia: Questo palco, detto in veneziano
capomartino (gr. ἐπισείων), prendeva, per metonimia, nella marineria di ponente o tirrenica lo
stesso nome d’un pilastrino a esso retrostante, cioè dello stentarolo o stendarolo (dal tlt.
stentarium, ‘stendardo’; gr. στηλίς, στηλίον), così chiamato in quanto vi si alberava il vessillo di
combattimento della galera, se Capitana, oppure semplicemente la bandiera della compagnia di
fanteria che imbarcava, se sensiglia; nelle antiche triere vi si teneva appeso il vessillo del vascello
dalal forma di una lunga striscia di tessuto detta in greco ταινία. Sul predetto palco soleva
intrattenersi il còmito a comandare le manovre o la voga; all'estrema prua si alzavano invece per
circa quattro piedi veneziani, da una parte e dall'altra della corsia, due palchi o piazze uguali e
unite, chiamate rembate (vn. garide), sopra le quali stavano i marinai addetti al servizio del

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trinchetto oppure una trentina di soldati, se si doveva combattere, mentre in navigazione o in sosta
i tavolati che ne costituivano la parte superiore, detti sbarre, si tenevano aperti e sollevati di fianco
per dare più agio alle manovre di prua; le strutture sulle quali poi s’abbassavano e poggiavano per
combattere erano forse quelle dette contra-rambate a cui si fa cenno nell’interessantissimo
Governo di galere, trattatello manoscritto post-rinascimentale, opera d’un anonimo capitano della
squadra di Sicilia (Discorso circa il modo et maniera ha da tenere un Capitano in governare bene
la sua galera in tutti viaggij et occasioni li potessero occorrere, cosi parimente de tutti officiali et
ministri di essa (s.d.) S.N.S.P. Ms. XXII.C.7.). Queste rembate, dette a volte anche rambate o
rombate, erano un’evoluzione del castelletto di tavoloni che abbiamo già ricordato a proposito del
trombone che, come abbiamo visto, s’usava comunemente alla prua delle galere medievali prima
dell’invenzione dell’artiglieria pirobalistica; a sua volta il detto castelletto medievale era stato
un’evoluzione della torre di prua, cioè di un’ opera morta di fortificazione spesso presente nella
galera antica. Il nome rembate veniva per sineddoche dal greco ρεβαμμέναι πρώραι, ‘prore
miniate’, cioè rosse, perché, come poi meglio ricorderemo, gli antichi greci usavano dipingere
appunto di rosso le ‘guance’ (lt. genae; gr. παρειαῖ) della prua dei vascelli da guerra e difatti
nell’Iliade, oltre a leggere in diverse occasioni di navi da carico semplicemente nere - perché già
da tale antichità s’usava di proteggerene le opere morte dei navigli (ma non di quelli piccoli) dalle
intemperie marine ricoprendole di catrame, ne troviamo in una dodici ‘dalle rosse guance (gr.
μιλτοπάρῃοι), quindi trattandosi evidentemente in questo caso di vascelli da guerra:

… Procedevano con lui novanta navi da carico (Τῷ δ' ἐνενήϰοντα γλαφυραὶ νέες ἐστιχόωντο).
… Avanzavano con lui quaranta navi nere (Τῷ δ' ἂμα τεσσαράϰοντα μέλαιναι νῆες ἒποντο).
… Avanzavano con lui dodici navi dalle rosse guance (Τῷ δ' ἄμα νῆες ἓποντο δυώδεκα
μιλτοπάρῃοι).
… Avanzavano con loro ottanta navi nere (Τοῖσι δ' ἂμ' ὀγδώκοντα μέλαιναι νῆες ἒποντο).
… Procedevano con loro trenta navi da carico (Τοῖς δὲ τριήϰοντα γλαφυραὶ νέες ἐστιχόωντο).
(The Iliad of Homer etc. LT. II, vv. 602-733. Boston, 1835.)

Chiamavano comunque le guance di prua anche ale (gr. πτερά). Nella guerra di corso, per render
la galera più leggera e veloce, alcuni, come per esempio il famoso corsaro tunisino Murat Rais,
preferivano non solo non usare rembate, ma nemmeno portarle a bordo.
Sotto le rembate c'era il tamburetto o tarmoletto (fr. tambouret), ossia quella breve parte iniziale
della galera che andava dalla ruota di prua al giogo di prua e che era lunga poco più di 2 metri e
mezzo, ma riuscendo, ciò nonostante, a contenere, oltre all’artiglieria di prua, la quale era la più
importante della galera, anche gli armeggi, ossia le ancore e le loro gùmene, i proesi, cioè le funi e
gomenette con le quali si ancoravano per prora i vascelli.

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Avanti al tamburetto c'era infine un piano basso, triangolare e non pavesato né tanto meno
soppalcato (lt. contabulatus), il quale sovrastava il tagliamare e terminava in avanti a punta con lo
sperone e, in quanto quasi a fior d'acqua, faceva parte dell'opera viva (olt. onder-huidt, buiten-
huidt) dello scafo, ossia del fasciame esterno, il quale si diceva in francese – nel caso delle galere
– rombaliere e nel caso dei vascelli tondi franc-bord(age), dovuto quest’ultimo nome all’originale
significato di franc, cioè appunto ‘esterno’, e, anche se ponte inferiore si chiamava franc-tillac,
questa non era una contraddizione in quanto in origine tale ponte era stato logicamente l’unico dei
vascelli e quindi esterno. Questo piano, detto palmetta, serviva soprattutto, come abbiamo già
detto, all'avancarica dell'artiglieria di prua, ma era anche utile alla manovra delle ancore e dei
gavitelli. Lo stesso nome di tamburetto portava un ripostiglio posto a proravia dell'albero maestro,
nel quale i bombardieri tenevano una saccoccia di polvere e altri materiali e attrezzi più urgenti per
il servizio dell'artiglieria.
Avanti alla prua e sopra il tagliamare sporgeva in avanti lo sperone [vn. sprone, becco; fr. éperon,
espron, po(u)laine, pouleine, cap, avantage, nez; olt. galjoen, neus], strumento anticamente
chiamato rostro (gr. προέμβολον, ἀϰροτόλιον) e atto a urtare e sfondare il vascello nemico, ma ora,
cioè da quando agli inizi dell’Impero Romano d’Oriente i bizantini, secondo un uso però già
inaugurato dagli antichi rodiesi, gli avevano preferito a prua il sifone lancia-fuoco, era invece di
semplice legno sottile non armato, perché usato solo come mira del corso del vascello; oltretutto
l’urto fatto con l’antico rostro aveva avuto il difetto di rischiare di danneggiare la prua dello stesso
vascello assalente, quando la stessa non fosse stata ben fatta. Considerando ora la lunghezza
della galera, che abbiamo detto di m. 42,38, divisa in 47 parti, secondo un calcolo teorico originale
del tempo, abbiamo la seguente ripartizione:

Poppa (5/6 parti) = m. 5,41 max.


Spalle (2 parti) = 1,80
Remiggi (32 parti) = 28,85
Coniglia (3 parti) = 2,70
Tamburetto (4 parti) = 3,61

Tot. 42,37

Le sei boccaporte (fr. écoutilles) delle camere della galera erano botole quadrangolari adiacenti
alla corsia, alcune aperte alla sua destra, altre alla sua sinistra; erano poste tra banco e banco e
quindi quei vogatori interni che sedevano in loro corrispondenza poggiavano i piedi sopra le loro
cateratte [fr. pan(ne)aux]. La prima delle 6, quella cioè della camera di poppa, si apriva solitamente
nel tavolato della spalla destra ed era spesso rettangolare e posta nell'angolo che la corsia

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formava con il rialzo del tavolato di poppa; ma la posizione di tutte queste boccaporte è così
indicata dallo Hobier: quella predetta della camera di poppa, a fianco del capomartino; quella dello
scandolaro, al sesto banco di dritta; quella della compagna, al decimo banco di sinistra; quella del
pagliuolo, al dodicesimo banco di dritta; quella della camera di mezzo, al sedicesimo banco di
sinistra presso l'albero e, quella della camera di prua, al ventitreesimo banco a dritta. Queste sei
boccaporte, le quali saranno invece generalmente sette nelle galere del Settecento, erano protette
da incerate di canovaccio a evitare le infiltrazioni d'acqua; in caso di mare grosso quelle di prua
addirittura si calafatavano temporaneamente.
A causa dell’adozione del più lungo e doppio remo di scaloccio, si era dovuto ingrossare e
allargare di molto anche il grosso telaio (telaro) rettangolare che poggiava sullo scafo della galera,
una struttura fatta di robusti tavoloni spessi un palmo napoletano, la quale era ora più larga dello
scafo stesso di circa un metro per lato e quindi dai lati sporgeva sensibilmente sul mare; esso era
costituito, a poppa e a prua, da due grosse e spesse travi chiamate i giuochi e, nei suoi lati
maggiori, da altre due grosse travi che, iniziando subito dopo la spalla, finivano alla coniglia (fr.
conille; sp. curulla) e si chiamavano le posticcie o, più raramente, i posticci (grb. προεξειρεσίαι); al
tempo dei remi a voga sensile, queste travi laterali avevano poggiato direttamente sui bordi dello
scafo, ora invece sporgevano decisamente dai fianchi della galera, essendo sostenuti da circa 25
legni trasversali per ogni lato detti baccalari e lunghi quasi quattro piedi veneziani, che andavano a
conficcarsi nella coperta della galera e sui quali si poggiavano le reggiole, ossia tavole che
riparavano la gente e la roba di coperta dal cadere in mare. Poiché gli scalmi (gr. σϰαλμοί,
ϰοπητῆρες) dei remi erano piantati su queste posticcie, il telaro assumeva due importantissime
funzioni; la prima era quella di fornire un sostegno al giusto punto d’appoggio dei remi, cioè al
subscalmium (gr. ἐπισϰαλμίς) cosa che non sarebbe stata possibile senza di esso sia perché che
lo scafo della galera, visto dall'alto, presentava una forma a fuso e non a rettangolo e sia perché
tutto il tormento prodotto dal lavorio dei remi restava così assorbito proprio da questo telaio e non
dalle fiancate della galera, le quali, quando appunto erano state prive di questo importante rinforzo,
ne risultavano inevitabilmente presto danneggiate. La predetta necessità di una gran sporgenza
delle grosse posticcie non si era sentita invece nella costruzione delle galeazze ponentine e delle
galee grosse veneziane in quanto questi vascelli molto più simili di garbo ai vascelli tondi che ai
sottili e quindi già di per sé molto più ampi. Le antiche triere non avevano dunque avuto queste
posticcie attorno alla zona centrale della galea, quella dei remigi insomma, presentavano però un
telaio di travi attorno alla poppa, probabilente per difesa dagli abbordaggi, come leggiamo in G.
Polluce:

176
… le travi prominenti attorno alla poppa si chiamano ‘peritonee’ (τὰ δὲ περὶ τὴν πρύμναν
προὓχοντα ξύλα, περιτόναια ϰαλεῖται. Cit. I.IX, pag. 60).

Le galere portavano ordinariamente due alberi, il maestro e il trinchetto; il primo era alto nelle
galere ordinarie 27 cubiti, ossia m. 19,73 (ma 21,69, secondo il più tardo Furtenbach), aveva
un’antenna di cubiti 50, cioè m. 36,53 (44,58), era spesso due palmi di diametro al piede e palmi
uno ed 1/3 al calcese ed era piantato ai 2/3 della lunghezza del vascello a partire dall'estrema
poppa, vale a dire verso il 17mo banco. Quando si alberava, lo si faceva discendere dalla corsia in
un condotto (gr. ληνός, ἰστοδόϰη) che terminava sulla scassa (gr. πτέρνα, πέδη, πέδα; fr. michon),
posta sul paramezzale della chiglia della carena o controcarena [fr. contre-quille,
(ê)(es)ca(r)lingue; olt. tegen-kiel] della chiglia della galera, sulla quale lo si doveva imbiettare;
invece, quando si voleva disarborare (fr. demâter; olt. reggen) la galera, magari per meglio
occultarla in qualche d’una costa nemica, si abbatteva l'albero maestro adagiandolo nella corsia
fino allo stentarolo, cioè fino al palco di comando di cui abbiamo detto. I marinai lo abbassavano
tirandone pian piano dalla quarnara il calcese verso poppa, mentre la ciurma dei remiganti lo
sosteneva dalla dritta con un prodano. L'albero di trinchetto era lungo cubiti 18, ossia m. 13,15
(13,01, sempre secondo il Furtenbach), portava un’antenna di 32, cioè m. 23,38 (26,99) ed era
posto a prua a poppavia delle rembate; in qualche squadra o stuolo (dal lt. ex-tollo, ‘faccio uscire’.
Gr. στόλος, ‘armata di mare, flotta militare’) poi si usava, se necessario per una maggior velocità,
inalberare anche un albero di mezzana o artimone (fr. mezanin) di 15 cubiti (m. 10,96) con
un’antenna di 26 (m. 18,99) tra il maestro e la poppa e anche mezzana (fr. mezanin) si chiamava
infatti la vela che a quello si alzava; le galere di Sicilia per esempio non l’usavano. Il trinchetto, a
differenza dell'albero maestro, nasceva dalla stessa coperta, dove era sostenuto da due forti
ganasce di legno dette maimoni. Nelle antiche galee greche i remiganti, i quali, tra l’altro, erano
anche adibiti ad abbattere e a reinalberare l’albero maestro perché considerati i più esperti in
questo importante compito, avevano un nome particolare, cioè erano chiamati ‘ortiòcopoi’
(ὀρθιόϰωποι).
Come abbiamo già visto nel caso delle galee del re di Napoli Carlo I d’Angiò del 1274, fino a oltre
la metà del Cinquecento le galere avevano però portato invece un solo albero, cioè quello
maestro, più uno di mezzana di riserva con la sua antennella; il primo allora disponeva di due sole
vele, cioè l'artimone, lungo in antennale 15 passi, e il terzaruolo, lungo in antennale 12 passi; il
secondo della sola mezzana, dall'antennale d’otto passi. Non si era usato quindi il trinchetto,
introdotto questo nella seconda metà del secolo in sostituzione del predetto di mezzana, per
allontanare evidentemente dal comando di poppa l’impaccio della manovra d’un albero. Lo Jal si
meravigliava di vedere immagini di galere veneziane quattrocentesche con un solo albero, mentre

177
il materiale elencato per costruirle ne comprendeva due; avrebbe in verità dovuto capire
agevolmente che quello di mezzana con la sua antenna anche allora s’inalberava solo
eccezionalmente per aumentare la velatura. Era portato inoltre, da queste galere veneziane del
Quattrocento, anche un pennone di rispetto (fr. vergue de beille), evidentemente per una vela
talvolta usata dalle galere, la cochina che poi vedremo. Secondo alcuni autori le galere turche
furono molto più tarde delle cristiane ad adottare il trinchetto, ma non è da credersi tanto se il
Diedo, nella sua narrazione della battaglia di Lepanto, a lui contemporanea, scriveva che l’armata
turca, avvicinandosi a quella della Lega, se ne veniva a vela co’ trinchetti col vento di levante.
(Carlo Téoli, La battaglia di Lepanto descritta da Gerolamo Diedo e la dispersione della Invincibile
Armata di Filippo II illustrata da documenti sincroni.P. 20. Milano, 1863.)
All’assedio e blocco navale di Algeciras del 1342-1343 i castigliani, tra i vascelli moreschi che
tentavano di portare soccorso alla città, videro venire una galera a due alberi, caratteristica
evidentemente allora insolita:

… videro venire quella galera che i mori inviavano carica di vivanda e portava due alberi e due
vele e, poiché c’era un forte vento, avanzava verso la città molto velocemente…. (Juan Nuñez de
Villasan, Cronaca del re Alfonso XI di Castiglia. F. 181 recto).

Gli alberi migliori e più adatti da farne alberatura di galere erano quelli che s’importavano dalla
Fiandra e dall’Olanda, ma molto apprezzati a tal scopo erano anche i pini della Sila cosentina.
L'antenna dell'albero maestro - detto anche di maestra, se ci si voleva riferire alla vela che portava
- era formata da due lunghe palanche legate insieme, delle quali quella a poppavia si chiamava
penna (vn. ventame) ed era più lunga e sottile di quella a proravia, detta invece carro (vn. stello); la
penna si allungava con un altro pezzo di legno di circa 15 piedi (m. 5,20) chiamato lo spigone, ma
questo si applicava solo quando si voleva spiegare (lt. pandere; fr. deferler) la vela maggiore. Il
predetto nome di penna derivava dall’essere il detto legno quello a cui era legato l’angolo
superiore della vela latina, angolo che, a causa della sua forma, si chiamava appunto con questo
stesso nome. Anche in due parti erano divise le antenne di trinchetto e della mezzana. Questa
descrizione dell’antenna della galea è importante anche perché, confrontata con quanto nel
secondo secolo d.C. Giulio Polluce (cit. I.IX, pp. 62-63) scriveva invece dell’antenna dell’antica
triera greco-romana, risalta una grande differenza nautica dei due vascelli; infatti, mentre l’antenna
della prima era dunque mobile, asimmetrica. parallela e convergente con la lunghezza dello scafo,
fatta soprattutto per reggere vele latine, quella dell’antica triera era invece fissa, simmetrica e
perpendicolare, destinata quindi a sostenere vele quadre secondo l’uso di tempi in cui il veleggiare
con vele latine non era ancora conosciuto.

178
La galera ordinaria portava solo due vele e cioè la maestra e il trinchetto, sempre però che non si
alzasse anche la suddetta mezzana. La maestra era di quattro tipi, ognuno dei quali si usava a
seconda del vento che spirava e uno solo dei quali era quadro, cioè quello chiamato trevo [vn.
cochina; fr. treou, (voile de) fortune; olt. bree-fok), una vela che si usava da sola per correre
durante i fortunali e per montare la quale la galera era, come abbiamo detto, anche fornita d’un
normale pennone che si conservava nella corsia e il cui nome aveva ovviamente la stessa origine
di quello suddetto di penna, essendo inoltre anch'esso, come le antenne, composto di due pezzi
legati; usavano il trevo anche le galeotte e, come abbiamo già detto, le tartane. Gli altri tre tipi di
vela maestra erano latini e si chiamavano bastardo, borda e marabut(t)o, qui menzionati in ordine
di grandezza decrescente. Il marabut(t)o o marabotto era dunque la più piccola di queste tre vele e
si usava con i venti freschi e gagliardi; il bastardo invece si adoperava solitamente con i venti estivi
perché dolci e temperati; la borda infine con i venti di media forza. Le sole galere di Malta usavano
ancora una quarta vela latina detta artimone o bastardino (actlt. artimons borts. Muntaner) e di
grandezza intermedia tra bastardo e borda, la quale era invece stata d’uso generale nel Medioevo.
Le vele del trinchetto e della mezzana, ambedue latine, portavano lo stesso nome dei loro rispettivi
alberi, ma la prima, usata alternativamente al trevo o con esso nelle maggiori tempeste, era stata
chiamata tradizionalmente lupo dalla gente di mare ponentina fino a tutto il Rinascimento. Per
quanto concerne la velatura che usavano le galere levantine, sia veneziane e sia turche,
rimandiamo al capitolo sulle più antiche galere a voga a sensile, in quanto poco era cambiato da
quell'epoca; solo notiamo che lo Jal attribuisce alla vela di mezzana delle galere veneziane del
Quattrocento il nome di papafico, nome che invece noi troviamo usato a quell’epoca solo dalle
galeazze o galee grosse e, per quanto invece riguarda le galere veneziane ordinarie, non solo non
prima del Settecento, ma anche come seconda vela dopo il terzaruolo, usato questo come nei
secoli precedenti; d'altra parte l'autorevolissimo ufficiale generale di galee veneziane Cristofaro da
Canal (lt. de Canali; in grb. invece Δεϰανάλης), vissuto nella prima metà del Cinquecento, nel suo
trattato Della milizia marittima, manoscritto che sarà pubblicato per la prima volta a Roma non
prima del 1930, non menziona mai tal nome ‘papafico’ e nega assolutamente l'uso d’una terza vela
sulle galere sottili veneziane, anzi considera questa mancanza un difetto delle galere della
Serenissima. All'occorrenza si potevano restringere sia la vela di maestra sia quella di trinchetto di
circa un terzo, legandole alle rispettive antenne a mezzo di matafioni, ossia di corde attaccate alle
vele stese, e ciò si diceva far il terzaruolo alla vela. Le vele delle galere bastardelle erano di solito
alquanto più grandi di quelle delle galere sottili. A proposito del de Canal, c’è da dire che egli
apparteneva a una famiglia la quale sul mare si era già distinta anche nei fatti di guerra tra Venezia

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e i turchi che si svolsero dopo la caduta di Costantinopoli e infatti nel 1470 troviamo Nicola da
Canal prima provveditore d’armata e poi capitano generale dell’armata di mare veneziana:

… il capitano generale del mare dei veneziani di nome Nicola Decanale… (ὂ τῶν Ένετῶν
ναύαρχος τοὒνομα Νιϰόλαος Δεϰανάλης. Giorgio Franzes, cit. LT. IV, cap. XXIII.)

In seguito però il Franzes lo chiamerà anche solo Κανάλης, cioè senza il Δε. E’ probabile che dalla
medesima famiglia verrà molto più tardi anche il famoso pittore Giovanni Antonio Canal detto il
Canaletto (1697-1768) e ciò perché in quei secoli le famiglie non avevano ancora avuto né il tempo
né i modi di ramificarsi particolarmente. Riteniamo utile adesso riassumere in un quadro,
dividendoli per epoche, i nomi delle vele delle galere cristiane ordinarie in cui ci siamo imbattuti,
chiarendo che non si tratta pertanto di tutte le vele allora usate:

Rinascimento:
Ponentine
artimone fz. 60
lupo fz. 54
borda fz. 32
trevo

Veneziane
artimone fz. 52
terzarolo fz. 36
cochina

Controriforma:

Ponentine
bastardo
borda
marabuto
trevo
trinchetto

Veneziane
cochina

Settecento:

Veneziane
terzaruolo fz. 48

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papafigo fz. 34
cochina fz. 19.

Vogliamo anche riportare per completezza i nomi delle vele delle galere francesi post-
rinascimentali riportati dal già ricordato de la Gravière, anche se citiamo questo autore sempre
‘con beneficio d’inventario’, sia perché descrive galere più tarde d’almeno un secolo di quelle che
ci occupano sia perché, per palese superficialità, non fa distinzione tra tempo e tempo, non
intravedendo minimamente l'evoluzione che si ebbe tra Medio Evo e Settecento nella navigazione
remiera, inoltre anche per i marchiani errori interpretativi e per il voler attribuire a quei tempi
immagini della navigazione della sua propria epoca:

Grand marabout fz. 50


Maraboutin fz. 44
Mizaine (mejane) fz. 36
Voilette o boufette fz. 28
Polacron
Grand Trinquet fz. 38.
Trinquenin fz. 28
Tréou (quadra) fz. 34.

Si tratterebbe di vele tutte fatte di cotonina doppia, tranne il grand marabout e il grand trinquet di
cotonina semplice.
Ogni galera, come del resto ogni altro vascello abbastanza grande, portava il suo schifo (dall’gr.
σϰάφος, ‘imbarcazione’; td. Schiff; in. ship) o palischermo (dall’gr. πολυσϰαλμοι, tlt. anche
parascernus; ctm. panescal; gr. σανδάλος), ossia una barchetta chiamata in cst. barco, a Venezia
còppano e più tardi in Francia caique o anche chaloupe, il quale era tenuto al lato destro della
coperta in un luogo detto pertanto barcariggio o barcherizzo e cioè in corrispondenza dell'ottavo
banco, dove poteva o stare poggiato su due cavalletti di legno, sovrastando così i remiganti di quel
banco, oppure poteva occupare il remiggio stesso; nel primo caso questo bastimento mobile della
galera era più fortemente tenuto affinché i forti venti o il piegarsi della galera alla banda non lo
facessero cadere in acqua. Tenendolo sui cavalletti c'era lo svantaggio che si appesantiva e
s’ingombrava alquanto la galera sulla destra e si aveva un po' di fastidio nel prueggiare, cioè
nell'andar contro vento; nel secondo caso si doveva invece rinunziare a un remo. Lo schifo non
avrebbe dovuto essere tanto piccolo perché in teoria doveva servire anche per sbarcare fanteria,
anzi in tali occasioni e in altre che vedremo spesso più avanti si armava con qualche piccolo pezzo
d'artiglieria; però in realtà e per lo più esso era un piccolo battello di servizio adatto a portare non
più di tre persone, le quali del resto erano sufficienti a governarlo, e ciò non perché non ve
n’entrassero di più, ma perché era pericoloso sovraccaricarlo di gente, dato il particolare sistema

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con cui si metteva a mare e s’issava a bordo; esso infatti si faceva scivolare in mare e si ritirava
poi a bordo mollandolo o tirandolo lentamente con delle barbette sul piano inclinato formato - a mo'
di scivolo e di rampa - dal palamento tenuto a tal scopo dai remiganti con le pale nell'acqua e, per
facilitare questa manovra, la galera si faceva preventivamente sbandare facendo ammassare tutti
gli uomini sul lato destro. Era questa una manovra che era stata resa possibile dall’adozione dei
grossi remi di scaloccio, in quanto molto più grossi e forti dei precedenti sensigli che si sarebbero
spezzati; si trattava di manovre da eseguirsi comunque con molta attenzione perché, come si può
facilmente immaginare, bastava che la ciurma tirasse più da una parte che dall'altra per far
rovesciare a mare lo schifo e farlo così affondare.
Nel Quattrocento, come si legge nella già citata Fabrica di galee, tutte le galee grosse veneziane
portavano, oltre al còppano, anche una barcha, ossia una piccola imbarcazione a vela latina e
quest'uso di portare a bordo, oltre al caique, pure un canot (gr. ἐφολϰίς, ἐφόλϰιον; lt. scapha; it.
fregatina, cst. zabra), viene riferito dal de la Gravière anche per le galere francesi post-
rinascimentali (Cit.); bisogna però considerare che il più delle volte questa seconda piccola
imbarcazione, per non ingombrare e appesantire eccessivamente la leggera galea, si portava a
rimorchio (lt. remulcum, promulcum), specie se si navigava in condizioni atmosferiche favorevoli
che permettessero appunto i traini. Le scialuppe portate a rimorchio dai vascelli bizantini si
dicevano ἐφόλκαια o anche ἐφολκίδες, appunto dal verbo ἒλϰειν, ‘tirare, rimorchiare’, che però si
diceva anche ἐλκύειν e ῥυμουλϰέιν, da non confondersi però con gli ἐφύλκια o ἐφόλκια, i quali,
come già detto, erano quei piccoli càrabi usati non da rimorchi ma al contrario per rimorchiare.
Ogni galera portava quattro ferri, termine tipico delle galere [vn. rampiconi o rampegoni; fr.
(hé)(é)risson, (grapin de) fer, (ha)rpeau(x); olt. (enter-)dreggen], ossia quattro ancore a quattro
bracci curvi all’insù e terminanti a punta di freccia, tipici delle galere e dei vascelli di basso bordo in
genere; due d’essi si trovavano a prora sotto le rembate, poggiati orizzontalmente ai due lati
dell’artiglieria, e due ai fianchi, cioè uno allo schifo e uno al fogone, vale a dire il luogo per cucinare
di cui parleremo; la gùmena di un’ancora ordinaria doveva pesare circa otto cantára. I veneziani
chiamavano la maggiore anchoressa e questa pesava 600 libre (kg. 265,50 e s’usava solo durante
i più forti fortunali; chiamavano poi la mezzana marzocco e questa - di libre 550 - si adoperava
durante i fortunali di media forza; il terzo e ultimo, detto sempre a Venezia ferro della posta e nei
mari di ponente invece guardiano, pesava 500 libre ed era quello col quale ordinariamente si
sorgeva, ossia ci si ancorava a prora, quando il mare era abbastanza calmo. Ogni galera portava
quante funi e gomene si poteva permettere e il da Canal scriveva che tra galere levantine e
ponentine non c'erano a questo proposito sostanziali differenze ed era notorio (et ciascuno sa) che
la gùmena da galera sottile era lunga 65 passi (m. 113 circa) e che pesava 10 libre al passo; che

