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Willa Cather

Una signora perduta

Titolo originale A Lost Lady


Traduzione di Eva Kampmann
© 1923 by Willa Cather
© 1951 by the executors of the estate of Willa Cather
© 1990 Adelphi Edizioni S.P.A., Milano
La «signora perduta» che sta al centro di questo romanzo vive nel
vecchio West. E’ bellissima, nobile, affascina tutti. La vediamo
attraverso gli occhi adoranti di un ragazzo che nulla ama al mondo
quanto farle visita nella casa dove vive con il marito, il solido
capitano Forrester, che ha costruito «centinaia di chilometri di strada
ferrata – nella terra dell’artemisia e del bestiame, su su fin nel cuore
delle Black Hills». Ai suoi occhi, come «agli occhi di tutti gli estasiati
signori di mezza età che frequentavano la sua casa, qualunque cosa
facesse Mrs Forrester era “da gran signora”, perché la faceva lei. Non
riuscivano a immaginarla in una tenuta o in una situazione che la
privasse del suo fascino». Tutto sembra tranquillo e armonioso,
all’inizio. Ma la «signora perduta» cela in sé un’attrazione per
qualcosa che sta tra il losco e il sordido, una sorta di perverso
desiderio di degradazione.
Pubblicato nel 1923, questo romanzo «prezioso, articolato con
straordinaria abilità» (Edmund Wilson) è considerato da molti
l’opera più perfetta di questa scrittrice in cui oggi riconosciamo uno
degli autori più importanti e durevoli del Novecento americano.
Willa Cather (1873-1946) pubblicò romanzi e racconti, fu
giornalista e saggista. Numerosissimi sono gli studi dedicati in
questi ultimi anni alla sua vita e alla sua opera.
«…Venga il mio cocchio! Buona notte, mie signore;
buona notte, dolci signore, buona notte, buona notte!».
Amleto, IV,V
Parte prima
I

Trenta o quarant’anni fa, nei dintorni di una di quelle grigie


cittadine che sorgono lungo la linea ferroviaria Burlington e che oggi
sono tanto più grigie di quanto non fossero allora, c’era una casa
assai nota, da Omaha a Denver, per la sua ospitalità e il particolare
fascino della sua atmosfera. O, per meglio dire, era nota
all’aristocrazia ferroviaria dell’epoca, agli uomini che avevano a che
fare direttamente con la Burlington o con una delle svariate attività
che ne costituivano il contorno. A quel tempo, di un uomo bastava
dire che era «nella ferrovia». C’erano gli amministratori, i direttori
generali, i vicepresidenti, i soprintendenti di cui noi tutti
conoscevamo i nomi; e i loro fratelli minori, i loro nipoti erano
revisori contabili, agenti di trasporto o dirigenti locali.
Tutti, perfino i grandi spedizionieri di bestiame e di granaglie,
avevano tessere annue gratuite che sfruttavano spessissimo, anche
insieme alle famiglie, per viaggiare da un capo all’altro della loro
linea. Negli stati delle praterie vi erano due ceti sociali nettamente
distinti: l’uno era composto dagli agricoltori e dagli operai che si
trovavano là per guadagnarsi da vivere, l’altro dai banchieri e dai
proprietari terrieri venuti dalla costa atlantica per investire denaro e,
come solevano dirci, «per sviluppare il nostro grande West».
Quando gli uomini della Burlington si trovavano a viaggiare
avanti e indietro per affari non troppo urgenti, si concedevano
volentieri una sosta e scendevano dall’espresso per trascorrere la
notte in una casa accogliente che riconoscesse con molto tatto la loro
importanza; e nessuna era più accogliente di quella del capitano
Forrester a Sweet Water. Anche il capitano era un uomo della
ferrovia, appaltatore, per la precisione, e aveva costruito centinaia di
chilometri di strada ferrata – nella terra dell’artemisia e del bestiame,
su su fin nel cuore delle Black Hills.
In sé casa Forrester non aveva niente di così speciale, ma le
persone che l’abitavano la facevano sembrare molto più grande e più
bella di quanto non fosse in realtà. Sorgeva su un basso colle
tondeggiante a circa un chilometro e mezzo dalla città. Era una
costruzione bianca con una piccola ala e i tetti molto spioventi, per
far scivolare la neve. Tutt’intorno aveva una veranda, troppo stretta
secondo i moderni criteri di comodità, sostenuta dalle
elaboratissime, fragili colonne di quei tempi, quando ogni pezzo di
legname schietto doveva sottostare alla tortura del tornio e
trasformarsi in un qualcosa di orrendo. Probabilmente, spogliata dei
rampicanti e del giardino, non avrebbe avuto nulla di
particolarmente bello. Alle sue spalle c’era un ameno boschetto di
pioppi neri che digradavano giù per il pendio gettando da ogni parte
le loro braccia ombrose. Stagliata contro il boschetto arruffato, casa
Forrester era la prima cosa che si scorgeva arrivando a Sweet Water
in treno e l’ultima a scomparire quando si partiva.
Per raggiungerla bisognava oltrepassare un largo torrente
sabbioso che segnava il confine orientale della città. Dopo la
passerella, o il guado, si imboccava il vialetto privato del capitano,
fiancheggiato da due file di pioppi e dai prati. Giunti ai piedi del
colle si superava sul robusto ponte carrabile un altro torrente che,
tracciando placide giravolte, attraversava pascoli e acquitrini.
Chiunque altro avrebbe fatto prosciugare i terreni a valle per
trasformarli in campi molto redditizi, ma il capitano Forrester, che
aveva scelto quel posto molto tempo prima perché lo aveva trovato
bellissimo, amava vedere il torrente che serpeggiava tra i suoi
pascoli tutto costeggiato da menta, equiseti e salici luccicanti. Per
quell’epoca era un uomo agiato e, non avendo figli, poteva
permettersi di seguire il proprio estro.
Quando andava alla stazione con il suo calessino a prendere gli
amici venuti da Omaha o da Denver, il capitano si compiaceva
dell’ammirazione che suscitava in loro la vista del florido bestiame
che pascolava ai lati del vialetto, e raggiunta la cima del colle si
compiaceva di nuovo al vedere uomini più vecchi di lui saltare
agilmente a terra e salire di corsa i gradini mentre sua moglie
andava loro incontro sulla veranda. Perfino il più duro e il più
freddo dei suoi amici, un certo banchiere di Lincoln dal volto
affilato, quando le stringeva la mano si animava tutto e cercava di
sostenere lo sguardo di quegli occhi sbarazzini, e di trovare una
risposta arguta alle sue battute.
Mrs Forrester si faceva sempre sulla porta per dare il benvenuto
agli ospiti, avvertita del loro arrivo dal fracasso degli zoccoli e delle
ruote sul ponte di legno. Se stava aiutando la cuoca boema in cucina
usciva in grembiule, agitando un cucchiaio sporco di burro, oppure
accennava un saluto con le dita imbrattate di ciliegie. Mai che si
fermasse ad appuntarsi una ciocca di capelli: stava benissimo così, e
lo sapeva bene. Di lei si diceva che una volta, per dare il benvenuto a
Cyrus Dalzell, presidente della Colorado & Utah, si fosse precipitata
alla porta in vestaglia, con la spazzola in mano e i lunghi capelli neri
sciolti sulle spalle, e che quel grand’uomo non si fosse mai sentito
tanto lusingato in vita sua. Ai suoi occhi, e agli occhi di tutti gli
estasiati signori di mezza età che frequentavano la sua casa,
qualunque cosa facesse Mrs Forrester era «da gran signora», perché
la faceva lei. Non riuscivano a immaginarla in una tenuta o in una
situazione che la privasse del suo fascino. Lo stesso capitano
Forrester, che era un uomo di poche parole, raccontava al giudice
Pommeroy che non gli era mai parsa tanto seducente come il giorno
in cui era stata inseguita dal toro.
Dimentica di quel nuovo acquisto, era andata a raccogliere fiori
nei campi; il capitano l’aveva sentita gridare, e mentre correva a
perdifiato giù per la discesa l’aveva vista sfrecciare come una lepre
ai margini dell’acquitrino: rideva a crepapelle e stringeva testarda il
parasole color cremisi che era stato la causa di tutto.
Mrs Forrester aveva venticinque anni meno del marito ed era la
sua seconda moglie. Si erano sposati in California, e lui l’aveva
portata a Sweet Water subito dopo le nozze. Già allora
consideravano quel luogo la loro casa, benché non vi abitassero che
pochi mesi all’anno, ma in seguito il capitano, dopo la brutta caduta
da cavallo sulle montagne che gli aveva impedito di continuare a
lavorare, vi si era ritirato definitivamente insieme alla moglie. In
quel posto egli invecchiò e gli anni – ahimè! – passarono anche per
lei.
II

Ma cominceremo questa storia da una mattina d’estate di molto


tempo fa, quando lei era ancora giovane e Sweet Water una città da
cui ci si aspettavano grandi cose. Mrs Forrester stava sistemando un
mazzo di rose – di quelle pallidissime di una volta – in un vaso
quando, alzando lo sguardo, dall’ampio bovindo del salotto scorse
un gruppo di ragazzini con le canne da pesca e i cesti della colazione
che venivano per il vialetto a piedi scalzi. Li conosceva quasi tutti:
c’era il nipote del giudice Pommeroy, Niel Herbert, un bel ragazzo
di dodici anni che le era molto simpatico, e l’impeccabile George
Adams, figlio di un proprietario terriero originario di Lowell, nel
Massachusetts. Gli altri erano semplici bambini di Sweet Water: il
figlio pel di carota del macellaio, i grassi gemelli bruni del droghiere
più fornito della cittadina, Ed Elliott (il cui padre, vecchio e
farfallino, aveva un negozio di scarpe ed era il dongiovanni dei ceti
umili) e i figli del sarto tedesco – due fratelli pallidi e lentigginosi,
dai vestiti sbrindellati e ispidi capelli color ruggine, che a volte le
vendevano selvaggina o pesce gatto; silenziosi come fantasmi,
apparivano sulla porta della cucina e le domandavano con un filo di
voce se quella mattina desiderava del pesce.
Mentre si avvicinavano li vide consultarsi tra loro. «Chiediglielo
tu, Niel».
«No, meglio tu, George. Viene sempre a casa tua, me mi conosce
troppo poco».
Quando si fermarono davanti ai tre gradini Mrs Forrester, una
rosa pallida in mano, si fece sulla soglia e li salutò con un benevolo
cenno del capo.
«Buongiorno, ragazzi. Fate una scampagnata?».
George Adams avanzò di un passo e con gesto solenne si tolse il
cappellaccio di paglia. «Buongiorno, Mrs Forrester. Per favore,
possiamo andare giù al pantano a pescare e a bagnarci i piedi e poi
mangiare nel boschetto?».
«Certo. E divertitevi. Da quanto tempo è finita la scuola? Non la
rimpiangete? Niel sì, sono sicura. Il giudice Pommeroy mi ha detto
che è molto studioso».
Tutti i ragazzi scoppiarono a ridere tranne Niel, che s’abbuiò.
«Su, andate, e mi raccomando, ricordatevi di chiudere il
cancelletto del pascolo. Mio marito va su tutte le furie quando il
bestiame gli invade i campi di fienarola».
I ragazzi girarono silenziosi intorno alla casa fino al cancello del
boschetto; poi si misero a correre schiamazzando giù per i prati
all’ombra degli alberi. Mrs Forrester li seguì con lo sguardo dalla
finestra della cucina finché non scomparvero dietro il poggio, poi si
rivolse alla cuoca boema.
«Mary, stamani, quando cuoce il pane, inforni anche una teglia di
biscotti per i ragazzi. Glieli porterò all’ora di pranzo».
Il colle digradava dolcemente sia davanti alla casa, giù fino al
ponte, sia sul retro. Sul versante orientale, invece, nel punto in cui
terminava il boschetto, si faceva ripido per poi scendere a picco fino
all’acquitrino. Ed era appunto là che i ragazzi erano diretti.
Quando giunse l’ora di pranzo non avevano fatto nulla di ciò che
si erano ripromessi di fare. Per tutta la mattinata avevano urlato
come selvaggi dall’alto dei dirupi battuti dal vento; si erano lanciati
di corsa giù nell’acquitrino argenteo travolgendo le ragnatele che
scintillavano di rugiada sulle piante palustri; avevano scorrazzato
tra le fruscianti stiance marroncine e nel letto sabbioso del torrente,
cacciato una biscia striata dal vecchio troncone di salice dove stava
prendendo il sole, tagliato rami biforcuti per ricavarne fionde; si
erano gettati in terra a pancia in giù per bere alla fresca sorgente che
sgorgava in un intrico di crescione. Solo i due ragazzi tedeschi,
Rheinhold e Adolph Blum, erano andati zitti zitti alla pozza formata
da un tronco caduto e, nonostante il chiasso e gli spruzzi degli altri,
avevano preso qualche pesce.
Le fulgide rose selvatiche erano completamente dischiuse, gli iris
violacei erano in fiore e l’argentea asclepiade stava per sbocciare.
Dappertutto sfrecciavano uccelli e farfalle. D’un tratto la brezza
cessò, l’acquitrino prese a esalare vapori nell’aria torrida e gli uccelli
sparirono. I ragazzi scoprirono di essere stanchi: avevano le camicie
fradice appiccicate addosso e i capelli incollati alla fronte.
Abbandonarono quindi la palude soffocante e raggiunsero il
boschetto, dove si sdraiarono sull’erba pulita, all’ombra gradevole
degli alti pioppi, e tirarono fuori la colazione. I fratelli Blum
portavano con sé sempre e soltanto fette di pane di segale e tocchi di
formaggio duro che i compagni non avrebbero assaggiato per
nessun motivo. Ma Thaddeus Grimes, il figlio pel di carota del
macellaio, era l’unico abbastanza maleducato da mostrare il proprio
disprezzo.
«A casa campate di würstel. Perché non ne portate mai?»
domandò a gran voce.
«Zitto!» esclamò Niel Herbert indicando una figura bianca che
scendeva rapidamente per il boschetto, sotto le ombre guizzanti del
fogliame. Era Mrs Forrester con un cesto sottobraccio e il capo
scoperto: i capelli color dell’ebano splendevano sotto i raggi del sole.
Fu soltanto molti anni dopo che cominciò a portare velette e cappelli
estivi, benché l’incarnato non fosse mai stato uno dei suoi vanti: le
guance erano pallide e piuttosto affilate, e d’estate si coprivano di un
leggero velo di lentiggini.
Al suo avvicinarsi George Adams, la cui madre era molto attenta
a questo genere di cose, s’alzò in piedi e Niel seguì il suo esempio.
«Ragazzi, vi ho portato un po’ di biscotti caldi caldi». Sollevò la
salvietta dal cesto. «Avete preso qualcosa?».
«Non abbiamo pescato molto. Siamo andati di qua e di là»
rispose George.
«Lo so! Avete camminato nell’acqua e via dicendo». Mrs
Forrester aveva un bel modo di parlare con i ragazzi, allegro e
confidenziale.
«A volte lo faccio anch’io, quando scendo a raccogliere i fiori.
Non resisto, mi tolgo le calze, tiro su le sottane ed entro in acqua!».
Scoprì una scarpa bianca e agitò il piede.
«Però lei sa nuotare bene, non è vero, Mrs Forrester?» osservò
George. «Le donne di solito non sono capaci».
«Ma sì, invece! In California sanno nuotare tutti. Però lo Sweet
Water non mi tenta, col fango, le bisce e le sanguisughe – brrr!»
esclamò con un brivido e una risata.
«Stamattina abbiamo visto una biscia e l’abbiamo inseguita. Era
enorme!» annunciò Thad Grimes.
«Perché non l’avete uccisa? La prossima volta che entrerò in
acqua mi morderà le dita dei piedi! Su, continuate a mangiare.
Quando andate via, George può lasciare il cesto a Mary» disse, e li
lasciò.
I ragazzi seguirono con lo sguardo la sua figura bianca mentre
risaliva lungo il boschetto fermandosi di tanto in tanto a esaminare i
lamponi che crescevano vicino allo steccato.
«Sono proprio buoni questi biscotti» disse uno dei ridanciani
gemelli Weaver. I fratelli tedeschi masticavano in silenzio. Erano
tutti molto contenti che Mrs Forrester fosse venuta di persona
anziché mandare Mary; perfino il piccolo, rozzo Thad Grimes, con la
sua zazzera fulva e la bocca da pesce gatto caratteristica di tutta la
prole dei Grimes, sapeva che Mrs Forrester apparteneva a un genere
di persone assai speciale. George e Niel erano già abbastanza grandi
per accorgersi che era diversa dalle altre donne di Sweet Water, e per
riflettere sulle cause di quella differenza. Da sotto i loro capelli
sbiaditi e tagliati alla bell’e meglio i fratelli Blum la consideravano
con umiltà un’appartenente alla categoria dei ricchi e dei grandi del
mondo: si rendevano conto, più dei loro compagni, che quella classe
fortunata e privilegiata costituiva, nell’ordinamento sociale, una
realtà indiscussa.
I ragazzi avevano finito di mangiare e, sdraiati sull’erba,
discutevano della cagna del giudice Pommeroy: Fanny, uno spaniel
per il riporto in palude, era morta avvelenata, e mentre parlavano di
quello che sicuramente era il colpevole ricevettero una seconda
visita.
«Zitti, eccolo che arriva. E’ Poison Ivy1» disse uno dei gemelli
Weaver. «Zitti, se no finisce che avvelena anche il vecchio Roger».
Un robusto ragazzo sui diciotto, diciannove anni, con indosso
una frusta tenuta da caccia di velluto a coste completa di fucile e
carniere, era salito dall’acquitrino e avanzava tra le file di alberi del
boschetto. C’era un che di spavaldo e di grossolano nel suo modo di
camminare; tirava calci ai rametti e aveva un portamento innaturale,
eccessivamente eretto, come se un’asta d’acciaio gli sorreggesse la
schiena. L’inclinazione del capo gli dava un’aria provocatoria e
sospettosa. Raggiunse il gruppo e l’apostrofò con condiscendente
superiorità.
«Salve, ragazzi. Che ci fate voi qui?».
«Una scampagnata» rispose Ed Elliott.
«Credevo che le scampagnate fossero roba da ragazze. Non vi
siete fatti accompagnare dalla maestra? Ora che ci penso, forse non
siete ancora abbastanza grandi per andare a caccia».
George Adams gli lanciò un’occhiata piena di disprezzo: «Sì,
invece. Per il mio compleanno mi hanno regalato un Remington
calibro 22, però noi non siamo così stupidi da portarci i fucili quassù.
E lei farebbe meglio a nascondere il suo, altrimenti Mrs Forrester la
manderà via».
«Ma se nemmeno ci vede, dalla casa! E poi non può dirmi niente:
non vale certo più di me».
I ragazzi restarono in silenzio. Un’affermazione del genere
appariva assurda perfino a Thad bocca–di-pesce: se il lavoro di suo
padre rendeva, lo si doveva al fatto che certe persone erano meglio
di altre e di conseguenza ordinavano tagli di carne migliori. Se tutti
avessero mangiato salsiccia come la famiglia di Ivy Peters, il
mestiere di macellaio non avrebbe reso un soldo.
Il nuovo venuto, comunque, aveva posato il fucile e il carniere
dietro un albero; tutto impettito, squadrava i ragazzi con i suoi
occhietti luccicanti mettendoli tutti a disagio. George e Niel non lo
guardavano volentieri, e tuttavia, in qualche modo, il suo viso li
attirava. Era tutto rosso, e la pelle sembrava gonfia e indurita, quasi
fosse stata punta dalle api o avesse sfiorato l’edera del Canada. Il
soprannome, però, gli era stato dato perché, come tutti sapevano,
prima di avvelenare la pacifica cagna del giudice Pommeroy aveva
«fatto fuori» parecchi altri cani. Di lui i ragazzi dicevano che se
prendeva in antipatia un cane, non trovava pace finché non lo aveva
tolto di mezzo.
Il viso rosso di Ivy era punteggiato di minuscole lentiggini che
parevano macchioline di ruggine, e su entrambe le guance coriacee
c’era una fenditura scabra, simile al nodo di un tronco d’albero due
fossette permanenti che non addolcivano certo la sua espressione.
Gli occhi erano piccolissimi, e l’assenza di ciglia dava alle sue
pupille la fissità dura e impassibile dello sguardo di un serpente o di
una lucertola. Le mani avevano lo stesso aspetto gonfio del viso, e
sul dorso e sulle nocche c’erano grinze profonde, quasi la pelle fosse
stata tirata troppo. Sì, Ivy Peters era un tipo sgradevole, e se ne
compiaceva.
Ormai faceva troppo caldo per andare a caccia, disse; più tardi
aveva intenzione di scendere di nascosto giù al pantano dove le
anatre si radunavano al tramonto, per prenderne qualcuna. «Posso
scappare per i campi di grano senza farmi vedere dal vecchio
capitano. Non è che si dia poi un gran da fare, quello».
«Andrà a protestare da suo padre».
«E sai quanto gliene importa, a mio padre!» rispose Ivy mentre i
suoi occhi irrequieti scrutavano in alto tra i rami. «Vedete quel
picchio lassù? Continua a beccare come se niente fosse. Un bel
coraggio!».
«Qui non hanno paura perché sono protetti» spiegò George, che
era un tipo preciso.
«Bah! Finiranno per rovinargli il boschetto, al vecchio.
Quest’albero è già tutto un buco. Certo verrebbe giù che è una
bellezza!».
Niel e George Adams si tirarono su a sedere. «Non si azzardi a
sparare! Ci metterebbe tutti nei guai».
«Verrebbe subito la signora» gridò Ed Elliott.
«Che venga pure, quella boriosa! E poi chi ha detto che voglio
sparare? I cani si possono ammazzare in tanti modi, mica solo
soffocandoli con il burro».
Di fronte a tanta impudenza i ragazzi si scambiarono occhiate
esterrefatte, e i gemelli Weaver scoppiarono a ridere all’unisono
rotolandosi sull’erba. Ma Ivy non parve rendersi conto di essere
considerato particolarmente intraprendente in fatto di cani. Si cavò
di tasca una fionda di metallo e alcuni sassolini rotondi. «Non lo
uccido, voglio solo prenderlo di sorpresa, così possiamo dargli
un’occhiata!».
«Scommetto che non lo prende!».
«E io scommetto di sì!». Ivy sistemò il sassolino sulla striscia di
cuoio, prese la mira e tirò. Com’era da prevedersi il picchio cadde ai
suoi piedi. Ivy lo coprì con il suo cappello di feltro; non portava mai
cappelli di paglia, nemmeno con il caldo più torrido.
«Vedrete che tra poco rinviene. Fra un minuto sentirete che agita
le ali».
«Guardi che non è un maschio, è una femmina. Si vede
benissimo» disse Niel in tono sprezzante, infastidito dal fatto che
quel ragazzo antipatico fosse venuto a rovinare il loro pomeriggio.
Ce l’aveva con lui per la brutta fine dello spaniel di suo zio.
«E va bene, è una femmina» ammise Ivy distrattamente, tutto
preso da un suo progetto. Si cavò di tasca una scatoletta di cuoio
rosso e l’aprì. Conteneva una serie di strani strumenti: minuscole,
affilate lame di coltello, uncini, aghi ricurvi, una seghetta, un
cannello e un paio di forbicine. «Certi li ho avuti con l’abbonamento
allo “Youth’s Companion”, sono arnesi per imbalsamare, altri li ho
fatti io». S’inginocchiò senza scioltezza – le sue articolazioni
sembravano assolutamente riluttanti a piegarsi – e si mise in ascolto
accanto al cappello. «E’ viva e vegeta, altroché!» annunciò.
All’improvviso infilò una mano sotto la falda e tirò fuori il picchio:
era spaventato, ma non sanguinava e non pareva nemmeno ferito.
«E ora state a vedere» disse. Teneva la testa dell’uccello tra il
pollice e l’indice, a mo’ di morsa, mentre nel palmo stringeva il
corpicino palpitante. Svelto svelto, come fosse un trucco collaudato
da tempo, gli incise con una delle minuscole lame entrambi gli occhi,
fissi e istupiditi, e subito dopo lo liberò.
L’uccello s’alzò in aria con un frullio vorticoso, a spirale, quindi
fece un guizzo verso destra, urtò contro un tronco, poi contro un
altro alla sua sinistra. Volò da ogni parte nell’intrico dei rami,
urtandoli con le penne, poi cadde, si rialzò in volo e cadde di nuovo.
I ragazzi rimasero a guardare, indignati e inquieti, senza sapere che
cosa fare. Non che fossero particolarmente sensibili: Thad era
sempre a disposizione quando c’era da dare una mano al mattatoio,
e i fratelli Blum si guadagnavano da vivere uccidendo bestiole
d’ogni sorta. Non avrebbero mai immaginato che un picchio ferito
potesse turbarli tanto. C’era qualcosa di assurdo, di atroce in quella
bestiola accecata che sbatteva le ali contro i rami, turbinando nella
luce del sole senza più vederla, e sollevava la testa scuotendola
ripetutamente come fanno gli uccelli quando bevono. Infine riuscì a
posarsi sullo stesso ramo dove era stato colpito, e parve riconoscerlo.
Quasi ammaestrato dall’esperienza si trascinò fino al suo buco
tastando il legno con il becco e sparì.
«Su,» esclamò Niel Herbert tra i denti «se riesco a prenderlo
subito gli do il colpo di grazia, così smette di soffrire. Dai, Rhein, che
ti salgo sulle spalle».
Rheinhold, che era il più alto di tutti, piegò ubbidiente la schiena
ossuta. Non è facile arrampicarsi su un pioppo nero: la corteccia è
scabra e i rami cominciano molto in alto. Niel non aveva ancora
raggiunto la prima forcella che già si era strappato i calzoni e le
gambe gli dolevano per le scorticature. Dopo aver preso fiato
ricominciò a inerpicarsi verso la cavità del picchio, che si trovava
molto in alto, in un punto assai impervio. L’aveva quasi raggiunta e i
suoi compagni dabbasso lo ritenevano ormai al sicuro, quando d’un
tratto perse l’equilibrio, fece una capriola nell’aria e precipitò
sull’erba ai loro piedi, dove rimase immobile.
«Correte a prendere dell’acqua!».
«Correte a chiamare Mrs Forrester! Fatevi dare del whiskey!».
«No,» disse George Adams «portiamolo su in casa. La signora
saprà senz’altro cosa fare».
«Tu sì che ragioni» disse Ivy Peters. Poiché era molto più grosso e
più forte di tutti gli altri, prese in braccio Niel, ancora svenuto, e
cominciò a risalire il pendio. Voleva cogliere l’occasione per
realizzare un suo vecchio desiderio: entrare in casa Forrester e
vedere com’era.
Mary, la cuoca, li vide arrivare dalla finestra della cucina e andò
subito a chiamare la padrona. Quel giorno il capitano Forrester era
andato a Kansas City.
Mrs Forrester accorse alla porta di servizio. «Che è successo? Ma
è Niel! Venite, da questa parte».
Ivy Peters la seguì guardandosi bene attorno, e gli altri ragazzi
s’accodarono – tutti tranne i fratelli Blum, i quali sapevano bene che
il loro posto era fuori della porta della cucina. Mrs Forrester li guidò
attraverso la stanzetta di disimpegno, la sala da pranzo e il salottino
fino alla sua camera da letto; quindi tolse il copriletto bianco e Ivy
adagiò Niel sulle lenzuola. Mrs Forrester aveva un’aria preoccupata,
ma non spaventata.
«Mary, per favore, vada a prendere il brandy, è nella credenza.
George, telefona al dottor Dennison e digli di venire subito. E voi,
ragazzi, andate ad aspettare fuori sulla veranda, senza fare chiasso.
Siamo in troppi, qua dentro». Quindi s’inginocchiò accanto al
letto e infilò un cucchiaino colmo di brandy tra le labbra esangui di
Niel. I ragazzi più piccoli si ritirarono mentre Ivy Peters indugiava
nel salottino a braccia conserte, guardandosi intorno col suo
insolente sguardo da rettile.
Mrs Forrester si girò e gli disse: «Ti dispiace andare ad aspettare
fuori sulla veranda? Tu sei il più grande, e se ho bisogno di qualcosa
ti farò chiamare».
Ivy imprecò tra i denti, ma dovette andare. L’imperiosa cortesia
di Mrs Forrester (lui la chiamava arroganza) aveva un che
d’irrevocabile. Si era ripromesso di sedersi comodamente nella
grande poltrona di cuoio come fosse stato a casa sua, ma si ritrovò
sulla veranda, messo alla porta da quella voce melodiosa e delicata
come se il bullo più nerboruto di Sweet Water lo avesse sbattuto
fuori a calci.
Niel aprì gli occhi e scrutò pieno di meraviglia la grande stanza
avvolta nella penombra, stipata di massicci mobili di noce d’altri
tempi. Era disteso su un letto bianco coi copricuscini pieghettati, e
Mrs Forrester, inginocchiata accanto a lui, gli bagnava la fronte con
acqua di colonia. Intanto Mary, in piedi alle sue spalle, reggeva un
catino con dell’acqua. «Ahi, il braccio!» mormorò Niel, e il viso gli si
coprì di sudore.
«Eh, caro, temo che sia rotto. Non muoverti. Il dottor Dennison
verrà a momenti. Però non ti fa poi tanto male, vero?».
«No» rispose lui con un filo di voce. Soffriva, ma con un senso di
appagato languore: la stanza era fresca, ombreggiata e immersa nel
silenzio. A casa sua, quando qualcuno stava male, era un incubo…
Che mani delicate aveva Mrs Forrester! E poi, era una gran bella
donna. Intravide, sotto il davantino di pizzo, il petto bianco che si
sollevava e si abbassava così in fretta… D’un tratto Mrs Forrester
s’alzò per togliersi gli anelli luccicanti: prima non ci aveva pensato.
Li sfilò dalle dita con un movimento rapido, come se si lavasse le
mani, e li lasciò cadere nel grosso palmo aperto di Mary.
Il ragazzino pensò che forse non gli sarebbe capitato mai più di
trovarsi in un posto tanto bello. Le finestre arrivavano quasi al
battiscopa, come porte, e dagli scuri verdi accostati penetravano
strisce di luce che tremolavano sul pavimento lucido e sugli oggetti
d’argento allineati sulla toeletta. Le spesse tende erano trattenute da
un cordone, e il portacatino, con il ripiano di marmo, era grande
come un canterano. La mobilia di noce era tutta intarsiata di legni
più chiari. Niel aveva una sega a svolgere, e gli intarsi destarono il
suo interesse.
«Ecco, adesso mi pare che stia meglio; vero, Mary?». Mrs
Forrester gli passò le dita tra i capelli e lo baciò delicatamente sulla
fronte. Oh, che buon odore, che buonissimo odore aveva!
«Sento delle ruote sul ponte. E’ il dottor Dennison. Mary, vada a
riceverlo».
Il dottor Dennison steccò il braccio di Niel e poi lo riaccompagnò
con il suo calessino. Niel non era contento di tornare a casa, tra
quelle quattro assi al limitare della prateria, dove abitava la gente
qualunque. Se non perché era il nipote del giudice Pommeroy, Niel
non sarebbe stato diverso dai tanti ragazzini che, passando, Mrs
Forrester si limitava a salutare con un allegro cenno del capo. Suo
padre era vedovo. Una parente povera, una zitella originaria del
Kentucky, faceva loro da governante, e Niel la considerava la
peggiore massaia del mondo. La casa era sempre piena di bucati a
vari stadi di provvisorietà – c’erano mastelli sparsi dappertutto con
la biancheria a mollo -, e i letti venivano «arieggiati» fino
all’imprecisata ora del pomeriggio in cui zia Sadie si ricordava di
rifarli. La mattina lei indugiava volentieri al tavolo della colazione
per leggere le cronache dei processi per omicidio, o per scorrere un
almanacco consunto. Era una bravissima donna, per carità, e usciva
a tutte le ore per aiutare qualche vicina, ma Niel non sopportava che
la gente andasse a casa loro. Il padre passava quasi tutto il tempo in
ufficio: teneva i registri catastali della contea e si occupava di prestiti
agricoli. Aveva perduto il suo patrimonio e ora investiva su
commissione il denaro degli altri. Benché fosse un uomo mite,
simpatico e giovanile, e avesse un bell’aspetto e modi da
gentiluomo, Niel era convinto che dalla sua famiglia spirasse
un’aura di fallimento e di sconfitta. Perciò s’aggrappava allo zio
materno, il giudice Pommeroy, un omone corpulento dalle fedine
bianche, che era il legale del capitano e aveva rapporti d’amicizia
con tutti gli uomini importanti che frequentavano casa Forrester.
Niel era orgoglioso come sua madre, morta quando lui aveva cinque
anni. Lei detestava il West, e soleva dire con alterigia ai vicini che
non si sarebbe mai sognata di vivere in un posto diverso dalla contea
di Fayette, nel Kentucky: loro erano venuti a Sweet Water
unicamente per fare degli investimenti e «cavar gruzzoli dagli
spiccioli». E con quell’espressione, povera donna, veniva ricordata
ancora.
III

