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Raggi

Titolo originale: The Secret


Traduzione dall’inglese di Donatella Ziliotto

© Donatella Ziliotto. Per gentile concessione. Published by arrangement with


The Italian Literary Agency

In copertina: Vilhelm Hammershøi: Interiør. Ung kvinde set fra ryggen, 1903-04. Randers
Kunstmuseum
Cover design: Ifix
Cover layout: Bruno Apostoli

I edizione digitale: settembre 2019


I edizione: agosto 2019
© 2019 Lit Edizioni Srl
eISBN: 9788869938993
Tutti i diritti riservati

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ristampa anno

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Charlotte Brontë
IL SEGRETO

Postfazione di Silvio Raffo


Traduzione di Donatella Ziliotto
I

Per tre ore, in un bel mattino d’estate, un silenzio di tomba aveva regnato
al ministero dell’Interno di Verdopolis, interrotto solo dal raschiare di un
temperino, dalla caduta di un righello, da occasionali colpi di tosse o
bisbigli, e di tanto in tanto da un breve ordine, articolato in modo
imperativo dal nobile ministro. Alla fine questo sublime personaggio,
dopo aver finito di siglare un certo numero di dispacci, disse rivolgendosi
a un giovane piccolo e minuto che occupava il rango più alto tra gli
impiegati: «Signor Rhymer, volete essere così cortese da dirmi che ore
sono?».
«Certamente, eccellenza!» fu la pronta risposta mentre, balzando dal
sedile, il sollecito subalterno, invece di consultare il suo orologio come
tutti fanno, si precipitava alla finestra per studiare la posizione del sole;
fatti i suoi calcoli, rispose: «Sono le dodici precise, eccellenza».
«Benissimo» fece il marchese. «Consideratevi dunque tutti in libertà, e
assicuratevi che le vostre scrivanie siano chiuse a chiave, e che non un solo
pezzo di carta lordi l’ufficio. Conto su voi, signor Rhymer, affinché le mie
disposizioni vengano eseguite a puntino». Così dicendo raccolse cappello
e guanti, e stava avvicinandosi all’ingresso con incedere solenne quando
un discreto trapestio e un basso parlottare tra gli impiegati arrestarono i
suoi passi.
«Qual è il problema?» chiese, rigirandosi. «Spero non mi stia arrivando
l’eco di un diverbio».
«No» disse un giovane tarchiato, dai ricci color carota e dall’aspetto
bellicoso «ma… ma… vostra eccellenza ha dimenticato che…».
«Che, che cosa?» chiese il marchese, piuttosto spazientito.
«Oh, soltanto che questo pomeriggio è mezza festa e… e…».
«Capisco» ribatté il superiore, benevolmente «non mortificate la vostra
modestia con ulteriori spiegazioni, Flannagan; il fatto è, suppongo, che
desiderate la solita gratifica. Vi ringrazio per avermelo ricordato. Va bene
così?» aggiunse aprendo il portafoglio e traendone una banconota da
venti sterline che posò sulla scrivania più prossima.
«Troppo generoso, eccellenza» cominciò Flannagan; ma il ministro
nascose un sorriso con le mani guantate e, con un condiscendente cenno
del capo agli altri impiegati, scese gli scalini del portico e si affrettò ad
allontanarsi, in modo da non dover subire le trite espressioni di
gratitudine che stavano celebrando la sua liberalità.
Sul lato opposto della lunga e larga strada sul quale era sito lo
splendido ministero dell’Interno, si ergeva il non meno sontuoso
ministero delle Colonie; e, proprio mentre Arthur, marchese di Douro,
lasciava il primo dei due edifici, Edward Stanley Sydney usciva dal
secondo: si incontrarono così nel mezzo della strada.
«Be’, Ned» disse mio fratello mentre si stringevano la mano «come va
oggi? Non c’è nulla come questo sole splendente e questo cielo per
sollevare lo spirito».
«Eh, mio caro Douro» replicò il signor Sidney con un pallido sorriso
«questo tempo amabile e benigno non dubito possa rallegrare gli esseri
liberi e sani, ma per quanto mi riguarda, con la mente e il corpo oppressi
dalle più gravose cure della vita pubblica e privata, fa poca differenza che
il sole illumini il cielo o la pioggia lo offuschi».
«Sciocchezze» ribatté Arthur, assumendo quella espressione seccata che
il mio padrone di casa definirebbe di sufficienza «non ricominciare ad
annoiarmi, Ned, con queste lamentele, non ne posso proprio più;
piuttosto: ti sei rammentato che oggi è mezza festa per tutti i settori del
Tesoro?».
«Figurati, è una circostanza che mi è già costata cara; questi sciocchi
costumi antiquati dovrebbero venire aboliti, a mio parere: sono rovinosi».
«Perché, cos’hai dato a quei poveracci?».
«Ben due sovrane!». Un enfatico «ehm» fu la risposta di Arthur a
quella dichiarazione.
Avevano ora imboccato Hotel Street ed erano passati in silenzio davanti
agli splendidi negozi di quella via, quando alle loro spalle risuonò un
rumore di ruote e una carrozza sopraggiunse scivolando morbida fino ad
arrestarsi alla loro altezza. Uno dei vetri laterali venne abbassato e una
manina bianca si sporse facendo loro cenno di avvicinarsi, mentre una
voce argentina diceva: «Signor Sydney, marchese di Douro, vogliate
accostarvi un momento».
Entrambi i gentiluomini obbedirono all’appello, Arthur prontamente,
Sydney con riluttanza.
«Ai vostri ordini, graziose damigelle» disse il primo inchinandosi
rispettosamente alle ospiti della carrozza, che erano Lady Julia Sydney e
Lady Maria Sneaky.
«I nostri ordini riguardano soprattutto il vostro compagno, signore,
non voi» replicò la figlia di Alexander I. «Ora, signor Sydney» continuò
sorridendo al senatore «dovete promettere di essere obbediente».
«Mi si faccia conoscere prima l’oggetto delle vostre richieste» fu la
prudente risposta, accompagnata da un’occhiata sgomenta ai negozi
circostanti.
«Oh, non cose di grande momento, Edward» disse sua moglie «ma
spero che per questa volta non mi rifiuterai un favore, amor mio. Ho solo
bisogno di qualche ghinea per raggiungere il prezzo di un paio di
orecchini che ho appena visto nel negozio del signor Lapis».
«Non se ne parla nemmeno» rispose il senatore. «Non un quarto di
penny intendo darti: non sono neanche passate tre settimane da quando
ricevesti il tuo assegno trimestrale e, se l’hai già speso, è affar tuo».
E con questa brusca risposta cacciò istintivamente le mani nelle tasche
posteriori e si allontanò in fretta.
«Spilorcio di uno scimmiotto!» sbottò Lady Julia riadagiandosi nel
sedile della carrozza, mentre un repentino flusso d’ira e di delusione
andava a imporporarle la guancia graziosa. «Non fa che trattarmi in
questo modo, ma se ne pentirà!».
«Non turbarti così, mia cara» le disse la sua compagna «la mia borsa è a
tua disposizione, se te ne vorrai servire».
«Sono commossa dalla tua bontà, Maria, ma certo non ne approfitterò,
no, no; posso fare a meno degli orecchini, è solo un capriccio, a pensarci
bene, anche se muoio dalla voglia di averli».
«Mia amabile cugina» intervenne il marchese che, fino a quel momento,
era rimasto spettatore silenzioso, anche se divertito, dell’intera scenetta
«tu sei senza dubbio una delle più curiose giovani dame che io conosca:
perché, cos’è che ti fa talmente desiderare quei gingilli, quando sono
sicuro che possiedi almeno una dozzina di orecchini di tutti i tipi?».
«È vero, ma questi sono assolutamente speciali, così graziosi e originali
che li vorrei proprio avere, è più forte di me».
«Be’, dal momento che il tuo cuore è così preso da quei ciondoli,
vedremo se la mia borsa ce la farà a raggiungere il loro prezzo, qualora tu
mi permetta di accompagnarti dal signor Lapis».
«Oh, grazie Arthur, sei davvero gentile!» esclamò Lady Julia, e le due
dame si affrettarono a fargli posto, mentre lui saliva in carrozza e si sedeva
in mezzo a loro.
«Credo» disse Maria Sneaky con un’arietta birichina «credo che
quando mi sposerò cercherò di avere un marito proprio come voi, caro
marchese, che non mi rifiuterà mai un gingillo quando ne mostrerò il
desiderio».
«Davvero?» disse Arthur. «Penso proprio che i turchi siano gente ben
più saggia di noi».
In pochi minuti raggiunsero la bottega del gioielliere. Il signor Lapis li
accolse con un inchino ossequioso, e si apprestò a mettere in mostra le sue
luccicanti scansie. I pendenti che avevano così affascinato Lady Julia
erano a forma di due brillanti piccoli colibrì, le cui piume, tempestate di
pietre preziose, uguagliavano se non superavano i luminosi toni della
natura. Mentre lei portava a termine l’acquisto, fece il suo ingresso una
cliente di ben diversa classe. Era questa una donna alta, vestita di un abito
di seta alquanto stinta, con una grande cuffia, e un doppio velo di
merletto nero che, come venne sollevato all’ingresso nel negozio, mise a
nudo un volto che mostrava impresse le vicissitudini di almeno trenta o
quaranta primavere. I suoi lineamenti potevano come non potevano essere
stati belli in gioventù, per quanto ora conservassero scarse tracce di
bellezza. Al contrario, il naso aguzzo, le labbra sottili e bluastre e le
sopracciglia tese formavano un insieme sgradevole, anche se s’era cercato
di ravvivarlo con un abbondante rossetto alle guance e una fitta
arricciatura ai capelli scuri.
Si sarebbe potuto pensare che una persona così descritta avrebbe
attirato scarsamente l’attenzione di un gentiluomo giovane e brillante
come mio fratello. E invece lui le fissò addosso uno sguardo penetrante,
appena lei ebbe fatto il suo ingresso; tuttavia i suoi occhi non esprimevano
ammirazione, ma piuttosto curiosità e disprezzo: un’espressione
acutamente inquisitoria unita allo sdegno si leggeva sul suo volto mentre
la osservava.
La donna si avvicinò al banco con andatura lenta e rigida e,
rivolgendosi a un commesso, chiese di vedere degli anelli. Lui sollevò
prontamente il piano di vetro e sottopose al suo esame centinaia di oggetti
preziosi. La donna li osservò tutti attentamente ma sembrava che nessuno
le andasse bene. Diamanti, rubini, perle, smeraldi, topazi, ecc. furono a
turno esaminati e scartati. Alla fine il commesso, che cominciava a
spazientirsi alla sua estrema difficoltà di scelta, le chiese una descrizione
del tipo di anello che le sarebbe piaciuto, dato che il più fornito gioielliere
di Verdopolis sembrava non contentarla.
«L’anello che cerco» rispose «dovrebbe essere molto sottile, di oro
semplice con un cristallo che contenesse una piccola ciocca intrecciata di