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una palombara era lunga 50 passi (m. 87 circa) e pesava otto libre al passo; che un provese era
lungo 66 passi (m. 114,5) e pesava sei libre al passo. C'erano poi molti altri tipi di funi la cui
doppiezza e il cui peso variavano a seconda dell'uso a cui erano destinati, come per esempio
all’ormeggio, il quale generalmente avveniva di poppa. la fune più grossa in assoluto era l'usto (tlt.
palamarium; ctm. palomer), grossa gomena incatramata che si adoperava per ormeggiare alle bitte
o longoni portuali [lt. pali prymesii (da praemitto, ‘metto innanzi’), tonsillae; gr. λογγόνες oppure
λιθοϰλιμένοι. Suida, cit. P. 456] i vascelli più grossi o anche le galere in tempo di fortunale (fr.
anche grand tems, gros tems; olt. anche onweer, swaar weeder, verleegen weer, verwaait weer,
rouw weer, hardt weer). Le tonsillae erano dei pali appuntiti dal lato che si piantava nel suolo
costiero e all’altra estremità invece ferrati per fortificarli (Sesto Pompeo Festo, cit. P. 539).
Al tempo della voga a sensile le galere avevano portato invece comunemente tre soli ferri, i quali,
come scriveva il già menzionato da Canal, si usavano uno alla volta a seconda della forza del
mare. Se andiamo ancora più indietro nel tempo troviamo le galee grosse veneziane del
Quattrocento, sia quelle dette di Fiandra che quelle dette invece di Romania, cambiando infatti il
garbo costruttivo a seconda del viaggio a cui erano destinate, provviste di cinque ferri di 600 libre
ognuno e di cinque canapi o gomene di 70 passi ognuna e pesanti sette libre al passo, mentre le
galere sottili volevano tre soli ferri di 400 libre e quattro canapi da 50 passi a 6 libre al passo. In
realtà nel Medioevo - e ancora alla fine del Quattrocento – si faceva una distinzione tra ancora e
ferro, essendo la prima tridimensionale, cioè a più di due bracci, e il secondo invece
bidimensionale, ossia a due soli bracci contrapposti. Nel Seicento troveremo ancore anche di sei
bracci; nel Settecento le galere ordinarie avranno due ancore a prua, due a poppa e due piccole di
rispetto e si tratterà, nel caso delle prime quattro, di ferri più pesanti in quanto più pesanti saranno
le galere di quel secolo; per esempio le galere sottili veneziane porteranno due ancore da mille
libre e due da 900.
Il fogone o fogone (foccolare in toscano; olt. haart) si trovava, per contrappeso e simmetria dello
schifo, in luogo dell'ottavo banco di sinistra e pertanto privava sempre la galera d’un remo;
secondo le descrizioni datane dal già citato Jurien de la Gravière, sostanzialmente simili anche se
così lontane nel tempo, si trattava d’un pesante cassone di legno ferrato a forma di parallelepipedo
e pieno d'argilla, i cui bordi reggevano graticole, fornelli e porta-spiedi; tale cassone, lungo
all'incirca quanto un banco, poggiava su quattro piedritti e seguiva, per forza di cose, la stessa
angolazione dei banchi della sua banda. Sulle galere veneziane sia il luogo del fogone sia quello
dello schifo erano alquanto elevati e protetti da un’incastellatura della pavesata. In caso di guerra
di corso, attività in cui la velocità era qualità essenziale, spesso il capitano rinunziava a portare il
fogone per poter aggiungere un altro banco di voga a sinistra e inoltre, venendo così a mancare un

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sufficiente contrappeso con il lato destro, portava invece del predetto schifo, una fragatina
rinforzata, posta su cavalletti che sovrastavano anche il banco di sinistra e quindi l’intermedia
corsia, imbarcazione che sarebbe stata alla galera molto più comoda del troppo piccolo schifo per
mettere della gente a terra e per fare dell’acqua. Naturalmente, mancando il fogone, non era
possibile servire al personale cibi caldi e la sua alimentazione era decisamente peggiore, ma tutti
sopportavano volentieri anche questo disagio in vista di una compartecipazione pro quota ai bottini
(fr. pillages).
I remi (fr. anche gaches, sebbene antiquato) erano ovviamente tanti quanti i banchi e si
fermavano, come abbiamo già detto, sopra quelle parti d'opera morta chiamate (a)posticci o
posticcie; ogni remo era legato al suo scalmo (gr. σϰαλμός; lt. lorum; fr. tolet, échome; olt. dol,
pen), ossia a un legno lungo circa un piede e piantato nel posticcio, con uno stroppo (dal lt.
strophium; gr. τροπός, τροπωτήρ, ἰμάς; fr. anche gerseau), cioè con un pezzo di fune intrecciata,
ma al punto di frizione tra il remo e l'aposticcio c'era un cuscinetto formato dalla calaverna, ossia
da un pezzo di tavola di legno giovane, quindi più elastico, che si applicava al remo e che si
cambiava quando fosse usurato; nell’antichità invece, cioè quando i remi uscivano della murata
attraverso quei fori detti occhi di scalmo (gr. τρῆματα), per proteggere sia questi sia i remi dal
reciproco attrito, si fasciavano a quel punto i secondi con delle guaine fatte con le pelli più
resistenti e chiamate in lt. folliculi e in gr. ἂσϰωματα (nel Lexicon di Suida con accento diverso:
ἀσϰώματα). La cura e manutenyione di queste guaine era tanto importante per la conservazione
dei remi e degli scalmi che, come sappiamo da S. Pompeo Festo, la vita da remigante era
nell’antichità romana anche detta vita folliculare (Cit. Parte I, p. 60. Budapest, 1889). Ai suoi esordi
il remo di scaloccio era lungo - nella galera sottile ordinaria - circa 30 piedi, ossia circa metri 10, di
cui ⅔ tenuti fuori dell’aposticcio e ⅓ di dentro; il suo spessore era del diametro d’un palmo al
girone (fr. mantenen; lt. manubrium; gr. ἐγχειρίδιον), cioè all'estremità interna, e di mezzo palmo
allo scalmo, cioè alla parte mediana (gr. οὐραϰός). La pala (gr. πλάτη, πτερόν, ταρσός; lt. palmula,
ala), nome derivato per similitudine dalla palma della mano, era larga appunto un palmo. Il maggior
spessore della parte interna del remo serviva a equilibrare il peso della maggior lunghezza della
parte esterna, equilibrio che comunque generalmente si aiutava con il contrappeso d'una placca di
piombo applicata al girone e ciò per evitare di dover fare la stessa parte interna d'una eccessiva
doppiezza. L'insieme dei remi si chiamava palamento (vn. remezo).
I remi potevano essere di legno di faggio o d'acero, ma il primo era preferibile e generalmente
usato in tutte le squadre perché di gran lunga più forte e resistente al mare dell'acero, il quale,
sebbene più flessibile, assorbiva l'acqua, se ne gonfiava e diventava pertanto molto più pesante;
inoltre del faggio c'era maggior disponibilità. Il già menzionato Fausto suggeriva che comunque, in

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caso di necessità belliche, si potevano benissimo usare anche l'abete e il larice, legni non forti e
adatti come i precedenti, ma che comunque erano facilmente reperibili in quanto d’essi erano fatti i
travamenti delle case. Grandi centri di produzione ed esportazione di remi da galera erano nel
Tirreno il regno di Napoli, specie Cetraro in Calabria, e Livorno; ma la falegnameria napoletana
eccelleva anche per la fabbricazione di ruote d'artiglieria e d'ambedue questi prodotti partivano dal
porto partenopeo frequenti carichi destinati soprattutto alla squadra di galere di Spagna e agli
eserciti che quella monarchia impiegava sui vari campi di battaglia europei e americani.
La galera, come abbiamo già ricordato, portava all'estrema prua uno sperone che fino a un recente
passato, cioè finché si era usata la voga a sensile e finché non si erano ancora diffuse
sistematicamete le artiglierie di prua, era stato di prassi ed efficacemente usato per urtare e
sfondare il vascello nemico e infatti allora era di ferro ricoperto di rame (adversus venientes hostes
prorars dirigere violenter. Bartolomeo di Neocastro, cit. Cap. LIII); ma ora era divenuto un
elemento dell’opera morta debolissimo perché di legno e inoltre lungo, sottile e così alto,
soprattutto nelle galere quartierate a prua, cioè dalla prua più larga e alta di quella ordinaria, che al
massimo avrebbe potuto danneggiare leggermente al nemico le opere morte. Quest'altezza dello
sperone faceva sì che esso si trovasse in genere proprio di fronte all'importantissimo cannone di
corsia (fr. coursier) e pertanto, quando si voleva sparare questo grosso pezzo d'artiglieria,
bisognava spesso prima tagliare l'inutile sperone per aprire la via sia alla mira del bombardiero sia
al proiettile stesso.
Poiché le galere turche avevano il becco, ossia l’estrema prua, più alto di quello delle cristiane,
specie delle veneziane, a Lepanto molti dei tiri d’incontro delle loro artiglierie si limitavano a
sorvolare quest’ultime senza colpirle e, quando i loro artiglieri, per ovviare a quest’inconveniente,
sceglievano di tirare il pezzo di corsia leggermente di ficco, cioè un po’ dall’alto in basso, oltre a
rendere il loro tiro di per sé più debole, spesso colpivano così il loro stesso sperone e lo
spezzavano, per cui il proiettile finiva per rimbalzare in alto e passare ugualmente al di sopra delle
galere cristiane senza danneggiarle:

... (Il nemico), mas aunque disparò su artilleria, danò poco, porque sus vasos eran màs altos de
ruedas y de trigante (‘dragante’) que los de Poniente...
…tenia la galera de Don Juan cortado el espolón y la de Alì (il capitano generale nemico) era màs
alta y assì entrò y cargò mucho sobre ella... (Lorenzo van der Hamen y Le ón, Don Juan de
Austria. Historia etc. P. 177v. - 178r. Madrid, 1627.)

La circostanza è meglio spiegata dallo storico veneziano Giovan Pietro Contarini:

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... Molti non fecero danno a' christiani perché le prove (‘prue’) delle galee turchesche erano tanto
alte più delle christiane che le bocche (d'artiglieria, pur) abbassate sin su i speroni, portavano
ancora tanto alto che cimavano di sopra le pavesate delle galee christiane... (Historia delle cose
successe dal principio della guerra mossa da Selim ottomano a' venetiani fino al dì della gran
giornata vittoriosa contra turchi etc. P. 51v. Venezia, 1645)

Ma perché i turchi preferivano costruire i capi, ossia le prue, delle loro galere così alti? Ce lo
spiega il bailo veneziano Marino Cavalli nella sua relazione sull'impero ottomano del 1560:

... Usano far li capi delle galee assai alti perché non si affoghino tanto nel mare come le nostre, lo
che dà ancora maggior vantaggio nel combattere e non cascano tanto... (E. Albéri. Cit. S. III, v. I,
p. 294.)

Dunque il Cavalli giudicava tale aspetto una buona qualità e non un difetto; ma ai suoi tempi non
c'era stata ancora Lepanto. É certo comunque che alla battaglia all’isola di S. Michele nelle
Terzeire (‘isole Azzorre’), avvenuta il 26 luglio del 1582 e con la quale gli spagnoli finirono di
recuperare quelle isole che erano state sino allora sotto il controllo di don Antonio di Portogallo
(1531-1595), priore gerosolimitano d’Ocrat (‘Crato’), il marchese di Santa Cruz, per evitare il
suddetto inconveniente, prima dello scontro con l'armata di don Antonio, fece tagliare gli speroni
dei suoi vascelli e lo stesso, a dire di Giuseppe Buonfiglio Costanzo (Historia siciliana etc. Venezia,
1604), sembra abbiano fatto i cristiani a Lepanto. Il Santa Cruz, forse il miglior capitano generale di
mare che la Spagna abbia mai avuto, fu prima generale delle galere di Napoli e poi fu chiamato dal
re a comandare l’armata oceanica della Spagna per fronteggiare il dannosissimo corsaro inglese
Francis Drake, il quale così è definito dal de Bourdeilles nelle sue famose Mémoires:

… le milord Drach anglois, le plus fameux homme de dessus cette mer qui ait esté il y a plus de
deux cent ans et qui a bien donné de l’affaire en Espagne. (Cit. T. II, p. 83.)

Fino a Cinquecento inoltrato, lo sperone era stato dunque molto solido e forte e anche allora con
un orientamento verso l’alto che serviva a ferire la galera nemica al fianco dell'opera morta, cioè a
fracassarle la posticcia, mandandone in rovina tutta la relativa impavesata, o direttamente questa
se quella ancora non c’era; il che era come aprire una breccia nelle mura d'una città; non serviva
quindi a sfondarle il fianco più sotto e tantomeno sotto la linea di galleggiamento per aprirle una
falla, come oggi si crede. Inoltre questa sua inclinazione all'insù evitava appunto, anche nelle più
forti mareggiate, che esso cascasse (‘si tuffasse’) nel mare e anche facilitava al tagliamare il suo
compito di fendere le onde, il che rendeva la galera molto più nautica e veloce nel prueggiare, cioè
nel governare (gr. πηδαλιουχεῖν) contro vento. Lo sprone così inclinato era stato arma offensiva
anche delle galere turche, invece i veneziani avevano sempre preferito portarlo lungo e

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orizzontale, quindi basso, e anche debole, per esser solo formato da due travicelli; pertanto non
solo si tuffava nell'acqua a ogni più piccolo movimento del mare, dando così grande impedimento
alla velocità del corso, ma in guerra andava a colpire l'opera viva della galera nemica, ricevendone
quindi, a causa della predetta sua debolezza, più danno di quanto ne potesse infliggere, anzi così
fracassandosi e lasciando la prua della sua galera disarmata.
Che le prue si fracassassero facilmente nello speronare il nemico, quando ciò appunto si era
usato, lo leggiamo nella Cronica del Muntaner a proposito della battaglia che nell’anno 1283
avvenne nella rada di Malta tra le galere aragono-catalane dell’ammiraglio Roger de Loria e quelle
provenzali dell’ammiraglio marsigliese Guillaume Cornut:

… G. Cornut, almirall de Marsella… feu tocar les trompes e lleva volta a les palomeres e be
apparellat e en cuns de la batalla vengue enevers les galees den Roger de Luria e aquelles den
Roger enevers ells; e el mig del port vanse ferir tant vigorosamente que totes les proes de cascuns
de romperen e la batalla fo mol cruel e fellona… (Cit.)

Questo documento ci fa capire perché ora lo sperone non si faceva più offensivo come ancora
avveniva dunque a quei tempi medievali, ma solo posticcio, ossia decorativo, rinunziandosi così
all’appoggio che avrebbe potuto dare alle artiglierie di prua e si tratta di un perché che troveremo
confermato nella relazione stesa nel 1560 dal bailo veneziano Marino Cavalli di ritorno da
Costantinopoli, laddove egli scriveva delle galere turche:

... Li sproni delle galee sono posticci perché, se si rompono per qualche sinistro, il 'vivo' non senta
nocumento alcuno... (E. Albéri. Cit. S. III, v. I, p. 292.)

Infatti uno sperone offensivo doveva, per forza di cose, essere molto ben impiantato nell'opera viva
della galera e quindi, in caso fosse rimasto esso stesso danneggiato dall'investimento fatto sul
nemico, anche la nostra galera ne sarebbe potuta restare facilmente molto danneggiata a prua,
forse anche tanto gravemente da renderla ormai inservibile; inoltre uno sperone lungo e robusto
avrebbe ritardato il corso della galera a causa della sua pesantezza, facendola cadere e ricadere
troppo sulla prua, e anche avrebbe procurato troppo ostacolo al corso e scotimento al vascello,
quando avesse opposto resistenza a onde di prua. Per tali motivi sempre più anche sui velieri si
prenderà in seguito a farli corti e arrotondati. Insomma nel Cinquecento, con il miglioramento e il
maggior uso delle bocche da fuoco, la pratica dello speronamento di prua divenne inutile e
superata, mentre nell’antichità e nell’Alto Medioevo era stata invece molto importante, tant’è vero
che la potenza dell’urto di prua era a volte potenziata con l’aggiunta allo sperone centrale di altri
due a quello laterali che i greci chiamavano ἐπωτίδες (Tucidide, De bello peloponnesiaco. LT. VII,
36).

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Un’altra caratteristica delle galere era la gran tenda che si teneva arrotolata nella corsia e si
stendeva su tutta la zona dei remiggi per proteggere i vogatori dall'intemperie, quando la galera
era ferma all'ancora od ormeggiata in porto; in navigazione quasi mai si usava perché non solo
ritardava il moto della galera, ma ne impacciava anche le manovre, e, se il sole o la pioggia era
proprio così forte da non potersene fare a meno, allora, poiché impacciava anche la visione del
mare, bisognava mettere dei marinai di guardia al calcese, sulle rembate e sulla freccia alla poppa.
Era quella invernale fatta di due strati cuciti insieme con spago sottile, cioè sopra di tela incerata
color burro e sotto d'arbascio (anche albagio, oggi ‘orbace’: sp. frisa), in modo da difendere così
sia dalla pioggia che dal freddo, e quell'estiva invece di canavaccio o di cotonina, per difendere dal
sole e dall'umidità della notte, questa generalmente a fasce bianche e azzurre alternate e
perpendicolari alla galera; talvolta quella d'albagio si usava anche d'estate per preservare i remieri
da una forte pioggia e in questo caso si doveva però mantenere aperta anche passata la
intemperie, per quel tanto cioè che bastava perché si asciugasse alquanto, e poi subito si
abbatteva perché, oltre ad aggravar troppo la galera, l'albagio di cui era fatta rendeva il caldo sulla
coperta insopportabile.
La struttura che sosteneva la tenda era costituita dal mezzanino e dalle capre; il primo era una
lunga corda tesa che correva longitudinalmente sul centro della corsia della galera e su d’essa
poggiava il mezzo della tenda, da cui il suo nome; le capre erano cavalletti mobili di legno che si
montavano appunto sulla corsia e che reggevano detto mezzanino. La tenda doveva naturalmente
essere ben stesa e aggiustata su questa semplice struttura, mentre i suoi lembi si legavano alle
reggiole laterali della galera e ai filari, cioè ai travicelli che circondavano la coperta come parapetti;
questi filari erano retti dalle battagliole, ossia da ferri forcuti verticali così chiamati perché in
combattimento servivano ad appoggiarci sopra i moschetti portatili da mettere in mira; potevano
anch’esserci battagliole di legno che reggevano filari più leggeri, i quali erano chiamati infatti
filaret(t)i e ciò per completare la struttura che faceva da parapetto. Per sollevare la tenda dalle
bande, sopra le battagliole si ponevano dei prolungamenti di legno detti appunto battagliolette (vn.
pontali). La tenda aveva quattro porte, ossia lembi apribili, due alle spalle e due alle coniglie, cioè
ai banchi così detti che erano gli ultimi prima delle rembate, ed erano fatte degli stessi tessuti che
costituivano il resto della tenda.
In caso di pioggia la tenda doveva essere ben accomodata, in modo che l'acqua scorresse bene
dai suoi lembi fuori bordo della galera; quando si voleva che essa coprisse meglio la coperta, si
abbassavano le capre che sostenevano il mezzanino e ciò si diceva tesare a basso, ma, in caso di
vento freddo, si usava anche completare la tenda tutt'intorno con altre porte, ossia con pezzi di

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tenda d'albagio che si attaccavano ai filari e coprivano le balestriere, circondando così la coperta e
impedendo al vento d'entrarvi.

... La mattina, quando si naviga, si deve far la tenda circa un'hora dopò levato il sole, acciò che,
mentre esso ha poca forza e si può sopportare, la galea e le genti possano asciugarsi dall'humidità
e dalla guazza o rugiada che sarà caduta lor sopra la notte. (P. Pantera. Cit. P. 223.)

Quest'osservazione fa capire che l'uso della tenda in navigazione non doveva poi essere così
imbarazzante e poco frequente come si è più sopra invece detto. Nelle ore estive in cui il sole era
invece forte, perché a perpendicolo sulla galera, si usava cannonare (fr. embrouiller) la tenda, vale
a dire si arrotolava ai due lati affinché vi potesse passar sotto il vento e portar così un po' di
refrigerio alla ciurma accaldata; mano a mano poi che il sole seguiva il suo corso da levante a
ponente, si sciamprava, ossia si distendeva e abbassava, quella parte della tenda cannonata che
guardava il sole nascente o calante e si lasciava così cannonata solo la parte opposta, sempre al
fine di farvi entrare il fresco. Quando si stava all'ormeggio (gr. ὀρμεῖν) con l'asse mediano della
galera orientato all'incirca in direzione nord-sud, verso le ore due del pomeriggio si poteva
rinfrescare maggiormente la ciurma facendo la mezzaluna, ossia si poteva ritirare la tenda dalla
sola metà di levante, in modo che l'altra metà rimasta spiegata bastasse a ombreggiare tutta la
coperta; ma ciò non era ovviamente possibile quando la galera navigava o era ormeggiata nel
senso della latitudine (fr. anche hauteur, bande du Nord, bande du Sud) e allora si doveva solo
cannonare il più possibile dalle bande e, quando si stava in porto, si poteva anche alzare di più la
tenda stessa con le capre, il che i marinai allora dicevano fare il buttafuori.
La tenda estiva si abbatteva la sera e si riponeva in corsia o nella camera di mezzo o anche nel
pagliolo, a seconda dello spazio disponibile; si poteva anche poggiarla - ripiegata - sui filari laterali,
ma ciò solo per pochissimo tempo perché in tal posizione impacciava il lavoro e ritardava il moto
della galera.
La tenda non copriva anche la poppa della galera perché il castello di poppa era parecchio più alto
della coperta e inoltre la gente di poppa non avrebbe certo voluto respirare il tanfo emanato dai
remiganti e che inevitabilmente si accumulava sotto la tenda; a poppa si usava quindi un’altra
tenda più piccola detta tendale, generalmente bianca e munita di faccia posteriore, la quale si
stendeva su un tetto a pergolato fatto di legni inarcati detti garitte o pertichette; queste erano
conficcate e inchiodate in una trave orizzontale e un po' inclinata detta freccia, fissata per la
lunghezza della poppa sopra archi principali detti forbici o pertiche e sostenuta a proravia dal già
ricordato pilastrino chiamato stentarolo. Sopra questa freccia, oppure alla battagliola delle spalle, si
poneva il pennello [fr. girouëtte, flouëtte, gabet; olt. (split-)vleugel, (split-)vaan(tje), top-staander],
ossia una piccolissima banderuola di stamigna, tafettano o tela, di forma quadrangolare oppure

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biforcuta alla fiamminga, ossia come una cornetta, od ancora lunga e stretta all’inglese, la quale
serviva per conoscere la direzione del vento, metodo però questo utile solo se la galera era ferma
o quasi, perché altrimenti e ovviamente il suo moto - soprattutto se veloce - avrebbe fatto restare il
pennone volto all'indietro. Sulla poppa dei vascelli tondi c’era un equivalente del suddetto
pergolato, cioè una struttura di carabottino o di sbarre detta in francese tugue o tuque,
soprastruttura che ai vascelli reali francesi sarà proibita nel 1670 perché li rendeva più pesanti alla
vela, permettendosi quindi da allora in poi solo quelle fatte di cordami.
Una galera cristiana ordinaria, mentre sino a tutto il Rinascimento, aveva portato in genere sette
vessilli [fr. pavillons; iac(q)(que)s; olt. haar-doek, vlagge-doek], ora ne portava otto, di stamigna o
di seta, cioè quattro fiamme e quattro gagliardetti (fr. anche galans), con i quali si ostentavano le
armi reali e quelle del capitano generale e potevano servire sia d’ornamento sia per segnali. Le
fiamme (fr. anche pendants; olt. wimpels) erano lunghissime, terminanti a punta biforcuta (olt. split-
tong) e poste in asta verticale; secondo l’autorevole Giovanni Lido (VI sec.) – autorevole in quanto
non era solo uno storico bensì anche un funzionario amministrativo di carriera dell’impero bizantino
– le flamule si chiamavano così perché in origine erano state dei semplici cenci rossi portati sulla
punta delle loro aste dai flamulari, cioè da vessilliferi dell’esercito romano (cit. Lib. I, p. 158). I
gagliardetti o gagliardi o gonfaloni (dal tlt. guntfano-onis) o bandiere chinate erano grandi,
triangolari, biforcuti anch'essi, ma in asta orizzontale pendula. Detti otto vessilli non erano di
misura né convenzionale né ancora d’ordinanza e quindi la loro grandezza variava sensibilmente a
seconda dei paesi e anche dei singoli vascelli, ma quelli quadrangolari erano in genere un po’ più
lunghi di battente che di ghindante; ecco la loro più comune collocazione:

Gagliardetto grande all'antenna di maestra e a quella di trinchetto.


Gagliardetto piccolo al calcese di maestra e a quello di trinchetto.
Fiamma alla cima di maestra e a quella di trinchetto.
Fiamma all'antenna di maestra e a quella di trinchetto.

Alla fine del Quattrocento il vascello che intendeva combattere inalberava gagliardo di battaglia.
Nel già ricordato Governo di galere i vessilli della galera vengono invece quantificati in 14, sette
per parte, e, per quanto riguarda le galere turco-barbaresche, queste portavano in battaglia, oltre
agli stendardi, infinita quantità di bandiere, come è di loro costume sparse un po’ dappertutto
(Discorso circa il modo et maniera ha da tenere un Capitano etc.) Il gagliardetto grande all'antenna
dell'albero maestro, per la grande religiosità di quei tempi, mostrava per lo più l'immagine del santo
a cui era dedicata la galera, immagine dipinta che nei vascelli tondi era invece perlopiù esposta in
un’edicoletta a poppa, luogo che i francesi chiamavano miroir du navire; la fiamma alla stessa
predetta antenna esibiva invece generalmente le armi del capitano della galera. La sola galera

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Capitana della squadra poteva portare la bandiera o stendardo quadrangolare come segno di
comando generale (olt. bevel-flag) e di combattimento e lo portava a destra all’oste, ossia alla
spalla destra della galera, a meno che però non si entrasse in battaglia, perché allora lo portava
più alto sul pilastrino di poppa; tuttavia alla galera Patrona e ad altre che avessero qualche
comando minore poteva il generale concedere un gagliardetto quadrangolare con le armi reali
appeso al calcese dell'albero maestro, d’una forma dunque che ricordava lo stendardo e che infatti
stendardo era anch’esso impropriamente chiamato. In Spagna, poiché questo gagliardetto
quadrangolare era bianco, tale essendo infatti il colore di fondo dell'armi reali degli Asburgo di
Spagna, il comandante a cui si concedeva prendeva il nome di cuatralbo (‘quadro bianco’) e quindi
non perché comandasse una squadriglia (lt. vexillatio) di quattro galere, condizione che d’altra
parte pure generalmente coesisteva, come si evince per esempio dalla lettura del Cervantes
Saavedra e dalla composizione della squadra che la Spagna inviò in partecipazione all a
grand’armata che combatterà poi a Lepanto; il 23 agosto 1571 Giovanni d’Austria si presentò infatti
alla massa di Messina, dove prima di lui erano arrivate, provenienti da Napoli, solamente le 12
galere toscane, molto ben armate, poste dal duca Cosimo I a disposizione del pontefice e
comandate da Marc’Antonio Colonna, creato capitano generale del mare dal Papa il precedente 11
maggio; conduceva dunque 25 galere così suddivise:

- 14 di Spagna, di cui quattro comandate da Luiz de Requesens, commendator maggiore di


Castiglia (grado superiore dell’ordine di Malta) e luogotenente e principale consigliere di Giovanni
d’Austria, quattro da Juan Vasquez de Coronado capitano della Reale, quattro da Gil de Andrada,
commendatore dello stesso predetto ordine cavalleresco, e due da Luiz de Acosta capitano della
Padrona reale;
- le tre di Savoia, le quali, a istanza della signoria di Venezia, servivano da galere venturiere, ossia
a solo bottino, sotto il comando di monsignor de Leiny;
- le tre della repubblica di Genova, anch’esse come venturiere, comandate da Ettore Spinola
cavaliere dell’ordine d’Alcántara;
- cinque di condottieri (‘noleggiatori’; lt. navicularii) genovesi particolari (‘privati’)- ossia galere di
proprietà privata assoldate, noleggiate (condotte) per l’occasione, di cui quattro di Pier Battista
Lomellino e una di Bandinello Sauli.

