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®

ARTQU Z
TEORIA

Edizioni Giurleo

Web site: www.artquiz.it


e-i;nail: info@artquiz.it
o
o
Artquiz Teoria - ISBN 978-88-908284-8-5 o
o
Quarta. Edizione
Copyright© 2012-2015
E<lfaioui Arturo Giurleo

u
Viale Volontari della Liberta 36/2 - 33100 Udine
Pa.rtita IVA: 02527860304

info@artqui;r,.it
Web i;itc: www.artqubdt
o

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A uorma di legge, le p,\giuc cli questo volume nott possono essere fotocopiate o
ciclostilate o couumqne riprodotte con n.lcnn mezzo meccanico.
Ogni cvcmtnale viola�ionc suri\ perseguita a norma di legge.
1\1tti i diritti cl'antore sono tntelat\.

Sviluppo del progetto e coordinatore rcdnzionale: Arturo Giurlco


Iconogrnfia: Renato Marvasi
o
I
I.

o
Stampato da Ri.: Grafica Venotn. S.p.A. - 'I.\-ebn.r;cleghe (PD)
Pcl' conto di Giurlco Arturo
Aprile 2016
Artquiz
Teoria
I Auto,;,�.J

Prof. Franco Quadrifoglio


Profcst.orc Ordinario cli Biologia Molecolare
Facolth. cli Meùicilm e Chirnrgia. - Università degli Studi cli Udine

Prof. Giuseppe Damante


Professore Ordinario di Geuetica Medica
Facoltà di Medicina o Chirurgia - Università degli Stncli cli Ucl,ine

Prof. Paolo Viglino


Professore Ordinario cli Biofisica
Facolti\ cli Mccliciua e Chirurgia - Università degli Stu<li cli Udine

Prof. Gianluca Teli


Professore Associato di Biologia. Molecolare
Facoltà cli Medicina e Chirurgia - Università degli Studi di Udine

Prof. Giovanna Lippe


' Biochimica
Professore Associato cli
Facoltà di Medicina e Chirurgia - Universitu. degli Studi di Udine

Prof. Dora Fabbro


Professore a coni.ratto cli Genetica Medica
Facoltit di Medicina e Chirurgia. - Università degli Studi cli Udine

Prof. Paolo Alberto Beltrami


Ricercatore Universitario di Anatomia Patologica.
Facoltà cli Mccliciua e Chirurgia - Università. degli Stuùi di Ucliue

Prof. Alfio Marini


Pl·ofcssore a contratto di Matematica
Facoltà di Agraria - Università degli Studi di Udine

'
Indice

I LOGICA 1

1 Rag ionamento logico 1


1.1 Sillogismi . . . . . 1
1.2 Modus ponens 3
1.3 Derivazioni logiche 4
1.4 Logica concatenativa 7

o
2 Ragionamento logico-matematico 11
2.1 Succcssioue muueriche, di lettere e di figure 11
2.1.1 Successione numeriche 11

o
2.1.2 Succcssioui di lettere . 13
2.1.3 Successioni di figure 14
2.2 Rclazioui insicmi$tiche 14
,
2.3 Rela�ione d ordine ... 16
2.4 Esercizi cli crittografia 17

3 Problemi logico-matematici 19
3.1 Problemi con soluzione logico-matematica 19
3.2 Problemi con i giorni della settimana . . . 19
3.3 Problemi con i rapporti di parentela . . . 20
::J.4 Calcola quante persone sono necessarie per fare determinate cose in :un
certo lasso di tempo . . . . . . .. . , . 20
3.5 Calcola quanto tempo occorre per... . . . . .. . . . 20
3.6 Calcoli con i clm;aggi . . . . . . . . . . , . . . . . . . 21
3.7 Calcoli relativi alla distanza percorsa e alla velocità. 21

4 Probabilità e Statistica 23
4.1 Percentuali . . . . ·. . 23
,
4.2 TclSso d interesse ... 24
4.3 Calcolo delle probabilità 24
4.3.1 Probabilità condizionata . ·. 25
4.3.2 Calcolo combinatorio .... 25
4.3.3 Monete, dadi, ume e simili 30
4.4 Statistica . . .. . .. . . . . . . 30
'
4.4.1 Moda, mediana e media .. 31

VII
INDICE © Artquiz
o
II MATEMATICA 33
1 Aritmetica 33
1.1 Numeri naturali e interi. Relazione d>ordine 33
1.2 Divisibilità, numeri primi, mcm e MCD 34
1.2.1 Potenze . . . . . . . . . . . 35
1.3 Numeri razionali, reali e complessi 35
1.3.1 Notazione decimale . . .. 36
1.3.2 Radici . . . . . . . .... 38
1.3.3 Numeri complessi (cenni) 38
2 Algebra 39
2.1 Monomi e polinomi . 39
2.1.1 Frazioni algebriche 40
2.2 Equazioni e disequazioni . 41
2.2.1 Equazioni ..... 41
. 2.2.2 Disequazioni .. . 43
2.2.3 Equw:ioni parametriche 44
2.3 Sistemi di equazioni e disequazioni 45
2.3.1 Sistemi di equazioni .. 45
2.3.2 Sistemi di disequazioni . . 46
2.4 Equazioni razionali e radicali .. 46
2.5 Dh:iequa-Lioni razionali e radicali . 48
2.6 Esponenziali e logaritmi . . . . . 49
3 Geometria 53
3.1 ,ntroduzione . 53
3.2 I Poligoni . . 53
3.2.1 Triangoli 54
3.2.2 Quadrilateri . 55
3.3 La circonferenza in ottica euclidea 57
3.4 I poliedri ... . ..... . . . 58
3.4.1 Pamllelepipedo e cubo . 58
3.4.2 Piramide . . 58

o
3.5 I solidi di rotazione . 59
3.5.1 Cono .. 59

ù
3.5.2 Cilindro . . 59
3.5.3 Sfera ... . 60
I
3.6 Il piano cartesiano . .I 60
3.6.1 Luoghi di punti. 60
3.6.2 Distanze·e punto medio 61
3.6.3 La retta . . . . . . . . . 62
3. 7 Le coniche . . . . . . . . . . . . 63
3.7.1 La circonfèrnnza in ottica cartesiana 63
3.7.2 Parabola 64
3.7.3 Iperbole .. . . 65
3.7.4 Ellisse . . .. . 66
3. 7.5 Luoghi comuni 67

VIII
o © Artquiz

4 'frigonometria
INDICE

69
4.1 Misura degli angoli . . . . . . . . . . . . . . . . . 69
4.2 Coseno, seno, tangente e cotangente di un angolo 70
4.3 Uguaglian7.e e relazioni trigonometriche . 71
4.4 Equazioni e disequazioni trigonometriche . 73

5 Funzioni 75
5.1 Introdu:tione ........... . 75
5.2 Le proprietà delle funzioni ... . 75
5.2.1 Dominio di una fun�ione . 76
5.2.2 La. funzioue inversa . . . . 76
5.2.3 Zeri di una funzione . . . 77
5.3 Grafici di alcune funzioni fondamentali. . '. 77
5.4 Limiti e calcolo differenziale ... 79

o
5.4.1 Limiti di una funzione . . • • 79
5.4.2 Derivata di una funzione . 80
5.4.3 Crescenza e decrescenza 82
5.4.4 Massimi e minimi . . . . 82

III FISICA 83
1 Grandezze fisiche e unità di misura 83
1.1 Introduzione . . . . . . . . . . . 83

..
1.2 Multipli e sottomultipli delle unità di misura f t Il • 4 84
1.3 Grandezze scalari e vettoriali 84
1.4 Errore assoluto e relativo 86

2 Cinematica 87
2.1 Introduzione .. . . . . . . . 87
2.1.1 Moto rettilineo uniforme . . . . . . 87
2.1.2 Moto rettilineo uniformemente accelerato 88
2.2 Moto in un campo gravitazionale e la balistica 88
2.3 Moto circolare uniforme 89
2.4 Moto armonico . . . 90

3 Dinamica 93
3.1 I principio della dinamica 93
3.2 II principio della dinamica . . 94
3.3 III principio della dinamica 94
3.4 Quantità di moto e impulso ti • • • I 94

4 Statica
.
95

o
4.1 Le forze e loro unità di misura . . . .. . . 95
4.2 Massa, forza gravita'.!lionaie, gravità e peso . 95
.
, + • 4

4.3 Densità e peso specifico 96


4.4 Forze elastiche . . . . . . ..
t t • I

96
4.5 Forze di contatto � . . .
t lt • •

96
4.5.1 Reazioni vincolari 96

IX
INDICE © Artquiz

4.5.2 Forze di attrito ..... 96


5 3 Pulegge e corde flessibili
ll.. 97
4.6 Statica dei corpi estesi 97
4. 7 Momento cli una forna 97
4.8 Le leve . 98

5 Energia 101
5.1 Introduzione..... . 101
5 2 Il lavoi·o . ... . . ..
. 101
5.3 Poten�a e rendimento 102
5.3.1 Energia cinetica 102
5.3.2 Campi di forze com;ervative ed energia potenziale , 102

6 Dinamica dei corpi estesi 105


6.1 Momento d'incrxia e momento angolare 105
G.2 Urti ................... . 106

7 Meccanica dei fluidi 107


7.1 Statica dei Huidi. La pressione 107
7.1.1 Unità di misura della pressione 108
7 1.2 Pressione idrostatica_ .
. 108
7.2 Spinta di Archimede 108
7.3 Dinamica. dei Hui<li 109

8 Termodinamica 111
8.1 La temperatura. ........... . 111
8..1 1 La misma della temperatura 111
8.1.2 Il calore ........ . 112
8.2 Pa�i-mggi di stato .. . . ... . 112
8.3 I principio della termodinamica 113
8.4 Legge dei gas perfetti .. . . . . 115
8.5 II principio della. termodinamica 115
8.6 Teorema di Carnot e macchine termiche 116

9 Elettrostatica 117
9.1 Legge di Coulomb 117
9.2 Il campo elettrico . 117
9.3 Teorema di Gam;s 118
9.4 Energia potenziale elettrostatica e differenza di potenziale . ,. 118
9.5 Corrente elettrica e leggi di Ohm •!. 119
9.6 Corrente alternata ..... .. . 120
9. 7 Effetto Joule e potenza elettrica . . 121
9.8 Resistenze .. . . . . . . . . ... . 121
9.9 Condensatori ........... . 122
9.10 Pile e batterie (generatori di forze elettro;notrici) 123
10 lviagnetismo 125
10.1Il campo magnet ci o . 125
10.2 lndu7.ione magnetica 126

X
o © Artquiz INDICE

o 11 Fenoqieni ondulatori
11.1 Le onde . . .. ·. .
129
129

o
11.1.1 Riflessione, rifrazione e diffusione 132
11.2 Le onde sonore 135
11.2.1 Il suono ....... 135
11.3 Ottica ...... . .... . 136
11.4 Le onde elettromagnetiche . 140

IV CHIMICA 143

a
1 La costituzione della materia 143
1.1 Stati di aggregazione e passaggi di stato 143
1.2 Elementi e composti 146

2 L'atomo 149
2.1 L'atomo e i suoi co:.tituenti. Gli isotopi.La ra<lioattivitit ... Il peso
atomico e il peso molecolare. La.mole . . . . . . . . . . . . 149
2.2 Modello atomico e coufignraiione elettronica tlegli elementi .. . . . .152

3 Sistema periodico degli elementi 157


3.1 Tavola periodica degli clementi .. . . .. . . . ... . . . . . . .. . . 157
t
: 2 Metalli, non metalli e semimetalli. Raggio atomico, energia di ionir,za-
zioue e affinità elettronica. Elettronegatività . . .. . . . . . . .. . .. 158

4 Il legame chimico 161


4.1 Iutrodmdonc ...... . . 161
.4 1.1 Legame ionico .. 161
4.1.2 Legame covalente . 162
4.1.3 LHgami covalenti con orbitali ibridi . I legami del carbonio 165
4.1.4 Forze <li interazione intermolecolari .. 167
4 1.5 Interazioni di van der Waals ......
. 168

o
4.1.6 Interazioni dipolo-dipolo e ione-dipolo 168
4.1.7 Legami idrogeno ....... . . . 168

o
5 Stati delta materia · 171
5.1 Lo stato gassoso 171
5.2 Lo stato liquido . 173
5.3 Lo stato solido 175

6 Termodinamica 177
6.1 Principi generali 177

7 Le soluzioni 179

o
7.1 Unità di misura per esprimere la concentrazione . 179
7.1.1 Calcoli sulle soluzioni 180
7.2 Solubilità dei gas ......... . 180
· 7.3 Elettroliti .. . ..... ..... . 181
7.4 Proprietà colligative delle soluzioni 181
7.4.1 Pressione osmotica ..... 183

XI
INDICE © Artquiz

8 Nomenclatura e formule dei composti inorganici 185


8.1 Principi generali . . . . . . . . .. . . . . . 185
8.1.1 Ossidi basici e ossidi acidi o anidridi 185
8.1.2 Idruri . . 186
8.1.3 Idracidi . 186
8.1.4 Idrossidi . 186
8.1.5 Ossiacidi 186
8.1.6 Sali ... 186

9 Le reazioni chimiche 189


9.1 Definizioni e tipologie , . .. ... . . . . . 189
9.1.1 Nwneri di ossidazione . . . . . . . . 190
9.1.2 Reazioni di ossido-riduzione (redox) 191
9.1.3 Calcoli stechiometrici 194
9.1.4 Reazioni di equilibrio. . . . . . . . . 195
9.2 Acidi e basi. Il pH . . . . . . . . . . . . . . 197
9.3 Peso equivalente e grammoequivalente di un acido, di una base, di nn
ossidante e di 1111 riducente. 202
9.4 Solnzioni tampone 202

10 Cinetica chimica 205


10.1 Velocità delle reazioni e parametri che la influenzano . . � . . . . . . ' 205

11 Elettrochimica 207
11.1 Pile. Equ�iono di Nerust 207
11.2 Elettrolisi ...... . 209

12 La chimica del carbonio 211


12.1 Ibridhr.zazione del c�rbonio . 211
12.2 Formule e isomerie dei composti organici . 211
12.3 Isomeria . . . ... . . . . . 212
12.4 Gruppi funzionali . . . . . . . 213
12.4.1 Idrocarburi alifatici. . 213
12.4.2 Idrocarburi aromatici 214
12.4.3 Alcoli e fenoli .. . 215
12.4.4 Eteri.. ... . ... . 216
12.4.5 Ammine e immine.. -
i
. 217
12.4.6 Composti carbonilici. Aldeidi e chetoni 217
12.4 .7 Acidi carbossilici . 219
12.4.8 Anidridi organiche 221
12.4.9 Esteri 221
12.4.10 Ammidi 221
12.5 Lipidi . . . . . 221
12.6 Saponificazione e saponi . ·223
12.7 Reazioni di addizione e di sostituzione . · 224
12.8 Polimeri ........ ........ . 224

XII
@ Artquiz INDICE

13 Le hiomolecole 225
13.1 Iiitroduzionc ..... 225
13.2 I carboidrati . . . . . . 225
13.2.1 Monosaccaridi 226
13.2.2 Disaccaridi . . 228
13.2.3 Polisaccaridi . 229
13.3 Le proteine: costituzione chimica 230
13.3.1 I vari livelli di struttura delle proteine 234
13.4 Valori calorici di carboidrati, proteine e lipidi 235

V BIOLOGIA 237
1 Istologìa, anatomia e fisiologia ' 237
1.1 Cellule. te:;suti 1 organi e apparati 237
1.1.1 Tessuto epiteliale . .. . 237
1.1.2 Tessuto connettivo 238
1.1.3 Tessuto mu:;colare 240
1. 1.4 Tessuto nervoso . . 240
1.2 Apparato tegumentario . 241
1.2.1 Cute e annes:;i cutanei 241
1.2.2 Patologie dcll 1apparato tegumentario . 242
1.3 Apparato locomotore . . . . 242
1.3.1 Apparato scheletrico 242
1.3.2 Apparato articolare 248
1.3.3 Apparato muscolare 249
1.4 Apparato cardiocircolatorio 252
1.4.1 Cuore ..... . . . 252
1.4.2 Vasi :;anguigni: arterie. vene e capillari . 254
1.4.3 Sistema linfatico . ... . . . . ... . . 256
1.4.4 Il sangue. le cellule del sangue e la circolazione sanguigna 257
1.4.5 Emoglobina e mioglobina 25 9
1.4.6 Milza ... . . . . . . . . 261
1.4.7 Patologie cardiovascolari . 262
1.5 Apparato respiratorio ..... . 263
.1.5.1 Muscoli re:;piratori e respirazione 264
1.5.2 Vie aeree 264
1.5.3 Polmoni . . . 265
1.6 Sistema olfattivo .. 267
1.7 Apparato digerente . 267
1.7.1 Cavità orale . 267
1. 7 .2 Faringe . 26 7
1.7.3 Esofago .. . 268
1.7.4 Stomaco.. . 268
1.7.5 Intestino tenue 269
1.7.6 Intestino crasso . 270
1.7. 7 Fegato e ch::tifellea 270
1.7.8 Pancreas .. 271
1.7.9 Digestione ..... 272

XIII
INDICE @ Artqui2

1.7.10 Alimenti .. 273


1.7 .11 Vitamine 274
1.8 Apparato urinario 276
1.8.1 Rene ... . 276
1.8.2 Ureteri, vescica e uretra 277
1.9 Apparato riproduttivo (genitale) 278
1.9.1 Genitali maschili . . . . . 278
1.9.2 Genitali femminili e gestazione 279
1.10 Sistema nervoso . . . . . . . .. . . . . 281
1.10.1 Sistema nervoso centra.le e periferico 282
1.10.2 Organi di scuso: l'occhio . . 284
1 .10.3 Organi di senso: l'orecchio . . 285
1.11 Sistema ghiandolare . ... . . . .. 286
1.11.1 Ghiandole e cellule endocrine 286
1.11. 2 Ormoni . . . . . . .. . . . 287
1.11.3 Feedback positivi e negativi 290

2 Biologia cellulare e molecolare 291


2.1 Introduzione . . 291
2.2 Teoria cellulare ...... . . 291
2.3 Il microscopio..... ... . 292
2.4 Misure e dimensioni di alcune i-trutture biologiche 293
2.5 La cellula . . .. .. .. . . . . . . . . . . . . . .. 293
2.5. l La cellula procariotica cd eucariotica. Differenze 294
2.5.2 La cellula vegetale e animale. Differenze ... . 296
2.5.3 Morte cellulare: apoptosi e necrosi ...... . 299
2.6 La comunicazione intercellulare e le giunzioni cellulari 300
2.7 Il differenziamento cellulare .... . . ........ .

o
300
2.8 La membrana plasmatica ............ . .. . 301
2.8.1 Funzioni della membrana plasmatica: osmosi, diffusione, tra-
sporto, endocitosi ed esocitosi, fagocitosi e pinocitosi 303
2.9 Nucleo, nucleolo e pori 1mcleari 306
2.10 Il citoplasma . .. .. .. 307
2.11 I ribosomi . . . . . ... . . 307
2.12 Il reticolo endoplasmatico 307
2.13 L'apparato di Golgi . . . . 308
2.14 I lisosomi e i perossisomi . 308
2.15 I mitocondri . . . . . . . . ..r. 309
2.16 Citoscheletro e motilità cellulare: microtubuli, microfìlamenti, filatnen-
ti intermedi, ciglia e .flagelli . .. . . . . . . . . . .... . . . . . . . . 310

3 Gli acidi nucleici. Il genoma: replicazione ed espressione 313


3.1 Storia e scienzio.ti del DNA ..... 313
3.2 DNA e RNA: costituzione chimica . 314
3.3 La conformazione degli acidi nucleici 316
3.4 Il genoma e la sua organi'.!l·im:done . . 321
3.5 Replicazione del DNA .... . .. . 323

o
3.6 'Iì:ascrizione e maturazione dell'mRNA 327

XIV
@. Artquiz INDICE

3.7 DNA ricombinapte. Organismi transgenici.Polymerase chain reaction


(PCR) ......... ..................... ...... 330
3.8 Il codice genetico. 'Iì·aduzione o sintesi proteica.. . . . . . . . .. . . 334
3.9 Mutazioni del DNA. Riparaz.ìone. Ricombinazione omologa. Sequen­
ziamento del DNA . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .. . 338
3.10 Le modifiche post-tradnzionali e la localizzazione delle proteine nella
I'
cellula encariota . . . . .. , . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . 343

4 Biochimica metabolica 345


4.1 Gli enzimi . . . . . . . . . . . . . . ... . . 345
4.2 Il metabolismo del glucosio e del glicogeno. ·347
4.2.1 Introduzione al metabolismo 347
4.2.2 La glicolisi . . . . . . . . . . . . . . . 349
4.2.3 Il metabolismo del glicogeno . . . . . 350
4.3 Il ciclo di Krebs ·e la fosforilazione ossidativa . . 350
4.3.1 I mitocondri . . . . . . . . 350
4.3.2 Il ciclo di Krcbs. . . . .. . 351
4.3.3 La fosforilaz.ione ossidativa 351
4.4 La fotosintesi . . . . . . . . ... . 352
4.4.1 Le reazioui alla luce . . . . 353
4.4.2 Le reazioni indipendenti dalla luce (ciclo di Calvin-Benson) 354
5 Le basi della genetica 355
5.1 Caratteri . .. . . . . . . . . . . 355
5.1.1 Alleli, genotipo e fenotipo 355
5.1.2 Omozigosi ed eterozigosi . 356
5.1.3 1ì·asmis::;ione dei caratteri: leggi di Mendel 356
5.2 Rapporti mendeliani atipici . . . . .. . . ... 359
5.2.1 Dominanza incompleta e codominanza . 359
5.2.2 Alleli multipli e gmppi sanguigni . 360
5.3 Mitosi, meiosi e cromosomi . . . . . . . . . .. 362
5.3.1 Cromosomi, ciclo cellulare e mitosi . . . 362
5.3.2 La riproduzione: Meiosi e gameti. Crossing-over . 366
5.3.3 Associazione genica e mappe di ricombinazione 371
5.3.4 La fecondazione negli animali . . . . . . . . . . . 372
5.3.5 Lo sviluppo embrionale . . . . . . . . . . . . . . 373
5.4 Corredo cromosomico umano e alterazioni cromosomiche . 375
5.4.1 Il con-edo cromosomico umano . 375
5.4.2 Analisi del cariotipo nell'uomo 377
5.4.3 Alterazioni cromosomiche . . . . . 378
5.5 Ereditarietà legata al sesso . . . . . . 385
5.5.1 I cromosomi sessuali nella specie umana 385
5.5.2 Inattivazione del cromosoma X 386
5.5.3 Ereditarietà X-linkcd . . 388
5.6 Ereditarietà mitocondriale . 389
5.7 Mutazioni . . . . . . . . . . . 391
5.7.1 Generalità. . . . . . . . 391
5.7.2 Mutazioni puntiformi . . . 392
5.7.3 Mutazioni di sequenze ripetute , . . . 395

xv
Indice @ Artquiz

5.7.4 Mutazioni da amplificazione di triplette ..... 39 5


5.8 Interazione tra geni diversi e interazione gene-ambiente . 395
5.9 Malattie genetiche e alberi genealogici 397
5 .9.1 Malattie genetiche umane 397
5.9.2 Caratteri autosomici . ... . . 397
5 .9.3 Alberi genealogici ... ... . . 39 9
5.10 Genetica di popola,,.tioni, evoluzione e speciazione 401
5.10.1 Frequenze alleliche e genotipiche . .. .. 401
5.10.2 La legge di Hardy-Weinberg....... . 401
5.10.3 Fenomeni che allontanano le popolazioni dalrequilibrio
Hardy-Weinberg ........... ........... 404
5.10.4 Evoluzione e specia¼ione . ................ . 406
5 .11 Genetica quantitativa e ereditarietà poligenica o multifattoriale 410
5 .11.1 Il modello poligenico additivo ....... . ... . . 410
5.11.2 Il calcolo del numero di geni e l'utilizzo del modello 412
5.11.3 L'ereditabilità... ............ ...... . 413

6 Il mondo animale e vegetale 415


6.1 Classificazione. . . . . . . . 415
1 1 Il regno delle Monere .
6.. 417
6 .1.2 Il regno dei Protisti . 418
6 .1.3 Il regno dei Funghi .. 418
6.1.4 Il regno degli Animali 418
.
6 2 L'evoluzione dell'uomo 419
.6 3 Le piante ..... . . 419

7 Interazione tra i viventi 421


7.1 Ecosistema e comunità biologiche . . .. . .. . . .. . . . .. 421
7.1.1 Catena alimentare .... . .......... ... .. 422
7.1.2 Simbiosi, competizione, parassitismo e opportunismo . 423
7.2 Cicli biologici e degli elementi chimici 424
7.2.1 Ciclo del carbonio 424
7.2.2 Ciclo dell,azoto ......... 424

S. Microrganismi e sistema immunitario 427


8.1 Virus .. 427
8.2 Batteri . 429
8.3 Funghi . 430

..
8.4 Protozoi 431
8.5 Sistema immunitario 431

o
8.5.1 Immunità specifica cellulo-mediata 432
8.5.2 Immunità specifica umorale . ... 432
8.5.3 Le fasi della risposta immunitaria e la vaccinazione . 433
8.5.4 Reazioni di ipersensibilità .... . . . ... . .. . . 434

9 Patologie e farmaci 435


9.1 Patologie e loro cause 435
9.1.1 Farmaci ... . 436

XVI
[ PARTE I
LOGICA

Capitolo 1
Ragionamento logjco

1.1 Sillogismi
Il sillogismo è un tipo di ragionamento dimostrativo in cui tre termini A, B e C
sono legati a 2 a 2 da opportune relazioni di tipo insiemistico (ossia, del tipo "essere
contenuto in" o "essere elemento di") con il quale si giunge ad una conclusione, cioè
ad una relazione tra due dei tre termini, partendo da brevi enunciati, detti premesse,
anch'essi sotto forma di relazione. Ad esempio, se le premesse sono tra A e B e tra
Be C, si giunge ad una conclusione tra A e C.
Dati due termini A e B sono possibili 4 tipi di relazione:
• universale affermativa del tipo "tutti gli A sono B";
• universale negativa del tipo "nessun A è B";
• particolare affermativa del tipo "qualche A è B";
• particolare negativa del tipo "qualche A non è B".

Esempio da Artquiz: Ogni uomo è un mammifero - qualche animale è uomo - dunque


è un mammifero. Si individui il corretto completamento del sillogismo:
Qualche animale è mammifero. Infatti, ci troviamo in una situazione del tipo:
• qualche A (animale) è B (uomo);
• tutti i B (nomini) sono C (mammiferi);

da cui segue che: qualche A (animale) è C (mammifero).

1
Capitolo 1 Ragionamento logico © Artquiz

Si presti attenzione alle diverse forme verbali che si possono incontrare, sebbene
queste siano del tutto equivalenti, ad esempio "tutti gli A sono B" si trova anche sotto
forma di "ogni A è B", oppure "chi è A, allora è anche B" ed altresì "gli A sono B".
Oppure, al posto di "qualche A è B", spesso si trova "alcuni A sono B''.
È da notare che in generale la conclusione di un sillogismo corretto non è neces­
sariamente vera o sensata dal punto di vista semantico, ma è tale solo dal punto di
vista logico.
La corrette-bza di un sillogismo deriva dalla sua correttezza come relazione tra
insiemi, quindi il sillogismo sarà corretto se la relazione tra gli insiemi è corretta.
Vale qnindi il seguente schema:

• "tutti gli A sono B" è da intendersi come "l'insieme ( degli) A è contenuto


nell'insieme (dei) B";

• "nessun A è B" è da intendersi come "l'insieme (degli) A è dh,ginnto dall'insieme


(dei) B";
• "qualche A è B'' è da intendersi come "l'insieme (degli) A e l'insicmo (dei) B
hanno interse:r,ione non vuota";

• "qnnlche A 11011 è B" è da intendersi come "l'insiem� (degli) A non è contenuto


nell'insìeme (dei) B".

È del tutto t:vidcnte che l'ordine con il quale vengono enunciate le due premesse è
inilcvante, in quanto ciò che conta ò la loro verità che è ru;sunta nelle ipotm;i. Quindi,
per poter determinare la conclusione che rende corretto un sillogismo, è importante
eventualmente invertire l'ordine delle due premesse in modo tale da far sì che il termine
medio (identificato come "B" nella tabella sottostante) leghi la prima premessa alla
seconda, come esemplificato dai sillogismi cosiddetti autoevidenti che sono illustrati
nella seguente tabella:

Premessa 1 Premessa 2 Conclusione


tutti gli A sono B tutti i B sono O tutti gli A sono C
tutti gli A -sono B ne:,-ssun B è c nessun A è C
qualche A è B tutti i B sono C qualche A è C
qualche A è B nessun B è C qualche A non è C

Tabella 1.1: Sillogismi autoevidenti.


,i

Nei quiz ufficiali si sono presentati solo i seguenti due casi, non inclusi tiella tabella
precedente, che illustriamo prima in senso astratto e poi con esempi concreti:

Premessa 1 Premessa 2 Conclusione


tutti gli A sono B tutti gli A sono C qualche B è C
tutti gli A sono B qualche C non è B qualche C non è A

Tabella 1.2: Altri sillo9ismi.

2
© Artquiz LOGICA

Esempio da Artquiz: I bugiardi sono ingiusti (esiste almeno un bugiardo) - i bugiardi


sono uomini - dunque ... sono ingiusti. Si individui il corretto completamento del
sillogismo:
Alcuni uomini sono ingiusti. Infatti, ci troviamo in una situazione del tipo:
1. gli A (bugiardi) sono B (ingiusti);
2. gli A (bugiardi) sono C (uomini);

da cui segue che: alcuni C (uomini) sono B (ingiusti).

Si noti che iu qne.sto sillogismo la conclusione è simmetrica, ossia vale anche che
,,
"alcuni B sono C .

Esempio da Artquiz: Tutti i piccioni mangiano le fave - alcuni uccelli non mangiano
le fave - dunque ... non sono piccioni. Si individui il corretto completamento del
sillogismo:
Alcuni uccelli non sono piccioni. Infatti, ci troviamo in una situazione del tipo:
1. tutti gli A (piccioni) wno B (mangiatori di fave);
2. alcuni C (uccelli) non sono B (mangiatori di fave)�

da cni segue che: alcuni C (uccelli) non sono A (piccioni).

1.2 Modus ponens


Il modus ponens è mm forma di derivazione logica, o inferenza, che ha la seguente
struttura:
se "A implica ff1 e se A è vera, allora anche B è vera.
,

,,
Insiemisticamentc, il termine "A implica B , spesso scritto A�B, va interpretato
,,
come "Pinsieme degli A è contenuto nclPinsieme dei B . Quindi, se è vera Pimplica­
,,
zion� precedente e la sua premessa, cioè se "A è contenuto in B e si è in presenza di
un elemento x di A a.llora si è in presenza pure di un elemento di B, ossia lo stesso x.

Esempio da Artquiz: Se: Giovanna ama i qnndri di Kandinskij; Kandinslc.ij è un


pittore astrattista; a chi ama K.andinslc.ij non piacciono tutti i quadri di Picasso ,
quale affermazione è vera?
Dopo aver osservato che la seconda nffermazione non è utile ai fini della soluzione,
si tratta di applicare il modus ponens: Giovanna ama i quadri di Kandinskij, e come
membro di tale categoria di persone (di tale insieme), non le piacciono t�tti i quailii
di Picasso. Quindi 1 1 affermazione derivabile logicamente è:
Giovanna apprezza solo alcune opere di Picasso.

Esempio da Artquiz: I cani a dne te.c:ite sono esseri viventi. Tutti gli esseri viventi
si nutrono. Dando per vere queste due affermazioni, quale affermazione consegue
logicamente?
Tutti i cani a due teste sono esseri viventi, e dunque, come tali, si nutrono. Quindi
è vero che: Tutti i cani a due teste si nutrono.

3
Capitolo 1 Ragionamento logico © Artquiz

1. 3 Derivazioni logiche
Una completa trattazione delle regole di derivazione logica implicherebbe un appro­
fondimento eccessivo per quanto richiesto in sede d 1 ammissioue. Pertanto ci limitiamo
ad esplicare alcune regole principali che permettono di risolvere i quiz proposti nei
test ufficiali.
Date 2 proposizioni A e B, diciamo che:
,,
• la negazione di A (scritto "non A ) è vera se e solo se A è falsa;
,,
• "A e B è vera se e solo se entrambe le proposizioni A e B sono vere;
,,
• "A o B è vera se e solo se almeno una oppure entrambe le proposizioni A e B sono
vere.
,,
Una scrittura del tipo A-+B, che :-.i legge come "A implica B , indica che se la
proposbdoue A è vera, allora lo è anche la proposizione B; per esempio "se oggi è
domenica (A) allora (-+) io non lavoro (B)». Il campo di applicazione delPimplicazio­
ue si estende con Pintro'duzione dei quantificatori, il quantificatore universale: "per
ogni x » e il quantificatore esistenziale: "esiste x» . Con i quantificatori si producono
enunciati del tipo "ogni domenica nessuno lavora» , che si interpreta "se una giçmiata
x è domenica., allora non esiste alcun uomo y tale che y è al lavoro.»

A-+B non è equivalente a B-+A


Esempio da Artquiz: Se gli studenti si applicano, conseguiranno la promozione. Se
quanto affermato è vero, allora è necessariamente vero che:
Se uno .c,tudeute è promosso, non è detto che si sia applicato. Infatti (Logica§ 1.2),
,,
A-+B è insiemisticamente equivalente ad "A è contenuto in B e ciò non è certamente
,,
equivalente alFimplic�ione contraria, ossia "B è contenuto in A .

Esempio da Artq1tiz: "Per poter continuare a giocare a pallavolo, Carlo deve risolvere
,,
il problema. alla schiena . Se la precedente afferma-tione è vera, allora non è certamente
vero che:
Se Carlo risolve il problema alla schiena allora può certamente continuare a giocare
a pallavolo. Si tratta di riconoscere che da A-+B non si può concludere che B-rA. In
,,
questo caso, Pimplicazione è ."Carlo gioca a pallavolo -+ "Carlo ha risolto il problema
,,
alla schiena . Viceversa, il semplice fatto di aver risolto il problema alla schiena non
è condizione sufficiente (ma solo necessaria) per poter giocare (Carlo potrebbe avere,
a<l esempio, anche una gamba rotta).

A-+B equivale a "non (A e non B)" I

Pii1 in particolare, la forma quantificata di questo caso è:


,,
"per ogni x in A, allora x in B equivale a "non esiste x in A e x non in B >1 •

Esempio da Artqui":: Nella città di Colleallegro è possibile sostenere Pesarne per il


conseguimento della patente di guida ogni mese, finché non lo si supera. Quest 1 anno,
tutti i candidati provenienti dalFautoscuola Guidabene, che si sono presentati alP�a­
me di marzo, lo hanno superato in quell'occasione. Determinare, sulla base di queste
sole informazioni, quale delle seguenti affermazioni è sicuramente vera:

4
@.A_r�qui� LOGICA

Riccardo 1 che si è presentato all'esame di marzo e non lo ha superato, non provie­


ne dall'autoscuola Guidabene. Infatti, se Riccardo, che si è presentato all'esame di
marzo, provenisse dall'autoscuola Guidabene, avrebbe passato l'e same. Quindi non
.avendolo passato, non può provenire dall'autoscuola Gnidabene.

A-+B implica che se x è A, allora x è (anche) B


Più in partkolare, la forma quantificata di questo caso è:

"per ogni x in A, allora x in B" implica "se (uno specifico) x è in A, allora x è in B".

Esempio da Artquiz: Se è vero che "chi vede una stella cadente è fortunato", allora è
necessariamente vera anche l'affermazione:
Se vedi una stella cadente, sei fortunato. Infatti, si passa dal generale al partico­
lare: se vale per "tutti" coloro clw vedono una stella cadente, val� anche "per te" che
sei nell'insieme di chi le vede.

Non(A-+B) equivale a (A e non B)


PiiI in par ticola.re, la forma. quantificata di questo ca.-;o è la negazione di:

"por ogni x in A, allora x in B", che equivale a "esiste x in A e x non in B".

Esempio da Artquiz: II corso di logica prevede 120 ore di lezione. All'inizio del corso il
docente afferma: "Per superare l'esame è necessario, ma non snflìcieute, avere seguito
almeno 60 ore di le½ionc". Cosa deve accadere affinché l'affermazione del docente
risulti falsa?
Almeno uno studente supera l'e�mme pur avendo seguito meno di 60 ore di le�ione.
Dalle premesse segue che se uno studente supera l'esame, allora dev_e essere accaduto
(essendo necessario) che ha seguito almeno 60 ore di lezione. Ciò non è compatibile
con quanto affermato nella risposta (che invece ne è la negazione).

Se A-tB e B-tC, allora A-tC (catena di implicazioni)


Esempio da Artquiz: "Chi legge libri o ascolta musica classica ama l'arte. Chi ama
l'arte ama la natura". Se le precedenti affermazioni sono vere, allora è vero che:
Chi leggo libri ama la natura. Infatti, chi legge libri ama l'arte, e in quanto amante
dell'arte, ama (anche) la nalura.

Se A:-+B e A-tC, all ora A-t(B e C)


Esempio da Artquiz: Sandro è una persona atletica; le persone alte sono tutte atleti­
che; le persone alte sono magre. Se le precedenti afferm�ioni sono vere, allora è vero
che:
Chi è alto è magro e atletico. Infatti, tralasciando l'afferma�ione che "Sandro è
una persona atletica" che non è utile, la conclusione segue dalla congiunzione di "le
persone alte sono tutte atletiche" con "le· persone alte sono magre".

5
I.
li
Capitolo 1 Ragionamento logico @ Artquiz

A----+B è equivalente a (non B)----+(no n A)

Esempio da Artquiz: "Se c'è lo sciopero dei treni, rimando la partenza per le vacan­
ze", In base alla precedente afferma�ione, è necessariamente vero che:
Se non ho rimandato la partenza per le vacanze, vuol dire che non c'è stato lo
sciopero dei treni. Infatti, non potrebbe verificarsi simultaneamente che non ho ri­
mandato le vacanze e c'è statq lo sciopero dei treni (in quest'ultimo caso si dovrebbero,
infatti, rimandare le. vacanze). Dunque non c'è stato lo sciopero.

"A se e solo B" è equivalente a "A----+B e B----+A"

Esempio da Artquiz: "Se e solo se mangio cibi dietetici, riduco i miei grassi superflui".
In base alla precedente affermazione, è necessariamente vero che:
I miei grassi superflui si riducono quando mangio solo cibi dietetici. Infatti, se i
gra&ii superflui si riducono, allora ho mangiato solo cibi dietetici, perché "(se e) solo
se" mangio tali cibi riesco a ridnrre i miei grassi superflui.

Non(non A)) è equivalente ad A

Skcome la doppia nega�ione di una proposbr.ione A è c'quivalente ad A, segue che una


i;eqnen�a di neg�ioni di A equivale ad:

• A se il numero di uegm�ioni è pari;

• (non A) se il numero di negazioni è dispari.

Esempio da Artq1tiz: Non è sbo.gliato evitare di rinunciare a non violare la legge pur
non avendo dubbi sull'impossibilità di essere colti in flagrante. Qual è il corretto
significato della precedente affermazione?
Non si deve violare la legge in ogni caso, Quindi, la parte "Non è sbagliato evitare
di rinunciare a non violare la legge" è una sestupla negazione, composta da tre coppie:
"non è sbagliato", "evitare di rinunciare" e "non violare", equivalenti, altresì, a "è
giusto seguire la legge", La seconda parte "pur non avendo dubbi sull'impossibilità di
e8Sere colti in flagrante" è una tripla negazione, equivalente a "essendo certi èhe non
è possibile essere colti in flagrante". Pertanto, si riformuli H testo come "è giusto
seguire la legge pur essendo certi che non è possibile essere colti in flagr8.!lte" o, più
semplicemente, come "è giusto seguire la legge pur sapendo di farla franca'' e, quindi,
"in ogni caso" .

Esempio da Artquiz: "Non è possibile negare l'inesistenza di un filtro pe1: il corretto


funzionamento del motore", Qual e il corretto significato della precedente afferma-
�� .
Non esiste alcun filtro che permetta il corretto funzionamento del motore, Infatti,
l'impossibilità di negare l'inesistenza di un filtro per il corretto funzionamento del
motore equivale ad affermare l'inesistenza di un filtro per il corretto funzionamento·
del motore. (Si noti: tripla negazione, equivalente ad un'unica negazione).

6
© Artquiz LOGICA

Non(A e B) equivale a "non A o non B"

Più iu particolare, la forma quantificata di questo caso è la negazione di:


"per ogni x vale che x è in A e x è in B", che equivale a "esiste x· tale che x non è in
·A o x non è in B".
Esempio da Artquiz: "Per superare il provino ed entrare in una squadra di calcio
è necessario, ma non sufficiente, saper giocare bene_ e non avere più d:i 14 anni".
Determinare quale delle seguenti situazioni è non compatibile con la· frase precedente:
Elena non sa giocare bene a calcio, ha meno di 14 anni, e supera il provino. Infatti,
per superare il test si devono soddisfare entrambe le condizioni date. Elena però non
rispetta la condizione di saper giocare bene. Quindi non può superare il prqv-ino, e
ciò contraddice Paffern1c.1.Y..io11e del testo.

Non(per ogni x vale A) equivale a "esiste un � per il quale non vale A"
. .
Esempio da Artquiz: Andrea afferma che tutte le pecore toscane so�o nere. Quale
condi:1.fone è necessario che si verifichi affinchè l'affermazione di Andrea risulti falsa?
Deve esistere almeno una pecora toscana non nera. Infatti, l'afferma�io.ne proposta
e falsa qualorn non tutte le pecore toscane siano nere. Ossia, qualora esi�ta almeno
una pecora toscana che non sia nera.

Esempio dà Artquì:z: Quale aff�r��-ione equivaJe a dire:_ "Non tutti i laureati in


Medicina Veterinaria fauno il veterinario"?.
Vi è almeno un laureato in Medicina Veterinaria eh� non fa il veterinario.

Non(per ogni x esiste y tale che A) equivale a "esiste un x per il quale non
esiste y tale che A''

Esempio da Artquiz: Simona afferma: ·"In ogni corso di Ia�f�a iu Medicina e Chhurgià
c'è almeno uno studente che-·ha superato tutti gli esami del primo anno". Se tale
affermazione è falsa, allora sicuramente:
C'è almeno un corso di laurea.in Medicina e Chirurgil.1n cui nessuno studente ha
.-
�mperato tutti gli_esami del primo anno: Infatti, la falsità della proposizione proposta
si riconduce ad una forma del tipo "non è vero che per ogni X esiste un Y" ( con X
"corso di medicina" e Y "studente che ha superato tutti gli esami"). Ciò è logicamente
èquivalente a: "esiste un X tale che non esiste Y", come nella risposta �atta del quiz.
Attenzione: esistono diversi quiz che non rientrano in casistiche. particolari,
ma costituiscono casi a sé stanti. Pertanto, per essi, si rinvia alle singole solu:doni
commentate in Artquiz Studio_. . 1:,,-

1.4 Logica concatenativa


Nei problemi di questo tipo vengono presentate delle proposizioni che devonp esse­
re soddisfatte dalla soluzione richiesta. Dalle proposizioni in premessa si possono
escludere le varie opzioni proposte o arrivare direttamente alla soluzione desiderata.
Talvolta, vista la complessità delle situazini proposte, è utile costruire una tabella con
una colonna per ogni soggetto/elemento proposto dai quiz e con una riga per ogni

7
Capitolo 1 Ragionamento logico © Art.quiz
proprietà che devono soddisfare i soggetti nelle colonne. Anche in questo caso pre­
sentiamo un paio di esempi per chiarire la situazione e rimandiamo al volume Artquiz
Studio per nno studio puntuale dei vari casi possibili.
Esempio da Artquiz: Delle tre società Alpha, Beta e Gamma almeno due sono lus­
semburghesi. Sapendo che se Alpha è lussemburghese anche Beta lo è, che se Gamma
è lussemburghese lo è anche Alpha, e che tra Beta e Gamma almeno una è non
lussemburghese, si può dedurre che:
1. Alpha, Gamma e Beta sono lussemburghesi;
2. Gamma è lussemburghese e Beta non è lussemburghese;
3. Alpha. non è lussemburghese e Beta è lussemburghese;
4. Alpha e Gamma sono lussemburghesi;
5. Gamma non è lussembnrghCl:le e Beta è lussemburghese;
\

Partiamo dalla tabella:

Alpha Beta Gamma


Stato Stato Stato

o
e cerchiamo di stabilire cosa mettere negli spazi relativi aglt stati: se Gamma fosse
lussemburghCl:le, ossia se fosse
Alpha Beta Gamma
Stato Stato Lussemburghese

allora dovrebbe essere lussemburghese anche Alpha, ossia si avrebbe anche


Alpha Beta Gamma
Lussemburghese Stato Lussemburghese

Dall'essere Alpha lussemburghese, avremmo poi che anche Beta lo sarebbe, ossia si
avrebbe che
Alpha Beta Gamma
Lussemburghese Lussemburghese Lussemburghese

Assurdo perché almeno una società non è lussemburghese. Quindi il .Primo passo
doveva essere
t I
Alpha Beta Gamma
Stato Stato non lussemburghese

I'

il Ma dovendo esserci almeno 2 società. lussemburghesi, si può ora completare la tabella:


1·'I,, Alpha Beta Gamma

o
l�­ Lussemburghese Lussemburghe.se non lussemburghese

Quindi la risposta corretta è la 5.

li! 8
@ Artquiz LOGICA

Esempio da Artquiz: Aldo, Barbara, Carlo, Daniele, Elio, Federica e Giuliana sono
sette bambini le cui età sono sette numeri interi e consecutivi compresi tra 1 e 10.
Sapendo che:
1. Daniele ha 3 anni meno di Aldo;
2. Barbara ha un'età tale per cui è la mezzana;
3. Aldo ha un'età di 2 anni superiore a quella di Barbara;
4. Federica è inferiore a Barbara dello stesso numero di anni di cui Carlo e maggiore
di Daniele;
5. Giuliana è maggiore di Federica;

quanti anni ha Elio meno di Giuliana?

Dobbiamo siI,temare le posiiioni consecutive:

Barbara sta in mez�o (2.), Aldo le sta 2 posti avanti (3.) e Daniele 3 posti dietro Aldo
(1.), dunque la tabella a questo punto è
I Daniele I Barbara I :J Aldo
Carlo può avere solo 2 o 4 anni più di Daniele (ci sono solo 2 caselle a disposizione
a destra di quest'ultimo), e Federica può avere solo 2 o 3 anni meno di Barbara (ci
sono solo 2 caselle a disposizione a sinistra di quest'ultima), quindi i suddetti anni
di distanza, per coincidere (condizione 4.) devono essere 2, e dunque la tabella ora
diventa
I Federica I Daniele I Barbara I Carlo I Aldo
Siccome Giuliana è maggiore di Federica (condizione 5.), questa deve occupare l'ultima
ca.<:iella, e per esci usione Elio occupa la prima.
[ Elio I Federica I Daniele I Barbara I Carlo Aldo I Giuliana I
Essendo le varie età date da anni consecutivi, la differenza tra Elio e Giuliana è di 6
anni.

9
Capitolo 2

Ragionamento logico-matematico

2.1 Successione numeriche, di lettere e di figure


ln un problema di questo tipo si deve stabilire una regola generale che pennette
di spiegare logicamente perché da una successione nota di numeri, di lettere o di
figure, ogni elemento segue dal precedente o dai precedenti. Si tratta quindi di un
ragionamento induttivo.
Più precisamente, la spiegazione logica sarà di due tipi: matematico o geometrico.
Il tipo matematico riguarda i numeri e le lettere, con la prccisa:tione che per Je lettere si
usa. l'ordine alfabetico e che quindi, per i nostri fini, le lettere si possono sostituire con il
numero associato alla loro posi:donc ndl'alfabeto. Il tipo geometrico riguarda le figure,
che quindi si possono ruotare, riflettere e in generale manipolare con "movimenti
rigidi".

2.1.1 Successione numeriche


In questo tipo di problemi viene proposta nna succes8ione del tipo:
a0, ai, ... an;
dove n è un numero naturale e per ogni 1 :'.S i :'.S n, ai è un numero teale. Si tratta di
trovare la regola f per la quale ai+1 = f(ai) o, in generale, ai+1 = f (ai, a2, ... ai).
Elenchiamo alcuni cru:ii classici e poi presentiamo degli esempi per ognuno di essi:
• ai+l = f(ai) =ai+ k, ossia ai+I - ai = k. La suc<..:essione è del tipo:
ao, ao + k, a1 + k, ... an-1 + k
'-v-' -----
ao+ 2k a0 + nk

ed è detta progressione aritmetica;


• ai+1 = f(ai) =ai+ ik, ossia lti+1 - ai = ik. La successione è del tipo:
ao, ao + k, a1 + 2k, ... an-1 + nk;
• ai+I = f(ai) =ai+ ki , ossia ai+1 - ai= k i . La successione è del tipo:
ao, ao + k, a1 + k 2 , ... an-l + k11 ;

11
Capitolo 2 Ragiona.mento logico--rnatematico © Artquiz

o ai+1 = f(ai) = aik, ossia ai+i/ai = k. La successione è del tipo:


ao, aok, ... aokn

ed è detta progressione geometrica. Inoltre, k è detta ragione della progressione.


• ai+1 = f(ai) = ai+ ai-I, ossia ai+1 - ai = ai-I, con i ?: 2. La successione è
del tipo:
ao, a1, a1 + ao, ... an-1 + an-2i
...._____., .____.,
a2 an

Nel caso a0 = O, a 1 = 1 si ha la celeberrima successione di Fibonacc;i.


Si presti attenzione al fatto che non di rado capita che i numeri in posizione pari
seguano una regola e i numeri in posizione dispari una seconda regola. Si tratta dunque
di lavorare con dne successioni: la sottosnccessione pari e quella dispari. Inoltre,
talvolta vengo proposte successioni simili alle suddette ma con la moltiplicazione al
posto della somma, ad esempio, an�iché f(ai) = ai + k, si ha: f(ai) = ai · k; e così
via. •
E,c;ernJJÙJ d<t Artquiz; Individùare il numero che segue logicamente: 100, 95, 85, 70,
50:
Basta notare ché ogni numero si ottiene dal precedente sommando -5i. Infatti,
95 = 100 - 5, 85 = 95 - 10, 70 = 85 - 15, ecc. Quindi 50 - 25 = 25 è il successivo.
,, E,c;empio da Artquiz: Individuare il numero che segue logicamente: 9, 10, 8, 11, 7, 12:
Si nota. che i numeri in posIBione dispari sono 9, 8 (= 9 - 1), 7 (= 8 - 1), quindi
manca il 6 (= 7-1). A margine, si nota. che la sottosncccssioue dei numeri in posizione
pari è del tipo 10, 11, 12, ossio ad ogni passo si somma 1. Graficamente si ottiene:

I'. -1 -1 -1
j;' (\,. (\,. (\,.
9 10 8 11 7 12 [Q)
,' \J' \J' \J'
+1 +1 +1

·I Fignra 2.1: Schema grafico della successione 9, 10, 8, 11, 1, 12.


I

Esempio da Artquiz: In una progressione geometrica il primo elemento :è 2 e il sesto


è 0,0625. Il quinto elemento della progressione è:
0,125. Infatti, sia x la ragione, allora vale 2 · x 5 = O, 0625; quindi x5 = O, 0625/2,
cioè x5 = O, 03125 = O, 55 • Pertanto il termine precedente al sesto è 0,_0625/0, 5 =
o, 125.
1-;
h. Esempio da Artquiz: Individua tra quelli sotto riportati il numero mancante nella
I
::,;I serie: "51 - 49 - 45 - 37 - , .. "
V! Dopo aver notato che ogni numero si ottiene dal precedente sommando -2i : 49 =
li:·'[ 51 - 2, 45 = 49 - 4, 37 = 45 - 8 etc. segue che 37 - 16 = 21 è il successivo.
CJ
�: 12
© Artquiz LOGICA

Esempio da Artquiz: Individuare l'alternativa che completa correttamente la seguente


serie di numeri: 1; 15; 16; 31; 47.
Basta notare che ogni numero è dato dalla somma dei precedenti: 1 + 1 5 = 16; 15 +
16 = 31 etc, quindi manca 31 + 47 = 78.

Esempio da Artquiz: Completare la successione numerica: 360; 72; 18; 6:


Si erva che 360 · i·= 72, 7 2 · � = 18, 18 · � = 6 e quindi manca un x tale che

.x-
- 6· 2-- 3.

Esistono anche successioni che hanno come regola un misto delle regole suddette, e
magari qualche ulteriore e fantasiosa complicazione, come il seguente esempio 1�ostra:

Esempio da Artquiz: Individuare qual è il numero mancante nella seguente serie: 6,


8, 24; 9, 4, 19; 5, 6, 17; 4, 4.
L a regola è ((6 · 8)/2) -!-O= 24, ((9 · 4)/2) + 1 = 19, ((5 · 6)/2} + 2 = 17 e dunque
il numero mancante si ottiene eseguendo ((4 · 4)/2) + 3 = 11.

Si noti che non è possibile fare una clas8ificazionc completa delle succC:'.S8Ìoni perché
diverse successioni sono, per così dire, casi a sé stanti. Pertanto, per tali queHiti, si
rimanda alle Hingole soluzioni commenta.te nel volume Artquiz Studio.

2.1.2 Successioni di lettere


Come accennato nella premessa al presento capitolo, questo tipo di successioni consi­
stono in una sequemm di lettere dell'alfabeto, ossia in una seqnemm del tipo:

Xo, Xi, ... X, 1; con Xi E {A, B, C, ... Z}, O :s; i :s; n.

Una siffatta sequenza è riconducibile ad una successioue numerica dopo aver so­
stituito ad ogni elemento Xi il numero naturale relativo alla posizione nell'alfabeto
di tale elemento. Si faccia sempre attenzione al fatto che alle volte viene utilbt,mto
l'alfabeto anglosassone, che rispetto all'alfabeto italiano contiene anche le lettere "J,
K, W, X, Y" e dunque ha 26 elementi. Spesso l'alfabeto usato è dichiarato nel testo
del quiz, ma talvolta è compito del candidato riconoscere quale alfabeto usare per
giungere alla soluzione. Una volta sostituite le lettere·con i relativi numeri delle po­
si:tioni nell'alfabeto, la risoluzione del quiz si ottiene utilizzando quanto detto per le
successioni numeriche, come i seguenti esempi mostrano.

Esempio da Artquiz: Completare la seguente sequenza di lettere: URO L G . , .


Sono le lettere in posizione 19; 16; 13; 10; 7 ... quindi ad ogni passo si somma al
numero_ precedente -3. Dunque la lettera mancante si trova in posi:tione 7 - 3 = 4
che corrisponde alla lettera D.
Con le successioni di lettere si incontrano ulteriori variazioni alle regole più note,
come i seguenti eaempi dimostrano:
Esempio da Artqui.z: Quale tra le coppieRS, QS,RU, SW, PV, completa la seguente
serie (alfabeto internazionale) CZ FY IX LW OV ... ?

13
Capitolo 2 Ragionamento logico-matematico @ Artquiz

Le seconde lettere delle coppie della suc,-cessione sono, nell'ordine dato, Z, Y, X,


vV, V, e quindi nella coppia mancante la seconda lettera deve essere una U. Elemento
di per sé sufficiente a individuare la risposta corrett�: RU.

Esempio da Artquiz: Sillogismo alfabetico AZ BV CU DT ES:


L'n-esima coppia di lettere è formato dalle lettere dell'alfabeto italiano in posizione
(u, 21-n), quindi la coppia mancante ha le lettere in posizione (6, 21 - 6): FR.

Esempio da Artquiz: Quale tra le opzioni F 29, I 26, D 28, E 23, D 23 completa
correttamente la seguente successione, utilizzando Palfabeto italiano: E; 5; I; 6; Q;
11; U; 17; '!; ?
Osservando la parte numerica della successione (ossia i dati nelle posizioni pari)
si nota che dopo i primi dne numeri, ogni numero è dato dalla somma dei due numeri
nelle posizioni precedenti (infatti 11 = 5 + 6; 17 = 6 + 11). Dunque il numero
mancante è 11 + 17 = 28. Solo la terza opzione prevede tale numero: D 28. Si faccia
attcniione chG la parte letterale altro non e che un elemento di distmbo ��r la ricerca
_
della soluzione corretta.
Anche per le successioni di lettere e le relative innumerevoli varianti non classifi-
cabili, 8i rimanda alle singole soluzioni commentate nel volume À 7:"tquiz Studio.

2.1.3 Successioni di figure


Le :mccei:;sioui di figure introducono ulteriori varianti alle classificazioni di successioni
di tipo nmnertco elencate in precedenza, questo a causa della possibilità di usare regole
legate a schemi e simmetrie spaziali a differenza del caso di numeri o lettere, per i
quali gli schemi sono lineari. Riportiamo nn e8 empio a sostegno di quanto detto e
rimandiamo al volmne Artqniz con i quiz proposti e le relative soluzioni per avere un
quadro adeguatamente esaustivo dei casi possibili.

Esempio da Artquiz: Inserisci la terna mancante tra le seguenti:

8 - 4 - 2;. 7 - 14 - 14; 3 - 1 - 3; 5 - 10 - 5; 6 - 2 - 3
? '?
21 150.,5 10[��}
3�}
5 10 10
-I
'•

Si vede che i numeri nei quadrati sono il prodotto dei numeri esterni se la tema
corretta è 3 - 1 - 3.

2.2 Relazioni insiemistiche


I quesiti sulle relazioni insiemistiche si rifanno a.Ila teoria degli insiemi in modo del
ii' tutto intuitivo: un "insieme A è inteso come una famiglia, o collezione, di elementi
:t· che Io caratterizzano completamente. In altre parole, un insieme è definito compiu­
tamente dalla totalità degli elementi che contiene. Graficamente, un insieme è spesso

!l'1:1 14
@ Artquiz LOGICA

rappresentato da un diagramma di Eulero-Venn, che consiste in una curva chiusa


(tipo un cerchio) entro il quale, all'occorrenza, si pone un puntino per_ ogni elemento
con il relativo nome.
Dati due insiemi A e B, ha senso considerare in che relazione stanno vicende­
·volmente, ed in particolare determinare la loro intersezione, denotata AnB, che per
definizione è l'insieme contenente tutti e soli gli elementi comuni ad A e B. Possono
succedere 3 casi: · · · · · · .,
• A e B non hanno elementi in comune e quindi i relativi diagrammi di Eulero-Venn
sono 2 curve una esterna all'altra. AnB è l'insieme vuoto;
o A e B hanno sia elementi in comune, sia elementi solo in A che elementi solo in B
e quindi i relativi diagrammi di Eulero-Venn sono 2 curve che si sovrappongono e
determinano tre aree chiuse: quella contenente gli elementi di A e non di B, quella
contenente gli elementi di A e di B, quella contenente gli elementi di B e 11011 di A.
AnB non ò l'insieme vuoto ed è diverso sia da A che da B;
.
• nno dei due insiemi, diciamo A, ha tutti gli elementi che appartengono anche all'al­
tro insieme, quindi a B, e dunque i relativi diagrammi di Eulerç-Venn sono 2 curve
una (A) interna all'altra. (B). AnB coincide con A.
I qni¼ proposti ai test di ammissione 'consistono nell'identificare Ldiagrammi di
Enlcro-Venn che rapppresentano correttamente 3 insiemi dati, ossia. èon le giuste
relazioni tra-gli insiemi presi a due ·a due. Dei 27 c�si possibili (3 casi per ognuna
delle 3 possibili coppie di insiemi), ne sono apparsi solo 7. Presentiamo perciò l'elenco
di eletti 7 casi tramite 1111 esempio per ognuno facendo riferimento alla Figura 2.2.

cr; ®
e::>
@=> 00
o
� Cv �

Diagramma 1 Diagramma 2 Dlagramma 3 Dlagramma4 Diagramma 5 Dlagramma6 Olagramma 7

Figura 2.2: Relazioni insiemistiche.

Esempio da Artquiz: Personaggi famosi, Persone nate a Milano, MonÙmenti equestri.


Individuare il diagramma che soddisfa la relazione insiemistica esistente tra i tre
termini dati.
Ci possono essere persone simultaneamente famose e di Milano, o anche facenti
parte di una sole delle due categorie. Ma nessuna di esse è una statua equestre.
Quindi il diagramma 1 è quello corretto.

Esempio da Artquiz: Tori, Maiali, Suini. Individuare il diagramma .che soddisfa la ..


relazione insiemistica esistente tra i tre termini dati.
L'insieme dei maiali è contenuto nell'im,ieme dei suini. Mentre i tori non possono
mai essere anche suini, quindi l'insieme dei primi è disgiunto dall'insi�me dei secondi,
per cui il diagramma corretto è il secondo.

Esempio da Artqniz: Mele, Pere, Fì·utta raccolta quest'anno. Individuare il diagram­


ma che soddisfa la relazione insiemistica esistente tra i tre termini dati.

. 15
Capitolo 2 Ragionamento Jogico-matematico © Artquiz

Nell'insieme della frutta raccolta quest'o.nno è certamente inclusa anche una parte
dell'insieme delle mele e una parte dell'insieme delle pere (le parti dì tali frutti raccolti
appunto quest'anno). Tuttavia, tra questi ultimi due insiemi non ci sono elementi in
comune, e dunque l'intersezione è necessariamente vuota. Quindi il diagramma 3 e
quello corretto.

Esempio da A rtquiz: Indicare il diagramma che soddisfa la relazione insiemistica


esistente fra i tre termini dati: numeri compresi tra 15 e 20, numeri compresi tra 5 e
30, numeri compresi tra 10 e 25.
Vale che: "numeri compresi tra 15 e 20" è contenuto in "numeri compresi tra 10 e
25" che è contenuto in "numeri compre1:1i tra 5 e 30". Quindi il diagramma 4 e quello
corretto.

Esempio da Artquiz: P<�scatori tarantini, Pescatori con più di trentadue anni, Pesca-
tori biondi. Individuare il diagramma che soddisfa la relazione insiemistica esistente
tra i tre termini dati
A priori è perfettamente possibile che ci siano pescatori che appartengono a esat-
tamcnte 1 o 2 degli insiemi suddetti, o anche a tutti e tre simultaneamente. Quindi
il diagramma 5 e quello corretto.

· Esempio da Artquiz: Individuare il di agramma che soddisfa la relazione insiemistica


esistente tra i termini dati. Galline, Rettili, Anfibi
Nessun tipo di animale (Gal�ine, Rettili, Anfibi) può appartenere simultaneamente
a due o tre delle tipologie proposte. Dunque il diagramma corretto è il sesto.

Esempio da Artquiz: Identificare il diagramma che rappresenta correttamente i se­


guenti insiemi: A: Numeri compresi tra 1 e 22. B: Numeri compresi tra 5 e 11. C:
Numeri pari divisibili per 7.
A = {1, 2, 3, ... 22} contiene propriamente l'insieme B = {5, 6, ... 11}, inoltre
l'intersezione tra A e C = {14, 28, 42, ... } è {14} -(cioè, AnB non è l'insieme vuoto)
mentre l'intersezione tra B e C è vuota. Quindi il diagramma 7 e quello corretto.

2.3 Relazione d'ordine


Una relazione d'ordine binai·ia, solitamente detta "minore o uguale" e denotata con
$, è una relazione tra due clementi di un insieme A tale, che comunque si scelgano
a, b, e E A, valgono le seguenti proprietà :
lt! • riflessività: a $ a;
,_1·..i
'j • simmetria: a $ b e b $ a implica a = b; I

i·�Jr • transitività: a$ be b $ e implica a$ e;


Se si pensa all'insieme dei numeri (dai naturali a.i reali), $ è l'usuale relazio­
ne a tutti nota. Si usa per mettere in relazione quantità di quàlsiasi tipo (purché
omogeneo), come le distanze, le masse, gli intervalli di tempo (età), il denaro, ecc.
Si presti attenzione al fatto che spesso in luogo di � si usa la relazione "maggiore
o uguale", denotata � e così definita:
a 2 b se e solo se b $ a.

16
o @ Artquiz LOGICA

In altre parole, quando si incontra una frase del tipo "a è maggiore o uguale a b",
la si può sostituire con "b è minore o uguale ad a". Infine, se è noto che a � b e a =I= b,
spesso si scrive solamente a< b (e similmente con �).

'Esempio da Artquiz: Giovanni è più vecchio di Carlo; Lorenzo è più vecchio di Mario;
Mario è più giovane di Alessandro; Carlo ed Alessandro sono gemelli. Sulla base delle
precedenti si può affermare che ...
Sia G l'età di Giovanni, C quella di Carlo e così via. Dunque G > C= A> M,
per cui G > M.

2.4 Esercizi di crittografia


Questo tipo di esercizi consistono in problemi dove compaiono simboli (@, #, & etc.)
o sillabe (TEP, ZOP ... ) ma che in realtà si risolvono con le regole usuali della
matematica (dove invece si è soliti usare x, y, z ... ). Un esempio chiarificherà la
situazione, e in generale si rimanda al volume Artquiz Studio per l'usuale pratica.

Esempio da A1·tquiz: Se§·@= 1; §= 5/3; @ + 2/5= #. Allora# è uguale a:


# = 1. Infatti, sostituendo 5/3 a§ nella prima uguaglianza si ottiene (5/3)·@ = 1,
da cui @= 3/5. Infine, sostitutendo@ = 3/5 nella terza uguaglianza si ha 3/5+2/5 =
#.

17
o
Capitolo 3

Problemi logico-matematici

3.1 Problemi con soluzione logico-matematica


,,
Un problema di questo tipo è riconducibile al classico "problema di matematica della
scuola clementnre, benché chiaramente nel contesto delle prove di ammissione il livel­
lo di difficolt.ù. sia <li molto superiore. Sostan'.lialmcntc un siffato problema va risolto
ideutificauclo le quantità note e le quantità incognite, sostituendo queste ultime con
opportune lettere (a, b, e.,. x, y, z) e detC::rminando così le equa'.lioni o disequazioni
dcrivauti dalle proposiiioni in premessa. Applicando le regole cli risoluzione di equa­
zioni e disequazioni, singole o in sistemi, per le quali si riqvia alla parte di matematico.
del presente manuale, si giunge infine alla soluzione.

Esempio da Artquiz: "In nn cinema ci sono 200 spettatori: 40 sono italiani, 50 sono
,,
donne, e GO preferiscono i film di genere fantasy . Sulla base di queste informazioni,
di quanti spettatori si può affermare con certertza che sçmo allo stesso tempo italiani,
donne e amanti del genere fantasy?
Di nessuno, infatti basta osservare che 40 + 50 + 60 = 150, quindi nel cinema ci de­
ve essere qualcuno che non rientra in nessuna delle dette tre categorie. In particolare,
tanto meno potrà rientrare in tutte simultaneamente.

3.2 Problemi con i giorni della settimana


In un problema di questo tipo viene solitamente chiesto di stabilire che giorno della
settimana è un dato giorno, in base ad un numero di affermazioni e tenendo conto ,
dell'ordine convenzionale tra i giomi della settimana e la suddivisione degli anni in
mesi. Attenzione agli anni bisestili, che ricordiamo essere i multipli di 4. Anche in
que::ito caso si rimanda allo studio delle singole soluzioni commentate dei quesiti di
A rtquiz Studio.

Esempio da Artquiz: Una "non-stop televisiva" inizia alle ore 21:00 del 25 ottobre, e
prosegue ininterrottamente per 400 ore. Quando termina'?
Alle ore 13:00 dell'll novembre, infatti eseguendo la divisione tra 400 e 24 (il
numero di ore in un giorno), si ottiene 16 con resto di 16, rispettivamente il numero
di giorni e ore passate dal momento in questione. Data e ora richieste si ottengono

19
r
Ciipitolo 3 Prohlemi logico-matematici @ Artquiz

aggiungendo 16 ore dopo 16 giorni trascorsi dal 25 ottobre alle 21:00. Quindi 16 ore
dopo il 10 novembre alle 21:00, ossia 1'11 novembre alle 13.00.

3.3 Problemi con i rapporti di parentela


Quiz di questo tipo riguardano il tipo di parentela che lega due persone X e Y, note
alcune assunzioni sul rapporto che intercorre tra X, Y e altri individui ancora. Per
giungere alla soluzione è sufficiente un po' di attenzione e la conoscenza dei termini
(nipote, cognato, nuora, ecc.).

Esempio da Artquiz: Mario è il secondogenito di una coppia con due figli, e sua moglie
è figlia unica. Uno dei nonni del figlio di Mario ha una figlia che si chiama Fì·ancesca,
la quale ha d uc anni meno di Mario. Date queste premesse, chi è la Fì·ancesca di cui
si parla nel testo?
La moglie di Mario; infatti uno dei nonni del figlio di Mario è il padre di Mario o
di �ma moglie. Siccome tale nonno ha una figlia(che si chiama Fì·ancesca) che è più
giovane di Mario, detta Fì·ancesca non può essere sorella di Mario, che è il secm�do­
genito di una coppia con due figli. Dunque Fì·ancesca è figlia del nonno materno(del
figlio di Mario), per cui Fì·ancesca è moglie di Mario.

3.4 Calcola quante persone sono necessarie per fare determina-


te cose in un certo lasso di tempo
La quasi totalità dei problemi di questo tipo si possono ricondurre nl problema del
seguente esempio. Si vedano come sempre i quiz del volume Artquiz Studio.

Esempio da Artquiz: Se 2 dietisti elaborano 6 diete in 120 minuti, quanti dietisti


sarebbero teoricamente necessari per elaborarne 12 in 7200 secondi?
Un dietista elabora 3 diete in 120 minuti, quindi una ogni 40 minuti. 7200 secondi
sono pari a 120 minuti, nei quali un dietista elabora 3 diete. Quindi sono necessari 4
dietisti.

3.5 Calcola quanto t�mpo occorre per...


Si tratta di problemi che riguardano il tempo e risolvibili con l'uso della matematica
e le ovvie nozioni di secondo, minuto(= 60 secondi), ora(= 60 minuti), giorno(= 24
I° ore), ecc.
I Spesso questo tipo di problemi non si discostano dai problemi del pai·agrafo pre-
cedente (Logica 3.4), oppure sono riconducibili all'esempio seguente: :

Esempio da Artquiz: 'Ire architetti df?vono completare insieme un progetto. Sapendo


che, lavorando singolarmente, ciascuno di loro impiegherebbe rispettivamente 10, 8 e
9 giorni per terminare il progetto, in quanto tempo lo porteranno a termine lavorando
I•
I, · ' insieme?
I.
'1 -� In un giorno, singolarmente, completano 1/10, 1/8 e 1/9 di progetto. Quindi
j. al giorno, insieme, completano una frazione di progetto pari-a circa 1/10 + 1/8 +
}ijl
,,, 1/9 = (72 + 90 + 80)/720 = 242/720 � 0,336. Dunque, per completare il progetto,
impiegheranno circa 1/0,336 = 2,975 � 3 giorni.

20
© Artquiz LOGICA

3.6 Calcoli con i dosaggi


Esempio da Artquiz: Tizio e Caio devono ricevere una certa quantità di farmaco, in
maniera da avere una quantità di principio attivo proporzionale al proprio peso cor­
poreo. Tizio pesa 50 kg, Caio pesa 60 kg. Due flaconi identici di farmaco contengono,
complessivamente, la dose totale necessaria per il fabbisogno di entrambi. Qual è la
dose esatta da somministrare a Caio?
,
Un flacone intero e un undicesimo dell altro flacone. Infatti, fissiamo come unitaria
la quantità di principio attivo di ogni flacone; in totale abbiamo dunque 2 unità. Si
tratta ora di suddividere in 11 parti dette unità: 6 parti per Caio e 5 per Tizio (infatti
il rapporto tra le loro massa corporea è 6 a 5). A Caio spettano quindi 6 undicesimi di
2 unità, ossia 12 undicesimi di unità (2 · 6/11 = 12/11). Essendo 11 undice.':limi pari
ad una unità, cioè ad un flacone, a Caio spetta un flacone e un undicesimo dell'altro
(12/11 = 11/11 + 1/11).
.
3. 7 Calcoli relativi alla distanza percorsa e alla velocità
Il mncetto principale da conoscere in questo contesto è quello di velocità, crn:;l definita:
distamm percorsa
velocità= . . .
tempo 1mp1egato
Per i <letta.gli sulla velocità e le formule relative si rimanda alla parte di Fisica del
presente volume. 1ùttavia, in questo contesto, è sufficiente la suddetta definizione, la
conoscenza delle unità di misura di spazio e tempo, con relativi multipli e sottomultipli
(si veda la parte di fisica del prei.;ente volume) e osservare che in qneio;to tipo di problemi
i.;peio;so vengono aggiunte delle complicazioni quali ad esempio:
o oggetti in movimento che si avvicinano o allontanano (relatività- galileiana: le
velocità si sommano o si sottraggono);

• distanze percorse in successione con direzioni perpendicolari (per la distanza totale


si usa il teorema di Pitagora);

o distanze percorse a tratti con velocità differenti (si sommano le singole distanze e
tempi);

• etc.

Non è possibile dare una classificazione esauriente di questo tipo di problemi,


pertanto si rimanda allo studio delle singole soluzioni commentate al volume Artquiz
Studio.

Esempio da Artquiz: In un momento X, un treno che corre a 30 km/h precede nn


,
treno che corre a 50 km/h. Quanti km distano l'uno dall altro, se occorreranno 15
minuti al treno più rapido per raggiungere il più lento?
Rispet.to al primo treno, il secondo treno viaggia a 50 km/h -30 km/h= 20 km/h.
Quindi, in 15 minuti, il secondo treno percorre, rispetto al primo, 20 km/h · 1/4 h =
5 km, ossia la distanza che li separava al momento X.

21
Capitolo 3 Problemi logico-matematici © Artquìz
Esempio da Artquiz: Luigi decide di fare un giro nel fine settimana ma non ha una
meta. All'inizio si dirige verso est per 248 km, poi gira a sinistra e gnida verso Nord per
310 km. Quanti km avrebbe risparmiato guidando in linea retta fino a destinazione?
Tramite il teorema di Pitagora si ottiene che dal punto di partenza Luigi ha per­
corso J2482 + 3102 km = 397 km. Luigi avrebbe quindi risparmiato circa (248 +
310- 397) km= 161 km.
Esempio da Artquiz: Un autoveicolo percorre metà dei giri di una pista a 300 km/h
poi percorre l'altra meta a 100 km/h. In media a che velocità ha viaggiato?
Questo è il tipico problema che si risolve con la media armonica: tralasciando le
unità di misura, la velocità media cercata. è pari alla media armonica tra 300 e 100,
ossia 2/(1/300 + 1 /100) = 2/(4/300) = 600/4 = 150 (km/h).

