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Guglielmo Peirce

LE CRONACHE MILITARI DEL REGNO DI NAPOLI E L’EVOLUZIONE TECNICO-TATTICA


DELLA GUERRA VERSO IL DECLINO DELL’EGEMONIA SPAGNOLA (1668 - 1707).

Le cronache militari del Regno di Napoli e l’evoluzione tecnico-tattica


ella guerra verso il declino dell’egemonia spagnola (1668-1707).
di Guglielmo Peirce.
Prima stesura depositata alla S.I.A.E.-SEZIONE OLAF con
il n. di repertorio 9912821 e con decorrenza 14.5.2008.

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Alla memoria di mia madre, donna
d’ogni virtù ornata e d’ogni lode degna.

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Prefazione.
Questa cronologia militare commentata, ricavata principalmente dalle raccolte di avvisi a
stampa e di giornali privati manoscritti del Regno di Napoli, anche se purtroppo lacunosa come
inevitabilmente finiscono per essere tutte le cronologie di tempi lontani, si propone di fornire al
lettore una sufficiente contezza sia dell’organizzazione e dei contributi militari del Regno di
Napoli nell’ultimo periodo del dominio spagnolo sia dell’importante evoluzione tecnico-tattica
che si ebbe allora nell’arte della guerra, evoluzione i cui precisi termini e tempi non abbiamo in
verità mai trovato da alcuno adeguatamente indagati; e quand’anche tali argomenti marziali
risultassero come al solito emarginati dall’ortodossia storiografica ufficiale, pur tuttavia questa
nostra fatica dovrebbe perlomeno esser riconosciuta sufficiente a mostrare nel suo insieme un
nuovo, inedito e interessante affresco della Napoli di quei tempi; quello cioè che si può ricavare
appunto mettendo insieme, come tessere di un mosaico, gli aspetti militari e gli avvenimenti
bellici della sua storia, illuminati però necessariamente da un’adeguata competenza in materia.
A coloro poi che talvolta ci chiedono che senso ha profondere tanto impegno e tanta parte della
propria vita in una ricerca storica di questo tipo, a quelli che negano importanza al
conseguimento del più comune dei fini storici in generale, cioè alla storiografia, e quindi non
apprezzano questi studi, ai tanti che insomma affermano che nella vita bisogna guardare avanti
e non indietro, a tutti costoro non risponderò facendomi scudo, come tanti, di Cicerone che, tra
le tante virtù che attribuiva alla conoscenza della storia nel suo De oratore (lb. II [IX]), la diceva
anche magistra vitae, perché allora effettivamente mi si dovrebbe spiegare come è possibile
che dopo millenni di lezioni di storia si sia arrivati, per esempio, ai sommi orrori della seconda
guerra mondiale; l’osservazione che invece mi sento di fare a favore della storia è molto meno
pretenziosa e cioè che l’uomo si guarda così spesso addietro per un motivo molto semplice,
perché è in sua facoltà farlo; al contrario, se guarda avanti, non può vedere quasi nulla, non
avendoci difatti il Creatore dotato di capacità divinatorie. Si aggiunga che siamo fermamente
convinti che ognuno si debba dedicare a ciò in cui meglio riesce e che per esempio mai noi
riusciremmo a generare prodotti della fantasia, parti cioè di un qualche valore letterario o anche
solo economico; lasciamo quindi ai tanti altri il compito di bombardare senza sosta il debole
intelletto del genere umano con miriadi di ingannevoli, fuorvianti e talvolta allucinate favole. È
comunque innegabile che due dei nostri più struggenti sentimenti, il rimpianto e il rimorso, sono
certamente bastevoli a dimostrare quanti valori possano essere racchiusi nel passato e come è
talvolta naturale in noi la pulsione a cercare di rintracciarli nella speranza o nell’illusione di
riuscire magari un po’ a recuperarli; mentre possiamo quindi certo definire didascalica la storia

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come esercizio d’indagine, come nostra intima ricerca del passato, non altrettanto possiamo
purtroppo dire della storiografia, cioè della pretesa che dalla sua lettura o anche dal suo
semplice studio esteriore se ne possano trarre profondi insegnamenti.
Presupponendo che il nostro lettore abbia certo già una sufficiente conoscenza del contesto
storico-geografico in cui si svolsero gli avvenimenti che narriamo, ci siamo astenuti dal
premettere una scolastica e ritrita introduzione in tal senso; ci siamo pertanto solo limitati a
iniziare col descrivere per sommi capi la struttura militare che la Spagna aveva dato o
autorizzato al Regno di Napoli, perché anche questo è uno di quegli argomenti storici che si
credono ben conosciuti e invece lo sono molto poco.
L’opera si sarebbe certamente potuta di molto arricchire con ulteriori e più costanti ricerche,
specie approfittando maggiormente dei fondi diplomatici dell’Archivio di Stato di Venezia e di
quello Vaticano, il che ci avrebbe senza alcun dubbio permesso di mitigare molto più
decisamente certa propagandistica ipocrisia – talvolta anche mendacità - di regime che sempre
si riscontra negli avvisi ufficiali di ogni tempo, ma il crudele e veloce sfiorire della vita non ce ne
concede più l’opportunità. Il lettore noterà inoltre che le numerosissime citazioni inserite sono
purtroppo prive della menzione dei numeri delle pagine o dei fogli delle opere richiamate, un
corredo questo che gli sarebbe stato come sempre certamente molto utile, ma che
sfortunatamente, quando ci si addentra in campi di ricerca vastissimi e sostanzialmente
inesplorati, non sempre si ha tempo di preparare, a meno di non rassegnarsi a un notevole
rallentamento della ricerca stessa e quindi a un numero inferiore di risultati. A tal proposito
precisiamo che, per facilitare la comprensione del lettore, abbiamo voluto esercitare una
particolare cura nel rendergli più leggibili le citazioni, razionalizzandone, più che
modernizzandone, la punteggiatura e le congiunzioni quando lo abbiamo ritenuto conveniente, e
che, da qualsiasi lingua, antica o moderna, esse siano ricavate, le traduzioni sono sempre e
solamente nostre e inoltre del tutto letterali; perché noi abbiamo sempre trovato vero e
incontrovertibile quel famoso paragone del filologo secentesco francese Gilles Ménage che
vuole le traduzioni esser proprio come le donne, cioè o belle ma infedeli o brutte ma fedeli. A
causa del tempo che ci è mancato il lettore non troverà purtroppo nemmeno un indice dei nomi,
altro strumento certamente utile a chi sia interessato a ricerche particolari; ma cercheremo di
aggiungerne uno nel prossimo futuro e comunque gli ricordiamo che, giacché questa è
un’edizione elettronica, i nomi sono facilmente rintracciabili con le apposite funzioni di ricerca di
cui ogni programma di scrittura informatica è dotato.

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Per alleggerire la narrazione e agevolarne la lettura, avremmo certo potuto evitare di cadenzarla
anche con una datazione settimanale, ma riteniamo questo uno strumento utile a indurre nel
lettore una maggiore compenetrazione in avvenimenti che, come sempre succede a quelli ormai
molto lontani nel tempo, finiscono per sembrare sempre più fiabeschi che realmente accaduti e,
soprattutto appunto se mancanti della loro cronologia, per essere purtroppo recepiti dagli
studenti perlopiù avulsi dal loro contesto e processo storico. Sicuramente alcune delle
tantissime date da noi menzionate possono esser errate e ciò a causa del modo discontinuo e
lacunoso con cui - e negli avvisi e soprattutto nei giornali manoscritti - si usava riportare la
datazione, un elemento allora ancora ritenuto dalla storiografia poco significativo; posso
comunque assicurare il lettore che l’errore, quando c’è, può facilmente riguardare il giorno in cui
avvenne un certo fatto, ma raramente la settimana, rarissimamente il mese e mai l’anno.
Ringrazio innanzitutto il mio carissimo amico ing. Giancarlo Boeri, insuperabile ricercatore, per il
gran numero di appunti, tratti da archivi nazionali e stranieri, da lui nel tempo messi a mia
disposizione, materiale senza il quale questo mio studio sarebbe certamente risultato molto più
lacunoso, e ciò nell’ambito di una reciproca collaborazione ormai trentennale; ringrazio inoltre,
come sempre, il personale archivistico e bibliotecario napoletano tutto per il tanto, immancabile
e cordialissimo aiuto sempre prestatomi nel corso di decenni di ricerca.

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Introduzione (Prima parte).

Riteniamo necessario premettere che molti studiosi, talvolta anche noti storici, sbagliano di
molto e di grosso quando, riferendosi al reame di Napoli del periodo 1504 - 1707, lo chiamano
‘vice-regno’, perché, a prescindere dalla considerazione che tra le forme di regime che in ogni
tempo gli stati e le nazioni si sono date quella di ‘vice-regno’ non è mai esistita, è chiaro che
quello di Napoli era un regno a tutti gli effetti, cioè uno dei vari regni e stati appartenenti alla
corona di Spagna, e, poiché questa non poteva essere presente fisicamente in tutti, ne
conferiva il vice-regnato e il capitanato o capitania generale, ossia il potere di governo reale
subordinato, a viceré e governatori da lei nominati; si trattava quindi di regni governati da viceré,
cioè da personaggi con personali poteri di vice-regnato, e non ‘viceregni’ quelli in cui,
unitamente appunto ad alcuni stati feudali d’altro genere, si dividevano le Spagne; insomma
proprio per la stessa ragione per cui lo Stato o Ducato di Milano, anche se di proprietà feudale
della suddetta corona, non era per questo degradabile a ‘vice-stato’ o a‘vice-ducato’. Quello di
Napoli era anzi considerato, per quanto riguarda l’Italia, il ‘Regno’ per antonomasia e infatti vi
era comunemente chiamato semplicemente il Regno, in considerazione che, pur essendoci
anche quelli di Sicilia e di Sardegna, esso era di gran lunga il più grande, popolato e importante
dei tre. Il viceré di Napoli, immancabilmente uno spagnolo se non solo interino, era di solito
stato in precedenza al governo di stati o di regni meno grandi e impegnativi; per esempio
Francisco de Benavides de Avila y Corella conte di San Estévan fu nel 1675 nominato viceré di
Sardegna, nel 1678 di Sicilia e nel 1688 di Napoli. Perché il lettore possa farsi un’idea della
differenza d’importanza che comportavano i vice-regnati dei detti regni, diremo che il duca di S.
Germano, viceré del regno di Sardegna, i cui emolumenti erano per ordine del re, come del
resto anche tante spese dello Stato di Milano, a carico dell’erario di Napoli, prendeva nel 1668
ducati 550 il mese, mentre esattamente due anni più tardi Pedro de Aragón duca di Segarbe e
Cardona, viceré di quello di Napoli, tra stipendio da viceré e capitano generale del regno,
aggiusto di costa (‘indennità di sopraspesa’) e stipendio di capitano di una compagnia di uomini
d’arme, ne percepirà più di 3.191 (A.S.N. Tes. An. Fs. 354.) La stessa carriera facevano
generalmente i capitani generali del mare, passando da una squadra di galere meno importante
a una più importante, e talvolta anche quelli dell’artiglieria. Il viceré, cui spettava il titolo di
Eccellenza, unico nel regno a goderne, era dunque del re pure luogotenente perché il sovrano
era anche capitano generale dei suoi eserciti, era inoltre capitano generale del Regno di Napoli
e infine anche capitano della sua compagnia di lancieri a cavallo della guardia vicereale; egli,

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detto per sommi capi, era assistito da un consiglio detto il Collaterale per le faccende che
riguardavano l’amministrazione finanziaria e giudiziaria e da un Consiglio di Stato e Guerra, i cui
consiglieri si chiamavano reggenti di cappa corta, per gli affari esteri e militari.
Tutti i ministeri del regno finivano per avere necessariamente qualche competenza che
sconfinava nel ramo militare, ma ci soffermeremo solamente sull’amministrazione della
giustizia, perché questa aveva spesso bisogno, come del resto talvolta ancora oggi nell’Italia
meridionale, di essere coadiuvata dall’esercito; non accenneremo però né alle sanzioni civili né
alle procedure in generale e ciò sia perché argomenti troppo vasti e discostantisi dal nostro
assunto sia perché non avremmo nemmeno sufficiente titolo né preparazione per affrontarli; ci
limitiamo qui a osservare che erano quelli tempi in cui la parola pena continuava ad avere i soli
antichi significati d’espiazione e d’ammenda e non si era quindi ancora preteso di farle
assumere anche quello attuale di ‘rieducazione’, senso ipocritissimo, del tutto contraddittorio
con i primi e pertanto impossibile, perché si condanna per privare e non per conferire, per
prendere e non per dare.
Erano inoltre tempi in cui si processava non per accertare una colpevolezza, come si fa
attualmente, ma per dare all’imputato la possibilità di dimostrare la sua innocenza e, in
mancanza di questa, per determinare la giusta pena da infliggergli; in questa maniera si
otteneva anche la sua totale collaborazione nella ricerca e nel riconoscimento dei veri colpevoli,
perché egli, nel tentativo di evitarsi un’ingiusta condanna, esplicitava tutto quanto
eventualmente sapesse a carico di altri; invece oggi l’imputato innocente non dice ciò che può
capitargli di venir a sapere perché, dovendo essere l’accusa a dimostrare la sua colpevolezza,
per difendersi al meglio non ha bisogno di accusare nessun’altro, rischiando così magari anche
pericolose inimicizie, anzi, gli è addirittura concesso il ‘diritto’ di non parlare e ciò in totale
spregio dei diritti della comunità civile di cui fa parte. Inoltre allora l’avvocato difensore non si
prefiggeva, come fa oggi, il compito di dimostrare a ogni costo, magari persino contro la verità
già a sua conoscenza, l’innocenza di un suo colpevole assistito, perché anche a lui si
richiedeva, come del resto a tutti, di collaborare con la giustizia, cioè semplicemente vigilando
che all’imputato non si comminasse un’ingiusta pena, cioè una punizione eccessiva rispetto a
quanto nel processo era emerso a suo carico; insomma si richiedeva all’avvocato di essere
innanzitutto anche lui un difensore della giustizia e poi, in via subordinata, un patrocinatore del
suo cliente, tant’è vero che a Napoli, quando c’era da nominare un nuovo giudice del sommo
tribunale criminale, detto la Vicaria - perché i giudici agivano come vicari del viceré, si sceglieva
molto spesso tra i più stimati avvocati del tempo, in quanto non si trattava di passare da un

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fronte all’altro, cioè dal prescindere dalla verità all’accertamento della stessa, dalla difesa
dell’individuo a quella della comunità, come in tal caso invece avverrebbe oggi, almeno qui in
Italia. Certo vigeva allora una presunzione di colpevolezza di fatto; ma che dire dell’ipocritissima
e contraddittoria ‘presunzione d’innocenza’ che si vorrebbe far credere in vigore oggi? Infatti, se
a priori si presume l’imputato innocente (l. praesumo, ‘assumo prima, premetto’), allora perché
si costringe il ritenuto innocente a sostenere un processo o addirittura una carcerazione
preventiva? Non sarebbe meglio dichiarare illeggittima qualsiasi presunzione, qualsiasi
prevenzione di giudizio? Certo è che, eventi bellici a parte, nei secoli di cui qui parliamo i delitti
che, sia in ambienti urbani sia agresti, restavano impuniti erano tanto pochi da conservarsene
generale memoria; oggi invece, malgrado i tanti strumenti d’indagine di cui si dispone, sembra
che siano divenuti una sconcertante maggioranza, tanto da esser dimenticati velocemente uno
dopo l’altro.
Governata da un ministro detto Gran Giustiziere e da una corte suprema, il Sacro Regio
Consiglio, la giustizia era nel regno amministrata principalmente dal tribunale detto Gran Corte
della Vicaria, il quale si divideva in Vicaria Civile e Vicaria Criminale e aveva questo nome
perché il suo proreggente, il quale disponeva di una sua guardia personale di mercenari
svizzeri, alabardieri detti in tedesco Trabandten, esercitava teoricamente questo ruolo non in
prima persona, ma solo come ‘vicario’ del viceré. Dal predetto tribunale dipendevano i capitani
di giustizia, detti anche capitani di strada, oggi diremmo ‘commissari di polizia’, i quali erano a
Napoli 16 nel 1670, da 15 a 18 al tempo del viceré di Los Vélez, solo 12 invece nel 1702, e
ognuno dei quali aveva una paranza (it. ‘apparenza’, quindi ‘squadra, schiera, rivista militare’)
composta di un caporale e dieci guardie, dette queste anche fanti, soldati, guidati o birri (dal lt.
Forse da birri, ’mantelli con cappuccio’, o più semplicemente da viri, ‘uomini’); questi poliziotti
avevano il rango di soldati e infatti erano armati d’archibugio - nel passato lo erano stati invece
di schidione, ossia di un lungo spiedo - e comandati da un undicesimo uomo, detto caporale
come nell’esercito; da una registrazione di esiti di Cassa militare del 1670 risulta che il capitano
di giustizia Carlo Vassallo prendeva un soldo di dieci ducati mensili, il suo caporale di sei e
ognuno dei suoi dieci soldati di tre (ib.)
C’era poi, secondo per importanza, un tribunale delegato da quello della Vicaria Criminale e detto
Regio Tribunale (del Commissario) di Campagna, il quale aveva sede a S. Antimo e la cui
giurisdizione copriva la provincia di Terra di Lavoro, ampia pianura tra Capua, Minturno e Napoli
anticamente detta in lt. Campus leborinus, perché evidentemente pullulante di conigli (gra.
λεβηρíς, ‘coniglio selvatico’), territorio particolarmente importante perché limitrofo alla capitale e,

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allora come oggi, infestato da briganti; procedeva soprattutto contro i seguenti delitti: grassazioni
di strada pubblica, porto illegale d’armi, sequestri di persona, incendi dolosi di pagliai, allora molto
frequenti nelle inimicizie campestri, e pirateria marittima. Questo commissario di campagna
generale, il quale all’inizio del Settecento prenderà, nella persona di Gregorio Mercado, il nuovo
più pomposo titolo di soprintendente generale della campagna, era un giudice togato e il più delle
volte un nobile titolato, godeva delle preminenze di giudice di Vicaria ed era coadiuvato da un
secretario e mastro d’atti (‘cancelliere’), da due scrivani, di cui uno ordinario, da una sua polizia
giudiziaria chiamata squadra o compagnia del Tribunale di Campagna, la quale era costituita da
sette a dieci soldati, due ligatori (lt. lictores; ‘aguzzini’) ed era comandata da un capo di squadra o
caporale. Perché avesse così pochi armati nonostante l’alto tasso di criminalità di quei territori si
spiega con la possibilità di utilizzare le risorse poliziesche della vicina Capitale.
In ognuna delle altre più lontane province la giustizia ordinaria era invece amministrata da una
Regia Udienza Provinciale costituita da quattro auditori togati supportati da un caporale di
campagna, detto comunemente barricello o bar(i)gello, e dalla sua squadra di circa 40 soldati di
campagna, di cui una metà a cavallo. In tempi di particolare virulenza del brigantaggio si
formavano anche temporanee squadre di campagna soprannumerarie o straordinarie costituite
da un numero di fanti che poteva andare generalmente da un minimo di una ventina a un
massimo anche di una novantina, come per esempio si legge in un ordine reale del 21 maggio
1679 e un altro del 1682, e infatti spesso erano comunemente e impropriamente chiamate
anche compagnie. Sebbene il predetto commissario di campagna avesse il titolo di generale, le
udienze provinciali non dipendevano da lui e anzi gli era proibito di andare a esercitare le sue
funzioni in altre province; pertanto, quando in queste si determinava qualche necessità di
giustizia particolare, vi si inviava da Napoli un giudice della Vicaria. C’erano poi a Napoli il
Tribunale del Gran Almirante per l’amministrazione della giustizia marittima civile e uno militare
detto Regia Audizione Generale dell’Esercito, a cui era soggetta anche l’armata di mare e di cui
diremo nel corso di questa trattazione.
Al tempo oggetto di questo nostro studio, ossia alla fine del dominio spagnolo, il Regno di
Napoli aveva una popolazione di circa due milioni e mezzo d’abitanti e la città di Napoli, che un
secolo prima aveva contato 200mila abitanti, ora ne aveva invece circa 350mila, cioè si era
all’incirca ritornati al numero di abitanti anteriore alla terribile peste del 1656, la quale aveva
fatto in tutto il regno ben 600mila vittime; questa popolazione cittadina era in quei secoli
considerata immensa perché pochissime erano le città europee che potevano vantarne di così
numerose. Eppure, tanto per dirne una, si fornivano ogni anno alla Spagna all’estero migliaia di

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nuovi soldati, cifre quindi molto consistenti rispetto al totale della popolazione e che non
potevano non incidere negativamente sulla demografia del regno. La ragione della gran
prolificità dei napoletani era attribuita dai commentatori del tempo all’abbondanza del cibo, sia
terrestre sia marino, dovuta alla feracità dei luoghi, alla minor necessità di legna da ardere, vista
la clemenza del clima, e al relativamente poco consumo di vino, data la bontà e purezza
dell’acqua potabile; infatti alla grande produzione, anche spontanea, di verdura, frutta e pesce si
aggiungeva la disponibilità, altrettanto grande, del grano e dell’olio d’oliva pugliesi, in gran parte
riservati appunto alla capitale per evitare che una loro penuria provocasse pericolose
sommosse dei suoi turbolenti abitanti; per lo stesso motivo il prezzo del pane era calmierato e
tenuto costantemente fisso, anche in tempi di carestia, a 4 grana per ogni 22 once (quindi gr.
596,64, se calcoliamo l’oncia gr. 27,12), essendo una libbra di pane divisibile in 24 once (quindi
gr. 650,88), a ciò aggiungendosi che per legge ognuno poteva farsi il pane privatamente; questo
prezzo del pane è un parametro da ricordare perché da esso possiamo ricavare con buona
approssimazione il costo della vita e il valore di soldi, stipendi, rendite e insomma di una
qualsiasi somma del tempo. C’era poi un gran fenomeno di urbanesimo specie nobiliare, non
tanto per la gran vita sociale che naturalmente si faceva nella capitale, ma soprattutto perché
chi risiedeva ufficialmente a Napoli o sposava una napoletana godeva di sostanziosi benefici
fiscali; coloro poi che a Napoli nascevano, i cosiddetti orti (dal lat. orior, nasco), ne godevano
ancora di più, tanto da non aver nulla da invidiare ai cives dell’antica Roma. La benevolenza
fiscale verso i napoletani era però, come vedremo, di molto vanificata dai pressocché annuali
donativi al re che gli spagnoli pretendevano dal regno.
La capitale era inoltre principale meta di un fiorente commercio interno e nel regno si produceva
di tutto in abbondanza, quindi frumenti, legumi, frutti d’ogni tipo, carni vaccine, ovine e suine,
latticini, vini, miele, spezie, legnami, lane, sete, canapa, cotoni, minerali d’ogni genere, salnitro,
corallo ecc. Per esempio rinomati e fiorentissimi centri di produzione di panni di lana erano Pie’
di Monte d’Alife nel Casertano e Cerreto Sannita, le cui pannine di prima sorte (‘di prima
qualità’) potevano quasi reggere il confronto con l’importato pregiatissimo panno d’Inghilterra.
Quando i suddetti bisogni , cioè le nuove reclute spagnole, sbarcavano a Napoli, apparivano
sempre molto male in arnese e quindi, per difendere l’onore nazionale, i loro camerati veterani
colà già di guarnigione avevano incarico di accoglierli, assisterli immediatamente e di renderli
presentabili ai napoletani; quando poi quelli si trovavano le prime volte in libera uscita per le
strade della città, alla vista delle botteghe di Napoli risplendenti di merci sfarzose d’ogni genere,
a ogni passo sgranavano gli occhi pieni di meraviglia, come racconta nelle sue Mémoirs un

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testimone oculare, il militare, cortigiano e diplomatico francese Pierre de Bourdeilles visconte di
Branthôme, il quale alla fine del Cinquecento soggiornò a Napoli lungamente :

… cosicché io stesso ne ho veduti arrivare a Napoli tanti, meschini, magri, malvestiti, con delle
scarpe di corda, e sbarcare così dalle galere, e i soldati veterani li prendevano in carico, in
consegna, li civilizzavano, prestando loro propri vestiti, (e lo facevano) così bene che dopo poco
tempo non li avreste più riconosciuti. Ne ho visti una volta arrivare a Napoli di così ‘bisogni’, così
nuovi, così sempliciotti, che se andavano a spasso per la città e la osservavano in ogni aspetto
con grande ammirazione e tuttavia da sciocchi ; nondimeno, affinché nessuno si dispiaccia,
(devo dire che) avevano ragione perché non ne avevano mai visto di simili nei loro paesi ; e,
bighellonando, gettavano sguardi nelle botteghe e dappertutto esclamando : ‘guarda qua,
guarda là !’ E, quando (succedeva che) i soldati veterani li sorprendevano al mio cospetto in tali
bighellonaggi e li rimproveravano, dopo quelli non osavano più farsi vedere; tanto erano
interessati a renderli ben educati e a impedire che dovessero poi vergognarsi. Quale interesse
affettuoso !

La facilità con cui ci si poteva dunque procurare da mangiare aveva educato quel popolo allo
scarso interesse per il lavoro - in napoletano non a caso detto fatica – e la possibilità climatica
di vivere all’aperto per la maggior parte dell’anno aveva impedito la formazione di una più
organizzata attività produttiva al coperto che superasse il semplice artigianato, ossia di
un’industria e di una diffusa mentalità industriale come quelle che invece, per opposti motivi, si
erano formate e radicate nell’Alta Italia, specie nel Milanese, un difetto questo che purtroppo si
può costatare ancora oggi; di conseguenza il lavoro a Napoli mancava, come si legge in una
relazione del 1697 scritta dal sabaudo Giovanni Operti, un inviato straordinario alla corte di
Napoli al quale dobbiamo gran parte di queste ultime considerazioni:

… Da quest’immensità di popolo ne proviene per secondo che, non potendo tutti viver di reddito
né tutti di giusta industria o per l’eccessivo numero degli operarii o per la mancanza delle opere,
molti si trovano poi astretti a rivolgere il loro studio alle frodi e male arti, nelle quali hanno
qualche particolar attitudine, e con ansia perniciosa pensano di tanto meglio riuscire quanto che
col favor della moltitudine si lusingano di stare occulti e di poter più lungamente e impunemente
durare…

Una generale propensione dunque alla delinquenza che si andava ad aggiungere a quella
altrettanto nota e perniciosa ricordata da Livio nel suo Libro VIII, 22 a proposito della
popolazione, allora ancora di lingua greca, che abitava le due vicine città di Palepoli e Neapoli
(gente lingua magis strenua quam factis).
In realtà tutte le forme d’artigianato di qualità erano a Napoli presenti e lo erano anche la
metallurgia bellica e la meccanica delle armi da fuoco; molto importante era poi l’attività delle

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costruzioni navali e abbondantissima la produzione di corsieri, ossia di cavalli da guerra grandi e
potenti, con la presenza in tutto il regno di numerosissime razze (‘allevamenti’), di cui prima era
la Real Razza di Puglia, appunto di proprietà reale, ma molto ammirata era anche quella del
principe di Bisignano di casa Sanseverino, grossi corsieri che raggiungevano alla spalla i sette
palmi napoletani d’altezza, cioè circa m. 1,70, e non a caso lo stemma del regno raffigurava
appunto un cavallo bianco; i cavalli del regno si usavano quindi soprattutto per la cavalleria
pesante, per il traino di carrozze e d’artiglieria, insomma per tutti quegli usi in cui a quegli
animali era richiesta più forza che destrezza; se ne facevano poi importanti regali, come per
esempio la sceltissima muta da otto che alla fine del gennaio 1690 il già ricordato viceré conte
di San Estévan inviò a Roma in omaggio al cardinale Ottoboni, nipote del pontefice. Il primato
italiano del Regno nella produzione e nell’allevamento dei cavalli era indiscusso, come si legge
per esempio nel trattato di venazione e veterinaria del bresciano Eugenio Raimondi, pubblicato
nel 1621:

.. I paesi dove nascono questi buoni cavalli sono Epiro, Tessaglia, Tartaria, Agragante,
Taburno, Pirene, Numidia e il Regno di Napoli, dove se ne fa grandissima professione, e nella
Persia.

Le guerre di Napoli di metà Seicento provocarono però un immediato e generale guasto e


declino di gran parte degli allevamenti equini del Regno, per cui da allora in poi i cavalli che si
produssero, non essendo generalmente più dell’alta qualità precedente, furono sempre meno
apprezzati e richiesti per uso di guerra e sempre più considerati dei robusti cavalli da tiro; ciò
nonostante alla fine del Seicento in lingua tedesca, mentre il cavallo destriero (‘addestrato’),
cioè ammaestrato, era appunto detto semplicemente das abgerichte Pferdt, e quello esercitato
da giostra das Schuelgerechte Pferdt, il corsiero, ossia il cavallo da guerra, ancora si diceva der
Neapolitaner (Nomenclatura italico-germanica etc., p. 21. Salisburgo, 1685). Lo Stato della
Chiesa, non dotato di suffcienti allevamenti ad uso di guerra, continuerà comunque a
comprarne nel Regno anche alla fine del Seicento:

(Roma, sabato 6 novembre 1694:) Ha fatto Sua santità comprare nel Regno di Napoli 300
cavalli, onde, con gli altri 100 fatti passare a Bologna, il Pontefice vi haverà 400 buone
corazze... (Avisi italiani ordinarii e straordinarii dell’anno 1694. Vienna, 1695).

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Cavalli da guerra per cavalleria pesante, quindi, e che soldati fossero queste corazze poi
diremo. Oltre a questa dei corsieri, erano produzioni ed esportazioni d’eccellenza del Regno di
Napoli anche le artiglierie, specie le colubrine, le galere, i remi di galera e infine il salnitro
‘crudo’, cioè non raffinato, le polveri piriche, le bombe e le granate, sia quelle piccole da lancio
manuale sia quelle grosse reali che si lanciavano invece con le bocche da fuoco.
Molto fiorente era anche la fabbricazione di carrozze e calessi, veicoli che infatti intasavano le
strade della capitale, non amando i napoletani camminare, neanche per brevi tratti, a ciò portati,
come scrivevano i cronachisti, sia da una naturale pigrizia sia dal desiderio di ostentazione;
infatti le persone benestanti, incluse le prostitute d’alto bordo, usavano non solo muoversi per la
città in carrozza, ma anche farsi seguire da un secondo veicolo che portava i loro lacchè,
usandosi a Napoli chiamare con questo improprio nome le guardie del corpo e gli armigeri
privati. Sterminata era a tal proposito la categoria dei famigli, brulicando le case signorili, oltre
che di detti lacchè, anche di camerieri, sguatteri, cuochi, giardinieri, facchini, stallieri, cocchieri,
segettari (‘portantini’), volanti (‘cursori di carrozza a piedi’), galuppi (‘cursori a cavallo’) e altri
ancora, cioè una folla di domestici che, accoppiata alla suddetta abitudine all’ostentazione,
consumava inevitabilmente qualsiasi fortuna familiare. Generalizzata e tradizionale era poi la
propensione delle donne di condizione plebea alla prostituzione e degli uomini al suo
sfruttamento, comodità che era infatti sempre la prima offerta dalla città ai conquistatori
stranieri, i quali anche per questo, specie i francesi, e non solo per l’abbondanza del vino e del
cibo, qui specie i tedeschi, erano attratti dal mito di Napoli; città zeppa di vizio, ma allo stesso
tempo tra le prime al mondo per quanto riguardava apparati esteriori del culto religioso e
superstiziosa credulità.
Numerosissimo era anche, per tornare alla giustizia, il personale giudiziario, nella sola Napoli
contandosi più di 3mila persone tra avvocati, giudici, cancellieri, portieri, armati e simili,
dovendosi ciò all’esser i napoletani anche particolarmente litigiosi e portati - tutti quelli di una
qualche condizione - a chieder subito consiglio al loro avvocato per qualsiasi minuzia; poco
amavano invece i partenopei il mestiere delle armi, essendo naturalmente mal disposti verso
qualsiasi forma d’ordine, subordinazione e ubbidienza, allora come oggi irriguardosi del
prossimo se non quando dal formale rispetto calcolavano poter venir loro un utile.
Ricorderemo infine, a proposito della naturale inclinazione al crimine osservata dall’Operti, una
divertente, ma molto amara barzelletta che si affermò nell’Italia del Seicento, che si può leggere
in La piazza universale del Garzoni e che fu riproposta dal Croce (Vite di soldati spagnoli a
Napoli). Premesso dunque che la Spagna, non essendo molto popolata, non disponeva di un

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numero di soldati sufficiente a presidiare tutto il suo vastissimo impero e quindi era costretta
talvolta ad arruolare anche uomini fisicamente imperfetti, narrasi che, giunto a Napoli un
coscritto spagnolo che aveva la disgrazia di una vistosa gobba sul petto - così quella che
spesso si vede nell’iconografia tradizionale della maschera di Pulcinella, costui dunque era
uscito di casa per una prima passeggiata in città; lo videro alcuni giovani sfaccendati napoletani,
i quali non ressero alla tentazione di canzonarlo per quel suo difetto, anche se evidentemente,
trattandosi di un soldato spagnolo, vollero farlo in maniera più garbata del loro solito, e infatti
uno di quegli infingardi così motteggiò il soldato: Signor spagnuolo, la valigia si porta di dietro,
ma voi la portate invece davanti? E quello, con sussiego tutto iberico, prontamente rispose:
Così si usa in paese di ladri. Parole queste con cui il sagace soldato voleva dire che in tal modo
una valigia si poteva sorvegliare e difendere meglio dai tanti malviventi che infestavano le
strade di Napoli e del regno in generale e dei quali non pochi, per esempio, si aggiravano la
notte per la città per rapinare chi si attardava a tornare a casa oppure, trasportando una scala di
legno sulle spalle, per poter così, allora come oggi, introdursi nelle case dalle finestre e
svaligiarle mentre i malcapitati casigliani dormivano, non ostanti i reiterati bandi che questo
trasporto di scale vietavano severamente e che punivano con la pena di morte le rapine e i furti,
anche minimi, che fossero stati commessi di notte. Un problema sociale a Napoli, quello dei
numerosi scassinatori, nato nella notte dei tempi; già infatti il vescovo Saba Malaspina, in quella
sua storia testimoniante i suoi stessi tempi (1250-1285), narrava che Carlo I d’Angiò, vinto e
decapitato il suo ultimo competitore ghibellino, cioè lo sventurato giovinetto sedicenne
Corradino di Svevia, volle regalare alla città e al regno la liberazione dalla miriade di
scassinatori notturni di case e grassatori di strada da cui allora erano particolarmente infestati
(et non solum confringere ostiorum repagula nocturno tempore molirentur, sed tectorum ad
interiora domus aditum intentarent), facendone in quel solo primo anno catturare e impiccare
più di duecento (Historia, L. IV, cap. XVII, in Giuseppe Del Re, Cronisti e scrittori sincroni
napoletani etc. Vol II. Napoli, 1868). Scardinare porte e bucare deboli pareti era allora – come
del resto ancora oggi - cosa semplice per quelli che gli antichi romani avevano chiamato
vecticulares, cioè quegli scassinatori che all’uso della scala preferivano quello dell’irresistibile
‘piede di porco’ (vecticula, ‘piccola leva’).
Una città quindi sempre intenta a demolire sé stessa e, come il conte Ugolino, a divorare i suoi
stessi figli; una miopissima e asociale popolazione incapace di costruire alcunché di grande o di
molto importante senza un’imposizione o perlomeno una promozione forestiera e che d’altra
parte dal contatto con lo straniero ha sempre cercato non di trar frutto, ma solo un immediato,

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effimero profitto, comportamento questo controproducente, autolesionista e, come notava il
suddetto Operti, causa anch’esso, unitamente alla predetta naturale abbondanza, della quasi
totale mancanza di un commercio estero:

… non potendo le medesime nazioni (estere) volentieri contrattare in paesi dove le merci siano
soggette alla frode o gli uomini siano in opinione di fraudolenti.

Anche quando erano portati all’estero a combattere i regnicoli erano accompagnati da una
pessima nomea, come si può evincere, per esempio, da una relazione della battaglia d’Asti del
1615, vinta dai franco-piemontesi di Carlo Emanuele I di Savoia sugli ispano-napoletani del
governatore di Milano, Juan de Mendoza marchese de la Hinoyosa, relazione scritta da un
anonimo di parte savoiarda e che si conserva tra i manoscritti della Biblioteca dei Gerolamini di
Napoli:

… In quella battaglia furono ammazzati da (’circa’) 800 napoletani, furbi e mariuoli, che la
furbizia è nata in quelle terre….

In effetti il comportamento delle reclute regnicole nei confronti delle popolazioni con cui
venivano a contatto non era certo uno dei migliori e a questo proposito torna alla mente la
relazione scritta dalla Savoia nel 1589 dal residente veneziano presso la corte sabauda
Francesco Vendramin, nella quale si descriveva la rovina e la desolazione in cui versava allora
quella regione, martoriata da recenti carestie e pestilenze che avevano fatto ben 130.000
vittime e non solo:

… E finalmente, per compimento di tutti i mali, è sopraggiunta la guerra presente, oltre al


passaggio di tante genti eretiche (‘franco-svizzere’) che l’hanno attraversata più volte e
particolarmente di quei soldati napoletani di Sua Maestà Cattolica che passarono in Fiandra due
anni (‘or’) sono, i quali fecero maggior danno a que’ popoli in passando (‘nel passare’) che se
fossero stati in paesi di loro proprii nemici…

Questa pessima reputazione, diffusa in Europa in ogni tempo e per ogni dove, era tale purtroppo
da nascondere completamente alcuni innegabili pregi del popolo napoletano, quali soprattutto il
fervido e incessante giudizio critico verso la legge e l’autorità, la grande coesione all’interno delle
famiglie e la generale, anche se interessata, disponibilità a collaborare, se non con la società nel
suo complesso, certamente però con il prossimo in generale.

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C’erano poi molte istituzioni a favore del benessere popolare e cioè sei ospedali gratuiti, un
ospizio per i poveri, diversi conservatori (‘orfanotrofi’), dove si dava agli orfani un’identità sociale e
s’insegnava loro un mestiere, un ospedale per i neonati abbandonati, otto banchi pubblici che non
solo custodivano il denaro privato gratuitamente, ma prestavano su pegno a chi avesse bisogno di
denaro senza alcun interesse sino alla somma di 12 ducati per pegno; molto diffusa e lodata era
inoltre la pia pratica dell’elemosina, tant’è vero che, allora come oggi, le strade brulicavano di
mendicanti, di cui non pochi erano stranieri che venivano a Napoli da altri paesi anche lontani, per
esempio dalla Francia, perché era risaputo all’estero che a Napoli l’accattonaggio era molto
redditizio, potendosi impunemente esercitare anche con molestia e tracotanza, e i cronisti del
tempo lamentavano a volte l'impossibilità di camminare liberamente per le vie cittadine senza
dover sopportare di esser disturbati continuamente da tanti pitocchi. Come se non bastassero i
mendichi, la città era anche infestata da falsi questuanti e taglieggiatori, da vagabondi e lazzaroni,
da lacchè attaccabrighe e da smargiassi (oggi guappi; it. bravi; sp. valientes), da ladri e spadaccini
rapinatori. Eppure si trattava allora d'una città potenzialmente ricca d'ogni possibilità di lavoro sia
artigianale che operaio e nella quale non c'era commercio, manifattura o arte meccanica che non
fosse esercitata; pertanto l’argomento della mancanza di lavoro non è credibile e, d’altra parte,
l’Operti apertamente contraddice questa sua tesi laddove parla di una naturale attitudine al delitto
che affliggeva i napoletani, attitudine che però in verità, a leggere per esempio anche gli
osservatori stranieri in Sicilia, interessava quasi tutto il Meridione d’Italia e non solo la Terra di
Lavoro.
Bisogna infatti anche dire che l’abbondanza di malviventi e malintenzionati non era un problema
che affliggeva solo il Regno di Napoli, perché altrimenti bisognerebbe spiegare per qual morivo la
giustizia veneziana si era sempre distinta per il più alto numero di condanne a mutilazioni che si
eseguissero in Italia e quella dello Stato della Chiesa per il più alto numero di pene capitali, tant’è
vero che molti nel Lazio, in Umbria o nelle Marche, vedendosi perseguiti dalla legge, magari anche
a torto perché con la sola colpa di essere parenti di delinquenti, passavano il confine con il Regno
di Napoli preferendo ridursi tra le montagne dell’Abruzzo a vivere di volgari grassazioni e rapine,
scambiando archibugiate con i birri regnicoli e i fanti spagnoli, piuttosto che farsi sicuramente
afforcare nel loro paese.
Da parte sua il popolo napoletano e regnicolo in genere non amava né gli spagnoli, a causa
dell’asprezza e dell’arroganza con cui abitualmente quelli gli si rivolgevano, né i francesi a ragione
sia della continua propaganda fatta dagli spagnoli occupanti contro i transalpini sia, gelosamente,
della licenza ed eccessiva confidenza con cui questi trattavano le donne, anche quelle che

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incontravano per la prima volta; ciò non ostante, essendo in effetti i predetti motivi di tipo solo
formale, esso si era sempre diviso in filo-asburgici e filo-angioini, essendo quelle le due casate
dominanti più importanti con cui nella loro storia avevano dovuto ricorrentemente fare i conti. Si
può poi dire che, poiché nelle pubbliche manifestazioni dovevano sopportare molto
frequentemente le violente e pericolose piattonate d’alabarda che gli alabardieri svizzeri di lingua
tedesca della guardia del viceré dispensavano senza risparmio alla folla, perché in tal maniera si
aprisse o si allontanasse, i napoletani non amavano nemmeno gli alemanni (‘austriaci’) o todeschi
in generale.

Introduzione (Seconda parte).

Le forze militari che difendevano questo vasto regno erano volutamente alquanto esigue,
perché gli spagnoli non avrebbero mai dotato nessun loro possedimento, specie il Regno di
Napoli, essendo considerati da loro i suoi abitanti, specie dopo le rivolte del 1547 e del 1647,
gente infida e facile alle ribellioni, di un esercito nazionale tanto forte da essere in grado un
giorno di rivolgersi contro di loro; perciò la difesa degli stati e dei regni a loro soggetti non era
mai affidata a ben addestrate forze autoctone, bensì a pochi presidiari spagnoli, destinati inoltre
in verità, come i castelli, più a tenere a freno le popolazioni locali che a opporsi a un eventuale
invasore, e soprattutto a estemporanei e improvvisati soccorsi dall’estero da organizzarsi volta
per volta all’occorrenza e da trasportarsi velocemente dove necessario con le varie squadre di
galere di cui la Spagna disponeva nel Mediterraneo occidentale, in attesa magari di altre, più
corpose, da far poi arrivare più lentamente con l’armata dei grandi vascelli oceanici. A ciò si
aggiunga che il Regno di Napoli era lontano dai confini francesi e quindi, a differenza della
Catalogna, della Fiandra e della stessa Milano, non era come quelle tormentato da frequenti,
sanguinose e dispendiose guerre che si combattessero sul suo stesso territorio; esso al tempo
del dominio spagnolo era dunque sostanzialmente presidiato da un unico – anche se numeroso
- reggimento di fanteria di grande esperienza di quella nazione, il quale era detto tercio fijo de
infanteria española o anche terzo antico degli spagnuoli, essendo infatti uno dei più vecchi
dell’esercito spagnolo; nel corso dei due secoli della sua esistenza esso fu formato da un
numero di fanti che variò nel tempo dai 2mila ai 5mila e di compagnie che andò dalle 20 alle 48,
ogni compagnia essendo formata da un numero di soldati che andò comunque, in conformità
all’evoluzione tecnico-tattica della guerra, gradualmente decrescendo dai 300 delle origini ai 100
della seconda metà del Seicento, come conferma anche la già citata relazione del residente

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sabaudo a Napoli Giovanni Operti scritta nel 1697; dovevano essere rigidamente spagnoli, ma il
personale non proprio combattente poteva essere anche regnicolo e infatti, per esempio, nel
1682 il tamburo maggiore di questo tercio si chiamava Giacomo di Natale. Questo corpo aveva,
come del rest-o anche avevano tutti gli altri spagnoli civili e militari residenti a Napoli, un proprio
ospedale chiamato Ospedale di S. Giacomo, il santo protettore della nazione spagnola, e, in
caso di carcerazioni, gli spagnoli avevano diritto a essere rinchiusi in un carcere anch'esso tutto
loro e cioè il Carcere di S. Giacomo, carcere di solito guardato da sei dei loro fanti; inoltre un
giudice militare particolare, detto auditore del terzo, anch’egli regolarmente di nazionalità
spagnola – per esempio nel 1682 si chiamava Pedro Mesones - amministrava la giustizia a
questi fanti in una casa per cui la cassa militare pagava regolare pigione. Già a partire dallo
stesso Cinquecento dell’origine di questo nome tercio sono state date molteplici interpretazioni,
tutte fantasiose, irrazionali e prive di riscontri storici; mi basti ricordare quelle del tutto illogiche
lasciataci nel suo Discurso da Sancho de Londoño (1515?-1569), pur militare di lunga e
prestigiosa carriera, e nei suoi Anales dallo storico Jerónimo Zurita y Castro (1512-1580),
ambedue personaggi assolutamente coevi del tempo in cui quel nome nacque, e quell’altra,
meschinissima, presentata nei suoi Discorsi militari del 1615 dal melfitano Marc’Antonio
dell’Orgio, nonostante questi avesse servito tanti anni nelle guerre di Fiandra e fosse anch’egli
un ufficiale molto sperimentato. Ciò va a ulteriore dimostrazione che militari esperti e altolocati
possono certo lasciarci interessantissimi libri di memorie, ma lo scrivere trattati di storia e
filologia delle guerre è attività del tutto diversa e che generalmente non li riguarda; insomma,
per fare un esempio che ci sembra calzante, non perché ci ha lasciato una sua bella
autobiografia e due trattati di scultura e oreficeria dobbiamo pensare che Benvenuto Cellini
sarebbe stato per questo anche in grado di scrivere una ricerca storica come le Vite del Vasari.
Anche José Almirante, autore del noto Diccionario militar pubblicato nel 1869, riconosceva
l’improponibiltà delle soluzioni offerte dai suddetti Londoño e Zurita e considerava cosa
veramente inspiegabile che per secoli nessuno fosse riuscito a trovare l’origine di quel nome:

… E’ certamente singolare l’incertezza dell’origine di questa voce, nata in un epoca già moderna
e alla quale sono, per dir così, vincolate legittime e imperiture glorie di un secolo e mezzo. Noi ci
siamo sforzati invano alla ricerca di una spiegazione che fosse, anche se non del tutto
soddisfacente, perlomeno ammissibile… Se dopo quasi quattrocento anni ignoriamo la ragione
che fece dare ai corpi allora creati la denominazione di ‘tercios’, allo stesso modo ignoriamo
quella che c’è stata al presente per darla anche ai corpi della Guardia Civil recentemente
stabiliti; il che prova che la ragione giustificativa dell’adozione della voce ‘tercio’ fu e continua ad
essere un mistero…

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Eppure, perché l’unità di fanteria spagnola o di fanteria italiana post-rinascimentale si
chiamasse tercio è in realtà prestissimo detto. Ai tempi di Carlo V (1520-1556) le fanterie
tedesche e svizzere erano divise in reggimenti di 4 o 5mila uomini l’uno, mentre quelle spagnole
e italiane erano ripartite in bande o colonnelli di 4mila fanti comandati da capi di colonnello,
presto detti semplicemente essi stessi colonnelli. Nel 1537 la Spagna volle istituire formalmente
presidi militari fissi e permanenti nei suoi possedimenti italiani e cioè nei regni di Napoli, di
Sicilia e nel ducato di Milano; divise allora anche amministrativamente in tre parti pressoché
uguali (tre ‘terzi’ appunto) la fanteria portata in Italia originariamente dal Gran Capitano Gonzalo
Fernández de Córdoba e che, di fatto così già strategicamente suddivisa, stava in guardia di
quegli stati e ne confermò quindi – ora ufficialmente - uno in ciascuno d’essi, ottenendosi così il
tercio de Nápoles, il tercio de Sicilia e il tercio de Lombardia, corpi che infatti ancora nel secolo
seguente saranno detti ‘tercios viejos de Italia’. La cosa è spiegata in due parole
dall’ambasciatore veneto Girolamo Ramusio nella sua relazione di Napoli del 1597:

La fanteria spagnuola si chiama ‘bisogni’ perché sono inesperti; si dice anco ‘il terzo’, perché è
tripartita in Sicilia, Napoli e Milano (Albéri, Tomo XV, p. 344).

Pur essendo semanticamente corretta l’interpretazione che questo diplomatico da del termine
bisogni, essa è storicamente inesatta, trattandosi di un significato che era stato attribuito a quel
nome più tardi di quello etimologico italiano; esso era stato infatti originariamente inteso come i
‘bisogni’ o ‘necessità’ d’uomini che i colonnelli della fanteria di presidio in Italia andavano
autonomamente manifestando alla corte di Madrid o che risultavano ai commissari militari in
occasione delle periodiche riviste.
È al contrario appunto storicamente molto ben tornante e risolutiva la spiegazione del nome
terzi, anch’esso, come quello di ‘bisogni’, nato in Italia, e infatti lo stesso Albéri la fece sua
immediatamente:

La Spagna aveva in Italia la sua forza militare divisa in tre grandi compartimenti, il Milanese, il
Regno di Napoli e la Sicilia, ognuno de’ quali per ciò stesso si chiamava ‘il Terzo’; e dicevansi ‘il
terzo di Milano’, ‘il terzo del Regno’ e ‘il terzo di Sicilia’ (Albéri, Serie II, Vol. V, pag. 358).

La suddetta spiegazione trova anche preciso riscontro nella circostanza che questo nome tercio
non si trova nei documenti anteriori al 1535, anno in cui appunto anche la Lombardia divenne
per ultima un dominio spagnolo; dunque effettivamente, come affermò - qui giustamente - il
Londoño, i terzi nacquero in Italia, anche se poi la loro nuova originale struttura di comando e di
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conseguenza anche il loro ormai già comune nome di tercios furono estesi a tutti i corpi di
fanteria della monarchia spagnola nel mondo:
… I primi terzi che furono creati furono quelli di Lombardia, Napoli e Sicilia nel 1534; e nel 1536, in
esecuzione di un'ordinanza concernente l'organizzazione dei terzi dipartimentali, ai tre citati si aggiunse
il terzo di Malaga. La suddetta ordinanza, la quale è molto interessante poiché ci permette di apprezzare
con tutta esattezza detta organizzazione, indica ad ogni terzo un Mastro di Campo, un sergente maggiore,
un furiere maggiore, un munizioniere, un tamburo maggiore e trecento soldati per compagnia, dovendo
essere il Capitano di ciascuno di queste, un suddito spagnolo di qualità e merito. La compagnia era
composta da un capitano, un paggio, un alfiere, un sergente, un furiere, un tamburino, un piffero, un
cappellano, dieci caporali e trecento soldati tra archibugieri e picchieri. Tale era l'organizzazione per gli
anni in cui furono creati, cioè quando bruciavano le guerre tra l'Imperatore-Re e Francesco I in Italia...
(Francisco Rabado, Sitio de Amberes. 1584-1585. Etc. Pp. 192-103. Madrid, 1891.)

Blaise de Vigenére (L’art militaire), il quale scriveva negli stessi anni del Ramusio, conosceva
anch’egli la vera ragione di quel nome ma con un’accettabile variazione, cioè vedeva i tre terzi
della prima fanteria imperialista spagnola differenziati non in Sicilia, Napoli e Milano bensì in
Africa, Napoli con la Sicilia e Milano; poi cadde però sull’etimologia di ‘colonnello’ (dal l.
coronelis; infatti ancor’oggi in sp. è coronel), ma non fu certo l’unico.
Questo nuovo nome di tercios sarà in uso sino alla fine del Seicento, quando, volendo imporre
Filippo V all’esercito spagnolo il più moderno modello organizzativo francese, si prenderà quello
di reggimenti. Il tercio italiano si distinse dunque ai suoi esordi per non esser più comandato da
un colonnello, come lo erano ancora le bande della fanteria spagnola che combattevano o
presidiavano altrove in Europa e come continueranno a essere invece i trozos di cavalleria
anche in Italia, bensì dal maestre de campo, ufficiale maggiore già importantissimo, ma
subordinato al colonnello comandante; i colonnelli-comandanti di fanteria erano stati infatti in
Italia presto così sostituiti perché avevano assunto troppo potere e arbitrio nella gestione
economica e nella conduzione delle loro bande, soprattutto perché nominavano i loro ufficiali
subordinati senza prima richiederne caso per caso la dovuta autorizzazione alla Corte di Madrid
e perché gestivano la cassa della banda con sfacciato peculato mantenendo un numero di
soldati di molto inferiore al dichiarato e di conseguenza truccando le riviste che venivano a
passare ai loro corpi i commissari e i pagatori dell’esercito.
Curiosamente in Francia i predetti titoli erano invece usati in maniera inversa, essendosi infatti i
comandanti dei reggimenti di cavalleria - eccezion fatta per quelli di mercenari stranieri
(cravates, ‘croati’), per quelli equipaggiati alla straniera (ussari) e per quelli di dragoni - sempre
chiamati mestres-de-camp, nome che si pronunziava mestr; ‘ma(e)stro’, quindi da non
confondersi nemmeno fonicamente con maître, ‘padrone’, cioè il semplice soldato di cavalleria’,
il quale si chiamava così e non soldat, come il fante, in quanto era padrone di servitori. Per
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quanto riguardava invece la fanteria, verso il 1534 Francesco I aveva conferito la dignità di
colonel d’infanterie al premier capitaine d’ogni legione, ma nel 1568, sotto Carlo IX, il nome del
comandante di reggimento fu cambiato in mestre-de-camp, cioè in quello che già si usava nella
cavalleria; infine nel 1661, cogliendo l’occasione della morte di Bernard de Nogaret de la
Vallette duca d’Épernon, il quale era il colonel générale des bandes françaises (‘colonnello
generale della fanteria francese), il re Luigi XIV abolì detto titolo e volle inoltre che i comandanti
dei reggimenti di fanteria tornassero a chiamarsi colonels e lieutenans-colonels (Richelet e de
la Chesnaye des Bois). Perché Luigi XIV dovette dunque aspettare il momento adatto per dare
il via al detto mutamento, si spiega con la circostanza che, contrariamente a quanto si possa
oggi pensare, nemmeno lui era monarca tanto assoluto da poter fare politicamente tutto quello
che gli piacesse; una volta concessa una gran carica militare o civile a un personaggio
d’importanza, questi l’avrebbe di regola mantenuta appunto sino alla morte, a meno che non
l’avesse dovuta lasciare per assumerne una superiore, come fu per esempio il caso di Roger de
Bussy-Rabutin conte di Bussy (1618-1693), il quale mantenne il titolo di mestre-de-camp-
général de la cavalerie légére per ben 12 anni e lo lasciò solo perché promosso colonnello
generale della stessa cavalleria, divenendo per questo automaticamente anche luogotenente
generale dell’esercito e dunque militarmente secondo solo allo stesso re.
Abbandonato dagli stati italiani d’influenza spagnola il nome di banda di fanteria per
passare a quello di tercio, gli altri – e prima tra tutti la repubblica di Venezia, per ‘modernizzarsi’
in qualche modo anch’essi, adottarono invece quello di reggimento. Nel secolo successivo il
declino del tercio trascinerà con sé, gradatamente e malinconicamente, quello dell’intera potenza
militare spagnola, crepuscolo che d’altronde si renderà visibile già dalla Guerra dei
Trent’anni per motivazioni che così spiegava il Montecuccoli e che ricordano talune di quelle
che tanto tempo prima avevano portato alla fine dell’antica Roma:

Fu la Spagna formidabile al mondo co’ suoi eserciti e per essi la di lei grandezza nell’auge, ma,
come in progresso di tempo la stima delle armi e le ricompense declinarono e i premii al merito
de’ soldati istituiti in favore di professioni straniere degenerarono, così a mano a mano di tanta
monarchia sfiorar videsi la grandezza, solo col rimetter l’arme in credito riacquistabile.

La suddetta fanteria spagnola di Napoli, il cui soldo era pagato dalla cassa militare del regno e
non dalla Spagna, era impiegata come guarnigione delle piazzeforti e dei maggiori castelli e
piazzeforti sia del regno propriamente detto (Napoli, Capua, Gaeta, Baia, Brindisi, Manfredonia,
Pescara, l’Aquila ecc.) sia dei Presidi di Toscana, ossia sostanzialmente i luoghi fortificati
d’Orbitello (oggi ‘Orbetello’), Talamone, Port’Ercole e Porto Longone, i quali, non ostante la
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lontananza dai confini del regno, appartenevano alla Corona di Spagna sin dal 1557, essendo
stati in precedenza invece della repubblica di Siena, e, poiché situati a metà del Mar Tirreno,
era considerati strategicamente molto importanti ai fini del controllo delle rotte marittime, anche
se in realtà tale importanza si rivelò più volte essere sopravvalutata. Le compagnie di questo
terzo formavano inoltre il nerbo delle spedizioni militari che s’inviavano di tanto in tanto a
combattere le bande di fuorusciti e fuorgiudicati (‘banditi, esiliati’; l. exterminati) che infestavano
gli Abruzzi e fungevano regolarmente da fanteria di marina a bordo delle galere del regno; le
loro capitanie non potevano esser date, tranne eccezioni da autorizzarsi, a ufficiali italiani, come
proibiva - e probabilmente anche ribadiva - una vecchia istruzione reale del 14 giugno 1626:

… Carta: que no se den compañias de infanteria españolas a italianos, pero que, si pareziere
justo dispensar con algunos, sele consulte (B.N.NA. Ms. XI.A.21).

Le frontiere settentrionali del regno erano difese in Abruzzo da compagnie del suddetto terzo
fisso degli spagnuoli, le quali si alternavano al presidio del castello dell’Aquila e degli altri luoghi
fortificati di quella provincia, e nel territorio di Fondi da compagnie di dragoni. Nel 1683 un
secondo terzo fisso, chiamato terzo nuovo per distinguerlo dal primo, fu formato per dare un
impiego a fanterie italiane e iberiche imbarcate su una flotta spagnola che allora sostò diversi
mesi nel porto di Baia per necessari raddobbi, ma questo corpo, frutto d’un impossibile
connubio di nazionalità, ebbe brevissima vita.
Le milizie del regno più antiche erano però altre e cioè 20 compagnie di cavalleria, poi
aumentate a 22, arruolate con criteri ancora strettamente feudali, le quali avevano in origine
fatto parte dell’esercito di Gonzalo Fernández de Córdoba, ma ora, per loro statuto, potevano
essere adunate e impiegate solo per la difesa del regno e non si poteva inviarle a combattere
all’estero; si trattava di 16 compagnie di hombres de armas - i quali sin dal 1631 non erano più
lancieri, bensì cavalli corazze (‘corazzieri’), ognuna di 60 uomini più ufficiali, inoltre di tre di
archibugieri a cavallo e di una di (e)stradioti o crovatti (‘croati’), ossia di lancieri leggeri balcanici.
L’armamento dei suddetti cavalli corazze del tempo che stiamo trattando è ben descritto dal
Montecuccoli:

I reggimenti di cavalleria sono oggidì armati di mezze corazze, cioè di petto, di schiena e di
morione (‘borgognotta’; nap. murrione) con più lame di ferro insieme commesse da dietro e da’
lati, acciocché difendano il collo e le orecchie, e di manopole che coprano la mano sino al
gomito. Il petto deve essere a prova del moschetto e le altre pezze (‘pezzi’) a prova della pistola
e della sciabla. Portano per offesa pistole e spade lunghe e ferme che feriscono di punta e di
taglio e la prima fila può anche aver moschettoni.
22
In effetti questi corazzieri non portavano dunque più una vera e propria mezza corazza, ossia un
intero corsaletto di ferro pesante, come avevano fatto sino a un recente passato, ma solo un
petto e schiena. Altrove lo stesso suddetto generale spiegherà meglio che la mezza corazza, se
anche solo a botta di pistola, come del resto avrebbe sempre dovuto perlomeno essere,
rendeva inutili gli archi che ancora allora usavano largamente in battaglia i turchi e che la celata
di questi soldati doveva essere un caschetto con lunghe code posteriori per la protezione del
collo, con orecchione per quella delle orecchie e con un ferro dinanzi al naso per la difesa di
questo; inoltre chiederà manopole senza le dita di ferro, perché accessori che davano più
impaccio che protezione. Per quanto riguarda il moschettone di cui dice il Montecuccoli, esso
era un’arma a pietra focaia e grilletto che da qualche tempo aveva sostituito quella detta
carabina, anch’essa arma corta ma con accensione a ruota, come poi meglio spiegheremo, con
una gittata (fr. portée) inferiore di un terzo a quella del moschetto allora usato dalla fanteria, a
meno che non si trattasse della più potente versione a canna rigata, detta questa
impropriamente ancora carabina e detti carabinieri i soldati che ne erano dotati. In sostanza le
armi difensive ancora in uso dovevano, come quelle ormai da tempo dismesse, essere sempre
a prova di quelle offensive che generalmente più si potevano trovare di fronte; quindi, il
corazziere, petto e borgognotta a prova di moschetto e schiena a prova di pistola; l’ufficiale
maggiore e generale, petto a prova di moschetto, ma schiena leggerissima, non a prova di
nulla, perché erano quelli tempi in cui gli ufficiali generali – se non quelli maggiori - non avevano
ancora preso la salutistica abitudine di starsene nelle retrovie a studiare le carte del campo di
battaglia ed era quindi impensabile che un ufficiale potesse in combattimento arretrare la sua
posizione – per non dire fuggire - o comunque mettersi in una posizione tale da mostrare la
schiena al nemico. Non a caso le perdite di ufficiali nelle battaglie era altissima e c’erano state
in Europa a volte delle guerre che avevano quasi estinta la nobiltà di una nazione e in tal senso
l’esempio senza dubbio più evidente erano state le guerre civili di Francia della seconda metà
del Cinquecento.
Perché alla fine del Cinquecento il re Enrico IV di Francia aveva introdotto questi cavalli corazze
e quale era la loro tattica? Nel Medioevo, non esistendo ancora la fanteria di linea, bensì solo
quella ausiliaria, compito della cavalleria era stato quello di opporsi ad altra cavalleria; ma, col
Rinascimento, nacquero le battaglie di fanteria, ossia formazioni compatte di picchieri che, ben
organizzate e disposte sul campo, osavano opporsi alla cavalleria medievale e questa, per aver
ragione di loro, doveva romperne tale compattezza; infatti, una volta rotti i loro battaglioni, i fanti

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non erano più in grado di opporre un valido contrasto agli armatissimi ed esperti huomini d’arme
a cavallo. Questi, con una tattica inventata dalla cavalleria francese e poi adottata in tutta
Europa e cioè in piccoli gruppi di 20/25 in riga (fr. haies; it. squadroncelli), si lanciavano dunque
a capofitto con la lancia in resta nelle formazioni di fanteria nemica, caricandole e fendendole
con le punte delle loro lance sino a uscirne dalla parte di dietro o anche dai fianchi e lasciandole
così disfatte; dopodiché i disordinati fanti nemici diventavano facile preda sia delle cavallerie
leggere (lancieri leggeri, archibugieri a cavallo, croato-stratioti ecc.) sia delle fanterie leggere.
Ma, per attuare questa tattica occorreva ricca nobiltà a cavallo, cioè gente molto ben armata,
montata, equipaggiata, esercitata e soprattutto fedele e coraggiosa, la quale purtroppo a ogni
guerra diminuiva vistosamente, sia perché dalle suddette cariche molti non uscivano vivi sia
perché erano sempre più numerose le famiglie nobili che, economicamente rovinate dalle
distruzioni portate appunto dalle continue guerre, non erano più in grado di far fronte all’onere
delle costosissime monture e cavalcature dei loro giovani rampolli mandati a combattere.
Durante le sanguinose guerre di Francia della seconda metà del Cinquecento, trovandocisi
dunque ormai a corto di giovani nobili votati alla morte, si provò a risolvere il problema
volgarizzando gli huomini d’arme, cioè trasformandoli in cavalli leggieri, nella fattispecie in
lancieri armati d’armature più grezze e sottili, quindi molto meno costose, e soprattutto montati
su cavalcature molto più piccole e comuni dei grossi e proibitivi corsieri da sfondamento che
usavano gli huomini d’arme; si poté pertanto adibire a questo ruolo molta gente squattrinata non
nobile, anzi d’umile origine, quindi priva di quegli ideali di fedeltà e di eroismo che
caratterizzavano la nobiltà francese, e il risultato fu di conseguenza pessimo, dedicandosi
perlopiù tali genti maggiormente a derubare e a vessare le popolazioni delle campagne, amiche
o nemiche che fossero, che a combattere in campo il nemico.
Dopo decenni di tale fallimentare esperienza, si arrivò a Enrico IV, grande condottiero e
intenditore di arte della guerra, il quale immaginò (o forse l’idea fu di qualche suo generale) di
rompere la fanteria nemica in altra maniera e cioè non più fendendola con le lance, bensì
schiacciandola, come sotto rulli compressori, con corpi sodi di cavalleria fatti di centinaia di
corazzieri armati di pistola, i quali anch’essi non necessariamente dovevano essere nobili,
avevano bisogno di un armamento molto meno sofisticato e di cavalcature modeste. A
differenza della precedente, questa innovazione ebbe un gran successo tattico, nascendo
dunque così l’arma dei corazzieri, e fu presto imitata in tutta Europa, anche in Inghilterra, dove
prenderanno poi anche il nome di ironsides. In affetti non si trattava di una tattica del tutto
nuova, in quanto già introdotta nel Quattrocento dalla cavalleria borgognona e presto adottata

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anche da quella spagnola; solo che allora questi grossi squadroni erano stati formati da lancieri
pesanti, non da pistolieri a cavallo come adesso, e quindi con un effetto tarpato in partenza dal
momento che solo la prima o le prime due file riuscivano a fare un uso proprio della lancia,
mentre le altre posteriori, poiché ostacolate dai compagni davanti, non avevano per quella lunga
e pesante arma sufficiente spazio operativo e dovevano quindi subito ricorrere alle armi corte;
per questo motivo questa tattica era stata poi abbandonata a favore di quella, già descritta, dei
piccoli squadroncelli.
Con l’introduzione dei cavalli corazze gli impegni militari feudali della nobiltà del regno,
cambiarono alquanto, ma non cessarono per nulla, continuandosi infatti a concedere a titolati il
capitanato delle loro compagnie e conservando i baroni (‘feudatari’) l’obbligo teorico di brandire
le armi e servire, quando a ciò chiamati, a difesa del regno con le loro persone e con qualche
uomo a cavallo in numero variabile, cioè dipendente dall’estimo del loro feudo, ma in realtà
quest’obbligo era ormai per consuetudine soddisfatto col pagamento di un balzello di guerra
straordinario.
Nel Cinquecento c’era stata a Napoli pure una compagnia di balestrieri a cavallo, medievali
antesignani degli scoppietteri e degli archibugieri a cavallo, questi ultimi poi detti dragoni, ma, a
seguito dei rapporti negativi che allora giungevano a Madrid e che questo corpo descrivevano
come del tutto obsoleto, disutile e inoltre così carente in armi e cavalli che non lo si passava mai
in rivista, con ordine reale dell’8 agosto 1575 se ne era decretata l’abolizione e la riforma dei
suoi 31 soldati, trattenendosi in servizio il solo capitano (que el capitán de vallestreros se podrà
excusar consumiendo esta compañia por no ser necessaria).
Per quanto riguarda i corpi di guardia reale, bisogna distinguere quelli di semplice (avan)guardia
vicereale da quelli di guardia del corpo, questi così detti perché facevano la guardia solo al
corpo dei sovrani, non avendo la loro superiore anima bisogno d’essere guardata, ma al
massimo solo ben assistita da consiglieri spirituali. Il viceré di Napoli disponeva dunque per
avanguardia vicereale di una compagnia di lancieri pesanti borgognoni (‘valloni), la quale nel
1690 fu abolita e sostituta da due di cavalli corazze, ognuna di circa 100 soldati più ufficiali,
dove di conseguenza in tal maniera una poteva fungere da (avan)guardia e una da
(retro)guardia; a queste però negli ultimi anni ne furono preferite due di dragoni, mentre alla fine
del Cinquecento aveva avuto per avanguardia anche degli archibugieri a cavallo. I suddetti
lancieri erano tali due volte, perché, oltre a esser armati di lancia, tutti quelli che in altre
compagnie sarebbero stati soldati semplici lì avevano invece l’antico grado di lance spezzate,
ossia in teoria di aiutanti del capitano, ma in pratica si trattava di vice-caporali.

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Con le funzioni ufficiali di guardia del corpo o di costilleros, come si sarebbe potuto dirli in
castigliano, aveva il viceré una compagnia di 100 gentiluomini o cavalieri montati su bellissimi
cavalli, i quali erano metà spagnoli e metà italiani (nel 1681 però, come vedremo, ridotti a 50), in
parte pagati direttamente dal re di Spagna, e si chiamavano familiari di palazzo o continui, nome
quest’ultimo che derivava appunto dalla continuità del loro servizio, cioè sia che si fosse in
tempo di guerra sia di pace senza alcuna interruzione, prerogativa però d’altri tempi, medievale,
perché ora tutti i corpi di palazzo servivano in continuità; ma, a prescindere dal loro numero
effettivo, sempre di molto inferiore a quello ufficiale, questo loro servizio di guardia era più
onorario che altro e infatti li troviamo menzionati solo nei libri-paga, praticamente mai nei
giornali o negli avvisi ufficiali del regno laddove si descrivono cavalcate o altre manifestazioni
pubbliche. Nel 1674 i continui a carico del re erano venti e prendevano 200 ducati l’anno
cadauno. L’effettiva custodia della persona del viceré era invece affidata a una compagnia di 72
fanti alabardieri mercenari (una volta un centinaio) detta guardia alemanna, ma non si trattava
d’austriaci o di tedeschi, come il nome farebbe pensare, bensì di svizzeri di lingua tedesca,
presenza questa comune a molte corti europee, perché l’alabarda era arma considerata molto
adatta alle mischie di guerra e quindi anche a respingere le calche popolari; detta compagnia
era sempre comandata da un nobile capitano italiano o spagnolo, spesso da un parente dello
stesso viceré, e spagnolo era perlopiù anche il suo luogotenente; il soldo complessivo pagato a
questa compagnia, ufficiali inclusi, per il mese di giugno 1670 fu di ducati 327 e grana 8 (A.S.N.
Tes. An. Fs. 354), mentre il totale per il periodo dicembre 1681 – giugno 1682 (dunque mesi 7)
saranno ducati 2.474. 3. 15, il che significa che, a distanza di 12 anni, il soldo di base non era
cambiato (ib. ma fs. 352).
Oltre alle milizie ordinarie il regno disponeva sin dal 1563, cioè da quando l’aveva dapprima
costituita il viceré Parafan de Ribera duca del Alcalá, marchese di Tarifa, governatore maggiore
dell’Andalusia (1559-1571) e poi, nel 1580, riordinata il viceré Juan de Zuñiga principe di Pietra
Perzia (1579-1582), di una milizia territoriale di fanteria detta il Battaglione, la quale, esistendo
in realtà con diversi nomi in tutti i maggiori stati e regni italiani (sargentie in Sicilia, bande,
cernide e milizie forensi o paesane nell’Italia settentrionale, il Battaglione anche a Malta, ecc.),
era stata formata sul modello di una simile istituita in Spagna solo qualche anno prima
principalmente per difendere i territori costieri dalle incursioni dei turco-barbareschi; non si
trattava di un arruolamento, bensì di un'elezione e ogni sette anni si eleggevano appunto a tal
incarico cinque fanti ogni 100 fuochi, ossia uno ogni cento famiglie, essendo il fuoco o nucleo
familiare valutato mediamente di cinque persone. Il numero delle compagnie da formare,

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ognuna delle quali, in osservanza alle norme tattiche di quei tempi, doveva essere costituita da
300 fanti, cioè 200 archibugieri e 100 picchieri, non era stato originalmente prescritto, ma nel
1615, anno in cui questa milizia fu riordinata dal viceré Pedro Fernando de Castro conte di
Lemos (1610-1616), esso era già fissato in 74; nel 1687 il viceré Gaspar de Haro marchese del
Carpio le aumentò a 112, riducendone però la forza a 230 uomini ciascuna e ciò non in
osservanza di più moderne formulazioni tattiche, come si potrebbe pensare, bensì per ridurne la
dispersione in territori troppo ampi, il che ne aveva sino allora reso difficile il governo; quindi da
allora in poi ogni compagnia avrebbe dovuto contare solo 20 moschettieri, 50 picchieri (10 di cui
armati anche difensivamente di corsaletto) e 180 archibugieri. Il nome derivava dalle periodiche
adunate, perlopiù mensili, alle quali i miliziani si obbligavano a partecipare per esercitarsi
insieme alle armi e alle manovre e che si dicevano appunto andare a far battaglione, essendo
quella la manovra d’esercitazione principale.
Allo stesso suddetto scopo difensivo dei territori costieri c’era poi anche una cavalleria leggera
appunto territoriale, nota vulgo come (cavalleria del)la Sacchetta (‘cavalleria dal tascapane’), la
quale era stata fondata dal viceré Antonio Perrenot cardinale di Granvelle (1571-1575) e
stabilita dapprima in 1.200 uomini nelle sole province di Terra d’Otranto e Terra di Bari,
eleggendosi un cavalleggero ogni 100 fuochi; poi presto, nel 1577, il viceré Yñigo Lopez de
Mendoza Hurtado marchese di Mondejar (1575-1579) la portò a 3mila uomini, forza che fu poi
confermata, ma variata nel numero delle compagnie, nel 1614 dal suddetto conte di Lemos,
suddividendosi quindi in compagnie di 50 o di 100 uomini allora in maggior parte lancieri leggeri
e in minore archibugieri. Il nome era dovuto al tascapane a tracolla di cui erano equipaggiati
quei soldati in mancanza di salmerie che li seguissero.
In seguito alla guerra per la ribellione di Messina (1674-1678), temendosi un possibile contagio
di quell’episodio sul continente, per non mettere troppe armi in mano alla popolazione la
descrizione di miliziani del Battaglione fu nel 1678 diminuita per quella volta di ben cinque volte
e così per ogni 100 fuochi si descrisse un solo fante. Verso il 1680 il Battaglione contava circa
17mila fanti e la Sacchetta circa 3.500 cavalleggeri, suddivisi questi in compagnie da 50 uomini
armati ora, come si diceva, di carabina, ma in effetti anche in questo caso doveva già trattarsi
del moschettone, arma anche questa corta ma con accensione da pietra (cioè a focile) e non
più da ruota, la quale non aveva però in Italia ancora assunto quel nuovo nome ma vi era
chiamata carabina da focile a grillo; nel 1692 questi miliziani erano invece rispettivamente circa
20mila e 4mila; alla fine del Seicento i fanti erano 22mila divisi in 120 compagnie.

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Questi miliziani erano teoricamente obbligati a periodiche riviste, ma in realtà erano chiamati a
raccolta ed eventualmente anche in servizio effettivo solo in caso di necessità; essi non
godevano di soldo fisso, bensì d'importanti indennità ed esenzioni fiscali elargite dalle loro
stesse Università (comuni); quando però erano chiamati a prestare un servizio attivo ricevevano
una piccola paga solo per quel numero di giorni in cui si chiedeva loro di servire I loro statuti ne
proibivano l’impiego all’estero, ma questa proibizione restò spesso lettera morta. In ogni
provincia del regno c'era un sargente maggiore preposto alle predette milizie territoriali; egli
provvedeva alla loro convocazione a scadenze fisse per passarle in rassegna e farle esercitare
nel maneggio delle armi e nelle manovre ed evoluzioni sul campo. Il rinnovo dell'elezione di
questi miliziani avvenne poi ogni otto anni e quindi per un tal periodo erano obbligati a tenersi a
disposizione.
I predetti due nomi con cui erano popolarmente conosciute queste milizie, le quali saranno
abolite da Carlo di Borbone nel 1743, nascevano dall’esser nella prima metà del Cinquecento la
fanteria di un esercito generalmente disposta in campo in un'unica grossa formazione a
imitazione di quella svizzera, allora quasi sempre vincente, cioè appunto in un solo grande
battaglione, e all’esser i miliziani di quella cavalleria dotati di una sacca da sella per i loro effetti
personali detta appunto sacchetta.
Poiché sia il Battaglione sia la Sacchetta erano per statuto ambedue corpi che, proprio come i
suddetti uomini d’arme, si dovevano adunare e impiegare solo per la difesa nazionale e non si
poteva quindi inviarli a combattere all’estero, gli abitanti del regno erano inoltre chiamati
regolarmente alle armi per la formazione di tercios di fanteria e compagnie di cavalleria
ordinarie e regolari da mandarsi in paesi stranieri, perlopiù nell’Italia Settentrionale, in
Catalogna, in Fiandra e talvolta anche in America, a combattere le guerre che la Spagna
conduceva ricorrentemente contro le altre grandi potenze europee; inoltre bisogna tener
presente che di fanterie napoletane fisse erano guarnite sia le galere dei particolari (‘privati’)
genovesi dei d’Oria duchi di Tursi sia l’armata di mare spagnola del Mar Oceano sia,
periodicamente, anche la Catalogna. Bisogna chiarire che non era affatto facile arruolare nel
Regno di Napoli, perché i suoi abitanti, naturalmente restii all’ordine e alla disciplina, non
amavano il servizio militare, al contrario di svizzeri e tedeschi che lo consideravano invece un
mestiere come un altro e il mercenariato un’ottima opportunità di guadagno; non a caso i cimeli
e i ricordi della Napoli militare sono sempre stati rarissimi e sconosciuti ai più. Pertanto, per
quanto riguarda la fanteria, si ricorreva regolarmente all'arruolamento forzato di vagabondi e
mendicanti e di miliziani del Battaglione, a quello di pena alternativa per condannati a lunghe

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reclusioni, a quello che, come vedremo, prometteva in cambio una buona somma di denaro e
infine a quello di veri e propri ragazzi, per cui con una recente cedola reale si era dovuto
ribadire che era vietato assoldare minori di quattordici anni. I coscritti di cavalleria erano invece
giuoco forza persone più civili e qualificate, se non addirittura nobili, o di già acquisita
esperienza militare.
I comandi dei nuovi corpi erano sempre affidati agli stessi ufficiali maggiori regnicoli a cui era
stato conferito l’incarico di arruolarli e mai a spagnoli.
Un tercio di napolitani, cioè di regnicoli, era sin dal Cinquecento imbarcato in permanenza
sull’armata oceanica spagnola e da fanteria di marina napoletana era pure tradizionalmente
guarnita la squadra dei particolari genovesi dei d’Oria, prima principi di Melfi e in seguito, già da
Carlo, secondogenito del principe Gian Andrea d’Oria (1539-1606), duchi di Tursi, feudo della
Basilicata che gli spagnoli dicevano Tursis. Questi corpi napoletani all’estero ricevevano le
nuove reclute di rimpiazzo e spesso anche il soldo e i rifornimenti dal Regno di Napoli,
considerato dalla Spagna il più ricco dei suoi possedimenti e quindi continuamente molto
spremuto da quella Corona a titolo di contribuzioni di guerra e altre imposizioni e in aggiunta alle
rimesse, ufficialmente spontanee, che esso faceva ai sovrani a titolo di puro regalo; secondo un
anonimo relatore che scriveva per Carlo VI d’Austria, solo queste ultime ammontavano a ben
118 milioni di ducati per quanto riguardava unicamente il periodo che andava dal regno di
Filippo II a quello di Filippo IV.
Oltre alle predette cavallerie ordinarie e territoriali, si arruolavano ogni tanto compagnie di
cavalleria straordinaria, le quali perlopiù s’inviavano all’estero perché andassero a servire nei
vari teatri di guerra; invece dal 1675, troviamo infatti compagnie di cavalli corazze di stanza in
permanenza a Napoli col nome di cavalleria di nuova leva; inoltre dal 1701, essendo l’Austria
divenuta inopinatamente una pericolosa nemica, numerosi terzi spagnoli, detti perlopiù
provinciali perché andavano a servire nelle province della corona, e alcuni reggimenti francesi
cominciarono a esser inviati nel Regno di Napoli per aumentarne le difese e opporsi
all’incombente invasione; ma questa è storia che leggeremo nelle stesse Cronache che
seguono.
L’artiglieria del regno permanente era in effetti solo quella di cui erano dotati i castelli, le
fortezze e le torri, poiché del traino d’artiglieria da campagna solo lo stato maggiore era sempre
in servizio, ma, per quanto concerne tutto il resto, esso non era permanente e si formava volta
per volta solo in caso di contingenti necessità di guerra, appaltandosene il lavoro direttamente a
una moltitudine di carrettieri, a evitare ruberie di buoi, cavalli e foraggi e un uso privato di

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animali pubblici; il solo approntamento di quello che si rese necessario nel 1675 a causa delle
turbolenze di Messina costò alla cassa militare ben 72.820 ducati (A.S.N. Tes. Ant. Fs. 135 I).
L’artiglieria da campagna era finalmente diventata efficace e importante come quella d’assedio
sin dalla guerra dei Trent’anni, quando era stata risolutiva in certi fatti d’arme, per esempio nella
grande battaglia di Nördlingen del 1634, dove la forte fanteria stataria svedese, perso l’appoggio
delle sue ali di cavalleria pesante, presto sconfitte e scacciate dal campo, era rimasta facile e
indifeso bersaglio appunto dell’artiglieria nemica, restandone del tutto disfatta. Gli artiglieri e i
loro allievi, anche se dispersi nei vari castelli e luoghi fortificati del regno, erano però
istituzionalmente riuniti in una compagnia, la quale aveva una regola simile a quella delle
compagnie cavalleresche e una scuola in cui i predetti allievi erano istruiti ed esercitati. In effetti
non c’era da parte della Spagna una sufficiente attenzione a questa importantissima arma e lo
dimostra un reale ordine dell’11 gennaio del 1685, il quale, essendo stati formati a Napoli degli
impieghi soprannumerari d’artiglieria e precisamente un gentiluomo, due aiutanti, un capitano
dei petardi e due artiglieri semplici, ne imponeva la cessazione immediata perché i preesistenti
reali ordini proibivano la creazione di tali stipendi; detto ordine reale fu ribadito da un altro simile
nel 1695 ed erano quelli appunto tempi in cui le leggi si dovevano di tanto in tanto confermare
perché tendevano a perder la loro forza con l’andar del tempo. La fonderia dell’artiglieria era
situata in Castel Nuovo di fronte all’arsenale e produceva ottime bocche da fuoco, spesso
anche innovative, anche se non in quantità pari a quella prodotta per esempio dalla fonderia di
Genova, la quale si era invece specializzata in una produzione di tipo commerciale, ossia
abbondante ma di qualità molto inferiore, spesso ottenuta con il riciclo di residuati di guerra
importati all’estero, specie dalla Francia, quali bombe (‘palle di ferro o di bronzo cave e piene di
polveri piriche’) crepate e altre ferramenta residuali. La Real Polveriera, ossia la fabbrica delle
polveri da sparo, di cui molto si avvaleva la Spagna per le sue necessità belliche, era sita per
sicurezza lontano dalla città di Napoli e cioè in località Torre dell’Annunziata.
Le fortificazioni consistevano in quasi una trentina tra castelli, cittadelle, fortezze e piazze
fortificate situate lungo tutte le frontiere, terrestri o marine che fossero; c’era poi una collana di
centinaia di torri d’avvistamento costiere poste generalmente in posizione elevata su capi e
promontori e si trattava insomma di quel sistema di difesa confinaria allora comune a tutti i
maggiori stati marittimi europei inclusa l’Inghilterra. La difesa del confine terrestre settentrionale
del regno era affidata soprattutto al presidio della piazzaforte e castello di Gaeta a ovest e al
castello dell’Aquila e ad altre fortificazioni abruzzesi minori a est. La città di Napoli era difesa da
quattro castelli regi, i quali però, proprio perché effettivamente tali, ossia delle fortificazioni di

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sola pietra, di tipo quindi ancora medievale, servivano, come del resto anche quello dell’Aquila
in Abruzzo, più a tenere a freno la popolazione che a preoccupare gli invasori stranieri; si
trattava del castello di S. Eramo (poi S. Ermo), di quello dell’Ovo, di quello Nuovo e del Torrione
del Carmine. Il primo, costruito al tempo dell’imperatore Carlo V su un’originaria fortificazione
normanna detta Belforte e in seguito ampliata da Carlo II d'Angiò, prese, come del resto lo
stesso monte, il nome di Castello di Sant'Erasmo (sincope di Sant’Erasimo) da una vicina e
antica chiesetta dedicata al detto santo, il quale fu vescovo di Formia e protettore della gente di
mare, mentre gli spagnoli lo chiamavano S. Telmo, riferendosi invece al loro beato Pedro
Gonzalez Telmo, ipocoristico (‘sincope, contrazione’) quest’ultimo di vari antroponimi germanici
come Cuntelmo, Lantelmo, Rotelmo, Plitelmo ed altri, il quale era protettore dei marittimi di
ponente, ossia oceanici, per cui alla fine, per questo nome, si giungerà alla contaminazione e al
compromesso storico di ‘S. Elmo’; questo era l’unico ad avere, anche se privo di terrapieni, una
forma alla moderna, cioè stellare a sei angoli, la cui maggior parte orientale era stata ricavata
tagliando lo stesso monte, ma la sua artiglieria era balisticamente poco efficace poiché, situato
molto in alto rispetto al corpo della città, doveva necessariamente tirare di ficco, vale e a dire
dall’alto in basso, il che significava che i suoi colpi andavano a conficcarsi in un solo bersaglio e
non potevano quindi ‘spazzare’ gli insediamenti del nemico come facevano invece i colpi sparati
a livello o di punto in bianco, cioè orizzontalmente al suolo.
Il secondo, proteso nel mare, era stato fondato dai normanni sulle rovine di un insediamento
romano detto palazzo di Lucullo e aveva preso il nome di Isola e Castello di San Salvatore da
una cappella dedicata al detto santo posta all'interno del castello stesso, ma in seguito,
rinnovato e fortificato dal viceré Juan de Zúñiga Avellaneda y Bazán conte de Miranda (1586-
1595) al tempo del re Filippo II, il quale tra l’altro vi fece fare un ponte per unirlo alla terraferma,
prevalse il nome di Castel dell'Ovo, dapprima per la sua forma ovoidale, come abbiamo già
spiegato in Wikipedia e che per brevità qui non ripetiamo, e poi perché molto coinvolto da una
delle leggende virgiliane che, chissà perché, nacquero tanto più tardi nel Medioevo. La curiosità
fu che gli spagnoli che nel 1503 conquistarono Napoli, a causa della molto simile pronuncia,
fraintesero quel nome e per due secoli poi sia in Spagna sia in Fiandra continuarono a
chiamarlo Castillo del Lobo (‘Castello del Lupo’). Essendo il più lontano dal corpo della città, in
esso, più che in quello di S. Eramo, non solo si carceravano i nobili, i quali spesso potevano
essere o diventare pericolosi congiurati, ma si conservavano anche le riserve di polveri. Il terzo,
detto Nuovo perché il suo primo nucleo era stato costruito dai normanni al posto di un
preesistente convento quando tutti gli altri castelli di Napoli erano già esistenti, era stato poi in

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seguito potenziato prima da Carlo I d’Angiò, poi da Alfonso I d’Aragona, infine trasformato in
fortezza con baluardi, fossati e contromine dal viceré Pedro de Toledo marchese di Villafranca
al tempo dell’imperatore Carlo V d’Asburgo; in esso si trovava la Regia Monizione, ossia i
magazzini d’armi, vestiari e altri generi militari per l’esercito nati dalla vecchia armeria
medievale. Trovandosi questo castello sito sulla riva del mare e molto vicino al palazzo reale,
uno dei più belli d’Europa, a cui lo univa uno stretto ponte levatoio, esso serviva ora soprattutto
da immediato rifugio per la Corte in caso di bisogno; ma il viceré e la sua famiglia disponevano
anche di una scala segreta che dagli appartamenti reali portava al sottostante arsenale e che
potevano quindi utilizzare per andare a imbarcarsi segretamente in caso di fuga o comunque di
un necessario incognito.
Il Regio Torrione del Carmine, posto anch’esso sulla marina, ma più a sud, era stato in origine
per l’appunto solo un grosso torrione incorporato nelle mura difensive costiere della città,
destinato a tenere a freno la turbolenta popolazione del Mercato, ma, poiché al tempo di Filippo
IV, in occasione della rivoluzione di Masaniello, si era dimostrato del tutto insufficiente allo
scopo, anzi i rivoltosi se ne erano subito impadroniti con pochissimo sforzo, subito dopo il viceré
Yñigo Valez y Tassis conte di Oñate (1648-1653) l’aveva tanto potenziato da dargli la
consistenza e l’aspetto di un vero e proprio castello e infatti anch’esso alzava stendardo come
gli altri. C’era poi all’estremità del molo portuale, ossia all’imboccatura della darsena, la Torre di
S. Vincenzo, la quale, pur essendo guardata da un suo torriero, amministrativamente faceva
parte del complesso fortificato di Castel Nuovo e quindi dipendeva da quella castellania; si
trattava in effetti di un piccolo fortilizio il cui nucleo originario, cioè la torre, sembra risalisse al
tempo di Carlo I d’Angiò ed era tradizione che in essa i buoni padri di famiglia facessero
incarcerare i figli disobbedienti. Infine, all’estremità dell’argine portuale c’era un altro fortino,
detto questo di S. Gennaro, il quale era munito d’artiglierie. Una volta era stato una
fortificazione militare anche il Castello di Capuana, antica dimora dei re di Napoli, ma poi dal
1537, cioè dal tempo del viceré Pedro de Toledo marchese di Villafranca, sede dei regi tribunali
di Napoli non militari, cioè quelli del Sacro Consiglio, della Regia Camera della Sommaria, della
Regia Zecca di Pesi e Misure e della Gran Corte della Vicaria, tribunale civile e penale, e,
poiché anche il sistema difensivo murario che nel 1528 aveva retto all’assedio di francesi di
Odet de Foix visconte di Lautrec, era ormai da quella parte semiscomparso, la città era ora sì
difesa dalla parte del mare, ma praticamente indifesa verso la grande pianura e solo un esercito
posto in campagna avrebbe potuto colà opporsi a un invasore.

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I presidiari di castelli e fortezze dovevano essere, per motivi di fedeltà e quindi di sicurezza,
esclusivamente spagnoli naturali e infatti con una vecchia carta reale del 24 giugno 1585 si
elogiava il viceré del tempo per aver licenziato da tali presidi gli jenízeros (‘giannizzeri’), cioè i
regnicoli figli di padre spagnolo e di madre italiana (… essendo egli nato in Napoli figlio di
spagnuolo e li chiamano giannizzeri… Fuidoro, 1672), perché il loro impiego nei castelli era
contrario alle ordinanze in vigore; spagnoli dovevano essere anche i torrieri o caporali delle torri,
anzi il sistema delle torri d’avvistamento, tanto generalizzato ed esteso nel Cinquecento dagli
spagnoli per la sua utilissima e insostituibile funzione, aveva, nel suo aspetto d’istituzione,
anche proprio il fine dichiarato di dare una casa e un reddito vitalizio a quei soldati spagnoli del
Regno di Napoli, i quali, ormai vecchi e sposati, fossero divenuti disutili al servizio operativo,
come già si legge in una carta del 27 gennaio 1575, con cui la Real Corte di Madrid contestava
al viceré del tempo che la maggioranza di dette torri risultasse allora esser stata invece affidata
a italiani e ordinava quindi di porvi rimedio. Questi spagnoli presidiari fissi si potevano valutare
in circa 1.500 o anche più a seconda dei periodi storici e non erano da non confondersi quindi
con i fanti delle compagnie del tercio che pure s’inviavano a rotazione a presidiare detti castelli
e fortezze nelle province più minacciate dal nemico o dai banditi, tant’è vero che le compagnie
di fanteria spagnola che restavano a presidiare Napoli raramente superarono il numero di
quattro.
Sarebbe stato improprio comunque appesantire questo nostro lavoro anche con lunghe
dissertazioni sulle fortificazioni del regno, potendosi il lettore interessato avvalere dei grossi
lavori del Mauro () e del Russo (), ambedue di facile reperimento nelle biblioteche napoletane; ci
limitiamo qui pertanto a ricordare i tre principali concetti che ispiravano l’arte della fortificazione
al tempo in esame, concetti che il più delle volte dagli studiosi di oggi restano poco o nulla
compresi, perché le fortificazioni che il tempo ci ha lasciato sono solo quelle lapidee, cioè di tipo
ancora arcaico-antico-medievale, mentre quelle dette, a partire dal tempo della Controriforma,
alla moderna, le quali erano fatte di grandi terrapieni spessi perlomeno 8 o 9 metri e alti non
meno di 5,50/6 metri, inoltre rigorosamente incamiciati di muratura perché si mantenessero il
più a lungo possibile in forma (ma in mancanza d’una adeguata cava di pietra nelle vicinanze si
poteva incamiciarli di lotte di prato o di fascine), si sono naturalmente disfatte e deformate in
breve tempo per la loro stessa natura terragna, a differenza appunto dei più antichi castelli
medievali, molti dei quali sono tuttora sufficientemente integri, anche se talvolta molto cambiati
da trasformazioni successive; possiamo dunque oggi vedere queste fortificazioni alla moderna
negli antichi disegni e progetti, scoprirne qua e là qualche vestigia nel terreno e ravvisarne il

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tracciato nelle fotografie aeree. Una seconda loro principale caratteristica, ossia le opere
distaccate esterne al fossato d’acqua, cioè quelle che gli antichi romani chiamarono procastria e
più tardi procestria, e intendiamo dire rivellini, mezzelune, corone e strade coperte, sono ancor
più presto sparite non solo perché cancellate dal tempo, ma anche perché abbattute dai posteri,
i quali le hanno a torto considerate inutili ingombri, architettonicamente e storicamente poco
interessanti; eppure queste difese distaccate esterne erano di gran lunga le più importanti,
essendo infatti quelle che avevano il compito di mantenere gli assedianti più tempo possibile
lontani dalla controscarpa, luogo dove eminenze e concavità potevano favorirne l’insediamento
vicino, la costruzione di trincee e l’istallazione di batterie, e di sostenerne quindi in sostanza i
primi urti, ruolo questo che il semplice fossato pieno d’acqua non era certo più in grado di
sostenere; senza di esse qualsiasi cinta difensiva, anche la più robusta, avrebbe prima o poi
ceduto alle batterie e agli assalti degli assedianti.
Dunque, espressi i primi due concetti ispiratori delle fortificazioni della seconda metà del
Seicento, cioè le opere esterne e l’uso, allora comunque ormai già inveterato, del terrapieno
incamiciato, molto più flessibile, assorbente e resistente al colpo di cannone rispetto a quanto
fosse stato il semplice muro lapideo medievale, dal quale oltretutto schizzavano correntemente
schegge pericolosissime per l’incolumità degli stessi assediati, il terzo e ultimo era che misure e
distanze andavano commisurate alla gittata efficace del moschetto di fanteria in uso nella
seconda metà del Seicento, ossia sui 120 passi geometrici (circa 210 metri), in quanto,
raggiunta questa distanza, il proiettile cominciava a perdere forza sino a estinguersene del tutto
il tiro verso le 150-160 passi; poiché è notorio che la fortificazione non è altro che una difesa
dalle armi offensive nemiche e una protezione per quelle amiche, essa deve necessariamente
bevolversi di pari passo con l’evoluzione di tali armi. Commisurare la costruzione delle
fortificazioni alla gittata del cannone era pressoché impossibile, sia perché questa era arma
dalla potenza molto varia sia perché anche di più saltuario, complicato e costoso uso della
moschetteria; infatti negli assedi e trinceramenti era il fuoco di moschetteria a essere pressoché
continuo. Inoltre la moschetteria era, nella difesa d’una piazza, molto più importante
dell’artiglieria, come ben spiegava Annibale Porroni:

… e, se bene sembra a’ poco pratici essere il cannone cosa sì formidabile tanto per difendere
quanto per espugnare, sappi però che, quando il nemico si è di già accostato alle mura della
fortezza, a poco o a nulla quello serve a’ difensori, ma bensì per danneggiare l’avversario di
lontano, massime quando ancora si trova fuori del tiro del moschetto… (Trattato universale
militare moderno ecc. L. III, p. 162. Venezia, 1676.)

