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Da Umberto D.

a Giuseppe de Santis

Umberto D. – 1952 – segna per la coppia De Sica Zavattini il ritorno all’esplorazione del reale e del
quotidiano, a quella forma più prettamente neorealista da cui i due con MAM si erano allontanati.

Vicenda del pensionato Umberto D. – personaggio interpretato da un luminare della glottologia italiana, fu
un prof universitario ingaggiato proprio per questo film, il suo nome era Carlo Battisti. Si racconta la vicenda
di questo Umberto D. Ferrari che si ritrova a vivere con 18 mila lire al mese e quindi abbiamo a che fare con
un plot non particolarmente movimentato o caratterizzato da elementi drammaturgici di svolta o da una
struttura classica, è lo spaccato di una vita difficile e il film da questo punto di vista si regge tutto sulla
capacita di caricare con toni drammatici e tragici i gesti più quotidiani e tragici di quest’uomo che è un po’
un personaggio guida che ci conduce in uno spaccato sociale – ci troviamo a Roma e ci fa conoscere più
generalmente le condizioni di un’Italia che sta ricominciando a rialzarsi, questo fu il film che generò reazioni
violente e indignate da parte del governo – Andreotti prese posizione (era sottosegretario allo spettacolo) e
scrisse su un organo di stampa che si chiamava “Libertà” “Se è vero che il male si può combattere anche
mettendone a nudo glia aspetti più crudi, è pur vero che se nel mondo si sarà indotti erroneamente a
ritenere che Umberto D. è l’Italia della metà del XX secolo, De Sica avrà reso un pessimo servizio alla sua
patria, che è anche la patria di Don Bosco e Forlanini e di una progredita legislazione sociale.”

Insomma, di nuovo la questione dei panni sporchi – Perché dobbiamo mostrare il lato peggiore del
nostro paese quando abbiamo tante eccellenze?

Questo film negli Anni ’50 viene recepito dallo spettatore con maggiore difficoltà – spettatore già
proiettato verso orizzonti più radiosi, più ottimistici che sono quelli della ricostruzione e del boom
economico, quindi continuare a sentir parlare di vite grame e di persone che non ce la fanno ad arrivare
alla fine del mese, che chiedono l’elemosina e che addirittura sfiorano il suicidio è quasi un tabù.

Un altro importante nome è quello di Giuseppe de Santis, altro protagonista della stagione neorealista,
produce opera di grandissimo rilievo anche a livello internazionale. De Santis esordisce nel 1947 con
“Caccia tragica” opera in cui mette in luce quella sua capacità di realizzare delle visioni di insieme, corali che
caratterizzeranno anche il suo cinema successivo quindi il suo è anche un cinema dal punto di vista estetico
caratterizzato da movimenti di macchina molto ampi e ariosi, una tensione verso una narrazione sempre
epicizzante – tema interessante: si dice spesso ed è un dato di fatto che il cinema italiano manchi di una
dimensione epica a differenza del cinema americano di cui basti pensare ad alcuni generi come il Western
in cui la dimensione epica è decisamente connaturata a quel tipo di produzione filmica ed anche alla cultura
ed all’identità americana – il cinema italiano manca di un’epica perché è proprio l’Italia a mancare di una
percezione identitaria forte come quella che caratterizza la pur giovane America – gli americani sono riusciti
comunque a creare intorno a loro un immaginario solido e ben codificato.

De Santis è un regista vicino da un lato ad un modello americano, ma anche da un lato ad un modello


sovietico laddove c’è una sensibilità verso un’idea grandiosa del cinema e dell’immaginario che questo può
produrre. De Santis è considerato il maggiore regista corale dell’epoca per corale si intende un regista che
sa sfruttare molto bene la dimensione collettiva – Con Umberto D. abbiamo parlato di opere che si
concentrano soprattutto sul dramma del singolo individuato magari in un contesto più ampio legato
comunque alla storia del Paese (come Paisà), sono film che raccontano vicende di singoli – de Santis è
molto attento al quadro d’insieme, traccia una “via italiana” che possa conciliare la lezione del cinema
sovietico con quella della cultura americana.

Il secondo film di De Santis, “Riso Amaro”, 1949, segna il massimo successo sul piano nazionale ed
internazionale di de Santis, - perfetta sintesi tra i vari modelli cinematografici, da un lato c’è il modello
epicizzante americano e dall’altro c’è il modello sovietico che pure è stato in grado attraverso
un’ideologia diversa di dare vita ad un immaginario altrettanto forte dove la dimensione collettiva era
ugualmente importante. L’altro elemento interessante di riso amaro è che riesce a tenere insieme i codici
del foto-romanzo o del cine-romanzo quindi i codici di una certa cultura popolare con anche delle istanze di
natura intellettuale e anche ideologica – cultura alta e cultura bassa che si mescolano in riso amaro e più in
generale nel cinema di De Santis nella ricerca di un pubblico più ampio, di massa, con il quale stabilirà una
comunicazione proprio attraverso un linguaggio che fosse più comprensibile ad un pubblico popolare.

Lezione di Antonio Gramsci, il quale pensava di unire la cultura alta e la cultura bassa , gli intellettuali e il
popolo, per fare in modo che questi due ambiti storicamente slegati potessero invece stabilire una
comunicazione.