22
Capitolo 4

Probabilità e Statistica

In questo capitolo ci limitiamo a presentare le nozioni essenziali del calcolo delle


probabilità, approfondendo invece maggiormente gli esercizi e le r€lative soluzioni.

4.1 Percentuali
La percentuale x di nn numero a rispetto ad un secondo numero b esprime la pro­
porzione tra i due numeri a e b in termini della stessa proporzione tra x e 100. In
altre parole, la percentuale di a rispetto a b è data da "quel" x che rende vera la
proporzione:
a: b =X: 100.
Operativamente, x si ottiene dal seguente calcolo:
a
:r: = b · 100.
È ampiamente utilizzata la notazione x% per indicare che il numero x indica una
percentuale. Nel linguaggio comune si suol dire che "fatto b uguale a 100, x è la
frazione di 100 equivalente a quella rappresentata da a rispetto a b". Solitamente
si usa la percentuale per numeri tali che O � a � b, ma le eccerbioni non sono così
insolite.

Esempio da Artquiz: Calcolare il 35% di 150.


Dalla definizione è 150 · (35/100) · 52,5.

Esempio da Artquiz: Il 70% degli iscritti a medicina veterinaria mangia pizza almeno
una volta alla settimana. Tra questi, il 60% ci beve insieme una bevanda alcolica.
Determinare la percentuale degli iscritti a medicina veterinaria che mangiano pizza
almeno una volta alla settimana, senza accompagnarla con bevande alcoliche.·
28%. Infatti tra gli iscritti a medicina veterinaria che mangiano pizza almeno una
volta alla settimana, la percentuale di quelli che non l'accompagnano con una bevanda
alcolica è del 40%. Quindi, la percentuale cercata è (O, 7, O, 4 · 100)% = 28%.

Esempio da Artquiz: Aumentando del 10% le lunghezze della base e dell'altezza di


un rettangolo, l'area aumenta del:

23
Capitolo 4 Probabilità e Statistica © Artquiz
21%. Infatti, siano B e h la base e l'altezza di partenza, che aumentate del
10% danno B' = (1 + 10/lO0)B = 1, 1B e h' = (1 + 10/lO0)h = 1, lh. L'area del
rettangolo finale è B'h' = Bhl, 12 = Bhl, 21 = Bh(l + O, 21) = Bh(100 + 21)/100,
cioè Bh + Bh · 21%.

4.2 Tasso d'interesse

Il tasso di interesse tè la percentuale del capitale C prestato che viene pagata an­
nualmente per ìl prestito ricevuto oltre alla restituzione del capitale C stesso. Quindi,
dopo un anno di prestito, iL capitale che il creditore si vede restituire è:

e . ( + �o) = e + e
1
1 1�0.
Se invece il tempo trascorso tra il prestito e la restituzione è pari a g, con O < g <
365, allora il capitale restituito è:

e· ( +1 {I) = e + e 100t · 365g ·


t · 365
100
Infine, per n anni di tempo trru;corsi dal prestito, vale la formula:

(
e. l + 1io) n
Esempio da Artquiz: Se investo 12000 € per 3 mesi al tasso annuale del 5%; l'interesse
che ottengo per tali tre mesi è:
150 €. Infatti, siccome gli interessi maturano per 3/12 di anno, il problema si
traduce in 12000 € · (3/12) · (5/100) = 150 €.

4.3 Calcolo delle probabilità


Nella definizione classica di probabilità, dato un insieme di eventi possibili rispetto
ad un dato esperimento (in senso esteso) si·definisce probabilità P che si verifichi
un evento x come il rapportò tra i casi favorevoli nei quali x si verifica rispetto ai casi
possibili che si possono verificare.

Esempio da Artquiz: La probabilità che lanciando contemporaneamente tre monete


uguali esse presentino la stessa faccia è: 1
1/4. Infatti, le combinazioni favorevoli sono testa-testa-testa e croc�croce-croce,
su 8 totali, dunque 2/8 = 1/4.
Si dice che due eventi x e y sono incompatibili quando non si possono verificare
simultaneamente. In tal caso si ha che la probabilità P(x oppure y) = P(x) + P(y).
Ad esempio, l'esito del lancio di un dado non può essere simultaneamente pari (p) e
dispari (d) e dunque P(p oppure d) = P(p) + P(d) = O, 5 + O, 5 = 1; infatti, è certo
che l'esito sarà pari o dispari.
Due eventi x e y sono indipendenti quando il verificarsi di un esito non influenza
il verificarsi dell'altro. In tal caso si ha che la probabilità P(x e.y) = P(x) · P(y). Ad
esempio, gli esiti dei lanci di due dadi sono indipendenti, e se si calcola la probabilità

24
l'!!
a
@ Artquiz LOGICA

che il primo lancio sia pari (p) e il secondo dispari (d), si ottiene P(p ed) = P(p) .
P(d) = O, 5·0, 5 = O, 25; infatti, i possibili esiti sono pari-pari, pari-dispari, dispari-pari
e dispari-dispari, quindi si ha un caso favorevole su 4 possibili, appunto O, 25 = 1/4.

· Esempio da Artquiz: Siano A e B due eventi incompatibili con P(A) = O, 4 e P(B) =


O,3. Allora P(A U B) vale:
P(A U B) = P(A) + P(B) = 0,4+ 0,3 = O, 7.

4.3.1 Probabilità condizionata


La probabilità condizionata cli nn evento A rispetto a un evento B, scritto P(AIB)
è la probabilità che si verifichi A, sapendo che B si è verificato. Dalla teoria si sa che:

P(A n B)
P(AIB) = (4.1)
P(B) '
dove P(A n B) è la probabilità che si verifichino entrambi gli eventi.
Dalla formula 4.1 segue che P(A n B) = P(AIB) · P(B), da cui, invertendo i moli
di A e B, si ottiene che deve anche valere P(A n B) = P(BIA) · P(A).
Date le due formule per P(A n B), si ,ottiene il Teorema di Bayes:
Siano A e B dne eventi, allora vale

P(AIB) · P(B) = P(BIA) · P(A).

Esempio da Artquiz: In una scatola ci sono 4 monete. Due preseiitano testa su un


lato e croce sull'altro. Le altre due presentano testa su entrambi i lati. Si sceglie a
caso una moneta che presenta testa sul lato di chi osserva. Qual è la probabilità che
sull'altro lato ci sia croce?
Sia A l'evento: "la faccia presenta croce" e B l'evento: "la faccia presenta testa".
Si tratta di calcolare la probabilità di A noto B, che in notazione probabilistica si
scrive P(AIB). Il teorema di Bayes afferma che P(AIB) = P(BIA)P(A)/P(B). Ora
P(BIA) = 1, ossia la probabilità che una faccia sia testa se quella osservata è croce.
P(A) = 2/8 perché ci sono 2 croci su 8 facce, e similmente P(B) = 6/8 perché ci sono
6 teste su 8 facce. Quindi P(AIB) = P(BIA)P(A)/ P(B) = (1 · 2/8)/(6/8) = 1/3.

4.3.2 Calcolo combinatorio


Oggetto del calcolo combinatorio è quello di determinare il numero dei modi mediante
i quali possono essere 1·aggruppati, secondo prefissate regole, alcuni elementi di uno
stesso insieme. In molte applicazioni sorge il problema di Hapere in quanti modi pos­
sibili si può presentare un certo fenomeno. Il problema, all'apparenza, sembra banale:
ciò è vero se il numero degli elementi presi in considerazione è piccolo, ma quando que­
sto numero è elevato si presentano delle difficoltà nel formare tutti i raggmppamenti
possibili e senza considerare ripetizioni.
Il calcolo combinatorio costituisce anche uno strµmento aritmetico che è di sup­
porto indispensabile nel calcolo delle probabilità poiché consente di determinare il
numero di eventi possibili (ma anche quelli favorevoli e contrari) che si possono ve­
rificare in una prova. Iu definitiva possiamo dire che il calcolo combinatorio fornisce

25
Capitolo 4 Probabilità. e Statistica © Artquiz

quegli strnmenti di calcolo per determinare il numero di raggruppamenti che si pos­


sono formare con un numero k di oggetti presi da 1111 insieme contenente n oggetti
secondo certe modalità che andiamo ad espletare:
Pensiamo ad un raggruppamento come ad una estrazione di k oggetti da un insieme
composto da n oggetti (ad esempio da 1m 1 urna). Si possono allora distinguere le
modalità seguenti:
• estrazione con ordine, ossia Pordine con cui i k oggetti vengono estratti conta (ad
esempio, Pordine di arrivo di una gara, pensando alPinsieme dei concorrenti come
gli oggetti di un'urna, e ogni arrivo come ad una estrazione). In questo caso si parla
di disposizioni;
• estrazione senza ordine, ossia l'ordine con cui i k oggetti vengono estratti non conta
(ad esempio, nelle estrazioni del lotto, o un terno è tale qualsiasi sia l'ordi'ue col
quale sono estratti i tre numeri vincenti). In questo caso si parla di combinazioni.
Inoltre:
• estrazione senza ripetizione o semplice, ossia dopo ogni estrazione 11011 si reinserisce
Poggetto estratto nell'urna ( come nelle estrazioni del lotto o nella tombola).
• estrazione con ripetizione, ossia. dopo ogni cstra1.ione si reinserisce l'oggetto estratto
nell'urua;
Introduciamo ora cluc defini1.ioni utili per la trattazione. Fissato un numero
naturale n E N, si definisce il fattoriale n! come:
O!= 1; n! = n · (n - 1) · (n - 2) · · · 3 · 2 · 1 se n � 1,
ossia come il prodotto dei primi n numeri naturali.
Dati inoltre due numeri naturali n, k E N con k ::; n, si definisce anche il
coefficiente binomiale (�) come:
(n) n!
k = (n · k)!k! ·

Disposizioni semplici
Consideriamo un insieme formato da n elementi distinti ed un numero k ::; n. Un
raggruppamento ordinato formato da k degli n elementi dell'insieme dato è detto
disposizione semplice della classe k su n elementi. Si faccia attenzione ai seguenti
aspetti:
• in ciascun raggruppamento figurano k oggetti senza ripetizione;
-.
• due di tali disposizioni si ritengono diverse quando differiscono pe1· almeno un
elemento oppure per l'ordine con_ cui gli stessi elementi si presentano.
i Il numero delle possibili disposizioni semplici di n elementi distinti della classe k si
I
... indica con il simbolo Dk,n e il suo valore è dato dalla formula che deriviamo dalle
ijJ
seguenti osservazioni: alla prima estrazione si hanno n possibili esiti, alla seconda
,!l'J; (:,'Straziane se ne hanno n - 1, e così via fino alla k-esima estra7,ione, per la quale gli
rr., esiti possibili sono n - k + 1. Quindi, il numero di casi possibili è:
lf Dk,n = n · (n - 1) · (n - 2) · .. (n - k + 1) nl
= ' · k)!,
n-

26
@ Artquiz LOGICA

Permutazioni semplici -
Nel caso di una disposizione semplice della classe k S7t n in cui k = n, valgono le
seguenti uguaglianze:
nl
Dk,n = n · (n - 1) · (n - 2) · · · (n - k + 1) = n · (n - 1) · (n - 2) · · · 1 = , ". = n!
In tal caso, si definisce Dn,n = Dn come il numero di permutazioni di n clementi,
che è il numero di possibili modi con i quali si possono disporre detti elementi, che
dunque è pari a n!. Se ne deduce che le permutazioni semplici sono raggruppamenti
che differiscono soltanto per l'ordine con cui sono disposti tutti gli n oggetti distinti
contenuti.
Esempio: Si vuole calcolare D3,1 e D1 ,1- Si ha:
D3. 1 = 1 · 6 · 5 = 210
D 1 = 7 · 6 · · · 2 · 1 = 5.040

Esempio: Quante sono le disposi¼ioni (senza ripetbr.ioni) delle basi del DNA prese a
tre a tre?
Risposta: n è uguale a 4, k è uguale a 3 e quindi Da,1 = 4!/(4 - 3)! = 24/1 = 24.
Infatti le pm;sibili triplette �ono: ATG, AGT, ATC, ACT, AGC, ACG, TGA, TAG,
TCA, TAC, TGC, TCG, CTA, CAT, CGA, CAG, CTG, CGT, GAT, GTA, GCA,
GAC, GTC, GCT.

Combinazioni semplici

Una combinazione semplice con n, k E N e k � n si ottiene da una disposizione D


sen¼a consiclemre l'ordine degli clementi. Diverse cfo;posizioni senza ordine produco­
no la stessa. combim1.¼ione se gli elementi dei relativi raggruppamenti sono gli stessi e
differiscono solamente per una pennntMione. Siccome il numero di possibili pernm­
tazioni di k clementi è k!( = Dk,k), il numero cli possibili combinazioni Ck ,n è pari al
numero cli disposizioni senza ripetizioni Dk ,n diviso per il numeri di pennutazioni dei
k clementi Dk ,k , e si ottiene:

Ckn = D1,:, n
= n!
= (n)·
' D1,:,1,: (n - k)lk! k
Si noti la differenza fra cli.<,posizioni e combinazioni (semplici): a differenza delle
disposizioni, per le quali si tiene conto dell'ordine, d ue combinazioni si considerano
distinte solo qnanclo i relativi raggrnppamenti differiscono almeno per un elemento.
Esempio cla Artq·1tiz: Aci un concorso per 4 posti partecipano 9 candidati. Quanti
sono i grnppi possibili di vincitori?
126. Infatti, è il numero cli insiemi di 4 clementi che si possono formare da un
insieme cli 9 clementi (chiarai�ente, senza ordine). Tale numero è C,i ,9 = G) = 126.

Disposi.zioni con ripetizione

Consideriamo un insieme formato da n clementi distinti ecl un numern k E N. Una


sequernm ordinata formata da k elementi, anche ripetuti, dell'insieme dato è detto
disposizione r.on r-ipetizione della classe k su n elementi,

27
Capitolo 4 Probabilità e Sta.t.istica © Artquiz

Si faccia atteniione ai segncnti aspetti:


o in ciascuna sequenza figurano k oggetti;
o due di tali disposizioni si ritengono diverse quando differiscono per almeno un
elemento in almeno una posizione della sequenza.
Il numero delle possibili disposizioni con ripetizione cli n elementi distinti della classe
k si indica con il simbolo Dk,n e il suo valore è dato dalla formula che deriviamo dalle
seguenti osservazioni: alla prima estrazione si hanno n possibili esiti, alla seconda
estrazione se ne hanno nuovamente n, e così via fino alla k-esima estrazione. Quindi,
il numero di casi possibili è:
k
I'
D k,n =n
Un esempio classico di clisposizioui con ripetizione è il codice segreto di una
cassaforte (nell'uso comnne, erroneamente detto combinazione).

Permutazioni con ripetizione


Nel caso delle permutazioni semplici abbiamo supposto che gli n oggetti dell'urna
fossero tutti distinti. Supponiamo ora che di questi n oggetti ve ne siano a uguali tra
loro (a < n). Ci proponiamo allora di trovare il nnmero delle loro permntm�ioni che
indicheremo con D�.
Esempio: Consideriamo la parola ORO che contiene due lettere ugnali. Abbiamo visto
che il numero cli permntaY.ioni di una parola (con lettere tutte diverse) cli tre lettere è
dato da: D3 = 3! = 6. Nel caso della parola ORO i possibili anagrammi distinti sono
soltanto: ORO, ROO , OOR, cioè sono tre e non sci come ci si sarebbe aspettato. In
ge�1cralc, volendo calcolare le permutazioni di n oggetti in cui ve ne siano a identici
fra loro, si ottiene un numero di permutazioni dato da: D� = Du/a! = n!/a!. Nel
nostro caso quindi è: D§ = 3!/2! = (3 · 2 · 1)/2, 1 = 3.
Se poi, datl\ un'urna di n oggetti nella quale un oggetto è ripetuto a volte, un
altro b volte, il numero delle pennuta1.ioni distinte con clementi ripetuti che si possono
ottenere è dato da:
D!tu, b) = n!/a!b!.
La generalizzazione è ovvia se si aumenta il numero cli elementi ripetuti a volte, poi

I!
b volte, poi e volte, ecc.
Esempio: Se prendiamo in considerazione la parola MATEMATICA osserviamo che
i� nelle 10 lettere in essa contenute, la lettera M si ripete 2 volte ( a = 2), la lettera A si
ripete 3 volte (b = 3) e la lettera T si ripete 2 volte (e= 2). Il numero dJ anagrmnmi
l
1:f 1 distinti che si possono costruire con essa è dato da: ,.,
.J
li ,
D�� 3, ) = 10!/2!3!2! = (10 ·O· 8 · 7 · 6 · 5 · 4 · 3, 2 · 1)/(2 · 3 · 2 � 2) .' 151.200.
�j
2

Esempio: In quanti modi si può anagrammare la parola OTTO?


� Risposta: il numero delle permutazioni 8emplici con n = 4 è 4. 3 · 2 · 1 :::: 24, mà t�c
numero dovrà essere diviso per il numero di modi con cui possono essere scambiati tra
loro le lettere uguali nelle stesse posizioni (es: OTtO e OtTO; oTTO e OTTo e tutte
11 le altre). In questo caso le permutazioni di T sono 2 e quelle di O sono 2. Quindi
IlI� tutte le permutazioni dovranno essere divise per 2 · 2 = 4, In totale quindi si avranno
6 permutazioni con ripetizione: OTTO, OTOT, OOTT, TOOT, TTOO, TOTO.

28
@ Artquiz LOGICA

Combinazioni con ripetizione

Consideriamo un insieme formato da n elementi e fissiamo un numero k E N e ci


proponiamo di costruire i possibili raggruppamenti distinti prendendo k elementi
· dell'insieme dato in modo che:

• in ciascun raggruppamento figurino k elementi dell'insieme dato potendovi uno


stesso elemento figurare più volte;

• due raggruppamenti sono distinti se uno di essi contiene almeno un elemento


che non figura nell'altro, oppure gli elementi che figurano in uno figmano anche
nell'altro ma sono ripetuti un numero diverso di volte.

Esempio: Se consideriamo l'insieme cli tre elementi {a, b, e}, le combinazioni di classe
2 (cioè prendendone due alla volta) con ripetizione, sono: (aa), (ab), (ac), (bb), (bc) f
(cc), quindi sono sei; le combinazioni di classe 3 , con ripetizione; sono: (aaa), (a.ab),
(aac), (abb), (abc), (ace), (bbb), (bbc), (bcc), (ace), quindi sono 10.
La formula che dà il numero delle combina�doni con ripeti1.ione di n elementi di
classe k è:
rk = (
Cn,
tt + k - 1) ·
k
Negli esempi precedenti si ha:

c;·,3 = (3 + 2 - 1)!/2!(3 -1)1 = 4!/(2. 2) = (4. 3. 2)/4 = 6,


c;;, 3 = (3 + 3 - 1)!/3!(3 - 1)1 = 5!/(3. 2. 2) = (5. 4. 3. 2)/12 = 10.

Tipo estmzione ripetizione ordine notazione kS:n nnmero cosi


'
SI
iii
Disposi�ione no Dk,n sì (n-k)I

Disposizione sl sì nr.n no nk
Dk,•,
Combinazione no no ck,n sì Dk,k = (1t)
k

' n+ -I
t
Combinazione SI 110 C'kn no ( )

Permutazione no
'
sì Dn
-- n=k n!

Permutazione SI sl (a.,b, ... )


D1t n=k n!/a!b! ...

Tabella 4.1: Numero di disposi�ioni, combinazioni e permutazioni con o senza


\'i petizione.

29
Capitolo 4 Probabilità e Statistica © Artquiz

4.3.3 Monete, dadi, urne e simili


Concludiamo il presente capitolo con una sel'ie di quesiti esplicativi sul calcolo delle
probabilità.
·1(1

lfl ti Esempio da Artquiz: Una moneta è lanciata 4 volte. Qual è la probabilità di ottenere
2 croci e 2 teste sapendo che la prima volta si è ottenuto croce?
3/8. Infatti, si vuole ottenere 2 teste uei secondi 3 lanci, il che è possibile in
'!,l,l (�) = 3 modi, su un totale di D2,3 = 23 = 8 possibili esiti di 3 lanci (chiaramente,
'1� con ordine).

Esempio da Artquiz: Se si lancia 1111 dado 5 volte con qua.le probabilità il "2" esce

(!)
�a.ttamente 3 volte?

;'·,1
�i

.h
;� I·
2 :: . Infatti, si hanno = 10 combinazioni favorevoli (i 3 lanci nei quali deve
uscire il 2, ad es. 222?? oppure ?222?), ognuna. cli probabilità:
(1)3
6 *
(r:)2 (il "2"
�i
..f
!: lm probabilità di uscire 1/6, il "non 2" ha probabilità e.li m;circ 5/6 e ogni lancio è
1 13 r:2 r::i
1! indipendente dagli altri). Quindi, in totale, ln probabilità cercata. è 10 3 �2 = 2 �5 •
� 6
.�!
t
Esemvio <la Artq1tiz: Si ha 111 1'11ma contcmmtc 8 palline bianche. Qual è il numero
,. . I
lf,I' minimo di palline rosse che hisoguercbbc aggiungere perché, estraendo due pu.llinc
contemporaneamente, la. probabilità. che eBsc siano una bianca e una. rosstt sia 16/45?
"'t

nj 2. Infatti, i;ia :t: il numero di palline rosse inserite, e dunque x + 8 il numero toLale
cli palline. Tale numero x deve ora soclclii;fare l'eqna'l.ionc:

2
. _8_ . � = 16
8 + :t: 7 + X 45
l dove 8/(8 + a:) è ltt probabilità di estrarre una pallina bianca e 7/(7 + x) è la pro­
babilità cli estrarne i;imnltaneamente una rossa. Notar e che il fattore 2 è dovuto al

-,r
11 fatto che anèhe invertendo l'ordine, ossia rÒssa-bianca, si userebbero rispettivamente

r,. le probabilità x/(8 + x) e 8/ (7 + :i:), che non cambiano la. probabilitit dell'evento
favorevole.
1 ,'

E:,·empio da Artquiz: In 1111 esperimento si ottiene una miscela mescolando 2 liquidi


divcr�i scelti a caso da 4 flaconi contrassegnati dalle lettere A, B, C e D. La probabilità
che la miscela non contenga il liquido del flacone A è pari a:
1/2. Infatti, i casi favorevoli sono quelli nei quali la miscela è fatta con 2 liquidi
presi dai flaconi B, C e D. Il calcolo combinatorio ci dice quindi che ci ?-bno (;) = 3
possibili combina'l.ioni favorevoli su (�) = 6 posi;ibili combinazioni. Quindi il numel'o
cercato è 3/6 = 1/2.

4.4 Statistica
Dato un insieme A detto popolazione, una variabile statistica (solitamente denotata
con X, Y ... ) è una funzione che ad ogni elemento a della popolazione assegna un dato
valore X(a), non necessariamente numerico. Ad esempio, sulla popolazione degli
studenti di una data scuola, si consideri la varia�ilc statistica che ad ogni studente

30
© Artquiz LOGICA

assegna il colore dei suoi occhi; oppure la variabile statistica che ad ognuno assegna
la distanza dalla sua abitm�ione alla scuola.
Data una popolazione con n elementi a 1 , a2, •.. an e una variabile statistica X su
A, si ottengono n valori non necessariamente distinti X(a 1), X(a 2), ..• X(a n )- Siano
• Xi, X2, •.. Xi gli i valori assunti da X, con i < n e la disuguaglianza stretta nel caso
generale in cui ci sono valori assunti più volte.
Si definisce frequenza assoluta � del valore Xi il numero di volte che tale valore
viene assunto da X. Si definisce frequenza relativa li del valor4i! Xi il rapporto -Pifn.
Esempio da Artquiz: Dati i seguenti valori 1, 3, 4, 2, 5, 3, 3, 2, 6, 5, la frequenza
(relativa) della classe 5 vale:
0,2. Infatti, il 5 compare due volte su 10 valori rilevati.

Dati gli x 1, X2, ... Xi valori assunti da una variabile statistica X, si definisce campo
dì variabilità la difforenut tra il valore mcwsimo e il valore minimo assur1,ti da X,
ossia tra il massimo e il minimo degli :v 1, X2, ... Xi-
.
Esempio da A1·tquiz: Da.ti i :-;eguenti valori 1, 3, 4, 2, 5, 3, 3, 2, 6, 5, il campo di
variabilità elci da.ti vale:
6 - 1 = 5. Infatti, 6 e 1 sono rispettivamente il mas:.;hno e il minimo dei valori
dati.

4.4.1 Moda, mediana e media


Data una variabile stati:-;tica X, si clefini:,;cono i Hcguenti indid di centralità, ognuno
elci quali è un numero che vuole in qualche modo sintetizzare l'informazione contenuta
nei dati X(at),X(ci2), ... X(a 1J di X e i cui valori cli:-;tinti 80110 :i: 1, :i:2, ... :vi:

• moda: è quel valore tra gli x 1, :v2, ... Xi valori assunti da X e denotato con Xucodn
la cui frequenza è massima;
• mediana: è quel valore tra i dati X(a i ), X(a2),, •• X(a n ) che, una volta riordinati
(con le.eventuali ripetizioni), occupa la posizione a metà tra il primo e l'ultimo
valore, e che quindi divide la successione di valori in due sottosuccessioni di pari
lunghez'l.a; viene denotato con X,acdinccn;
• media: è il valore che si ottiene facendo la somma dei va.lori X(a 1 ), X(a2), ... X (a ii )
divisa per la popolosità n e denotato con Xmcdin· Quindi:
tt
1 1 i
Xmc clin. = - LX(aj) = - LXj/J·
n .=l n .= l
J J

Esempio da Artquiz: Dati i seguenti valori 1, 3, 4, 2, 5, 3, 3, 2, 6, 5, la moda vale:


3. Infatti, 3 è il valore che compare pii1 volte, pari a 3 (ossia, 3 è il valore la cui
frequenza è massima).

Esempio da Artq1tiz: Dati i seguenti valori 1, 3, 4, 2, 5, 3, 3, 2, 6, 5, la mediana vale:


3. Infatti, riordinando i valori si ottiene 1, 2, 2, 3, 3, 3, 4, 5, 5, 6 e il 3 divide
questa successione in dne insiemi di pari popolosità, o8sia di 5 elementi.

31
Capitolo 4 Probabilità e Statistica © Artquiz

Esempio da Artquiz: Dati i seguenti valori 1 > 3 > 4 > 2 > 5 > 3 > 3 > 2 > 6 > 5 > la media vale:
34/10. Infatti> basta eseguire il calcolo:
o
o
1+3+4+2+5+3+3+2+6+5 34
10 10

Esempio da Artquiz: Uno studente universitario > dopo aver superato 3 esami> ha la
media di 28. NeWesame successivo lo studente prende 20. QuaPè la sua media dopo o
o
il quarto esame?
26. Infatti > la somma dei 4 voti dà 28 · 3+20 = 104 > e la media si ottiene dividendo
tale somma per 4 > quindi la media cercata è (28 · 3+ 20)/4 = 104/4 = 26.

'.,

o
Il
"I
r• l
ff,.
·
;..-,i·.'.

o
I�
32
t

I
PARTE II
MATEMATICA

Capitolo 1
Aritmetica

1.1 Numeri naturali e interi. Relazione d'ordine


L'insieme dei numeri naturali è, d'ora in poi, denotato con la lettera N. Esso è
l'insieme dei numeri che si usa pcl' contare, ossia:

N= {0,1,2,3, ... }.
Per dire, ad esempio, che 17 appartiene a N, useremo la notazione 17 E N. In
generale, il simbolo E si usa per dire che un elemento a appartiene ad un dato insieme
A, e si scrive quindi a E A. Inoltre, se tutti gli elementi di un insieme A sono anche
elementi di un insieme B, allora diremo che A è sottoinsieme di B e scriveremo A ç B.
In N ci sono due operazioni binarie dette somma e prodotto, denotate rispettiva­
mente con+ e· (questo _simbolo è spesso omesso e, in luogo di a· b, si scrive ah), e una
relazione d'ordine binaria detta "minore o uguale", denotata con <. Per la somma, il
prodotto e la relazione d'ordine valgono, comunque si scelgano a, b, c E N, le seguenti
proprietà:
• Riflessività: a < a.

• Antisimmetria: a ::; b e b ::; a implica a = b.


• Transitività: a :::; b e b ::; e implica a < c.
o Associatività di somma e prodotto: (a+ b) +e= a+ (b + e), (ab)c = a(bc).
• Commutatività di somma e prodotto: a+ b = b+ a, ab= ba.

• Esistenza dell'elemento neutro dì somma e prodotto: a+ O = a, a· 1 = a.


• Distributività della moltiplicazione rispetto all'addizione: a(b+c) = ab+ac.

33
D
Capitolo 1 Aritmetica © Artqniz
Siccome in N non esiste un elemento x tale che x + 1 = O (tuttavia si noti che al
o
posto di 1 si potrebbe usare qualsiasi numero natura.le non nullo), si estende l'insieme
dei numeri naturali aggiungendoci i numeri del tipo -1, -2, -3,... , così da ottenere O
l'insieme dei numeri interi (denotato con la lettera Z), ossia:

Z = { ... , -3,-2, -1,0,1,2,3, ... }. (1.1)


In Z valgono le stesse proprietà di Ne l'ordine è quello evidenziato nella definizione
1.1, inoltre, comunque si scelga a E Z, vale anche la seguente proprietà: o
• Esistenza dell'inverso additivo: esiste b E Z tale che a+ b = O.
L'inverso additivo (unico) o opposto, di a E Z è denotato con -n.
o
Esempio da Artqu.iz: Dati 2 numeri interi com.;ecutivi si indica con S la loro somma.
Si può affermare che, per tutti i numeri interi, tale :,;omma S è:
Dispari. Infatti, due numeri interi consecutivi sono sempre uno pari e uno dispari,
e quindi la somma è dispari.

Esempio da Artquiz: Le quantità positive H, I< e L sono legate dalle relazioni H < I<
e L � I<, quale reln¼ione è sempre vera?
Da lI < I< ( ossia, H =:;; I< e H � I<) e I< =:;; L e per la proprietà transitiva si ha
H<L.

1.2 Divisibilità, numeri primi, mcm e MCD


Dati due numeri a, b E Z, diciamo. che a divide b (scritto alb), se esiste 1111 elemento
e E Z tale che ac = b. In tal caso, diciamo che b è multiplo di a. Un numero intero a
o
si dice primo se ha come divisori solo 1, -1,a, -a. Ad esempio, 6 non è primo perché
216, mentre 2, 3, 5,... 23813,... sono primi. È possibile dimostrare che ogni numero
intero è scrivibile come pl'Odotto di primi, eventualmente ripetuti, e tale scrittura è
unica a meno dell'ordine dei fattori primi. Ad esempio, 116620= 2 · 2 · 5 · 7 · 7 · 7 · 17.
Inoltre, è un risultato noto già ai classici che l'insieme dei numeri primi non è finito.

mcm e MCD
Dati due numeri non nulli a, b E Z, è possibile definire l'insieme M ç Z di tutti i
multipli comuni ad a e b ( M contiene cert·amente ab e - ab) e l'insieme D ç Z di tutti
i divh;ol'i comuni ad a e b (D contiene certamente 1 e -1). Si definisce il minimo
comune multiplo di a e b, scritto mcm(a,b), come il più piccolo numero naturale
di M. Si definisce inoltre il massimo comun·e divisore di a e b, scritt� MCD(a, b),
.!.

come il piì1 grande numero naturale di D. /


Quindi, dati due numeri a, b E Z, si ha che mcm(a,b) = m se e solo se alm, blm e
se alm' e blm' allora mlm'. Similmente, :rviCD(a,IJ) = d se e solo se dia, dlb e se d'lb
e d'lb allora d'Id,

Esempio da Artquiz: Il minimo comune multiplo di 2, 4, 5, 8 è:


40. Infatti, fattorizzando i numeri proposti sì ottiene, rh,pettivamcnte, 2, 2 · 2, 5 e
2 · 2 · 2, dunque dalla definizione mcm= 5 · 2. 2 · 2 = 40.
'' ..
i

iti 34
© Attqntz MATEMATICA

Se due numeri a, b E_Z sono tali d1e MCD(a, b) = 1, diciamo che a e b sono coprimi
(o primi tra loro). Ad esempio, 15 e 14 sono coprimi.

. 1.2.1 Potenze
Si definisce la potenza <li un elemento non nullo a E Z con esponente naturale . n
come segue:
.
se n =Osi definisce a0 = 1; se n >Osi definisce a n = an-t · a. (1.2)

Operativamente, nel caso non banale in cui n > I, si ha a n

Ora, anziché scrivere 116620


--------
= n · a· ... ·a.
n-voltc
= 2 · 2 · 5 · 7 · 7 · 7 · 17, possiamo usare la notazione:
116620 = 22 · 5 · 73 • 17.
Dalla defini�ione 1.2 si dimostra che per ogni a, b E Z, a =/= O=/= 6 e m, n E N valgono
le seguenti proprietà:

a"am = a n+m ; (a")m. = a70"; a1 tb 1' = (ab)". (1.3)

E.i,empio da Artq1tiz: Quanti sono i divisori (con resto nullo) del numero 100, 1 e 100·
compresi?
9, infatti è sufficionto fattorizzare 100 come 52 · 22 , dunque tra i divisori ci sono
5 i · 2i con O :s; i :s; 2 e O :s; j :s; 2, in totale 9 possibili valori al· variare <li i e j.

Esempi.o da Artquiz: Determinare quale numero tra 10000, 12 · 27, 256, 800 e 11 · 44
non è un quadrato perfotto:
800, infatti basta oHservure che 800 si scompone in fattori primi come 25 52 ,
quindi non è un quadrato nell'insieme dei numeri 1mturali.

In Z vale il seguente teorema che permette di definire una divisione con resto.

Teorema: dati a, b E Z con O< b, esistono unici q, r E Z tali che:

1. a= qb +r;

2. 0 :s; T :s; b - 1.

1.3 Numeri razionali, reali e complessi


Siccome in Z non osiste un elemento x tale che 2x = 1 (ma al posto di 2 si potrebbe
usare qualsiasi numero intero diverso da Oe ±1), si estende l'insieu�e dei numeri interi
aggiungendoci i numeri del tipo 1/n, dove n è un numero intero non nullo e per il quale
vale n · 1/n = 1. Imponendo che le operazioni soddisfino ancora le proprietà elencate
precedentemente, si ottiene l'insieme dei numeri razionali (denotato con la lettera
Q), ossia:
Q= {:, m, n E Z, n =/= O} .

35
Capitolo 1 Aritmetica © Artquiz

m 1 m m'
Si presti attenzione al fatto che - =m· - e che - = - se e solo se mn' =m'n;
n n n �
· 10 14 · m
ad esempio - = - (veri'ficar1o) . Uu numero raziona1e scritto · �1orma

o
· - s1· d ice m
15 21 n
. 10 14 2 ·
n"dotta seme n sono copnm1. . . Ad esempio - = - = -, dove 1 'u1tima scrittura e·
15 21 3
appunto ridotta. Per le operazioni vale inoltre:
m m' · mn' +m'n m m'
-+-=----
mm'
n n'· nn' ;: · n' == nn' ;
mentre per l'ordine si ha che:
rri 1n' ,
- <- se e solo se mn <m'n.
n n,
In Q valgono le �tesse proprietà di Z. Inoltre, comunque si scelga a E Q, a =j:. O,
vale anche la seguente proprietà:
• Esistenza dell'inverso moltiplicativo: esiste b tale che a· b = 1.
L'inverso moltiplicativo (unico) di a E Q, a =j:. O è denotato con a-1 e in particolare
-1
(: ) = : . Si noti che a- è la potenza di a con esponente -1.
1

In generale, la definizione di potenza n-esima di un elemento non nullo a E Q ò r-i

come nella definizione 1.2 se n E N, mentre se n E Z e n < O la definizione Hi estende

o
come segue:

se n = -1, a-1 è ·l'inverso moltiplicativo di a;


se n < -1, allora - n > O e si definisce an = (a-1 )-n. (1.4)
Chiaramente le proprietà in 1.3 continuano a valere anche in Q.

Esempio da Artquiz: La potenza (-1/4)- 2 è uguale a:


Ricordando che a-1 = 1/a, segue che (-1/4)-2 = ((-1/4)-1 ) 2 = (-4)2 = 16.
Si noti che dalla definizione di numero razionale segue una (curiosa) proprietà che
in Z non vale: per ogni x, y E <Q esistono infiniti z E Q tali che x < z < y. Si pensi
solo che y - x, che è ancora· razionale, se diviso per qualsiasi n E N (o meglio, se
( -x
moltiplicato per .:, ) è ancora razionale. Sia a = y ) E Q; allora x < x + ma < y
n n
per ogni m E N tale che 1 <m< n, come è facile verificare.

. da Art.qu.iz:
Esempw · ar1 compresi tra
' Q uant'1 sono 1· numeri· raz1on
· 1 1 '
4 e 3?.::
'I

o
o
Da quanto detto, segue che ce ne sono infiniti.

o
1.3.1 Notazione decimale
Si noti che i numeri razionali si possono scrivere in notazione decimale, ossia come
sequenza di cifre da O a 9 separate eventualmente da una virgola, alla destra della

o
quale si trova la cosiddetta parte frazionaria, che si può dimostrare dover essere finita
o periodica. Per convenzione, una cifra n in posizione i prima della virgola, partendo

o
da i= O, corrisponde al numero n· lOi , mentre se si trova in posizione i dopo la virgola

36
@ Artquiz MATEMATICA

corrisponde al numero n · 10-i. La seqnenza di numeri nella nota1.ione decimale è da


intendersi come somma, quindi, ad esempio 12, 3 = 1 · 10 1 + 2 · 10 ° + 3 · 10- 1.
Viceversa, facendo uso della divisione con resto, si trova che, ad esempio:

9/8 = 1 + 1/8
= 1 + 10/80
= 1 + 8/80 + 2/80
= 1 + 1/10 + 2 /80
= 1 + 1/10 + 20/800
= 1 + 1/10 +2 · 8/800 + 4/800
= 1 + 1/10 + 2 · 1/100 + 5/1000
= 1 + 1 · 10- 1 + 2 · 10- 2 + 5 · 10- 3 = 1, 125
ì Oppure 1/6 = O+ l · 10- 1 +6 · 10- 2 +6 · 10- 3 + · · · = O, 1666 · · ·· = 1, 16, che come si
vede non può avere parte frazionaria finita (ma comunque periodica). Inoltre, si può
dimm;trare che ad ogni scrittura di numero decimale finita o periodica corrisponde un
numero ra�ionale (e viceversa).

Esempio da Artquiz: 0,0076 è uguale a:


7 · 10- 3 + 6 · 10- 4 = 76/10000.

r
Esempio da Artquiz: Quale serie riporta in ordine decrescente i seguenti numeri?
a=73/1000; b=7,3; c=0,03;·d=7; e=0,07.
È sufficiente osservare che 73/1000 = O, 073 e che 7, 3 > 7 > O, 073 > O, 07 > O, 03.

Incompletezza di Q
Anche Q presenta delle mancanze perché, ad esempio, non esiste alcun elemento x E Q
tale che x2 = 2. Infatti, s0 fosse m/n E Q tale che (m/n) 2 = 2, allora si avrebbe che
m2 = 2n2 ; ma in tal caso, nella scomposizione in fattori primi di quest'ultimo numero,
il fattore primo 2 comparirebbe un numero pari di volte a sinistra e un numero dispari
di volte a destra, il che è assurdo.
In Q non esiste neppure la misura del perimetro di una circonferemm di raggio 1,
che notoriamente è 21r, in quanto 1r = 3, 14 . . . non è razionale (ha parte frazionaria
non periodica). In altre parole, se su una retta (Matematica, § 3.1), si scelgono 2
punti in modo tale che uno abbia coordinata O e l'altro 1, allora tramite i multipli e le
frazioni si può associare ad ogni numero razionale un determinato punto della retta.
Con questa costruzione esistono dei punti ai quali non è viceversa associata alcuna
coordinata razionale, come appunto v'2 e 1r (in realtà, esistono infiniti punti di questo
tipo). A detti punti è possibile tuttavia avvicinarsi arbitrariamente per mezzo dei
numeri ra,�ionali, che costituiranno un'approssimazione della coordinata del punto in
questione. Ad esempio, al punto che si raggiunge partendo dal punto di coordinata
O percorrendo, verso il punto di coordinata 1, un segmento di lunghezza pari a metà
del perimetro della_ circonferenza di raggio 1, ci si avvicina, via via con maggior
precisione, mediante i numeri razionali 3; 3, l; 3, 14; 3, 141; 3, 1415; 3, 14159; ecc. Si
denota con la lettera JR l'insieme dei numeri che ammettono una scrittura decimale
con parte frazionaria eventualmente anche illimitata e non periodica, ad esempio

37
D
Capitolo 1 Aritmetica

-/2 ;:;;..
J,4142135623 ... e 1r = 3,141592653 ... (i puntini significano che la sequenza
© Artquiz
o
non si arresta).

D
La trattazione dei numeri reali e la loro corretta assiomatizzazione è molto labo-
riosa ed esula dalle finalità del presente mmmale,pertanto ci limitiamo ad evidenziare
che valgono tutte le proprietà di Q e delle potenze in 1.2, 1.3 e 1.4, anche nel caso

o
iu cui la base delle potenze sia un numero reale qualsiasi purché positivo non nullo e
l'esponente reale; ossia,è definito ax per ogni a > O ex E JR mediante un opportuno
processo di passaggio al limite (Matematica§ 5.4.1).

Esempio da ATtquiz: Stabilire quali tra i seguenti numeri è irrazionale (cioè reale ma
razionale):
11011

a= J3 · �; b = /3; e= 1,02; d = O,25; e= ./49.


o
1: È sufficiente osservare che O,25 = 1/4, che 1,02 è periodico (qnindi razionale), eh�
f
./49 = 7 e v'3 · � =1,che �0110 tutti numeri razionali. Dunque,il numero irrazionale
tra i proposti è /3.

1.3.2 Radici
t
Una potemm del tipo ai con a > O e E Q si può notoriamente scrivere come zy'a;
essa definisce un muncro rea.le positivo b, tale che t,n = a. Si suole dire che b ò la
radice n-esima. di a. Ad esempio, -e,'32 = 2. Chìanuuentc, a.W = am fi = (am ),\- è un O
O
numero reale positivo b tale che bn =arn. Le proprietà in 1.2,1.3 e 1.4 continuano a
valere u.nchc per le radici in qrniuto trattasi in ultimn istanza di poten'l.e ad esponente
razionale.

Esempio da A1·lquiz: Il radicale Z1/4 è uguale a:


256 1 1 1 2, infatti dalle regole dei rndicali va.le y'4=4 1 /3 =44 / 1 2 = 256 1 / 1 2.

1.3.3 Numeri complessi (cenni)


.I Completiamo la tratta1,ione degli insiemi numerici introducendo brevemente i numeri
.. complessi: dopo aver constatato che in JR non esiste nessun elemento che soddisfa

o
l'uguaglianza. :i: = -1, si introd nce nell'insiemc dei realt un elemento i tale che
2

i 2 =-1. Imponendo a questo nuovo insieme,chiamato l'in sieme dei numeri complessi
e denotato <C,tutte le proprietà di R della somma e del prodotto (ma uon dell'ordine

D
' �),otteniamo che nn elemento generico z E C si scrive come z =a+ ib con a,b E R
.f, .
. La somma e il prodotto tm 2 clementi complessi z = a+ ib e z'=a'+ ib{� si dimostra
.
piuttosto face·1 mente essere: •.,

z+ z' = (a+ a')+ i(b + b'); z · z'= (aa' - bb') + ·i(ab'+ a'b).
o
D
� a
Infine,-z=-a-ib e se z#,O=O+iO,si haz- 1 = -i� �·
hl a 2 + 1>2 a +b
j:, Esempio da Artq·uiz: Il prodotto dei due numeri complessi (5+ 2i) e (7+ 3i) equivale

ih
a:
(5+ 2i)(7+ 3i) = (5 · 7 - 2·· 3)+ i(5 · 3+ 2 · 7) = 29+ i29.
o
I
I 38
I
Capitolo 2

Algebra

Nota: In questo capitolo gli insiemi numerici utili�¼ati si intendono es:mre Q o R

2.1 Monomi e polinomi


Quando si lavora con i numeri , ci si imbatte inevitabilmente nelle formule. Nel cru;o
dell'area di un rettangolo si trova la formula. base per altezza, che solitamente Hi denota
simbolicamente con bh; per un cilindro � se--,r,ione circolare si calcola. il volume con la
formula a1·ea di base ver altezza, la cui formula ò 7rr2 h. E così via.
Definiamo monomio una scrittura in cui figurano solo oper�ioni di prodotto tra
numeri, noti o meno. Per indicare i "numeri non noti" si usano delle lettere opportune,
che vengono solitamente chiamate variabili. Sono quindi monomi ab, 1rr2 h. come altresì
J3
17, x, 2ac3 , ax 3 z, ecc.
2
I monomi si possono :.;ommare tra di loro, e ciò eh<.! si ottiene in genernfo è un
po linomio.
Ad esempio sommando i monomi precedenti si ottiene 17 + x + 2ac3 + ax 3 z. V:
Siccome deve valere la proprietà distributiva, se si sommano monomi che hanno la
stessa parte letterale (monomi simili) si ottiene nuovamente un monomio, ad esempio:
2ac3 + 5ac3 = (2 + 5)ac3 = 7ac3 .
Es!;endo un polinomio una sequenza di monomi legati dall'operazione di somma,
è possibile anche sommare polinomi tra loro.
Ad esempio, sfruttando anche la proprietà commutativa della somma, Hi ha:

. + 2ac·3
(17 + x +- J3 ax3 z) + ( 5x - 2) =
2
J3 3
17 - 2 + x + 5x + 2a_c3 +
2 ax z =
15 + 6x + 2ac3 +
J3 3
2 ax z.
Utilizzando le proprietà. <lellc potenze (e non solo) si possono moltiplicare monomi
tra loro, ad esempio:
2a 5 c3 • 3a 2 x 3 z = 2 · 3a 5 a2 c·1x 3z = 6ar,+2 c3x 3 z = 6a1 c3x 3 z.
39
i::
o
rI Capitolo 2 Algebra @ Artquiz

Infine, utilizzando tutte le proprietà viste in precedenza, si possono moltiplicare


polinomi in modo da ottenere un nuovo polinomio, come nel seguente esempio:

I
I
(15 + 6x + 2ac3 )(2 + x) =
(15 + 6x + 2ac3 )2 + (15 + 6x + 2ac3 )x =
(30 + 12x + 4ac3) + (15x + 6x2 + 2ac3 x) =
30 + 12x + 15x + 6x2 + 4ac3 + 2ac3 x =
30 + 27x + 6x2 + 4ac3 + 2ac3 x.

Grado di un polinomio
Il grado di una variabile di un monomio è l'esponente con la qua.le quella lettera figura
nel monomio. Ad t'\Hempio, il grado di a in 2ac3 è 1, mentre il grado di c è 3. Il grado
di un monomio è la somma degli esponenti delle variabili del monomio. Ad esempio,
il grado di 2ac3 è 4. Nel caso del monomio nullo, ossia di O, non è definito il grado.
Per quanto riguarda un polinomio, il grado è definito come il massimo grado dei
monomi che lo compongono; si badi che nella scrittura di tale polinomio non devono
figurare monomi simili, che devono essere sommati, cose da porlo in forma ridotta o
normale. Ad esempio, 30 + 27x + 6x 2 + 4ac3 + 2ac 3 x ha grado 5.
Allo steb-so modo, si definisce il grado di un polinomio rispetto ad una variabile
come il massimo grado di tale variabile tra i monomi del polinomio. Ad eserp.pio, il
grado di x nel polinomio precedente è 2. Nel caso di polinomi in una variabile x si è
soliti usare il simbolo o o deg (dall'inglese degree) per indicare il grado. Ad esempio,
se p = x2 - 1, allora o(p) = 2 (o deg(p) = 2).

2.1.1 Frazioni algebriche


Come nel caso dei numeri interi, diremo che il polinomio p divide il polinomio p' se
esiste un polinomio q tale che p' = p · q, e si scriverà pjp'. Diremo inoltre che p' è
un multiplo di p. Ad esempio (x + l)l(x 2 - 1), infatti (x 2 - 1) = (x + l)(x - 1).
Per i polinomi p in una variabile x, solitamente denotati p(x), esiste un teorema di
divisibilità del tutto simile al caso in Z.

Teorema: dati a(x), b(x) polinomi in una variabile x con O =f:. b(x), esistono unici
polinomi q(x), r(x) tali che:
I
1. a= ql>+r;

f 2. O::; deg(r) ::; deg(b) - 1 oppure 7' = O. .,


· Anche per i polinomi è possibile definire una scomposizione in fattori primi, ma
la ricerca di tali fattori è in generale piuttosto difficoltosa. Inoltre, dati due polinomi
p e q, si definiscono:
• mcm(p, q) come il polinomio di grado minimo tra i multipli comuni a p e q;
• MCD(p, q) come il polinomio di grado massimo tra i divisori comuni di p e q.
Si noti che MCD e mcm sono unici a meno di una costante moltiplicativa non nulla.
Una frazione algebrica f è una scrittura del tipo / = E dove p e q sono polinomi.
!. q
r.
!i 40
© Artqutz MATEMATICA

2
x - l
Ad esempio, f = ---
X
è una frazione algebrica.

Chiaramente, non è ammissibile assegnare alle variabili i valori che annullano il


. denominatore. Nell'esempio precedente, non ha quindi senso sostituire Oalla variabile
x. Come per i numeri razionali, una frazione algebrica/= P. si dice in forma ridotta
se p e q sono coprimi, ossia se MCD(p, q) = 1. Operativamente, per ridurre una
frazione si deve scomporre i polinomi p e q in fattori primi e semplificare i fattori tn
comune.
Ora, date due frazioni algebriche/ = P. e g = P, si può definire somma e prodotto:
q q

f+g = pq' +p' q . fg = pp'


qq' ' qq'.
Ove possibile, la somma ò più agevole calcolarla come segue:

p(mcm(q, q')/q) +p1 (mcm(q, q1 )/q 1 )


f +g=-------C..'--------'-----'-
' mcm(q, q')

Esempio:
x+l x-1 x+l x-l
--+--=---+--­
:t - x
2 x +x x(x -1) x(x +1)
2

(x +l)(x + 1) + (x - l)(x - 1)
,,;3 - X
2x 2 +2
- (x + 2x + 1)3-+ (x 2x + 1)
2 2
-

x -x x 3 -x
Si noti che:

x3 - x .= x(x+ l)(x - 1) = mcm(x(x - 1), x(x + 1 ))


e che:

x + l = (x3 - x)/x(x - 1) ex - l = (x3 - a:)/x(x + 1).

2.2 Equazioni e disequazioni


2.2.1 Equazioni
Spesso in matematica ci si trova a decidere se due quantità a e b sono uguali, ossia se
vale a= b, o più comunemente, se vale a - b = O; il problema non è banale nel caso
in cui a e b contengano delle variabili. Se p è un polinomio in una variabile, solita­
mente x, il problema di decidere per quali clementi a vale p(a) =Osi chiama ricerca
delle soluzioni di un'equazione, ossia la ricerca di quegli elementi a che �ddisfano
l'uguaglianza data. Si noti che va preliminarmente specificato l'insieme con U quale
si intende lavorare, tipicamente Q o R

41
!('r'

Capitolo 2 Algebra © Artquiz

Esempio:
il problema 2x - 1 = x si traduce in 2x - 1 - :i; = O e infine in x - I = O, che ha
come unica soluzione 1.
In generale, un 1 equazione algebrica è del tipo p(x) = q(x), che può essere ridotta
nella formap(x)-q(x) = O. Sia dunque P(x) il polinomio (p-q)(x). I casi risolvibili D
immediatamente sono quelli in cui deg(P) = 1 oppure deg(P) = 2.
Analizziamo quindi la relativa casistica.

Equazioni di primo grado


Data ! > equazione ax+b = O, sommando -b ad entrambi i membri si ottiene ax+b-b =
-b, ossia ax = -b. Moltiplicando ora ambo i membri per a- 1, che esiste perché a=/- O,
si ottiene x = -b/a, che dunque è Punica soluzione delPequazione.

Esempio: risolvere Pequazione:

5x + 3 = 2-x.

Si porta a sinistra il secondo membro:

o
5x + 3 - 2 + .T. = O, da cui 6:c + 1 = O e infine x = -1/6.

Equazioni di secondo grado


Data ! >equazione ax 2 + b:-c +e= O, riscriviamo il polinomio associato come segue:

ax 2 + bx + c = o, (x2 + � � +

=a ((x+
b
- 2
)
2 . b2
�)

+
e)
o
2a 4a �
!.
I,

= a ((.
x+
_!!_)
2a
2
_ b2 -
4a 2
4ac
)
·
I
i;
!l Nuovamente, si noti che da a=/- O segue che 1/a esiste. Comunemente, b2 - 4ac è

indicato con la lettera greca À ed è detto il discriminante dell 1equazione.

1li:: A questo plinto, siccome a =/- O, la soluzione delPequazione di partenza è equiva-


lente alla soluzione delPequazione: "I
\

b2 -4ac
>·,
iL
]�i (n;J 4a 2
= O.
:1:

l:,
.t-.J Dopo aver notato che il termine (x + !) 2
non può essere negativo (è un qua­
drato), si possono presentare 3 casi:
l1•\1lf:I•l
ii,_!•.

1. À < O, allora (x+ : )


il

--- > O e ! > equazione non ha dunque soluz1om;


2
b2 - 4ac ' . •
a

42
© Artquiz MATEMATICA

= o, allora b
2
&2 4ac b
2
b 2
o
= (X + -2a) = X + -2a )
_ � (
2. � (X+ -) -
2a 4a 2 - -4a2 --
4a2 =
(, + :a)
2
e l'equazione associata ha un 'unica soluzione (doppia) x - - :a;
'
b2 - 4ac
2
b b b - 4ac ·
3. � > O, allora (x + = 4a2
) da cui . x + = ±� e quindi
2a ,
2a 4a2
2
-b± /b -4ac
l'equazione ha due soluzioni :1: 1 2 = 0a
I

Esempio: risolvere l'eq�mzione ·


(x - 3) 2 +X-= 4 + X.
Sviluppando e portando tutto a sinistra si giunge i. x2 - 6x+ 9 + x - 4 - x =Oe
quin<li a x2 - 6x + 5 = O. Ora si può applica re ht formula ri�olutiva:
6 ± \!'36 - 20
X!,2 = 2
= 1; 5.

2.2.2 Disequazioni
Una disequazione è mm scrittura <lcl tipo p(:v) < q(x) o 1>(x) :::;. q(.1;) (o, simmetrica­
mente, p(x) > q(x) o p(x) � q(x)). Analizziamo sol amente il primo caso (essendo gli
altri <lel tutto :-;imili) la cui scrittura può essere ricondotta alla forma p(x) - q(x) < O.
In generale si tratta quindi di studiare P(x) < O, dove P(x) è un polinomio in una
variabile. Cercare le soluzioni della diseq1mzione suddetta significa trovare gli n tali
che P(n) < O.
In generale si procede come nel caso delle equazioni, ossia si risolve l'equazione
ru;sociuta (sostituendo il simbolo = al simbolo > ).
Analizziamo la relativa casistica.

Disequazioni di primo grado


Data la disequazione ·ax + b < O, sommando -b ad enti·ambi i membri si ottiene
a.'t + b- b < -b, ossia a::i: < -b. Moltiplicando ora ambo i ·membri per a- 1, che esiste
perché a. =J O, si ottiene:
{x < .:.....b/a se a > O;
x > -b/a se a< O.
L'insieme cli soluzioni ·è quindi del tipo:
{x E IRI x > -b/a} (oppure, {x E JR! :i;< -b/a}).
Esempio: risolvere la cli.,;equaziouc
2-X :::; 5.'t + 3.
Si poi·ta a sinistra il secondo meqibro:
-5x - 3 + 2 - x � O, da cui -6x - 1 � O, e infine x 2: -1/6.

43
Capitolo 2 Algebra © Artquiz

Disequazioni di secondo grado


Data la disequazione a:i: 2 + bx + c < O, si cercano le soluzioni dell'equazione associata,

o
quindi ci si trova in uno dei tre casi seguenti:

1. ò. < O. L'equazione associata non ha soluzioni e ci sono due sottocasi: se a > O


nessuno elemento soddisfa la disequazione di partenza; se a < O ogni elemento
soddisfo la disequazione di partenza.

2. ò. = O. L'equazione associata ha un'unica soluzione a:1 e la situazione è la medesima


o
del caso precedente. "'
Attenzione: nel caso a< O si esclude dalle soluzioni xi, mentre nel caso ax 2 +bx+
c s-; O, se a> O allora x 1 (solamente) soddisfa la disequazione di partenza.

3. ò. > O. L'equazione ha due. soluzioni x1, x2 e di nuovo: se a> O, allora. l'insieme


di soluzioni è dato da {x ERI x1 < x < x2}; se a< O l'insieme di soluzioni è dato
da {x E Rj x < x1 oppure :c2 < x}.

Esempio: risolvere la disequazione o


a:(x + 1) < -(4 + x).
Sviluppando e portando tutto a sinistra si giunge a:

x2 + x + 4 + x < O, e quindi a x2 + 2x + 4 < O.


Il discriminante dell'equazione associata è:
o
ò. = 22 - 16 < O, e quindi dettc1, equazione non ha solu�ioni.
Siccome il coefficiente del monomio :r: 2 è 1 > O, si conclude che anche la disequa­
zione iniziale non ha soluzioni.

2.2.3 Equazioni parametriche


Un caso particolare di equazioni è quello nelle quali figura un cosiddetto parametro,
<
solitamente denotato con a. Per la ricerca delle soluzioni si deve procedere come per le
_! , equazioni normali, ma con la differenza che in questo caso si lavora con i coefficienti del

o
';

polinomio associato all'equazione che contengono il parametro. Infatti, ip generale, si


·f I I

r
incontrerà un'equazione del tipo a(a)x2 + b(a)x + c(a) = O. 'J

Si dovrà procedere in sottocasi come segue:

a) Si studia l'equazione a(a) = O, poi pe1' gli elementi ai che la soddisfano, si


studia l'equazione (non più parametrica) b(ai)x + c(ai) = O.

b) Per gli elementi a che non annullano a(a) si studia per quali elementi il di­
scriminante ò.(a) = b(a) 2 - 4a(a)c(a) è positivo, nullo o negativo (si devo-
no cioè risolvere delle disequazioni), quindi si risolve l'equazione come visto in
precedenza. O

44 o
@ Artquiz MATEMATICA

Esempio: risolvere l'eqµazioue parametrica


(a+ l)x 2+ ax - a = O.
Osserviamo che i coefficienti (parametrici) dell'equazione sono:
a(a)=a+ 1, b(a) = a, c(a) = -a,
quindi procediamo:
• a(a) = a+l = O ha come soluzione a= -1. In questo caso, l'equazione di parteil7.a
si riduce all'equazione -x + 1 =O, che ha come soluzione x = 1;
• se a :f:. -1, si studia il discriminante A(a) = a2 - 4(a+ 1)(-a) = 5 a2+ 4a:
-a± v'5a 2+ 4a
- A(a) > O se a< -4/5 oppure a> O. In tal caso x1,2 = n,_ . 1, ;

- A(a) = O se a= -4/5 oppure a=O.


Se a= O, l'equazione si riduce a x 2 =O che ammette l'unica soluzione x = O;
se a= -4/5 , l'equazione si riduce a x2 /5 -4x/5+4/5 =O da cui x2 -4x+4 = O,
e infine (x -2)2 = O che ammette l'unica soluzione x = 2;
- A(a) < O se -4/5 < a < O, caso in_ cui l'equazione iniziale non ha soluzioni.

2.3 Sistemi ·di equazioni e disequazioni

2.3.1 Sistemi di equazioni


Un sistema di equazioni è nna serie di equazioni in più variabili, e la ricerca delle
relative soluzioni consiste nell'insieme di clementi da sostituire alle variabili in modo
tale da soddisfare le equazioni simultaneamente. Solitamente, si studiano sistemi cli
2 o 3 equazioni con altrettante incognite, e il grado delle equa:,,.ioni è al più 2·.
Per risolvere i sistemi si utilizza il seguente procedimeuto. A titolo esemplificativo
si consideri un sistema in 2 equazioni e 2 incognite:

p(x, y) = O;
{
q(x, y) = O.
Si risolve una delle 2 equazioni come un'equa:,,.ione parametrica, diciamo p(x, 11) =
O, in una delle 2 variabili, diciamo x, così da ottenere le soluzioni in funzione di y,
ossia x(y). A questo punto si sostituiscono le soluzioni nella seconda equa:,,.ione, che
ora è nella sola incognita 11 e ha quindi come soluzione un numero finito di elementi
Yi· Sostituendo tali elementi in x(y) si trovano le coppie di elementi che soddisfano il
sistema.

Esempio da A rtquiz:
y -2 = 4 -2x;
{
(x + y) = 3.
La prima equazione dà y = 6 -2x. Sostituendo tale soluzione parametrica nella
seconda equazione si ottiene x + (6 -2x) = 3, che ha come soluzione x = 3. Risosti­
tuendo tale valore in y si giunge a y = 6 -2 · 3 = O. L'unica soluzione al sistema è
dunque x = 3, y = O, o meglio, la coppia (3, O).

45
r··
Capitolo 2 Algebra ©_ Art.qnìz

Si noti che in genero.le si lavora con piil variabili ed equazioni, ma il priuc1p10


rimane lo ste:;so: si risolve una equazione alla volta, e si sostitui8cono le soluzioni
trovate alle variabili delle equazioni rimanenti. St faccia attenzione che si può giungere
a casi in cui non ci sono soluzioni, o ce ne sono infinite.

2.3.2 Sistemi di disequazioni


La differenza. soi;tanzialc tra i sistemi di disequazioni e i sistemi di equazioni è che
nel caso delle disequazioni c'è una sola variabile, e la soluzione del sistema consh;te
nel trovare l'insieme i etti clementi soddisfano simultaneamt>ntc tutte le disequazioni
date. Si tratta quindi di risolvere ogni singola diseq1mzione come visto in prcccdemr,a., e
procedere infine con l'intersezione degli insiemi trovati (insieme degli elementi comuni
agli insiemi di soluzioni delle singole diseqnn.zioni).

Esempio: Risolvere la disequazione

:e -2 > 4 -2x;
{
2x � 5.
La prima clisequazione clìt 3x > G, da cui :e > 2. Lu. i;ccondit è immcdiatn. e pone
:e � 5/2. L'irn,iemc di solu'/,ioni del shitcma è {x tcùc che a: > 2 ex � 5/2}, · ossia.
{2 <X� 5/2}.
Anche in questo caso, le discqna¼ioni possono essere cli secondo grado e in numero
maggiore <li 2 e l'insiemr. cli i..olu:t.ioni può essere vuoto.

2.4 Equazioni razionali e radicali

Equazioni razionali
Un'equazione razionale è una equazione i cui termini sono frazioni algebriche che,
con le regole di calcolo viste in prcccden?.a, si può ricondnrro ad una ugnagliu.nza del
tipo:
p(x) = ,
O (2.1)
q(x)
dove p e q sono polinomi in umi. variabile.
Dopo aver risolto l'equazione q(x) = O, le cui soluzioni Xi non possono essere
ammesse tra quelle dell'equazione di partenza percl�é annullano il denorninatore, si
osserva che le soluzioni all'equazione 2.1 sono le stesse di p(x) == O, putché diverse
d·alle xi suddette.

Escmvio: Risolvere l'equazione ra:�ionale

x -
-
2-1
- == o.
J.
•11
�,; Si impone preliminarmente che il denominatore non si annulli: xi- O.
A questo punto i:ti pone x2 - 1 = O, le cui b-oluzioni x = 1, -1 sono compatibili con
la limitazione xi- O e dunque costituiscono le soluzione dell'equazione.

u.
't{ 46
@ �rt�1._�1i_z MATEMATICA

Equazioni radicali
,
Un equazione rad icale è una equazione i cui termini contengono delle potenze con
esponente razionale, cioè scrivibili con il segno di radice. In generale i casi di interesse
' si possono ricondurre, dopo opportuni passaggi, a un'equazione radicale che si può
assumere essere nella forma:
vJ(zj = g(x); (2.2)
con n E N, n =/:- O e f(x), g(x) polinomi in x.
Ora, è necessario affrontare due casi ppssibili: n pari on dispari.
Nel secondo caso (di più semplice soluzione) l'equazione 2.2 è del tutto equivalente
alla f(x) = g(x)n, perché l'elevamento a potenza reale è di tipo 1 a 1 (anche detto
biettivo, vedi Matematica § 5). E, dunque, il metodo risolutivo di questo caso è il
medesimo utilizzato per le equazioni polinomiali (vedi Matematica§ 2.2.1).
Viceversa, se n è pari, preliminarmente si deve fare attenzione che l'argomento
della radice non può essere negativo, e dunque va imposto f(x 2 O, che è una
disequazione (vista. in precedenza). Allo stesso modo, 8iccome '' f(x) 2 O, deve anche
valere g(x) 2 O. Fatto ciò, si può ora notare che elevando alla n, l'ugna.gliamm deve
ancora sussi8tere, e quindi, con le due restrizioni precedenti, deve valere f(x) = g(xr.
Tirando le �onune, abbiamo visto che risolverc-1 l'equazione 2.2 con n pari, è equivalente
a risolvere simultaneamente le seguenti equazioni o diseqmt7.ioni:

f(x) = g(x)'i; f(x) 2 O; g(:t) 2 O.

Esempio: Risolvere l'equazione radicale

v'x + 1 - y'x = 1.

Si impongono le condizioni iniziali x + 1 2 O e x 2 O, riassumibili in a: 2 O. Si


osserva che la radice quadrata è crescente, ossia che per ogni coppia :i:, y He vale a:� y
allora xn ::s; yn e viceversa (per una definizione rigorosa di crescenza vedi Matematica,
§ 5.4.3).
Quindi da x + 1 > x segue che: Jx+T > ,jx e .,/x + 1- ,lx> O. A que_"lto punto
si possono elevare i membri dell'equazione al quadrato e ottenere:

x + 1 - 2./(x + l)(x) + x = 1.

Dopo aver sottratto il termine 1 - 2-J(:e + l)(x) ad ambo i membri si ottiene


l'equazione:

2x = 2J(x + l)(x).

Moltiplicando per 1/2 cd elevando nuovamente al quadrato si ottiene infine:

x2 = x2 + x, ossia :t = O,
soluzione compatibile con i vincoli iniziali, e dunque (unica) soluzione dell'equazione.

47
r Capitolo 2 Algebra

2.5 Disequazioni razionali e radicali


© Artquiz
o
Disequazioni razionali
Per risolvere una disequazione razionale, che dopo opportuni passaggi si può sup­
porre essere del tipo:�:� 2'.: O, si deve imporre il denominatore q(x) i= O e poi risolvere

tiva e similmente P9 l'insieme dove g è positiva. Ora, la frazione :i:�


separatamente le disequazioni p(x) � O e q(x) � O. Siano P1 l'insieme dove f è posi­
è positiva se
numeratore f e denominatore g hanno segni concordi. Quindi, l'insieme delle soluzio­
ni è dato dall'intersezione P1 n P9 e dall'intersezione degli insiemi N1 n N9 (insiemi
dove f e g sono negative).

Esempio: Risolvere la disequazione razionale

-
x-
2
- � o.
-1

Si impone preliminnrmente che il denominatore non si annulli: x i= O. A questo


punto si studia il segno del numeratore e del denominatore: x 2 -1 2'.: O, che è verificata
8e x � -1 oppure x � 1, e re� Q.
· x2 1
· 1 nesta
La ne · e' e11e 1a frazmne
· a1ge bnca ---
- · negat1va,
sta · dunque ehe numeratore
X
e denominatore abbiano segni discordi. Ciò succede sex < -1 oppure O� x � 1. Ri-
cordando che deve essere x i= O, l'insieme di soluzioni è {x tale che :e � -1 oppure O <
X� 1}.

-1 O 1
x2 - 1 + +
X +l+
x2 1
; BI+ IBI +
---ì - - ]-J - -
Figura 2.1: Schema grafico delle soluzioni di (x 2 - 1)/x� O.

Esempio da Artquiz: .,
.,
x + 25
2
. 1 va
S.1 nso 2'.: O
X 2 - 4X
Siccome per ogni x vale x 2+ 25 > O, è sufficiente x2 - 4x > O (si noti il segno di
disuguaglianza forte, perché il denominatore non può annullarsi). Quindi, deve valere
x(x - 4) > O, che ha soluzioni x < O oppure x > 4.

Disequazioni radicali
In questa tratta:lione suddividiamo il problema in due casi:

d
fl 48
I,�
© Artquiz MATEMATICA

1. v'i(x) S g(x);
2. v'i(x) 2 g(x).
Se nè dispari, basta elevare i due membri alla ne ottenere la disequazione equiva­
lente f(x) S g(x)n (rispettivamente f(x) 2 g(xt). Si noti che si è sfruttato il fatto
che l'elevamento a potenza dispari è crescente (Matematica, § 5.4.3), ossia per ogni
coppia x, y se vale x S y allora xn S yn e viceversa.
Se invece n è pari, abbiamo visto che va imposto f(x) 2 O. Fatto ciò, veniamo
allo studio separato dei due casi:
1. v'i(x) S g(x). Siccome sicuramente v'i(x) 2 O, si deve impone, per la
proprietà transitiva di S, che pure g(x) .2 O. A questo punto, entrambi i membri
della disequazione sono positivi, e quindi si può procedere con la disequazione
,
f(x) S g(x) i (in quanto l'elevamento a potenza pari è crescente per i numeri
positivi).
.
2. v'i(x) 2 g(x). Nell'insieme in cui g(x) SO la disequazione è certamente veri­
ficata (perché v'i(x) 2 O).
Viccwersa, nell'insieme in cui g(:r.) 2 O si lavora nuovamente con quantità po­
sitive, e in tal caso la disequazione. ini�iale equiva.le, come prima, alla f(x) >
g(x)n.

Esempio: Risolvere la disequazione radicale

VX - 2 S X+ 3.

Si impongono sia x - 2 2 O che x + 3 2 O, cioè x 2 2.


Lavorando ora con numeri positivi, si può elevare al quadrato ambo i membri e
ottenere:
x - 2 S x 2 + 6x + 9, da cui x2 + 5x + 11 2O.
Si cercano ora le soluzione dell'equazione associata all'ultimo polinomio: siccome
.6. = 52 -4· 1 · l 1 < O e il coefficiente del termine quadratico è 1 > O, il polinomio assume
valori positivi per ogni x, e quindi la disequazione è sempre verificata. Ricordando i
vincoli imposti, ::ii conclude che l'insieme delle soluzioni della disequazione è dato da
{x tale che x 2 2}.

� I sistemi di equazioni e di disequazioni razionali o radicali seguono lo stesso


metodo risolutivo dei sistemi di disequazioni polinomiali: si risolvono le
varie disequazloni separatamente e si intersecano i vari insiemi di soluzioni.

2.6 Esponenziali e logaritmi


Abbiamo visto (Matematica, § 1.3) che nell'insieme JR è possibile definire ax per ogni
a > O e x qualsiasi. Si presti attenzione che se fissiamo la base a e lasciamo libero
x, otteniamo un oggetto matematico detto esponenziale che 11011 va confuso con i
monomi, dove erano gli esponenti ad essere fissati. Chiaramente, valgono tutte le
proprietà 1.3 e la definb�ione 1.4. Con strumenti di matematica superiore si può

49
Capitolo 2 Algebra @ Artquiz

dimostrare che gli esponenziali sono positivi per ogni base a (maggiore di O) e ogni
esponente :'l:. Non essendo di alcun interesse Pesponenziale 1x , si richiede anche che
la base non sia 1.
Per varie ragioni (la cui trattazione esula dalle finalità del presente manuale) una
base in particolare è stata privilegiata dai matematici, ossia il numero di Eulero
e = 2 1 71828 ... , che è un numero reale non razionale.
Strettamente connesso al concetto di esponenziale è il concetto di lo,i;aritmo di
un elemento reale x rispetto ad una base fissata a, la cui notazione è Ioga ,-i; e la cui
definizione è la seguente:

loga x = y se e solo se aY = x.
Si noti che dal fatto che ax > O per ogni x, segue che Pargomento, di un logaritmo
non può essere negativo o nullo.
Dalle proprietà delle potenze, e quindi degli esponerndali, segue che valgono le
seguenti proprietà:

Iog b
log(t xy = loga x + loga y· logCl xY = y loga x· log a b = __ , (2.3)
log a'
C
I I e_

Siccome Pesponenziale più importante è quello di base e, si è definito un logaritmo


privilegiato con la stessa base e e detto naturale, la cui notazione è ln al posto di loge.
O
Esempio da Artquiz: Quanto vale il logaritmo decimale di 5000, sapendo che il loga-
ritmo naturn.le di 5 è 1,609 e quello di 10 è 2,303?
ln5
log 10 5000 = log 10 (5· 1000 ) = log 10 5+log10 1000 = -- +3 = 1, 609/2, 303+3 =
1nlO
O, 699 + 3 (si è usato, tra le altre, la regola del cambio di base dei logaritmi).
o
Equazioni esponenziali

Questi tipi di problemi possono essere molto complicati, tuttavia nei quiz vengono
affrontati solo cosi relativamente semplici, come i seguenti:

1. af(x) = an(x) 1 da cui deve essere f(x) = g(x) perché la funzione esponenziale è
crescente (Matematica, § 5.4.3);

2. a2 b2x + a 1 bx + a0 = O, che si risolve ponendo bx = t in modo tale da ottenere


Pequaiione polinomiale di secondo grado a 2 t 2 + a 1 t + ao = O. Date�le radici t 1
e t2 1 si deve infine porre bx = t 1,2 1 facendo attenzione ad eliminare 1'e radici in t
non positive.

Esempio: Risolvere l'equazione


I

22:v 3 · 2 :v - 4 =
I•:1
I
I
- o.
Si sostituisce 2x con t e si ottiene t2 - 3t - 4 = O, cha ha soluzioni 4 e -1. Dopo
aver scartato 11 11ltima soluzione in t, si ha che 2 x = 4, da cui segue che x = 2.

