Sei sulla pagina 1di 172

Il libro

O
hio, 1941. Pecola Breedlove, una ragazzina nera che i
poverissimi e disgraziati genitori non sono più in grado di
mantenere, viene affidata a una modesta ma dignitosa famiglia
di colore e presto fa amicizia con le due bambine di casa, Frieda e
Claudia, con le quali trascorre le sue giornate. Vittima continua di
scherni e maltrattamenti, priva dell’affetto di chi dovrebbe crescerla, e
invece abusa della sua innocenza, Pecola prega Dio perché le doni un
paio di occhi azzurri. Un desiderio straziante, che l’accompagnerà fino a
quando la sua giovane, povera esistenza volgerà alla svolta più
drammatica, segnando irreversibilmente il suo destino.
L’autrice

TONI MORRISON, premio Nobel per la letteratura nel 1993, è nata a


Lorain, Ohio, nel 1931. Docente di Letteratura inglese e Scrittura
creativa presso diverse università e per molti anni editor della casa
editrice Random House di New York, è autrice di romanzi che sono
ormai pietre miliari della letteratura americana, tutti pubblicati in Italia
da Frassinelli. Nel 2012 il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama le
ha consegnato la Presidential Medal of Freedom.
Toni Morrison

L’OCCHIO PIÙ AZZURRO

Traduzione di Luisa Balacco


Cura e postfazione di Franca Cavagnoli
Ai due
che mi diedero la vita
e a chi
mi rese libera
Ecco la casa. È verde e bianca. Ha una porta rossa. È molto carina. Ecco la
famiglia. Mamma, papà, Dick e Jane vivono nella casa verde e bianca. Sono
molto felici. Guarda Jane. Ha un vestito rosso. Vuole giocare. Chi vuole
giocare con Jane? Guarda il gatto. Fa miao-miao. Vieni a giocare. Vieni a
giocare con Jane. Il gattino non vuole giocare. Guarda la mamma. La mamma
è molto bella. Mamma, vuoi giocare con Jane? La mamma ride. Ridi,
mamma, ridi. Guarda il papà. È grande e forte. Papà, vuoi giocare con Jane?
Il papà sorride. Sorridi, papà, sorridi. Guarda il cane. Bau-bau fa il cane. Vuoi
giocare con Jane? Guarda il cane che corre. Corri, cane, corri. Guarda,
guarda. Ecco che arriva un amico. L’amico vuole giocare con Jane. Faranno
un bel gioco. Gioca, Jane, gioca.

Ecco la casa è verde e bianca ha una porta rossa è molto carina ecco la
famiglia mamma papà dick e jane vivono nella casa verde e bianca sono
molto felici guarda jane ha un vestito rosso vuole giocare chi vuole giocare
con jane guarda il gatto fa miao-miao vieni a giocare vieni a giocare con jane
il gattino non vuole giocare guarda la mamma la mamma è molto bella
mamma vuoi giocare con jane la mamma ride ridi mamma ridi guarda il papà
è grande e forte papà vuoi giocare con jane il papà sorride sorridi papà sorridi
guarda il cane bau-bau fa il cane vuoi giocare con jane guarda il cane che
corre corri cane corri guarda guarda ecco che arriva un amico l’amico vuole
giocare con jane faranno un bel gioco gioca jane gioca

Eccolacasaèverdeebiancahaunaportarossaèmoltocarinaeccolafamigliamam
mapapàdickejanevivononellacasaverdeebiancasonomoltofeliciguardajanehau
nvestitorossovuolegiocarechivuolegiocareconjaneguardailgattofamiaomiaovie
niagiocarevieniagiocareconjaneilgattinononvuolegiocareguardalamammalam
ammaèmoltobellamammavuoigiocareconjanelamammarideridimammaridigua
rdailpapàègrandeefortepapàvuoigiocareconjaneilpapàsorridesorridipapàsorrid
iguardailcanebaubaufailcanevuoigiocareconjaneguardailcanechecorrecorrican
ecorriguardaguardaeccochearrivaunamicolamicovuolegiocareconjanefaranno
unbelgiocogiocajanegioca
Nessuno ne parla, ma nell’autunno del 1941 non ci furono calendole.
Pensavamo, a quel tempo, che non crescessero perché Pecola aspettava un
bambino dal padre. Un rapido esame e molta malinconia in meno ci
avrebbero mostrato che non erano solo i nostri semi a non germogliare, ma
anche quelli degli altri. Quell’anno neppure nei giardini di fronte al lago
spuntarono calendole. Ma eravamo così preoccupate per la salute e la
nascita del bambino di Pecola da non pensare che alla nostra magia: se
piantavamo i semi pronunciando le parole giuste, sarebbero fioriti e tutto
sarebbe andato bene.
Passò molto tempo prima che io e mia sorella ammettessimo con noi
stesse che dai nostri semi non sarebbe sbocciato nessun germoglio. Quando
ce ne rendemmo conto, i nostri sensi di colpa furono alleviati solo dalle liti e
dalle reciproche accuse su chi fosse la responsabile. Per anni pensai che mia
sorella avesse ragione: era stata colpa mia. Li avevo piantati troppo in
profondità. A nessuna delle due venne mai in mente che invece poteva essere
sterile il terreno. Avevamo sparso i nostri semi nel nostro piccolo
appezzamento di terra nera, come il padre di Pecola aveva sparso i suoi nel
suo appezzamento di terra nera. La nostra innocenza e la nostra fiducia non
furono più fruttuose della sua lussuria o della sua disperazione. Adesso è
chiaro che di tutta quella speranza, paura e lussuria, dell’amore e del dolore,
nulla rimane se non Pecola e il terreno sterile. Cholly Breedlove è morto; la
nostra innocenza anche. I semi sono avvizziti e morti; il suo bambino anche.
Non c’è davvero nient’altro da dire – eccetto il perché. Ma siccome è
difficile spiegare il perché, ci si deve rifugiare nel come.
Autunno
Le suore passano quiete come la lussuria, e gli ubriachi dagli occhi sobri
cantano nell’atrio del Greek Hotel. Rosemary Villanucci, l’amica della porta
accanto che abita sopra il caffè di suo padre, mangia pane e burro seduta in
una Buick del 1939. Abbassa il finestrino per dire a me e a mia sorella Frieda
che non possiamo salire. Noi la fissiamo e vorremmo la sua fetta di pane, ma
ancor di più vorremmo strapparle quell’arroganza dagli occhi e frantumarle
l’orgoglio del possesso che le storce la bocca mentre mastica. Appena
scenderà dalla macchina la prenderemo a botte, le faremo segni rossi sulla
pelle bianca e lei piangerà chiedendoci se vogliamo che si tiri giù le mutande.
Le diremo di no. Se lo facesse non sappiamo cosa proveremmo o come
reagiremmo, ma ogni volta che ce lo chiede sappiamo che ci offre qualcosa di
prezioso, e noi dobbiamo affermare il nostro orgoglio rifiutando di accettare.
È iniziata la scuola, a me e a Frieda danno nuove calze marroni e olio di
fegato di merluzzo. I grandi parlano della Zick’s Coal Company con voci
aspre e stanche e la sera ci portano lungo i binari a raccogliere da terra
pezzetti di carbone per riempire ruvidi sacchi di iuta. Poi torniamo a casa
voltandoci a guardare i grossi carichi di tizzoni incandescenti e fumanti
mentre li gettano nel borro lungo l’acciaieria. Il fuoco morente accende il
cielo di un opaco bagliore arancione. Frieda e io restiamo indietro a guardare
quella chiazza di colore avvolta di nero. Dopo il vialetto di ghiaia, quando i
piedi affondano nell’erba secca del prato, è impossibile non rabbrividire.
La nostra casa è vecchia, fredda e verde. Di notte una lampada a cherosene
illumina solo una grande stanza; le altre sono avviluppate dal buio, popolate
di blatte e topi. Con noi gli adulti non parlano – ci danno direttive.
Impartiscono ordini senza fornire informazioni. Se inciampiamo e cadiamo ci
guardano storto; se ci tagliamo o ci copriamo di lividi chiedono dove
abbiamo la testa. Quando siamo raffreddate, scrollano il capo indignati per la
nostra imprudenza. Ma come volete che si combini qualcosa, ci chiedono, se
siete sempre ammalate? Non sappiamo rispondere. Curano le nostre malattie
con disprezzo, sciroppo nero e disgustoso, e olio di ricino che annebbia la
mente.
Un giorno, dopo essere andata a raccogliere carbone, tossisco forte coi
bronchi già intasati di catarro, e mia madre si acciglia: «Gesù mio! Subito a
letto. Quante volte ti devo dire di metterti qualcosa in testa? Non hai un
briciolo di cervello. Frieda? Prendi degli stracci e copri quella finestra».
Frieda copre di nuovo la finestra. Io mi trascino a letto, piena di rimorso e
autocommiserazione. Mi corico senza vestito, il metallo del reggicalze nero
mi fa male, ma non posso toglierlo perché fa troppo freddo per stare senza
calze. Ci vuole un mucchio di tempo perché il mio corpo riesca a scaldarsi un
cantuccio nel letto. Una volta disegnata una sagoma di calore, non oso più
muovermi, perché a mezzo centimetro da me, tutt’attorno, fa freddo. Nessuno
mi parla o mi chiede come sto. Dopo un paio d’ore arriva mia madre. Ha
mani grosse e ruvide e quando mi spalma il Vicks sul petto rimango
paralizzata dal dolore. Ne prende due ditate alla volta massaggiandomi fino a
farmi svenire. E quando sto per cacciare un urlo, immerge l’indice nella
pomata e me lo ficca in bocca obbligandomi a ingoiare. Un panno caldo di
flanella mi avvolge collo e petto. Mi ordina di sudare sotto le trapunte
pesanti, e io eseguo – subito.
Dopo un po’ rigetto, allora mia madre dice: «Perché diavolo hai vomitato
sulle coperte? Neanche il buon senso di tirar fuori la testa. Guarda qui cos’hai
combinato. Non ho forse altro da fare, io, che pulire il tuo vomito?»
Dal cuscino il vomito scivola sulle lenzuola: grigioverde, con macchie
arancioni. Si muove come l’interno di un uovo crudo, rimanendo
testardamente aggrappato alla sua massa, rifiutando di staccarsi e di farsi
togliere. Come può, mi chiedo, essere tanto composto e tenace al tempo
stesso?
Mia madre continua a borbottare. Non si rivolge a me. Si rivolge al mio
vomito, ma lo chiama col mio nome: Claudia. Lo pulisce come meglio può e
getta un asciugamano ruvido sull’ampia chiazza bagnata. Mi corico di nuovo.
Gli stracci sono scivolati giù dalla finestra rotta, e l’aria è fredda. Non oso
chiamare ancora mia madre né ho voglia di abbandonare il mio tepore. La sua
rabbia mi umilia: le sue parole m’infiammano le guance e piango. Non mi
rendo conto che non è arrabbiata con me, ma con la mia malattia. Credo
invece che disprezzi la mia debolezza per essermi fatta «beccare» dalla
malattia. D’ora in poi non mi ammalerò più: mi rifiuterò! Ma per ora piango.
So che così mi colerà ancora di più il naso, ma non riesco a smettere.
Entra mia sorella. Ha gli occhi pieni di dolore. Si mette a cantare:
«Quando i giardini assopiti dal viola acceso sono rapiti, c’è qualcuno che mi
pensa…» a Io sonnecchio pensando alle prugne, ai giardini e a «qualcuno».
Ma è stato davvero così? Doloroso come nel ricordo? Solo un poco. O
meglio, è stato un dolore fecondo, che ha dato i suoi frutti. L’amore, denso e
scuro come lo sciroppo Alaga, si è insinuato dal vetro rotto. Ne sentivo
l’odore – il sapore – dolce, stantio e con una punta acre di gaulteria alla base,
per tutta la casa. Si attaccava, come la mia lingua, ai vetri ghiacciati della
finestra. Mi rivestiva il petto assieme alla pomata, e se nel sonno il panno di
flanella scivolava via, curve chiare e nitide nell’aria ne rivelavano la presenza
sulla mia gola. E di notte, quando la tosse era secca e forte, qualcuno entrava
nella stanza con passi felpati, mi aggiustava il panno di flanella, rimboccava
la trapunta e per un istante mi posava una mano sulla fronte. Così, quando
penso all’autunno, penso alle mani di qualcuno che non vuole che io muoia.
Era autunno anche quando arrivò Mr Henry. Il nostro inquilino. Il nostro
inquilino. Queste parole ci uscivano dalle labbra e ci aleggiavano in testa –
silenziose, scandite e piacevolmente misteriose. Parlando del suo arrivo mia
madre era tutta vivace e soddisfatta.
«Sapete chi è», diceva alle amiche. «Henry Washington. Quello che
viveva con Miss Della Jones sulla Tredicesima Strada. Ma adesso lei è troppo
svampita per stargli dietro. Così lui cerca un’altra casa.»
«Davvero?» le amiche non nascondono la loro curiosità. «Volevo proprio
vedere quanto ci resisteva con quella. Dicono che è ridotta male, metà delle
volte non lo riconosce, e come lui tutti gli altri.»
«Be’, quel negro vecchio e pazzo che s’era sposata non le ha fatto granché
bene.»
«Avete sentito cosa diceva in giro quando l’ha lasciata?»
«Mmm, no. Cosa?»
«Be’, se l’è squagliata con quella civetta di Peggy… quella di Elyria,
sapete.»
«Una delle ragazze di Bessie, la vecchia fannullona?»
«Sì, proprio quella. Be’, gli hanno chiesto perché aveva lasciato una a
posto come Della, tutta casa e chiesa, per una donnaccia simile. Lo sapete,
no, Della teneva la casa come uno specchio. E lui diceva che lo giurava
davanti a Dio, ma l’unico motivo era che non ne poteva più di tutta
quell’acqua di violetta che usava Della Jones. Diceva che voleva una donna
con l’odore di donna. Che Della era troppo pulita per lui.»
«Che figlio d’un cane! Vecchio bastardo!»
«Puoi dirlo forte! Che razza di ragionamento!»
«Già. Certi uomini sono solo dei bastardi.»
«È per quello che s’è ridotta così?»
«Niente di più facile. Ma lo sapete anche voi, nessuna di loro era molto
sveglia. Ve la ricordate Hattie, quella che rideva sempre? Non ha mai avuto
tutte le rotelle a posto. E quella loro zia Julia è ancora lì che parla da sola su e
giù per la Sedicesima.»
«Non l’hanno ancora rinchiusa?»
«No. Il tribunale non s’è voluto interessare. Hanno detto che tanto non
faceva male a nessuno.»
«Be’, a me sì. Provateci voi ad alzarvi alle cinque e mezzo del mattino e
incontrare quella vecchia strega che barcolla di qua e di là col suo cappellino,
poi vediamo se non vi prende un colpo. Per carità!»
Ridono.
Io e Frieda laviamo i barattoli di vetro. Non sentiamo le loro parole, ma
quando i grandi parlano li ascoltiamo stando attente alle loro voci.
«Be’, spero proprio che non mi faranno andare in giro in quel modo
quando sarò vecchia. Che vergogna!»
«Che ne sarà di Della? Non ce l’ha una famiglia?»
«Verrà sua sorella dal North Carolina per prendersi cura di lei. Ma
secondo me vuole mettere le mani sulla casa.»
«Ma dai, piantala. Questa sì che è una cattiveria bella e buona.»
«Vuoi scommetterci? Henry Washington dice che Della e sua sorella non
si vedevano da quindici anni.»
«E io che pensavo, quello un giorno o l’altro se la sposa.»
«Quella vecchia?»
«Be’, anche Henry non è più un galletto.»
«No, ma non è neanche un barbagianni.»
«E già stato sposato?»
«No.»
«Come mai? Gliel’hanno tagliato?»
«Ma va’, è lui che ha la puzza sotto il naso.»
«No che non ce l’ha. Perché secondo voi qua in giro c’è forse qualcuna da
sposare?»
«Be’… no.»
«Lui è uno che sa quel che fa. È un gran lavoratore con la testa sul collo.
Spero che andrà tutto bene.»
«Puoi starne certa. Quanto gli prendi?»
«Cinque dollari ogni quindici giorni.»
«Sarà un bell’aiuto per te.»
«Mi sa proprio di sì.»

La loro conversazione è come una danza lieve e maliziosa: un suono ne


incontra un altro, s’inchina, freme e si ritira. Arriva un suono nuovo, subito
seguito da un altro ancora: i due volteggiano insieme, poi si fermano. A volte
le loro parole si muovono in spirali vorticose, a volte a balzi frenetici, e sono
sempre costellate di risate calde e palpitanti – come i battiti di un cuore di
gelatina. Frieda e io riusciamo a cogliere ogni tensione, ogni sferzata, ogni
minima sfumatura nelle loro emozioni. Non sappiamo il significato di tutte le
loro parole, non lo capiamo, perché abbiamo nove e dieci anni. Così
osserviamo i volti, le mani, i piedi, e ascoltiamo cercando la verità nel timbro
della voce.
Così quando arrivò Mr Henry, un sabato sera, lo annusammo. Aveva un
buon profumo. Di crema antirughe al limone e alle erbe, di olio per capelli e
di briciole di caramelle balsamiche.
Sorrideva molto, mostrando piccoli denti regolari divisi davanti da una
fessura amichevole. Nessuno presentò me e Frieda – ci indicarono appena,
con noncuranza. Come a dire, qui c’è il bagno, là il guardaroba e queste sono
le mie bambine, Frieda e Claudia; attenzione a quella finestra, non si apre
bene.
Lo guardammo con la coda dell’occhio, senza parlare e senza aspettarci
che parlasse lui. Ma solo che facesse un cenno, come aveva fatto con il
guardaroba, una volta saputo della nostra esistenza. Invece, con nostra grande
sorpresa, ci rivolse la parola.
«Ciao. Tu devi essere Greta Garbo e tu Ginger Rogers.»
Ridacchiammo. Persino mio padre non poté trattenere un sorriso.
«Lo volete un penny?» Tirò fuori una moneta luccicante. Frieda abbassò la
testa, troppo contenta per rispondere, io allungai la mano per prenderla. Ed
ecco che fece schioccare le dita e la moneta scomparve. Il nostro stupore si
coronò di gioia. Iniziammo a frugarlo dappertutto, infilandogli le dita nei
calzini, cercando nella fodera della giacca. Se la felicità è attesa unita a
certezza, allora eravamo felici. E mentre aspettavamo che la moneta saltasse
fuori, sapevamo di divertire la mamma e il papà. Il papà sorrideva e gli occhi
della mamma si addolcivano seguendo le nostre mani frenetiche sul corpo di
Mr Henry.
Lo amavamo. E malgrado quanto accadde in seguito, non ci fu mai
amarezza nei nostri ricordi.
Lei dormiva nel letto con noi. Frieda sul lato esterno perché è coraggiosa –
non le è mai venuto in mente che, dormendo con la mano penzoloni oltre il
bordo del letto, «qualcosa» potrebbe strisciare fuori da sotto e staccarle le dita
a morsi. Io dormo vicino al muro perché a me è venuto in mente. Pecola,
quindi, non poteva che dormire in mezzo.
Due giorni prima la mamma ci aveva annunciato l’arrivo di una «novità»:
una bambina che non sapeva dove andare. Il tribunale l’aveva affidata a noi
per qualche giorno, finché avessero deciso il da farsi, anzi, più esattamente,
finché la famiglia si fosse riunita. Dovevamo essere gentili con lei e non
bisticciare. La mamma non capiva «cosa gli prende alla gente», ma quel
vecchio bastardo di Breedlove aveva dato fuoco alla casa e preso a botte la
moglie e, come risultato, erano finiti tutti quanti in mezzo alla strada.
La strada, lo sapevamo bene, era il terrore di chiunque. A quei tempi finire
in mezzo alla strada era una minaccia sempre in agguato, che moderava
qualsiasi forma di eccesso. Bastava mangiare troppo, o usare troppo carbone.
C’era chi ci finiva, invece, perché si giocava tutto, o se lo beveva. Qualche
volta era la madre a sbatterci il figlio e, quando succedeva, qualunque cosa
lui avesse combinato, stavano tutti dalla sua parte: era finito in mezzo alla
strada e per colpa della madre. Tutt’altra storia invece, quando a farlo era il
padrone di casa – una tragedia, ma anche uno dei tanti aspetti della vita su cui
non si aveva controllo, perché non si poteva avere controllo sui propri
guadagni. Ma essere così scapestrati da finirci da soli, o così crudeli da farci
finire un consanguineo, quello sì che era un crimine.
C’è una bella differenza tra finire in strada e vivere in mezzo alla strada.
Se si finisce in strada si cerca un altro posto; se si vive in mezzo alla strada
un altro posto non esiste. La distinzione era sottile ma determinante. In mezzo
alla strada significava la fine di qualcosa, era una realtà fisica e irreversibile
che definiva e completava la nostra condizione metafisica. Poiché eravamo
una minoranza sia per casta sia per classe, non potevamo che muoverci ai
margini della vita, lottando per rafforzare le nostre debolezze e tirare avanti,
oppure per infilarci, uno alla volta, tra le sue pieghe. Avevamo imparato,
tuttavia, a convivere con la marginalità della nostra esistenza, forse perché
era astratta. Ritrovarsi in mezzo alla strada, invece, era un’esperienza
concreta – la stessa differenza c’è tra l’idea della morte e morire davvero. Si è
morti per sempre, e in mezzo alla strada si rimane.
La consapevolezza di un simile rischio alimentò in noi un desiderio
insaziabile di avere, di possedere. Essere proprietari di un cortile, una
veranda, una pergola. Quando un nero possedeva un nido, gli dedicava tutto il
suo amore, tutte le sue energie. Come un uccello frenetico, disperato, rifiniva
all’eccesso ogni particolare, si affannava e si agitava per quella casa
guadagnata a fatica; passava l’estate a far conserve e marmellate per riempire
credenze e scaffali; spennellava, spazzava e spolverava ogni angolo. E queste
case splendevano tra quelle in affitto come girasoli tra le erbacce. I neri in
affitto lanciavano sguardi furtivi ai cortili e alle verande, giurando a se stessi
che anche loro prima o poi avrebbero comprato «un bel posticino». Intanto
campavano a stento in quelle catapecchie prese in affitto, risparmiando e
raggranellando tutto quello che potevano, in attesa del momento della
proprietà.
Cholly Breedlove, dunque, un nero affittuario, sbattuta la famiglia in
mezzo alla strada, si era catapultato al di sotto di ogni considerazione umana.
Era diventato simile a una bestia; era ormai un cane bastardo, un verme, un
porco lurido negro. Mrs Breedlove viveva dalla signora per cui lavorava; il
ragazzo, Sammy, stava presso un’altra famiglia; e Pecola doveva venire da
noi. Cholly era in galera.
Arrivò senza niente. Neppure un sacchetto di carta con il vestito di
ricambio, la camicia da notte, o due paia di mutandoni di cotone grezzo. Si
presentò in compagnia di una donna bianca e si mise a sedere.
Quei pochi giorni in cui Pecola rimase con noi ci divertimmo. Frieda e io
smettemmo di litigare e ci concentrammo sulla nostra ospite, cercando con
tutte le forze di non farla sentire in mezzo alla strada.
Scoprimmo che non aveva la minima intenzione di comandarci, e iniziò a
piacerci. Si metteva a ridere ogni volta che facevo il pagliaccio, e sorrideva
accettando con gratitudine il cibo che mia sorella le offriva.
«Vuoi dei biscotti?»
«Boh!»
Frieda le portò quattro biscotti su un piattino e del latte in una tazza bianca
e blu con sopra Shirley Temple. Rimase un mucchio di tempo lì col latte,
incantata a guardare il viso di Shirley Temple con quelle sue fossette. Lei e
Frieda si divertirono a ripetere quanto fosse beeella Shirley Temple. Io non
potei unirmi alla loro venerazione: la odiavo. Non perché era bella, ma perché
ballava con Bojangles, che era il mio amico, il mio zietto, il mio papà, e che
avrebbe dovuto piantare tutto e venire a giocare con me. Invece eccolo a
divertirsi e a danzare come se avesse le ali ai piedi con una di quelle
mocciosette bianche a cui non scivolano mai i calzini sotto i talloni. Così
dissi: «A me piace Jane Withers».
Mi fissarono sbigottite rinunciando a capirmi, e continuarono a pensare a
quella brutta strabica di Shirley.
Essendo più giovane sia di Frieda sia di Pecola, non ero ancora giunta a
quella svolta nel mio sviluppo psichico che mi avrebbe permesso di amarla.
Ciò che provavo a quei tempi era un odio accecante. Ma in precedenza avevo
provato per tutte le Shirley Temple del mondo un sentimento molto più
singolare e spaventoso dell’odio.
Tutto era cominciato a Natale, con le bambole come regalo. Il regalo per
eccellenza infatti, quello più bello e prezioso, era sempre una grande bambola
dagli occhi azzurri. Dai bisbigli soffocati degli adulti capii che la bambola
rappresentava ciò che ritenevano il mio più grande desiderio e ne rimasi
sconcertata. Che cosa dovevo farmene? Far finta di esserne la madre? Non
provavo nessun interesse né per i neonati né per l’idea di maternità. Mi
interessavano solo gli esseri umani della mia età e delle mie dimensioni, e
l’idea di diventare madre non suscitava in me il minimo entusiasmo.
Maternità significava vecchiaia e altre possibilità remotissime. Imparai
subito, tuttavia, che cosa avrei dovuto fare con la bambola: dovevo cullarla,
creare intorno a lei un mondo fantastico e persino dormirci insieme. I libri
illustrati erano zeppi di bambine che dormivano con le loro bambole. Di
solito erano bambole di una marca famosa, ma per me quelle erano fuori
discussione. Provavo una repulsione fisica e una paura inconfessabile per
quegli occhi tondi e inespressivi, la faccia a frittella e i capelli come
lombrichi arancioni.
Quanto agli altri tipi di bambola, che avrebbero dovuto suscitare in me un
sentimento di grande piacere, facevano l’esatto contrario. Quando me ne
portavo una nel letto, le sue membra dure e rigide respingevano la mia carne,
le dita affusolate di quelle mani grassocce mi graffiavano. Se mi rigiravo nel
sonno sbattevo la testa contro la sua, fredda come quella di un morto. Era la
peggior compagna di letto, fatta apposta per essere scomoda e aggressiva. E
altrettanto deludente era prenderla tra le braccia: un pizzo o un velo
inamidato del vestitino di cotone impedivano qualsiasi abbraccio. Avevo un
solo desiderio: smembrarla. Per vedere di che cosa era fatta, scoprire il
segreto che la rendeva così bella e preziosa agli occhi di tutti, tranne che ai
miei. Poiché gli adulti, le ragazze più grandi, i negozi, le riviste, i giornali e i
cartelli esposti nelle vetrine – il mondo intero insomma – non avevano dubbi:
il sogno di ogni bambina era una bambola con gli occhi azzurri, i capelli
biondi e la pelle rosa. «Ecco», dissero, «questa è bellissima, e se oggi fai la
brava sarà tua.» Le toccai il viso meravigliandomi delle sopracciglia
disegnate con un solo tratto; picchiettai i denti perlacei, inseriti come due tasti
di pianoforte tra labbra rosse e a bolina. Seguii col dito la linea del naso
all’insù, scrutai a lungo gli occhi di vetro azzurri e intrecciai i capelli biondi.
Non avrei mai potuto amarla. Potevo soltanto esaminarla per scoprire che
cosa il mondo intero considerasse tanto bello. Le spezzai le dita minuscole e
le piegai i piedini piatti, le sciolsi i capelli e forzai la testa all’indietro finché
l’oggetto emise un suono – il suono che doveva essere il suo modo dolce e
lagnoso di dire «mamma», ma che a me parve piuttosto il belato di un agnello
morente, o meglio, la porta della nostra ghiacciaia quando a luglio scricchiola
sui cardini arrugginiti. Le cavai gli occhi freddi e spenti: «Ueeee», continuava
a belare. Staccai la testa e feci uscire la segatura, le ruppi la schiena contro la
testata d’ottone del letto: continuava a belare. La schiena di garza si strappò,
e vidi un dischetto a sei fori, il segreto del suono. Nient’altro che un cerchio
di metallo.
I grandi si accigliavano arrabbiati: «Non-hai-rispet-to-per-niente. In-vita-
mia-non-ho-mai-avuto-una-bambola-e-ho-pianto-tutte-le-mie-lacrime-per-
averla. Tu-invece-ne-avevi-una-bellissima-e-guarda-comel’hai-conciata…
cosa-ti-passa-per-la-testa?»
Com’erano offesi! La loro distaccata autorità quasi scoppiava in lacrime.
Nelle loro voci spiccava l’emozione di anni di desideri mai esauditi. Non
sapevo come mai distruggevo quelle bambole, ma sapevo che mai nessuno
mi aveva chiesto cosa volevo per Natale. Se un adulto in grado di esaudire le
mie preghiere mi avesse presa sul serio chiedendomi cosa volevo, avrebbe
saputo che non desideravo niente per me, nessun oggetto da possedere. Quel
che volevo era trascorrere il giorno di Natale provando delle sensazioni. La
domanda giusta sarebbe stata: «Piccola Claudia, come vorresti passare il
Natale?» E io avrei risposto: «Voglio stare seduta sullo sgabello nella cucina
di Big Mama, la nonna, con il grembo pieno di lillà, e ascoltare il nonno, Big
Papa, che suona il violino soltanto per me». Lo sgabello basso, su misura per
me, il calore e la sicurezza della cucina di Big Mama, il profumo dei lillà, la
melodia della musica e magari, dopo, anche il gusto di una pesca, perché
sarebbe stato bello coinvolgere tutti i sensi.
Sentivo invece il sapore e l’odore pungente delle tazze e dei piattini di
latta, usati soltanto in quelle merende che tanto mi annoiavano. Guardavo
invece con odio i vestiti nuovi, che prima di essere indossati esigevano un
insopportabile bagno nel mastello zincato. Scivolare sullo zinco, senza
neppure il tempo per giocare o rimanere un po’ a mollo, perché l’acqua
diventava subito gelida, neppure il tempo di goderci la nostra nudità, ma
soltanto di far correre rivoli di acqua insaponata giù tra le gambe. Poi gli
asciugamani ruvidi e la spaventosa, umiliante assenza di sporco. La banale ed
esasperante pulizia. Via le macchie d’inchiostro da gambe e faccia, tutte le
mie creazioni accumulate durante la giornata spazzate via e sostituite dalla
pelle d’oca.
Distruggevo le bambole bianche.
Eppure smembrare le bambole non era così terribile. La cosa davvero
terrificante era che provavo gli stessi impulsi nei confronti delle bambine
bianche. L’indifferenza con cui avrei potuto farle a brandelli era scossa solo
dal desiderio di farlo davvero. Per scoprire quel che mi sfuggiva: il segreto
della magia che incantava gli altri. Cosa spingeva tutti, tranne me, a guardarle
ed esclamare: «Ohhhhh!»? Le donne nere sgranavano gli occhi quando per
strada si imbattevano in una di loro, e quando le sfioravano il loro tocco era
dolcemente possessivo.
Se le pizzicavo, gli occhi – a differenza dello scintillio inebetito degli
occhi delle bambole – si stringevano per il male, e il loro urlo non era il
rumore della porta di una ghiacciaia, ma un seducente urlo di dolore. Quando
appresi quanto fosse ripugnante questa violenza disinteressata, ripugnante
proprio perché disinteressata, la vergogna si dibatté in cerca di un riparo. Il
miglior nascondiglio fu l’amore. Che causò la conversione di un sadismo
incontaminato in odio costruito, poi in amore ingannevole. Era un piccolo
passo verso Shirley Temple. Molto tempo dopo imparai ad adorarla, come
imparai ad apprezzare la pulizia, consapevole, anche mentre imparavo, che
cambiando mi adattavo senza migliorare.

«Tre litri di latte. Ecco cosa c’era ieri nella ghiacciaia. Tre litri interi. E
adesso, spariti. Neanche una goccia. Non m’importa se la gente arriva e si
prende quel che gli pare, ma tre litri di latte! Cosa diavolo se ne fa una di tre
litri di latte?»
La «gente» a cui mia madre alludeva era Pecola. Noi tre, Pecola, Frieda e
io, la ascoltavamo mentre giù in cucina s’infuriava per tutto il latte che aveva
bevuto Pecola. Noi sapevamo che andava matta per la tazza di Shirley
Temple e che appena poteva beveva del latte solo per tenerla in mano e
guardare il viso della dolce Shirley. Mia madre sapeva che Frieda e io
odiavamo il latte e credeva che Pecola lo bevesse per gola. Di certo non stava
a noi contraddirla.
Con i grandi non attaccavamo discorso, rispondevamo alle loro domande.
Sedevamo là, vergognandoci degli insulti di cui veniva coperta la nostra
amica: io mi fregavo tra le dita dei piedi, Frieda si puliva le unghie con i denti
e Pecola si passava un dito sulle cicatrici del ginocchio – la testa piegata di
lato. Ogni volta i soliloqui affannati di mia madre ci irritavano e ci
deprimevano. Erano interminabili, offensivi, e sebbene indiretti (la mamma
non faceva mai nomi – si limitava a dire «la gente» e «qualcuno»),
estremamente fastidiosi con quelle loro frecciatine. Continuava così per ore
intere, collegando un’offesa all’altra, fino a che non aveva sputato fuori tutti i
suoi crucci. Poi, dopo essersela presa con tutto e con tutti, intonava una
canzone e cantava per il resto della giornata. Ma passava così tanto tempo
prima che si mettesse a cantare! Nel mentre, con lo stomaco a pezzi e il viso
in fiamme, ascoltavamo, evitando di guardarci negli occhi, e ci fregavamo tra
le dita dei piedi e così via.
«…Che si credono che ci sto a fare qui, mica è una mensa di beneficenza.
È ora di piantarla: basta dare, bisogna cominciare a prendere. Tanto lo so che
prima o poi mi ritrovo con un pugno di mosche. Mi ritrovo al ricovero. Non
c’è verso, è la fine che farò. La gente non fa che pensare a come farmi finire
al ricovero. E poi ho il mio da fare, io, con una bocca in più da sfamare.
Come se non bastassero tutte le grane che avevo già per dar da mangiare ai
miei e stare alla larga dal ricovero, ecco che me ne arriva un’altra che non fa
che bermi tutto quel che trova. Be’, quando è troppo è troppo. Finché ho
ancora un po’ di forza e la lingua per parlare. C’è un limite a tutto. Non ho
roba da gettare io. Nessuno ha bisogno di bersi tre litri di latte. Nemmeno
Henry Ford. Questo sì che è peccato. E pensare che faccio tutto quel che
posso per gli altri. Nessuno può dire di no. È ora di finirla e la faccio finire io.
La Bibbia non dice solo pregate, dice anche vegliate. La gente ti molla i figli
e poi si fa gli affari suoi. Non sono neanche passati a dare un’occhiata per
vedere se quella bambina ha un pezzo di pane. Uno si aspetta che quelli
almeno vengano a vedere se ho un pezzo di pane da darle. Ma va’, neanche ci
pensano. Quel buono a nulla di Cholly è fuori di galera da due giorni e manco
è stato a vedere se sua figlia è viva o morta. Poteva essere morta, per quel che
ne sa lui. E sua mamma, tale e quale. Che razza di gente è questa?»
Quando la mamma attaccava con Henry Ford e tutti gli altri a cui non
importava niente se lei aveva o no un pezzo di pane, era meglio andarsene.
Non volevamo sorbirci anche tutta la tiritera su Roosevelt e i campi delle
guardie forestali che il presidente aveva istituito per dar lavoro ai disoccupati.
Frieda si alzava e si avviava giù per le scale. Pecola e io la seguivamo,
facendo un giro largo per evitare la porta della cucina. Ci sedevamo sui
gradini della veranda, dove le parole di mia madre ci giungevano solo a
sprazzi.
Era un sabato di solitudine. La casa profumava di sapone da bucato e
dell’odore pungente della senape che cuoceva. I sabati erano giornate
solitarie, affannate e saponose. Seguivano per infelicità solo quelle
domeniche severe e inamidate, traboccanti di tosse e di «piantala» e «siediti».
Quando mia madre era in vena di cantare, non era poi tanto male. Cantava
dei tempi duri, dei brutti tempi e di quando «qualcuno se ne andava
lasciandomi sola». Ma la sua voce si faceva così dolce e gli occhi così teneri,
che mi ritrovavo a desiderare quei tempi duri, sognando di diventare grande
«senza un soldo in tasca». Sospiravo quel momento felice in cui «il mio
uomo» mi avrebbe abbandonata, quando avrei «odiato vedere il sole della
sera che tramonta…» b perché allora avrei saputo che «il mio uomo ha
lasciato la città». L’infelicità tinta di verde e di blu nella voce di mia madre
toglieva alle parole ogni sofferenza e mi lasciava con la convinzione che il
dolore non fosse solo sopportabile, ma fosse dolce.
Senza canzoni, però, quei sabati mi pesavano sulla testa come secchi pieni
di carbone, e quando la mamma brontolava, come faceva adesso, pareva che
qualcuno vi stesse scagliando delle pietre.
«…ed eccomi qua, povera in canna. Per chi m’hanno presa? Una specie di
Babbo Natale? Be’, è meglio che la smettano di aspettare i regali perché non
è Natale…»
Eravamo sempre più nervose.
«Facciamo qualcosa», disse Frieda.
«Che vuoi fare?» chiesi.
«Non so. Niente.» Frieda fissava la cima degli alberi. Pecola si guardava i
piedi.
«Vi va di salire in camera di Mr Henry a guardare i giornaletti con le
donne nude?»
Frieda fece una smorfia. Non le piaceva guardare le riviste sporche. «Be’»,
continuai, «potremmo dare un’occhiata alla sua Bibbia. Quella non è male.»
Frieda aspirò l’aria tra i denti e con le labbra emise un lungo ffftt. «Ok, allora.
Andiamo dalla vecchia mezza cieca a infilarle gli aghi. Ci guadagniamo
qualche spicciolo.»
Frieda sbuffò. «Ha gli occhi cisposi. Non mi va proprio di vederli. Tu cosa
vuoi fare, Pecola?»
«Boh!» disse. «Quello che volete.»
Mi venne un’altra idea. «Possiamo andar su per il vicolo a frugare nei
bidoni dell’immondizia.»
«Troppo freddo», disse Frieda. Era annoiata e irritabile.
«Trovato! Facciamo un croccante.»
«Stai scherzando? Con la mamma lì che brontola. Non lo sai che quando
comincia a prendersela coi muri va avanti tutto il giorno? E poi non ci
lascerebbe mai.»
«Be’, facciamo un salto al Greek Hotel a sentire le parolacce.»
«Ma dai! Chi ne ha voglia? E poi sono sempre le stesse.»
Esaurita la mia scorta di idee, iniziai a concentrarmi sulle macchioline
bianche delle unghie. Ognuna era un ragazzo che avrei avuto. Sette.
Il soliloquio della mamma scivolò nel silenzio. «…la Bibbia dice date da
mangiare agli affamati. E va bene. È giusto. Ma io non ho nessuna intenzione
di dar da mangiare agli elefanti… Se uno per vivere ha bisogno di tre litri di
latte, allora può anche levarsi di torno. Sta nel posto sbagliato. Dove crede di
essere? In una latteria?»
All’improvviso Pecola scattò in piedi, gli occhi sbarrati dal terrore. Dalla
bocca le uscì un suono simile a un nitrito.
«Che ti prende?» Anche Frieda si alzò.
Poi guardammo entrambe il punto che Pecola stava fissando.
Le scorreva del sangue giù per le gambe. Alcune gocce caddero sugli
scalini. Saltai su. «Ehi! Ti sei tagliata? Guarda. Hai il vestito zuppo!»
Dietro, il vestito aveva una macchia rosso-marroncino. Lei continuava a
nitrire con le gambe divaricate.
Frieda disse: «Oh, Dio mio! Lo so. Lo so che cos’è!»
«Che cosa?» Pecola si avvicinò le dita alla bocca.
«Sono le mestruazioni.»
«Che roba è?»
«Non lo sai?»
«Sto per morire?» chiese.
«Ma vaaaa! Figurati se muori. Vuol dire solo che puoi avere un bambino!»
«Che cosa?»
«E tu come lo sai?» Non potevo più sopportare che Frieda sapesse sempre
tutto.
«Me l’ha detto Mildred, e anche la mamma.»
«Non ci credo.»
«E non crederci, stupida. Vedrai. Aspetta qui. Siediti, Pecola. Qui va
bene.» Frieda era tutta zelo e autorità. «E tu», mi disse, «va’ a prendere
dell’acqua.»
«Acqua?»
«Sì, imbecille. Acqua. E fai piano, se no la mamma ti sente.»
Pecola si sedette di nuovo, con occhi meno impauriti. Io entrai in cucina.
«Che cosa vuoi, piccola?» La mamma stava sciacquando le tende nel
lavandino.
«Dell’acqua, mamma.»
«E già, mi pareva, proprio dove lavoro io. Prendi un bicchiere. Non ce n’è
di puliti. Usa quel barattolo.»
Presi un barattolo e lo riempii d’acqua. Mi sembrò che ci mettesse
un’eternità a riempirsi.
«Mai nessuno vuole niente, finché non mi vedono al lavandino. Allora
ecco che tutti vogliono dell’acqua da bere…»
Quando il barattolo fu pieno, feci per uscire dalla stanza.
«Dove credi di andare?»
«Fuori.»
«Bevila qui!»
«Non rompo niente.»
«Non si sa mai.»
«Dai, mamma. Davvero. Fammela portare fuori. Non ne verso neanche
una goccia.»
«Sarà meglio per te.»
Raggiunsi la veranda e rimasi là in piedi con il barattolo pieno d’acqua.
Pecola piangeva.
«Perché piangi? Fa male?»
Scosse il capo.
«Allora smettila, che ti cola il naso.»
Frieda aprì la porta sul retro. Aveva infilato qualcosa nella camicetta. Mi
guardò stupita indicando il barattolo. «E di quello cosa ce ne facciamo?»
«Sei tu che me l’hai detto. Mi hai detto di prendere dell’acqua.»
«Non un barattolo. Un bel po’ d’acqua. Per lavare gli scalini, cretina!»
«E come facevo a saperlo?»
«Eh, già! Figuriamoci se lo capiva da sola! Dai, sbrigati.» Tirò su Pecola
per un braccio. «Andiamo qua dietro.» Si avviarono verso il lato della casa
dove i cespugli erano più fitti.
«Ehi! E io? Voglio venire anch’io.»
«Sta’ ziiitttta!» sussurrò Frieda. «Se no la mamma ti sente. Tu lavi gli
scalini.»
Scomparvero dietro l’angolo della casa.
Stavo per perdermi qualcosa. Un’altra volta. Ecco che c’era qualcosa di
importante, e io dovevo stare in disparte, senza vedere niente. Versai l’acqua
sugli scalini, sfregai con una scarpa, e le raggiunsi di corsa.
Frieda era in ginocchio; a terra, vicino a lei, c’era un rettangolo bianco di
cotone. Stava togliendo le mutande a Pecola. «Dai. Adesso sfilatele.» Riuscì
a levare le mutande imbrattate e me le gettò. «Tieni.»
«E cosa me ne faccio?»
«Sotterrale, idiota.»
Frieda disse a Pecola di tenersi il cotone tra le gambe.
«Come fa a camminare?» chiesi.
Frieda non rispose. Prese due spille di sicurezza dall’orlo della gonna e
iniziò ad appuntare i bordi del pannolino al vestito di Pecola.
Raccolsi le mutande con due dita e mi guardai intorno cercando qualcosa
con cui scavare una buca. Un fruscio tra i cespugli mi fece sussultare, mi girai
e vidi due occhi fissi in una faccia bianca come la farina. Rosemary ci stava
spiando.
Cercai di afferrarle il viso e riuscii a graffiarle il naso. Indietreggiò
strillando.
«Mrs MacTeer! Mrs MacTeer!» sbraitò Rosemary. «Frieda e Claudia sono
qui fuori che fanno le cose brutte! Mrs MacTeer!»
La mamma aprì la finestra e guardò verso di noi.
«Che c’è?»
«Fanno le cose brutte, Mrs MacTeer. Ecco. E Claudia mi ha picchiata
perché le ho scoperte!»
La mamma sbatté la finestra e uscì di corsa dalla porta sul retro.
«Cosa state combinando? Ehhh? A-ha! Fate le cose brutte, eh?» Allungò
una mano tra i cespugli e strappò un ramoscello. «Meglio allevare maiali
piuttosto che bambine cattive. Almeno quelli li posso ammazzare!»
Ci mettemmo a strillare. «No, mamma, no, signora! Non è vero. È una
bugiarda! No, mamma, no, signora! No, mamma, no!»
La mamma afferrò Frieda per una spalla, le diede uno strattone e poi tre o
quattro colpi violenti sulle gambe. «Facevate le cose brutte, eh? Così la
piantate!»
Frieda era distrutta. Le frustate la ferivano e la umiliavano.
La mamma guardò Pecola. «Adesso tocca a te!» disse. «Figlia mia o no!»
Afferrò Pecola e la fece girare.
La spilla di sicurezza si aprì da un lato del pannolino, che la mamma vide
cadere da sotto il vestito.
Il ramoscello si librò in aria mentre la mamma guardava stupita. «Che
diavolo succede?»
Frieda singhiozzava e io, poiché poi sarebbe toccato a me, tentai di
spiegare: «Sanguinava. Stavamo solo cercando di farla smettere!»
La mamma guardò Frieda cercando conferma. Frieda annuì. «Ha le
mestruazioni. Volevamo solo aiutarla.»
La mamma lasciò Pecola e si fermò a guardarla. Poi le strinse entrambe a
sé, la loro testa contro il suo stomaco. Aveva occhi tristi. «Va bene, va bene.
Adesso smettetela di piangere. Non lo sapevo. Avanti, entriamo in casa. E tu,
Rosemary, fila a casa. Lo spettacolo è finito.»
Ci incamminammo verso casa, Frieda singhiozzava piano, Pecola si
trascinava una coda bianca, e io tenevo le mutande della bambina diventata
donna.
La mamma ci condusse in bagno. Spinse dentro Pecola, e prendendomi di
mano le mutandine ci disse di rimanere fuori.
Sentivamo l’acqua che scorreva nella vasca.
«Pensi che la stia annegando?»
«Oh, Claudia. Sei così stupida. Le sta solo lavando i vestiti e tutto il
resto.»
«Dobbiamo picchiare Rosemary?»
«No. Lasciamola perdere.»
L’acqua scendeva, e più forte del suo getto sentivamo la musica nella
risata di mia madre.
Quella notte, a letto, nessuna di noi tre si mosse. Avevamo soggezione e
rispetto di Pecola. C’era qualcosa di sacro nell’essere coricate accanto a una
persona in carne e ossa che aveva davvero le mestruazioni. Adesso era
diversa da noi – più simile ai grandi. Anche lei sentiva la distanza, ma non ce
la faceva pesare.
Dopo un bel po’ disse, con un filo di voce: «È vero che adesso posso avere
un bambino?»
«Certo», sussurrò Frieda mezza addormentata. «Certo che puoi.»
«Ma… come?» La sua voce era sorda per lo stupore.
«Oh», disse Frieda, «qualcuno deve amarti.»
«Oh.»
Ci fu un lungo silenzio, durante il quale Pecola e io continuammo a
ripensare a quelle parole. Aveva a che fare, immaginai, col «mio uomo», che
prima di lasciarmi mi avrebbe amata.
Ma nelle canzoni che cantava mia madre non c’erano bambini.
Forse è per quello che le donne erano tristi: gli uomini le lasciavano prima
che potessero avere un bambino.
Poi Pecola domandò una cosa che a me non era mai venuta in mente. «Ma
come si fa? Voglio dire, come si fa a farsi amare da qualcuno?» Ma Frieda si
era addormentata. E io non lo sapevo.

