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Il

libro

I
L PREMIO NOBEL TONI MORRISON AGGIUNGE UN ALTRO
tassello al suo mosaico sulla storia americana, con un racconto di
redenzione: la vicenda tormentata di un uomo alla disperata ricerca
di se stesso in un mondo sfigurato dalla guerra.
Reduce della guerra di Corea, Frank Money si trova, a ventiquattro anni,
sperduto e solo in una patria fredda e ostile. Dal fronte, non ha riportato
soltanto i segni fisici delle battaglie, ferite e immagini terribili: a segnarlo
sono traumi ben più profondi, mentre il razzismo strisciante dell’America
anni Cinquanta lo rende ancora più vulnerabile. La sua mente allora vacilla,
la rabbia che si porta dentro rischia di spingerlo a compiere gesti
irreparabili, e neanche l’assistenza dei premurosi medici che l’avevano
curato nell’esercito sembra alleviare il dolore. Finché un giorno Frank
riceve una richiesta d’aiuto dalla lontana Georgia, l’odiata terra d’origine,
dove aveva giurato di non tornare mai più. A scrivergli è sua sorella, la
piccola di casa, che lui ha sempre protetto e amato, da quando erano
bambini. Quel richiamo lo scuote dall’apatia malata in cui si è trincerato e,
vincendo i fantasmi del razzismo, dell’abbandono e della follia, Frank corre
in soccorso della ragazza. Nella cittadina dove è cresciuto, affronta i ricordi
dell’infanzia e quelli della guerra, che ha svuotato di senso la sua esistenza, e
riscopre tutto il coraggio dei suoi vent’anni, quello che pensava di aver
perso per sempre.
Un romanzo profondamente toccante, la storia di un uomo
apparentemente sconfitto che ritrova la propria dignità – e la propria casa.
L’autrice

Toni Morrison, premio Nobel per la letteratura nel


1993, è nata a Lorain, nell’Ohio, e vive tra Rockland
County, nello Stato di New York, e Princeton, nel New
Jersey, dove insegna all’università. È autrice di romanzi
che sono ormai pietre miliari della letteratura americana,
tutti pubblicati in Italia da Frassinelli: L’occhio più
azzurro, Sula, L’isola delle illusioni, Canto di Salomone –
che nel 1978 ha ottenuto il National Book Critics Circle
Award – Jazz, Amatissima – vincitore del premio
Pulitzer nel 1988 –, Paradiso, il saggio Giochi al buio, Amore, Il dono e,
con Slade Morrison, la fiaba Chi ha più coraggio? La formica o la cicala?
Nel 2012 il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama le ha consegnato la
Medal of Freedom.
Toni Morrison

A CASA
Slade
Di chi è questa casa?
Di chi la notte che scaccia la luce
da qui?
Dimmi, a chi appartiene questa casa?
Non è la mia.
Ne ho sognata un’altra, più affettuosa, radiosa
con vista su laghi solcati da barche dipinte;
su campi grandi come braccia aperte per me.
Questa casa è strana.
Le sue ombre mentono.
Dimmi, racconta, la toppa accoglie la mia chiave – perché?
1

Si drizzavano come uomini. Li abbiamo visti. Come uomini, stavano in piedi.


Non ci saremmo dovuti nemmeno avvicinare a quel posto. Come quasi tutti i
terreni agricoli attorno a Lotus, in Georgia, anche questo aveva tanti cartelli
minacciosi. Gli avvertimenti erano appesi alla recinzione di rete metallica
sostenuta da pali di legno ogni quindici metri circa. Ma quando abbiamo visto il
cunicolo scavato da qualche animale – un coyote, forse, o un cane per la caccia ai
procioni – non siamo riusciti a resistere. Eravamo solo bambini. L’erba arrivava
alle spalle a lei e alla vita a me, così, stando attenti ai serpenti, abbiamo strisciato
sulla pancia. Ci bruciavano gli occhi per colpa della linfa dell’erba e delle nuvole di
moscerini ma ne è valsa la pena, perché lì davanti a noi, a meno di cinquanta
metri, loro stavano in piedi come uomini. Gli zoccoli sollevati picchiavano e
colpivano, le criniere ondeggiavano su occhi bianchi e spiritati. Si mordevano a
vicenda come cani ma quando si alzavano sulle zampe dietro, buttando quelle
davanti attorno al collo dell’altro, noi trattenevamo il fiato dalla meraviglia. Uno
era color ruggine, l’altro nero pece, entrambi scintillanti di sudore. I nitriti
facevano meno paura del silenzio che seguiva un calcio assestato con le zampe
dietro sulle labbra schiuse dell’avversario. Vicino, giumente e puledri, indifferenti,
brucavano l’erba o guardavano da un’altra parte. Poi è finito tutto. Quello color
ruggine ha abbassato la testa battendo gli zoccoli sul terreno mentre il vincitore si è
allontanato disegnando un arco, spingendo le giumente davanti a sé.
Nel tornare indietro strisciando sui gomiti tra l’erba in cerca del varco sotto la
rete, sforzandoci di evitare la fila di camioncini parcheggiati più avanti, ci siamo
persi. Anche se ci abbiamo messo un’eternità per riavvistare la recinzione, non ci
ha preso il panico finché non abbiamo sentito delle voci, concitate ma basse. Le ho
stretto il braccio e mi sono portato un dito alle labbra. Senza mai alzare la testa,
sbirciando solo tra l’erba, li abbiamo visti prendere un corpo da una carriola e
gettarlo in una buca che avevano scavato. Un piede sporgeva dal bordo e tremava,
come se potesse uscire, come se con un piccolo sforzo potesse liberarsi dalla terra
che gli stavano buttando sopra. Non vedevamo le facce degli uomini intenti a
seppellirlo, solo i calzoni; però abbiamo visto il bordo di una pala che spingeva giù
il piede ribelle per farlo riunire al resto del corpo. Quando lei ha visto quel piede
nero, con la pianta rosa pallido striata di fango, ricacciato a forza nella fossa, ha
incominciato a rabbrividire tutta. Io le ho stretto forte le spalle cercando di
assorbire il tremito nelle ossa perché, come fratello maggiore di quattro anni,
pensavo di poterlo sopportare. Gli uomini se n’erano andati da tempo e la luna era
ormai un melone quando ci siamo azzardati a muovere anche un solo filo d’erba e
a strisciare sulla pancia in cerca dello spazio sotto la recinzione. Tornando a casa
pensavamo che ci avrebbero picchiato o almeno sgridato perché eravamo rimasti
fuori troppo, invece i grandi non hanno badato a noi. Un certo trambusto
assorbiva la loro attenzione.
Visto che hai deciso di raccontare la mia storia, qualsiasi cosa tu pensi e
qualsiasi cosa scriverai, sappi questo: mi ero davvero dimenticato della sepoltura.
Ricordavo solo i cavalli. Erano così belli. Così brutali. E stavano in piedi come
uomini.
2