50
I',. :
d:
© A1tqniz MATEMATICA

Equazioni logaritmiche

Le equazioni logaritmiche sono equazioni che. con le regole di calcolo dei logaritmi,
si possono ricondurre ad equazioni del tipo logn p(x) = O, che è equivalente a p(x) 1. =
· In realtà i calcoli possono essere anche molto laboriosi, qui ci limitiamo solo a dire che
in tutti i passaggi si dovrà sempre avere cura di imporre agli argomenti dei logaritmi
di essere strettamente positivi.

Esempio: Risolvere l'equazione

log3x + loga(a: + 1) = 2log3(x - 1).

Si impone che gli argomenti siano positivi, ossia x > O, x > -1 e x > 1 (basta
dunque x > 1).
Ora, sfmttando le regole dei logaritmi, si ottiene:

. x(x -I- 1)
1Og3 X ( a: + 1) - 1og�i ( a; - 1)2 = 0, e qulll<l'1 1og�i , _, n = 0.

Ciò è equivalente a.:


:c(:i: + 1)
=
(x - 1)2 1.
Avendo già richif'.sto in pmticoln.re x =/:- l, possinmo scrivere:
:c(x + 1) = (x - 1) 2 , da cui :c 2 + x = :c 2 - 2x + 1, poi 3:r, = 1 e infine x = 1/3.

Soluzione che va scartata e quindi l 'equa:.r.ione non ha solm�ioni.

Disequazioni esponenziali e logaritmiche


La ricerca delle soluzioni di mm clisequa;,.ione esponenziale o logaritmica è strettamente
legato alla soluzione dell'equa'l.ione associata, come vedremo nell'esempio sottostante.
Ciò che va sottolineato è che ax e Iog a x sono crescenti se a> 1, decrescenti se a< 1
(Matematica, § 5.4.3).
Riassmnendo:

1. sea>l: ax < a11


- e log(L x < log
- a
y se e solo se x < 1'J'
-• )

2. se O <a< 1 : a': =::; aY e Iog a x =::; Iog a y se e solo se y =::; x.

Esempio: Risolvere la disequazione

3x+l =::; gx-1.

Si osserva che 9 = 32, quindi riscriviamo la disequazione come:


3:v+l =::; (32)x-l, e p oi 3:e+l =::; 32(x-l),

Siccqme 3 > 1, la precedente disequazione è soddisfatta se e solo se x+l =::; 2(x-1),


ossia x � 3.

51
Capitolo 3

Geometria

3.1 Introduzione
In questo capitolo tratteremo le principali caratteristiche geometriche delle figure
piane e solide, descrivendo anche i principali aspetti della geometria analitica, ossia
di quel ramo della matematica elementare che coniuga la geometria con l 1algebra. In
altre parole, svilupperemo una sorta di �lgebrizzazione della geometria.
Preliminarmente definiamo i principali concetti di punto, retta, segmento, distan­
za, angolo. perpendicolarità e parallelismo:
• il punto è un concetto primitivo che intuitivamente equivale ad un'entità adimen­
sionale spaziale;
• la retta è un concetto primitivo. Un filo ben teso tra due punti è un modello mate­
riale che ci può aiutare a capire cosa sia un tratto di una retta, un ente g(:,'Ometrico
immateriale senza spessore e con una sola dimensione. La i·etta è inoltre illimitata
in entrambe le direzioni e contiene infiniti punti;

X
• un segmento è una parte di retta delimitata da due punti, detti estremi;
• la distanza fra due punti è la misura del segmento avente per estremi i due punti;
• un angolo è una parte di piano definita da due semirette aventi l'origine in comune;
• la. perpendicolarità indica la presenza di un angolo retto tra due entità geometriche;
• il parallelismo tra due enti geometrici si verifica quando tutti i punti dell'uno hanno
la stessa distanza dall'altro e viceversa.
Per quanto riguarda il concetto di congruenza tra due oggetti geometrici, questa
·• è sostanzialmente corrispondente al concetto di uguaglianza:, o meglio, uguaglianza a
meno di un movimento rigido che sovrappone i due oggetti geometrici. L'asse di un
segmento è la retta perpendicolare al segmento e contenente il suo punto medio. La
bisettrice di un angolo è la retta che divide l'angolo in due angoli congruenti.

3.2 I Poligoni
Un poligono è una figura piana data dall'unione di n segmenti aventi estremi a due
a due coincidenti e non gi�enti su una retta comune. Il perimetro di un poligono,

53
Capitolo 3 Geometria @ Artquiz

solitamente denotato con 2p, è la somma della misura dei suoi lati, mentre P n.rea è la
misura della porzione di piano delimitata dai lati del poligono.
Dato un poligono convesso fJìJ con n vertici (e quindi n lati e n angoli), siano
a1 1 02 ... On gli angoli interni di fJìJ e sia d il numero di diagonali di & . Allora
valgono le seguenti uguaglianze:
o
o
n
Lai = ay + a2 + · · · + CTu = (n - 2)180° ; d = n(n - 3)/2.

o
i=l

Esempio da Artq1tiz: In un poligono convesso che ha 54 diagonali il numero dei lati è:


12. Infatti, detto n il numero di lati, vale che il numero cli diagonali è n(n-3)/2 =
54, da. cui n = 12. Ciò è vero perche:
1. ogni vertice è Pestremo di n -3 diagonali ( una per ognuno degli altri n - 1 vertici,
tranne i due adiacenti, con i qmùi vengono formati due lati);
2. ogni diagonale si trova 811 2 vertici.
Esempio da Artq11,iz: Sia. ABCDEF un esagono regolare. Determinare Pampie'lza

o
<lelPnngolo AEIJ è:
30 ° . Infatti, la somma degli angoli interni di un esagono è 720° 1 ed e88emlo ABC­
DEF regolare, ogni angolo misura 120 . Di8egnando lu. figura., 8i vede che il segmento
°

o
EB è la bisettrice delPangolo DEF, quindi l'angolo BEF misura. 60° . Inoltre, il trian­
golo AEF è is08ccle e Pn.ngolo EFA misma appunto 120 ° ,'quimli Pangolo AEF mhmra
(180 ° - 120° )/2 = 30° . On1.1 Pangolo AEIJ ha n.mpim�ia data da IJEF - AEF = 60°
- 30° = 30° .

3.2.1 �iangoli
Un triangolo è Punione di tre segmenti aventi estremi a due a due coincidenti e
non giacenti su una retta comune. Gli estremi dei l11ti si dicono vertici del triangolo,
i:;olitnmente denotati con A, B, C. Il lato oppo8to nl vertice A e di estremi B, C è
denotato con a e l 1 angolo interno al triangolo di vertice A è denotato con a; similmente
per B e C si definiscono, rispettivamente; i lati opposti b e e e gli angoli /3 e 1.
Dato tl lato di un triangolo, diciamo b, siano r la retta contenente ·b e s la retta
contente il vertice B (opposto u b) e perpendicolare a r. Sia H Pinternezione di s
con r. Il segmento h di ei:;tMmi B e H è detto altezza relativa al lato b. Uarea del
triangolo vale A = 1 bh.

e .•
'•

a

P,
e B Figura 3.1: Triangolo di vertici A, B, C.

Un triangolo è detto isoscele se due dei suoi lati 0 1 equivalentemente, due dei suoi
angoli, 80110 congruenti.
Un triangolo è detto equilatero se i 8uot lati 0 1 equivalentemente, se i suoi angoli,
8ono congruenti.

54
© Artquiz MATEMATICA

Nel caso in cui nn triangolo sia rettangolo, ossia abbia un angolo retto, si de,.
finiscono 1:potenusa il lato opposto all'angolo retto e cateti i rimanenti lati. Vale il
celeberrimo Teorema di Pitagora:
dato un triangolo rettangolo di ipotenusa a e cateti be e, risulta a2 = b2 + c2 .
Esempio da Artquiz: I cateti di un triangolo rettangolo sono lunghi, rispettivamente,
303 e 404. Determinare la lunghezza dell'ipotenusa.
Per il teorema di Pitagora l'ipotenusa misura (303) 2 + (404) 2 = 505.

Due triangoli sono detti congruenti se con 1111 movimento rigido si possono far
coincidere. Due triangoli sono, invece, eletti simili se hanno gli angoli a due a due
uguali.
Si elencano i principali risultati elementari sui triangoli:
1. la somma della misura di due lati deve eccedere strettamente la misura del terzo
lato. In simboli, ad esempio, a + b > e;
2. la somma degli angoli interni di un triangolo è 180° ;
3. due triangoli sono congrnenti se vqrificano uno dei seguenti criteri:
a) hanno congrnenti due coppie cli lati e i duo relativi angoli compre8i;
b) hanno congrnenti un lato e i due angoli a esso adiacenti;
c) hanno tntt.i i lati (ordinatamente) congruenti.

Esempio da A rtquiz: In un triangolo, gli angoli a, {:J e , sono legati dalle relazioni
(3 = a + 20 ° e , = (3 + 50° : si ha che , è uguale a:
100° . Infatti, si ha {:J - 20 ° = a, dnnqne a+ f3 +, = ,B - 20 ° + (3 + {:J + 50° = 180° ,
quindi (3 = 50° e , = 100 ° .

3.2.2 Quadrilateri
Un quadrilatero è un poligono con quattro vertici. Di particolare interesse :-mno i
quadrilateri convessi, ossia quelli con gli angoli minori cli 180° . Per €ssi si definisce
diagonale un segmento congiungente dne vertici 11011 giacenti su uno stesso lato, da
cui segue che un quadrilatero ammette dne diagonali.

Esempio da Artquiz: La somma degli angoli interni cli un poligono è 360° . Si può
affermare che il poligono è certamente:
Un quadrilatero. Infatti, la somma degli angoli interni di un poligono con n lati è
(n - 2)180° . Dovendo essere tale espressione pari a 360° , si co_nclude che n = 4.

Un trapezio è un quadrilatero con due lati paralleli. Siano be b' i due lati paralleli
di un trapezio e sia h l'altezza relativa ad uno qualsiasi dei lati bob' (che corrisponde
alla distanza tra le rette parallele sulle quali giaciono be b', e che quindi è indipendente
dalla scelta di base e vertice). L'area del trapezio è data.da A = (b + b')h/2. Un
trapezio con i due lati non paralleli congruenti è detto isoscele; un trapezio con un
angolo retto è detto rettangolo.

55
1:lt @ Artquiz
Capit.o]o 3 Gcomctrìa

Esempio da Artquiz: Un trapezio isoscele ha perimetro di 50 cm e le basi di 7 cm e


17 cm. Qual è la sua area?
144 cm2 • Infatti i lati obliqui del trapezio misurano (50- 7 - 17)/2 cm = 13 cm,
inoltre il piede di un altezza h dista dal vertice sulla base {l 7 - 7)/2 cm = 5 cm. Dal
teorema di Pitagora si ottiene h = /13 2 - 52 cm = Ji44 cm = 12 cm. L'area del
trapezio misura quindi A = (a+ b)h/2 = {17 + 7)12/2 cm2 = 144 cm2 •

Uu parallelogrammo è un quadrilatero con i lati a due a due paralleli o, equi­


valentemente, congruenti. Come per il triangolo, si può definire l'altezza h relativa
al lato b di un parallelogrammo { che, grazie al parallelismo, uo;n dipende dal vertice
scelto tra i <lue vertici non adiacenti alla base b). L'area del parallelogrammo è data
<la A= bh.

Esempio da Artquiz: La somma di due latt adiacenti di un parallelogrammo:


È maggiore della diagonale maggiore. Infatti, due lati adiacenti e la diagonale
maggiore formano un triangolo.
O
. B

A b B D C Figura 3.2: Quadrilateri


(a) 'fro.pezto (b) Parallelogro.mmo particolari.

Un Rombo è nu parallelogrammo con i. lati congruenti (cioè . av�nti la stessa


misura). In un rombo le diagonali d e D sono perpendicolari e l'area è data da
O
A= dD/2.

o
Esempio da Artquiz: In un rombo uua diagonale è il doppio dell'altra e l'area vale 36
cm2 • Quanto vale il lato del rombo?
3/5 cm. Infatti, siano de D la misura delle diagonale minore e maggiore. L'area

o
è quindi pari a (d·D)/2 = (d-2d)/2 = d2 = 36 cm2 , da cui d = 6 cm. Ora, un lato del
rombo è l'ipotenusa di un triangolo i cui cateti sono le semidiagonali che, nel presente

o
caso, misurano 6 cm e 3 cm. Il teorema <li Pitagora fornisce quindi la misura comune
dei lati pari a /62 + 32 cm= 3/5 cm. 1
I.
'I

Un Rettangolo è un parallelogrammo avente tutti gli angoli retti. Un'altezza


rispetto ad un lato a è uno dei lati adiacenti be l'area è data da A= ab. Le diagonali
�;·_
! dei rettangoli sono congruenti (basta applicare il teorema di Pitagora ad a e b).
!'.t,

o
j

t. '
Esempio da Artquiz: La somma di due lati di un rettangolo è 110 cm, la loro differenza
è 10 cm. Il lato minore misura:
50 cm. Infatti, il problema si traduce nel sistema x + y = 110 cm, x - y = IO cm,
dove x è il lato maggiore e y quello minore. Quindi x = 60 cm e y = 50 cm.

56
© Artquiz MATEMATICA

Un quadrato è un rettangolo con i lati cougrueuti. È quindi simultaneamente un


rombo e un rettangolo, e ammette in particolare tutti gli angoli retti.
Sia a la misura di un lato l di 1111 quadrato (misura, comune ai quattro lati). Dalla
formula dell'area di un rettangolo segue che l'area del quadrato è data da A= a2 . Le
· diagonali dei quadrati sono congruenti e perpendicolari e misurano d = ,v'a2 + a2 =
av'2, e dalla formula per l'area del rombo si riottiene A = (av'2)(av'2)/2 = a2 •

3.3 La circonferenza in ottica euclidea


Una circonferenza di centro Ce raggio r è una figura piana data dal luogo geometrico
dei punti P la cui distanza da C è pari ad r.
Il perimetro di una circonferenza di raggio r è dato dalla formula 2p = 21r1·, mentre
l'area è data dalla formula A= 1rr2 • Benché 1r sia un unmero irrazionale, solitamente
si usa l'approssimazione 1r = 3, 14. La diagonale di una circonferenza misura d = 2r.
Dato un poligono /?JJ e una circonferenza <'ttJ', si definisce:

1. /?JJ circoscritto a 'if se ogni lato di /!JJ è tangente a CC;

2. /?JJ inscritto a Y/ se ogni vertice di ./?JJ giace su cc.

Il caso più interessante è qnello in cui .<:i' Hia un triangolo. In qnesto particolare
caso valgono le seguenti proprietà:

a) ogni triangolo può essere inscritto in una circonferenza il cui centro è dato da
un punto chiamato circocentro dato dall'i utersczione degli assi del triangolo;

b) ogni triangolo può essere circoscritto ad una circonferenza il cui centro è dato da
un punto chiamato incentro dato dall'intersezione delle bisettrici del triangolo.

Figura 3.3: Trian,qolo inscritto in una circonferenza.

Esempio da Artquiz: Qual è il rapporto tra l'area di un cerchio di raggio unitario e


l'area del quadrato inscritto?
1r/2. Infatti, l'arca del cerchio è A = m·2 = 1r 1 2 .= 1r, mentre il diametro d del
cerchio misura d = 2r = 2. Ma il diametro del cerchio è la diagonale del quadrato
inscritto, da cui segue che il lato l del quadrato misura l = d/v'2 = ,v'2. Quindi l'area
A' del quadrato misura A' = l 2 = ( v'2)2 = 2 e il rapporto richiesto è A/A' = 1r/2.

57
Capitolo 3 Geometria © Artquiz

3.4 I poliedri

o
Un poliedro è l'unione nello spazio tridimc1tsionale di un numero finito <li poligoni,
dette facce, che si intersecano a coppie su lati, detti spigoli del poliedro, oppure su
vertici o che hanno intersezione vuota. Inoltre, un poliedro deve dividere lo spazio
tridimensionale in due parti disgiunte, una interna e una esterna.
Vale il segnente importante risultato: siano F, S e V i numeri delle facce, degli
spigoli e dei vertici di un poliedro semplice, allora:

F - S -1- V= 2 (Formula di Eulero).

Indichiamo ora i principali poliedri e le loro relative caratteristiche.

3.4.1 Parallelepipedo e cubo


Un parallelepipedo è un poliedro le cui facce sono 6 parallelogrammi; tuttavia qui
nseremo l'accezione più comune secondo la qnale le facce sono rettangoli.
Siano a, be e le misure dei lati di un parallelepipedo; è immediato calcolare l'area
della superficie esterna: A=2(ab+bc+ca) e il volume occnpélto: V= abc. Si noti che
qneste formule, cosi come le formule relative ai poHgoni, altro non sono che polinomi.

- ; ····---
r�__.........-:----
-..;_ --
... ....._

-L- -
Figura 3.4: Parallelepipedo.

'
l i
i

Un caso particolare di parallelepipedo è il cubo, per il quale si impone la con­


dizione che le facce siano quadrati. In tal caso l'area e il volume sono A 6a2 ; =
,,...,
V=a . 3
.
�:i,, Esempio da Artquiz: Il rapporto tra i volnmi di due cubi è 4. Qual è il rapporto tra
� le loro superfici?
,,t
W. Infatti, siano l e l' i lati dei cubi in questione. Dunque vale l 3 = V= 4V' =
4l'3 • Si ricava che l = {1/4l' es= 6l2 = 6?'42l'2 = Ws'.
!l:
1,
1
1,
-I
.,
�, r


�­ 3.4·.2 .Piramide
itu
o
Una piramide è uua figura geometrica solida, con una base poHgonale e un vertice,
t1
detto apice piramidale, che non giace sullo stesso piano della base. Il poligono di base
e le facce triangolari della piramide che hanno per base un lato della base piramidale
e come vertice l'apice piramidale sono facce della piramide.
Solitamente si studiano le piramidi che hanno per base un poligono regolare (come
ad esempio un triangolo equilate�o, un quadrato, un pentagono regolare, ecc.) e

58
@ Artquiz MATEMATICA

l'apice posto sulla retta perpendicolare alla base e contenente il centro di simmetria
della base. 11 segmento congiungente l'apice piramidale e il centro della circonferenza
circoscritta alla base è detto altezza della piramide. Il volume della piramide è data
rlalla formula V= Bh/3, dove B è l'area della base eh è la misura dell'altezza.

Esempio da Artquiz: Una piramide ha per base un quadrato di lato 3 cm, ed è alta 4
cm. Il suo volume è quindi:
12 cm 3 . Infatti, ·il volume della piramide è pari a V = Bh/3 = (3 cm)2 · 4 cm/3
= 12 cm3.

3. 5 I solidi di rotazione

3.5.1 Cono
Un cono è una figura nello spazio tridimensionale ottenuta facendo compiere una
rotazione di un angolo giro (360 ° ) ad un triangolo lungo un suo lato. Solitamente si
intende che il tria.golo in questione è rettangolo e il lato rispetto al quale avviene la
rotazione è 11110 dei cateti, che a8sume il nome di altezza del cono. La circonferenza
che descrive il secondo cateto è detta base rlel cono.
Il volume del cono è dato dalla fo�mnla usata per la piramide (della quale il
cono può essere consiclerato un caso particolare): V = 1n-2h/3, dove Ab = 1rr 2 è
chiaramente l'area della base (circolare) eh è la misura. dell'altezza.
L'ipotenusa del t.riangolo che genera il cono è detta apotema e 1.nisura a = Jr 2 + h2 •
La s11perficie laterale del cono ·si calcola mediante la formula Ai = 1r1·a da cui si ricava
la superficie totale: A= Ab+ A, = 1r1·2 + m·a = 1rr(r + a).

Esempio da Artqniz: Due coni C1 e C2 circolari retti hanno uguale base di raggio
r. L'altezza h1 del cono C1 è uguale alla metà dell'altezza h2 del cono C2, In che
rapporto stanno i volumi Vi e V2 dei dne coni?
1/2. Infatti, dai principi teorici sopra esposti segue che Vi = 1rr2 hi/3 e V2 =
1rr 2hi/3 = m· 2 2h i /3 = 27fr 2 hi/3 = 2Vi, quindi Vi/V2 = 1/2.

3.5.2 Cilindro
Un cilindro è una figura nello spazio tridimensionale ottenuta facendo compiere una
rotazione di m1 angolo giro (360 ° ) ad uil rettangolo lungo un suo lato, detto altezza
e solitamente indicato con h. Qualsiasi delle due circonferenze, descritte dai lati
adiacenti al lato h rispetto al quale avviene la rotazione, è detta base del cilindro.
Il volume del cilindro è dato dalla f01mula V= Bh = 1rr 2 h, dove B = 1rr2 è l'area
della base (circolare) e h è la misura dell'altezza.
La superficie laterale del cono si calcola mediante la formula A, = 21rrh (infatti la
superficie laterale è un rettangolo di base 21rr e altezza h) da cui si ricava la superficie
totale: A = 2B + A1 = 21rr 2 + 21rrh = 21rr(r + h).

Esempio da A1·tquiz: Se il raggio di un cilindro viene raddoppiato mentre la sua


nltezza viene dimezzata, come varia il suo volume?
Raddoppia. Infatti, siano 1·, h e V il raggio, l'altezza e il volume del cilindro di
partenza. Il volume V' del cilindro modificato è pari a V' = 1r(21·)2 h/2 = 2m· 2 h = 2V.
Quindi il volume viene raddoppiato.

59
.mf1': Capitolo 3 Geometria @ Artqutz

h\ o
o
.
.. ·,
(o.) Cono (b) Ctlìndro Figm·a 3.5: Due solidi di rotazione.

3.5.3 Sfera
Sebbene anche la sfera sia un soHdo di rotazione, in quanto ottenuta tramite la
rotazione di una circonferenza rispetto ad un suo diametro, è più intuitivo defluirla
come la figura tridimensionale data dal luogo geometrico dei punti P, la cui distanza
da un punto O, detto centro, -è pari ad una fissata distanza r, detta raggio.
Il volume V e l'u.rea A della sfera sono dati dalle seguenti formule:
4
V = 1rr3 , A = 41rr2 •
3
Esempio da Artquiz: Il diametro di una sfera ha lunghezza 6 cm; approssimativamcm­
te, H volume della sfera è:
;1r1· = 6 cm/2 = 3 cm, cost

o
113 cm3 . Infatti, nella formula V = 3 si sostituisce r
da ottenere V= 41r33 /3 cm3 = 41r9/3 cm3 � 113 cm .
3

3.6 Il piano cartesiano


Il piano cartesiano è il piano euclideo nel quale st è fissato un sistema di riferimento,
ossia si sono fissate due rette perpendicolari x e y dette assi, una unità di misura
comune ai due assi e un verso di percorremm su ogni asse.
Nel piano cartesiano rimdngono definiti tre punti privilegiati:
1. l'origine del piano cartesiano, indicata con O, data dall'intersezione dei due assi;
,.
!,
2. il punto 1 dell'asse x èbe si trova spostandosi da O di un'unità nel verso di
rnI• percorrenza scelto su x; _,
•::--
3. il punto 1 dell'asse y che si trova spostandosi da O di un'unità' nel verso di
acl.[
;1.:
percorrenza scelto su y.
ì}·
,,r:,
11,1.:
�.j!f'
3.6.1 Luoghi di punti
;
•'
!ioi
I Avendo ora definito il punto O e il punto 1 su ogni asse, ad ogni punto di ognuno
l ·� dei due assi rimane associato un numero reale. Di conseguenza, ad ogni punto P
,.. del piano si può associare una coppia dì numeri, dette coordinate del punto P, come
..
e•

'il
�l
t·1···
esplicato dalla seguente costruzione:

60
© Artquiz MATEMATICA

• si tracciano le rette P:c e Pv contenenti P e perpendicolari agli assi x e y;


• si osserva che la retta Px interseca l'asse x in un punto al quale è associato il numero
xp, similmente Py interseca yin un punto al quale è associato il numero yp;
• i numeri Xp e yp sono le coordinate di P, scritto (xp, yp).

4j lP(2, 3)
3
2
1
-
-2 -1 01 1 21 3 4 X
-1
-2

Figura 3.6: Il piano cartesiano �,;y con il pmito P(2, 3).

Dato un punto P di coordinate (xp, YJ> ), diciamo che xp è l'a.<Jcissa di P mentre yp


è l'ordinata di P. Il piano cartesiano è diviso convenzionalmente in quattro quadranti:
il primo quadrante è ln porzione di piano i cui punti hanno coordinate positive, quindi
si trova sopra l'asse xe a destra dell'asse y. Il secondo quadrn.nte è definito similmente,
ma con la richiesta che i suoi punti abbiano ascissa negativa e ordinata positiva. E
cosi a seguire fino al quarto quadrante ruotando in senso antiorario.

3.6.2 Distanze e punto medio


Dati due punti P = (xp, yp) e Q = (xq, yq), definiamo la distanza tra P e Q, che
indichiamo con la notazione d(P,Q) come segue:

d(P,Q) = J(xp - xq)2 + ·(yp - yq)2. (3.1)

Si noti che la definizione segue dal teorema di Pitagora, perché grazie alla perpen­
dicolarità degli assi, si ha che il segmento di C8tremi P o Q è l'ipotenusa del triangolo
rettangolo di estremi P, Q e (xp, yq), i cui cateti misurano lxp - XQI e IYP - Y QI­
Si vede immediatamente che per ogni terna di punti P, Q e R del piano valgono:
1. d(P,Q) = O se e solo se P = Q;
2. d(P,Q) =d(Q,P);
3. d(P, R) < d(P, Q) + d(Q, R).
Il punto medio M del segmento di estremi P = (xp, yp) e Q = ( xq, YQ), è dato
dalla formula:
xp xq y yq
M=· ( + 2 1 p+ )·
2
E,,;ernpio da Artquiz: Il segmento individuato da due punti di coordinate cartesiane
pari a (2, 4) e (-2, 1), ha lunghezza uguale a:
d((2, 4), (-2, 1)) . ../(2 - (-2))2 + (4 - 1) 2 = ,/25 = 5.
_
61
fr11r Capitolo 3 Geometria @ Artqutz

Esempi o da Artquiz: Determinare l'area del triangolo che ha come vertici i punti
(0,0), (0,1 ), (13, 12) del piano cartesiano:
Utilizzando U punto ausiliario P(0,12), l'area cercata è pari alla differenza tra O
l'area del triangolo T di vertici (0,0), P, (13,12) e l'area del triangolo T di vertid
P, ( 0,1), {13,12), entrambi rettangoli in P come è facile notare. L'area cercata vale
quindi { 13 · 12)/2 - (13 · 1 1)/2 = 13/2.
O
3.6.3 La retta
Dalla geometria eudidcu. è noto che una retta r è definita tmivocruncnte da 2 p1mti
distinti su di essa. Siano quindi P1 = (:z:1,yi) e P'2 = (x2 ,Y2 ) due p1tnti appru·tenenti o
o
ad r; cosa si pnò clirn cli un �cnerico punto P = (x, y) E r? Studiamo inizialmente 2
casi pru-ticola.ri:
1. se x1 = x2 allora tntti i punti di r, in particolare P, devono avere ascissa comune,
I'..._!
r:
e quindi l'eq1ta2ione di 1· Hi rid1tce a x = x1 {o, equivalentemente x = x2);
2. se y 1 = Y2 allora tutti i punti di r, in rn1.rttcola.re P, devono ::werc ordinata
com1tne, e quindi l'cq1tru-.ione dir ,,;i riduce n y = Yt (o, eq1tivalentementc y = y2 ).
o
Il CéIBO generico è infine quello in cui :2:1 -:/- :c2 e y1 f. y2, In que:-;to caso il

o
rapport.o 'I/· -112 '1/1 - y2
· deve essere uguale al rapporto · , cioè <leve valere l'nguagHan'l.a
X -X2 X1 - X2
seg1tentc:

o
1/ - J/'2 YI -112
{3.2)
,'l: - X-i :i:1 - X2
In tntti e tre i casi si ottiene nn'eqtta7.ione data da nn polinomio di primo grado

o
in dm.: variabili, infatti dall'cqu�,done 3.2 si ottiene l'eqtu'l.Y.ionc:
(y -112)(:c1 - x2) = fo1 -112)(x - x2).

o
., Viceversa, si può dimostrare che un'equazione di primo grado del tipo ax+by+c =
O, detta equazione implicita, definisce una retta.

o
,(. Dall'equazione generica 3.2 si può passare alla formt1:
+(
!f

1/ = (
1/t - Y2 )
X
Y1 - Y2
Y2 - X2--- ) ,

o
X1 -X2 X1 - X2

che possiamo scrivere come y = mx + q, detta equazione e.<;plicita della retta, dove
rn = ---Y1 - Y2 e• eletto coe,tr;·icien te angolare e q = y2 - x2---
Y1 - Y2 e. etta .

o
JJ . d intercetta cl'1
X1 - X2 X1 - X2
1· con l'a.ssc y. !

Il coefficiente angolare m delPcqnazioue esplicita di una retta r rappredèuta quindi

o
,.
l'inclinazione della retta, ossia il rapporto tra l'incremento lungo l'asse y e l'incremento
lungo l'asse x tra qualsiasi coppia di punti distinti sn dì essa. Si presti attenzione
v•,,,
{.-

che trrunite le equazioni esplicite non è possibile scrivere le rette verticali, che invece
�-t·,I J·
11

hanno cqt1a'lio1tc del tipo x = k.


,;·
Esempio: Si definiscano le equazioni delle rette contenenti il punto P = {l,2) e, �
!!f
·, rispettivamente, i punti Q1 = (1,- 1), Q2 = (-2,2), Q3 = (3,3).
Si osserva che l'ascissa di P e Q1 è in comune e vale 1, dunque un'equazione della
retta ·contenente P e Q 1 è x = l. Viceversa, l'ordinata dt P e Q2 è pure in comune e

62
© Artquiz MATEMATICA

vale 2, dunque un'equazione della retta contenente P e Q2 è 1J = 2. Infine, utiliz�ando


la formula3.2 si ottiene l'equazione esplicita della retta contenente i punti P e Q3 :
2-3 2-3
y
= (1-3) x+ (3-31-3) ;

ossia y = x /2 +3/2. Oppure, in versione implicita, x - 2y +3 = O.


Si noti che data l'equazione esplicita di una retta, è immediato passare ad un 'e­
quazione implicita, infatti d�l'equazione y = mx+ q basta scrivere y - mx - q = O.
Viceversa, da un 'equazione implicita del t.ipo ax + b-y + e = O si può ricavare
un'equazione esplicita solo nel caso in cui b =f. O, in modo da ottenere y = -�x - �-
Siano re 1" due rette di equazione, rispettivamente, ax+by+c = O e a'x+b'y+c' =
O, oppme, nel caso in cui b f=. O f=. b', di equazione esplicita y = ma:+ q e :IJ = rri' x +q'.
Indichiamo con r Il r' il caso in cui le rette sono parallele e con r .l 1·1 il caso in cui le
rette sono perpendicolari. Allora valgono le Heguenti proprietà:

r//r' r .l 1·1 .
eq. implicita ab' = a'b aa' + bb' = O
eq. esplicita m= 1n' mm.'= -1

Tabella 3.1: Relazione tra. i coefficienti delle equaziop.i di rette parallele o


perpendicolari

Esempio da Art<11tiz: Date le due curve y + 8- 5x= O e y-3 + O, 2:r= O, è vero che:
Le rette sono normali. Infatti, dopo aver riscritto le cqna.7,ioni in forma csplièita:
y = 5x - 8 e y = -0, 2x +3, si verifica immediatamente che il prodotto dei coefficienti
angolari 5 ·(-0, 2) è -1.
Sia ora P = ( x 0, y 0) un punto del piano cartesiano. Una retta 1· contenente P
è sempre del tipo a(x - xo) + b(y - Yo) = O, con a e b 11011 entrambi nnlli, come è
immediato verificare sostituendo ad x e y le coordinate di P.
In alternativa, le rette contenenti P non verticali hanno equazione esplicita y- yo =
k(x - xo)- Altrimenti, l'unica retta verticale contente P ha equazione x = Xo,
Infine, dato un punto P = (x 0, y 0) e una retta r di equazione ax + by + c = O si
può dimostrare che la distanza( minima) tra P e 1· è data dalla formula:

laxo + b?Jo +cl


d(P, 1,) = , 3
( 3
. )
../a2 + b2
Esempio da Artquiz: La dh,tanza tra il punto(1, 2) e la retta 1· = {y = -x} è:
�- Infatti, riscrivendo 1· = {:e+ y = O}, si ha:
1 1 +1 · 2 + 01 �
d((l ' 2) ! r) = 1 · = -
• v'l2 + 12 -12

3, 7 Le coniche

3.7.1 La· circonferenza in ottica cartesian a


Il luogo geometrico dei punti P = (x, y) la cui distanza da un punto fissato C =
(xc, Yc) è costante e pari a 1· > O è detta circonferenza di centro C e raggio r.

63
Capitolo 3 Geometria © Artquiz

Indichiamo con Ctf tale circonferenza. Dalla formula 3.1 segue che per poter valere
P E Ctf deve essere soddisfatta l'uguaglianza /(x - xc)2 + (y- Yc)2 = r, o meglio,
dopo aver elevato ambo membri al quadrato, deve valere:

(.1:- xc)2 + (y- Yc)2 = r2 •


Sviluppando l'equazione precedente, si ottiene un'equazione di secondo grado in
due incognite:
x2 + y2 + ax + by + c = O
con a = -2xc, b = -2yc e c = xb + Yb - r2 •
Si faccia attenzione che tm'equa:L.ioue di secondo grado in due incognite del tipo
x2 +y2 +ax+bu+c = O definisce una circonferenza se e solo se vale (a/2)2 +(b/2)2 -c >
O, e in tal caso si ha che il centro della circonferenza ha coordinate C = (-a/2, -b/2)
e il raggio misurar= ..j(a/2)2 + (b/2)2 - c.

o
Figura 3.7: La circonferenza di equazione:
x2 + y2 - 2x- 2y+ 1 = O.

X
+LO +2.0

Esempio: Data la circonferenza di equazione x2 + y2 - 2x- 2y + 1 = O, determinare


centro C, raggio re hmghezza 2p.

o
Dalle formule precedenti si ricavano le coordinate del centro C = (-2/2, -2/2) =
(1, 1) e la mhmra del raggio: r = ..,/(-2/2)2 + (-2/2)2 - 1 = 1.
A questo punto si utilizza la formula del perimetro di una circonferenza, da cui st
ottiene 2p = 21r · 1 = 21r.

o
3. 7.2 Parabola
Data una retta d di equazione ax + by + c = O chiamata direttrice e un punto F =
(xF, 1/F) detto fuoco non appartenente ad, si definisce la parabola & di direttrice

o
de fuoco F come il luogo geometrico dei punti P = (x, y) del piano carte:siano la cui
distanza da d è uguale alla distanza da F. Deve cioè valere l'uguagltanza:;

o
d(P,d) = d(P, F), (3.4)
dove d(P,d) e d(P, F) sono calcolabili tramite le formule in 3.3·e 3.1.

,,1

1'1i11

t\
•1-t

.<,
I casi studiati a livello pre�universìtario sono quelli in cuid è parallela ad uno dei
due assi coordinati, nel qual caso si può facilmente dimostrare che l'equazione che
deriva dall' ug uaglianza 3.4 è, nel caso in cuid Il {y = O}, del tipo:
o
iU I
y = ax2 + bx+ c. (3.5)

64
@ Artquiz MATEMATICA

Figura 3.8: La parabola di equazione y = x2 - 2x,


con evidenziate le distanze del punto O = (O, O)
dal fuoco e dalla direttrice.

-2.a

Altrimenti, basta invertire i ruoli delle incognite x e y.


Ci sono inoltre due altri luoghi geometrici associati ad nna parabola: l'asse di
simmetria s, che è la retta perpendicolare alla direttrice de conten�mte il fuoco F e il
vertice V della parabola, che è il punto della parabola avente distanza minima dalla
direttrice d (dato anche dall'intersezione tra l'asse se la parabola).
Data mm p,u·abola di equazione come in 3.5, si definisce D:.. = b2-4ac (esattamente
come nel ca8o dell'eqUa7rione di secondo grado) e si può dimostrare che valgono le
seguenti uguaglianze:

(-!i ,-!); F= (-� �)-


b
V= S: X -
- --; d: y=-l+D:..
2a' 4a 2a 4a

Esempio È dnta la parabola di equazione y = x2 - 2x. Si calcolino le coordinate del


fuoco e del vertice e si determinino le equazioni della direttrice e dell'asse di simmetria.
Preliminarmente si calcola D:.. = (-2) 2 - 4 · 1 · O = 4. Quindi, dalle formule
precedenti si ricavano:
(-2) 4) = (1, -1)·, (-2) 1 - 4)
V= ( - - , -- F = ( -- -, - - = (1, -3/4);
2 4 2 4
S: X= lj d: y = -5/4.

3.7.3 Iperbole
Dati due punti distinti F1 e F2 del piano cartesiano e un numero reale a > O tale che
2a < d(F1 , F2 ), si definisce l'ip erbole J di fuochi F1 e F2 come il luogo geometrico
dei punti P del piano che soddisfano l'uguaglianza:

ld(P, F1) -d(P, F2)I = 2a.

In altre parole, P E J se e solo se il valore assoluto della differenza tra le distanze


di P da F1 e F2 è costante e pari a 2a .
La retta contenente i due fuochi F1 e F2 è detta a.s.'Je focale, mentre il punto medio
tra F1 e F2 è detto centro dell'iperbole.
Come nel caso della parabola, anche per l'iperbole i casi studiati a livello pre­
universitario sono dei casi particolari, ossia quelli in cui i fuochi giaciono sull'asse delle
x e sono simmetrici rispetto all'origine, ossia hanno coordinate del tipo F1 = (-c, O).

65

,i
Capitolo 3 Geometria @ Artquiz

e F2 = ( c, O) con e > O. In questo contesto si può dimostrare che con opportuni


passaggi algebrici un punto P E J se e solo se soddisfa l'equazione:
x2 y 2
�2 - 2 = 1, con b > O e b = c - a
2 2 2•
b
Le rette di equazione y = ±bx/a sono detti asintoti dell'iperbole e nel caso in cui
a = b, l'iperbole è detta equilatera. Nel caso in cui i fuochi giacciano sull'asse delle
y, basta invertire x e y nella formula precedente.
Quindi, data l'equazione di un'iperbole, è possibile calcolare le coordinate dei
fuochi in quanto va.le e= Ja 2 + b2 .
2 2
Infine, se un'iperbole equilatera di equazione :2 - t2 = 1 viC'ne fo.tta ruotare
di 45 ° , si ottiene un'iperbole con gli asintoti coincidenti con gli assi coordinati e
l'equazione è xy = k, notoriamente associata al concetto di proporzionalità inversa.
x2
Esempio È data l'iperbole di equazione
4 -y = 1. Si calcolino le coordinate dei
lt 2

fuochi, del centro e le equazioni dell'asse focale e degli asintoti.

o
I,
Figura 3.9: Iperbole di equazione :
2
- y2 = 1 e gli asintoti y = ±x/2.
o
Si noti che per l'iperbole in questione i parametri associati all'equazione sono
a = 4 e b2 = 1. Dalle formule precedenti si ottiene che deve essere e = .;;r=T = ./3,
2

e dunque i fuochi cercati hanno coordinate F1 ,2 = (±./3, O). Il centro dell'iperbole è


il punto medio tra i fuochi-testè calcolati che è l'origine O= (O, O). Similmente, l'asse
focale è sempre uno dei 2 assi coordinati, e in questo caso l'asse delle x. Infine, i 2
asintoti hanno equazione, rispettivamente, y = x/2 e y = -x/2.

3.7.4 Ellisse .}

o
Dati due punti distinti F1 e F2 del piano cartesiano e un numero reale a> O tale che
2a > d(F1 , F2 ), si definisce l'ellisse Cdi fuochi F1 e F2 come il luogo geometrico dei
punti P del piano tali che soddisfano !_'uguaglianza:
ld(P, F2 ) + d(P, F2 )l = 2a.
,:.
·,
In altre parole, P E C se e solo se la somma delle distanze di P da F1 e da F2 è
r· - costante e pari a 2a.
L La retta contenente i due fuochi F1 e F2 è detta asse focale, mentre il punto medio
i"•i: tra F1 e F2 è detto centro dell'iperbole.
';;j�,
lf 66
·"[
I
[j.j.
@ Artquiz MATEMATICA

Come nel caso dell'iperbole i casi studiati a livello pre-universitario sono dei casi
particolari, ossia qHelli in cui i fuochi giacciono sull'asse delle x e sono simmetrici
rispetto all'origine, ossia hanno coordinate del tipo F'1 = (-c, O) e F2 = ( c, O) con
c > O. In questo contesto si pnò dimostrare che, con opportnni passaggi algebrici, un
pimto P E cf se e solo se soddisfa l'eqnazione:
x2 2
a2
+
y
b2
= 1, con b > O e· b2 = a2 - c2 .
Quindi, data l'equazione di un'ellisse, è possibile cn.lcolare le coordinate dei fuochi in
quanto vale c = Ja2 - b2 •
I numeri positivi a e b sono detti, rispettivamente, il semiasse maggiore e il semiasse
minore dell'ellisse.
Nuovamente, uel caso in cui i fnochi giacciano sull'asse delle y, basta invertire i
ruoli di x e y nella formula precedente.
.2 2
Esempio È data nn'cllisse di equazione � + � = 1. Si calcolino. le coordinate dei
5 6
fuochi, e il seminsse maggiore e minore dell'ellisse.

+2
Figura 3.10: Ellisse di equazione:
x2 y2
-,I -2 +2 +4 J X
25
+ 16 = 1.
-2

Si noti che per l'ellisse in questione i parametri associati all'equazione sono a2 = 25


e b = 16. Dalle formule precedenti si ottiene che deve essere c = v'25 - 16 = v'9 = 3,
2

e dnnqne i fuochi cercati hanno coordinate F 1,2 = (±3, O). Infine, il semiasse maggiore
e il semiEIBse minore valgono, rispettivamente, 5 e 4.
� Circonferenze, parabole, iperboli ed ellissi prendono il nome di sezioni co­
niche, in quanto si possono ottenere come intersezione nello spazio tridi­
mensionale tra la superficie di un cono e un piano.

Figura 3.11: Le quattro sezioni coniche ottenute


quando un cono doppio è intersecato con 1in piano:
CD (2) ® 1 Parabola; 2 Circonferenza ed Ellisse; 3 Iperbole.

3.7.5 Luoghi comuni


Uu luogo di punti è un sottoinsieme del piano dato da un numero finito di punti,
oppure è un sottoinsieme 11lgebrico, definito cioè da un'equa:.tione algebrica al pi�

67
Capitolo 3 Geometria @ Artquiz


di secondo grado in 2 incognite. Nel secondo caso si ottengono rette, circonferenze,
parabole, i perboli ed ellissi.
Da.ti due sottoinsiemi algebrici .91 e fÀ di grado a.l più 2 del piano cartesiano, di
equazioni rispettivamente P(x, y) = O e Q(x, y) = O, si definisce il luogo comune di
·�

.91 e � come l'insieme di punti P appartenenti sia ad .PI che fÀ, ossia l'insieme dei
punti dell'intersezione Jl1 n fÀ.
Dal punto di vista algebrico si tratta di risolvere un sistema in 2 equazioni e 2
incognite (Matematica, § 2.3), ossia:
.f
P(x, y) = O;
Q(a:, y) = O.
{

Le soluzioni del sistema, che sono coppie di numeri (x, y), sono le coordinate dei
punti cercati.
j
I casi comunemente affrontati sono le intersezioni tra 2 rette o tra una retta e una I

ser.tione conica, mentre in generale l'intersezione tra 2 coniche è di ardua risoluzione in


quanto si tratta di risolvere un sistema iu 2 equazioni cli secondo grado e 2 incognite.
Diciamo che una retta r e una conica PI sono tangenti se l'intersezione 1· n .PI si
riduce ad un unico punto P. Altrimenti, si pos::;ono verificare i casi in cui l'intesezioue
è vuota (11011 ci sono punti in comune), oppure l'interscz,ione è data da due punti
distinti.
� Se tma retta intersecata con una parabola o un'iperbole è parallela all'asse
di simmetria nel primo ec·,so o a un asintoto nel secondo caso, allora si ha
un solo punto di intersm�ione che tuttavia uon è di tangenza.
Esempio Determinare il luogo comune all'iperbole f di equazione xy = 2 e alla retta
di equazione y = 3x e dire se 1· è tangente a .f o meno.
7'

+4 X

Figura 3.12: Intersezione tra l'iperbole xy = 2


e la retta y = 3x.

Si tratta di risolvere il sistema.: :;


{xy = 2;
;i Y =3x.
J
t Sostituendo y = 3x nella prima equazione si ottiene 3x = 2, da cui x 1,2 = ±y'ff3,
2
4

� da cui y 1,2 = ±3y'ff3 == ±./6. Dunque si ha Jnr = {( y'ff3, ./6); (-y'ff3, -./6)}.
,I
t':I Essendo l'intersezione data da 2 punti, si conclude che r non è tangente a .f.

68
Capitolo 4

Trigonometria

Introduciamo in questo capitolo un nuovo potente strumento per lo studio della


geometria e degli angoli in particolare: la trigonometria.

4.1 Misura degli angoli

·--- .... .. , ...


...

amd =­
r

o..,; � Figura 4.1: L 'angolo a in radianti.

Consideriamo una circonferenza Cfl e osserviamo che la lunghezza di un arco A di


W è proporzionale all'ampiezza dell'angolo al centro a che definisce A. Sia r il raggio
di W; definiamo come unità di misnra degli angoli, detta radiante e abbreviata in
rad, un angolo il cui arco associato su W ha lunghezza pari ad r. Segue che la misura
di qualsiasi angolo (al centro) a è l/r, dove l è la lunghezza dell'arco corrispondente.
Chiaramente, se Cfl è di raggio unitario (cioè, r = 1), allora la misura in radianti di a
è l/1 = l.
Dunque, poiché un augolo giro (360° ) definisce come arco corrispondente Cfl stesso,
la misura in radianti dell'angolo giro è pari a 21r e, pi·oporzionalmentc, un angolo piatto
misnra 1r, un angolo retto 1r/2, ecc.
.
Esempio da Artquiz: A quanti radianti corrispondono 225 ° '!
È sufficiente notare che un angolo pari a 1r radianti è 180° , dunque 225° = 51r/4.
In altre parole abbiamo stabilito la proporzione 225° : 180° = x : 1r, dunque:

= 2250 . 11"
X = 51r/4.
180 °

69
Capitolo 4 Trigonometria © Artquiz

Tabella 1J. l: Conversione di alcuni angoli


Angolo (gradi) Angolo (radianti)
notevoli da gradi sessagesimali a radianti.
360 ·27f
180 7r
90 1r/2
60 1r/3
45 1r/4
30 7r /6 ':

4.2 Coseno, seno, tangente e cotangente di un angolo


Nel piano cartesiano consideriamo la circonferenza Ceff' di raggio unitario con centro
O= (O, O), quindi di equazione x2 + y 2 = 1.
Dato un angolo a, realizziamo tale angolo utilizzando la semiretta s contenuta
nell'asse x, di eBtremo O e ascisse positive (ossia, la semiretta {(x, O) tale che x >O})
e la semiretta s' di estremo sempre O e ottenuta ruotando in senso antiorario s di un
angolo pari ad a. Si estende la definizione nel cru:;o a < O ruotando in senso orario di
1111 angolo lai.
Sia P = ( x p, yp) il punto in comune a <:cf e s' (ossia, { P} = '@' n s'). Si definiscono
coseno e seno <li a, e si scrive rispettivamente co�(n) e sin(a), come segue:

cos(a) = xp; Hin(o:) = yp.

Segue immediatamente che devono valere le uguaglianze in tabella 4.2:

Q o 1r/2 7r 31r/2 21r


Tabella 4.2: Coseno e seno di multipli
dell'angolo retto.
cos(n) 1 o -1 o 1
siu(a) o 1 o -1 o

Dopo aver notato che da a = 1r/2 + k1r, k E Z segue cos(a) = O, si definisce la


tangente di a per a # 1r/2 + k1r, k E Z:
_ sin(a) _ YP
tanct
( )- - .
COS( Q) Xp

�. Similmente, per a# k1r, k E Z si definisce la cotangente di a: �



'·I cot(a) =
cos(a)
=
xp
.
sin(a) 1/P

Si osservi che nella Figura 4.2 i triangoli OCD e OAB sono simili, essendo retti
.:j
f
in Ce A e avendo l'angolo x in comune. Dunque è verificata la proporzione
OC: CD= OA: AB. F.osendo OC= cos(x), CD= sin(x) e OA = 1, segue che:

CD· OA sin(x) · 1 ·
AB = ---,=-- = _...;.....;.._ = tan(x)
OC cos(x)

70
@ Artquiz MATEMATICA

I:� c�:1---

Figura 4.2: Coseno, seno e tangente


di un angolo x.

Si noti infine che la stessa relazione valo anche se il punto D si trova in qualsiasi
altro quadrante, tenendo in considerazione il segno di seno e coseno.
Utilizzando il teorema di Pitagora e delle semplicissime considerazioni geometriche
non è difficile dimostrfl.,re che per gli angoli 1r/3, 1r/4 e 1r/6 valgono i seguenti valori di
seno e coseno:

a cos(a) sin(a) tan(a)

7r / 3 1/2 VJ/2 V3
1r/4 V2 /2 V2/2 1
1r/ 6 VJ/2 1/2 -/3/3

Tabella 4.3: Coseno, seno e tangente di angoli particolari.

Esempio da Artquiz: Determinare il più grande tra i seguenti numeri:


cos(40° ), sin(30° ), cos(20 ° ), cos(60 °) e sin(50° )
Si tratta di calcolare i valori delle funzioni proposte. Dopo aver osservato che se
O < a < 90° vale sin(a) = cos(90 ° - a), tali valori sono, rispettivamente, cos(40° ),
cos(60° ), cos(20° ), cos(60 ° ) e cos(40° ). Essendo il coseuo decrescente per angoli tra
0 ° e 90° , si conclude che il valore massimo tra quelli proposti è cos(20° ).

4.3 Uguaglianze e relazioni trigonometriche


Riportiamo di seguito una serie di identità e relazioni trigonometriche fonda­
mentali delle quali omettiamo le varie dimostrazioni.
Dal teorema di Pitagora risulta evidente che:

cos2 (x) + sin2 (x) = 1 per ogni x E JR..

71
Capito lo 4 Trigonome tr ia @ Artquiz

a
Dalle definizi oni se gue immediatamente che:

• -1 � cos(x) � 1, -1 � sin(x) � 1; o
• cos(x) = cos(x+21r), sin(�)= sin(x +21r);
o
• tan(x) = tan(x+1r);

• cos(x) = cos(-x), sin(x)= -sin(-x). " ' o


Relazione tra seno e coseno o
sin(x) = cos (x- i), cos(x) = sin (x+i).

Siano x, y E JR, allo ra valgono le seguenti formule:

Formule di duplicazione

sin(2x) = 2 sinxcos x, cos(2x) = cos2 x-sin2 x.

Formule di bisezione

o
_ 1 -cosx
. 2( x/2 )
sm -
2
, cos2 (x/2 ) = 1 + cosx

Formule di addizione e sottrazione

sin(x+y) = sinxcosy+siny cosx;


cos(x+y) = cosxcos y-sinx sin y;
.o
sin(x-y)= sinxcosy-sinycosx;
cos(x-y) = cosxcosy+sinxsiny.

o
Formule di Werner e Prostaferesi

sinxcosy·= �(sin(x+y) +sin( x-y));


1
cosxcosy = (cos(x+ y) +cos(x- y));
2 t'
sinxsiny= �(cos(x-y)-'cos(x+y));

o
,,,
x x
I!. '
sinx+sin y= 2 sin ( ; cos ( ; y) Y);

o
. . . x-y x+y
smx-smy= 2 sm ( - -) cos ( - -) ;

·'l r, 2 2
COS
X
+ COS y = 2 COS ( X ; y) COS ( X ; y) ;
x y x
cosx -cos y = -2 sin ( ; ) sin ( ; Y)
72
@ Artquiz MATEMATICA

Esempio da Artquiz: Il seno di un angolo di 75 ° è uguale a?


Per la formula del seno di una somma vale:
sin 75° = sin(30 ° + 45° ) = sin30° cos45 ° + cos30° sin45° =

! v'2 + 2
22
v'3 v'2 = v'2 + v'6 = v'2 (1 + v'3).
2 4 4 4
Esempio da Artquiz: L'espressione goniometrica sin(9a) - sin(3a) equivale a7
È un'applicazione diretta della formula di prostaferesi, cioè di:
, .
smx - smy =2sm
. (X - y)
-
(X+ y)
- cos - - ,
2 2
dove x = 9a e y = 3a. Si ottiene quindi:
90 30 90 3
sin(9a) - sin(3a) =2sin ( ; ) cos ( ; a) =2sin (3a) cos (6a),

4.4 Equazioni e disequazioni trigonometriche


Un'equazione trigonometrica è una scrittura del tipo f (x) = O nella quale , in /,
cpmpaiono una o pii1 funzioni trigonometriche, ossia coseno, seno, ecc. Ln. trattazione
approfondita di tale argomento esula dalle finalità del p�·eseute manuale, pertanto ci
limitiamo n.d analizzare gli aspetti principali emersi dai quiz passati.

Equazioni elementari
Le equazioni elementari souo quelle riconducibili alla seguente equazione:
·sin(x) = a, (4.1)
( oppure, cos(x) = a, ecc.). Si osserva preliminarmente che l'equazione 4.1 non ha
soluzioni se !al > 1. Inoltre, siccome la funzione seno ha periodo21r, le soluzioni
dell'equazione 4.1, qualora esistano, sono sempre del tipo a+2k1r e 1r - a+2k1r, con
a E {O :5 x <21r} tale che sin(a) = a e k E Z.
Invece, un'equazione del tipo: ·
cos(x ) = a, (4.2)
qualora le soluzioni esistano (lal � 1), sono sempre del tipo ±a+2k1r, con a E {O :5
x <21r} tale che cos(a) = a e k E Z.

Esempio da Artquiz: L'insieme delle soluzioni in x dell'equazione trigonometrica:


sin2 x -4 sinx + 4 = O è:
Vuoto. Infatti, l'equazione equivale a ( sinx -2) 2 = O, ossia sinx =2. Dunque,
non esistono soluzioni reali.

Esempio: Si risolva in x l'equazione trigonometrica2cos2 x + cosx - 1 = O.


Per semplificare la scrittura, conviene porre cos x = t. La soluzione dell'equazione
di partenza è equivalente alla soluzione dell'equazione algebrica2t 2 + t - 1 = O, che
ha soluzioni:
-1 ± J1 +s 1 . ��·,
ti, 2 =
4
= -1,

73
iru Capitolo 4 'Iì-igonometria © Artqui�

Dunque, l'equazione proposta si può scrivere come 2(cosx + l)(cosx - 1/2) = O,


le cui soluzioni sono gli x tali che cos x = -1 oppure cos x = 1/2. Si conclude che
:e = 1r + 2k1r oppure x = ±1r/3 + 2k1r con k E Z. o

Disequazioni
Si osservi la relazione fondamentale per ::ieno e coseno:
-1:::; cos(x):::; 1, -1:::; sin(x):::; 1,
dalla quale segue che disequazioni del tipo sinx > a con a > 1 o sin x < a con a < -1
(lo stesso vale per il coseno) non ammettono solm�ioni.
Viceversa, se lal � 1, allora si può procedere risolvendo l'equazione associata e poi
guardando il cerchio trigonometrico in Figura 4.2 per stabilire l'insieme di soluzioni S
nell'intervallo {O:::; x < 21r}. Influe, si considerano tutte le soluzioni (in JR) partendo
da Se prolungando tale insieme per periodicità.
Per le funzioni tangente e cotangente non ci sono problemi, in quanto entrambe
assumono tutti i valori reali. Si faccia però attenzione:
• che la funxione tangente è crescente;
• che la funzione cotangente è decrescente;
• che entrambe hanno periodo 1r (Matematica, § 5.4.3).

Bsempio da Artquiz: Nell'intervallo { O :::; x < 21r} la disequazione cos :e > sin a: è
verificata per:
{O:::; x < 1r/4} U {51r/4 < x < 21r}. Infatti, la disequazione proposta equivale a
sinx sin :e
-- = tau x < 1 se cosx > O e a cosx -- = tau x > 1 se cosx < O.
cosx
Dalla Figura 4.2, si evince che:
• nel primo caso le soluzio�i appartengono all'intervallo:

{0 s:; X< 1r/4} U {31r/2 <X< 21r},


• nel secondo caso le soluzioni appartengono a:
. o
{51r/4 <X< 31r/2}.

I casi cos x = O, ossia x = 1r/2 oppure x' = 31r/2 sono immediati, e solo x' soddisfa
la disequazione propoota.
o
._'Y
Dunque l'insieme di soluzioni è dato da: .

{51r/4 < x < 31r/2} U {31r/2} U {O:::; x < 1r/4} U {31r/2 < x < 21r} =
{O :::; x < 1r/4} U { 51r /4 < x < 21r}.

;;
•• Si noti che se le soluzioni si fossero cercate in tutto JR, l'insieme risolutivo sarebbe
stato:
{51r/4 + 2k7r < x < 91r/ 4 + 2k1r, k E Z}.

74
Capitolo 5

Funzioni

5 .1 Introduzione
Siano A e B due insiemi non vnoti. Diciamo che f è una funzione da A in B, e
scriviamo f : A � B, se per ogni elemento :i; di A è associato un'nnico elemento y
di B, e in tal caso scriviamo f(x) = y. L'insieme A è detto dominio, l'insieme B è
detto codominio e y è detta immagine d� x tramite f. Nei casi di nostro interesse,
dominio e codominio (spesso indicati con Dom(f) e Cod(f)) sono solitnmeute insiemi
numerici o loro sottoinsiemi, quindi N, Z, Q o JR, mentre/ è solitamente data da una
legge matematica, ad esempio f(x) = 2x + 3 oppure J(x) = 2x , ccc.
Due funzioni f : A � B e .<J : A' -, B' sono ugna.Ii se e solo se A = A', B = B' e
per ogni x E A = A' vale J(x) = g(:z:).
� Le radici pari 11011 definiscono una fum:ioue. II problema non è dovuto
al fatto che non ammettono argomenti negativi; basta infatti usare come
dominio un sottoinsieme numerico contenente solo numeri positivi. II pro­
blema consiste nel fatto che la radice pari di un nmpero positivo non nullo
ammette sempre un valore positivo e il suo opposto additivo. Ad esempio,
,&'4 = ±2. Quando si parla di una radice pari come funzione, si intende
convenzionalmente che si considerano solo le radici positive, quindi in tal
cuso varrebbe, ad esempio, .if.i = 2.
Le funzioni si usano spesso per calcolare quantità che dipendono da nn certo valore
indipendente, come si vede dal seguente esempio.

Esempio da Artquiz: Un triangolo isoscele ha base lunga 12 cm e x rappresenta la


lunghezza di ciascuno dei 2 Iati uguali. Quale formula espl'i�e l'area S del triangolo
in funzione di x?
L'altezza relativa alla base divide quest'ultima in 2 parti uguali (lunghe 6 cm
ciascuna). Per il teorema di Pitagora h = .,Jx2 - 62 • La formula richiesta segue dal
calcolo:
S = bh/2 = (12\/'x 2 -62 )/2 = 6\l'x2 - 62 •

5.2 Le proprietà delle funzioni


Per descrivere una funzione è necessario preliminarmente definire alcune sue proprietà
fondamentali.

75
r © Artquiz l
I' Capitolo 5 Funzioui
(

5.2.1 Dominio di una funzione


Spesso una funzione viene succintamente definita solamente tramite la legge f che
determina come ottenere da un elemento x la sua immagine y = f(x). Un problema
che spesso si pone è il seguente: fissata una legge f, trovare il più grande dominio
D dove f è ben defluita (al posto del termine "dominio" vengono usati anche altri
termini: insieme di definizione, campo di esisten�a, ecc.). Presentiamo un elenco delle
situazioni più comuni:

1. se in f compare una frazione ��:� , si devono escludere dal dominio gli elementi x
tali che h(x) = O;
2. se in f compare una radici pari 2
yg{x), si devono escludere gli elementi x tali che
g(x) < O;
3. se in f compare un logaritmo Ioga g(x), si devono escludere gli elementi x tali che
g(x) � O.
Dall'elenco precedente si evince che per studiare il dominio di nna legge f si deve
saper risolvere, rispettivamente, nel primo caso un'cquai,ione, negli altri due casi una
disequazione (Matematica, § 2).
1
Esempio da Artquiz: II campo di esistenza della funzione f(x) = �::
./x2 -1
L'insieme nel quale la radice ha senso e 11011 assume valore O, ossia x 2 - 1 ?: O e
./x 2 - 1 =J=. O, dunque :.i: 2 > 1.
Quindi il dominio D di f è dato da D = {x < -1 ex> 1}.

5.2.2 La funzione inversa


Data una fun7,ione f : A --t B diciamo che f è invertibile se esiste una funzione
g: B --t A tale che y(f(x)) = x per ogni x E A e tale che f(g(y)) = y per ogni y E B.
Si può dimostrare che questo è possibile se e solo se:
1. per ogni coppia di elementi x, x' E A tali che x =J=. x' vale f(x) =J=. f(x'). In tal caso
si dice che f è iniettiva;
2. per ogni y E B esiste un elemento x E A tale che f(x) = y. In tal caso si dice che
f è suriettiva.
Si presti attenzione al fotto che non tutte le funzioni sono invertibili,, ad esempio
f(x) = x2 11011· ammette una funzione inversa perché per ogni x =J=. O si Ivi x2 = (-x) 2
(oppure perché per ogni y < O non esiste x tale che x 2 = y).
Spesso per l'invertibilità si chiede che la funzione f : A --t B sia solo iniettiva, e
si considera come codominio l'im�ieme B' di elementi y di B che sono immagine di
qualche elemento x di A, ossia tali che y = f(x) per un qualche x.
' ' Addirittura, se si restringe il dominio A di f ud un Rottoinsieme A' ç A, si
può ottenere l'iniettività, e a quel punto si può considerare l'inversa della funzione
!r; � .
: i�· -
f: A' --t B.
Ad esempio, x 2 è bicttiva 1 nell'irn;ieme dei numeri positivi JR+ = {x?: O} e assume
1 Una. fun�lonc che è sfo iniettiva. che suriettivo è detta biettivo.

76
© Artquiz MATEMATICA

valori positivi, dunque l'inversa, <letta radice quadrata, è la funzione 0: � + ·-, ]R+
definita da y'x = y <=> y n = :1:.
A titolo di esempio, riportiamo le principali fun�ioni inverse:

r Funzione 1 1 1- 1 I Dom(f-1) I Cod(f-1) I Legge 1-1


xn ,n ·pari v'x ]R+ ]R+ y'x = y <=> y" = X
x", n dispari y'x IR IR y'x = y <=} y" = X
ex Inx IRJ" = {x > O} IR In x = y <=> eV = x
siux arcsinx [-1, 1] I t, �I arcsìnx = y <=> siny = x
cosx arccosx [-1, 1] [O, 1r] arccos x = y <=> cos y = x
tanx arctaux IR 1-.t, �[ arctan x = y <=> tan y = x

Ta.bella 5.1: Elenco delle funzioni inverse principali.

3 -3 ·
. L a fuuz10ne
. d a A rtquiz:
Esernpw . mversa
. c1·1 f (x) -= ---
x e' espressa
. d aIl'equazione:
3
X=--.
3-y
Infatti, dopo aver ristretto il codominio a {�: E IR tali che x # 3}, basta porre
3x - 3
y= da cui ottenere �:y = 3x - 3, poi xy - 3x = -3, quindi x(y - 3) = -3 e
:i:
cooì giungere all'eqnm�ione cercata.

5.2.3 Zeri di una funzione


Data una funzione f : A � B si definisce l'insieme degli zeri di f come l'insieme Z
contenuto in A tale cbe per ogni x E Z vale f(x) = O e se x (/: Z allora f(x) # O. In
tal caso, x E Z è detto 11110 zero di/.
La ricerca dell'insieme degli zeri di una funzione si riduce-quindi alla ricerca delle
soluzioni dell'equazione J(x) = O (Matematica, § 2).
4
Esempio da Artquiz: La funzione f(x) = 4+x
non ha zeri.
2

Ilasta notare che il numeratore non assume mai valore O.

5.3 Grafici di alcune funzioni fondamentali


Data una funzione f : A� IR il grafico di/, scritto W(f), è il sottoinsieme del piano
cartesiano i cui punti hanno coordinate (x, f(x)) al variare di x E A.
Quindi, ad esempio, il punto di coordinate (1, e) appartiene al grafico di ex , infatti
(1, e) = (1, e 1 ), mentre invece il punto di coordinate (O, O) non appartien e al grafico
di ex in quant,o (O, e0 ) = (O, 1) # (O, O).

Esempio da A1-tquiz: II grafico della funzione f(x) = log 1 0(x - 2):.


Giace tutto nel primo e quarto quadrante. Infatti, il dominio deve essere·x-2 > O,
quindi x > 2 (escludendo così il secondo e il terzo quadrante). Inoltre il logaritmo
assume sia valori negativi che po8itivi, quindi il grafico giace sia nel primo che nel
quarto quadrante.

77
Capitolo 5 Funzioni @ Artquiz
,1

+2 -2 +2

(a) f(x) = x2 (b) f(x) =x 3 (e) f(x) =e "'

Figura 5.1: Grafici di funzioni {la parte).

+I.O

+2.0 +3.0 +4.0


+I.O
-I.O

---·-"'· -I.O -3.0


-�I.O +2.0

(a) f(x) = ._fi (b) f(x) = if:i; (e) f(x) = h1x

· Figura 5.2: I grafici delle funzioni inverse della Figura 5.1.

y y:

+I.O +I.O

;,
,,
,.
ii
------- -
1.0
7. ---·- +1.0
··-·x·
I �1.0 �2.0 ...3_0 x
;,
t
f.
-I.O -I.O

[,

(a) f(x) = sinx (b) f(x) = cosx (e) f(x) = tanx

Figura 5.3: Grafici di funzioni {2a parte).

78
© Artq11iz MATEMATICA

yr yl '1

+I.O +w2

·--- -Ù /f ----+I.O --·y +I.O +2.0 x

-I.O -ru2

___________ ,______.____..
-I.O
,

(a) f(x) = arcsinx (b) f(x) = arccosx (e) f(x) = arctanx

Figma 5.4: I grafici delle funzioni inverse della Figura 5.3.

5.4 Limiti e calcolo differenziale

5.4.1 Limiti di una funzione


In questo paragrafo si introducono i concetti e le definizioni di base che ci permette­
ranno di sviluppare la teoria dei limiti di una funzione.
Introduciamo due nuovi elementi, indicati con +oo e -oo (si legga "più influito e
meno influito"), aIFinsieme JR e definiamo il concetto cli intorno come segue:

• un intorno I di xo E JR è un sottoinsieme del tipo I = { a < x < b} contenente xo;

• nn intorno I di +oo è un sottoinsieme del tipo I= {a< x} con a E;:: R.;


• un intorno I di -oo è un sottoinsieme del tipo I= {x < b} con b E JR.

r Siaùo ora A e B sottoinsiemi di JR e f una funzione f: A � B. Inoltre, sia dato un


elemento xo E JR o x 0 = ±oo tale che per qualsiasi intorno J di xo esista un elemento
x E A nI. Si dice che il limite di f per x che tende as x 0 è L (con LE JR o L = ±oo)
e si scrive:
Iim J(x) = L
:c ---U;o

se e solo se per ogni intorno J di L esiste un intorno I di xo tale che per ogni elemento
x E A n I vale J(x) E .J. Dalla definizione segue che, in generale, il limite di una data
funzione non necessariamente deve esistere.
Una funzione è continua in xo se vale:

Iim f(x) = J(xo),


:i:-t:co

Tutte le funzioni elementari e loro somme, prodotti, inverse e composizioni sono


continue.
Per i limiti vale un'algebra (che riportiamo qui di seguito) per la quale si intende
chef: A -+ JR e g : A� JR sono due funzionf per le quali hanno senso le qpei-azioni
specificate e xo E JR o xo = ±oo è tale che ha se:t;1so il calcolo dei limiti. Inoltre, dato

79
TP

Capitolo 5 Funzioni @ Artquiz

e E JR, si assume convenzionalmente che:

(±oo) + (±oo) = ±oo; ± oo +e = ±oo;


(±oo) · (±oo) = +oo; (±oo) · (=Foo) = -oo;
± oo·c= {±oo see> O
c
- = O·
± )
=fOO se c < O.
I:
00

11
Non sono definite invece le operazioni:
±oo o
-· ±oo
+oo + (-oo); ±oo· O;
±oo' o' o·
Con queste premesse, e dati:

lim (x)
x-+xo f
= L; lim g x) = L'
x-+xo (
si può dimostrare che valgono questi limiti:

lim (x + g( x) = L + L'; lim (x · g(x) = L · L';


x-+xo f ) x-+xo f )
(5.1)

Hm f x = �-
( )
x-+xo g( X) L' '
lim
x-+xo lf(x)I = ILI. (5.2)

Per alcuni importati casi, non definiti dall'algebra dei limiti, si può dimostrare che
valgono i seguenti limiti:
xn Iog a x
lim -
x-++oo ax
= Oi Iim
x-++oo x
= O; lim xn Ioga x
x-+0
= O; per ogni n E N, a> 1;
. -
n

. 1 x In{l + x) . cx 1
hm (1 + - ) = e; hm ---- = 1; hm --- = 1;
x-+±oo X x-+0 X X-+0 X
. sin x ' 1- cos X
I1m -- = 1 ; Ilm = 1/2.
x-+0 X x-+O x"

2x11
Esempio . da A rtquiz:
. L'espressione
. 1·
1m C7i + x è :
1:·
• x-+O 1 + vx3
O. Infatti, si tratta di un limite che si può calcolare direttamente, essendo tutte
[t,
I! le funzioni elementari e quindi continue. Dunque, x11 tende a O così come ./x3 e
1. 4 ovv iamente x stesso. Applicando poi l'algebra dei limiti delle uguaglianze 5.1 e 5.2 si
ottiene che l'espressione data è del tipo � + O, e il limite tende quiti,tli a O.
I� 1+0 t

5.4.2 Derivata di una funzione


Il1,,
ltl

I I
Data una funzione f : A -+ JR la derivata di f in un punto xo interno al dominio A
'' è data dal limite del rapporto incrementale:
f(x) - f(xo)
I1. m , (5.3)
x-+xo X - Xo

purché detto limite esista e sia finito (cioè sia un numero reale).

80
@ Artquìz MATEMATICA

II significato matematico e geometrico della derivata è legato aIPandamento della


funzione f nelle vicinanze di xo; infatti, la derivata "quantifica" la relazione tra f(x)
e f (xo) contenuta nel termine J(x) - J(xo) (si veda la definizione 5.3) rispetto alla
variazione di x vicino a x0 (variazione contenuta nel termine x - xo della definizione
5.3). In altre parole, si studia come varia la variabile dipendente f(x) in relazione
alla variazione della variabile indipeJ?.dente x vicino xo.
Nel caso in cui una funzione f : A � JR sia derivabile per ogni x E ,:4 si dice che
tale funzione / è derivabile. In tal caso, facendo uso della notazione:
J(x) - J(xo)
f'(Xo) - 1.lm
_ X-tX u X - XQ
si può defluire una nuova funzione f' :. A � R, detta la derivata prima di /.
Ripetendo questo procedimento, ove possibile, si ottengono la derivata seconda,
· , via
t erza e cosi . (f" , f"' , . . . J(i) , ....
)
Non è difficile dimostrare che valgono le seguenti regole per la derivazione di somme
e prodotti di funzioni:
(J + g)'(x) = J'(x) + g'(x); · (Jg)'(:i:) = J'(x),q(x) + J(x)g'(x). (5.4)
Inoltre, sotto opportune condbdoni di generalità, si può dimostrare che la derivata
di una composizione di funzioni/ e g e della funzione inversa 1- 1 verificano le seguenti
I

uguagI•ianze:
(J g)'(x) = J'(g(x)). g'(x); u- )'(x)= �
1
... . � �� .
Utilizzando anche le considerazione sul calcolo dei· limiti, si può dimostrare che
per le funzioni elementari le relative funzioni derivate sono le seguenti:

Funzione Derivata Funzione Derivata


costante o sinx cosx
a
x axa-1 cosx -sinx
ex ex , ta.nx 1 + tan 2 x
ax ax Ina arcsinx 1/-/1- x2
Inx 1/x arccos:t: -1/-/1- x2
Ioga x 1/ (x In a) arctanx 1/(1 + x2 )
Tabella 5.2: Elenco delle fm1zioui derivate principali.
,'

Infine, con il termine integrale indefinito di una funzione f: A� R si intende una


qualsiasi funzione F : A � R tale che F' = f per ogni x E A e si scriverà:

F' = j f(x) dx.

Esempio da Artquiz: La derivata della funzione J(x) = 5x+2 Inx (con Inx logaritmo
in base e di x) è:
5+2/x. Infatti, si usano le regole di derivazione in 5.4 in quanto si sta trattando la
derivata di una somma, quindi si ottiene la somma delle derivate di 5x e 2 In x: a loro
volta questi due termini sono prodotti, quindi con la regola 5.4 per il prodotto e dalla
Tabella 5.2 si giunge a (5)'x+5(x)' +(2)' Inx+2(In x)' = 0,x+5· 1+0-In x+2· (1/x) =
5+ 2/x.

81
Capitolo 1 G!:andezze fisiche e uuità di misura @ Artquiz
f'.[f
�h

Ogni gra11 dez1.a fisica è caratterizzata da una unità di misura, oltre alle unità fon­
damentali esistono quelle da esse derivate che hanno delle dimensioni legate alle leggi
dalle quali vengono derivate. Il calcolo dimensionale permette di verificare la corret­
tezza di qualunque espressione di una grandezza fisica. L'espressione delle dimensioni
di una grandezza fisica si indicano come potenze in parentesi quadra dei simboli delle
dimensioni delle grandezze fondamentali. Per la meccanica i simboli sono L per la
lunghezza, M per la massa, T per il tempo.
Ad esempio:
• le dimensioni della velocità sono: [velocità] = [spazio)/[tempo] = [L]/[T];
• le dimensioni del volume sono: [volume) = [L3 ].

