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Raggi

Titolo originale: One of Ours


Traduzione dall’inglese di Anna Maria Paci

ISBN 9788861926028
© 2014 Lit Edizioni s.r.l.

Elliot è un marchio di Lit Edizioni


Sede operativa: Via Isonzo 34, 00198 Roma
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Indice
Uno dei nostri (Frontespizio)
LIBRO I, Sul Lovely Creek
I
II
III
IV
V
VI
VII
VIII
IX
X
XI
XII
XIII
XIV
XV
XVI
XVII
XVIII
XIX
LIBRO II, Enid
I
II
III
IV
V
VI
VII
VIII
IX
X
XI
XII
LIBRO III, L’alba sulla prateria
I
II
III
IV
V
VI
VII
VIII
IX
X
XI
XII
XIII
LIBRO IV, Il viaggio dell’Anchise
I
II
III
IV
V
VI
VII
VIII
IX
LIBRO V, “Volate ancora, aquile dell’Ovest”
I
II
III
IV
V
VI
VII
VIII
IX
X
XI
XII
XIII
XIV
XV
XVI
XVII
XVIII
XIX
Note
Biografia di Willa Cather
Willa Cather
Traduzione di Anna Maria Paci
Volate ancora, aquile dell’Ovest.
V L

Per mia madre, Virginia Cather


LIBRO I
SUL LOVELY CREEK
I

Claude Wheeler aprì gli occhi che era quasi l’alba e dette una
vigorosa scrollata al fratello minore, che stava sdraiato sull’altra
metà del letto.
«Ralph, Ralph, svegliati! Vieni giù e aiutami a lavare la
macchina».
«Perché?».
«Ma come, non andiamo al circo oggi?».
«La macchina è a posto. Lasciami stare». Il ragazzo si voltò
tirandosi il lenzuolo sul viso per ripararsi dalla luce che cominciava a
filtrare dalle finestre prive di tende.
Claude si alzò e si vestì, una semplice operazione che sbrigò in
pochi attimi. Nella semioscurità scese a tentoni le due rampe di
scale, i ciuffi di capelli rossi dritti in testa come la cresta di un gallo.
Attraversando la cucina entrò in bagno, dove c’erano due lavabi di
porcellana con l’acqua corrente. Evidentemente tutti si erano lavati
prima di andare a letto, perché le vasche erano cerchiate da un
sedimento scuro che l’acqua dura, alcalina, non aveva disciolto.
Chiudendo la porta su quel disordine, tornò in cucina, prese il catino
di stagno di Mahailey, si bagnò con l’acqua fredda la testa, e prese
poi a lisciarsi i capelli.
La vecchia Mahailey arrivò dal giardino col grembiule pieno di
pannocchie di granturco per accendere il fuoco sotto al fornello. Gli
sorrise con quel modo amorevole e un po’ sciocco che aveva
quando erano da soli.
«Perché ti sei alzato così presto, ragazzo? Vai al circo prima di
colazione? Non far rumore, altrimenti me li ritrovo tutti qui prima che
ho acceso il fuoco».
«Va bene, Mahailey». Claude prese il berretto e si precipitò fuori,
correndo giù per la collina, verso la rimessa. Il sole spuntò sull’orlo
della prateria come una larga faccia sorridente: la luce si riversava
oltre i pascoli di agosto tagliati di fresco, oltre i meandri collinosi, fitti
di alberi, del Lovely Creek, un limpido ruscello dal fondo sabbioso
che si snodava gaio attraverso la parte meridionale del grande ranch
dei Wheeler. Era una bella giornata per andare al circo a Frankfort,
una bella giornata per fare qualsiasi cosa: il tipo di giornata che
deve, in un modo o nell’altro, andare bene.
Claude uscì a retromarcia dalla rimessa con la piccola Ford, la
portò fino all’abbeveratoio dei cavalli e cominciò a buttare acqua
sulle ruote e sul parabrezza incrostati di fango.
Mentre era all’opera, i due braccianti, Dan e Jerry, vennero giù
strascicando i piedi per dar da mangiare al bestiame. Jerry stava
brontolando e imprecando a proposito di qualcosa, ma Claude dette
una strizzata ai suoi stracci bagnati e, a parte un cenno della testa,
non lo degnò di uno sguardo. Non si sa perché suo padre riusciva
sempre a ingaggiare i braccianti più luridi e rozzi della contea.
Claude ce l’aveva con Jerry per come aveva trattato uno dei cavalli.
Molly era una vecchia giumenta fedele, madre di molti puledri:
Claude e il fratello minore avevano imparato a cavalcare con lei.