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Partendo dai suddetti tre pacifici concetti principali, poi ogni ingegniero o architetto aveva sue
personali convinzioni per quanto riguardava le forme e le lunghezze, ma soprattutto le
angolazioni di fianchi e cortine, per cui c’era chi ancora considerava accettabili le certo ormai
vecchie concezioni del romano Pietro Sardi o addirittura quelle ancora più vecchie del
bolognese Francesco de’ Marchi, chi invece considerava ormai all’avanguardia quelle del
francese Vauban, chi preferiva le realizzazioni del preclaro olandese Coehoorn ecc. Le opere
messe in atto invece dagli assedianti consistevano principalmente in batterie gabbionate di
cannoni per aprire brecce, trincee e approcci, cavalieri o bastioni alzati di fronte alle mura
nemiche, eredi questi delle antiche torri d’assedio, mine e fornelli, e altro; ma anche questo
argomento risparmieremo al nostro lettore, limitandoci ad aggiungere solo una significativa
citazione dal trattatello, conservatoci dal Ruscelli (), scritto da Giovan Tomaso da Venezia, uno
degli ingegneri militari più esperti ed eccellenti della prima metà del Cinquecento, il quale, prima
di ritirarsi, a causa dell’età ormai inoltrata, a servire solo la sua straordinaria Venezia, era stato
al servizio dell’imperatore Carlo V:

... Ritrovandomi sin dalla mia puerizia più dedito all’essercizio dell’armi che ad altro studio,
lasciato il padre e la patria, mi sono trasferito in diversi luoghi d’Europa, dove intendeva che
s’unissero due esserciti per far imprese, né a’ miei dì è stato niun notabil fatto d’arme o assedio
che non mi vi sia ritrovato, tanto in Italia come in Francia, Inghilterra, Scozia, Fiandra ed altri
luoghi d’Alemagna... e questa disciplina non s’impara né in Bologna né in Padua né in Perugia
né sopra i libri, ma sibene dove si combatte... e per essempio vedi la città di Fiorenza, ordinata
e ridotta al suo fine da Antonio San Gallo, famosissimo architetto, e mirate quanti difetti patisce;
e quella di Piacenza, ordinata dal Genga e dal capitano Alessandro da Terni, stà assai meglio...

Le forze di mare napoletane erano basate essenzialmente sulla squadra o stuolo di


galere, le quali erano state nel Cinquecento alcune decine, ma ora erano, alla fine del Seicento,
solo otto poiché, come del resto era avvenuto nelle marinerie di tutte le altre potenze
marittime mediterranee, le galere erano andate gradatamente riducendosi di numero sia
per la concorrenza vincente dei grandi vascelli a prevalente vela quadra, ora molto più usati
in guerra a causa dell’ormai adeguata e sufficiente manovrabilità nautica da essi raggiunta nel
corso del Seicento, sia perché si trattava adesso di galere più capienti, quindi più
equipaggiate, attrezzate e potenti delle vecchie galere ordinarie sottili del Cinquecento.
L’arsenale, adiacente al palazzo reale e protetto dai cannoni del sovrastante Castel Nuovo, era
grande e comodo, potendocisi sia costruire contemporaneamente molte navi e galere sia
conservare tutti i materiali e le armi necessarie a un armamento marittimo e infatti per questo
conteneva anche una sua Regia Monizione; inoltre in esso trovavano sia temporaneo
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alloggiamento sia scuola di primo addestramento i soldati di nuova leva destinati a essere
imbarcati e inviati oltremare ai vari fronti di guerra. Il Regno di Napoli era noto anche per
l’eccellenza dei suoi remolari, ossia degli operai specializzati nella fabbricazione di remi da
galera, e il centro di più antica tradizione in tal senso era Cetraro in Calabria, abbondando infatti
la vicina Sila, oltre che di pini adattissimi alle alberature navali, anche di vaste faggete, ma si
andavano a caricare remi anche alla foce del fiume Tusciano, oggi località Spineta (Battipaglia);
la Spagna si avvaleva moltissimo di questa produzione per rifornirne i suoi arsenali e pertanto
ordinava ricorrentemente al viceré di Napoli la spedizione di migliaia di aste di remo a
Barcellona.
Gli alti vertici militari di terra e di mare erano innanzitutto quattro cariche più onorifiche e
politiche che operative e le cui competenze sfumavano pertanto le une in quelle dell’altro; si
trattava del capitano generale del Regno, ossia lo stesso viceré, del gran contestabile,
luogotenente del re in guerra, del governatore dell’armi, il quale nel 1702 percepiva uno
stipendio di mille scudi il mese e del grande almirante, capo di tutto il ramo marittimo militare,
arsenale incluso. Invece il vero capo operativo dell’esercito, sia della fanteria sia della
cavalleria, quello cioè che ne aveva vera competenza tecnica, era il mastro di campo generale,
detto in fr. maréschal de camp, affiancato da due tenenti generali fissi e da uno
soprannumerario, inoltre da due aiutanti di tenente generale fissi e da uno soprannumerario.
Dal 1677 anche nell’esercito del Regno di Napoli fu introdotta la figura del sargente generale di
battaglia (talvolta detto sargente maggiore di battaglia o anche solo generale di battaglia),
destinata a sostituire quella predetta di tenente di mastro di campo generale e a prendersi gli
aiutanti di questo; si trattava di una carica istituita negli eserciti della Spagna a sostanziale
imitazione del major général de l’armée, carica di raccordo tra il comando generale e i vari corpi
dell’esercito, recentemente introdotto in quello francese da Luigi XIV. C’erano poi il capitano
generale della cavalleria, la quale sino al 1685 ebbe anche un luogotenente generale, il
capitano generale dell’artiglieria (in Francia grand-maistre de l’artillerie), il quale era coadiuvato
da un tenente generale alcuni ufficiali subalterni detti gentiluomini dell’artiglieria, l’ingegniero
delle fortificazioni e il suo aiutante, un cappellano maggiore del Regno, gli uffici militari della
Scrivania di Razione, quindi della Contaduria (‘computisteria’), Pagatoria e Veditoria
(‘provveditoria’) Generale, i quali si occupavano dell’amministrazione e della contabilità
dell’esercito, cioè dei razionamenti, degli acquisti, delle riviste, delle ispezioni commissariali e
delle paghe, essendoci un pagatore della fanteria, uno della cavalleria, uno delle monizioni, uno
delle galere e uno dei castelli; c’erano ancora il personale della Regia Monizione di Castel

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Nuovo, il monizioniero d’Aversa, tradizionale quartiere della cavalleria, e quello della piazzaforte
di Capua, l’auditore generale dell’esercito con il personale della sua audienza cioè del suo
tribunale militare, già più sopra menzionato, il quale dipendeva dal gran contestabile, e infine il
capitano generale della squadra di galere, assistito questo da un tenente generale, comandante
in seconda detto in spagnolo quatralbo, perché la sua galera si riconosceva da un piccolo
vessillo appunto di forma quadra e di color bianco e non perché comandasse quattro galere
(‘quattro alberi’), come poi erroneamente si è creduto, tanto più che la galera non aveva un solo
albero, bensì due. Lo stato maggiore delle galere comprendeva anche, tra gli altri, un algozino
reale e un cappellano maggiore

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Cronache 1668-1707.

1668. In quest’anno, mentre Napoli era governata dal viceré spagnolo Pedro Antonio Ramón
Folch de Aragón duca di Segarbe e Cardona (1666-1671), il trattato di Lisbona, con cui la
Spagna riconosceva finalmente l'indipendenza del Portogallo e il suo impero coloniale, Ceuta in
primis, e la pace d’Aquisgrana che nel maggio poneva invece fine alla cosiddetta Guerra di
Devoluzione tra Spagna e Francia per il predominio sulla Fiandra, avevano procurato all'Europa
occidentale un altro di quei brevi periodi di non-belligeranza di cui ogni tanto riusciva a godere
non ostante la continua bellicosità della Francia, regno che il diarista napoletano Innocenzo
Fuidoro (pseudonimo di Vincenzo d'Onofrio) definiva una nazione così barbara e tiranna che
non sa stare un quarto d'ora in schietta amicizia col suo prossimo, accomunandola così con
l'impero ottomano, di cui la Francia stessa aveva sempre cercato l'alleanza, tacita o dichiarata
che fosse, per controbilanciare la potenza marittima mediterranea della Spagna con la
sterminata armata di mare del Gran Turco; forse il senso di colpa per aver in tal modo tanto
nociuto alla cristianità portò poi la Francia prima ai pesanti bombardamenti d’Algeri e d’altre città
costiere dell'Africa settentrionale negli anni 1683-1684 e in seguito a quella conquista
dell'Algeria iniziata nel 1830 e con cui si dava molto tardiva fine alla pirateria barbaresca che
per tanti secoli e fino allora aveva infestato e tanto dannificato le riviere cristiane del
Mediterraneo con innumerevoli lutti, dolori e distruzioni.
Napoli aveva sempre partecipato alle vicende belliche della Spagna con invio di uomini e di
mezzi ai vari teatri di guerra e a questa poco conosciuta realtà storica si riferisce, per esempio,
un rogito del 6 gennaio 1668 stipulato dal notaio napoletano Francesco Antonio Montagna e
conseguente a un partito (appalto) per la fornitura di 2500 vestiti di monizione, ossia abiti
militari, destinati all’infanteria italiana, cioè a quella reclutata tra i regnicoli che di quando in
quando era raccolta e inviata all'estero. Il partitario (appaltatore) era in quest’occasione tal
Antonio Fasanella, il quale, come si legge nel documento conservato alla Sezione Militare
dell'Archivio di Stato di Napoli, aveva già consegnato alla Regia Monizione 500 dei suddetti

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vestiti nel precedente dicembre e s’impegnava ora di consegnare i residui 2.000 in quattro rate
da 500 ognuna, ultima di cui scadente alla fine del vegnente aprile.
Alle 19 del venerdì 24 febbraio lasciarono Napoli cinque galere che portavano nei Presidi di
Toscana circa mille fanti per mutarne e contemporaneamente raddoppiarne la guarnigione a
causa delle minacce francesi; si trattava di 800 fanti spagnoli e 200 italiani di nuova leva, quelli
del terzo fisso e questi invece condannati a pene detentive a cui la condanna era stata
convertita a servire nell’esercito per le esigenze della guerra. Erano stati a tal scopo tolti dal
remo delle galere anche e soprattutto quei pochi spagnoli che, avendo commesso gravissimi
reati, vi erano stati condannati; si trattava di una pena che solo molto eccezionalmente
s’infliggeva a rei di nazionalità spagnola e, quando pure vi si arrivava, si liberavano poi dopo
poco tempo, come confermerà il Fuidoro con la sua seguente annotazione datata 8 giugno
1669:

… La mattina seguente fu mandato in galera lo spagnolo per ordine del viceré, dove per poco
tempo vi dimorarà, com’è costume.

Le suddette galere torneranno infatti a Napoli sabato 10 marzo con i 500 spagnoli che avevano
formato la vecchia guarnigione di quelle fortezze, per dove l’11 aprile ripartiranno portandovi
altri 800 fanti italiani di nuova leva. Poiché questi avvicendamenti di presidiari avvenivano
regolarmente e periodicamente in tutti i principali presidi del regno e delle piazze marittime di
Toscana che dal regno dipendevano ed erano pertanto avvenimenti ripetitivi, ci limiteremo d'ora
in avanti a riportare solo quelli che eccedeva l'ordinarietà delle cose.
Mercoledì 21 marzo tornava frattanto a Napoli dalla Spagna Luise Poderico, uno dei militari
napoletani che più si era distinto all’estero raggiungendo infatti l’altissimo grado di capitano
generale; invece tra i militari più importanti allora residenti nel regno si distingueva fra’ Titta
(Gioan Battista) Brancaccio (il fra’ stava, com’è noto, a significare cavaliere gerosolimitano o di
Malta), il quale era capitano generale dell’artiglieria e governatore generale dell’armi dei Presidi
di Toscana, mentre tenente generale dell’artiglieria era allora lo spagnolo Gabriel de Acuña.
Oltre a quella del Brancaccio, le altre principali cariche militari del regno erano in quel tempo
esercitate da Vincenzo Tuttavilla duca di Calabritto, il quale era allora mastro di campo generale
dell'esercito e dei presidi fermi, e da Gioannettino d’Oria, generale della squadra di galere di
Napoli.
Mercoledì 23 maggio, essendo arrivata nella rada di Napoli la squadra delle cinque galere
pontificie con il loro generale fra’ Vincenzo Rospigliosi, cavaliere di Malta e nipote del pontefice

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Clemente Nono, la quale si stava recando al soccorso di Candia, assediata dagli ottomani, il
viceré de Aragón uscì a incontrarla con le sette galere di Napoli e, dopo averla fatta salutare
con lo sparo di tutti i cannoni, accolse il Rospigliosi nella sua Capitana e lo condusse a terra.
L’ospite si reimbarcherà poi sulla sua squadra per ripartire domenica 27 carico dei regali ricevuti
e cioè di sei cavalli della razza (‘allevamento’) reale di Napoli, molti vitelli, canditi, botti di vino e
altri rinfreschi per le galere e infine una gran quantità di finissime biancherie regalategli dalla
viceregina. Lunedì 28 maggio si pubblicò anche a Napoli la pace conclusa tra Spagna e
Portogallo dopo ben 28 anni di sanguinosa guerra, a ciò spinta la prima dalla necessità di
potersi così opporre più validamente in Fiandra alle possenti forze francesi. A luglio giunse a
Napoli la notizia dell'assassinio del viceré di Sardegna, Manuel Mendoza marchese di
Camarassa, commesso da alcuni nobili cagliaritani ribelli; si trattava del quinto viceré ucciso in
Sardegna e perciò era nato a Napoli il proverbio che valevano di più gli asini sardegnoli che i
cavalli napoletani, con chiaro riferimento, oltre che agli animali domestici più tipici dei due regni,
anche alla circostanza che mai i napoletani erano riusciti a uccidere un loro viceré, anche se
spesso taluni dei nobili l'avevano potuto probabilmente desiderare. Per riprendere il controllo di
quell’isola nella notte del venerdì 3 agosto si spedirono a quella volta sei galere della squadra di
Napoli, mancando infatti la sola Capitana del detto d’Oria, lasciata a Napoli perché priva di
paghe, e quattro di quella di Sicilia, le quali portavano a bordo, oltre ai loro soliti equipaggi,
2.100 fanti, tra spagnoli, italiani e 800 alemanni; tutte queste galere non erano comandate dal
d’Oria, perché costui, probabilmente per motivi connessi alla detta mancanza di paghe, era in
questione col viceré e di conseguenza loro condottiero in questa spedizione era Fadrique de
Toledo y Ossorio marchese di Villafranca e duca di Ferrandina, capitano generale della squadra
di galere di Sicilia dal 5 giugno 1666 sino al 21 marzo 1670, quando diventerà generale di quelle
di Napoli, per poi assumere il 3 gennaio 1671 il governo pro interim del regno sino a tutto il
seguente febbraio in sostituzione del viceré de Aragón partito quel giorno per Roma, dove si
recava a far atto d’obbedienza al nuovo pontefice Clemente X; infine sarà per due anni viceré di
Sicilia (1674-1676). Dopo qualche giorno però si vide questa spedizione tornare indietro
richiamata da un oscuro contrordine. Fu presto eletto nuovo viceré di Sardegna il napoletano
Francesco Tuttavilla duca di S. Germano, fratello del predetto Vincenzo, il quale aveva pertanto
lasciato poco prima il governo delle province spagnole di Navarra e di Guipuzcoa.
I detti 800 alemanni erano arrivati da poco a Napoli per essere impiegati nella difesa del regno
allora esposto agli insulti francesi; il Fuidoro paragonava la regolarità e abbondanza della paga

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da loro pretesa e percepita alla scarsezza e solito ritardo del soldo che invece si pagava agli
spagnoli, vero nerbo delle difese del regno:

Le milizie spagnuole quasi con quel poco soccorso (‘parte di paga’) si mantengono ed è
miracolo che non sia successo abbottinamento (leggi ammotinamento) e saccheggiare la città; li
alemanni, in numero di 800 arrivati a Napoli, ben pagati e alloggiati alli Studi (‘Università’) e a
Chiaia, guastano (‘costano’) 600 docati il giorno di paghe con il depiù delli letti.

Mercoledì 25 luglio fu inaugurata la nuova grande darsena voluta dal suddetto viceré de
Aragón, essendo la precedente molto esposta ai venti di scirocco e di levante; si trattava di una
profonda e larga escavazione fatta in riva al mare, accanto all’arsenale, e corredata all’intorno
da nuovi magazzini per tutti gli arredi necessari alle galere e da un ospedale per forzati e schiavi
di galera. L’inaugurazione avvenne facendovi il loro primo ingresso le sette galere della squadra
reale napoletana e due di quella di Sicilia che si trovavano in visita a Napoli con il loro generale
Federico de Toledo marchese di Villafranca e duca di Ferrandina, il tutto con grande
accompagnamento di salve dei cannoni e della moschetteria e archibugeria della fanteria
spagnola e mentre a detta cerimonia assisteva la viceregina dall’alto del pallonetto (‘belvedere’,
sp. mirador) di palazzo. Con il nuovo suddetto ospedale si aboliva la vecchia e sdrucita
pulmonara, ossia la ‘galera ospedale’, che si trovava da sempre al molo di Napoli e nella quale
forzati e schiavi malati molto pativano e la si sostituiva con un vero e proprio nosocomio sito in
effetti addirittura nel complesso del palazzo reale, avendo fatto ristrutturare infatti a tal scopo dei
locali che si trovavano dalla parte del mare sotto il predetto corridoio panoramico detto
pallonetto e che fu a sua volta trasformato in nuova Scrivania di Razione, questa prima d’allora
situata in un vecchio edificio che si trovava fuori del recinto dell’arsenale; quest’ultimo, proprio
per far posto a detta nuova grande darsena, ai nuovi magazzini e a un alloggiamento per i
soldati di nuova leva destinati a esser mandati oltremare, era stata diminuito di diverse arcate,
ma senza nulla perdere della sua grande potenzialità costruttiva.
Sabato 4 agosto, giorno di S. Domenico, si pubblicò anche a Napoli la predetta pace tra Spagna
e Francia stipulata nel maggio precedente ad Aquisgrana e ci furono per questo cerimonie
pubbliche e una bella e grande sfilata delle corporazioni cittadine, il tutto accompagnato da
salve di tutte le artiglierie dei castelli.
In quel periodo Candia, tenuta dai veneziani, sosteneva con difficoltà veementi assalti dei turchi
e Napoli, Malta, la Sicilia e lo Stato della Chiesa, avevano già inviato colà dei soccorsi nel
giugno dell'anno precedente; ora, mercoledì 12 settembre, era spedita per ordine reale una
grossa partita di munizioni da guerra ai veneziani di Candia per mezzo di una gran nave inglese
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appositamente venuta a Napoli per caricarla. Nello stesso settembre furono intanto licenziate le
suddette fanterie alemanne che, come abbiamo detto, erano giunte solo mesi prima, cioè
quando la guerra contro la Francia era ancora in corso, perché ovviamente ora non più
occorrevano:

Si sono cominciati a partire l'alemani e quelli che sono remasti per partirse ancora, non avendo
le paghe ritenute da’ loro colonnelli e pagate dalla regia corte, vanno pezzendo per Napoli.

Perché ora i colonnelli degli alemanni trattenessero le paghe dei loro soldati non sappiamo,
né era loro costume giacché i mercenari tedeschi e svizzeri erano, come abbiamo appena
accennato, proprio quelli che più si facevano economicamente rispettare, essendo considerati
da questo punto di vista insaziabili e, se non pagati puntualmente, facili allo sbandarsi e alle
rivolte; comunque, per loro fortuna o sfortuna, queste soldatesche mercenarie - si trattava di
600/650 uomini residui per il trasporto marittimo di cui da Pescara a Trieste, con relative razioni
alimentari, si fece partito sabato 22 settembre, come risulta da un atto notarile originale -
saranno presto assoldate dai veneziani per la guerra di Candia, isola di cui era allora
governatore generale dell'armi un vecchio napoletano, cioè fra’ Vincenzo della Marra, il quale
era stato prima capitano generale della cavalleria dell’esercito spagnolo di Pedro de Aragón
marchese di Povar e poi mastro di campo generale dell'esercito veneziano, ossia comandante
di tutta la fanteria della Serenissima; egli, dunque tra i più distinti e importanti ufficiali generali
napoletani del tempo, morirà purtroppo nel corso di questa sfortunata difesa di Candia.

1669. Da un avviso di Milano, nel quale si cita una corrispondenza da Roma del 30 gennaio
1669, risulta che, evidentemente tra la fine dell’anno 1668 e l'inizio di questo, fanterie
napoletane di nuova leva erano giunte da Napoli a Barcellona, dove se ne doveva formare un
terzo, ossia,come abbiamogià spiegato, un’unità di fanteria simile al reggimento, da inviarsi a
servire nei Paesi Bassi e il nobile napoletano Titta (Gioan Battista) Pignatelli si era recato alla
Corte di Madrid per ottenerne la patente di maestro di campo, titolo equivalente a quello di
colonnello nella cavalleria. Un altro avviso, anch'esso milanese, riportando lettere da Napoli del
17 aprile di questo stesso 1669, c’informa che da quel porto erano in partenza sia le galere
napoletane sia quelle delle altre squadre tirreniche della monarchia spagnola per andare a
portare aiuto all'armata veneta impegnata nella difficile difesa di Candia, isola che purtroppo
nell’ottobre di questo stesso 1669 cadrà in potere dei turchi, non ostante la strenua resistenza
dei marcolini (‘veneziani’) comandati da Francesco Morosini e aiutati pure dalla Francia, la quale
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si apprestava anch'essa a inviare un’armata, ossia una flotta da guerra, in soccorso di
quell'importante isola; nella timorosa attesa del passaggio di tale armata, nel maggio il viceré di
Napoli fece rinforzare i presidi costieri del regno perché, anche se tra Spagna e Francia si era,
come sappiamo, ristabilita la pace, sempre possibili occasionali atti d’ostilità. Mercoledì 22 dello
stesso maggio partirono ancora per la Sardegna tre galere napoletane che portavano 550 fanti
spagnoli e italiani per rinforzare l’ancora non ben radicato governo del duca di S. Germano,
nuovo viceré di quella turbolenta isola, mentre vi convergevano anche spedizioni militari
provenienti da Spagna, Milano e Sicilia; per esempio il viceré di quest’ultima, il duca di
Alburquerque, vi inviò con le galere 300 soldati spagnoli del presidio di Palermo; le tre predette
galere faranno ritorno l’8 giugno. Tra le milizie provenienti dalla Spagna c'era anche il terzo
napoletano del mastro di campo Marzio Origlia duca d'Arigliano, il quale ne aveva assunti il
grado e il comando in Portogallo sin dalla fine del 1659; il suo terzo aveva infatti valorosamente
combattuto in quella guerra e poi, dopo la campagna in Sardegna, sarà trasferito nei Paesi
Bassi unitamente ad altri due terzi italiani; colà parteciperà alla sfortunata difesa di Maastricht
nel 1673 e infatti fu tra i reparti che uscirono da quella città dopo la sua capitolazione. Dallo
stato degli ufficiali morti in quell'assedio abbiamo ricavato un elenco di 12 compagnie che
facevano parte del predetto terzo dell'Origlia o che probabilmente lo costituivano per intero e tra
loro c'è da notare una novità assoluta per le fanterie della Spagna e cioè un’intera compagnia di
granatieri, specialità esistente solo da pochi anni e che fino allora era stata impiegata nei terzi
solamente distribuita in ragione d’alcuni granatieri per ogni compagnia. Ecco dunque l'elenco
delle predette compagnie con i nomi di dieci dei loro capitani comandanti:

01. Compagnia del mastro di campo.


02. Vincenzo Sicola.
03. Velori.
05. Lubuan.
06. Velasco.
07. Duro
08. Bracie (sic).
09. Romaunio (forse ‘Romano’).
10. Dortasupi (sic).
11. Caponegro.
12. Compagnia dei granatieri.

Le perdite del terzo durante la difesa di Maastricht erano state notevoli, essendosi infatti ridotto
il suo piede, ossia la sua forza, a soli 175 uomini; pertanto nel luglio dello stesso anno l'Origlia
poi ricevette 530 fanti italiani giunti dalla Spagna a rinfoltire i suoi scarsi ranghi ridotti ormai a
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soli 175 uomini. In seguito i francesi smisero d’attaccare l'Olanda e cominciarono invece ad
assalire la Fiandra spagnola, dove fu quindi trasferito l'Origlia con il suo terzo, prima a presidiare
Namur e poi Carlemont, questa più coinvolta nelle operazioni di guerra. L'Origlia fu poi
promosso sargente generale di battaglia e all'inizio del 1677 parteciperà al fallito tentativo di
soccorrere S. Omer assediata dai Francesi. La pace di Nimega del 1678 durò solo pochi anni e
infatti nel 1682 l'Origlia si troverà a comandare la difesa di Lussemburgo insieme col principe
Chimay, governatore di quella piazza. A cominciare dal 21 dicembre di quell'anno i francesi
lanciarono su quella disgraziata città ottomila bombe da mortaio, le quali appena vi lasciarono in
piedi una decina di case malferme. I lussemburghesi si arresero onorevolmente il 6 giugno del
1683, ma nella primavera dell’anno seguente il re di Francia, volle approfittare ancora della
potenza dei suoi nuovi mortai e, dichiaratosi mal soddisfatto del comportamento di Genova, le
inviò contro un’armata di vascelli, legni da fuoco o brulotti, galere e palandre da bombe e
carcasse a scaricarvi, nei giorni di Pentecoste, un diluvio di fuoco. In aiuto del capoluogo ligure
accorse il governatore di Milano, Juan Henriquez de Cabrera conte di Melgar, con soldatesche
spagnole, napoletane e lombarde e l'Origlia fu richiamato dalla Fiandra col nuovo incarico di
governatore dell'armi regie in Genova, ma, quando vi giunse, la questione era ormai risolta e le
ostilità terminate. Questo terribile bombardamento di Genova lasciò una gran paura delle
bombe francesi, timore che per molti anni a venire trasparirà spesso nella stesura degli Avvisi,
specie di quelli editi nell’Alta Italia.
A proposito delle suddette galeotte o palandre da bombe, ci sembra opportuno spiegare meglio
che cosa fossero. Sembra che fu Maurizio d’Orange-Nassau (1567-1625) a servirsi per primo di
una di queste batterie naviganti per bombardare e incendiare Le Havre verso la fine delle guerre
di Fiandra e l’inizio di quella dei Trent’Anni; certo è che bombe incendiarie di nuovo tipo e molto
efficaci furono usate dai francesi nell’assediare Fuenterrabía nel 16371. Più tardi, verso il
1680, un ufficiale francese, Bernard Renaud d’Eliçagaray, visto il grande sviluppo che
l’artiglieria con tiro ad arcata aveva avuto in Francia, le ripropose rivedute e corrette come gli
strumenti più utili a dare finalmente una sonora lezione alla città d’Algeri, covo di dannosissimi
ladroni di mare, idea che fu accolta da Luigi XIV; se ne costruirono all’inizio cinque esemplari, e
si trattava di vascelli tondi medio-piccoli, molto forti di legno, a fondo piatto, armati a livello della
coperta con due mortari posti su pedane girevoli, una a pruavia e una a poppavia dell’albero
maestro, le quali erano sostenute da robuste strutture di legno fissate su un bassissimo falso
ponte costruito sul fondo di cala della galeotta. La Francia fu così per prima in grado di
effettuare intensissimi e rovinosi bombardamenti marittimi, oltre a quelli, anche spesso decisivi,

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che già con simili mortari metteva in atto nelle guerre di terra; si veda per esempio quello
terribile di Bruxelles che avverrà nel 1695. A queste micidiali batterie di mortai naviganti, capaci
di lanciare le loro bombe a un chilometro e mezzo di distanza, fu dato in Italia il nome di
palandre a bombe, il quale proveniva storicamente da una contaminazione tra palandarie, nome
basso-medievale con cui erano chiamati dai cristiani i turchi passacavalli, cioè dei vascelli
ottomani attrezzati e adibiti al trasporto di tali animali, ma che, come si legge nelle cronache
della discesa in Italia di Carlo VIII di Francia scritte dal Sanuto a proposito dell’armata di mare
preparata dagli ottomani nel 1495, erano anche utilizzati come postazioni galleggianti di grosse
bombarbe che in guerra all’occorrenza portavano a poppa, e l’alto-medievale chelandre o
salandre, specie di galeotte bizantine appunto a due ordini di remi per lato e con equipaggio
complessivo di circa 150 uomini, attrezzate a lanciare il fuoco greco contro i vascelli e le
istallazioni costiere del nemico per mezzo di macchine di bordo ruotanti atte a sollevare e
catapultare gravi pesi e dette γέρανοι in greco e grues in latino, le quali quindi in un certo senso
potevano essere ricordate da queste moderne batterie galleggianti. In Francia invece furono
conosciute come galiotes à mortiers, galiotes à bombes (ol. spring-schip, bombardeerd-galjoot),
nome dunque che nulla aveva a che fare con le galeotte remiere mediterranee, bensì con quelle
oceaniche olandesi, le quali erano invece dei velieri a prevalente vela quadra; bisogna infatti
spiegare che gli olandesi avevano dato - chissà perché - questo nome di galeotte a dei loro
vascelli tondi di media grandezza e di tutto rispetto, generalmente lunghi dagli 85 ai 90 piedi
francesi, con cui essi raggiungeranno anche le Indie, nonché a vari altri tipi di vascelli più
piccoli, alcuni di una forma che stava tra quella dei predetti e quella delle pinasse (dal fr.
espinace; lt.md. spinachium), altri di basso bordo che serviranno da yachts, ossia da ’avvisi’, e
altri ancora da pesca; questi vascelli saranno caratterizzati, oltre che dall’alberatura en fourche,
soprattutto dall’aver la loro maggiore larghezza in corrispondenza della sommità della prua.
Dette nuove galeotte da bombe francesi furono inaugurate nel terribile bombardamento d’Algeri
dell’agosto del 1682, azione eseguita da un’armata comandata dall’ammiraglio Abraham du
Quesne e composta di 11 vascelli (‘velieri’), cinque galere, cinque galeotte lancia-bombe
capitanate dal suddetto Monsieur Renaud, tre brulotti, alcuni velieri a flauto (fr. flûtes) e diverse
tartane, armata che, pur provocando alla città corsara grandissime rovine e 700 morti, non poté
però portare a termine il suo compito perché, assalita da una burrasca, dovette lasciare la rada
d’Algeri prima del previsto; ma il bombardamento del giugno-agosto dell’anno seguente,
eseguito con sette delle predette galeotte, riuscirà comunque ancora più devastante per la città
corsara, anche se nel corso di questo il du Quesne, essendosi rifiutato, per motivi non ben

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chiari, di adoperare due muovi mortai che lanciavano grossissime bombe, sarà sostituito nel
comando da Anne-Hilarion de Costentin de Tourville. Ulteriormente aumentate a 10, questi
micidiali vascelli francesi saranno poi adoperati anche nel famigerato e terribile bombardamento
di Genova del maggio 1684, durante il quale essi, ora comandati dal cavaliere di Malta des
Gouttes, ancoratisi davanti alla torre della lanterna e ai borghi nei pressi del Bisagno,
lanceranno in 12 giorni sulla disgraziata città ben 13.300 bombe; qui di nuovo il du Quesne,
appoggiato dal suo subordinato duca di Vivonne, contesterà gli ordini e sarà sostituito dal de
Tourville; i genovesi si arrenderanno e pagheranno una forte indennità, ma anche i francesi
avranno subito forti perdite e i loro tanti commercianti residenti a Genova saranno rovinati.
Nell’estate dell’anno successivo toccherà a Tripoli, bombardata da un’armata di 16 galere, 15
vascelli e cinque palandre uscita dai porti della Provenza e costretta ad accordi di pace con
l’immediato pagamento di un tributo e il rilascio di 180 schiavi cristiani, incluso un nobile inglese,
i quali saranno portati a Tolone; infine nell’agosto del 1688, la Francia, anche se alla fine
rinuncerà, come poi meglio diremo, a mettere in campo la machine infernal preparata a Tolone
proprio per quella nuova campagna contro Algeri, come abbiamo già detto, userà però ancora
le sue lancia-bombe e nel terribile bombardamento che ne seguirà saranno lanciate sulla città
corsara, di cui era allora dey il rinnegato corso Hadji Hussein, detto dai cristiani Hassan
Mezzomorto, ben diecimila bombe, cioè tutta la scorta a disposizione della squadra francese.
Non sappiamo se queste galeotte fossero sotto il comando di un apposito ufficiale generale o
sotto quello del capitano generale delle galere, allora Louis de Rochechouart, duca di
Mortemar. La Francia otterrà quindi da quest’innovazione grossi risultati e ulteriore prestigio
militare, restandone molto impensierita la stessa Costantinopoli, ma presto se ne doteranno
anche le altre potenze marittime; infatti anche i veneziani presto s’attrezzarono in tal senso e
fecero un uso importante di queste palandre lancia-bombe e lancia-carcasse nelle loro
campagne navali di Morea del triennio1686-1688; infine, durante le ultime guerre combattute da
Luigi XIV, gli inglesi usarono queste galeotte da bombe nei bombardamenti di Saint Malo del
1693 e di Dunkerque dell’agosto 1695 e in questi ultimi detti vascelli erano armati, come poi
meglio vedremo, con cannoni-mortari di recente concezione detti in francesi obus (‘obici’).
Tornando ora all’Origlia, diremo che fu poi nominato capitano generale dell'artiglieria del Regno
di Napoli, incarico che sino a quel tempo era stato in pratica condiviso dal già ricordato e ormai
defunto fra’ Gian Battista Brancaccio, morto infatti il 19 febbraio 1686, e da Diego de Quirosa,
generale dei castelli del regno, e rivide così finalmente la sua patria dopo ben quarant'anni
d’assenza, esercitandovi però contemporaneamente per un anno anche la funzione di mastro di

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campo generale pro interim, finché questa, nel seguente 1687, fu conferita a Fernando
Gonzales de Valdés, capitano generale dell’artiglieria del ducato o Stato di Milano, con lo
stipendio che avevano preso i suoi predecessori più un soprassoldo di 200 ducati mensili; il
Valdés tornerà poi a Milano alla fine del 1694, quando cioè sarà nominato castellano della
fortezza di Milano, allora detta ancora tradizionalmente Castello, mentre a Napoli gli subentrerà
il genovese Giuseppe d’Oria. Nel 1688 sarà anche vicario generale dei Presidi di Toscana, dove
si temeva un attacco dell'armata francese con quel suo enorme potenziale distruttivo costituito
dalle galeotte bombardiere e da un tipo di proiettile composto detto carcasso – ma più spesso
corrotto in carcassa, del quale poi ancora diremo, usato dai transalpini con buon profitto;
fortunatamente l'attacco non ci fu. Lo Stato dei Presidi di Toscana era in pratica quell’insieme di
quattro fortificazioni (Orbitello, Talamone, Port’Ercole e Piombino) di cui solo l’ultima, una piazza
fortificata, non apparteneva al Regno di Napoli, bensì al principe di Piombino, e che in teoria
doveva fargli da antemurale di difesa, mentre in pratica riuscì a tal fine quasi sempre pressoché
inutile. Le guarnigioni di queste fortificazioni si mutavano una volta l’anno, colà portate dalle
galere, ma talvolta, quando la situazione internazionale destava delle preoccupazioni, vi si
mandavano dei rinforzi straordinari; accenneremo quindi a questi avvicendamenti solo quando
presenteranno caratteri o significati particolari.
Lasciando ora le vicende di Marzio Origlia, ritorniamo alla fine del 1669, quando cioè il più gran
problema che travagliava il Regno di Napoli era senza dubbio la presenza di più di mille banditi
attivi nell'Abruzzo e a cui non si riusciva a trovare un definitivo rimedio. Il brigantaggio
abruzzese era infatti difficilissimo da estirparsi sia per l'asperità di quella provincia, sia perché
era aizzato e sostenuto da agenti francesi e veneti, sia perché quei masnadieri erano fuorusciti
che avevano le loro basi nel confinante stato pontificio dove, anche se messi alle strette dai
soldati del regno, potevano sempre trovare rifugio e protezione, anche se non dichiaratamente;
si diceva inoltre a Napoli che i caporali di campagna abruzzesi, ossia gli ufficiali della polizia
giudiziaria provinciale, fossero conniventi con i banditi e con loro spartissero i proventi delle
rapine e delle razzie:

(Luglio 1670) Li banditi per ogni provincia fanno quello che vogliono e spartono con li caporali di
campagna e alcuno delli presidi spagnuoli (Fuidoro).

Lo stesso diarista sei mesi dopo estenderà il concetto anche alla capitale del regno, facendo
però ora nome e cognome:

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(Gennaio 1671) Veramente, si sentono per la città assai ladroni, ma, perché tengono tutti
soggezione di contribuire a capitan Carlo Vassallo, capo di birri assassini e fur(fan)ti, quando
uno di costoro non ha più di che contribuirgli, allora lo fa perire…

È questo della corrotta connivenza dei tutori dell’ordine del tempo un argomento sul
quale il Fuidoro spesso torna nel corso delle sue cronache. Bisognerà attendere il governo
dell'intelligente e risoluto viceré Gaspar de Haro marchese del Carpio per poter finalmente
vedere il tristo fenomeno del brigantaggio debellato, anche se solo per qualche tempo, nella
maggior parte del regno.
Frattanto in questo stesso 1669 il napoletano Francesco Arboreo di Gattinara dei conti di
Sartirana, marchese di S. Martino, era stato nominato governatore della piazza di Tarragona
dopo esser stato prima capitano di fanteria, poi capitano di cavalleria, mastro di campo di
fanteria sia napoletana che lombarda, generale dell'artiglieria nell'esercito d'Estremadura e
contemporaneamente governatore di Èvora, generale dell'artiglieria nell'esercito di Galizia; sarà
in seguito, proseguendo nella sua non comune carriera, mastro di campo generale del
principato di Catalogna e poi di Sicilia; sarà ancora vivente nel 1693.
Un avviso di Milano, riportando una corrispondenza da Genova del 1° gennaio successivo,
informerà poi che negli ultimi giorni di quest'anno era approdata in quel porto una grossa barca
carica di fanteria spagnola; la stessa aveva poi proseguito per Napoli, dove avrebbe dovuto
sbarcare detta fanteria destinata al rinforzo delle guarnigioni dei castelli di quel regno.

1670. Caduta Candia dunque in potere dei turchi, così come Malta e la Sicilia rinforzavano le
loro difese costiere potendo essere i prossimi obiettivi degli ottomani, anche nel Regno di Napoli
ci si cautelava e nel gennaio del 1670 s’inviarono alcune compagnie di fanteria e cavalleria alle
marine d'Otranto per rinforzarne i presidi contro possibili incursioni dei corsari turco-barbareschi.
All'inizio di marzo poi, poiché i suddetti corsari effettivamente comparivano in buon numero
lungo i litorali del regno, il viceré ordinò che sia i fanti del Battaglione sia i cavalleggeri della
Sacchetta si tenessero pronti a qualsiasi improvviso ordine di portarsi laddove ci fosse pericolo
che i corsari tentassero di sbarcare; qualche giorno dopo ordinò anche che si assoldassero
genti a piedi e a cavallo nella stessa città di Napoli e nei suoi sobborghi per rinforzare le
guarnigioni delle piazze e dei luoghi più importanti delle marine di levante del regno. In quel
mentre lunedì 10 marzo avevano lasciato Napoli quattro galere con 400 fanti spagnoli destinati
al potenziamento dei presidi della Sardegna poiché ci si aspettava che avvenissero nuove
turbolenze in quell'isola.

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Venerdì 14 di marzo detto, ore 24, alle gradelle (‘gradini’) di San Giovanni Maggiore fu
ammazzato un figliolo d’anni dodici, gridando ‘marioli, marioli!’. Li furono rubbati certi pochi
carlini e, al griddo che fece, fu ucciso con una pugnalata che gli passò il core; si dice
pubblicamente che fussero stati soldati spagnuoli, quali non hanno più che grana otto il giorno a
testa e una razione di pane e si arrabiano (Fuidoro).

Fu questo del viceré de Aragón, odiosissimo ai soldati, un periodo in cui la cassa militare
napoletana versava in notevoli ristrettezze e, non essendo pagato il soldo per mesi e mesi, i
soldati spagnoli si davano, come del resto tutti gli altri in Europa, alla diserzione, al crimine o nel
migliore dei casi provocavano disordini; soprattutto lo facevano quelli che riuscivano a trovarsi
fuori quartiere di notte per motivi di servizio o per licenza.
Attorno al 20 marzo, accompagnato da cinque galere di Sicilia, tra le quali la Capitana e la
Padrona, arrivò a Napoli il già ricordato Fadrique de Toledo y Ossorio marchese di Villafranca e
duca di Ferrandina, il quale veniva a prendere possesso della sua nuova carica di capitano
generale dello stuolo di galere di Napoli.
Secondo una corrispondenza da Napoli del 22 aprile riportata da un avviso di Milano altri rinforzi
per i presidi di Puglia stavano ora per partire dalla capitale e cioè si stava allestendo una galera
per condurvi alcune compagnie di fanteria spagnola, mentre tre altre compagnie di cavalleria
napoletana sotto il comando di Luigi Poderico pure stavano per incamminarsi per quella stessa
provincia.
40 soldati spagnoli fuggirono da Napoli verso luglio e si rifugiarono nello Stato della Chiesa;
dove furono poi indultati per intercessione del marchese de Astorga, allora ambasciatore di
Spagna a Roma, ma futuro viceré di Napoli, e se la cavarono così con la sola condanna a
servire nello Stato di Milano. I tentativi di diserzione dei fanti del tercio però si susseguivano:

A 10 settembre sono stati condotti in galera 13 soldati spagnuoli per aver macchinata la fuga e
non li giovò il dire che fuggivano perché non potevano essere pagati e che si morivano di fame
(Bulifon).

Altri 28 di loro, i quali in seguito invece riuscirono a disertare, furono ripresi nell'aprile del 1671
dalle squadre dei soldati di campagna di cui abbiamo già detto e, quando furono riportati a
Napoli sabato 3 maggio, alcuni loro commilitoni cercarono di liberarli azzuffandosi con i birri che
li conducevano, ma senza riuscirci.
Lunedì 24 novembre di questo 1670 tre galere napoletane sarebbero dovute partire per portare
la soldatesca destinata a dare il cambio al presidio di Porto Longone, ma non poterono farlo
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perché la maggior parte dei marinai, a cui si dovevano ben 22 paghe arretrate, erano per questo
motivo fuggiti; la partenza avverrà poi sabato 29 dopo che i fuggitivi saranno stati convinti a
tornare con il pagamento di quattro delle suddette paghe.

(Giovedì 4 dicembre): Il doppo pranzo di detto giorno, festa di S. Barbara, la compagnia de’
soldati di detta santa del Castello Nuovo, chiamati bombardieri, andorno conforme il solito in
ordinanza per la Città, facendo diverse salve.

Nel predetto avviso c'è da notare l’epiteto Città, il quale era attribuito alla sola capitale così
come alla sola antica Roma quello di Urbs, mentre tutti gli altri abitati del regno erano chiamati
terre e, se protetti da terrazzi, ossia da cinte terrapienate, terrazzani i loro abitanti; non a caso
infatti gli unici a godere pienamente di tutte le prerogative di cittadino, specie quelle fiscali,
erano gli abitanti di Napoli, il cui numero si valutava allora tra i seicento e i settecentomila,
numero enorme per una città di quei tempi. C'è poi da spiegare che la compagnia dei
bombardieri (‘artiglieri’) di Napoli era unica del regno e doveva pertanto comprendere tutti gli
artiglieri sparsi nei vari castelli e presidi del reame, dipendendo essa direttamente dal generale
dell'artiglieria, allora ancora fra’ Titta Brancaccio; una simile compagnia esisteva in tutti i regni e
gli stati soggetti alla corona di Spagna. Questa carica di generale dell’artiglieria comportava non
solo il comando di tutti gli artiglieri del regno sparsi nei vari presidi, ma anche del treno
d'artiglieria (dalla pronuncia francese di train), il quale sarà già presente nel 1673 e che nel
1674 includerà artiglieri sia ordinari sia straordinari. Dipendeva inoltre da questo generale la
Regia Scuola degli Artiglieri e il 28 febbraio del 1675 il viceré marchese de Astorga avrebbe
dovuto promulgare una prammatica per intimare ai capitani di giustizia della città di Napoli e ai
loro caporali e birri di smetterla d'incarcerare gli scolari di detta scuola per porto d'armi, perché
ciò era loro concesso per privilegio militare.

1671. Nel gennaio di quest'anno cominciarono ad arrivare in più riprese a Napoli dalle marine di
Puglia, da Bitonto e da Lecce tutte le compagnie di cavalleria ordinaria che in quei luoghi erano
acquartierate, pronte a intervenire contro tentativi di sbarco dei turchi, compresa quella di lance
della guardia del viceré che aveva invece accompagnato il de Aragón ai confini con lo Stato
Ecclesiastico, perché dovevano sottoporsi alla riforma che si era resa necessaria; riforma
poteva significare soppressione di compagnie dai ranghi ormai troppo scarsi con
incorporamento dei soldati residui nelle altre compagnie per rinfoltirne, oppure poteva voler dire
soppressione di terzi o compagnie non più necessarie perché esauritasi la campagna di guerra

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per cui tali corpi erano stati costituiti; infine - e molto probabilmente questo era il caso suddetto,
si trattava di diminuire i ranghi di compagnie eccezionalmente aumentati per affrontare possibili
eventi bellici e quindi di riportarli al consueto piede del tempo di pace e ciò perché il numero
delle compagnie di cavalleria ordinaria del regno era istituzionalmente fisso. A proposito di
questo termine piede usato sin dal Rinascimento nel senso di consistenza, forza, numero di
effettivi, esso derivava dallo schierare in campo gli uomini a distanze diverse a seconda se in
pace (più larghi) o se in guerra (più serrati), distanze che si calcolavano appunto in piedi;
evidentemente i sargenti avevano tacche diverse sull’asta della loro alabarda, asta che, per
esempio nella fanteria francese, doveva essere di 6 piedi e mezzo (Exercice etc. del 2 marzo
1703) e con cui misuravano le distanze da tenersi tra uomo e uomo, a indicare la lunghezza del
piede da usarsi in tempo di pace e quella, un po’ più breve, del piede da usarsi in tempo di
guerra, cioè per gli schieramenti più serrati.

(Inizio di febbraio:) Il doppo pranzo di detto giorno fu portata la testa del capo bandito lo
Schiavo, così detto per esser veramente schiavo nero, fatta li giorni passati dalla gente di Corte
nelle campagne di Salerno.

La religione cristiana non consentiva che si riducessero in schiavitù se non gli infedeli e quindi
gli schiavi che si potevano trovare nell'Europa centro-occidentale erano esclusivamente di
religione saracena (oggi detta ‘mussulmana’) o animista, spesso dunque anche africani; questi
schiavi, se non erano adibiti alla voga nelle galere, potevano servire a terra privati cittadini come
domestici e in tal caso dovevano vestire totalmente di bianco in maniera che, se avessero
tentato la fuga, quest'insolito abbigliamento li avrebbe resi subito riconoscibili; viene pertanto da
pensare che la maschera di Pulcinella, tradizionalmente rappresentata con il viso coperto da
una gran maschera nera e con un abito bianco di taglio alquanto mediorientale, potrebbe
essere appunto nata da uno schiavo africano veramente esistito.
Nel primo pomeriggio del sabato 7 febbraio fu mandata a servire nelle regie galere una catena
di 12 criminali inquisiti per diversi misfatti e condannati appunto al remo dal Tribunale di
Campagna, il quale poi li aveva inviati a Napoli perché fossero eseguite le rispettive sentenze.
La condanna alla galera era all’incirca frequente secondo la necessità di nuovi galeotti che la
squadra di galere del regno poteva avere in un dato periodo; quando tale necessità si
presentava, allora i giudici usavano convertire a quella pena moltissime condanne a morte o a
lunghe pene detentive. Giovedì 19 dello stesso febbraio la compagnia di lance della guardia
lasciò nuovamente Napoli per andare ai confini del regno a ricevere il viceré che tornava da
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Roma e che rientrò infatti a Napoli mercoledì 25 con pomposa cavalcata pubblica alla cui testa
erano tutte le compagnie di cavalleria presenti nella capitale. Nei giorni precedenti a questo
rientro si erano notati frattanto nel porto di Napoli diversi vascelli inglesi, i quali ne attendevano
altri per andare poi tutti insieme in corso contro i legni barbareschi che infestavano
ininterrottamente il Mediterraneo e danneggiavano evidentemente anche i traffici marittimi
inglesi con il Levante.
Domenica 8 marzo giunse notizia che nei pressi di Nola c'era stato uno scontro armato tra le
cosiddette genti di corte, ossia la polizia giudiziaria provinciale, più conosciuti come soldati di
campagna, di cui poi diremo, e 20 briganti capeggiati dal capo-brigante conosciuto come
Abbate Cesare (al secolo Cesare Riccardo o Riccardi), un chierico figlio di un notaro di Cimitile
(sincope brachigrafica di Cimiteriale), il quale si era dato al brigantaggio nel 1669 con il fratello
maggiore Felice per aver ucciso, per motivi d’onore, Alessandro Mastrillo duca di S. Paolo; delle
sue imprese molto ancora si sentirà a Napoli parlare.
In questi giorni, d'ordine reale, si spalmavano, cioè si carenavano, tutte le galere della squadra
del regno e si provvedevano di tutte le cose necessarie, affinché fossero poi pronte a intervenire
dovunque l'armata turco-barbaresca avesse portato la sua minaccia in quei mari meridionali,
come anche si doveva fare in Sicilia alle galere di quella squadra, di cui era allora capitano
generale Francisco Diego Bazan Y Benavides marchese di Bayona, essendolo costui stato dal
15 agosto 1670 sino al 9 aprile 1674, quando passò a comandare la squadra di galere di
Spagna. Lunedì 9 marzo giunsero in porto a Napoli tre grossi vascelli dell'armata reale spagnola
dell’ammiraglio Papacino, tra cui quello Almirante e quello Capitano di detta armata, i quali
erano venuti principalmente per trasferirsi poi Baia a darsi carena, ossia per il carenamento, e a
bordo di cui c'erano, oltre ad alquanti soldati spagnoli, anche qualche centinaio di soldati sardi
imbarcati appunto in quell’isola; come spesso allora facevano i vascelli militari, portavano anche
delle mercanzie e in questo caso si trattava di prodotti della Sardegna.
Dare carena a un vascello e spalmarlo significava riparare il calafataggio della parte immersa
dello scafo con stoppa incatramata e bitume poi ripristinare lo strato di sego protettivo; allora
infatti si usava spalmarla appunto di sego caldo, il quale, una volta rappresosi all'aria, ma
soprattutto avrebbe reso; in più avrebbe offerto anche un po’ di protezione contro l'aggressione
della teredine e l'attecchire delle alghe.
Prima di varare un vascello ben calafatato con stoppa incatramata e pegola o di rimetterne
in mare uno dal calafataggio ripristinato, non si usava, come oggi, ricoprirne la parte immersa
del vivo ('opera viva’) con pitture antivegetative, ma si procedeva alla sua spalmatura, operazione

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in uso da tempo immemorabile e che consisteva appunto nel distendere e poi ben lisciare uno
strato di sego (fr. anche oint; ol. smeer, roet, reussel) a caldo su tutta la parte dello scafo
destinata ad immergersi, timone incluso, cioè dalla carena o primo sino alla metà d’un altro legno
detto contovale di mezzana sito alla linea di galleggiamento; il risultato era che il vascello, una
volta asciugatosi e induritosi – ma non troppo - il sego, divenuta in tal modo la sua cala (‘carena’)
levigata e scivolosa, avanzava poi nel mare più facilmente e a una velocità maggiore, perché
opponeva così minor resistenza all'acqua marina, la quale scorreva più dolcemente lungo i suoi
fianchi e sotto il suo fondo; gli inglesi, per aumentare quest’effetto mescolavano il sego con
sapone, ma probabilmente in tal maniera lo strato di spalmatura durava di meno. Era comune
opinione degli uomini di mare che un vascello ben spalmato di recente guadagnasse il dieci per
cento di velocità in più d'un altro che non lo fosse e si diceva che le galeotte dei corsari
barbareschi fossero velocissime proprio perché erano spalmate di continuo; d’altro canto il sego
non poteva preservare né abbastanza né a lungo il legno immerso dall'inevitabile attaccarsi delle
brume.
La spalmatura di sego liquefatto s’usava però per i soli viaggi di breve corso quali erano per
esempio quelli mediterranei; in quelli di lungo corso diretti verso ovest (oceanici) e verso sud
(tropicali), specie se da farsi nei caldi mari equatoriali, s’adoperavano altri metodi per contrastare
l'opera distruttiva della teredine marina ed il primo era quello di sostituire il semplice sego con
una mistura antivegetativa composta di sego, olio di balena, zolfo, resina o pegola e vetro pesto,
detta in fr. cou(r)roi, couroy, courée o courret (ol. pap), mistura che permetteva d’estendere la
durata del carenamento a caldo che si faceva ai vascelli oceanici anche a tre anni, il che
significava ovviamente un bel risparmio. Questo preparato seicentesco non era in effetti altro che
un derivato di una più vecchia mistura che i lusitani avevano imparato a usare nel Rinascimento
per rinforzare e proteggere le superfici esterne ed emerse dei loro vascelli diretti alle Indie
Orientali, cioè di quelli che facevano i viaggi più deterioranti; ricoprivano infatti le opere esterne
dello scafo con un preparato di consistenza bituminosa, detta gala gala o gale gale o galegala,
appresa, come si diceva, dai cinesi, i quali l’usavano appunto per preservare il fasciame dei loro
vascelli dagl’insulti atmosferici e marini. Tale mistura, applicata in uno strato spesso un’oncia sia
sul vivo che sul morto del vascello, faceva sul legname fortissima presa e ne rendeva la
superficie talmente dura e resistente da ricevere spesso poco danno anche dai colpi dei deboli
cannoni petrieri dell’artiglieria navale rinascimentale; per ottenerla si pestavano in mortai con
grossi pestoni del gesso, acqua calda, olio di pesce, chiare d'uova o altra colla equivalente, ma

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scelta tra le più economiche, infine zucchero di palma, quest'ultimo abbondantissimo a Lisbona;
nel pestare si aggiungeva continuamente stoppa di canape trita o tagliata minuta finché il tutto
fosse ben incorporato.
Naturalmente, col progressivo aumento di potenza dell’artiglieria navale in atto già dalla
metà del Cinquecento, la gloriosa gala gala non sarà più in grado di respingere nessun colpo di
cannone; questa funzione sarà comunque ora talvolta assunta dall’adozione del contrabbordo o
raddoppio del fasciame esterno del vascello da guerra, cioè di quello che i francesi chiamavano
soufflage o doublage, il che significava in sostanza aggiungere un secondo strato di tavole sul
primo del vivo, specie su quello della zona oggi detta ‘bagnasciuga’, mantenendo però tra i due
una sottile intercapedine piena di misture antivegetative, per uno spessore aggiuntivo
complessivo che poteva andare dai tre agli otto pollici, ma il cui scopo principale non era
comunque né quello di proteggere il primo fasciame dalla teredine né tanto meno di difenderlo
da qualche colpo d’artiglieria, bensì di dare stabilità ad un vascello che rollasse e si tormentasse
troppo sotto la velatura, cioè, un vascello geloso, come ancora si diceva, uno che non si riusciva
a metter bene in stiva perché difettoso di costruzione nello scafo o nell’alberatura e si poteva
riconoscere facilmente anche quando stava alla fonda, in quanto appunto molto probabilmente
sarebbe stato in giolito (fr. en jolly, en travail, en tourment, in cargue, à la bande), cioè, pur
stando all'ancora, si sarebbe pressoché coricato ora da un fianco ed ora dall'altro per effetto
delle traversie portuali.
Il contrabbordo [ol. (ver)dubbeling, voering] fu introdotto dagli olandesi, i quali cominciarono
a raddoppiare il fasciame inchiodandovi sopra uno strato d’assi di quercia o d'abete bianco o
rosso, strato spesso un pollice e mezzo, e ponendo tra questo fasciame aggiuntivo e quello
presistente misture di materie anti-bruma, specie la predetta courée, la quale, contenendo spesso
in questo caso tra i suoi principali elementi anche pelo di bovino (fr. ploc), prendeva per
sineddoche anche appunto il nome di ploc e di conseguenza la sua applicazione quello di
plo(c)quer; ma poteva a volte detta courée contenere anche del rame, metallo del
quale evidentemente si conosceva la velenosità, mentre alcuni, ritenendola anch’essa sgradita
alla teredine, invece di tale mistura usavano solo della semplice carta grigia, ossia della grossa
carta grezza; anche la chiglia talvolta si raddoppiava spalmandola prima del suddetto ploc e
poi applicandovi sopra un asse di quercia o faggio detto in francese fausse-quille.
Prima del 1690 poi, sempre gli olandesi, costatato che i risultati che si ottenevano con questo
contrabbordo, il quale certo pure serviva ad isolare l’interno dall’eccessivo calore del sole, non
ripagavano però del notevole rallentamento procurato al corso ed alla manovrabilità dei vascelli

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così appesantiti, presero a rivestire il fasciame del vivo di sottili strati di ferro e soprattutto di
piombo, metodo questo già usato dai romani nell'antichità, come provò il ritrovamento di quelle
famose navi di Traiano nel lago di Nemi poi barbaramente incendiate dai soldati tedeschi durante
la Seconda Guerra Mondiale; e queste lamine, dapprima semplicemente gettate ed in seguito - con
nuova e più utile invenzione - laminate, s’inchiodavano così strettamente da non lasciare alcun
spazio tra una testa di chiodo e l'altra; ma pure con questo secondo metodo non ottennero risultati
utili, probabilmente anche questa volta a causa dal peso eccessivo che così gravava sul
vascello. Spagnoli e portoghesi frattanto, ispirandosi anche loro all'efficacia della vecchia
gala-gala, provavano a rivestire il vivo di più strati di miscugli a base di calce, sostanza che,
se si era dimostrata efficace contro la teredine, aveva però il difetto di bruciare il fasciame; i
portoghesi provarono anche a carbonizzare con il fuoco l'esterno del fasciame, in modo da opporre
alla teredine uno strato di carbone spesso un dito, ma questo metodo, oltre che dimostrarsi
d'effetto incerto, risultò anche molto pericoloso perché praticandolo si rischiava di mandare a
fuoco l'intero vascello.
Nel Settecento si cominciò poi a rivestire il fasciame di sottili lamine di rame inchiodate con
chiodi dello stesso metallo; queste lamine si posero dapprima combacianti e poi, dalla metà del
secolo, ad orlo sovrapposto e quest'ultimo metodo si dimostrò infinitamente superiore a tutti
gli altri precedenti, non solo perché in grado di preservare completamente il fasciame dalla teredine,
ma anche perché in tal maniera a questo nemmeno potevano aderire alghe e oloturie e ciò sia per
la politezza del rame sia per la velenosità del verderame che si andava formando; inoltre
quest'ultimo tipo di contrabbordo era quello che appesantiva e quindi ritardava di meno il
vascello, garantendogli così maggiore governabilità; infine, quando si voleva togliere questo rame
per carenare il vascello, se ne perdeva ben poco. L'efficacia del rame nella lotta alle formazioni
zoo-vegetali sul fasciame immerso dei vascelli fu poi universalmente riconosciuta, tanto che,
quando nell’Ottocento si cominciò a fare le navi non più di legno, ma di ferro, superandosi
così il problema più grave, ossia quello della teredine, non essendo possibile, specie per motivi
di corrosione elettrolitica, inchiodarvi sopra le sottili lamine di rame, s’ideò il sistema che tutt'oggi
si adopera e cioè pitture 'antivegetative' a base di composti del rame, da applicarsi però su altre
isolanti dette 'anticorrosive'.
La sera dello stesso lunedì 9 marzo si dette sepoltura, nella chiesa di S. Domenico, al genovese
Gioannettino d’Oria, il quale era stato un tempo generale delle galere di Napoli ed era morto il
giorno precedente dopo lunga malattia.

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In questi giorni il viceré aveva inviato tre compagnie di cavalli comandati dal tenente generale
della cavalleria ordinaria del regno fra’ Virgilio Vaglio nelle terre dei feudatari di Conversano e di
Nola per ristabilire l'ordine pubblico che costoro avevano infranto brandendo le armi l'un contro
l'altro; si diceva che sarebbero poi state inviate colà altre compagnie, mentre i due contendenti
erano stati convocati a Napoli dal viceré a render ragione del loro grave comportamento. Fu in
seguito notizia che le predette tre compagnie, evidentemente ricompostasi quella lite, erano
state divertite verso le marine di Puglia perché si temevano tentativi di sbarco dei turchi; le
medesime furono poi acquartierate a Bari, Lecce e Lucera. Si seppe anche che presso Cimitile
c'era stato un lungo scontro a fuoco tra la gente di corte e i briganti del già nominato Abbate
Cesare; in effetti in questo periodo si vedevano arrivare a Napoli parecchie teste di briganti
uccisi dalle squadre di campagna e nello stesso predetto lunedì 9 marzo vi fu condotta anche
quella del capo-brigante d'Amore, ucciso nelle campagne d'Abruzzo. Tra il 20 e il 27 marzo
furono inviate altre soldatesche in Puglia, provincia ora più che mai minacciata dalle incursioni
ottomane, e si trattò di due compagnie di fanteria e di cinque di cavalleria, tra le quali ultime era
quella detta dei croati, ossia composta di soldati reclutati negli insediamenti croato-macedono-
albanesi del regno. Partì per la Puglia anche il generale dell'artiglieria fra’ Gioan Battista
Brancaccio, ma tutti i preparativi di difesa di quella provincia dipendevano dal generale Luise
Poderico, nominato infatti comandante in capo di tutti i presidi costieri pugliesi.
Giovedì 9 aprile, ben provviste d'ogni cosa a Napoli, ne lasciarono il porto per la loro isola
le tre galere di Sardegna, tra le quali spiccava la nuova galera Capitana di quella piccola squadra,
la quale era stata appena varata nell'arsenale partenopeo; era questo un cantiere di
grand'esperienza nella costruzione di questo tipo di vascelli sottili, le galere appunto, e di barche,
ossia di piccole e medie imbarcazioni a vela latina, mentre raramente vi si erano costruite nella
sua storia galeazze o galere grosse di tipo veneziano e appena sufficiente vi era stata la pratica
fatta nella costruzione di quei grandi vascelli che una volta si erano chiamati tondi, legni dallo scafo
largo e rotondeggiante e dalla prevalente velatura quadra, i quali si erano suddivisi nel
passato principalmente in navi, galeoni e bertoni e ora invece generalmente in navi e vascelli da
guerra. Verso la metà del Seicento il galeone era infatti già divenuto un tipo di vascello obsoleto,
usandone in seguito ancora solo i turchi col nome di sultane, unici vascelli tondi che si potevano
vedere a Costantinopoli, notandosene in quel porto 5 o 6 nel 1631 (de St. Catherine), vascelli molto
grandi, usati pure dagli algerini, ma mal costruiti, per nulla adatti a combattere e usati solo per
trasportare legname da costruzione da colà in Egitto e per ritornarne con mercanzie di ogni tipo; nel
1694, alla duplice battaglia navale che avverrà nelle acque di Scio, i veneziani conteranno ben venti

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sultane nell’armata nemica. Gli ottomani saranno anche gli ultimi a dismettere le loro galeazze
chiamate maone; ma il nome di galeone resterà, usato però solo dagli spagnoli e in maniera
generica, a indicare cioè tutti i grandi mercantili da tre o quattro ponti che s’inviavano
nelle Indie Occidentali; anzi gli spagnoli, appunto perché ormai persasi la tipologia distintiva dei veri
galeoni, giungeranno presto a chiamare così tutti quei vascelli – grandi o piccoli, mercantili o da
guerra che fossero – che ogni anno s’inviavano a Cartagena e Portobello, ossia nei porti di
quello che allora era il grande Perù, vascelli che, se impiegati in viaggi diversi da quello,
perdevano però questo improprio nome; allo stesso modo essi chiameranno galeonistas i
mercanti che commerciavano con le Indie Orientali e inoltre riservavano il nome di flota o flotilla
solo al convoglio navale che invece inviavano più a nord, a Nueva Vera Cruz, porto della Nuova
Spagna.
Si profittò di questa spedizione per inviare rinforzi di fanteria in quell'isola e cioè 250 soldati
italiani, cioè napoletani, di nuova leva, tra cui ben 100 condannati dalla Vicaria criminale. In
questo periodo continuava frattanto l'offensiva dei briganti in varie province del regno e fu
notizia che una banda di quelli aveva saccheggiato Rocchetta in Abruzzo; altri avevano predato
barche siciliane e calabresi nelle marine di Camerota al Cilento. Giunse poi dalla Fiandra Juan
de Toledo, fratello del conte d’Oropeso, il quale era venuto a esercitare la sua nuova carica di
mastro di campo del terzo fisso degli spagnoli che presidiava il Regno di Napoli fin dai tempi
della conquista spagnola; probabilmente si trattava di un capitano di cavalleria, perché era da
tale grado che di solito si tornava alla fanteria con la promozione a mastro di campo. Sabato 25
aprile furono condannati a servire al remo delle regie galere napoletane 12 soldati spagnoli che
avevano disertato ed erano poi stati ripresi; altri che avevano capeggiato questa defezione si
trovavano ancora in prigione nell’attesa di ricevere peggior castigo. Il diarista che riporta questa
diserzione in massa non ce ne spiega la causa, ma in genere i soldati spagnoli, sempre
disciplinati, ubbidienti, pazienti e tolleranti d'ogni sacrificio, qualità quest'ultima che soprattutto
ne faceva la miglior fanteria del mondo, arrivavano a questa estrema forma di ribellione
collettiva solo se portati alla disperazione dall'intollerabile miseria in cui cadevano quando per
molti mesi si ritardava il pagamento del loro soldo; il che talvolta accadeva. Alla fine d'aprile
giunse una confortante notizia dall'eterno fronte aperto contro il brigantaggio; la squadra dei
soldati dell’Udienza (‘tribunale’) Provinciale di Montefuscoli, dopo aver sostenuto un lungo e
duro scontro con i briganti, era riuscita a carcerare i due compagni più confidenti dell'Abbate
Cesare e di un terzo aveva guadagnato la testa, la quale, insieme con i suddetti due carcerati,
sarebbe presto stata portata a Napoli.

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Un episodio di severa repressione della pederastia è riportato in un’anonima cronaca
Napoletana:

(Aprile 1671:) …Trovandosi un certo schiavo della galera di S. Teresa avere forzosamente
commesso vizio nefando con un figliuolo di 12 anni dentro uno schifo dietro la torre di S.
Vincenzo e trovato in flagrante dalla guardia de’ spagnoli che vigilava nella garitta ivi vicina, fu
carcerato. (Il) quale, dopo aver confessato il tutto ai giudici competenti, fu condannato a
morte, ma l’Avvocato de’ Poveri di dette galere andò così dal duca di Ferrandina generale come
dal signor Viceré rappresentandogli che non poteva aver luogo la condanna di morte, stante
che la confessione di detto schiavo non conteneva avere emesso il seme intra vaso…

Nel frattempo il predetto reo, poiché maomettano, si era fatto cristiano per cercare d’evitare
così la pena capitale, ma malgrado questo espediente e malgrado il parere contrario dell’Avvocato
dei Poveri (ossia d’ufficio) delle Regie Galere, il quale, ricoprendo a quanto pare anche la ben
più importante carica d’auditore delle stesse galere, non voleva evidentemente che la squadra
perdesse un buon vogatore, la massima condanna non fu purtroppo evitata:

… per il che ad un’ora di notte della medesima giornata di martedì fu eseguita la giustizia sopra un
palco nel largo della Tarcia, dove, doppo esser stato strangolato (‘garrotato’) detto schiavo, fu
abbruciato come sodomita.

Nel primo pomeriggio di domenica 3 maggio alcuni guidati o guidatici, ossia ex-briganti che
erano stati accordati (‘indultati’) a condizione che si arruolassero nella sbirraria (‘sbirraglia’) o
nelle squadre di campagna, i quali insieme con alcuni birri ordinari transitavano nei quartieri
spagnoli della città con l'incarico di portare certi soldati spagnoli disertori nelle carceri di S.
Giacomo, carceri appunto riservate ai militari iberici, sebbene si fossero forse scelti quel giorno
e quell’ora per dar meno nell’occhio, furono affrontati da altri soldati spagnoli che volevano
liberare i loro commilitoni arrestati e, non ostante la resistenza opposta, guidati e birri furono
costretti ad abbandonare i loro prigionieri dopo che ben tre di loro erano stati uccisi dagli
assalitori. Questi guidati, sebbene spesso molto più efficaci dei normali birri nelle loro operazioni
di polizia, contribuivano naturalmente non poco, con il loro stile da briganti, a quel discredito
delle forze dell'ordine durato secoli soprattutto nel meridione.
Furono in seguito inviati ancora altri rinforzi ai presidi costieri pugliesi, sempre per tema
di uno sbarco turco, e si trattava stavolta di due compagnie di fanteria spagnola, una destinata a
Viesti e l'altra a Monte S. Angelo, località quest'ultima ben nota per esser considerati i suoi alberi
tra i migliori d'Europa per ricavarne legname da costruzioni navali. Era infatti venuto avviso che
da Gallipoli erano state avvistate diverse caravelle turchesche, chiamando così infatti i cristiani,
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da sempre e impropriamente, i caramusali turco-barbareschi, vascelli a prevalente vela quadra,
dalle stesse preziose funzioni che erano state una volta delle caravelle rinascimentali e che, anche
se, come quelle, poco adatte alle grandi battaglie di linea, erano però ora nel Seicento molto usati
per la guerra di corso dai turco-barbareschi, specie dagli algerini, anzi addirittura costruiti
appositamente in sostituzione dei vascelli remieri del secolo precedente con un conseguente
accresciuto danno per i cristiani; questi vascelli portavano sotto l'unica coperta da mille a 1.500
salme di carico; inoltre, quando erano armati a guerra, presentavano 18 o più bocche da fuoco e
erano montati da cinquanta a sessanta uomini. Per contrastare dunque più efficacemente le
incursioni di quei corsari, de Aragón inviò subito gli ordini necessari al governatore regio di quella
città circa la guardia dei litorali vicini e il munizionamento della locale fortezza.
Sabato 16 maggio il viceré si recò a visitare le carceri della Vicaria criminale e, con il pretesto di
salvar loro la vita, a un buon numero di carcerati commutò la pena di morte parte in servizio di
guerra in paesi lontani, parte in servizio di presidio chiuso, ossia in lavori forzati in presidi militari
lontani da Napoli, e parte in servizio di galera a tempo, cioè non a vita. Inoltre la mattina del
lunedì 1° giugno maggio arrivò a Napoli una catena di 38 delinquenti condannati al remo per
diversi misfatti ed erano inviati dalla regia udienza di Montefuscoli; costoro furono
immediatamente messi a servire sulle galere napoletane.
Era in questo periodo mastro di campo del terzo napoletano dell'armata reale oceanica della
Spagna, cioè dell'unità di fanteria partenopea che da tempo quasi immemorabile faceva da
fanteria di marina a bordo di quei grossi vascelli a vela quadra che avevano la funzione di
proteggere gli interessi della Spagna tra le due lontane rive dell'Oceano Atlantico, il marchese di
S. Crispino di casa Simonetti de Leon, casata originaria di Taranto.
Il Giannone scriveva che nel giugno di quest'anno i turchi effettivamente approdarono nella
provincia di Bari e rapirono 150 contadini facendoli loro schiavi, ma forse egli si confonde con
un avvenimento successivo di cui poi diremo. Nello stesso giugno furono poi arruolati facchini
regnicoli su tre navi sarde che si trovavano in secco a Baia da circa tre mesi per i lavori di
carenamento, cioè di spalmatura, come abbiamo detto che allora si usava dire; gli operai
specializzati in questo lavoro, oggi chiamati carenanti o picchettini, si dicevano invece allora
appunto spalmatori e in caso di grossi lavori affluivano da tutte le marine del regno
generalmente a Baia, cantiere di carenamento per eccellenza. Avvistatesi altre vele turchesche
al largo d’Otranto, giovedì 11 giugno altre due compagnie di fanteria spagnola furono spedite a
quella volta, mentre alcuni giorni prima già vi erano state inviate le compagnie di cavalli dei
capitani Tomaso Guindazzo e Mattia Galiano, la prima per Lecce e la seconda per le marine

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pugliesi; ma quella del Guindazzo fu poi trasferita a Corigliano, luogo soggetto a frequenti
scorrerie turco-barbaresche, per ordine del preside (‘prefetto’) di quella provincia Marc'Antonio
di Gennaro, personaggio quest'ultimo che presto ritroveremo in sfortunate circostanze.
Avvisiamo ora il lettore che, anche se stavolta abbiamo riportato i nomi di due semplici capitani
di compagnia, in seguito lo rifaremo solo in occasioni particolari e ciò per non appesantire
ulteriormente la pletora di nomi di mastri di campo, di ufficiali maggiori e generali che si riscontra
necessariamente in questa nostra esposizione.
In questi giorni fecero ritorno a Napoli due galere della squadra del regno, le quali, nel passare
presso l'isola di Ponza, avevano predato un’imbarcazione corsara con 18 turchi e un cristiano
rinnegato; tornò poi pure a Napoli una feluca partenopea che aveva portato a Malta Cesare
Pignatelli, esponente di una delle principali famiglie napoletane, e ciò fu in luglio e portò la
notizia che, in un sanguinoso scontro tra sei galere maltesi e tre grossi vascelli algerini avvenuto
nel luogo detto le saline di Candia, era morto tra gli altri il cavaliere gerosolimitano napoletano
fra’ Olimpio Antinori e vi era rimasto ferito il fratello del marchese di Cardito di casa Girondi,
anch'egli napoletano. Arrivarono anche nel porto della capitale sette grossi vascelli spagnoli da
guerra, venuti per andare in corso nel Mediterraneo meridionale e impedire così ai turchi ogni
sbarco che volessero tentare sulle marine cristiane; trovandosi però tali vascelli scarsi di gente,
si andavano assoldando nel Napoletano in fretta e furia uomini per guarnirli, cioè per
equipaggiarli. In precedenza erano stati indultati per servire in guerra 12 compagni dell'Abbate
Cesare Riccardo, il noto capo-brigante già menzionato e che ancora più volte menzioneremo,
ed erano stati trattenuti (‘rinchiusi’) negli alloggiamenti dell'arsenale di Napoli nell’attesa del
prossimo imbarco di gente; nulla di più facile quindi che siano stati poi imbarcati sui predetti
vascelli spagnoli, i quali ripartirono comunque abbastanza presto mentre restavano ancora in
sosta i tre che erano arrivati il 9 marzo per far carenamento.
La mattina del sabato 27 giugno fu data la mostra, cioè si passò in rivista, tutta la fanteria
spagnola acquartierata a Napoli e in seguito, martedì 7 luglio, il viceré marchese di Villafranca
inviò al mastro di campo del terzo fisso spagnolo un gran regalo, vale a dire un bellissimo tiro a
sei; insomma fu come gli avesse oggi donato un’automobile Ferrari; nel frattempo mercoledì 1°
luglio si era fatta la rivista e data la paga alle soldatesche e marinaresca imbarcate sui tre
vascelli spagnoli ancora a Napoli, i quali, nella notte dl successivo giovedì, salparono per
tornarsene a Cadice. Sabato 4 luglio si venne a sapere che nei giorni precedenti corsari turchi
avevano predato tre barche cariche di grano e olio nei mari di Puglia; facendosi poi il timore di
sbarchi turchi sulle coste orientali del regno, non ostanti i provvedimenti presi, sempre più

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fondato, si ordinò di marciare su Lecce e Otranto alle milizie del Battaglione e della Sacchetta
delle province di Capitanata, Contado di Molise, Terra di Bari, Lecce e delle due Calabrie;
arrivati a quelle destinazioni, i capitani di quelle compagnie vi avrebbero trovato ulteriori ordini e
si ordinò pure a tutti i presidi, oggi diremmo ‘prefetti’, di quelle province e ai governatori delle
fortezze di quelle marine di rifornire le predette milizie d’ogni sorta di munizioni da guerra e da
bocca (viveri) per un completo presidio e per un lungo tempo e d’opporre la più decisa
resistenza a ogni sbarco che i turchi volessero tentare su quelle coste.
Verso la fine della prima decade del mese di luglio tre galere papaline fecero sosta nel Golfo di
Napoli, due a Pozzuoli con il loro comandante di squadra, il commendator (grado
gerosolimitano) fra’ Bolognetti, e una invece venne a ormeggiarsi proprio a Napoli; domenica 12
ne arrivò una quarta, la S. Catarina, comandata dal cavalier Malaspina, il quale manifestò subito
la sua insoddisfazione per esser stato accolto dai forti di Napoli con lo sparo di un solo colpo di
cannone; quanto fossero allora considerate importanti le formalità di saluto marittimo e come
facilmente potessero diventar causa di controversie diplomatiche e qualche volta addirittura di
fatti bellici è cosa nota. La sera del lunedì 13 luglio Federico de Toledo marchese di Villafranca
e duca di Ferrandina, generale delle galere del regno, Beltrán de Guevara conte del Vasto e
altri titolati partirono con la galera Capitana e tre altre della squadra di Napoli per la corte di
Madrid, da cui il duca era stato convocato. Fu poi notizia che le galere di Malta, uscite in corso
verso la Calabria, avevano incontrato dieci caravelle turchesche e, essendo di forze inferiori a
quelle del nemico, si erano ritirate sotto la protezione dei cannoni della Roccella, dove allora si
trattenevano nell’attesa di poter o combattere o proseguire il loro viaggio. In quel tempo si
spalmavano le galere del regno per mandarle così in traccia delle caravelle dei corsari turchi
che avevano nei giorni precedenti predate due tartane regnicole.
Sabato 8 agosto arrivò a Napoli una catena di 20 delinquenti condannati al remo dal Tribunale
di Campagna e furono subito mandati a servire sulle galere della squadra; furono invece
indultati per servire in guerra e rinchiusi pertanto nell'arsenale due capi-briganti, corrispondenti
dell'Abbate Cesare, insieme coni loro compagni ed erano chiamati per soprannome uno
Scatantrone e l'altro Cornacchia; alla fine dello stesso mese d’agosto furono poi condotti a
Napoli due briganti vivi e la testa del loro capo, i quali erano stati presi dal caporale di
campagna Michele di Crescenzo e dai suoi soldati nelle campagne di Marzano.
Venerdì 21 agosto si cominciò a far leva di reclute per servizio dei suddetti tre vascelli spagnoli,
a cui si era già fornita una gran quantità di polvere pirica e di miccio; il mese successivo, fornitisi
anche i necessari viveri, vi vennero infatti imbarcati 400 nuovi soldati, i quali nel frattempo,

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perché non fuggissero, erano stati come il solito tenuti rinchiusi negli alloggiamenti reclusori
dell’arsenale, e nella notte del sabato 12 settembre questi vascelli, a cui nel frattempo se neera
aggiunto un quarto, salperanno per Cadice dove si sarebbero uniti al resto dell'armata di
Spagna in partenza per le Indie Occidentali. I napoletani erano infatti, come si sa, spesso portati
dalla Spagna a presidiare e a combattere anche nel Nuovo Mondo.
La mattina del giovedì 27 agosto morì Enrico Pons de León, cavaliere di S. Giacomo, tenente
della compagnia di lance della guardia e cameriero maggiore del viceré. Mercoledì 2 settembre
fu data di nuovo la mostra alla fanteria spagnola e lunedì 7 settembre fu, come ogni anno,
festeggiata con cappella reale nella Real Chiesa del Carmine Maggiore e salva d’artiglieria
altrettanto reale sparata da tutti i castelli e dalle galere, fu commemorata la tanto importante
vittoria riportata a Nördlingen nel 1634 dagli imperiali cattolici comandati da Ferdinando
d’Austria (1609-1641), figlio cadetto di Filippo III e detto il Cardinale Infante, sugli svedesi
comandati da Bernardo di Sassonia-Weimar, subentrato al defunto re Gustavo-Adolfo nel
comando dell’esercito svedese, il quale in quella battaglia, in cui tanto si distinsero i terzi
napoletani, finì pressoché distrutto; nel pomeriggio del giorno seguente, festa della Natività della
Madonna, il viceré si recò, com’era tradizione, alla funzione che si teneva nella chiesa dei padri
Canonici Lateranensi detta della Madonna di Pie’ di Grotta, sita alla fine del borgo di Chiaia, con
un pomposo corteggio che passava lungo una bella parata militare di fanteria spagnola e di
cavalleria schierate lungo la riva e, dall’altro lato, presso una lunga ala di popolo festante; il
viceré passava con le sue più belle e ricche carrozze, seguito dalla sua compagnia di lance
della guardia e da un lungo corteggio di carrozze nobiliari; le soldatesche sparavano due salve
di saluto sia all’andata di tale corteo sia al suo ritorno e la festa terminava a tarda sera con una
salva reale delle artiglierie dei castelli. È di questo 1671 un documento manoscritto che si
conserva nel fascicolo 404 del fondo Scrivania di Razione dell’Archivio Militare di Napoli e che
registra i pagamenti delle competenze spettanti al predetto viceré de Aragón:

All’ecc.mo don Pietr’Antonio d’Aragona, duca di Segarbe e di Cardona, viceré, luocotenente e


capitan generale per Sua Maestà in questo regno per suo soldo a raggione di ρ (scudi) 24.000
castigliani per anno a’ raggione di reali 11 per docato e a’ grana 11¼ per ogni reale, moneta di
questo regno (ossia ducati di Napoli 2.475 il mese).
Alla detta Eccellenza per il suo aggiusto di costa (‘sopraspesa’) a’ raggione di ρ (scudi) 6.000
castigliani l’anno valutati ut supra (sono ducati di Napoli 618, reali 3 e grana 15 il mese).
Alla detta Eccellenza per suo soldo come capitano di una compagnia d’huomini d’arme del
Regno a’ raggione di ρ (ducati) 1.180 l’anno (cioè 98.1.13 il mese).
Alla detta Eccellenza per li ρ (scudi) 3.600 de 11 reali di platta (‘argento’) castigliani l’anno che
ordinò Sua maestà, pagandoseli in questo regno durante il suo governo per li ρ (scudi) 4.000 di

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moneta di Valencia che li cessorno in quel Regno, valutati detti ρ 3.600 a’ reali 11 per docato e
a’ grana 11¼ per reale moneta di questo Regno…
Gasti secreti: A D. Diego Ortiz de Ocampo, Secretario di Sua Maestà e di Stato e Guerra di Sua
Eccellenza per tanti che, d’ordine di detta Eccellenza, ha speso in cose secrete del Real
Servizio, de’ quali non ha da dare conto in nessun tempo (sono ducati 56.992.4.13 in soli cinque
mesi!)

Abbiamo aggiunto i suddetti gasti secreti (‘spese segrete’) perché in realtà si trattava di denaro
della cassa militare a cui attingeva senza dover renderne conto a nessuno, in teoria per spese
di stato, il che in effetti ingigantiva i suoi emolumenti personali ufficiali e gli permetteva anche di
essere munifico con quelle persone che gli servivano; insomma, se si pensa che 12 mesi di
soldo di tutta la sua guardia alemanna, cioè dei 72 alabardieri svizzeri, ammontavano a ducati
3.956 reali 2 e grana 10, è chiaro che un viceré guadagnava un sacco di soldi e in quei pochi
anni di vice-regnato a Napoli poteva accumulare una bella fortuna!
Ancora 24mila + 6.000 scudi castigliani e 1.180 ducati napoletani prenderà nel 1682 anche il
viceré marchese di Los Vélez, mentre, per gasti secreti fatti per suo conto dal suo Segretario di
Stato e Guerra nel primo semestre di detto anno, gli saranno rimborsati ducati 47.303. 3. 0
(A.S.N. Tes. Ant. Fs. 352).
A ottobre Antonio de Silva lasciò la carica di commissario di campagna, ossia di primo
magistrato del Tribunale di Campagna, per riprendere, ma pro interim, quella d’auditore
generale dell'esercito e, nello stesso mese, arrivarono e ripartirono due vascelli da guerra
inglesi dopo essersi riforniti di vettovaglie e altro. 40 delinquenti trasmessi in catena a Napoli dal
Tribunale di Campagna, perché condannati al remo, furono venerdì 30 ottobre inviate a servire
sulle regie galere napoletane e nella stessa giornata fecero ritorno nel porto della capitale le
galere di Napoli che avevano condotto in Spagna Federico de Toledo marchese di Villafranca e
duca di Ferrandina; queste galere erano guidate da Beltrán de Guevara conte del Vasto, il
quale era stato nel frattempo nominato governatore generale della squadra di Napoli perché
vacante ne era al momento il posto di capitano generale; giungerà però all’inizio dell’anno
seguente dalla corte di Madrid una notizia chiarificatrice e cioè che il detto duca di Ferrandina
era stato fatto sì nuovo viceré del Messico, però con la ritenzione del generalato delle galere di
Napoli, e per tanto al marchese di Pescara sarebbe stato presto conferito pro interim il
governatorato delle medesime.
Che il numero dei forzati di galera disponibili fosse eccezionalmente ora eccedente le necessità
è dimostrato dalla ben rara circostanza che lunedì 9 novembre il viceré ordinò che si liberassero
50 remiganti che avevano finito – chissà da quanto tempo – di scontare la loro pena e altri 50

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fece svincolare lunedì seguente; si usava che questi poveri disgraziati fossero portati in
processione religiosa nella chiesa di S. Paolo dei padri teatini e là dentro, dopo che avessero
reso grazie al Signore e a S. Gaetano, protettore dei forzati, fossero finalmente liberati dalle
catene e lasciati liberi di tornare alle loro case e paesi.
A novembre s’intese che il caporale di campagna Michele Merolla, il quale era di stanza con la
sua squadra alla Costa, aveva sostenuto con i suoi uno scontro a fuoco con naturali di
Piedimonte per certe non meglio specificate questioni che con quelli erano sorte e vi erano stati
dei morti. In questo stesso novembre Francesco Navarretta (‘Francisco Navarrete’), auditore del
terzo spagnolo, prese possesso anche del carico (incarico) di giudice civile di Vicaria ora
conferitagli; frattanto il viceré aveva richiamato a Napoli tutte le milizie che aveva inviato alle
marine del regno perché era giunto ormai l'inverno, stagione che non permetteva più ai turchi
d’organizzare sbarchi importanti.
All'inizio di dicembre il nuovo commissario di campagna Francesco Moles sostituì tutti gli ufficiali
e caporali delle sue compagnie che erano stati nominati dai suoi antecessori; evidentemente si
sentiva la necessità di una buona scattivazione di quelle forze dell'ordine; il viceré invece conferì
il governo della città di Taranto al sargente maggiore Simonetto Russo in sostituzione di
Pompeo Cabanilla, il quale passava a quello di Monopoli.
Venerdì 4, festa di S. Barbara protettrice di tutti castelli di Napoli, si riunirono come ogni anno i
bombardieri di quelli e nel primo pomeriggio andarono in tradizionale ordinanza militare per la
città, mentre i loro cannoni facevano diverse salve in onore di quella santa. Fu poi a Napoli una
notizia che sarà il primo sintomo di una situazione che si aggraverà presto tanto da provocare
addirittura una guerra ai confini meridionali del regno:

... stante la scarsezza e gran penuria de’ grani (conforme viene scritto) che corre nella città di
Messina, si è publicato aver li messinesi arrestato e pigliato 19mila tomola di grano che erano a
questa volta, nel passare che faceva per il Faro, facendo anche il simile con l'orgio e altre
vettovaglie che di là passano.

Venerdì 18 arrivarono a Napoli da Roma 20 carriaggi che portavano i bagagli personali del
nuovo viceré del regno, Antonio Pedro Álvarez Ossorio Gomez d’Ávila y Toledo marchese di
Veleda, Astorga e S. Román, il quale, come tanti altri viceré di Napoli, era stato promosso a
questa altissima carica passandovi da quella d’ambasciatore di Spagna presso la Santa Sede,
assunta questa nel 1667; il suo predecessore de Aragón aveva già da qualche tempo
cominciato a spedir via i suoi effetti personali e infatti il precedente 3 dicembre aveva lasciato il
porto di Napoli una grossa tartana sulla quale egli aveva fatto imbarcare ben 800 casse di
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mobilio, due lussuosissime carrozze e dieci cavalli, insomma aveva lasciato l’appartamento
reale quasi del tutto privo d’arredi. È vero che era consuetudine che si comportassero così tutti i
viceré quando lasciavano il loro vice-regnato, a Napoli o altrove che l’avessero esercitato,
essendone questo, se non il solo, il principale motivo per cui in detto appartamento non c’è oggi
forse più nulla dei secoli del vice regnato; ma certo quella del de Aragón fu notata e ricordata
come una delle maggiori depredazioni che il predetto palazzo abbia subito nella sua storia e
non a caso egli sarà poi accusato di aver frodato anche le rendite regie. Il Fuidoro così scriverà
di lui nel suo diario all’inizio dell’anno seguente:

… stava molto malinconico e intenerito, tanto è profondo il dolore che ha di lasciare queste
Indie napolitane, che si vorrebbe anco portare in Spagna questo terreno, tanta è l’avidità de’
danari e di regnare.

Al de Aragón, il quale era, come pochi sanno, anche un appassionato d’ingegneria militare e
proprio in questo 1671, suo ultimo anno di permanenza a Napoli, aveva fatto pubblicare il suo
trattato Geometría militar, Napoli doveva però la costruzione, oltre che della nuova darsena e
della nuova sede della Scrivania di Razione, di cui abbiamo già detto, anche di molte altre
importanti opere pubbliche, quali i bagni di Pozzuoli, l’armeria reale e il granaio del Castel
Nuovo, il grande ampliamento del preesistente piccolo alloggiamento militare di Pizzo Falcone,
iniziato nel 1667 e terminato nel 1670, dove saranno da ora in poi acquartierati tutti i fanti del
terzo fisso degli spagnuoli, i quali in precedenza avevano invece tradizionalmente e in
maggioranza sempre trovato alloggio in case private, specie nel quartiere sito a monte di via
Toledo e detto appunto ancora oggi i quartieri spagnuoli, apportando così agli sfortunati cittadini
infinito fastidio, quando non anche ladronecci e angarie d’ogni genere; infatti non a caso il nome
spagnolo con cui tali militari erano chiamati, cioè guapos, dal germanico Wape, arma,
significando quindi semplicemente uomini armati, si traduceva in napoletano con smargiassi,
questi più tardi detti infatti guappi e oggi camorristi - vedi anche il settecentesco vapos, a
Palermo, con il significato di bravi od occasionali guardie del corpo. Un’occasionalità dunque
simile, se anche quindi più rintracciabile, di quella che fa risalire il romanesco bullo agli sp. bulla
(‘calca, ressa, sedizione’) e bullón (‘coltellaccio’).
Fu questa delle caserme un’innovazione che si sarebbe invece dovuto adottare sin dal secolo
precedente ai fini del buon ordine sia militare sia civile, ma che forse ebbe anche i suoi aspetti
negativi in considerazione che, in un certo modo, isolò la guarnigione spagnola da quel tessuto

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sociale cittadino a cui essa si era invece fino allora sufficientemente amalgamata. Così infatti
nel 1667 aveva scritto il Rubino di questi nuovi alloggiamenti:

D. Pietro Antonio de Aragona, viceré inclinatissimo e tutto dedito alle fabriche e massimamente
alle grandiose, non contento d’aver dato principio dall’anno passato a una famosa tarcina
(‘darsena’) per dar porto sicuro alla città di Napoli, che ne stava mal provista, (om.) fece cingere
in quest’anno di forti mura il luogo del presidio di Pizzo Falcone, prima non ben munito, con
innalzarvi dentro bellissimi edifici per l’abitazione della milizia spagnola, che dispersa si vedeva
in varie parti della città con disturbo de’ cittadini, riunendola tutta in quel luogo, che, reso con
bella architettura in forma di cittadella, e capace di 4.000 e più fanti, fa mostra di una grandiosa
fortezza.

La compagnia di lancieri pesanti borgognoni (‘valloni’) della guardia del viceré, più tardi
sostituita da due compagnie di cavalli corazze, aveva invece i suoi quartieri al borgo di Chiaia
nel grande palazzo di Federico de Toledo marchese di Villafranca e duca di Ferrandina, per il
cui affitto la cassa militare pagava nel 1682 la notevole pigione di 30 ducati mensili; per
l’alloggio della guardia alemanna si pagava invece la pigione di tre appartamenti, evidentemente
grandi abbastanza, siti nel frontespizio del giardino del conte di Mola nella strada di Toledo.
Probabilmente la realizzazione più meritoria del de Aragón fu però l’albergo dei poveri, istituito
nel 1667, come anche racconta il Rubino, e che circa un secolo dopo sarà ripreso e ampliato da
Carlo III di Borbone:

Poi che, avendo visto questo ottimo principe ripiena la città di Napoli di una moltitudine troppo
grande di mendici, non solo molesti a’ cittadini per le loro soverchie importunità nell’andar
d’intorno cercando l’elemosina, ma anco vagabondi e oziosi, ripieni di vizi e alieni dal santo
timor di Dio per la lor vita licenziosa, acciò si togliesse via dalla città gente ‘sì poltronesca e
molesta, dedita solo a cumular denari e vivere in libertà, in pregiudizio de’ veri poveri bisognosi,
(om.) stabilì d’instituire un ospizio (om.) intitolandolo l’Ospizio de SS. Pietro e Gennaro, (e)
ordinò col seguente banno che fra il termine di otto giorni ivi si racchiudessero tutti i mendici che
si ritrovavano per la città (om.) quale termine elasso, tutti quelli che si ritroveranno mendicando
per la città incorrano ‘ipso tunc’ nella pena di sfratto dal Regno…

Napoli dunque allora come oggi, con la differenza però che non ci sono più gli spagnoli a
mettervi ordine.