Respirare. Come farlo perché nessuno si accorgesse che era sveglio. Fingere
un russare profondo e ritmato, rilassare il labbro inferiore. Soprattutto, le
palpebre non dovevano muoversi e bisognava avere un battito cardiaco regolare
e mani inerti. Alle due di notte, quando sarebbero venuti a controllare per
stabilire se servisse un’altra dose di sedativi, avrebbero visto il paziente nella
stanza 17 al primo piano sprofondato in un sonno di morfina. Se li avesse
convinti, forse gli avrebbero risparmiato l’iniezione e allentato i lacci ai polsi, in
modo da lasciare circolare un po’ il sangue nelle mani. Per imitare uno stato
semicomatoso, come per fingersi morti a faccia in giù nel fango di un campo di
battaglia, il trucco stava nel concentrarsi su un unico oggetto neutro. Qualcosa
che soffocasse anche il minimo accenno di vita. Il ghiaccio, pensò, un cubetto, un
ghiacciolo, una pozza ghiacciata, un paesaggio ammantato di brina. No. Troppe
emozioni legate a colline ricoperte dal gelo. Il fuoco, allora? Mai. Troppo attivo.
Serviva qualcosa che non evocasse nessun sentimento, che non destasse nessun
ricordo – dolce o vergognoso. La sola ricerca dell’elemento giusto lo agitava.
Tutto gli ricordava qualche episodio carico di dolore. Visualizzare un foglio di
carta bianca gli fece venire in mente la lettera che aveva ricevuto – quella che gli
aveva procurato un nodo in gola: «Venga subito. Se ritarda, lei morirà».
Finalmente, scelse come oggetto neutro la sedia nell’angolo della stanza. Legno.
Quercia. Laccato o tinto. Quante assicelle sullo schienale? La seduta era piana o
sagomata? Fatta a mano o lavorata a macchina? Se fatta a mano, chi era il
falegname e dove si era procurato il legno? Inutile. La sedia suscitava domande,
non totale indifferenza. Perché non l’oceano in una giornata nuvolosa, visto dal
ponte di una nave per il trasporto truppe – nessun orizzonte e nemmeno la
speranza di scorgerlo? No. Quello no, perché tra i cadaveri tenuti in fresco nella
stiva potevano forse esserci quelli dei suoi compaesani. Doveva concentrarsi su
qualcos’altro – il cielo notturno, senza stelle, o meglio ancora le rotaie. Nessun
paesaggio, nessun treno, solo infinite, infinite rotaie.
Gli avevano portato via la camicia e gli scarponi stringati, ma la giubba e i
calzoni militari (entrambi inutilizzabili per suicidarsi) erano appesi
nell’armadietto. Doveva solo arrivare in fondo al corridoio, all’uscita di
emergenza che non veniva più tenuta chiusa da quando era scoppiato un
incendio ed erano morti un’infermiera e due pazienti. Era quella la storia che gli
aveva raccontato Crane, l’inserviente chiacchierone, masticando gomma con
grande energia mentre gli lavava le ascelle, ma lui era convinto che fosse solo una
scusa per giustificare le pause sigaretta del personale. Il suo primo piano di fuga
prevedeva di mettere k.o. Crane la volta successiva in cui fosse venuto a pulirgli il
sedere. Ma avrebbe dovuto allentare i lacci ai polsi, e l’esito sarebbe stato troppo
incerto, perciò aveva scelto un’altra strategia.
Due giorni prima, mentre era ammanettato sul sedile dietro dell’auto di
pattuglia, aveva continuato a girare freneticamente la testa per vedere dove fosse
e dove lo stessero portando. Non era mai stato in questa zona. Il suo territorio
era il centro città. Niente in particolare balzava agli occhi, se non l’intensa luce al
neon dell’insegna di un diner e un cartello enorme davanti a una chiesa
minuscola: AME Zion. 1 Se ce l’avesse fatta a infilare l’uscita antincendio si
sarebbe diretto lì: alla Zion. Però, prima di fuggire, avrebbe dovuto procurarsi un
paio di scarpe. Se lo avessero sorpreso a camminare per strada senza scarpe
d’inverno, lo avrebbero di certo arrestato e riportato in ospedale, in attesa di farlo
condannare per vagabondaggio. Concetto interessante, quello di vagabondaggio:
per la legge significava stare o camminare all’aperto senza un evidente proposito.
Avere con sé un libro poteva essere utile, ma i piedi nudi avrebbero contraddetto
il «proposito» e stare fermi poteva far scattare una denuncia per non avere «fissa
dimora». E lui sapeva meglio di tanti altri che non era nemmeno necessario
trovarsi all’aperto per venire disturbati, legalmente o illegalmente. Uno poteva
starsene al chiuso, vivere in casa propria da anni, e tutt’a un tratto uomini con o
senza distintivo, ma sempre armati, potevano costringere lui, la sua famiglia e i
suoi vicini a fare i bagagli e andarsene da un’altra parte – con o senza scarpe.
Vent’anni fa, a quattro anni, lui ne aveva un paio, anche se la suola staccata di
una sbatteva a ogni passo. Gli abitanti di quindici case avevano ricevuto l’ordine
di lasciare il loro piccolo quartiere al limitare del paese. Ventiquattro ore,
avevano detto, altrimenti… «Altrimenti» voleva dire «morte». L’avvertimento
era giunto di primo mattino, così il bilancio della giornata era stato di
confusione, rabbia e preparativi. Al tramonto quasi tutti erano in partenza – a
bordo di qualche mezzo se possibile, altrimenti a piedi. Eppure, nonostante le
minacce degli uomini, incappucciati e no, e le suppliche dei vicini, un vecchio di
nome Crawford si era seduto sui gradini del portico, rifiutandosi di andare via. I
gomiti sulle ginocchia, le mani intrecciate, aveva aspettato per tutta la notte
masticando tabacco. Poco dopo l’alba, ventiquattro ore più tardi, lo avevano
picchiato a morte con spranghe di ferro e calci di fucile e legato alla magnolia più
antica della contea – quella che cresceva nel suo giardino. Forse era stato l’amore
per quell’albero che, si vantava, aveva piantato la sua bisnonna, a renderlo così
testardo. A notte fonda, alcuni vicini in fuga erano tornati indietro di nascosto
per slegarlo e seppellirlo sotto la sua amata magnolia. Uno di quelli che avevano
scavato la fossa aveva raccontato a chiunque volesse ascoltarlo che a Mr
Crawford avevano cavato gli occhi.
Anche se le scarpe erano essenziali per questa fuga, il paziente non ne aveva.
Alle quattro di notte, prima dell’alba, riuscì ad allentare i lacci ai polsi, a liberarsi
e a strapparsi di dosso il camice. Si infilò la giubba e i calzoni militari e a piedi
nudi sgattaiolò in corridoio. A parte il pianto che proveniva dalla stanza vicina
all’uscita antincendio, tutto taceva – nessuno scricchiolio delle scarpe di un
inserviente, né risatine soffocate, nessun odore di fumo di sigaretta. Quando aprì
la porta i cardini cigolarono e il freddo lo colpì come un martello.
Il ferro gelido della scala antincendio faceva così male che scavalcò la
ringhiera con un balzo per affondare i piedi nella neve più calda sul terreno.
Prendendo il posto delle stelle assenti, una luna matta rivaleggiava con la sua
disperata frenesia, illuminandogli le spalle curve e le impronte che lasciava nella
neve. In tasca aveva la medaglia dell’esercito ma non denaro, così non pensò
nemmeno di cercare una cabina telefonica per chiamare Lily. Non lo avrebbe
fatto comunque, non solo perché si erano lasciati freddamente, ma anche perché
si sarebbe vergognato ad avere bisogno di lei adesso – un poveraccio a piedi nudi
scappato dal manicomio. Stringendosi i risvolti della giubba intorno al collo,
preferendo ai marciapiedi spalati la neve ammucchiata sul ciglio delle strade,
corse per sei isolati, ancora un po’ intontito dai residui del sedativo, e raggiunse
la canonica della AME Zion, una casetta di legno a due piani. I gradini del
portico erano stati ripuliti con cura dalla neve, ma la casa era buia. Bussò – forte,
pensò, considerando quant’erano intirizzite le mani, ma non in modo
minaccioso come il bam-bam di una squadra di guardie civiche, di una folla
infuriata o della polizia. L’insistenza venne premiata: si accese una luce e la porta
si schiuse appena, poi si aprì, rivelando un uomo dai capelli grigi con una
vestaglia di flanella, che si reggeva gli occhiali sul naso, seccato dall’impudenza di
quella visita prima dell’alba.
Lui avrebbe voluto dirgli: «Buongiorno», o «Mi scusi», ma tremava tutto come
in preda al ballo di san Vito e batteva i denti in modo incontrollabile, tanto che
non riuscì ad aprire bocca. L’uomo sulla soglia squadrò ben bene il visitatore
infreddolito, poi fece un passo indietro per lasciarlo entrare.
«Jean! Jean!» Si voltò per indirizzare la voce sulle scale prima di fare segno al
visitatore di venire avanti. «Santo cielo», bofonchiò chiudendo la porta. «È
proprio ridotto male.»
Lui cercò di sorridere, invano.
«Mi chiamo Locke, reverendo John Locke. E lei?»
«Frank, signore. Frank Money.»
«Viene dall’ospedale in fondo alla strada?»
Frank annuì, battendo i piedi e sfregandosi le mani per riattivare la
circolazione.
Il reverendo Locke borbottò: «Si accomodi». Poi, scuotendo la testa,
soggiunse: «Lei è fortunato, Mr Money. Vendono parecchi corpi là dentro».
«Corpi?» Frank sprofondò sul divano, distratto, chiedendosi solo vagamente
di cosa stesse parlando.
«Eh già. Alla facoltà di medicina.»
«Vendono i cadaveri? Per farne cosa?»
«Be’, sa, i dottori devono esercitarsi sui poveracci morti per poter aiutare i
ricchi vivi.»
«John, basta.» Jean Locke scese le scale, stringendosi la cintura della vestaglia.
«Sono solo sciocchezze.»
«Lei è mia moglie», disse Locke. «E anche se è dolce come il miele, spesso si
sbaglia.»
«Salve, signora. Mi scusi se…» Ancora tremante, Frank si alzò.
Lei lo interruppe. «Non si disturbi. Stia seduto», disse e scomparve in cucina.
Frank obbedì. A parte l’assenza di vento, in casa faceva quasi freddo come
fuori, e la fodera di plastica sul divano non migliorava le cose.
«Scusi se la casa è troppo gelida per lei.» Locke notò le labbra tremolanti di
Frank. «Qui siamo abituati alla pioggia, non alla neve. Da dove arriva,
comunque?»
«Dal centro città.»
Locke mugugnò, come se quello spiegasse tutto. «E vorrebbe tornarci?»
«No, signore. Sono diretto a sud.»
«E come mai è finito in ospedale invece che in prigione? Di solito i tizi poco
vestiti e senza scarpe li portano lì.»
«Per via del sangue, penso. Avevo la faccia tutta imbrattata.»
«Come mai?»
«Non lo so.»
«Non se lo ricorda?»
«No. Solo il rumore. Forte. Molto forte.» Frank si massaggiò la fronte. «Sono
forse finito in una rissa?» Fece la domanda come se il reverendo potesse sapere
come mai era stato legato al letto e sedato per due giorni.
Il reverendo Locke gli rivolse un’occhiata colma di preoccupazione. Non di
nervosismo, solo di preoccupazione. «Avranno pensato che lei era pericoloso. Se
fosse stato solo malato non l’avrebbero mai ricoverata. Dov’è diretto esattamente,
fratello mio?» Era ancora in piedi con le mani dietro la schiena.
«In Georgia, signore. Se riuscirò ad arrivarci.»
«Non mi dica. È lontana. Ma fratello Money i soldi ce li ha solo nel cognome o
per davvero?» Locke sorrise alla sua stessa battuta.
«Ne avevo un po’ quando mi hanno portato dentro», rispose Frank. Adesso in
tasca non aveva niente a parte la medaglia. E non ricordava quanto gli avesse
dato Lily. Solo le sue labbra imbronciate e gli occhi duri.
«Ma adesso sono spariti, vero?» Locke strinse gli occhi. «La polizia la sta
cercando?»
«No», rispose Frank. «No, signore. Mi ha solo portato via e chiuso in
manicomio.» Si avvicinò le mani alla bocca e vi soffiò sopra. «Non credo di essere
accusato di niente.»
«Se anche lo fosse, non lo saprebbe.»
Jean Locke tornò con un catino di acqua fredda. «Ci metta dentro i piedi,
figliolo. È fredda, ma è meglio non farli scaldare troppo in fretta.»
Frank immerse i piedi nell’acqua con un sospiro. «Grazie.»
«Perché l’ha rinchiuso? La polizia, dico.» Jean fece la domanda al marito, che
scrollò le spalle.
Già, perché. A parte il rombo di quel B-29, qualsiasi cosa avesse fatto
esattamente per attirare l’attenzione della polizia era ormai caduta nel
dimenticatoio. Non riusciva a spiegarla a se stesso, figurarsi a una coppia gentile
che gli offriva aiuto. Se non era finito in una rissa, aveva forse pisciato sul
marciapiede? Gridato insulti a qualche passante, o a qualche scolaretto? Aveva
sbattuto la testa contro il muro o si era nascosto dietro i cespugli nel giardino di
qualcuno?
«Devo avere dato di matto», disse. «Più o meno.» Davvero non ricordava. Si
era buttato a terra al rumore improvviso di un ritorno di fiamma? Forse si era
messo a litigare con uno sconosciuto o a piangere davanti agli alberi – scusandosi
con loro per azioni che non aveva mai commesso. Ricordava solo che, appena
Lily gli aveva chiuso la porta alle spalle, nonostante l’importanza della sua
missione l’ansia era diventata incontrollabile. Aveva bevuto qualche goccetto per
calmarsi in vista del lungo viaggio. Quando era uscito dal bar, l’ansia era
scomparsa, ma anche la lucidità. Erano tornati la rabbia imprecisata, il disgusto
di sé mascherato da colpa altrui. E i ricordi maturati a Fort Lawton, da dove,
appena congedato, aveva iniziato a vagabondare. Una volta sbarcato, aveva
pensato di mandare un telegramma a casa, visto che a Lotus nessuno aveva il
telefono. Ma oltre agli operatori telefonici erano in sciopero anche quelli del
telegrafo. Su una cartolina da due centesimi aveva scritto: «Sono tornato sano e
salvo. Arrivederci a presto». «Presto» non era arrivato mai, perché non voleva
andare a casa, al suo paese, senza i suoi «compaesani». Era decisamente troppo
vivo per presentarsi davanti ai genitori di Mike o di Stuff. Il suo respiro
tranquillo e il suo corpo intatto sarebbero stati un insulto per loro. E qualsiasi
menzogna si fosse inventato sul coraggio con cui erano morti, non avrebbe
potuto biasimarli per il loro risentimento. E poi lui odiava Lotus. La gente che
non perdonava, l’isolamento e soprattutto l’indifferenza verso il futuro erano
sopportabili solo con i suoi amici accanto.
«Da quanto tempo è tornato?» Il reverendo Locke era ancora in piedi. Il volto
gli si raddolcì.
Frank alzò la testa. «Quasi un anno.»
Locke si grattò il mento e stava per parlare quando Jean tornò con una tazza e
un piatto di gallette. «È solo acqua calda con dentro molto sale», disse. «La beva
tutta, ma adagio. Le prendo una coperta.»
Frank bevve due piccoli sorsi, poi trangugiò il resto. Portandogliene ancora,
Jean raccomandò: «Figliolo, intinga le gallette nell’acqua. Le manderà giù più
facilmente».
«Jean», disse Locke, «guarda cosa c’è nello scatolone dei poveri.»
«Ha bisogno anche di scarpe, John.»
Quelle non c’erano, così misero quattro paia di calze e delle galosce strappate
vicino al divano.
«Cerchi di dormire, fratello. L’aspetta un viaggio impegnativo, e non intendo
solo quello per la Georgia.»
Frank si addormentò fra una coperta di lana e la fodera di plastica e fece un
sogno costellato di membra umane. Si svegliò nell’aggressiva luce del sole, al
profumo di pane tostato. Ci mise un po’, più del dovuto, per rendersi conto di
dov’era. Si stava liberando degli ultimi residui di due giorni di sedativi, ma
lentamente. Dovunque fosse, era grato alla luce abbagliante del sole perché non
gli aveva fatto venire il mal di testa. Si alzò a sedere e notò le calze piegate con
cura sul tappeto, come piedi rotti. Poi sentì un mormorio proveniente da un’altra
stanza. Mentre fissava le calze, mise a fuoco il passato recente: la fuga
dall’ospedale, la corsa nel gelo, e infine il reverendo Locke e la moglie. Così era di
nuovo nel mondo reale quando Locke entrò per chiedergli come si sentisse dopo
tre ore di sonno.
«Bene. Sto bene», disse Frank.
Locke gli mostrò il bagno e poggiò una spazzola e il necessario per radersi sul
bordo del lavandino. Pulito e rasato, Frank si frugò nelle tasche dei calzoni per
vedere se agli inservienti fosse sfuggito qualcosa, un quarto di dollaro, dieci
centesimi, ma gli avevano lasciato solo la medaglia al valore. Anche i soldi che gli
aveva dato Lily, naturalmente, erano spariti. Frank sedette al tavolo dal piano
smaltato e fece colazione con pappa d’avena e pane tostato con troppo burro. Al
centro del tavolo stavano otto banconote da un dollaro e un mucchietto di
monete. Poteva sembrare il piatto di una partita a poker, ma quei soldi erano
stati di certo ottenuti con una fatica maggiore: dieci centesimi scivolati fuori da
piccoli portamonete; nichelini ceduti con riluttanza da bambini che avevano ben
altri piani (più dolci); le banconote da un dollaro rappresentavano la generosità
di un’intera famiglia.
«Diciassette dollari», disse Locke. «Bastano e avanzano per arrivare in
pullman fino a Portland e da lì fin dalle parti di Chicago. Certo, non la
porteranno fino in Georgia, ma quando sarà a Portland, ecco cosa dovrà fare.»
Disse a Frank di cercare un certo reverendo Jessie Maynard, pastore di una
chiesa battista, e che lui lo avrebbe chiamato per avvertirlo di aspettarsene un
altro.
«Un altro?»
«Be’, lei non è certo il primo, altroché. L’esercito integrato è una disgrazia
integrata. Andate a combattere, tornate in patria, vi trattano come cani. Anzi, no.
I cani li trattano meglio.»
Frank lo fissò senza dire niente. Nell’esercito non lo avevano trattato poi così
male. Non era colpa loro se ogni tanto andava fuori di testa. A dire il vero, i
medici che lo avevano congedato erano stati premurosi e gentili, gli avevano
spiegato che la pazzia sarebbe passata con il tempo. Loro sapevano bene cos’era, e
gli avevano assicurato che sarebbe guarito. Evita solo gli alcolici, gli avevano
detto. E lui non lo aveva fatto. Non ci era riuscito. Finché non aveva conosciuto
Lily.
Locke tese a Frank un pezzo di carta strappato da una busta con l’indirizzo di
Maynard e gli disse che il reverendo aveva una grande congregazione e avrebbe
potuto offrirgli aiuto più del suo piccolo gregge.
In un sacchetto di carta Jean aveva messo sei tramezzini, un po’ di formaggio,
qualche fetta di mortadella e tre arance. Glielo tese insieme con un berretto di
lana. Frank si mise il berretto, la ringraziò e, sbirciando nel sacchetto, chiese:
«Quanto dura il viaggio?»
«Non ha importanza», rispose Locke. «Sarà contento di ogni boccone, perché
non potrà sedersi in nessun bar alle fermate dei pullman. Senta: lei viene dalla
Georgia, è stato in un esercito non segregato e magari pensa che al Nord le cose
siano molto diverse che al Sud. Non ci creda e non ci conti. Le abitudini hanno la
stessa forza delle leggi e possono essere altrettanto pericolose. Ora venga.
L’accompagno.»
Frank attese sulla soglia mentre il reverendo prendeva il cappotto e le chiavi
dell’auto.
«La saluto, Mrs Locke. Grazie molte.»
«Si riguardi, figliolo», gli disse lei dandogli qualche colpetto sulla spalla.
Alla biglietteria Locke cambiò le monete in banconote e acquistò il biglietto di
Frank. Prima di mettersi in fila davanti alla porta del Greyhound, Frank notò
un’auto della polizia. S’inginocchiò come per aggiustarsi le galosce. Scampato il
pericolo si rialzò, poi si voltò verso il reverendo Locke e gli tese la mano. Mentre
si stringevano la mano i due si guardarono negli occhi, dicendosi niente e tutto,
come se «addio» avesse lo stesso significato di un tempo: ti raccomando a Dio.
C’erano pochi passeggeri, eppure Frank andò debitamente a sedersi in fondo,
cercando di non far notare il suo metro e novanta e stringendo a sé il sacchetto
con i tramezzini. Oltre i finestrini, sotto la coltre di neve, il paesaggio divenne più
malinconico quando il sole riuscì a illuminare gli alberi muti, incapaci di parlare
senza foglie. Le case dall’aspetto solitario davano nuova forma alla neve, mentre
il carretto di un bambino qua e là ne conteneva una montagnola. Solo i
camioncini bloccati sui vialetti parevano vivi. Si chiese come si stesse dentro
quelle case, ma non gli venne in mente nulla. E così, come gli capitava spesso
quando era solo e sobrio, dovunque si trovasse, vide un ragazzo che cercava di
ricacciarsi le viscere nella pancia, tenendole in mano come la sfera di cristallo di
una fattucchiera esplosa in un annuncio funesto; sentì un ragazzo cui era rimasta
intatta solo la parte inferiore della faccia, le labbra che chiamavano la mamma. E
lui camminava in mezzo a loro, sopra di loro, per restare vivo, per evitare che
anche a lui si dissolvesse la faccia, per tenere le sue viscere colorate sotto quello
strato di pelle così sottile. Contro il bianco e nero di quel paesaggio invernale, il
rosso sangue s’impadronì della scena. Non se ne andavano mai, queste immagini.
Se non con Lily. Decise di non considerare il viaggio una rottura. Una pausa,
sperava. Eppure era difficile ignorare cos’era diventata la vita con lei: una stanca
crudeltà le inaspriva la voce e il brusio della sua delusione definiva il silenzio. A
volte la faccia di Lily sembrava trasformarsi nel frontale di una jeep – occhi
implacabili come fari, una luce tagliente sopra un sorriso simile a una griglia.
Strano quant’era cambiata. Se ripensava a ciò che gli piaceva di lei, la pancia
morbida, le fossette dietro le ginocchia e il viso così bello da togliere il fiato, era
come se qualcuno l’avesse ridisegnata come una caricatura. Non poteva essere
tutta colpa sua, no? Non fumava forse fuori di casa? Non metteva più di metà
della sua paga sul cassettone perché lei la spendesse come voleva? Le faceva la
cortesia di alzare l’asse del water – e lei la prendeva come un insulto. E benché
fosse stupito e divertito da tutti gli ammennicoli femminili che stavano appesi
alla porta del bagno e ingombravano gli armadietti, i bordi del lavandino e tutto
lo spazio disponibile – cannule per irrigazioni e per clisteri, flaconi di Massengill
e Lydia Pinkham, Kotex, crema depilatoria Neet, creme per il viso, maschere di
fango, bigodini, lozioni, deodoranti – non li aveva mai toccati né criticati. Sì, a
volte gli capitava di stare seduto per ore in silenzio – intorpidito, restio a parlare.
Sì, perdeva regolarmente quei pochi lavoretti che riusciva a trovare. E anche se
certe volte standole vicino gli sembrava di non riuscire a respirare, non era
affatto sicuro di poter vivere senza di lei. Non c’entrava solo il fare l’amore,
entrare in quello che chiamava il regno fra le gambe di lei. Quando stava coricato
con il peso lieve del braccio di lei sul petto, gli incubi si allontanavano e riusciva a
dormire. Quando si svegliava con lei, il suo primo pensiero non era il gradito
pizzicore del whisky. Soprattutto, non era più attratto dalle altre donne – che
flirtassero apertamente o si mettessero in mostra per il proprio piacere. Non
faceva confronti con Lily; le vedeva solo come persone. Soltanto con Lily le
immagini sbiadivano, si muovevano dietro uno schermo nella sua mente, pallide
ma presenti, presenti e accusatrici. Perché non ti sei sbrigato? Se fossi arrivato lì
prima, avresti potuto aiutarlo. Avresti potuto trascinarlo dietro la collina come
hai fatto con Mike. E tutta la gente che hai ammazzato dopo? Donne che
scappavano tirandosi dietro i bambini. E quel vecchio con una gamba sola che
zoppicava con la sua stampella sul bordo della strada per non rallentare gli altri
più veloci? Gli hai fatto un buco in testa perché credevi di pareggiare i conti per
l’urina gelata sui pantaloni di Mike, di vendicare le labbra che chiamavano la
mamma. È stato così? Ha funzionato? E la bambina. Cos’aveva mai fatto lei per
meritarsi quello che le è successo? Tutte domande inespresse che si
moltiplicavano come muffa nelle ombre delle fotografie che vedeva. Prima di
Lily. Prima di vederla salire su una sedia, sollevarsi in punta di piedi, allungare la
mano verso il ripiano più alto della credenza per afferrare il barattolo di lievito
Calumet che le serviva per la cena che stava preparando per lui. La prima.
Avrebbe dovuto alzarsi subito, prendere la lattina dal ripiano. Ma non lo aveva
fatto. Non era riuscito a staccare gli occhi dalle fossette dietro le ginocchia di lei.
Mentre lei si allungava, l’orlo del vestito di un morbido tessuto di cotone a fiori si
era sollevato, rivelando quella pelle spesso ignorata e – oh – tanto vulnerabile. E
per una ragione che ancora gli sfuggiva, si era messo a piangere. Amore puro,
semplice, e così immediato da mandarlo in frantumi.
A Portland non ci fu amore da parte di Jessie Maynard. Aiuto, sì. Ma il
disprezzo era glaciale. Il reverendo si dedicava ai bisognosi, o così pareva, ma
solo se erano vestiti adeguatamente e non se si trattava di un veterano giovane,
sano e molto alto. Fece restare Frank sotto il portico sul retro, vicino al vialetto
dove faceva capolino una Oldsmobile Rocket 98, e gli rivolse un sorriso
ammiccante mentre diceva, come per scusarsi: «Le mie figlie sono in casa».
L’insulto era il dazio imposto al supplice giunto a chiedere un cappotto, un
maglione e due banconote da dieci dollari. Il necessario per arrivare a Chicago e
forse a metà strada per la Georgia. Eppure, malgrado l’ostilità, il reverendo
Maynard gli diede informazioni utili per il viaggio. Copiò dalla guida Green
alcuni nomi e indirizzi di affittacamere e alberghi dove non lo avrebbero
respinto.
Frank si cacciò l’elenco nella tasca del cappotto che gli aveva dato il reverendo
e, non visto da Maynard, nascose le banconote nelle calze. Andando in stazione,
sentì affievolirsi l’ansia di un altro attacco – incontrollabile, sospetto, distruttivo
e illegale. E poi, ogni tanto riusciva a capire quando stava per avere una crisi. La
prima volta gli era successo quando era salito su un pullman vicino a Fort
Lawton, il foglio di congedo ancora intatto. Se ne stava seduto tranquillo vicino a
una donna vestita in modo molto vivace. La gonna a fiori era un trionfo di colori,
la camicetta di un rosso squillante. Frank aveva visto i fiori sull’orlo della gonna
annerirsi e la camicetta rossa perdere il colore fino a diventare bianca come il
latte. Poi tutti quanti, tutto il resto. Fuori dal finestrino – gli alberi, il cielo, un
ragazzo su una motoretta, l’erba, le siepi. Tutti i colori erano scomparsi e il
mondo era diventato lo schermo di un film in bianco e nero. Non aveva gridato,
allora, perché credeva di avere un problema agli occhi. Spiacevole, ma curabile. Si
era chiesto se fosse così che i cani, i gatti o i lupi vedevano il mondo. O era lui
che non riusciva più a distinguere i colori? Era sceso alla fermata successiva e si
era diretto a un distributore della Chevron, dalla cui V uscivano fiamme nere.
Voleva andare in bagno, pisciare e guardarsi allo specchio per accertarsi di non
avere un’infezione agli occhi, ma il cartello sulla porta lo aveva fermato. Aveva
fatto i suoi bisogni tra i cespugli dietro il distributore, infastidito e un po’
spaventato dal paesaggio in bianco e nero. Il pullman stava ripartendo, ma aveva
frenato per lasciarlo risalire. Era sceso di nuovo all’ultima fermata – la stazione
dei pullman della stessa città dov’era sbarcato davanti a un coro di ragazzine
liceali che accoglieva i veterani sfiniti dalla guerra. Fuori, davanti alla stazione, il
sole gli aveva ferito gli occhi. La luce crudele lo aveva spinto a cercare l’ombra. E
lì, sotto una quercia, l’erba era diventata verde. Sollevato, aveva capito che non
avrebbe gridato, spaccato qualcosa o attaccato briga con uno sconosciuto. Quello
sarebbe successo dopo, quando, a prescindere dalle tonalità del mondo,
sarebbero esplose la sua vergogna e la furia che essa portava con sé. Ora, se
avvertito dal segnale dei colori che svanivano, aveva modo di correre a
nascondersi. E così, ogni volta che tornava un pizzico di colore, era contento di
sapere che non aveva un problema alla vista e che quelle immagini terribili
sarebbero svanite. Avendo ritrovato la fiducia, poteva reggere un giorno e mezzo
sul treno per Chicago senza incidenti.
Su indicazione di un facchino, salì su un vagone passeggeri, oltrepassò la
tenda verde di separazione e trovò un posto vicino al finestrino. Il dondolio del
treno e il canto delle rotaie lo cullarono in un raro sonno, così profondo che si
perse l’inizio della lite, ma non la conclusione. Si svegliò sentendo singhiozzare
una giovane donna, consolata da camerieri in giacca bianca. Uno le sistemò un
cuscino dietro la testa, un altro le diede una pila di tovaglioli di lino per asciugare
le lacrime e il sangue che le colava dal naso. Accanto a lei, lo sguardo rivolto
altrove, stava il marito, silenzioso, ribollente di furia – la faccia un teschio di
vergogna e della rigida rabbia che l’accompagna.
Quando un cameriere gli passò accanto, Frank gli toccò il braccio e chiese:
«Cos’è successo?» Indicò la coppia.
«Non hai visto?»
«No. Cos’è capitato?»
«Quello lì è il marito. È sceso a Elko per comprare del caffè o qualcos’altro.»
Fece un cenno con il pollice sopra la spalla. «Il proprietario, i clienti o tutti quanti
insieme lo hanno buttato fuori a calci. Letteralmente. Lo hanno preso a calci nel
sedere finché non è caduto, poi lo hanno colpito ancora, e quando la sua signora
ha cercato di aiutarlo le hanno tirato un sasso in faccia. Siamo riusciti a farli
risalire in carrozza, ma la folla ha continuato a gridare finché non siamo ripartiti.
Guarda», disse, «vedi lì?» Indicò i tuorli d’uovo, che non scivolavano più ma
erano rimasti appiccicati al finestrino come muco.
«Nessuno ha denunciato la cosa al capotreno?» chiese Frank.
«Sei matto?»
«Probabile. Senti, lo conosci un buon posto dove mangiare e dormire a
Chicago? Ho qui un elenco. Sai dirmi qualcosa?»
Il cameriere si tolse gli occhiali, se ne infilò un altro paio e studiò l’elenco del
reverendo Maynard.
Arricciò le labbra. «Per mangiare, vai da Booker’s», disse. «È un diner vicino
alla stazione. Per dormire, l’ostello della YMCA è sempre una garanzia. È sulla
Wabash. Questi alberghi e quelli che chiamano alloggi per turisti possono costare
una fortuna, e non è detto che ti lascino entrare con quelle galosce sbrindellate ai
piedi.»
«Grazie», disse Frank. «Fa piacere sapere che sono posti di un certo livello.»
Il cameriere fece una risatina. «Ti va un goccio? Nel mio armadietto ho un po’
di Johnnie Red.» Il nome sulla targhetta era C. TAYLOR .
«Sì. Oh, sì.»
Le papille gustative di Frank, indifferenti ai tramezzini al formaggio e alle
arance, si risvegliarono al pensiero del whisky. Giusto un goccio. Giusto quanto
bastava per calmare e addolcire il mondo. Non di più.
L’attesa gli parve lunga, ma proprio quando Frank si era ormai convinto che il
cameriere si fosse scordato, Taylor tornò con una tazza da caffè, un piattino e un
tovagliolo. Un dito di scotch tremolava invitante nella spessa tazza bianca.
«Ecco qua», disse Taylor, poi si allontanò lungo il corridoio assecondando
l’ondeggiare del treno.
I due coniugi maltrattati si parlavano a sussurri, lei sommessa, supplichevole,
lui impaziente. Appena rientrano lui la picchia, pensò Frank. E chi non lo
avrebbe fatto? Venire umiliati in pubblico era un conto. Un uomo poteva anche
passarci sopra. Quello che era intollerabile era la presenza di una donna, una
moglie, che non solo aveva visto tutto, ma aveva anche osato cercare di aiutarlo –
aiutarlo! Lui non era stato in grado di proteggere se stesso e nemmeno di
proteggere lei, come dimostrava il sasso che le avevano tirato in faccia.
Gliel’avrebbe fatta pagare per quel naso rotto. Più e più volte.
Tornando ad appoggiare la testa al bordo del finestrino, Frank sonnecchiò
ancora un poco dopo la tazza di scotch e si svegliò quando sentì qualcuno sedersi
accanto a lui. Strano. Nel vagone c’erano parecchi sedili vuoti. Si voltò e, più
divertito che sorpreso, esaminò il compagno di viaggio – un ometto con un
cappello a tesa larga. Il suo completo azzurro era composto da una giacca lunga e
da pantaloni a sbuffo. Le scarpe erano bianche, con le punte innaturalmente
allungate. L’uomo guardava davanti a sé. Ignorato, Frank tornò ad appoggiarsi al
finestrino per riprendere sonno. Subito dopo l’uomo dal completo azzurro si alzò
e sparì lungo il corridoio. Sul sedile di pelle non era rimasta traccia alcuna.
Attraversando un territorio scialbo e gelato, Frank cercò di ravvivarlo,
tracciando mentalmente grandi pennellate di viola e X d’oro sulle colline,
riversando giallo e verde sugli spogli campi di grano. Ore di vani tentativi di
ridare colore al paesaggio dell’Ovest lo riempirono di agitazione, ma quando
scese dal treno era di nuovo calmo. Il frastuono della stazione era così irritante,
però, che mosse la mano per prendere l’arma. Non l’aveva con sé, naturalmente,
e così si appoggiò a un pilastro d’acciaio finché il panico non si attenuò.
Un’ora dopo mangiava cucchiaiate di fagioli bianchi e imburrava pane di
mais. Taylor, il cameriere, aveva ragione. Booker’s non era solo un posto buono
ed economico, ma la compagnia – avventori, addetti al banco, cameriere e un
cuoco chiassoso e polemico – era allegra e accogliente. Lavoratori e perdigiorno,
madri e donne di strada, tutti mangiavano e bevevano con la spontaneità di una
famiglia nella cucina di casa. Fu quella cordialità pronta, tipica delle sue parti, a
indurre Frank a parlare liberamente con l’uomo seduto sullo sgabello vicino, che
subito si presentò.
«Watson. Billy Watson.» Gli tese la mano.
«Frank Money.»
«Di dove sei, Frank?»
«Oh, questa è bella. Corea, Kentucky, San Diego, Seattle, Georgia. Nomina un
posto a caso, io vengo da lì.»
«Vuoi essere anche di queste parti, allora?»
«No. Sto tornando in Georgia.»
«Georgia?» esclamò una cameriera. «Io ho parenti a Macon. E nessun bel
ricordo di quel posto. Ci siamo nascosti in una casa abbandonata per sei mesi.»
«Da chi vi nascondevate? Dai lenzuoli bianchi?»
«No. Da quello che riscuoteva la pigione.»
«Stessa roba.»
«E perché?»
«Oh, per favore. Eravamo nel ’38.»
Lungo il bancone si levarono molte risate, sonore e d’intesa. Alcuni
rilanciarono raccontando della loro vita di stenti negli anni Trenta.
Io e mio fratello abbiamo dormito per un mese in un vagone merci.
Dov’era diretto?
Lontano, non sapevamo altro.
Mai dormito in un pollaio dove perfino le galline non ne vogliono sapere di
entrare?
Oh, dài, finiscila. Noi vivevamo in una ghiacciaia.
E il ghiaccio dov’era?
Ce l’eravamo mangiato.
Ma smettila!
Io ho dormito così tante notti sul pavimento, che la prima volta che ho visto
un letto l’ho scambiato per una bara.
Avete mai mangiato i denti di leone?
Nella minestra, sono buoni.
Le budella del maiale. Adesso le chiamano in un modo che suona meglio, ma
un tempo i macellai le buttavano via o le davano a noi.
Anche gli zampetti. Il collo. Tutte le frattaglie.
Zitti. Mi mandate in rovina.
Quando le risa e le fanfaronate si placarono, Frank prese l’elenco di Maynard.
«Conosci qualcuno di questi posti? Mi hanno detto che l’ostello della Y è il
migliore.»
Billy studiò gli indirizzi e fece una smorfia. «Lascia perdere», disse. «Vieni a
casa mia. Stai da noi. Ti faccio conoscere la mia famiglia. Tanto stasera non puoi
ripartire.»
«Vero», disse Frank.
«Domani ti riaccompagno in stazione per tempo. A sud ci vai col pullman o
col treno? Il pullman costa meno.»
«Il treno, Billy. Basta che ci siano gli addetti al vagone letto, è così che voglio
viaggiare.»
«Di sicuro fanno dei bei soldi. Quattrocento, cinquecento al mese. Più le
mance.»
Camminarono fino alla casa di Billy.
«Domani mattina ti prendiamo un paio di scarpe decenti», disse Billy. «E
magari passiamo anche al negozio della Goodwill, 2 okay?»
Frank rise. Si era scordato di somigliare a uno straccione. Chicago, tonificata
dal vento e da un elegante cielo vespertino, era affollata di pedoni impettiti e in
ghingheri che camminavano frettolosi – come se dovessero rispettare una
scadenza chissà dove, lungo marciapiedi più larghi di qualsiasi strada di Lotus.
Quando uscirono dal centro e arrivarono nel quartiere di Billy, si stava ormai
facendo buio.
«Ti presento mia moglie, Arlene, e questo è il nostro ometto, Thomas.»
Frank trovò Arlene bella come un’attrice. L’acconciatura alla Pompadour
coronava una fronte alta e liscia sopra fieri occhi scuri.
«Volete cenare?» chiese Arlene.
«No», rispose Billy. «Abbiamo già mangiato.»
«Bene.» Arlene si stava preparando per il turno di notte in una fabbrica
metallurgica. Diede un bacio sulla testa a Thomas, seduto al tavolo della cucina a
leggere un libro.
Billy e Frank si sistemarono davanti al tavolino da caffè, spostando i
soprammobili per giocare a ramino, parlare e bere birra.
«E tu dove lavori?» chiese Frank.
«In un’acciaieria», rispose Billy. «Ma adesso siamo in sciopero, perciò mi
metto in fila davanti all’agenzia e accetto tutti i lavori alla giornata che trovo.»
Prima, quando Billy aveva presentato il figlio a Frank, per stringergli la mano
il ragazzino aveva teso il braccio sinistro. Frank aveva notato che il destro gli
ciondolava lungo il fianco. Ora, mescolando le carte, gli chiese cosa fosse
successo al braccio del figlio. Billy mimò un fucile con le mani. «Uno sbirro che
passava in macchina», disse. «Thomas aveva una pistola giocattolo. A otto anni,
correva avanti e indietro lungo il marciapiede puntandola qua e là. Un novellino
appena arrivato dal Sud ha voluto dimostrare che anche lui aveva il cazzo bello
duro, non meno dei suoi compari poliziotti.»
«Ma non si può sparare a un bambino così», disse Frank.
«Gli sbirri sparano a tutto quello che vogliono. Questa è una città mafiosa. Al
pronto soccorso Arlene ha dato i numeri. L’hanno buttata fuori due volte. Ma
alla fine è andato tutto bene. Il braccio malandato lo ha tenuto lontano dalla
strada e dentro la scuola. È un genietto della matematica. Vince gare su gare. Una
borsa di studio dietro l’altra.»
«E così lo sbirro ragazzino gli ha fatto un favore.»
«No. No, no, no. È opera di Gesù. Ha detto: ‘Fermo lì, signor poliziotto. Non
fare del male al più piccolo dei miei fratelli. Chiunque faccia del male al più
piccolo dei miei fratelli turba la pace del mio cuore’.»
Che meraviglia, pensò Frank. La roba della Bibbia funziona sempre in ogni
situazione – tranne che in prima linea. «Gesù. Gesù!» Così aveva detto Mike.
Anche Stuff lo aveva gridato. «Gesù, Dio onnipotente, sono fottuto, Frank, Gesù,
aiutami.»
Il genietto della matematica accettò senza difficoltà di dormire sul divano e di
cedere il suo letto al nuovo amico del padre. Frank gli si avvicinò in camera sua e
disse: «Grazie, piccolo».
«Mi chiamo Thomas», disse il ragazzino.
«Oh, okay, Thomas. Ho sentito che sei bravo in matematica.»
«Sono bravo in tutto.»
«Per esempio?»
«Educazione civica, geografia, inglese…» Lasciò la frase in sospeso, come se
avesse potuto citare molte altre materie in cui era bravo.
«Andrai lontano, figliolo.»
«E in profondità.»
Frank rise all’impudenza dell’undicenne. «Che sport fai?» gli chiese, pensando
che avesse bisogno di un pizzico di umiltà. Ma Thomas gli rivolse uno sguardo
così glaciale che Frank si sentì in imbarazzo. «Voglio dire…»
«Lo so cosa vuole dire», ribatté e poi, come per un ripensamento, squadrò
Frank da capo a piedi e disse: «Non dovrebbe bere».
«Ci hai preso.»
Seguì un breve silenzio mentre Thomas appoggiava una coperta piegata sopra
un cuscino e infilava entrambi sotto il braccio invalido. Sulla soglia della camera
si voltò verso Frank: «Lei è stato in guerra?»
«Sì.»
«Ha ucciso qualcuno?»
«Ho dovuto.»
«Com’è stato?»
«Brutto. Molto brutto.»
«Questo è bene. Che le sia sembrato brutto. Mi fa piacere.»
«Come mai?»
«Vuol dire che lei non è un bugiardo.»
«Sei davvero profondo, Thomas.» Frank sorrise. «Cosa vuoi diventare da
grande?»
Thomas girò la maniglia con la mano sinistra e aprì la porta. «Un uomo»,
disse e uscì.
Coricandosi nell’oscurità modellata dai bordi delle tende illuminate dalla
luna, Frank sperò che la fragile sobrietà mantenuta finora senza Lily non lo
esponesse agli stessi sogni di sempre. Ma la giumenta compariva solo di notte,
non batteva mai gli zoccoli alla luce del giorno. Il goccio di scotch sul treno, due
birre qualche ora dopo – non aveva avuto difficoltà a controllarsi. Il sonno arrivò
presto, portando solo un’immagine di piedi con dita delle mani – o erano forse
mani con dita dei piedi? Ma dopo qualche ora senza sogni, si svegliò sentendo un
clic simile allo scatto del grilletto di un’arma senza munizioni. Frank si alzò a
sedere. Niente si muoveva. Poi distinse la sagoma dell’ometto, quello del treno, il
cappello a tesa larga inconfondibile nella cornice chiara della finestra. Frank tese
la mano verso il comodino e accese la lampada. La luce morbida rivelò lo stesso
ometto in completo azzurro con i pantaloni a sbuffo.
«Ehi! E tu chi diavolo sei? Che cosa vuoi?» Frank si alzò dal letto e si avvicinò
alla figura. Dopo tre passi, l’uomo dal completo azzurro scomparve.
Frank tornò a letto, pensando che quel particolare sogno a occhi aperti non
era affatto male se confrontato con altri che aveva fatto. Non c’erano cani o
uccelli che divoravano i resti dei suoi compagni d’arme, come nell’allucinazione
che aveva avuto una volta seduto su una panchina nel roseto di un parco
cittadino. Questo era comico, in un certo senso. Aveva sentito parlare di quei
completi, ma non li aveva mai visti indosso a nessuno. Se si trattava di un
simbolo di virilità, avrebbe preferito un cencio intorno ai fianchi e segni bianchi
tracciati artisticamente sulla fronte e sulle guance. E una lancia in mano,
naturalmente. Invece chi indossava quell’abito, lo zoot suit, preferiva un altro
tipo di abbigliamento: giacca dalle ampie spalle, cappello a tesa larga, orologio
con catena, pantaloni morbidi stretti alle caviglie e a vita alta. Quella moda aveva
un significato così forte che se n’erano interessate le squadre antisommossa della
polizia su entrambe le coste.
Accidenti! Non voleva la compagnia di un nuovo fantasma. A meno che non
fosse un segno per comunicargli qualcosa. Riguardo a sua sorella, forse? Nella
lettera c’era scritto: «Lei morirà». Quindi era viva ma malata, molto malata, e
ovviamente non c’era nessuno ad aiutarla. Se l’autrice della lettera, Sarah, non
poteva assisterla e il suo datore di lavoro nemmeno, be’, allora si stava per forza
spegnendo lontano da casa. I genitori erano morti, uno di una malattia ai
polmoni, l’altro per via di un ictus. Riga sopra sui nonni, Salem e Lenore.
Nessuno dei due era in grado di viaggiare, sempre che volessero farlo. Forse era
quello il motivo per cui nessuna pallottola di fabbricazione russa gli aveva fatto
saltare la testa mentre tutti quelli cui era legato erano morti laggiù. Forse la sua
vita era stata risparmiata per Cee, il che era giusto perché lei era stata il primo
oggetto delle sue cure, un affetto disinteressato senza tornaconto né vantaggio
emotivo. Aveva badato a lei prima ancora che imparasse a camminare. La prima
parola che aveva pronunciato era stata: «Fènk». Due suoi denti da latte erano
nascosti nella scatola di fiammiferi in cucina insieme con le biglie portafortuna di
lui e con l’orologio rotto che avevano trovato sulla riva del fiume. Non c’era
livido o taglio di Cee che lui non avesse curato. L’unica cosa che non era riuscito
a fare era stata cancellarle dagli occhi il dolore, o forse il panico, quando si era
arruolato. Aveva cercato di spiegarle che l’esercito era l’unica soluzione. Lotus
era soffocante, stava uccidendo sia lui sia i suoi due migliori amici. Erano tutti
d’accordo. Frank si era convinto che Cee se la sarebbe cavata.
Non era andata così.