capelli castani e con questo nome» e qui trasse un pezzo di carta dalla sua
borsetta a rete «inciso nell’interno».
«Bene, signora» disse il commesso «è evidente che non disponiamo al
momento di un articolo esattamente come voi lo desiderate, ma
potremmo con tutta facilità confezionarne uno apposta».
«Potreste fornirmelo entro oggi?».
«Certamente».
«Allora d’accordo. Passerò a ritirarlo stasera alle nove».
Con queste parole la donna si volse per lasciare il negozio. I suoi occhi,
quando si sollevarono dal banco, incontrarono lo sguardo inquisitore del
marchese. Per un attimo la sua intensità sembrò impaurirla, ma subito si
riprese, gli fece un leggero inchino, ricambiato da un impercettibile e
altezzoso cenno del capo del marchese, poi si tuffò tra la folla.
«Chi è quella strana donna?» chiese Lady Julia calzando nuovamente i
guanti alla fine del suo laborioso acquisto.
Il marchese non rispose; ma Maria Sneaky disse, con uno sguardo
malizioso: «Qualche ci-devant chère amie di Douro, suppongo; o una
signora che d’ora in poi dividerà con me il beneficio di un impegno
matrimoniale».
«È così, Arthur?» lo interrogò sua cugina.
«No, Julia, non ti risponderò. Puoi trarre le tue deduzioni dalle
circostanze».
Dopo aver riaccompagnato le signore alla carrozza e averne ricevuto al
commiato il giusto tributo di sorrisi e ringraziamenti, e dopo che ebbe
seguito con gli occhi l’elegante equipaggio che s’allontanava a trotto
sostenuto, mio fratello proseguì per Hotel Street e volse i suoi passi in
direzione di Victoria Square. Una nube di cupi pensieri gli oscurava la
fronte mentre entrava in Wellesley House, saliva la grande scalinata e
raggiungeva, attraverso una lunga successione di corridoi e stanze, gli
appartamenti della marchesa. Aperta la porta e scostato il tendaggio di
damasco verde, la trovò che sedeva sola a una tavola intenta a terminare
uno schizzo a matita. Sentendolo avvicinare lei levò la testa e lo accolse
con un sorriso dalla dolcezza più eloquente di qualsiasi parola.
«Allora, Marian» disse il marchese curvandosi su di lei per osservare il
disegno «che cosa stai facendo?».
«Solo un piccolo paesaggio, signore, che ho schizzato ieri nella valle».
«È davvero grazioso, e molto ben disegnato; penso di poter riconoscere
questo scorcio: non è preso dal cancello di Villa York?».
«Proprio, Arthur, e ho posto il signor Sydney in primo piano con un
libro tra le mani».
Il marchese si sedette accanto alla moglie e continuò per qualche tempo
a osservare in silenzio i progressi della sua matita; poi riprese la
conversazione dicendo: «Indovina chi ho incontrato oggi in città,
Marian».
«Non lo so proprio, forse Julius: mezz’ora fa ho incaricato Mina di
portarlo fuori a prendere un po’ d’aria».
«Sei ben lungi dall’indovinare, mia cara».
«Chi, allora?».
«Semplicemente la tua vecchia governante, Miss Foxley».
All’udire quel nome, il colore svanì dalle guance di Marian. Lasciò la
sua occupazione a metà e levando lentamente il suo sguardo azzurro dalla
carta lo portò su Arthur, con un’espressione di turbamento profondo. Lui
notò la sua agitazione, e il suo aspetto pensoso si oscurò di disappunto.
Disse: «E che, Marian, l’inesplicabile incantesimo non si è dunque ancora
spezzato? Credevo che l’assenza e l’agio del vivere avessero prevalso, ma
appare chiaro che tutto il mio affetto non è ancora riuscito a vanificare
quell’impressione che, con qualche misterioso potere, Miss Foxley riuscì a
imprimere nella tua fin troppo sensibile mente».
Ora gli occhi della marchesa andavano riempiendosi di lacrime, che lei
non curava bagnassero il suo disegno, mentre pregava in tono sottomesso:
«Non essere arrabbiato, Arthur!».
«Non sono arrabbiato, Marian» replicò lui «ma devi ammettere che è
stato per la maledetta influenza di quella creatura che così a lungo e
ostinatamente rifiutasti la mia mano, il mio amore e il mio titolo,
nonostante i tuoi sentimenti – come tu stessa hai confessato – non fossero
avversi alla mia proposta, e nonostante, come io intuivo, un rifiuto
definitivo avrebbe inaridito la felicità nella tua vita. Non è forse questa la
causa di quegli intermittenti periodi di melanconia, dai quali tuttora sei
oppressa?». Marian non rispose; lui proseguì: «Come tu alla fine abbia
potuto raccogliere abbastanza coraggio da gettare via le tue catene e
acconsentire alla felicità io non lo so, né la mia intuizione è
sufficientemente acuta per indovinarlo; ma è evidente che sopravvivono
ancora dei residui, lenti a scomparire, del suo potere. Vieni, Marian, vinci
questa tua debolezza. Come potrebbe farti del male, fintanto che io ti
proteggo? Fa’ che io sia il tuo padre confessore – mai ne troveresti uno
più indulgente – e svelami tutto».
Ancora nessuna risposta. Il marchese allora venne invaso dall’ira.
«Questa è ostinazione, Marian» disse «oltre che debolezza. Per il
momento ti lascio a riflettere sulle conseguenze del persistere in tale follia,
ma innanzitutto ti avverto che non tollererò che quella donna metta il
piede in casa mia, né permetterò che tu abbia alcun rapporto con lei; e se
dovessi scoprire che si è trasgredito ai miei ordini, considererò da quel
momento separati i nostri interessi. Non è nel mio carattere permettere
che un influsso contrario al mio agisca su quel cuore e su quella famiglia
in cui dovrei regnare sovrano».
Con queste parole chiuse la porta, e in pochi minuti l’eco svanente dei
suoi passi si spense in qualche corridoio remoto.
Forse è necessario che io dispensi al mio lettore maggiori particolari sul
conto di Miss Foxley prima di procedere nella mia narrazione. Lo farò il
più brevemente possibile. Era la figlia unica di un rispettabile mercante
che morì pieno di debiti, lasciandola orfana all’età di ventun anni
senz’altra fortuna che le sue qualità – peraltro numerose – e le sue
capacità che, sebbene non fossero di altissimo livello, erano adeguate a
permetterle di aprirsi la sua strada nel mondo, giacché consistevano nella
capacità di scoprire le innate disposizioni della gente e di sapervisi
adattare così da conquistarsi le sue grazie, e da una certa astuzia che
diveniva più acuta ogniqualvolta i suoi interessi fossero in gioco. Nella
prima gioventù la sua persona non era stata priva di un certo fascino, ma
la sua bellezza non reggeva al paragone della sua vanità, e a questo
riguardo lei non demordeva mai, e continuava a macerarsi finché non
riusciva a ottenere una tangibile vendetta contro chi l’aveva offesa. Alla
morte del padre, non essendo in grado di rendersi indipendente, entrò a
far parte della famiglia della poi defunta Lady Hume come dama di
compagnia, e in questa veste riuscì a tal punto a conquistarsi la fiducia di
quella donna benevola e confidente, che alla nascita di Marian fu
nominata governante, compito per il quale era assai qualificata sia per le
doti naturali sia per le qualità acquisite. Dopo la morte di Lady Hume,
che si verificò quando sua figlia era quattordicenne, Miss Foxley continuò
ad abitare nella residenza di Sir Alexander nella contrada di Wellington, e
fu lì che Arthur prese a manifestare la sua attrazione per la giovane e
graziosa pupilla. Sfortunatamente la governante, che aveva raggiunto il
suo trentacinquesimo anno di età, fu spinta dalla sua mai sopita vanità a
immaginare di possedere ancora attrattive tali da conquistare
l’ammirazione di un nobiluomo bello e di alto lignaggio. Sotto l’influsso
della sua delusione, impiegò ogni arte per sviare l’affetto di mio fratello
dall’ingenua fanciullina che, a suo avviso, non era in grado di apprezzarne
il valore. I suoi sforzi, tuttavia, fallirono; ottennero rifiuti anziché amore, e
alla fine, un pomeriggio in cui s’era spinta avanti più del solito, Sir Arthur,
chiaramente anche se educatamente, le fece capire che la considerava
troppo vecchia e di origini troppo umili per pensare di farne sua moglie.
Ciò bastò per innescare le più malvagie passioni in Miss Foxley. Giurò a se
stessa di fargli scontare i suoi freddi e ingiuriosi rifiuti, e da quel momento
fu assidua all’opera di impedire l’unione di lui con la sua bella rivale
giovinetta.
Gli effetti dei suoi sforzi divennero ben presto anche troppo evidenti.
Per qualche tempo Marian mise gran cura nell’evitare il suo nobile
innamorato; rifiutò la sua mano, schivò le sue attenzioni e fece sì che
Arthur, marchese di Douro, il giovane più orgoglioso e superbo di
Verdopolis, si riducesse a un gentiluomo languente, consunto, malato
d’amore. Frattanto era opinione diffusa in città che la dilazione della sua
unione con la figlia di Sir Alexander Hume fosse dovuta al veto del padre.
Come sarebbe stata grande la sorpresa fra tutti i ceti sociali se si fosse
saputo da chi quest’opposizione realmente partisse! Appariva tuttavia
evidente che la perseveranza di Miss Hume nel suo atteggiamento veniva
mantenuta a costo di grandi sofferenze: il suo aspetto esangue, la sua
persona deperita e i suoi occhi pieni di lacrime ne manifestavano il
devastante tormento interiore. Lei, tuttavia, continuava a rifiutare di dare
ascolto alle appassionate profferte di mio fratello, e il trionfo delle trame
di Miss Foxley sarebbe presto stato completo se un giorno Arthur,
essendosi risoluto a un ultimo tentativo prima di rinunciare per
disperazione, non fosse giunto a Badley Hall; con sua gran meraviglia fu
immediatamente introdotto nel salotto di Marian, dove la trovò sola. Di
quali eloquenti argomentazioni si servì per perorare la sua causa, lo
ignoro; ciò che è certo, tuttavia, è che questa volta ne uscì vittorioso e che
tre settimane dopo la sua adorabile tiranna, fra sorrisi, lacrime e rossori,
gli diede il suo pegno di fede all’altare della cattedrale di St. Michael. Il
primo atto della sua autorità di marito fu di ordinare l’immediato
licenziamento di Miss Foxley, che ebbe così quel che si meritava. Quindi
cercò di ottenere da Marian il chiarimento delle cause che avevano
imposto un così lungo ritardo alla sua felicità; ma su questo argomento lei
mantenne un misterioso silenzio. Lui aveva da tempo cessato di
tormentarla a questo proposito, finché il riapparire della governante gli
aveva molto spiacevolmente riportato il passato alla memoria.
II