a. «When the deep purple falls over sleepy garden walls, someone thinks of me…» da
Deep Purple, canzone popolare americana. (N.d.T.)
b. «Hate to see the evening sun go down…», dalla canzone St. Louis Blues, di W.C.
Handy, cantata da Bessie Smith. (N.d.T.)
ECCOLACASAÈVERDEEBIANCAHAUNAPORTAROSS
AÈMOLTOCARINAÈMOLTOCARINA

Lorain, Ohio: c’è un negozio abbandonato all’angolo sudorientale di


Broadway Street e della Trentacinquesima.
Non si perde nel cielo plumbeo sullo sfondo, né è in armonia con le case
grigie di legno e coi pali neri del telefono tutt’attorno. Anzi, balza agli occhi
dei passanti in maniera irritante e malinconica. Arrivando in questa piccola
città, i turisti si chiedono perché non l’abbiano abbattuto e la gente del luogo,
quando ci passa accanto, si limita a guardare altrove.
Un tempo, quando l’edificio ospitava una pizzeria, si vedevano solo
adolescenti che se ne stavano pigri in gruppo all’angolo. Si incontravano là
per sentirsi maschi, fumare sigarette ed escogitare piccole bravate.
Inspiravano a fondo il fumo delle sigarette, lo forzavano a riempire i
polmoni, il cuore e le cosce, e a tenere a bada i fremiti, l’energia della loro
giovane età. Si muovevano piano, ridevano piano, ma la cenere delle sigarette
la sbattevano troppo in fretta, troppo spesso, e si scoprivano, agli occhi di chi
prestava loro attenzione, novizi in quell’abitudine. Ma molto prima del
rumore dei loro mugolii e dello spettacolo dei loro pavoneggiamenti,
l’edificio era stato dato in affitto a un fornaio ungherese moderatamente
famoso per le sue brioche e i panini ai semi di papavero. Prima ancora c’era
un’agenzia immobiliare, preceduta a sua volta da alcuni zingari che usavano
il negozio come base d’azione. La famiglia di zingari diede alla grande
vetrina un tocco di distinzione e di personalità, come mai era accaduto. Le
figlie sedevano a turno in vetrina, tra metri di drappi vellutati e tappeti
orientali. Guardavano fuori e a volte sorridevano, oppure facevano
l’occhiolino o un cenno col capo, ma solo a volte.
Perlopiù, stavano a guardare, celando la nudità dei loro occhi sotto abiti
elaborati con maniche lunghe e lunghe sottane.
Così continuo è stato il flusso di persone in quello stabile, che forse
nessuno ricorda quando molto, molto tempo fa, prima del periodo degli
zingari e degli adolescenti, vi abitavano i Breedlove, tutti rannicchiati nella
zona anteriore del negozio; marcivano tutti insieme tra i rottami raccolti per
capriccio da un agente immobiliare. Scivolavano dentro e fuori da quel
capannone grigio e scrostato, senza provocare scompiglio nel vicinato, né
chiacchiere tra la forza lavoro o proteste nell’ufficio del sindaco.
Ogni membro della famiglia nel suo guscio di consapevolezza, ognuno
occupato a ricostruire il proprio mosaico di realtà – raccogliendo qua e là
frammenti di esperienza, tasselli di conoscenza. Da lievi impressioni
racimolate gli uni dagli altri, creavano un senso di appartenenza cercando di
tirare avanti ognuno alla propria maniera.
La pianta dell’abitazione era così poco fantasiosa, come avrebbe potuto
progettarla soltanto un proprietario greco di prima generazione. Il grande
«negozio» era suddiviso in due stanze da sottili assi di compensato che non
arrivavano al soffitto. C’era un soggiorno, che la famiglia chiamava «la
stanza davanti», e una camera da letto, dove praticamente vivevano. Nella
stanza davanti c’erano due divani, un pianoforte verticale e un minuscolo
albero di Natale finto, che era lì, addobbato e impregnato di polvere, da due
anni. La camera aveva tre letti: un lettuccio di ferro per Sammy, quattordici
anni, un altro per Pecola, undici anni, e un letto matrimoniale per Cholly e
Mrs Breedlove. In mezzo alla stanza, per distribuire bene il calore, c’era una
stufa a carbone. A ridosso delle pareti erano sistemati bauli, sedie, un
tavolino e un «guardaroba» di cartone. La cucina era sul retro, una stanza
separata. Non c’era il gabinetto. Soltanto una tazza, inaccessibile alla vista,
non all’udito però, degli inquilini.
Non c’è altro da dire sui mobili. Erano al di là di ogni possibile
descrizione, essendo stati ideati, fabbricati, trasportati e venduti con diversi
gradi di noncuranza, avidità e indifferenza.
Il mobilio era invecchiato senza mai diventare familiare. Qualcuno lo
aveva posseduto ma mai conosciuto. Nessuno aveva perso una moneta o una
spilla sotto i cuscini di un divano e poi si era ricordato dove e quando l’aveva
persa o ritrovata. Nessuno aveva detto dopo aver schioccato la lingua:
«Eppure l’avevo qui un attimo fa. Ero seduta proprio qui che parlavo con…»
oppure: «Eccola! Deve essermi scivolata mentre davo da mangiare al
bambino!» Nessuno aveva partorito in uno di quei letti, o ricordato con
tenerezza dove il muro era scrostato perché proprio lì il bambino si
aggrappava a vuoto quando imparava a tenersi in piedi. Nessun bimbo
parsimonioso aveva appiccicato una gomma da masticare sotto il tavolo.
Nessun amico di famiglia, bonaccione e un po’ brillo – sapete, uno scapolone
dal collo grasso, ma Dio, quanto mangia! – si era seduto al piano a suonare
You Are My Sunshine. Nessuna ragazzina aveva guardato l’alberello di
Natale, ricordando quando l’aveva addobbato e chiedendosi se la pallina blu
avrebbe retto, o se lui sarebbe mai tornato a vederlo.
Nessun ricordo tra quegli oggetti. Di certo nessun ricordo da custodire
gelosamente.
A volte un particolare scatenava una reazione fisica: un aumento di acidità
al tratto intestinale superiore, un velo improvviso di sudore alla nuca quando
si richiamavano alla memoria le circostanze intorno a quel mobile o a
quell’altro. Il divano, per esempio. L’avevano acquistato nuovo, ma alla
consegna la stoffa nello schienale era già strappata in due. E il negozio non si
era preso le responsabilità…
«Ehi, amico, ascoltami bene. Era ok quando l’ho caricato sul camion. Il
negozio non c’entra più niente quando la roba è già sul camion…» Alito che
sapeva di disinfettante e di Lucky Strike.
«Ma un divano rotto non lo voglio, tanto più che l’ho comprato nuovo.»
Occhi supplichevoli e testicoli tesi.
«Cazzi tuoi, amico. Sono cazzi tuoi…»
Allora arrivavi a odiarlo, un divano – eccome se lo odiavi. Ma non
importava: dovevi comunque continuare a racimolare 4 dollari e 80 al mese.
E se ogni mese dovevi pagare 4 dollari e 80 per un divano strappato sin
dall’inizio, inutile e umiliante, non potevi certo trarre grande gioia dal
possederlo. E la mancanza di gioia puzzava, impregnando tutto. Quella puzza
ti impediva di dare il bianco alle pareti di compensato, di preparare una
fodera in tinta per la sedia; persino di cucire lo strappo, che diventava uno
squarcio, diventava un abisso spalancato su un’intelaiatura da poco prezzo e
un’imbottitura da meno ancora. Ti impediva di riposare quando ci dormivi
sopra. Ti imponeva di essere furtivo quando facevi l’amore.
Come un dente che duole, che non è contento di farlo in solitudine ma
deve diffondere la propria sofferenza alle altre parti del corpo: affannando il
respiro, indebolendo la vista, scuotendo i nervi, così un mobile odiato genera
un malessere logorante, che si fa sentire per tutta la casa limitando il piacere
degli oggetti a lui estranei.
L’unico oggetto animato nella casa dei Breedlove era la stufa a carbone,
che viveva indipendentemente da tutto e da tutti, il fuoco era «spento»,
«basso» o «alto» a propria discrezione, noncurante del fatto che la famiglia lo
alimentasse e ne conoscesse ogni minimo regime di vita: attizzarlo,
soffocarlo, non troppo… Sembrava che il fuoco vivesse, diminuisse o
morisse secondo schemi personali. Di mattina, però, riteneva fosse sempre
opportuno morire.
ECCOLAFAMIGLIAMAMMAPAPÀDICKEJANEVIVON
ONELLACASAVERDEEBIANCASONO

I Breedlove non vivevano nel negozio a causa di una momentanea difficoltà


in seguito ai tagli in fabbrica. Vivevano là perché erano poveri e neri, e vi
rimanevano perché credevano di essere brutti. Pur essendo tradizionale e
degradante, la loro povertà non riguardava solo loro.
La loro bruttezza sì. Nessuno avrebbe potuto convincerli di non essere
inesorabilmente e aggressivamente brutti. Eccetto il padre, Cholly, la cui
bruttezza (risultato della disperazione, violenza e dissipazione nei confronti
delle cose da poco e dei deboli) era un atteggiamento, gli altri della famiglia –
Mrs Breedlove, Sammy Breedlove e Pecola Breedlove – indossarono la loro
bruttezza, se la misero addosso, per così dire, sebbene non appartenesse loro.
Gli occhi erano piccoli e molto vicini sotto una fronte stretta. L’attaccatura
dei capelli bassa, irregolare, che pareva ancora più irregolare in contrasto con
le sopracciglia dritte e folte che quasi si toccavano. Il naso affilato, ma a
uncino e con narici insolenti. Avevano zigomi alti e orecchie a sventola. Le
labbra ben disegnate richiamavano l’attenzione non su di sé ma sul resto del
viso. Guardandoli ci si chiedeva come mai fossero tanto brutti; guardandoli
più da vicino non si riusciva a trovare una causa. Poi si capiva che era la
conseguenza di una convinzione, la loro convinzione.
Era come se un misterioso creatore onnisciente avesse dato a ognuno di
loro un manto di bruttezza da indossare, e che loro lo avessero accettato senza
fare domande. Il creatore aveva detto: «Voi siete brutti». Loro si erano
guardati intorno senza trovare niente che contraddicesse l’affermazione: anzi,
ne avevano trovato conferma in ogni cartellone, ogni film, ogni sguardo.
«Sì», avevano detto. «È vero.» E avevano preso in mano la bruttezza,
gettandosela indosso come un manto e portandola per il mondo. Ognuno la
affrontava a modo suo. Mrs Breedlove la trattava come fa un attore con un
oggetto di scena: per dare espressione al personaggio, per sostenere il ruolo
che spesso immaginava proprio – il martirio. Sammy la usava come arma per
procurare dolore agli altri. Vi adattò ogni suo comportamento e in base a ciò
scelse le amicizie: persone che ne fossero affascinate, addirittura intimorite. E
poi Pecola. Lei vi si celava dietro. Nascosta, coperta, eclissata – spuntava
fuori assai di rado da dietro quel velo, e ogni volta anelando di tornare alla
sua maschera.
Un sabato mattina di ottobre i membri di questa famiglia, scuotendosi uno
alla volta da sogni di opulenza e vendetta, si ritrovarono nell’infelicità
anonima del negozio.

Mrs Breedlove scivolò piano piano dal letto, si infilò una maglia sulla
camicia da notte (che un tempo era un vestito) e si diresse in cucina. Il piede
sano risuonava duro e pesante, quello storto strideva sul linoleum. In cucina
fece rumore con porte, rubinetti e padelle. I rumori erano vuoti, ma non le
minacce che recavano con sé. Pecola aprì gli occhi e rimase coricata, fissando
la stufa spenta. Cholly borbottò, si rigirò nel letto per un attimo e poi rimase
immobile.
Anche da dov’era coricata, Pecola sentiva che Cholly puzzava di whisky. I
rumori in cucina divennero più forti e meno vuoti. I movimenti di Mrs
Breedlove, che non avevano nulla a che fare con i preparativi per la
colazione, erano mirati e precisi. Questa consapevolezza, di cui il passato
aveva dato ampie conferme, fece contrarre a Pecola i muscoli dello stomaco e
trattenere il fiato.
Cholly era tornato a casa ubriaco. Disgraziatamente troppo ubriaco per
litigare, così l’intera faccenda sarebbe esplosa questa mattina. Non essendo
saltata fuori subito, la lotta imminente avrebbe mancato di spontaneità,
sarebbe stata cinica, calcolata e mortale.
Mrs Breedlove entrò come una furia nella stanza e si piazzò in fondo al
letto in cui dormiva Cholly.
«Qui dentro serve del carbone.»
Cholly non si mosse.
«Mi senti?» Mrs Breedlove colpì il piede di Cholly.
Cholly aprì gli occhi lentamente. Erano rossi e minacciosi. Senza alcuna
eccezione, aveva gli occhi più cattivi di tutta la città.
«Ahhhh! Donna.»
«Ho detto che serve del carbone. Qui dentro l’aria è fredda come le tette di
una strega. Già, il tuo culo pieno di whisky non sentirebbe manco il fuoco
dell’inferno, ma io ho freddo. Ho un mucchio di cose da fare, e non ho
nessuna voglia di gelare.»
«Lasciami in pace.»
«Prima mi porti del carbone. Sgobbo come un mulo tutto il giorno, avrò
almeno il diritto di starmene al caldo? Se no, chi me lo fa fare? Non sei certo
tu che porti a casa qualcosa. Fosse per te, saremmo già tutti morti…» La sua
voce pareva penetrare nel cervello. «…se pensi che ci vado io, a prenderlo là
fuori al freddo, ti sbagli di grosso.»
«Non me ne frega un cazzo del tuo carbone.» Una miccia di violenza gli
scoppiò in gola.
«Vuoi muovere quelle chiappe sbronze dal letto e portarmi il carbone, sì o
no?»
Silenzio.
«Cholly!»
Silenzio.
«Non provarti a farmi incazzare stamattina. Di’ un’altra parola e ti faccio a
pezzi!»
Silenzio.
«E va bene, come vuoi. Ma se starnutisco una volta, una sola, puoi solo
affidarti a Dio!»
Adesso era sveglio anche Sammy, ma faceva finta di dormire. Pecola
continuava a contrarre i muscoli dello stomaco e a trattenere il fiato.
Sapevano tutti che se avesse voluto, Mrs Breedlove avrebbe potuto prendere
lei il carbone dalla legnaia, oppure mandare Sammy o Pecola. Ma quella
serata senza lite era sospesa come la prima nota di un canto funebre in una
cupa aria d’attesa.
Ogni sbornia, non importa quanto fosse abituale, aveva la sua cerimonia di
chiusura. I giorni minuscoli, indistinti, che Mrs Breedlove viveva erano
scanditi, suddivisi e classificati da queste liti, che davano consistenza a ore e
minuti, altrimenti oscuri e dimenticati; alleggerivano la fatica della povertà,
facevano risplendere quelle stanze morte. In queste violente interruzioni delle
abitudini, a loro volta abituali, lei poteva esibire lo stile e l’originalità di
quella che considerava la sua vera natura. Privarla di queste lotte significava
privarla del succo, del senso della vita. Cholly, un balordo sempre ubriaco,
procurava sia a lei sia a se stesso quel che serviva a rendere la loro vita più
sopportabile. Mrs Breedlove si riteneva una donna retta e una buona cristiana,
a cui Dio aveva affidato il fardello di un buono a nulla da punire.
(Naturalmente era impossibile redimere Cholly, e poi non era la redenzione
ciò che le interessava: per Mrs Breedlove Cristo era il Giudice, non il
Redentore.)
La si sentiva spesso parlare a Gesù di Cholly, pregandoLo di aiutarla a
«sbattere giù quel bastardo dal suo pinnacolo d’orgoglio». E una volta che
Cholly, da ubriaco, fece un gesto che lo catapultò contro la stufa
incandescente, lei si mise a urlare: «Prendilo, Gesù! Prendilo!» Se Cholly
avesse smesso di bere lei non l’avrebbe mai perdonato a Gesù: aveva un
disperato bisogno dei peccati di Cholly. Più lui sprofondava, più diventava
disumano e irresponsabile, più lei e la sua missione risplendevano. Nel nome
di Gesù.
Né Cholly aveva meno bisogno di lei, poiché era una delle poche cose che
lui aborriva e poteva toccare, quindi ferire. Su di lei riversava tutta la propria
furia inarticolata e i desideri abortiti. Odiando lei poteva risparmiare se
stesso. Quando era ancora molto giovane, due bianchi lo avevano sorpreso tra
i cespugli, impegnato da poco, ma con grande passione, a trarre piacere da
una ragazzina di campagna. Gli uomini gli avevano puntato un fascio di luce
sul didietro. Lui si era fermato, atterrito. I due sghignazzavano, il fascio di
luce immobile. «Continua», dissero. «Va’ fino in fondo. E spassatela, negro.»
Il fascio di luce immobile. Chissà perché, Cholly non aveva odiato i bianchi;
ma aveva riversato tutto l’odio e il disprezzo sulla ragazza. Persino il confuso
ricordo di quell’episodio, unito a miriadi di altre umiliazioni, sconfitte e
castrazioni, lo obbligavano a rifugiarsi nella depravazione, di cui tuttavia era
molto sorpreso – ma soltanto lui. Non riusciva a stupire gli altri, poteva solo
stupire se stesso. Quindi rinunciò anche a questo.
Cholly e Mrs Breedlove lottavano con forme cupe e brutali, eguagliate
solo dal loro modo di fare l’amore. Erano giunti al tacito accordo di non
uccidersi. Lui lottava contro di lei come fanno i vili con gli uomini – usando
piedi, mani e denti. Lei, a sua volta, lottava in modo assolutamente femminile
– con padelle e attizzatoi, e di tanto in tanto un ferro da stiro veleggiava verso
la testa di lui. Tra queste botte non parlavano, grugnivano o bestemmiavano.
C’era solo il rumore sordo di oggetti che cadevano, e di carne su carne
indifferente.
La reazione dei bambini a queste battaglie era diversa. Sammy
bestemmiava per un po’, oppure se ne andava o si gettava nella rissa.
Sapevano tutti che, a quattordici anni, era già scappato di casa almeno
ventisette volte. Una volta andò a Buffalo e vi rimase tre mesi. I suoi ritorni,
per forza o per caso, erano tetri. Pecola, al contrario, limitata da età e sesso,
sperimentava metodi di sopportazione. Sebbene i metodi variassero, il dolore
era tanto costante quanto intenso. Lei combatteva tra la voglia opprimente
che uno uccidesse l’altro e il desiderio profondo di poter essere lei a morire.
Adesso sussurrava: «No, Mrs Breedlove. Non farlo». Pecola, come Sammy e
Cholly, chiamava sempre la madre Mrs Breedlove.
«No, Mrs Breedlove. Non farlo.»
Ma Mrs Breedlove lo fece.
Per grazia di Dio, senza dubbio, Mrs Breedlove starnutì. Una volta sola.
Corse in camera con un catino pieno d’acqua fredda e lo versò in faccia a
Cholly. Lui si mise seduto, annaspando e sputando. Nudo e cinereo, saltò giù
dal letto e con uno scatto improvviso afferrò la moglie intorno alla vita e
insieme finirono a terra. Cholly la sollevò e la rigettò a terra con un
manrovescio, lei cadde seduta, la schiena appoggiata alla sponda del letto di
Sammy. Non aveva ancora lasciato andare il catino, e iniziò a sbatterlo contro
le cosce e l’inguine di Cholly, che le mise il piede sul petto facendoglielo
cadere. Inginocchiatosi, la colpì più volte in viso, e sua moglie non avrebbe
retto a lungo se lui, quando lei si piegò, non avesse sbattuto la mano contro la
sponda metallica del letto. Mrs Breedlove approfittò di questa momentanea
interruzione per allontanarsi. Sammy, che aveva assistito in silenzio alla lotta
accanto al suo letto, cominciò improvvisamente a sferrare pugni in testa al
padre urlando: «Brutto stronzo!» e continuando a ripeterlo. Mrs Breedlove,
afferrato il coperchio piatto e rotondo della stufa, corse in punta di piedi verso
Cholly che, in ginocchio, si stava alzando, e lo colpì due volte fino a lasciarlo
privo di sensi, com’era quando lei lo aveva provocato. Ansimando, gli gettò
una trapunta addosso e lo lasciò dov’era.
Sammy urlava: «Ammazzalo! Ammazzalo!»
Mrs Breedlove guardò Sammy sorpresa. «Piantala di far baccano,
ragazzo.» Rimise a posto il coperchio della stufa e andò in cucina. Sulla porta
si fermò giusto il tempo necessario per dire al figlio: «Adesso alzati di lì. Ho
bisogno di carbone».

***
Tirando un sospiro di sollievo, Pecola si coprì la testa con la trapunta. La
nausea che aveva tentato di prevenire contraendo lo stomaco la assalì
nonostante tutte le precauzioni. Le aumentò il desiderio di vomitare, ma come
sempre sapeva che non l’avrebbe fatto.
«Dio, ti prego», sussurrò nel palmo della mano. «Ti prego, fammi
scomparire.» Strinse forte gli occhi. Piccole parti del corpo svanirono. Ora
piano, ora d’improvviso. Di nuovo piano. Se ne andarono le dita, a una a una;
poi scomparvero le braccia, su su fino al gomito. Adesso i piedi. Sì, così
andava bene. Le gambe tutte in una volta. Dalle cosce in su però era più
difficile. Doveva stare ferma immobile e tirare. Lo stomaco non se ne andava.
Ma alla fine se ne andò anche quello. Poi il petto, poi il collo. Anche il viso
era difficile. Quasi fatto, quasi. Rimanevano soltanto gli occhi, occhi chiusi.
Quelli rimanevano sempre.
Per quanto ci provasse, non riusciva mai a far scomparire gli occhi. Allora,
che senso aveva? Erano ogni cosa. Ogni cosa era lì, negli occhi. Tutte le
immagini, tutte le facce. Da molto tempo aveva abbandonato l’idea di
scappare via per vedere nuove immagini, nuove facce, come aveva fatto
Sammy tante volte. Lui non la prese mai con sé, e non pensò mai alle sue
fughe prima di metterle in atto, quindi non furono mai programmate.
Comunque, non avrebbe funzionato. Finché aveva un aspetto simile,
finché era brutta, sarebbe dovuta rimanere con questa gente. In qualche modo
le apparteneva. Sedeva per ore guardandosi allo specchio, cercando di
cogliere il segreto della bruttezza, quella bruttezza per cui a scuola la
ignoravano o la disprezzavano, sia gli insegnanti sia i compagni. In classe era
l’unica a sedere sola in un banco doppio. A causa della lettera iniziale del
cognome doveva sempre sedersi davanti. Ma Marie Apollinaire, allora?
Marie era davanti a lei, eppure divideva il banco con Luke Angelino. Gli
insegnanti l’avevano trattata sempre così. Cercavano di non guardarla, e si
rivolgevano a lei soltanto se in classe dovevano rispondere tutti. Sapeva
inoltre che quando a scuola una bambina voleva essere particolarmente
offensiva con un compagno, o voleva ottenere da lui una reazione immediata,
diceva: «Bobby ama Pecola Breedlove! Bobby ama Pecola Breedlove!» e chi
sentiva queste parole non mancava mai di scoppiare a ridere, e l’accusato di
far finta di arrabbiarsi.
Tempo addietro a Pecola era venuto in mente che se i suoi occhi, quegli
occhi che trattenevano le immagini e conoscevano gli scenari – se quei suoi
occhi fossero stati diversi, vale a dire, belli, anche lei sarebbe stata diversa.
Aveva dei bei denti, e il naso, perlomeno, non era grande e piatto come
quello di molte persone considerate tanto carine. Se lei fosse stata diversa,
bella, forse Cholly sarebbe stato diverso e anche Mrs Breedlove. Forse
avrebbero detto: «Su, guarda Pecola dagli occhi belli. Non dobbiamo fare
cose brutte davanti a quegli occhi belli».

Occhi belli. Begli occhi azzurri. Begli occhioni azzurri. Corri, Jip, corri.
Jip corre, Alice corre. Alice ha gli occhi azzurri. Jerry ha gli occhi azzurri.
Jerry corre. Alice corre. Corrono coi loro occhi azzurri. Quattro occhi
azzurri. Quattro begli occhi azzurri. Occhi azzurri come il cielo. Occhi
azzurri com’è azzurra la camicetta di Mrs Forrest. Occhi azzurri come
convolvoli. Occhi azzurri da favola di Alice e Jerry.

***

Ogni notte, immancabilmente, pregava per avere gli occhi azzurri. Con
fervore, pregava da un anno. Sebbene un po’ scoraggiata, non era senza
speranza. Perché accadesse qualcosa di tanto meraviglioso ci voleva molto,
molto tempo.
Così assolutamente e inesorabilmente convinta che solo un miracolo
l’avrebbe confortata, non poteva conoscere la propria bellezza. Vedeva solo
quel che c’era da vedere: gli occhi degli altri.
Sta camminando lungo Garden Avenue, verso una piccola drogheria che
vende caramelle a un penny. Ha tre penny nella scarpa: le scivolano avanti e
indietro tra la calza e la suoletta interna e a ogni passo sente il dolore delle
monete che premono contro il piede. Un male dolce, sopportabile e quasi
piacevole, ricco di promesse e di certezze allettanti.
C’è un mucchio di tempo per decidere che cosa comprare. Adesso, intanto,
procede lungo la strada, dolcemente accarezzata dalle immagini a lei familiari
e quindi care. I soffioni nel terreno tutt’attorno al palo del telefono. Perché, si
chiede, la gente li definisce erbacce? Lei li trova belli. Eppure i grandi
dicono: «Miss Dunion tiene così bene il suo giardino. Non c’è neanche un
soffione». Le donne di origine ungherese con i fazzoletti neri in testa vanno
per i campi e ne raccolgono a cesti. Però i fiori gialli non li vogliono: solo le
foglie seghettate. Fanno la zuppa, e il vino. I fiori dei soffioni non piacciono a
nessuno, forse perché sono così tanti, resistenti e precoci.
C’era la crepa del marciapiede a forma di Y, e l’altra che sollevava il
cemento dal fondo di terra battuta. Spesso lì, col suo passo vacillante, era
inciampata. Quel marciapiede, vecchio e levigato, era l’ideale per i pattini: le
rotelle scivolavano senza fatica, con un debole trrr. I marciapiedi lastricati da
poco erano scomodi e accidentati, e il rumore delle rotelle forte e stridente.
Questi e altri oggetti inanimati vide e fece propri. Per lei erano vivi. Li
conosceva. Erano i codici e i criteri di confronto del mondo, da interpretare e
possedere. Sua era la crepa che la faceva barcollare, sue le distese di soffioni,
di cui, l’autunno scorso, aveva soffiato via le cime bianche e di cui,
quest’autunno, contemplava i fiori gialli.
E possedendo tutto, lei diventava parte del mondo, e il mondo parte di lei.
Sale i quattro gradini di legno che conducono alla porta del negozio di
«Verdura fresca, carni e generi vari» di Yacobowski. La apre, e una
campanella suona. Ferma davanti al bancone, Pecola guarda la schiera di
caramelle. Tutte Mary Jane, decide. Tre per un penny. La dolcezza croccante
che alla fine si rompe per fare uscire il burro di arachidi – l’olio e il sale che
compensano il dolce dello zucchero caramellato. L’attesa le scombussola lo
stomaco.
Si toglie la scarpa e tira fuori i tre penny. All’improvviso la testa grigia di
Mr Yacobowski si profila da dietro il bancone. Distoglie lo sguardo dai suoi
pensieri per incontrare lei. Occhi azzurri. Cisposi. Lento, come l’estate
indiana che muove impercettibile verso l’autunno, si volge a lei. Chissà dove,
tra la retina e l’oggetto, tra la visione e l’immagine, i suoi occhi si ritraggono,
esitano e vagano. In un punto preciso nel tempo e nello spazio percepisce che
non deve sprecare la fatica di uno sguardo. Non la vede, perché per lui non
c’è nulla da vedere. Come può un bottegaio bianco di cinquantadue anni, un
immigrato con il gusto di birra e patate in bocca, la mente affinata sulla
Vergine Maria dagli occhi di cerbiatta, e la sensibilità smussata da una
costante consapevolezza di perdita, come può vedere una bambina nera?
Niente in vita sua gli aveva mai suggerito che tanto coraggio fosse possibile,
per non dire desiderabile o necessario.
«Sììì?»
Lei lo guarda dal basso in alto e dove dovrebbe esserci curiosità vede il
vuoto. E altro ancora: l’assenza totale di un riconoscimento umano – uno
sguardo lontano, di ghiaccio. Lei non sa che cosa sia a tenere sospeso lo
sguardo di lui. Forse perché è adulto, o è un uomo, e lei una bambina. Eppure
ha visto interesse, disgusto, persino rabbia negli occhi degli uomini. Tuttavia
questo sguardo vuoto non è nuovo per lei. Ha un bordo tagliente: da qualche
parte nella palpebra inferiore c’è la repulsione. L’ha vista in agguato negli
occhi di tutti i bianchi. Ecco. La repulsione dev’essere per lei, perché è nera.
Tutto in lei è mutamento e attesa, ma il suo colore nero è statico e
spaventoso. Ed è il nero che spiega, che crea, quel vuoto delimitato dalla
repulsione negli occhi dei bianchi.
Punta il dito verso le caramelle Mary Jane: un dito come un dardo, piccolo
e nero, la punta premuta contro la vetrina. L’affermazione silenziosa e
inoffensiva del tentativo di una bambina nera di comunicare con un adulto
bianco.
«Quelle.» Un sospiro, più che una parola.
«Quali? Queste? Quelle?» Flemma e impazienza si confondono nella voce
di lui.
Lei scuote la testa, il dito fisso nel punto che, perlomeno dalla sua
prospettiva, corrisponde alle Mary Jane. Lui non può vedere quella
prospettiva – il suo punto di vista e l’inclinazione del dito di lei la rendono
incomprensibile.
La sua mano rossa e bitorzoluta ricade con un tonfo nella vetrinetta, come
la testa convulsa di un pollo violentato dalla perdita del corpo.
«Cristo! Non sai parlare?»
Le sue dita sfiorano le Mary Jane.
Lei annuisce.
«Be’, perché non me l’hai detto? Una? Quante?»
Pecola dischiude il pugno mostrando i tre penny. Lui le passa velocemente
tre pacchetti di Mary Jane – in ognuno tre rettangoli gialli. Lei allunga i soldi
verso di lui che, esitante, cerca di non toccarle la mano. Pecola non sa come
togliere il dito della mano destra dal bancone né come liberarsi dalle
monetine nella sinistra. Alla fine interviene lui e gliele prende di mano. Le
sue unghie le sfregano contro il palmo umido.
Una volta fuori, Pecola prova un’inesplicabile vampata di vergogna.
I soffioni. Ha uno slancio d’affetto verso di loro, che però non la
guardano, né ricambiano il suo amore. Allora pensa: È vero, sono brutti, sono
delle erbacce. Pensierosa per questa rivelazione, inciampa nella crepa del
marciapiede. Un impeto di rabbia si risveglia in lei, le apre la bocca e come
un cucciolo dal muso caldo le lecca i rimasugli di vergogna.
La rabbia è meglio. C’è un senso nel provare rabbia, una realtà, una
presenza. La consapevolezza che ne valga la pena. È come un dolce
ondeggiare. I suoi pensieri tornano agli occhi di Mr Yacobowski, alla sua
voce flemmatica. La rabbia non resisterà, il cucciolo è sazio troppo
facilmente. Troppo presto dissetato, si addormenta.
Di nuovo sgorga la vergogna e in rivoli fangosi si infiltra nei suoi occhi.
Che cosa fare prima che arrivino le lacrime? Si ricorda delle Mary Jane.
C’è una figura su ogni involucro giallino. La figura della piccola Mary
Jane che dà il nome alle caramelle. Una faccia bianca, sorridente, capelli
biondi lievemente scompigliati, occhi azzurri che guardano da un mondo di
pura serenità.
Sono occhi petulanti e maliziosi. Per Pecola sono soltanto belli. Mangia
una caramella: che buona, così dolce. Mangiare quelle caramelle è un po’
come mangiare gli occhi, mangiare Mary Jane. Amare Mary Jane. Essere
Mary Jane.
Tre penny le avevano comprato nove piacevoli orgasmi con Mary Jane. La
bella Mary Jane che dà il nome alle caramelle.

Nell’appartamento sopra il negozio dei Breedlove vivevano tre puttane.


China, Poland e Miss Marie. Pecola le amava, andava a trovarle e faceva le
commissioni per loro che, in cambio, non la disprezzavano.
Una mattina d’ottobre, quella mattina del trionfo del coperchio della stufa,
Pecola salì da loro.
Bussò e, prima ancora che le aprissero la porta, sentì Poland che cantava –
la sua voce dolce e dura come fragole fresche:

C’è tristezza nel mio piatto


Tristezza sulla mensola
C’è tristezza nel mio piatto
Tristezza sulla mensola
Tristezza in camera da letto
Perché dormo tutta sola.
«Ciao, polpetta. Dove le hai le calze?» Di rado Marie chiamava Pecola
allo stesso modo, e ogni volta prendeva i soprannomi, tutti molto teneri, da
cibi e menù, sempre al primo posto nei suoi pensieri.
«Ciao, Miss Marie. Ciao, Miss China. Ciao, Miss Poland.»
«Mi hai sentita? Dove le hai le calze? Sei scalza come un cagnolino.»
«Non le ho trovate.»
«Non le hai trovate? A casa tua ci dev’essere qualcosa che va pazzo per le
calze.»
China ridacchiò. Ogni volta che si perdeva una cosa, Marie attribuiva la
sua scomparsa a «qualcosa che ne va pazzo». «In questa casa c’è qualcosa
che va pazzo per i reggiseni», diceva sempre tutta preoccupata.
Poland e China si stavano preparando per la sera. Poland era sempre a
stirare, sempre a cantare. China, seduta su una sedia da cucina verde pallido,
sempre ad arricciarsi i capelli. Marie non si preparava mai.
Le donne erano cordiali, ma ci mettevano un po’ per cominciare a parlare.
Pecola prendeva sempre l’iniziativa con Marie che, una volta partita, non la
smetteva più.
«Come fai ad avere così tanti ragazzi, Miss Marie?»
«Ragazzi? Ragazzi? Salamino mio, non vedo un ragazzo dal Ventisette.»
«E neanche allora li vedevi.» China immerse i bigodini roventi in un
barattolo di brillantina, che al contatto col metallo emise un sibilo.
«Come fai, Miss Marie?» insistette Pecola.
«Come faccio cosa? Come faccio a non vedere un ragazzo dal Ventisette?
Perché da allora in poi non ce ne sono più stati. E lì che hanno smesso, la
gente nasceva che era già vecchia.»
«Forse vuoi dire che lì sei invecchiata tu», disse China.
«Io non sono invecchiata, solo ingrassata.»
«Stessa cosa.»
«Solo perché sei pelle e ossa, credi di sembrare tanto giovane? Fai paura
anche a un fantasma.»
«E tu sembri il davanti di un mulo quand’è girato.» «So solo una cosa:
quelle tue gambette storte sono vecchie quanto le mie.»
«Non t’impicciare delle mie gambe storte. Tanto è la prima cosa che mi
drizzano.»
Si misero a ridere tutte e tre. Marie rovesciò la testa. Dal profondo si levò
il suo riso, libero, intenso, tumultuoso come il rumore di molti fiumi diretti
verso il mare aperto. China ridacchiò in modo convulso, pareva che una
mano nascosta le cavasse ogni singhiozzo dando strattoni a una corda
invisibile. Poland, che parlava di rado a meno che fosse ubriaca, rise in
silenzio. Quando era sobria, canticchiava quasi sempre o intonava dei blues:
ne conosceva molti.
Pecola fece passare le dita nella frangia di uno scialle posato sullo
schienale di un divano. «Non ho mai visto nessuno con tanti ragazzi come te,
Miss Marie. Come mai ti amano tutti?»
Marie aprì una bottiglia di root beer. «Cosa vuoi che facciano? Vedono
che sono ricca e carina. Pensano di mettermi le dita dei piedi tra i ricci, e
arrivare ai soldi.»
«Sei ricca, Miss Marie?»
«Certo, frittellina, ho una barca di soldi.»
«Dove li hai presi? Non fai nessun lavoro.»
«Già», disse China, «dove li hai presi?»
«Me li ha dati Hoover. Una volta gli ho fatto un favore, per l’FBI.»
«Che cos’hai fatto?»
«Gli ho fatto un favore. Volevano catturare un malvivente, un certo
Johnny. Era uno di quei cafoni che vengono…»
«Questo lo sappiamo», China si sistemò un riccio.
«…L’FBI lo voleva a tutti i costi. Aveva ammazzato più gente lui della
TBC. E quando non gli davi ragione? Ohhh, Gesù! Ti faceva una testa così,
finché non cedevi. Be’, allora ero piccola e molto carina. Da bagnata,
neanche quarantacinque chili.»
«Ma quando mai sei stata bagnata, tu?» disse China.
«Be’, tu invece l’hai sempre avuta secca. Taci. Lascia che ti racconti,
pasticcino. A dirla giusta, io ero l’unica che sapeva come trattarlo. Andava a
rapinare una banca o ammazzava qualcuno e io gli dicevo, con dolcezza:
‘Johnny, non dovresti farlo’. E lui rispondeva che l’aveva fatto solo per
portarmi delle cose carine. Mutande di pizzo e tutto il resto. E ogni sabato
prendevamo una cassa di birra e friggevamo il pesce. Lo facevamo friggere in
una pastella di uova e farina, sai, e quando era bello abbrustolito e croccante
– ma mai troppo duro – aprivamo una birra ghiacciata…» Gli occhi di Marie
si addolcivano mentre lei era come ipnotizzata dal ricordo di un pasto simile,
chissà quando, chissà dove. Tutti i suoi racconti erano destinati a ridursi a
descrizioni di cibo.
Pecola vide Marie che addentava una spigola croccante, vide le sue dita
cicciottelle che portavano alla bocca pezzetti bianchi e caldi che le erano
caduti dalle labbra, udì il «pum» delle bottiglie di birra, sentì l’odore acre
della prima vampata di gas, si sentì pizzicare la lingua dalla birra ghiacciata.
Il suo sogno a occhi aperti finì molto prima di quello di Marie.
«Ma i soldi?» chiese.
China urlò in tono di scherno: «Si crede la Signora in Rosso, quella che ha
fregato Dillinger. Lui non si sarebbe mai avvicinato a te, magari solo se
andava a caccia in Africa e ti prendeva per un ippopotamo».
«Be’, il tuo ippopotamo se la spassava a Chicago. Ohhh, Gesù,
novantanove!»
«Come mai dici sempre ‘Ohhh, Gesù’ e poi un numero?» Era da tanto che
Pecola voleva saperlo.
«Perché mia mamma mi ha insegnato a non bestemmiare mai.»
«Ti ha anche insegnato a non calarti le mutande?» chiese China.
«Mai avute», disse Marie. «Mai visto un paio di mutande fino a quindici
anni, quando me ne sono andata da Jackson per lavorare a ore a Cincinnati.
La mia padrona, una bianca, mi ha dato le sue, che non usava più. Le ho
prese per una specie di berretto e me le mettevo in testa quando spolveravo.
Una volta mi ha vista, quasi crepava dal ridere.»
«Dovevi essere un po’ tonta.» China si accese una sigaretta e fece
raffreddare i ferri.
«Come facevo a saperlo», Marie si interruppe, «e a cosa serve mettersi
addosso una cosa che poi devi togliere continuamente? Con Dewey non sono
mai riuscita a tenerle su abbastanza da abituarmici.»
«Dewey chi?» per Pecola era uno nuovo.
«Dewey chi? Bocconcino mio! Non mi hai mai sentita parlare di Dewey?»
Marie era sconvolta dalla propria negligenza.
«No, mai.»
«Oh, zuccherino, ti sei persa il meglio della vita. Ohhh, Gesù, uno-nove-
cinque. Quello sì che era fascino! L’ho incontrato che avevo quattordici anni.
Siamo fuggiti e per tre anni siamo vissuti insieme, come marito e moglie. Li
vedi tutti ’sti bellimbusti che girano qui intorno? Cinquanta di loro non ne
fanno neanche mezzo, di Dewey Prince. Ohhh, Signore. Quanto mi amava,
quell’uomo!»
China prese una ciocca di capelli e si fece la frangia. «Allora perché ti
lasciava darla via?»
«Ragazza mia, quando mi sono accorta che potevo venderla – che c’era
chi me la pagava fior di quattrini, ci sono rimasta che potevate sbattermi giù
con una piuma.»
Poland si mise a ridere. Senza far rumore. «Anch’io. Mia zia me le ha
suonate per bene la prima volta, quando le ho detto che non ci avevo
guadagnato niente. Le ho chiesto: ‘Soldi? Per cosa? Non mi doveva niente’.
E lei: ‘Al diavolo se non te ne doveva!’»
Scoppiarono a ridere.
Tre allegre gargouilles. Tre allegre fattucchiere. Divertite da una vita di
ignoranza. Non appartenevano a quelle generazioni di prostitute inventate nei
romanzi: generose e col cuore grande, votate, data la situazione tragica, a
consolare la vita vuota e sventurata degli uomini, prendendo solo a volte, e
umilmente, del denaro per la loro «comprensione». Né appartenevano a
quella varietà di ragazze sensibili finite male per mano del destino, costrette a
coltivare una fragilità esteriore al fine di proteggere la loro giovinezza da altri
disastri, ma ben coscienti di essere fatte per cose migliori e di poter rendere
felice l’uomo giusto. E non erano neppure quelle puttane sciatte e incapaci
che, non riuscendo a tirare avanti da sole, ricorrono al consumo e allo spaccio
di droga oppure ai magnaccia, per contribuire a completare il loro piano di
autodistruzione, evitando il suicidio solo per punire il ricordo di un padre
assente o per sostenere l’infelicità di una madre nel silenzio. Eccetto l’amore
da favola di Marie per Dewey Prince, queste donne odiavano gli uomini, tutti
quanti, senza vergogna, scuse o discriminazioni. Maltrattavano i loro clienti
con un disprezzo che l’abitudine aveva reso automatico.
Neri, bianchi, portoricani, messicani, ebrei, polacchi, chiunque – erano
tutti deboli e incapaci, tutti sottostavano ai loro sguardi inaspriti ed erano
destinatari della loro furia imparziale. Le tre donne provavano piacere
nell’ingannarli. Tutta la città sapeva che una volta avevano adescato un ebreo
su per le scale: gli piombarono addosso tutte insieme, lo tirarono su per i
piedi, scuotendogli fuori tutto quel che aveva in tasca e poi lo catapultarono
giù dalla finestra.
Né avevano rispetto per le donne che, sebbene non loro colleghe, per così
dire, ingannavano tuttavia il marito, regolarmente o no, non faceva
differenza. «Puttane caramellate», le chiamavano, e non desideravano affatto
essere al posto loro. Rispettavano solo quelle che avrebbero definito «buone
cristiane di colore». Donne dalla reputazione irreprensibile che badavano alla
famiglia, che non bevevano, non fumavano e non andavano in giro. Per
queste donne nutrivano un affetto immenso, sebbene celato. Andavano a letto
coi loro mariti e prendevano i loro soldi, ma sempre con rabbia.
E non erano protettive e premurose neppure nei confronti dell’innocenza
della giovane età. Ripensavano alla loro giovinezza come a un periodo di
ignoranza, e rimpiangevano di non averla sfruttata meglio. Non erano ragazze
nei panni di puttane, né puttane che rimpiangevano di aver perso l’innocenza.
Erano puttane nei panni di puttane, puttane che non erano mai state giovani e
non avevano niente da dire sull’innocenza. Con Pecola erano libere come
quando si trovavano tra di loro. Marie inventava dei racconti per lei perché
era una bambina, ma erano racconti audaci e rozzi. Se Pecola avesse
annunciato di voler vivere come erano vissute loro, non avrebbero cercato di
dissuaderla né avrebbero espresso preoccupazione.
«Tu e Dewey Prince avete dei bambini, Miss Marie?»
«Sì, ne abbiamo», Marie si innervosì. Prese una forcina dai capelli e
cominciò a stuzzicarsi i denti. Significava che non voleva più parlare.
Pecola andò alla finestra e guardò la strada vuota. Un ciuffo d’erba si era
insinuato a fatica in una crepa del marciapiede, solo per imbattersi nel vento
freddo di ottobre. Pensò a Dewey Prince e a come amava Miss Marie. Che
cosa si sentiva quando si amava? si domandò. Come fanno i grandi quando si
amano? Mangiano il pesce insieme? Vide davanti a sé l’immagine di Cholly
e Mrs Breedlove a letto. Lui che faceva dei rumori come se stesse male, come
se qualcosa lo afferrasse per la gola senza mollarlo. Sebbene terribili, quei
rumori non lo erano mai quanto la mancanza assoluta di rumore di sua madre.
Era come se lei neanche fosse lì. Forse questo era l’amore: rumori soffocati e
silenzio.
Distogliendo gli occhi dalla finestra, Pecola guardò le tre donne.
China aveva cambiato idea sulla frangia e si sistemava i capelli alla
Pompadour in una foggia minuta ma resistente. Era un’esperta nel creare
qualsiasi tipo di acconciatura, ma tutte le lasciavano un’espressione patita e
affranta. Quindi si truccava molto. Adesso si era disegnata delle sopracciglia
che le davano un’aria sorpresa e una bocca ad arco di Cupido. Poi si sarebbe
fatta sopracciglia da orientale e una bocca maleficamente vivida.
Poland, con la voce dolce come le fragole, intonò un’altra canzone:
Conosco un ragazzo scuro come il cielo basso
Conosco un ragazzo scuro come il cielo basso
La terra fa salti di gioia quando il suo piede la sfiora
Ha un passo da pavone
Occhi gialli di fuoco
Un sorriso di sciroppo di sorgo che si scioglie dolce e piano
Conosco un ragazzo scuro come il cielo basso

