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La tempesta del desiderio fa incontrare due estranei, due contrari,

due mondi: da quel momento non sarà più possibile distinguere la


debolezza dalla bontà, la forza dalla durezza, la sofferenza dal
piacere. Perché ogni tipo di amore rende felici, anche quello infelice.
Tra egoismo e passione, totale devozione e orgogliosa infedeltà, le
sorprendenti riflessioni sull’amore di una creatura straordinaria che
segnò la storia del Novecento, della vergine impenetrabile e crudele
che fu amata da Nietzsche, Rilke e Freud.
BUR
rizzoli
DEVOTA E INFEDELE
SAGGI SULL’AMORE

Lou Andreas Salomé

prefazione di NADIA FUSINI


traduzione di CHICCA GALLI
Proprietà letteraria riservata
© 2009 RCS Libri S.p.A., Milano
Titoli originali dei saggi:
Gedanken über das Liebesproblem (1900)
Zum Typus Weib (1914)

ISBN 978-88-586-5356-2

Prima edizione digitale 2013 da edizione pillole BUR febbraio 2009

Copertina: progetto grafico Mucca Design

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Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.


È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.
NOVELLA DIOTIMA
Nadia Fusini

Esperta in amore, novella Diotima, come Eloisa donna tutta e


interamente filosofica, Lou Andreas, née von Salomé, porta inscritto
nel suo nome di nascita un destino. Due tra le più inquietanti figure
fin-de-siècle di femmes fatales, Lulu e Salomé, si saldano in quel
nome, che per l’uomo è il sigillo di una prova antica, primordiale, nel
suo incontro con la donna. Affascinante e crudele, infedele e devota,
Lou Andreas Salomé è una provocazione e uno scandalo. «Se degli
uomini si sono uccisi per me» afferma perentoria la Lulu di Wedekind
(che si vuole creata per lei, o contro di lei) «questo non diminuisce
affatto il mio valore». Al contrario, è il suo trionfo. A ogni conquista il
suo valore cresce; come ben intende Freud, quando nell’elogio
funebre della cara amica elencherà con precisione da inventario,
uno dopo l’altro, tutti gli uomini a cui Lou, nella veste di Salomé, fece
perdere la testa. Primo per importanza, Nietzsche. «Lou è un piccolo
genio» dirà il filosofo, tracciando il ritratto della giovane russa
appena arrivata in Europa. «È la figlia di un generale russo e ha
vent’anni; è acuta come un’aquila e coraggiosa come un leone»
scrive all’amico Peter Gast il 13 luglio 1882. Si noti: l’aquila e il leone
sono gli animali di Zarathustra! Nietzsche l’ha già assunta nella sua
immaginazione; o meglio, lei appare e Nietzsche si ingravida del suo
Zarathustra. È lui stesso a confessare: «Di tutte le conoscenze che
ho fatto, la più preziosa e la più feconda è stata per me quella della
signorina Salomé. Solo dal momento in cui la conobbi, io divenni
maturo per il mio Zarathustra».
Ma l’«ebrea russa», la «bestia bionda» non resta.Abbandona.
Tradisce. Procede a plasmare il suo «ideale con le sole sue forze».
In collera, Nietzsche le rimprovera l’egoismo feroce. Non che lui non
ami l’egoismo, ma solo quando è «sacro». Il suo (di Lou) è solo
avidità, «l’avidità del felino che vuole vivere e basta». A lui
quell’egoismo felino ripugna. Mentre piace a Freud, che chiamerà
Lou la sua «gatta narcisista».
Aveva creduto che fosse un angelo, povero Nietzsche; invece, è
un’«avventuriera». È fatta «per la prigione o il manicomio». È
«superficiale, immorale, senz’anima». Ma è anche «un essere di
prim’ordine per l’energia della volontà e l’originalità dello spirito e la
coerenza del carattere». Nietzsche soffre, è deluso, ma non è fatto
per l’inimicizia, per l’odio e riconosce: «È una creatura di talento».
Dopo Nietzsche, ci saranno altri uomini. Nello Sguardo all’indietro
che dedica alla sua propria vita in quella specie di autobiografia che
in italiano suona come Il mito di una donna, il capitolo dopo l’incontro
con Nietzsche, significativamente chiamato «Amicizie», si intitola «In
mezzo agli uomini». Parla degli anni che visse a Parigi, dove
incontrò Wedekind e un giovane medico, il dottor Savely, un
anarchico russo, secondo alcuni il suo primo amante. Perché la
«bestia bionda», la femme fatale, era ancora casta: la sposa intatta
del matrimonio bianco con il dottor Friedrich Carl Andreas. Secondo
altre leggende il suo primo amante fu un certo dottor Friederich
Pineles, chiamato Zemek dagli amici, che incontrò a Vienna, dove
Zemek per l’appunto nell’inverno 1895-96 seguiva le lezioni di Freud.
Fu allora che Lou sentì per la prima volta il nome del fondatore della
nuova scienza dell’anima?
Certo è che quando giunse a Freud, anni più tardi, era davvero
pronta. Pronta perché aveva già sentito parlare della psicoanalisi,
pronta perché aveva conosciuto il pensiero di Nietzsche, perché a
Vienna aveva incontrato Arthur Schnitzler e Richard Beer-Hofmann,
Felix Salten e Peter Altenberg e Hugo von Hofmannsthal; pronta
perché era giunta all’esperienza dell’amore e del sesso; pronta
perché nell’esperienza e nel pensiero si offriva a protagonista e
testimone sensibilissima di una speciale quête di nuove forme di vita
e di sapere.
Già alla fine degli anni Novanta l’oggetto della riflessione di Lou
Andreas Salomé muta: non più la religione è il suo tema, ma il sesso
– in quanto amore fisico, carnale; e in quanto differenza sessuale.
Avendo nell’incontro con Nietzsche contemplato la «morte di Dio»,
ora si avvia al mistero umano, troppo umano, dell’altro, quando
l’altro prende le fattezze di un amante terreno: mon prochain, mon
frère, mon ami.
Nel 1899 pubblica sulla «Neue Deutsche Rundschau» L’umano
come donna (Der Mensch als Weib), che anticipa di poco il saggio
più importante che comparirà l’anno successivo, sulla stessa rivista,
il primo raccolto in questo volume, Riflessioni sul problema
dell’amore (Gedanken über das Liebesproblem). Mentre su «Imago»
nel 1914 comparirà il secondo saggio che qui si presenta: Il tipo
donna (Zum Typus Weib).
Ne L’umano come donna Lou pone le basi diciamo così
scientifiche del suo ragionamento. Appoggiandosi a testi di
fisiopatologia, soprattutto al volume di un noto (al tempo) divulgatore
di teorie scientifiche, Wilhelm Bölsche, di cui l’anno prima aveva
recensito con passione Das Liebesleben in der Natur (L’amore della
vita nella natura), dove per l’appunto si spiegava la differenza
sessuale in termini di fisiologia cellulare, Lou trova assai facile
trasportare quegli stessi termini al regno superiore del simbolico.
Inizia così il saggio: «A costo di scandalizzare le partigiane di
qualsiasi movimento di emancipazione della donna e di tutto ciò che
va sotto questo nome, non si può fare a meno di constatare quanto
l’elemento femminile, già alle radici della vita, si presenti come il
meno sviluppato, il più indifferenziato, e proprio per questo adempia
al suo scopo precipuo». Con imperturbabile faccia tosta prosegue
raccontando la favola della «piccola cellula maschile», che piccola
com’è non vuole altro che «progredire insoddisfatta»; mentre l’ovulo
femminile «si inscrive in un cerchio chiuso che non oltrepassa». Il
femminile è dunque «pienezza sferica», «autosufficienza», mentre il
maschile è «irrequietezza e inquietudine incessante». È femminile
quella specie di «più antica ed elegante aristocrazia» di chi sta nel
proprio castello; è maschile il «nuovo ricco, padrone dell’avvenire e
sicuro di dominarlo. Questo andrà più lontano» riflette Lou; ma come
prezzo di tale conquista si vedrà «involare dinanzi gli ultimi ideali di
bellezza e perfezione…». Sono, aggiunge, «due modi di vivere, di
portare al più alto livello di sviluppo la vita, la quale senza la
divisione dei sessi avrebbe dovuto restare al suo livello più basso».
È inutile discutere quale dei due modi – se quello maschile, in cui le
energie si specializzano nella continua lotta per il proprio
superamento, oppure l’altro, femminile, in cui le energie rifluiscono
verso il proprio centro, limitandosi nei propri confini – abbia più
valore: è domanda insensata. Sono due modi e mondi che sono la
metà l’uno dell’altro.
È un saggio seminale, che cito per questa ragione: perché di qui si
dipartono idee e immagini che negli anni a venire Lou riprenderà,
affinerà. E che la pongono in una speciale posizione di avanguardia,
e insieme di anticipata reazione rispetto ai movimenti politici attivi nei
suoi anni in difesa delle donne.
Interessante è prima di tutto il tono di Lou. Se il saggio è nelle sue
prove più eleganti una forma che permette al pensiero di trovarsi
grazie a un andamento esplorativo, interrogativo, dubitante, il modo
di Lou è invece perentorio. Afferma, asserisce, dimostra. Scrive
come avesse una conoscenza privilegiata, una sicurezza che poggia
su chissà quali fondamenta. Viene alla mente, all’opposto, il tono
ironico con cui in quegli stessi anni un’altra donna, diversa da lei, ma
non di meno valore, cercava di definire la differenza sessuale: per
Virginia Woolf l’intera questione si poteva affrontare solo con un lieve
pizzico di umorismo, addirittura di canzonatura. E più che di natura e
biologia, si trattava di parlare di cultura, e scomodare concetti niente
affatto metafisici, assai banali, come le consuetudini, i costumi, le
pigrizie mentali, le comodità, i vantaggi… Per la medesima ragione,
Virginia Woolf poteva prendere parte al movimento di
emancipazione, e prenderne le parti.
A Lou la storia, questa storia non interessava. Eppure aveva
amiche tedesche, come Helen Stöker, Helene Lange, Anita
Augspurg, Gertrud Bäumer, o come la svedese Ellen Key, tutte attive
nel movimento emancipazionista. Nel suo saggio quelle donne
trovarono frasi che fecero loro rizzare i capelli sulla testa. Perché
Lou diceva chiaro e tondo che, certo, non si sarebbe opposta
all’educazione femminile, né voleva le donne schiave, ma a lei non
interessava affatto l’eguaglianza.
A lei interessava la questione della differenza sessuale, quando
rispondeva di qualità essenziali, carismi irrinunciabili che Lou
affidava alla donna, i quali doni facevano della donna una creatura
umana «oltre-l’-uomo». In una vera e propria sovversione dei valori,
l’inferiorità, le fragilità del «sesso debole» brillavano come qualità, e
svalutavano in anticipo le conquiste virili che tra poco Otto Weininger
avrebbe esaltato in Sesso e carattere. Non per niente Lou ha
conosciuto Nietzsche. Che in lei aveva identificato das Übermensch,
l’oltre-uomo.
Con altri paradossi, nello stesso saggio Lou descriveva la donna
come l’essere umano superiore, «più fisico», «più felice», «più
dipendente e più indipendente dell’uomo», «in un contatto più diretto
e più intimo con la natura», in una relazione più diretta con «la
realtà». È anche – a contraddire tutta una letteratura in proposito –
«il meno sensuale» dei due sessi. Perché se il soddisfacimento
sessuale dell’uomo è rozzo e momentaneo, la natura più
indifferenziata della donna, l’esigenza che lei prova di «una
interazione intima, intensa di tutte le pulsioni tra di loro» assicura
all’erotismo femminile «la sua profonda bellezza». Sono verità che
Lou espone con vigore. Parla di sé.
Un anno dopo riprende il tema nelle Riflessioni sul problema
dell’amore. E si concentra in particolare sul modo diverso in cui
amano un uomo, una donna. E di nuovo parte da sé, dal suo
egoismo. A cogliere questo tratto profondo della sua natura l’ha
spinta Nietzsche. Ma è un bene spinoziano, che l’ha sempre
persuasa. Non c’è amore senza egoismo, l’amore è amore di sé. E
insieme, non sarebbe che un ben mediocre egoismo quello di chi
bastasse a se stesso. L’essere umano non può che volere
instancabilmente superare in sé se stesso, per giungere alla totalità
della vita. L’impulso erotico obbedisce alla stessa spinta: nell’amore
due estraneità, due contrari, due mondi si incontrano e nella
tempesta del desiderio l’odio e l’amore si ribaltano l’uno nell’altro.
Sotto l’impulso della novità, dell’estraneità proviamo questa spinta,
che proprio per la sua natura istintiva ci infiamma, ci accende. Per lo
stesso motivo accade che le fiamme della passione si spengano. Ma
quel che conta non è quanto duri; conta che la passione si scateni,
perché nell’esperienza della passione amorosa l’uomo, la donna si
aprono a se stessi, e la mente e il corpo giungono a uno sposalizio
fecondo. Erotico è quel sentimento che proviamo di rinascere.
Erotico è che in amore sempre qualcosa si crei e qualcosa si
distrugga. E quel che viene distrutto contribuisca anch’esso alla
speciale gioia che dà una vitalità che erompe in più vita, ancora più
vita. L’erotismo è un mondo a sé, in cui le forme fisiche
dell’espressione umana e le forme psichiche e spirituali si
mescolano e si riconciliano. Se sappiamo tenere gli occhi aperti,
nell’incontro erotico assistiamo allo spettacolo nobilissimo e
antichissimo e primordiale della «nascita della categoria psichica dal
grande corpo materno della fisicità». E se è vero che la nostra vita
sessuale si è localizzata fisicamente in un punto preciso, come la
funzione digestiva nello stomaco, quella respiratora nei polmoni, la
funzione erotica però coinvolge non solo tutto il corpo, ma tutto
l’essere. Il corpo e lo spirito conoscono allora la felicità, l’intima gioia
dei giorni di festa. Di un amore così parla Rilke. Solo che in lui esso
espone all’aperto, al dolore. Per Lou lo stesso amore porta «a
casa», fa rientrare in noi stessi. Lou pensa da subito e per sempre
che l’amore è solitudine.
Non è ancora stata «a scuola da Freud», ma già ritiene che la
materia erotica è la materia della vita stessa, e amare e creare sono
la stessa cosa, e la creazione è amore, e l’amore creazione. Il tono
del saggio, dal respiro ancora filosofico, è leggermente cambiato, è
meno assertivo, più personale rispetto al precedente. E cambierà
ancora nel Tipo donna, il più bello dei saggi di Lou dal punto di vista
dello stile, che apparirà nel 1914. È una «passeggiata nel pensiero»
a cui ci invita, promettendo «lungo un cammino personale» di aprirci
gli occhi su un «più ampio orizzonte».
Scritto dopo l’incontro con Freud e l’esperienza d’amore con Rilke,
il saggio testimonia di una maturazione profonda di Lou, che è
finalmente diventata quello che è: una donna russa con inscritto nel
suo DNA di russa «l’inclinazione all’interiorità». Da sempre Lou ha
dimostrato quella inclinazione all’analisi della psiche, dell’anima,
della mente. Da sempre ad attrarla sono state le esperienze mentali,
spirituali. Da sempre ama l’esperienza, e la sente come la base, la
materia stessa del pensiero. La psicoanalisi è per lei in questo senso
una scienza amica. Ha sempre creduto che l’eros sia il fondamento
di ogni sentire; quella che Freud chiama «libido» l’ha trascinata a
tutte le esperienze di pensiero che nella sua tumultuosa vita si è
concessa. Quello che ha vissuto come un costante bisogno di
«idealizzazione» ora le si presenta come l’impulso alla
«sublimazione», e lo ritrova non tanto come un principio morale, ma
come una tendenza naturale verso la ricerca del significato. Che è
qualcosa che si aggiunge alla realtà. Perfino con Rilke, con il quale
l’amore si è fatto esperienza carnale, non è grazie al solo sesso che
è giunta all’estasi. Lei ama «da donna», cercando nell’altro che
incontra il tramite per il congiungimento più vasto – con la vita tutta.
È la vita che ama, nel bene e nel male sempre vivere è il bene:
eccitazione, piacere, godimento. Il male stesso è un bene. Anche
quando si soffre, in amore si gode. È proprio dell’erotismo cancellare
i confini, si va oltre il piacere. Ogni amore rende felice, persino quello
infelice.
È in questo passaggio l’aggancio profondo di Lou con la
psicoanalisi: perché se il valore della sofferenza è il grande tema
della sapienza antica, quella specie di scienza che Freud sta
approntando per il nuovo secolo della sofferenza fa conoscenza.
Pathei mathos dicevano gli antichi, e lo ripete Freud. È dal sintomo
che si impara ogni cosa.
Lou diventa, ripeto, quello che è ed è sempre stata, una levatrice.
Far da levatrice perché l’anima si sgravi del dolore del sintomo
benefico le piace. La fa felice.
«Competente in felicità» si dichiara nel saggio del 1914. Dove
torna a ripetere i pensieri dell’Umano come donna. E torna ai
paradossi di un femminile che viene rigettato all’indietro su se stesso
nel processo della propria maturità; di un femminile che proprio
grazie alla conversione del sessuale su di sé si permette l’acrobazia
di separare la sessualità e la pulsione dell’io in quanto le associa; sì
che il femminile è diviso in se stesso, dove il maschile è
univocamente aggressivo, ma unitario, dove per l’uomo
l’aggressività disinibita si scinde in direzioni opposte… Di parodosso
in paradosso arriva così a celebrare un tipo donna a cui riesce la
capriola finale di vivere «il più vitale come il più sublimato»; di
«erigere l’ideale proprio là dove si abbandona»; di assaporare «nella
propria sensualità la propria santità»… E così via. Il saggio è qui,
perché leggiate.
E una volta letto, si constaterà come, ancora una volta, in tutta
libertà Lou s’aprì alla nuova scienza. Andò «a scuola da Freud» del
tutto a modo suo. Freud le piaceva. E lei piacque a lui. Erano cinque
gli anni di differenza nell’età tra di loro, quando i due si incontrarono:
lei era una donna bella e matura, che nell’aspetto, nel modo di
incedere, nella presenza portava come fosse un’aura la sua storia di
amante e di amata, di musa, di femme fatale. Lui un eroe più o meno
maledetto, al culmine della sua fama, l’araldo di una nuova scienza
dell’umano, a cui come s’è detto Lou era più che pronta.
Ascoltò le lezioni di Freud nell’inverno 1912-13 a Vienna sul tema:
«Alcuni capitoli della teoria psicoanalitica». Prese parte ai dibattiti
serali del mercoledì del gruppo degli analisti viennesi. Poi, del tutto a
modo suo, sparì. Se ne ritornò a casa sua. Rimase in contatto
epistolare col maestro. Scrisse articoli per la rivista «Imago» che il
maestro apprezzò. È una delle poche donne che Freud cita con
rispetto. È una delle poche donne di cui si fida. È contento che vi sia
amicizia tra lei e la preziosa figlia Anna. Quanto a lei, Lou sta quieta
a casa sua, non si schiera, non si batte in caso di eresie, né difende
una ortodossia. Non adotta una stretta terminologia psicoanalitica.
Gode del suo discorso sapiente intriso di termini filosofici e di felici
metafore e immagini poetiche. Pare in quanto analista accedere a
una incarnazione ancora più intima del proprio essere donna; è più
donna, in quanto è psicoanalista – quasi che quella vocazione, che
la trasporta al transfert più duraturo della sua vita, l’amore della
psicoanalisi, fosse la realizzazione compiuta della sua femminilità.
Dopo la guerra e una analisi didattica a Königsberg, cui la istradò
Freud, si concentrò nell’attività di psicoterapeuta. Per decenni i
malati salirono su per la collina di Rohn, che portava alla piccola villa
in mezzo al frutteto, dal nome quanto mai wagneriano di «Loufried».
Continuò lì fino alla fine della sua esistenza a provare a conoscere
l’amore, la sofferenza, la vita. Convinta che la malattia è «il granello
di sabbia intorno a cui l’ostrica fabbrica la perla».
CRONOLOGIA DELLA VITA
E DELLE OPERE