Per la cronaca, il giorno seguente arrivarono a Messina 10 galere siciliane comandate dal catalano
Juan Francisco de Cardona e 12 dei particolari (‘privati’) genovesi, mentre dopo qualche giorno da
Candia 74 veneziane comandate dai provveditori Girolamo da Canal (?-1535), detto il Canaletto, e
Quirini, poi 11 dei particolari di Gioan Andrea d’Oria con una di Malta, 30 di Napoli comandate dal
loro generale Àlvaro de Bazán marchese di Santa Cruz e infine altre veneziane e maltesi che
porteranno il numero totale a 208. Come si vedrà, questi numero non corrisponde a quello di 203
che, secondo il meticoloso elenco fattone dal Contarini, si troveranno poi effettivamente in quella
battaglia, ma, dovendosi tener conto che durante il viaggio d’avvicinamento all’armata nemica

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Giovanni d’Austria deciderà poi di rinunziare alle peggiori quattro galere (non sappiamo di quale
nazionalità, ma probabilmente veneziane), per distribuirne gli uomini e le attrezzature ad altre che
avevano appunto bisogno d’essere così rinforzate, resta una differenza d’una sola galera; a
proposito poi della nazionalità delle galere, bisogna dire che il Contarini elencherà come presenti
alla battaglia non 12, ma 13 galere papaline, non 30, ma 28 napoletane, non 10, ma solamente 6
siciliane e, per quanto riguarda le veneziane, un massimo di 106 o 107. Detta armata cristiana
comprendeva anche 22 vascelli tondi e 40 fregate.
Probabilmente si deve al suddetto vessillo di comando quadro se gli ufficiali prenderanno poi
l’abitudine di dire ‘riunirsi al quadro’ e in seguito, per sineddoche, ‘riunirsi nel quadro o nel quadrato
di poppa’; ma com’erano le principali bandiere o stendardi reali che si potevano allora vedere
navigando sui mari del mondo? Eccone un breve elenco:

Francia: bianco, ma diventava rosso e seminato di gigli se stendardo di combattimento.


Inghilterra: Croce rossa in campo bianco; era stata già dei crociati e specie dei cavalieri templari.
Danimarca, Savoia e Guyenne: Croce bianca in campo rosso.
Svezia: Croce gialla in campo azzurro.
Bretagna: Croce bianca in campo azzurro.
Gerusalemme: ora Croce gialla potenziata in campo bianco, ma nel Medio Evo Saladino che la
prese la portava bianca, rossa e nera, come del resto anche Tamerlano.
Portogallo: bande discendenti bianche, rosse e azzurre e una Croce nera.
Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme o di Malta: Croce bianca ottagona in campo rosso.
Borgogna: Croce bastonata di S. Andrea rossa in campo bianco.
Castilla: c.s. ma con bande rosse, gialle e azzurre.
Scozia: Croce in collana bianca in campo rosso o azzurro o talvolta rosso, giallo e verde e la
Croce in uno dei canti.
Normandia: Scacchiera bianca e nera.
Poitou, Piccardia e Fiandra fiamminga: bande trasversali rosse, bianche e azzurre.
Le 17 Province Unite d’Olanda: Bande trasversali arancioni, bianche e azzurre, ma lo stendardo
di combattimento era arancione.
Germania: inquartato di rosso e di giallo.
Turchia: una falce di luna bianca con i corni verso destra in campo rosso e azzurro, ma quello
personale del sultano presentava non una ma 4 falci. Si diceva che venisse da quello degli antichi
fenici e che questi avevano uno stendardo con falce di luna, però con i corni verso l ’alto e in
campo rosso.
Barbaria: una falce di luna con i corni in basso in campo metà rosso e metà azzurro, ma i rinnegati
cristiani o pirati d’Algeri, Tunisi, la Goletta e Salè rosso a 8 bande (pans) e una testa di
marmocchio (marmot) turco con turbantino.
Cina: due piccole stelle e due falci di luna di traverso.
Portoghesi d’India: una sfera su fondo bianco.
Spagna: inquartato dei suoi principali regni su fondo bianco, ma quello di combattimento azzurro.

A proposito della suddetta testa di ‘marmocchio turco’, c’è da osservare che l’attuale stemma della
Sardegna è purtroppo frutto di un’illustrazione tratta sì da un antico libro ma purtroppo mal
disegnata e che ebbe malauguratamente molta fortuna e molto credito, nella quale cioè il

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turbantino si presentava tracciato troppo basso sino a sembrare calato sugli occhi, interpretandosi
quindi dai posteri non come un tale copricapo, bensì come una semplice benda che fasciasse gli
occhi del ‘marmocchio’! Sappiamo che i sardi non vorranno così facilmente rinunziare alla loro
testa bendata perché così fa tanto affascinante mistero, ma purtroppo la verità è quanto abbiamo
teste spiegato e basta andare a ricercare le immagini più antiche di detto stemma per verificare
che trattavasi in origine di null’altro che di un normale turbantino e questa circostanza che nelle
figure originali non si vede mai un gran turbante da mussulmano adulto ma sempre appunto un
turbantino, tanto piccolo da esser confuso più tardi, come abbiamo detto, con una semplice benda,
conferma che l’immagine voleva rappresentare il capo di un ragazzo o comunque di un giovane
pirata. Piuttosto ci sembra storicamente più affascinante, suggestiva e tutta da spiegare la
costatazione che l’originale stemma della Sardegna coincideva con quello dei pirati barbareschi; ci
sarebbe pertanto da pensare a insediamenti saraceni (‘mussulmani’) medievali nell’isola.
Molti elementi decorativi potevano esser dati alla galera dai tendami e abbiamo già detto della
tenda e del tendale, trattandone però solo dal punto di vista strutturale; aggiungeremo ora che il
normale tendale di poppa, a titolo appunto decorativo, era spesso sostituito da quello detto di
garitta, che era di panno azzurro con quattro porte dello stesso panno, due di poppa e due di prua,
il tutto foderato di canovaccio, ma poteva anche essere foderato di damasco, anzi era comune
avere a bordo talvolta anche un tendale più appariscente e ornamentale, probabilmente quello
detto nelli inventari cameretta, cioè uno di damasco cremisi, e bisogna pensare che il più delle
volte questi vasti drappi erano intessuti o ricamati in oro o in argento con disegni floreali, fogliami e
stemmi reali o gentilizi. Altri supporti di decorazione potevano essere dell’impavesate di
tappezzeria che, in occasioni di feste o di domeniche, si ponevano attorno a tutto il vascello e alle
gabbie [fr. bastingue, bastingu(e)re, pavesade, paviers, pavois; olt. schans-kleedt] di panno, tela o
cordella], ma d'estate anche di cotonina; si trattava cioè di strisce di tessuto, generalmente rosso,
che si ponevano verticalmente lungo le fiancate, di solito due alle bande, due alla poppa e una alla
prua, e che servivano anche da paravento durante il combattimento affinché il nemico non potesse
vedere ciò che si faceva in coperta e prendere pertanto una mira precisa. C'erano poi incerate che
si ponevano a poppa in aiuto al tendale per una maggior protezione dalla pioggia e ce n’era quasi
sempre una di cotonina verde e talvolta un’altra di canovaccio bianco. c'era poi spesso un tendale
di cotonina, in qualche caso tinto di leonato (beige) e bianco, guarnito di due parasole anch'essi di
cotonina; c'erano infine ancora un parafumo e un parasego di canovaccio o di cotonina e, talvolta,
una soprattenda di cotonina, ma di tutti questi ultimi tendami non sapremmo spiegare l'uso prat ico
se non andandocene per un’idea in relazione al loro nome, a eccezion del parafumo, il quale era
documentatamente il camino del fogone e si usava appunto fatto di tela. Una galera ordinaria non

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doveva però portar ornamenti tali da metterla a paragone della galera Capitana, della Patrona o
con altre eventuali galere di fanò, ossia galere che portavano fanale di comando (fr. porter le feu,
faire fanal; olt. vuuren, vuur-voeren); essa doveva infatti poter essere riconosciuta come
subordinata anche a distanza, anche per non dar adito al sospetto che volesse in qualche modo
usurpare prerogative e privilegi delle galere 'titolate'.
Una galera in tenuta di gala era in ogni caso un bello spettacolo e tale sarà descritta nel
Settecento dal de Savérien nel suo Dictionnaire:

... Non c'è alcun bastimento di mare più magnifico della galera. La sua poppa è sostenuta da
termini ed ornata da bassorilievi, d'ornamenti e da modanature dorate. Parecchie delle sue
bandiere, delle sue banderuole, delle sue fiamme e dei suoi stendardi sono o della livrea adottata
dalla nazione alla quale la galera appartiene o di damasco cremisi con ricami in oro. Sulla bandiera
le armi del sovrano sono ricamate in oro od in seta e la tenda è di damasco cremisi guarnito di
frange e di penero d'oro. (Cit.)

Quando una galera di comando doveva portare in viaggio un personaggio di sangue reale, allora
gli ori, i tendami pregiati, i colori e gli ornamenti in genere erano profusi molto maggiormente; ciò
per esempio accadeva ogni volta che bisognava portare a Barcellona una nuova regina, vale a dire
una giovinetta d’una Casata reale europea che andava a nozze con il nuovo re delle Spagne, e nel
1701 fu questo il caso di Maria Luisa di Savoia che doveva andare a raggiungere il suo sposo
Filippo V e che, come già altre volte era stato fatto per le reali spose, sarebbe stata portata a
Barcellona dalla galera Capitana di Napoli, scelta tra tutte per questo grande onore; così infatti
annotava il diarista Angelo di Costanzo, predicatore cappuccino il quale, come del resto la maggior
parte dei cronachisti di quei secoli, non ebbe la soddisfazione di vedere la sua opera pubblicata:

... Quali (galere napoletane) ritornate in questa Città nel luglio, ebbero di nuovo l'ordine di
prepararsi ad andare a Nizza di Provenza, ove si sarebbe fatta l'unione delle altre galere, così di
Spagna come di Francia, per levare la figlia secondogenita del duca di Savoia, destinata per sposa
di Filippo V Re di Spagna, che calava in Barcellona a giurare li privilegi di quel Contato. Per la qual
cagione si prepararono le nostre galere ed in particolare la Capitana, mentre si diceva che la
Regina voleva far quest'onore alla Capitana di Napoli; onde si vide tutta la poppa indorata, li remi,
il nuovo stendardo, tutti i forzati con giubbe di damasco rosso con barrette (‘berrette’) in capo e
altre bizzarrie, che v'accorse tutta la Città a vederla ed il giorno prima della partenza vi calò la
Viceregina colle sue dame di Corte e furono complimentate di rinfreschi. E poi a' 27 d'agosto
partirono al numero di 15 alla volta di Nizza. Stavano (ormai a Nizza) di giorno in giorno
aspettando l'avviso dell'imbarco della sudetta Regina, essendo sino ora un mese e mezo che sono
partite, col continuo buon tempo, e non è giunta la nuova del suo arrivo... (Cronaca di Napoli dal
1701 al 1716. S.N.S.P. Man. XXXI.B.3.)

Con la suddetta Capitana era partito il principe Caracciolo di Santo Buono, il quale portava un
regalo del valore di 300mila scudi mandato dall’allora vicerè Luiz de la Cerda duca di Medina Coeli

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(1695-1702) e che i napoletani offrivano alla nuova regina, ma la giovanetta si faceva dunque
molto aspettare; poi finalmente il 25 ottobre giunse avviso a Napoli che la novella regina si era non
solo imbarcata, ma aveva anche fatto tappa a Tolone. Certo addobbi ricchi, ma non così tanto,
furono preparati dalle galere di Toscana che nel 1567 imbarcarono a Palermo Leonora de Toledo
per portarla a Firenze, viaggio probabilmente collegato allo scadere in quello stesso anno del vice-
regnato di suo padre Garcia; fecero sosta a Pozzuoli, dove la predetta signora prese alloggio nel
grande e famoso palazzo paterno (Tutte le vittoriose imprese delle galere del Serenissimo
Granduca di Toscana fatte nei viaggi dall’anno 1565 al 1575. Biblt. Marc. di Venezia. Ms. VI. CVI.,
B.N.N. Sez. Nap. Per. 2001.)
Nel 1589, leggiamo nel Guarnieri, la lussuosa e appositamente costruita galera toscana Cristina
portò a Livorno da Marsiglia la principessa Cristina di Lorena che andava sposa al granduca
Ferdinando I; Michelangelo il Giovine descrisse tale galera come riccamente decorata, con i
remiganti vestiti di damasco cremisino e con i cavalieri di S. Stefano, elegantissimi, al posto dei
normali soldati. Ancora più sontuosa fu la nuova Capitana toscana che il 16 ottobre del 1600
imbarcò a Livorno la regina di Francia Maria de’ Medici, figlia del defunto granduca Francesco I, la
quale aveva sposato in Firenze per procura il re di Francia Enrico IV di Navarra e andava a Lione a
celebrare tale matrimonio; la predetta Capitana fu scortata in viaggio da 16 altre galere tra
toscane, pontifice, francesi e maltesi sotto il comando del generale pisano Marc’Antonio Calafati (o
Calafatto), e arrivò a Marsiglia il 3 novembre. Immaginiamo con qual pompa si siano presentate
anche le 14 galere (triremis) e gli altri vascelli che la domenica 1° novembre del 1506 arrivarono a
Napoli portando il re Ferdinando il Cattolico e sua moglie la regina Germana de Foix, sposatisi il 18
marzo precedente, a visitare il regno conquistato dal loro Gran Capitano Gonzalo Fernández de
Córdoba, con il quale poi se ne andarono il 4 giugno dell’anno successivo; certo poi con minor
sfarzo, eppure accompagnate da circa 16 galere, il 24 maggio 1534, come annotava un anonimo
diarista partenopeo, arrivarono a Napoli dalla Spagna la consorte del vicerè Pedro de Toledo, le
sue figliuole e tutta la sua servitù e sbarcarono solennemente al molo grande tra salve di
cannonate.
Particolare fu pure l’addobbo delle galere francesi che si trovavano nell’oceano quando il tre volte
generale della squadra remiera di Francia, Antoine Escalin des Aimars, barone della Garde,
piccolo feudo del padre, poi marchese di Brigançon in Provenza (1544-1548; 1551-1557; 1566-
1578), un parvenu detto le Capitaine Poulin o anche Poulin de la Garde, lo fece eseguire a sue
spese perché gli si era fatto credere, forse per un crudele scherzo da cortigiani, che avrebbe
dovuto guidarle in Inghilterra dove la regina Elisabetta l’avrebbe sposato; tali inutili e penosi
preparativi così saranno poi ricordati dal de Bourdeilles:

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… tra gli altri il più bello fu che tutti i forzati della sua galera ‘la Reale’ ebbero ciascuno un
abbigliamento di velluto cremisi alla marinara (il signor Gran Priore di Lorena aveva già da molto
tempo prima abbigliato i suoi) la poppa e la camera della poppa tutte tappezzate e addobbate dello
stesso velluto con ricami d’oro e d’argento, gonfiato e agitato da tutti i venti, con delle parole
greche che dicevano ‘Benché io sia e sia stato agitato ben forte, giammai sono né caduto né
cambiato’… I letti, le coperte, i guanciali, i banchi di camera e di poppa (addobbati) alla stessa
maniera, gli stendardi, le fiamme, le banderuole, per metà allo stesso modo e per metà di damasco
tutto frangiato d’oro e d’argento; in breve, era una cosa tanto magnifica a vedersi. Ed in tal superbo
apparato doveva entrare con l’altre galere, le quali potevano arrivare fino a dieci, nel fiume Tamigi
fino a Londra… e tutto ciò non servì a nulla a quel povero signor barone della Garde se non a
spendere soldi (più di 20mila scudi) e qualche volta egli faceva preparare così la sua camera della
poppa, cosa che io vidi, e, me indegno, mi sono coricato ed ho dormito nei suoi bei letti, dove si
faceva ottimamente… Infine è morto lasciando ai suoi eredi più onori che beni e a l’età di più
d’ottant’anni… Quanto a me, anche se una volta m’ha fatto perdere un bottino di dodicimila scudi
che m’aveva fatto un bastimento ch’avevo in mare e, non giudicandolo egli di buona guerra né di
buona presa, me lo fece restituire, del che mi fece molte scuse, dirò sempre le sue virtù… (Cit.)

Il ‘gran priore’ a cui il de Bourdeilles qui si riferisce era fra’ François de Lorraine, gran priore di
Francia, fratello del duca di Guisa, il quale, quando era generale delle galere di Malta, essendo
appena stato destituito per la seconda volta l’Escalin, nel 1557 fu nominato capitano generale di
quelle di Francia, distinguendosi in seguito nel corso del conflitto anglo-scozzese per esser
passato nell’oceano con le sue galere ed esser andato fino in Scozia in soccorso della regina
Maria di Lorena-Guisa, un’impresa alla quale partecipò anche il de Bourdeilles, come questi
ricorda nelle sue memorie senza però purtroppo abbondare in particolari e che deve essere
avvenuta in coincidenza del trattato d’Edimburgo del 6 luglio 1560, perché sulla via del ritorno la
regina Elisabetta gli farà grandi accoglienze. Ebbe come suoi principali ufficiali il signor de Carses,
luogotenente generale della squadra, il signor de Basche Martel, ottimo uomo di mare, il quale
infatti sarà poi chiamato dal duca di Guisa al generalato delle sue galere, e i genovesi e parenti
conte Fieschi e Cornelio Fieschi. Morì il 6 marzo 1563 a soli 29 anni a causa delle complicazioni di
un’infreddatura e il suo posto fu preso dal fratello René, marchese d’Elbeuf, il quale morirà però,
anch’egli molto giovane, nel 1566 all’età di 30 anni, lasciando così posto al nuovo e definitivo
ritorno del capitano Poulin, riabilitato per la seconda volta; quest’ultimo sarà capitano generale sino
alla sua morte, avvenuta nel suo castello della Garde verso le 8 del mattino del giorno seguente il
Corpus Domini del 1578, dunque nello stesso infausto anno in cui la cristianità perderà anche il re
Sebastián di Portogallo (4 agosto) e un altro famoso capitano generale marittimo, Giovanni
d’Austria (25 settembre).
Nelle ricorrenze e in altre occasioni quella vista festosa era poi esaltata dall'uso della musica e
infatti a ogni galera si forniva una cassa di legno contenete otto strumenti musicali, ossia sei

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trombette e due clarini, e li suonavano, postisi sulle rembate, quei remieri che mostravano d'avere
più talento musicale:

... Habbiano insieme i lor trombetti e tamburi e simili bellici instrumenti, che non solamente
piacciano a gli amici, ma rechino meraviglia e confusione a gl’inimici loro, potendosi credere che, si
come ne gli eserciti terrestri le imprese, le divise, le bell'arme, le sopraveste e'l suono delle trombe
e de i tamburi hanno forza di eccitar alle lodevoli azioni gli animi de i soldati e di sbigottir gl ’inimici,
così, quando le armate navali sono ricche di pompa e piene di gioia e di festa, si accendano gli
spiriti della gloria ne i cuori de i combattenti e se n’attristino gli avversarij; e, ben che queste paiano
estrinsecamente leggiere e vane apparenze, si vede però che fanno mirabili effetti a favor della
vittoria... (P. Pantera. Cit. P. 187.)

Nel Medioevo s’erano usati a bordo delle galere cristiane anche le nacchere o timpani, ma i
tamburi a cui qui si accenna non facevano parte della dotazione marittima di bordo ed erano
invece quelli normalmente usati dalla fanteria che era di guarnigione su ogni galera; ovviamente i
tamburini cominciavano a essere anch'essi presenti quando a bordo c'era almeno una mezza
compagnia di fanti; sulle galee veneziane del Quattrocento, a quanto si legge al par. 239 del già
citato diario di viaggio del Brasca, sarebbero stati presenti anche dei liutisti, ma riteniamo che si sia
trattato d’un errore di trascrizione e che originalmente l’autore avesse invece inteso parlare di
clarinisti, in quanto gli strumenti a corde non potevano certo emettere suoni sufficienti alle vastità
marine. Più tardi, aumentando nelle galere ordinarie il numero di vogatori, aumenterà a 10/12
anche quello dei predetti musicanti. Sulle galere barbaresche, oltre ai tamburi e alle particolari
trombe di quei paesi che gli spagnoli chiamavano añafiles s’usavano anche le cennamelle.
E del vessillaggio che si usava nel Medioevo prima del Rinascimento sappiamo qualcosa? Sì, se
ne legge nel già più volte citato ordine di Carlo I d’Angiò del 1270; bisognava che allora ogni galea
del regno di Napoli disponesse di un vessillo, di una bandiera e di trenta pannucellos (‘pannicelli,
piccoli panni’, da cui poi le corr. pennoncelli e pennoni), tutto di zendato, ossia di mezza seta, ogni
terida o usciero (cioè ogni vascello non combattente) di due bandiere e venti pannicelli, il tutto di
panno, ossia di lino, come allora s’intendeva, perché invece nei secoli modermi per ‘panno’
s’intenderà generalmente quello di lana, inoltre ogni legno sottile (cioè ogni vascello remiero
combattente ma non copertato) una sola bandiera e soli dieci pannicelli, il tutto di zendato; infine
ogni varchetta una bandierola di zendato. Quest’ultimo più pregiato tessuto era dunque riservato ai
soli vascelli combattenti, armi ed insegne da dipingere su tutto questo vessillaggio essendo
ovviamente quelle di Carlo I e della sua casata. Tra queste una galea doveva comunque
distinguersi dalle altre e cioè quella che, accompagnata da altre naturalmente, era destinata a
traghettare dalla Slovenia alla Puglia la figlia del re d’Ungheria, novella nuora di Carlo, in quanto
era da fornirsi anche di uno stentario (‘stendardo’), cioè del vessillo reale, e di tendame di color

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rosso (ma in altra lettera successiva del 16 dettembre si dirà più precisamente de scarlato), anche
questa una prerogativa che in genere distingueva appunto le galee ‘Reali’, cioè quelle destinate a
portare sovrani o loro familiari (G. del Giudice, cit. P. 7).
In un’anonima cronaca napoletana da noi già citata si descrive brevemente quanto si usava
mettere in atto da quella squadra di galere il 24 giugno, cioè in occasione della festa di S. Giovanni
Battista:

… La sera di detto giorno e nell’antecedente si videro tutte le regie galere dimoranti nella tarcina
(‘darsena’) adorne di infiniti lumi, che resero una vaga vista al numeroso popolo che concorse a
vagheggiarle, e con queste luminarie si sentirono diversi suoni fatti dalli schiavi di quelle con
diversi istrumenti musicali. (Cit.)

Nei porti delle città principali, quando erano appena arrivate delle galere, specie se straniere, si
usava andare a passeggio sul molo per vedere le nuove arrivate e soprattutto per farne occasione
di mondanità e d'incontro sociale. Ciò era tradizionale anche a Barcellona, ed ecco infatti l’arrivo in
quelle acque della squadra delle galere toscane nel 1567:

…e poi, facendo vela, seguì il suo camino alla volta di Barzalona, città principale di Spagna, ed
insu l’ora di vespro, doppo l’usato saluto al arivo di queste galere in tai luoghi, si dié fondo lungi
dalla città un miglio o poco più per esser spiaggia e non porto, ma subito soggiunse(ro) infinite
barchette e fregate alle galere cariche di varij ed illustri signori e cavalieri, i quai desideravano
veder le galere (sic)come veramente son degne d’esser bramate vedere, essendo hoggi le meglio
ordinate e guarnite d’ogni sorta (di) cosa che fece di bisogno a tai vascelli, e però (‘perciò’) molti de
‘sti detti sen’andorono sopra la Capitana e con le solite lor cerimonie al(l)a spagnola non mancorno
visitare l’illustrissimo signor Alfonso (Alfonso Aragona d’Appiano) ed offerirsi a quanto gli piacesse
lor comandare. In questo mezzo ne andò (andorno) altri sopra le altre galere, in fra le quale ne
venne andare sopra ‘la Pisana’ et questi tali erono Canonici di santa Madre Eclesia… (Aurelio
Scetti, Diario fino al 17 marzo 1576. In Tutte le vittoriose imprese etc. Cit. Bitlt. Marciana, Ms. CVI
Classe VI. Venezia.)

Per amor di cronaca, le galere toscane, chiamate dai barbareschi le galere d’Elba, furono presto
raggiunte a Barcellona da quelle dei particolari genovesi, comandate allora da Gioan Andrea
(Andreetta) d’Oria, da diverse di Napoli e a tutte queste si unirono in seguito le quattro galere
dell’assentista (‘appaltatore’) genovese Lomellino; bisognava infatti imbarcare le milizie del duca
d’Alba destinate in Fiandra e andare a sbarcarle a Villafranca portava in Fiandra, ma si approfittò
di questo concentramento di galere anche per condurre con successo un’azione comune contro
una squadriglia di corsari algerini che in quei giorni infestava le Baleari.
Evidentemente i barcellonesi avevano perso il ricordo del brutto episodio avvenuto nel 1551,
quando cioè Leone Strozzi, allora capitano generale della squadra di Francia, partì da Marsiglia
con una dozzina di galere, ufficialmente per andare a fare impresa in Levante e quindi salutando la

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città come se avesse dovuto allontanarsi per mesi, ma in realtà voleva in questo modo solo
ingannare le spie spagnole, in quanto intendeva invece assalire la vicina Barcellona, approfittando
dell’assenza della squadra di Spagna, la quale generalmente incrociava nello stretto di Gibilterra in
funzione anti-barbaresca, ma era allora impegnata contro l’armata turca che quell’estate assalirà
Malta, Tripoli e Gerba; presentò dunque le sue galere davanti al porto nemico dopo averle
perfettamente travestite da galere spagnole e i barcellonesi, credendo che si trattasse delle loro
galere che ritornavano da quell’impresa di Barbaria, scesero come al solito tutti al passeggio sulla
marina e sul porto per dar loro il bentornato e per la curiosità di vederne le prede, i prigionieri ed
eventualmente anche le perdite. Poiché però s’usava, come abbiamo detto, anche d’andare ad
avvicinarle in barchetta, ne fu presto scoperta la vera nazionalità e allo Strozzi non restò quindi che
rinunziare all’azione progettata e si limitò a far sbarcare genti fuori dal porto per fare razzia dei
tantissimi cavalieri, dame e mercanti che erano al detto proposito andati a pass eggiare sul
lungomare fuori delle mura della città, rinunziando però poi a trattenere le dame per cortese
cavalleria. Probabilmente fu proprio quest’insuccesso la goccia che fece traboccare il vaso delle
ingiuste e malevoli critiche di cui da tempo era oggetto e che qualche mese dopo convincerà il
fiorentino ad abbandonare questa sua prestigiosa carica, facendo così posto al ritorno del
sunnominato Antoine Escalin; la sua fama dunque non agguagliò certamente quella del suo
grande predecessore il guascone fra’ Prégent de Bidoux, priore di S. Gilles, generale di mare di
Luigi XII dal 1497 al 1518, anno in cui lasciò questa sua carica per andare a difendere Rodi contro
i turchi, il quale compì sia nel Mediterraneo sia nell’oceano grandi imprese che non staremo però
qui a ricordare, ma poté però paragonarsi nei primi tempi a quella del suo maestro Andrea d'Oria. Il
de Bourdeilles molto elogia quest’italiano, il cui nome ai suoi tempi ancora era tanto ricordato nei
discorsi della gente di mare francese:

… talmente che il suo nome ancora li riempie ed io non ho quasi mai sentito marinai, forzati,
schiavi, capitani e soldati che non l’abbiano detto il più grande capitano di mare dei suoi tempi e
ben fortunato era colui (come io ho sentito in parecchi luoghi del Mediterraneo) che poteva dire: io
ho navigato e combattuto sotto il Priore di Capua; ed, anche che non fosse vero, molti lo facevano
credere per ostentazione e per essere più stimati. Quando andammo al soccorso di Malta (nel
1565), se ne vide in quelle coste di gente che veniva ad abbordare, salutare ed onorare il signor
Strozzi (Filippo) suo nipote per la sola memoria del suo grande zio… (Cit.)