Negli anni che seguirono Niel vide raramente Mrs Forrester:


l’eccitazione suscitata dalla sua presenza andava e veniva con
l’estate. Trascorreva sempre l’inverno a Denver o a Colorado Springs
insieme al marito; lasciavano Sweet Water poco dopo il giorno del
Ringraziamento per farvi ritorno soltanto il primo di maggio. Niel
sapeva di esserle simpatico, ma Mrs Forrester non aveva molto
tempo da dedicare ai ragazzini imberbi. Quando ospitava degli
amici e organizzava in loro onore una cena all’aperto o un ballo nel
boschetto in una sera di luna, Niel era sempre invitato. A volte,
quando scendeva all’acquitrino insieme ai fratelli Blum, gli capitava
d’incontrare il capitano che era andato a prendere gli ospiti con il
suo calessino; di tutta quella gente gli parlava Black Tom, il fido
cameriere negro del giudice Pommeroy, che serviva a tavola quando
Mrs Forrester dava una cena.
Poi accadde l’incidente: dopo la caduta da cavallo che pose fine
alla sua carriera, il capitano Forrester rimase confinato a letto per
tutto l’inverno all’Hotel Antlers, a Colorado Springs, e l’estate
seguente, quando Mrs Forrester lo riportò a Sweet Water,
camminava ancora con il bastone. Si era molto appesantito: pareva
impacciato dalla sua stessa mole, e non parlò mai più di prendere
appalti dalla ferrovia. Riusciva a occuparsi del giardino, potava i
cespugli di pallone di maggio e le siepi di lillà e dedicava moltissimo
tempo alla coltivazione delle rose. Il capitano e sua moglie andavano
ancora via per l’inverno, ma ogni anno il periodo della loro assenza
si faceva più breve.
Intanto a Sweet Water qualcosa stava cambiando. Il suo futuro
non sembrava più brillante come una volta, e gli agricoltori, in
seguito a ripetuti raccolti magri, erano assai avviliti. Delusi dal West,
George Adams e la sua famiglia erano tornati nel Massachusetts, e
gli altri proprietari terrieri avevano seguito a uno a uno il loro
esempio. I Forrester, ormai, ricevevano visite di rado. La Burlington,
come diceva la gente, stava «ritirando le antenne», e i funzionari
della ferrovia non si fermavano più a Sweet Water con la frequenza
di un tempo: preferivano attraversare in fretta il posto in cui
avevano investito del denaro che non avrebbero recuperato mai più.
Il padre di Niel Herbert fu tra i primi a trovarsi con le spalle al
muro. Chiuse la sua casetta, rimandò la zia Sadie nel Kentucky e si
stabilì a Denver, dove accettò un impiego in un ufficio lasciando Niel
a far pratica nello studio dello zio. Non che Niel avesse una qualche
inclinazione per la giurisprudenza, ma stare con il giudice
Pommeroy gli piaceva, e per lui un posto valeva l’altro – almeno per
il momento. Soltanto al compimento dei ventun anni sarebbe entrato
in possesso delle poche migliaia di dollari lasciategli dalla madre.
Niel si sistemò una stanza in fondo allo studio legale del giudice,
al primo piano del più pretenzioso edificio in mattoni della cittadina.
Viveva con austerità e pulizia monastiche, felice di essersi liberato di
Sadie e della sua sconclusionata amministrazione domestica, e decise
di rimanere scapolo come lo zio. Svolgeva le mansioni di custode e
di segretario, e arredò lo studio esattamente secondo i propri gusti;
le stanze divennero talmente accoglienti che tutti gli amici del
giudice, e soprattutto il capitano Forrester, passavano a far due
chiacchiere più spesso che mai.
Il giudice era fiero del nipote. Niel aveva ormai diciannove anni
ed era un ragazzo alto e diritto, con un viso riflessivo e i tratti decisi.
Gli occhi grigi, così scuri da parere neri sotto le lunghe ciglia,
avevano un’espressione piuttosto cupa e polemica: il mondo, in quel
periodo, non si prospettava particolarmente luminoso agli occhi dei
giovani. La sua riservatezza, che non era dovuta a imbarazzo o a
vanità, bensì a un temperamento critico, lo faceva sembrare più
vecchio della sua età e piuttosto freddo.
Un pomeriggio d’inverno, pochi giorni prima di Natale, Niel
scriveva al lungo tavolo dove usava lavorare o gingillarsi, circondato
dalla bella biblioteca giuridica del giudice e dalle solenni incisioni
raffiguranti statisti e giuristi. Lo zio era nello studio attiguo,
impegnato in un amichevole colloquio con uno dei suoi clienti di
campagna. Niel, terribilmente annoiato dei suoi appunti, stava
cercando una scusa per uscire un po’ quando sentì dei passi leggeri
avvicinarsi rapidamente nel corridoio. Quindi udì la porta dell’altro
studio che si apriva, lo zio che scattava in piedi e
contemporaneamente una risata di donna – una risata lieve e
melodiosa, che andava su e giù come una soave scala musicale. Niel
sistemò la sedia girevole in modo da poter guardare oltre la mezza
porta. Mrs Forrester, in piedi, agitava il manicotto davanti al giudice
e allo sconcertato agricoltore svedese. Il suo sguardo vivace cadde
sulla scrivania, dove tra i documenti erano posati una bottiglia di
bourbon e due bicchieri.
«E’ così che prepara le sue cause, giudice? Un bell’esempio per
Niel!». Gettò un’occhiata al di là della porta e salutò con un cenno
del capo il ragazzo che si stava alzando.
Tuttavia Niel rimase dov’era, e la vide rifiutare la sedia che il
giudice le porgeva e fare un gesto di diniego quando, per
educazione, lui accennò al bourbon. Rimase in piedi, ritta accanto
alla scrivania, avvolta in una lunga pelliccia di foca completa di
cappello, il viso appena celato da una veletta a pois marroni, un
foulard cremisi che spuntava dal colletto. La veletta non offuscava
punto quegli occhi bellissimi, scuri e pieni di luce, sovrastati dalla
fronte bassa e nivea e dalle sopracciglia arcuate. L’aria gelida non le
aveva colorito le guance: la sua carnagione aveva sempre il
delizioso, cristallino candore dei lillà bianchi. Bastava uno sguardo
di Mrs Forrester per rivelare che era una donna piena di malia. Era
una sensazione immediata, capace di trapassare anche la pelle più
coriacea. Lo svedese era ormai tutto un sorriso, e anche lui,
impacciato, si era alzato in piedi. Un incontro con Mrs Forrester non
poteva mai essere insignificante: bastava un suo cenno del capo, uno
sguardo, e subito s’instaurava un rapporto. In lei c’era qualcosa che
faceva presa sulle persone in un lampo, e ognuno avvertiva
intensamente la sua presenza: la sua fragilità e la sua grazia, la sua
bocca che sapeva dire tante cose senza pronunciare una parola, i suoi
occhi vivaci, ridenti, profondi, quasi sempre un po’ beffardi.
«Giudice, vuol venire a cena da noi insieme a Niel, domani sera?
E le spiacerebbe prestarmi Tom? Abbiamo appena ricevuto un
telegramma: passeranno a trovarci gli Ogden. Sono stati all’Est a
prendere la figlia all’università – ha avuto gli orecchioni, o qualcosa
del genere. Per Natale vogliono essere a casa, ma si fermeranno due
giorni da noi. E forse verrà anche Frank Ellinger, direttamente da
Denver».
«Nulla mi procura più piacere della prospettiva di cenare in
compagnia di Mrs Forrester» rispose il giudice in tono solenne.
«Grazie!». Mrs Forrester s’inchinò scherzosamente e si voltò
verso la porta: «Niel, potresti assentarti dal lavoro il tempo
necessario per riaccompagnarmi a casa? Mio marito è stato
trattenuto alla banca».
Niel s’infilò la pelliccia di lupo. Mrs Forrester lo prese per la
manica ispida e insieme s’avviarono per il lungo corridoio e scesero
le scale anguste fino in strada.
L’elegante slitta a due posti era legata al palo: in mezzo ai carri e
alle rozze slitte di campagna pareva un giocattolo dipinto. Niel coprì
Mrs Forrester con le pelli di bisonte, slegò il tiro di pony e saltò su
accanto a lei. Senza bisogno di essere guidati, i pony seguirono la
strada principale, scivolosa e quasi spopolata, attraversarono il
torrente ghiacciato e risalirono al trotto il vialetto verso la casa in
cima al colle. Il sole del tardo pomeriggio ardeva sui pascoli
incrostati di neve. I pioppi, stentati e severi nel loro squallore
invernale, parevano altissimi e filiformi. Mrs Forrester chiacchierava
con Niel, la testa voltata verso di lui, il manicotto sollevato per
ripararsi dal vento.
«Conto sul tuo aiuto per intrattenere Constance Ogden.
Dopodomani potresti venire a prenderla in consegna nel
pomeriggio? Mi pare che i tuoi doveri di avvocato non siano ancora
molto gravosi, vero?».
Sorrise con aria birichina. «Che ho da dire io a una signorina di
diciannove anni? E che frequenta l’università, per giunta? Non sono
preparata per le conversazioni dotte!».
«Neanch’io, se è per questo!» esclamò Niel.
«Sì, ma tu sei un ragazzo! Forse riusciresti a interessarla a cose
più frivole. Dicono che sia graziosa».
«E lo è, secondo lei?».
«E’ molto tempo che non la vedo. Era tutt’altro che insignificante,
però: occhi azzurrissimi, sai, e una gran massa di capelli biondi.
No, non proprio biondi – piuttosto del colore che chiamano
cenere, direi».
Niel aveva notato che quando Mrs Forrester doveva descrivere le
grazie delle altre donne le metteva sempre un po’ in ridicolo.
Giunsero davanti alla casa. Ben Keezer, il tuttofare dei Forrester,
andò loro incontro e prese in consegna i pony.
«Ben, deve andare a prendere Mr Forrester alle sei. Entra un
momento a scaldarti, Niel». Lo condusse nell’ingresso passando per
l’antiporta invernale. «Appendi la pelliccia e vieni». Niel la seguì
fino in salotto, dove sotto la mensola nera del caminetto ardeva un
piccolo fuoco di carboni, e si sedette nell’imponente poltrona di
cuoio in cui il capitano Forrester soleva appisolarsi dopo pranzo.
Nella stanza, che era piuttosto buia, c’erano librerie di noce
intarsiate e chiuse da sportelli di vetro. Un tappeto rosso copriva il
pavimento e alle pareti erano appese alcune grandi, vecchie stampe:
«La casa del poeta l’ultimo giorno di Pompei», «Shakespeare che
legge al cospetto della regina Elisabetta».
Mrs Forrester lo lasciò solo un momento e tornò con una bottiglia
e due bicchieri da sherry su un vassoio. Lo posò sul tavolino da
fumo del marito, riempì un bicchiere per Niel e uno per sé e quindi
s’appollaiò sul bracciolo di una delle poltrone imbottite. In quella
posizione sorseggiò lo sherry tendendo i piedi, calzati di un paio di
pantofoline dalle fibbie d’argento, verso i carboni ardenti.
«E’ un vero piacere che lei rimanga fin dopo Natale» esordì Niel.
«A quanto ricordo, ha trascorso il Natale qui soltanto una volta».
«Temo che quest’anno rimarremo per tutto l’inverno: mio marito
ritiene che non possiamo permetterci di partire. Per qualche motivo
in questo momento siamo estremamente poveri».
«Come tutti» commentò il ragazzo con aria tetra.
«Già, come tutti. Comunque, affliggersi non serve a nulla, non ti
pare?». Riempì di nuovo i bicchieri: «A quest’ora del pomeriggio
prendo sempre un goccio di sherry. Alcuni dei miei amici di
Colorado Springs prendono il tè, come gli inglesi, ma io mi sentirei
una vecchietta, a bere il tè! E poi lo sherry mi fa bene alla gola». Niel
ricordò una vaga leggenda che le attribuiva una malattia di petto e
alcune spaventose emorragie. Però, a guardarla, pareva infondata:
era fragile, sì, ma piena di una vitalità spensierata ed effervescente.
«Forse ai tuoi occhi sono vecchia davvero, abbastanza per bere il
tè e girare con la cuffia!».
Niel fece un sorriso mesto. «Per me lei è sempre la stessa, Mrs
Forrester».
«Ah sì? E come sono?».
«Adorabile. Semplicemente adorabile».
Chinandosi in avanti per posare il bicchiere, Mrs Forrester gli
diede un buffetto sulla guancia. «Ah, sei proprio perfetto per
Constance!». Poi soggiunse, seria: «Comunque, mi fa piacere
sentirmelo dire. E poi bisogna pur che io ti piaccia un po’, perché
così verrai spesso quassù, quest’inverno. Dovrai venire insieme a tuo
zio, per fare il quarto a whist. Il capitano ci tiene tanto alla sua
partita serale. Dimmi, Niel, lo trovi peggiorato? E’ un po’ impedito
nei movimenti, e questo mi spaventa. Però dobbiamo sperare nella
buona sorte!». Prese il bicchiere semivuoto e lo alzò alla luce.
A Niel piaceva guardare il bagliore del focolare che scintillava sui
suoi orecchini, lunghi pendenti a forma di giglio fatti di granati e
perle piccolissime. Era l’unica donna di sua conoscenza che portasse
gli orecchini: spiccavano in modo del tutto naturale sulle scarne
guance triangolari. Sebbene gliene avesse regalati di più belli, il
capitano Forrester preferiva vederla con quelli, perché erano
appartenuti a sua madre. Il capitano andava fiero dei gioielli della
moglie, e lei, dal canto suo, non si toglieva mai i suoi bellissimi
anelli, tranne quando s’affaccendava in cucina.
«Forse un inverno in campagna gli gioverà» riprese Mrs Forrester
dopo aver fissato assorta il fuoco per un momento, quasi cercasse di
leggere tra le fiamme l’esito di quel periodo difficile. «Lui ama molto
questo posto. Però tu e il giudice Pommeroy dovete tenerlo d’occhio
quando scende in città: se sembra stanco o malfermo sulle gambe,
trovate una scusa e riportatelo a casa. Non regge più un bicchiere o
due come un tempo». Si voltò per controllare che la porta della sala
da pranzo fosse chiusa. «Una volta, l’inverno scorso, andò a bere
insieme ad alcuni vecchi amici all’Hotel Antlers – nulla di
eccezionale, una bevuta come ne aveva sempre fatte, come ne deve
poter fare un uomo -, ma per lui fu troppo. Quando uscì per
raggiungermi sul calesse, mentre faceva quel lungo tratto a piedi
perdette l’equilibrio. Non c’era ghiaccio, non scivolò: cadde
semplicemente perché non si reggeva in piedi. Si rialzò a fatica. A
ripensarci mi vengono ancora i brividi. Per me fu come se fosse
crollata una montagna».
Poco dopo Niel si lanciò di corsa giù per la discesa, fissando con
occhi pieni di esultanza la striscia rossa del tramonto. Oh,
quest’anno l’inverno non sarebbe stato tanto brutto! Strano che Mrs
Forrester fosse capitata in quel posto, una donna come lei fra tanta
gente qualsiasi! Neanche a Denver aveva mai visto una donna così
elegante. Seduto nella sala da pranzo del Brown Palace Hotel aveva
visto scendere per la cena le signore alla moda che venivano dall’Est,
in viaggio verso la California, ma non gli era mai accaduto di
vederne una con il fascino e la distinzione di Mrs Forrester. Al
confronto tutte le altre apparivano sgraziate e insulse. Perfino le
belle sembravano smorte: nel loro sguardo non c’era quel guizzo che
faceva rimescolare il sangue nelle vene. Né aveva udito altrove
qualcosa che somigliasse a quella risata seducente e melodiosa, come
la musica di un ballo lontano che si ode tra l’aprirsi e il chiudersi di
una porta.
Si ricordava ancora di quando, da piccolo, aveva visto Mrs
Forrester per la prima volta. Una domenica mattina, mentre
ciondolava davanti alla chiesa episcopale, una carrozza si era
fermata davanti all’entrata: sul sedile anteriore c’era Ben Keezer,
mentre su quello posteriore sedeva una signora, sola, con un vestito
di seta nera tutto sbuffi e gale, un cappello nero e un parasole con il
manico d’avorio intarsiato. Lei aveva alzato la sottana per scendere,
e da sotto un vortice di bianche sottovesti spumeggianti era spuntata
una scarpetta nera e lucida. Era scesa a terra con grazia e dopo aver
fatto un cenno del capo al cocchiere era entrata in chiesa. Il
ragazzino l’aveva poi vista prender posto in un banco e
inginocchiarsi. Ripensandoci, era fiero di aver capito fin dal primo
istante che lei apparteneva a un mondo diverso da tutti quelli che
aveva conosciuto fino ad allora.
Giunto in fondo al vialetto Niel si fermò un momento a
contemplare l’ultimo pioppo scheletrito della lunga fila: proprio
sulla sua punta acuminata era sospesa la luna invernale, incavata e
argentea.
IV