1861 Louise Salomé nasce a Pietroburgo, unica femmina dopo


cinque figli maschi di un generale di origine francese al servizio dei
Romanov.

1880 Lou e sua madre si trasferiscono a Zurigo, per permettere alla


giovane di continuare i suoi studi presso una delle poche università
che ammettono le donne tra gli studenti. Fra le altre ragioni del
trasferimento: le condizioni di salute di Lou, che soffre di tubercolosi,
e le chiacchiere a Pietroburgo sul suo comportamento ribelle e i suoi
interessi intellettuali.

1881-84 Lou e la madre viaggiano in Italia, dove a Roma Lou


conosce il filosofo Paul Rée e il non ancora famoso Friedrich
Nietzsche. Con entrambi – dopo il ritorno della madre in Russia –
instaura una convivenza a tre, sulla cui natura non molto è dato
sapere, ma che probabilmente fu una sorta di comune intellettuale,
filosofica, fallita poi per l’innamoramento dei due uomini per la
giovane.

1884 Nietzsche, dopo ripetute richieste di matrimonio rifiutate,


interrompe bruscamente il rapporto con Lou, la quale continua a
vivere con Rée a Berlino e poi a Vienna. In seguito a questo periodo
Nietzsche scrisse la prima parte di Così parlò Zarathustra, a suo
stesso dire sotto l’influenza del rapporto e del sentimento per la
Salomé.
1886 A Vienna Lou sposa in «matrimonio bianco» il professore di
lingue orientali Friedrich Carl Andreas, di venticinque anni più
vecchio di lei. Rée non riuscì mai a superare l’abbandono e morì
tragicamente in un fiume nel 1901. Il matrimonio tra la Salomé e
Andreas rimase valido sino alla fine della loro vita, nonostante i
lunghi viaggi e le numerose esperienze sentimentali di Lou, la quale
proprio in questo periodo conosce il sesso, pare con il fisico
viennese Friederich Pineles.

1894 Lou Andreas Salomé pubblica Nietzsche. Una biografia


intellettuale. È molto attiva come scrittrice di saggi, narrativa, opere
teatrali, recensioni, articoli su riviste, e vive tra Berlino, Monaco,
Parigi e Vienna.

1897 Lou incontra il giovane poeta Rainer Maria Rilke, di quattordici


anni più giovane di lei, con il quale instaura un’intensa relazione,
chiusa nel 1901 per l’eccessiva dipendenza di Rilke da questo
rapporto. I due continueranno negli anni successivi un ricco e
illuminante carteggio.

1902 Lou riprende la relazione con Pineles, del quale rimane incinta
ma abortisce, non si sa se spontamente o volontariamente. In
seguito dichiara di non voler mai diventare madre.

1911 Lou, cinquantenne, conosce Sigmund Freud, di cui diviene


confidente, amica e forse anche amante (come lei stessa confidò a
Jung). Di sicuro gode di grande stima da parte del creatore della
psicoanalisi, che la guida nei suoi studi e nella pratica della nuova
disciplina, e con cui instaura una fitta corrispondenza.

1912-1936 La vita di Lou è tutta assorbita dalla psicoanalisi, di cui


diventa studiosa e terapeuta, con particolare interesse per la
sessualità, il desiderio, la felicità e il complesso edipico femminile.
Raccolse i suoi scritti nell’antologia La materia erotica. Nel 1931
pubblica Il mio ringraziamento a Freud.