Quando il marchese se ne fu andato, Marian, con un profondo sospiro, si


rivolse al suo disegno non ancora terminato; ma ora la matita sembrava
aver perso il suo potere, e la mano, sua guida, ogni abilità. Al posto delle
linee scorrevoli e armoniche e della morbida ombreggiatura poc’anzi
prodotte, tremuli tratti esitanti e buie macchie si facevano beffe dei suoi
vani sforzi. Alla fine abbandonò il suo tentativo, e dopo aver riposto lo
schizzo nella cartella e aver chiuso la scatola d’avorio che conteneva il
materiale da disegno, prese un’arpa posata poco distante. All’inizio le sue
dita esili, di un bianco niveo, cavarono poche note melanconiche, seppur
dolci, dalle corde vibranti; ma ben presto queste note sconnesse
lasciarono il posto a una melodia semplice ma carica di squisita mestizia;
mentre gli armoniosi toni della sua voce flautata andavano mutandola in
una deliziosa serie di accordi, che lei accompagnava con il canto in questo
piccolo brano musicale:
Lungo la spiaggia di un oscuro mare
sola vo errando
mentre triste la sua voce risuona
nel crepuscolo blando.
Oh, come questo suono fondo e cupo
mesti pensieri ispira,
si gonfia come i gemiti paurosi
di una ventosa lira.
Echi solenni dalle rocce ed antri
mi giungono morenti,
rispondono irridenti all’onda urlante,
al lamento dei venti.
Lontano intanto nel silente cielo
tremano mondi erranti
luce irradiando nell’aere profondo,
mai nel tempo cangianti.
Ma prima che una nuova luna sorga
a inargentare l’onde
sia l’oceano mia tomba e mio guanciale
sia la sabbia del fondo.
Allor sarà il mio nome non amato
ricordato da alcuno;
svanirà come fuoco che si spegne,
come tizzone in fumo.