Marie sedeva sgusciando noccioline e facendosele saltare in bocca. Pecola


guardò e riguardò le donne. Erano vere?
Marie ruttò piano, dolcemente, come se facesse le fusa.
Inverno
Il viso di mio padre merita attenzione. L’inverno avanza e lo assedia. Gli
occhi diventano un cumulo di neve sul punto di precipitare e le sopracciglia si
piegano come rami neri di alberi spogli. La pelle assume il pallore giallo e
spento del sole invernale, per mascella ha i margini di un campo chiuso dalla
neve e cosparso di stoppia, la fronte spaziosa è la superficie ghiacciata
dell’Erie: cela correnti di gelidi pensieri che girano vorticosi nel buio. Sempre
a caccia di lupi, sempre in lotta coi falchi, lavorava giorno e notte per
allontanare gli uni dalla porta e gli altri dalla finestra. Un Vulcano che
custodisce il fuoco, ci dà istruzioni su quale porta chiudere e quale aprire per
una giusta distribuzione di calore, mette da parte i fuscelli, discute le qualità
del carbone e ci insegna come attizzare il fuoco, come alimentarlo e
mantenerlo. Poi fino a primavera non apre più bocca.
L’inverno ci stringeva il capo in una coltre di freddo e ci scioglieva gli
occhi. Mettevamo pepe dentro le calze e vaselina sul viso, poi in quelle
mattine fredde come buie ghiacciaie guardavamo le quattro prugne cotte, i
grumi viscidi nella zuppa d’avena e la cioccolata coperta da uno strato di
pelle.
Ma soprattutto aspettavamo la primavera, quando sarebbero tornati i
giardini.
Questo inverno si era già irrigidito in un nodo insopportabile che niente
poteva sciogliere, eppure qualcosa, o meglio, qualcuno, ci riuscì. Un
qualcuno che frantumò il nodo in fili d’argento; e questi ci avvilupparono, ci
intrappolarono facendoci desiderare la cupa impazienza della noia
precedente.
L’elemento di rottura fu l’arrivo a scuola di una nuova bambina che si
chiamava Maureen Peal. Una bambina nera da sogno, con la pelle dorata e
lunghi capelli castani raccolti in due trecce che le scendevano lungo la
schiena. Era ricca, almeno per i nostri criteri, ricca come la più ricca delle
bambine bianche, fasciata di comodità e attenzioni. La qualità dei suoi vestiti
minacciò di far impazzire Frieda e me: scarpe di vernice con la fibbia, un tipo
simile ma più a buon prezzo noi lo ricevevamo solo a Pasqua e a fine maggio
si era già distrutto; maglioncini soffici color goccia di limone, rimboccati
dentro gonne dalle pieghe così regolari da lasciarci sgomente; calze al
ginocchio, dai colori brillanti e bordate di bianco, un cappotto di velluto
marrone rifinito con una pelliccia bianca di coniglio, e un manicotto intonato.
C’era un cenno di primavera negli occhi verde susina, qualcosa di estivo nella
carnagione e la pienezza dell’autunno nell’andatura.
Affascinò tutta la scuola. Quando la interrogavano, gli insegnanti le
sorridevano in modo incoraggiante. I bambini neri non le facevano lo
sgambetto nel corridoio; quelli bianchi non la prendevano a sassate, le
bambine bianche non facevano smorfie se lei veniva assegnata al loro gruppo
di lavoro; quelle nere si spostavano quando voleva usare il lavandino nel
gabinetto delle femmine, e i loro occhi si abbassavano sotto palpebre
frementi. In mensa non doveva mai cercare qualcuno con cui mangiare – si
affollavano tutti al tavolo che aveva scelto, e lei tirava fuori pranzetti
ricercati, facendo sfigurare la nostra fetta di pane macchiata di gelatina con
tramezzini ripieni di uova sbattute e tagliati in quattro bocconcini quadrati,
coppette di dolci con la glassa rosa, sedano e carote, mele scure e superbe.
Addirittura comprava e beveva con gusto il latte.
Frieda e io eravamo confuse, irritate e affascinate da lei. Cercammo
disperatamente una pecca che potesse ristabilire il nostro equilibrio, ma
all’inizio dovemmo accontentarci di storpiarle il nome, che da Maureen Peal
divenne Meringue Pie. a Poi fu per noi una piccola epifania scoprire che
aveva un solo dente canino – incantevole, di sicuro – ma pur sempre un solo
dente canino. E quando saltò fuori che era nata con sei dita per mano e che
c’era un piccolo bernoccolo dove era stato tolto il dito di troppo, sorridemmo.
Erano trionfi da poco, ma era tutto quello che potevamo permetterci – riderle
alle spalle e chiamarla «Meringue-pie-sei-dita-dente-canino». Ma dovevamo
farlo da sole, perché nessuna delle altre bambine voleva unirsi alla nostra
ostilità. Loro la adoravano.
Quando le assegnarono l’armadietto vicino al mio, potei abbandonarmi
all’invidia quattro volte al giorno. Mia sorella e io sospettavamo entrambe di
aspirare segretamente a esserle amiche, se ce l’avesse concesso, ma io sapevo
che sarebbe stata un’amicizia pericolosa, perché quando seguivo con gli
occhi il bordino bianco di quelle calze al ginocchio verde pisello, e sentivo le
mie calze lunghe marroni che tiravano da tutte le parti, volevo prenderla a
calci. E quando pensavo all’alterigia immeritata nei suoi occhi, tramavo di
sbatterle accidentalmente la porta dell’armadietto sulla mano.
Tuttavia, essendo compagne di armadietto, iniziammo a conoscerci, e
riuscii persino a fare quattro chiacchiere con lei senza immaginarla mentre
cadeva da una rupe, e senza prenderla in giro con un insulto che reputavo
intelligente.
Un giorno, mentre aspettavo Frieda all’armadietto, si avvicinò.
«Ciao.»
«Ciao.»
«Aspetti tua sorella?»
«A-ha.»
«Che strada fate per andare a casa?»
«La Ventunesima verso Broadway.»
«Perché non fate la Ventiduesima?»
«Perché abito sulla Ventunesima.»
«Oh. Allora posso farla anch’io. Almeno per un pezzetto.»
«Paese libero.»
Frieda ci venne incontro, le sue calze marroni erano tese al ginocchio
perché le aveva tirate in punta per nascondere un buco.
«Maureen fa un pezzo di strada con noi.»
Frieda e io ci lanciammo un’occhiata, i suoi occhi mi implorarono riserbo,
i miei non promisero nulla.
Era un’ingannevole giornata di primavera che, come Maureen, aveva
trafitto il guscio di un inverno tenue. C’erano pozzanghere, fango e un calore
invitante in agguato. Era uno di quei giorni in cui ci sistemavamo il cappotto
in testa, lasciavamo a scuola le galosce e il giorno seguente avevamo la
laringite. Eravamo sensibili al minimo cambiamento del tempo, al più piccolo
mutamento nell’arco della giornata. Molto prima che i semi si scuotessero,
Frieda e io cominciavamo a rimestare e scavare terra, a ingoiare aria e bere
pioggia…
Appena uscite da scuola con Maureen, iniziammo subito la metamorfosi.
Mettemmo la sciarpa che ci copriva la testa nella tasca del cappotto e il
cappotto in testa. Mi chiedevo come far finire il manicotto di pelliccia di
Maureen in un canale di scolo, quando un gran trambusto nel cortile attirò la
nostra attenzione. Un gruppo di ragazzini aveva accerchiato e fatto
prigioniera una vittima, Pecola Breedlove.
Bay Boy, Woodrow Cain, Buddy Wilson, Junie Bug – la circondavano
come una collana di pietre dure. Inebriati dall’odore del loro muschio,
elettrizzati dal potere che avevano ottenuto con facilità unendo le loro forze,
la importunavano allegramente.
«Tutta nera. Tutta nera. Tuopapàchedormenudo. Tutta nera tutta nera, tuo
papà che dorme nudo. Tutta nera…»
Avevano improvvisato un ritornello costituito da due insulti contro i quali
la vittima non poteva difendersi: il colore della sua pelle e l’allusione al modo
di dormire di un adulto, ferocemente efficaci nella loro incoerenza. Che
anche loro fossero neri, o che anche i loro padri avessero abitudini altrettanto
rilassate, era irrilevante. Era il disprezzo di se stessi in quanto neri che dava
voce al primo insulto. Pareva avessero afferrato tutta quanta la loro ignoranza
coltivata pazientemente, il loro odio di sé appreso alla perfezione, la loro
disperazione progettata sin nei minimi particolari, e che avessero assorbito
tutto in un cono infuocato di disprezzo che da anni bruciava nel vuoto delle
loro menti e che, raffreddatosi, si rovesciava in parole oltraggiose che
distruggevano qualunque cosa si trovasse sul loro cammino. Ballavano una
danza macabra intorno alla vittima che, per il loro piacere, erano pronti a
sacrificare alla cavità fiammeggiante.

Tutta nera tutta nera. Tuo papà che dorme nudo


Cia cia cia Cia cia cia
Cia cia cia

Pecola si dibatteva dentro il cerchio piangendo. Aveva lasciato cadere il


quaderno e si copriva gli occhi con le mani.
Noi guardammo, temendo che ci notassero e volgessero contro di noi le
loro forze. Poi Frieda, le labbra serrate e gli occhi della mamma, si strappò
via il cappotto dalla testa e lo gettò a terra. Si avventò verso di loro e buttò i
suoi libri in testa a Woodrow Cain. Il cerchio si ruppe, Woodrow Cain si
riparò la testa con le mani.
«Ehi, ragazza!»
«Piantatela, capito?» Non avevo mai sentito la voce di Frieda così forte e
chiara.
Forse perché Frieda era più alta di lui, forse perché lui le vide quegli
occhi, oppure perché il gioco non gli andava più o forse aveva preso una cotta
per Frieda, comunque sia, Woodrow sembrò spaventato abbastanza da darle
coraggio.
«Lasciatela in pace, se no dico a tutti che cosa stavate facendo!»
Woodrow non rispose, si limitò a sbarrare gli occhi.
Bay Boy saltò su: «Vattene! Nessuno ti ha chiesto niente».
«Zitto tu, testa di rapa», mi si era affilata la lingua.
«Testa di rapa a chi?»
«A te, testa di rapa.»
Frieda prese Pecola per mano. «Andiamo.»
«Ti faccio un occhio nero», Bay Boy mi minacciò con il pugno alzato.
«Dai, provaci.»
«Adesso vedi.»
Maureen comparve alle mie spalle e i ragazzi sembrarono riluttanti a
continuare davanti ai suoi occhi primaverili, così spalancati e attenti. Si
bloccarono confusi: non volevano picchiare tre bambine sotto lo sguardo
vigile di lei. Allora seguirono il loro istinto di maschi in boccio che gli diceva
di fingere che non eravamo degne della loro attenzione.
«Andiamo, ragazzi.»
«Sì, andiamo. Non abbiamo tempo da perdere con loro.»
Borbottando alcuni epiteti frettolosi, si allontanarono.
Raccolsi il quaderno di Pecola e il cappotto di Frieda, e tutte e quattro
lasciammo il cortile.
«Quella testa di rapa, sempre lì che rompe le scatole a qualche bambina.»
Frieda mi diede ragione. «Miss Forrester ha detto che è incorreggevole.»
«Davvero?» non sapevo che cosa volesse dire, ma suonava come una
condanna, quindi non poteva che essere giusta per Bay Boy.
Mentre Frieda e io schiamazzavamo sulla lite appena avvenuta, Maureen
si animò all’improvviso, fece passare il braccio dalla manica di velluto sotto
quello di Pecola e iniziò a comportarsi come se fossero grandi amiche.
«Io sono nuova di qui. Mi chiamo Maureen Peal, e tu?»
«Pecola.»
«Pecola? Non si chiamava così la ragazza di Lo specchio della vita?» b
«Non so. Che cos’è?»
«E un film, non lo sai? Dove c’è questa mulatta che odia la madre perché è
nera e brutta, ma poi al suo funerale piange. Era tristissimo. Piangono tutti.
Anche Claudette Colbert.»
«Oh!» La voce di Pecola non era che un sospiro.
«Comunque, anche lei si chiamava Pecola. Era così bella. Quando torna,
vado a rivederlo. Mia madre l’ha visto quattro volte.»
Frieda e io camminavamo dietro di loro, sorprese per la cordialità di
Maureen con Pecola, e contente. Forse non era così cattiva, dopo tutto. Frieda
si era rimessa il cappotto in testa e, così bardate, trotterellavamo tutte e due
godendoci il venticello caldo e le imprese eroiche di Frieda.
«Fai ginnastica con me, vero?» chiese Maureen a Pecola.
«Sì.»
«Miss Erkmeister ha le gambe a X. Scommetto che crede di averle belle.
Se no come mai ha sempre i pantaloncini corti e noi dobbiamo metterci quei
vecchi mutandoni? Vorrei morire ogni volta che li ho su.»
Pecola sorrise ma non guardò Maureen.
«Ehi», Maureen si fermò di colpo. «C’è un Isaley’s. Vuoi un gelato? Li ho
io i soldi.»
Aprì la cerniera di un taschino nascosto nel manicotto e tirò fuori un
dollaro tutto ripiegato. Le perdonai quelle calze alle ginocchia.
«Mio zio ha fatto causa a un Isaley’s», disse Maureen a tutte e tre, «ha
fatto causa all’Isaley’s di Akron. Gli hanno detto che era in disordine e che
uno così non volevano servirlo, ma è arrivato un suo amico, un poliziotto, che
ha fatto da testimone, così ha vinto la causa.»
«Che cos’è una causa?»
«È quando puoi farla pagare a qualcuno se ti va, e nessuno può dirti
niente. La mia famiglia lo fa sempre. Noi crediamo nelle cause.»
Entrando da Isaley’s Maureen si girò verso Frieda e me e ci chiese:
«Anche voi prendete il gelato?»
Ci guardammo. «No», disse Frieda.
Maureen scomparve nel negozio con Pecola.
Frieda fissava tranquilla la strada, io aprii bocca, ma la richiusi subito.
Assolutamente nessuno al mondo doveva sapere che mi aspettavo che
Maureen ci comprasse un gelato, che avevo passato gli ultimi 120 secondi a
scegliere i gusti, che Maureen iniziava a piacermi ed eravamo tutte e due
senza un penny.
Pensavamo che Maureen fosse così gentile con Pecola per via dei ragazzi,
e non avremmo mai osato ammettere – neppure tra di noi – che speravamo ci
trattasse allo stesso modo, o che lo meritavamo tanto quanto Pecola.
Uscirono: Pecola con un gelato all’ananas e all’arancio, Maureen con uno
tutto alla mora.
«Potevate prenderne uno», disse. «C’erano tutti i gusti. Non mangiare il
cono fino alla fine», consigliò a Pecola.
«Perché?»
«Perché c’è una mosca.»
«E tu come fai a saperlo?»
«Oh, non è sicuro. Una bambina mi ha detto che una volta ne ha trovata
una in fondo al suo, e che da allora butta via quel pezzetto.»
«Oh.»
Passammo davanti al Dreamland Theater e Betty Grable ci sorrise.
«Non la trovate incantevole?» chiese Maureen.
«A-ha», fece Pecola.
Io dissentii. «Hedy Lamarr è meglio.»
Maureen era d’accordo. «Ooooh, sì. Mia madre mi ha detto che dove
abitavamo prima una ragazza che si chiamava Audrey è andata dal
parrucchiere e ha chiesto alla signora di pettinarla come Hedy Lamarr e
questa le ha detto: ‘Va bene, quando ti crescono i capelli come quelli di Hedy
Lamarr’.» Rise piano e a lungo.
«Che scema», disse Frieda.
«Davvero. Pensate che ha sedici anni e non ha ancora le mestruazioni. E
voi?»
«Io sì», Pecola ci lanciò un’occhiata.
«Anch’io», Maureen non tentò di celare il suo orgoglio. «Mi sono venute
due mesi fa. Una mia amica di Toledo, dove abitavamo prima, mi ha detto
che la prima volta si è spaventata a morte. Pensava di essersi uccisa.»
«Sai a cosa servono?» Pecola fece la domanda quasi sperando di poter
rispondere lei.
«Per i bambini.» Maureen, per la banalità della domanda, alzò le
sopracciglia appena accennate.
«Quando i bambini sono dentro di te hanno bisogno di sangue, e se aspetti
un bambino non hai le mestruazioni. Ma quando non aspetti un bambino,
allora non c’è bisogno di tenere il sangue, quindi esce.»
«Come fanno i bambini a prendere il sangue?» chiese Pecola.
«Con la corda belicale. Non lo sai? Dove c’è il bottone della pancia. È da
lì che cresce la corda belicale e pompa il sangue al bambino.»
«Ma… se i bottoni della pancia fanno crescere la corda belicale per dare
sangue al bambino, e solo le femmine possono avere i bambini, come mai
anche i maschi hanno il bottone della pancia?»
Maureen esitò. «Non lo so», ammise. «Ma i maschi hanno sempre un
mucchio di cose che non gli servono.» Chissà come, la sua risata squillante
era più forte delle nostre risa nervose. Passò la lingua sul bordo del cono
tirando su una leccata violetta che mi fece venire le lacrime agli occhi.
Stavamo aspettando che il semaforo diventasse verde. Maureen continuava a
leccare il gelato passando la lingua intorno al bordo del cono invece di
morderlo come avrei fatto io. Passava e ripassava la lingua tutt’attorno.
Pecola aveva già finito il suo; era evidente che a Maureen piaceva far durare
le cose. Mentre io pensavo al suo gelato, lei deve aver pensato alla sua ultima
osservazione, perché chiese a Pecola: «Hai già visto un uomo nudo?»
Pecola sbatté gli occhi, poi distolse lo sguardo. «No. Dove lo vedevo, un
uomo nudo?»
«Non so, ho solo chiesto.»
«E poi non lo guardavo, se mi capitava. È una cosa sporca. A chi va di
vedere un uomo nudo?» Pecola era nervosa. «Nessun papà sta nudo davanti a
sua figlia. Lo fa se è uno sporcaccione.»
«Io non ho detto ‘papà’. Ho detto solo ‘un uomo nudo’.»
«Be’…»
«Come mai hai detto ‘papà’?» insistette Maureen.
«E chi poteva vedere se no, dente canino?» Ero contenta di avere
un’occasione per sfogare la mia rabbia. Non tanto per via del gelato, quanto
perché noi avevamo visto nostro padre nudo e non ci andava che qualcuno ce
lo ricordasse: provavamo la vergogna che segue l’assenza di vergogna.
Attraversando il corridoio dal bagno in camera sua, lui era passato davanti
alla porta aperta della nostra stanza. Noi eravamo là coricate con gli occhi
spalancati. Si era fermato e aveva guardato dentro, cercando di vedere nella
stanza buia se eravamo davvero addormentate – oppure se l’era immaginato,
che degli occhi aperti lo guardavano? Evidentemente si era convinto che
stavamo dormendo perché se ne andò, sicuro che le sue bambine non
sarebbero mai rimaste coricate con gli occhi aperti in quel modo, a fissare e
fissare e fissare. Quando se ne fu andato, il buio portò via solo lui, non la sua
nudità, che rimase con noi nella stanza, come un’amica.
«Non sto parlando con te», disse Maureen. «E poi, che cosa me ne importa
se vede suo papà nudo. Può guardarlo tutto il giorno se ne ha voglia, chi se ne
importa.»
«Importa a te», disse Frieda, «non parli d’altro.»
«Non è vero.»
«Invece sì. Di maschi, bambini e papà nudi. Sei proprio una maniaca.»
«Tu sta’ zitta, scema.»
«Ripetilo, se hai il coraggio», Frieda mise una mano sul fianco e protese il
viso verso Maureen.
«Scema te e tua mamma.»
«Lascia stare mia mamma.»
«E tu lascia stare mio papà.»
«Chi ha detto niente di quel rimbambito di tuo papà.»
«Tu.»
«Be’, hai iniziato tu.»
«Non parlavo con te. Parlavo con Pecola.»
«Già! Dicevi che guarda suo papà nudo.»
«E allora, chi se ne frega?»
Pecola si mise a strillare: «Non ho mai visto mio papà nudo. Mai!»
«Invece sì», riprese Maureen, «l’ha detto Bay Boy.»
«No.»
«Sì.»
«No.»
«Sì. Proprio tuo papà!»
Pecola rannicchiò la testa – un movimento di impotenza buffo e triste.
Praticamente inarcò le spalle spingendovi dentro il collo, quasi volesse
coprire le orecchie.
«Adesso la pianti di parlare di suo papà», dissi.
«Cosa me ne importa di quel vecchio nero di suo papà?» chiese Maureen.
«Nero? A chi hai detto nero?»
«A te!»
«Pensi di essere tanto bella!» mi avventai contro di lei e la mancai,
colpendo Pecola in viso. Furibonda per la mia goffaggine, le scaraventai
addosso il quaderno che però la colpì in fondo alla schiena, sul velluto,
perché nel frattempo si era girata e attraversava la strada di volata col
semaforo rosso.
In salvo dall’altra parte, ci gridò dietro: «Io sono bella! Voi siete brutte!
Brutte e nere, brutte e nere, ben vi sta. Io sono bella!»
Corse per la strada, con quelle calze verdi al ginocchio, le gambe come
steli di soffioni selvatici che avevano perso la cima. La forza delle sue parole
ci stordì, e passarono alcuni secondi prima che Frieda e io ci riprendessimo
per poterle urlare: «Meringue-pie-sei-dita-dente-canino!» Ripetemmo questa
cantilena, l’arma più potente del nostro arsenale di insulti, finché non
vedemmo più gli steli verdi e la pelliccia di coniglio.
I grandi guardavano male le tre bambine sul marciapiede, due con il
cappotto drappeggiato in testa, il colletto che incorniciava le sopracciglia
come negli abiti da suora, il reggicalze nero ben visibile dove si allacciava a
calze marroni che a malapena coprivano le ginocchia, le facce arrabbiate
simili a cavolfiori scuri.
Pecola era leggermente scostata da noi, gli occhi puntati nella direzione in
cui era scomparsa Maureen. Sembrava raccolta su se stessa, come un’ala
piegata. Il suo dolore mi provocava: volevo scuoterla, farle saltare i nervi,
ficcarle un bastone giù per quella spina dorsale curva e ingobbita, costringerla
a stare diritta e a sputar fuori l’infelicità per le strade. Lei invece la tratteneva
dentro di sé, e lasciava che le inghiottisse gli occhi.
Frieda si levò il cappotto dalla testa. «Andiamo, Claudia. Ciao, Pecola.»
Ci avviammo di buon passo, poi rallentammo fermandoci ogni tanto a
sistemare il reggicalze, allacciare una scarpa, grattarci o esaminare vecchie
cicatrici. Ci sentivamo sprofondare sotto il peso delle ultime parole
pronunciate da Maureen: sagge, precise e appropriate. Se lei era bella – e se
c’era una cosa vera, era questa – allora non lo eravamo noi. E che cosa
significava? Che eravamo inferiori. Magari più simpatiche, più intelligenti,
ma pur sempre inferiori. Le bambole potevamo distruggerle, ma non le voci
sdolcinate di genitori e zie, l’obbedienza negli occhi dei nostri pari, la luce
subdola negli occhi degli insegnanti quando incontravano tutte le Maureen
Peal del mondo. Qual era il segreto? Che cosa mancava a noi? Perché era così
importante? E allora? Ingenue e prive di vanità, a quel tempo eravamo ancora
innamorate di noi stesse, ci sentivamo bene nella nostra pelle, godevamo le
novità concesse dai sensi, ammiravamo il nostro sporco, accudivamo alle
nostre cicatrici e non potevamo comprendere perché fossimo considerate
indegne. Capivamo la gelosia e ci pareva naturale: il desiderio di avere ciò
che avevano altri; ma l’invidia era un sentimento strano e nuovo per noi. E
sapevamo da sempre che Maureen Peal non era il Nemico, e non meritava un
odio tanto profondo. La Cosa da temere era la Cosa che rendeva bella lei, ma
non noi.
La casa era immersa nel silenzio quando aprimmo la porta. L’odore acre
delle rape che bollivano adagio ci fece arricciare il naso.
«Mamma!»
Nessuna risposta, solo un rumore di passi. Mr Henry si trascinò giù fino a
metà scala, una gamba grossa e senza peli spuntava fuori dall’accappatoio.
«Ciao, Greta Garbo, ciao, Ginger Rogers.»
Gli rispondemmo col risolino a cui era abituato. «Buongiorno, Mr Henry.
Dov’è la mamma?»
«È andata da vostra nonna. Ha detto di dirvi di spegnere le rape e
mangiare qualche biscotto finché non torna. È tutto in cucina.»
Sedevamo in silenzio al tavolo della cucina sbriciolando i biscotti in
collinette. Dopo un attimo Mr Henry tornò giù per le scale. Adesso sotto
l’accappatoio aveva i pantaloni.
«Dite un po’: vi va un gelato?»
«Oh, sì signore!»
«Allora ecco qua una moneta da venticinque. Andate da Isaley’s e
prendetevi un bel gelato. Avete fatto le brave, vero?»
Le sue parole tinte di verde restituirono colore alla giornata. «Sì, signore.
Grazie, Mr Henry. Lo dice lei alla mamma quando arriva?»
«Certo. Tanto non torna per un bel pezzo.»
Senza cappotto, uscimmo di casa e arrivammo all’angolo quando Frieda
disse: «Non ho voglia di andare da Isaley’s».
«Che cosa?»
«Non ho voglia di gelato. Voglio le patatine.»
«Da Isaley’s le vendono.»
«Lo so, ma perché far tutta quella strada? Anche Miss Bertha le vende.»
«Ma io voglio il gelato.»
«Non è vero, Claudia.»
«Invece sì.»
«Allora, tu vai da Isaley’s e io da Miss Bertha.»
«Ma i soldi li hai tu, e poi non ho voglia di fare tutta quella strada da
sola.»
«Allora andiamo da Miss Bertha. Non ti piacciono le sue caramelle?»
«Sono sempre vecchie, e non ha mai niente.»
«Oggi è venerdì. Le ordina fresche tutti i venerdì.»
«E poi lì vicino ci sta quel vecchio pazzo di Altare Impomatato.»
«E allora? Siamo in due, se ci fa qualcosa scappiamo.»
«Mi fa paura.»
«Be’, io non ho voglia di andare fin da Isaley’s. Pensa se c’è lì in giro
Meringue Pie. Vorrai mica incontrarla, Claudia?»
«Va bene, Frieda. Prenderò le caramelle.»
Miss Bertha aveva una bottega di caramelle e tabacco da fiuto e da fumo.
Una stanza di mattoni che si affacciava sul giardino. Bisognava dare una
sbirciatina dalla porta e se lei non c’era si andava sul retro a bussare alla porta
di casa. Oggi era seduta dietro il bancone che leggeva la Bibbia in un fascio
di sole.
Frieda comprò le patatine e prendemmo dieci centesimi di caramelle, ci
rimanevano altri dieci centesimi. Tornammo a casa di corsa per sederci sotto i
cespugli di lillà sul lato della casa. Facevamo sempre lì la nostra «danza delle
caramelle», così Rosemary ci vedeva e si ingelosiva. Questa danza era un
alternarsi di gridolini, saltelli e piroette, un continuo schioccare e
sgranocchiare a cui ricorrevamo quando avevamo dei dolci. Strisciando tra i
cespugli e il lato della casa, sentimmo voci e risate. Guardammo dentro dalla
finestra del soggiorno, sicure di vedere la mamma. C’erano invece Mr Henry
e due donne.
Con tono giocoso, come fanno le nonne con i bambini, lui succhiava le
dita di una delle donne, la cui risata si diffondeva lieve tutt’intorno. L’altra
donna si abbottonava il cappotto. Capimmo immediatamente chi erano, e ci
sentimmo accapponare la pelle: una era China, l’altra la chiamavano Linea
Maginot. Mi vennero i brividi giù per la schiena. Quelle erano le donne facili
dallo smalto marrone che la mamma e la nonna odiavano. E in casa nostra.
China non era così terribile, perlomeno non ai nostri occhi. Era magra,
avanti con gli anni, svanita e inoffensiva. Linea Maginot, invece! Una così,
diceva mia madre, non l’avrebbe «fatta mangiare nel suo piatto». Una così, le
donne di chiesa non la guardavano in faccia. Una così aveva fatto fuori un bel
po’ di persone, le aveva bruciate, avvelenate, cucinate nel ranno. Anche se il
viso di Linea Maginot, nascosto da tutta quella ciccia, mi pareva dolcissimo,
su di lei ne avevo sentite di cotte e di crude, avevo visto troppe bocche
piegarsi a triangolo al solo pronunciarne il nome, per soffermarmi sui tratti
che avrebbero potuto redimerla.
Con i suoi denti gialli, China sembrava davvero divertirsi in compagnia di
Mr Henry. La vista di lui che le leccava le dita mi fece venire in mente le
riviste sporche in camera sua. Un vento gelido soffiò dentro di me,
sollevando folate di terrore e oscuri desideri. Mi parve di vedere una leggera
malinconia adombrare il viso di Linea Maginot. Ma forse era la mia
immagine riflessa nel lento dilatarsi delle narici, nei suoi occhi che mi
ricordavano le cascate nei film sulle Hawaii.
Linea Maginot sbadigliò e disse: «Dai, China. Non possiamo star qui a
ciondolare tutto il giorno. Tra un po’ arrivano i padroni di casa». Si avvicinò
alla porta.
Frieda e io ci gettammo a terra lanciandoci sguardi infuocati. Quando le
donne si furono allontanate entrammo in casa. Mr Henry era in cucina che
apriva una bottiglia di gazzosa.
«Già di ritorno?»
«Sì, signore.»
«Finito il gelato?» i suoi dentini sembravano benevoli e indifesi. Era
proprio il nostro Mr Henry quello con le dita di China?
«Abbiamo preso le caramelle.»
«Ah, davvero? Golosona di una Greta Garbo.»
Asciugò la bottiglia e la portò alle labbra – un gesto che mi mise a disagio.
«Chi erano quelle donne, Mr Henry?»
Per poco non si soffocò con una sorsata di gazzosa e guardò Frieda:
«Come dici?»
«Quelle donne», ripeté lei, «che sono appena andate via. Chi erano?»
«Oh», rise la solita risata dei grandi pronti-a-mentire. Un ah-ah-ah che
conoscevamo bene.
«Sono del mio corso di lettura della Bibbia. Leggiamo le Scritture
insieme, e oggi sono venute a leggere con me.»
«Oh», fece Frieda. Io gli guardavo le pantofole per evitare di vedere quei
denti benevoli mentre tramavano una bugia. Andò in direzione delle scale poi
si girò di nuovo verso di noi.
«Meglio non dirlo a vostra madre. Lei non va pazza per chi studia la
Bibbia e non le va se ricevo visite, nemmeno quando sono buoni cristiani.»
«No, Mr Henry. Non diciamo niente.»
Salì le scale di corsa.
«Pensi che dovremmo?» chiesi. «Dirlo alla mamma?»
Frieda sospirò, non aveva ancora aperto le sue caramelle o le patatine, e
adesso stava seguendo col dito le lettere sulla carta delle caramelle.
All’improvviso alzò la testa e iniziò a guardarsi intorno per la cucina.
«No, meglio di no. Non ci sono piatti in giro.»
«Piatti? Che cosa stai dicendo?»
«Niente piatti in giro. Linea Maginot non ha mangiato in un piatto della
mamma. E poi, se glielo diciamo, la mamma va avanti a brontolare per tutto
il giorno.»
Ci sedemmo a guardare le collinette che avevamo fatto con i biscotti.
«È meglio che spegniamo le rape. Se bruciano la mamma ci dà una bella
frustata», disse.
«Vero.»
«Ma se le facciamo bruciare non dobbiamo mangiarle.»
Ehiiii! Che bell’idea! pensai.
«Cosa preferisci? Una frustata senza rape o rape senza frustate?»
«Non so. Magari possiamo bruciarle appena appena, così la mamma e il
papà possono mangiarle, ma noi possiamo dire che non possiamo.»
«Ok.»
Feci un vulcano con la mia collinetta.
«Frieda.»
«Che cosa?»
«Che cosa ha fatto Woodward, che mi stavi dicendo?»
«Ha bagnato il letto. Mrs Cain ha detto alla mamma che continua a farlo.»
«Brutto sporcaccione.»
Il cielo si stava oscurando; guardai dalla finestra e vidi che nevicava.
Ficcai un dito giù nella bocca del mio vulcano, che vacillò, disperdendo i
granelli dorati in piccoli vortici. La pentola delle rape scoppiettò.

a. «Torta meringata»: i due nomi in inglese si pronunciano in modo simile. (N.d.T.)


b. Imitation of Life (1934), melodramma di John Stahl. Del 1959 è la versione
successiva, a opera di Douglas Sirk. (N.d.T.)
GUARDAILGATTOFAMIAOMIAOVIENIAGIOCAREVIE
NIGIOCACONJANEILGATTINONON