1937 Lou Andreas Salomé muore a 76 anni nel sonno e viene


tumulata nella tomba del marito Andreas a Göttingen. Poco dopo la
Gestapo sequestra tutte le sue pubblicazioni e i suoi scritti.
RIFLESSIONI SUL PROBLEMA
DELL’AMORE
Nell’ambito delle relazioni affettive che legano l’uomo all’ambiente
circostante, agli altri esseri viventi e alle cose, tutto sembra rientrare
in due grandi gruppi: da una parte ciò che ci è affine, simpatico,
noto; dall’altra ciò che ci è sconosciuto, estraneo, ostile. Il nostro
naturale egoismo o si sente autorizzato a espandersi – ad
addentrarsi per un tratto nel sé di un altro, gioendo e soffrendo
insieme a lui, come se si trattasse del proprio sé – oppure, al
contrario, è spinto a ritirarsi in se stesso, a chiudersi assumendo un
atteggiamento di rifiuto, aggressione e minaccia nei confronti del
mondo esterno. L’esempio tipico di questo egoismo, nel senso
stretto del termine, è la forte volontà individuale, che ama solo se
stessa, obbedisce solo a se stessa e subordina tutto il resto ai propri
fini. La forma tipica dell’egoismo che supera se stesso, invece, il
cosiddetto altruismo, è la natura da buon samaritano con il suo
ideale di fratellanza universale, che riconosce e percepisce in
ciascuna persona, anche in quella a lui meno vicina, la grande unità
del tutto. Nel corso dello sviluppo dell’umanità entrambi questi tratti
del nostro carattere si accentuano costantemente e inesorabilmente,
e il modo in cui ogni epoca risolve di volta in volta il conflitto a cui
conducono le conferisce la sua impronta peculiare.Tale divergenza
non potrà mai trovare una conciliazione definitiva e, laddove uno dei
due opposti dovesse essere bruscamente elevato a unico
comandamento, ciò accade a ragione solo se l’altro necessita di una
correzione particolarmente brusca per via dei suoi eccessi. Ogni
persona vitale possiede entrambe le caratteristiche in misura
maggiore o minore, e sarebbe pericolosissimo abbandonarsi
completamente a una sola delle due. L’amore sconfinato verso i
propri simili dev’essere sostenuto da un robusto amor proprio per
poter attingere ciò che dà a un patrimonio individuale sicuro. Così
l’egoista che ha raggiunto il massimo grado di potere e di successo,
nella sua solitudine interiore, deve rinunciare a migliaia di possibili
occasioni di felicità e ricchezza che non si ottengono con lo
sfruttamento ma sono accessibili solo a chi è pronto ad accoglierle.
Nella vita reale sarà sempre difficile tracciare di caso in caso i
confini esatti tra debolezza e bontà, tra durezza e forza, e le
proposte e le opinioni su come gli esseri umani debbano
armonizzare in sé bontà e forza saranno sempre ben più numerose
dei granelli di sabbia in riva al mare. Intanto, dal punto di vista
psicologico, è estremamente interessante osservare come l’uomo
non possa fare a meno di nessuna delle due caratteristiche senza
mutilarsi e che esse, sebbene apparentemente di segno opposto, in
fondo possano interagire. È come se a entrambe fosse sotteso un
misterioso anelito originario, che esse si sforzano di esprimere nelle
loro opposte tendenze, senza riuscire a placarlo: l’anelito del singolo
individuo di giungere alla totalità della vita che lo circonda, di entrare
a farvi parte, di esserne colmato. L’egoista, che raccoglie e
assoggetta quanto più possibile per sé, così come l’altruista che
dona sempre tutto se stesso e non si tira mai indietro, balbettano in
fondo, ciascuno nella propria lingua, la medesima preghiera allo
stesso Dio, e in questa preghiera l’amor proprio e la totale
dimenticanza di sé si mescolano indistintamente: «Voglio avere
tutto» e «Voglio essere tutto» nel loro estremo significato esprimono
lo stesso struggente desiderio. Nessuno dei due raggiunge la meta
agognata, perché essa nasconde una contraddizione intrinseca: per
superare i confini del proprio essere l’egoista dovrebbe essere non
egoista, pur rimanendo se stesso, e il non egoista dovrebbe essere
egoista, rimanendo a sua volta se stesso. Quelle contro cui andiamo
a cozzare, su cui dipingiamo la nostra immagine del mondo, sono
sempre le pareti del nostro sé, sia che vogliamo allontanarle ancora
di più sia che accatastiamo al loro interno tutto ciò che possediamo.
Esiste tuttavia un terzo tipo di relazioni affettive accanto a quelle
che rientrano nei gruppi di ciò che ci piace e di ciò che ci è ostile:
quello dell’avidità, un genere di relazione che sembra avere radici là
dove le prime due si separano, proprio là dove l’uomo, a causa del
misterioso anelito originario che lo anima, incontra le impressioni del
mondo. In questo terzo tipo di impressione affettiva, le parti che
compongono le altre due non si sono ancora disgiunte, ma vi si
trovano mescolate in un modo bizzarro e contraddittorio. Tuttavia, la
novità che le caratterizza e la loro enorme efficacia e fertilità
consistono proprio in questo aspetto contraddittorio: sembra infatti
che l’uomo entri in se stesso e contemporaneamente superi i confini
del proprio io per giungere alla totalità della vita.
Le relazioni erotiche fanno parte di questi rapporti. Spesso si è
fatto notare, a buon diritto, che l’amore tra i sessi è l’eterna lotta,
l’eterna inimicizia, e anche se spesso di fronte al singolo caso si
esagera nel sottolineare questo aspetto, è però vero che nell’amore
s’incontrano due elementi estranei, due opposti, due mondi tra cui
non ci sono e non ci potranno mai essere quei ponti che ci uniscono
con ciò che ci è familiare, simile, noto tanto che avvicinarci a esso è
come arrivare a casa nostra e muoverci nel nostro ambiente. Non a
caso, in determinate circostanze, odio e amore si scoprono simili e
nella tempesta della passione tendono a capovolgersi, a mutarsi
l’uno nell’altro. Non a caso, in natura, anche la riproduzione sessuale
– la base da cui deriva gradualmente la sensazione erotica – nasce
dall’incontro di particelle di protoplasma quanto mai differenti, da cui
in seguito si sviluppa la diversità tra i sessi e si consolida la
differenziazione raggiunta. Non a caso l’intero mondo animale è
soggetto alla legge che minaccia di infertilità, degenerazione, declino
la riproduzione tra consanguinei e spinge istintivamente le creature a
evitare di accoppiarsi con la covata del proprio nido per rivolgersi ad
altri rappresentanti della loro specie. In amore è proprio la novità, la
presenza di un aspetto estraneo, qualcosa che magari abbiamo
immaginato ma non si è mai trasformato in realtà, a farci avvertire
l’impulso ad avvicinarci reciprocamente, impulso che è diverso da
ogni altro; la spinta non viene dalla cerchia nota, familiare con cui ci
siamo già fusi da tempo, che semplicemente ripete quello che
siamo. Questo è il motivo per cui si teme sempre la fine della
passione non appena due persone si conoscono troppo bene e
l’ultima attrazione della novità svanisce. Ed è per questo che gli
albori della passione, la luce incerta che illumina i suoi primi passi,
non possiedono solo un fascino indicibile ma infondono anche una
forza straordinariamente fertile e stimolante, che rimescola l’intero
essere, fa vibrare l’intera anima, una forza che in seguito non si
proverà più con tale intensità. Di certo, dal momento in cui l’oggetto
amato ci è solo noto e affine e familiare e non lo percepiamo
assolutamente più – in nessun punto – come un simbolo delle
possibilità e delle forze vitali a noi estranee, la passione autentica è
finita. Dopo che gli amanti si sono rivelati l’uno all’altro in modo tanto
pericoloso, può ancora seguire un lungo periodo di intima simpatia,
che tuttavia non ha nulla in comune, nei modi e nei toni, con il
sentimento precedente, e spesso, nonostante l’autentica amicizia
alla sua base, tale rapporto è costellato da inezie irritanti. Infatti, la
stessa cosa che un tempo ci affascinava nelle sue centinaia di lievi
sfumature adesso ha su di noi un effetto infastidente, invece di
lasciarci solo indifferenti, come succederebbe fin dall’inizio tra due
amici. È lo strascico spiacevole del fatto che ad attrarci eroticamente
non è stato ciò che ci è affine, che è simile a noi, ma il fatto che i
nostri nervi fremessero di fronte a un mondo estraneo, in cui non ci
saremmo potuti mai sentire a casa come nella nostra solita e
comoda vita quotidiana.
Di conseguenza, l’innamorato nel suo amore si comporta in modo
molto più simile all’egoista che all’altruista; è pieno di pretese,
esigente, guidato da violenti desideri personali e completamente
privo di quella grande benevolenza, di quella disponibilità con cui
noi, gioendo e soffrendo con i nostri simili, ci preoccupiamo di un
altro anche se non abbiamo alcun legame con lui. In amore,
l’egoismo non si amplia fino a comprendere la compassione e la
dolcezza, ma piuttosto si fa ancor più acuminato e violento, quasi
trasformandosi in una potente arma di conquista. Quest’arma
tuttavia non cerca, come accade quando sfruttiamo le persone e le
cose a fini puramente egoistici, di derubare l’oggetto in questione
delle sue caratteristiche proprie, di lederne la magnificenza e la
pienezza. Al contrario, lo conquista solo per affermare il suo valore a
tutto tondo, per ammirarlo, sopravvalutarlo, innalzarlo sul trono e
portarlo in palmo di mano. Così l’amore erotico contiene tutte le
esagerazioni dell’egoismo e della benevolenza, trasformati entrambi
in passioni e congiunti in un unico e identico sentimento, indifferenti
alla contraddizione. È come se nella nostra vita interiore si formasse
davvero una crepa sottile, attraverso la quale potessimo uscire da
noi stessi e immergerci, vacillando ebbri, nell’esuberanza della vita
fuori di noi, proprio mentre ci abbandoniamo all’egoismo più
sfrenato. Non siamo in grado di fraternizzare con l’essere amato con
quella bontà che nell’altro abbraccia e rispetta la sua umanità,
restando così sempre dentro i confini del nostro proprio essere; anzi,
ci distinguiamo quanto più è possibile nella nostra particolarità e nel
nostro essere altro da ciò che amiamo, acquistiamo la massima
consapevolezza di tale dualità e diversità, ma l’intensità di questa
concentrazione sulla sintesi e approfondimento del nostro io
peculiare è tale da farci, per così dire, traboccare addosso alla
persona amata. Da lei assediata e compressa, tutta la nostra
energia vi si scarica sopra, come una corrente liberatoria che ci
salva da noi stessi in modo produttivo. Chi ama si sente potente e
all’altezza del mondo intero, come se lo avesse conquistato grazie a
questa unione interiore di sé con qualcosa che lo attraeva e
rappresentava la quintessenza di tutte le belle possibilità ed
eterogeneità dell’universo. Questo sentimento è però solo il rovescio
psichico di quel processo fisico che, portato alle sue estreme
conseguenze, permette all’uomo di andare davvero oltre se stesso
proprio mentre mette l’accento su di sé e si afferma: nella passione
amorosa egli si congiunge a ciò che è diverso non per rinunciare a
sé, bensì per superarsi ancora e trasmettersi a un nuovo essere, suo
figlio.
La relazione erotica è dunque una forma a metà strada tra l’essere
singolo in quanto tale, l’egoista, e l’essere sociale, l’animale da
branco, l’animale-fratello. Nella forma primordiale profonda e oscura
dell’erotico queste inclinazioni contrarie scorrono ancora indistinte in
una corrente originaria. Ma da ciò non si può dedurre, come accade
talvolta, che la passione amorosa, condizionata com’è dall’elemento
fisico, sia in realtà una forma inferiore di relazione rispetto alla
crescente fraternizzazione tra persone di spirito affine e da ultimo di
tutti con tutti, tanto da rappresentare solo uno stadio preliminare
continuamente imprescindibile per accedere ai massimi gradi dello
sviluppo umano. In verità l’erotismo è un proprio mondo in sé, come
lo sono quello del sentimento sociale rivolto alla comunità o quello
egoista del singolo individuo; nell’ambito che gli è proprio, è presente
in tutti gli stadi, dai primordiali ai più complessi, e laddove, nelle
alterne vicende della vita reale, s’impiglia negli ambiti degli altri due,
non si trasfigura e purifica affatto, ma rinuncia semplicemente al suo
essere più intimo. In origine, certamente, i diversi mondi affettivi
degli esseri nascono, insieme alla loro stessa esistenza, dalla
circostanza che i sessi si attraggono eroticamente, ma quello che si
costruisce in seguito sulla base, data una volta per sempre, della
parentela di sangue che ne deriva, non ha nulla a che fare con tutto
ciò: l’impulso che spinge i sessi a cercarsi e ad amarsi rimane per
sua natura, in tutte le sue fasi, completamente diverso dalle altre
relazioni tra gli esseri.
Ma c’è una spiegazione del perché una caratteristica in sé così
contraddittoria, come quella delle sensazioni amorose, venga di
solito giudicata in modo tanto variabile; perché venga ora
disprezzata come egoista, ora sopravvalutata come altruista, a
seconda che prevalga l’espressione della necessità fisica o
l’esuberanza psichica. Infatti, la seconda contraddizione di cui
sembra consistere l’erotismo è che in esso le modalità espressive
fisiche e spirituali si mescolano dando luogo a opposti straordinari
che riescono tuttavia a convivere. Noi siamo abituati a distinguere le
necessità e gli impulsi fisici dai bisogni intellettuali, poiché se anche
sappiamo che in noi i processi spirituali sono allo stesso tempo
manifestazioni che accompagnano processi fisici, questi ultimi
tuttavia non si presentano con l’esigenza impellente di attirare su di
sé la nostra attenzione e farci diventare consapevoli della loro
presenza. Il sentimento erotico ci scuote a fondo da questa
distrazione, da questa indifferenza; ci riempie l’intera anima di
illusioni e idealizzazioni di natura psichica come nessun altro, e ci fa
scontrare brutalmente, in maniera inevitabile, su chi dispensa tale
eccitazione: il corpo. Non lo possiamo più ignorare, non possiamo
più distoglierne lo sguardo: ogni volta che apriamo gli occhi sulla
natura dell’erotismo assistiamo contemporaneamente a uno
spettacolo antichissimo, primordiale, al processo di nascita di ciò che
attiene alla più alta sfera psichica dal grande grembo materno della
fisicità, che tutto abbraccia e comprende. Ma dal momento che
siamo abituati a collegare concetti diversi agli aggettivi «corporeo» e
«spirituale», come accade per esempio con «egoista» e «altruista»,
cerchiamo involontariamente di comprendere il fenomeno amoroso
nel modo più univoco possibile per poterlo ricondurre a un concetto
uniforme. Da questo atteggiamento deriva lo straordinario dualismo
nell’interpretazione dell’erotico, la sua descrizione da due punti di
vista completamente antitetici che, portati alle estreme
conseguenze, danno luogo ad affermazioni apparentemente
inconciliabili, anche se entrambe sostenibili. Ha ragione infatti chi
esalta la straordinaria esuberanza di una passione, come quella che
legò Romeo e Giulietta, e, a suo modo, ne ha altrettanta chi la
critica, come fa un nervoso poeta contemporaneo,1 che non riesce a
trovarci altro se non «le spiacevoli complicazioni dell’amore
puberale»; è vera l’immagine della passione in tutti gli individui che
ne sono travolti e, rapiti dalle sue meraviglie, balbettano amore, e
sono vere anche la parole crude di quel cinico francese secondo cui
«l’amour n’est que le frottement de deux épidermes».
L’asprezza di questi contrasti viene poi favorita da una circostanza
particolare. La nostra vita sessuale ha trovato sì una sede ben
precisa all’interno del nostro corpo, separata dalle altre funzioni –
come, per esempio, la funzione digestiva è localizzata nello stomaco
e quella respiratoria nei polmoni – ma, diversamente da questi casi,
è attiva anche al di fuori del suo ambiente fisico specifico, perché
produce un tumulto interiore che coinvolge al massimo l’essere nella
sua totalità. Agisce in modo centrale e ramificato come altrimenti
agisce solo la vita cerebrale – questo germoglio molto più recente,
tardo e tenero dello sviluppo – nelle sue più profonde costrizioni
mentali, ma, di nuovo, a differenza anche di questo caso, mette in
primo piano in modo molto più brutale e particolare l’apparato fisico.
Così l’erotismo sembra partecipare con sovrana sicurezza sia ai
vantaggi di un’accresciuta differenziazione, che attribuisce a ogni
funzione un ambito sempre più separato e specifico, sia ai vantaggi