Mancavano due versi alla fine della ballata, quando bussarono alla
porta.
«Avanti» disse la marchesa, e Mina entrò con un delizioso bambino al
collo.
«Allora, mio tesoro» esclamò lei colorendosi di gioia mentre, levatasi,
protendeva le braccia per accogliere il grazioso rampollo «come stai dopo
la passeggiata?».
«L’aria fresca ha donato un po’ di colore alle sue guance, milady»
rispose Mina liberandosi dal suo peso.
«Lo vedo, e se questo è il risultato, sarà bene che in futuro tu lo porti
fuori ogni giorno, Mina».
«Lo farò, milady» rispose la cameriera sedendosi a un piccolo tavolo da
lavoro e prendendo in mano una bianca veste che già da prima stava
ricamando per la sua padrona.
Per qualche minuto Marian continuò a chiacchierare con il suo piccolo
Julius cercando di farlo divertire con il ciondolo di corallo e il
campanellino d’oro attaccati alla cintura; ma presto parve che tristi
pensieri le sopravvenissero alla mente, perché cessò di parlare e sedette
fissando il bimbo con uno sguardo pieno di afflizione. Mina, che era una
ragazza acuta e perspicace, profondamente attaccata alla marchesa e
oggetto della sua confidenza, subito ne colse la tristezza e, desiderosa di
conoscerne la causa, ruppe il silenzio dicendo: «Temo che sia successo
qualcosa che ha turbato il mio padrone».
«Cosa te lo fa pensare?» chiese Marian, trasalendo.
«Perché quando l’ho incontrato poco fa sulla riva non s’è fermato a
parlare né con me né con Lord Julius, come usa sempre fare quando è di
buon umore, ma è passato oltre con aria triste e dolente, nonostante il
nostro piccolo caro strillasse per andare da lui».
A queste parole la marchesa non rispose e Mina, riprendendo il suo
lavoro, continuò in silenzio a eseguire il ricco ricamo. Rimasero così
indaffarate per circa mezz’ora, quando si udì alla porta un nuovo bussare.
Mina andò ad aprire; fuori c’era un valletto con una lettera.
«Chi l’ha portata, William?» chiese la signora, dopo una rapida
occhiata al sigillo e all’indirizzo.
«Un bimbetto, milady, che ha dichiarato essergli stata consegnata da
una donna in Harley Street».
«Se n’è andato?».
«Sì, signora».
«Benissimo, William, non ho bisogno d’altro».
Marian si affrettò a rompere il sigillo e scorse il contenuto della lettera.
Le sue fattezze impallidivano a mano a mano che leggeva, e alla
conclusione il foglio le cadde dalle mani snervate. Sarebbe crollata a terra
se Mina non fosse accorsa prontamente al suo fianco. Fortunatamente non
svenne. Al contrario, in pochi minuti il roseo colore che le era sparito
dalle guance vi rifluì; quindi espresse il desiderio di essere lasciata sola.
«Puoi continuare il tuo lavoro nel mio spogliatoio, Mina» disse «e porta
Julius dalla sua bambinaia. Non fare entrare nessuno qui, finché non
suono il campanello. Desidero non venire disturbata per un po’ di
tempo».
Mina quindi si ritirò, e si fece mezzanotte prima che venisse
nuovamente richiesta al servizio della sua padrona. Tutti gli altri domestici
erano andati a dormire da un’ora e soltanto lei era rimasta nel salotto
deserto, aspettando con ansia il suono atteso. Alla fine, proprio quando
aveva preso la risoluzione di ritirarsi senza essere stata chiamata, batté
mezzanotte e risuonò il desiderato scampanellio.
Nell’aprire la porta del salotto, vide la marchesa seduta nell’esatta
posizione in cui l’aveva lasciata, su una sedia vicina al caminetto, con la
testa appoggiata alla mensola. Le candele nella stanza erano spente, e gli
ultimi deboli tizzoni stavano languendo nel focolare.
«Non volete salire ora, milady?» chiese Mina. «Ho portato la lampada
nella vostra stanza da letto».
«No, Mina, non ancora. Ma entra, desidero parlarti».
La cameriera chiuse la porta e si sedette su una sedia che la sua padrona
le aveva indicato. Marian quindi continuò: «Tu conosci il marchese, Mina,
bene come lo conosco io, e sai che, essendo quasi perfetto, non tollera
imperfezioni negli altri. Le sue parole e i suoi ordini sono stati fin qui la
mia legge, alla quale con piacere e con gioia mi sono sempre sottomessa.
Stanotte, tuttavia, mi accingo ad agire in diretta opposizione alla sua
volontà. Un’assoluta necessità può farmi da scusante per tale
disobbedienza, altrimenti imperdonabile; ma se lui la scoprisse, sarei
perduta. Sai dov’è Harley Street, Mina? Devo andarci stanotte».
«No, milady, non lo so; ma certo non intendete andarci da sola?».
«Sì, invece».
«Non può essere, milady. Vi perdereste nella città. Lasciate che mio
padre venga con voi; conosce ogni strada e ogni vicolo di Verdopolis».
«È in casa?».
«Sì, il padrone gli ha ordinato di rimanere a dormire qui ogni notte».
«Chiamalo, allora».
Mina lasciò la stanza e dopo circa dieci minuti ritornò accompagnata da
suo padre.
Ned indugiò per un attimo sull’uscio. «Vieni avanti, Edward» disse la
marchesa con voce dolce e gentile.
«Stavo solo pulendomi le scarpe, milady» disse lui «perché non sono
quel che si dice adatte a camminare su un tappeto grandioso come
questo».
«Oh, non preoccuparti» rispose lei con un pallido sorriso al suo
puntiglioso decoro. «Sono spiacente di averti fatto alzare dal letto,
Edward, ma volevo sapere da te in quale quartiere della città è situata
Harley Street».
«Harley Street? La stessa che chiamano via del Paradiso, a causa di una
certa casa davanti alla quale non dovreste passare davanti da sola a
quest’ora della notte?».
«Non dovrei? Allora verresti tu con me?».
«Eccome, e con gran piacere».
«Su, Mina, vammi a prendere cappello e cappotto».
«Non sarebbe meglio che prendeste i miei, milady?» propose la
prudente fille de chambre.
«Sì, ripensandoci, sarebbe certamente meglio».
Mina lasciò di nuovo la stanza e poco dopo fu di ritorno con un
semplice cappello di paglia e un mantello di seta marrone. Con questi
abbigliò la sua giovane padrona, e poi, dopo aver fatto luce alla graziosa
temeraria e alla sua guida lungo una scala di servizio che portava
direttamente nella strada, e di cui lei possedeva la chiave, ritornò nel
soggiorno della servitù e, stendendosi su un divano di chintz a fianco di
un caminetto ancora acceso, cadde subito in un sonno profondo.
Era una notte agitata e tempestosa; grandi nuvole gonfie, da cui
sgorgava una pioggerella fitta e incessante, scorrevano per il cielo
rivelando a tratti, quando si aprivano, una luna serena che emanava
lontana il suo chiarore. Un freddo vento da nord mischiava il suo sibilo
con quello del mare turbato, e in lontananza si udiva l’ululio delle onde.
Con passo leggero, e il cuore che le batteva forte, Marian percorse strade
umide e cupe, preceduta dalla sua guida fidata. Dopo aver attraversato
piazze larghe e deserte e ampie strade, i due entrarono in un vicolo oscuro
che avrebbe a stento permesso il passaggio di quattro persone affiancate.
Da un lato sorgeva una serie di alte costruzioni in mezzo alle quali un
improvviso raggio di luna illuminò una rampa di scale sormontata da un
portico.
«Questa è Harley Street, milady» disse Ned, fermandosi e guardandosi
intorno.
«Questa, Edward?» disse lei a bassa voce; e poi, come presa da una
subitanea agitazione, si accoccolò sui gradini appena intravisti.
Se ne stava lì seduta da nemmeno cinque minuti, quando si udì
avvicinarsi il suono di numerosi passi. Faceva di nuovo buio, al punto che
era impossibile distinguere alcunché; ma, mentre le persone venivano
avvicinandosi, Marian poté riconoscere facilmente parecchie delle loro
voci.
«Penso, signor vicepresidente, che stanotte abbiamo fatto tardi» diceva
una in tono calmo e profondo.
«Sì, considerevolmente» emerse la risposta, pronunciata da una voce
che investì di terrore gelido il cuore della marchesa, spingendola a
rifugiarsi dietro a una specie di pilastro sporgente. «Sì, e scommetto dieci
contro uno che Gordon proporrà di multarci per il nostro ritardo».
«Io ci sto, signor marchese» esclamò un altro.
«Ma non si tratta di O’Connor?» chiese il precedente interlocutore.
«Sì».
«E allora se è così spero di pelarti per bene, mio eccellente cavaliere di
zappa e spada».
Qui l’ingresso del portico si spalancò, e un improvviso chiarore di
lampade fluì nella oscura notte compatta, rivelando le sagome di una
ventina o trentina di gentiluomini, quasi tutti alti e prestanti.
Portamento orgoglioso, sguardo altero,
sfilano i grandi capi della terra1.

Balzarono chiassosi per le scale e si precipitarono su per i gradini fino a


un ingresso ampio e lussuoso, illuminato da candelieri che parevano
piccoli soli, e che si intravedevano dal basso. Quindi la porta si chiuse e la
notte tornò a regnare solenne e silente.
«Sono dei gran bravi ragazzi» disse Ned, mentre si avvicinava alla
marchesa terrorizzata. «Se l’avessero vista, che disastro, solo che sua
eccellenza era con loro, e così li avrebbe fatti star buoni, penso».
«Andiamo avanti, Edward» disse la marchesa.
«A che casa dobbiamo fermarci, milady?».
«L’ultima della strada, a sinistra».
La raggiunsero rapidamente e Marian, dopo aver ordinato a Ned di
aspettarla fuori fino al suo ritorno, bussò timidamente alla porta. Subito le
fu aperto da una rozza servotta dall’aria poco pulita, con un berretto di
trina scolorita e una chiassosa sottana di cotone.
«Abita per caso qui una signora di nome Miss Foxley?» chiese la
marchesa.
«Sì signora, e se volete seguirmi vi mostrerò il suo alloggio». Quindi,
dopo aver chiuso con cura la porta a catenaccio, fece strada su per una
stretta rampa di scalini di pietra e attraverso una sorta di corridoio,
fiocamente illuminato da una sola lampada, la condusse fino a una stanza
di fondo. Entrando per prima, annunciò che la signora era arrivata.
«Finalmente» disse qualcuno all’interno «falla subito entrare»; e la
visitatrice fu introdotta in una stanza angusta, il cui mobilio consisteva in
una tavola di mogano a pipistrello, cinque o sei sedie dal sedile di bambù,
un misero tappeto, alle finestre tende di un verde scolorito, e un
paravento di carta tutta strappata. Un fuocherello vivace ardeva nel
camino, e accanto una donna massiccia stava seduta su una poltrona.
All’ingresso di Marian si alzò e le si avvicinò per salutarla dicendo:
«Signora marchesa, come state? Sono stupita che abbiate accondisceso a
degnarvi di visitare una persona oscura come me. Prego, accomodatevi, se
queste povere sedie non vi paiono troppo misere per accogliere una pari
del Regno».
«Miss Foxley» replicò la marchesa accomodandosi sul sedile offertole
«ho corso considerevoli rischi per accondiscendere alla vostra richiesta;
non sono sicura che la mia condotta in questa occasione sia corretta, ma
l’ansia di apprendere la verità su ciò cui la vostra lettera alludeva mi ha
portata a tralasciare ogni altra considerazione. Vi prego di darmene
esplicito chiarimento, e senza indugio».
«Come, signora!» ribatté la governante, con un sorriso diabolico. «Voi
siete certamente ora una sposa felice, che ama ed è riamata. Il marchese è,
sotto tutti gli aspetti, un marito affettuoso, e un figlio, a quanto mi risulta,
ha di recente coronato la vostra felicità. Ma, milady, questa beatitudine
non è forse un po’ troppo perfetta per durare? Possibile che non temiate
una frattura? Una calma profonda è generalmente seguita da una
tempesta. Non sapete di qualcuno la cui comparsa potrebbe far inaridire
per sempre il corso di questa estatica gioia?».
«Miss Foxley, Miss Foxley» mormorò Marian in tono appena
percettibile «non mi tormentate così, per amor del cielo, per l’anima santa
di mia madre, per cui un tempo provavate rispetto. Mettete fine a questa
attesa angosciosa e fatemi conoscere il peggio. Lui è forse ritornato?».
«Ve lo mostrerò» rispose Miss Foxley suonando il campanello, al
richiamo del quale la domestica immediatamente comparve. «Di’ al
signore nella stanza accanto che vorrei parlargli» le disse.
La ragazza sparì e subito dopo un giovane entrò nella stanza. Era alto e
di gentile aspetto, con i capelli scuri e scuri occhi selvaggi, e un volto bello
anche se scavato.
«Signor Henry» disse Miss Foxley «permettete che vi presenti la vostra
amica di un tempo, Marian Hume. Ora sfortunatamente porta un altro
cognome, ma non certo per colpa mia».
Lui si avvicinò alla marchesa, che era rimasta seduta con le mani che le
coprivano il volto, e disse: «Signora, permettete che mi presenti a voi
come quel Henry Percy da lungo tempo assente, che una volta, a dir poco,
degnaste della vostra attenzione».
Al suono della sua voce lei sollevò la testa e lo fissò intensamente, poi
rispose: «Questo non è, non può essere Henry. Lui era più giovane, più
bello, la sua voce più dolce. Miss Foxley, mi deludete; questa persona al
massimo gli assomiglia un po’».
«Può essere» rispose la governante «ciononostante si tratta di Henry
Percy, del vostro Henry Percy, e di nessun altro».
«È falso. Ecco, questo è il suo ritratto» (traendolo dal corpetto).
«Paragonateli e ditemi dov’è la somiglianza».
«Signora» s’interpose il giovane «non mi meraviglio che voi neghiate la
mia identità. Il passare del tempo e un lungo soggiorno in climi stranieri
deve aver necessariamente prodotto in me un gran cambiamento; ma
anche se sono mutato esteriormente, dentro di me tutto è rimasto
immutato, cosa che non si può dire, temo, di qualcun altro».
«Non insultatemi, signore!» ribatté Marian, mentre il pallore mortale
delle sue guance si imporporava in un impeto d’ira. «Preferisco credere
all’evidenza dei miei sensi, piuttosto che alle vostre asserzioni».
«Giacché non volete credere alle mie parole» replicò lui «osservate
questo pegno, e respingete la sua testimonianza, se osate».
Così dicendo le mise in mano una scatoletta d’argento. Lei l’aprì; una
sola occhiata al suo contenuto sembrò darle una subitanea e decisiva
convinzione, cosicché con un grido strozzato ricadde all’indietro sulla
sedia, quasi priva di sensi.
«Ora, spergiura, vuoi finalmente riconoscermi?» esclamò il signor
Percy con aspra enfasi.
«Sì, sì, ma oh! risparmiami almeno per una settimana: dammi almeno il
tempo di raccogliere i miei pensieri, di considerare la mia situazione!».
«Non un giorno, non un’ora ti risparmierò! Le mie pretese sono
legittime e io le farò valere ora!».
La marchesa allora cadde in ginocchio e con gli occhi pieni di lacrime e
a mani giunte implorò una dilazione, anche breve. La sua estrema
sofferenza sembrò alla fine commuoverlo.
«Alzatevi, signora» disse. «Avrete una settimana di tempo, a patto che
promettiate di non confidarvi con il marchese di Douro durante questo
periodo».
«E a condizione» aggiunse Miss Foxley «che promettiate ancora di
ritornare qui domani notte per ricevere un’importante rivelazione che vi
riguarda, milady, e che in questo momento non sembrate nelle condizioni
di ascoltare».
«Prometto tutto!» esclamò lei, grata per quella temporanea tregua. «Ma
di che natura sono i chiarimenti cui alludete, Miss Foxley?».
«Desidero solo farvi sapere chi e cosa siete, una situazione di cui finora
siete rimasta all’oscuro».
«Non potrei conoscerla ora?».
«No, è troppo tardi, sta già spuntando l’alba».
Quindi Marian, dopo qualche altra parola, prese congedo. Trovò Ned
che la stava aspettando ansioso nella strada alla fioca luce del giorno
nascente. Rifecero in fretta la strada per Wellesley House dove,
fortunatamente, giunsero inosservati. Quindi Ned, dopo aver ricevuto i
più calorosi ringraziamenti della sua giovane padrona, per lui più
importanti della tangibile ricompensa che li accompagnava, si ritirò per
godere in pace il ristoro di un indisturbato riposo. La marchesa parimenti
bramava il suo guanciale; ma il dolore e i cupi pensieri bandirono il sonno
dal sontuoso giaciglio su cui giaceva.