Arlene dormiva ancora, così Billy preparò la colazione per tutti e tre.
«A che ora finisce il turno?»
Billy versò una cucchiaiata di pastella dei pancake in una padella ben calda.
«Lavora dalle undici alle sette. Si alzerà fra poco, ma non ci vedremo fino a sera.»
«Come mai?» Frank era curioso. Le regole e le abitudini delle famiglie normali
suscitavano in lui un fascino che non arrivava a diventare invidia.
«Dopo che avrò accompagnato Thomas a scuola, mi metterò in fila davanti
all’agenzia tardi perché io e te andremo a fare spese. A quell’ora i lavori alla
giornata migliori saranno ormai presi. Vedrò cosa riuscirò a raccattare. Ma
prima, facciamo spese. Sembri proprio…»
«Non dirlo.»
Non ce n’era bisogno. Anche la commessa del negozio della Goodwill tacque.
Li condusse a un tavolo carico di indumenti piegati e indicò un portabiti con
cappotti e giacche. La scelta fu rapida. Tutti i capi erano puliti, stirati e suddivisi
per taglia. Persino l’odore corporeo del vecchio proprietario si avvertiva appena.
Il negozio aveva un camerino dove tanto il vagabondo quanto il rispettabile
padre di famiglia potevano cambiarsi e abbandonare gli abiti usati in un
contenitore. Vestito dignitosamente, Frank si sentì abbastanza orgoglioso da
prendere la medaglia dai calzoni militari e appuntarsela sul taschino.
«Bene», disse Billy. «Adesso un paio di scarpe da uomo. Preferisci le Thom
McAn o le Florsheim?»
«Né le une né le altre. Non è che devo andare a un ballo. Scarpe da lavoro.»
«Capito. I soldi ce li hai?»
«Sì.»
Dovevano pensarlo anche i poliziotti, ma durante la perquisizione casuale
fuori dal negozio di scarpe si limitarono a tastare le tasche e non guardarono
dentro gli scarponi da lavoro. Degli altri due uomini con la faccia rivolta verso il
muro, uno si vide confiscare un coltellino a serramanico, l’altro una banconota
da un dollaro. Tutti e quattro avevano le mani appoggiate sul cofano dell’auto di
pattuglia parcheggiata vicino al marciapiede. L’agente più giovane notò la
medaglia di Frank.
«Corea?»
«Sì, signore.»
«Ehi, Dick. Sono veterani.»
«Ah sì?»
«Sì. Guarda.» L’agente indicò la medaglia al valore di Frank.
«Vattene. Sparisci, bello.»
Il contrattempo con la polizia non meritava commenti perciò Frank e Billy si
allontanarono in silenzio. Poi si fermarono davanti alla bancarella di un
venditore ambulante per comprare un portafogli.
«Adesso sei vestito come si deve. Non puoi frugarti nelle scarpe come un
bambino ogni volta che vuoi un pacchetto di gomme da masticare.» Billy diede
un colpetto scherzoso sul braccio di Frank.
«Quanto costano?» Billy esaminò i portafogli esposti.
«Un quarto di dollaro.»
«Ma come? Un filone di pane costa solo quindici centesimi.»
«E allora?» Il venditore fissò il cliente. «Un portafogli dura di più. Lo pigli o
no?»
Dopo l’acquisto Billy accompagnò Frank da Booker’s: appoggiati alla vetrina
del diner, si strinsero la mano, promisero di farsi visita e si separarono.
Frank bevve un caffè e flirtò con la cameriera originaria di Macon finché non
fu ora di salire sul treno diretto a sud che lo avrebbe portato in Georgia e da Cee,
e chissà a fare cos’altro.

1. La African Methodist Episcopal Zion Church, fondata agli inizi dell’Ottocento, è una
delle più antiche confessioni protestanti afroamericane. (N.d.T.)
2. La Goodwill Industries International è tra le principali organizzazioni non-profit
degli Stati Uniti; opera nel settore della formazione professionale rivolgendosi a persone
disabili o svantaggiate e si finanzia principalmente attraverso l’omonima catena di negozi
di seconda mano. (N.d.T.)
3

Mamma era incinta quando ce ne siamo andati dalla contea di Bandera, nel
Texas. Tre o forse quattro famiglie avevano auto o camioncini e ci avevano
caricato tutto quello che potevano. Ma ricorda, nessuno poteva caricare la terra, i
raccolti, il bestiame. Daranno da mangiare ai maiali o li lasceranno inselvatichire?
E quel fazzoletto di terreno dietro il capanno? Bisogna vangarlo, se piove. Quasi
tutte le famiglie, come la mia, hanno camminato per chilometri finché Mr
Gardener è tornato a prendere qualcuno di noi dopo aver lasciato i suoi al confine
dello Stato. Abbiamo dovuto abbandonare la carriola piena di cose per
ammassarci nella sua auto, rinunciando ai beni in cambio della velocità. Mamma
piangeva, ma il bambino che si portava dentro era più importante delle pentole,
dei vasetti per le conserve e delle lenzuola. Si è accontentata di un cesto di vestiti
che teneva sulle ginocchia. Papà aveva un sacco con qualche attrezzo e le redini di
Stella, la giumenta che non avremmo mai più rivisto. Dopo che Mr Gardener ci ha
accompagnati fino a dove poteva abbiamo camminato ancora un po’. La suola
della mia scarpa continuava a sbattere, finché papà l’ha legata con una stringa
delle sue. Per due volte dei carrettieri ci hanno lasciati salire sul cassone. Una
stanchezza che non ti dico. Una fame che non ti dico. Ho mangiato di tutto in
galera, in Corea, in ospedale, a tavola, anche pescando dai bidoni della
spazzatura. Però non c’è niente di peggio degli avanzi delle mense dei poveri. Scrivi
anche questo, perché no? Ricordo di avere fatto la fila alla chiesa del Redentore per
avere un piatto di latta con un pezzo di formaggio secco e duro, già verde di muffa,
e zampetti di maiale sottaceto – con il condimento che bagnava le gallette stantie.
È stato lì che mamma ha sentito la donna davanti a lei spiegare alla volontaria
come scrivere e pronunciare il suo nome. Mamma ha detto che era una delizia, che
il suono di quel nome era come musica nella confusione e nel caldo della folla.
Qualche settimana dopo, quando è nato il bebè, partorito su un materasso nello
scantinato della chiesa del reverendo Bailey, e si è scoperto che era femmina,
mamma l’ha chiamata Ycidra, badando a pronunciare tutte e tre le sillabe.
Naturalmente ha aspettato nove giorni prima di darle il nome, casomai la morte si
accorgesse di quella nuova vita e venisse a mangiarsela. Tutti tranne mamma la
chiamano Cee. Io l’ho sempre trovata una cosa molto bella che abbia pensato a
lungo a quel nome, se lo sia custodito come un tesoro. Quanto a me, nessun ricordo
del genere. Mi hanno chiamato Frank come il fratello di papà. Mio padre si
chiama Luther, mia madre Ida. Ma la cosa più assurda è il nostro cognome.
Money. Perché noi non avevamo il becco di un quattrino.
Non hai idea di cosa sia il caldo finché non attraversi il confine fra il Texas e la
Louisiana d’estate. Nessuna parola con cui te ne vieni fuori riesce a esprimerlo.
Gli alberi si arrendono. Le tartarughe cuociono nel guscio. Descrivilo se ne sei
capace.
4

Una nonna cattiva è una delle cose peggiori che possano capitare a una
bambina. Si sa, le mamme ti sculacciano e ti comandano a bacchetta così
crescendo impari a distinguere cos’è giusto e cos’è sbagliato. Le nonne, anche se
sono state severe con i figli, sono benevole e generose con i nipoti. Non è forse
così?
Cee si alzò nella tinozza di zinco e andò gocciolando al lavandino. Riempì un
secchio, lo versò nell’acqua che stava già diventando tiepida e tornò a sedersi
nella tinozza. Voleva indugiare nell’acqua fresca mentre la luce dolce e dolente
del pomeriggio le rimescolava i pensieri. Rimpianti, scuse, comportamenti retti,
falsi ricordi e piani per il futuro si mischiavano o si mettevano in riga come
soldati. Be’, è così che dovrebbero essere le nonne, pensò, ma per la piccola
Ycidra Money le cose erano andate molto diversamente. Visto che mamma e
papà lavoravano da prima dell’alba fino al tramonto, non avevano mai saputo
che Miss Lenore versava acqua e non latte sui cereali che Cee e il fratello
mangiavano a colazione. E nemmeno che quando avevano segni rossi e lividi
sulle gambe ricevevano l’ordine di mentire, di dire che se li erano procurati
giocando vicino al torrente, dove crescevano rovi e cespugli di bacche spinosi.
Perfino nonno Salem taceva. Frank diceva che era perché aveva paura che Miss
Lenore lo lasciasse come avevano fatto le altre due mogli. Lenore, che alla morte
del primo marito aveva ricevuto un premio di cinquecento dollari grazie alla sua
assicurazione sulla vita, era una bella preda per un vecchio che ormai non poteva
più lavorare. Inoltre, aveva una Ford e una casa di sua proprietà. Era così
preziosa per Salem Money che lui non proferiva parola quando il maiale sotto
sale veniva diviso a metà tra loro due e ai bambini restava solo il profumo. Be’, sì,
i nonni stavano facendo un grosso favore a quei parenti senza casa, ospitandoli
dopo che la famiglia era stata cacciata dal Texas. Lenore interpretava come un
presagio molto infausto per il futuro di Cee che fosse nata per strada. Le donne
rispettabili, diceva, partorivano in casa, in un letto, assistite da brave cristiane che
sapevano cosa fare. E anche se erano solo le donne di strada, le prostitute, ad
andare in ospedale quando erano incinte, almeno avevano un tetto sopra la testa
quando arrivava il bambino. Nascere per strada, invece – in un fosso, come
diceva di solito – preludeva a una vita inutile, peccaminosa.
La casa di Lenore era grande abbastanza per due, forse tre persone, ma non
per i nonni più papà, mamma, zio Frank e due bambini – tra cui una neonata che
strillava in continuazione. Con gli anni, la casa affollata si era fatta sempre più
scomoda e Lenore, che si riteneva superiore a chiunque altro a Lotus, aveva
deciso di concentrare il risentimento sulla bambina nata «per strada». Le
sopracciglia si corrugavano a ogni sguardo che rivolgeva alla piccola quando
entrava, le labbra si piegavano in una smorfia ogni volta che cadeva un cucchiaio,
il piede inciampava sulla soglia, o si scioglieva una treccia. Ma più crudele di
tutto ciò era il borbottio «nata in un fosso» mentre si allontanava, dopo
l’ennesima dimostrazione di inettitudine della nipote acquisita. In quegli anni
Cee dormiva per terra con i genitori, su un pagliericcio sottile appena meno duro
delle assi di pino del pavimento. Lo zio Frank stava su due sedie accostate; il
piccolo Frank dormiva nel portico dietro la casa, sul dondolo di legno un po’
storto, anche quando pioveva. I genitori, Luther e Ida, facevano due lavori
ciascuno – Ida raccoglieva il cotone o faticava nei campi di giorno e spazzava il
pavimento di una segheria la sera; Luther e lo zio Frank erano braccianti per due
proprietari di piantagioni della vicina Jeffrey ed erano felici di avere i posti che
altri avevano abbandonato. Quasi tutti i giovani erano andati in guerra, e quando
era finita non erano tornati a occuparsi di cotone, arachidi o legname. Poi si era
arruolato anche lo zio Frank. Era entrato in marina come cuoco e ne era
contento perché non doveva maneggiare esplosivi. Ma la sua nave era affondata
lo stesso e Miss Lenore aveva appeso la stella d’oro alla finestra come se fosse
stata lei, e non una delle ex mogli di Salem, la nobile e patriottica madre che
aveva perso un figlio. Il lavoro alla segheria aveva procurato un’asma mortale a
Ida ma ne era valsa la pena, perché dopo quei tre anni con Lenore erano riusciti
ad affittare una casa del vecchio Shepherd, che arrivava da Jeffrey ogni sabato
mattina a riscuotere la pigione.
Cee ricordava il sollievo e l’orgoglio provati nell’avere il loro orto e le loro
galline che facevano le uova. I Money avevano abbastanza soldi per sentirsi a casa
in questo posto, dove i vicini potevano finalmente offrire amicizia e non pietà.
Nel circondario tutti, tranne Lenore, erano severi ma prontamente altruisti. Se
qualcuno aveva troppi peperoni o cavoli verdi, insisteva perché Ida li prendesse.
C’erano baccelli di gombo, pesci appena pescati nel torrente, un po’ di mais,
alimenti di tutti i tipi che non dovevano andare sprecati. Una donna aveva
mandato il marito a rinforzare i gradini del portico tutti sconnessi. Erano
generosi con gli estranei. Gli sconosciuti di passaggio erano bene accolti –
persino, o forse specialmente, se stavano scappando dalla polizia. Come
quell’uomo, insanguinato e impaurito, quello che avevano lavato, nutrito e
portato via a dorso di mulo. Era bello avere una casa tutta loro e poter chiedere a
Mr Haywood di aggiungerli all’elenco mensile delle persone che avevano bisogno
di merci dall’emporio di Jeffrey. Qualche volta portava anche fumetti, gomme da
masticare e mentine gratis per i bambini. Jeffrey aveva marciapiedi, acqua
corrente, negozi, un ufficio postale, una banca e una scuola. Lotus era isolata,
senza marciapiedi né impianti idraulici, solo una cinquantina di case e due
chiese, una delle quali veniva usata dalle donne pie per insegnare a leggere e a far
di conto. Cee pensava che sarebbe stato meglio se ci fossero stati più libri da
leggere – non solo le favole di Esopo e una scelta di passi biblici per ragazzi – e
molto molto meglio se le avessero permesso di frequentare la scuola a Jeffrey.
Per quello, credeva, era scappata con un mascalzone. Se non fosse stata così
ignorante, rinchiusa in un posto squallido che non era nemmeno una cittadina,
solo con mestieri, chiesa-scuola e nient’altro da fare, non ci sarebbe cascata.
Osservata, osservata, osservata da tutti dall’alba al tramonto, costretta a prendere
ordini non solo da Lenore ma da ogni persona adulta del paese. Vieni qui,
ragazzina, ma a te nessuno ti ha insegnato a cucire? Sì, signora. E allora perché ti
penzola l’orlo a quel modo? Sì, signora. Cioè, no, signora. È rossetto quello che
hai sulla bocca? No, signora. Cos’è allora? Ciliegie, signora, anzi, no, more. Ne ho
mangiate un po’. Ciliegie un corno. Pulisciti la bocca. Vieni giù subito da
quell’albero, capito? Allacciati le scarpe metti giù quella bambola e prendi la
scopa non accavallare le gambe va’ a strappare le erbacce sta’ su dritta non
azzardarti a rispondermi con quel tono. Quando Cee e qualche altra ragazzina,
compiuti i quattordici anni, avevano iniziato a parlare di ragazzi, lei non aveva
mai potuto flirtare seriamente per via del fratello maggiore, Frank. I ragazzi
sapevano che lei era intoccabile a causa sua. Ecco perché, quando Frank e i suoi
due migliori amici si erano arruolati e avevano lasciato il paese, lei si era
innamorata di quello che Lenore definiva la prima cosa che aveva visto con
indosso un paio di pantaloni con la cintura invece di una tuta da lavoro.
Il suo nome era Principal ma si faceva chiamare Prince. Venuto da Atlanta,
ospite di una zia, era una bella faccia nuova con scarpe lucide dalla suola sottile.
Tutte le ragazze erano rimaste colpite da quell’accento tipico della grande città,
dal suo sapere, o così almeno credevano, e dalla sua vasta esperienza.
Specialmente Cee.
Ora, spruzzandosi acqua sulle spalle, si domandò per l’ennesima volta perché
non avesse almeno chiesto alla zia che l’ospitava come mai lui fosse finito lì in
quel posto sperduto anziché trascorrere l’inverno nella grande e pericolosa
metropoli. Invece, sentendosi smarrita nello spazio prima occupato dal fratello,
era del tutto indifesa. È quello il rovescio della medaglia, pensò, di avere vicino
un fratello sveglio e forte sempre pronto a proteggerti e a prendersi cura di te – ci
impieghi troppo ad allenare il cervello. E poi, Prince si amava così
profondamente, in modo così assoluto, che era impossibile dubitare della sua
convinzione. Perciò quando lui le aveva detto che era carina, lei gli aveva
creduto. Quando le aveva detto che a quattordici anni era una donna, aveva
creduto anche a quello. E quando le aveva detto: Ti voglio, era stata Lenore a
dire: «No, a meno che non vi mettete in regola». Qualsiasi cosa significasse «in
regola». Ycidra non aveva nemmeno il certificato di nascita e il palazzo della
contea era a più di centocinquanta chilometri. Così avevano chiamato il
reverendo Alsop a benedirli e a scrivere i loro nomi in un librone, poi erano
tornati a casa dei genitori di lei. Frank si era arruolato, quindi era stato nel suo
letto che avevano dormito, e lì era avvenuta quella cosa grandiosa di cui tanti le
avevano parlato tra avvertimenti e risatine. Non era stato tanto il dolore quanto
la noia. Cee aveva pensato che poi sarebbe andata meglio. Meglio aveva voluto
dire semplicemente di più, e se la quantità aumentava, il piacere stava solo nella
sua brevità.
Non c’era nessun posto di lavoro a Lotus o nei dintorni che Prince trovasse
degno di sé, così l’aveva portata ad Atlanta. Cee smaniava all’idea di una vita
brillante in città dove – dopo qualche settimana trascorsa con gli occhi sgranati
ammirando l’acqua che usciva girando un rubinetto, i bagni privi di mosche, i
lampioni che scintillavano più a lungo del sole, splendidi come lucciole, le donne
con tacchi alti e meravigliosi cappelli che andavano in chiesa due o persino tre
volte al giorno, e dopo la gioia piena di gratitudine e l’incredula felicità per il bel
vestito che le aveva comprato Prince – aveva scoperto che Principal l’aveva
sposata per un’automobile.
Lenore aveva acquistato una giardinetta usata da Shepherd, quello che
riscuoteva le pigioni, e, poiché Salem non sapeva guidare, aveva dato la vecchia
Ford a Luther e Ida – a condizione che gliel’avrebbero resa se la giardinetta si
fosse guastata. Talvolta Luther aveva permesso a Prince di usare la Ford per
qualche commissione, come andare all’ufficio postale di Jeffrey a ritirare o
spedire lettere da o per Frank, dovunque fosse di stanza, prima in Kentucky e poi
in Corea. Una volta era andato in città a prendere una medicina per Ida, quando
le difficoltà respiratorie erano peggiorate. Stava bene a tutti che Prince avesse
libero accesso alla Ford perché lavava via la polvere della strada che la
imbiancava perennemente, cambiava l’olio e le candele e non dava mai passaggi
ai ragazzini che lo supplicavano di lasciarli salire. Com’era naturale, Luther aveva
concesso alla coppia di usare la Ford per trasferirsi ad Atlanta, poiché i due
avevano promesso che gliel’avrebbero restituita dopo qualche settimana.
Non era mai successo.
E adesso lei era sola, di domenica, seduta in una tinozza di zinco a sfidare con
l’acqua fresca il caldo di quella che in Georgia chiamavano primavera, mentre
Prince se ne andava in giro con le sue scarpe dalla suola sottile e premeva
l’acceleratore in California o a New York, per quanto ne sapeva. Quando lui
l’aveva abbandonata, Cee aveva affittato una stanza meno costosa in una via
tranquilla, una camera con uso cucina e la possibilità di servirsi della tinozza per
fare il bagno. Thelma, che abitava in un grande appartamento al piano di sopra,
era diventata un’amica e l’aveva aiutata a trovare lavoro come lavapiatti alla
Bobby’s Rib House, unendo all’amicizia consigli senza peli sulla lingua.
«Peggio di uno scemo c’è solo uno scemo di campagna. Ma perché non torni
dai tuoi?»
«Senza la macchina?» Signore, pensava Cee. Lenore aveva già minacciato di
farla arrestare. Quando Ida era morta, Cee era andata al funerale in auto. Bobby
aveva permesso al cuoco addetto alle fritture di accompagnarla. Per quanto
misera fosse stata la cerimonia – bara di pino fatta in casa, nemmeno un fiore a
parte i due rami di caprifoglio che lei aveva rubato –, erano state le accuse e gli
insulti di Lenore a ferirla di più. Ladra, scema, sgualdrinella; avrebbe dovuto
chiamare lo sceriffo. Rientrata in città, Cee aveva giurato di non tornare mai più
laggiù. Una promessa mantenuta, persino quando papà era morto per un ictus
un mese dopo.
Ycidra concordava con Thelma – era proprio scema –, ma più di ogni altra
cosa desiderava disperatamente parlare con il fratello. Le lettere che gli scriveva
raccontavano del tempo e dei pettegolezzi di Lotus. Ingannevoli. Ma Cee sapeva
che se avesse potuto vederlo, raccontargli ogni cosa, lui non l’avrebbe derisa, né
bacchettata e neppure condannata. Come sempre, l’avrebbe protetta. Come
quella volta che lui, Mike, Stuff e altri ragazzi stavano giocando a softball in un
campo. Cee era seduta lì vicino, appoggiata a un noce. La partita dei ragazzi
l’annoiava. Guardava di tanto in tanto i giocatori, concentrata soprattutto sullo
smalto rosso ciliegia che si stava levando dalle unghie, sperando di riuscire a
toglierlo tutto prima che Lenore potesse rimproverarla perché «si pavoneggiava»
proprio come una sgualdrinella. Aveva alzato lo sguardo e visto che Frank si
stava allontanando dalla base, con la mazza in mano, solo perché gli altri si erano
messi a gridare. «Dove vai, bello?» «Ehi, ehi. Tagli la corda?» Lui si era
allontanato adagio ed era scomparso fra gli alberi. Aveva fatto il giro, si era poi
resa conto Cee. All’improvviso era comparso dietro l’albero a cui lei era
appoggiata e aveva assestato due mazzate sulle gambe a un uomo che stava alle
sue spalle e che lei non aveva nemmeno notato. Mike e gli altri erano corsi a
vedere quello che a lei era sfuggito. Poi erano corsi via tutti, con Frank che la
trascinava per il braccio – senza nemmeno guardarsi indietro. «Cos’è successo?
Chi era quello?» aveva chiesto Cee. I ragazzi non avevano risposto. Si erano
limitati a borbottare insulti. Qualche ora dopo Frank le aveva spiegato.
Quell’uomo non era di Lotus, le aveva detto, e si era nascosto dietro l’albero a
fare l’esibizionista. Quando aveva insistito perché il fratello le spiegasse il
significato di «esibizionista» e lui l’aveva accontentata, Cee aveva iniziato a
tremare. Frank le aveva appoggiato una mano sulla testa, l’altra sulla nuca. Le
dita, come un balsamo, avevano scacciato il tremito e il freddo che lo
accompagnava. Lei seguiva sempre i consigli di Frank: riconosceva le bacche
velenose, gridava attraversando un terreno infestato dai serpenti, aveva imparato
gli usi medicinali delle ragnatele. Le sue istruzioni erano precise, i suoi
avvertimenti chiari.
Ma non l’aveva mai messa in guardia dai mascalzoni.
Quattro rondini si riunirono sul prato davanti alla casa. Cortesemente
equidistanti l’una dall’altra, becchettarono tra i fili d’erba quasi secca in cerca di
cibo. Poi, come a un richiamo, tutte e quattro volarono su un albero di pecan.
Avvolta in un asciugamano, Cee andò alla finestra e la aprì fin sotto il punto in
cui la zanzariera era strappata. Il silenzio parve insinuarsi, poi rimbombò, il peso
più impressionante del rumore. Era come il silenzio nella casa di Lotus il
pomeriggio e la sera, quando lei e il fratello studiavano cosa fare o di cosa
parlare. I genitori lavoravano sedici ore al giorno e non c’erano mai. Così loro
inventavano qualche avventura o esploravano i dintorni. Spesso sedevano vicino
al torrente, appoggiati a un alloro colpito dal fulmine: la cima era bruciata,
rimanevano solo due rami enormi più in basso che si allargavano come braccia.
Anche quando Frank era con gli amici Mike e Stuff, le permetteva di restare con
loro. Erano molto uniti, loro quattro, come dovrebbe esserlo una famiglia. Cee
ricordava quanto fossero sgradevoli le improvvisate a casa dei nonni, a meno che
Lenore non avesse bisogno di loro per sbrigare qualche faccenda. Salem era poco
interessante perché restava muto su tutto eccetto i pasti. L’unica cosa che gli
piaceva, a parte mangiare, era giocare a carte o a scacchi con qualche anziano. I
genitori erano così esausti quando finalmente tornavano a casa dal lavoro, che
ogni loro dimostrazione di affetto era simile a una rasoiata – tagliente, fulminea e
superficiale. Lenore era la strega cattiva. Frank e Cee, dimenticati come Hänsel e
Gretel, si tenevano per mano facendosi strada nel silenzio e cercando di
immaginare il futuro.
Davanti alla finestra, avvolta nel ruvido asciugamano, Cee si sentì spezzare il
cuore. Se Frank fosse stato lì le avrebbe toccato ancora una volta la sommità della
testa con quattro dita, o accarezzato la nuca con il pollice. Non piangere,
dicevano le dita; i segni rossi spariranno. Non piangere; mamma è stanca; non
voleva. Non piangere, non piangere, piccola; io sono qui. Ma non era lì e
nemmeno nei pressi. Nella fotografia spedita a casa, un guerriero sorridente in
uniforme con un fucile in mano, sembrava ormai far parte di qualcos’altro,
qualcosa oltre la Georgia e di completamente diverso. Mesi dopo il congedo,
aveva mandato una cartolina da due centesimi per comunicare dove abitava. Cee
gli aveva risposto: «Ciao fratello come stai io bene. Ho appena trovato un posto
niente male in un ristorante ma ne sto cercando uno migliore. Scrivimi quando
puoi Con affetto tua sorella».
Ed eccola lì in piedi, sola; il corpo già respingeva qualsiasi beneficio dato dal
bagno e iniziava a sudare. Si tamponò l’umidità sotto i seni, poi si asciugò le
goccioline sulla fronte. Tirò su il vetro della finestra ben sopra lo strappo nella
zanzariera. Le rondini erano tornate, portando con sé una brezza leggera e
l’odore della salvia che cresceva ai margini del prato. Cee le guardò, pensando:
Ecco cosa vogliono dire quelle canzoni così dolci e tristi. «When I lost my baby, I
almost lost my mind…» 3 Solo che quelle canzoni parlavano di un amore
perduto. Ciò che provava lei era qualcosa di più grande. Era spezzata. Non a
pezzi ma in pezzi, in tanti frammenti separati.
Rinfrescata, finalmente, prese dalla gruccia il vestito che le aveva comprato
Principal il secondo giorno ad Atlanta – non per generosità, aveva scoperto, ma
perché si vergognava dei suoi abiti campagnoli. Non poteva portarla fuori a cena
o a una festa o a conoscere i suoi famigliari, le aveva detto, con indosso quel
vestito orrendo. Eppure, dopo avergliene comprato uno nuovo, aveva trovato
una scusa dopo l’altra per giustificare come mai passassero la maggior parte del
tempo a girare per le strade a bordo della Ford, persino mangiandoci dentro,
senza mai vedere nessuno dei suoi amici o parenti.
«Dov’è tua zia? Non dovremmo andare a trovarla?»
«No. Io non le sto simpatico e lei non sta simpatica a me.»
«Ma se non era per lei non ci saremmo conosciuti.»
«Già. Vero.»
Nonostante tutto, anche se nessuno se ne accorgeva, la serica morbidezza del
vestito di rayon le piaceva ancora, e così pure la fantasia di dalie azzurre su fondo
bianco. Non aveva mai visto prima un abito stampato a fiori. Una volta vestita,
trascinò la tinozza per la cucina e fuori dalla porta sul retro. Lentamente, con
cura, suddivise l’acqua tra l’erba avvizzita, un mezzo secchio qui, un po’ di più là,
stando attenta a bagnarsi i piedi ma non il vestito.
Dei moscerini ronzavano attorno a una ciotola di uva nera sul tavolo della
cucina. Cee li scacciò con la mano, sciacquò la frutta e si sedette a mangiarla
mentre rifletteva sulla sua situazione: domani era lunedì; aveva quattro dollari;
l’affitto da pagare alla fine della settimana era due volte quella somma. Venerdì
avrebbe ricevuto diciotto dollari, poco più di tre dollari al giorno. Perciò, diciotto
dollari di entrate, meno otto di uscite, gliene restavano circa quattordici. Con
quelli avrebbe dovuto comprare tutto ciò che serviva a una ragazza per rendersi
presentabile, tenersi il posto di lavoro e fare carriera. Sperava di passare da
lavapiatti a cuoca di piatti semplici, forse anche a cameriera che riceveva mance.
Aveva lasciato Lotus senza niente e, a parte il vestito nuovo, Prince l’aveva
lasciata senza niente. Aveva bisogno di sapone, biancheria intima, spazzolino e
dentifricio, deodorante, un altro vestito, scarpe, calze, giacca, assorbenti, e
sperava che magari le rimanesse abbastanza per un film da quindici centesimi in
balconata. Per fortuna, da Bobby poteva consumare due pasti gratis. Soluzione:
più lavoro – un secondo impiego o uno migliore.
Per quello doveva parlare con Thelma, la vicina del piano di sopra. Dopo
avere bussato timidamente, Cee aprì la porta e trovò l’amica che sciacquava i
piatti nel lavello.
«Ti ho vista lì fuori. Credi che il prato tornerà verde buttandoci sopra un po’
di acqua sporca?» chiese Thelma.
«Male non fa.»
«Invece sì.» Thelma si asciugò le mani. «Mai vista una primavera più calda. Le
zanzare faranno festa tutta la notte. Non hanno che da sentire l’odore
dell’acqua.»
«Mi spiace.»
«Non ne dubito.» Thelma si tastò la tasca del grembiule e prese un pacchetto
di Camel. Accendendone una, osservò l’amica. «Che bel vestito. Dove l’hai
preso?» Si spostarono in soggiorno e si lasciarono cadere sul divano.
«Me l’ha comprato Prince quando ci siamo trasferiti qui.»
«Prince», sbuffò Thelma. «Altro che principe, quello è un rospo. Di buoni a
nulla ne ho visti a camionate, ma uno più inutile di lui, mai. Lo sai almeno
dov’è?»
«No.»
«Ti piacerebbe saperlo?»
«No.»
«Be’, ringraziamo il cielo almeno per questo.»
«Mi serve un lavoro, Thelma.»
«Ce l’hai già. Non dirmi che hai mollato il posto da Bobby.»
«No. Ma mi serve qualcosa di meglio. Una paga migliore. Non prendo mance
e devo mangiare al ristorante, volente o nolente.»
«Bobby è imbattibile. Non si mangia meglio da nessun’altra parte.»
«Lo so, ma mi serve un lavoro vero che mi permetta di risparmiare. E poi no,
a Lotus non ci torno.»
«Come darti torto. I tuoi sono pazzi da legare.» Thelma si appoggiò allo
schienale, arricciò la lingua a formare un tubo per incanalare il fumo.
Cee non sopportava di vederla fare così, ma nascose il disgusto. «Cattivi,
magari. Non pazzi.»
«Ah sì? Ma ti hanno chiamato Ycidra, no?»
«Thelma?» Cee poggiò i gomiti sulle ginocchia e rivolse uno sguardo
supplichevole all’amica. «Per favore. Pensaci.»
«Okay. Okay. Anzi, a dire la verità, forse sei fortunata. Guarda caso, ho
proprio sentito parlare di una cosa un paio di settimane fa, mentre ero da Reba.
Nel suo negozio si viene a sapere tutto. Lo sapevi che la moglie del reverendo
Smith è di nuovo incinta? Ne ha già undici tra i piedi e un altro in arrivo. Lo so
che un pastore è anche un uomo, però, Signore santo. Di notte farebbe meglio a
pregare invece di…»
«Thelma, di che lavoro hai sentito parlare?»
«Oh. Di una coppia a Buckhead – appena fuori città. Reba dice che gli serve
un aiuto.»
«Un aiuto in che senso?»
«Hanno già cuoca e governante, ma cercano anche una specie di domestica
per dare una mano al marito. Lui è un medico. Gente a posto.»
«Vuoi dire tipo un’infermiera?»
«No. Un’aiutante. Non lo so. Bende e tintura di iodio, immagino. Lui ha lo
studio in casa, ha detto lei. Perciò abiteresti lì. Ha detto che la paga non è
eccezionale, ma non si spende niente per l’affitto e questo fa una bella
differenza.»