Questo Jerry, portandola al lavoro una mattina, l’aveva fatta passare
sopra un’asse da cui sporgeva un chiodo. Aveva estratto il chiodo,
non aveva detto niente a nessuno e l’aveva fatta lavorare su e giù
con il frangizolle per tutto il giorno. Adesso era ferma nella stalla da
settimane, soffrendo pazientemente, sempre più smagrita, la zampa
gonfia come quella di un elefante. Doveva restare là, disse il
veterinario, finché lo zoccolo non fosse caduto e se ne fosse formato
un altro, e la cavalla sarebbe rimasta zoppa. Jerry non era stato
licenziato ed esibiva il povero animale quasi fosse un vanto averla
ridotta a quel modo.
Mahailey venne sulla cima della collina suonando la campana
della colazione. Quando i braccianti furono saliti in casa, Claude
sgusciò nella stalla per vedere se Molly aveva ricevuto la sua
razione di avena. Mangiava mansueta, a testa bassa, tenendo un
po’ sollevato dal terreno il piede malato e coperto di scaglie. Quando
lui le toccò il collo e le parlò, la cavalla smise di masticare,
guardandolo con aria afflitta. Lo conosceva, e arricciò il naso,
sollevando il labbro superiore e scoprendo i denti consunti, per
mostrargli che le piaceva essere coccolata. Si lasciò toccare lo
zoccolo ed esaminare le zampe.
Quando Claude raggiunse la cucina, sua madre stava seduta a
un capo del tavolo della colazione, versandosi il caffè lungo; suo
fratello, Dan e Jerry sedevano ai loro posti e Mahailey cuoceva
frittelle al suo fornello. Un attimo dopo Mr Wheeler scese dalla scala
interna e si diresse verso il suo posto all’altro capo del tavolo. Era un
uomo grande e grosso, il più alto e corpulento del vicinato. D’estate
non indossava quasi mai la giacca, e la camicia spiegazzata
traboccava negligentemente dalla cinta dei pantaloni. Il viso florido
era ben rasato (capitava che ci fossero tracce di tabacco intorno alla
bocca) e colpiva per l’espressione bonaria unita a un umorismo un
po’ triviale, nonché per la sua imperturbabilità. Nessuno nella contea
aveva mai visto Nat Wheeler agitato per qualcosa, e nessuno lo
aveva mai sentito parlare veramente sul serio. Perfino quando era in
famiglia manteneva quella affabilità indulgente e scherzosa.
Non appena seduto Mr Wheeler allungò la mano sulla
mastodontica zuccheriera e cominciò a versarsi lo zucchero nel
caffè. Ralph gli chiese se sarebbe andato al circo. Wheeler strizzò
l’occhio.
«Non mi stupirei se capitassi in città prima che partano gli
elefanti». Parlava molto lentamente, con l’accento strascicato del
Maine, e aveva una voce armoniosa e gradevole. «Voi ragazzi
fareste bene a partire presto. Potete prendere il carro e i muli e
caricare le pelli di vacca. Il macellaio ha deciso di comprarle».
Claude posò il coltello. «Non possiamo prendere la macchina?
L’ho lavata apposta».
«E Dan e Jerry? Anche loro hanno voglia di vedere il circo, e
voglio consegnare le pelli: si vendono bene di questi tempi. Non ho
nulla in contrario riguardo al lavaggio della macchina: il fango
protegge la vernice, dicono, ma per questa volta lascio correre,
Claude».
I braccianti presero a sghignazzare e Ralph fece una risatina. La
faccia lentigginosa di Claude divenne rossissima, la frittella gli si fece
rigida e pesante in bocca e difficile da mandare giù. Suo padre
sapeva che lui detestava farsi vedere in città con i muli, e sapeva
quanto odiasse andare in giro con Dan e Jerry. Quanto alle pelli,
appartenevano a quattro manzi morti durante una tormenta l’inverno
precedente, a causa della deliberata incuria di quei braccianti; e il
prezzo che se ne sarebbe ricavato non avrebbe ripagato neanche
metà del tempo impiegato dal padre per curarli. Erano rimaste in un
capanno per tutta l’estate e il carretto era andato in città una decina
di volte. Ma oggi che lui voleva andarsene a Frankfort pulito e beato
doveva portarsi dietro quelle fetide pelli e quei due zotici, guidando
una coppia di muli che ragliavano, si impuntavano e si
comportavano sempre in modo ridicolo in mezzo alla gente.
Probabilmente suo padre aveva guardato fuori dalla finestra, lo
aveva visto lavare la macchina, e mentre si vestiva aveva deciso di
fargli quello scherzo. Era proprio il genere di burla che piaceva a suo
padre.