Il predetto Escalin, ripreso questo posto di capitano generale delle galere di Francia che era già
stato suo, sarà impegnato nella guerra corso-toscana e otterrà presto un bel successo contro gli
spagnoli quando, proveniente con sei galere da Civitavecchia, dovrà fermarsi nel golfo corso di S.
Fiorenzo per ripararsi da un’improvvisa tempesta (fr. anche grand temps, gros temps) e, passata
questa, avvisterà e attaccherà un convoglio di 11 velieri spagnoli trasportanti 6mila soldati a

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Genova, riuscendo, dopo un intenso combattimento, ad affondarne due e a far perire così tra le
onde circa 1.500 nemici; estraneo però alle regole del potere aristocratico, il capitano Poulin verrà
di nuovo destituito nel 1557.
Il descritto costume dei barcellonesi, del resto comune a tutte le importanti città portuali del tempo,
è confermato dal residente genovese in Spagna Giulio della Torre, il quale così scriverà nel 1622:

... ed è anche solito in quella città, quando arrivano galere, di far il corso e spasseggio de' cocchi
da quella parte del mare sul muolo e sopra la muraglia della terra così le dame come la Corte ed i
cavaglieri. (Raffaele Ciasca, Istruzioni e relazioni degli ambasciatori genovesi. V. II, p 48. Roma,
1951.)

Particolarmente pomposa era l’accoglienza che si riservava a un’armata che dovesse poi andare a
combattere gl’infedeli ed ecco – nella traduzione dallo spagnolo del Croce - una descrizione
dell’arrivo a Napoli delle 30 galere di Spagna che nel 1575, provenienti da Genova e capitanate da
Giovanni d’Austria, il trionfatore di Lepanto, dovevano costituire il primo nucleo di un’armata
destinata all’impresa d’Orano:

…Entrarono nel porto di Napoli il vespro di S. Giovanni (24 giugno), all’Ave Maria, e, nell’entrare,
ad ogni galeotto fu dato un fascio di sarmenti impeciati che ardeva più di quattro torce e che
doveva esser tenuto alto col braccio; i soldati, più di…, furono disposti nelle balestriere ed i marinai
nei due lati a prora con l’archibugio ciascuno ed, a vista delle case della città, vennero legati i remi.
La galea Reale salutò con un pezzo d’artiglieria e subito risposero infinite artiglierie dai castelli,
torrioni e baluardi, accompagnate da quelle delle galee (napoletane) e dall’archibugeria; e
negl’intervalli, mentre si ricaricava, non solo dalle mura di Napoli, ma da tutte le galee, fregate e
feluche che, come formiche, andavano pel mare, si udivano musiche soavissime di clarini,
cennamelle, cornette e violini, trombe, timballi e tamburi con infinite luminarie, girandole e diverse
invenzioni di polvere (‘polvere pirica’), che le minori erano razzi. Si celebravano tre feste insieme,
la notte di S. Giovanni, la venuta di un principe così grande e così amabile e quella di un’armata
così grossa. Dissipato il fumo degli spari, sbarcò don Giovanni coi titolati, i cadetti ed i capitani…
(Benedetto Croce, Scene della vita dei soldati spagnuoli a Napoli in «Studi di storia napoletana in
onore di Michelangelo Schipa», Napoli, 1926.)

Anche ad Algeri e negli altri porti della Barbaria l’arrivo o il ritorno di vascelli remieri da corso era
accolto da una folla di baldì (‘cittadini’), soprattutto attratta dalla curiosità di vedere le prede fatte
sia in schiavi sia in roba:

… Quando un vascello torna dal corso e fa scalo in qualche luogo, gli abitanti hanno l’abitudine
d’accorrere, alcuni per vendere dei rinfreschi, altri per comprare il vestiario; altri infine,
semplicemente curiosi, vengono a esaminare gli oggetti ed i prigionieri… (Diego de Haedo, De la
captivité à Alger par Fray Diego de Haëdo. Traduction de Moliner-Violle, Alger, 1911.)

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Prima di lasciare di trattare della struttura d’una galera vogliamo dare alcune delle proporzioni in
piedi di Parigi prescritte dall’ordinanza reale di Francia del 3 settembre 1691 e riportate più tardi
dal Savérien, perché il lettore possa comprendere anche l’aumento delle principali dimensioni di
questo tipo di vascello da guerra, aumento già iniziatosi in maniera generalizzata alcuni anni dopo
Lepanto, e le misure che le galere avranno raggiunto dopo circa un secolo dal tempo che è
principale oggetto di questo nostro studio:
Piedi Pollici
Lunghezza da giogo a giogo 144 0
Larghezza all’assone maestro (cioè centrale) 18 0
Larghezza da scalmo a scalmo 26 1½
Altezza al puntale (cioè centrale) 7 2
Interbanco 3 10
Lunghezza del banco 6 6
Larghezza del predetto 0 6
Spessore del predetto 0 5
Lunghezza della banchetta 7 0
Larghezza della predetta 1 5
Spessore della predetta 0 1½
Larghezza interna della corsia 2 1½
Altezza della predetta 2 8
Spessore dei quartieri 0 4½
Lunghezza del remo 37 3
Lunghezza dell’albero maestro, calcese incluso 70 0
Diametro del predetto a 12 piedi dall’estremità inferiore 1 7
Diametro del predetto all’estremità superiore 1 4
Lunghezza dell’albero di trinchetto, calcese compreso 52 6
Diametro del predetto a 9 piedi dall’estremità inferiore 1 2½
Diametro del predetto all’estremità superiore 0 9 2/3
Lunghezza della penna di maestra 68 0
Diametro della predetta a 24 piedi dall’estremità grossa 1 1 1/3
Diametro della predetta all’estremità piccola 0 5 2/3
Lunghezza del carro di maestra 60 0
Diametro del predetto a 24 piedi dall’estremità grossa 1 1 1/3
Diametro del predetto all’estremità piccola 0 7½
Lunghezza della penna di trinchetto 74 (sic) 0
Diametro della predetta a 20 piedi dall’estremità grossa 0 10 ¼
Diametro della predetta all’estremità piccola 0 7½
Lunghezza del carro di trinchetto 50 0
Diametro del predetto a 20 piedi dall’estremità grossa 0 10 ¼
Diametro del predetto all’estremità piccola 0 7½
Lunghezza delle gambe (sic) del pennone del trevo 33 6.

Anche l’armamento da guerra di queste grandi galere era ovviamente maggiore e infatti il residente
veneziano a Genova Cornioni in un sua informativa del 22 maggio 1701 così scriverà:

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… È stata varata ad Arenzano e rimorchiata in questo porto una galea governativa della portata di
cinquanta cannoni; sarà montata da uno dei capitani Viviani. (Ruggero Moscati, Relazioni degli
ambasciatori veneti al senato (Secolo XVIII). Milano, 1943.)

Naturalmente il termine cannoni era qui usato molto impropriamente, includendosi certamente nel
suddetto numero di 50 non solo le poche grandi e medie bocche da fuoco di prua, ma anche la
cosiddetta spingarderia, ossia tutti quei piccoli pezzi posti lungo le murate su forcelle o cavalletti
girevoli che soprattutto le galee veneziane, ma, a quanto qui pare, anche le genovesi usavano.
Passando ora agli altri vascelli sottili diremo delle galeotte, nome che si ritrova già nelle cronache
del Dodicesimo secolo [galeotum atque alias naves ceperunt. In Cronaca pisana del Marangone,
p. 44 all’anno 1166; unum ianuensium galeotum cepere… duos ianuensium galeotos cum habere
ceperunt… et ultra XL naves, intra msgnas et parvas, et galeotos prendidere, (ib.) all’anno 1167] e
che si riferisce alle galere biremi, anche se però nel Medioevo, come si evince dai documenti
borgognoni citati dal Finot, erano, almeno nell’Oceano - dove poco si capiva di navigazione
remiera, talvolta confuse con le fuste, cioè con vascelli privi di corsia. Nelle stesse cronache,
all’anno 1175, troviamo poi una grossa galeotta, la quale però, nonostante le dimensioni, non è in
grado di tener testa a una galera; va bene che questa in particolare, impegnata in un viaggio dai
fini principalmente commerciali, era probabilmente poco armata per un combattimento:

Anno Domini 1175…in mense Iunio alia quaedam pisanorum galea navigavit in Provincia (‘nelle
acque della Provenza’) et unum magnum galeotum venientem de Sancto Egidio, multis et magnis
pannis et caris (‘generi costosi’) honeratum, cepit. (Ib.)

Veniva dunque questa galeotta dalla fiera di St. Gilles in Provenza, carica di quei tessuti di lusso e
di altre merci pregiate, le sole di cui potevano caricarsi le galere, non avendo gran disponibilità di
stivaggio e disponendo invece di sufficienti armamenti per difendere da pirati e corsari il loro
carico; erano infatti quei mari di solito frequentati da pirati e corsari proprio perché percorsi da
navigli recanti ricchi carichi; per esempio il 24 giugno del 1175 i marsigliesi, avendo avuto notizia
che la galera del pirata pisano Gerardo (di) Marcuccio incrociava in quelle acque, inviarono alla
sua caccia due galere sulle quali si erano imbarcati anche dei genovesi allora in quella città per
affari e, dopo averla inseguita per qualche tempo, riuscirono a catturarla in alto mare. Ora invece,
cioè a partire dal Cinquecento, così come la galera ordinaria era tornata a esser stabilizzata nel
suo classico rango di triremi, come lo era stata infatti ai tempi delle triere della Roma imperiale, le
biremi o legni medievali erano state definitivamente ribattezzate galeotte o fuste, mentre i
monoremo, vascelletti senza corsia e perlopiù anche senza coperta, erano chiamati adesso
bergantini, caicchi, fregatoni ecc. Ma di questi poi diremo. Erano dunque in sostanza le galeotte

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non altro che le vecchie galere biremi medievali prive di rembate, mancanti queste perché
sarebbero state troppo ingombranti e soprattutto pesanti per i loro pochi remiganti, e si potevano
pertanto ora dire anche ‘mezze galere’; avevano, a seconda della loro grandezza, da 17 a 23
banchi biremi per lato, anche se nel Medioevo e nel primo Cinquecento ne avevano spesso avuto
anche qualcuno di meno; eccone infatti nel 1380 una genovese da 14 banchi per lato:

… Giunsero lettere a Venezia con un galladello (fragata nel Rinascimento, caicco più tardi) che
cinque galee veneziane avevano preso una galea di Pera (colonia genovese sul Bosforo) con tutti
gli huomini ed una galeotta di 28 banchi de’ genovesi, che era carica di spezie… (Daniello
Chinazzo, Cronaca della guerra di Chioza etc. In LT.A. Muratori, Rerum italicarum scriptores etc.
C. 774, t. XV. Milano, 1727.)

Precisiamo che questa non è la versione originale della cronaca, la quale fu scritta dal Chinazzo in
latino, ma ne è una tarda infedele traduzione in volgare e che, per esempio un veneto come lui mai
avrebbe scritto galere bensì galee. Ora, alla fine del Cinquecento, erano comunque molto diffuse
le galeotte da 18 e da 22; esse portavano tutte ovviamente l'albero maestro, ma non tutte il
trinchetto; avevano anch'esse una sola coperta e lo schifo; si trattava d'imbarcazioni leggere, molto
adatte alla guerra di corso perché velocissime e molto maneggevoli, specie quando andavano a
remi, e inoltre erano imbarcazioni ἐπιπρώροι, come dicevano i greci, cioè con esse si prueggiava
particolarmente bene.
Sebbene tanto vantaggiose alla guerra di corso, la quale si esercitava allora soprattutto facendo
cabotaggio, le galeotte erano vascelli poco usati dai cristiani, mentre lo erano molto dai corsari
turchi e quasi esclusivamente da quelli barbareschi, i quali però fino a tutto il Rinascimento
avevano adoperato quasi esclusivamente le più agili fuste; esse avevano solo due remieri per ogni
banco di voga e pertanto anche e soprattutto per questo offrivano, rispetto alle galere, un notevole
risparmio d’uomini. I barbareschi usavano comunque spesso galeotte che in realtà avevano le
dimensioni delle galere:

... Ma in Barbaria si fanno molte galeotte grandi come le galee ordinarie e molto simili alle galee,
se non quanto non portano le rembate né il trinchetto inarborato, e lo fanno i padroni per non
essere sforzati a servire al Gran Turco quando ne sono ricercati, come sarebbono se fossero
galee, che hanno quest'obligo, però (‘perciò’) le mettono fuori sotto il nome di galeotte. (P. Pantera.
Cit. P. 48.)

Verso la fine del Seicento le potenze marinare cristiane di ponente, avendo nel corso di quel
secolo considerato che le biremi in effetti non erano vascelli né tanto potenti, come le galere, da
poter partecipare a una battaglia né abbastanza agili e leggere per i compiti di guerra di corso e di
guardia costiera che si affidavano invece alle maggiori monoremo, ne dismetteranno quasi del

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tutto l’uso, restandone comunque per esempio fino alla fine del Settecento nel Regno di Napoli,
però come galeotte da bombe, mentre altre monoremo, le cosiddette impropriamente barche
lunghe, anche sopravvivranno, ma perlopiù nei soli Adriatico e Ionio, sino allo stretto di Messina.
Bisogna inoltre ricordare, come abbiamo già accennato, che a partire dal Seicento gli olandesi
daranno questo nome di galeotte anche a dei loro vascelli tondi di media grandezza e di tutto
rispetto, generalmente lunghi dagli 85 ai 90 piedi francesi, con i quali essi raggiungeranno anche le
Indie, e inoltre a vari altri tipi di vascelli più piccoli, alcuni d’una forma che stava tra quella dei
predetti e quella delle pinasse, altri di basso bordo che serviranno da yachts, ossia da ’avvisi’, e
altri ancora da pesca; questi vascelli saranno caratterizzati, oltre che dall’alberatura en fourche,
soprattutto dall’aver la loro maggiore larghezza in corrispondenza della sommità della prua; ma,
tornando ora agli altri vascelli remieri, diremo che similmente ora più usati in guerra, però più dai
turco-barbareschi che dai cristiani, erano i suddetti bergantini ma ancora di più le fuste, nomi
questi che si trovano già nelle cronache della fine del Duecento; si trattava di vascelli che, pur
essendo più piccoli delle galeotte, mantenevano di queste la forma, eccetto che non portavano la
corsia alta e, nel caso dei bregantini, nemmeno la coperta; si potevano quindi considerare dei
‘quarti di galera’, per usare un linguaggio però più proprio all’artiglieria. Portavano una sola vela,
cioè la maestra, e per ogni lato da 8 a 16 banchi, essendo comunque molto comuni quelli da 14 o
15, dove vogavano altrettanti uomini a uno per banco, ma, nel Rinascimento, bregantini e fuste
avevano raggiunto spesso i 22 banchi per lato (M. Sanuto, Diarii. T. I - p. I, colt. 146), specie
quando ancora erano chiamati lenij; avevano remi assai lunghi e sottili, pertanto dal facile
maneggio, ed erano velocissimi e comodi per il poco spazio che occupavano, per esempio
all'ormeggio, quindi si trattava di legni molto agili e adatti alla guerra di corso e alle scorrerie
costiere. Il loro equipaggio complessivo, specie nelle fuste turco-barbaresche, le quali erano un po’
più grandi dei bregantini, superava normalmente di poco il numero dei rematori, generalmente dai
30 ai 40, essendo questi in tali più piccoli vascelli remieri, come del resto anche in quelli saraceni
che li avevano preceduti nel tempo, pure marinari e combattenti (gr. μάχιμοι αὐτερέται, ‘combattenti
che remano da sè’) e non quindi degli schiavi cristiani come invece erano nelle galere e galeotte e
come spesso anche saranno nei secoli seguenti; ma in realtà, in caso di guerra o di guerra di
corsa portavano a bordo molti più uomini, talvolta addirittura più di 130 e ciò perché, seppure tanti
uomini non servivano alla navigazione, servivano però nelle azioni di guerra che andavano a fare.
Nell’estate del 1504 nei pressi dell’isola d’Elba quattro fuste capitanate dai due famosi fratelli
corsari Barbarossa catturarono in due azioni distinte due galere dello Stato Ecclesiastico e poi, con
tre sole di queste fuste, inseguirono e presero nelle acque di Lipari una grossa nave spagnola che
stava andando dalla Spagna a Napoli, la Caballería, la quale, benché facesse acqua a causa

204
d’una precedente tempesta che l’aveva colpita, essendo infatti tutti gli uomini di bordo impegnati
alle pompe, cioè a quei due condotti, posti generalmente uno a tribordo e uno a babordo
dell’albero maestro, per vuotare la sentina (dal lt. sentire nel senso di ‘putire’), ossia quell’acqua
marcia puzzolente, risultante soprattutto dalla pulizia dei ponti, che si raccoglieva sul fondo di cala
d’un vascello lungo la chiglia e che gli antichi romani chiamavano più comunemente nautea, e non
potesse quindi alla fine sottrarsi alla cattura, pur portava, oltre a un ricco carico di falconi, altri
uccelli pregiati e 30 cani di razza, ben 300 soldati, 60 cavalieri aragonesi ed 80 marinai; nell’estate
del 1510 poi, mentre una galera turca dannificava le marine pugliesi portandone via schiavi
moltissimi abitanti, come racconta il diarista leccese Antonello Coniger, quattro fuste barbaresche
entrarono audacemente nel porto di Napoli e s’impadronirono alla sprovvista di tre galere di quella
squadra, le quali erano evidentemente tenute alla fonda prive di guarnizione militare; inoltre il 29
maggio dell’anno successivo una squadriglia corsara turca, comprendente due barche, una galera
e cinque fuste assalirono S. Cataldo di Lecce, ne presero la torre ammazzando tutti quelli che vi si
trovavano e fecero gran preda (Cit.).
Fino al Trecento i brigantini remieri (gr. τράμπιδες, ἂϰάτια, νῆες ἄκᾰτοι) del Mediterraneo erano
stati chiamati anche bragantini (vedi appunto lo storico Marin Sanuto); probabilmente questo
nome, da non confondersi però con quello omonimo del più tardo brigantino veliero oceanico, fu
dato non perché avesse qualcosa a che fare con il regno di Braganza o con i grassatori, visto che
a quei tempi briganti aveva il suo significato originario di soldati e non ancora di delinquenti, ma
perché si trattava in origine di un tipo di vascello remiero caratteristico del Lago di Costanza o
Lacus Bragantinus, come lo chiamava Plinio in quanto dominato dalla città di Bragantium, oggi
Bregenz; nel Rinascimento il nome bregantino o brigantino verrà infine usato anche corrotto in
bergantino. Si trattava di una vascello attuario privo di coperta che poi seguirà la sorte di tutta la
marineria bellica remiera, destinata a terminare sostanzialmente con la fine della repubblica di
Venezia; ne troviamo una prima menzione del nome negli Annales degli Stella all’anno 1.379 (...
cum duabus ex illis scaffis quae brigantini dicuntur.), al 1412 (ex iis, quas vulgares galeottas et
brigantinos dicunt, galeottas duas ac unum brigantinum deducens) e al 1419 (unam galeottam cum
altero vase, quia brigantinum vocatur); poi anche negli Anales dello Zurita all’anno 1438, ma
quest’ultimo autore non era, come sappiamo, coevo bensì molto più tardo. Inoltre al 4 settembre
1384 nel racconto del viaggio di Terra Santa del fiorentino Lionardo di Nicolò Frescobaldi, il quale
nelle acque di Venezia andò a raggiungere l’ormeggio della cocca veneziana che doveva portarlo
ad Alessandria d’Egitto condottovi, assieme ad altri pellegrini, da ‘uno brigantino a sedici remi’,
cioè con ogni probabilità questo significava da 8 remi per lato (Viaggio di Lionardo di Nicolò
Frescobaldi in Egitto e in Terra Santa etc .P. 53. Parma, 1845). A questo proposito dobbiamo dire

205
che il termine cocca si era presto esteso nel Mediterraneo anche alle navi mercantili più grandi
della caravella, specie alle caracche, e infatti nella stessa predetta relazione di viaggio del 1384 a
un certo punto leggiamo il brano che segue:

… Arrivòvi messer Arcoletto Riccio e messere Pieruccio Malipieri gentiluomini Viniziani, che
veniano di ponente con una cocca a due coverte, grandissimo legno, e per lo lungo cammino non
l'aveano potuta conciare (‘calafatare’) in quell'anno, di che ella metteva (‘faceva’) assai acqua,
tanto che tra dì e notte se n’avea a gottare (‘sgottare’) circa a cento cogna (misura equivalente a
dieci barili) (cit. P. 132).

A leggere il Guillet e l’Aubin, autori comunque molto più esperti di navigazione oceanica che di
quella mediterranea, nella seconda metà del Seicento sia il brigantino che la fusta subiranno
notevoli trasformazioni e cioè il primo, ora fornito anche di trinchetto, avrà generalmente 12 banchi
monoremo per ogni lato e sarà ancora molto apprezzato dai corsari e dai pirati mediterranei per la
sua leggerezza, oltre che per la preesistente comodità che in esso ogni remigante vi era anche
marinaro e soldato; la seconda sarà invece un’imbarcazione, sempre a vela e a remi (fr. à trait et à
rames, à la voile et aux rangs), ma usata ora principalmente da bettolina, cioè per la discarica dei
vascelli più grossi, e nel Settecento prenderanno questo nome di fuste tutti i legni che in un’armata
navale serviranno da magazzino, da ospedale e talvolta anche da trasporto di soldatesche.
Più piccole dei bergantini erano le fragate o fregate (vn. fregade), ma i turco-barbareschi però, a
quanto scriveva il de Haedo, le dicevano anch’esse bergantini; alcune - a dispetto del loro predetto
nome cristiano (dall’gr. άφραϰτος, privo di coperta) - avevano la coperta e altre no, e si potevano
considerare degli ‘ottavi di galera’; portavano una piccola corsia e avevano la poppa più bassa e
con meno rilievo di quella dei bergantini; i banchi di questi legni andavano da 6 a 12 per lato e un
uomo per banco, ma a Venezia erano chiamati così anche dei grossi copani (gr. ϰύπαι) da 8
remiganti in tutto con un nono uomo conduttore a poppa; i remi erano simili a quelli dei bergantini e
spesso in tali vascelli il timone era costituito da un semplice remo manovrato da un timoniero.
Portavano anch'esse una sola vela ed erano agili e veloci, soprattutto quelle dei corsari, ma quelle
che si facevano per il trasporto di mercanzie erano più grandi e meno veloci. Le fragate ponentine
pescavano poco e avevano la prora e la poppa tagliate, ossia ristrette, e inoltre sollevate all'insù,
quasi come quelle delle gondole veneziane, due caratteristiche queste che le facevano molto più
leggere e veloci degli altri tipi di vascelli, sia quando andavano a remi sia a vela, ed erano infatti
molto usate al seguito dell’armate come avvisatrici, scopritrici e passatrici veloci. Come tutti gli altri
piccoli vascelli sottili anche le fregate non erano in grado di sostenere lo scontro in battaglia
ordinata, ma erano utilizzabili per una guerra di corso minore e in tante altre utili mansioni, come
scriveva il Sereno:

206
… Le quali, sebbene per combattere a’ fatti d’arme son poco utili vascelli, a traghettar genti, portar
artigliarie e munizioni e a mantener gli esserciti forniti di quanto richiede l’espugnazione delle
fortezze e delle città sono attissime. (Bartholomeo Sereno, Commentarij della guerra di Cipro e
della Lega dei principi cristiani contra il Turco etc. Pp. 53-54. Monte Cassino, 1845.)

Simili alla fragata erano la barca lunga oceanica, di cui poi diremo, e la barca lunga adriatica, della
quale però non abbiamo trovato descrizioni; la seconda fu introdotta dai corsari uscocchi, di cui
anche parleremo più avanti, poi fu adottata dagli albanesi e nella seconda metà del Seicento
anche dai barbareschi; 15 di queste barche albanesi facevano parte nel 1617 dell’armata
veneziana proprio in funzione anti-uscocca. Pur restando più piccole dei bergantini, le fragate
diventeranno più corpose nel Seicento, quando il loro bordo sarà più alto di quello delle galere e
presenteranno pertanto delle aperture nel bordo stesso - a mo' di piccoli sabordi - per il passaggio
dei remi; inoltre saranno sempre provviste di coperta. Pure nel Seicento, gl’inglesi saranno i primi
ad attribuire il nome di fregata a un veliero oceanico da guerra ordinariamente a due soli ponti,
lungo, basso sull’acqua (fr. ras à l’eau), leggero di legname e alla vela, povero d’opere morte e ciò
sempre per aumentarne la leggerezza, armato con un numero di pezzi che poteva andare dai 36 ai
50, trattandosi forse d’una evoluzione dei cinquecenteschi bertoni di cui abbiamo già detto; l’unica
parte della fregata che si faceva sensibilmente più pesante, per esempio di quella d’un flauto era la
prua, per cui un tale vascello tendeva a ricadere di più sul naso (olt. neus, bek), come dicevano i
francesi, ossia sulla punta dello sperone. Ci sarà anche una versione più ‘leggera’ e molto più nota
e fortunata di questa moderna fregata, ossia un buon veliero (fr. fin de voile, leger à la voile) a un
solo ponte, molto usato per il corso, confondibile quindi più con il fly-boat che con il flauto, armato
con un numero di cannoni che andava dai 16 ai 28, per esempio la francese Le Chasseur, la quale
nel 1657 avrà 180 uomini d’equipaggio e 28 pezzi, di cui 18 in ghisa; infine, ci sarà anche un
piccolo legno detto in francese frégate ou patache d’avis (olt. advijs-jacht, advijs-fregat), il quale
sarà utilizzato com’avvisatore o come postale militare, mentre una qualsiasi nave da guerra che
allora porterà un numero di pezzi d'artiglieria superiore al predetto di 50 si dirà, invece di fregata,
un vascello, monopolizzando così un nome che in precedenza, come sappiamo, era sempre stato
comune a qualsiasi legno, grande o piccolo, a vela o a remi che fosse.
Una sorte simile a quello di fregata avrà il nome di corvetta e anche quello di brigantino (in. brick);
ma tornando ora al nostro Cinquecento, diremo ora che i vascelli sottili più piccoli di tutti erano le
filuche, le capariole, le castaldelle e gli altri più sopra nominati; erano tutti privi di coperta (fr.
bâtiments ras), avevano da tre a cinque remi monouomo per lato e una sola vela. Erano vascelli
sottilissimi e velocissimi.