1672. L'anno 1672 si apriva con la nomina ad auditore generale dell'esercito conferita al giudice
Diego Galiano, incarico lasciato da Antonio de Silva perché divenuto questi nuovo consigliere
del Collaterale, ossia del supremo consiglio che assisteva il viceré. Martedì 5 gennaio il viceré
fece dare la solita mostra generale a tutta la fanteria spagnola della città e, con sicuro gran
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giubilo della marinaresca delle galere, le liberò (fece mettere in pagamento’) ben otto paghe
arretrate; frattanto stavano per partite per Manfredonia quattro compagnie di fanti spagnoli
destinati a guarnire quattro navi granarie colà caricate per Napoli, in considerazione che i
corsari turco-barbareschi ne avevano catturate alcune l’anno precedente. L’11 gennaio furono
inviati a servire nelle regie galere napoletane altri 12 condannati al remo per diversi delitti, i quali
erano stati in precedenza trasmessi alla Gran Corte della Vicaria criminale dal Tribunale di
Campagna. Il 16 s’incamminarono per Manfredonia quattro compagnie di fanti spagnoli
destinate a imbarcarsi sulle navi frumentarie che in quel porto stavano caricando grano per la
Sicilia, la quale, a causa di scarsità di raccolti e di speculazione, pativa da alcuni mesi una gran
carestia, come anche la Sardegna, e chiedeva rifornimenti di cereali, oltre che al Regno di
Napoli, alla Fiandra, a Livorno e ai mercanti marsigliesi; queste soldatesche servivano a evitare
che altre navi pugliesi, nell'attraversare il Canale di Sicilia, allora detto Canale di Reggio,
fossero predate dai messinesi con barche armate (ne avevano persino assoldato una ragusea
per questo fine), cosa che ora infatti sistematicamente avveniva, spinti ormai quelli dalla fame.
Inoltre alla torre del Faro, cioè nel punto più stretto del canale, avevano costruito un fortino
armato di cannoni per intimare alle navi granarie di passaggio di fermarsi. Si trattava, come
abbiamo già ricordato, dei prodromi della rivolta e della sanguinosa guerra di Messina che,
originata infatti dalle difficoltà d’approvvigionamento di derrate che affliggevano quella città,
sarebbe poi scoppiata in tutta la sua gravità qualche anno più tardi; da questo momento
andranno dunque moltiplicandosi le notizie della pirateria esercitata dai siciliani sulle navi
granarie che, inviate a Napoli dai partitari di grano dolce e di grano forte della Capitanata,
passavano per i loro mari. Strana sorte allora quella della Sicilia, la quale era stata nel secolo
precedente il granaio dell’Europa meridionale; infatti nel 1573 il diplomatico veneziano Leonardo
Donato, riferendo in una sua relazione inviata al senato della Serenissima, tra l’altro, della gran
produzione di grano che in Sicilia si otteneva (… la singolare abondanza de’ grani che per
benefizio de’ suoi vicini e lontani produce), diceva che ne usufruivano Venezia, Genova, la
Savoia, la Goletta, Malta, i regni di Catalogna e Valenza e si nutriva di biscotti (‘gallette’) siciliani
tutta l’armata di mare della corona di Spagna (… di modo che quello che si cava è veramente
quantità inestimabile, Albéri, Le relaz.) Comunque mettere le mani sul grano portato dalle navi
onerarie che venivano dalla Puglia quando queste s’immettevano nello Stretto di Messina, era
sempre stata impresa sin troppo facile e prima dei messinesi l’avevano nel passato, in tempi di
carestia, spesso compiuta i maltesi, i quali però più onestamente si limitavano allora a

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intercettare, sequestrare e dirottare i cargoes a Malta, obbligando poi i loro padroni a vendere
colà le derrate che portavano, come successe per esempio nel 1636 e nel 1648.
Ora, afflitti gli stessi siciliani dalla mancanza di quella fondamentale derrata, erano
costretti a piatirne all’estero o addirittura a impadronirsene con facili e vili atti di pirateria ai danni
sia del proprio regno sia di altri appartenenti alla stessa corona! Il prossimo viceré di Napoli, il
marchese de Astorga, si adopererà personalmente perché i senatori di Messina si
convincessero a disarmare le loro predette barche piratiche promettendo personalmente il
rifornimento granario della città, ma ciò non ostante la penuria di grano e pane in Messina
continuò.
Nello stesso mese di gennaio Pompeo Almirante, auditore delle regie galere di Napoli, fu
nominato dal viceré nuovo auditore e capo di rota di Lecce e questa è una nomina che sapeva
tanto di una deposizione. Il 2 febbraio lasciò Napoli la solita compagnia di lance della guardia,
allora comandata, ma solo per le esigenze operative, da un certo capitano Spes, mentre alfiere
col soldo di 197 ducati l’anno ne era in questo periodo lo spagnolo Cristóbal de Zuñiga, per
recarsi alla frontiera con lo Stato Ecclesiastico ad aspettarvi il predetto nuovo viceré di Napoli, il
marchese de Astorga, il quale si prevedeva che avrebbe lasciato Roma il giorno 4. Si seppe in
questo inizio mese che una squadra dei soldati di campagna aveva sostenuto uno scontro a
fuoco d’alcune ore con la banda del capo-brigante Abbate Cesare nei pressi d’Arienzo, scontro
in cui alla fine la gente di corte aveva prevalso e aveva fatto prigionieri tre briganti portandoli a
S. Antimo, ossia alla sede del Tribunale di Campagna; uno di loro era stato lasciato, ben
custodito, in quelle carceri, mentre gli altri due erano stati trasferiti a Napoli su di un carro e
portati in Vicaria. In questi giorni era poi tornato a Napoli il figlio del nobile Antonio Miradoys, il
quale era stato sequestrato dall'Abbate Cesare e per il cui ricatto (riscatto) il padre aveva
pagato ben 18 mila ducati; antica industria dunque quella dei sequestri di persona nel meridione
d'Italia!
L’11 febbraio il viceré uscente Pedro de Aragón si recò in carrozza a incontrare il nuovo viceré a
Capo di Chino, località collinare sovrastante la capitale, e ci andò accompagnato da una
compagnia di cavalli corazze, dalla guardia dei suoi tedeschi, ossia degli alabardieri alemanni,
da 26 carrozze, da due trombetti e da una compagnia di fanteria spagnola. I due entrarono poi
in Napoli dalla Porta di Capuana, entrata tradizionale dei regnanti, dove furono salutati dalle
salve dell'artiglieria dei castelli, prime quelle di S. Eramo, e poi, giunti che furono nel largo di
Palazzo, dalla moschetteria di alcune compagnie del terzo di fanteria spagnola colà
squadronate. La mattina del giorno 25 Pedro de Aragón e la duchessa di Feria sua moglie

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lasciarono finalmente Napoli, imbarcandosi poi a Pozzuoli da dove, diretti in Spagna, furono
accompagnati da quattro galere napoletane.
Il giorno 29 furono portate in Napoli due teste di briganti compagni dell'Abbate Cesare, i quali
erano stati uccisi dalla gente di corte nelle campagne tra Lapio e Montemiletto; un altro
delinquente fu fatto impiccare, con insolita procedura, nel casale d'Arzano dal commissario di
campagna Francesco Moles.

Il ricatto fatto nelli mesi passati dall'Abbate Cesare nel casale della Barra, con prendersi Diego
Gallo, fu dall'istesso in questi giorni rilassato e mandato graziosamente in sua casa senza
sborso di denaro.

Il predetto episodio avvenuto a Barra, casale che è oggi un quartiere della città di Napoli,
dimostra quanto vicino alla capitale agisse impunemente il famigerato Abbate Cesare; ma in
questo periodo i briganti imperversavano anche nel Cilento e infatti dopo il 10 marzo si seppe
che l'auditore Migliore, il quale stava andando via mare verso la provincia di Cosenza, essendo
stato colà trasferito, era stato catturato con tutta la sua roba da una flottiglia di feluche di
briganti che si dirigevano verso Palinuro:

Di più corse voce che un’altra squadra de’ banditi fosse andata, sotto nome di Corte, dentro il
castello di Camerota e preso il figlio di Carlo Mazzella, cognato del marchese di quel luogo, il
quale trovatosi in quel punto in un altro quarto della casa, dopo essersi rinserrato bene cominciò
a tirare archibuggiate di maniera tale che ammazzò due banditi, ma non per questo fu rilasciata
la preda del povero cognato.

Anche i presidiari di Toscana non avevano ricevuto le loro paghe per un lungo periodo:

(Marzo 1672:) Il signor viceré ha fatto rimessa di ventimila ducati pigliati a cambio per far pagare
i soldati de’ Presidi di Toscana, quali devono avere 14 mesate e son mantenuti solamente con
un pane di monizione…(Fuidoro).

Giovedì 31 marzo fu pubblicato bando contro i numerosissimi mendicanti che infestavano la


città; quelli forestieri, i quali venivano a Napoli attratti dalla grande propensione alla carità dei
napoletani, propensione che esiste ancora oggi, dovevano uscire dal regno, i regnicoli
dovevano tornare ai loro paesi e gli inabili dovevano essere ospitati nell’ospizio dei Ss. Pietro e
Gennaro, istituzione caritativa di Napoli fatta proprio per loro.
Si intese poi ancora che l'Abbate Cesare Riccardo era entrato nel villaggio di Ielsi alla testa di
60 masnadieri e l'aveva saccheggiato e poi incendiato, del che avuta notizia, il preside di Lucera
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aveva spedito contro di loro l'auditore Gallo con molta gente di corte. Giungevano infatti a
Napoli frequenti avvisi e dicerie sulle imprese dell’Abbate Cesare, un fra’ Diavolo del Seicento, il
quale era considerato altrettanto imprendibile, e il 2 aprile fu emesso bando che poneva 3mila
ducati di taglia su questo capo-brigante morto o vivo (e non vivo o morto come più pietosamente
preferiremmo dire oggi). L’8 aprile furono frattanto mandati a servire nelle regie galere altri 20
inquisiti di vari delitti, condannati al remo dal Tribunale di Campagna, e pertanto condotti a
Napoli; il 12, Martedì Santo, arrivò invece la testa di un brigante fatta dalla gente di Corte nelle
campagne d’Arzano; il giorno seguente furono condotti nella capitale quattro briganti vivi presi
nel Cilento e questi facevano parte della banda di Cent'anni, altro famigerato capo-brigante il cui
cognome augurale si ritrova ancor oggi nel Napoletano. Iniziatosi frattanto mercoledì 13 aprile
ad arruolare fanti in tutto il regno per formarne nuovi tercios per l’estero richiesti da Madrid, il 17,
giorno di Pasqua, furono portate a Napoli quattro teste di briganti uccisi dai soldati di campagna
di S. Angelo a Fasanella. Infine, partiti il 30 da Napoli 140 soldati spagnoli e una cinquantina di
birri, pratichi della campagna, contro la banda del Riccardo, a un bivacco nacque tra i due
gruppi un alterco presto seguito da uno scontro sanguinoso e ne restarono uccisi otto spagnoli
e dieci poliziotti; probabilmente quest'episodio trovava la sua origine in un’altra rissa tra soldati
spagnoli e birri che era avvenuta a Napoli nel marzo precedente, ma questa senza vittime.
Fu di quei giorni anche la nomina a suoi vicari generali - con autorità di alter ego - che il viceré
conferì a quattro notabili per intensificare questa vera e propria guerra contro il brigantaggio e a
loro affidò le 12 province del regno perché le liberassero dai briganti. Al consigliere Diego Soria
marchese di Crispano furono affidate ben sei province e cioè Terra di lavoro, Principato Citra,
Principato Ultra, Contado di Molise, Basilicata e Capitanata, e fu dotato di 80 uomini tra soldati
di campagna e guidati, tra cui un trombetta, un mastro d'atti e alcuni scrivani; gli altri tre vicari
generali ebbero in giurisdizione due province ciascuno delle sei restanti. Il marchese di
Crispano si mise in campagna con la sua gente già lunedì dopo Pasqua - il 18 aprile, in
persecuzione dei briganti e specie del capo-brigante Abbate Cesare Riccardo.
Un primo risultato fu l'uccisione del capo-brigante detto Caporale Severo, la cui testa fu, come il
solito, inviata a Napoli a inequivocabile testimonianza della sua morte; ma poi la situazione
dell'ordine pubblico nelle campagne delle province circostanti la capitale divenne sempre più
preoccupante e confusa e il viceré, oltre alla grande attività impressa alle squadre dei soldati di
campagna e a quelle dei soldati delle Udienze Provinciali, fu costretto a incominciare a ricorrere
anche alla solidissima fanteria spagnola e incominciò con lo spedire 120 di quei fanti ben armati
al bosco della Cerra (‘Acerra’), località in cui erano avvenuti episodi delinquenziali

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particolarmente gravi; altri 6O spagnoli inviò poi il viceré a Marigliano, ma tra i birri, specie se
briganti accordati, e i fanti spagnoli non correva generalmente, come sappiamo, molto buon
sangue:

... a Marigliano dove, avendo anche il Viceré inviato altri 60 spagnuoli, all'arrivo di questi,
venendo urtato casualmente un guidato da un spagnuolo, passarono tra loro alcune sconcie
parole; ma, dalle parole accesisi maggiormente a sdegno, furo all'armi e con l'armi si attaccò tal
briga tra la squadra di tutti i guidati e li soldati spagnuoli che ne restorno morti e feriti dall'una e
l'altra parte da 18 persone.

Si infittiscono in questa primavera del 1672 le cronache del brigantaggio:

... fu condotto carcerato in Napoli un certo giovane che serviva per cappottiero (‘guardarobiero’)
al capo bandito Abbate Cesare Riccardo e sui compagni e fu preso in vicinanza di Marcianisi da
uno alguizzino (‘carceriere’) di detta terra.

Le notizie delle imprese dell'Abbate Cesare si alternano a quelle sul Cent'anni, il quale, come
abbiamo detto, era un altro famoso capo-banda del tempo; si diceva ora che questi, braccato,
avrebbe allora deciso di cambiar vita e che pertanto avesse ammazzato quattro briganti di
Camerota che prima erano stati suoi compagni e in seguito, per alcuni disgusti intervenuti tra
loro, si erano da lui separati; si diceva inoltre che egli, presentando questa strage come un
servizio reso alla giustizia, avesse tentato di guidarsi, ossia d’arruolarsi tra gli ex-briganti
accordati che, appunto sotto il già detto nome di guidati, erano affiancati ai soldati di campagna
o delle Udienze nella persecuzione dei criminali alla macchia; ma il sopraintendente di
campagna non l'aveva voluto ammettere nelle sue squadre, giudicando evidentemente che non
ci fosse da fidarsi del suo pentimento, e allora il Cent'anni, per guadagnarsi tale indulto,
sembrava si fosse risolto di liberare l'auditore Migliore, il quale si trovava tuttora in sua mano
sequestrato nell’attesa che fosse pagato un sostanzioso riscatto, sperando dunque in tal modo
di riuscire a ottenere un aggiustamento con la Corte, cioè con la giustizia reale; ma quanto ci
fosse di vero in tutte queste voci non sappiamo, anche se in effetti il 9 giugno seguente arrivò
veramente a Napoli l'auditore Migliore liberato dal Cent'anni senza veruno ricatto. Il 16 maggio
avvenne poi nella capitale un curioso episodio, il quale dimostra a qual punto si fosse aggravato
il fenomeno del brigantaggio e quanta paura se ne avesse ormai nella stessa città di Napoli:

Lunedì 16 detto, il doppo pranzo, furono appiccati nel Mercato tre banditi compagni del capo
bandito Cent'anni e, mentre già si era giustiziato il primo, occorse che, entrando in quel punto a
caso in Napoli una squadra di soldati di campagna per la porta del Carmine che era là fuora, si
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levò voce fra il numeroso popolo spettatore di quella giustizia (esecuzione) che l'Abate Cesare
con 100 compagni era venuto a prendersi i condennati; alla qual voce, posta in bisbiglio la
gente, subito si pose in fuga e, con la fuga scapulandosi anche una carrozza, maggiormente
scompigliò il popolo; per il che, andando sossopra tutto il Mercato, i spagnuoli del Torrione
serrarono i rastelli e si posero in difesa e la gente, per ridursi in salvo, perdé chi la cappa e chi il
cappello e poco mancò che gl'altri due giustiziandi non fuggissero, mentre le guardie ancora si
erano quasi tutte date in fuga; ma, vistosi alla fine esser stata vana la voce, quietatosi il tutto, si
eseguì la giustizia con gl'altri due condennati, restandovi nel scompiglio morti due fanciulli e
molti malconci per la cascata che fecero.

Questo episodio dimostra quanto poco rassicurante fosse l'aspetto dei soldati di campagna e
quanto simile fosse il loro abbigliamento a quello degli stessi briganti che perseguivano!
Dopo il 20 di questo stesso mese di maggio arrivarono a Napoli tre catene di delinquenti, inviati
stavolta dalle Udienze Provinciali di Lecce, Trani e Cosenza e condannati alle galere, a cui
furono subito condotti. Nella notte del 30 maggio due delle galere lasciarono i loro ormeggi per
portare nei Presidi di Toscana la solita muta dei presidiari, ma stavolta, poiché si temevano atti
ostili da parte dell'armata marittima di Francia, con un rinforzo di tre compagnie per un totale di
500 fanti spagnoli; stava dunque iniziando quella guerra d'Olanda che terminerà solo sei anni
più tardi. Queste galere scortavano tre tartane cariche di remi da galera destinate alla squadra
di Spagna e infatti queste dovevano poi proseguire per la penisola iberica; tutto il convoglio era
comandato dall’attivissimo generale dell'artiglieria del regno fra’ Titta Brancaccio, il quale si
recava a ispezionare quelle piazze della cui difesa era responsabile. La sera del giovedì 2
giugno giunse da Barcellona un vascello carico di fanteria spagnola, la quale, d’ordine del
viceré, fu subito visitata da sanitari e provvista di tutto il necessario.
Altre due catene di 50 condannati al remo dal Tribunale di Campagna giunsero nella capitale il
18 giugno, poi il giorno 23 vennero 30 inquisiti inviati dal sopraintendente generale della
campagna Diego Soria e infine ancora 38 condannati trasmessi alle galere arrivarono la mattina
del 25; un mese dunque, questo di giugno, rivelatosi molto proficuo al rinfoltimento dei ranghi
delle ciurme; infine la sera del 27 partirono dal porto di Napoli due galere che andavano in
Calabria, dove un’imbarcazione mussulmana era andata a traverso in quelle marine, cioè aveva
dato in terra accidentalmente, e il suo equipaggio era stato fatto schiavo e tenuto a disposizione
di dette galere.

Fu avviso in Napoli che una squadra dei marchetti fusse entrata dentro il Larino (paese presso
Campobasso) e ivi presosi per ricatto il signor don Francesco Carrafa, figlio del già don
Diomede e della signora donna Cornelia Muscettola, pretendendone 4.000 docati di ricatto.

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In qualche contrada del regno, per esempio nel territorio di Vallo della Lucania, i briganti erano
chiamati infatti marchetti, ma da dove provenisse questo nome e se esso fosse da ricollegarsi al
nome di qualche antico capo-banda non sappiamo. Più tardi si disse però che il sequestrato era
stato rilasciato dietro pagamento di soli mille ducati.
Alla fine di giugno arrivarono dalla Calabria due tartane cariche di soldati di nuova leva, i quali
furono subito sbarcati e rinchiusi nell’arsenale. Nella prima decade di luglio si seppe che Carlo
Raimone, una volta famoso capo-brigante e ora guidato, essendo giunto a Tavernanova, non
lontano da Napoli, con 40 compagni, era uscito alla testa di costoro da quella terra in caccia
dell'Abbate Cesare, ma poi, a causa di divergenze con la gente di corte era stato incarcerato da
un caporale di questa, il quale, non contento gli aveva anche fatto la testa e il macabro trofeo
era stato portato al commissario di campagna.
All’inizio di luglio il viceré, la sua corte e gli ottimati della città si mettono d’accordo per una
prima uscita in pubblico vestiti della sciamberga o giamberga (Fuidoro, Bulifon), ossia da una
nuova foggia di vestiario militare che allora si stava diffondendo negli eserciti di tutta Europa e
che in Francia era diventato di gran moda anche per uso civile, perché ritenuta più pratica ed
elegante di tutte quelle fogge nazionali sino allora tradizionalmente usate; essa era detta anche
vestir alla franzesa, proprio perché appunto introdotta a Napoli dai francesi, e anche vestir di
campagna, perché appunto ora preferita nelle campagne militari, e si basava principalmente
sull’uso della marsina, indumento d’origine germanica e detto infatti in Francia, ancora nel 1681,
brandenbourg; i francesi avevano cominciato a usarlo per difendere la cavalleria dal freddo
invernale, ma per gli aspetti militari di questa moda francese detta anche vestir di campagna,
nel senso però di ‘campagna militare’ e infatti era un vestiario da soldato adottato negli eserciti
già da quasi quarant'anni, rimandiamo ad altra nostra opera già pubblicata (Boeri-Peirce); qui
diremo solamente che si trattava sostanzialmente del giustoacorpo o marzino (sincope di
marzialino), poi marzina, marsina, indumento d’origine tedesca, lungo fino al ginocchio, da
indossarsi sulla camisciola (a Napoli giamberghino), anch’essa di panno, che caratterizzerà, sia
per il vestiario militare sia per quello civile, i primi tre quarti del Settecento e che era detto a
Napoli veste d’aggiustacore o volgarmente giamberga dal nome del maresciallo di Francia
conte di Schomberg che, come abbiamo già detto, lo fece adottare dall’esercito portoghese da
lui comandato.
Il viceré aveva scelto un giorno in cui dall’amenissima costa di Posillipo si poteva assistere a
un’arregata (‘regata’) simile a quella che si teneva tradizionalmente a Venezia e che però a nel
Regno di Napoli si teneva con le feluche napoletane (dal lt. fulica, ‘folaga’), velocissime

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imbarcazioni velico-remiere tra le più piccole del Mediterraneo, le quali erano presentate alla
competizione dai vari quartieri costieri della città:

Domenica doppo pranzo 3 detto (luglio) il signor viceré si trasferì in gondola a pigliar fresco in
Posilipo con il seguito di alcuni titolati, li quali tutti, assieme con Sua Eccellenza, si viddero
vestiti di una nuova foggia, detta ‘alla sciamberga’, cioè un calzone, una marsina e croatta al
collo, che rendevan vaga vista, e con tale occasione si vidde in mare la corsa di quantità di
feluche tra loro disfidate, cioè quelle di Porto Salvo, quelle di S. Lucia e quelle della Conciaria,
di cui rimasero vincitrici le prime, con ottenere in premio un pallio di cinque canne di tela d’oro e
50 docati in danari, e a vederle concorse molta nobiltà, dame e popolo. (de Blasis).

Il palio (dal lt. pallium, ‘mantello’), detto anche bravio, era una pezza di ricco tessuto da farsi
un’elegante sopravveste, genere che solo i ricchi potevano in quei secoli permettersi, e la si
dava comunemente in premio appunto ai vincitori delle gare di bravezza, concetto che
racchiudeva in sé sia quello di coraggio sia quello di destrezza. Nello stesso luglio il marchese
de Astorga cominciò subito addirittura a pretendere che i suoi cortigiani e tutta la nobiltà che
voleva frequentare la sua corte si vestissero secondo i dettami della nuova moda, la quale
all’inizio fu però solo una contaminazione tra quella preesistente spagnola e la nuova francese:

… ma non si poteva comparire avanti a Sua Eccellenza se non si vestiva con sciamberga e con
guarnire la gola di una corvatta bianca, per parte di collare (om.) Questo modo di vestire alla
francese, tirato alla spagnuola, è stato coltivato in Napoli, come scrissimo in questi notamenti,
dal signor marchese de Astorga ed è quasi simile all’uso moderno di Francia dalli calzoni in poi,
che sono alla spagnuola, e le scarpe. (Fuidoro).

Invece poi lo stesso viceré introdusse anche la scarpa con chiusura a fibbia che caratterizzerà il
secolo seguente:

… anzi, con nuova invenzione non vista ancora, portava una fibietta con ligatura dell’orecchine
delle scarpe, nella qual erano bellissimi diamanti… (ib.)

Lo stesso Fuidoro riportava un gustoso sonetto del poeta marinista napoletano Antonio
Muscettola (1628-1679) a proposito di questa nuova moda che, a causa delle pretese del
viceré, era divenuta a Napoli un’urgenza generale:

Giorno sacro a sciamberghe, i lumi tuoi


Non osino offuscar nubi insolenti
Né del Tirren l’immaculati argenti
Turbo di vento impetuoso annoi.
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A pena Febo da’ balconi Eoi
Porge agli egri mortali i rai lucenti
Che si veggono errar, lieti e frementi
I sciambergati, i sciambergandi eroi.

Chi minaccia il sartor gli ultimi danni


Chi vuol che il tracollaro si sommerga
Chi va, chi vien, chi si misura i panni.

Resti la torre a sospirar Rimberga


Che a noi pesati et odiosi affanni
Val più di cento piazze una sciamberga (ib.)

Gli spagnoli avevano cominciato a usare il predetto indumento nel 1669, facendolo indossare a
un tercio della guardia, che da quello prese infatti addirittura il nome, come riportava Giovanni
Battista Pallavicino, residente genovese a Madrid dal 1668 al 1676:

(1669:) Fu considerato e proposto dal signor marchese di Aytona, magiorduomo maggiore della
regina e della gionta di governo, che, per rendersi Sua maestà stimata ed essequiti più
prontamente i suoi ordini, fosse necessario formarsi un regimento di tremila huomini delle
migliori genti ed officiali della Spagna con titulo di guardia reale, che poi pigliò il sopranome di
‘Chiamberga’ perché i soldati e capi, che avevano militato contro il Portogallo, vestivano tutti alla
forma che vestiva l’essercito de’ portoghesi che fu comandato da monsieur di Schomberg…

Nel detto tercio si arruolò il fior fiore dei militari spagnoli e lo stesso marchese di Aytona ne fu
fatto maestro di campo, essendone ancora il comandante otto anni dopo. Fu proprio l’adozione
di questa marsina, sostanzialmente uguale per tutti gli eserciti europei, avvenuta gradatamente
nel continente dagli anni Sessanta del secolo in sostituzione dei vari, molto diversi e spesso
meno pratici vestiari nazionali tradizionali, che fece nascere la necessità anche di colori uniformi
per potersi così continuare a distinguere in battaglia non solo una nazione dall’altra, ma anche,
nella stessa nazione, un corpo militare dagli altri, non essendo infatti sufficiente affidarsi al solo
servirsi delle bande (fr. écharpes), cioè le fasce distintive dai diversi colori dinastici, perlopiù di
seta, che si erano sino allora universalmente indossate o a tracolla o in vita sul vestiario militare
appunto per meglio distinguere in guerra una nazione o fazione dall’altra, un metodo che però
nei secoli era stato dai benpensanti sempre criticato perché si prestava facilmente a inganni e a
far attribuire ad altri i propri crimini di guerra. Nacque dunque così in Europa l’uniforme militare,
potendosi infatti considerare quella che spesso nei secoli precedenti avessero portato singole
compagnie di guardia reale solo una livrea, non dissimile da quella della servitù di palazzo, e
non un’uniforme nazionale; il processo non fu comunque per nulla breve lungo e infatti, a
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leggere la seguente corrispondenza da Venezia, ancora nel 1693 un corpo indossante vestiti
tutti dello stesso colore era da notarsi:

11 aprile 1693. Sono arrivati a questo Lido 500 dragoni levati dal conte Monincausa, vestiti tutti
a una divisa…

Questa nuova moda francese sarà però proibita ai messinesi nel 1678, cioè subito dopo la
repressione della famosa ribellione alla Spagna in cui la città aveva chiamato la Francia in suo
soccorso:

… che non possino più i messinesi vestir alla francese con le giamberghe e pilucche, cioè
capelli lunghi posticci… (Auria)

Le due fogge, quella alla spagnuola e quella alla franzesa, convissero comunque a lungo nel
vestiario civile, specie in quello professionale e cerimoniale; infatti nella sua lettera sulla già
ricordata cavalcata pubblica del 29 maggio 1702 in onore del cardinale Carlo Barberini il Bulifon
accennerà, oltre alle due compagnie di cavalli corazze della guardia del viceré con uniformi
gialle guarnite di velluto dello stesso colore e di larghi e copiosi pizzilli (‘trine, merletti’) d’argento,
anche ai 12 capitani di giustizia a cavallo vestiti di nero alla spagnuola e a 81 cavalieri
napoletani, i quali incedevano invece vestiti alla franzesa.
Sabato 9 luglio una galeotta dei corsari turco-barbareschi approdò a S. Vito e Nola di Bari e il
suo equipaggio si mise a scorrere la campagna facendovi 15 schiavi. La mattina del martedì 19
giunsero nel porto di Napoli 14 vascelli grossi da guerra olandesi provenienti da Smirne e venuti
a rifugiarsi a Napoli per timore dei franco-inglesi che avevano mosso grand’armata ed eserciti
contro l'Olanda, la quale godeva però dell'appoggio degli austro-spagnoli; questi vascelli
ripartirono il giorno 30 diretti alle loro basi, dopo che si era ormai saputo con certezza di una
tregua d'armi stipulata con gli inglesi. Seguì l'ingresso in Napoli d’altri briganti in ceppi, portati
questi dal tenente di campagna di Salerno, mentre giungeva voce che il solito Abbate Cesare
Riccardo si fosse unito, presso Taranto, alla banda del Caporale Centomiladiavoli, anche
quest’antesignano del più famoso capo-brigante fra’ Diavolo, se non altro per il curioso
soprannome; ma sull'Abbate Cesare se ne contavano tante e tante se ne dissero anche sulla
sua morte, avvenuta nell'agosto di questo 1672 nei pressi, come sembra, di Matera, senza però
che mai si giungesse a una versione ufficiale dei fatti realmente accaduti in quell’occasione,
perlomeno a livello d’informazione popolare. Alcuni riportarono infatti quella morte in un modo,
altri in un altro e tale incertezza depone per qualche occulto tradimento; l'unica cosa sicura fu la
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sua testa, arrivata a Napoli il 13 agosto, portata sulla punta di un palo e accompagnata da tre
trombetti e 60 soldati di campagna, tutti a cavallo; procedeva in questo macabro corteo anche
un fido compagno dell'Abbate Cesare ligato a una bestiola, il quale era invece stato preso vivo
dalla stessa gente di corte. Dopo che il corteo ebbe fatto il giro della città mostrando a tutti i suoi
trofei, la testa fu posta in una gabbia di ferro e così esposta, appesa a un torrione fuori la porta
di Capuana, e il brigante vivo, certo Pietro de Petrillo, fu incarcerato in Castel Nuovo perchè,
sottoposto alla tortura, confessasse i nomi dei fautori della sua banda. Non era infatti un mistero
che vari stati stranieri avevano interesse a far sorgere e a mantenere dei torbidi nel regno nel
tentativo di destabilizzarlo o perlomeno di indebolirne la reattività militare e quindi i sostenitori e i
finanziatori delle più grosse e agguerrite bande di fuorusciti e briganti andavano cercati in
Francia, potenza da sempre interessata a indebolire quella spagnola e a impadronirsi del Regno
di Napoli in base ad antiche pretensioni angioine, a Venezia, repubblica oligarchica che temeva
di perdere la sua influenza e il controllo dei traffici marittimi che si svolgevano in quello che
allora si chiamava ancora non Mare Adriatico, bensì Golfo di Venezia, e infine nello stesso Stato
della Chiesa, dove i banditi e i briganti del regno, specie quelli abruzzesi, trovavano rifugio e
protezione, avvalendosene il Pontefice come cuscinetto tra sé e la potenza spagnola nel
meridione d'Italia. La fine dell'Abbate Cesare, anche se questi era stato il più pericolo e famoso
brigante del suo secolo, non significò comunque certo la fine del brigantaggio, fenomeno ormai
troppo endemico nel regno e sulle cui cause non ci cimentiamo perché il discorso ci porterebbe
fuori del tema militare di questa nostra modesta trattazione; ci basti dire che sbagliavano i pur
quasi sempre acuti ambasciatori veneti quando, leggendo al senato della Serenissima le loro
relazioni sul Regno di Napoli, asserivano che il brigantaggio meridionale era dovuto agli
eccessivi gravami fiscali imposti dall'amministrazione spagnola, gravami che riducevano i
contadini in miseria e alla disperazione, spingendoli così a lasciare i loro campi e a darsi alla
macchia; che avrebbero dovuto allora dire o fare i laboriosi lombardi oppressi anch'essi dalle
stesse gabelle e angherie spagnole e per lo stesso secolare tempo e in più terribilmente
dannificati dagli eserciti stranieri che continuamente passavano, alloggiavano, campeggiavano
e si combattevano nel loro stato? La verità e che la delinquenza è una tendenza etnica come
tante altre, insopprimibile nel Meridione d’Italia e puntualmente riaffiorante, specie quando le
condizioni socioeconomiche di un popolo sono prodotto dell'ingiustizia.
Venerdì 12 agosto Pedro de Toledo, mastro di campo del tercio spagnolo, dette al Collaterale
giuramento di fedeltà per la nomina reale a membro del Consiglio di Guerra. Lunedì 15 agosto
una squadra di soldati di campagna della provincia di Salerno portò a Napoli la testa del capo-

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banda conosciuto come Spinatorta, ucciso in quelle stesse campagne, e domenica 21 fu
portata quella di un ignoto capo-brigante di S. Germano, ucciso anch'egli nelle campagne del
suo paese; non ostanti però questi frequenti successi delle forze dell'ordine i briganti non
perdevano la loro audacia, tanto da assalire un giorno anche il procaccio di Sora scortato da
ben sei soldati. Lunedì 29 fu inoltre portata a Napoli anche la testa del famigerato capo-bandito
Cent'anni, fatta nelle campagne di Pisciotta, e con la sua anche quelle di un suo fratello e di un
suo nipote insieme con un brigante giovanissimo catturato vivo; giovedì 1° settembre arrivò poi
la testa di un compagno di quello che era stato il capo-brigante Mussotorto, ucciso nelle
campagne di Salerno dalla solita gente di corte, mentre un’altra quelle squadre portava due
briganti vivi.
Il brigantaggio del tempo, sebbene molto diverso da quello d’oggi perché sostanzialmente
rurale, non lasciava per questo però indenni i centri abitati e in certo modo anche la stessa città
di Napoli, dove infatti nello stesso predetto giovedì, in seguito a un omicidio importante
avvenutovi due giorni prima, furono arrestati tutti gli abbati che si riuscirono a trovare in città e
furono più di cento. Erano costoro persone che prendevano l'abito da chierici e al più arrivavano
ad assumere i primi ordini, ma non per vera vocazione religiosa bensì solo per poter godere
delle tante immunità e prerogative ecclesiastiche, mentre in effetti spesso sotto quell'abito
portavano armi e commettevano scelleratezze e delitti. Otto di questi furono infatti trovati con
armi addosso e, essendo inquisiti anche per altri reati, furono arrestati e mandati nel castello di
Baia; gli altri, trovati non inquisiti, furono lasciati liberi. Il Fuidoro, a proposito dei tanti delitti che
si commettevano, così in questo mese di settembre scriveva nel suo diario:

Gran cosa è in questa città che si ammazzano più uomini che bestie, il che nel vero è cosa di
gran meraviglia né accade così facilmente negli altri paesi.

Martedì 6 settembre furono inoltre incarcerati alcuni birri (poliziotti urbani, come già sappiamo), i
quali, in compagnia d’altri come loro e spacciandosi per gente di Corte (soldati di campagna),
avevano la notte precedente rapinato gruppi di devoti che andavano in pellegrinaggio alla
Madonna di Monte Vergine; assalitili infatti nei pressi della seconda fontana di Poggio Reale, li
avevano spogliati di tutto e lasciati solamente in camicia; il giorno dopo fu, come il solito fatta
salva reale da tutte le fortezze per commemorare la grande vittoria di Nördlingen del 1634 e l’8,
in occasione della festa della Natività della Madonna, ci furono le solite sfilata a parata al borgo
di Chiaia. In questi giorni era frattanto giunta voce a Napoli che, morto il famigerato Abbate
Cesare, suo fratello Felice Antonio Riccardo, mal visto dal resto della banda, era uscito dal

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regno con i due compagni più fidi e con loro si era incamminato verso Venezia; ciò a riprova di
quanto fosse diffusa la convinzione che i banditi e i briganti del regno erano istigati e appoggiati
anche da quella repubblica. Fatta la solita mostra della fanteria spagnola lunedì 12, il 15
s’intese delle imprese di un nuovo capo-brigante, Nicola Rosato della Pia, il quale rapinava tra
Ariano e Avellino, e ci fu anche avviso in quello stesso giorno che il commissario di campagna
aveva fatto impiccare un compagno del capo-brigante Diluvio nella terra di Lauro nell'Avellinese.
Tornarono a Napoli domenica 18 settembre le quattro galere napoletane che avevano portato in
Spagna l'ex-viceré Pedro de Aragón; esse erano rimaste diversi giorni nel porto di Civitavecchia
trattenute da venti contrari e raccontarono che avevano avuto problemi di saluti marittimi nel
porto di Livorno; il 26 il già nominato Diego Soria fece impiccare a Mugnano un bandito
chiamato Pezzilluccio, compagno del defunto Cesare Riccardo, il quale era stato preso a
Marigliano mentre se ne andava travestito sperando di non esser così riconosciuto; si seppe
ancora che a Somma il commissario di campagna Francesco Moles aveva invece fatto
impiccare due compagni del capo-brigante Domenico Aniello Scala, il quale si era unito alla
banda del fratello dell'Abbate Cesare e anche a quella del capo-brigante Diluvio, formando così
un gruppo numeroso di 43 briganti; il 16 ottobre entrerà poi in Napoli la testa di un compagno
del predetto capo-brigante Scala, ucciso nelle campagne vicine a Napoli dalla predetta gente di
corte.
In quel mentre arrivò a Napoli un ordine reale del 20 settembre con cui si proibiva per i soldati
napoletani la pena del disterro, cioè della relegazione in un presidio del regno molto lontano
dalla propria terra, senza che ciò fosse dovuto a una precisa condanna giudiziaria (benché
fusse col pretesto d’officio o dignità). Domenica 2 ottobre si commemorò la vittoria marittima di
Lepanto, avvenuta domenica 7 ottobre 1571, festa di S. Giustina, con salve della fanteria
spagnola squadronatasi in città e delle artiglierie dei castelli. Il 18 ottobre l'auditore generale
dell'esercito condannò alle galere cinque soldati di cavalleria e tre marinari, tutti disertori, i quali,
mentre fuggivano per mare, erano stati presi nelle acque di Terracina intendendo essi sbarcare
nello Stato Ecclesiastico; e le ciurme delle galere dovevano essere in questo periodo ben folte
se il giorno 28, festa dei SS. Apostoli Simone e Giuda, furono liberati dalle catene che li teneva
avvinti ai loro banchi ben 50 forzati che avevano ormai scontato la loro pena; essi andarono in
processione con tutte le loro catene, com'era tradizione, alla chiesa di S. Paolo a render grazie
però a un altro santo, cioè a S. Gaetano, e dopo una breve orazione furono scatenati e mandati
liberi alle loro case. Questo 1672, povero di cronache militari propriamente dette giacché anno
di sostanziale pace per il regno, continua però a esser ricco delle imprese dei cosiddetti soldati

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di Corte, ossia di quella polizia giudiziaria provinciale divisa in squadre comandate da caporali e
sparse per l'intero Regno di Napoli che stiamo infatti così spesso nominando.
Nel primo pomeriggio del 3 novembre fu portata nella capitale la testa del capo-brigante Diluvio,
vecchio compagno del defunto Abbate Cesare Riccardo, il quale si era poi messo per proprio
conto; in uno scontro con la gente di corte nelle campagne di Eboli anche lui però aveva perso
la vita e la testa, secondo la feroce ma necessaria procedura di un tempo in cui ovviamente non
esisteva la documentazione fotografica e quella anagrafica era limitata ai registri parrocchiali.
Spesso, allora come oggi, si creavano tra i briganti e i possidenti di terre lontane dai maggiori
centri amministrativi connivenze che i secondi, taglieggiati dai primi, erano costretti ad
assumere con questi, allora come oggi, per mantenere buoni rapporti; nella sera del predetto
giorno 3 fu per esempio e d'ordine del viceré carcerato a Napoli in castello Horazio de Luca,
persona molto facoltosa che aveva appunto dato ricetto ad alcuni briganti nelle sue proprietà.
Martedì 16 novembre s’imbarcarono per la Sardegna su un vascello a nolo 400 fanti di nuova
leva divisi in due compagnie e tenuti sino allora nell’arsenale, dove ne restavano così ancora
ben 1.200 che ci si preparava a spedire invece a Barcellona mettendo a partito il loro passaggio
marittimo. Nel primo pomeriggio dello stesso 16 furono inviati alle galere nove inquisiti di molti e
diversi delitti perché condannativi dal solito Tribunale di Campagna; una catena di 18 altri
delinquenti, pure condannati al remo da quel tribunale, giunse a Napoli la mattina del 28 e
anche costoro furono subito portati a servire nelle regie galere napoletane, la cui Padrona, ossia
la vice-Capitana della squadra, era il precedente giorno 24 partita per Genova dove andava a
prendere un nipote del viceré che veniva a Napoli a prender possesso della sua nuova carica di
tenente della compagnia delle lance della guardia; in effetti poi, il mese successivo, il viceré
conferirà a questo suo nipote anche la nomina a governatore di Pozzuoli, onde incrementare
evidentemente le entrate del congiunto.

Sono state mandate in Sardegna 2 compagnie d'italiani di quelli condannati a servire che da
lungo tempo erano dentro l'arsenale e si è fatto bene a levar questa gente facinorosa da Napoli.

Anche quest'ultimo avvenimento è della fine del mese di novembre; tempo in cui il viceré
assegnò anche diverse nuove cariche pubbliche; per esempio fece Gasparo Valenzuola,
tenente della sua guardia, governatore della città d’Aversa, e mise al suo posto un suo nipote.

Domenica 4 detto (dicembre), festività della gloriosa vergine e martire Santa Barbara, la
compagnia dei bombardieri e aiutanti di tutte le castelli di Napoli adorno per la Città in ordinanza

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facendo varie salve, con visitare anco la chiesa della Santissima Annunciata dove si conserva la
testa di detta Santa.

Erano tempi quelli in cui a Napoli - come del resto in tutta l’Europa cattolica - le reliquie dei
santi, specie le estremità anatomiche e le ampolle di sangue, abbondavano; basti ricordare
soprattutto la testa di S. Gennaro, reliquia questa che colà allora pure si conservava e solo alla
sua presenza una volta si scioglieva (ribolliva,come allora si diceva) il sangue dello stesso
santo, mentre oggi pare che basti esporlo al suo busto d’argento o nemmeno a quello, e inoltre
una gamba intiera dell'apostolo S. Andrea che si conservava a S. Chiara e poi, in concorrenza
con il suddetto, si scioglieva nel regno anche il sangue di altri santi, per esempio quello di S.
Giovanni Battista, il quale, custodito dalle monache benedettine, si conservava nella chiesa di
S. Gregorio Armeno e si scioglieva il giorno 29 agosto d’ogni anno con ogni maggior ricca
pompa e sacra magnificenza, tant’è vero che era tradizione che vi assistesse la viceregina;
inoltre, a Minori presso Amalfi, si scioglieva il sangue di S. Pantaleone, patrono di quell’amena
cittadina, e, se ben ricordo, ciò ancora avveniva alcune decine d’anni fa.
Il giorno 6 il generale dell'artiglieria fra’ Titta Brancaccio fece ritorno a Napoli dalla visita fatta
alle fortezze dei Presidi di Toscana.

Lunedì 12 detto fu avviso come, essendosi vicino Montesarchio incontrati alcuni soldati di
campagna della squadra del consigliero don Diego Soria con una truppa di guidati sotto la
condotta del caporale Michele de Crescenzo, erano venuti tra loro alle mani e ne erano rimasti
undici morti di questi secondi.

Per il suddetto potente Soria verso la metà di dicembre arrivò dalla Spagna la nomina a straticò
(‘capitano a guerra’) della città di Messina. L’omosessualità non era perdonata, specie nei
ristretti ambiti delle galere, e di conseguenza le conversioni degli schiavi mussulmani al
cristianesimo non sempre erano spontanee:

Martedì 20 detto (dicembre), essendo stati condennati a esserno appiccati su di una galera
della squadra di Napoli due schiavi di quella per aver commesso vizio nefando, fu eseguita la
sentenza solo con un di essi, il quale si era volentieri fatto cristiano; e l’altro, mostrandosi
renitente di venire alla Santa Fede, essendosi venuto all’atto di bruggiarlo vivo, intimorito
dall’orrenda morte, disse volersi far cristiano, per il che, doppo averlo, quanto fu possibile,
catechizzato, giovedì seguente 22 detto fu su la medesima galera doppo il battesimo appiccato.

Il 7 giugno si era combattuta una grande battaglia navale a Solebay nel Suffolk, cioè sulla costa
orientale della Gran Bretagna; la flotta olandese comandata dal viceammiraglio Michiel Adriaen

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de Ruyter, governatore della flotta armata degli Stati Generali d’Olanda aveva sorpreso in quella
località quelle alleate di Gran Bretagna e di Francia, rispettivamente comandate da Edward
Montagu duca di York e dal viceammiraglio conte Jean d’Êtrées, le quali si preparavano a
un’azione congiunta contro l’Olanda; la battaglia era finita senza vincitori né vinti, ma gli
olandesi avevano così ottenuto di scongiurare la suddetta grave minaccia. A terra frattanto,
nell’ambito di operazioni di guerra contro gli stessi franco-inglesi, il principe d'Orange s’era
messo in marcia verso Liegi con un esercito di 23/24mila uomini, la cui la cavalleria spagnola
era comandata dal napoletano Michele Cajafa. Apertosi infine nel corso di questo 1672 un
conflitto tra la confederazione polacco-lituana e l’impero ottomano di Mehemet IV, il 27 agosto
era caduta in mano turca la fortezza di Kamianets-Podilskyi in Ucraina e poi, in seguito ad altri
eventi bellici negativi, la detta confederazione era stata obbligata alla pace di Buczacz (18
ottobre), con cui cedeva a Maometto IV vaste estensioni di territorio ucraino e accondiscendeva
al pagamento di un tributo; era questa una delle poche guerre europee a cui non partecipavano
soldatesche napoletane.

1673. All'inizio di quest'anno si seppe dell’arresto di parecchi nobili, senza penetrarsene però la
causa; probabilmente si erano accertate altre complicità nella recente congiura del principe di
Macchia (‘Macchiagodena’). La sera del venerdì 13 gennaio giunse dalla Spagna un vascello
che portava una compagnia di fanteria di quella nazione, destinata alla recluta del terzo fisso, e
nei primi giorni del mese successivo ne giungerà una seconda genovese che porterà altri 100 di
quei soldati. In quel mentre la Spagna aveva chiesto al Regno di Napoli un’altra leva per la
nuova guerra che le mire imperialistiche della Francia avevano acceso con l'aggressione, oltre
che del principato di Catalogna, ora anche dell'Olanda; bisognava dunque preparare 6mila
uomini e 12mila cantara (misura di peso divisibile in 100 rotoli) di polvere pirica e di corda-
miccia per mandarli dove si ordinerà con le galere. Questa nuova guerra non sarà però
pubblicata a Napoli ufficialmente prima del 13 dicembre 1673, secondo una prassi che voleva il
riconoscimento formale dei conflitti solo quando questi erano già completamente in atto.
Lunedì 30 gennaio morì a Napoli il famoso Loise Poderico, il quale aveva raggiunto i
massimi vertici della carriera militare, essendo stato più volte capitano generale; ai suoi solenni
funerali parteciparono tutti i principali ufficiali vestiti a lutto, quattro compagnie di cavalleria, tra
cui quella della guardia del viceré, e cinque di fanteria spagnola, insomma un piccolo esercito.
Si era nel frattempo già raccolto in regno un nuovo terzo di 1.200 coscritti sotto il
comando del mastro di campo Titta (Gioan Battista) Pignatelli, evidentemente appena tornato in

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patria a questo scopo, e si sarebbe dovuto mandarlo in Catalogna su tre legni che a tal scopo
erano in porto a Napoli sin dal 17 gennaio e che erano già stati caricati di tutte le necessarie
munizioni; non ostante che i soldati fossero stati poi imbarcati sabato 4 febbraio, questi legni
non riuscivano però a salpare e così commentava, lo stesso giorno, il nunzio apostolico di
Napoli:

(Napoli, 4 febbraio:) Più per mancanza di denaro che di vento stanno immobili li vascelli che
devono transportare in Catalogna il 3° di don Titta Pignatello…

I suddetti vascelli salperanno finalmente per Barcellona solo il 10 successivo, dopo però
che alla spedizione si sarà dovuto aggiungere un quarto vascello perché si potesse imbarcare
tutti gli uomini e tutti i materiali previsti. Crediamo opportuno a questo punto chiarire che,
comparendo frequentemente nelle nostre cronache la parola vascello, con essa ancora a quei
tempi si voleva spesso indicare a Napoli qualsiasi tipo d'imbarcazione e non solo una grossa
nave da guerra, come invece all’estero si stava già incominciando a fare.
Il mastro di campo Gioan Battista Pignatelli perderà presto la vita in Catalogna nella battaglia
del fiume Ter vinta sui francesi dal napoletano Francesco Tuttavilla duca di S. Germano, il quale
era l’anno precedente tornato in Spagna dalla Sardegna come viceré di Catalogna; fu colpito
infatti a una coscia da una cannonata e, sebbene l'arto gli fosse segato dai chirurghi, non
sopravvisse. A quell'epoca le ferite degli arti riuscivano molto spesso mortali in considerazione
che, usandosi risolvere la frantumazione delle ossa con la semplice amputazione, spesso il
ferito moriva per dissanguamento o per infezione post-operatoria o per complicazioni cardiache
dovute all'eccessiva sofferenza. Era in quel tempo in Catalogna un altro terzo napoletano
guidato da un Pignatelli, cioè quello di Domenico (altrove Diego), figlio del duca di Bellosguardo,
il quale sarà però, come vedremo, molto più fortunato del congiunto raggiungendo alte cariche;
inoltre a un napoletano, il duca di Monteleone, era stato affidato in quell'esercito il mastrato di
un terzo spagnolo, onore rarissimo e riservato solo a quegli italiani o valloni che, avendo
ricevuto dal sovrano il titolo di grandi di Spagna, erano equiparati agli spagnoli a tutti gli effetti di
carriera e nel conferimento d’onori e privilegi.
Attorno al 20 febbraio il viceré riunì il Consiglio di Guerra ponendo all’ordine del giorno la
necessità di potenziare l’armamento e le guarnigioni dei Presidi di Toscana a causa della
minaccia portata in quei mari da vascelli francesi e inglesi col pretesto di traffici commerciali e si
pensava di affidarne il comando al capitano generale dell’artiglieria Gioan Battista Brancaccio;
si decise una leva straordinaria di 600 fanti da inviare appunto in quei presidi, ma la cosa andò
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per le lunghe a causa della ricorrente penuria di denaro, dovuta, come si mormorava, solo
all’avarizia del viceré, il quale era persino in arretrato di quattro mesi con il pagamento della sua
famiglia, ossia dei suoi servitori, e pertanto questi si erano quasi ammutinati; più volte in seguito
si leggerà, nei dispacci del nunzio apostolico, del comportamento quasi rapinoso di questo
viceré e del suo sistematico non pagare i debiti. Nella notte del martedì 28 febbraio morì il
luogotenente di mastro di campo generale Letizia; sarà sostituito dal viceré, come da suo
viglietto del sabato l’11 marzo, con Domenico Durante, scelto tra i molti pretendenti di
quell’impiego.
A quanto si legge in una vasta storia di Brescia, sarebbe di questo 1673 una grossa fornitura
d'armi da fuoco e da taglio che Napoli ricevette dalla detta città da sempre all'avanguardia in
Italia per la gran quantità d'armi d'ogni genere che riusciva a produrre e a fornire a tutti i
potentati italiani e spesso anche all'estero. Avrebbe dunque in tal occasione Napoli, pur
essendo essa stessa produttrice di armi, acquistato da Brescia ben 11mila moschetti, 12mila
archibugi, mille carabine, duemila pistole, 8mila picche e 300 partigiane; ma in verità questa
data del 1673 sarebbe da verificarsi, in considerazione che una simile ingente fornitura sarebbe
molto più giustificata se di qualche anno più tarda, cioè se coincidente con la guerra di Messina,
episodio in cui Napoli si trovò a dover provvedere completamente alle necessità di un intero
esercito asburgico.
Pur continuando a chiedere leve di regnicoli la Spagna non tralasciava però per questo di
pensare anche alla difesa dei suoi possedimenti italiani. Nella seconda metà di febbraio
giungeva infatti a Napoli dalla penisola iberica un convoglio di tartane che portava più di mille
soldati spagnoli, i quali, appena arrivati, furono rivestiti e lasciati poi di presidio nella Capitale,
permettendosi così, mentre lunedì 25 marzo giungeva anche una tartana dalla Sardegna che
portava 120 coscritti in quell’isola arruolati, a otto compagnie di loro commilitoni già in Napoli di
partire il 29 marzo per andare a rinforzare di uomini e munizioni i Presidi di Toscana, portati da
tre vascelli e due tartane a noleggio, in cui pure erano stati imbarcati alcuni regnicoli condannati
a servire in guerra; ciò perché il timore d’ostilità francesi nel Tirreno era sempre presente e
giustificato. Uno di questi vascelli però, distaccatosi alquanto dagli altri durante la navigazione,
fu assalito e catturato in corrispondenza delle marine laziali da tre caravelle turchesche, cioè da
quei caramusali barbareschi di cui abbiamo già detto; vi perirono ben 200 soldati e 60 marinai e
a Napoli si criticò poi aspramente l'inspiegabile circostanza che gli altri vascelli non fossero
intervenuti in soccorso di quello aggredito. Forse i barbareschi avevano agito troppo
rapidamente, disponendo di legni più veloci, e infatti avevano attaccato un convoglio non

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formato di galere come il solito; ma caso aveva voluto che, come aveva scritto il Fuidoro il mese
precedente, delle sette galere di Napoli allora ben tre non erano più in grado di navigare in
considerazione che sderinate, ossia piegate all’indietro come se avessero le reni spezzate,
evidentemente a causa di fasciame marcito facevano acqua nei locali di poppa, e le altre
quattro dovevano essere già impegnate in altre missioni; d’altra parte allora già si pensava che
vascelli d’alto bordo e ben armati fossero in grado di difendersi da soli. A bordo del vascello
perduto c'erano anche numerose famiglie dei soldati spagnoli e tutti coloro che furono fatti
prigionieri dai corsari poterono però in seguito esser riscattati con il pagamento di denaro
secondo l'uso del tempo; d’altro canto anche i turco-barbareschi persero in quella battaglia una
di dette loro caravelle, la quale, abbandonata dall’equipaggio perché evidentemente troppo
danneggiata dalle cannonate, andò ad arenarsi sul litorale laziale; dentro la stessa fu trovato
quasi tutto, tranne però i barili di polvere, evidentemente gettati in mare prima della battaglia per
timore che una cannonata li colpisse e facesse saltare tutti in aria.
Alla fine della prima settimana d’aprile si riunì a palazzo il consiglio di guerra per discutere delle
preoccupanti notizie che aveva ricevuto il residente veneziano a Napoli e che dicevano la
formazione di una massa di soldatesche turche alla Vallona, pronte a imbarcarsi sull’armata di
mare ottomana. Certo, dopo la caduta di Candia, antico baluardo della cristianità, i turchi e i
mori loro vassalli scorazzavano ormai con ritrovata tracotanza nel Mediterraneo. In quei giorni
lasciava Napoli per i Presidi di Toscana il suddetto generale dell’artiglieria Gioan Battista
Brancaccio, per cui il nunzio apostolico annotava amaramente che, in seguito a questa
partenza, si poteva dire che l’unico capitano italiano di qualche pregio che restasse a Napoli era
Marc’Antonio di Gennaro. Altra preoccupante notizia di quei giorni fu che la galera S. Giuseppe
aveva rischiato di naufragare.
Sabato 29 aprile entrò in città una compagnia di nuova leva arruolata in qualche provincia del
regno e poi, mentre lettere da Tursi e Gravina portavano notizia che i banditi lucani avevano
saccheggiato il paese di Cirigliano, con altre missive del 14 maggio da Lucera martedì 16 si
seppe che il 13 erano sbarcati i turchi e, messe in ordine ben 14 loro bandiere (‘compagnie di
fanteria’), avevano attaccato S. Nicandro, distante dal mare circa dieci miglia, e che sembrava
che la stessero saccheggiando, per cui il preside di quella provincia si era mosso con un nerbo
di gente per andare ad affrontare il nemico; subito allora il viceré fece partire per quella terra il
soccorso già deciso nel suddetto ultimo consiglio di guerra e cioè 600 fanti spagnoli seguiti
giovedì 1° giugno da tre compagnie di cavalli comandate dal loro tenente generale - poi anche
commissario generale – il veneziano fra’ Virginio Valle e, a questo proposito, il già nominato

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diarista napoletano Fuidoro osservava malignamente - o meglio realisticamente - che questi
soldati, i quali faranno ritorno a Napoli col Valle nella seconda metà di novembre, avrebbero di
sicuro fatto in quella zona più danno di quanto fossero riusciti a farvi gli stessi turchi, riferendosi
chiaramente al peso del loro alloggiamento e del loro sostentamento che sarebbe gravato su
quelle Università (comunità) e alle razzie a cui i soldati si davano di solito impunemente nelle
campagne. A proposito del tenente generale Valle, diremo che egli mantenne il predetto suo
alto grado per lungo tempo, poiché già l’occupava nel 1670 e ancora l’occuperà nel 1680. In
seguito il viceré mandò ordine alle compagnie di fanteria spagnola che si trovavano in Abruzzo
di calare alle marine per contrastare eventuali tentativi di sbarco nemici anche su quella coste,
mentre, avvistate due barche di corsari turche dalle coste della Calabria, domenica 4 giugno
quattro galere napoletane lasciarono Napoli per unirsi a quelle di Sicilia e di Malta in una
spedizione che ripulisse i mare meridionali dai corsari turco-barbareschi; all’inizio del mese
seguente cattureranno infatti una prima galeotta corsara con un equipaggio di 27 greci e due
turchi, i quali erano sbarcati presso Catanzaro in caccia di abitanti da fare schiavi. In seguito si
ordinerà a dette galere di restare a incrociare in quei mari anche per tutto il mese d’agosto.
Verso il 22-23 giugno il viceré scese nell’arsenale per vedere la nuova galera Capitana che vi si
stava fabbricando e per porre il primo chiodo alla costruzione di un’altra, da lui battezzata S.
Antonio, sollecitando nel frattempo le maestranze perché i due nuovi legni fossero varati nella
seguente primavera; occorrevano infatti non meno di dieci mesi per costruire una galera, specie
una Capitana, essendo questa generalmente bastarda, cioè più larga e pesante delle galere
sottili ordinarie, e con la poppa molto decorata da sculture e dorature. Giovedì 6 luglio fu data la
solita mostra generale dalla fanteria spagnola di Napoli.
Nel diario del Fuidoro, tra gli avvenimenti del luglio, così si legge:

Sono entrate (a Napoli) qualche numero di gente assentate (‘reclutate’) alla guerra e radunate a
forza per le provincie da mercanti capitani di tal negozio; chi si è arrollato per disperazione, chi a
forza e chi per provar pane e sono d’ogni età.

La tragedia della guerra s’innestava dunque in una realtà di disperazione sociale e da essa
trovava anche alimento, perché il mandare a combattere i tanti poveri disgraziati o sfaccendati
del regno era allora considerato un bene per una società che in tal modo si liberava di tantissimi
malintenzionati e uomini disutili, e molto si applaudivano a Napoli i viceré che più a ciò si
dedicavano.

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In questo luglio il suddetto Fuidoro anche lamentava l’eccesso del lusso e delle spese fatte dai
napoletani per adeguarsi alle sempre nuove mode e novità che venivano dalla Francia, e quindi,
giamberghe, giamberghini, cravatte, camiciole e calzette di seta, scarpe con alti calcagnini,
lunghe parrucche, dette allora perucche o anche cavigliere posticcie, ecc.:

… Gli spagnuoli anco non ci rimediano perché ci vonno tenere così debilitati per la loro
sicurezza.

Tra il 14 e il 15 luglio giunsero a Nisida dieci galere francesi, mettendo pertanto tutti in allarme,
ma si limitarono a comprare cibo e altre mercanzie e poi ripartirono, comportandosi in sostanza
così correttamente da far smettere per qualche tempo ai napoletani di dir male dei francesi.
Lunedì 17 luglio un soldato della compagnia di cavalleggeri croati si suicidò con la sua pistola, si
disse perché maltrattato dal suo capitano, il quale era chiamato a Napoli Vincenzo ed era
succeduto a Lucas, conosciuto questi a Napoli come Lucacchio e ricordato come un bravo
soldato; ma, in un suo dispaccio alla Corte Vaticana, il nunzio apostolico riferisce questo
episodio in modo del tutto differente, soprattutto perché considera il detto Lucacchio ancora in
servizio:

Avendo Lucachi, capitano d’una compagnia di croati a cavallo, ferito il suo cornetta (‘alfiere’), è
stato posto (agli arresti) in castello…

Alla fine di luglio erano disponibili mille nuovi fanti italiani (‘regnicoli’), pronti, ben addestrati e in
attesa di essere inviati in Fiandra. Il 4 settembre partirono per Longone e per poi scorrere il
mare le quattro uniche galere di Napoli che erano allora, come abbiamo detto, in condizione di
navigare; il 16 novembre prese possesso della sua carica il nuovo generale delle galere di
Napoli, cioè a Giovan Battista Ludovisio principe di Venosa e di Piombino, marchese di
Populonia, signore di Scarlino e delle isole d’Elba, Montecristo e Fiocco, marchese della
Colonna, conte di Conza ecc. con una cerimonia in cui, come il solito, si videro dette galere
coperte di fiamme e bandiere.
L’avara gestione della cosa pubblica fatta dal marchese de Astorga si poteva costatare anche in
questa fine di luglio e così infatti si legge tra i dispacci del nunzio apostolico:

(Napoli, 5 agosto:) La soldatesca qui è così mal pagata che molti della medesima vanno
elemosinando, onde stà tutta irritata col signor viceré…

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Verso il 10 di agosto giunsero in porto due tartane cariche di fanteria spagnola di nuova leva,
mentre lunedì 14 tornarono le quattro galere napoletane dalla loro missione nei mari
meridionali, avendo fatto preda d’una fusta dei turchi e d’una galeotta di greci e, poiché questi
ultimi erano sudditi della Repubblica di Venezia, si cominciò a discutere se si trattasse o no di
buona preda e se bisognasse restituirla a quello stato; inoltre presso Ponza due galere del
granduca di Toscana avevano la settimana precedente catturato due galeotte, un bergantino e
una barca dei corsari turco-barbareschi ed erano poi andate in caccia di due galere bisertine.
Giungevano in quei giorni notizie di diversi sbarchi dei turco-barbareschi sulle marine del regno
e la più grave era quella che deponeva per una scarsa vigilanza delle coste; sbarcati di notte i
turchi da cinque galeotte presso Gallipoli, avevano trovato torrieri e cavallari addormentati e
quindi s’erano senza alcun contrasto inoltrati nell’interno e avevano fatto schiavi 70 abitanti, tra
uomini e donne, e ucciso cinque bambini lattanti; una settimana dopo si seppe ancora che,
sbarcati nella provincia d’Otranto altri corsari da cinque fuste di S. Maura in Grecia, avevano
catturato 80 persone e ucciso altre quattro che avevano tentato di difendersi.
Finalmente sabato 19 agosto la soldatesca acquartierata nella capitale fu passata in rivista
generale e pagata, specie 1.200 fanti regnicoli di nuova leva che si trovavano nell’arsenale; tra
di loro c’erano 80 banditi accordati e circa 220 condannati la cui pena era stata commutata
nell’obbligo di servizio militare all’estero. Sabato seguente, proveniente da Genova, fece ritorno
a Napoli la galera S. Giuseppe, cioè quella che nella prima parte dell’anno aveva rischiato il
naufragio; poi giunsero tre galere pontificie con il loro generale commendator fra’ Bolognetti,
mentre nella notte tra il 4 e il 5 settembre quattro delle napoletane salpavano per andare a
incrociare lungo le spiagge laziali, un tratto di costa sempre particolarmente infestato dai corsari
nemici.
Giovedì 14 settembre due compagnie di fanti spagnoli lasciarono Napoli marciando verso
l’Aversano; esse avevano la missione di punire gli abitanti dei feudi di Gianserio Sanfelice
marchese di Frignano, i quali si erano ribellati all’autorità regia. Mercoledì 11 ottobre il viceré
fece cavaliere dell’abito (‘ordine’) di Calatrava il capitano della sua guardia alemanna José
Manriquez e poi, verso il 20, il corriero ordinario di Spagna portava la notizia della nomina di
Giovan Battista Ludovisio principe di Piombino al generalato delle galere di Napoli; il nuovo
generale, giunto a Napoli, lunedì 20 novembre fece passare in rassegna tutta la gente di galera.
Martedì 12 dicembre arrivò una tartana che portava a Napoli altri soldati spagnoli di nuova leva;
in quel tempo, a causa delle nuove ostilità contro la Francia, fu proclamato bando di
allontanamento dal regno di tutti i francesi che vi risiedevano.

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In quel mentre in Europa era continuata la guerra franco-anglo-olandese e Luigi XIV aveva nel
giugno preso con assedio l’importante città di Maastricht, possedimento che sarà poi restituito
alle Province Unite d’Olanda con la pace di Nimega del 1678. Inoltre, nello stesso giugno
c’erano anche state tre importanti battaglie navali presso le coste olandesi; Inghilterra e Francia
non avevano infatti rinunziato ai loro piani di invasione dell’Olanda e le loro flotte, comandate
dal Rupert, principe palatino del Reno, e dal già ricordato d’Êtrées, si erano dapprima scontrate
con quella olandese del viceammiraglio generale Michiel de Ruyter, coadiuvato dai
viceammiragli Cornelis Tromp e Adriaen Banckert, nelle acque di Schooneveld due volte, cioè il
7 e il 14 giugno, senza che nessuno riuscisse a prevalere, come era successo l’anno
precedente; ma poi nel terzo e definitivo scontro di Texel, avvenuto il 21 agosto, gli olandesi
erano risultati vincitori e l’invasione era stata di nuovo sventata. In seguito a queste belle
imprese di difesa del loro stato compiute dagli olandesi, gli inglesi si convinsero a trattative di
pace, la quale sarà firmata il 9 febbraio seguente a Westminster, mentre la guerra contro la
Francia continuerà fino al 1677; nel frattempo c’era stato però anche l’assedio di Bonn, durato
dal 3 al 12 novembre, dove la guarnigione francese e dell’Elettore di Colonia, assediata da un
esercito ispano-impero-olandese tra i cui comandanti c’era anche l’italiano Raimondo
Montecuccoli, era stata costretta ad arrendersi.
Era poi in questo 1673 ripresa la guerra della confederazione polacco-lituana contro l’impero
ottomano e l’11 novembre a Chocim il capitano generale polacco Jan III Sobiewski aveva
sconfitto i pasha Hussain, Süleyman e Kaplan, vittoria che gli varrà l’ascesa al trono di Polonia.
Alla detta battaglia le artiglierie polacche erano affidate al noto balistico Kazimierz
Siemienowicz, autore di un trattato d’artiglieria tradotto in tutte le principali lingue europee e in
cui il Siemienowicz, in questo secondo solo all’imperiale Conrad Haas (1509-1576), aveva
teorizzato l’uso militare della forza reattiva della polvere da sparo, cioè aveva progettato dei
razzi non più solo pirotecnici, bensì portatori di cariche esplosive; poiché a Chocim alla battaglia
campale si affiancò anche l’assedio della locale fortezza turca, è credibile che, come dicono, ne
abbia fatto uso o primo uso in quella occasione; i razzi erano infatti armi con tiro ad arcata
assimilabile a quello dei mortari, quindi adatti a un uso ossidionale.

1674. Cinque galere napoletane che, salpate da Napoli sabato 30 dicembre precedente per
portare ai Presidi di Toscana dieci compagnie spagnole, di cui sette in muta e tre di rinforzo di
quei presidi, raccontarono al loro ritorno che avevano dato la caccia a due tartane corsare
francesi in cui s’erano imbattute; il 20 febbraio lasceranno poi la capitale altre cinque compagnie

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di fanti spagnoli, probabilmente di quelle che erano da poco tornate dai suddetti Presidi, ma
queste andavano in Abruzzo a combattere il brigantaggio che affliggeva quella provincia. In quel
mentre, verso la metà di gennaio, essendo stato rinnovato un vecchio ordine di Filippo IV che
ordinava, ora a proposito dell’esercito di Catalogna, che sempre si desse, per quanto riguardava
gli avanzamenti di carriera, la precedenza agli ufficiali spagnoli rispetto a quelli di altre
nazionalità, anche quando fossero di umile origine, adesso come allora c’era stata una protesta
degli ufficiali italiani, i quali s’erano doluti di ciò con il viceré; molti s’erano spinti sino a dare per
tal motivo le dimissioni e, privi del loro stipendio, per poter vivere avevano chiesto l’aiuto della
Città di Napoli. Mentre si pensava di istituire magari una nuova tassa a loro favore, il viceré
promise d’interessarsi della questione e, poiché in seguito le cronache non più accenneranno a
dette proteste, c’è da pensare che i nobili ufficiali regnicoli fossero stati in qualche modo
acquetati.
All’inizio di febbraio s’allestivano due galere destinate a salpare per Genova, dove si recavano a
fornirsi di nuovi arsili o fusti o gusci, cioè a cambiarsi gli scafi evidentemente ormai vecchi e
sdruciti; perché, invece di andare a comprare dai genovesi, non si costruissero due scafi nuovi
nell’arsenale di Napoli è presto detto; era uso del tempo che, quando la sostituzione si
dimostrava urgente e non c’era quindi tempo di aspettare nuove costruzioni, regni e stati
marittimi si andassero a rifornire all’estero, laddove cioè avevano notizia che ci fossero appunto
degli arsili disponibili. Mercoledì 7 marzo s’imbarcarono su tre grossi vascelli d'alto bordo, due
dei quali erano arrivati a Napoli già la sera del giovedì 18 gennaio, e si trattava di uno
maiorchino, uno veneziano e uno inglese, i quali, a tal scopo noleggiati, dovevano portare in
Catalogna i 1.200 soldati regnicoli di nuova leva che erano stati arruolati in osservanza
dell'ordine reale dell'anno precedente e che, rinchiusi nell’arsenale come abbiamo già detto,
erano stati posti sotto la guida del sargente maggiore di battaglia Antonio Guindazzo, appena
tornato in patria per una licenza di sei mesi dopo aver servito all’estero per ben 30 anni, in
Catalogna, Spagna e Fiandra; a causa di venti contrari la partenza avvenne però solo il 19
seguente e ci si può facilmente immaginare in quale disagio, affollamento e ristrettezze quei
poveri soldati fossero stati costretti a vivere a bordo in quei 12 giorni! Certo le galere, anche se
molto più anguste e scomode, erano, per i trasporti militari, molto più vantaggiose, perché non
avevano bisogno di aspettare venti favorevoli per mettersi in viaggio. Le suddette soldatesche
arrivarono in Spagna il mese successivo, segnalandosi però da colà l'arrivo di soli 1.100
napoletani, mentre il Guindazzo riceverà le nomine di capitano generale dell’artiglieria di
Catalogna e di governatore di Tarragona.

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Sabato 7 aprile fu varata la galera Capitana la cui costruzione era iniziata più di dieci mesi prima
ed era presente il capitano generale della squadra principe di Piombino.
La mattina di domenica 10 giugno approdò a Nisida la squadra delle galere di Sicilia col viceré
di Sicilia principe di Ligny, il quale passava al vice-regnato di Milano, mentre il suo posto era
stato affidato pro interim al già menzionato marchese di Bayona, allora generale di quelle
galere. Il 12 altri 500 soldati regnicoli di nuova leva, portati da cinque galere, salparono per la
Catalogna per il recupero della piazza di Perpignano allora in mano dei francesi; era in quel
tempo, come abbiamo già ricordato, viceré e capitano generale del principato di Catalogna un
napoletano, Francesco Tuttavilla duca di S. Germano; egli, nato nel 1604, aveva iniziato la sua
carriera come alfiere nel terzo napoletano del mastro di campo Girolamo Maria Caracciolo
marchese di Torrecuso, morto il 17 agosto 1662 nelle guerre di Portogallo, è si trovò quindi a
militare sull'armata oceanica spagnola dell'ammiraglio Federico de Toledo quando questa
riconquistò S. Salvador del Brasile; divenne poi capitano, tenente generale della cavalleria
napoletana, mastro di campo generale prima in Andalusia, durante le guerre del Portogallo, e
poi dell'esercito del Regno di Napoli. Riformato poi essendo venute a mancare nuove esigenze
belliche, ricominciò da capo, come allora usavano gli ufficiali riformati, da semplice fante armato
di picca, ma alla prima occasione fu fatto sargente maggiore, poi tenente di mastro di campo
generale, poi ancora mastro di campo di un terzo di napoletani e nel 1643 fu chiamato in
Catalogna come generale dell'artiglieria e in quel principato combatte durissima guerra. In
seguito fu inviato come governatore in Tarragona con il titolo militare di mastro di campo
generale, partecipò alla guerra di Portogallo come vicario generale di don Giovanni d'Austria,
divenne viceré di Navarra e poi di Sardegna quando, come abbiamo già detto, vi era stato
ucciso il suo predecessore marchese di Camarassa, e ridusse all'ordine quell'isola
governandola per cinque anni; infine, dopo la dichiarazione di guerra presentata dalla Francia,
fu nominato viceré di Catalogna e Rossiglione e contro i francesi guerreggiò appunto nel
Rossiglione, regione dove i transalpini del maresciallo tedesco Frédéric Armand Meynard conte
( poi duca) di Schomberg (1615-1690) conosceranno in questo stesso primo anno di guerra una
bruciante sconfitta.
Anche in seguito alle predette ultime spedizioni di milizie napoletane, negli anni 1674-1678
risulteranno al servizio della Spagna diversi terzi di fanteria napoletana, tra i quali quelli dei
mastri di campo Domenico Pignatelli, Gioan Battista Pignatelli, Restaino Cantelmo principe di
Pettorano e fratello del duca di Popoli, Gioan Battista Caracciolo dei duchi di Martina e Orazio
Coppola dei duchi di Canzano; quest’ultimo nel 1693 risulterà sargente generale di battaglia

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nell'esercito di Catalogna, sarà poi governatore di Girona in Catalogna e infine, dal 1702,
generale dell’artiglieria del Regno di Napoli. Il predetto Cantelmo, il quale era stato capitano di
cavalleria sin dal 1675, due anni dopo già era mastro di campo di un terzo napoletano nella
guerra di Sicilia e, tornata Messina all'obbedienza regia, era tornato a Napoli e poi era appunto
stato inviato in Catalogna con il suo terzo e altre soldatesche. Sarà poi in Fiandra dove,
essendogli stato riformato il suo detto primo terzo perché evidentemente ormai troppo povero di
effettivi, avrà, all'inizio di settembre del 1686, 400 reclute napoletane da unire ai resti del
precedente per la formazione di un altro terzo di piede vecchio, cioè strutturato in una maniera
che ormai le ultime ordinanze spagnole stavano un po’ dappertutto modificando. Nel marzo del
1687 sarà promosso sargente generale di battaglia e, per i suoi particolari meriti, gli sarà
concessa la speciale prerogativa di conservare anche il comando del suo ultimo terzo, cosa
piuttosto rara per un ufficiale generale; tornato infine a Napoli, vi sarà generale dell'artiglieria e il
19 marzo del 1702 arriverà per lui dalla Spagna anche la nomina a mastro di campo generale
dell'esercito del regno.
Tornando ora alle cronache dell'anno 1674, diremo che il viceré marchese de Astorga, conferito
a Francesco della Sala il comando del presidio di Orbitello, spedì in Abruzzo di nuovo cinque
compagnie di fanti spagnoli, molto probabilmente in muta di quelle che aveva inviato il 20
febbraio, mentre continue erano state in questo primo semestre dell’anno le notizie di banditi
uccisi e di altri portati a Napoli in catene; poi, passato Jose Manriquez, capitano della sua
guardia alemanna, al presidato di Chieti, mise al suo posto Antonio Moscoso Ossorio,
governatore d’Ischia, sostituito questo a sua volta da Francisco Miranda. Giovedì 12 luglio arrivò
da Palermo una feluca in cui il viceré di Sicilia informava quello di Napoli che dal giorno 7
precedente tutto il popolo della città di Messina si era ribellato e armato contro il malgoverno del
loro straticò Diego Soria marchese di Crispano; era questa la prima notizia di quella ribellione di
Messina che presto si trasformerà in una vera e propria ennesima e sanguinosa guerra, la quale
era destinata a protrarsi fino al 1678 grazie all'aiuto militare in agosto richiesto e subito
concesso dalla Francia, sempre pronta a sostenere i torbidi che nascevano nei possedimenti
spagnoli in Italia. Mentre immediatamente si richiamavano a Napoli le compagnie di fanti
spagnoli che guardavano le province d’Abruzzo e s’inviava ordine a quelle di Calabria di armarsi
e tenersi pronte per qualsiasi evenienza, mercoledì 18 salpò la prima spedizione militare per
Milazzo, dove si era stabilito di far piazza d'armi contro i rivoltosi; si trattava di 400 soldati
spagnoli suddivisi in quattro compagnie e di pochi altri soldati regnicoli sulle uniche due galere
che erano rimaste a Napoli ed erano state a tal scopo in fretta e furia spalmate (‘carenate’),

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essendo le altre 5, come abbiamo visto, partite il mese precedente per la Catalogna, mentre
altre soldatesche passavano a Milazzo da Reggio e altre si attendevano dalla Sardegna; in
effetti, essendosi inviata in Catalogna anche la squadra siciliana, si riuscirà a raccoglierne una
di 13 galere e cioè due di Napoli, una di Sicilia, cinque genovesi del duca di Tursi e cinque di
Malta. Era allora governatore e capitano a guerra il marchese puteolano Simonetto Rosso, così
descritto in una lettera inviata da Messina il 5 agosto 1674 dal militare Gabriele Merelli, il quale
fu tra i difensori del castello di S. Salvatore:

… il sargiento maggiore governator di Reggiio, chiamato Simonetto Rosso, napolitano, uomo di


gran valore ed in mio tempo capitan d’infanteria nel mio terzo, che valorosamente s’avea portato
alla difesa di Pavia… (Diari della città di Palermo etc.)

Mentre dopo qualche giorno arrivava al viceré di Napoli una lettera dei messinesi in cui
protestavano fedeltà al re e dichiaravano di aver preso l’armi solo contro il marchese di
Crispano, per aver questi violato i loro privilegi, si arruolavano in tutta fretta fanterie a Napoli e
nel resto del regno, accrescendole con molti delinquenti mandati a Napoli dalle Udienze
Provinciali e si armavano anche i baroni di Calabria Ultra per dare un personale contributo alla
guerra così vicina ai loro feudi. Martedì 24 luglio il nunzio apostolico così scriveva al suo
governo in Roma:

… ‘fra tanto si è mandato don Marc’Antonio di Gennaro a Reggio per far ivi piazza d’armi,
risoluzione stimata universalmente impropria, perché, in ragione dell’arcivescovo di Reggio
morto, fratello di don Marco Antonio, uomo vendicativo, il nome de’ Gennari è odiosissimo in
quelle parti, oltre cha, stando quel paese esausto, non ha bisogno d’un ministro rapace…

Infatti il di Gennaro, il quale era stato prima capitano in Fiandra, poi sargente maggiore in
Estremadura, mastro di campo in Catalogna fino al 1672, nella notte del sabato 21 era partito
con diverse feluche, con la nomina a preside delle due Calabrie e di governatore dell’armi della
piazza d’armi da stabilirsi a Reggio, con il compito di evitare che il contagio rivoluzionario si
estendesse al continente e con ordine di mettersi a disposizione del viceré pro interim di Sicilia
nonché capitano generale di quella squadra di galere Francisco Diego Bazan Y Benavides
marchese di Bayona, per il quale in effetti sin dal 9 aprile precedente decorreva la promozione
al generalato della squadra di Spagna, ma che evidentemente, in considerazione dei sempre
più gravi problemi politici e militari ora collegati al suo vice-regnato interinale, non era stato
ancora in Sicilia sostituito e non aveva potuto quindi tornarsene in Spagna. In quel mentre
proprio sabato 21 e il giorno seguente i messinesi avevano dai baluardi preso a cannonate il
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castello del Ss. Salvatore, il quale era ancora in mano dei realisti sotto la castellania del mastro
di campo Francisco Darauzo Pimentel, e da questo i difensori avevano replicato colpo su colpo;
ma, pur assediando il castello, si preparavo essi stessi a sostenere un assedio e scavano
trincee e tagliate (‘contromine’) e, raccoltisi in ben 12mila, si spinsero sino a Spatafora, cioè fino
a sole sei miglia dal campo realista di Milazzo contro Messina, dove già si andavano
raccogliendo soldatesche; poi, chiuso il porto della città con una catena a evitare l’arrivo di
soccorsi al palazzo del governo, dove erasi rinchiuso il Soria, minarono in quattro punti detto
edificio e ne fecero saltare in aria tutta quella parte che comprendeva la cavallerizza; lo straticò,
vedendo tanti dei suoi soldati rimasti uccisi o feriti dall’esplosione, si arrese onorevolmente e
con patti e venerdì 3 agosto, in ordine militare, uscì con tutti suoi - soldati e merli (‘realisti’) - dal
palazzo e si ritirò nel castello, le cui opere murarie soprastanti il terrapieno erano state tutte
demolite dalle cannonate dei rivoltosi. Ottenuto questo successo i malvizzi (i ‘tordi’, ossia i ribelli)
si dettero alla caccia degli avversari e appiccarono in più volte per un piede circa 160 merli, due
donne (oggi diremmo ‘due collaborazioniste’) e, con il taglio della testa dovuto ai nobili,
giustiziarono un cavaliere di casa Cappardi perché genero di Tomaso Cirino, uno dei capi del
partito filo-spagnolo. Arrivarono a Milazzo anche le galere dell’ordine di Malta con il loro
generale Spinola e con Francesco Carafa priore della Roccella, il quale portava 500 soldati
mantenuti a sue spese.
Alla fine di luglio si pubblicò un indulto per quei banditi che avessero accettato di andare a
servire da militari nella guerra di Messina, ma non ebbe alcun successo, come poi il 14 agosto
scriverà al suo governo il nunzio apostolico:

Non v’è stato pure un bandito che si sia valso dell’indulto, segno del poco timore che s’ha della
Corte…

Nei primi giorni di agosto il corriero ordinario di Spagna recò la triste notizia della morte di Gioan
Battista Pignatelli, mastro di campo del terzo italiano in Catalogna, morto dopo dieci giorni da
una cannonata che lo aveva colto in una gamba.
Il di Gennaro arrivò a Reggio la notte del 29 luglio; mentre subito, per ordine del viceré di
Napoli, inviava ai messinesi il suo tenente di mastro di campo generale Paulo Giarrone, latore di
una lettera del vicerè di Napoli che proponeva ai messinesi una nuova concordia con la
garanzia di un’indiscutibile giustizia reale, ma riportandone solo una risposta poco conciliante;
contemporaneamente e senza indugio il di Gennaro scrisse indispettito al detto viceré d’aver
trovato a Reggio solamente non più di 1.200 fanti e 250 cavalli, oltretutto male in ordine e
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sprovvisti di viveri; malgrado fossero in arrivo 2mila ducati siciliani mandati all’uopo dal suddetto
marchese, egli preferì non aspettare e avvalersi del denaro portato dagli ufficiali pagatori di
Napoli arrivati il 9 agosto e pare che, non essendo questo sufficiente, aveva dovuto metter
mano alla sua borsa e anticipare 500 ducati per un urgente acquisto di grano e orzo. Gli arrivò
poi dal marchese di Bayona ordine di trasferirsi immediatamente a Milazzo ed egli vi arrivò nella
notte del 10 agosto con 500 uomini e con il grado di mastro di campo generale appena
conferitogli dal detto marchese, essendo stato sostituito nel comando pro interim a Reggio con il
preside di Catanzaro, il duca di Santo Vito, il quale sarà a sua volta rimpiazzato dal mastro di
campo marchese del Tufo, il quale arriverà a Reggio il 12 settembre, mentre altri 750 uomini
erano portati a Milazzo dalle cinque galere di Malta che si trovavano a Reggio per dare una
mano, ma che avevano fretta di tornare alla loro isola; egli aveva contemporaneamente inviato il
suo sargente maggiore Paolo Mongino con altri 600 a occupare Taormina, come ordinato dal
detto marchese.
In quel mentre a Napoli non si avevano per nulla le idee chiare sul come affrontare la
situazione, giacché mancavano soldi e soldati per affrontarla; il Collaterale di guerra non
s’intendeva e la Giunta di Stato e Guerra del viceré non brillava per acutezza; a questo
proposito leggiamo ancora il suddetto nunzio:

(Napoli, 11 agosto:) … Il Collaterale di Cappa Lunga ha perse affatto le staffe, non sa quello
voglia, la materia è molto differente dalla sua professione che non è altra che di legge, perché,
avendo quasi tutti li reggenti avvocato, non se stende più avanti il loro valore; quelli che
intervengono alla Giustizia (‘Consiglio’) di Guerra sono il mastro di campo generale, il quale per
merito del fratello duca di S. Germano è a questo posto e, avendo lontano il fratello, non ha
vicino l’attività (‘non sa che fare’); il generale Brancaccio, (è) soldato vecchio e buono per
operare, ma (è anche) di quelli noti che nelle congregazioni si contentato di dire sempre ‘in
eodem’ (‘sono a favore’); il tenente generale della cavalleria cavaliere Valle, veneziano, che, per
aver già trattato la ribellione di Condé, ha questo posto, nel resto non vale molto; il maestro di
campo del terzo spagnolo è soldato, ma tanto mostruoso per la grossezza che è inutile
all’operare e poco atto al parlare, ecco tutto il Consiglio di Guerra.

A Milazzo era nel frattempo incominciato l’afflusso di numerose milizie inviate sia dai baroni di
Sicilia sia dalla piazza d’armi di Reggio, anche se non tante da giustificare la menzogna di
avervi già riunito un esercito di 15mila uomini, detta evidentemente per spaventare i messinesi,
mentre erano molto più credibili le notizie che dicevano a Reggio essersi in pochi giorni
ammassati circa 5mila soldati tra fanti e cavalli. Tenutasi giunta di guerra a Milazzo nella stessa
notte del 10, il di Gennaro cominciò subito ad anteporre diverse difficoltà all’apertura delle
ostilità contro i messinesi e a dire che era il viceré di Napoli che gli aveva ordinato di tentare
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prima la strada della trattativa; prevalse comunque il parere di Orazio della Torre, uomo del
suddetto marchese di Bayona, il quale era invece per iniziare subito con le azioni di guerra, e
quindi si organizzò una spedizione per impadronirsi di luoghi alti presso Rametta detti li Colli, i
quali erano in mano dei ribelli, con 700 spagnoli e 300 fanti del Battaglione, essendo i primi
governati dal principe di Belvedere di casa Carafa, per questo evidentemente grande di
Spagna, e i secondi da Francesco d’Allegranza; stabilita nella detta Rametta, luogo a metà
strada tra Milazzo e Messina, una seconda piazza d’armi, le forze del di Gennaro ne uscirono e,
dopo un primo successo iniziale, furono però caricate così decisamente dai messinesi, circa
3mila fanti e 600 cavalli comandati dal cavaliere di Malta siciliano fra’ Tomaso Crisasi, i quali,
usciti all’improvviso da tre fortini e un vallone, fecero fuggire a rotta di collo tutti i realisti; ed ecco
a tal proposito un brano di una lettera privata del di Gennaro inviata il 20 agosto a qualche suo
confidente da Rametta, dove egli si era poi ritirato:

… ma i nostri fuggirono tutti, anco li spagnuoli, senza restarne più che 4 o 5; si procurò farli
ritornare con buone parole e con rigori, ma non si poté conseguire niente, perché si buttavano
tutti a terra, e, ancorché si avanzò con altri 200 uomini di soccorso con la persona del col.
Bondibendi, ma né l’uno né l’altro volsero avanzarsi. Cosa molto miserabile l’aver da combattere
con gente come questa, senza valore, senza ubedienza né timore di Dio, già che rubbano le
case, le persone e le chiese (om.) Si fece la ritirata con ordine e con una perdita di 20 uomini tra
morti e feriti, tra’ quali uno solo di reputazione dell’abito (‘dell’ordine’) di S. Giovanni chiamato
Gioan Gicaliero, cavaliere abile, al quale tagliorno la testa gridando ‘viva Maria e il re di
Francia!’
Io mi detengo in questo campo aspettando gl’ordini del sig. marchese di Bayona e, se
una volta torno (‘se mi riesce di tornare’) a Melazzo, come spero, procurerò di (‘da’) questo di
ritirarmene in Reggio, risoluto a non perdere la vita e reputazione con questa gente
(ruba)galline, ladroni e disubbedienti, senza pane, senza denari, senza monizioni e senza
officiali, che necessitano di avere tolta (‘di essere oltretutto liberati da ‘) una giunta di toghe, che
parlano a sproposito (A.S.V. Nun. Nap.)

Che le forze affidategli fossero tutt’altro che buone e preparate, come qui denunciato dal di
Gennaro medesimo, era sicuramente vero, ma che un comandante in capo dimostrasse tanto
poco polso da non riuscire a mantenere in campo nemmeno l’ottima fanteria spagnola e inoltre
tanta mancanza di determinazione da pensare a squagliarsela quanto prima possibile era
certamente molto grave e pregiudizievole per il buon esito della guerra.
Sabato 18 agosto si era riunita a Napoli la predetta Giunta di Guerra, la quale aveva deliberato
la leva di 3mila nuovi fanti e 600 cavalli, riservandosi il viceré di pubblicarne a breve le nomine
degli ufficiali; la sera dello stesso 18 erano arrivate tre galere della Repubblica di Genova, le
quali ripartiranno poi solo la mattina del sabato 25 per Messina comandate dal loro commissario

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generale Gioan Agostino Durazzo di conserva con altre due della stessa repubblica che già si
trovavano in darsena a Napoli e con una nave e due tartane che portavano 400 fanti di nuova
leva tenuti fino allora nell’alloggiamento-reclusorio dell'arsenale e prima di quel giorno non
ancora pronti per l’imbarco; questi velieri portavano inoltre bastimenti da vivere e da guerra,
bombe e artifici di fuoco per opprimere l'ostinazione delli messinesi, infine 2mila vestiti per i
soldati e 50mila scudi per il loro soldo. Il marchese de Astorga faceva nel frattempo pure
marciare alla piazza d'armi di Reggio buona parte delle altre milizie disponibili, mentre si aveva
notizia da Milazzo che erano colà giunti due vascelli provenienti da Finale e che portavano due
interi terzi di fanteria, cioè uno di milanesi e uno di borgognoni (‘valloni’), e poi che vi erano
anche arrivate le galere di Napoli, Sicilia e Sardegna; inoltre il nuovo governatore militare di
Reggio era riuscito frattanto a introdurre in soccorso 300 briganti calabresi accordati nel
predetto castello del Salvatore in Messina, la cui guarnigione era dunque rimasta fedele e
resisteva all'assedio dei messinesi, e inoltre raccolse nella stessa Reggio 1.500 soldati del
Battaglione. Queste milizie territoriali si stavano, in effetti, riunendo non solo in Calabria, bensì
in tutto il regno, giacché, come abbiamo già detto, loro obbligo istituzionale principale era la
difesa dei confini e delle marine in caso d’aggressione da parte di qualsiasi nemico; ma non
davano buona prova di sé, a giudicare da quanto ne scriveva in quei giorni il suddetto nunzio
apostolico di Napoli a proposito delle grandi difficoltà di gestione della crisi che il viceré
marchese de Astorga stava incontrando:

…Per le faccende di Messina, ridotte a segno di diventare le guerre de’ Paesi Bassi in piccolo,
si tengono continui Collaterali (om.) La soldatesca del ‘Battaglione’ riesce peggiore di qual si sia
più perfida nazione, non perdonando né a robba né a onore né a cose sagre, in modo che si
puol temere la continuazione de’ disturbi (‘sedizioni’) dalla Giustizia di Dio, che viene ‘sì
empiamente irritata…

Questi giudizi sono più gravi di quello che sembrino perché, per essere proposti come membri
di quella milizia, bisognava essere persone di un certo reddito e d’una certa qualità e istruzione,
cioè appartenenti alla parte migliore della società provinciale, dovendone pertanto essere
teoricamente esclusi poveracci, mendicanti, vagabondi e malviventi; invece il comportamento di
tali miliziani era un altro chiaro segno che il determinarsi della ‘questione meridionale’ non si
può ascrivere a dure e crudeli dominazioni straniere bensì a endemie nazionali; d’altra parte,
per portare un esempio molto calzante, la Lombardia dovette sopportare negli stessi secoli e
per uno stesso tempo un’identica dominazione spagnola, avendo in più la disgrazia di dover
essere campo di battaglia e di passaggio di svariati eserciti stranieri pressoché continuamente,
97
circostanza che invece al Regno di Napoli, per la sua più felice posizione geografica, fu in quei
secoli risparmiata.
Certo bisogna dire anche che i miliziani del Battaglione erano dal governo spagnolo mandati
alla guerra di Messina abbastanza allo sbaraglio, come si può leggere in una relazione da
Milazzo del successivo 19 ottobre; in essa infatti, mentre si chiedeva un urgente invio di rinforzi,
perché le forze colà a disposizione erano insufficienti a qualsiasi azione e non potevano far altro
che restarsene chiuse in quel campo, si definivano detti miliziani gente del tutto inutile perché
del tutto disarmata e addirittura priva di vestiti:

… porque de los Vatallones no ay que hacer (om.) porque estan esnudados, particularmente
los de la isla (di Sicilia)

Si faceva sì anche leva di nuovi fanti, ma - come abbiamo già ricordato - non per costituire nuovi
terzi, ma solo per reclutare, ossia per rinfoltire i ranghi di quelli già esistenti; si levavano però
nuove compagnie di cavalleria, arma questa molto più blasonata della fanteria e quindi meno
sensibile ai richiami rivoluzionari. Iniziava così una sanguinosa e difficile guerra che avrebbe
ulteriormente impoverito le già sfruttate risorse del Regno di Napoli:

... E tutte le spese della presente guerra contro de’ messinesi ribelli, contro i francesi in
Germania e in Fiandra e nello Stato di Catalugna in Perpignano la maggior parte esce da
questo impoverito Regno e perciò la soldatesca spagnuola vive col solo pane di monizione e
senza paghe da più mesi...