Il tragitto dalla fermata dell’autobus fu lungo, reso più scomodo dalle nuove
scarpe bianche con i tacchi alti. Senza calze, i piedi le facevano male. Cee aveva
con sé una sporta stracolma delle poche cose che possedeva e sperava di avere
un’aria rispettabile in questo bel quartiere tranquillo. L’indirizzo di Mr e Mrs
Scott rivelò una grande casa a due piani su un prato ben tenuto come quello di
una chiesa. Una targa con un nome, che in parte non sapeva come pronunciare,
identificava il suo futuro datore di lavoro. Cee era indecisa se bussare alla porta
principale o cercarne una di servizio. Scelse la seconda. Una donna alta e robusta
aprì la porta della cucina. Tendendo la mano per prendere la sporta di Cee,
sorrise. «Tu devi essere quella che diceva Reba al telefono. Entra pure. Mi chiamo
Sarah. Sarah Williams. La moglie del dottore ti riceverà fra poco.»
«Grazie, signora. Prima posso togliermi le scarpe?»
Sarah ridacchiò. «Non so chi ha inventato le scarpe col tacco, ma non sarà
contento finché non ci avrà azzoppate tutte. Siediti pure. Ti do una bibita fresca.»
A piedi nudi, Cee guardò ammirata la cucina – molto, molto più grande e
meglio attrezzata di quella di Bobby. E anche più pulita. Dopo qualche sorso di
root beer, chiese: «Può dirmi cosa… tutto quello che dovrò fare?»
«Mrs Scott ti dirà qualcosa, ma l’unico che lo sa veramente è il dottore.»
Dopo essersi rinfrescata in bagno, Cee si rimise le scarpe e seguì Sarah in un
soggiorno che le parve più bello di un cinema. Aria fresca, mobili rivestiti di
velluto color prugna, luce filtrata da pesanti tende di pizzo. Mrs Scott, le mani
posate su un piccolo cuscino, le caviglie accavallate, annuì e, con un gesto
dell’indice, invitò Cee a sedersi.
«Cee, vero?» La sua voce era come musica.
«Sì, signora.»
«Nata qui? Ad Atlanta?»
«No, signora. Vengo da un paesino a ovest di qui chiamato Lotus.»
«Figli?»
«No, signora.»
«Sposata?»
«No, signora.»
«Di quale chiesa sei? Nessuna?»
«A Lotus c’è la Congregazione di Dio, ma io non…»
«Saltano su e giù?»
«Scusi?»
«Lascia perdere. Hai il diploma delle superiori?»
«No, signora.»
«Sai leggere?»
«Sì, signora.»
«Far di conto?»
«Oh, sì. Ho anche lavorato al registratore di cassa, una volta.»
«Tesoro, non è quello che ti ho chiesto.»
«So far di conto, signora.»
«Forse non sarà necessario. Non capisco fino in fondo il lavoro di mio marito
– e non mi interessa. Lui è più di un medico; è uno scienziato e conduce
esperimenti molto importanti. Le sue invenzioni aiutano la gente. Non è il dottor
Frankenstein.»
«Dottor chi?»
«Lascia perdere. Limitati a fare quello che ti dice come vuole lui e andrà tutto
bene. Ora vai. Sarah ti mostrerà la tua stanza.»
Mrs Scott si alzò. Il suo abito era una specie di vestaglia – di seta bianca, lungo
fino a terra, con maniche ampie. A Cee parve tale e quale a una regina appena
uscita da un film.

Tornata in cucina, Cee vide che la sua sporta non era più lì; Sarah la invitò a
mangiare qualcosa prima di sistemarsi. Aprì il frigo e prese una scodella di
insalata di patate e due cosce di pollo fritto.
«Vuoi che te lo scaldi, il pollo?»
«No, signora. Mi piace così.»
«Lo so che sono vecchia, ma per favore dammi del tu. Mi chiamo Sarah.»
«Va bene, se preferisci.» Cee fu sorpresa dalla propria fame. Mangiava sempre
poco e, circondata da una quantità di carne rossa che sfrigolava nella cucina di
Bobby, di solito era indifferente al cibo. Ora si chiese se due pezzetti di pollo
potessero anche solo cominciare a saziarla.
«Com’è andato l’incontro con Mrs Scott?» chiese Sarah.
«Bene», rispose Cee. «È carina. Proprio carina.»
«Già. Ed è anche facile lavorare per lei. Ha i suoi ritmi, certi gusti e necessità –
non cambia mai. Il dottor Beau – così lo chiamano tutti – è un vero gentiluomo.»
«Il dottor Beau?»
«Il nome completo è Beauregard Scott.»
Oh, pensò Cee, ecco come si legge il nome sulla targa. «Hanno figli?»
«Due bambine. Sono via. Ti ha detto qualcosa sul lavoro che dovrai fare qui?»
«No. Ha detto che ci penserà il dottore. È uno scienziato oltre che un medico,
ha detto.»
«È vero. È lei che ha i soldi, ma lui inventa un sacco di cose. E per molte cerca
di ottenere un brevetto.»
«Un brevetto?» Cee aveva la bocca piena di insalata di patate. «Vuole
diventare pilota?»
«No, cara. Un brevetto è una specie di licenza per fare le cose. Lo dà il
governo.»
«Oh. Potrei avere un altro po’ di pollo? È una bontà.»
«Certo, tesoro.» Sarah sorrise. «Ti faccio diventare bella rotondetta in un
attimo, se resti qui abbastanza.»
«Hanno già lavorato altre persone qui? Le hanno mandate via?» Cee fu presa
dall’ansia.
«Be’, alcune se ne sono andate. Ne ricordo solo uno che è stato licenziato.»
«Perché?»
«Non ho mai scoperto il vero motivo. A me sembrava un tipo a posto. Era
giovane e più amichevole di tanti altri. So che hanno litigato per qualcosa e il
dottor Beau ha detto che non voleva avere un compagno in casa sua.»
«Perché non voleva un amico in casa sua?»
«Un compagno, non un amico. Bella domanda. Il dottor Beau è un
Confederato fino al midollo. Suo nonno è un celebre eroe che è stato ucciso in
una famosa battaglia su al Nord. Tieni un tovagliolo.»
«Grazie.» Cee si pulì le dita. «Oh, adesso mi sento proprio meglio. Dimmi, da
quant’è che lavori qui?»
«Da che avevo quindici anni. Vieni, ti faccio vedere la tua stanza. È di sotto,
non è granché ma per dormire va benissimo. Ha un materasso che sembra fatto
per una regina.»
Di sotto voleva dire forse un metro più in basso rispetto al portico sul davanti
– era più un’estensione poco profonda della casa che un seminterrato vero e
proprio. In fondo a un corridoio non lontano dallo studio del dottore c’era la
stanza di Cee, immacolata, stretta e senza finestre. Oltre, c’era una porta chiusa a
chiave che conduceva a quello che Sarah chiamò un rifugio antiatomico,
completamente equipaggiato. Aveva posato sul pavimento la sporta di Cee. Due
divise ben inamidate la salutarono dalle grucce appese alla parete.
«Aspetta domani prima di mettertene una», disse Sarah, sistemando il colletto
candido del suo lavoro.
«Ooh, che meraviglia. Guarda, un piccolo scrittoio.» Cee osservò la testiera
del letto, poi la toccò con un sorriso. Strofinò i piedi sul piccolo scendiletto. Poi,
dopo avere sbirciato dietro un paravento pieghevole e visto il water e un
lavandino, si lasciò cadere sul letto, rallegrandosi per lo spessore del materasso.
Scostando le lenzuola, ridacchiò vedendone la fodera di seta. Guarda qua,
Lenore, pensò. Su cos’è che dormi tu in quel letto tutto rotto che hai? Ricordando
il materasso sottile e pieno di grumi su cui dormiva Lenore, non riuscì a
trattenersi e scoppiò a ridere per la contentezza.
«Sst, ragazzina. Ho capito che ti piace, ma non ridere così forte. Qui non
gradiscono.»
«Come mai?»
«Te lo spiego dopo.»
«No. Adesso, Sarah, ti spiace?»
«Be’, ti ricordi che ti ho detto che le figlie erano via? Sono in una casa di cura.
Hanno la testa grossa grossa. Cefalite, la chiamano, credo. Già è triste che sia così
una, ma tutte e due? Misericordia.»
«Oh, Signore. Che disgrazia», disse Cee, pensando: Ecco perché inventa tante
cose – vuole aiutare gli altri.
Il mattino dopo, in piedi davanti al datore di lavoro, Cee lo trovò formale ma
gentile. Un ometto con una quantità di capelli argentei, il dottor Beau sedeva
impettito dietro una grande scrivania ben in ordine. La prima domanda che le
pose fu se avesse figli o se fosse stata con un uomo. Cee rispose che era stata
sposata per un certo periodo ma non era rimasta incinta. Lui parve contento di
saperlo. I suoi doveri, le disse, consistevano principalmente nel pulire gli
strumenti e le attrezzature, nel rassettare tutto e nel tenere un’agenda con i nomi
dei pazienti, gli orari delle visite e così via. Provvedeva lui alla fatturazione nel
suo studio, separato dalla sala visite/laboratorio.
«Presentati qui puntuale alle dieci del mattino», le disse, «e preparati a
lavorare fino a tardi se necessario. Preparati anche ad affrontare la realtà della
medicina: a volte sangue, a volte dolore. Dovrai restare calma e tranquilla.
Sempre. Se ne sarai capace, te la caverai benissimo. Ne sei capace?»
«Sì, signore. Certo. Più che certo.»
E fu così. La sua ammirazione per il dottore crebbe ancor più quando notò
quante fossero le persone povere – donne e ragazze, soprattutto – che aiutava.
Molte più delle benestanti del quartiere o del centro di Atlanta. Era molto attento
con le pazienti, scrupoloso nel rispettarne la riservatezza, tranne quando invitava
un altro medico per fare insieme qualche lavoro. Quando tutto l’impegno che
profondeva non bastava e la paziente si aggravava, la mandava in città in un
ospedale per i poveri. Quando una o due morivano nonostante le sue cure,
provvedeva a pagare le spese del funerale. Cee amava il suo lavoro: la bella casa, il
medico gentile e la paga – mai in ritardo o inferiore al dovuto, come succedeva
ogni tanto da Bobby. Mrs Scott non la vedeva mai. Sarah, che si occupava di tutte
le sue necessità, diceva che la padrona di casa non usciva mai e aveva una
passioncella per il laudano. La moglie del dottore trascorreva la maggior parte del
tempo a dipingere fiori all’acquerello o guardare serie televisive. Le piacevano
soprattutto The Milton Berle Show e The Honeymooners. Aveva provato a seguire
anche Lucy ed io, ma detestava troppo Ricky Ricardo per guardarla.
Un giorno, dopo un paio di settimane che lavorava lì, Cee entrò nell’ufficio
del dottor Beau mezz’ora prima del suo arrivo. Guardava sempre con timore
reverenziale gli scaffali colmi di libri. Ora esaminò con attenzione i testi di
medicina, facendo scorrere il dito su alcuni titoli: Out of the Night. Dev’essere un
giallo, pensò. Poi The Passing of the Great Race e, accanto, Heredity, Race and
Society. 4
Quant’era minima, quant’era inutile la sua istruzione, pensò, e si ripromise di
trovare il tempo per leggere e capire cosa fosse l’«eugenetica». Questo era un
posto sicuro, buono, lo sapeva, e Sarah era diventata la sua famiglia, la sua amica
e la sua confidente. Condividevano tutti i pasti e di tanto in tanto cucinavano
insieme. Quando in cucina faceva troppo caldo, mangiavano nel giardino sul
retro sotto un traliccio, gustandosi l’ultimo profumo dei lillà e guardando le
minuscole lucertole che saettavano nel vialetto.
«Rientriamo», disse Sarah un pomeriggio caldissimo della prima settimana.
«Le mosche oggi sono troppo cattive. E poi ho dei meloni d’inverno che bisogna
mangiare, altrimenti diventano molli.»
In cucina, Sarah prese tre meloni da un grosso cesto. Ne accarezzò lentamente
uno, poi un altro. «Maschi», sbuffò.
Cee prese il terzo, ne sfiorò la buccia verde-giallognola, infilando l’indice nella
piccola rientranza alla base del picciolo. «Femmina», rise. «Questa è una
femmina.»
«Be’, alleluia.» Sarah accompagnò la risata di Cee con una risatina chioccia.
«Sono sempre più dolci.»
«Sono sempre più succose», le fece eco Cee.
«Le ragazze hanno un aroma imbattibile.»
«E una quantità di zucchero imbattibile.»
Sarah prese un coltello lungo e affilato da un cassetto e, pregustando
intensamente il piacere a venire, tagliò in due la ragazza.

3. «Quando ho perso la mia piccola, ho quasi perso la testa…» Inizia così I Almost Lost
My Mind, pezzo R&B scritto e cantato da Ivory Joe Hunter nel 1950 e poi ripreso e reso
celebre da altri artisti (su tutti Nat King Cole e Pat Boone). (N.d.T.)
4.«Fuori dalla notte», «La fine della grande razza», «Eredità, razza e società»: di questi
tre testi, rispettivamente di Jan Valtin, Madison Grant e L.C. Dunn, non esiste un’edizione
italiana. (N.d.T.)
5

Le donne parlano volentieri con me quando sentono il mio cognome. Money?


Ridacchiano e mi fanno le stesse domande: chi mi ha dato quel nome, sempre che
sia stato qualcuno a chiamarmi così. Se me lo sono inventato per sentirmi
importante, oppure se sono un giocatore d’azzardo o un ladro o comunque un
delinquente da cui stare alla larga. Quando dico il mio soprannome, il modo in cui
mi chiamano al mio paese, Smart Money, ridono a crepapelle e dicono: Soldi furbi?
Guarda che di soldi stupidi non ce ne sono, solo gente stupida. Ne hai altri? Ti do
anche i miei. Dopodiché è facile andare avanti a parlare, e basta a mantenere
un’amicizia anche se si è ormai esaurita da un pezzo, pur di continuare a fare
battute sceme: Ehi, Smart Money, dammene un po’. Money, vieni un po’ qui. Ho
da proporti un affare che ti piacerà.
A dire il vero, a parte qualche scopata a Lotus e qualche ragazza di strada nel
Kentucky, ho avuto solo due donne normali. Mi piaceva quella piccola cosa fragile
dentro ciascuna di loro. Comunque fossero per carattere, intelligenza o aspetto,
c’era qualcosa di tenero in ognuna. Come la forcella di un volatile, fatta apposta e
scelta per esprimere i desideri. Una piccola V, più sottile di un osso e a stento
collegata allo scheletro, che volendo potevo spezzare con l’indice, ma non è mai
successo. Non l’ho mai voluto, cioè. Sapere che era lì, che si nascondeva, mi
bastava.
È stata la terza donna a cambiare tutto. Stando con lei, l’osso dei desideri si è
insediato nel mio petto come se lì si sentisse a casa. Era l’indice di lei che mi teneva
sul filo del rasoio. L’ho incontrata in una tintoria. Era fine autunno, ma in quella
città bagnata dall’oceano chi poteva dirlo? Sobrio come la luce del sole, le ho dato i
miei vestiti militari e non sono riuscito a staccare gli occhi dai suoi. Avrò fatto la
figura dello scemo, ma non mi sentivo tale. Mi sentivo come se fossi arrivato a
casa. Finalmente. Avevo girato parecchio. Non proprio un senza casa, ma quasi.
Bevevo e passavo il tempo nei music bar di Jackson Street, dormivo sul divano dei
miei compagni di bevute o all’aperto, scommettevo i quarantatré dollari della paga
militare ai dadi o al biliardo. E quando finivano, lavoravo alla giornata fino
all’arrivo del prossimo assegno. Sapevo di avere bisogno di aiuto ma non ce n’era.
Senza ordini militari da seguire o di cui lamentarmi, mi sono ritrovato in mezzo
alla strada.
Ricordo esattamente perché non bevevo un goccio da quattro giorni e avevo
bisogno di lavare a secco i vestiti. Tutta colpa di quella mattina che passeggiavo
dalle parti del ponte. Si era radunata una folla, c’era un’ambulanza. Quando mi
sono avvicinato un po’ ho visto le braccia di un soccorritore che reggevano una
bambina che vomitava acqua. Le usciva sangue dal naso. La tristezza mi ha
colpito come una mazzata. Mi si è chiuso lo stomaco e il solo pensiero del whisky
mi ha fatto venire i conati. Sono scappato via scosso, poi ho passato qualche notte
sulle panchine del parco finché gli sbirri mi hanno cacciato. Il quarto giorno,
quando mi sono visto riflesso nella vetrina di un negozio, ho pensato fosse un altro.
Un tizio tutto sporco, conciato da far pietà. Somigliava al me stesso di un sogno
che continuavo a fare, dove sono solo sul campo di battaglia. Nessuno da nessuna
parte. Silenzio dappertutto. Continuo a camminare ma non incontro anima viva.
Proprio in quel momento ho deciso di darmi una raddrizzata. Al diavolo i sogni.
Dovevo rendere orgogliosi i miei compaesani. Diventare qualcosa di diverso da un
ubriacone tormentato e mezzo matto. Così quando ho visto questa donna nella
tintoria, ero pronto. Non fosse stato per la lettera, sarei ancora attaccato alle sue
gonne. Non aveva rivali nella mia mente a parte i cavalli, il piede di un uomo, e
Ycidra tremante sotto il mio braccio.
Ti sbagli in pieno se pensi che cercassi soltanto una casa con dentro una ciotola
di sesso. Non è così. C’era qualcosa in lei che mi ha steso, mi ha fatto venire voglia
di essere degno di lei. È troppo difficile da capire per te? Prima hai scritto che ero
sicuro che l’uomo preso a botte sul treno per Chicago, una volta a casa, si sarebbe
rivoltato contro la moglie che aveva cercato di aiutarlo e l’avrebbe picchiata. Non è
vero. Io non ho pensato niente di simile. Quello che ho pensato è che lui era
orgoglioso di lei ma non voleva dare a vedere quanto fosse orgoglioso davanti agli
altri uomini sul treno. Non penso che tu sappia granché dell’amore.
E neanche di me.
6

Gli attori erano molto più simpatici delle attrici. Almeno la chiamavano per
nome e non se la prendevano se il costume non cadeva a pennello o era
macchiato da qualche vecchio sbaffo di trucco. Le donne la chiamavano
«ragazza»: «Dov’è la ragazza?» o «Ehi, tu, ragazza, dov’è il mio vasetto di
Pond’s?» E facevano grandi sfuriate se i capelli o le parrucche non obbedivano.
Lily non si risentiva troppo perché il ruolo di sarta/costumista comportava
una promozione finanziaria rispetto a quello di addetta alle pulizie e perché
poteva sfoggiare la sua abilità nel cucito, che le aveva insegnato la madre: punto
erba, festone, catenella, indietro, zigzag, piatto e filza. Inoltre, Ray Stone, il
regista, la trattava con cortesia. Produceva due o a volte tre opere teatrali a
stagione allo Skylight Studio e per il resto insegnava recitazione. E così, pur
essendo piccolo e povero, il teatro era operoso come un alveare per tutto l’anno.
Fra una produzione e l’altra e dopo le lezioni, l’ambiente era pervaso dal brusio
di accese discussioni, e il sudore velava la fronte di Mr Stone e degli allievi. Lily
pensava che fossero più animati allora che sul palcoscenico. Non poteva fare a
meno di sentire queste liti, ma non capiva la rabbia se non riguardava una scena
o il modo di dire qualche battuta. Adesso che lo Skylight era stato chiuso, Mr
Stone arrestato e lei era rimasta senza lavoro, era chiaro che avrebbe dovuto
ascoltare più attentamente.
Doveva essere stato lo spettacolo. Quello che aveva causato il problema, il
picchettaggio, poi la visita di due tizi del governo con un cappello di feltro calato
sugli occhi. Dal suo punto di vista, lo spettacolo non era un granché. Un sacco di
parole, ben poca azione, ma non così brutto da doverlo cancellare. Certo non
brutto come quello che avevano provato senza poi ottenere il permesso di
rappresentarlo. The Morrison Case, si chiamava, di un certo Albert Maltz se ben
ricordava. 5
Alla tintoria Wang’s Heavenly Palace la paga era inferiore e non c’erano più le
mance degli attori. Però lavorare durante il giorno era meglio che percorrere
sempre al buio la strada fra la sua piccola camera in affitto e il teatro. Lily si
fermò nel locale stireria, ricordando come una recente irritazione fosse sfociata
in rabbia. La risposta ricevuta qualche tempo prima dall’agente immobiliare
l’aveva mandata su tutte le furie. Frugale e discreta, Lily aveva saputo aggiungere
a quello che le avevano lasciato i genitori quanto bastava per abbandonare la
camera ammobiliata e versare un anticipo per una casa tutta sua. Aveva cerchiato
l’annuncio di una casetta deliziosa da cinquemila dollari e, sebbene fosse lontana
dal suo posto di lavoro, avrebbe fatto volentieri avanti e indietro da un quartiere
così bello. Gli sguardi che aveva ricevuto passeggiando nel quartiere non
l’avevano turbata, perché sapeva quanto fossero curati i suoi abiti e perfetti i
capelli ben lisciati. Finalmente, dopo qualche passeggiata pomeridiana, si era
rivolta a un’agenzia immobiliare. Quando aveva esposto le sue intenzioni e
descritto le due o tre case in vendita che aveva adocchiato, l’agente, una donna,
aveva sorriso dicendo: «Sono molto spiacente».
«Sono già state vendute?» aveva chiesto Lily.
L’agente aveva abbassato gli occhi, poi aveva deciso di non mentire. «Be’, no,
ma ci sono alcune restrizioni.»
«Di che tipo?»
L’agente aveva sospirato. Chiaramente desiderosa di sottrarsi alla
conversazione, aveva alzato il sottomano ed estratto alcuni fogli pinzati insieme.
Voltando una pagina, aveva mostrato a Lily un paragrafo sottolineato. Lily aveva
seguito con l’indice le righe stampate: Nessuna parte della suddetta proprietà
ceduta con la presente dovrà mai essere usata o occupata da ebrei o da individui
di razza etiope, malese o asiatica, con la sola eccezione del personale di servizio.
«Ho appartamenti e case in affitto in altre zone della città. Le interessa…»
«Grazie», aveva risposto Lily. A testa alta, era uscita dall’ufficio alla massima
velocità che le concedeva l’orgoglio. Tuttavia, quando la rabbia era sbollita, e
dopo averci rimuginato un po’ sopra, era tornata all’agenzia e aveva affittato un
bilocale al primo piano vicino a Jackson Street.
Sebbene i datori di lavoro fossero di gran lunga più cortesi delle attrici dello
Skylight Studio, dopo sei mesi trascorsi a stirare a vapore per i Wang, persino
dopo che le avevano dato un aumento di settantacinque centesimi, Lily si sentiva
soffocare. Voleva ancora comprare quella casa o una simile. In quell’irrequietezza
si fece avanti un uomo alto con un fagotto di abiti militari, che richiese il servizio
in giornata. I Wang, a pranzo nel retro, l’avevano lasciata al banco. Disse al
cliente che il servizio in giornata era limitato agli ordini effettuati prima di
mezzogiorno; avrebbe potuto ritirare i vestiti il giorno dopo. Sorrise nel
rispondergli. Lui non le restituì il sorriso, ma aveva negli occhi uno sguardo così
tranquillo e remoto – come le persone che si guadagnano da vivere fissando le
onde dell’oceano – che Lily cedette.
«Vedrò cosa posso fare. Torni alle cinque e mezzo.»
Così lui fece e, tenendo le grucce appoggiate a una spalla, attese per mezz’ora
sul marciapiede finché lei uscì. Poi si offrì di accompagnarla a casa.
«Vuoi salire?» gli chiese Lily.
«Farò tutto quello che mi dirai.»
Lei rise.