Il
Altro sif>tema adottato in passato era il CGS, che utilizza come unità di misura
fondamentali il centimetro, il grammo e il secondo.
Per passare da un s�tema di unità di misura ad un altro occorre utilizzare i fattori
di conversione, ad esempio 1 metro= 100 cm.
o
,I

1.2 Multipli e sottomultipli delle unità di misura


In fisica, visto il grande intervallo di valori che si può incontrare nel misurare una

o
stessa gro.ndez¼u., è necessario l'uso di multipli e sottomultipli:
'

·� p

101s
1,,
:'1 exa: deci: 1 0-1
10-2
'1
I
peta: 10 15 centi:
1012

tera: milli: 1 0-3

: - M ulflpl'l = {
giga: 1 09
Unità: 10° . Sottomultipli �
micro: 10- 0
·.l�
,j mega: 100 nano: 1 0- 0
10-1 2
·;

jl· kilo: 103 pico:


• etto: 102 femto: 1 0- 15
i:
r.
'I "
deca: 101 atto: 10-18
·�
1.3 Grandezze scalari e vettoriali
I risultati di una misura possono esse re espressi da due tipi diversi di grandezze.
Il primo tipo è costituito dalle grandezze scalari che, una volta stabilita una unità
M: di misura, sono definite da un numero. ,
'' i
.I

l Il secondo tipo è costituito dalle grandezze vettoriali, che sono definite solo quan-
do di esse si conoscano il valore numerico (modulo), una direzione e un verso. Anche
I
il punto di applicazione di una grandezza vettoriale può essere importante.
I I vettori godono di proprietà. particolari, come di seguito indicate. Il prodotto di

n:n grarnlezza scalare per un vettore è sempre un vettore.
I •

Somma tra due vettori


1. a+b=c;
2. regola. del parallelogramma (Fig. 1.1 ).

84
@ Artquiz FISICA

·�-__:.--�e (a) e
e
o
(b) O B
o b
Figura 1.1: Somma di due vettori secondo la regola del parallelogrammo.

II vettore c, somma dei vettori a e b, è la diagonale del parallelogramma costruito


con i vettori a e b disposti in modo da avere l'origine in comune.

Differenza fra due vettori


1. e= a - b;

2. e= b- a.

A 1 A 2

Figura 1.2: Differenza tra due vettori.

Nella parte 1 della figura è indicata la differenza e = a - b.


Nella parte 2 della figura è indicata la differenza e= b - a.

Prodotto scal are di due vettori


Si veda la Figura 1.3.

A•B= IAf • IBI • cos 8

Figura 1.3: Prodotto scalare di due vettori.

85
Capitolo 1 Grande7.7.e fisiche e nnità di misura @ Artquiz

'�11
Questo prodotto dà come riimltnto una grn.ndez1.a scalare il cui valore è il prodotto

dei due moduli per il coseno dell'angolo fra. i vettori. Il prodotto scalare è simmetrico,
'I cioè non dipende dall'ordine dei fattori.
:1
� Prodotto vettoriale di due vettori
� Si veda la Figura 1.4.
11
�i
�·lii
11
B x A :;; IBI • IAI • sen {)
�!

'
il�.

o
,,
•I i

l:·_
.. 1
A x B = IAI • IBI • sen {)
,,
;,.

t:
t1·�

1
':1•

Figura 1.4: Prodotto vettoriale di due vettori.

Il prodotto vettoriale fra, due vettori vieue indicato con il simbolo x. La dirc-.lionc
del vettore prodotto è perpendicolare al piano definito da A e B. Il verso è dato dalla
regola della vite.
Il prodotto vettoriale è una operazione 11011 simmetrica in quanto A x B -# B x A.
t
,..f.
1.4 Errore assoluto e relativo
\I
I
Quando si effettua una misura, il valore ottenuto non è generalmente preciso, quindi
il numero <li cifre significative utilizzate e l'errore di misura ci danno il senso della
.1•·
precisione della misura.
1
�1 ' Si definisce come errore assoluto l'errore che ha le stesse dimensioni della mi­
' sura e definisce l'ultima cifra significativa della misura. Esempio: per una misura di
lnngllezza 23,5 ± 0,1 m è nna misura corretta, invece 23,512 ± 0,1 è errata perché le
due nltime cifre significative della misura non hanno senso.
Si definisce come e�rore relativo il rapporto fra l'errore assoluto e la media dei
valori misurati, l'errore relativo è quindi una percentuale e non ha dimensioni.
I.,:'
'

,,; .f
.i
t

i,,n
lojj
,l

86
Capitolo 2

Cinematica

2.1 Introduzione
La cinematica è quella branca della meccanica che studia il moto di un corpo, mentre
non si occupa delle cause del moto. Il corpo viene locali'l'lato in un punto (punto
rappresentativo del corpo, a<l esempio il baricentro), quindi di quel punto materiale
si studia il moto.
Queste sono le grandezze base della cinematica:
• Spostamento, che si misura in metri [m].
• Velocità, che si misura in metri al secondo [ms-1].
• Accelerazione, che si misura in metri al secondo per secondo [ms-2].
Tutte queste grandezze sono vettori.

Il moto può essere in una o più dimensioni.. Le caratteristièhe di un moto sono


completamente determinate se sono note in ogni istante la posizione, la velocità e
l'accelerazione del punto. In pratica, è sufficiente conoscere la legge di variazione
nel tempo di una delle tre grandezze, poiché è possibile dedurre da essa le leggi di
variazione nel tempo delle altre grandezze. Di seguito vengono fornite le leggi di
alcuni moti semplici caratteristici.
In generale, va ricordato il fatto che se, in una determinata situazione, la velocità
è nulla questo non significa necessariamente che l'accelerazione sia nulla (e viceversa).

2.1.1 Moto rettilineo uniforme


Considerando:
• Xo = posizione iniziale;
• x = posizione al tempo t;
• vo = velocità ini'liale;
• v = velocità al tempo t;
• a = accelerazione.
87
·I

Capitolo 2 Cinematica @ Artquiz

Le equazioni che caratterizzano il moto rettilineo uniforme sono:


x-xo
x = xo + vot; V= Voi a=O; v=
t

X X

Vo

t t
J.i'igura 2.1: Moto rettilineo uniforme.

L'equazione dello spostamento (Fig. 2.1 a sinistra) è un > equazione di primo grado
dove il coefficiente angolare è la velocità; mentre Pequazione della velocità (Fig. 2.1
a destra) è rappresentata da una retta oriizontale.

2.1.2 Moto rettilineo uniformemente accelerato


Le equazioni che descrivono il moto rettilineo uniformemente accelerato (Fig.
2.2) sono:
1
a = costante; v = vo + at; Vm=
vo+v
2 ;
x = xo + vot + at2 i
2 a=
v-vo
t
dove, Vm = velocità. media.

X V

Xo

t t
Figura 2.2: Moto rettilineo uniformemente accelerato.
.,
·1
L'equazione dello spostamento (Fig. 2.2 a sinistra) è un'equazione di;secondo gra,..
do (segmento di parabola) dove il coefficiente angolare è la velocità> mentre l'equa­
I t zione della velocità (Fig. 2.2 a destra) è rappresentata da una retta il cui coefficiente
f,. �
angolare è l'accelerazione ..
h:t ,;l
� J

.,

lj 2.2 Moto in un campo gravitazionale e la balistica


La caduta dei corpi in un campo gravitazionale è un moto uniformemente accelerato.
La accelerazione di gravità è g = 9 >81 ms- 2•
La balistica è un esempio di moto in due dimensioni che studia il movimento di un

88
@ Artquiz. FISICA

proiettile lanciato in presenza di un campo gravitazionale. Per proiettile si consideri


qualunque oggetto battuto o lanciato con una generica velocità iniziale e lasciato
libero di percorrere la sua traiettoria (8i trascura l'attrito dell'aria e la rotazione della
�erra). Il moto osservato è di tipo parabolico, perché è presente una acceleraiione
costante lungo l'asse y dovuta alla gravità (Fig. 2.3).

y
Vy =0 ig
VxO

VyO �(!-----------,,--
Vxo X
.

Figura 2.3: Moto parabolico.

In particolare la componente del moto lungo l'as::;e x è un moto rettilineo uniforme,


··� mentre il moto lungo l'asse y è un moto uniformemente accelerato.
Le condizioni iniziali sono:
� '
Vox = Vo · cos0o 'Voy = vo · sen00
Durante la traiettoria avremo:

ay = -g ax = o Vx = Vox = VQ • COS0o Vy = Voy - g · t
Le componenti dello spostamento saranno:

x - Xo = Vox · t y - 'Yo = vo11 • t - 21 g · t2


Se punto di partemm e punto di arrivo sono alla stessa quota si può ca,lcolare
facilmente la gittata G del proiettile:

G
= v5 · sen20o
g
Questa relazione mostra che la gittata dipende dal quadrato della velocità di partenza
ed è massima quando sen:200 = 1, cioè quando l'angolo di partenza è 00 = 45° .

2.3 Moto circolare uniforme


Il moto circolare uniforme è il moto di un punto P che si muove lungo una circon­
ferenza di raggio R con velocità costante in modulo (Fig. 2.4). La velocità v con cui
si muove il punto si chiama vèlocità lineare. Il moto è soggetto ad una accelerazione
centripeta (perpendicolare alla velocità e diretta al centro)· in quanto la velocità pur
rimanendo costante in modulo cambia continuamente direzione.
La velocità con cui ruota il raggio R è la velocità angolare w (detta anche
pulsazione).

89
Capitolo 4 Statica © Artquiz

Uequivoco fra massa e peso nasce dallo scorretto uso delle unità di misura nel
linguaggio comune. Vunità di misura della massa è il kg, mentre J >unità di misura
del peso è il Newton (talora si usa il chilogrammo peso). Quindi, quando diciamo che
un uomo pesa 60 kg ci riferiamo alla sua massa, se diciamo che pesa 588 Newton ci
riferiamo al suo peso.

4.3 Densità e peso specifico

La densità d (o anche p) è il rapporto fra massa e volume (d = ; ) di un corpo e si


misura in chilogrammo per metro cubo [ML- 3]. Ad esempio la densità de!Pacqua è
1.000 kg/m3 .
Il peso specifico è il rapporto fra peso e volume (peso specifico = peso/volume).

o
Il p·eso specifico relativo è il rapporto fra il peso di una sostanza e quello di un
uguale volume di acqua distillata a 4 °Celsius e quindi un numero puro.

4.4 Forze elastiche


Le forze elastiche si osservano ad esempio quando si tende un elastico o una molla.

F = -k-x.
Il segno meno nella equazione è dovuto alla forza di richiamo che si oppone all'allun­
gamento, quindi riassumendo, per una forza elastica, avremo:

F = m · a = -k · x.

La forza elastica di richiamo è proporzionale ma di verso opposto alla accelerazione.

4.5 Forze di contatto


4.5.1 Reazioni vincolari
Un corpo in quiete appoggiato ad una superficie piana, sperimenta una forza uguale
e contraria a quella di gravità F0 che viene chiamata forza di contatto o reazione
vincolare del piano Fc :

Fc = -F9 •

•·,
Le reazioni vincolari sono quelle che impediscono ai corpi immersi in un campo
gravitazionale di penetrare nei piani di appoggio.
'
[r·
i/-t·
'
I

4.5.2 Forze di attrito


t�t
L >attrito è una forza di contatto, che una superficie di un qualsiasi materiale esercita
J� sulla superficie di un corpo a contatto con essa. La forza di attrito è parallela alle
I,.,I superfici di contatto e si oppone al moto del corpo.
Ogni coppia di materiali è caratterizzato da un coefficiente di attrito µ.

96
© Artquiz FISICA

4.5.3 Pulegge e corde flessibili


Una puleggia (o carrucola) è un dispositivo (macchina semplice) che consente di
variare la direzione di una forza.
Una corda flessibile trasmette una forza solo nel senso della lungher.lza.

4.6 Statica dei corpi estesi

La prima legge della dinamica è una condizione necessaria ma 11011 sufficiente per
l'equilibrio di un corpo esteso.

Importanza del punto di applicazione delle forze nei corpi estesi


Il primo principio della dinamica assicura l'equilibrio traslazionale (:EF = O) solo se il
punto di applicazione è sempre lo stesso per tutte le forze applicate. Quando le forze
applicate ad un corpo esteso sono applicate in punti diversi del .corpo il corpo può
entrare in rotazione (Fig. 4.1).

Figura 4.1: Corpo este_cw sottoposto ad una coppia di


forze parallele di u_quale entita ma di verso opposto
--- F2 applicate in punti diversi del COTJ)O.

Il corpo in Figura 4.1 non è in equilibrio e tende a ruotare. Le linee di azione delle
forze non coincidono e non passano per il baricentro del corpo, pertanto, anche se
F1 + F2 = O il corpo non è in equilibrio.

4. 7 Momento di una forza

La grandezza fisica che misura l'intensità del movimento rotatorio indotto da una
forna si chiama momento della forza r). Supponiamo una barretta r libera di
ruotare intorno al vincolo O (Fig. 4.2).

--·

Figura 4.2: Momento di una forza.

97
Capitolo 6

Dinamica dei corpi estesi

Le condi�ioni di equilibrio statico per un corpo esteso rigido sono:

�r = O; �F = O.

Tali condizioni sono necessarie ma non sufficienti (se un corpo è già in moto con­
tinuerà a muoversi, se sta ruotando continuerà a ruotare).
Se vogliamo variare la quantità di mdto deve essere: �F =/:- O. Analogamente per
variare la velocità angolare deve essere: �r = =/:- O.

6.1 Momento d'inerzia e momento angolare


Si introduce a questo punto una nuova grande��a, il momento di inerzia I rispetto
ad un a.sse di rotazione (Fig. 6.1), dove m è la mussa del corpo alla distan�a r dall'asse
di rotazione.

Figura 6.1: Momento d'inerzia di un


corpo libero di ruotare intorno ad un
asse O.

Il momento d'inerzia J del corpo in Figura 6.1 è dato da: J = m · r2 •


Per un corpo esteso di massa M = �mi dove mi è l'elemento di massa del corpo
alla distanza ri dall'asse di rotazione, il momento d'inerzia risulta: J = �mi1'?.
Se vogliamo variare la velocità di rotazione di un corpo esteso dovremo applicare
ad esso il momento di una forza r.
La legge di variazione della velocità di rotazione è: Ttot = I · a dove, a è l'acce­
lerazione angolare.
Cioè il prodotto del momento d'inerzia per l'accelera�ione rotazionale è uguale
alla somma dei momenti applicati ad esso. Questa legge è l'analogo rota;1,ionale della
seconda. legge della dinamica (F = m · a), infatti,_il momento d'inerzia è l'analogo
della massa e l'accelerazione angolare a è l'analogo dell'accelerazione; la diffel'enza
sostanziale è che mentre la massa è una proprietà intrinseca dei corpi che non varia

105
Capitolo 6 Dine.mica dei corpi estesi © Artquiz
nello spazio e nel tempo, i momenti di inerzia dipendono da!Passe di rotazione: al
variare di esso (o al variare di 1·i) varia anche il momento di inerzia. Quindi un corpo
,
esteso può possedere infiniti momenti d inerzia (per quanti possono essere gli assi di
rotazione).
Per un corpo in rotazione si definisce come momento angolare L ( detto anche

o
momento della quantità di moto) il prodotto:
L=I ·w

dove, I è H momento di inerzia e w è la velocità angolare. L è un vettore diretto lungo


Passe di rotazione ed è Panalogo rotazionale della quantità di moto (p = m · v).
A questo punto possiamo ricavare la seconda legge della dinamica. generalizzata
I
, per il moto rotatorio:
I;

'
,' 6.w 6.L
!. ET= I· a= I, - = -.
1l· 6.t 6.t

!
,
!1
..
-�
Questa legge ci dice che:
i�
' 1. la somma dei momenti agenti su un corpo è pari alla variazione nel tempo del
I·I momento angolare ed è analoga alla F = 6.p/ 6.t vista precedentemente;

i, o
,I

2. se su di un sistema non agiscono dei momenti di forze, il momento angola.re non


vn.ria (tale enunciato costituisce il principio di conservazione del momento angolare,
JL a.nalogo a quello di conservazione della quantità di moto in assenza cli forze).
i
,I
'
6.2 Urti
lt 1

:11. Possiamo dividere gli urti fra due corpt m due cutegorie: urti elastici ed urti
anelastici (sebbene esistono situazioni intermedie).

Urti completamente elastici


i;.
,· Sono caratterizzati dalla conservazione della quantità di moto totale p = m·v e
1 . .
delPenergia cinetica totale �( = m · v (vedi i principi di conservazione nei sistemi
2

,,. 2
, 1. conservativi).
:i- Dopo Purto, c >è conservazione di p e di J(, Punica soluzione possibile è J >inversione
del moto iniziale (ad esempio il rimbalzo di una palla perfettamente elastica).
"
·!'
Urti completamente anelastici ,:,:1.
\[
t�:: Sono caratterizzati dalla conservazione della quantità di moto totale, mentre Penergia
cinetica si trasforma, almeno i:Q parte, in calore (ad esempio il proiettile che colpisce
... i
e penetra in un albero).
f

"
�f

•rlt

106
Capitolo 7

Meccanica dei fluidi

I liquidi hanno volume definito, come i solidi, ma non hanno forma. definita (completa
deformabilità dei fluidi), mentre i gas non hanno né forma nè volume definito. La
massa dei fiuidi è distribuita nel volume occupato, e per caratterizzare la distribuzione
di uu fluido nello sp�io usiamo il concetto di densitii p (o n.uche ,1):
1n
p= -
V
dove, m. = massa e V = volume.
I liquidi sono poco comprimibili, quindi la. densità di un liqnido 'è nornmlmcl!te
costante in t;ntte le sue parti. Si definisce come densità relativa quella riferita all'acqua.,
presa come unità (la densità relativa è un numero puro).
La densità dell'acqua è 1.000 kg/m :l a 4 °C.

7.1 Statica dei fluidi. La pressione


Si definisce come pressione in un liquido in quiete il rapporto fra il modulo della.
componente della forz_a perpendicolare ad una superficie generica (anche all'interno
del liquido) e la superficie ste.<IBa (Fig. 7.1). Supponiamo un elemento cli superficie
1).8 interna. ad un fluido sulla quale agisce una forza F. 1

Fn

p= J!hl.
6S

Figura 7.1: Pressione in un liquido in quiete.

La pressione, in un punto cli un liquido in quiete, è la. stessa quahmq11c sia. la


superficie scelta in quel punto (se non fosse così il liquido entrerebbe in movimento,
ma allora non sarebbe più in quiete). Nei fluidi in quiete la pressione è una grandezza
scalare. La pressione si indica con p (o anche P) e le sue dimensioni sono M L- 1 T- 2•

107
Capitolo 7 Mcccnnica dE>i fluidi © Artquiz

q
7.1.1 Unità di misura della pressione
L'unità di misura della pressione nel S.I. è il Pascal (Pa) = Newton/m2 • Altre unità
di misura usate sono:
• Atmosfera: 1 atm = 1,013 · 10 5 Pa = 760 Torr;
• Bar: 1 bar = 10 5 Pa;
• Torr (mmHg): 1 torr = 133 Pa.
La pressione totale ?tot in una miscela gassosa è la somma delle pressioni parziali Pi:
'
I
' = BPi.
;I Ptot

,. In un fluido in quiete le forze tangenti alla superficie limite sono nulle (altrimenti
r si avrebbe scorrimento degli strati superficiali fino aWequilibrìo). Ne segue che le
,'l..i forze agenti su di un corpo immerso in un fluido sono perpendicolari alle superfici <li
u�,�' contatto. La pressione su di un elemento di superficie .6S interno al fluido non di­
pende dall'orientamento di .6S (altrimenti la superficie si metterebbe in movimento).
,.
11'
'
Dall'isotropia della pressione segue il principio di Pascal: la pressione interna si
i!,;j;
•j propaga uniformemente nel liquido fino alle superfici limite (le pareti del contenitore).
J

"•.,
,1f:
7.1.2 Pressione idrostatica
\
'
Se si considera solo il peso del liquido la pressione dipende dalla quota h (distanza
verticale dalla �mperficìe libera) secondo la legge di Stevino:
P=Po+ p · g · h
li,
dove, Po è la prcssio11e esterna al liquido e g è la accelerazione di gravità.
La legge di Stevi110 si applica solo ai fluidi con densità (p) costruite.
:;
r,
7 .2 Spinta di Archimede
Il principio di Archimede afferma che: un corpo immerso in un fluido riceve una
\ .
,f
spinta verso l'alto uguale al peso del liquido spostato.
lii
I•
I La spinta di Archimede SA è dovuta alla diversa pressione agente sulle superfici
superiore e inferiore del corpo di ,altezza .6h immerso in un fluido di densità d (Fig.
I

I
Il i 7.2).

,,
:�1¼'· 1

�,
',
,. I

I•
:·�
.j ·'
,.j
P1 = dgh1

I V= Sf.h

------ ·- ----..... ..

P2 = dgh2 Figura 7.2: Spinta di Archimede.



108
© Artquiz FISICA

La spinta di A rchimecle è dovuta ai diversi valori della pressione sulle superfici del
solido (nella Fig. 7.2 un cilindro) immerse nel liquido. Le pressioni sulla superficie
laterale del cilindro si annullano a vicenda e non contribuiscono alla spinta di Archi­
mede, quelle sulle basi del cilindro hanno valori diversi e quindi generano la spinta di
'Archimede SA. La spinta cli Archimede è una forza e, in base alla legge di Stevino e
al principio che F = p · S, avremo:
SA = P2 · S- P1 · S = d · g · h2 - d · g · h1 · S = d · g · S · l:l.h = d · g ·V = m · g
dove, m è la massa del liquido spostata dal corpo.
Questa relazione, ricavata per un cilindro, è generalizzabile per nn corpo immerso
di qualunque forma.
Gli effetti della spinta di Archimede dipendono dalla forza di gravità, dal rapporto
fra le densità del liquido e del corpo in esso immerso. Se il liquido è piil denso il corpo
galleggerà: se il liquido è meno denso il corpo andrà sul fondo, i.n caso di uguaglianza
avremo eq11ilibrio. La spinta di Archimede nei gas è circa un millesimo di quella in
acqua.
La densità dell'acqua è maggiore di quella del ghiaccio, e la massima densità
dell'acqua si ottiene alla temperatura di 4 °C.

7.3 Dinamica dei fluidi


Il moto dei fluidi è un fenomeno complesso e non esiste uu unico modello concettuale
per descriverlo.
Una grandezza che descrive il moto di un fluido che scorre con velocità v all'interno
di un condotto è il flusso o portata Q, ·definito come il volume V che attraversa la
sezione S del condotto nell'unità di tempo (Fig. 7.3).

s
vdt ) Figura 7.3: Flusso di un liquido
all 1interno di un condotto.

V S·v·dt
Ricordando che il volume V= S · v · dt, segue che: Q =
dt
= .. = S · ·u.

Equazione di continuità del flusso per liquidi incompressibili


Si veda la Figura 7.4.

kJ

F,
dt

l '. Figura 7.4: Equazione di continuità per


un liquido incompressibile.

Dall'analisi della Figura 7.4 emerge che:


• Il volume che attraversa nel tempo dt la sezione 1 è: dVi = S1 · v 1 '. dt.
• Il volume che attraversa nel tempo dt la sezione 2 è: dVi = S2 • v2 • dt.
109
Capitolo 7 Meccanica dei fluidi

• Essendo il liquido ìucompressibile risulta essere: S 1 · v 1 · dt


@ Artquiz

= S2 · v2 · dt, ossia:
o
S1 · v, = S2 · V2.
• La velocità all'interno del condotto e inversamente proporzionale alla sezione.
r,,
'I
Equazione di Bernoulli
,,il-
IJ·
t,! Questa equazione è valida per un sistema conservativo, cioè per un Huido incom­
pressibile e privo di attriti che scorre in 1111 condotto rigido nel quale si riscontrano Q
I!: variazio1 1i di sezione e di quota: Si applica il principio di conserva'l,ione dell'energia,

r pertanto l'energia totale di un liquido perfetto in moto stazionario attraverso un con­


dotto rigido di sezione e quota variabile è costante nelle diverse se'.lioui <li c,-sso cd è

�I
,,�IILI.»
data dalla somma di tre contributi che corrispondono al lavoro, all'energia potenziale
e all'energia cinetica. Divideudo ogni termine per il volume V si ottiene la relazione:

+ pgh1 + 2 pv 1 = P2 + p.Qh2 + 2 pv2 2 = costante


1 2
1
P1

dove, p = pressione, p = densità, !J = accelerazione di gravità, h.= quota, v = velocità.


I fluidi reali sono viscosi e la viscosità di un liquido dipende dalle forze di attrito
,. interno che ostacolano lo scorrimento delle molecole:� ii, movimento.
11
I,•

::
i
1· Tensione superficiale
�·-I!;.,! �� Nello studio dei liquidi è importante prendere in c0 1 1siden\.'l,io 1 1e le spechùi for:,,,e che si
1
t'
'I
' !ì manifestano alle loro superfici, quali conseguenze delle forze di coesione tra le molecole
1�1 del liquido (forze attrattive).
La superficie di un liquido si comporta, in un certo sem;o come mia mc1nbrana te�m,
per aumentare l'arca. snperficia.lc di un liquido bisogna quindi compiere un lavoro.
La tensione superficiale è una energia <li superficie legata alle forne di coesione ·
del liquido.
Quando un liquido è a contatto con un gas, un altro liquido o· un solido, oltre
alle forze di coesione che si esercitano fra le molecole, vanno considerate le forze di
attrazione tra le molecole del liquido e le molecole della sostanza a contatto, queste
sono dette forze di adesione.
La tensione superficiale cli un liquido all'interfaccia fra due mezzi, dipende dalla
natura di entrambi i mezzi. Se il liquido è all'interno di un tubo sottile (1· < 1 mm)
si osservano i Ìenomeni di capillarità. Anche questi fenomeni sono legati alla t<-msioue
superficiale. La superficie del liquido è incurvata (menisco) in vicinai.1'l,a delle pareti

D
del capillare.
Per un capillare parzialmente immerso in un liquido Of>'Serveremo che:�·
• se il menisco è concavo avremo un innalzamento della colonna <li liquido all'interno
del capillru·e;
• se il menisco è convesso avremo depressione della colonna di liquido all'intei·no dd
capillare.
Il fenomeno è dovuto al fatto che la tensione superficiale in queste condizioni
possiede una componente verticale in grado <li spostare il livello del liquido all'interno )

del capillare. Questo fenomeno è in grado di spiegare (almeno in parte) come fauno i
liquidi che si trovano nel terreno a raggiungere le foglie delle piante e degli alber,i.

110
Capitolo 8

Termodinamica

8.1 La temperatura
La temperatura T (o anche t) è la misura dell'energia cinetica molecolare interna.
media di un corpo. Più la temperatura è alta più l'agitar.ione termica delle molecole
in esso contenute aumenta.
Quando due corpi, a differenti temperature, entrano in contatto tendono nel tempo
a raggiungere l'equilibrio termico, cioè ad avere la stessa tempera.tura. La grandezza.
che i chtc corpi si scambiano per raggiungere l'equilibrio termico è il calore Q. Il calore
transita. dal corpo piii caldo a quello più freddo. Il calore è una forma di energia.
1\1tti i corpi si dilatano all'amnent.are della temperatura. (unica. eccezione l'acqua
che nell'intervallo fra. O e 4 °C si contrae ragghmgcmdo il massimo cli densità), in ge­
nere i liquidi si <lilata.no per effetto termico ph't doi solidi, e i ga� ancor cli più. Di
conseguenza, densità e peso 1:ipecifico sono grandezze variabili e dimhmiscouo con la
temperatura.
Molti termometri utilizzano la dilatazione dei liquidi per la misura della tempera.­
tura.

8.1.1 La misura della temperatura


Le scale di misura della temperatura più comunemente usate sono tre. La scala di
temperatura Celsius ( ° C) 1:ii costruisce attribuendo il valore di O °Calla temperatura
del punto H1:i1:iO del ghiaccio (cioè alla temperatura di fusione del ghiaccio alla pressione
di 1 atmosfera) e 100 ° C alla temperatma del punto fil:iso del vapore acqueo (cioè alla
temperatura di ebollizione dell'acqua alla pressione di una atmosfera). La scala di
temperatura Fahrenheit ( ° F) si costruisce attribuendo il valore di 32 ° F al punto
fisso del ghiaccio e 212 ° F al punto fisso del vapore acqueo. Questi sono i fattori di
conversione fra le due scale:
Te = �9 (TF - 32 °F) e Tp =
�-(Te + 32 °F).
5
La terza scala di misura della temperatura è la scala ussoluta delle temperature
(scala Kelvin K) che differisce d�la scala Celsius per la sccl�a della temperatura zero
(lo zero della temperatura Kelvin è lo zero assoluto).
TI( = Te + 273, 15 I<.
Nel sistema internazionale (S.I.) ::ii utilizza la scala Kelvin.

111
�,�!

!
Capitolo 8 Termodinamica @ Artquiz

;,

8.1. 2 Il calore
Quando due corpi a differenti temperature entrano in contatto tendono nel tempo a
raggiungere l'equilibrio termico, cioè ad avere la stessa temperatura. La grandezza
che i due corpi si scambiano per raggiungere l'equilibrio termico è il calore Q. Il calore
transita dal corpo più caldo a quello più freddo, cd è una forma di energia.
Se si fornisce calore a una sostanza la sua temperatura generalmente aumenta
secondo la legge:
Q = C · !J.T = m · e · !J.T
;1
dove, m = massa, c = calore specifico (calore per unità di massa), C = capacità
termica della sostanza.
I:I L'unità di misura del calore nel S.I. è il Joule J (il calore è una forma di energia),

r
L e le dimemlioni sono [M L2 r- 2 ]. Un'unità storica della misura del calore era la caloria
(cal). L'equivalente meccanico della caloria è: 1 cal = 4,18 J. Questa equivalenza fu
dimostrata da Joule in uno storico esperimento.
Quindi il calore specifico è la quantità di calore da somministrare ad una unità di
massa di una sostanza per aumentarne la temperatura di un grado. L'acqua possiede
un calore specifico molto elevato. Mescolando fra loro le masse m 1 e m2 di due liquidi
della stessa natura, ma a temperature differenti, la temperatura finale della miscela
è data dalla relnzioue:

= m1 · T1 + m2 · T2
Tp
m1 + m2
Quando si mescolano due sostanze con calori specifici c 1 e c2 differenti la relazione
diventa:

= c1 · m1 · T1 + c2 · m2 · T2
----------
Tp
c 1 · m1 + c2 · m2
Il trasporto del calore all'interno di uno stesso corpo o da un cOl'po all'altro, quando
vi sia una differenza di temperatura, avviene secondo tre pm;sibili meccanismi.
:I:
1. Conduzione: trasmissione di energia attraverso collisioni molecolari all'interno di
,, un corpo. I solidi e i liquiqi sono migliori conduttori <li calore dei gas.
li'
2. Convenzione: trasmissione del calore attraverso moti macroscopici di fluidi fra
regioni dello spazio a diversa temperat�ra (moti convettivi presenti nei fluidi).
3. Irraggiamento: trasmissione di energia per emissione di onde eletVomagneti­
J. che (più alta è la tempe�·atura maggiore è l'energia emessa dal corpof che si può
propagare anche nel vuoto come l'energia solare).
,
l'Ì
..
iv
' '. 8.2 Passaggi di stato
1
e'
L La materia si presenta a noi in tre possibili stati (fasi) facilmente identificabili: stato
�; solido, s tato liquido e stato g�ssoso (nella realtà alcune sostanze presentano più
IJ1f fasi solide).
I. I passaggi da un stato all'altro sono legati alle variazioni della temperatura. Se ce­
diamo calore a un solido ( composto puro) questo aumenta la sua temperatura, quando

112
© Artquiz FISICA

però si arriva alla temperatura cli transizione di stato, il calore viene utiliz7,ato per
fondere il solido mentre fa temperatura rimane costante (trasformazione isoterma).
Il calore assorbito a temperatura costante clnrante la transizione di fase viene chia­
mato calore latente di fusione ,\. Per la trasformazione inversa (solidificazione) si
"parlerà di calore latente di solidificazione che avrà lo stesso valore numerico di
quello di fusione ma con il segno cambiato in quanto in questo caso il calore viene
ceduto all'ambiente. Analogamente si definisce il calore latente di evaporazione
per il fenomeno dell'eb ollizione e il suo inverso condensazione, e il calore latente di
sublimazione (passaggio diretto da solido a gas, come ad esempio per naftalina e
ghiaccio secco).
La temperatura di ebollizione di un liquido dipende fortemente dalla pressio­
ne. Un liquido è sempre in equilibrio con la sua fase vapore (la tensione di vapore
di un liquido dipende fortemente dalla temperatura), quando la tensione di vapore
raggiunge la pressione atmosferica si ha l'ebollizione e quindi il pa..c;saggio di tutto il
liquido a ga'> (ad esempio per l'acqua, la tensione di vapore è 47 ton a 37 °C ma
diventa 760 torr a 100 °C). Una conseguemm di questi fenomeni è che la temperatu­
ra di ebollizione dell'acqua varia notevolmente in montagna con la quota (perché la
pressione atmosferica varia con la quota).

8.3 I principio della termodinamica


La termodinamica fa una precisa distinzione fra sistema e ambiente. Un sistema è
una parte cli spa:do o materia delimitato da un preciso confine, tutto ci<> che è al di
fuori di esso viene dei,to ambiente. La termodinamica identifica i seguenti sistemi:
• sistema aperto: può scambiare materia, calore e lavoro con l'ambiente;
• sistema chiuso: non può scambiare materia con l'ambiente;
o sistema adiabatico: non può scambiare calore con l'ambiente;
• sistema isolato: non può scambiare né calore né lavoro né materia con l'ambiente.
Un altro schema concettuale fondamentale della termodinamica è quello che defi­
nisce la nO'liione di stato e di trasformazione.
Si definisce stato termodinamico (stato di equilibrio) quello per il quale è
possibile definire un numero sufficiente di variabili che lo caratterizzano. Le variabili
che lo definiscono possono essere estensive in quanto dipendono dalle dimensioni del
sistema. (massa, volume, energia totale, ecc.) oppure intensive in quanto sono carat­
teristiche uniformi nel sistema (pressione, temperatura, concentrazione, densità, e·cc.)
che non dipendono dalle dimensioni.
Si definiscono come trasformazioni quei processi che collegano fra loro due stati
di equilibrio. Le trasformazioni possono essere aperte (quando si passa da uno stato
ad un altro diverso) oppure cicliche ( quando stato di partenza e dì arrivo coincidono),
possono essere altresì reversibili quando possono essere viste come una successione di
sta.ti estrema.mente vicini a stati di equilibrio, e questo significa che leggeri cambia­
menti delle condizioni di alcune variabili possono inver�ire la direzione del processo.
Mentre nelle trasformazioni irreversibili si hanno varia'l,ioni defini�e delle variabili che
determinano inequivocabilmente la direzione del processo. La maggioranza delle tra­
sformazioni reali è irreversibile.

113
Cap itolo 8 Termodinamica @ Artquiz

Esistono alcune trasformazioni caratteristiche:


• trasformazioni isobare: trasformazioni a pressione costante;
• trasformazioni isocore: trasformazioni a volume costante;
• trasformazioni isoterme: trasformazioni a temperatura costante; Q,,
• trasformazioni adiabatiche: trasformazioni senza scambio di calore con l'am­
biente.
Il primo principio della termodinamica è un enunciato del principio di con­
servazione dell'energia. Per una generica trasfor�mzione fra due stati di equilibrio
esso può essere espresso nella forma:
6-U = Q-L
dove, 6-U = variazione di energia interna del sistema, Q = calore fornito al sistema,
L = lavoro compiuto dal sistema.
U è una funzione di stato del sistema che dipende solo dallo stato iniziale e quello
finale del processo, indipendentemente dalle modalità del processo (calore e lavoro non
sono funzioni di stato e qui11di dipendono dai dettagli della trasformazione). Anche
P, V e T sono fu117,ioni di stato. Poiché Q non é funzione cli stato esistono più �alori
specifici.
Sono di particolare interesse nei gas il calore molare a pressione costante (cv) e il
calore molare a volume costante (c11 ). Nei gas abbiamo:
e,, - Cv = R
dove R è la costante dei gas.
Per 1111 gas perfetto la dipendenza dell'energia interna dalla temperatura è data
dalla relazione:
6-U = Ct1 · 6-T
dove, Cv è il calore specifico a volume costante.
L'energia interna U di un gas perfetto è data dalla somma dell'energia cinetica
delle molecole. Si può dimostrare che essa vale:
3
U= -n·RT
2
dove, n = numero di moli, R = costante dei gas, T = temperatura in gTadi Kelvin.
L'energia interna di un solido è associata ai gradi di libertà dell'energilJ, vibrazio-
nale delle molecole che lo costituiscono: ,;·
U = 3n·RT.
Il lavoro di espansione (o _di compressione) di un gas può essere espresso dalla

..
relazione:
L = F · 6-x = P · A · 6-x = P · 6- V
!� dove, 6- V = A · 6-x rappresenta la var iazione di volume del gas (dove A è una
superficie).
'. Un gas che si espande nel vuoto non compie lavoro (P = O). ..;

i
,i
114
© ArtquJ� FISICA

8.4 Legge dei gas perfetti


I gas reali, in condizioni di bassa pressione e lontani dal punto di liquefazione, si
comportano come gas perfetti.
Leggi dei gas perfetti:
• A temperatura costante P · V = costante (legge di Boyle-Mariotte).
• A pressione costante V= Vo (1 + aT) (I legge di Gay-Lussac).
• A volume costante P = Po (1 + o.T) (II legge di Gay-Lnssac).
dove, o = coefficiente termico dei gas.
Equazione di stato dei gas perfetti:

P·V=n·R·T
dove, n = numero di moli, R = coota.nte dei gas perfetti, T = temperatura in gradi
Kelvin. La costante R si ottiene moltiplicando la costante k cl.i Boltzmann per N
mnnero di Avogadro.
Questa eqm�ioue ha carattere g<-mer�ùe per i gru; perfetti ed è omnicomprensiva
delle altre tre leggi precedentemente esposte. Secondo questo modello concettuale 1m
gas pe1fetto è sempre allo stato gasso,c,o aùche a temperature bassissime. In concli'l,i01�i
standard (O °C, 1 atm) una mole di gas perfetto occupa. 22,4 litri.
I gas reali invece possono li.qnefare se la. temperatura. è sufficientemente bassa
(cioè sotto la temperatura critica) e la pressione sufficientemente elevata. Ogni gas
reale è carn.tteri'l,zato da una temperatura critica.
Esiste una distin:tione concettuale fra gas e vapore: un vapore è un gas che si trova
sotto la temperatura critica e quindi pub essere liquefatto per compressione isoterma,
un gas è sempre a temperatura superiore a quella cri�ica. Ad esempio la temperatura
critica dell'acqua è circa 400 °C quindi il vapore acqueo può essere eletto gas solo oltre
i 400 °C.

8.5 II principio della termodinamica


Il secondo principio della termodinamica mette in evidenza una differenza so­
stanziale fra calore e tutte le altre forme di energia. Tutte le forme di energia sono
convertibili fra loro, l'energia elettrica (o meccanica) può essere convertita in lavoro
o calore, ma non tutto il calore può essere trasformato in altre forme di energia.
L'enunciato del secondo principio, secondo Kelvin-Planck, afferma che:
È impossibile che una macchina operante in un ciclo produca come solo efjetto quello
di sottrarre calore ad una sorgente per produ,rre una equivalente quantità di lavoro.
Una macchina termica cioè può operare tra dne sorgenti (la sorgente 1 alla quale
sottrae calore, la sorgente 2 alla quale ne restituisce una parte). Il lavoro compiuto
risulta:
L =
1 - Q2,
Q
Si definisce come rendi mento rJ della macchina il rapporto fra lavoro prodotto e
calore sottratto:
-
11 = !:__ = Qi Q2 = 1 - Q21 •
Q1 Q1 Q

115
Capitolo 8 Termodinamica © Artquiz

Una seconda formulazione di tale principio, dovuta a Clausius, afferma che:



I
E impossibile che una macchina frigorigena operante in un ciclo produca come solo
effetto quello di trasferire calore da un corpo più freddo a uno piu caldo.
Una macchina frigorigena quindi per tra.c;ferire calore da un corpo più freddo ad
li
uno più caldo deve ricevere dall'esterno lavoro.
r.
l.
11.l
·, 8.6 Teorema di Carnot e macchine termiche
:1
rt-1•

M
r;
Il teorema di Carnot afferma che:
Nessuna macchina che lavori fra due sorgenti di calore puo avere un rendimento
�:
maggiore di una macchina reversibile che lavori tra queste due sorgenti.
Un ciclo reversibile particola"rmente semplice è quello costituito da una macchina.
1 ·i,
1J termica a gas perfetto che operi �eguendo in successione: una espansione isoterma,
.,, una espansione adiabatica, una compressione isoterma e una adiabatica tornando così
al punto <li partenza. Per una tale macd 1iua si può dimostrare che:

= T2
77 l-T1·
rr Q2
,, Confrontando questa relazione con quella precedentemente vista 'f/ = 1 , si
Qi
',1
,I•
ottieue che:

1 Q2 _ T2
r:' Q 1 - Ti .

La funzione di stato entropia


I
r: Una delle conseguenze del secondo principio della termodinamica. è uno. nuova gran­
dez:m, funzione di stato, l'entropia S.

• Per una trnsformazione reversibile: �S = J f)�, dove Q è Q rcv ·

• Per una trasformazione irreversibile: �S > J f)�, <love Q è Qhr·


Poiché S é una funiione di stato segue che:

Q,·cv > Q;n·


cio è il calore reversibile è quello massimo realiz7,abilc in una trasformazio�e.
:,
I

1! Per un sistema isolato o adiabatico che effettua. una trasformazione si p.a �Q = O


,It
(infatti un sistema isolato è anche adiabatico), segue che:
,1 • �S = O trasformazione reversibile;
,il • �S > O trasforma�ione irreversibile.
'
!
.:;
Per un sistema termodinamico isolato quindi l'entropia totale aumenta o resta
costante. Da queste considerazioni nasce l'affermazione che l'entropia dell'universo
(come sistema isolato sede di processi irreversibili) è in aumento.

116
Capitolo 9

Elettrostatica

La materia è costituita da particelle cariche, infatti ogni atomo è formato da un nucleo


centrale positivo intorno al quale orbitano uno o più elettroni catichi negativamente.
Cariche di eguale segno si respingono, cariche di segno opposto si attraggono.

9.1 Legge di Coulomb


Se Q1 e Q2 sono due cariche a distanza r l'una dall'altra nel vuoto, la forza con In.
quale interagiscono fra loro è:
Q1 . Q2 ( .
F = I<o legge d1 Coulomb ) .
1'2
La forza elettrica gode cli proprietà conservativa.
L'unità· di misura della carica elettrica è il Coulomb C. Il Coulomb è la carica
(puntiforme) che posta nel vuoto a distanza di un metro da una carica uguale la attrae
o la respinge con una forza F = 8, 99 · 10 9 Newton, cosi la costante nel vuoto risulta
fissata in ko = 8,99 · 109 • Nm 2 C- 2 ,
1
Per ragioni pratiche si preferisce esprimere ko come ko = --
471"€0
dove, €O è la costante dielettrica del vuoto.
Se siamo in presenza di un mezzo diverso dal vuoto la costante €O va moltiplicata
per fr, che è la costante relativa del mezzo r rispetto al vuoto; € 7, è sempre maggiore
di 1.
Esistono materiali (come l'ambra, determinate plastiche, ecc.) che strofinati con
un panno di lana si caricano elettricamente e quindi possono dare origine a intera�ioni
coulombiane.

9.2 Il campo elettrico


Una carica genera nello spazio un campo elettrico E, che è del tutto simile al campo
gravitazionale generato da una massa (sebbene possa essere attrattivo o repulsivo a
seconda del segno della carica che Io sperimenta). Il campo elettrico è un campo
vettoriale conservatiyo e viene definito come il rapporto fra la forza dovuta ad una
carica e una carica dì prova qo molto piccola:

E=-=--·
F l Q
- .
Qo 41r€0 r2

117
!' Capitolo 9 Elettrostatica © Artquiz

Quando sono presenti pii1 cariche i campi elettrici da esse generati si sommano
vettorialmente. Il campo elettrico all'interno di un conduttore è nullo e, se esso è
carico, le cariche si distribuiscono sulla superficie del conduttore.

9.3 Teorema di Gauss


Il teorema di Gauss mette in relazione H campo elettrico su di una superficie chiusa
(ad esempio una sfera) con la carica totale racchiusa all'interno della superficie. Se
chiamiamo flusso elettrico il prodotto della componente del campo elettrico, perpen­
dicolar e alla superficie, per un elemento generico di superfide (Fig. 9.1), H teorema
di Gauss afferma che:
Il flusso r.lettrico totale t/1 attra·uerso una superficie chiusa è uguale alla carica
totale all 'intemo della superficie. divisa per Eo. Quindi:
l.· '1/J = Q;nt.

. Eo

En

4' = EnS

Figura 9.1: Flusso di campo dettrico


attmverso una .rn,pcrfù:ie.

9.4 Energia potenziale elettrostatica e differenza di potenziale


Le forze elettrostatiche quando spostano una carica. elettrica compiono un lavoro (che
può essere positivo o negativo a seconda del seguo delle cariche): L = F · Àx.
In presenza cli una carica Q che genera un campo elettrico E in un punto generico
p, dove si trova uu a carica dì prova positiva Qo, si definisce energia potenziale
elettrostatica U l'energia associata alla forza elettrica presente nel punto p. Questa
considerazione è del tutto analoga a quella fatta per l'energia pot.enziale iu un cainpo
gravitazionale, infatti entrambi i campi sono conservativi e l'energia potenziale è una
funzione delle coordinate.
Se la carica qo pas1.;a da un puuto A in cui ha.una energia UA ad un punto B in cui
ha energia poten?.iale Un il lavoro L compiuto dalla forza del campo elettrièo sarà:
,,
.,
L=ÀU=UB-UA.
Si definisce potenziale elettrico Vp in un punto p l'energia potenziale posseduta
dalla carica unitaria di prova Qo in quel punt.o:
Up .. . U
VP. =- e pm m generaIe u
AV --
=À .
Qo qo
Da cui il lavoro elettrico per spostare una carica q0 risulta: L = ÀV , q0•
Il potenziale elettrico di una carica puntiforme Q è una grandcz¼a scala r e e varia
con la distanza r secondo la relazione:

118
© Artquiz FISICA

Q
V(r) - -­
47r�or ·
Quindi il potenziale elettrico in un punto p è il lavoro che le forze del campo
elettrico devono compiere per portare la carica unitaria eia quel pnnto a distanza
infinita. Nel sistema S.I. l'unità di misura del potenziale elettrico è il Volt V, 1 V =
1 J/1 c.

Relazione fra campo elettrico e differenza dì potenziale

Ricordando che per uno spostamento generico :e:


. . bi.V
L = F · x = AU ='lo· E· x =A· Vqo, si ricava E=-.X

II potenziale generato da più cariche elettriche è la somma algc_brica dei potenziali


elettrici generati dalle :,;ingolc cariche.

Superfici equipotenziali
Si definiscono superfici equipoten�iali le 1mperfici che hanno lo stesso potcn¼iale elet­
trico, e quindi tra due punti qualsiasi della :,;uperficic: AV = O.
Le superfici equipotenziali godono di due proprietà:

1. Quando i:;i sposta u�ia carica elettrica Q tra due punti di una 1mperficie equipo­
tenziale il lu.voro è nullo (L = AVq0, ma in una superficie equipotenziale bi.V =
O).

2. Nei punti di una superficie equipote11ziale il campo elettrico è perpendicolare al­


la superficie stessa (se il campo elettrico avesse delle componenti tangenti alla
superficie essa non sarebbe più equipotenziale).

9.5 Corrente elettrica e leggi di Ohm


Consideriamo un conduttore metallico a cui applichiamo in due punti A e B una
differenza di potenziale costante (ad esempio con una batteria). In questo caso il
conduttore non è in equilibrio elettrostatico cd è sede di un campo elettrico che
agisce tmlle cariche libere del conduttore, si genera pertanto 1111 flm:1:,;o di car iche detto
intensità di corrente i (o anche J) che viene definito come la quantità. di carica che,
nell'unità di tempo, attraversa una se-hioue del conduttore i = � .
uf,
L'unità di misura dell'intensità di corrente nel sistema S.I, è l'Ampere A, 1 A =
1 C/1 s.
Convenzionalmente, si considera verso positivo della corrente quello concorde con
il campo elettrico, cioè lo scorrimento di cariche positive da poten¼iale più alto a
potenziale più basso. In realtà ciò è falso perché in un conduttore le cariche che si
muovono sono gli elettroni (negativi) e quindi in senso contrario a quello del campo
E.

119
Capitolo 9 Elettrostatica @ Artquiz

Leggi di Ohm
La prima legge di Ohm definisce il rapporto esistente tra <lifferemm <li potenziale
e intensità di corrente in un conduttore introducendo il concetto di resistenza R.
ÀV=i·R.
L'unità dì misura della resistenza nel sistema S.I. è l'Ohm n, 1 n = 1 V /1 A.
La seconda legge di Ohm definisce i parametri da cui dipende la resistenza di un
conduttore:
l
R=p­
S
dove, l = lunghezza del conduttore, S = sezione del conduttore, p = resistività
elettrica, che è mm cnratteristica intrim;eca del materiale del conduttore.
La resistività di un conduttore aumenta con la temperatura.

• 9.6 Corrente alternata


l! La corrente elettrica fiu qui trattata è la corrente elettrica continua (con una intensitii
f costante nel tempo) generata da pile o accumulatori.
La corrente generata. dalle centrali elettriche e di normale utilizzo nelle nostre case
,il

J·� è la corrente alternata sinusoi�alc. II verso della corrente cioè si inverte nel tempo
50 volte til secondo (in ltaiia, 60 volte al secondo negli Stati Uniti) cioè con una
, !� frequenza di 50 Hertz. Anche la differenza di potenziale (Fig. 9.2) oscilla nel tempo.
,,
·•1,, con In. stessa frequenza secondo la legge: V(t) = Vo · sen(21rvt).
.
··t
,ij
·1
l•
11'
1,
l
·�!
1-:» Vo
;1 I
ì14

-Vo
n:1d
j
H

w
;i

,,
,r
Figura 9.2: Andamento della differenza di potenziale di una corrente alternata
I. 'I

Come si vede in Figura 9.2 la tensione alternata oscilla fra due val�ri di picco
I

iii +Vo e -V0 • La legge di.Ohm è valida anche per le correnti alternate. II valore della
tensione della corrente alternata in uso nelle nostre città (220 Volt) fa riferimento al

i!� valore efficace della tensione alternata ¼rr, tale valore si ottiene dalla relazione:
1
il,� Verr = v'2 Vmax

dove, V,nax è il valore di picco della tensione alternata.


In questo modo ad una tensione efficace di 220 V corrispondono valori di picco (di
cresta) di circa 310 Volt.

120
© Artquiz FISICA

9. 7 Effetto Joule � potenza elettrica


Un conduttore percorso da corrente si scalda e il fenomeno viene chiamato effetto
Joule. Su questo fenomeno si basano ad esempio le lampadine ad incandescenza e le
stufe elettriche,
Il calore dissipato nell'unità di tempo, cioè la potenza P dissipata è data da:
V2 •
P = i2 • R = V · i =
R
I tre modi di esprimere la potenza dissipata sono assolutamente equivalenti. Si
sceglie il più opportuno caso per caso. È importante ricordare che in un conduttore
R è costante mentre V e i sono collegati fra loro dalla Ia legge di Ohm.
La potenza 8i esprime nel 8istema S.I. in Watt W, 1 W = 1 J /1 s = 1 V · 1 A.
II consumo di energia nelle nostre case normalmente si esprime in chilowattora
kWh, 1 kWh = 103 W · 3.600 8 = 3,6 · 106 J.

9.8 Resistenze

Resistenze in serie
Due o più resistenze o conduttori si dicono collegati in serie (Fig. 9.3) quando sono
attraversati dalla 8tessa corrente i.

R1 R2 R3 Req

! ''y'j!: : !!
I, I .: I /.
n
' ' ,,
':P

I
:: .: i I
i: i: ;: ::
LL\.V1 _j LL\.V2_JLL\.V3_j
L\.V
L\.V
Figura 9.3: Resistenze in serie.

Le resistenze possono essere lampadine, stufe elettriche, ecc. Ai capi di ogni resi­
stenza ci sarà una caduta di potenziale!::,.¼, In definitiva, per un gruppo di resistenze
in serie avremo:
6.V = E6.¼.
E la resistenza complessiva (resistenza equivalente R0q ) sarà:

Rcq = E./4.

Mentre l'intensità di corrente è la stessa per tutte le resistenze.

121
Capitolo 9 Elettrostatica © Artquiz
·1
•;/
Resistenze in parallelo

!,"
Due o più resistenze sono collegate iu parallelo quando su ciascuna di esse è applicata
la stessa differenza di potenziale V (Fig. 9.4).

I '

�V
;1
R1� Rz
i2
i

i3

Ra� �V
I
i

�Req
4


: I
i
i
¼j

Figura 9.4: Resistenze in parallelo.

Per tali resistenze avremo: i= E· ii,


Mentre per la resistenza equivalente avremo: l = E l ..
Rcq Rt :i

R1 . R2
.
Pcr d ue res1st.enY-e .
l' u1t·una relmuone pno. e.-;sere scn·ttu. come: .1,,t-cq = R .
•l + R2
Relazioni analoghe si possono ottenere per tre o più resistenze in parallelo.

9.9 Condensatori
Si definisce come capacità elettrica C di un conduttore isolato il rapporto tra la
sua carica Q e il suo potenziale elettrico V:
Q
C= v·
Il concetto di capacità elettrica può essere esteso a.I condensatore che consiste
in un sistema <li due conduttori isolati (armatu1'e) che· abbiano carica +Q e -Q
rispettivamente e potenziale Vi. e V2:
Q
C=-
V1 - Vi.
Per un condensatore piano nel vuoto, costituito cioè cla due condutto�i piani e
paralleli di superficie S e separati da una distanza d vale la relazione: ;·

C = Eo d'
s
Inti·oducendo fra le armature del condensatore un dielettrico (cioè una sostanza
non conduttrice con costante dielettrica €7,) la relazione diventa:

e= €o€,, d'
s
L'unità di misura della capacità è il Farad F, 1 F = 1 C/1 V. Per usi pratici si
usano sottomultipli (µF, nF e pF) perchè questa unità cli misura è troppo grande.

122
© Artquì¼ FISICA

Condensatori in parallelo
Collegando in parallelo dne o pii 1 condensatori la capacità risultante (capacità equi­
valente) risulta: Ccq = C 1 + C2 + ... + Cn . Mentre la carica complessiva è la somma
'delle cariche Q = Q1 + Q2 + ... + Qn , e la differenza di potenziale b. V è uguale per
tutti i condensatori.

Condensatori in serie
Collegando in serie clne o più condensatori la capacità risultante è data dalla relazione:
1 1 1 1
-
c. =-c
CC) l +-c2 + ... +-cn ·
Da cui, ad esempio per due condemm.tori, si ricava:
_ C1 · C2
C
CC) - C1 + C2

La differem�a cli potenziale fra gli estremi della serie è la somma di quelle dei
singoli condensatori: b. V = b. V1 + b. V2 + ... + S� t . La carica Q è la stessa (in
w.lorc m;solnto) per tutte le arrnature, e ogni comlemm.torc avrà un armatura. positiva
e l'altra negativa.

o
9.10 Pile e batterie (generatori di forze elettromotrici)
I generatori cli forna elettromotrice sono dei dispositivi capaci di trasformare in ener­
gia elettrica altre forme di energia (chimica, meccanica, solare, ecc.).
Si definisce forza elettromotrice f.e.m. la differenza cli potenziale tra i terminali
ciel generatore quando non eroga corrente ad un circuito esterno. La forza elettromo­
trice si misura in Voi t V.
Quando il generatore è collegato ad 1111 circuito esterno eroga corrente elettrica che
va nel circuito esterno compiendo quindi 1111 lavoro elettrico. Un generatore di f.e.m.
ha al suo intemo una propria resistenza ?'in (legata alla sua struttura) che, quando il
generatore lavora, va considerata in serie al circuito esterno. Un 'altra caratteristica ·
di un generatore è la capacità (da non confondere con la capacità dei condensatori);
essa rappresenta la carica che il generatore può fornire e si misura in Ampereora Ah,
1 Ah = 3.600 Coulomb.

Generatori collegati in serie


Le forze elettromotrici si sommano, e la corrente è la stessa per ogni generatore.

o Generatori collegati in parallelo


La corrente totale ·i è la so mma delle correnti generate da ciascun generatore e aumenta
anche la capacità del generatore.

123
Capitolo 10

Magnetismo

10.1 Il campo magnetico


Il magnetismo è un fenomeno legato al movimento di cariche elettriche. Una carica
in movimento (ad esempio un filo percorso da corrente) genera un campo magnetico
B (detto anche induzione magnetica) e, nel caso del filo percorso da corrente, le linee
di forza del campo magnetico 8ono delle ,circonferenze concentriche e normali al filo
(Fig. 9.4).

Figura 10.1: Linee di forza del campo magnetico generato da un filo percorso
da corrente.

Due fili paralleli percorsi da corrente interagiscono fra loro attraverso forze ma­
gnetiche che sono ortogonali ai fili e attrattive o repulsive a seconda che le correnti
siano concordi o dirette in sen�o opposto:
F = _µ . _i 1_· i_2 _ 6._ l_
· ·
271" d
dove, d = distanza fra i fili, 6.l = lunghe-h7..a dei fili, JLl = permeabilità magnetica del
mezzo in cui sono immersi i fili.
Questa forza può essere scritta nella forma F = B · i2 · 6.l, dove con B si intende
il campo magnetico generato dal filo 1:
i1 µ i1 µ
B = km = • d, dove km = 71" •
d 211" 2
, ·
. e. 1.111esIa ·r, 1 T =
Newton volt. s
L umta · d'1 misura
· deI campo magnetico = . •
Ampere·m m2
Il campo magnetico non è un campo conservativo.

125
>
Capitolo lO Magnetismo © Artquiz
F�
1.
t di particolare interesse il· campo magnetico generato da un filo avvolto in più
f·1 spire circolari che costituiscono un solenoide. All'interno di un solenoide costituito da
N spire e di lunghezza l il campo magnetico B è uniforme:

B = Jt · ·i · n, dove n = N .
l

Movimento di una carica elettrica in un campo magnetico uniforme


Una particella car ica Q in movimento alla velocità vin un campo magnetico uniforme
è soggetta alla for2>a di Lorentz Ji' uguale alla carica Q moltiplicata per il prodotto
vettoriale fra ve B:
F = Q · v · B · senB
dove, B è l'angolo comprcs© fra la direzione di v e quella di B.
Ovviamente la direzione di F è perpendicolare al piano definit.o <la 11 e B, quindi
perpendicolare a v. Tale forna non compie lavoro (perpendicolarità tra fonm e velocità.)
perché cambia la direzione ma non il modulo della vclociti1., e nel caso in cui v sia
parallela a B, tale for1,a è nulla (angolo O= O). Il moto che ne risulta è quello di·una
traiettoria circolare se v è perpendicolare a B, se invece esiste uua componente del
moto nella direzione di B ( cioè 0 è diverso da 90 0 ) il moto ha mm traiettoria a forma
di elica cilindricn nella direzione di B.

Proprietà magnetiche della materia


Uun calamita immersa in uu campo magnetico uniforme B tende n orientarsi secondo
la direzione del campo ( come la bussola). Una spira o uu solenoide percorsi da corrente
e immersi in un campo magnetico uniforme si comportano come un ago magnetico.

t0.2 Induzione magnetica


. '

Si definisce come flusso di campo magnetico concatenato ad un circuito elettrico


(ad esempio una spira) il prodotto del campo magnetico B per l'area delimitata dal
circuito per il coseno dell'angolo <I> formato fra la perpendicolare alla superficie e la
direzione del campo magnetico ·(Fig. 10.2). Come indicato dalla formula:
<I>(B) = S · B · cosa.
.
J

Figura 10.2: Carnpo rnagnr.tir.o concatenato ad una spira.

126
@ Artquiz FISICA

L'unità cli misnra del flusso di c ampo magnetico è il \Veber Wb, 1 Wb = l'fesla · 111 2 .
Il flusso può variare nel tempo ::ie il circ uito viene mosso nel campo magnetico (ad
esempio viene fatto ruotru·e) o se il campo ,•aria nel tempo, in quest'ultimo c aso si
.osserva agli estremi del circ uito aperto una differenza di potenziale elettrico per tutto
il periodo in c ui varia il flusso. li fenomeno viene chiamato induzione elettr�ma­
gnetica e la differenza di potenziale osservata viene chiamata forza elettromotrice
indotta¼.
La legge di Faraday-Newmann afferma che:
r
Vit -
__ ò[<I>(B))
òt
.

dove il segno meno sta ad indicare che tale f.e.m. si oppone ( con il c ampo da lei
generato). al flusso che l'ha generata.
Una. applic azione importante dell'inclmàone elettromagnetic a si ha nei trasfor­
matori per c orrente alternata. Tali dispositivi (costituiti eia un. circuito primario e
uno secondario avvolti su di un nuc leo di ferro ad elevata permeabilità magneti ca)
::iono in grado di trasformare correnti alternate da alta tensione a ba!-lsa tensione e
viceversa.

1Z7
Capitolo 11
1
Fenomeni ondulatori

11.1 Le onde
Molti fenomeni naturali sono di natum ondulatoria, hanno cioè caratteristiche ricor­
sive, come le onde sonore, le radiazioni luminose, le onde del mare, i terremoti e i
fenomeni oscillatori in genere. Appartengono, altresì, a questa categoria di fenomeni,
il ciclo cardiaco e il conseguente moto pulsatile del sangue, come anche i moti armo­
nici, che abbiamo incontrato in meccanica, e alcune delle equazioni che li descrivono
sono generalizzabili.
I fenomeni ondulatori si dividono in due categorie, in dipendenza della rela�io­
ne tra direzione della vibrazione e direzione della propagazione della perturbazione.
Una perturbazione ondulatoria può prnpagarsi lungo una direzione che può essere
parallela ( onde longitudinali) o perpendicolare ( onde trasversali) alla direiione

-
delle oscillazioni (Fig. 11.1).

-

-.it·�

=

Figura 11.1: A sinistra: propa­
gazione delle onde trasversali, a
destra: propagazione delle onde
longitudinali in una molla.

Le onde sonore sono onde longitudinali, mentre la luce è un'onda trasversale.


Molti aspetti dei fenomeni ondulatori possono essei·c studiati tutti assieme e de­
scritti con rela�ioni matematiche che sono di validità generale, invece altri aspetti
dovranno essere trattati singolarmente a seconda della tipologia del fenomeno consi­
derato. I fenomeni ondulatori sono importanti in fisica perché descrivono una modalità
di trasferimento di energia piuttosto comuQe.
Le grandezze fisiche che caratteiizzano i fenomeni ondulatori sono funzioni perio­
diche, ovvero ricorsive, del tempo descrivibili come:
1 Il Ca.p. 11 non è più parte del programma d'esame, ne conserviamo tuttavia la. t"ra.tta.zione per
completezza. espositiva. e utilità anche per Biologia § 1.10.2.

129
Capitolo 11 Fenomeni ondulatori @ Artquiz
I -Ì

I
! J(t) = J(t + nT), dove n = 1, 2, 3, ... Con T definito come periodo del fenomeno.
!

Quando un fenomeno ondulatorio si propaga trasmette le oscillazioni a punti con­


tigui del mezzo in cui si propaga. Si definiscono superfici d'onda i punti dello spazio
in cui la perturbazione ondulatoria è massima. Le superfici d'onda che noi tratteremo
saranno quelle piane e quelle sferiche.
Le onde generate da una sorgente si propagano nello spazio e nel tempo, infatti
ogni punto dello spazio sarà sede di oscillazioni S (Fig. 11.2) che varieranno nel
tempo secondo una legge del tipo:
27ft
T + <J>)
S(t) =A· sen (

dove, A = ampie-.11ia massima dell'oscillazione, T = periodo, cioè la distanza minima


fra due punti con la stessa fase, </> = angolo di fase ini:àale.

Ali: a w »
t
I \ / \ / \ / lll
-A I V V V
Figura 11.2: Propagazione di un'onda nel tempo.

Si definisce come pulsazione della perturbazione la grandezza w, data da:


27f
w=-

Si definisce frequenza 11 (ma anche/) il numero di oscillazioni nell'unità di tempo.
La frequenza si misura in 1-Ierti (Hz).

Per definizione 11 = �, da cui segue: w = 21r �.

Ma le onde si propagano anche nello spazio circostante S (Fig. 11.3) secondo una
legge del tipo:

S(x) = Asen (27rX


T + </J
)

dove, À = lunghezza d'onda dell'oscillazione, cioè la distanza minima fra due punti in
fase.
i,

L-i .,

Al. w w »
I \ I \ I \ I .,s

Figura 11.3: Propagazione di un'onda nello spazio.

La velocità di propagazione v dell'onda è data da:


À
v =-

130
@_ Artq_ui�
_ FISICA

Quando una sorgente puntiforme emette delle onde (come un sasso gettato in uno
stagno), queste si espandono conccntricarnente secondo fronti d'onda. In modo più
generale, le onde si propagano nello spazio, cioè in tre dimensioni, e se la sorgente è
puntiforme e il mezzo di propagazione è isotropo le onde propagandosi generano delle
'superfici d'onda sferiche (allo stesso modo del suono o di una lampadina). In queste

Ftu"
condizioni l'equazione cli propagazione è ancora valida (basta sostituire la x con il
raggio r·).
L'energia della sorgente, mano a. mano che ci si allontana da essa, si clistribujsce su
sfere sempre più grandi, cioè, considerando il principio di conserva:7-ione dell'energia
in assenia di fenomeni dissipati,,i, si ottiene.per nn pnnto di una superficie sferica alla
distania r:
l
t
,.
E
E(r) -
- 471"1'2

Quindi, l'energia in un punto generico della snperficie d'onda di una sfera di


propagazione diminuisce con il quadrato della distamm.

Interferenza

o
La propagazione Hinmltauea cli pii1 onde nello stesso meizo avviene: per ogni onda, iu
maniera indipendente dalle altre. Quando due o pii1 onde coesistono nello stesso punto
dello spw.io vale il princi]Jio cli sovrnpposizione, l'effetto risaltante che si ottiene viene

o
chiamato interferenza e dipende dalle caratteristiche delle onde che interagii-icono.
Un caso molto importante di interferenza è quello che �i osserva fra due onde ·
che hanno la stessa fr eqmmza e viaggiano nella stessa dirc�ionc, in questa 8itnazione
l'interferenia dipende dalla differen�a dell'angolo cli fase <I> fra le due onde: se la
differenza di fase è O ( concordanza di fase) le onde si Hommano, l'ampiezza l'isultante
è la somma dello ampiezze delle singole onde (interferenza costruttiva); se invece le
onde sono sfasate di 180° ( opposizione <li fase) l'interferenza è distruttiva e si ottiene
una ampie��a risultante nulla. Ovv iamente esistono anche le �ituazioni intermedie fra
le due appena considerate.

Onde stazionarie
Le onde stazionarie nascono dalla interferenza fra due onde che hanno uguale fre­
quenza ma che viaggiano in senso opposto.
Vediamo ora in coHa differisce un 'onda stazionaria da una normale onda viaggian­
te: in un'onda che viaggia nello spa�io e nel tempo i punti dello spa�io con x diversi
oscillano con fasi diverse nel tempo (Fig. 11.4 a), in un'onda stazionaria tutti i punti
dell'asse x oscillano in fase, ma con ampie�ie di oscillazione differenti e dipendenti da
x (Fig. 11.4 b).
In un'onda stazionaria i punti sull'asse x con ampiezza nulla sono detti nodi, i punti

o
con ampiezza massima (positiva o negativa) sono detti ventri. Le onde stazionarie
sono importanti perché sono le onde che possono essere localiz¼ate e persistere in uno
spazio limitato (le alt1·e onde interferiscono in maniera distruttiva). Queste sono le
onde che troviamo naturalmente quando studiamo il moto oscillatorio di un mezzo a
dimensioni finite, come la coula di una chitarra o di un violino, che sono corde tese
fra estremi fissi.

o 131
(J,
(!, Capitolo 11 Fenomeni ondulatori @ Artquiz
l!f,
s direzione dl propagazione') ,
''
l2

f rr t,
a)

ts
iii'.:
l3

·'
'} b)

Figura 11.4: Confronto fra onde nonnali viaggianti e onde stazionarie.


:-j•

�-/rr1
".'!. I
11.1.1 Riflessione, rifrazione e diffusione
•,, Quando un'onda si propaga in un me1.w omò'geneo viaggia in linea. retta (raggio di
:.! propagazione) e con una velocità che dipende dalle caratteristiche del mezzo. Quando
l''
'l questa onda arriva sulla superficie di separa7.ione fra due mezzi, parte dell'onda viene
,-!
·:· .
! riflessa e torna indietro nel primo mezzo e parte penetra e si propaga nel secondo
..,.
mezzo; questa seconda parte viene definita onda rifratta (Fig. 11.5).
1 ,ii
r1· !
MEZZO 1

' �. i .

ti .o
r1:!
111;1I
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Il
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I· MEZZ02·
Figura 11.5: Riflessione e rifrazione.
'I
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I
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I,

l!
Riflessione

n
l. Secondo le leggi della riflessione, angolo di incidenza e angolo di riflessione dol
I: raggio di propagazione, misurati rispetto alla normale al piano di riflessione sono
uguali, inoltre angolo di incidenza, angolo di riflessione e normale, giacciono nello
l f! stesso piano (Fig. 11.6 a sinistra).

i1
Il fronte d'onda AA' avanza da sinistra, quando l'estremo A' dell'onda tocca il

I.
piano di riflessione, l'altro estremo A deve percorrere la distanza d per raggiungere
il piano nel punto B. Qu�do questo succede Pestremo A' ha raggiunto il punto B'
e la retta BB' rappresenta il fronte d'onda dopo la riflessione. I due triangoli AA' B
I e A' B' B risultano uguali perché raggio incidente e raggio riflesso si propagano, con

132
À
@ Artquiz FISICA

identica velocità, nello stesso mezzo, come conseguenza 81 e 0'1. risultano uguali come
previsto dalla legge di riflessione. Questa trattazione è valida solo se la superficie
di riflessione è effettivamente piana e levigata (come ad esempio uno specchio), cioè
l'angolo d'incidenza è costante per tutti i punti del fronte d'onda incidente. Quando
· ciò non accade, punti diversi del fronte d'onda incontrano la superficie di riflessione
(scabra) con angoli diversi e vengono quindi riflessi con angoli diversi; si parla in
questo caso di riflessione diffusa della luce (Fig. 11.6 a destra).

MEZZO 1

A a'

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j
... • ·f • ... �-� ... -� :••"--· t :·r-...-.:•. :1 :�:

Figura 11.6: A sinistra: il fenomeno della riflessione; a destra: la riflessione


diffusa.

Diffusione

La diffusione si osserva quando le onde incontrano nel loro percorso superfici scabre.
Il fenomeno è del tutto generale> si verifica nei gas, nei liquidi e nei solidi trasparenti
all'onda, quando essi contengono impurezze che agiscono come superfici riflettenti.
Dato l'ol'Ìcntamento casuale di queste impure-.t;Ze abbiamo la diffusione in tutte le
direzioni. Il colore del cielo è dovuto a questo fenomeno, ed il colore varia al variare
del tipo di impurez7.e presenti. In un cielo limpido, dopo una pioggia prevale l'azzurro>
in aree industriali inquinate prevale il grigio, in caso di nebbia prevale il bianco. Se,
ad esempio, non ci fosse diffusione della luce solare nell'aria il cielo apparirebbe nero
come di notte, le stelle ·sarebbero visibili di giorno ed il contrasto fra luci ed omb1·e
sarebbe molto più forte.

Rifrazione

Il fenomeno della rifrazione si osserva quando l'onda incidente supera la superficie


di separazione fra i due mezzi e si propaga nel secondo mezzo. Di norma i fronti
d'onda che viaggiano nel secondo mezzo cambiano direzione, ma anche in questo
caso raggio di propagazione incidente, normale al piano di incidenza e raggio rifr atto
giacciono nello stesso piano (Fig. 11.7). L'onda piana AA' incontra un piano che
separa due mezzi; la penetra:.t;ione inizia nell'estremo A dell'onda mentre il punto A'
deve perconere ancora il tratto A' B' prima di incontrare la superficie di separazione.
Quando dopo il tempo dt, l'estremo A' raggiunge il punto B', Pestremo A è arrivato
nel punto B, in questo caso però le velocità di propagazione nei due mezzi sono
differenti come quando ad esempio V1 > v2.

133
�;r
V'!Jj
© Artquiz
f"!
Capitolo 11 Fenomeni ondulatori

. t.
A'


I

.
!I.

B
Figura 11.7: Il fenomeno della 1'ifrazione.

Con semplici consiclera:tioni trigonometriche sulla figura si vede elle:


AB' · sen i= vi · dt e AB' 1 .sen r = v2 · dt. i
Dal rapporto fra. AB' · sen ·i = v·, · dt e AB' · s<�-i r = v2 · dt si ricava:
i n2
--
sr,n r = - =n12 = -.
S�"n Vi

V2 n1 '
Si defiuh;ce con n = c/u Pindice di rifrazione del mei7.o considerato rispétto al
vuoto ( indice di 1·ifrazione assoluto), dove e è la velocità della luce nel vuoto (e = 1
300.000 km/s) e n 12 è Pindice di rifrazione frn due mei.zi 1 e 2.
Sperimentahncnte .'li o�scrv-d. che se si passa da un me'l.zo meno rifrangente ad nno
più rifrangente (a.cl <>�'!empio dalParia al vetro), Pa.ugolo del raggio cli propagazione
rifratto sa.rà più vicino alla perpendicolare alla superficie di separazione. Nella situa­
zione opposta, cioè pa�-sando da un mezzo piì1 rifrangente a.d 11110 meno rifrangente
Pangolo rispetto alla normale aumenta. In questo caso esiste un angolo limite di
incidenza per il quale Pangolo di propngazione rifratto è di 90 °, cioè parallelo alla

o
superficie di separazione fra i due mezzi, superato qucs1; 1a11golo (Fig. 11.8) non si
osserva più la rifrazione ·e il raggio incidente viene totalme11te riflesso. Esistono molte
applicazioni pratiche che sfrnttauo il principio dclPangolo limite (fibre ottiche, prismi
a riflessione totale, ecc.).

·1

,,
I,

"2 n1 - Figura 11.8: Angolo limite di rifrazione.