Mrs Wheeler intuì la delusione di Claude e gli lanciò uno sguardo
comprensivo. Forse anche lei sospettava uno scherzo. Aveva
imparato che l’umorismo può avere una quantità quasi inesauribile di
facce.
Quando Claude si avviò verso la rimessa, dopo colazione, gli
corse dietro per il sentiero, chiamandolo flebilmente; affrettarsi le
faceva sempre venire il fiato corto. Quando lo raggiunse, sollevò
preoccupata lo sguardo su di lui schermandosi gli occhi con la mano
delicata. «Se vuoi posso sistemarti la giacca di tela, Claude, la stiro
mentre attacchi i muli» disse con aria malinconica.
Claude dava calci a un mazzo di penne variopinte che un tempo
erano state attaccate a un giovane pollo. Aveva le spalle irrigidite,
osservò la madre, e la sua figura esprimeva energia e un risoluto
autocontrollo.
«Non preoccuparti, mamma» disse tra i denti. «È meglio che mi
metta un vestito vecchio se devo portare le pelli. Sono unte, e sotto il
sole puzzano peggio del concime».
«Possono maneggiarle gli uomini, credo. Non ti sentiresti meglio,
in città, bello ordinato?». Continuava a guardarlo battendo le
palpebre.
«Non incomodarti. Mettimi fuori una camicia pulita di quelle
colorate, se vuoi. Va bene così».
Si voltò verso la stalla, e sua madre si avviò lentamente verso
casa, risalendo il sentiero. Era così coraggiosa, e così vinta, la sua
cara madre. Pensò che se lei riusciva a sopportare la presenza di
quei due, se lei lavava e stirava per loro, lui avrebbe potuto bene
accompagnarli in città.
Mezz’ora dopo la partenza del carro, Nat Wheeler indossò una
giacca di alpaca e se ne andò sul carretto con il quale girava
sbatacchiando per le strade di campagna, benché possedesse due
automobili. Non disse nulla a sua moglie: era lei che doveva
indovinare se sarebbe rientrato per il pranzo. Lei e Mahailey
potevano spassarsela a spazzare e strofinare tutto il giorno, senza
uomini tra i piedi.
Erano pochi i giorni dell’anno in cui Wheeler non andava da
qualche parte col suo carretto: a un’asta o a un comizio o a
un’assemblea del consiglio della società telefonica rurale; e se non
c’era niente di cui occuparsi, andava a vedere come procedevano i
lavori dei vicini. Preferiva il suo carretto all’automobile perché era
leggero, maneggevole sulle strade sconnesse e talmente
sgangherato da non farlo sentire obbligato a proporre alla moglie di
accompagnarlo. In più poteva osservare meglio la campagna, non
dovendo concentrare l’attenzione sulla strada. Era arrivato in quella
parte del Nebraska quando nei dintorni si vedevano ancora indiani e
bufali; ricordava l’anno delle cavallette e il grande ciclone; aveva
visto le fattorie emergere dalla grande pagina ondulata dove solo il
vento un tempo aveva scritto la sua storia. Aveva spronato i nuovi
coloni a sistemarsi lì, incoraggiato i corteggiamenti, prestato denaro
ai giovani perché potessero sposarsi; aveva visto le famiglie
crescere e prosperare, e ora era un po’ come se tutto questo fosse
opera sua. Ogni cambiamento, non solo portato dagli anni, ma
anche dalle stagioni, destava il suo interesse.
La gente riconosceva Nat Wheeler e il suo carretto lontano un
miglio. Sedeva comodo e massiccio, il bordo del sedile piegato da
un lato sotto il peso, la mano che impugnava le redini posata sulle
ginocchia. Perfino i suoi vicini tedeschi, gli Yoeder, che detestavano
smettere di lavorare anche solo per un quarto d’ora, erano lieti di
vederlo arrivare. I negozianti delle cittadine della contea erano
abituati alle sue visite settimanali, e si dispiacevano quando non lo
vedevano comparire. Era attivo nella politica: non si era mai
candidato, ma spesso appoggiava la causa di un amico e ne
organizzava la campagna elettorale.
Mr Wheeler era l’esemplificazione del proverbio francese “Gioia in
piazza, dolore in casa”, ma in un senso diverso da quello originale.
Per lui i propri interessi erano di secondaria importanza. Nei primi
anni si era sistemato e aveva acquistato e preso in affitto terra a
sufficienza da diventare ricco. Ora non doveva far altro che affittarla
a bravi agricoltori che avessero voglia di lavorare: perché a lui non
andava, e non ne faceva mistero. Quando era a casa, se ne stava
quasi sempre in salotto al piano di sopra a leggere i giornali. Era
abbonato a più di una decina di quotidiani – l’elenco includeva un
settimanale scandalistico – ed era bene informato su quello che
accadeva nel mondo. Aveva una splendida salute e la malattia, sua
o degli altri, gli pareva un fatto comico. A dire il vero non aveva mai
sofferto di qualcosa di più preoccupante di un mal di denti o di un
foruncolo, o di uno sporadico attacco di bile.