Ci si riferiva qui ovviamente ai soldati spagnoli rimasti di guarnigione a Napoli. Intanto la guerra
contro la Francia procedeva male in Fiandra, dove combattevano naturalmente anche reparti
napoletani; di una prima sconfitta subita il 16 giugno a Sinzheim dagli imperiali, comandati dal
duca Carlo di Lorena e dal generale Caprara, a opera dei francesi guidati dal visconte de
Turenne non sembra si sia parlato a Napoli e di una sostanziale seconda ottenuta l'11 agosto in
Belgio a Seneff, località tra Nivelles e Charleroi, dal principe di Condé sull’esercito ispano-
tedesco-olandese di Guglielmo III d’Orange si ebbe dal governo napoletano solo notizia distorta,
in considerazione che la si presentò invece come una disfatta dei francesi, i quali in realtà
ottenevano successi anche nella Franca Contea, sottraendola così all'influenza spagnola, e nel
Palatinato. Anche ignorata fu la terza vittoria francese, cioè quella ottenuta il 4 ottobre a
Entzheim presso Strasburgo dal de Turenne sui confederati condotti ora, oltre che dai predetti
Carlo di Lorena e generale Caprara, anche dal duca di Borneville, mentre ne era ufficialmente

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capitano generale Guglielmo III d’Orange. Frattanto nel settembre, tra le numerose soldatesche
confederate che raggiunsero l'Olanda per difenderla dai francesi, c'era un tercio di fanteria
comandato dal napoletano Pietro d'Ávalos.
In Sicilia, frattanto il marchese di Bayona aveva ufficialmente pubblicato le nomine per lo stato
generale dell’esercito che si stava ammassava a Milazzo e del quale egli stesso era il capitano
generale; erano le seguenti:

Marc’Antonio di Gennaro, mastro di campo generale.


Roque Gomez de Mella e il commendator fra’ Martín Novariz, tenenti del suddetto.
Il principe di Belvedere di casa Carafa, governatore e comandante della fanteria.
Diego Bracamonte, generale della cavalleria.
Juan Mugnoz e Gregorio Rosselli, alfieri e aiutanti di cavalleria.
Francesco Franchet, generale dell’artiglieria.
Pedro de Aguirre, commissario generale della cavalleria leggera.
Marc’Antonio Passaro e Francesco Lopez dele Cante, sergientos mayores napolitanos.
Pietro Vincenzo Anastasi e Ettore Infamai (sic), aiutanti dei suddetti.
Marchese di Geraci di casa Ventimiglia, generale della cavalleria di servizio militare, cioè delle
milizie territoriali a cavallo.

Sembra ci fosse poi un nobile cosentino in qualità di mastro di campo delle milizie territoriali
siciliane e calabresi. Appariva inoltre che il di Gennaro si fosse un po’ riabilitato accorrendo con
la sua cavalleria al soccorso di Rametta, città guardata da 300 fanti e che i messinesi avevano
tentato di sorprendere; ma le voci dicerie sul suo conto in Sicilia continuavano, come annotava
nel suo diario Vincenzo Auria ():

Si divolgano per tutto dicerie, verificate da molti, de’ tradimenti del Gennaro maestro di campo a
Melazzo, che se l’intenda coi messinesi e però (‘perciò’) non aver operato cosa a favor del Re,
anzi portato le nostre genti a passi così difficili che furono a man salva trucidate dai rebelli; oltre
esser egli un vecchio che attendeva a ben mangiare e meglio vivere.

Il 23 agosto arrivò a Reggio nuovamente la squadra di Malta, sulla quale furono imbarcate molte
munizioni da guerra e viveri per andare a cercare d’introdurli un po’ alla volta nell’assediato
Castello del Salvatore, il cui castellano, questo invece un valoroso portoghese, giurava che non
si sarebbe mai arreso, tanto più che detta fortificazione era difficilmente cannonabile da terra,
pressoché impossibile da offendersi con le mine e l’unico modo per prenderlo sarebbe stato
scalarne le mura con un diluvio di gente come facevano gli eserciti ossidionali ottomani.
Pubblicatosi frattanto a Milazzo un indulto per i rivoltosi, fu presentato ai messinesi dai
genovesi, i quali tentavano di mediare, e precisamente da un cavaliere di casa Grimaldi inviato

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dal generale Spinola, ma la precondizione dei rivoltosi era sempre la stessa inaccettabile e cioè
che prima gli spagnoli ritirassero tutte le loro forze dal Messinese e che poi si cominciasse a
trattare; al contrario a Milazzo arrivavano rinforzi e cioè due vascelli carichi di fanteria e scortati
dalle galere di Genova e la squadra di Malta che portava i suddetti 500 uomini pagati dal priore
Carafa e tre altri corpi di fanteria, tutti imbarcatisi il 29 agosto a Reggio; il mese successivo
però, in seguito a contrasti di precedenza con le galere di Genova, il generale Spinola, generale
di quelle di Malta, ripartì con la tutta la sua squadra riportandola a Reggio. Nonostante i suddetti
rinforzi, la situazione del corpo di spedizione realista continuava però a non essere per nulla
rosea, come si legge in una missiva di quei giorni:

… (i messinesi) hanno fatte varie tagliate alla campagna (‘barricate verso l’interno’), sono ben
provveduti di tutto né se li è fin ora serrato il mare (‘bloccato il porto’), le fortezze, fuori che il
Salvatore, sono in loro mani; a Melazzo (invece) a pena sono 3mila uomini, mal provveduti e
poco in gambe, essendo l’aria cattiva (‘l’igiene insufficiente’) e li corpi poco avvezzi ai
patimenti… (A.S.V. Nun. Nap. 82)

Si aggiunga a ciò che i messinesi ricevevano segretamente viveri di contrabbando dalla stessa
Calabria e ciò nonostante fossero stati emessi bandi rigorosissimi contro questi traffici, infine
che nella stessa Messina s’esultava con suono delle campane e scariche a salve perché il re di
Francia aveva pubblicamente dichiarato loro il suo appoggio e che avrebbe mandato un’armata
a soccorrerli.
Sabato 8 settembre il viceré marchese de Astorga partecipò come il solito aIla processione
della Madonna di Piedigrotta, ma questa volta, a dimostrazione ch’erano tempi di guerra, si fece
accompagnare da due compagnie di cavalleria e da tutte le quattro di fanteria spagnola che
erano solitamente di presidio a Napoli. Mentre a Messina entrava il giorno 12 il marchese di
Santa Caterina di casa Gattola, inviato dal di Gennaro a portare a quel ribelle senato una lettera
responsiva del viceré di Napoli, e si nutrì poi qualche preoccupazione per lui perché a tutto il
giorno 17 non aveva fatto ancora ritorno, a Reggio nei giorni 12, 13 e 14 dello stesso settembre
arrivavano otto compagnie del Battaglione di Basilicata, a Napoli lo stesso predetto lunedì 14
settembre giunse un grosso vascello da guerra maiorchino che portava 700 fanti veterani
milanesi e tedeschi (bellissima gente) inviati dal governatore di Milano principe di Ligny perché
fossero impiegati nella guerra e infatti ripartirono per Milazzo mercoledì 19 seguente, avendo
preso a Napoli a bordo anche 400 spagnoli che erano stati sottratti ai Presidi di Toscana,
mentre partivano in quei giorni per la stessa destinazione molti altri legni carichi di provvisioni da
guerra e si preparava ancora un primo nucleo di convoglio di quattro tartane per mandarvi altre
100
genti e munizioni, tra cui due compagnie di cavalli (di queste che sono di presidio fin dal 1648 a
guastar danari in Napoli.) Dovendosi poi portare provvisioni anche ai Presidi di Toscana ed
essendo tartane e galere napoletane tutte impegnate per la guerra ai confini di casa, si
preparava anche la nave veneziana Sansone all’uopo noleggiata. Arrivarono a Napoli in quel
mentre anche lettere dal Messinese datate 12 settembre, nelle quali si raccontava che i regi
avevano tentato Lombardello un passo presso Scaletta Zanclea occupato dai rivoltosi, questi,
comandati dal già ricordato fra’ Tomaso Crisasi, avevano alzato bandiera bianca e, quando detti
regi avevano pertanto preso ad avvicinarsi fiduciosi allo scoperto, i messinesi avevano invece
proditoriamente sparato una salva di moschettate uccidendone circa 70, mentre in
quell’occasione i realisti si erano anche accorti che i siciliani che stavano dalla loro parte erano
altrettanto traditori poiché sparavano verso i ribelli senza palla; inoltre nei giorni 14 e 15
cinquanta feluche armate dei ribelli scorsero la costa di Catona presso Reggio, impegnando in
lunghi conflitti a fuoco le forze realiste che le guardavano; infine, essendosi arresi ai rivoltosi il
castello di Matagriffone prima e quello di Gonzaga poi, detto Castellaccio, al castellano di
questo era stata fornita una feluca perché potesse allontanarsi, mentre si facevano imbarcare
tutti i suoi uomini su una tartana, la quale nel porto del Faro era stata poi assalita e depredata
dal corsaro malvizzo Gioseppe Mandeo, detto il Tiranno, il quale fece decapitare tutti i merli che
trovò a bordo di quel legno, dei cui corpi poi otto fece appendere per un piede sulla stessa
tartana e gli altri gettare a mare.
Il di Gennaro continuava a scrivere ai suoi confidenti lettere scoraggiate e scoraggianti:

(Milazzo, 12 settembre:) È in tutti generalmente afflizione in questa guerra, perché le cose


vanno sempre di male in peggio per non esservi capitale né modo di pigliare risoluzione,
essendo la gente di ambidue i regni non più di 3mila e di tanta mala qualità che ieri da 50 cavalli
de’ messinesi furono messi in fuga 150 delli nostri e 200 fanti e questo successe alla parte
(‘dalle parti’) della Scaletta.
Non ci potemo impegnare a nessun posto, perché sapemo di certo che non si ha da far niente e
ne ha da succedere (‘che non c’è nulla che si può fare senza che ne consegua’) una disgrazia,
perdendosi l’onore e la vita. Tutti li castelli di Messina si sono persi, solo è rimasto il Salvatore, il
quale, attaccato da tante parti, non so come possa resistere; il Faro (‘il porto’) è sempre stato
aperto per che non s’è avuto con che serrarlo ed, ancorché si facci quanto si può per toglier a’
messinesi la comunicazione col paese vicino, non si è conseguito nissun utile, perché escono di
Messina 40 feluche ogni notte, se ne vanno alla Bagnara (Calabra) e la mattina se ne ritornano
cariche di tutto il bene di Dio, ed anco seguitano (‘inseguono’) le nostre. Non si hanno potuto
conseguire (‘ottenere’) in due regni sei bergantini, anzi, per mettere in ordine una galeotta, si
mandò a Palermo e, doppo un mese essendone tornata questa mattina, ancora non stanno
fatte le vele; sono cose che mi fanno perdere il giudizio.

101
Le galere di Malta e di Genova servono di sola prospettiva (‘fanno solo da bello sfondo’) e non
più; l’armata di Francia si sta aspettando, conforme i messinesi pubblicano, ed i nostri soccorsi
(sono invece solo) in profezia.
… L’espugnar Messina con armi per terra è una supposizione falsa e spropositata, stando
circondata di colli così forti per natura che si fanno impraticabili… (ib.)

È del 16 settembre una relazione ufficiale inviata dal di Gennaro al viceré de Bayona in cui gli
riassume tutto il suo operato sino allora e fa delle considerazioni sugli ulteriori preparativi di
guerra a suo avviso necessari:

… Quando al 10 agosto presi il comando (a Milazzo) trovai 54° spagnuoli, 400 uomini di
‘Battaglione’ che vennero con le galere con le quali io passai qua e 1.300 siciliani e questi senza
capitano, alfiere e sargento, senza apparecchi di provisioni, pochissime monizioni e senz’alcun
capo (om.) trovai sino al n.° di 300 cavalli, inclusi in quelli la compagnia di borgognoni guardie di
Vostra Eccellenza, che se componeva d’80 uomini, 200 della condotta di don Augustino
Cavalaro e 48 assoldati dal principe d’Aragona.Tutta questa cavalleria, eccettuata la compagnia
de’ borgognoni, stava senza alcun capo, poiché gli mancavano capitano, tenente, alfiere e tutti
gl’altri officiali, tanto che si vidde Vostra Eccellenza obbligata di nominare alcuni capitani di
cavalli i quali elessero per officiali alcuni soldati de ‘ borgognoni, con che venne a scemarsi (di
soldati semplici) quel corpo… (ib.)

La relazione con il resoconto della giunta di guerra in cui si era deliberato di andare a
soccorrere i castelli di Gonzaga e Matagriffone e con la relazione del conseguente sfortunato
scontro de li Colli, dal di Gennaro ora descritto in maniera più formale e naturalmente senza più
lasciarsi andare alla suddetta privata disperazione, ma comunque sempre dipingendo una
situazione militare del tutto rovinosa:

… E come poteva Vostra Eccellenza operare dalla parte della Scaletta, mancandoli il mezzo
principale che è la gente di spirito (‘ardimento’) ed avendosi (invece) da combattere con gente
fortificate (‘d’esperienza’)? E, se si va nella pianura, non vi è cavalleria, poiché quella che
Vostra Eccellenza tiene è tanto vile che li giorni passati 450 di questi fuggirono da 50
dell’inimici, se pure erano tanti (om.)
Quel che si è mancato di fare in questa operazione è stato il non aver serrata la comunicazione
del Faro, che a Vostra Eccellenza è stato impossibile perché, se ha armato dieci felluche,
l’inimici ne hanno armate 30; li bergantini che si sono avuti a moneta Vostra Eccellenza non l’ha
potuti (ri)avere; le galere di Malta e di Genova che assistono a Vostra Eccellenza sono (solo) di
prospettiva, perché nessuna di queste vuole operare a qual si può (‘a qualsivoglia cosa si
possa’), scusandosi con li pretesti che dicono sappia Vostra Eccellenza, ed anche dicono d’aver
fatto assai di (‘già molto col’) trasportare la gente da una parte all’altra (om.)
Signore, ancorché io sia di parere incontrario a quelli che pensano d’espugnar Messina a forza
d’armi, (om.) ad ogni modo, quando Vostra Eccellenza abbia quei 4.000 fanti con effetto
(‘effettivamente’) e 600 cavalli de’ quali possa fidarsi - dico quattromila fanti per quelli che
potessero andarsi perdendo alla giornata, si potria (om.) e soprattutto è necessario, per
assicurare la riduzione di Messina, che concorrano tutte le galere di Sua Maestà con l’armata
102
reale (om.), ricadendo a Vostra Eccellenza di sollecitare al Signor Viceré di Napoli e (al)
Governatore di Milano che l’assistano con gente pagata, poiché di quelle di questo Regno (di
Sicilia) e del Battaglione di Napoli non se ne può fare capitale alcuno (ib.)

Il di Gennaro era dunque per prendere Messina per fame e non per assalti. Il 17 settembre
passò per Reggio un convoglio di 15 feluche scortate da una galeotta e da tre bergantini; erano
legni carichi di provvisioni da guerra e di viveri per il Castello del Salvatore, il quale ancora
resisteva proprio perché ben armato e provvisto; disponeva infatti di 30 cannoni grossi e
colubrine oltre a una quantità di pezzi minori, era difeso da 500 fanti spagnoli divisi in cinque
compagnie e dai predetti briganti calabresi ed disponeva nei suoi magazzini di munizioni e viveri
per un anno. Il giorno seguente questo convoglio catturò al Faro di Messina un petacchio
mainoto, cioè appartenente a gente di Maina in Grecia, e lo trovò carico di grano destinato alla
città di Messina. In quel mentre il viceré di Napoli teneva continue consulte del Collaterale per
discutere la crisi di Messina, mentre qualsiasi altro argomento era rimandato a tempi migliori; si
diceva che in uno di quei consessi si fosse deliberato di servirsi delle compagnie baronali
d’uomini d’armi, anche se, come sappiamo, i loro statuti non lo avrebbero consentito, e ciò
perché Messina era così vicina ai confini del regno da costituire per esso una concreta
minaccia; alla fine del mese giunsero a Napoli una polacca e una tartana genovese cariche di
180 soldati spagnoli con il loro capitano Gabriel de Alcázar ed altri ufficiali; tutti costoro erano
stati fatti prigionieri per mare dai tunisini ed erano stati riscattati con denaro portato a Tunisi da
un frate trinitario, ordine che da secoli esercitava appunto questo benemerito incarico a favore
di quegli schiavi cristiani di Barbaria per i quali parenti o istituzioni avessero raccolto la somma
richiesta dai barbareschi per liberarli; le cronache non ci dicono se costoro fossero stati poi
riportati in Spagna per il necessario riposo o se siano invece subito stati impiegati sul fronte di
Messina.
Gli spagnoli continuavano frattanto a far affluire da tutto il Tirreno in Sicilia soldatesche da
avviare alla piazza d’armi di Milazzo:

Martedì, 25 di settembre. La notte arrivarono nel molo di Palermo cinque tartane con mille
soldati partiti da Sardegna con il signor marchese di Villasor, secondo titolato di detta isola
(om.), per andar in Melazzo in soccorso del viceré contro Messina. Si fermarono li detti soldati
dentro la fortezza del molo di Palermo, mentre che, essendo trecento di essi quasi tutti nudi con
li piedi in terra (‘privi di calzature’) , se gli fanno li vestiti a spese del Real Patrimonio di questo
regno di Sicilia, con darli anco spade, archibuggi e moschetti; e poscia, posti in ordine di soldati,
s’invieranno a Melazzo a disposizione del viceré (Auria).

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Stavano gli assedianti organizzando d’introdurre soccorsi di soldatesche regolari nel castello del
S. Salvatore e forse sulla giusta strada per prendere la città ribelle per fame, quando il 29
settembre, accolta da acclamazioni, salve d’artiglieria e stendardi del re di Francia, arrivò a
Messina una squadra francese comprendente sei vascelli, un brulotto e tre tartane, comandata
dal commendator fra’ Pierre-Bruno de Valbelle-Monfuron (1636-1702) a bordo del St. Esprit e
dai cinque capitani d’Agly, de la Gravier, de la Fayette, de Angirone e Lery; apparsa in rada già
il 26, entrò in porto e sbarcò 2mila soldati (3mila secondo l’Auria), viveri e munizioni, il tutto
accolto dai messinesi con sollievo, allegrezza e manifestazioni di giubilo; si diceva però che i
francesi esigessero dai messinesi per tal aiuto una pesante contropartita, la quale alcuni
quantificavano in 200mila scudi, il che indiziava che la Francia, pur cercando ora di trarne
vantaggio, non aveva in realtà fomentato la rivolta Messinese; in realtà i messinesi offrivano al
re di Francia un tributo annuo di centomila scudi e al soccorso militare appena giunto il castello
del S. Salvatore come quartiere, ma i transalpini risposero che offrivano quello che non
avevano; si passò comunque così dalla semplice rivolta a un vero e proprio confronto militare,
mentre convergevano su Messina tutti i velieri da guerra e inoltre tutte le squadre di galere di cui
la corona di Spagna disponeva nel Mediterraneo. Il castello di S. Salvatore, principale
fortificazione della città di Messina, si trovò così cannoneggiato, oltre che da terra dai ribelli,
anche dal mare dall’armata francese, mentre si continuava a rifornirlo a mezzo di convogli di
feluche e tartane inviate da Napoli e da Reggio, rifornimenti però che ora erano diventati molto
più difficili a causa della presenza in quei mari della suddetta armata nemica e presto anche di
quella spagnola; infatti per esempio una tartana nel seguente ottobre inviata con rifornimenti
destinati alle due galere napoletane che si trovavano a Milazzo era stata intercettata da amici
vascelli spagnoli, i quali avevano ritenuto di tenerne il carico per sé. Frattanto il vicerè di Sicilia,
arrivati i francesi nel teatro di guerra, dovette mettere in libertà le galere di Malta, non potendo
quell’ordine militare far alcunché che fosse di pregiudizio alla corona di Francia, e quelle di
Genova, essendo allora quella repubblica in pace con i transalpini.
Mentre a Milazzo arrivavano altre tartane di provvisioni da Reggio, sabato 6 ottobre il di
Gennaro inviava una seconda relazione al viceré di Bayona; in essa dava i suoi suggerimenti
sui preparativi da fare durante il prossimo inverno per affrontare ben preparati le operazioni di
guerra, ora più complesse perché contro messinesi e francesi, che si prospettavano per l’anno
seguente; egli per esempio chiedeva la preparazione di un treno d’artiglieria composto di 12
cannoni da batteria, otto minori e due trabucchi e inoltre di un buon numero di carriaggi per il
trasporto di viveri, munizioni e bagagli; inoltre egli, che per il momento aveva solo 2mila fanti e

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alcune centinaia di cavalli (‘soldati montati’), diceva di aver bisogno di un esercito di 15mila fanti
e mille cavalli e, per quanto riguardava i primi, così scriveva:

… e li 13mila che mancano s’hanno da comporre di spagnuoli, alemanni e milanesi e non del
Battaglione, perché questa gente è di molta spesa e di nessun profitto… (ib.)

Consigliava ancora che l’armata di Spagna che era in arrivo fosse mantenuta nel teatro di
guerra per tutto novembre e che a dicembre fosse mandata a svernare non in Spagna, perché
troppo lontana, bensì a Napoli, cioè a Baia, come poi fu, mentre le soldatesche imbarcatevi
fossero in massima parte lasciate a terra in Sicilia per la guardia dei porti, in modo da non
gravare il Regno di Napoli anche di questa incombenza; terminava la sua lettera al di Bayona
con quel po’ di sincerità che la subordinazione militare spagnola del tempo, dalle caratteristiche
ancora feudali, solo gli concedeva:

… e, se tutto questo non previene Vostra Eccellenza in questo inverno, in modo che alla fine di
marzo si trovi pronto, ci troveremo nell’istessi travagli che abbiamo esperimentato sin ora.
Sappia Vostra Eccellenza condonare il mio ardire (ib.).

Il lunedì 8 ottobre, fortemente cannoneggiato e ripetutamente assalito da francesi e


ribelli, sebbene ben provvisto e armato e difeso da più di 450 uomini, si arrese a Messina anche
il castello del Salvatore, resa a cui aveva certamente anche molto contribuito la morte
del coraggioso castellano portoghese, avvenuta il 4 precedente a seguito di una ferita al
capo provocatagli da una scheggia di sasso. I vincitori, per premiare la sua decisione di cedere
le armi, concessero alla guarnigione di uscire liberamente, mentre i francesi ponevano così
loro presidi nei castelli messinesi e iniziavano con i loro ingegneri a riparare le fortificazioni di
quello del Salvatore. Il giorno seguente, essendo partita il 15 settembre da Barcellona, giunse
al Faro di Messina l’armata reale spagnola del Mar Oceano, forte di 20 vascelli e capitanata dal
de la Cueva; recava a bordo 5mila fanti spagnoli divisi in 4 terzi, quello di Francisco Pereyra duca
di Beraguas, quello di Agostino Guzman Hernández marchese de la Algaba, quello maiorchino
del mastro di campo Mateo Dameto e quello napoletano di fanteria di marina che guarniva
l’armata oceanica spagnola, detto viejo del Mar Oceano, il cui mastro di campo era
Francesco Tuttavilla duca di S. Germano; completava il numero la fanteria di marina vallona di
5 vascelli dell’armata spagnola di Fiandra. Frattanto a Trapani giungevano anche 25 galere
delle squadre della corona di Spagna e si seppe inoltre che stava per giungere anche
un’armata olandese comandata dall’ammiraglio Cornelis Tromp e forte di 54 vascelli (secondo
105
altre voci di 40), dettagli che poi risulteranno però tutti inesatti. L’armata spagnola, trasportata
dalle correnti verso i vascelli francesi che si trovavano alla fonda a Messina, scambio cannonate
con quelli e con le fortezze della città per un paio d’ore e poi, flagellata dai forti venti di scirocco
che soffiavano allora su quel tratto di mare, non potè far altro che trasferirsi a Milazzo, dove giunse
il giorno 12.
Avuta il viceré marchese de Astorga notizia della caduta del castello con qualche ritardo, perché
le comunicazioni tra il vice-regnato di Sicilia e quello di Napoli erano diventate alquanto
discontinue, fece subito premunire la costa calabrese che fronteggia il Faro di Messina, a
evitare che sia la ribellione sia i francesi potessero sbarcare impunemente sul continente – già
si aveva notizia che i popoli calabresi si rifiutavano di pagare i dazi regi; inoltre concesse molte
patenti per l’arruolamento di nuovi corpi sia di fanteria sia di cavalleria. Domenica 14 ottobre,
approfittando del buon tempo finalmente arrivato, lasciava Napoli per Milazzo un altro convoglio,
questo di ben 18 legni tra tartane e petacchi, il quale trasportava le suddette due compagnie di
cavalleria, le quali sembra che nel frattempo fossero però diventate tre, 450 fanti spagnoli divisi
in cinque compagnie e molte provvisioni ed attrezzature da guerra. Il 25 i messinesi, padroni
ormai del loro porto ed armati 15 legni, tra tartane e brulotti, con la scorta ora di quattro vascelli
francesi si portarono nuovamente alla Bagnara in Calabria, dove comprarono dai locali gran
quantitativi di viveri e legnami, evidentemente già preparati per loro, e, pagatoli puntualmente,
se ne tornarono poi a Messina indisturbati, anche perché, alla notizia del soccorso francese, le
galere della Repubblica di Genova e quelle maltesi erano state dai loro governi ritirate dal teatro
di guerra, non volendo questi stati mettersi in guerra con la Francia; arrivò in quel mentre anche
notizia a Napoli che i militari della guarnigione del castello del Salvatore, a cui era stato
permesso d’imbarcarsi purché abbandonassero il teatro di guerra, erano stati catturati per mare
dall’armata di Francia e, con l’accusa di non aver osservato i patti, accusa strana in quanto i
francesi non avevano partecipato alle trattative di resa, erano stati riportati a Messina e
condannati a lavori forzati come schiavi. Altra notizia poco simpatica fu che tre tartane che
portavano 300 soldati milanesi a Milazzo avevano dato la caccia a una di Civitavecchia carica di
grano inviato ai messinesi dall’ambasciatore di Francia a Roma; questa però si era rifugiata a
Palo (Ladispoli) sotto la protezione di quel castello, il cui castellano aveva infatti costretto le
inseguitrici ad allontanarsi sparando lor contro quattro cannonate; il viceré de Astorga aveva
subito reagito spedendo a sua volta tartane armate con soldati veterani a quella volta,
mandando nel contempo al governatore di Gaeta istruzioni di utilizzare vascelli eventualmente
presenti in quel porto per intercettare sia la detta tartana diretta con il grano per Messina sia

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altre due che si aveva notizia l’ambasciatore francese stesse facendo caricare pro Messina a
Civitavecchia; una delle dette tartane armate prenderà presto una barca con sette francesi, i
quali recavano messaggi del loro per i messinesi, e la rimorchierà a Napoli la notte del martedì
30 ottobre.
La guerra si metteva male, soprattutto a causa della lentezza con cui gli spagnoli l’avevano
iniziata; ben 8 o 9mila messinesi, godendo dell’appoggio logistico del fortificato monastero di S.
Placido allora nelle loro mani, andarono ad assaltare Scaletta, dove gli spagnoli avevano posto
una loro seconda piazza d’arme sotto il comando di due mastri di campo, cioè del palermitano
Giuseppe Lanza duca di Camastra e del principe di Poggio Reale; furono respinti e anzi, mentre
si disperava di poter resistere visto lo svantaggio delle forze, il 29 novembre la stessa S. Placido
fu invece recuperata da un soccorso spagnolo sbarcato da vascelli e galere. Frattanto tartane
ed altri legni francesi, sebbene talvolta intercettati dalle galere di Malta, avevano cominciato ad
andare in Barbaria a caricar grano per la città ribelle, mentre viveri ed altre provviste
continuavano ad arrivare nascostamente dalla vicina Calabria, e infatti Diego Soria marchese di
Crispano, mentre da Milazzo si recava a prender moglie a Reggio con due galere, s’era
imbattuto in cinque feluche reggine cariche di viveri e, sottoposti a tormenti quei marittimi, seppe
che si trattava di provviste per i messinesi ordinate da gentiluomini reggini che, travestiti da
marinai, si trovavano anch’essi a bordo di quelle, allora fece impiccare tutti seduta stante,
azione che trovò però molte critiche a Napoli per la sua crudeltà:

… risoluzione che qui è stata giudicata troppo rigorosa e non confacevole punto al tempo (ib.)

Il de Astorga infatti sempre temeva che la ribellione si estendesse alle Calabrie e, mentre
consumava intere giornate in inutili giunte di guerra e del Collaterale, cominciava a dichiarare
aperta insoddisfazione per come il di Gennaro conduceva la guerra, giudicandolo addirittura
meritevole di decapitazione, mentre si era sparsa la voce che il generale, incapace di controllare
la situazione, avesse abbandonato Milazzo e si fosse ritirato a Reggio, dove fosse stato anche
mal accolto; secondo altri, egli era invece tornato in Calabria perché il suddetto viceré lo aveva
palesemente privato della sua fiducia. Egli aveva però reagito alle critiche e inviata alla Corte di
Madrid una relazione in difesa del suo operato che colà aveva trovato completo credito; infatti
verso la metà di novembre gli arrivò a Napoli dalla Spagna la patente regia per la carica di
mastro di campo generale.

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Il 13 novembre i messinesi assaltarono la Scaletta, sempre tenuta da un presidio regio, ma
furono respinti con più di 70 perdite tra morti e feriti; il 15 moriva a Napoli il sacerdote Andrea
Rubino, autore delle interessantissime sebbene non molto note cronache da noi più volte qui
citate; si trattava di ben 30 tomi manoscritti con gli avvenimenti napoletani dal 1647 sin a questo
stesso novembre 1674.
Mentre finalmente i vascelli regi prendevano un grosso legno messinese appena uscito dal suo
porto per andare in cerca di viveri e poi, nelle acque di Capo Spartivento, anche una tartana
francese carica di riso per Messina, il de Astorga mandava in corso un’altra tartana armata, la
quale, unitasi alle altre già in mare, ne predava una diretta anch’a Messina con un carico di
grano; continuavano poi a salpare da Napoli e Baia tartane che portavano viveri e munizioni per
l’esercito regio di Milazzo, il quale, ciò malgrado, si diceva che patisse per mancanza di viveri;
un convoglio di 16 di queste, giunto quasi al termine del suo viaggio, fu assalito da tre legni
armati messinesi e cioè da due galeotte e da un bergantino appena costruito in quell’arsenale,
ma gli assalitori furono respinti: Ecco per esempio una lista di carico fatto a Baia nel detto
novembre su altre 12 tartane che si trattenevano colà in attesa del tempo favorevole per
salpare, e destinato però questo non all’esercito di Milazzo bensì all’armata spagnola:

260 botte di vino lacrima;


500 cantara di biscotto e anco biscotti bianchi;
64 canne di legne;
Da 200 cantara di tosino e salami, ove, galline, nassi (‘ananassi’), avendole (‘mandorle’) e
zuccari per quelli che possono cascare ammalati;
300 cantara di polvere;
miccio;
palle di moschetti e d'artigliarie e altri fornimenti di guerra (A.S.N. Sez.Mil.)

Spieghiamo che per vino lacrima s’intendeva in quei secoli semplicemente il vino bianco, il
quale costituiva in effetti tutta la produzione vinicola del Regno di Napoli, invece quello rosso si
chiamava vino greco; per tosino s’intendeva il lardo salato, mentre il biscotto non era altro che
la galletta dura cotta al forno appunto due volte, ma talvolta anche tre, e che, conservata in botti
come quasi tutti i cibi conservati del tempo, sostituiva il pane fresco nell'alimentazione militare,
soprattutto marittima; nassi sta probabilmente per ananassi, cioè un altro alimento dolce tra
quelli destinati ad arricchire l'alimentazione dei malati; ma lasciamo per ora questo discorso sui
generi alimentari militari. Le suddette 12 tartane salparono il 25 novembre scortate da quattro
grosse altre armate in corso e guarnite di soldati spagnoli, le quali sarebbero poi rimaste in quei
mari siciliani per intercettare i soccorsi inviati ai messinesi, mentre qualche giorno prima, per

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fermare il viaggio da Civitavecchia di alcune tartane da carico francesi dirette a Messina,
avevano preso il largo altre due tartane e cinque feluche armate; in genere queste ultime,
essendo imbarcazioni troppo piccole e leggere per portare le pesanti bocche da fuoco di
bronzo, erano armate con una semplice petriera di ferro (fr. berche) a prora, ma anche ben
equipaggiate con cinque soldati spagnoli armati di moschetto e cortella (‘daga’) per ciascuna;
inoltre per accentuarne la grande velocità, avevano la carena spalmata sì del solito sevo, ma
con particolare accuratezza. In quei giorni comunque la Corte di Napoli concluse con Andrea
Bragati ed altri noti mercanti un vantaggioso partito con il quale essi assicuravano il rifornimento
di viveri a tutto l’esercito di Milazzo sino alla prossima primavera per soli 300mila ducati, mentre
altri ne avevano richiesti 500mila.
Promulgatasi in quel mentre un’amnistia a favore dei briganti che intendevano arruolarsi per
andare a servire nella guerra di Sicilia, a novembre 150 briganti dei 300 che erano stati indultati
in Abruzzo entrarono in Napoli per esser poi imbarcati per Messina, ma si rifiutarono
d’alloggiare nell'arsenale, deposito sospetto perché da quello si partiva in genere per le
campagne in paesi lontani da cui quasi mai si tornava o forse anche per timore di finire ai remi
delle galere che proprio alla darsena dell'arsenale regolarmente attraccavano. Questi briganti
accordati si comportavano poi in guerra generalmente con valore, specie gli abruzzesi,
montanari bellicosi come gli scozzesi, con cui si formavano fanterie considerate le migliori del
regno, seguite al secondo posto da quelle calabresi. Il giovedì 29 novembre l’armata spagnola
di Melchor de la Cueva, salpata da S. Giovanni di Calabria forte di 5 vascelli spagnoli e di due
galere napoletane, soccorse con successo il casale di Scaletta di nuovo assalito dal nemico e i
messinesi, dopo molti assalti e nuovi tentativi di impadronirsi di quel borgo fortificato,
cannoneggiati dalla squadra nemica e minacciati alle spalle da 400 fanti da quella sbarcati,
furono costretti a ritirarsi definitivamente con notevoli perdite, mentre gli assediati, usciti in
sortita, s’impadronivano dell’abbandonato forte di S. Placido, mettendolo a sacco, privandolo
delle artiglierie e dandogli infine fuoco; essendo detto forte una postazione importante per
Messina, perché con la Scaletta controllava i passi dai quali alla città arrivava il frumento della
piana di Catania, i ribelli tentaono subito di riprenderselo, ma alla fine dovettero di nuovo cedere
e rinunziarvi; inoltre s’ebbe notizia a Napoli che tre borghi preso Milazzo, i quali s’erano uniti al
partito messinese, s’erano arresi per fame all’assedio dei regi. Ritenendosi ormai inutile
trattenere ancora in servizio le milizie del Battaglione e della Sacchetta, le quali s’erano
dimostrate così poco marziali, si era data loro licenza di tornarsene ai loro luoghi di provenienza

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con un pagamento finale di cinque o sei ducati a testa, per cui ne restavano ora, tra Reggio e
Milazzo, solo non più di 700.
Frattanto i messinesi assediati, si erano visti costretti a ridursi la loro razione alimentare
giornaliera pro-capite a solo mezzo pane, cioè a once 4 e mezza, erano pertanto tormentati
dalla fame, gli spagnoli colsero qualche altro successo, respingendo i messinesi che di nuovo
tentavano la Scaletta, Si attendevano frattanto da parte imperiale 4mila tedeschi da inviare al
campo trincerato di Milazzo, perché a Napoli, pur esigendosi le imposte di guerra dai baroni del
regno, non si pensava affatto a costituire nuovi terzi di regnicoli da inviare a quella guerra e ciò
perché questi avrebbero dovuto combattere una ribellione che, data l'estrema vicinanza ai
confini del regno, avrebbe potuto facilmente contagiarli con grave pregiudizio per ambedue i
possedimenti spagnoli di Napoli e di Sicilia.
Il 3 dicembre arrivarono a Messina due tartane da carico francesi che portavano provviste
alimentari, seguite a giorni da altre due e da altre ancora cariche di grano verso al metà del
mese, e questi soccorsi risollevarono alquanto il morale dei cittadini, ormai allo stremo proprio
per la gran penuria di viveri.
Tra la notte del mercoledì 12 dicembre e il giorno seguente giunsero a Palermo 24 galere dalla
Spagna via Sardegna e si trattava di cinque di Napoli, cinque di Sicilia, sette dei particolari
genovesi del duca di Tursi, due di Sardegna e cinque di Spagna, le quali, comandate dal
marchese di Santa Croce, erano state trattenute dal maltempo in Sardegna per ben 40 giorni,
durante i quali c’era stata a bordo un’epidemia con gran mortalità; esse giungevano di conserva
con otto vascelli da guerra olandesi e recavano alla Sicilia il suo nuovo viceré, cioè Fadrique de
Toledo y Ossorio marchese di Villafranca e duca di Ferrandina, il quale passava a questo più
prestigioso incarico da quello di capitano generale della squadra di galere di Napoli mentre il de
Bayona andava a comandare quella di Spagna, senza che ciò significasse per lui una diminutio
essendo infatti stato un vicerè di Sicilia solo interino. Il marchese di Villafranca non volle però
trattenersi a Palermo preferendo invece proseguire subito per Milazzo, mentre raggiungevano in
quei giorni l’isola anche il napoletano Andrea d’Ávalos principe di Montesarchio, il quale sin dal
precedente 26 agosto era il nuovo generale della squadra delle galere siciliane, e Fernando
Ravanal, mastro di campo generale al posto del di Gennaro, il quale ne era così finalmente
esonerato; comunque, non ostante ora che gli spagnoli disponessero ora di 24 galere e di un
numero di vascelli salito prima a 29 e poi a 32, misteriosamente non attaccarono i soli sei
francesi in porto a Messina e per questo il de la Cueva, come il de Gennaro, sarà presto molto
criticato; ripresero però l’iniziativa terrestre e assalirono dapprima la torre del Faro il 26

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dicembre, sbarcando colà fanterie da 16 (o 18) delle suddette galere e, una volta ripresala ai
ribelli, vi costruirono immediatamente un forte munito d’artiglierie, affinché, in unisono con
quello calabrese di Scilla, impedisse a Messina di ricevere soccorsi di derrate dal mare; misero
a sacco tutta quella costa, devastandone e incendiandone e i palazzi e le più povere abitazioni,
giungendo con la cavalleria sino alla spiaggia di S. Agata e, avendo i difensori della Lanterna
esposta inopinatamente la bandiera regia, occuparono anche quella postazione senza
combattere; poi presero il forte della Grotta e si resero così padroni della marina, mentre, dopo
la caduta di S. Placido, folle di genti che venivano da sud avevano cominciato a rifugiarsi in
Messina per timore degli spagnoli, aggravandone così la penuria alimentare. Si dettero agli
spagnoli tutti i casali viciniori e poi furon conquistati con la forza delle armi anche i tre di S.
Stefano, cioè gli ultimi che erano rimasti ai messinesi.
Giungerà poco dopo dalla Spagna a Milazzo anche il già ricordato Antonio Guindazzo con 1.500
soldati di cavalleria maiorchini veterani, per i quali si prese a inviare in più riprese i necessari
cavalli dal Regno di Napoli, e con l’incarico di capitano generale della cavalleria dell'esercito che
si andava raccogliendo in quella piazza d’armi (dove gionto, numerò pochi soldati nella raccolta
di molta gente non avvezza alle fatighe di Marte né costante alla penuria dell'oro). Questa
costatazione del Guindazzo, riportata dal Filamondo, sembrava dar ragione al predetto di
Gennaro, il quale, come vedremo, dovrà poi discolparsi del cattivo andamento della prima fase
di questa guerra. A Napoli frattanto si nominavano due nuovi mastri di campo e cioè il duca di
Martina di casa Caracciolo e quello di Canzano di casa Coppola, inoltre fu fatto commissario
generale della cavalleria Giulio Sersale dei principi di Castelfranco.

1675. Giovedì 3 gennaio alle ore 20, ossia alle 16 di oggi, giunse in porto a Messina una
seconda squadra navale francese e questa volta con un soccorso sensibilmente più consistente
di quello che aveva in precedenza portato alla città quella del de Valbelle e che ancora colà si
trovava; si trattava stavolta di una ventina di vele sotto il comando del luogotenente generale
François-Auguste de Valavoire marchese di Voulx (1614-1694) e cioè di otto o nove vascelli da
guerra con 4mila uomini da sbarco, sette tra tartane e polacche, cariche di grano per un totale
di ben 50mila tomola, tre tartane cariche d’altri generi e due brulotti:

... E con questo sfacciato tradimento al re di Spagna si perdé l’acquisto di Messina, che la
domenica seguente aveva stabilito l’ultima resa, forzata dalla fame. Così fu data a’ francesi dagli
stessi spagnuoli Messina, che fra poco era per darsi, contra sua voglia, al suo legittimo re e
signore (Auria).

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L’armata spagnola che stava lì in rada a bloccare la città, temendo forse di aver di fronte solo
un’avanguardia dell’armata nemica, nulla fece per ostacolare i francesi, se si eccettuano quattro
cannonate prive d’effetto sparate da una sua galera e il viceré d’Astorga incolpò di questa
inerzia non tanto il marchese del Viso, generale delle 11 galere di Spagna allora presenti in quel
teatro di guerra, quanto Melchor della Cueva, perché invece di tenere il mare, come le dette
galere, se ne stava con i suoi 23 galeoni all’ancora alla fossa di S. Giovanni; invece sembrava
che il viceré di Sicilia, il marchese di Villafranca, se la fosse presa con ambedue i generali,
minacciando di togliere loro il comando e di conferirlo al napoletano principe di Montesarchio,
allora capitano generale della squadra di Sicilia, il quale, era stato infatti il solo a opporsi in
qualche maniera ai francesi con due delle sue galere, catturando uno di quei magaseni (‘legni
da carico’), cioè una grossa polacca con 17 uomini d’equipaggio e con un carico di mille salme
di frumento, salumi ed altro. Il giorno seguente all’arrivo dei francesi gli spagnoli abbandonarono
il posto della Lanterna, dopo avervi però lasciato dei barili di polvere accesi che lo fecero
saltare; dopodiché tentarono di far entrare nel porto di Messina due brulotti camuffati da velieri
francesi per appiccare il fuoco all’armata nemica ormai colà ben ormeggiata, ma ne furono
impediti dalla catena di ferro che, allacciata a grossi legni di sostegno, impediva l’accesso ed
ebbero l’unico risultato di perdere i due legni.
A proposito dei già più volte nominati brulotti o vascelli di fuoco, come allora si diceva, si trattava
di legni di media portata del tipo dei flauti, i quali, pieni zeppi di materie incendiare, erano
condotti a collidere con importanti vascelli nemici per appiccarvi il fuoco; nell’ultimo ventennio
del secolo si evolsero in forme più evolute dette in francese machines infernaux, vascelli
sovraccarichi di materie esplosive da condursi a urtare le fortificazioni costiere delle città
nemiche, ma non tanto per abbattere queste, quanto per trasmettere fuoco e distruzione agli
abitati retrostanti. Sembra che l’idea fosse stata presa da vascelli di quel tipo progettati e
costruiti dall’architetto e ingegnere militare mantovano Federico Giambelli (detto da olandesi e
inglesi Genibelli o anche Gianibelli) all’assedio di Anversa del 1585 e che si erano allora rivelati
molto efficaci, avvenimenti questi narrati da Famiano Strada nella sua nota storia della guerre di
Fiandra del Cinquecento, ma descrittio molto meglio e con dovizia di particolari dal de Hondt
che di quell’assedio fu testimone diretto (). Certo è che questa rinata costosissima arma non
ebbe più il successo della sua progenitrice, a cominciare da quella che i francesi avevano
preparato a Tolone contro Algeri nel 1688, il cui nucleo era costituto da una grossissima
bomba contenente ben 8mila libbre di polvere e posta sul fondo di un vacello, un flauto di nome
le Chameau; costata all’erario reale ben 80mila lire di Francia, questa machine infernal non fu

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usata né in quella spedizione né mai più, finché, restata inutilizzata a Tolone per qualche tempo
solo come un’inutile curiosità, non essendo poi stata trovata altra occasione adatta al suo uso,
si decise in ultimo di demolirla. Alcuni anni più tardi furono invece usate le due preparate dagli
inglesi contro Saint-Malo e Dunkerque, ma , come poi meglio vedremo, con un deludentissimo
risultato; tali tentativi non saranno poi più ripetuti, perlomeno da parte della Francia, perché, a
parte alcune mal risolte difficoltà d’innesco che tali grosse macchine presentavano, gli esperti
balistici di quello stato si erano ormai resi conto che la potenza esplosiva che poteva venire da
un vascello galleggiante risultava sempre di molto inferiore a quelle adoperate sulla terra ferma
perché l’acqua le cedeva molto più arrendevolmente smorzandone quindi l’effetto; alla fine del
secolo infatti solo gli inglesi duravano ancora a crederci.
Martedì 8 gennaio il Fuidoro appuntava l’arrivo a Napoli di 50 tedeschi a cavallo armati di
terzette, quindi si trattava di un’intera compagnia, presumibilmente di corazzieri, la quale, in
considerazione che, insolitamente montata, era giunta via terra; da dove venissero questi
soldati e chi li avesse inviati, non sappiamo, ma era questo un periodo di convulsi preparativi e
movimenti militari in cui non tutto è ben definibile e riconducibile; arrivarono poi a Napoli via
Civitavecchia due galere napoletane che erano in viaggio per Milazzo per portarvi soldatesche
spagnole e durante la navigazione molti si erano ammalati di qualche morbo contagioso; la
squadra di galere del regno mancava da Napoli dal giugno dell’anno precedente, quando cioè
era partita per la Spagna e poi da lì si era trasferita a Milazzo per la guerra scoppiata in Sicilia.
Sabato 19 arrivò notizia da Milazzo che dai vascelli francesi arrivati ultimamente a Messina
erano poi sbarcati 4mila soldati veterani e mille ufficiali militari e civili, ai quali i messinesi
avevano assegnato come quartieri e ceduto in presidio tutte le quattro fortezze della città,
mentre da Gaeta segnalavano l’avvistamento di altre 30 vele francesi; Luigi XIV aveva dunque
evidentemente deciso d’investire nella ribellione messinese forze veramente impegnative.
Crebbe subito l’ardire dei messinesi, i quali, accompagnati dai francesi, scacciarono gli spagnoli
da molti dei posti fortificati più vicini tra quelli avevano negli ultimi tempi occupato,
segnatamente dal Faro e dal relativo casale da quelli fortificato, inoltre da Lombardello, S.
Calogero, la Mella e S. Andrea, e si preparavano a ritentare anche la Scaletta, dove s’era
andato a ritirare il generale Bracamonte, rinchiudendosi il di Gennaro invece nel forte di S.
Placido. Le galere della Corona di Spagna continuavano a intercettare tartane francesi cariche
di viveri per Messina, ma né le loro squadre né l’armata dei vascelli, tutte in effetti poco
provviste e preparate per azioni di guerra, riuscivano a ostacolare i soccorsi maggiori e, come

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se ciò non bastasse, uno dei suddetti vascelli, la Gagliarda di Fiandra, s’era andato a fracassare
sulla costa del Faro.

(Napoli, 22 gennaio:) È arrivato da Melazzo un offiziale che racconta il poco ordine con che si
camina in quell’esercito, non distinguendosi a pena il soldato dal capitano (A.S.V. Nun. Nap.)

Ci furono poi nuovi sbarchi fatti dagli spagnoli sulla costa meridionale del Messinese che ne
risultò ulteriormente devastata e a seguito dei quali i posti fortificati dei casali di S. Stefano e del
Faro caddero di nuovo nelle loro mani, mentre mancarono quello del convento dei Cappuccini.
A Napoli aumentò poi ulteriormente l’apprensione quando si videro passare nelle acque di Capri
28 vele francesi che facevano rotta verso Messina – con ogni probabilità il resto dell’armata di
Francia allora comandata da Louis-Victor de Rochechouart de Mortemart, duca di Vivonne e
principe di Tonnaycharente (1636-1688), nominato viceré di Messina da Luigi XIV, luogotenente
generale dello stesso re per l’armata di mare di levante, cioè del Mediterraneo, e anche
generalissimo della squadra di galere di Francia, la quale aveva la sua base a Marsiglia - e si
cominciò pertanto a parlare d’armare il baronaggio per la guardia delle marine del regno; nei
primi giorni di febbraio Vi arrivò Diego Soria marchese di Crispano, il cui malgoverno a Messina
era considerato la vera causa della ribellione e quindi di tutti i mali che ne erano derivati.
Intanto la Francia, giacché il conflitto diventava sempre più importante, inviava in quelle acque
una terza flotta sotto il comando del già ricordato duca di Vivonne e si trattava di 20 vascelli da
guerra - cioè nove da guerra, otto da carico e tre brulotti - che portavano quattro battaglioni di
fanteria (Picardie, Piedmont, Curssal e Louvigny), 600 soldati a cavallo e 300 della guardia
reale; i legni da guerra erano i seguenti:

Sceptre, cap. de Saintmema, montato dal detto duca.


Avant-garde, cap. Duquesne, luogotenente generale con bandiera d’almirante.
Aimable, cap. Barra.
Fidèle, cap. Cougoline.
Parfait, cap. Melchiore de Thomas signore di Chasteauneuf.
Heureux, cap. Bretesche.
Arrière-garde, cap. Raymond de Cruent d’Humieres marchese di Previlly, capo di squadra.
S. Michelle, cap. Forbin.
Apollon, cap. Septenne.

Questa flotta, arrivata nelle acque tra Lipari e la Sicilia, il lunedì 11 febbraio fu colà affrontata da
quella spagnola e ne ebbe la meglio, restandovi però feriti diversi ufficiali d’importanza incluso lo
stesso duca di Vivonne; gli spagnoli infatti, minacciati anche dall’imminente arrivo dei legni che
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si trovavano già a Messina, ora sei da guerra e quattro brulotti, si ritirano sulle coste calabresi
dopo aver dovuto però lasciare un vascello da 40 cannoni, il Nuestra Señora del Pueblo, nelle
mani del nemico. Giunta poi a Messina, così liberata dall’assedio navale, il giorno seguente,
portò alla città un altro buon soccorso di vettovaglie. Presto messinesi e francesi assediarono
Scilla e la Torre del Faro, le quali erano state occupate o rioccupate dai regi, e la seconda
cadde quasi senza resistenza.
Frattanto 16 vascelli spagnoli bisognosi di lavori di raddobbo, specie quattro usciti che erano
usciti molto maltrattati dallo scontro suddetto, due addirittura semi-affondati, si portarono con il
loro ammiraglio Melchor de la Cueva a Napoli, dove arrivarono la sera di sabato 16 febbraio e in
seguito a Baia, essendo infatti quest’ultimo il porto del regno più attrezzato di cantieri navali. I
soldati e i marinai di questi vascelli, laceri e impagati da molto tempo, si ritennero in diritto di
darsi perciò alla busca, cioè alla razzia militare ai danni delle masserie dell'agro puteolano, dove
infatti rubavano i prodotti della terra e gli animali e dove violentavano le donne sodomizzandole,
probabilmente per ridurre così il rischio di contagio di mal napolitain o forse anche per esser
dalla giustizia militare questo reato meno perseguito dello stupro vaginale. Diversi di loro furono
però affrontati e uccisi dai paesani, gente che, come la maggior parte dei contadini del tempo,
era tutt'altro che mite; per esempio nelle cronache napoletane si definiscono talvolta sia i
posillipini sia i capresi genti dai costumi feroci, ossia violenti e bellicosi.
Era giunta quest’armata a Baia non solo recando i suddetti molti feriti, ma anche colpita da
un’epidemia molto contagiosa, probabilmente tifoidea, e infatti ne restarono affetti molti dei
servienti (‘infermieri’) e due medici degli ospedali napoletani in cui soldati e marinari erano poi
stati ricoverati, ossia gli italiani agli Incurabili e all'Annunziata, gli spagnoli al loro ospedale di S.
Giacomo e a quello delle galere alla darsena. A tal proposito osservava sempre il Fuidoro:

... e le infermità sono cagionate alli soldati dall'aver bevuto acque putride e corrotte a Melazzo e
dall'immondizie di chi è stato con biancheria sporcata per più mesi addosso; e li soldati novelli,
detti bisogni, sono stati più maltrattati, avendo non solo bisogno delle camise, ma anco di vestiti
e quelli cenci così ammorbati anco debilitano la salute col cattivo odore e l'esserno stati tre o
quattro mesi su le galere per partire da Spagna a Melazzo. Infatti, la Dio grazia e delli gloriosi
San Gennaro e santi protettori di Napoli, ogni giorno escono sani quelli che entrorno nelli
spedali e, con l'essere stati polizzati e nettati, bruggiati li cenci e fatti bagni di vino tepido con
erbe odorose, si vanno recuperando le pristine forze e salute; li feriti non può negarsi che ne sia
pericolato alcuno e altri che ne restano storpiati.

Fortunatamente infatti di 500 ricoverati ne morirono in detti ospedali solo una cinquantina ed era
questo per quei tempi un ottimo risultato. Il de la Cueva fece istanza al viceré perché i fondi per

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il raddobbo e il carenamento dei suoi vascelli stanziati dall’erario del regno fossero amministrati
direttamente da lui, ma non gli fu concesso; quando però poi, nella prima decade di marzo, il de
Astorga gli chiederà mille uomini della sua armata perché li s’inviassero a Regio, invece di
tenerli lì a Baia a oziare e fare danni alla popolazione, egli si rifiuterà, asserendo che si trattava
d’uomini di mare e non di terra e che comunque senza un ordine reale in tal senso non poteva
privarsene.
In seguito i francesi, vedendo il campo di Milazzo poco presidiato perché la maggior parte degli
imperiali era fuori all’assedio di Messina, tentarono d’assaltarlo sia da terra che da mare, ma i
vascelli non poterono avvicinarsi abbastanza a causa del vento contrario e il tentativo fallì.
Essendosi inoltre allontanata anche l’armata di mare spagnola, i vascelli francesi avevano ora
campo libero nelle acque calabresi e pertanto andavano sulle coste di Castiglione e di Fiume
Freddo a rifornirsi di viveri e di bestiame, generi che comunque pagavano ai locali
puntualmente; inoltre s’impadronivano delle tartane cariche d’olio pugliese che, dirette a Napoli,
risalivano lo Stretto di Messina, mentre altre loro tartane granarie giungevano impunemente alla
città ribelle. Al contrario la piazza d’armi di Reggio era a secco di provviste perché l’allora suo
comandante marchese del Tufo aveva dovuto cedere all’armata di mare tutte quelle che aveva;
nella prima decade di marzo il detto marchese sarà nominato governatore dell’armi di una delle
province del regno ed al comando di Reggio verrà un altro vecchio soldato, cioè il generale
dell’artiglieria Titta Caracciolo Pisquizj duca di Martina.
Anche lo Stato di Milano cominciava a contribuire allo sforzo bellico contro i franco-messinesi e
in cambio però una cedola reale del 16 febbraio aveva imposto al viceré di Napoli d’assistere,
d’ora in poi, il principe di Ligny, governatore di quello stato, non solo con la ormai istituzionale
rimessa di 10mila scudi il mese, il quale era da spendersi ufficialmente per il pane di monizione,
ossia per il sostentamento delle milizie di stanza in Lombardia, ma anche con il corrispettivo
delle pensioni, cioè degli stipendi che si dovevano ai corpi svizzeri e grigioni al servizio
milanese; ciò perché la cooperazione economico-politico-militare tra i vari possedimenti della
monarchia di Spagna era sempre molto pronta ed efficace e Napoli sostenne, per tutto il
periodo del dominio spagnolo sul Milanese, gran parte delle spese di guerra cui quell'antico
ducato doveva far fronte continuamente, essendo il suo territorio antemurale degli altri
possedimenti spagnoli in Italia. Mentre la Sicilia feudale armava circa 4mila cavalli contro
Messina e verso il 22 febbraio si seppe a Napoli la triste nuova che un vascello che portava
fanterie milanesi per Milazzo risultava disperso in mare, il 5 marzo giunsero a Napoli due altri
vascelli con 600 soldati alemanni provenienti dalla Lombardia e si trattava del corpo di fanteria

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del colonnello conte Fabio Visconti, corpo detto a Milano impropriamente tercio viejo, in
considerazione che le fanterie europee, eccezion fatta di quelle spagnole, napoletane, milanesi
e valloni, non si ripartivano in terzi, bensì nei più antichi e tradizionali reggimenti. Questi
alemanni - intendendosi per tali tutti gli europei di lingua tedesca e quind’anche gran parte degli
svizzeri, ben riforniti di viveri a Napoli, proseguirono il 10 successivo per il campo di Milazzo
sulle galere del duca di Tursi. All'inizio dello stesso marzo arrivarono a Gaeta altri due vascelli
con 700 soldati esperti pure provenienti dal Milanese e destinati a Milazzo, mentre dei già
menzionati promessi 4mila alemanni imperiali, ossia sostanzialmente austriaci, 2.500 – come
informava l’ambasciatore di Spagna a Venezia - erano attesi per il 20 marzo a Trieste, dove
sarebbero stati imbarcati per i porti adriatici del regno, per proseguire poi via terra per Napoli e
infine ancora via mare per Milazzo; per la leva dei residui 1.500 s’aspettava che il viceré di
Napoli spedisse i 12mila ducati ancora necessari (A.S.V. Nunz. Nap.) Forse erano per questi
ultimi i 4mila vestiti di panno di Piedimonte d'Alife per cui si fece partito nella prima metà
dell'anno; in effetti, i sarti militari napoletani, abituati da secoli a fornire gli abiti per la guardia
degli alabardieri svizzeri del viceré, erano perfettamente in grado di fabbricare vestiario di foggia
alemanna. S’inviarono pure da Milano il reggimento alemanno del colonnello conte de Buquoy e
otto compagnie di cavalleria smontata, ossia priva di cavalli, ma, se queste soldatesche fecero
tappa a Napoli o se il predetto reggimento è da identificarsi nei 700 soldati sperimentati più
sopra nominati non sappiamo, perché a questo punto gli arrivi di soldatesche per la guerra di
Messina diventano convulsi e sia i diaristi sia gli avvisi ufficiali non riescono più a segnalarli tutti.
Venerdì 15 marzo le soldatesche dell'armata di Spagna che si trovava a Baia e il cui
risarcimento procedeva molto lentamente fecero mostra (rassegna) a Pozzuoli divise in due
terzi, uno di spagnoli e uno d'italiani; probabilmente si trattava proprio dei due famosi terzi di
fanteria di marina che da antica data guarnivano (equipaggiavano) le armate navali spagnole,
specie quella oceanica. Ci furono in quell'occasione le solite discussioni tra le due nazioni per
chi dovesse avere il diritto d'avanguardia, ossia di precedenza dei reparti da passare in rivista, e
il Fuidoro scrive che l'unica avanguardia che gli spagnoli erano sempre pronti a lasciare in
guerra agli italiani era quando c'era da andare all'assalto di fortificazioni nemiche, mentre erano
altrettanto pronti a pretenderla per sé quando c'era più da saccheggiare che pericolo. In effetti i
soldati italiani erano, negli eserciti multinazionali del tempo, considerati ipocritamente i più bravi
nel dare gli assalti, ma in realtà, essendo questo tipo di combattimento generalmente
sanguinosissimo per gli assalitori, i quali dovevano infatti arrampicarsi sulle rovine della breccia,
sotto il fuoco disperato dei difensori, gli spagnoli preferivano sacrificarvi gli italiani, considerati

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poco efficaci in tutte le altre fazioni di guerra e usati così come carne da macello. Questo
episodio di Pozzuoli fa capire comunque quanto il diritto d'avanguardia fosse considerato
importante dai soldati del tempo; infatti in quella circostanza non c'era né da combattere né da
saccheggiare, bensì solo da star fermi in parata per esser passati in rivista. Non era una
questione d’onore, ma di opportunità di carriera, perché chi aveva diritto alla precedenza - in
parata, ordinanza o battaglia che fosse - l’avrebbe poi goduta anche nella progressione delle
nomine. Il Collaterale, in seguito a tali animate discussioni e memore evidentemente delle
proteste in materia avvenute all’inizio dell’anno precedente, si riunì per deliberare in materia:

(Napoli, 19 marzo:) E’ stato sempre indeciso il punto della precedenza fra i soldati spagnuoli ed
italiani, per il che molte volte furono nate gravi discordie, come l’anno passato succedé in
Catalogna, onde fu li giorni della scorsa settimana discorso e risoluto in Collaterale a favore
degli spagnuoli; il che ha causato gran commozione fra questi officiali italiani, che mostrano di
non voler cedere, se bene per evitare qualche disordine si dice che possa dal signor viceré
pigliarsi qualche mezzo termine (ib.)

Gli scontri nel territorio di Scaletta e S. Placido continuavano con alterna fortuna, ma la
sostanza era che i messinesi continuavano ad assediare la prima, il cui presidio era comandato
dal suddetto generale della cavalleria Guindazzo:

(Napoli, 16 marzo:) Scrive don Antonio Guindazzo dalla Scaletta che, avendo respinti doi volte
da quel posto li messinesi, ma che ancora questi non avessero levato l’assedio, onde dentro si
penuriava molto di viveri e d’altre cose necessarie per fare lunga resistenza, non avendo il
generale né meno un matarazzo per dormire (ib.)

Qualche giorno dopo si seppe che il suddetto Guindazzo, forse proprio perché costretto a
dormire per terra, s’era ammalato di una grave febbre e quindi, per farsi meglio curare, aveva
lasciato la Scaletta e s’era fatto portare in un posto più tranquillo; il simile aveva fatto il
colonnello conte Fabio Visconti, il quale si trovava ora a Reggio anch’egli ammalato. Il
Guindazzo però, dopo alcuni giorni di detta violenta febbre, morirà e, prima sostituito pro interim
da certo generale Giannini, solo all’inizio del seguente novembre arriverà per Diego Bracamonte
la nomina ufficiale a generale della cavalleria di Sicilia. Giungeva invece ora dalla Spagna,
come del resto da tempo già si ventilava, la patente di governatore generale dell’armata di mare
al solito, vecchio, esperto e fedelissimo napoletano Andrea d’Ávalos principe di Montesarchio e
la destituzione dai relativi incarichi di comando marittimo sia per il marchese del Viso sia per il
de la Cueva; giunse anche l’ordine reale d’incarcerare il secondo e altri ufficiali dell’armata
ancora in risasrcimento a Baia. Il della Cueva fu dunque rinchiuso nella fortezza di Gaeta,
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portatovi da una galera napoletana e accompagnatovi dal capitano della guardia del viceré, il
suo intendente generale invece nel castello di Baia. Frattanto incarcerati nel castello di Palermo
furono il marchese del Vivo e suo figlio, quello di Bayona ex-viceré interino di Sicilia, in attesa di
essere trasferiti a Napoli, dove poi saranno rinchiusi nel castello dell’Ovo.

... Di più venne ancora avviso che don Melchior della Cova (sic), primo traditore del re,
dimorante in Napoli con li vascelli del re, ebbe pure intimato dal viceré l’ordine di Sua Maestà;
onde fu preso per dover andar carcerato nel castello di Milano. Onde fu privato (dell’incarico) di
generale delli vascelli ed in suo luogo fu fatto il signor prencipe di Monte Sarcio, generale delle
galere di Sicilia, che si trova in Palermo; giustizia veramente degnissima a tanti delitti atrocissimi
contro il servizio del re, tradito così manifestamente dalli suoi prioprii ministri spagnoli (Auria).

Altri mutamenti d’incarichi di quei giorni furono il presidato e comando generale della provincia
di Cosenza a Camillo di Dura, vecchio e meritevolissimo soldato, e il passaggio del preside di
Montefuscoli al presidato di Catanzaro.
Come se l’ostile presenza dell’armata di mare francese non bastasse, le squadre di galere
napoletana e siciliana dovettero anche subire in quei giorni funeste sciagure; la Padrona di Sicilia
e la S.Teresa (la S. Chiara, secondo l’Auria) di Napoli, mentre, provenienti da Milazzo,
viaggiavano verso Napoli, furono assalite da una tempesta; la prima s’ando a fracassare sulla
costa di Policastro con perdita della maggior parte della la gente imbarcata, essendosene
salvate solo una settantina di persone; la seconda s’areno invece sulla spiaggia di Palinuro (di
Paestum, secondo l’Auria), ma questa volta tutti si erano salvati, anzi i remieri forzati avevano
approfittato delle circostanze per fuggire su imbarcazioni rubate, ma erano poi stati quasi tutti
ripresi da armigeri dei feudatari di quei territori costieri e cioè del principe della Scalea e del
marchese di Torrecuso di casa Caracciolo. Inoltre due galeotte napoletane impegnate a
contrastare i rifornimenti marittimi francesi a Messina, dopo essersi scontrate nella rada di
Reggio con alcuni vascelli dei transalpini usciti dal detto porto siciliano e averli respinti con l’aiuto
delle artiglierie della fortezza reggina, erano naufragate in una violenta burrasca levatasi in
quelle acque. Quest’ultima triste notizia sarà recata a Napoli la sera di venerdì 29 marzo dalle
due galere napoletane Padrona e S. Antonio arrivate da Palermo con una traversata da primato
di sole 30 ore.
Mercoledì 27 marzo uscì dal Torrione del Carmine, cioè da uno dei quattro castelli di Napoli,
una di quelle consuete ronde del tercio degli spagnoli, le quali erano costituite generalmente da
6/8 fanti e si aggiravano nei quartieri di Napoli come farebbero oggi le pattuglie dei carabinieri;
questa, arrivata nei pressi dei quartieri militari di Porta Capoana, si azzuffò con soldati di

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cavalleria napoletana, di questi di nuova leva, scalzoni vestiti e bestiali, scrive il Fuidoro, e si finì
con due morti; secondo il nunzio apostolico invece i soldati spagnoli non erano di ronda, bensì
dell’armata in sosta a Baia, ed i morti erano stati tre – due spagnoli ed uno regnicolo, essendosi
però registrati anche parecchi feriti. La suddetta cavalleria di nuova leva era detta anche
cavalleria estraordinaria, per distinguerla dalle 20 compagnie ordinarie tradizionali ed è questa
la prima volta che compare nelle cronache napoletane.
Pronte nel porto un altro convoglio di tartane a noleggio da inviare a Reggio, domenica 30
marzo vi furono imbarcate cinque compagnie di cavalleria, delle quali due della predetta nuova
leva e due delle vecchie, e la sera del giovedì seguente, nonostante il tempo cattivo che per il
momento non ne permetteva la partenza, un terzo di 500 fanti di nuova leva comandato dal
mastro di campo Andrea Coppola duca di Canzano e finalmente costituito per un conflitto che si
dimostrava sempre più grave; insieme con questi uomini s’imbarcarono pure 200 fanti del
Battaglione originari di Capua e d’Aversa ed entrati nella capitale il 27 marzo precedente e
infine altre due compagnie di cavalli, di cui una di nuova leva sotto il comando di un fratello del
predetto duca (forse Gaetano o forse Nicolò Coppola) e l'altra del capitano Tomaso Guindazzo,
congiunto del suddetto generale della cavalleria. Migliorato il tempo, dopo qualche giorno tutte
queste milizie partirono portate da un totale di 14 tartane, due delle quali trasportavano
attrezzature da guerra, ma, a quanto aveva scritto al suo governo qualche giorno prima il nunzio
apostolico, non andavano in guerra con molto entusiasmo:

(Napoli, 19 marzo:) Si sono noleggiate dalla Corte sette tartane nelle quali devono imbarcarsi
doi compagnie di cavalli delle vecchie, che passano a Reggio, e, non avendo potuto fare il
viaggio per terra come desideravano, lo fanno di mala voglia per mare a causa del pericolo che
possono correre abattendosi con legni inimici (ib.).

A proposito del suddetto Andrea Coppola accenneremo ora alla sua carriera militare e
cominceremo dai primi anni '60, quando cioè egli combatteva in Portogallo col grado di mastro
di campo di fanteria napoletana e fu infatti a capo di diversi terzi di questa nazione e partecipò
alle più importanti battaglie di quella guerra (Evora, Estremox, Villa Viciosa); per i meriti acquisiti
in quelle guerre godette poi di una mercede reale di 300 ducati l’anno (A.S.N. Tes. An. Anno
1670, fs. 354); fu poi mastro di campo nella guerra di Messina e in Sicilia ottenne la nomina a
sargente generale di battaglia; fu poi governatore di Catania, vicario generale della costa
meridionale di quel regno e conquisto più tardi, con una sorpresa, la mole di Tauromina (oggi
‘Taormina’), tenuta dai francesi, i quali poi l'assediarono ostinatamente nel tentativo di
recuperarla, ma il Coppola la difese con successo e alla fine recuperò anche Augusta, presa nel
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corso di quella guerra dalla flotta francese. Comandò una condotta navale napoletana che
sbarcò soldatesche in Galizia e, convocato dal re a Madrid, fu promosso dapprima membro del
supremo consiglio di guerra di Spagna, in seguito mastro di campo generale e governatore
generale dell'armi delle province di Guipuzcoa e Navarra, dove difese Fuenterabia dal vano
assedio francese e governò quelle terre per ben otto anni; infine, nel 1693 sarà viceré e
capitano generale d'Orano e Tremisen in Africa.
Nella notte di domenica 7 aprile giunse a Napoli un vascello genovese che portava 700 soldati
milanesi (del ‘Battaglione’ di quello Stato...tutta gente di valore e di fresca), i quali furono poi
trasbordati su due altri legni e inviati contro Messina, e c’è subito qui da notare il positivo
giudizio che accompagnava queste milizie territoriali lombarde, a differenza di quanto purtroppo
abbiamo più volte visto a proposito di quelle regnicole. L’8 partì per Reggio il suo nuovo
governatore dell’armi e cioè il capitano generale dell’artiglieria e membro del Real Consiglio di
Guerra fra’ Titta Brancaccio, personaggio di grande spicco nell'organizzazione militare
napoletana; egli manterrà questo governatorato fino al luglio del 1676, mentre nella carica di
capitano generale dell'artiglieria, la quale comportava in quel periodo un soldo mensile di 300
scudi castigliani, era stato sostituito pro interim da Giovann’Antonio Simonetta Pons de León
marchese di S. Crispiero, il quale era però vulgo conosciuto come Santa Cristina - da dove
nascesse questo nomignolo non sappiamo; costui era stato prima capitano della compagnia di
lance di Francesco Tuttavilla duca di S. Germano e poi il 29 luglio 1664 era stato nominato dal
re mastro di campo del terzo vecchio dei napoletani dell’armata reale del Mar Oceano, incarico
onoratissimo, in sostituzione di Fabrizio de’ Rossi, il quale era divenuto sargente generale di
battaglia. Si seppe poi esser arrivati nel frattempo a Milazzo 550 soldati alemanni che vi erano
da tempo attesi.
Sabato 13 aprile vascelli francesi, non si sa da dove provenienti, cannoneggiarono le forticazioni
di Alicata, ma, trovata forte resistenza, se ne allontanarono; lo stesso avverrà nei giorni seguenti
al castello di Capo Passero e a quello di Jaci, il che significando che si trattava di vascelli
francesi in rotta verso Messina. Il giorno seguente fecero il loro ingresso in Napoli le milizie del
Battaglione di Terra di Lavoro e Principato e furono alloggiate nell'arsenale sotto la personale
sorveglianza del commissario di campagna:

…quale procede con tutto rigore e dispietato senza misericordia; s’inserrano nell'arsenale per
imbarcarsi e si vedono appresso di questi ch'entrano accompagnati dalle mogli, dalli figli e dalle
madri e con gran dispendio e favore, vendendosi le loro robbe per poternosi riscattare e fare lo
scambio chi ha questa comodità, e vi sono apposta alcuni farinelli che tengono una sorte di
gente disperata a spese loro per venderle in quest’occasione per scambio e ne traggono
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guadagno a spese di chi ha bisogno; e con maraviglia di quelle persone che dicono che si potria
pigliare a forza quella sorte di gente ch'è dissutile, come si suol fare, essendoci in ogni tempo
vagabondi in ogni città che non hanno arte alcuna e viziosi discutili.

Questi miliziani del Battaglione e della Sacchetta, come abbiamo già detto, avevano il compito
di difendere il regno, ma in cambio godevano d’alcuni privilegi, tra cui quello, solo sulla carta, di
non poter essere obbligati a servire all'estero.
Domenica 21 a li Quartieri (oggi ‘Quartieri spagnoli’) ci fu una rissa tra soldati spagnoli e soldati
di campagna e poiché, i primi avevano snudato le spade i secondi spararono e uccisero tre
spagnoli; gli uccisori fuggirono e dei loro compagni furono carcerati, ma poi, riconosciutasi la
responsabilità degli spagnoli, saranno scarcerati. La sera di venerdì 26 giunsero a Ischia quattro
galere della squadra di Sicilia che portavano il principe di Montesarchio, novello governatore
generale dell’armata di mare, e i marchesi del Viso e di Bayona; il principe venne a Napoli la
sera seguente e dichiarò di non potersi considerare ancora nel suddetto suo nuovo incarico
perché lo aveva sì saputo per lettera, ma in effetti non ne aveva ricevuto ancora patente
ufficiale; questa infatti arriverà a Napoli solo alla fine della prima settimana di maggio.
Nei suddetti giorni s’imbarcarono per Reggio altri 160 cavalli e 500 soldati del Battaglione di
Terra di Lavoro, mentre s’inviava una partita della predetta cavalleria di nuova leva verso le
marine del Capo d'Otranto, dove si temevano attacchi degli ottomani, i quali erano alleati di Sua
Maestà Cristianissima il re di Francia contro Sua Maestà Cattolica il re delle Spagne; inoltre un
rinforzo di due compagnie di fanti spagnoli, per un totale di 300 uomini, e di munizioni partì su
una galera napoletana per il presidio di Longone la sera del 29 aprile. In quel mentre altri 800
soldati alemanni, i quali erano sbarcati a Pescara provenienti da Trieste, erano arrivati a Napoli
via terra la sera di domenica 28 e martedì 31 furono spediti a Reggio su un convoglio di 22
tartane che portava anche tre compagnie di cavalli di nuova leva guidate dal loro commissario
generale Giulio Sersale dei principi di Castelfranco, altri 600 soldati del Battaglione di Terra di
Lavoro e una gran quantità di munizioni e attrezzature da guerra. Erano partiti questi alemanni
sudditi dell’imperatore, privi del conte loro colonnello, il quale, ammalatosi a Capua e rimasto
infermo nella capitale, vi morirà lunedì 13 maggio; giunti a destinazione felicemente, nonostante
il costante maltempo che avevano incontrato in viaggio, fu dai reggini molto ammirata la loro
disciplina e la loro abilità nell'eseguire gli esercizi militari, abilità che condividevano con i
francesi, mentre non altrettanto si poteva dire di spagnoli e italiani, a causa del carattere
individualistico e del comportamento indipendente che questi avevano, carattere e
comportamento che quindi si riflettevano anche nelle manovre e figurazioni di parata. Si seppe

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poi che i detti alemanni si erano lamentati d’esser stati ingannati, perché arruolati con la
prospettiva di dover servire di presidio a Napoli e non di andare a combattere la guerra di
Messina.
È probabilmente con quest’ultima spedizione che partì per il fronte di Messina anche la nuova
compagnia di cavalli corazze montati, ossia già provvisti di cavalcature, del capitano Restaino
Cantelmo, il quale nel 1677 ne lascerà però il comando al capitano Nicola Pignatelli perché
promosso nel frattempo sul campo mastro di campo di un terzo di fanteria napoletana; il
Cantelmo inizia così una delle più prestigiose carriere che siano mai toccate a ufficiali
napoletani. Una registrazione della dotazione d'armi della predetta compagnia ci permette di
sapere come andavano effettivamente armati questi cavalli corazze. Essi dunque portavano
spada (sciabola, se francesi), una coppia di pistole d'arcione – lunghe generalmente circa 14
pollici - e carabina non rigata (ma si trattava in effetti del nuovo moschettone, come abbiamo già
spiegato) - infatti in altri stati italiani, per esempio in quello della Chiesa, chiamavano questi
soldati carabine, mentre il loro armamento difensivo consisteva in guanti e stivali di cuoio e la
cosiddetta corazza, la quale trova il suo nome dall'esser stata in origine, cioè nel Cinquecento,
fatta di durissimo cuoio e ora invece era formata dai seguenti pezzi di metallo pesante nero:

borgognotta (ossia una celata con tesa latero-posteriore);


spallacci;
petto;
mignoni (cioè mezzi bracciali);
scarselloni (vale a dire copri-fianchi e cosce).

Quando, nell'ultimo quarto del Cinquecento e durante le guerre di Francia, Enrico di Navarra
aveva inventato la suddetta specialità dei cavalli corazze, detti in Francia prima pistoliers e più
tardi cuirassiers, questi andavano armati, in considerazione che ad armi da fuoco, della sola
coppia di pistole d'arcione ad acciarino ruotante e mina (‘pietra focaia’; fr. pierre de mine; sp.
pedernal), chiamate in Italia terzette, perché lunghe circa un terzo dell'archibugio, ma poi nella
seconda metà del Seicento, essendosi le armi a ruota confermate nel corso della Guerra dei
Trent’anni (1618-1648) di troppo imbarazzante caricamento e quindi, sebbene la loro
accensione fosse meno soggetta a far cilecca sia di quella del moschetto sia di quella del fucile,
circa il 1660 si cominciò a sostituire le suddette pistole da ruota con pistole da grillo e focile
(‘selce focaia’; fr. pierre à fusil), inoltre all’armamento di questi soldati fu aggiunta una carabina
non rigata, o meglio, come abbiamo appena ricordato, un moschettone, cioè un corto fucile di
tre piedi di lunghezza - e infatti carabine, invece di cavalli corazze, erano ora spesso, specie in

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Italia settentrionale, questi soldati alla spagnola chiamati, come aveva fatto per esempio
l’anonimo cronista del de Blasiis, quando scrisse della visita a Napoli del principe romano
Savelli, arrivato a Napoli sabato 9 aprile 1672, e come farà più tardi pure il nunzio apostolico di
Napoli in una sua corrispondenza del 24 aprile 1685; ma si trattava di un nome che non doveva
assimilarli ai più antichi carabins francesi, perché questi erano stati tutt’altra cosa in quanto,
sebbene dotati di armi difensive, non facevano parte della cavalleria da battaglia e le loro
tattiche di combattimento imitavano quelle ausiliarie dei raitri tedeschi.
A proposito del predetto termine focile, bisogna chiarire che con esso s’indicava la pietra focaia
e non l’accialino (‘acciarino’), come invece si crede comunemente oggi; in materia poi di armi da
fuoco di questo periodo, è proprio di quest’anno una grossa importazione d’armi da Brescia, la
più importante produttrice d'armi in Italia e una delle prime in Europa, che si ritrova registrata nel
fondo Reali ordini dell’Archivio di Stato di Napoli:

9.000 moschetti di calibro con suoi fiaschi, fiaschigli e forchiglie.


9.000 archibugi di calibro con suoi fiaschi e fiaschigli.
1.000 cherubini (detti anche carubini e carobini, sp. caravinas) con cascie e focili a grillo alla
spagnuola.
1.400 para di pistole con cascie e focili a grillo alla spagnuola.
6.000 picche di faggio con loro ferri di Brescia alla spagnuola.

Le prime due sono armi di fanteria con accensione a miccio, ma era già in corso in Europa la
loro sostituzione con il cosiddetto moschetto leggiero, cioè con un’arma, anch’essa a miccio, ma
leggera quasi quanto l’obsoleto e debole archibugio e potente quasi quanto il vecchio e pesante
moschetto di Biscaglia; si trattava di un’arma sufficientemente leggera, perlomeno quello ora
portato dalla fanteria in campagna, perché, si potesse usare anche senza la forchetta
d’appoggio; il Marzioli voleva che i fanti abbandonassero la forchetta, non solo perché ora la
loro suddetta arma era più leggera, ma anche perché l’uso di tale strumento ritardava
ovviamente l’esecuzione dello sparo. Per quanto riguarda il vecchio moschetto di Biscaglia, se
ne poteva naturalmente continuarne l’uso nei presidi, cioè dove non si doveva trasportare in
lunghe marce e si poteva appoggiare a parapetti invece che alle forchiglie, ma è innegabile che
rispetto al leggero, presentasse ormai troppi inconvenienti; esso, oltre al suo eccessivo peso in
generale e in conseguenza alla necessità della forchetta d’appoggio, aveva anche lo svantaggio
di una cassa troppo piccola, la quale, non bilanciando il peso della canna, rendeva al soldato,
una volta che si era posta l’arma in spalla, la marcia più faticosa e inoltre, quando combatteva,
dopo soli tre o quattro tiri gli aveva già maltrattato la spalla e la guancia. Il nuovo leggero, anche

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se magari spesso di calibro un po’ inferiore, aveva invece appunto una cassa molto più grande
e stabile e chiunque lo poteva adoperare senza necessità d’un appoggio su alcuna forchiglia o
parapetto; il ferro di Biscaglia restava comunque quello di miglior qualità per la fusione delle
canne. La Spagna sarà, come poi vedremo, l’ultima grande potenza europea ad abbandonare
l’accensione a miccio e serpentino, congegno inventato a Lucca nella prima metà del
Cinquecento, per adottare finalmente quella a grilletto e fucile; infatti ancora nel 1705 i fanti
spagnoli di presidio in Sicilia risulteranno armati del suddetto pesante moschetto di Biscaglia,
come con meraviglia scriverà nella sua relazione d’allora l’inviato di Filippo V in quell’isola
monsieur de Bedusar [S.H.A.T. Vincennes, A1-1867 (324]. In effetti anche dal suddetto de la
Chesnaye sappiamo che quest’arma a miccio e serpentino era talvolta usata nella difesa delle
piazze ancora ai suoi tempi, ossia alla metà del Settecento (ib.).
Pesi e misure delle suddette armi bresciane ci sono date da una classificazione anch’essa
bresciana del 1667, da cui però per semplicità non riporteremo le misure originali in once e piedi
bresciani, ma ne daremo direttamente l'equivalente approssimativo in grammi e centimetri
calcolato tenendo conto delle varie interpretazioni che si danno oggi di quelle due misure;
diremo solo che il moschetto tirava palle di piombo da circa un’oncia napoletana (gr. 27,12) -
misura questa equivalente a un dodicesimo di libbra in Italia e a un sedicesimo invece in
Spagna, Fiandra, Alemagna e in altri paesi europei - con una carica di polvere di monizione (fr.
poudre de magasin) di poco più di mezza oncia, mentre la palla della terzetta o pistola pesava
circa un lotto, cioè mezza oncia:

CANNA PESO (gr.)- LUNGHEZZA (cm.)- CALIBRO (gr.)

moschetto da 759 a 976 da 110 a 142 da 34 a 54


archibugio 651 a 759 95 a 110 20 a 34
carabina 434 a 542 63 a 80 18 a 54
terzetta 217 a 380 30 a 55 16 a 27.

La terza e la quarta sono invece armi di cavalleria; la carabina è qui chiamata ancora con
questo ormai improprio nome, perché, come si vede, si tratta ormai di un arma non più ad
accensione da ruota bensì da focile e grillo, ma prenderà presto infatti anche in Italia il nuovo
nome di moschettone; esso era, come abbiamo già detto, lungo solo 3 piedi, quindi
sensibilmente più corto dell’arma di fanteria, in considerazione che in cavalleria le armi da fuoco
lunghe erano di scomodo maneggio; si usava quindi anch’esso a spalla e guancia, richiedeva
una carica di circa un’oncia di polvere e aveva una gittata di circa un terzo inferiore a quella

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dell’arma di fanteria. La distinzione tra armi corte e armi lunghe era anche importante da un
punto di vista legale, perché ai civili era proibito il porto delle prime, in quanto agevolmente
occultabili sotto vesti o cappelli e quindi adattissime a commettere proditori omicidi; da questo
pericolo nacquero la convenienza e l’uso di scoprirsi il capo nell’incontrarsi e si sa che, per
esempio, davanti al re di Spagna solo i grandi di Spagna erano autorizzati a non scoprirselo; lo
stesso dicasi dei pari d’Inghilterra. È singolare come questo nome di moschettone sia stato in
seguito per metonimia attribuito a quel tipo di gancio metallico a molla che si adopera oggi per
vari usi, ma che, d’invenzione militare, allora reggeva appunto il moschettone di cavalleria. Il
nome carabina era nato nel Rinascimento nella forma cherubino (cioè il toro alato della
mitologia mesopotamica) e infatti in calabrese si dice ancor oggi carubina; distingueva un arma
di cavalleria ad accensione a ruota più lunga della pistola, ma, come abiamo già detto,
comunque anch’essa compresa tra le armi corte), arma che dopo la Guerra dei Trent’anni sarà
esclusa dall’armamento militare, restando così solo nell’uso venatorio, mentre ancora adoperate
saranno quelle corte da ruota, dette pistole, specie dalle cavallerie tedesche:

La cavalleria tedesca ha per armi la sciabola, la carabina e le pistole a ruota, con una sciabola
attaccata a l’arcione della sella; alcuni dei loro cavalieri sono armati di corazze e di celate sul
capo… (de Gaya)

In Francia le guardie reali furono l’ultimo corpo a cavallo a usare la carabina da ruota; infatti
solo nel terzo quarto di questo secolo diciassettesimo sarà loro sostituita con il moschettone da
pietra e, spiegava il de Gaya nel suo Traité del 1678, mentre ciò avveniva, negli altri eserciti
europei continuavano invece a servirsene:

Ci si serviva una volta di armi a ruota, di archibugi a miccio, di chiocchi (‘choques’) e di carabine
che si tendevano con la chiave. Gli stranieri se ne servono ancora nei loro eserciti….
Ai nostri giorni il Re ha fatto portare in ogni compagnia delle sue guardie otto carabine rigate, in
cui la piastra d’accensione (‘platine’) è simile a quelle dei fucili, moschettoni e pistole…

Come abbiamo già accennato, il nome carabina non andrà però perduto perché passerà a un
tipo più potente di moschettone e cioè a quello a canna rigata, a polvere più fina e palla forzata,
del quale s’armavano solo un paio di soldati bersaglieri in ogni compagnia di cavalleggeri, cioè
quelli più esperti e abili nel tiro, perché di essi ci si serviva nelle scaramucce iniziali d’una
battaglia o in altre occasioni e necessità particolari; era dunque questa un’arma più spessa di
metallo, più potente e precisa, con la bacchetta non di legno, bensì di ferro perché non si
spezzasse. Maggiore era il vento, ossia la differenza tra il calibro della palla rispetto a quello
126
della canna, e minore era la precisione di tiro e quindi, ad aumentare l’esattezza del tiro di
queste armi, da cui molta precisione appunto ci si attendeva, senza dover necessariamente
spingere giù per la canna rigata palle di misura troppo giusta e quindi col pericolo che vi
restassero incastrate, si usava talvolta, specie negli eserciti imperiali, rivestirle di pelle di
montone, così, pur lasciando poco vento, per la loro morbidezza esteriore non s’incastravano;
questo steso stratagemma usavano i turchi per ridurre il vento anche delle palle dell’artiglieria.
Questa carabina non va dunque confusa né con la più antica arma di cavalleria dallo stesso
nome, ma appunto con accensione ad acciarino ruotante e mina, usata proprio sino a questi
anni che stiamo descrivendo, né tanto meno con quella dallo stesso improprio nome che allora
adoperavano turchi e arabi, trattandosi di un moschetto più lungo e potente dell’usuale, ma non
a canna rigata, e dal quale poi derivò nel Nuovo Mondo la longue carabine di cui si talvolta si
legge nella letteratura sulle guerre americane del Settecento e il cui vero originario nome era il
francese fusil boucanniere, in quanto arma precipua di quei grassatori delle Antille francesi,
arma questa che poi fu apprezzata e usata anche dalla marineria francese unitamente a
moschettoni con proiettili ‘burrellati’ (fr. à bourrelet), cioè provvisti di anelli di rame esterni
stoppanti e stabilizzanti, e a grosse pistole dallo stesso calibro dei moschettoni guarnite di
‘zanne’ laterali per potersele infilare nella cintura in occasione di abbordaggi’(fr. pistolets de
ceinture à crochet).
La terzetta o pistola era di lunghezza e calibro variabile; le più comuni erano lunghe circa un
piede e mezzo incluso il teniere e avevano una gittata di circa 40 passi o più o meno a seconda
della qualità della polvere.
Ma, per tornare ora al moschetto leggiero, diremo che la sua gittata media era, come già detto,
di circa 120 passi geometrici o veneziani, misura allora autorevole in tutta l’Italia, oppure si
poteva dire di circa 120 tese di Francia, essendo questa una misura molto vicina alla
precedente; ma, con canna rinforzata (sostanzialmente più spessa), di conseguenza,
aumentando un po’ la sua carica di polvere ordinaria, poteva raggiungere i 140 o 150 passi, e,
poiché detto passo geometrico corrispondeva a m. 1,735 di oggi, oscillava quindi tra i 210 e i
260 metri, il che allora era molto, se si pensa che invece, per colpire un nemico coll’archibugio,
bisognava praticamente essergli tanto vicino da poterlo guardare negli occhi, e, per quanto
riguarda la pistola, addirittura era necessario quasi appoggiargliela addosso. In ogni caso, per
fare sicuramente un buon tiro, bisognava cercare di sparare a bersagli posti a metà o al
massimo ai due terzi della gittata possibile, perché farlo a quella intera era solo una
combinazione fortunata.

127
In Francia il moschetto di Biscaglia aveva preso il nome di mousquet de Vaubonnez,
evidentemente dalla zona in cui si era iniziato a produrlo; ma più tardi, nel 1678, il de Gaya
diceva che il moschetto di fanteria allora in uso in Francia era un’arma dalla canna di 3 piedi e 8
pollici e dal fusto di 4 piedi e 8 pollici con palla dal calibro di 8 linee e mezza di diametro e dalla
carica di mezz’oncia e un grosso di polvere di magazzino, cioè di normale polvere fornita
all’esercito di munizione; insomma anche in quel regno si era adottato ormai un moschetto più
leggero e agevole da portarsi e maneggiarsi. Si potevano sparare con quest’arma anche palle
ramate – il che non significa affatto ‘ricoperte di rame’, come alcuni pensano, bensì due palle
unite da un piccolo ramo (‘barretta’) di ferro; ma naturalmente in questo caso bisognava tener
conto del peso doppio del proiettile e quindi aumentare, per quanto possibile, la carica di
polvere e comunque aspettarsi un tiro più corto. Invece allora la fanteria spagnola ancora
adoperava il vecchio, pesante moschetto di Biscaglia:

La fanteria ha per armi la spada, la cui guardia è straordinariamente larga e profonda e della
quale ci si potrebbe servire come di una tazza; la bandoliera, che non è delle più larghe, il
moschetto, pesante il doppio del nostro e d’un altro calibro, che essi non potrebbero usare
senza posarlo su una forcina, e la picca, più lunga e grossa delle nostre….

Nel 1684 il moschetto regolamentare in dotazione alla fanteria francese doveva esser lungo di
canna 3 piedi e 6 pollici di Francia e in totale di 4 piedi e 8 pollici, mentre doveva avere un
diametro di bocca di 8 linee, la palla di 7 linee (calibro) e uno spessore di metallo che andava
dalle quattro linee alla culatta a una linea alla bocca; il focone doveva essere a otto linee
dall’estremità posteriore della culatta. Qualche tempo dopo la lunghezza della canna fu
aumentata a 3 e 8 e quella totale a 5 piedi; la palla pesava ora un ventesimo di libbra; la gittata
restava comunque di 120-150 tese. Pezzi e congegni di cui era fatto un moschetto erano, oltre
alla canna, i seguenti: la piastra o placca di ferro quadrangolare trattenuta al lato destro della
cassa o fusto a mezzo di tre viti e di un rivetto o cavicchio e a cui erano attaccati il bacinetto del
polverino d’innesco, questo, formato di quattro pezzi di ferro e posto in corrispondenza del
focone, e, un po’ più avanti, il serpentino porta-miccio; il serpentino, attaccato alla suddetta
piastra a mezzo di una vite, aveva l’estremità anteriore tagliata in due lamine tra le quali si
poneva l’estremità del miccio e poi le si stringeva a mezzo di una vite perché lo trattenessero; la
chiave, un ferro a forma di S molto allungata, posto sul dorso della cassa e la cui estremità
anteriore era collegata alla estremità inferiore del serpentino, detta grilletto, in maniera che,
stringendo con la mano destra la chiave in modo da avvicinarla alla cassa, si agiva su
serpentino facendone così discendere l’estremità col miccio all’indietro sul polverino del
128
bacinetto. La cassa, fatta possibilmente di legno di noce, ritenuto il migliore per quest’uso,
aveva il calcio lungo, largo e piatto, perché, destinato a rinculare sul petto del soldato, gli
facesse il meno male possibile; la bacchetta per caricare doveva invece essere di legno di
quercia ed era tenuta sotto la canna da tre anelli porta-bacchetta di ferro; il miccio infine, per
esser sicuramente buono doveva esser di corda molto stretta e secca, perché quella fatta di
fresco aveva sempre un certo contenuto di umidità (Manesson Mallet).
Naturalmente, fatta la suddetta necessaria classificazione delle armi da fuoco d’ordinanza, non
faremo parole del loro maneggio, perché esuleremmo troppo dal nostro tema, ma, a chi
interessasse, consigliamo d’aspettare la pubblicazione del nostro prossimo studio, quello cioè
che riguarderà l’arte della guerra nel secolo precedente, non essendo detto maneggio nel
Seicento sostanzialmente cambiato.
Tornando ora alle cronache militari napoletane, diremo che tra la fine d’aprile del 1675 e l’inizio
del mese successivo, spinto da un prospero vento di scirocco, arrivò a Messina dalla Morea un
convoglio greco che portava alla coraggiosa città provviste alimentari e si trattava di 15 tartane e
5 altri legni da carico; all’inizio dello stesso maggio giunse invece finalmente a Napoli dalla
Spagna del denaro da spendersi per il risarcimento dei vascelli che erano ancora in sosta a
Baia, lavori che, affidati ora al principe di Montesarchio, si stavano di molto sveltendo Si stavano
inoltre allestendo tre galere dello stuolo del Regno perché sarebbero presto dovute passare in
Catalogna sotto il comando del principe di Piombino; quello di Messina non era infatti allora
l’unico fronte bellico che la corona spagnola affrontare. Nel mentre la cavalleria territoriale detta
della Sacchetta era concentrata e dislocata in Calabria e nella stessa Sicilia in appoggio
all'esercito operante sotto Messina e contro eventuali sbarchi francesi sul continente ed inoltre
si provvedevano castelli e fortezze del regno di viveri e munizioni come si doveva in tempo di
guerra. Martedì 7 maggio arrivarono a Napoli circa 400 tra dalmatini e schiavoni regolarmente
arruolati, i quali erano anch’essi sbarcati nei giorni precedenti a Pescara, e dovevano
proseguire per il teatro di guerra siciliano; tra essi si contavano circa 30 predicanti
(probabilmente monaci greco-ortodossi) inviati alla guerra però questi come carcerati con
commutazione di pena. Verso la metà di questo mese di maggio si videro arrivare inoltre a più
riprese altri miliziani del Battaglione, gente finalmente atta alla guerra (uomini scielti ed atti
all’armi) e dopo pochi furono imbarcati su parecchie tartane noleggiate.