Entrarono l’uno nell’altra, diventando una specie di coppia nel giro di una
settimana. Mesi dopo, però, quando lui disse che doveva lasciarla per motivi
famigliari, Lily ebbe un solo palpito anomalo. Nient’altro.
Vivere con Frank era stato meraviglioso all’inizio. Il crollo fu più simile a un
balbettio che a un’esplosione tutta in una volta. Lily iniziò a reagire con fastidio
piuttosto che con ansia quando rientrava a casa dal lavoro e lo trovava seduto sul
divano a fissare il pavimento. Un calzino infilato, l’altro in mano. Chiamarlo per
nome o avvicinare la faccia alla sua non serviva a smuoverlo. Così Lily imparò a
ignorarlo e a precipitarsi in cucina per ripulire il disastro che lui aveva lasciato. I
momenti in cui tutto era bello come all’inizio, quando svegliandosi accanto a lui
si sentiva piena di tenerezza, con la sua piastrina di riconoscimento sotto la
guancia, divennero ricordi che aveva sempre meno voglia di rivangare.
Rimpiangeva la perdita dell’estasi ma pensava che a un certo punto quelle vette
sarebbero tornate.
Nel frattempo bisognava badare ai piccoli ingranaggi della vita: le bollette non
pagate, le frequenti fughe di gas, i topi, una smagliatura nel suo ultimo paio di
collant, i vicini ostili e attaccabrighe, il rubinetto che perdeva, il riscaldamento
esagerato, i cani randagi, e il prezzo assurdo della carne trita. Frank non
prendeva sul serio nessuno di questi motivi di irritazione, e in tutta onestà lei
non poteva biasimarlo. Lily sapeva che sotto il mucchio di lamentele c’era il
desiderio di avere una casa tutta sua. La esasperava che lui non condividesse la
sua determinazione a raggiungere quell’obiettivo. Anzi, sembrava che lui di
obiettivi non ne avesse affatto. Quando lei lo interrogava sul futuro, su cosa
volesse fare, lui rispondeva: «Restare vivo». Oh, pensava Lily. La guerra lo
tormentava ancora. E così, infastidita o allarmata, gli perdonava molto: come
quella volta a febbraio quando erano andati a un raduno religioso organizzato sul
campo da football di una scuola superiore. Nota più per la successione di tavoli
colmi di squisitezze gratuite che per l’attività di proselitismo, la chiesa accoglieva
tutti. E tutti accorrevano – non solo i componenti della congregazione. I non
credenti, che affollavano l’entrata e si mettevano in fila per mangiare, erano più
numerosi dei credenti. Gli opuscoli distribuiti da ragazzi dall’aria seria e anziani
dall’espressione gentile venivano subito cacciati in una tasca o una borsa.
Quando la pioggia del mattino cessò e i raggi del sole si insinuarono tra le
nuvole, Lily e Frank sostituirono l’impermeabile con un golf e passeggiarono
mano nella mano fino al terreno da gioco. Lily tenne la testa alta e si rammaricò
che Frank non fosse andato a tagliarsi i capelli. La gente gli rivolgeva più di
un’occhiata distratta, probabilmente perché era così alto, o almeno così sperava
lei. In ogni caso, restarono di ottimo umore per tutto il pomeriggio –
chiacchierando con i presenti e aiutando i bambini a riempirsi i piatti. Poi, nel
bel mezzo di quel sole freddo e di quella calda allegria, Frank si imbizzarrì. Erano
davanti a un tavolo, intenti a servirsi una seconda volta di pollo fritto, quando
una bambina dagli occhi a mandorla allungò la mano dall’altra parte del tavolo
per prendere un pasticcino. Frank si sporse per avvicinarle il vassoio. Quando lei
gli rivolse un largo sorriso di ringraziamento, lui lasciò cadere il piatto e corse via
tra la folla. I presenti si spostarono per lasciarlo passare – alcuni spinti via, altri
spontaneamente – tra espressioni corrucciate o solo perplesse. Allarmata e
imbarazzata, Lily posò il piatto di carta. Fingendo di non conoscerlo, si avviò
lentamente, a testa alta, senza guardare negli occhi nessuno, oltre gli spalti per
allontanarsi dall’uscita da cui era passato Frank.
Quando rientrò nell’appartamento, fu sollevata nel trovarlo vuoto. Come
poteva cambiare così in fretta? Ridente un secondo prima, terrorizzato il
successivo? In lui c’era forse una violenza che avrebbe potuto rivolgersi contro di
lei? Frank era umorale, certo, ma non era mai polemico né minimamente
aggressivo. Lily sollevò le ginocchia e, appoggiandovi i gomiti, rifletté sulla
confusione di entrambi, sul futuro che voleva e sul dubbio che lui potesse farne
parte. La luce dell’alba filtrò fra le tende prima che lui rientrasse. Lily provò un
tuffo al cuore quando sentì la chiave girare nella serratura, ma Frank era calmo e,
come disse, «si vergognava come un ladro».
«È per colpa di qualcosa che ti è successo mentre eri via in Corea che ti sei
spaventato?» Lily non gli aveva mai chiesto della guerra e lui non ne aveva mai
parlato. Bene, aveva pensato lei. Meglio guardare avanti.
Frank sorrise. «Mentre ero via?»
«Be’, lo sai cosa voglio dire.»
«Sì, certo. Non succederà più. Te lo prometto.» Frank la strinse fra le braccia.
Tutto tornò alla normalità. Lui lavorava in un autolavaggio al pomeriggio, lei
dai Wang nei giorni feriali; il sabato invece faceva le riparazioni. Uscivano
sempre meno, ma a Lily non dispiaceva. Bastava qualche film di tanto in tanto,
finché non videro Ho amato un fuorilegge. Poi, Frank trascorse parte della notte
serrando il pugno in silenzio. Non ci furono altri film.
L’interesse di Lily era rivolto altrove. A poco a poco si stava facendo notare
per la sua abilità nel cucito. Aveva già realizzato i pizzi per due veli nuziali e,
dopo che ebbe ricamato una tovaglia di lino su richiesta di una cliente
benestante, la sua reputazione crebbe. Poiché riceveva numerosi ordini speciali,
decise che avrebbe avuto una casa tutta sua a qualunque costo e vi avrebbe aperto
un laboratorio di sartoria, e magari un giorno sarebbe diventata una creatrice di
costumi. In fondo, aveva esperienza professionale in teatro.
Come aveva promesso Frank, non ci furono altre esplosioni in pubblico.
Eppure… Le molte volte in cui Lily tornava a casa e lo trovava di nuovo in ozio,
seduto sul divano a fissare il tappeto, erano snervanti. Lei ci provava; ci provava
sul serio. Ma le faccende domestiche – dalla prima all’ultima – toccavano
soltanto a lei: i vestiti di lui sparsi sul pavimento, i piatti incrostati di cibo nel
lavello, la bottiglia di ketchup aperta, i peli della barba nello scarico, gli
asciugamani fradici ammucchiati sul pavimento piastrellato del bagno. Lily
avrebbe potuto continuare all’infinito. E lo faceva. Le lamentele si trasformavano
in litigi a senso unico, perché lui non ribatteva.
«Dove sei stato?»
«Fuori.»
«Fuori dove?»
«In fondo alla strada.»
Al bar? Dal barbiere? Al biliardo. Di sicuro non era stato seduto al parco.
«Frank, potresti sciacquare le bottiglie del latte prima di metterle fuori?»
«Scusa. Lo faccio subito.»
«Troppo tardi. L’ho già fatto io. Non posso fare tutto, sai?»
«Non può farlo nessuno.»
«Però almeno qualcosa puoi farlo, no?»
«Lily, per favore. Farò tutto quello che vuoi.»
«Quello che voglio? Questa è casa nostra.»
La nebbia di malumore che circondava Lily s’infittì. Il suo risentimento era
giustificato dalla palese indifferenza di Frank, oltre che dalla miscela di bisogno e
irresponsabilità. La ginnastica a letto, un tempo così piacevole per una giovane
donna che non ne aveva conosciuta altra, divenne un dovere. Nel giorno di neve
in cui lui le chiese di prestargli tutti quei soldi per prendersi cura della sorella
malata in Georgia, il disgusto di Lily lottò con il sollievo e perse. Raccolse la
piastrina che lui aveva lasciato sul lavandino del bagno e la nascose in un
cassetto, vicino al libretto di banca. Adesso l’appartamento era tutto suo e poteva
pulirlo per bene, mettere le cose al loro posto e svegliarsi sapendo che nessuno le
aveva spostate o rotte in mille pezzi. Il senso di isolamento che provava prima
che Frank la accompagnasse a casa dalla tintoria dei Wang iniziò a dissolversi,
sostituito da un brivido di libertà, di meritata solitudine, di poter scegliere il
muro che voleva sfondare, senza addossarsi il peso di un uomo che non si
reggeva in piedi. Priva di ostacoli e di distrazioni, poteva fare sul serio, sviluppare
un piano all’altezza delle sue ambizioni e farcela. Era questo che le avevano
insegnato i genitori e che lei aveva promesso loro: doveva scegliere, insistevano, e
non lasciarsi mai smuovere. Non permettere a nessun insulto o affronto di
distoglierla dal suo proposito. O, come amava invitarla il padre storpiando un
modo di dire, «Rabboccati le maniche, figlia mia. Ti chiami Lillian Florence
Jones come mia madre. Non si è mai vista una signora più tosta di lei. Trova il
tuo talento e cavalcalo».
Il pomeriggio in cui Frank se ne andò, Lily si avvicinò alla finestra sul davanti,
sorpresa nel vedere pesanti fiocchi di neve incipriare la strada. Decise di uscire
subito a fare la spesa, casomai il maltempo diventasse un ostacolo. Appena fuori,
notò un borsellino di cuoio sul marciapiede. Aprendolo, vide che era pieno di
monete – soprattutto da venticinque e cinquanta centesimi. Si domandò subito
se qualcuno la stesse guardando. Le tende nella casa di fronte si erano mosse
appena? I passeggeri dell’auto che percorreva la via – avevano visto? Lily chiuse il
borsellino e lo appoggiò su un balaustro del portico. Quando tornò con la borsa
piena di viveri e altri articoli di emergenza il borsellino era ancora lì, benché
coperto da un batuffolo di neve. Lily non si guardò intorno. Con disinvoltura, lo
prese e lo lasciò cadere tra le provviste. Dopo, sparse sul lato del letto dove aveva
dormito Frank, le monete, fredde e brillanti, parvero uno scambio perfettamente
equo. Nello spazio lasciato vuoto da Frank Money scintillavano soldi veri. Chi
avrebbe potuto fraintendere un segno così chiaro? Non Lillian Florence Jones.
5. Albert Maltz (1908-1985), scrittore, drammaturgo e sceneggiatore, fu tra gli
intellettuali vittime del maccartismo. La pièce The Morrison Case, del 1952, non venne
mai rappresentata perché costituiva un’aspra denuncia dei metodi arbitrari e
antidemocratici con cui veniva condotta la cosiddetta lotta contro il comunismo. (N.d.T.)
7

Lotus, in Georgia, è il posto peggiore del mondo, peggio di qualsiasi campo di


battaglia. Almeno sul campo c’è uno scopo, emozione, ardimento, e qualche
probabilità di vincere unita a molte di perdere. La morte è una certezza ma la vita
è altrettanto sicura. Il problema è che non puoi saperlo in anticipo.
A Lotus lo sapevi sì in anticipo perché non c’era nessun futuro, solo lunghi tratti
di tempo da ammazzare. Non c’era scopo diverso dal respirare, niente da vincere e,
tolta la morte silenziosa di qualcun altro, niente a cui sopravvivere o per cui
valesse la pena sopravvivere. Non fosse stato per i miei due amici sarei soffocato
prima dei dodici anni. Erano loro, insieme con la mia sorellina, a farmi quasi
scordare l’indifferenza dei genitori e l’odiosità dei nonni. A Lotus nessuno sapeva
niente o voleva imparare niente. Non sembrava proprio un posto dove uno volesse
stare. Forse un centinaio di persone che abitavano in una cinquantina di case tutte
sgangherate. Niente da fare se non il lavoro sempre uguale in campi che uno non
possedeva, non poteva possedere e non avrebbe voluto possedere se avesse avuto
un’altra scelta. La mia famiglia si accontentava di vivere così, o forse era solo
senza speranza. I miei li capisco. Dopo che li avevano cacciati da un paese,
qualsiasi altro che offrisse la sicurezza e la tranquillità di poter dormire la notte
senza svegliarsi con un fucile puntato in faccia era più che sufficiente. Ma per me
era meno che sufficiente. Tu non ci hai mai abitato perciò non puoi sapere. Se un
ragazzino aveva un po’ di testa, la perdeva. Per essere felice doveva bastarmi
qualche sveltina senza amore ogni tanto? Magari qualche marachella, fortuita o
studiata? Le biglie, la pesca, il baseball, sparare ai conigli potevano bastare per
alzarsi dal letto al mattino? Lo sai che non era così.
Io, Mike e Stuff non vedevamo l’ora di partire e andare lontano, molto lontano.
Sia ringraziato il Signore per l’esercito.
Non mi manca niente di quel posto se non le stelle.
Soltanto il fatto che mia sorella è nei guai ha potuto costringermi anche solo a
pensare di andare da quelle parti.
Non dipingermi come un eroe entusiasta.
Dovevo andare ma avevo paura.
8

Jackie stirava alla perfezione. Non era altrettanto brava a lavare i pavimenti,
ma Lenore la teneva perché la sua abilità con le asole, i polsini, i colletti e i carré
delle camicie era insuperabile. Era una delizia vedere quelle piccole mani
sollevare senza sforzo il ferro pesante, un piacere notare con quanta facilità
regolava la fiamma della stufa a legna. Quant’era esperta nell’avvertire il calore
del metallo, la differenza fra la temperatura ideale e quella che bruciava i tessuti.
Aveva dodici anni, e quella miscela fra chiassosi giochi infantili e modo adulto di
sbrigare le faccende domestiche. La si vedeva per strada mentre faceva palloncini
con la gomma da masticare e intanto si divertiva a far rimbalzare la pallina legata
alla racchetta da ping pong, oppure mentre si dondolava appesa a testa in giù al
ramo di una quercia. Dieci minuti dopo, magari, eccola a squamare il pesce o a
spennare una gallina come una professionista. Lenore incolpava se stessa per la
scarsa qualità della pulizia dei pavimenti. La spazzola dello scopettone era fatta
con brandelli di stracci, non con pezzi di corda assorbente come negli esemplari
migliori. Aveva pensato di dirle di lavare in ginocchio, ma poi aveva deciso che
preferiva non vedere il corpo magro della ragazzina a quattro zampe. Aveva
chiesto più volte a Salem di prendere uno scopettone nuovo, di farsi dare un
passaggio fino a Jeffrey da Mr Haywood per comprare le provviste di cui avevano
bisogno. La risposta: «Sai guidare. Vacci tu» era solo una delle sue tante scuse.
Lenore sospirò e cercò di non fare confronti tra Salem e il suo primo marito.
Ahimè, che tesoro d’uomo, pensò. Non solo affettuoso, energico e un buon
cristiano, ma anche uno capace di fare i soldi. Possedeva una stazione di servizio
proprio là dove la strada maestra si biforcava e iniziava una stradina di
campagna, il punto ideale per decidere che era meglio fare il pieno. Che tesoro.
Terribile, proprio terribile che fosse stato ammazzato a fucilate da qualcuno che
voleva o invidiava la sua stazione di servizio. Il biglietto che gli avevano lasciato
sul petto diceva: FUORI DALLE PALLE. SUBITO . Era successo nel momento più buio
della Depressione e lo sceriffo aveva cose più importanti a cui pensare. Passare al
setaccio la contea per una semplice sparatoria non era una di quelle. Aveva preso
il biglietto dicendo che avrebbe indagato. Se anche lo aveva fatto, non aveva detto
cos’avesse scoperto. Per fortuna, il marito aveva qualche risparmio,
un’assicurazione, e una proprietà abbandonata appartenuta a un cugino a Lotus,
in Georgia. Temendo che chiunque avesse ucciso il marito tornasse a dare la
caccia a lei, Lenore aveva venduto la casa, caricato sull’auto tutto quello che era
riuscita a farci stare e si era trasferita da Heartsville, in Alabama, a Lotus. Con il
tempo la paura si era attenuata, ma abitare da sola non la faceva sentire
comunque a suo agio. Sposando Salem Money, un vedovo di Lotus, aveva risolto
il problema almeno per un po’. In cerca di qualcuno che l’aiutasse a sistemare la
casa, Lenore si era rivolta al pastore della Congregazione di Dio. Lui aveva fatto
un paio di nomi, lasciandole intendere che Salem Money avrebbe avuto il tempo
e le capacità. Era vero, e poiché Salem era uno dei pochi uomini non sposati della
zona, era parso naturale unire le forze. Avevano viaggiato fino a Mount Haven,
con Lenore al volante, per richiedere la licenza di matrimonio che l’impiegata si
era rifiutata di rilasciare perché non possedevano il certificato di nascita. Così
aveva detto, almeno. L’arbitrarietà di quel rifiuto, però, non li aveva fermati. Si
erano sposati alla Congregazione di Dio.
Proprio quando Lenore stava cominciando a sentirsi al sicuro e a suo agio,
così lontano dall’Alabama, era arrivato un gruppo di parenti di Salem, stremati e
cacciati da casa: il figlio Luther, la moglie Ida, un altro figlio, Frank, un nipote,
anche lui Frank, e una neonata urlante.
Era impossibile. Tutto il lavoro che avevano fatto lei e Salem per sistemare la
casa era stato vano. Doveva decidere in anticipo quando andare al gabinetto in
cortile; non c’era la minima intimità. Se si svegliava presto per fare colazione con
calma, com’era sua abitudine, doveva scavalcare i corpi che dormivano,
allattavano o russavano, sparsi per tutta la casa. Si era adattata e aveva preso a
fare colazione dopo che gli uomini erano usciti e Ida aveva portato con sé la
bambina nei campi. Ma era il pianto notturno della neonata che la infuriava più
di ogni altra cosa. Quando Ida le aveva chiesto di curarle la bambina perché non
riusciva più a badare a lei mentre lavorava nei campi, Lenore aveva pensato che
sarebbe diventata matta. Non poteva certo rifiutare, ma aveva acconsentito
soprattutto perché il fratello di quattro anni era chiaramente la vera madre della
neonata.
Quei tre anni erano stati duri anche se i parenti senza casa si dimostravano
grati, facendo tutto ciò che Lenore voleva senza mai lamentarsi. Li aveva
autorizzati a tenersi per intero la paga perché quando avessero risparmiato
abbastanza avrebbero potuto affittare una casa loro e andarsene dalla sua.
Vicinanza forzata, disagi, incombenze impreviste, un marito sempre più
indifferente – il suo porto sicuro era distrutto. La nube del suo malumore nel
vedersi così bistrattata aveva trovato dove aleggiare: attorno alla testa dei due
bambini. Erano stati loro a pagare, anche se Lenore credeva di essere solo una
nonna acquisita severa, non crudele.
La bambina era un caso disperato, bisognava correggerla ogni momento. Le
circostanze della sua nascita non promettevano bene. Probabilmente c’era una
spiegazione medica per la sua goffaggine, per una memoria così debole che non
bastava nemmeno una bacchettata per farle ricordare di chiudere il pollaio la sera
o di non sbrodolarsi tutti i giorni mentre mangiava. «Hai due vestiti. Due!
Pretendi che te ne lavi uno dopo ogni pasto?» Solo l’odio negli occhi del fratello
tratteneva Lenore dal prenderla a schiaffi. Lui la proteggeva sempre,
consolandola come se fosse un gattino.
Finalmente la famiglia si era trasferita in un’altra casa. Ora regnavano pace e
ordine. Con il passare degli anni, i figli, ormai cresciuti, se n’erano andati, i
genitori si erano ammalati ed erano morti, i raccolti scarseggiavano, le tempeste
avevano abbattuto case e chiese, ma Lotus aveva resistito. E anche Lenore, finché
non aveva iniziato ad avere frequenti capogiri. Fu allora che convinse la madre di
Jackie a permettere alla figlia di aiutarla a sbrigare alcune faccende. L’unica
perplessità riguardava il cane di Jackie, il costante guardiano della ragazzina. Un
dobermann nero-bruno che non si allontanava mai dal suo fianco. Persino
quando Jackie dormiva o si trovava in una casa qualsiasi del vicinato, il
dobermann posava la testa tra le zampe appena fuori dalla porta. Non fa niente,
pensò Lenore, bastava che il cane rimanesse in cortile o sotto il portico. Aveva
bisogno di qualcuno per sbrigare le faccende che richiedevano di stare in piedi a
lungo. Da Jackie, inoltre, poteva apprendere via via le novità su quello che
succedeva in paese.
Scoprì che il ragazzo di città con cui era scappata Cee aveva rubato l’auto di
Lenore e poi aveva piantato Cee dopo meno di un mese. Lei si vergognava troppo
per tornare a casa. Figuriamoci, pensò Lenore. Tutto quello che aveva sempre
sospettato sul conto di quella ragazza era vero. Non era stata nemmeno capace di
sposarsi legalmente. Lenore aveva dovuto insistere perché ci fosse qualche
formalità, qualche traccia scritta, altrimenti la coppia si sarebbe accontentata di
una lassa convivenza come tante altre. Non avere obblighi li aveva lasciati liberi
uno di rubare la Ford, l’altra di sottrarsi alle sue responsabilità.
Jackie descrisse anche la situazione di due famiglie che avevano perso un figlio
in Corea. Una era quella dei Durham, i genitori di Michael. Lenore lo ricordava
come un brutto soggetto e un caro amico di Frank. Era rimasto ucciso anche un
altro ragazzo di nome Abraham, figlio di Maylene e Howard Stone, quello che
chiamavano «Stuff». Del trio era sopravvissuto solo Frank. E, stando alle voci,
non sarebbe più tornato a Lotus. La reazione dei Durham e degli Stone alla morte
dei figli era appropriata, ma si sarebbe detto che aspettassero il ritorno a casa dei
corpi di due santi. Non lo sapevano o non se lo ricordavano che i tre ragazzi
facevano di tutto per farsi invitare in casa di quella parrucchiera? Una sgualdrina
che non ti dico. Una sciagurata che non ti dico. Mrs K., la chiamavano. Insolente,
e non era ancora abbastanza. Quando il reverendo Alsop era andato a farle visita
per diffidarla dall’intrattenere i ragazzi del paese, lei gli aveva rovesciato sulla
camicia una tazza di caffè bollente. Era stata qualche nonna a incoraggiare il
reverendo a parlarle, ai padri invece non importava dei servizi di Mrs K., e
nemmeno alle madri. I ragazzi dovevano pur imparare da qualche parte e una
vedova del posto che non desiderava i loro mariti era più una grazia che un
peccato. E poi, così le loro figlie erano più al sicuro. Mrs K. non chiedeva né
pretendeva pagamenti. Di tanto in tanto, sembrava, se le si aguzzava l’appetito
accontentava se stessa (e i ragazzi adolescenti). E poi, nessuna era più brava di lei
ad acconciare i capelli. Lenore si rifiutava persino di attraversare la strada per
dirle buongiorno, e non si sognava nemmeno di accomodarsi in quella cucina
abominevole.
Tutto questo lo disse a Jackie e, anche se gli occhi le si fecero vitrei, la
ragazzina non ribatté e non contraddisse Lenore come faceva sempre Salem.
Era una donna profondamente infelice. E, benché si fosse sposata per non
restare sola, il disprezzo degli altri la costringeva alla solitudine se non
all’isolamento più totale. La consolava solo avere un conto di deposito bello
florido, possedere una casa di proprietà e disporre di una delle poche automobili
della zona, anzi due. Jackie era l’unica compagnia che volesse. Oltre a sapere
ascoltare e a lavorare sodo, la ragazzina valeva molto più del quarto di dollaro
che Lenore le pagava ogni giorno.
E poi tutto finì.
Mr Haywood disse che qualcuno aveva gettato due cuccioli dal cassone di un
camioncino proprio sotto i suoi occhi. Lui aveva frenato, raccolto quello che non
si era rotto l’osso del collo, una femmina, e l’aveva portata a Lotus dai bambini a
cui regalava fumetti e caramelle. Alcuni ne erano stati entusiasti e si erano
occupati subito della cagnolina, altri invece avevano preso a stuzzicarla. Jackie,
dal canto suo, l’adorava, la nutriva, la proteggeva e le insegnava a rispondere ai
comandi. Non c’era da stupirsi se la cucciola si era immediatamente affezionata a
lei, che le voleva bene più di tutti. L’aveva chiamata Bobby.
Di solito Bobby non mangiava i polli. Preferiva i piccioni; avevano le ossa più
dolci. E non cacciava per procurarsi il cibo; si limitava a mangiare quello che le
mettevano davanti o che le capitava a tiro. E così, la gallinella che becchettava in
cerca di vermi attorno ai gradini del portico di Lenore fu per lei un chiaro invito.
Il bastone con cui Lenore la picchiò per farla allontanare dalla carcassa della
gallinella era lo stesso che usava per tenersi dritta.
Jackie sentì i guaiti e lasciò che il ferro bruciasse una federa per correre fuori a
salvare Bobby. Nessuna delle due tornò più a casa di Lenore.
Priva di aiuto e di un marito premuroso, Lenore si trovò sola come lo era stata
dopo la morte del primo marito, come lo era stata prima di sposare Salem. Era
troppo tardi per cercare di ingraziarsi le vicine, poiché aveva fatto in modo che
sapessero qual era il loro rango e quale il suo. Supplicare la madre di Jackie fu
umiliante oltre che inutile, giacché la risposta fu: «Mi dispiace». Ora doveva
accontentarsi della compagnia della persona che stimava più di tutte – se stessa.
Forse fu il sodalizio tra Lenore e Lenore a causare il piccolo ictus di cui soffrì in
un’afosa sera di luglio. Salem la trovò inginocchiata accanto al letto e corse a casa
di Mr Haywood. Lui la portò in ospedale a Mount Haven. Lì, dopo una lunga e
perigliosa attesa in un corridoio, le somministrarono finalmente una cura che
scongiurò ulteriori danni. Ormai riusciva solo a biascicare ma poteva fare
qualche passo – benché con cautela. Salem provvedeva alle sue esigenze primarie,
ma scoprì con sollievo che non capiva una parola quando lei apriva bocca. O
almeno così diceva.
Dando prova di buona volontà, le vicine devote e timorate di Dio le portavano
piatti di cibo, spazzavano i pavimenti, le facevano il bucato, e l’avrebbero anche
lavata se il suo orgoglio e la loro delicatezza non l’avessero impedito. Sapevano
che la donna che aiutavano le disprezzava tutte, perciò non dovevano nemmeno
pronunciare ad alta voce ciò che sapevano essere vero: il Signore opera in modo
misterioso per compiere le Sue meraviglie.
9