Wheeler donava generosamente per la chiesa e la beneficenza,
era sempre pronto a prestare denaro, o un macchinario agricolo a un
vicino che ne avesse bisogno. Gli piaceva stuzzicare e
scandalizzare le persone timide, e aveva una serie inesauribile di
storielle divertenti. Tutti si stupivano che andasse tanto d’accordo col
figlio maggiore, Bayliss Wheeler. Non che Bayliss fosse esattamente
un timido, ma era uno dalle vedute limitate, il genere di ragazzo
prudente che non ci si sarebbe aspettati potesse piacere a Nat
Wheeler.
Bayliss aveva una ditta di attrezzi agricoli a Frankfort, e pur non
essendo ancora trentenne aveva già avuto un ragguardevole
successo economico. Forse Wheeler era orgoglioso che il figlio
avesse fiuto per gli affari. A ogni modo, andava a trovarlo in città
diverse volte alla settimana, e insieme si recavano a vendite e fiere
di bestiame; se ne stava nel suo negozio ore intere, scherzando con
gli agricoltori che vi capitavano. Wheeler era stato un forte bevitore
ai suoi tempi, ed era ancora una buona forchetta. Bayliss era secco
e dispeptico, nonché feroce proibizionista: avrebbe voluto regolare la
dieta di chiunque secondo la propria debole costituzione. Perfino
Mrs Wheeler, la quale accettava senza riserve gli uomini che Dio le
aveva assegnato, si chiedeva come facessero Bayliss e suo padre
ad andarsene alle riunioni e a divertirsi insieme, quando le loro idee
sul divertimento erano tanto diverse.
Ogni due o tre anni Mr Wheeler si comprava un abito nuovo, una
decina di camicie inamidate, e andava nel Maine a far visita ai fratelli
e alle sorelle, gente molto tranquilla e convenzionale. Ma era sempre
contento di tornarsene a casa ai suoi vecchi abiti, alla grande
fattoria, al suo carretto, e a Bayliss.
Mrs Wheeler era venuta dal Vermont per fare la preside nella
scuola media superiore quando Frankfort era un paese di frontiera e
Nat Wheeler uno scapolo facoltoso; lei doveva essergli piaciuta per
la stessa ragione per la quale gli piaceva Bayliss: perché era così
diversa. Bisognava riconoscere che a Nat Wheeler piaceva ogni
genere di creatura umana: gli piacevano i buoni e gli onesti, e gli
piacevano i bricconi e gli ipocriti, quasi fino al punto di amarli. Se
veniva a sapere che un vicino aveva combinato un tiro mancino a
qualcuno o aveva commesso qualcosa di particolarmente meschino,
lui correva subito a fargli visita, come se fino a quel momento non ne
avesse riconosciuto pienamente il valore.
Una grande, pigra dignità emanava dal padre di Claude. Gli
piaceva far sganasciare dalle risate gli altri, ma lui non rideva mai
smodatamente. Raccontando aneddoti su di lui, la gente tentava di
imitarne la voce morbida, senatoriale, energica eppure mai
stentorea. Perfino nei momenti in cui si godeva qualcosa di
particolarmente spassoso, come quando la povera Mahailey,
svestendosi al buio una notte d’estate, si era seduta sulla carta
moschicida, non era mai fragoroso. Era davvero un padre allegro e
bonario, per un ragazzo poco sensibile.
II

Claude e i suoi muli fecero il loro chiassoso ingresso a Frankfort


proprio mentre l’organo a vapore passava rimbombando per la via
principale in testa alla sfilata del circo. Liberandosi il prima possibile
del suo fastidioso carico e degli insopportabili compagni, si fece
largo a gomitate lungo il marciapiede gremito di folla alla ricerca di
qualcuno dei suoi vicini di casa. All’angolo della Farmer’s Bank, Mr
Wheeler svettava sulla ressa e scherzava con un gobbetto che stava
allestendo il gioco dei bussolotti. Volendo evitare il padre, Claude si
voltò ed entrò nel negozio del fratello. Le due grandi vetrine erano
piene di piccoli campagnoli, le cui madri guardavano la sfilata stando
in piedi alle loro spalle. Bayliss era seduto nel gabbiotto di vetro
dove scriveva e teneva la contabilità. Fece un cenno a Claude dal
suo scrittoio.