di una stimolazione delle forze ancor più indistinta e unitaria, come si
riscontra solo negli animali meno evoluti. Questa doppia azione
permette forse all’erotismo di affermarsi con tanto successo, perché
esso rappresenta la forza che in noi esseri viventi sorse per prima –
con la prima scintilla di energia nervosa, di attività psichica – in
seguito non solo accompagnandoci nel nostro crescente sviluppo,
ma facendoci rinascere continuamente da noi stessi fino alla fine del
mondo, come dal grembo originario dell’essere.
Già nella vita amorosa degli animali si nota spesso con umorismo
come il loro desiderio, quando sono in calore, si soddisfi da un lato in
modo grossolano e semplice, come qualsiasi necessità corporale,
mentre dall’altro ecciti il loro mondo sensoriale fino all’estasi
sentimentale, all’ipnosi più appassionata. Nelle relazioni erotiche tra
esseri umani non ci si ferma sempre al giudizio umoristico: o si ha
nei loro confronti un approccio tale che esse finiscono tra le cose di
cui ci si deve vergognare di parlare, come se si toccasse un
argomento volgare, oppure le si interpreta in maniera quasi tragica,
considerando le esuberanze erotiche come altrettante illusioni
menzognere e accecamenti misteriosi. Gli innamorati stessi possono
avvertire oscuramente il carattere apparentemente dualistico del
fenomeno amoroso. Questo è uno dei motivi principali della profonda
vergogna che le persone molto giovani e innocenti provano
istintivamente nei confronti dell’unione fisica. Tale vergogna
originaria, infatti, non è sempre e solo riconducibile alla loro
mancanza di esperienza o agli insegnamenti degli educatori, ma
sorge spontaneamente: nell’amore essi vedevano e percepivano
appunto tutto il loro sé, l’intero loro essere completamente rapito in
estasi, e il passaggio da questo coinvolgimento estatico totale allo
specifico attivarsi di un processo fisico parziale, su cui cade
l’accento di un’azione da compiere, li turba. È come se – per usare
un paradosso – all’improvviso si rendesse palese la presenza di una
terza persona, la cui partecipazione fino a quel momento non si era
manifestata in modo così autonomo: il corpo in quanto tale, il corpo
come una parte-persona a sé stante. E ciò può destare la
sensazione che prima in fondo essi fossero stati più vicini –
totalmente vicini, immediatamente vicini – nell’estasi beata della
comunione delle loro anime.
Questo carattere dualistico del processo amoroso, tuttavia, ha le
sue radici proprio nel fatto che il «corpo» e l’«anima», indifferenti a
ogni contraddizione, vi si esprimono entrambi senza riserve e ci
costringono ad accettarli nel loro effettivo rapporto di relazione in tutti
i moti dell’animo. Ciò che avviene qui, ovvero l’unione di due esseri
umani in virtù dell’attrazione erotica, infatti, non è la sola unione che
si produce in questo modo – e forse nemmeno quella originaria.
Anche nel singolo individuo tale attrazione permette di giungere a
una sorta di intreccio attivo tra le forze più produttive del corpo e le
massime elevazioni della psiche. Di solito la fisicità appare alla
coscienza come un mondo poco noto, e quindi ancor meno
controllabile, che dovrebbe avere la nostra stessa natura ma in
realtà, nella maggior parte dei casi, mal sopportiamo. E invece
all’improvviso entrambe percepiscono l’instaurarsi di una
connessione nervosa, tanto che tutti i loro desideri e le loro nostalgie
bruciano dello stesso grande fuoco. Come molti coniugi che litigano
spesso, ma sanno con certezza che la loro effettiva unità non morirà
mai, anche il corpo e lo spirito vivono, con una forza elementare
improvvisa, ore e giorni di felicità di coppia: sono giorni di festa e di
giubilo, allietati da suoni di timpani e trombe, e non c’è fine alla gioia
interiore che pulsa fin nelle più remote fibre nervose. Una simile
festa, un simile evento, è la vera manifestazione dell’ebbrezza
erotica, in cui l’amante sente corpo e anima uniti dentro di sé in un
abbraccio intimo e prova di conseguenza una guarigione, un
rinnovamento potente come dopo un divino bagno miracoloso.
Perciò si dice anche, non a torto, che ogni tipo di amore rende
felici, anche quello infelice. La correttezza di questa osservazione
deve essere compresa in maniera assolutamente fredda, senza
considerare l’altro, la persona amata, ma semplicemente come la
felicità dell’amare in sé, che nella sua gioiosa eccitazione accende
contemporaneamente centinaia di migliaia di candele che illuminano
anche l’angolo più remoto del nostro essere, irradiando la loro luce a
tutte le cose reali al di fuori. Per questo accade anche che persone
dotate di forza e profondità psichica conoscano tutti gli aspetti
essenziali dell’amore prima ancora di aver mai amato – come la
povera Emily Brontë, di cui parla Maeterlinck con eccessivo stupore
nel suo ultimo libro – e sono capaci di descrivere in anticipo l’intera
beatitudine dell’amore con suggestivo e fervido ardore.
Nell’esperienza amorosa reale, tramite il sentimento e il possesso di
un’altra persona, si aggiunge solo un particolare tipo di felicità, la
felicità derivante dal raddoppiamento – come avviene con i richiami
dell’eco – , lo stupore e la gioia per il fatto che le cose al di fuori
riecheggiano il nostro grido di giubilo. E noi ci ingegniamo sempre
più a inviare alle persone che amiamo tutte le tenerezze e i segreti
della nostra anima e a riceverli di rimando, tutte queste esuberanti
ricchezze, che sono sì illusioni e miraggi piacevoli in riferimento alla
pura persona dell’«altro», ma posseggono comunque una loro verità
in quanto espressione della commozione di cui riempiono il nostro
cuore e che non si stanca mai di adornarsi e risplendere. Noi
immaginiamo in modo erroneo di essere totalmente ricolmi dell’altro,
mentre di fatto lo siamo solo del nostro stato che, al contrario, ci
rende particolarmente incapaci, nella nostra ebbrezza, di occuparci
davvero della condizione di qualsiasi altra cosa. Fin dal momento in
cui sorge, la passione amorosa è impossibilitata ad accogliere in
modo oggettivo e autentico un’altra persona, a interessarsi a lei; è
molto più un interessarsi profondamente a noi stessi, è solitudine
moltiplicata per mille, ma tale che sembra ampliarsi fino a diventare
un mondo che comprende tutto, come se fosse circondata da mille
specchi sfavillanti. In questo mondo l’oggetto amato rappresenta
solo lo stimolo iniziale, così come in un agitato sogno notturno
ritroviamo un suono o un profumo che l’ha originato sfiorandoci nel
sonno.
Per questo ogni sorta di attività creativa dello spirito può essere
molto influenzata e talvolta incrementata, elettrizzata, dallo stato
erotico, perfino in ambiti lontani sia in pratica sia in astratto da tutto
ciò che è personale. Possono crescere tutte quelle attività che
traggono vantaggio dall’intensità derivante dall’unione delle nostre
diverse pulsioni per lo più disperse, che produce in noi ardore e
calore. Allora nella nostra mente balenano certe combinazioni,
prendono forma e colore certe immagini che in passato rimanevano
prive di vita, poiché il presupposto di ogni atto creativo non è la
condizione spirituale più lucida ed elevata, bensì la capacità di unirsi
di continuo, in un potente amplesso, con tutta la vita che sussurra e
parla dentro di noi, spinge e cerca, partendo da tale altezza e lucidità
dello spirito, fino a raggiungere le radici più oscure e segrete del
nostro essere. L’atto creativo consiste proprio in questo, è questo
che consente di estrapolare da se stessi qualcosa che, totalità viva
in sé, riesce a vivere di forza propria accanto al suo creatore: sua
opera e tuttavia indipendente da lui. È lo stesso processo che si
ripete in ambito fisico, quando la maturità del corpo spinge a
riprodursi.
Rivolta verso tale profondità della vita, la nostra mente, spesso nel
pieno dello stordimento erotico, rivela forze che prima non
possedeva a scapito di altre che vanno perdute. Tesa verso l’interno
di sé, a volte sembra assumere il volto di un veggente, le cui labbra
potrebbero annunciare più di quanto egli si sarebbe aspettato in uno
stato di normalità; tuttavia, secondo l’ordine normale in cui si
giudicano le cose e alla luce del giorno, e soprattutto nei confronti
dell’oggetto amato, a cui non sa assolutamente dare una
collocazione adatta nell’ambito del resto, la nostra mente assume
spesso il volto di un bambino sorridente e stupito. In realtà è proprio
in questo stato di stupore infantile che si trovano concentrate in un
fertile germoglio tutte le potenzialità della mente, senza che questa
le possa dispiegare in attività singole, separate. È simile a un
bambino e lo è diventata nella parificazione originaria di corpo e
spirito e nella percezione ingenua di entrambi, un bambino che
prende tutto per autentico, a cui tutto appare nuovo, che colmo di
fede e di fiducia sconfinate vorrebbe gridare tutta la sua gioia al
mondo incredibilmente bello e che non conosce modo migliore di
inchinarsi di fronte alla ragione più saggia della sua più bella
capriola. Per quanto possa sembrare strano, alcuni finissimi tratti di
carattere della persona che ama davvero, dal profondo del cuore, la
legano alla tanto rinomata infantilità delle nature creative.
L’innamorato tocca talvolta, in uno stato transitorio che ha origini
fisiche, giungendovi quindi per altre vie, quella profondità dove
queste creature eccezionali sono di casa; riesce, come quando
balbetta in sogno, a raccontare qualcosa delle meraviglie di laggiù,
ma – ahimè – quante cose utili e importanti ha dimenticato nel
frattempo! Quest’infantilità involontaria, a cui anche il pedante più
razionale e incallito può accedere attraverso il ringiovanimento
erotico, si differenzia nella maniera più rigorosa e incorruttibile da
ogni sorta di desiderio lascivo, brutale o raffinato che sia, perché in
questo l’eccitazione fisica rimane isolata, parziale e non si trasforma
nel caratteristico stato di ebbrezza che coinvolge l’intero essere.
Una traccia della consapevolezza di non essere oggetto di una
valutazione obiettiva da parte dell’altro, ma di rappresentare solo
una fiaba meravigliosa, si esprime nel comportamento degli
innamorati soprattutto nei primi tempi della loro relazione. È come se
ognuno di loro si comportasse involontariamente in modo da
soddisfare l’idealizzazione che ne fa l’altro, sforzandosi di darle
conferma. Sarebbe ingiusto scambiare tale comportamento per
ipocrisia o messinscena di pura vanità, poiché esso deriva molto più
spesso proprio dal sentimento amoroso. È come se quest’ultimo, nel
suo stato di stordimento e confusione, non potesse fare a meno di
creare, attraverso il suo stesso manifestarsi, un altro ambiente al
posto di quello reale delle altre cose, un livello diverso da quello
della vita di tutti i giorni.Tutto ciò che sembra porre l’oggetto amato in
un’atmosfera e in una luce speciali non è del tutto autentico, nel
senso normale delle cose, non vero, nel senso che si può toccare
con mano, ma risponde a un reverente desiderio di bellezza, in cui ci
si dà con più riserbo che mai, con maggior franchezza che mai, in
una mescolanza del tutto nuova del proprio essere. Certe cose
possono essere vissute nella loro essenza autentica solo in maniera,
per così dire, stilizzata, non realistica, forse perché la loro enorme
pienezza poetica si può accogliere solo con l’aiuto di una forma tanto
più contenuta. Il portale attraverso il quale l’amore entra in noi si
distingue per il particolare simbolismo che lo orna da ogni altra porta
d’ingresso, perfino da quelle che, nella nostra anima, sono aperte
all’amicizia più grande o alla stima più alta. E se una volta non la
trova, è molto facile che non ritrovi più la via d’accesso a noi. Perché
per l’amore, appunto, noi non siamo il mondo reale, ma solo lo
spazio e lo stimolo per il suo mondo di sogni onnipotenti e senza
limiti.
L’amore tra due persone durerà finché essi saranno in grado di
offrire l’uno all’altro questa possibilità. Il contatto reciproco,
indipendentemente dall’ambito in cui ha luogo, deve permettere loro
di concentrarsi in se stessi e scaricarsi in modo creativo,
analogamente a quanto avviene da un corpo all’altro nell’atto fisico.
Cosa agisce in loro non è spiegabile razionalmente, non si può
ricondurre a tratti comuni della sua natura comprensibili dall’esterno,
perché può dipendere da attrazioni molto più centrali, nascoste,
oscure, per essere percepite dalla coscienza. Così come due corpi,
nell’atto fisico, non si fondono affatto in maniera totale e completa,
ma piuttosto in un punto ben preciso, non importa che due
innamorati combacino perfettamente con tutta la superficie, ma solo
nel punto profondo dell’eccitazione, che dà slancio alla loro
creatività. Quindi, giustamente, non valutiamo più una relazione a cui
dobbiamo ciò in base alla forza o alla quantità di tutto quello che
abbiamo ancora effettivamente in comune con l’«altro», bensì in tutti
i veri amori ci fidiamo più del giudizio immediato e irresistibile dei
nostri nervi che non delle valutazioni più limpide della nostra
coscienza e di ciò che essa vede. È un comportamento che ha molte
similitudini con quanto avviene in ambito artistico, nel processo
creativo: ancora una volta ci imbattiamo nell’analogia fra amore e
atto creativo. Anche l’artista si sente in una sintonia profonda con
alcuni temi, che lo toccano in maniera tanto produttiva da spingerlo a
realizzare il suo genio, e da questi prende solo determinate parti,
solo determinati aspetti affini alla sua indole, ignorando la pienezza
degli altri tratti della loro natura. Se un particolare del paesaggio lo
stimola a creare un quadro o una poesia per amore di questo stesso
stimolo che lo tocca, tale paesaggio, mentre crea, diventa per lui
tutto: in quel momento, nella sua sopravvalutazione traboccante di
gratitudine, gli sembra che tutto ciò che l’ha mai commosso si
concentri in esso. Nella potenza dell’amore con cui lo avvolge,
l’estraneità di tutte le cose fuori di lui sembra condensarsi in
qualcosa di familiare, come se il mondo esterno gli venisse
misteriosamente incontro assumendo il suo aspetto o il suo essere si
dissolvesse in esso. Questo è in fondo il processo psichico. Come
noi abbiamo la sensazione di vivere il più intensamente possibile
quando perdiamo il nostro sé nell’abbandono fisico, così nella stessa
contraddizione profonda della vita, la sovranità della resistenza
dell’oggetto amato ci si palesa alla massima potenza quando –
proprio come fa l’artista di fronte a un paesaggio che non ha ancora
trasformato in poesia – nella nostra passione lo interpretiamo e lo
elaboriamo in modo del tutto soggettivo, sulla spinta del nostro
entusiasmo. In realtà, noi non ci dissolviamo in lui né prendiamo
tutto di lui per farlo nostro: prendiamo da lui solo quello di cui
abbiamo bisogno per dissolverci completamente in noi stessi.
Pertanto amare e creare hanno un’identica radice. Quando si
crea, l’opera nasce dall’amore potentissimo per l’oggetto che l’ha
stimolata, dal traboccante senso di gioia che ha destato: è un atto
d’amore nel senso più intrinseco del termine – e, ugualmente, ogni
amore è un atto creativo autonomo, una passione creativa, indotta
dalla persona amata ma non per amor suo, bensì per amor nostro.
Pertanto, anche l’erotismo, per sua natura, deve essere
assolutamente inteso – proprio come la creazione dello spirito –
come uno stato intermittente, che viene e si interrompe. La sua
intensità, o il grado di felicità che procura, non fornisce certezze sulla
durata del singolo rapporto. Può garantire una certa durata come
anche, in alcune circostanze, consumarlo ancor più rapidamente
proprio a causa della sua maggior violenza. Come tutti gli stati al di
fuori della media, tuttavia, il forte sentimento amoroso è incapace di
credere alla propria fine, di immaginarsi di morire e consumarsi, e
grazie a questa sicurezza nella propria esistenza, a questa sua
spensieratezza esso è più libero rispetto alle altre manifestazioni di
affetto e fedeltà non legate all’erotismo. Tutte queste violente
esplosioni del nostro sé, siano esse voluttà, dolore o passioni, non
hanno alcuna consapevolezza del tempo, perché la loro forza
supera tutto; proprio nella loro fugacità esse sono sempre come