Arrivano da Mobile, Aiken, da Newport News, da Marietta, da Meridian. E il


suono di questi posti nelle loro bocche ti fa pensare all’amore.
Quando gli chiedi da dove arrivano, piegano la testa dicendo «Mobile» e ti
pare che ti abbiano baciato. Dicono «Aiken» e vedi una farfalla bianca che
con un’ala spezzata vola via evitando uno steccato. Dicono «Nagadoches» e
tu vuoi rispondere «Sì». Non sai come sono queste città, ma ti piace quel che
succede nell’aria quando loro dischiudono le labbra e in un soffio liberano
quei nomi.
Meridian. Il suono apre le finestre di una stanza come le prime quattro
note di un inno. Poche persone possono dire il nome della loro città natale
con tanto malizioso amore. Forse perché non hanno una città natale, ma solo
un posto in cui sono nati. Ma queste ragazze assorbono il succo delle loro
città, che non le abbandona più. Sono ragazze magre e dalla pelle marrone,
che hanno osservato a lungo i malvoni nei cortili sul retro a Meridian,
Mobile, Aiken e Baton Rouge. E come i malvoni sono alte, sottili e immobili.
Le loro radici sono profonde, gli steli solidi, e solo le cime in fiore
ondeggiano al vento. Hanno gli occhi di chi sa dire l’ora dal colore del cielo.
Ragazze simili vivono in tranquilli quartieri neri dove tutti hanno un impiego
redditizio. Dove ci sono dondoli appesi a catene in ogni veranda, dove l’erba
è tagliata con la falce, i galletti ruspano e nei cortili crescono i girasoli, e vasi
di fumaria, di edera e lingue di suocera riempiono scalini e davanzali.
Ragazze simili hanno comprato angurie e fagioli nani dal carretto del
fruttivendolo. Hanno messo in vetrina un cartello diviso in quattro parti, su
tre hanno scritto un peso – 10, 25, 50 LIBBRE – e NIENTE GHIACCIO sulla
quarta.
Queste ragazze dalla pelle marrone di Mobile e Aiken non sono come le
altre: non sono inquiete, né stridule o nervose; non hanno un bel collo nero
che allungano come per liberarsi da un collare invisibile, e i loro occhi non
mordono. Queste ragazze di Mobile, marroni come lo zucchero di canna, si
muovono per le strade senza farsi notare. Sono dolci e semplici come una
torta al burro, con caviglie sottili e piedi lunghi e stretti. Si lavano con
saponette arancioni, si impolverano di talco profumato, puliscono i denti con
uno straccetto impregnato di sale e ammorbidiscono la pelle con una crema
idratante. Sanno di legno, di giornali e vaniglia. Stirano i capelli con la
brillantina alla pesca e fanno la riga di lato. Di notte li arricciano intorno alla
carta marrone dei sacchetti, si avvolgono la testa in una sciarpa colorata e
dormono con le mani raccolte sullo stomaco. Non bevono, non fumano né
bestemmiano, e continuano a chiamare il sesso «topina». Cantano nel coro
come mezzosoprano e sebbene la loro voce sia forte e chiara, non vengono
mai scelte per un assolo. Stanno in seconda fila, camicetta bianca inamidata,
gonna blu quasi viola per le troppe stirature.
Vanno all’università statale e fanno un tirocinio per insegnanti, imparano
alla perfezione come lavorare per l’uomo bianco: economia domestica per
preparargli da mangiare; didattica per addestrare i bambini neri
all’obbedienza; musica per consolare il padrone stanco e ravvivarne l’animo
intorpidito. Qui apprendono il seguito della lezione incominciata in quelle
case comode con il dondolo sulla veranda e i vasi di fumaria: come
comportarsi. Si impegnano a rafforzare la parsimonia, la pazienza, i principi
sani e le buone maniere; in breve, a liberarsi dalla paura. Dalla tremenda
paura della passione, della natura, la paura dell’ampia gamma di emozioni
umane.
Dovunque erompa, questa Paura, la spazzano via; dove si incrosta la
sciolgono; dovunque goccioli, sbocci o si attacchi, la scovano e la
combattono fino a distruggerla: e combattono questa battaglia fino alla
tomba. Le risate un po’ troppo forti, le parole un po’ troppo schiette, i gesti
un po’ troppo generosi. Tengono in dentro il sedere per paura di sculettare;
quando si mettono il rossetto non si coprono mai per intero la bocca per paura
di avere labbra troppo marcate, e come si preoccupano, come si preoccupano
del loro taglio di capelli!
Sembra che non abbiano mai un ragazzo ma si sposano sempre. Certi
uomini le guardano, senza farsi scorgere, e sanno subito che con una ragazza
simile in casa dormiranno in lenzuola bollite e sbiancate, appese ad asciugare
su cespugli di ginepro e stirate a puntino con un ferro pesante. Ci saranno dei
bei fiori di carta a decorare il ritratto della loro madre e una grande Bibbia in
salotto. Si sentono sicuri: ogni lunedì ci sarà il loro abito da lavoro
rammendato, lavato e stirato; la camicia della domenica oscillerà
sull’attaccapanni allo stipite della porta, bella bianca e inamidata. Le
guardano le mani e sanno che farà i biscotti in casa; sentono l’odore del caffè
e del prosciutto fritto; vedono i fiocchi di granturco, bianchi e fumosi con
sopra un ricciolo di burro. I suoi fianchi gli assicurano che porterà un
bambino in grembo facilmente e senza dolore. E hanno ragione.
Quello che non sanno è che questa ragazza semplice dalla pelle marrone
costruirà il suo nido fronda su fronda, ne farà un proprio mondo inviolabile e
starà di guardia su ogni pianta, erbaccia e centrino, anche contro di lui. In
silenzio rimetterà la lampada dove l’aveva messa la prima volta, toglierà i
piatti dal tavolo con l’ultimo boccone ancora in bocca, luciderà il pomello
della porta dopo che una mano unta l’ha toccato. E un’occhiata di traverso
basterà a dirgli di fumare nella veranda sul retro.
I bambini capiranno subito che non possono entrare nel suo cortile per
recuperare la palla. Ma gli uomini non sanno queste cose, né sanno che lei
concederà il suo corpo con parsimonia, e solo in parte. Lui dovrà penetrarla
furtivamente, alzandole l’orlo della camicia da notte non oltre l’ombelico.
Dovrà tenersi su sui gomiti quando fanno l’amore, apparentemente per
evitare di farle male al seno, ma in verità perché lei non debba toccare o
sentire troppo di lui.
Si muoverà dentro di lei, che intanto si domanderà perché non abbiano
messo le parti del corpo vitali, ma intime, in un posto più comodo – sotto
l’ascella, per esempio, o nel palmo della mano. Un posto da raggiungere
subito e con facilità, senza svestirsi. Lei si irrigidisce accorgendosi che un
bigodino di carta si sta disfacendo per i movimenti dell’amore; tiene a mente
qual è quello che si sta allentando, così può subito sistemarlo appena lui avrà
finito. Spera che lui non sudi: l’umidità potrebbe finirle nei capelli; e spera di
rimanere asciutta tra le gambe: odia il chiocciolio che fanno quando è
bagnata. Appena sente che lui è preda dei primi spasimi, muove rapidamente
le anche, gli preme le unghie nella schiena e inspira con forza fingendo di
avere un orgasmo. E di nuovo, per la millesima volta, si chiede come sarebbe
provarlo davvero mentre il pene di suo marito è dentro di lei. La cosa che più
gli si è avvicinata, è stata quella volta che camminava per la strada e
l’assorbente le è scivolato via dalla cintura igienica, muovendosi dolcemente
tra le gambe mentre camminava. Dolcemente, così dolcemente. E poi una
sensazione lieve e nettamente piacevole le si è raccolta all’inguine. Con
l’aumentare del piacere si era dovuta fermare in strada e stringere le cosce per
controllarlo. Dev’essere una cosa così, pensa, ma non succede mai quando lui
è dentro di lei. Appena lui si toglie, lei abbassa la camicia da notte, scivola
dal letto e con grande sollievo va in bagno.
Ogni tanto un essere animato conquisterà il suo affetto. Un gatto, forse,
che amerà il suo ordine, la precisione e la costanza; che sarà pulito e
silenzioso come lei. Il gatto si adagerà tranquillamente sul davanzale
accarezzandola con gli occhi. Lei potrà tenerlo in braccio lasciando che le
zampe posteriori annaspino contro il suo petto e le anteriori le si aggrappino
alle spalle. Potrà strofinargli il pelo liscio e sentire di sotto il corpo
arrendevole. Al suo tocco delicato, il gatto si leccherà il pelo stiracchiandosi e
aprendo la bocca. E lei accetterà la sensazione stranamente piacevole che
prova quando lui freme sotto la sua mano e sbatte gli occhi sazio di delizie
sensuali. Quando cucina, in piedi al tavolo, lui le girerà intorno alle caviglie,
e il fremito della pelliccia le salirà a spirale per le gambe, su fino alle cosce,
facendole tremare impercettibilmente le dita nell’impasto della torta.
Oppure, quando si siede a leggere la rubrica dei «Pensieri edificanti» sulla
sua rivista preferita, il gatto le salterà in grembo e lei coccolerà quella soffice
collina di peli lasciando che il calore del corpo dell’animale le si infiltri nelle
profondità più segrete del grembo. Qualche volta la rivista cade e lei apre
appena le gambe, e i due continuano a stare vicini, forse scivolando ancora
più vicini e sonnecchiando un poco fino alle quattro, quando arriva l’intruso
dal lavoro vagamente ansioso su che cosa c’è per cena.
Il gatto saprà sempre di essere il primo nel cuore di lei. Anche dopo che
avrà portato un bambino in grembo. Perché lei un bambino in grembo lo
porterà: facilmente e senza dolore. Ma uno solo. Un maschio. Che si
chiamerà Junior.
Una ragazza simile di Mobile o Meridian o Aiken, che non sudava sotto le
ascelle né tra le cosce, che profumava di legno e vaniglia e aveva cucinato i
soufflé al corso di economia domestica, si trasferì con il marito, Louis, a
Lorain, Ohio. Si chiamava Geraldine. Lì costruì il suo nido, stirò camicie,
invasò piante di fumaria, giocò col suo gatto e diede alla luce Louis Junior.
Geraldine non permise mai al suo bambino, Junior, di piangere. Finché i
suoi bisogni furono fisici lei riuscì a soddisfarli: con cibo e comodità. Sempre
lavato, spazzolato, lindo e profumato. Geraldine non gli parlò mai, né lo
vezzeggiò o sommerse di baci, ma fece in modo che ogni altro desiderio
fosse esaudito. Non passò molto che il bambino notò la differenza
nell’atteggiamento della madre verso di lui e verso il gatto. Crescendo,
imparò come sfogare sul gatto l’odio per la madre e trascorse momenti felici
a vederlo soffrire. Il gatto sopravvisse, perché raramente Geraldine era fuori
casa, e poteva così consolare amorevolmente l’animale quando Junior lo
maltrattava.
Geraldine, Louis, Junior e il gatto vivevano accanto al cortile della scuola
Washington Irving. Junior considerava il cortile di sua proprietà e tutti i
compagni lo invidiavano perché poteva dormire fino a tardi, tornare a casa
per pranzo e spadroneggiare in cortile dopo la scuola. Lui odiava vedere
altalene, scivoli, pertiche e dondoli vuoti e cercava sempre di convincere gli
altri bambini a rimanere lì il più possibile. Bambini bianchi: a sua madre non
piaceva che giocasse con i negri. Gli aveva spiegato la differenza tra la gente
di colore e i negri. Erano facilmente identificabili: la gente di colore era pulita
e silenziosa, i negri erano sporchi e rumorosi. Lui apparteneva al primo
gruppo: indossava camicie bianche e pantaloni blu, i capelli erano rasati il più
possibile vicino al cuoio capelluto per evitare che sembrassero lanosi e la
scriminatura veniva fatta dal barbiere.
D’inverno la madre gli spalmava in viso la crema perché la pelle non si
facesse cinerea, infatti, sebbene fosse chiara, c’era sempre il pericolo che
diventasse color cenere. Il confine tra la gente di colore e i negri non era
sempre marcato: sottili segni rivelatori minacciavano di abbatterlo e
bisognava stare costantemente in guardia.
Junior voleva giocare con i bambini neri. Più di ogni altra cosa al mondo
gli sarebbe piaciuto giocare al «Re della Montagna»: gli altri bambini che lo
spingevano su un mucchio di terra e si ammassavano sopra di lui. Voleva
sentire il loro peso che lo schiacciava, sentire l’odore forte della loro pelle
nera e dire «vaffanculo» con affettuosa noncuranza. Voleva sedersi con loro
sul bordo del marciapiede a confrontare la lama dei coltellini, la distanza e
l’arco degli sputi. Al gabinetto, voleva spartire gli allori per aver pisciato
lontano e a lungo. Un tempo Bay Boy e P.L. erano stati i suoi idoli,
gradatamente però era giunto a dar ragione alla madre: né Bay Boy né P.L.
erano degni di lui. Giocava solo con Ralph Nisensky, che aveva due anni in
meno, portava gli occhiali e non voleva mai fare niente. Sempre più, Junior
prese gusto a molestare le bambine: era facile farle piangere e scappar via.
Come rideva quando cadevano a terra facendo vedere i mutandoni; e quando
si alzavano, il viso rosso e contratto, come si divertiva! Le bambine negre
non le stuzzicava molto spesso; di solito viaggiavano in branco, e una volta
gettò un sasso contro alcune di loro, che lo inseguirono, lo presero e giù botte
da orbi. Mentì alla madre, dicendo che era stato Bay Boy. Lei rimase
sconvolta, il padre continuò a leggere il giornale di Lorain.
Quando gli saltava, chiedeva a un bambino che passava di lì di andare a
giocare sulle altalene o sul dondolo. Se il bambino non ci andava, o se
iniziava e poi smetteva subito, allora Junior gli gettava la ghiaia. Divenne un
ottimo tiratore.
Annoiato o impaurito in casa, il cortile era la sua unica gioia. Un giorno di
particolare pigrizia, vide una bambina dalla pelle molto scura tagliare
attraverso il cortile; camminando teneva la testa bassa. L’aveva già vista
molte altre volte, sempre sola e sempre in disparte. Mai nessuno giocava con
lei. Forse, pensò lui, perché era brutta.
Adesso Junior la chiamò. «Ehi! Che cosa ti prende ad attraversare il mio
cortile?»
La bambina si fermò.
«Nessuno può attraversare questo cortile se non lo dico io.»
«Non è tuo, è della scuola.»
«Sì, ma ce l’ho in custodia io.»
La bambina si avviò per la sua strada.
«Aspetta», Junior si avvicinò. «Puoi stare a giocare se ti va. Come ti
chiami?»
«Pecola. Non voglio giocare.»
«Dai, non ti faccio arrabbiare.»
«Devo andare a casa.»
«Ascolta, vuoi vedere una cosa? Ho una cosa da farti vedere.»
«No. Che cosa?»
«Vieni a casa mia. Guarda, abito proprio qui. Dai, ti faccio vedere.»
«Mi fai vedere che cosa?»
«Dei gattini. Abbiamo dei gattini. Puoi prenderne uno se vuoi.»
«Gattini veri?»
«Certo. Dai, vieni.»
La tirò piano per il vestito. Pecola si diresse verso casa sua. Quando si
accorse di averla convinta, Junior corse avanti tutto eccitato fermandosi solo
per urlarle di sbrigarsi. Le tenne la porta aperta con un sorriso incoraggiante,
Pecola salì gli scalini della veranda e lì esitò, impaurita a seguirlo. La casa
sembrava buia. Junior disse: «Non c’è nessuno, mia mamma è uscita e mio
padre lavora. Non vuoi vedere i gattini?»
Junior accese la luce. Pecola varcò la soglia di casa.
Che bello, pensò, che bella casa. C’era una grossa Bibbia, rilegata in rosso
e oro, sul tavolo della sala da pranzo. Dappertutto c’erano piccoli centrini di
pizzo – sui braccioli e gli schienali delle poltrone, in mezzo a un grande
tavolo, sui tavolini. Vasi di fiori riempivano i davanzali. Un’immagine a
colori di Gesù Cristo era appesa alla parete, con dei bellissimi fiori di carta
attaccati alla cornice. Lei voleva vedere tutto con calma, con molta calma, ma
Junior continuava a dire: «Ehi, tu, dai, sbrigati!» La trascinò in un’altra
stanza, ancora più bella della prima. Altri centrini e una grande lampada con
la base verde e oro e il paralume bianco. C’era persino un tappeto sul
pavimento, con enormi fiori rosso scuro. Era incantata ad ammirare i fiori
quando Junior disse: «Ecco!» Pecola si girò. «Ecco il tuo gattino!» strillò. E
le gettò in faccia un enorme gatto nero.
Lei trattenne il fiato per la paura e lo spavento e sentì dei peli in bocca. Il
gatto le puntò le unghie sul viso e sul petto, tentando di trovare un appiglio,
poi balzò agile a terra.
Junior rideva e correva per la stanza tenendosi lo stomaco per il
divertimento. Pecola si toccò i graffi sul viso e sentì le lacrime in arrivo.
Andò verso la porta ma Junior le si parò davanti.
«Non puoi uscire. Sei mia prigioniera», disse. Gli occhi erano allegri ma
duri.
«Lasciami andare.»
«No!» la spinse a terra, corse fuori dalla porta che separava le due stanze e
la tenne chiusa con le mani. Pecola iniziò a picchiare contro la porta,
aumentando il fragore di quella risata ansimante.
Dopo un attimo era in lacrime, e si teneva il viso tra le mani. Sentendo
qualcosa di morbido e peloso passarle tra le caviglie fece un salto e vide che
era il gatto: girava e rigirava intorno alle sue gambe. Momentaneamente
distolta dalla paura, si accovacciò per toccarlo, le mani bagnate di lacrime. Il
gatto si sfregò contro il ginocchio. Era tutto nero, nero di seta, e gli occhi,
puntati verso il naso, erano di un verde azzurrino. La luce li faceva brillare
come ghiaccio azzurro. Pecola accarezzò la testa del gatto, che miagolò, la
lingua che guizzava per il piacere. Gli occhi azzurri nel muso nero la
catturarono.
Non sentendo più singhiozzare, Junior s’incuriosì, aprì la porta e la vide
accovacciata che accarezzava il dorso del gatto. Vide l’animale che allungava
il collo, gli occhi come due fessure; molte volte aveva visto
quell’espressione: reagiva così anche alle carezze della madre.
«Dammi il mio gatto!» sbottò. Con un movimento insieme goffo e sicuro
lo afferrò per una zampa posteriore e alzandolo sopra la testa cominciò a farlo
girare con forza.
«Smettila!» urlò Pecola. Le zampe libere del gatto si erano irrigidite,
pronte ad aggrapparsi a qualsiasi cosa per ritrovare l’equilibrio, la bocca
spalancata, gli occhi azzurri venati d’orrore.
Continuando a urlare, Pecola cercò di prendere la mano di Junior e sentì il
vestito strapparsi sotto l’ascella. Junior tentò di spingerla via, ma lei gli
afferrò il braccio che faceva roteare il gatto. Caddero insieme, e cadendo
Junior lasciò andare il gatto che, liberato in pieno movimento, venne
scagliato con forza contro la finestra. Scivolò giù e cadde sul termosifone
dietro il divano. Tranne alcuni tremiti, rimase immobile. Si sentì solo un vago
odore di peli bruciacchiati.
Geraldine aprì la porta.
«Cosa succede?» la voce era tranquilla, come se facesse una domanda
assolutamente ragionevole. «Chi è questa bambina?»
«Ha ucciso il nostro gatto», disse Junior. «Guarda.» Indicò il termosifone
dove era l’animale, gli occhi azzurri chiusi davano al muso un’espressione
vuota, nera e inerme.
Geraldine si avvicinò al termosifone e raccolse il gatto che rimase
afflosciato tra le sue braccia, poi sfregò il viso contro il suo pelo. Guardò
Pecola, vide il suo vestito sporco e strappato, le treccine dritte in testa, i
capelli arruffati dove le treccine si erano disfatte, le scarpe infangate con la
gomma che saltava fuori dalla suola scadente, i calzini sudici, uno dei quali
era finito sotto il tacco della scarpa. Vide che una spilla di sicurezza le teneva
su l’orlo del vestito. La guardò da oltre la schiena curva del gatto. Per tutta la
vita aveva visto queste bambine: alle finestre sopra i bar di Mobile, carponi
sulle verande di case modeste ai margini della città, sedute alle fermate
dell’autobus con sacchetti di carta in mano, sempre a urlare qualcosa alle
madri che continuavano a ripetere: «Stazzitta!» Capelli spettinati, vestiti
rattoppati, scarpe slacciate e incrostate di sporco. L’avevano sempre fissata
con grandi occhi increduli, occhi che non fanno domande ma chiedono tutto.
Impassibili, la fissavano senza batter ciglio. La fine del mondo era in
quegli occhi, e l’inizio, e tutto il vuoto che sta in mezzo.
Erano dovunque. Dormivano in sei in un letto, di notte le loro pipì si
mischiavano, perché ognuna di loro bagnava il letto sognando caramelle e
patatine. Sprecavano nell’ozio le lunghe giornate di caldo, grattando
l’intonaco dai muri e scavando nella terra con i bastoncini. Si sedevano in fila
sul bordo del marciapiede, si affollavano nei banchi in chiesa rubando il
posto ai bambini di colore, belli e puliti; giocavano a fare il pagliaccio nei
cortili, rompevano sempre qualcosa nei negozi, ti sfrecciavano davanti in
strada e d’inverno facevano scivoli di ghiaccio sui marciapiedi in pendenza.
Le femmine crescevano senza sapere cosa fossero i corpetti e i maschi
annunciavano di essere diventati uomini girando all’indietro la visiera del
berretto. L’erba non cresceva dove vivevano loro, i fiori morivano ed era
sempre ombra. Dove vivevano loro, sbocciavano pneumatici e bidoni di latta.
Campavano di fagioli dall’occhio e aranciata. Svolazzavano come mosche e
come mosche si posavano. E questa si era posata in casa sua. La guardò da
oltre la schiena curva del gatto.
«Vattene», disse, la voce calma. «Brutta puttanella nera. Fuori da casa
mia!»
Il gatto ebbe un fremito e scosse la coda.
Pecola indietreggiò e uscì dalla stanza, fissando la bella signora dalla pelle
color caffelatte nella bella casa tutta verde e oro, che le parlava attraverso la
pelliccia del gatto. Le parole della bella signora la facevano muovere: il
soffio di ogni parola apriva un solco nel pelo. Pecola si girò per cercare la
porta e vide Gesù che la guardava con occhi tristi e indifferenti, i lunghi
capelli castani divisi nel mezzo, gli allegri fiori di carta intorno al viso.
Fuori, il vento di marzo soffiò nello strappo del suo vestito. Tenne la testa
bassa per proteggersi dal freddo, ma non abbastanza da non vedere i fiocchi
di neve che cadevano e morivano sul marciapiede.
Primavera
I primi ramoscelli sono sottili, verdi e flessibili. Si piegano a formare un
cerchio, ma non si spezzano. I loro germogli nei cespugli di forsizia e di lillà
racchiudono speranze dolci e vistose, ma non significavano altro che un
mutamento nelle frustate. In primavera ci picchiavano in modo diverso:
invece del dolore sordo della cinghia invernale, c’erano queste verghe ancora
fresche che lasciavano fitte acute molto tempo dopo essere state usate. C’era
una malignità nervosa in questi lunghi ramoscelli che ci facevano desiderare i
colpi secchi della cinghia o le percosse forti ma leali della spazzola. Ancora
adesso per me la primavera è turbata dal dolore mai dimenticato delle
vergate, e la forsizia non porta allegria.
Sprofondata nell’erba di un campo deserto in un sabato di primavera,
aprivo i gambi delle genziane e pensavo alle formiche e ai noccioli di pesca e
alla morte, e a dove andava il mondo quando chiudevo gli occhi. Dovevo
essere rimasta a lungo nell’erba, perché l’ombra che mi precedeva quando
uscii di casa era scomparsa quando tornai. Entrai in casa, che era immersa in
un silenzio inquietante, poi sentii mia madre che cantava qualcosa a proposito
dei treni e dell’Arkansas. Arrivò dalla porta sul retro con in mano delle tende
gialle piegate e le impilò sul tavolo della cucina. Mi sedetti per terra ad
ascoltare la storia della canzone e notai che si comportava in modo strano.
Aveva ancora il cappello in testa, e le scarpe erano coperte di polvere, come
se avesse camminato sulla terra battuta. Mise dell’acqua a bollire e cominciò
a spazzare la veranda; poi tirò fuori la bacchetta delle tende, ma invece di
metterci le tende ancora umide, riprese a spazzare la veranda. Sempre
cantando dei treni e dell’Arkansas.
Quando finì, andai a cercare Frieda. La trovai di sopra coricata sul nostro
letto che piangeva a dirotto, gemendo come si fa dopo i primi lamenti:
perlopiù a singhiozzi e tremiti. Mi coricai e le guardai la fantasia di minuscoli
mazzi di rose selvatiche sul vestito. I troppi lavaggi ne avevano sbiadito il
colore e velato i contorni.
«Che cosa c’è, Frieda?»
Alzò il viso gonfio dalla piega del braccio.
Continuando a tremare, si sedette lasciando penzolare le gambe magre dal
letto; io mi misi in ginocchio e presi un lembo del vestito per pulirle il naso
che colava. Non le era mai piaciuto pulirsi il naso con i vestiti, ma questa
volta mi lasciò. Faceva sempre così la mamma col suo grembiule.
«Ti sei presa una frustata?»
Fece di no con la testa.
«Allora perché piangi?»
«Perché sì.»
«Perché?»
«Per Mr Henry.»
«Che cos’ha fatto?»
«Papà l’ha picchiato.»
«Come mai? Per Linea Maginot? Ha scoperto di Linea Maginot?»
«No.»
«E allora, perché? Dai, Frieda. È una cosa che non posso sapere?»
«Lui… mi ha fatto delle cose sporche.»
«Delle cose sporche? Vuoi dire come Altare Impomatato?»
«Tipo.»
«Te l’ha fatto vedere?»
«Noooo. Mi ha toccata.»
«Dove?»
«Qui e qui.» Indicò i minuscoli seni che, come due ghiande cadute,
scostavano sbiadite foglie di rosa sul vestito.
«Davvero? Che cosa si sente?»
«Oh, Claudia», sembrava scocciata. Non avevo fatto la domanda giusta.
«Non si sente niente.»
«Ma non si dovrebbe sentire qualcosa? Qualcosa di bello, credo.» Frieda
sbuffò. «Che cosa ha fatto? Si è avvicinato e te le ha pizzicate?»
Sospirò. «Prima ha detto che ero carina. Poi mi ha presa per un braccio e
mi ha toccata.»
«Dov’erano la mamma e il papà?»
«Nell’orto a togliere le erbacce.»
«E tu cos’hai detto quando ti ha fatto così?»
«Niente. Sono uscita di corsa dalla cucina e sono andata nell’orto.»
«Ma la mamma dice sempre che non dobbiamo attraversare i binari da
sole.»
«E allora, tu cos’avresti fatto? Stavi lì a farti toccare?»
Mi guardai il petto. «Io non ho niente da toccare. Mi sa che non avrò mai
niente.»
«Oh, Claudia! Sei gelosa di tutto. Vuoi anche questo? Che lui ti tocchi?»
«No, sono solo stufa di avere tutto dopo.»
«Non è vero. Pensa alla scarlattina, l’hai avuta prima tu.»
«Sì, ma non è durata. Dai, dimmi, cos’è successo poi nell’orto?»
«L’ho detto alla mamma e lei l’ha detto al papà, allora siamo tornati tutti a
casa, ma lui se n’era andato, così l’abbiamo aspettato e quando il papà l’ha
visto che saliva sulla veranda, gli ha gettato in testa il nostro vecchio triciclo
e l’ha fatto volare giù dalla veranda.»
«È morto?»
«Nooo. Si è tirato su e si è messo a cantare ‘Lodato sia il mio Signore’.
Allora la mamma l’ha colpito con la scopa e gli ha detto di tener lontano il
nome del Signore, ma lui continuava e il papà bestemmiava e tutti urlavano.»
«Oh, cavolo! Mi perdo sempre tutto.»
«Ed è arrivato di corsa Mr Buford con il fucile, e la mamma gli ha detto di
andar via e di starsene tranquillo, ma il papà ha detto di no, di dargli il fucile,
allora Mr Buford gliel’ha dato, la mamma urlava e Mr Henry zitto zitto se l’è
filata e il papà gli ha sparato dietro e Mr Henry si è tolto le scarpe e ha
continuato a correre con i calzini. Poi è uscita Rosemary e ha detto che il
papà finiva in prigione e io l’ho picchiata.»
«Tanto?»
«Tanto.»
«È lì che la mamma ti ha frustata?»
«Non mi ha frustata, te l’ho già detto.»
«Allora perché piangi?»
«Poi quando erano tutti tranquilli è arrivata Miss Dunion, la mamma e il
papà bisticciavano su chi aveva fatto venire Mr Henry, e lei ha detto che la
mamma doveva portarmi dal dottore, perché magari sono rovinata, allora la
mamma si è messa di nuovo a urlare.»
«Con te?»
«No, con Miss Dunion.»
«Ma perché piangevi?»
«Non voglio essere rovinata!»
«Cosa vuol dire rovinata?»
«Sai, come Linea Maginot, lei è rovinata. L’ha detto la mamma.» Le
tornarono le lacrime agli occhi.
Immaginai Frieda grande e grossa. Le sue gambette magre gonfiate, il viso
circondato da strati di fondotinta rosso. Sentii che anch’io iniziavo a
piangere.
«Ma, Frieda, potresti provare a non mangiare.»
Scrollò le spalle.
«E poi, pensa a China e Poland. Anche loro sono rovinate, vero? Ma non
sono mica grasse.»
«Perché bevono il whisky. La mamma dice che il whisky le mangia vive.»
«Potresti berlo anche tu.»
«E dove lo prendo io, il whisky?»
Ci pensammo su. Non ce l’avrebbe venduto nessuno; e comunque non
avevamo soldi. In casa non ce n’era mai neanche una goccia. Chi poteva
averne?
«Pecola», dissi. «Suo padre è sempre ubriaco. Può darcelo lei.»
«Sei sicura?»
«Certo. Cholly è sempre ubriaco. Andiamo a chiederglielo. Non siamo
obbligate a dire il perché.»
«Subito?»
«Sì, subito.»
«Che cosa diciamo alla mamma?»
«Niente. Usciamo da dietro. Una alla volta, così non ci vede.»
«Ok. Vai prima tu, Claudia.»
Aprimmo il cancelletto della staccionata in fondo al cortile e corremmo
giù per il vicolo.
Pecola abitava dall’altra parte della Broadway, non eravamo mai state a
casa sua, ma sapevamo dov’era. Un edificio grigio a due piani, il pianterreno
era stato un negozio, al piano superiore c’era un appartamento.
Bussammo ma nessuno rispose, così andammo verso la porta di servizio.
Ci stavamo avvicinando quando si sentì della musica da una radio e
guardammo da dove proveniva. Sopra di noi c’era la veranda del primo
piano, recintata da una ringhiera marcia e sgangherata, sulla veranda sedeva
nientemeno che Linea Maginot. Vedendola, cercammo automaticamente
l’una la mano dell’altra. Una montagna di carne: era sdraiata, più che seduta,
su una sedia a dondolo; era scalza e i piedi le spuntavano tra le sbarre della
ringhiera, piedi paffuti con minuscole dita da neonato, caviglie gonfie che
tendevano la pelle rendendola liscia e gambe massicce come ceppi d’albero
che si biforcavano alle ginocchia, sopra le quali si aprivano due strade,
l’interno di cosce molli e flaccide, che si chiudevano dopo essersi baciate
appassionatamente nell’oscurità del vestito. Una bottiglia di root beer,
marrone come un ramo bruciato, le sporgeva dalla mano grassottella. Guardò
giù verso di noi attraverso la ringhiera e fece un rutto basso e prolungato. Gli
occhi erano lucidi come la pioggia e di nuovo mi ricordarono le cascate.
Nessuna di noi due riuscì a parlare. Pensavamo entrambe a quel che ne
sarebbe stato di Frieda. Linea Maginot ci sorrise.
«Cercate qualcuno?»
Con un grande sforzo staccai la lingua dal palato e dissi: «Pecola, vive
qui?»
«A-ha, ma non c’è adesso. È andata dove lavora sua mamma a prendere il
bucato.»
«Grazie, signora. Torna presto?»
«A-ha. Deve stendere prima che se ne vada il sole.»
«Oh.»
«Potete aspettarla. Volete salire e aspettarla qui?»
Ci lanciammo un’occhiata. Le guardai di nuovo quelle enormi strade color
cannella che si incontravano all’ombra del vestito.
Frieda disse: «No, signora».
«Be’», Linea Maginot sembrava interessata al nostro problema. «Potete
andare dove lavora sua madre, ma è un bel pezzo, è vicino al lago.»
«Vicino al lago dove?»
«Quella casa grande con la carriola piena di fiori.»
Era una casa che conoscevamo: avevamo sempre ammirato la grande
carriola bianca inclinata sulle ruote munite di raggi e ricolma di fiori di
stagione.
«Non vi pare un po’ lontano per arrivarci a piedi?»
Frieda si grattò il ginocchio.
«Perché non l’aspettate qui? Potete salire. Volete una gazzosa?» Quegli
occhi imbevuti di pioggia si accesero e lei fece un grande sorriso, diverso dai
sorrisi stretti e tirati degli altri adulti.
Mi avviai alla scala, ma Frieda disse: «No, signora, non ci lasciano».
Mi stupii del suo coraggio e mi spaventai per la sua sfacciataggine. Il
sorriso di Linea Maginot scomparve. «Non vi lasciano?»
«No, signora.»
«Non vi lasciano far che?»
«Venire a casa sua.»
«Davvero?» le cascate erano immobili. «E perché mai?»
«L’ha detto mia mamma. Ha detto che lei è rovinata.»
Le cascate ripresero a scorrere. Si portò alle labbra la bottiglia di root beer
e la vuotò. Con un delicato movimento del polso, un gesto così lieve e
repentino che neppure lo vedemmo, ma di cui ci ricordammo soltanto in
seguito, ci lanciò contro la bottiglia attraverso la ringhiera. Si spaccò ai nostri
piedi, e schegge di vetro marrone ci schizzarono nelle gambe prima che
potessimo fare un balzo indietro. Linea Maginot mise la sua manona grassa
su una piega della pancia e rise. Dapprima solo un profondo mormorio a
bocca chiusa, poi un suono più pieno e più caldo: una risata a un tempo bella
e spaventosa. Piegò la testa di lato, chiuse gli occhi e scosse il tronco
massiccio lasciando che la sua risata ci inondasse come una pioggia di foglie
rosse. Scappammo, inseguite da riccioli e spirali di quella risata. Senza fiato e
senza più forza nelle gambe, ci riposammo contro un albero, la testa
appoggiata alle braccia incrociate. «Torniamo a casa», dissi.
Frieda era ancora arrabbiata: era, secondo lei, una lotta per la
sopravvivenza. «No, dobbiamo andarci.»
«Ma non possiamo arrivare fino al lago.»
«Sì che possiamo. Sbrigati.»
«E se la mamma ci scopre?»
«Impossibile. E poi, al massimo ci dà una frustata.»
Era vero. Non ci avrebbe di certo uccise, né avrebbe riso in quel modo
terribile o gettato una bottiglia contro di noi.
Camminammo lungo strade alberate, con case color grigio chiaro che si
affacciavano come signore stanche… Le strade cambiarono aspetto: le case
sembravano più solide e imbiancate di fresco, le colonne delle verande erano
più dritte, i giardini più profondi. Poi fu la volta delle case di mattone, che
erano un bel po’ indietro rispetto alla strada e avevano davanti un giardino
delimitato da siepi potate con forme regolari tonde e coniche di un verde
vellutato.
Le case che si affacciavano sul lago erano le più belle. Con giardini
attrezzati, decorazioni, finestre come occhiali lucenti e nessun segno di vita. I
giardini sul retro di queste case si perdevano in pendii verdeggianti fino a una
striscia di sabbia, e poi ecco l’azzurro del lago Erie, che lambisce le sponde
del Canada. Il cielo chiazzato di arancione sopra la zona dell’acciaieria non
raggiungeva questa parte della città. Qui era sempre azzurro.
Arrivammo a Lake Shore Park, un parco con roseti, fontane, campi di
bocce e tavoli per il picnic. Adesso era vuoto ma in dolce attesa di bambini
bianchi puliti e ben educati e di genitori che d’estate avrebbero giocato là
sopra prima di avviarsi, un po’ correndo un po’ incespicando, giù per il
pendio verso l’acqua invitante. Ai neri non era permesso entrare nel parco,
che quindi riempiva i nostri sogni.
Proprio davanti all’entrata c’era la grande casa bianca con la carriola piena
di fiori. Le piccole lamine del crocus ricoprivano i fiorellini viola e bianchi
che, pur di essere i primi, sopportavano il freddo e la pioggia della primavera
alle porte. Il vialetto era lastricato con forme volutamente irregolari che
nascondevano una sottile simmetria. Non ci soffermammo per paura di essere
scoperte e perché eravamo consapevoli di non appartenere a tutto ciò.
Girammo intorno a quella casa superba ed eccoci sul retro.
Là, nel piccolo portico, sedeva Pecola con una maglia rosso chiaro e un
vestito blu di cotone. Vicino a lei c’era un carretto. Sembrò contenta di
vederci.
«Ciao.»
«Ciao.»
«Cosa ci fate qui?» sorrise, e poiché lo faceva assai di rado mi sorpresi
della gioia che provai.
«Ti stavamo cercando.»
«Chi vi ha detto che ero qui?»
«Linea Maginot.»
«E chi è?»
«Quella grassona che vive sopra di voi.»
«Oh, volete dire Miss Marie. Si chiama Miss Marie.»
«Be’, la chiamano tutti Miss Linea Maginot. Non hai paura?»
«Paura di che cosa?»
«Di Linea Maginot.»
Pecola sembrò sinceramente stupita. «E perché?»
«Tua mamma ti lascia andare a casa sua? E mangiare nei suoi piatti?»
«Non sa che ci vado. Miss Marie è brava, sono tutte brave.»
«Tu dici?» chiesi, «lo sai che ha cercato di ucciderci?»
«Chi? Miss Marie? Non fa male a nessuno.»
«Allora come mai tua madre non ti lascia andare da lei, se è tanto brava?»
«Non lo so. Dice che è cattiva, ma non sono cattive. Mi danno sempre
delle cose.»
«Che cosa?»
«Oh, un mucchio di cose, bei vestiti, e scarpe. Ho così tante scarpe che
non so quando metterle. E gioielli e caramelle e soldi. Mi portano al cinema e
una volta siamo andate al luna-park. China mi deve portare a Cleveland a
vedere la piazza e Poland a Chicago a vedere il centro. Andiamo dappertutto,
insieme.»
«Bugiarda. Non è vero che hai dei bei vestiti.»
«Invece sì.»
«Ma dai, Pecola, perché ci racconti tutte queste balle?» chiese Frieda.
«Non sono balle.» Pecola si alzò pronta a difendere le sue parole, quando
la porta si aprì.
Mrs Breedlove sporse la testa e disse: «Cosa succede qui fuori? Pecola,
chi sono queste bambine?»
«Sono Frieda e Claudia, Mrs Breedlove.»
«Chi è vostra madre?» uscì nel portico. Era bella come non l’avevo mai
vista, con un grembiule bianco e i capelli raccolti.
«Mrs MacTeer, signora.»
«Ah, sì. Vivete sulla Ventunesima?»
«Sì, signora.»
«Che cosa ci fate qui?»
«Facevamo un giretto, siamo venute a trovare Pecola.»
«Be’, è meglio se tornate, adesso. Potete andare con Pecola. Su, venite
dentro mentre preparo il bucato.»
Entrammo in cucina, una stanza grande e spaziosa. La pelle di Mrs
Breedlove brillava come taffettà tra i riflessi della porcellana bianca e del
legno chiaro, delle credenze pulite e del rame lustro. L’odore di carne,
verdure e di qualcosa appena uscito dal forno si mescolava al profumo del
sapone da bucato.
«Vado a prendere la biancheria. Voi non muovetevi di lì e non toccate
niente.» Scomparve dietro una porta bianca a due battenti e mentre scendeva
sentimmo il battito irregolare del suo passo.
Un’altra porta si aprì e fece il suo ingresso una bimbetta più piccola e più
giovane di tutte noi. Indossava un vestitino corto rosa e un paio di pantofole
soffici, anch’esse rosa e con due orecchie da coniglietto sulla punta. I capelli
erano biondi come il grano, raccolti con un grande nastro. Vedendoci, la
paura le balenò in viso per un istante. Si guardò intorno per la cucina con
ansia.
«Dov’è Polly?» chiese.
Dentro di me montò la ben nota furia. Il fatto che chiamasse Mrs
Breedlove Polly, quando persino Pecola chiamava sua madre Mrs Breedlove,
mi sembrò una ragione sufficiente per farle del male.
«È di sotto», dissi.
«Polly!» chiamò.
«Guardate», sussurrò Frieda, «guardate là.» Sul bancone vicino alla stufa
in una teglia argentata c’era una crostata di mirtilli. Il succo viola spuntava
qua e là dalla crosta. Ci avvicinammo.
«È ancora calda», disse Frieda.
Pecola allungò il braccio per toccare la teglia, appena appena, solo per
vedere se era calda.
«Polly, vieni qui», urlò di nuovo la bimbetta.
Forse perché Pecola era nervosa o per goffaggine, comunque sia, la teglia
tentennò sotto le sue dita e cadde a terra, rovesciando dappertutto mirtilli neri.
Un bel po’ di succo schizzò sulle gambe di Pecola, e doveva essere davvero
bollente, perché lei iniziò a strillare e saltellare tutt’attorno, proprio mentre
entrava Mrs Breedlove con una borsa piena zeppa di bucato. Fu sopra Pecola
in un balzo e con un manrovescio la sbatté a terra; lei scivolò nel succo con
una gamba piegata sotto di lei. Mrs Breedlove la tirò su per un braccio, le
mollò un altro ceffone e con la voce debole di rabbia insultò apertamente
Pecola e implicitamente anche Frieda e me.
«Stupida… il mio pavimento, che pasticcio… guarda cos’hai… forza…
levati di mezzo… adesso che… stupida… il mio pavimento, il mio
pavimento… guarda qui il mio pavimento.» Le sue parole erano più scure,
bruciavano ancora di più dei mirtilli fumanti.
Indietreggiammo terrorizzate.
La bimbetta in rosa cominciò a piangere. Mrs Breedlove si rivolse a lei.
«Zitta, piccola mia, zitta! Vieni qui. Dio mio! Guarda che vestito. Non
piangere più. Adesso Polly te lo cambia.» Andò al lavandino e aprì il
rubinetto su un asciugamano pulito. Voltando la testa di lato, sputò fuori
parole offensive contro di noi, come fossero pezzi marci di mela. «Prendete il
bucato e uscite di qua, che pulisco ’sto pasticcio.»
Pecola raccolse la borsa del bucato, pesante perché piena di vestiti ancora
bagnati, e uscimmo di corsa.
Mentre Pecola metteva la borsa nel carretto, sentimmo Mrs Breedlove che
consolava la bimbetta bionda e rosa tentando di farla smettere di piangere.
«Chi erano, Polly?»
«Non preoccuparti, piccola mia.»
«Me la fai un’altra torta?»
«Certo che la faccio.»
«Chi erano, Polly?»
«Zitta, non preoccuparti», sussurrò, e quelle parole di miele furono il
degno complemento del tramonto che si rovesciava sul lago.
GUARDALAMAMMAÈMOLTOBELLAMAMMAVUOIGI
OCARECONJANELAMAMMARIDERIDI

La cosa più semplice era mettere il piede al centro della sua esistenza. Ed è
quel che fece. Ma per scoprire la verità su come muoiono i sogni non si
dovrebbe mai credere alle parole del sognatore.
Fu forse una carie in uno dei suoi incisivi a segnare la fine dei suoi inizi
felici. Eppure lei preferì continuare a pensare al suo piede. Sebbene fosse la
nona di undici figli e vivesse in Alabama su una dorsale di argilla rossa a
quindici chilometri dalla strada più vicina, l’assoluta indifferenza che destò
un chiodo arrugginito conficcatosi nel suo piede quando aveva due anni salvò
Pauline Williams dal completo anonimato. La ferita la lasciò con un piede
piatto e storto, che batteva pesantemente il suolo mentre camminava: il suo
non era un passo zoppicante che col tempo le avrebbe storto la spina dorsale,
ma un modo particolare di alzare il piede malato, come se lo stesse tirando su
con forza da piccoli vortici che minacciavano di inghiottirlo. Per quanto
leggero, questo difetto le spiegava molte cose che altrimenti sarebbero
risultate incomprensibili: perché era l’unica bambina a non avere un
soprannome, e non si raccontavano storielle e aneddoti sulle cose buffe che
aveva fatto, perché nessuno mai le chiedeva quali cibi preferisse – non le
lasciavano mai l’ala o il collo, né cucinavano i fagioli in una pentola senza
riso dato che a lei non piaceva il riso – e nessuno mai le faceva i dispetti,
perché non c’era mai neanche un posto in cui si sentisse a suo agio e lei non
apparteneva mai a nessun posto. Incolpava il piede della sua generale
sensazione di esclusione e mancanza di dignità. Relegata, sin da bambina, in
questo bozzolo fabbricato dalla sua famiglia, coltivò piaceri tranquilli e
segreti. Il preferito era quello di sistemare gli oggetti. Di allinearli in fila:
barattoli sugli scaffali, noccioli di pesca sullo scalino, bastoncini, sassi,
foglie; e nessuno in casa turbava l’ordine da lei creato.
Quando qualcuno rompeva per sbaglio una fila, si fermava per
rimettergliela a posto e lei non si arrabbiava mai, perché aveva di nuovo
l’occasione di risistemare tutto. Ogni volta che trovava cose piccole e simili
tra di loro, quali che fossero, ne faceva file ordinate per forma, grandezza o
colore. Come non avrebbe mai allineato un ago di pino con una foglia di
pianta del cotone, non avrebbe mai messo i barattoli di pomodori accanto a
quelli di fagioli. Nei quattro anni in cui andò a scuola, fu sempre affascinata
dai numeri e scoraggiata dalle parole. Sentì la mancanza – senza saperlo – di
colori e pastelli.
Alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, i Williams scoprirono, dopo il
ritorno di parenti e di persone del vicinato, che in altri posti c’era la
possibilità di vivere meglio.
Tutti insieme, a mucchi, in massa, confusi con le altre famiglie,
emigrarono, in sei mesi e quattro viaggi, in Kentucky, dove c’erano miniere e
opifici.
«Era notte quando abbiamo lasciato tutti insieme le nostre case e siamo
andati giù vicino al deposito per aspettare il carro. Dappertutto luccicavano
gli insetti di giugno. Ogni tanto illuminavano una foglia e vedevo un lampo
di verde. È stata l’ultima volta che ho visto gli insetti di giugno, quelli veri.
Questi quassù non sono insetti di giugno, sono un’altra cosa. Qui la gente li
chiama lucciole. Giù da noi erano diversi. Ma mi ricordo quel lampo di
verde, me lo ricordo bene.»

In Kentucky vivevano in una vera città, c’erano dieci, quindici case in


ogni strada, con l’acqua che arrivava fino in cucina.
Ada e Fowler Williams trovarono una casa di legno con cinque stanze per
tutta la famiglia. Il cortile era delimitato da una staccionata che un tempo era
stata bianca, la mamma di Pauline vi piantò dei fiori tutt’attorno e dentro ci
tennero i polli. Alcuni suoi fratelli si arruolarono, una sorella morì e due si
sposarono, lasciando più spazio in casa e donando all’avventura del Kentucky
un’atmosfera di lusso. La nuova sistemazione fu particolarmente vantaggiosa
per Pauline, che era già in età per abbandonare la scuola. Mrs Williams trovò
un lavoro dall’altra parte della città, faceva le pulizie e cucinava in casa di un
pastore bianco, così toccò a Pauline, divenuta ora la sorella maggiore,
prendersi cura della casa. Si preoccupò di riparare la staccionata,
raddrizzando i paletti appuntiti e assicurandoli con pezzi di fil di ferro,
raccoglieva le uova, scopava, cucinava, lavava e badava ai fratellini – due
gemelli che si chiamavano Chicken e Pie e andavano ancora a scuola. Non
solo era brava nei lavori domestici, si divertiva anche a farli. Quando i
genitori uscivano per il lavoro e gli altri fratelli erano a scuola o in miniera, la
casa sprofondava nel silenzio. La calma e la solitudine la rilassavano e le
davano energia. Poteva pulire e ordinare ininterrottamente fino alle due,
quando tornavano Chicken e Pie.
La guerra finì e anche i gemelli, che avevano dieci anni, lasciarono la
scuola per andare a lavorare. Pauline, quindicenne, continuò a occuparsi della
casa ma con minore entusiasmo. Fantasticava sugli uomini, l’amore e i primi
baci sottraendo la mente e le mani al lavoro. Cominciò a essere sensibile alle
variazioni del tempo, così come alle cose che le capitava di vedere o di
sentire. Questi sentimenti si traducevano per lei in una profonda malinconia:
pensava alla morte degli esseri appena nati, alle strade desolate e a qualche
straniero che compare dal nulla solo per tenerti la mano, agli alberi dove il
sole tramontava sempre. Questi sogni prendevano forma soprattutto in chiesa.
Accarezzata dalla musica e mentre tentava di concentrarsi sul prezzo del
peccato, il suo corpo fremeva per la redenzione, la salvezza, per una
misteriosa rinascita che sarebbe avvenuta spontaneamente, senza sforzi da
parte sua. Queste fantasie non erano mai aggressive: di solito oziava sulla
riva di un fiume oppure raccoglieva mirtilli in un campo quando ecco
comparire qualcuno che, con occhi dolci e penetranti, e senza che nessuno
dicesse una sola parola, capiva, e davanti al suo sguardo le si raddrizzava il
piede e lei abbassava gli occhi.
Era qualcuno senza volto, senza forma, senza voce né odore. Era una
semplice Presenza, una tenerezza illimitata con una grande forza e promesse
di quiete. Non importava che lei non avesse idea di che cosa fare o dire a
quella Presenza – dopo la conoscenza senza parole e il silenzioso contatto i
suoi sogni si disintegravano. Ma la Presenza sapeva che cosa fare. Lei doveva
soltanto posare la testa sul suo petto e lui l’avrebbe portata lontano, verso il
mare, verso la città, verso i boschi… per sempre.
C’era una donna di nome Ivy che pareva avesse in bocca tutti i suoni
dell’anima di Pauline. Un po’ in disparte dal coro, Ivy cantava la cupa
dolcezza a cui Pauline non sapeva dar nome; cantava la morte che sconfigge
la morte a cui anelava Pauline; cantava dello Straniero che sapeva…

Signore mio adorato, prendimi per mano


Dammi forza e conducimi lontano
Sono stanco, debole e affamato.
Nella notte senza pace
Tu conducimi alla luce,
Prendimi per mano, Signore mio adorato.

Quando si fa buio il mio cammino


Signore mio adorato, stammi vicino,
Quando il mio tempo è ormai passato
Ascolta il mio pianto, non mi lasciare
Prendimi per mano e dammi il tuo amore
Prendimi per mano, Signore mio adorato.

Così accadde che quando lo Straniero, quel qualcuno, comparve dal nulla,
Pauline fu grata ma non sorpresa.
Arrivò con passo solenne spuntando dal sole del Kentucky nel giorno più
caldo dell’anno. Arrivò grande e forte, aveva occhi gialli, narici infuocate,
arrivò portando con sé la sua musica.
Pauline era appoggiata pigramente alla staccionata, le braccia sulla
traversa tra i paletti. Aveva appena finito di preparare l’impasto dei biscotti e
si stava togliendo la farina da sotto le unghie.
A una certa distanza alle sue spalle sentì fischiare: uno di quei ritornelli
veloci e acuti che i ragazzi neri improvvisano mentre spazzano e spalano, o
mentre se ne vanno a zonzo. Una sorta di musica di strada di città, dove il
riso cela inquietudine e la gioia è corta e diretta come la lama di un coltellino.
Ascoltò attentamente quella musica, sciogliendosi in un sorriso. Il fischiettio
si fece più forte e tuttavia lei non si voltò, perché voleva che durasse. Mentre
sorrideva con se stessa, lottando per non farsi assalire da tristi pensieri, sentì
qualcosa farle solletico al piede. Rise forte e si voltò a guardare: c’era una
persona chinata che le faceva solletico al piede malato e le baciava la gamba.
Non riuscì a smettere di ridere, non fino a quando lui alzò lo sguardo e lei
vide il sole del Kentucky inondare gli occhi gialli dalle palpebre pesanti di
Cholly Breedlove.

«La prima volta che ho visto Cholly, ve lo dico io, era come vedere tutti i
colori di quella volta giù a casa quando con gli altri bambini sono andata a
raccogliere i mirtilli dopo un funerale e ne ho messi un po’ in tasca nel
vestito della domenica, ma si sono schiacciati e mi sono sporcata sui fianchi.
Il vestito era tutto macchiato di viola, e non è diventato più pulito. E
neanch’io: continuavo a sentire quel viola dentro di me. E quella limonata
che faceva la mamma quando il papà andava nei campi. Era fresca e gialla,
coi semini sospesi sul fondo. E quei lampi di verde che gli insetti di giugno
facevano sugli alberi la notte che siamo partiti. Tutti quei colori erano dentro
di me. Là immobili. Così, quando è arrivato Cholly e mi ha fatto solletico al
piede, era come quei mirtilli, come la limonata e i lampi di verde degli insetti
di giugno, tutto insieme. Cholly era magro allora, con gli occhi luminosi.
Fischiava sempre e quando lo sentivo mi venivano i brividi.»

Pauline e Cholly si amavano. Sembrava che lui si divertisse con lei e che
gli piacessero i suoi modi di campagna e l’assoluta inesperienza sulle
faccende di città. Le parlava del suo piede e quando passeggiavano per la
città o nei campi le chiedeva se era stanca. Invece di ignorare la sua infermità
fingendo che non ci fosse, la faceva apparire qualcosa di speciale e
affascinante. Per la prima volta Pauline considerò il suo piede malato un
bene. E lui la toccava, con fermezza ma delicatamente, come lei aveva
sempre sognato, solo che adesso non c’era la malinconia del sole che
tramonta e delle rive desolate del fiume. Era grata e tranquilla, lui gentile e
allegro. Lei non aveva mai pensato che al mondo potessero esserci tante
risate.
Decisero di sposarsi e di andare al Nord, dove, disse Cholly, le acciaierie
avevano bisogno di operai. Giovani, innamorati e pieni di energia, arrivarono
a Lorain, Ohio. Cholly trovò subito lavoro in un’acciaieria e Pauline iniziò ad
accudire alla casa.
E poi perse l’incisivo. Eppure dev’esserci stata una macchia, una
macchiolina marrone scambiata per cibo, che però non se ne andava, che
rimase per dei mesi sullo smalto e che s’ingrandì, fino a penetrare prima la
superficie e poi la polpa scura interna, divorandosi tutto fino alla radice, ma
senza sfiorare i nervi, così che la sua presenza non fu né evidente né
dolorosa.
Poi un giorno le radici indebolite, ormai abituate al veleno, reagirono alla
forte pressione e il dente cadde a pezzi lasciandosi dietro un moncone
spappolato. Prima della macchiolina marrone, però, dovevano esserci le
condizioni, l’ambiente che le avrebbe permesso in primo luogo di esistere.
In quella città giovane e fiorente dell’Ohio dove persino le stradine laterali
erano coperte di cemento, che si distendeva sulle sponde di un calmo lago
azzurro e vantava un’affinità con Oberlin, la stazione della ferrovia
sotterranea a a soli venti chilometri, quel crogiolo sul ciglio dell’America,
affacciato sul Canada, freddo ma accogliente – che cosa poteva andare storto?

«Io e Cholly stavamo bene insieme allora. Siamo venuti al Nord:


sapevamo che c’era più lavoro e tutto quanto. Siamo andati a stare in due
stanze sopra un negozio di mobili e io ho iniziato a tenere la casa. Cholly
lavorava all’acciaieria e andava tutto liscio. Poi non so cos’è successo, ma è
cambiato tutto. Era difficile conoscere qualcuno in quel posto, e mi mancava
la mia gente. Non ero abituata a tutti quei bianchi. Quelli che vedevo prima
erano odiosi, ma almeno in giro non ce n’erano tanti. Cioè, noi non
dovevamo averci a che fare. Solo qualche volta nei campi o allo spaccio. Ma
erano quattro gatti, vicino a noi. Al Nord invece erano dappertutto: sul
pianerottolo, sopra, sotto; e la gente di colore invece, poca e distante. Al
Nord erano diversi anche i neri. Si credevano chissà chi, come i bianchi. Ti
facevano sentire che non valevi niente, e io non me l’aspettavo. È stato il
periodo peggiore della mia vita. Mi ricordo che li guardavo dalla finestra,
mentre aspettavo Cholly dal lavoro alle tre. Non avevo neanche un gatto con
cui parlare.»

Nella sua solitudine, si rivolse al marito in cerca di rassicurazione e di un


diversivo, affinché riempisse tutto quel vuoto. I lavori di casa non bastavano:
c’erano solo due stanze e neanche un giardino da accudire o per farci due
passi. In città le donne portavano i tacchi e quando provò a usarli anche
Pauline, anziché limitarsi a strascicare il piede, zoppicava marcatamente.
Cholly continuava a essere gentile, ma cominciò a opporsi alla sua completa
dipendenza da lui. Cominciarono ad avere sempre meno da dirsi. Lui non
ebbe problemi a trovare altre persone e altre cose che lo impegnassero:
salivano sempre degli amici a chiamarlo, e lui li seguiva con gioia,
lasciandola sola.
Pauline si sentiva a disagio con le poche nere che conosceva. La
prendevano in giro perché non si stirava i capelli. Quando provò a truccarsi
come facevano le altre, il risultato fu penoso. I loro sguardi pungenti e i
risolini complici per il suo modo di parlare (aveva un accento strano) e di
vestire fecero crescere in lei il desiderio di avere vestiti nuovi. Quando
Cholly iniziò a fare storie per i soldi, decise di andare a lavorare. Lavorava a
ore, e questo fu d’aiuto per i vestiti e anche per alcune cose per la casa, ma
non per Cholly, che non era contento delle sue compere, e glielo diceva. Il
matrimonio andò a pezzi a causa dei continui litigi. Lei era poco più che una
ragazza e aspettava ancora quella distesa di felicità, quella mano di un
Signore adorato che, quando il suo cammino si fosse fatto più buio, le
sarebbe stato vicino. Solo adesso cominciava a capire il significato della
parola buio. I soldi divennero il fulcro di tutte le loro discussioni: lei li
spendeva per i vestiti, lui per bere. La cosa triste era che in realtà a Pauline
non importava niente né dei vestiti né dei cosmetici. Voleva semplicemente
che le altre donne le rivolgessero occhiate benevole.
Dopo parecchi mesi di lavoro a ore, trovò un posto fisso in casa di una
famiglia che aveva pochi mezzi e modi irritabili e pretenziosi.