«Ciao» disse Claude, entrando trafelato, come se andasse di
fretta. «Hai visto Ernest Havel? Pensavo che potesse essere qui».
Bayliss si voltò sulla sedia girevole per rimettere sullo scaffale un
catalogo di aratri. «Perché dovrebbe essere qui? Piuttosto cercalo al
saloon». Nessuno meglio di Bayliss era capace di fare insinuazioni
maligne con una semplice, asciutta osservazione.
Le guance di Claude si fecero rosse di rabbia. Voltandosi, si
accorse di qualcosa d’insolito nella faccia del fratello, ma non gli
avrebbe dato la soddisfazione di chiedergli come mai avesse un
occhio nero. Ernest Havel era boemo, e quando scendeva in città
andava a bersi una birra, ma era più serio della maggior parte dei
giovani. Dalle parole di Bayliss si sarebbe potuto supporre che il
ragazzo fosse un fannullone alcolizzato.
In quello stesso momento Claude vide l’amico dall’altra parte della
strada; stava seguendo il carretto dei cani ammaestrati che chiudeva
il corteo. Attraversò correndo la strada tra una folla di ragazzi urlanti
e prese Ernest per il braccio.
«Ciao, dove te ne vai?».
«Sto andando a mangiare prima dello spettacolo. Ho lasciato il
carro alla pompa di benzina, vicino al torrente. Tu che fai?».
«Non ho programmi. Posso venire con te?».
Ernest sorrise. «Certo. Ho abbastanza da mangiare per due».
«Sì, lo so. Come sempre. Ti raggiungo più tardi».
A Claude sarebbe piaciuto invitare Ernest a pranzo all’albergo. In
tasca aveva soldi più che sufficienti e suo padre era un ricco
agricoltore. Nella famiglia Wheeler una trebbiatrice o una nuova
automobile venivano ordinate senza problemi, ma andare a pranzo
in un albergo era considerato troppo dispendioso. Se suo padre o
Bayliss scoprivano che c’era andato (e Bayliss veniva sempre a
sapere tutto) avrebbero detto che si dava delle arie e gliel’avrebbero
fatta scontare. Cercò di giustificare a se stesso la propria codardia,
dicendosi che era sporco e che aveva addosso la puzza delle pelli,
ma in cuor suo sapeva di non avere invitato Ernest all’albergo
perché con l’educazione che aveva ricevuto non gli riusciva di fare
questa semplice cosa. Fece qualche compera alla bancarella della
frutta e dal tabaccaio, poi si affrettò lungo la via polverosa che
conduceva alla pompa di benzina. Il carro di Ernest stava all’ombra
di alcuni salici, su un piccolo spiazzo sabbioso circondato per metà
dal ruscello, che in quel punto curvava a ferro di cavallo. Claude si
gettò sulla sabbia vicino al torrente e si pulì dalla polvere il viso
accaldato. Aveva l’impressione di essersi lasciato alle spalle quella
sgradevole mattinata.
Ernest tirò fuori il cestino della colazione.
«Ho un paio di bottiglie di birra al fresco nel torrente» disse.
«Sapevo che non volevi andare in un saloon».
«Oh, lascia perdere!» mormorò Claude, strappando il coperchio a
un barattolo di sottaceti. Aveva diciannove anni, e aveva paura di
entrare in un saloon, e il suo amico sapeva che lui aveva paura.
Dopo il pranzo, Claude tirò fuori una manciata di buoni sigari che
aveva comprato all’emporio. Ernest, che non poteva permettersi i
sigari, ne fu contento. Ne accese uno, e mentre fumava continuava a
guardarlo con aria fiera, rigirandoselo tra le dita.
I cavalli stavano con la testa sopra la cassetta del carro,
masticando avena. Il torrente scorreva piano sotto le radici dei salici,
con un suono fresco, suadente. Claude e Ernest stavano sdraiati
all’ombra, le giacche sotto la testa, parlando pochissimo. Ogni tanto
una macchina balenava lungo la strada diretta in città, e una nuvola
di polvere e l’odore di benzina arrivavano all’improvviso sul letto del
ruscello; ma perlopiù il silenzio del caldo, pigro pomeriggio rimase
imperturbato. Claude dimenticava contrarietà e dispiaceri quando
era con Ernest. Il ragazzo boemo non era mai indeciso, non si
sentiva tirato in due o tre direzioni diverse allo stesso tempo. Era
semplice e diretto. Aveva una serie di interessi impersonali: la
politica, la storia e le nuove invenzioni. Claude sentiva che il suo
amico viveva in un’atmosfera di libertà mentale che lui non avrebbe
mai potuto sperare di raggiungere. Dopo aver parlato per un po’ con
Ernest, le cose che non andavano alla fattoria parevano meno
importanti.