(Napoli, 18 maggio:) In Aversa e Capua sono arrivati altri 500 alemanni ed altri mille in Venafro,
dove si fanno qualche poco riavere prima di farli venire qui, avendoli maltrattati il viaggio (A.S.V.
Nun. Nap. 83)
129
Era quest’ultima notizia un po’ vecchia, perché due giorni dopo 800 di questi alemanni
provenienti dai porti adriatici già entravano in Napoli; molti di loro si erano effettivamente
ammalati in viaggio a causa della piovosità della stagione e furono pertanto subito ricoverati
negli ospedali cittadini, dove erano generalmente curati con bagni nel vino caldo a cui erano
aggiunte erbe medicinali e spezie; questo trattamento empirico ed efficace guariva molti dalle
malattie da raffreddamento meno gravi ed era sicuramente graditissimo da quegli uomini
tradizionalmente tanto attratti dal vino italiano.
Lo stesso lunedì 20, pure ammalato e in più molto amareggiato da pesanti critiche alla sua
conduzione della guerra, rientrava nella capitale Marc'Antonio di Gennaro, sollevato già nel
precedente gennaio dal suo incarico di mastro di campo generale contro i messinesi; lo si era
infatti accusato d'incapacità, visti i risultati sinora molto negativi, e col pretesto della sua tarda
età gli si era ordinato di tornare in patria. I siciliani addirittura lo avevano accusato di tradimento:

... Fra questi (traditori) fu il primo traditore Marco Antonio Gennaro, napolitano, mandato dal
viceré di Napoli per maestro di campo, che faceva in tal maniera azzuffar le genti nostre con
avantaggio de’ messinesi onde i soldati del nostro re erano miseramente uccisi. Onde questo
ribello, (non) anco molti giorni innanzi, fu fatto venire in Milazzo senza mettersi più a tal ufficio; e
finalmente ora è stato riformato e licenziato, mentre è venuto un altro da Spagna in suo luogo.
(Auria).

Ma era evidente che nei suoi confronti a Palermo s’esagerava, tant’è vero che l’Auria vedeva il
tradimento anche nell’agire di uno spagnolo, cioè del capitano generale della cavalleria Diego
Bracamonte, e dichiarava sostituito anche lui, mentre poi vedremo il detto generale continuare
ad animare anche lui le cronache di quella guerra:

... Il simile fu ancora d’un altro traditore del nostro re, che fu generale della cavalleria nostra,
chiamato D... Bragamonte, uomo che per interesse proprio posponeva quello del re, onde è
stato levato e in sua vece posto un altro, pure venuto da Spagna, con mille soldati imbarcati
nella città di Barcellona (ib.)

Il di Gennaro inviò in sua difesa un lungo memoriale alla regina protestando di aver fatto tutto il
possibile e cioè quanto segue:

… aver tenuto in Sicilia il comando di pochi fanti spagnuoli, non più che cinquecentocinquanta,
e una compagnia di guardia del Viceré d'ottanta cavalli borgognoni (‘valloni’) (a quattrocento del
Battaglione, mille trecento siciliani, ducentoventi cavalli del paese dar nome di soldati esser onta
della milizia), a’ quali si riducevano tutte le truppe che empivano le lettere de’ ministri a Sua
130
Maestà, seminudi, mezzo disarmati, necessitosi anco del pane. Con questo esercito esser stato
destinato al riacquisto di una piazza cinta di validissima muraglia, coronata di baloardi, ogn'un
d'essi non inferiore a un castello, da popolo altiero, da briosa nobiltà habitata e difesa
(Filamondo).

Egli rimostrava ancora d’aver dovuto condurre un assedio non facile senza soldati, ingegnieri,
viveri, comandanti e in sovrappiù erano poi sbarcati in aiuto dei rivoltosi francesi; ma la sua
accorata difesa a poco gli servì e, angustiatissimo dalle critiche e dalle accuse che gli erano
state portate, ne morì poco tempo dopo, cioè il 6 agosto di quello stesso anno; era stato
dapprima sostituito pro interim dal mastro di campo generale Vincenzo Tuttavilla duca di
Calabritto, ma già ora definitivamente da Fernando Garcia Ravanal, uno spagnolo che era
prima stato mastro di campo del terzo detto (de la Mar) de Nápoles, ossia di uno dei terzi fissi
spagnoli di stanza in Lombardia, così tradizionalmente chiamato non perché fosse costituito da
regnicoli, ma perché tanto tempo prima, quando era arrivato a Milano, non proveniva
direttamente dalla Spagna, bensì dal basso Tirreno; costoro, sebbene disponessero ora di
soldati esperti sbarcati dalla sopraggiunta armata spagnola e in seguito anche di salde fanterie
alemanne, non riuscirono però a far molto meglio del di Gennaro, in considerazione che ormai
si avevano di fronte anche i francesi.
Mercoledì 29 maggio entrarono in città altri 500 alemanni, i quali poi, assieme ad altra fanteria e
a cavalleria saranno, come vedremo, presto imbarcati per il teatro di guerra. In quei giorni
intanto lettere inviate dalla Francia da informatori del principe di Lignì avvisavano della
possibilità che i francesi stessero programmando di sbarcare in Calabria e allora il de Astorga
intimò ai baroni di recarsi subito nei loro feudi ad organizzare misure di difesa, ma molti di quelli
non volevano partire, troppo abituati alla loro bella vita nella capitale, ai loro ricchi palazzi, i quali
spesso finivano per dare il nome a interi quartieri di Napoli, come per esempio il palazzo del
duca di Forcella e quello del marchese del Vasto. In questo periodo, già tanto difficile per il
regno a causa della guerra che si combatteva alle porte di casa, aveva ripreso nuovo vigore il
brigantaggio alimentato dagli agenti stranieri, specie francesi, e si ebbe ora notizia del
saccheggio di Balvano commesso da 1.300 banditi e briganti d'Abruzzo, Basilicata e Terra di
Lavoro, mentre il primo anno di guerra contro Messina si avviava a costare 1.800.000 ducati di
spese militari e non si erano ancora nemmeno pagati i soldati; le difficili condizioni economiche
del regno, dovute in massima parte all'intensificarsi della pressione fiscale, costringevano
frattanto molti plebei senza mezzi né lavoro ad arruolarsi volontariamente nell'armata spagnola
in sosta a Baia.

131
Il sabato 1° giugno tenne mostra la fanteria spagnola allora nelle disponibilità del viceré di
Napoli e risultarono 48 compagnie per un totale di 4.204 soldati, laddove, se i tempi fossero
stati ordinari e non con una guerra così vicina, il terzo fisso degli spagnoli di Napoli, come da un
vecchissimo ordine reale del 20 settembre 1636, avrebbe dovuto contare solo 24 compagnie di
100 uomini l'una e, andando ancora più indietro, come da risoluzione del Consiglio d’Italia
madrileno del 17 marzo 1625, solo 20 da 100 fanti invece delle precedenti 26 da 100; ma ora,
poiché si temeva che la ribellione dei messinesi, appoggiata ora dalla Francia, potesse
contagiare anche il Regno di Napoli, con successivo ordine reale del 1° ottobre di questo stesso
1675 il re ne avrebbe addirittura ordinato l’aumento a 6mila piazze (posti) e avrebbe inoltre
incaricato il viceré di non permettere assolutamente, né in questo né in altri corpi, la presenza
di piazze supposte o inutili, ossia di quelle non effettivamente operative, dette generalmente
piazze morte, che si concedevano e pagavano a veterani, cioè a persone non più in servizio
perché troppo anziane, a vedove di deceduti, a invalidi, ecc. – c’è da notare che a quel tempo il
termine veterani aveva, perlomeno tra le nazioni suddite della Spagna, ancora il senso che
aveva preso nella tarda romanità e cioè quello di soldati licenziati dal servizio perché troppo
anziani. Al detto proposito un ordine reale del precedente 12 maggio aveva confermato il
reclutamento di otto soldati di soli 14 anni nella compagnia del terzo fisso spagnolo che era
comandata dal capitano Antonio Fernandez e ciò in deroga alle disposizioni che proibivano di
levare soldati d’età inferiore ai 17 anni, stante la contingente grande necessità di soldati
spagnoli che c’era ora nel Regno di Napoli a causa della grave ribellione di Messina, deroga
che fu presto ripetuta per un altro ragazzo, questo di anni 15.
Il giovedì 23 maggio s’era visto passare al largo di Catania un numeroso convoglio francese
proveniente da sud, il quale fu colà conteggiato in 78 vele, ed infatti poi, dalla fine del mese al 4
giugno, entrò in porto a Messina; si trattava un grosso soccorso di più di novanta velieri perlopiù
mercantili, tra tartane e polacche, mentre il gruppo propriamente bellico comprendeva intorno a
13 vascelli, 22 galere e 2 galeotte; portava tra l’altro buon numero di cavalleria. Da notare che le
galere non erano altre rispetto a quelle già arrivate a Messina in precedenza, bensì le stesse, in
quanto la Francia non ne aveva appunto più di un paio di dozzine nel Mediterraneo. Alla metà
del detto mese erano frattanto arrivati a Napoli altri 200 alemanni, i quali, bisognosi di riposo,
furono tenuti a Napoli tranquilli per un paio di settimane, ma poi, all’inizio di luglio, ebbero ordine
d’imbarcarsi per la Sicilia. S’erano avute in questi giorni notizie di un tentativo francese di
sorprendere Milazzo, ma senza che se ne sapessero i particolari perché il marchese di
Villafranca non si preoccupava assolutamente d’inviare relazioni al viceré di Napoli, ma solo

132
direttamente alla corte di Madrid, e ciò quindi senza alcun riguardo dell’importantissimo ruolo
svolto dal Regno di Napoli in quella guerra; comunque si seppe poi con sicurezza che i francesi,
fallita Milazzo, da loro attaccata per terra e per mare, s’erano comunque temporaneamente resi
padroni della sua piana, specie dello strategico casale di Ivizo e del castello di Spatafora, e poi
avevano tentato di sbarcare presso Reggio, ma erano stati respinti dalla resistenza opposta
dalle forze del mastro di campo Andrea Coppola duca di Canzano, sebbene queste avessero
avute molte perdite perché battute sulla costa dai cannoni navali nemici caricati a palle di
moschetto. Poi il nemico tentò con quattro vascelli di sbarcare anche presso Barletta, ma ne fu
anche qui respinto dal duca d’Andria accorsovi con 300 suoi vassalli; allora detti vascelli,
catturato un cargo granario veneziano ed uno raguseo carico di fave, incendiatone un altro
maltese perché si era difeso a oltranza, si ritirarono verso Messina lasciando le popolazioni
costiere impaurite e con l’armi in pugno. Arrivò a Messina un quinto soccorso francese di 35
vele.
Detto sabato 1° giugno, poiché s’erano avvistate altre vele francesi nelle acque di Capri,
s’inviarono bombardieri di rinforzo a Gaeta e nelle isole. Mentre entravano in Napoli molti banditi
pugliesi accordatisi con la Corte tramite i feudatari locali, come per esempio il principe della
Torella, per andare a servire in guerra in cambio dell’amnistia, il 4 giugno lasciò il porto di Napoli
un convoglio scortato da tre vascelli maiorchini d'alto bordo noleggiati appunto per le esigenze
marittime di quella guerra e appena arrivati da Palermo proprio per scortare detto convoglio, il
quale era formato da due petacchi e 12 tartane con destinazione Reggio e Milazzo; questi legni
portavano circa 2.000 uomini, tra cui 1.200 alemanni e così ne restavano a Napoli ricoverati
negli ospedali cittadini solo 200 ancora ammalati; gli altri erano milizie del Battaglione del Vallo
di Novi costituite in terzo dal summenzionato Titta Caracciolo Pisquizj duca di Martina, il quale
ne aveva ricevuto la patente di mastro di campo, e si trattava di milizie che poi furono unite ad
altre inviate a Reggio via terra; v'era infine una compagnia di nuova leva di 100 cavalleggeri
balcanici, i cosiddetti (e)stradioti o croati, comandata e spesata dal capitano Andrea Cicinello
dei principi di Cursi, la quale arrivò a Solanto nel Palermitano tra l’ultimo giorno di maggio e il
primo di giugno. Due tartane trasportavano attrezzature e munizioni da guerra e la consistenza
di questo convoglio, riportata dal Fuidoro in maniera piuttosto confusa, è però confermata da
altre fonti, per esempio dall’Auria. Questa soldatesca fu sbarcata a Palermo, da dove poi la
fanteria sarà tragittata a Milazzo con le galere, mentre domenica 16 giugno il Cicinello vi
avrebbe condotto la sua cavalleria via terra perché 15 galere francesi allora bloccavano Milazzo
dal mare; mancavano però i detti alemanni, i quali erano invece stati sbarcati a Tropea da dove

133
avrebbero dovuto proseguire evidentemente a piedi il loro viaggio per Reggio, ma, colà giunti,
non essendo stati ancora rispettati gli accordi di soldo presi con loro all’atto dell’arruolamento, si
erano insubordinati.
Dal mercoledì 12 al giovedì 20 giugno si sviluppò un’offensiva franco-messinese contro vari
posti fortificati spagnoli, il cui maggior risultato fu, alla fine, la presa di S. Lucia, postazione
spagnola lontana solo due miglia da Milazzo; non riuscirono però poi i franco-messinesi a
avanzare oltre e preferirono quindi allontanarsi un po’ per provare a prendere Spadafora nella
terra di Monforte, qusta a circa 10 miglia da Milazzo, ma anche là senza successo; infine sei
galere francesi e tre barche da quelle rimorchiate tentarono uno sbarco nella marina di Milazzo,
ma furono anch’essa respinte dal cannoneggiamento delle due galere della squadra dei
particolari genovesi, cioè la S. Maria e la S. Francesco di Paola, che guardavano quella costa.
Gli arrivi di soldati alemanni a Napoli erano in quel mentre continuati e il 3 luglio partirono
all'alba cinque galere napoletane e una siciliana che, sotto il comando di Beltrán de Guevara
conte del Vasto portavano a Palermo circa mille soldati tra spagnoli, italiani e alemanni; questi
ultimi rifiutarono d'imbarcarsi prima di essere pagati e ciò secondo il loro costume mercenario di
ricevere sempre alcuni mesi di paga anticipata, obbligando così il viceré a cedere e ad
accontentarli. Sennonché, arrivate che furono a Palinuro, queste sei galere furono respinte
indietro da un forte scirocco contrario sino a Nisida, dove furono costretta a sostare per qualche
giorno prima di riprendere il viaggio; arriveranno poi comunque a Palermo felicemente. Molto
malcontento per la mancanza del soldo, questo invece ormai molto posticipato, regnava invece
sulla flotta spagnola a Baia e un giorno che il de Astorga passava davanti a uno di quei vascelli,
probabilmente questo in porto a Napoli, i marinai lo insultarono e gli gridavano:

Vuestra Excelencia pague nosotros, moremos de hambre, no tenemos dinero.

Lo stesso diarista scriveva che questi uomini (che hanno abiti addosso così schifi e sporchi),
quando scendevano a terra, attaccavano briga, rubavano e rapinavano, altri svergognavano alla
francese le femine in Pozzuoli e Fuorigrotta. Abbiamo già cercato di capire i motivi per cui
preferivano questo tipo di violenza carnale; i puteolani comunque si vendicavano terribilmente e
pare che riuscissero ad ammazzarne addirittura 250! Pur se il lavoro di carena (‘carenamento’)
dei 16 vascelli e dei due brulotti che costituivano questa flotta, costato 32mila ducati, sembra sia
stato pagato da Madrid, e non da Napoli come farebbe pensare un lungo documento di forniture
militari di cui poi diremo a proposito del 1678, la permanenza a Baia di quest’armata era già

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costata all'erario napoletano 600mila ducati e ne sarebbero serviti altri 184mila per pagarne i
marinai e i soldati del suo terzo di fanteria di marina spagnola comandato dal mastro di campo
Antonio de Guzman; del terzo d'italiani di questa stessa squadra invece non più si parla, forse
perché in quel mentre inviato alla guerra di Messina.
Il 4 luglio entrò nel porto di Messina un altro soccorso francese fatto di 8 vascelli da guerra che
portavano mille soldati da sbarcare e da 7 tartane da carico, mentre il mercoledì 10 ne arrivava
a Palermo uno per i regi fatto di 5 galere napoletane e una di Sicilia, le quali portavano, oltre a
600 alemanni per Milazzo, soldati spagnoli e marinai da guarnirne le galere di Spagna allora
all’ancora in quel porto e appunto carenti d’uomini; proseguirono poi per la detta piazza d’armi il
giorno successivo.

(Napoli, 6 luglio:) Per impedire che gli spagnuoli dell’armata, che sono in Pozzuoli, non venghino
in Napoli la notte a rubare, fu resoluto dal Collaterale di tenere una compagnia de’ soldati a Pie’
di Grotta, come si è pratticato. Ieri sera però, verso un’ora di notte (‘cioè verso le 21 di oggi’),
riuniti li suddetti dell’armata fino al n° di 400, s’incaminarono verso questa città e, riconosciuti
dalla detta compagnia, dissero di voler essere a parlare al signor Viceré, acciò che li facesse
pagare, altrimenti sarebbero morti di fame. Li trattenne il capitano di detta compagnia con le
buone e, presasi l’incombenza di venire in nome loro a parlare a Sua Eccellenza, lo fece e,
fattosi il suddetto sapere in tutto al maestro di campo generale Tuttavilla ed al principe di
Montesarchio, questi mandariono colà alcuni officiali, che, avendo promesso loro farli pagare in
tutt’oggi, li fecero ritirare ne’ loro quartieri (A.S.V. Nun. Nap.)

Domenica 14 luglio arrivò a Napoli Gabriel de Cevallos, castellano della fortezza di Castellazzo
a Messina, il quale era stato trattenuto prigioniero in quella città sino al 7 precedente e poi
liberato dal Vivonne; raccontò che i francesi disponevano di 4mila fanti e 350 cavalli, di cui 600
erano cavalieri - per due terzi giovanniti, quindi milizie scelte, che da essi erano presidiati tutti i
15 posti fortificati della città, porte incluse, non fidandosi dei messinesi e mutandone la guardia
ogni sei ore; anzi, sempre per mancanza di fiducia, essi avevano licenziato tre terzi dei ribelli e
cioè il de Aberna, il Crisolfi, fatto di milizie cittadine, e quello del barone di Miccichè. I predetti
posti fortificati, dotati complessivamente di più di 200 bocche da fuoco, erano i seguenti:

Porta Reale.
Landria.
Matagrifone.
Torre Vittoria, da poco terminata.
Castellazzo.
Gonzaga.
Forte di don Pietro Faraon.
S. Verite.
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Don Blasco.
S. Giorgio.
Castello del Salvatore.
Forte di S. Carlo.
Palazzo.
Forte Seleni.
Bastioncello alla Marina.

Il de Cevallos riferiva ancora che le riserve di viveri erano tenute sulle navi francesi in porto e
che erano scaricate solo quando necessario, dovendole però la città pagare ai transalpini
puntualmente se ne voleva poi ricevere delle altre, che il pane era di cattiva qualità, che
mancavano carne e legna e che il giorno 6 era arrivato un ennesimo soccorso francese, questo
di ben 30 vele, tra cui cinque vascelli da guerra; in totale, quando lui era andato via, i francesi
disponevano a Messina di 26 vascelli da guerra, dieci brulotti e 24 galere, queste però mal
armate e con pochissima ciurma. Sennonché poco dopo fu diffusa un’altra relazione del de
Cevallos, questa propagandisticamente molto meno scoraggiante e nella quale si diceva infatti
che il detto sabato 6 s’era tenuta a Messina mostra generale delle milizie presenti e che non si
trattata di più di 3mila uomini in tutto, genti di cattiva qualità perché in parte reclute senza
esperienza e in parte arruolati forzosamente, e che dei 350 cavalli solo 150 erano ancora
montati, perché, avendo i francesi lasciati gli animali a pascolare liberamente nella campagna, i
paesani li avevano rubati per andarseli a vendere nell’entroterra. Dopo il loro ritiro dal tentativo
di Milazzo, i francesi tenevano ora la maggior parte delle loro soldatesche a Ibizo; molte donne
del Milazzese erano già state da loro violentate e quelle messinesi non potevano uscire da
casa, essendo purtroppo la mancanza di rispetto per il sesso debole, come si sa, uno storico
difetto bellico francese, alquanto bilanciato comunque dall’opposta ottima consuetudine di
pagare puntualmente tutti i viveri e tutte le provviste che i loro eserciti compravano o
confiscavano per necessità alle popolazioni, amiche o nemiche, in cui in guerra s’imbattevano:

(Napoli, 20 luglio:) … Si trovano ogni giorno morti 5 o 6 ed alle volte 10 o 15 francesi per
causa d’onore e li hanno ridotti che non possono le donne uscir di casa, perché pubblicamente
le maltrattano, e non sono molti giorni che ad una donna ‘passarono mostra’ 18 francesi e ad
un’altra due la tenevan ferma ed il terzo usava con essa (A.S.V. Nun. Nap. 84)

Quale fosse il confine tra propaganda e verità nella detta relazione del de Cevallos non
sappiamo. Come se non bastasse nelle acque di Napoli l’ostile presenza di galere francesi, le
quali predavano allora barche nei pressi di Ponza, martedì 16 luglio galere bisertine predarono
due tartane in quelli di Gaeta. Alle prime galere di Francia seguì dopo il 20 presto un’intera
136
armata, fatta di 40 vascelli, 8 brulotti e 24 galere e venuta per bruciare la flotta spagnola in
sosta a Napoli per i raddobbi, priva d’erquipaggi e quindi pressoché incustodita; incominciò a
trattenersi tra Ischia e Procida e a catturare imbarcazioni, poi si avvicinò all’isoletta di Nisida,
cioè al promontorio di Posillipo, e poi anche a S. Lucia, da dove le furono sparati alcuni colpi di
cannone, mettendo in subbuglio e allarme tutta la città e tutto il golfo, mentre il principe di
Montesarchio, suoi ufficiali e soldatesche s’imbarcavano sui vascelli spagnoli ancora a Baia per
esser pronti a prender eventualmente il mare e di notte si faceva guardare da cavalleria la
spiaggia di Chiaia, mandandosi inoltre domenica 28 alcune compagnie d’alemanni a Castell’a
Mare a bordo di barconi. I vascelli spagnoli furono messi in salvo trainandoli con feluche e
barche nel molo e questo fu armato di cannoni; quindi verso il 30 luglio i francesi, non avendo
trovato modo di avvicinarli, rinunziarono all’impresa e cominciarono ad allontanarsi e a spostarsi
nel golfo di Salerno, catturando via via una quindicina di tartane cariche di frumento, sale, sete
e varie altre mercanzie, e infine si misero in rotta di ritorno verso Messina dove arrivarono il 1°
agosto. I detti alemanni furono riportati perciò a Napoli, ma, scambiati dapprima per il nemico,
provocarono alquanta confusione.
Giungevano di quando in quando a Napoli notizie di episodi di guerra terrestre e marittima nel
Canale di Sicilia; a partire da sabato 20 luglio era arrivato a Messina un ennesimo convoglio
francese con rifornimenti e ne aveva scaricato per sei giorni di seguito; si era trattato di 24 tra
tartane e polacche e di 8 vascelli da guerra tra cui alcuni molto grossi:

... che parevano montagne volanti sull’onde, Alpi strapiantati dall’arte nel mare, mobili
meraviglie, castelli torreggianti di Nettuno per la di loro bellezza (Romano Colonna).

Le galere di Napoli e di Sicilia presero uno di questi legni francesi, una fragatina, e lo
rimorchiarono nel porto di Reggio, ma l’armata di Francia vi spinse un brulotto che incendiò il
legno catturato assieme a un’altra tartana perché non restassero nelle mani del nemico. Le
fragate o fregate erano ora dei velieri che nulla avevano a che fare con i vascelletti remieri
d’egual nome usati nel Mediterraneo sino a un cinquantennio prima; nel corso del Seicento
infatti gl’inglesi erano stati i primi a riciclare quel nome di fregata e stavolta per un veliero
oceanico da guerra ordinariamente a due soli ponti, lungo, basso sull’acqua (fr. ras à l’eau),
leggero di legname e alla vela, povero d’opere morte e ciò sempre per aumentarne la
leggerezza, armato con un numero di pezzi che poteva andare dai 36 ai 50, trattandosi forse
d’una evoluzione dei cinquecenteschi bertoni di cui abbiamo già detto; l’unica parte della fregata
che si faceva sensibilmente più pesante, per esempio di quella d’un flauto o pinco, veliero
137
commerciale all’incirca della stessa stazza, era la prua, per cui un tale vascello tendeva a ricadere
di più sul naso (ol. neus, bek), come dicevano i francesi, ossia sulla punta dello sperone. Ci
sarà anche una versione più ‘leggera’ e molto più nota e fortunata di questa moderna fregata,
ossia un buon veliero (fr. fin de voile, leger à la voile) a un solo ponte, molto usata per il corso,
armata con un numero di cannoni che andava dai 16 ai 28, pertanto confondibile più con il piccolo
fly-boat che con il flauto, per esempio la francese Le Chasseur, la quale nel 1657 avrà 180
uomini d’equipaggio e 28 pezzi, di cui 18 in ghisa, nuova lega per le artiglierie di cui poi diremo;
infine, ci sarà anche un piccolo legno detto in francese frégate ou patache d’avis (ol.
advijs-jacht, advijs-fregat), il quale sarà utilizzato come avvisatore o come postale militare,
mentre una qualsiasi nave da guerra che allora porterà un numero di pezzi d'artiglieria superiore
al predetto di 50 si dirà, invece di fregata, un vascello, monopolizzando così un nome che
in precedenza, come sappiamo, era sempre stato comune a qualsiasi legno, grande o piccolo, a
vela o a remi che fosse. Nacque allora così la differenza di grado tra ‘capitano di vascello’ e
‘capitano di fregata’. Una traslazione oceanica simile a quella del nome fregata subiranno poi
anche quelli, altrettanto mediterranei, di corvetta e di brigantino (ingl. brick).
Sei galere di Napoli trasportarono mille alemanni da Milazzo a Scaletta, ma dovettero poi
andare a rifugiarsi nel porto di Augusta per sfuggire alla caccia dei vascelli francesi; le galere
francesi frattanto si stavano spalmando nel porto di Messina, mentre a Reggio avveniva una
baruffa tra soldati italiani e spagnoli. Scontri erano avvenuti a terra al casale di S. Stefano con
prevalenza dei franco-messinesi.
Il 15 agosto il de Vivonne con 26 vascelli da guerra, 24 galere e 8 brulotti uscì di nuovo da
Messina e comparve ad Augusta, richiamatovi da una congiura anti-spagnola dei suoi abitanti, e
il sabato 17 sbarcò e, a causa della quasi inesistente resistenza, in una sola giornata se ne
impadronì, imbarcandone poi su tartane grossi carichi di grano e di vino che furono subito inviati
a Messina; di questa perdita - grave perché quello era il porto-granaio della Sicilia, portò notizia
a Napoli il 24 del detto mese una feluca proveniente da Milazzo. Nel tentativo di riprendersi
Augusta, gli spagnoli inviarono verso quella città sia della fanteria sia 12 compagnie di cavalli
con il loro commissario generale Antonio Olea e comandante in capo di questa spedizione era
Lazaro de Aguirre, mastro di campo del terzo di Sicilia e generale dell'artiglieria di quel regno, il
quale morirà il 16 novembre successivo a Leontino (oggi ‘Lentini’) in seguito a una ferita
ricevuta nei combattimenti nel frattempo intervenuti per il controllo di Scaletta; un Miguel de
Aguirre, congiunto e forse figlio di Lazaro, risulterà dal 1685 alfiere della compagnia di lance del
viceré di Napoli, ma la conduzione della guerra, anche senza il de Gennaro, era ora di nuovo

138
oggetto di molte critiche, perché, pur contando ora l’esercito di Sicilia 13mila fanti e 1.200
cavalli, non compiendo alcuna azione di rilievo non si riusciva a capire se era sufficiente o
insufficiente. Si diceva che il marchese di Villafranca non era soldato, che il Ravanal non
godeva di apprezzamento da parte dei suoi ufficiali, che il nuovo generale della cavalleria, il
settentrionale Giannini, essendo italiano, non trovava abbastanza subordinazione tra i soldati
spagnoli e si vociferava che si stesse per dare anche prematuro cambio al marchese de
Astorga. Il castellano spagnolo della fortezza della torre d’Avola d’Augusta fu frattanto arrestato,
portato a Milazzo e giovedì 5 settembre ivi decapitato per tradimento, non avendo resistito
all’armata francese che si era impadronita della città.
Nello stesso periodo arrivarono da Ragusa di Dalmazia 400 marinai per l'armata spagnola che
spalmava a Baia; quella piccola repubblica infatti, pur essendo del tutto autonoma, era anche
un protettorato della corona di Spagna, alla quale era affidata la sua difesa; per esempio nel
1678 il viceré di Napoli marchese di Los Vélez, avutone richiesta dagli stessi ragusei, concederà
loro, con l’avallo di Madrid, una missione di esperti militari comprendente un tenente di mastro
di campo generale, dieci capitani riformati, un ingegniero, alcuni bombardieri e altri ufficiali, tutti
a stipendio regio, impegnandosi inoltre a fornir loro al più presto anche un armamento di 500
moschetti, 500 archibugi, 100 cantara di polvere, 100 di palle e 50 di miccio. Per tutto il regno si
proseguivano nel mentre quelle leve di regnicoli a cui all'inizio della sollevazione di Messina si
era cercato, come si è detto, di rinunziare il più possibile per evitare contagi rivoluzionari; ma
ormai gli uomini servivano in abbondanza perché si era arrivati a una vera e propria guerra. Da
Reggio si segnalava infatti l'arrivo di una flotta francese di ben 86 vele e ciò dimostrava quanto
tenesse la Francia a tenere il maggior numero possibile di forze imperiali impegnate contro
Messina, a evitare così che intervenissero negli altri teatri di guerra europei. Era intanto uscita
dalla città ribelle l'armata di Francia e nello stesso luglio fu già in vista di Napoli; il viceré fece
allora in tutta fretta munire d'artiglierie e fanterie il baluardo di S. Lucia, quello presso il ponte
della Maddalena, la costa di Posillipo e fece imbarcare soldatesche sui vascelli che si trovavano
nel porto, ma le galere francesi, tentato solo un accostamento a Torre del Greco e a Resina, si
ritirarono accompagnate da qualche colpo di cannone sparato contro di loro dai castelli del
golfo. In seguito a questo episodio Francesco Piccolomini d’Aragona principe di Valle raccolse a
Torre dell'Annunziata più di mille paesani di Bosco (oggi Boscotrecase) e d’Ottaiano (oggi
Ottaviano), i quali, atti alle armi e sotto il suo comando, avrebbero dovuto difendere quelle
marine da nuovi tentativi d'approccio del nemico. S’inviarono inoltre a Procida 80 fanti spagnoli

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con quattro cannoni e munizioni e a Castellammare e Sorrento 500 alemanni a guardia di quella
costiera. Triste era comunque allora la situazione del regno:

... e fra tanto l'armata francese domina il mare di Messina e li banditi il regno e li turchi le marine
di Puglia dove fanno continue prede.

La sera di giovedì 29 agosto lasciarono Napoli due galere di Spagna e una del duca di Tursi
che portavano via i marchesi di Viso e di Bayona giunti, anche con le galere, da Palermo da
circa un paio di settimane, e per Palermo e Milazzo 3 galere e 16 grosse tartane cariche di
fanterie italiane ed alemanne per circa 1.500 uomini, inoltre di munizioni, attrezzi, viveri e una
somma di denaro per le esigenze belliche, mentre si veniva a sapere che mille fanti e 300
cavalli sotto il comando del già nominato generale Giannini e di quello dell’artiglieria di Sicilia
erano usciti dalla predetta Milazzo per andare a tentare di riprendere Augusta ai francesi, i quali
vi ci stavano fortificando con un presidio di 1.500 fanti e 300 cavalli e più di 100 pezzi
d’artigliera, e che intere compagnie d’alemanni stavano in Sicilia passando al nemico, per cui
dai 4.500 venuti da Trieste erano ormai ridotti a soli 2mila; come se ciò non bastasse, gli italiani
di guarnigione da Reggio fuggivano in tal numero che il governatore dell’armi fra’ Titta
Brancaccio si era visti costretto a rinchiudere i rimanenti. Frattanto finalmente, nello stesso
agosto, s’erano inviati alla flotta spagnola a Baia 18 razionali (ragionieri) della Regia Camera
della Sommaria, incaricandoli di pagare a soldati e marinai otto mesi di paga arretrata, con una
spesa complessiva di 134mila ducati; gli uomini pagati spesero tutto immediatamente in generi
di prima necessità e cominciarono col comprarsi le mutande di camise e calzonetti. Le suddette
tre galere arrivarono a Palermo due giorni dopo, cioè il sabato 31 agosto, e poi proseguirono
per Milazzo dove portavano 400 dei 6mila fanti alemanni condotti dal loro colonnello generale
conte Maximilian Laurentius Storemberg da Trieste a Napoli via Pescara e che erano arrivati
molto stracchi a causa del lungo marciare.
Tra il lunedì 9 e il martedi 10 settembre dal vice-regnato di Sardegna arrivò a Napoli il suo
nuovo viceré Fernando Joaquín Fajardo marchese di Los Vélez, Molina e Martorel, il quale
veniva a sostituire il marchese de Astorga:

... levando da quell’officio il marchese d’Astorga, per averlo male amministrato con reclamore
del popolo e, precisamente, rubando gran somme di denari col prestesto d’occasione delle
spese per li soccorsi della Sicilia.E questo è il quarto signore spagnuolo traditore di Sua
Maestà, essendo il primo d. Melchiore della Cova, generale de’ vascelli di Spagna, che per
denari non fece il debito contro i messinesi, lasciando entrare in Messina il soccorso di Francia;

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il secondo il marchese del Viso ed il terzo il marchese di Baiona suo figlio; tutti tinti della pece
del ladroneccio.

Tra il 21 e il 23 del predetto settembre ci furono sanguinose scaramucce nei pressi di Melilli e a
S. Placido. Il 28 l’armata di Spagna lasciava finalmente Napoli per tornare nei mari di Sicilia
sotto il comando d’Andrea d’Ávalos principe di Montesarchio, già capitano generale dello stuolo
di galere regie di Sicilia sin dal 26 agosto 1674 e lo sarà sino al 16 luglio 1683; era ormai
completamente risarcita e provvista, a spese dei napoletani, di tutto quanto il necessario, dopo
una permanenza di ben sei mesi trascorsa tra Baia e Napoli, ma i soldi spesi dall’erario di
Napoli erano evidentemente bastati solo per metterla in condizione di raggiungere il teatro di
guerra, perché già il 9 dicembre seguente il viceré di Sicilia Fadrique de Toledo y Ossorio
marchese di Villafranca e duca di Ferrandina (1674-1676) avrebbe scritto da Milazzo a quello di
Napoli per sollecitargli la rimessa dei 12mila ducati il mese e dei rifornimenti per il
sostentamento della detta armata che Napoli doveva, per ordine regio, accollarsi (Giuliano, Vol.
I, p. 336).
Alla fine della prima decade d’ottobre due feluche venute da Milazzo portarono la cattiva notizia
che i francesi di Augusta appoggiati da altri appositamente sbarcati avevano con un’improvvisa
sortita respinto gli spagnoli accampati all’esterno di quella piazza, ma che in seguito giunse
anche quella più confortante che l’assedio era ripreso. Il 5 novembre una violenta burrasca nello
Stretto di Messina investì la detta appena risarcita flotta spagnola e la squadra di galere che,
per ordine del Villafranca e nonostante il Montesarchio avesse dichiarato la sua contrarietà viste
le avverse condizioni climatiche, operavano contro la città ribelle cercando di intercettare gli aiuti
che adesso le giungevano da sud. Finirono spiaggiati cinque vascelli da guerra, potendosene
salvare però equipaggi, materiali e armamento, tranne che per uno che fu poi sommerso dalle
onde e il cui equipaggio perì tragicamente. Le navi perdute furono le seguenti:

L’ammiraglia di Fiandra Jesús y Maria – 40 cannoni - 300 uomini – cap. Santo Lopez.
La caposquadra di Spagna San Francisco – 44 cannoni - 400 uomini - cap. Juan Roque de
Castilla.
La vice-ammiraglia di Spagna Nuestra Señora de... - 40 cannoni - 300 uomini - cap. Nicolò di
Gregorio.
La Concepción de Barcellona – 45 cannoni - 300 uomini - cap. Diego Brocetti.
La San José – 40 cannoni - 300 uomini - cap. il mastro di campo Andrea Madrigale.

Il prevalere di italiani al comando di questi vascelli fa presumere che anche gli equipaggi
fossero in gran parte formati da gente di mare italiana. Inoltre si erano persi due vasselli

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artificiali di fuoco, ossia due brulotti, un pitacchio e una pollacca. Il giorno seguente, calmatosi il
forte vento di libeccio, la galera Capitana di Spagna tentò di disincagliare la suddetta
ammiraglia di Fiandra a forza di voga, ma dovette desistere per l’uscita delle navi francesi che
volevano andare a incendiare i vascelli spagnoli spiaggiatisi. Seguì un combattimento tra un
vascello spagnolo e uno francese.

... Ed il Monte Sarcio restò solo nel canale di Malta con il vascello più grande e veramente
magnifico detto ‘la Capitana’; e fu incontrato da sei vascelli nemici di Francia, i quali l’avrebbono
abbordato se avessero avuto tutti il mare calmato... (Auria)

Si salvarono in tutto, oltre alle galere, 10 vascelli spagnoli, anche se danneggiati dalla tempesta.
Il vicerè tentò ipocritamente di addossare la causa del disastro allo stesso Montesarchio e a
Ferdinando Moncada duca di S. Giovanni, nobile palermitano che allora comandava le galere di
Sicilia, i quali invece, essendosi prima apertamente ambedue dichiarati contrari a uscire in mare
con quel tempo minaccioso, l’avevano poi fatto solo per ubbidienza:

... Il tutto avvenne per l’invidia che tengono tutti gli spagnuoli di veder comandata l’armata de’
vascelli da un italiano, per la quale, non curando di perdere il tutto, vollero anco far perdere
quelli, se ben pochi, vascelli per veder tolto il comando di mano all’italiano... (ib.)

La domenica 17 novembre ci fu un altro avvenimento avverso per la marineria regia e cioè un


fulmine cadde nel porto di Milazzo sulla prua della galera Capitana della piccola squadra di
Sardegna (detta da’ Siciliani ‘la Milizia’. Romano Colonna) e appiccò il fuoco alla polvere pirica
colà depositata per il cannone di corsia, abbattendone l’albero maestro e scatenando un furioso
incendio che in breve ne provocò l’affondamento con la morte di circa 400 uomini,
salvandosene solo una ventina che avevano dalla poppa potuto gettarsi in mare. Un’altra saetta
colpì invece una delle galere di Genova causando la morte di nove persone.
Sabato 30 novembre arrivò a Napoli da Milazzo una delle galere del duca di Tursi, la quale si
stava dirigendo a Genova dove andava a mutar scafo, essendo evidentemente il suo ormai non
più in grado di navigare. Altre armate anti-francesi convergevano intanto su Messina e si aveva
infatti notizia che don Giovanni d'Austria stava per lasciare Barcellona con 30 vascelli, mentre lo
stesso predetto 30 novembre arrivarono a Napoli anche dieci velieri dell'armata d'Olanda del de
Ruyter che si era disunita a causa del maltempo incontrato e si trattava di sei vascelli e quattro
brulotti, i quali, aggiuntosi nel frattempo un undicesimo, salperanno il 20 successivo per
Palermo, porto in cui giungeranno in nove il giorno seguente accolti dal giubilo della

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popolazione accorsa al molo, mentre altri 22 o 23 vascelli, inclusa l’ammiraglia Eendracht del de
Ruyter, erano già arrivati a Milazzo il predetto giorno 20.

(Lunedì, 9 dicembre:) Questo giorno sudetto furno inviate 2 feluche da Sua Eccellenza con
30mila docati contanti al campo di Riggio e a Melazzo per pagar li soldati. Si deve considerare li
patimenti delle nostre soldatesche e quanti denari si sono accumullati da questo Regno per
questa guerra e aver arricchito li capi, e li poveri soldati solamente con un miserabile pane di
monizione e malamente fatto.

Non sappiamo come fosse fatto a quel tempo il pane di monizione a Napoli; in Francia, per
esempio, un buon prodotto per i soldati era considerato, a norma di regolamenti, quello fatto di
due terzi di frumento e un terzo di segala e al soldato ogni due giorni ne toccavano tre libbre
(quindi gr. 1.952,64, se continuiamo a calcolare l’oncia gr. 27,12). Anche in Catalogna le cose
non andavano troppo bene per i soldati napoletani, sia perché i francesi del suddetto
maresciallo conte di Schomberg, entrato nel giugno in quel principato, aveva conquistato Girona
difesa dal reggimento delle guardie del corpo italiane del re di Spagna, sia perché essi non
avevano mai avuto buoni rapporti con quelli spagnoli e ora le cose erano andate anche
peggiorando:

Insorte nel 1675 le solite contese tra le nazioni spagnuola e italiana, l'una per non riconoscere
uguale, l'altra malamente soffrendo(la) superiore, rinonciarono le cariche tutti i cavalieri
napolitani, ciò senza uscir da’ termini dell'obedienza, come protestativo di non consentire al
pregiudicio loro si permette (Filamondo).

Questo storico non ci narra però com'e quando questa forma di protesta fu poi ritirata.
Frattanto la guerra nell’Europa centro-occidentale era proseguita con alterna fortuna, sebbene
la propaganda spagnola parlasse, come sempre, di sconfitta generale dei francesi (Auria); infatti
dapprima il 5 gennaio il visconte de Turenne aveva sconfitto presso Colmar (‘Turckheim’) il
principe elettore di Brandenburgo Federico Gugliemo, poi il 27 luglio, alla battaglia di Salzbach,
aveva di nuovo sconfitto gli imperiali, ma ne era rimasto ucciso, e allora il conte Montecuccoli,
capitano generale dell'esercito imperiale, per cercare di trar profitto da tale morte, aveva subito
attaccato il 1° agosto ad Altenheim l'esercito francese ora comandato dal conte de Lorge e dal
marchese de Vaubrun, ma era stato sconfitto e, restato ucciso in tal battaglia il de Vaubrun, i
francesi ripassavano il Reno sotto la guida del de Lorge, a cui per tale successo otterrà poi il
bastone di maresciallo di Francia; ma successivamente, l’11 agosto, un altro maresciallo di
Francia, il de Créquy, era stato battuto a Konzer Brücke presso Trier (‘Treviri’) dal duca Carlo di

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Lorena, da quello di Brunswick-Lüneburg e da altri principi tedeschi collegati contro la Francia.
Anche gli svedesi, alleati della Francia e comandati in tal occasione da Woldemar von Wrangel,
nel tentativo di invadere il Brandenburgo dai loro possedimenti in Pomerania, sebbene
sensibilmente superiori di numero, erano stati severamente sconfitti il 28 giugno a Fehrbellin dal
maresciallo di campo Georg von Derrflinger, il quale comandava l’esercito di quello stesso
Federico Guglielmo I, grande elettore del Brandenburgo, che non era invece riuscito a superare
i francesi del de Turenne. Si era frattanto pure riaccesa la guerra dei polacco-lituani contro
l’espansionismo dell’impero ottomano e il 24 agosto e in una battaglia che si era svolta presso
la città di Lwów (oggi Lviv) Jan III Sobiewski aveva sconfitto l’esercito turco di Ibrahim
Shyshman, successo poi seguito tra il settembre e l’ottobre dall’eroica resistenza della cittadella
della città di Trembowla, durata sino al risolutivo soccorso portatole dal Sobiewski.
Militava in questo periodo in Fiandra un colonnello di cavalleria di casa Carafa; il suo
reggimento nel novembre prese quartiere d'inverno a Gand insieme con altri reparti di
quell'esercito; un altro reggimento Carafa serviva inoltre nell'esercito del Sacro Romano Impero
e tra il febbraio e il marzo dell'anno successivo sarà trasferito in Pomerania.

Sabbato, 28 di decembre. Si partirono dal molo di Paermo li detti nove vascelli olandesi per
andar a Melazzo ad ordine del viceré, il quale, per on veder in Palermo il prencipe di Monte
Sarcio con tanti vascelli, per invidia gli levò tal onore. Di più esso viceré si pigliò molti migliaia di
scudi che venivano da Napoli per sostento dell’armata di Spagna comandata dal detto principe
di Monte Sarcio, onde esso era impossibilitato a (‘da’) non poter fare le spese ordinarie per li
vascelli. Ed anco il viceré diede ordine al Tribunale del Patrimonio in Palermo che né meno
dassero il dovuto biscotto per detti vascelli; onde il Monte Sarcio stava quasi ristretto (‘quasi
racchiuso, immobilizzato’) nel molo di Palermo senza poter operare cosa di profitto.... (Auria)

1676. Il 2 gennaio gli spagnoli di un tercio di Biscaglia, posti sotto il comando di Melchion de
Borja, ex-castellano del castello di Matagrifone, sbarcarono dalle galere e sorpresero la
guarnigione franco-messinese del Casale del Gibiso, sito a 9 miglia da Messina e a 2 miglia dal
Mar Tirreno, e se ne impadronirono. La guerra s’inaspriva sempre di più e, mentre il marchese
di Villafranca, approfittando dell’arrivo dell’alleata armata olandese del vice-ammiraglio de
Ruyter, usciva in campagna con 5 o 6mila uomini, una nuova battaglia navale fu combattuta tra
Lipari e Stromboli l’8 gennaio di questo 1676; giunta il 5 gennaio nelle acque di Stromboli
un'armata francese comandata dal già ricordato tenente-generale Duquesne e forte di 26
vascelli d’alto bordo, cioè 21 da guerra e cinque brulotti, più due polacche e una tartana, mentre
era in rotta d’avvicinamento a Messina, fu affrontata presso Alicudi da quella ispano-olandese
dell’ammiraglio Michiel Adriaenszoon de Ruyter e del vice-ammiraglio Jan den Haen, la quale
144
veniva da quelle di Panarea e contava 24 vascelli olandesi, lo spagnolo da 50 cannoni Nuestra
Señora del Rosario del cap. Mateo de Laya y Cabez e nove galere, di cui tre di Napoli, cinque
dei particolari di Genova, ossia del duca di Tursi, e la Patrona di Sicilia, poste tutte sotto il
comando di Beltran de Guevara, luogotenente generale della squadra di Napoli. Lo scontro
avvenne alla fine un po’ più a ovest, cioè nelle acque di Filicudi; i legni da guerra francese erano
i seguenti:

Le Sans Pareil del capodisquadra de Gabaret.


Le Conquérant del cap. Beaulieu.
Le Magnifique del cap. de la Gravier.
L’Apollon del cap. de Forbin.
L’Aquilon del cap. Villeneuf Fourier.
Le Vaillant del cap. Septèmes.
Le Saint-Esprit dello stesso Duquesne.
Le Pompeux del commendator fra’ de Valbelle.
Le Sceptre del de Tourville.
Le Resplendissant del cap. de Gous.
L’Aimable del cap. de la Barre.
La Sirène del cavalier de Béthune.
Le Sage del marchese de Langeron.
Le Téméraire del cavalier de Lhéry.
Le Saint-Michelle del marchese di Previlly.
Le Prudent del cavalier La Fayette.
L’Assuré del cap. de Villette-Mursay.
Le Parfait del cap. de Chasteauneuf.
Le Favouri del cap. Frenoy.
Le Triton del cap. de Villeneuf.
Le Bien-chargé del cap. de Vilene.

La battaglia, non fu decisamente vinta da nessuno dei due contendenti, ma a quanto possiamo
leggere nella relazione di un anonimo partecipante di parte spagnola riportata dall’Auria, risultò
in definitiva sfavorevole ai francesi, non solo per le perdite che vi subirono ma anche perché
dopo se ne disimpegnarono con una ritirata che ebbe più l’aspetto di una fuga:

… l’olandesi gittorno due vascelli di Francia da guerra grossissimi in fondo et abbrugiorno di


cannonate due burlotti di fuoco. Di quella d’Olanda restò una fragata sottile di guerra di 50 pezzi
maltrattata assai… Et il giorno seguente, de’ 9 ad ore 16 se n’andò detta fragata a fondo…

Ma l’equipaggio della detta fragata fu comunque quasi tutto salvato dalla galera che la stava
rimorchiando a Palermo, cioè di un totale di 290 uomini ne morirono solo 10; in realtà
dell’armata olandese era stato messo fuori combattimento anche il vascello vice-ammiraglio

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Essen, semi-affondato, ed era morto il cap. Werscheer, da poco nominato dal de Ruyter
contrammiraglio del trozo (‘distaccamento’) di 9 vascelli spagnoli di Andrés de Ávalos principe di
Montesarchio, il quale era quello stesso giorno 8 uscito da Palermo per unirsi al de Ruyter, ma
lo aveva raggiunto solo il giorno seguente alla battaglia, circostanza questa che in seguito,
sommata e alla totale infingardaggine mostrata poi dagli spagnoli alla seconda battaglia navale,
quella di Catania, e alla trascuratezza dei palermitani costatatasi al terzo combattimento, quello
cioè che poi appunto avverrà davanti alla loro città, susciterà l’ira degli olandesi, i quali pertanto,
del tutto disgustati dal comportamento vile e profittatore dei loro alleati, abbandoneranno poi il
teatro di guerra. Anche i 13 vascelli francesi che erano usciti da Messina non riuscirono a
raggiungere a tempo il luogo della battaglia, ma certo nessuno si sarebbe mai sognato di
dubitare della combattività dei transalpini! Comunque, tutti i vascelli olandesi restarono molto
maltrattati dal combattimento e con perdite umane sicuramente considerevoli, mentre i
transalpini asserirono poi di aver perso sì tre vascelli, ma che si era trattato in realtà di tre
brulotti, e in totale solo circa duecento uomini tra cui il cap. de Peaulieu. In verità, oltre che
numericamente, i vascelli francesi si erano dimostrati decisamente superiori anche per
armamento, soprattutto perché armati di grossi cannoni da 45 a fronte di quelli generalmente da
sole 18 libbre degli olandesi. I legni francesi retrocessero poi verso Ustica, seguiti a distanza
dagli olandesi, e non poterono così portare subito altri soccorsi ai messinesi, i quali frattanto
vedevano i loro nemici ottenere un sicuro successo a terra perché il Villafranca stava
riconquistando uno dopo l’altro i casali di Messina. Nei giorni immediatamente successivi a
quello della battaglia ambedue le armate furono rinforzate, quella di Francia dai vascelli
francesi usciti da Messina, portandosi così al numero complessivo tra 40 e 42, e quella
d’Olanda dai suddetti vascelli del Montesarchio, arrivando pertanto anch’essi a 41, oltre alle 14
galere, ma, essendo stati i suoi vascelli appunto già molto maltrattati e quelli del principe, ancor
meno dei suoi, all’altezza di offrire il fianco al nemico, il de Ruyter non volle prendere in
considerazione l’idea di affrontare nuovamente i francesi. Approfittando poi del maestrale
favorevole, l’armata di Francia entrerà a Messina dopo il 20 di gennaio e sbarcherà il suo carico,
ma poi salperà per tornare in Francia.
Dopo la suddetta battaglia navale, il de Ruyter, disgustato dal comportamento dilatorio dei suoi
alleati, dichiarò terminato il tempo che gli era stato concesso dagli Stati d’Olanda, e all’inizio di
febbraio portò la sua armata a ritirarsi a Napoli, mentre a Messina giungeva impunemente
un’altra armata francese di 36 vascelli con gente da sbarco; colà però lo raggiunsero ordini
perentori del principe d’Oranges che gli imponevano di raggiungere subito nuovamente il teatro

146
di guerra e di restarvi sino alla fine del conflitto, pertanto egli si riporterà in Sicilia e il 23 febbraio
la sua armata, la quale includeva allora 17 vascelli da guerra più 12 piccole fragatine, si
presentò davanti a molo di Palermo e fece sosta in quel porto per circa un mese.

... Succede intanto in Palermo qualche poco inconveniente con gli olandesi, de’ più bassi
(‘volgari’) però, nato dal soverchio vino che bevono. Onde, come ubriachi, sono vilipesi e
scherniti dal popolo, come anco feriti, perché, così insensati (‘annebbiati’), cercano con le
donne usar violenza per lascivo appetito. Sono per se stessi uomini barbari di natura ed, oltre
essere eretici calvinisti, nulla curano anco della propria vita. Mangiano i nostri arangi per cose di
gran gusto, essendone privi ne’ loro paesi e di molte altre cose che non hanno (Auria).

In quel mentre domenica 19 gennaio il de los Vélez aveva inviato al marchese di Villafranca ben
100mila ducati, dei quali 80mila da pagarsi appunto gli olandesi. Il 30 gennaio fu catturato nel
Napoletano il brigante Felice Riccardo, fratello del già giustiziato Cesare, il quale era infatti
ritornato nel regno e scorreva la campagna alla testa di un gruppo di fuorusciti, tra i quali due
religiosi, fra’ Pietro Saccomanno e Domenico Mignone (Bulifon); offrì 15mila ducati per essere
liberato, ma invano:

Mercoledì 11 di marzo 1676 fu mandato sopra un carro ad arrotarsi nel Mercato notar Felice
Riccardo e la sua testa portarsi a Cimitile sua patria e il suo corpo in quarti posto per quelle
strade da lui rotte e insanguinate di sangue umano per omicidi, ricatti e procacci svaligiati
(Fuidoro).

Mentre a Napoli si davano patenti per nuove leve di coscritti, all’inizio di marzo arrivò notizia di
altri disordini avvenuti a Reggio tra militari italiani e spagnoli; diversi capitani, cioè Gerolamo
Caracciolo, Orazio Coppola, fra’ Giuseppe Grondi, fra’ Fabrizio Marulli e Giovanni della Croce,
avevano buttato giù la porta della casa del tenente di mastro di campo generale spagnolo
Tomaso Cabanilla e lo avevano bastonato e ferito, andandosi poi a rifugiare nel convento di S.
Domenico per evitare l’arresto.
All’inizio di marzo s’incendiarono a Napoli gli uffici della Scrivania di Razione, siti, come
sappiamo, da circa otto anni nello stesso palazzo reale, cioè nello spazio prima utilizzato come
pallonetto, ossia come corridoio belvedere sul mare, e andarono così distrutte, tra l'altro, tutte le
carte relative alle leve e alla contabilità militare dei tempi precedenti, il che spiega abbastanza
l'estrema scarsità della documentazione rimastaci per quanto riguarda gli anni sin qui esaminati.
Mentre continuavano ad arrivare a Napoli dalla Sicilia richieste di uomini e denaro, pur costando
già a Napoli il solo soldo dell’esercito in Sicilia 30mila ducati il mese, gli spagnoli avevano
ripreso a devastare la costa del Messinese e quella d’Augusta e la domenica 29 marzo 3mila
147
regi che, usciti da Milazzo sotto il comando di Gaspar de Borja, avevano occupato un posto dei
messinesi al convento detto dei cappuccini vecchi sito sul colle dell’Agliastra, ma che non
avevano potuto trincerarvisi perché sconsideratamente mancanti della attrezzatura da scavo,
furono assaliti e sbaragliati da messinesi e francesi sbarcati dai vascelli, lasciando sul campo
più di 400 (200 secondo l’Auria) dei loro migliori uomini, tra cui il conte di Buquoy, un vallone
che era colonnello di un reggimento alemanno di 1.300 fanti, e molti capitani, oltre i feriti. Come
nel caso dello scontro de li Colli dell’anno precedente, anche i soldati di nazione spagnola erano
fuggiti al sopraggiungere del nemico, il che dimostra come la tradizionale solidità della fanteria
spagnola fosse ormai un ricordo del passato. Il cadavere del Buquoy fu molto vilipeso dai
messinesi, i quali gli tagliarono la testa e, conficcata in una punta di lancia, la portarono al duca
di Vivonne; questi, disgustato da tanta barbarie, ordinò che quei poveri resti fossero
onorevolmente seppelliti. Del detto reggimento alemanno il viceré de Toledo fece allora
colonnello il capitano di cavalleria napoletano Andrea Cicinelli, nomina subito criticata perché si
trattava di un giovane che aveva avuto esperienza solo di quella guerra e non conosceva né il
modo di combattere né tanto meno la lingua degli alemanni; ciò aumentò la già preesistente
insoddisfazione di quella nazione per il gran ritardo nelle paghe e i patimenti, per cui gli ufficiali
migliori si licenziarono e a Napoli, oltre ai servitori del colonnello e di altri ufficiali morti in quello
scontro, ne arrivarono lamentandosi alcuni che erano di ritorno al loro paese, incluso un
tenente-colonnello, probabilmente quello che si era visto scavalcare dal giovane Cicinelli;
quest'ultimo sarà poi governatore di Siracusa, sargente generale di battaglia nei Paesi Bassi e
morirà tra il 1693 e il 1694.
Dopo detto grave insuccesso, gli spagnoli continuarono a fare terra bruciata attorno alla città e
ai loro alleati francesi, i quali si stimava allora che fossero, tra Messina, Augusta e i loro vascelli,
i quali erano allora 33, circa 4mila e altrettanti i messinesi alle armi, comandati anche questi da
capi transalpini, mentre gli spagnoli avrebbero dovuto essere circa 6mila, di cui 4mila in
campagna.
Il giorno di Pasqua il viceré marchese de Astorga, accompagnato dalla compagnia di lance
della sua avanguardia e da quattro compagnie di cavalleria di nuova leva, si recò alla festa di S.
Maria a Pugliano, altra tradizione religiosa del Napoletano.
La notte di sabato 18 aprile fecero inoltre vela per Milazzo sette galere che portavano
in quella piazza soldatesche spagnole (le galere navigavano a vela come tutti i normali legni
a velatura latina e usavano i remi solo in caso di bonaccia e in azioni di guerra); esse però
avrebbero fatto prima sosta a Gaeta per imbarcare il loro generale Giovan Battista Ludovisio

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principe di Venosa e di Piombino; sulle stesse s’imbarcò il capitano generale di vascelli Diego
de Ybarra, il quale però dopo solo qualche giorno perderà la vita nell’importante
combattimento navale di cui ora diremo.
Martedì 21 aprile il de Ruyter infatti, essendo, come già abbiamo detto, a capo delle armate
congiunte d’Olanda e di Spagna provenienti da Saragozza, venne a battaglia contro quella di
Francia circa 4 miglia al largo di Jaci (oggi ‘Aci Trezza’); egli disponeva di 29 vascelli da guerra,
5 da fuoco e 9 da carico, tra spagnoli e olandesi, più 8 galere; l’armata francese, uscita dal
porto di Messina, si componeva invece di 30 vascelli da guerra, tra i quali tutti quelli che
avevano partecipato alla precedente battaglia di Stromboli tranne il Favouri, il Triton e il Bien-
chargé, probabilmente perché troppo danneggiati in quell’episodio, e inoltre s’aggiungono i
seguenti 12 sino a raggiungere ora un totale di 30:

Le Lys, capodisquadra Almiras.


L’Hippocampe, cap. Saint- Albine.
Le Fidèle, cap. Cogolin.
Le Heureux, cap. de la Bretesche.
Le Vermandois, cap. Tambonou.
Le Trident, cap. Beaufontaine.
Le Fortuné, cap. il marchese d’Enfreville.
Le Mignon, cap. de Relingue.
Le Barbu, cap. dell’Isle.
L’Agréable, cap. d’Ailli.
Le Brusque, cap. de la Motte.
Le Fier, cap. Chabert.

L’Aquilone era ora comandato dal cap. Montreuil. In più i francesi avevano 8 brulotti e due
tartane da carico; due relazioni spagnole riportate dall’Auria riferivano invece una di 27 l’altra di
33 vascelli da guerra, più 6 di fuoco, 2 brigantini e 5 tartane. Lo stesso Auria scrisse che però,
dei vascelli spagnoli, solo quattro combatterono, mentre gli altri si mantennero ben al largo dalla
battaglia, provocando così poi la rabbia degli olandesi. Lo scontro fu duro e sanguinoso, senza
che se ne potesse vedere alla fine un vero vincitore, e l’ammiraglio olandese, salito su un luogo
alto della poppa per guardare più lontano, fu colà raggiunto a un piede da una scheggia di
cannonata che gli asportò due dita e lo fece anche precipitare in basso in un portello allora
sfortunatamente aperto, il che gli procurò la frattura dell’altra gamba; portato poi dalla sua
armata a terra a Siracusa e sopraggiuntagli un’infezione traumatica, vi morì il giovedì 30
seguente:

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... E così finì la sua vita un personaggio di tanto gran valore e per tante esperienze celebrato,
onde per noi si è fatta una gran perdita e maggiormente perché tutti gli olandesi, per aver visto
che quasi tutti i vascelli di Spagna non vollero combattere (mentre, se ciò avessero fatto,
avrebbono affatto sconquassata l’armata di Francia), restarono inviperiti contro gli spagnuoli; dal
che ne seguirono gli disordini e disgusti gravissimi tra gli uni e gli altri...
Con tutto ciò non è da tralasciare la lode che si deve agli olandesi, i quali, benché soli e di
numero inferiori a’ francesi e senza aver soldatesca, col solo cannone fecero gravissimi danni ai
vascelli nemici... I capi de’ vascelli e galere di Spagna eran (invece) caduti nella (mala)
riputazione per mancanza di valore e copia d’interesse (Auria).

Gli ispano-olandesi persero, oltre al de Ruyter, quattro capitani e circa altri 260 uomini tra
marinai e soldati, dovendo poi la loro flotta, anche questa volta molto maltrattata, andare a
ripararsi nel porto di Siracusa; in seguito, il mese successivo, l’armata olandese si presentò a
Palermo per i più importanti lavori di risarcimento, soprattutto per la sostituzione di sette e più
alberi che le erano stati troncati in battaglia:

... Sicché bisognarono con gran fatica mettere in terra gli alberi guasti e poscia rimettere i novi
che in buona quantità si trovarono nel molo, mandati dalla gran vigilanza e providenza del
signor marchese de los Veles viceré di Napoli (ib.)

Invece l’armata francese, anch’essa molto danneggiata, si era andata a riunire ad Augusta e in
seguito tornò a Messina a risarcirsi anch’essa. Da parte francese morirono in quella battaglia il
capodisquadra Almiras, i capitani Tambonou, Gous e Cogolin e circa 200 uomini in totale tra i
quali anche molti messinesi.
Il de Ruyter fu sostituito dal già ricordato Den Haens:

Per la morte di Ruiter, generale dell’armata d’Olanda, restò in suo luogo Jan Den Haens, nobile
olandese. Mi fu dato il detto nome e cognome da un medico della stessa armata olandese, di
sua propria mano (ib.)

Verso il 25/26 aprile i franco-messinesi tentarono un’importante sortita da Messina per


difendere il territorio del casale di Calispera, allora devastato dal nemico, ma, attaccati
vigorosamente dalla cavalleria del generale Diego Bracamonte, la quale si dimostrava così
ulteriormente il nerbo di quell’esercito di Sicilia, poi dal reggimento alemanno del già
menzionato colonnello napoletano Cicinelli e infine anche dal tercio de l’armada e da quello di
Lisbona, dovettero ritirarsi con circa 150 tra morti e feriti e lasciando in potere del nemico più di
30 prigionieri, tra i quali il bandito siciliano Cico di Pietro. Il predetto giovedì 30 aprile giunsero
da Genova quattro vascelli con circa 2mila fanti milanesi e alemanni comandati dal mastro di

150
campo Francesco Maria Pallavicino; ripartirono per Milazzo il martedì successivo e, colà giunti,
se ne ammalarono ben 500. Il campo di Milazzo già da quando costituito s’era infatti subito
guadagnata una nomea di località insalubre, probabilmente perché l’igiene delle acque potabili
e delle latrine non vi era curata abbastanza, ma può anche darsi che i detti fanti vi fossero
arrivati già contagiati a causa della grande promiscuità in cui a quei tempi ancora si viaggiava.
Nel maggio banditi calabresi accordati dalla corte di Napoli e che erano invece entrati in
Messina passando così al nemico furono inviati dai francesi a scorrere le campagne di
Catanzaro per obbligare gli spagnoli a impegnare colà proprie forze, cosa che infatti avvenne e
si dovette infatti da Napoli inviare soldatesche per scacciare da Maratea 150 briganti che se ne
erano impadroniti. Il mercoledì 20 maggio giunsero a Messina 22 galere di Francia, 2 galeotte,
molte tartane e un veliero grosso, destinate le prime a scacciare il nemico dai dintorni della città,
essendo infatti le galere i vascelli più adatti a sbarchi di fanteria in ragione del loro limitato
pescaggio, e una lettera del 27 maggio scritta dal catanese Giuseppe Patti, allora dimorante in
Messina e di parte messinese, ci ha lasciato questa approssimativa consistenza complessiva
della presenza francese nella città ribelle: 20 galere, 150 velieri tra bellici e da carico, mille
soldati montati e 15mila fanti. Se questi dati fossero esatti non sappiamo; cert’è che il giorno
seguente, cioè il 28, un’armata francese di 29 vascelli da guerra, di 9 brulotti e 23 galere, lasciò
il porto di Messina sotto il comando generale del marchese di Vivonne e, accompagnata da 30
tartane da carico, andò ad affrontare quella nemica allora sorta nel porto di Palermo e contante
questa 27 vascelli da guerra, tra cui il napoletano Sant’Antonio e tre inservibili perché ancora
disalberati dalla precedente battaglia; inoltre 4 brulotti e 19 galere. Elenchiamo ora i vascelli
francesi non risultanti partecipi delle due suddette precedenti battaglie:

Le Joyeux, cap. Bellisle Errard.


Le Grand, cap. Beaulieu.
L’Éclatant, cap. Coetlogon.
Le Joli, cap. Orlinghel.
Le Préfet, cap. Duquesne junior.
Le Constant, cap. marchese di Villette Mursay.

Avevano poi cambiato comando Le Lys, ora affidato al caposquadra Gabaret, il Vermandois,
ora capitanato dal marchese la Porte, e Le Sans Pareil, ora comandato dal Chasteauneuf. I
nove brulotti erano i seguenti:

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Notre-Dame de Humières, cap. Honorat.
L’Hameçon, cap. Verguin.
Le Dangereux, cap. Rivau.
L’Ardent, cap. Dupré.
Le Legornais, cap. Serpault.
L’Orage, cap. Scion.
L’Impudent, cap. Chaboisseau.
L’Inquiet, cap. Fourteau.
Le Notre-Dame de Bon-Voyage, cap. Toucas.

Le 23 galere erano comandate dal capodisquadra marchese de la Brofardiere e dal suo


secondo de la Manse; ecco i loro nomi e capitani:

La Royal, capodisquadra marchese de la Brofardiere.


La Patronne Royal, luogotenente-capodisquadra de la Manse.
Le Dauphin, cap. Villeneuf.
La Perle, cap. Dopede.
La Notre-Dame, cap. Betomas.
La Forte, cap. Pretevil.
La Victoire, cap. Samson.
La Regine, cap. Mont-Olive.
La Valeur, cap. Viviers.
La France, cap. de la Motte.
La Fortune, cap. de la Reinarde
La Sirène, cap. Forville.
La Brave, cap. Mirabeau.
La Grande, cap. Maubusquet.
La Belle, cap. conte di Bueyl.
La Favorite, cap. Dospenes.
La Fidèle, cap. Espanet.
L'Heureux, cap. Forêt.
L’Hardi, cap. Santuran.
La Floeur de Lys, cap. Mandes.
La Superbe, cap.Ranselo.
L’Amazone, cap. Rochecouert.
La Galante,.cap. Piencourt.

Il lunedì 1° giugno due galere napoletane con il comandante di quella squadra, cioè il
principe di Piombino, imbarcarono a Palermo 250 soldati spagnoli e li portarono al
castello di Solanto, dal quale poi quelli marciarono per andare a rinforzare la guarnigione di
quello di Termine (oggi ‘Termini Imerese’):

... E per certo non fu senza valore, come non senza rischio, l’aver passato quelle due galee di
Napoli in quel luogo, dove erano le galee di Francia; onde subito da Solanto tornarono in Palermo
(ib.)
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Infatti proprio il giorno precedente l’armata del de Tourville era arrivata in vista di Palermo; apparsa
ai palermitani in un numero di 42 vascelli, di cui 35 grossi da guerra, e 24 galere, circa alle 10
mezza, ora odierna, del giorno seguente martedì 2 giugno cominciò cira le 15 (ossia verso le 11 d
oggi) a far fuoco su quella nemica del vice-ammiraglio olandese Jan de Haen e del’ammiragli
generale spagnolo Diego de Ybarra, la quale, anche se non si era fatta del tutto sorprendere, si er
però appena in tempo dispiegata davanti alla città, incentrata su Porta Felice, in un mal pensato
ordine di battaglia, cioè in un’unica lunga fila di fronte o cordone protettivo con una galera ogni du
vascelli, il quale non poteva ricevere supporto dai baluardi della città perché questi erano tenu
sconsideratamente privi di artiglierie, mentre con quella diposizione dava impaccio alle artiglierie
del palazzo reale impedendo a quegli artiglieri di mirare al nemico; i francesi l’attaccarono con
brulotti e con lance che andavano a inchiodare al fasciame dei vascelli nemici ordigni incendiari
detti camicie infocate; non ostante che dalla città si portasse aiuto all’armata con lo sparo
dell’artiglieria delle sue fortezze, il fuoco così appiccatovi ebbe ragione dell’armata ispano-olandese
e il primo dei molti vascelli che finirono incendiati fu proprio il Nuestra Señora del Pilar, cioè la
capitana reale o Gran Real o Real Vieja del de Ibarra, così grande da esser definita dall’Auria un
mobile cittadella, la quale esplose e vi perì così,
lanciato in mare, lo stesso de Ybarra, il quale era già stato gravemente ferito da una cannonata che
gli aveva asportato una gamba (secondo l’Auria invece, colpito due volte alle gambe, affogò poi in
una feluca che lo stava portando a terra e che affondò a causa del sovraccarico di naufraghi).
Gli spagnoli accusarono la perdita anche di altri quattro vascelli della loro flotta oceanica e cioè il
San Felipe di Spagna, il San Salvador di Fiandra, il Sant’Antonio di Napoli e il Santa Ana; si
persero anche due galere, cioè la San Salvador, patrona della squadra di Spagna, e la napoletana
San Giuseppe, e infine una piccola fragata. Furono affondati inoltre tre vascelli e un brulotto
olandesi, i primi essendo il Groenwijfie, nome che gli spagnoli interpretavano come la
Pastora, il Vrijheid (‘Concordia’) e quello il cui nome gli spagnoli traducevano el Govierno, ma
preferivano chiamare la Montaña de Piedra; perì nella battaglia lo stesso vice-ammiraglio olandese
den Haen, il quale, come sappiamo, aveva sostituito nel comando il già defunto de Ruyter e a cui
una cannonata asportò la parte posteriore del capo. Da parte hispano—olandese morirono in
totale circa 1.200 uomini, tra i quali molti ufficiali generali e maggiori, tra cui i più elevati in grado
(los muertos de cuenta) furono, oltre al suddetto capitano generale Diego de Ibarra,
l’ammiraglio generale Francisco Pereyra Freire, l’ammiraglio Juan Vazquez Villaroel, il
tenente di mastro di campo generale Pedro Zevallos, il mastro di campo Francisco de Zuñiga e

153
suo fratello Juan, il tenente di mastro di campo Antonio Serrano, il provveditore generale Antonio
de Araujo, il segretario della capitaneria generale Juan de Revolledo, il capitano
dell’artiglieria Jerónimo de la Torre, il piloto maggiore della Santiago Giuseppe Cavarca, il
governatore della S. Felipe cap. Francisco de Luna, il maggiordomo dell’artiglieria Paris
Salsedo, il sergento maggiore italiano del terzo spagnolo del regno di Napoli Andrea di Bari,
diversi capitani di mare e di terra e inoltre 62 venturieri. A chi volesse comunque leggere
una descrizione in italiano della battaglia, la quale durò circa quattr’ore, consigliamo quella del
d’Auria, da integrare però con le relazioni francesi; noi ci limiteremo qui a ripeterne la descrizione
da lui data della sfortunata ammiraglia spagnola, cioè della grandiosa Nuestra Señora del Pilar:

... Finì gli ultimi giorni del suo imperio del mare quella vasta nave della Reale di Spagna, ch’era
una cittadella nuotante nel mare, magnifica per la grandezza e capacità, superba e ricca
per la manifattura e spesa straordinaria, inespugnabile per la grossezza e struttura de’ legnami,
coi quali sprezzava, a guisa di saldissime muraglie, i numerosi colpi de’ nemici, mentre ella sola
bastava ad abbatter un’armata al tiro de’ suoi cannoni, che, tutti di bronzo e grossissimi, ne avea
ben cento e...; ed anco era piena d’una scelta e poderosa milizia di mille e... soldati,
oltre la considerabile quantità de’ marinari e altri capi di guerra e d’artigliaria che governavano così
gran navilio.
Finì la sua gloria a forza di incendio (che per altro non poteva terminarla) negli scogli di
Castell’a mare, dove si salvò a nuoto buona parte delle genti, restando l’altra fatta preda del
fuoco; e quivi, divorata dall’accesse fiamme de’ suoi proprii legni, tra il fetore della pece e i
globi densissimi del fumo, venendo finalmente il foco ad appiccarsi nella camera della polvere,
che chiamano Santa Barbara, diede uno scoppio così terribile che cagionò un gran terremoto ne’
vicini edificii.
E, disparando i gran cannoni, colpendo nelle case vicine del borgo di S. Lucia, alcune palle
infocate di quelli accesero la polvere che stava riposta nel casamento di... Cordova a fronte del
luogo detto ‘San Bastianello’ e in alcun eparti ruppe e conquassò quasi tutto. E gli stessi
pezzi dell’artigliarie di essa, pur dall’interno fuoco accesi, colpirono altri luoghi vicini del borgo e
della città, non senza timore del popolo, non avvezzo in tali spaventi... (ib.)

La battaglia terminò verso le 15 e mezza circa, ora odierna. I francesi non ebbero perdite di
rilievo, ecceziona fatta di sei vascelli di fuoco, i quali però, prima di affondare tra le fiamme,
avevano ben fatto il loro dovere; il giorno seguente i loro vascelli andarono a ritirarsi all’isola di
Lustrica (oggi ‘Ustica’) e vi si trattennero due o tre giorni per i primi interventi di risarcimento; pio
partirono per Tolone, facendo sosta a Livorno, e le sole galere fecero invece ritorno a Messina.
L’Auria scrisse però che, a giudicare dai tanti cadaveri dei loro che furono poi trovati spiaggiati
nei dintorni di Messina, avevano perso molta gente:

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... Ed alcuni cadaveri di nobili francesi, benché col peso di grosse palle legate alle braccia ed a’
piedi per dover andar a fondo e non esser conosciuti, con tutto ciò dal mare con l’agitazione de’
venti furono gettati alla spiaggia; e tra questi alcune femine di bello e gentil volto... (ib.)

Frattanto alla fine di maggio il principe di Valle aveva lasciato Napoli per andare a combattere
per la casa d’Austria nell’est europeo; vi farà ritorno non prima di due anni dopo. Venerdì 19
giugno arrivò a Napoli da Reggio notizia che i duchi di Martina e di Canzano, per una questione
di precedenza, si erano sfidati a duello davanti ai loro terzi squadronati in campagna, tanto che
anche i rispettivi soldati avevano cominciato ad azzuffarsi con qualche morto e ferito; era però
giunto tempestivamente a dividerli il generale Brancaccio e i due mastri di campo erano stati
puniti con qualche giorno di sequestro, cioè di arresto. Andrea Coppola duca di Canzano dopo
alcuni mesi, promosso sargente generale di battaglia, lascerà il comando del suo terzo e
arriverà da Napoli a sostituirlo Marino Carafa, fratello del duca di Matalona (poi ‘Maddaloni’), il
quale sarà però comandato per Milazzo solo nel giugno dell’anno seguente. Lunedì 22 salpò da
Palermo per Milazzo una galera genovese arrivata a Napoli la settimana precedente; portava a
quell’esercito di Sicilia il suo nuovo mastro di campo generale, cioè il già menzionato Francesco
Arboreo di Gattinara dei conti di Sartirana, marchese di S. Martino, appena arrivato in Sicilia:

Venne in Palermo il conte di Sartirana, milanese, maestro di campo generale, per dover
passare a Melazzo al comando di tutto il nostro esercito. È uomo poco men d’anni sessanta; e
subito si sposò con la moglie che fu del già maestro di campo del terzo degli spagnuoli, pure
signora di Milano, de’ conti di Gattinata. Così, prima d’andar ne’ campi di Marte, si legò in quei
di Venere, (cosa) non ben conveniente a’ tempi di guerra. Venne pure con lui il (nuovo) maestro
di campo ordinario del terzo degli spagnuoli in questo regno (di Sicilia) (ib.).

Sposò dunque una sua parente... ma qui l’Auria sbagliava perché l’Arboreo, nonostante il suo
titolo, era napoletano, non milanese.

Tra gli ultimi (giorni) di questo mese di giugno alcune galere di Francia portarono nella città
d’Augusta circa trecento soldati che chiamano ‘dragoni’.... (ib.)

E lo stesso Auria, più avanti:

Dicono che l’abbate Castelli, messinese, ribello del nostro Re (om.), abbia voltato a favor del
nostro re e fatto congiura d’uccidere quattrocento soldati a cavallo, chiamati ‘dragoni’, sotto lo
stendardo del re di Francia in Messina; e, scoperto questo disegno, sia stato carcerato e nella
stessa carcere fatto morir segretamente dal duca di Bivonè (‘Vivonne’).

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Parleremo poi di questi dragoni, in occasione cioè del primo arrivo di questo nuovo nome anche
nel regno di Napoli. Presero dunque detti dragoni francesi, avvicinandosi a Messina, il castello
costiero della Bruca, il quale era stato abbandonato dagli spagnoli perché ritenuto non
importante, e altri francesi occuparono un altro luogo costiero, questo detto l’Agnone, nel
Catanese e cominciarono a fortificarlo. Venerdì 3 luglio arrivò poi una feluca da Milazzo con la
notizia che i franco-messinesi avevano assalito di nuovo la terra della Scaletta – uno dei quattro
luoghi forti degli spagnoli più incombenti su Messina, essendo gli altri il casale del Gibiso,
Taormina e ovviamente Milazzo - ma ne erano stati di nuovo respinti con la perdita , come si
diceva, di più di 300 uomini e invece di pochissimi spagnoli; si seppe pure che una feluca inviata
a Palermo da negozianti napoletani con un carico di pezze di scarlattina era stata predata dai
francesi. Alcuni giorni dopo arrivò a Messina un’armata francese di 30 vascelli, le solite 24
galere, 15 brulotti, 10 tra galeotte e brigantini, 10 feluche armate da 16 remi e 15 tartane
cariche di fanteria.
Il 10 luglio il marchese di Villafranca intimò al suddetto nuovo mastro di campo del terzo fisso di
Sicilia, un cavaliere di casa Angul (sic), di lasciare il regno di Sicilia entro 24 ore; questi era
arrivato dalla Spagna solo da qualche giorno e si era subito reso inviso al viceré per aver parlato
apertamente contro di lui. Partecipata con una lettera questa sua decisione al viceré di Napoli,
questi commentò privatamente che chi bisognava sostituire era il marchese stesso, il quale
aveva dimostrato un’avversione particolare per i migliori comandanti che la Spagna aveva
inviato alla guerra di Sicilia, avendo già fatto incarcerare nella fortezza di Termini un cavaliere di
Malta aragonese per gli stessi motivi, e che con questo suo modo di fare avrebbe finito per
provocare la perdita di quel regno. Nella settimana tra il 12 e il 19 luglio due galeotte corsare
turche sbarcarono uomini nei pressi di Capo d’Otranto per catturare abitanti da fare schiavi, ma
furono fortunatamente respinti con l’uccisione di cinque o sei nemici. Sabato 18 arrivò dalla
Spagna al già menzionato marchese di Santa Cristina la nomina a generale dell’artiglieria e a
nuovo governatore dell’armi delle Calabrie in sostituzione del Brancaccio ed egli dunque
dichiarò che si sarebbe presto incamminato per Reggio per andarVi a prendere possesso della
sua nuova carica; il giorno seguente furono fatti imbarcare su alcuni legni già da qualche tempo
in attesa nel porto di Napoli 250 soldati del nuovo mastro di campo Titta di Palma e sarebbero
partiti il giorno seguente alla volta di Milazzo accompagnati da una scorta di galeotte e feluche;
arrivarono a Palermo il 26 luglio e si trattava invece, a quanto ne scrisse l’Auria, non di 250
bensì di 700 soldati su tre vascelli ben armati e di due tartane cariche di polvere, palle e miccio.

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Domenica 2 agosto seguì l’arrivo di altri due velieri carichi di polvere e palle per i vascelli di
Spagna e le galere di Napoli che si trovavano a Palermo:

... Con che si vede ogni giorno la mirabile operazione dl detto viceré di Napoli, con la quale
provede con denari, vettovaglie e munizioni le gale e vascelli di Spagna (ib.)

Giovedì 6 agosto l’armata d’Olanda lasciò Palermo; il 10 il senato di Palermo, nell’ambito dei
nuovi piani di difesa della città, scrisse al viceré di Napoli de los Velez per far richiesta di
casse e ruote d’artiglieria, generi di cui la produzione era in Sicilia molto carente; il 16 e poi
ancora nella prima decade del mese successivo giunsero a Messina rinforzi navali francesi
della cui consistenza non si parla però nelle cronache del tempo. Sabato 26 settembre lasciò
Palermo con tre galere del duca di Tursi il deposto viceré duca di Ferrandina e marchese di
Villafranca e il 28 arrivò a Napoli, essendo stato sostituito nel governo di Sicilia da Aniello de
Guzman marchese di Castel Roderigo; giunse poi la notizia che i francesi, ricevuti dalla
Francia dei rinforzi, erano all’offensiva nel Messinese e nel Siracusano con circa 8mila fanti e
600 cavalli; approfittando infatti anche della conquistata supremazia sul mare, soldatesche
sbarcate da 25 galere francesi avevano il 7 ottobre preso Melilli, forte che gli ispano-alemanni
occupavano per impedire la eventuale progressione dei franco-messinesi verso Siracusa, e
che poi, non avendo forze sufficienti per mantenerlo, i transalpini smantellarono e
abbandonarono; presero ancora il 19 ottobre Tauromina (oggi ‘Taormina’), sito fortificatissimo
che dava adito a Catania e il cui comandante, Carlo Ventimiglia conte di Prades, s’era forse
proditoriamente subito arreso, e poi Scaletta dopo averla assediata strettamente; ambedue le
suddette città, avendo opposto resistenza al nemico, furono anche crudelmente
saccheggiate; sconfissero inoltre migliaia di spagnoli nella battaglia di Mola e assalirono
Carlentini, dovendo correre alla difesa di quest’importante luogo lo stesso suddetto nuovo
viceré. Gli scontri s’intensificavano e in uno tra la cavalleria del generale Bracamonte e i
transalpini che si ritiravano da Melilli restarono uccisi diverse centinaia di questi e gravemente
ferito il generale della cavalleria francese marchese di Villedieu, mentre a Taormina era
rimasto ferito e catturato il già ricordato giovane colonnello Andrea Cicinelli; verso la metà del
mese una galeotta di Milazzo catturò una feluca che recava in Francia una richiesta di rinforzi
inviata dal duca di Vivonne.
Verso il 25 ottobre salparono da Napoli due tartane cariche di provviste per le galere che si
trovavano a Palermo, mentre altre attendevano in porto quattro compagnie di cavalleria che
anche si dovevano inviare in Sicilia su richiesta del marchese di Castel Roderigo; non essendo
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ancora questi altri legni in ordine di viaggio, i soldati delle dette compagnie ciondolavano per
Napoli già da qualche tempo. Nello stesso ottobre gli spagnoli dichiararono piazza d'armi
Catania, mentre operava contro i franco-messinesi anche il terzo napoletano di Titta Caracciolo
Pisquizj duca di Martina, corpo alla cui recente costituzione abbiamo già accennato; ma
s’incominciò poi a sentire che la guarnigione della Scaletta non poteva più reggersi per
mancanza di munizioni e che aveva perso un pozzo importante guardato dal terzo di Milano ed
infatti la sera di domenica 15 arriverà a Napoli la pessima notizia che la piazza aveva capitolato
il 7 novembre, rendendosi poi il 10 e andandosi infine, come da accordi, la guarnigione a ridurre
a Reggio portatavi da legni francesi, avvenimento che aveva fatto subito pendere di nuovo dalla
parte dei francesi le fortune della guerra e provocato tumulti e risvegliato malumori anti-spagnoli
in tutte le principali città siciliane, dove già la repressione politica sanguinosa del viceré, la quale
aveva colpito anche i nobili, stava contribuendo non poco ad aumentare le fila del partito filo-
francese.
Non ostante la gravità della guerra che si combatteva alle frontiere meridionali del regno, ai
napoletani si richiedeva anche di non dimenticare il loro impegno universale al servizio della
corona di Spagna e pertanto nel marzo precedente si erano approntati 500 fanti regnicoli di
nuova leva, i quali, d'ordine di Sua Maestà, il mastro di campo Cecco Caracciolo marchese di
Grottola aveva levato e doveva condurre in Spagna per reclutare i terzi napoletani che colà
militavano. Notevoli sono dunque per quest'anno le tracce di leve che ci sono pervenute
attraverso i rogiti concernenti partiti del vestiario militare; abbiamo infatti mille vestiti di fanteria
appaltati al partitario Gregorio Fontana, 1.500 a Domenico Testa e 4.000 a Donato Maffeo, tutti
di panno peluzzo di Piedimonte strafino, ossia di una delle migliori qualità di tessuto di lana che
il Regno di Napoli fosse in grado di produrre.

(Napoli, 3 novembre:) Maltrattati a causa di donne dalli soldati spagnuoli li giorni passati due
soldati corsi di quelli che fin’ora si sono qui arrollati, questi s’unirono in truppa e in due volte
ammazzarono circa 18 spagnuoli e, benché questi ministri abbiano mandati in galera due di essi
corsi, li più colpevoli, pure puol temersi che il rumore si rinovi, massime per l’inconveniente di
lasciar abitare li suddetti corsi nelli quartieri de’ spagnuoli a Pizzofalcone (A.S.V. – Nun. Nap.
86).

Gli altri corsi furono subito strettamente consegnati a Pizzo Falcone, quartieri ai quali il
Collaterale fece a tal uopo porre delle guardie, e si pensava di completarne al più presto la leva
per inviarli a Reggio e così liberarne la città.

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Lunedì 16 novembre furono poi finalmente imbarcate le suddette quattro compagnie di
cavalleria richieste dal viceré di Sicilia e otto di fanteria, quattro italiane e quattro spagnole,
queste da sbarcarsi a Tropea, dove si temevano attacchi del nemico; le nove tartane avrebbero
dovuto salpare il giorno seguente, ma detta partenza fu rimandata perché si erano appena
avvistate 12 vele francesi, tra cui quelle di galere, alle Bocche di Capri, ma poi si dirà che il
rinvio avveniva solo per i soliti motivi e cioè per il maltempo; in seguito, la sera di lunedì 23, le
predette soldatesche furono tutte sbarcate perché a bordo consumavano provviste e perché i
cavalli vi morivano. Finalmente la sera del 29 novembre le dette tartane, reimbarcati i soldati,
poterono finalmente partire scortate da sei galere; queste però, arrivatisi alle Bocche di Capri, a
causa del forte vento contrario che arrivò a spezzare lo sperone d’una di esse, dovettero
tornarsene indietro lasciando le tartane a proseguire da sole; sulla precarietà nautica delle pur
veloci galere torneremo più avanti. Incontrata una vera e propria burrasca, cinque delle nove
suddette tartane arrivarono ugualmente a Reggio, ma le altre, disperse dal vento nello stesso
golfo di Napoli, dovettero far ritorno in porto e queste portavano i già menzionati e indisciplinati
soldati corsi, i quali, appena scesi a terra, evidentemente terrorizzati dai pericoli corsi nel fallito
tentativo di traversata, fuggirono da tutte le parti, mancandone così più di 100 in breve tempo,
né si sapeva da che parte s’erano incamminati; ad evitare altre fughe, furono ripartiti come
guarnizione di marina sulle dette galere le quali erano in attesa del ritorno del buon tempo per
riprendere il viaggio per Palermo, dove si recavano per scortare poi da lì a Finale Ligure un
convoglio di sette od otto tartane dell’armata di Spagna che vi andava a imbarcare 3mila soldati
milanesi destinati in Sicilia, e inoltre si stavano provvedendo del necessario quelle del duca di
Tursi che dovevano portare a Genova il marchese di Villafranca. Il detto convoglio lascerà il
molo di Palermo per Finale il giovedì 17 dicembre.
Martedì 8 dicembre giunse notizia dell’arrivo a Messina d’un imponente rinforzo francese con
sbarco di ben 4mila fanti e 400 cavalli, mentre Milazzo era ormai bloccata avendo i franco-
messinesi ormai in loro mano tutti i posti e casali d’intorno ed essendo anche padroni del mare;
a questo punto dunque la Francia aveva saputo far tornare le sorti della guerra a suo favore e il
nunzio apostolico in data 22 dicembre così scriverà al suo segretario di stato a Roma:

... Importando molto che Vostra Eminenza sappia il vero stato delle cose de spagnuoli in queste
parti, ho cercato attentamente di rinvenirle; per quello che tocca il governo politico, è debole,
perché in due regni (Napoli e Sicilia) non vi sono viceré sufficienti a reggere la carica che
sostentano; il (ramo) militare è in peggior stato, non essendovi veruna immaginabile forma e
direzione, perché non è in armata capitano veruno di rispetto. L’armata di mare è totalmente
disordinata; le galere della squadra di Genova, che stavano un poco all’ordine, ora sono anche
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queste in stato tale che non possono navigare; il maggior sostentamento (disponibile) per la
futura campagna è di (soli) scudi 300mila… (ib.)

Negli ultimi giorni dell’anno arrivarono a Napoli 100 soldati di nuova leva arruolati nel territorio di
Capua e furono rinchiusi nell’arsenale dove, com’era d’uso, sarebbero stati istruiti agli esercizi
militari.
Nel corso di questo 1676 l’imperatore Leopoldo I d’Austria, costretto a inviare un poderoso
esercito al Reno per fronteggiare l’espansionismo francese, era stato costretto a distogliere
forze dalla repressione della ormai annosa ribellione ungherese condotta dal suo gen. friulano
Strassoldo; frattanto nell’Europa settentrionale, nell’ambito della guerra nordica di Scania
iniziata nel 1674, il 1° giugno gli alleati dano-olandesi comandati dall’ammiraglio generale
olandese Cornelis Tromp avevano ottenuto nel Mar Baltico, nelle acque tra le isole di Bornholm
ed Öland, una grande vittoria navale sulle pari forze svedesi dell’ammiraglio Lorentz Creutz,
battaglia nella quale erano affondati cinque vascelli svedesi, tra i quali il Kronan, uno dei più
grandi del suo tempo. Gli svedesi si erano però presto rifatti a terra e infatti il ventunenne re
Carlo XI e il suo maresciallo di campo Simon Grundel-Helmfelt avevano dapprima sconfitto il 17
agosto a Fyllebro presso Halmstad l’esercito danese comandato dal generale mercenario
scozzese Jackob Duncan e poi di nuovo il 4 dicembre a Lund presso Malmö, pur con molte
perdite di uomini e bandiere in una sanguinosissima battaglia, quello capitanato dallo stesso
trentenne re di Danimarca Cristiano V e dal generale Carl von Arensdorff. In quel tempo, negli
ultimi mesi dell’anno, il re e condottiero polacco Jan III Sobiewski aveva ottenuto altri importanti
successi militari contro i turchi costringendoli così alla pace di Zurawno.