La Corea.
Non puoi immaginartela perché non c’eri. Non puoi descrivere il paesaggio
desolato perché non l’hai mai visto. Prima lascia che ti parli del freddo. Ma freddo
sul serio. Più che gelo. Il freddo della Corea fa male, si attacca come una specie di
colla che non riesci a tirare via.
La battaglia fa paura, sì, ma è viva. Ordini, viscere che pulsano, coprire i
compagni, uccidere – tutto chiaro, non servono pensieri profondi. L’attesa è la
parte difficile. Passano ore e ore mentre fai quello che puoi per aprirti un varco
nelle giornate fredde e piatte. Peggio di ogni altra cosa è stare di sentinella da soli.
Quante volte puoi toglierti i guanti per vedere se ti si stanno annerendo le unghie o
controllare il Browning? Occhi e orecchie sono addestrati a cogliere qualsiasi
movimento. Quel rumore, sono i mongoli? Sono molto peggio dei nordcoreani. I
mongoli non mollano mai; non si fermano mai. Quando pensi che sono morti
quelli si girano e ti sparano nelle balle. Anche se ti sbagli e sono morti come gli
occhi di un tossico vale la pena sprecare qualche munizione per esserne sicuro.
Ed eccomi lì, ora dopo ora, appoggiato a un muro provvisorio. Nient’altro da
vedere se non un villaggio silenzioso sul fondovalle, i tetti di paglia che imitavano
le colline spoglie alle loro spalle, un folto ciuffo di bambù ghiacciati che spuntava
dalla neve alla mia sinistra. Era lì che buttavamo la spazzatura. Stavo all’erta più
che potevo, l’orecchio teso, scrutando in cerca di occhi neri come prugnole o di
berretti imbottiti. Quasi sempre non si muoveva nulla. Ma un pomeriggio ho
sentito un leggero fruscio nella macchia di bambù. Qualcosa si muoveva. Sapevo
che non era il nemico – non arrivavano mai da soli – così ho pensato a una tigre.
Si diceva che si aggirassero tra le colline, ma nessuno ne aveva mai vista una. Poi
ho visto che i bambù si scostavano, vicino a terra. Un cane, magari? No. Una
mano infantile si era fatta avanti e tastava il terreno. Ricordo di avere sorriso. Mi
è venuto in mente quando io e Cee cercavamo di rubare le pesche cadute ai piedi
dell’albero di Miss Robinson; ci intrufolavamo di nascosto, avanzavamo gattoni,
facevamo quanto meno rumore possibile perché lei non ci vedesse e afferrasse una
cintura. Quella prima volta non ho neanche provato a scacciare la bambina, così
lei ha preso a tornare quasi tutti i giorni, aprendosi un varco tra i bambù per
frugare in mezzo ai rifiuti. L’ho vista in faccia solo in un’occasione. Di solito
guardavo la mano che si muoveva fra le canne per tastare la spazzatura. Ogni
volta che arrivava era bello guardarla come si fa con un uccello che dà da
mangiare ai piccoli o con una gallina che razzola, raspando il terreno in cerca del
verme che, lei lo sa, è sepolto proprio lì.
A volte la mano riusciva subito nel suo intento, e acchiappava in un attimo
qualche rifiuto. Altre volte le dita si protendevano, palpavano, cercavano qualcosa,
qualsiasi cosa, da mangiare. Come una piccola stella di mare – mancina, come me.
Ho visto procioni più schifiltosi depredare i bidoni della spazzatura. Lei non era
schizzinosa. Tutto ciò che non era metallo, vetro o carta per lei era cibo. Per
trovare nutrimento non si affidava agli occhi ma solo ai polpastrelli. Resti di
razioni K, avanzi di pacchi mandati con amore dalla mamma, pieni di brownies
un po’ sbriciolati, biscotti, frutta. Un’arancia annerita, ormai molle e mezza
marcia, si trova proprio oltre la portata delle sue dita. Lei si sforza di raggiungerla.
Arriva un’altra sentinella a darmi il cambio, vede la mano di lei e scuote la testa
con un sorriso. Quando le si avvicina lei si alza e in quello che sembra un gesto
precipitoso, quasi automatico, dice qualcosa in coreano. Sembra quasi: «Gnam
gnam».
Sorride, allunga il braccio verso la patta del soldato, la tocca. Lui è sorpreso.
Gnam gnam? Non appena sposto lo sguardo dalla mano alla faccia e vedo i due
denti mancanti, la cascata di capelli neri sugli occhi avidi, lui la fa saltare in aria.
Resta solo la mano tra i rifiuti che stringe il suo tesoro, un’arancia macchiata,
marcia.
Tutti i civili che ho incontrato in quel Paese erano pronti a morire (e sono morti
davvero) per difendere i bambini. I genitori si gettavano senza indugio davanti ai
figli. Eppure, sapevo che c’era qualche corrotto che non si accontentava delle solite
ragazze in vendita e si dava al commercio di bambini.
Ripensandoci adesso, credo che il soldato abbia provato più che disgusto. Credo
si sia sentito tentato e che sia quella la cosa che ha dovuto uccidere.
Gnam gnam.
10

Il Georgian vantava una colazione con un piatto casereccio, il prosciutto


arrosto con la salsina rossa. Frank arrivò presto in stazione per prenotare un
posto. Tese una banconota da venti dollari alla donna dietro lo sportello, che gli
diede un resto di tre centesimi. Alle tre e mezzo del pomeriggio salì a bordo e si
sistemò sul sedile reclinabile. Nella mezz’ora prima che il treno lasciasse la
stazione Frank liberò le immagini tormentose sempre pronte a danzargli davanti
agli occhi.
Mike di nuovo tra le sue braccia che si dibatteva sussultando mentre Frank gli
gridava: «Resta qui, bello. Forza. Resta con me». Poi sussurrava: «Ti prego, ti
prego». Quando Mike aveva aperto la bocca per parlare, Frank si era chinato su
di lui e aveva sentito dire all’amico: «Smart, Smart. Non dirlo alla mamma». Poi,
quando Stuff gli aveva chiesto cos’avesse detto, Frank aveva mentito. «Ha detto:
‘Ammazzateli quei rotti in culo’.» Prima che arrivassero gli infermieri, l’urina sui
calzoni di Mike si era congelata e Frank aveva dovuto scacciare dal corpo
dell’amico coppie di corvi aggressivi come cacciabombardieri. Quell’esperienza
lo aveva cambiato. Ciò che era morto tra le sue braccia aveva dato una vita
grottesca alla sua infanzia. Erano ragazzi di Lotus che si conoscevano da quando
portavano ancora il pannolino, erano scappati insieme dal Texas, increduli
davanti all’incredibile cattiveria degli sconosciuti. Da bambini avevano inseguito
vacche smarrite, si erano costruiti un campo da baseball nel bosco, avevano
condiviso le prime Lucky Strike, scoperto il sesso brancicando e ridacchiando.
Da adolescenti si erano serviti di Mrs K., la parrucchiera, che, a seconda
dell’umore, li aveva aiutati ad affinare le loro abilità sessuali. Avevano discusso,
litigato, riso, si erano presi in giro e voluti bene senza mai doverselo dire.
Prima Frank non era coraggioso. Aveva semplicemente fatto quello che gli
dicevano e quello che era necessario. Si sentiva persino nervoso dopo avere
ucciso. Adesso era temerario, sconsiderato, sparava, schivava le membra umane
sparse sul campo. Le suppliche, le grida di aiuto non le aveva sentite chiaramente
finché un F-51 non aveva bombardato la postazione nemica. Nel silenzio
successivo all’esplosione le preghiere avevano aleggiato come il suono di un
violoncello da due soldi proveniente dal piano inclinato di un mattatoio, dove il
bestiame sente l’odore del proprio futuro intriso di sangue. Adesso che Mike se
n’era andato, lui era coraggioso, qualsiasi cosa volesse dire. Nessun numero di
musi gialli morti lo avrebbe appagato. L’odore di rame del sangue non lo
nauseava più; gli metteva appetito. Qualche settimana più tardi, dopo che Red
era stato polverizzato, ecco che il sangue colava dal braccio mozzato di Stuff.
Frank lo aveva aiutato a ritrovare il braccio a una decina di metri di distanza,
semisepolto nella neve. Quei due, Stuff e Red, erano particolarmente uniti.
Avevano lasciato cadere «Neck» dal soprannome di Red 6 perché lui, odiando
quelli del Nord più di loro, preferiva stare in compagnia dei tre ragazzi della
Georgia – soprattutto di Stuff. Adesso erano carne macellata.
Frank aveva aspettato, senza accorgersi che gli spari si erano allontanati,
finché gli infermieri se n’erano andati ed era arrivata l’unità per il recupero delle
salme. Era rimasto troppo poco di Red perché gli riservassero un’intera barella,
così i suoi resti erano stati messi accanto a quelli di un altro. Stuff aveva avuto
una barella tutta per sé, invece, e tenendosi il braccio mozzato con quello intero
era restato lì, e lì era morto prima che l’angoscia gli arrivasse al cervello.
Dopo, per mesi interi, Frank aveva continuato a pensare: Ma io li conosco. Io
conosco loro e loro conoscono me. Se sentiva una barzelletta che poteva piacere a
Mike, voltava la testa per raccontargliela – poi un nanosecondo di imbarazzo
prima di rendersi conto che lui non c’era. E non avrebbe mai più sentito quella
risata sonora, non lo avrebbe mai più guardato mentre intratteneva mezza
caserma con battute sconce e imitazioni delle stelle del cinema. A volte, ben dopo
il congedo, vedeva il profilo di Stuff in un’auto ferma nel traffico finché un
sussulto di dolore al cuore gli annunciava il suo errore. Ricordi improvvisi e
incontrollabili gli velavano gli occhi di un luccichio tremolante. Per mesi solo
l’alcol era riuscito a disperdere i suoi migliori amici, i morti che ancora
aleggiavano e lui non poteva più sentire, con cui non poteva più parlare o ridere.
Prima, però, prima della morte dei suoi compaesani, aveva assistito a
quell’altra. La bambina che cercava tra i rifiuti aveva afferrato un’arancia, sorriso,
poi detto: «Gnam gnam», prima che il soldato le facesse saltare la testa.
Seduto sul treno per Atlanta, Frank si accorse all’improvviso che quei ricordi,
per quanto intensi, non l’opprimevano più, non lo gettavano più in una
disperazione paralizzante. Poteva ripensare a ogni dettaglio, a ogni pena, senza
bisogno di bere per farsi forza. Era questo il frutto della sobrietà?
Poco dopo l’alba nei pressi di Chattanooga il treno rallentò, poi si fermò,
senza nessun motivo apparente. Presto divenne chiaro che era necessaria una
riparazione: avrebbe potuto richiedere un’ora, forse più. Qualche passeggero si
lamentò, altri ne approfittarono e, ignorando le istruzioni del capotreno, scesero
a sgranchirsi le gambe. I passeggeri dei vagoni letto si svegliarono e chiesero il
caffè. Quelli nelle carrozze salone ordinarono da mangiare e ancora da bere. Il
tratto di binari dove si era fermato il treno correva lungo una piantagione di
arachidi, ma si vedeva l’insegna di uno spaccio di mangimi due o trecento metri
più avanti. Frank, irrequieto ma non nervoso, si avviò verso lo spaccio. A
quell’ora era chiuso, ma accanto c’era un piccolo negozio che vendeva bibite, pan
carré Wonder Bread, tabacco e altri prodotti graditi alla gente del posto. Una
radio dalla ricezione debole trasmetteva crepitando Don’t Fence Me In di Bing
Crosby. La donna al bancone era in sedia a rotelle, ma si avvicinò al freezer svelta
come un colibrì e prese la lattina di Dr Pepper che Frank aveva chiesto. Lui pagò,
le fece l’occhiolino, per tutta risposta ricevette uno sguardo fulminante, poi uscì a
bere. Il primo sole già ardeva e c’erano ben poche costruzioni che potessero fare
ombra o dare riparo, solo lo spaccio di mangimi, il negozio e una catapecchia
dall’altra parte della strada. Parcheggiata davanti c’era una Cadillac nuova di
zecca, scintillante alla luce del sole. Frank attraversò per ammirare l’automobile. I
fari posteriori erano affilati come pinne di squalo. Il parabrezza si stendeva
ampio sopra il cofano. Avvicinandosi sentì delle voci dietro la casa – voci
femminili – che gridavano insulti e grugnivano. Girò intorno all’edificio diretto
verso gli strilli, aspettandosi di vedere un aggressore, un esibizionista. Invece lì a
terra c’erano due donne che si battevano. Rotolavano, tiravano pugni,
scalciavano a vuoto, si picchiavano tra la polvere. Capelli e abiti erano tutti in
disordine. La sorpresa per Frank fu scoprire un uomo fermo vicino a loro, che le
guardava e intanto si frugava tra i denti con uno stecchino. Quando sentì arrivare
Frank si voltò. Era un tipo grande e grosso con occhi annoiati e inespressivi.
«Che cazzo hai da guardare?» Non si tolse lo stuzzicadenti dalla bocca.
Frank si arrestò. Il tipo grande e grosso andò verso di lui e gli diede uno
spintone sul torace. Due volte. Frank lasciò cadere la Dr Pepper e colpì forte il
tizio che, privo di agilità come tanti uomini molto grossi, finì subito a terra.
Frank si gettò sul corpo supino e cominciò a prenderlo a pugni in faccia, con la
voglia di cacciargli in gola lo stuzzicadenti. Il brivido che seguiva ogni colpo era
meravigliosamente familiare. Senza riuscire a fermarsi, e nemmeno intenzionato
a farlo, Frank continuò a pestarlo anche se il tipo grande e grosso ormai era
svenuto. Le donne smisero di artigliarsi e afferrarono Frank per il colletto.
«Smettila!» gridarono. «Lo ammazzi! Brutto stronzo, lascialo stare!»
Frank si fermò e si voltò a guardare le due salvatrici del tipo grande e grosso.
Una si chinò a cullargli la testa. L’altra si asciugò il sangue dal naso e chiamò
l’uomo per nome. «Sonny. Sonny. Oh, tesoro.» Poi si inginocchiò e cercò di
rianimare il suo magnaccia. Aveva la camicetta strappata sulla schiena. Era di un
giallo vivo.
Frank si alzò e, massaggiandosi le nocche, tornò in tutta fretta al treno, un po’
correndo, un po’ camminando a lunghe falcate. Gli addetti alla manutenzione
non lo videro o lo ignorarono. Dietro la porta che dava nella carrozza un
inserviente notò le mani sporche di sangue e i vestiti impolverati di Frank ma
non disse nulla. Per fortuna la toilette era lì vicino, così Frank poté riprendere
fiato e ripulirsi prima di avviarsi lungo il corridoio. Tornato a sedersi, si
meravigliò dell’eccitazione, della gioia selvaggia suscitata in lui dalla lotta. Era
diversa dalla rabbia che aveva accompagnato l’atto di uccidere in Corea. Quelle
orge di morte erano feroci ma noiose, anonime. Questa violenza gli aveva dato
un piacere personale. Bene, pensò. Forse avrebbe avuto bisogno di quel brivido
per reclamare sua sorella.

6. «Redneck», letteralmente «collo rosso», cioè scottato dal sole, è un epiteto


dispregiativo per indicare i contadini bianchi più poveri, ignoranti e spesso razzisti, che
vivono nelle campagne del Sud degli Stati Uniti. (N.d.T.)
11

I suoi occhi. Inespressivi, in attesa, sempre in attesa. Non pazienti, non inermi,
ma sospesi. Cee. Ycidra. Mia sorella. Adesso tutta la mia famiglia. Quando
scriverai, sappi questo: per gran parte della mia vita lei è stata un’ombra, una
presenza che segnava la propria assenza, o forse la mia. Chi sono io senza di lei –
quella bambina denutrita con gli occhi tristi e in perenne attesa? Come tremava
quando ci siamo nascosti alla vista delle pale. Le ho coperto la faccia, gli occhi,
sperando che non avesse visto il piede che spuntava dalla fossa.
La lettera diceva: «Lei morirà». Ho trascinato Mike al riparo e ho scacciato gli
uccelli però lui è morto lo stesso. L’ho tenuto stretto, gli ho parlato per un’ora però
lui è morto lo stesso. Ho stagnato il sangue che usciva da dove prima c’era il
braccio di Stuff. L’ho ritrovato a una decina di metri di distanza e gliel’ho dato
casomai potessero riattaccarglielo. È morto lo stesso. Basta persone che non ho
salvato. Basta guardare morire i miei cari. Basta.
E non mia sorella. Mai.
Lei è stata la prima persona di cui mi sia sentito responsabile. Giù in fondo,
dentro di lei, viveva la mia immagine segreta di me stesso – un me forte e buono
legato al ricordo di quei cavalli e alla sepoltura di uno sconosciuto. Proteggerla,
trovare la strada nell’erba alta per andare via da lì, non avere paura di niente – né
dei serpenti né di vecchi spietati. Mi chiedo se esserci riuscito non sia stato il seme
da cui è germogliato tutto il resto. Nel mio cuore bambino mi sentivo eroico e
sapevo che se ci avessero trovati o l’avessero toccata io avrei ucciso.
12

Frank uscì sulla Walnut e imboccò Auburn Street, proprio di fronte alla
stazione. Una parrucchiera, un addetto ai fornelli, una certa Thelma – alla fine
scoprì la marca dell’automobile, e il nome di un tassista senza licenza che
avrebbe potuto portarlo nel quartiere residenziale dove lavorava Cee. Arrivato in
ritardo per via del guasto vicino a Chattanooga, aveva passato la giornata a
raccogliere informazioni su e giù per Auburn Street. Adesso era troppo tardi. Il
tassista non sarebbe stato al suo posto fino al mattino dopo. Frank decise di
mangiare qualcosa, fare quattro passi e poi cercare dove dormire.
Passeggiò fino al crepuscolo, e si stava dirigendo al Royal Hotel quando dei
giovani aspiranti gangster lo assalirono.
Atlanta gli piaceva. Diversamente da Chicago, qui il ritmo della vita
quotidiana era umano. A quanto pareva in questa città c’era tempo. Tempo per
arrotolarsi una sigaretta a puntino, tempo per esaminare le verdure con l’occhio
di un tagliatore di diamanti. E quanto agli anziani, tempo per radunarsi davanti a
una vetrina senza fare altro che veder sfilare i propri sogni: le magnifiche
automobili dei criminali e i fianchi ondeggianti delle donne. Tempo, inoltre, per
istruirsi a vicenda, pregare gli uni per gli altri, e sgridare i bambini sui banchi di
cento chiese. Fu quell’affetto divertito che lo indusse ad abbassare la guardia.
Negli ultimi due giorni gli si erano presentati tanti brutti ricordi, ma non
fantasmi e nemmeno incubi, e al mattino aveva una gran voglia di caffè, non
della scossa rivitalizzante che una volta gli dava il whisky. Così, la sera prima di
salire sul taxi abusivo, gironzolò per le vie, ammirando i monumenti mentre si
dirigeva all’albergo. Se fosse stato più vigile invece di sognare a occhi aperti,
avrebbe riconosciuto l’odore di spinelli e benzina, i passi rapidi e furtivi oltre al
fiato del branco – il sentore di ragazzini spaventati che si affidano alla spavalderia
del gruppo. Un attacco non militare ma da intervallo per la ricreazione.
All’imbocco di un vicolo.
Invece gli sfuggì tutto, e due dei cinque furfanti gli afferrarono le braccia da
dietro. Frank schiacciò forte il piede di uno e, nello spazio lasciato dal ragazzo
caduto a terra con un urlo, si girò di scatto e ruppe la mandibola dell’altro con
una gomitata. Fu allora che uno degli altri gli diede una botta in testa con un
tubo metallico. Frank cadde e nel dolore che sfocava ogni cosa sentì che lo
frugavano e poi scappavano via correndo e zoppicando. Si trascinò verso la
strada e rimase seduto nell’oscurità appoggiato a un muro finché la vista gli si
schiarì.
«Serve aiuto?» La sagoma di un uomo delineata da un lampione gli si stagliò
davanti.
«Cosa? Oh.»
«Ecco.» L’uomo tese la mano per aiutare Frank ad alzarsi.
Tastandosi le tasche, ancora barcollante, Frank imprecò. «Accidenti.» Gli
avevano rubato il portafogli. Con una smorfia si massaggiò la nuca.
«Chiamo la polizia?»
«Diavolo, no. Voglio dire, no, ma grazie.»
«Be’, tieni questi.» L’uomo ficcò nella tasca della giacca di Frank un paio di
banconote da un dollaro.
«Oh, grazie. Ma non mi servono...»
«Lascia stare, fratello. Stai dove c’è luce.»