La madre di Claude voleva bene a Ernest quasi quanto lui.
Quando i due ragazzi andavano alle superiori, Ernest veniva spesso
la sera a studiare con Claude, e mentre lavoravano al lungo tavolo di
cucina, Mrs Wheeler portava le cose da rammendare e sedeva
accanto a loro, aiutandoli nel latino e nell’algebra. Perfino la vecchia
Mahailey veniva illuminata dalle loro perle di saggezza.
Mrs Wheeler diceva che non avrebbe mai dimenticato la sera in
cui Ernest era arrivato dalla madrepatria. Suo fratello, Joe Havel, era
andato a prenderlo a Frankfort, e al ritorno doveva fermarsi dai
Wheeler per lasciare della spesa. Il treno dall’Est era in ritardo;
erano le dieci di sera quando Mrs Wheeler, che aspettava in cucina,
sentì il carro di Havel che attraversava rumorosamente il piccolo
ponte sul Lovely Creek. Aprì la porta esterna e di lì a poco entrò Joe
con un secchio di pesce salato in una mano e un sacco di farina
sulle spalle. Mentre Joe le portava il pesce giù in cantina, un’altra
figura era apparsa sulla soglia: un ragazzino, basso, curvo, con un
berretto piatto in testa e una grossa valigia di tela cerata, come
quelle dei venditori ambulanti, legata alle spalle con una cinghia. Si
era addormentato nel carro e, svegliandosi e vedendo che suo
fratello non c’era più, aveva pensato di essere arrivato a casa e si
era precipitato a prendere il suo bagaglio. Stava sulla soglia,
sbattendo le palpebre alla luce, con un’aria attonita, ma desideroso
di fare qualunque cosa gli venisse richiesta. E se uno dei suoi figli…
pensò Mrs Wheeler. Andò da lui e gli mise un braccio attorno alle
spalle, ridendo sommessamente e dicendo con la sua voce
tranquilla, come se lui avesse potuto comprenderla: «Ma sì, in fondo
non sei che un bambino, non è così?».
Ernest disse poi che quello era stato il suo benvenuto in America,
anche se aveva viaggiato a lungo, e preso spintoni e rimproveri ed
era stato trattato come un pacco per tanti di quei giorni che ne aveva
perso il conto. Quella sera, lui e Claude si erano scambiati solo una
stretta di mano e guardati con diffidenza; ma da allora erano
diventati buoni amici.

Dopo il picnic, i due ragazzi se ne andarono al circo tutti allegri.


Nella tenda degli animali incontrarono il grosso Leonard Dawson,
figlio maggiore di un vicino dei Wheeler, e i tre sedettero insieme per
assistere allo spettacolo. Leonard disse che era venuto in città da
solo con la macchina: Claude voleva tornare con lui? Claude fu ben
contento di affidare i muli a Ralph, che non soffriva la presenza dei
braccianti come lui.
Leonard era un ragazzone bruno di venticinque anni, con grandi
mani e grandi piedi, denti bianchi e occhi scintillanti pieni di energia.
Lui e suo padre e due fratelli non solamente mandavano avanti la
grossa fattoria di loro proprietà, ma affittavano anche centosessanta
acri di terra da Nat Wheeler. Erano agricoltori modello. Se capitava
un’estate arida e il raccolto andava in fumo, Leonard ci rideva sopra,
distendeva le lunghe braccia, e l’anno dopo otteneva un raccolto
migliore. Claude era sempre un po’ riservato con Leonard; sentiva
che il giovane quasi disprezzava il modo trascurato con il quale si
facevano le cose alla fattoria dei Wheeler, e riteneva uno spreco di
denaro il fatto che Claude andasse al college. Leonard non aveva
neppure terminato la Frankfort High School e già ora era un uomo di
successo come Claude non si sarebbe mai sognato di diventare.
Leonard pensava queste cose, ma voleva comunque bene a Claude.
Al tramonto la macchina sfrecciava sulla strada attraverso la
pianura che si stendeva tra Frankfort e il tratto più collinoso lungo il
Lovely Creek. L’attenzione di Leonard era perlopiù rivolta
all’impeccabile condotta del suo motore. A un certo punto si mise a
ridere tra sé e si voltò verso Claude.
«Mi chiedevo come la prenderesti se ti raccontassi una storiella
su Bayliss».
«Credo bene». Il tono di Claude non era particolarmente
entusiasta.
«Hai visto Bayliss oggi? Notato niente di strano in lui, un occhio
un po’ fuori fase? Ti ha detto come se l’è fatto?».
«No, non gliel’ho chiesto».