1 «Pride in their port, defiance in their eye,/ These mighty lords of human-kind passed by» è la
versione citata dall’autrice, da confrontare con Oliver Goldsmith, The Traveller: «Pride in their
port, defiance in their eye,/ I see the lords of human kind pass by».
III

La sera dopo i fatti narrati nel precedente capitolo, nel salotto di


Ellrington House si poteva ammirare una scenetta più tranquilla del
solito. Invece di oscuri complotti politici, di turbolente e chiassose
bisbocce o di splendide e incantevoli accolite di brillanti devoti della
Moda, due sole persone, il padrone e la padrona di casa, sedevano ai due
lati di un allegro e familiare caminetto. Alcuni ceri lucevano sulla mensola
del camino tra centinaia di ninnoli sfavillanti e, con l’aiuto della vampa di
un fuoco luminoso, fornivano luce sufficiente da permettere a Lord
Ellrington di studiare un trattato sul presente stato della società, e a sua
moglie di decifrare i caratteri di un poema persiano. A un certo punto il
primo, dopo diverse imprecazioni rivolte al suo autore, buttò da parte il
trattato e disse: «Suvvia, Zenobia, smettila di intestardirti in quell’assurda
tua passione. Devo dire che, se anche si riuscisse a decifrare quel testo, ci
si troverebbe dinanzi a uno dei più grossi schiocchezzai del mondo».
«Ma Ellrington, ti sbagli di grosso; mai sentimenti più delicati presero
corpo nel linguaggio. Che libro stavi leggendo tu per tutto questo
tempo?».
«Una traduzione in lingua inglese del raglio di un asino».
«Davvero? Allora hai impiegato il tempo con meno profitto di me. Io
stavo traducendo la canzone di un usignolo alla sua rosa prediletta».
«E di grazia, quale sarebbe il nome dell’idiota che ha avuto questa
straordinaria e mirabile trovata?».
«Ferdoona, uno dei massimi poeti fioriti in Persia».
«Ma veramente, Zenobia, tu ammiri queste immonde sciocchezze?».
«Senza alcun dubbio».
«Mah, le donne sono le più incomprensibili creature della terra; a volte
sembrate avere un considerevole discernimento, e poi commettete azioni
o profferite discorsi che testimoniano una grande debolezza, quando non
una totale mancanza, di intelligenza».
«Ammettiamolo pure, Alexander: ma non potrei dire lo stesso di te?
Quante volte, durante il corso dell’anno, ragioni come in questo
momento?».
«Se non fossi d’umore particolarmente ilare, stasera, la tua osservazione
mi resterebbe sullo stomaco, Zenny».
«Ah, davvero? E molto probabilmente ci vorrebbe una bottiglia di vino
per fartela digerire».
«Può darsi, ma dimmi, ora che me ne accorgo, perché nascondi i tuoi
capelli sotto quello strano copricapo che stai portando ultimamente?».
«Moda, milord, capricci della moda».
«Davvero? Così la moda indurrebbe le signore a distruggere la loro
bellezza?».
«Talvolta, ma giacché non ti piace, il male è facilmente rimediabile».
Così dicendo, tolse il pettine che imprigionava i suoi capelli, e subito una
nube di ricci corvini le ricadde in doviziosa profusione sul collo e sulle
spalle.
«Così» disse Ellrington dopo un attimo di silenzio «sembri nuovamente
te stessa. È incredibile che mutamento porti la presenza o l’assenza di
qualche ciocca ricciuta».
Soddisfatto dal rispetto di lei ai suoi desideri, lui si ritrovò di un umore
migliore e più sereno di quello che la sua natura tempestosa aveva dovuto
domare per quasi un intero anno; ma aveva appena raggiunto una pace
completa quando si udì bussare alla porta. «Avanti» disse, e il domestico
che stava fuori dall’uscio fu stupito dal tono gentile con cui erano state
pronunciate quelle parole, perché di solito, quando si avventurava a
disturbare il suo padrone in quel modo, una sequela di bestemmie e di
male parole era la ricompensa alla sua cura. Aprendo timidamente la
porta, annunciò che una persona desiderava parlare a Lord Ellrington.
«Una persona! E che tipo di persona sarà mai, a quest’ora di notte?».
«Una donna, milord, e, credo, una donna giovane, benché tenga così
ben nascosto il volto in un fazzoletto che non mi è stato possibile vederla
con chiarezza».
«Ohilà, che mistero! Be’, introducila nella biblioteca e dille che la
raggiungerò immediatamente».
«Che può mai volere questa creatura?» disse Lady Zenobia. «Credo,
Ellrington, che abbia avuto poco senso accettare di riceverla».
«Oh, sciocchezze, Zenny. Magari ha qualcosa di speciale da dirmi».
Quando Lord Ellrington entrò nella biblioteca, intravide una sottile
figura femminile vestita di un mantello di seta e con in capo un largo
cappello di paglia che le era scivolato un po’ all’indietro, scoprendo una
mirabile massa di riccioli castani. Il volto era girato e parzialmente
nascosto nel palmo delle sue bianche mani.
«Bene, ragazza mia» disse «di che si tratta?».
Lei non rispose subito. Lui ripeté la domanda. Allora la giovane levò
lentamente la testa e mostrò un viso che, illuminato dal rossore e
modellato nella più squisita creta di giovanile bellezza, risultava così
gentile e affascinante che il nobile gentiluomo non poté trattenere
un’esclamazione di sorpresa. Osservatala per un attimo con stupore, disse:
«Mi sbaglio, o si tratta dell’impareggiabile marchesa di Douro?».
«Signore, la vostra supposizione è esatta» disse lei e, essendo scomparsa
la timidezza che in un primo momento l’aveva oppressa, sostenne senza
paura il suo sguardo indagatore, con occhi in cui sembrava brillare una
luce di follia. «Sono io quell’infelice».
«E a che debbo la vostra visita inaspettata, anche se assai gradita?».
«Alla disperazione, signore. Solo questa poteva spingermi a umiliarmi
così».
«Sono spiacente che le cose stiano in tal modo, graziosa signora, poiché
speravo che foste venuta spontaneamente. Ma ditemi, in che posso
servirvi? Non sia mai detto che la donna più carina di Verdopolis abbia
chiesto invano il mio aiuto».
«Non parlate così, Lord Ellrington» disse Marian, mentre un brivido
improvviso le correva lungo tutto il corpo. «Sapendo quel che io so, un
linguaggio così leggero suona orribile!».
«E che cosa sapete, milady?».
«Qualcosa che non vorrei rivelarvi per nulla al mondo e che mi spinge
qui per trovare conferma, sebbene temo che di conferma abbia poco
bisogno».
«Che oscuro linguaggio, non lo capisco».
«Lo capirete fra breve. Ditemi, signore, non possedete forse uno
scrigno della defunta Lady Percy che fino a oggi non siete stato capace di
aprire?».
«Ce l’ho, ma nel nome del cielo, della terra, dei mari e per tutto ciò che
contengono, come ne avete avuto notizia?».
«Per ora non posso spiegarvelo, signore. Permettetemi soltanto di
vedere il bauletto, e io vi mostrerò il modo di aprirlo».
«Be’, non posso proprio rifiutare un piacere chiesto da simili labbra,
così permettetemi, signora marchesa, di condurvi nella stanza dove
conservo l’oggetto della vostra curiosità». Così dicendo, le porse la mano
che lei tuttavia rifiutò con un involontario moto di rifiuto.
«Cosa?» esclamò lui con cipiglio irato. «Osate rifiutare con sdegno
quella cortesia che da parte mia è quasi una condiscendenza?».
«Scusatemi» disse Marian scoppiando in pianto. «Tenete pure la mia
mano, perché temo abbiate il diritto di comandarmi in tutto».
Le ultime parole furono profferite così a bassa voce che lui non le
afferrò; tuttavia la vista delle lacrime lo addolcì, giacché supponeva
fossero state provocate dal timore della sua collera. Prese comunque
quella mano che a questo punto avrebbe anche potuto lasciare libera e,
reggendo una candela, guidò la giovane fuori dalla stanza.
Passarono in silenzio attraverso l’ingresso, salirono lo scalone, e
percorsero a passi senza suono il pavimento felpato di una lunga galleria,
al termine della quale c’era una porta. Lord Ellrington la aprì, quindi
entrarono in un piccolo locale tappezzato da anneriti pannelli di quercia.
Nel centro vi era una tavola ricoperta di carte e in un angolo uno stipo
curiosamente intarsiato su cui poggiavano quattro spade, tre nel fodero e
una sguainata. Al di sopra pendeva un grande stendardo sanguigno con la
nera insegna di un teschio e di ossa incrociate.
«Questo» disse il nobiluomo dopo aver chiuso la porta a chiave «è il
mio sancta sanctorum, signora marchesa» e tacque fissandola, per
vedere che impressione le aveva prodotto la scena.
Era davvero una situazione strana e orribile quella in cui la povera
Marian era capitata. Stava lì nel cuore della notte, sola di fronte a quel
cupo individuo collerico le cui grandi imprese, ma gli ancor più grandi
crimini erano destinati ad atterrire, al loro manifestarsi, la musa della
storia. Un profondo e profetico silenzio regnava tutt’intorno, interrotto
soltanto dal debole suono soffocato di una porta che si chiudeva o da
qualche passo frettoloso in una zona remota di quella vasta magione,
rumori che ammonivano soltanto di come, se ci fosse stato bisogno di
aiuto, questo sarebbe giunto troppo tardi. Il sangue scorreva gelido nelle
vene della giovane presa da tali pensieri, ma il terrore le paralizzava la
lingua e le incatenava le membra, come sotto il fascino dell’occhio vigile di
un falco, così che né riusciva a balbettare una parola, né a muovere un
dito.
«Che ne dite?» continuò lui con un sorriso sardonico, sollevando la
lampada ed ergendo la sua maestosa corporatura in tutta la sua altezza.
«Vedete quelle quattro spade e quel drappo rosso sopra lo stipo laggiù?».
Lei chinò il capo.
«Be’, ora milady, vi illustrerò il loro significato. Questa è la lama che ho
brandito nella mia gioventù, quando uccidevo i neri per conto di
Wellington. Questa è l’arma che mi ha sorretto durante l’esilio; è ebbra di
sangue di mercanti di terra e di mare. E questa, non molti anni fa, ha fatto
tremare Alexander I sul suo trono eccelso. Tutte e tre sono nel fodero;
hanno compiuto il loro lavoro, hanno massacrato le loro migliaia e decine
di migliaia di uomini e ora possono riposare. Ma quest’ultima!
Osservatela, milady, osservatela bene. Guardate com’è affilata, lucida e
scintillante: non una macchia di sangue, non una striatura di ruggine la
offuscano. È una spada vergine, non ha trapassato cuori, non ha liberato
spiriti; è sguainata e pronta a offrirsi, quando il suo tempo verrà. Una voce
e un potere stanno in quest’arma: la voce annuncerà il giorno del giudizio
delle nazioni, il potere lo metterà in opera. E con la forza di quale braccio
porterà a termine la sua impresa?» continuò posando all’improvviso la
mano sulla spalla di lei, con tale violenza che la fece tremare. «E che posta
avrà la grande partita? Mio sarà il braccio, la corona, il premio!».
Tacque un attimo, poi proseguì in tono un po’ più basso: «E quello
stendardo era al pennone del Pirata Nero; per sette anni ho solcato i mari,
il temuto, l’invincibile. Tempesta o sereno, guerra o baldoria, battaglia o
festa, intatto è rimasto, immutabile. Quando le onde erano disseminate di
brandelli lacerati dalle tempeste di ciò che erano stati mercanti o soldati,
la mia valida nave, loro minaccia e flagello, spiegava le sue bianche vele e,
come un ossessionante spirito degli abissi, orgogliosamente salpava quelle
acque che nessun altro aveva il coraggio di esplorare. Si diceva che
gettasse un incantesimo sulle onde e sui venti, e si diceva il vero: perché
finché io ho percorso la sua tolda dirigendone la rotta, mai il Destino dal
triplice scudo le si è librato intorno…
Ma ora basta! Che pazzo o idiota sono a parlare così a voi! Uhm! Mi
sono lasciato andare, ma è facile prevenirne le conseguenze.
Inginocchiatevi, marchesa, inginocchiatevi all’istante.
Osate resistermi? Ah, così va bene. Dovete scusare la spinta che vi ho
dato, ma è sempre meglio non esitare a obbedirmi. Ora giurate sulla testa
di quel vecchio uomo che venerate, che mai orecchio mortale sentirà una
parola di ciò che è stato detto qui stanotte. Giurate, oppure…».
«Lo giuro» disse lei con un filo di voce.
«Così va bene. Alzatevi, su. Siete una bambina obbediente e lodevole, e
se potessi occuparmi di voi diverreste in breve una perfezione di mitezza e
umiltà femminili».
Marian si alzò e rimase ritta di fronte a quel nobile imperioso. Era
mortalmente pallida e la si sarebbe presa per una bella statua di marmo se
un tremito che le scuoteva le membra non ne avesse denunciato la carne
viva e il sangue. Lord Ellrington la contemplò nuovamente e sembrò
compiacersi nel constatare la profonda impressione che il suo sguardo
provocava. Alla fine, dopo averla torturata a quel modo per qualche
minuto, scoppiò in una prolungata e rumorosa risata. La giovane
indietreggiò e lo guardò smarrita, pensando fosse colto da un accesso di
pazzia.
«Bene» esclamò lui appena quello strano scoppio di allegrezza si fu
esaurito, e poté di nuovo riprender fiato «forse vi ho spaventata, milady?
Ma andiamo! Che sciocchezza! Tiratevi su! Si direbbe che mai finora
abbiate avuto a che fare con tipi rudi e scostanti. Via, non ditemi che il
marchese non ha mai esercitato la disciplina su voi un po’ a questa
maniera. Su, confessate la verità, forse non è anche lui piuttosto
intrattabile e arrogante, talvolta?».
«Signore» esclamò Marian, mentre un rossore di sdegno le
imporporava la fronte nivea e le gote smorte «non tollero che nessuno si
esprima così sul conto di mio marito, nemmeno voi, diabolico e
impudente come siete…». Avrebbe continuato, ma le parole, formulate a
stento, le morirono sulle labbra, mentre con esse si spegneva quella
fiammata di coraggio.
«Diabolico e impudente…» le fece il verso bofonchiando Lord
Ellrington «un po’ offensivo, non vi pare? Dimenticate forse, milady, dove
vi trovate e in quale situazione. Ma direi che non dobbiate mostrarvi così
suscettibile nei riguardi del marchese, quando voi state commettendo
un’azione che ai suoi occhi costituirebbe inequivocabilmente un’offesa
mortale; perché non credo apprezzi queste visitine di mezzanotte in casa
Ellrington!».
Marian non replicò a quella tagliente osservazione, ebbe solo un
profondo sospiro. Seguì una pausa, durante la quale Lord Ellrington
misurò a lenti passi la stanza. Passò qualche tempo prima che lei osasse
interromperlo per ricordargli lo scopo che aveva motivato la sua visita, ma
alla fine, facendo appello a tutta la sua determinazione, disse esitando:
«Mi permetterebbe ora vostra signoria di esaminare lo scrigno?».
Senza rispondere, lui si avvicinò direttamente allo stipo e, presa una
chiave dalla tasca, lo aprì. Ogni comparto conteneva una gran confusione
di oggetti di ogni tipo, ma in uno, più ordinato degli altri, apparve una
scatola d’avorio intarsiata d’argento, una lunga ciocca intrecciata di
splendidi capelli castani, un orologio da donna e la miniatura di una bella
donna racchiusa in una grande cornice d’oro, riccamente intarsiata di
pietre preziose. Prese il bauletto e glielo pose tra le mani.
Lei si allontanò di pochi passi verso la tavola dove era posato il lume e,
aperto lo scrigno facendo scattare una molla nascosta, afferrò un foglio di
carta che rappresentava tutto il suo contenuto. Lo scorse in fretta e poi,
così all’improvviso che Lord Ellrington non riuscì a impedirglielo, lo
bruciò alla fiamma della lampada. «Grazie a Dio questa prova è
distrutta!» esclamò quindi.
«Come avete osato?» disse lui avvicinandosi a passi minacciosi, con la
mano che era andata, quasi d’istinto, al calcio della pistola seminascosta
sul petto. «Se foste stata un uomo vi avrei polverizzato per ciò che avete
appena fatto!».
«Fatelo» disse Marian, del tutto incurante dei suoi modi «e liberatemi
così da una vita nella quale non c’è più posto per la gioia».
«No» rispose lui riponendo la pistola «non vi ucciderò, ma farò
qualcosa di ben peggiore per voi, considerando in che stato d’animo vi
trovate: vi terrò chiusa qui dentro finché non mi avrete rivelato, e senza
infingimenti, il contenuto della carta che avete appena distrutta».
«Non lo farò mai, e ogni nuova manifestazione della vostra condotta mi
rende ancora più determinata a non farlo».
«Che questa stupida di una ragazza sia davvero matta?» esclamò Lord
Ellrington con cupo cipiglio. «Ha forse scordato con chi ha a che fare?».
«No, non l’ho scordato, signore, ma i sentimenti che mio malgrado
nutro contro di voi finiranno per farsi strada a forza, senza che io possa
fermarli».
«State attenta, allora: siete destinata a subire le conseguenze della vostra
smania di autonomia; continuerete a rimanere chiusa qui con me, almeno
fino a giorno fatto. Se vi comporterete bene durante queste cinque o sei
ore, forse vi permetterò di ritornare a casa in tempo per giustificare al
marchese, come potrete, la vostra assenza».
Invano Marian cercò di distoglierlo dal suo proposito con suppliche,
proteste e persino con le lacrime: lui fu inesorabile, e per il resto della
notte lei fu costretta a subire una prigionia involontaria, ad ascoltare i
pungenti dileggi, le false insinuazioni e le odiose galanterie del suo
inflessibile carceriere. Alla fine, proprio quando la luce della lampada
cominciava a declinare innanzi ai primi pallidi lucori dell’alba, che filtrava
attraverso l’unica alta e stretta finestra dalla quale la stanza prendeva luce,
si udì alla porta un colpo esitante.
«Chi è?» tuonò Lord Ellrington.
«Sono soltanto io» rispose la voce di sua moglie in tono mitissimo.
«Volevo sapere, Alexander, se intendi andarti a riposare o no prima che
faccia giorno».
«E che te ne importa? Fila subito a letto, senza storie!». Zenobia intese
il tono con cui suo marito parlava, e si ritirò immediatamente.
«Ora» disse rivolgendosi alla marchesa «permetterò a questo donnino
di andarsene. Venite, su».
Lei lo seguì ben volentieri, dopo che lui ebbe aperto la porta e le ebbe
fatto strada lungo la galleria, l’andito e i passaggi fino all’ingresso
principale. Qui lui aprì il portone con le sue stesse mani. Marian non
attese nessuna cerimonia di commiato, ma lo sorpassò con un balzo, scese
i gradini correndo e filò lungo la strada con la rapidità e la leggerezza di
un capriolo; in un batter d’occhio era sparita. Un trionfo di luce dorata si
sprigionò a oriente prima che raggiungesse Wellesley House. Tuttavia il
silenzio regnava ancora nella nobile magione, e quando suonò al
campanello della porta di servizio, fu Mina ad aprirle.
«Oh, signora mia» esclamò la fedele cameriera «sono talmente felice
che siate tornata! Ho passato una notte così disperata e in ansia per voi,
come nessuno mai».
«Il marchese è rincasato ieri sera?» chiese sua moglie.
«Sì, è rientrato alle quattro, e allora ho pensato che la vostra assenza
sarebbe stata scoperta, e ho dato tutto per perduto. Fortunatamente lui è
andato direttamente in camera sua, perciò siamo salvi, per fortuna,
milady!».
«Ringrazio Dio e i Grandi Genii2 che hanno vegliato su di me!»
esclamò la marchesa. «Ora Mina, vai a letto, sono sicura che devi essere
stanca. Io posso spogliarmi da sola».
Mina lasciò la stanza e pochi minuti dopo la sua padroncina, oppressa
dalle angosce e dalle veglie, stava godendo nel riposo del sonno di un
temporaneo oblio alle sue pene.