Più tardi, seduto in un diner aperto tutta la notte, Frank ripensò alla lunga
coda di cavallo del samaritano che catturava la luce del lampione. Rinunciò alla
speranza di una buona notte di sonno in albergo. Aveva i nervi tesi e pulsanti e
così decise di restare lì il più a lungo possibile, giocherellando con tazze di caffè
nero e un piatto di uova. Non stava andando bene. Magari avesse avuto
un’automobile, ma Lily non voleva saperne. Aveva altri progetti, lei. Mentre
punzecchiava le uova si trovò a chiedersi cosa Lily stesse facendo, pensando. Era
parsa sollevata alla sua partenza. E, a dire il vero, lo stesso valeva per lui. Adesso
era convinto che il suo attaccamento a lei fosse stato terapeutico, come ingoiare
un’aspirina. In effetti, che lei lo sapesse o no, Lily aveva allontanato il suo
malessere, la sua rabbia e la sua vergogna. Quell’allontanamento lo aveva
convinto che il danno emotivo non ci fosse più. Invece, aspettava solo il
momento giusto.
Stanco e irrequieto, Frank uscì dal diner e vagò senza meta per le vie,
fermandosi all’improvviso quando sentì il grido acuto di una tromba. Il suono
proveniva dal fondo di una breve rampa di scale che terminava davanti a una
porta socchiusa. Frasi di apprezzamento sottolineavano lo strido della tromba, e
se c’era qualcosa che poteva corrispondere al suo umore era proprio quel suono.
Frank entrò. Preferiva il bebop al blues e alle canzoni d’amore consolatorie.
Dopo Hiroshima, i musicisti avevano capito prima di chiunque altro che la
bomba di Truman aveva cambiato tutto e solo lo scat e il bebop potevano dire
come. Nel locale, piccolo e denso di fumo, una decina di persone molto partecipi
stava di fronte a un trio: tromba, pianoforte e batteria. Il pezzo non finiva più e, a
parte qualche cenno con la testa, nessuno si muoveva. Il fumo ristagnava; i
minuti passavano. La faccia del pianista luccicava di sudore, come quella del
trombettista. Quella del batterista, invece, era asciutta. Chiaramente, non ci
sarebbe stata una conclusione musicale; il pezzo sarebbe finito solo quando un
suonatore fosse stato finalmente esausto, quando il trombettista avesse
allontanato lo strumento dalla bocca e il pianista solleticato i tasti prima di
eseguire un’ultima volata. Ma quando accadde, quando il piano e la tromba
tacquero, il batterista non lo fece. Continuò a suonare. Dopo un po’ gli altri due
musicisti si voltarono a guardarlo e riconobbero qualcosa che dovevano avere già
visto. Il batterista aveva perso il controllo. Era il ritmo a comandare. Dopo lunghi
minuti, il pianista si alzò e il trombettista posò lo strumento. Insieme sollevarono
di peso il batterista dal seggiolino e lo portarono via, mentre le bacchette
continuavano a muoversi seguendo un ritmo complicato e silenzioso. Il pubblico
batté le mani in segno di rispetto e simpatia. Dopo l’applauso salirono sul palco
una donna con un vestito blu acceso e un altro pianista. Lei cantò qualche battuta
di Skylark, scivolando poi in uno scat che rallegrò tutti.
Frank uscì quando il locale si svuotò. Erano le quattro di notte, due ore
all’arrivo di Mr Taxi Abusivo. Con un mal di testa ora meno feroce, si sedette sul
marciapiede ad aspettare. Non arrivò mai.
Nessuna auto, nessun taxi, nessun amico, nessuna informazione, nessun
piano – da queste parti trovare un mezzo di trasporto dalla città ai quartieri
residenziali era più difficile che affrontare un campo di battaglia. Erano ormai le
sette e mezzo quando salì su un autobus pieno di lavoratori silenziosi,
domestiche, cameriere e giardinieri. Superato il quartiere degli affari, scesero
dall’autobus a uno a uno come tuffatori che si gettano con riluttanza in acque di
un azzurro invitante sopra l’inquinamento del fondale. Laggiù avrebbero scovato
ed eliminato i detriti, lo sporco, e rifornito le scogliere, schivando i predatori che
nuotavano tra merletti di alghe. Si sarebbero dedicati a pulire, cucinare, servire,
riordinare, lavare, potare e falciare.
Pensieri violenti alternati alla voce della cautela si rincorsero nella mente di
Frank mentre cercava il nome della via giusta. Non aveva idea di cosa avrebbe
fatto quando fosse arrivato dove stava Cee. Forse, com’era successo al batterista,
il ritmo avrebbe preso il comando. Forse avrebbero portato via anche lui, le
braccia e le gambe che si agitavano inutilmente, imprigionato nei suoi stessi lacci.
Supponiamo che non ci fosse nessuno in casa. Sarebbe dovuto entrare con la
forza. No. Non poteva permettere che la situazione gli sfuggisse di mano al punto
da mettere in pericolo Cee. Supponiamo… ma non aveva senso fare supposizioni
su un terreno sconosciuto. Quando vide il nome della via che cercava, era troppo
tardi per tirare la cordicella. Si calmò tornando indietro a piedi per vari isolati
prima di arrivare al prato di una casa con la scritta DOTT. BEAUREGARD SCOTT .
Vicino ai gradini era sbocciato un corniolo, i fiori bianchi come la neve con un
cuore viola. Rifletté se bussare alla porta principale o a quella di servizio. La
cautela gli suggerì quella di servizio.
«Lei dov’è?»
La donna che aprì la porta della cucina non fece domande. «Di sotto», disse.
«Lei è Sarah?»
«Sì. Faccia più piano che può.» Con un cenno gli indicò le scale che portavano
allo studio del medico e alla stanza di Cee.
Quando Frank arrivò in fondo alle scale, da una porta aperta vide un ometto
dai capelli bianchi seduto a una grande scrivania. L’uomo alzò lo sguardo.
«Come? Tu chi sei?» Gli occhi del dottore si spalancarono e poi si strinsero
per l’insulto di veder invadere il proprio spazio da uno sconosciuto. «Vattene da
qui! Sarah! Sarah!»
Frank si avvicinò alla scrivania.
«Qui non c’è niente da rubare! Sarah!» Il dottore allungò il braccio verso il
telefono. «Adesso chiamo la polizia!» Aveva già infilato l’indice nello zero del
disco quando Frank gli strappò il telefono di mano.
Comprendendo in pieno la natura della minaccia, ora, il dottore aprì il
cassetto della scrivania e tirò fuori una pistola.
Una calibro 38, pensò Frank. Pulita e leggera. Ma la mano che la stringeva
tremava.
Il dottore alzò la pistola e la puntò verso ciò che nella sua paura immaginava
fossero le narici dilatate, le labbra schiumanti e gli occhi orlati di rosso di un
selvaggio. Invece vide la faccia calma, addirittura serena, di un uomo con cui non
era il caso di scherzare.
Premette il grilletto.
Il clic della camera di scoppio vuota fu tenue e tonante insieme. Il dottore
lasciò cadere la pistola e girò di corsa intorno alla scrivania, oltrepassò l’intruso e
salì le scale. «Sarah!» gridò. «Chiama la polizia, donna! Lo hai lasciato entrare
tu?»
Poi il dottor Beau corse lungo il corridoio fino a un tavolino dove si trovava
un altro telefono. Proprio lì c’era Sarah, la mano premuta sull’apparecchio. Era
impossibile fraintendere le sue intenzioni.
Intanto Frank entrò nella stanza dove la sorella era distesa minuta e immobile
nella sua divisa bianca. Dormiva? Le tastò il polso. Debole o assente? Si chinò per
sentire se il respiro ci fosse o no. Era fresca al tatto, senza il primo calore della
morte. Frank conosceva la morte e questa non lo era – per il momento. Dandosi
una rapida occhiata intorno nella piccola stanza, notò un paio di scarpe bianche,
una padella per infermi e la borsetta di Cee. Ci frugò dentro e si cacciò in tasca i
venti dollari che trovò. Poi si inginocchiò vicino al letto di Cee, fece passare le
braccia sotto le spalle e le ginocchia di lei, la sollevò con delicatezza e la portò su
per le scale.
Sarah e il dottore erano incatenati in uno sguardo indecifrabile. Quando
Frank passò davanti a loro con il suo fardello inerte, il dottor Beau gli rivolse
un’occhiata di sollievo venato di rabbia. Nessun furto. Nessuna violenza. Nessun
danno. Solo il rapimento di una domestica che avrebbe potuto sostituire con
facilità, anche se, conoscendo la moglie, non osava sostituire Sarah – non ancora
perlomeno.
«Non tirare troppo la corda», le disse.
«No, signore», rispose Sarah, ma la mano rimase premuta sul telefono finché
il dottore non scese le scale per tornare nel suo studio.
Muovendosi con prudenza e una certa goffaggine, Frank varcò la porta
principale e raggiunse il marciapiede, poi si voltò a guardare la casa e vide Sarah
ferma sulla soglia, ombreggiata dai fiori del corniolo. Lei salutò con la mano.
Addio – a lui e Cee o forse al suo lavoro.
Sarah si fermò per un momento a guardare la coppia che spariva lungo la via.
«Grazie al cielo», mormorò, pensando che un giorno in più sarebbe stato
certamente fatale. Incolpava se stessa pressoché quanto il dottor Beau. Sapeva
che lui praticava iniezioni, dava da bere alle pazienti medicine di sua invenzione
e di tanto in tanto faceva abortire le signore della buona società. Niente di tutto
ciò la turbava o l’allarmava. Non sapeva, però, quando lui aveva preso a
interessarsi tanto all’utero in generale, a fabbricare strumenti per studiarlo
sempre più a fondo. Migliorando lo speculum. Ma quando aveva notato la
perdita di peso di Cee, la sua stanchezza, e la durata delle mestruazioni, si era
spaventata tanto da scrivere all’unico parente di cui Cee avesse l’indirizzo. I
giorni erano passati. Sarah non sapeva se il suo messaggio inquietante fosse
giunto a destinazione e si stava facendo forza per dire al dottore che doveva
chiamare un’ambulanza quando il fratello aveva bussato alla porta della cucina.
Grazie a Dio. Proprio come dicevano gli anziani: non quando Lo invochi; non
quando Lo vorresti; solo quando hai bisogno di Lui e non un minuto prima. Se la
ragazza fosse morta, pensò, non sarebbe stata sotto la sua responsabilità nella
casa del dottore. Sarebbe stata fra le braccia del fratello.
Qualche fiore di corniolo, afflosciato dal caldo, cadde mentre Sarah chiudeva
la porta.
Frank mise in piedi Cee, facendosi passare il braccio destro di lei attorno al
collo. La testa appoggiata alla spalla di lui, i piedi che non fingevano nemmeno di
muovere un passo, era leggera come una piuma. Frank arrivò alla fermata
dell’autobus e aspettò per quella che parve un’eternità. Passò il tempo contando
gli alberi da frutto in quasi tutti i giardini – peri, ciliegi, meli e fichi.
Sull’autobus diretto in città c’erano pochi passeggeri, e fu un sollievo essere
relegati in fondo al mezzo, dove i lunghi sedili davano più spazio a loro due e
proteggevano i passeggeri dalla vista di un uomo che portava, trascinava, una
donna chiaramente malmenata, ubriaca.
Quando scesero dall’autobus ci volle un po’ per trovare un taxi abusivo
parcheggiato lontano dalla fila di auto di piazza in attesa, e ancora di più per
convincere il conducente ad accettare il probabile danno al sedile dietro.
«È morta?»
«Guida.»
«Sto guidando, fratello, ma vorrei sapere se finirò in galera o no.»
«Ti ho detto guida.»
«Dove andiamo?»
«Lotus. A una trentina di chilometri lungo la Cinquantaquattro.»
«Ti costerà parecchio.»
«Non preoccuparti.» Frank invece era preoccupato. Cee pareva ormai sul
ciglio della vita. Frammista alla paura c’era la profonda soddisfazione suscitata in
lui dal salvataggio, non solo perché era riuscito ma anche perché era stato
marcatamente non violento. Sarebbe bastato un: «Posso portare a casa mia
sorella?» Invece il dottore si era sentito minacciato non appena lui aveva varcato
la soglia. Eppure, non aver dovuto picchiare il nemico per ottenere quello che
voleva lo faceva sentire in qualche modo superiore – come dire, be’, in gamba.
«Non mi sembra tanto in forma», disse il conducente.
«Guarda dove vai, bello. La strada davanti a te non sta nello specchietto.»
«È quel che faccio, non ti sembra? Il limite di velocità è novanta, se non lo sai.
Non voglio rogne con gli sbirri.»
«Se non chiudi il becco, la polizia sarà la cosa migliore che ti capiterà.» La
voce di Frank era dura, ma lui aveva le orecchie tese per cogliere l’urlo di una
sirena.
«Sanguina sul sedile? Dovrai pagarmi un extra se mi sporca il sedile dietro.»
«Di’ un’altra parola, solo una, e non vedrai neanche un centesimo, cazzo.»
Il conducente accese la radio. Lloyd Price, pieno di allegria e felicità, cantava
Lawdy Miss Clawdy.
Cee, priva di conoscenza, di tanto in tanto si lamentava e ora la pelle scottava
al tatto; era un peso morto, così Frank ebbe difficoltà a frugarsi nelle tasche per
pagare la corsa. La portiera del taxi si era appena chiusa quando polvere e
sassolini schizzarono via da dietro le gomme, mentre il tassista si allontanava il
più possibile e alla massima velocità da Lotus e da quei bifolchi dei suoi abitanti,
pericolosi e pazzi da legare.
Le dita dei piedi di Cee sfioravano la ghiaia mentre lui la trascinava lungo la
stretta via che portava alla casa di Miss Ethel Fordham. Frank prese di nuovo in
braccio la sorella e, stringendola forte, salì i gradini del portico. Un gruppo di
bambini era radunato sulla strada lì davanti a guardare una ragazzina che faceva
rimbalzare la palla con una racchetta da ping pong come una professionista.
Puntarono lo sguardo verso l’uomo e il suo fardello. Un bel cane nero accucciato
accanto alla ragazzina si alzò e parve più interessato alla scena che non i bambini.
Mentre fissavano l’uomo e la donna sotto il portico di Miss Ethel, le bocche si
spalancarono. Un maschio indicò il sangue che macchiava la divisa bianca e
ridacchiò. La ragazzina lo colpì sulla testa con la racchetta dicendo: «Zitto!»
Riconobbe l’uomo, era quello che tanto tempo fa le aveva fatto un collare per la
sua cucciola.
Un grosso cesto di fagiolini era appoggiato vicino a una sedia. Su un piccolo
tavolo c’erano una ciotola e uno spelucchino. Oltre la zanzariera Frank sentì
cantare: «Nearer, my God, to Thee…» 7
«Miss Ethel? È in casa?» gridò Frank. «Sono io, Smart Money. Miss Ethel?»
Il canto s’interruppe ed Ethel Fordham sbirciò attraverso la zanzariera,
guardando non lui ma la forma minuta tra le sue braccia. Aggrottò la fronte.
«Ycidra? Oh, piccola.»
Frank non poteva spiegarle e non ci provò nemmeno. Aiutò Miss Ethel a
distendere Cee sul letto, dopodiché lei gli disse di aspettare fuori. Sollevò la divisa
di Cee e le allargò le gambe.
«Misericordia», mormorò. «Sta bruciando.» Poi, al fratello che indugiava:
«Va’ a pulire i fagiolini, Smart Money. Io ho da fare».

7. Nearer, my God, to Thee (Più vicino, mio Dio, a Te) è un celebre inno religioso
risalente al XIX secolo. (N.d.T.)
13

Era così luminoso, più luminoso di quanto lui ricordasse. Il sole, dopo aver
risucchiato l’azzurro del cielo, si attardava lassù in un firmamento bianco,
minacciando Lotus, torturandone il paesaggio, ma senza mai, mai e poi mai
riuscire a zittirla: i bambini ridevano ancora, correvano, strillavano i loro giochi;
le donne cantavano nei giardini stendendo le lenzuola bagnate sui fili del bucato;
talvolta a un soprano si univa il contralto di una vicina o un tenore di passaggio.
«Take me to the water. Take me to the water. Take me to the water. To be
baptized.» 8 Frank non percorreva questa strada sterrata dal 1949, e non aveva
più messo piede sulle assi di legno che coprivano i punti dove il terreno era stato
scavato dalla pioggia. Non c’erano marciapiedi, ma ogni giardino sul davanti e
sul retro delle case sfoggiava fiori che proteggevano gli ortaggi dalle malattie e dai
predatori – calendule, nasturzi, dalie. Cremisi, viola, rosa, e blu Cina. Gli alberi
erano sempre stati di questo verde così intenso? Il sole faceva del suo meglio per
divorare la pace benedetta che si trovava sotto gli ampi alberi antichi; faceva del
suo meglio per guastare il piacere di stare tra persone che non volevano
degradare né distruggere nessuno. Per quanto si sforzasse, la sua vampa non
riusciva a strinare le farfalle gialle sulle rose scarlatte, né a soffocare il canto degli
uccelli. Il caldo feroce non disturbava Mr Fuller e il nipote seduti sul cassone di
un camioncino – il ragazzino con un’armonica a bocca, l’uomo con un banjo a
sei corde. I piedi nudi del nipote dondolavano; lo scarpone sinistro dello zio
batteva il tempo. Era avvolto dal colore, dal silenzio e dalla musica.
Questa sensazione di sicurezza e di benevolenza, lo sapeva, era esagerata, ma
se la stava gustando realmente. Si convinse che lì da qualche parte ci fossero
costine di maiale che sfrigolavano sulla griglia in un giardino, mentre in casa
c’erano insalata di patate, insalata di cavolo e piselli dolci. Una torta con tanto
burro e tante uova si raffreddava sopra una ghiacciaia. Ed era sicuro che sulla
riva del torrente che chiamavano Wretched, intenta alla pesca ci fosse una donna
con un cappello di paglia da uomo. Per stare più comoda e all’ombra, era di certo
seduta sotto l’alloro, quello con i rami come braccia spalancate.
Quando raggiunse i campi di cotone oltre Lotus, vide ettari di fiori rosa
esposti al sole malevolo. Nel giro di qualche giorno sarebbero diventati rossi e
caduti a terra per lasciare spazio alle giovani capsule. Il piantatore avrebbe avuto
bisogno di aiuto per la sarchiatura e Frank si sarebbe messo in fila allora, e di
nuovo per la raccolta quando fosse arrivato il momento. Come tutti i lavori
pesanti, raccogliere il cotone sfiniva il corpo ma lasciava libera la mente di
riempirsi di sogni di vendetta, immagini di piaceri illeciti – persino ambiziosi
progetti di fuga. A interrompere questi grandi pensieri, ecco quelli più piccoli.
Un altro tipo di medicina per il bambino in fasce? Che fare per il piede di uno
zio, così gonfio che non riesce più a infilarsi la scarpa? Stavolta il proprietario si
accontenterà di metà dell’affitto?
Mentre aspettava di mettersi all’opera, Frank non fece altro che pensare a Cee,
domandandosi se stesse meglio o peggio. Il suo capo ad Atlanta le aveva fatto
qualcosa – cosa di preciso, non lo sapeva – e ora lei combatteva contro una
febbre che non scendeva. Che la radice di calamo aromatico su cui contava Miss
Ethel non stesse facendo effetto, lo sapeva. Ma non sapeva altro, perché ogni
donna del vicinato gli impediva di andare a trovare l’ammalata. Se non fosse
stato per la ragazzina, Jackie, non avrebbe saputo proprio niente. Erano convinte,
apprese da lei, che siccome era un maschio, lui avrebbe aggravato il male di Cee.
Gli disse che le donne facevano a turno nell’assisterla e ciascuna aveva una ricetta
diversa per curarla. Quello su cui tutte concordavano era che lui dovesse stare
lontano dal suo capezzale.
Il che spiegava perché Miss Ethel non volesse nemmeno vederlo sotto il
portico.
«Vattene da qualche altra parte», gli disse, «e sta’ lontano finché non ti
manderò a chiamare.»
Frank pensò che pareva seriamente spaventata. «Non la lasci morire», disse.
«Capito?»
«Fila via.» Lo scacciò con la mano. «Non sei per niente di aiuto, Mr Smart
Money, non con un atteggiamento così malevolo. Alla larga, ti ho detto.»
Così lui si affaccendò a pulire e riparare la casa dei genitori, rimasta vuota
dopo la morte del padre. Con quel poco che era avanzato dei soldi nascosti nella
scarpa e ciò che rimaneva del salario di Cee, aveva appena quanto bastava per
riaffittarla per qualche mese. Frugò in un buco accanto alla cucina economica e
trovò la scatola di fiammiferi. I due denti da latte di Cee erano piccolissimi vicino
alle sue biglie vincenti: una di un azzurro intenso, l’altra color ebano, e poi la sua
preferita, variegata arcobaleno. L’orologio Bulova era ancora lì. Niente corona,
niente lancette – proprio come funzionava il tempo a Lotus, puro e soggetto
all’interpretazione di chiunque.
Appena i fiori iniziarono a cadere, Frank camminò lungo i filari di cotone fino
alla baracca che l’intendente della piantagione chiamava ufficio. Un tempo
odiava questo posto. Le tempeste di polvere che creava quando era a maggese, le
guerre ai tripidi e il calore accecante. Da bambino assegnato alla raccolta degli
sterpi mentre i genitori erano lontani nei campi produttivi, la bocca gli si seccava
per la furia. Aveva combinato pasticci più che poteva pur di farsi licenziare. Ci
era riuscito. I rimproveri del padre non avevano importanza perché lui e Cee
erano liberi di inventarsi modi di occupare il tempo senza tempo di quando il
mondo era ancora fresco.
Se lei fosse morta perché un dottore arrogante e malvagio l’aveva martoriata, i
ricordi di guerra sarebbero impalliditi in confronto a quello che gli avrebbe fatto.
Anche se avesse dovuto metterci il resto della vita, anche se avesse dovuto finire i
suoi giorni in prigione. Pur avendo sconfitto il nemico senza spargimenti di
sangue, immaginando la morte della sorella si unì agli altri braccianti che
progettavano una dolce vendetta sotto il sole.
Era la fine di giugno quando Miss Ethel mandò Jackie a dirgli che poteva
passare da lei, e luglio quando Cee fu in condizioni di trasferirsi nella casa dei
genitori.
Cee era diversa. Due mesi circondata da donne di campagna che amavano
accanirsi l’avevano cambiata. Le donne trattavano la malattia come se fosse un
affronto, un intruso sbruffone e fuorilegge da scacciare a frustate. Non
sprecavano il loro tempo né quello della paziente con la compassione e
opponevano alle lacrime della sofferente un disprezzo rassegnato.
Prima l’emorragia: «Allarga le ginocchia. Ti farà male. Zitta. Zitta, ho detto».
Poi l’infezione: «Bevi questo. Se lo vomiti dovrai berne ancora, perciò evita».
Quindi il risanamento: «Smettila. Il bruciore porta la guarigione. Sta’
tranquilla».
In seguito, quando la febbre passò e qualsiasi cosa le avessero infilato nella
vagina venne lavato via, Cee descrisse il poco che sapeva riguardo a ciò che le era
successo. Nessuna glielo aveva chiesto. Quando seppero che aveva lavorato per
un medico, le occhiate al cielo e i sibili tra i denti bastarono a rendere chiaro il
loro biasimo. E niente di quello che ricordava Cee – come si sentisse bene al
risveglio dopo che il dottor Beau le aveva iniettato qualcosa per farla
addormentare; con quanta passione lui parlasse del valore degli esami; come lei
credesse che il sangue e il dolore successivi fossero un problema mestruale –,
nulla di tutto ciò le convinse a cambiare idea sull’industria medica.
«Gli uomini riconoscono un bugliolo quando ne vedono uno.»
«Non sei un mulo, che devi tirare il carro di un dottore perfido.»
«Ma sei una latrina o una donna?»
«Chi ti ha detto che eri spazzatura?»
«Come facevo a sapere cos’aveva in mente?» cercò di difendersi Cee.
«Le disgrazie non avvertono in anticipo. Ecco perché bisogna restare svegli –
altrimenti ci mettono un attimo a entrare dalla porta.»
«Però…»
«Però niente. Vali abbastanza agli occhi di Gesù. Non ti serve sapere altro.»

Mentre guariva, le donne cambiarono tattica e smisero di rimproverarla. Ora


arrivavano con ricami e uncinetto, e alla fine usarono la casa di Ethel Fordham
per fabbricare quilt. Ignorando chi preferiva coperte nuove e soffici, praticavano
ciò che le madri avevano insegnato loro nel periodo che i ricchi chiamavano
Depressione e loro chiamavano vita. Circondata da quell’andirivieni, mentre
ascoltava i loro discorsi, i canti, e ne seguiva le istruzioni, Cee doveva solo
prestare loro quell’attenzione di cui non le aveva mai degnate prima. Non erano
affatto come Lenore, che aveva comandato a bacchetta Salem e ora, dopo un
piccolo ictus, non faceva più niente. Sebbene ogni sua infermiera fosse
notevolmente diversa dalle altre per aspetto, abbigliamento, modo di parlare,
gusti e preferenze medicinali, la somiglianza fra loro era lampante. Negli orti non
c’era sovrabbondanza perché condividevano tutto. Nelle case non c’erano rifiuti
né spazzatura perché trovavano un uso per tutto. Si assumevano la responsabilità
della loro vita e di qualunque altra persona o cosa avesse bisogno di loro. La
mancanza di buon senso le irritava ma non le sorprendeva. La pigrizia era più
che intollerabile per loro, era inumana. Che ci si trovasse nei campi, in casa o in
giardino, bisognava tenersi occupati. Il sonno non era fatto per sognare; serviva a
raccogliere le forze per il giorno a venire. La conversazione era accompagnata
dalle faccende: stirare, sbucciare, sgusciare, setacciare, cucire, rammendare,
lavare o curare. L’età non si poteva imparare, ma la maturità era alla portata di
tutti. Piangere era utile ma Dio era meglio e loro non volevano incontrare il
Creatore e dover giustificare una vita sprecata. Sapevano che Egli avrebbe posto a
ciascuna una sola domanda: «Che cosa hai fatto?»
Cee ricordava che un figlio di Ethel Fordham era stato assassinato su al Nord,
a Detroit. Maylene Stone vedeva da un occhio solo, l’altro era stato trapassato da
una scheggia alla segheria. Non aveva consultato nessun medico, oppure lui si
era negato. Sia Hanna Rayburn sia Clover Reid, rese invalide dalla polio, avevano
aiutato i fratelli e i mariti a portare legname alla chiesa danneggiata da una
tempesta. Alcuni mali, credevano, erano incorreggibili, perciò era meglio lasciare
che fosse il Signore a sconfiggerli. Altri invece si potevano alleviare. Il punto era
capire la differenza.
L’ultima fase della guarigione di Cee fu, per lei, la peggiore. Doveva essere
baciata dal sole, il che significava trascorrere almeno un’ora al giorno con le
gambe spalancate al sole ardente. Le donne concordavano che quell’abbraccio
l’avrebbe liberata da ogni residuo malanno all’utero. Cee, sconvolta e
imbarazzata, si rifiutò. E se qualcuno, un bambino, un uomo, l’avesse vista
spaparanzata a quel modo?
«Non ti vedrà nessuno», le dissero. «E anche se fosse? Allora?»
«Credi che la tua passera è diversa dalle altre?»
«Smettila di preoccuparti», le consigliò Ethel Fordham. «Io starò fuori con te.
L’importante è arrivare a una guarigione permanente. Del tipo che va al di là di
ogni umano potere.»
E così Cee, riluttante per l’imbarazzo, si stendeva sorretta dai cuscini in fondo
al piccolo portico sul retro della casa di Ethel, non appena i raggi violenti del sole
puntavano in quella direzione. Ogni volta la rabbia e l’umiliazione le facevano
contrarre le dita dei piedi e irrigidire le gambe.
«Per favore, Miss Ethel. Non ce la faccio più.»
«Oh, sta’ buona, piccola.» Ethel stava perdendo la pazienza. «Se non sbaglio,
finora ogni volta che hai aperto le gambe ti è andata male. Pensi che anche la luce
del sole ti tradirà?»
La quarta volta finalmente si rilassò, perché restare irrigidita per un’ora era
estenuante. Smise di domandarsi se qualcuno la stesse sbirciando tra le piante di
mais Bantam nell’orto di Ethel o nascosto dietro i platani appena oltre. Se dieci
giorni di quell’abbandono al sole furono benefici per le sue parti femminili, non
lo avrebbe saputo mai. Ciò che seguì all’ultima ora di baci del sole, quando le fu
permesso di accomodarsi composta su una sedia a dondolo, fu l’amore esigente
di Ethel Fordham, che la consolò e le diede forza più di ogni altra cosa.
La donna trascinò una sedia sotto il portico vicino a quella di Cee. Appoggiò
sul tavolo tra loro un piatto di biscotti appena sfornati e un vasetto di marmellata
di more. Era il primo alimento non medicinale che le fosse concesso di mangiare,
e pure il primo assaggio di zucchero. Gli occhi fissi sull’orto, Ethel parlò con voce
pacata.
«Ti conosco da quando non sapevi ancora camminare. Avevi due occhioni
grandi e belli. Erano pieni di tristezza, però. Vedevo che seguivi sempre tuo
fratello. Quando lui è partito sei scappata con quello spreco dell’aria e del tempo
del Signore. Adesso sei tornata a casa. Finalmente sei guarita, ma potresti
scappare via un’altra volta. Non dirmi che permetterai ancora a Lenore di
decidere chi sei, vero? Se è questo che hai in mente, prima lasciati dire una cosa.
Ricordi la storia dell’oca dalle uova d’oro? Di come il contadino prendeva le uova
e poi l’avidità l’ha reso tanto stupido da uccidere l’oca? Io ho sempre pensato che
con un’oca morta ci si può fare almeno un buon pranzo. Ma con l’oro?
Figuriamoci. A Lenore non è mai interessato niente altro. Lo aveva, lo amava e
pensava che la ponesse sopra tutti gli altri. Proprio come il contadino. Perché
non ha arato la sua terra, l’ha seminata e ci ha fatto crescere qualcosa da
mangiare?»
Cee rise e spalmò di marmellata un altro biscotto.
«Capisci cosa intendo? Guardati. Sei libera. Niente e nessuno è obbligato a
salvarti se non te stessa. Semina la tua terra. Sei giovane e sei una donna e ci sono
forti limitazioni in tutte e due le cose, ma sei anche una persona. Non permettere
a Lenore o a un fidanzato insignificante e tanto meno a un diavolo di dottore di
decidere chi sei. Quella è schiavitù. Da qualche parte dentro di te c’è quella
persona libera che dico io. Trovala e permettile di fare un po’ di bene a questo
mondo.»
Cee tuffò il dito nel vaso di marmellata. Lo leccò.
«Io non vado da nessuna parte, Miss Ethel. Questo è il mio posto.»