Quando il tempo era bello il giudice Pommeroy soleva andare dai


Forrester a piedi, ma in occasione della cena con gli Ogden si fece
accompagnare, insieme al nipote, da una delle carrozze da nolo
veicoli, questi, che venivano usati di rado, per funerali e matrimoni.
Avevano un forte odore di stalla, e le coperte di cui erano corredate
erano pesanti come il piombo e scivolose come la carta oleata. Quella
sera Niel e lo zio erano gli unici invitati di Sweet Water; partirono in
pompa magna e, dopo che la carrozza ebbe attraversato il torrente e
salito il vialetto, ne discesero rivestiti di crini di cavallo.
Il capitano Forrester, la figura corpulenta pigiata in una
finanziera, il colletto piatto stretto da un cravattino nero sotto le
grevi pieghe del collo, li ricevette sulla porta. Sul viso, sempre ben
rasato, spiccavano i baffi spioventi e bigi. Tra le risate del resto della
compagnia, che era apparsa alle spalle del padrone di casa, Niel
afferrò la scopetta e cominciò a togliere i peli di roano dal cappotto
dello zio. Quindi Mrs Forrester diede una spazzolata a Niel e lo
accompagnò in salotto, dove lo presentò a Mrs Ogden e a sua figlia.
A Niel la ragazza parve abbastanza carina. Indossava un abito da
sera rosa pallido, che lasciava scoperte le braccia morbide e il collo
corto e pingue. Gli occhi, come aveva detto Mrs Forrester, erano
dell’azzurro della porcellana cinese, piuttosto sporgenti e
inespressivi. La folta chioma biondo cenere era raccolta intorno alla
testa con nastri argentei. Nonostante la carnagione fresca e rosea il
suo viso non era del tutto gradevole: due rughe insoddisfatte
congiungevano le narici con gli angoli della bocca. Quando era
contrariata, anche solo un poco, le rughe si facevano più profonde e
il naso si spostava all’indietro, dandole un’aria permalosa e risentita.
Niel le si sedette accanto e fece del suo meglio per avviare una
conversazione, ma senza risultato. La ragazza appariva nervosa e
inquieta: si voltava in continuazione e tormentava il fazzolettino.
Chiaramente aveva la testa altrove. Dopo qualche istante Niel si
rivolse alla madre, la quale si dimostrò subito più interessata.
Mrs Ogden era di una bruttezza quasi imperdonabile. Aveva il
viso a forma di pera, e sulla fronte molto alta campeggiava una fila
di riccioli piatti e inariditi. La pelle, di un bruno bluastro, era quasi
dello stesso colore dell’abito da sera viola. Intorno al collo grinzoso
splendeva una collana di brillanti. A differenza di Constance, Mrs
Ogden pareva amabilissima, per quanto nel parlare inclinasse il capo
e «usasse» gli occhi, valendosi di quelle occhiate civettuole che Niel
aveva sempre creduto prerogativa delle donne avvenenti.
Probabilmente le persone che la circondavano le avevano sempre
dato molta importanza, e lei si era abituata a comportarsi come una
bimbetta viziata. In un primo momento a Niel parve alquanto
sciocca, ma dopo pochi istanti si era già abituato alle sue leziosaggini
e cominciò a trovarla simpatica; si sorprese a ridere di cuore e
dimenticò lo scoraggiante approccio con la figlia.
Mr Ogden, un ometto di cinquant’anni con un occhio strabico, un
rigido pizzetto e un paio di baffi a torciglione sul volto segnato, era
notevolmente più silenzioso e meno espansivo delle altre volte in cui
Niel aveva avuto l’occasione di incontrarlo dai Forrester. Aveva tutta
l’aria di aver delegato alla moglie il compito di parlare, e quando
Mrs Forrester si rivolgeva a lui oppure gli passava vicino, l’occhio
buono brillava e la seguiva, mentre quello che guardava di traverso
restava indifferente a tutto.
D’un tratto un quarto ospite arrivò dalla sala da pranzo con uno
scintillante vassoio pieno di cocktail che aveva preparato
personalmente, e tutti si fecero più vivaci: l’aria si scaldò e la luce
della lampada parve farsi più luminosa. Frank Ellinger era uno
scapolo di quarant’anni, alto un metro e ottantacinque, con le gambe
lunghe e diritte e le spalle larghe; la sua figura gli permetteva ancora
di abbottonarsi, senza neppure una grinza, il gilè bianco sotto lo
smoking vistosamente ben tagliato. I capelli neri, spessi e crespi
come l’imbottitura di un materasso, diventavano grigi in prossimità
delle orecchie, mentre il viso florido rivelava un reticolo di venuzze
violacee intorno al naso a rostro dalle lunghe narici. Il mento era
solcato da una fenditura profonda, e le labbra, grosse e sinuose,
parevano molto energiche e controllate; insieme ai bianchi denti
irregolari, forti e tondeggianti, gli davano l’aspetto di un uomo
capace di spezzare in due una barra di ferro con un sol colpo di
mascella. Sotto gli abiti tutto il suo corpo sembrava pieno di vita,
dominato da un’inquieta energia dei muscoli che ricordava, in un
certo modo, la crudeltà delle bestie feroci. Niel era molto incuriosito
da Ellinger, che era protagonista di molte storie ambigue. Non
riusciva a decidere se gli piaceva oppure no. Sul suo conto non
aveva udito nulla di male, ma avvertiva in lui un che di nefando.
I cocktail segnarono l’inizio della conversazione generale, e tutti
si riunirono in un unico gruppo. Perfino Constance aveva l’aria
meno scontenta; Ellinger bevve il cocktail in piedi accanto a lei e le
offrì la sua ciliegina. Erano cocktail a base di whiskey: a quei tempi
nessuno beveva Martini, poiché il gin era considerato la
consolazione dei marinai e delle sguattere ubriacone.
«Ottimo, Frank, ottimo» dichiarò il capitano Forrester tirando
fuori un candido fazzoletto profumato di colonia per pulirsi i baffi.
«Si concedono bis?». Quando il capitano parlava sbuffava
appena, e i suoi occhi, che dall’epoca dell’incidente erano sempre un
po’ velati e iniettati di sangue, ammiccavano agli amici da sotto le
palpebre appesantite.
«Un altro giro per tutti, capitano». Ellinger andò a prendere un
grosso shaker dalla credenza e riempì di nuovo tutti i bicchieri
tranne quello di Constance, che ammonì con un dito per offrirle
invece il piattino delle ciliegie al maraschino.
«No, queste non le voglio. Voglio quella del suo bicchiere»
dichiarò la ragazza con un sorriso imbronciato. «Mi piacciono
quando sanno di qualcosa!».
«Ma Constance!» esclamò la madre con aria di rimprovero,
volgendo gli occhi verso Mrs Forrester, come per condividere con lei
l’incanto di tanta innocenza.
«Niel,» disse Mrs Forrester ridendo «non vuoi dare alla bambina
anche la tua?».
Niel attraversò prontamente la stanza e porse a Constance il suo
bicchiere. La ragazza prese la ciliegina tra il pollice e l’indice, e, come
Niel notò quando si spostarono nella sala da pranzo, la posò nel
proprio bicchiere e lì la lasciò. Una tombolotta caparbia, pensò Niel,
palesemente infatuata di un uomo che poteva essere suo padre.
Quando s’avvide che le avevano assegnato il posto accanto al suo
fece un sospiro.
Nelle vesti di padrone di casa, a capotavola, il capitano Forrester
appariva ancora in tutta la sua imponenza, con il tovagliolo
rimboccato sotto il mento e le posate da scalco ben salde nelle mani.
Nessuno sapeva scarnire con maggiore destrezza le ossa di una
coppia di anatre o di un tacchino di dieci chili. «Quale parte del
tacchino gradisce, Mrs Ogden?». Se qualcuno manifestava una
preferenza il capitano lo accontentava, aggiungendo poi tutto il
ripieno e la salsa che gli spettavano e le verdure disposte ad arte;
quelli che uscivano dalle sue mani erano i piatti di un banchetto. Il
capitano servì sua moglie dopo le altre signore, ma prima degli
uomini. Anche a lei domandò: «E Mrs Forrester quale parte di
tacchino gradisce questa sera?». Era un uomo che non variava né i
suoi convenevoli né le sue maniere, e l’espressione del suo volto
rispecchiava perfettamente questa sua immutabilità. Niel e il giudice
Pommeroy avevano spesso rilevato la somiglianza del capitano con i
ritratti di Grover Cleveland. Dietro quella dignità un po’ goffa si
celavano un’indole intensa e profonda e una coscienza che nessuno
aveva mai sviato; la sua quiete era quella di una montagna. Gli
bastava posare quella sua mano tozza e carnosa su un cavallo
imbizzarrito, su una donna isterica o su un operaio irlandese
inferocito che subito quelli si calmavano: era un comando a cui non
potevano resistere. Ed era stato proprio questo il suo segreto nel
dirigere gli operai. La sua saggezza non pretendeva, non esigeva
nulla: era così schietta da placare chi aveva perso la padronanza di
sé. Ai vecchi tempi, quando si costruiva la ferrovia delle Black Hills,
accadeva che scoppiassero dei disordini nel cantiere mentre il
capitano si trovava a Colorado Springs. Allora, posando il
telegramma che annunciava la sommossa, diceva alla moglie:
«Maidy, devo tornare da loro». E non faceva nient’altro – tornava da
loro.
Mentre attendeva ai propri doveri di padrone di casa il capitano
parlò pochissimo, e il giudice Pommeroy ed Ellinger si esibirono in
un vivace tiro incrociato di storielle divertenti. Niel, seduto di fronte
a Ellinger, ne approfittò per scrutarlo attentamente. Non era ancora
riuscito a decidere se gli fosse simpatico. A Denver Frank godeva
della fama di principe dei compagnoni: generoso, pieno di tatto e di
risorse, benché prontissimo a voltarsi a tutti i venti; un uomo che si
assoggettava allegramente all’inevitabile, o al pressoché inevitabile.
Era stato un giovanotto notoriamente «scapestrato», ma ciò non
costituiva un motivo di biasimo, neanche per le madri con figlie in
età da marito come Mrs Ogden. A quei tempi c’era una morale
diversa. Niel aveva sentito lo zio accennare a un’infatuazione
giovanile di Ellinger per una certa Nell Emerald, una donna
avvenente e alquanto singolare che gestiva una casa equivoca a
Denver, con tanto di licenza della polizia. A un vecchio cliente Nell
Emerald aveva dichiarato che, pur essendo andata in calesse con il
giovane Ellinger che aveva un nuovo cavallo da trotto, non aveva
«alcun rispetto per un uomo che si fa vedere in pieno giorno insieme
a una prostituta». Questa e una decina di storie simili venivano
spesso raccontate a proposito di Ellinger, e le donne ne ridevano di
tutto cuore quanto gli uomini. Mentre era intento a costruirsi un
curriculum pieno di scandali, il giovane Ellinger aveva accudito
devotamente la madre invalida, e a chi non lo conosceva veniva
descritto come un giovanotto estremamente dissoluto e un figlio
modello. Era una combinazione che incontrava il gusto dell’epoca:
nessuno lo giudicava male. Ora che la madre era morta viveva al
Brown Palace Hotel, benché avesse tenuto la casa materna a
Colorado Springs.
Quando ebbero quasi terminato il tacchino, Black Tom, assai
solenne in gilè bianco e colletto alto, versò lo champagne. Allora il
capitano levò la propria coppa e, stringendo il fragile stelo tra le
grosse dita, volse lo sguardo agli ospiti e a Mrs Forrester ed esclamò:
«Giorni felici!».
Era, questo, il brindisi che egli faceva sempre a cena, l’augurio
che immancabilmente proferiva quando beveva un bicchiere di
whiskey in compagnia di un vecchio amico. Chiunque lo avesse già
udito lo riascoltava con piacere: nessuno sapeva pronunciare quelle
due parole come faceva lui, con tanta gravità e squisita cortesia.
L’atmosfera si faceva solenne: quell’espressione pareva bussare alla
porta stessa del fato, dietro alla quale si celavano i giorni, quelli felici
e gli altri. Niel bevve lo champagne con un brivido di piacere,
pensando che nulla faceva sembrare la vita tanto precaria e il futuro
tanto enigmatico e imperscrutabile quanto il breve brindisi
pronunciato da quell’uomo massiccio: «Giorni felici!».
Mrs Ogden si rivolse al padrone di casa con un languidissimo
sorriso: «Capitano Forrester, vorrei che raccontasse a Constance…».
(In realtà non disse proprio così. Aveva un forte accento della
Virginia: si mangiava le sillabe, e mentre parlava non spalancava
soltanto gli occhi, ma anche le vocali). «Vorrei che raccontasse a
Constance come scoprì questo posto incantevole, tanti anni fa, ai
tempi degli indiani».
Lo sguardo del capitano corse alla moglie, al di là delle candele,
come per consultarla. Mrs Forrester sorrise e annuì, e i suoi begli
orecchini presero a oscillare lungo le guance pallide. Per l’occasione
si era messa quelli di brillanti, e indossava un abito di velluto nero.
Le idee del marito in fatto di gioielli erano piuttosto antiquate: per il
capitano erano il segno di una riconoscenza che non avrebbe potuto
essere espressa altrimenti con tanta grazia. Dovevano essere costosi,
dovevano dimostrare che lui poteva permettersi di comprarli e che
lei era degna di portarli.
Il capitano, ottenuta l’approvazione della moglie, iniziò il suo
racconto: una cronaca concisa di come, ancora ragazzo, era arrivato
nel West dopo aver combattuto nella guerra di secessione, e aveva
trovato lavoro come vetturale per una società di spedizioni che
trasportava viveri da Nebraska City a Cherry Creek, come si
chiamava Denver allora. Dopo che si erano imbarcati in quel mare
d’erba lungo mille chilometri, i vetturali perdevano completamente
il conto delle settimane e dei mesi. Ogni giorno era uguale agli altri,
ed erano tutti magnifici: la selvaggina abbondava, abbondavano
antilopi e bisonti; sotto il cielo terso si stendevano sconfinate pianure
d’erba ondeggiante e vasti specchi d’acqua gialli di fiori palustri
dove i bisonti, durante le loro migrazioni periodiche, si fermavano a
bere, a bagnarsi e a voltolarsi nel fango.
«Una vita ideale per un giovanotto» sentenziò il capitano. Una
volta si era trovato costretto a cambiar percorso perché un’erosione
aveva interrotto la pista. Era montato a cavallo per esplorare la zona
e, dirigendosi verso sud, aveva trovato un accampamento indiano
nei pressi dello Sweet Water, proprio su quel colle. Era rimasto
«incantato», spiegò, e aveva deciso che un giorno vi sarebbe sorta la
sua casa. Dopo aver abbattuto un giovane salice, lo aveva conficcato
nel terreno per contrassegnare il punto preciso. Quindi se ne era
andato e non vi aveva fatto ritorno per molti anni, occupato com’era
a costruire la prima ferrovia che attraversava le praterie.
«Ma non ero solo, c’era chi dipendeva da me» spiegò. «Mi trovai
a combattere contro la malattia, avevo molte responsabilità. Tuttavia
posso dire con sicurezza che non passava un solo giorno senza che io
pensassi allo Sweet Water e a questo colle. Quando venni qui da
giovane, mi figurai già tutto nella mente, quasi com’è oggi: il punto
in cui avrei scavato il pozzo, e dove avrei piantato il boschetto e il
frutteto. Volevo costruire una casa in cui avrei potuto accogliere i
miei amici, con una moglie come Mrs Forrester che la rendesse
attraente ai loro occhi. Mi ripetevo continuamente che un giorno ci
sarei riuscito». Il capitano narrò questa parte della storia senza
imbarazzo, ma con un certo riserbo, scegliendo lentamente le parole
mentre continuava a schiacciare noci con le dita possenti, fino a
formare un mucchietto di gusci accanto al piatto. Gli ospiti
compresero che si riferiva al suo primo matrimonio, alla povera
moglie invalida che non era mai stata felice e lo aveva costretto a
lavorare come un cane.
«Proprio quando tutto sembrava sul punto di crollarmi addosso»
continuò il capitano «un giorno tornai qui e mi impegnai ad
acquistare il terreno dalla società ferroviaria, che accettò la mia
offerta. Trovai il mio ramo di salice – che nel frattempo aveva messo
radici ed era diventato un albero – e ne piantai altri tre per segnare
gli angoli della mia casa. Dodici anni dopo tornai insieme a Mrs
Forrester, poco dopo le nozze, e la costruimmo». Di quando in
quando il capitano s’interrompeva per riprendere fiato, ma il suo
limpido racconto teneva avvinti tutti i presenti. Qualcosa nel suo
modo di esprimersi conferiva a quelle scarne parole la solennità
delle iscrizioni incise sulla pietra.
Dall’altro capo della tavola Mrs Forrester gli fece un cenno con il
capo: «E ora tocca alla tua filosofia della vita, se non sbaglio» disse in
tono scherzoso.
Il capitano tossì imbarazzato. «Avevo intenzione di tralasciarla,
stasera. Alcuni dei nostri ospiti l’hanno già sentita».
«No, no. Senza quella parte il racconto non è completo. E se
qualcuno di noi la conosce già, può ben ascoltarla un’altra volta.
Suvvia, continua!».
«E va bene. Stando alla mia filosofia, se vuoi davvero realizzare
una cosa e ci pensi e fai progetti giorno dopo giorno, tuo malgrado
per così dire – ci riuscirai. Ci riuscirai, se non del tutto, almeno in
parte. A patto che, naturalmente, tu non appartenga a quella
categoria di persone che non sanno trarre nulla dalla vita. E ce ne
sono: io ho vissuto troppo a lungo nelle miniere e nei cantieri per
ignorarlo». Fece una pausa, come se quello fosse un capitolo troppo
buio per essere approfondito, ma meritasse ugualmente un attimo di
muta considerazione. «E se voi, Constance e Niel, non appartenete a
quella categoria, riuscirete a realizzare ciò che più sognate».
«E perché? Questa è la parte più interessante di tutte» lo incalzò
la moglie.
«Perché,» il capitano si riscosse dai suoi pensieri e abbracciò con
lo sguardo i presenti «perché una cosa sognata nella maniera che io
intendo, è già di per sé un fatto compiuto. Tutto il nostro grande
West è nato da sogni così: dai sogni del colono, del cercatore d’oro,
dell’appaltatore. Noi abbiamo sognato le ferrovie che attraversavano
le montagne proprio come io sognavo la mia casa sullo Sweet Water.
Per la prossima generazione tutte queste cose saranno dei dati di
fatto, ma per noi…». Il capitano Forrester concluse il suo discorso
con un borbottio. La sua voce s’era tinta d’un che di funesto, di
quell’accento solitario e provocatorio che tanto spesso s’ode nella
voce dei vecchi indiani.
Mrs Ogden aveva ascoltato il racconto con vivissima
partecipazione, conquistandosi definitivamente la simpatia di Niel; e
perfino la pensierosa Constance gli aveva accordato la propria
attenzione.
Finito il dolce i commensali s’alzarono e andarono in salotto a
preparare i tavoli da gioco. Il capitano giocava ancora a whist con la
maestria di sempre. Andò a prendere una scatola dei suoi sigari
migliori, quindi si fermò davanti a Mrs Ogden e le domandò: «Le dà
noia il fumo, Mrs Ogden?». Alla risposta negativa di quest’ultima,
raggiunse l’altro capo della stanza dove Constance stava
conversando con Ellinger e, con la stessa grave cortesia, le domandò:
«Ti dà noia il fumo, Constance?». Con ogni probabilità, se fossero
state presenti cinque o sei signore, il capitano avrebbe rivolto la
domanda a tutte, e con le stesse parole. Non provava fastidio a
ripetere una frase: se l’espressione serviva al suo scopo, non gli
pareva ci fosse motivo di cambiarla.
Mrs Forrester e Mr Ogden avrebbero giocato contro Mrs Ogden e
il capitano. «Constance,» disse Mrs Forrester sedendosi «hai voglia
di giocare in coppia con Niel? Ho sentito dire che è bravissimo».
Il nasetto di Miss Ogden diede un guizzo e le due rughe laterali
s’accentuarono, dandole di nuovo un’espressione offesa. Niel era
sicuro di esserle antipatico, e non aveva alcuna intenzione di
suscitare le sue ire.
«Miss Ogden,» disse mentre, ancora in piedi accanto alla sedia,
mescolava con tutta calma un mazzo di carte «mio zio ed io siamo
abituati a giocare in coppia, e probabilmente lei è abituata a giocare
con Mr Ellinger. Che ne dice di provare questa combinazione?».
La ragazza gli lanciò un’occhiata sospettosa da sotto le ciglia
slavate e si lasciò cadere su una sedia senza nemmeno degnarlo di
una risposta. Frank Ellinger tornò dalla sala da pranzo, dove era
andato ad assaggiare il cognac del capitano, e occupò il posto vuoto
di fronte a lei. «Allora giochiamo in coppia io e te, Connie?
Benissimo!» esclamò tagliando il mazzo che Niel gli aveva messo
davanti.
Poco prima di mezzanotte Black Tom aprì la porta e annunciò
che lo zabaione era pronto. I giocatori raggiunsero la sala da pranzo
dove, sulla tavola, c’era una caraffa fumante.
«Constance,» disse il capitano Forrester «sai cantare? Mi piace
ascoltare qualche vecchia canzone mentre mangio lo zabaione».
«Ah, mi dispiace, capitano Forrester. Non ho una bella voce».
Niel notò che ogni volta che si rivolgeva al capitano Constance
parlava più forte, benché questi non fosse affatto sordo; al rifiuto
della ragazza s’intromise: «Capitano, forse potrebbe convincere mio
zio a cantare lui».
Dopo essersi lisciato le fedine e aver tossito, il giudice Pommeroy
intonò Auld Lang Syne, e gli altri si unirono al canto. Non erano
ancora arrivati alla fine quando un rumore sordo echeggiò dal ponte;
allora scoppiarono tutti a ridere e corsero alle finestre per vedere la
carrozza da nolo che arrancava su per la salita con un solo fanale
acceso. La padrona di casa mandò fuori Tom con un bicchierino per
il cocchiere. Mentre Niel e suo zio si mettevano il cappotto
nell’ingresso Mrs Forrester li raggiunse e bisbigliò al ragazzo in tono
supplichevole: «Allora, ti ricordi di venire domani alle due?
Vorrei fare una gita, e ci terrei che durante la mia assenza tu
facessi compagnia a Constance».
Niel si morse il labbro e fissò gli occhi ridenti e persuasivi di Mrs
Forrester. «Lo farò solo per lei, signora, e per nessun altro motivo»
rispose in tono minaccioso.
«Ho capito, ho capito! Vorrà dire che sarò in debito con te!».
Il giudice e il nipote salirono in carrozza e la vettura s’allontanò
dondolando sulle molle. Gli Ogden si ritirarono nelle loro stanze al
piano di sopra, e Mrs Forrester aiutò il marito a togliersi la finanziera
e a riporla. La notte, da quando aveva avuto l’incidente, il capitano
doveva stare quasi seduto, sorretto da una pila di cuscini, e dormiva
in un angusto lettino di ferro nell’alcova che prima era adibita a
spogliatoio di Mrs Forrester. Faceva dei gran sospiri, come se fosse
molto stanco; armeggiò invano con i bottoncini del colletto, quindi si
soffiò sulle dita e riprovò daccapo. Gli venne in soccorso la moglie,
che con gesti rapidi glieli slacciò tutti. Lui non la ringraziò a parole,
ma la lasciò fare pieno di riconoscenza.
Quando il letto di ferro cigolò sotto il peso del suo corpo
massiccio, la moglie disse dalla camera: «Buona notte, Mr Forrester»,
e accostò le pesanti cortine che isolavano l’alcova. Quindi si sfilò gli
anelli e gli orecchini. Aveva appena cominciato a slacciarsi il corpino
di velluto nero quando udì un tintinnio e si fermò di scatto.
Uscì dalla stanza riagganciandosi la spalla del vestito e raggiunse
la sala da pranzo, ormai illuminata solo dal fioco chiarore dei
carboni accesi nel salottino. Frank Ellinger, in piedi accanto alla
credenza, stava bevendo l’ultimo bicchiere. Il vecchio cognac dei
Forrester era denso come un cordiale.
«Sta’ attento,» bisbigliò Mrs Forrester avvicinandosi «ho la netta
sensazione che ci sia qualcuno nascosto sulle scale, e nella porta c’è
una grossa crepa. Ah, al giorno d’oggi anche i pulcini hanno gli
artigli! Versamene appena un goccio. Grazie, lo prendo di là, vicino
al fuoco».
Ellinger la raggiunse nell’altra stanza: ritta accanto al caminetto,
Mrs Forrester lo fissava alla luce delle fiamme azzurrine che
guizzavano tra i carboni nuovi, aggiunti per mantenere il fuoco.
«Hai bevuto parecchio, Frank» disse infine, scrutando il suo volto
arrossato e imperioso.
«Non certo troppo… Stanotte ne avrò bisogno» rispose lui con
aria allusiva.
Mrs Forrester si scostò nervosamente una ciocca di capelli dalla
fronte: «Non stanotte, stamattina. Va’ a letto e dormi finché vuoi. E
sta’ attento; ho sentito un fruscio di calze di seta per le scale.
Buona notte». Gli posò una mano sul braccio: le dita bianche
aderirono alla stoffa nera della giacca come pezzetti di carta al ferro
magnetizzato. Quel tocco, benché leggero, lo percorse come un
brivido da capo a piedi. Ellinger sollevò le larghe spalle in un
profondo sospiro e la fissò.
Lei abbassò lo sguardo: «Buona notte» ripeté con un filo di voce.
Ma quando si voltò di scatto per andare via, lo strascico del
vestito di velluto rimase impigliato al bordo dei pantaloni di lui, e
nell’attrito le due stoffe crepitarono e fecero scintille.
Trasalirono entrambi. Si fissarono un momento, immobili, poi
Mrs Forrester sgusciò fuori dalla stanza. Ellinger rimase davanti al
camino, le braccia serrate sul petto, le labbra contratte, a guardare
accigliato il fuoco.
V

Il pomeriggio del giorno dopo Niel era quasi arrivato in cima al


vialetto quando la slitta tirata dai due pony neri sbucò
scampanellando da dietro la casa e si fermò davanti alla porta. Mrs
Forrester comparve sulla veranda, vestita per una gita sulla neve. La
seguiva Ellinger, intabarrato in un lungo cappotto foderato di
pelliccia, con vistosi alamari sul davanti e un lucido collo di
astrakan. Pareva ancora più possente e pieno di vigore della sera
prima. Riparato dalla visiera del berretto, il suo volto rubicondo
aveva un’espressione che irradiava un’alta opinione di se stesso e del
mondo intero.
Mrs Forrester salutò Niel allegramente. «Noi andiamo giù al
fiume a prendere dei rami di cedro per le decorazioni di Natale. Ti
dispiace tener tu compagnia a Constance? Mi è sembrata un po’
contrariata perché non la portiamo con noi, ma non possiamo
prendere la slitta grande – ha il timone rotto. Sii gentile con lei, da
bravo!». Gli strinse la mano e gli rivolse un fiducioso sorriso
d’intesa, quindi lei e Ellinger salirono e la slitta si mosse, scivolando
giù per il vialetto con un gioioso tintinnio di campanelli.
Niel trovò Miss Ogden seduta davanti al caminetto del salottino,
alle prese con un solitario e palesemente di cattivo umore.
«S’accomodi, Mr Herbert. Potevano portarci con loro, non le
pare?
Piacerebbe anche a me vedere il fiume, e poi detesto stare chiusa
in casa!».
«Usciamo, allora! Che ne dice di visitare Sweet Water?».
Constance parve non sentire: continuava ad arricciare il naso, e le
rughe agli angoli della bocca non avevano pace. «Chi ci impedisce di
noleggiare una slitta e di andare anche noi giù al fiume? Non è mica
proprietà privata, no?». Fece una risatina stizzita e guardò Niel piena
di speranza.
«A quest’ora non è possibile. Ormai i cavalli da nolo sono tutti
fuori» rispose lui risoluto.
Constance gli lanciò un’occhiata sospettosa, quindi sedette al
tavolo e si chinò sulle carte da gioco, stringendosi nelle spalle
grassocce. I suoi vaporosi capelli biondi erano avvolti intorno alla
testa a mo’ di fascia, fermati da nastrini di velluto nero.
I pony avevano attraversato il secondo torrente e imboccarono al
trotto la strada maestra, diretti verso il fiume. Mrs Forrester espresse
i propri pensieri con una risata piena di malizia: «Ci starà correndo
dietro? Ma come le è saltato in mente che sarebbe venuta anche lei?
Ah, che sollievo andare via!». Alzò il mento e inspirò. La giornata
era grigia, senza sole, e l’aria era immobile e secca, di un freddo
accogliente. «Povero Mr Ogden,» riprese «è così pieno di vita
quando non ci sono le sue donne! E’ come se lo cancellassero. Sarai
contento di non esserti sposato».
«Sono contento di non aver sposato una donna brutta, questo è
certo. Eppure ci sono quelli che lo fanno! Ed era senza un soldo, per
giunta, mentre lui ne ha sempre avuti, o era lì lì per farne».
«Comunque, domani partono. E poi, Connie… E’ proprio
ammattita, per colpa tua! Che pomeriggio starà passando Niel!».
Scoppiò a ridere come se l’idea che si trovasse in difficoltà la
divertisse.
«Chi è quel ragazzo?». Ellinger voleva prendere un sigaro dalla
tasca e le chiese di tenere le redini un momento. «E’ un po’
impacciato. Si rende utile, almeno?».
«Oh, è una cara persona, un naufrago come noi. Glielo insegnerò
io, a rendersi utile. Ha una grande ammirazione per mio marito. E’
un bel ragazzo, non trovi?».
«Così così». Imboccarono una stradina che si snodava lungo la
riva dello Sweet Water. Ellinger tirò un po’ le redini e abbassò il
collo di astrakan. «Fatti guardare, Marian».
Mrs Forrester teneva il manicotto davanti al viso, per parare gli
schizzi sollevati dagli zoccoli. Da dietro il manicotto gli lanciò
un’occhiata obliqua: «Ebbene?» lo stuzzicò.
Ellinger la prese sottobraccio e si lasciò sprofondare nella slitta.
«Potresti anche guardarmi meglio. Ne è passato di tempo da quando
ti ho vista l’ultima volta».
«Forse troppo» bisbigliò lei. Il guizzo giocoso dei suoi occhi si
addolcì visibilmente mentre lui le stringeva il braccio. «Eh sì, è
passato molto tempo» ammise, questa volta in tono spensierato.
«Non hai risposto alla mia lettera dell’undici».
«Ah no? Be’, comunque ho risposto al telegramma». Ellinger
accostò il viso al suo, ma lei si ritrasse. «Caro, faresti meglio a tener
d’occhio i pony, o finiranno per scaraventarci nella neve».
«Non m’importa. Magari lo facessero!» rispose lui tra i denti.
«Perché non hai risposto alla mia lettera?».
«Oh, non me lo ricordo! E poi, nemmeno tu scrivi spesso».
«Sai che gusto ci provo, a scriverti! Non vuoi nemmeno che ti
mandi lettere d’amore, dici che è troppo rischioso».
«E’ la verità, ed è anche sciocco. Ma adesso non c’è bisogno di
esser tanto cauti. Non troppo, almeno!» disse lei ridendo piano.
«Quando devo starmene qui da sola per tutto l’inverno, a
diventar vecchia, mi piace…» posò una mano su quella di lui «che
mi si ricordino cose più gradevoli».
Ellinger si tolse un guanto con i denti. I suoi occhi, mentre
scrutavano la via serpeggiante e le basse sponde innevate, avevano
un che di animalesco.
«Sta’ attento, Frank, gli anelli! Mi fai male!».
«E allora perché non te li sei tolti? Una volta lo facevi. Sono
questi i cedri? Ci fermiamo?».
«No, non qui» rispose lei con voce bassissima, volgendo il capo
altrove. «Quelli più belli sono più avanti, in una forra che s’infila tra
le colline».
Ellinger guardò la nuca di Mrs Forrester e un angolo delle grosse
labbra gli si contrasse in un sorriso. Aveva avvertito un
cambiamento nella sua voce, un cambiamento che riconosceva.
Percorsero di gran carriera la stradina piena di curve, senza dire una
parola. Mrs Forrester stava a capo chino, il viso seminascosto dal
manicotto; finalmente gli disse di fermarsi. Sulla destra Ellinger
scorse un bosco, e dietro al bosco l’alveo secco di un torrente: le cime
dei cedri, scuri e immobili, appena visibili dalla strada, ne rivelavano
i meandri.
«Sta’ seduta,» disse Ellinger «scendo a staccare i pony».
Quando le ombre azzurre del crepuscolo cominciarono a
protendersi sulla neve, uno dei fratelli Blum, che s’aggirava furtivo
per il bosco in cerca di conigli, s’imbatté nella slitta vuota ferma tra
gli arbusti, e poco lontano scorse i due pony legati che scalpitavano
impazienti. Adolph tornò prudentemente tra gli alberi e si sdraiò
dietro un tronco caduto per vedere quel che sarebbe successo. Nella
sua vita accadeva raramente qualcosa che non fosse il maltempo.
Subito dopo udì avvicinarsi delle voci sommesse, sinché non
apparve il forestiero grande e grosso che era ospite dei Forrester:
sotto un braccio portava le coperte di bisonte, mentre all’altro era
avvinghiata nientemeno che Mrs Forrester. Camminavano a passi
lenti, completamente assorti in ciò che si stavano dicendo. Giunti alla
slitta l’uomo stese le coperte sul sedile e mise le mani sotto le braccia
di Mrs Forrester, ma non l’aiutò a salire: se la strinse a lungo contro
il petto, invece, e il viso di lei rimase affondato nel suo cappotto
nero.
«Accidenti! E i rami di cedro?» le domandò dopo averla avvolta
nelle coperte. «Vuoi che vada a prenderne un po’?».
«Non importa» mormorò lei.
Ellinger frugò sotto il sedile, prese un’ascia e s’incamminò di
nuovo verso la forra. Mrs Forrester, gli occhi chiusi, teneva una
guancia posata sul manicotto, le labbra atteggiate a un lieve, soave
sorriso. L’aria era immobile, il cielo azzurro: il piccolo Blum quasi la
sentiva respirare. E quando risuonarono i colpi d’ascia vide che le
sue palpebre fremevano, mentre il suo corpo era percorso da un
tremore impercettibile.
L’uomo tornò e gettò i rami di sempreverde sulla slitta; quando
le si sedette accanto Mrs Forrester gli infilò una mano sotto il braccio
e si appoggiò mollemente a lui. «Va’ piano» mormorò, quasi parlasse
nel sonno. «Non importa se arriviamo tardi per la cena. Niente
importa, niente». I pony s’avviarono al trotto.
Il piccolo, pallido Blum s’alzò dal suo nascondiglio e seguì le
orme inoltrandosi nella forra. Quando sorse la luna arancione era
ancora seduto sotto i cedri, il fucile poggiato su un ginocchio.
Mentre Mrs Forrester aspettava nella slitta, con gli occhi chiusi,
sentendosi più che al sicuro, l’avrebbe quasi potuta toccare con una
mano. Era la prima volta che la vedeva senza quel suo sguardo
scanzonato e i modi vivaci che di solito frapponeva tra sé e il resto
del mondo. E se dietro al tronco ci fosse stato Thad Grimes? Oppure
Ivy Peters?
Ma con Adolph Blum i segreti di Mrs Forrester erano al sicuro. Il
ragazzo, infatti, aveva una mentalità feudale: la gente ricca e
fortunata era anche privilegiata. Quelle persone dal sangue caldo e
dal respiro rapido amavano il rischio; seguivano impulsi appena
comprensibili a un ragazzino che andava in giro tutto l’anno bagnato
fradicio e con la pelle screpolata dal freddo e dal sole, che
camminava sprofondato nel fango per pescare pesci gatto e si
acquattava nella palude ad aspettare le anatre selvatiche. Mrs
Forrester non era mai stata tanto arrogante da non sorridergli
quando si presentava alla porta di servizio con il pesce da vendere, e
non tirava mai sul prezzo. Lo trattava come un essere umano. Le
loro fugaci chiacchierate, il cenno del capo e il sorriso con cui lo
salutava per strada erano tra i suoi ricordi più piacevoli. E poi
comprava la selvaggina da lui anche quando la caccia era chiusa,
senza fare la spia.
VI