«Cholly peggiorava di giorno in giorno e voleva fare a botte tutto il


tempo. Io un po’ gliele davo e un po’ le prendevo. Come potevo andare
avanti così? Tutto il tempo a lavorare per quella donna e a fare a botte con
Cholly. Non ce la facevo più. Ma ho tenuto duro col lavoro, anche se
lavorare per quella lì non era uno scherzo. Non perché era stronza, ma
perché era stupida. E come lei tutta la famiglia. Non andavano d’accordo
manco a pagarli. Uno pensa che con una casa così bella e tutti quei soldi
potevano esser contenti e andare d’accordo. E invece quella urlava tutto il
giorno e si lamentava per ogni sciocchezza. Se una sua amica tagliava corto
al telefono si metteva a piangere. Poteva già accontentarsi di avere il
telefono, io non ce l’ho manco adesso. Mi ricordo che una volta suo fratello,
uno giovane che lei gli aveva pagato la scuola da dentista, be’, comunque,
’sto fratello non li ha invitati a una grande festa che faceva. Che scene! Non
la finivano più di far storie. Come l’hanno tirata lunga! Giornate intere al
telefono. Poi viene da me e mi fa: Pauline, cosa faresti se tuo fratello fa una
festa e non ti invita?’ E io le dico che se proprio ci volevo andare ci andavo
lo stesso e me ne fregavo dell’invito. Lei mi fa una mezza smorfia e mi
guarda come se fossi una cretina. E io pensavo che la cretina era lei. Ma chi
gliel’ha detto che suo fratello doveva esserle amico? Due mica vanno
d’accordo solo perché hanno la stessa madre. Pure io cercavo di essere
amica di quella donna. Mi regalava un sacco di roba, ma proprio non la
potevo vedere. Appena pensavo che non era poi troppo male, ecco che
rovinava tutto e iniziava a dirmi come pulire e come fare questo e quello.
Proprio lei, che se la lasciavo sola annegava nello sporco. Avevo meno da
fare quando stavo dietro a Chicken e Pie che a loro. Quelli non avevano
neanche imparato a pulirsi il didietro. Lo so, perché ero io che facevo il
bucato. E non pisciavano nella tazza manco morti. Il marito, poi, non la
beccava mai. I bianchi zozzoni sono i peggiori. Ma ci rimanevo lo stesso, se
non veniva Cholly a rovinare tutto. Arriva sbronzo e vuole dei soldi. Quando
quella lo vede, la pelle bianca le diventa rossa. Faceva finta di non avere
paura, ma era spaventata a morte. Comunque ha detto a Cholly di andarsene
che se no chiamava la polizia. Lui l’ha coperta di insulti e ha iniziato a
tirarmi. Io volevo gonfiargli la faccia ma non mi andava di aver grane con la
polizia, così ho preso le mie cose e me ne sono andata. Ho cercato di tornare
a lavorare lì, ma lei ha detto che non mi riprendeva se continuavo a stare
con Cholly, ha detto che mi prendeva solo se lo mollavo. Io ci ho pensato un
po’ su, ma non mi sembrava bello che una donna nera lascia un uomo nero
per una donna bianca. Non mi ha mai neanche dato gli undici dollari che mi
doveva. Eravamo fregati. Ci hanno tolto il gas e non potevo più cucinare.
L’ho pregata di darmi i miei soldi, sono andata a casa sua. Aveva un diavolo
per capello: continuava a dirmi che ero io a doverle dei soldi per i grembiuli
e per un letto sfondato che mi aveva dato. Non m’importava se era vero o no,
volevo i miei soldi punto e basta. Ma lei non cedeva, neanche quando le ho
dato la mia parola che Cholly lì non ci metteva più piede. Allora presa dalla
disperazione le ho chiesto se poteva prestarmeli. È stata zitta come per
magia, poi mi ha detto che non dovevo permettere a un uomo di sfruttarmi.
Che dovevo farmi rispettare e che era compito di mio marito pagare le
bollette, e che se non lo faceva dovevo lasciarlo e farmi pagare gli alimenti.
Un fiume di asinate. E con che cosa me li pagava, gli alimenti? Non aveva
neanche capito che da lei volevo solo i miei undici dollari per pagare il gas e
cucinare. Non le entrava proprio, in quella testa dura. ‘Allora, lo lasci,
Pauline?’ continuava a ripetere. Ho pensato che se le dicevo di sì magari mi
dava i soldi, così le dico: ‘Sì, signora’. ‘Bene’, mi fa lei, ‘allora lascialo, poi
torna a lavorare qui e quel che è stato è stato’. ‘Può darmeli oggi i soldi?’ le
chiedo. ‘No’, dice lei, ‘te li do quando l’hai lasciato. Lo faccio per il tuo
bene. Cosa ci guadagni, Pauline, cosa ci guadagni con un tipo simile?’ Come
si fa a rispondere a una donna così, che non sa quant’è bravo Cholly e ti dice
a denti stretti che lo fa per il tuo bene ma non ti molla i tuoi soldi così che
puoi mettere qualcosa sotto i denti. Allora le dico: ‘Niente, signora, non ci
guadagno proprio niente. Ma pazienza, secondo me è meglio andare avanti
così’. Lei si è alzata e io me ne sono andata. Appena fuori, mi facevano male
le cosce: le avevo tenute troppo strette mentre tentavo di far capire qualcosa
a quella donna. Ma adesso mi rendo conto che non poteva capire. Aveva
sposato un uomo con un taglio al posto della bocca. Così, come poteva
capire?»

Un inverno Pauline scoprì di essere incinta. Quando lo disse a Cholly, lui


la sorprese con il suo entusiasmo: cominciò a bere meno e a tornare a casa
più spesso. Il loro rapporto si rasserenò tornando com’era i primi giorni di
matrimonio, quando lui le chiedeva se era stanca o se voleva che le portasse
qualcosa dal negozio. In questa serenità, Pauline smise di lavorare a ore e
riprese ad accudire alla casa. Ma la desolazione di quelle due stanze non se
n’era andata. Quando il sole invernale colpiva le sedie verdi scrostate della
cucina, e i garretti affumicati bollivano in pentola, quando tutto quello che si
sentiva era il camion che scaricava i mobili di sotto, lei pensava alla sua casa
d’un tempo, a come anche allora fosse sempre sola, ma di una solitudine
diversa. Allora smetteva di guardare le sedie verdi e il camion, e andava al
cinema. Là al buio le si risvegliava la memoria e si abbandonava ai sogni di
un tempo. Accanto all’idea dell’amore romantico gliene venne presentata
un’altra: la bellezza fisica. Forse le due idee più distruttive nella storia del
pensiero umano. Originate entrambe dall’invidia, prosperate nell’insicurezza
e destinate a soccombere nella disillusione. Paragonando la bellezza alla
virtù, lei si svuotava la mente, la impegnava e accumulava manciate di
disprezzo per se stessa. Dimenticò il desiderio e gli affetti semplici, iniziò a
considerare l’amore come un’unione possessiva e la passione romantica come
una meta dello spirito. Fu per lei una sorgente dalla quale attinse le emozioni
più distruttive, ingannando chi l’amava e cercando di imprigionare l’amato,
riducendo in tutti i modi la libertà.
Non fu più in grado, dopo aver imparato dai film, di guardare un viso
senza attribuirgli una categoria sulla scala della bellezza assoluta, scala che
lei aveva assorbito interamente dallo schermo argentato. Là finalmente
c’erano i boschi cupi, le strade desolate, le rive dei fiumi, i dolci occhi che
sapevano. Là i difetti scomparivano, i ciechi acquistavano la vista e gli zoppi
e gli storpi gettavano le grucce. Là la morte era morta e tutti i gesti delle
persone erano avvolti da nubi di musica. Là le immagini in bianco e nero si
mischiavano, formando una totalità perfetta – il tutto proiettato attraverso il
raggio di luce che proveniva dall’alto e da dietro.
Era davvero un piacere semplice, ma lei imparò tutto quello che era da
amare e tutto quello che era da odiare.

«Mi sembrava di essere felice solo quando ero al cinema. Ogni volta che
potevo ci andavo. Arrivavo presto, prima dell’inizio del film. Si spegnevano
le luci ed era tutto nero, poi si accendeva lo schermo e io entravo dritto
dritto in quei film. Gli uomini bianchi trattavano sempre bene le loro donne,
sempre in ghingheri in quelle case grandi e pulite con la vasca da bagno
nella stessa stanza della tazza. Quei film mi facevano felice, ma poi tornare a
casa era peggio, era peggio guardare Cholly. Non so perché. Mi ricordo che
una volta sono andata a vedere Clark Gable e Jean Harlow. Ero pettinata
come lei, l’avevo vista su una rivista. Tutti da una parte con un ricciolino
sulla fronte. Ero proprio uguale. Be’, quasi uguale. Fatto sta, ero lì seduta al
cinema con i capelli tirati su in quel modo e mi divertivo un mondo. Avevo
deciso di rivedermelo tutto fino alla fine e mi sono alzata per prendere delle
caramelle. Mi stavo sedendo di nuovo al mio posto e do un bel morso alla
caramella, questa mi fa saltare un dente. Mi è venuto da piangere. Avevo i
denti buoni io, uno marcio neanche a pagarlo. Non credo che sono mai
riuscita a mandarla giù. Ed eccomi là, incinta di cinque mesi che cercavo di
sembrare Jean Harlow, e un dente davanti andato a farsi benedire. E con lui
se n’era andato tutto. Da lì in poi non m’è importato più di niente. Me ne
sono fregata dei capelli, li ho raccolti in una treccia e ho deciso di essere
brutta. Certo, continuavo ad andare al cinema, ma era sempre peggio.
Volevo indietro il mio dente. Cholly mi prendeva in giro e abbiamo ripreso a
darcele. Ho cercato di ucciderlo. Lui non mi picchiava tanto forte, forse
perché ero incinta, ma una volta che si ricomincia con le botte, non si smette
più. Mi mandava in bestia più di tutto il resto e non riuscivo a non mettergli
le mani addosso. Be’, ho avuto il bambino – un maschio – e poi sono rimasta
di nuovo incinta. Però non era come pensavo. Li amavo, credo, ma forse era
perché non avevamo soldi o forse era per Cholly, comunque quei due mi
hanno succhiato via la vita. Qualche volta mi saltava di urlargli dietro e
picchiarli, poi mi dispiaceva per loro, ma non potevo smettere. Quando ho
avuto il secondo, una femmina, mi ricordo che mi sono detta che la amavo
qualunque aspetto aveva. Sembrava una palla nera di capelli. Mi ricordo che
la prima volta non ho cercato di rimanere incinta, ma la seconda volta l’ho
voluto io. Forse perché ne avevo già avuto uno e non avevo paura a farlo.
Comunque, stavo bene, e non pensavo che me lo dovevo portare nella pancia,
ma al bambino già bell’e fatto. Gli parlavo sempre quando ce l’avevo ancora
in grembo. Eravamo due buoni amici, sapete. Stendevo il bucato, e sapevo
che non gli faceva bene se alzavo pesi, allora gli dicevo di tener duro un
attimo, che dovevo solo appendere ’sti quattro stracci, di non scalpitare, che
finiva subito. E quello non si muoveva, né niente. O magari preparavo
qualcosa in una scodella per l’altro bambino e gli parlavo. Così, come si
parla a un amico. Sono andata d’accordo dall’inizio alla fine con quel
bambino. Quand’è arrivato il momento sono andata all’ospedale, era più
facile. Non avevo voglia di farlo in casa come avevo fatto col maschio. Mi
hanno messa in un camerone con un sacco di donne. Iniziavano i dolori, ma
non troppo forti. Poi ecco che è arrivato un dottore piccolo e vecchio a
visitarmi. Aveva un mucchio di aggeggi in mano. Si è messo i guanti, ha
preso una specie di gelatina e me l’ha sbattuta su tra le gambe. Quando se
n’è andato sono arrivati altri dottori. Uno vecchio e dei giovani. Quello
vecchio insegnava ai giovani sui bambini. Gli diceva come fare. Arriva da
me e dice che con queste qui non c’erano problemi, che partorivano subito e
senza dolore. Come i cavalli. I giovani accennano un sorriso, mi guardano la
pancia e poi tra le gambe. Non mi han detto manco una parola. Solo uno mi
ha guardata, mi ha guardata in faccia, voglio dire. E io anche, l’ho guardato
dritto negli occhi, lui li ha abbassati ed è diventato rosso. Sapeva, penso, che
forse non ero una giumenta. Ma quegli altri, quelli neanche lo sapevano. Son
passati oltre, li vedevo che parlavano con le bianche: ‘Come sta? Saranno
due gemelli?’ Non gliene fregava niente, è chiaro, ma almeno erano gentili e
parlavano. Mi sono saltati i nervi, e quando mi sono venuti i dolori più forti
ero contenta. Contenta di avere altro a cui pensare. Mi lamentavo da far
spavento. Non stavo così male, ma volevo far vedere a quella gente che avere
un bambino non era come andare al gabinetto, una spinta e via. Per me era
doloroso come per quelle bianche. Solo perché non stavo a lamentarmi e a
gridare non vuol dire che non avevo male. Ma cosa credevano? Che solo
perché sapevo come fare ad avere un bambino senza tante scene, non mi
sentivo tirare la schiena e non mi faceva male come a loro? E poi, quel
dottore neanche sapeva di cosa stava parlando. Di sicuro non ha mai visto
partorire una giumenta. Chi gliel’ha detto che non soffrono? Solo perché non
piangono? Dato che non può dirlo, loro credono che non soffre. Basta
guardarla negli occhi, e si vede come li gira indietro, si vede quello sguardo
pieno di dolore. Comunque, è arrivata una bambina. Sana e grossa. Era
diversa da come pensavo. Secondo me le ho parlato così tanto prima, che mi
ero già fatta un’idea di come doveva essere. Così quando l’ho vista, era
come guardare una fotografia di tua mamma da giovane. Sai che è lei, ma
non è la stessa. Me l’hanno data per allattarla: le piaceva tirarmi subito il
capezzolo. Si attaccava all’istante. Non come Sammy, a lui era difficile
dargli da mangiare. Ma Pecola sembrava saper sempre cosa fare. Era una
bambina sveglia, mi piaceva guardarla. Sapete, fanno quei versi strani
quando hanno fame. Con occhi molli e umidi. Un incrocio tra un cucciolo e
un moribondo. Ma sapevo che era brutta. La testa piena di bei capelli, ma
Dio se era brutta.»

Quando Sammy e Pecola erano ancora piccoli, Pauline dovette tornare a


lavorare. Adesso era più vecchia, senza tempo da perdere in sogni e film. Era
ora di mettere insieme i pezzi, fare coerenza dove prima non ve n’era stata.
Furono i bambini a farle sentire questa esigenza: ormai, lei non era più una
bambina.
Così si trasformò, e il suo processo di trasformazione fu come per molti di
noi: maturò un odio feroce per tutto ciò che la confondeva o la ostacolava,
fece proprie le virtù facili da mantenere, si assegnò un ruolo nell’ordine delle
cose e si aggrappò alla semplicità del passato per consolarsi.
Assunse su di sé tutta la responsabilità e i riconoscimenti del capofamiglia
e tornò in chiesa. Innanzitutto, però, lasciò le due stanze per un posto più
grande, al pianterreno di un edificio costruito per ospitare un negozio. Ebbe
la meglio sulle donne che l’avevano disprezzata, grazie alla propria moralità
superiore alla loro, e si vendicò di Cholly forzandolo ad abbandonarsi alle
debolezze che lei disprezzava. Cominciò a frequentare una chiesa dove chi
parlava a voce troppo alta era guardato storto, servì nel Comitato di Carità n.
3 e divenne membro del Circolo delle Dame n. 1. Agli incontri di preghiera
gemeva e sospirava pensando a Cholly e pregava Dio che la aiutasse a
preservare i bambini dai peccati del loro padre. Abbandonò il suo accento
dialettale per prenderne uno anche peggiore. Lasciò cadere un altro dente, e si
sentì offesa dalle donne che si truccavano e pensavano solo a uomini e vestiti.
Prendendo Cholly come modello di peccato e fallimento, lo portò come una
corona di spine, e i figli come una croce.
Fu una fortuna per lei trovare un lavoro fisso in casa di una famiglia
benestante dove tutti erano affettuosi, riconoscenti e generosi. Guardava la
loro casa, sentiva il profumo della biancheria, toccava le stoffe di seta e
amava ogni cosa. La camicia da notte rosa della bambina, le pile di federe
bianche dai bordi ricamati, le lenzuola con gli orli ravvivati da fiordalisi
azzurri. Diventò quel che si dice una domestica ideale, poiché un ruolo simile
colmava praticamente tutti i suoi bisogni. Quando faceva il bagno alla piccola
Fisher, era in una vasca di porcellana con i rubinetti argentati, da cui scorreva
a non finire acqua calda e limpida. La asciugava con asciugamani bianchi e
soffici e le infilava morbide camiciole da notte. Poi le spazzolava i capelli
biondi, divertendosi ad attorcigliarli e a farci scivolare le dita. Niente vasche
di zinco e secchi d’acqua scaldata sulla stufa, niente asciugamani grigiastri,
ruvidi e spelacchiati, lavati nel lavandino della cucina e stesi ad asciugare in
un cortile polveroso, niente batuffoli neri e arruffati di lana grezza da
pettinare. Presto, smise di occuparsi della propria casa. Gli oggetti che poteva
permettersi di comprare non duravano, non avevano bellezza né stile ed erano
assorbiti dai muri sbiaditi del negozio. Trascurò sempre più la casa, i
bambini, il marito – erano come quei pensieri lontani che ci sfiorano appena
prima del sonno, i confini che al mattino presto e tardi la sera delimitavano le
sue giornate, quei confini oscuri che ogni giorno le rendevano la vita con i
Fisher più leggera, più radiosa e piacevole. Qui poteva sistemare gli oggetti,
pulirli e allinearli in file ordinate. Qui il piede affondava in tappeti dal pelo
spesso, sui quali non si sentiva il suo passo irregolare. Qui aveva trovato
bellezza, ordine, pulizia e approvazione. Mr Fisher diceva sempre: «La sua
crostata di mirtilli vale più di un bene immobile». Regnava su credenze
stracolme di cibo che non avrebbero mangiato per settimane, per mesi interi;
era la regina della verdura in scatola comprata in gran quantità, delle
caramelle e dei prelibati fondant disposti in piattini d’argento. I creditori e i
commessi che la umiliavano quando gli si rivolgeva a proprio nome, la
rispettavano, erano addirittura intimiditi da lei quando parlava per i Fisher.
Rifiutava la carne di bue leggermente scura o con i bordi un po’ irregolari. Il
pesce con un leggero odore, che per la sua famiglia accettava senza pensarci,
l’avrebbe sbattuto in faccia al pescivendolo che avesse tentato di venderlo ai
Fisher. Potere, approvazione e lusso erano suoi in questa casa. Le diedero
persino ciò che non aveva mai avuto, un soprannome: Polly. Era un piacere
rimanere in cucina alla fine della giornata a contemplare la propria opera.
Sapere che c’erano pezzi di sapone a dozzine, scorte interminabili di bacon, e
deliziarsi tra pentole e padelle brillanti e pavimenti lucidi. Sentir dire: «Non
ce la faremo mai scappare: non potremmo mai trovare un’altra come Polly.
Non esce da quella cucina finché non è tutto in ordine. È davvero la
domestica ideale».
Pauline tenne tutto per sé questo ordine, questa bellezza, il suo mondo
privato che non fece mai conoscere al negozio e ai figli. Loro, li indirizzò alla
rispettabilità e nel farlo gli insegnò la paura: paura di essere sgraziati, paura
di essere come il padre, paura di non essere amati da Dio, paura di impazzire
come la madre di Cholly. Nel figlio inculcò il forte desiderio di fuggire e
nella figlia la paura di crescere, la paura degli altri, la paura della vita.
Tutto il senso della sua esistenza era nel lavoro. Lì le sue virtù rimanevano
intatte. Era una donna di chiesa attiva, non fumava, né beveva, non faceva
bagordi e si difendeva con prepotenza da Cholly, lo sovrastava in ogni modo
e sentiva di adempiere coscienziosamente il suo dovere di madre quando per
preservare i figli dai difetti del padre li sottolineava, oppure quando li puniva
perché mostravano anche solo un minimo di negligenza, mostravano di essere
trasandati, mentre lei lavorava dodici, persino sedici ore al giorno per
mantenerli. E anche il mondo le dava ragione.
Solo a volte, qualche volta e poi sempre più di rado, pensava ai vecchi
tempi o a che cosa era diventata la sua vita. Erano meditazioni, pensieri
oziosi, ricchi talvolta delle fantasticherie di un tempo, ma non era il genere di
cose su cui voleva soffermarsi.
«Una volta ho deciso di lasciarlo, poi chissà cos’è successo. Un’altra
volta, dopo che aveva cercato di dar fuoco alla casa, mi sono messa in testa
che dovevo andarmene a tutti i costi. Non mi ricordo neanche più perché non
l’ho fatto. Certo, la vita con lui non è stata un granché. Ma non andava
sempre male. A volte le cose non andavano così male. A volte, quando non
era ubriaco fradicio, scivolava nel letto piano piano. Io facevo finta di
dormire. Era tardi, magari quasi mattina e lui mi prendeva tre dollari dal
borsellino, Lo sento che respira ma non apro gli occhi; mi immagino le sue
braccia nere piegate dietro la testa, i muscoli come noci di pesca, belli grossi
e lisci, con le vene che gli scorrono come torrenti in piena nelle braccia.
Senza toccarlo sento quei rilievi sulla punta delle dita. Vedo i calli nelle
mani, duri come il marmo, e le lunghe dita nodose e immobili. Penso ai peli
spessi e arruffati sul suo petto che si gonfia quando fa i muscoli. Che voglia
di sfregarmi la faccia contro, e sentire i peli che mi graffiano la pelle. So
bene dove si fanno più radi – appena sopra l’ombelico – e come ritornano e
poi si allargano. Forse si sposterà un po’ e mi toccherà con una gamba, o
sentirò un fianco che mi sfiora il sedere. E anche allora non mi muovo. Poi
alza la testa, si gira e mi mette una mano sulla vita. Se sto ferma, lui muoverà
la mano per toccarmi e accarezzarmi la pancia, piano e dolcemente.
Continuo a non muovermi, non voglio farlo smettere. Voglio far finta di
dormire, così lui va avanti a sfregarmi la pancia. Poi si piegherà e mi
morderà una tetta. Poi non voglio più carezze sulla pancia. Voglio la sua
mano tra le gambe. Faccio finta di svegliarmi e mi giro verso di lui ma senza
aprire le gambe, deve essere lui ad aprirle. Ecco, lo fa, e io sono morbida e
bagnata sotto le sue dita forti e dure. Sono morbida come non mai. Tutta la
mia forza nelle sue mani. La mia mente si accartoccia come foglie avvizzite.
Nelle mani una sensazione strana, di vuoto. Voglio afferrare qualcosa, allora
gli prendo la testa. La sua bocca è sotto il mio mento. Poi non voglio più
quella mano tra le gambe, perché sento di ammorbidirmi fino a sciogliermi.
Apro le gambe e lui è su di me. Troppo pesante da reggere e troppo leggero
per non farlo. Me lo mette dentro. Dentro di me. Dentro di me. Incrocio i
piedi dietro la schiena, così non può andarsene. La sua faccia vicino alla
mia. Le molle del letto fanno il rumore dei grilli che c’erano a casa. Mi
prende le mani e allarghiamo le braccia come Gesù sulla croce. Io tengo
duro. Tengo duro con mani e piedi perché tutto il resto se ne va, via, lontano.
Lo so che vuole farmi venire per prima. Ma non ci riesco. Non finché non lo
fa lui. Finché non sento che mi ama. Proprio me. Che affonda dentro di me.
Non finché non so che ha in mente solo la mia carne. Che non può fermarsi
neanche se vuole. Che muore piuttosto che tirarlo fuori da me. Da me.
Finché non ha fatto uscire tutto quello che ha e l’ha dato a me. A me. A me.
Quando succede, mi sento potente. Sono forte, sono bella, sono giovane. E
poi aspetto. Lui ha i brividi e scuote la testa. Adesso sono così forte, così
bella e giovane che può farmi venire, adesso lo lascio. Tolgo le mani dalle
sue e le poso sul suo sedere. Le mie gambe ricadono sul letto. Non faccio
rumore perché i bambini possono svegliarsi. Inizio a sentire quei frammenti
di colore sospesi dentro di me – profondi dentro di me. Quei lampi di verde
degli insetti di giugno, il viola dei mirtilli che mi cola lungo le cosce, il giallo
della limonata della mamma che mi scorre dolce dentro. Poi mi sento ridere
tra le gambe e la risata si mescola con tutti i colori e ho paura di venire e ho
paura di non farlo. Ma so che verrò. E vengo. Ed è tutto un arcobaleno
dentro. E ancora, ancora, ancora. Voglio ringraziarlo, ma non so come, così
gli dò uno schiaffetto, come si fa con i bambini. Lui mi chiede se sto bene,
dico di sì. Si sposta e si mette a dormire. Voglio dire qualcosa ma non dico
niente. Non voglio allontanare la mente dall’arcobaleno. Ho bisogno di
alzarmi e andare in bagno, ma non lo faccio. E poi, Cholly dorme con una
gamba sulle mie. Non posso muovermi e neanche mi va.
«Ma non è più così. La maggior parte delle volte me lo sbatte dentro
prima ancora che mi svegli, e quando mi sveglio e già tutto finito. Le altre
volte non riesco neanche a stargli vicino per quanto puzza di alcol. Ma non
m’importa più. Il Creatore si prenderà cura di me. Sono sicura, so che lo
farà, lo so. E poi, chi se ne frega di questo vecchio mondo. C’è di sicuro la
gloria dei cieli. L’unica cosa che mi manca, qualche volta, è
quell’arcobaleno. Ma come dico, non me lo ricordo neanche più.»

a. Prima della Guerra Civile (1861-65) gli schiavi fuggitivi del Sud venivano aiutati a
riparare al Nord, e da lì in Canada, grazie alla Underground Railroad, la «ferrovia
sotterranea», un sistema clandestino che sfidava la Legge sui Fuggitivi. (N.d.C.)
GUARDAILPAPÀÈGRANDEEFORTEPAPÀVUOI
GIOCARECONJANEILPAPÀSORRIDESORRIDI