Qualche settimana dopo Cee era ai fornelli e premeva fresche foglie di cavolo
in una pentola colma d’acqua bollente insaporita da due ossa di prosciutto.
Quando Frank finì di lavorare e aprì la porta, notò di nuovo che aspetto sano
avesse – pelle luminosa, schiena dritta, non incurvata dal malessere.
«Ehi», le disse. «Ma guardati.»
«Ho una brutta cera?»
«No, anzi, bellissima. Ti senti meglio?»
«Eccome. Molto, molto meglio. Hai fame? Questo piatto non è niente di che.
Vado a prendere una gallina?»
«No. Quello che stai cucinando va bene.»
«So che ti piaceva il pane in padella che faceva la mamma. Te ne preparo un
po’.»
«Affetto i pomodori?»
«Mm-mm.»
«Cos’è tutta quella roba sul divano?» Una pila di scampoli di tessuto era lì da
giorni.
«Pezze di stoffa per fare un quilt.»
«Hai mai avuto bisogno di un quilt da queste parti?»
«No.»
«E allora perché vuoi farne uno?»
«I turisti li comprano.»
«Quali turisti?»
«Quelli che arrivano a Jeffrey, a Mount Haven. Miss Johnson del Buon
Pastore li compra da noi e li smercia a Mount Haven. Se il mio verrà bene, Miss
Ethel potrebbe farglielo vedere.»
«Bello.»
«Più che bello. Fra poco qui dovrebbero arrivare l’elettricità e l’acqua
corrente. E costano tutte e due. Vale la pena anche solo per avere un ventilatore
elettrico.»
«Poi quando mi pagheranno potresti prenderti un frigorifero Philco.»
«Cosa ce ne facciamo? So fare le conserve e, per tutto il resto, se ho bisogno di
qualcosa vado fuori e lo raccolgo o lo ammazzo. E poi, chi è che cucina qui, tu o
io?»
Frank rise. Questa Cee non era la ragazzina che tremava al minimo tocco del
perfido mondo reale. E non era nemmeno la piccola non ancora quindicenne
disposta a scappare via con il primo ragazzo che glielo chiedeva. E non era la
domestica convinta che qualsiasi cosa le succedesse mentre era anestetizzata
fosse una buona idea, buona perché un camice bianco le aveva detto così. Frank
non sapeva cosa le fosse successo durante quelle settimane a casa di Miss Ethel,
circondata da quelle donne con occhi che avevano visto di tutto. Le loro scarse
aspettative nei confronti del mondo erano sempre ostentate. La devozione
reciproca e a Gesù dava loro stabilità e le poneva al di sopra delle loro condizioni
di vita. Gli avevano consegnato una Cee che non avrebbe mai più avuto bisogno
della sua mano per coprirle gli occhi o delle sue braccia per arrestare il mormorio
delle ossa.
«Il tuo grembo non potrà mai dare frutti.»
Era stata Miss Ethel Fordham a dirglielo. Senza rincrescimento né allarme, le
aveva trasmesso la notizia come se avesse esaminato una pianticella della Burpee
vittima di conigli malandrini. Allora Cee non aveva saputo come reagire alla
notizia, come non sapeva cosa provasse nei confronti del dottor Beau. La rabbia
le era preclusa – era stata così stupida, così desiderosa di compiacere. Come al
solito aveva giustificato la sua ingenuità con la mancanza di istruzione, ma quella
scusa era andata in frantumi non appena aveva pensato alle donne esperte che si
erano prese cura di lei e l’avevano guarita. Alcune dovevano farsi leggere i
versetti della Bibbia perché non erano capaci di decifrare il testo stampato, e così
avevano affinato le doti degli analfabeti: una memoria perfetta, una mente
fotografica, i sensi dell’olfatto e dell’udito assai sviluppati. E avevano saputo
come porre rimedio a ciò che un medico dotto e criminale aveva saccheggiato. Se
non dipendeva dall’istruzione, da cosa allora?
Marchiata in tenera età come una «bambina nata in un fosso» indegna di
affetto e a stento tollerata da Lenore, l’unica persona la cui opinione contasse
qualcosa per i suoi genitori, proprio come aveva detto Miss Ethel, aveva accettato
quell’etichetta e si era convinta di non valere niente. Ida non le aveva mai detto:
«Sei mia figlia. Ti voglio bene. Non sei nata in un fosso. Sei nata tra le mie
braccia. Vieni qui e fatti stringere forte». Se non la madre, qualcuno da qualche
parte avrebbe dovuto dirle quelle parole, e con sincerità.
Soltanto Frank aveva considerazione per lei. E se la sua devozione l’aveva
protetta, non l’aveva resa forte. Ma avrebbe dovuto? Perché doveva essere
compito del fratello e non suo? Cee non conosceva nessuna donna molle e
sciocca. Non Thelma, o Sarah, o Ida, e certo non le donne che l’avevano guarita.
Persino Mrs K., che permetteva ai ragazzi di fare sconcezze con lei, pettinava i
capelli e prendeva a schiaffi chiunque la maltrattasse, dentro e fuori la cucina
dove lavorava.
Perciò dipendeva solo da lei. In questo mondo con queste persone Cee voleva
essere una donna che non avrebbe mai più avuto bisogno di essere salvata. Non
da Lenore grazie alle bugie del Mascalzone, non dal dottor Beau grazie al
coraggio di Sarah e del fratello. Baciata dal sole o no, voleva essere quella che
salvava se stessa. Aveva un cervello, o no? Per diventare così non bastava
desiderarlo, e nemmeno attribuire colpe, ma forse pensare sì. Se non si rispettava
lei per prima, perché avrebbero dovuto farlo gli altri?
Okay. Non avrebbe mai avuto figli di cui occuparsi e che l’avrebbero resa
madre.
Okay. Non aveva e probabilmente non avrebbe mai avuto un compagno.
Perché la cosa doveva avere importanza? Amore? Per piacere. Protezione? Sì,
certo. Uova d’oro? Non fatemi ridere.
Okay. Non aveva un soldo. Ma non per molto. Avrebbe dovuto inventarsi un
modo per guadagnarsi da vivere.
Che altro?
Dopo che Miss Ethel le aveva dato la brutta notizia, la donna più anziana era
andata nell’orto per mischiare fondi di caffè e gusci d’uovo al terreno intorno alle
piante. Assente e incapace di reagire alla diagnosi di Ethel, Cee l’aveva osservata.
Portava appeso al grembiule un sacchettino colmo di spicchi d’aglio. Per gli afidi,
diceva. Orticoltrice aggressiva, Miss Ethel fermava o distruggeva i nemici e si
prendeva cura delle piante. Le lumache si arricciavano e morivano sotto l’acqua
mista ad aceto. I procioni audaci e fiduciosi gridavano e scappavano via quando
le zampe morbide toccavano i frammenti di carta di giornale o di fil di ferro
intorno alle piante. Gli steli di mais dormivano in pace, protetti dalle puzzole
grazie a sacchetti di carta. Sotto le sue cure i fagioli rampicanti si incurvavano e
poi si raddrizzavano segnalando che erano pronti. Gli stoloni delle fragole si
propagavano dovunque, le bacche di un regale scarlatto scintillavano sotto la
pioggia mattutina. Le api si radunavano per salutare l’Illicium e berne il nettare.
Il suo non era il giardino dell’Eden; era molto di più. Per lei tutto il mondo dei
predatori lo minacciava, contrastandone il nutrimento, la bellezza, i benefici e le
esigenze. E lei lo amava.
Che cosa amava Cee a questo mondo? Avrebbe dovuto pensarci.
Intanto il fratello era lì con lei, il che le era di grande conforto, ma non aveva
bisogno di lui come prima. Lui le aveva letteralmente salvato la vita, ma Cee non
desiderava e non voleva le sue dita sulla nuca che le dicevano di non piangere,
che sarebbe andato tutto bene. Qualcosa, forse, ma non tutto.
«Non posso avere figli», gli disse Cee. «Non potrò mai averne.» Abbassò la
fiamma sotto la pentola con il cavolo.
«Il dottore?»
«Il dottore.»
«Mi dispiace, Cee. Mi dispiace tanto.» Frank le si avvicinò.
«No», disse lei, allontanandogli la mano. «Quando Miss Ethel me l’ha detto,
all’inizio non ho provato niente, ma adesso ci penso sempre. È come se quaggiù
ci fosse una bambina che aspetta di nascere. È da qualche parte qui intorno
nell’aria, in questa casa, e ha scelto me per venire al mondo. E adesso dovrà
trovarsi un’altra madre.» Cee incominciò a singhiozzare.
«Dài, piccola. Non piangere», sussurrò Frank.
«Perché no? Posso disperarmi se voglio. Non devi cercare di mandare via il
dolore. Non deve andare via. È giusto che sia così triste e non ho intenzione di
nascondermi da quel che è vero solo perché fa male.» Cee non singhiozzava più,
ma le lacrime le scorrevano ancora sulle guance.
Frank si sedette, serrò le mani e vi appoggiò la fronte.
«Sai, il sorriso sdentato dei bambini piccoli?» disse lei. «Continuo a vederlo.
Una volta l’ho visto in un peperone verde. Un’altra volta una nuvola si è curvata
in un modo che sembrava…» Cee non finì il suo elenco. Semplicemente andò a
sedersi sul divano e iniziò a ordinare e riordinare le pezze per il quilt. Di tanto in
tanto si asciugava le guance con il dorso della mano.
Frank uscì. Camminando avanti e indietro nel giardino davanti alla casa, sentì
uno sfarfallio nel petto. Chi poteva fare una cosa simile a una ragazza? E un
medico, per giunta? Perché diavolo? Gli bruciavano gli occhi e batté rapidamente
le palpebre per trattenere quelle che rischiavano di diventare le lacrime che non
aveva più versato da quando andava gattoni. Nemmeno mentre teneva Mike fra
le braccia o sussurrava a Stuff gli erano bruciati gli occhi a quel modo. Vero, ogni
tanto aveva la vista offuscata, ma non aveva mai pianto. Neanche una volta.
Confuso e profondamente turbato, decise di sfogarsi camminando. Si avviò
lungo la strada, tagliò per i sentieri e costeggiò gli orti. Salutando di tanto in
tanto i vicini di passaggio o quelli impegnati a sbrigare faccende sotto i portici,
non riusciva a credere a quanto un tempo avesse odiato questo posto. Adesso gli
sembrava insieme fresco e antico, sicuro ed esigente. Quando si trovò sulla riva
del Wretched, a volte un torrente, a volte un ruscello, altre volte un letto di fango,
si accucciò sotto l’alloro. Sua sorella era sventrata, sterile, ma non distrutta. Era
capace di conoscere la verità, accettarla, e continuare a cucire quilt. Frank cercò
di capire cos’altro lo turbasse e come reagire.

8. Take me to the Water (Portami all’acqua / Affinché io sia battezzato) è uno spiritual
del XIX secolo, particolarmente noto nell’interpretazione di Nina Simone. (N.d.T.)
14

Devo dirti subito una cosa. Devo raccontarti tutta la verità. Ho mentito a te e
ho mentito a me stesso. Te l’ho nascosta perché la nascondevo a me. Mi sentivo così
fiero nel piangere i miei amici morti. Quanto gli volevo bene. Quanto ci tenevo a
loro, quanto mi mancavano. Il mio lutto era così compatto che ha coperto
completamente la vergogna.
Poi Cee mi ha detto di avere visto il sorriso di una bambina per tutta la casa,
nell’aria, nelle nuvole. Mi ha molto colpito. Forse la piccola non aspettava di
nascere da lei. Forse era già morta, e aspettava che io mi facessi avanti per dire
come.
Io ho sparato in faccia alla bambina coreana.
Io sono quello che lei ha toccato.
Io sono quello che l’ha vista sorridere.
Io sono quello a cui ha detto: «Gnam gnam».
Io sono quello che ha fatto eccitare.
Una bambina. Una bambina piccola.
Non ho pensato. Non ce n’è stato bisogno.
Meglio se moriva.
Come potevo lasciarla vivere dopo che mi aveva portato giù in un posto che non
sapevo di avere dentro di me?
Come potevo stimare me stesso, addirittura essere me stesso se mi fossi arreso a
quel posto, dove mi apro la patta e lascio che lei senta il mio sapore proprio lì?
E di nuovo il giorno dopo e quello dopo ancora, finché fosse venuta a frugare tra
i rifiuti.
Che razza di uomo è quello?
E che razza di uomo pensa che potrà mai nella vita pagare il prezzo di
quell’arancia?
Puoi continuare a scrivere, ma penso che dovresti sapere cos’è vero.
15

Il mattino dopo a colazione Cee pareva tornata alla nuova e più solida
versione di se stessa, fiduciosa, allegra e affaccendata. Servendo patate e cipolle
fritte nel piatto di Frank gli chiese se volesse anche delle uova.
Lui rifiutò, ma chiese dell’altro caffè. Aveva trascorso una notte insonne,
continuando a rigirarsi, intrappolato in pensieri implacabili e angosciosi. Aveva
coperto la colpa e la vergogna ingigantendo il lutto per gli amici morti. Giorno e
notte si era aggrappato a quella sofferenza perché teneva nascosta la bambina
coreana, le impediva di diventare un chiodo fisso. Ora quel chiodo gli si era
piantato nel petto e niente l’avrebbe più spostato. Il meglio che poteva sperare
era di avere tempo per smuoverlo. Intanto c’erano altre cose che valeva la pena
fare.
«Cee?» Frank, guardandola in faccia, fu contento di vedere che aveva gli occhi
asciutti e calmi. «Che ne è stato di quel posto dove andavamo a intrufolarci? Te
lo ricordi? Ci tenevano i cavalli.»
«Me lo ricordo», disse Cee. «Ho sentito che qualcuno lo aveva comprato e
trasformato in una bisca. Giocavano d’azzardo giorno e notte. E ci tenevano
anche delle donne. Poi ho sentito che organizzavano combattimenti di cani.»
«Che ne hanno fatto dei cavalli? Qualcuno lo sa?»
«Io no. Chiedi a Salem. Non dice una parola ma sa tutto quello che succede.»
Frank non aveva intenzione di entrare in casa di Lenore in cerca di Salem.
Sapeva esattamente dove e quando trovarlo. Il vecchio era regolare come un
corvo nelle sue abitudini. Si posava sotto il portico di un amico a una certa ora,
svolazzava a Jeffrey in un certo giorno, e confidava nei vicini perché gli offrissero
qualche spuntino fra un pasto e l’altro. Come sempre, dopo cena si univa al
nugolo di persone radunate sotto il portico di Fish Eye Anderson.
A parte Salem, tutti lì erano veterani. I due più anziani avevano combattuto
nella prima guerra mondiale, gli altri nella seconda. Sapevano di quella di Corea
ma siccome non ne capivano il perché non le attribuivano il rispetto – la serietà –
che secondo Frank meritava. I veterani classificavano le battaglie e le guerre
secondo il numero di vittime: tremila nel tal posto, sessantamila nelle trincee,
dodicimila da un’altra parte. Più erano i morti, maggiore era il coraggio dei
combattenti, non la stupidità dei comandanti. Pur non avendo né storie da
raccontare né opinioni sull’esercito, Salem Money era un giocatore incallito.
Adesso che la moglie era costretta a passare la maggior parte del tempo a letto o
in poltrona lui era più vicino alla libertà di quanto non lo fosse mai stato. Certo,
doveva ascoltare le lamentele di Lenore, ma la sua difficoltà nell’esprimersi gli
permetteva di fingere di non capire cosa volesse. Un altro vantaggio era che
adesso era lui a gestire i soldi. Ogni mese si faceva dare uno strappo fino a Jeffrey
e prelevava il necessario dal loro conto corrente. Se Lenore gli chiedeva di vedere
il libretto di banca lui la ignorava o le diceva: «Non devi preoccuparti. È tutto a
posto fino all’ultimo centesimo».
Quasi ogni giorno dopo cena Salem e gli amici si ritrovavano per giocare a
dama, a scacchi e talvolta a whist. Due tavoli costituivano l’arredo permanente
del portico sempre ingombro di Fish Eye. Le canne da pesca erano appoggiate
alla ringhiera, i cesti di verdura aspettavano di venire portati a casa, bottiglie
vuote di bibite, giornali – tutto quello che serviva agli uomini per stare comodi.
Mentre due coppie di giocatori muovevano le pedine, gli altri appoggiati alla
ringhiera ridacchiavano, davano consigli e prendevano in giro gli sconfitti. Frank
scavalcò un cesto di barbabietole Detroit Dark Red e s’inserì nel gruppo di
spettatori. Appena finì la partita di whist si avvicinò alla scacchiera, dove Salem e
Fish Eye riflettevano per lunghi minuti fra una mossa e l’altra. Durante una di
queste pause prese la parola.
«Cee mi dice che quel posto laggiù – con i cavalli – quello che un tempo era
una stazione di monta… Dice che adesso ci fanno combattimenti di cani. È
vero?»
«Combattimenti di cani.» Salem si coprì la bocca per trattenere la risata che
gli era sfuggita.
«Perché ridi?»
«Combattimenti di cani. Magari avessero fatto solo quelli. No. Quel posto è
andato a fuoco un po’ di tempo fa, rendiamo grazie al buon Signore.» Salem
agitò la mano per invitare Frank a non intralciare la sua concentrazione sulla
prossima mossa.
«Vuoi sapere di quei combattimenti di cani?» chiese Fish Eye. Pareva sollevato
dell’interruzione. «Combattimenti di uomini trattati come cani, piuttosto.»
Un altro intervenne: «Non hai visto quel ragazzo che è arrivato qui in lacrime?
Come si chiamava? Andrew, te lo ricordi il nome?»
«Jerome», disse Andrew. «Come mio fratello. Ecco perché me lo ricordo.»
«Giusto. Jerome.» Fish Eye si diede una pacca sul ginocchio. «Ci ha detto che
avevano portato lui e suo padre dall’Alabama. Legati stretti. Li hanno obbligati a
battersi l’uno contro l’altro. Armati di coltelli.»
«Precisiamo: coltellini a serramanico. Sissignore, a serramanico.» Salem sputò
di là della ringhiera. «Ha detto che hanno dovuto battersi fino alla morte.»
«Cosa?» Frank si sentì stringere la gola.
«Proprio così. Uno dei due doveva morire o li avrebbero ammazzati entrambi.
Hanno scommesso sull’uno o sull’altro.» Salem corrugò la fronte e si agitò sulla
sedia.
«Il ragazzo ha detto che si sono fatti qualche graffio – giusto per far uscire un
po’ di sangue. La regola del gioco era che solo quello che restava vivo poteva
andarsene. Così uno dei due doveva uccidere l’altro.» Andrew scosse la testa.
Gli uomini divennero un coro, raccontando quello che sapevano o che
avevano provato con voci che si intersecavano e si sovrapponevano le une alle
altre.
«I combattimenti di cani non gli bastavano più. Hanno trasformato gli uomini
in cani.»
«Si può fare più di così? Mettere padre contro figlio?»
«Ha detto che ha pregato il suo papà: ‘No, pa’. No’.»
«E il papà gli ha detto: ‘Devi’.»
«In una decisione così c’è lo zampino del diavolo. Qualsiasi cosa decidi finisci
dritto all’inferno.»
«Poi, visto che lui continuava a ripetere no, il papà gli ha detto: ‘Obbediscimi,
figliolo, quest’ultima volta. Fallo’. Ha detto che lui gli ha risposto: ‘Non posso
toglierti la vita’. E il papà gli ha detto: ‘Questa non è vita’. Intanto gli altri,
ubriachi e tutti esaltati, stavano diventando matti e gridavano: ‘Smettetela di
uggiolare. Battetevi! Per Dio! Battetevi!’»
«E poi?» Frank aveva il respiro affannoso.
«E poi cosa credi? Lo ha fatto.» Fish Eye era di nuovo furioso. «È arrivato qui
in lacrime e ci ha raccontato ogni cosa. Tutto quanto. Poveretto. Rose Ellen ed
Ethel Fordham hanno raccolto un po’ di soldi perché potesse andarsene via.
Anche Maylene. Abbiamo messo insieme qualche vestito da dargli. Era ricoperto
di sangue.»
«Se lo vedeva lo sceriffo così grondante di sangue, adesso starebbe ancora in
prigione.»
«Lo abbiamo portato via a dorso di mulo.»
«Ha vinto solo la sua vita, ma non avrà avuto un gran valore per lui dopo
quello che è successo.»
«Mi sa che sono andati avanti con quello schifo fino a Pearl Harbor», disse
Salem.
«Quando è successo?» Frank serrò le mascelle.
«Quando è successo cosa?»
«Quando è venuto qui il figlio, Jerome.»
«Tanto tempo fa. Dieci o quindici anni, credo.»
Frank si stava voltando per andarsene quando affiorò un’altra domanda. «A
proposito, che fine hanno fatto i cavalli?»
«Li hanno venduti, mi pare», disse Salem.
Fish Eye annuì. «Sì. A un macello.»
«Come?» Questa è difficile da credere, pensò Frank.
«Quella di cavallo era la sola carne non razionata durante la guerra, sai», disse
Fish Eye. «L’ho mangiata anch’io in Italia. E pure in Francia. Ha lo stesso sapore
del manzo, solo più dolce.»
«Ne hai mangiata anche nei cari vecchi Stati Uniti, solo che non lo sapevi»,
rise Andrew.
Salem, impaziente di tornare alla scacchiera, cambiò discorso. «Dimmi, come
sta tua sorella?»
«Tutto a posto», rispose Frank. «Ormai è guarita.»
«Ti ha detto che ne è stato della mia Ford?»
«Quello è l’ultimo dei suoi pensieri, nonno. E dovrebbe essere anche l’ultimo
dei tuoi.»
«Sì, vabbè.» Salem mosse la regina.
16

Cee si rifiutò di cedere il quilt. Frank lo voleva per qualcosa, qualcosa che lo
scombussolava. Il quilt era il primo che avesse fatto da sola. Appena era riuscita a
stare seduta senza soffrire e senza sanguinare, le donne del vicinato avevano
invaso la stanza dell’ammalata e avevano cominciato a suddividere gli scampoli,
discutendo intanto delle medicazioni e delle preghiere più utili a cui Gesù
avrebbe prestato orecchio. Poi, mentre cucivano secondo lo schema di colori
concordato, si erano messe a cantare. Cee sapeva che il suo quilt non era venuto
molto bene, ma Frank disse che era perfetto. Perfetto per cosa? Non volle dirlo.
«Dài, Cee. Mi serve. E tu devi venire con me. Dobbiamo esserci tutti e due.»
«Dove?»
«Fidati di me.»
Era in ritardo per la cena e quando era entrato dalla porta era madido di
sudore e senza fiato come se avesse corso. Un pezzo di legno scartavetrato delle
dimensioni di un righello gli spuntava dalla tasca dietro. E aveva in mano una
pala.
Cee gli disse di no. Assolutamente no. Sebbene il quilt fosse riuscito male, era
affezionata al suo motivo banale e all’irregolarità dei colori. Frank insistette. Dal
sudore e dall’acciaio nel suo sguardo Cee capì che qualsiasi cosa avesse in mente
era molto importante per lui. S’infilò i sandali e lo seguì riluttante, ancora
imbarazzata dalla mediocrità del quilt che lui si era messo in spalla. Chiunque li
avesse visti avrebbe potuto pensare che stessero andando a pesca. Alle cinque?
Con una pala? Difficile.
Camminarono fino al limitare del paese, poi imboccarono un viottolo – lo
stesso che avevano seguito da bambini. Vedendo che Cee, ostacolata dai sandali
sottili, continuava a inciampare sui sassi, Frank rallentò l’andatura e la prese per
mano. Era inutile fargli domande. Proprio come tanto tempo fa, quando si
avventuravano mano nella mano in territori sconosciuti, Cee accompagnò in
silenzio il fratello maggiore. Per quanto fosse seccata nel ritrovarsi di nuovo a
fare quello che volevano gli altri, collaborò ugualmente. Solo per stavolta, si disse.
Non voglio che Frank decida per me.
Le percezioni cambiano: con l’aumentare dell’età i campi si fanno più piccoli;
per un bambino una mezz’ora di attesa è lunga come una giornata. Gli otto
chilometri accidentati richiesero due ore proprio come quando erano bambini,
però allora sembrava un’eternità e molto, molto lontano da casa. La recinzione,
un tempo così robusta, aveva ceduto quasi ovunque – i vari cartelli minacciosi,
alcuni con impressa la sagoma di un teschio, non esistevano più o erano mere
ombre di avvisi che spuntavano tra l’erba alta. Appena riconobbe il posto, Cee
disse: «È bruciato tutto. Non lo sapevo, e tu?»
«Me lo ha detto Salem, ma non è lì che andiamo.» Frank si schermò gli occhi
per un momento prima di allontanarsi, seguendo quello che restava della
recinzione. All’improvviso si fermò e tastò il terreno, calpestando l’erba,
schiacciandola qua e là, finché trovò quello che cercava.
«Sì», disse. «Proprio qui.» Posò il quilt, prese la pala e si mise a scavare.
Che ossa piccole. Che pochi brandelli di vestiti. Il teschio, però, era pulito e
sorridente.
Cee si morse il labbro, costringendosi a non distogliere lo sguardo, a non
essere la bambina terrorizzata che non poteva sopportare di guardare
direttamente il massacro che continuava nel mondo, per quanto empio fosse.
Stavolta non si rannicchiò e non chiuse gli occhi.
Piano, piano, Frank depose le ossa sul quilt di Cee, facendo del suo meglio per
disporle com’erano in vita un tempo. Il quilt divenne un sudario di lilla, cremisi,
giallo, e blu scuro. Insieme piegarono il tessuto e lo annodarono alle estremità.
Frank diede la pala a Cee e portò in braccio il gentiluomo. Ripercorsero il
viottolo, poi, arrivati al limitare di Lotus, deviarono verso il torrente. Presto
trovarono l’alloro – spaccato a metà, decapitato, ma non morto – che spalancava
le braccia, uno a destra, uno a sinistra. Lì ai suoi piedi Frank posò il quilt pieno di
ossa che prima era stato un sudario e adesso era una bara. Cee gli tese la pala.
Mentre lui scavava lei guardava il torrente increspato da piccole onde e il
fogliame sulla sponda opposta.
«Chi è quello?» Cee indicò verso l’altra riva.
«Dove?» Frank si voltò a guardare. «Io non vedo nessuno.»
«Sarà andato via, immagino.» Ma non ne era sicura. Le era sembrato un
omino con un abito buffo che faceva dondolare la catena dell’orologio. E
sorrideva.
Frank scavò una fossa profonda circa un metro e mezzo e larga una novantina
di centimetri. Fu un lavoro piuttosto faticoso perché le radici dell’alloro
resistevano e si opponevano all’intrusione. Il sole era diventato rosso e stava per
tramontare. Le zanzare vibravano sul pelo dell’acqua. Le api erano andate a casa.
Le lucciole aspettavano la notte. E un lieve profumo di uva moscatella perforata
dai colibrì consolava il seppellitore. Quando finalmente fu pronta si levò una
gradita brezza. Fratello e sorella fecero scivolare la bara a tinte pastello nella
tomba perpendicolare. Dopo averla ricoperta di terra, Frank si tolse di tasca due
chiodi e il pezzo di legno scartavetrato. Lo fissò al tronco battendo con un sasso.
Un chiodo si piegò, inutile, ma l’altro resse bene tanto da rivelare le parole scritte
sull’assicella.

RITTO QUI C’È UN UOMO .

Un mero desiderio, forse, ma avrebbe giurato che l’alloro fosse d’accordo. Le


foglie verde oliva si agitarono nel bagliore di un tondo sole rosso ciliegia.
17

Sono rimasto a fissare quell’albero a lungo.


Pareva così forte
Così bello.
Ferito proprio nel mezzo
Ma vivo e sano.
Cee mi toccò la spalla
Lieve.
Frank?
Sì?
Vieni, fratello mio. Andiamo a casa.
Dello stessa autrice

AMATISSIMA
(anche in ebook)
SULA
(anche in ebook)
JAZZ
L’ISOLA DELLE ILLUSIONI
GIOCHI AL BUIO
L’OCCHIO PIÙ AZZURRO
CANTO DI SALOMONE
PARADISO
AMORE
(anche in ebook)
IL DONO
(anche in ebook)
A CASA
(anche in ebook)

CON SLADE MORRISON


CHI HA PIÙ CORAGGIO ? LA FORMICA O LA CICALA ?
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Traduzione di Silvia Fornasiero


A cura di Franca Cavagnoli
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Copyright © 2012 by Toni Morrison
© 2012 Sperling & Kupfer Editori S.p.A.
per Edizioni Frassinelli
Ebook ISBN 9788873396734

COPERTINA || ART DIRECTOR: FRANCESCO MARANGON | GRAPHIC


DESIGNER: LAURA DE MEZZA | PROGETTO GRAFICO DI ABBY
WEINTRAUB, FOTO © DEA/G. DAGLI
ORTI/DEAGOSTINI PICTURE LIBRARY/GETTY IMAGES

Questa è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono


frutto dell’immaginazione dell’autrice, o sono usati in modo fittizio. Qualsiasi
rassomiglianza con eventi, luoghi e persone reali, esistenti o esistite, è
puramente casuale.