2 I Genii erano i quattro fratelli Brontë. Cfr. The Miscellaneous and Unpublished Writings of
Charlotte and Patrick Branwell Brontë, VIII, p. 61.
IV

Aveva riposato nemmeno tre ore quando Mina si presentò nuovamente al


suo capezzale. «Milady» disse «può alzarsi ora? Il marchese le manda a
dire che la colazione è pronta».
«Che ore sono?» chiese Marian.
«Le nove, milady».
«Oh, ma allora devo proprio alzarmi. È scortese farlo aspettare».
Non le ci volle molto a vestirsi, perché il suo abbigliamento mattutino
era improntato a semplicità e gusto autentici; e le bastò qualche tocco alle
lucenti trecce naturalmente inanellate per essere in ordine. Quand’ebbe
terminato la sua toeletta, si avviò a incontrare il marchese. Il cuore le
batteva veloce mentre si avvicinava alla sala dove si serviva la colazione,
perché non l’aveva più visto dopo il colloquio menzionato in un
precedente capitolo, quando lui l’aveva lasciata in collera, proibendole in
modo assoluto ogni contatto con Miss Foxley. E come aveva rispettato
quella proibizione!
Arthur, quando lei entrò nella stanza, stava seduto con le spalle rivolte
alla porta, intento alla lettura del giornale. Il passo di lei era troppo
leggero per essere notato, e lei non osava rivolgergli la parola per prima,
non certa che gli fosse già passato il cattivo umore; perciò si sedette
quietamente al suo posto e cominciò a servirsi la colazione.
Il tintinnio delle tazze e degli argenti attrasse subito la sua attenzione;
levò su lei uno sguardo sorridente e disse: «Be’, Marian, non mi auguri il
buon giorno? Spero che tu non mi tenga il broncio perché t’ho fatto
saltare giù dal letto così presto».
«No, davvero, Arthur, al contrario, mi spiace di averti fatto aspettare
così a lungo. Tuttavia perdonami, perché di solito non pecco di scarsa
puntualità».
«Vedrò se è il caso» celiò lui di rimando «ma penso che la tua richiesta
verrà accolta, perché non me la sento di rimanere in collera per questo».
La prima colazione di mio fratello generalmente si protrae per un’ora e
mezzo, perché invece di spicciarsi a mangiare, come tutti, se ne sta
leggiucchiando i giornali del mattino e, come direbbe il mio padrone di
casa, va avanti a pezzi e a bocconi con intervalli di un quarto d’ora tra gli
uni e gli altri. Alcune signore di mia conoscenza farebbero il diavolo a
quattro se dovessero aspettare il loro marito tanto a lungo; ma la marchesa
di Douro, che si considera onorata di aspettare il suo signore e padrone,
quando ha bell’e che ultimato il suo parco pasto è solita prendere qualche
elaborato ricamo e andare avanti a infilare e togliere l’ago con le ditina
sottili finché l’ultimo articolo di fondo dell’ultimo giornale non è
terminato.
Quella mattina il suo lavoro veniva frequentemente interrotto da
profondi sospiri, e ogni volta che queste manifestazioni di angoscia le
sfuggivano dalle labbra il marchese, non visto da sua moglie, levava
appena gli occhi dal giornale e la osservava con un’espressione piuttosto
curiosa; e quando il suo sguardo si riposava sulla frase o sul trafiletto che
stava leggendo, sembrava per un attimo più preso dai suoi pensieri che dal
senso del testo. Alla fine, come tutte le cose di questo mondo, anche la
colazione di Arthur ebbe termine, il servizio fu sparecchiato e messo a
posto da un valletto della servitù, e Marian si accingeva a lasciare la stanza
per recarsi nella camera del bambino, quando improvvisamente il
marchese si alzò, le si avvicinò e le prese la mano.
«Marian» le disse dopo un attimo di silenzio «sei molto pallida
stamattina. Che cosa è successo?».
«Io… io… non ho dormito molto bene stanotte» balbettò lei, tremante
come una foglia di pioppo.
«Ma non è sufficiente, non potrebbe causarti tutto questo affanno. E
perché la tua mano tra le mie è così fredda?».
«Non lo so, proprio non lo so» rispose Marian, sforzandosi di sorridere,
tentativo che riuscì solo a far spuntare una lacrima nei suoi occhi azzurro
cupo.
Il marchese la fissò e, come se si fosse insinuato nei più reconditi recessi
del suo cuore, disse in tono basso e trepidante: «Hai forse disobbedito ai
miei desideri? Hai rivisto quella donna e sei di nuovo rimasta avvinta dalle
sue catene?».
Ci fu una pausa. Marian era annichilita; i cambiamenti repentini della
sua espressione tradivano la violenza delle emozioni che laceravano la sua
anima. Non poteva rispondere, né incontrare lo sguardo del suo
imperioso signore, solo rimaneva muta e immobile, come pietrificata.
«E va bene» disse lui lasciando la sua mano e incrociando risoluto le
braccia. «Capisco il significato di questo silenzio: hai scelto di seguire le
inclinazioni della tua debolezza e non hai osservato i miei ordini. Ti avevo
detto che le conseguenze di tale condotta sarebbero equivalse a
un’immediata separazione. È mia norma conformare i fatti alle parole,
perciò oggi stesso, e al massimo fra tre ore, la vettura da viaggio sarà
pronta a portarti alla casa di campagna di mio padre a Wellington’s Land.
Addio. Questo è molto probabilmente il nostro ultimo colloquio, perché
non posso amare una moglie che mi ha disobbedito».
«Arthur, mio adorato Arthur, non lasciarmi così! Non mi giudicheresti
così severamente se conoscessi tutta la verità!».
«E dimmela, allora!» esclamò lui, concitato, ritirando la mano che già
stava aprendo la maniglia della porta. «Non oso!». «Perché?».
«Perché sono legata alla promessa di non confidarmi con te per una
settimana, e allo scadere di questo tempo temo che ogni spiegazione sarà
vana, perché allora dovrò lasciarti per sempre».
Il marchese stava per rispondere, quando la porta si aprì e Sua Grazia il
duca di Wellington entrò.
Questi arrestò il passo, come direbbe Bobadil3, sulla soglia, e dopo aver
alternato il suo sguardo acuto tra Arthur e Marian, notandone
l’atteggiamento e l’espressione, chiese pacatamente: «Ma che vi turba, a
voi due? Sono arrivato giusto in tempo per assistere a un piccolo saggio di
felicità matrimoniale, eh?».
Nessuno rispose; il marchese si avvicinò alla finestra e si mise a
guardare le nuvole che veleggiavano lentamente. Allora Sua Grazia si
rivolse direttamente alla signora: «Che hai fatto, Marian» chiese «perché
quella nube di avvilimento e di tempesta offuschi l’espressione di tuo
marito?».
Marian scoppiò in lacrime. «Io non volevo offenderlo» singhiozzò
«ma… ma…».
«Ma cosa, cara? Mi pare che la sua severità sia eccessiva».
«No, no, no, vuole solo sapere qualcosa che non posso rivelargli».
«E questo qualcosa potresti dirlo invece a me?».
«Sì!» esclamò la marchesa sollevando lo sguardo, mentre un sorriso
cominciava a illuminarle gli occhi ancora pieni di pianto. «Certo che
voglio: Vostra Grazia saprà consigliarmi meglio di chiunque altro, e io non
ho promesso di mantenere il segreto con voi!».
«Vieni qui, allora, piccina; siediti accanto a me e facci conoscere il tuo
straordinario segreto».
Marian andò a sedersi vicino al duca come lui le aveva detto; per un po’
tacque come se stesse raccogliendo tutto il suo coraggio per affrontare il
grande passo. La compostezza della rassegnazione più che della pace
aveva disteso i suoi lineamenti, ma l’agitazione rimaneva nello sguardo e il
tremore nella voce mentre diceva: «Signor duca, io non sono la moglie di
vostro figlio, e non sono la figlia di Alexander Hume».
A queste parole il marchese di Douro sussultò come se avesse ricevuto
una scossa elettrica; si rigirò e stava per parlare, ma suo padre glielo
impedì dicendo: «Zitto, Arthur, non una parola esca dalle tue labbra, o
sarò costretto a chiederti di lasciare immediatamente la stanza. E ora, mia
cara» continuò rivolto a Marian «spiegami innanzitutto come mai non
saresti la moglie di mio figlio».
«Circa cinque anni fa» riprese lei «poco tempo prima che morisse mia
madre, o quella che fino a ieri ho considerato tale, quando stava
rapidamente deperendo a causa della malattia che la consumava e che alla
fine la uccise, un giorno fui chiamata nella sua stanza. Stava seduta
sostenuta dai guanciali, e al suo capezzale c’erano il signor Hall, il nostro
cappellano di famiglia, Miss Foxley, la mia governante, che Vostra Grazia
ricorda forse di aver visto» (il duca fece cenno di sì) «e Henry Percy, il
figlio minore di Lord Ellrington, la cui residenza estiva era situata non
lontano da Badey Hall. Era un ragazzo pressappoco della mia età, ed era
stato il mio compagno di giochi fin da quando io ricordi.
“Marian” disse mia madre quando mi fui avvicinata “hai spesso sentito
parlare della povera Lady Percy, vero?” Annuii, e lei continuò: “Era la mia
migliore amica, così che tutti i suoi desideri sono sacri per me, ora; ma
uno soprattutto vorrei veder oggi esaudito. Al suo letto di morte, poco
dopo che tu e Henry eravate nati, espresse il voto che, in memoria della
nostra amicizia, i nostri figli si unissero quando avessero raggiunto l’età
del discernimento. Io ora sto per morire, e domani Henry partirà per
luoghi lontani, da cui forse non farà più ritorno. Amerei perciò vedervi
sposi promessi in mia presenza, e se mia figlia fin qui sempre devota vorrà
rendere felici gli ultimi istanti della vita di sua madre, quella consentirà a
impegnare la sua mano con chi non dubito saprà renderla in futuro una
moglie felice”.
Non potei rifiutare di accondiscendere alla richiesta della mia amata
madre, quando sapevo quanto vicino era il tempo in cui la tomba e la bara
l’avrebbero nascosta alla mia vista; e inoltre, anche se non avessi avvertito
la prepotente spinta dell’obbedienza, non avrei potuto trovare
giustificazione nei miei sentimenti per rifiutare: sebbene allora ignorassi
l’amore, tuttavia Henry Percy, bello e affezionato a me, mi era sempre
piaciuto per il suo buon carattere e la sua gentilezza d’animo. D’accordo,
dunque, ci promettemmo in presenza del cappellano, e ciascuno diede
all’altro un pegno che ci avrebbe fatti riconoscere quando ci fossimo
rincontrati in futuro. Il giorno seguente partì per il suo lungo viaggio e
poche settimane dopo mia madre fu deposta nella sua tomba.
Il tempo passò e io non ebbi più notizie di Henry fino a tre anni dopo
la sua partenza, quando una mattina Miss Foxley, che stava scorrendo il
giornale, mi mostrò un trafiletto che annunciava il naufragio della Sirena,
la nave su cui Henry si era imbarcato, in un qualche luogo lontano e
sconosciuto chiamato Isole dei Mari del Sud, e la perdita dell’intero
equipaggio, compreso il tenente Percy, figlio del celebre Alexander Rogue.
Io piansi la morte di Henry, ma né a lungo né troppo amaramente:
l’assenza aveva fatto sì che la sua immagine e l’affetto tranquillo e infantile
che gli portavo si affievolissero nella mia mente e nella mia memoria.
Dodici mesi dopo, conobbi il marchese: nuovi sentimenti e passioni che
fino allora non avevo mai provato fiorirono nel mio cuore. Non è
necessario che io spieghi a Vostra Grazia come tutto fosse predisposto per
la mia unione con vostro figlio quando, in un modo che deve esservi
sembrato inesplicabilmente capriccioso, all’improvviso lasciai a metà i
preparativi e dichiarai che mai avrei potuto acconsentire a diventare sua
moglie. Avevo tuttavia una ragione, ed era piuttosto decisiva: tre giorni
prima che avesse luogo il mio matrimonio, e mentre Miss Foxley era
occupata a preparare il mio vestito da sposa, questa ricevette una lettera
da un compagno di navigazione di Henry che lei conosceva, in cui lui
raccontava come la storia del naufragio della Sirena fosse completamente
falsa, e di come sia nave sia equipaggio fossero in ottime condizioni e
proseguissero un favorevole viaggio.
Penso che non possiate biasimarmi, signore, se in seguito a ciò, sebbene
con la più grande violenza contro i miei stessi sentimenti, io ruppi i
rapporti con vostro figlio. Nessuno può dire quanto io abbia sofferto a
vederlo giorno per giorno struggersi per amor mio, ma il Dovere mi
indicava in modo inequivocabile la rotta da seguire, e io non osavo deviare
dalla direzione indicata. La vostra impressione sulla mia natura mutevole
deve aver ricevuto conferma quando, dopo vari mesi di continui rifiuti, di
colpo e improvvisamente mi arresi alle sue suppliche. Anche per questo
comportamento ci fu una ragione, ma io sono restia a rivelarvela, perché
temo d’essere giudicata troppo incline al romanzesco».
Come il duca l’ebbe incoraggiata a continuare, lei proseguì in questo
modo: «Una quieta sera d’estate, al crepuscolo, io stavo vagando in una
remota zona del parcoe, preso riparo in una piccola nicchia selvaggia che
era il mio nascondiglio preferito, cominciai straziata a dolermi al ricordo
di Arthur e della triste certezza che non sarei mai stata sua. Mi torturai in
questi pensieri e piansi finché non cominciò a fare buio, e solo allora,
timorosa di attraversare il parco di notte e di disturbare il sonno dei cervi
e degli altri animali selvatici, mi alzai per fare ritorno; mi ero inoltrata di
poco per il sentiero nella foresta dove era stata costruita la nicchia,
quando una voce, fioca e triste, sussurrò il mio nome. Mi voltai e vidi, ritta
sotto l’arco che avevo appena lasciato, l’indistinta figura di un uomo.
“Chi è là?” chiesi spaventata.
Invece di rispondere, l’ombra mi scivolò incontro. Io mi misi a gridare.
Lui mi fece cenno di tacere e disse, in tono così sordo che il solo ricordo
mi fa tremare: “Guardami, Marian, e riconoscerai il tuo Henry”.
Proprio in quel momento la luna sbucò fra le nuvole e la sua luce,
filtrando fra i rami, mi rivelò dei tratti e un volto che avevano, in realtà,
una vaga rassomiglianza con quelli di Henry, ma così mutati e deformati
che mai sarei riuscita a riconoscerli da sola. I capelli e i vestiti erano umidi
e gocciolanti, gli occhi spalancati ma vuoti di qualsiasi espressione che
non fosse l’orrore, la faccia azzurrognola e livida, i lineamenti tumefatti. Io
ero troppo atterrita da tutti quei cambiamenti per reagire, così lui
proseguì: “In questo stato giaccio, Marian, presso le Isole Coralline dei
Mari del Sud. Non credere ai mentitori, non temere il mio ritorno. La
morte e l’acqua degli abissi mi incatenano al mio posto: sii felice e non
pensare al tuo primo amore”. Lo spettro si dissolse nell’aria davanti ai
miei occhi e io, piena di orrore, mi affrettai verso casa.
Al mio arrivo, raccontai ciò che avevo visto a Miss Foxley. Lei tentò in
tutti i modi di convincermi che la visione era stata frutto della mia
immaginazione esaltata, ma, rendendosi conto che la mia certezza sulla
realtà dell’apparizione era irremovibile e così la mia determinazione ad
agire secondo il consiglio di quella, montò su tutte le furie, dicendo che si
augurava che io sposassi il marchese perché così poi avrei avuto pesanti e
amari motivi per pentirmi. Tre settimane dopo ero sposata. Arthur
licenziò Miss Foxley poco dopo il mio matrimonio, e io ne fui assai lieta
perché il suo aspetto arcigno e il suo sguardo torvo e minaccioso mi
riempivano di un indefinibile senso di paura.
Da allora non ricevetti alcun segno di vita da lei, fino a due giorni fa,
quando il marchese mi informò che l’aveva vista in città, ingiungendomi di
non aver alcun contatto con lei. Il giorno stesso mi è stata recapitata una
lettera di Miss Foxley, nella quale mi comunicava che, se non volevo che
una certa faccenda venisse alla luce, dovevo accondiscendere, io,
marchesa com’ero, a rendere visita alla sua vecchia governante nel suo
alloggio di Harley Street. Vi andai, perché non osavo comportarmi
diversamente, e lì ho rivisto quel Henry Percy che fino allora avevo
pensato sepolto nella sua tomba marina.
Era così mutato, e sembrava così scuro, esaltato e scavato, che in un
primo momento non lo volli riconoscere; ma fui ben presto fin troppo
convinta quando mi mostrò proprio quell’oggetto che gli avevo dato
cinque anni fa come pegno di fede eterna. Reclamava i suoi diritti su di
me da quel medesimo istante; tuttavia con lacrime e suppliche riuscii a
ottenere una tregua di una settimana, a condizione che durante questo
periodo io non mi confidassi con mio marito, e che io tornassi il giorno
successivo per conoscere un importante segreto che mi riguardava
personalmente.
Al secondo incontro, Miss Foxley mi informò che non ero la figlia di
Alexander Hume!
“E di chi, allora?” chiesi.
“Le defunte signore Hume e Percy” rispose “erano, come sapete,
amiche intime. Come segno di grande affetto e di reciproca confidenza si
accordarono, quando voi e Henry nasceste, di scambiare i propri figli e di
allevare il figlio dell’altra come fosse il proprio. Lo scambio fu portato a
termine con tale destrezza che nessuno, tranne me, ne ebbe mai sentore, e
così finora avete considerato vostro padre il dottor Hume, mentre in
realtà il solo Lord Ellrington ha con voi questo rapporto di parentela”.
Questa rivelazione mi colpì così profondamente che svenni.
Riprendendo i sensi dissi a Miss Foxley che, a meno che non potesse
fornirmi una prova della sua asserzione, avrei considerato quanto avevo
appena udito alla stregua di una perfida menzogna. Lei allora mi informò
che un accordo scritto del patto era conservato in uno scrigno di Lady
Percy, chiuso da una molla segreta, nascosta in un modo che mi descrisse,
e che proprio per la difficoltà di scoprire quella molla Lord Ellrington
conservava lo scrigno ancora intatto.
Resa pazza dall’idea di essere la figlia dell’uomo che su tutti più temevo
e detestavo, andai, senza quasi sapere quel che facevo, in casa Ellrington.
Colà, supplicandolo, ho ottenuto che quel signore mi mostrasse lo
scrigno, l’ho aperto, vi ho trovato il documento fatale, ho scorso il suo
contenuto e, in preda all’angoscia, l’ho distrutto alla fiamma di un lume
che stava sulla tavola.
Ora, signore» concluse «conoscete ogni mio segreto e potete, se
credete, valutare lo schiacciante peso di quel fardello di miseria sotto il
quale la mia ragione sembra vacillare. Odio le spiegazioni, e perciò
riassumerò quel che ancora ho da dire nel più breve tempo possibile».
Quando Marian ebbe terminato, il marchese le chiese di descrivergli il
pegno dal quale aveva riconosciuto Henry Percy.
«È un sottile anello d’oro» rispose lei «con incastonato un cristallo che
contiene una ciocca intrecciata dei miei capelli, e con il mio nome inciso
nell’interno».
«Vecchia strega vigliacca!» esclamò Arthur. «L’ha comperato nel
negozio di Lapis, e quel tizio che hai visto non è la persona che credi più
di quanto non lo sia io! Riguardo poi alla diceria a proposito di Lord
Ellrington, non c’è dubbio che si tratti di una scandalosa menzogna, che le
farò confessare prima che questo giorno si concluda».
Quindi suonò il campanello e ordinò a tre o quattro servi di recarsi
immediatamente in Harley Street e di agguantare Miss Foxley e chiunque
lei tenesse presso di sé. Furono ben presto di ritorno, insieme con Miss
Foxley e il suo complice, che mio padre e mio fratello all’istante
riconobbero essere Edward Percy, il ben noto furfante, fratello maggiore
che del minore aveva assunto l’identità. Con grande spudoratezza dichiarò
che il suo unico scopo nel partecipare all’inganno era stato quello di
estorcere del denaro, e Miss Foxley, trovandosi così abbandonata dal suo
complice, confessò la falsità di quanto aveva sostenuto e spiegò il mistero
del documento nello scrigno dicendo che un tale accordo era realmente
stato preso tra Lady Hume e Lady Percy, ma che non si era mai realizzato
perché i loro mariti si erano rifiutati di sostenerlo.
Mio padre quindi le disse che se voleva sfuggire alla punizione per le
sue scelleratezze doveva abbandonare istantaneamente l’Africa per
qualche lontano Paese e non rimettere più piede su quelle coste. «Vi do la
scelta» disse il duca «fra due mali: l’esilio o la gogna; scegliete voi quel che
considerate il minore».
Lei scelse il primo, quindi il giorno successivo prese il mare. Quanto a
Edward Percy, mio padre gli diede dieci sovrane per la sua candida
confessione, e fu congedato piuttosto soddisfatto.
«E ora mi perdoni la mia involontaria disobbedienza, Arthur?» chiese
Marian di nuovo serena, quando tutto fu chiarito.
Un sorriso e un bacio furono la risposta più eloquente. Così termina il
mio racconto del Segreto.

