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Dopo la ripresa abbastanza incerta di “The Man with a Horn”, il

ritorno sulle scene di Miles Davis fu rimarcato anche da una


scrittura nel 1981 al Festival di New York, che venne preceduta da
alcuni spettacoli preparatori al Kix di Boston, registrati dalla
Columbia. In realtà l’album, intitolato “We Want Miles” uscì
come doppio l’anno seguente, ma si può dire che risultò come la
conferma più certa del fatto che Davis potesse essere ancora in
grado di rinverdire i fasti del passato. Il materiale registrato
proveniva in buona parte dai concerti di Boston, ma c’era anche
un brano, “Back Seat Betty”, tratto dal concerto di New York e poi
ben due versioni di “Jean Pierre” che invece erano state
registrate a Tokyo. La formazione annoverava Bill Evans al sax,
Mike Stern alla chitarra, Marcus Miller e Tom Barney ai bassi
elettrici, Al Foster alla batteria e Mino Cinelu alle percussioni.
Indubbiamente siamo davanti al miglior disco inciso da questa
formazione, che sorprese anche gli appassionati, perché Miles
scelse di suonare anche una lunga versione di “My Man’s Gone
Now”, una ripresa del progetto su “Porgie and Bess” realizzato
nel ’59 con Gil Evans che in qualche modo sembrava contraddire
la sua più volte conclamata volontà di non confrontarsi più con il
repertorio del passato. Questa lunga versione è ben sostenuta da
una bella figura scandita da Miller al basso, mentre Davis è autore
di un assolo molto interessante.
Subito dopo questa registrazione, però, la salute cominciò a
vacillare e, fra i tanti acciacchi, nel 1982 un ictus gli paralizzò per
un certo tempo la mano destra e fu solo grazie all’assistenza
garantitagli da Cicely Tyson che riuscì, sia pure lentamente, a
riprendersi. Sta di fatto che, una volta tornato sulle scene,
apparve come il pubblico non lo aveva mai visto: più disponibile,
sorridente e persino pronto a salutare quelle stesse platee alle
quali negli anni precedenti dava irrispettosamente le spalle. A
questo periodo risale l’album “Star People” che, realizzato
sempre con la costante collaborazione di Macero, Davis volle
fosse presentato come un disco di blues. Fondamentale si rivelò
peraltro il contributo di Gil Evans che si prestò a scrivere gli
arrangiamenti dei brani. Il pezzo che dà il titolo all’album è
probabilmente quello che meglio riassume la volontà del
trombettista, ma è anche l’ultimo in cui il ruolo della chitarra
viene affidato a Stern che di lì a poco sarebbe stato prima
affiancato, poi del tutto sostituito da John Scofield, che si sarebbe
rivelato molto più prezioso e funzionale alla musica del leader.
Scofield tra l’altro aveva una più approfondita conoscenza del
rock e del blues, che combinava alla perfezione, senza escludere
un linguaggio jazzistico che per molti versi poteva richiamare il
tipo di ricerca armonica cara a McCoy Tyner.
Con Scofield e con un gruppo rinnovato – nel frattempo al basso
non c’era più Miller, ma Darryl Jones – nel 1984 Davis si accostò
alla registrazione di “Decoy”, che tra l’altro fu il primo album
realizzato senza l’intervento di Macero. Si trattava in realtà di un
disco molto incisivo, ma privo di una precisa linea progettuale e
costruito invece assemblando del materiale inciso in occasioni
diverse, talora utilizzando addirittura brevi frammenti, come
dimostra un brano come “Robot 415”, dalla durata addirittura
inferiore al minuto. Da sottolineare che in questo disco il ruolo
del sax è affidato a Brandford Marsalis, destinato a rimanere
brevemente al fianco di Davis. Come se non bastasse, fu proprio
l’ingresso di suo fratello Wynton nella scuderia della Columbia a
determinare l’allontanamento di Davis dalla casa discografica,
“rea” a suo giudizio di dedicare maggiori attenzioni al più giovane
collega che, peraltro, si era macchiato di un delitto di lesa
maestà: aveva pubblicamente affermato che, dopo gli Anni ’60, la
musica di Davis non era più jazz.
Una svolta più netta, nel sound, ma anche nel repertorio, arrivò
dunque nel 1985 con la registrazione di “You’re Under Arrest”,
che segnò un ulteriore avvicinamento al mondo del pop, tramite
l’inserimento di due canzoni, “Time After Time” di Cindy Lauper e
“Human Nature”, tratto invece dall’album “Thriller” di Michael
Jackson. Si tratta di registrazioni dalla durata compatibile con una
eventuale riproduzione in radio, ma come sanno bene quanti ne
hanno seguito i concerti di quegli anni, dal vivo venivano
sottoposti a un ben più ampio sviluppo, che vedeva Davis tornare
a quel lavoro di profonda, lirica introspezione già svolto in
passato con ballads quali “My Funny Valentine” o “Stella by
Starlight”. Fra gli altri brani in scaletta, anche una sarcastica
rievocazione di un arresto subìto anni prima per droga con la
voce dello stesso Miles nel ruolo di un poliziotto (“One Phone Call
/ Street Scenes) e persino una specie di reggae (Mrs. Morrisine).