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La scovazzera veneziana si vogava con 8 remiganti, ma era pesante e di non facile voga, e la
capariola, anch’essa veneziana, invece con 6; la castaldella si vogava in piedi a cinque remi per
lato; il caico o caic(c)hio si vogava invece sedendo e a 5/6 remi per lato. Quest'ultimo era molto
usato nel Mediterraneo orientale e Venezia soprattutto se ne serviva come velocissimo vascello
corriero e porta-ordini e infatti quella repubblica disponeva d’un certo numero di caicchi publici, con
i quali manteneva i contatti con le sue armate di mare e le sue col onie e mandava e riceveva la
posta diplomatica da Costantinopoli, ma erano spesso usati anche per il corso minore e i più
grandi talvolta anche per il trasporto di piccole partite di legname; a partire dal Seicento troveremo
però chiamare con lo stesso nome (ca(v)ichio), specie dai maltesi e dai veneziani, lo schifo di
galera e talvolta anche il battello di servizio e salvataggio dei velieri. Poco compare a quest'epoca
un altro nome con cui era conosciuto il caicchio e cioè peot(t)a, nome che è quanto restava della
locuzione veneziana barcha di peota (‘pedota, pilota’) – oggi diremmo quindi ‘pilotina’ (gr. πορθμίς,
πορθμίδιον) - e che troveremo più diffuso nell'Adriatico veneziano nel Settecento, quando anche
comuni saranno altre specie di caicchi, quali il peat(t)one e la bissona.
Le filuche napolitane (dette anche feluche e felucche; dal lt. fulica, ‘folaga’), scialuppe di origine
palustre già menzionate nel Trecento, erano i più piccoli dei vascelletti remieri, equivalenti nel
Mediterraneo occidentale ai predetti caicchi levantini, velocissime a cinque, ma più spesso a sei
remi per lato, erano inoltre a vele latine o a saccoleva e a doppia poppa (gr. ἀμφίπρυμνα πλοῖα) –
o doppia prua (gr. ἀμφίπρῳροι νῆες) se si preferisce, quindi a doppia timoneria, cioè col timone
velocemente trasferibile da un’estremità all'altra in caso di bisogno, e questa particolarità dimostra
il loro uso soprattutto palustre o fluviale, cioè per traghettare velocemente da una riva all’altra o per
invertire più agevolmente la rotta in acque strette, cioè senza bisogno di girare il vascello, un tipo
di imbarcazione questo già menzionato nel VI sec. dal bizantini Agazia Scolastico (ἐπαϰτρίδας
τινὰς ἀμφίπρυμνους δέϰα. Historiarum, lt. III) e dal suo continuatore Menandro Protettore
(ἒμπαλιν διελθεῑν παρεσϰεύασε τὸν Ἲστρον ἐν ταῑς ϰαλουμέναις ἀμφιπρύμνοις οτῶν νεῶν. In
Excerpta ex Historia. All’anno 576); anche Giorgio Cedreno (sec. XI) molto più tardi ne farà
menzione nel suo Compendio storico, laddove narra che l’imperatore Giustiniano, attorno al’anno
559 d.C., inviò il generale Belisario a combattere gli unni e gli preparò a questo scopo delle navi
bipoppa (πλοῑα δίπρυμνα) con le quali risalire il Danubio. Giovanni Zonara, altro storico bizantino,
ma questo del sec. XII, scrivendo dei fatti dell’imperatore Costantino su dette imbarcazioni bipoppa
alquanto si dilunga:

… i vascelli erano per la maggior parte monoremi e per il resto biremi e in alcuni di loro si
manovravano timoni sia a prua sia a poppa e avevano anche doppi marinai timonieri e ciò sia
nell’andare sia nel tornare, non avendo quindi bisogno di virare di bordo e non facendo
comprendere ai nemici se si stessero avvicinando o si stessero allontanando. (… πλοῑα δʹἦσαν τὰ

208
μἔν πλεῑστα μονήρη, ἒστι δʹἂ ϰαὶ δίϰροτα; ϰαὶ τισὶν αὑτῶν ϰαὶ ἐϰ τῆς πρώρας ϰαὶ ἑϰ τῆς πρύμνης
πηδάλια ἤσϰητο, ϰαὶ ϰυβερνήτας ναύτας τε διπλοῦς εἷχον, ὃπως ϰαὶ ἑπεὶ πλέωσι ϰαὶ ἁναχωρῶσι,
μὴ ἀναστρεφόμενοι, ϰαὶ τοὺς ἐναντίους ἑν τῷ πρόσπλῳ ϰαὶ τῷ ἀπόπλῳ αὐτῶν σφάλωσιν. In
Epitom ē historiarum.)

Il predetto brano è pressappoco uguale a quello che sullo stesso argomento troviamo in Suida e,
poiché quest’ultimo scriveva secoli prima, vuol dire che o Zonara copiò da lui o ambedue
copiarono da un terzo autore a loro precedente. C’è da supporre che solo le monere, ossia le
monoremi, potessero essere attrezzate in tal senso, perché, per potersi sedere ugualmente da un
lato o dall’altro del banco, era necessario che il banco stesso fosse perpendicolare alla fiancata e
non obliquo, anche se magari con doppio scalmo od occhio di scalmo; c’è inoltre da pensare che,
oltre alla possibilità di non far comprendere al nemico il loro senso di marcia, la doppia poppa
fosse anche molto utile a questi vascelli in caso decidessero di sottrarsi velocemente al
combattimento e infatti Esichio le dice umoristicamente τὰ ἐπὶ σωτηρίᾳ πλοῖα, cioè ‘le navi verso la
salvezza’. Naturalmente, se il vascello remiero non era piccolo e aveva quindi i banchi non
perpendicolari alle fiancate ma inclinati verso prua, non si poteva vogare in questa maniera, cioè
all’indietro, se non per un breve tempo e bisognava al più presto davvero girare il vascello; ciò
perché non bastava portare i remi dall’altro lato dello scalmo ( gr. τροπώσασθαι ναῦν, ‘ristroppare il
vascello’), ma bisognava necessariamente anche che si invertisse l’inclinazione dei banchi. Erano
queste piccole e veloci imbarcazioni bipoppa utilizzate talvolta anche in mare come porta-ordini e
corrispondenza e per passaggi veloci e diventeranno molto comuni e apprezzate a partire dal
Seicento, quando - in versioni più grandi dette feluconi e con maggior numero di remi – saranno
talvolta usate da turchi, napoletani e francesi anche per la guerra di corso di piccolo cabotaggio e
serviranno inoltre al diporto marittimo e lacustre dei regnanti, come quella riccamente decorata in
dotazione alla Corte di Napoli, adoperata per le gite che quei vicerè e poi re amavano fare
nell'acque di Posillipo, e il cui ultimo esemplare ancor oggi si può ammirare al museo partenopeo
di S. Martino. Il battello veneziano aveva due vogatori. La fisolera, anch’essa veneziana, era spinta
invece generalmente da un solo remigante ed era tanto leggero che un solo uomo poteva portarlo
sulle spalle come una canoa e pertanto, così come abbiamo già detto per il nome francese
pla(i)ne, ha dato il nome alla carlinga degli aerei, anch'essa necessariamente molto leggera; era
questa un’imbarcazione dalla etimologia comune a quella del faselo napoletano (lt. phaselus; tlt.
faselus), trovando ambedue i nomi origine nel l, vascellum); non sappiamo però né di quale
materiale fosse fatto né se avesse qualcosa in comune anche con la più tarda battana, altra
piccola imbarcazione veneziana che si vogava come la canoa, ossia con remo a doppia pala e
senza scalmo. C’erano comunque a Venezia anche fisolere più grandi, capaci di quattro remiganti
e, per quanto riguarda il faselo, c’è a notare che Bartolomeo di Neocastro ne menziona uno
209
bireme, senza però indicarne il numero dei banchi di voga (quandam faselum biremen ascendens.
Cit. Cap. LXXXII). Terminiamo questa enumerazione dei vascelli da remo più piccoli con lo schifo
[vn. còpano; fr. esquif, caïc(que), chalou(p)pe; olt. boot, schuit, chaloep, sloep], ossia con la barca
di salvataggio dei predetti vascelli tondi e latini, della quale aveva di solito il carico un solo marinaio
(ct. barquer; fr. maistre de chaloupe), esso nei vascelli maggiori era di solito accompagnata da una
seconda imbarcazione più piccola detta in francese canot o scute e in italiano fragatina; alla fine
del Seicento talvolta si nominerà nel Mediterraneo talvolta un vascelletto da carico detto schiffo
portoghese.
Passando ora alle qualità nautiche dei vascelli sottili, diremo che una buona galera doveva essere
pianella, vale a dire con fondo piano e poco profondo, scarsa di quartieri sia a poppa che a prua,
cioè un po' stretta alle due estremità, ma ben quartierata, ossia larga e corposa, alla mezzania e
così sarebbe andata velocissima a remi o anche a vela con la bonaccia, proprio perché, per avere
fondo piatto, poco pescaggio e poco quartiero, offriva poca resistenza al mare solcandolo e
fendendolo così più facilmente. D'altro canto i vascelli molto pianelli come le galere, per ogni poco
di maretta e di vento fresco che ci fosse, subito incominciavano a navigare male sia a remi che a
vela e risultavano gelosi e insicuri nelle burrasche; inoltre proeggiavano difficilmente con la maretta
perché erano poco quartierati alla prora, la quale era così sopraffatta e soffocata dal mare, e
anche perché erano molto bassi e quindi, stando il loro scafo per lo più sommerso, procedevano
con difficoltà ogni volta che il mare non fosse del tutto tranquillo. Le galee poi che non erano tanto
pianelle, che pescavano cioè molto di più dell'ordinarie e che avevano maggior quartiero alla prora,
erano sì più reggenti e più sicure nei fortunali, riuscivano sì meglio alla vela con i venti freschi,
andavano anche meglio a remi con la maretta e meglio proeggiavano delle pianelle, erano infine
più belle a vedersi per esser più alte di poppa e di prua, ma non erano altrettanto veloci ai remi né
tanto facili al moto e al giro in particolare e inoltre, essendo molto più quartierate alla prora,
proeggiavano più difficilmente col vento fresco e quest'ultima operazione era molto importante
perché, quando una galera si vedeva in balia d’un mare troppo forte e temeva di non farcela, per
salvarsi era utile appunto proveggiare, cioè sforzare i remi controvento.
Non si potevano certo definire vascelli sottili le galeazze né le galee grosse o galee di mercanzia
veneziane né le maone ottomane, vascelli a remi e a vela latina come le galere, ma grossi e alti di
bordo come i vascelli tondi, vascelli dunque che, a causa appunto di questa loro mole, navigavano
bene a vela, ma male a voga e quindi usavano i remi solo per uscire dai porti alla ricerca di vento
utile e quindi nemmeno in caso di totale bonaccia, cioè quando non ci fosse nemmeno la
possibilità d’orzare, perché, per il loro gran peso, le loro grandi dimensioni, la profondità della loro
carena e la grande altezza da cui dovevano scendere in mare i loro remi, la loro voga risultava

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molto lenta e faticosa; erano comunque i loro remi molto utili appunto nelle manovre portuali e, per
quanto riguarda il loro impiego in guerra, avendo dunque una voga troppo sforzata, dovevano
essere in bonaccia trainate dalle galere, mentre in combattimento, potevano eventualmente usare i
remi per un brevissimo tratto per andare all’abbordaggio del nemico. Ciò significava che in guerra
non potevano mai viaggiare da sole, ma sempre di conserva con delle galere che appunto le
trainassero in caso di mancanza di vento e che le sostenessero in battaglia.
Ci si chiederà a questo punto a che servisse allora tenere a bordo un numero così rilevante di
remieri se poi alla navigazione a voga ben poco si poteva ricorrere; bisogna quindi chiarire che
essi servivano principalmente, come del resto anche nelle galere sottili, a tutti i molti e gravosissimi
lavori di bordo, quali il maneggio degli alberi e delle vele, delle ancore, delle gomene, gli imbarchi e
gli sbarchi dei carichi di provviste e di merci, alla raccolta a terra di acqua e fascine, gli
sbandamenti su un lato del vascello per effettuargli i lavori di carenamento ecc. Infine anche come
remiganti, quando necessario e possibile.
La galeazza era un vascello lungo e largo circa un terzo più della galera sottile ordinaria, ma, per
quanto riguarda l’altezza, quelle ponentine rivaleggiavano con i vascelli tondi; infatti, così si
scriveva in una lunga lettera anonima inviata nel 1588 dall’Inghilterra a Bernardino de Mendoza
(1540/1-1604), ambasciatore di Spagna in Francia, e nella quale si dava relazione del recente
disastro della Invencible Armada, narrandosi tra l’altro dell’audace impresa di due gentiluomini
della Corte inglese, William Harvey e l’italiano Tomaso Ghirardi, i quali, avvicinatisi di soppiatto in
una barchetta a una delle quattro galeazze napoletane, la scalarono e vi andarono a uccidere il
suo comandante Nugnez de Moncada, nipote del molto più noto Hugo de Moncada di cui poi
diremo, passando così a Londra dalla totale oscurità alla maggiore notorietà:

… Questi due si misero a rischio della barca di una nave di scalare la gran galeazza nella quale
era Moncada e vi entrarono solamente con le loro spade, rischio a cui, secondo che comunemente
si ragiona, non si trova un altro simile, se si fa paragone dell’altezza di quella gran galeazza e di un
così picciol battello. (La dispersione della invincibile armata di Filippo II illustratta da documenti
sincroni. P. 141. Milano, 1863.)

Tant'era grande questa galeazza napoletana che anche il de Bourdeilles così ne scriveva :

… cette grande galeasse tant celebre et renommée en ecette armée-là, qu’on pouvoit dire plûtost
une montagne de bois qu’un vaisseau de mer… (Cit. Pp. 190-191.)

Secondo un decreto emanato nel 1520 dal Senato di Venezia e ribadito poi da un’altro del 1549,
ambedue menzionati da Cesare A. Levi (Navi venete da codici, marmi e dipinti, Venezia, 1892),
autore comunque da leggersi con molta prudenza a causa delle sue continue imprecisioni e

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approssimazioni, le galee grosse veneziane si sarebbero da allora in poi dovute costruire delle
seguenti misure: lunghezza da ruota a ruota passi 27½, larghezza di bocca piedi 23 e altezza di
puntale, ossia del vivo al centro, piedi 9; il che significa che la lunghezza era molto inferiore a quel
terzo in più di cui parlano sia Pantero Pantera che Famiano Strada e che, in sostanza, le galee
grosse veneziane non erano altro che delle galeazze un po’ più piccole di quelle ponentine, ma
comunemente – anche se erroneamente - i loro nomi erano considerati sinonimi, come fa qui di
seguito il Franzes elencando i vascelli di varie nazionalità che nel 1453 difendevano Costantinopoli
dall’assedio turco:

… vi prendevano parte inoltre tre grandi triere commerciali dei veneziani, le quali gli italiani
sogliono chiamare ‘galee grosse’ o piuttosto dicono ‘galeazze’ (ἒτυχον δὲ ϰαὶ ἐϰ τῶν Ένετῶν
τριήρεις ἐμποριϰαὶ μεγάλαι τρεῖς, ἄς οὶ Ίταλοὶ εἱώθασι γρόσσας γαλέρας ϰαλεῖν ἢ μᾶλλον εἰπεῖν
γαλεάτζας. Cit. LT. III, cap.III).

A proposito di questo non numeroso gruppo di galee che vari potentati occidentali avevano inviato
a Costantinopoli per contribuire a una difesa solo ‘di facciata’, esse erano una quindicina e
comprendevano, oltre alle predette tre galee grosse veneziane, tre galee genovesi, una
castigliana, tre cretesi, delle quali una della citta di Xandax e due da quella di Chydonia, qualcuna
francese, ed infine alcune leggere veneziane, le quali però si trovavano lì non tanto per difendere
la città quanto più tosto il traffico di merci:

… e altre veloci triere poste alla protezione e sussidio delle merci. [ϰαὶ ἒτεραι τριήρεις ταχεῖαι πρὸς
φύλαξιν ϰαὶ ὐπηρεσίαν τῶν ἐμποριϰῶν τεταγμέναι· (ib.)]

L’imperatore pretese che restassero in zona per difendere invece la città; ma era ben poca cosa
rispetto all’armata approntata dall’invasore. All’inizio del Seicento la galeazza portava ancora tanti
remi quanti ne portava una galea ordinaria di circa 25 banchi per lato – in seguito arriverà a 32, ma
tali remi erano posti molto più distanziati l'uno dall'altro per la maggior lunghezza dello scafo ed
erano anche molto più lunghi e grossi, tanto da dover infatti esser manovrati da un minimo di sei o
sette vogatori ognuno:

... poi che vediamo che il remo delle galeazze è talmente lungo che, per esser ben maneggiato, ha
bisogno di sette e di otto vogatori e anco di maggior numero, secondo che sono più o meno
armate, essendo per la terza parte più lunghe delle galee ordinarie di venticinque banchi e perciò
tarde al moto. Però (‘perciò’), quando le armate christiane andorono del 1571 (anno di Lepanto)
per combatter la turchesca, commandarono i generali della Lega che, non potendo le galeazze
andare a vela per mancamento di vento, dovessero esser remurchiate dalle galee più leggiere
acciò che rimanessero a dietro. (P. Pantera. Cit. Pp. 23-24.)

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Perché si capisca più facilmente la differenza di voga che c’era tra una galera e una galeazza
basterà la considerazione che i remi della prima quasi radevano l’acqua, mentre sotto quelli della
seconda potevano passare e navigare tranquillamente schifi e battelli (gr. ἀλιάδες; βᾶρεις, βᾶριδες,
σκαφίδια). In verità il Contarini nella sua Historia contemporanea della guerra di Cipro scriveva
che, tra i vari aspetti dell’armata cristiana che sbigottirono i turchi, ci fu anche il vedere le sei galee
grosse veneziane che ne facevano parte così agilmente vogare che mai non avevano creduto…
(Cit.); ma si trattava probabilmente solo di patriottica esaltazione o comunque al massimo d’una
breve vogata d’avvicinamento finale all’armata nemica, perché effettivamente non era possibile
spostare con i remi quei grossi vascelli per lunghi tratti. In effetti si trattava di vascelli che, per la
loro imponenza e potenza d’armamento, impressionarono lo stesso Giovanni d’Austria, come il 24
settembre 1571 fu raccontato al già citato Alvise Bonrizzo dall’arcivescovo Odescalchi appena
giunto da Messina, dove questi aveva visto il 16 precedente partire l’armata cristiana che avrebbe
vinto poi a Lepanto e ne aveva anche contato le vele:

… M’ha detto… che le sei galee grosse destano l’ammirazione generale e che lo stesso don
Giovanni, vedendole, esclamò: ‘Con altre sei galee simili (cioè anche senza galee sottili) mi
batterei contro tutta l’armata turchesca! Che lo stesso don Giovanni vuole indurre il re cattolico a
costruirne dieci eguali per la sua flotta e che dello stesso avviso è il famoso corsaro cavalier
Ramagas, intendentissimo di cose di mare… (N. Nicolini. Cit.)

Portava la galeazza tre alberi con le stesse vele della galera e in più il già nominato papafico, vela
anche questa latina, ma si trattava d’alberi molto più alti e grossi, soprattutto quello di maestra, per
cui erano anche fissi, cioè non correntemente e facilmente abbattibili come invece abbiamo visto
erano quelli della galera; aveva talvolta il timone detto alla navaresca, cioè a uso di nave, ossia di
vascello tondo, come abbiamo già detto, consistente in un timone affiancato da due gran remi che
lo aiutavano a far girare più presto un vascello tanto grosso e pesante; disponeva, oltre dello
schifo, anche d’una barchetta. A poppa e a prua c'erano due gran piazze per uso dell'artiglieria e
dei soldati e tutt'intorno impavesate alte, solide e fisse, dotate di feritore (fr. meurtriéres, jalousies;
olt. schiet-gaaten, musquet-gaaten) attraverso le quali i soldati sparavano moschetti e archibugi
senza poter essere né veduti né offesi. Dietro l'impavesata c'era una strada o corsia di tavolato,
posta al di sopra dei remi manovrati dai vogatori, la quale circondava così tutto il corpo della
galeazza, ma all'interno d’essa, e sopra la quale si trattenevano i soldati per combattere e per
accomodarsi e riposare in una maniera che, rispetto a quella che si usava sulle anguste galere,
dove i soldati dovevano praticamente tenere le gambe tra i remi in movimento, era giudicata al
tempo più che confortevole.

213
Anche le galeazze avevano la loro corsia centrale e una sola coperta, sotto la quale c'era però un
maggior numero di camere e stanze rispetto alle galere. Il vantaggio principale della galeazza era il
poter portare molta grossa artiglieria anche a poppa e sui fianchi come una grande nave e, sempre
come una grande nave, d'essere molto ferma e solida in combattimento. Sei galee grosse
veneziane furono le principali artefici della vittoria cristiana a Lepanto ed erano comandate dai
seguenti capitani:

Ambroso Bragadino
Antonio Bragadino
Iacomo Guoro
Francesco Duodo
Andrea Pesaro
Piero Pisani.

Almeno due galeazze napoletane parteciparono alla sopramenzionata e anch'essa vittoriosa


battaglia dell'isole Terzeire, mentre molto più sfortunate furono le quattro, pure napoletane, che,
durante il vice-regnato a Napoli di Juan de Zuñiga conte di Miranda (1586-1595), fecero parte della
Invencible armada inviata dalla Spagna contro l'Inghilterra e che con quella si persero in quel
fatidico settembre del 1588, episodio che, se avesse avuto un esito favorevole alla Spagna,
avrebbe potuto far intraprendere un corso molto diverso alla storia d'Europa e quindi del mondo,
come aveva già fatto quello di Lepanto anche se gli storici ancora oggi non se ne accorgono.
A proposito delle predette quattro galeazze napoletane, vediamo cosa ne scriveva in latino
Famiano Strada (1572-1649), storico coevo:

... le quali (anche) sono spinte a vele e a remi, ma sono del tutto più lunghe e più larghe di un terzo
dell'altre galere. Infatti (queste) non solo avevano armato i ripari molto alti di prora e di poppa con
molti soldati e artiglierie, ma soprattutto avevano tanto guarnito tutt'intorno i fianchi e i lati i singoli
interscalmi e banchi dei remiganti con singoli pezzi d'artiglieria che, in qualsiasi direzione si fosse
girato il vascello, alla stessa maniera nociva avrebbe sparato. Dal che conseguiva che, poiché
questi scanni dei remiganti, a causa delle frapposte artiglierie, distavano pertanto tra loro molto di
più che nell'altre galere, a motivo di questa grandezza degl'interscalmi, il vascello fosse stato
ingrandito con garbo più lungo. (Della guerra di Fiandra etc. Roma 1639-1648.)

Abbiamo detto della gravosità e delle decisamente scarse qualità veliche delle galeazze, difetto
dovuto essenzialmente all’improprietà della prevalente velatura latina datasi nel Medioevo al
grosso e doppio corpo di quei vascelli; a ciò s’incominciò a ovviare solo dopo le predette grandi
battaglie del Cinquecento, le quali avevano appunto messo in luce, oltre ai vantaggi, anche gli
svantaggi dell’uso bellico di questi vascelli. Il Crescenzio, il quale scriveva il suo trattato negli anni
1594-1595, c'informa che in Spagna da qualche tempo avevano convertito le galeazze alla vela

214
quadra, più adatta a scafi le cui forme si avvicinavano a quelle dei vascelli tondi, così come anche
tipico delle galeazze iberiche era il già menzionato timone alla navaresca, il quale permetteva di
governare meglio nel più agitato Oceano Atlantico.
Ma le trasformazioni più risolutive furono evidentemente quelle apportate dagli stessi veneziani, i
quali erano quelli che più apprezzavano queste galee grosse. Scriverà infatti il Pantera più tardi,
verso il 1610, a proposito della indubbia gravezza di tali vascelli:

... Ma hoggidì, essendosi affinata l'arte e la disciplina sì del fabricare come dell'armare i vascelli
maritimi, si fanno nel meraviglioso arsenale di Venezia da poco tempo in quà galee grosse tanto
agili che, quantunque non siano inferiori di grandezza all'altre fatte prima nel medesimo arsenale,
anzi siano più aggravate d'artigliaria, sono tanto preste e flessibili che forse concorrono con le
sottili in velocità... (Cit. P. 24.)

... sono di tardo moto, se ben s’intende hoggidì che si fanno in Venezia con tanta maestria (om.)
che, quantunque siano grandi come gli altri fabricati molt'anni prima della loro specie e più
aggravati d'artiglieria, si movon e si girano facilmente e senza remurchio, quasi come le galee
ordinarie chiamate sottili. (Ib. P. 45.)

Bisogna però sempre tener presente della minor grandezza di questi vascelli veneziani rispetto alle
galeazze ponentine; erano comunque sempre grandi vascelli e i veneziani usavano vecchi scafi di
galee grosse per la formazione di ponti galleggianti provvisori sul Canal Grande a Venezia o
altrove. Il miglioramento nautico delle galeazze in generale ci è comunque confermato nel 1623 dal
Frezza (Fabio Frezza, Discorsi in torno a i rimedii d'alcuni mali etc . Napoli, 1623), il quale appunto
scriveva che al suo tempo le galeazze o galee grosse (che con l'uno e l'altro nome si chiamano)
erano ormai così perfezionate da poter navigare quasi a pari con le galere sottili. Che dei
miglioramenti certi, anche se non tanto sostanziali, fossero effettivamente in corso evolutivo è
dimostrato dalle relazione della battaglia del canale di Scio che i veneziani combatteranno contro i
turco-barbareschi il tre maggio del 1657. In tale relazione, scritta dal capitano generale dell'armata
veneziana Lazzaro Mocenigo, si nota come, se anche le galeazze della Serenissima in quella
occasione andranno agevolmente all'abbordaggio del nemico come delle comuni galee, dovranno
però in navigazione, quando bisognerà andare a remi per mancanza di vento, ancora sempre
essere tirate a rimorchio - parola appunto derivata dal termine ‘remi’ - e cioè erano migliorate le
loro qualità veliche, ma non quelle remiere, queste ovviamente non migliorabili su vascelli così alti
e grossi; ogni galeazza, data la sua grande stazza andava di solito trainata da tre galere.
Il primo impiego delle galee grosse e delle galeazze in generale come batterie galleggianti fu
proprio quello di Lepanto, perché in precedenza erano state usate in campo militare solo come
vascelli d’appoggio, per esempio dai veneziani già alla fine del 1379 durante la famosa guerra di
Chioggia:

215
… E fu creato capitano generale di tutta l’armata Andrea Contarini doge […] e fu fatto ammiraglio
di detta armata Vettor Pisani […] In questa armata di galere ve n’erano anco delle grosse. Le quali
furono fatte imbattagliare e così, queste come le altre, furono ben fornite di munizioni e vittuarie…
(Daniello Chinazzo, Cronaca della guerra di Chioza etc. In LT.A. Muratori, Rerum italicarum
scriptores etc. C. 732-733, t. XV. Milano, 1727.)