1677. Mercoledì 20 gennaio i suddetti soldati corsi salparono finalmente per Reggio portati da
tre galere. A metà del mese successivo arrivò al viceré la ferale notizia che le otto tartane che
portavano le summenzionate soldatesche milanesi da Finale a Palermo erano incappate in una
burrasca nelle acque di Porto Longone e due erano naufragate con perdita di circa 400 uomini;
e, come se questo non bastasse, alcuni uomini di comando delle stesse, salvatisi su un piccolo
battello di salvataggio, erano poi rimasti preda di una saettia di corsari mori, per cui il viceré, per
negoziarne il riscatto, spedì immediatamente, la notte di lunedì 15 febbraio, un corriero a
Livorno, evidentemente perché detti corsari usavano poi fermarsi ad accettar riscatti sulle coste
degli stessi mari in cui avevano appena compiuto delle razzie. Altre due delle dette tartane,
molto danneggiate dalla burrasca, si dovettero fermare a Porto Longone e quindi a Palermo ne
videro poi arrivare solo quattro.
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Alla fine della prima settimana di marzo seppesi dalla Spagna che si sarebbe presto
inviato in Sicilia il tercio della guardia reale detto della ciamberga, nome questo dovuto
evidentemente all’esser quello il primo tercio spagnolo ad andar vestito di quel nuovo indumento
marziale, il quale avrà poi tanto successo da caratterizzare sia il vestiario militare sia quello
civile per circa un secolo e mezzo. Negli stessi giorni, pressato dalle continue istanze in tal
senso dal marchese di Castel Roderigo, il viceré marchese de Astorga ordinò che si
assentassero, cioè si arruolassero, nuovamente le milizie del Battaglione e della Sacchetta in
tutto il regno per trarne al più presto un nuovo corpo da inviare in Sicilia, mentre già alla metà
del mese nell’arsenale di Napoli si ammassavano soldatesche di nuova leva e provvisioni
belliche. Domenica 14 marzo arrivò un corriero con dispacci di Sicilia che riferivano l’arrivo di
altri vascelli francesi a Messina e di scontri presso Milazzo e Taormina, nei quali i francesi
avevano ancora avuto la meglio.
Per alleggerire il fronte siciliano, i francesi cercarono d’aprirne un altro assaltando
Piombino, me ne furono respinti e forse fu per il concretizzarsi di queste minacce che nel mese
d’aprile di questo 1677 si levavano soldati anche nei Presidi di Toscana; più tardi in Sicilia i
transalpini, sorpreso nottetempo dal nemico, persero il borgo e castello della Motta, perdita che
presto provocò la ritirata francese dalla stessa Tauromina, da quel castello sovrastata.
Il martedì 13 aprile si trovava a Napoli il conte milanese Barbò, il quale aveva sino allora militato
a Milazzo, ma era ora stato nominato nuovo generale dell’artiglieria e governatore dell’armi di
Reggio in luogo del San Crispiero. Il venerdì santo 16 aprile, all’età di soli 35 anni, morì il nuovo
viceré di Sicilia marchese di Castel Roderigo dopo tre soli giorni d’indisposizione e a causa, si
diceva, delle conseguenze d’una vecchia ferita interna ricevuta in Catalogna; arriverà a Palermo
in sostituzione pro interim il luogotenente provvisorio di viceré Ludovico Fernandez Porto
Carrero, cardinale di Toledo, liberando così dalla gravezza della vice-reggenza la consorte del
Castel Roderigo, cioè Leonora de Moura y Guzman; il cardinale sarà poi nominato luogotenente
generale dell’armata del re in Sicila nel novembre successivo.
È del 22 aprile una cedola reale indirizzata al viceré di los Vélez, dove il re Carlo II,
richiamandosi alla recente abolizione nell’esercito di Fiandra della figura di luogotenente di
mastro di campo generale, in considerazione che questa andava sostituita dalla nuova figura di
sargente generale di battaglia recentemente introdotta, come già sappiamo, in tutti gli eserciti
della Spagna come coadiutrice di varie figure generali e cioè sia di quella del mastro di campo
generale sia di quella del generalissimo (capitano generale) sia di quella del governatore
dell’armi, concedeva che, per quanto riguardava gli altri eserciti, la carica di luogotenente di

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mastro di campo generale potesse per ora restare e coesistere con quella di sargente generale
di battaglia; però, dove a costui venissero dai predetti generali superiori affidati incarichi
meritevoli di aiutanti, gli si dessero quelli del tenente di mastro di campo generale. La predetta
specificazione attributiva di battaglia non era del tutto nuova, infatti per esempio, come si legge
nelle già citate memorie del de Bourdeilles, nella fanteria francese quello che ora si chiamava
sergent major s’era nel precedente Cinquecento chiamato appunto sergent de bataille.
Il 23 venerdì aprile lasciò Palermo una galera spagnola che, per maggior sicurezza del regno,
trasferiva in ceppi a Napoli 9 nobili siciliani sospetti di tradimento e sino ad allora detenuti nel
Castell’a mare di Palermo; nella notte tra il 26 e il 27 salparono invece da Napoli per la Sicilia
cinque galere del duca di Tursi che portavano soldatesche e una somma di denaro per le
esigenze di guerra. In un'altra missiva del 1° maggio indirizzata al suo governo, il nunzio
apostolico a Napoli esprimeva un altro sconfortante giudizio dello stato della guerra:

Ho cercato destramente di sapere lo stato della Sicilia in questo principio di campagna e trovo
che le cose de’ spagnuoli vanno di male in peggio; poca gente mal comandata e peggio pagata
e però (‘perciò’) più d’aggravio che sollievo a’ siciliani. Le diffidenze della nobiltà cresciute a
gran segno dopo la carcerazione d’otto nobili palermitani condotti in questi castelli ed in gran
parte senza fondamento… Melazzo ha fortificazioni grandi e malfatte che non si puol sperare
molta difesa in caso d’attacco. Palermo è poco forte, Siracusa potrebbe resistere. Se alli
francesi arrivano li decantati soccorsi, l’isola è in grande pericolo… (ib.)

In effetti proprio in quei giorni erano arrivati a Messina altri vascelli francesi, tra i quali il
pregevolissimo Grand Louis, accolti da tre giorni di festeggiamenti, e sbarcarono 2mila fanti
svizzeri al soldo francese e molte provvisioni, mentre si diceva di dispute tra i comandanti
spagnoli e che il generale Bracamonte si fingeva indisposto a Catania. Il giovedì 13 maggio
arrivò a Palermo con tre galere il nuovo viceré cardinal Porto Carrero, il quale si era imbarcato a
Gaeta; intanto, continuando gli scontri di terra ora con alterna fortuna, i messinesi s’erano messi
a scorrere le coste calabre con piccoli legni sottili, vale dire remieri, e avevano predato delle
feluche, per cui sabato 22 maggio partì per Reggio il suddetto conte Barbò, nuovo governatore
dell’armi di quella città, al quale era stata fornita una dotazione di galeotte e feluche con la quale
guardare quelle coste da simili scorrerie, e il giorno seguente salparono due galere che
portavano rinforzi e provvisioni agli ora certo più trascurati presidi di Toscana. Nel Regno di
Napoli frattanto si sollecitava l’adunata del Battaglione, si continuavano le nuove leve e si
allestivano legni per trasportarle in Sicilia; certo è che il lunedì 31 maggio arrivarono a Palermo
da Napoli 5 tartane cariche non solo di palle, miccio e polvere per l’artiglieria ma anche di

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chiodi, tavole e altro legno per il raddobbo dei vascelli spagnoli, per il quale portavano inoltre 40
maestri calafati:

... Onde nel molo (i vascelli spagnoli) cominciarono a scaricare tutta l’artiglieria in terra ed altre
robbe e si voltarono a costato (‘di fianco’), riconsando (‘risarcendo’) quel che bisognava (Auria).

Come sempre in Sicilia, Messina a parte, le maestranze di cantiere e le produzioni meccaniche


in generale scarseggiavano. Nei primi giorni di giugno arrivò invece a Messina e Augusta la
nuova armata di Francia e si trattava di 28 vascelli da guerra e poi alcuni brulotti e poi molte
polacche e tartare cariche di uomini, cavalli, vettovaglie e materiali per un totale di un centinaio
di vele; non c’erano stavolta nuove galere perché quelle a disposizione della Francia nel
Mediterraneo si trovavano già tutte nel teatro di guerra e cioè 12 nella darsena di Messina e 10
in quella di Civitavecchia.
Il venerdì 18 giugno arrivarono a Palermo da Napoli quattro siciliani che si trovavano colà
incarcereti nella Vicaria per reati non pubblicati e furono inviati al confino per ordine della giunta
dei ministri; si trattava del dottor Giovanni Montalto, del dottor Giuseppe Gisino, di Giuseppe
Cicala e di un quarto di cognome d’Agate. Più tardi, la domenica 27, arrivarono a Palermo
invece soccorsi per la causa di Spagna e cioè sette grossi vascelli da guerra - quattro olandesi
e tre spagnoli, dai quali sbarcarono 1.300 soldati spagnoli con vari comandanti e tra questi i più
cospicui erano il duca di Borneville, il quale veniva a prendere il comando in capo dell’esercito
regio come mastro di campo generale e che poi, contrariamente a quanto suddetto dal nunzio,
pare trovasse le maggiori piazze militari del regno di Sicilia in buono stato di difesa, il marchese
di Villafiel, al quale si conferiva invece il generalato dell’armata di mare e il nuovo mastro di
campo del tercio spagnolo di Sicilia. Quanti fossero ora in totale i vascelli da guerra che si
trovavano nel porto di Palermo non sappiamo, anche perché i vascelli olandesi, aumentati poi a
cinque, se ne andarono presto in corso nelle acque siciliane; mentre le galere erano, scriveva
l’Auria, 17, tra cui alcune di Spagna, altre di Napoli, Sicilia, Genova e due di Sardegna.
Frattanto nello stesso giugno a Messina i francesi, sbarcate anche tutte le genti di marina dai
vascelli, avevano passato di nuovo in rivista le loro forze e risultarono allora circa 9mila fanti e
600 cavalli, ma sembrava che aspettassero ancora rinforzi portati da otto loro galere che si
trovavano allora a Civitavecchia, probabilmente le stesse che poi arriveranno effettivamente a
Messina il giorno 13 luglio successivo. All’inizio di luglio, tanto per ricordare al regno che nel
Mediterraneo c’erano ancora anche i soliti nemici di sempre, cioè i mussulmani, vele corsare
turco-barbaresche fecero alcuni schiavi in località Saline d’Otranto; inoltre, lettere del 5 luglio da
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Reggio riferivano che, sbarcati presso Cariati e nelle terre di Carucoli e Strongoli in Calabria
circa 300 franco-messinesi, avevano predato gran quantità di bestiame e, sequestrati due
personaggi facoltosi di quei luoghi, se ne erano tornati a Messina; infine, giungerà notizia che il
procaccio di Bari era stato aggredito e svaligiato dai banditi pugliesi.
Lunedì 12, dettero mostra le soldatesche che si erano approntate per Reggio e si trattava dei
700 fanti del nuovo terzo del mastro di campo Restaino Cantelmo, i quali, come era d’uso,
appena rassegnati si facevano subito imbarcare ad evitare che poi ne fuggissero ancora,
risultando così mancanti dai ruoli; salparono la notte seguente, ma dovettero subito andare a
mettersi sotto la protezione dei cannoni di Capri per evitare vele francesi che erano state
avvistate verso Ischia; si trattava di 36 velieri, tra armati e da carico, e 21 delle solite 25 galere
che aveva nel Mediterraneo la Francia che arriveranno poi a Messina verso la metà di questo
luglio. La stessa predetta notte del 12 salparono pure le galere di Napoli per recare provvisioni
ai Presidi di Toscana, ma avrebbero proseguito il viaggio fino a Genova per portarvi Melchor de
la Cueva, il quale tornava a Madrid; torneranno a Napoli sabato 31 luglio, avendo compiuto la
traversata da Genova in soli tre giorni per sfuggire all’inseguimento d’alcuni vascelli francesi. In
quei giorni erano anche partite per Palermo quattro tartane che, oltre a munizioni e materiali
bellici, portavano duecento soldati di cavalleria da montarsi però con cavalli siciliani; arriveranno
a destinazione il 16 luglio. Martedì 27 luglio entravano frattanto in Napoli due compagnie di
schiavoni (‘dalmatini’) arrolati da un notabile raguseo e prendevano alloggio in attesa d’essere
anch’esse imbarcate per la Sicilia. Il 29 tornavano invece a Palermo i suddetti cinque vascelli
olandesi che erano andati in corso; avevano sostato alcuni giorni a Trapani, dove però non
avevano avuto pratica perché avevano catturato turchi e preso robe e merci da qualche loro
veliero mercantile in Barbaria; non si poteva certo rischiare di entrare in guerra anche con la
Turchia, perlopiù tradizionalmente alleata della Francia! Per lo stesso motivo a Palermo fu
permesso a uno solo di essi di ormeggiarsi al molo perché a rischio di affondare e quindi
bisognoso di essere urgentemente racconciato; ma non fu concesso a nessuno dell’equipaggio
di scendere a terra.
All’inizio d’agosto arrivarono notizie più confortanti e cioè che a Palermo erano felicemente
arrivate, oltre alle suddette quattro tartane da Napoli, altre da Finale con soldatesche lombarde;
che nelle acque di Trapani siciliani i suddetti vascelli corsari olandesi avevano preso cinque
tartane francesi e affondatene altre due; che bande di villani avevano fatto razzie nel
Taorminese, uccidendo e catturandone molti francesi di quei presidi, e infine che da Messina
fuggivano molti disertori francesi, essendone arrivati a Palermo in una settimana più di 70.

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Nell'agosto salparono da Napoli sei galere e nove tartane sotto il comando di Nicola Pignatelli
(giovine spiritoso e di grande aspetto) per portare rinforzi all'armata di Spagna impegnata contro
Messina. In quest'anno tornò a Napoli dalla Catalogna il mastro di campo Antonio di Gaeta
marchese di Montepagano, figlio di quel Cesare che era stato anch'egli mastro di campo; era
latore d’ordine reale che gli si dovesse dare un terzo napoletano di nuova costituzione e infatti,
assoldati mille fanti, li portò con le galere a Finale e poi a militare nel Milanese; fu in seguito
governatore dell'importante piazza di Sabbioneta nella stessa Lombardia e nel 1681, essendo
stato riformato il suo terzo, s’imbarcò a Genova e tornò in patria con la ritenzione del soldo di
mastro di campo e con ordine reale che gli si formasse un altro terzo; invece, evidentemente su
sua stessa richiesta, ciò non avvenne e ottenne invece ben più importanti incarichi e infatti fu
prima preside della provincia di Montefuscoli e poi di quella dell’Aquila.
Nella seconda metà di agosto si riferiva da Reggio che, in occasione di un’altra mostra data dal
corpo di spedizione francese a Messina, si trovarono presenti in quel porto 34 legni da guerra
transalpini, di cui 16 galere; ma pochi giorni dopo, sempre da Reggio, veniva invece notizia che
l’armata francese era uscita in mare forte di 19 galere, una galeotta, una polacca, 20 vascelli da
guerra e sette brulotti e molte tartane cariche d’attrezzi d’assedio, temendosi che, essendo
allora padrona di quelle acque, volesse tentare Reggio o Catania; invece poi il giorno 22 i soli
suddetti 21 vascelli remieri, accompagnati da due feluche lunghe, si presentarono davanti
Milazzo e sbarcarono su quelle marine soldatesche, le quali però, subito affrontate da quelle
nemiche uscite dalla piazza d’armi, furono presto costrette a reimbarcarsi con perdite, mentre le
stesse galere, bersagliate dalle artiglierie del castello e dei baluardi, dovettero allontanarsi con
la Reale e un’altra molto danneggiate.
Alla fine d’agosto fecero vela per la Sicilia galere e tartane, le quali, oltre alle solite provvisioni,
portavano sette compagnie di soldatesca e tra queste le suddette due di schiavoni; ma, a causa
delle sfavorevoli condizioni atmosferiche, dovettero andare a ripararsi prima a Nisida e poi,
come sembrava, a Massa in attesa che le stesse migliorassero; fortunatamente dopo meno di
dieci giorni arrivò da Palermo notizia che lunedì 30 agosto il detto convoglio era colà arrivato:

Vennero in Palermo cinque galere della squadra di Napoli con quattro tartane piene di
bastimenti e munizioni. Portarono duecentocinquanta soldati albanesi non mai visti in Sicilia,
vestiti tutti di rosso, molto bene addobbati, con berrette rosse lunghe, riversate (‘rivoltate’), sotto
il comando de’ loro capitani ed alfieri, che portano le loro ginette e venabli (‘partigiane e
venabuli’) come gli altri (Auria).

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Nel settembre, usciti da Messina anche per terra, i francesi in numero di 5mila fanti e mille
cavalli erano avanzati il giorno 10 sino a Mascali, da loro saccheggiata e da dove minacciavano
Catania, mentre con forze pressoché pari il duca di Borneville li fronteggiava, trovandosi nelle
vicinanze d’Ariaci; seguirà poi uno scontro in località Belvedere, in cui i francesi avranno la
meglio e poi si porranno all’assedio di Calatabiano, mentre negli stessi giorni in soccorso di
Catania partivano da Palermo 22 galere, ognuna con 50 fanti e qualche pezzo d’artiglieria da
sbarcare.
In quel mentre a Messina si soffriva per penuria di viveri e pertanto i messinesi, armati molti
piccoli legni remieri sottili detti barche lunghe, imbarcazioni velico-remiere adriatiche simili alle
fragate, introdotte dai corsari uscocchi, poi usate dagli albanesi e ora anche da barbareschi ed,
evidentemente, siciliani, e simili anche a quelle di egual nome che usavano nell’Atlantico
francesi e inglesi, scorrevano le coste della Calabria razziandone molto bestiame e biade e
predando feluche e altre imbarcazioni da carico che da Pizzo e da Pavola si recavano a Napoli;
legni francesi avevano inoltre fermato sette fregate di Malta che si recavano alla fiera di Salerno
e ne avevano obbligate cinque a seguirle a Messina e a vendere colà i loro carichi.
Frattanto giovedì 16 settembre la galera Padrona di Napoli era salpata per riportare a Palermo il
capitano generale dello stuolo di Sicilia e cioè il marchese di Bayona, riconfermato dal re il quel
ruolo, uomo troppo potente, oltre che spagnolo, perché potesse esser stato così facilmente
eliminato; quando arriverà nella capitale siciliana vi provocherà qualche tumulto, perché inviso
alla nobiltà, la quale ben ricordava come egli avesse fomentato il popolo contro di lei, e le cose
poi per lui diventeranno così sfavorevoli che all’inizio di novembre, portato da una galera di
Spagna, se ne tornerà a Napoli, dove arriverà giovedì 11 novembre con il generale della
cavalleria Diego Bracamonte, passato questi nel frattempo da Catania a Palermo, asserendo
ambedue di esser stati richiamati alla corte di Madrid; la galera, corso il rischio di essere
catturata da 12 vascelli francesi che le avranno dato la caccia, sarà salutata all’arrivo con salva
di cannoni particolare dai castelli di Napoli perché nel frattempo il marchese era diventato
grande di Spagna, titolo da lui ereditato con il marchesato di Santa Croce. I siciliani, popolo
giudicato tradizionalmente molto fazioso, ma anche fiero e sempre insofferente dei dominatori,
dimostravano spesso ostilità a chi giungeva a governarli ed in quel periodo anche i catanesi
tumultuavano contro Andrea Coppola duca di Canzano, ora evidentemente governatore militare
di quella città, in seguito ad alcuni suoi dissapori con influenti nobili catanesi. Nello stesso
settembre furono inoltre spedite da Napoli truppe di cavalleria anche in Catalogna, truppe che si
erano cominciate a formare, come sembra, già dall'inizio dell'anno, in considerazione che uno

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dei loro capitani, Domenico Dentice, ne aveva avuto patente dal viceré di los Vélez il 5 febbraio.
Alla fine di detto mese uscirono da Palermo 23 galere, tre bergantini e una galeazza,
quest’ultimo un tipo di mercantile velico-remiero, anche se non sottile come la galera, che
sopravvivrà, perlomeno a Venezia, sino alla fine del secolo successivo, e, dopo esser stati
respinti indietro nel porto dal maltempo per ben tre volte, riuscirono finalmente ad andare a
sbarcare a Milazzo 3mila soldati; torneranno poi a Palermo molto maltrattati dalle burrasche,
come altrettanto maltrattati furono i 12 vascelli del Villafiel pure usciti da quel porto e riparati poi
a Milazzo. Verso il 10 ottobre salparono da Napoli due altri legni, probabilmente anche in questo
caso delle tartane, i quali portavano Palermo circa 200 fanti, munizioni ed attrezzature per le
suddette galere.
Incominciavano a giungere frequenti notizie di diserzioni di massa dall’esercito francese in
Sicilia dovute, si diceva, sia ai patimenti di guerra sia all’avversione che i messinesi avevano
cominciato a manifestare verso di loro e il 9 ottobre arrivarono a Reggio su tre tartane circa 300
di tali disertori fuggiti da Augusta; in osservanza la vecchia regola di guerra che prescrive ponti
d’oro al nemico che fugge, costoro, trasferiti a Napoli, vi riceverono passaporto, un po’ di denaro
ed un passaggio marittimo sino a Civitavecchia; ne arriveranno poi anche a Milazzo e altri 65
ancora a Napoli domenica 31 ottobre, portati questi da due tartane provenienti da Palermo, e
anche a questi sarà dato passaporto, denaro e li si metterà in cammino verso Roma. Le
cronache e la corrispondenza del tempo rimastaci non dicono però se si trattava effettivamente
di soldati di nazionalità francese oppure di mercenari di altre nazionalità, ad esempio gli svizzeri
al servizio di Francia. Notizie di tali diserzioni continueranno ad arrivare anche nei mesi
successivi; ma anche a Napoli intanto si moltiplicavano i tentativi di fuga dei soldati, soprattutto
di coloro che si ritenevano destinati al teatro di guerra o che non erano pagati da molti mesi; fu
quella delle diserzioni una costante della realtà militare del regno perdurante fino all'Ottocento e
che, unitamente alla tipica incuria delle memorie e delle vestigia marziali, la quale dura invece
ancor oggi, sempre dimostrò l'insofferenza dei meridionali nei confronti della vita militare, vita
fatta di disciplina,grandi privazioni, rischio e anche di un pizzico di patriottismo, tutti elementi
assolutamente estranei al carattere e alla sensibilità del meridionale e ciò non ostante che si
tentasse sempre, nei giudizi anche stranieri, di far passare invece almeno la nobiltà napoletana
come particolarmente guerriera; ma si trattava invece della solita spietata logica feudale,
aggravata in questo caso dalla sostanziale avarizia napoletana, che voleva i figli cadetti
abbandonati alla ventura, cioè al servizio militare volontario, senza soldo e solo con un minimo
appannaggio familiare appena sufficiente per non morire di fame. I giovani venturieri erano così

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obbligati ad accettare immediatamente di esporsi a grossi rischi nelle azioni di guerra, sia per
procurarsi quote di bottino, a cui invece avevano diritto come i soldati ordinari, sia per mettersi il
più possibile in mostra come valorosi e ottenere così un arruolamento normale, per lo più
inizialmente come alfieri di fanteria e ciò perché l'alfiere, dovendo trascinare all'assalto della
breccia la sua compagnia, rischiava moltissimo la sua vita e si preferiva perdere in quel ruolo
dei giovani inesperti.
Le leve di questo 1677 sono confermate da atti notarili che abbiamo rintracciato e che
riguardano le forniture di vestiario militare; si tratta di un partito di mille vestiti fatto con il
partitario Gregorio Fontana, di uno di 4.000 e un altro di 800, questi all'alemanna, stipulati con
Domenico Testa e infine, con Biase Califano, di 1.700 abiti così suddivisi: 700 per le compagnie
fisse di guarnigione nei Presidi di Toscana, 500 per la fanteria e cavalleria spagnole che si
trovavano a Reggio e 500 con calzoni all'alemanna per il reggimento di tal nazione che serviva
in Sicilia.
Il 14 ottobre arrivò a Messina un altro rinforzo di 22 vascelli francesi, dai quali furono sbarcati
soldati, ma non in gran numero, mentre alla fine del mese arrivavano a Napoli cento soldati
spagnoli dalla Sardegna, destinati con altri e con munizioni a essere anch’essi inoltrati a
Palermo.
Gli ultimi episodi rilevanti di guerra di questo 1677 iniziarono l’8 dicembre con la presa francese
del forte del Puntale presso Gibiso, a poche miglia da Milazzo, il che avvenne con le seguenti
singolari circostanze; il Borneville aveva appena fatto costruire tale fortificazione per contrastare
le scorrerie franco-messinesi nella piana di Milazzo e l’aveva guarnito di 300 uomini, quando il
colonnello che li comandava ricevette una cortese lettera del duca di Vivonne, con la quale il
generale francese lo pregava di voler compiacersi di radere al suolo il forte ad evitargli l’onere di
doverlo fare lui e con suo maggior danno; il colonnello inviò la lettera al Borneville e questi
subito gli inviò 900 fanti di rinforzo, i quali però non arrivarono in tempo perché, quando
arrivarono, trovarono che i francesi avevano effettivamente subito raso al suolo il forte
prendendone prigioniero l’intero presidio. Gli rispose il Borneville sorprendendo la guarnigione
francese del forte Castello della Mola e occupando così quel posto fortificato, molto importante
perché sovrastava la vicinissima Taormina e da esso si prese quindi a battere quella città allora
in mano francese.
Continuavano in quel mentre i calabresi a commerciare tranquillamente con il nemico e infatti
verso la metà di dicembre tre tartane francesi, postesi alla Fossa di S. Giovanni, aspettarono
che scendessero dalla montagna alcune greggi di pecore e con l’accordo di quei pastori ne

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imbarcarono più di 1.500 e se le portarono a Messina. Taormina sosteneva l’assedio portatole
dal duca di Borneville e quello di Canzano e il capitano generale francese, duca di Vivonne,
uscito da Messina con 3mila uomini per portarle aiuto, era dovuto tornare indietro perché
raggiunto di notizie di tumulti popolari scoppiati in sua assenza, essendogli solo riuscito
d’introdurre i primi 400 uomini di soccorso nella città assediata; poco dopo le galere francesi
uscite da Messina ne porteranno altri 1.100, mentre gli spagnoli portavano la guarnigione del
detto Castello delle Mole a 500 miliziani siciliani, in sostituzione delle soldatesche del duca di
Canzano, trasferite queste parte in altri due posti fortificati presi poco lontano e parte a Catania.
Alla fine dell’anno il governatore dell’armi di Reggio, il conte Barbò, inviò al suddetto richiedente
duca dieci feluche e due bergantini carichi di provvisioni di guerra, mentre i franco-messinesi
predavano legni oleari e granari napoletani che transitavano nel Canale diretti a Napoli.
I francesi avevano frattanto, il 3 marzo di questo 1677, sconfitto gli olandesi in una sanguinosa
battaglia navale avvenuta nelle acque dell’isola Tobago nell’America centrale, respingendo così
le pretese dei Paesi Bassi sulle Antille francesi. Il 17 marzo la città di Valenciennes nell’Hainaut
era arresa all’assedio francese iniziato nel novembre dell’anno precedente; i transalpini, sotto il
comando di Filippo d’Orléans, del duca d’Humières e del maresciallo di Lussemburgo, avevano
poi preso Cambray, l’11 aprile seguente avevano sconfitto gli ispano-olandesi di Guglielmo III
d’Orange a Cassel, località a sud di Dunkerque, preso infine Saint Omer e avevano inoltre
ottenuto dei successi anche sul fronte catalano. Proseguendo nel frattempo in Europa anche la
guerra nordica di Scania, iI 1° giugno c’era stata a Fehmarn, a nord del golfo di Lubecca,
un’importante battaglia navale nella quale l’armata danese dell’ammiraglio Niels Juel,
numericamente superiore, aveva pesantemente sconfitto quella svedese dell’ammiraglio Erik
Carlsson Sjöblad. Anche in questo caso, gli svedesi di Carlo XI, militarmente inferiori in mare, si
erano presto rifatti il 14 luglio prevalendo sui danesi di Cristiano V per terra a Landskrona e
resistendo con successo all’assedio danese di Malmö, mentre nei loro tentativi di invadere il
Brandenburgo subivano due sconfitte, a Stettino e a Rügen.

1678. Mentre il viceré di Napoli era ancora pressato da richieste di sovvenzioni finanziarie che
gli venivano da Palermo e pertanto concludeva grossi partiti di fornitura di denaro con mercanti
cambisti napoletani – il primo di 200mila scudi con Carlo Arici da rimettersi in Sicilia in quattro
mesi e poi altri per ulteriori 555mila da fornirsi in un anno, i tanti fuorusciti e banditi abruzzesi
che trovavano rifugio nello Stato della Chiesa, aizzati dalla Francia, avevano intensificato il loro
infestare i confini del regno; il viceré, probabilmente per meglio affrontare questa nuova

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emergenza, inviò nuovo preside dell’Aquila il duca di Monte Calvi di casa Pignatelli. I primi avvisi
dalla Spagna di questo nuovo anno portarono la notizia che quella corte, preoccupata forse
dell’infezione messinese, aveva ordinato la riforma di gran parte degli ufficiali maggiori italiani
che militavano in Catalogna, Stato di Milano e nella stessa Sicilia, dove non rimaneva dunque
che Marino Carafa, e si pensava a Napoli che tale repulisti avrebbe presto colpito anche il
Regno di Napoli. La mattina di giovedì 13 giunsero da Palermo in 30 ore di traversata sei galere
della squadra di Napoli, della quale era ora governatore generale Nicola Pignatelli, e dovevano
restarvi in attesa di Vincenzo Gonzaga, nuovo viceré interino di Sicilia, per portarlo a Palermo;
ma del Gonzaga non ci sarà poi bisogno. Giunse poi lettera da Reggio che narrava di disordini
avvenuti tra mainoti e spagnoli, essendo in quell’esercito anche un terzo di quei combattivi
mercenari peloponnesiaci, i quali erano stati bistrattati da un capitano spagnolo e per questo
motivo avevano assalito e ferito una ventina di spagnoli in un corpo di guardia, e pertanto si
temeva che detto terzo, per evitare il probabile castigo, potesse potuto passare al nemico; altro
disordine avvenne in Palermo, dove due soldati sardi di guarnigione nelle galere avevano
ucciso un giovane del luogo e sua moglie, e la popolazione quasi insorse per ottenerne la giusta
punizione. Altre notizie che poi giunsero dal teatro di guerra furono che il generale Barbò aveva
fatto decapitare due capi-banditi calabresi e marinari loro complici che rubavano greggi e li
trasportavano a Messina. Nel frattempo continuavano le scorrerie di legni messinesi sulle coste
calabresi alla ricerca di interi greggi e mandrie da predare e gli scorridori s’addentravano sino a
cinque o sei miglia all’interno pressoché indisturbati, in quanto le soldatesche che guardavano
quelle marine erano del tutto insufficienti, e questo spadroneggiare aveva convinto gli spagnoli a
migliorare le difese della piazza di Reggio, il che avveniva con molto dispiacere dei cittadini, i
quali vedevano le loro case e i loro bei giardini di gelsi e altre frutta diroccati per far posto alle
nuove fortificazioni; inoltre quattro vascelli da noleggio inglesi che portavano grano dalla Puglia
a Napoli erano stati predati dai francesi e sembrava che questo apporto di viveri avesse
alquanto risollevato l’affamata Messina.
Venerdì 28 gennaio arrivò a Napoli un vascello genovese carico di fanteria lombarda e quanto
prima la si sarebbe inoltrata in Sicilia insieme ad altre soldatesche di nuova leva che si stavano
addestrando nell’arsenale. Il giorno seguente entrò in Messina un ennesimo soccorso
transalpino di otto legni carichi di grano e altre provvisioni per le galere colà stazionanti e di
quattro vascelli da guerra, i quali portavano il maresciallo François III d'Aubusson, visconte-duca
de La Feuillade (1631-1691), venuto a sostituire nel vice-regnato e nel comando generale il duca
di Vivonne, questi in partenza per la Francia; il d'Aubusson, unito un corpo di fanteria e

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cavalleria, uscì da Messina con l’intenzione di andare ad assediare il Castello della Mola, dal
quale la città di Taormina era battuta di bombe e cannonate e che però già ora si trovava
anch’esso in una situazione difficile perché a sua volta sotto la batteria di quattro cannoni
francesi. Ma, avvisati di questo disegno, il Borneville si mosse da Milazzo e l’Aldao, comandante
militare di Catania, da quella piazza per andare ambedue a incontrare il nemico; la zuffa,
dapprima molto sanguinosa da ambedue le parti, volse poi a favore degli spagnoli e i francesi
dovettero ritirarsi con la perdita di circa 400 soldati (600 secondo l’Auria) in maggior parte
svizzeri.
Frattanto il generale Barbò tentava per la terza volta di appiccare il fuoco all’armata di Francia in
porto a Messina e le inviò contro un barcone di fuoco, ossia un tipo d’imbarcazione carica di
materiali incendiari e con una mina nel mezzo che si diceva avessero inventato gli olandesi al
tempo dell’assedio di Ostenda (1601-1604), ma, l’artificiere che lo governava non seppe
aspettare il momento giusto per dargli fuoco e la mina saltò anzitempo semplicemente
mandando a picco il barcone e perdendosi così mesi di lavoro.
Lunedì 14 febbraio entrarono in porto a Napoli due dei cinque vascelli da corso olandesi che
scorrevano il medio Tirreno e rimorchiavano due tartane francesi che avevano predato; queste
erano montate da una cinquantina di francesi e da alcuni schiavi turchi, ma portavano poco
carico. Il giorno dopo partirono per le acque di Ischia due galere di Napoli alla ricerca d’una
tartana corsara francese che si diceva stesse predando in quelle acque; torneranno infatti il
martedì seguente trainando detto legno corsaro, il quale nel mentre aveva a sua volta catturato
una tartana vinaria sorrentina, recuperata dalle galere, mentre l’equipaggio francese era fuggito
su due feluche e s’era poi dileguato sull’isola di Ponza. Nel febbraio di quest'anno si decise di
costituire in compagnie i fanti napoletani di nuova leva che, in carico al sargente maggiore,
Miguel Angel Poyo, si trovavano rinchiuse nell'arsenale, in modo che potessero venir subito
impiegate nella guerra di Messina; infatti il nuovo viceré di Sicilia, Vincenzo Gonzaga dei duchi
di Guastalla, principe del Sacro Romano Impero, il quale, accompagnato sin dai confini del
regno da una compagnia di cavalleria inviatagli dal marchese di Los Vélez, era entrato nella
capitale la sera di martedì 22 febbraio, partì martedì primo marzo per Palermo servito da cinque
galere con una somma di denaro e da due tartane cariche di materiali da guerra, sulle quali,
oltre dalla solita soldatesca di galera, s’erano imbarcati anche 500 fanti regnicoli di nuova leva
che s’inviavano in Sicilia, mentre ulteriori soccorsi di uomini e materiali erano in preparazione a
Napoli. Accompagnavano inoltre il nuovo viceré di Napoli il marchese di Terrazena, nipote di
quello di Napoli, e Marino Carafa; arrivarono queste galere a Palermo il giovedì successivo,

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accolte dal cardinal Porto Carrero che attendeva appunto l’arrivo del suo successore e che poi,
anche lui accompagnato dal suddetto Carafa, sarebbe stato portato a Napoli dalle stesse
galere. Questi rinforzi però non servirono perché, a partire già dall’inizio del mese successivo, i
francesi, guadagnatasi, come al solito, con la loro asprezza e soprattutto con la loro tradizionale
mancanza di rispetto delle donne dei popoli assoggettati, l’avversione dei messinesi, disperando
ormai di poter vincere la guerra in Sicilia, cominciarono ad abbandonare Scaletta, Taormina,
Augusta e la stessa Messina, dopo averne asportato tutte le artiglierie di bronzo che poterono e
altre robe. Il mercoledì 16 marzo e il giorno seguente la loro armata lasciò il porto di Messina
dopo averne imbarcato tutti i francesi, militari e civili, artigiani e negozianti per un totale di circa
7mila uomini, inoltre tutte le famiglie messinesi più in vista e compromesse con la ribellione e
tutte le robe di queste che si potevano portare, trattandosi insomma di circa 600 famiglie per un
totale di circa quattromila individui, i quali, avendone supplicato il detto generale, fuggivano
atterriti dalla paura della vendetta dei vincitori. Il primo a rispondere alla richiesta di perdono
della città fu il generale Barbò, il quale, accolti i suoi ambasciatori subito inviati, vi si recò con
pochi armati e tornò a Reggio il 20 dopo aver consegnato la piazza al Borneville, entrato nel
frattempo in città con 3mila soldati; costui, assunto il governo militare della città, ripartì in quei
castelli circa 800 soldati spagnoli e il terzo di Marino Carafa; arrivò infine a Messina anche
Vincenzo Gonzaga con sei galere e vi fu presto pubblicato un bando di clemenza reale che
garantiva la vita e i beni di tutti e dava alle famiglie fuggite un anno di tempo per tornare senza
subire sanzioni.
Alla fine del mese si seppe che, prima di abbandonare Augusta, i francesi l’avevano
saccheggiata, avevano fatto saltare i due forti e il castello, dopo averne però asportato i cannoni
di bronzo e fatto crepare quelli di ferro. Alcuni legni francesi in navigazione nel Tirreno non
avevano potuto sapere dell’improvviso esito della guerra e quindi, scopertesi appunto le vele di
alcune tartane nemiche presso Ponza, venerdì 25 marzo due galere lasciarono la darsena di
Napoli, andarono a catturarne una carica di vino e il giorno seguente tornarono rimorchiandola;
frattanto verso la metà di marzo due tartane di corso trapanesi ne avevano prese tre di Francia
con 50 uomini. 40mila scudi e alte cose di valore; un’ignara galera francese entrò poi in porto a
Messina e vi fu arrestata; alcuni corsari olandesi catturarono tre vascelli francesi con 150
soldati a bordo, ai quali fu data però libertà e passaporto per Roma; infine il 2 aprile altri tre
vascelli corsari flessinghesi, ossia di Vlissingen in Zelandia, entrarono a Reggio trainando altri
due vascelli francesi, tra cui un petacchio, i quali dalla Sicilia tornavano in Provenza carichi di

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molte cose, tra cui 20 cannoni, una sessantina di cavalli e molti quadri e suppellettili del
bagaglio personale del maresciallo de la Follade.
Giovedì 4 aprile fu varata in darsena una nuova galera che durante la guerra si stava facendo
costruire come nuova Capitana dello stuolo di Sicilia; si fece poi una rivista sia alle genti
rinchiuse nelle carceri sia nell’arsenale e, lasciati liberi molti destinati alla guerra perché risultati
poco abili, si mantenne solo quella che poteva esser adatta alla costituzione di nuovi terzi da
inviare in Catalogna; infatti venerdì 29 aprile su 5 galere spalmate per l’occasione,
probabilmente quelle del duca di Tursi, fu imbarcato per Finale un nuovo terzo affidato a un
mastro di campo di casa Caracciolo, probabilmente Cecco Caracciolo marchese di Grottola, più,
come sembra, alcune altre compagnie sciolte, ma la partenza non avvenne prima della
domenica notte seguente. Sabato 14 maggio partivano per Finale le sette galere della squadra
di Napoli che stavano allora a Baia e, incontratesi con una caravella turca (così chiamavano i
piccoli velieri corsari turco-barbareschi), la quale aveva predato una tartana che portava cose
del cardinal Porto Carrero, la catturarono ricuperando così anche detta caravella; torneranno a
Napoli martedì 7 giugno.
Giunsero dalla Spagna ordini di riforma della maggior parte degli ufficiali delle milizie italiane
dell’esercito di Sicilia e pertanto i residui dei terzi milanesi del Pallavicino, che si trovava a
Catania, e del Barbò, che stava invece a Milazzo, furono incorporati rispettivamente a quello
milanese dell’Arese e a quello napoletano di Marino Carafa, dovendo questi due presto passare
a servire in Catalogna; si preparavano pertanto a Palermo sette legni per tale passaggio e del
denaro occorrente per questo era in arrivo da Napoli. I suddetti ufficiali riformati, dovendo
ritornarsene in Lombardia, cominciavano a comparire a Napoli e tra questi il tenente di mastro di
campo generale Bossi, il quale non voleva tornarsene e pretendeva un nuovo impiego nel
Regno di Napoli; il viceré marchese di Los Vélez lo accontentò inviandolo a servire con soldo
regio nella repubblica di Ragusa.
Nel giugno le galere maltesi, mentre erano dirette a Taranto per caricarvi biscotto, cioè galletta,
catturarono una fusta turco-barbaresca (imbarcazione velico-remiera afro-levantina a banchi
monoremi come il bergantino, ma, a differenza di questo, sempre priva di coperta; ambedue
ormai in declino) con un equipaggio di circa 100 uomini e si posero in traccia degli altri 19 legni
corsari che i prigionieri, ovviamente tormentati, avevano confessato esser loro conserve; in
effetti dopo alcuni giorni giunse ancora notizia che avevano preso anche una galeotta turca. I
turchi tentarono però presto di vendicarsi e la notte di sabato 2 luglio da alcune loro galeotte
sbarcarono in Terra d’Otranto 400 uomini, i quali si diressero verso Fasano di Brindisi,

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commenda (‘feudo’) dell’ordine di Malta distante dal mare più di sei miglia, ma gli abitanti
preavvisati, li accolsero ad archibugiate, uccidendone una decina e ferendone un’altra trentina; i
corsari si ritirarono riuscendo a prendere solo alcuni schiavi sulla via del ritorno. Conosciutosi il
fatto a Malta, le galere maltesi si misero alla caccia di dette galeotte.
Nonostante la fine della guerra in Sicilia, nella settimana dal 19 al 26 del predetto giugno
arrivarono a Napoli da diverse province del regno molti soldati di nuova leva e furono chiusi
nell’arsenale, perché occorrevano soldatesche per la Catalogna; infatti, a dispetto del buon
esito ottenutosi sui fronti siciliani, la guerra in Europa volgeva però altrove generalmente a
favore della Francia e ciò sia in Catalogna, dove, nella battaglia di Spouille (sic), il duca di
Noailles aveva sconfitto l'esercito spagnolo comandato dal conte de Monterey, viceré di quel
principato, sia in Fiandra, dove il duca Filippo d'Orléans, fratello di Luigi XIV, aveva avuto
ragione dell'esercito del principe d'Orange a Cappel (sic) nella battaglia avvenuta domenica
delle Palme; invece con alterna fortuna combatteva per mare e per terra la Svezia, alleata della
Francia, contro Brandenburgo, Olanda e Danimarca.
Nello stesso giugno il generale Barbò inviò al viceré una richiesta di licenza perché voleva
recarsi ai rinomati bagni terapeutici di Ischia; il de los Vélez gliela concesse e nominò pro
interim al suo posto il suddetto duca di Canzano, ma quando questi si presentò al Barbò, si vide
rifiutare il comando. Sospetti e gelosie tra i comandanti avevano infatti afflitto non poco
l’esercito di Sicilia durante la guerra di Messina. Venerdì 1° luglio arrivarono a Pozzuoli le allora
quattro galere del granduca di Toscana, le quali, com’era loro secolare abitudine, si recavano
d’estate in corso in Levante, andando così a portare la loro concorrenza a quelle di Malta.
Domenica 10 luglio le sette galere della squadra di Napoli fecero vela per la Sicilia e molti
cavalieri, tra cui il duca di Mataloni (‘Maddaloni’), ne approfittarono per andare a visitare
Messina ora che la guerra era terminata; queste galere torneranno mercoledì 27 luglio portando
la maggior parte delle soldatesche di Reggio e di Sicilia, le cui compagnie, finita la guerra, erano
state immediatamente riformate, e si trattava di ben 4mila fanti, quindi è immaginabile in quali
condizioni di sovraffollamento avessero i poveri soldati dovuto viaggiare:

Mercordì mattina tornarono qui le 7 galere di questa squadra, dalle quali sbarcarono circa 4.000
fanti levati da Reggio, e vennero così stretti, per essere le galere mal capaci di tanta gente, che,
aggiuntasi l’angustia del caldo, ne caddero per il viaggio molti in mare, ma soli 3 ne perirono…

Arrivò con dette galere anche il Barbò con altri ufficiali; il giorno seguente arrivarono poi su
alcune tartane compagnie di cavalli provenienti da Palermo, Milazzo e Reggio, le quali furono

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rassegnate e, toltine subito le peggiori cavalcature, s’incominciarono a rimettere in ordine per
poi inoltrarle a Barcellona insieme alla parte ordinaria della suddetta fanteria, cioè eccettuando
quella territoriale del Battaglione, e si trattava dei due terzi di italiani dei già menzionati mastri di
campo Restaino Cantelmo e Orazio Coppola per un totale di circa mille uomini, più 200 altri
fanti italiani sciolti, mentre 200 fanti spagnoli sarebbero stati trattenuti a Napoli come reclute del
terzo fisso; ma altre soldatesche s’aspettavano dalla Sicilia e dalla Calabria, dove il 5 agosto
furono riformate altre 23 compagnie, e domenica 7 arrivò da Milazzo anche il mastro di campo
Marino Carafa, fratello del duca di Mataloni. Per questa prevista nuova condotta in Catalogna
s’andava stanziando il danaro necessario a pagarla e s’andavano allestendo tartane e altri legni
nel porto di Napoli. Tutti questi soldati dettero mostra a metà agosto e il sabato 20 furono
imbarcati, restando i legni in attesa di venti favorevoli alla navigazione.
In quel mentre anche il marchese di Villafiel, comandante dei 12 vascelli da guerra spagnoli che
stavano ancora in Sicilia, aveva avuto ordine d’imbarcare tutti i suoi uomini e di salpare per
Barcellona e allora egli aveva chiesto al viceré di Napoli provvisioni che gli necessitavano; il de
los Vélez gliele inviò subito insieme a 300 marinari di cui quell’armata pure mancava. Mercoledì
24 agosto su sei galere dello stuolo di Napoli, anch’esse in partenza per la Spagna, furono
imbarcati i soldati della guarnizione e solo quelli, perché per il resto erano già stracariche dei
bagagli dei bagagli dei marchesi di Santa Croce e di Bayona e inoltre di circa 100 colli del
viceré, a tal punto che il luogotenente generale Pignatelli andò dal marchese di los Vélez a
protestare per tanto soverchio carico; queste galere, con le quali andava in Spagna anche il
suddetto generale milanese Barbò incaricato di riferire a quella Corte deliberazioni della Giunta
di Guerra di Napoli, a causa delle condizioni atmosferiche non propizie non poterono far vela
però se non la notte del sabato seguente e, rinnovandosi purtroppo in mare detti venti contrari,
dovettero far sosta a Procida per tutta la domenica; esse torneranno a Napoli solo dopo circa
sei mesi e cioè la mattina di mercoledì 22 febbraio 1679 e mostreranno i segni evidenti di una
sinistra odissea:

(Napoli, 28 febbraio 1679:) Mercordì mattina arrivarono qui le 6 galere di questa squadra che
hanno molto patito, essendovi morte circa 700 persone da 6 mesi in qua per li gravi incommodi
sofferti nel viaggio (A.S.V. Nun. Nap. 92).

Dopo qualche giorno furono salparono da Napoli anche cinque galere di Spagna sulle quali
s’era imbarcato un terzo italiano comandato dal mastro di campo Antonio di Gaeta marchese di

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Montepagano; sembrava dovessero, prima di proseguire per la Catalogna, far scalo in Sicilia a
imbarcare anche quello di Marino Carafa, anch’egli infatti imbarcato.
All’inizio di settembre si mandarono soldati a guardare le marine del regno dalle incursioni dei
corsari turchi, i quali, sbarcati in forze a Poggio Marino nel Contado di Molise, vi avevano fatto
numerosi schiavi. Mercoledì 7 si fecero passare dai quartieri degli Studi a quelli dell’arsenale i
due summenzionati terzi di fanteria italiana, cioè quello di Restaino Cantelmo e quello di Orazio
Coppola, e venerdì 9 volle il viceré vederli squadronati nel cortile dell’arsenale medesimo, dove
fecero alla sua presenza diversi esercizi militari; subito dopo furono fatti imbarcare assieme ad
alcune compagnie di cavalli su una quindicina tra vascelli, petacchi e tartane, i quali la sera di
martedì 13 fecero vela e portavano a bordo anche alcuni ufficiali della Scrivania di Razione,
perché, assieme all’altro del marchese di Montepagano partito con le galere di Spagna,
sarebbero stati mantenuti dal Regno di Napoli; evidentemente la Corona durante la recente
guerra di Messina ci aveva preso gusto a vedere Napoli sborsare tanti denari per spese di
guerra! Dopo alcuni giorni arrivò in ritardo da Reggio una compagnia di cavalli che sarebbe
stata anch’essa inviata in Spagna se fosse giunta in tempo, ma il suo capitano s’era ammalato
e infatti morì in pochi giorni; il viceré ne concesse il capitanato a un suo dipendente spagnolo e,
assieme a tre altre di fanteria, fu rimandata per ordine reale a Reggio, piazza che nel frattempo
era rimasta alquanto sguarnita di guarnigione, essendo nuovi torbidi in Messina non impossibili.
Questo convoglio arriverà nel porto di Barcellona il 4 ottobre, segnalandosi pertanto da colà
l'arrivo di 1.700 fanti e di soli 400 soldati di cavalleria, invece dei predetti 600; forse i 200
mancanti saranno stati sbarcati altrove o forse qualche numero non sarà esattamente riportato
dai relativi avvisi. Si era giunti in quel mentre alla pace di Nimega (agosto-settembre), la quale
poneva fine a quell’ennesimo sanguinoso conflitto europeo.
Del 19 settembre è un documento che ci tramanda la rivista effettuata in quello stesso giorno
alla compagnia di cavalli corazze del capitano Gioseppe Maioli e non sappiamo se fosse una
delle venti compagnie ordinarie del regno o se si trattasse di un corpo formatosi in occasione
della guerra di Messina. In effetti ogni compagnia di questa specialità avrebbe dovuto contare
60 soldati e sei ufficiali, ma in realtà, come risulta dai rapporti di varie riviste effettuate appunto
negli anni vicini ai tre quarti del secolo, il numero dei soldati variava dai 35 ai 74 e quello dei
cavalli disponibili dai 34 ai 64. La relazione della mostra data dalla compagnia del Maioli ci dice
inoltre quanto fossero allora incompleti l'armamento e l'equipaggiamento di questi soldati - forse
a causa della guerra sostenuta, di cui infatti il commissario di turno così scriveva:

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... se han presentados armados de medias corazas con sus borgoñotes sin ninguna pistola.

15 di loro erano inoltre privi di stivali e di spade e infine i cavalli non avevano il prescritto
fornimento. L'arma da fuoco principale di questi hombres de armas, come, con antico nome,
erano ancora chiamati ufficialmente i cavalli corazze, era però a quest'epoca, come abbiamo
già detto, la carabina, in considerazione che la coppia di pistole d'arcione usata in epoca
precedente non era più sufficiente al mutato uso tattico di questa cavalleria, a cui non si
richiedeva più solamente di caricare il nemico bersagliandolo con le pistole a distanza
ravvicinatissima, ma anche di usare il caracollo, cioè di sparare per file alternate da una certa
distanza.
All’inizio di ottobre, avendo il summenzionato milanese Bossi rinunziato alla sua carica di
tenente di mastro di campo generale a Ragusa per dissapori con il suo diretto superiore, il
Tuttavilla, egli fu riformato e fu inviato a prendere il suo posto a Ragusa Simonetto Rossi, la cui
famiglia era come si sa null’altro che un ramo dei Caracciolo (i Caraccioli Rossi, come una volta
si diceva). Nella seconda metà del predetto mese arrivò a Palermo da Napoli una grossa
tartana carica di legnami, zappe, pale, ferramenti d’ogni specie, bombe, granate e simili,
materiali che furono riposti nei magazzini detti ‘di Terranova’.
La notte tra giovedì 17 e venerdì 18 novembre moriva praticamente di vecchiaia Vincenzo
Tuttavilla duca di Calabritto, tenente generale della cavalleria e mastro di campo generale
dell'esercito del regno, e fu seppellito con tutti gli onori delle armi alla presenza di quattro
compagnie di cavalleria e quattro di fanteria; ne prendeva il posto pro interim il generale
dell'artiglieria fra’ Titta Brancaccio, secondo incarico che, anche se in luogotenenza dopo il
viceré, lo faceva praticamente comandante di tutto l'esercito, e che egli manterrà fino alla morte,
cioè sino al 19 febbraio del 1686.
Alla fine di novembre cominciarono a comparire a Napoli molti soldati di cavalleria del Milanese
che, essendo stata colà riformata la loro arma perché terminate le esigenze di guerra, venivano
in regno con la speranza di esser presi a riempire i vuoti determinatesi nelle compagnie di
cavalleria ordinarie, le quali s’era parecchio svuotate per la numerosa gente che si era dovuta
inviare in Catalogna, avendo infatti un regio ordine prescritto, per favorirli, che nella cavalleria
regnicola non s’arruolassero d’ora in poi se non soldati milanesi e borgognoni; bisognava però
munirli di tutto, a partire dai vestiti, e impratichirli negli esercizi militari alla maniera che s’usava
tradizionalmente nel Regno di Napoli, il quale aveva storicamente grandi tradizioni equestri.

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Verso il 10 dicembre giunse notizia che il vice-regnato del de los Vélez era stato prorogato; non
sarebbe stata infatti certo buona politica cambiare così presto uno dei vincitori della guerra.
Negli ultimi giorni dell’anno giunsero dalla Sardegna due tartane che sbarcarono due
compagnie di fanti spagnoli per rinforzo del presidio del regno; nei medesimi giorni, avanzando
la cavalleria alcune paghe, il viceré gliene fece dare due.
In questo 1678 sono nominati nei documenti anche i terzi di fanteria napoletana dei mastri di
campo Nicola Recco e Caracciolo, quest'ultimo serviva nel Milanese; nel luglio fu poi ordinato al
mastro di campo Filippo Rossi (ramo dei Caracciolo) di levare un terzo di fanteria napoletana,
probabilmente con i reduci della guerra di Messina, da impiegarsi al regio servizio chissà dove e
nel settembre si ordinò che il terzo di fanteria alemanno-napoletana (strano connubio,
evidentemente i napoletani convivevano più facilmente con i tedeschi che con gli altezzosi
spagnoli!) levato dal mastro di campo-colonnello Joachim Fatrique de Visenfeld y Megolin,
nobile ispano-alemanno e cavaliere di Malta, il quale, nelle intenzioni originali doveva essere
una raccolta dei suddetti reduci da organizzarsi sul piede di sole cinque compagnie di 100
uomini ciascuna, si declassasse a semplici compagnie di fanteria italiana; ciò significava che
alla fine ci si era resi conto che troppo poche erano le compagnie per costituirle in terzo e troppo
pochi, evidentemente, i loro soldati alemanni rispetto al numero dei napoletani.
A comprova dei preparativi militari che, non ostante che la guerra d'Olanda fosse ormai in fine,
caratterizzarono questo anno, restano rogiti e conti relativi a tre partiti del vestiario fatti con il
partitario Domenico Testa, ossia uno di 2.000 vestiti per fanti regnicoli di nuova leva che si
sarebbero dovuti inviare in Catalogna e in Sicilia e altri due per un totale di 3.500 abiti, di cui
1.500 per fanti del terzo fisso spagnolo, fatti di panno fino di Pedimonte (d’Alife) a ducati 8,4
ciascuno, e 2.000 per soldati napoletani, confezionati questi con panno di Cerreto, tessuto più
economico del precedente, venendo a costare ognuno di questi altri vestiti ducati 7,3.
Nel corso del primo semestre di quest’anno, dopo due anni di guerra per la casa d’Austria, era
frattanto tornato a Napoli il giovane Francesco Piccolomini d’Aragona principe di Valle, ma
nell’agosto Sua Maestà Cesarea lo richiamò conferendogli una compagnia di corazze del
reggimento Alleviel, compagnia con cui combatterà per breve tempo contro francesi e poi,
sopraggiunta la predetta pace di Nimega, in Boemia contro i turchi; nel gennaio del 1682 il
principe diventerà poi sargente maggiore del reggimento di corazze cesaree Caprara.
Molto interessante è anche un lungo documento manoscritto in questo periodo e intitolato Conti
della Regia Monizione del Regio Arsenale (S.N.S.P. Ms. XXVII.A.17), regia monizione questa
per l’armamento marittimo e da non confondersi quindi con quella sita nel vicino Castel Nuovo e

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destinata invece all’esercito, in cui si elenca tutto ciò che, con inizio dal 26 aprile, si era fornito
durante il corso della suddetta guerra di Messina, a mercantili, squadre e flotte partecipanti a
quel conflitto e che pertanto erano state inviate nei mari di Sicilia o erano state in riparazione nei
cantieri di Baia; oltre a cibi, vini, tessuti, vestiti militari (suddivisi questi in alemani e spagnuoli),
bocche da fuoco e materiali vari per l’artiglieria, per la navigazione e per i lavori eseguiti nei
predetti cantieri, c’è infatti anche tutto il necessario per l’armamento personale, anche se,
purtroppo, senza l’indicazione dei corpi a cui ogni genere era destinato; ma cercheremo di
capirlo ugualmente.
Troviamo prima elencate le armi bianche inastate, cioè ciussi, picche e partesane, armi alte
all’incirca due metri allora ancora molto usate. I ciussi erano delle semplici punte di ferro
inastate di un paio di metri di lunghezza, quindi quelle che sino al Cinquecento, sia pure con
variazioni di forma del ferro apicale, si erano detti anche verruti, brandistocchi, spiedi, scheltri,
gi(an)nette, mezze picche e più tardi, nella misura di poco più di due metri e mezzo, si
chiameranno invece spuntoni e diventeranno l’insegna distintiva degli ufficiali maggiori; erano
armi ancora utili alla difesa delle trincee, degli approcci, delle brecce, delle batterie ecc. Le
picche, punte di ferro generalmente a forma di foglia d’albicocco con asta di legno leggero,
quindi di frassino, faggio od olmo, e lunga ora in tutto poco più di quattro metri e mezzo, mentre
una volta aveva anche raggiunto i cinque, erano armi che si usavano sin dal primo
Rinascimento come principali della fanteria e servivano principalmente a sopperire
all’insufficiente contrasto offerto dalle prime armi da fuoco alle cariche di cavalleria, ma erano
anch’esse molto utili alla difesa di batterie, brecce, rivellini, ridotti e altri ripari; il loro uso era
andato nel Seicento gradatamente diminuendo in modo inversamente proporzionale
all’aumento, anch’esso graduale, della potenza delle armi da fuoco. Le partesane, nome
francese però più noto in Italia con la corruzione partigiane, erano sostanzialmente delle ronche
bifronti di 2 metri d’altezza o poco meno ed erano portate dagli ufficiali come arma distintiva e
talvolta, ma raramente, dai corpi di guardia, per cui si preferiva invece l’alabarda. Quest’ultima,
della stessa altezza della partesana, pur essendo ancora ritenuta molto utile e usata nell’assalto
e nella difesa delle brecce, non appare tra le suddette forniture di guerra e quest’assenza
conferma che il suo uso era – ma ormai da gran tempo – relegato appunto soprattutto al
servizio di guardia del corpo e di palazzo e, come abbiamo già detto, a distinguere i sargenti.
Le armi da fuoco elencate ci permettono di capire l’evoluzione tecnica raggiunta dall’esercito
ispano-napoletano che combatteva la guerra di Messina; mentre tutte le armi elencate, sia
quelle bianche sia quelle appunto da fuoco sono registrate ciascuna in numero di alcune

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centinaia, raggiungendo solo le picche quello di 821 dato il gran numero di picchieri che a quel
tempo ancora aveva la fanteria, moschetto e archibugio sono le uniche a raggiungere le migliaia
di unità e precisamente il primo 4.414 e il secondo 5.157, a dimostrazione che le fanterie
ispano-napoletane ancora usavano come armi da fuoco principali, le due usate nel secolo
precedente e cioè archibugio a miccio e moschetto a miccio (sp. mosquete de cuerda); questi
erano forniti con loro adherimenti (‘accessori’), i quali erano il fiasco contenente la polvere, il
fiaschiglio, cioè la fiaschetta più piccola contenete il polverino da innesco e la forchiglia o
forchetta, ossia la forcina inastata d’appoggio se si trattava di moschetto; l’unica differenza
rispetto al Cinquecento è che il numero di moschetti forniti, rispetto a quello degli archibugi, è
molto elevato, a comprova che essi, mentre quelli cinquecenteschi erano pesantissimi e quindi
ne potevano andare armati solo i fanti più robusti, ora, anche se ancora bisognosi della predetta
forchiglia, dovevano essere alquanto più leggeri. Ci sono poi 238 moschetti alemani e infatti alla
guerra di Messina parteciperà, come presto vedremo, anche un contingente di fanti imperiali;
questi, per cui non è menzionato il suddetto complemento di accessori, dovrebbero essere quei
moschetti leggieri, non sappiamo se privi di forchiglia, a cui abbiamo già accennato; seguono 98
moschetti a grillo, ossia a pietra focaia (‘fucili’), 200 pistole da cavalleria pure a grillo con loro
fondi (‘foderi da sella’; sp. tapafundas), 110 senza fondi e 443 carubini, ossia i corti fucili a
canna rigata e carica forzata per la cavalleria di cui abbiamo già detto.
Per quanto riguarda le armi difensive, nel predetto documento si nota un quantitativo non
elevato di marzine di vacca da cavalleria e i materiali per confezionarle, cioè vacchetta di
Smirne, bambace filata e cannavaccio nuovo. Queste ‘marsine’ di vacchetta erano dei
giustaccorpi ossia dei farsetti lunghi sino a coprire e proteggere, avendo quattro grandi falde,
anche il ginocchio del cavaliere come facevano anche le nuove marsine di panno di cui poi
diremo; aldifuori del Regno di Napoli si chiamavano co(l)letti [sp. coletos; fr. col(l)ets de bufle],
non perché fossero particolarmente protettivi del collo, ma dal vecchio termine spagnolo
coletón, dal significato di ‘canevaccio’ o ’cannavaccio’, un materiale che, come abbiamo appena
visto, era tra quelli adoperati nella manifattura di questi indumenti. Si chiamavano però anche
bufali (fr. bufles), perché fatti preferibilmente di pelle di bufalo, ma, in mancanza di quello, si
facevano di cervo o anche appunto di vacca. Dapprima non ebbero maniche, in seguito le
ebbero, ma, per renderle più confortevoli, si prese infine a farle di una pelle più morbida, cioè di
daino o di alce. Erano considerati vere e proprie armi difensive e pertanto spesso se ne
spogliavano i nemici vinti; infatti erano foderati con un doppio strato protettivo di cannavaccio
(‘tela di canapa’) - o d’altra tela robusta - imbottito di bambace (‘bambagia’) e difendevano

180
pertanto abbastanza bene non solo appunto da fendenti e stoccate, ma anche molto spesso dai
proiettili delle deboli pistole del tempo e dei deboli archibugi. Ci sono poi 215 armi per
arcabugieri a cavallo (con)sistentino ognuna in petto, spalla e borgognotta, ma qui la
registrazione è sbagliata perché queste armi non sono da archibugieri a cavallo, i quali non ne
portavano, bensì da cavalli corazze, e qui c’è da notare un netto restringimento rispetto al
passato, quando cioè questi soldati avevano portato anche scarselloni, mignoni, cioè mezzi
bracciali, e manopola sinistra e prima ancora, ossia alla loro origine, la quale risale alla fine del
Cinquecento, anche il guarda reni e i cosciali; insomma si avviavano a diventare i moderni
corazzieri armati solo, ma al massimo, di petto, schiena ed elmo di acciaio.
Seguono poi, tra molto altro, 1.100 granate di ferro colato carriche e1.040 spine di legname per
tirarle, un totale di 5.482 vestiti tra spagnoli, italiani e alemanni, 13 cappotti di panno di Cerrito
inforati di friso russo e tanti altri generi che fanno di questo documento, come del resto di altri
molto simili - e anche più affascinanti perché del Cinquecento - che, purtroppo spesso non
inventariati e quindi a gran rischio di perdita, si potevano trovare ai miei tempi nella sezione
militare dell’Archivio di Stato di Napoli e spero tanto che lo si possa ancora.
Il 1° luglio si era combattuta frattanto un’altra importante battaglia navale nella baia di Køge
presso Copenhagen, dove l’ammiraglio danese Niels Juel aveva di nuovo pesantemente
sconfitto gli svedesi, pregiudicando così definitivamente la loro possibilità di trasportare
soldatesche in Germania, dove del resto erano anche stati di nuovo fermati dai brandeburghesi
a Stralsund.
Il 14 e il 15 agosto si era in quel mentre combattuta l’ultima battaglia della guerra franco-
olandese a Saint-Denis; il maresciallo di Lussemburgo e Guglielmo d’Orange, non ostante che il
10 precedente fosse stata firmata a Nimega la pace con le Province Unite d’Olanda, si erano
affrontati ugualmente in una già predisposta e sanguinosa battaglia, la quale era stata inutile
anche perché, pur contandosi perdite molto maggiori dalla parte degli ispano-olandesi, nessuno
dei due era riuscito a prevalere. Il trattato di pace con la Spagna era seguito il 17 settembre.

1679. Firmata la pace anche dal Sacro Romano Impero (5 febbraio) la Francia si trovò nella
necessità di smobilitare il suo grande esercito di guerra e quindi, dopo una serie di ordini di
riforma in tal senso, fu promulgata poi un’ordinanza (28 febbraio) che dettava il numero ridotto
che dovevano assumere le forze militari del tempo di pace; ne venne dunque fuori il piede che
segue e che noi ora, anche se non poteva naturalmente avere alcuna influenza
sull’organizzazione militare del Regno di Napoli, qui riportiamo per il suo valore temporale. Si

181
trattava, per quanto riguarda la fanteria, di suddividerla ora in 36 battaglioni di 15 compagnie
ognuno, eccezion fatta di quelle di granatieri il cui numero poteva variare, e ogni compagnia
doveva esser adesso composta da un capitano, un luogotenente, due sergenti, tre caporali,
cinque lance spezzate, venti moschettieri, quattro fucilieri, dieci picchieri e un tamburo (quella di
un colonnello o di un tenente-colonnello avrebbe mantenuto però anche l’alfiere); infine quelle
dei granatieri erano da formarsi ognuna con un capitano, un luogotenente, due sergenti, un solo
caporale, due lance spezzate, 29 granatieri e un tamburo. Questa volta però, a differenza di
altre smobilitazioni del passato, si volle mantenere in servizio un maggior numero di ufficiali per
non perderne l’acquisita professionalità e quelli in soprannumero furono detti ufficiali incorporati.
Il soldo del capitano di fanteria era abbastanza composito a causa del cumulo di alcuni
soprassoldi e gratifiche dipendenti dal sempre variabile numero di uomini che, a prescindere da
quanto prescritto nella detta ordinanza, poteva poi dimostrare di avere effettivamente; infatti gli
era ora tassativamente proibito di far vestire i suoi valletti con gli stessi abiti dei suoi soldati (art.
VII della detta ordinanza) perché in tal modo, in caso per esempio di un’improvvisa visita degli
ispettori, avrebbero potuto servirgli da passavolanti, come talvolta si era costatato, e quindi farli
passare per delle reclute per percepirne così fraudolentemente il soldo; a parte dunque i suoi
emolumenti, diremo, per indicare il rapporto d’importanza tra i vari ruoli, che il luogotenente
percepiva un soldo mensile di 30 lire franche, il sergente di 15, il caporale di 10 e 10 soldi, la
lancia spezzata di 9, il picchiere di 8 e 5 soldi e infine il moschettiere, il fuciliere e il tamburo di 7
e 10 soldi. Le compagnie di granatieri potevano anche avere un numero d’uomini superiore al
predetto, ma comunque non superiore a 40, e il luogotenente vi percepiva 40 lire, il sergente, 16
e 10 soldi, il caporale 11 e 15 soldi, la lancia spezzata 10 e il semplice granatiere e il tamburo 8
e 5 soldi.
Le compagnie colonnelle e tenenti-colonnelle sarebbero state costituite da 100 uomini ciascuna,
ma ognuna suddivisa in tre insegne o sotto-compagnie, di cui la prima di 40 uomini sotto un
capitano in capo e altre due aggiuntive di 30 uomini ciascuna e ciascuna sotto un capitano
incorporato operativamente subordinato a quello in capo; il luogotenente di un capitano in capo
percepiva 30 lire mensili di soldo (quello di un capitano incorporato 24), l’alfiere (che solo queste
compagnie avevano) di 22 e 10 soldi, il sergente 15, il sergente riformato 11 e 5 soldi, il
caporale 10 e 10 soldi, ognuna delle due lance spezzate 9, ognuno dei 10 picchieri 8 e 5 soldi,
ognuno dei 20 moschettieri, dei quattro fucilieri e il tamburo 7 e 10 soldi. Un capitano
incorporato aveva solo 5 picchieri e solo 15 moschettieri e, a eccezione del suo luogotenente, il
quale prendeva solo 24 lire, tutti gli altri componenti della sua compagnia godevano degli soldi

182
che si percepivano in quella del capitano in capo. Dei soli suddetti 36 battaglioni dovevano
dunque esser ora costituiti i reggimenti che non erano stati riformati. Lo stato maggiore di un
reggimento, il quale poteva includere uno o più battaglioni, comprendeva un colonnello, il quale
percepiva 250 lire di soldo, un tenente-colonnello, 230, un maggiore, ossia il primo dei capitani
in capo, 75, un aiutante-maggiore, 50, un maresciallo d’alloggio (fr. maréchal de logis), 30, un
cappellano e un chirurgo, 15 ciascuno; il prevosto, nei reggimenti in cui c’era, prendeva 40 lire, il
suo luogotenente 20, il cancelliere di giustizia 12 e 10 soldi, infine ciascuno degli altri 5 suoi
uomini, tra aguzzini (archers) e boia, 7 e 10 soldi.
Per quanto riguardava il reggimento di cavalleria, esso in tempo di guerra era regolarmente
comandato da un mestre de camp, il cui ‘secondo’ era il maggiore, cioè il primo o più anziano
capitano di compagnia. I reggimenti di dragoni erano invece comandati da un colonnello, ma, se
si trattava di un reggimento della guardia, il cui colonnello era formalmente un membro della
famiglia reale, il comando operativo era allora del colonel-lieutenant, così come era del
capitaine-lieutenant quello di una compagnia di gendarmi della guardia che fosse anch’essa
nominalmente comandata da un personaggio di sangue reale; secondo in comando era in
questo caso il sou-lieutenant. Ora, venuta la pace, il numero di compagnie di cui doveva ora
esser formato ciascun preesistente reggimento restava da definirsi caso per caso con appositi
ordini successivi, fermo restando però che, dovendosene ridurre di molto il numero, per non
togliere l’impiego ai loro ufficiali, specie ai loro mestres de camp comandanti, ognuna avrebbe
dovuto contare ora non più i soliti 50 maîtres (‘padroni’, in quanto forniti di servitori) comandati
da un semplice capitano, come era stato in tempo di guerra, bensì 104, cioè prendendo in
pratica tutte il piede delle compagnie sciolte della Maison Royal, e ognuna sarebbe stata
adesso comandata da un mestre de camp o capitano in capo (180 lire) e da tre mestres de
camp o capitani incorporati (120 lire ognuno), ciascuno dei quali avrebbe avuto un suo
luogotenente (90 lire quello del primo, 60 quelli dei secondi), un suo maresciallo d’alloggio (45
lire quello del primo, 30 quelli dei secondi) e il carico quindi di 26 maîtres o soldati. Un
brigadiere, ossia un caporale di cavalleria, prendeva 12 lire e ciascun maître, soldato semplice,
tromba o timballiere che fosse, 10 lire e 10 soldi, inoltre ciascun brigadiere o maître semplice
avrebbe anche goduto di una razione giornaliera di foraggio comprendete 15 libbre di fieno, 5 di
paglia e un mezzo staio di avena a 24 staia il septier, misura di Parigi.
I reggimenti mercenari stranieri croati e quelli equipaggiati alla straniera, come erano gli ussari,
erano, al contrario degi altri, comandati da un colonnello; così pure quelli di dragoni, i quali
erano però considerati fanteria montata. Le compagnie di questi ultimi, il cui numero, anch’esso

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da ridursi molto, era pure in questo caso da definirsi, doveva esser ognuna formata da 144
uomini e comandata da un capitano in capo e tre incorporati, ognuno dei quattro con un suo
luogotenente e un suo maresciallo d’alloggio, come nella cavalleria, e con il carico quindi di 36
dragoni ciascuno (cioè due brigadieri, 33 soldati semplici e un tamburo). I soldi erano 90 lire
franche al capitano in capo, 60 a ognuno di quelli incorporati, 55 e 27 al luogotenente e al
maresciallo d’alloggio del primo, 45 e 25 a quelli dei secondi. Il maggiore del reggimento di
dragoni prendeva 90 lire come il capitano in capo di compagnia e, per quanto riguarda il resto
dello stato maggiore, si dava un forfait di 150 lire mensili a reggimento, ma 300 ai reggimenti
della Maison Royal. Brigadieri, tamburi e soldati ricevevano le stesse razioni di foraggio
suddette per la cavalleria, ma in più, anche a titolo di sostentamento del cavallo, 10 lire e 10
soldi mensili il brigadiere, 9 il soldato e il tamburo; il perché di questo di più di cui invece la
cavalleria, come abbiamo visto, non godeva, non è precisato nell’ordinanza, ma riteniamo che
fosse un riconoscimento del maggior bisogno di acquistare foraggio dai contadini nelle
campagne che i soldati dragoni potevano avere rispetto ai maîtres di cavalleria perché quelli, in
quanto fanteria montata, dovevano allontanarsi logisticamente spesso dal reggimento per
andare a occupare posti oppure per andare in avanscoperta o a fare scorrerie.
Alle compagnie personali dei 4 principali ufficiali generali che comandavano dragoni e
cavalleggeri (colonnello generale e mastro di campo generale dei dragoni, colonnello generale,
mastro di campo generale e commissario generale della cavalleria leggera) era concessa la
cornetta (in seguito detta invece stendardo), ossia l’insegna della compagnia di cavalleria
ordinaria, e l’ufficiale a cui era affidata prendeva 67 lire e 10 soldi, a eccezione però di quello
del colonnello generale dei dragoni che ne percepiva solo 45. Sempre allo scopo di non
perderne la professionalità, il re poteva infine decidere di inserire nei reggimenti di cavalleria
anche ufficiali maggiori riformati (capitani, luogotenenti e cornette), i quali vi avrebbero
mantenuto il loro rango, pronti a subentrare nei posti corrispondenti che via via nelle compagnie
si rendevano vacanti.
Una dozzina d’anni più tardi troveremo un reggimento di fanteria francese contare in tempo di
guerra da 20 a 23 compagnie e uno di cavalleria ordinaria da 6 a 9, ognuna di queste ancora di
50 maîtres. Le considerazioni più interessanti che, a nostro avviso, quest’ordinanza ci
suggerisce sono due e cioè la già pianificata e quantificata presenza di fanti armati della nuova
arma detta ‘fucile’ e una distinzione dei comandanti generali che lascia presupporre che ancora
esistesse in Francia in questi anni una cavalleria pesante, cioè provvista anche di armi
difensive, mentre circa una dozzina d’anni dopo troveremo un solo reggimento di corazzieri.

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La notte di mercoledì 22 febbraio, cioè lo stesso giorno in cui erano, come abbiamo già detto,
ritornate le sei galere di Napoli molto malridotte dopo sei mesi d’assenza, arrivarono dalla Sicilia
due galere di quello stuolo che portavano il loro generale principe di Montesarchio e giunse
anche un corriero dalla Spagna con la notizia della pubblicazione della pace; si risarcivano
frattanto da cima a fondo nell’arsenale le suddette galere di Napoli e se ne costruivano anche
due nuove per farle passare presto ancora in Spagna come da ordine reale già pervenuto, di
conseguenza nell’aprile, quando giungerà notizia che legni corsari turchi infestavano i mari, non
ci sarà ancora alcuna galera pronta da poter inviare a contrastarli. Un altro ordine reale, questo
del 26 febbraio 1679, ordinava che i continui pagati direttamente dal re dovessero essere in
tutto preferiti - ossia godere di preminenza come allora si diceva - a quelli pagati dal viceré.
Nel maggio morì il principe di Cursi di casa Cicinelli senza aver potuto rivedere il suo
secondogenito colonnello Andrea, tuttora prigioniero in Francia. Alla fine d’agosto arrivarono di
passaggio a Procida le galere di Malta con il loro generale italiano di casa Spinelli; a settembre
si registravano invece mutamenti di diplomatici, passando a Parigi l’ambasciatore che era a
Torino, cioè il duca di Giovinazzo, e il figlio del principe di Cellamare, capitano della guardia, si
mandava inviato in Baviera. Ciò nonostante, era naturalmente poco il peso diplomatico del
regno, giacché la Spagna lo manteneva quasi tutto per sé. Anche nel settembre, mentre si
sentiva dire che erano da concedere le patenti per la leva di due nuovi terzi da inviare in
Lombardia, si provvedeva a riempire di polveri e d’altre provvisioni di guerra i magazzini militari,
ormai quasi vuoti a causa dell’occorrenze della recente guerra di Messina.
A metà ottobre giunse la ferale notizia della morte di don Giovanni d’Austria, uno dei maggiori
protagonisti della più recente storia di Napoli; alla fine di novembre giunsero ancora le galere di
Malta e il generale di quelle di Napoli, allora ancora Giovan Battista Ludovisio principe di
Piombino, si recò a bordo delle stesse in visita ufficiale.
Frattanto in questo 1679 nel corso delle guerre nordiche gli svedesi avevano visto le loro
ambizioni sul Brandenburgo tramontare definitivamente con le ripetute sconfitte subite dal loro
maresciallo di campo Horn a Tilsit, Splitter e Heydekrug a opera del grande elettore Federico
Guglielmo.

1680. Durante il governo del predetto viceré Fernando Faxando marchese di los Vélez fu
continuata la guerra al brigantaggio d'Abruzzo e si munì ancora una volta il golfo di Napoli con
opportune difese e artiglierie per timore di un attacco francese dal mare. Nell’ultima decade di
febbraio ci fu una vera e propria battaglia ad Acquaviva d’Isernia tra 60 soldati di campagna e

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oltre 100 banditi; violenze brigantesche continueranno poi nei mesi seguenti in ogni parte del
regno, essendo questo evidentemente un effetto della riforma improvvisa di tanti uomini sino
allora impiegati nell’esercito. Nel febbraio si festeggiò a Napoli il matrimonio del re Carlo II
d’Austria con Maria Luisa di Borbone, figlia del duca d’Orléans, fratello del re di Francia; verso
la metà del mese il corriero ordinario di Spagna portò l’ordine di leva per tre nuovi terzi di
fanteria italiana da inviare nello Stato di Milano (credendosi che debbano esser compiti molto
sollecitamente per la moltitudine di gente oziosa di cui si è riempita questa città. A.S.V. Nun.
Nap. 92.)
Il nunzio apostolico si riferiva qui appunto alla quantità di militari, riformati e rimasti privi
d’impiego a causa dell’improvvisa fine della guerra di Messina, che s’era riversata sulla capitale
in cerca di nuovi fonti di sostentamento. Al contrario c’era penuria di soldati spagnoli e le
compagnie del tercio fijo risultavano complete solo sulla carta, come dimostra un perentorio
ordine reale che pervenne a Napoli alla fine di marzo:

(Napoli 2 aprile:) E’ venuto ordine preciso di Spagna che le compagnie di fanteria spagnuola
contino di 112 soldati effettivi l’una, altrimenti che si riformino, procurando questi capitani
spagnuoli di riempire le loro compagnie con ogni sollecitudine (ib.)

L’aumento della forza di questi corpi di circa il 10% era evidentemente effetto dei recenti fatti
bellici siciliani, ma non durerà molto tempo e infatti presto ritroveremo dette compagnie sul
piede di 100 uomini ciascuna.
Mercoledì 24 aprile il duca di Tursi, non essendo evidentemente più necessaria la sua presenza
in regno, si licenziò dal viceré e s’imbarcò su una galera che l’aspettava a Nisida. Nello stesso
mese, in osservanza di ordini reali, si allestiva la squadra di galere e si tenevano sedute del
Collaterale alla ricerca di denaro che si doveva inviare a Milano e di altro che serviva per una
nuova leva di soldati; nell’ambito di questi preparativi, all’inizio di maggio si distribuirono le
nuove patenti di leva e arrivarono a Napoli 50 banditi accordati perché fossero inviati a servire in
presidi chiusi. Lunedì 6 fu varata una galera costruita per lo stuolo di Sicilia ed equipaggiata di
ciurma rinforzata formata con condannati trasmessi dai tribunali del regno; ciò non perché
l’arsenale di Messina, uno dei migliori del Mediterraneo, non fosse ora di nuovo in grado di
costruirsi da sé le galere, bensì per sfruttare ulteriormente le risorse finanziarie dei napoletani,
allora come oggi incapaci non solo di difendere, ma persino di individuare i propri interessi.
Pervenne in questo maggio la nuova della morte del Gran Maestro dell'ordine di S. Giovanni
Gerosolimitano, vulgo di Malta, e dell’elezione in suo luogo di un napoletano, cioè di fra’

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Gregorio Carafa dei principi della Roccella, fratello del cardinale Carafa; egli era stato sino
allora il secondo priore della Roccella, essendone il primo suo zio Francesco ed essendo un
priorato dell'ordine di Malta una giurisdizione di carattere feudale. Egli aveva cominciato a
militare come capitano di cavalleria e questo rappresentava un privilegio perché normalmente
un nobile iniziava prima come alfiere e poi come capitano di fanteria, passando in seguito a
essere capitano di cavalleria, ritornando poi alla fanteria prima come mastro di campo e poi
come sargente maggiore; a questo punto le strade si diversificavano, potendosi diventare
colonnello di cavalleria o direttamente ufficiale generale. Divenne poi mastro di campo di un
terzo di fanteria napoletana, passò alla marina e fu vittorioso generale della squadra di galere
maltesi nella guerra contro i turchi; era stato infine anche soprintendente alle fortificazioni
dell'isola di Malta. Erano quasi tre secoli che un napoletano non era innalzato alla prestigiosa
carica di gran maestro dell'ordine e cioè da quando lo era stato fra’ Riccardo Caracciolo priore
di Capua, morto il 18 maggio del 1395, anche se in effetti quel magistero fu poi retto dalla
luogotenenza di un altro napoletano, fra’ Bartolomeo Carafa priore di Roma e di Ungheria, fino
al 25 aprile del 1405, giorno in cui anche costui morì e fu seppellito sull'Aventino nella stessa
chiesa del Priorato di Roma dove era stato sepolto anche il Caracciolo.
Con inizio dall'elezione di Gregorio Carafa, ossia da questo 1680, si cominciò, come scrive il
Filamondo, ad apporre numerose iscrizioni e quadri celebrativi di tanto avvenimento nella
chiesa napoletana dell'ordine, detta di S. Giovanni a Mare, sita a pochi metri da piazza Mercato.
Si ricordano soprattutto quattro grandi quadri raffiguranti la leva di un terzo di fanteria
napoletana fatta da Gregorio in soccorso di Malta oppressa dai turchi, lo squadronamento di
questo terzo davanti al palazzo del gran maestro a Malta, la battaglia dei Dardanelli e il ritorno
della squadra vittoriosa nel porto de La Valletta; che fine avranno fatto questi quattro
interessantissimi quadri? Morirà Gregorio Carafa il 21 luglio del 1690 dopo aver nominato suo
luogotenente suo cugino il priore fra’ Carlo Carafa, gran siniscalco del Regno di Napoli e zio del
duca di Bruzzano.
Il 1° giugno si formerà una nuova compagnia di cavalli corazze e cioè quella del tenente e
commissario generale della cavalleria fra’ Virginio Valle; lo stato maggiore di tale compagnia, la
quale contava molti soldati milanesi, fiamminghi e tedeschi e pochi regnicoli, comprendeva, oltre
al Valle, suo capitano, un tenente, un alfiere, un trombetta, un armarolo e un maniscalco. Negli
stessi primi giorni di giugno si acceleravano intanto le leve sia per un terzo di fanti regnicoli da
porre sotto il comando di Carlo Andrea Caracciolo marchese di Torrecuso, terzo che poi, come
vedremo, non sarà pronto prima della metà dell'anno successivo, sia per quello già esistente del

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Caracciolo che militava nel Milanese e al quale abbiamo già accennato; per il primo si fecero
dieci capitani, cioè cinque giovani cavalieri e cinque soldati veterani, e alcuni di questi già
avevano formato la loro prima piana. Si sparse voce che il suddetto marchese, avendo in 20
giorni perduto i due figli maschi, sembra per un’epidemia di difterite, avrebbe, afflittissimo da
questa disgrazia, rinunciato al suo incarico per restare a fianco alla moglie e cercare di avere un
nuovo erede, ma poi tale voce fu smentita; comunque poco dopo, per motivi non divulgati, si
deciderà che queste nuove milizie, sebbene ormai pronte per esser inviate in Lombardia, per
questa stagione sarebbero rimaste in regno e quindi ripartite nei quartieri di S. Maria di Capua,
Pozzuoli e Capua. Due capitani del terzo del marchese di Torrecuso di nome Mormile e Pessali,
di cui uno era cavaliere, essendo venuti alle mani, furono riformati e, per non essere anche
arrestati, s’andarono rifugiare in chiesa, cioè dove la forza pubblica non aveva accesso; forse fu
in seguito a quest’episodio che anche gli altri capitani cavalieri furono riformati e sostituiti da altri
di carriera, pensandosi evidentemente che una lunga inattività e vita di presidio sino alla
campagna dell’anno seguente non si confaceva a giovani così nobili e bizzarri. Comparendo nei
pressi di Napoli una squadra di sette vascelli francesi, si ordinò, malgrado la pace, di rinforzare
di artiglierie posti e castelli della città, tra cui specialmente il forte di S. Lucia e il molo, e
s’inviarono compagnie di spagnoli a guardare diverse marine del regno; si temevano anche
sbarchi di corsari turcheschi e pertanto s’inviarono istruzioni ai presidi di Lecce e Trani perché
predisponessero le opportune difese, la nobiltà atta alle armi e le milizie del Battaglione
soprattutto. Ma si era ora in pace con la Francia e quei vascelli chiedevano pratica perché
avevano bisogno di approvvigionamenti; il viceré concesse allora che attraccassero non a
Napoli ma a Baia e ai soli ufficiali di scendere a terra; così ne scriveva allora in una sua lettera il
nunzio apostolico:

(Napoli, 23 luglio:) …Gli ufficiali e soldati delli vascelli, che ora sono accresciuti di tre altri da
guerra, vengono continuamente in città e comprano commestibili in copia… (ib.)

La conseguenza, dovuta però anche a una concomitante moria di bovini, era che a Napoli
cresceva in quei giorni rapidamente il prezzo della carne. La squadra francese poi si sposterà a
Palermo e, da quanto ne scriverà l’Auria nel suo diario, sapremo altri interessanti particolari
sulla precedente sosta a Napoli; si trattava di 4 vascelli grossi, tra cui uno che fungeva da
Capitana e uno da Almirante, cioè da vascello comandante in seconda, di tre piccoli, di cui uno
sembrava non un vascello armato da guerra bensì di fuoco, ossia un brulotto, di due barche di
vettovaglie, vale a dire due tartane o polacche da carico, di due bergantini da 24 remi, cioè da
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12 remi mono-voga per fianco, e di due feluche, cioè imbarcazioni remiere più piccole da 12/16
remi. Oltre a marinai e artiglieri questi vascelli portavano a bordo anche soldatesca da fucileria e
da sbarco e quindi facevano ancor più preoccupare:

… Pochi giorni prima furono a vista di Napoli, dove da quel signor viceré li fu concesso che
sbarcassero solamente i capitani o comandanti di essi vascelli, ma non già i soldati, per non
succeder qualche disordine… E con tutto ciò il viceré mandò alcuni regali e rinfreschi a’
comandanti di detti vascelli. Ma essi non corrisposero a tante cortesie, poiché non salutarono
con le loro artigliarie gli stendardi del Re nostro signore, inalzati ne’ regii castelli di Napoli, e
negarono questo dovuto ossequio e riverenza al nostro meritassimo Re Catholico… e ciò contro
ogni costume di buona creanza, che il forastiero, arrivato in città d’altri, ha obligo di salutar
l’insegne di quel signore dove perviene.
Venuti adunque a vista di Palermo li sudetti sette vascelli francesi, usarono anco questo mal
termine di non voler salutare lo stendardo reale inalberato al nostro Castell’a mare né meno
quello delle nostre galere di Sicilia che stavano dentro nel molo… (Auria)

I palermitani dunque, considerato l’atteggiamento di grande superbia e presunzione mostrata


dai francesi – e ciò nonostante costoro solo qualche anno prima avessero colà perso la guerra
di Messina, dovettero giuocoforza regolarsi proprio come il viceré di Napoli e concedere a quei
vascelli una pratica molto limitata.
Sabato 7 settembre, giorno della commemorazione della vittoria di Nördlingen, approfittando di
un’uscita pubblica del viceré dovuta a quell’occasione, molti ufficiali e soldati di cavalleria gli si
fecero incontro sollecitandogli il pagamento del loro soldo arretrato da parecchi mesi, ma tutto
ciò che ottennero fu che il di los Vélez, imbarazzato e indispettito, ne fece poco dopo arrestare
una trentina e sospendere per qualche tempo l’impiego di tutte le compagnie di cavalleria della
capitale, prendendosela specialmente con il tenente generale di quell’arma, il veneziano fra’
Virginio Valle, per non aver egli saputo prevenire tale inammissibile forma di protesta; è vero
che, all'atto dell'arruolamento, il re s’impegnava a pagare immancabilmente il suo soldato, ma
quest'impegno non stabiliva in che data l'avrebbe fatto e quella del pagamento mensile era solo
una consuetudine e non una clausola contrattuale; pertanto i soldati non avevano alcun titolo o
diritto d’avanzare tali lamentele. A quel tempo, non essendo ancora nati né il criticismo
idealistico di Kant né la sua conseguente nuova concezione del dovere, era per fedeltà che gli
uomini servivano il re e con l’amore reale che ne erano ricambiati; erano insomma ancora le
emozioni e i sentimenti a determinare i rapporti umani. In realtà il ritardo del pagamento del
soldo era disordine frequentissimo negli eserciti della corona di Spagna e provocò in quei secoli
memorabili ammutinamenti di soldatesche spagnole in Fiandra e in Sicilia; bisogna inoltre
considerare che in questo periodo la cassa militare napoletana era oppressa da continue

189
contribuzioni di guerra che s’inviavano a Milano o in Spagna o altrove, oltre che dai soliti
gravosi pesi fissi, di cui i più pesanti erano il mantenimento dei costosi presidi delle piazzeforti di
Casale, allora in mano spagnola, e di Sabbioneta in Italia settentrionale e il soldo che, come
abbiamo già detto, toccava al viceré in considerazione che tale, in considerazione che capitano
generale del Regno e in considerazione che capitano della compagnia di lance della sua
guardia, in tutto ora 41.305 ducati, importo totale comprensivo dei soliti 1.180 ducati per il detto
capitanato delle lance e solo di circa mille ducati inferiore a quello che abbiamo più sopra visto
doversi al viceré de Aragón; poteva inoltre anche lui prelevare arbitrariamente denaro dalla
cassa militare e, fino a un totale annuo di 90.000 ducati, di tali prelevamenti, detti, come
sappiamo, gasti secreti, non doveva render conto assolutamente a nessun funzionario del
regno. Si aggiungano infine i saltuari, ma non rari donativi che le comunità del regno erano non
infrequentemente gentilmente invitate e costrette a fargli, il che è valutabile in un 7 od 8% del
valore dei grandi donativi che i napoletani erano pure correntemente costretti a fare al loro re -
tutto ciò in aggiunta alle ordinarie esazioni fiscali - e si capirà che i viceré di Napoli disponevano
di più che cospicue risorse finanziarie in massima parte a discapito dei pagamenti militari.
Diremo ancora che, oltre al mantenimento delle predette piazzeforti, nello Stato di Milano il
Regno di Napoli pagava da sempre il totale sostentamento del corpo di cavalleria napoletana
che colà aveva tradizionalmente stanza, per non parlare della rimessa mensile a Milano che
andava sotto la voce pane di monizione, e ciò perché, fungendo quel ducato da antemurale del
Regno di Napoli, era giusto che quest'ultimo sostenesse gran parte del peso economico di
quell'esercito sempre così esposto e spesso così impegnato. Gran dispendio al regno anche
apportava il mantenimento delle fortezze dei Presidi di Toscana, senza che quegli importanti ma
piccoli possedimenti rendessero in cambio ovviamente nulla di consistente dal punto vista
fiscale e a tal proposito un reale ordine del 24 aprile 1689 imponeva moderazione a quei Presidi
per quanto riguardava la voce spesa per medicamenti, in considerazione del troppo denaro che
la Cassa Militare napoletana si trovava a dover pagare a questo titolo specie allo speziale di
Longone; infatti nel fondo Tesoreria Antica dell’A.S.N. si ritrovano, per gli anni precedenti a
questo, frequenti registrazioni di esiti di Cassa Militare per rimborsi a detto farmacista.
Comunque, ci fu poi da parte del viceré un perdono e reintegro generale delle compagnie di
cavalleria che erano state temporaneamente riformate, tranne che per un centinaio di soldati il
cui licenziamento fu confermato, approfittandosi così probabilmente di quell’episodio
increscevole per liberare i ranghi da un po’ di gente già in precedenza considerata inutile.

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Alla fine di questo 1680, dovendosi inviare consistenti forze a Neufchâteau in Fiandra per
meglio sostenere i diritti spagnoli sulla regione, vi si mandarono tutti i reparti italiani presenti in
Fiandra:

... e si è anco preso quest'espediente per tenerli lontani da’ terzi spagnuoli, per le differenze
(vertenze) che vertono tra le due nazioni.

Non si erano evidentemente dimenticati i terribili eventi degli anni 1661 e 1664, durante la
guerra contro il Portogallo, quando le zuffe tra italiani e alemanni da un lato e i loro alleati
spagnoli dall'altro si dicevano avessero fatto nell'esercito imperiale ben un migliaio di morti!
Tra i documenti di cassa militare relativi a questo 1680 c’è inoltre da notare il conto per la
fornitura di 2mila vestiti di panno di Cerreto, di cui 1.880 all'italiana e 120 alla spagnuola,
presentato dal partitario Donato Maffeo.