avvolte e circondate da profonde eternità, e solo questo accento
quasi mistico, nel nostro mondo caratterizzato dal mutamento, rende
tanto radiosa la loro felicità, tanto tragico il loro dolore. Naturalmente
non possiamo trovare costantemente una disposizione d’animo così
intensa, né per amare né per creare, ma torniamo sempre a quella
condizione di piatta normalità in cui le cose parlano chiaramente a
una parte di noi, senza tuttavia mai riuscire, in nessun punto, a
travolgerci con quell’entusiasmo che scuote tutto il nostro essere.
Siamo pertanto capaci di singole prestazioni di per sé buone, ma in
quei campi in cui, per essere produttivo, il nostro essere deve essere
coinvolto nella sua totalità possiamo solo abusare delle nostre
capacità esteriori. Così fa l’artista che si dedica alla sua opera con
sentimenti contrastanti e talvolta continua a lavorare pur sentendosi
tormentato, perché comunque in qualunque momento egli dispone in
misura sufficiente delle sue mani e dei suoi occhi esperti, dei suoi
pensieri o dei suoi talenti formali. Così fa l’uomo concupiscente, che
fa funzionare il corpo come una macchina dell’amore, senza sentirsi
mosso a tale comportamento dal profondo del suo essere. Infatti,
quando questi due stati – l’amore e la creatività – si manifestano in
tutta la loro forza e ardore, alla loro base non c’è una speciale
disposizione dell’animo, un’esaltazione, una sovreccitazione
unilaterale, che in fondo sarebbe impossibile stare ad aspettare: si
tratta, al contrario, di un perfetto ambientarsi in noi stessi, un tornare
a casa nostra in una misteriosa armonia di tutte le forze, un riposarsi
e prender fiato dopo tutte le attività divise, separate e isolate della
vita. Per questo siamo in una condizione che ci esalta e ci rende
tanto felici. Per questo, nell’amore come nell’attività creativa, la
rinuncia è meglio di una cattiva realizzazione, appena soddisfacente.
È meglio accamparsi e attendere alla porta d’ingresso del nostro sé,
della nostra casa, e fare pazientemente quel che c’è da fare finché
tutto in noi è pronto per la festa e la porta si spalanca
spontaneamente, piuttosto che aprirla con violenza ed entrare
comportandoci come un intruso malvisto nel nostro intimo non
ancora pronto. È preferibile abbandonarci alla tranquilla certezza
che, in amore come nel creare, la condizione d’intermittenza della
felicità assoluta è naturale e che ogni passo che ci riavvicina alle
nostre ore di festa ci riconduce a essa. Le persone che si amano
non possono trovare un fondale più profondo per ancorare le loro
speranze del sentimento secondo cui tornare a casa e avvicinarsi
l’un l’altro sono la medesima cosa e che tutti ci troviamo abbastanza
spesso a vagare senza meta fuori da noi stessi. Questi intervalli
tuttavia sono abbastanza difficili da sopportare, soprattutto perché
non coincidono necessariamente per le due persone coinvolte in una
relazione. Anche per l’artista, tuttavia, che ha a che fare solo con se
stesso, essi significano la peggior disgrazia, l’inferno in vita, e
possono spingere uno spirito fortemente sensibile e d’umore molto
mutevole alla malinconia e alla noia esistenziale. Infatti, la differenza
tra i due stati d’animo, l’appagamento totale da un lato e l’apatia
dall’altro, non riguarda tanto il loro grado d’intensità, ma piuttosto
una differenza di essenza: i mondi della creazione artistica e
dell’amore sono la patria e il paradiso, quelli del comportamento
improduttivo e dell’amore spento, invece, sono un luogo ignoto e
abbandonato da Dio, in cui non ci sembra di scorgere nemmeno il
più piccolo sentiero per tornare a ciò che abbiamo perduto, proprio
come se questo fosse scomparso per sempre nel deserto del nulla,
come un sogno. È comprensibile perché la ragione e la volontà
consapevoli non bastino a richiamarlo indietro, perché esso non si
lasci evocare né raggiungere; per noi è più naturale disciplinare e
dominare le nostre singole capacità quando le esercitiamo
separatamente che controllarle nel loro misterioso e poliedrico
convergere, che dà vita a un’unica, intensa esperienza totale. Gli
impulsi della nostra volontà non arrivano là dove prende
silenziosamente forma la vita vera; questo sommo bene, questa vita
della vita, che sembra renderci attivi al massimo – anzi, che ci rende
davvero noi stessi – lo subiamo solo, lo riceviamo passivamente:
deve sopraffarci.
Il carattere intermittente di ogni passione amorosa, tuttavia,
porterebbe, come quello del creare, a crisi meno pericolose se non
si associasse sempre a un malinteso. L’artista che dipinge un prato è
convinto che per lui il valore del prato consista solo nel fatto che
questo fa di lui una persona creativa, ed egli non si chiede se sono
le vere caratteristiche del prato a giustificare la sua esaltazione
spontanea e grata, oppure se la sua valutazione del prato è corretta
o sbagliata e quanta erba esso produce in un anno. La persona
innamorata, invece, arriva facilmente ad attribuire un significato
oggettivo alla sua esaltazione dell’oggetto amato, travisando così il
suo vero valore nella sostanza. Cade quindi nell’errore di voler
vedere a ogni costo, in ogni tratto del carattere dell’altro, la conferma
del suo trasporto casuale, che nell’estasi erotica sale in lui come le
bollicine nell’acqua che bolle. L’altro, dal canto suo, si dimostra
paurosamente disponibile a credergli. La conseguenza è la nota
brusca caduta, alla primissima delusione, dalle nuvole
dell’esaltazione alla piatta realtà. La povera passione amorosa,
ancora ebbra di beatitudine, da principessa adorna di lustrini è
degradata a cenerentola e le viene concesso di restare solo se si
dimostra capace di svolgere le faccende abituali della vita ed è
disposta a farlo. Vita e amore si separano e si fanno poi tristi
concessioni reciproche per poter continuare a esistere: all’amore
viene accordato un periodo di luna di miele ed esso in cambio
acconsente a togliersi l’abito della festa al suo scadere e a ritirarsi
nell’angolo, indossando le vesti più dimesse della quotidianità. Ma
questa mesta fine, che la persona esperta è solita prevedere con
malinconica certezza per ogni innamorato, dipende dal fatto che
all’inizio si dà troppa importanza ai lustrini dell’amore e in seguito se
ne dà troppo poca al suo diritto a possedere un autentico abito della
festa e a svolgere un suo compito autentico. Non si deve dare troppa
importanza ai lustrini. Anche nel pieno dell’ebbrezza amorosa, infatti,
quando si davano nomi tanto dolci all’oggetto amato e sembrava di
non sognare nient’altro che lui, il loro luccichio non era, come l’estasi
della passione fa credere, il contenuto, il fine, il centro dello stato
erotico, ma solo il suo stimolo. In verità esso si collocava fin dal
principio all’estrema periferia dell’essere dell’innamorato,
condannato a un’azione indiretta. Un altro tipo di fusione tra due
esseri non può sussistere nell’erotismo, la cui benedizione più
grande è proprio di influenzare una più ampia e libera espressione
del nostro sé e concedere libertà d’azione alle nostre forze. Il
compito di ridurre il sé di una persona per amore di un’altra è invece
affidato a sentimenti completamente diversi, molto più impersonali,
dalle tinte meno forti, come la sintonia, la coscienza del dovere, la
stima.
Queste parole hanno indubbiamente un suono triste, come una
predica sull’isolamento più profondo per colui che ne vorrebbe uscire
proprio grazie all’amore. Ma è appunto questo che restituisce
all’amore il suo diritto sovrano, invece di derubarlo del suo splendore
dopo un breve periodo di ebbrezza e gettarlo nel mucchio insieme
alle cose della vita il cui valore dipende solo dalla loro utilità.
L’amore, infatti, anche se serve soltanto da stimolo indiretto, anche
se, per così dire, si serve della persona amata solo come accendino
e non come fuoco a cui scaldarsi, mantiene comunque questo
potere più limitato, finché vuole e fin dove può arrivare, in tutti gli
ambiti della vita. Può continuare a vivere all’infinito come fa
nell’unione fisica: come in essa l’uomo travolto dall’amore genera la
vita attraverso il contatto con l’altro, scarica su di lui la sua forza
creativa, così tutte le opere della vita, tutta la fertilità e la bellezza
interiori, sgorgano dal puro contatto con l’amore. Anche se rimane
per sempre solo lo «stimolo esterno», circondato dal proprio sé, è
comunque ciò che per l’altra persona significa tutto, cioè il suo punto
di congiungimento con la vita, il suo collegamento ininterrotto con il
«fuori» delle cose, altrimenti irraggiungibile. È il tramite attraverso il
quale la vita gli parla e diventa all’improvviso miracolosamente
eloquente come se avvincesse con argomenti seducenti, trovando
proprio le parole e gli accenti giusti per lui. Amare vuol dire
conoscere qualcuno di cui le cose devono prendere il colore quando
arrivano fino a noi, così da cessare di essere estranee e spaventose
o fredde e vuote, ma stendersi docili ai piedi della vita, simili alle
bestie feroci nei dintorni di un paradiso. In alcune delle più belle
poesie d’amore vive – nell’espressione del desiderio erotico per
l’amata – qualcosa di questa sensazione possente, come se l’amata
non fosse solo se stessa, bensì anche il mondo intero, l’intero
universo – come se fosse anche la fogliolina che trema sul ramo, il
raggio di luce che luccica sull’acqua –, maga che trasforma tutte le
cose e in tutte le cose si trasforma. Poiché in realtà l’immagine
dell’oggetto di questo amore esplode e si moltiplica in centomila
riproduzioni, in una ricchezza enorme che rende fertile tutto quanto
la circonda, facendo sì che, ovunque lo conduca la sua strada,
l’amore cammini sempre sui propri sentieri e dentro i confini di un
territorio noto.
Se è così, non c’è pericolo maggiore per la passione amorosa di
quando una persona, accecata stupidamente da questa, vuole
rappresentare per l’altro più di una simile mediazione, di uno stimolo
produttivo nel senso più alto, quando cerca esattamente il contrario:
di adattare artificialmente la sua natura a quella dell’altro, per poter
diventare una sola cosa con lui nella sostanza e non solo nelle
fantasie amorose. Solo chi rimane del tutto se stesso alla lunga è
adatto a essere amato, perché solo nella sua pienezza vitale egli
simbolizza per l’altro la vita e può essere percepito come una
potenza della stessa. Pertanto, in amore non c’è nulla di più
sbagliato dell’adattarsi timorosamente l’uno all’altra, di uniformarsi, di
tutto quel sistema di infinite concessioni reciproche che si confanno
alle persone che stanno assieme per ragioni puramente pratiche, di
natura impersonale, e si facilitano nel modo più razionale possibile
questa necessità. E quanto più le persone sono evolute, tanto
peggiori sono le conseguenze se l’uno s’innesta per amore sull’altro,
vivendo da parassita, invece di piantare le radici e lasciarle
sviluppare nel proprio terreno affinché esso diventi per l’altro il
mondo. Per questo si assiste a uno spettacolo sorprendente ma per
niente raro, quando – mettendo fine a un amore apparentemente
felice durato tutta la vita – la morte divide una coppia e, dopo un
periodo di autentica e assoluta disperazione, la parte sopravvissuta
comincia a fiorire in un modo completamente nuovo. Talvolta donne
che si erano ridotte al ruolo di pure «metà» del loro compagno,
dedicandosi troppo a lui, sperimentano da vedove in lutto, con loro
stessa meraviglia, tale miracolosa fioritura tardiva della loro vera
natura repressa, quasi già dimenticata.
In realtà le «metà» si sentono sempre strette e scomode nel loro
alloggio, anche se si sono adattate così bene l’una all’altra: è vero
che ora dicono «noi» invece di «io», ma il «noi» non ha spalle più
larghe dell’«io» per portare un pezzo di vita, e questo non vale solo
per le persone misere ma anche per quelle ricche, perché anche i
più ricchi si esauriscono quando uno assume ingenuamente il
contenuto dell’altro per sé e lo sostituisce con il proprio fino a uno
scambio completo. A questo punto se non fossero amanti – con i
ricordi e i desideri di chi vuole l’amore – essi sarebbero come due
fratelli, due persone che solo per sbaglio si sono trasformate
vicendevolmente da novità fertili ed eccitanti a banalità mortali.
Perché il contatto tra loro accenda ancora una scintilla di vita si
conoscono ormai troppo bene, terribilmente bene: anche la più
squisita delle pietanze viene a noia. E al sopraggiungere di questo
momento l’amore se n’è andato sazio, lasciandoli entrambi vestiti di
miseri stracci, con una fame che entrambi tacciono per pudore: due
metà affinate con tale precisione da combaciare perfettamente, fin
troppo perfettamente. Nella passione amorosa infatti non esiste un
«conoscersi» così radicale: per quanto bene ci si possa conoscere,
la passione innesca sempre tra due persone quel fertile contatto che
non è paragonabile a nessun altro tipo di contatto o rapporto di
simpatia, e che le riporta sempre alla loro relazione originaria,
ovvero alla forza dell’esperienza in cui diventano se stessi
immergendosi nella propria interiorità, senza dedicarsi all’esame
oggettivo dell’altro. L’amore colma l’egoismo di ognuno con troppa
felicità, splendore e prosperità per farlo arrivare alla conoscenza
dell’altro: ogni amante deve piuttosto riconoscere con vergogna che
nell’ebbrezza dei sensi del primo momento egli trascura ogni tipo di
conoscenza accurata, raccontandosi invece ogni genere di
sciocchezze e immaginandosi semplicemente cose meravigliose e
bellissime. Non solo, ma egli continua a intralciarla e confonderla
anche in seguito. L’amore ha sempre fatto parte, e sempre lo farà,
delle qualità più sconsiderate degli esseri umani, in cui l’amante
prende strade diverse da quelle che sogna la sua saggezza. È
terribile a dirsi, ma fondamentalmente agli innamorati non interessa
affatto come «è» veramente l’altro. Stordito dal suo orribile egoismo,
chi ama si accontenta di sapere che l’altro gli fa bene in modo del
tutto incomprensibile. Come ciò accada resta inesplorato, entrambi
restano un mistero l’uno per l’altro. È certamente il contrario di
un’economia accurata: per quante cose la vita abbia fatto loro
assaporare al di fuori dell’amore, la sbornia che hanno preso a
causa sua non è mai passata del tutto, perché avendo assunto
l’ingrediente dell’amore essi continuano a confondere illusione e
verità, proprio come facevano un tempo, in modo perdonabile,
nell’ebbrezza fisica. Come allora, infatti, il loro giudizio è corrotto
perché gli effetti sembrano molto più grandi della causa, sembrano
abbracciare il tutto, mescolarsi con il tutto. Imbarazzati, essi
continuano perciò a idealizzarsi un poco a vicenda, e col passare del
tempo lo fanno con l’aria delle persone esperte. E così sono contenti
tutti.
Anche quando sono ormai diventati vecchi? Sì, ho proprio paura di
sì. Mano a mano che gli anni passano, l’ebbrezza dell’amore e la
gioia dei sensi che l’accompagna si sono attenuate, si sono fatte
meno frequenti, fino ad addormentarsi prima di loro nel grande
sonno. Eppure, il passato comune appartiene loro tanto strettamente
quanto il presente ormai tranquillo, e il loro amore che invecchia non
ha origine da un diverso mondo di sentimenti. La passione è
compagna della memoria, familiare e vicina come se abitasse
ancora con loro la casa dell’amore. Lì essa ha avuto la sua prima
stanzetta, quella che ha dato loro spazio prima che l’intera
abitazione le crescesse tutt’intorno: saloni dagli alti soffitti, angoli
riservati in cui ritirarsi a lavorare e ampie altane. E continua a farne
parte anche se è un po’ invecchiata e sbiadita, ed è ancora piena
delle meravigliose cianfrusaglie di un tempo, quelle che fanno
sorridere le persone anziane in quel modo tutto loro quando le
guardano. «Ti ricordi?» si dicono l’un l’altro quando le vedono, e si
siedono cominciando a sognare. Diventa un ricordo lontano come
l’infanzia e altrettanto innocente e incommensurabilmente profondo.
Un ricordo colmo di follia, ma questa follia in tutto il suo giocoso
entusiasmo sembra loro talvolta la fonte da cui bevevano la vita.
«Sognavamo l’uno dell’altro in preda a una felice follia solo per
vivere appieno noi stessi: non abbiamo rinunciato a noi stessi per
l’altro ma ci siamo scaricati l’uno con l’altro: in questo modo tutti i