Per la cronaca, le galee grosse imbattagliate erano nove e i loro nove comandanti particolari erano
il generale doge Andrea Contarini, Leonardo Dandulo, Giovanni Trivisano, Andrea Donato, Marco
Barbaro, Polo Faliero, Pietro Mocenigo, Giacomo da Molino e Lorenzo Gradenigo. Questi grossi
vascelli remieri, per veneziani, toscani, napoletani, genovesi o savoiardi che fossero, fino a tutto il
Rinascimento avevano avuto la principale funzione di vascelli mercantili con il nome di galeazze di
mercanzia (vn. galie de mercado o anche galie de viazi); questi grossi vascelli, ben armati anche di
passavolanti e d’altre artiglierie pesanti, si portavano non solo in Nord Africa (galeazze di Barbaria)
e in Grecia, Mar Nero, Medio Oriente (galeazze di Romania) a trafficare con i paesi dell'Impero
Ottomano, tanto è vero che Venezia doveva mantenere, oltre alla guardia di Candia, la quale
resterà anche in seguito, squadre di galere sottili fisse per sorvegliare anche quei più lontani traffici
(guardia di Beirut, guardia di Alessandria), ma con linee regolari portavano carichi di vino, pepe,
zenzero e altre merci in Fiandra e in Inghilterra, partendo già dal Duecento da Genova (il primo
viaggio a Bruges delle galee commerciali genovesi sarebbe infatti avvenuto nel 1297), ma nei
secoli seguenti anche da Venezia (‘duas galeas de Flandria redeuntes’. LT. Monaci, Chronicon de
rebus venetis, al 1343), da Porto Pisano, da Napoli e da Barcellona, cabotando veuë par veuë et
cours(e) par cours(e), come dicevano i francesi e come si faceva prima dell’uso della bussola, vale
a dire costeggiando in un interminabile, ma evidentemente lucroso viaggio tutta la penisola
italiana, la Provenza, la Spagna, il Portogallo, la Bretagna, la Normandia, Southampton, Ostenda,
Bruges, Anversa e infine, risalito il Tamigi, andavano a scaricare le merci residue a Londra; poi,
stivate principalmente di lane e di piombo inglesi, ritornavano indietro a commerciare di nuovo di
porto in porto fino a rivedere Genova, Venezia, Porto Pisano, Napoli; non sappiamo quanto
potesse durare un simile viaggio, certo molto tempo, anche perché dopo magari le galeazze,
tornate al loro porto d’armamento, non finivano lì il loro viaggio, ma proseguivano magari per
Tunisi, come dalle cronache risulta che fece nel 1436 la genovese S. Maria del Salvatore. Queste
vascelli, detti appunto allora galee (poi galeazze) di Fiandra perché avevano un garbo fatto proprio
per affrontare l'oceano, per il gran volume di carico che portavano, la gran manovrabilità portuale,
la possibilità di spostarsi a remi, anche se per brevissimi tratti, quando era assente il vento,
l’altezza del bordo e il buon armamento di difesa dai corsari, ne facevano i vascelli allora più adatti
a fare questi gran cabotaggi lungo le coste oceaniche; essi furono certo i principali vettori del

216
Rinascimento italiano in Inghilterra e la presenza nella lingua inglese non solo di tantissime parole
d’origine latina (vedi per esempio l’affermativo yes, chiaramente derivante da quelli latino ita est e
id est, poi nelle enumerazioni item da idem, inoltre master e anche l’appellativo mister, cioè m.ster,
abbr. brachigrafica di magister, e gossip (‘diceria, pettegolezzo’), dal lt. gossypion, tessuto o
indumento di bambagia, cioè di scarso valore), ma anche dal successo ottenuto da numerose altre
parole proto-italiane, vedi il tipico gun, ‘canna’; e il caso di jail ‘carcere’, accor. di jealousy,
‘sospetto, quindi sbarre od opere difensive istallate per sospetto (per gelosia) dell’arrivo di ladri o di
nemici - vedi i ‘panciuti’ graticolati o traforati che si ponevano una volta a difesa delle finestre
basse - e quindi anche le sbarre del carcere (to send to jail, ‘mandare dietro le sbarre del
carcere’), esistendone d’altra parte una rimanenza proto-italiana anche nella lingua francese
(geôle, ‘carcere’). Si tratta dunque di termini spesso qui da noi in Italia ormai disusati, talvolta
anche dimenticati o il cui significato si è nel tempo trasformato in altro, mentre all’estero sono
ancora lingua corrente e mantengono il significato originario, ciò dovendosi sicuramente
all'esportazione commerciale e culturale operata prima dagli antichi romani con le loro conquiste e
poi dagli italiani medievali e rinascimentali tramite i suddetti vascelli; vedi ancora per esempio il
veneziano antico delivrar, ‘consegnare’ (in. to deliver) e il saluto di commiato piemontese cerèa (in.
cheerio, ‘arrivederci’). E, poiché molta marinaresca che lavorava a bordo delle galee grosse
veneziane era di origine balcanica, si può trovare nella lingua inglese anche qualche parola greca
non intermediata dal latino, quale per esempio il verbo to call (gr. ϰαλέω, ‘chiamo’). Un esempio
poi di parola latina che nell’italiano moderno ha il significato di ‘criminale’ e in inglese ha invece
mantenuto quello che aveva anche nell’italiano rinascimentale, cioè quello di ‘moroso’, è
delinquens-tis (in. delinquent). Introdussero queste galee veneziane di Fiandra in Inghilterra anche,
tra le tante cose d’uso civile e militare, per esempio un’arma che ebbe colà tantissimo successo e
sviluppo, tanto da credersi poi inventato dagli anglo-sassoni, e cioè l’arco lungo friulano, il quale
s’opponeva tradizionalmente a quello corto detto turco o anche soriano. Amalfi fu l’unico potentato
marittimo che non si servì mai galeazze e ciò perché fu sempre dedita molto di più alla pirateria
che ai commerci.
Nei Diurnali di Matteo Spinelli all’anno 1256 leggiamo:

… A la fine de lo ditto mese (‘marzo’) corse traversa (‘si spiaggiò’) una galeazza de veneziani a la
marina de Molfetta e Almazz sarracino, cha era vice-miraglio, ne habbe gran ricchezze.

Perché un vice-ammiraglio saraceno a Molfetta? Perché nel 1230 l’imperatore Federico II, di
ritorno da Terra Santa, non avendo più quella gente, specie veneziana, che aveva equipaggiato la
sua armata di mare all’andata, in sostituzione di quella aveva imbarcato un gran numero di

217
mercenari saraceni e poi, una volta sbarcato in Italia, non potendo rimandarli indietro, li aveva
dispiegati a difesa di terre e castelli del Meridione in funzione anti-guelfa; e quelli si erano resi
padroni di quanto loro affidato, specie di Lucera, sposando, oltre a quelle che vi avevano portato
con sé, anche donne locali e mettendovi al mondo una vera e propria nuova generazione di
saraceni. All’aurora del 25 maggio 1319 sei galere armate delle 28 a disposizione dei ghibellini
savonesi entrarono nel porto di Genova, allora dominata dalla fazione guelfa, e s’impadronirono
d’una galera grossa pronta per il viaggio di Fiandra (unam galeam grossam tunc oneratam et
paratam versus Flandriam navigare. In Annales genuenses Cit. Colt. 1.035). Per tutta risposta i
guelfi genovesi armarono contro i savonesi 33 galere (quarum decem erant galeae grossae) e una
nave grossa e le posero sotto il comando di Gaspar de Grimaldis (ib.) L’armata approntata contro
gli estrinseci l’anno successivo (‘ghibellini’) includerà tre delle predette galee grosse allestite pro
Flandria (ib. Colt. 1.040). Ma le galere di mercanzia genovesi, come quelle veneziane, andavano a
commerciare anche nella cosiddetta Romania, cioè in Grecia, e in Siria; nel luglio del 1326
accadde che cinque delle predette galere genovesi guelfe, tornando appunto dalla Siria,
incrociassero altre due galere di mercanzia, anch’esse genovesi ma ghibelline, le quali erano
dirette in Grecia. Le galere guelfe attaccarono le ghibelline e ne catturarono una con tutto il suo
ricco carico, mentre l’altra riusciva a fuggire (ib.) Nel 1336 galere genovesi provenienti da Monaco
s’impadronirono di due galee grosse veneziane che tornavano dal viaggio di Fiandra cariche di
merci di pregio; il risultato fu che l’anno successivo tra Genova e Venezia ci fu guerra (ib.). Nel
marzo del 1344 Luciano de Grimaldis, governatore di Monaco, tuttavia ribelle al dominio di
Genova, cominciò a danneggiare i genovesi piraticamente con una galera armata e prese la galera
grossa di Daniele Cibo proveniente dalla Fiandra carica di panni e di molte altre merci di valore,
tenendola sequestrata con tutto il carico contro la volontà dello stesso Cibo e dei marinai (ib.). A
giudicare però da quanto scrisse lo Zurita nei suoi Anales all’anno 1371, a quei tempi le galee
grosse genovesi che rifornivano Genova di frumento sardo non erano galeazze bensì dei pamfii o
pamfuli, come poi vedremo, cioè erano degli scafi di galere grosse non armati a guerra (algunos
navios, que llamavan pamfiles, cargados de trigo, que yvan a Genova… LT. X, f. 360 verso); nel
1381 l’armata veneziana che venen a combattere i genovesi nell’Alto Tirreno prese uno di questi
pamfuli carico di 100 balle di cotone e altre merci di proprietà pisana
Nel 1403 galere genovesi di ritorno a Genova s’imbatterono in una galera grossa veneziana e la
catturarono (ib.). Oltre al diario di bordo di due galere da mercanzia fiorentine in viaggio per e da
Southampton nel biennio 1429/1430 sotto il comando di Maso degli Albizzi, diario pubblicato da
M.E. Mallet nel 1967, anche le stesse cronache di Firenze ci testimoniano dei regolari viaggi con i
quali nella seconda metà del Trecento e per tutto il Quattrocento le galeazze toscane

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raggiungevano il Canale della Manica e tra l’altro ci raccontano di due d’esse che, reduci dal
viaggio di Fiandra, attorno all’8 luglio 1448 portarono trecento fanti alla difesa di Piombino, la quale
sarà infatti poi attaccata da un’armata marittima napoletana. Il 17 gennaio 1496 i fiorentini fecero
un’incursione nell’arsenale pisano di S. Vito e dettero fuoco alle cinque galeazze che vi erano
custodite; i pisani accorsi riuscirono a salvarne tre.
Le Cronache di Notar Giacomo dicono d’un viaggio fatto in Fiandra da due galeazze di re Alfonso
d’Aragona, le quali erano partite da Napoli il 5 novembre 1473 sotto il comando del capitano Anello
Pirozo e di cui erano patroni Anello de Preia e Gasparo de Scocio da Napoli, mentre si ha pure
memoria d’un viaggio fatto nel 1455 dalla galeazza mercantile napoletana di Pietro Pujades. Il
viaggio di Fiandra decadde probabilmente agli albori del Cinquecento e Gasparo Contarini
scriveva infatti nel 1525 che al suo tempo tale viaggio non era più molto frequentato; il Paruta però
racconta che l’anno seguente, in occasione della lega santa stretta a Cognac il 22 maggio tra la
Serenissima, Firenze, Roma, Francia, Cantoni Svizzeri e Inghilterra allo scopo di mantenere la
libertà in Italia, a Venezia si decise quanto segue:

… e perché fosse co’l re (d’Inghilterra) maggiore la loro grazia e auttorità, deliberò il Senato,
sapendo ciò dover al regno d’Inghilterra riuscire commodo e grato, di mettere per lo viaggio di
quell’isola le galee grosse, le quali già alquanti anni non vi avevano navigato. Sono queste certa
sorte di navigij molto grandi fatti a somiglianza delle navi da carico e per lo medesimo servizio, ma
in questo differenti, che con meraviglioso artificio sono in modo accommodate che trascorrono il
mare non solo con pura vela co’l beneficio de’ venti, ma con forza di remi ancora, come fanno le
galee sottili, e di queste sono soliti i viniziani valersi a navigare per occasioni de’ loro trafichi a’
luoghi maritimi delle lontanissime nazioni…(Paolo Paruta, Della historia vinetiana [om.] nella quale
in libri tre si contiene la guerra contro Selino Ottomano. LT. III, p. 155. Venezia, 1605.)
Ma fu principalmente costume antico che molte galee grosse ordinate alla mercanzia navigassero
in diversi paesi, così de’ christiani come d’infideli, per levare da quelle parti varie cose, le quali non
solamente avessero a servire al commodo de’ cittadini, ma con grandissimo guadagno si
mandassero alle nazioni esterne. Con queste galee erano soliti di navigare molti giovani della
nobiltà, ‘sì per occasione d’essercitare le mercanzie come per apprendere l’arte marinaresca e la
cognizione d’altre cose maritime; altri poi si dimoravano del continuo per molti anni appresso le
nazioni forestiere, quasi in tutti quei luoghi ove si facevano solenni mercati, per trattare le loro
proprie e l’altrui facende; quindi nasceva che, oltre le ricchezze, ne acquistassero la esperienza di
molte cose, in modo che, quando ritornati a casa avevano a prendere il governo della Republica,
non rozzi né inesperti si ponevano ad essercitare i carichi publici… (Ib. P. 156.)
Il viaggio solito a tenersi dalle galee, delle quali poco innanzi habbiamo fatta menzione, che
volgarmente solevano chiamarsi, per li molti negozij che intraprendevano, le galee del traffico, era
tale: dipartite da Vinezia, drizzavano il loro primo viaggio all’isola di Sicilia alla città di Saragosa, di
là erano portate a Tripoli d’Affrica, dapoi, avendo toccato l’isola del Gerbe non lungi dalle Sirte, a
Tunisi; quindi voltavano il suo corso verso il Regno del Tresimisen, fermandosi principalmente a
Tusen e a Mega (sono queste oggidì dette One ed Orano) come in luoghi più opportuni e più
frequen(ta)ti di quelle regioni. Finalmente andavano a diverse terre del Regno di Marocco, detto in
lingua loro ‘di Fez’, a Bedis della Gomiera ed, avendo già tocchi tutti i porti della Barberia che
erano anticamente compresi sotto’l nome di due provincie, Mauritania e Numidia, si trasferivano
nella Spagna, negoziando in molte città, cioè in Almeria, detta anticamente Abdara, indi in Malica,

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Valenza e Forora ancora. Ma il traffico che essercitavano non era in tutti i paesi il medesimo, ma
diverso, perché da Vinezia portavano a’ mori d’Affrica varie sorti di metalli e molti panni di lana, le
quali cose per comprare solevano i mori a certo terminato tempo dell’anno conferirsi con molto oro
ne’ luoghi poco prima nominati; con questo oro passando i mercanti alle riviere della Spagna,
compravano ivi diverse sorti di merce, cioè sete, lane, grane e altre cose che quel paese produce,
e tutte queste erano da loro a Vinezia portate; tale navigazione, che lungamente e con
grandissimo utile era stata da’ viniziani esercitata, cominciò per le cagioni che di sopra narrato
habbiamo, ad essere disturbata e dapoi varij accidenti sopravvenendo, mutato lo stato delle cose e
de’ negozij, è del tutto intermessa e perduta… (Ib. LT. IV, p. 179.)

In effetti, mentre durante il regno di Ferdinando il Cattolico i traffici veneziani non avevano
incontrato problemi, con Carlo V le cose cambiarono molto in peggio, perché questo imperatore
pretendeva che tutto il traffico europeo delle merci barbaresche fosse concentrato nei porti dei suoi
possedimenti africani e cioè di Orano e d’altri centri costieri, quali Mers-El-Kébir e Mazalkibir, a
una sola lega dal precedente, Arzen, a sette leghe, Melilla nel regno di Tlemcen, Bougie, el Peñon
e altri minori, e quindi cominciò a proibire l’entrata dei vascelli veneziani nei porti dei suoi domini se
prima si fossero fermati in quelli in possesso dei mori a commerciare; inoltre, mentre prima i
veneziani avevano sempre pagato nei domini della Spagna una sola decima e solo sulle sole
merci che vi compravano, sotto Carlo V ne dovevano invece pagare due e su tutte le merci
importate o esportate da quei luoghi; quindi i veneziani avevano abbandonato quel viaggio
divenuto non più conveniente per loro. Un viaggio che invece le galee grosse veneziane
continuavano a intraprendere con buon utile era quello ad Alessandria, Tripoli, Baruti (‘Beirut’) e
altri scali del Levante, viaggio che i turchi, pratici mercanti a differenza degli spagnoli,
permettevano e non intralciavano trattandosi di traffici che consideravano anche di loro
convenienza; gli scali del Mar Nero erano invece stati proibiti dai turchi a tutte le repubbliche
marinare italiane sin dal tempo della caduta di Costantinopoli e ciò chiaramente per obbligare
queste a comprare le merci provenienti dall’oriente da loro e non più direttamente dalle carovane e
dai mercati che su quel mare s’affacciavano. Quanto durassero questi viaggi commerciali nel
Mediterraneo orientale lo possiamo capire da una nota del Sanuto (Diarii. T.I, colt. 400):

… In ditto Consejo di Pregadi, a dì 2 (dicembre 1496), fo posto 3 galie al viazo dil trafego, con
condition dovesseno far do viazi e mezo (all’anno), che l’anno passato le galie non lo fece(ro).

Quanto a lungo poi durò la predetta ripresa del viaggio d’Inghilterra fatto dai veneziani non
sappiamo, ma nel 1524 tutti i viaggi di Barbaria, Fiandra, Alessandria e Baruti erano ancora
soggetti a regolamenti daziari (Alessandro Moresini, Tariffa ecc.) Il famoso mercante e navigatore
Alvise da Ca’ da Mosto a 22 anni s’imbarcò a Venezia per la prima volta su una galera mercantile
che era in partenza per la Fiandra e che salpò l’8 agosto 1454; certo è che ora si trattava di veri e

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propri convogli marittimi, come quello di ben 45 vascelli che il 7 gennaio del 1495, assalito da una
violenta tempesta, incappò nelle secche dell’isola di Sein in Bretagna; delle tre galee grosse di
Fiandra che ne facevano parte, cioè quella comandata da patron Piero Bragadino e due del
capitano Polo Tiepolo, il quale era ulteriormente cognominato da Londra, evidentemente perché
colà nato o residente, solo la Bragadina si salvò, e, per quanto riguarda le altre 42 vele, si credé
dapprima superstite la sola nave Malipiera d’Angelo Malipiero, ma poi arrivò a Londra anche la
‘Zorza’, cioè quella di fra’ Hieronimo Zorzi, carica di vini destinati appunto al mercato inglese, e la
notizia di questo secondo arriverà a Venezia il 5 giugno a mezzo d’un corriero partito da Londra il
16 del mese precedente; in totale annegarono nel terribile naufragio 500 uomini tra cui più di 20
patrizi veneziani. Il Sanuto, il quale narra questo triste episodio, a dimostrazione della robustezza e
dell’altezza del bordo delle galee di mercanzia, così conclude:

… che fo ‘mirum quid’ che le nave zonzesse et le galie perisse, che raro ‘aut numquam’ galie suol
romper et perir in mar per fortuna; benché del 1437, (essendone) capetanio Marin Mozenigo, in
questo medemo luogo do’ altre galie de Fiandra si rompete et el capetanio con gli altri (finirono)
annegati. (La spedizione di Carlo VIII etc. Cit. p: 275.)

Ecco la lista dei soli patrizi delle galee grosse morti in quel disastro, elenco che vogliamo riportare
perché il lettore possa avvertire maggiormente la materiale realtà di quel tempo che oggi ci sembra
tanto lontano:

Prima galea:

Capitano Polo Tiepolo


Patrone Andrea Tiepolo di Matteo

Nobili di poppa:

Mafio Girardo fu Francesco


Gabriele Soranzo fu Zaccaria
Cristoforo Tiepolo di Matteo
Andrea valzer di Dolfino
Hieronimo Giustinian di Dardi (sic)
Giovan Maria Pasqualigo di Marco
Dolfino Venerio fu Cristoforo.

Seconda galea:

Patrone Bartolomeo Donado fu cavalier Antonio

Nobili di poppa:

Antonio Donado del cavalier Hieronimo

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Benedetto Orio di Giovanni
Santo Venerio fu Piero
Hieronimo Foscarini fu Zaccaria
Andrea Girardo fu Francesco
Francesco Mocenigo fu Lorenzo
Giacomo de Mezzo fu Alvise
Andrea Pisani fu Francesco dal Banco (sic)
Lorenzo Donado fu Alvise.

Alla perdita delle dette tre galee il senato veneziano sopperì all’inizio dell’aprile successivo
decretando che altre tre fossero immesse in quel viaggio d’Inghilterra e il comando di queste fu poi
affidato il 10 dello stesso mese al capitano Domenico Contarini, il quale era stato capetanio di le
galie di Beruto, sennonché poi a queste galee non fu consentito d’intraprendere il loro viaggio
perché, avvicinandosi la guerra contro la Francia, non era certo conveniente che i vascelli
veneziani andassero a commerciare sulle coste transalpine e per lo stesso motivo non furono
quest’anno destinate galere al viaggio di Acque Morte, approdo (gr. ἐπίνειον, ναύλοχος) alla foce
del Rodano cosiddetto perché soggetto a marea particolarmente bassa. Tra la fine dello stesso
aprile e l’inizio del mese seguente furono invece regolarmente deliberate in senato, messe
all’incanto a Rialto e provviste di patrone le consuete 11 galee grosse al trafego (“al commercio”)
annualmente destinate ai viaggi di Levante e si trattava di tre alla Romania (‘Grecia’), delle quali fu
eletto capitano Sebastiano Contarini, quattro ad Alessandria sotto la capitanìa d’Alvise di Priuli e
quattro a Baruti facendone capitano Marco Orio; poco dopo vi furono aggiunte due galee per il
viaggio di Barbaria e ne fu nominato capitano Giacomo Capello.
Come sembra di capire dalle purtroppo lacunose citazioni che lo Jal fa della già citato codice
veneziano magliabechiano intitolato Fabrica di galee e della pure già ricordata ordinanza del
Mocenigo del 1420, inclusa nel codice vaticano den. ‘Urbino – A. 1821’, fino a Quattrocento
inoltrato il traffico mercantile veneziano - sia quello mediterraneo che quello atlantico - era stato
affidato a galee grosse della lunghezza di poco meno di 24 passi, il che è la lunghezza delle
normali triremi del secolo successivo, essendo invece allora riservato il nome di galee sottili (se
dobbiamo credere che lo Jal abbia ben interpretato il detto codice), a galere veneziane di circa 17
passi e rivelantisi quindi delle biremi, ossia quelle che poi nel Cinquecento saranno declassate a
galeotte (Auguste Jal, Archéologie navale, Parigi, 1840).
Le suddette galee grosse medioevali si dividevano in galee del sexto (garbo, ‘forma’) di Fiandra
over de Londra, destinate ai viaggi atlantici, e galere del sexto de Romania, destinate invece ai
viaggi di Levante, chiamando ancora allora i turchi con l’antico nome di Romania (Rumli) tutti i loro
possedimenti europei in quanto una volta erano stati tutti parte dell’impero romano; ambedue
questi tipi erano forniti d’un argano e d’un tre taglie doppie per caricare e scaricare le merci.

222
L’argano era uno strumento già presente nella marineria antica e infatti Giulio Polluce lo include
nell’armamento delle triere romane:

… c’è poi una macchina, cioè l’argano o arganello (ἒστι δέ τις ϰαι μηχανὴ, ϰαὶ τροχὸς, ϰαὶ τροχίλια.
Cit. I.IX, p. 64).

Anche in questo caso, come si può vedere, le accentazioni di talune parole non sono più quelle del
greco classico o ellenistico ma sono ‘bizantineggiate’ dai trascrittori. Questo autore aggiunge pure i
verricelli (gr. ϰύχλοι, ϰίρχοι ο anche ϰρίχοι).
Lo Jal menziona le misure prescritte per una galea grossa veneziana del 1318 (lunga passi 23,
piedi 1¼ - alta al mezzo della coperta piedi 7, dita due grosse - larga in mezzo piedi 15¼ e dita 1);
per una del 1320 (passi 23 piedi 1- piedi sette dita due - piedi 16 dita 1); per una grossa di Fiandra
dell'inizio del Quattrocento (passi 23 piedi 3½ - piedi otto meno dita due - piedi 17½); la galera di
Romania dello stesso periodo aveva misure che poco si discostano dalla precedente (Ib.)
Comunque ogni epoca ebbe le sue galere anche nel campo mercantile; per esempio, a
prescindere dalle misure riportate dallo Jal, misure che purtroppo non abbiamo mai avuto
l’occasione di andare a verificare, probabilmente anche le galere di mercanzia erano nel Medioevo
erano più piccole di quelle che vedremo poi nel Cinquecento e c’è un episodio che ce lo fa
pensare. Nel 1359, preparando un’armata di mare per far guerra al regno d’Aragona, il re Pietro I
di Castiglia detto il Crudele fece sequestrare una grossa caracca veneziana di più coperte che
navigava nelle acque dell’arcipelago di Cabrera per aggregarla agli altri vascelli che stava
raccogliendo a Cartagena e ciò nonostante Venezia fosse allora sua amica; certo allora così
s’usava perché si consideravano le esigenze belliche prevalenti sul diritto internazionale e sul
mantenimento di buoni rapporti tra gli stati. Ma il re, trovate a bordo della caracca anche una
quantità di gioielli e merci preziose, invece di conservarle ai veneziani, come sarebbe stato suo
dovere, non seppe resistere alla tentazione di appropriarsene. Qualche tempo dopo i suoi
consiglieri gli fecero sapere che dodici galee grosse di mercanzia veneziane stavano per ritornare
dal solito viaggio di Fiandra e, considerato che i veneziani con ogni probabilità gli avrebbero
chiesto conto del suo comportamento a proposito della loro predetta caracca e che non era
impensabile si vendicassero unendosi militarmente al regno d’Aragona contro di lui, tanto valeva a
quel punto cercare di appropriarsi anche delle gran ricchezze di cui quelle galere ritornavano
cariche. Il re, il quale aveva evidentemente bisogno di rimpinguare le casse del suo regno, accettò
il consiglio e invio venti delle sue galere da guerra allo stretto di Gibilterra perché vi tendessero un
agguato a quelle mercantili; ma caso volle che queste, trovandosi a passare lo stretto in un giorno
in cui quelle castigliane si erano dovute un po’ allontanare per sottrarsi a un pericoloso forte vento,

223
passassero non viste e si salvassero dall’aggressione. Ora, anche nei secoli successivi si
vedranno galere di mercanzia veneziane navigare di conserva al viaggio di Fiandra, ma mai in
numero così elevato, qui addirittura di dodici, e pertanto c’è da ritenere che anche le galee grosse
da carico siano state nel corso dei secoli ingrandite come lo furono quelle da guerra.
Qual’è la prima notizia storica di una galea grossa veneziana che si può trovare? Noi pensiamo
che sia una che leggiamo nell’Alessiade e cioè dove si narra del tentativo fatto nel 1081 dai
normanni di invadere l’impero bizantino; la Comnena come abbiamo già detto, scrive che il conte
di Provenza, allora Bertrando II, si era imbarcato in Italia con un suo contingente militare per
andare a unirsi al grosso dell’esercito invasore in Albania e si era imbarcato su una μνριοφόρον
ναῦν λῃστρικὴν μισθωσάμενος τριάρμενον […] ἐν ᾖ ερέται μὲν διακόσιοι (Cit. X.8. P. 40), cioè su
una ‘portarinfuse pirata noleggiata a tre velature e con duecento remiganti’, ma si tratta di una
frase molto contradditoria, perché i pirati non andavano certo allora in giro con vascelli da carico
grossi e pesanti né con dei trealberi provvisti di ben 200 vogatori né infine si rendevano
ufficialmente disponibili sul mercato dei noleggi. In realtà tutto si spiega se, considerandosi che si
trattava di spedizioni di guerra che si dovevano svolgere nel Levante, anzi in questo caso
addirittura nell’Adriatico, si comprende che quel grosso vascello a nolo poteva solo essere
certamente veneziano e, visti i 200 remieri, certamente una galea grossa veneziana. Perché la
Comnena la definisce ‘pirata’? Evidentemente voleva in quella occasione dare del ‘pirati’ ai
veneziani visto che per denaro le portavano in casa il nemico, tutto qui.
Un altro comune uso delle galee grosse e sottili veneziane era quello del trasporto di pellegrini in
Terrasanta, come per esempio quella di patron Antonio Lauredano, patrizio veneziano, che il 5
giugno 1458 sbarcò colà un centinaio di pellegrini tra cui anche il già citato padovano Gabriele
Capodilista, autore del noto diario di questo viaggio. Queste galere si riconoscevano in mare
perché inalberavano, oltre allo stendardo di S. Marco, anche quello della Croce cristiana. Sino a
tutto il Trecento, i veneziani trasportarono questi pellegrini con le loro galee grosse, ma poi, nel
secolo successivo, con il grande incremento dei traffici mercantili portato dal Rinascimento,
pensarono che non valeva la pena di impegnare in tal modo grossi vascelli che potevano invece,
molto più proficuamente, esser ben stivati di redditizie mercanzie e quindi, forse con il decreto
senatorio del 1414 menzionato - ma purtroppo poco citato - dalla A. LT. Momigliano Lepschy,
cominciarono a rilasciare patenti specifiche per il trasporto dei pellegrini a un paio di patroni di
galee sottili, in quanto una sola di queste, talvolta anche solo biremi, non sarebbe bastata a
soddisfare tutte le richieste, arrivando gente a Venezia per acquistare il passaggio in Terra Santa
pellegrini da tutta Europa, cioè sin dalla Scozia e Scandinavia a nord e dalla Polonia a est. Nel
1520 due galere veneziane dedicate al pellegrinaggio ancora c’erano e infatti il pellegrino francese

