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Giacomo Leopardi - Operette morali (1827)


Detti memorabili di Filippo Ottonieri
Capitolo terzo

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In proposito di certa disavventura occorsagli, disse: il perdere una


persona amata, per via di qualche accidente repentino, o per malattia
breve e rapida, non è tanto acerbo, quanto è vedersela distruggere a poco a
poco (e questo era accaduto a lui) da una infermità lunga, dalla quale ella
non sia prima estinta, che mutata di corpo e d’animo, e ridotta già quasi
un’altra da quella di prima. Cosa pienissima di miseria: perocché in tal
caso la persona amata non ti si dilegua dinanzi lasciandoti, in cambio di sé,
la immagine che tu ne serbi nell’animo, non meno amabile che fosse per lo
passato; ma ti resta in sugli occhi tutta diversa da quella che tu per
l’addietro amavi: in modo che tutti gl’inganni dell’amore ti sono strappati
violentemente dall’animo; e quando ella poi ti si parte per sempre dalla
presenza, quell’immagine prima, che tu avevi di lei nel pensiero, si trova
essere scancellata dalla nuova. Così vieni a perdere la persona amata
interamente; come quella che non ti può sopravvivere né anche nella
immaginativa: la quale, in luogo di alcuna consolazione, non ti porge altro
che materia di tristezza. E in fine, queste simili disavventure non lasciano
luogo alcuno di riposarsi in sul dolore che recano.

Dolendosi uno di non so qual travaglio, e dicendo: se potessi liberarmi


da questo, tutti gli altri che ho, mi sarebbero leggerissimi a sopportare;
rispose: anzi allora ti sarebbero gravi, ora ti sono leggeri.

Dicendo un altro: se questo dolore fosse durato più, non sarebbe stato
sopportabile; rispose: anzi, per l’assuefazione, l’avresti sopportato meglio.

E in molte cose attenenti alla natura degli uomini, si discostava dai


giudizi comuni della moltitudine, e da quelli anco dei savi talvolta. Come,
per modo di esempio, negava che al dimandare e al pregare, sieno
opportuni i tempi di qualche insolita allegrezza di quelli a cui le dimande o
le preghiere sono da porgere. Massimamente, diceva, quando la instanza
non sia tale, che ella, per la parte di chi è pregato o richiesto, si possa
soddisfare presentemente, con solo o poco più che un semplice
acconsentirla; io reputo che nelle persone il giubilo, sia cosa, a impetrar
che che sia da esse, non manco inopportuna e contraria, che il dolore.
Perciocché l’una e l’altra passione riempiono parimente l’uomo del
pensiero di se medesimo in guisa, che non lasciano luogo a quelli delle
cose altrui. Come nel dolore il nostro male, così nella grande allegrezza il
bene, tengono intenti e occupati gli animi, e inetti alla cura dei bisogni e
desiderii d’altri. Dalla compassione specialmente, sono alienissimi l’uno e
l’altro tempo; quello del dolore, perché l’uomo è tutto volto alla pietà di se
stesso; quello della gioia, perché allora tutte le cose umane, e tutta la vita,

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ci si rappresentano lietissime e piacevolissime; tanto che le sventure e i


travagli paiono quasi immaginazioni vane, o certo se ne rifiuta il pensiero,
per essere troppo discorde dalla presente disposizione del nostro animo. I
migliori tempi da tentar di ridurre alcuno a operar di presente, o a
risolversi di operare, in altrui beneficio, sono quelli di qualche allegrezza
placida e moderata, non istraordinaria, non viva; o pure, ed anco
maggiormente, quelli di una cotal gioia, che, quantunque viva, non ha
soggetto alcuno determinato, ma nasce da pensieri vaghi, e consiste in una
tranquilla agitazione dello spirito. Nel quale stato, gli uomini sono più
disposti alla compassione che mai, più facili a chi li prega, e talvolta
abbracciano volentieri l’occasione di gratificare gli altri, e di volgere quel
movimento confuso e quel piacevole impeto de’ loro pensieri, in qualche
azione lodevole.

Negava similmente che l’infelice, narrando o come che sia


dimostrando i suoi mali, riporti per l’ordinario maggior compassione e
maggior cura da quelli che hanno con lui maggiore conformità di travagli.
Anzi questi in udire le tue querele, o intendere la tua condizione in
qualunque modo, non attendono ad altro, che ad anteporre seco stessi,
come più gravi, i loro a’ tuoi mali: e spesso accade che, quando più ti pensi
che sieno commossi sopra il tuo stato, quelli t’interrompono narrandoti la
sorte loro, e sforzandosi di persuaderti che ella sia meno tollerabile della
tua. E diceva che in tali casi avviene ordinariamente quello che nella Iliade
si legge di Achille, quando Priamo supplichevole e piangente gli e prostrato
ai piedi: il quale finito che ha quel suo lamento miserabile, Achille si pone
a piangere seco, non già dei mali di quello, ma delle sventure proprie, e per
la ricordanza del padre, e dell’amico ucciso. Soggiungeva, che ben suole
alquanto conferire alla compassione l’avere sperimentato altre volte in sé
quegli stessi mali che si odono o veggono essere in altri, ma non il
sostenerli al presente.

Diceva che la negligenza e l’inconsideratezza sono causa di


commettere infinite cose crudeli o malvage; e spessissimo hanno
apparenza di malvagità o crudeltà: come, a cagione di esempio, in uno che
trattenendosi fuori di casa in qualche suo passatempo, lascia i servi in
luogo scoperto infracidare alla pioggia; non per animo duro e spietato, ma
non pensandovi, o non misurando colla mente il loro disagio. E stimava
che negli uomini l’inconsideratezza sia molto più comune della malvagità,
della inumanità e simili; e da quella abbia origine un numero assai
maggiore di cattive opere: e che una grandissima parte delle azioni e dei
portamenti degli uomini che si attribuiscono a qualche pessima qualità
morale, non sieno veramente altro che inconsiderati.

Disse in certa occasione, essere manco grave al benefattore la piena ed


espressa ingratitudine, che il vedersi rimunerare di un beneficio grande
con uno piccolo, col quale il beneficato, o per grossezza di giudizio o per
malvagità, si creda o si pretenda sciolto dall’obbligo verso lui; ed esso
apparisca ricompensato, o per civiltà gli convenga far dimostrazione di
tenersi tale: in modo che dall’una parte, venga ad essere defraudato anche
della nuda e infruttuosa gratitudine dell’animo, la quale verisimilmente

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egli si aveva promessa in qualunque caso; dall’altra parte, gli sia tolta la
facoltà di liberamente querelarsi dell’ingratitudine, o di apparire, siccome
egli è nell’effetto, male e ingiustamente corrisposto.

Ho udito anche riferire come sua, questa sentenza. Noi siamo inclinati
e soliti a presupporre in quelli coi quali ci avviene di conversare, molta
acutezza e maestria per iscorgere i nostri pregi veri, o che noi
c’immaginiamo, e per conoscere la bellezza o qualunque altra virtù d’ogni
nostro detto o fatto; come ancora molta profondità, ed un abito grande di
meditare, e molta memoria, per considerare esse virtù ed essi pregi, e
tenerli poi sempre a mente: eziandio che in rispetto ad ogni altra cosa, o
non iscopriamo in coloro queste tali parti, o non confessiamo tra noi di
scoprirvele.

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