Fu quell’inverno, il primo che Mrs Forrester avesse mai trascorso


nella casa sul colle, che Niel arrivò a conoscerla bene. Per i Forrester
quella stagione fu come un istmo tra due condizioni sociali diverse:
poco dopo, infatti, ebbero un rovescio di fortuna. Per Niel, invece,
costituì una svolta naturale, perché in autunno aveva diciannove
anni e in primavera venti – una gran bella differenza.
Passate le feste natalizie, le partite di whist divennero una vera e
propria abitudine. Tre sere la settimana il giudice Pommeroy e suo
nipote si sedevano al tavolo da gioco insieme ai Forrester. A volte
andavano da loro presto e cenavano lì; altre si fermavano a fare uno
spuntino dopo l’ultima bella. Niel, che fino ad allora era stato molto
soddisfatto della sua vita da scapolo e aveva deciso di non vivere
mai in un posto dove spadroneggiassero le donne, pian piano
s’affezionò alle comodità di una casa diretta sapientemente, ai
piaceri della tavola, alle poltrone morbide, alle luci soffuse e alle
gradevoli voci umane di casa Forrester. Nelle serate rigide e ventose,
seduto davanti al caminetto sulla poltrona azzurra, la sua preferita,
soleva chiedersi come sarebbe riuscito a staccarsi da lì e a lasciarsi
inghiottire dall’oscurità, a correre giù per la lunga via ghiacciata per
poi imboccare la smorta strada principale di Sweet Water.
Quell’inverno il capitano Forrester stava facendo degli esperimenti
con i bulbi, e aveva costruito una piccola serra sul lato meridionale
della villa, a ridosso del salottino. Per tutto gennaio e febbraio la casa
fu piena di narcisi e giacinti, e il loro greve profumo primaverile
andò ad aggiungersi alle lusinghe di quel focolare.
Niel era convinto che in presenza di Mrs Forrester annoiarsi fosse
impossibile. L’incanto della sua conversazione non stava tanto in
quello che diceva, benché fosse spesso spiritosa, ma nei suoi occhi
complici e penetranti, nella sua voce piena di vita. Con lei si poteva
parlare delle cose più banali e andar via pervasi da un profondo
senso di letizia. Il segreto, secondo Niel, stava nell’interesse che Mrs
Forrester nutriva per la gente, foss’anche la più ordinaria. Se non
c’erano né Mr Ogden né Mr Dalzell a intrattenerla con le loro storie
più brillanti, allora riusciva a trovare divertenti i modi rudi di Ivy
Peters, oppure gli sdolcinati complimenti di cui la subissava il
vecchio Elliott quando andava a comprare un paio di scarpe
invernali. Mrs Forrester aveva affascinanti doti mimiche: quando le
capitava di menzionare il grassone che vendeva il ghiaccio, Thad
Grimes dietro al suo ceppo da macellaio o i fratelli Blum col loro
bottino di conigli le bastava un piccolo gesto indovinato per farli
sembrare più speciali e più espressivi di quanto non fossero in realtà.
Spesso parodiava le persone in loro presenza, e loro non solo non si
offendevano, ma si sentivano assai lusingate. Far ridere Mrs
Forrester dava un piacere impareggiabile: era così che ci si rendeva
conto di avere un’intesa con lei. Quello era il suo modo di far
commenti, di dichiararsi d’accordo, di manifestare la sua stima
quando qualcuno faceva un’osservazione interessante – e spesso il
suo riso rivelava molte cose, al contempo troppo dirette e troppo
sfuggenti per essere espresse a parole.
Molto, molto tempo dopo, quando Niel non sapeva nemmeno
più se Mrs Forrester fosse viva o morta, talvolta gli balenava nella
mente la sua immagine: la lucentezza di due occhi scuri, le pallide
guance triangolari ornate dai lunghi orecchini e la sua risata dalle
mille sfumature. E se gli capitava di sentirsi avvilito e stanco di tutto,
pensava gli sarebbe bastato udir ridere quella donna lungamente
perduta per ritrovare l’allegria.
Quell’anno la grande bufera invernale arrivò tardi: s’abbatté su
Sweet Water il primo di marzo e infuriò per tre giorni e tre notti.
Caddero più di settanta centimetri di neve, che il vento pungente
ammassava in cumuli turbinanti. I Forrester rimasero bloccati in
casa, e Ben Keezer non provò neanche ad aprire un varco né
tantomeno a raggiungere l’abitato. Il terzo giorno Niel andò
all’ufficio postale, ritirò la borsa di cuoio con la posta del capitano,
piena zeppa di lettere, e attraversò il torrente ghiacciato
sprofondando nella neve fino alla cintola, a volte fino alle ascelle.
Anche gli steccati che fiancheggiavano il vialetto erano sepolti sotto
la neve, ma Niel si fece strada tenendosi tra le due file di pioppi.
Quando infine arrivò davanti alla casa venne ad aprirgli il capitano.
«Che piacere vederti, ragazzo mio, che piacere! Sai, abbiamo
sofferto un po’ di solitudine. Dev’esser stata una bella fatica arrivare
fin qui, ti sono davvero grato. Su, vieni ad asciugarti in salotto. Però
dobbiamo parlare piano: mia moglie è andata di sopra a stendersi,
ha l’emicrania».
Niel, gli stivali di gomma ai piedi, si fermò davanti al caminetto
ad asciugarsi i pantaloni, e il capitano, invece di sedersi, andò ad
aprire la porta di vetro della sua piccola serra.
«Ho una bella cosa da farti vedere, Niel. I miei giacinti stanno
sbocciando tutti insieme, ci sono tutti i colori dell’arcobaleno. I
giacinti romani sono di mia moglie: le si addicono, non credi?».
Niel si avvicinò e guardò con un piacere intenso quei boccioli
teneri e diafani. «Sa, capitano, temevo che con questo tempaccio
sarebbero morti».
«No, sono piante che sopportano benissimo il freddo. Ci hanno
tenuto compagnia» rispose il capitano guardando i cespugli coperti
di neve di là dai vetri. A Niel piaceva osservarlo mentre
contemplava i suoi possedimenti: «La casa di un uomo è il suo
castello» parevano dire i suoi occhi. «Ben mi ha detto che i conigli si
sono spinti sino al fienile per mangiare; tutte le piante verdi sono
sepolte sotto la neve. Gli ho detto di buttargli qualche cavolo, in
modo che non patiscano. E mia moglie è uscita tutti i giorni sulla
veranda per dar da mangiare agli zigoli» continuò, quasi parlasse da
solo.
La porta in cima alle scale s’aprì e Mrs Forrester scese avvolta nel
suo chimono, assai pallida in viso. Dalle ombre scure sotto gli occhi
si sarebbe detto che non dormisse abbastanza.
«Oh, ma è Niel! Sei stato davvero gentile. E hai portato anche la
posta! Ci sono lettere per me?».
«Sì, tre. Due da Denver e una dalla California». Il marito gliele
porse. «Hai dormito, Maidy?».
«No, però ho riposato. E’ incantevole stare nella stanza che dà a
ponente, col vento che mugola e fischia tra le grondaie. Se mi volete
scusare, vado a vestirmi e a dare una scorsa alle lettere. Niel,
avvicinati di più al fuoco. Sei molto bagnato?». Quando gli si fece
accanto per tastare i vestiti, Niel sentì un forte odore di alcol. Si
domandò se fosse malata, oppure semplicemente tanto annoiata da
aver cercato di stordirsi.
Quando tornò si era vestita e pettinata.
«Cara,» le disse il capitano affettuosamente «prenderei volentieri
un bel tè e qualche fetta di pane tostato, come fanno i tuoi amici
inglesi; ti farebbe bene, con quel mal di testa. Sì, a Niel offriremo tè e
pane tostato, e nient’altro».
«Va bene. Mary si è coricata perché aveva mal di denti, ma lo
preparo io il tè. Niel può abbrustolire il pane qui nel camino, mentre
tu leggi il giornale».
S’era rianimata; legò uno dei grembiuli di Mary al collo del
ragazzo e gli diede un forchettone. Niel notò che il capitano, mentre
leggeva il giornale, teneva insistentemente d’occhio la credenza, e
quando la moglie entrò con il vassoio del tè, senza la bottiglia di
sherry, parve molto sollevato: ne bevve tre tazze e prese una seconda
fetta di pane.
«Hai visto, Forrester?» esordì la moglie allegramente. «Niel mi ha
fatto tornare l’appetito. Oggi non ho mangiato», e poi, rivolgendosi
al ragazzo: «Sai, è troppo tempo che sto rinchiusa qua dentro.
Dicono niente i giornali?».
In realtà Mrs Forrester voleva sapere se c’erano notizie
riguardanti le persone di loro conoscenza. Il capitano inforcò di
nuovo gli occhiali dalla montatura d’argento e lesse ad alta voce le
imprese dei loro amici di Denver, Omaha e Kansas City. Mrs
Forrester, seduta su uno sgabello accanto al fuoco, mangiava il pane
tostato e commentava con battute spiritose gli avvenimenti riportati
da quei solenni trafiletti: il fidanzamento di Miss Erma Salton–Smith,
eccetera.
«Ce l’ha fatta, grazie a Dio! Dovresti sapere chi è, Niel, è venuta
da noi. Se non sbaglio, hai anche ballato con lei».
«Non mi pare di ricordarla. Com’è?».
«Tale e quale al suo nome. E’ possibile che non ti venga in mente?
Alta, occhi molto vivi e scintillanti, come quelli del Vecchio
Marinaio».
Niel scoppiò a ridere: «Non le piacciono gli occhi luminosi, Mrs
Forrester?».
«Non quelli delle altre!». E si unì alla risata di Niel con tanto
trasporto che il capitano sbirciò da sopra il giornale con
un’espressione soddisfatta. Si lasciò scivolare lentamente il giornale
sulle ginocchia e si mise a guardare gli altri due seduti davanti al
caminetto. Gli sembravano quasi coetanei; per lui era un’abitudine
pensare a Mrs Forrester come a una donna molto, molto giovane.
La moglie s’avvide che non stava leggendo: «Caro, vuoi che
accenda il lume?».
«No, grazie. Il crepuscolo è così piacevole».
Ormai cominciava a imbrunire; udirono Mary scendere le scale e
darsi d’attorno in cucina. Di quando in quando il capitano russava,
le pantofole illuminate dal focolare e le spalle in ombra. Mentre la
stanza s’oscurava le finestre erano quadrati di pallido, limpido
violetto, e gli scuri cessavano di far rumore; il vento moriva insieme
al giorno. Il silenzio avvolgeva ogni cosa, interrotto soltanto
dall’acciottolio della cuoca. Mrs Forrester spiegò sottovoce che Mary
era di malumore perché il suo innamorato, Joe Pucelik, non era
venuto a trovarla. Di solito le faceva visita la domenica, ma la
tormenta era cominciata proprio quel giorno. «Quando si sente
trascurata le fa sempre male il dente!».
«Be’, ora che sono venuto io dovrà venire anche lui, altrimenti
Mary s’infurierà».
«Oh, verrà, verrà!» disse Mrs Forrester scrollando le spalle. «Io
non vedo e non sento, ma sono sicurissima che Mary sa come
ricompensarlo!». Dopo qualche istante s’alzò. «Vieni,» sussurrò «mio
marito dorme. Facciamo una corsa giù per la discesa: nessuno ci
fermerà! M’infilo gli stivali di gomma e sono pronta. Niente
obiezioni!» esclamò coprendogli le labbra con le dita. «Non una
parola! Non resisto un momento di più in questa casa».
Sgusciarono in silenzio nell’aria fredda che sapeva di neve fresca.
Un arco translucido, rosa e azzurro, colorava l’occidente sopra la
cittadina candida. Quando raggiunsero il dosso quasi scoperto dal
vento Mrs Forrester si fermò e aspirò profondamente, abbracciando
con lo sguardo i prati innevati e i rigidi pioppi bluastri sotto di lei.
«Oh, che desolazione!» mormorò. «Pensa se saremo costretti a
rimanere qui anche tutto l’inverno prossimo… e quello dopo ancora!
Che ne sarà di me, Niel?» domandò, la voce piena di una paura
cupa e inequivocabile. «Come vedi, in questo posto non ho niente da
fare.
Non mi muovo mai. Io non so pattinare, in California non si
faceva, e ho le caviglie deboli. Ho sempre ballato, d’inverno. A
Colorado Springs si balla moltissimo; sapessi quanto rimpiango le
feste danzanti! Ballerò finché avrò ottant’anni… sarò una nonna
danzerina! Ballare mi fa bene; ne ho bisogno».
Si precipitarono giù in mezzo alla neve alta e si fermarono
soltanto quando arrivarono al ponte di legno.
«Guarda! Perfino il torrente è coperto di ghiaccio! Credevo che
l’acqua corrente non gelasse mai. Quanto durerà ancora?».
«Non molto, ormai. Entro un mese vedrà che il pantano si coprirà
di verde, e poi sarà la volta dei campi. Da queste parti la primavera è
bellissima. E domani potrà uscire, sa. Le nubi si stanno diradando.
Guardi, la luna nuova!».
La donna volse il capo. «Oh, l’ho vista sopra la spalla sbagliata!
Porta sfortuna!».
«Non è vero. L’ha vista sopra la mia».
Mrs Forrester sospirò e gli prese il braccio. «Mio caro ragazzo, le
tue spalle non sono abbastanza larghe».
E subito davanti agli occhi di Niel apparve l’immagine di due
spalle larghissime, di una larghezza addirittura sconveniente, strette
in un cappotto guarnito di alamari e di un collo di astrakan.
Mentre risalivano pian piano verso casa l’intrusione di questa
terza persona gli diede un senso di fastidio.
Curiosamente, Niel s’interessava a Mrs Forrester soprattutto in
quanto moglie del capitano, ed era proprio in ragione del suo
rapporto con il marito che provava tanta ammirazione per lei. La sua
capacità di comprendere un uomo come quello, di essergli devota, la
contraddistingueva più di qualsiasi altro attributo, per affascinante
che fosse. Lì stava il suo valore, pensava Niel; una qualità che non si
sarebbe mai consunta né offuscata, come l’acciaio di Damasco. La
stima che aveva di Mrs Forrester non poteva prescindere da questo,
così come non poteva prescinderne – ne era persuaso – Mrs Forrester
stessa. Provava un certo piacere nell’udire le storie – perfino quelle
maligne – che si raccontavano sulla vita allegra che faceva nel
Colorado, e sui giovanotti che ogni inverno le ronzavano intorno.
A volte gli capitava di pensare all’esistenza che quella donna
avrebbe potuto condurre dacché la conosceva – e a quella che aveva
scelto di vivere. Proprio a quella disparità si dovevano, ne era certo,
gli strali più sottili della sua malia. Lei si prendeva gioco senza alcun
ritegno delle convenienze che rispettava; aveva ereditato la magia
delle contraddizioni.
VII

Di solito, le sere in cui non si giocava a whist dai Forrester, Niel


rimaneva a leggere nella sua stanza – ma non libri di
giurisprudenza, come avrebbe dovuto. L’inverno precedente,
quando i Forrester non c’erano e le giornate si succedevano l’una più
tediosa dell’altra, si era imbattuto in uno svago fecondo, una risorsa
pressoché inesauribile. La libreria alta e stretta che si trovava
nell’ufficio piccolo, tra la porta e il muro, era tutta stipata di volumi
dall’aspetto solenne, rilegati in tela scura e separati dalla biblioteca
giuridica: era la collezione quasi completa dei classici Bohn, che il
giudice Pommeroy aveva comprato tanto tempo prima, quando
ancora studiava all’Università della Virginia. Poi li aveva portati con
sé nel West, non perché li leggesse assiduamente, ma perché ai suoi
tempi un gentiluomo doveva avere nella sua biblioteca quel genere
di libri, proprio come doveva avere il bordeaux in cantina. La serie
comprendeva anche le opere di Byron in tre volumi, e l’anno prima,
a proposito di una citazione che Niel non aveva riconosciuto, lo zio
gli aveva consigliato di leggerle tutte, tranne il Don Giovanni.
Quello, aveva commentato il giudice con un sorriso sornione, poteva
«tenerlo in serbo per dopo». Naturalmente Niel lo lesse per primo,
quindi passò a Tom Jones e al Wilhelm Meister, via via fino a
Montaigne e alle opere complete di Ovidio. Ma questi ultimi, poi,
non li aveva accantonati – vi faceva sempre ritorno dopo altre
escursioni. Gli sembrava che questi autori sapessero il fatto loro: se
c’era del frivolo nel Don Giovanni, quei signori ne erano del tutto
immuni.
Nella raccolta c’erano anche opere filosofiche, ma Niel si limitò a
scorrerle. Non provava alcuna curiosità per ciò che gli uomini
avevano pensato, ma per ciò che avevano sentito e vissuto il suo
appetito era insaziabile. Se qualcuno gli avesse detto che quei libri
erano dei classici e rappresentavano la saggezza dei secoli non li
avrebbe nemmeno sfogliati, ma il fatto di averli scoperti per conto
suo lo aveva portato a condurre una doppia vita, con tutti i suoi
colpevoli piaceri. Aveva letto e riletto le Eroidi: gli parvero le più
belle storie d’amore che fossero mai state raccontate. Per Niel quei
libri non erano invenzioni destinate a far trascorrere il tempo più
piacevolmente, ma creature viventi còlte nell’atto stesso di vivere –
sorprese dietro l’ingannevole rigore della forma letteraria.
Egli ascoltava le voci del passato, veniva introdotto in quel
mondo sconfinato che si era immerso nella vita e aveva
sontuosamente peccato, scintillando di tutte le sue luci, molto tempo
prima che le piccole città del West fossero anche soltanto concepite.
Quelle serate trascorse in estasi assoluta accanto al lume gli
slargarono la mente, modificarono le sue idee sulle persone e lo
aiutarono a capire con esattezza come desiderava che fossero i suoi
rapporti con loro.
Per qualche motivo, le sue letture lo portarono a voler diventare
architetto. Se il giudice avesse lasciato la sua biblioteca nel Kentucky,
probabilmente la vita di suo nipote avrebbe preso una piega diversa.
Finalmente arrivò la primavera, e casa Forrester divenne più
bella che mai. Il capitano trascorreva lunghe giornate felici tra i suoi
arbusti in fiore, e la moglie soleva accogliere i visitatori dicendo: «Sì,
mio marito sarà subito da voi, mando il giardiniere inglese a
chiamarlo».
All’inizio di giugno, proprio quando le rose stavano sbocciando,
il capitano dovette interrompere la sua piacevole attività. Una
mattina ricevette un telegramma che lo mise in allarme: lo aprì con le
cesoie, entrò in casa e disse alla moglie di telefonare al giudice
Pommeroy per dirgli di andare subito da loro. Una cassa di
risparmio di Denver in cui aveva fatto cospicui investimenti era
fallita.
Quella sera il capitano e il suo avvocato presero l’espresso diretto
a ovest. Il giudice, mentre dava a Niel le ultime disposizioni per lo
studio, gli confidò di essere in pensiero per il capitano, che rischiava
di perdere forti somme di denaro.
Mrs Forrester pareva non rendersi conto del pericolo;
accompagnò il marito alla stazione e parlò della sua commissione
come di un semplice «viaggio d’affari». Niel, dal canto suo, fu colto
da una tristezza premonitrice. Tremava all’idea che Mrs Forrester
potesse diventare povera: era una di quelle persone a cui il denaro
non doveva mai mancare. Qualsiasi restrizione al suo generoso
modo di vivere sarebbe stata una grave sofferenza per lei – qualcosa
che non le si confaceva. In ristrettezze non sarebbe stata più la stessa.
Niel andava sempre a mangiare all’albergo, e tre giorni dopo la
partenza del capitano lesse con disappunto sul registro degli ospiti il
nome di Frank Ellinger. Il nuovo venuto non si faceva vedere a cena,
e questo voleva dire, naturalmente, che andava da Mrs Forrester e
che lei cucinava per lui personalmente: approfittando dell’assenza
del capitano, infatti, aveva consentito a Mary di andare a trovare la
madre alla fattoria per una settimana. Niel pensò che era di pessimo
gusto da parte di Ellinger venire a Sweet Water proprio in quel
momento; non poteva certo ignorare che questo fatto avrebbe dato
adito a pettegolezzi.
Niel aveva intenzione di far visita a Mrs Forrester quella sera
stessa, ma cambiò idea e tornò nello studio. Lesse fino a tardi; poi si
mise a letto e dormì di un sonno leggero. Fu svegliato prima
dell’alba dagli sbuffi della locomotiva di manovra. Cercò di
riaddormentarsi coprendosi le orecchie con il lenzuolo, ma per
qualche motivo il sibilo dei getti di vapore lo eccitava. Non riusciva
a non pensare che era arrivata l’estate, né a togliersi dalla mente
l’alba fiammeggiante che presto avrebbe invaso l’acquitrino dei
Forrester. Si era destato con quella percezione gioiosa e intensa
dell’estate che a volte coglie i bambini ancora allungati sotto le
coperte. Si alzò e si vestì in fretta: voleva arrivare a casa Forrester
prima che Frank Ellinger potesse imporre la propria indesiderata
presenza, mentre ancora dormiva nella camera migliore del
Wimbledon Hotel.
Imboccò il vialetto alle prime luci del giorno, mosso da un
sentimento d’affetto e di protezione – ma non si spinse fino alla casa:
giunto al secondo ponte tagliò per i campi. Il cielo ardeva del rosa
pallido e argenteo delle mattine estive senza nuvole. Le erbe
palustri, grevi e ricurve, lo schizzavano bagnandolo fino alle
ginocchia. Tutto l’acquitrino era come rivestito di freddi, roridi strati
d’argento, mentre le piante carnose, simili a cactus, tendevano i loro
grappoli piatti del colore dei lamponi. Una purezza quasi religiosa
pervadeva l’aria fresca del mattino, il cielo delicato, l’erba e i fiori
lustri di rugiada. C’era un che di limpido, di lieto in ogni cosa viva,
come il sommesso richiamo mattutino degli uccelli che sfrecciavano
nel cielo terso.
Dall’oriente color zafferano il sole, di un giallo tenue come di
vino, cominciò a indorare i prati odorosi e le cime luccicanti degli
alberi. Niel si domandò perché non andasse più spesso a
contemplare il giorno – prima che fosse sciupato dagli uomini e dalle
loro faccende, quando il mattino era ancora immacolato, come un
dono tramandato dalle età eroiche.
Sotto le rocce a strapiombo sull’acquitrino trovò folti di rose
selvatiche dai boccioli sgargianti, che iniziavano appena a
schiudersi. All’interno i calici semiaperti rivelavano quel rosa di
fiamma che a mezzogiorno non c’è già più – un colore fatto di sole e
di rugiada, talmente intenso da non poter durare… è destinato a
svanire, come l’estasi. Niel tirò fuori il coltello e cominciò a recidere
gli steli rigidi, punteggiati di spine rosse.
Voleva raccogliere rose da regalare a una signora incantevole, un
fascio rubato alle gote del mattino… quei fiori ancora mezzo
addormentati, vulnerabili come la bellezza assoluta. Le avrebbe
lasciate davanti alla porta–finestra della sua camera. E quando lei,
aprendo gli scuri, le avesse viste… forse si sarebbe sentita disgustata,
d’un tratto, dagli uomini volgari e mondani come Frank Ellinger.
Dopo aver legato le rose con dei fili d’erba Niel s’incamminò su
per la salita; arrivato in cima girò senza far rumore intorno alla casa
avvolta nel silenzio, fino al lato esposto a nord, dov’era la camera di
Mrs Forrester: gli scuri verdi, simili a una porta, erano ancora chiusi.
Mentre si chinava per posare i fiori sulla soglia udì dall’interno una
sommessa risata di donna: impaziente, voluttuosa, provocante,
piena di desiderio. Poi un’altra risata, molto diversa, la pigra risata
di un uomo – soffocata da quello che parve uno sbadiglio.
Niel si ritrovò sul ponte di legno, il volto in fiamme, le tempie
che gli pulsavano, gli occhi accecati dal furore. Stringeva ancora il
fascio spinoso delle rose: lo gettò oltre la rete metallica, in una pozza
di fango che il bestiame aveva formato con gli zoccoli in riva al
torrente. Non sapeva nemmeno più se era sceso per il vialetto o
tagliando per il bosco. Tra l’attimo in cui si era chinato sulla soglia e
quello in cui si era rialzato aveva perduto una delle cose più belle
della sua vita. La mattina si era guastata, per lui, prima ancora che
fosse svaporata la rugiada. E anche tutte le mattine a venire, si disse
pieno d’amarezza. Quel giorno vide la fine di quell’ammirazione e di
quella lealtà che avevano dato tanta luce alla sua vita. Non l’avrebbe
trovata più, quella luce: era svanita come la freschezza mattutina dei
fiori.
«I gigli putridi» mormorò «lezzano assai più delle malerbe».
Quella grazia, quella voce incantevole, quelle mille sfaccettature,
quel guizzo divertito e capriccioso negli occhi scuri – non erano
niente. Mrs Forrester non aveva offeso uno scrupolo morale, ma un
ideale estetico. Ah, le donne belle, di una bellezza che lascia
intendere più ancora di quanto non dica… il loro splendore è
dunque alimentato sempre da qualcosa di sordido e di oscuro? E’
questo il loro segreto?
VIII