224
Greffin Affagart racconta che in quell’anno lui e gli altri pellegrini che, come succedeva tutti gli anni,
verso Pentecoste si erano riuniti a Venezia per iniziare da lì la traversata oltremare, ebbero la
possibilità di scegliere appunto tra due e presero a nolo la Delfina, della quale era padrone un
certo Giannotto (homme assez inhumain), perché questa, a differenza della prima, era triremi e
quindi più equipaggiata sicura; infatti anche queste galere di pellegrini rischiavano di essere
assalite da corsari nemici. Avvenne infatti che il 30 giugno 1497 la galera veneziana armata dal
contado cipriota del Zaffo e comandata, in quanto galera pellegrina, non da un sovraccòmito
(comandante militare) ma dal suo patrono Alvise Zorzi (‘Giorgi’), sebbene allora Venezia fosse in
pace con Costantinopoli, per divergenze sorte sulle modalità di saluto, materia di cui poi diremo, fu
assalita nel canale di Cerigo da una flottiglia turca composta di 5 fuste, 2 galere sottili e 2 barze
piccole; la galera dil Zaffo e, nonostante la manifesta inferiorità numerica, si difese con onore ed
efficacia, riportandone però gravi danni e costringendola ad andare a raddobbarsi nell’isola di
Candia; dalla descrizione di detti danni fatta dallo Giorgi in una sua lettera del 10 luglio successivo
vediamo che le galere veneziane erano allora fornite di castello di poppa, mentre al tempo della
tavola Strozzi, come sappiamo, le napoletane non ancora l’avevano avuto; i veneziani riportarono
90 feriti, dei quali poi 6 morirono a Candia, e tra di essi c’erano anche pellegrini stranieri che
avevano partecipato al combattimento (M. Sanuto, Diarii. T. I, colt. 728 e segg.).
Ma quando quattordici anni dopo, cioè nel 1533, il suddetto Affagart compì il suo secondo
pellegrinaggio in Terra Santa, preferì andarvi da Marsiglia con una nave di quella città ch e
l’avrebbe portato ad Alessandria Egiziaca. Infatti dopo la predicazione anti-gerosolimitana di
Lutero, supportata anche da analoghe tesi demolitorie del contemporaneo Erasmo, Venezia era
diventata molto meno conveniente per un francese in quanto, essendosi conseguentemente
rarefatto sempre di più il numero dei tanti pellegrini di qualità, colti e danarosi, provenienti
dall’Europa centrale, soprattutto dalla Germania e dalle Fiandre, giungendo da quei paesi ormai
solo poveracci restati intatti dalla riforma luterana, non trovando più padroni disposti a prendere la
suddetta patente in quanto da tal viaggio non c’era ormai più nulla da guadagnarci, ma al contrario
solo da rimetterci a causa appunto della sopraggiunta scarsità di richieste, la Serenissima aveva
cessato di metter a disposizione dei pochi pellegrini residui galere a loto dedicate. Pertanto adesso
un pellegrino europeo aveva solo queste possibilità; partire da Marsiglia come l’Affagart, pagarsi a
Venezia un passaggio su un vascello mercantile di una qualsiasi nazionalità che fosse diretto in
Egitto, Palestina o Siria o perlomeno a Candia o meglio a Cipro, da dove poi proseguire; infine,
sempre a Venezia, trovarsi all’imbarco su una delle suddette galee grosse veneziane che, cariche
di mercanzie, una volta all’anno partivano per Alessandria Egiziaca oppure per Tripoli Siriaca. In
effetti non era una totale novità che si andasse in Terra Santa con normali mercantili e infatti s’era

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usato anche a Venezia prima del Quattrocento; lo attesta il viaggio del pellegrino fiorentino
Lionardo di Niccolò Frescobaldi, il quale partì da Firenze il 10 agosto 1384 e a Venezia s’imbarcò,
come già più sopra ricordato e unitamente a parecchi altri pellegrini, su una grande cocca di
nuovissima costruzione:

… La Cocca in sulla quale andamo si chiamava Pola e 'l padrone di detta Cocca si chiamava
Messer Lorenzo Morosini, nobile e gentile uomo di Vinegia. La detta mattina a dì 4 di Settembre
tiramo la detta Cocca tre miglia di lungi a Vinegia e quivi missono le ancore in mare e compierono
il suo carico, che 'l forte erano panni lombardi (1) e ariento (‘argento’) in panni e rame fino ed olio e
zafferano (Cit. P. 53).

Le maone o galee grosse ottomane erano grandissimi vascelli levantini simili alle galeazze
cristiane (…maone, non molto dalle nostre galeazze differenti, scriveva il Sereno), ma ne
differivano per l’uso che se ne faceva, trattandosi infatti di vascelli che i turchi utilizzavano molto
più per i trasporti militari che per quelli commerciali, cioè all’opposto di come invece facevano gli
stati cristiani con le loro galeazze e galee grosse; di conseguenza erano vascelli poco diffusi, nei
quali si caricavano generalmente soldati, cavalli, artiglierie e rifornimenti bellici. Dopo l’amara di
Lepanto, i turchi le rivalutarono molto e cercarono di farle ora a imitazione di quelle veneziane che
li avevano così duramente sconfitti, ma, sicuramente abili nella marineria leggera, non riuscivano
mai altrettanto bene in quella pesante. Comunque i baili della Serenissima residenti a
Costantinopoli nel Cinquecento riportano le maone sempre presenti nell’armata di mare turca;
ecco per esempio quanto nel 1573 ne scriveva Costantino Garzoni, il quale poteva veder i
movimenti della marina turca nell'arsenale di Peràia (Pera), situato questo proprio di fronte alla
città di Costantinopoli:

... Il giorno seguente, cioè il dì de' morti, entrò il Pialì Bascià con centotrenta galere sottili, molto
mal in ordine d'uomini, remi e artiglierie. Entrarono ancor insieme dodici maone, fatte all'imitazione
delle nostre galee grosse, ma non hanno né tanta piazza a poppa e prora né sono di gran lunga
fornite di artiglieria come le nostre; vanno però a remi e alcune d’esse sono assai buone [...] Alli 19
del medesimo entrò l'Ucchialì con sessantacinque galere sottili, molte di esse assai buone... (E.
Albéri. Cit. S. III, v. I, p. 381.)

Marc'Antonio Tiepolo nel 1576 confermerà al suo doge sostanzialmente quanto scritto dal predetto
Garzoni:

... Si ritrova il Turco (‘il sultano’) al presente il numero di più di trecento galee, più di venti maone,
che non sono altro che galee grosse all'usanza di quelle della Serenità Vostra, circa venticinque
galeotte e molte palandre, che sono vascelli per portare cavalli... (Ib. S. III, v. II, p. 145.)

Palandre è una corruzione del termine tlt. parandariae che aveva preso piede in Italia.

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... Non pare che (i turchi) abbiano ancora saputo imitare la Serenità Vostra nel numero delle
artiglierie, si come hanno fatto nel voler ridurre le maone quasi veloci al pari delle galee, perché
non hanno più d'un pezzo da quaranta e due altri da venti a prua e dodici per li fianchi... (Ib. P.
150.)

Quindi queste maone avevano forse migliori qualità nautiche delle galeazze e galee grosse
cristiane in quanto volutamente più leggere, ma certo non pari qualità belliche, e ciò nonostante gli
sforzi poi fatti per migliorarle dal già nominato Ucchialì (‘Uluch-Alì’), quando questi, dopo la rotta di
Lepanto del 7 ottobre 1571, fu capitano generale dell'armata di mare turca, sebbene questi
riuscisse invece nel compito più importante assegnatogli dal Sultano e cioè quello di portare in una
diecina d'anni la cantieristica e la nautica delle galere ottomane ai livelli qualitativi di quelle
cristiane e ciò in virtù sia delle sue grandi capacità personali, sia delle numerosissime maestranze
cristiane schiave o mercenarie che lavoravano nell'arsenale di Peràia (Pera) e in quello non meno
rinomato di Chio, sia dei tanti rinnegati italiani che impiegava a bordo delle galere stesse; così
infatti si legge nella relazione del 1583 letta al senato veneziano dal bailo Paolo Contarini di ritorno
da Costantinopoli:

... É vero per altro che finora (i turchi) non hanno saputo fare una galeazza che stia a
comparazione di quelle di Vostra Serenità, ancor che ne siano state lavorate molte e che
nell'arsenale ne siano sin al numero di venti; né meno sanno governarle e questo si è veduto per
esperienza a Cerigo, quando le armate s’incontrarono, che il Capitano (Uluch-Alì), dubitando che
gli fussero di impedimento due che aveva seco, le lasciò a Napoli di Romania; il che si può avere
per gran caparra che nell'avvenire siano per far lo stesso... (Ib.)

Il sostanziale fallimento di queste galee grosse turche si evince anche dalla relazione del bailo
Giovanni Moro, la quale è del 1590:

... Ma, tornando alle galee, ne sono al presente a Costantinopoli circa 200, comprese quelle delle
guardie ordinarie; 104 in Alessandria, due in Damiata, due in Cipro che stanno in Famagosta, sette
nella Natolia, 12 a Rodi e circa dieci con 34 fuste distribuite in diversi luoghi separatamente
nell'Arcipelago, dove, se ben v'è una sola galea alla guardia, chi la comanda vien chiamato 'bei',
che vuol dir capo o signore.
Vi sono ancora otto vascelli maggiori, che prima servivano per portar munizione e altri bisogni
per l'armata, ma dopo che, nella felice e memorabile vittoria navale ( a Lepanto) seguita già venti
anni appunto con tanta riputazione della Christianità e con immortal gloria di questa Serenissima
Republica, (i turchi) fecero prova della forza delle galee grosse della Serenità Vostra con perdita di
tanti loro legni, n’armarono alcune che, come ho inteso, riuscirono assai bene; benché adesso, da
due in fuora, che servono per portar legnami per uso dell'arsenale, siano tutte in terra già molti
anni, ridotte in poco buono stato. É vero che sin dall'anno passato fu dato ordine di fabricarne due
altre nel Mar Maggiore insieme con 25 galee sottili, ma vi si provvedeva con tanta tiepidezza e con
tanta negligenza per mancamento de' danari che non si potria dire.

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Hanno appresso certo numero di galeotte e molte palandarie fabricate col fondo piano per
condurre cavalli, né mancano poi galeoni e caramussali di private persone, che tutti - bisognando -
accompagnariano le armate per portar munizioni e altri apprestamenti da guerra... (Ib.)

Alla fine del secolo le maone risultavano definitivamente relegate al trasporto di materiali pesanti e
ciò nel contesto del già generale declino della marineria bellica ottomana, come informava il bailo a
Costantinopoli Matteo Zanne con relazione del 1594:

... Nelli squeri [o squari, corr. di squadri ossia ‘cantieri navali’; gr. ηεὡρια] del Mar Nero si trovano
alcune maone e altre sono in Costantinopoli, fabricate ad imitazione di galeazze, ma più grevi e
non in tutto simili, e si servono di alcune per portar legne al serraglio e per altri bisogni e se ne
contano forse 18 tra dentro e fuora di Costantinopoli; ma, dopo che hanno introdotti i galeoni, pare
che non ne facciano molta stima... (Ib.)

Secondo l’Aubin, ai suoi tempi - ossia alla fine del Seicento - le maone turche saranno più piccole
e deboli delle galee grosse veneziane, ma chissà se egli, esperto solo di marineria oceanica, ne
aveva mai effettivamente viste, come del resto sembra non averne mai viste, tanto tempo prima di
lui, nemmeno il Pantera, poiché è lui l’unico che dice le maone essere non delle galee grosse,
bensì vascelli a vela quadra e senza remi. Comunque il capitano pontificio, pur se certamente si
sbagliava per quanto riguarda i suoi tempi, s’avvicinava invece senza saperlo al vero per quanto
concerne l’Alto Medioevo; infatti i bizantini chiamavano mahone tutte le navi da carico o porta-
cavalli che seguivano l’armata di galere (Тάϰτιϰα).
Del tipo della galeazza e della galea grossa veneziana erano pure i bucentori (grb. πορθμεία), nel
senso che anche questi partecipavano sia della nave sia della galera, ma si trattava di vascelli di
rappresentanza posseduti e usati specie a Venezia dalla Repubblica per comodità del doge ed il
cui nome prendevano, anche se impropriamente, pure i ricchi vascelli di alcuni titolati di prima
sfera usati in occasione di feste, cerimonie pubbliche e traferimenti stagionali nelle ville di
campagna della riviera del Brenta; erano un po' insomma le limousines di Venezia – ma non solo
di Venezia, perché comunemente usati anche in altri stati italiani, per esempio a Roma sul Tevere
e nel ducato di Savoia, e stranieri e infatti il de Bourdeilles ne ricorda uno usato in Francia dal re
Enrico II in occasione d’una naumachia. Pochi sanno poi che in alcuni stati non marittimi dell’Italia
settentrionale, per esempio a Ferrara, si chiamava nel Medioevo Bucintoro anche la carrozza
ducale, probabilmente perché ornata anch’essa anteriormente, come l’omonimo vascello, di un
simulacro della dea Justitia, il che dimostra ad abundantiam che l’etimologia del nome non ha
relazione né con buque né con la marineria in genere. Il 16 maggio 1477 all’ora quattordicesima
(cioè alle nove di mattina) Eleonora duchessa di Ferrara salì sul bucintoro ducale a Porta S. Paolo
(poi Porta Paola) e, passando per Modena, raggiunse Pisa, dove alcune galere l’aspettavano per

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portarla a Napoli, in quanto colà suo padre, il re Ferdinando d’Aragona, stava per convolare a
seconde nozze:

… Et intravit Bucintorum ad Portam Sancti Pauli et ivit Mutinam, tendens versus Pisas , quia ibi
ascendere habet sua Excellentia in Portu Pisano naves seu galeras, quas pro eadem conducenda
Neapolim… (Chronicon estense, c. 544-545. Cit.)

Rivedremo il suddetto Bucintoro al mezzogiorno del 14 giugno successivo, quando cioè porterà in
esilio da Ferrara tre gran signori:

… Die vero XIV mensis junii hora XVII exierunt civitate Ferrariae, intrantes Bucintorum, comitati a
praefatis domino Duce nostro, domino Sigismundo, domino Raynaldo Estense et quamplurimis
nobilibus, usque ad Turrim Fovae et iverunt coenatum Argentam (ib. C. 545-546).

Per quanto riguarda l’origine del nome, è innegabile che nelle cronache e documenti medievali
quel vascello dogale è in lt. dottamente ricordato come navis Bucinatoria, cioè come di
un’imbarcazione dalla quale i bucinatores (grb. (ἰ)βυχανητεῖς), i trombettieri richiamatori,
segnalavano alla gente di Venezia l’arrivo del Doge; ecco per esempio l’episodio del doge
Giovanni Mocenigo che nel 1483 riceve a Venezia Renato duca di Lotaringia:

… cui intranti urbem Venetias maximi honores impensi fuerunt; nam Johannes dux cum suis
proceribus navi Bucinatoria obviam profectus est et palatium illi marchionis paratum fuit (Pietro
Cyrneo, Commentarius de bello ferrariensi ab anno 1482 ad anno 1484. In LT. A. Montanari,
Rerum italicarum scriptores etc. C. 1.213, t. 21. Milano, 1732).

Premesso che negli eserciti antichi romani e in quelli medievali bizantini i suonatori di buccina (lt.
bucinatores; grb. βουϰινάτορες) servivano gli stati maggiori, quelli di lituo (lt. liticines; gr. σαλπισταὶ
ἰππέων) nella cavalleria, quelli di tuba (lt. tubicines; gr. σαλπισταὶ πεζῶν; grb. τούβιϰες) nella
fanteria e quelli di corno (lt. cornicines; gr. ϰεραύλαι; grb. ϰόρνιϰες) nei reparti leggeri quali i veliti a
piedi e le turme di arcieri a cavallo, è pensabile che nelle predette occasioni cerimoniali veneziane
si era in origine preferito ovviamente l’uso della buccina (lt. bucina; gra. (ἰ)βῠϰάνε; grb. ίβύϰινον) a
quello del lituo o della tuba, anche perché quella aveva un suono più potente e si udiva a
maggiore distanza; ciò non toglie che in seguito, andando in disuso negli eserciti la buccina, si sia
poi a Venezia semplificato facendo montare sul Bucintoro dei semplici trombettieri. Vero è che le
denominazioni popolari Bucintoro a Venezia e Oroburchio a Ferrara erano già allora le più comuni
– anche se quello ferrarese, dalla descrizione del Franzes, appare esser stato più un grosso
veliero treponti che un grande vascello remiero, qual’era invece quello veneziano (cit. LT. II, cap.
16); solo a partire dal Quattrocento il nome si comincerà a travisare anche in bucintaurus e vedi a
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tal proposito A. Gabrieli, Libellus hospitalis munificentiae venetorum etc. Venezia, 1° settembre
1502 e P. Marcello, Vite de’ prencipi di Vinegia etc. Venezia, 1588. Dunque sembrerebbe che il
nome del Bucintoro non avesse originariamente nulla a che vedere né con i termini marinari, in
particolare con il vn. burchio o con lo sp. buque, né con le ricche dorature che adornavano quel
vascello; e nemmeno era quindi da ritenersi dovuto alla grande figura femminile, molto più
completa di una semplice polena, che troneggiava sulla sua prua e che rappresentava la Giustizia
di Venezia, ricordando quindi per tale conformazione vagamente a taluni, come per esempio a
Bernardo Giustiniano (Historia etc. P. 121 verso. Venezia, 1545), il bucentaurus (dal bizantino
βουϰένταυρος, ‘il gran centauro’), figura fantastica della tarda classicità immaginata sulla falsariga
di quella del centauro, la quale era fatta peraltro per metà di toro e per metà di uomo; appare
comunque questa prima interpretazione etimologica fatta dai veneziani impensata e disconosciuta
dagli stessi bizantini, visto che lo storpiavano in Puzidoro (… ϰατὰ τὴν ἐϰείνων πουτζιδῶρον
ϰαλούμενον (ib. LT. II, cap. XIV); essi d’altra parte difficilmente ne avrebbero potuto suggerire la
giusta etimologia, considerato che nella loro lingua bucinatores si diceva in tutt’altra maniera e
cioè σαλπιγϰταῖ .
Ma, tornando ai vascelli del tipo della suddetta famosa imbarcazione veneziana di detto nome,
essi erano più lunghi d’una galera e alti come un galeone senz’alberi (gr. ἂδρῠς ναῦς) né vele,
talvolta con ponte di coperta talvolta invece con sole corsie laterali stese sui remiggi di voga come
quelle delle galeazze, comunque coperti da una volta di legno scolpito e tutto dorato all’interno,
sostenuta tutt’intorno da tre ordini di grandi figure di legno scolpito e dorato, due laterali e uno
centrale; nel caso del detto grande bucintoro c’erano – su detta coperta o su dette corsie - due
gallerie laterali di banchi sui quali sedevano i più di 200 senatori veneziani per assistere alle
funzioni in programma; al centro della più elevata poppa sedeva il doge con la sua trenti na di
consiglieri, con il nunzio pontificio alla sua destra e l’ambasciatore di Francia alla sua sinistra.
Che nel Medio Evo – secoli certo molto più poveri sia dei precedenti dell’antichità sia dei
successivi moderni - si fossero usate molto le più economiche biremi, dette in seguito galeotte, è
testimoniato da affreschi veneziani e da codici miniati del Quattrocento, ma anche di secoli
precedenti, quale per esempio quello franco-napoletano del 1352 che riporta e illustra gli statuti
dell’Ordine di S. Spirito o dei cavalieri del Nodo, codice che si conserva alla Biblioteca Nazionale di
Parigi; così inoltre si legge nel cap. XXXIV del Richardi regis iter, cronaca del dodicesimo secolo
scritta da Gahfrid de Winesalf, il quale seguì appunto il re Riccardo in Terrasanta:

... Classis bellica, quae senis olim decurrebat ordinibus, nunc binos raro excedit. (Itinerarium
pèeregrinorum et gesta regis Ricardi etc. P. 80. Londra, 1864.)

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Chiari sono poi, a tal proposito, sono anche gli affreschi di Spinello Aretino nella cappella del
Palazzo Pubblico di Siena, i quali rappresentano la vittoria marittima dei veneziani sulle forze
dell'imperatore Federico Barbarossa e dove tutte le galere rappresentatevi sono appunto molto
chiaramente delle biremi; anche se qui c’è però da considerare che, per economia di spazio
pittorico, spesso l’artista era costretto a rappresentare vascelli di dimensioni minori del reale,
specie nel caso di raffigurazioni di intere armate o battaglie, stravolgendo a volte talmente
l’immagine del reale dall’arrivare a dare all’immagine un senso più allegorico che storico. E’ questo
purtroppo il caso della famosa Tavola Strozzi, opera che vuole rappresentare un trionfo navale
napoletano del Quattrocento – forse quello delle galere aragonesi che nel 1464 ritornarono
vittoriose dalla battaglia dell'isola d'Ischia sostenuta, sotto il comando del de Requesens, contro
una squadra angioina, essa, pur volendo raffigurare una potente squadra reale aragonese, quindi
sicuramente fatta soprattutto di triremi di più di 40-42 metri di lunghezza e di biremi, mostra vascelli
di non più di 14 o al massimo di 15 metri sperone escluso– quindi a livello nemmeno di galeotte,
ma di fuste o di bergantini, dotandoli però di 20 o 21 banchi di voga per lato – cosa da galere
biremi o galeotte – e di tre remi per banco – cosa invece questa da più grande galera triremi; e che
si tratti di vascelletti così corti si ricava proporzionandoli alle figure umane che in essi si vedono.
Inoltre la ventina di banchi di voga è troppo raccolta e compressa in lunghezza (chiaramente per
farcela entrare insomma); le alberature sono troppo piccole e prive di gabbia, quindi non da galera;
il trionfo manca degli addobbi appropriati (bandiere più grandi di quelle nel quadro mostrate,
grandissimi gagliardi cadenti giù dagli alberi e tendoni decorati fascianti la poppa e la gabbia, in
tutto sempre in numero di perlomeno 7 o 8 pezzi. Che manchino poi questi vascelli anche d’opere
morte prodiere, ossia di rembate e di palmette, è cosa invece più ammissibile anche per delle
grandi triremi, perché sia il castelletto di prua medievale sia le rembate rinascimentali erano fatte di
tavoloni che si montavano solo in preparazione d’un combattimento e non in occasione d’un trionfo
e, per quanto riguarda invece la palmetta, questa può esser stata senz’altro una comodità adottata
più tardi, a Rinascimento più inoltrato, per gli artiglieri, i quali invece ora a bordo, tranne che in casi
particolari, ancora non c’erano.
Il de la Gravière cita poco e male, purtroppo come era suo solito in quanto poco competente, un
interessante contratto di servizio firmato da Aitone d’Oria il 25 ottobre del 1337, in cui questo
condottiero genovese s’impegnava a servire il re di Francia con un massimo di 20 galere, le quali
avrebbero dovuto, a quanto riporta un po’ superficialmente il de la Gravière, essere equipaggiate di
patrone, còmito e sotto-còmito, due scrivani (ma più probabilmente si trattava di un prothontinus o
razioniero e del suo aiutante scrivanello), un maestro-chirurgo (più tardi detto barbiero), 25
balestrieri armati di tutto punto e 180 tra marinai e remiganti. Mentre è estremamente probabile

231
che per due scrivani per galera il de la Gravière intendesse in realtà uno scrivano e uno
scrivanello, è molto superficiale associare i marinai ai remiganti e ciò perché per marinari
s’intendevano gli uomini di destrezza (proeri, ossia ‘gabbieri’) e gli uomini di sorveglianza
(compagni), mentre per remiganti gli uomini di fatica; vero è che, nel caso appunto di volontari,
quali erano generalmente i remieri medievali, ambedue i tipi finivano per far parte della stessa
categoria dei cosiddetti scapoli. Insomma sulla base di questi dati alquanto superficiali dovremmo
pensare che si trattasse di triremi di 26 0 27 banchi di una ventina di marinari.
In maniera poi ancor meno comprensibile il de la Gravière riporta la specifica della dotazioni d’armi
di bordo di cui, secondo questo contratto, ogni galera era tenuta a disporre e l’unica cosa che si
capisce chiaramente è che c’erano armi anche per i remiganti, soprattutto picche e giavellotti. Una
registrazione del secolo successivo, riportata dalla Simbula, menziona una galera catalana di 25
banchi a tre uomini a banco, con còmito, sotto-còmito, chirurgo, trombetta e 40 balestrieri ( XL
companyons de ballesta bons e suficients. Pinuccia F. Simbula, Corsari e pirati nei mari di
Sardegna. Cagliari, 1993); si trattava qui certamente d’una triremi, ma forse proprio per questo
ricordata.
Per riassumere invece a questo punto le trasformazioni più sostanziali avvenute nella marineria
remiera da guerra non più prima, ma subito dopo il Rinascimento ribadirem o che si trattò
principalmente d’un progressivo aumento delle galere quartierate a discapito di quelle sottili e
infatti le galere cristiane ordinarie, che nel Rinascimento erano in effetti ancora le strette triremi
dell'antichità a remo sensile, a partire dall’inizio della seconda metà del Cinquecento diventeranno
progressivamente galere quartierate a quattro o cinque uomini per remo di scaloccio, ma
mantenendo generalmente i 25 banchi per lato e solo nell’ultimo quarto del Seicento le vedremo
arrivare correntemente ai 27 banchi; ecco a tal proposito un Avviso di Napoli datato 23 aprile 1687:

Sabato della caduta (settimana) fu data all'acque la nuova galera padrona di questa squadra, che
è riuscito uno delli più belli scafi che siano stati fabbricati in questo arsenale per l'intagli della
poppa tutta dorata e per il numero di banchi, portandone 27 per ciascuna banda e fra breve se ne
daranno due altre, lavorandosi a tutta fretta, premendo all'inesplicabile vigilanza di
quest'eccellentissimo signor Viceré l'accrescere il numero della squadra (Avvisi di Napoli. B.N.NA.
Sez. Nap. Per. 120).