Passando da un mezzo trasparente ad un altro la frequen�a rimane costante, ma


velocità e lunghezza d 1 onda possono cambiare, se cambia Pindice cli rifrazione.
Un mezzo viene definito otticamente più denso di un altro quando possiede un
indice di rifrazione maggiore. L 1 in<lice di rifrazione di un materiale dipende normal­
mente dalla frequenza e dalla temperatura (a fenomeni cli questo tipo è dovuta la
dispersione dei colori della luce bianca in un prisma cli vetro).

134
@ Artquiz FISICA

11. 2 Le onde sonore

Le onde sonore sono onde elastiche longitudinali che si propagano in un me'hZO


deformabile come l'aria; infatti nei gas le forze di richiamo elastiche esistenti non
· consentono l'oscillazione delle molecole in dire�ione trasversale alla propagazione del­
l'onda, mentre nei liquidi o nei solidi le onde sonore possono essere sia longitudinali
che trasversali. Le onde del mezzo entrano in oscillazione e questa vibrazione si pro­
pa.ga nello spazio e nel tempo. Le onde sonore non si propagano nel vuoto.
Lo, velocità cli propagazione del suono è: in aria :::::: 340 m/s, in acqua :::::: 1.500
>
m/H, e nei solidi 2.000 m/s. Queste differenze cli velocità danno origine ad effetti
significativi in corrispondenza delle superfici di sepm·azione tra mc7.zi diversi (echi,
ecc.).
L'intero spettro acustico viene suddiviso in tre regioni:
l. infrasuoni, con frequenxe < 20 Hx;

2. s1wni udibili, con frequen�e fra. 20 Jfa e 20.000 H�;

3. 1tltras·uoni, con f rcquen�c > 20.000 I-fa.


Ricordando che in aria v = 340 m/H, �vremo per le frcqnen¼e acustiche udibili un
intervallo di lunghezze d'onda compreso f ra. 1,72 cm e 17,2 ni.
Esistono notevoli applica�ioni degli ultrasuoni in medicina, ad esempio tutte le
tecniche ecografiche si ba8ano sull'utili�zo di ultrasuoni.

11.2.1 Il suono
Esiste una sostanziale differenza fra suono e rumore. Il rumore è una vibrazione del
tutto inegolarn alla quale manca un predi-lo carn.ttere cli periodicità. Il suono, se purn,
è una semplice vibrazione a r monica (un semplice sinu�oide), se complesso, è costitui­
to dalla sovrapposizione di onde semplici. Il suono compleHso è scomponibile nella
somma di una sede di comp01}enti sinusoidali 8e?Iplici iù relazione armonica fra loro,
la componente a frequenza più bassa viene chiamata prima armonica o fondamentale,
mentre le armoniche superiori hanno frequen�e multiple cli quella fondamentale.
L'altezza di un suono (la nota) nei suoni complessi dipende dalla frequenza. della
vi brazione fondamentale.
Il timbro di un suono dipende dalla forma della vibrazione complessa, cioè dal
numero e dalle ampiez�e della varie armoniche presenti.
L'intensità I di un'onda sonora è la quantità di energia che attraversa nell'unità
di tempo l'unità di superficie e si misura in watt/m 2 ; essa dipende dall'energia tra­
sportata dall'onda sonora, cioè dal quadrato delle ampie�1.e massime delle vibrazioni
Hemplici che la compongono. L'ampiezza è massima in prossimità della sorgente.
Il suono emesso da una sorgente puntiformè Hi propaga per onde sferiche in tutte
le direzioni e, su tali superfici sferiche, l'energia sarà uniforme.
Pèr il principio di c�nservazione dell'energia ricaviamo la rel�ione fra intensità
1-lonora e la distanza r:

E
I = -41r-r-.2-.-�-t'
135
'·�t -1ij: Capito]o 11 Fenomeni ondulatori @_ Artquiz

Effetto Doppler

Se una sorgente di onde e il sistema che riceve e misura le onde si muovono Puna
rispetto all'altro, la frequenza delle onde misurata risulta differente da quella emessa
dalla sorgente. Se il movimento relativo è di avvicinamento la frequenza osservata
è maggiore di quella della sorgent.e, se invece il movimento è di allontanamento, la
frequenza risulta inferiore a quella della sorgente. Qu�to fenomeno, chiamato effetto
Doppler, è ben conosciuto da tempo (esempio tipico è il suono di una ambulanza in
avvicinnment.o o in allontanamento).

11.3 Ottica
La luce è un'onda elettromagnetica costituita dalla vibrazione di un campo elettrico
E e di un campo magnetico B, che oscillano su piani perpendicolari fra loro e per­
pemlicolari alla clh-czione di propagazione.
L'unità di misura dell'intensità luminosa, nel sistema S.I. è la candela cd.
Quando è possibile trattare la propagazione delle onde in termini di onde piane
che si propagano perpendicolarmente al fronte dell'onda (raggi) e la si tratta in un
contesto in cui le dimensioni degli oggetti e degli strumenti di misura sono molto più
grandi della lunghe-tzu. d'onda della luce, parliamo di ottica· geo)'lletrica. In questo
contesto si utilizzano la riflessione e la rifrazione nonché la geometria Euclidea.
Quando è invece necessaria una trattazione in cui gli aspetti microscopici della
radiazione sono prevalenti, parliamo di ottica fisica.
Vediamo di seguito alcuni aspetti elementari della ottica fisica.

Luce coerente
Una sorgente luminosa comune (come per esempio il sole) emette radiazioni (o fo­
toni) di frequenza, lunghezza d'onda, fase e piano di polarizzazione, diyersi, inoltre
la sorgente emette radiazioni in tutte le direzioni. Questo tipo di luce viene definita
non coerente. È tuttavia possibile ottenere sorgenti luminose di luce coerente, carat­
teriz?:ate dalla costanza dei parametri visti, _in cui tutti i fotoni sono uno la fotocopia
delPaltro; un esempio classico di queste sorgenti sono i laser.

o
'
La polarizzazione della luoe
Si definisce come piano di polarizzazione della luce quello in cui oscilla il campo
magnetico B, Normalmente la luce solare o quella emessa da una sorgente generica
non sono polarizzate.
Esistono dei materiali in grado di polarizzare la luce o cli ruotare il piano.�i polariz­
:i:azione della luce, un esempio classico sono i materiali polaroid, che se attràversati da
raggi luminosi lasciano passo.re solo quelli con un ben preciso piano di polarizzazione.
.�rr
.J

·I' La diffrazione
I· La diffrazione è un fenomeno che si osserva quando raggi monocromatici interagisco­
j,
' no con oggetti dalle dimensioni paragonabili con la loro lunghezza d'onda, in queste
,
condizioni non valgono più le regole dell'ottica geometrica e si osservano fenomeni di­
rettamente collegati alla natura ondulatoria delle onde, quali le frange cli interferenza
o la propagazione di onde non in linea retta.

136
© Art�uiz FISICA

Ottica geometrica
Alla base dell'ottica geometrica sussistono alcune considerazion e di carattere fonda­
mentale:
· • La lunghezza d'onda della luce è molto più piccola della dimensione dei sistemi
ottici.
• In un mezzo omogeneo la luce si propaga per linea retta.
• La traiettoria seguita dai raggi luminosi non dipende dal verso di propagazione.
• Un raggio luminoso segue sempre il percorso più breve per andare da un punto ad
un altro (principio di Fermat).
Due mezzi distinti, con indice di rifrazione diverso, separati da una superficie sfe­
rica, costituiscono un diottro sferico. Ut� diottro sferico è un sistema ottico stigmatico
(Fig. 11.9).

Figura 11.9: Diottro sferico.


Un raggio proveniente dal pun­
n1 to P posto sull'asse ottico si
p' rifrange s1tl diottro sferico e
p interseca l'a.,;.,;e nel p1tnto P'
p / V\T q
oggetto Immagina di coordinata q nello spazio
asse otnco
acla , valto immagine.

Un sistema ottico si dice stigmatico quando i raggi luminosi, che partono da un


punto che si tl'Ova. su di un lato della superficie di sepura:,done del sistema ottico,
convergono biunivocamente, dopo la rifrazion e, sn di un punto posto sull'altro lato
del sistema.

Lenti sottili
La lente sottile è un sistema ottico limitato da due superfici rifrangenti (diottri sferi­
ci o piani) che hanno in comune l'asse ottico. Lo spessore della lente è molto inferiore
ni raggi delle superfici. Le lenti sottili sono sistemi ottici stigmatici.
Una lente è carattcriz'iata da un asse ottico e da due raggi di curvatura. Per
convenzione l'Mse p, a sin istra, ci dà le coordinate del punto oggetto, mentre l'asse q,
a destra ci dà le coordinate del punto immagine.
Una lette sottile è caratterizzata da due fuochi, il primo nello spazio degli oggetti
e il secondo nello spazio delle immagini. Per una lente sottile le due distanze focali
hanno lo stesso valore assoluto.
A seconda che la distanza focale sia positiva o negativa si distinguono lenti con­
vergenti o divergenti (Fig. 11.10).
La formula delle lenti sottili mette in relazione la coordinata del punto oggetto, la
coordinata del punto immagine e la distamm focale:
1 1 1
-+- =-
P q F
dove, p = coordinata del punto oggetto, q = coordinata del punto immagine, F =
distanza focale.

137
Capitolo 11 Fenomeni ondulatori © Artquiz

� .:::; :�;:i:=�yp:_ :�
:�···· ..-:·····..

(a) Posizione del fuoco in una lente (b) Posizione del fuoco iq una lente
convergente: il fuoco è reale (si trova divergente: il f11oco è virtuale (si trova
nello spa1.io dell'immagine) e positivo. nello spuzio degli oggetti ed è costruito
sui prolungamenti dei raggi) e negativo.

Figura 11.10: Lenti conveTgenti e lenti divergenti.

Il potere diottrico <li una lente caratterizza le proprietà ottiche di una lente, si in­
dica con '1/J = 1/F, si misura in diottrie (m- 1) e può essere positivo (lenti convergenti)
o negativo (lenti divergenti).
Pei· determinare graficamente il punto immagine da una lente sottile si possono
utiliz7,are l'intersezione di tre raggi:
1. il raggio parallelo all'asse ottico, dopo la lente passerà per il fuoCOi
2. il raggio passante per il centro della lente, non viene deviato;
3. il raggio passante per il primo fuoco, dopo la lente è parallelo all'asse ottico.
Si definisce come ingrandimento lineare G (o anche !VI) di 1ma lente il rapporto
fra le dimensioni clcll'hnmagine A' B' e quelle dell'oggetto AB:
i? q -F
G=-=-=--
q
. F
p p-F

Lenti convergenti
In Figura 11.11 sono riportati alcuni esempi di costruzione e caratterizzazione del
punto immagine di lenti convergenti.

Lenti divergenti
.
In Figura 11.12 sono riportati alcuni esempi <li costruzione e caratterizzazione del
punto immagine di lenti divergenti.

Lente di in�randimento I

,,
I,

La lente di ingrandimento è una lente convergente con piccola distanza focale che
permette di aumentare l'angolo sotto il quale l'immagine di un determinato oggetto
viene osservata. (che quindi apparirà più grande ).

Specchi

Uno specchio piano fornisce l'immagine virtuale e ribaltata (una mano destra osser­
vata allo specchio diventa una mano sinistra) di un oggetto reale conservandone le
dimensioni. L'immagine di uno specchio convesso è sempre più piccola dell'oggetto
( come per le lenti divergenti).

138
© Artquiz FISICA

(n) Se l'oggetto si trova nel una distnnza 111aggiore del doppio delln distn.nza focale,
l'immagine è renle, capovolta e rimpicciolita.
8,,,__ 4-
I

o
(b) Se l'oggetto si trovn mi lllll\ distm,za p�ri al doppio della clistmrna focale, l'immagine
è reale, capovolta e cli uguale dimensione.

o
B'
(e) Se l'oggetto si trova. tra il fuoco e il doppio della clistunzu, focale, l'immagine è reale,
capovoltn e ingrandita.

BrI' ,.
'�"·•
·<:::···,
·, .......,... .
",,,....,.,,"',,. .
B,w::: �
'·,,',,,a"···············
_J _____ .,2____ _
J&..

A=F2 A' F. A

(cl) Se l'oggetto si trova in corrisponden­ (e) Se l'oggetto si trova nel unn, distan,,m mino,
zll del fuoco, i raggi emergono paralleli re della distm11.a focale, l'immagine è virtnale,
(immagine all'infinito). diritta e ingmnclita.

Fig11ra 11.11: Lenti convergenti.

o 139
Capitolo 11 Fenomeni ondulatori © Artquiz

__,,-

,,-· F2 A
.. -· ··-·--
,,
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A' 1
F1
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,.-· F A
-·-�-·-
A'
,, ,.

2 F1

Figura 11.12: Lenti divergenti. L ,immagine è sempre virtuafo dritta e rimpic­


,
ciolita.
·�
•t

11.4 Le onde elettromagnetiche


La luce è un'onda elettromagnetica trasversale costituita dalla vibr�ioue di un cam­
po elettrico E e un campo magnetico B, che oscillano su piani perpendicolari fra loro e
perpendicolari alla direzione di propag�ioue. In Figura 11.12 sono riporto.ti la rappre, 1
sentazioue di un onda elettromagnetica e lo spettro delle radiazioni elettroma.guetiche
con la suddivisione nelle varie regioni spettrali.

...·t.:-;. \ :)9-·� ·0. . · . ·.


I,

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11

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ultravioletto
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raggi Y raggi X infrarosso microonde onde radio
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visibile

,, viola blu giallo ro�so b) ·,


.'

400 500 600 700


lunghezza d'onda À(nm)
!' • -4
Figura 11.13: Onde elettromagnetiche e spettro delle radiazioni elettrpmagneti,
I' che. Fig. a: rappresentazione di un,onda elettromagnetica; il campo magnetico
:
B è perpendicolare al campo E; fig. b: spettro delle radiazioni elettromagneti•
· che, sulla scala orizzontale è riportata la lunghezza d,onda delle varie regioni
spettrali.
!
I
,! 140
@ Artquiz FISICA

La velocità di propagazione della luce nel vuoto è e= 300.000 km s- 1 i c = >i.v.


Questa velocilà è collegata alla permeabilità magnetica del vuoto µo e alla costante
dielettrica del vuoto € 0. Nei me1,zi materiali la velocità .della luce diminuisce (vedi
indice di rifrazione).
Lo studio della interazione fra le onde elettromagnetiche e gli atomi o le molecole
ha condotto alla scoperta delle proprietà corpuscolari delle onde elettromagnetiche 1
che in determinate _condizioni si comportano come onde 1 in altre come particelle prive
di massa 1 chiama.te fotoni 1 il cui numero è proporzionale all 1 intensità dell 1onda1 mentre
Penergia del singolo fotone aumenta con la frequenza della radiazione.
Venergia di un fotone è legata alla frequenza dalla relazione di Planck:
e
E= h-v = h .
>,,

Effetto fotoelettrico
L 1effetto fotoelettrico era un fenomeno assolutamente inspiegabile con i modelli del­
la meccanica classica. Si era infatti osservato che quando la luce colpiva una superficie
metallica in opportune conc�i7.ioni questa emetteva elettroni 1 iu particolare Penergia
cinetica degli elettroni emessi dipendeva dalla frequenza della radiazione incidente 1
an7.i esisteva una soglia di frequemm sott<;_> la quale i[ fonomeno non :,;i verificava 1 inol­
tre Pintcnsitò. della radiazione incidente influiva sul numero degli elettroni emessi ma
non 1 e questo sembrava del tutto stupefacente 1 sulla loro energia. La spiegazione cli
Einstein era semplice ed elegante 1 il quanto di luce 1 il fotone appunto 1 possedeva una
energia legata alla sua frequenza dalla relazione di Planck: E = hv. Quando il fotone
colpiva la superfir.ie metallica era in grado di trnsfcl'ire la sua energia ad un elettro­
ne del metallo. Se essa era :mperiore alI 1 energia che teneva Pelettrone vincolato al
solido (poten7,iale di estrazione) si osservava Peffetto fotoelettrico. Venergia cinetica
che l 1 elettrone espulso acquisiva era data dalla differenza fra Penergia del fotone e il
potenziale di estrazione. Ossia Penergia cinetica dell 1 elettrone espulso risultava:
1
2 mv = hv - hvo,
2

dove 1 vo era la frequenza di soglia legata dalla relazione di Planck al potenziale di


estra:,done.

Raggi X
Indichiamo le caratteristiche principali dei raggi X:
• Sono onde elettromagnetiche di frequenza molto elevata (10 1 7 - 1021 Hz) e
lunghezza d 1onda >,, < 1 nm.
• Il loro indice di rifrazione nella materia è praticamente 1 ( quindi non possono
essere focalizzati) .
• Danno origine a fenomeni di diffrazione quando interagiscono con materiali ·cri­
stallini che con la loro distribuzione spaziale regolare agiscono come reticoli
tridimensionali ( questi fenomeni sono alla base delle tecniche di cristallografia
a raggi X).
• Attivano schermi fluorescenti e impressionano lastre fotografiche.

141
r Capitolo 11 Fenomeni ondulatori © Artquiz

• Attra.vcrsuno qua�i tutti i materiali, anche quelli opachi alle radiazioni ottiche,
essendone tuttavia più o meno assorbiti.
• I raggi X a frequenze pii1 alte sono piit penetranti.
• Radiotrasparenza e quindi radioopacità di uu materiale dipendono, a parità
di energia della radiazione, da tre fattori: il numero atomico degli atomi che
costituiscono il materiale, lo spessore e la densità del materiale.
• L'energia dei raggi X (e delle particelle nucleari) si misura in elettronvolt (eV).
1 eV = 23,06 kcal/mole = 96,48 kJ/mole.
• S0110 in grado di ionizzare l 'a.ria.
Per generare raggi X si può utilizzare una sorgente cli elettroni a�ocinta ad una
forzn. che li acceleri e 1m bersaglio che li freni (tubo di Coolidge) 1 il tutto sotto vuoto.
Gli elettroni vengono emessi da un catodo (spiralina di tungsteno) per effetto termo­
ionico, vengono accelerati da una differc11�"'1. di potenziale .(variabile) e incontrano un
anticatodo nel qmtle vengono frena.ti emettendo coi;i raggi X.

,'

142
.[
PARTE IV
CHIMICA

Capitolo 1·

�·- La costituzione della materia

1.1 Stati di aggregazione e pa�saggi di stato


La. chimica è lél. disciplina che studia la costitmdone della materia. 1 la sua. trasforma,
�ionc• <' Penergin in gioco nella trm-1formazio11e. Viene definita materia tut.to ciè> che
occupa uno spa.r.io e ha mm massa. Tutta 111 materiél. esistente è� costituita da atomi.
Gli atomi sono le particelle più piccole che costituh:;cono la materia. Gli atomi si
combinano tra loro in modi diversi per dare le molecole. La molecola è la più piccola
quantità della materia a cui corrispondono le proprietà chimiche cioè la cn.pacità di
reagire con altre molecole per dare nuovi composti. Le molecole contribuiscono anche
a definire le propri età fisiche delle sostanze.
La materia con la quale abbiamo interazioni tutti i giomi e di cui siamo fotti è in
genere costituita da miscele di sostanze. Si intende per miscela l 1 insieme di dne o più
::i0stanze 1 a composizione variabile. Le miscele (o miscugli) possono es:-.ere omogenee!
o eterogenee: Si noti che nei quiz il termine miscuglio viene spesso ·usato impropria,
mente pe1· definire una miscela eterogenea.

(
Una miscela omogenea è costituita da una sola fase1 cioè una porzione della
materia nella quale le proprietà sono identiche punto per punto. L1 aria 1 l 1 acqua del
rubinetto 1 il vino 1 la benzina 1 un diamante 1 una sbarra di alluminio sono esempi di
miscela omogenea. Si può avere una sola fase in tutti e tre gli stati di aggregazione1
solido1 liquido e gassoso. Qualsiasi sostanza o miscela di sostanze allo stato gassoso
(soluzioni gassose) è costituita da una sola fase 1 perché qualsiasi porzione del gas (a
meno che non si scelga una porzione corrispondente ai volumi clello molecole) presenta
sempre le stesse proprietà. Lo stesso è vero per le soluzioni liquide1 come l 1 acqua
del rubinetto ( che oltre all 1 acqua contiene gas e sali disciolti) 1 il vino (che è costituito
da acqua1 alcol etilico e altre sostanze disciolte) 1 Pacqua del mare (se filtrata) e la
benzina (che è una miscela di idrocarburi liquidi). Ma è vero anche per le soluzioni
solide. Una barra di alluminio contiene solo alluminio e quindi non è una soluzione,
così come non è una solmdone un diamante 1 che è carbonio puro. Ma una barra di
acciaio o di bro117.0 1 che sono leghe 1 cioè una soluzione di ato_mi diversi 1 è una solu­
zione solida.

143
t:
i;
Capitolo 1 La costitu7.ione della materia © Artquiz

Una miscela eterogenea è costituita da più fo.si, è cioè possibile suddividere la


miscela in porzioni definite che hanno proprietà di\•erse. Mescolando acqua e olio (che
sono insolubili l'uno nell'altra) si ottengono due fasi, anche se costituite da piccolis­
shne goccioline, una fase acquosa e una fase oleosa. 'Ira i liquidi biologici il sangue
è una miscela eterogenea, nella quale è possibile distinguere le varie cellule che vi
sono disperse dalla soluzione acquosa. Le lacrime, invece, sono costituite da una sola
fase. La nebbia, costituita da goccioline di liquido disperse nel gas aria, è una miscela
eterogenea, come il fumo, costituito da particelle solide disperse nel gas.
'Iì·a le miscele eterogenee molta importanza, dal punto di vista biologico, hanno le
dispersioni colloidali o sospensioni colloidaH, in cui particelle solide sono sospese
in un liquido. Il sangue e il latte appartengono a questa categoria.
Un modo per distinguere sperimentalmente una soluzione da una sospensione col·
loidale è quella di farla attraversare da un raggio di luce: nel caso della soluzione il
raggio passa senza lu!>ciare traccia, nel caso delle sospensioni il raggio viene percepito
perché viene disperso in tutte le direzioni dalle particelle sospese (effetto Tyndall).
Tale effetto si osserva quando un raggio di sole penetra da una fessura della finestra
in una stanzo. buia: il raggio vieue individuato perèhè disperso dalle particelle solide
(polvere) sospese nell'aria..
I singoli componenti di una miscela spesso possono essere purificati usando mezzi
fisici. 'I'l:a i pii, usa.ti c'è la fil trazione, che separH. i solidi sia dai liquidi che dai gas,
�fruttando le dimensioni più grandi delle particelle solide per trattenerle su un filtro.
Anche la centrifugazione è un mezzo comunemente usato quando si vogliono sepa­
rare particelle che hanno diversa densità: in questo modo dal latte si separa il grasso
(burro) che galleggin. :ml liquido dopo la centrifuga¼ione, o dal sangue si separano i
globuli rossi che invece si raccolgono al fondo della provetta dopo la centrifugazione.

� Le proprietà della materia vengono suddivise in ìntensive ed ·estensive.


Le prime non dipendono dalla quantità di materia che si prende in consi­
derazione. Esempi di proprietà intensive sono la densità, la temperatura,
il pH, l'indice di rifrazio ne, il calore specifico, il punto di fusione, la con,
centrazione, ecc. Esempi di proprietà estensive sono la massa, il volume, la
quantità di calore, l'entropia, ecc.

Gli stati della materia sono: lo stato solido, lo stato liquido e lo stato gassoso
(o aeriforme).
Lo stato solido è caratteriz1mto dall'avere un volume e una forma propria, grazie
alla forte interazione tra gli atomi e le molecole che lo costituiscono. Una definizione
piii restrittiva è quella che individua nel solido solo una sostanza allo stato cristal­
lino, in cui cioè tutti gli atomi componenti hanno una precisa posizione netrreticolo
cristallino. Secondo questa definizione un vetro non sarebbe un solido ma unHiquido
sottoraffreddato ad alta viscosità: le molecole del vetro infatti sono disordinate
(come tutti i liquidi), solo che per il loro attrito non sono capaci di muoversi se non
a velocità bassissime (tanto basse da non essere misurabili in tempi normali). Questi
tipi di solidi non hanno un punto di fusione definito.
Lo stato liquido è caratterizzato dall'avere un volume proprio ma non una forma
p ropria: ciò è dovuto al fatto che, pur essendoci tra le molecole una forza di attrazio­
ne tale da tenere le molecole vicine l'una all'altra, essa non è tanto forte da fissarne
la posizione nello spa:.tio. Le molecole quindi sono libere di muoversi (più o meno
facilmente e questo carattcriz�a la proprietà che si chiama viscosità).

144
@ A1tqui1, CHIMICA

Lo stato gassoso è c�atterizzato da non avere né una forma nè un volume pro­


prio. Le molecole non hanno tra loro un'attrazione tale da tenerle vicine una all'altra
e tendono a muoversi in modo disordinato in tutte le direzioni e quindi ad occupare
tutto il volume a disposizione.
· A seconda della sua natura e della temperatura e pressione alla quale si trova, una
sostanza assume uno dei tre stati. I diagrammi di stato per ogni sostanza individuano
i campi di temperatura (T) e pressione (P) ai quali ogni stato di aggregazione è sta,.

r
bile. Nella Figura 1.1 è riportato il diagramma di stato dell'acqua. Un punto in una
della tre aree in cui è suddiviso il diagramma rappresenta una coppia di valori P,

g
in cui quello stato di aggregazione è stabile in assenza degli altri. Un punto qualsiasi
su una curva individua i valori di P e T ai quali due stati di aggregazione sono in
I equilibrio. Le tra curve si incontrano in un punto, chiamato punto triplo, dove sono
in equilibrio tutti e tre gli stati di aggregazione.

b+- punLo
critico
j

1 Atn, l gns

i 1>1u1to
ghhtcclo cr l triplo
!,._ Lc111pcr,tL1u·,t
cl'iLic1t
Vltl)Ol'O

-------f;�---L_-1.!
o
-.
100 374 t ·e
Figura 1.1: Diagramma di stato dell'acqua. Alla pre.'ìsione atmosferica l'acqua
congela a O ·e e bolle a 100 ·c.
La retta 1 che divide lo stato solido dallo
,'ìtato liquido ha una pendenza negativa perché l'acqua solida ha una densità
inferiore a q1tella dell'acqua liquida: la pres.'ìi one facilita quindi il passaggio
dallo stato solido allo stato liquido e la temperatura di congelamento diminui,
sce con l'aumentare della pressione. Al di sopra della temperatura critica è
stabile solo lo stato gassoso. La curva 2 rappresenta la pressione di vapore del
liquido in funzione della temperatura. La c1trva 3 rappre.,:umta la pressione di
vapore del ,'ìolido in funzione della temperatura. La scala delle ascù;.�e non è
proporzionata.

Nel caso dell'anidride carbonica il diagramma di i-,tato si difforen7,ia da quello


dell'acqua per due caratteristiche:
1. La retta che divide lo stato solido dallo stato liquido ha una pendenza positiva
perchè l'anidride carbonica solida ha una densità superiore a quella dell'anidride
carbonica liquida.
2. Il punto triplo si trova a circa 5 atm di pressione per cui l'anidride carbonica nel

o
nostro pianeta non potrà mai apparire nella forma liquida (a meno di esercitare
su di essa una pressione superiore a 5 atm). L'anidride carbonica solida infatti si
chiama ghiaccio secco appunto perché non fonde ma s11blima.

145
·'I
,':
.,;1
,: 1 Capitolo 1 La costituzione dello. materia © Artquiz
! •
'i
• l

Cambiando la temperatura (e la pressione) la sostanza può cambiare stato di


aggregazione, senza variare la sua composizione chimica. A pressione costante il pas·
..
I,
',. ' saggio di stato avviene a temperatura costante, nel senso che, anche se si riscalda
·,
I
o si raffredda il sistema, la temperatura non cambia fino a che sono presenti i due
l:; �
stati di aggregazione. Il calore che viene fornito o sottratto serve a far passare una
;J,
..
rf
� parte del sistema da uno stato di aggregazione all'altro.
Si chiama ebollizione il passaggio dallo stato liquido allo stato gassoso (vapore;

I'
'·. Chimica,§ 5:2). Tale passaggio non deve essere confuso con l'evaporazione, un pro,
cesso che avviene a tutte le temperature (vedi infra). Il processo inverso si chiama
condensazione.
Il passaggio dallo stato liquido allo stato solido si chiama solidificazione e il pro­
,,
cesso inverso si chiama fusione.
Il passaggio dallo stato solido allo stato gassoso (vapore) si chiama sublimazione
e il passaggio opposto si chiama brinamento (Fig. 1.2).

o
;,
�- I cambiamenti di stato sono processi che mettono in gioco dell'energia. Quando

si passa da uno stato pii1 stabile (solido) ad uno meno s'tabile (liquido o gassoso)
bisogna fornire al sistema energia. I processi sono eodotermici e si parlu. di calore di

o
fusione, di sublimazione o di ebolliiione. I pass�ggi iuvel'si sono invece esotermici e si
definiscono i calori di solidificazione, di liquefazione e di brina.mento.

o
VAPORE

o
SOLIDIFICAZIONE
LIQUIDO+--------- SOLIDO
FUSIONE
.. o
Figura 1.2: I passaggi di stato.
o
� Poiché il passaggio di stato avviene a temperatura costante e la temperatura
di un corpo è la misura dell'energia cinetica media delle molecole che lo D
o
costituiscono (,�m·u 2 ) l; molecole nei diversi stati hanno la stessa velocità
media.

1.2 Elementi e composti


Un elemento è una sostanza costituita da atomi dello stesso tipo. Solo nel CEJ.80 dei
t,
j gas nobili la molecola è costituita da un solo atomo (es. He); le altre sostanze sono
I,

.li costituite da molecole contenenti due, tre, quattro o pii1 atomi (es. Cb, P 4 , N2 ), Nel
,I i
caso dei metalli, dei sali e del car bonio la molecola consiste nell'aggregato di tutti gli
atomi costituenti la quantità di sostanza presa in considerazione. In altri termini, in
�:. I alcuni solidi, la molecola non è identificabile, perché tutti gli atomi sono legati tra

I!j
loro (Chimica,§ 4.1.3).
Gli atomi degli elementi noti sono 105. Alcuni di questi sonq prodotti artificial­
mente. Ognuno è caratterizzato da un simbolo formato da una o due lettere e occupa

ff
146
© Artquiz CHIMICA

un posto preciso su una Tavola (dettn periodica), da cui è possibile dedurre alcune
proprietà (Chimica,§ 3.1).
I composti chimici souo formati da. più atomi di specie diverse, che costituiscono
1� molecola di quel composto. Nella formazione di una molecola gli atomi che la
compongono si legano tra loro secondo rapporti fissi determinati dai numeri che ap,
paiono nella formula chimica o formula molecolare (es. H2S04, C2HsOH, C02).
La formula chimica individua il composto dal punto di vista qualitativo e quantita­
tivo. Per i composti di natura ionica (Chimica,§ 4.1.1) la formula indica solamente i
rapporti quantitativi tra gli ioni costituenti la sostanza. La formula di strutt ura di
un composto indica il modo con cui gli atomi :,;i legano tra loro per formare la moleco,
la. Spesso ad una formula grez za o bruta corrispondono più formule di struttura.
;--,
Con formula minima si intende il rapporto quantitativo più smnp1ice tra gli atomi
costituenti il composto.
'....I

.,

147
�---
af

...
Capitolo 2

L'atomo

o
�.

2.1 L'atomo e i suoi costituenti. Gli isotopi. La radioattività.


Il peso atomico e il peso molecolare. La mole ·
In maniera molt.o generale ogni atomo è costituito da un nucleo centrale con çarica
positiva circondato da particelle con carica negativa., chiamati elettroni, che si muo,
vono intomo al nucleo. Lo �par.io entro il qun.le si trovano quei-;t;e particelle è di natura
pressochc sferica e il raggio delle sfere è dell'ordine cli grande;,.xa degli angstrom (A).
A= 10- 8 cm= 0,1 nm = 10- 10 m = 100 pm.

-o
1
Il nucleo è costituito da particelle elementari d1iamate protoni e neutroni ( o
nucleoni). I protoni hanno carica po�itiva, della steS8a entità di quella negativa degli
elettroni, mentre i neutroni �ono :,;carichi. Protoni e neutroni hanno massa pressoche
equivalente e circa 1.800 volte più grande della mas:·m degli cl�ttroni, per cui la massa
di un atomo è praticamente concentrata nel nucleo.
� I protoni, gli elettroni e i mmt;roni hanno la loro corrispondenza in particel,
le opposte che costituiscono l'antimateria. Gli antiprotoni hanno la stessa
massa de protoni ma carica negativa, gli antineutroni hanno la stessa massa
e sono semm carica, gli antielettroni hanno la stessa massa ma carica po,
sitiva (sono chiamati anche positroni, usa.ti nella tecnica PET, "positron
emission tomography"). Quando due particelle di antimateria si incontrano
si annichilano ed emettono una gTande quantità di energia pari a E = mc 2 ,
in cui E è l'energia emessa, m la massa delle particelle annichilite e e la
velocità della luce.
La specie chimica cli ogni atomo ( e quindi il suo simbolo atomico) è definita dal
numero di protoni contenuti nel nucleo. Tale numero viene chiamato numero ato­
mico e definito dalla lettera Z. L'atomo più semplice ha un solo protone nel nucleo
e corrisponçle all'elemento idrogeno il cui simbolo atoEJii.co è H. I tre concetti sono
sinonimi. Il carbonio ha nunrnro atomico 6 e il suo s'ffliholo è C. Poichè nél nucleo
ci sono i neutroni viene definito anche il numero di mas sa (A) che rappresenta la
somma del numero dei protoni e dei neutroni presenti nel nucleo. Quando si vuole
mettere in evidenza que.c:;ti due numeri nel simbolo dell'elemento si mette il valore di
D Z in basso a sinistra del simbolo e il valore di A in alto a sinistra del simbolo. Esempi:
12c a1p
6 I 15 '

Q 149
Capitolo 2 L'atomo © Artquiz

La stn.bihtà di un uncleo dipende dal rn.pporto tra. il nnmcro dei protoni e quello
dei neutroni. Questo rapporto è variabile all'interno di un certo intervallo, per cui
un atomo può essere stabile pur avendo nn nu11tero di neutroni diverso nel nudeo.
Gli n.tomi che hanno nel nucleo Io stesso numero di protoni ma diverso numero di
:{
:1
neutroni vengono definiti isotopi. Essi quindi hn.nno lo stesso valore di Z, ma un
diverso valore di A. Gli isotopi di un elemento possono eb-scre separati sottoforma di
specie ioniche dallo spettrometro di massa, che separa le sostanze sulla. base· del
rapporto massa/carica. Per esempio gli ioni 56 Fe2+ e 58 J:<è2+ possono essere separati
·1 perché la carica è sempre ln. stessa mentre le masse dei dne ioni sono diverse. Se il
· rnpporto tra protoni e neutroni eccede o è al di sotto di 1111 certo valore, il nucleo è
�:1( instabile e tende n. trasformarsi. In tnl caso si pn.rla di isoto pi radioattivi, essendo
la radioattività mm emissione di particelle e di energia (decadimento radioattivo)

:l
(esempio l'isotopo 1 dell'idrogeno, �H, o protio e l'isotopo 2, ?H, o deuterio, sono
j' 11gnn.Imente stabili, mentre l'isotop o 3, r H, o tritio, non è stn.bile ed è rndion.ttivo).
Le radiazioni emesse sono di tipo a (nn nucleo di elio, He, contenente due protoni e
if due neutroni) poco penetranti, di tipo /3 (elettroni e positroni) più penetranti, o di
.� tipo, (radiazioni elettromagnetiche molto energetiche e penetranti).

i:
Qun.uclo vengono emesse particelle a cambia nel nucleo il numero di protoni e
quindi, a seguito dell;cmil;sione, ca1nbia la. nn.turn. dell'elemento. Esempio:
J!
2
J�U --> 2g3Th + �He++
!f,.
Quando vengono emesse pa.rt�cellc /3 (elettroni o positroni) un neutrone nel nucleo
si trasforma in protone o viceversa, e qniudi anche iu questo caso cambia la. mttura
:, dell'atomo. Esempio:
ooc
,.
21 ° --> 2aooN·t + e -
La cinetica di decadimento di un isotopo radioattivo è specifica di og11i isotopo. Si
definisce tempo di dimezzamento (o emivita) di un isotopo radioattivo il tempo
·necessario per perdere metà della sua radioattività. Esso viene usato per datétre
��
reperti' fossili sulla base della radioattività del 14 C, il cui tempo di dime-tzamento è
di 5.760 n.nni. Il tempo cli dime-1,zamento è inversamente propor1.ionale all'attività
I: specifica di un radionuclide: più corta è la vita più pericoloso è U radionuclide, in
I quanto emette la sua radioattività in un tempo minore.
··j1 L'emissione di radiazioni gamma accompagna in genere le emissioni beta. Se
emesse da sole, le radiazioni gamma non cambiano la Qatura. dell'atomo.
La natura dei nuclei, oltre che per decadimento radioat.tivo, può essere cambiata
.!.l per bombardamento con neutroni. I nuclei pesanti subiscono in taL,modo una
:1.,•I scissione in più nuclei di massa intermedia con grande emissione di energia.�Il processo
t,: si chiama fissione ed è utili7:,mto sin. nella bomba atomica che nelle centtali nucleari

;!
per produrre energia elettrica. Il processo inverso, quello di unire nuclei di idrogeno
per formare un nncleo di elio, si chiama fusione nucleare. Esso avviene nel sole e
I• produce una qmmtità di energia molto superiol'e a qncllo della fissione (sul processo
di fusione si basa la bomba termonucleare o a idrogeno).

:: � Nella bomba atomica si usa come combustibile 235 U. In natura l'uranio è


presente sotto forma di due isotopi 235U e 238U. Per costruire la bomba
è necessario sepal'are 238 U da 235 U. Questo processo prende il nome di
arricchimento dell'uranio.

150
@ Artquiz CHIMICA
r:
,.\,
1:•.

Alcuni isotopi radioattivi, come il 6°Co, sono utilizzati per la terapia dei
fl
,\.'"
'Vl-•
tumori (radioterapia). Il principio è quello di indirizzare le radiazioni
(raggi , ed elettroni) sulla massa tumorale, per provocarne la distruzione.
ff1
�.
Poiché le radiazioni sono genotossiche (capaci di provocare mutazioni sul
DNA) esse sono anche causa di cancro.
Un atomo è neutro quando il numero di elettroni che contiene è pari al numero
dei protoni. Quando i due numeri sono diversi l'atomo viene chiamato ione. Esisto­
no, per ogni specie atomica, ioni positivi o cationi (per carenza di elettroni) e ioni
negativi o anioni (per eccesso di elettroni). Esempi: Ca2 + , A]3+ , Li+ , ci-, s2 -.
I protoni e i neutroni hanno una massa quasi uguale di 1, 67 · 10-2 4 g. Uelettrone
ha una massa di 9, 11 · 10- 2 8 g, molto pii1 piccola. Data la bassissima massa di queste
particelle non è pratico usare il grammo o il chilogrammo come unità di misura delle
masse atomiche. Si usa invece una unità di misura che è il dalton (Da) (sp9Sso in­
dicata nei quir. anche come u.m.a., unità di massa atomica), che è definito come
la dodicesima parte della massa deWisotopo 12 del carbonio (pari .a 1, 66054 · 10-24
g). Poiché quc.c;t> u]timo contiene 6 protoni, 6 neutroni e 6 elettroni, il dalton corri­
sponde alln massa di mC'1:1,o elettrone più quella di mer;,:,,o protone più quella di me7,7,0
neutrone. Ma data la pratica uguaglianza delle uui.::;se dei protoni e dei neutroni e la
trascmatC'.-;:;,,a della massa dell'elettrone, si può dire che il clalton corrisponde in pra­

o
tica alla massa ciel protone (o del neutrone). Per questa ragione ogni specie chimica
dovrebbe avere un peso atomico (misurato in da.ltou) quo.si intero, corrispondente
alla somma ciel numero dei protoni e dei neutroni contenuti nel nucleo. Cionono­

o
stante, se si va a controllare i pesi atomici riportuti nella Tavola periodica per ogni
elemento, spesso si vede che esso non è un numero quasi intero. Questo dipende dal
fatto che nella Tavola periodica vengono riportati i pesi atomici degli elementi secon­
do la composizione isotopica che essi hanno in natura. Se Piclrogeno in natura fosse
presente solo come protio (fatto da un protone e un elettrone) il :=mo peso atomico
sarebbe praticamente 1. Se fosse presente sòlo come cleuterio il suo peso atomico sa­
rebbe praticamente 2. Se fosse presente come tritio, sarebbe 3. Se l'idrogeno presente
in natura fosse una miscela al 50% di protio, 30% di deuterio e 20% di tritio, il suo
peso atomico sarebbe O, 50 · 1 + O, 30 · 2 + O, 20 · 3 = 1, 70 Da. Poiché il peso atomico
reale deWidrogeno è 1,01, questo ci suggerisce che ] >idrogeno in natura è costituito
essenzialmente da protio.
Il peso atomico è usato anche per ricavare la massa delle molecole (peso moleco­
lare), che si ottiene semplicemente sommando i pesi atomici degli atomi costituenti.
Esempio: la CO2 ha un peso molecolare pari a 12, 01 + 2 · 16, 00 = 44, 01 Da.
Viene definita mole (o grammomole, indicata con il simb�lo mol) la quantità di

D
sostanza in grammi che corrisponde al peso molecolare (o atomico se si tratta di ato­
mi, in tal caso si chiama. grammoatomo) della sostanza. 44,01 g di CO2 sono una
mole di CO2 . 2 g di I-12 (il peso molecolare di H2 è 2) sono una mole di iclrogeno.
12 g di carbonio (C) sono una mole (o grammoatomo) di carbonio. È immediato
capire che una mole di una qualsiasi sostanza contiene lo stesso numero di molecole:
tale numero è il numero di Avogadro pari a 6, 02 · 10 23. Il. numero di moli di una
sostanza (indicata con la lettera n) viene facilmente ricavato se si conosce il numero
di grammi della sost11nza e il suo peso molecolare:
• n = (massa della sostanza)/(peso molecolare della sostanz�).
Da questa relazione si può ricavare qualsiasi grandezza incognita conoscendo le_
altre due:

151
'] Capitolo 2 L > atomo © Artquiz
p
·I

•i
�;h • massa della sostanza = 11 · peso molecolare;
I•1 I
il t
,, ,
• peso molecolare= massa della sostauza/n.
�,.
ti i

.1 Una reazione chimica è un processo con il quale si cambia la natura delle so­
stanze. Questo avviene perché alcuni legami si rompono e se ne formano degli altri.
Per esempio quando si brucia carbone con ossigeno si ottiene l'anidride carbonica. La
reazione, utilizzando i simboli delle sostanze, può essere scritta come:
�i C + 02 � CO 2
i Questa reazione può essere letta in due modi: il primo, di tipo qualitativo, ci
iJr.!1'•
.�fl dice che il carbonio reagisce con l'ossigeno per dare anidride carbonica; il secondo, di
it
'1 tipo quantitativo, ci dice che una mole di carbonio (pari a 12 g) reagisce con una
,, mole di ossigeno (pari a 32 g) per dare una mole di anidride carbonica (pari a 44 g).
l••
1'
'fl
Come si vede la massa di CO2 è pari alla somma delle masse di C e di 02 che hanno
�I reagito. Questa è l'espressione della legge di Lavoisier.
I Un altro esempio:
t1
j

e; ...
N2 Oi; + 2 H2 O � 2 HNO3
Anche in questo caso la somma delle masse dei reagenti (le sostanze a sinistra
11

della freccia) <� uguale alla somma delle masse dei prodotti (a destra della fr eccia).
:I Questa reazione ci dice anche che ci vogliono due molecole di acqua per reagire con

una molecola di anidride nitrica (o peutossido di diazoto) e clte la rea:lione porta
1, .;, alla formaiioue di due molecole· di acido nitrico. Per rispettare la legge di Lavoisier è
l
t
quindi necessario mettere i corretti coefficienti davanti ai simboli delle specie chimiche
che reagiscono. Un altro modo di esprimere la legge è quello di dire che durante la
reazione chimica non si crea né si distrugge materia (e quindi gli atomi di a:.wto, di
I' ossigeno e di idrogeno presenti nei reagenti debbono essere ritrovati nei prodotti). La
l reazione corretta si dice bilanciata. Nel caso di reazioni nelle quali compaiono gli

D
I ioni, oltre alle masse debbono essere bilanciate anche le cariche. Esempio:
t!
Cr2 O1 2 - + 3 SO3 2 - + 8 H + � 2 Cr3 + + 3 so.?- + 4 H2 O
�..

.�
•I
I

i
!
In un composto gli elementi che lo formano si combinano sempre con un rapporto
in peso definito: è questa la legge delle propornioni definite che va sotto il nome di
legge di Proust. o
:1.•I
I '
2 .2 Modello atomico e configurazione elettronica degli elementi
Il primo modello di atomo fu concepito da Thomson il quale suppose cl,ie esso fosse
fatto da una massa di carica positiva che conteneva immerse in essa le cariche negative.
L'esperimento 'di Rutherford, il quale inviò un fascio di nuclei di elio (due protoni e
,
.o
due neutroni) su una lamina d oro molto sottile, dimostrò che lo spazio occupato dagli
atomi era essenzialmente vuoto e permeabile al fascio di nuclei di elio. Solo una pic­

o
colissima parte di essi (3%) venivano deviati, seg110 che avevano incontrato un nucleo
carico positivamente: il modello di Thomson avrebbe portato all'attraversamento sen­
za deviazione di tutto il fascio. L'atomo di Rutherford può essere schematizzato come
I una pallina centrale (il nucleo) dove è concentrata quasi tutta la sua massa e la carica
11
positiva, e una nube elettronica intomo ad essa (molto più grande del nucleo stesso)
che definisce il volume dell'atomo (oltre che costituirne la parte con carica negativa).

152
© Artquiz CHIMICA

Poiché le proprietà chimiche delratomo (cioè la sua capacità di combinn.rsi con altri
atomi per formare le molecole) dipendono da come sono distribuiti gli elettroni nello
spazio intorno al nucleo, lo studio di questa distribuzione è stato fondamentale per
definire un modello di atomo.
In breve, e schematicamente, alla base della stabilità di un atomo sta la interazione
che c >è tra la carica negativa di ogni elettrone e la carica positiva del nucleo. Tuttavia
la fisica cosiòdetta classica non riesce a spiegare Pesistenza separata degli elettroni e
dei nuclei, nel senso che Papplicazione delle leggi note della fisica porterebbe comun­
que alla caduta degli elettroni nel nucleo, con emissione di energia elettromagnetica.
Gli atomi sono invece stabili e quindi gli elettron1 non cadono nel nucleo e inoltre
emettono e assorbono energia non in modo continuo ma con definite lunghe1s¼e d> on­
da o frequen'l,e (non dimenticar si Pequazione di Planck-Einstein: E = hv, dove
h è la costante di Planck e J/ è la fr equemm della radiazione elettromagnetica emessa
o assorbita. Jl pacchetto di energia E si chianm anche fotone). Ogni tipo di atomo,
infatti, ha un definito spettro di assorbimento e di emissione che è fatto a righe
(sulla base di questi spettri vengono identificati i tipi cli atomi presenti in un crunpio- ·
ne). Ogni riga rappresenta Penergia emessa o assorbita quando un elettrone salta da
1111 livello energetico ad un altro. Questi spettri ci dicono che gli elettroni di un atomo
si trovano in uno stato energetico stabile: solo quando vengono eccitati essi saltano
da quello �tuto stabile ad un altro stato,stabile assorbendo energia. (o emettendola.
nel salto inverso). Uenergia degli elettroni in un atomo non è quindi continua ma
quantizzata. Bohr fu il primo n clescrivere nit modello qnantiz:,,ato cli atomo, con
gli elettroni capaci di percorrere determinate orbite permesse, nelle quali sono stabili
e non emettono ennrgia. Uenergia viene eme:;sa, o nHsorbita. solo quando c>è il salto
, ,
da. un orbita ud uu altra.
Il tentativo di prevedere il moto dcWclettrone nel suo stato sta.bile (cioè de8criver­
ue il moto con una equazione) si è poi scontrato con un ostacolo fortissimo costit.uito
dal principio di indeterminazione di Heisenberg, il quale asserisce che non è
possibile prevedere contemporaneamente posiz.ione e velocità di una particella come
Pelettrone. Questo precludeva la scrittura di una equa:,;ione del moto delPelettrone,
come si fa per un satellite intorno ad un pianeta. L'ostacolo fu aggirato dopo aver
scoperto la natura duale della materia: essa infatti ha proprietà ovvie di corpuscolo
ma ad essa è associata anche la proprietà di onda. Uequazfone che lega i due aspetti
è quella di De Broglie:
À= .!!__
mv
dove À è la lunghezza d> onda delPonda associata alla mru:;sa m di nn_ corpo che si
muove a velocità v e h è la costante di Planck.
I due concetti, di impossibilità di descrivere il moto deWelettrone e di natura on­
d ulntoria dello stesso, permisero a Schrodinger di costruire una equ�zione d'onda
degl i elettroni. Le soluzioni di questa equazione forniscono si� Penergia degli sta­
ti elettronici permessi che lo spazio occupato dai singoli elettroni intorno al nucleo.
Si badi bene che la posizione degli elettroni (e quindi lo spw,do da essi occupato) è
de:;critto in termini di probabilità (per non violare il principio di indeterminaz.ioue).
Schrodinger ha dimostrato che la soluzione deWequazioue è possibile solo per certi
valori di alcuni numeri, chiamati numeri quantici. Ogni soluzione (1/J, o meglio -il
sno quadrato, 1/)2) definisce nn orbitale (per distinguerlo dalle orbite che sono per­
cori:;i ben definiti) e rappresenta lo spazio entro il quale c > è una probabilità finita di

153
Capitolo 2 L'atomo @ Artquiz

o
,j
il
trovare l'elettrone e a cui corrisponde un'energia definita dell'elettrone. Gli orbitali
descrivono quindi glt stati possibili e quantiiiati che l'elettrone può assumere in un
·.�, determinato atomo.
I numeri quantici i cui vnlori permettono di trovare solu�ioni all'equazione di
Schrodinger sono:
1. Il numero quantico principale (definito dalla lettera n) che può assumere valori
positivi interi da 1 in poi (n = 1, 2, 3, ecc.). Il suo valore è per buona parte


proporzionale all'energia dell'elettrone e alla sua distanza media dal nucleo. Esso

o
definisce il livello nel quale si trova l'elettrone, che viene in q11alche testo designato
·,t,·· con le lettere K (n = 1), L (n = 2), M (n = 3), N (n = 4), ecc.
t::
l: 2. Il numero quantico secondario (definito dalla lettera 1) rappresenta la forma
••�·
IL dello spa:.t;io occupato dall'elettrone e, in parte, anche l'energia dell'elettrone. Esso
può assumere valori che dipendono da n, nel senso che, fissato 11, 1 può variare da

o
.I
\ ) f� O a (n-1), comprendendo tutti i numeri interi intermedi. Quindi, quando n = 1,
1 può essere solo O. Quando n = 2, 1 può essere solo O e 1, e cooì via. Quando 1
,,,', = O, la forma dell'orbitale è sferica. Quando l = 1 la forma dell'orbitale è a d11e

o
lobi sferici opposti. Quando 1 = 2, la forma dello spa2io è a quattro lobi, come nn
.. I quadrifoglio, ecc.
' La forma sferica dello spazio è indicata anche <-'Ome un orbitale di tipo s, la forma
a due lobi è indicata come orbitale di tipo p, la forma a quattro lobi è indicata
come orbitale di tipo d. In seguito ci �ono gli orbitali di tipo f e g. (Fig. 2.1).
3. Il numero quantico magnetico (definito dalla lettera mL o solo dalla lettera
m) rappresenta l'orientazione nello spa7.io degli orbitali. Esso può variare tra -1
e +l. Quindi quando 1 = O, IIlL è 7,ero (la sfera non ha. orientazione, c'è un solo
1t.
!� I• orbitale di tipo s). Quando 1 = 1, mL può as�mmere i valori -1, O e +1 (i doppi
',,
lobi hanno tre orientazioni lungo i tre assi cartesiani e quindi ci sono 3 orbitali di
t;
�:
tipo p), come nella Figura 2.1. Quando 1 = 2, mL pnò assumere i valori -2, -1, O,
+l, +2 (ci sono cinque orienta7.ioni diverse per gli orbitali a quattro lobi, di tipo
d). E così via.

o
·.: 4. Il numero quantico di spin (definito dalla lettera m8 ). Esso caratteriZ7.a due

�..,J;1
stati possibili dell'elettrone, indipendenti dall'orbitale che esso occupa, e raffigu­
rabili come due rotazioni possibili (destrogira e levogira) intorno all'asse. I due
valori possibili sono +1;2· e -1/2.
,!-1
1
1
I',

a�J �·
� y y y

·, ,,.,/2
:, >t"
'I
·,... X I 'X .)(
"x
j!

'!1
[

!'
,J '"
Orbitale s Orbitali P

�t Figura 2.1: Rappresentazione degli orbitali atomici di tipo s e di tipo p.


�I.,If
fl
,.t Partendo da queste premesse si può costruire la configurazione elettronica
J�t··
I'
di qualsiasi atomo nel suo stato fondamentale, cioè nel suo stato stabile a bassa

154
© Artquiz CHIMICA

energia. Questo vuol dire che in un dato atomo, con il suo numero atomico e quindi
con il suo numero di elettroni> questi possono essere assegnati agli orbitali secondo
delle regole> che sono così riassunte:
'A. Gli elettroni cominciano ad occupare gli orbitali partendo da quelli a più bassa
energia> quindi prima quelli con 11 = 1> poi quelli con n = 2 e così via (principio
dell'Autbau).

B. Gli elettroni non possono avere tutti e quattro i numeri quantici uguali (principio
di esclusione di Pauli). Quindi > poiché un orbitale è designato da tre numeri
quantici (n > l e m) > esso può essere occnpnto solo da due elettroni di spin opposto.

C. Quando gli elettroni hanno la pos.sibilifa di occupare diversi orbita.li alla stessa
energia> lo fauno occupando il mas..�imo numero possibile di essi (regola di Hu nd
o della massima molteplicità).

Ln scala di energia degli orbitali è riportata nella Figura 2.2. •

6d...._____5
f

-........____ _
7s
�...._____

6s ...,_____
d
.IL
--
...._____ 4 f

_...,_____-
5p
4d

_...,_____4p
5s----

4s��3d

/3p
3s

-/p
2s

Figura 2.2: Ordine crescente delle energie degli orbitali


1s atomici.

Proviamo a costruire la configurazione elettronica degli elementi seguendo Piucre­


meuto del numero atomico.
Il primo elemento è l'idrogeno (H)> con Z = 1. L'unico elettrone si dispone nel­
l'orbitale ad energia più bassa> con n = 1 e l = O. Questo orbitale viene designato
con il termine ls. Il numero rappresenta il valore di n > mentre la lettera rappresenta
il tipo di orbitale (s perché quando n è uguale a 1 > l non può essere che O). Quindi la
configura:-,;ione elettronica delPidrogeno è ls.
Il secondo elemento è l'elio (He). Ha Z = 2 e quindi ha due elettroni. Essi pos­
sono andare entrambi nelPorbitale ls > perché possiedono il numero di spin opposto e
quindi non contraddicono il principio di Pauli. La configura¼ione elettronica è quindi
ls 2 > con il 2 cp.e non rappresenta una potenza ma il numero di elettroni contenuti
nell >orbitale.
Il terzo elemento > il litio (Li) ha tre elettroni: due Ii dispone nell'orbitale 1s. Il
terzo non può esservi alloggiato perché si violerebbe il principio di Pauli > quindi va in

155
Capitolo 2 L'atomo © Artquiz
o
un nuovo orbitale, che avrà nutnero quantico principale 2. Con n = 2 si può n.vere 1
= O e 1 = 1, quindi orbitali di tipo s (sferici) e orbitali <li tipo p (doppio lobo). Se i
due tipi di orbitali avessero ln. stessa energia sarebbe indifferente per H ter7,0 elettrone
collocarsi nell'uno o nell'altro. Mn. l'energia, anche se in misura non rilevante, dipen­
o
de anche da 1, oltre che da n. Gli orbitali con 1 = O hanno energia. inferiore a quelli
con 1 = 1. Per cui il terzo elettrone si collocherà nell'orbitale 2s. La confignrazione
elettronica del litio sarà quindi: ls2 2s.
Il quarto elemento, il berillio (Be), ha quattro elettroni. Seguendo pari pari il
ragionamento di prima si giungerà alla configurazione ls 2 2s2 .
Il quinto elemento, il boro (B) ha cinque elettroni. I primi quattro sono siste­
mn.ti come quelli del Ile; il quinto n.ndri't in uno qualsiasi dei tre orbitali p (l = 1).

o
B = ls2 2s2 2p.
Il sesto elemento, il carbonio (C), collocherà il sesto elettrone sempre in un orbitale
p. Esso avrà la possibilità di andare nello stesso orbitale p dove è alloggiato il quinto
:�
rr1
elettrone (ovviamente con spin opposto), oppure andare in uno degli altri due ancora
vuoti, con lo stesso spin (spin parallelo). Questa seconda scelta è energeticamente
favorita, secondo la regola di Hund. C = ls2 2s2 2p2 .
Lo stesso farn. il settimo elettrone dell'awto (N). N = ls2 2s2 2p3 , con i tre elettroni
negli orbitali p diversi con lo stesso spin.
Gli altri tre elementi (O, F e Ne) riempiranno progressiva.mento i tre orbitali p,
per cui O == 182 2..,;2 2p,i , F = 1s2 2s 2 2p 5 e Ne = ls2 2s2 2p6. In questo modo il livello
o
corrispondente al numero n = 2 è completamente riempito e bisogna passare al terl'.o
livello, con n = 3.
In maniera analoga a quanto fatto in precedenza si costruisce la configunt¼ione
elettronica di:

• Na = ls2 2s2 2p6 3s • P = ls2 2s2 2p6 3s2 3 p3


• Mg = 1s2 2s2 2p63s2 • S = ls2 2s2 2p0 3s2 3p'1
• Al = ls 2s 2p 3s 3p
2 2 6 2
• F = 1s2 2s2 2po 3s2 3ps
• Si = ls 2s 2p 3s 3p = ls2 2s2 2p6 3s2 3p6
2 2 6 2 2
._. • Ar
--�;.
!•:
li,•:

1I!�';1,i:
L'argon ha 18 elettroni. ll 19 ° èlettrone dovrebbe anelare in uno degli orbitali 3d
r(!:
(1 = 2). Ma poiché, come si è detto, l'energia di un orbitale dipende sia da n che da
1, l'orbitale 4s del livello successivo ha un'energia inferiore a quella posseduta da un
111 orbitale 3d (Fig. 2.2). Quindi il potassio (K) e il calcio (Ca) hanno configurazione
I?
:, elettronica: ·1
I,
,,; ,"<
ri: • K = ls2 2s2 2p6 3s2 3p64s • Ca = ls 2 2s 2 2p6 3s2 3p6 4s2 ·
.i ;
111{•t• Dopo aver riempito l'orbitale 4s, gli ulteriori elettroni possono andare negli orbitali

r:;
,;
3d, che sono 5 e quindi possono alloggiare complessivamente 10 elettroni. Questi
elettroni sono alloggiati seguendo la regola di Hund e il principio di esclusione. Gli
I ••• elementi che progressivamente riempiono gli orbitali d sono Se, Ti, V, Cr, Mn, Fe,
Co, Ni, Cu e Zn.
La configurazione elettronica degli altri elementi può essere facilmente ricostruita
usando la Figura 2.2, che riporta in sequenza gli orbitali con energia via via crescente.

156
'.
Capitolo 3

Sistema periodico degli elementi

3.1 Tavola periodica degli elementi


Lo. configma�ionc elettronica d egli elettroni piì1 esterni clcgli elementi viene 11tili;1,zntn
per incascdln.re gli clementi stes..�i in 1111 modo ra;1,ionale dal qnn.lc si possnno clednrrc > in
mnniera immediata> alcune proprietà. Tale incasellamento porta alla forma�ioue della.
cosiddetta Tavola periodica degli eleqienti o Tavola di Mendeleev > clal nome
dello scienziato russo che cominciò a collocare in maniera ordinata gli elementi stessi
in base alle lorn proprietà chimiche. Infatti le proprict;à chimiche di un elemento
dipcnclono dalla configurazione elettronica degli elettroni piì1 esterni, come si vedrà
quando si affrontcrh il problema della formazione elci legami per ottenere le molecole.
Lu. Tavola pc-•riodicn. (Fig. 3.1) è suddivisit in righe (chiamate anche periodi) e
colonne (chiarnu.te anche gruppi). Nei periodi vengono disprn-;ti gli elementi con il
numero atomico crescente du. sinistra a. destra. Un perioclo finisce �empre con un gas
nobile, 1111 elemento che si trova allo stato gassoso (a temperatura e pressione ambien­
te) e che è straordinariamente poco reattivo (in questo consiste la �un nobiltà). Un
gruppo è costituito dagli elcmwuti che hanno lit stessn confi.,;mnzione elettronica degli
el<:ttroni estern·i> e quindi k stesse proprietà chimiche > indipendentemente dal numero
complessivo di elettroni che essi posseggono e quindi della grandC'.-;za del loro atomo.
Questi elettroni vengono chiamati anche elettroni di valenza. Se si prendono gli
elementi ciel primo gruppo (denominato anche IA) si vede che tutti pos:-;icdono nel
gm:;cio più esterno un solo ·elettrone di tipo s. 'l\1tti questi elementi (con Peccc--1.iouc
deWidrogeno) vengono anche chiamati metalli alcalini (per la definizione di metallo>
Chimica > § 3.2). Se si prendono gli dementi del i,,econdo gruppo (IIA) si vede che
tutti po:-;sieclono nel guscio piì1 esterno due efottr-oni con coufig111·1Y1.-ioue elettronica
s2 (] >elio> pm avendo questa. configurazione > fa. eccezione� vedi infra). Gli clementi
appartenenti n. questo gruppo vengono denominati metalli alcalino-terrosi. Analo­
gamente gli clementi del terno (IIIA > configura:-.-;ioue elettronica degli elettroni esterni
s 2 p)> ciel quarto (IVA > s 2 p2 )> del quinto (VA > s 2 pa ), del sesto (VIA> s2 p,a )> del Hcttimo
(VIIA > :,;2 p5 ) e dcWottnvo gruppo (VIIIA > s2 pG). Gli clementi del Hcttimo gruppo
sono chiama.ti alogeni> quelli cleWotta.vo gruppo> rome detto> gas nobili.
Tra il gruppo IIA e il IIIA sono· inseriti altri 10 gruppi (dns:-;ificati come gruppi
B nella tavola), pcrtauto i gruppi iu totnle (A + B) sono quindi 18. 1 gruppi B
comprendono i cosiddetti metalli di transizione. Essi �0110 carntteri;1,zati dal fatto
di riempire progressivamente gli orbitali di tipo d > che > come abbiamo visto in pre­
cedenza> sono sempre utilizzati dopo aver riempito il livello s del numero quantico

157
Cnpito[o 3 Sistema periodico degli elementi @_ Artquiz

principale seguente (3d dopo 4s, 4d dopo 5s, ecc.). Gli orbitali d non appartengono
a livelH molto pi"it interni rispetto ai livelli s esterni e quindi quesU clementi hanno
proprieth che in parte rispecchiano quelle del secondo gruppo e in parte propricth
proprie, come la possibilità di dar luogo a ioni colora.ti e di formare composti di coor­
dinazione.
A partire dal numero atomico 57 (Lantanio) e dal numero.atomico 89 (Actinio)
si riempiono anche gli orbitali f, che però sono più interni rispetto agli elettroni del
guscio esterno. Le due serie sono costituite da elementi chiamati anche lantanidi e
actinidi, che, proprio perché sono diversi solo per questi elettroni f interni, hanno
proprietà chimiche molto simili e sono quindi difficili da separare tra loro.
Come si è visto il primo periodo contiene solo due elementi, l'idrogeno e l'elio. Il
primo ha proprietà speciali, anche per [a sua dimensione, e quindi non è considerato
metallo alcalino. Il secondo appm·tiene ai gas nobili, anche se non ha la configurazione
elettronica esterna s2 p6 come gli altri. Esso è poco reattivo perché ha chiuso il primo
livello con due elettroni. Gli altri sono poco reattivi perché il numero di elettroni
esterni ha raggiunto il vnlol'e di otto, che è una specie di numero magico, che tutti
gli elementi tenderebbero ad avere nel guscio esterno (regola dell'ottetto, Chimica§
4.1.2).

•.,

11
.;
3. 2 Metalli, non metalli e semimetalli. Raggio atomico, energia
di ionizzazione e affinità elettronica. Elettronegatività

,.•,1 Ln disposizione degli elementi nella tavola periodica. può dare luogo ad alcune classi­
..
;! fica,,1,ioni di facile memorizzazione. Gli dementi che occupano tutta la pmte sini:;trn.
<ld[a. tavola perioclicn e parte anche <leHn clestra. (F-ignra 3.1) vengono dcnominitti
metalli. Essi lmnno la carnttoristic:�t di perdere facilmente gli elettroni esterni e di
,I
,·,(' trasformarsi in ioni positivi (cationi). A tempera1.nrn ambiente sono solidi (il mercurio
� è una cccC'1,io11e), lucenti, duttili (ln cnpncità cli essere ridotti in fili sottili), mnlleabili
..
,i (ht c,tpacità di essere ridotti a fogli sottili), conducono bene ht corrente e il calore. Al
I
[,
contmrio gli clementi che stanno snlln destra della tavola periodica sono denomino.ti
i
I• non metalli, per le caratteristiche opposte: essi tendono ad acquistare elettroni e a

trasforman,i in ioni negativi (anioni), non sono lucenti, non sono né duttili né mal­
leabili, non conducono la corrente (sono isolanti elettrici) e poco il calore. Quelli che
si trovano nel mez�m, hnnno càrntteristiche a cavallo trn i due grnppi e sono chiamati
semimetalli: sono B, Si, Ge, As, Sb e Te.

'lt

l' In maniera analoga si può vedere· come variano alcune proprietà degli elementi
lungo la Tavola. periodica.
Raggio atomico, diminuisce andando da sinistra a destra lungo un periodo,
,l perché gli elettroni aggiunti occupano lo stesso guscio, ma sono attratti �empre più
1ii
1r dalla carica crescente positiva del nucleo, mentre aurnes"Tda andando dall'alto al basso
lun,qo 1m ,gruppo, perché gli elettroni aggiunti vanno su gusci più esterni (che sono
I�,
I quelli che definiscono il raggio dell'atomo) e l'aumentata carica positiva del nucleo è
schermata da un maggior numero di elettroni interni.
L'energia di ionizzazione (chiamato n.nclw potenziale di ioni zzazione), de­
finita come l'energia per strn,ppare l'elett.ronc più esterno da un atomo, aumenta da
sinistra a destra e diminuisce dall'alto al bas.<,o, esattamente all'opposto del raggio
li atomico. D'altra parte un elettrone che sta più lontano vuol dire che è meno attratto
dal nucleo e quindi può essere strappato più facilmente.
'1
158
© Artqniz CHIMICA
carf'E> )_\ B� \)\ ( t?�.tVì..ft.Cirt:'bcvb �
..., L'affinità elettronica, è definita come Penergia in gioco quando un atomo pren­
de un elettrone (questa energia può essere emess� o acquistata a seconda dei casi).
Essa aumenta dal ba.,;so in alto in un gruppo e da, sinistra a destra lungo un periodo.
Gli alogeni, con sette elettroni nel guscio esterno, prendono più volentieri di tutti gli
aÌtri elementi Pelettrone in più per completare Pottetto. Mentre i gas nobili son o
molto r!luttanti a prendere un altro elettrone perché sconvolgerebbe il loro stato di
"beness�re".
Poiché la reattività di un elemento è correlata alla capacità di cedere o acquistare
elettroni, nel primo gruppo la reattività cresce dalPalto verso il basso (in parallelo con
la capacità di perdere più facilment.e Pelettrone esterno) mentre nel settimo gruppo la
reattività cresce dal basso verso Palto (in parallelo con la capacità di acquistare più
facilmente un elettrone).
Una proprietà chiamat� elettronegatività è correlata sia alPenergia di ionizzazio­
ne che alPaffiuità elettronica. E�sn infatti viene definitn come In tendemm ad attrarre
gli elettroni di legame (gli elettroni che sono meH..<{i in comune tra due atomi, Chimica,
§ 4.1.2) ed è rappresentata da un numero. Come le altre proprietà (rnggio atomico,
affinità elettronica, ecc.) anche qucst,t varia in maniera progreHSivn scorrendo lungo i
gruppi e i periodi sulla Tavola periodica. Più precisamente Pclettroncgntività cresce
dal basso ver1:>o Palto lungo i gruppi e da sinistra verso destra lungo i periodi. I tre
elementi piÌl elettronegntivi sono il Hnoro (valore 4), PosHigcno (3,5) e Pnzoto (a parità
con il cloro) (3). In qneHta scaln Pidrogcno ha valore 2,1 e il carbonio 2,5.

159
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Tavola Periodica degli Elementi


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o
Capitolo 4

Il legame chimico

4.1 Introduzione
Un legame chimico trn atomi si forma quando si genera nn'attra7,io11e forte e sta­
bile tra di e�si tanto da generare nna entità definita, che chiamiamo molecola. È
necessario aggiungere gli aggettivi forte e stabile perché gli atomi e le molecole pos:m-
110 attrar}ii senza genenu·c un legame ma �;olo nua generica interazione. Per rendere
chiaro questo concetto: in nu bicchiere di acqua liquida ci sono delle molecole di ac­
qua. Nella molecola d'acqun, di formula I-hO, i legami chimici Rono qndli che legano
i dne atomi di idrogeno all'atomo cli oRsigcuo, mentre le iutcraxioui sono quelle che Hi
geucrruw tra le molecole di acqua per stabilire lo stato liquiclo. In altre parole ln mo­
lecola d'n.cqna i.� sempre present.e o iudivtcluabile tu tutti e tre gli stati <li aggregazione.

o
In questi ultimi ciò che varia è l'energia di tnternzione tra le molecole di acqua. La
defir1izione di legame chimico che è stata data si applica solo ai ca�i in cni si forma
una molecola: in questo cMo il legame che si forma è un lega.mc di tipo covalente.
Tuttavia tra i legami chimici vengono clMsificati nnche i legami ionici e t legami
metallici, con i quali p<'rÒ non viene definita nna molecola nm un aggregato indefi­
nito, auch0 se ordinato, di atomi. Si definisce energia di legame l'energia emessa
quando il k-game si forma o l'energia da spendere per rompere il legame.

4.1.1 Legame ionico


Il legame ionico si instaura quando la differen;..a di elettronegatività tra i due atomi
che si lega.no è superiore al valore 1,9. Questo avviene tra tutti metalli (bassa energia
di ioni7,Zazione) e gli clementi del sesto-settimo gruppo, come l'ossigeno, lo zolfo e gli
alogeni (alta affinità elettronica). In queste condizioni l'elemento meno elettronegativo
perde gli elettroni esterni (diventa catione) a favore dell'elemento più elettronegativo
(che diventa anione). Ti:a i cationi e gli anioni si genera una forte attraiione di tipo
elettrostatico. Questo legame è tipico dei sali, degli oi:isidi e degli idro$idi dei metalli
sia allo stato solido che liquido. Allo stato solido i composti che si ottengono vengono
chiamati solidi ionici. In questi solidi cristallini gli ioni positivi sono circondati da
un certo numero di ioni negativi e viceversa, per cui non è possibile riconoscere la
molecola. Per esempio, nel cloruro di sodio (NaCl) ogni ione Na + è circondato da.sei
ioni c1- e viceversa. La formula NaCl non ha quindi il significato di formula chimica,
come nel caso di H20, ma semplicemente esprime il rapporto numerico con cui sono

o
presenti nel cristallo i due tipi di ioni. Negli ossidi dei metalli, per cse�pio Al203 1

Ii
161
Capitolo 4 Il legame chimico © Art<1niz i

gli ioni sono Al3 + e 02-. Negli idrossidi, come NaOH, gli ioni sono Na.+ e OH-.
Poiché l'attrazione tra gli ioni dipende solo dalla distanza i legami ion-ici non sono
direzionali. Gli ioni dei solidi ionici permangono anche allo stato fuso, anche se essi
non sono più disposti nello spazio in modo ordinato.
� Poiché la differenza di elettronegatività tra ossigeno e idrogeno è circa 0,9
tra questi atomi non ci può essere legame ionico.

4.1.2 Legame covalente


Si è visto in precedenza che un atomo è stabile quando raggiunge nel suo guscio elet­
tronico più esterno lo stato di ottetto. QueHto c.: lo stato posseduto dai gas nobili,
che, non a caso, 80no monoatomici e molto poco reattivi, perché la loro energia è al
valore minimo. Gli altri a.tomi hann o vari modi per raggiungere questo stato di "be­
nessere". Uno <lei modi è quello di perdere o acquh,tétl'e elettroni, come nel caso dei
composti ionici; un altro è quello di condividere 11110 o pii1 elettroni del loro guscio più
esterno con altri atomi. Condividere gli elettroni vuol dire che essi non appartengono
più solamente all'atomo di partenza (subiscono l'attrazione del nucleo dell'atomo <li
partenza) ma anche all'altro atomo con cui si è stipulata la condivisione. Gli elettroni
condivisi sentono l'attraiiouc di ùnc (o pii1) nuclei. Prendiamo per esempio l'atomo di
idrogeno. Esso non è stabile come il gns nobile che lo segue (elio, che ha due elettroni)
ma tende ad assumere questa stabilità.. Un modo per raggiungerla è quella di mettere
a disposizione di 1111 alt.ro atomo <li idrogeno il suo elettrone, che fa altrettanto con
il primo. I due elettroni, che prima si muovevano nello 8pa:tio definito dall'orbitale
atomico ls di ciascun atomo, orn si muovono in 11110 spaiio comune, che d1imnim110
orbitale molecolare, sotto l'iufluenia <lei due nuclei. In questo modo i due atomi
sono accontent�tti perché hanno ciascuno due elettroni e credono di essere elio. Si
forma così la molecola H2 , indicata anche nel seguente modo: H:H o H-H, in cui
i due punti o H trattino rappresentano la coppia di elettroni condivisa e quindi 1111
legame covalente.
Tutti gli elementi, molecole o ioni, che hanno un elettrone spaiato vengono chia­
mati radicali o radicali liberi. Per la pre.senza di questi elettroni spaiati e8si hanno
vita molto breve perché sono molto reattivi: tendono infatti a reagire con altri radicali
o con altre molecole per appaiare l'elettrone spaiato. Sono molto importanti in molti
campi, compresa la biologia (Biblogia, § 3.9).
In modo del tutto simile all'idrogeno si comporta un atomo di cloro che ha sette
elettroni nel guscio esterno (3s2 3p5). Uno degli orbitali p possiede un elettrone spa­
iato. È proprio questo elettrone che viene messo in comune con l'altro simile di un
altro atomo di cloro, per formare la .molecola di Ch, Ogni atomo di cloro h� quindi
otto elettroni, i sei propri (s2 p4 ) più i due ora in comune: Cl:Cl o Cl-Cl. ,:
L'atomo di ossigeno ha sei elettroni nel guscio elettronico esterno (s2 p1 ), gliene
mancano quindi due per raggiungere lo stato stabile del gns nobile neon che lo segue.
Un modo per raggiungere questo stato è quello di mettere in comune con un altro
atomo di ossigeno due elettroni e formare quindi la molecola 02 . Poiché gli elettro­
ni messi in comune sono quattro la molecola può essere rappresentata in questi due
modi: 0::0 oppure 0:::::0. Il ,doppio trattino rappresenta il doppio legame. Un altro
modo per raggiungere lo stato stabile da parte dell'ossigeno è quello di combinarsi
con l'idrogeno per formare l'acqua. In questo caso l'ossigeno mette a dispo�izione un
elettrone per ciascun atomo di idrogeno e la molecola è descritta in questo mod�:

162
' I

© Artquiz CHIMICA

H:O:H oppure H-0-H. V.idrogeno ha assunto anch'esso lo stato stabile dell'elio. ·.