nostri giorni si arricchivano e ci circondavano di figli fiorenti, e
partorivamo vita in tutte le nostre opere.»
Se ne stanno seduti così a parlare dell’amore in toni esagerati.
Perché esagerano ancora oggi: devono farlo altrimenti non riescono
a spiegarsi – e spiegare non è mai stato il loro forte – com’è che
quanto più si ama una persona tanto più si diventa egoisti, e che due
sono uno solo se rimangono due.
Ma dal momento che si rimane molto raramente «due», dal
momento che l’unità significa nella maggior parte dei casi una
mutilazione, si ha sempre meno voglia di lasciarsi prendere troppo
dalla passione amorosa. Si teme di esserne limitati, di non aver più
in un certo qual modo mano libera, di non aver più alcuna possibilità
di sviluppo, di cambiamento, e si guarda con sfiducia crescente al
«dover amare per sempre», alla sua tradizionale fedeltà. Oggi non ci
prendiamo più come un’entità compatta e immutabile come un
tempo, quando lasciavamo semplicemente che il nostro essere ci
attribuisse un qualsiasi concetto consolidato, un profilo morale
razionale, e in buona fede cercavamo di confermarlo attraverso il
nostro comportamento. Di conseguenza anche la sintonia con
un’altra persona, pur ben fondata, non ci sembra affatto una
garanzia durevole. Si diffonde sempre più l’impressione che l’amore
si dissolva ovunque in deboli slanci, gioco, stanchezza; e che gli
uomini delle epoche precedenti sapessero amare meglio perché
erano più sicuri della loro vita interiore meno complicata – e
soprattutto meno consapevoli della propria complessità a livello
nervoso. Ma non è difficile rendersi conto che stiamo prendendo un
abbaglio e che proprio queste apparenti mancanze, questi
impedimenti fanno molto bene all’amore inteso in maniera corretta.
Esso infatti è profondamente legato a uno sviluppo più ricco della
personalità dell’individuo e ne segue essenzialmente gli alti e bassi.
Rispetto al passato, oggi ci sono centinaia di nuovi ambiti in cui le
persone possono trovarsi, centinaia di segni di riconoscimento più
taciti, centinaia di saluti e di richiami più tenui, che si moltiplicano
parallelamente al differenziarsi dell’individuo e per gli amanti
rappresentano altrettanti mondi all’interno dei quali possono entrare
in contatto in maniera proficua. Dietro la fedeltà di un tempo c’era
l’accontentarsi, e l’effettiva presenza e vitalità del sentimento
amoroso non era così importante: il bisogno di sapere che esso
vibrava e pulsava in ogni singola esperienza non era tanto sentito,
così come non si sente la necessità di indossare un particolare
copricapo in ogni occasione: basta sapere di averlo sempre a
portata di mano, ben chiuso sotto chiave nell’armadio. L’uomo di
oggi sa meglio dei suoi predecessori che gli uomini non si
«possiedono» l’un l’altro, che si conquistano e si perdono in ogni
momento della vita, e che l’amore «c’è» solo quando il suo effetto si
fa sentire in noi in modo concreto e spontaneo. Per questo motivo
oggi è più difficile distinguere un vero sentimento d’amore dalla
frivolezza o dal gioco, eppure i due concetti non sono più confusi di
un tempo. È anzi meno indifferente che mai chi si ama e come si
ama. Ma mentre un tempo perfino una relazione piuttosto
insignificante e povera di sentimenti e poco fertile poteva cercare di
durare una vita in forza di una sua presunta approvazione divina,
adesso in determinate circostanze si può rinunciare a un legame
comparabilmente ricco e profondo dopo un tempo non più lungo di
quanto durasse prima un «gioco», perché si arriva a pensare che
tale legame non offre tutto quello che può concedere l’amore ed è
meglio andare avanti da soli. Tale consapevolezza nasconde una
certa crudeltà, ma non è diversa affatto da quella che ci fa superare
mancanze assodate e nasce spesso dalla massima serietà
amorosa. È consapevolezza del fatto che la nostra forza amorosa è
condannata a morte senza possibilità di salvezza in tutte le situazioni
in cui si dimostra sterile per la nostra vita interiore. È rendersi conto
che se l’amore vuole essere più di un passatempo sensuale o uno
stato di esaltazione temporanea, esso deve collaborare allo stesso
grande compito della vita a cui appartengono i nostri obiettivi più
elevati e le nostre speranze più sacre, deve superare i confini del
proprio territorio per conquistarsi la vita pezzo per pezzo. L’amore
più perfetto sarà sempre quello che riesce a portare a termine tale
conquista nel maggior numero di situazioni e ambiti possibili, finché
una persona vive tutto attraverso il tramite dell’altra, finché essi sono
in grado di essere tutto l’uno per l’altra: amanti, consorti, fratelli,
amici, genitori, compagni, bambini che giocano, giudici severi, angeli
misericordiosi.
La concezione dell’amore si trasforma seguendo le silenziose
trasformazioni del nostro sviluppo. Se diamo uno sguardo al regno
degli esseri viventi inferiori, troviamo che le piccole amebe si
accoppiano e riproducono premendosi l’una nell’altra, fondendosi in
modo assoluto in un unico essere e dividendosi di nuovo in amebe
figlie. A noi sembra naturale non poter procedere più in questo modo
per quanto riguarda l’ambito fisico, ci sembra naturale che il nostro
corpo, che ha raggiunto un alto grado di differenziazione, si
accontenti di concedere solo una particella di sé nell’accoppiamento,
di parteciparvi solo con una funzione strettamente circoscritta, e
rimanere intatto per il resto. Per quanto invece riguarda l’ambito
psichico, troviamo stranamente più degno di noi il punto di vista delle
amebe, il quale, per così dire, considera un dovere sciogliersi
completamente, scomparire l’uno nell’altro. È come se la nostra
differenziazione psichica fosse rimasta indietro rispetto a quella
fisica. Altrimenti dovremmo capire che dalla passione amorosa
vogliamo la stessa cosa sia per la psiche sia per il corpo: non
sciogliersi nell’altro, ma al contrario diventare fertili attraverso il
contatto con lui, rafforzarci fino all’eccesso. Il nostro diventare fertili,
infatti, non è più come per le amebe un dividersi in pezzetti, ma già
in sé una funzione parziale, uno stato elevato di unicità, uno stato di
eccesso. Nello stesso senso anche l’artista distacca da sé la sua
opera, proprio perché è più di un’ameba, senza rimanere incorporato
all’oggetto che ha fecondato la sua fantasia.
Questa totale analogia dei modi di espressione fisici e psichici del
sentimento erotico non può mai essere messa in risalto con
sufficiente forza, poiché si tratta delle due facce dello stesso
processo. Come l’eccitazione artistica ha la sua radice in processi
della fantasia che coinvolgono l’intero essere dell’artista, così
accade anche per l’eccitazione erotica nella vita sessuale. Come il
processo artistico non può avere il suo centro fertile che nella
fantasia, per quanto voglia accogliere in sé, per quanto voglia
abbracciare il mondo intero, così anche il processo erotico non può
uscire dall’ambito sessuale, per quante forze spirituali possa
coinvolgere o per quanto lontano possa estendere i suoi effetti. Gli si
fa torto se lo si vuole relegare a un ruolo puramente fisico, limitato e
rozzo, e non riconoscergli tutto il resto, attribuendolo ad altre forze
sentimentali; ma gli si fa non meno torto cercando di falsare la sua
natura sessuale dandole una veste morale o estetica. L’erotismo è
tutto quello che è proprio in virtù della forza elementare con la quale
supera ogni apparente divisione ed estraneità tra le espressioni
fisiche e spirituali del nostro essere, sapendo mettere l’accento sul
momento fisico in ambito spirituale e viceversa. Il suo mondo fisico
racchiude già in sé tutto il resto, compreso il tumulto spirituale, come
da una nuvola gravida di tempesta, con la scossa elettrica, si
scatenano intorno a noi indifferentemente fulmini, tuoni e scrosci di
pioggia. Nello stato fisico dell’ebbrezza amorosa varrebbe la pena, e
sarebbe possibile, rintracciare tutto il gioco del nostro spirito che
vibra in esso, così come, viceversa, ricercare nelle esaltazioni più
elevate dello spirito l’ardore dei sensi eccitati. Anche se entrambi gli
elementi si mescolano con intensità e in modi diversi, l’essenziale
resta che si tratta di un unico fenomeno totale; proprio questo
permette all’erotismo di essere presente nel cieco desiderio come
nel contatto di due esseri nei campi più spirituali della vita: se due
persone si amano, la medesima scintilla erotica vibra dall’uno
all’altro e anima la mente così come anima il corpo.
La sovrana autonomia con cui l’erotismo rappresenta il suo mondo
assolutamente peculiare, in tutte le manifestazioni fisiche e
psichiche, è alla base dei suoi molteplici conflitti con gli altri mondi
dei sentimenti e con i modi diversi che le persone hanno di
giudicare. Il conflitto si può basare, per esempio, sul fatto che –
come si suole esprimere tanto spesso con sdegno velato di biasimo
– le persone possono amare e disprezzare allo stesso tempo. Non
considero ovviamente il caso molto frequente in cui il «disprezzo» è
solo frutto dell’educazione e in realtà l’amore coincide con la nostra
valutazione individuale delle cose. È infatti possibilissimo amare
qualcuno, percepire attraverso di lui tutto l’influsso fertile e vitale che
deriva da tale sentimento, e tuttavia rifiutarlo con tutte le forze vigili e
consapevoli del nostro spirito e della nostra anima. Come esistono
persone che non hanno sensazioni erotiche e persone che non ne
hanno quasi, può anche succedere che qualcuno ci attragga
eroticamente nel profondo e oscuro centro del nostro essere, senza
che questa attrazione sia sufficiente o raggiunga un grado di
elevatezza tale da far vibrare anche altri ambiti del nostro sé. Resta
un’ebbrezza forte, un’ebbrezza del nostro intero essere, ma si
percepisce solo in certi punti, mentre in altri lascia il posto allo
scoraggiamento, al disinganno. Se questo avviene in punti molto
sensibili, se la nostra personalità è consapevolmente orientata in un
altro senso e le contrappone attitudini e valutazioni molto forti, allora
chiamiamo il conflitto lotta tra amore e disprezzo e stranamente ci
aspettiamo che ogni persona per bene superi la sua passione,
anche se nessuno, nemmeno lei stessa, riesce a immaginare quali
dèi in fondo stiano lottando per il suo cuore e chi subirà la perdita
maggiore, la mutilazione più grave. Poiché è vero che l’uomo non
vive solo dei suoi impulsi elementari, ma vive ancor meno solo della
ragione.
Espressa in termini più generali, la domanda suonerebbe: perché
l’oggetto amato è spesso molto meno adatto a noi della maggior
parte delle altre persone con inclinazioni diverse dalle nostre e
perché comunque per noi tutto dipende da lui? Quasi in tutte le
relazioni amorose altrui ci sono aspetti che portano a chiederselo
involontariamente a bassa voce, ma in alcuni casi straordinari è lo
stesso interessato a stupirsene e a non riuscire a spiegarselo. Così
capita che si venga colti da una violenta passione per una persona il
cui fisico parla una lingua totalmente diversa, simboleggia, per così
dire, qualcosa di completamente diverso da quanto rivela la sua
psiche quando lo si conosce più da vicino. È come se la sua
andatura, il suo portamento, il suo sorriso, il tono della sua voce,
insomma ogni minimo tratto del suo aspetto raccontassero di una
persona completamente diversa da quella che è realmente. Se si
tratta di una passione da poco, non importa granché, ma se, come
accade in ogni passione autentica, si ama il corpo in quanto
espressione e simbolo dell’anima di una persona, ci si ritrova in un
conflitto non meno tragico di quello tra amore e disprezzo, anche se
si ha la massima stima per l’altro. La passione non si sbaglia mai
sulle sue impressioni fisiche: in questo campo i suoi istinti non la
possono trarre in inganno, ne è certa. Ma può accadere che ciò che
vede e prova si esprima in questo singolo individuo solo fisicamente,
forse da tempo immemorabile, perché frutto di esperienze
precedenti e tratti familiari, forse anche a causa di un’infanzia in
seguito sepolta interiormente da altre qualità: in poche parole che
non sia più presente in lui. Il corpo è il potere più conservatore e
molto s’imprime lentamente in esso per poi scomparire, con
altrettanta lentezza. Credo che per l’accento enorme che l’erotismo
pone su tutto ciò che riguarda il corpo, anche quando non viene
affatto percepito dal punto di vista sessuale – quell’accento che può
far sì che una linea del collo ci conquisti per sempre, che il tono di
una voce ci deluda per sempre –, il corpo possa avere un ruolo
straordinariamente tragico. La saggezza istintiva dell’erotismo lo
vede a ragione come il tutto infallibile, dove nulla è scritto a caso, ma
ciò che il corpo esprime in modo tanto eloquente e veritiero non si
riferisce sempre a una realtà certa, spesso non si trova, almeno
momentaneamente, in sintonia con lo stato d’animo e la disposizione
interiore dell’uomo, e – nel peggiore dei casi – parla di una vita
interiore ormai spenta, il cui ricordo è ormai presente solo in alcuni
tratti fisici. In questi casi ci succede con ciò che amiamo come con la
luce di alcune stelle talmente lontane che essa ci raggiunge solo
quando ormai si sono spente da tempo. Allora amiamo qualcosa che
è e tuttavia non è, ma anche in questo caso il nostro amore non va
sprecato, perché proprio questo raggio di luce appena visibile e
afferrabile può forse accendere il fuoco di tutto il nostro essere che
la restante ricchissima realtà non avrebbe potuto incendiare così.
E una piccola parte di questa tragedia, con la quale dobbiamo
pagare l’ardore della nostra anima in un caso straordinario come
questo, alla fine grava sempre su ogni amore erotico in
conseguenza del suo legame con il corpo. Amiamo eroticamente
solo quello che, in senso più lato, si esprime fisicamente, quello che
ha, per così dire, assunto simboli fisici. Questo significa un percorso
molto indiretto da una persona all’altra. Significa che per questo non
ci incontriamo mai veramente, ma possiamo solo mimare
fisicamente questo incontro mentre, a causa di tale stimolo fisico, si
costruisce creativamente in noi stessi l’immagine risplendente
dell’altro, liberando e vivificando tutte le nostre forze. Questo è
anche il motivo per cui si può continuare ad amare una persona in
qualche modo sfigurata o mutilata, solo perché l’abbiamo conosciuta
prima ancora intatta e inalterata; sarebbe difficile, invece,
innamorarsi di lei se una tale mutilazione fisica fosse stata presente
dall’inizio. L’amore è infatti la cosa più fisica, ma anche quella
apparentemente più spirituale e superstiziosa che alberga in noi.
Resta attaccato al corpo in tutto e per tutto, ma solo quale simbolo,
quale metafora dell’uomo nella sua interezza e di tutto quello che
s’insinua nella nostra anima attraverso la porte dei sensi per
destarla.
Il segno originario, indelebile, di ogni amore in quanto tale è quindi
un eterno rimanere estranei nell’eterna vicinanza: perché non solo
nel caso straordinario sopracitato, non solo nel disprezzo o
nell’amore non ricambiato, ma ovunque le persone si amano, l’uno
sfiora appena l’altro per poi lasciarlo a se stesso. Noi amiamo
sempre una stella irraggiungibile e ogni amore nel profondo della
sua essenza è sempre una segreta tragedia, che tuttavia, solo per il
fatto di esserlo, riesce a esprimere tutta la sua potenza produttiva.
Non ci si può calare tanto profondamente dentro se stessi, non si
può attingere dal fondo originario della vita, dove tutte le forze sono
ancora intrecciate, gli opposti ancora indivisi, senza provare in se
stessi il misterioso rapporto che lega felicità e sofferenza. Perché
quello che accade qui all’uomo non solo si trova al di là di ogni
unicità e scissione tra egoismo o altruismo, sensuale o spirituale, ma
si trova anche al di là di quel benessere custodito con cura e fatica,
che cerchiamo di proteggere per tutta la vita da ogni dolore come dal
nostro più acerrimo nemico. Solo uno sa che felicità e sofferenza
sono la stessa cosa in tutte le esperienze più intense, più fertili della
nostra vita: l’uomo creativo. Ma molto prima di lui una creatura
umana che amava ha giunto le mani in preghiera rivolta a una stella
senza domandare se chiedeva piacere o sofferenza.
1
Si tratta probabilmente di Maurice Maeterlinck (1862-1949).
IL TIPO DONNA
I