La seconda delle predette tre nuove galere sarà varata sabato 23 maggio, mentre si lavorava
alacremente anche alla terza.
La suddetta evoluzione avvenuta nel corso del Seicento porterà queste galere quartierate, ora in
qualche caso anche a sei uomini per banco, a sostituire progressivamente quelle che erano state
dette sottili e a diventare così esse quelle communes, anche se usate in numero molto minore di

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quanto si faceva in passato; le ultime squadre a rinunziare del tutto alle sottili saranno quelle turco-
barbaresche e, tra le cristiane, quella pontificia. D’altra parte il nome sottili si era già cominciato a
perdere in Spagna nella seconda metà del Cinquecento, come si evince dagli Anales dello Zurita
(diez galeras, de las que llamavan aun en este tiempo ‘sotiles. LT. XV, c LII). ’Per quanto riguarda
le galeazze, nella seconda metà del Seicento vedremo la galeazza ordinaria stabilizzarsi ai 32
banchi - per esempio quelle toscane - con sei o sette vogatori per ciascuno d’essi e batterie di
bocche da fuoco più ordinate e razionali, caratteristica questa però comune a tutti i vascelli e
dovuta ai progressi compiuti in quel secolo dalla artiglieria in generale; noteremo inoltre all'inizio
del Settecento una distinzione a Venezia tra galeazze e galee grandi chiamate da mercanzia; i
conquistatori napoleonici, dai quali la navigazione remiera venne finalmente abolita in tutt'Europa,
troveranno nell'arsenale di Venezia alcune galee grosse mercantili ancora in costruzione. I
veneziani saranno dunque gli ultimi a continuare ad apprezzare questo tipo di vascello e non a
torto, secondo quanto scriveva il de Savérien nel Settecento:

... Tale vascello, il quale, per la sua prodigiosa grandezza, assomiglia abbastanza ad una fortezza
sul mare, è stata un tempo in uso in Francia; ma oggi non ci sono che i veneziani che se ne
servono. Ci sono solo i nobili veneziani a comandarle; i quali ancora si obbligano per giuramento e
rispondendone con le loro teste che mai rifiuteranno di combattere (anche) contro venticinque
galere nemiche. Ciò deve farci pensare che la galeazza è un vascello molto utile e che noi
abbiamo forse il torto di non farne per nulla uso. (Cit.)

Il predetto autore enumera le bocche da fuoco portate da una galeazza ai suoi tempi, ma, poiché si
tratta appunto d’artiglieria del Settecento, basata cioè su concezioni francesi che nel frattempo
avranno preso piede in Europa, non riteniamo utile riportarla; spiega poi i molteplici vantaggi che
egli ancora vedeva nell'uso delle galeazze e cioè innanzitutto la capacità di portare, data la loro
grande mole, bocche da fuoco molto pesanti e potenti quali le colubrine e quindi, al seguito di
un’armata e in tempo di calma, di potersi opporre a distanza anche a un vascello nemico di 100
cannoni; potevano inoltre con i loro remi rimorchiare (gr. ἒλϰειν, ἐνέλϰειν) un veliero in difficoltà
lontano dal pericolo e difenderlo dal nemico sia con il fuoco della loro grossa artiglieria sia con
quello della numerosa moschetteria di cui pure solitamente erano dotate e qui ordinairement
domine le canon (Ib.); potevano infine, dal momento che pescavano solo circa 12 piedi d’acqua,
esser poste sotto costa a difesa d’una città litoranea come baluardi avanzati sul mare, senza che il
nemico potesse pertanto avvicinarle per tentarne l’abbordaggio e impedendo così, con la loro
predetta grande capacità di fuoco, anche l’avvicinamento d’esiziali vascelli bombardieri nemici alla
città; potevano esse stesse fare da batterie galleggianti di mortai, grevi bocche di cui pure
potevano essere armate, e desolare quindi con le bombe una costa nemica, preparando così il
terreno a uno sbarco della propria fanteria. Quanto sostenuto dal de Savérien potrà sembrare in

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parte contraddire quanto già successo nell’ormai lontano 11 giugno 1628, quando cioè la flottiglia
del già ricordato corsaro inglese Digby, la quale era composta di cinque vascelli, ma dei quali tre
erano dei mercantili catturati e quindi solo due, l’Eagle e l’Elizabeth and George, erano veramente
potenti vascelli da guerra inglesi, tanto aveva ridotto a mal partito un pari numero di galee grosse e
galeoni veneziani nella rada d’Alessandretta da obbligare i lagunari a una vergognosa resa. La
battaglia, a dire poi dei veneziani, era stata da loro iniziata perché il Digby, non salutandolo per
primo e nei modi d’uso, aveva dimostrato di non riconoscere la supremazia del generale veneziano
in quel luogo, ma in verità avvenne perché il corsaro inglese voleva impadronirsi d’alcuni mercantili
francesi che si trovavano allora ormeggiati in quel porto e i veneziani invece intendevano
difenderne le attività; Kenelm Digby poi così scriverà nel suo giornale di bordo a proposito di quel
significativo scontro:

… Il solo nome delle galeazze era di per sé una cosa che incuteva spavento… Le galeazze hanno
ognuna dalle trenta alle quaranta bocche da fuoco di bronzo di straordinaria grossezza ed
imbarcano dai sei ai settecento uomini. I galeoni erano di circa ottocento tonelli, uno di essi aveva
quaranta grossi pezzi d’artiglieria di bronzo e gli altri trenta…
… tirammo con tale precisione sui galeoni che gli uomini si nascosero nella stiva e lasciarono le
navi alla propria sorte senza più governarle. Le galeazze che vennero in loro aiuto ricevettero da
noi un rude benvenuto, tanto che si ritirarono vogando a tutta forza e si ripararono dietro le navi
inglesi nella rada… Avevano ormai i remi a pezzi e avevano ricevuto molti colpi mortali… Durante
questo combattimento, che durò circa tre ore, noi sparammo circa duecento colpi dalla nostra nave
e solamente da un fianco, perché la bonaccia non ci permise di virare, e circa cinquecento dal
complesso della flotta. Il nemico ne sparò altrettanti, se non di più, contro di noi. Essi non uccisero
nessuno dei nostri uomini e ne ferirono soltanto pochi, grazie a Dio… Per l oro successivo
riconoscimento noi uccidemmo quarantanove dei loro uomini, oltre a ferirne un gran numero…
(Cit.)

Fu un gran colpo, anche psicologico, per i veneziani, i quali in quell’occasione erano comandati dal
generale delle galeazze Marino Capello, conosciuto però come Signor Antonio, e da quello dei
galeoni Giovan Paolo Gradenigo:

…tanta era la presuntuosa fiducia che nutrivano nei proprii formidabili vascelli, costruiti con così
ammirevole robustezza e arte che sino a quel momento nessun’altra nave aveva mai osato di
resister loro… (Ib.)

Ma quella dei lagunari si rivelò in tal occasione una potenza bellica solo formale, non sostanziata
dal valore degli uomini, e infatti nel 1647 lo stesso Antonio Marino Capello, allora ancora generale
del mare, sarà richiamato a Venezia e imprigionato ai Piombi per viltà di fronte al nemico; morirà in
quel carcere prima del processo. In effetti la battaglia d’Alessandretta del 1628 segna uno
spartiacque tra il vecchio superato modo statico mediterraneo di far la guerra sul mare e quello

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atlantico più dinamico, determinato, efficace e incisivo portato nel Mediterraneo da quel corsaro
inglese:

… i nemici avevano soltanto una fama artificiosamente gonfiata, non conquistata con il proprio
valore, ma basata sulla potenza dei loro vascelli… il che rivelò che cosa l’impeto giudizioso può
fare contro uomini che abbiano più fiducia nei loro castelli galleggianti e nel numero che nel proprio
valore; essi inviarono un umile messaggio per chiedere una pace vergognosa. (Ib.)

A proposito di questa richiesta di pace inviatagli dal suddetto Capello il Digby aveva però nel suo
diario già meglio precisato:

… Il generale allora mandò a scongiurarmi di concedere la pace, riconoscendo il proprio errore


nella maniera più abietta ed incrociò i pennoni e alzò l’ancora per esser pronto ad uscire dalla rada
se avessi rifiutato. Su preghiera del vice-console inglese, che era salito a bordo, gli accordai la
pace, ma a condizioni molto dure, la prima delle quali era che egli avrebbe dovuto abbandonare le
navi francesi alla mia discrezione. Le feci tutte prigioniere meno una che si era andata ad
incagliare… (Ib.)

I veneziani descriveranno poi mendacemente e spudoratamente la stessa battaglia come una loro
vittoria. Le galeazze continueranno però a essere apprezzate come navi mercantili anche sulle
coste atlantiche e infatti nel Settecento alcune galeazze di potenze oceaniche provenienti dal
Canale della Manica appariranno talvolta nel Mediterraneo col nome di navi-galere, come si legge
in un avviso marittimo di Livorno del tre marzo 1719:

É qua capitata la nave galera 'Fontana' olandese d'Amsterdam, dicesi destinata per Venezia, la
quale, avendo toccato Cadice [..]. Partita lunedì per il Zante la nave galera 'Colonia' e per Venezia
la nave 'Due fratelli', ambidue inglesi... (Avvisi di Napoli. Cit.)

Dunque le galee grosse veneziane del tipo detto di Fiandra, alle quali abbiamo già accennato,
avevano aperto una linea che fu poi evidentemente utilizzata sia dagli olandesi che dagl'inglesi con
grossi vascelli a vela e a remi, quindi dello stesso tipo; le navi-galere non potavano infatti essere
null'altro che delle galeazze e di queste seguivano pure le rotte mercantili.
Tra coloro che si vogliono oggi interessare di questa materia si fa una certa confusione tra galea,
galeone e galeazza e per esempio alcuni, forse confusi dal quelle cronache medievali che, come
abbiamo già detto, parlano di galeoni remieri fluviali, arrivano persino a credere che i famosi
galeoni marini fossero vascelli che andassero anche a remi; altri, vedi il de la Gravière, il quale fa
suo acriticamente un errore del padre Fournier, hanno scritto che i galeotti delle galeazze
rinascimentali e moderne vogavano sotto coperta, il che non era assolutamente vero, se si
eccettua un particolare e poco pratico tipo di galeazza medioevale erede del dromone, ancora

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usato dai francesi nella prima metà del Cinquecento e menzionato per esempio nella relazione
dalla Francia stesa nel 1535 dal residente veneto Marino Giustinian, laddove tratta dei vascelli
posseduti da quella corona:

... Ha cinque galeazze, tra vecchie e nuove, e sono più corte delle nostre galee grosse, più alte e
più larghe, di due coperte e di due ordini di remi, uno per coperta; gl’interiori sono lunghi piedi
ventiquattro; li superiori trentasei, ma poco giovano, che non ponno servire se non a voltare e
guadagnare un cavo e cose simili. Portano artiglieria in gran numero. (E. Albéri. Cit. S. I, v. I, p.
187.)

In sostanza l'eccessiva elevatezza sull'acqua rendeva la voga dei remi superiori molto difficoltosa,
poco pratica e solo utile in qualche particolare manovra; questo è uno dei motivi - essendo gli altri
il peso e il garbo tutt’altro che affusolato - per cui anche le galeazze, anche quelle più moderne
settecentesche, sebbene fornite di ben sette vogatori per remo, finivano, in caso di bonaccia o
comunque di vento non favorevole, per dover essere trainate dalle galere. Questi grossi vascelli
remieri francesi non erano affatto delle galeazze, come impropriamente le chiamava il Giustinian,
perché non avevano come queste un solo ponte di remigi; erano invece appunto gli ultimi esempi
del dromone medievale.
Di uno di queste pseudo-galezze francesi si parla già in una cronaca del 1495 a proposito della
flotta d’invasione francese preparatasi a Genova su mandato di Carlo VIII di Francia:

… E le galee (napoletane) che li si portò a ditto Rappallo, venendovi l’armata da Genova, massime
una galea franciossa di botte centocinquanta e una nave grossa genovesse, si fuggì in Porto
Pissano […] A questi dì è passato fuor di Porto Pissano, lontana circa miglia undici, l’armata del re
di Francia fatta a Genova. Sono galee sottili circa di 20, nave 11 grosse, galeoni 14 e ditta
galeassa di Francia alla volta di Roma (Diario di Giovanni Portoveneri etc. Cit. All’anno 1495).

La detta galeazza caricherà poi a Porto Pisano artiglierie per l’esercito del re che proseguiva verso
Roma (ib.). Ma torniamo ora ai già menzionati pamfi:

… galeae LVIII et majora galeis VIII grossa navigia, ‘pamfia’ nuncupata, januenses armarunt
(Annales genuenses etc. Cit. Anno 1222. Colt. 983).
.
Siamo nel 1222, Genova è in guerra con Pisa; le suddette galere e i suddetti pamfii si uniscono
nelle acque della Corsica ad altre 30 galere genovesi comandate dal praeceptor (‘capitano
generale’) Benedetto Zaccaria e, ora sotto il comando generale affidato a Oberto de Auria
(praeses, armiragius nominatus), sconfissero i pisani nelle acque di Porto Pisano (oggi ‘Livorno’.
Ib.) Ma nei predetti Annales i pamfii sono menzionati più volte:

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… aliquas galeas grossas et aliqua non parva navigia, quae pamfi dicebantur, et ligna… (ib. Anno
1334, colt. 1.067)

Nei primi secoli del Basso Medioevo prima i chelandri levantini e più tardi i pamfii tirrenici saranno
sostituiti rispettivamente dalle galee grosse veneziane e dalle galeazze, cioè in effetti ambedue da
uno stesso nuovo tipo di vascello remiero-veliero dalle maggiori qualità veliche, adatti anche al
cabotaggio atlantico.
Erano comunque in uso a quell’epoca anche le galere ordinarie, eredi dunque delle liburne degli
antichi romani, erano dette galee sottili, ma, come abbiamo già accennato, non tanto nel senso di
sottili in larghezza, come si è subito portati a pensare, bensì perché sottili in altezza di fiancata,
altezza limitata perché fatte per un solo livello di voga; queste s’adoperavano allora, nei loro primi
secoli, appunto come le loro antenate liburne e cioè soprattutto per azioni di supporto,
esplorazione, sorpresa e per la guerra di corsa, ma anche all’occasione per il fronte di battaglia se
già il nemico v’usava questo tipo di vascelli, come prescrive la già citata Тάϰτιϰα dell’imperatore
Leone VI:

Apparecchiarai galee grandi e picciole, conforme alla qualità dell’armata de’ nemici co’ quali
combatti, perciocché i saracini e gli sciti del Bosforo non hanno una medesma sorte di apparato di
armata, usando i saracini una maniera di vascelli detti ‘cumbarij, maggiori e più tardi al corso; ma
gli sciti usano ‘acatij’ (gr. αϰάτια, ‘brigantini’), più piccioli e più spediti e più veloci, perciocché
scorrono per alcuni fiumi nel Mar Maggiore e per questa cagione non potriano usargli (‘usarli’)
maggiori (Constit. XX, par. 69).

A proposito delle suddette gumbare (lm. cumbarii; gr. ϰουμβάρια, talvolta ϰομβάρια), come si
diceva in veneziano, vascelli remieri mal interpretati da Thomas Ryves (Historiae navalis mediae
libri tres. Cap. 24. Londra, 1640), il quale le confuse con le camerae, onerarie pontiche a vela
quadra dei tempi dell’imperatore Nerone, se si chiamavano così è sicuramente perché il loro garbo
o forma aveva qualcosa che ricordava le predette piccole cumbe, probabilmente una certa
rotondità, visto che Suida definisce queste ultime nave rotundae. Dalle storie del Sabellico risulta
che anche i pirati narentini avevano vascelli chiamati gombarie e, come scriveva invece il già citato
Giovanni Diacono nel suo Chronicon, memoria ripresa in quello, molto più tardo, di Andrea
Dandulo, li usarono, come già accennato, anche i veneziani e proprio in una spedizione navale (gr.
ἐπίπλοος, ἐπίπλους) mandata contro detti pirati dal doge Pietro I Candiano nel corso del biennio
847/848:

… inviò contro gli slavi narentini trentatré vascelli che i veneziani chiamano ‘gumbarie’ e a capo dei
quali surono preposti Orso Badoario e Pietro Rosolo; essi (però) tornarono con un nulla di fatto

237
(triginta & tres naves quas Venetici ‘gumbarias’ nominant, contra Narentanos Sclavos misit, quibus
Ursus Badoarius & Petrus Rosolus præfuerunt. Qui absque effectu reversi sunt.Cit.)

Queste gombarie sicuramente facevano parte di quella categoria che i bizantini chiamavano, oltre
πειρατιϰαὶ νῆες (‘navi corsare’) e λῃστριϰaὶ νῆες (‘navi piratiche’), ma non perché, come abbiamo
appena visto, fossero caratteristici appunto dei pirati saraceni e narentini, ma perché, come già più
volte accennato, erano armati alla leggera, cioè non per una battaglia di linea o reale, come si dirà
più tardi. I vascelli usati dai corsari e dai pirati propriamente detti erano perlopiù monoremi privi di
coperta (μονήρεις πειρατιϰὰς. Giovanni VI Cantacuzeno, Historiarum libri IV. IV, 17), a motivo della
loro insuperabile velocità [… navigando in rotta diretta e velocemente in monera… (εὑθὺς
ταχυναυτοῦντες ἐν ἑνήρει. Giorgio Pakymeres, cit. T. I, lt. I, par. 31)], ma si servivano anche di
biremi copertate come quelle - magari di dimensioni maggiori - usate anche dai veneziani e spesso
anch’esse talvolta dette ‘piratiche’ (come abbiamo letto per esempio nella suddetta Тάϰτιϰα), ma
non perché fossero usate per esercitare pirateria, bensì semplicemente perché non attrezzati e
armati da battaglia; infatti Niceforo Gregoras (c. 1295-1360) parlava addirittura di triere piratiche
[… due triere di tipo ed uso piratici… (δύο τριήρεις ἐπὶ δίαιταν ϰαὶ τρόπον πειρατιϰὸν. In Historiae
byzantinae. LT. V, par. 3 e 4)] e, un po’ più avanti, persino di una grossa nave da carico ‘piratica’:

… Venendo dunque poco dopo con forza la borea giù dal cielo, apparve giunta dal largo del mare
anche quella nave oneraria corsara in mezzo a una moltitudine di (vascelli) armati, quasi un’intera
città avanzatasi nei flutti o piuttosto a guisa di un uccello che sui flutti avesse volato. (ἐπεὶ δὲ μετὰ
μιϰρὸν σφοδρότερος ἂνωθεν ϰατεῥῤάγη βορέας͵ ἐπιφαίνεται ϰατιοῡσα ϰαὶ ἡ πειρατιϰὴ ἐϰείνη
ὀλϰὰς ἀπὸ πολλοῡ τοῡ πελάγους͵ μυρίοις ἐστεφανωμένη τοῑς ὀπλίταις͵ ϰαθάπερ πόλις ὂλη ϰατὰ
ϰυμάτων πεζεύουσα ἢ μᾶλλον πτηνοῡ δίϰην ἐφιπταμένη τοῑς ϰύμασιν. Ib.)

E si trattava in questo caso di una nave oneraria bizantina in precedenza addirittura definita
‘imperatoria’ (ἡ βασιλιϰὴ ὁλϰὰς. Ib.); qui invece si dice ‘corsara’ perché evidentemente usata dai
vascelli armati a corso di quella squadra come vascello d’appoggio, cioè per tenervi depositato il
carico delle loro prede. Abbiamo già accennato che i vascelli corsari e piratici si distinguevano non
tanto per le generalmente minori dimensioni quanto perché privi delle opere morte difensive che in
guerra si elevavano sulla coperta di quelli destinati a ingaggiare, se necessario, anche battaglie
frontali, insomma di linea o reali, come più tardi anche si dirà.
Il nome gumbarie o gombarie deriva, come già detto, da kύμβη, una alquanto piccola imbarcazione
adibita tra l’altro a servire in guerra vascelli più grandi e che i bizantini costruivano da una vela
antennata e da otto rematori più un capo-voga; ed è quindi supponibile che si chiamassero così
perché magari portavano in coperta o a traino una cimba [‘cumba’; gr. ϰύμβη, ϰυμβίον (‘piccola
cimba’)] di supporto. Infine diremo che alla fine dell’XI secolo - dunque a distanza di due secoli e

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più da quegli avvenimenti - lo storico bizantino Giorgio Cedreno dirà anche lui di questo tipo di
vascelli remieri e confermerà, a proposito dei ripetuti attacchi portati dai mussulmani agareni (sciiti)
di Siria e di quelli saraceni (sunniti) di Creta, Africa e Sicilia ai territori marittimi bizantini tra l’880 e
l’885 d. C., che si trattava di grandi vascelli, ma in più affermando che il loro nome cumparia era
vocabolo saraceno; il che però fa pensare che si fosse limitato a leggere - e male - il predetto
Leone VI:

… avendo armato trenta grandi navi che i saraceni usano chiamare ‘cumpari’… [τριάϰοντα πλοῖα
μέγιστα ἓξαρτυσάμενος (ϰουμπάρια ταῡτα ϰαλεῖν εἰώθασιν οἱ Σαραϰηνοὶ). G. Cedreno, Historiarum
compendium. Agli anni suddetti.]

Ma, per tornare alle suddette liburne o liburnidi o liburniche, in realtà, come si legge nel Vegezio,
autore del quarto d.C., ai suoi tempi esse non erano più solo le originarie biremi, ma si costruivano
anche triremi, quadriremi e quinqueremi; insomma erano ormai in effetti già delle galee, alle quali
ora venendo, diremo che esse, grosse, sottili o bastarde che fossero, erano sì a più ordini di remi,
ma erano ordini posti tutti allo stesso livello, ossia in coperta, e si trattava allora, cioè nel
Medioevo, più di biremi o legni che di triremi, mentre mai erano state dismesse le monoremo, le
quali ora si chiameranno però perlopiù galladelli (ma più oltre, cioè dal Rinascimento brigantini,
caicchi e fragate); questa conformazione remiera - a più ordini ma a un solo livello - s’evince da
documenti basso-medievali riportanti elenchi d’equipaggi e, per quanta riguarda la quantità
d’uomini che portavano a bordo, questa sembra esser all’incirca la stessa di quella delle sagitteae
o sagittiae, ossia quei grandi e veloci vascelli latini medievali il cui nome poi più tardi, come
abbiamo già visto, si contrarrà in saettie. La voga sotto coperta non fu mai più ripresa, anche se
riproposta nel Cinquecento dal Crescenzio, il quale, in una figura del suo succitato trattato,
presenta un tipo di vascello a vela e a remi da lui immaginato e proposto, ma avendone
probabilmente preso spunto dai galeoni fluviali medioevali di cui abbiamo più sopra detto, e inoltre
battezzato galeoncino, il quale appare essere un vascello a metà strada tra una galeazza e un
galeone marino, ma con i remiganti situati sotto coperta; si tratta però d’una proposta che non fu
presa in considerazione da nessuno e, anche se presentava il vantaggio di diminuire l'angolo
d'incidenza dei remi sul livello del mare avvicinandolo così alquanto a quello dei remi delle galere,
toglieva però spazio di carico interno perché occupato dai remiggi. Comunque sicuramente questo
comunissimo errore di credere che i remiganti delle galeazze rinascimentali sedessero sotto
coperta fu dovuto all'essere i remi di tali vascelli sovrastati dalle predette corsie laterali di tavolato,
caratteristica che, mai ben visibile nelle illustrazioni del tempo, rafforza l'impressione che fossero i
banchi situati sotto la tolda.

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Le marinerie ponentine o tirreniche consideravano le galee veneziane e i loro equipaggi e sistemi i
migliori esistenti e quindi i più da imitarsi; i veneziani d'altro canto, pur accettando questa fama di
primato nella navigazione e nella guerra remiera, erano tanto veramente esperti e superiori da
riconoscere anche i molti aspetti in cui le loro galee erano invece inferiori a quelle di ponente o
anche a quelle turche. Nel fare le nostre osservazioni su questo argomento useremo soprattutto
come fonte la già citata Milizia marittima di Cristofaro da Canal, scritta dopo il 1542 e pertanto
avvertiamo il lettore che, trattandosi di circa mezzo secolo prima del tempo che noi stiamo
principalmente descrivendo, si parlerà di galere triremi a sensile o a zenzile (1450-1580) e che in
seguito molte differenze costruttive e operative tra le galere ponentine e quelle levantine furono
eliminate dal comune passare dalla detta voga a sensile a quella a remo di scaloccio. Premettiamo
inoltre che molte delle caratteristiche delle galere a sensile ponentine erano estensibili a quelle
turche, in quanto gli ottomani cercavano d'imitarle considerandole migliori di quelle veneziane. Il
bailo Marino Cavalli, da noi più volte citato, così si esprimeva infatti nel 1560 a proposito dei
galeotti turchi, intendendosi allora per galeotti la ‘gente di galera’ in generale, ossia remiganti,
marinai, soldati ed anche gli eventuali passeggieri (lt. classiarii o classici; gr. τριηρίται; gr. οὶ
πλοΐμοι o anche ὀ πλώιμος στρατός; blt. extollerii), mentre in latino medievale essa era
generalmente suddivisa in nautae e supersalientes (marinai e altri imbarcati):

... Governano ancora (‘anche’) come li ponentini, dalli quali pigliano volentieri tutte le foggie che
usano questi. (E. Albéri. Cit. S. III, v. I, p. 292.)

Ma migliori nel Mediterraneo occidentale erano non i vascelli, bensì i combattenti, specialmente
quelli delle galere dei cavalieri di Malta, di S. Stefano e delle savoiarde. Una tipica galera
veneziana a sensile della prima metà del Cinquecento (ma anche della seconda del secolo
precedente), cioè una triremi da 50 banchi (25 per lato) e quindi 150 galeotti, era lunga 24 passi
veneziani (m. 41,640), alta un passo (m. 1,735) e larga tre passi (m. 5,205). Premesso che le
galee veneziane erano senza alcun dubbio le più belle ed eleganti di tutte, sia nella forma che
nella tessitura del fasciame, il predetto da Canal asseriva di preferire, se non la forma, le misure
delle galere di ponente, generalmente più larghe di bocca di quelle veneziane, ossia piedi 16 (m.
5,55) invece di 15, e più alte di puntale, cioè piedi sei (m. 2,08) invece di 5, perché la maggior
larghezza le faceva essere più salde al mare sia quando si navigava a remi sia a vela e inoltre la
maggior altezza le rendeva più veloci, evitando che troppa parte terminale dei remi restasse
nell'acqua alla fine della vogata, offrendo così una maggior resistenza al corso della galea, e per lo
stesso motivo si evitava che i traversetti o cèntene facessero la stessa resistenza pescando
nell'acqua; lo stesso effetto negativo che pure faceva, come abbiamo già spiegato, lo sperone

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diritto usato dai veneziani; inoltre l'estremità sporgenti del giuoco di prua, sempre a causa di
questa sensibilissima minor altezza delle galee veneziane, addirittura percuotevano il mare così
ritardando anch'esse il corso del vascello; ciò accadeva anche perché fin quasi alla metà del
Cinquecento i telari veneziani erano stati larghi, grossi e pesanti, per cui, oltre a gravare con tutte
le opere morte eccessivamente sugli scafi, rovinando quindi presto le galee e facendole durare
poco, quando la galea navigava a vela dell'asta, vale a dire quando si portava la vela attraversata
dall'uno dei lati dello scafo e non nel mezzo dello stesso, come si faceva quando si navigava
invece col vento in poppa, avveniva che la galea si coricava da quel lato stendendosi sull'onde e
provocando, con il margine del telaro tuffato, una grandissima scia che rallentava ovviamente
moltissimo il corso. Negli anni Trenta del secolo però il summenzionato famoso architetto navale
veneziano Vettor Fausto cominciò a costruire galere provviste del cosiddetto mezzo telaro,
struttura più stretta e posta in maniera che, invece di gravare sulla galea, le dava sostentamento e,
in qualsiasi modo si navigasse, non toccavano il pelo dell'acqua.
Per tutte le suddette ragioni il da Canal avrebbe voluto le galee veneziane del suo tempo più alte,
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