L'azoto ha cinque elettroni nel guscio esterno (s2 p3 ): gliene mancano 3 per rag­
giungere l'ottetto. Esso può mettere in comune i tre elettroni p con un altro atomo
di.azoto che fa altrettanto da.ndo luogo alla molecola N2 , descritta in questo modo:
N:::N oppure N=N. Può miche mettere in comune i tre elettroni p con tre atomi di
idrogeno per formare l'ammoniaca, NH3, in cui ogni legame N-H è formato da una
coppia di elettroni.
La lunghezza (e quindi l'energia) di un legame dipende dnl numero di C'lettroni
condivisi: un legame semplice è piit lungo (e meuo forte) di un legame doppio, che a
sna volta è più luugo (e meno forte) di un legame triplo.
Ora si cercherà di spiegare come si ottengono gli orbitali molecolari dove alloggiano
gli elettroui condivisi. Un approccio molto usato è quello di fare la combinazione degli
orbitali atomici. Questa è una operazione matematica che alla fine porta a nuove fun­
Y-ioni d'onda (chiamate appunto orbitali molecolari) che descrivono lo spazio occupato
dalla coppia di elettroni di legame. Se si combinano due orbitali atomici si ottengono
due orbitali molecolari (nno a piit bassa energia, uno a più alta). La combinazione si

a
può formare tra orbitali s, tra orbitali p (in due modi), tra un orbitale s e nn orbitale
p. Le combinazioni sono rappresentate in Figura 4.1 dove sono rappresentati solo gli
orbitali a piì1 bassa euergia ( che sono quelli effettivamente occupati dalla coppia di

o
elettro11i di legame). Dei due modi con cui gli orbitali p possono combinarsi (invece
di combinm�ione si usa spesso il termine sovrapposir.ione) uno avviene lungo l'asse
degli orbitali p, l'altro avviene in una direiione perpendicolare agli assi degli orbitali
p ste8si. La prima sovrapposir.ione è migliore e il legame è più forte. Quando l'orbita­
le molecolare che si ottiene è cilindrkameute simmetrico rispetto all'asse del legame,
quest'ultimo viene definito come legame sigma (a), qnaudo questa simmetria è pe1�­
duta il legame viene chiamato lega.me pi greco (1r). Tra due atomi non può esserci

D più di un legame a. Quindi nu doppio legame è costituito sempre da un legame a e


da un legame 1r, un triplo legame è sempre formato da un legame a e da due legami

--·
1r. Un legame a tra due atomi è piì1 forte di un legame 1r tra gli stessi due atomi, per
cni quest'ultimo è il primo a rompersi se si forniisce euergia.

es
+ e s
_. O' (s+s)

es
+ C><) _.
p
·-0--:3·
O (s+p)

D<l p
+ C>·<J _.
p
�B-
(j (p+p)

o + _. e::>
___
___ ....

ç:;;;,
,..___ ..

o
.
� �
p p 1t (p+p)

Figura 4.1: La formazione degli orbitali molecolari leganti mediante combina-


zione degli 01'bitali atomici. Non sono rappresentati gli orbitali a energia più

o
elevata (orbitali molecolari antileganti).

163
Capitolo 4 Il legame chimico © Artqniz

Rkapitolando: un legame tra due atomi si forma mettendo in comune due elettroni
per ogni le&ame. In genere gli elettroni provengono uno ciascuno dagli atomi che
si legano. E tuttavia possibile avere un legame tra due atomi di cui uno mette a
disposizione due elettroni e l'altro un orbitale vuoto. Questo legame è del tutto uguale
al precedente, anche se qualche libro di testo dà ad esso il nome di "legame dativo"
o "legame coordinato11 • D'altra parte gli elettroni sono tutti uguali e la provenienza
non dà ad essi un carattere speciale (Chimica, § 4.1.3).
Mettere in comune elettroni tra due atomi vuol dire che e�si subiscono l'attrazione
contemporanea dei nuclei dei due atomi. La domanda che ci dobbiamo porre ora è se
l'attrazione esercitata dai due nuclei è uguale. In altri termini: gli elettroni di legame
sono equamente condivisi? È ovvio che se i due atomi che si legano sono uguali (come
nelle molecole di H2, Ch, ecc.) la condivisione è completa e il legame \•iene definito
covalente omopolare o covalente puro. Ma se gli atomi sono diversi (esempio
HF) c'è da aspettarsi che la condivisione uou sia completa e si formi quindi un lega.me
covalente polare. Con altre parole: gli elettroni di legame subiscono un'attrazione
maggiore da parte del nucleo di un atomo piuttosto che dall'altro. L'elettronegatività
degli atomi è responsabile di questa differen�a di attl'a"/,Ìonc e quindi della polarità
dei legami e, di conseguenza, della polarità delle molecole. La polarità di un legame
è misurata dal dipolo che si forma per la diversa attrazione degli elettroni di legame.
A sua volta la grandezza di un dipolo è definita dal �uo momento dipolare (µ) che
è il prodotto di due grandezze: la carica (q), positiva in un polo e ncgn.tiva nell'altro,
e la distanza (d) tra i due poli. (Fig. 4.2).



+q

µ=q·d
-q

& ' ' ' l " ""


l-120
Figura 4.2: Rappresentazione dei momenti
dipolari della molecola di HF e della molecola
di H20.

Molecole come HF o HCl sono sicuramente polari perché costituite da due atomi,
uno dei quali è più elettronegativo dell'altro e quindi attrae gli elettroni di legame più
dell'altro e diventa baricentro di carica negativa, mentre l'altro diventa baricentro di
carica positiva. In modo del tutto analogo si può dedurre la polarità della molecola
di acqua (H2 0). Ogni legame 0-H è polare perché l'ossigeno è più elettr\'.megativo
dell'idrogeno. Se la molecola d'acqua fosse una molecola lineare (H-0-H) ,� polarità
di un legame sarebbe annullata dalla polarita opposta dell'altro legame, e la molecola
risulterebbe non polare. La molecola d'acqua non è però lineare (i due legami formano
°
tra loro un angolo di 104 ) e quindi le polarità dei due legami (rappresentabili da due
vettori) si sommerebbero vettorialmente per dare un vettore risultante non nullo.
Detto in un altro modo: l'ossigeno costituirebbe il baricentro della carica negativa,
mentre il baricentro della carica positiva si troverebbe a metà strada tra i due atomi
di idrogeno.
Quindi: mndizione necessaria, ma non sufficiente, per a11ere 1ma molecola polare
é la prnsenza di legami polari. La geometria della molecola può annullare la polarità
dei legami.

164
© Artquiz CHIMICA

4.1.3 Legami covalenti con orbitali ibridi. I legami del carbonio


Si è visto che la fon1ta¼io11c' di 1111 l<-'géllll<' chimico covalente:! co111porta la �ovraµposi­
zione di orbitali atomici. Non sempre gli orbitali atomici utilizzati sono quelli finora
visti (s, p, d). Quando una molecola contiene atomi di carbonio (è il caso di tutte le
molecole "biologiche" appartcnentì alla cosiddetta chimica organica) gli orbitali ato­
� mici usati da questo atomo per formare legami cova.lenti sono sempre orbitali ibridi.
Il concetto di ibrido è quello di mm mescolanza di caratteri.
u
Gli orbitali ibridi utilizzati dal carbonio sono quelli ottenuti mescolando in vario
modo gli orhìt,ali atomici s e p. La regola è che il mnnero di orbitali ibridi che si ot­
tengono è uguale al numero di orbitali di µ,utenza che si mescolano. Il mescolamento
(Fig. 4.3) può riguardare:
�-�-
•·.;

(.

1. un orbitale s e un orbitale p (ibridi sp): si ottengono due orbitali a 180 ° l'uno


dall'altro1 formati _da due lobi (cnrn.ttere p), ma con un lobo molto piit grande
dell'altro (carattere s). Quando il carbonio utiliz:t.a que�to tipo di ibridizimzione
·
rimangono due orbitali p utifo,.'l.abilì;
2. un orbitale s e due orbitali p (ibridi sp 2 ): vengouo fuori tre orbitali ugna.li disposti
su un piano n 120° l'mto dall'altro, sempre formati da due lobi (carattere p), ma
con nno piit grande dell'altro (carattere s). Rimane un orbitale p perpendicolare
al piano;

3. un orbitale se tre orbitali p (ihridi sp 3 ): vengono fuori quattro orbitali diretti


verso i vertici di nn tet.raedro (109.5 °)1 :-.emprc con carattere s e p mescolati.

o -'\80°

Orbitali sp Orbitale sp2 Orbitale sp3


(lineare) (triangolare planare) (tetraedrica)

Figura 4.3: Rappresentazione degli orbitali ibridi usati dall'atomo di carbonio.

Stabilito che il carbonio utilizza sempre orbitali ibridi per formare i legami, ve­
diamo alcuni esempi in cui vengono usate i tre tipi di ibridizzazione. Una regola
facilmente memorìzzabìle è la seguente:
• quando il carbonio forma quattro legami semplici è ibridir.'l.ato sp\

..
• quando forma un doppio legame è ibridizzato sp2;

• quando forma un triplo legame o due doppi legami è ibridb:xato sp.

o Esempi del prjmo tipo di ibridiz7,azione sono la molecola di metano (CH4), le


molecole degli idrocarburi saturi (Chimica, § 12.4.1), la molecola dì tetracloruro di
carbonio (CCl,i ). In quest'ultimo caso, pur essendo i legami C-Cl polari, la molecola

165
o
Capitolo 4 Il legarne chimico @ Artquiz

risulta non polare per la. sua geometria. Anche alt.ri atomi, oltre al carbonio, utilizzano
l'ibridi:tza7,ione: l'a7,oto :i nella molecola cli ammoniaca (NH3) e> nello ione ammonio
(NH4 +) è ibridizzato $ p , l ossigeuo nella molecola. d'acqua (H 2O) è ibricliizato sp .
> 3

Esempi del seconclo tipo sono le molecole di alcheui (Chimica, § 12.4.1) come
l'etilene H2 C=CH2 - I due atomi di carbonio utilizzano gli orbitali sp2 (ciascuno con­
tenente un elettrone: non dimenticarsi che il carbonio ha quattro elettroni nel guscio
esterno, tre li mette nei tre orbitali ibridi sp2 e uno rimane nell'orbitale p) per formare
legame rispettivamente con due atomi di idrogeno (il cui orbitale s si sovrappone al
lobo grande dell'orbitale sp2) e con l'altro carbonio (il lobo grande delPorbitale sp2
di un a.tomo cli carbonio si sovrappone al lobo grande clell'orbitale sp2 dell'altro).
Rimane un orbitale p a ciascuno clegli atomi di carbonio con un elettrone. I due
orbitali p si dispongono paralleli e si sovrappongono per dare un legame 7T.
Esempi del terw tipo sono le molecole cli CO 2 (O=C=O) e di HCN (H-C=N).
Nella prima i due orbitali sp (a. 180 l'uno dall'altro e contenenti ciascuno un elettrone)
°

vengono utilizzati per formare uu legame con l'orbitale p dei due atomi di ossigeno
(legami a). Rimangono a cia.scun atomo di carbonio due orbitali p con un elettrone
cim;cuno. Ciascuno di questi orbitali p si mette parallelo all'orbitale p con 1m elettrone
dell'ossigeno e forma 1111 legame 7T.
Nel caso cli HCN, il carbonio forma un legame a tra il suo orbitale sp e l'orbitale
s dell'idrogeno, e uu legame a tra l'altro orbitale sp (a 180 ° dal primo) e l'orbitale p
clell'azoto. Rimangono due orbitali p al carbonio e due orbitali p all'azoto, tutti con
un elet,troue. Essi si sovrappongono iu modo parallelo formanclo due legami 7T.
Sulla base delle strutture ricavate Vùdiamo se le molecole risultano polari o meno.
Nd caso cli CO2 , rossigeno è piì1 elettronegativo clel carbonio per cui attrae i quattro
elettroni rli lcgamn più cli quanto non faccia qnest,'ultimo: i due dipoli risultano però
uguali e opposti, per cni l> a.niclricle carbonica non è? una molecola polare (questa è
la ragione per cui non si scioglie molto nell'acqua, Chimica, § 7.2). Nel cm;o di 1-ICN,
il legame H-C è poco polare, data la bas.'>a differemm <li elettronegatività tra i due
ntollli (0,4). Anche il legame C-N è poco polare (differenza di elettronegatività 0,5)
ma la sua polarità si somma a quella di H-C, quincli la molecola nel suo comple88o
risulta polare.
Finora si è vh;to che i legami 7T sono costituiti dalla sovrapposizione di <lue orbitali
p paralleli tra loro. Cosa succede se in una molecola abbiamo piì1 orbitali p vicini e
paralleli tra loro (contenenti m1 elettrone spaiato ciascuno)? La risposta è che essi
si sovrappongono tutti e danno luogo ad orbitali 7T delocalizzati e quindi a doppi
legami delocalizzati. Alcuni esempi:
1. Ione formiato, HCOO-. Il carbonio è ibriclizzato sp2 , ognuno di questi' orbita-
li ibridi contiene un elettrone spaiato che forma un legame, rispettivam,ente, con
l'elettrone ls dell'idrogeno, con l'elettrone 2p di un ossigeno e con l'ele'ttrone 2p
dell'altro ossigeno. Rimangono un elettrone del carbonio in un orbitale p perpendi­
colar e al piano dei tre orbitali ibridi sp2 , un elettrone in 1111 orbitale p dell'ossigeno
e clue elettroni nell'orbitale p dell'altro ossigeno (che ha nn elettrone in più perché
è negativo). I tre orbitali p possono essere resi paralleli. Essi si fondono e i quattro
elettroni vanno a finire in orbitali 7T clelocaliz'.l.ati tra il carbonio e i due ossigeni.
Quindi la distanza <li legame C-O è uguale nei due casi e tra di essi c'è più di
un legame semplice ma meno di un doppio legame. Questo meccanismo è usato in
tutti gli ioni carbossilato che si ottengono dagli acidi carbossilici organici (Chimica,
§ 12,4.7).

166
@ Artqniz CHIMICA

2. Benzene, CoH6. Anche in questo caso tnttt gli atomi di carbonio sono ibridizzati
sp 2 , ognuno dei quali forma nn legame con l'elettrone ls dell'tdrogeno e un legame
con l'elettrone sp 2 dei due atomi di carbonio che l'affiancano. 1ùtti questi legami
. sono di tipo CJ. Si forma in questo modo un esagono perfetto ai cui vertici ci sono i
sei atomi di carbonio. Rimane a ogni atomo di carbonio un elettrone in uu orbitale
p perpendicolare al piano generato dai legami tra gli atomi di carbonio descritti
prima. Questi orbitali p paralleli tra loro si sovrappongono per formare tre orbitali
molecolari a bassa energia 1r delocalizzati su tutto l'anello, dove alloggiano i sei
elettroni p. Anche nel caso di CoHo il legame tra due C è più di un legame semplice
ma meno di un doppio legame.
3. Grafite, una delle forme allotropiche del carbonio. 'I\1tti gli atomi di carbonio
sono ibridizzati sp2 e con gli elettroni in essi alloggiati formano i legami carbonio­
carbonio: ogni carbonio sta al centro di un triangolo equilatero ai cui vertici ci sono
altri tre atomi di carbonio: in tal modo si forma un piano di atomi di carbonio
disposti ai vertici di esagoni regolari tutti fusi tra loro come le cellette di un'arnia.
Per ogni atomo di carbonio rimane un elettrone in un orbitale p perpendicolare
al piano infinito di tutti gli atomi di carbonio. Questi orbitali si sovrappongono
tutti e formano orbitali che si estendono a tutto il piano di atomi di carbonio. Gli
elettroni sono liberi di muoversi su tutto1 il piano e quindi conducono la corrente
·elettrica. Il solido che si ottiene è 1111 solido covalente, perché tutti gli atomi sono
legati tra loro e non si può distinguere la molecola di cm·bonio. Un piano di atomi
di carbonio disposti in questo modo si chiama grafene, e sta assumendo una

o hnportan?:a straordinaria in molte tecnologie chimiche. Quando si hanno molti


piani paralleli che interagiscono tra loro (vedi in seguito van der \,Vaals, § 4.1.5) si
ottiene la banale grafite che è la fuliggine o il materiale con cui si fa.uno le matite.
Oltre che nella forma allotropica grafite il carbonio è presente in natura sotto
forma di diamante, molto piìt pre:àoso della grafite. In esso il carbonio è ibridiizato
sp3 e ciascun atomo di carbonio è al centro di un tetraedro ai cui vertici ci sono
altri atomi di carbonio. Il legame tra gli atomi di carbonio è singolo e di tipo CJ. Il
solido che si ottiene è molto duro. Anche esso è un solido covalente perché non si
distingue la molecola. Poiché non ci sono elettroni delocalizzati, il diamante è un
isolante elettrico.
Uu esempio di utilizzo di orbitali ibridi per formare legami di tipo "dativo" o
ucoordinato", in cui i due elettroni sono messi a disposizione da un solo atomo è
dato dallo ione ammonio (NH4 + ). Esso si forma per addizione di H+ alla molecola
di ammoniaca NI-1 3 ,. Iu quest'ultima molecola N è ibridizzato sp 3 . In tre di questi
orbitali ibridi è localizzato un elettrone, nell'ultimo ci sono due elettroni (l'azoto ha
5 elettroni esterni). Con i primi N forma tre legami N-H con l'atomo di idrogeno.
N si trova al centro di un tetraedro: a tre dei vertici sono sistemati i tre atomi
di idrogeno, al quarto vertice è sistemata la coppia di elettroni. È proprio questa
coppia di elettroni che forma un legame semplice con lo ione H+ (senza elettroni).
Questo legame è esattamente uguale agli altri tre (è formato dagli stessi tipi di orbitali
atomici) e quindi lo ione NH4 + è un tetraedro perfetto con una carica positiva.

4.1.4 Forze di interazione intermolecolari


TI·a le molecole, tra gli ioni e tra molecole e ioni ci sono sempre interazioni. Que­
ste interazioni condizionano lo stato di aggregazione della materia _ma sono anche

167
Capitolo 4 Il legame chimico @ Artqui2

responsabili di molti processi naturali, tra cui quelli biologici. Esse coprono uno spet­
tro di energie molto ampio. 'I\itte hanno una base elettrostatica perché gli atomi
e le molecole sono tutti costituiti da protoni ed elettroni, tuttavia per comodità es­
se sono suddivise iu interazioni di van der Waals, interazioni dipolo-dipolo,
interazioni ioni-dipolo e legami idrogeno.

4.1.5 Interazioni di van der Waals


Le interazioni di van der Waals si esercitano tra da tutti i tipi di molecole. Esse
derivano dal fatto che nelle molecole e negli atonii ci sono dettroui in movimento. In
ogni istante la posizione degli elettroni genererà un baricentro delle cariche negative in
1
..c.\ una posizione che, con grande probabilità, sarà diversa da quello generato dalle cariche
,-: -.;p.,1..-·JJ posi�ive dei. nuclei. Ci sarà q�indi un dipo}� istant��eo dive�·so sia in intensità
.....�.f; _ 1 _
che m direzione da quello dell'istante successivo. In vicmanza di un'altra molecola
il dipolo istantaneo indurrà in quest'ultima la formazione di un dipolo istantaneo
(dipolo indotto). I dipoli i8tantanei delle dne molecole oscilleranno in fose e tra essi
ci sarà sempre un'attraxioue. L'entità del dipolo istantaneo dipende da due fattori: il
numero di elettroni e la grandezza della molecola. Il numero di elettroni influenzerà il
valore q medio dei dipoli istantanei, mentre la grandezza della molecola influenzerà il
valore d medio (Fig. 4.2). In questo modo si spiega perché il fluoro (F2 ) e il cloro (Cl 2 )
sono gassosi a temperatura ambiente, mentre il bromo (Br 2 ) è liquido e lo iodio (1 2 )
è solido. 'lì-a queste molecole c'è solo l'intera-6ione di van der Waals: ma il numero di
elettroni e la dimensione delle molecole crescono progressivamente scendendo in basso
lungo il gruppo rendendo i dipoli istantanei sempre più grandi.

4.1.6 Interazioni dipolo-dipolo e ione-dipolo


Le molecole polari i;ouo quelle <love è presente un dipolo permanente, dovuto alla
differenza di elettronegatività degli atomi che sono legati. In tal caso due molecole
polari si orienteranno in modo da portare l'estremità positiva dell'una vicino all'estre­
mità negativa dell'altra e daranno luogo all'interazione dipolo-dipolo. L'energia
dell'intera7,ione dipende dalla grandezza dei dipoli.
Nella interazione ione-dipolo la carica dello ione attrarrà l'estremità del dipolo
con carica opposta. Questa interazione è quella che garantisce la dissoluzione di al­
cuni soluti ionici in acqua. Il dipolo della molecola d'acqua si orienta vicino agli ioni
positivi e negativi e indebolisce le interazioni tra gli ioni di segno opposto nel cristallo
ionico. Non è detto che l'interazione ione-dipolo sia sufficiente a vincere questa in­
terazione. Infatti non tutti i solidi ionici si sciolgono in acqua: il cloruro di sodio si
1
scioglie mentre il carbonato di calcio no, ,,
,, .,

4.1.7 Legami idrogeno


Il legame idrogeno è un tipo di legame elettrostatico particolare che si instaura tra
due molecole in una delle quali c'è un atomo di idrogeno legato a uno dei tre elementi
più elettronegativi (F, O, N) e nell'altra è presente di nuovo uno dei tre elementi. Nella
prima molecola il legame X-H è molto polarizzato e l'atomo di idrogeno è fortemente
positivo e si mette vicino all'atomo negativo dell'altra molecola. L'atomo di idrogeno
positivo fa da ponte tra due atomi molto elettronegativi e carichi negativamente:
X-H- - -X, in cui X è F, O o N (Fig. 4.4), Questo legame è direzionale nel senso

168
ù © Artquiz

che i tre a.tomi teudono a. mettersi sulla stessa retta. L'energia del legame idrogeno
CHIMICA

dipende molto da questa orientazione.


Il legame idrogeno è basilare per le proprietà dell'acqua, sia allo stato liquido che
solido. Il gl1iac;cio ha una densità inferiore all'acqua liquida (unico esempio di densità
di' solido inferiore a quella del liquido corrispondente) gra-..de alla presenza di legami
idrogeno. L'ossigeno della molecola d'acqua si trova al centro di un tetraedro distorto
(l'ossigeno- infatti ibridizza ·8p 3 ): a due vertici sono posti i due atomi di idrogeno
appartenenti alla molecola d'acqua. Agli altri due vertici (un po' più lontani) ci sono
due atomi di idrogeno, ognuno dei quali appartiene ad un'altra molecola di acqua,
legati attraverso legami idrogeno. Esso è molto importante anche dal punto di vista
biologico (Biologia, § 3.3 e Chimica, § 13.3.1).

H H / '-. H_ H
' /
F-H- - -F/ N:--H--1'\f-H 'O
·O I
"-.
Hl-I
I
"-.
Hl-I
I-I "-o/ 1-r'
/ " •
I-I_,, /
o"-
I-I

H
Q Figura 4.4: Rappresentazione dei legami idrogeno intermolc:colari che si fonna­
no tra le molecole di HF, di NHs e di H20. Notare che i tre atomi che formano
il legame idmgeno sono disposti su una retta.

o
o
o

o
169
Capi'tolo 5

Stati della materia

5.1 Lo stato gassoso

Mqlte sostanze sono capaci di esistrn·e a.Ho stato solido, liquido o gassoso in funzione
della temperatura e della prcsl:iioue alla quale si trnvano. Si è visto che tra le molecole
esistono delle forze di interazione piì1 o meno consistenti a sec01�da. della natura delle
molecole stesse. Que::;te for�e tcndcrebbefo a tenere unite le molecole 1:1otto forma di
liquido o di solido. Quando però la t.empern.tura del sistema è tale per cui l'energia
cinetica corrispondente è superiore all'energia di interniione trn le molecole, eS8e si
separano e il sistema diventa gru;soso. La temperatma neceS8aria affinché questo av­
venga è tanto più alta quanto più forte è l'intera'l.ione tra le molecole. Questo spiega
perché l'acqua a temperatura e pressione ambiente è liquida (tra le molecole di ac­
qua. ci sono interazioni di van der Waals, interazioni dipolo-dipolo e legami idrogeno)
mentre l'ossigeno nelle stc::;se condizioni è gassoso (tra le molecole di ossigeno ci sono
1:1010 interazioni di van der Waals).
Lo stato di aggregazione gassoso è caratterizzato dal fatto che le molecole che
lo costituiscono sono tra loro indipendenti, si muovono in tutte le direzioni e quindi
tendono ad occupare tutto il volume a di1:1posizione. Per questa ragione un gas ha
densità variabile, si mescola con qualsiasi altro gas in tutte le proporzioni, è com­
primibile ed esercita una pressione ( data dalla frequenza e dalla violenza degli urti
sulle pareti del recipiente che lo contiene). Le molecole di un gas si urtano anche
tra loro e negli urti si scambiano l'energia cinetica, per cui l'energia cinetica di ogni
molecola è variabile con il tempo ment1·e non cambia né l'energia cinetica totale né la
distribuzione dell'energia cinetica tra tutte le molecole se non cambia la temperatura
(Fig. 5.1). L'energia cinetica media è quindi una funzione crescente della tempera­
tura. Da notare che l'energia cinetica non fa riferimento solo al moto traslazionale
delle molecole ma anche al moto rotazionale e ai moti vibrazionali (variazione della
lunghezza dei legami e variazione degli angoli di legame in una molecola). Infatti la
molecola di un solido e di un liquido in equilibrio alla stessa temperatura hanno la
stessa energia cinetica media.
Pe1· lo stato gassoso sono state ricavate delle leggi che ne spiegano il comporta­
mento:
1. Legge di Boy le: a temperntura costante il prodotto della pressione P e del volume
V è una costante (PV = costante). Quindi a temperatura costante il volume è
inversamente proporzionale alla pressione e viceversa.

171
Capitolo 5 Stati della materia @ Artquiz

T, 'l'i < T2
.si
o

;a
...
ol
<2)
•I

Energia cinetica E, E2

Figura 5.1: Distribuzione dell'energia cinetica tra le molecole di un gas a due


temperature fissate. Il punto scelto indica quante molecole del gas (il numero è
letto suWasse delle ordinate) hanno il valore deWenergia cinetica, letta sull'asse
delle ascisse. Tali valori rimangono sempre costanti se la temperatura non
viene variata, ma una molecola può acquisire o perdere energia cinetica a causa
degli urti con altre molecole o con le pareti del recipiente, senza però cambiare
la distribuzione. E 1 ed E2 rappresentano i valori dell'energia cinetica media
alle due temperature T1 � T2.

2. Legge di Charles: a pressione costante il volume di un gas è proporzionale alla


temperatura.
3. Legge di Gay-Lussac: a volume costante la pres.�ione è dirntt.amente proporzio­
nale alla temperatura.
Tutte queste leggi sono riassunte in un'unica. legge che prende il nome di equa­
zione di stato dei gas:

PV = nR'.l'
dove P è la pressione, misurata in atmosfere (1 atm = 760 torr o 760 mmHg), V è il
volume, misurato in litri (L), n è il numero di moli del gas (rapporto tra massa del
gas e peso molecolare dello stesso), T è lu. temperatura assoluta, misurata in gradi
Kelvin (K), definita come la somma algebrica della temperatura in gradi centigradi e
273,15. R è una costante pari a 0,0821 atm · L/(mol · K).
Questa equazione ci dice 11nche che una mole di un gas qualsiasi in condizioni
standard (O °C, pari a 273,15 K, e 1 atm di pressione) occupa un volume definito pari
a 22,414 L (che viene chiamato volume molare di un gas a TPS, nelle condizioni
standard) e che in tale quantità di gas ci sono un numero di Avogadro di molecole,
pari a 6,02 · 1023 • 1
Un corollario delPequazione è che volumi uguali di due gas nelle stesse fOndizioni
di temperatura e pressione contengono un ugual numero di moli, e quindi di molecole
(principio di Avogadro).
Un altro corollario di questa equazione è che può essere definito in una miscela di
gas il contributo di ciascuno alla pressione totalè. Tale pressione si chiama pressione
parziale e può essere calcolata dalla semplice relazione:

P1 =p 'X1

dove x1 è la frazione molare del gas 1, pari a ni/(n 1 + n2 + ecc.) cioè al rapporto
tra le moli del gas 1 e la somma delle moli di tutti i gas presenti nella miscela. P è la

172
© Artquiz CHIMICA

pressione totale della miscela gassosa. Per esempio, l'm'ia è costituita da circa il 20%
in moli di ossigeno e da circa 1'80% in moli di a7,0to. Alla pressione ambiente cli 1 atm
la pressione dell'ossigeno è quindi circa 0,2 atm e quella dell'azoto è circa 0,8 atm.
La legge dei ga.8 vale solo per i gas ideali, i gas nei quali l'interazione tra le mo­
lècole è nulla e nei quali il volume delle singole molecole è nullo. I gas reali non
seguono perfet,tamente la legge perché tra le loro molecole ci sono sempre interazioni
più o meno forti e il volume delle loro molecole 11011 è zero. Per avvicinare il com­
portamento dei gas reali all'idealità bisogna che il gas sia il più rarefatto possibile
.it (bassa pressione) e che la temperatura sia piì1 alta possibile (conumque sopra la tem­
peratura critica, Chimica, § 5.2 e Fig. 1.1). In tal moclo il volume delle molecole
è trascurabile rispetto al volume ciel recipiente clove il gas è contenuto e l'interazione
tra le molecole è trascmabile perché l'cnergia cinetica <lelle molecole del gas è elevata.
Un'altra conseguenza della non idealità di un gas reale si riscontra quando si va
a comprimere o a espandere improvvisamente un gas. Comprimendo 1111 gas im­

o
provvisamente costringiamo le molecole del gas ad avvicinarHi: le molecole, a causa
dell'attrc1Zione presente tra di esse, vanno a. trovarsi in uno stato di energia più bas­
sa rispetto alla situazione precedente, quanclo erano a distanza più grande e questo
comporta un rilru:;cio improvviso di energia che 11011 ha il tempo <li essere dissipata al­
l'esterno e viene accumulata clal gas sotto forma di energia cinetica. Il gas si riscalda.


Il contrario avviene se espau<liamo improvvisamente il gfill: esso si raffredda. Su que­
sto principio funzionano i gas contenuti nel sistema di raffre<ldamcuto dei frigoriferi.
ll gas con il quale siamo più a contatto è l'aria, contenente azoto e ossigeno. Nell'a ­
ria è presente anche il vapore d'acqua, che costituisce l'umidità dell'aria (Chimica,
§ 5.2) e l'anidride carbonica. nella misnrn. dello 0,04%, iu crescita negli ultimi anni
grazie all'uso sempre più massiccio cli combustibili fossili e alla deforestazione, che
diminuisce la quantità cli anidride carbonica utili:t:tata. nella. fotosintesi clorofillia­
na. L'anidrid !} carbonica uell'atmmifera produce l'effetto serra, in quanto cattura
le radiazioni infraroHsc emesim dalla terra riscaldata <lal 8ole e ne impeclisce il raf­

o
freddamento. Questo sta portando ad un progressivo riscaldamento dell'atmosfera
terrestre con possibili conscguen'l.e <lisa�trose (tempeste, tornados, scioglimento dei
ghiacciai, ecc.). Negli strati alti dell'a.t.mosfcra è presente anche l'ozono (03), una
forma allotropica dell'ossigeno che è capace di bloccare buona parte delle rn<liazioni
ultraviolette (genotossiche) emesse dal sole. Lo strato <li ozono è però in pericolo per
la presenza nell'atmosfera dei cosiddetti CFC, clor:ofluorocarbnri, con cui l'O'/.OilO rea­
gisce e che sono (erano) prodotti utilizzati come propellenti nelle bombolette o come
gas nei motori refrigeranti dei frigoriferi.
Un altro inconveniente provocato dall'atmosfera è la cosiddetta pioggia acida,

o
dovuta alla presenza nell'aria, per effetto della combm;tione di combustibili fo::;sili, di
ossidi di azoto (NO x ) e di zolfo (S0 2 e S0 3) che con l'acqua danno ossiacidi dello
'l.olfo (acido solforoso e solforico) e dell'awto (aci<lo nitroso e acido nitrico).

5.2 Lo stato liquido

o Come già ricordato lo stato liquido è caratterizzato dal fatto che le snc molecole

o
hanno una interazione sufficientemente forte da tenerle vicine. Per questa ragione i
liquidi non sono molto comprimibili. Se mettiamo un liquido in un recipiente aperto
lo molecole che si trovano sulla superficie del liquido stanno in uno stato energetico

o
più alto cli quelle che sono immerse: la ragione sta 1iel fatto che le molecole immer-

173
Capitolo 5 Stati della. materia © Artquiz

se sono attratte da tutti i lati mentre le molecole che sono sulla supeTfìcic sentono
l'attrazione solo delle molecole immerse. Per questa ragione si genera una forza che
è tangenziale alla superficie del liqnido che tende a ridnrne l'area per diminuire al
i
i - massimo il nnmero di molecole che si trovano in quella sitnazionc svantaggiata. Tale
foTZa si chiama tensione superficiale ed essa spiega perché qualsiasi liquido sospeso
sotto forma di goccia ha nua forma sferica: la sfera infatti è il solido che, a parità di
volnme, ha la snperficie minore. La temperatma superficiale, inoltre, tende a com­
primere le molecole snperficiali e a creare una specie di pellicola.
Fissata la temperatura del liquido è fissata anche la sua energia cinetica totale e,
come nel caso dei gas, anche la sua distribuzione. Le molecole del liquido si urtano e
si scambiano l'energia cinetica ma mantengono costante la sua distribuzione. Tra di
esse c'è nua frazione ad alta energia cinetica capace di superare la barriera superficiale
(bncare la pellicola) e passare allo stato vapore. Le molecole in questo stato sono però
capaci di ritornare nel liquido. Ad ogni temperatma si crea un equilibrio tra il nu­
mero delle molecole che escono e di quelle che entrano. La pressione che corrisponde
a questo equilibrio si chiama pressione di vapore (qnalcuno la chiama tensione
di vapore). Essa è nna costante se la temperatura è costante. Se la temperatura
aumenta, aumenta anche la pressione di vapore, pcrchR aumenta la quota cli molecole
allo stato liqnido capace di superare la barriera snperficiale. La pressione <li vapo­
re di nn liqnido dipende anche dalla nntnra del liquido stesso: tm liquido tra le cui
molecole c'è una interazione bassa tendono ad evaporare più facilmente di liquidi tra
le cui molecole c'è una interazione forte (l'alcol e l'acetone evaporano piit facilmente
dell'ncqmt alla stes�a temperatura).
Perché il gas in eqnilibrio con il suo liquido' viene chiamato vapore e non gru;'?
Questo dipende dal fatto che 1111 gas si chiama così proprio perché non può essere
riportato allo stato liquido a qualsiasi valore della pressione. Esiste una temperatn­
ra, chiamata temperatura critica, caratteristica cli ogni sostanza, al di sopra della
quale 11011 è possibile liqnefore un gas (vedi parte a destra della Fig. 1.1). ·Per la sem­
plice ragione che al disopra di qnella temperatura l'energia cinetica corrispondente è
superiore alla energia di interazione trn le molecole della sostanza. Alla temperatura
ambieute azoto e ossigeno (e quindi l'aria) non è liquefacibile, mentre lo è l'acqua il
cui gas alla temperatnra ambiente si chiama infatti vapore.
L'evaporazione è 1111 fenomeno superficiale nel senso che riguarda solo le molecole
che sono capaci di superare la barriera alla superficie. Quando la pressione di vapore
raggiunge la pressione esercitata sul liquido (per esempio la pressione atmosferica in
una pentola di acqua) essa bolle. La temperatura di ebollizione è quella a cui cor­
risponde una evaporazione in tutta la massa del liquido e non solo alla sua superficie.
Si creano bolle perché l'evaporazione avviene anche nella massa di liquido. I
L'umidità dell'aria denota la quantità di vapore acqueo presente nell'aria,,, L'umi-
dità relativa (espressa come percentuale) è definita come il l'apporto tra la �pressione
parziale del vapore acqueo presente nell'atmosfera e la pressione di vapore saturo che
si avrebbe alla temperatura dell'atmosfera (P 0 }, moltiplicata 100. La ragione per cui
la termÒregolazione del corpo umano è cÌifficile nelle giornate umide e dovuta
al fatto che non c'è (o c'è poca) evaporazione dell'acqua sull'epidermide (perché l'at­
mosfera è già satma cli vapor acqueo) e quindi non c'è il conseguente raffreddamento
dovuto all'evaporazione.
Il sudore non rappresenta il meccanismo con cui l'organismo si termoregola. L'ab­
bassamento della temperatura del corpo è dovuta all'evapornzione che è tanto maggio-

174
@ Artquiz CHIMICA

re quanto più elevata è la temperatura esterna e quanto più bassa è l'umidità dell'aria.
Un ventilatore dà refrigerio perché sposta. l'aria umida a contatto con l'epidermide
e favorisce l'e·,apornzione. È lo stesso meccanismo per cui si soffia sulla tazzina del
caffè per abbassarne la tempera.tura (evaporano le molecole a più alta energia cinetica,
l'energia cinetica media del liquido si abbassa e quindi si abbasssa la temperatura).

5.3 Lo stato solido


·i
I," I solidi sono considerati come quei composti nei quali l'interazione tra le molecole o
gli atomi (ioni) costituenti sono forti e dire-.tionali. Il solido è quindi cristallino. Come
abbiamo visto esistono vari tipi di solidi:
�;-
• molecolari, quelli nei quali sono distinguibili le molecole (per esempio acqua nel
ghiaccio, ben7,ene, anidride carbonica);

• ionici, quelli nei quali i costituenti sono gli ioni (tutti i sali, gli ossjdi, gli idrossidi);
• covale riti, quelli nei quali gli atomi sono legati tra loro in tutto il solido (diamante,
grafite, silicati, ccc.);
• metallici, quelli nei quali gli ioni positivi dei metalli occupano posizioni fisse nel
cristallo e alcuni elettroni (chiamati elettroni di valenza) sono alloggiati in un or­
bitale esteso n tutto il cristallo. Sono questi ultimi che conducono il calore e la
corrente elettrica.

o
o 175
Capitolo 6

Termodinamica

6.1 Principi generali


Un processo può essere di uatnra fil:,ica.. (.un corpo che cade, due cariche che si attrag­
gono, una frn,ione) oppure di natura chimica (una reazione). In tutti i casi i proces::;i
(definiti chi. 11110 stato iniziale e da 11110 finale) sono accompagnati da una variazione di
energia. La termodinrunica si occupa di queste vm·inzioni pc�r prevedere se uu processo
prn,sa o non possa avvenire.
Uu 1,istcma tennodinmnico viene definito isolato se esso 11011 può 1,cmuhim·e né
cm:rgia né materia con l'esterno, chiuso se pnè> scambiare energia ma 11011 materia,
aperto se può scambiare sia energia che materia (come 1111 organismo vivente).
La tennocliumnica nella descrizione dei prncesi,;i utilizza delle grandezze che sono
chimrmtc funzioni di stato perd1é esse dipendono solo dallo stato in cui si trova il
sistenm. (definito a 1,ua volta da pressione, tempcra_tma, concentrazione, ecc.). Tali
grru1dc:tze 1,ono l'entalpia (H), l'entropia (S) e l'energia libera (G). Ogni proces­
so è caratterizzato <la una variazione cli queste grnuclcz:1,c. La variazione è cspre�sa ·
dalla lettera grl-'Ca maiuscola /)._ ( delta) e rappresenta la differenza tra il valore della
grandc-,t;za nella stato finale meno il valore della grandezza nello stato iniziak. Quindi:

1 AI�= Hr - H;
; ''
I
,.�\= Sr - S;
; �1= Gr- G;
�n processo pub essere spontaneo o indott9_. Un gas si espande spontaneamente
se il volume a sua disposizione viene aumentato, mentre non è spontaneo il processo
inverso. Cosi una determinata reazione chimica può avvenire o meno spontaneamen­
te. In genere un processo avviene spontaneamente se l'energia. Jentalpia) dello 1>tato
finale è più bl:l8sn dell'energia dello stato iniziale: per questo l'acqua cade sempre ver­
so il basso. Ma se fosse sempre cosi le sostanze di cui è formato l'nniverso sarebbero
sempre e tutte allo stato solido, che è lo stato dove l'energia del sistema è minimo
perché l'interazione tra le molecole è al suo massimo stato. Noi sappiamo che così non
è perché u_p.'altra tendenza universale per un sistema e_ quello di possedere lo stato piu
probabil;, L� ;,'i,�to più probabile cqi!lcide con lo stato 'piu disordinato. C'è una defi-
-nìzfoné del disordine (misurato CO� la.grandezza entropia) che COl'risponde al numero
di descrizioni pos1>ibili per un sistema. Maggiore è il numero di descrizioni maggiore

177
Capitolo 6 Termodinamica © Artquiz

è il disordine. Con un esempio semplice: il sistema palla-buca può essere descritto in


un solo modo, la palla nella buca. Ivh� se si ha una palla e tre buche il sistema può
essere descritto in tre modi possibili. E quindi piit disordinato. I sistemi tendono ad
essere più disordinati possibiH, a possedere cioè l'entropia più alta. Fissate queste due
tendenze è stato necessario definire un'altra grandezza che tenga conto di entrambe,
·che si chiama energia libera, per prevedere la direzione di nn processo.
Esistono processi che, quando avvengono, sono favoriti sia dall'entalpia che dal­
l'entropia: per esempio nn solido che si scioglie nell'acqua con sviluppo di calore. Lo
sviluppo di calore ci dice che il sistema finale lta. un'energia più hassa.. La 1-;oluzio1te
è inoltrn (generalmente, non sempre) un sistema più disordinato del solvente e del
solido iniziale.
Esistono proce!:iSi che sono favoriti dall'entalpia ma sfavoriti dall'entropia. Sarà
allora la temperatura che deci<lera il verso del processo. Un esempio è l'equilibrio
solido-liquido: l'entalpia favorisce sempre lo stato solido allo stato liquido, mentre
l'entropia fa il contrario. La temperatura decide quali dei due stati è stabile: sopra
O 9 (a 1 atm di pressione) è stabile l'acqua. liquida, sotto O °C è stabile il ghiaccio
0

solido.
La grandezza energia libera è quindi una funzione di queste tre grandezze sotto la
forma:
�G = �H -T�S
Quando il �G è negativo il processo risulta. spontaneo (esoergonico). Qna.nclo è·
·positivo (endoergonico) il procc:-;so non avviene a. meno che la. diffcrcn:ta. cli cnPrghi.
libera non venga �mpplita cla un altro processo concomitante.. È qmmto avviene alla
maggior parte <lelle reazioni biochimiche cellulari che sono mtcloergonidm e ncc:c:-;sitano
di una reazione parallela esoergonica, che è normalmente la trasfonm1.;,,ione <li ATP in
ADP. Quando �G è uguale a. zero il sistema è in equilibrio tra i dne sta.ti (Chimica,
§ 9.1.4).

·rct).
-t
,.�
-, .•
, ,• '·

,,,.J· ,_,.

A�
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'·(
... .7
)

--
-•

178
Capitolo 7

Le soluzioni

7.1 Unità di misura per esprimere la concentrazione


.
Le soluzioni sono miscele omogenee di più composti. Un componente della solu­
zione liquida viene chiamato solvente (in genere è la. sostanza presente in maggior
quantità) gli altri compoueut,i :-muo chiamati soluti. Una sostanza ::;i scioglie in un
solvente se con e::;so instrnll'a delle interazioni. Più forti ::;0110 le interazioni tanto più
la so::;tauza si scioglierà. In genere V!ÙC la regola simile scioglie il s11,o simile. Sostanze
polari sciolgono sostanz e polari, mentre sostan'l,e a.polari sciolgono sostanze a.polari.
Esistono vari modi pC'r misurare la couceutra,1:ionc delle soluiioui liquide. Si hanno

o tre classi cli conccut.razioni: volnmc/volnme, peso/peso e peso/volume.


Al primo gruppo appartiene il percento in volume: è il modo <li misurare il con­
tenuto cli alcol in una soluzione éu:qnosa come il vino o nn liquore. I gradi alcolici

o misurano il volume di alcol contenuto in 100 mL cli solm�iouc.


Al secondo gruppo appa.rteugouo la percentuale in peso, la molalita(m) e la
frazione molare (x). Il primo tipo esprime qnnuti grammi di soluto sono contenuti

o in 100 g di soh1'l,ione. Il secondo rappresenta le moli cli soluto sciolte in 1.000 g di sol­
vcnté. Il terzo rappresenta il numero di moli di soluto sul numero totale di moli della
::;ob1'l,ione. E un numero sempre compreso tra zero e uno. La somma delle frazioni

o molari di tutti i componenti cli una soluzione è uguale a 11110.


Al terzo gruppo appartengono la molarità (M)e ln normalità. (N). La prima

o
rappresenta il nu1Uero <li moli di ::;oluto sciolte in 1111 litro di soluzione. La 11or1Ualità
esprime il numero di equivalenti (Chimica, § 9.3) sciolti in 1111 litro di soluzione.
Ci sono soluti che si sciol ono in grande ua 't' nel solvente, altri che invece si
sciélgon�o;:; �o;
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SC
ne si <licc satura. La dissoluzione di una sostanza in 1111 solvente può assorbire calore
e quindi essere endotermica (�H>O) o svilup pare calore e quindi essere esotermica

o
(�H<O). Quasi sempre ln dissoluzione è accompagnata <la un aumento <li entropia,
perché la soluzione è intuitivamente più disordinata dei suoi componenti originari.
Questo non e sempre vero, perché le molecole del soluto di un composto ionico, una

o
volta in soluzione, orientano intorno a loro in modo ordinato le molecole del solvente
e producono quindi una climiunzione di entropia che è maggiore dell'aumento dovuto
al mescolamento.

o
Quando la dissoluzione è endotermica, l'innalzamento della temperatura aumenta
la solubilità della sostanza. Se la dissoluzione è invece esotermica, l'aumento della
temperatura ne diminuisce la solubilità (Chimica, § 9.1.4).

179
Capitolo 7 Le soluzioni © Artquiz

7.1.1 Calcoli sulle soluzioni


Le formule chi ricordare sono:
• numero di moli di una sostanza= massa della sostanza (in g)/peso molecolare
della sostanza; -- �
• molarità (M)
..
, ,_ �
= moli della sostanza/volume in litri;
• normalità (N) = grammoequivalenti della sosta11?:a/volnme in litri;
• normalita (N) = molarita (M) · numero di protoni (elettroni) scambiati;
• peso eqnivalentc = peso molecolare/numero di protoni (elettroni) scambiati;
• densità (g/mL) = massa (in g)/volume (in millilitri)
Qn�c/t��solu���ne diluita con il solvente vale l'uguaglianza M1 V 1 -
M 2 V2 , dove V 1 e M 1 sono il volume e la molariti1. iniziale, mentre lvh e V2 sono il
volume e la molarità finale. Il prodotto MV rappresenta le moli del soluto che, nella
diluizione con il solvente, Timane invarinto. Se l'esercizio chiede a quale volume si deve
portare la soluzione per portare la molarità dulle condizioni 1 alle condizioni 2, allora
V2 e la risposta. Se l'esercizio chiede quanto solvente bisogna aggiungere per ottenere
lo stesso risultato allora la risposta è V2 - V 1 ( che è un risultato approssimato perché
c7è una variazione di densità della solu1.ioue).

7.2 Solubilità dei gas


I gas si sciolgono nei liquidi. Naturalmente la quantità di gas che si séioglie dipende
·
da diversi fattori:
1. La natura del gas e la natura del liquido. Se il gas è polare si scioglierà meglio in
un solvente polare. Se il gas è apolare si scioglierà meglio in un solvente apolare.
L'ammoniaca si scioglie bene in acqua perché è polare, l'ossigeno no, perché non è
polare.
2. Un gas si scioglie in misura maggiore in un liquido quanto più alta è la sua pres­
sione. La prnssione favorisce,sempre i processi che avvengono con diminuzione di
· volume, come la dissoluzione di un gas in nn liquido.

3. Un gas si scioglie in misura maggiore in un liquido quanto più bassa è la temperat11.­


ra. Infatti la dissoluzione di un gas in un liquido è sempre un processo esotermico
perché si creano interazioni che pri�a non c'erano. Come tutti i pro��ssi eso­
termici la solubilità di un gas in un liquido è sfavorita da un innalzamento della
temperatura.
La legge che governa la solttbHità dei gru:; nei liquidi è la legge di Henry che può
essere espressa come:
XA = KPA

dove XA è la frazione molare del gas nella soluzione, K è una costante che dipende
dalla natura del solvente, dalla natura del gas e dalla temperatura (I< diminuisce con
l'aumentare della temperatura) e P A è la pressione parziale del gas.

180
p © Artquiz CHIMICA r·
;O
7.3 Elettroliti
Si chiamano elettroliti quei ,'ioluti che una volta messi in ::mlnzione acquosa si dis­
sociano in ioni. La dissociaz;ionc pnò essere totale e, in tal caso, i soluti si chiamano
elettroliti forti, oppure parziale e i soluti si chiamano elettl'oliti deboli.
La for:m cli un elettrolita viene misurata da una grandezza che si chiama grado di
dissociazione (a): esso è il rapporto tra le moli dissociate e le moli totali. E quindi
un numero compreso tra O e 1. Quando a = 1 l'elettrolita è forte, quando a = O il
soluto è 1111 non elettrolita, quando a è compre::m tra O e 1, l'elettrolita è debole.
Gli elettroliti si chiamano così perché in ::mluzioue sono in grado di condurre la cor­
rente elettrica. Piì1 1111 elettrolita è forte più è capace cli condurre la corrente elettrica

o
(a parità di couccutrmdone e di cm-ica. degli ioni: uno ione con duq cariche positive
conduce più di uno ione con una carica positiva). L'acqua pura è 1111 debolissimo
elettrolita perché ·capace di dare solo in misura molto ridotta ioni HaO + e ioni OH­
(Chimicn, § 9.2). L'acqua del rubinetto e capa.cc cli condurre la. corrente elettrica
perché contiene disciolti elettroliti forti, come alcuni sali.
I sali sono tutti elettroliti forti, mentre la maggior parte degli acidi e delle basi
::;uno elettroliti deboli (alcuni, come HCl, sono forti).
Tutti gli elettroliti deboli diventano forti quando sono estrcmmncute diluiti. Per
essi la clissociazioru: <! immr:;am.ente provorzimuilc alla concentmzione.

7.4 Proprietà colligative delle soluzioni


Una solu'l,iouc liquida si ottiene mescolando due o più liquidi oppure sciogliendo nel
solvente un soluto solido o p;a..<;soso.
Come si è visto in prccedemm ogni liquido ha una sua intrinseca teuden'l,a a pas:m.re
allo stato vapore. Questa tendenza è definita dalla. pressione cli vapore P0 che ha 1111
preciso valore ad ogni valore della tcmpcn.\.t.ura. Una solu¼ioue ottermt,a a partire <la
due o più liquidi pro:::ienta auch'cs:·m una. pressione <li vapore che, acl ogni temperatura,
sarà data dal contributo di ciascun componente.
La legge di Raoul t permette di conoscere la pressione cli vapon} cli una soh1¼io11e
fatta da n componenti liquidi ad una certa temperatura.
Essa è espressa con la formula:
P = P 1x1 + P 2x2 + ccc.
dove 1, 2, ecc. sono i comp onenti della soluzione, x 1 , x2, 1 ccc. le rispettive fra-1,ioni
molari e P1, P 2, ccc. le pressioni cli vapore <lei componenti PVri a quella tempcratum.
Quando P ruggiunge_ il valore della pressione esercitata <lalÌ'esteruo ::;ulla solu:tione,
e�sa bolle. Inoltre, a qualsiMi tempcratnra, il vapore in equilibrio con la solm�ione

o
sarà. sempre più ricco nel componente più volatile. Se si fa evaporare 1111 vino al 12%
il vapore in equilibrio con esso conterrà più del 12% di alcol, perché l'alcol etilico è
più volatile dell'acqua. Se si condensa il vapore raccolto e lo si fa rievaporare l'arric­

o
chimento nel componente più volatile procederà ulteriormente. E questa la base della
distillazione, che permette di separare due liquidi, componenti di una miscela, sulla
base della loro volatilità. La legge di Raoult e le �mc applicazioni valgono per una

o
soluzione ideale: l'idealità è proprio definita dalla validità della legge.
In teoria la legge di Raoult è valida anche per le soluzioni ottenute. sciogliendo
un solido in un solvente. N ormalmeute i solidi hanno una pressione di. vapote .che_ è

D 181
Capitolo 7 Le soluzioni @ Artquiz

molto vicina a zero (salvo qualche eccezione co1Ue lo iodio, la naftalina, ecc.). Per cui
la pressione di vapore della soluzione coincide con la pressione di vapore del solven­
te. Avendo il solvente una frazione molare nella soluzione minore di 1, la pressione
di vapore della soluzione sarà più bassa della corrispondente pressione del solvente
puro. Una soluzione (ottenuta con i soluti solidi) presenta quindi un abbassamento
della pressione di vapore. Tale abbassamento è proporzionale alla frazione molare del
soluto.
Se la pressione di vapore della soluzione è più bassa di quella del solvente puro,
essa ragginugerà tl valore della pressione esteTna ad una temperatura piit alta di quella
alla qnale la raggiungerebbe il solvente puro: la soluzione avrà nna temperatura di
ebollizione più alta. L'aumento della temperatura di ebollizione sarà tanto pii1 alta
quanto più i:: concentrata la soluzione.
In modo del tutto analogo nna soluzione avrà una temperat1tra di congelamento
più bassa rispetto al solvente pnro. L'ebullioscopia e la crioscopia sono le due
tecniche che permettono di ricavare dalla misura delle temperature di ebollizione e di
congelamento la. concentrazione delle solu1.ioni.
Le formule che legano le proprietà descritte alle concentr�ioni sono le seguenti:
= x2 per l'abbassamento della pressione di vapore;
• �p /P 0
dove �p = P0 P e x2 è la fra'l.ionc molare del soluto.
-

• �T = Km per l'inmilzamento del punto di ebollizione e per l'abbassamento del


pnnt.o cli gelo;
dove K è mm costante che dipende dal solvet"1tc e nte la molalità della solu�ione e �T
è la difforenY.a, prnim sempre con U segno positivo, tra punto di ebollizione o punto
di congelamento del solvente puro e il punto di ebollizione o di congelamento della
�mluzione.
Poiché nna parte elci soluti sono elettroliti, cioè sostanze che in soluzione si tro­
vano totalmente (elettroliti forti) o parzialmente (elettroliti deboli) sotto forma di
ioni, le formule sopra riportate debbono essere corrette, perché i fenomeni illustrati
dipendono dal numero delle particelle e non dal numero delle molecole. Inoltre una
particella piccola (per esempio lo ione Li+ ) conta quanto una particella grande (per
esempio nna proteina).
Le proprietà che dipendono dal numero delle particelle sono anche chiamate pro­
prieta colligative. Quindi abbassamento della pressione di vapore, innalzamento del
punto di ebollizione e abbassamento del punto di congelamento (insieme alla pressione
osmotica) sono proprietà colligative. Ognuna di queste proprietà è sempre �c,sociata
alle altre tre. Le formule sopra riportate debbono essere quindi corrette per l'�ventuale
dissocia:i;ione del soluto in soluzione. Quindi:
t:i.P/P0 = x2(l + a(v - 1))
dove a è il grado di dissociazione e v (in qualche testo viene usato 'Y invece di v) è il
numero di ioni prodotti dalla dissocia,7,ione stessa. Analogamente:
�T = Km(l + a(v - 1))
Non bisogna confondere il termine (1 + a(r/ - 1)) (che viene chiamato anche indice
di van't Hoff, e indicato con la lettera i), che trasforma il numero <li molecole in

182
@_ Art.quiz CHIMICA

numero di particelle (sia ioniche che 11011 ioniche), con il termine ''forza ionica" la

n
quale invece è una misura dell'intensità del campo elettrico generato dalle cariche
� degli ioni cd è uguale a:
1
, ,2
- Ec·z·
2
dove e; è la concentrazione di ogni specie ionica e z; è la carica di ogni specie ionica.
E è il simbolo di sommatoria.

o
Esempio. Se si ha una soluzione: 0,1 Mdi NaCl e 0,1 M di Na2SO,i , la forza
O, 1 · 1 + O, 1 · 1 + O, 2 · 1 + O, 1 · 4
;...
. , ,
10mca e ugnaIe a = O, 8 = O , 4 .
2 2

o
I primi due termini sono il contributo cli NaCl, mentre i secondi due sono il con­
tributo di Na2S04. In questo cru;o le particelle 11011 contano tutte allo stesso modo:
la particella So,i2- conta di più delle particelle Na+ e c1-.
Il termine [1 + a(v - 1)] per la stessa soluzione sarebbe: O, 1 · 2 + O, 1 · 3 = O, 5.
II primo termine si riferisce a NaCl, che si dissocia in due ioni, 1"nentre il secondo
termine si riferisce a Na2 S0 ,i , che si dissocia in tre ioni.

7.4.1 Pressione osmotica


TI·a le proprietà colligative è annoverata anche la pre ssione osmotica, una proprietà
molto importante in campo biologico.
Tecnicamente la pressione osmotica di mm soluzione pub essere considerata come la
pressione che il soluto esercita sulle pareti del recipiente dove è contenuta la soluzione
ed è pari a quella che lo stesso soluto eserciterebbe se fosse allo stato gassoso (cioe senza
il solvente) alla stessa temperatma e nello stesso volume occupato dalla soluzione.
L'applicazione della legge dei gas alle molecole di solnto darebbe l'espressione:
1rV = nRT
dove 1r rappresenta la pressione osmotica (misurata in atm) e le altre grandez7,e sono
quelle già incontrate con i gas. Tale espressione diventa:
1r = cRT
dove e è la concentrazione molare del soluto (= 11/V).
Poiché la pressione osmotica è una proprietà colligativa anche questa espressione
deve essere corretta dal fattore che tiene conto dell'eventuale dissociazione del soluto.
Quindi:
1r = cRT[l + a(v
I
- 1)]
La proprietà pressione osmotica viene m/4ssa in evidenza quando la soluzione in
questione è separata dal resto da una membrana semipermeabile, una membrana
ideale che fa passare il solvente e non fa passare il soluto. Tale membrana è in

o
qualche misura rappresentata dalla membrana citoplasmatica delle cellule che, per
la sua composizione, permette il passaggio dcll'acqua (e di pochi- altri soluti come
ossigeno, azoto e altre piccole molecole neutre) ma non di molecole grandi o ioni.

o
Quindi i vari soluti all'interno di una cellula esercitano una pressione osmotica che, se
non è bilanciata, da una pressione osmotica uguale e contraria all'esterno, producono
degli effetti sulla cellula.

o 183
Capitolo 7 Le soluzioni· © Artquiz

Quando la pressione osmotica esterna e interna. sono uguali si dice che le due
soluzioni sono isotoniche. In questo caso la quantità di acqua che entra nell'unità di
tempo è uguale alla quantità di acqua che esce.
Quando la pressione osmotica di una delle due prevale sull'altra, quella che ha
pressione maggiore è ipertonica e quella che ha pressione minore è ipotonica. Una
cellula (come un globulo rosso) immersa in una soluzione ipotonica fa entrare acqua
(perché l'acqua va sempre dalla soluzione più diluita a quella più concentrata come
effetto globale) e si rigonfia fino, al limite, a scoppiare ( se è nn globulo rosso il processo
si chiama emolisi) mentre una cellula immersa in una soluzione ipertonica fa uscire
acqua e si raggrinzisce. Una cellula vegetale in queste condizioni dà luogo al fenomeno
della plasmolisi, cioè al distacco della membrana plasmatica dalla parete cellulare. La
concentrazione in particelle responsabile della pressione osmotica viene anche definita
osmolarità.
L'osmosi è il processo con il quali si attua la dialisi, processo con il quali si
purifica il sangue dai prodotti tossici del catabolismo (per esempio urea ). In tal caso
la membrana usata uon è semipermeabile perché è in gTado di far passare gli ioni e le
molecole piccole presenti nel sangue. La membrana, in questo caso, serve a impedire il
passaggio delle macromolecole (come le proteine) e ovviamente delle cellule contenute
nel sangue. Il sangue quindi passa a.ttrnverso un tubo che ha le pareti permeabili alle
molecole piccole, ma non alle grandi, e il tubo è immerso in una soluzione di sali la
cui concentrazione è quella che si vuole· resti nel sangue. La soluzione esterna uon
· conticme le molecole da cni il sangue deve essere ripulito (per esempio l'urea), che
quindi dal sangue e..'-¾cono.
Il processo di salnt;ura per conservare i prodotti alimentari è basato sulla pressione
osmotica. Il sale usato toglie acqua alle cellule batteriche e quindi le uccide. Gli
impacchi di acqua e sa.le servono a ridurre gli edemi.

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I

184
Capito!� 8
!,.
l:
Nomenclatura e formule dei composti
• • •
1norgan1c1

8.1 Principi generali


I composti sono formati da combinazioni di atomi uniti tra loro da legami covalenti
o ionici. Essi sono indicati da una formula çhe contiene i simboli degli atomi che costi­
tuiscono il composto e il numero di volte ogni singolo atomo è presente nel composto.
Per esempio C0 2 significa che esiste una molecola costituita da 2 atomi di ossigeno e
un atomo di carbonio, legati tra loro in un certo modo ( che dalla formula non appare)
ma che rispetta i principi illustrati nella forma7.-ionc dei legami. .Per esempio non esiste
la molecola Ha perché non c'è nessun modo per legare tre atomi di idrogeno, mentre
oltre all'acqua (H2 0) esiste l'acqua ossigenata (H2 0 2 ) perché si possono legare due
ossigeni tra loro cd esiste l'o'llono (Oa) perché è possibile legare ancora nn atomo di
ossigeno ad una molecola di ossigeno. � -

o
In alcuni casi la formula rappresenta solo il rapporto tra gli atomi che costituiscono
la sostanza. Per esempio CaCh vuol dire che la sostanza allo stato solido è costituita
da ioni Ca2+ e da ioni Cl-, in rapporto 1 a 2 per rispettare la elettronentralità. In
effetti nel solido non è distinguibile la molecola di CaCh.
I composti inorganici (per distinguerli dai composti organici, derivati del car­
bonio) sono a loro volta suddivisi in vari tipi.

o
Le regole più usate per la nomenclatnra dei composti verranno descritte nelle
sezioni dei vari tipi di composti.

8.1.1 Ossidi basici e ossidi acidi o anidridi


Viene definito ossido, il composto di un elemento con l'ossigeno. Poiché gli elementi

o
sono divisi tra metalli e metalloidi, gli ossidi di un metallo (CaO, Na 2 0, Ah03, ecc.)
sono chiamati ossidi basici perché se posti in acqua danno luogo agli idrossidi che
hanno un comportamento basico (Chimica, § 9.2).

o
Essi allo stato solido sono costituiti dagli ioni metallici e dallo ione 02-. Il nome
dell'ossido è dato dalla dizione ccossido di <nome del metallo>". Quando il metallo
presenta numeri di ossidazione diversi vengono usate le desinenze -oso e -ico, per
designare rispettivamente lo stato a più basso e più alto numero di ossidazione (es.
FeO, ossido ferroso, Fe2 03 , ossido ferrico) (Chimica, § 9.1.1).
Quando l'ossido è fatto con un metalloide (non metallo) l'ossido viene chiamato

185
Capitolo 8 Nomenclatura e formule dei composti inorganici @ Artquiz

ossido acido (in italiano anche anidride) perché in acqna dà luogo alla formazione
di nn ossiacido con reazione acida. Anche in questo caso si usano le desinenze -osa o
-ica (anidride solforosa, SO 21 anidride solforica, SO3 ) quando gli stati di ossidazione
sono diversi.
L'acidità o la basicità deriva dal fatto che i due tipi di ossidi in acqua producono
sempre 1111 composto del tipo M-O-H. Quando M è un metallo il legame più pola­
rizzato è M-O, e quindi l'acqua lo rompe per formare M+ e OH- (comportamento
basico). Quando M è un non metallo, il lega.me piì1 polarizzato è O-H, e quindi
l'acqua lo rompe per formare MO- e H"f- (comportamento acido).

8 .1.2 Idruri
Come già detto, gli idruri sono i composti binari formati da idrogeno e un metallo
(LiH, idruro di litio; CaH 2 idruro di calcio; A�H3 idruro di alluminio, ecc.). Poiché
1 1

in questi composti l'idrogeno ha una carica negativa, essi tendono facilmente a cedere
elettroni e sono quindi riducenti (Chimica, § 9.1.2).

8.1.3 Idracidi
Gli idracidi sono composti binari tra idrogeno e gli elementi del VII e lo zolfo del
VI gruppo. Gli esempi sono HF, HCl, HBr, Hl e H2S. Sono acidi perché tendono a
cedere l'idrogeno sotto forma di protone (Chimica, § 9.2).
I loro nomi finiscono sempre con la desinen1..a -idrico (acido fluoridrico, cloridrico,
bromidrico, iodidrico, solfidrico). I loro so.li (l'idrogeno sostituito da 1111 metallo)
prendono la desinenza -uro (fluoruro, cloruro, bromuro, ioduro, solfuro di <nome del
metallo>).

8.1.4 Idrossidi
Gli idrossidi sono i composti tra ioni metallici dei primi tre gruppi e dei metalli di
transizione e gli ioni ossidrili (OH-). Si ottengono facendo reagire gli ossidi basici
con l'acqua. Hanno comportamento basico.

8.1.5 Ossiacidi •.

Gli ossiacidi sono i composti che i non metalli formano con idrogeno e ossigeno. Essi
si ottengono per reazione degli ossidi acidi, o anidridi, con l'acqua. Hanno comporta­
mento acido più o meno marcato in acqua.
Uno stei:;so elemento può formare diversi ossiacidi: in tal caso il nome, pltre alla
desinenza -oso e -ico, può assumere il prefisso ipo o per. Come esempio st possono
usare gli ossiacidi che forma il cloro. Essi sono HClO, HC1O 2, HClO3 e HClO4 .i cui
nomi sono acido ipocloroso, cloro!:>'0 1 clorico e perclorico, rispettivamente.

8.1.6 Sali
I sali sono i composti che si formano !:>'OStituendo l'idrogeno negli ossiacidi o negli
idracidi con un metallo e che provengono dalla reazione tra gli ossiacidi e gli idracidi
con gli idrossidi. Sono sempre composti ionici, sia allo stato solido che allo stato
liquido (fusi). Ovviamente in soluzione acquosa sono sempre totalmente dissociati.

186
@ Artqui� CHIMICA
l"'
� Non confondere la d·issoc'iazione in ioni con la solubilità: un sale pnò essere
molto o poco solnbile 1 ma la parte sciolta è completamente sotto forma
ionica.
I sali provenienti dagli ossiacidi prendono la desinenza -ito se provengono da un

o
acido con desinenza -oso e la desinenza -ato se provengono da un acido con desinenza
-ico. Dall'acido solforoso (1-12S03) si ottengono i solfiti e dalPacido solforico (H2S04)
i solfati.
Nella sostituzione degli idrogeni da parte dei metalli bisogna tener conto che la
nonnna delle cariche positive dei cationi metallici sia uguale alla somma delle cariche
negative dell'anione dell 'ossiacido. Per esempio il solfato di sodio è Na2SO,i e il solfato

o
di ammonio è (NH,i )2S0,1, il solfato di calcio è CaSO ,i , il solfato ferroso è FeS04, il
solfato ferrico è Fc2(S04 ) 3 e il solfuro di alluminio è AhS.1.
Esistono anche i su.li ottenuti per pan:iale .-;ostituzioue dell'idrogeno degli ossiacidi
come NaHC03 , cmbonato <lì idrogeno esodio (in italiano chiamato anche bicarbonato
di sodio, nonostante non ci sia niente preso <lue volte come indicherebbe il prefisso
bi-, o carbonato acido di sodio, perché In molecola possiede ancora 1111 idrogeno con
carattere acido), Fel-I(S04 )2, solfato di idrogeno e ferro (III) 9 solfato acido ferrico,
(NI-Li)2HP04, fosfato di diammonio e idrogeno o fosfato acido di diammonio.

I principali acidi inorganici:


• Monoprotici: HF (acido flnori<lrico), I-ICI (acido cloridrico), 1-IBr (acido bromi­

o
drico), Hl (acido iodidrico), HNO:J (acido nitrico), HCIO (acido ipocloroso), I-ICI02
(acido cloroso), HC103 (acido clorico), HCIO,i (acido perclorico).
• Diprotici: 1-12S04 (ncido solforico), H2Cr0,1 (acido crnmico), H2S (acido solfidri­
co), H2C03 (acido earbonico), lhS03 (acido solforoso).
• 'Iriprotici: H:iP04 (acido fosforico)

o ALCUNE COSE DA RICORDARE SULL'ACQUA

1. È una sostanza polare e quindi scioglie composti polari e composti ionici.


2. Allo stato liquido ha una densità superiore a quella dello stato solido, per cui i
l aghi e i fiumi non ghiacciano completamente a basse temperature perche il ghiaccio
rimane in superficie e riduce quindi la trasmissione di calore tra l'acqua sottostante
e l'ambiente.
3. L'acqua è definita ''dura" se contiene disciolti nna quantità elevata di sali. L'acqua
con pochi sali si definisce "dolce".
4. L'acqua "pesante" è l'acqua che contiene deuterio invece di protio nella sua formula.
Essa è usata nelle centrali nucleari per ridurre la velocità dei neutroni.
5. A causa della sua alta tensione 8Uperficiale l'acqua presenta una forte tendenza alla

o "capillarità", la capacità di risalire attraverso fessure e tubi sottilissimi. Questa


tendenza è utilizzata, tra gli altri, dalle piante che prendono l'acqua dal suolo e la
fanno risalire fino alla cima.

187
Capitolo 8 Nomenclatura e formule dei composti inorganici @ Artqniz

6. L'acqua pura conduce pochissimo la corrente elettrica perché la concentrazione dei


suoi ioni idrossonio e ossidrile è bassa. Ma l'acqua comune contiene disciolti sali
che aumentano notevolmente la capacità di condurre la corrente.
7. L'acqua dovrebbe avere un pH pari a 7 ma, poiché contiene disciolta l'anidride
carbonica, il suo pH è vicino al valore 5 ( a meno che non contenga disciolti sali
con proprietà basiche).

I
I,
4

188
r.!':

Capitolo 9

Le reazioni chimiche
'

9.1 Definizioni e tipologie

Si definisce reazione chimica un processo nel quale alcune sostanze cambiano natura
chimica. In una reazione chimica quasi sempre alcuni legami chimici sono rotti e si
formano nuovi legami. La reazione viene espressa da una equazione chimica del

o
tipo:
aA+bl3-tc C+<lD

o
dove A e B sono le formule dei reagenti e C e D sono le formule dei prodotti. La
freccia indica In trasformazione e a, b, c e <l sono coefficienti .numerici (coefficienti
stechi ometrici) che servono a bilanciare la reazione.
Unn reazione si dice bilanciata quando il numero di atomi. di ogni specie chimica
è uguale a destra e a sinistra della equazione (bilanciamento della massa).
Il bilanciamento delle reazioni chimiche va anche sotto il nome: di legge di Lavoi­
sier, la quale dice che le masse dei reagenti deve essere uguale alle masse dei prodotti.
Nel caso che la reazione avvenga con alcuni composti sotto forma ionica non solo le
masse devono essere bilanciate ma anche le cariche. La singola freccia vuole signifi­
care che la reazione va a compimento, cioè alla fine della reazione si trovano solo i
prodotti (se la reazione è bilanciata). Se invece è presente una doppia freccia (t:+)
questo significa che la reazione arriva ad un equilibrio e che procede nelle dne direzioni
ad ugnale velocità, quindi apparentemente non succede più niente (Chimica§ 9.1.4).
Le reazioni possono essere suddivise in:

o
• Sintesi: H 2 0 + S03 --, H 2 S04
• Decomposizione: CaC03 --; CaO+ C02

o • Dissociazione: MgS0 4 --; Mg2+ + S04 2 -

o
• Neutrali1,zazione: 2 NaOH+ H 2 SO,i --, Na2 S04+ 2 H 20
Bilanciare questo tipo di reazioni è molto semplice. Più difficile è bilanciare alcuni

o
tipi di re�ioni di ossido-riduzione.
Le reazioni chimiche possono anche assorbire o sviluppare energia. Quando Pe­
ncrgia è sotto forma di calore le reazioni si dividono in reazioni endotermiche,

o
quelle che assorbono calore, e l'eazioni esotermiche, quelle che producono calore.