Ciò che mi prefiggo qui è solo una breve passeggiata del pensiero:
all’inizio lungo un cammino personale dai confini ben precisi, poi
mirando a un orizzonte più ampio per giungere infine, anche se solo
qualche passo più in alto, a una visione d’insieme obiettiva.
Per quanto riguarda il mio tratto di strada, devo cominciare col dire
che il mio primissimo ricordo ha per oggetto i bottoni: ero seduta su
un tappeto a fiori e aperta davanti a me c’era una scatola marrone,
in cui potevo rovistare quando ero stata ubbidiente o la mia vecchia
bambinaia non aveva tempo da dedicarmi. Conteneva bottoni di
vetro, di osso e variopinti dalle forme fantastiche. La scatola dei
bottoni era – all’inizio ingenuamente, poi ironicamente – la «scatola
delle meraviglie», e da principio per me rappresentava anche la
meraviglia in sé, poi – forse perché in seguito mi insegnarono le
parole rispettive – nei bottoni ammiravo altrettanti zaffiri, rubini,
smeraldi, diamanti e altre pietre preziose, tanto che ancora oggi la
parola russa per «gioielli»,1 il suo suono, evoca in me una
straordinaria abbondanza di ricordi. I gioielli-bottoni rimasero a lungo
la quintessenza di ciò che ha valore e pertanto si raccoglie e non si
dà via (come di fatto succedeva con i bottoni alla moda,
relativamente costosi che, smesso l’abito, venivano conservati). E mi
pare che questa immagine dei bottoni quali oggetti preziosi sia
riconducibile a una ancora più antica, secondo la quale essi
rappresentavano parti ancora più inalienabili – pezzetti di mia madre,
per così dire (cioè del suo vestito, con i cui bottoni potevo
giocherellare quando mi teneva sulle ginocchia) o forse della mia (a
me cara) balia, al cui seno, dietro l’abito aperto, imparai
praticamente a conoscere il primo rubino. Ricordo almeno che,
quando i tesori-bottoni si combinarono in me con una fiaba che mi
avevano raccontato, in cui essi simboleggiavano una questione più
interiore, ritrovai dentro di me questa nuova concezione come un
possesso stabile. La fiaba narrava di qualcuno che si addentrava in
una montagna incantata e al suo interno doveva passare attraverso
tutti i regni delle pietre preziose («zaffiri, rubini» eccetera) per
raggiungere una regina che aspettava di essere liberata da un
incantesimo. Perciò, quando feci il mio primo viaggio all’estero, in
Svizzera con i miei genitori, non mi stupì affatto di sentir chiamare
una montagna «Jungfrau», vergine. Da allora in me si consolidò
l’immagine di una montagna altissima e tutta ricoperta di ghiacciai,
che nelle sue viscere serbava innumerevoli bottoni. Qualche tempo
dopo, una seconda impressione di viaggio mi richiamò alla memoria
quell’immagine: accadde quando insieme a mio padre visitai una
miniera di salgemma nei pressi di Salisburgo, dove dovetti sfrecciare
a tutta velocità fino al fiabesco lago luccicante sul fondo, seduta a
cavalcioni e orrendamente schiacciata tra lui e i minatori. Arrivai alla
fine di quella corsa piuttosto malridotta, urlando di paura. Mi sembrò
indubbio che il sale luccicante alle pareti non potesse essere che un
nome collettivo per designare pietre preziose di ogni sorta e, quando
poco dopo sentii descrivere e vidi di persona le squisite raccolte di
pietre preziose russe in un museo di Pietroburgo, credetti di
rivederne il luccichio.
Tutta questa concezione infantile si distingue in modo
caratteristico da una seconda, a essa contemporanea, riferita ad altri
oggetti preziosi piccoli e tondi: le monete. Quand’ero molto piccola
non sapevo che si potesse raccogliere denaro per le necessità della
vita, perché a esse si provvedeva in un modo per me impercettibile.
Solo verso gli otto anni (sulla precisione non sono in grado di
giurare) ricevetti una paghetta mensile, che consisteva in una
moneta d’argento da venti copechi, con cui potevo comperare ciò
che mi piaceva, sebbene nella maggior parte dei casi anche ciò che
mi piaceva mi giungeva direttamente dai genitori, senza riferimento
al denaro. Una volta che ero a passeggio con mio padre
incontrammo un mendicante e io volevo dargli la mia moneta
d’argento. Mio padre mi disse: «La metà basta» – perché era ora
che imparassi a dividere il denaro – e serio in volto mi cambiò il
pezzo da venti in due monete d’argento da dieci copechi, in modo
che il mendicante ricevesse dell’argento e non del rame (nelle
monete russe non c’è il nichel). Da allora in poi deve essersi
impressa in me l’idea che il denaro è ciò di cui spetta a un’altra
persona la metà: solo la metà, ma questa senza dubbio, e non deve
sembrare più misera di quello che si trattiene, non si ha niente in più
di un altro. In deciso, estremo contrasto con il denaro, che era
divisibile, la cui essenza sembrava proprio consistere nel fatto che
doveva essere diviso con qualcuno, c’era l’idea più antica dei tesori
inalienabili, quelli che non si possono scambiare e si custodiscono,
perché privandocene ci sentiremmo derubati, proprio come il nostro
tutto, che non conosce né possiede «metà». Ovviamente tali
pensieri non si sono manifestati in questa forma così presto, ma è
chiaro che essi hanno avuto origine e si sono divisi in due serie di
immagini ben differenziate nella primissima infanzia, nell’ambito
dell’interesse per la zona anale, cioè il luogo in cui la nostra funzione
corporea coincide ancora con noi stessi ma allo stesso tempo
acquisiamo per la prima volta coscienza di una parte di noi, la parte
prodotta da tale funzione, come un oggetto, un «non più» noi. Nella
misura in cui, nel caso specifico, è il denaro a contenere il noto
riferimento sostitutivo all’anale, si sarebbe realizzata qui quella più
antica opera di educazione – repressione dell’identificazione con
l’anale, dell’interesse dell’Io nei suoi confronti – in rapporto al fatto
che l’autoerotismo orientato all’anale si era messo al sicuro grazie ai
«bottoni», eletti a simbolo dei tesori interiori, già prima di questa
socializzazione iniziale. Nella competizione infantile tra «bottoni e
monete» la valutazione del sé avrebbe, per così dire, cominciato a
scindersi da quella del sociale in due specie di simboli, dei quali
quello incontrato più tardi, altrimenti erede legittimo dell’interesse
anale di un tempo, si era lasciato trasformare di buon grado
nell’unico rappresentante dello scambio sociale; tanto più che l’altro,
il bottone, guidato da secondi fini altamente egoistici, era sgattaiolato
in una regione in cui intanto veniva sistemato in rappresentazioni
fiabesche di origine erotica.
L’educazione educa ovviamente al sociale, e anche in questo caso
lo fece, includendo l’intero individuo, senza eccezione alcuna per
bottoni di sorta. Ebbe inizio già con l’evento biologico della nascita:
si esisteva per appartenere agli altri, e in questo senso ogni anno ci
si doveva dimostrare degni di essere cresciuti. Perfino i regali di
compleanno, e anche i doni sotto l’albero di Natale, anche se
quest’ultimo sembrava diffondere solo la pura magnificenza della
grazia, nascondevano alcune trappole per l’egoismo e dicevano
muti: «Noi siamo qui in parte perché tu sei stata brava, in parte
perché speriamo che tu lo diventi». Quando da piccola fui colpita da
dolori agli arti inferiori, che furono diagnosticati come «dolori della
crescita» e che dopo qualche tempo se ne andarono com’erano
venuti, per consolarmi di dover essere di nuovo portata in braccio
ricevetti in dono un paio di morbidi stivaletti di marocchino con le
nappe dorate. La conseguenza fu che, quando i dolori cessarono,
non ne segnalai immediatamente la scomparsa, soprattutto perché
spesso a portarmi in braccio era mio padre. Quando la mia
falsificazione dei fatti venne scoperta, ricevetti una punizione e
appresi con stupore pieno di preoccupazione che anche le mie
gambe appartenevano a ciò che possedevo a causa degli altri, che
non potevo assolutamente disporne come volevo e che gli stivaletti
di marocchino rossi le avevano legittimate come mio possesso
esclusivo solo in apparenza. Quello di cui nessun altro poteva
disporre cominciò a collocarsi sempre meno tra i cosiddetti beni
esteriori della vita per ritirarsi nei territori di ciò che, per così dire, è
invisibile, inafferrabile, venendo a indicare qualcosa che non si può
acquistare, guadagnare, conquistare, ricevere per mano d’altri, ma si
possiede in modo imperituro, una volta per tutte, grazie a un’istanza
superiore. Questa istanza divina in una famiglia osservante è data
da sé. Nella religione trasmessa si conservò, quindi, una parte
dell’«onnipotenza del pensiero» intesa in senso freudiano, e questa
onnipotenza sulle situazioni reali venne deposta come un bottone là
dove lo sguardo della realtà non giunge, mentre alla realtà esteriore,
alla parte della realtà visibile agli occhi, veniva anche attribuito ciò
che può essere diviso, dimezzato, come un tempo era stato divisa in
due metà la moneta d’argento: al di là di quest’ambito il mondo
esterno non solo non aveva più alcun diritto, ma non poteva
nemmeno accampare alcuna pretesa di «realtà»; aveva smesso di
esistere.
Sono così arrivata al punto di partenza di un saggio precedente, in
cui il tema del Dio creato nell’infanzia viene affrontato con un altro
obiettivo. È chiaro in che misura il giocattolo invisibile che questo Dio
si teneva in tutte le tasche fosse in rapporto con la segretezza delle
pietre preziose custodite nelle viscere della montagna e che, in
fondo, consistesse negli inalienabili bottoni della cassetta marrone.
Non a caso questo Dio conservava ancora tali attributi infantili, quasi
tutti prodotti dell’«onnipotenza del pensiero», anche quando la
bambina aveva già cominciato a conoscere il mondo. Del resto,
anche la forma di religione più primitiva contiene già di per sé, nelle
sue fantasie spirituali, un principio di conoscenza, un’interpretazione
del mondo: ma questo aspetto non compromette per forza le
immagini del bambino nella rappresentazione del suo Dio, anche se
ogni insegnamento riguardante il mondo gli viene impartito fin
dall’inizio dai genitori. Tale Dio sostituisce qui in un certo senso
quello che Freud ha chiamato «romanzo familiare»:
quell’idealizzazione della propria origine e del proprio destino con cui
spesso il bambino non fa altro che crearsi un’espressione di ciò che
per lui è enormemente ovvio, sicuro, di tutto ciò che percepisce
come compiuto e grandioso. In questo caso, invece che in una storia
si riflette nella stessa presenza di un Dio speciale, creato dal suo
essere, che non spiega né proibisce ma si limita a sanzionare.
Anche se questo Dio così unilaterale non può avere vita lunga, così
come non ce l’ha il comune romanzo familiare, non fu tuttavia un
dubbio della ragione a farlo crollare, quanto una svolta interna della
certezza di ottenere nella vita quel che si desiderava e i cui simboli
dovevano mutare nel corso dello sviluppo. L’antica rappresentazione
dei bottoni-tesoro, infatti, che egli portava in sé, sicuro nella sua
maestà, come il giocattolo che teneva nelle sue tasche, accanto al
suo deciso carattere egoistico – anche se ancora rivestito dal
fantastico della dimensione fiabesca – ne possedeva un altro, dai
connotati erotici non meno intensi. Anche se per molto tempo (il
«tempo di latenza» di Freud) tale circostanza restò irrilevante, essa
conteneva tuttavia la tendenza a umanizzare ulteriormente quel Dio
nella forma e nell’espressione. Pertanto della durata e consistenza
del Dio decise, nei sentimenti nascosti, nei moti sotterranei
dell’animo, non tanto la sua verità secondo il significato della
ragione, quanto la sua realtà secondo il significato dei sensi. Il fatto
che un giorno venne percepito come astratto, pallido, invisibile rese
semplicemente palese l’amore che si separava da lui. La scoperta
non trasformò subito l’amore in miscredenza, ma solo in una fede
temporanea nel diavolo, e questo capovolgimento permette di
stabilire un altro segno distintivo di tale amore: quando era vivo
aveva una natura ambivalente, cioè era inconsciamente ostile al Dio,
a causa del suo pallore astratto, della mancanza di colore
sanguigno, del mantello dell’invisibilità che lo avvolgeva stretto.
Quando il Dio voltò le spalle, l’amore riuscì a vedere letteralmente
solo la parte posteriore colorata di nero («annerita» dall’amore
stesso) del diavolo; dal momento che la bambina non poteva
rendersi conto che era lei stessa a scacciare quel Dio, si sentì
consegnata all’inferno anziché al paradiso da quella potenza
sconosciuta che lo allontanava.
Di fatto, la naturale conclusione della storia del Dio può essere
considerata l’inizio della pubertà, anche se nel frattempo trascorrono
lunghi anni che non hanno niente a che fare con essa. In modo
simile anche il risveglio erotico non solo ebbe luogo
contemporaneamente alla pubertà, ma anche come
autoappagamento di un sogno d’infanzia appena sognato. Per
cautela, infatti, ringiovanì di una sola generazione il Dio dai tratti
bonari di un nonno della sua fantasia, trasformandolo in un giovane
uomo vitale. Non solo nei cattivi romanzi, per il fatto che «si
sposano», ci si dovrebbe aspettare una mediazione completa tra l’io
relativamente introverso e quello sociale.Tanto più che, come un
ultimo regalo del Dio di un tempo, restò viva in lei tutta la fiducia,
tutta la certezza di ottenere ciò che si desidera, anche se a questo
punto, adattandosi meglio alla realtà, al posto del puro fantasticare
sviluppò una sorta di fiuto per ciò che esiste realmente.Tuttavia,
questo effetto postumo del rapporto col Dio sul rapporto con gli
uomini o, più semplicemente, quel profondo legame originario
dell’egoismo con l’erotismo, conservò un ultimo potere, al di là del
quale il valore di «tesoro» dei bottoni non poteva realizzarsi per
intero. Con la «realtà» era sopraggiunto infatti ciò con cui si può
«dividere», ma appunto solo ciò che è divisibile, nel senso che si
deve dare all’«altro» la metà piena; ma non proprio nel senso della
«metà» come quella che l’uomo crede di rappresentare nella totalità
della fusione erotica, ma trattenendo, in questo caso, la sua
testa/bottone.*
Se questo comportamento, sicuramente molto contestabile, si
traducesse dall’erotico in un atteggiamento generale verso la vita, lo
si potrebbe descrivere più o meno in questo modo: il reale fuori
viene vissuto, ma più come qualcosa da ricevere che non un
donarsi. Viene cioè vissuto con tanta più facilità e leggerezza quanto
più rapido, fertile e fecondo è il contatto, cosicché ciò che si ricava
dalla realtà può essere tenuto in gestazione nel profondo dell’animo
fino al suo compimento. Se lo si vuole percepito come «più reale»,
come il valore definitivo dell’essere, allora impallidisce, svanisce
nell’irreale (più o meno come un colore, un suono quando vanno
oltre la nostra capacità di percezione). Perciò il suo svanire è
accompagnato solo dalla sensazione che le cose stiano andando
com’è giusto che vadano, anche se rimane il dispiacere (né
delusione né senso di colpa quindi). Se si volesse chiamare in causa
un’inclinazione anormale (giustificata dalle fantasie dello stadio
originario), sarebbe tale quella che sembra escludere, nella maniera
più decisa, ciò che indica lotta nevrotica, conflitto interiore, dubbio,
compromesso e piuttosto ancora contrae un prestito
dall’introversione del parafrenico. L’attaccamento, pagato a caro
prezzo, del nevrotico a un pezzetto di realtà, che lo fissa tanto
precocemente, per cui tutto ai suoi occhi perde la dimensione reale e
assume proporzioni fantasmatiche, qui si trasforma nel suo
contrario: restare aperti a un’esperienza rinnovata e più profonda.
Poiché là dove il nevrotico si lascia saccheggiare abbondantemente
rimane un barlume di autocoscienza. Tuttavia, se ci si astraesse
troppo dall’ambito patologico, alla fine qualcuno potrebbe comunque
cedere alla tentazione di tirare in ballo nomi molto meno gentili,
come sconsideratezza innata, infedeltà riprovevole e simili. Io non
voglio spingere a usare nomi più delicati, ma solo tentare di mettere
in rilievo alcuni aspetti della tipica disposizione psichica femminile,
che mi sembrano in relazione con processi simili.