3 L’allusione non è chiara, ma il nome ricorre anche nelle Letters from an Englishman di
Branwell, nella raccolta di Wise e Symington, VIII, p. 102. Cfr. Capitan Bobadil in Every Man in
his Humour di Ben Jonson.
L’istitutrice malefica. Postfazione

di Silvio Raffo

Quasi sempre le prime prove dei grandi romanzieri anticipano in forme


approssimative ma obliquamente rivelatrici i tópoi che costituiranno le
colonne portanti dei capolavori dell’età matura.
Ciò è ad esempio più che evidente in Jane Austen, che a dodici anni
compone di getto le squisite prose di Amore e Amicizia, in cui sono già
presenti in nuce i caratteri e le qualità precipue delle sue eroine e si rivela
già perfino la propensione al lessico “sentimentale”:
Sophia era leggermente al di sopra della statura media; con una figura elegantissima. Un soffice
Languore le inondava i graziosi lineamenti, ma accresceva la loro Bellezza – Era la caratteristica del
suo Spirito – Era tutta Sensibilità ed Emozioni»).

In modo analogo Charlotte Brontë, nei labirintici meandri di Angria, il


favoloso regno in cui si scatena inesausta la sua fantasia adolescenziale
(corroborata dall’altrettanto bizzarra vena del brother in the shadow
Branwell), ci rivela la sua inclinazione alle atmosfere gotiche e in
particolare a due tipologie di figure femminili fortemente antitetiche: la
giovane e indifesa damsel in distress e il suo doppio in negativo, quella
che potremmo definire un’antesignana della femme fatale di fine
Ottocento o della dark lady novecentesca.
Nell’ingenua Marian, protagonista della short story The Secret – uno
degli innumerevoli episodi di Angria che di fatto possono essere
estrapolati come racconti a sé stanti –, è facile rinvenire il primo abbozzo,
oltre che di un mystery plot, di una figura molto cara alla maggiore del
trio (o meglio del quartetto) brontiano: l’eroina più o meno
consapevolmente modellata sugli archetipi di Mrs Radcliffe, che unisce al
candore e alla cristallina innocenza doti di acume intellettuale e non
comune coraggio: insomma, Jane Eyre.
Anche Marian, come anni dopo la mitica Jane, si dibatte in una
situazione a lei drammaticamente ostile, in cui è costretta a fronteggiare il
Male – e con la stessa fierezza e determinazione riuscirà a sconfiggerlo. La
rivale di Marian – giacché si tratta ovviamente di una rivalità fra esponenti
del gentil sesso – è una fosca figura di istitutrice, Miss Foxley (il cognome
non è certo casuale, essendo precipuamente l’astuzia a guidare il suo
agire).
In Jane Eyre – in cui istitutrice e “damsel in distress” coincidono – la
rivale sarà la madwoman in the attic, Bertha Mason, la prima moglie
folle segregata nei recessi del supergotico maniero; qui invece, nella
fantomatica città di Verdopolis, è appunto un’istitutrice (però malefica)
che opera ai danni dell’eroina accecata da una feroce e insopprimibile
gelosia: la gelosia nei confronti della figlia della propria padrona che ha
l’unico torto di essere stata impalmata al suo posto dal marchese di Douro
(protagonista di tante avventure angriane).
La tecnica del ritratto psicologico, d’obbligo in questo genere di
narrazioni, sembra già quella di una scrittrice provetta:
Era la figlia unica di un rispettabile mercante, [dotata di] una certa astuzia che diveniva più acuta
ogniqualvolta i suoi interessi fossero in gioco. […] La sua bellezza non reggeva al paragone della
sua vanità, e a questo riguardo lei non demordeva mai, e continuava a macerarsi finché non
riusciva a ottenere una tangibile vendetta contro chi l’aveva offesa».

Ma la sua prima comparsa in scena è ancora più a effetto per i dettagli


del ritratto fisico:
[…] una donna alta, vestita di un abito di seta alquanto stinta, con una grande cuffia, e un doppio
velo di merletto nero che, come venne sollevato all’ingresso nel negozio, mise a nudo un volto che
mostrava impresse le vicissitudini di almeno trenta o quaranta primavere.
Un’istitutrice, si diceva. Quello delle istitutrici (con le sottili varianti di
dame di compagnia e governanti) è un prototipo di fertile fioritura nel
racconto di stampo gotico; nell’area della narrativa anglosassone del
primo e secondo Ottocento troviamo un ventaglio di significativi
esemplari, non sempre rassicuranti. Di norma le istitutrici sono “Miss” (o
“Mademoiselles”) e le governanti “Mistress”. Sia la prima categoria sia la
seconda escludono comunque rigorosamente la presenza maschile (le
istitutrici sono zitelle e le governanti vedove). Si tratta in entrambi i casi di
una evoluzione dell’archetipo della nutrice (la tróphos) della tragedia
greca, ancella-complice-consigliera della primadonna o tutrice-angelo
custode di creature innocenti di età infantile.
Se dovessimo stilare un catalogo, ai primi posti del gotha delle
istitutrici sarebbero senz’altro la già citata Jane Eyre ma anche
l’affabulatrice-bambinaia-nume tutelare dei segreti di famiglia Nelly Dean
di Wuthering Heights, la dolce e remissiva Agnes Grey (e restiamo
sempre nella stessa prodigiosa famiglia!), infine, uscendo da casa Brontë,
non dovremmo dimenticare la “vecchia nutrice” di Mrs Gaskell dotata
della triste capacità di vedere fantasmi dove nessun altro li vede, proprio
come, sul finire del secolo, l’innominata protagonista di quello che si può
definire il più perfetto racconto fantastico inglese, l’istitutrice visionaria di
The Turn of the Screw di Henry James (particolare interessante, l’autore
in questo caso è un uomo – anagraficamente, non certo come sensibilità).
Le varie Mrs Fairfax e Mrs Grose, già di grossa pasta nei loro nomi, non
scavano cunicoli nel nostro inconscio; la follia tornerà nel Novecento con
la perfida e delirante Mrs Danvers di Rebecca.
Come si può constatare, la figura di Miss Foxley in The Secret è
l’unica esponente della tipologia malefica all’interno della galleria di
istitutrici in cui ci siamo inoltrati. È vero che la sventurata Miss X di The
Turn of the Screw causa (a quanto pare) la morte del suo pupillo, ma non
v’è in lei alcuna traccia di malvagità (è una vergine funesta suo malgrado):
Miss Foxley, invece, non solo è di una sconfinata vanità, ma è
profondamente perfida e disonesta: il suo comportamento è di uno
squallore bieco, sordido. Un personaggio da favola, o da commedia, simile
a una strega o a una mezzana. Non a caso le si attribuisce «un sorriso
diabolico» quando si rivolge a Marian per dare voce alla sua odiosa
menzogna.
The Secret costituisce un caso di notevole interesse anche dal punto di
vista filologico. Che appartenga al ciclo di Angria è assodato; così pure
che sia stato trascritto da Charlotte nella sua grafia microscopica in un
fascicolo di pochissime pagine, ma non sapremo mai quanto abbia
contribuito ai contenuti la mirabolante fantasia del sempre dimenticato
Branwell. Sul frontespizio del volumetto che lo contiene insieme all’altra
short story Lily Hart Charlotte si firma con lo pseudonimo di Charles
Wellesley (altro personaggio di Angria).
Dalla dotta prefazione di William Holtz all’edizione critica del testo
apprendiamo che la prima persona estranea alla famiglia Brontë a venire a
conoscenza del manoscritto fu proprio la biografa di Charlotte, Elizabeth
Gaskell, durante una visita al vecchio padre sopravvissuto alla sua geniale
e sventurata prole. La Gaskell utilizzò appunto la prima pagina del
racconto nella sua Life of Charlotte Brontë. Il manoscritto raggiunse
l’Irlanda con il marito di Charlotte, il reverendo Arthur Bell Nicholls, per
poi ritornare in Inghilterra nella collezione degli scritti giovanili
dell’autrice ceduti da Nicholls a Clement Shorter nel 1895. Del suo
girovagare non è possibile ricostruire le tracce, e l’unica testimonianza
sicura degli anni successivi è la vendita dell’opera avvenuta a New York
nel 1915. Qualche tempo dopo a venirne in possesso fu una certa signora
Symington (senz’altro non un’istitutrice né una governante…).
Raggi