189
· Capitolo 9 Le reazioni chimiche @ Artqniz

Il calore prodotto o assorbito coincide con le variaiioni di entalpia ("6.II>0, reazioni


endotermiche; "6.H <0 reazioni esotermiche).
· Una reazione può essere spontanea o non spontanea. Una reazione è spontanea
quando la varin:tione di energia libera (�G) a essa connessa è negativa (esoel'gonica).
Quando la reazione non è spontanea la variazione di energia libern. è positiva (endo­
ergonica).
Come si fa a far avvenire una reazione che 11011 è spontauen (come è la maggior
parte delle reazioni biologiche)? Basta accoppiare ad essa una reazione spontamm
con una variazione di energia libera negativa maggiore della variazione positiva della
renzione non spont.anea. Quasi sempre, in biologia, questa rea¼ione è la reazione <li
degradazione dell'ATP (adenosiutrifosfato) in ADP (adenosindifosfato).

9 .1.1 Numeri di ossidazione


Abbiamo visto che nella formazione delle molecole i legami tra gli at.omi sono costituiti
da coppie di elettroni condivisi. La condivisione è completa se i dnc atomi tra cui c'è
nn legame sono ug1mli (per es. H2)- Qua.udo c.lnc a.tomi sono diversi sarà quello più
elettronegativo che attirerà di più i dne elettroni condivisi. Se assegniamo comple­
tamente gli elettroni di legame all'atomo più elettronegativo, gli è\tomi costituenti la
molecola potranno risultare con cariche positive o negative. La carica apparente che
ciascun atomo possiederebbe dopo questa nsscgnazione arbitraria si chiama numero
di ossidazione.
Le reazioni chimiche possono essere sndclivisc in reazioni di scambio, nelle qua.li
nessun elemento cambia numero di ossidazione, e reazioni di ossido-riduzione ( o
reazioni redox) dovt� invece almeno dne clementi cambiano munero di o..c.;sidazione,
uno lo aumenta (si ossida) e 1'11.ltro lo diminuisce (si riduce). Come si vedrà, le rea­
zioni cli ossido-riduzione sono molto comuni e con esse si possono costruire apparati
nei quali l'energia chimica svolta da una reazione è trasformata in energia elettrica
(le pile). Nelle rea¼ioni di ossido-riduzione il loro bilanciamcmto è facilitato se si tiene
èouto delle varia:tioni del numero di 081:!idmdouc.
L'attribu1,ioue del numero di ossidazione dovrebbe essere fatto sulla base della
conoscenza dei valori di elettronegatività degli atomi. Poiché la. memorizzazione di
questi valori uou è facile esistono delle semplici regole che permettono di assegnare ai ·
singoli atomi costituenti la mol�coln. il numero di ossida:,-;ione:

1. Gli atomi nelle sostanze allo stato elementare hanno numero di ossida.-1,ionc zero
(e..,;. 1-12 , Cl2 , S, C, �cc.).
2. Il numero di ossidazione dell'idrogeno è sempre +1, salvo quando l'idrogeno è allo

stato elementare (numero di ossidazione O) e quando forma gli idruri, i composti
con i metalli (es. NaH, LiH, ecc.) (numero cli ossida·zione -1).

3. Il numero di ossidazione dell'ossigeno è sempre -2, salvo quando l'ossigeno è allo


stato elementare (numero di ossida-tione O), quando è legato al fluoro (che è piì1
clett.ronegativo dell'ossigeno e quindi quest'ultimo assume numeri di ossidazione
positivi) e quando si trova in composti dove esiste il legame 0-0 (perossidi come
l'acqua ossigenata, H 2 O 2 , dove il numero di ossidazione è -1).

4. Il numero di ossidazione di uno ione monoatomico è uguale alla carica dello ione
(Mg2 +, c1-, Al3+, ecc.).

190
@ Artquiz CHIMICA

5. Il numero di ossidazione degli clementi del I gruppo ( metalli alcalini) è sempre + 1


(con l'eccezione di quaudo·souo allo stato elementare) e <li quelli del II gruppo è
sempre +2 (sempre con l'eccezione di quando si trovano allo stato elementare).
o. In una molecola neutra la somma dei numeri di ossidazione di tutti gli atomi che la
formano è uguale a zero. In 11110 ione la somma dei numeri di ossidazione di tutti
gli atomi che lo formano è uguale alla carica dello ione.
Esempi:
?'·
� a) Nella molecola di H2S0 41 ogni atomo di idrogeno ha numero di ossidn:zione +1,
quindi in totale +2, ogni atomo di ossigeno ha numero di ossidazione -2, in totale
-8. La somma algebrica tra +2 e -8 è -6. Quindi lo zolfo deve avere numero di
ossida�ione +6 perché la somma complessiva deve essere zero.
b) Nella molecola K2Cr20 7 , K ha numero di os...,idazione +1 (primo gruppo) quindi
somma +2, l'ossigeno ha numero di ossidazione -2, quindi -14. La somma alge­
brica è -12, quindi i due atomi di cromo devono avere complessivamente numero
di ossidazione +12, cioè +6 per cia::;cun atomo di cromo.
. c) Nello ione C2 oi- (ione ossalato), l'atomo di ossigeno ha numero di ossida:dciuc
-2, quindi in totale -8. I due atomi di çarbonio debbono avere in totale +6 (cioè
+3 per ciascun atomo di carbonio) perché la somma +6 -8 deve essere uguale alla
carica -2 dello ione.
In genere per ogni elemento si nota che il massimo numero di ossidazione che esso
può avere corrisponde ul numero del gruppo della Tavola periodica n cui l'elemento
appartiene. La ragione è comprensibile: il numero del grnppo rappresenta il numero
<li elettroni esterni, con i quali si fauno i legami. Un elemento non può ccperdere» altri
elettroni oltre gli esterni. Gli elementi di transizione fauno eccezione a questa regola.
In alcune reazioni lo stesso elemento può ossidarsi e ridursi: in tal caso si parla
di reazione di dismutazione (ad esempio: Ch + H20 -t HCl + HClO. 11 cloro
passa contemporaneamente da zero a -1 e a +1).

9.1.2 Reazioni di ossido-riduzionE:': (redox)


Come già detto sono le reazioni nelle quali qualche elemento cambia il proprio numero.
di ossidazione. Questo avviene mediante acquisto o perdita di elettroni.
La sostanza che contiene l'elemento che aumenta il numero di ossidazione si ossi­
da (cede elettroni) cd ò quiutli riducente, mentre la sostanza che contiene l'elemento
che diminuisce il numero di ossidazione si riduce (acquista elettroni) ed è quindi
ossidante.
'Iì·a gli ossidanti piì1 usati c'è il permanganato di potassio (KMnO ,i ), l'acqua os­
sigenata (H202), il fluoro (F2), il cloro (Ch), il cromato e il bicromato (Na2CrO,i ,
Na2Cr20 7 ) e l'ossigeno (02). 'Iì·a i riducenti più usati l'idrogeno (H2), i metalli alcali­
ni e i metalli alcalino-terrosi, i solfuri (derivati dell'acido solfidrico) e i tioli (composti
che contengono il gruppo -SH).
Una reazione redox può essere scritta in questo modo (non ci può essere ossidazione
se non c'è contemporanea�1ente mm. riduzione):
RED1 + OX2 � OX1 + IlED 2
- la sostanza 1 viene oAsidata e la sostania 2 viene ridotta -

191
Capitolo 9 Le reazioni chimiche © Artquiz

Il bilanciamento delle rea�ioni redox spesso non è così semplice come quello delle
altre reazioni. Il principio di base è quello che il numero di elettroni ceduti deve essere
uguale al numero degli elettroni acquistati. Per facilitare la comprensione delle regole
si fa un esempio di reazione, affrontato in tre modi diversi.

Reazio ne in forma mo lecolare:


K2Cr2O1 + K2SO3 + HCl -+ KCl + CrCl3 + K2SO4 + H2O
Si calcolano tutti i numeri di ossidazione degli elementi presenti nella reazione. K
ha il valore +1 sia nei comp o::�ti a sinistra che in quelli a destra. L'ossigeno ha sempre
il valore -2. L'idrogeno ha sempre il valore +1. Il cloro ha sempre il valore -1. Gli
elementi che cambiano numero cli ossidU'òone sono: il cromo che nel bicromato di
potassio ha numero di ossidazione +6 e passa a numero di ossidazione +3 nel cloruro
di cromo e lo zolfo che ha numero di ossidazione +4 nel solfito di potassio e numero di
ossidazione +6 nel solfato di potassio. Quindi il bicromato si riduce (ed è l'ossidante)
mentre il solfito si ossida (ed è il riducente). Il cromo nel passare da +6 a +3 deve
acquistare 3 elettroni: di atomi di cron.10 nel dicromato ce ne b'OllO 2 e quindi in totale
la molecola di bicromato deve prendere G elettroni. Lo zolfo nel pussare da +4 a +6
deve cedere due elettroni e poiché c'è nn solo atomo di zolfo nel solfito questo è il
numero di elettroni che la molecola cede.
In una reazione redox il rmmcro di elettroni ceduti dal riducente deve· essere u,q-uale
al numero di elettroni acquistati dall'ossidante.
Se l'ossidante in questo caso acquista G elettroni ci vorranno tre molecole di solfito
per poter cedere 6 elettroni. Quindi il bilanciamento degli elettroni ceduti e acquistati
porta a definire i primi due coefficienti stechiometrici (il coefficiente 1 in genere non
si scrive ma in questo caso si mette per ricordare che esso è definito):
1 K2Cr2O1 + 3 K2SO3 + HCl -+ KCl + CrCla + K2SO4 + H2O
I due atomi di cromo del bicromnto li dobbiamo trovare a destra sotto forma di
cloruro e quindi il coefficiente di quest'ultimo sarà 2. In maniera del tutto analoga
i tre atomi di zolfo contenuti nelle tre molecole di solfito dovranno essere trovati a
destra come solfato: quindi il coefficiente di quest'ultimo sarà 3. In questo modo
saranno stati sistemati i coefficienti dell'ossidante, del riducente, dell'ossidato e del

ridotto:
1 K2Cr2O1 + 3 K2SO3 + HCl -+ KCl + 2 CrCl,3 + 3 K2SO4 + H2O
Il resto diventa un banale
-
8 atomi di potassio. A destra ne
�,
bilanciamento delle masse: a sinistra sono s+ati usati
troviamo 6 nel solfato, quindi gli altri du� saranno
sotto forma di KCl:
1 K2Cr2O1 + 3 K2SO3 + HCl -+ 2 KCl + 2 CrCls + 3 K2SO4 + H2O
A destra ora ci sono 8 atomi di cloro che provengono dall'HCl a sinistra; quindi ci
vogliono 8 molecole di HCl:
1 K2Cr2O1 + 3 K2SO3 + 8 I-ICl -+ 2 KCl + 2 CrCl3 + 3 K2SO4 + H2 O
A sinistra ora ci sono 8 atomi di idrogeno che dovremo ritrovare tutti sotto forma
di acqua a destra. Quindi si formeranno 4 molecole di acqua:

192
o @ Artquiz CHIMICA

1 K 2 Cr 2O7 + 3 K2SO3 + 8 HCl ---; 2 KCl + 2 CrCb + 3 K2 SO,i + 4 H2O


Il controllo del bilanciamento può ora essere fatto usando gli atomi di ossigeno,
che infatti sono nel numero di 16 sia a destra che a sinistra.

Reazione in forma ionica:


�,·t.
�:: r

La stessa reazione quando si svolge in acqua -avviene nella seguente forma:


�f . Cr2 Or 2 - + SO32- + H+ ---; Cr3 + + SO,i2- + H2 O
Come si pnò vedere scompare dalla reazione sia il potassio che il cloro. Essi
infatti non cambiano numero di ossidazione nella reazione e sono quindi dei semplici
spettatori.
I passaggi sono praticamente ngnali a quelli di prima. Il cromo passa da +6 a +3
e acquista 3 elettroni (Io ione bicromato ne acquista 6). Lo zolfo passa da +4 a +6 e

o cede due elettroni (lo ione solfito quindi ne cede 2). Il numero di �lettroni acquistati
e ceduti deve essere lo stesso, quindi ci vorranno 3 ioni solfito per ione dicromato:
1 Cr2O/-- + 3 Soi- + H+ ---; Cr3+ + SO,i2 - + H2O
Questo porterà a destra nd avere dne ipni cromo e tre ioni solfato:

o 1 Cr2O12 - + 3 SO:?- + H+ ---; 2 Cr3+ + 3 SO,t 2- + H2O

o
Poiché in una reazione in forma ionica devono essere bilanciate, oltre alle masse,
anche le cariche, si può vedere che a sinistra abbiamo due cariche negative dello ione
bicromato piit sei cariche negative dello ione solfito (totale otto cariche negative: sono

o
le cariche degli ioni a cui è già stato assegnato il coefficiente) mentre a destra abbiamo
sei cariche positive dello ione cromo e sci cariche negative dello ione solfato (totale
zero cariche). Dobbiamo q11indi usare otto ioni idrogeno positivi per bilanciare le otto

o
cariche negative a sinistra e portare il conto a zero, come a destra:
1 Cr2O7 2 - + 3 SO:?- + 8 1-1+ ---; 2 Cr3 + + 3 Sol- + H2O
Resta da bilanciare l'idrogeno: da otto ioni idrogeno si ottengono quattro molecole
di acqua. Il controllo può essere effettuato usando gli atomi di ossigeno:
1 Cr2O 12 - + 3 SO 32 - + 8 H+ ---; 2 Cr3+ + 3 SO4 2- + 4 I-12O

o
Reazione con le semireazioni di ossidazione e dì riduzione:
La reazione in forma ionica può essere bilanciata usando le semìreazioni di ridu­

o
zione e di ossidazione:

Cr2or2- + e- ---; Cr3+ (semireazione di riduzione)


Soi- ---; sO4 2 - + e- (semireazione di ridu?.ione)
La prima semircazione si bilancia sapendo che lo ione bicromato contiene il cromo
che passa da +6 a +3, quindi ha bisogno di sei elettroni in totale:
1 Cr2O12 - + 6 e- ---; Cr3 +

193
Capitolo 9 Le reazioni chimiche @ Artqui7.

Due atomi di cromo a sinistra producono dne ioni cromo a destra:


1 Cr2 012 - + 6 e- --+ 2 Cr3 +
A sinistra si hanno le due cariche negative del bicromato più le sei cariche negative
degli elettroni (totale otto cariche negative). A destra abbiamo le sei cariche positive
dello ione cromo: poiché la reazione avviene in ambiente acido ci vogliono quindi 14
ioni idrogenò per bilanciare. Questi ioni produrranno sette molecole di acqua:
1 Cr201 2- + 6 e- + 14 H+ --+ 2 Cr 3 + + 7 H2 0
In modo analogo nella seconda semireazione il solfito per passare a solfato deve
cedere due elettroni:
1 SOa 2- � 1 S042 - + 2 e-
A sinistra si hanno le dne cariche negative del solfito, a destra le due cariche nega­
tive del solfato più le due cariche negative degli elettroni (totale 4 cariche negative).
Per bilanciare le cariche, poiché la reazione avviene in ambiente acido, bisogna ag­
giungere a destra due ioni idrogeno per avere sia a destra che a sinistra due cariche
negative:
1 SOa 2- + H2 0 --+ 1 SO,:i2- + 2 e- + 2 H+
i
,. Se la reazione fosse avvenuta in ambiente basico il bilanciamento delle cariche

sarebbe stato fatto aggiungendo a destra o a sinistra di ogni semireazione ioni OH-.
La scmireazione risulta ora bilanciata (si può controllare con l'ossigeno).
Se ora vogliamo bilanciare la re.azione complessiva dobbiamo fare in modo che
gli elettroni acquistati dalla prima semirea?.ione siano uguali agli elettroni ceduti dalla
seconda.. Basta lasciare la prima così come è e moltiplicare la seconda per tre:
1 Cr2 01 2- + 6 e- + 14 H+ � 2 Cr3 + + 7 H2 0
3 SOa 2- + 3 H2 0 --+ 3 S04 2 - + 6 e- + 6 H+
Sommando i componenti a sinistra e a destra della freccja· e semplificando si ottiene:
1 Cr2012 - + 3 SOa2 - + 8 H+ � 2 Cr3+ + 3 S04 2- + 4 H2 0
che è esattamente il risultato ottenuto con il secondo metodo.
L'nso delle due semireazioni non è solo importante come tecnica per assegnare i
coefficienti. Esse esprimono la "realtà quando si mettono i reagenti delle due semi­
reazioni in recipienti separati che sono collegati tra loro da un conduttore di seconda
specie (una soluzione elettrolitica) e da due elettrodi metallici inerti collegati tra lo­
ro. La reazione avviene ugualmente senza che l'ossidante venga a contatto con il
riducente: basta che gli elettroni vengano trasportati da un recipiente all'q)ltro me­
diante il collegamento degli elettrodi. Questo è il principio della costruzione della pila
(Chimica, § 11.1).

9.1.3 Calcoli stechiometrici


Una reazione chimica bilanciata ci dice molte cose. Dal punto di vista qualitativo ci
dice cosa avviene nel processo: la rottura di alcuni legami chimici nei reagenti e la
formazione di nuovi legami per dare i prodotti. Dal punto di vista quantitativo una
reazione bilanciata ci dice in che rapporti devono reagire le molecole dei reagenti per
ottenere i prodotti. Per esempio la reazione:

·�
194
© Artquiz CHIMICA

C{s) + I-I20(g) � CO {g ) + H2{g)

ci dice che il carbone allo stato solido è capace di reagire con l'acqua allo stato di
vapore per dare, in modo reversibile, ossido di carbonio gassoso e idrogeno gassoso.
·Ma ci dice anche che nella reazione una mole di carbonio (12 g) reagisce con una mole
di acqua (18 g) per dare (se la reazione è completa) una mole di ossido di carbonio
(28 g) e una mole di idrogeno (2 g). Si parte da 30 g di reagenti e si arriva a 30 g
di prodotti. Poiché ci sono reagenti e prodotti che sono allo stato gassoso, invece di

o
usare per essi le masse si possono usare i volumi (ovviamente se è definita la pressione
e la temperatura). Se la re�ione avvenisse a O C ° e alla pressione di un atmosfera una
mole di carbonio (12 g) reagirebbe con 22,414 L di vapore d'acqua (volume molare

o ..
di un gas a temperatura e pressione standard, TPS) per dare 22,414 L di ossido di
carbonio e 22,414 L di idrogeno.
Non è detto che nel recipiente della rea·tioue i reagenti siano nelle condi¼ioni ste­

o
chiometriche giuste per reagire. Per esempio si potrebbero uvere 15 g diC e 40 g di
vapor d'acqua: in tal caso quanto CO e H 2 verrebbe prodotto, t1.mmettendo che la
reazione vada a termine e non sia una reazione di equilibrio? Il calcolo delle moli dei
reagenti ci dice che 15 g diC sono 15/12 = 1,25 moli diC, mentre in 40 g di acqua ci
sono 40/18 = 2,22 moli di acqua. Poiché dalla stechiometria della rea¼ione Hi deduce
che una mole diC reagi1:,ce con una mole di acqua, 1,25 moli diC reagiranno con 1,25

o
moli di acqua (che quindi nel recipiente è in ecce8so) per dare 1,25 moli diCO (pari
a 35 g) e 1,25 moH di idrogeno (pari a 2,5 g). In questo caso si dice che il carbonio è
il reagente limitante.

9.1.4 Reazioni di equilibrio


Si è già visto che mm reazione può procedere completamente verso la forma¼ione dei
prodotti oppµre può apparentemente ferman;i e 11011 cambiare pii1 la concentrazione
dei reagenti e dei prodotti nel tempo. In questo caso si parla di reazione di equili­
brio. Queste reazioni sono caratterizzate dal fatto che la reazione diretta ha la stessa
velocità della reazione inversa. Si tratta quindi di 1111 equilibrio mobile.
Le reazioni di equilibrio si hanno quando l'energia libera dei reagenti diventa ugua­
le alla energia libera dei prodotti, cioè qnando .6.G = O. In qne1:,te condiiioni per una
generica reazione del tipo:

aA+bB�cC+dD
Dove le lettere minuscole 1:,ono i coefficienti stechiometrici della reazione e le let­
tere maiuscole rappresentano le specie chimiche della reazione, all'equilibrio vale la
relmdone:

K = !?t · ��!:1 �love K è la cosiddetta costante di equilibrio.

I simboli tra le parentesi quadre indicano la concentrazione molare della sostanza


all'equilibrio.
Una reazione si dice all'equilibrio quando il rapporto tra il prodotto delle concen­
trazioni dei reagenti e quello dei prodotti rispettano il valore di K, indipendentemente
dal valore di 1tna concentrazione o dell'altra.
La costante di equilibrio ha un valore che 1lipende dalla natura della reazione e

195
Capitolo 9 Le reaiioni chimiche © Artquiz

dalla temperatura. Poiché nell'espressione di K compaiono solo conceutra,'.ioni ( even­


tualmente elevate ad una potenza) essa avrà le dimensioui di una concentrazione
(mol/L) elevata ad un esponente positivo o negativo a seconda se la somma c + d
è maggiore o minore della somma a + b, rispettivamente. Quando la somma dei
coefficienti a ,destra è uguale aila somma dei coefficienti a sinistra (c + d = a + b) il
numero che rappresenta la costante di equUibrio K è adimensionale.
Quando una reazione ha tra i suoi reagenti o prodotti una sostanza aIIo stato so­
lido o ailo stato liquido puro essa non compare neil'espressioue deIIa costante, perché
il solido e il liquido puro (finché è presente neIIa miscela di reazione) ha nna concen­
trazione costante. Con lo stesso criterio quando una reazione avviene in soluzione
acquosa e l'acqua compare tra i reagenti o tra i prodotti, se la soh17.ione dei reagenti
e prodotti è dilnitn, si può considerare la concentrazione dell'acqua costante in prima
approssimazione e quindi essa non appare ueila espressione della costante di equili­
brio.
Se una rea�ione avviene aIIo stato gassoso la costante di equilibrio può essere
espressa mediante le pressioni parziali dei reagenti e dei prodotti, invece deile concen­
traiioni (d'altra parte, secondo la legge dei gas, la pressione parziale dì un gas in una
uiiscela è direttamente prop�rzionale aila coucentrn:tione di quel gas ueila miscela).

I( = Pc . p� dove P e' 1a pressmne


. de1. van· component1.
PA·P131

Fissata la reo.1.ione e fissata la temperatura la costante K ha 1111 valore dctcrminn.to.


Questo ha come conseguenza che nn equilibrio può eHsere modificato se si aggiunge
o si toglie alla misceln. aII'equilibrio 11110 o più componenti deila miscela di rea'l.ione.
Se ueila reazione generica considerata all'equilibrio si aggiunge una certa quantità di
A, il prodotto al denominatore deIIa costante diventa piì1 grande di prima e quindi
il rapporto diminuisce. Ma K deve rimanere costante e quindi alcune molecole di A
reagiranno con alcune molecole di B (producendo C e D) fino a che il valore del rap­
porto non ritomi al valore di K. AIIa stessn maniera l'equilibrio può essere disturbato
se si toglie una o più deile sostan7.e presenti.
Cosa succede ad un equilibrio se si cambia la pressione esercitata sul sistema.? La
risposta è duplice:

a) il sistema è incomprimibile (o· quasi). Vuol dire che la rea·tione avviene ailo stato
solido o allo stato liquido: la variazione deila pressione non esercita nessun effetto;

b) il sistema è aIIo stato gassoso. In tal caso se il numero di molecole gassose a sinistra
deila rea�ione è uguale a.I numero di molecole a destra, la variazione di p�)essioue
non ha nessun effetto suil'equilibrio. Questo per�hé in qualunque direzidne vada
la reazione il volume rimane sempre lo stesso. Ma se 1� reazione avviene con
diminuiione di numero di molecole (o con aumento) ·si ha una diminuzione (o
un aumento) del volume e quindi la variazione cli pressione ha un grande effetto.
L'aumento di pressione favorisce sempre la reazione che avviene con diminuzione
di volume e viceversa. D'altra parte non poteva essere altrimenti: l'aumento di
pressione fa sempre diminuire il volume.

Cosa succede ad un equilibrio se si cambia la temperatura? Anche in questo caso


la risposta è duplice:

196
o © Artquiz CHIMICA
--
�-
a) se la reazione è esotermica (sviluppa calore, .6.H<0) l'aumento di temperatura fa
diminuire il valore di K, e quindi la reazione diretta è sfavorita;
b) se la reazione è endotermica (assorbe calore, .6.H>0) l'aumento di temperatura fa
· aumentare il valore di K e quindi la reazione diretta è favorita. Abbassando la
temperatura si ha l'effetto contrario.
Gli effetti della temperatura, della pressione e dell'aggiunta di sostan7.e ad un
equilibrio sono tutti descritti dal principio dell'equilibrio mobile di Le Chatel-ier che

o
dice "se un equilibrio è disturbato il sistema reagisce in modo da annullare l'effetto
dell'agente perturbante".
1ì·a le reazioni di equilibrio ci sono anche quelle di preci pitazione. Esse riguar­

o dano i composti ionici poco solubili in acqua e l'equilibrio in questo caso è tra il solido
indisciolto e gli ioni prodotti dalla parte disciolta. Per esempio il fluoruro di calcio è
nn sale poco solubile:
CaF2 (s) q Ca2+ + 2 F­
E la coHtante di questo equilibrio è:

Kµ11 = [Ca' 2 ·l·J[F-] 2


La costante viene designata con il simbolo K 11 che viene indicato come prodott o
p
di solubilità.
Un sale poco solubile si scioglie fino a soddisfo.re K1,:-1. Viceven;a, quando il prodotto
della conceutraiione degli ioni supera 1( >11 si forma il sale t;olido che precipita.
1
1ì·a i sali poco solubili c'è il solfato di bario (BaSO4 ) che si nsa in diagnostica

o
radiologica perché il bario è un metallo pesante opaco ai raggi X. Il precipitato di
solfato di bario si dispone sulla superficie dei tessuti molli e li rende opachi, in modo
che la loro superficie possa essere esaminata dai raggi X. Altri sali poco solubili sono il

o
cloruro d'argento (AgCl), il carbonato di calcio (CaCO3), il solfato di calcio (CaSO4 ).
Se ad una soluzione satura di un sale poco solubile si aggiunge nna 8oluiione di uno
ione costituente il sale poco solubile, tale aggiunta provoca ulteriore precipitaiione
del sale. Infatti:
AgCl(:-1) !::i Ag + + CI-
Se si aggiunge a questo equilibrio altro CI- (sotto forma di NaCl), il prodotto
[Ag+ ][c1-1 supera Kps e quindi altro sale precipita. Viceversa la solubilità di un sale

o
può essere aumentata se si aggiunge alla soluzione satura un composto che sottrae
uno degli ioni in soluzione. Il carbonato di calcio è praticamente insolubile in acqua,
ma se si aggiunge un acido (H+ ) questo sottrae ioni Co3- dalla soluzione e quindi

o
altro CaCO3 si scioglie.

9.2 Acidi e basi. Il pH

o Ci sono due definizioni normalmente usate per gli acidi e le basi. La prima è quella
di Arrhenius (molto vecchia) che dice che un acido è una sostanza che in soluiione

o
acquosa libera gli ioni H+ (protoni) che possiede nella sua molecola, mentre una base
è una sostanza che libera gli ioni or-r- (ioni ossidrili).
Bnllnsted-Lowry cambiarono la definizione di acido e di base relativiizandola.

197
Capitolo 9 Le reazioni chimiche @ Artquiz

Un acido è tale se è capace cli cedere un protone ad un'altra sostamm cl�e per questa
ragione diventa nna base.
Questa definizione fo, i:l parallelo con la defini1.ioue di ossidante e ridncent.e: 11011
può esistere il primo se non c'è il secondo. Quindi secondo Brnmsted-Lowry vale la
reazione:
AH+ B !::. A-+ BH +
dove AH è l'acido e B la bnse. L'acido, dopo aver perduto il protone, si trasforma
nella sua base coniugata A-, mentre la base B, dopo aver acquistato il protone, si
trasforma nel suo acido coniugato BH+ . Se si legge la rea�done in senso contrario,
infatti, BH+ è l'acido e A- è·la base.
Un acido in acqua quindi 11011 libera il protone, come dice Anhenins, ma lo cede
all'acqua che si comporta perciò da base:
AH+ H20 !:=i A-+ I·hO+
L'acido è forte se cede completamente il protone all'acqua, altrimenti è debole.
Una base in acqua si prende il protone da qnest 'ultima.:
B+ H20 !:=i BH+ + OH-
Di nuovo la base è forte se la reru:-.iouc procede completa.mente verso destra, altri­
menti è debole.
Esempi:
• 0 2 - + H20 --t OH-+ OH- (comportamento da base forte degli ossidi dei metn.lli)

• NHa + H20 !::. NH4 + + OH- (comportamento da base debole dell'ammoniaca)


Poiché una base accetta uno ione idrogeno e lo lega a sé, c'è da aspettarsi che la
base abbia una coppia di elettroni 11011 condivisi con cui formare il legame (dativo)
con H+ che 11011 lm elettroni.
Come tutte le reazioni di equilibrio le reazioni degli aci<li deboli e delle basi de­
boli in acqua sono regolate dal valore della costante cli equilibrio, che in questi casi
viene indicata con K n. (costante di ionizzazione acida) e K b (costante di ionizz�ione
basica). Più grande è il valore di K meno debole (11011 più forte: perché forte vuol
dire ionizzazione totale) è l'acido o la base. Spesso invece di K si usa pK (= -logK),
quindi tanto più piccolo è il pK tanto meno debole è l'acido o la base.
Anche l'acqua pura ha un comportamento da acido e da base. Infatti in acqua
avviene sempre la reazione:
.,,
_,'.i

lhO+ I-hO !:=i H3Q + + OH-


La prima molecola cli acqua si comporta da acido perché cede un protone ad
un'altra molecola d'acqua, che a sua volta si compo'i·ta da base.
La molocola che si comporta da acido si trasforma in OH-, sua base coniugata,
mentre quella che ha preso il protone si trasforma. nel suo acido coniugato H3Q + (lo
ione ossonio o idronio o, meglio, idrossonio).
La c01;tante di rea7.ioue:
Kw = [H30 +][oH-] a 25 °C ha nn valore di 1,0 . 10-14

198
© Artquìz
;:,
:
CHIMICA

Da not,tre che a denominatore dell'espressione della costante non compé:Lre il ter­


mine [H 2 O] 2 perché l'acqmt ha una concentra)'.ione costante e tale valore è inglobato
nel computo di Kw· Poiché la concentrazione di H3O + è u�ua.le a quella di OH- (i
.. coefficienti della rea:tione sono uguali) e il prodotto delle due concentrazioni è 10- 14,
1a concentrazione di ciascuno dei due ioni sarà 10- 7, Questa è la condizione di neu­

o
tralità di 1ma solu:done acquosa.
Quando si mette un acido in acqua la concentrazione di H3O + aumenta e quindi la
concentrazione di OH- diminuisce: il prodotto delle due concentrazioni dovrà sempre
essere uguale a 10- M.
Normalmente l'acidità n la basicità di una soluzione acquosa viene misurata da
nna grande?'.za che 1,i chiama pH, definito come il logaritmo (in base 10) con il segno
cambiato della concentrazione dello ione idronio:
pH = -log10 [H3O +]
In modo analogo viene definit;o il pOH:
pOH = -log10 [OH-]
Poiché:
Kw = [H:io + I 1or-r-1 = 10- t-1
se si fa il logaritmo con il seguo cmnbittto di entrambi i termini dell'uguaglianza si
ricava eh.e:
pH + pOI-I = 14
Quindi conoscenclo il pI-I si può ricavare il pOH e viceversa.
La neutralità è definita quindi da pI-I = 7 e pOH = 7. Quando la soluiioue è acida
la concentrazione di H3 o+ è maggiore di 10-7 e quindi il pH è inferiore a 7. Per le
soluzioni basiche il pH è superiore a 7. Se si usa il pOH, le �mluzioni acide hanno nn
pOI-I>7, mentre le solmdoni basiche hanno nn pOH<7.
Il pH di una solu�.ione può essere misnra.to con un apparecchio chiamato pHmetro
il cui funzionamento è quello di una pila. Il pH può ei:isere misnrato approssimati­
vamente anche con delle speciali cartine imbevute di sostanze colorate, il cui colore
risultante cambia con il valore del pH, per cui confrontando il colore ottenuto sulla


cartina con quello di una scala cromatica fornita dal produttore della cartina si ot­
tiene il valore approssimato del pH. C'è una particolare cartina, chiamata cartina al
tornasole che è imbevuta della sostanza tornasole il cui colore è rosso se immersa in

o
una soluzione acida, blu se immersa in una soluzione basica. La cartina al tornasole,
quindi, non è in grado di darci un valore, nepptire approssimato del pH, ci dice solo
i-;e la soluzione nella quale la cartina è stata immersa è acida o basica.
Il pH di una sohrnione può anche essere calcolato se si conosce la concentrazione e
la uaturn dell'acido o della base in essa sciolti. Come esempio si vuole ricavare il pH di
nua solm.ione di nna acido forte come l'HCI a concentraiione 10-3 M. Poiché l'acido
è forte ed è monoprotico, la sua concentrazione coincide anche con la concentrazione
dello ione idronio. Quindi il pH = -log1010-3 = 3.
Se la concentraiione dell'I-ICI è 10- 8 quale sarà il valore del pH? Poiché I-ICI è un
acido forte esso produce in soluzione una conceutra¼ione di H3O+ pari a 10- 8 e il pH
sarebbe 8. Come è possibile avere un pH basico mettendo in acqua un acido'? L'errore
sta nel fatto che HCI non è l'unico fornitore di H3o+ in acqua, essendo l'acqua, come

o 199
Capitolo 9 Le reazioni chimiche © Artqutz ••
abbiamo visto prima, antoprotonata. Mentre nell 1 esercizio precedente si è trascurata
(e si è fatto bene) la quantità di ioni idronio fomiti dalPacqua rispetto a quelli forniti
dalPHCl, nel secondo caso la quantità fornita dall 1acqua è superiore a quella fornita
dall 1acido e quindi il pH sarà leggermente inferiore a 7. Il calcolo preciso (che può
essere fatto) va al di là degli scopi di questo manuale.
Se invece di mettere un acido forte si mette in soluzione un acido debole anche in
questo caso si può calcolare il valore del pH se si conosce la concentrazione dell 1 acido
e il valore della sua costante di ionizzazione, che si riferisce alla reazione:
AH+ H2 0 =. H3Q+ + A-
la cui espressione è:
I<u
= (H3Q+ l(A -J
(AH)
Il calcolo va al cli là degli scopi di questo manuale, ma a parità di concentrazione
1111acido forte abbassa il valore del pH più dell 1acido debole.
In maniera del tutto simile si può calcolare il pH di una base forte e di una base
debole.
La teoria di Briausted-Lowry prevede la coppia acido-base coniugata e viceversa.
Piì1 l'acido è debole piì1 forte è la sua base coniugata e viceversa. Questa affermazione
ha grande rilevan'6a perché permette di ctipire come anche sostanze nel cui nome non
compare la parola acido o base, possano però presentare proprietà acide o basiche.
Questi composti sono i sali, prodotti che si ottengono per la rea·tione tra una acido e
una base. Si cousiclcriuo questi s11li: ·NaCl, NaF, NH,i Cl, NaHC03, N�C9:i- Quando
i sali messi in acqua producono una solnv,ioue acida o basica il processo viene anche
indicato con il nome di idrolisi salina.
NaCI in acqua è dissociato negli ioni Na+ e c1-. Il primo ione non ha proprietà
né acide (non possiede un protone nella sua formula da cedere) né basiche (non prende
certamente un protone). Lo ione c1- è invece la base coniugata dell'acido cloridrico
HCl. HCl è un acido forte quindi la sua base coniugata ha forza zero. Quindi una.
soluzione acquosa di NaCl non altera il pH dell 1 acqua, che rimane 7.
NaF � dissociato in acqua negli ioni Na + e F-. Il primo ione non è né acido né
base, come visto in precedenza. Lo ione F- è la base coniugata dell 1 acido HF, che
è un acido debole, e come base ha una certa forza. La soluzione di NaF ha quindi
proprietà basiche. La reazione che avviene in soluiione acquosa è:
p- + H2 0 =. HF + OH-
con produzione cli ioni ossidrili che rendono basica la reaiione. La costante di equili­
brio della reazione è:
_ (HFl(OH-J �
�-
K 'I

b- (F-J
se si moltiplica e si divide per [H3Q+] si ha:

_ [HFl[OH-l(H3Q +]
K
b - (F-l(H3Q+]

Il prodotto (OI·I-l(H3Q +] ·corrisponde a Kw, mentre il resto è la costante K 0 rove­


sciata, per cui il risultato è Kw = K,J{b, cioè il prodotto delle costanti di ioniizazione
dell 1 acido e della sua base coniugata è uguale al prodotto di ionizza"tione delPacqua.

200
@ Artqui� CHIMICA

Da quest.a relazione si deduce quanto detto iu precedenza che più grande è K a più
piccola è Kb e viceversa.
NH 4 Cl è dissociato in acqua in NH,i + e c1-. NH4 + è l'acido coniugato della base
debole NH3 (NH3 + H2 0 !::; NH,i + + OH-) e quindi è un acido, mentre CI- è la
base coniugata di un acido forte (HCl) e quindi non si comporta da base in acqua.
La soluzione quindi risulta acida. La reazione che avviene in acqua è:
NH4 + + H2 0 q NHa + H30 +
t
'-' NaHC03 (carbonato di idrogeno e sodio o bicarbonato di sodio) in acqua produce
gli ioni Na + e HC03-. Il primo non è né acido né base. Il secondo è sia nn acido che
una base. È un acido perché può dare un protone all'acqua:
HC03- + H2 0 q HaO + + C032-
ma è anche una base perché è la. base coniugata di un acido debole:
H2C03 + H20 t:; H30 + + HC03-
Il suo comportamento complessivo dipenderà dal valore delle costanti di ioniz'..m­
zione come acido e come base. La costante (K1,) come base di HC03- è più alta della
K1, come acido e quindi il bicarbonato di ,imdio si comporterà da base: non a caso
viene ingerito in soluzione acquosa quando si ha acidità di stomaco.
Na2C0 3 in acqua si dissocia in dne ioni Na+ (né acido né base) e iu uno ione
carbonato (C032-). Que.o;;t'nltimo è la base coniugata dell'acido HC0:1- (ione bi­
carbonato), che è un acido molto debole. Questo vnol dire che il carbonato è una
ba.se abbnstan·1,a forte: infatti il carbonato di sodio viene chiamata anche soda, che
è notoriamente una base abbastanza-forte, poco meno della soda c aus tica (NaOH,
idrossido di sodio).
Un altro modo per prevedere se una soluzione salina possa risultare acida o basica

o
è quello di analizzare il sale: se un sale è costituito dalla reazione tra un acido forte e
una base forte il sale non sarà capace di modificare il pH dell'acqua. Se il sale proviene
da un acido forte e una base debole (NH,i Cl) il pH risulterà acido. Se invece il sale è
formato da una base forte e da un acido debole (CH3COONa, acetato di sodio) il pH
risulterà basico.
Alcuni acidi sono monoprotici, cioè sono in grado di cedere all'acqua solo un
protone (tipo HCl, CH3COOH). Altri acidi sono poliprotici: diprotici come H 2 SO,i
(acido solforico), come H2C03 (acido carbonico), o triprotici come H3PO,i (acido
fosforico). Un acido poliprotico possiede più di una costante di ionizzazione. Per

o
esempio l'acido fosforico cede il primo protone all'acqua con nna "forza" misurata dal
valore della KIL di circa 10-2 , cede il secondo con una Ku. di circa 10-7 e il terzo con
una Kn di circa 10- 1 2 .
Ci sono sostam�c che possiedono sia uno o più gruppi acidi sia uno o più gruppi
basici. Queste sostanze si chiamano anfoli ti. Tipici anfoliti sono gli aminoacidi e i
loro derivati che sono le proteine. Il valore del pH che queste sostam�e determinano,
quando sono i:;ciolte in acqua, dipende dal numero dei gruppi acidi e basici e dalla
loro forza. Si definisce punto isoele ttrico di un anfolita il valore del pH al quale la
loro carica è zero. Per esempio un aminoacido come la glicina (H 2 N-CH 2 -COOH)
che posi:;iede sia nn gruppo acido (-COOH) che un gruppo basièo (-NH2 ), a valori
molto acidi di pH ha la forma H3N+ -CH 2 -COOH (e quindi carica positivamente);
a valori molto basici ha la forma I-I2 N-CH 2 -COO- (e quindi carica negativamente).

201
Capitolo ·g Le rea1.ioni chimiche @ Artquiz

:;!�n
Ad un valore preciso del pH (corrispondente al punto isoelettrico) si ha solo la for­
ma H3 N+-CH2 -COO- (e quindi scarica). Ad ogni proteina corrisponde un punto
isoelettrico che dipende dalla composizione in aminoacidi. Al punto isoelettrico la
sostanza non si muove in un campo elettrico e non migra quindi verso il catodo (come
fa un catione) o verso l'anodo (come fa un anione).
.
.

9.3 Peso equivalente e grammoequivalente di un acido, di una


base, di un ossidante e di un riducente .

Si definisce grammo equivalente (o semplicemente equivalente) di un _acido e di


unn. base o di un ossidante e cli un riducente la quantità che è capace cli cedere o
acquistare un numero di Avogadro di protoni (acido/base) o cli elettroni (ossidante/
riducente).
Da questa definizione è automatica l'altra affermazione che un equivalente di base
(ossidante) reagisce sempre con un equivalente di acido (riducente).
Qual è il rapporto tra peso molecolare dell'acido/base/ossidante/riducente e peso
equivalente dello stesso? Se un acido in una reazione cede solo 1111 protone il suo peso
molecolare è uguale al suo peso equivalente. Lo stesso vale per una base che acquista
un solo protone, oppure per un ossidante o riducente che scambia un solo elettrone.
Se invece un acido (come l'acido solfori°co) è capace di cedere due protoni allora
nua mole è capace cli cedere due volte il numero di Avogadro di protoni e quindi con­
tiene due grammoequivalenti. Il sno peso equivalente è quindi h.\. metà del suo peso
mole<.:olare.
In modo simile si può ragionare per le basi, gli ossidanti e i riducenti, mettendo per
questi ultimi gli elettroni al posto dei protoni. In pratica il peso equivalente è uguale
al peso molecolare diviso il numero dei protoni (o elettroni) scambiati per molecola.
Ragionando in tP.rmiui cli concentrazioni la molarità (M) può essere trasformata
in normalità (N, numero cli grammoequivalcmti/litro di soluzione) con la semplice for­
mula N = M · numero di protoni (o elettroni) scambiati. Quindi la normalità è qu_asi
sempre un multiplo intero della molarità. Con lo stesso meccanismo razionale si può
dire che il numero di equivalenti è uguale al numero di moli per il numero di protoni
(o elettroni) scambiati.
Nel caso dei sali la formula ci dice quanti protoni sono stati scambiati nella for­
mazione del sale, oppure si può Vedere quanti ioni idrogeno sono stati sostituiti dal
metallo nella formula dell'acido di pru:tenza. Esempi: la molecola di NaaP0 4 contie­
ne tre equivalenti perché deriva da HaP04, Fe 2 (PO.i h contiene 6 equivalenti perché
deriva da 2 molecole di HaP04, ecc.
r,

9.4 Soluzioni tampone


Una soluzione tampone serve per mantenere pressoché invariato il pH di una solu­
zione quando ad essa si aggiungono modeste quantità di acido e di base. Poiché il pH
è un fattore importante per regolare l'attività di molte molecole biologiche esso deve
essere mantenuto entro certi limiti negli organismi. Il sangue è infatti una soluzione
tampone che regola il pH fisiologico intorno al valore 7 ,4. Solo lo stomaco e in parte il
duodeno hanno un pH diverso da quello del sangue: lo stomaco è notevolmente acido
(pH 2-3) mentre il duodeno ha un pH leggermente più basico del sangue (7,8).
Una soluzione tampone è ottenuta da una miscela di una base debole con il suo

202
ò
u
© Artqui�

acido coniugato, oppure da nna miscela di nn acido debole con la sua bas e coniugata.
CHIMICA

:o
..t��
Come deve essere fatta la scelta della miscela opportuna per avere nn tampone ad un
valore prefissato del pH?
Supponiamo di voler preparare una soluzione tampone a pH = 5. Per fare questo
bisogna cercare tra tutti gli acidi deboli quelli che hanno un valore del pK (= -log K0 )
il più vicino possibile a 5, comunque non più di 6 e non meno di 4. Se si è fortunati e
si trova l'acido con pKa = 5 (l'acido è HX) si prepara nna soluzione di questo acido ad
una certa concentrazio ne ([HX]) e a questa bisogna agginngere la sna base coniugata
alla stessa concentrazione ([X-]).
Ricordando che:
[X -l[H3O+ ]
K= = 10_ 5
[HX]
se [X-J = [HX] allora K li = [I-1:3O+ ] e quindi pKa = pH.
Ma perché una soluzione del genere deve funzionare in modo da bloccare ( o far
cambiare poco) il pH della soluzione quando si aggiunge un acic-1.o o nna base? Se
si aggiunge un acido vuol dire che si aggiungono H3O+ . Questi reagiranno con x­
per dare HX. Se l'aggiunta non è elevata si avrà nna variazione modesta del rapporto
[X-] •
�. ',
. d'1 d'1 [H·3 o+] • I111èl.tt1.
e qum
[I-IX]

o [HaO + ] = K,i ·
[HX]
- e pi-I
[X J
= -log [H3O+ ] = -log (Kn ·
[HX]
-)
[X J

Se il rapporto ���� cambia poco il logariti�to cambia ancora di meno e il pH


rimane pressoché invariato.

o Perché il pH cambi di una unità è necessario che il rapporto f��� cambi da 1 a 10,
o da 1 a 0,1. Se invece di aggiungere nn acido si aggiunge una base il ragionamento

D rimàne lo stesso: l'unica variazione è che 01-1- reagirà con I-IX per dare
rapporto cambia poco il pH cambia ancora meno. Per fare in modo che il rapporto
Se il

���� cambi il meno possibile, per determinate aggiunte di acido o di base, è bene
x-.

fate le concentrazioni [x-J e [HX] pitt grandi possibili.


Riassumendo:
• Un tampone è sempre una miscela <li acido debole e di base coniugata, o viceversa.
• Il rapporto tra questi due componenti deve essere il piit vicino possibile a 1.
• La scelta dell'acido debole o della base debole è fatta in modo tale che pKn sia più
vicino possibile al valore del pH che si vuole tamponare oppure che il valore di pKb
sia il più vicino possibile al valore del pOH che si vuole tamponare (ricordare che
pi-I+ pOH = 14).
• Una volta scelte le sostanze la concentrazione del tampone (o meglio dei due
pai,tner) deve essere la piit alta possibile per aumentare la capacità t�mponante.
Il sangue è nn tessuto tamponato a pi-I 7,4. I componenti del tampone ematico sono
le coppie H2 CO3/HCO3 e H2 PO4 /HPO4 2 . La grande concentrazione di emoglobina
nel sangue (insieme alle altre proteine ematiche) contribuisce al sistema tampone con

o
i residui aminoacidici sia acidi che basici.

203
Capitolo 10

Cinetica· chimica

10.1 Velocità delle reazioni e parametri che la influenzano

La termodinamica, mediante la variazione della graudez�m energia libera G, ci dice se


una reazione può avvenire o 110, ma non ci dà alcuna indicazione sul tempo necessario
per avvenire. Questo è compito della cinetica chimica.

o
La velocità di una reazione è definita come la variazione della concentrazione
dei reagenti con il tempo.
Come è noto una reazione è 1111 processo nel quale alcuni legami chimici sono rotti

o
e altri h'e ne formano. È quindi intuitivo che una reazione nella. quale i legami da
rompere sono deboli e quelli <la formare sono forti avvenga in maniera più facile e
quindi in meno tempo di quello necessario per una reazione dove invece avviene il

o
contrario. Quindi la velocità di una reazione dipende dalla natura dei reagenti.
Perché una real!lione avvenga è necessario inoltre:

o
1. che i reagenti si incontrino. La rottura dei legami preesistenti e la formazione
di nuovi legami è sempre successiva all'incontro tra le molecole reagenti. Poiché
l'incontro tra. le molecole reagenti dipende dalla loro concentrazione non c'è da
stupirsi se la velocità di una reazione dipende dalla concentrazione dei reagenti;
2. che l'incontro avvenga in un certo modo. L'incontro delle molecole dei reagenti è
una condizione necessaria ma non sufficiente. Molti urti non sono, come si dice,
efficaci. Per essere efficaci gli urti debbono avvenire con una energia cinetica tale
da essere capaci di rompere i vecchi legami (per poi formarne di nuovi) e con
la geometria giusta perché i legami possano rompersi e riformarsi. Solo alcune
molecole possiedono l'energia cinetica per poter dare luogo agli urti efficaci. A
seguito di questi tipi di urti si forma un intermedio della reazione, il cui nome
è complesso attivato, che non rappresenta più le molecole reagenti perché i
legami sono modificati, ma non è ancora l'insieme delle molecole dei prodotti. La
differenza tra l'energia dei reagenti e l'energia del complesso attivato si chiama
energia di attivazione: tanto più elevata è l'energia di attivazione tanto più
basso sar à il numero degli urti efficaci, perché poche molecole avranno l'energia
cinetica sufficiente a superare la barriera energetica del complesso attivato (Fig.
10.1).

3. che la temperatura sia più alta possibile. L'aumento della temperatura aumenta

o
sempre la velocità di una reazione, qualunque essa sia. La ragione sta nel fatto

205
Capitolo 10 Cinetica chimica © Artquìz

che l'aumento della temperatura sposta verso destra la cnrva di distribnzione del­
l'energia cinetica. (Fig. 5.1) e quindi ci saranno più molecole che avranno l'energia
sufficiente a dare il complesso attivato. La velo cità cresce in maniera esponenziale
con la temperatura (raddoppia ogni 10 °C circa di aumento). �

COl\•I PLESSO
ATTIVATO
/
� w
REAZIONE NON
;,;

w � / CATALIZZATA
z �
w
s REAZIONE
< CATALIZZANTE

i
PRODOTTI
w
e,-+

PERConso DELLA RELAZIONI;�

Figura 10.1: Diagramma dell'energia duranfo ·una reazione esotermica.

Come si è visto ogni reazione ha una sua ::;tcchiomctria ma la rea.zione bilanciata


non necCb.':iariamentc rappre::;enta il meccanismo di nna ren,'l,ione. In altre pnrole Re
nna reazione è del tipo:
2A+3B-+2C+D
è impossibile che la reazione avvenga con il mccca.nismo secondo il quale 2 molecole
di A debbano incontrare 3molecole di B. Quest.o incontro è staticamente altamente
improbabile. La. reazione avviene quindi a stadi; alcuni pii1 lenti, altri più veloci.
In tal ca.so la velocità. della reazione tiene più conto degli stadi lenti che degli stadi
veloci. Non c'è una teoria sulle reazioni chimiche: solo gli e::;perimenti possono dare
indicazioni sul loro m(..'CCanismo.
La velocità di una reazione può essere modificata da sostanze che alla fine della
reazione si trovano inalterate, non consmnate, ma che modificano il percorso della
reazione rendendolo più facile (doè abbassando l'energia di attivazione dcg�i stadi
con cui la reazione avviene); si veda la Fignra 10.1. Queste sostanze sono cltiamate
\

catalizzatori. I catalizzatori biologici più noti sono gli enzimi, che sono capaci di
legare le molecole reagenti e con i loro gruppi chimici intervengono nel meccanismo
della reazione (Biologia, § 4.1).

206
o
Capitolo 11

Elettrochimica

11,1 Pile, Equazione di Nernst


La pila è un dispositivo con il quale si sfr�ttauo le reazioni cli ossido-ridm�ioue ver
trasformare la loro energia chimica in energia elettrica. Viceversa il processo <li elet­
trolisi serve a. trasformare l'ene1:qia elettrica in energ-ia chimica.
Si è visto che nel capitolo delle os�i<lori<lmdoui una reazio�w può essere suddivisa

o
in due sernireazioni, una che assorbe elettroni (la rea'l.ione di riclnzioue) e l'altra che
cede elettroni (la reazione cli ossidazione). Se si fanno due solu�ioni, una. contenente
tutti i composti della semireazioue di o8sicla:,;ione e l'altra contenente tutti i compoHti

D
della semireazioue di riduzione, e in esse vèngouo immersi due elettrodi inerti (che
non partecipano alla reazione, per esempio clne fili di platino) e si collegano le due
solmdoni con un dispositivo (ponte sa.lino) che permette il tnu;porto della corrente da

D
parte degli ioni senza far mescolare le due soluzioni (Fig. 11.1) si è montata una pilar.
tra i due elettrodi si potrà misura.1·0 una differenza di potenziale (misurato in volt) e
quindi 1111 flusso di elettroni che vanno dalla soluzione nella quale avviene il processo di

D ossidazione verso l'altra soluzione. L'elettrodo immerso nella soluzione dove avviene
l' os sidazione si chiama anodo, mentre quello immerso nella soluzione dove avviene la
riduzione si chiama catodo. Questa <lescriiione si riferisce ad una pila la piì1 generica
possibile. In qualche caso gli elettrodi stessi, invece <li essere inerti, possono prendere
parte alla reazione di oHsi<lo-riclul!lioue.

p alln
�/ �
......·
0'. ®
,,.,
,,

anodo catodo
eleilrodo di 1111,
plallno

,; ·:_ ,
'.Semlr88zlone ISemlreezlone
di di
ossidazione riduzione

Figura 11.1: Rappresentazione schematica di una pila.

207
Capitolo 11 Elettrochimica

Esempio del tipo 1


© Artqnii '
Viene usata la reazione redox che è ::;ervita per spiegare come si trovano i coefficienti
della reazione mediante l'nso delle semireazioni:

1 Cr2 0l- + 6 e- + 14 H + � 2 Cr3+ + 7 H2 0


3 80 32- + 3 H2 0 � 3 804 2- + 6 e- + 6 H+

Nel redpiente a sinistra si trova una soluzione acquosa contenente Cr2 0l-, H+
e Cr3+ , in quello a destra si trova nna soluzione di 8032-, di 80 4 2- e di H+ . Nelle
dne soluzioni vengono immersi due elettrodi platino che è un metallo inerte (il platino
è un metallo nobile: la nobiltà consiste nella grande difficoltà ad ossidarsi) e le due
soluzioni vengono collegate da nn ponte salino (basterebbe uno straccio imbevuto di
una soluzione di KCI). Se si prende un voltmetro si può misurare unn differenza di
potenziale e gli elettroni si muoveranno dalla soluzione contenente lo ione solfito alla
soluzione che contiene il bicromato . Quale sarà il valore della differenza di potenziale
miHurato con il voltmetro?
Esso dipenderà dallo. natura della reazione, dalla concentruzione dei singoli com­
ponenti della reazione e dalla temperatura.
Il primo pnnto è facile da spiegare: se l'ossidante è forte ha una grande capacità 'cli
strappare elettroni, così se il riducente è forte avrà nna grande capacità di cedere gli �
elettroni: In piìt alta. differenza di potenziale si avrà accoppiando il più forte ossidante
e il pii1 forte riducente. Si è visto in preccdcn'l,a che una rea:iionc di equilibrio viene più
spostata verso i prodotti quanto più ·elevata è la concentrazione dei rea.genti e minore

o
quella dei prodotti, per cui la tendenza a dare o a prendere gli elettroni nella reazione
dipenderà dalla concentrazione di tutti i componenti. Ogni semireazionc avrà una sna
tenden1..a ad avvenire che è misurata da un valore di E 0 definito come il potenziale
,

standard che si genera in una pila fatta nel modo seguente. In un recipiente ci sono
gli ingredienti della semireazione in questione tutti a concentrazione 1 M (o a pressio­
ne 1 atm, se sono gas) e alla temperatura di 25 °C, nell'altra c'è una semireazione di
riferimento, che è il cosiddetto elettrodo a idrogeno. Quest'ultimo è fatto da idrogeno
gassoso alla pressione di 1 atm, che gorgoglia intorno ad un elettrodo di platino, a
sua volta immerso in una soluzione 1 M di H+ . A questo elettrodo, per convenzione,
viene attribuito il valore O per E 0 per cui la differenza di potenziale che si misura
,

nella pila cosi costruita è attribuibile (con il segno) all'elettrodo in questione. I valori
di E0 di tutte le semireazioni sono noti e tabellati. Le semireazioni di riduzione che
avvengono meglio della semireazione 2 H+ + 2 e- � H2 (g) avranno un E 0 positivo
(più ossidanti di H+ ), quelle che avvengono peggio .un E 0 negativo (più riducenti di
H2 ).
Cosa succede se le concentrazioni non sono 1 M o la pressione dei gas �on è 1
atm? Viene in soccorso l'equazione di Nernst che permette di ricavare il valore di E
di una semire�ione in qualsiasi condizione, conoscendo il valore di E 0 L'equa:tione

di Nernst è:
RT [OX]
E= E 0 + ln
nF
Dove E 0 è il potenziale standard, R è la costante dei gas, pari a 8,31 joule/mol
K) T è la temperatura ussoluta, n è il numero di elettroni in gioco nella semireazione
bilanciata, F è chiamato Fara.day e corrisponde a 96.500 Coulomb. [OX] e [REDJ
rappresentano i prodotti delle concentrazioni di tutte le sostanze (elevate al proprio

208
@ Artquiz CHIMICA

coefficiente stechiometrico) che stanno dalla parte della forma ossidata e dalla parte
della forma ridotta, rispettivamente.
L A 25 °Ce trasformando i logaritmi naturali in decimali la relazione diventa:
·=-�

E_ E + 0,0591og [OX]
0

- n [RED]
I valori di E calcolati tramite l'equazione di Nernst permettono di definire il catodo
(il valore di E più positivo, o meno negativo) e l'anodo (il valore di E meno positivo
o più negativo). La FEM (forza elettromotrice) della pila si ricava dalla relazione:
FEM = Ec - En (in Volt).

11.2 Elettrolisi
L'elettrolisi è il processo in cui fornendo energia elettrica (con un potenziale che
deve essere superiore a quello generato dalla pila che si basa su]la reazione inversa)
ad una soluzione si fa avvenire una reazione redox. Per esempio fornendo la giusta
differenza di potenziale all'acqua si può far avvenire la reazione di elettrolisi:
2 H2O --t 2 H2 + 02
'
Ad un elettrodo l'acqua si riduce, prende elettroni e trasforma JI + in I-b. All'altro
elettrodo l'acqua cede elettroni, si ossida e il suo ossigeno passa da -2 a O. È il
processo inverso di quello che avviene in una. pila dove l'ossida-1,iouc dell'idrogeno e la
riduzione dell'ossigeno producono energia elettrica.
Quando nell'apparecchio di elettrolisi passa un Fara.day di corrente questo corri­
sponde ad un numero cli A vogadro di elettroni che verranno assunti per ridurre un
equivalente di sostanza. Nel caso dell'elettrolisi dell'acqua un Faraday produrrebbe
un equivalente di I-b gassoso pari a 11,207 L misurati a condizioni normali e a un
equivalente di 02 gassoso, pari a 5,u03 L di ossigeno misurati a condizioni normali. Si
ricordi che per ottenere una mole di H2 a partire da H + ci vogliono 2 volte il numero di
Avogadro di elettroni (2 equivalenti), mentre per ottenere una mole di 02 ci vogliono
4 volte il numero di Avogadro di elettroni (4 equivalenti).

209
o '� ....
...
-- I
\.
....
i
o Capitolo 12

o La chimica del carbonio

D 12.1 Ibridizzazione del carbonio


Ln chimica organica è la chimica dei composti del ca.rbouio, di cui è costituita la
maggior parte della materia. vivente. Il carbonio appartiene al quarto gruppo deIIa

D Tavola. periodica e forma un inmunercvole i-;eric di composti sia perché è capace di


formare ca.tene di atomi, sin. perché è capace di legarsi a molti altri tipi dì atomi, tra

D
i quali idrogeno, ossigeno, azoto, wlfo, fosforo, cloro, bromo, ccc.
II carbonio forma sempre quattro legami e per fare ciò è sempre ibridizzato. La
regola dell'uso degli orbitali ibridi è la seguente:
• quattro legami semplici: ibridizzazione i-;p3 ;
• un doppio legame e due legami semplici: ibridizzazione sp2 ;
• due doppi legami o lega.mc triplo e un legame semplice: ibridiziazione sp.
I composti del carbonio conoi-;ciuti (che sono potenzialmente un numero iIIimitato,
imperiore attualmente a 100 milioni) sono raggrnppati i-;econclo la presenza in essi di
grnppi funzionali che ne definiscono le p1'oprictà chinùche.

12.2 Formule e isomerie dei composti organici


In genere i composti del carbonio contengono catene più o meno lunghe çli atomi

D
di carbonio, a cui sono attaccati i gruppi funzionali. Per la presenza di queste
catene gli atomi di carbonio vengono designati come primari, se i-;ono legati ad un
solo atomo cli carbonio; s econdari, se sono legati a due atomi di carbonio; terziari,
se sono legati a tre atomi di carbonio e quaternari, se sono legati a quattro atomi
di carbonio.

o
Proprio perché il èarbonio può dare origine a. numerosi composti di essi si possono
scrivere diversi tipi di formule:
1. la formula minima, rappresenta il rapporto numerico più semplice con cui si
trovano gli atomi costituenti la molecola. Es. un carboidrato ha formula minima

D CH2 0;
2. la formula molecolare o grezza o bruta che rappresenta H numero di atomi
costituenti la molecola ma non ci dà alcuna indicazione del modo con cui sono
formati i legami neIIa molecola. Es. CoH 1 20 6 rappresenta sia il glucosio che il
galattrn;io e tanti altri esosi;

211

[l
Capitolo 12 La c:himica del c:arbonio © Artquiz
3. la formula di struttura, che ci indica come sono formati i legami tra tutti gli
atomi della molecola.
Quando due molecole hanno la stessa formula molecolare ma diversa disposizione
degli atomi nello spazio si chiamano isomeri (Fig. 12.1).

A. ISOMERIA DI STRUTTURA
Isomeri di catena Isomeri di funzione Isomeri di posizione
Formula bruta C2H6 0 Formula bruta C2H1CI

CHa-CH2-CH2-CHrCH:1 CH3 -CHrCHO CH2CI-CHrCH3


11-pc11t1, 110 propn1111lc 1-cloropropono

CH:1-CH-CH2-CH:1 CHrCO-CHa CHa-CI·ICI-CH:1


I propauouc 2-cloroprop1,110
CHa
2-metilbutnno

Clh
I
CH3-C-CH;i
I
CI-la
2 ,2-dln1ctilprop1,110
B. STEREOISOMERIA
Enantlomeri Isomeri geometrici

OH 011 Cl
, )'I Cl CI

H2C� kcH'..! C=C 'c=<f


nooc· rn rn cooH 1/ 'èi f( 'i-1
acido 2-idrossi-2-cloropropionico Ln,nii-1 ,2-dicloroctene cis-1 ,2-diclornetenc

Figura 12.1: Isomeria

12.3 Isomeria

Esistono due classi di hmmeri, gli-isomeri di struttura e gli stereoisomeri. Tua gli
isomeri di struttura si distinguono: isomeri di catena, isomeri di funzione e isomeri
di posizione (Fig. 12.1 A.). Tm gli stereoisomeri si distinguono gli isomeri ottici e
gli isomeri geometrici (Fig. 12.1 B.):

• Gli isomeri o ttici o enantìomeri sono i composti in cui tutti gli atomi sonb legati
allo stesso modo ma differiscono per la posizione nello spazio. Questi is6meri sì
hanno ogni volta che nna molecola possiede un carbonio che forma quatt1:o legami
semplici (quindi con ibridizzazione sp3 ) con quattro sostituenti differe.nti. Un
carbonio di questo genere viene definito carbonio asimmetrico (o stereogenico
o chirale) e porta alla formazione di due composti non sovrapponibili, ognuno dei
quali è l'immagine speculare dell'altro.
Gli cnantiomeri hanno proprietà chimiche e fisiche uguali, eccettuata la capacità
di ruotare (a destra o siuistra) .il piano della luce polarizzata che li attraversa. La
luce polarizzata è la luce le cui onde elettromagnetid1e vibrano su un unico piano,
invece che su infiniti piani come fanno le onde elettromagnetiche di una luce non

212
ii
@ Artquiz CHIMICA

polarizzata. I due enantiomeri sono come la 111ano (o il piede) destra e si11istra.


Ma proprio come è impossibile stringersi la mano con la sinistra di uno e la destra
dell'altro, le molecole euantiomere possono interagire con un'altra molecola in modo
diverso. I farmaci chirali sono attivi solo in uqa delle clue forme.
La miscela in parti uguali dei due stereoisomeri viene designata come miscela
racema. Tale miscela non è in grado di ruotare il piano della luce polarizzata.
Una molecola può possedere più di un carbonio asimmetrico. In tal caso il numero
di isomeri che si ottengono (definiti diastereoisomeri) è 2'1, se n è il nnm�ro di
atomi di carbonio asimmetrici.. Questo è il numero massimo di diastercoisomeri

;u- � .�,
��
I'�'·.
ottenibili: ci possono essere infatti dei diastereoisomeri uguali tra loro che sono
chiamati forme meso.
-:_�·.. • Gli isomeri geometrici o cìs-trans: si originano dalla presenza nella molecola
di un doppio legame, intorno al quale non può essere effettuata alcuna rotazione
se 11011 dopo rottura del legame 1r del doppio legame. I gruppi legati agli atomi di
carbonio uniti dal doppio legame possono trovap,;i dalla stesSc\ parte o dalla parte
opposta rispetto al doppio legame.
Quelli descritti sono tutti isomeri configurazionalì, cioè isomeri che possono
essc1:c convertiti uno nell'altro rompendo legami e riformandoli iu altro modo. Di una
molecola po�souo csh;terc anche isomeri ,conformazionali che derivano da. posizioni
diverse nello spazio degli a.tomi che li costit11iscono, ottenute mediante rotazioni in­
torno ai legami semplici. Ogni volta che si cambia l'angolo di rota¼ioue alcuni a.tomi
della molecola si allontanano e si avvicinano tra. loro. La molecola cercherà in questo
modo il minimo energetico che corrisponderù. a.lln. massimiziazione delle attrazioni
tra gli atomi e a.Ila minimizzazione delle repulsioni tra gli atomi. Questa regola è
importante specialmente per le biomolecole (proteine, acidi nucleici, glucidi) la cui

o
funzione biologica d strettamente legata alla conformazione che e,<Jse a.ssumono.

12.4 Gruppi funzionali


D I gruppi funzionali sono i raggruppamenti degli atomi che defi_niscono le proprietà
chimiche di un composto organico. I principali gruppi funzionali sono rappresentati

o nella Figura 12.2.

12.4.1 Idrocarburi alifatici


Gli idrocarburi sono i composti formati solamente da atomi di carbonio e idrogeno.
Essendo costituiti da atomi con elettronegatività molto simile, tutti gli idrocarburi

o sono poco polari: non si mescolano con l'acqua ma si mescolano con solventi apolari.
Essi si dividono in idrocarburi alifatici e in idrocarburi aromatici. I primi sono
caratteriz¼ati da catene di atomi di carbonio più o meno lunghe e più o meno rami­

D ficate. I secondi sono caratterizzati dalla presenza di uno o più anelli benzenici fusi
con delocalizzazione degli elettroni 1r e quindi con ibridazione sp2 •
Gli idrocarburi alifatici, a loro volta, si dividono in idrocarburi saturi, nei quali
o sono presenti solo legami semplici C-C (con gli atomi cli carbonio tutti ibridiziati
sp:i), e idrocarburi insaturi, dove sono presenti doppi (C=C) e tripli (C=C) legami
tra gli atomi di carbonio. Agli idrocarburi saturi appartengono gli alcani (catene
lineari di formula generale C2H 2n + 2 e con nome che ha come desinenza -ano) e i ci­
cloalcani (catene chiuse di formula generale CnH2n ),

213
]'
Capitolo 12 La chimica del carbonio © Artquiz ,''!_

GRUPPI FUNZIONALI

Strutture Classe Strutture Classe


-i:
-C=C-
l
Doppio legame Alcheni o
.I'
R-C
'
,-;' -C=c-·
. . ·.· 1Hplo legame Alchi11i 'b A11dridi
R-C/
R-OH Ossidrile Alcoli �

R-0-R Eteri R-C� Amniidi


R NI-12
"C=O Carbonile Aldeidi, Chetoni
/
(R}H R-NI-h Ammi11e
.l'o r R-SH

,,-;
Acidi
i\
R-C Carbossile Tioli
'b H
'- '
) ·,
Figura 12.2: Gruppi funzionali.
\

Gli alcani a ca.tena lineare con meno di 5 atomi cli carbonio (metano, etano, pro­
pano e butano) sono gassosi a. temperatura ambiente. Gli ultimi dne possono essere
facilmente liquefatti sotto pressione e diventano GPL (gas di petrolio liquefatto).
Quelli con catene da 5 a 17 atomi di carbonio Bono liquidi, quelli con più di 17 atomi
sono solidi. Gli alcani e i cicloalcani sono tra i maggiori componenti elci petrolio.
I cicloalcani possono essere formati a partire da tre atomi di carbonio (ciclopro­
pauo) anche se la. molecola è molto instabile per l'a1 1golo cli legame molto pii1 piccolo
di 109 ° (angolo corrispondente all'ibrido spa ). Gli alcani e i cicloalcani sono composti
che reagiscono facilmente con ossigeno, dando C02 e acqna, ma non altrettanto fa­
cilmente con altri reagenti (sono poco reattivi). Se si toglie un atomo di idrogeno ad
1111 alcano o ad un dcloalcano si ottiene un radicale alchilico (0spresso normalmente
co1� la lettera R) che prende il nome dall'alcano corrispondente terminando con la
desi11en7,a -ile (Fig. 12.3 a sinistra).
Gli idrocarburi con doppi legami si chiamano alcheni (la cui formula generale
è C1< H2,.), quelli con triplo legame si chiamano alchini (la cui formula generale è
Cn H2,1-2), Un alchene può contenere piii doppi legami: si chiama dìene se ne con­
tiene due e triene se ne contiene tre. I due doppi legami dei dicni potrebbero essere
,. L
coniugati, cioè separati da un solo legame semplice: in tal caso i quattro �tomi di
carbonio si comportano come quelli del benzene, con delocaliz7,azione degli �lettroni
1r (fenomeno della risonanza). Vedi Figura 12.3 a destra.

12.4.2 Idrocarburi aromatici


..
.,, _,,,. ,

Gli idrocarburi aromatici sono composti che contengono uno o più anelli benzenici
fusi tra loro. Gli idrocarburi aromatici sono tutti composti molto stabili e in genere
pericolosi per la salute ( cancerogeni), vedi Figura 12.4. Un piano infinito di anelli
-·l
benzenici fusi tra loro costituisce il grafcne. Più piani di grafene sovrapposti costitui­
scono la grafite.

214·
© Artquiz CHIMICA

<,
Idrocarburi alifatici saturi Idrocarburi alifatici insaturi
,· Alcani Gruppo alchilico Cìcloalcani \( Alcheni �, Alchini
J (C nH2,,+2) (C,,H2n+1) (C nH2,1) (Cn H2 n)
-
(C nH2 n +2)

CH,1 -Clh C H2 CH2 =CH2 CH::CH


\(
metnuo metile eteue (etilene) etino (ncetileue)
fh
CH 3 -CH3 CH3 -CH2 - ciclopropnno CH2 = CH-Cfb CH::C-CH3
et nno et.ile H H propene propino
H,t-t,...H
CI-l 3 -CH 2 -Clh CH 3 -CH2 -CH2 - Clh=.CH-CH2 -CH3
propano propilc I I 1-lmtcnu
I-1,...C-C ,
I I H
- -
CH;,-(CH2h-CH;1 CH 3 -(CH2h-CIh H li CH3 -CH=CH-Clh
butnno Imtile Ciclobntnno 2-1.>ntene
CH:1-CH-CH:1 CH2 =CH-CH==CH2
I l,3-Imtn,Ii�11c
CH:i (cliene coniugato)
2-mcti lpropluto
CH 2 =CH-CHrC1·I:::CH2
1,4-pu11tudienu
(, licnu non ,:oningl\Lo)

Figura 12.3: Idrocarburi alifatici .c;aturi e in.rnt1J,ri.

Se si toglie un idrogeno ad un idrncarbnro a.romatioo quello che reste viene gene­


rica.mente chiamato arìle, e indicato con R, come nel caso degli alchili. Gli a.rili più
comuni sono il fenile, C6 H 5 -, e il benzile, CoH 5 Clh-.
Alla stessa categoria appartengono anche gli idrocarbmi aromatici cterociclici, che

o
contengono atomi diversi dal carbonio negli anelli (Fig. 12.4).

o
IDROCARBURI AROMATICI IDROCARBURI AROMATICI ETEROCICLICI

� @ @ © l?J lsr§(
@00 11

pirrolo f11m110 Liofcnu piridina pirimidim\ pmitm


Il

bouzeuc naftalene fenantrene

Figura 12.4: Idrocarburi aromatici ciclici ed eterociclici.

12.4.3 Alcoli e fenoli


Gli alcoli sono composti che contengono la funzione alcolica -OH legata ad un gruppo
alchilico (R-OH). Poiché il gruppo -OH può essere legato ad un atomo di carbonio
primario, secondario o terziario, anche gli alcoli vengono definiti primari, seconda­
ri o terziari. Gli alcoli sono i:;ostanze liquide anche se contengono pochi atomi di
carbonio, perche, contenendo il gruppo -OH, sono capaci di formare tra loro legami
idrogeno. Per questa ragione sono miscibili con l'acqua se la catena di atomi di car­
bonio del gruppo alchilico non è molto lunga. Essi prendono il nome dell'alcano da
cui provengono a cui viene aggiunta la desinenza -olo (Fig. 12,5).