Quando Cholly aveva quattro giorni la madre lo avvolse in due coperte e un


giornale e lo mise su un mucchio di rifiuti vicino alla ferrovia. La sua prozia,
Jimmy, che aveva visto la nipote uscire dalla porta sul retro con un fagotto in
mano, lo salvò. Dopodiché picchiò la madre del bambino con una coramella e
non lasciò più che gli si avvicinasse. Fu zia Jimmy a crescerlo, e qualche
volta si divertiva a raccontargli come lo aveva salvato. Da lei venne a sapere
che la madre non era tutta a posto. Ma non ebbe mai la possibilità di
verificarlo perché la madre scappò subito dopo la coramella e da allora
nessuno ne sentì più parlare.
Cholly era riconoscente di essere stato salvato, tranne qualche volta.
Qualche volta, quando guardava zia Jimmy che mangiava il cavolo verde con
le mani succhiandosi i quattro denti d’oro, oppure sentiva quel suo odore di
quando portava al collo il sacchetto di assafetida, oppure se d’inverno lo
faceva dormire con lei per il freddo e le vedeva i seni vecchi e raggrinziti,
flosci sotto la camicia da notte – allora si chiedeva se non sarebbe stato
meglio morire là, dentro il cerchione di una ruota sotto il cielo nero e soffice
della Georgia.
Dopo quattro anni di scuola prese coraggio e chiese alla zia chi e dove
fosse suo padre.
«Il giovane Fuller, credo», disse la zia. «Gironzolava sempre da queste
parti allora, ma se l’è svignata subito, ancora prima che tu nascessi. Penso sia
finito a Macon. Era lui o suo fratello. Forse tutti e due. Una volta ho sentito il
vecchio Fuller che ne parlava.»
«Come fa di nome?» chiese Cholly.
«Fuller, Folle.»
«No, volevo sapere il nome.»
«Oh», chiuse gli occhi per pensare, e sospirò. «Non mi ricordo più niente.
Sam, forse? Sì, ecco, Samuel. No, no, non è vero. Era Samson. Samson
Fuller.»
«Come mai non mi avete chiamato Samson?» la voce di Cholly era bassa.
«E perché mai? Quando sei nato non era neanche da queste parti. Tua
mamma non ti ha dato nessun nome. Non erano neanche passati nove giorni
che ti ha sbattuto su quel mucchio di rifiuti. Quando ti ho trovato te l’ho dato
io il nome, il nono giorno. È il nome di mio fratello, buon’anima, Charles
Breedlove. Un brav’uomo. Il nome Samson non ha mai portato a niente di
buono.»
Cholly non chiese altro.
Due anni dopo lasciò la scuola e iniziò a lavorare da Tyson’s, il negozio di
granaglie e foraggio. Spazzava, faceva commissioni, pesava sacchi e li
caricava sui barrocci. Qualche volta lo lasciavano andare con il barrocciaio,
un bel vecchietto che si chiamava Blue Jack. Blue gli raccontava le storie dei
vecchi tempi, di com’era quando fu proclamata l’Emancipazione, con tutti i
neri che gridavano, piangevano e cantavano. E storie di fantasmi, di come un
bianco tagliò la testa alla moglie e la seppellì nella palude, ma una notte
emerse il corpo senza testa e andò barcollando nel cortile, sbattendo da tutte
le parti perché non ci vedeva niente e urlando di continuo che voleva un
pettine. Parlavano delle donne che Blue aveva avuto e delle risse di quando
era più giovane, di come una volta con le sue chiacchiere era riuscito a non
farsi linciare mentre gli altri non ci erano riusciti.
Cholly adorava Blue. Molto dopo esser diventato uomo, ricordava ancora i
bei tempi passati insieme. Come un 4 luglio, a un picnic della parrocchia, una
famiglia stava per spaccare un cocomero. Tutt’attorno si erano raggruppati
parecchi bambini a guardare. Blue volteggiava all’esterno del cerchio – un
timido sorriso di attesa gli addolciva il viso. Il padre di famiglia alzò il
cocomero sopra la testa – a Cholly le sue braccia robuste parvero più alte
degli alberi e il cocomero cancellò il sole. Imponente, la testa in avanti, gli
occhi fissi su una roccia, le braccia più alte dei pini e le mani che reggevano
un cocomero più grande del sole, si fermò un istante per bilanciarsi e
prendere la mira. Guardando questa figura stagliata contro il limpido cielo
azzurro, Cholly sentì la pelle d’oca su braccia e collo. Si chiese se Dio fosse
così. No. Dio era un bel vecchietto dalla pelle bianca, con lunghi capelli
bianchi, una folta barba bianca e occhietti azzurri che diventavano tristi
quando qualcuno moriva e cattivi se qualcuno faceva del male. Forse il
diavolo è così – mentre tiene il mondo tra le mani, pronto a scagliarlo a terra
e farne uscire il succo rosso, affinché i negri possano mangiarne le viscere
dolci e calde. Se il diavolo era così, Cholly lo preferiva. Non aveva mai
provato niente pensando a Dio, la sola idea del diavolo, invece, lo eccitava. E
adesso un diavolo nero e forte stava cancellando il sole e si preparava a
spaccare il mondo.
Lontano qualcuno suonava l’armonica a bocca; la musica scivolò sui
campi di canna da zucchero e si addentrò nella pineta, avviluppò i tronchi
mischiandosi con il profumo dei pini, allora Cholly non seppe più distinguere
tra il suono e l’odore che inondavano l’aria attorno alle persone.
L’uomo sbatté il cocomero contro il bordo di una roccia. Un leggero
lamento di delusione accompagnò il rumore della scorza che si fracassava. La
botta fu molto forte. Il cocomero si spaccò e brandelli di scorza e di polpa
rossa si sparpagliarono sull’erba.
Blue fece un salto. «Ohh», gemette, «ecco dov’è il cuore.» La sua voce era
insieme triste e allegra. Guardarono tutti la parte centrale del cocomero, rossa
e grande, priva di scorza e con pochi semini, che era rotolata ai piedi di Blue.
Lui si chinò a raccoglierla: rosso sangue, di forma irregolare, dai bordi
smussati e appesantiti dalla dolcezza del succo, era troppo ovvia, quasi
oscena, nel piacere che prometteva.
«Avanti Blue», rise il padre. «Puoi prenderlo.»
Blue sorrise e se ne andò. I bambinetti si azzuffarono per i pezzi in terra.
Le donne levarono i semini per i più piccoli e ruppero dei pezzetti di polpa
per sé. Gli occhi di Blue cercarono quelli di Cholly. Poi con un cenno: «Dai,
ragazzo. Mangiamoci il cuore».
Insieme, il vecchio e il ragazzo si sedettero sull’erba e divisero il cuore del
cocomero. Le viscere brutalmente dolci della terra.
Fu in primavera, in una primavera gelida, che zia Jimmy morì di crostata
di pesche. Andò a un raduno all’aperto appena dopo un temporale, e il legno
umido delle panche la fece ammalare. Per quattro o cinque giorni non si sentì
bene. Le amiche vennero a vedere come stava. Alcune le facevano la
camomilla, altre la sfregavano con un linimento. Miss Alice, la sua più cara
amica, le leggeva la Bibbia. Eppure lei continuava a deperire. Per quanto
prolifici, i consigli erano spesso contraddittori.
«Non mangiare il bianco dell’uovo.»
«Bevi latte fresco.»
«Mastica questa radice.»
Zia Jimmy ignorò tutto tranne la lettura della Bibbia di Miss Alice. Faceva
cenni assonnati di apprezzamento quando le parole della Prima Lettera ai
Corinzi la sommergevano. Dei deboli amen le uscivano dalle labbra al castigo
di tutti i suoi peccati. Ma il corpo non reagiva.
Alla fine decisero di chiamare M’Dear. M’Dear era una donna silenziosa
che viveva in una baracca vicino al bosco. Era una levatrice in gamba e dalle
diagnosi sicure. Pochi ricordavano i casi in cui non si era vista in giro
M’Dear. Tutte le volte che non si riusciva a guarire qualcuno con i metodi
tradizionali – le solite cure, l’intuizione o la sopportazione – la parola
d’ordine era: «Chiamiamo M’Dear».
Quando lei arrivò a casa di zia Jimmy, Cholly rimase sbalordito dal suo
aspetto. Sapendo che era molto, molto vecchia, l’aveva sempre immaginata
curva e raggrinzita. Invece M’Dear si stagliava più alta del pastore che la
accompagnava. Doveva essere alta almeno un metro e ottanta. Quattro grandi
nodi di capelli bianchi davano potere e autorità al suo viso nero e dolce.
Dritta come un attizzatoio, sembrava che tenesse in mano il bastone di
hickory non come sostegno ma per comunicare. Lo batteva piano a terra
mentre guardava dall’alto la faccia rugosa di zia Jimmy. Ne accarezzava il
pomo col pollice della mano destra mentre faceva scorrere la sinistra sul
corpo di zia Jimmy. Posò il dorso delle lunghe dita sulla guancia della
paziente, poi il palmo sulla fronte. Passò le dita tra i capelli della malata,
grattando leggermente il cuoio capelluto e poi osservando quel che
rivelavano le unghie. Alzò la mano di zia Jimmy e la guardò da vicino – le
unghie e la pelle del dorso, con la punta di tre dita schiacciò il palmo. Infine
avvicinò l’orecchio al petto e allo stomaco di zia Jimmy per ascoltare. Su
richiesta di M’Dear, le donne tirarono fuori il vaso da notte da sotto il letto
per mostrarle le feci. Mentre le osservava, M’Dear batteva col bastone.
«Seppellite il vaso da notte e quel che c’è dentro», disse alle donne. E a
zia Jimmy: «Hai preso freddo alla pancia. Bevi del brodo di verdura e
nient’altro».
«Passerà?» chiese zia Jimmy. «Guarirò?»
«Penso di sì.»
M’Dear si girò e lasciò la stanza. Il pastore la fece salire sul suo calesse
per ricondurla a casa.
Quella sera le donne portarono ciotole di brodo di fagioli dell’occhio, di
senape, di cavolfiore, di ravizzone, cavolo verde, rape, barbabietole e fagioli.
Persino il brodo di una mandibola di maiale bollita.
Due sere dopo zia Jimmy era molto più in forze. Quando Miss Alice e Mrs
Gaines passarono a trovarla, notarono il suo miglioramento. Le tre donne si
sedettero a chiacchierare di tutte le loro sofferenze passate, delle cure o dei
rimedi, di che cosa era o non era servito. Mille volte tornarono sulle
condizioni di zia Jimmy. Continuando a ripetere quali fossero le cause e che
cosa si sarebbe potuto fare per prevenire il male, per parlare poi
dell’infallibilità di M’Dear. Le loro voci si fondevano in una trenodia
nostalgica sul dolore. Oscillando tra alti e bassi, armonie complesse e toni
incerti, ma rimanendo costanti nel recitativo del dolore. Tenevano stretti al
cuore i ricordi delle loro malattie. Si leccavano le labbra e facevano
schioccare la lingua rammentando con orgoglio le sofferenze che avevano
sopportato – parti, reumatismi, laringiti, slogature, dolori alla schiena,
emorroidi. Tutti i lividi che avevano collezionato muovendosi sulla terra – a
mietere, pulire, sollevare, piantare, piegarsi, inginocchiarsi, raccogliere –
sempre coi bambini tra i piedi.
Ma un tempo erano state giovani. L’odore delle ascelle e delle cosce si era
confuso in un profumo di muschio; gli occhi erano stati furtivi, le labbra
morbide, e il delicato movimento della testa su quel sottile collo nero era
sembrato nient’altro che quello di una cerbiatta. La loro risata era stata più un
tocco che un suono.
Poi erano cresciute. Varcando la soglia della vita dalla porta sul retro.
Trasformandosi. Tutto il mondo si trovava nella posizione di dar loro ordini.
Le donne bianche dicevano: «Fai questo». I bambini bianchi dicevano:
«Dammi quello». Gli uomini bianchi: «Vieni qui». I neri dicevano:
«Coricati». Le sole persone da cui non dovevano prendere ordini erano i
bambini neri e loro stesse. Eppure accettavano tutto quanto, ricreandolo a
loro immagine. Mandavano avanti le case dei bianchi, e lo sapevano. Quando
gli uomini bianchi picchiavano il loro uomo, pulivano il sangue e tornavano a
casa per essere maltrattate dalla vittima. Con una mano picchiavano i figli e
con l’altra rubavano per loro. Le stesse mani che abbattevano gli alberi
tagliavano i cordoni ombelicali; le stesse mani che tiravano il collo ai polli e
macellavano i maiali accarezzavano le violette africane in fiore; le stesse
braccia che caricavano covoni, balle e sacchi, cullavano i bambini per farli
addormentare. Infornavano i biscotti in friabili ovali di innocenza e
avvolgevano i morti nel sudario. Aravano tutto il giorno e tornavano a casa
per stringersi come prugne tra le braccia del loro uomo. Le gambe divaricate
a cavalcioni di un mulo erano le stesse gambe che divaricavano intorno ai
fianchi del loro uomo. E quella differenza era la sola differenza che c’era.
Poi erano diventate vecchie. Il loro corpo si era affilato, il loro odore si era
fatto aspro. Accovacciate tra le canne, curve in un campo di cotone,
inginocchiate in riva a un fiume, si erano portate un mondo dentro di sé.
Avevano smesso di pensare alla vita dei figli per dedicarsi ai nipoti. Con
sollievo avvolgevano il capo di stracci e il petto di flanella; riposavano i piedi
nel feltro. Avevano chiuso con parti e piaceri, superato pianti e paure. Loro
soltanto potevano andare indisturbate per le strade del Mississippi, per i
vicoli della Georgia e i campi dell’Alabama. Erano vecchie abbastanza da
essere irritabili quando e dove pareva loro, stanche abbastanza da desiderare
di morire, indifferenti abbastanza da accettare l’idea del dolore ignorandone
la presenza. Erano, di fatto e finalmente, libere. E la vita di queste vecchie
donne nere si sintetizzava nei loro occhi – un purè di tragedia e comicità, di
cattiveria e serenità, di verità e immaginazione.
Chiacchierarono fino a notte fonda. Cholly ascoltò e gli venne sonno. La
ninnananna di dolore lo avviluppò, lo cullò fino a intorpidirlo. Nel sonno
l’odore cattivo delle feci di una vecchia si trasformò nel profumo sano di
sterco di cavallo, e le voci delle tre donne si mutarono nelle note allegre di
un’armonica a bocca. Si rese conto, nel sonno, di essere raggomitolato in una
poltrona, le mani strette tra le cosce. Fece un sogno: il suo pene era diventato
un lungo bastone di hickory, e le mani che lo accarezzavano erano le mani di
M’Dear.
Un sabato sera piovoso, prima che zia Jimmy fosse abbastanza in forze da
alzarsi dal letto, Essie Foster le portò una crostata di pesche. La vecchia ne
mangiò un pezzo e il mattino dopo, quando Cholly andò a vuotarle il vaso da
notte, era morta. La bocca aveva la forma di una «O» rilassata, e le mani,
dalle dita lunghe con le unghie dure come quelle di un uomo, avendo fatto
tutto quel che c’era da fare, potevano ora mostrarsi sulle lenzuola in tutta la
loro bellezza. Un occhio aperto lo fissava come per dire: «Bada a come tieni
quel vaso, ragazzo». Cholly continuò a guardarla, senza riuscire a muoversi,
fino a che una mosca non le si posò sull’angolo della bocca. Lui la cacciò via
con rabbia, tornò a fissare quell’occhio e ne eseguì il comando.
Quello di zia Jimmy fu il primo funerale a cui Cholly partecipò. Come
membro della famiglia, parente stretto della defunta, fu oggetto di grandi
attenzioni. Le donne avevano pulito la casa, fatto prendere aria a ogni stanza,
avvisato tutti e cucito insieme per zia Jimmy, che era nubile, un abito bianco
che pareva da sposa, da indossare quando avrebbe incontrato Gesù. Fecero
anche un abito scuro, una camicia bianca e una cravatta per Cholly. Il marito
di una di loro gli tagliò i capelli. Era circondato di tenerezze asfissianti.
Nessuno gli parlava, o meglio, lo trattavano come un bambino, quale era,
senza mai coinvolgerlo in un discorso serio ma prevenendo desideri che lui
non aveva mai avuto: ed ecco dei bei pranzetti, l’acqua calda per la tinozza di
legno, i vestiti pronti. Alla veglia lasciarono che si addormentasse e lo
portarono a letto in braccio. Solo il terzo giorno dopo la morte – il giorno del
funerale – fu costretto a salire alla ribalta. Arrivarono i parenti di zia Jimmy
dalle città e dalle fattorie vicine. Il fratello O.V., con moglie e figli, e un
mucchio di cugini. Cholly rimaneva comunque il protagonista, perché era il
«ragazzo di Jimmy, l’ultima cosa che ha amato» e «quello che l’ha trovata».
A Cholly piacevano le attenzioni di cui lo circondavano le donne e le pacche
sulla testa che gli davano gli uomini, e lo affascinavano i loro discorsi
gustosi.
«Di che cosa è morta?»
«Della torta di Essie.»
«Non mi dire.»
«A-ha. Stava bene, l’ho vista il giorno prima. Ha detto di portarle del filo
nero per rammendare qualcosa al ragazzo. Dovevo capirlo che era un brutto
segno se voleva il filo nero.»
«Altro che.»
«Proprio come Emma. Ti ricordi? Continuava a chiedere del filo. Morta
stecchita la stessa sera.»
«Già. Lo voleva a tutti i costi. Continuava a ricordarmelo. Io le ho detto
che l’avevo a casa. Ma no, lei lo voleva nuovo. Così quel mattino ho mandato
Li’l June a comprarlo, e lei era già morta. Mi stavo preparando per
portarglielo, con un pezzo di pane dolce. Ti ricordi, andava matta per il mio
pane dolce.»
«È vero. Come ne parlava! Quella sì che era un’amica per te.»
«Eh, lo so, lo so. Be’, non mi ero ancora vestita che Sally mi batte alla
porta urlando che Cholly era andato da Miss Alice a dirle che era morta.
Quasi ci rimango secca, credimi.»
«Chissà Essie come ci sta male.»
«Oh, Dio, davvero. Ma io le ho detto che il Signore dà e il Signore toglie.
Non è stata colpa sua, fa delle torte di pesca buonissime. Ma ci scommetto,
secondo lei è successo tutto per via della torta, e mi sa che un po’ è vero.»
«Be’, però non dovrebbe preoccuparsi. Ha fatto solo quello che avremmo
fatto tutte.»
«Sì. Infatti anch’io stavo incartando il pane dolce, e poteva succedere
anche con quello.»
«Mi sa proprio di no. Il pane dolce è genuino. Ma una torta è la cosa
peggiore da dare a chi non sta bene. Strano che Jimmy non lo sapesse.»
«Anche se lo sapeva, faceva finta di niente. La mangiava per farla
contenta. Sai bene com’era. Così buona.»
«Puoi ben dirlo. Ha lasciato qualcosa?»
«Neanche uno straccio. La casa è di una famiglia di bianchi di
Clarksville.»
«Ah, sì? Pensavo fosse sua.»
«Forse lo era una volta. Ma adesso non più. Ho sentito dire che quelli
dell’assicurazione sono andati a parlare col fratello.»
«Quanto gli danno?»
«Ottantacinque dollari, ho sentito.»
«Tutto lì?»
«Le bastano almeno per andare sottoterra?»
«Non capisco come. Un anno fa ad aprile, quand’è morto mio padre,
costava centocinquanta dollari. Ovvio, doveva essere tutto come si deve. I
parenti di Jimmy dovranno contribuire anche loro, quel becchino che sotterra
i neri non è mica tanto a buon mercato.»
«È una vergogna. Ha pagato quell’assicurazione tutta la vita.»
«Credi che non lo sappia?»
«Be’, e il ragazzo? Cosa farà?»
«Mah, nessuno sa dov’è finita sua madre, così lo prende con sé il fratello
di Jimmy. Dicono che ha una bella casa. Col gabinetto dentro e tutto il resto.»
«Meno male. Sembra un bravo cristiano. E il ragazzo ha bisogno della
mano di un uomo.»
«A che ora è il funerale?»
«Alle due. Alle quattro sarà già sottoterra.»
«Dov’è il banchetto? Ho sentito che Essie lo voleva fare a casa sua.»
«No, è da Jimmy. L’ha deciso il fratello.»
«Be’, sarà bello grande. La vecchia Jimmy piaceva a tutti. Di sicuro ci
mancherà in chiesa.»
Il banchetto funebre fu uno scoppio di gioia che seguì la bellezza
minacciosa del funerale. Fu come una tragedia di strada la cui spontaneità si
infilava dolce negli angoli di una struttura altamente formale. La defunta era
l’eroe tragico, i sopravvissuti le vittime innocenti; ci fu l’onnipresenza della
divinità e la strofe e l’antistrofe del coro dei dolenti, diretti dal predicatore. Ci
fu il dolore per la vanità della vita, la meraviglia attonita per le Vie del
Signore e la restaurazione dell’ordine nella natura al cimitero.
Il banchetto fu dunque esultanza, armonia, accettazione della fragilità
umana, gioia per la fine dell’infelicità. Risate, sollievo e una fame insaziabile.
Cholly non aveva ancora compreso appieno che la zia era morta. Era tutto
così interessante. Persino al cimitero non provò che curiosità, e quando in
chiesa era giunto il suo turno di avvicinarsi al corpo, aveva allungato la mano
per toccarlo e vedere se era davvero gelido come dicevano tutti. Ma aveva
tirato subito via la mano. Zia Jimmy era così assorta nella sua intimità che
quasi non pareva giusto disturbarla. Con passo strascicato e occhi asciutti era
tornato alla sua panca, tra le urla e i pianti di tutti gli altri, chiedendosi se
avrebbe dovuto provare a piangere.
Una volta a casa, fu libero di partecipare all’allegria e di trarre gioia da
quello che davvero provava – una sorta di spirito carnevalesco. Mangiò con
avidità e gli venne voglia di cercare di conoscere i cugini. C’erano dei dubbi,
secondo gli adulti, sul fatto che fossero suoi cugini veri, poiché O.V., il
fratello di Jimmy, in realtà era solo fratellastro, e la madre di Cholly era figlia
della sorella di Jimmy, ma questa sorella era nata dal secondo matrimonio del
padre, O.V. invece dal primo.
Soprattutto uno di questi cugini destò l’interesse di Cholly, aveva forse
quindici o sedici anni. Cholly uscì e lo trovò assieme ad altri ragazzi vicino al
mastello in cui zia Jimmy bolliva i vestiti.
Azzardò un esitante «Ehi», loro risposero allo stesso modo. Il
quindicenne, che si chiamava Jake, offrì a Cholly una sigaretta già arrotolata.
Cholly la prese, ma quando per accenderla allungò il braccio e la avvicinò
alla fiamma del fiammifero anziché portarsela alla bocca e tirare, tutti gli
risero in faccia. Imbarazzato, gettò a terra la sigaretta. Sentì che era
importante fare qualcosa per riabilitarsi agli occhi di Jake, così appena questi
chiese a Cholly se conosceva qualche ragazza, lui disse: «Certo».
Le ragazze che Cholly conosceva erano tutte al banchetto, e ne indicò un
gruppetto in piedi, che gironzolava intrattenendosi nella veranda sul retro.
Darlene compresa. Cholly sperò che Jake non facesse caso a lei.
«Chiamiamone qualcuna e andiamo a fare un giro», disse Jake.
Con passo lento i due ragazzi arrivarono alla veranda. Cholly non sapeva
come iniziare. Jake fece passare le gambe sulla ringhiera traballante della
veranda e rimase là seduto a fissare nel vuoto, come se non provasse il
minimo interesse per loro. Voleva che fossero le ragazze a notarlo, e a sua
volta le scrutava con occhiate circospette.
Le ragazze fecero finta di non averli visti e continuarono a chiacchierare.
Subito la loro conversazione si fece aspra: gli scherzi lievi che le avevano
impegnate si trasformarono in malignità, in un modo più serio di prendersi in
giro. Era quel che aspettava Jake. Le ragazze reagivano a lui, raggiunte da un
soffio della sua virilità fremevano per attirare la sua attenzione.
Jake saltò giù dalla ringhiera e andò dritto verso una ragazza che si
chiamava Suky, quella che aveva scherzato in modo più pesante.
«Mi fai vedere cosa c’è qui intorno?» neppure sorrise.
Cholly trattenne il fiato, aspettando che Suky zittisse Jake. Ne era capace,
sapevano tutti che aveva la lingua tagliente. Con sua grande sorpresa, lei
acconsentì subito, addirittura abbassando gli occhi. Facendosi coraggio
Cholly si rivolse a Darlene e disse: «Dai, facciamo un giro. Andiamo solo giù
al burrone». Si aspettava che lei facesse una smorfia e dicesse «no» oppure
«a far che» o qualcosa del genere. Per lei provava un sentimento di paura –
paura di non piacerle e paura di piacerle.
Si materializzò la seconda paura. Lei sorrise e saltò i tre scalini pendenti
per raggiungerlo. Gli occhi erano pieni di compassione e Cholly si ricordò di
essere in lutto.
«Se ti va», disse lei, «ma non troppo lontano. La mamma ha detto che
dobbiamo andar via presto, e sta diventando buio.»
I quattro se ne andarono. Altri ragazzi erano arrivati alla veranda e davano
inizio a quella danza del corteggiamento, in parte ostile, in parte indifferente,
in parte disperata. Suky, Jake, Darlene e Cholly passarono diversi cortili
finché arrivarono in un campo aperto. Lo attraversarono di corsa e giunsero a
un alveo asciutto immerso nel verde. La meta della passeggiata era un
vigneto selvatico dove cresceva l’uva moscata. Troppo fresca, troppo dura
per avere abbastanza zucchero, la mangiarono comunque. Nessuno di loro
sentì la mancanza – non allora – di quel succo scuro che gli acini cedevano
tanto facilmente. La riservatezza, la resistenza e le promesse di dolcezza
ancora da svelarsi, li eccitarono più di quanto avrebbe fatto il frutto maturo.
Alla fine gli si legarono i denti e i ragazzi si divertirono a bombardare le
ragazze di acini. Ogni volta che eseguivano un lancio i loro giovani polsi,
neri ed esili, disegnavano una chiave di violino nell’aria. L’inseguimento
allontanò Cholly e Darlene dal bordo del burrone, e quando si fermarono a
prender fiato Jake e Suky erano scomparsi. Il vestito bianco di cotone di
Darlene era sporco di succo. Il grande fiocco azzurro tra i capelli si era
disfatto, e la brezza del tramonto lo agitava facendolo ondeggiare intorno alla
testa. Erano senza fiato e sprofondarono nell’erba verde e viola ai margini
della pineta.
Cholly ansimava, coricato sulla schiena. Con in bocca il gusto di uva
moscata, ascoltava il fruscio degli aghi di pino, un annuncio di pioggia. Il
profumo della pioggia in arrivo, dei pini e dell’uva moscata gli fece girare la
testa. Il sole se n’era andato portando con sé gli ultimi frammenti di luce.
Voltandosi per vedere dov’era la luna, Cholly intravide Darlene al chiaro di
luna dietro di lui. Così rannicchiata formava una D: le braccia circondavano
le gambe piegate su cui poggiava la testa. Cholly le vide i mutandoni e i
muscoli delle giovani cosce.
«È meglio tornare», disse.
«Sì», lei allungò le gambe e iniziò ad aggiustarsi il nastro tra i capelli. «La
mamma mi darà una bella frustata.»
«No, vedrai.»
«Sì, sì. Ha detto che se mi sporcavo lo faceva.»
«Mica sei sporca.»
«Invece sì. Guarda.» Tolse le mani dal nastro e indicò un punto nel vestito
dove le macchie di uva erano più grosse.
A Cholly dispiacque molto, era tutta colpa sua. All’improvviso si rese
conto che zia Jimmy era morta, perché gli mancò la paura di essere frustato.
Non c’era nessuno che l’avrebbe fatto, tranne zio O.V., ma anche lui era in
lutto.
«Ti aiuto», disse. Si mise in ginocchio di fronte a lei e cercò di legarle il
nastro. Darlene gli mise le mani sotto la camicia aperta e gli accarezzò la
pelle tesa e umida. Quando lui la guardò stupito, si fermò e rise. Lui sorrise e
continuò a farle il fiocco, e lei rimise le mani sotto la camicia.
«Sta’ ferma» disse. «Come faccio se no.»
Lei gli fece solletico alle costole con la punta delle dita. Lui ridacchiò e si
afferrò il torace. Un attimo dopo erano avvinghiati, lei fece scivolare piano le
mani sulla pelle di lui, che rispose al gioco e si fece strada dal collo del suo
vestito e poi da sotto l’abito. Quando Cholly ficcò la mano nei mutandoni, lei
smise all’improvviso di ridere e lo guardò con occhi seri. Intimorito, fece per
toglierla, ma lei gli tenne stretto il polso, e non riuscì più a muoversi. Poi la
ispezionò con le dita, e lei gli baciò il viso e la bocca. Cholly trovò inebrianti
le sue labbra di uva moscata. Darlene gli lasciò la testa e facendosi scivolare
si tirò giù le mutande. Dopo qualche difficoltà con i bottoni, anche Cholly
abbassò le mutande alle ginocchia. I loro corpi iniziarono ad avere un senso
per lui, e non era così difficile come aveva pensato. Quando lei gemette
piano, l’eccitazione che gli si accumulò dentro gli fece chiudere gli occhi e
gli sembrò che quei gemiti diventassero nient’altro che sospiri dei pini sopra
la sua testa. Proprio mentre era sul punto di esplodere, Darlene si irrigidì e
urlò. Pensò di averle fatto male, ma, guardandola in viso, vide uno sguardo
atterrito rivolto a qualcosa alle sue spalle. Si girò di scatto.
C’erano due bianchi in piedi. Uno aveva in mano una lampada a spirito,
l’altro una torcia elettrica. Erano sicuramente bianchi, lo sentiva dall’odore.
Cholly fece un salto, cercando di mettersi in ginocchio, di alzarsi e tirarsi su
le mutande in un unico gesto. Gli uomini avevano dei lunghi fucili.
«Hii hii hii hiiiii», il nitrito era una lunga tosse asmatica.
L’altro passò la torcia su Cholly e Darlene.
«Continua, negro», disse quello con la torcia.
«Signore?» disse Cholly tentando di trovare un’asola.
«Ho detto continua. E spassatela, negro, spassatela.»
Gli occhi di Cholly non sapevano più dove guardare. Vagavano furtivi in
cerca di un riparo, mentre il corpo rimaneva paralizzato.
L’uomo con la torcia si tolse il fucile dalla spalla e Cholly sentì il clic del
metallo. Si ributtò in ginocchio. Darlene aveva girato la testa, gli occhi
lontani dalla luce della torcia fissavano il buio che li circondava con uno
sguardo distaccato, come se non facessero parte del dramma che avveniva
intorno a loro. Con una violenza generata dall’assoluta impotenza, lui le alzò
il vestito e si tirò giù pantaloni e mutande.
«Hii hii hii hii hiiiiii.»
Darlene si coprì il viso con le mani appena Cholly iniziò a simulare ciò
che era successo prima. Non poteva che far finta. La torcia gli disegnò una
luna sul sedere.
«Hii hii hii hii hiiii.»
«Dai negraccio, più veloce. Non stai facendo niente per lei.»
«Hii hii hii hii hiiii.»
Cholly, muovendosi più velocemente, guardò Darlene. La odiò. Desiderò
quasi poter fare davvero ciò che faceva per finta – con forza, senza smettere e
facendole del male – la odiò intensamente. Il fascio di luce gli strisciò fin
dentro le budella e trasformò il gusto dolce dell’uva moscata in bile marcia e
fetida. Fissò le mani di Darlene che le coprivano il viso sotto la luna e la
torcia. Parevano mani di neonato.
«Hii hii hii hii hiii.»
Dei cani abbaiarono. «Eccoli, sono loro. È di sicuro il vecchio Honey.»
«Già», disse la lampada a spirito.
«Andiamo», la torcia si spostò e uno dei due fece un fischio a Honey.
«Aspetta», disse la lampada a spirito, «il negro non è ancora venuto.»
«Be’, verrà quand’è ora. Buona fortuna, piccolo negro.»
Pestarono gli aghi di pino. Cholly li sentì fischiare per molto tempo, e poi
la risposta dei cani non fu più un ululato, ma guaiti caldi ed eccitati di
riconoscimento.
Cholly si alzò e in silenzio si abbottonò i pantaloni. Darlene non si mosse.
Avrebbe voluto strozzarla, invece le sfiorò la gamba col piede. «Dobbiamo
andarcene. Sbrigati!»
Lei cercò le mutande a occhi chiusi, e non riuscì a trovarle. Brancolavano
tutti e due alla luce della luna cercando le mutande, poi lei le trovò e se le
infilò con i movimenti di una vecchia. Si allontanarono dalla pineta
dirigendosi verso la strada. Lui davanti e lei dietro con passo pesante.
Cominciò a piovere. Meglio, pensò Cholly. Avremo una scusa per i vestiti.
Quando arrivarono a casa c’era ancora una ventina di ospiti. Jake se n’era
andato, Suky anche. Qualcuno era tornato per prendere altro cibo – patate,
torte, costolette. Erano tutti assorbiti nei ricordi serali di sogni, figure e
premonizioni. La sazietà e la comodità erano un narcotico, e avevano
generato rievocazioni e allucinazioni.
L’arrivo di Cholly e Darlene destò poca attenzione.
«Ma siete fradici.»
La madre di Darlene si agitò appena, aveva mangiato e bevuto troppo. Le
sue scarpe erano sotto la sedia e i ganci laterali del vestito erano aperti.
«Bambina, vieni un po’ qui. Mi pareva di averti detto…»
Alcuni decisero di aspettare che la pioggia si calmasse. Altri, che erano
venuti con i carri, pensarono che fosse meglio partire subito. Cholly entrò nel
minuscolo ripostiglio che era stato trasformato in una camera per lui. Tre
neonati dormivano sul suo giaciglio. Si tolse i vestiti inzuppati di pioggia e di
aghi di pino e si infilò la tuta. Non sapeva dove andare. La stanza di zia
Jimmy neanche a parlarne, e comunque più tardi l’avrebbero usata zio O.V. e
sua moglie. Prese una trapunta da un baule, la distese a terra e si coricò.
Qualcuno stava preparando il caffè, e gli venne una gran voglia di berne una
tazza poco prima di addormentarsi.
Il giorno seguente era giorno di pulizie, di conti e di divisione dei beni di
zia Jimmy. Le bocche erano rivolte verso il basso, gli occhi velati, i piedi
esitanti.
Cholly vagava senza una meta precisa facendo i lavoretti di casa che gli
dicevano. L’incanto e il calore di cui l’avevano coperto gli adulti il giorno
precedente erano stati rimpiazzati da modi bruschi, che andavano d’accordo
con il suo umore. Non riusciva a pensare ad altro che alla torcia, all’uva
moscata e alle mani di Darlene. E quando non ci pensava, il vuoto nella sua
mente era come lo spazio che lascia un dente appena tolto, ancora
consapevole del marciume che un tempo l’aveva riempito. Temendo di
imbattersi in Darlene, non voleva allontanarsi da casa, ma neppure poteva più
sopportare l’atmosfera in casa della zia defunta, né che si frugasse tra le sue
cose commentando le sue «condizioni» di vita. Cupo e irritabile, coltivò
l’odio per Darlene. Mai una sola volta gli capitò di pensare di dirigere
quell’odio verso i cacciatori. Un sentimento simile lo avrebbe distrutto. Erano
uomini grandi, bianchi e armati. Lui era piccolo, nero e indifeso.
Inconsciamente sapeva ciò che la ragione non capiva – che odiare loro lo
avrebbe consumato, lo avrebbe bruciato come un pezzo di carbone, lasciando
solo fiocchi di cenere e un punto interrogativo di fumo. Con il tempo avrebbe
scoperto l’odio per gli uomini bianchi, ma non ora. Non nell’impotenza, ma
in seguito, quando l’odio avrebbe potuto trovare un’espressione adeguata. Per
adesso, odiava la persona che aveva creato la situazione, che aveva assistito
al suo fallimento, alla sua impotenza. La persona che lui non aveva saputo
proteggere, risparmiare, coprire dal bagliore tondo come la luna della torcia.
Da quegli hii hii hii. Si ricordò del nastro per i capelli gocciolante che le
sbatteva contro il viso mentre camminavano in silenzio sotto la pioggia e
tremò per il disgusto che si agitò in lui. Non c’era nessuno con cui parlare. Il
vecchio Blue era ormai sempre troppo ubriaco, non avrebbe capito. E poi
Cholly dubitava di poter rivelare a Blue la propria vergogna. Avrebbe dovuto
mentire un pochino con Blue, Blue l’ammazza-donne. Gli sembrò che fosse
molto meglio essere soli che sentirsi soli.
Il giorno in cui lo zio di Cholly fu pronto per partire, quando tutto fu
imballato, quando le liti su che cosa dovesse prendere uno e che cosa l’altro
erano ribollite tanto da diventare un intingolo appiccicoso che aveva incollato
la lingua di tutti, Cholly si sedette sulla veranda ad aspettare. Gli era venuto
in mente che Darlene poteva essere incinta. Era un’idea infondata e
assolutamente irreale, ma tutt’altro che irreale era la paura che ne derivò.
Doveva andarsene. Non importava il fatto che sarebbe dovuto partire
proprio quel giorno. Una o due città di distanza non bastavano, soprattutto
perché suo zio non gli piaceva, non si fidava di lui, e poi la madre di Darlene
poteva trovarlo facilmente, e lo zio O.V. lo avrebbe consegnato a lei. Cholly
sapeva che era sbagliato lasciare una ragazza incinta, e ricordò, con
comprensione, che suo padre si era comportato proprio così. Adesso capì.
Seppe che cosa doveva fare: trovare suo padre. Lui avrebbe capito. Zia
Jimmy aveva detto che era andato a Macon.
Senza più pensieri di quelli di un pulcino che abbandona il suo guscio,
lasciò la veranda. Aveva già fatto un bel tratto di strada quando si ricordò del
tesoro: zia Jimmy aveva lasciato qualcosa, e lui se n’era completamente
dimenticato. Nella canna fumaria della stufa che non usavano più aveva
nascosto un sacchetto della farina che chiamava il suo tesoro. Scivolò in casa
e trovò la stanza vuota. Frugando nella canna, incontrò ragnatele e fuliggine,
poi il sacchetto soffice. Divise i soldi: quattordici biglietti da un dollaro, due
da due dollari e un mucchio di spiccioli d’argento… ventitré dollari in tutto.
Di certo sarebbero bastati per raggiungere Macon. Che bella parola dal
suono pieno, Macon.
Scappare di casa non era un grande problema per un ragazzo nero della
Georgia. Sgattaiolavi via e iniziavi a camminare. Quando scendeva la notte
dormivi in un fienile, se non c’erano cani, in un campo di canne da zucchero
o in una segheria abbandonata. Mangiavi quel che offriva la terra e compravi
root beer e liquirizia nelle botteghe di campagna. C’era sempre pronta una
storiella triste da raccontare agli adulti neri che facevano domande, e ai
bianchi non importava, a meno che non sapessero come far passare il tempo.
Dopo qualche giorno di viaggio poté andare alla porta di servizio delle
belle case e dire ai cuochi neri o alle padrone bianche che cercava un lavoro,
che sapeva sarchiare, arare, raccogliere e pulire, e viveva da quelle parti.
Rimaneva qualche settimana poi ripartiva. Visse in questo modo tutta l’estate,
e solo in ottobre raggiunse una città abbastanza grande da avere una stazione
dei pullman vera e propria.
Con la bocca asciutta per l’agitazione e la paura, andò allo sportello per la
gente di colore a comprarsi il biglietto.
«Quanto fa per Macon, signore?»
«Undici dollari. Cinque e cinquanta per i bambini sotto i dodici.»
Cholly aveva dodici dollari e quattro centesimi.
«Quanti anni hai?»
«Dodici appena fatti, signore, ma mia mamma mi ha dato solo dieci
dollari.»
«Mai visto uno di dodici anni così grande.»
«La prego, signore, devo andare a Macon. Mia mamma è ammalata.»
«Mi pareva avessi detto che tua mamma ti ha dato dieci dollari.»
«Sì, quella che mi fa da mamma. La mia vera mamma è a Macon,
signore.»
«So solo una cosa: riconosco un negro contaballe appena lo vedo, ma se
poi non lo sei, se una di ’ste mamme sta davvero morendo e vuole vedere il
suo piccolo nerofumo prima di andare al Creatore, è meglio farti il biglietto.»
Cholly non sentì niente. Gli insulti erano parte delle seccature della vita,
come i pidocchi. Era felice come si ricordava di non essere mai stato, se non
quella volta con Blue e il cocomero. Il pullman non sarebbe partito che dopo
quattro ore, e i minuti di quelle ore si dibattevano come moscerini sulla carta
moschicida – morivano lentamente, sfiniti dalla lotta per rimanere in vita.
Cholly aveva paura ad alzarsi, persino ad andare al gabinetto. Chissà, magari
il pullman partiva proprio mentre lui era via.
Alla fine, con l’intestino irrigidito dal bisogno, salì sul pullman per
Macon.
Trovò un posto tutto per sé in fondo, vicino al finestrino, e vide scorrere
sotto i suoi occhi tutta la Georgia, fino a che il sole scrollò le spalle e se ne
andò. Avrebbe voluto guardare anche al buio, e si addormentò solo dopo una
lotta feroce per tenere gli occhi aperti. Quando si svegliò era pieno giorno, e
una nera grassa gli stava dando una gomitata con in mano una galletta e del
bacon freddo. Con il gusto di bacon ancora tra i denti, entrarono furtivi a
Macon.
Alla fine del vicolo vide degli uomini tutti raccolti come in un grappolo.
Una voce forte e incalzante si levava a spirale sopra le teste di figure curve.
Figure inginocchiate, altre chine, tutte concentrate in un unico punto.
Avvicinandosi, inspirò l’odore inconfondibile e stimolante di uomo. Gli
uomini si erano ammassati, come aveva detto quello del biliardo, attratti da
dadi e denaro. Ognuno di loro, chi in un modo chi nell’altro, era vagamente
tappezzato di verde. Alcuni avevano separato i loro soldi, avevano avvolto le
banconote intorno alle dita e stretto forte i pugni, così che spuntavano solo le
estremità chiare dei soldi, in un miscuglio di grazia e violenza. Altri avevano
accatastato le banconote e piegato il mazzo a metà, lo tenevano in mano come
se stessero distribuendo delle carte. Altri ancora avevano il denaro
accartocciato in mucchi sparsi. A un uomo spuntavano soldi da sotto il
berretto. Un altro accarezzava le sue banconote tenendole tra pollice e indice.
Cholly non aveva mai visto tanti soldi come tra quelle mani nere. Partecipò
alla loro eccitazione, e la bocca asciutta per la paura di incontrare il padre
fece strada a un flusso di saliva per l’eccitazione. Diede un’occhiata alle loro
facce, cercando quello che poteva essere suo padre. Come riconoscerlo?
Assomigliava a lui, ma in versione più grande? In quel momento Cholly non
riuscì a ricordarsi del proprio aspetto. Sapeva solo che aveva quattordici anni,
che era nero e alto già un metro e ottanta. Esaminò quei visi e vide solo
occhi, occhi imploranti, occhi freddi, occhi ridotti a due fessure dalla
cattiveria o stretti per la paura – tutti focalizzati sui movimenti di una coppia
di dadi, che un solo uomo lanciava, afferrava e rilanciava. Cantilenando una
sorta di litania alla quale gli altri rispondevano, sfregandoli come fossero due
carboni ardenti, l’uomo sussurrò qualcosa ai dadi. Poi urlò e i dadi gli
volarono via di mano per cadere in mezzo a un coro di sorpresa e delusione.
Infine il lanciatore raccattò i soldi e qualcuno gridò: «Tienteli e crepa, sei
solo un gran bastardo». Ci fu qualche risata e un notevole calo di tensione,
durante il quale alcuni si scambiarono del denaro.
Cholly toccò la spalla a un vecchio con i capelli bianchi.
«Sa per caso se c’è Samson Fuller da queste parti?»
«Fuller?» quel nome non gli era nuovo. «Non so, sarà qui in giro. Eccolo
là. Con la giacca marrone», fece il vecchio.
Un uomo con una giacca marrone chiaro era in piedi in fondo al gruppo.
Gesticolava con un altro con fare litigioso e movimenti agitati. Avevano
entrambi il viso contratto dalla rabbia. Cholly girò intorno al gruppo fino a
loro senza poter credere di essere giunto alla fine del viaggio. Ecco suo padre,
un uomo come tutti gli altri, ma quelli erano proprio i suoi occhi, quella la
sua bocca, la sua testa. Le spalle nascoste sotto la giacca, la voce, le mani: era
tutto vero. Esistevano, esistevano davvero, in qualche posto. Proprio qui.
Cholly aveva sempre pensato a suo padre come a un gigante. Quindi, appena
gli fu vicino rimase sorpreso scoprendo di essere più alto di lui.
Infatti, gli stava osservando un punto pelato in testa, che a un tratto gli
venne voglia di toccare. Mentre era incantato a guardare quel vuoto
commovente circondato da ciocche arruffate di lana, l’uomo voltò verso di lui
un viso duro e bellicoso.
«Che cosa vuoi, ragazzo?»
«Ehm. Volevo… è lei Samson Fuller?»
«Chi ti ha mandato?»
«Eh?»
«Sei il ragazzo di Melba?»
«No, signore. Sono…» Cholly sbatté gli occhi. Non ricordava il nome di
sua madre. L’aveva mai saputo? Che cosa poteva dire? Di chi era figlio? Non
poteva dire: «Sono tuo figlio», sarebbe stato scortese.
L’uomo era impaziente. «Che cosa ti prende? Chi ti ha detto di venire da
me?»
«Nessuno.» Gli sudavano le mani. Gli occhi di quell’uomo lo
spaventavano. «Pensavo solo che… Cioè, passavo da queste parti e, be’, mi
chiamo Cholly…»
Ma Fuller era tornato al gioco che stava per ricominciare. Si chinò per
gettare a terra una banconota, aspettando il lancio successivo. Una volta
finito, si tirò su e con voce stizzita e lagnosa urlò a Cholly: «Di’ a quella
puttana che li avrà, i suoi soldi. E adesso, fuori dai coglioni!»
Cholly ci mise un bel po’ ad alzare i piedi da terra. Voleva indietreggiare e
andarsene. Con uno sforzo estremo riuscì a muovere il primo muscolo. Allora
tornò su per il vicolo, allontanandosi da quel buio, verso la luce accecante
della strada. Uscito al sole, si sentì cedere le gambe. Una cassetta di arance
era rovesciata sul marciapiede, su un lato c’era incollata la figura di due mani
che si stringevano. Cholly vi si sedette sopra. Il sole gli gocciolava in testa
come miele. Passò un carretto di frutta trainato da un cavallo, il conducente
cantava: «Fresca di vigna, dolce come lo zucchero, rossa come il vino».
I rumori parevano diventati più forti. Il tictoc dei tacchi delle donne, le
risate degli uomini in ozio sulla porta di casa. Da qualche parte passava un
tram. Cholly rimase seduto. Sapeva che stando immobile si sarebbe sentito
meglio. Poi però la fitta di dolore gli salì fino agli occhi e dovette fare di tutto
per mandarla via. Se stava immobile, pensò, tenendo gli occhi fissi in un
punto preciso, le lacrime non sarebbero arrivate. Così rimase seduto sotto il
sole che gocciolava come miele, tendendo tutti i nervi e i muscoli perché lo
aiutassero a fermare quell’acqua che gli usciva dagli occhi. Sforzandosi in
questo modo, focalizzando negli occhi ogni erg di energia, le sue viscere si
aprirono all’improvviso e, prima di poter realizzare ciò che già sapeva, delle
feci liquide gli scesero per le gambe. All’imbocco del vicolo in cui era suo
padre, su una cassetta di arance sotto il sole, in una strada piena di donne e
uomini adulti, se l’era fatta addosso come un neonato.
In preda al panico si chiese se fosse meglio aspettare là, senza muoversi,
fino a notte fonda. No. Sicuramente sarebbe sbucato fuori suo padre e,
vedendolo, avrebbe riso. Oh, Dio! Avrebbe riso. Tutti avrebbero riso. C’era
una sola cosa da fare.
Cholly corse giù per la strada, consapevole solo del silenzio. La bocca
della gente si muoveva, i piedi si muovevano e una macchina gli sfrecciò
accanto – ma senza rumore. Una porta sbatté nel silenzio assoluto. Anche i
suoi piedi non facevano rumore. L’aria pareva strangolarlo, trattenerlo. Si
spingeva in un mondo di invisibile colla di pino che minacciava di soffocarlo.
Continuò a correre vedendo solo oggetti silenziosi in movimento, finché
giunse alla fine del centro abitato, all’inizio dello spazio aperto, e vide il
fiume Ocmulgee serpeggiargli davanti. Si precipitò giù per una scarpata di
ghiaia verso un molo che emergeva dall’acqua bassa. Scoprì che sotto il molo
il buio era più fondo, allora si accovacciò dietro un pilastro. Rimase là a
lungo, stretto in posizione fetale, paralizzato, i pugni chiusi sugli occhi. Senza
sentire, senza vedere, solo con l’oscurità e il caldo e la pressione delle nocche
contro le palpebre. Dimenticò persino i pantaloni sporchi.
Venne la sera. Il buio, il calore, il silenzio avvolsero Cholly, come la
buccia e la polpa di una bacca di sambuco ne proteggono il seme.
Cholly si mosse, tutto quel che sentì fu un forte dolore alla testa. Subito,
come schegge lucenti di vetro, i fatti di quel pomeriggio lo trafissero.
All’inizio vide soltanto soldi tra dita nere, poi pensò di essere seduto su una
sedia scomoda, ma guardando scoprì che era la testa di un uomo, una testa
con una zona grande come un’arancia, completamente pelata. Quando infine
queste schegge sfumarono nei ricordi, Cholly sentì che puzzava. Si alzò e si
ritrovò debole, tremante e stordito, per un attimo rimase appoggiato al
pilastro del molo, poi si tolse pantaloni, mutande, scarpe e calze. Strofinò le
scarpe con manciate di terra e si trascinò fino alla riva del fiume. Dovette
cercare con le mani l’inizio dell’acqua perché non riusciva a vederla.
Lentamente vi immerse i vestiti e li sfregò finché gli parve che fossero puliti.
Tornato al pilastro, si levò la camicia e la legò in vita, poi stese a terra
pantaloni e mutande. Si accovacciò e si mise a grattare il legno marcio del
molo. All’improvviso pensò a sua zia Jimmy, al suo sacchetto di assafetida,
ai suoi quattro denti d’oro e allo straccio viola che portava intorno alla testa.
Con una nostalgia lacerante pensò a quando gli passava un boccone di
garretto affumicato dal suo piatto. Ricordò come lo teneva in mano – in modo
goffo, usando tre dita, ma con tantissimo amore. Senza dire una parola,
prendeva un boccone di carne e glielo passava. Poi le lacrime gli inondarono
le guance, per formargli un bouquet sotto il mento.

Ci sono tre donne affacciate a due finestre. Vedono il collo lungo e pulito
di un giovane forestiero e lo chiamano. Lui si avvicina a dove sono loro,
dentro è buio e caldo. Gli danno della limonata in un barattolo. Mentre beve, i
loro occhi lo seguono attraverso il fondo del barattolo, attraverso l’acqua
dolce e spessa. Gli rendono la sua virilità, che lui accetta pigramente.
I frammenti della vita di Cholly avrebbero potuto acquistare coerenza solo
nella testa di un musicista. Solo chi sa parlare attraverso l’oro di un metallo
ricurvo, o con il tocco di rettangoli bianchi e neri e pelli tese e corde
riecheggianti da corridoi di legno, avrebbe potuto dare una forma vera alla
sua vita. Solo una persona simile avrebbe saputo associare il cuore di un
cocomero rosso con il sacchetto di assafetida con l’uva moscata con il fascio
di luce puntato sul didietro con i pugni di soldi con la limonata in un barattolo
con un uomo di nome Blue, e cogliere il significato di tutto nella gioia, nella
sofferenza, nella rabbia e nell’amore, comunicando la sua ansia estrema e
profonda di libertà. Solo un musicista avrebbe sentito, avrebbe saputo, senza
neanche sapere di sapere, che Cholly era libero. Pericolosamente libero.
Libero di provare qualsiasi sentimento – paura, colpa, vergogna, amore,
dolore, pietà. Libero di essere tenero o violento, di fischiare o piangere.
Libero di dormire sui marciapiedi o tra le lenzuola bianche di una donna che
canta. Di accettare un lavoro e di lasciarlo.
Poteva finire in carcere senza sentirsi imprigionato, poiché aveva già visto
quanto fossero furtivi gli occhi del suo carceriere, libero di dire «No,
signore» e sorridere, poiché aveva già ucciso tre bianchi. Libero di farsi
insultare da una donna, perché il suo corpo aveva già conquistato quello di
lei. Persino di colpirla in testa, perché aveva già cullato quella testa tra le
braccia.
Libero di essere dolce quando lei era ammalata, o di lavarle il pavimento,
perché lei conosceva la sua virilità e sapeva dove trovarla.
Era libero di bere fino a ridursi a uno straccio, perché aveva già fatto
lavori pesanti nelle ferrovie, era stato trenta giorni in catene e si era tolto da
un polpaccio la pallottola sparata da una donna. Era libero di vivere le sue
fantasie e persino di morire, il come e il quando non avevano interesse per
lui. In quei giorni Cholly era davvero libero. Abbandonato dalla madre su un
mucchio di rifiuti, respinto dal padre per una partita di dadi, non aveva altro
da perdere. Era solo con le sue percezioni e i suoi appetiti, e non gli
interessava nient’altro.
Fu in questa condizione quasi divina che incontrò Pauline Williams. E fu
Pauline, o meglio, il matrimonio, che fece per lui ciò che non aveva fatto il
fascio di luce. L’abitudine, la ripetitività, il semplice peso della monotonia lo
condussero alla disperazione e gli congelarono la fantasia. Dover dormire per
sempre con la stessa donna era per lui un’idea bizzarra e innaturale, e dover
mostrare grande entusiasmo per le azioni abituali e il solito trantran; si stupì
dell’arroganza delle donne. Quando incontrò Pauline in Kentucky, era
appoggiata a un recinto e si grattava con un piede malato. Risvegliò in lei
bellezza, gioia e fascino e con lei desiderò costruire un nido d’amore. Doveva
ancora scoprire ciò che avrebbe distrutto quel desiderio. Ma non ci pensò più
di tanto. Pensò piuttosto a che cosa fosse accaduto alla curiosità di un tempo.
Niente, niente di niente gli interessava adesso. Né se stesso né gli altri. Solo
con l’alcol avveniva una rottura, si accendeva un bagliore, e quando
scompariva era l’oblio.
Tuttavia l’aspetto del matrimonio che lo sconvolse e lo alterò
completamente fu l’arrivo dei bambini. Non avendo idea di come si allevano
i figli, e non avendo mai visto nessun genitore che allevasse lui, non poteva
neppure comprendere come dovesse essere quel rapporto. Fosse stato
interessato all’accumulo di oggetti, avrebbe potuto ritenerli suoi eredi
materiali; avesse sentito il bisogno di mettersi alla prova davanti a un ignoto
«altro», avrebbe potuto desiderare che si distinguessero a sua immagine e nel
suo interesse. Non fosse stato solo al mondo da quando aveva tredici anni,
senza aver conosciuto altri che un’anziana donna morente che si sentiva
responsabile per lui ma che per età, sesso e interessi ne era lontanissima,
avrebbe potuto sentire con i figli un legame solido. Così com’era, invece, si
ribellò a loro, e la sua ribellione si basò su quel che sentiva al momento.

Era un sabato pomeriggio, alla tenue luce di primavera, tornò a casa


barcollando ubriaco fradicio e vide sua figlia in cucina.
Stava lavando i piatti. La sua schiena minuta curva sul lavandino. Cholly
la vide confusamente, e non poté dire che cosa vide o provò. Poi si accorse di
essere a disagio, poi sentì il disagio mutarsi in piacere. La sequenza delle sue
emozioni fu ripugnanza, colpa, pietà e poi amore. La ripugnanza fu una
reazione al suo aspetto giovane, indifeso e disperato. La schiena curva in quel
modo; la testa di lato, quasi dovesse perennemente ripararsi da un colpo non
ancora inferto. Perché mai doveva sembrare così abbattuta? Era una bambina
– spensierata – perché non era felice? La dichiarazione della sua infelicità era
di per sé un’accusa. Gli venne voglia di romperle il collo –- ma teneramente.
Colpa e impotenza si alternarono in un duetto collerico. Che cosa poteva fare
per lei? Che cosa darle? Che cosa dirle? Che cosa poteva dire un nero
distrutto dalla vita alla schiena curva della figlia di undici anni? Guardandola
in viso, vedeva quegli occhi tormentati e amorevoli, il tormento lo irritava,
l’amore lo faceva infuriare. Come poteva amarlo? Non aveva un po’ di buon
senso? E lui, che cosa doveva fare? Ricambiarla? E come? Che cosa
potevano fare le sue mani callose per rubarle un sorriso? Che cosa poteva
esserle utile, di tutto ciò che lui sapeva del mondo e della vita? Che cosa
potevano realizzare le sue braccia pesanti e la mente annebbiata, per fargli
guadagnare il rispetto di sé, permettendogli in cambio di accettare l’amore di
lei? L’odio per lei gli penetrò nello stomaco e minacciò di farlo vomitare, ma
appena prima che l’idea del vomito si facesse realtà, lei spostò il peso del
corpo su un piede e si grattò il polpaccio con un dito dell’altro piede. Fu un
gesto calmo e pietoso. Le mani continuavano a passare e ripassare una
padella raschiando via chiazze nere nell’acqua fredda e unta. L’aspetto timido
e spaurito del dito che grattava – era questo ciò che aveva fatto Pauline la
prima volta che l’aveva vista in Kentucky, appoggiata a uno steccato a non
guardare niente di preciso. Il dito morbido del suo piede scalzo che grattava
una gamba vellutata. Fu un gesto piccolo e semplice, ma allora lo colmò di
un’incredibile dolcezza. Non la solita voglia di ficcare le proprie gambe tra le
sue, ma tenerezza, desiderio di proteggerla. Di coprirle il piede con la mano e
morsicchiare piano il prurito al polpaccio fino a mandarlo via. Lo aveva fatto
allora e Pauline era scoppiata a ridere. Lo fece anche adesso.
La tenerezza scaturì in lui, che cadde in ginocchio, gli occhi rivolti al
piede della figlia. Trascinandosi carponi verso di lei, alzò la mano e le afferrò
il piede con un colpo veloce dal basso. Pecola perse l’equilibrio, e quasi finì a
terra, ma Cholly alzò l’altra mano e le prese i fianchi perché non cadesse. Poi
abbassò la testa e iniziò a mordicchiarla dietro la gamba. Gli tremava la bocca
per la dolcezza soda della carne. Chiuse gli occhi lasciando affondare le dita
nella sua pancia. La rigidità di quel corpo pietrificato, il silenzio atterrito
erano meglio della risata disinvolta di Pauline. L’insieme confuso dei ricordi
di Pauline e il fatto di compiere un’azione feroce e proibita lo eccitarono, e
una scarica di desiderio gli corse giù fino ai genitali dandogli forza, e gli
allentò le labbra dell’ano. Un alone di delicatezza circondò tutta questa
lussuria. Gli venne voglia di scoparsela – teneramente. Ma la tenerezza non
durò. La sua vagina stretta era insopportabile per lui. L’anima sembrò
scivolargli fino alle budella e poi volare via dentro di lei, e la sua spinta
gigantesca dentro il corpo di lei provocò allora l’unico suono che lei emise –
un sospiro vuoto soffocato in fondo alla gola. Come la fuoriuscita veloce di
aria da un palloncino.
Disintegratosi – svanito – il desiderio sessuale, si accorse delle mani
bagnate e insaponate di lei sui polsi, delle dita che lo stringevano, ma non
seppe dire se quella presa fosse dovuta a una lotta disperata ma caparbia per
liberarsi, oppure a qualche altra emozione.
Allontanarsi da lei fu così doloroso per lui, che con un movimento veloce
strappò via il pene dal porto asciutto della sua vagina. Sembrava svenuta.
Cholly si alzò e riuscì solo a vederle le mutande grigiastre, tristi e flosce
intorno alle caviglie. Di nuovo l’odio si confuse con la tenerezza. L’odio gli
impedì di tirarla su, la tenerezza lo costrinse a coprirla.
Così quando la bambina riprese coscienza si ritrovò coricata sul pavimento
della cucina sotto una pesante trapunta, e tentò di collegare il dolore tra le
gambe al viso di sua madre che la sovrastava.
GUARDAILCANEBAUBAUFAILCANEVUOIGIO
CAREVUOIGIOCARECONJANEGUARDAILCA