Quando il giudice Pommeroy e il capitano scesero dal treno del


mattino trovarono Niel ad accoglierli, e con lui proseguirono in
carrozza fino a casa Forrester. Non fecero alcun accenno agli affari
per cui erano andati a Denver finché non si furono seduti in salotto
insieme a Mrs Forrester. Le finestre erano aperte e dal giardino
arrivava, sospinto dal vento, il profumo del fiorangiolo e delle rose
di giugno. Dopo aver spiegato lentamente il fazzoletto ed essersi
asciugato la fronte e il collo carnoso lungo il bordo del colletto, il
capitano Forrester affrontò l’argomento.
«Maidy,» disse senza guardarla «hai davanti a te un uomo
povero.
Per sistemare le cose ci è voluto quasi tutto quello che avevo. Ti
rimarrà la casa, senza ipoteche, la mia pensione e praticamente
nient’altro. Certo, il bestiame frutterà qualcosa».
Niel vide Mrs Forrester farsi pallidissima, ma subito dopo sorrise
e portò al marito il portacenere a stelo. «Pazienza! Sono sicura che
riusciremo a tirare avanti, non credi?».
«Sì, riusciremo a tirare avanti, ma non molto di più. Temo che il
giudice Pommeroy pensi che ho agito come uno sconsiderato».
«Non è vero, Mrs Forrester!» esclamò il giudice. «Ha fatto quel
che spero avrei fatto anch’io se mi fossi trovato al suo posto. Io però
sono celibe… C’erano alcuni titoli, obbligazioni di stato, che il
capitano Forrester avrebbe potuto trasferire a lei, ma a scapito dei
depositanti».
«So di persone che hanno scelto quella soluzione,» disse il
capitano con aria oppressa «ma sono dell’idea che comportandosi
così non abbiano fatto un complimento alle loro mogli. Se Mrs
Forrester non è contrariata, non mi pentirò mai della mia decisione».
Per la prima volta i suoi occhi stanchi e gonfi cercarono quelli della
moglie.
«Sai che non metto mai in discussione le tue decisioni in affari.
Sono cose di cui non mi intendo».
Il capitano posò il sigaro che aveva preso senza accenderlo, si
alzò a fatica e raggiunse il bovindo, dove si fermò a contemplare i
suoi prati. «E’ proprio una bella vista, Maidy» osservò dopo un
momento. «Hai innaffiato le rose. Ne hanno bisogno, con questo
tempo.
Bene, se volete scusarmi vado a stendermi un po’, in treno ho
dormito male. Niel e il giudice si fermano a pranzo». Aprì la porta
della camera di Mrs Forrester e se la richiuse alle spalle.
Il giudice Pommeroy cominciò a spiegare la situazione. La banca
di Denver, della quale Mrs Forrester non sapeva nulla eccetto il
nome, era di quelle che pagavano interessi alti sui piccoli depositi. I
depositanti erano tutti salariati: operai della ferrovia, manovali e
giornalieri, molti dei quali in passato avevano lavorato alle
dipendenze del capitano Forrester. Tra i membri del consiglio di
amministrazione, lui era l’unico ad avere un nome conosciuto: per i
suoi vecchi operai e i loro amici era una garanzia di sicurezza e di
equità. Gli altri dirigenti erano tutti giovani e promettenti uomini
d’affari con molta carne al fuoco, ma, soggiunse il giudice,
palesemente avvilito, si erano rifiutati di fare il proprio dovere di
gentiluomini e di pagare le perdite di tasca loro. Avevano sostenuto
che l’insolvenza della banca non era dovuta a investimenti avventati
o a una cattiva amministrazione, bensì al panico finanziario che
aveva colpito tutto il paese: ne era seguita una contrazione delle
valute che nessuno avrebbe potuto prevedere. A loro parere era più
che giusto dividere le perdite con i depositanti, a cui sarebbero stati
versati cinquanta centesimi per ogni dollaro: rilasciando impegni a
lunga scadenza per il venticinque per cento, ci si sarebbe in
definitiva accordati sul settantacinque per cento.
Irremovibile, il capitano Forrester aveva ribadito che nessuno dei
depositanti avrebbe dovuto perdere un solo dollaro. I giovani e
promettenti uomini d’affari lo avevano ascoltato rispettosamente,
per poi comunicargli che la liquidazione della banca sarebbe
avvenuta alle loro condizioni; qualsiasi ulteriore rimborso sarebbe
stato affar suo. Allora il capitano aveva mandato a prendere la sua
cassetta di sicurezza e l’aveva aperta davanti a loro, disponendone in
bell’ordine il contenuto sul tavolo. Le obbligazioni di stato le aveva
consegnate subito, mentre il giudice Pommeroy era stato incaricato
di vendere le azioni minerarie e altri titoli al mercato libero.
A questo punto del racconto il giudice si alzò e cominciò a
camminare avanti e indietro, giocherellando con i sigilli attaccati alla
catenella dell’orologio. «Suo marito ha fatto quel che gli imponeva
l’onore, Mrs Forrester. Dato che gli altri cinque si tiravano indietro,
gli restava solo da decidere se perdere la sua reputazione o salvarla.
I depositanti avevano affidato i loro risparmi a quella banca perché
lui ne era il presidente. Per quegli uomini, che per unico capitale
avevano la loro schiena e le loro mani, il suo nome significava
sicurezza. Come il capitano ha cercato di spiegare ai suoi colleghi,
quei depositi non avevano prezzo: erano i soldi risparmiati per
comprare una casa, per fronteggiare la malattia o per far studiare un
ragazzo. E quei giovanotti brillanti, benvisti da tutti, sono rimasti lì a
guardarlo con aria sprezzante mentre lui sacrificava tutto, fino a
impegnare la propria assicurazione sulla vita. Ogni giorno, dalla
mattina alla sera, davanti alla banca c’era una gran folla: polacchi,
svedesi, messicani, tutti col viso scavato dal terrore. Molti di loro
non sapevano nemmeno l’inglese – pareva che l’unica parola che
conoscessero fosse “Forrester”. Entrando e uscendo dalla banca
sentivamo sempre i messicani che ripetevano: “Forrester, Forrester”.
Pensando a lei, signora, è stato un tormento per me vedere il
capitano spogliarsi così di tutti i suoi averi. Ma non avrei potuto
impedirglielo, glielo giuro sul mio onore. E quanto a quei
mascalzoni vigliacchi che non hanno mosso un dito…» – il giudice si
fermò davanti a Mrs Forrester e si scompigliò con entrambe le mani i
folti capelli bianchi – «per Dio, signora, credo proprio di aver vissuto
troppo a lungo! Ai miei tempi la differenza tra un uomo d’affari e
una canaglia era più grande di quella tra un bianco e un negro. Io
non ero la persona giusta per accompagnarlo a Denver come
consulente legale. Forse uno di quegli avvocati con il pelo sullo
stomaco, come sarà presto Ivy Peters, sarebbe riuscito a salvare dal
disastro qualcosa per lei. Io, invece, non ho potuto influenzare suo
marito in alcun modo. Per quella folla radunata davanti alla banca il
nome del capitano significava cento centesimi per ogni dollaro, e per
Dio, cento centesimi hanno avuto, dal primo all’ultimo! Sono fiero di
lui, signora, fiero di conoscerlo!».
Era la prima volta che Niel vedeva Mrs Forrester arrossire: d’un
tratto il suo volto si soffuse di un colore più acceso, mentre gli occhi,
umidi, luccicavano. «Lei ha fatto benissimo, giudice. Non avrei
voluto che il capitano si comportasse diversamente a causa mia, per
tutto l’oro del mondo! Non avrebbe mai più potuto andare a testa
alta. Sa, io lo conosco». Mentre diceva queste parole i suoi occhi
corsero all’altro lato della stanza e si fissarono su Niel. Il ragazzo
ebbe la sensazione che quello sguardo volesse essere un rimprovero,
delicato e pieno di dignità, per una qualche scortesia ma in cuor suo
era convinto di non avergliene fatta alcuna.
Quando la padrona di casa andò in cucina a occuparsi del pranzo
il giudice Pommeroy si rivolse al nipote: «Figliolo, sono contento che
tu voglia fare l’architetto. Credo proprio che in questo nuovo mondo
degli affari non ci sia più posto per gli avvocati onesti. Lascia la
giurisprudenza a quelli come Ivy Peters, e datti a una professione
pulita. Eh sì, Forrester avrebbe dovuto farsi accompagnare da
qualcun altro» concluse scuotendo il capo con tristezza.
«Sono veramente diventati poveri?».
«Poveri in canna. E’ come ha detto lui: resta soltanto la casa».
Mrs Forrester tornò dalla cucina e andò a svegliare il marito. Non
appena aprì la porta della camera, Niel e lo zio udirono dei rantoli e
subito dopo la voce di lei che li chiamava. Il capitano era disteso sul
lettino di ferro e Mrs Forrester si sforzava invano di farlo alzare a
sedere.
«Presto, Niel,» gli disse affannata «bisogna mettergli dei cuscini
sotto la testa. Va’ a prendere quelli del mio letto».
Niel la scostò delicatamente, e mentre afferrava il capitano per le
spalle il viso gli si coprì di sudore: era come sollevare un elefante
ferito. Il giudice Pommeroy si precipitò in salotto per telefonare al
dottor Dennison e informarlo che il capitano aveva avuto un colpo
apoplettico.
Ci voleva altro che un colpo per stroncare un uomo della fibra di
Daniel Forrester. Il capitano dovette rimanere a letto per tre
settimane, e Niel aiutò Mrs Forrester e Ben Keezer ad accudirlo.
Benché in quel periodo capitasse spesso da loro, Niel non vide
mai Mrs Forrester da sola; anzi, a dire la verità, non la vide per nulla.
Con tutte le cose che aveva da fare, lei si fece remota, quasi
inespressiva. Doveva rispondere a un’infinità di lettere e ringraziare
di tutti i fiori e le casse di frutta e di vino che le avevano mandato.
Amici sparsi dovunque, dal Missouri fino alle montagne,
chiedevano preoccupati notizie del capitano, e quando non si
trovava al capezzale del marito oppure in cucina a preparargli
qualche piatto speciale, era occupata allo scrittoio.
Una mattina, mentre stava appunto scrivendo, arrivò un ospite di
riguardo. Niel, che aspettava vicino all’uscio le lettere da portare
all’ufficio postale, scorse un uomo robusto, con un paio di baffi rossi,
che veniva su per il vialetto. Indossava un vestito di seta grezza tutto
spiegazzato e un panama: era Cyrus Dalzell, il presidente della
Colorado & Utah. Era venuto a Sweet Water con il suo vagone
privato per informarsi della salute del vecchio amico. Mrs Forrester,
avvertita da Niel, andò ad aprire proprio mentre Mr Dalzell saliva i
gradini asciugandosi il viso con un fazzoletto di seta rossa.
L’uomo le afferrò entrambe le mani ed esclamò con voce
vibrante: «Eccola qui, fresca come una sposa novella! Posso esigere il
mio vecchio privilegio?», quindi chinò il capo e la baciò. «Non ti
darò disturbo, Marian,» soggiunse entrando in casa «ma dovevo
assolutamente vedere di persona come sta Daniel e come stai tu».
Mr Dalzell salutò Niel con una stretta di mano, e mentre
continuava a parlare s’aggirava per il salotto, goffo e leggero ad un
tempo, come un orso bruno. Mrs Forrester lo fermò per riannodargli
la cravatta gialla e rassettargli la giacca gualcita: «Sbaglio o Kitty non
c’era, quando ti sei vestito?» osservò ridendo.
«Grazie, grazie, cara. Ora sul treno ho un ragazzo inesperto, che
ignora l’ampiezza delle sue mansioni. Già, Kitty sarebbe venuta
volentieri, ma abbiamo due nipoti scervellate in visita da
Portsmouth, e non se l’è sentita di lasciarle sole. Così ho fatto
agganciare il mio vagone in coda al rapido e sono venuto da solo. E
ora dimmi di Daniel: è stato un colpo apoplettico?».
Mrs Forrester gli si sedette accanto sul sofà e gli raccontò della
malattia del marito. Di quando in quando Mr Dalzell la
interrompeva con le sue domande e i suoi partecipi commenti, e le
prendeva la mano stringendola tra le sue palme grandi e morbide e
carezzandola affettuosamente.
«E adesso potrò tornare da Kitty e dirle che presto Daniel sarà in
forma come prima, e che tu sembri pronta per aprire le danze stasera
stessa. Senza farti sentire da nessuno, digli che ho portato un paio di
casse di porto che lo metteranno in sesto molto più in fretta di
qualsiasi cosa gli diano i dottori. C’è anche una dozzina di bottiglie
di sherry per una signora che in fatto di vini è una vera intenditrice.
E l’inverno prossimo dovrete venire tutti e due da noi alle Springs,
per cambiare aria».
Mrs Forrester scosse lievemente il capo: «Oh, questo, purtroppo,
temo che sia soltanto un bel sogno. Nulla però ci vieta di sognare!».
Nel momento in cui era arrivato Cyrus Dalzell si era illuminata
tutta. A Niel sembrava che persino i lunghi orecchini di granati che
le sfioravano le guance brillassero di un colore più intenso. Era una
donna completamente diversa da quella che, appena mezz’ora
prima, scriveva seduta allo scrittoio. Le sue dita giocherellavano con
la manica della giacca del suo ospite, leggere e palpitanti come ali di
farfalla.
«Non è affatto un sogno, mia cara. Kitty ha già pensato a tutto, e
tu sai com’è efficiente. Io verrò a prendervi con il mio vagone e Jim,
il mio vecchio inserviente, si occuperà di Daniel, mentre tu potrai
andare a zonzo e infondere nuova vita a tutti noi. Lo scorso inverno
ci siamo resi conto che senza la nostra Marian non riusciamo a
combinare niente; quando lei non c’è, va tutto per il verso sbagliato.
Dopo aver dato una festa, ci mettevamo seduti e ci chiedevamo
perché mai l’avessimo organizzata. Eh sì, senza di te siamo
perduti!».
Gli occhi di Mrs Forrester si riempirono di lacrime. «Ti ringrazio,
Cyrus. Fa piacere essere ricordati quando si è lontani». La sua voce
aveva quella dolcezza struggente che talvolta vibra in certe belle,
delicate canzoni d’una volta.
IX

Tre settimane dopo il capitano si era alzato: trascinava il piede


sinistro e muoveva il braccio sinistro con difficoltà. Benché avesse
ripreso a parlare, la sua voce era impastata e indistinta; alcune parole
non riusciva a pronunciarle con chiarezza, oppure le saltava, o
mangiava una sillaba. Perciò evitava di parlare ancor più di quanto
non solesse fare prima. Il dottore disse che in assenza di altre lesioni
cerebrali avrebbe potuto vivere senza troppi problemi ancora diversi
anni.
In agosto Niel doveva andare a Boston per prepararsi agli esami
di ammissione al Massachusetts Institute of Technology, dove
intendeva studiare architettura. Rimandò il commiato dai Forrester
al giorno prima della partenza. La sua ultima visita fu diversa da
tutte le precedenti: in quell’occasione i Forrester già cominciarono a
trattarlo come un giovanotto. Niel, dal canto suo, sedeva tutto
irrigidito in quel salotto dove prima si era sentito tanto a suo agio. Il
capitano, sprofondato nella grande poltrona del bovindo e
illuminato in pieno dal sole pomeridiano, disse solo qualche parola,
ma fu molto cordiale. Mrs Forrester, seduta sul sofà nell’angolo
ombreggiato della stanza, parlò dei progetti e del viaggio di Niel.
«E’ vero che in autunno Mary si sposerà con Pucelik?» le
domandò Niel. «Chi chiamerà per farsi aiutare in casa?».
«Nessuno, per il momento. Ben farà tutto quello che non posso
fare io. Ma non ti preoccupare per noi, passeremo un inverno
tranquillo, come una vecchia coppia di campagna – cosa che del
resto siamo!» rispose lei in tono allegro.
Niel sapeva che Mrs Forrester guardava all’inverno con terrore,
ma mai l’aveva vista tanto padrona di sé e della casa di cui si
apprestava a diventare la domestica. Per la prima volta Niel ebbe la
sensazione che quel suo brio le costasse molto.
«Non dimenticarci, ma non stare a piangere sulla nostra sorte. E
fatti tanti nuovi amici. I vent’anni non tornano, sai. Porta a cena una
ballerina – che sia carina, però. E non preoccuparti dei soldi.
Se dovessi trovarti in difficoltà, penso che potremmo farcela a
mandarti un piccolo assegno. Non è vero, caro?».
Il capitano sbuffò con aria divertita. «Sì, penso di sì, Niel. No,
non alzarti, ragazzo mio. Devi fermarti a cena».
Niel disse che non poteva: non aveva ancora finito di preparare i
bagagli e doveva partire con il treno del mattino.
«Allora, prima che ci lasci, dobbiamo bere qualcosa». Il capitano
si alzò a fatica aiutandosi con il bastone e si diresse verso la sala da
pranzo. Quindi tornò con la bottiglia e con gesto solenne riempì tre
bicchieri. Alzando il proprio tacque un momento, come faceva
sempre, e batté ripetutamente le palpebre.
«Giorni felici!».
«Giorni felici!» gli fece eco Mrs Forrester con il più incantevole
dei suoi sorrisi. «E ogni fortuna a Niel!».
Il capitano e la moglie lo accompagnarono alla porta e si
fermarono entrambi sulla veranda, dove tante volte Niel li aveva
visti accomiatarsi dagli ospiti. Si allontanò commosso, felice, ma
quando arrivò al ponte fu colto da una tristezza improvvisa. Quel
dubbio raggelante sarebbe dunque rimasto sempre in agguato, là in
quel fango dove una mattina aveva gettato le rose?
Ardeva dalla voglia di farle una domanda, una sola, di cavarle di
bocca la verità e mettersi l’animo in pace: che ne faceva di tutta la
sua raffinatezza quand’era con un uomo come Ellinger? Dove la
nascondeva? E dopo come riusciva a tornare quella di prima, e a fare
agli altri, e a lui stesso, l’effetto dell’acciaio temprato, di una lama in
grado di sfidare chiunque senza mai spezzarsi?
Parte seconda
I

Trascorsero due anni prima che Niel Herbert tornasse a casa, e in


quell’occasione la prima persona che incontrò fu Ivy Peters. Ivy salì
sul treno in una delle stazioncine a est di Sweet Water, dove era
andato per occuparsi di una causa. Mentre traversava la vettura
Pullman notò tra i passeggeri un giovanotto che indossava un abito
di flanella grigia, una camicia di seta azzurra e la cravatta sempre
azzurra, ma di un’altra tonalità. Dopo aver osservato quella figura
cittadina per alcuni secondi, Ivy abbassò lo sguardo verso i propri
vestiti con maligna soddisfazione. Sebbene fosse una calda giornata
di giugno, portava il cappello di feltro nero e la pesante giacca
invernale comprata fatta che aveva sempre ostentato da ragazzo.
Fece un passo avanti, le mani sprofondate nelle tasche.
«Ehi, Niel. Lo sapevo che eri tu».
Niel alzò lo sguardo e vide il viso rosso e ruvido, solcato dalle
due fossette permanenti, che gli sorrideva con sprezzante giovialità.
«Salve, Ivy. Anch’io ti avrei riconosciuto subito».
«Torni a casa per metterti in affari?».
Niel rispose che era tornato soltanto per le vacanze estive.
«Ah! Non hai ancora finito di studiare? Certo ci vorrà più tempo
per diventare architetto che per imparare il codice civile. Ma meglio
così, di questi tempi a Sweet Water non si costruisce molto. Troverai
parecchi cambiamenti».
«Perché non ti siedi?». Niel indicò il posto vicino al suo. «Fai
l’avvocato, allora?».
«Sì, ma mi occupo anche di altre cose. Qui da noi, se vuoi tirare
avanti devi darti da fare. Nel tempo libero mi do all’agricoltura: ho
preso in affitto i pascoli dei Forrester, ho prosciugato il vecchio
acquitrino e l’ho seminato a grano. Mio fratello John lavora e io
dirigo. E’ un’attività abbastanza redditizia. Pago una bella cifra
d’affitto, e i Forrester ne hanno bisogno; non credo che avrebbero di
che vivere, senza quella. A quanto pare, i loro amici influenti non si
danno molto da fare per aiutarli. Ti ricordi tutti quei bei tipi che il
capitano scarrozzava di qua e di là, e tutti i barili di bourbon che
ordinava per loro? Be’, erano solo dei palloni gonfiati, col grande
panico sono finiti sul lastrico. E adesso anche i Forrester sono dei
comuni mortali come noi, eh? Ti ricordi come il vecchio dettava
legge con noi ragazzini e non ci lasciava portare i fucili nella sua
proprietà? Devo confessare che adesso quando voglio sparare
qualche colpo preferisco le rive del torrente a qualunque altro posto.
Il vecchio capitano non era cattivo, ma credeva di essere chissà chi.
E’ molto più felice adesso che è uguale a noialtri e non è obbligato a
cambiarsi la camicia tutti i giorni». Gli occhi verdastri e indiscreti di
Ivy si posarono sugli eleganti vestiti di Niel.
Niel non ci fece caso. Ivy sperava che lui tradisse il suo
disappunto, lo sapeva bene, ed era ben deciso a controllarsi. Si
informò della salute del capitano evitando volutamente di fare il
nome di Mrs Forrester.
«E’ conciato piuttosto male, però sembra contento. La moglie si fa
in quattro, non posso negarlo… e si consola come può. Del resto lo
ha sempre fatto… ci dà dentro con il cognac, però non lo trascura
mai. Ma non la biasimo: lavorare sul serio non fa certo per lei».
Niel udì questi commenti quasi senza capirli, distratto da un’idea
che gli ronzava in testa. Era convinto che, più che per bonificare il
terreno, Ivy avesse prosciugato l’acquitrino per fare un dispetto a
Mrs Forrester e a lui stesso. E gli parve di capire che fino a quel
momento neanche Ivy si fosse reso conto del peso che un simile
motivo aveva avuto per lui. Sin dall’infanzia Niel e Ivy avevano
provato l’uno per l’altro un’antipatia cieca e istintiva; si erano
riconosciuti mediante la spontanea repulsione che mette in guardia
certi insetti nemici. Bonificando pochi acri di acquitrino Ivy aveva
cancellato qualcosa che odiava, qualcosa a cui non avrebbe saputo
dare un nome, e aveva affermato il suo potere sulle persone che
avevano amato quelle distese improduttive per la loro pace e la loro
argentea bellezza.
Non appena Ivy si fu allontanato per raggiungere la carrozza per
fumatori, Niel guardò fuori dal finestrino e seguì con gli occhi le
volute dello Sweet Water gingillandosi con la sua idea. Il vecchio
West era stato fondato da sognatori, da avventurieri arditi, tanto
poco pragmatici da assurgere a un’aristocratica grandezza: una
confraternita cortese, più portata ad attaccare che a difendersi, a
vincere più che a conservare ciò che aveva conquistato. Ora tutto
quel vasto territorio sarebbe caduto in balia di uomini come Ivy
Peters, che non avevano mai osato né rischiato nulla. Nelle mani di
costoro il miraggio si sarebbe prosciugato fino all’ultima goccia,
dissipando la freschezza del mattino, e il grande spirito di libertà che
informava la generosa, agiata vita dei proprietari terrieri sarebbe
stato estirpato. Lo spazio, il colore, la principesca incuranza del
pioniere sarebbero stati distrutti e ridotti in tanti redditizi fazzoletti,
come la foresta primordiale viene sminuzzata dalle fabbriche di
fiammiferi. In un territorio vastissimo, che si estendeva dal Missouri
fino alle montagne, questa generazione di giovanotti scaltri, a cui i
tempi difficili avevano insegnato la grettezza, si apprestava a fare
precisamente ciò che Ivy Peters aveva già fatto bonificando
l’acquitrino dei Forrester.
II