1681. È di questi anni seguenti a quelli della guerra di Messina una relazione fatta al viceré di
Los Vélez e intitolata Stato del Regno di Napoli e spese occorrenti per il suo mantenimento
(S.N.S.P. Ms. XXVII.A.17), da cui si può agevolmente enucleare tutta l'organizzazione militare
del regno; ne elencheremo ora i principali lineamenti. Nerbo dell'esercito e principale presidio
del regno era il terzo fisso di fanteria spagnola, costituito in quel tempo da 3.500 soldati più
ufficiali suddivisi in 35 compagnie e ciò sebbene, come abbiamo già detto, un ordine reale del
20 settembre 1636 neavesse stabilito il piede in sole 24 compagnie di 100 uomini l'una; per
trovare una precedente diversa prescrizione bisognerebbe invece risalire al real ordine del 5
maggio 1609, il quale invece voleva 20 compagnie di 200 fanti ciascuna. In realtà i viceré, a
dispetto degli ordini reali, aumentavano o diminuivano la forza di questo corpo secondo le
esigenze e le circostanze dei tempi, tenendo anche conto delle possibilità contingenti d’ottenere
rimpiazzi (visoños) dalla Spagna per sostituire i soldati morti, quelli che avessero eventualmente
disertato, quelli che, per vecchiaia o invalidità, fossero stati passati ai presidi dei castelli (non
esisteva infatti allora la pensione se non per particolari meriti) e infine quelli che erano promossi
ufficiali.
Gli ufficiali di compagnia si dividevano in alti (capitano, alfiere) e bassi (sargente, piffero, due
tamburi, portabandiera; ferraro, ossia fabbro, barbiero o barbaro, ossia pratico di chirurgia, e
infine il capitano eleggeva un capo di squadra, detto anche all'italiana caporale, ogni 25 soldati;
la prima piana, ossia lo stato maggiore del terzo, era invece costituito da mastro di campo,
sargente maggiore, due aiutanti ordinari e tre aiutanti soprannumerari del sargente maggiore,
191
tamburo maggiore, chirurgo e ben 12 cappellani. Una volta questo stato maggiore includeva
anche un medico fisico, ma in considerazione della disponibilità dell’ospedale di S. Giacomo,
tale impiego era stato poi considerato superfluo e abolito. Perché si usasse questo nome di
prima piana è facile da spiegarsi; esso deriva dallo spagnolo primera plana che significa prima
pagina e infatti, quando un commissario militare stendeva il rapporto della rivista da lui passata
a un terzo o reggimento, iniziava con l'elencare i componenti dello stato maggiore appunto nella
prima pagina della sua relazione.
La cavalleria tradizionale del regno, arruolata ancora in modo feudale, era costituita da 21
compagnie, di cui una era quella della guardia del viceré, armata ancora all'antica, cioè di lance
e armatura tipo corsaletto, ossia quasi completa. Si componeva quest’ultima di 100 soldati più
ufficiali ed era divisa, anche qui all'antica, in squadre di 25 soldati ognuna delle quali era
comandata da un capo-truppa incluso nei 25 e risiedeva a Napoli sei mesi ogni anno,
acquartierata in un palazzo del borgo di Chiaia sin da un reale ordine del 18 luglio 1653, mentre
in precedenza aveva alloggiato nel palazzo del marchese di Villa Franca, edificio che non
sapremmo però dire dove fosse; per quanto riguarda poi il resto dell’anno, se si escludono
maggio e giugno in cui i suoi cavalli - come del resto quelli di tutte le altre compagnie - erano
tradizionalmente portati al verde, cioè a pascolare nei prati per evitare la spesa del foraggio
almeno in quei due mesi, in realtà non ci è capitato di leggere in quale luogo trascorressero i
quattro mesi residui, cioè da luglio a ottobre.
C'è da notare - per fare una chiosa - che il detto essere al verde nasce proprio dalla circostanza
che, nei due mesi in cui i loro cavalli erano tenuti al pascolo, i soldati non percepivano la
sostanziosa indennità di foraggio che permetteva loro di vivere un po’ più agiatamente.
C'erano poi 15 compagnie di huomini d'arme, cioè di cavalli corazze armati nella maniera che
già sappiamo, le quali contavano ognuna 60 soldati più ufficiali; questi ultimi erano, per ogni
compagnia, capitano, tenente, alfiere, contatore -ossia pagatore, trombetto, ferraro - cioè
maniscalco - e armiero; la predetta compagnia di lance si distingueva per avere non uno, ma
due trombetti. C'erano poi quattro compagnie di fanti moschettieri a cavallo, detti ancora
all'antica cavalli leggieri, armati di leggiero, detto però - anche questo con termine antico -
ancora archibugio, compagnie costituite dallo stesso predetto numero di soldati e ufficiali che
avevano i cavalli corazze. Al tempo della relazione che stiamo considerando i capitani delle
suddette 20 compagnie erano i seguenti:

Lance:

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Lo stesso viceré.

Cavalli corazze:

Il contestabile Colonna, il quale oltre a essere capitano di una compagnia, era anche e
soprattutto generale comandante di tutte le 15 compagnie di huomini d'arme.
Il principe di Palestrina.
Il principe di Caserta.
Il principe d’Avellino.
Il duca di Calabritto.
Il duca di Martina.
Il duca di Sora.
Il duca di Sessa.
Il duca di Bovino.
Il duca di Popoli.
Il duca di Laurenzana.
Il marchese de los Balbases.
Il marchese del Vasto.
Il conte de Ybañoz.
Il conte della Cerra.

Moschettieri a cavallo:
Il principe di Montesarchio.
Il duca d'Andria, la cui compagnia poteva anche servire, all'occorrenza, da cavalli corazze.
Il marchese di Torrecuso.
Il marchese di S. Agata.

Comandante generale delle suddette quattro compagnie di cavalli leggieri era il duca di
Mont'Alto, il quale era però anche generale d’altre nove compagnie di questo tipo, compagnie
straordinarie o di nuova leva che abbiamo già trovato nelle cronache del 1675, le quali, allora
formate per le nuove emergenze causate dall’incipiente guerra di Messina, dopo la fine di
questa saranno diminuite prima a sette e più tardi a cinque; si trattava ora di circa 500 soldati in
tutto più gli stessi ufficiali sopra indicati, i quali alloggiavano, come le lance della guardia, in un
palazzo del borgo di Chiaia. Nel governo di queste nove compagnie il duca di Mont'Alto era
coadiuvato da una prima piana comprendente un tenente generale, due aiutanti e un ferraro
maggiore.
Per quanto riguarda la suddetta cavalleria tradizionale, c'è da aggiungere ancora alle precedenti
una compagnia di cavalli leggieri detta una volta nel Cinquecento degli estradioti, degli espressi
o talvolta dei crovatti (‘croati’), ora vulgo invece degli stratigoti o straticoti o della straticota o
anche dei soldati di tracolla, evidentemente perché, combattendo anche a piedi, usavano
portare la spada appunto sostenuta da una tracolla, come facevano i fanti. Questi uomini si
arruolavano tra le popolazioni profughe macedoni di lingua greca, ma in certa misura anche
193
albanesi e croate, venute a stabilirsi nel Regno di Napoli dai tempi dello Skanderbeg, a causa
delle persecuzioni turche, e qui vulgo dette, proprio per questa loro propensione al mestiere
delle armi, stratigoti – vedi per esempio il paese S. Agata dei Goti (dim. di stratigoti) nel
Beneventano. Tale compagnia era ora comandata dal principe di Schinzano, ma non serviva in
pianta stabile ed era pagata solo se e quando richiamata in servizio; un ordine reale l'aveva
recentemente ridotta da 300 a 125 soldati più ufficiali. Questa cavalleria leggera balcanica, i cui
soldati combattevano appunto a piedi o montati come gli archibugieri a cavallo o dragoni e
come questi serviva principalmente alle scorrerie in territorio ostile, a occupare posti e passi, a
riconoscere e molestare i quartieri, gli schieramenti e le ritirate del nemico e a inseguirlo quando
era in fuga, era molto apprezzata in tutt'Europa e se ne servivano molti regni e stati, soprattutto
la Signoria di Venezia per ovvi motivi politico-geografici, tanto che, anche in un momento storico
in cui la cavalleria leggera era caduta in disgrazia nell’esercito imperiale ed era stata pressoché
bandita dai campi di battaglia dal Wallenstein per averle egli attribuita gran parte della colpa
della grave sconfitta che il 16 novembre 1632 patì a Lützen per opera dell’esercito svedese, ciò
non ostante che questo stesso generale continuava a servirsi sia dei crovatti sia degli ungheri
(‘ussari ungheresi’’), insostituibili sia nella formazione di partite di corritori (‘scorridori’) da inviare
dietro le linee nemiche sia nel ruolo d’inseguitori del nemico in fuga dal campo di battaglia;
queste partite (fr. partis; sp. tropas, ‘truppe’; dal l. turba; gra. τύρβη), nome che ha conservato
un senso militare nell’inglese parties, erano formate in genere da una quindicina di soldati
montati o, ma meno frequentemente, da una ventina di fanti, e s’inviavano nel paese ostile
perché, vivendo di saccheggi , scoprissero movimenti militari e fortificazioni e prendessero
lingua del nemico, ossia facessero dei prigionieri da costringere a parlare. In Francia gli ufficiali
comandanti queste partite si chiamavano partisans, da cui il nostro partigiani - non quindi da
‘parte’ nel senso di fazione politica, come oggi si crede, e dovevano essere uomini molto esperti
di questo genere di lavoro; all’inizio del Settecento il miglior partisan francese era ritenuto un
certo monsieur de la Croix, il cui figlio, chevalier de la Croix, comandante di due compagnie
franche, sarà poi anch’egli ritenuto un ottimo partigiano (de la Chesnaye des Bois); in realtà
però l’originaria parola greca non era per nulla lusinghiera, come leggiamo in Suida
[Βαρδίσαινος: ὀ τὰς γυναῖϰας βιαζόμενος (Βardisaino: colui che viola le donne). Suida, Lexicon,
graece et latine. Tomo I, p. 416. Halle e Brunswick, 1705].
La guardia del viceré, oltre alla predetta compagnia di lance, comprendeva, come abbiamo già
accennato, una compagnia di fanti alabardieri detta guardia alemanna e che era costituita da 72
svizzeri di lingua tedesca comandati da un gentiluomo italiano e vestiti in una foggia detta

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appunto all'alemanna; gli ufficiali di tale compagnia erano capitano, tenente, preposto (seu
profosso), tre caporali, cappellano, tamburo, piffero, apposentatore maggiore (seu maresciallo
d'alloggio). Questi alabardieri alloggiavano in varie case non lontane dalla reggia e ogni volta
che arrivava a Napoli un nuovo viceré avevano diritto a un nuovo vestiario, godendone anche
altri personaggi che a detta compagnia erano amministrativamente aggregati e cioè il Re
dell'Armi (seu araldo reale), i sei trombetti di corte, l'orologiaio di corte e il portiero dei continui o
familiari di palazzo, detto anche Quintino, personaggio dalle ignote incombenze collegate
evidentemente alla presenza dei continui; erano questi ultimi, a cui abbiamo più sopra già
accennato, 100 gentiluomini che, come abbiamo già ricordato, fungevano da guardie del corpo
del viceré e che dovevano il loro nome dal dover essergli continuamente al fianco, anche se
non sappiamo con quale turno si alternassero in questo compito; costoro, i quali una volta erano
andati armati di balestra, saranno però presto, cioè con real ordine del 4 novembre 1681, ridotti
a 50. Il capo di detti continui era chiamato Il Guidone, in considerazione che portava appunto lo
stendardo del viceré quando questi assumeva il suo ruolo bellico di capitano generale
dell'esercito del regno.
Ogni anno, come abbiamo già detto, si arruolava poi fanteria ordinaria regnicola, la quale era
però unicamente destinata a essere mandata a servire all'estero o a integrare le guarnigioni
spagnole dei Presidi di Toscana. A proposito di queste leve di fanti regnicoli così si legge nella
suddetta relazione:

La leva di fantaria Napolitana, o sia italiana, si regola da’ signori viceré secondo li bisogni che
tengono d'essa e conforme l'ordini che se li danno da Sua Maestà, (il) che siegue quando più e
quando meno: però sempre se va levantando in esta città e per il regno e li soldati levantati e
che si vanno levantando si soccorreno a un carlino per ciascuno il giorno e si tengono dentro
del regio arsenale; e, quando bisogna mandarli dove ricerca il bisogno della real corona, se ne
formano le compagnie e terzi e il medesimo pie’ come d'infanteria spagnuola, però senza li
gratis né le vantagge...

Per inciso, un carlino era un quinto del ducato di Napoli e valeva 20 grana, essendo questi ultimi
quindi i centesimi del ducato; insomma equivaleva a quella moneta che più tardi in Italia sarà
chiamata il ventino. Era una moneta molto corrente e usata e con essa si misurava
generalmente la vita economica giornaliera della gente comune, ma nei conti ufficiali, come
frazioni di ducato, si usavano quasi sempre invece i reali, essendo un reale un decimo del
ducato così come anche dello scudo di Spagna o ducato castigliano; quest’ultimo però valeva
circa il 10% di più del ducato di Napoli e infatti nel 1671 si cambiava a 11 reali di Napoli e non a
10 e il reale castigliano valeva grana di Napoli 11¼. Questa struttura monetaria decimale era
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stata introdotta circa un secolo prima per decadizzare compiutamente quella preesistente
medievale aragonese, la quale era stata usata anche nel regno di Sicilia e consisteva in once
da 30 tarí e ogni tarí 20 grana, cioè era in parte dodecadica e in parte decadica.
Lo stato maggiore della fanteria del regno comprendeva un mastro di campo generale, figura
questa che era per importanza subito dopo il capitano generale, cioè dopo il viceré, il quale
ereditava questo titolo dal Gran Capitano Gonzalo Fernández de Cordoba, e quindi in effetti,
oltre a comandare la fanteria italiana, comandava tutto l'esercito eccezion fatta per il terzo fisso
degli spagnoli che non poteva prendere ordini da un italiano che non fosse perlomeno grande di
Spagna; comprendeva inoltre tre tenenti di mastro di campo generale, di cui uno
soprannumerario e tra i quali alla fine del 1681 uno risultava essere lo spagnolo Pedro de
Acuña, e quattro aiutanti di detti tenenti, di cui due soprannumerari. Generalmente si faceva in
modo che i predetti alti ufficiali fossero per metà italiani e per il resto spagnoli.
Molto interessante è la complessa pianta del treno dell'artiglieria, il cui generale era allora fra’
Titta Brancaccio, ma godeva dello stesso titolo, anche se senza comando, un altro Brancaccio
anch'egli cavaliere di Malta e cioè Gioseppe, il cui grado di parentela con il precedente non
conosciamo; godeva poi soldo un terzo generale, ma questo ad honorem. Seguono poi due
tenenti generali, un capitano dei cavalli, un capitano della scuola d'artiglieria, due gentiluomini,
un capomastro di casse e ruote (ossia un marangone d'affusti), due armaroli, due aiutanti
d'armarolo, un capitano dei petardi e trabucchi seu mortari, un mastro della scuola d'artiglieria,
11 artiglieri e una compagnia di 150 scolari d'artiglieria, i quali ultimi non godevano soldo, ma
subentravano ai predetti artiglieri non appena le piazze (ossia i posti) di costoro si andassero
liberando e allora si trasferivano dove il regio servizio richiedesse. Aggregati al treno d'artiglieria
c'erano poi un tenente di mastro di campo generale - in modo che il mastro di campo generale
potesse esercitare su tale treno un certo controllo - e infine, per mercé concessa dal re, un
aiutante del mastro di campo del Castel Nuovo con il soldo di tre scudi il mese; era quest'ultimo
evidentemente uno dei tanti ufficiali a cui era concesso nell'anzianità un vitalizio sotto forma di
soldo regolare a carico di un corpo dell'esercito o di un presidio e, d'altra parte, tramite costui
anche il mastro di campo che comandava il predetto castello, il quale includeva la Regia
Monizione e la fonderia dell'artiglieria, poteva in tal modo avere un suo osservatore nel treno
dell'artiglieria. Ai due fonditori della Regia Fondizione dell'Artiglieria si fornivano gratis
solamente il metallo - con un’ammissione del 12% di sfrido - e le vecchie antenne di galera che
essi usavano come fusi per le forme dei cannoni, restando a loro carico tutti gli altri materiali

196
occorrenti alla fondizione, come creta, legna, carboni, cimatura, manifattura degli stigli, ecc.; alla
fondizione si appaiava la fabbrica di casse e ruote per artiglieria, cioè degli affusti.
La cavalleria territoriale detta della Sacchetta era ora formata da 3.500 carabinieri (in realtà
moschettonieri) a cavallo suddivisi in varie compagnie, i cui ufficiali erano per ognuna capitano,
tenente, alfiere e trombetta; la fanteria territoriale detta del Battaglione contava invece ora
17.000 fanti armati all'antica d’archibugi, moschetti e picche ed erano suddivisi in compagnie i
cui ufficiali erano, per ognuna d'esse, capitano, alfiere, sargente e altri minori.
La squadra di mare consisteva in quel tempo in otto galere sulle quali, oltre alla marinaresca e
ai remiganti, erano imbarcate tradizionalmente compagnie del terzo fisso spagnolo in funzione
di fanteria di marina; le dette galere portavano i seguenti nomi:

Capitana.
Patrona (‘vice-capitana’).
S. Gennaro.
S. Antonio.
S. Gioacchino.
S. Fernando.
S. Teresa.
S. Francesco d'Assisi.

Per quanto riguarda le caratteristiche tecniche, l'armamento e l'equipaggio di queste galere,


cercheremo più avanti, se ne avremo il tempo, di farne cenno, ma si tratta di materia che
difficilmente si può compendiare in poche righe.
C'era ancora il personale dell'arsenale, della Regia Monizione in Castel Nuovo e della Regia
Generale Audienza dell'Esercito. Quest’ultima era il tribunale della giustizia militare, a cui erano
soggetti tutti i militari del regno, soldati o ufficiali, di terra o di mare che fossero; era presieduta
dall’Auditore Generale, anch’egli giudice togato, il quale per antica consuetudine teneva le
udienze a casa sua. Facevano unica eccezione i militari del terzo fisso degli spagnuoli, i quali,
per antico privilegio, avevano un loro particolare auditore, pur facendo costui parte della stessa
suddetta Regia Generale Audienza, e avevano inoltre, gli spagnoli residenti nel regno, anche un
carcere e un ospedale a loro riservati e detti ambedue di S. Giacomo, sebbene nel secolo
precedente i soldati spagnoli malati fossero potuti andare a curarsi anche nell’ospedale detto
della Vittoria, dove esercitavano medici salariati dallo stesso tercio. Anche della predetta
audienza facevano parte un avocato e un procuratore de’ poveri, istituzione benefica questa per
la difesa di ufficio dei poveri soldati che non potevano permettersene una a pagamento e che
esisterà a Napoli sin quasi ai nostri giorni, a spese ora del Ministero della Difesa, ma estesa
197
anche ai poveri civili con il nuovo nome di avvocato dell’Albergo dei poveri; c’erano ancora un
secretario, un chirurgo maggiore, il quale doveva fare evidentemente anche da medico legale, e
poi ancora un carceriero, due algozini (‘questurini’) e infine un capitano di campagna (profosso
maggiore) del predetto auditore del terzo con i suoi otto soldati, insomma la polizia militare del
tempo.
Le forze militari del regno terminavano con i presidiari di castelli e fortezze e con i torrieri, a cui
ultimi si affiancavano nella sorveglianza costiera le sopra guardie delle marine, generalmente da
una a quattro uomini armati e montati per ogni provincia. C'erano infine i capitani d'artiglieria
provinciali e, nelle città più importanti, il capitano a guerra, ossia l’autorità militare del luogo.
A febbraio un terzo di fanteria napoletana si trovava a Finale sotto un mastro di campo di casa
Caracciolo e non poteva trattarsi che dei 608 soldati che aveva levato ultimamente in regno,
anche in questo caso con il contributo reale di cinque ducati a uomo, il mastro di campo Gioan
Battista Caracciolo per reclutare il suo terzo, allora l’unico napoletano che serviva nell'esercito di
Milano, in considerazione che quello che stava invece contemporaneamente levando il suo
suddetto congiunto marchese di Torrecuso non era ancora compiuto; ricevé il Caracciolo anche
un abbuono corrispondente al valore di 44 vestiti di monizione di una partita di 52 che aveva
ricevuto e il prezzo d’ogni vestito da fante risultò essere ducati 6. 1. -. Da una dettagliata
relazione sull'esercito dell'Alta Italia datata 3 settembre 1681 risulta che il suddetto terzo era
allora costituito da 15 compagnie per un totale complessivo di 1.427 uomini tra soldati, ufficiali
minori, ufficiali di prima piana, ossia maggiori, e ufficiali riformati aggregati al terzo. Si usava
allora infatti accollare alla cassa di un reggimento o d'altro corpo il peso degli emolumenti - o
almeno del pane di monizione - che si concedevano a ufficiali riformati, anche se provenienti da
altri corpi, e ciò finché questi non fossero impiegati nuovamente in servizio effettivo.
Corrieri giunti alla fine di marzo portarono la notizia che il napoletano Tomaso Brunetti era stato
fatto mastro di campo generale dello Stato di Milano; il 22 aprile si seppe invece che il viceré
aveva ordinato al capitano di fanteria spagnola Andrea de Verdeguez di portarsi con la sua
compagnia di 130 uomini a Vieste per vigilare su quelle marine e allo stesso scopo, ossia a
causa dell’allora concreta minaccia di sbarchi dei corsari turco-barbareschi, altre compagnie sia
di fanteria spagnola sia di cavalleria furono poi inviate sulle coste pugliesi nel maggio. Frattanto
nello stesso aprile era stato nel Milanese riformato il terzo napoletano del già nominato
marchese di Montepagano, il quale l'aveva là condotto tempo addietro direttamente dal regno.
Il mercoledì 3 giugno arrivarono in rada 7 vascelli francesi che inviarono una lancia a terra a
chiedere pratica, ma poiché la risposta tartava, per rivalsa s’ingolfarono, cioè presero il largo e

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catturarono due tartane napoletane, una di Gaeta carica di legnami, proveniente da
Castellammare e diretta a Palermo, il cui equipaggio si salvò a terra, e un’altra della Costa, cioè
della costiera amalfitana, catturata questa invece con tutta la sua gente:

… All’arrivo del signor viceré, essendo stato ragguagliato del successo, ha fatto carcerare il
deputato della Sanità perché non accelerò la prattica alla sudetta lancia; e pare che abbia fatto
intendere alli francesi che, quando non restituiscano le nostre tartane, Sua Eccellenza ne farà
sequestrare altre due di lor nazione che sono in questo porto o piglierà altre resoluzioni (Auria)

Il predetto nuovo terzo del marchese di Torrecuso, il quale era alloggiato a S. Maria di Capua
(oggi S. Maria Capua Vetere), fu trasferito a Napoli alla fine di giugno e poi lunedì 7 luglio fu
vestito a nuovo, l’8 fu armato, sabato 12 squadronato nel borgo di Chiaia e passato in rassegna
al cospetto del viceré:

Detto terzo è ‘sì numeroso di 2.000 huomini, tutta bella gente, bene all’ordine e assai atta
all’armi, per essere stata in continuo essercizio militare.

Anche il nunzio apostolico di Napoli, in suo dispaccio a Roma del primo luglio, aveva definito
questi soldati di nuova leva gente assai buona. In effetti il Caracciolo aveva arruolato solo 1.186
soldati, leva per cui aveva anche ricevuto, come da capitolazione, il contributo di uso della
Cassa Militare, cioè cinque ducati a coscritto, come si leggerà in una registrazione di cassa
militare dell'anno seguente (A.S.N. Tes. Ant. Fs. 352); il resto dei fanti dovevano quindi essere
quelli raccolti invece dal sargente maggiore dell'arsenale Diego San Martín, il quale infatti, oltre
a ricevere capitolazione per il reclutamento di otto compagnie di cavalli corazze dismontati da
inviare nello Stato di Milano, anche in questo caso a cinque ducati l’uno, aveva ricevuto patente
dal viceré di levare pure mille fanti, ma non perché se ne servisse per formarne un suo un
nuovo corpo autonomo (ib.) Il partito del vestiario per questo tercio, cioè di 2mila vestiti
all'italiana, era stato stipulato il 22 aprile di questo 1681 con il partitario Domenico Testa.
Passato dunque in rivista, il terzo del Torrecuso fu nello stesso giorno immediatamente
imbarcato su quattro vascelli genovesi arrivati nel corso del mese precedente, uno di cui si
chiamava Arca di Noè, e un petacchio, con l'accompagnamento di due tartane, una carica di
provvisioni e l’altra dei cavalli del Torrecuso, infine la sera di martedì 15 luglio partì verso la
Catalogna. I predetti vascelli giungeranno a Barcellona dopo 19 giorni di viaggio e con la perdita
di soli cinque uomini, il che costituiva un vero optimum di sopravvivenza per i trasporti marittimi
militari di quei tempi.

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A proposito dell’arroganza degli alabardieri svizzeri della guardia del viceré di cui abbiamo detto
nella nostra introduzione, ecco un episodio del settembre (o forse del dicembre) di questo 1681
riportato dal Confuorto nei suoi Giornali:

A’ 17 detto (‘settembre’), mercordì, è stato ucciso al ponte della Maddalena con archibugiata un
tedesco della guardia di Sua Eccellenza da uno sbirro o soldato della paranza (‘squadra,
schiera’), per causa che il tedesco, volendo entrare certa farina senza pagare la gabella e li
sbirri facendoli forza che tornasse indietro a pagarla, il tedesco non solo non volse ciò fare, ma
con imperio diede con l’asta dell’alabarda una bastonata a uno di quei sbirri, del che un altro
(g)li tirò un’archibuggiata e l’ammazzò; dal qual omicidio tutti quei della paranza fuggirono via.

Qui s’intende la squadra dei birri della farina, ossia quelli preposti alla dogana dove si doveva
appunto pagare il dazio per l’introduzione di detta derrata. Un avviso da Genova del 10 ottobre
segnalava l’arrivo a Finale di una nave napoletana carica di provvisioni da guerra destinate allo
Stato di Milano. A seguito di un perentorio ordine reale del 4 novembre si dimezzarono le piazze
dei continui e pertanto si ridussero a 50, di cui dieci sarebbero stati pagati dal viceré e 40
direttamente dal re, potendo così il sovrano esercitare loro tramite un controllo diretto e continuo
sulla stessa vita privata del viceré. Questo ridimensionamento era stato ordinato più volte nel
passato dalla Corte di Madrid, ma tale disposizione non era mai stata osservata da quella di
Napoli, la quale evidentemente intascava da sempre i lauti stipendi delle tante piazze di quella
compagnia esistenti solo sulla carta; per esempio l’ordine in questione era stato dato già il 31
ottobre 1619 e poi più volte ribadito in data 9 maggio 1628, 7 aprile e 13 giugno 1629, 21
agosto 1637, ma sempre disatteso. Ora finalmente Napoli ubbidiva, ma le ruberie, pur
ridimensionate, sembra proprio che continuassero; certo è che l’anno seguente dagli esiti di
cassa militare apparirà che in realtà allora si pagava lo stipendio a soli 25 continui - a ducati 186
l’anno ciascuno, dieci dei quali però sempre a carico del viceré (A.S.N. Tes. Ant. Fs. 352).
Verso la metà di novembre morì un capitano di cavalli corazze e alla capitania della sua
compagnia fu promosso un capitano di fanteria; negli stessi giorni tornò dalla sua visita ispettiva
ai Presidi di Toscana il generale dell’artiglieria Giovann’Antonio Simonetta Pons de León
marchese di S. Crispiero, detto il Santa Cristina, pur essendo a Orbitello un assistente
dell’artiglieria fisso con uno stipendio di 138 scudi castigliani al mese (A.S.N. Tes. Ant. Fs. 352).
Per quanto riguarda i napoletani impegnati in Fiandra in questo periodo, c’è da ricordare che
con patente dell'8 dicembre di questo stesso 1681 il governatore Alessandro Farnese, principe
di Parma, nominò il napoletano Francesco di Gennaro, figlio di un fratello del già nominato
Marc'Antonio, mastro di campo del terzo italiano di Fabio Buonamico, essendo questi infatti

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stato frattanto promosso governatore della città di Ruhrmunde. In seguito, divenuto governatore
dei Paesi Bassi il marchese di Grana, Francesco di Gennaro sarà da costui mal visto e alla fine
riformato; egli si recherà pertanto a Madrid per esporre le sue rimostranze e il re gli ripristinerà il
soldo di mastro di campo nell'attesa che tale incarico vacasse in un terzo italiano per poterglielo
così effettivamente assegnare di nuovo; e forse fu in questi frangenti che i di Gennaro furono
accontentati anche con il titolo di conti di Nicotera. Nel frattempo (siamo ora nel 1684) egli si
unirà al suo ex-mastro di campo Domenico Pignatelli dei duchi di Bellosguardo, marchese di S.
Vincenzo, e resterà in quel principato per più di sei anni; farà poi ritorno a Napoli nell'attesa di
essere impiegato di nuovo in azioni di guerra.
Le leve a carico del Regno di Napoli in questo periodo furono però, a quanto sembra, più
numerose di quelle sinora descritte; ci sono infatti altre registrazioni di cassa militare del 1682
che testimoniano di una leva di soldati nazionali, ossia italiani, ma non napoletani, che fu
affidata al mastro di campo napoletano Vincenziello Gentile, il quale arruolò infatti 612 fanti in
Corsica, in Sardegna e a Piombino; ci fu infine un contributo di capitolazione pagato allo
spagnolo Pedro de Cardenas per una leva di due compagnie di cavalli corazze fatta dal suo
defunto genero colonnello Manuel de Castro. Non bisogna infatti dimenticare che in quest'anno
la Francia aveva ripreso le ostilità occupando Casale e Strasburgo e dando inizio all'assedio di
Lussemburgo.

1682. All'inizio di gennaio si sparse la voce che c'era ordine reale per una nuova leva di fanteria
napoletana, eventualmente anche impiegando a tal scopo i miliziani del Battaglione fino a un
massimo del 5% della sua forza totale, e giovedì 12 febbraio si dette difatti ufficialmente il via a
tale reclutamento, mentre nello stesso giorno passava a miglior vita il mastro di campo del terzo
fisso spagnolo. Martedì 3 marzo si trovava di passaggio a Napoli il conte di Louvigny,
governatore dell'armi di Messina, il quale era diretto a Milano dove andava ad assumere il ben
più prestigioso incarico di mastro di campo generale di quello stato, impiego che evidentemente
il sunnominato Brunetti aveva ricevuto solo pro interim.
Nello stesso predetto marzo il sargente maggiore Diego San Martín fu di nuovo incaricato dal
viceré marchese di los Vélez d'interessarsi dell'arruolamento; si trattava adesso di levare nel
regno, a spese dei baroni, otto compagnie di cavalleria non montata, di cui cinque di 63 soldati
e tre di 62, più 48 ufficiali tra bassi e alti; il viceré ne nomino i primi sei capitani, cioè cinque
regnicoli parenti stretti di titolati di prima sfera, qualifica di origine militare che significava ‘di
prima schiera’ (dall’antico gr. σπεῖρα, ‘coorte’) e uno spagnolo, già attorno al 20 marzo. Queste

201
compagnie saranno l'anno successivo spedite con molta urgenza nello Stato di Milano; nel
conto del vestiario di queste truppe alla data 13 luglio 1683 infatti si scriverà:

... qualli vestite a 9 di febraio di questo anno Sua Eccellenza (il viceré) per la freta che ebbe da
imbarcare la cavalleria smontata ordinò al detto partitario dovesse adirittura consegnare li detti
vestiti alli capitani.

La prassi difatti voleva che i vestiti per i soldati fossero consegnati alla Regia Monizione in
Castel Nuovo, dove erano confrontati al modello colà esistente da esperti della corporazione dei
cocitori; solo quando costoro avevano emesso una fede (attestazione) in cui si dichiaravano i
detti abiti esser di tipo e qualità conformi alla mostra (modello), allora si poteva esitarli dalla
monizione e distribuirli alle soldatesche. Questa cavalleria era smontata, ossia era spedita via
mare priva di cavalcature e ciò perché nelle galere non c'era posto per i cavalli e in ogni caso
pochi erano i legni allora disponibili che si potevano adibire a tale trasporto; i soldati sarebbero
stati montati in Lombardia e con ogni probabilità a spese della cassa militare napoletana. Nello
Stato di Milano da tempo ormai remoto esisteva, come abbiamo già detto, un trozo fisso di
cavalleria napoletana, il quale per esempio alla muestra del 20 gennaio 1686 risulterà contare
35 ufficiali e 337 soldati e, a quella del 20 marzo 1690, 25 e 330, numero quest’ultimo poi
sostanzialmente confermato nella rivista dell’ottobre dello stesso anno e che salirà invece a 475
in totale al 28 novembre 1693 e ancora a 494 su nove compagnie con la muestra del 13 ottobre
1694. Il 30 aprile 1691 otto compagnie delle dieci che formavano il trozo saranno di stanza a
Candia Lomellina (A.G.S. Papeles de Estado Milán).
Contravvenendo per una volta alla nostra regola di non fare, per brevità, anche i nomi degli
ufficiali di compagnia, ci piace invece ora ricordare gli otto capitani delle suddette compagnie di
cavalleria, così come si rinvengono nel detto conto del loro vestiario, e si tratta in massima
parte, come si può vedere, d'ottimi cognomi napoletani:

Gioseppe Buscamarino.
Geronimo Pimentel.
Diego Valcarcel y Molina.
Gioan Battista (Titta) Brancaccio.
Antero de’ Medici.
Ciarletta Caracciolo.
Giacomo Filomarino.
Antonio Pappacoda dei principi di Trigiano (oggi ‘Triggiano’).

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Nel Milanese il Caracciolo e il Brancaccio faranno una non veloce carriera; il primo diventerà,
come vedremo, mastro di campo e il secondo colonnello, nomina che gli sarà conferita da
Filippo V nel novembre del 1702 con soldo da pagarsi però nella città di Napoli; il Pappacoda,
come presto vedremo, diventerà anch’egli mastro di campo, ma morirà d’infermità appena nel
1993. Queste otto compagnie, passate in rassegna nel Milanese nel giugno del 1684, avranno
gli stessi capitani originari, salvo quella d'Antero de’ Medici che sarà invece allora capitanata da
Diego Velasquez; le stesse comunque non saranno però sorprendentemente provviste di
cavalcature se non circa due anni dopo e saranno quindi a lungo utilizzate appiedate; così infatti
fa capire un avviso bolognese che riporta una corrispondenza da Milano del 10 gennaio 1685:

Milano. (om.) resta risoluto di montare quelle milizie che già due anni furono qui da Napoli, che
saranno circa 800 uomini...

Prevedendosi di mandare nel prossimo futuro numerose soldatesche di nuova leva in


Lombardia, fu fatto ad aprile partito (‘appalto’) per la fornitura di ulteriori 4mila vestiti militari; il
viceré aveva inoltre già fatto altro partito per l’invio a Milano di 170mila ducati da impiegarsi per
spese militari e si diceva ne avesse poi fatto anche un terzo per altri 30mila da pagarsi colà ogni
mese per le esigenze correnti; se dunque Milano, a causa della sua posizione geografica, era
quella che sosteneva l’urto materiale e gli aspetti più tragici dei conflitti europei a cui la Spagna
partecipava, per quanto riguarda il carico finanziario degli stessi Napoli non le era certo da
meno. Sembra poi che in questo periodo siano state reclutate anche cinque compagnie di
corazze montate per un totale di 26 ufficiali, 405 soldati e 376 cavalli, cifre che risultano da un
non chiaro documento d'archivio, ma bisogna dire che in effetti il numero di soldati riportato
risulta eccessivo per sole cinque compagnie; una di queste sarebbe stata formata da Juan
Cruzit y Varcarzel. Dovrebbe trattarsi di altre compagnie di quella cavalleria detta di nuova leva
di cui abbiamo già detto e in tal caso dovevano essercene state sino a questo momento solo
due, perché da un ordine reale del 1° ottobre di quest’anno apparranno essere sette in totale e
con uno stato maggiore capeggiato da un tenente generale.
Verso la fine di aprile fu varata a Napoli la nuova galera destinata per Patrona, ossia per vice-
Capitana della squadra del regno; un interessante documento della cassa militare (A.S.N. Tes.
An. Fs. 143 I) ci fa poi sapere di una consegna d'armi fatta il 15 maggio alla Regia Monizione, in
osservanza di un contratto stipulato con lo stesso viceré dal fornitore Geronimo Angelini circa
un anno e mezzo prima, cioè il 7 dicembre 1680; ecco quanto fu fornito in quell'occasione e i
relativi prezzi:
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260 para di pistole a ducati 5 il paro.
360 carabine a ducati 4 l'una.
600 moschetti guarniti a ducati 3 l'uno.
230 archibugi guarniti a ducati 2 l'uno.

Si trattava d’armi da inviare a Milano in previsione di una prossima guerra e c'è qui da notare,
oltre al gran tempo trascorso tra ordine e consegna, l'uso che ancora si faceva nel Regno di
Napoli e in quello di Sicilia di moschetti, archibugi e carabine tradizionali, mentre nel resto
d'Europa si usava, già da tempo, il moschetto leggiero di cui abbiamo più sopra detto e, da
poco, il moschettone da focile e grillo invece della carabina da ruota; aggiungeremo infine che
per moschetti e archibugi guarniti s’intende corredati di fiasco per la polvere, di fiaschino per il
polverino d'innesco e talvolta anche di borsetta per le palle.
Nel maggio il di Los Vélez si recò in viaggio in Puglia, evidentemente a scopo di animare le
difese predisposte in quelle coste contro non improbabili altri attacchi turcheschi ed era
accompagnato dal capitano della sua guardia, cioè dal principe di Cellamare di casa del
Giudice, dall’auditore generale dell’esercito e da altri alti ufficiali militari. La mattina di lunedì
primo giugno furono passati in rivista e subito rinchiusi nell'arsenale 450 fanti di nuova leva che
erano stati raccolti nei modi consueti; nella notte tra lunedì 27 e martedì 28 luglio costoro furono
imbarcati insieme con 400 spagnoli su le otto galere napoletane e su tre del duca di Tursi; gli
spagnoli erano, come sembra, destinati di guarnigione alle stesse otto galere napoletane.
Questo convoglio avrebbe dapprima sostato ai Presidi di Toscana, poi avrebbe, come si diceva,
portato i predetti fanti regnicoli a Finale perché di là fossero infine avviati all'esercito di
Lombardia, esercito di cui si era in tal mentre tenuta una mostra generale a Milano il 6 giugno e,
dalla relazione della stessa, risulta allora esservi impiegato il terzo napoletano del mastro di
campo Gioan Battista Caracciolo, terzo che disponeva di 15 compagnie, di cui due di
guarnigione a Finale Ligure, per un totale di 1.300/1.380 uomini tra ufficiali e soldati.
Nel settembre si seppe che il mese precedente un’armata francese comandata dall’ammiraglio
du Quesne aveva pesantemente bombardato Algeri con un nuovo tipo di galeotte armato di
mortari da bombe, come abbiamo già più sopra ricordato, e quella sino allora impunitissima città
pirata si era salvata da una completa distruzione solo perché una sopraggiunta burrasca aveva
costretto il du Quesne a ritirarsi; ma i francesi si ripeteranno nell’estate dell’anno successivo
provocando alla città barbaresca distruzioni ancora più grandi.
Era in quel tempo capitano generale della cavalleria dello Stato di Milano un napoletano,
Gioseppe Dazza, a cui, nella sua qualità di generale, spettava anche il capitanato di una
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compagnia e la sua, non costituita da napoletani, contava sette ufficiali e 153 soldati tutti
montati; il Dazza resterà capitano generale per lungo tempo e cioè sino al 1694, sebbene già
dal 1693 sarà definito con nuovo titolo generale della cavalleria leggiera, specialità questa per la
quale è necessario dare qualche chiarimento perché, come tutte le parole, definizioni e concetti
che nel corso dei secoli hanno perso il loro significato originario, è causa d’infinite discussioni
interpretative, anche se non è questo il luogo per trattare dell'evoluzione precedente della
cavalleria europea, processo che dal Quattrocento al Settecento fu difatti piuttosto complesso.
Basti sapere che l’uso dell’aggettivo leggiero in cavalleria nacque in riferimento al tipo di
armamento difensivo; quindi in ogni epoca si definì cavalleria leggiera quella che portava
armamento difensivo appunto molto più leggero di quello usato dalla cavalleria detta ‘pesante’,
in quanto difesa invece da spesse armature a prova d’arma da fuoco, o che addirittura non ne
portava affatto e ciò indipendentemente e dal tipo d'armi offensive in sua dotazione e dai suoi
ruoli operativi; erano dunque cavalleria leggiera tutte le cavallerie europee a eccezione dei
lancieri detti huomini d’arme e dei pistolieri detti prima raitri, poi cavalli corazze e infine
corazzieri. Questo semplice concetto si incominciò a perdere verso la fine del Seicento, quando
cioè un’altra innovazione francese si affermò in tutt’Europa, anche se con una minor influenza
nella parte soggetta a Vienna; i transalpini infatti avevano, già dal quinquennio 1665-1670,
sostituito pressocché tutta la loro cavalleria da battaglia, fatta anche da loro di corazzieri, con
cavalleggeri privi di qualsiasi armamento difensivo metallico, armamento ormai privo d’utilità,
non dividendosi dunque più le loro truppe montate ordinarie (quindi guardia reale a parte) in
corazzieri e dragoni bensì in cavalleggeri e dragoni e ciò finché Napoleone non farà tornare in
auge i detti corazzieri. Infatti il comandante della cavalleria si chiamava ora colonel general de
la cavalerie legere, il suo secondo mestre-de-camp general e il suo terzo commissaire general
de la cavalerie legere.
Il nuovo cavalleggero - francese prima, ma poi generalmente europeo - vestiva in guerra il colet
de bufle di cui abbiamo già ampiamente detto:

Il n’y a pas un cavalier dans les trouppes de France qui n’ait un habillement de bufle, depuis
que l’on s’est deffait de ceux de fer; et c’est de-là qu’est venue le nom de ‘chevaux legers’… (de
Gaya)

In realtà il nome non era affatto nuovo, come sappiamo. L’abbigliamento difensivo restava però
usato dagli ufficiali maggiori e generali. Su questo indumento si portarono dapprima una tracolla
(fr. baudrier) porta-spada e, a bandoliera, un porta-moschettone e porta-giberna, anch’esse di

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pelle di bufalo, ma poi, non ostante che questi cuoiami avessero anche una funzione difensiva
del petto, la prima fu abbandonata per il più pratico cinturone di bufalo - il che in Francia fu
ordinato nel 1684 (Manesson Mallet); a questo si appendeva sulla sinistra la spada o sciabola e
sulla destra la giberna contenente sia le cartucce per il moschettone sia quelle per le pistole. Si
trattava di rotolini di carta reale (‘carta forte’) dello stesso calibro dell’arma a cui erano destinate
e contenenti sia la dose di polvere sia in cima la palla; il soldato ne rompeva la base inferiore
con i denti e ne faceva scorrere il contenuto – quindi prima la polvere e poi la palla - nella canna
dell’arma, utilizzando infine anche la carta come stoppaccio. Infine, a titolo sia difensivo che
sanitario, il cavalleggero aveva alti stivali con speroni e ginocchiere. L’armamento offensivo
consisteva invece appunto principalmente in un moschettone, arma a fucile, anche questo
termine francese con senso diminutivo ( e non accrescitivo!) di mousquet, in considerazione che
era arma un po’ più corta di quella di fanteria; infatti mentre il moschetto, messo in piedi,
arrivava all’ascella del soldato, il moschettone gli arrivava appena sotto il cuore e bisogna anche
tener conto del fatto che generalmente i soldati di cavalleria leggera erano scelti tra i più piccoli,
perché non dovevano gravare troppo sugli animali, i quali non erano più i grossi corsieri che
avevano usato i vecchi lancieri pesanti; inoltre il cavalleggero aveva un paio di pistole da fonda
a pietra, cioè anch’essi da focile come il predetto moschettone, anticipando in questo la fanteria
che utilizzava ancora l’accensione a miccio, e una spada o sciabola, ma presto si opterà per la
seconda perché il contrasto ‘di punta’ alla cavalleria nemica, lo scontro fisico insomma, non era
compito dei cavalleggeri, bensì allora ancora dei corazzieri.
In ogni compagnia di cavalleggeri c’erano un paio di carabinieri, ossia di soldati più esperti, più
abili bersaglieri e di conseguenza meglio pagati, i quali, come abbiamo già detto, invece del
semplice moschettone avevano quello più potente a canna rigata e a caricamento pressato,
cioè pressandovi dentro la carica con un bacchetta di ferro, che quella normale di legno si
sarebbe in questa operazione facilmente spezzata; già normalmente si faceva un gran consumo
di bacchette di legno per l’uso delle armi a canna liscia, specie durante gli assedi, e quindi in
ogni piazza o esercito bisognava averne sempre un grosso numero di riserva. Ogni reggimento
era musicalmente guidato da un timballiere e ogni compagnia da trombettiere; in ogni
compagnia c’era un alfiere portatore di stendardo, cioè un vessillo quadrato da circa un piede e
mezzo di lato - quindi molto più piccolo della bandiera di fanteria - e che era perlopiù ricamato
delle armi personali del mestre de camp comandante il reggimento.

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Non staremo però a descrivere anche l’equipaggiamento, l’armamento e i vessilli dei corpi
montati de la Maison Royal perché peculiari di quella nazione; comunque, al lettore che fosse
anche a ciò interessato consigliamo la lettura del trattato coevo di Louis de Gaya.
Un ordine reale del 1° ottobre ordinava l’estinzione della compagnia di lance della guardia del
viceré, trattandosi di soldati dall’armamento e dalla tattica ormai obsoleti, ma non estingueva
l’imposta di 13.295 ducati annui che costava il suo mantenimento e che era a carico delle
università (‘comunita’) di Terra di Lavoro, pertanto detto importo sarebbe stato da ora in poi
introitato dalla Cassa Militare senza una specifica destinazione; ma tutto ciò non sarà eseguito
prima di circa otto anni dopo, cioè nel 1690, per i motivi che a suo tempo spiegheremo. In
effetti, dagli esiti di cassa militare di quest’anno sappiamo detta compagnia doveva essere
molto costosa perché in essa prendevano soldo senza obbligazione d’assistere al stendarde,
cioè senza obbligo di presenza, parecchi ufficiali aggiuntivi, 15 nel 1682 (A.S.N. Tes. Ant. Fs.
352).
Lo stesso ordine inoltre riduceva alla metà la fornitura di utensili alla cavalleria. Alla fine
d'ottobre il viceré dette a Cecco Caracciolo marchese di Grottola patente di mastro di campo di
un terzo di nuova leva che si stava completando e che, si diceva, sarebbe anch'esso stato
spedito a Milano. Di passaggio per Napoli e pure destinate in Lombardia, lunedì 9 novembre
ripartirono su 14 tartane facenti rotta per Procida le soldatesche del reggimento alemanno che
era rimasto in Sicilia sin dal tempo della guerra di Messina e che ora s’inviavano nello Stato di
Milano; nello stesso novembre si terminò la leva d’un nuovo terzo regnicolo, del quale era stato
fatto mastro di campo il già più volte menzionato Cecco Caracciolo marchese della Grottola, e di
otto compagnie di cavalleria smontata, tutta gente destinata anch’essa a essere inviata in
Lombardia; sembra che i primi 500 fanti del terzo del predetto marchese siano stati poi spediti
su un vascello inglese noleggiato allo scopo tra la fine di gennaio e l'inizio di febbraio dell'anno
seguente.
Martedì primo dicembre, in occasione della mostra che la cavalleria di guarnigione a Napoli
dava appunto ogni primo giorno del mese, si sentiva che si sarebbero riformati due dei capitani
delle sue compagnie e cioè Pietro Bondia ed Emanuele de Agira.

1683. Nell'ultima decade del gennaio il viceré pretese dai comandanti militari della guarnigione
di Napoli il ruolo aggiornato dei loro soldati effettivi, cioè depurato dalle cosiddette piazze morte,
ossia dalle pensioni date ad anziani non più abili o anche a vedove o figli di militari morti in
servizio. Nel marzo si andavano assoldando nuovamente fanterie regnicole e questa volta per

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ripristinare le guarnizioni (‘guarnigioni’) delle galere del duca di Tursi e dei vascelli dell'armata
reale oceanica, fanterie di marina tradizionalmente napoletane, e inoltre per rinfoltire i ranghi del
terzo di Marino Carafa che operava in Catalogna; a tal scopo si facevano le mostre delle
compagnie del Battaglione, da cui evidentemente si aveva intenzione d’attingere per completare
la leva in questione. Nel maggio si rifornivano le galere napoletane di tutto il necessario
nell'eventualità di una spedizione in aiuto dei genovesi, i quali temevano a ragione un
improvviso attacco francese.
Nel corso di questo 1683 il viceré marchese di los Vélez lasciò Napoli e ne prese il posto
Gaspar de Haro y Guzman marchese del Carpio, il quale veniva da Roma dove sin dal 1677 era
stato ambasciatore di Spagna. Tra il maggio e il luglio partirono a più riprese per l'Abruzzo sei
compagnie di fanti spagnoli e parecchie squadre di campagna, in considerazione che quella
provincia risultava infestata da un migliaio di fuorusciti e briganti. Il maggior problema era
rappresentato soprattutto dalle due grandi bande dei famigerati capi-banditi Gioan Battista
Colaranieri e Santuccio di Froscia; questi banditi, forti dei tanti nascondigli che quella montuosa
regione offriva, protetti da personaggi potenti, erano tanti piccioli tiranni delle provincie e
costituivano una democrazia di gente perduta, una republica di scelerati (Filamondo). Questo
giudizio, in cui al nome di tiranni vengono curiosamente accomunate quelle di democrazia e di
repubblica, ci fa nascere il sospetto che questi banditi abruzzesi fossero perlopiù effettivamente
tali e non comuni briganti, ma forse anche gente animata da una qualche convinzione politica
anti-spagnola.
All'inizio di giugno s’incominciò a sentire di un ammutinamento a Port'Ercole:

8 giugno. Furno d'ordine di Sua Eccellenza (il viceré) fatte armare tre di queste galere sin da
mercordì della scorsa settimana con tre compagnie nuove di soldati tutti vestiti di color turchino,
nell’(abito medesimo cioè) de’ soldati di Nostra Santità (il Papa), e ben armati pigliarono la notte
seguente il viaggio verso Porto Ercole per rimettere in quella piazza il presidio a causa che quei
soldati, doppo aver maltrattati - anche con morte d’alcuni - quelli offiziali, abbandonarono la
piazza (A.S.V. Nun. Nap. 95).

E’ questo dispaccio nunziale la prima corrispondenza a noi nota in cui si comunichi che in
questo 1683 la fanteria napoletana era stata per la prima volta mente vestita di blu, così come
già lo erano i fanti pontifici, mentre fino allora detta fanteria era andata vestita d’abiti di color
grezzo o comunque di colori non uniformi. Avvisiamo inoltre il lettore che d'ora in avanti non
preciseremo più che, quando si parla di Sua Eccellenza, s’intende esclusivamente il viceré,
perché tale titolo onorifico era a Napoli - ma lo stesso avveniva a Milano - dovuto solamente a

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lui e a nessun altro, così come Sua Santità è titolo ecclesiastico riservato unicamente al Papa;
quando infatti si voleva onorare un notabile diverso dal viceré, si usava il titolo di Sua Signoria,
eccezion fatta ovviamente per i cardinali (Sua Eminenza), per il re (Sua Maestà), per il doge di
Venezia (Sua Serenità) e per i principi e duchi, ossia per i personaggi di sangue reale, (Sua
Altezza).
Alla fine di giugno giunsero promozioni dalla corte di Madrid e si trattava della conferma della
carica di generale della milizia della Vecchia Castiglia al principe di Piombino, protettorato
questo del Regno di Napoli, e di conseguenza quella di generale della squadra di galere di
Napoli allo spagnolo Nicolás de Córdoba marchese de la Gransa.
All'inizio del mese seguente poi il viceré conferì al marchese Vitelli, ad usanza della Regina di
Svezia, un doppio comando e cioè sia quello della nuova galeazza fatta fare da Sua Eccellenza,
allestita di tutte le cose che gli bisognano e adornata di intagli indorati con le sue bandiere sia
quello della compagnia di fanteria che detto nuovo vascello guarniva; insomma cominciava,
appunto sull’esempio svedese, a configurarsi la marineria da guerra moderna, nella quale non
più c’era la distinzione tra comando del vascello e comando della sua guarnigione di fanteria di
marina, distinzione che aveva sempre provocato contrasti di comando. Che a Napoli si
costruissero ancora delle galeazze, dopo le famose quattro fatte un secolo prima per l'Invincible
Armada che aveva inutilmente tentato l'invasione dell'Inghilterra, non risulta né dalle altre
testimonianze né dai documenti d'archivio che ci è stato dato da consultare e, d'altra parte, non
ci risultano altri avvisi o dispacci in cui si accenni all'uso operativo di tale vascello, la cui
tipologia era in effetti a quest'epoca ancora apprezzata e adoperata solo dalla signoria di
Venezia.
Dichiarata dalla Spagna guerra alla Francia per opporsi alla sua politica annessionistica, nel
settembre giunsero a Napoli le galere e i velieri destinati a formare un’armata da tener pronta
per difendere Genova dalla temuta aggressione francese; si misero insieme dunque 27 galere e
22 velieri provenienti dalla Spagna e dalle altre province mediterranee soggette a quella corona
e le prime a giungere giovedì 2 furono cinque galere di Spagna e una di Genova che portavano
il predetto marchese de la Gransa, seguite dopo sei giorni da un’armata spagnola consistente in
16 velieri da guerra e tre brulotti da fuoco. Quest’armata salpò da Napoli una prima volta il 23
settembre, ma vi ritornò verso il 20 ottobre senza aver avuto modo d'incontrare il nemico; il
viceré ne fece sbarcare 600 fanti spagnoli, i quali dovevano servire alla formazione di un
secondo terzo fisso - questo però di milizie spagnole e napoletane insieme - di cui un ordine
reale imponeva la costituzione e che però avrà brevissima vita, cosa che non ci meraviglia dato

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l'utopistico connubio sul quale doveva fondarsi. In quei giorni partirono insieme per la Spagna il
vecchio principe di Montesarchio, il quale, fedelissimo della corona, andava ad assumere
un’ennesima nuova carica, e il mastro di campo del terzo antico degli spagnoli probabilmente
per reclutare questo suo prestigioso corpo di fanteria.
Le leve di regnicoli che furono fatte per la predetta spedizione non sono riportate dai cronisti del
tempo con sufficiente chiarezza, né contribuisce a farvi piena luce uno strumento del notaio
Paolo Colacino rogato appunto in questo 1683 e che concerne un partito fiscale per il
reperimento di fondi destinati allo Stato di Milano e ai Presidi di Toscana; in particolare vi si
parla di denaro destinato al temporaneo mantenimento di gente di leva che si stava imbarcando
a Napoli per il Milanese e alla rimonta di cavalleria smontata che pure si stava per imbarcare. In
quest'anno furono comunque due i più importanti partiti del vestiario militare e cioè uno per mille
soldati italiani e 4mila spagnoli del terzo antico, come anche era chiamato il terzo fisso di
Napoli, e un altro di 1.170 vestiti per reclute regnicole che si trovavano consegnate nell'arsenale
di Napoli. Frattanto, nell'ultima decade d'ottobre avevano lasciato Napoli via mare per la Spagna
il mastro di campo del terzo fisso, il quale si diceva vi andasse a far leva di fanti per completare
il suddetto secondo terzo fisso o terzo nuovo, e Andrea d’Ávalos principe di Montesarchio, il
quale si diceva andava a ricevervi una nuova carica, essendo la sua di capitano generale delle
galere di Sicilia passata dal 18 luglio a Beltrán de Guevara duca di Nájera, il quale lo manterrà
sino a tutto il 1689, per poi passare l’anno dopo a comandare quella più prestigiosa di Napoli e
più tardi, cioè nel 1697, quella, sommamente ambita, di Spagna.
Sabato 6 novembre, per festeggiare il compleanno del re, si mostrarono in pubblico corpi militari
con le nuove livree da pochissimo prescritte con un’ordinanza che non c'è giunta e che era
intesa a uniformare i colori del nuovo vestiario militare europeo che anche la Spagna stava
adottando, cioè la marzina (nap. giamberga) e i calzoni attillati al ginocchio. Gli abiti, sino allora
confezionati in varie fogge nazionali, erano sempre stati per lo più forniti ai soldati in quel
tradizionale colore bruno grezzo detto amusco in spagnolo e musco o anche meschuglio in
italiano; invece si videro quel giorno, squadronati nel largo del Mercato davanti alla chiesa del
Carmine, la cavalleria vestita di color violaceo, il terzo antico degli spagnoli di rosso con risvolti
gialli e, un terzo italiano di nuova formazione costituito da 500 fanti vestiti di turchino e quello
nuovo italo-spagnolo sbarcato dall'armata, dove gli spagnoli vestivano di rosso con risvolti verdi
e gli italiani di turchino con risvolti rossi, mentre la guardia degli alabardieri alemanni comparve
ora vestita prevalentemente di giallo e non più di cremisi, come era stato fino allora. Pertanto,
poiché ormai, con l’affermarsi della detta marsina sia nel vestire militare sia in quello civile,

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poteva generarsi confusione tra i due stati, una prammatica del 29 ottobre precedente proibiva
ai civili di sesso maschile di vestire nei predetti colori rosso e turchino; ma per maggiori dettagli
sull'argomento vedasi il nostro saggio Origine delle uniformi nel Regno di Napoli, Roma, 1992.
Lunedì 15 novembre l'armata spagnola, non occorrendo evidentemente più il concentramento
navale che era stato raccolto a Napoli, salpò per la Spagna salutata dal viceré in persona, il
quale, evidentemente per sostituirvi i 600 uomini che le aveva sottratto, vi aveva in precedenza
fatto imbarcare i suddetti 500 fanti regnicoli in uniforme turchina, avendo costoro però come
destinazione ultima i presidi iberici, specie quelli della Catalogna; tra questi erano 150 briganti
abruzzesi i quali erano stati accordati a tal fine.
Sabato 4 dicembre, festa di S. Barbara, la compagnia dei bombardieri festeggiò a Napoli questa
sua patrona nei modi a lei tradizionali.
Il brigantaggio abruzzese era un’idra sempre rinascente e infatti a dicembre un’intera
compagnia spagnola fu in quella provincia trucidata dal capitano sino all'ultimo fantaccino. Il
viceré fu quindi costretto a ricorrere a mezzi e misure eccezionali e fece così subito partire da
Napoli, tra venerdì 24 e sabato 25, giorno di Natale, un terzo intiero di soldatesca spagnuola. Si
trattava evidentemente del terzo nuovo già privato dei suoi fanti italiani, in considerazione che le
compagnie di quello antico erano dislocate in luoghi molto diversi, anche nei Presidi di Toscana,
e non si potevano certo raccogliere tutte in breve tempo per mandarle in Abruzzo, lasciando
inoltre così tutto il resto del regno privo di questa fanteria spagnola che era il suo baluardo
difensivo più importante. Frattanto, nel precedente novembre, il viceré marchese del Carpio
aveva destinato governatore dell'armi in Abruzzo Gian Antonio Simonetta Pons de Leon
marchese di S. Crispiero; questi ottenne nella lotta al brigantaggio notevolissimi successi contro
tutte le bande che infestavano l'Abruzzo, per esempio contro quella del capo-brigante Gioan
Bernardino Durando, eliminò centinaia di malviventi e ne mandò 65 in catene a Napoli, dove
però non furono incarcerati nella Vicaria Criminale e poi giustiziati, ma furono rinchiusi
nell'arsenale, il che significava che si trattava di briganti accordati, ossia, come già sappiamo,
indultati a patto che accettassero di servire in guerra come ordinari soldati.
A un certo punto i banditi d'Abruzzo, incalzati senza sosta dalle milizie del S. Cristina, si
rinchiusero in Montorio, dove l'inflessibile marchese li cinse d'assedio, vinse la loro resistenza,
ne fece strage e inviò a Napoli un’altra catena di 60 di loro, i quali furono pure rinchiusi
nell'arsenale, evidentemente anch'essi accordati altrimenti ne avrebbe mandato senz'indugio
direttamente solo le teste; questi ultimi giunsero a Napoli sabato 15 maggio condotti dal giovane
Gioan Girolamo Acquaviva duca d'Atri, il quale, da non confondersi con i principi d’Acquaviva

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(Salerno) della casata genovese dei de Mari, raccoglierà poi l'eredità del marchese di S.
Crispiero nella lotta al banditismo abruzzese. In quasi sette mesi di campagna il S. Cristina
uccise più di 350 banditi e ne accordò molti altri; gli sfuggirono invece i loro due principali capi, il
Santuccio e il Colaranieri (o Colarainieri), i quali, assieme a molti loro compagni, andarono a
mettersi al servizio della Signoria di Venezia, segnalandosi poi grandemente nella conquista
della Morea e nell'assedio di Negroponte. Venezia, poiché da sempre sosteneva -
segretamente, ma non troppo - questi fuorusciti d'Abruzzo, era costretta a riceverli quando essi
andavano a chiederle asilo politico, a patto però che accettassero d’andarsene lontano a
combattere per lei; infatti non pochi abruzzesi militeranno in Dalmazia nell'esercito veneziano
ancora nel 1694. Questi sviluppi dimostrano chiaramente che non solo la Francia e lo Stato
Ecclesiastico erano i manutengoli del brigantaggio abruzzese che tanto e per tanto tempo
tormentò il Regno di Napoli e, se la Francia aveva i suoi ben noti motivi per comportarsi
ostilmente e se lo Stato Pontificio era da sempre stato filo-francese, diversi erano gli scopi che
Venezia perseguiva e cioè evitare di perdere peso politico e commerciale sull'Adriatico - mare
che i veneziani consideravano un Mare Nostrum e che difatti allora ancora si chiamava Golfo di
Venezia - tenendo il più possibile le forze della Spagna in Italia meridionale impegnate in altre
faccende.
Ottenuti i predetti buoni risultati, il viceré marchese del Carpio costituì e costruì negli Abruzzi
presidi e forti militari, tra cui il più importante era quello di Montorio al Vomano nel Teramese, la
cui costruzione inizierà nel 1686 e che era guardato da due compagnie di fanteria spagnola
mutate periodicamente; furono così finalmente liberate quelle province da una tirannia criminale
che era durata quasi settant'anni e che, dal momento che il banditismo abruzzese aveva reso
insicuri anche i tratturi, cioè le vie della transumanza pastorale proveniente dalla Puglia, con
continui furti di greggi e di proprietà di massari e pastori, aveva di conseguenza molto
danneggiato anche l'economia pugliese e le possibilità di gettito fiscale della Regia Dogana di
Puglia.
Nell’Europa orientale frattanto, con la vittoria di Kahlenberg avvenuta il 12 settembre, i 46mila
imperiali di Carlo di Lorena, unitisi ai 24mila polacchi di Jan III Sobiewski avevano rotto
l’assedio che uno sterminato esercito del sultano turco Mehemet IV, sbarcato nei Balcani alla
fine del marzo precedente, era venuto a porre a Vienna sotto il comando del gran vizir Karà
Mustafà Oglì e, da questo momento sino al 1691, gli ottomani subiranno poi ben altre 15
sconfitte, tra cui quella di Barkam e la perdita di Setzin in Polonia, Strigonia (‘Esztergom’) e
Bielograd, arretrando lentamente e gradatamente verso i loro confini. Fu questa una grande

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vittoria che ebbe per la cristianità ancora più valore di quella marittima di Lepanto avvenuta più
d’un secolo prima.
All’inizio di novembre la Francia aveva preso agli spagnoli le città fiamminghe di Kortrijk e
Diksmunde.

1684. Martedì 18 gennaio ebbero luogo le solite esercitazioni della cavalleria nel Campo di
Marte fuori Porta Capuana, esercitazioni a cui come sempre assisteva il viceré accompagnato
dalla sua compagnia di lance della guardia; in seguito un avviso di Bologna, riportandone un
altro da Roma del 29 gennaio, informò che il viceré di Napoli aveva dato le commissioni
(patenti) per la leva di due nuovi reggimenti di fanteria (‘terzi’) da mandare in Catalogna e ciò
perché si prevedeva che a breve - come in effetti succederà nel corso di questo stesso anno - si
sarebbe riaccesa la guerra contro la Francia, a cui la Spagna si sentì costretta a dichiarare
guerra perché la vedeva approfittare della pace per aumentare i suoi acquisti.
Nel marzo si dovettero spedire in Abruzzo, provincia confinaria dotata di siti difensivi molto forti,
ma infestata da banditi e briganti, altre compagnie poiché era giunta notizia che costoro
avevano ucciso 100 soldati e più di dieci ufficiali, tra i quali ben quattro capitani, in quella che
continuava quind’a presentarsi come una vera e propria piccola guerra.

(Napoli, 11 aprile:) Stanno allestiti e nuovamente vestiti da 400 e più soldati in questo arsenale,
che sopra le galere di Spagna che ancora stanno in questa darsena se ne farà l’imbarco per
portarli a’ Presidj di Toscana e in specie di quello di Porto Longone… (A.S.V. Nun. Nap. 96)

In effetti presto si farà una muta completa delle guarnigioni di quei presidi, come si faceva del
resto generalmente due volte all’anno, una di questi tempi e l’altra verso ottobre; anzi sembra
che poi s’imbarcarono ben 1.500 soldati, ma, come abbiamo appena detto, erano quelli tempi di
nuove minacciose nubi di guerra; infatti all'inizio di giugno si ricostituì a Napoli l'armata reale,
convenendovi le squadre di Spagna, Sicilia e del duca di Tursi, e ne ripartì nello stesso mese
dirigendosi verso Genova, città che stavolta il 18 maggio, dopo aver respinto l’intimazione di
resa, era stata lo stesso giorno subito veramente attaccata dall'armata di mare francese, forte di
20 galere, 15 velieri da guerra, quattro galeotte da bombe e altri legni minori con un totale di 7
od 8mila uomini da sbarco; ma, sulla base di valutazioni a noi ignote (forse perché conscia della
propria inferiorità), anche questa flotta, come la precedente del 1683, fu dirottata verso la
Spagna dove sbarcò 1.100 soldati italiani ossia regnicoli, i quali erano così destinati a reclutare i
terzi napoletani che servivano in Catalogna; tra questi c'era quello del mastro di campo Cecco

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Caracciolo marchese di Grottola, corpo che però nel corso di questo stesso 1684 sarà trasferito
dalla Catalogna al Milanese, dove nel giugno risultò contare otto compagnie più la piana
maggiore, e poi dalla Lombardia sarà inviato in soccorso di Genova bombardata ferocemente
dalle micidiali galeotte a bombe francesi, le quali erano, come abbiamo già spiegato, dei piccoli
vascelli attrezzati a batterie galleggianti e armati di grossi mortari che lanciavano in
continuazione bombe e carcasse esplosivo-incendiarie sul disgraziato capoluogo ligure. Questo
nuovo sviluppo della guerra d’assedio, cioè il bombardamento intensivo con i mortari dei civili,
tetro precursore di immani tragedie come quelle di Dresda, Hiroshima, Nagasaki e tante altre, fu
allora anche crudamente teorizzato dai francesi, come per esempio si legge nel trattato del
Manesson Mallet (p. 267, Tomo III):

... Questa maniera di fare la guerra è ottima per rendersi padroni di grandi città in poco tempo
(om.) poiché non ci sono abitanti, per quanto zelanti siano verso il loro principe, che non si
rivoltino e non massacrino la guarnigione per sottomettersi a colui che li attacca, vedendo le loro
case e i loro beni divorati dalle fiamme, le loro mogli e i loro figli schiacciati dalla caduta e dalla
distruzione delle bombe ed essi stessi ridotti alla mercé di tutte quelle funeste disgrazie.

Fermo restando che, contro Algeri e le altre città barbaresche, non c’era certo altro modo
efficace di agire per difendersi dalle pressoché millenarie e continue devastazioni portate dalla
loro intollerabile guerra di corso anti-cristiana, l’aver usato questi sistemi anche contro città a
pochi passi dai confini francesi, come Lussemburgo, Genova e Bruxelles, induce a pensare che
la grande rivoluzione che un secolo dopo cambierà la Francia con i suoi nuovi ideali umanitari si
sia presentata con grande ritardo. Del risolutivo intervento dei napoletani del marchese di
Grottola in soccorso di Genova si legge in un avviso bolognese riportante a sua volta una
corrispondenza da Genova del 27 maggio, cioè del tempo in cui questa città era sottoposta a
blocco marittimo dalla flotta francese:

... tentarono i francesi di calar in terra per far acqua dalla parte di Bisagno, ma vi trovarono tanto
fuoco che non gli sortì il disegno. Fecero poi lo stesso a S. Pier d'Arena e invero avevano
messo in fuga alcune truppe genovesi che v'erano, ma, sopragiunto il terzo de’ napoletani,
scacciarono i francesi che già avevano piede a terra con morte di 60 di loro, fra’ quali monsù de
la Motte e diversi altri prigioni, e fra questi un cavaliere di Malta, non essendo de’ napoletani
morti che 17.

Infatti fortunatamente, tra italiani e spagnoli, si era riusciti a far entrare in città soccorsi per circa
3mila uomini; ma, non ostanti le suddette valorose azioni difensive dovrà poi Genova, dopo
nove giorni di micidiali e molto distruttivi bombardamenti, accettare una pace umiliante, mentre
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la Francia otteneva anche più importanti successi bellici ai suoi confini nord-occidentali e i suoi
eserciti occupavano importanti città come Treviri e Lussemburgo. Si distinguevano frattanto in
questo stesso anno, per il loro valore nella difesa di Gerona in Catalogna assalita senza
successo dai francesi il 24 maggio, il già menzionato marchese Domenico Dentice, capitano di
cavalleria a cui era stato affidato però il comando di un intero squadrone, e gli altri napoletani
Antonio Mastrocuccio, aiutante reale, e Domenico Pignatelli dei duchi di Bellosguardo,
marchese di S. Vincenzo, il quale sarà il napoletano dalla più prestigiosa carriera all’estero di
tutti i tempi in considerazione che, già allora generale dell'artiglieria di Catalogna, sarà poi in
successione sargente generale di battaglia, mastro di campo generale della fanteria spagnola
(nomina concessagli in considerazione che figlio di madre spagnola), membro del Consiglio di
Guerra del re e governatore e capitano generale dell'Estremadura, viceré e capitano generale
prima di Navarra e infine di Galizia. Domenico Dentice parteciperà invece con il suo squadrone
alla sorpresa di Vascara e, nel 1685, sarà con la sua compagnia e con quella di un altro
capitano di cavalleria napoletano, fra’ Alvaro Minutillo, di guarnigione nella città di Calahorna; in
tal luogo chissà a quali prevaricazioni, angarie e sregolatezze ai danni alla cittadinanza si
daranno questi soldati di cavalleria napoletana, giacché a un certo punto ci sarà contro di loro
una sommossa generale dei cittadini, i quali, al grido di mueran todos los soldados!, per poco
non trucideranno il Dentice, il Minutillo e i loro uomini. Nel 1689 il Dentice e il Pignatelli
parteciperanno al riacquisto di Campredon, l'uno come comandante di uno squadrone di
cavalleria (sebbene avrà nel frattempo ricevuto la nomina a mastro di campo) e l'altro come
mastro di campo generale dell'esercito di Catalogna, come abbiamo già detto. L'anno dopo il
Dentice sarà a Napoli dove, in qualità di mastro di campo, otterrà un terzo di fanteria di nuova
leva di circa mille uomini, due delle cui compagnie saranno affidate al capitanato dei suoi fratelli
Nicolò e Gioseppe, questo di soli 15 anni, e con cui sarà spedito in Lombardia, subito
partecipando, il 18 agosto 1690, alla battaglia della Staffarda presso Saluzzo e poi a quella di
Pinerolo, ambedue vinte dai francesi su ispano-milanesi e savoiardi; nella seconda il suo terzo
perderà gran parte dei suoi effettivi tra cui il suo predetto giovanissimo fratello Gioseppe, ucciso
a soli 21 anni da un colpo di moschetto da posta; per quanto riguarda invece il fratello Nicolò, lo
troveremo ancora capitano di fanteria napoletana nel giugno del 1694. Nella detta battaglia di
Pinerolo morirono anche parecchi altri nobili napoletani, tra i quali il venturiero Francesco
Alarcón y Mendoza dei marchesi del Valle, a cui il re aveva già destinato il capitanato di una
compagnia di corazze, e tre altri capitani del terzo del Dentice, cioè Alfonso Capuano, figlio del
barone di Pollica, Pietro Sances de Luna, fratello del duca di S. Arpino, e Michele Carmignano.

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Forse fu approfittando della suddetta venuta dell’armata di Spagna, la quale, per il gran numero
di galere, sostò probabilmente in massima parte a Baia, che il mastro di campo del nuovo terzo
fisso detto tercio de la mar del Reyno de Nápoles, Cristóbal Lemos de Moscoso y de
Montemayor conte di Las Torres, si mise colà ad arruolare reclute per questo suo sfortunato
corpo, per cui, come abbiamo già visto, già si reclutava anche in Spagna.
Nel giugno i francesi avevano preso Lussemburgo, successo importante che aveva costretto
Carlo II di Spagna e l’imperatore Leopoldo I furono a concordare con Luigi XIV una tregua
ventennale, la quale era stata firmata a Ratisbona il 15 agosto, e, per finire con l’anno 1684,
diremo che era allora generale delle galere di Malta il priore di Napoli fra’ Gioan Battista
Brancaccio - soggetto di grandi talenti (Filamondo), fratello di Gioseppe, generale dell’artiglieria
dello Stato di Milano, mentre nell'assedio di Buda in Ungheria moriva giovanissimo Andrea de’
Medici, cavaliere napoletano figlio del principe d'Ottajano, il quale serviva da venturiero pur
avendo in precedenza ottenuto a Milano la carica di capitano di cavalleria. Un’offensiva
imperiale in Ungheria, condotta dal maresciallo di campo Ernst Rüdiger von Starhemberg,
aveva nel giugno di quest’anno ripreso ai turchi Višegrad (tra il 16 e il 18), con battaglia campale
Vác ( ‘Waitzen’) il 27, ma solo per pochi mesi, Pest il 30 e poi li aveva ancora vinti a Honsbeck il
22 luglio, ma si era stata arrestata davanti alla forte resistenza della cittadella di Buda, città di
cui l’esercito cristiano era dunque riuscito a occupare solo la parte bassa, dovendosi infine
nell’ottobre ritirare dopo aver perduto circa 20mila uomini per varie contrarietà contingenti, non
ultima l’arrivo di un secondo forte soccorso ottomano. Buda sarà però ripresa ai turchi, i quali la
tenevano sin dal 1541, due anni più tardi. Contemporaneamente un altro esercito imperiale,
questo austro-croato e comandato dal maresciallo di campo Conte Jakob Leslie, prendeva il 24
luglio ai turchi Verowizza e poi Bresovizza e altri castelli e villaggi della Slovenia e della Croazia;
più a est cioè in Moldavia, Podolia, Ukraina e Bessarabia polacchi e cosacchi, anche se non
con grandi vittorie, riuscivano a contenere i turchi e i loro alleati tartari tenendo lontano
dall’Ungheria il grosso delle loro forze; infine in Dalmazia i morlacchi o cristiani di Croazia,
ribellatisi al dominio ottomano e spalleggiati da una spedizione militare veneziana, contribuivano
anch’essi al ripiegamento generale dei turchi dall’Europa danubiana. La stessa Venezia,
avendo infatti aderito con Impero e Polonia alla triplice Lega anti-ottomana, supportata dalle
squadre di galere di Roma, Firenze e Malta, presentò davanti all’isola di Santa Maura
(‘Lèucade’), nido di marinarecci ladroni (Bizozeri), un’armata di mare sotto il comando di un
Morosini e formata da 6 galeazze, 40 galere, 26 velieri, tra i quali uno toscano da guerra molto
grande dal nome di il Grande Alessandro, con 1.700 fanti da sbarco veneziani più quelli portati

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dalle squadre ausiliarie; nella seconda metà di luglio sotto il comando del generale imperiale
Strassoldo si assediò la piazza, la quale dunque fu la prima marittima dei turchi a cadere;
seguirono la Prévesa il 29 dello stesso mese e poi altri successi marittimi minori.

1685. Un avviso di Bologna riportava da Napoli in data 27 gennaio che il viceré aveva ricevuto
nuove disposizioni militari dalla corte di Spagna e cioè doveva assoldare mille nuovi fanti
regnicoli e far fondere cento nuovi cannoni, i quali sarebbero presumibilmente serviti alla
grand'armata di cui tra breve parleremo, e gli si sollecitava inoltre, con ordine dell’11 gennaio, la
riforma della sua compagnia di lance della guardia. Il predetto avviso informava infine che il
viceré aveva fatto noleggiare due vascelli inglesi per imbarcarvi mille fanti, ma di ciò non
troviamo conferma nelle cronache napoletane, né si può trattare dei suddetti mille nuovi fanti
chiesti dalla Corte in considerazione che questi erano ancora da arruolare. Un altro avviso
bolognese riferiva una corrispondenza da Milano del 7 marzo in cui si diceva che era in corso la
rimonta della cavalleria napoletana di stanza in Lombardia, mentre, alla fine dello stesso marzo,
per motivi non divulgati faceva ritorno a Napoli da Genova una galera che riportava della
fanteria che vi era stata mandata. Uno strano reale ordine del 3 aprile aboliva la piazza, ossia il
ruolo, di tenente generale della cavalleria del Regno di Napoli, il che deve esser stato
sicuramente fatto per motivi puramente contingenti, essendo questo un ufficiale generale
presente in tutte le cavallerie europee e naturalmente utile a sostituire il capitano generale in
ogni caso d’assenza o impedimento di questo.
Dopo la metà di maggio approdarono a Baia cinque galere pontificie, una di cui si trasferì subito
al molo vecchio di Napoli e, domenica successiva, all'avviso che le quattro galere del granduca
di Toscana a cui si dovevano unire stavano passando al largo di Napoli, salparono per
accompagnarsi a quelle nel viaggio verso Messina, per poi deviare verso Levante, unirsi anche
a otto galere di Malta e tutte insieme andare a raggiungere l'armata veneta operante contro i
turchi, congiungimento finale che avverrà l'8 giugno. Giunsero poi un giovedì anche le galere
Capitana e Padrona di Sicilia che portavano il loro capitano generale Beltrán de Guevara e il
figlio del viceré di Sicilia conte de San Estéban; quest'ultimo, pure invitato a dormire a terra sia
dal viceré marchese del Carpio, il quale gli aveva a tal scopo fatto preparare un appartamento a
palazzo, sia dal marchese di Cogolludo, nuovo generale delle galere di Napoli, preferì
restarsene a bordo. Giunsero inoltre da Genova, porto che avevano lasciato nella notte di una
domenica dopo la metà di maggio, sette galere della Monarchia, ossia di diretta proprietà del re
di Spagna, e si trattava di due della squadra di Napoli, tre di quella di Sicilia e la Capitana e la

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Padrona di quella di Sardegna; tutte queste sarebbero infine presto state seguite dalla squadra
del duca di Tursi - galere genovesi queste non di proprietà del re, ma da lui tradizionalmente
assoldate, squadra che per il momento era rimasta a Genova nell'attesa di una catenata o ligata
di condannati al remo proveniente da Milano, condannati quelli lombardi che tradizionalmente
erano a essa assegnati. Una volta che tutte queste squadre si fossero trovate unite nella baia di
Napoli, avrebbero dovuto tutte insieme intraprendere un’impresa comune, per il momento
segreta, al servizio della Corona.
Fu in quel mentre smentita la presa di una tartana di Gaeta fatta da due fuste barbaresche, le
quali le avevano dato sì per lungo tempo la caccia, ma quella era riuscita alla fine a salvarsi.
Dopo essersi trattenuto a Napoli per qualche tempo, partì di sabato per far ritorno alla sua
residenza Joseph de la Cueva, castellano del castello di Gallipoli, il quale aveva goduto nel suo
soggiorno nella capitale delle cortesie e dei favori del summenzionato marchese di Cogolludo.
Alla fine di maggio giunse notizia al viceré di come il mastro di campo Alonzo Torrejon y
Peñalosa, preside di Chieti, fosse finalmente riuscito a far cadere in trappola il capo-brigante
Nino di Pietr’Alta, il quale, rifugiatosi con alcuni compagni nello Stato Ecclesiastico, da colà
faceva numerose scorrerie nel regno. Nell'agguato orditogli dai soldati perirono lo stesso Nino e
un suo cognato, mentre uno dei suoi fidi era preso vivo; pertanto il marchese del Carpio inviò
subito ordine che fossero immediatamente pagati agli uccisori i 3.000 scudi della taglia posta
sul predetto Nino, il quale era l'ultimo dei capi-banditi abruzzesi ancora in libertà e quindi con la
sua morte quella tormentata provincia si poteva finalmente considerare sottratta al brigantaggio,
anche perché era stato preso e carcerato un corriero sbarcato sulla marina di S. Vito in
Abruzzo; costui recava molti pieghi di lettere inviate a vari privati dai due capi-banditi Colaranieri
e Santuccio, i quali, come dicemmo più sopra, erano riparati a Venezia. I notevoli risultati
effettivamente raggiunti dal marchese del Carpio nella repressione del brigantaggio sono così
ampollosamente ricordati dallo stesso avviso del 29 maggio che riporta le precedenti notizie:

... dal che si conosce che l'occulata vigilanza di quest'eccellentissimo signor Viceré sa scoprire
le più secrete trame de’ malvagi, accertandosi ciascuno che la secretezza con cui si
commettono i delitti non può, a tempo di Sua Eccellenza, sfuggire la meritata pena. Sì che in
due anni del suo felicissimo governo ha ridotto tutto il Regno a godere una quiete e tranquillità
inesplicabile, potendosi caminare per esso con l'oro in mano.

Dopo il 20 dello stesso maggio era anche giunta a tal proposito a Napoli una delegazione di
pastori pugliesi da Foggia, i quali portavano al viceré vari doni in natura e 3.000 scudi per

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dimostrargli concretamente la loro gratitudine per aver finalmente reso sicuri e liberi dal
brigantaggio i loro tratturi:

Giunsero sin dalla passata (settimana) alcuni pastori da Foggia con un sontuoso ma piacevole
equipaggio, spediti da tutti i pecorai della Puglia con un regalo per Sua Eccellenza (om.) Espose
l'ambasciata uno de’ più arditi con tanta grazia e con un parlare pugliese così ridicolo ch'apportò
sommo piacere a tutta la Corte ch'era presente, rendendo infinite grazie a Sua Eccellenza da
parte di tutto il senato pastorale, perché dal tempo che governa il Regno non si trovano più né
ladri né banditi che molestino le lor mandre di pecore; onde Sua Eccellenza, per segno di
gratitudine, li fa trattenere in Palazzo, facendo dipingere tutta l'ambasciaria e rittraere
gl'ambasciatori con i loro abiti e pelliccie alla pecoraia.

Il pugliese era dunque già allora un dialetto divertente e d’altra parte anche il napoletano lo era
stato, cioè prima che diventasse col tempo sempre più duro e sguaiato e questo perché nel
Cinquecento fu gradualmente soppiantato dall’italiano nel parlare formale e quindi sempre più
confinato alla parlata privata del popolo basso; infatti Camillo Porzio, nella sua famosa relazione
del Regno di Napoli scritta tra il 1577 e il 1579, diceva che ancora quando lui era piccolo al
napoletano, a quei tempi ancora unica lingua parlata a Napoli, si ricorreva nei teatri italiani per
far ridere il pubblico. Chissà poi che fine la sorte avrà riservato all’interessantissimo quadro di
cui si parla nell’avviso suddetto! Sicuramente, alla morte del marchese del Carpio, la sua
famiglia se lo sarà portato in Spagna con tutto il resto dell'arredamento personale tenuto in
Palazzo, come allora tradizionalmente usavano i viceré spagnoli quando se ne andavano da
Napoli, lasciando così ogni pochi anni il palazzo reale quasi del tutto depredato di quadri, mobili
e soprammobili.
Nei primi giorni di giugno 14 galere, tra napoletane, sicule e sarde, salparono da Napoli
accompagnate da una galeotta comandata dal capitano Mezzaluna e da tre barchi luonghi che
si trovavano allora nel porto della capitale e si diressero verso Porto Longone, dove avrebbero
trovato a aspettarli i dispacci del viceré con le istruzioni riguardanti la loro ancora segreta
missione e dove pure un mese prima avevano avuto ordine di dirigersi da Genova, dove allora
si trovavano, le galere di Spagna; furono presto seguite da due grosse tartane cariche di
provvisioni da bocca e da guerra, come allora si diceva, per quattro mesi e per servizio della
stessa squadra. Frattanto si allestivano altre quattro delle galere rimaste a Napoli, destinate
anch'esse a seguire le prime, e si proseguiva la leva di genti del regno, arrivando ogni giorno
gruppi di coscritti nell'arsenale; era anche venuto a Napoli il marchese di Torrecuso proprio per
reclutare uomini per il suo terzo che operava in Fiandra. Erano poi seguite gravi baruffe tra
soldati spagnoli e regnicoli:
219
(Napoli, 5 giugno:) Per essere in questi giorni accadute baruffe tra soldati spagnuoli e italiani,
anco con morti e feriti d'ambe le parti, Sua Eccellenza ha castigati severissimamente gli autori
principali acciò per l'avenire non succedano simili rumori, volendo si mantenghi tra queste due
nazioni una perfetta pace e amicizia.

Una corrispondenza da Milano informava che lunedì 4 giugno il governatore di quello Stato si
era recato in diligenza postale a Lodi a assistere alla mostra della cavalleria di Napoli che in
quella città si teneva e nella stessa serata aveva fatto ritorno a Milano; non dovette trattarsi di
una presenza indolore se leggiamo poi anche l'avviso che segue:

(Milano, 13 giugno:) ... Per aver il signor conte Governatore trovato due compagnie de’ dragoni
mancanti di qualche soldato ha Sua Eccellenza relegati i capitani in due castelli...

Ricordiamo che il trozo fisso di cavalleria napoletana in Lombardia costituiva un apporto


importante a quell'esercito; per trozos s’intendevano allora ‘corpi di cavalleria’ (ing. bodies of
horse; td. Geschwader), cioè raggruppamenti organici di un numero molto variabile di
compagnie di cavalleria, quando negli eserciti spagnoli ancora non si era preso a imitare l’uso
francese di unirne invece un numero fisso regolamentare in reggimenti, evoluzione che però era
ora sul punto d’avvenire; infatti non erano comandati da un colonnello, bensì da un commissario
generale, il quale aveva comunque anch’egli una regolare plana mayor. Dal trozo (it. ‘tronco’)
dipendevano frequentemente dei raggruppamenti di compagnie distaccate dette, per coerenza
di similitudine, ramos; per esempio nel 1678 la cavalleria napoletana di stanza nel Milanese
contava un trozo di cinque compagnie e un ramo distaccato di due compagnie.
Verso il 10 giugno il viceré fece pubblicare una prammatica che, se ripetuta ai nostri giorni,
risolverebbe per parecchio tempo il problema dell'endemica delinquenza meridionale:

(Napoli, 12 giugno:) Avendo conosciuto quest'eccellentissimo signor Vice-Ré, per lunga


esperienza, che la maggior parte ode delitti enormi ch'alla giornata si commettono provenga
dalla moltitudine di persone oziose e vagabonde che si trovano in questa Città e Regno senza
arte né officio, per ovviare gl'inconvenienti che possono succedere, ha in questi giorni con
pubica prammatica e bando ordinato che simile gente, si è forestiera, debbia fra il termine di tre
giorni partire da detta Città e Regno sotto pena di cinque anni di galera; si è regnicola o
Napolitana, che non tenga robbe né officio né esercizio da poter mantenersi, che soggiaccia
all'istessa pena, solo che fra 15 giorni debbia sfrattare dal Regno e fra tre da questa Città (om.)
e a quelli che denunziaranno simili persone vagabonde se gli promettono due scudi di
beveraggio per ogne uno delli denunziati.

220
Nel pomeriggio di domenica 17, giorno in cui si festeggiava allora la Ss. Trinità, quattro schiavi
maomettani delle galere di Napoli, catechizzati pubblicamente dal padre gesuita Domenico
Geronimo, furono battezzati nella parrocchia del Castel Nuovo; convertirsi era, sia per i
maomettani al remo delle galere cristiane sia per i cristiani al remo di quelle turco-barbaresche,
l’unico modo per sottrarsi a quella durissima e penosa schiavitù. Verso la metà dello stesso
giugno furono poi inviate milizie alle isole Tremiti in considerazione che da diversi anni non si
mutava il presidio spagnolo della locale fortezza e in quel mentre si faceva leva di soldati per
reclutare il terzo napoletano del marchese di Torrecuso a tal scopo venuto a Napoli dalla
Fiandra, dove quel corpo ora si trovava. In quegli stessi giorni furono portati a Napoli in ceppi il
famoso capo-brigante Domenico Basile da Cerreto e alcuni suoi compagni; questi l'anno
precedente, per sfuggire all’efficace repressione messa in atto dal marchese del Carpio, si
erano rifugiati nello Stato della Chiesa e poi avevano quest'anno provato a ritornare
segretamente nel regno pensando di esser stati ormai dimenticati, ma erano stati presi e il
giorno 18 furono arrotati a morte in punizione dei loro delitti.
In quel mentre si era effettivamente formata a Porto Longone una grande squadra di galere,
unendosi in quel porto quelle di Spagna, Napoli, Sicilia, Sardegna e duca di Tursi, cioè tutte
quelle di cui disponeva la monarchia spagnola. Quella del duca di Tursi, detta anche dei
particolari genovesi, ossia dei privati genovesi, come abbiamo già detto, in considerazione che
la Repubblica di Genova ne aveva solo tre che per questo motivo erano dette galere pubbliche
o anche governative, era al servizio spagnolo sin dai tempi di Carlo V, cioè da quando suo
capitano generale era Andrea d’Oria (1466-1560), il famoso uomo di mare, il quale, era al
servizio della corona di Francia, ma, per insanabili dissapori intervenuti, era poi passato con
tutte le sue galere al campo opposto; questo voltafaccia del d’Oria cambiò il corso della storia
d'Italia e di conseguenza d'Europa, perché poi la secolare fedeltà dei d’Oria e di questa loro
squadra alla parte imperiale fu uno dei principali punti di forza del dominio spagnolo in Italia,
perché queste galere genovesi assicuravano rapidi e continui collegamenti marittimi tra la
penisola iberica e quella italiana, oltre a guardare il medio e l'alto Tirreno dalle scorrerie dei
barbareschi; se il d’Oria fosse rimasto fedele alla Francia le cose sarebbero senza dubbio
andate in maniera diversa, ma poiché i se, come si sa, non sono d’alcuna utilità alla storia,
torniamo alla grande squadra che si era raccolta a Porto Longone. Dopo circa una settimana
dalla loro partenza le predette 14 galere fecero ritorno a Napoli accompagnate dalle dieci che
formavano la squadra del duca di Tursi, senza che, procedendo verso ponente, avessero
incontrato legni nemici, e la loro missione sembrava esser ora invece quella di dover far rotta

221
verso levante per tenere i mari liberi dai corsari barbareschi; in effetti la loro missione originaria
restò segreta e tutto ciò che poi si poté vedere fu che l'8 agosto seguente tutte queste galere
salparono per la Sicilia dove presto avverranno dei preoccupanti torbidi a seguito della ribellione
d’alcuni nobili.
Si effettuavano frattanto reclutamenti di fanti con un certo successo e le nuove reclute erano,
come il solito, concentrate nell'arsenale di Napoli; comunque, non ostante la nuova leva chiesta
dalla Spagna all'inizio dell'anno e i predetti grandi preparativi marittimi, troviamo per questo
1685 una sola fornitura di vestiario riguardante 488 vestiti consegnati alla Regia Monizione non
più tardi dell'aprile.
Giovedì 5 luglio, in occasione della festa del Corpus Domini, fanteria spagnola, italiana e
cavalleria si squadronarono nel largo del castello e fecero tre salve di moschetto, a cui
corrisposero quelle dei cannoni delle fortezze e delle galere; in tale occasione il viceré fece fare
alla sua fameglia (‘servitù’) sfoggio di una nuova, ricca e bella livrea. Negli stessi giorni arrivò a
Napoli una catena di 16 condannati al remo e, nella seconda, una di 28, questi inviati dal
commissario generale di campagna (tutti giovani robusti, proporzionati alla professione
ch'intraprendono), e erano tutti per rinforzo delle galere napoletane che ne avevano in quel
periodo grande necessità; infatti tre birri, riconosciuti colpevoli di furto con raggiro, furono dopo
qualche giorno anch'essi condannati a otto anni di galera.
Dall'armata veneta che operava contro i turchi giunse a Napoli di sabato sera il capitano Van
Axel aiutante maggiore del generale Deghenfeld, comandante di quell'esercito in Levante;
aveva viaggiato 13 giorni dopo esser sbarcato a Otranto e si trattenne però nella capitale
pochissimo tempo perché, latore di dispacci al senato di Venezia, ripartì subito verso Roma con
le poste, non senza però aver dato al viceré un esauriente aggiornamento su quelle operazioni
belliche. Martedì 17 luglio il viceré, molti rappresentanti della nobiltà e i generali delle squadre
delle galere che, come abbiamo detto, si trovavano raccolte a Napoli, assistettero al varo di una
galera nuova, mentre a breve se ne sarebbero varate altre tre che si stavano ultimando in gran
fretta.

(Napoli, 24 luglio:) Considerando Sua Eccellenza l'abbuso introdotto da alcuni comandanti di


queste milizie, quali prohibivano a’ soldati di poter comprare robbe da mangiare se non nelle
taverne ch'essi tenevano ne' presidij con gran pregiudizio de’ poveri soldati, ha in questi giorni
con pubblico bando a suon di tamburro ordinato che ciascuno possa comprare ove più li piace e
a’ revenditori di poter entrare ne’ presidij a vendere ogni sorte di comestibili, togliendo le taverne
ed osterie introdotte dalli sudetti per loro lucro, ma con danno e detrimento del soldato;
ordinando anco che nessun soldato possa essercitare arte mecanica né servire da creati
(servitori) a’ loro capitani.
222
Bisogna qui precisare che allora per taverne s’intendevano allora gli spacci militari e non
le osterie, cioè non luoghi dove, pagando, ci si potesse sedere a mangiare cibi cotti; c'erano
quindi taverne anche a bordo delle galere e degli altri vascelli da guerra. Nella marineria
francese oceanica era consuetudine che i capitani, anche quelli dei vascelli reali da guerra,
facessero a bordo essi stessi commercio di taverna, vendendo all’equipaggio soprattutto vino,
acquavite ed in seguito anche tabacco; ma nel Seicento questa pratica sarà vietata dal re per non
potersi più ammettere che gli stessi capitani agevolassero ed istigassero in tal modo i marinai
a consumare il loro soldo ed i loro effetti personali per l’acquisto di generi viziosi. Nella seconda
metà del Seicento cominciò a diffondersi anche a Napoli il consumo di vegetali americani
quali pomodoro, cioccolato e tabacco, ma il primo fu per qualche tempo considerato, per i suoi
piccoli graziosi frutti rossi, solo come una pianta ornamentale da coltivarsi su balconi e
terrazze; il secondo, già conosciuto nel secolo precedente, era stato sempre creduto dai più nocivo,
più tardi da qualche medico consigliato sciolto nel brodo per potersi avvalere così della sua unica
virtù di riscaldare lo stomaco e solo ora appunto si vedevano a Napoli aprire le prime cioccolaterie.
Del terzo, sebbene diffuso in Europa con un corredo di pubblicità commerciale che lo aveva
presentato come una pianta ricca di virtù medicinali, si scoprì invece molto presto la natura
chiaramente dannosa; ciononostante mai se ne ostacolò l’uso tra marinai e soldati perché
i medici avevano anche costatato che calmava gli animi, deprimeva lo scontento e in una parola
rendeva il servizio militare più tollerabile, tant’è vero che non fu proibito nemmeno agli stessi
soldati turchi, di solito soggetti a un buon numero di divieti.
La mattina di lunedì 23 luglio si tenne la mostra, ossia la rivista come già sappiamo, di tutte le
milizie della capitale e in tale occasione, in conformità a ordine reale già vecchio del precedente
11 gennaio, fu riformato il terzo spagnolo detto del Mare o nuovo, costituito, come sappiamo,
solo un paio d'anni prima, e i suoi scarsi effettivi, consistenti in sole tre compagnie, furono
aggregati al terzo vecchio degli spagnoli, eccezion fatta del suo mastro di campo conte di Las
Torres e dei tre capitani che restarono invece riformati; il motivo di questa cassazione fu che,
data appunto la scarsità dei suoi ranghi, lo stato maggiore di questo corpo aveva un costo
eccessivo [non ad altro oggetto che per iscusare il guasto (‘spesa’) della Prima Piana]. Il giorno
seguente arrivarono a Napoli 22 schiavi che avevano fatto parte dell'equipaggio di una fusta
barbaresca, la quale, approdata nei pressi di Manfredonia per far razzia di cristiani, era rimasta
essa stessa preda dei paesani; furono subito incatenati ai banchi delle galere napoletane.