Una volta c’era un vecchio che amava le cose perché il minimo contatto con
le persone gli faceva venire la nausea, debole ma persistente. Non ricordava
quando fosse iniziato questo disgusto, né ricordava di esserne stato privo. Da
ragazzo questa ripugnanza, che gli altri non parevano condividere, l’aveva
molto turbato, ma avendo ricevuto un’ottima educazione imparò, tra le altre
cose, la parola «misantropo». Sapere come etichettarsi gli diede coraggio e
conforto, credeva infatti che dar nome a un male significasse neutralizzarlo,
se non addirittura annientarlo. Aveva letto, inoltre, parecchi libri e fatto la
conoscenza di parecchi grandi misantropi di tutti i tempi, la cui compagnia
spirituale lo consolava e gli forniva i parametri per misurare i suoi capricci, i
desideri e le antipatie. Per di più, trovò che la misantropia fosse un ottimo
mezzo per sviluppare il carattere: quando riusciva a dominare la ripugnanza e
casualmente toccava, aiutava, consigliava o assisteva qualcuno, poteva
ritenere generoso il suo comportamento e nobili le intenzioni. Quando era
infuriato per qualche eccesso o pecca umana, si sentiva legittimato nelle sue
discriminazioni, nelle repulsioni e negli scrupoli.
Come nel caso di molti misantropi, il suo sdegno per la gente lo portò a
svolgere una professione il cui intento è aiutarla. Si impegnò in un tipo di
lavoro determinato unicamente dalla capacità di conquistare la fiducia degli
altri, un lavoro dove erano necessari dei rapporti personali molto intimi.
Dopo essersi trastullato per un po’ nel clero della Chiesa anglicana, lo
abbandonò per diventare una sorta di assistente sociale. Il tempo e la
sfortuna, tuttavia, complottarono contro di lui, che infine scelse una
professione che gli diede sia libertà sia molte soddisfazioni. Divenne un
«Lettore, consigliere e interprete di sogni», era la professione che faceva per
lui. Si gestiva da solo le ore di lavoro, c’era poca concorrenza, i clienti
arrivavano già convinti e quindi arrendevoli, aveva inoltre numerose
occasioni di assistere alla stupidità umana senza parteciparvi o esserne
compromesso, e di alimentare le sue repulsioni osservando il decadimento
fisico. Le entrate erano scarse, comunque lui non era portato al lusso:
l’esperienza al monastero aveva rinforzato il suo ascetismo innato
consolidando la sua predilezione per la solitudine. Il celibato era un porto, il
silenzio uno scudo.
Nutriva da sempre la passione per le cose – non per il possesso di
ricchezze o di oggetti preziosi, ma un amore genuino per gli oggetti usati: la
caffettiera che era stata della madre, lo zerbino della porta di una pensione in
cui era vissuto, la coperta del bancone di un negozio dell’Esercito della
Salvezza. Era come se lo sdegno per i contatti umani si fosse trasformato in
brama per le cose che gli esseri umani avevano toccato. I residui di spirito
umano che imbrattavano gli oggetti inanimati erano tutto ciò che poteva
sopportare dell’umanità. Contemplare, per esempio, la traccia di un’impronta
sullo zerbino – sentire l’odore della coperta e sguazzare contento nella dolce
certezza che lì sotto molti corpi avevano sudato, dormito, sognato e fatto
l’amore, che erano stati ammalati ed erano addirittura morti. Dovunque
andasse, si portava dietro queste cose e ne cercava sempre altre. La sete di
oggetti usati lo portò a frugare, casualmente ma abitualmente, nei bidoni
dell’immondizia dei vicoli e nei cestini dei luoghi pubblici…
Insomma, la sua personalità era un arabesco: intricata, simmetrica,
equilibrata e solida – tranne che per una pecca. Di tanto in tanto il disegno
perfetto era guastato da un ardente desiderio sessuale, raro ma fortissimo.
Sarebbe potuto diventare un omosessuale attivo, ma gli mancò il coraggio.
La depravazione non gli venne mai in mente, e la sodomia era fuori
discussione, perché non provò mai un’erezione prolungata e non poteva
sopportare il pensiero di quella di un altro. E poi, l’unica idea per lui più
disgustosa di quella di penetrare e accarezzare una donna, era di accarezzare
ed essere accarezzato da un uomo. In ogni caso i suoi desideri, sebbene
intensi, non mirarono mai al contatto fisico. Aborriva la carne sulla carne:
l’odore del corpo, l’odore dell’alito lo sopraffacevano, la vista delle crosticine
all’angolo dell’occhio, di un dente guasto o mancante, del cerume, dei puntini
neri, di nei, pustole e croste – tutte le secrezioni e le protezioni naturali di cui
era capace il corpo – lo turbavano. Le sue attenzioni dunque si diressero
gradualmente verso quegli esseri umani dal corpo meno aggressivo, i
bambini. E poiché era troppo diffidente per affrontare l’omosessualità, poiché
i ragazzini erano offensivi, scalmanati e testardi, limitò inoltre i suoi interessi
alle bambine, di solito arrendevoli e spesso seducenti. La sua sessualità non
era affatto dissoluta, la passione per le bambine sapeva di innocenza e nella
sua mente si associava alla pulizia. Lui era ciò che si potrebbe definire un
anziano signore molto pulito.
Un oriundo delle Indie Occidentali, con occhi color cannella e pelle
marrone chiaro.
Sebbene il suo nome di battesimo fosse scritto sull’insegna nella finestra
della cucina e sui biglietti da visita che faceva circolare, in città la gente lo
chiamava Altare Impomatato. Nessuno sapeva da dove provenisse il
soprannome «Altare»: forse dai ricordi di qualcuno che non aveva
dimenticato i giorni in cui era un pastore su invito, uno di quei reverendi che,
pur avendo preso i voti, non ha né gregge né ovile ed è costretto a far sempre
visita alle altre chiese, dove siede all’altare con il pastore che lo ospita.
Conoscevano tutti, però, l’origine di «Impomatato»: dai capelli duri e ricci,
che impomatati con schiuma di sapone assumevano un aspetto lucido e
ondulato. Una sorta di processo primitivo.
Era stato allevato in una famiglia orgogliosa dei propri traguardi
accademici e del sangue misto – in realtà, credevano che i primi fossero
conseguenza del secondo. Un certo Sir Whitcomb, un nobile britannico
decaduto che aveva deciso di disintegrarsi sotto un sole più tranquillo di
quello inglese, agli inizi del 1800 aveva introdotto la razza bianca nella
famiglia. Essendo un gentiluomo per ordine del re, si era comportato assai
civilmente con quel figlio bastardo mulatto, fornendogli trecento sterline con
grande soddisfazione della madre, che si sentì baciata dalla fortuna. Anche il
bastardo gli fu grato, e ritenne fosse scopo della sua vita accrescere questa
parte di razza bianca. Concesse i suoi favori a una ragazza di quindici anni di
discendenze analoghe. Lei, come in una parodia vittoriana ben riuscita,
imparò dal marito quello che valeva la pena imparare: a separarsi con corpo,
mente e spirito da tutto ciò che ricordava l’Africa, a coltivare abitudini, gusti
e preferenze che il suocero assente e la folle suocera avrebbero approvato.
Tramandarono questa anglofilia ai sei figli e ai sedici nipoti. Eccetto un
ribelle solitario e inspiegabile che scelse una nera cocciuta, gli altri si
sposarono tutti «bene», schiarendo la carnagione della famiglia e affinandone
i lineamenti.
Grazie alla fiducia nata dalla convinzione della loro superiorità, andarono
bene a scuola. Erano operosi, ordinati ed energici, fiduciosi di confermare
senza ombra di dubbio l’ipotesi di De Gobineau che «tutte le civiltà derivano
dalla razza bianca, che nessuna può esistere senza il suo aiuto, e che una
società è grande e fiorente nella misura in cui preserva il sangue del ceppo
nobile che l’ha generata». Quindi, di rado passavano inosservati agli
insegnanti che segnalavano gli studenti più bravi per studiare all’estero. I
maschi studiavano medicina, legge, teologia, ed emergevano di frequente
negli uffici governativi senza potere, accessibili alla gente del luogo. Essere
corrotti nella vita sia pubblica sia privata, entrambe lascive e lussuriose, era
considerato loro assoluto diritto, di cui godeva ampiamente la maggior parte
della popolazione meno dotata.
Col passare degli anni, per la negligenza di qualche fratello Whitcomb,
divenne difficile mantenere la pelle chiara, oltretutto alcuni si sposarono tra
di loro, chi con parenti lontani chi meno. Queste unioni sconsiderate non
ebbero effetti negativi evidenti, ma ogni tanto qualche anziana domestica o
dei giovani giardinieri notavano in alcuni di questi bambini un indebolimento
delle facoltà e una propensione alla stranezza. Difetti estranei al comune
alcolismo o alla lussuria. Ne addossarono la colpa al matrimonio fra
consanguinei, comunque, non ai geni originali del lord decaduto. A ogni
modo, c’erano le eccezioni alla regola. Non più numerose che in qualsiasi
altra famiglia, questo è certo, ma più pericolose perché più potenti. Una di
loro era un fanatico religioso che fondò la sua setta segreta e generò quattro
figli, uno dei quali divenne un insegnante noto per l’ineccepibile imparzialità
e per saper frenare la sua indole violenta. Questo insegnante sposò una
mezzosangue cinese dolce e indolente che non riuscì a reggere la fatica di
dare alla luce un figlio e morì subito dopo il parto. Il bambino, Elihue Micah
Whitcomb, fornì all’insegnante ampie opportunità di applicare le sue teorie
sull’educazione, la disciplina e la vita sana. Il piccolo Elihue imparò tutto ciò
di cui aveva bisogno, in particolare l’arte dell’autoinganno. Lesse con avidità
ma apprese in modo selettivo, scegliendo i pezzi e i frammenti delle idee
degli altri che sostenessero il suo capriccio del momento, qualunque esso
fosse. Così decise di ricordare le ingiurie di Amleto a Ofelia, ma non l’amore
di Cristo per Maria Maddalena; la politica frivola di Amleto ma non la
profonda anarchia di Cristo. Notò l’acidità di Gibbon ma non la sua
tolleranza, l’amore di Otello per la bella Desdemona ma non l’amore
pervertito di Iago per Otello. Le opere che più ammirava erano quelle di
Dante, quelle che più disprezzava quelle di Dostoevskij. In ogni contatto con
le menti migliori del mondo occidentale, si lasciò sfiorare solo dalle
interpretazioni più limitate. Rispose alla violenza controllata del padre
sviluppando abitudini rigide e un’immaginazione debole. Un odio, non privo
di fascino, verso qualsiasi cenno di disordine e decadenza.
A diciassette anni, tuttavia, incontrò la sua Beatrice, di tre anni più
vecchia. Una ragazza bella e ridente dalle gambe grosse, che faceva la
commessa in un grande magazzino cinese. Velma. Così forti erano il suo
amore e la passione per la vita, che vi fece partecipare anche Elihue, fragile e
malaticcio. Lei trovò commovente la sua mancanza assoluta di entusiasmo e
di umorismo, e decise di iniziarlo all’idea del piacere. Lui resistette, ma lei lo
sposò comunque, solo per scoprire che soffriva di una malinconia
inconsolabile, in cui si crogiolava. Quando, dopo due mesi di matrimonio,
apprese quanto fosse importante questa malinconia per lui, a cui premeva
innanzitutto trasformare la gioia di lei in una tristezza più accademica e che
paragonava l’atto d’amore alla comunione e al Santo Graal, lo lasciò. Non
aveva vissuto tutti quegli anni accanto al mare, ascoltando tutto il tempo le
canzoni dei portuali, per poi trascorrere la vita nella muta cavità della mente
di Elihue.
Lui non si riprese dal suo abbandono. Lei, infatti, doveva essere la risposta
alla sua domanda mai formulata, mai confessata: come si sarebbe difesa la
vita dall’assedio della non-vita? Velma doveva salvarlo dalla non-vita che lui
aveva appreso dalla superficie piatta della cinghia del padre. Ma le resistette
con tanta abilità da indurla poi a fuggire l’inevitabile noia generata da una
vita così delicata.
A salvare il giovane Elihue dell’incombente rovina fu la mano ferma del
padre, che gli rammentò la buona reputazione della famiglia e quella dubbia
di Velma. Allora proseguì gli studi con più vigore di prima e alla fine decise
di entrare nel clero. Quando lo informarono che non aveva la vocazione,
lasciò l’isola e andò in America a studiare nel campo della psichiatria, allora
appena sbocciato. Ma l’argomento richiedeva troppa verità, troppi confronti,
e offriva aiuti troppo scarsi per un Io debole. Si spostò nella sociologia, poi
nella terapia fisica. Questi svariati studi continuarono per sei anni, poi il
padre si rifiutò di mantenerlo finché non avesse «trovato» se stesso. Non
sapendo dove volgere lo sguardo, Elihue fu abbandonato al suo destino e si
«trovò» del tutto incapace di guadagnarsi da vivere. Iniziò a sprofondare in
una logora rispettabilità, accentuata da alcune occupazioni da colletti bianchi
in America accessibili ai neri, nonostante le loro origini nobili: portiere in un
albergo per clienti di colore a Chicago, assicuratore, commesso viaggiatore
per una ditta di cosmetici che riforniva i neri. Nel 1936 si stabilì infine a
Lorain, Ohio, spacciandosi per ecclesiastico e incutendo soggezione per quel
suo modo di parlare inglese. Le donne della città scoprirono presto che era
celibe, e non sapendo spiegarsi il suo rifiuto nei loro confronti, conclusero
che era soprannaturale piuttosto che innaturale.
Venuto a conoscenza delle loro conclusioni, lui gliele lasciò credere,
accettando il nome (Altare Impomatato) e il ruolo che gli avevano dato. Prese
in affitto una sorta di appartamento sul retro della casa di un’anziana signora
profondamente religiosa che si chiamava Bertha Reese. Era una donna pulita,
silenziosa e quasi completamente sorda. La sistemazione era ideale, tranne
per una faccenda: Bertha Reese aveva un vecchio cane, Bob, che sebbene
sordo e silenzioso quanto lei, non era altrettanto pulito. Passava quasi tutto il
giorno a dormire sulla veranda sul retro, che era l’ingresso di Elihue. Il cane
era troppo vecchio per servire a qualcosa e Bertha Reese non aveva né la
forza né la presenza di spirito di curarsene adeguatamente. Gli dava da
mangiare e da bere, poi lo lasciava a se stesso. Il cane era rognoso; dai suoi
occhi stanchi colava una sostanza verde mare, attorno a cui si ammassavano
mosche e moscerini. Altare era disgustato da Bob e sperava che si sbrigasse a
morire. Considerava umano questo desiderio della morte del cane perché non
poteva sopportare, diceva tra sé, di vederlo soffrire. Non gli venne mai in
mente che in realtà era preoccupato per la sua, di sofferenza, giacché il cane
si era abituato alla debolezza e alla vecchiaia. Poi Altare decise di porre fine
all’infelicità dell’animale, e per farlo comprò del veleno. Solo l’orrore di
doversi avvicinare al cane gli impedì di portare a compimento la sua
missione. Attese che lo spronassero la rabbia o una repulsione accecante.
Vivendo là tra i suoi oggetti usati e svegliandosi presto ogni mattina da
sonni senza sogni, dava consigli a chi gli chiedeva aiuto.
Il suo lavoro era il terrore. La gente veniva da lui nel terrore, sussurrava,
piangeva e supplicava nel terrore. E terrore era quello che lui consigliava.
Separatamente, giungevano alla sua porta, ognuno avvolto in un sudario
cucito di rabbia, desiderio e orgoglio, di vendetta, solitudine, infelicità,
sconfitta e fame. Chiedevano le cose più semplici: amore, salute e denaro. Fa’
che mi ami. Dimmi che cosa significa questo sogno. Aiutami a sbarazzarmi
di questa donna. Fa’ che mia madre mi renda i vestiti. Fermami la mano
sinistra, falle smettere di tremare. Tieni il fantasma del mio bambino lontano
dalla stufa. Cancella il malocchio di questo e di quello. Si dedicava a tutte
queste richieste. Il suo lavoro era eseguire ciò che gli ordinavano – non
suggerire all’interessato che la richiesta potesse essere ingiusta, cattiva o
senza speranza.
A parte pochi incontri occasionali, e sempre più sporadici, con le bambine
che convinceva ad accettare la sua compagnia, viveva in pace tra i suoi
oggetti senza concedersi rimpianti. Era consapevole, naturalmente, che nella
sua vita qualcosa andava storto, come nella vita di tutti, ma rimandava il
problema alle origini, ai piedi del Creatore della Vita. Credeva che, siccome
decadenza, vizio, corruzione e disordine impregnavano ogni cosa, dovessero
essere la Natura delle Cose. Il Male esisteva perché Dio lo aveva creato. Lui,
Dio, aveva commesso una leggerezza, un imperdonabile errore di giudizio:
aveva progettato un universo imperfetto. I teologi giustificavano la presenza
della corruzione come un mezzo attraverso il quale gli uomini lottavano,
erano messi alla prova e trionfavano. Un trionfo dell’ordine cosmico. Ma
quest’ordine, l’ordine di Dante, consisteva nel sezionare e isolare
attentamente tutti i livelli di male e decadenza. Nel mondo non era così.
Signore di bella presenza sedevano al gabinetto, e altre tremendamente brutte
avevano desideri puri e sacri. Dio aveva fatto un lavoro ben misero, e Altare
sospettava che lui stesso avrebbe potuto fare di meglio. Era davvero un
peccato che il Creatore non avesse cercato il suo aiuto.
Altare meditava per l’ennesima volta su questi pensieri in un caldo
pomeriggio inoltrato, quando sentì bussare alla porta. Aprì e vide una
bambina a lui del tutto sconosciuta. Doveva avere all’incirca dodici anni,
pensò, e gli sembrò pietosamente brutta. Quando le chiese che cosa volesse,
non rispose ma tirò fuori uno dei suoi biglietti da visita che reclamizzavano le
sue doti e prestazioni: «Se siete sopraffatti da problemi e situazioni non
comuni, io posso eliminarli; sconfiggerò Sortilegi, Cattiva Sorte e Influssi
Negativi. Ricordate, sono un vero Medium e Spiritista con poteri innati, e vi
aiuterò. Risultati in una sola visita. In molti anni di professione ho condotto
molte persone al matrimonio e ho riunito molti che erano separati. Se siete
infelici e scoraggiati o se vivete nel dolore, io posso aiutarvi. La cattiva sorte
vi perseguita? La persona che amate non vi ama più? Saprò dirvi il perché. Vi
dirò quali sono i vostri nemici e quali gli amici, e se la persona che amate è
sincera. Se siete ammalati, posso mostrarvi la via verso la salute. Posso
ritrovare oggetti persi o rubati. Risultati sicuri».
Altare Impomatato le disse di entrare.
«Cosa posso fare per te, piccola mia?»
Era là in piedi, le mani incrociate sullo stomaco, la pancia un poco
sporgente. «Forse. Forse lei può farmelo.»
«Farti cosa?»
«Non posso più andare a scuola. E ho pensato che forse lei può aiutarmi.»
«Aiutarti come? Dimmi, non avere paura.»
«I miei occhi.»
«Cos’hanno i tuoi occhi?»
«Li voglio azzurri.»
Altare si morse il labbro, e con la lingua si accarezzò un’otturazione d’oro.
Pensò che questa fosse insieme la richiesta più fantastica e più logica che
avesse mai ricevuto. Ecco qui una bambina brutta che chiedeva la bellezza. Si
sentì invadere da un’ondata di amore e comprensione, subito rimpiazzata da
una forte rabbia. Rabbia perché era incapace di aiutarla. Tra tutti i desideri
che la gente gli aveva sottoposto – denaro, amore, vendetta – questo gli
sembrò il più intenso, quello che più meritava di essere soddisfatto. Una
bambina nera che voleva uscire dal suo abisso nero e vedere il mondo con
occhi azzurri. La furia crebbe in lui e si sentì potente. Per la prima volta
desiderò sinceramente poter compiere un miracolo. Prima d’ora non aveva
mai davvero voluto il potere vero e sacro – ma solo il potere di far credere
agli altri che lo possedeva. Gli sembrò così triste, così stupido che la pura e
semplice mortalità, non il giudizio, gli impedisse di averlo. Oppure lo aveva?
Con mano tremante fece il segno della croce su di lei. Gli vennero i
brividi: in quella stanzetta calda e buia di cose usate, si sentì raggelare.
«Non posso far niente per te, piccola mia. Non sono un mago. Opero solo
attraverso il Signore. Qualche volta usa me per aiutare la gente. Tutto quello
che so fare è offrirmi a Lui come lo strumento attraverso il quale Egli opera.
Se vorrà esaudire il tuo desiderio, lo farà.»
Altare si avvicinò alla finestra girando la schiena alla bambina. La mente
iniziò a girare, s’inceppò e girò di nuovo. Come formulare la prossima frase?
Come aggrapparsi alla sensazione di potere? L’occhio gli cadde sul vecchio
Bob che dormiva sulla veranda.
«Dobbiamo fare, eh sì, delle offerte, cioè, entrare in contatto con la natura.
Forse una creatura semplice potrebbe essere il veicolo attraverso il quale Egli
parlerà. Vediamo un po’.»
S’inginocchiò alla finestra e mosse le labbra. Dopo quel che sembrò un
lasso di tempo sufficiente, si alzò e andò verso la ghiacciaia vicino all’altra
finestra. Tirò fuori un pacchetto avvolto in una carta rosa da macellaio. Da
uno scaffale prese una bottiglietta marrone e ne versò una parte su ciò che era
contenuto nella carta. Mise il pacchetto, mezzo aperto, sul tavolo.
«Prendi questo cibo e dallo alla creatura che dorme sulla veranda.
Assicurati che lo mangi e osserva bene come si comporta. Se non succede
niente, saprai che Dio ti ha respinta, se l’animale si comporta in modo strano,
il tuo desiderio sarà esaudito il giorno seguente a questo.»
La bambina prese il pacchetto: l’odore della carne scura e appiccicosa le
fece venire il vomito. Si mise una mano sullo stomaco.
«Coraggio. Coraggio, piccola mia. Queste cose non vengono esaudite se si
ha il cuore debole.»
Lei fece un cenno col capo e deglutì visibilmente mandando giù il vomito.
Altare aprì la porta e lei varcò la soglia.
«Arrivederci, che Dio ti benedica», disse chiudendo veloce la porta.
Rimase alla finestra a guardarla, le sopracciglia ravvicinate in un cenno di
compassione, la lingua che accarezzava l’oro consumato nella mandibola
superiore. Vide la bambina chinarsi accanto al cane addormentato, che al suo
tocco aprì un occhio annacquato, incrostato agli angoli da una specie di colla
verdastra. Lei allungò il braccio e toccò la testa del cane, accarezzandolo
dolcemente, poi appoggiò la carne sul pavimento della veranda, vicino al suo
muso. L’odore lo svegliò: alzò la testa e si tirò su per annusare meglio.
Divorò tutto in tre o quattro bocconi. La bambina gli accarezzò di nuovo la
testa, e il cane guardò su verso di lei con dolci occhi triangolari.
All’improvviso tossì, la tosse di un vecchio catarroso, e si irrigidì. La
bambina sussultò. Il cane ansimò e boccheggiando cadde a terra di colpo.
Tentò di rialzarsi senza riuscirci, ritentò e quasi cadde dagli scalini.
Soffocando e barcollando, andò in giro per il cortile come un giocattolo rotto.
La bocca della bambina era spalancata, la lingua le sporgeva come un piccolo
petalo. Agitò una mano in un gesto insensato poi si coprì la bocca con
entrambe le mani. Si sforzò di non vomitare. Il cane cadde di nuovo, il corpo
contratto da uno spasimo. Poi fu immobile. Con le mani sulla bocca, la
bambina indietreggiò di qualche passo, si girò, attraversò il cortile e si avviò
di corsa lungo il marciapiede.
Altare Impomatato andò al tavolo. Si sedette con le mani giunte e la fronte
in equilibrio sulla punta dei pollici, poi si alzò e andò a un piccolo comodino
con un cassetto, dove prese carta e penna stilografica. Sullo stesso scaffale
del veleno c’era un calamaio. Con queste cose si risedette al tavolo. Piano e
attentamente, assaporando la propria calligrafia, scrisse la seguente lettera:

ATT.: A COLUI IL QUALE HA MOLTO NOBILITATO LA NATURA UMANA


CREANDOLA

Caro Dio,
lo scopo di questa lettera è renderti partecipe di alcuni fatti che sono
sfuggiti alla tua attenzione oppure che tu stesso hai deciso di ignorare.
Tanto tempo fa vivevo, nei miei giovani anni verdi, in una delle tue
isole. L’isola di un arcipelago nell’Atlantico meridionale, tra il Nord e il
Sud America, che racchiude il Mar dei Caraibi e il Golfo del Messico:
suddiviso nelle Grandi Antille, nelle Piccole Antille e nelle Isole Bahama.
Non in una colonia delle Isole Sopravvento o Sottovento, bada bene, ma
all’interno, naturalmente, della più grande delle due Antille (se, talvolta, la
mia precisione appesantisce la prosa, è tuttavia necessario che tu mi
riconosca chiaramente).
Ebbene.
In questa colonia abbiamo fatto nostri gli aspetti più drammatici ed
evidenti dei padroni bianchi, aspetti che, naturalmente, erano i loro
peggiori. Nel conservare l’identità della nostra razza, ci siamo attaccati a
quegli aspetti più gratificanti da sostenere e meno impegnativi da
mantenere. Di conseguenza non eravamo regali ma snob, non aristocratici
ma classisti; credevamo che autorità significasse crudeltà verso i nostri
inferiori, e che per essere educati bastasse andare a scuola. Prendevamo la
violenza per passione, l’indolenza per svago, e pensavamo che
l’avventatezza fosse libertà. Allevavamo i nostri figli e coltivavamo i nostri
raccolti, lasciavamo che i bambini crescessero e le proprietà si
estendessero. La virilità era data dall’acquisizione, la femminilità
dall’acquiescenza. E aborrivamo l’odore dei tuoi frutti e la fatica dei tuoi
giorni.
Questa mattina, prima che arrivasse la bambina nera, ho pianto – per
Velma. Oh, molto piano. Non c’è vento che possa portare, sorreggere, o
persino rifiutare di sorreggere un rumore tanto pesante di rimpianti. Ma a
modo mio, in silenzio e da solo, ho pianto – per Velma. Devi sapere tutto
di Velma per capire quello che ho fatto oggi.
Lei (Velma) mi ha lasciato come si lascia una stanza d’albergo. Un
posto in cui si sta quando si ha altro da fare. Di per sé, una stanza d’albergo
non si intromette negli affari di chi la occupa. È comoda, ma la sua
comodità è limitata al periodo in cui la si usa, mentre ci si trova in una data
città per un dato impegno; si spera che sia comoda, ma se è anonima è
ancora meglio. Dopotutto, non è il posto in cui si vive.
Quando non serve più, si paga qualcosa per il suo uso, si dice:
«Buongiorno e grazie», e finiti gli impegni in quella città la si lascia per
sempre. C’è forse chi rimpiange di aver lasciato una stanza d’albergo? C’è
chi, avendo una casa, una casa vera da qualche parte, vorrebbe rimanerci?
C’è chi lasciandola ci ripensa con affetto, o anche con disgusto? Si può
amare o odiare soltanto ciò che si ha vissuto in quella stanza. Ma per
quanto riguarda la stanza in sé? Eppure a volte si prende un souvenir. Oh
no, non di certo per ricordare la stanza. Per ricordare, magari, il periodo e il
luogo del proprio impegno, della propria avventura. Cosa si può mai
provare per una stanza d’albergo? Non si prova niente più di quanto ci si
aspetta che una stanza d’albergo provi per chi la occupa.
E così, Padre, Padre del Cielo, proprio così che mi ha lasciato; o meglio,
non mi ha mai lasciato, perché non c’è mai stata.
Ti ricordi, vero, come e di che cosa siamo fatti? Adesso lascia che ti
parli dei seni delle bambine. Chiedo scusa per l’improprietà (sarà così?), la
follia di amarle nei momenti meno opportuni della giornata, e nei luoghi
meno opportuni, e per il cattivo gusto di amare quelle che facevano parte
della mia famiglia. E per amare le altre, devo chiedere scusa?
Eppure qui hai fatto una mancanza anche tu, Signore. Come, perché, hai
permesso che accadesse? Com’è possibile che io abbia potuto distogliere
gli occhi dalla contemplazione del Tuo Corpo e affondare nella
contemplazione del loro? Boccioli. Boccioli su questi alberelli. Erano
cattivi, sai, teneri e cattivi. Piccoli boccioli cattivi e resistenti al tatto, che
rimbalzavano come gomma. Ma aggressivi. Mi sfidavano a toccare, mi
comandavano di toccare. Tutt’altro che timidi, come invece avresti
pensato, erano protesi verso di me, sì, proprio verso di me. Ragazzine dal
petto sottile, sottile come un dito. Le hai mai viste, Signore? Voglio dire, le
hai mai viste bene? Non si può vederle senza amarle. Tu che le hai fatte,
devi averle trovate belle anche solo come idea – ben più bella è la
realizzazione di quell’idea. Non ho potuto, come di certo ricorderai, tenere
le mani, la bocca, lontano da loro. Dolci e salate. Come fragole non ancora
mature, velate dal sudore salato dei giorni che fuggono e delle ore che
danzano, saltano e si rincorrono.
L’amore per loro – gustare, toccare e sentire – non era solo un semplice
vizio dell’umana lussuria: loro erano per me una cosa al posto di un’altra.
Di mio padre, del Clero, di Velma; e io scelsi di non farne a meno. Certo è
che non entravo in chiesa, quello, almeno, non lo facevo. E invece che cosa
facevo? Dicevo alla gente che sapevo tutto di Te. Che avevo ricevuto i
Tuoi Poteri. Non era la sacrosanta verità, ma era una bugia sacrosanta.
Non avrei mai dovuto, lo ammetto, non avrei mai dovuto accettare il loro
denaro in cambio di bugie dette al momento giusto con le parole giuste e la
faccia giusta. Eppure, bada bene, odiavo tutto quanto. Mai neanche per un
istante ho amato le bugie o il denaro.
Ma devi considerare ogni cosa. La donna che ha lasciato la stanza
d’albergo.
Considera gli anni verdi e il meriggio dell’arcipelago.
Considera i loro occhi pieni di promesse, secondi solo ai loro seni
promettenti.
Considera quanto avevo bisogno di un male a portata di mano per
evitare di conoscere ciò che non avrei sopportato di conoscere.
Considera come odiavo e disprezzavo il denaro.
E adesso, considera, non per i miei pochi meriti, ma per mia
misericordia, la bambina nera che come una pazza oggi è venuta da me.
Dimmi, Signore, come hai potuto lasciare una ragazzina tanto sola per così
tanto tempo, da permetterle di arrivare a me? Come hai potuto? Piango al
posto Tuo, Signore. Ed è perché piango al posto Tuo che ho dovuto fare il
lavoro al posto Tuo.
Sai per che cosa è venuta? Occhi azzurri. Occhi nuovi, azzurri, ha detto.
Come se comprasse delle scarpe. «Vorrei un paio di occhi azzurri nuovi.»
Deve averli chiesti a te per moltissimo tempo, e tu non hai risposto.
(Com’è tua abitudine, avrei potuto dirglielo, un’abitudine antica interrotta
per Giobbe – e poi mai più.) Allora è venuta a chiederli a me. Aveva uno
dei miei biglietti da visita. (Biglietto accluso.) A proposito, ho aggiunto
Micah – Micah Elihue Whitcomb. Ma mi chiamano Altare Impomatato.
Non ricordo come o perché mi abbiano affibbiato questo nome. Che cosa
cambia in una persona se ha un nome anziché un altro? È dunque il nome
la cosa più importante? E la persona è solo ciò che dice il nome? È per
quello che alla più semplice e innocente delle domande: «Qual è il tuo
nome?» che ti ha fatto Mosè, Tu non hai risposto e hai detto invece: «Io
sono Colui che sono»? Come Braccio di Ferro, io sono quello che mangio?
Avevi paura, vero, di svelare il tuo nome? Paura che avrebbero conosciuto
il nome e quindi conosciuto te? E quindi non ti avrebbero più temuto? Va
bene lo stesso. Non essere contrariato, non intendo offenderti. Capisco.
Anch’io sono stato cattivo, e anche infelice. Ma un giorno io morirò. Sono
sempre stato così buono. Perché devo morire? Le bambine. Le bambine
sono l’unica cosa che mi mancherà. Sai che quando toccavo le loro tettine
sode e le mordicchiavo – appena appena – sentivo di essere gentile? Non
volevo baciarle sulla bocca o andare a letto con loro o avere tutta per me
una sposa bambina. Allegro, mi sentivo, e gentile. Non come dicevano i
giornali, non come mormorava la gente. E a loro non dispiaceva,
nient’affatto. Ricordi in quante sono tornate? Nessuno ha mai neanche
tentato di capirlo. Se io avessi fatto loro del male, sarebbero tornate? Due
di loro, Doreen e Sugar Babe, sono tornate insieme. Gli davo mentine e
soldi, e mangiavano il gelato con le gambe aperte mentre io giocherellavo.
Era come una festicciola. E non c’era niente di sporco, niente di osceno,
non c’erano odori, non c’erano gemiti, soltanto le risate chiare e candide
delle bambine e le mie. E non c’erano sguardi – sguardi strani e intensi –
nessuno di quegli sguardi strani e intensi che aveva Velma dopo. Nessuno
sguardo che dopo ti fa sentire sporco. Che ti fa desiderare di morire. Con le
bambine è tutto pulito e bello e gentile.
Devi capirlo, Signore. Tu hai detto: «Lasciate venire a me i bambini, e
non fate loro del male». Hai dimenticato? Hai dimenticato i bambini? Sì,
hai dimenticato. Hai lasciato che soffrissero seduti ai margini delle strade,
che piangessero accanto alle madri morte. Li ho visti carbonizzati,
zoppicanti e senza forze. Tu hai dimenticato, Signore. Hai dimenticato
come e quando essere Dio.
Ecco perché ho cambiato gli occhi della bambina nera e non l’ho
toccata; non l’ho sfiorata neppure con un dito. Ma le ho dato quegli occhi
azzurri che voleva. Non per piacere né per denaro. Ho fatto ciò che Tu non
hai fatto, non hai potuto, non hai voluto fare: ho guardato quella bambina
nera piccola e brutta e l’ho amata. Ho recitato la Tua parte e lo spettacolo è
riuscito!
Io, io ho compiuto un miracolo. Le ho dato quegli occhi. Le ho dato due
occhi azzurri, azzurri, occhi azzurri. Azzurro cobalto. Un tocco leggero
preso dal tuo cielo azzurro. Nessun altro vedrà i suoi occhi azzurri. Ma lei
sì. E vivrà felice per sempre. Io, io ho pensato fosse giusto e opportuno
farlo.
Adesso tu sei geloso. Sei geloso di me.
Vedi? Anch’io ho creato. Non dal nulla, come te, ma la creazione è un
vino inebriante, più per chi lo gusta che per chi lo produce.
Dunque, essendomi imbevuto di nettare, non ho paura di Te, né della
Morte, e neppure della Vita, e con Velma va tutto bene, va tutto bene con
mio padre e con le Grandi e Piccole Antille. Tutto bene, tutto.
Con i migliori saluti,
sempre Tuo
Micah Elihue Whitcomb
Altare Impomatato piegò i fogli di carta in tre parti uguali e li infilò in una
busta. Sebbene non avesse un sigillo, volle a tutti i costi la ceralacca. Tirò
fuori una scatola di sigari da sotto il letto e vi frugò dentro. Conteneva alcuni
dei suoi oggetti più preziosi: una scheggia di giada che si era staccata da un
paio di gemelli all’albergo di Chicago; un ciondolo d’oro a forma di Y con
attaccato un pezzo di corallo, appartenuto alla madre che non aveva mai
conosciuto; quattro grandi forcine che Velma aveva lasciato sul bordo del
lavandino in bagno; un nastro di gros-grain blu scuro che era stato di una
bambina di nome Precious Jewel; un pomello annerito del rubinetto del
lavandino di una cella del carcere di Cincinnati; due biglie che aveva trovato
sotto una panchina a Morningside Park in una bellissima giornata di
primavera; un vecchio catalogo che profumava ancora di cipria per il viso
nocciola e caffè e di crema antirughe al limone. Distratto dai suoi oggetti,
dimenticò quello che stava cercando. Lo sforzo per ricordarselo fu troppo
grande, sentì un ronzio alla testa e una cascata di stanchezza lo invase.
Chiuse la scatola, si coricò sul letto e scivolò in un sonno d’avorio che gli
impedì di sentire le grida deboli di una vecchia signora che, tornando dalla
sua bottega di caramelle, aveva trovato la carcassa immobile di un vecchio
cane di nome Bob.
Estate
Mi basta addentare una fragola dura, e vedo l’estate – la sua polvere e i cieli
bassi. Rimane per me una stagione di temporali. I giorni riarsi e le notti
appiccicose si sovrappongono nella mia mente, ma i temporali, i violenti
temporali improvvisi, mi soffocavano di paura. Tuttavia i miei ricordi sono
incerti: ricordo un temporale estivo nella città in cui vivevamo e immagino
un’estate di cui sapeva mia madre, nel 1929. Quell’anno ci fu un tornado,
diceva, che spazzò via metà del Sud di Lorain. E io confondo la sua estate
con la mia. Mordendo la fragola, pensando ai temporali, mi pare di vederla.
Una ragazza giovane e snella con un vestito di crespo rosa, una mano sul
fianco e l’altra che le ciondola lungo la coscia, è ferma ad aspettare. Il vento
la cattura, alto sopra le case, ma lei rimane immobile, la mano sul fianco.
Sorride.
L’attesa e le promesse nella sua mano ciondolante non sono mutate con
l’olocausto. Nel tornado dell’estate del 1929, la mano di mia madre non si è
estinta. Lei è forte, sorridente e rilassata mentre il mondo crolla intorno a lei.
È tutto, per quanto riguarda i ricordi. I fatti pubblici diventano realtà private e
le stagioni di una città del Midwest diventano le Moire delle nostre piccole
vite.
L’estate era già pesante quando Frieda e io ricevemmo i nostri semi. Da
aprile aspettavamo il pacco magico che conteneva sacchetti e sacchettini di
semi che avremmo venduto a cinque centesimi l’uno e che ci avrebbero
permesso di comprare una bicicletta nuova. Fiduciose, passavamo la maggior
parte delle nostre giornate a venderli girando per la città. Sebbene la mamma
ci avesse detto di limitarci alle persone che lei conosceva o ai dintorni a noi
familiari, bussavamo a ogni porta e guizzavamo dentro e fuori dalle case che
ci aprivano: case di dodici stanze che ospitavano una mezza dozzina di
famiglie, tra la puzza di grasso e di urina; piccole case di legno di quattro
stanze, sommerse dai cespugli accanto ai binari; case al primo piano:
appartamenti sopra mercati del pesce, macellai, negozi di mobili, bar,
ristoranti; case linde di mattoni, con tappeti a fiori e vasi di vetro dal collo
allungato.
L’estate in cui vendevamo i semi, pensavamo soltanto ai soldi, soltanto ai
semi, e ascoltavamo distratte ciò che diceva la gente. Quelli che ci
conoscevano, ci invitavano a entrare in casa e a sedere e ci offrivano un
bicchiere di acqua fredda o di limonata, e mentre stavamo sedute a
rinfrescarci, continuavano le loro conversazioni o i lavori di casa. Un po’ alla
volta iniziammo a ricostruire una storia, una storia segreta, terribile e
spaventosa. E solo dopo due o tre di queste conversazioni sentite per caso e
con poca attenzione, capimmo che la storia era su Pecola.
Sistemati con ordine, i frammenti del discorso erano i seguenti.
«Hai sentito di quella ragazzina?»
«Cosa? Incinta?»
«Sì. Ma sai chi è stato?»
«Chi? Non li conosco mica, tutti ’sti ragazzini.»
«Sta proprio lì il fatto. Non è nessun ragazzino. Dicono che è Cholly.»
«Cholly? Suo padre?»
«A-ha.»
«Signore, abbi pietà. Quel negro schifoso.»
«Ti ricordi quella volta che quasi li brucia tutti vivi? L’avevo detto io, che
era pazzo.»
«E che cosa farà adesso? E sua mamma?»
«Niente, credo, che cosa vuoi che faccia? Lui se l’è squagliata.»
«Il tribunale non glielo lascia tenere, vero?»
«Non so.»
«Mi sa che nessuno di quei Breedlove era tutto a posto. Il ragazzo ogni
minuto scappa chissà dove, e la bambina sembrava sempre stralunata.»
«Comunque nessuno sa niente di loro. Da dove vengono e tutto il resto.
Sembra che non abbiano altri parenti.»
«Secondo te perché ha fatto una cosa così?»
«Lo so io perché. È solo un porco.»
«Be’, dovrebbero toglierla dalla scuola.»
«È vero. Un po’ è anche colpa sua.»
«Dai, piantala. Non avrà neanche dodici anni.»
«Sì, ma non si può mai sapere. Come mai non ha reagito?»
«Chissà, magari l’ha fatto.»
«Già, non si può mai sapere.»
«Be’, forse il bambino non vivrà. Ho sentito dire che con quante gliene ha
date sua madre, è già fortunata a essere ancora viva.»
«Meglio per lei se il bambino muore. Mi sa che viene fuori un mostro.»
«Sicuro. Non può che essere così: due persone brutte che si accoppiano in
quel modo ne fanno una ancora più brutta. Meglio sottoterra.»
«Be’, non c’è da preoccuparsi. Può sopravvivere solo con un miracolo.»
Il nostro stupore ebbe vita breve, cedette subito a uno strano tipo di
vergogna difensiva; eravamo imbarazzate per Pecola, ferite per lei, e alla fine
provammo soltanto un gran dispiacere. Il nostro dolore non ci fece più
pensare alla bicicletta nuova. E credo che fosse ancora più intenso perché
nessun altro sembava parteciparvi. Erano tutti disgustati e divertiti, tutti
sconvolti, offesi, o addirittura eccitati da questa storia. Aspettavamo solo che
qualcuno dicesse: «Povera piccola», oppure: «Povero bimbo», ma al posto di
quelle parole c’erano soltanto scrollate di capo. Cercavamo occhi abbassati
per l’ansia, ma vedevamo solo finzione.
Pensai al bambino che tutti volevano morto, e lo vidi chiaramente. Era in
un luogo buio e umido, la testa coperta di grandi O di lana, il viso nero con
due occhi neri regolari, come due monetine, il naso largo, labbra carnose
protese come in un bacio e pelle nera di seta che vive e respira. Niente bionde
frangette sintetiche sospese su marmorei occhi azzurri, niente naso affilato e
bocca a bolina. Più forte del mio affetto per Pecola, sentii il bisogno che
qualcuno volesse vivo quel bimbo nero – per neutralizzare l’amore universale
delle bambole bianche, le Shirley Temple e le Maureen Peal. E Frieda deve
avere provato la stessa sensazione. Non pensavamo al fatto che Pecola non
fosse sposata: molte ragazze avevano bambini senza esserlo. Né ci
interessava che il padre del bambino fosse anche il padre di Pecola: il
processo di avere un bambino attraverso un uomo era incomprensibile per noi
– e poi, almeno, lei conosceva suo padre. Pensavamo solo a questo odio
opprimente per il bimbo non ancora nato. Ricordavamo quella volta che Mrs
Breedlove aveva buttato Pecola a terra e asciugato le lacrime rosa della
bambina fredda e imbambolata che faceva lo stesso rumore della porta della
nostra ghiacciaia. Ricordavamo gli occhi sottomessi dei compagni di scuola
davanti allo sguardo di Meringue Pie e gli stessi occhi quando guardavano
Pecola. O forse non ricordavamo, semplicemente sapevamo. Da sempre ci
difendevamo contro tutto e tutti, ogni discorso era per noi un codice da
distruggere, ogni gesto era da sottoporre ad analisi attente; eravamo divenute
ostinate, subdole e arroganti. Nessuno ci dava importanza, così eravamo noi a
darcene moltissima. Non conoscevamo i nostri limiti, non allora. L’unico
nostro svantaggio era la statura: la gente ci dava ordini perché era più grande
e più forte. Pertanto fu con molta fiducia, rafforzata dalla pietà e
dall’orgoglio, che decidemmo di mutare il corso degli eventi e cambiare una
vita umana.
«Che cosa facciamo, Frieda?»
«Che cosa possiamo fare? Miss Johnson ha detto che può sopravvivere
solo con un miracolo.»
«Allora facciamo un miracolo.»
«Sì, ma come?»
«Possiamo pregare.»
«Non basta. Ti ricordi l’altra volta con l’uccellino?»
«Era diverso, era già mezzo morto quando l’abbiamo trovato.»
«Non c’entra. Secondo me stavolta dobbiamo fare qualcosa di
importante.»
«Chiediamo a Lui di far vivere il bambino di Pecola e in cambio gli
promettiamo di fare le brave per un mese.»
«Ok. Ma è meglio se rinunciamo anche a qualcosa, così Lui capisce che
stavolta facciamo sul serio.»
«A che cosa rinunciamo? Non abbiamo niente. Nient’altro che i soldi dei
semi, due dollari.»
«Possiamo rinunciare a quelli. Anzi, sai una cosa? Possiamo rinunciare
alla bicicletta. Sotterriamo i soldi e… piantiamo i semi.»
«Tutti quanti i soldi?»
«Claudia, lo vuoi fare sì o no?»
«Certo. Pensavo solo… Va be’.»
«Dobbiamo farlo subito, adesso. Sotterriamo i soldi vicino a casa sua, così
non possiamo tornare a riprenderli, e piantiamo i semi qui fuori dietro casa
nostra, così possiamo tenerli d’occhio. E quando spuntano sappiamo che va
tutto bene. Va bene?»
«Va bene. Però stavolta mi lasci cantare, tu dici le parole magiche.»
GUARDAGUARDAARRIVAUNAMICOLAMICOGIOCHE
RÀCONJANEFARANNOUNBEL

Quante volte al minuto guardi dentro quella roba lì?


Non ci guardavo da tanto.
E invece sì…
E allora? Posso guardare quanto mi va.
Non ho detto che non puoi. Solo che non capisco perché devi guardarci
ogni minuto. Mica scappano.
Lo so. Solo che mi piace guardare.
Hai paura che se ne vadano?
Certo che no. Come fanno ad andarsene?
Gli altri se ne sono andati.
Non sono andati. Sono cambiati.
Andati. Cambiati. Che differenza c’è?
Ce n’è eccome. Mr Altare ha detto che sarebbero durati per sempre.
Per sempre, nei secoli dei secoli Amen?
Sì, se tanto vuoi sapere.
Non devi fare così la saccente quando parli con me.
Non faccio la saccente. Sei tu che hai iniziato.
È solo che vorrei fare qualcos’altro oltre a guardare te incantata davanti
a quello specchio.
Sei solo gelosa.
Non è vero.
Sì che lo sei. Vorresti averli tu.
A-ha. Come sarei io, con gli occhi azzurri?
Niente di speciale.
Se hai intenzione di continuare così, posso anche andarmene da sola.
No, non andartene. Che cosa vuoi fare?
Potremmo andare fuori a giocare, magari.
Ma fa troppo caldo.
Prenditi il tuo specchio. Te lo metti nella tasca della giacca e ti guardi
mentre vai su e giù per la strada.
Ragazzi! Non credevo che fossi così gelosa.
Oh, piantala!
Lo sei.
Sono che cosa?
Gelosa.
E va bene, sono gelosa.
Lo so. L’ho detto io.
No. L’ho detto io.
Sono davvero belli?
Sì, bellissimi.
Solo «bellissimi»?
Davvero, proprio belli, bellissimi.
Davvero, proprio azzurri, azzurrissimi?
Oh, Dio. Sei pazza.
Non è vero!
Non volevo dire così.
Allora, che cosa volevi dire?
Sbrigati. Fa troppo caldo qui.
Aspetta un attimo, non trovo le scarpe.
Eccole qui.
Grazie.
L’hai preso lo specchio?
Sì, mia cara…
Bene, andiamo allora… Oh!
Che cosa c’è?
Il sole è troppo forte. Mi fa male agli occhi.
Ai miei no. Non devo neanche chiuderli. Guarda. Posso guardare dritto il
sole.
Non farlo.
Perché no? Non mi fanno male. Non devo chiuderli.
Be’, chiudili lo stesso. Mi fai sentire strana, guardando il sole in quel
modo.
Come strana?
Non lo so.
Sì che lo sai. Come strana?
Te l’ho detto, non lo so.
Perché non mi guardi mentre lo dici? Guardi con gli occhi bassi, come fa
Mrs Breedlove.
Mrs Breedlove ti guarda con gli occhi bassi?
Sì, lo fa adesso. Da quando ho gli occhi azzurri, non mi guarda mai in
faccia. Pensi che anche lei sia gelosa?
Può darsi. Sai, sono così belli.
Lo so. Ha fatto proprio un bel lavoro. Sono tutti gelosi. Ogni volta che
guardo qualcuno, lui guarda da un’altra parte.
È per quello che nessuno ti ha detto quanto sono belli?
Ci scommetto. Ti pare possibile? Succede una cosa simile e nessuno, ma
proprio nessuno, dice niente. Fanno tutti finta di non vederli. Non è strano?…
Ti pare, non è strano?
Sì.
Tu sei l’unica che mi dice quanto sono belli.
Sì.
Sei una vera amica. Mi spiace di essermela presa con te prima. Sai,
quando ti ho detto che eri gelosa e tutto il resto.
Non importa.
Davvero. Sei la mia più cara amica. Perché non ti ho conosciuta prima?
Prima non avevi bisogno di me.
Bisogno di te?
Voglio dire… prima eri così infelice. Credo che tu prima non mi abbia
nemmeno vista.
Forse hai ragione. Ed ero così sola e senza amici. E tu eri proprio qui.
Proprio davanti ai miei occhi.
No, tesoro. Proprio dietro i tuoi occhi.
Che cosa?
Che cosa pensa Maureen dei tuoi occhi?
Non ne parla. A te ha mai detto niente?
No. Niente.
Ti piace Maureen?
Oh. È simpatica. Cioè, per essere una mezza bianca.
So cosa vuoi dire. Ma vorresti essere sua amica? Voglio dire, vorresti
andare in giro con lei eccetera?
No.
Neanch’io. Certo che lei è famosa.
E chi vuole essere famoso?
Io no.
Neanch’io.
Tu comunque non potresti. Non vai neanche a scuola.
Neanche tu.
Lo so. Ma una volta ci andavo.
Perché hai smesso?
Mi hanno obbligata.
Chi ti ha obbligata?
Non so. La prima volta che sono andata a scuola con gli occhi azzurri, be’,
il giorno dopo hanno fatto venire Mrs Breedlove a prendermi. Adesso non ci
vado più. Ma non m’importa.
Davvero?
No. Non m’importa. Sono prevenuti. Tutto qui.
Sì, è vero, sono prevenuti.
Solo perché ho gli occhi azzurri, più azzurri dei loro, pensano male.
Hai ragione.
Sono più azzurri, vero?
Sì, molto più azzurri.
Più azzurri di quelli di Joanna?
Molto più azzurri di quelli di Joanna.
E di quelli di Michelena?
Molto più azzurri anche di quelli.
Lo sapevo. Michelena ti ha detto qualcosa dei miei occhi?
No. Niente.
Tu le hai detto qualcosa?
No.
Come mai?
Come mai cosa?
Come mai non parli con nessuno?
Parlo con te.
Oltre a me.
Non mi piace nessuno oltre a te.
Dove abiti?
Te l’ho già detto.
Come si chiama tua madre?
Perché ti interessano tanto gli affari miei?
Così, tanto per sapere. Tu non parli con nessuno, non vai a scuola e
nessuno parla con te.
Come lo sai che nessuno parla con me?
Lo so. Quando sei a casa con me, neanche Mrs Breedlove ti dice mai
niente. Mai. Qualche volta mi chiedo addirittura se ti vede.
Perché non dovrebbe vedermi?
Non lo so. Quasi ti cammina addosso.
Magari non sta bene da quando Cholly se n’è andato.
Sì, forse hai ragione.
Magari lui le manca.
Non capisco perché. Tutto quello che sapeva fare era ubriacarsi e
picchiarla.
Be’, sai come sono i grandi.
Sì. No. Come sono?
Be’, magari lei lo amava lo stesso.
LUI?
Certo. Perché no? Comunque anche se non lo amava, glielo lasciava fare
volentieri, quando lui voleva.
Non è vero.
Tu che ne sai?
Li vedevo tutte le volte. A lei non piaceva.
Allora perché lo lasciava fare?
Perché lui la obbligava.
Come può uno obbligarti a fare una cosa simile?
Facile.
Ah, sì? Come facile?
Ti obbligano, punto e basta.
Forse hai ragione. E Cholly poteva obbligare chiunque a fare qualunque
cosa.
Non è vero.
Ma con te l’ha fatto, no?
Zitta!
Stavo solo scherzando.
Zitta!
Va be’, va be’.
Ha solo provato, sai? Non ha fatto niente. Mi senti?
Non parlo più.
Meglio così. Non mi piacciono questi discorsi.
Ho detto che non parlo più.
Dici sempre delle cose sporche. Comunque, chi te l’ha detto?
Non mi ricordo.
Sammy?
No. Sei stata tu.
Non è vero.
Sì, invece. Hai detto che ha cercato di farlo quando dormivi sul divano.
Ma guarda un po’! Non sai neanche quello che dici. È stato quando lavavo
i piatti.
Ah, già. I piatti.
Da sola. In cucina.
Be’, sono contenta che non l’hai lasciato fare.
Già.
O forse sì?
Sì che cosa?
L’hai lasciato fare.
Adesso chi è la pazza?
Io, credo.
Sì, sei proprio tu.
Però…
Allora? Continua, però che cosa?
Chissà come sarebbe stato.
Orribile.
Dici?
Sì. Orribile.
Allora perché non l’hai detto a Mrs Breedlove?
Ma gliel’ho detto!
Non parlavo della prima volta, ma della seconda, quando dormivi sul
divano.
Non stavo dormendo! Leggevo!
Non è il caso che urli.
Ma se non capisci mai niente. Neanche mi ha creduta, quando gliel’ho
detto.
Allora è per quello che non le hai detto niente della seconda volta?
Non mi avrebbe creduta di nuovo.
Hai ragione. È inutile dirglielo se non ti crede.
È quello che sto cercando di farti entrare in quella testa dura.
Va bene. Adesso ho capito. Più o meno.
Come sarebbe a dire, più o meno?
Certo che oggi sei proprio cattiva.
Sei tu che continui a dire cose brutte e cattive. Pensavo che fossi mia
amica.
Lo sono. Lo sono.
Allora piantala con ’sta storia di Cholly.
Va bene.
Comunque non c’è nient’altro da dire di lui, che tanto se n’è andato.
Sì. Una bella liberazione.
Sì. Una bella liberazione.
Anche Sammy se n’è andato.
Anche Sammy se n’è andato.
Allora non serve parlarne. Parlare di loro.
No. Non serve.
Adesso è tutto finito.
Sì.
E non devi aver paura che Cholly venga ancora da te.
No.
È stato orribile, vero?
Sì.
Anche la seconda volta?
Sì.
Davvero? Anche la seconda volta?
Lasciami in pace! Ti ho detto di smetterla.
Non prendertela! Stavo solo scherzando.
Non mi piace parlare delle cose sporche.
Neanche a me. Parliamo d’altro.
Di che cosa? Di che cosa parliamo?
Be’, dei tuoi occhi.
Oh, sì. I miei occhi. I miei occhi azzurri. Fammeli guardare di nuovo.
Guarda come sono belli.
Sì. Ogni volta che li guardo diventano più belli.
Sono i più belli che abbia mai visto.
Davvero?
Oh, sì.
Più belli del cielo?
Oh, sì. Molto più belli del cielo.
Più belli degli occhi da favola di Alice e Jerry?
Oh, sì. Molto più belli degli occhi da favola di Alice e Jerry.
E più belli di quelli di Joanna?
Oh, sì. E anche più azzurri.
Più azzurri di quelli di Michelena?
Sì.
Sei sicura?
Certo che sono sicura.
Non mi sembri sicura…
Invece lo sono. Però…
Però che cosa?
Niente. Pensavo solo a una signora che ho visto ieri. Aveva gli occhi
azzurri. Ma no. Non più azzurri dei tuoi.
Sei sicura?
Sì. Adesso me li ricordo bene. I tuoi sono più azzurri.
Meno male.
Davvero, non avrei sopportato l’idea che c’era in giro qualcuno con gli
occhi più azzurri dei tuoi. Sono sicura che è impossibile. Non in giro da
queste parti, comunque.
Ma non lo sai, vero? Non hai visto tutti, vero?
No, non tutti.
Quindi potrebbe esserci qualcuno, vero?
Improbabile.
Ma può darsi. Può darsi. Tu hai detto «da queste parti». Magari da queste
parti nessuno ha gli occhi più azzurri. Ma in un altro posto? Anche se i miei
occhi sono più azzurri di quelli di Joanna e di Michelena e più azzurri di
quelli della signora che hai visto, metti che lontano chissà dove c’è qualcuno
con gli occhi più azzurri dei miei.
Non essere sciocca.
Può darsi, perché no?
Improbabile.
Ma pensaci. Magari in un posto lontanissimo. A Cincinnati, per esempio,
ci sarà qualcuno con gli occhi più azzurri dei miei? Metti che ci siano due
persone con gli occhi più azzurri.
E allora? Hai chiesto occhi azzurri. Hai avuto occhi azzurri.
Doveva farli più azzurri.
Chi?
Mr Altare Impomatato.
Tu hai detto di che azzurro li volevi?
No. Mi sono dimenticata.
Brava furba!
Guarda. Guarda là. Quella ragazza, guardale gli occhi. Sono più azzurri
dei miei?
No, non mi pare.
Hai guardato bene?
Sì.
Arriva qualcuno. Guardagli i suoi. Guarda se sono più azzurri.
Che cosa ti prende? Non ho nessuna intenzione di guardare gli occhi di
tutti.
Devi.
No.
Ti prego. Se esiste qualcuno con gli occhi più azzurri dei miei, allora forse
esiste qualcuno con gli occhi più azzurri di tutti. Gli occhi più azzurri di tutto
il mondo.
Adesso esageri, non credi?
Ti prego, aiutami a guardare.
No.
Metti che i miei occhi non siano azzurri abbastanza.
Azzurri abbastanza per che cosa?
Azzurri abbastanza per… non so. Abbastanza per qualcosa. Azzurri
abbastanza… per te!
Non voglio più giocare con te.
No, non lasciarmi.
Sì.
Perché? Sei stufa di me?
Sì.
Perché i miei occhi non sono azzurri abbastanza? Perché non ho gli occhi
più azzurri di tutti?
No. Solo perché ti comporti come una matta.
Non andare. Non lasciarmi. Tornerai se li avrò?
Avrai cosa?
Gli occhi più azzurri di tutti. Allora tornerai?
Certo che tornerò. Me ne vado solo per un po’.
Lo prometti?
Sì, tornerò. Proprio davanti ai tuoi occhi.