II

Già nei Tre saggi sulla teoria sessuale s’incontra l’affermazione


secondo cui la sessualità maschile sarebbe «la più coerente, anche
la più facilmente accessibile alla nostra ragione, mentre nella donna
interviene perfino una specie di involuzione».2 Questo perché «la
pubertà, che porta al ragazzo quel grande assalto della libido, è
contrassegnata per la ragazza da una rinnovata ondata di rimozione
che colpisce appunto la sessualità clitoridea».3 Il principio femminile
è dunque ciò che nel corso del processo della maturità viene
ricacciato indietro su se stesso, frenato, escluso dallo sviluppo finale.
In realtà, le virtù specificatamente femminili sono tutte collegabili a
tale processo e sono, per la stessa natura del loro sesso, quelle
dell’abnegazione: dove l’autocoscienza femminile rivaleggia con
quella maschile sul piano di prestazioni puramente etiche, è proprio
di queste virtù che si vuole liberare per emanciparsi.
Ora, in verità, invece di parlare di virtù e prestazioni preferisco
affrontare un argomento in cui mi sento più competente: la felicità.
Riguardo alla felicità, infatti, la condizione menzionata sopra può
essere considerata anche da altri punti di vista. La minore
differenziazione che si esprime in quella involuzione disegna una
specie di cerchio intorno alla vita delle pulsioni, che per costituzione
tendono a divergere sempre di più per realizzare le proprie
aspirazioni, un confine che le limita mantenendole così in rapporto
uniforme con la loro fonte comune. Questa circostanza, tuttavia, non
rappresenta un semplice «indietro»: il percorso a ritroso è piuttosto il
ripristino dell’antico a un livello più elevato; un’evoluzione interiore,
una crescita. Proprio al suo stesso interno, proprio in conseguenza
della sua «castrazione» nella donna, la pulsione sessuale si
differenzia in modo nuovo dall’aggressività della pulsione dell’io,
aprendosi così a uno sviluppo peculiare. Il «femminile» (sempre
inteso in linea di principio e a prescindere da tutti i gradi e le
sfumature dell’unione personale di «maschile» e «femminile»),
proprio attraverso l’inversione del sessuale su di sé, può permettersi
il paradosso di separare sessualità e pulsione dell’Io unificandole. Il
femminile è dunque diviso laddove il maschile rimane chiaramente
aggressivo, ma è unitario laddove l’aggressività di quest’ultimo, priva
di freni inibitori, si scinde in direzioni contrapposte, diventando più
sessuale o più egoistica.
Se si cercasse d’illustrare questo aspetto riferendosi al tema
trattato prima – lo sguardo verso il padre, padre-dio, Dio eccetera –
si dovrebbe dire: per la donna religiosità ed erotismo, raggi di luce e
di calore, si trovano garantiti nello stesso astro, nello stesso sole,
perché l’impulso sessuale è indirizzato passivamente e può tendere
a ciò che alla pulsione dell’io appare come massimo incentivo.
L’uomo, che ha conservato l’aggressività di tale impulso, la rivolge al
passivo, alla donna, per cui, per quanto possa avere un ideale
sessuale, nel partner sessuale perfetto non vede mai realizzato
anche il suo ideale dell’io: quest’ultimo lo deve trovare là dove per lui
l’ideale significa contemporaneamente concorrenza, nello stesso
sesso, nel padre (quindi «desessualizzato», nella misura in cui
questa situazione di per sé già scomoda non si complichi in caso di
accentuata inversione, diventando un vero e proprio intrico di
ambivalenze che si inibiscono a vicenda). Il padre è colui a cui egli –
cercando se stesso, cercando di sostituirlo, anzi di superarlo – deve
comunque dire in tono di preghiera: «Sia fatta la tua volontà». Invece
di fronte alla donna, nell’ora in cui l’uomo mette in gioco tutto se
stesso, varrà sempre anche la parola: «Che ho da fare con te, o
donna?».
La forza della mascolinità, disperdendosi nel contrasto tra le sue
due componenti, sessuale e intellettuale, o facendo concorrenza a
se stessa, rinuncia a trovare in sé l’immediata comunione di felicità.
L’uomo, correndo dietro a se stesso in quanto prestatore, si perde in
quanto possessore di sé – così come perde ciò che possiede al
servizio della riproduzione (agisce cioè «in modo altruistico», per
riprendere, senza voler assolutamente fare dell’umorismo, il termine
usato da Freud) e passa dall’unilateralità della scarica sessuale
all’unilateralità della tensione sociale. Questa nobiltà d’animo, in
certo qual modo involontaria, questo cedere se stesso, diventa una
sua caratteristica: la sua essenza potrebbe essere definita, per
usare una bella parola, «sacrificio». È spiacevole, ma costituisce pur
sempre il suo onore. L’impulso indirizzato senza inibizioni verso
l’esterno deve essere pagato, là fuori, con l’altruismo, così come la
passività ribaltata su di sé ha la sua ricompensa nell’egoismo della
felicità. Il concepimento non è la sola immagine della dedizione
femminile all’autoconservazione: già lo stato di inerzia dell’uovo in
confronto all’attività vivace del seme in cerca della sua dimora indica
la medesima sovranità di un’indolenza che non ha intenzione di
«muoversi senza un grande oggetto». In totale opposizione alla
sventura intrinseca alla natura maschile, nel femminile l’eccessiva
vivacità del sessuale si attenua nelle più disparate tonalità della sua
essenza, e lascia in compenso colorata di erotismo genuino alla sua
base la pulsione dell’io che sgorga dal sangue. Mi sembra tuttavia
che qui sia già chiaro come questo intreccio della massa pulsionale,
questa perdita di struttura ultima, abbia in sé qualcosa che non solo
dovette cambiare la sessualità, ma che le permise addirittura di
giungere al compimento. Perché non è che la sessualità
rappresentasse un’aggressione pulsionale nel senso proprio e
univoco del termine, come la pulsione a divorare nei confronti
dell’assunzione di cibo, la pulsione a defecare nei confronti
dell’espulsione, bensì che queste e altre pulsioni si sono
differenziate dalla sessualità, si sono suddivise in prestazioni
speciali, mentre essa imparava a servire (anche in questo
assolutamente simile al destino della donna) la sintesi delle forze
organiche per consentire la loro riproduzione. Di conseguenza il
sessuale, ogni volta che si manifesta, trascende il suo ambito
specifico per estendersi all’intero organismo, intervenendo
positivamente su di esso (similmente all’astinenza, che non
indebolisce o conduce alla morte come fa la fame, ma agisce come
ebbrezza e veleno). E ancora, per questo motivo, assume coloriture
diverse in modo tanto contraddittorio e difficile da comprendere non
solo nelle singole manifestazioni del corpo, ma anche della psiche,
dal momento che non avendo un campo di azione unico, essendo
per natura invasione, esiste espressamente per capovolgere il
mondo. Proprio per questo la psicanalisi ottiene risultati positivi e
plausibili quando risale in modo concreto al sessuale, perché
quest’ultimo, sebbene sia una pulsione fisica e richieda un approccio
fisiologico, in stretta relazione con la vita organica, rende prima di
tutto inconfondibili i fatti psichici.
Il problema che si presenta qui (e che naturalmente non verrà
trattato a fondo nel suo significato filosofico) è già stato affrontato da
Freud (Contributi alla psicologia della vita amorosa, 1910-17, II).
Freud si chiede perché l’appetito amoroso non diminuisca con
l’appagamento temporaneo, come qualsiasi altro appetito, ma anzi in
questo modo aumenti, e perché il soddisfacimento definitivo possa
dar luogo a fame di stimolo, fame di cambiamento, invece del
perpetuo appagamento derivante dal felice matrimonio tra un
alcolizzato e il suo vino preferito. Non è certo solo un caso se, come
vuole senza malizia l’opinione comune, entrambe queste domande
toccano la donna molto meno dell’uomo. Si potrebbe naturalmente
dire che quello che permette in prima istanza alla pulsione sessuale
di distinguersi dalla sete, dall’appetito eccetera si colloca già in un
momento di passività, cioè nella capacità di indugiare nell’interesse
verso l’oggetto, di soffermarsi su di esso, mentre si persegue il
proprio soddisfacimento. Quella che indichiamo come «componente
psichica» del sessuale (sia che la chiamiamo psicosessualità,
supplemento di tenerezza, bisogno di contatto fisico o con qualche
altro nome) è solo un’altra parola per indicare l’abbandono del
soloaggressivo a favore di un comportamento contemporaneamente
disposto a ricevere e a concedere spazio. Nella lacunosa
connessione di componente psichica e componente sessuale Freud,
sempre nel saggio sopra citato, spiega la degradazione dell’oggetto
sessuale. Egli vede anche l’origine di ogni espressione di simpatia
nel totale abbandonarsi del neonato all’oggetto, che va inteso con un
senso ben preciso: il neonato si dissolve nell’oggetto perché non gli
importa ancora nulla di sé come soggetto, dato che desiderio di
autoconservazione e di totale dedizione non sono ancora in grado di
differenziarsi. Tuttavia, quando poi, dopo la seconda fase freudiana,
dopo lo splendido isolamento dell’autoerotismo (dove di nuovo attivo
e passivo si unificano, ma capovolti), l’oggetto non viene trovato per
la prima volta, bensì «riscoperto» (Freud), in quanto tramandato da
quel tempo originario dell’esistenza infantile, quella diffusa dolcezza
della dedizione di un tempo gli rimane attaccata quale impronta di
passività. Adesso, infatti, la avverte in contrasto con la coscienza
pungente di ciò che è proprio, la coscienza del soggetto che vuole
trattare il suo oggetto in modo del tutto insolente, rispondendo
soltanto alle pulsioni dell’autoconservazione. E se nel corso dello
stadio di maturità sessuale questo pungolo del non-aggressivo
talvolta si acutizza in modo tanto unilaterale che la sessualità viene
percepita nella sua particolarità solo sotto la sua spinta, può
ovviamente divenirgli inspiegabile ciò che distingue la felicità e la
sofferenza della sessualità dalle gioie e dalle delusioni
dell’autoconservazione. Questo, tuttavia, non significa tanto aver
omesso di innestare su di essa dall’esterno chissà quali raffinate
sublimazioni, nel tentativo culturale di far spuntare fiori esotici su una
pianta tipica di una determinata regione. Significa molto di più. Vuol
dire che la sua radice non ha inviato a tutti i rami la linfa necessaria
alla sua perfetta fioritura naturale. Forse questa è in fondo anche la
causa vera del post coitum omne animal triste, che perciò non vale
per tutti e a cui si contrappone l’esperienza di un effetto postumo
non solo di gioia, ma anche di un sentimento assolutamente
ingiustificato: di avere nello stesso tempo portato a compimento la
migliore di tutte le azioni, di aver restituito al mondo la perfezione, di
avere, per così dire, liberato una volta per tutte la coscienza nel
vitale amplesso dell’eterno dualismo tra ciò che è fuori di noi e noi
stessi.
Freud ha attribuito alla barriera dell’incesto la responsabilità del
fatto che alla fine dell’infanzia la «tenerezza» e la «sensualità»
rinuncino tanto spesso alla loro unità antica e decadano
infelicemente, anzi morbosamente, nel rispetto spirituale e nella
rozzezza dei sensi. Il divieto d’incesto sarebbe anche l’uomo nero
che rompe tale unità, destandola di soprassalto dall’idillio infantile:
con questo intervento di origini apparentemente esterne
precorrerebbe solo il fatto che l’essere umano, sul cammino per
realizzare appieno la sua umanità, sulla via di un continuo e
progressivo sviluppo di sé, non può rimanere per sempre ancorato al
personale e concentrarsi solo su questo aspetto. Una sufficiente
sintesi degli impulsi interni non potrebbe fare a meno di mitigare le
sue mete che, nell’oggettivo come nel personale, sono programmate
per essere raggiunte e superate. La forza propulsiva degli impulsi
spinge a bruciare le tappe, a procedere al superamento cosciente di
ciò che non è ancora superato umanamente. Nel principio femminile
proprio da questa rinuncia, da questo contenere dentro di sé le
pulsioni è data la possibilità di continuare a mettere terreno sotto i
piedi dell’uomo in fuga. Solo nel femminile, pertanto, questa
inversione delle pulsioni non diventa «perversione», bensì il suo
indugiare, il suo compendiare sono la meta stessa. Così, a rigore,
all’interno del principio femminile non c’è un puro «piacere
preliminare» (nel senso freudiano del termine), niente di provvisorio
nel corso dell’erotico: il femminile deve essere definito come ciò che
con il mignolo ha già tutta la mano, non tanto nel senso
dell’accontentarsi estetico, ma, al contrario, perché già il minimo è
esperienza di tenerezza, con il minimo abbraccia già la totalità della
sfera amorosa (più o meno come Didone con la pelle di mucca
quando fondò Cartagine).
Si potrebbe credere che sia più il carattere di «piacere finale» a
nuocere in qualche modo a questa compiutezza femminile, sia
attraverso l’espressione puramente fisica dell’atto sessuale vero e
proprio, sia attraverso la forte passività che lega la donna a un
determinato comportamento durante la sua esecuzione. Invece il
vitale gioco d’intreccio tra la vita del suo io e la sua vita amorosa si
annuncia forse in modo più decisivo che mai proprio in
quell’occasione, in forza della tendenza femminile a stabilire la
norma, l’ideale verso cui orientare il proprio sé nel momento
dell’abbandono più completo. In genere lo si prende per un banale
innamoramento, che come tale annebbia la ragione, anzi lo si
considera perfino sciocco, e pertanto il vero significato della cosa
resta nascosto. Ma tale significato consiste né più né meno che in
questo: comprendere il senso del vissuto nel modo più spirituale
possibile, là dove il corpo ha il sopravvento e la psiche fatica più che
mai ad afferrarlo, acquistando così la massima coscienza della
propria unità fondamentale là dove al massimo vacilla. In altre
parole, al femminile (già orientato al paradosso) riesce il suo
secondo paradosso, quello più profondo: vivere la massima vitalità
come massima sublimazione. Questo spiritualizzare, idealizzare la
sua spontaneità si può pensare dovuto al fatto che la natura
femminile-unitaria, di fronte all’amore, lungo il corso della vita
conserva più dell’uomo una traccia dell’espressione originaria
dell’amore, di quella primordiale fusione col mondo in cui ci
trovavamo prima di acquisire la conoscenza di noi stessi e della
frammentarietà del reale. Sappiamo quanto di tutto ciò ritorni
nell’erotismo: come tutto ciò che ci tocca appaia legato nella sua
essenza alla persona amata, come se quest’ultima abbracciasse il
tutto e tutto si condensasse in lei. È a partire da questo punto che il
personale si idealizza fino ad assumere quasi un valore simbolico
superiore. E dato che tale riferimento a ritroso è più evidente per la
donna, diventa per lei un’esperienza: il singolo essere in tutta la sua
concretezza le diventa, per così dire, trasparente, una trasparenza
dai contorni umani, attraverso la quale ella intravede risplendere la
pienezza del tutto, quella compiutezza che porta intatta e ancor viva
nella memoria. Se perciò Freud ricorda che, quando si tratta di
oggetti del desiderio difficilmente raggiungibili o non raggiungibili, la
donna «non riesce a produrre qualcosa di simile alla
sopravvalutazione sessuale dell’uomo»,4 ciò è dovuto al fatto che la
sua valutazione e sopravvalutazione riguarda, e deve riguardare,
quello che è stato raggiunto e non solo quello che è desiderato,
quello da cui, a causa della sua dedizione, viene distrutta di fronte a
se stessa quando non viene innalzata.5 Questa è la durezza che si
cela in ogni genere d’amore specificatamente femminile (che spesso
pareggia abbondantemente tutte quelle maschili): è allo stesso
tempo cecità e chiaroveggenza della donna, che riconosce
nell’uomo ciò che la unisce a lui al di là, in un certo senso, della
persona; è la sua componente più preziosa (non delicata come un
fiore, ma dura come una gemma), così come il dono più prezioso
che fa l’uomo a lei è l’elemento di delicatezza e affettuosità raggiunto
con una elaborazione del sessuale.
Tuttavia, proprio a causa di questo duplice ruolo che l’uomo
rappresenta per la donna, affinché ella mantenga la propria unità –
proprio per la differenza interna inerente a tale ruolo (vorrei dire:
persona e rappresentanza) –, qui è necessario aprire una breve
parentesi. Se considerate da questo punto di vista, tutte quelle virtù
di abnegazione femminile di cui abbiamo parlato all’inizio non hanno
assolutamente più un aspetto tragico, ma assumono il volto della
felicità autentica, tanto che il femminile, per grazia della natura,
appare come il modello innato di tutto ciò che è fedeltà, idealismo e
dedizione. Questo però non deve essere preso in modo troppo
assoluto. Non si può escludere infatti che proprio la pienezza con la
quale la donna vive la festa dell’amore in tutta la sua magnificenza
possa trasformarsi nel motivo di una fine più rapida e improvvisa,
cosicché talvolta un sentimento è tanto meno duraturo quanto più è
coinvolgente. E, viceversa, anche dall’altra parte ci si deve chiedere
ogni volta quanti di questi magnifici ingredienti legati a principi etici o
coniugali siano stati aggiunti dal vissuto amoroso femminile solo per
falsa vergogna, volontà di riparare, desiderio di approvazione. Infatti
non si deve dimenticare che per la donna tutto si riunisce in questo
punto: quello che può e quello che non può, la sua naturale
grandezza e la piccolezza che ha acquisito. L’unica prerogativa
culturale che la natura le ha dato è la capacità di vedere nel
sessuale non un impulso brutale, rozzo e isolato in sé, ma di
afferrare e cogliere nella propria sensualità anche la propria santità:
sia che la inserisca, per bisogno di protezione, in uno stato di fatto
ormai sanzionato, sia che dall’intimo della sua femminilità la possa
guardare in modo più puro e libero dell’uomo, il cui sforzo di
elaborazione deve esaurirsi in mete culturali d’altro genere. Di per sé
la donna non compie che un atto per la civiltà: il figlio (motivo per il
quale la donna senza figli è da considerarsi materiale sociale di
scarso valore). E anche questo le tocca più per la sua natura
femminile di quanto non sia un agire in senso stretto. Tuttavia può
diventare un’azione, se porta in grembo e partorisce il figlio ancora
come una parte di se stessa e si identifica con lui il più a lungo
possibile con tenerezza, facendo confluire, in un certo senso
sorridendo, le più squisite gioie sessuali e psichiche. Da questa
ondata di caldo egoismo nasce infine la sua prima effettiva
socializzazione, nasce la relazione col figlio come rapporto con un
secondo essere vivente, con l’altro, con un mondo fuori dal suo, che
lei ha prodotto dal più profondo del suo essere, non solo
«dividendo» dal suo, ma comunicando e ritirandosi. L’immagine più
elevata di donna non è pertanto la «madre col bambino» – se si
vuole ricorrere all’iconografia cristiana della Madonna – bensì la
madre ai piedi della croce: quella che sacrifica ciò che ha partorito;
quella che offre il figlio alla sua opera, al mondo e alla morte.
Naturalmente il compito culturale dell’uomo non si può paragonare
alla croce, che porta o da cui pende. Ma sicuramente con quello che
più di tutto lo spinge in alto, verso la sfera intellettuale a scapito di
quella erotica. E non di rado una concezione puramente maschile
delle cose vede nel progresso della civiltà la crocifissione della
sessualità in quanto tale, e dunque «in lontanissima prospettiva il
pericolo di estinzione del genere umano».6 Anche l’uomo conserva il
sogno di comunione dello spirito e dei sensi. Vive in lui come lontana
memoria che anche le ombre delle nuvole che si allungano alla sera
siano della stessa sostanza della rugiada che luccica sul terreno al
sorgere del sole. E di tanto in tanto un frammento di tale sogno si
realizza anche nell’uomo, in quelli di loro più avanzati nello spirito: le
persone creative. Le costringe a fermarsi lungo il cammino e a
creare: la loro opera è una testimonianza seria e gioiosa di quella
riunificazione per tutti quelli che le passano accanto e vanno oltre.
Tuttavia, ancora una volta, negli uomini ciò si è tradotto in realtà
perché la loro capacità maschile reca in sé un elemento femminile
innato, e in loro è diventata creativa quella doppia natura che
realizza nelle opere ciò che la donna è per essenza. Nei suoi atti
creativi l’uomo testimonia come anche per lui il fine ultimo della
cultura consista nel ristabilire quell’unità – come egli per
raggiungerla crei di nuovo il mondo partendo da sé per arrivare a
tutti gli ambiti che sono suoi, per afferrare con le mani, vedere con gli
occhi, che l’«altro», il «fuori», è animato dalle sue stesse pulsazioni
vitali ed è una cosa sola con lui. Lo testimonia a se stesso in ogni
singola azione che compie o tralascia di compiere, anche se il
dualismo rimane il suo tratto peculiare, perché si rivela sempre in
ogni nuova cosa, deve diventare un nuovo e ulteriore cammino, e
così la meta a lui non è mai garantita nelle cose ma solo in valori e
immagini, per così dire, sovrapersonali.
Al femminile è dato un valore culturale di per sé e indipendente, in
quanto può avere un effetto analogo (non identico) al senso delle
creazioni dello spirito. Per quanto i due sessi si esprimano in modi
diversi, si ritrovano in un punto: allo spirito verso il quale solleva lo
sguardo insieme all’uomo e per mezzo dell’uomo, la donna è legata
dal profondo, dalla base del suo essere, che congiunge ancora in sé
i contrari. Ne contiene quasi già una muta realizzazione nella sua
vita corporea e trasforma, nel tumulto fisico-spirituale dell’erotico, ciò
che è eternamente insufficiente in avvenimento eterno: per cui
amplesso, matrimonio restano per lei l’immagine della stessa cosa
verso cui l’uomo si dirige attraverso prestazioni intellettuali, mentre
procede guardando dritto avanti a sé. Così, proprio nel suo
collegamento a quello che è dell’uomo, a ciò che lo spinge ad
andare lontano, la donna deve alzare il meno possibile lo sguardo
oltre la cerchia della sua natura, non deve abbandonarla forzandola.
Rimarrebbe invece al massimo in se stessa nelle sue esperienze
spirituali, agendo nella civiltà nel senso più ampio che le è dato:
tracciando intorno a sé un cerchio dopo l’altro, con il metro della sua
interiorità. A questo Narciso femminile la fosca previsione che il
progresso civile andrà sempre più offuscando la felicità – raggi di
uno splendore antico del sole che cadono sempre più obliqui e più
pallidi, ombre della sera che si allungano sempre più sul mondo che
si spiritualizza – non si addice più. Solo un’immagine le s’intona
ancora: l’immagine della pianta nella luce accecante del meriggio.
Anche la donna proietta perpendicolarmente la sua ombra, ne è
protetta e la osserva come se stesse osservando il più delicato
riflesso del proprio essere. E in tale riverbero si ombreggia affinché il
grande incendio non la bruci prima del suo tempo.
1
«Jemtschug».
* Nell’originale tedesco c’è un gioco di parole tra Kopf, testa, e
Knopf, bottone. [N.d.T.]
2
S. Freud, Tre saggi sulla teoria sessuale (1915) in S. Freud,
Opere, Boringhieri, Torino, 1967-80, vol. V, p. 525.
3
Ivi, p. 526.
4
S. Freud, Contributi alla psicologia della vita amorosa (1912), in
Opere, cit., vol. VI, p. 428.
5
Perciò il significato della dedizione è così diverso per l’uomo e
per la donna da essere giudicata a pieno diritto in modo diverso a
seconda che riguardi l’uno o l’altra. E perciò la divergenza tra uomo
e imago dell’uomo costituisce un fondamento essenziale della
frigidità femminile.
6
S. Freud, Contributi alla psicologia della vita amorosa, cit., p.
431.
SOMMARIO
Novella Diotima di Nadia Fusini

Cronologia della vita e delle opere

RIFLESSIONI SUL PROBLEMA DELL’AMORE

IL TIPO DONNA
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Novella Diotima di Nadia Fusini
Cronologia della vita e delle opere
RIFLESSIONI SUL PROBLEMA DELL’AMORE
IL TIPO DONNA
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