Il pomeriggio del giorno dopo Niel trovò il capitano Forrester nel


campicello cesposo che lui chiamava il suo roseto, seduto nel piccolo
spiazzo con la ghiaia su una robusta poltrona di hickory che poteva
essere lasciata fuori con qualsiasi tempo, i due bastoni appoggiati da
un lato. Guardava assorto una lastra di arenaria rossa del Colorado
sorretta da una colonna di granito: pieno d’orgoglio spiegò a Niel
che si trattava di una meridiana. L’estate prima, disse, aveva passato
molto tempo lì seduto, davanti a una tavola quadrata montata su un
palo, a segnare la lunghezza delle ombre regolandosi con l’orologio.
Poi il suo amico Cyrus Dalzell si era portato via la tavola, aveva fatto
copiare con esattezza il diagramma su un’arenaria e glielo aveva
rispedito insieme alla colonna che ne formava la base.
«Mr Dalzell deve aver passato innumerevoli mattinate a
perlustrare le montagne, per riuscire a trovare una formazione
naturale come questa» disse il capitano. «Una colonna come ne
avevano ai tempi della Bibbia. Viene dal Giardino degli Dei, dove
Mr Dalzell trascorre le vacanze».
Il capitano stava a gambe larghe, le suole degli stivali unite.
Tutto in lui sembrava flaccido e appesantito. Il volto era più
grasso e più liscio, e i lineamenti parevano stemperarsi gli uni negli
altri, come un viso di cera che si sciolga al calore. Un vecchio
panama, ingiallito dai raggi cocenti del sole, gli riparava gli occhi. Le
mani brunite erano abbandonate sulle ginocchia, le dita distanti e
fiacche. I baffi erano del colore di sempre: Niel gli fece notare che
non erano diventati più grigi. Il capitano si passò una mano sulla
guancia. «Per un po’ di tempo mi ha fatto la barba mia moglie. Era
molto brava, ma non mi garbava che dovesse radermi lei.
Ora uso uno di quei rasoi di sicurezza. Ci riesco, se mi do tempo,
e una volta alla settimana viene il barbiere. Mrs Forrester ti sta
aspettando, Niel. E’ giù nel boschetto. Va sempre a riposare
sull’amaca».
Niel fece il giro della casa e raggiunse il cancello che si apriva sul
boschetto. Di là riuscì a scorgere, più in basso, l’amaca sospesa tra
due pioppi, in fondo alla radura dove quella volta si era rotto il
braccio. La snella figura bianca era immobile; mentre correva
sull’erba, Niel notò che aveva il viso coperto da un cappello bianco.
Si avvicinò senza far rumore e, proprio mentre si domandava se
dormisse, udì una risata soave e gioiosa: Mrs Forrester gettò via di
colpo il cappello di pizzo attraverso il quale lo aveva spiato. Niel
fece un passo avanti e prese tra le braccia quella figura sospesa,
amaca e tutto. Com’era leggera e piena di vita! Sembrava un uccello
rimasto impigliato in una rete. Se solo avesse potuto liberarla e
portarla via così – via da quel mondo e dai suoi momenti tristi e
ineluttabili, via dalla vecchiaia, dalla stanchezza, dalla fortuna
avversa!
Lei non si mostrò impaziente di sottrarsi alla sua stretta, anzi:
rimase distesa e continuò a ridere di lui con quella sua espressione
da cui trapelava qualcosa di elegantemente ribelle, qualcosa di
stravagante e tentatore, così spontaneo, in apparenza, e invece frutto
di un artificio così sapiente! Poi gli prese il mento tra due dita, quasi
fosse ancora un ragazzo.
«Guarda come ti sei fatto bello! Il vecchio giudice dev’essere
molto fiero di te! Ieri sera mi ha telefonato e mi ha detto con la sua
vociona: “Signora, per correttezza devo avvertirla che qui da me è
arrivato un bellissimo ragazzo“. Come se io non lo sapessi che lo
saresti diventato! E adesso sei un uomo fatto, e conosci il mondo!
Ebbene, che cosa hai visto?».
«Nulla che fosse bello come lei, Mrs Forrester».
«Sciocchezze! E le innamorate, ce le hai?».
«Chissà».
«E sono carine?».
«Perché “sono”? Una non basta?».
«No, una è troppo. Ne devi avere almeno cinque o sei – e serbare
il meglio per noi due! Una si prenderebbe tutto. Se tu l’avessi non
saresti nemmeno tornato a casa. Hai idea di quanto ti abbiamo
aspettato?». Gli prese una mano e cominciò a trastullarsi con l’anello
che Niel portava al mignolo. «E’ da settimane, sai, che ogni sera,
quando le luci del treno spuntano laggiù, in fondo ai prati, mi dico:
“Niel sta per tornare, anch’io ho qualcosa per cui essere
impaziente!“». S’interruppe, sorpresa, come faceva tutte le volte che
s’accorgeva di aver detto troppo, e finì il discorso in tono scherzoso.
«Quindi, come puoi capire, sei molto importante per tutti noi. Mio
marito lo hai visto?».
«Oh, sì! Ho dovuto fermarmi a guardare la sua meridiana».
Mrs Forrester si appoggiò su un gomito e abbassò la voce: «Niel,
tu ci capisci qualcosa? Non è che sia svanito, come dice qualcuno,
ma capita che stia a fissare quell’aggeggio per ore e ore. Com’è
possibile che a una persona piaccia guardare il tempo che viene
divorato a poco a poco? Siamo tutti abituati a veder girare le
lancette, ma lui perché vuol guardare quell’ombra che avanza sulla
pietra? Lo trovi molto cambiato? No? Mi fa piacere. E adesso
raccontami degli Adams e dimmi com’è George».
Niel si lasciò cadere sull’erba e si appoggiò con la schiena a un
tronco. Mentre rispondeva alle sue rapide domande la osservò con
attenzione. Sì, era invecchiata; nel sole splendente del pomeriggio si
vedeva che la sua pelle non aveva più il colore dei lillà bianchi, ma la
sfumatura delle gardenie che iniziano appena a sfiorire. Mai come
ora la crocchia dei capelli d’ebano gli era parsa troppo pesante per la
sua testa. E gli angoli della bocca tradivano una tensione della quale
una volta non c’era traccia. Ma la cosa straordinaria era che questi
cambiamenti potevano svanire in un istante, cancellati da uno
sprazzo di personalità: allora si dimenticava tutto di quella donna,
tranne lei stessa.
«E dimmi, Niel, è vero che adesso le donne fumano insieme agli
uomini, dopo cena? Voglio dire, le donne a modo? Io non lo
approverei. Sì, andrà benissimo per le attrici, ma che fascino
potranno avere le donne se cominciano a comportarsi in tutto e per
tutto come gli uomini?».
«Di questi tempi mi sembra che la moda, per le donne, sia
soprattutto quella di non negarsi niente».
Mrs Forrester lo fulminò con lo sguardo, quasi avesse detto una
sconcezza. «Ah, è proprio questo il punto! Le due cose non vanno
d’accordo. L’atletica, l’università, fumare dopo cena… ti par bello?
Non è forse vero che per piacere agli uomini le donne devono essere
diverse da loro? Una volta, almeno, era così».
Niel scoppiò a ridere. Sì, certo, la generazione di Mrs Forrester la
pensava a quel modo.
«Mrs Forrester, mio zio mi ha detto che lei non va più a trovarlo
come faceva un tempo. Rimpiange molto le sue visite».
«Mio caro ragazzo, è un mese e mezzo che non scendo in città.
Sono sempre troppo stanca. Non abbiamo più il cavallo, e quando
mi decido devo andarci a piedi. E poi, le faccende! Se non mi ci
metto io, tutto resta com’è; se voglio che qualcosa si muova devo
muovermi io.
Ecco perché il pomeriggio vengo qui: per stare in un posto da cui
non si veda la casa. Non riesco a tenerla in ordine come dovrei, me
ne mancano le forze. Oh, sì, Ben mi aiuta: spazza i pavimenti e batte
i tappeti e lava i vetri, ma non basta». Mrs Forrester si alzò a sedere
di scatto e si appuntò il cappello: «Lo sai, Niel, che siamo andati fino
a Chicago per comprare quei mobili di noce, perché qui non
riuscivamo a trovare niente che ci sembrasse abbastanza massiccio?
Se avessi saputo che un giorno avrei dovuto spostarli io, mi sarei
contentata di molto meno!». Scese dall’amaca e riordinò le sottane
spiegazzate.
S’incamminarono verso casa, risalendo lentamente tra gli alberi.
«Non ha nostalgia dell’acquitrino?» le domandò Niel
all’improvviso.
Mrs Forrester distolse lo sguardo, evasiva. «Non molta. Non
avrei mai il tempo di andarci, comunque, e poi abbiamo bisogno di
quel che ci rendono i terreni. E neanche tu hai più tempo per giocare,
sai, Niel? Devi sbrigarti a diventare un uomo di successo. Tuo zio è
in una situazione drammatica; ha trascurato a tal punto i suoi
interessi che ora non sta certo meglio di noi. I soldi sono una cosa
importantissima: devi rendertene conto fin dall’inizio. Se lo riconosci
non finirai per renderti ridicolo, come hanno fatto tanti di noi».
Arrivati in cima si fermarono davanti al cancello e si voltarono a
guardare i sentieri fronzuti, le ombre nette, gli spicchi di luce
tremolante che parevano far spazio tra gli alberi per creare campi
elisi ai loro piedi. Mrs Forrester posò la bianca mano inanellata sul
braccio di Niel.
«Ti fa davvero piacere tornare qui? Lo trovo molto strano: alla
tua età io cercavo la compagnia di gente giovane e allegra. Ma noi
siamo ben contenti, sai!». Lo guardò con il più raro dei suoi sorrisi:
Niel lo aveva visto poche volte, ma non lo aveva mai dimenticato –
un sorriso privo di malizia e di gaiezza, pieno di affetto e di una
pensosa tristezza. E lo stesso stato d’animo le vibrava nella voce
mentre pronunciava quelle parole sommesse – era la pace
improvvisa delle emozioni profonde. Mrs Forrester si voltò di scatto;
varcarono il cancello e raggiunsero il capitano che contemplava lo
splendore del tramonto sulle sue rose. La moglie gli sfiorò una
spalla.
«Vuoi rientrare, caro, o preferisci che ti porti il cappotto?».
«Penso che rientrerò. Allora, Niel, ti fermi a mangiare?».
«Non stasera, caro. Lo inviteremo presto e gli faremo trovare una
cena come si deve. Ti dispiace stare tu ad aspettarlo, Niel? Devo
correre in casa ad accendere il fuoco».
Niel regolò il suo passo con quello lento del capitano, che si
aiutava con due bastoni; sollevava i piedi piano piano e li poggiava a
terra con circospezione. Pareva un vecchio albero che camminasse.
Saliti i gradini e arrivato in salotto, si sprofondò ansimando nella
sua poltrona. La prima boccata di un sigaro parve ristorarlo.
«Niel, posso darti l’incomodo di imbucare delle lettere quando
passi davanti all’ufficio postale?» domandò prendendole dal
taschino del soprabito estivo. «Aspetta, voglio vedere se ne ha
qualcuna anche mia moglie». Si alzò e andò nell’anticamera. Su un
tavolo, sotto lo scaffale dei cappelli, c’era una statuetta vestita di
succinti drappeggi: raffigurava una giovane schiava araba o egiziana
che reggeva una di quelle conchiglie grandi e piatte che si trovano
sulla costa californiana. Niel ricordò di averla notata la prima volta
che era capitato in quella casa, quando il dottor Dennison l’aveva
portato via dopo avergli steccato il braccio. Ai tempi in cui i
Forrester avevano diversi domestici e mandavano più volte al giorno
qualcuno a Sweet Water, la corrispondenza da spedire veniva
sempre lasciata in quella conchiglia. Il capitano vi trovò una lettera e
la porse a Niel: era indirizzata a Mr Francis Bosworth Ellinger,
Glenwood Springs, Colorado.
Per qualche motivo Niel si sentì imbarazzato e cercò d’infilarsi
rapidamente la lettera in tasca. Ma il capitano, stringendo i due
bastoni in una mano sola, glielo impedì. Riprese la busta azzurrina e,
allontanandola il più possibile dagli occhi, la osservò.
«Mia moglie è un’ottima scrivana, lo avevi mai notato? Lo è
sempre stata. Quando mi faceva la lista delle cose da comprare
all’emporio non dovevo mai nasconderla: sembrava un’incisione. E’
una vera rarità per una donna, Niel».
Niel ricordava benissimo la scrittura di Mrs Forrester; non ne
aveva mai vista una che le assomigliasse, neanche alla lontana:
lettere lunghe, sottili e spigolose, stranamente delicate e decise al
contempo, adorne di tratti fini come capelli e tuttavia chiarissimi.
Pareva l’opera di una mano veloce, che guidava la penna senza
esitazioni.
«E’ proprio vero, capitano! Quando porto una lettera di Mrs
Forrester alla posta non riesco a fare a meno di guardarla. E’
impossibile dimenticare la sua scrittura».
«Già. E’ veramente straordinaria». Il capitano gli porse la busta e,
aiutandosi con i bastoni, tornò lentamente verso la sua poltrona.
Niel si era domandato spesso quanto sapesse in realtà il capitano.
Ora, mentre scendeva per il vialetto, ebbe la certezza che sapesse
ogni cosa. Più di chiunque altro: tutto quello che c’era da sapere su
Marian Forrester.
III

Quell’estate Niel si era ripromesso di trascorrere molto tempo a


leggere nel boschetto dei Forrester, ma le sue visite finirono con
l’essere più rare del previsto: le frequenti comparse di Ivy Peters lo
irritavano. Ivy andava spesso a vedere i suoi campi di grano, e
passava sempre dal boschetto. Lo si vedeva comparire tra le file di
alberi a qualsiasi ora del giorno, i pantaloni infilati negli stivali, il
passo pesante e l’aria da padrone. Giunto dietro alla casa, richiudeva
il cancello con un colpo secco e s’inoltrava fischiettando nel prato.
Non di rado si fermava sulla porta della cucina per gridare qualche
facezia a Mrs Forrester. Niel disapprovava questa sua abitudine,
perché a quell’ora del mattino, mentre si occupava delle faccende di
casa, Mrs Forrester non era nella tenuta adatta per ricevere i
subalterni. Un conto era accogliere il presidente della Colorado &
Utah en déshabillé, un altro chiacchierare con un tipo grossolano
come Ivy Peters in vestaglia e pantofole, le maniche rimboccate e il
collo scoperto alla mercé dei suoi occhi freddi e impudenti.
A volte Ivy attraversava a grandi passi il roseto: passava accanto
al capitano senza neppure guardarlo, quasi non ci fosse nessuno. Se
poi si degnava di rivolgergli la parola, lo faceva come se parlasse a
uno scimunito. «Salve, capitano, non ha paura di sciuparsi la pelle,
con questo sole?», oppure: «Capitano, quando va in chiesa deve
convincere i fedeli a pregare per la pioggia! Questa maledetta siccità
è un vero guaio per il mio grano».
Una mattina, mentre saliva dal boschetto, Niel udì delle risate, e
infatti vide Ivy che, il fucile in spalla, parlava con Mrs Forrester
accanto al cancello. Lei era a capo scoperto e le sue sottane
ondeggiavano al vento; infilato al braccio aveva il manico di un
grosso secchio che aveva poggiato sulla staccionata. Ivy non si era
tolto il cappello, ma aveva l’atteggiamento inconfondibile dell’uomo
che cerca di piacere a una donna. Le stava raccontando una storiella,
probabilmente sconveniente, poiché lei proruppe nella sua risata più
maliziosa, un po’ sopra le righe, come se lui avesse passato il segno.
Finita la storiella scoppiò a ridere anche Ivy, alla sua maniera
sguaiata, da contadino. Mrs Forrester scosse l’indice a mo’ di
rimprovero, quindi prese il secchio e corse in casa. Benché si
piegasse un poco per lo sforzo, Ivy non si offrì di portarglielo.
Lasciò che si allontanasse a passi malfermi quasi fosse una
sguattera, e quello il compito che le spettava.
Niel sbucò dal boschetto e raggiunse il capitano in giardino.
«Buon giorno, capitano. Non è Ivy Peters che è appena passato?
E’ più villano di una bestia!» sbottò.
Il capitano indicò la sedia vuota di Mrs Forrester. «Siediti, Niel,
siediti». Si cavò il fazzoletto di tasca e cominciò a pulirsi gli occhiali.
«Già,» disse calmo «non brilla certo per la sua creanza».
Quell’ammissione lasciava intendere, più di qualsiasi lamentela,
quanto i modi di Ivy lo avessero ferito. C’era una profonda tristezza
e un che di indifeso nella sua voce. Per lui il rispetto dei suoi pari era
sempre stato una cosa naturale; dai tipi come Ivy lo aveva saputo
pretendere, arrivando a cacciarli dalla sua proprietà oppure, se
erano alle sue dipendenze, a licenziarli.
Niel si fermò a fumare un sigaro insieme a lui. Fecero una lunga
chiacchierata sul tratto della Burlington che percorreva le Black
Hills. L’inverno precedente, a Boston, Niel aveva conosciuto un
proprietario di miniere che all’arrivo della ferrovia viveva a
Deadwood, e quando Niel gli aveva domandato se avesse
conosciuto Daniel Forrester, il vecchio signore aveva risposto:
«Forrester? Non era quello che aveva una moglie bellissima?».
«Devi raccontarglielo» disse il capitano, carezzando la superficie
calda della meridiana. «Sì, devi proprio raccontarglielo».
Ai primi di luglio, in una splendida sera di luna, Niel non
riusciva a leggere né a restare chiuso in casa. Si trovò sulla strada
ampia e deserta e attraversò il primo torrente sulla passerella. Le
vaste distese di messi mature e la campagna tutta parevano un
giardino addormentato. Veniva spontaneo camminare a passi
leggeri sulle strade polverose per non turbare il profondo sonno del
mondo.
Il profumo dolce e greve del trifoglio avvolgeva il vialetto dei
Forrester. A memoria di Niel lì il trifoglio era sempre cresciuto
indisturbato, rigoglioso e verdissimo. Solo in autunno, quando
venivano tolte tutte le erbacce, il capitano permetteva che venisse
falciato. Le ombre nere dei pioppi, simili a penne, tagliavano il
vialetto e raggiungevano i campi di grano di Ivy Peters. Mentre
camminava Niel scorse una figura bianca sul secondo ponte,
immobile nel chiarore della luna, e affrettò il passo. Mrs Forrester
fissava un punto sotto di sé dove l’acqua scorreva lucente sopra i
ciottoli.
Niel la raggiunse. «Il capitano dorme?».
«Oh, sì, da un pezzo! Dorme bene, grazie al cielo! Dopo che gli ho
rimboccato le coperte non devo più preoccuparmi di nulla».
Mentre chiacchieravano sottovoce udirono il rumore di una porta
che sbatteva. Mrs Forrester trasalì e si voltò a guardare: un uomo
sbucò dall’ombra della casa e s’incamminò a grandi passi verso di
loro: era Ivy Peters.
«Buona sera» disse a Mrs Forrester imboccando il ponte, senza
pronunciare il suo nome né togliersi il cappello. «Vedo che è in
compagnia. Sono stato su a dare un’occhiata al vecchio fienile per
vedere se domani possiamo metterci i cavalli. Cominceremo a
mietere in mattinata, e a mezzogiorno dovremo portare le bestie
nella vostra stalla. Perderemmo tempo a riportarli giù a Sweet
Water».
«Oh, senz’altro, potrà lasciarli lì. Sono sicura che mio marito non
farà obiezioni». Mrs Forrester parlava come se Ivy le avesse chiesto il
permesso.
«Bah!» disse Ivy scrollando le spalle. «Gli operai cominciano alle
sei. Io verrò soltanto verso le dieci, e dovrò vedere un cliente in
ufficio alle tre. Magari potrebbe prepararmi qualcosa da mangiare,
così risparmio tempo».
La sfacciataggine di Ivy la fece sorridere. «Va bene, la invito a
pranzo. Si va a tavola all’una».
«Grazie. Mi ha tolto un pensiero». Quasi si fosse accorto della
dimenticanza, si levò il cappello e, agitandolo, si allontanò.
Niel lo seguì con lo sguardo. «Perché gli permette di usare quel
tono con lei, Mrs Forrester? Se mi autorizza, gli do una bella pestata
e gli insegno io come le deve parlare».
«No, no, Niel! Non scordare che non possiamo permetterci screzi
con Ivy Peters. Non abbiamo scelta!» gli rispose con una nota
ansiosa nella voce, e gli prese un braccio.
«Però non siete obbligati ad accettare qualsiasi cosa, né a
sopportare i suoi modi da becero. Chiunque pagherebbe la stessa
cifra per quei terreni».
«Sì, ma lui ha un contratto di cinque anni, e come hai visto
potrebbe renderci la vita molto difficile. E c’è dell’altro» disse in
fretta. «Ha investito per me una piccola somma di denaro – in
terreni, nel Wyoming. In qualche modo riesce a procurarsi dei
terreni magnifici dagli indiani, e a bassissimo prezzo. Ma non dirlo a
tuo zio: lo so bene che c’è del torbido. Il giudice è tale e quale mio
marito, e al giorno d’oggi i suoi sistemi non funzionano più. Quel
tesoro d’uomo non riuscirà mai a liberarci dai debiti! Non riesce
nemmeno a liberarsi dai suoi! Ivy Peters, invece, è una volpe. E’ già
proprietario di mezza città».
«Non esattamente» puntualizzò Niel con acredine. «Diciamo che
ha messo le mani su parecchie cose, e approfitterà di chiunque si
troverà nel bisogno. Lo sa, vero, che è completamente privo di
scrupoli? Perché non ha affidato il suo denaro a Mr Dalzell o a
qualcun altro dei vostri vecchi amici?».
«Oh, era una somma troppo piccola! Solo qualche centinaio di
dollari che avevo risparmiato sulle spese di casa. Loro l’avrebbero
investita in qualcosa di sicuro, al sei per cento. Sì, lo so che Ivy non ti
è simpatico – e lo sa anche lui! Davanti a te mostra sempre il suo lato
peggiore. Ma non è cattivo come… come la sua faccia, per dirne
una!» disse con una risatina nervosa. «Lui vuole davvero aiutarci a
superare questo brutto frangente. Con l’abitudine che ha di capitare
qui a tutte le ore, non gli sfugge nulla, e sono davvero convinta che
gli dispiaccia vedermi faticare tanto».
«La prossima volta che avrà del denaro da investire, dovrà lasciar
fare a me: lo porterò a Mr Dalzell e gli spiegherò tutto. Prometto di
fare i suoi interessi, né più né meno di Ivy Peters».
Mrs Forrester gli prese il braccio e lo condusse nel vialetto.
«Ragazzo mio, tu non t’intendi di affari loschi. Non sei bravo in
queste cose – ed è uno dei motivi per cui ti voglio bene. Io non
ammiro affatto la gente che imbroglia gli indiani» esclamò
scuotendo il capo con veemenza.
«Mrs Forrester, la furfanteria non è l’unico sistema per aver
successo negli affari».
«Però è il più veloce» mormorò lei con aria assente.
Camminarono sino in cima al vialetto e poi tornarono indietro. Mrs
Forrester strinse più forte il braccio di Niel, quindi disse
bruscamente: «Vedi, ancora due o tre anni così e farei ancora in
tempo a tornare in California – e a ricominciare a vivere. Ma non di
più… Forse la gente pensa che io abbia accettato di buon grado
l’idea di invecchiare, ma non è così. Dentro di me ho una tale
passione per la vita, Niel!». Le sue dita sottili gli strinsero il polso.
«A furia di trattenerla è diventata sempre più grande. Lo scorso
inverno sono andata tre settimane a Glenwood Springs, ospite dei
Dalzell (almeno di questo devo ringraziare Ivy Peters; lui si è preso
cura della proprietà mentre la sorella ha badato alla casa e a mio
marito), e mi sono meravigliata di me stessa. Ero capace di ballare
una notte intera senza sentirmi stanca, e di andare a cavallo tutta
una giornata per poi passar la sera a un ricevimento senza batter
ciglio.
Certo non avevo niente da mettermi, solo i vecchi vestiti da sera
tutti raso e velluto che la sarta di Mrs Dalzell mi ha ammodernato.
Ma ho fatto bella figura lo stesso! Sì, proprio così; io so sempre
giudicarmi con obiettività, e anche gli uomini erano di questa
opinione. Sembravo più felice delle altre donne, e pensare che erano
quasi tutte più giovani di me, e di molto. Ma avevano un’aria tetra,
come se si annoiassero da morire. Dopo un paio di coppe di
champagne s’intorpidivano e non spiccicavano più parola! Invece il
primo bicchiere a me dona – è l’unica cosa che riesce a darmi un po’
di colorito. Avevo accettato l’invito dei Dalzell con uno scopo:
verificare se c’era ancora qualcosa in me che valesse la pena salvare.
Ed è così, ti dico! Forse stenterai a crederci, anche per me è stato
difficile, ma è vero!».
Erano ormai arrivati al ponte: un nudo pavimento bianco sotto i
raggi della luna. Mrs Forrester camminava sempre più in fretta.
«Ecco per che cosa sto lottando: per andarmene da questo buco» si
guardò intorno come se fosse precipitata in fondo a un pozzo «una
volta per sempre! Nei mesi che trascorro qui da sola mi diverto a far
progetti.
Se non fosse per questo…».
Mentre tornava a casa Niel ebbe paura per lei. Quando le donne
cominciano a dire che si sentono ancora giovani, non significa forse
che qualcosa si è spezzato? Due o tre anni, diceva. Niel rabbrividì.
Appena ieri il vecchio dottor Dennison, pieno d’orgoglio, gli
aveva annunciato che il capitano Forrester poteva benissimo viverne
altri dodici. «Grazie alle nostre cure la sua salute generale è ottima, e
poi ha sempre avuto un fisico di ferro».
Che speranze c’erano, per lei? Niel sentiva ancora sul braccio la
stretta della sua mano mentre lo sospingeva sempre più in fretta giù
per il vialetto.
IV

Per diverse settimane il tempo si mantenne secco e torrido, sinché


alla fine di luglio sulla valle dello Sweet Water s’abbatterono
temporali e piogge torrenziali. Il fiume straripò, tutti i corsi d’acqua
erano in piena e i campi di Ivy Peters, coperti di stoppie, furono
completamente inondati. Un immenso lago e due torrenti impetuosi
separavano i Forrester dalla città. Tutti i giorni Ben Keezer andava
da loro a cavallo per sbrigare le faccende e portare la posta. Una
sera, avvolto nell’incerata e con la borsa della posta in mano, era
appena uscito dall’ufficio postale e si stava apprestando a montare in
sella quando fu fermato da Niel Herbert che gli domandò sottovoce
se avesse preso il giornale di Denver.
«Oh, certo. Aspetto sempre i giornali. La signora li legge
volentieri, la sera. Devono sentirsi molto soli, lassù». Quindi montò
in sella e il cavallo si allontanò tra gli schizzi. Senza fretta, Niel andò
a cenare all’albergo. Dal giornale di Denver aveva appreso una
notizia alquanto sconcertante: nella pagina di cronaca mondana
aveva visto la fotografia di Frank Ellinger accanto a quella di
Constance Ogden. Si erano sposati il giorno prima a Colorado
Springs, ed erano scesi all’Hotel Antlers.
Dopo cena Niel s’infilò l’impermeabile e s’incamminò verso casa
Forrester. Arrivato al primo torrente scoprì che la passerella si era
staccata dalla sponda opposta e galleggiava a sghimbescio nella
corrente, investita dalle acque giallastre che potevano portarla via da
un momento all’altro. Era impossibile passare il guado senza un
cavallo. Indeciso, Niel guardò oltre i terreni sommersi: la casa era
buia, nemmeno le finestre del salotto erano illuminate. Ricominciava
a piovere. Forse stasera Mrs Forrester preferiva rimanere sola.
Sarebbe andato a trovarla l’indomani.
Tornò nello studio e cercò di sistemarsi come poteva, dato il gran
disordine che regnava dappertutto: la pioggia incessante era
penetrata da uno dei comignoli, e rivoli di fuliggine e acqua nera
avevano inondato la stufa e il tappeto di Bruxelles del giudice, che
era così bello. Lo stagnaio aveva cercato per tutto il pomeriggio di
aggiustare la canna fumaria e aveva costruito una prolunga per il
tubo della stufa, ma alle sei se n’era andato lasciando ovunque i suoi
arnesi e i pezzi di lamiera annerita. Le stanze erano umide e fredde.
Niel s’infilò una maglia pesante, visto che non poteva accendere il
fuoco, e si sedette a leggere un libro al lume della lampada a
petrolio. Quando guardò l’orologio era quasi mezzanotte: leggeva da
tre ore. Decise di fumare un po’ la pipa prima di andare a dormire.
L’aveva a malapena accesa quando dal corridoio echeggiò un
rumore di passi affrettati. Si precipitò alla porta, in tempo per aprirla
prima che Mrs Forrester potesse bussare. L’afferrò per un braccio e
la tirò dentro.
Tutta la sua figura, tranne il volto bagnato e bianchissimo, era
nascosta da un cappello nero impermeabile e da un cappotto
palesemente troppo grande. Rivoli d’acqua colavano dal cappotto, e
quando lo sbottonò Niel vide che era fradicia dalla vita in giù; il
vestito nero le si incollava al corpo come una poltiglia fangosa.
«Mrs Forrester!» gridò Niel. «Non mi dica che ha attraversato il
torrente! Al guado l’acqua arriva alla pancia di un cavallo!».
«Ho usato la passerella, o quello che ne resta. Mi traballava sotto
i piedi, ma non peso molto». Si tolse il cappello e si passò le mani sul
viso gocciolante.
«Perché non ha chiesto a Ben di portarla col cavallo? Tenga,
mandi giù questo».
Mrs Forrester gli scostò la mano. «No, aspetta. Dopo. Ben? Ci ho
pensato soltanto quando era già andato via. Presto, devo fare una
telefonata interurbana. Chiamami Colorado Springs, l’Hotel Antlers,
spicciati!».
Solo allora Niel sentì l’odore dell’alcol, talmente forte da coprire
quello della gomma, del fango e della stoffa bagnata. Mrs Forrester
afferrò il telefono sulla scrivania, ma Niel glielo tolse di mano con
delicatezza.
«Lo farò, ma più tardi. In questo momento lei non è in condizioni
di parlare, è senza fiato. E’ proprio decisa a fare questa telefonata? Sa
bene che Mrs Beasley ascolterà ogni parola». Mrs Beasley era la
centralinista di Sweet Water, e la divulgatrice indefessa di tutte le
notizie che correvano sui fili.
Mrs Forrester, seduta dietro la scrivania dello zio di Niel, batteva
la punta dello stivale contro il tappeto. «Fa’ presto, per favore» disse
con quel tono cortese e imperioso di cui aveva paura perfino Ivy
Peters.
Niel svegliò l’assonnata centralinista e prenotò la telefonata.
«Vuole sapere di chi devo chiedere».
«Di Frank Ellinger. Dille che lo studio del giudice Pommeroy
desidera parlargli».
Niel cominciò a blandire Mrs Beasley all’altro capo del filo. «No,
Mrs Beasley, non la direzione, ma uno dei clienti. Frank Ellinger»
disse scandendo le sillabe. «Sì, lo studio del giudice Pommeroy
desidera parlargli. Non mi muovo di qui. Faccia presto, per favore».
Riagganciò. «Io, al posto suo, piuttosto che farmi sentire da Mrs
Beasley preferirei pubblicare la notizia sul giornale». Mrs Forrester
non gli diede ascolto né lo guardò; rimase immobile a fissare la
parete. «Non capisco perché, se stasera doveva assolutamente usare
un apparecchio interurbano, non mi ha telefonato per chiedermi di
portarle un cavallo».
«Hai ragione, non ci ho pensato. L’unica idea chiara che avevo in
testa era che dovevo venire qui, e avevo paura che qualcosa potesse
fermarmi». Fissava il telefono quasi fosse animato. I suoi occhi erano
duri, ridotti a due fessure. Le sopracciglia, contratte sino a formare
un angolo acuto, fremevano spasmodicamente nel loro cipiglio - il
cipiglio di chi è vinto dall’alcol o dalla fatica, e riesce ad aggrapparsi
alla coscienza solo grazie alla veemenza di un unico proposito. Le
labbra violacee, le occhiaie livide davano l’impressione che un
veleno fosse all’opera nel suo corpo.
Continuarono ad aspettare. Niel capì che Mrs Forrester non
voleva sentirlo parlare: la sua mente stava lottando con qualcosa, e a
ogni battito di ciglia pareva ingaggiarsi un nuovo scontro. D’un
tratto, quasi non sopportasse più la tensione, lei si alzò e, raggiunta
la finestra, si appoggiò contro i vetri.
«Ha lasciato suo marito da solo?» domandò Niel all’improvviso.
«Sì, ma non succederà niente. Non succede mai niente in quella
casa!» proruppe lei torcendosi le mani.
Il telefono squillò. Mrs Forrester si precipitò verso la scrivania,
ma Niel con la sinistra sollevò il ricevitore, mentre con la destra le
impediva di avvicinarsi. «Cerchi di calmarsi, Mrs Forrester.
Quando Ellinger verrà all’apparecchio glielo passerò – e non
dimentichi che la centralinista sentirà tutto».
Dopo aver scambiato qualche parola con il portiere dell’albergo,
Niel le indicò la sedia. «Si metta seduta, glielo passo subito. E’
all’apparecchio».
Benché si sentisse alquanto imbarazzato a dover assistere alla
conversazione, Niel non osava lasciarla sola. Raggiunse la finestra e
rimase con le spalle rivolte alla scrivania.
«Sei tu, Frank? Sono Marian. Ti rubo solo un minuto. Stavi
dormendo? Così presto? Non è da te. Non mi dire che hai già messo
la testa a partito! Dicono che il matrimonio faccia questo effetto. No,
non sono rimasta affatto sorpresa. Però avresti potuto rivelarmi
questo tuo segreto! O non merito la tua fiducia?».
Tacque e ascoltò a lungo. Niel, istupidito, fissava la finestra
scura. Si era preparato a una scarica di improperi, e invece la voce
che udiva dietro di sé era piena d’incanto: allegra, affettuosa, intima,
percorsa da un fremito di lieta eccitazione che animava il tono
leggermente formale e infiammava le parole banali come il riverbero
di un opale. Niel si limitò a trattenere il respiro mentre Mrs Forrester
continuava a cinguettare: «Dove andrete in luna di miele? Oh,
quanto mi dispiace! Così presto… devi prenderti cura di lei. Salutala
da parte mia… Direi che in questo periodo dell’anno la California
farebbe proprio al caso vostro…».
Continuò così per alcuni minuti. A Niel la sua voce sembrava
quella di una donna giovane, bella e felice che, seduta
tranquillamente in salotto in una notte di tempesta, parlasse a un
caro amico lontano.
«Oh, meglio del solito, per quanto mi riguarda. Se la prossima
settimana devi andare a Omaha per affari, prima di partire per la
California perché non passi di qui a constatare di persona? Oh sì,
invece! Potresti fare una capatina fra un treno e l’altro. Lo sai che sei
il benvenuto, sempre!».
Seguì una lunga pausa. A un’esclamazione di Mrs Forrester Niel
si voltò di scatto. Ecco, stava per succedere: a ogni parola la voce di
lei si faceva sempre più cupa. «Sì, credo di capirti. Come? Non stai
parlando dalla tua camera, ma dalla cabina? Oh, allora ti capisco
benissimo, certo!». Niel si guardò intorno allarmato. Era arrivato il
momento di fermarla, ma come? Intanto la voce continuava a
parlare.
«Prendere delle precauzioni, eh? E quando mai non ne hai prese,
tu?
Sai una cosa, Frank? La verità è che sei un vigliacco: un
grandissimo, emerito vigliacco! Mi senti? Devi starmi a sentire!…
Finalmente sei riuscito a mettere le mani su qualcosa di sicuro,
complimenti. E quante azioni ti ha fruttato per soprammercato? Un
bel mucchio, spero! E ora lasciati dire la verità: non voglio affatto che
tu venga qui! Non voglio più vederti finché vivo, e ti proibisco di
venire anche quando sarò morta! Non voglio che i tuoi occhi odiosi
guardino il mio viso morto! Mi senti? Perché non mi rispondi? Non
ti azzardare a riagganciare, vigliacco! Oh, gran… Frank, Frank, di’
qualcosa! Oh, ha riattaccato, non lo sento più!».
Sbatté il ricevitore, abbandonò il capo sulla scrivania e scoppiò in
un pianto greve e lamentoso. Niel, in piedi accanto a lei, aspettava.
Una volta tanto era stato tempestivo: l’aveva salvata. Nel momento
in cui la sua voce aveva cominciato a tremare, carica di odio e di
offesa, aveva afferrato le cesoie lasciate dallo stagnaio e aveva
tagliato il filo dietro la scrivania. Gli improperi di Mrs Forrester non
avevano varcato le pareti di quella stanza.
Quando i singhiozzi cessarono Niel le toccò una spalla. Poi la
scosse, ma lei non reagì: si era addormentata, vinta da un profondo
torpore. Le mani e il viso erano talmente freddi che Niel pensò non
le fosse rimasta una goccia di sangue caldo nelle vene. La portò nella
propria stanza, le tolse i vestiti inzuppati aiutandosi con le cesoie,
l’avvolse nel suo accappatoio e l’adagiò sul letto: era completamente
priva di conoscenza. Spense il lume con un soffio, chiuse a chiave la
porta e scese in strada. Poi corse a perdifiato dal giudice Pommeroy,
lo tirò giù dal letto e gli spiegò brevemente l’accaduto.
«Zio, potresti vestirti e andare a passare il resto della notte in
ufficio? Qualcuno deve stare con lei. Io, invece, vado subito dal
capitano, non si può assolutamente lasciarlo solo. E se è riuscita lei a
camminare sulla passerella dovrei farcela anch’io. A proposito, a un
certo punto ha cominciato a straparlare, così ho tagliato il filo del
telefono dietro alla tua scrivania: tienilo d’occhio, con questo
temporale potrebbe dare delle noie. Domani mattina, prima che la
gente si svegli, noleggerò un cavallo e la riporterò a casa».
Allo spuntare del giorno Niel entrò nella camera del capitano e
gli disse che durante la notte erano venuti a prendere la moglie
perché c’era un’interurbana per lei; più tardi l’avrebbe riportata a
casa.
Il capitano era appoggiato a tre grossi cuscini. Da quando il suo
viso si era fatto pingue e svigorito, le sue rughe si erano distese fino
a raggiungere una levigatezza quasi asiatica. Mentre ascoltava senza
scomporsi l’incredibile racconto del giovane, limitandosi a dire:
«Grazie, Niel, grazie», pareva un vecchio mandarino cinese.
Attraversando la cittadina addormentata per raggiungere la
rimessa delle carrozze, Niel scorse la sagoma di Mrs Beasley che,
bassa e grassoccia com’era e stretta in un chimono, pareva un
salsicciotto azzurro. Zampettava nel piumoso campicello d’asparagi
dietro al centralino: era già stata nella casa accanto per raccontare
alla vicina Molly Tucker, la sarta, la sua notte emozionante.
V