Ecco tutto.
Una bambina nera che desidera gli occhi azzurri di una bambina bianca, e
tutto l’orrore nel profondo di questo desiderio non è niente rispetto al male
della sua realizzazione.
La vedevamo a volte, Frieda e io – dopo che il bambino arrivò troppo
presto e morì, dopo le chiacchiere e le pigre scrollate di capo. Era così triste
vederla. I grandi voltavano la testa; i bambini, quelli che non avevano paura
di lei, le ridevano in faccia.
Il danno fu totale. Trascorreva le sue giornate, le sue giornate di un’età
tenera e verde come la linfa, camminando su e giù, su e giù, la testa che
seguiva i battiti di un tamburo così lontano che solo lei riusciva a sentire. I
gomiti piegati, le mani sulle spalle, agitava convulsamente le braccia, come
un uccellino nell’eterno tentativo, grottescamente inutile, di volare. Battendo
l’aria, un uccellino con le ali ma caduto a terra, teso verso il vuoto azzurro
che non poteva raggiungere – che non poteva neppure vedere – ma che
riempiva le valli della sua mente.
Cercavamo di vederla senza guardarla, e mai, mai le andammo vicino.
Non perché fosse pazza o ripugnante, non per paura, ma perché con lei
avevamo fallito. I nostri fiori non spuntarono mai. Ero convinta che Frieda
avesse ragione, che li avevo piantati troppo in profondità. Come mai ero stata
tanto sbadata? Così evitammo Pecola Breedlove – per sempre.
E gli anni si piegarono su se stessi come fazzoletti. Sammy ha lasciato la
città molto tempo fa, Cholly è morto in prigione, Mrs Breedlove continua con
i lavori di casa. E Pecola è da qualche parte in quella casetta marrone ai
margini della città, dove sono andate ad abitare lei e la madre e dove la si
vede ancora adesso, di tanto in tanto. I gesti di un uccellino si sono
lentamente trasformati in un semplice trascinarsi e arrancare tra cerchioni di
ruote e girasoli, tra bottigliette di Coca-Cola e genziane, tra tutti i rifiuti e le
bellezze del mondo – quel che era lei stessa. I nostri rifiuti che le scaricammo
addosso e che lei assorbì. E la nostra bellezza, che era prima sua e che ci
donò. Tutti noi – tutti quelli che la conoscevano – ci sentimmo sani dopo
esserci purificati su di lei. Eravamo bellissimi quando stavamo accanto alla
sua bruttezza. La sua semplicità ci decorava, la sua colpa ci santificava, il suo
dolore ci faceva scoppiare di salute, la sua goffaggine ci faceva pensare di
essere brillanti. I suoi suoni inarticolati ci facevano credere di essere
eloquenti. La sua povertà ci rendeva generosi. Sfruttammo persino i suoi
sogni a occhi aperti – per zittire i nostri incubi. E lei ci lasciò fare, e meritò
così il nostro disprezzo. Affilavamo il nostro Io su di lei, rinforzavamo il
nostro carattere con la sua fragilità e sbadigliavamo fantasticando sulla nostra
forza.
E non erano che fantasie, perché non eravamo forti, solo aggressivi; non
eravamo liberi, solo privilegiati; non misericordiosi, ma gentili; non buoni,
ma educati. Sfidavamo la morte per poterci chiamare coraggiosi, e come ladri
ci nascondevamo dalla vita. Usavamo la grammatica anziché l’intelletto,
rifiutavamo le abitudini per simularci maturi, modellavamo le bugie e le
chiamavamo verità, pensando che il nuovo assestamento di un’idea vecchia
fosse la Rivelazione e il Verbo.
Lei, però, sprofondò sempre più nella pazzia, una pazzia che la difese da
noi semplicemente perché alla fine ci venne a noia.
Alcuni di noi la «amarono». Linea Maginot. E Cholly l’amò. Ne sono
sicura. Lui, comunque, fu il solo che l’amò abbastanza da toccarla,
avvilupparla, darle qualcosa di sé. Ma il suo tocco fu fatale, e quel qualcosa
che le diede riempì di morte la matrice della sua angoscia. L’amore non è mai
migliore di chi ama. I malvagi amano con malvagità, i violenti con violenza, i
deboli con debolezza e gli stupidi in modo stupido, ma l’amore di un uomo
libero non è mai sicuro. Non c’è dono per la persona amata. Solo chi ama
possiede il suo dono d’amore. Chi è amato viene reciso, neutralizzato,
congelato nello sguardo dell’occhio interiore di chi ama.
E adesso, quando la vedo che fruga tra i rifiuti – per che cosa? La cosa che
abbiamo assassinato? Racconto come non avessi piantato i semi troppo in
profondità, come sia stata colpa della terra, del terreno, della nostra città.
Adesso penso anche che quell’anno il terreno di tutto il paese fosse ostile alle
calendole. Il suolo è cattivo con certi tipi di fiori. Certi semi non li vuole
nutrire, certi frutti non li vuole portare, e quando il terreno uccide di sua
volontà, lo accettiamo dicendo che la vittima non aveva diritto di vivere.
Sbagliamo, ovviamente, ma non importa. È troppo tardi. Perlomeno ai
margini della mia città, tra i rifiuti e i girasoli della mia città, è molto, molto
tardi, troppo tardi.
Postfazione

Avevamo appena iniziato la scuola elementare. Lei disse che voleva avere gli
occhi azzurri. Mi guardai intorno pensando a come sarebbe sembrata e
inorridii all’immagine di lei se quel desiderio si fosse avverato. Il dolore nella
sua voce pareva invocare comprensione, così finsi per lei, ma, sconvolta per
la profanità di quanto chiedeva, nell’intimo «me la presi» con lei.
Fino a quel momento avevo visto cose carine, graziose, attraenti, brutte e,
sebbene avessi usato di sicuro la parola «bello», non ne avevo mai provato la
violenza – la cui forza era pari alla consapevolezza che nessun altro la
riconoscesse, neppure, anzi soprattutto, chi ne era in possesso.
Deve essere stato qualcosa di più del viso che osservavo: forse il silenzio
della via nel primo pomeriggio, la luce, l’atmosfera di confessione. In ogni
caso fu la prima volta che conobbi il bello. Me l’ero immaginato, Bello non
era solo qualcosa da guardare; era qualcosa che si poteva fare.
L’occhio più azzurro fu il mio sforzo di dire qualcosa al riguardo; dire
qualcosa sul perché lei non si rendeva conto, né mai avrebbe potuto
rendersene conto, di ciò che possedeva e anche sul perché pregasse per un
cambiamento tanto radicale. Implicito nel suo desiderio era l’odio per la
propria razza. E vent’anni dopo mi chiedevo ancora in che modo lo si
apprende. Chi glielo aveva detto? Chi l’aveva convinta che fosse meglio
essere mostruosa invece di ciò che era lei? Chi l’aveva guardata e trovata così
in basso, così piccola nella scala del bello? Il romanzo vuole colpire lo
sguardo che l’ha condannata.
A far sorgere questi pensieri è stata negli anni Sessanta la rivendicazione
del bello razziale, che mi ha fatto pensare alla necessità di un riconoscimento.
Perché, sebbene schernito dagli altri, non si poteva prendere per vero questo
bello all’interno della comunità? Perché per esistere aveva bisogno di una
grande articolazione pubblica? Non sono domande molto intelligenti. Eppure
nel 1962, quando cominciai questa storia, e nel 1965, quando essa iniziò a
divenire un libro, le risposte non erano per me così ovvie come diventarono
subito dopo e come sono ora. L’affermazione del bello razziale non fu una
reazione all’autoderisione, alla critica faceta dei punti deboli culturali/razziali
comuni a tutti i gruppi, bensì alla deleteria interiorizzazione delle ipotesi di
immutabile inferiorità che ha origine in uno sguardo esterno. Mi sono
concentrata, quindi, su come qualcosa di così grottesco qual è la
demonizzazione di un’intera razza potesse radicarsi all’interno del membro
più delicato della società: il bambino; del membro più vulnerabile: la
femmina. Nel tentativo di drammatizzare la rovina di cui può essere causa
persino un disprezzo razziale occasionale, ho scelto una situazione unica, non
una rappresentativa. La particolarità del caso di Pecola deriva soprattutto
dalla famiglia, disastrata e disastrosa – a differenza della famiglia nera media
e a differenza di quella della narratrice. Ma per quanto singolare fosse la vita
di Pecola, ho pensato che alcuni aspetti della sua fragilità fossero comuni a
tutte le bambine. Nell’esplorare l’aggressione sociale e domestica che poteva
determinare un vero e proprio crollo in un bambino, ho costruito una serie di
situazioni di rifiuto, alcune abituali, altre eccezionali, altre ancora mostruose,
cercando di evitare a tutti i costi ogni complicità nel processo di
demonizzazione a cui era sottoposta Pecola. Vale a dire, non volevo
disumanizzare i personaggi che avevano schiacciato Pecola e contribuito alla
sua rovina.
Vi era un problema centrale: il peso dell’indagine del romanzo su un
personaggio così delicato e vulnerabile poteva annientarlo e per un lettore
sarebbe stato più comodo compatire Pecola anziché interrogarsi riguardo a
quell’annientamento. La mia idea – rompere la narrazione in parti che stava
al lettore riunire – mi sembrò buona, mentre ora la sua realizzazione non mi
soddisfa. Inoltre, non funziona: molti lettori sono commossi ma non scossi.
L’altro problema, naturalmente, era la lingua. Sabotandolo, era difficile
mantenere lo sguardo sprezzante. Il romanzo cercava di colpire il nervo
infiammato del disprezzo per la propria razza, di esporlo, per poi curarlo non
con i narcotici ma con un linguaggio che riproponesse la stessa prepotenza
della prima volta che avevo fatto l’esperienza del bello. Poiché in quel
momento s’era imposta la questione razziale (il mio disgusto per ciò che
voleva la mia compagna di scuola: occhi azzurrissimi in una pelle nerissima;
il male che lei recava al mio concetto di bello), lottai per una scrittura che
fosse indiscutibilmente nera. Neppure adesso so con precisione che cosa sia,
ma niente, né quello né i tentativi di vanificare ogni sforzo per scoprirlo, mi
trattiene dal cercare di perseguirla.
Tempo addietro ho fatto del mio meglio per descrivere le strategie alla
base del mio impegno per una prosa specifica di una razza e tuttavia non
razziale. Una prosa libera da ogni gerarchia e trionfalismo razziale. Quanto
segue rientra in quella descrizione.
L’espressione di apertura della prima frase, «Nessuno ne parla»,
racchiudeva per me diverse attrattive. Innanzitutto era un’espressione
familiare, a me familiare da bambina quando ascoltavo gli adulti; alle donne
nere che chiacchieravano tra di loro raccontandosi una storia, un aneddoto, un
pettegolezzo su una persona o un fatto appartenente alla loro cerchia, alla
famiglia o al vicinato. Queste parole hanno un tono cospiratorio. «Sst, non
ditelo a nessuno» e «Nessuno deve saperlo». È un segreto tra noi e un segreto
che ci è tenuto nascosto. La cospirazione è a un tempo affermata e celata,
svelata e confermata. In un certo senso coincideva esattamente con il
significato dell’atto di scrivere il libro: lo svelamento pubblico di una
confidenza privata. Al fine di comprendere appieno la dualità di questa
posizione, non ci si deve dimenticare del clima politico nel quale nacque il
libro, gli anni 1965-1969, un periodo di radicali mutamenti sociali nella vita
dei neri. La pubblicazione (in quanto opposta alla scrittura) comportava lo
svelamento; la scrittura era la rivelazione di segreti, segreti che «noi»
condividevamo e che noi stessi ci nascondevamo o il mondo fuori della
comunità ci celava.
L’espressione inglese è anche una figura retorica che, in questo caso, è
scritta ma che è scelta chiaramente per la sua appartenenza al parlato, per
come svela e rivela un mondo particolare e il suo ambiente. Per di più, oltre
ad avere una connotazione da «vicinato», a suggerire un pettegolezzo illecito,
una rivelazione sconvolgente, il «bisbiglio» presuppone anche (da parte del
lettore) che chi parla si trovi all’interno, sappia qualcosa che gli altri non
sanno, e che sia generoso a concedere questa informazione privilegiata.
L’intimità a cui aspiravo, l’intimità tra il lettore e la pagina, poteva nascere
subito perché il segreto viene condiviso, nel migliore dei casi, e origliato, nel
peggiore. L’improvvisa familiarità o l’immediata intimità mi sembravano
cruciali. Non volevo che il lettore avesse il tempo di chiedersi: «Che cosa
devo fare, a che cosa rinunciare, per continuare nella lettura? Di quali difese
ho bisogno, quale distanza devo mantenere?» Perché io so (e il lettore no –
lui, o lei, dovrà aspettare la seconda frase) che questa è una storia terribile
riguardo a cose che si preferirebbe non conoscere.
Qual è, dunque, il Grande Segreto da condividere? Ciò che noi (il lettore e
io) condividiamo? Un’aberrazione botanica. Inquinamento, forse. Uno scarto,
forse, nell’ordine naturale delle cose: un settembre, un autunno senza
calendole. Le splendide, comuni, forti e robuste calendole. Quando? Nel
1941, e poiché quello è un anno decisivo (l’inizio della Seconda Guerra
Mondiale per gli Stati Uniti), l’«autunno» del 1941, appena prima della
dichiarazione di guerra, «nasconde» un’allusione. Nelle zone temperate dove
c’è una stagione nota come «autunno» durante la quale ci si aspetta che le
calendole siano in fiore, nei mesi precedenti l’inizio dell’entrata degli USA
nella Seconda Guerra Mondiale, sta per essere divulgato qualcosa di
tremendo. La frase successiva farà capire che chi racconta, la persona che sa,
è una bambina che parla imitando le donne nere sulle verande o nei cortili
dietro casa. L’espressione di apertura è un tentativo di essere grandi di fronte
a questa informazione spaventosa. Il punto di vista di una bambina modifica
la priorità che un adulto assegnerebbe all’informazione. «Pensavamo… che
(le calendole) non crescessero perché Pecola aspettava un bambino dal
padre» mette in primo piano i fiori, in secondo piano il sesso illecito,
traumatico e incomprensibile, giunto alle sue conseguenze più paurose.
Questo privilegiare l’informazione «da nulla» a scapito della notizia
spaventosa sancisce il punto di vista ma lascia il lettore perplesso
sull’attendibilità della voce dei bambini o sul fatto che questa sia più
attendibile di quella di un adulto. Il lettore è quindi protetto da un confronto
troppo immediato con i particolari dolorosi, e allo stesso tempo è spinto a un
forte desiderio di conoscerli. La novità, pensai, consisteva nel far rivelare
questa storia di violenza femminile dalla posizione di forza delle vittime o
potenziali vittime di stupro – le persone di cui nessuno si interessava
(sicuramente non nel 1965): le bambine stesse. E siccome la vittima non ha il
vocabolario per capire la violenza o il suo contesto, le amiche credulone e
vulnerabili, guardandosi indietro con l’accortezza delle adulte che facevano
finta di essere all’inizio, dovevano farlo per lei, e dovevano colmare quei
silenzi con la loro vita riflessiva. Pertanto, l’apertura fornisce il punto che
annuncia qualcosa in più di un segreto condiviso: un silenzio rotto, un vuoto
colmato, una cosa indicibile che infine viene detta. E trae il nesso tra una
destabilizzazione minore nella flora di stagione e la distruzione insignificante
di una bambina nera. Naturalmente «minore» e «insignificante»
rappresentano il punto di vista del mondo esterno – per le bambine, entrambi
i fenomeni sono depositari terrificanti di informazioni che loro impiegano
quell’intero anno d’infanzia (e oltre) cercando di scandagliare invano. Se ci
riusciranno, sarà per aver rimandato il problema dello scandaglio al lettore
presumibilmente adulto, al cerchio interno di ascoltatori. Perlomeno hanno
distribuito il peso di questioni problematiche in un gruppo più ampio, e
giustificato la confessione pubblica di un segreto privato. Se la cospirazione
annunciata dalle parole di apertura giunge fino al lettore, appare allora
evidente come il libro si apra con la sua chiusura: una speculazione sul
disgregamento della «natura» in quanto disgregamento sociale con tragiche
conseguenze individuali nelle quali il lettore, parte integrante della
popolazione del testo, rimane coinvolto.
Tuttavia, nella stanza centrale del romanzo sorge un problema. Il mondo
frammentario da me costruito (per dare completezza a quel che sta accadendo
a Pecola) – i cui pezzi sono tenuti insieme attraverso le stagioni dell’infanzia
e di volta in volta commentano l’incompatibile e scialba filastrocca del
sillabario – nella sua forma presente non tratta in maniera efficace il silenzio
al suo centro: il vuoto che è il «non essere» di Pecola. Avrebbe dovuto avere
una forma – come il vuoto lasciato da un rimbombo o da un urlo. Richiedeva
una raffinatezza a me inaccessibile, e alcune abili manipolazioni delle voci
intorno a lei. Lei non vede se stessa fino a che la sua allucinazione non crea
un sé. E la sua allucinazione diventa una sorta di conversazione esterna al
libro.
Inoltre, sebbene mi premesse una espressività femminile, questa in gran
parte mi è sfuggita, e mi sono dovuta accontentare di personaggi femminili
perché non sono riuscita a mantenere in tutto il libro l’ipotesto femminile
presente nell’espressione iniziale (le donne che pettegolano, ansiose e
stupefatte, in «Nessuno ne parla»). Il grande pasticcio in cui si è trasformato
questo mio sforzo risulta più evidente nella sezione su Pauline Breedlove,
dove ho impiegato due voci, la sua e quella incalzante della narratrice,
entrambe per me assai deludenti. Constato adesso con interesse che dove
pensavo che avrei avuto più difficoltà a sovvertire il linguaggio per renderlo
femminile, ne ho avute meno: nel collegare lo «stupro» di Cholly da parte
degli uomini bianchi a quello di sua figlia da parte sua. Questo atto di
aggressione assolutamente maschile si femminizza nel mio linguaggio,
«passivo», e, credo, senz’altro più ripugnante quando, privato del «fascino
della vergogna» maschile, lo stupro viene (o è stato una volta) reso abituale.
Le mie scelte di linguaggio (parlato, orale, colloquiale), l’essermi affidata
per una piena comprensione a codici radicati nella cultura nera, il mio sforzo
di sortire un’immediata co-cospirazione e intimità (senza strutture
distanzianti o chiarificatrici), così come il mio tentativo di dare forma a un
silenzio rompendolo, sono tentativi per trasfigurare la complessità e la
ricchezza della cultura nera americana in un linguaggio degno di cultura.
Ripensando adesso ai problemi che il linguaggio espressivo mi ha
presentato, mi sorprende come essi siano tenaci e correnti. Sentendo che le
lingue «civilizzate» degradano gli esseri umani, osservando come gli
esorcismi culturali degradano la letteratura, vedendo come siamo preservati
nell’ambra di metafore avvilenti – posso dire che il mio progetto narrativo è
difficile oggi quanto lo era trent’anni fa.
Con pochissime eccezioni, la pubblicazione iniziale di L’occhio più
azzurro è stata come la vita di Pecola: respinta, banalizzata, fraintesa. E ha
impiegato venticinque anni per guadagnarsi la pubblicazione rispettosa di
questa edizione.

Princeton, New Jersey


Novembre 1993
Dar forma al silenzio
di Franca Cavagnoli

Nel 1962 Toni Morrison comincia a lavorare a un racconto che nel 1965,
all’epoca in cui viene assunta dalla Random House come editor, inizia a
prendere le sembianze di un romanzo. Ma è solo tra il 1965 e il 1969, in un
periodo di grandi fermenti sociali tra gli afroamericani, che avviene la stesura
vera e propria del primo romanzo di Toni Morrison, L’occhio pù azzurro,
pubblicato negli Stati Uniti nel 1970, quando la sua autrice ha compiuto i
quarant’anni.
E come ogni opera prima, L’occhio più azzurro è ricco di elementi
autobiografici, a partire dalla cittadina del Midwest che fa da sfondo alla
storia di Pecola, della sua famiglia e della sua comunità: Lorain, nell’Ohio,
che nel 1931 ha dato i natali a Toni Morrison. Ambientato nel 1941, l’anno
che segna l’entrata in guerra degli Stati Uniti nel secondo conflitto mondiale,
il romanzo narra la storia di un conflitto altrettanto profondo e lacerante: le
ripercussioni del pregiudizio razziale sull’essere forse più indifeso della
società, una bambina, e il lento, inesorabile processo di autodistruzione e di
follia a cui la piccina è condannata.
«Volevo scrivere un libro che mi sarebbe piaciuto leggere», ha più volte
ripetuto l’autrice a proposito del suo primo romanzo, muovendo una critica
radicale all’editoria americana, fino ad allora poco interessata a pubblicare
autori afroamericani. E con L’occhio più azzurro Morrison ha scritto un libro
sulla cultura afroamericana e su tre bambine – per la prima volta in primo
piano, fulcro vitale di un romanzo – con cui le bambine nere avrebbero
potuto identificarsi, il libro che a lei sarebbe piaciuto leggere da ragazzina.
Un romanzo in cui più che ciò che accade, è importante perché le cose
accadono. In esso Toni Morrison esplora le ragioni del profondo disprezzo
per la propria razza, tanto diffuso tra gli afroamericani, e ricerca le cause di
quella che le pare un’incapacità di fondo della comunità nera: il non saper
formulare un concetto originale di sé e della propria cultura.
Gli anni Sessanta non sono soltanto l’epoca in cui Morrison scrive il suo
primo romanzo, bensì anche il periodo in cui viene formulato lo slogan «nero
è bello». A quel tempo la comunità afroamericana era ancora vittima di una
contraddizione primaria, la stessa proposta da Morrison in L’occhio più
azzurro, ambientato più di vent’anni prima. Le continue ondate migratorie
dal Sud rurale al Nord del Paese, l’incessante processo di urbanizzazione
degli afroamericani e il loro conseguente allontanamento dalla tradizione
contadina avevano portato i neri ad appropriarsi dei valori e dei canoni
estetici anglosassoni e, più in generale, occidentali. In questo modo si era
venuto a creare un conflitto insanabile tra il sistema di valori originario della
comunità nera e quello della cultura bianca. La percentuale di melanina nella
pelle divenne per molti afroamericani il metro con cui misurare non solo la
propria bellezza, bensì anche il proprio valore umano, e dunque il proprio
grado di accettabilità da parte di una società che aveva eretto un muro
insormontabile nei confronti della loro integrazione.
E L’occhio più azzurro ben rispecchia i due modi fondamentali di reagire
alla cultura bianca imperante: tramite la ribellione, come fa Claudia,
attraverso gli occhi della quale seguiamo le vicende della famiglia Breedlove,
e tramite un conformismo autodistruttivo, come accadrà a Pecola, la piccola
protagonista che sogna di avere gli occhi azzurri. In essa Toni Morrison ha
incarnato la dolorosa distanza venutasi a creare tra la vita dei neri e la
famiglia americana ideale, imperniata sui figli, spesso su una piccina bionda e
dagli occhi azzurri che ha il proprio modello letterario nella piccola Eva di La
capanna dello zio Tom e il proprio modello cinematografico in Shirley
Temple.

Morrison introduce la storia di Pecola con un brano tratto da un sussidiario


scolastico assai diffuso nelle scuole elementari degli Stati Uniti negli anni
Quaranta, in cui figurano i protagonisti del «sogno americano»: i membri di
una tipica famigliola americana. Una famiglia bianca. Ed è qui che qualcosa
subito si incrina nel romanzo. Nelle successive due riproduzioni dello stesso
brano, Morrison distorce l’immagine della famiglia ideale distruggendo le
convenzioni di punteggiatura, annullando le lettere maiuscole, e infine
eliminando gli spazi tra una parola e l’altra. È con questa fondamentale e
radicale sovversione dell’ordine di stampa che Morrison afferma da subito la
sovversione tematica del romanzo e la sovversione che intende operare sul
piano del linguaggio, introducendoci nel caos della vita di Pecola e della sua
famiglia. Ma questa ribellione, si rende conto quasi subito il lettore, non ci
impedisce di leggere e di capire quanto leggiamo. Ciò che il lettore deve fare
è abituarsi a un ordine diverso, a un altro ordine, e questo presuppone uno
sforzo. E dato che il principale fruitore del mercato editoriale statunitense,
all’epoca della stesura del romanzo, era il cittadino bianco, da subito
Morrison mette in chiaro un aspetto fondamentale della sua scrittura: lei non
scrive per i lettori bianchi, lei scrive per i lettori neri. Se il lettore bianco
vuole leggere i suoi libri deve impegnarsi, deve cercare di avvicinarsi, lui,
alle storie che lei racconta, perché l’autrice nulla farà per andargli incontro. Il
lettore bianco deve sforzarsi di vedere da un punto di vista diverso al quale è
abituato, attraverso gli occhi di una bambina nera che ci racconta la storia
triste, dolorosa, insopportabile di un’altra bambina nera. È un rovesciamento
delle parti chiaro, dunque, fin dall’inizio del romanzo: siamo di fronte a un
libro che esige un lettore attento, attivo, disposto a compiere lo sforzo di
entrare in un mondo in cui regnano caos e violenza, a distanza siderale dalla
famiglia americana ideale.

Nei successivi romanzi Morrison ha presentato ai suoi lettori scenari


crudeli: assassini, stupri, violenze sui bambini, episodi di necrofilia e di
follia. E in L’occhio più azzurro – come in seguito in Canto di Salomone,
seppur in modo più tenue – siamo testimoni di una storia di incesto, in cui un
padre sradicato dal proprio tessuto sociale e privo ormai di ogni valore di
riferimento, non riesce più a distinguere tra l’amore e la violenza, una
confusione di sentimenti, emozioni, sensazioni che lo conduce a violentare la
figlioletta di undici anni. E la profonda umanità di Toni Morrison non la
porta solo a esprimere compassione per la giovane vittima bensì anche a
descrivere con grande pietà l’universo di privazioni, sofferenze, perdita del
senso di identità del «carnefice». Toni Morrison non disumanizza mai i suoi
personaggi, come ci ricorda lei stessa nella postfazione all’edizione del 1993
di L’occhio più azzurro, in appendice a questo volume; al contrario, si sforza
di comprendere le ragioni profonde delle loro azioni, ne sonda motivazioni e
desideri inespressi. Nel caso di Cholly Breedlove, abbandonato dalla madre e
cresciuto senza il padre, emigrato al Nord senza riuscire a conservare alcun
legame con la terra d’origine e con il suo passato, troppo solo e ai margini
della società nella cittadina del Midwest in cui è approdato, il lettore non può
limitarsi a giudicare e a condannare bensì deve comprendere che cosa ha
impedito a Cholly, un tempo libero e pieno di vita, di realizzare i sogni e i
desideri che coltivava da bambino e da ragazzo, perché quei sogni e quei
desideri si sono avvizziti e ripiegati su se stessi, come boccioli che
appassiscono e cadono ancor prima di fiorire.
Nel caso di Pauline Breedlove, se è vero che il suo mondo ormai è uno
spazio in cui potersi ritagliare unicamente un ruolo da serva, in cui supplire al
disordine della sua vita e della sua casa con l’ordine, la pulizia e la bellezza
che impone agli oggetti e alle case dei bianchi in cui lavora, è anche vero che
non è stato sempre così. La sua è ormai essenzialmente una vita di privazioni,
delusioni, subalternità, ma lei ci ricorda, nei suoi struggenti monologhi, che è
stata anche una vita in cui ha amato con passione un uomo che, unico fra
tutti, non l’ha fatta sentire né brutta né deforme, il cui amore ha riempito di
tutti i colori dell’arcobaleno una vita buia. Come Violet in Jazz, grazie ai suoi
monologhi Pauline riesce a rivelarci la sua identità più profonda, a esprimere
la natura dei suoi sentimenti per Cholly, a creare per se stessa e per il marito
un universo finalmente integro in cui entrambi sono di nuovo le persone che
sono state all’epoca del loro primo incontro. Grazie ai suoi monologhi,
splendidi assolo di jazz in cui la contrapposizione di temi ed episodi
trasforma il testo in un torrente in piena e l’oralità libera il testo delle
convenzioni grammaticali e sintattiche sottraendolo alla gabbia che lo tiene
prigioniero, Pauline ci offre di sé e di Cholly, nella prima parte della loro
vita, il ritratto più sincero, più genuino, più innocente. Come la stessa
Morrison ci ricorda nel romanzo, solo un musicista nero può esprimere al
meglio la sofferenza e i tormenti della sua gente e rendere coesi i frammenti
che costituiscono la vita di una persona. Giacché di tutte le forme artistiche
afroamericane il jazz è la sola che si pone come momento unificante della
coscienza nera, che sottolinea l’integrità spirituale dell’individuo e la sua
comunione con gli altri. Da sempre impegnata a indagare il rapporto tra
musica, parola e ritmo, già dal suo primo romanzo – forse il più denso di
sensazioni di tutta la sua opera narrativa – Morrison dimostra come per lei sia
importante far rivivere sulla pagina le emozioni e le sensazioni che i musicisti
neri evocano con la musica, nella convinzione che l’oralità possa essere
reinventata nella scrittura, e che nella scrittura possano rinascere le creazioni
verbali e musicali degli afroamericani.
E così se da una parte Toni Morrison frantuma l’ordine imposto dal
sussidiario e lo denuncia per quello che è, un ordine falso che non
corrisponde ai bisogni e ai desideri reali della piccola protagonista e della sua
comunità, dall’altra l’autrice ci restituisce un’unità primigenia, ricostruita
grazie ai monologhi di Pauline e alla duplice prospettiva del racconto, talvolta
in prima e talvolta in terza persona, e rafforzata dal fatto che il racconto di
Claudia è reso ancora più fluido e musicale dall’assenza del margine fisso
sulla destra. Tutti elementi che mostrano come, già dal suo primo romanzo,
Toni Morrison sia impegnata in una sperimentazione linguistica che, di
lavoro in lavoro, assumerà i tratti caratteristici di «una scrittura
indiscutibilmente nera», tesa a «dar forma al silenzio», quel silenzio in cui la
comunità afroamericana è stata relegata per secoli.

In quanto a Pecola e alla sua venerazione per Shirley Temple con i suoi
grandi occhi azzurri, il desiderio disperato di conformarsi ai canoni estetici
occidentali la avvierà a poco a poco lungo il cammino della schizofrenia.
Rifiutata da tutti perché brutta, sporca e nera – persino la madre, nel
drammatico tentativo di sottrarsi alla sporcizia e al disordine che stringono la
sua vita in una morsa, le preferisce la bambina bianca della famiglia per la
quale lavora – Pecola permette agli altri di sentirsi, nel confronto con lei,
lindi, puliti, più belli. Avendo fatta propria la visione di sé della madre, a
Pecola non rimane che proiettare al di fuori il proprio falso sé, e nel dialogo
con la bambina dagli occhi azzurri che lei non sarà mai soccombere a una
realtà dolorosa quanto irreversibile: Pecola è un brutto anatroccolo destinato a
non tramutarsi mai in cigno.
Nota biografica

1931 Chloe Anthony Wofford nasce a Lorain, Ohio, il 18 febbraio


1931.
1953 Si laurea in Letteratura inglese presso l’Howard University, dove
comincia a insegnare. Tra i suoi studenti c’è Stokely Carmichael,
leader dello Student Nonviolent Coordinating Committee,
un’organizzazione impegnata nella conquista dei diritti civili per
la popolazione nera, nonché sostenitore del movimento per
l’autodeterminazione degli afroamericani Black Power.
1958 Sposa Harold Morrison, un architetto giamaicano, da cui
divorzierà dopo la nascita dei due figli, Harold Ford (1962) e
Slade Kevin (1966).
1965 Comincia a lavorare come editor per la Random House di New
York, curando la pubblicazione di molti autori afroamericani, tra
cui: Gayl Jones, Toni Cade Bambara, Angela Davis, Muhammad
Ali.
1970 Pubblica The Bluest Eye.
1973 Dà alle stampe Sula.
1974 Cura e pubblica The Black Book, un’antologia di documenti su
trecento anni di vita afroamericana.
1976 Insegna per tre anni all’Università di Yale.
1977 Esce Song of Solomon. Il romanzo viene scelto dal Book-of-the-
Month-Club e diventa il Libro del Mese. È la seconda volta –
dopo Native Son (trad. it. Paura) di Richard Wright nel 1940 –
che la scelta cade sul libro di un autore afroamericano. Il romanzo
ottiene il National Book Critics Circle Award.
1981 Pubblica Tar Baby.
1983 Va in scena a New York il musical New Orleans, di cui ha scritto
i testi.
1984 Lascia la Random House e comincia a lavorare presso la State
University of New York di Albany.
1986 Ad Albany va in scena la sua opera teatrale Dreaming Emmett per
la regia di Gilbert Moses. Insegna al Bard College.
1987 Pubblica Beloved. L’anno successivo il romanzo ottiene il premio
Pulitzer. Insegna all’Università di Berkeley.
1989 Comincia a lavorare all’Università di Princeton, insegnando Studi
afroamericani e Scrittura creativa.
1990 Riceve il premio internazionale Chianti Ruffino Antico Fattore.
1992 Pubblica Jazz e la raccolta Playing in the Dark, con i testi delle
conferenze tenute presso l’Università di Harvard. Cura e pubblica
un’antologia di saggi sul caso Clarence Thomas-Anita Hill, Re-
Racing Justice, En-Gendering Power.
1993 Riceve il Premio Nobel per la letteratura.
1994 Dà alle stampe The Nobel Lecture in Literature, il discorso
pronunciato per la cerimonia del premio.
1996 Con Claudia Brodsky Lacour cura e pubblica un’antologia di
scritti sul processo di O.J. Simpson, Birth of a Nation’hood.
1997 Pubblica The Dancing Mind, il discorso pronunciato in occasione
del conferimento della National Book Foundation Medal.
1998 Esce l’atteso, nuovo romanzo Paradise.
1999 Inizia la pubblicazione di libri illustrati per l’infanzia in
collaborazione con il figlio, il pittore Slade Morrison. Il primo
volume è The Big Box, con illustrazioni di Giselle Potter.
2000 In collaborazione con Saadi Samawi cura una raccolta di saggi sul
ruolo della musica nella narrativa afroamericana dall’Harlem
Renaissance fino a oggi: Black Orpheus: Music in African
American Fiction from the Harlem Renaissance to Toni
Morrison.
2002 Pubblica The Book of Mean People, un libro per l’infanzia scritto
con il figlio, Slade Morrison, e illustrato dal belga Pascal
Lemaitre. Nel settembre dello stesso anno dà alle stampe My
Book of Mean People Journal, un album illustrato in cui i
bambini vengono incoraggiati a scrivere storie, a disegnare e
dipingere sul tema della cattiveria.
2003 Escono tre volumi della serie per l’infanzia Who’s got game?
ispirata alle favole di Esopo. Si tratta di fiabe in versi scritte con
Slade Morrison e illustrate da Pascal Lemaitre: The Lion or the
Mouse?, Poppy or the Snake? e The Ant or the Grasshopper?
Nell’autunno dello stesso anno esce il romanzo Love.
2006 Si ritira dall’insegnamento.
2008 Pubblica A Mercy.
2012 Dà alle stampe Home, il terzo romanzo dell’ideale trilogia che
include Love e A Mercy. Riceve la Presidential Medal of Freedom
dalle mani del Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. Viene
inclusa nella New York State Writers Hall of Fame.
2015 Esce il romanzo God Help the Child.
2016 Viene insignita del PEN/Saul Bellow Award for Achievement in
American Fiction.
2017 Pubblica il saggio The Origin of Others.
Traduzioni italiane
THE BLUEST EYE : L’occhio più azzurro, Frassinelli, Milano 1994, traduzione di
Luisa Balacco, 1998 collana Frassinelli Tascabili con postfazione e cura di Franca
Cavagnoli; L’occhio più blu, traduzione di Chiara Spallino Rocca in Toni
Morrison, Romanzi, I Meridiani, Mondadori, Milano 2018
SULA : Sula, traduzione di Antonio Bertolotti, Frassinelli, Milano 1991; 1999 collana
Superbestseller con postfazione e cura di Franca Cavagnoli; Sula, traduzione di
Chiara Spallino Rocca in Toni Morrison, Romanzi, I Meridiani, Mondadori, Milano
2018.
SONG OF SOLOMON : Canto di Salomone, Bompiani, Milano 1981, traduzione di
Hilia Brinis; Canto di Salomone, Frassinelli, Milano1994, traduzione di Franca
Cavagnoli, 1998 collana Frassinelli Tascabili con postfazione e cura di Franca
Cavagnoli; Canto di Solomon, traduzione di Franca Cavagnoli in Toni Morrison,
Romanzi, I Meridiani, Mondadori, Milano 2018.
TAR BABY : L’isola delle illusioni, Frassinelli 1994, traduzione di Delfina Vezzoli,
1998 collana Frassinelli Tascabili con postfazione di Franca Cavagnoli.
BELOVED : Amatissima, Frassinelli, Milano 1988, traduzione di Giuseppe Natale,
1996 collana Frassinelli Tascabili con postfazione e cura di Franca Cavagnoli e un
saggio di Alessandro Portelli; Beloved, traduzione di Chiara Spallino Rocca in Toni
Morrison, Romanzi, I Meridiani, Mondadori, Milano 2018.
JAZZ : Jazz, Frassinelli, Milano 1993, traduzione e cura di Franca Cavagnoli; Jazz,
traduzione di Franca Cavagnoli in Toni Morrison, Romanzi, I Meridiani,
Mondadori, Milano 2018
PLAYING IN THE DARK : Giochi al buio, Frassinelli, Milano1994, traduzione di
Franca Cavagnoli.
THE ANT OR THE GRASSHOPPER ?: Chi ha più coraggio? La formica o la cicala?
Frassinelli, Milano 2003, traduzione di Franca Cavagnoli.
PARADISE : Paradiso, Frassinelli, Milano 1998, traduzione di Franca Cavagnoli.
LOVE : Amore, Frassinelli, Milano 2004, traduzione di Franca Cavagnoli, 2009.
A MERCY : Il dono, Frassinelli, Milano 2009, traduzione di Silvia Fornasiero, a cura
di Franca Cavagnoli; Il dono, traduzione di Silvia Fornasiero in Toni Morrison,
Romanzi, I Meridiani, Mondadori, Milano 2018.
HOME : A casa, Frassinelli, Milano 2012, traduzione di Silvia Fornasiero, a cura di
Franca Cavagnoli.
GOD HELP THE CHILD : Prima i bambini, Frassinelli, Milano 2015, traduzione di
Silvia Fornasiero.
THE ORIGIN OF OTHERS : L’origine degli altri. Frassinelli, Milano 2018, traduzione
di Silvia Fornasiero, introduzione di Roberto Saviano.
Questo ebook contiene materiale protetto da copyright e non può essere
copiato, riprodotto, trasferito, distribuito, noleggiato, licenziato o trasmesso
in pubblico, o utilizzato in alcun altro modo ad eccezione di quanto è stato
specificamente autorizzato dall’editore, ai termini e alle condizioni alle
quali è stato acquistato o da quanto esplicitamente previsto dalla legge
applicabile. Qualsiasi distribuzione o fruizione non autorizzata di questo
testo così come l’alterazione delle informazioni elettroniche sul regime dei
diritti costituisce una violazione dei diritti dell’editore e dell’autore e sarà
sanzionata civilmente e penalmente secondo quanto previsto dalla Legge
633/1941 e successive modifiche.
Questo ebook non potrà in alcun modo essere oggetto di scambio,
commercio, prestito, rivendita, acquisto rateale o altrimenti diffuso senza il
preventivo consenso scritto dell’editore. In caso di consenso, tale ebook non
potrà avere alcuna forma diversa da quella in cui l’opera è stata pubblicata e
le condizioni incluse alla presente dovranno essere imposte anche al fruitore
successivo.

www.edizionifrassinelli.it
www.facebook.com/EdizioniFrassinelli

L’occhio più azzurro


di Toni Morrison
Titolo originale The Bluest Eye
Copyright © 1970 by Toni Morrison
© 1994 Edizioni Frassinelli
© 2018 Mondadori Libri S.p.A., Milano
Pubblicato per Frassinelli da Mondadori Libri S.p.A.
Ebook ISBN 9788893427265

COPERTINA || ILLUSTRAZIONE © VINTAGE, PENGUIN RANDOM


HOUSE UK | ART DIRECTOR: FRANCESCO MARANGON |
GRAPHIC DESIGNER: CARLO MASCHERONI