«Tanto meglio. Un sacco di gente però glielo ha chiesto, e lui ha
detto che stava cercando qualcosa al buio ed è andato a sbattere
contro una mietitrice. Bene, sono io la mietitrice!».
Claude parve interessato. «Intendi dire che Bayliss ha partecipato
a una rissa?».
Leonard si mise a ridere. «Dio mio, no! Non conosci Bayliss?
Sono andato da lui ieri per pagare un conto, e Susie Gray e un’altra
ragazza sono entrate per vendere biglietti per il pranzo in onore dei
pompieri. C’era anche uno che faceva pubblicità al circo che ha
cominciato a fare lo spiritoso – niente di indecente, ma sai come
fanno quelli lì. Le ragazze gli hanno risposto per le rime e alla fine gli
hanno venduto tre biglietti. Susie è stata brava ad avere la risposta
pronta. Appena le ragazze sono uscite, Bayliss si è messo a
parlarne male: diceva che le ragazze di campagna stanno
diventando troppo sfacciate e che ne sanno fin troppo di uomini che
fanno gli spiritosi – a quel punto ho steso il braccio e gli ho mollato
un pugno. L’ho colpito più forte di quanto volessi. Volevo prenderlo a
schiaffi, non fargli un occhio nero. Però non si può sempre fare le
cose al millimetro, e poi ero fuori dai gangheri. Mi aspettavo che mi
venisse addosso, sono più grosso di lui, e volevo dargli
soddisfazione. Beh, è restato immobile! Stava là, sempre più rosso
in faccia, con le lacrime agli occhi; non dico che piangesse, ma
aveva le lacrime agli occhi. «Va bene, Bayliss» gli ho detto. «Piano
coi pugni, se la tua regola è questa, ma piano anche con la lingua,
specialmente quando i tizi di cui si parla non sono presenti».
«Bayliss non ci passerà mai sopra» fu il laconico commento di
Claude.
«Non se lo può permettere». Leonard sollevò la testa. «Sono un
buon cliente: o mangia questa minestra o salta dalla finestra!».
Nei minuti che seguirono il guidatore fu occupato nel cercare di
risalire un lungo, accidentato pendio in quarta. Qualche volta gli
riusciva, qualche volta no, e non riusciva a spiegarsi il perché. Dopo
aver innestato la seconda con un certo disgusto, lasciando che la
macchina trottasse come le pareva, si accorse che il suo compagno
era stravolto.
«Stammi a sentire, Leonard» Claude aveva la voce alterata.
«Credo che dovresti scendere dalla macchina e darmi una
possibilità, qui sulla strada».
Leonard girò furibondo lo sterzo per sorpassare un carro lungo la
discesa. «Di che diavolo parli, ragazzo?».
«Tu credi di averci classificato per bene tutti quanti, ma prima
dovresti darmi una possibilità».
Leonard guardò stupefatto le sue grosse mani abbronzate sul
volante. «Idiota di un ragazzino, perché ti avrei raccontato tutto, se
non sapessi che sei tutta un’altra pasta? Ho sempre pensato che
neanche tu andassi tanto d’accordo con Bayliss».
«È vero, ma non ti permetto di prendere a schiaffi gli uomini della
mia famiglia quando ti pare e piace». Claude sapeva che la
spiegazione sembrava stupida e la sua voce, malgrado gli sforzi, era
debole e rabbiosa.
Il giovane Leonard Dawson si rese conto di aver ferito la
sensibilità del ragazzo. «Santo Dio, Claude, lo so che sei un
lottatore. Bayliss non lo è mai stato. Andavamo a scuola insieme».
La corsa in auto finì amichevolmente, ma Claude non volle che
Leonard lo portasse a casa. Saltò giù dalla macchina con un secco
buonanotte, e si mise a correre attraverso i campi bui, verso la luce
che risplendeva dalla casa sulla collina. Al ponticello sul torrente si
fermò per prendere fiato e per essere certo di avere un aspetto
tranquillo prima di entrare in casa e incontrare la madre.
«Sbattuto contro una mietitrice al buio!» mormorò tra sé, serrando
i pugni.
Ascoltando il canto delle rane e il latrato dei cani su alla fattoria, si
rasserenò. Non poté però fare a meno di chiedersi perché a volte
capiti di doversi sentire responsabili del comportamento di persone
la cui natura è totalmente opposta alla propria.
III

Il circo era stato di sabato. La mattina dopo, Claude si stava rasando


davanti alla toletta. La barba era già dura, un po’ più scura dei capelli
e non così rossa come la pelle. Le sopracciglia e le lunghe ciglia di
un pallido color granturco facevano sembrare più chiari gli occhi
azzurri e, lui credeva, davano alla parte superiore del viso un’aria
timida e debole. Aveva esattamente il tipo di aspetto che non voleva
avere. Odiava soprattutto la testa, così grossa che aveva difficoltà a
trovare un cappello della sua misura, e irrimediabilmente quadrata:
una vera testa di legno. Il suo nome era un’altra fonte di umiliazione.