Poco tempo dopo, quando il capitano Forrester ebbe un altro colpo


apoplettico, Mrs Beasley, Molly Tucker e le loro amiche affermarono
all’unanimità che si trattava di una punizione divina. Nessun castigo
avrebbe potuto essere più crudele: ora che il marito dipendeva in
tutto e per tutto da lei, Mrs Forrester ebbe un vero crollo.
Anche quando si erano abbattute su di loro le prime sventure,
Mrs Forrester aveva mantenuto il suo abituale riserbo, senza mai
chiedere né accettare nulla, e il suo contegno nei confronti degli
abitanti di Sweet Water era rimasto lo stesso: cordiale, disinvolto e
impersonale. I suoi veri amici, eccetto il giudice Pommeroy e il
dottor Dennison, si erano trasferiti tutti da molto tempo. Quando le
massaie di Sweet Water venivano a farle visita le riceveva in salotto,
e chiacchierava con quel suo fare sorridente e noncurante che per
loro era assolutamente impenetrabile. In quelle occasioni si
sentivano ancora obbligate a mettersi in ghingheri e a munirsi del
biglietto da visita.
Ma ora che il capitano aveva perduto il dominio di se stesso tutto
era cambiato: Mrs Forrester non riusciva più a tenere alla larga i
curiosi. Le donne del posto portavano brodi e budini per l’infermo, e
quando venivano a vegliarlo lei le lasciava spadroneggiare. Era così
distrutta che neanche si rendeva conto di quel che le accadeva
intorno. Finalmente per le varie Molly Tucker e Mrs Beasley era
arrivata la grande occasione: entravano e uscivano a loro piacimento
dalla cucina di Mrs Forrester proprio come facevano nelle altre case
di Sweet Water. Per cercare le lenzuola di ricambio frugavano
l’armadio della biancheria da cima a fondo, e curiosavano sia in
soffitta sia in cantina. S’aggiravano per casa come tante formiche,
quella casa in cui non avevano mai varcato la soglia del salotto, con
la sensazione di essere state abbindolate. Casa Forrester non aveva
assolutamente nulla di straordinario! La cucina era scomoda,
l’acquaio puzzava, i tappeti erano lisi, le tende sbiadite, e quella
mobilia ingombrante e antiquata non l’avrebbero voluta nemmeno
in regalo; le camere del piano di sopra, poi, erano piene di polvere e
di ragnatele.
Il giudice Pommeroy confidò al nipote di non aver mai visto
quelle donne così vispe, così compiaciute, così tronfie come da
quando si affaccendavano per casa Forrester. La malattia del
capitano aveva fatto rinascere la socialità, al pari della fondazione di
un nuovo circolo o di un’associazione religiosa. Le visitatrici si
facevano sempre più invadenti e Mrs Forrester, a quanto sembrava,
non era più in grado di tener loro testa. Cucinava, lavava i piatti e
poi si metteva a dormire senza quasi svestirsi in una delle stanzette
al piano di sopra. Si teneva in piedi a furia di caffè nero e brandy. Le
sue difese erano allo stremo; ormai non le importava più di nulla.
Talvolta, incrociando le donne che andavano su e giù per il
vialetto, Niel coglieva qualche frammento di conversazione.
«Ma perché non ha venduto qualche pezzo di argenteria? Che ci
fa con quei piatti e quei vassoi col coperchio, tutti stipati negli
armadi con una patina vecchia di anni?».
«Non mi dispiacerebbe affatto avere un po’ della sua biancheria.
Al piano di sopra c’è un armadio pieno di tovaglie di damasco
doppio; sono talmente lunghe che da ciascuna se ne possono
ricavare due. E i bicchieri da vino, li hai visti? Sono sicura che in tutti
e due i saloon messi assieme non ce ne sono tanti. Se dopo metterà
tutto in vendita voglio comprare dodici coppe da champagne: vanno
bene per servirci il sorbetto».
«Ci sono nove dozzine di bicchieri,» osservò Molly Tucker
«contando anche quelli da birra e da whiskey. Se li vende farò
un’offerta per un paio di quelli verdi a stelo lungo, così li metto sulla
mensola del caminetto. Ma non riuscirà mai a darli via tutti, a meno
che non convinca a comprarli i padroni dei saloon».
La madre di Ed Elliott scoppiò a ridere. «Non li vende, non li
vende, finché ha qualcosa con cui riempirli…».
«Prima o poi la cantina resterà all’asciutto».
«Secondo me quelle come lei trovano sempre chi glielo porta.
Ormai, ogni volta che capito qui le sento quell’odore addosso. L’altra
sera sono venuta sul tardi e l’ho trovata in ginocchio in cucina che
lavava il pavimento tutta imbambolata. Lavava e rilavava intorno
alla ghiacciaia, finché mi sono innervosita e le ho detto: “Mrs
Forrester, mi pare che lì abbia lavato già diverse volte“».
«Ed era imbarazzata?».
«Neanche un po’! Si è messa a ridere e mi ha risposto che ha
spesso la testa fra le nuvole».
Allora anche le compagne della signora Elliott scoppiarono a
ridere e concordarono che «fra le nuvole» era proprio l’espressione
giusta.
Niel riferì questa conversazione al giudice. «Zio,» dichiarò «non
mi sento di tornare a Boston e di lasciare soli i Forrester. Ho pensato
di abbandonare gli studi per un anno, così posso dargli una mano.
Andrò a stare un po’ da loro e farò piazza pulita dei pettegolezzi.
Saresti disposto a trasferirti in albergo per qualche settimana e a
prestarmi Black Tom? Con il suo aiuto potrei far scappare a gambe
levate tutte quelle là».
Il piano fu attuato immediatamente, senza clamori. Tom fu
messo in cucina, e Niel s’incaricò personalmente di assistere
l’ammalato. Fece fronte alle intruse con fermezza; erano molto
gentili, disse loro, ma ora non c’era più bisogno di nulla. Nella casa,
secondo gli ordini del dottore, doveva regnare un silenzio assoluto e
l’infermo non poteva vedere nessuno.
Non appena tutto fu tranquillo Mrs Forrester si mise a letto e
dormì per quasi una settimana di fila. E il capitano migliorò.
Quando le sue condizioni lo permettevano veniva messo su una
sedia a rotelle e portato fuori in giardino, a godersi il sole
settembrino e gli ultimi boccioli delle sue rose canine.
«Grazie, Niel, grazie, Tom» soleva dire quando lo mettevano
sulla sedia. «Apprezzo molto questa quiete». Se un giorno
decidevano che era più prudente non farlo uscire si mostrava triste e
deluso.
«E’ meglio portarlo fuori comunque» insisteva Mrs Forrester.
«Gli piace tanto guardare il suo giardino, è l’unico piacere che gli
rimane, insieme al sigaro».
Non appena fu di nuovo in forze Mrs Forrester riprese il proprio
posto in cucina e Black Tom poté tornare dal giudice.
La notte, quando Mrs Forrester andava a letto e il capitano
riposava tranquillo, Niel provava nella sua veglia una sorta di
solenne felicità. Era stato difficile rinunciare a quell’anno di studi:
quasi tutti i suoi compagni di corso erano più giovani di lui.
Sì, gli era costato molto, ma ora che aveva preso la sua decisione
era contento. Mentre trascorreva le ore della notte passando da una
poltrona all’altra, a leggere e a fumare, o a prepararsi uno spuntino
per tenersi sveglio, provava l’intima soddisfazione di chi ha
mantenuto la parola data. Gli piaceva rimanere solo con le vecchie
cose che durante la sua infanzia gli erano sembrate tanto belle.
Quelle poltrone erano tuttora le più comode del mondo, e nessun
quadro gli sarebbe mai piaciuto più di «La cappella di Guglielmo
Tell» o di «La casa del poeta tragico». Per fare un solitario non c’era
nulla di meglio del vecchio tavolo da gioco col suo piano di pietra
dal mosaico a scacchiera, che uno degli amici del capitano gli aveva
portato da Napoli. Mai un’altra casa avrebbe potuto prendere il
posto di questa nel suo cuore.
Ebbe il tempo di pensare a molte cose, a se stesso e ai suoi due
amici. Aveva notato che quando Mrs Forrester accudiva alle
faccende, spesso il capitano la chiamava: «Maidy, Maidy», e lei
rispondeva: «Sì, caro» in qualunque posto si trovasse, ma senza
andare da lui quasi sapesse che quando il marito la chiamava con
quel tono non aveva bisogno di nulla di particolare. Forse voleva
accertarsi che lei fosse nei paraggi, oppure gli piaceva
semplicemente pronunciare il suo nome e sentire che lei gli
rispondeva. Più tempo trascorreva insieme al capitano Forrester in
quegli ultimi, sereni giorni della sua vita, più Niel si convinceva che
egli conosceva sua moglie molto meglio di quanto Mrs Forrester non
conoscesse se stessa, e che proprio perché la conosceva – per usare
una delle sue espressioni aveva grande stima di lei.
VI

La morte del capitano Forrester, che sopravvenne agli inizi di


dicembre, costituì una «notizia telegrafica» che interessò l’intero
stato, l’unica che la scorata cittadina di Sweet Water avesse fornito
da molto tempo. Fiori e telegrammi arrivarono da est e da ovest, ma
il caso volle che nessuno degli amici più intimi del capitano potesse
partecipare al funerale. Mr Dalzell era in California e il presidente
della Burlington in Europa; gli altri abitavano troppo lontano o
avevano problemi di salute. Il dottor Dennison e il giudice
Pommeroy furono gli unici due amici del capitano a portare la bara
insieme ai becchini.
La mattina del funerale, quando il capitano era già stato
composto e l’impresario delle pompe funebri stava disponendo le
sedie nel salotto, Niel udì bussare alla porta della cucina. Andò ad
aprire e si trovò davanti Adolph Blum con una scatola bianca in
mano.
«Niel,» gli disse «ti dispiace dare questa a Mrs Forrester e dirle
che sono per il capitano, da parte mia e di Rhein?».
Adolph indossava i suoi vecchi panni da lavoro, gli unici che
avesse, probabilmente, e una sciarpa di lana lavorata ai ferri. Niel,
sapendo che non sarebbe venuto al funerale, gli domandò: «Non
vuoi entrare a vederlo, Adolph? E’ tale e quale a prima».
Adolph esitò, ma poi, scorgendo l’inserviente delle pompe
funebri attraverso la vetrata del bovindo, rispose: «No, grazie, Niel»,
quindi infilò le mani rosse nelle tasche della giacca e se ne andò.
Niel tolse i fiori dalla scatola, una gran bracciata di rose gialle che
Adolph doveva aver pagato con chissà quanti conigli. Le portò di
sopra, dove Mrs Forrester era andata a stendersi.
«Sono da parte dei fratelli Blum» disse Niel. «Le ha portate
Adolph».
Mrs Forrester guardò le rose, poi volse il capo sul cuscino, le
labbra tremanti. Fu l’unico momento, quel giorno, in cui Niel vide
incrinarsi la sua fragile calma.
Il funerale fu imponente. Vecchi coloni e allevatori arrivarono da
tutti gli angoli della contea per accompagnare alla fossa la salma del
pioniere. Poi Niel e lo zio riaccompagnarono Mrs Forrester a casa, e
in carrozza lei ruppe il silenzio nel quale si era chiusa dacché
avevano lasciato il colle. «Giudice Pommeroy,» disse
tranquillamente «ho pensato di far mettere la meridiana sulla tomba
di mio marito. Potrei far incidere un’iscrizione sulla base. Mi sembra
più adatta di qualsiasi lapide, e accanto voglio piantare qualcuno dei
suoi rosai».
Arrivarono che erano ormai le quattro, e Mrs Forrester insisté per
preparare il tè. «Ne ho voglia anch’io, e poi è meglio se mi tengo
occupata. Aspettatemi in salotto. Ah, Niel, rimetti tutto com’era
prima».
La giornata grigia si andava oscurando, e mentre i tre
prendevano il tè seduti nel bovindo qualche raffica di neve prese a
cadere sui prati, e lo scricchiolio dei pioppi parve annunciare che era
arrivato l’inverno.
VII

Una mattina d’aprile Niel si trovava da solo nello studio legale.


Da quando, parecchio tempo prima, lo zio si era ammalato di
febbre reumatica si occupava lui delle pratiche di ordinaria
amministrazione.
La porta si aprì e sulla soglia comparve una sagoma sconosciuta,
eppure familiare; Niel dovette riflettere un momento prima di
rendersi conto che si trattava di Orville Ogden. Un tempo capitava
molto spesso a Sweet Water, ma negli ultimi anni non si era più fatto
vedere. Non sembrava affatto invecchiato: come sempre, aveva un
occhio diritto e limpido e l’altro opaco e strabico. Portava ancora il
pizzetto rigido e i baffi arricciati, dello stesso grigio della cera d’api
vecchia, mentre i radi capelli erano pettinati all’indietro nell’eroico
tentativo di coprire la calvizie.
«Lei è il nipote del giudice Pommeroy, vero? Non mi sovviene il
suo nome, figliolo, ma mi ricordo di lei. Il giudice non c’è?».
«Prego, si accomodi, Mr Ogden. Mio zio è malato; ormai sono
parecchi mesi che non viene in ufficio. Se l’è vista veramente brutta.
Posso fare qualcosa per lei?».
«Oh, questa è davvero una notizia spiacevole! Mi rincresce
tanto».
Dal modo in cui lo disse si capiva che era vero. «A quanto pare, ci
piaccia o no, stiamo invecchiando tutti. E’ stato un gran brutto colpo
quando se n’è andato Daniel Forrester». Dopo essersi tolto il
soprabito e aver posato il cappello e i guanti in bell’ordine sulla
scrivania, Mr Ogden parve indeciso sul da farsi. «Di che cosa soffre
suo zio?» domandò d’un tratto.
Niel glielo spiegò. «Quest’inverno sarei dovuto tornare
all’università, ma lo zio mi ha pregato di rimanere a badare allo
studio. Qui non c’era nessuno a cui volesse affidarlo».
«Capisco, capisco» convenne Mr Ogden, pensieroso. «Allora in
questo momento è lei che si occupa dei suoi affari?». S’interruppe
per riflettere. «Vede, volevo parlare con lui di una cosa. Mi fermo
solo qualche ora, fra un treno e l’altro. Magari potrei parlarne a lei e
poi, dopo essersi consultato con suo zio, lei potrebbe scrivermi a
Chicago. Si tratta di una faccenda riservata, che riguarda una terza
persona».
Benché Niel lo avesse rassicurato circa la propria discrezione, Mr
Ogden aveva qualche difficoltà ad affrontare l’argomento. Con
un’espressione molto seria in viso si accese lentamente un sigaro.
«In poche parole, si tratta di un consiglio piuttosto delicato che
vorrei dare a suo zio riguardo a una sua cliente» disse infine.
«Attualmente ho parecchi amici a Washington che sarebbero
disposti a farsi in quattro pur di rendermi un servigio. Ho pensato
che forse potremmo ottenere un aumento straordinario della
pensione di Mrs Forrester. Questa settimana sarò a Chicago, e dopo
che avrò sbrigato i miei affari proseguirei volentieri per Washington
per vedere che cosa si può fare. Naturalmente a patto che nessuno,
tanto meno la cliente di suo zio, venga a sapere del mio intervento».
Niel arrossì. «Mi dispiace, Mr Ogden,» spiegò «ma Mrs Forrester
non è più sua cliente. Dopo la morte del capitano ha ritenuto
opportuno rivolgersi altrove».
L’occhio normale di Mr Ogden si fece inespressivo come l’altro.
«Come? Non è più il suo avvocato? Ma se sono vent’anni che…».
«Lo so, Mr Ogden. E’ stata molto indelicata nei suoi confronti. Di
punto in bianco ha trasferito la cura dei suoi affari».
«A chi, se è lecito?».
«A un avvocato di qui: Ivy Peters».
«Peters? Mai sentito nominare».
«Già, non mi meraviglia. Non fa parte della cerchia che ai vecchi
tempi frequentava casa Forrester. E’ uno della nuova generazione,
un po’ più vecchio di me. Qualche anno prima della morte del
capitano ha preso in affitto una parte dei terreni dei Forrester; era il
loro fittavolo. E’ stato così che Mrs Forrester lo ha conosciuto; lei lo
considera un bravo uomo d’affari».
Mr Ogden si accigliò: «E lo è?».
«Secondo alcuni, sì».
«Ci si può fidare di lui?».
«Assolutamente no. Accetta le cause di cui nessun altro si vuole
occupare. Può anche darsi che tratti Mrs Forrester onestamente, ma
se lo fa, non è certo per principio».
«E’ una notizia davvero dolorosa. Continui pure il suo lavoro,
figliolo. Ho bisogno di riflettere su questa faccenda». Mr Ogden si
alzò e prese a camminare per la stanza, le mani dietro la schiena.
Per lasciare più libero il suo ospite Niel si mise a scrivere una
lettera.
Si rendeva conto che Mr Ogden si trovava in una posizione
difficile. Amico devoto di Mrs Forrester, prima che Constance
decidesse di sposare Frank Ellinger – prima che madre e figlia
cominciassero a dargli la caccia – era stato, fra tutti gli amici di
Denver, il più assiduo tra i suoi ospiti. Secondo Niel, dopo quella
cena natalizia insieme a Ellinger non era più andato a casa Forrester.
Con ogni probabilità, di lì a poco si era accorto dei maneggi della
moglie e della figlia e, contento o scontento che fosse, aveva deciso
che l’unica cosa che potesse fare era non immischiarsi. Non era stato
il rovescio di fortuna del capitano ad allontanarlo: si vedeva bene
che era molto turbato, e che il pensiero di Mrs Forrester gli gravava
sulla mente.
Niel aveva finito la lettera e ne stava cominciando un’altra
quando Mr Ogden si avvicinò alla scrivania, torcendosi il pizzetto
con le dita. «Dunque, secondo lei questo giovane avvocato è privo di
scrupoli? A volte le canaglie hanno il cuore tenero, quando c’è di
mezzo una donna».
Niel sbarrò gli occhi. Gli vennero subito in mente le fossette di
Ivy.
«Il cuore tenero? Mr Ogden, perché non va a trovarlo nel suo
ufficio? Le basterebbe un’occhiata per ricredersi».
«Oh, non è necessario! Ho capito». Guardò fuori dalla finestra e,
scorgendo le cime degli alberi del boschetto dei Forrester, mormorò:
«Povera signora! E’ certo mal consigliata. Le occorrerebbe il parere
di qualche amico di Daniel». Si cavò l’orologio di tasca e lo guardò
meditabondo; disse che il suo treno sarebbe partito di lì a un’ora.
Per il momento non si poteva fare niente, e poco dopo lasciò
l’ufficio.
In seguito, ripensandoci, Niel si convinse che in quell’attimo di
esitazione Mr Ogden aveva considerato l’idea di andare a parlare
con Mrs Forrester, ma poi vi aveva rinunciato. Temeva forse le
reazioni della moglie e della figlia? Oppure si trattava di un’altra
sorta di vigliaccheria, la paura di guastare un ricordo, di trovarla
cambiata e corrotta, il timore di un qualcosa che avrebbe gettato sul
passato una luce tutt’altro che incantevole? Niel aveva saputo dallo
zio che Mr Ogden, benché avesse sposato una donna brutta, aveva
un debole per quelle belle, e che in un suo modo sincero ed evasivo
era molto galante. Forse, con un po’ d’incoraggiamento, sarebbe
andato a farle visita e l’avrebbe aiutata; Niel non aveva favorito in
nessun modo il loro incontro, e ciò gli fece capire quanto fossero
cambiati i suoi sentimenti verso quella donna.
In realtà era Mrs Forrester a essere cambiata; dopo la morte del
marito era diventata un’altra. Per anni Niel, suo zio, i Dalzell e tutti
gli amici di Mrs Forrester avevano pensato che il capitano fosse per
lei un peso, un dovere che la logorava e che offuscava la sua
personalità, impedendole di manifestarla appieno. Ma ora, senza di
lui, era come una nave senza zavorra, sballottata di qua e di là da
tutti i venti. Era incostante e caparbia. Pareva aver perduto ogni
discernimento, e con quello anche il suo potere di assegnare a
chiunque, con grazia e disinvoltura, il posto che gli spettava.
All’epoca della malattia e della morte del capitano, Ivy Peters si
trovava nel Wyoming, richiamato da un telegramma che annunciava
la scoperta di giacimenti di petrolio nei pressi dei suoi possedimenti.
Era tornato poco dopo il funerale e aveva preso ad aggirarsi per
la proprietà dei Forrester più spesso che mai. Poiché durante la
stagione invernale non aveva niente da fare nei campi, dopo le ore di
ufficio si era divertito a buttar giù il vecchio fienile. Lo si vedeva
seduto nella veranda a fumare il sigaro, quasi fosse lui il padrone. Si
fermava di frequente da Mrs Forrester fino a tarda sera, a giocare a
carte o a parlare dei suoi progetti. Non aveva ancora fatto fortuna,
ma era sulla buona strada. Di quando in quando portava lì a cena un
paio di amici, ragazzi del posto, con sommo sdegno di madri e
fidanzate. «Adesso dà la caccia ai giovincelli» diceva la madre di Ed
Elliott. «E’ proprio rimbambita».
Alla fine Niel disse a Mrs Forrester le cose come stavano, e cioè
che la gente chiacchierava: sul fatto che Ivy andasse da lei ogni
momento aveva sentito dei commenti perfino per strada.
«Ma io non posso preoccuparmi dei pettegolezzi. La gente ha
sempre sparlato di me, e continuerà a farlo. Mr Peters è il mio
avvocato e il mio fittavolo, e quindi ho bisogno di vederlo; non
posso certo andare ogni volta nel suo ufficio. E poi non intendo
rimanere sola in casa tutte le sere a fare la calza. Se tu venissi a
trovarmi più spesso sparlerebbero anche di te. Tu sei ancora più
giovane di Ivy e molto più bello! Non ci avevi mai pensato?».
«Vorrei che non mi parlasse così» rispose freddamente Niel. «Mrs
Forrester, perché non se ne va? In California, per esempio, con
persone che le somiglino. Sa bene che questo posto non fa per lei».
«Sì, ho proprio intenzione di partire, non appena riuscirò a
vendere questa casa. E’ tutto quello che ho; se la affittassi si
deteriorerebbe, e non riuscirei a venderla a un buon prezzo. E’ per
questo che Ivy passa tanto tempo qui: cerca di renderla presentabile.
Ha buttato giù il vecchio fienile, che era diventato un vero
obbrobrio, ha sostituito le tavole marce della veranda, e quest’estate
darà la tinta. Se non la conservo in buone condizioni, non otterrò mai
quello che chiedo». Parlava nervosamente, con foga, quasi cercasse
di convincere se stessa.
«E quanto chiede adesso, Mrs Forrester?».
«Ventimila dollari».
«Ma non glieli daranno mai! Non ora, almeno, coi tempi che
corrono».
«E’ quello che mi ha detto anche tuo zio. Si è rifiutato di metterla
in vendita per più di dodicimila. E così ho dovuto affidare la vendita
ad altri. I tempi sono cambiati, ma lui non se ne rende conto. E’ stato
proprio mio marito a dirmi che valeva tanto. Ivy mi ha promesso che
me la venderà per ventimila o, se non dovesse riuscirci, che la
rileverà lui non appena i suoi investimenti cominceranno a dar
frutti».
«E nel frattempo lei rimane qui a sprecare la sua vita».
«Non del tutto» puntualizzò lei, implorando il suo consenso con
lo sguardo. «Mi riposo dopo un lungo periodo di tensione. E
nell’attesa stringo nuove amicizie tra i giovanotti – della tua età, e
anche un poco più giovani. E’ da molto tempo che desidero fare
qualcosa per i ragazzi di qui, ma prima avevo troppi impegni. Non
sopporto di vederli crescere come selvaggi, quando hanno soltanto
bisogno di una casa civile da frequentare e di una donna che dia loro
qualche consiglio. Nessuno ha mai dato loro l’opportunità di
migliorarsi. Tu non saresti il ragazzo che sei se non fossi andato a
Boston, e hai sempre avuto amici più grandi di te che avevano visto
tempi migliori.
E se invece fossi cresciuto come Ed Elliott e Joe Simpson?».
«Preferisco illudermi che non sarei esattamente come loro!
Comunque, se ci ha già riflettuto e ha preso una decisione, è
inutile discutere. Ne ho voluto parlare perché credevo che non si
rendesse conto di quanto il suo comportamento salti agli occhi della
gente di qui».
«Lo so, lo so!» esclamò lei, con un veemente moto del capo. Gli
occhi le scintillavano, ma senza gioia: c’era un che di isterico in quel
suo sguardo di sfida. «Lo so, mi chiamano la Vedova Allegra. E devo
ammetterlo, non mi dispiace!».
Senza aggiungere altro Niel se ne andò. Da allora erano trascorse
tre settimane, e non era più tornato a trovarla. Durante quel periodo
Mrs Forrester era andata a far visita a suo zio. Il giudice le aveva
usato la cortesia di sempre, benché la sua defezione l’avesse ferito
profondamente: il riguardo pieno di affetto che prima nutriva per lei
non poteva più essere lo stesso. Per vent’anni aveva curato tutti gli
affari del capitano Forrester, e dal giorno del fallimento della banca
di Denver non aveva più dedotto per la sua parcella nemmeno un
centesimo del denaro affidatogli. Mrs Forrester si era comportata
molto male, non gli aveva dato neanche un preavviso. Un giorno Ivy
Peters si era presentato nel suo studio con un ordine scritto che lo
invitava a consegnare al giovane un rendiconto e tutti i fondi e i
titoli. Da allora Mrs Forrester non aveva più parlato della faccenda
né con il giudice né con Niel, tranne durante la loro conversazione
sulla vendita della proprietà.
VIII