Daphne Rooke, Io e Mittee


Francis Wyndham, L’altro giardino
Samuel Fuller, Il Grande Uno Rosso (1a ristampa)
Gerald Basil Edwards, Il libro di Ebenezer Le Page (1a ristampa)
Dorothy West, Le nozze
Francis Wyndham, Mrs Henderson e altre storie
Evan Hunter, Il seme della violenza
Mickey Spillane, Tre romanzi di Mike Hammer
T.R. Pearson, Breve storia di una piccola città (2a ristampa)
W.S. Burroughs, Strade morte
Enrico Pea, Il Romanzo di Moscardino
Peter Rushforth, Kindergarten
Daphne Rooke, Germogli
Norman Rush, Accoppiamenti
Roberto Amato, Il disegnatore di alberi
Henry H. Bashford, Augustus Carp
T.R. Pearson, Verso il dolce domani
Manlio Cancogni, La sorpresa
András Nyerges, Non davanti ai bambini
Tim Krabbé, Marte Jacobs
Xu Xiaobin, Il Serpente Piumato
W.S. Burroughs, Terre occidentali
Juan Damonte, Ciao papà
William Humphrey, My Moby Dick
Ioan Petru Culianu, Il rotolo diafano
Raimond Gaita, Romulus, mio padre
Halide Edip Adivar, La figlia di Istanbul
Norman Rush, Bianchi
Manlio Cancogni, Parlami, dimmi qualcosa (1a ristampa)
W.S. Burroughs, Le città della notte rossa
T.R. Pearson, Ritorno nella piccola città
Carl Van Vechten, Una tigre in casa (1a ristampa)
Kristín Marja Baldursdóttir, Il sorriso dei gabbiani
Leon Rooke, Il cane di Shakespeare
Joseph Kertes, Gratitudine
Roberto Amato, L’acqua alta
Manlio Cancogni, Perfidi inganni
Stephen Benatar, Un’occasione per Rachel
Robert Poulet, Il mio Céline
Enrique Serpa, Contrabbando
Reginald Arkell, Memorie di un vecchio giardiniere
Manlio Cancogni, La cugina di Londra
Franz Hessel, L’arte di andare a passeggio
Gavin Maxwell, L’anello di acque lucenti
Stefan Zweig, Amerigo
Irene Brin, Olga a Belgrado
Andrea Giovene, L’autobiografia di Giuliano di Sansevero
Roberto Amato, Lo scrittore di saggi
Gyula Krúdy, Le avventure di Sinbad
Franz Hessel, Gli errori degli amanti
Mary Webb, Tornata alla terra
Virginia Woolf, Roger Fry
Louis Bromfield, Autunno
Noël Coward, Il viaggio della regina (1a ristampa)
Irène Némirovsky, La nemica (1a ristampa)
Stefan Zweig, Brasile
Terry Southern, Il grande Guy
S. Yizhar, Convoglio di mezzanotte
Elsa Maxwell, Ho sposato il mondo
Vita Sackville West, Il giardino illustrato
Renato Ghiotto, Scacco alla regina
V.M. Yeates, Vittoria tra le nuvole
Manlio Cancogni, Così parlò Carpendras
Miguel Delibes, Cinque ore con Mario
Hans Christian Andersen, L’improvvisatore
Jerzy Kosinski, Passi (1a ristampa)
Booth Tarkington, Alice Adams
Irène Némirovsky, Commedia borghese
Léon Werth, Il mio amico Saint-Exupéry
Luce d’Eramo, Tutti i racconti
Gabriele d’Annunzio, Il martirio di san Sebastiano
Compton Mackenzie, Vita e avventure di Sylvia Scarlett
Manlio Cancogni, Il viaggio di Guido Reni (1a ristampa)
Gaston Criel, Il grande imbroglio
Gaetano Carlo Chelli, L’eredità Ferramonti
Stephen Crane, La scialuppa
Gertrude Stein, Tre vite
Franziska zu Reventlow, Piccoli amori
Terry Southern e Mason Hoffenberg, Candy (1a ristampa)
Jean Giraudoux, La bugiarda
Anthony Powell, Uomini da cocktail
Caroline Blackwood, Mrs Webster
Manlio Cancogni, Signor tenente
Willa Cather, Uno dei nostri
Paul Féval, I misteri di Londra
Rachel Field, Tempo immemorabile
Constance Fenimore Woolson, Il castello in mezzo al lago
Arturo Colautti, Primadonna
Elsa Maxwell, Party! L’arte del divertimento
Edward Salisbury Field, Letti gemelli
Renato Ghiotto, Adiós
Miles Franklin, La mia brillante carriera
Edith Wharton, La ricompensa di una madre
Antoine de Saint-Exupéry, Terra degli uomini
Noor Inayat Khan, Venti vite del Buddha
Manlio Cancogni, La carriera di Pimlico
Marguerite Audoux, Marie-Claire
Sarah Bernhardt, Tra le nuvole. Impressioni di una sedia
Octave Mirbeau, Diario di una cameriera (1a ristampa)
Alexandros Papadiamantis, L’assassina
Mária Fagyas, Il tenente del diavolo
Stanislao Nievo, Il sorriso degli dei
Manlio Cancogni, Dov’era la verità
Willa Cather, La mia Antonia
Christopher Morley, Kitty Foyle
Clarence Day, Vita col padre
Winifred Holtby, Ritorno nel South Riding (1a ristampa)
Paola Masino, Album di vestiti
Jakob Wassermann, Caspar Hauser
Stefan Zweig, Clarissa
Florence Stevenson, Ofelia
Elizabeth Gaskell, Ruth (1a ristampa)
Dane Chandos, Abbie
Ludwig Lewisohn, Il caso Crump
Mary Webb, Prezioso veleno
D.H. Lawrence, Il trasgressore
Stanislao Nievo, Il sorriso degli dei
Hugh Walpole, L’assassino e la sua vittima
Ring Lardner, I viaggi di Gullible
Walter Serner, La tigre
D.H. Lawrence, L’arcobaleno
Gottfried Keller, Lettere d’amore tradite
Alfredo Panzini, Io cerco moglie!
Jane Austen, Lady Susan e le altre
Henri Murger, La Bohème
AA.VV., Racconti di Natale (1a ristampa)
Arnold Bennett, Anna delle Cinque Città
Panaït Istrati e Josué Jéhouda, La famiglia Perlmutter
Abraham Cahan, Lo sposo importato
Honoré de Balzac, Fisiologia del matrimonio
Jun’ichirō Tanizaki, Gli insetti preferiscono le ortiche
Elizabeth Gaskell, Mary Barton
Jack London, La Piccola Signora della Grande Casa
Anton Čechov, Racconto di uno sconosciuto
Charles Dudley Warner, Un’estate in giardino
John Galsworthy, Il possidente
AA.VV., Giallo mare
AA.VV., Racconti di mezza estate
Reginald Arkell, Bentornato Charley Moon!
Vladan Desnica, Le primavere di Ivan Galeb
Somerville e Ross, Memorie di un giudice di campagna
John Galsworthy, In tribunale
AA.VV., Quando Babbo Natale arrivò a Simpson’s Bar
Elizabeth Gaskell, Lois la strega
AA.VV., Storie di fantasmi
Elizabeth Stoddard, La famiglia Morgeson
AA.VV., Pene d’amore di una gatta inglese
Octave Mirbeau, Dingo
Grant Allen, La ragazza con la macchina da scrivere
Bram Stoker, La dama del sudario
D.H. Lawrence, St. Mawr
John Galsworthy, In affitto
Virginia Woolf, Flush
Emilio Salgari, La Bohème italiana
Louisa May Alcott, Una cenerentola moderna
Booth Tarkington, Diciassette anni
Mary Wollstonecraft, Mary
Edith Nesby, Il gioco
Jane Austen, Juvenilia
AA.VV., Il party in giardino
Elizabeth Myers, La signora Christopher
D.H. Lawrence, Il ragazzo nella prateria
Willa Cather, Lucy Gayheart
Elizabeth von Arnim, Il giardino di Elizabeth
Matilde Serao, Trenta per cento
Annie Haynes, Il delitto di Abbey Court
Elizabeth Stoddard, Il destino dei Parke
Annie Hayes, Il delitto di Abbey Court
Louisa May Alcott, Il fantasma dell’abate
AA.VV., L’ospite di Natale
Jules Verne, Parigi nel XX secolo
Edith Wharton, I ragazzi
Charles Dickens, Lo stregato e il patto con il fanstasma
Alexandre Dumas, Alì Pascià
John Galsworthy, Casa Forsyte
Jerome K. Jerome, Diario di un pellegrinaggio
Virginia Woolf, La famiglia Pargiter
Sherwood Anderson, Molti matrimoni
Frances Hodgson Burnett, La figlia di Lowrie
Honoré de Balzac, Fisiologia dell’impiegato
Zelda Fitzgerald, Lasciami l’ultimo valzer
E.T.A. Hoffmann, Vita e opinioni del gatto Murr
Thomas Hardy, Piccole ironie della vita
H.G. Wells, Gli amici appassionati
AA.VV., Una notte d’estate. E altri racconti
Jerome K. Jerome, Pensieri oziosi di un ozioso
Emily Eden, Una coppia quasi perfetta
Theodore Dreiser, Matrimonio per uno. E altre storie coniugali
Armitage Trail, Scarface
Albert Payson Terhune, Lad un cane
August Strindberg, I segreti dei fiori
Raymond Geiger, Nuove storielle ebraiche
Jorge Icaza, Huasipungo
AA.VV., La casa stregata. E altri racconti del mistero
Ferenc Molnár, La piccola pasticceria
René Dalize, Il club dei nevrastenici
AA.VV., Gattitudine. E altri racconti felini
AA.VV., L’albero di Natale. E altri racconti
Stephen Vincent Benét, Racconti prima della mezzanotte
John Galsworthy, La casa di campagna
Edith Wharton, Racconti di uomini e fantasmi
Elizabeth Gaskell, La cugina Phillis
Emily Eden, Una casa quasi perfetta
Rahel Sanzara, La bambina scomparsa
Sarah Orne Jewett, Il paese degli abeti aguzzi
E.T.A. Hoffmann, La sposa tirata a sorte
Ernst Weiss, Franziska
AA.VV., Il cane sportivo. E altri racconti
Henry James, L’allievo
Alice Berend, I fidanzati di Babette
Louisa May Alcott, Enigmi
Raggi gialli

R.T. Raichev, Alla ricerca di Sonya Dufrette


R.T. Raichev, La morte di Corinne
R.T. Raichev, Delitto a Ospreys
R.T. Raichev, Intrigo a Goa
Ngaio Marsh, Delitto a teatro
R.T. Raichev, Strano incidente al Claridge
Ngaio Marsh, Morte in agguato
Joseph Hansen, Scomparso
Joseph Hansen, Atto di morte
Dan J. Marlowe, Nome del gioco: morte
Joseph Hansen, La ragazza del Sunset Strip
Eric Knight, Punti sul nero ed esce il rosso
Joseph Hansen, Paura nella notte
Joseph Hansen, La vendetta degli innocenti
Stanley Ellin, Notte fatale
Anna Katharine Green, Il caso Leavenworth
H.R.F. Keating, La crociata dell’ispettore Ghote
Theodore Mathieson, Grandi detective
AA. VV., La mano nera e altri racconti gialli
Dorothy B. Hughes, Il capro espiatorio
Basil Thomson, Un misterioso incidente
Georges Bernanos, Un delitto
AA.VV., Un’estate in giallo
AA.VV., Delitti al sole
Indice

I
II
III
IV
L’istitutrice malefica. Postfazione
di Silvio Raffo