Gli album successivi sono a modo loro abbastanza diversi: del
1985 è ancora “Aura”, una lunga suite scritta in suo onore dal
compositore e trombettista danese Palle Mikkelborg e a suo
modo molto valida, sebbene l’album non abbia avuto una grande
risonanza. In molti hanno comunque costruito un ideale parallelo
con le registrazioni a suo tempo effettuate con Evans. Ma
l’aspetto più pregnante è quello che, dopo trent’anni, riguarda
l’abbandono della Columbia in favore della Warner. Il primo
approccio con questa etichetta portò alla registrazione di un
materiale che Davis intendeva raccogliere sotto il titolo di
“Rubberband”, ma i nastri piacquero poco all’etichetta, che
preferì accantonare il progetto – nel quale Davis voleva
coinvolgere anche il suo amico Prince – per puntare su altro. Il
discografico Tommy LiPuma decise piuttosto di affidare a Marcus
Miller il compito di realizzare una serie di tappeti sonori, con dei
temi sui quali successivamente sovraincidere gli interventi di
Davis. Nacque così Tutu, che si può definire il primo album di
Davis realizzato senza una band, anche se poi, fortunatamente, lo
stesso repertorio venne ripreso dal vivo nei concerti, finendo per
suonare molto meno asettico rispetto all’album. Sulla stessa
falsariga venne quindi realizzato anche “Siesta”, un disco nato
come colonna sonora cinematogafica i cui brani vennero
interamente scritti da Miller, riducendo al minimo l’intervento di
Davis. Nel frattempo, il gruppo aveva subìto ulteriori
cambiamenti: al sax era arrivato Kenny Garrett e alla chitarra
Foley McReary. E’ peraltro interessante ascoltare il lavoro
radicalmente più approfondito che su questi brani veniva svolto
in tournée: esistono dei live in questo senso molto significativi.
Con questi nuovi partner, nel 1988 Davis entrò in sala di
registrazione per realizzare Amandla. Nel frattempo Gil Evans era
morto e la notizia aveva colpito Davis profondamente. Nell’album
si ascoltano tra gli altri interventi di George Duke e del chitarrista
Jean Paul Bourelly. E’ in ogni caso il disco che segna anche la fine
del rapporto con Miller.
Ci avviciniamo così alla fine con due colonne sonore realizzate nel
1990 per altrettanti film minori: “Dingo”, su musiche di Michel
Legrand e “The Hot Spot” di Dennis Hopper, al quale però Davis
prese parte limitandosi a sovraincidere alcuni interventi in una
colonna sonora che ospitava tra gli altri Taj Mahal e John Lee
Hooker.
Decisamente più pensato sarebbe dovuto essere “Doo Bop”, un
album nel quale Davis intendeva dare una personale lettura dei
nuovi linguaggi delle musiche nere, dal rap all’hip hop. In
particolare Davis era rimasto colpito da un giovane cantante, Easy
Moo Bee, col quale cominciò a lavorare incidendo del materiale,
ma la sua salute andava aggravandosi molto velocemente e
quando morì, il 28 settembre del 1991, era stata registrata
musica per appena 30 minuti. Il materiale sui brani di Prince, col
quale sembrava fosse finalmente arrivato il momento di
realizzare qualcosa di concreto – i due avevano già inciso un
brano qualche anno prima, ma a nome di Prince – non era stato
nemmeno ultimato, cosicché per completare il disco si decise di
recuperare le registrazioni della Rubberband, come ad esempio
“High Speed Chase” nel quale Moo Bee intervenne
successivamente. L’album uscì postumo vincendo comunque il
Grammy per la migliore esecuzione R&B.
Prima di questo, esiste in ogni caso la registrazione live di
Montreux favorita da Quincy Jones, nella quale Davis avrebbe
dovuto rileggere tutti gli storici arrangiamenti di Evans degli Anni
’50. A convincerlo ad accettare, dopo mille perplessità, fu
un’offerta economica molto generosa da parte del festival
svizzero, ma com’è noto, il ruolo della tromba venne affidato a
Wallace Rooney, dal momento che Davis non era più in grado di
interpretare quelle partiture e si limitò a fare una serie di
“ricami”.