Una mattina, mentre un caldo vento di maggio faceva turbinare la


polvere sulla strada, Mrs Forrester entrò tutta sorridente nello studio
del giudice Pommeroy. Portava un cappellino primaverile nuovo e
una corta mantella di velluto nero, fermata al collo da un mazzolino
di viole. «Niel, abbi la cortesia di notare i miei vestiti nuovi» gli disse
con voce suadente. «Sono i primi che compro da anni».
Niel le disse che stava molto bene.
«E non sei contento che sia finalmente riuscita a comprarmi
qualcosa?» insisté lei rivolgendogli un sorriso indagatore da dietro la
veletta. «Sento che oggi non sarai arrabbiato con me e farai quello
che ti chiederò. Oh, niente di seccante, sai: voglio solo invitarti a cena
venerdì sera. Se verrai saremo in otto, contando anche Annie Peters.
Gli altri sono tutti ragazzi che conosci, e se non ti sono simpatici è
ora che cambi idea! Sì, è proprio ora!» esclamò annuendo con aria
severa. «Niel, visto che badi a ciò che dice la gente, non temi che
dicano che sei uno snob, solo perché sei stato a Boston e hai visto un
pezzetto di mondo? Non devi essere così rigido, così… così
altezzoso! Non sta bene, alla tua età». Mrs Forrester assunse
un’espressione corrucciata talmente simile a quella di Niel che il
ragazzo scoppiò a ridere. Aveva quasi dimenticato il suo vecchio
talento mimico.
«Perché vuole che venga? Una volta diceva sempre che è meglio
non invitare le persone che non legano».
«Puoi legare con loro benissimo, se fai uno sforzo. E stavolta lo
farai, per me. Non è vero?».
Dopo che Mrs Forrester se ne fu andata, Niel se la prese con se
stesso per essersi lasciato convincere.
La sera di venerdì arrivò per ultimo; era una sera calda, che
seguiva una giornata torrida. Le finestre erano aperte e il profumo
dei lillà entrava nel salotto in penombra dove i ragazzi si erano
seduti qua e là, sprofondati nelle poltrone che parevano troppo
grandi per loro. Un lume ardeva nella sala da pranzo, dove Ivy
Peters, in piedi accanto alla credenza, stava preparando i cocktail.
Sua sorella Annie era in cucina ad aiutare la padrona di casa. Mrs
Forrester andò un momento a salutare Niel, quindi si scusò e tornò
di corsa da Annie. Niel notò che sulla tavola, insieme ai candelieri e
ai fiori, erano ricomparsi i piatti d’argento. Pensò che se in tavola ci
fossero state le giacenze del negozio di terraglie di Wernz quei
giovanotti sparpagliati nel crepuscolo non avrebbero notato alcuna
differenza. Per loro un servizio da tavola raffinato era quello
«dipinto a mano» da una sorella o dalla fidanzata. Ciascun ragazzo
sedeva con le gambe accavallate, dondolando una scarpa
marroncina e mettendo in mostra un calzino di seta dello stesso
colore. Stavano parlando di vestiario: Joe Simpson, che aveva
appena ereditato il negozio di abbigliamento del padre, era ansioso
di raccontare come sarebbe stata la moda dell’estate.
Ivy Peters entrò agitando lo shaker. «Sembrate un branco di
ragazzine… Non fate che parlare di quello che vi mettete e di come
potete spendere i vostri soldi. Simpson non si arricchirebbe tanto in
fretta se portaste la roba più a lungo, come faccio io. Dimmi, Joe,
quando ho comprato questo vestito?».
«Oh, all’incirca l’anno in cui ho preso la licenza liceale!».
Tutti risero di Ivy. Qualunque cosa dicesse o facesse scoppiavano
sempre a ridere, in riconoscimento del suo successo nella vita.
Mrs Forrester tornò sventolandosi con un ventaglietto di sandalo,
e al vederla i ragazzi si alzarono in piedi – spaventati, quasi, per la
repentinità della sua apparizione. Questo, almeno, era riuscita a
insegnarglielo.
«Ivy, sono pronti i cocktail? Dovrete aspettare un momento, vado
a incipriarmi il naso. Se avessi saputo che stasera avrebbe fatto così
caldo non credo che vi avrei preparato un arrosto: sono più rosolata
io delle anatre. Versa pure i cocktail, intanto. Torno subito».
Quindi sparì in camera sua, e i ragazzi si rimisero a sedere con la
stessa sorprendente prontezza con cui si erano alzati. Ivy Peters girò
con il vassoio, e tutti indugiarono con i bicchieri in mano in attesa di
Mrs Forrester. Quando lei arrivò, prese Niel a braccetto e lo
condusse in sala da pranzo. «Hai notato» gli sussurrò «come
tengono quei poveri bicchieri? Perché in mano a loro sembrano tanto
volgari? Nessuno riuscirebbe mai a insegnargli come si tengono e
come si beve, neanche se ci fosse dentro del tè!».
Quindi alzò la voce: «Niel, ti dispiace accendere le candele? E poi
mettiti a capotavola, per favore. Sai tagliare le anatre?».
«Non sono bravo come… come mio zio» mormorò Niel
rimettendo con cura un paralume al suo posto.
«O come Mr Forrester? Non pretendo tanto. Oggi nessuno sa più
tagliare la carne come gli uomini di una volta. Riuscirai almeno a
farla a pezzi, spero! Alla tua destra si metterà Annie Peters.
Porterà lei la cena in tavola. Accomodatevi, signori!». Accennò un
inchino scherzoso, con un dondolio di orecchini.
Mentre Niel trinciava le anatre, Annie gli si sedette accanto senza
far rumore; il suo viso, già rosso per natura, era in fiamme per il
calore del forno. Era di parecchi anni più giovane del fratello, e
obbediva ciecamente a ogni suo ordine. Aveva una bruttissima
carnagione e capelli slavati dai riflessi bianchi. Durante tutta la cena
non aprì bocca, se non per dire «sì, grazie» o «no, grazie».
All’infuori di Mrs Forrester nessuno parlò molto finché non fu
consumata la prima porzione di anatra. I ragazzi non avevano
ancora imparato a fare due cose in una volta: smettevano di
mangiare soltanto per chiedere alla padrona di casa se «gradiva
della gelatina» o per rispondere alle sue domande.
Da dietro le candele, Niel studiava Mrs Forrester che sorrideva
incoraggiante ora all’uno ora all’altro nel tentativo di «sciogliergli la
lingua»: rideva delle grevi storielle di Roy Jones o si congratulava
con Joe Simpson per il suo nuovo status di uomo d’affari in proprio.
I lunghi orecchini ciondolavano sfiorando le guance scarne che,
secondo Niel, non traevano alcun giovamento dal belletto che si era
data subito prima di cena. Il trucco donava ad alcune donne, ma non
a lei – o almeno, non stasera che aveva gli occhi infossati per la
stanchezza, e un’aria tirata, sfinita, come Niel non le aveva visto mai.
Niel sospirò al pensiero di tutto il lavoro che richiedeva una simile
cena per otto – e dire che una bistecca con patate li avrebbe fatti
molto più contenti! Non avevano assolutamente palato per quel
genere di cibi. Perché, allora, Mrs Forrester si dava tanto da fare?
Come si sarebbe sentita più tardi, quando quegli stupidi ragazzi si
sarebbero incamminati giù per il vialetto con le loro scarpe
giallognole e lei si sarebbe accasciata sul letto stanca morta?
Mrs Forrester non toccava cibo, esauriva tutta la sua vitalità nello
sforzo di dare la carica a quei giovanotti ottusi. Niel si sentì in
dovere di aiutarla, o almeno di tentare. Con energia e
determinazione rivolse la parola a tutti, l’uno dopo l’altro; provò con
il baseball, la politica, i pettegolezzi, il raccolto del grano; i ragazzi si
limitavano a rispondere a monosillabi o interiezioni.
Ben presto s’avvide che non sapevano che farsene delle sue
osservazioni garbate: quel che gli premeva era avere ancora un po’
di anatra e mangiarsela in santa pace.
Comunque la cena durò poco: i tentativi della padrona di casa di
prolungarla non sortirono alcun effetto. L’insalata e il sorbetto
furono fatti fuori con la stessa rapidità dell’anatra arrosto, quindi gli
ospiti si spostarono in salotto e accesero i sigari.
Mrs Forrester era dell’antiquata opinione che dopo cena gli
uomini andassero lasciati soli, e li raggiunse soltanto dopo mezz’ora.
Aveva un aspetto più riposato: forse era andata a stendersi di sopra.
Ora i ragazzi parlavano; stavano discutendo di una gita sulle
montagne che Ed Elliott aveva intenzione di fare. Gli altri gli davano
consigli sull’attrezzatura da campeggio, sulle mosche artificiali per
la pesca alle trote e sulle misture per tener lontane le zanzare.
«Ragazzi, sapete che vi dico?» esordì Mrs Forrester dopo averli
ascoltati per qualche momento. «Quando tornerò in California, ho
intenzione di prendere una casetta per l’estate sulla Sierra Nevada, e
siete tutti invitati, dal primo all’ultimo. Però vi guadagnerete vitto e
alloggio: dovrete tagliare la legna, andare a prendere l’acqua, lavare
pentole e padelle e pescare il pesce per la colazione. Ivy potrà
portare il suo fucile da caccia e io farò il pane in una marmitta di
ferro, alla maniera dei vecchi cacciatori di pelli. Spero di ricordarmi
ancora come si fa. Allora, verrete a trovarmi?».
«Certo che verremo! Immagino che lei conosca quelle montagne a
menadito» disse Ed Elliott.
Mrs Forrester sorrise e scosse il capo: «Ci vorrebbe una vita per
conoscerle, Ed, più di una vita. Le montagne della Sierra… non
finiscono mai. E sono davvero superbe!».
Niel la guardò e disse: «Ha mai raccontato ai ragazzi come
conobbe il capitano Forrester su quelle montagne? Se non lo sanno
penso che sarà un gran piacere per loro».
«Davvero? Be’, c’era una volta una ragazza giovanissima che
passava le vacanze sulle montagne, insieme ad alcuni amici di suo
padre».
Mrs Forrester aveva cominciato il suo racconto così, ma non era
quello il vero inizio. Molto tempo prima Niel aveva appreso da suo
zio che al principio della storia c’erano uno scandalo e un omicidio.
A diciannove anni Marian Ormsby era fidanzata con Ned
Montgomery, un giovane miliardario piuttosto pacchiano della Gold
Coast di Chicago.
Poche settimane prima delle nozze, nell’atrio di un albergo di San
Francisco, Montgomery era stato ucciso a colpi di pistola dal marito
di un’altra donna. Il processo aveva destato non poco scalpore, e
Marian era stata sottratta in fretta e furia agli occhi indiscreti e
mandata in montagna, dove sarebbe dovuta rimanere finché non si
fossero calmate le acque.
Quella sera Mrs Forrester aveva iniziato con «c’era una volta».
Seduta in un angolo del grande sofà, le scarpette bene in vista su
un poggiapiedi e il capo in ombra, si sventolava con il ventaglio di
sandalo facendo scintillare gli anelli sulle dita bianche. Raccontò di
come il capitano Forrester, che era vedovo, avesse raggiunto
l’accampamento per far visita al socio di suo padre. Marian,
occupata com’era nelle sue quotidiane escursioni con i giovanotti
della compagnia, non ne era rimasta granché colpita. Un pomeriggio
aveva convinto Fred Harney, un intrepido scalatore, a portarla giù
per la parete dell’Eagle Cliff. Erano quasi arrivati in fondo quando,
mentre superavano una sporgenza della roccia, la corda si era
spezzata e loro erano precipitati nel vuoto. Harney era caduto sulla
pietra ed era morto sul colpo, mentre Marian era rimasta impigliata
in un pino che aveva attutito la caduta. Per tutta la notte era restata
sul fondo del canyon spazzato dalle correnti gelide, intirizzita e con
le gambe fratturate. All’accampamento nessuno sapeva dove cercare
i due dispersi: per quella temeraria avventura si erano allontanati
alla chetichella. E nessuno si era preoccupato, perché Harney
conosceva tutti i sentieri ed era impensabile che potesse perdersi. Al
mattino però, vedendo che non erano ancora tornati, il gruppo si era
organizzato in squadre di soccorso. Era stata la squadra del capitano
Forrester a trovare Marian e a riportarla su passando per il sentiero
più a valle. Il sentiero era talmente ripido e stretto e le curve così
brusche intorno alle sporgenze della roccia che era impossibile
trasportarla in barella: gli uomini l’avevano portata in braccio a
turno, rasentando passo passo con le spalle la parete del canyon.
Marian, le gambe ciondoloni, aveva sofferto moltissimo ed era
svenuta parecchie volte. Si era accorta, tuttavia, di soffrire meno
quando era in braccio al capitano Forrester, e che questi la prendeva
sempre nei punti più pericolosi. «Quando cercava di tenersi in
equilibrio sulle rocce sentivo il suo cuore battere forte e i suoi
muscoli che si tendevano» disse. «Ero sicura che se fossimo caduti
saremmo precipitati insieme. Non mi avrebbe mai lasciata andare».
Gli uomini erano tornati all’accampamento e avevano fatto tutto
il possibile per Marian, ma all’arrivo di un chirurgo da San Francisco
le ossa avevano cominciato a saldarsi ed era stato necessario
spaccarle di nuovo.
«Quando il medico dovette occuparsi delle mie gambe volli il
capitano Forrester vicino a me, a tenermi la mano. Ricordi, Niel, che
il capitano raccontava sempre tutto orgoglioso che non gridai
nemmeno una volta lungo quel sentiero? Poi si fermò
all’accampamento finché ricominciai a camminare, tenendomi al suo
braccio. Quando mi chiese di sposarlo non dovette ripetermelo due
volte. Vi stupisce?». Con un sorriso guardò gli ospiti raccolti in
circolo e, soprappensiero, si sfiorò la fronte con la punta delle dita,
come per respingere qualcosa – il passato, forse, o il presente… chi
poteva dirlo?
I ragazzi erano sinceramente commossi. Mentre Mrs Forrester
rispondeva alle loro domande, Niel ripensò alla prima volta che
l’aveva sentita raccontare quella storia. Era stato quando Mr Dalzell
aveva fatto tappa a casa Forrester con un gruppo di amici di
Chicago.
Tra questi c’erano Marshall Field e il presidente della Union
Pacific; si erano messi tutti in viaggio con il vagone privato di Mr
Dalzell per andare a caccia nelle Black Hills. In fondo, rispetto ad
allora, Mrs Forrester non era poi tanto cambiata. Quella sera Niel si
persuase che l’uomo giusto avrebbe ancora potuto salvarla: non era
troppo tardi. Era la stessa donna indomabile di sempre, e stava
ripassando la sua vecchia parte – solo che ora, ad ascoltarla, erano
rimasti solo i servi di scena. Tutti coloro che avevano condiviso con
lei le belle imprese e le occasioni brillanti se ne erano andati.
IX

Con l’arrivo dei mesi estivi il giudice Pommeroy si ristabilì, e appena


fu in grado di riprendere il lavoro in ufficio Niel cominciò a pensare
di tornare a Boston. Fissò la partenza per il primo di agosto; là
avrebbe cercato subito qualcuno che lo aiutasse a recuperare i mesi
perduti. Fu un periodo malinconico: era impaziente di partire, ma
nello stesso tempo sentiva che questa volta se ne andava per sempre,
e che stava per rompere definitivamente con tutto ciò che gli era
stato caro negli anni della fanciullezza. Ormai le persone e quei
luoghi stessi cambiavano tanto in fretta che non sarebbe rimasto più
niente per cui tornare.
Aveva assistito alla fine di un’era, al tramonto dei pionieri. Lui
era sopraggiunto quando i suoi fasti volgevano ormai al termine,
come chi attraversava le praterie al tempo dei bisonti poteva
imbattersi nei resti dei fuochi dei cacciatori: i tizzoni erano stati
spenti, ma il terreno ancora caldo e l’erba pesta dove il cacciatore
aveva dormito e il suo pony aveva brucato raccontavano la sua
storia.
Così finiva il West delle opere ferroviarie: gli uomini che avevano
imbrigliato pianure e montagne erano diventati vecchi. Alcuni erano
ridotti in povertà, e anche chi aveva fatto fortuna non chiedeva che
un po’ di serenità e un breve rinvio della morte. Quel tempo era già
finito, e nulla avrebbe potuto farlo tornare. Il suo sapore, il suo
odore, la sua poesia, i miraggi che quegli uomini avevano seguito
nell’aria e che Niel aveva colto in una sorta di riverbero sui loro volti
– tutto ciò sarebbe stato suo per sempre.
Proprio questo rimproverava sommamente a Mrs Forrester, che
come vedova di tutti quei grandi uomini non fosse disposta a
immolarsi e a morire insieme all’epoca cui apparteneva; che
preferisse la vita a qualsiasi condizione. Alla fine partì senza
salutarla, con una sorta di snervato disprezzo nel cuore.
C’era una ragione – un’inezia che non aveva quasi le dimensioni
di un episodio. Era niente, e però era tutto. Una sera d’estate, mentre
stava andando a farle visita, Niel si era fermato un momento ad
ammirare il caprifoglio vicino alla finestra della sala da pranzo. La
porta della cucina era aperta, e Niel aveva intravisto Mrs Forrester
che stendeva la pasta sfoglia sul tavolo. A un tratto era entrato Ivy
Peters, le si era avvicinato da dietro e, con aria noncurante, l’aveva
cinta con le braccia, giungendo le mani intorno al suo seno.
Senza fare una mossa, né alzare lo sguardo, lei aveva continuato
a stendere la sfoglia.
Niel era sceso giù per il pendio. «Per l’ultima volta,» si era detto
attraversando il ponte nel crepuscolo «per l’ultima volta». E fu
davvero l’ultima: non imboccò mai più il vialetto fiancheggiato dai
pioppi. Le aveva regalato un anno della propria vita, e lei lo aveva
buttato via. Lui riteneva di aver aiutato il capitano a morire in pace;
eppure era proprio il capitano, adesso, a sembrare la figura più reale.
In tutti quegli anni aveva pensato che fosse sua moglie a rendere
quel luogo tanto diverso dagli altri, ma in casa Forrester, da quando
era morto il capitano, i vecchi amici come suo zio venivano traditi e
ripudiati, e gli uomini volgari si comportavano secondo la loro
natura e riconoscevano a prima vista una donna della loro risma.
Non fosse stato per il suo animo servile, si disse Niel, dopo la
prima volta non sarebbe più tornato. Per guarire gli erano occorse
due dosi: ebbene, le aveva avute! Da allora in poi, qualunque cosa
quella donna avesse fatto non gliene sarebbe importato più nulla.
Di quando in quando, finché visse suo zio, Niel ricevette sue
notizie. «Dovunque il nome di Mrs Forrester si associa a quello di
Ivy Peters» gli scriveva lo zio. «Non sembra felice, e temo che stia
perdendo la salute. Ma si è messa in una posizione tale che gli amici
del marito non possono aiutarla».
E ancora: «Quanto a Mrs Forrester, nessuna nuova, buona nuova.
E’ in uno stato pietoso».
Dopo la morte dello zio, Niel apprese che Ivy Peters era
finalmente riuscito a comprare casa Forrester; aveva poi preso
moglie nel Wyoming e ci si era stabilito. Mrs Forrester era andata in
California, dicevano.
Ci vollero anni prima che Niel riuscisse a pensare a lei senza
mestizia. Ma alla fine, dopo che la sua immagine fu svanita, quando
ormai non sapeva più se la vedova di Daniel Forrester fosse viva o
morta, la moglie del capitano tornò ad affacciarsi alla sua mente
come un ricordo lieto e impersonale.
Con il tempo fu molto contento di averla conosciuta, e che avesse
contribuito a addestrarlo alla vita. Aveva incontrato donne belle e
donne intelligenti, ma mai nessuna come lei, com’era nei suoi giorni
migliori. Ricordava quegli occhi che, quando fissavano i suoi per un
istante, parevano promettergli una gioia ineffabile che nella vita lui
non aveva trovato. «Io so dov’è,» sembravano dire «potrei
mostrartela!». Gli sarebbe piaciuto evocare l’ombra della giovane
Mrs Forrester, come la negromante di Endor aveva evocato quella di
Samuele, e strapparle il segreto di quel fuoco; domandarle se avesse
scoperto davvero una gioia che non appassiva mai, non si spegneva
mai, non cessava mai di toccarti il cuore – o se fosse soltanto
un’attrice consumata. Probabilmente Mrs Forrester non aveva
scoperto nulla che gli altri già non conoscessero, ma aveva sempre
avuto il potere di suggerire cose infinitamente più leggiadre di lei
stessa, come il profumo di un unico fiore può recare in sé tutta la
fragranza della primavera.
Destino volle che Niel avesse ancora una volta notizie di quella
perduta signora. Una sera, mentre entrava nella sala da pranzo di un
albergo di Chicago, gli si avvicinò un uomo dalle spalle larghe e il
viso franco e abbronzato che gli si presentò come uno dei ragazzi di
Sweet Water.
«Sono Ed Elliott, e tu sei proprio tu! Che ne dici di mangiare
insieme? Ho promesso a una tua vecchia conoscenza di farti avere
un messaggio, se mai ti avessi incontrato. Ti ricordi di Mrs Forrester?
Ebbene, l’ho rivista dodici anni dopo la sua partenza da Sweet
Water - a Buenos Aires». Si sedettero e ordinarono la cena.
«Mi trovavo in Sudamerica per lavoro. Sono ingegnere
minerario, e ho vissuto per qualche tempo a Buenos Aires. Una sera
ero al bar di un grande albergo in cui davano un ricevimento: sono
uscito dal locale proprio nel momento in cui un’automobile si
fermava davanti all’entrata. Non ci ho fatto caso finché una delle
signore non è scoppiata a ridere: l’ho riconosciuta dalla risata –
quella non era cambiata affatto. Era tutta impellicciata e portava un
foulard, ma mi è bastato vederle gli occhi per essere sicuro. Così
sono andato a parlarle: sembrava contenta di vedermi, mi ha fatto
entrare in albergo ed è rimasta con me finché il marito non l’ha
trascinata a cena. Oh, sì, si era risposata – con un vecchio inglese
ricco ed eccentrico che si chiamava Henry Collins. Era nato lì, mi
spiegò lei, ma lo aveva conosciuto in California. Mi raccontò che
vivevano in una grande fazenda, ed erano venuti in città in
macchina. Poi ho fatto delle indagini e ho scoperto che il vecchio era
un tipo davvero originale; era già stato sposato due volte, una volta
con una brasiliana. Di lui si diceva che era ricco ma rissoso e
piuttosto spilorcio. Sua moglie, però, non sembrava mancare di
nulla.
Possedevano una bella automobile francese, e lei viaggiava con la
sua cameriera personale, mentre lui aveva un valletto. No, non era
cambiata molto, meno di quanto immagini. Certo aveva un trucco
pesante, come usa la maggior parte delle donne di laggiù: cipria a
volontà e anche un po’ di rossetto, mi pare. I capelli erano neri, più
neri di come li ricordassi, sembravano tinti. Mi ha invitato ad andarli
a trovare nella loro tenuta, e lo stesso ha fatto il vecchio quando è
venuto a prenderla. Dopo avermi chiesto notizie di tutti mi ha detto:
“Se mai dovessi incontrare Niel Herbert, salutalo da parte mia, e
digli che penso spesso a lui“. Poi ha aggiunto: ”Digli che le cose si
sono messe bene per me: Mr Collins è un marito premurosissimo“.
Di ritorno dal Sudamerica ti ho telefonato nel tuo studio di New
York, ma eri in Europa. Si era ripresa in modo a dir poco
sorprendente: e pensare che prima di andar via da Sweet Water era
un rottame!».
«Credi che sia ancora viva?» domandò Niel. «Quasi quasi
l’andrei a trovare».
«No, è morta circa tre anni fa, lo so per certo. Dopo la sua
partenza da Sweet Water, il giorno dei Caduti, dovunque si trovasse
mandava puntualmente un assegno all’Associazione dei veterani per
far mettere dei fiori sulla tomba del capitano Forrester. Tre anni fa è
arrivata una lettera del vecchio inglese con un deposito per la tomba
del capitano “in memoria della mia defunta moglie, Marian
Forrester Collins“».
«Allora possiamo esser certi che si è preso cura di lei sino alla
fine» disse Niel. «Sia ringraziato il Signore!».
«Sapevo che l’avresti presa così» disse Ed Elliott, mentre un
empito di emozione gli infiammava il viso. «E’ quello che ho pensato
anch’io!».
Fine
 
1)
Letteralmente «edera velenosa». Gioco di
parole tra «Ivy», il nome del ragazzo, e poison
ivy, «edera del Canada» [N‘d’T’].  ↵