223
All'inizio d’agosto, avvicinandosi l'apertura della famosa fiera annuale delle sete a Messina e a
evitare il contrabbando di quei tessuti dalla Calabria, il viceré spedì verso quella volta due barchi
longhi ben armati perché scorressero quelle acque e impedissero i disordini soliti pratticarsi da
coloro che concorrono alla fiera; domenica 5 furono catturate dalla galera napoletana S. Rosa
due tartane francesi che stavano caricando grano a Castellammare di Stabia e, condotte a
Napoli con l'accusa di contrabbando, benché il padrone di una di esse protestasse d’avere una
regolare concessione per quel carico; il che, se accertato, ne avrebbe prodotto il rilascio. La
mattina del giorno seguente, avvicinandosi l'ora della partenza dal porto di Napoli delle squadre
di galere da tempo raccoltevisi, le milizie spagnole che dovevano imbarcarvisi di guarnigione
furono formate in squadrone e passate in rivista, comparendo tutte vestite d’abiti nuovi e per la
prima volta di color rosso, davanti al palazzo reale dove restarono finché il viceré non si fu
affacciato al balcone cerimoniale per vederle; poi tornarono al loro presidio e più tardi
s’imbarcarono insieme con soldatesche italiane e di nuovo al cospetto del viceré:

… il quale, perché un capitano italiano, nel passar la mostra prima dell'imbarco, non portava la
sua compagnia compita, oltre l'esser molto mal vestita, lo riformò e diede la compagnia
all'alfiere con dichiarare alfiere il sargente e il capo squadra più antico sargente (Napoli, 14
agosto 1685).

Quale vergogna e umiliazione deve aver provato quel misero capitano, il quale, probabilmente
perché povero, non aveva avuto la possibilità di rimetterci o anticipare del suo per presentare in
buon ordine la sua forse da tanto agognata compagnia!

A un’ora di notte sarparono l'ancore le sudette galere in numero di 22 senza essersi potuto
penetrare a qual parte abbino drizzato il viaggio; mentre Sua Eccellenza non communica a
nessuno le sue intenzioni e quest'è la causa che tutte le sue intraprese sortiscano il bramato
fine, già che la secretezza nell'operare nelle materie di stato è quella che guida gl'affari politici
alla desiata meta.

Anche quest'ultimo avviso è del giorno 14 agosto, ma la partenza di cui si parla era avvenuta,
come abbiamo già anticipato, il giorno 8 precedente; c'è da notare la nuova sviolinata del
cronista al viceré marchese del Carpio.
Domenica 19 dello stesso mese fu recata a Napoli dalla provincia di Salerno la testa del capo-
brigante conosciuto con il nomignolo de il Zelluso di Montuoro, forse perché tignoso o
comunque alopecico; costui aveva infestato la campagna per molti anni e poi nel 1684, messo
alle strette dalla gente di corte, si era allontanato dal regno, ma, tornatovi presto, era subito

224
caduto in trappola. Per ordine del viceré la sua testa fu esposta nell'arsenale, andando così ad
aggiungersi alle altre di criminali già in quel luogo in mostra per esempio e per terrore di tutti i
malfattori.
Martedì 28 ritornarono a Napoli da Palermo le numerose galere che venti giorni prima erano
partite per la Sicilia senza però che si parlasse a Napoli dell'esito della loro missione, mentre si
aveva notizia che i veneziani e i cavalieri di Malta avevano preso per assalto ai turchi Corone in
Morea dopo 48 giorni d’assedio e avevano anche sconfitto in campagna l’esercito nemico
venuto al soccorso di quell’importante piazza; si seppe inoltre che i francesi, usciti alla fine di
giugno dai porti di Provenza con un’armata di 16 galere, 15 vascelli e cinque palandre a bombe,
avevano il mese successivo sottoposta Tripoli a un così pesante bombardamento con le loro
palandre da costringerla ad accordi di pace con l’immediato pagamento di un tributo e il rilascio
di 180 schiavi cristiani, incluso un nobile inglese, i quali furono portati a Tolone; si ebbe in quel
mentre pure nuova da Milano che alla metà dello stesso agosto era stato colà licenziato un altro
terzo e cioè quello di fanteria napoletana di Cecco Caracciolo marchese di Grottola a cui
abbiamo già accennato, mentre il mese successivo appariranno in quell'esercito di Lombardia le
prime quattro compagnie di un nuovo terzo di napoletani e si tratta ora di quello del mastro di
campo Marc'Antonio Colonna; alla fine del mese si seppe poi anche della grande vittoria
conseguita sui turchi a Strigonia dalle armi cesaree, ossia dall'esercito del Sacro Romano
Impero, notizia che, unita ad altre dello stesso tenore immediatamente seguenti, produssero a
Napoli tre giorni di festeggiamenti ufficiali.
All'inizio di settembre le galere tornate dalla Sicilia ripartirono in numero di 21, ben provviste di
viveri e di munizioni, anche questa volta per una missione che il marchese del Carpio aveva
mantenuta segreta secondo il suo solito costume, mentre dopo qualche giorno, di venerdì,
approdavano a Nisida le quattro galere del granduca di Toscana che erano di ritorno
dall'arcipelago greco, insieme con due della Repubblica di Genova a cui si erano unite a
Messina, dove queste ultime si erano trovate per caricare sete. Avuta notizia di quest'arrivo il
viceré mandò subito il tenente di mastro di campo generale Antonio de Maldia a dare il
benvenuto al comandante toscano e probabilmente anche a indagare il motivo di quel
prematuro ritorno, giacché la campagna anti-ottomana non era ancora terminata e infatti le
galere pontificie erano rimaste in quei mari. Ripartite da Nisida, le galere di Toscana si unirono
nel viaggio verso Ponente con le predette della corona di Spagna che si erano dovute trattenere
alcuni giorni a Gaeta non avendo ancora potuto oltrepassare la costa laziale a causa del
maltempo, inconveniente questo del tutto consueto e che rendeva detta costiera

225
particolarmente temuta dai naviganti diretti nell'Alto Tirreno. Le squadre di galere della
monarchia raggiunsero poi di nuovo Porto Longone dove difatti le suddette di Spagna
risulteranno essere in sosta il 23 settembre e dove infine riceveranno l'ordine d’andare a
svernare ognuna nel proprio arsenale, tranne quella dei particolari del duca di Tursi, le quali, pur
essendo genovesi, svernavano nel porto di Gaeta e ciò probabilmente per motivi, oltre che
strategici, anche fiscali, ossia per poter addossare all’erario del Regno di Napoli quanto più si
poteva del costo del loro raddobbo e del loro equipaggiamento; si aveva del resto avviso certo
che anche quelle di Francia si erano ritirate nella loro Marsiglia e che le loro genti erano state
licenziate. Verso il 20 ottobre partiranno comunque da Napoli due grosse tartane cariche di
provviste per le squadre allora ancora ferme a S. Stefano e a Longone e che poi, prima di
ritirarsi a svernare, si trasferiranno tutte a Genova, porto dove risulteranno in sosta ancora all'11
di novembre.
Frattanto venerdì 7 settembre si era commemorata, come il solito, la ricorrenza della grande
vittoria di Nördlingen e il giorno seguente si erano svolti i tradizionali corteo e parata al borgo di
Chiaia per la festa della Madonna di Piedigrotta.

(Napoli, 18 settembre:) Essendo in questi giorni vacata una compagnia di fanteria spagnuola
per la morte del capitano, Sua Eccellenza l'ha conferita a don Nicolás de Zarate, nipote di
questo signor secretario di stato e guerra don Diego Ortiz de Zarate, e sabbato a sera ne prese
il possesso con entrar la prima guardia nel reggio palazzo e riuscì la funzione assai decorosa
per il numeroso accompagnamento de’ capitani e altri officiali spagnuoli che l'assisterono, alli
quali furono dispensati copiosi rinfreschi di canditi, zuccari e ciccolate.

Quest’avviso sembra esser però abbastanza tardivo perché, confrontandolo con la notizia dello
stesso avvenimento già data dal nunzio apostolico, risulterebbe che la cosa era avvenuta
sabato 8 e non sabato 15. Pure a settembre giunsero a Napoli altri rimpiazzi per il terzo fisso:

(Napoli, 25 settembre:) Sono gionte qui due compagnie spagnuole di nuova leva assai belle non
meno per il numero che per la qualità della gente.

Questo arrivo di fanterie spagnole è confermato da un avviso di Bologna riportante una


corrispondenza da Napoli del 6 ottobre e nel quale, dettagliandosi che i nuovi fanti erano giunti
a bordo di vascelli inglesi - vascelli che era allora abbastanza agevole trovare da noleggiare
anche nel Mediterraneo - ed erano destinati sia alle compagnie del terzo fisso sia ai vari presidi
del regno, se ne dava però un numero spropositato e cioè ben 2.300, evidente errore di stampa
trattandosi di sole due compagnie e di soli due vascelli; d'altra parte non sembra probabile che il
226
terzo fisso avesse proprio allora bisogno di tantissimi rimpiazzi, giacché solo pochi mesi prima
aveva assorbito la riforma del terzo nuovo.
Nell'ultima decade di settembre il marchese del Carpio spedì la galera S. Rosa carica d’attrezzi
militari destinati a provvista del castello di Baia; approdarono invece a Napoli i due barchi longhi
che erano stati a scorrere i mari di Calabria. All'inizio d’ottobre arrivarono a Nisida le galere
pontificie di ritorno dal Levante, dovendo proseguire poi il viaggio verso il loro porto di
Civitavecchia, dove andavano a svernare data la stagione ormai avanzata e che non più
permetteva la navigazione di quei leggeri e instabili vascelli, e si stavano frattanto ritirando nei
loro porti anche le squadre della monarchia di Spagna. Il marchese del Carpio inviò in
quell'isoletta l'aiutante di tenente generale Agostino Requero perché complimentasse
(salutasse), secondo l'uso, il comandante di quella squadra e gli portasse in dono gran quantità
di rinfreschi; ma, poiché si sentiva esser aumentata la peste in Levante e quei vascelli erano
arrivati carichi di bottino e di schiavi che avrebbero venduto a poco prezzo se fosse stato
concessa loro la libertà di farlo, fece subito anche pubblicare bando che nessuno potesse
comprare roba né schiavi dalle dette galere sotto pene severissime e, se poi qualcuno avesse
già comprato da loro qualche schiavo, avrebbe subito dovuto farlo rinchiudere nel Lazzaretto
per la debita quarantena.
Sabato 13 ottobre giunse nuova di un’importante vittoria ottenuta dalle armi imperiali in
Ungheria e il giorno dopo tale successo fu festeggiato in città nei modi di uso. Un altro avviso
bolognese - questo riguardante una corrispondenza da Milano, riferendosi alla riforma di buona
parte dell'esercito di Lombardia, ci evidenzia come le soldatesche napoletane che vi facevano
parte fossero considerate straniere a tutti gli effetti e ciò anche se invece ufficialmente si
sarebbero dovute ritenere tali solo quelle tedesche o borgognone:

(Milano, 24 ottobre:) Lunedì si diede poi la mostra come si accennò e seguì poi la riforma di 20
compagnie di fanteria italiana e due di cavalleria straniera Napolitana con un sargente maggiore
e sua prima piana. Si sono smontati 500 cavalli (soldati a cavallo) tra dragoni e della cavalleria
straniera napolitana, quali si manderanno in Catalogna.

I predetti 500 soldati smontati furono infatti inviati, via Voghera e Serravalle, a imbarcarsi a
Genova, dove saranno passati in rivista il 12 novembre successivo. Probabilmente era tra le
predette compagnie di cavalleria riformate o inviate smontate in Catalogna anche quella del
capitano Ciarletta Caracciolo, il quale risultava in tal incarico ancora nell'agosto precedente;
troveremo però negli anni a venire il Caracciolo di nuovo nel Milanese, ma stavolta con la
patente di mastro di campo.
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Oltre che esser considerati stranieri, come abbiamo appena detto, i meridionali erano anche
tenuti alla larga perché, sebbene alleati, erano ritenuti pericolosi come i nemici francesi; ecco
infatti che cosa si diceva in un altro avviso della gazzetta di Bologna:

(Genova, 27 ottobre:) Martedì arrivò qui il marchese di Cocogliudo, generale delle galere di
Napoli, col resto di quella squadra e con quelle di Sicilia e di Sardegna, onde si tengono chiuse
diverse porte (della città) come quando vi sono quelle di Francia, con assistenza de’ cavalieri
(genovesi) alle aperte.

Alla fine d’ottobre era già quasi finito a Montorio in Abruzzo il nuovo castello fatto costruire da
quest'attento viceré e chiamato S. Carlo in onore del re, castello che, possente e dotato della
migliore artiglieria e di tutto quant'altro occorrente, avrebbe avuto la funzione di scoraggiare la
ricostituzione in quel territorio di quel nido di banditi che vi aveva attecchito nel passato e che le
forze del marchese del Carpio avevano da poco tempo decisamente distrutto; ne era stato
nominato castellano l'aiutante di tenente generale Geronimo Lavagna, il quale si preparava
appunto a recarcisi alla testa di due compagnie di fanteria spagnola destinate di presidio al
detto castello, compagnie che verranno in seguito mutate periodicamente com'era normale per
tutti i presidi del regno. Questa fortificazione andava così ad affiancarsi all'altra, pure terminata,
posta a guardia degli Abruzzi e cioè alla rocca di Roseto di S. Giorgio di Castellana, fortezza
questa già ritenuta inespugnabile e il cui nucleo originario era stato donato alla corona dal duca
d'Atri suo proprietario.
Domenica 4 novembre, giorno di S. Carlo, si festeggiò a Napoli l'onomastico del re e il 6
successivo anche il compleanno:

… Questa mattina, giorno natalizio di Sua Maestà Cattolica, è comparsa tutta la milizia
spagnuola vestita nuovamente con vestiti di color incarnato (rosso), fodrati di color giallo, che
formavano una (non) men dilettevole che piacevole vista. Anco tutte le compagnie de’ cavalli
hanno avuti i lor vestiti nuovi, differenziandosi l'un dal'altra nel color diverso della fodra del
vestito, quali erano tutti di color pavonazzo. La guardia tedesca (gli alabardieri svizzeri)
ch'assiste a Sua Eccellenza parimente è comparsa molto vaga con vestiti a proporzione (foggia)
dell'usanza di quella nazione; ma sopra tutto è stata ricca e bella la livrea ch'ha spiegata
(dispiegata) tutta la famiglia bassa (servitù) di Sua Eccellenza, che non è poco numerosa, ch'ha
ben dimostrato la splendidezza e generosità dell'animo suo, che non risparmia a spesa purché
coloro che servono l'Eccellenza Sua compariscano ben vestiti.

Ancora all'inizio di novembre giunse a Napoli una catena di 16 condannati al remo inviata
dall'udienza di Montefuscoli e giungeva molto a proposito in considerazione che entro pochi
giorni si sarebbe varata una nuova galera nelle acque dell'arsenale. Con nuova da Milano del
228
24 ottobre si seppe poi a Napoli che 10mila moggi di grano prodotti nei due regni di Napoli e di
Sicilia stavano per essere sbarcati a Savio di Goro per rifornire quello stato; serviva in quel
tempo nel Milanese, in qualità di capitano di cavalleria alemanna, il napoletano Gioseppe
Giudici, figlio del duca di Giovenazzo, il che dimostrerebbe che erano solo gli spagnoli a voler
essere comandati solo da ufficiali della loro stessa nazionalità, eccezion fatta, come abbiamo
già osservato, per i Grandi di Spagna, i quali, anche se non spagnoli, a questi erano a tutti gli
effetti equiparati. Fu anche notizia da Genova, datata 24 ottobre, che il precedente martedì era
arrivata in quella città la squadra di galere di Napoli con il suo generale delle galere di Napoli
marchese di Cogolludo, il quale conduceva in quell'occasione anche le squadre di Sicilia e di
Sardegna, e risultava ancora in sosta in quel porto il 7 del mese seguente. Martedì 13 si
festeggiò un’altra vittoria dei cesarei in Ungheria, la cui notizia era arrivata al viceré portata la
sera precedente da un corriero espresso:

(Napoli, 20 novembre:) SI è poi saputo che la nuova della presa di Cassovia fu portata a Sua
Maestà Cesarea dal sargente maggiore del generale Caprara, il prencipe don Francesco
(Piccolomini) d'Aragona figlio del signor conte di Celano.

Verso la metà dello stesso novembre erano ormai quasi pronte le altre tre galere nuove che si
stavano costruendo nell'arsenale di Napoli e, non trovandosi in regno ciurma sufficiente per
esse, il viceré aveva già da tempo inviato denaro a Vienna perché se ne comprassero schiavi
mussulmani [... e già sono capitati qui sin dalla passata (settimana) 65 d'essi, tutta bella gente
proporzionata al ministerio cui vengono destinati... (Napoli, 20 novembre)]; e, mentre si
aspettava l'arrivo d’altri di questi remiganti, giunsero anche, inviati dal Tribunale di Campagna,
31 condannati al remo, primi di numerosi delinquenti che dovevano presto esser spediti nella
capitale dalle Udienze Provinciali del regno.
Alla fine di questo novembre due donne accusate di stregoneria e arrestate, furono condotte
[con numeroso seguito di ragazzi e guidoni (‘guidati’)] alla Gran Corte della Vicaria per essere
esaminate con la tortura e giudicate; furono presto condannate a sette anni di galea donnesca,
luogo detentivo chiamato la Penitenza e che non sappiamo dire se si trattasse effettivamente di
un vascello remiero adibito a carcere, tenuto a secco in porto e non atto alla navigazione
oppure di un vero e proprio carcere femminile; e furono anche fortunate, perché ricordiamo a
questo proposito che l’ultimo rogo di una strega di cui si desse notizia nelle cronache di Napoli
era avvenuto appena nel 1701 a Palermo. Di un’altra di queste condanne alla galea donnesca
gli avvisi di Napoli diranno nell’ottobre del 1700.

229
Nel primo pomeriggio di sabato 1° dicembre, richiamate dal viceré e provenienti da Genova,
tornarono a Napoli le 22 della squadra di Spagna, le quali quindi non si erano affatto andate a
ritirare nelle loro basi invernali come si era detto; la versione ufficiale di questi loro ultimi viaggi
era che avevano scorso i mari di Ponente senza aver mai incontrato alcun legno nemico, ma
ora c'era davvero ordine che andassero a ritirarsi nei loro rispettivi porti. A bordo della squadra
del duca di Tursi si sarebbe dovuto trovare lo stesso duca, ma ciò non era avvenuto in
considerazione che questo capitano generale aveva appena ottenuto dal re licenza di stare ben
cinque anni senza navigare, in modo da poter così pensare a maritarsi e ad assicurare con un
erede la successione alla sua casata che rischiava di estinguersi, essendone egli infatti l'ultimo
rampollo.
La sera di lunedì 3, vigilia di S. Barbara protettrice degli artiglieri, furono bruciate davanti al
palazzo reale, probabilmente a spese della stessa compagnia dei bombardieri, due macchine di
fuochi artificiati (che riuscirono molto dilettevoli); si trattava di costruzioni in legno, allora di
prammatica in ogni festa o ricorrenza, simili agli odierni gigli di Nola o a quelli che pure tuttora
s’usano in Toscana, o anche, se muniti di ruote, agli odierni carri allegorici. La mattina del
giorno seguente approdò a Napoli una feluca a bordo di cui ritornava da Genova Beltrán de
Guevara, generale delle galere di Sicilia, il quale non si era potuto imbarcare sulla sua squadra,
quando questa aveva lasciato quella città, a causa di una grave infermità che l'aveva ridotto
quasi in fin di vita; ora, essendo del tutto guarito, nel primo pomeriggio di venerdì 7 dicembre
salpò con le sue galere che l'avevano atteso a Napoli e fece rotta per Palermo con vento
favorevole; sulle stesse galere di Sicilia si era imbarcato il duca di S. Giovanni di casa
Ventimiglia e nel frattempo si preparavano a rimpatriare anche quelle di Sardegna.
La mattina di lunedì 10 lasciò Napoli, ma via terra, anche l'aiutante di mastro di campo generale
Geronimo Lavagna, il quale si recava in Abruzzo a prendere possesso, come si è già detto, del
suo nuovo incarico di castellano (governatore) della nuova fortezza di Montorio e conduceva
con sé circa 100 muli carichi d'attrezzi militari destinati ad approvvigionare quella roccaforte.
Sempre nell'ambito del programmato rafforzamento di quei confini abruzzesi per ostacolare i
tentativi di rientro in regno che i fuorusciti rifugiatisi nello Stato Ecclesiastico facevano di
continuo, al mattino di venerdì 21 dicembre, alla testa della sua numerosa compagnia di fanteria
spagnola, partiva il capitano Sancho Ordoñes e la portava a servire di presidio alla città di
Teramo; la mattina seguente partiva anche l'alfiere riformato Pedro del Valle con altri 30 fanti
spagnoli, destinati costoro alla custodia del nuovo forte di Roseto; il seguente martedì 25, pure
per presidiare Teramo, s’incamminò la compagnia del capitano Juan Ximenez de Escudero e

230
infine nei giorni successivi si avviarono per l'Abruzzo altri 50 muli carichi d'attrezzi militari per
servizio delle predette fortezze, mentre giungeva invece a Napoli il mastro di campo Alonzo
Torrejon y Peñalos, il quale lasciava il suo incarico di preside di Chieti e era ad assumere quello
più prestigioso di castellano del Castel dell'Ovo. Quasi a voler rimarcare il ruolo da lui avuto nel
recente sterminio dei banditi abruzzesi, il detto Torrejon si portava dietro tre banditi che aveva
catturato via facendo verso Napoli, avendoli incontrati e riconosciuti per tali sebbene fossero
travestiti da pecorai.
Nel corso dello stesso dicembre era frattanto tornato a Napoli Marino Carafa, fratello di Marzio,
duca di Maddaloni, dopo aver servito molti anni in Catalogna come mastro di campo di un terzo
di fanteria napoletana e avendo infine ottenuto la nomina a sargente generale di battaglia; nel
suo terzo aveva tra gli altri militato un fratello del già ricordato Francesco Piccolomini d'Aragona
principe di Valle. In questo periodo morì combattendo nell'esercito cesareo contro i turchi il
capitano di cavalleria Bonaventura Bologna dei duchi di Palma Campania, il quale aveva
mostrato il suo valore nelle battaglie di Treviri, Filisburgo (sic), Vienna, Strigonza (sic) e altre
ancora; finì affogato in un fiume durante un’azione di guerra.
Antonio Carafa, signore di Forlì del Sannio e conte del Sacro Romano Impero, era invece in
questo stesso anno nominato tenente maresciallo di campo nell'esercito cesareo, nel quale
serviva da circa vent'anni combattendo quella guerra senza fine contro l'impero ottomano,
impero che, per nostra fortuna, trovò alla sua espansione in Europa due insormontabili ostacoli
e cioè la corte di Vienna e il senato veneziano; infatti era stato inviato giovanetto in Austria nel
1665 e colà era stato prima gentiluomo di camera dell'imperatore, poi capitano di cavalleria,
sargente maggiore, tenente colonnello, colonnello di un reggimento di corazze, il quale da allora
in poi e per lungo tempo si chiamerà sempre reggimento Carafa, e poi generale di battaglia; nel
1686 comanderà un corpo di ben 22 reggimenti col grado di tenente maresciallo generale della
cavalleria e nel novembre del 1688 sarà promosso maresciallo di campo (generale maresciallo)
in quel potente esercito cesareo che in detto anno conterà ben 100 battaglioni di fanteria e 44
squadroni di cavalleria; sarà poi commissario generale di tutti gli eserciti cesarei e infine
governatore dell'Ungheria sino alla fine del 1687, quando, dovendosi incoronare re di Ungheria
Gioseppe d’Austria, primogenito dell'imperatore Leopoldo I, fu rimosso da quell'altissimo
incarico ormai superfluo. In questo1685 gli imperiali del duca di Lorena avevano conseguito in
Ungheria altri importanti successi contro gli ottomani sconfiggendoli a il 17 agosto a Nesmil e
poi prendendo loro il 19 la grande piazza di Nayaysel dopo cinque settimane d’assedio;
successivamente avevano più volte sconfitto anche i ribelli ungheresi, culminando con la presa

231
di Cassovia (‘Košice’) in Slovacchia il 25 ottobre. Più a sud nei Balcani i croato-imperiali del
maresciallo Leslie e del conte Francesco Erdeody ebbero anch’essi più volte la meglio sui
turchi, soprattutto ad agosto con la vittoria e sacco di Eszék, con il sacco di Dubizza e quello di
Vranograd, avvenuto quest’ultimo il 19 ottobre; invece a est, polacchi lituani e cosacchi avevano
avuto quest’anno la peggio. Sempre in questo 1685 si distingueva all'estero per il suo valor
militare ancora un altro napoletano e cioè Andrea Miroballo, colonnello di un reggimento di
ultramarini della Signoria di Venezia, distinguendosi con tale corpo prima a Candia e poi nella
conquista della Morea, conquista che i veneziani, imbarcate fanterie tedesche e con il
sostanzioso aiuto dei loro alleati maltesi, toscani, pontifici e mainoti, compirono tra il 1685 e il
1687 prendendo o riprendendo ai turchi – anche se in alcuni casi solo temporaneamente - nel
primo dei detti anni via via nell'ordine le piazze di Corone (10 agosto), Zarnatta (11 settembre),
Kalamata (14 settembre) con altri luoghi fortificati in quella regione; e poi nei due anni seguenti
Navarino Nuovo, Modone, Napoli di Romania (oggi Nàuplia), Castel Novo, Lepanto, Portrano
(sic) e i Dardanelli, sconfiggendo inoltre in quei giorni i turchi anche in una battaglia navale
combattuta presso l’isola di Scio, luogo che sino ad allora aveva portato fortuna ai veneziani in
considerazione che vi avevano già vinto gli ottomani nel 1431 e nel 1657. Eppure la campagna
di questo 1685 era iniziata male per i veneziani, essendo stato nell’aprile sconfitto dai turchi il
loro generale Valieri mentre tentava di prendere Signo in Croazia, rifacendosi però più tardi i
lagunari a Duare.
Per aiutare i veneziani così impegnati militarmente contro i turchi a salvaguardia non solo dei
loro vitali interessi in Levante, ma anche di quelli dell'intera cristianità saranno raccolte milizie in
Lombardia e nel Regno di Napoli; tra le soldatesche inviate a Venezia da Milano alla fine del
1685 c'era un terzo di fanteria lombarda formato dal mastro di campo napoletano Annibale
Moles dei duchi di Parete di Caserta, il quale era stato prima soldato intrattenuto - ossia
stipendiato, ma fuori ruolo - sulle galere di Napoli, poi aveva partecipato alla guerra contro
Messina e infine era stato trasferito a Milano dove, prima di esser promosso mastro di campo
era stato, secondo una normale prassi di carriera, capitano di cavalleria.

1686. Circa alle 6 della sera di venerdì 18 gennaio morì, alla bella età di 86 anni, il capitano
generale dell'artiglieria del regno e cavaliere gerosolimitano Titta (Gioan Battista) Brancaccio,
uomo stimatissimo per la sua esperienza e virtù militari; il suo corpo fu imbalsamato e i suoi
funerali ebbero luogo lunedì 21 secondo la consueta coreografia riservata alle esequie degli
ufficiali generali, cioè, tra l'altro, con squadronamenti di fanti armati di moschetti e archibugi

232
tenuti alla rovescia, di picche strascinate per terra, con tamburi scordati e coperti con panni di
scoruccio (‘da lutto’), con gli ufficiali vestiti di nero e con la cavalleria che, allo stesso modo,
teneva le carabine alla rovescia e suonava le trombette munite di sordelline. Fu seppellito la
sera di quello stesso 21 gennaio nel sepolcro di famiglia sito nella chiesa di S. Domenico
Maggiore; tra le altre disposizioni testamentarie si distingueva il lascito di 6mila scudi che questo
generale aveva fatto ai monaci Pii Operari della chiesa di S. Nicola alla Carità.
La mattina di lunedì 28 gennaio 800 fanti regnicoli di nuova leva e 150 briganti accordati, i quali
erano come il solito tenuti rinchiusi nell’arsenale in attesa d’imbarco, salirono su quattro legni
che da Napoli avrebbero dovuto portarli a Cartagena in Spagna e poi da là, secondo quanto si
diceva, sarebbero stati inoltrati in Fiandra per reclutare i terzi napoletani che in quella provincia
servivano. Salparono la mattina seguente, ma a causa dello scirocco contrario, furono costretti
a tornare in porto; ripartirono poi definitivamente mercoledì 2 febbraio verso le ore 22 della
notte, spirando ora una tramontana favorevole alla rotta verso la Spagna. Nella prima decade di
febbraio approdò al porto di Napoli dalla Spagna una nave che portava 180 spagnoli bisoños,
cioè reclute come già sappiamo, per il terzo fisso del Regno di Napoli; i nuovi arrivati (tutta bella
gente) dettero mostra nell’arsenale alla presenza del viceré sceso dal palazzo ad accoglierli.
Nel corso di detto febbraio si provvedeva alla leva di fanterie regnicole per Venezia, anzi era la
stessa Venezia ad avere patente d’arruolare direttamente nel Regno di Napoli e si parlava
pertanto non della formazione di un terzo, bensì di un reggimento, perché così si chiamavano,
ovviamente, i corpi in cui si suddivideva non solo la fanteria veneziana, ma tutte quelle
dell’Europa non soggetta alla Spagna:

(Napoli, 19 febbraio 1686:) Il Viceré da permesso perché la Republica di Venezia possa levare
2.000 uomini per la guerra contro il Turco. Se ne concedono subito 1.000, che si stanno
levando insieme con quelli per recluta delle compagnie italiane all'arsenale che devono andare
in Catalogna.

Il colonnello Vespasiano Giovene fu incaricato dalla signoria di Venezia d’arruolare questi


soldati, i quali furono vestiti ed equipaggiati a Napoli prima di partire.
Una mostra generale fatta dall'esercito e dai castelli di Milano nello stesso febbraio ci informa
dei corpi napoletani che allora servivano in quell'esercito e si tratta dei seguenti:

- Terzo del mastro di campo Marc'Antonio Colonna (196 ufficiali e 966 soldati).
- Una compagnia sciolta di fanteria comandata da Gioan Battista Caracciolo
(10 ufficiali e 48 soldati).
- Sei compagnie di cavalleria (35 ufficiali e 337 soldati).
233
In effetti poi, a seguito di una relazione sulla consistenza dell'esercito che Antonio Lopez de
Ayala Velasco y Cardeñas conte di Fuensalida, allora governatore di Milano, invierà in data 21
maggio 1686 in Spagna al Consiglio d'Italia, questo proporrà al re, tra l'altro, di mantenere il
terzo dei napoletani sul piede di 1.500 uomini, aggregandovi le compagnie sciolte di fanti
regnicoli che esistessero già nel Milanese o che vi arrivassero nel prossimo futuro, e la
cavalleria partenopea su quello di cinque compagnie.
Verso la metà del mese lasciarono invece Napoli le galere del duca di Tursi per recarsi,
secondo il solito, a svernare a Gaeta. Stava avendo frattanto un prospero effetto la leva di
fanteria regnicola concessa ai veneziani, come si leggeva in un avviso del 26 febbraio,
essendosi già arruolati circa 300 uomini nella sola capitale; per evitare le spese di
mantenimento di questi nuovi fanti, essi furono subito mandati a Venezia a bordo d'alcune
tartane, non trovandosi disponibili al momento legni più grossi, e lo stesso si contava di fare con
gli altri che si stavano raccogliendo.
Furono, sempre in febbraio, portati a Napoli dall'Abruzzo un bandito vivo e la testa di un altro
ucciso dai soldati di campagna di quella provincia; il prigioniero fu rinchiuso nel carcere della
Vicaria Criminale e la testa, posta in una gabbia di ferro, com'era uso, fu esposta nell'arsenale,
forse ad ammonimento dei briganti accordati che si andavano di tanto in tanto arruolando e
rinchiudendo là dentro con gli altri coscritti nell’attesa d'espatrio. Le cose, secondo quanto si era
raccontato, erano andate nella seguente maniera: un fuoruscito di nome Antonio Capriotto e un
altro bandito erano insieme ritornati in Abruzzo dallo Stato della Chiesa dove si erano in
precedenza rifugiati, nell'illusione che le forze dell'ordine li avessero ormai dimenticati; invece
un caporale di campagna, avvisato che i due si trovavano nelle loro stesse case, in quelle li
aveva sorpresi nottetempo e il Capriotto, gettandosi dalla finestra per scappare, era stato
raggiunto e ucciso da più archibugiate, quindi decapitato perché con la sua testa se ne potesse
dimostrare poi a Napoli l'incontrovertibile morte.
Venerdì 8 marzo giunse dall'Inghilterra a Napoli per la via delle poste, ossia con una carrozza
postale - tramite questo più comune per chi voleva viaggiare in quei tempi via terra - Sigismondo
de Rho barone di Villarmin, nominato dal re tenente generale della cavalleria del regno su
petizione del sovrano di Gran Bretagna, al cui servizio egli aveva molti anni militato; il barone
prese ufficialmente possesso della sua nuova carica solo tre settimane dopo:

Sua Eccellenza lo regalò di un bastone da comando stimato assai non meno per la singolar
manifattura che per il valore.
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Questi bastoni di comando per gli ufficiali generali erano perlopiù d’argento indorato e adorno di
coralli e talvolta anche di vere e proprie gemme. La sera di venerdì 29 marzo, per uno dei soliti
cambi annuali di guarnigione dei Presidi di Toscana a cui, come abbiamo già detto, riteniamo
utile accennare solo di tanto in tanto, partì da Napoli a quella volta un convoglio di 11 galere -
sette di Napoli e quattro del duca di Tursi - sul quale erano imbarcati ben 2.100 soldati a quella
muta destinati, cioè 14 compagnie di fanti spagnoli e cinque d'italiani, all'imbarco di cui aveva
assistito lo stesso viceré; queste galere fecero ritorno a Napoli giovedì 11 aprile portando da
quelle piazze tutta la tramutata guarnigione (tutta bella gente, a cui si stanno facendo li nuovi
vestiti.) Tra le dette cinque compagnie di fanteria italiana c'era quella del capitano Domenico
Dentice, nobile ufficiale che, come vedremo, farà carriera e anni dopo passerà infatti alla guida
di un reggimento di cavalleria col relativo grado di colonnello. Tra queste milizie spagnole e
napoletane inviate in Toscana non si stabilì però una convivenza serena, perché infatti nel
giugno successivo si verificheranno a Porto Longone feroci scontri tra le due nazionalità con
numerosi morti, tanto da costringere il viceré a inviarvi urgentemente alcune galere con il
compito di riportarvi l'ordine. Una delle suddette galere del duca di Tursi avrebbe poi proseguito
per Genova per portarvi il reggente della Gran Corte della Vicaria Marc’Antonio de Risi, il quale
era in viaggio per Madrid dove andava ad assumere il suo nuovo incarico di rappresentante del
Regno di Napoli nel prestigiosissimo Real Consiglio d’Italia.
Giunse un ordine reale del 3 aprile con cui il sovrano comandava di inviare oltremare i soldati di
nuova leva che si trovavano rinchiusi negli alloggi dell’arsenale al fine di reclutare i terzi
napoletani che servivano in Lombardia, catalogna e Fiandra. Venerdì 19 aprile il viceré scese
dal suo palazzo nel sottostante arsenale per porre il primo chiodo alle due nuove galere - una
Capitana e l'altra ordinaria - alla cui costruzione, per cui in genere occorrevano non meno di una
decina di mesi, si doveva ora procedere con gran fretta. Nello stesso aprile tre delle galere del
duca di Tursi che avevano partecipato alla muta delle guarnigioni di Toscana partirono per
Gaeta, dove portavano due compagnie spagnole e due italiane per rinforzo di
quell'importantissima fortezza.
La sera di venerdì 26 aprile arrivò l’alcance (‘corriero’) dalla Spagna, il quale questa volta
portava la nomina a generale dell'artiglieria del regno per il generale di battaglia Marzio Origlia
duca d’Arigliano; questi aveva ricoperto in precedenza con molto onore la carica di sargente
maggiore di battaglia in Fiandra e ora si trovava nello Stato di Milano alla testa di un terzo di
fanteria italiana. In questi giorni 11 remiganti erano fuggiti da una delle galere ormeggiate a

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Napoli; essi, pervenuti alla spiaggia di Pozzuoli e trovata colà una barca con due marinai, se ne
impadronirono e, posti i due malcapitati sotto coperta, s’ingolfarono, cioè fecero rotta verso il
largo; incontrati però da una tartana, evidentemente da una di quelle armate in corso che
aiutavano la squadra di galere a difendere le acque del regno da pirati e corsari nemici, furono
da questa abbordati e, nello scontro che ne seguì, tre galeotti restarono uccisi e gli altri feriti e
ricondotti a Napoli, dove era già in corso il processo che avrebbe sentenziato il loro castigo. Si
era poi saputo dall'Abruzzo che il capo-brigante fuoruscito Nicola Stellato, nativo di S. Maria di
Capua, il quale si trovava riparato nello Stato Ecclesiastico, avendo riattraversato il confine con
numerosi accoliti e con l'intento di svaligiare il procaccia di Sora, era stato subito inseguito dalle
forze guidate dall'energico preside dell'Aquila Antonio Minutillo e, raggiunto sul monte di
Ceratola nell'Aquilano, lui, il suo vice e un altro brigante erano stati uccisi e decapitati, quattro
altri briganti erano stati gravemente feriti, uno preso vivo e incolume e gli altri dispersi; era stato
inoltre liberato un ricatto, ossia un uomo che detti briganti avevano sequestrato poco prima con
l'intenzione di chiederne appunto il riscatto; le tre teste e il prigioniero incolume arriveranno poi
a Napoli la mattina di venerdì 3 maggio. Martedì 30 aprile partirono per la Calabria due galere
con il compito di sbarcare soldatesche spagnole che avrebbero dovuto catturare il barone di
Montebello, reo di gravissimi delitti. Egli infatti, invaghitosi della sorella del marchese di
Pentidattilo, l'aveva chiesta in moglie e, essendogli stata negata, aveva con uomini armati
aggredito la famiglia del marchese in casa loro, sterminandola barbaramente, uccidendo anche
dei bambini, portandosi via degli ostaggi e infine rifugiandosi in un bosco alla testa di 150
albanesi del suo feudo. Il viceré aveva ordinato a tutti i presidi e ufficiali militari di quella
provincia d’arrestarlo, ma, considerate le forze di cui il barone disponeva, aveva dovuto appunto
inviare nella zona un contingente militare.
Avuta poi il viceré notizia, dopo qualche tempo, che il predetto barone di Montebello si era già
due volte cimentato con le forze che aveva colà inviato, forze che erano sotto la guida del
marchese Garofano, preside di Catanzaro, spediva immediatamente a quella volta altre quattro
galere con cinque compagnie di fanteria spagnola, mentre la mattina del 4 maggio facevano
ritorno a Napoli le prime due che aveva in precedenza mandato a Pentidattilo e così si seppe
che la strage commessa dal folle barone era consistita nell'uccisione di sette persone e cioè del
marchese, della madre, di una sorella, di un fratello e di due gentiluomini di casa e in più di un
servo del consigliero Pedro Cortez che colà accidentalmente si trovava. Era il marchese del
Carpio deciso a combattere la criminalità in qualunque classe sociale si annidasse e infatti, oltre
alla suddetta azione contro il barone di Montebello, le cronache di questo bimestre di aprile-

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maggio riportano gli arresti domiciliari inflitti al principe di S. Nicandro e la carcerazione di tutti i
suoi servitori in seguito al ritrovamento di un cadavere di donna in casa sua, inoltre l’arresto e la
tortura del duca d’Ardore di casa Marzano per vari misfatti da lui commessi, l’arresto del duca
dell’Acconia di casa Piccolomini per aver fatto uccidere una vedova; infine il trasferimento di
quest’ultimo, del marchese di Brienza di casa Caracciolo - entrambi detenuti nel castel dell’Ovo
- e del governatore di questo, anch’egli posto in stato di arresto, al castello di S. Eramo, dove
non avrebbero potuto godere dell’eccesso di libertà sino allora loro concesso appunto da detto
troppo compiacente governatore.
Venerdì 3 maggio era frattanto approdata a Baia la squadra delle galere pontificie in viaggio
verso il Levante, dove andava a unirsi all'armata veneziana che vi operava contro i turchi; molti
degli ufficiali che comandavano quei legni scesero a terra e furono a Napoli per godere, ben che
di passaggio, le delizie di questa Capitale. Queste galere riprenderanno il loro viaggio la
settimana successiva.
All’inizio dello stesso maggio era in quel mentre passato a miglior vita il già più sopra ricordato
fra’ Virginio Valle, tenente generale e in precedenza commissario generale della cavalleria,
morto a 76 anni dopo aver esercitato per ben 22 anni la carica di priore di Sant’Eufemia
nell’ordine gerosolimitano di S. Giovanni, vulgo di Malta. Tornarono poi dalla Calabria le quattro
galere mandate ultimamente contro il barone di Montebello e portarono notizia che la vicenda si
era conclusa con la fuga dal regno del barone, travestito da pecoraro e accompagnato da due
suoi accoliti; diversi altri suoi seguaci erano stati presi e portati a Reggio, dove due erano in
seguito stati strascinati per la città e poi arrotati, tre impiccati e altri carcerati nell’attesa d'essere
anch'essi giustiziati; raccontarono inoltre che due accoliti del barone avevano opposto molta
resistenza, fortificandosi in una piccola casa non lontana da Reggio e colà avevano impegnato
con gli archibugi i soldati che li assediavano, uccidendone alcuni e colpendo addirittura il
cappello del governatore di Reggio senza però procurargli nessuna ferita; poi, dopo questo
lungo contrasto, vista l'inutilità della loro difesa, si erano arresi alle genti di corte, non senza
aver chiesto però prima misericordia, ed erano stati consegnati al predetto marchese Garofano.
Il viceré fece subito pubblicare un bando che poneva una taglia di 6mila ducati sul barone di
Montebello, da pagarsi a chi lo ponesse vivo o morto in potere della corte e inoltre si concedeva
indulto generale, eccezion fatta per il crimine di lesa maestà, a tutti coloro che avessero
assistito o cooperato a detta cattura. All'inizio del mese successivo arriveranno da Reggio
notizie che daranno il barone non più fuoruscito dal regno, bensì protagonista di un nuovo
scontro a fuoco con i soldati di campagna, scontro accidentale da cui egli sarebbe riuscito

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ancora una volta a fuggire benché stavolta ferito; in seguito né negli avvisi pubblici né nei diari
privati si parlerà mai più del folle barone di Montebello, se non per segnalarne la morte.
Nello stesso maggio intanto un altro capo-brigante era stato catturato e si trattava di Marco
Stellato, fratello del già decapitato Nicola; costui, segnalato tra le montagne della baronia di
Formicola in compagnia d'alcuni altri briganti, tra cui quello conosciuto come L'Abate Marco,
nativo d'Orta d'Atella, casale di Capua allora detto Orta delle Carti (sic). I soldati inviati a quella
volta dal viceré avevano preso vivo lo Stellato, decapitato uno dei suoi compagni, seriamente
feritone un terzo e inseguivano ancora i rimanenti.
Nella prima decade di giugno giunse a Napoli il già nominato mastro di campo Marzio Origlia, il
quale veniva ad assumere la sua nuova carica di capitano generale dell’artiglieria del Regno di
Napoli; arrivarono anche circa 30 schiavi turchi, tra uomini e donne, i quali erano stati catturati
sulle marine d'Otranto. Con una lettera al padre, il conte di Celano, il sargente maggiore
Francesco Piccolomini d'Aragona principe di Valle lo informava che il 13 giugno era stato
nominato colonnello di un reggimento cesareo e che c’era anche una nomina a capitano di
fanteria per suo fratello Enea, questo già in viaggio per Vienna; Francesco si trovava allora
all'assedio imperiale della fortezza di Buda, la cui cittadella era rimasta, come abbiamo detto, in
mano turca dopo il vano assedio del 1684, e, durante l'assalto generale del 27 luglio di questo
1686, per imitare il principe Eugenio che, per esser più spedito, si era tolta la giamberga, ossia
la marsina, volle Francesco togliersi fatalmente la corazza e una palla lo uccise. Il 9 settembre
morirà anche Michele d'Aste barone d'Acerno in seguito alle molte ferite riportate nell'assalto
finale del giorno 2 precedente, assalto in cui egli si era comportato eroicamente, come si legge
in un certificato di servizio postumo citato dal Filamondo:

... Questo bravo giovine avea avuto l'honore (om.) di montare il primo su la breccia con cent'
uomini armati di corazza e piantare il primo lo stendardo della Croce su le mura di Buda.

Michele d'Aste, il quale era stato nominato luogotenente colonnello del reggimento del
marchese di Grana l'anno precedente, sarà sepolto nella cattedrale di Buda, nella quale infatti si
potrà poi leggere il suo epitaffio.
Tornando ora alle nostre cronache, diremo che alla fine di giugno di questo 1686 giunsero a
Napoli dalle province due catene di condannati al remo, una di 14 e l'altra di 28 forzati. Alla fine
della prima settimana di luglio lasciarono Napoli per Genova tre galere del duca di Tursi che
andavano a ricevere la catena dei condannati al remo provenienti dallo Stato di Milano e quindi
a provvedersi di remieri; evidentemente, pur se questa squadra era tradizionalmente guarnita di
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fanterie originarie del Regno di Napoli, non le era però concesso dal re di usare remiganti di
quella stessa nazione e le erano pertanto a tal fine assegnati i forzati del Milanese. Altre catene
di condannati al remo arrivarono a Napoli nel luglio e cioè venerdì 12 una di 16 inviata
dall'udienza di Matera e, circa una settimana più tardi, una di 30 mandata dal tribunale del
commissario generale di campagna; tutti i condannati della prima di queste due catene e cinque
della seconda furono però, per ordine del viceré, rinchiusi nelle carceri della Gran Corte della
Vicaria perché le loro cause venissero di nuovo esaminate; il perché di questo provvedimento
non è riportato, ma c'è da credere o che si volesse condannarli a periodi di voga più lunghi
oppure a convertire le loro pene al servizio militare.
Seppesi che il generale delle galere di Malta, il quale, come abbiamo già detto, era allora il
priore dell'ordine a Napoli e cioè Gioan Battista Brancaccio, aveva inviato in dono alla
congregazione dei nobili di Sorrento uno stendardo turco da lui preso sotto la fortezza di Corone
l'anno precedente, affinché fosse conservato nella locale chiesa di S. Bacolo, dove si venerava
il corpo di questo santo patrono, il quale, anch'egli di casa Brancaccio, era stato vescovo di
Sorrento.
Verso la fine di luglio arrivarono a Napoli dalla loro base di Gaeta quattro galere del duca di
Tursi che il viceré aveva richiesto; queste, assieme a sei galere napoletane, salparono dopo
dopo settimane alla ricerca - come si disse - dei corsari barbareschi che recentemente avevano
attaccato le marine pugliesi e calabresi prendendone schiavi diversi abitanti; invece all'inizio
della terza decade d'agosto quelle genovesi erano già di ritorno in compagnia delle rimanenti tre
della loro squadra, la cui galera Capitana recava a bordo lo stesso duca d’Oria, per ripartire poi
per Genova, sembra il 28 agosto, portando ora a bordo il marchese di Cogolludo, generale,
come sappiamo, di quelle del Regno di Napoli, il quale si recava nel capoluogo ligure - dove
arriverà la sera di lunedì 2 settembre - per poi proseguire via terra per Milano e infine per la
Corte di Madrid dove era stato convocato; in seguito, come si leggerà in un avviso genovese del
15 settembre, gli equipaggi di queste galere dei particolari genovesi verranno alle mani con
quelli delle galere della repubblica restandone alcuni uomini feriti; ritorneranno ancora a Napoli
nei primi giorni d'ottobre, mentre le sei suddette napoletane non riappariranno nella rada della
capitale prima della mattina di lunedì 16 settembre; queste effettivamente avevano dapprima
pattugliato le coste della Calabria fino al Capo delle Colonne (oggi Capo Colonna), cosiddetto
perché sormontato da antiche rovine, e poi erano arrivate a Malta in una non ben precisata
missione di supporto al Gran Maestro di quell'ordine militare.

239
Dopo il 15 agosto arrivò a Napoli il conte di Sanfrè di casa Isnardi, inviato del principe di Baviera
alla corte pontificia per portare al Papa sollecitamente la notizia ufficiale dei primi importanti
risultati ottenuti dall’esercito imperiale impegnato nella riconquista di Buda, spinto dal desiderio
di vedere questa capitale, ed era questo un consueto prolungamento che coloro che si
recavano a Roma spesso decidevano, tale essendo la fama delle bellezze partenopee. Napoli
era allora infatti ricca non solo di suggestivi paesaggi e di venusta architettura, ma era anche
città ricca d'odorosi giardini, specie nel borgo di Chiaia. Nel pomeriggio di lunedì 19 il marchese
del Carpio, desideroso di mostrare all'ospite straniero la potenza militare del regno, organizzò
nel detto borgo di Chiaia una grande parata del tipo di quella che tradizionalmente colà si
teneva l’8 settembre in occasione della festa della Madonna di Piedigrotta. Si vide così tutta la
soldatesca spagnola squadronata in quattro battaglioni e spalleggiata dalla cavalleria; furono
schierati anche i riformati e i presidiari per far sembrare quelle forze il più numerose possibile,
mentre nel mare antistante quella lunga spiaggia si disponevano sia le galere della squadra di
Napoli sia quelle del duca di Tursi, tutte piacevolmente ornate di fiamme e stendardi. Il viceré vi
si recò in carrozza, seguito dalla sua compagnia di lance condotta dal loro alfiere Miguel de
Aguirre, da un nutrito corteggio d'altre carrozze e, nel tornare, fu salutato da salve di
moschetteria e dalle artiglierie delle galere. Purtroppo la manifestazione fu funestata da un
grave incidente; una galera, forse per la cattiva stiva, ossia disposizione dei pesi a bordo, datale
dal suo Comito, forse a causa di un’improvvisa ondata laterale, certamente perché equipaggiata
per l'occasione da gente inesperta, si rovesciò improvvisamente su un fianco e si capovolse,
provocando così l'affogamento di tutti i disgraziati galeotti incatenati ai loro banchi.
Un avviso di Fiandra riportava l'arrivo in quella provincia di 400 fanti napoletani, probabilmente
un residuo dei 950 che, come abbiamo visto, avevano lasciato Napoli il 2 febbraio di questo
1686:

(Bruxelles, 5 settembre:) ... Li 400 fanti italiani levati a Napoli per reclutar li regimenti (‘terzi’) di
quella nazione sono arrivati a Malines, dove il mastro di campo Cantelmo è andato per ordine di
Sua Eccellenza (il governatore di Fiandra) per ripartirli ne’ quartieri di rinfresco.

Nello stesso settembre, celebratesi le solite ricorrenze di Nördlingen e della Natività della
Madonna, furono festeggiati a Napoli anche due importanti successi militari ottenuti nella guerra
contro i turchi e cioè la definitiva presa di Buda, avvenuta il 2 settembre dopo lungo assedio da
parte degli imperiali del duca Carlo V di Lorena - la città era stata in mano turca sin dal lontano
1541, e, verso la fine del mese, quella di Napoli di Romania, città costiera del Peloponneso, la

240
cui resa era stata accordata il 29 agosto precedente dall'armata cristiana formata dalle squadre
unite di Venezia, Malta, Roma e Firenze, presa che si andava ad aggiungere a quelle già
ottenute in quel teatro di guerra l'anno precedente e che quindi costituiva un’ulteriore conferma
del declino della secolare potenza ottomana. La predetta città greca era stata dall’armata
cristiana bombardata sino a ridurla quasi in cenere, essendosi evidentemente i veneziani già
sufficientemente adeguati ai nuovi canoni della guerra marittima da poco introdotti dai francesi;
d’altra parte era questo un periodo in cui, proprio per i grandi e innovativi risultati dimostrati dai
transalpini in materia di esplosivi e di tecniche di bombardamento, tutti cercavano in Europa di
mettersi al passo; ecco a tal proposito un divertente avviso di questo stesso anno:

(Genova, 12 ottobre:) Un tal Mulet ingegniero fiamengo offerisce di far fuochi da palla e da
bomba che uccideranno tutte le persone vicine al crepamento e dimanda 125 pezze il mese. Se
gli è risposto che qui non vi è alcuno che voglia esporsi a tali prove.

In realtà provare le artiglierie era sempre un operazione pericolosa in considerazione che la


prova si faceva con la carica di polvere massima che un pezzo si riteneva potesse sopportare e
ciò per testarne la resistenza del metallo e quindi la sicurezza; gli incidenti di prova erano infatti
tutt’altro che rari, come per esempio quello, avvenuto molti anni prima, che ricordava il
Montecuccoli, il quale molto amava far fondere e provare alla sua presenza bocche da fuoco
dalle caratteristiche innovative propostegli da altri esperti della materia o da lui stesso
immaginate:

Il 24 luglio 1670 feci prova di due mortaj fatti di nuovo, che gettavano 200 libbre di pietra
cadauno. Il primo tirò via la pietra, di peso libbre 185, a 900 passi; il secondo a 1.145 passi. Indi
si gettò una granata pesante libbre 245, la quale, appunto nell’uscir fuori della bocca del
mortajo, crepò in pezzi e l’uno d’essi colse nel capo, accanto a me, il mio segretario italiano
Giuseppe Minucci e lo ferì a morte. Successe questo per disavventura, che la granata, non
assai bene nel mortajo situata, si volse e il cannello (‘spoletta’) nell’uscir si ruppe, onde prima
del tempo prese fuoco e scoppiò.

Dopo quella di Napoli di Romania l’ammiraglio veneziano aveva proposto a quelli suoi alleati
una nuova impresa, ma quelli, scusandosi con il pretesto che la stagione era ormai troppo
avanzata per l’uso delle galere, si dichiarandosi costretti a rimpatriare e così l’armata si disfece;
in effetti ciò avveniva ricorrentemente nelle leghe marittime promosse da Venezia, perché le
potenze ponentine, pur correndo in suo aiuto essendo a ciò spinte e incitate soprattutto dal
Pontefice, pensando di andare ad agire in mari e territori che facevano parte dell’area
d’influenza della Serenissima e quindi soprattutto nel suo interesse più che nel proprio,
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cercavano sempre di sganciarsi da quelle guerre quanto prima era possibile. Infatti la mattina di
lunedì 12 settembre approdavano a Baia le galere toscane di ritorno dalla campagna di guerra
in Levante, mentre quelle pontificie passavano al largo senza fermarsi e dirette alla loro base di
Civitavecchia.
Giunse poi notizia che il napoletano Nicola Pignatelli duca di Monte Leone era stato nominato
dal re viceré di Sardegna, mentre anche giungeva nuova d'altre vittorie imperiali nella guerra
contro i turchi, i quali dopo Buda avevano perso in Ungheria via via Siklós, Darda, Kaposvár e
un’importante battaglia il 20 ottobre a Segedino, la cui guarnigione s’era pertanto arresa dopo
due giorni. Nei Balcani morlacchi, croati e veneziani avevano nel frattempo molto logorato gli
insediamenti schiavoni dei turchi e preso i primi soprattutto Clivano e Maidan, i secondi la città
croata di Cinque Chiese e i terzi, sconfitti i turchi a Budua, la difficile piazza montana di Sign o
Segna; attivi erano stati a est anche i cosacco-polacchi, forti della lega firmata con gli zar di
Mosca il 4 maggio.
La sera di venerdì 8 novembre la galera napoletana Tre Re partì alla volta di Reggio Calabria,
dove si recava a prendere in consegna un buon numero di condannati al remo, ma, non
riuscendo a passare le bocche di Capri a causa del vento contrario, la sera seguente se ne
ritornò in porto a Napoli, da dove poi le riuscirà di ripartire con vento favorevole solo sabato
successivo; in quei giorni erano salpate anche le galere dei particolari genovesi, ossia del duca
di Tursi, che andavano a svernare a Gaeta e un’altra che portava reclute regnicole assoldate
dai veneziani per la guerra di Morea. Da un rogito del 26 novembre siamo poi informati che si
erano in quel mese inviati a Barcellona, con una nave inglese noleggiata per l'occasione, 460
soldati regnicoli con otto capitani - ossia divisi in otto compagnie - e polvere pirica. Per quanto
riguarda invece le forniture di vestiario, si reperisce per quest'anno un solo partito ed era per la
fornitura di 800 vestiti violetti, cioè del colore che si usava per le fanterie italiane.
Fattesi frattanto dal viceré le nuove nomine ai presidati provinciali, toccò quello di Matera al
mastro di campo Simonetto Rossi; arrivò poi, nell'ultima decade di novembre, nuova
dell'importante vittoria cesarea ottenuta in Ungheria tra Seghedino e Cinquechiese. Morto
giovedì 28 novembre il mastro di campo Antonio Valenguela, capitano a guerra della città di
Gaeta, il viceré lo sostituì pro interim con il mastro di campo Luis de Monroy. La mattina di
sabato 30 giunsero parecchie intere famiglie di dalmati mussulmani fatte schiave dai cristiani
sotto le piazze conquistate dai veneziani e dai loro alleati in questa guerra di Morea e si diceva
che sarebbero stati facilmente venduti a privati essendo tutti giovani sani.

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Quando una delle compagnie di soldatesca spagnola era conferita a un nuovo capitano, era
consuetudine che il novello comandante offrisse agli ufficiali del presidio suoi connazionali un
ricevimento in occasione della sua prima entrata di guardia al palazzo reale alla testa della sua
compagnia; ogni mattina alle dieci una nuova partita di fanti spagnoli veniva infatti a dare il
cambio a quella già di guardia e, in attesa che questa uscisse con bandiera e musica alla testa,
dopo alcune evoluzioni si squadronava in bella vista nella grande piazza davanti al palazzo
assistita da una compagnia di cavalleria. Un tale evento ebbe luogo sabato 7 dicembre e si
trattava del capitano Carlos Condé (sic), familiare del marchese di Cogolludo; gli ufficiali
spagnoli, intervenuti per la maggior parte, formarono essi stessi nel largo di Palazzo un bello
squadrone e si videro offrire prima un copioso rinfresco di dolciumi e poi ancora, la sera, una
lauta cena, il tutto a spese del malcapitato nuovo capitano!
Alla fine dell'anno lettere di Spagna portarono la notizia che il re aveva nominato il detto
marchese di Cogolludo ambasciatore a Roma, incarico che questi manterrà sino al 1692, e
passato il generalato delle galere di Napoli al marchese di Camarasa.

1687. Alla fine di gennaio la galera napoletana S. Antonio portò a Palermo Diego de Benavides
marchese di Solera, figlio del viceré di Sicilia, e fece ritorno dopo una ventina di giorni. Venerdì
31 tutta la fanteria spagnola e la cavalleria di Napoli, squadronate al borgo di Chiaia, salutarono
con salve di moschetteria Francesco II d'Este duca di Modena e Reggio, il quale si trovava in
visita a Napoli e quel giorno, servito da più tiri a sei del viceré, passava da quella strada costiera
per recarsi a vedere la famosa grotta di Pozzuoli, mentre nei giorni precedenti, imbarcatosi sulla
galera Capitana di Napoli e accompagnato da sette altre galere, era stato portato in gita per le
amene riviere del golfo fino a sera; questo principe lascerà Napoli martedì 4 febbraio, essendo
diretto a Roma via Terracina, porto a cui fu portato con il bergantino personale del viceré, non
avendo egli complimentosamente accettato una scorta di galere; ma il viceré ne invio due alla
volta di Gaeta perché preavvisassero del suo arrivo le cinque del duca di Tursi che colà
stazionavano e le incaricassero di scortare Francesco II da Gaeta all’imboccatura del Tevere,
dove avrebbe poi risalito il fiume sino a Roma con il detto bergantino. Il viceré di Napoli
disponeva infatti di una sua gondola e di un suo bergantino, i quali erano nel 1682 serviti da 18
marinari, i quali in realtà dovevano essere quasi tutti semplici remiganti, in considerazione che si
trattava di due vascelletti remieri; per i tre mesi da luglio a settembre di detto anno si pagherà a
costoro un soldo totale di ducati 405, poiché essi ne prendevano infatti 7. 2.10 mensili ciascuno
(A.S.N. Tes. Ant. Fs. 352). All’inizio di marzo il viceré offrirà ancora due galere e questa volta al

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cardinale Carafa che si recava a Roma e lo portarono infatti a Nettuno, da dove il prelato
proseguì poi il viaggio per terra; tornate poi queste galere verso la metà del mese, ne salparono
altre due alla volta dell’isola di Ponza e del Canale di Piombino per guardare quelle acque dai
corsari barbareschi che in quella stagione usavano infestarle. Verso la metà dello stesso marzo
cominciarono a partire per l'Austria giovani gentiluomini napoletani che andavano a militare in
Ungheria sotto le bandiere cesaree; i primi a lasciare Napoli furono Cesare Mormile, il quale
parecchi anni dopo morirà in Transilvania combattendo contro i turchi, e Francesco Montoja -
costui sarà colà poi fatto capitano di cavalleria - e li seguirono mercoledì 19 Carlo di Sangro dei
marchesi di S. Lucido, Paolo Carafa dei duchi di Bruzzano e Nicola Caracciolo dei duchi di S.
Vito:

... Essendosi per tal effetto inviati anticipatamente superbissimi cavalli di maneggio e sabbato
ebbero l'audienza di congedo da quest'eccellentissimo signor Vice-Ré, che benignamente
l'accolse, lodando una risoluzione così generosa, essercitando gl'atti della solita sua generosità
vuole accompagnarli con sue lettere di raccomandazione a Sua Maestà Cesarea e
all'ambasciatore per Sua Maestà Cattolica in Vienna...

Il de Sangro e il Carafa saranno assegnati al reggimento cesareo di cavalli corazze Carafa,


dove presto otterranno ambedue la capitania di una compagnia e il secondo ne sarà poi anche
il sargente maggiore.
Alla fine della terza settimana di marzo salparono da Napoli due galere con il compito
d'incrociare di conserva con quattro galere del duca di Tursi nelle acque di Ponza e del canale
di Piombino per ripulirle dai legni barbareschi che in quella stagione erano soliti infestarle;
torneranno sabato 12 aprile. Alla fine dello stesso marzo giunse a Napoli un militare che nella
guerra di Morea aveva già servito l'anno precedente e si trattava del summenzionato Annibale
Moles, mastro di campo del terzo di Milano, il quale, fatto di recente duca di Parete, veniva a
prendere possesso di questo suo nuovo feudo; egli in seguito, perché riconosciuto austriacante,
sarà fuoruscito e consigliere di Carlo d’Austria. Dopo circa una settimana giunse poi notizia che
il mastro di campo Melquior Dominguez, governatore della fortezza del Carmine vulgo detta
torrione, era stato nominato castellano e capitano a guerra della città di Gaeta. Nel corso poi
dello stesso aprile altre lettere di Spagna informavano che era partito dalla corte di Madrid alla
volta di Napoli il marchese di Camarasa nominato generale della squadra di galere napoletane,
come abbiamo già detto; informavano inoltre che il duca di Monteleone aveva anch'egli lasciato
quella corte per andare però ad assumere il ben più importante vice-regnato di Sardegna,
mentre al principe di Cariati di casa Spinelli, grande di Spagna, era stato affidato quello
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d'Aragona; ancora, il mastro di campo Restaino Cantelmo, il quale militava con il suo terzo in
Fiandra, era stato promosso sargente generale di battaglia, ma senza perdere il comando del
suo detto corpo di fanteria. A proposito di quest'ultima promozione, bisogna chiarire che già
allora nell'esercito spagnolo di Fiandra, secondo un uso che stava diventando comune in
Europa, gli ufficiali generali - specie i sargenti - prendevano talvolta l'appellativo di battaglia,
intendendosi con quest'ultimo termine lo squadrone centrale della fanteria di un esercito in
marcia o in combattimento e quindi quello più importante, ossia il nerbo dell'esercito. Infine,
arrivò il titolo di duca, oltre che per Ignazio Provenzale, reggente della Vicaria, anche per il
mastro di campo generale Marzio Origlia e per il capitano di cavalleria Geronimo Caracciolo,
mentre a Miguel de Aguirre, alfiere della compagnia di lance del viceré, era data la libertà di
scegliere in quale dei tre ordini cavallereschi spagnoli volesse essere ammesso.
Venerdì 18 aprile dall'arsenale della capitale fu varata la nuova galera Padrona della squadra di
Napoli:

(Napoli, 23 aprile:) Sabato della caduta (settimana) fu data all'acque la nuova galera padrona di
questa squadra, che è riuscito uno delli più belli scafi che siano stati fabbricati in questo
arsenale per l'intagli della poppa tutta dorata e per il numero di banchi, portandone 27 per
ciascuna banda e fra breve se ne daranno due altre, lavorandosi a tutta fretta, premendo
all'inesplicabile vigilanza di quest'eccellentissimo signor Viceré l'accrescere il numero della
squadra

La seconda delle predette tre nuove galere sarà varata sabato 24 maggio, mentre si lavorava
alacremente anche alla terza. A questo potenziamento della marina da guerra napoletana si
riferirà anche un avviso del detto maggio:

(Napoli 6 maggio:) ... Parimente è capitata una catena di condannati al remo mandata dal sig.
preside della provincia di Montefuscoli marchese di Montepagano, don Cesare di Gaeta, la più
numerosa che sia venuta sine ora; erano tutti vestiti di color verde e bravi giovani, proporzionati
al ministero che devono esercitare...

Riteniamo necessario dire a questo punto qualcosa di queste galere, perché costantemente
presenti in queste cronache; certo non tratteremo di come funzionavano, di come erano equipaggiate
e armate né di come combattevano, complessi argomenti dei quali multi multa dicunt e sui
quali già ci dilunghiamo, spero esaurientemente, in un’altra nostra opera di futura pubblicazione; a
chi poi volesse comunque sapere molto di più sulla struttura di tali vascelli al tempo in esame
consigliamo certamente il Dassié, il quale ne da un’immagine completa, immagine che noi qui
potremmo solamente assurdamente limitarci a ricopiare. Diremo pertanto ora solo dell’evoluzione
245
che questi antichi e complessi strumenti di guerra ebbero tra la fine del Cinquecento e quella del
Seicento, materia anche più interessante perché d’essa nulli ulla sciunt. Questa evoluzione, già
in nuce alla fine del Rinascimento, aveva avuto un’accelerazione subito dopo Lepanto, battaglia
che aveva dimostrato quanto fosse importante disporre di vascelli tecnicamente più evoluti oltre
che meglio armati, anche se magari in numero minore, piuttosto che presentarne in battaglia
in numero superiore a quello del nemico ma più deboli, come in quell’occasione avevano invece
fatto gli ottomani, e porterà pertanto queste galere, forse meno veloci ma più potenti, dette
bastarde (cioè ‘più robuste dell’ordinario’) o bastardelle o anche (in)quartierate, adesso in
qualche caso anche a sei remiganti per banco perché da tempo ormai a remo di scaloccio,
a sostituire progressivamente quelle ordinarie sottili e a diventare così esse stesse ordinarie,
anche se appunto usate in numero molto minore di quanto si faceva in passato; le ultime squadre
a rinunziare del tutto alle predette sottili saranno quelle turco-barbaresche e, tra le cristiane,
quella pontificia, la quale approfittava molto di fusti di galere regalatele da altri stati italiani
e, naturalmente, anche se talvolta erano stati costruiti per l’occasione, di solito quelli nati da
un progetto tecnico più all’avanguardia e costoso non si regalavano.
Ora dunque le galere ordinarie o comuni ricordavano per le dimensioni molto di più quelle -
pure cinquecentesche, ma molto più rare - che, essendo appunto fatte più (in)quartierate a poppa
(ven. alla barchesca), cioè più larghe, capaci e reggenti, e perlopiù anche un po’ più lunghe – e ciò
non tanto per poter portare a bordo più artiglieria (perché quella più grossa e importante si portava
in ogni caso totalmente solo a prua), ma soprattutto per poter portare tanta più gente da rendere
vincenti in battaglia gli scontri diretti e gli abbordaggi, si erano usate appunto in quel precedente
secolo generalmente come galere di comando, ossia come Reali, Capitane e Padrone; queste
galeresi distinguevano soprattutto per avere l'estrema poppa divisa in due (come doi spichi d'aglio,
Pantera, L’armata navale), ossia proprio come due mammelle, e infatti il termine ‘poppe’ sarà
per questo presto esteso anche a quel fondamentale attributo del corpo femminile. Invece le
suddette galere ordinarie d’una volta, cioè quelle sottili, andate del tutto in disuso all’inizio
del Seicento soprattutto per poter far meglio posto al nuovo sistema di voga a scaloccio (cioè a
remo unico per banco) che già alla metà del Cinquecento aveva cominciato a sostituire quello
antico di voga a sensile (cioè a più remi), avevano avuto la poppa unita e stretta (ven. tagliata o
in taglio), erano state inoltre un po’ più strette anche a prua e più pianelle, cioè di poco
pescaggio; esse, così stringate, erano state però più veloci ed erano andate meglio a remi, mentre
le bastardelle o quartierate andavano meglio a vela e inoltre, data la loro maggior capienza,
potevano portare più combattenti e artiglierie minori; per il resto i due tipi erano del tutto simili.

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Prendendo come esempio la grande ordinanza di marina francese del 3 settembre 1691,
questa prescriveva ora galere ordinarie bâtarde (quindi lunghe 151 piedi di Francia da estrema
poppa a estrema prua (de capion à capion), cioè sperone escluso, e cioè circa 46 metri, larghe
al centro circa m. 5,50, scalmiere (posticci o posticcie) escluse, mentre con queste (d’un apostis
à l’autre) quasi otto metri, e la cala o vivo o carena (oggi opera viva) dello scafo, ossia la parte
soggetta ad immersione e che terminava alla coperta, era alta al centro solo poco più di m.
2,10, perché, se fosse stato invece più alta, logicamente non si sarebbe potuto vogare ed ecco
perché le galere, come del resto tutti i vascelli remieri escluse le alte galeazze, erano così
soggette a finire sott’acqua in caso di maltempo e non potevano navigare se non nella buona
stagione; infine i remi erano lunghi quasi m. 11,30. Queste misure, sostanzialmente comuni a
tutte le galere mediterranee di quel periodo perché tutte dovevano essere particolarmente
costruite a misura d’uomo, cioè di voga, significavano che le galere ordinarie di ora, poppe
quartierate a parte, pur essendo larghe al centro ancora quanto le galere sottili ponentine post-
lepantine (non però delle sottili veneziane, un po’ più strette di circa trenta centimetri), erano
però ormai più lunghe di circa m. 3 e mezzo. Perché una larghezza mantenuta sostanzialmente
uguale e una lunghezza invece diventata superiore? La ragione era semplice: ora le galere
comuni avevano, come appunto quelle di comando di una volta, un paio di ordini di coppie di
banchi remieri (remiggi) in più e cioè 27 (ma talvolta anche di più) invece dei tradizionali 25
(generalmente da 24 a 26), ma, pur essendo chiaro che, così allungandole, bisognava anche
allargarle in proporzione per non renderle strutturalmente difettose o addirittura pericolose, si
tendeva ugualmente a lasciarle alquanto strette; infatti, più una galera era larga e più riusciva
pesante, lenta e pigra nelle manovre e bisognava pertanto, per evitarle questo,
necessariamente aumentare il numero dei vogatori adibiti al remo di scaloccio; era dunque
appunto tutta una questione di proporzioni e, se entro i 26 ordini di banchi cinque remieri per
remo erano sufficienti, al limite anche entro i 27, con 28 bisognava assolutamente aggiungere il
sesto uomo e con 30 magari anche il settimo, se c’era luogo per lui, quindi anche i banchi
dovevano essere più lunghi e, di conseguenza, tutta la galera adeguatamente più larga.
Come si sa, nel Cinquecento si era provato a costruire, a Venezia e altrove, diversi dispendiosi
prototipi di galere molto più grandi, anche a sette remieri per banco, ma si erano sempre tutti
rivelati deludentemente troppo lenti rispetto alle maggiori forze umane che richiedevano; questo
era il motivo per cui alla fine di quel secolo, per aumentare il numero dei rematori senza dover
necessariamente allargare e appesantire troppo la galera, si era inventato e adottato il remo di

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scaloccio, sistema che prendeva sul banco lateralmente parecchio minor spazio e quindi
permetteva che vi sedessero un paio di remiganti in più.
Di un minimo di sette remieri a remo si servivano invece senza alcun problema le alte e larghe
galere grosse e galeazze, le quali però erano in realtà dei grandi velieri che ricorrevano alla
voga solo per facilitare e sveltire le manovre d’ormeggio e d’ancoraggio, tant’è vero che, in caso
di bonaccia, avevano essi stessi bisogno d’essere rimorchiati dalle galere; poiché però gli unici
a usare ancora questi pesanti legni anche come vascelli da guerra erano i veneziani e quindi nel
Mediterraneo occidentale raramente ora più se ne vedevano, non ne diremo altro.
Ancora in uso erano i vascelli remieri da guerra inferiori alla galera, cioè le galeotte, bialbero e
bireme, dai 16 ai 24 banchi per lato, e i bergantini (ora detti anche bregantini), monoalbero e
monoremo, dagli 8 ai 16 remi per lato; i remiganti dei secondi erano volontari anche
combattenti, pronti cioè a lasciare il remo e prendere invece il fucile che tenevano riposto sotto il
loro stesso banco, così come anche lo erano tuttora le fuste turco-barbaresche e le barche
lunghe usate nell’Adriatico e nei mari siciliani principalmente per la pirateria.
Poiché le galere del Regno di Napoli erano spesso in missioni lontane oppure occupate nel
trasporto di milizie di presidio, per una maggior difesa delle acque e delle coste del regno da
corsari e pirati stranieri, e le galeotte restavano comunque vascelli poco diffusi, si usava ora
correntemente dare patenti di corso a privati, i quali armavano a guerra le loro barche, ossia i
piccoli veloci mercantili a vela latina adibiti perlopiù ai traffici di cabotaggio, ma anch’esse
spesso al trasporto di milizie, essendo tra questi le veloci tartane i più diffusi nei mari del regno;
nel Cinquecento la barca non aveva avuto questo significato di genere, ma era stato un solo
preciso tipo d'imbarcazione a vele latine. Erano queste tartane originarie di Marsiglia e pertanto
erano dette a Genova marsigliane, da non confondersi però con i più grandi vascelli tondi
adriatici detti a Venezia marsiliane o marciliane, mercantili che andavano dalle 1.500 a più di
3mila salme di carico, essendo la salma generale di Sicilia una misura di capacità uguale al
rubbio romano e corrispondente a 275 litri odierni; avevano solo due alberi, cioè maestro e
trinchetto, sui quali portavano tre vele; a volte ne usavano anche più di tre, ma allora si trattava
di vele piccole e sistemate in modo da navigare benissimo con ogni vento e quasi con ogni
tempo; a differenza dell’altre barche grandi, usavano però anche una vela quadra di fortuna,
ossia di burrasca, detta in italiano trevo come quella delle galere; in caso di necessità potevano,
come le polacche, andare a remi e probabilmente, anche come quelle, con il sistema delle
barche spagnole; queste ultime erano vascelli stretti ed ottimi velieri e tra le molte peculiarità
che presentavano avevano appunto quella di poter andare anche normalmente a remi - 14 o

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più, perché, proprio a questo scopo, si poteva ad esse asportare tutta la parte alta del fasciame
rendendole così imbarcazioni di basso bordo. Ancora come le polacche, queste tartane, molto
usate nell’Italia meridionale anche per formarne convogli granari e oleari, erano quindi talvolta
armate a guerra con un minimo di quattro pezzi grossi ed una quarantina di combattenti, numeri
questi che però potevano infatti anche essere alquanto superiori a seconda della loro
grandezza; erano usate, oltre che per il corso, anche per la difesa costiera; comunque, questi
legni molto spesso, anche quando esercitavano il corso, non abbandonavano le loro attività
mercantili, anzi le alimentavano in gran parte proprio con la vendita dei bottini acquisiti. A
proposito poi delle suddette marsiliane adriatiche, molto adoperate dai veneziani come navi da
gran carico specie per la traversata da Venezia all’isola di Zante, in questa seconda metà del
Seicento erano talvolta dai maltesi anch’esse, equipaggiate con circa 25 uomini, usate per
andare in corso in Levante.
I vascelli adibiti al corso, anche se generalmente piccoli, erano però armati sino ai denti e
sovraffollati d’uomini per poter così più facilmente soverchiare qualsiasi legno nemico; nel 1628,
ad esempio, il famoso corsaro inglese sir Kenelm Digby, il quale si trovava dall’anno precedente
a corseggiare nel Mediterraneo, annotò nel suo diario di bordo d’aver incontrato una saettia da
guerra di Malta che, pur stazzando solo cento tonnellate da duemila libbre, era armata con 11
bocche da fuoco ed equipaggiata con ben 120 uomini! Nell’estate del 1697 le galere maltesi
catturarono una tartana corsara tripolina, che, armata di ben 80 uomini, otto pezzi di cannone e
20 petriere, prima di farsi prendere aveva provocato notevoli perdite ai maltesi, specie col lancio
di fiaschi e pignatte di fuoco artificiato, un tipo d’arma allora ancora in uso nella guerra
marittima.
Con sua lettera al viceré del 3 aprile 1666, poi seguita da formale cedola d’autorizzazione
del 3 ottobre, documenti poi entrambi richiamati con dispaccio reale del 15 novembre 1667,
il re aveva chiesto la formazione di una compagnia d’armamenti privati (per poter corsegiare
contro l’inimici di sua Real Corona e assicurare la navigazione), intendendosi ancora allora dare
anche a simili congregazioni di pubblica utilità il carattere di compagnia militar-cavalleresca con
una regola da osservare, e questa è dunque appunto l’origine di questo nome militare di compagnie
che ancora oggi conservano le società di navigazione. Il termine armatore (fr. armateur, capre;
ol. kaaper, reeder, kruisser, commissie-vaarder e bewrakters) era infatti allora non altro che
sinonimo di 'corsaro' e si dava a privati che appunto ‘armassero’, cioè dotassero di armi, un
vascello reale o pubblico per poter esercitare la lucrosa guerra di corso, mentre per l’esercente
di un mercantile nel linguaggio legale ancora s’usava il lt. exercitor. Con detto nome di

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armatore s’intendeva sia colui che aveva ottenuto dal principe la patente di corso (sp. ordenanza de
corso; fr. commission; ol. commissie, bestellinge) e aveva a sue spese armato un vascello sia
talvolta il comandante del vascello stesso; infatti l’armatore poteva scegliere se condurre il suo
legno in corso da sé oppure se affidarlo al governo d’un comandante di sua fiducia, il quale
poteva ricevere da lui una paga e prender parte al bottino oppure aver diritto al solo bottino (fr. capre
à la part) e ciò a seconda della carta stipulata tra le parti (fr. charte-partie, abbr. di la charte
de les parties).
L’attività d’armamento per il corso era molto diffusa sia nel Mediterraneo sia nell’oceano
Atlantico; in Francia, per esempio, molto dediti alla guerra di corso oceanica erano tradizionalmente
duncherchesi, maloini e roccellesi; tanti erano però i veri e propri pirati che usurpavano i
detti titoli d’armatore e di corsaro per guadagnarsi un’immeritata legittimazione e rispettabilità che
nel Settecento il termine corsaro – anche con la sua variazione corsale – prenderà a significare
appunto ‘pirata’, così lasciando il suo significato originario solo a quello d’armatore, il quale a sua
volta dalla fine del Seicento comincerà a perdere il suo senso bellico per prendere a significare
invece il mercante che - in toto o pro rata - noleggiava, equipaggiava e munizionava un vascello
a scopo non di guerra, bensì di commercio.
Nel corso della seconda metà del Seicento nacque nella parte francese dell’isola di San
Domingo il termine boucanniers a indicare una corporazione di scellerati in numero variabile dai
500 ai mille a seconda dei tempi - che esercitavano la grassazione boschiva e la pirateria
costiera, specie ai danni del naviglio mercantile spagnolo, dovendo al governatore francese il
10% del valore di tutte le loro prede; si trattava di marittimi disertori oppure di vagabondi
arrestati in Francia e inviati a servire forzatamente tre anni nelle piantagioni dominicane,
dopodiché avevano l’unica strada di noleggiare o comprare a credito un fusil boucanniere (lunga
arma da fuoco a gran gittata) e di aderire a quelle criminali consorterie; poiché scorrevano i mari
costieri dell’America Centrale con 7 o 8 piccoli velieri agili e veloci, dagli 8 ai 24 cannoni, cioè
con fly-boats (ing. anche fleet-boat; fr. flibot; ol. vlie-boot, fluijt-boots, fluyt-boot; it. flibotto o
lilibotto) o anche con fregate leggere, presero anche il più conosciuto nome di flibustiers,
corrotto poi in filibustiers e fribustiers (ing. filibusters, freebooters; ol. vry-buiters, vrijbuiters);
malgrado si trattasse di gente ignorante e codarda (de Pointis), raccolti, organizzati e guidati in
funzione anti-spagnola da corsari patentati da altre potenze europee, le quali avevano appunto
molto interesse a ostacolare l’espansionismo americano della Spagna, compiranno più tardi
imprese talvolta incredibili e clamorose, approfittando perlopiù del vantaggio della sorpresa.

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Ma torniamo ora alle nostre cronache. Nell’ultima decade d'aprile avvenne una muta delle
guarnigioni dello Stato dei Presidi di Toscana un po’ più importante del solito; infatti partivano
insieme per quelle piazze quattro galere di Napoli e quattro del duca di Tursi, le quali, oltre a 15
compagnie spagnole e tre italiane, portavano a bordo anche il sunnominato mastro di campo
generale Marzio Origlia, il quale si recava a visitare quelle fortezze essendogli stato frattanto
anche conferito il vicariato generale (‘governatorato’) di detto Stato. Dalle lettere di Spagna
dell'ultima decade di maggio si seppe poi che due vascelli dell'armata reale spagnola avevano
lasciato Cadice sotto il comando del già ricordato ammiraglio Papacino ed erano dirette in Italia,
dove portavano Juan Francisco Paceco duca di Uzeda, nuovo viceré di Sicilia e poi dal 1699
ambasciatore di Spagna a Roma, il marchese di Camarasa, nuovo generale delle galere
napoletane, e Andrea d’Ávalos principe di Montesarchio, il quale rimpatriava definitivamente
perché, a causa della sua tarda età, era ormai stato dispensato dal servizio attivo; infatti detti
due vascelli entreranno nella darsena di Napoli alla fine di giugno per esser sottoposti a lavori di
carenamento. In quel mentre si erano fermate a Castell'a Mare di Stabia le galere toscane, le
quali erano dirette in Levante per partecipare alle nuove operazioni di guerra contro l'impero
ottomano, e il loro generale commendator fra’ Guidi, accompagnato da altri cavalieri e ufficiali di
quella squadra, si era portato a Napoli per complimentare (ossequiare) il viceré; poi ripartiranno
facendo rotta verso Messina.
A Milano, tenutasi il 9 maggio una rassegna generale dell'esercito, vi risultarono in servizio, per
quanto riguardava i corpi napoletani, il terzo del mastro di campo Marc'Antonio Colonna (144
ufficiali ed 877 soldati) e cinque compagnie di cavalleria (32 ufficiali e 322 soldati).
All'inizio di giugno morì a Napoli, dopo quattro giorni di malattia, il sargente maggiore riformato
Alfonso di Leone, militare molto distintosi e molto pratico della milizia. Nella prima decade del
mese il viceré, passando nei pressi delle carceri di S. Giacomo, le quali erano riservate agli
spagnoli, ordinò all'auditore generale dell'esercito di rivedere le cause di quei carcerati e di
ridurne le pene, in modo che la maggior parte di quelli neottenne la libertà e si trattava
ovviamente di una generosità programmata ed esercitata solo a beneficio degli spagnoli; d'altra
parte, se la Spagna era riuscita a conquistare gran parte del mondo con quei pochi soldati che
dalle sue semi-spopolate regioni si riuscivano a trarre, vuol dire che quegli uomini erano
militarmente troppo validi e preziosi perché ci si potesse permettere ancora lo spreco di tenerli
inattivi in carcere.
Sempre all'inizio di giugno, avutasi notizia che tre caravelle turchesche erano state avvistate al
largo di Capri, il viceré fece allestire in fretta otto galere di Napoli e sette del duca di Tursi e la

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sera di lunedì 9 giugno le fece partire in traccia di detti legni corsari; si trattava però di misure
inadeguate e infatti nello stesso giugno i turchi devastarono le coste pugliesi facendovi
numerosi schiavi, ma questa fu una delle loro ultime grandi razzie nel meridione d'Italia, anche
se in realtà continuarono a infestare i mari del regno anche nel secolo successivo e fino al
1830, quando i francesi, con opera molto meritoria, posero fine a questa secolare iattura
occupando la parte costiera dell'Algeria. Martedì 10 giugno fu arrestato a Napoli un soldato
italiano perché sorpreso a borseggiare; il disgraziato fu condannato alla frusta e a ben dieci anni
di voga nelle patrie galere. Venerdì 13 fecero ritorno le 15 galere che avevano scorso i mari di
Ponente alla ricerca dei tre predetti legni barbareschi e portavano a bordo il duca di Tursi,
trasbordatovi da una galera di Genova che le aveva raggiunte in navigazione; questi 15 legni
ripartirono la sera di lunedì 16 facendo rotta verso Gaeta, dove conducevano ora il marchese di
Cogolludo e la sua consorte; faranno ancora ritorno a Napoli venerdì 20, mentre erano salpate
per scorrere i mari di Levante, infestati dai turco-barbareschi, le restanti sei galere della squadra
del Regno di Napoli. Frattanto, la mattina di giovedì 19 giugno erano arrivati i due suddetti
vascelli spagnoli da guerra dell'ammiraglio Papacino, i quali, come abbiamo detto, riportavano in
patria il vecchio principe di Montesarchio Andrea d’Ávalos e inoltre venivano a far carenamento.
Con le lettere di Spagna giunse infine la nomina a governatore della fortezza del Carmine per il
sargente maggiore Rodrigo Correa, il quale trovavasi allora alla corte di Madrid.
Nell'agosto, nella zona centrale di Napoli detta i quartieri spagnuoli, ci fu un’ennesima rissa tra
soldati spagnoli e regnicoli con il risultato di parecchi morti da una parte e dall'altra e con tanto
rancore non sopito che la cosa si ripeté di nuovo il mese successivo a Pozzuoli, (essendo
queste due nazioni esasperate per molte buglie (risse) e uccisioni successe fra di loro in
Napoli).
Poiché nello stesso agosto i mori avevano posto l'assedio alla guarnigione spagnola di Melilla in
Africa, vi fu mandato in soccorso il terzo fisso napoletano dell'armata oceanica, il quale si
trovava allora acquartierato a Granata sotto il comando del mastro di campo Antonio Domenico
di Dura; i napoletani arrivarono a Melilla il primo settembre 1687 e il di Dura assunse anche il
comando della città poiché di recente ne era morto il governatore. Tutti gli assalti nemici furono
respinti, tanto da convincere i mori, in seguito sconfitti dal di Dura anche a Orano, a lasciare il
campo. Intanto Luigi XIV di Francia, continuando nella sua odiosa politica dei colpi di mano, la
quale gli procurava l’ostilità di tutta l'Europa, faceva occupare dal suo esercito altre importanti
città tedesche, tra cui Heidelberg.

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Sabato 13 settembre un soldato spagnolo uccise per ignoti motivi un ex-soldato napoletano e,
che si trattasse di un militare congedato, era dimostrato dalla circostanza che la vittima ancora
vestiva la sua uniforme turchina, colore che, detto a volte anche violetto oppure paonazzo,
distingueva appunto le fanterie regnicole da quelle spagnole del terzo fisso di Napoli che invece
vestivano di rosso. Domenica 28 settembre fra’ Tomaso Caracciolo, cavaliere gerosolimitano,
entrò di guardia per la prima volta con la compagnia di cavalleria che gli era stata conferita per
la rinunzia del fratello Girolamo; vedremo poi questo nuovo giovane capitano arrivare alla carica
di mastro di campo. Nel novembre giunse nuova che si sarebbe presto tolto il governatorato di
Ungheria al napoletano Carafa, perché di quel paese si stava per incoronare re il primogenito
dell'imperatore Leopoldo I e nello stesso mese morì improvvisamente il viceré marchese del
Carpio, l'implacabile estirpatore del brigantaggio, e i suoi funerali, avvenuti mercoledì 19
novembre, ripeterono, anche se con molto maggior fasto, le scene militari che si erano viste
l'anno precedente in occasione di quelli di fra’ Titta Brancaccio, con le bandiere prostrate per
terra, con le banderuole delle lance della guardia nere in segno di lutto, con lo stendardo detto il
Guidone, insegna di capitano generale del Regno, anch'esso con il fondo nero, con un pezzo
d'artiglieria che sfilava tirato da quattro mule coperte da gualdrappe altrettanto nere, con le armi
da fuoco che sparavano meste salve. Venerdì 21 giunse da Roma il contestabile (dal lt.
cohonestabilis) Colonna in qualità di reggente del regno e nominò suo Segretario di Stato e
Guerra pro interim Gioseppe di Ripalda; si susseguirono poi nel dicembre altre nomine, tra cui
quella, nepotistica per antonomasia, del principe di Sonnino, appunto nipote del Colonna, a
tenente della compagnia di lance e quella di Gregorio Buratti ad alfiere della medesima
compagnia. Alla metà dello stesso dicembre arrivarono inoltre lettere di Spagna con il
conferimento della nomina a mastro di campo generale del regno a Fernando Gonzales de
Valdés, generale dell'artiglieria dello Stato di Milano, a cui abbiamo già accennato, mentre
sabato 20 giungeva a Napoli anche il marchese di Camarasa, nuovo generale delle galere
napoletane.
Per quanto riguarda le leve militari di quest'anno, si trova notizia di due partiti di vestiti violetti e
cioè uno di 500 del 26 marzo stipulato con il partitario Aniello Pecoraro e un altro di 250.
A metà agosto si erano cominciate a ricevere con gran giubilo gli avvisi delle vittorie veneziane
in Morea e Dalmazia, dove la Serenissima, rintuzzato un vano assedio turco alla piazza di
Segna (‘Sign’), con due armate di mare, una comandata dal generale Francesco Morosini e una
dal generale Cornaro, prenderà via via Patrasso (qui dopo aver vinto una battaglia campale),
tutto il golfo di Lepanto con i suoi due Dardanelli (Castel Rio e Melicrea), la stessa piazza di

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Lepanto, Castel Tornese, Corinto, Misitra, infine Atene e Castel Nuovo con buona parte
dell’Erzegovina. Il Morosini aveva potuto servirsi di fanterie imbarcate corfiotte, cafaloniotte e
soprattutto tedesche brunswickesi, ma non delle squadre ausiliare di Toscana, Roma e Malta
perché queste, timorose di contagiarsi della pestilenza che a Napoli di Romania aveva infettato
l’armata morosiniana, avevano preferito portare il loro ausilio a quella del Cornaro che operava
più a nord in Dalmazia e che era inoltre supportata a terra da formazioni combattenti morlacche,
ossia dei cristiani dalmati, alle quali frattanto riusciva di prendere la città di Mostar e il suo
territorio.
In quest’anno, il 12 agosto, i turchi di Süleyman Pasha erano stati frattanto pesantemente
sconfitti dagli imperiali di Carlo V di Lorena, Eugenio di Savoia e Luigi del Baden e Massimiliano
II Emanuele Elettore di Baviera – ma soprattutto da quest’ultimo - al monte Harsány presso
Mohács, detta allora ‘battaglia della Dárda o del fiume Drava’, nell’Ungheria meridionale; ne
conseguirà un notevole arretramento ottomano e il ritorno all’impero della Transilvania e inoltre,
con l’ausilio croato e la presa ai turchi dell’importante piazza di Eszék, anche della Schiavonia
(‘Slavonia’ o Croazia orientale). Turchi e tartari erano però nel frattempo riusciti a riguadagnare
alcune posizioni perse negli anni precedenti in Polonia, non riuscendo inoltre all’esercito
moscovita del generale Galitzin di ottenere alcun risultato anti-ottomano né in Ukraina né in
Crimea.

1688. Domenica 4 gennaio di questo nuovo anno si fecero entrare in Napoli tutte le fanterie
regnicole che avevano quartiere a Pozzuoli e a Gaeta e le si rinchiusero nell'arsenale nell’attesa
di poterle imbarcare per lo Stato di Milano; ai soldati destinati all'estero si cercava 2ovviamente
di nascondere sino all'ultimo la loro destinazione, specie in tempo di guerra, ma, quando essi si
vedevano alloggiati e rinchiusi nei quartieri dell'arsenale, alloggi che, pur essendo stati molto
aumentati proprio dal marchese del Carpio, il quale aveva pure abbellito l’arsenale nel suo
complesso, ciò nondimeno continuavano ad assomigliare molto di più a un carcere che a un
alloggiamento militare, era allora lor chiaro che li aspettava una traversata di mare sulle anguste
galere e poi, se non guerra, presidi in terre lontane, da cui molto improbabilmente sarebbero
tornati a rivedere il loro paese. Le cronache del tempo non ci dicono quanti fossero i soldati
rinchiusi nell'arsenale in detta occasione, ma c'è un rogito del 13 ottobre che si riferisce a un
partito di 250 vestiti per fanteria italiana fatto ultimamente col partitario Nicola di Martino;
quando poi queste fanterie partirono effettivamente per quel terminale marittimo dello Stato di
Milano che era Finale in Liguria non sappiamo.

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Verso la fine di gennaio, in sostituzione del defunto marchese del Carpio, verrà ad assumere
l'incarico di nuovo viceré del Regno di Napoli Francisco de Benavides de Avila y Corella conte
di San Estévan, il quale ne aveva ricevuto la nomina a Madrid il 20 dicembre precedente, e
infatti già venerdì 23 della cavalleria aveva lasciato la capitale per andarlo a ricevere al confine
con lo Stato della Chiesa e poi scortarlo a Napoli. Tra i primi provvedimenti del de Benavides vi
fur