215
Capitolo 12 La chimica del carbonio © Artquiz

Esistono anche alcoli bivalenti come il glicol etilcnico (contiene due gmppi funzio­
nali alcolici) o trivalenti come la glicerina (o triidrossipropano ).
Se il gruppo funzionale -OH è legato ad un radicale aromatico il composto ap­
pa tiene alla serie dei fenoli (Fig. 12.5).
r

Gli alcoli, pur possedendo un gruppo -OH, non hanno né caratteristiche basi­
che né caratteristiche acide. I fenoli, poiché possiedono un gruppo aromatico che è
un elettronattrattore (gli elettroni 7f aromatici sono particolarmente stabili: questa è
la ragione per la qnale essi ne attraggono degli altri) che rende il legame 0-H più
polarizzato, hanno deboli proprietà acide, cioè sono capaci di cedere parzialmente
all'acqua il protone.
Gli alcoli possono essere ossidati blandamente (la reazione con 02 non è completa
altrimenti si otterrebbero C02 e acqua): in tal caso si ottengono le aldeidi dagli alcoli
primari e i chetoni dagli alcoli secondari. Gli alcoli terziari non subiscono ossidazione
blan<la, solo quella drastica.
Gli alcoli possono essere ottenuti con la rea7,ione inversa di quella precedentemente
descritta (ridnzione con H2 ): dalle aldeidi si ottengono gli alcoli primari e dai chetoni
gli alcoli secondari. Essi possono essere ottenuti ,mche addizionando acqua a composti
con 1m doppio legame.
Gli alcoli e i fenoli reagiscono con gli acidi, sia organici (acidi carbossilici) che
inorganici pur dare gli esteri.

ALCOLI E FENOLI

Alcoli primnri Alcoli secondari Alcoli te1·zìnrl Glicole Glicerolo

CH:iOH Clla-CHOH-0H3 CH·1 CI-I'.lOI-1 Cl-12 O1-1


2-J)l'OJ>NIOlo I . I I
111ct1,11oh> CHa-C-O1-1 CH2OH 91-10H
I
CH:1-CH2OH CH:1 -CHOH-Cl·h-CHa · CH:1 Cl-12O1-I
etn.uolo 2-butauolo . 2-1nctll-2,prop1•nolo
Fenolo
CH:i-CHrCI·I2OH
1-propnuolo

Figura 12.5: Alcoli e fenoli.


@
12.4.4 Eteri ,,

Gli eteri sono composti che possiedono il gruppo funzionale -0- legato a due gruppi
alchilici e/o arilìci. Essi possono essere considerati come derivati dalla reazione tra
alcoli o tra fenoli con eliminazione di una molecola d'acqua.
L'etere più noto è l'etere dietilico (CH3-CH2 -0-CH2-CH3), chiamato comune­
mente e più semplicemente etere. Esso è un liquido molto volatile perché non possiede
la capacità di formare legami idrogeno con sé stesso. Poiché però contiene un atomo di
ossigeno, che è un ricevente di legame idrogeno, esso presenta una discreta solubilità
in acqua.

216
i
© Artquiz CHIMICA

-
12.4.5 A1nmine e immine
Le ammine sono i derivati organici dell'ammoniaca, in cui uno o più dei suoi atomi
di idrogeno sono sostituiti da gruppi alchilici o arilici. Se la sostituzione riguarda
. uno solo degli idrogeni si hanno le ammine primarie, se riguarda due idrogeni le

n
ammine secondarie (immine), se tre idrogeni le ammine terziarie.
Poiché l'azoto dell'ammoniaca co11tiene una coppia di elettroni non condivisa es so
può legare un protone (H+) e quindi comportarsi da base. Questo comportamento è
mantenuto anche dalle ammine che sono quindi basiche. In genere i gruppi alchilici,
·;t.
r. poiché sono elcttronrepellcnti, rendono la coppia elettronica ancora più disponibile
e quindi rendono le ammine più basiche dell'ammoniaca e tanto più basiche quanto
maggiore è il numero di gruppi alchilici presenti. Un'ammina ten�iaria è quindi più
basica di un'ammina secondaria che a sua volta è pii1 basica di un'ammina primaria.
L'opposto succede per le� ammine aromatiche, perché gli anelli aromatici attirano gli
elettroni e quindi rendono meno disponibile la coppia elettronica sull'azoto.
Così come esiste Io ione ammonio (NH4 +) esistono anche i rispettivi derivati al­
chilici o arilici (NR,i +) con i quattro radicali R uguali o dìven;i. i sali con un acido dì
questi derivati vengono chiamati genericamente sal ì dell'ammonio quaternario.
Ci sono molte ammine importanti in biologia: in genere quasi tutti i composti i
cui nomi terminano in �ina sono ammine (anilina, spennina, spermidina, putrescina,
cadàveriua, ccc.). Alcuni di questi compòsti sono poliammine perché contengono piì1
gruppi amminici nella. stessa molecola.
Le ammine primarie, scconcla.ric e terzia.rie possono essere distinte dalla rca:,.ione
con acido nitroso: le prime danno alcol, azoto e acqua., le secondo danno le nitroso
ammine, le torne non rèagiscono (Fig. 12.6).

Ammine Ammine Ammine Ammonio


primarie secondarie terziarie quaternario

CH3-NH2 CI-!3
"
CI-13 CH3
'-.+/
CI-!3
motilammin1t '-N-H
/
CI-h-N
' / /
N
"
o
CI-l3-CH2-Nl-h CI-13 CHa CI-13 CH3
etilammina climetilamminu. trin1etilammina tetrn.metilammouio

REAZIONI DISTINTIVE DELLE AMMINE CON ACIDO NI TROSO (HNO2 )

Ammine primarie CI·b-NH2 + HONO --t Cl-faOH + N2 + H20


CH.1 CH3
Ammine secondarie � N-H + HONO --t IhO + �N=NO
CH:i (dimetilnitroso ammina) CH3
Ammine terr.in.rie non reagiscono

Figura 12.6: Ammine e reazione che le distingue.

12.4.6 Composti carbonilici. Aldeidi e chetoni

o I composti carbonilici sono caratterizzati dalla presenza nella loro molecola del
gruppo funzionale carbonile >C=O. Nelle aldeidi, le due valenze libere del car-

217
Capitolo 12 La chimica del carbonio © Artquiz

bonio sono satmate da un idrogeno e da un radicale alchilico o arilico. Nei chetoni,


entrambe le valen1,e sono saturate da radicali alchilici o arilici.
Il nome ufficiale di tutte le aldeidi è preso dall'idrocarburo corrispondente e ter­
mina con la desinenza -aie. Il nome ufficiale di tutti i chetoni termina invece con la
desinenza -one.
La reazione di riduzione delle aldeidi porta alla formazione di un alcol primario,
mentre la sua ossidazione blanda porta alla formazione di un acido carbossilico.
La reazione di riduzione di un chetone porta nlla formazione di un alcol seconda­
rio mentre la sua ossidazione blm1da non avviene (l'ossidazione spinta porta a rottura
della molecola o a formazione di C02 e H20).
Di converso, ossidando 1111 alcol primario si ottiene un 'aldeide, mentre ossidando
un alcol secondario si ottiene un chetone.
Le aldeidi e i chetoni hanno alcune reazioni in comune, per esempio reagiscono con
l'acido cianidrico (HCN) per dare le cianìdrine. Questa è una reazione di addizione
al doppio legame del gruppo >C=O, che ambedue i composti contengono (Fig. 12.7).

ALDEIDI E CHETONI
Aldeidi Chetoni
H CHa,
'r '\
"c=O /C=q
/-
H � CI-la
mctanale o formaldeide o aldeide formica 2-propanonc o acetone

CI-h
"-c=O
/
H
etanale o acetaldeide o aldeide acetica

REAZIONI CARATTERISTICHE
R'\. :. R '\.
I
Ossidar.ione blanda C= 0
/ Q+ 2 2� C=O
H I ·

1
-,L·- OH
(ncido)
R /OH R
Rel\Zione con acido "c=O + HCN � "e
ciu.nitrico
(R}H/ (R}H/ '-cN
(cinuldrinn)
R\
Rcn1.ione di riduzione C=O + 1-h � R-CH20H T
.

I-I/ (nicol pri1n11rio)


R'\. R
Reazione di riduzione /C=O + I-h � �CHOH
R R
(nicol 8CCondnrio)
I chetoni non si ossidano

Figura 12.7: Aldeidi e chetoni e reazioni caratteristiche.

218
© Artquiz CHIMICA

12.4. 7 Acidi carbossilici


Gli acidi carbossilici sono gli acidi o?'ganici caratteriz7.ati dalla presemm nella loro
formula del gruppo carbossile -COOH, dove il C è legato mediante un do ppio le-
. &_ame ��?.�sJg;�.-�_11]..ec;l_ianJe u� �e�-seÌnpffèe �Jgfiippo�:.:-oK-(U-grHppo éa1:bo·ssile
contiene sia il gruppo carboriilè-·che il gruppo ossidrilico, tha questo non significa che
possiede contemporaneamente le proprietà delle aldeidi e dei chetoni, da una parte, e
degli alcoli, dall'altra).
Gli acidi carbossilici (R-COOH) sono tutti acidi deboli specialmente se R è un
gruppo alifatico, che è un elettronrepulsore e quindi rende il gruppo -OH meno po­
larizzato e quindi meno propenso a cedere il protone. Se R è un grnppo arilico (come
il fenile) l'acido risulta meno debole del corrispondente con R alchilico, perché un
gmppo arilico è un elettroua.ttra.ttore e quindi rende più polarizzato il legame 0-H.
Se nel gruppo R alchilico ::;ono presenti atomi molto elettronegativi, come F e CI, que­
sti rendono il gruppo elettronattrattore e quindi rendono l'acido tanto meno debole
quanti piì1 atomi di CI o di F sono presenti.
La desinemm degli acidi carbossilici è -oico, quindi acido metanoico, etanoico,
propanoico (ecc.), nia hanno anche un nome connme come acido formico, acetico e
propionico. Se agli aèidi carbossilici si toglie il gmppo -OH, quello che rimane viene
chiamato radicale acilico e il nome cle,I diventa quello dell'acido con la desinernrn.
-ile al posto di -ico (per esempio formile dall'acido formico, acetile dall'acido acetico,
propunoile dall'acido propanoico, ccc.) (Fig. 12.8).

ACIDI CARBOSSILICI ESTERI REAZIONE DEGLI ACIDI


E TRIGLICERIDI CARBOSSILICI C ON GLI AL COLI
PER FORMARE ESTERI
H, -?" O
II, Il-COOII +HO-Il� R-CO-O-Il.
C
/C=O acido nicol cstc:ru
'01-1
ncido 111cto.11oico o acido formico (mdi�nlc forn1ilc)
CI-I:1 CH:i
'C=O 'C=C)
ÒH
acido ctn11oico o ncido ncctico (rndicnlc ncctilc)

CHa-CI-h
CHl-CI-12-COOH 'C=O
/

il ncido propanico o acido propi11ico (mdic:ilc propionilc)


CHa-(CI-12)1,1-COOH
acido esndccnnoico o ncido pnhnitico
CI-I:1 -( CI-12)7-CH=CH-(CI-hh-COOH
ncido cis-0-octndccanoico o 1\cido oleico

Figura 12.8: Acidi carbo,'lsilici, esteri e trigliceridi.

Gli acidi grassi sono acidi carbossilici con una catena idrocm·burica composta da
4 a 36 atomi di carbonio ( C4 - C36), ma nelle piante e negli animali superiori sono

o
predominanti gli acidi grassi a catena lineare formata da Cm a C 1 s (acidi palmitico,
oleico, linoleico e stearico) (Fig. 12.9).
La maggior paite degli acidi grassi possiede un numero pari di atomi di C poiché
viene biosintetiz7.ato mediante la concatenazione di unità di C2, La catena può essere

219
Capitolo 12 La chimica del carbonio @ Artquiz

completamente satura o iusat.ura, cioè contenere uno o più doppi legami, quasi Lutti
in configurazione cis (circa il 50% degli acidi grassi presenti nelle piante è insaturo o
poliìnsaturo).
Le proprietà fisiche degli acidi grassi sono molto influenzate dalla lunghezza della
catena e dal numero di doppi legami: a temperatura ambiente (25 °C) gli acidi grassi
saturi Ci2 - C24 hanno una cousistenza cerosa, in quanto le catene adottano uua con­
formazione estesa che consente loro di impaccarsi strettamente mediante interazioni
cli van der Waals e formare strutture quasi cristalliue. La presem:a di doppi legami
cis produce invece dei ripiegamenti nelle catene carboniose, che non sono iu grado
di impaccarsi strettamente e gli acidi grassi iusaturi di ugual lunghezza sono liquidi
oleosi alle stesse temperature.
Nell'uomo gli acidi grassi iusaturi liuoleico e liuolenico souo essenziali e devouo
essere forniti con la dieta (legumi e pesci li contengono in maggior quantità). Essi
sono precursori di importanti metaboliti, come le prostaglandine, che mediano diversi
proce.<ìsi, quali l'infiammazione e la pressione del sangue.
Quando c'è più cli un doppio legame gli acidi grassi si chiamano polinsat,µ ri.. Tra
di essi sono importanti i cosiddetti omega 3 e omega 6. Si chiamano così perché
hanno il primo doppio legame nell'atomo cli carbouio numero 3 o uumcro 6, contando
questi atomi a partire dal carbonio più lontauo dal gruppo carbossilico. Alcuni acidi
grassi sono riportati uella Figura 12.9.

1-h 1-12 I-li lh 1-h 1-12 H2


c c c c c c c coo1-1
Ha c / '--c(" '--if" '--if" '--if" � ---....
� ---....
if"
lh H2 lh I-12 1-h l·l 2 H2
Acido Pa.lmitico
H2 � � � � � � �
e e, c
_.,,,... ---.... _.,,,...c---.... /e , _.,,,...e---.... /comi
_/c---....e
c
HaC/ '--if" 'e
_.,,,... ---....e e e 'e e
H� 1-h H2 H2 1-12 I-12 lh 1-12
Acido Stearico
I-12 H2 I-12 H2 H2 112 H2 H2
e e e e
H:, c :"" '--if" '--e/ '--if" '--ç=(
H2 1-12
e
I-b /
'--� 1-12
e e e
'--if" '--if" 'èoo1-1
H2 H2
Acido Oleico I-I H
H
I H2 H2 H2 H2
u �e e e e e
·--......e� --....,_ç=( '--if" '--if" '--if" 'èooH
I / lh I-12 H2
·,
'•
CH 2 H H
I-Ì2C/

/lh
H2C
I
/I-12
H2C

Acido Linoleico

Figura 12.9: Gli acidi _grassi più abbondanti nei lipidi.

220
© Artqni:r. CHIMICA

12.4.8 Anidridi organiche


Le anidridi organiche possono essere preparate da due molecole di acidi carbossilici
(uguali o non) con sottrazione di una molecola di acqua. Il gruppo funzionale è quindi
· -CO-O-CO-. Il nome delle anidridi deriva dal nome degli acidi che le costituiscono
(Fig. 12.10).


o
R-C
o ....._

/
n.-c,
o Fig11ra 12.10: Anidridi organiche.

12.4.9 Esteri
Gli esteri Rouo i prodotti di reazione tra un acido (sia organico che inorganico) e un
alcol (sia alifatico che aromatico, come il fenolo) con eliminazione di una molecola di
acqua. Se l'acido è organico essi contengono il grnppo funzionale -CO-O-. Essi,
oltre che per elimilm¼ione di acqua da un acido e un alcol, possono essere preparati

n dalla reazione tra gli alogenuri acilici (per esempio cloruro di acetile, CH3 CO-Cl,
o bromuro di butanoile, CH3CH2CI-I2CO-Br) e un alcol.
TI·a gli esteri più importanti vanno annoverati i trigliceridi (vedi lipidi) ottenuti
per esterificazione del glicerolo con acidi grassi a catena lunga. Gli esteri sono idro­
li�zati a caldo sia in ambiente basico che in ambiente acido: se l'idrolisi è acida si
ottengono gli alcoli e gli aeidi, se l'idrolisi è basica si ottengono gli alcoli e i sali degli
acidi. Poiché i sali di sodio e di potassio degli acidi a catena lunga vengono chiamati
saponi, il processo prende il nome di saponificazione (Chimica, § 12.6).

12.4.10 Ammidi ..
-

Le ammidi sono composti organici contenent.i il gruppo funzionalé -CO-NH2, Si


possono pensare derivate dalla reazione tra un acido e l'ammoniaca,J con eliminaiione
di una molecola d'acqua. È chiaro che questa re�ione non potrebbe avvenire in acqua
in quanto un acido con l'ammoniaca (che è una base) darebbe un sale. La reazione
d'idrolisi delle ammidi porta invece alla rew:ione opposta, con formazione di acido
e ammoniaca. Il nome delle ammidi deriva dal nome dell'acile corrispondente con
la desinenza -ammide (esempi: acetilammide, propionilammide, ecc,). Se l'ammide
viene ridotta il gruppo >C=O viene trasformato in gruppo >CH2 e l'ammide si
trasforma nell'ammina primaria corrispondente. Le ammidi non hanno proprietà
acide o basiche: sono composti neutri. Le ammidi possono essere anche sostituite: i
due atomi di idrogeno del gmppo NH2 possono essere sostituiti da radicali alchilici o
arilici R, uguali o non uguali, e possono essere monosostituite e bisostituite.

12.5 · Lipidi
I lipidi sono una categoria di sostanze strutturalmente differenti, che hanno in comu­
ne l'idrofobicità, cioè la bassissima solubilità in acqua. I lipidi sono invece solubili nei

221

t1
Capitolo 12 La chimica del carbonio © Artquiz

solventi organici, come cloroformio e metanolo, e, di conseguenza, è po$sibHe separar­


li facilmente da altri materiali biologici mediante estrazione con solventi organici. A
differen7,a delle altre categorie di biomolecole non formano polimeri, tuttavia si aggre­
gano (per ridurre il contatto con il solvente acquoso) e alcuni di essi formano struttnre
complesse, come le m icelle e le membrane cellulari. La loro diversità strutturale
si riflette in diversità funzionale e i lipidi, oltre a essere componenti essenziali delle
biomembrane, costituiscono le maggiori riserve energetiche negli organismi superiori
(un uomo di 70 kg contiene 15 kg di grasso, che costituisce 1'85% delle sue riserve
energetiche) e partecipano a numerosi eventi di segnalazione intra- e intercellulare.
I trigliceridi sono composti da tre acidi grassi, ognuno legato con un legame
estereo a uno dei tre gruppi -OH del glicerolo (1,2,3-propautriolo) (Fig. 12.11). So­
no molecole a.polari, es8en�ialmente insolubili in acqua e costituiscono la forma di
deposito per l'energia metabolica.

H2C-O

HC-0
Figunt 12. II:
lhC-() I trigliccri,di.

Sono contenuti sia nei semi elci vegetali, dove vengono utilii�ati per la germina:;.io­
ne, che nei vertebrati. In quest'ultimi, i trigliceridi sono prevalentemente inmt.agn1.ii­
nati nel tessuto adiposo (in piccola parte anche nei mm;coli), <love vengono mobiliz:-m.ti
nei momenti cli necessitlt metabolica (ad esempio nel digiuno) tramite idrolisi in acidi
grns;i·e glicerolo a.cl opera cli una lipasi attivata eia diversi ormoni, come glucagone e
aclrenalina. Gli acidi grassi vengono poi esportati, tramite il circolo ematico,· ai siti '
dove vi è bisogno cli energia. La loro ossi<laiione intracellulare rende una quantità
cli energia due volte maggiore di quella liberata da una pari quantità cli carboidrati
(Chimica, § 13.4). La maggior parte ·dei grassi naturali, come quelli presenti in oli
vegetali, latticini e grasso animale, è costituito cla miscele complesse di trigliceridi. Lo
stato fisico dei trigliceridi dipende dal contenuto cli acidi grassi insaturi: più elevata
è la loro pre8en7,a pii1 basso è il loro punto di fusione. È la quantità di doppi lega.mi
che fa la differen1.a tra burro, margarina e oli vegetali.
I glicerofosfolipidi o fosfogliceridi sono i principali costituenti lipidici delle
biomembrane. Sono derivati deiracido fosfatidico (e.la cui prendono il nome), che è
formato e.la glicerolo-3-fosfato le cui posi1.ioni Ct e C2 sono esterificate con acidi grassi
(generalmente saturi in C 1 e insaturi in C2 ); in aggiunta il gruppo fosforico è unito
a<l un altro gruppo alcolico polare, che può essere neutro (la Herina nella fosfati<lil-
. serina), carico negativamente (l'inositolo 4,5-bifo8fato nel fosfati<lilinositolo) )> carico
positivamente (la colht.a nella �osfatidilcolina o lecitina; Fig. 12.12). Sono pertanto
molecole anfifiliche o anfipatiche con "code" non polari alifatiche e "te1-:1tc" polari.
Le interazioni idrofobiche tra le catene idrocarburiche e quelle idrofiliche tra parti
polari e acqua dirigono la dispo:-�izionc dei glicerofosfolipidi in foglietti, eletti doppi
strati di membrana. Come nei trigliceridi la fluidità cli una membrana dipende dal
contenuto cli acidi grassi insaturi nel fosfolipide.
Gli steroidi, che sono presenti solo nelle cellule eucariote, sono derivati di un
composto costituito da quattro anelli saturi fusi, cli cui tre sono a sci atomi cli C
e uno a cinque atomi, detto ciclopentanoperiiclrofenantrene, che forma mt nucfoo,
definito steroideo, quasi planare e relativamente rigido (Fig. 12.13),

222
@ Artquiz CHIMICA

Cll3

r!L.cH,
o o I
C1 C:s � / Cil3
C P
o�if "-o-
n
Ao o�o
I
n.
Figura 12.12: La fosfatidilcolina (R, catena alifatica sat1tra o insatura).

Il colesterolo rappresenta Io steroide più abbondante negli animali ed è definito


a.nche come sterolo a. causa del Hno grnppo -OH sul C :1 , che Io rende a.nfipatico.
Infatti il colesterolo è un componente esHenziale delle membrane·plusmatiche animali.
Nei mammiferi il colesterolo è inoltre il precursore 1netabolico degli ormoni steroidei,
preposti alla regoh.w.ione di un'ampia gamma di nm:r.ioni fo-;iologiche, dei sali biliari e
della vitamina D.

I
CI-la Cl·I:1

CI-I -ClhCII2 Cl-hCI-I


I
Clb
I

Figura 12.13: Il cole:,temlo.

o 12.6 Saponificazione e saponi


I saponi sono i sali di sodio e di potassio degli acidi grassi a catena lunga. Essi poHsoIIo
essere preparati dalla idrolisi con NaOH o con KOH dei trigliceridi con forma¼ione
anche di glicerolo.. I saponi sono molecole anfipatiche perché prn;skxlono una testa
polare (Io ione carbossilato, coo-) e una coda lunga apolare. Se queste 8ostan¼e
vengono messe in acqua interagiscono con essa con la parte polare, mentre la parte
apolm·e cerca cli evitarne il contatto. Qnesta doppia tenden:r.a produce degli aggregati
particolari a forma di sfera allungata, chiamati micelle. Nella parte esterna di questi
aggregati sì trovano le teste polari mentre le code idrofobiche interagiscono tra loro
ed escludono l'acqua. Questi aggregati vengono formati anche da molecole diverse
dai saponi, come i detergenti (la testa polare non è il gruppo carbossilato) e i
sali biliari. Le micelle hanno la capacità di solubiliz¼,We molecole apolari perché le
inglobano all'inten10 di CS8e. I sali biliari hanno una grande importanza dal punto di
vista fisiologico perché agiscono come emulsionanti dei grassi nell'intestino tenue con
l'obbiettivo della loro digestione da parte delle lipasi.

223
Capitolo 12 La chimica ciel carbonio @ Artquiz

12. 7 Reazioni di addizione e di sostituzione


Le reazioni di addizione vengono definite come le reazione nelle quali i due reagenti
si mettono insieme per dare un nuovo composto. Nella maggior parte dei casi questa
reazione riguarda l'acldizione cli molecole ad un doppio legame ( come quello presente
in un gruppo carbonilico, negli alcheni, negli alchini).
Le reazioni di addfaione si dividono in re�ioni nucl eofil e ed e l et trofi.le. Le
prime si hanno quando il doppio legame è formato tra clue atomi tra ·cui c'è una
grande differenza cli elettronegatività, come nel caso >C=O o nel caso >C=N, per
cui alla rottura del legarne 1T si forma un carbocatione a cui si aggiunge un gruppo
con una coppia di elettroni non condivisi (nucleofilo). Le seconde si hanno quando
l'attacco è fatto eia un gruppo elettrofilo, rompendo il legame 1T.

12.8 Polimeri
I polimeri sono lunghe catene di atomi ottenute per polimerizzazione di opportuni
monomeri. Essi possono essere ottenuti mediante monomeri con doppio legame ( ti­
pici i monom eri vinilici, CH2=CH-R, con R molto variabile: alifatico, aromatico,
idrofobico, polare, ionico) che Hi adcli¼ionano uno all'altro mediante rottura dei legami
7T e unione elci legami rntti tra due monomeri. Questo porta a catene lineari molto
lunghe con proprietà molto diverse a seconda della natura di R. Quando R = H si ha
il polietilene, usato per fabbricare i comuni sacchetti per la ,')pesa.
Altri polimeri si ottengono per condensazione di monomeri che hanno opportu­
ne fnn�ioni ai due terminali, come fanno gli aminoacidi per formare le proteine. In
tal modo si po88ono ottenere le poliammidi (per unione di un gruppo carbossilico
terminale di un monomero con un gruppo ini¼iale amminico di un altro monomero,
come nel nylon, o i polie steri (con unione di un gruppo terminale carbossilico di un
monomero con un gruppo ini:dale alcolico di un altro monomero). Vecli Figura 12.14.

POLIMERI DI ADDIZIONE
H, . / ---- H" /
H H
n C=C ( C-
- C- )
H/ "-R H/ 'R n
POLIMffil DI CONDENSAZIONE
nH2N-(CH2 )x-COOH - (-HN-(CH2) x -CO-NH-(CH2 )x -CO-)

Figura 12.14: Polimeri.


�·,
,;

224
Capitolo 13

Le biomolecole

13.1 Introduzione
Alla categoria delle biomolecole appa1tengono tutte le molecole che hanno fnrndoni
essen?.iali nella vita delle cellule:
• gli zuccheri e i polisaccaridi, chiamati anche carboidrati o idrati di carbonio
perché hanno formula generale C11 (I-120) 11 ;
• gli aminoacidi e le proteine;
• i m1cleot.idi e gli acidi nucleici;
• i lipidi e i fosfolipicli, di cui si è già trattato (Chimica, § 12.5).
Poiché la fun�ione di una molecola in biologia è strettamente correlata con la forma
che essa assume nello spa:do, le biomolecole hanno una conforma7.ione particolarmen­
te stabile, che corrisponde al minimo di energia libera conformazionale, fmtto della
nmssimi:r.za�ione di tutte le interaiioni attrattive e della minimiiiaiione di tutte le
interazioni repulsive tra gli atomi. In questo gioco un ruolo fondamentale è assunto
anche dalle interazioni degli atomi della biomolecola con il solvente. Esempi di con­
formazioni particolarmente stabili (e quindi corrispondenti ad un minimo profondo
della energia libera conformazionale) sono la struttura a doppia elica del DNA e la
struttura terziaria e quaternaria delle proteine.

13.2 I carboidrati
I carboidrati sono le biomolecole più abbondanti sulla terra in quanto. ogni anno le
piante, le alghe e i batteri fotosintetici convertono più di 100 miliardi di tonnellate
di C02 e di acqua in cellulosa e in altri prodotti pofo:mccaridici, quali le emicellulose,
pectine, lignine, etc. Alcuni carboidrati (iucchero e amido) sono tra i principali
alimenti nell'uomo e la loro ossidazione fornisce una percentuale importante delle
calorie necessarie al fobbi.c.iogno energetico (Chimica,§ 13.4). I carboidrati sono aldeidi
o chetoni poliossidrilici e molti, ma non tutti, hanno la formula empirica (CH20)n,
alcuni contengono anche atomi di azoto, fosforo o 7.olfo (S). Si distinguono in:
• monosaccari�i, costituiti da una singola unità poliossidrilica aldeidica o chetonica,
di cui il più abbondante in natura è il D-glucosio;

225
Capitolo 13 Le biomolecole @ Artquiz
-Q
• oligosaccaridi, costituiti da corte catene cli monosaccaridi (non più di 8) uniti da
legami 0-glicosiclici; i più abbondanti sono i disaccaridi, cli cui l'esempio piìt tipico
è il saccarosio;
• polisaccaridi, o glicani, costituiti anche da lunghe catene di centinaia o migliaia
<li monosaccaridi. A loro volta si distinguono in omopolisaccaridi, che contengono
un unico tipo di monosaccaride, come l'amido contenente D-glucosio, ed eteropo­
lisaccaridi, che sono formati <la due o più tipi cli unità monosaccari<liche, come i
glicosoaminoglicani presenti nella matrice extracellulare.

13.2.1 Monosaccaridi
I monosaccaridi sono solidi cristallini, incolori, solubili in acqua, generalmente cli
sapore dolce. Se il gruppo carbonilico è un'aldeide, il mono.c;accaride vien<' detto aldo­
.'lu (e il nome del composto termina con il sufl'i5so -osio, come glucosio) se invece è un
chetone ìl monosaccaride viene eletto chetoso. La catena linem·e deve contenere alme­
i
no tre atomi di C, che vengono mm1erati part;eudo dall'estremità più vicina all'atomo
di C carbonilico. I gruppi ossidrilici tc-irminali sono gruppi alcolici pri1mU'i, i rimanen­
ti secondari. I monosacctU'icli piit semplici sono il clii<lrossiacetonc e la gliceralcleide.
Quest'ultima contiene un centro chiralico in C2 e quindi ha due enantiomeri.
Nel 1891 Emil Fischer proprn;e che i due cnantiomeri della gliceraldeide fossero
clesignttti D-gliceralclcicle, in ctù il gruppo m;siclrilico in G2 è poHi:dona.to a destra
e l'em.tntiomero ruota il piano della luce polari�:,mta verso destra (destrogiro) e L­
gliceraldeide, in cui lo Htcsso gruppo è posiY-ionato a Hinistra e l'enantiomero è levogiro
(Fig. 13. la).
I monosaccaridi con un numero maggiore cli atomi cli C contengono piì1 centri
chiralici e <li conseb11ien:1.a hanno 211 stereoisomeri, <love n è il rmmero cli C asimmetri­
ci. Gli stereoisomeri dei monosaccaridi, quahmqne Hia la lungltC'.t�a della loro catena,
vengono divisi in due gruppi: la serie D, in cui il centro chiralico più lontano dal
gruppo aldei<lico o cltetouico ha la configura'l.ione della D-gliceraldeide, e la serie L,
in cui lo stesso atomo di C ha la configura�ione della L-gliceraldeide. I monosaccaridi
naturali appartengono alla serie D (Fig. 13.lb).
L'aldoesoso O-glucosio, il più abbondante monosaccaride, ha formula (CH2 0) 6
e contiene 4 C asimmetrici, esso quindi è uno <lei possibili 24 = 16 stereoisomeri. 'lì-a
questi i monosaccaridi che differiscono esclusivamente per la configur�ione di un C
sono detti epimeri: D-glucosio e O�mannosio sono epimeri rispetto a C2, D-glucoHio
e O-galattosio sono epimeri rispetto a C,i . 'Iì·a i chetoi;i a 6 atomi cli carbonio (che­
toesosi), il pìit comune è il O-fruttosio che presenta 3 C asimmetrici e quindi ha
8 stereoi<,omeri. 'lì-a gli aldopentosi svolgono un molo importante il D-1�ibosio e il
D-2-deossiribosio, essendo componenti, rispettivamente > dell'RNA e del DNA.
In solu�ione acquosa, .gli alclotetrnsi e tutti gli altri monosaccaridi �on 5 o più
atomi <li C assumono una forma ciclica, in seguito alla rea�ione intramolecolare tra
il gruppo aldeidico o chetonico e un gruppo ossidrilico lungo la catena che porta alla
formazione di emiacetali o emichetali ciclici, rispettivamente. Gli anelli a 6 ato­
mi sono chiamati piranosi, in quanto ricordano il pirano, glì anelli a 5 atomi sono
detti furanosi, perché ricordano il furano. Le strutture cicliche co,qì formatesi posso­
no adottare conformw.i01ù diverse, ucl e.�empio l'anello piranosico può assumere due
conformazioni a sedia, di cui la più stabile è quella in cui i sostituenti più volumium;i
hanno disposizione equatoriale (parallela all'anello). Le molecole cicliche così prodot-

226
@ Artquiz CHIMICA

te contengono un altro atomo asimmetrico, chiamato C anomerico, che determina


la formaiione cli altre due forme stereoisomeriche, dette anomeri a e {3, caratterizzate
da una diversa rotazione ottica. Gli auomeri a e /3 si interconvertono liberamente in
soluzione acquosa. Così, i due anomeri con anelli a 6 atomi del D-glucosio, definiti a­
é {3-D-glucopiranosi, ragghmgono in soluzione acquosa una miscela di equilibrio, in
cui l'anomero f3 è il 63,6% e l'anomero a il 36,4%, mentre la forma lineare è presente
in quantità minima (Fig. 13.lc). Questo processo si chiama mutarotazione.
Aldosi e chetosi possono andare incontro a reazioni di ossidazione e riduzione.
L'ossid�ione blanda del gruppo aldeidico a carbossilic<;> genera gli acidi aldonici,
come l'acido glucouico dal glucosio. Il gruppo chetoriico nelle stesse condizioni non
si ossida. L'ossidazione specifica del gruppo alcolico primario da origine agli acidi
uronici, come l'acido glncuronico. Altri derivati importanti dei monosaccaridi sono
i dcossizuccheri, in cui un gruppo ossidrilico .OH è sostituito da un H, come nel {3-D-
2-deossìribosio componente del DNA, e gli aminozuccheri, in cui uno o più OH sono
sostituiti da un gruppo amminico, che sovente è acetilato, come nella a-D-glucosamina
(2-amino-2-cleossi-a:-D-glucopiranosio) componente di molti eteropolisaccaridi.

CHO CI-IO

HO-C-H H-C-OH

CI-1201-l CII-iOI-1
L-GI,Y D-Gl,Y
A)
Cl-IO CHO CHO CI-1201-1
I I I

n
H OH HO I-I H OH o
HO 1-1 HO H HO 1-1 HO H
I·I OH I-I OH HO I-I H OH
H OH H OH H OH H OH
CI-1201-1 CII-iOII CH2 0H CH20H
GLU MAN GAL FRU
B)
-:Y o
o
H
I
H OH

{]
� HO H �HO
� H OH � HO
H OH
I
CH20H
a-D-Glu C) fi-D-Gln

Figura 13.1: a) i due stereoisomeri della glicemldeide (GLY}; b} i monosacca­


ridi della serie D più abbondanti in natura glucosio (GLU), mannosio (MAN),
gala ttosio (GAL} e fruttosio (FRU}; c) gli anomeri a e /3 del D-glucosio; c) la

o
reazione tra il 01 e il 05 della strutturo lineare del glucosio che porta alle due
strutture cicliche a- e {3-anomeriche.

227
Capitolo 13 Le biomolecole @ Artqutz �

13.2.2 Disaccaridi
I disaccaridi sono costituiti da due monosaccaridi uniti da un legame 0-glicosidico,
che si forma per reazione di un gruppo emiacetalico di un monosaccaride con un
gruppo ossidrilico dell'altro con liberazione di una molecola di H20. I due atomi di
C uniti dal legame glicosidico sono indicati tra parentesi con una freccia interposta
tra i due numeri. Quando il legame glicosidico è ottenuto per rea:tione tra due gruppi
emiacetalici lo :tucchero risultante non è più riducente, essendo scomparsi i due gruppi
aldeidici originari. I legami glicosidici sono facilmente idrolizzabili dagli acidi, mentre
sono resistenti all'a:tione delle basi. I disaccaridi pitt comuni sono:
• Saccarosio: rappresenta la principale forma di trasporto di carboidrati nelle pian­
te. È formato da gluco.<;io + fruttosio legati attraverso i rispettivi C anomerici (Cr
nel glucosio e C2 nel f ruttosio) e quindi non è riducente. Il suo nome sistematico è
0-o-D-glucopiranosil-(1�2)-{3-D-f ruttofuranoside.
• Lattosio: è presente solo nel latte dove la sua concentrazione varia a seconda della
specie. È formato da galattosio+ glucosio, in cui il C 1 dell'attomero /3 del galattosio
è legato al C4 del glucosio, per cui è uno �ucchero riducente, conservando inalterato
il C 1 anomerico del glucosio. Il suo nome sistcmtttico è 0-,8-D-galattopiranosil­
(1 �4)-/3-D-glucopiranosio. Il lattosio è l'unico carboidrato con legami {3-glicosidici
che è digeribile dall'uomo, gra:tie all'aiione dell'ell?;ima specifico lattasi. Il gene che
codifica per questo em�ima viene in genere spento alla· fine del periodo di latt�ione
(non per tutti gli individui).
• Maltosìo: è il disaccaride generalmente prodotto dalla i;cissione dell'amido ad
opera delle amilasi. fs formato da glucosio + glucosio, in cui il C 1 dcll'anomero a
del gluco8io è legato al C., dell'altro monomero, tramite un legame 0-a-glicosidico.
Il suo nome sistematico è: O-o-D-glucopiranosil-(1�4)-/3-D-glucopiranosio.
• Cellobiosio: <leriva dalla scissione della cellulosa ed è formato· da due 1nonomc­
ri di glucosio, che, a differen.¼a del maltosio, sono uniti tramite un legame 0-{3-
glicosidico. Il suo nome sistematico è 0-t,-D-glucopiranosil-(1�4)-/3-D-glucopira­
nosio.

H OH OH H 'OH OH
li H OH
Saccarosio Lattosio

o
o
H OH II H OH H OH
Maltosio Cellobiosio

Figura 13.2: I disaccaridi più comuni: ltac.ca.r·o1�io, lattosio, maltoBio e cellobio­


sio.

228
© Artquiz CHIMICA

13.2.3 Polisaccaridi
I polisaccaridi o glicani svolgono fumr,ioni molto diversificate e, a differenza delle

Iò., :·
proteine, non hanno una massa molecolare definita. Per la loro sintesi non esiste
infatti uno stampo e il processo è controllato solo dagli enzimi che catalizzano la
polimerizzazione dei monosaccaridi.
\,u,!

· Gli omopolisaccnridi possono servire come riseYva di sostn.n7.e nutrienti. Esempi
sono:
1� • Il glicogeno: è il principale polisaccaride di riserva delle cellule animali ed è par­
ticolarmente abbondante nel fegato e nel muscolo. È un polimero compatto co­
stituito da catene lineari di unità cli glucosio legate da legami {al�4) con punti
di ramificazione ogni 8-14 residui che iniziano con legami {al�6). La presenza
di molte ramificazione favorisce la sua rapida degradazione per Pntilizzo energetico
delle unità di glucosio da, parte delPeuzima glicogeno fosforilasi, che scinde il legami
.
(al�4) e dell 1enzima clernmificaute, che scinde i legami (al->6) (Biologia,§ 4.2.3).

• L'amido: la maggior parte delle cellule vegetali è in grado di formare amido, ma


l'amido è particolarmente abbondante nei tuberi (patata) e nei semi (grano). È
fot'mato da duo tipi di polimeri cli glucosio, Pamilosio e l'amilopectina. L'n.milosio
è costituito cla lunghe catene 11011 ramificate di unità cli glucosio legate <la legami
(a1�4) con ma.<;.<:;c molecolari che possono variare da poche miglia.in. a, oll;re il milione
di Da {10:i kDa). L'amilopectina ha mm massa molecolare molto più elevata (fino
a 105 kDa) cd è ramificato: lungo le catene lineari i legami s�mo {a1�4), con punti
di ramificazione (oJ�6), che sono meno frequenti rispetto al glicogeno.
Altri omopolisaccaridi sono elementi strutturali, come:
• La cellulosa: è la componente strutturale primaria presente nelle pareti cellulari
delle piante. È nn polimero lineare formato da circa 15.000 residui di D-glucosio
uniti da legami .8(1�4) glicosidici, la cui massa molecolare è di circa 2,700 kDa.
Forma fibre costituite da circa 40 catene parallele tenute insieme da legami a H,
caratteriz�atc da una straordinaria resistenza e in�olnbili in acqua. I vertebrati,
compreso l'uomo, non contengono nel tratto digestivo enzimi in grado di degradare
la cellulosa, noti come cellulasi. Gli erbivori sono in grado di utiliz¼are la cellulosa
come nutriente grazie all'azione della ccllulasi prodotta da batteri che vivono in
simbiosi.

• La chitina: è il principale componente strutturnlc clell 1esoi;cheletro degli inverte­


brati, come i crostacei, insetti e ragni, cd è altresì presente nelle pareti di funghi
e alghe. È per abbondanza il secondo biopolimero, dopo la cellulosa, presente in
natura. È simile alla cellulosa, ma formato da monomeri <li N-acetiglucosammina
uniti da legami .8(1�4) glicosidici.
Tra gli eteropolisaccaridi, si distinguono i glicosaminoglicani. Questi sono una
famiglia di polimeri lineari costituiti da una ripetizione di unità disaccaridichc, in cui
i due monosaccaridi sono zuccheri modificati. Formano, assieme a proteine fibrose
come collageno, elastina (ccc.), la matrice extracellulare che tiene unite le cellule di
� un tessuto. Un esempio è l'acido ialuronico, formato da circa 50.000 coppie di acido
D-glucuronico e N-acetilglucosammina.
Oligo- e poli-saccaridi di varia complessità possono cs.<;ere uniti covalcntemente a
proteine di membrana a formare le glicoproteine. Queste sono presenti sulla super-

229
-�

Capitolo 13 Le biomolecole
i::à

@ Artquiz

ficie cellulare, dove forma.no siti di riconoscimento molto specifici per altre proteine,
in alcuni organelli endocellulari, come il Golgi e i granuli cli secreiione, e nel sangue.
Gli oligosaccaridi possono legarsi anche a lipidi di membrana formando i glicolipidi,
che agiscono da siti di riconoscimento per glicoproteine.

13.3 Le proteine: costituzione chimica

Le proteine costituiscono il maggior componente biologico delle cellule. La compo­


si:i.:ione proteica di una cellula (il proteoma) rappresenta in qualche modo anche il
fenotipo della cellula. Le proteine hanno molte funzioni nelle cellule:
• strutturale, es. le proteine del citoscheletro come la tubulina e l'actina, il collagene
che costituh,ce la struttura della matrice extracellulare, ecc.
• enzimatica, tutte le proteine che aumentano la velocità delle rel.'1:1,ioni biologiche,
come la RNA polimerasi nella tra:scrizione, gli eniimi digestivi come la tripsina, la
pepsina, le lipasi, ecc.
• regolatrice, le proteine che attivano la tra8cri�ione dei geni, le proteine che ri-
conoscono il DNA danneggiato, le proteine che modificano altre proteine, come le
chinasi, le acetilasi, ecc. o
• motrice, le proteine che producono i movimenti cellulari, come le chinesine, le
dineine, la miosina, ecc.
• di trasporto, come l'emoglobina che trasporta l'ossigeno, l'albumina che tra.sporta
molti composti idrofobici nel sangue, i trasportatori di ioni sodio e potassio sulle
membrane, i trasportatori cli glucosio i:;1.Ille membrane, ccc.
• di recezione, come i recettori degli ormoni all'interno delle cellule, i recettori del­
l'insulina sulla superficie delle cellule, i recettori delle LDL, i recettori dell'adesione
cellulare, ecc.
• ormonale, gli ormoni, come i fattori di crescita, l'in.mlina e il glucagone, ecc.,
costituiscono i segnali regolatori del metabolismo;
• di accumulo, che costituiscono la riserva cli aminoacidi come l' ovalbumina nelle
uova, le proteine di riserva dei semi, ccc.
• anticorpale, gli anticorpi sono le proteine che riconoscono in maniera specifica
determinati antigeni e che avviano il processo cli distruzione degli stessii
• velenosa e tossica, le proteine che esercitano un effetto tossico nei confronti cli
organismi competitori come la ricina, il botulino, ecc. }
Le proteine sono chimicamente costituite da catene di a-aminoacidi, che sono
molecole che contengono sia il gruppo acido (gruppo carbossilico: -COOH) sia il
gruppo a.rninico (-NH2). I due gruppi sono legati a un atomo di carbonio tetraedrico
(ibridizzato sp3 ), come in Figura 13.3.
Le altre due valenze del carbonio sono saturate da un atomo di idrogeno e da
20 gruppi diversi, per cui si hanno venti aminoacidi naturali diversi. Solo nel caso
della glicina il quarto gruppo è uguale al terzo, è cioè un idrogeno. Negli altri casi il
a

quarto gruppo (chiamato catena laterale degli aminoacidi, R) è diverso dagli altri tre
per cui l'atomo di carbonio centrale può assumere due configurazioni spaziali divel'se

230
@ Artquiz CHIMICA

MONOMERI POLIMERI

7,
H O H O H H O H H O1 H H O1 H H O
1

I Il I Il I I Il ; I I Il : I I Il : I I Il
H2N-c-c- OH + li -N-C-C-OH H-N-c-c�N-C-CTN-C-CTN-C-C-OH
I I I I I I < I
R R R1 : R2 : Ra ! �
legame pcptidtco
A,ntuoacidi Polipeptide

Figura 13.3: La strutt1tra chimica di uno dei 1Jenti aminoacidi naturali, l 1a­
�anina. Gli altri aminoacidi differiscono per la natura chimica della catena
laterale. Il carbonio Q e ibridizzato sp 3 e, poiché i q1wttro gruppi a esso legati
sono tutti diversi (salvo che nella glicina, dove la catena laterale è un idroge­
no) è asimmetrico. Tutti gli aminoacidi naturali 1tsati per fare le proteine sono
nella fo1ma L. Notare che a pH fisiologici i due gruppi, l 1acido e il basioo, sono
ionizzati.

(stereoisomeri). Di queste due configuraiioni solo una (la forma cosiddetta L, in


contrapposizione alPa.ltrn forma D) è m,snnta dagli aminoacidi natnrali. La catena
laterale è costituita da 20 gruppi atomici diversi che vanno dal semplice idrogeno a
gruppi piÌI complessi (Fig. 13.4).

iO
I venti aminoacidi utili¼¼ati in natma sono chianmtì standard o normali, per di­
stinguerli dagli aminoacidi che vengono modificati quando già legati nella proteina
(un esempio è Pidrossiprolina presente nel collagene, che deriva dalla prolina) o da
par ticolari aminoacidi utilizzati da vari organismi (per esempio la seleuocisteina nei
mammiferi o la piri·olisina negli archehatteri).
I gruppi carbossilid e amminici legati al Ca possono ionizzarsi, per cui un ami­

bI
noacido può fungere sia da base che da acido, è cioè un co mposto anfotero. In tutti
gli aminoacidi in condizioi1i fisiologiche {pH 7,4) i gruppi a-carbossilici sono deproto­
nati, cioè nella forma di carbossilato, -Coo-, e quelli c.N1.mminici sono protonati a
-NH3 . +

Si definisce pi di nn composto il valore di pH in cui il composto ha una carica


elettrica netta nulla. Tale valore è di circa 6 per gli aminoacidi monoamminici e
monocarbossilici {Fig. 13.5)
La natura della catena laterale definisce il nome dcll 1 aminoacido. Le catene la­
terali possono essere polrui (contenenti cioè legami chimici polari) e quindi idrofile
(che interagiscono bene con l 1acqna) oppure apolari (contenenti legami chimici con
bassa polru·ità) e quindi idrofobe {che cercano di tenersi lontano dalPacqua). 'lì-a i
gruppi idrofili sono compresi i anche i gruppi acidi e basici, che in soluzione acquosa
fisiologica assumono una carica negativa {gli acidi) o positiva {i ba,c;ici).
Tutti gli aminoacidi derivano da intermedi del metabolismo dei carboidrati. Le vie
di sintesi di alcuni aminoacidi sono relativamente semplici, mentre altre sono piutto­
sto complesse. La maggioranza dei batteri e delle piante può sintetizzare tutti e 20 gli
aminoacidi standard. I mammiferi invece sono in grado di produrre solo la metà degli
aminoacidi, quelli che richiedono le vie piì1 �emplici e che sono definiti aminoacidi
non essenziali, per indicare il fatto che non è necessario siano presenti nella dieta.
Gli altri, gli aminoacidi essenziali, devono essere recuperati dal cibo. NelPuomo
gli aminoacidi essenziali sono 8 nclPadulto (leu, ile, val, ly8, met, phe, thr, trp ) e 10
nel bambino (in aggiunta arg e hh;).

b 231
Capitolo 13 Le biomolecole @ Artquiz

AMINOACIDI IDROFOBICI

coo- coo- coo- coo- coo- coo-


I I I I I I
+
H 3 N-C-H +
H 3 N-C-H +
H 3 N-C-H ·1-1-1:JN-C-H +H 3 N-C-H +
H 3 N-C-H
I I I I I . I

6
CH3 /e� H-C-CH 3 CH2 Clh CH2
I I I
H 3C CH 3 CH2 /e� CH2
I 11:JC CH
I
CH3 3 s
I
CH3
Alm1ina Vnlina lsolencb1n Leuciua Met ionina Fcnilnlauina
(Alno A) (Vnl o V) (Ile o I) (Len o L) (Met o M) (Pite o F)
coo- coo-
+
I I
IhN-C-H +HaN-C-H
I I

B
CH2 Cl-12
I
H

OH

Tirosina. '1\-ipLufonu
(Tyi- o Y) ('lì'p o W)

AMINOACIDI IDROFILICI

Aminoacidi basici Aminoacidi acidi Aminoacidi polari


coo- coo- coo- con gruppi R non carichi
I I I coo- coo- coo-
+I·bN-C-I-I +H:iN-C-I-I +II3 N-C-H I I I
I I I +H:iN-C-H +H:,N-C-H +
HaN-C-H
CI-I:2 CH:2 CI-I, I I I
I I I CI-I, CH, H-C-OH
I I I
Il
CH, CII:z C-NH
I I coo- OH CI-b
CH,
I
Clh
I
;n Aspnrtato Serina Treonino.
C- N+ (Aspo D) (Scr o S) (Thr o T)
CI-I, NH I-I H
I + I coo- coo- coo-
NH :i C=NI-IÌ
I . I I I

q
Nih -1-H:,N-C-H +
tt:i N-C-H +H3 N-C-H
Lisino. Arginino. Istidinn
I I I
CI-1 1 CH1 CI-I,
{Lys o K) (Argo R) (I-Iis o H) I I I
Cl·h CI-12
I I
coo- H2{'
AMINOACIDI SPECIALI /�

I
lhN: O

oo- Gluta1nmato Asparagina Glnt�mminn


/u (Giu o F:) (As n o N) (Gin o Q)
+
I-I3 N-C-II +
I-bN-C-H /c,
I I +u,N CI-I,
CH, H I I
I IhC--CH2
SH
Cisteina Giicinn Prolinn
(Cys o C) (Gly o G) (Pro o P)

Figura 13.4; I venti aminoacidi naturali divisi per le loro proprietà.

232
© Artqniz CHIMICA

pk, pk2
� ---------------NH3+
HOOC---------------N H:i + � -OOC � - oo� NH2
� carica 11eU1t
l/
r;,_;_ +l o -1

,-14 Figura 13.5: Le forme ioniche e zwitterioniche di un aminoacid o m onoamino


·;,!¾
e monocarbossilico.

·--
·!
Gli aminoaoidi si legano tra loro mediante il legame peptidico che si forma per
reazione tra il gruppo carbossìlico di un aminoacido e il gruppo aminico di un altro
aminoacido {Fig. 13.6). Una catena di aminoacidi legati nel modo descritto dà luogo
a un polipeptide.

MONOMEru POLIMERI
HO H O H H Q>H H 0 1 H H" 0 1 H HO
I Il I Il I I Il: I I Il: I I Il : I I Il
HN
2 -C-C- OH + H-N-C-C-OH H-N-c-c�N-C-CTN-C-CTN-C-C-OH
I I Il' I , I < I
R R R, : R2 : R3 : llt
lci;num peptidico
Pollpcpticlc

D
A 111i11oncidi

Figura 13.6: La reazione tra il gruppo ca1·bossilico di un aminoacido e il gruppo

o
aminico di un altro aminoacido prod1tce 1m legame peptidico, che è il legarne
che tiene uniti gli amin oacidi in un polipeptide.

Tutte le proteine (che sono sostan�e naturali presenti negli essere viventi, batteri,
piante, animali, virns) sono fatte da polipeptidi, mentre non è vero il contro.rio, nel
senso che un polipeptide può essere preparato in laboratorio senza essere presente in
nessun organismo vivente. 'I\1tti i polipeptidi cominciano con un gruppo aminoter­
minale carico positivamente (-NI-13 +) e terminano con un gruppo carbossilato carico

o
negativamente ( -coo-). Le catene laterali R ionizzabili determinano il comporta­
mento acido-base del polipeptide o della proteina, che è espresso dal valore del pl
globale.
Proteine con pl inferiore a 7, sono prot.eine acide e sono caricate negativamente
a pH fisiologico. Proteine con pl superiore a 7, sono basiche e sono caricate posi­
tivamente a pH fisiologico (come gli istoni che devono interagire con il DNA nella
cromatina). Grazie alla carica che ogni proteina possiede a valori definiti di pH e che
dipende dalla composizione in aminoacidi, le proteine possono essere separate per via
elettroforetica, sfruttando in tal modo la loro diversa mobilità in un gel sotto campo
elettrico, che dipende sia dalla carica che dalla. dimensione media.
Si definisce oligopeptide una breve catena di aminoacidi, polipeptide una lunga
catena di aminoacidi. Una proteina può essere formata da un 1unica catena polipepti­
dica (nn esempio è la mioglobina), e allora la proteina viene definita monomerica, o
da più catene, che possono essere identiche o diverse tra loro, a formare un complesso
proteico. Se almeno due catene sono identiche, la proteina viene definita oligomerica
{un esempio è Pemoglobina, che nelPadulto è formata da due catene di tipo a e due
catene di tipo /1).
Molte proteine contengono soltanto aminoacidi e vengono definite proteine sempli-

o 233
Capitolo 13 Le biomolecole © Artquiz

ci. AlLre proteine contengono, oltre agli aminoncidi ! altri grnppi chimici o ioni metal­
lici, definiti cofattori, che sono necessari per la funzione biologica di tali proteine. I
gruppi chimici vengono definiti coenzimi, se si associano in via transitoria all'enzima,
come il uicotiuamide adeuin diuncleotide NAD + nelle deidrogenasi o gruppi proste­
tici se associati in modo permanente, mediante legami covalenti, come il gruppo eme
contenuto in mioglobiua ed emoglobina.

13.3.1 I vari livelli di struttura delle proteine


In una proteina si possono individuare vari livelli di struttura (Fig. 13.7).
Si chiama struttura primaria di una proteinn. la sequCit't.a degli aminoacidi che
la costituiscono (Fig. 13.7n.}. Tale sequenza è letta a partire dal gruppo aminotermi­
nale: infatti ogni ca.t<::nn. comincia con un gruppo amiuico e termina con un gruppo
carbossilico. La sequenza ha quindi 1111 verso che corrisponde anche all'ordine con cùi
naturalmente gli amiuoaddi sono monta.ti durante la sintesi proteica.
Poiché il legame peptidico contiene i gruppi >NH e >CO, il primo dei quali costi­
tuisce nn donatore di legame idrogeno e il secondo un accettore di legmne idrogeno, i
gruppi peptidici in una cnteuo. polipeptidica vos.•;orw sistemarsi m�llo spa¼io per for­
mare legami idrogeno tra loro. Le forme piìt comuni di queste strutture presenti nelle
proteine sono la cosiddetta o-elica destra (Fig. 13.7b} in cui il gruppo NH di 1111
aminoacido forma legame idrogeno con U gruppo CO del quarto aminoacido che lo
precede (o viccver�a il gruppo CO di nn aminoacido forma legame idrogeno con il
gruppo NH del quarto amit1oacido' che lo segue). questi legami idrogeno portnuo n.Ila
forma¼ioue di mm struttura elicoidale destra regolare.
Un'altrn. struttura regolare è quella del foglietto beta (Fig. 13.7b} nel quale i
legami idrogeno (sempre fatti tra gruppi NH e gruppi CO) è fatta tra catene pepti­
diche diverse quando le catene corrono in modo parallelo o quando corrono in modo
antiparallelo. La presenza di alfa eliche e di strutture beta in nua proteina costituisce
la struttura seco ndaria. La definizione della struttura secondaria delle proteine fu
in larga misura fatta da Linns Pauliug, per i cui studi ricevette il premio Nobel.
Ogni proteina lm. il suo contenuto tipico di struttura alfa-elicoidale e di struttura
beta. Se presenti, queste strutture sono connesse tra loro da tratti di sequenza non
ordinata: il modo con cui la catena polipeptidica si sistema nello spazio costituisce la
struttura terziaria (Fig. 13.Vc). Tale struttura corrisponde a quella carattcriz-iata
dnl minimo di energia libera (che si ottiene massimiziando le attrazioni e minimizzan­
do le repulsioni tra. i vari gruppi R idrofilici, idrofobici, carichi etc. e massimizznndo
l'interazione con il solvçnte) ed è quella che può ('A,;serc determinata sperimentalmente
sia attraverso la diffrazione dei raggi X del cristallo della proteina, oppure usando la
risonanza magnetica delln proteina in soluzione acquosa. Generalmente, g;ii aminoa­
cidi idrofobici tendono a raggruppé�rsi all'interno delle proteine, lontano -dall'acqua,
formando strutture molto compatte, mentre quelli idrofili tendono a rimanere sulla
superficie, dove formano un gran numero di legami idrogeno con l'acqua. I diversi
segmenti della catena possono essere mantenuti nella loro posizione ter¼iaria anche
da ponti disolfuro, sebbene questi siano abbastanza rari.
Tale struttura è responsabile della funzione della proteina in vivo, cd è denomina.:
ta struttura nativa, alla quale si contrappone la struttura disordinata, detta anche
denaturata. In altri termini struttura e funzione sono interdipendenti e questa è la
ragione per cui Lutte le muta�ioni che cambiano la natura degli aminoacidi e quindi la

234
© Artquiz CHIMICA

struUnra portano alla compromissione della funzione. Nella struttura terziaria posso­
no essere individuati anche domini, porzioni la cui struttura è indipendente da quella
di altri domini, nel senso che se gli altri domini fo�sero tolti il primo conserverebbe la
sua struttura {Fig. 13.7c).
·
Quando una proteina è costituita da due o piì1 catene polipeptidiche la relazione
spaziale tra queste catene costituisce la struttura quaternaria (Fig. 13.7d).

(a) Struttura primaria


-Ala - Glu - Val - Thr -Asp -Pro - Gly ·

(b) Slruttura secondaria


o elica
-.,.,,.,..,...

o
foglietto P. Dominio
J�

"'�&
'

Figura 13.7: I vari lfoelli di strnttura di una proteina.

La conformazione finale che una proteina assume in vivo è funzione solamen­


te della sua struttura primaria. Questa è la ragione per la quale le mutazioni dei

o
suoi amiuoacicli portano in genere a modificare la sua conformazione e quindi la sua
funzione biologica. La conformazione può essere cambiata anche per modificazioni
chimiche post-traduzionali {fosforila�ione, acetilazione, metilazione, ecc.), che av­
vengono cioè dopo la sua ,,;intesi. Queste modifiche avvengono spesso su segnalazione
che la cellula è capace di recepire mediante i suoi recettori esposti sulla membrana
( trasduzione del segnale). Altre modifiche conformazionali avvengono mediante l'in­
terazione con molecole piccole (ormoni, cofattori, ecc.).
Le proteine, come gli acidi nucleici, possono essere denaturate da mezzi fisici (calo­
re) o da mezzi chimici (pH, aggiunta di sostanze come l'urea, l'alcol, ecc.). In tal modo
perdono la struttura secondaria, terziaria ed eventualmente quaternaria e diventano
polipeptidi mobili strutturalmente (come gli spaghetti cotti).

13.4 Valori calorici di carboidrati, proteine e lipidi


Gli organismi, anche i pfo semplici, sono sistemi ordinati di molecole che svolgono fun­
zioni e necessitano di energia sotto forma di ATP. Inoltre le molecole che adempiono
le diverse funzioni (come ad esempio gli enzimi metabolici) vanno incontro a continuo
"turnover", cioè degradazione, in quanto danneggiate, e. biosintesi da precursori me­
tabolici, che a sua volta consuma energia. Per la maggior parte degli organismi esiste
poi. un periodo di "crescita", cioè di acquisizione di nuova massa vivente, che richie­
de biosintesi ed energia .addizionali. Vivere significa quindi assumere dall'ambiente
esterno le molecole che fungono da precursori biosintetici e da sorgenti di energia.
Queste molecole costituiscono i nutrienti e gli alimenti sono i materiali, introdotti
con la dieta, che forniscono i nutrienti. I nutrienti possono quindi ·essere distinti in

[J nutrienti plastici ed energetici, necmisari a sostenere, rispettivamente, i fabbisogni


biosintetici ed energetici.

235
Capitolo 13 Le biomolcçole @ Artquiz

Carboidrati (principalmente D-glucosio, ma nuche D-fruttosio e D-galattosio),


proteine (come fornitori di aminoacidi) e lipidi (come fornitori di acidi grassi e glice­
rolo) sono nutrienti energetici, in quanto ciascuno di questi nutrienti viene nelle cellule
ossidato ad acqua e anidride cn.rbouica fornendo energia immagazzinata sotto forma
di ATP. L'ossidazione intracellulare dei nutrienti energetici è un processo complesso,
che avviene attraverso nùmerose reazioni. È comunque possibile misurare il conte­
nuto energetico di questi nutrienti in chilocn.lorie (kcal) sottoponendoli a ossidazione
completa in una bomba caloriruetrica, cioè in un apparecchio che consente la misura
del calore prodotto dalla loro combustione mediante la determinazione delPaumento
di temperatura di una massa di acqua in cui la camera di combustione è immersa.
Si ricorda che 1 kcal è la quantità. di calore-energia necessaria ad innalzare da 14,5 a
15,5 °C 1 kg di acqua. A livello internazionale è raccomandato impiegare come unità
di misura delPenergia il chilojoule e 1 kcal = 4,186 kJ. I valori ottenuti mediante la
calorimetria diretta, cioè mediante la. bomba calorimetrica, sono:
• carboidrati (glucosio) 4,1 kculfg;
• proteine (aminoacidi) 5,4 kcal/g;

• lipidi (trigliceridi) 9,3 kcal/g.


I trigliceridi sa.turi producono una quantità di energia. leggermente superiore a
quella degli insaturi (a causa di un numero minor� di atomi di idrogeno nella mole­
cola degli insaturi e quindi ad un numero minore cli molecole d'acqua prodotte nella
loro combustione).
Tuttavia, nel ca.c;o delle proteine, la loro ossidazione alPinterno delle cellule por­
ta alla liberazione di NHa, che viene poi organicata uelPurna mediante un proces.<;o
richiedente euergfo.. Inoltre ln digestione degli alimenti nel sistema digerente implica
anch 1esso un dispendio energetico, per cui si considera che la produzione netta di
energia o equivalente energetico dei nutrienti è:
• 4 kcal/g per i carboidrati;
• 4 kcal/g per le proteinei
• 9 kcal/g per i lipidi.
Utilizzando questi valori è possibile calcolare il contenuto energetico di un alimen­
to, che è dato dalla somma elci contenuti energetici dei suoi nutrienti energetici.
È opportuno ricordare che carboidrati, lipidi e proteine, assieme ad altre composti
come le vitamine, l'acqua, i sali minerali etc., sono anche nutrienti plastici ..r
·,'1

236
[ PARTE V
BIOLOGIA

CElLULl -r-. ,e �Vi) _, 9R.6AN, -• APP(tf¼ti

Capitolo 1
Istologia, anatomia e fisiologia

d 1.1 Cellule, tessuti, organi e apparati


Vorganizzazione dì nn organismo può essere paragonata a quella di una società. In
tale parallelismo, i singoli individui che compongono le società sono le cellule; cel­
lule simili per fun7,ione e struttura si organi7,zano a formare dei tessuti (si pensi,
ad esempio, ai medici e agli infermieri cli nna specifica unità operativa); nn insieme
o di tessuti si organiz7,a a formare nn organo deputato ad nna specifica funzione (si
pensi ad uno specifico reparto costituito da più unità operative); un insieme di organi,
infine, coopera a svolgere nna determinata funzione organiz:mndosi in un apparato
{] (quindi diversi reparti costituiBcono Pospedale la cui funzione è quella di curare gli

o
stati morbosi dei pazienti).
Vacqua è il principale cm,titncnte cli nn organismo, nel corpo umano ( e quindi

o
nei suoi tessuti) il contenuto medio di acqua è tra il 60 e il 70%. Tutte le cellule, di
qualsiasi organismo e di qualsiasi tipo, contengono come elementi chimici prevalenti
il carbonio, Pidrogcno e Possigeno.
. In questò capitolo tratteremo dello studio dei tessuti (disciplina che prende il nome
di istologia) e degli apparati, soffermandoci sulla descrizione degli organi che li com­
pongono (disciplina nota come anatomia) per poi trattare del normale funzionamento
delPorganismo (disciplina nota come fisiologia).
I principali tessuti sono di quattro tipi: epiteliale, connettivo, mus colare e
nervoso. Di seg1dto elencheremo brevemente le principali caratteristiche di ciascuno
di questi.

\ 1.1.1 Tessuto epiteliale


Il tessuto epiteliale è composto quasi esclusivamente da cellule. In esso le cellule
aderiscono strettamente le une alle altre e si dispongono a formll.rc foglietti, tubuli o
cordoni solidi. Esso comprende gli epiteli di rivestimento e gli epiteli ghiandola­
ri. I primi rivestono tanto la superficie esterna deIPorganismo, quanto le cavità interne
degli organi. I secondi sono costituiti da cellule dotate della funzione secretoria, tanto

237
;: l·
@ Artquiz
• 'I'

• I
•,,j tl'
Capitolo 1 Istologia, anatomia e fisiologia
;.J i.
rl:i:'�
endocrina .(ovvero secernente sostanze che vengono immesse all'interno del torrente
.. ematico o iu liquidi presenti uell'iutersti�io fra le cellule) quanto esocrina (ovvero se­
l)
cernente sostanze che vengono immesse all'esterno del corpo o in cavità comunicanti
.! con l'esterno, ad esempio nello stomaco). Un aspetto caratteristico delle cellule epi­
.'
'' teliali è di essere polarizzate: la superficie apicale è diversa dalla superficie basale .

,li
I'

Per esempio le cellule dell'epitelio intestinale hanno sulla superficie i microvilli ( che
servono ad aumentare la superficie di sc�mbio con l'esterno). 'Iì'a le cellule epiteliali
li ci sono speciali connessioni come i desrnosorni.

!I
(
I SEMPLICE I
!I '!I
. [
:i
J1

I
i


Squamoso Cubico Cnindrlco Pseudostratificato
cilindrico

Squamoso Cheratlnizzato Cubico Cilindrico


non cheratintzzato
I TRANSIZIONE I
I
1
,;.I
i Transizione
I, (disteso)

Fignra 1.1: I diversi tipi di epiteli di rivestimento.

1.1. 2 Tessuto connettivo


Il tessuto connettivo ha la funzione di connessione funzionale e strutturale dei
tessuti, di riempimento degli �pazi tra un tessuto e l'altro e di sostegno. È composto
li · non solo da cellule, ma anche da abbondante matrice extracellulare (prodotta dalle
·,:l cellule e costituita da proteine come il collagene, glicoproteine e polisaç'caridi come
I
•L
l'acido ialuronico) che svolge diverse funzioni, fra cui quella di supporto meccanico,
donando resistenza alle forze ten8ili e compressive alPorganismo.
I principali tipi di cellule del tessuto connettivo sono i fibroblasti, i coudroblasti,
i' i macrofagi, i mastociti e gli aclipociti. Il tessuto connettivo (Fig. 1.2a) può essere
I
ulteriormente suddiviso in:
Jl • Connettivo propriamente detto (lasso, composto da poche fibre e molte
cellule e denso, composto cla molte fibre e poche cellule);
• Connettivo di so stegno, quali il tessuto cartilagineo e quello osseo;

238
@ Artquiz BIOLOGIA

• Connettivo a funzione trofica, come il sangue e la linfa.

Il collagene (o collageno) è la proteina più abbondante nei mammiferi ed è la


principale proteina del tessuto connettivo. Ha un peso molecolare di circa 300 kDa e
' forma una struttura molto lunga e sottile, di 14 x 3.000 A. La molecola di collagene è
formata da tre catene polipeptidiche avvolte in una struttura superelicoidale d�strorsa
stabilizzata da interazioni idrofobiche. Ogni catena contiene circa 1.000 residui e
presenta una strnttma secondaria unica, formata da un'elica sinistrorsa con tre residui
per giro {F'ig. 1.2b). II collagene è costituito per il 35% di glicina e per il 21 % di
prolina {in parte poi trnsformata in idrossiprolina). Molte molecole di collagene si
associano in modo sfalsato a formare le fibre di collagene, in cui le interazioni vengono
stabilizzate da legami covalenti crociati.

(a)

\�
\:

Nucleo ,l,
_/..f '.!:4'{f.)_�\.
::t�r.�--1:�'. i�, della cellula
•.li 1..- ,, '. ,.,,,, .
.,,

,.,_,· .:.., -,-,)j :,;t;ilì-..� Fibre di


't-�(\�{?){.{i
Tessuto connettivo fibroso
collagene
(forma lendini
e legemenli) Cellula
Fibra di IIWIJ:
collagene
Fibre
elasliche osseo

Figura 1.2: (a) I diversi tipi di tessuto connettivo; (b) il collagene.

239
Capitolo 1 Istologia, anatomia e fisiologia @ Artquiz

1. 1. 3 Tessuto muscolare
ll tessuto muscolare, che condivide la sua origine embriologica con quello connetti­
vo, è costituito da cellule dotate di attività contrattile. Esso può essere distinto in due �
principali tipi in base alle sue proprietà ottiche all'osservazione al microscopio, che
riflettono la diversa organizzazione degli elementi contrattili all'interno delle singole
cellule muscolari:
• Tessuto muscolare striato. È caratterizzato dall'alternanza di bande chiare e scure
che si alternano lungo l'asse maggiore della fibra. Esistono due tipi principali di
tessuto muscolare striato: il muscolo striato scheletrico (responsabile del movimento ·;
volontario) e il muscolo striato cardiaco (responsabile della contrattilità cardiaca).

q
L'unità contrattile del muscolo striato è il _sarcomero, costituito da due tipi di
filamenti, l'act ina e la miosina.
• Tessuto muscolare liscio. Le cellule sono prive. di striature, sono innervate dal
sistema nervoso autonomo (Biologia, § 1.10.1) ed è responsabile della contrazione
involontaria dei visceri.

Figura 1.3: A sinistra, il tessuto muscolare striato,· a destra, queUo liscio.

1. 1.4 Tessuto nervoso


Il tessuto nervoso è costituito da due tipi principali di cellule altamente differen­
ziate: i neuroni e la glia.
I neur oni sono cellule specializzate a generare, condurre e trasmettere l'impulso
net·voso. Quest'ultimo consta di una variazione rapidissima del potenziale di membra­
na (potenziale d'azione) che si genera spontaneamente o a seguito della stimolazione
della cellula nervosa. I neuroni sono costituiti da un corpo centrale o sgma, detto
pirenoforo, contenente il nucleo circondato da citoplasma. Il soma si •espande in
prolungamenti arborescenti, detti dendriti. I più lunghi fra i prolungamenti (di so­
lito unici) di ciascun neurone sono detti neuriti o assoni. La loro lunghezza può
assumere valori macroscopic;i (fino a un metro). I neuroni non prendono stretto con­
tatto gli uni con gli altri, se non in particolari zone specializzate dette sinapsi.
Le cellule della glia, invece, sono in stretto contatto con i neuroni e ne avvolgono
sia il pirenoforo che i prolungamenti.
Le cellule del tessuto nervoso hanno la caratteristica di non proliferare e di non
riprodursi ulteriormente (cellule post-mitotiche).

240
© Artq11iz BIOLOGIA

1.2 Apparato tegumentario

L'apparato tegumentario è costituito dalla cute e dagli annessi cutanei. Le funzio­


ni dell'apparato tegumentario sono quelle di dividere mediante una struttura resistente
l"ambiente interno dall'ambiente esterno, prevenendo danni di natura fisica, chimica
e meccanica, infezioni e disidratazione. Inoltre, l'apparato tegumentario ha un ruolo
importante nella termoregolazione.

1.2.1 Cute e annessi cutanei


La pelle o cute è l'organo del corpo umano di maggiore dimensione. Essa consta di
due componenti, una epiteliale ( epide1mide, è la parte superficiale) e una connettivale
( denna, è la parte più profonda).
L'epidermide è un foglietto epiteliale costituito da diversi strati di cellule appiat­
tite a formare 1111 epitelio pluristratificato. Le cellule che costituiscono questo epitelio
vengono chiamate cheratin ociti. · L'epidermide è soggetta a un continuo ricambio,
per cui si assiste ad un continuo flusso di proliferazione e maturazione cellulare passan­
do dagli strati più profondi a quelli piii superficiali. Lo strato basale, ovvero quello
piil profondo, dell'epidermide è costituit.o da una sottopopolazione cherutinocitaria
dotata di capacità proliferativa e responsqbile della sostituzione delle cellule morte
che desquamano dagli strati più superficiali (negli anfibi la pelle non è fatta a squame
mn. presenta uno strato corneo, che viene perso a brandelli). Lo strato basale pog­
gia su di una matrice extracellulare, detta membrana basale. Mano a mano che
le cellule si avvicinano alla superficie si riempiono di proteine del citoscheletro ( che­
ratine), si appiattiscono, muoiono e sfaldano dallo strato piit superficiale della cute
(strato corneo). In questo processo, perciò, le cellule si tro.sformano in lamelle cornee
desquamanti.
Nell'epidermide troviamo anche i melanociti, incaricati di prodmre melanina, re­
sponsabile della pigmentazione cutanea e dell'assorbimento di radiazioni ultraviolette
nocive, oltre a cellule del sistema immunitario.
Il derma è costituito da connettivo fibroso contenente due componenti della ma­

o
trice { collagene ed elastina) capaci di dare resistenza tensile cd elasticità alla cute.
Nel derma si trovano anche i vasi sanguigni che forniscono le sostanze metaboliche
all'epidermide, non altrimenti vascolarizzata e terminazioni nervose responsabili della

o
sensibilità tattile, dolorifica e termica.
L'ipoderma o connettivo sottocutaneo è lo strato che si trova sotto il derma ed è
costituito da connettivo lasso contenente adipociti (cellule specializ�ate ad accumulare
lipidi di riserva). Il suo spessore è variabile (massimo nel palmo della mano e nella
pianta dei piedi).
Oltre alla cute, l'apparato tegumentario consta di diversi annessi cutanei, in par­

o
ticolare, peli e capelli che sono deriv