Claude: un nome da idiota, come Elmer o Roy, il nome del cafone
che vuole fare il raffinato. Nelle scuole di campagna c’era sempre un
ragazzino dai capelli rossi, le mani piene di porri, il naso moccioso,
che si chiamava Claude. Il suo bel fisico lo dava per scontato:
braccia e gambe muscolose e lisce, spalle forti, erano un fatto
normale per un ragazzo di campagna. Purtroppo non aveva neanche
un po’ della compostezza fisica del padre, e la sua forza aveva
spesso un che di disarmonico. Le tempeste della sua mente lo
facevano a volte alzare in piedi o mettere seduto o gli facevano
sollevare qualcosa con più violenza di quanta ne fosse servita.
Tutta la casa dormiva fino a tardi la domenica mattina; perfino
Mahailey non si alzava prima delle sette. Il segnale che la colazione
era pronta era l’odore dei doughnut che friggevano. Quella mattina
Ralph rotolò giù dal letto all’ultimo minuto, e indossò la biancheria
pulita senza fare il bagno. Non si sentiva minimamente in colpa, in
compenso però si mise con tutta calma a lucidarsi le scarpe nuove
color sangue di bue. Arrivò a tavola quando tutti gli altri erano già a
metà della colazione, e si fece perdonare chiedendo affabilmente a
sua madre se non voleva che l’accompagnasse in chiesa in
automobile.
«Mi piacerebbe andarci, se riesco a finire in tempo le faccende»
disse lei dubbiosa dando un’occhiata all’orologio.
«Non può occuparsene Mahailey questa mattina?».
Mrs Wheeler esitò. «Tutto, tranne la scrematrice. Non le riesce di
rimettere insieme i pezzi; è un bel lavoro, sai».
«Senti, mamma» disse Ralph amabilmente, svuotando la brocca
dello sciroppo sui suoi dolcetti, «sei prevenuta. Al giorno d’oggi a
nessuno viene in mente di scremare il latte a mano. Qualunque
agricoltore moderno adopera una scrematrice».
Gli occhi slavati di Mrs Wheeler ebbero un guizzo. «Mahailey e io
non saremo mai moderne, Ralph. Siamo all’antica, e faresti meglio a
lasciarci perdere. Capirei l’utilità di una scrematrice se dovessimo
mungere una mezza dozzina di mucche. È una macchina molto
ingegnosa, ma ci vuole più tempo a portarla a temperatura e a
rimettere insieme i pezzi che a badare al latte come si faceva una
volta».
«Se ti ci abitui non sarà più così» le assicurò Ralph. Era il
capomeccanico della fattoria Wheeler, e quando le macchine
agricole o le automobili non gli davano abbastanza da fare, andava
in città a comprare altri macchinari domestici. Non appena Mahailey
si abituava a una lavatrice o a una zangola, Ralph, per tenersi al
passo con le ultime invenzioni, ne portava a casa una ancora più
nuova. Mahailey non era mai stata capace di usare la lavapiatti
meccanica, e i ferri da stiro brevettati o le stufe a petrolio la facevano
diventare matta.
Claude disse a sua madre di andare di sopra a vestirsi; avrebbe
portato lui a temperatura la scrematrice mentre Ralph andava a
prendere la macchina. Ci stava ancora lavorando quando suo
fratello tornò dal garage per lavarsi le mani.
«Ralph, non dovresti caricare mamma di cose come queste»
esclamò irritato. «Hai mai provato a lavare questa dannata
macchina?».
«Sì, certo. Se Mrs Dawson ci riesce, penso che possa farlo anche
mamma».
«Mrs Dawson è più giovane. A ogni modo, è inutile cercare di fare
di mamma e Mahailey due meccanici».
Ralph alzò le sopracciglia per scusare la schiettezza di Claude.
«Senti» disse con tono persuasivo «non incoraggiarla a credere che
non può cambiare le sue abitudini. Mamma ha diritto a qualsiasi
aggeggio che possa risparmiarle fatica».
Claude sbatacchiò la trentina di imbuti metallici graduati che stava
cercando di montare nella giusta sequenza. «Beh, se questo è
risparmiare fatica…!».
Il ragazzo più giovane scoppiò a ridere e corse di sopra a
prendere il suo panama. Non litigava mai. Mrs Wheeler diceva a
volte che era stupefacente quanto Ralph riuscisse a sopportare
Claude.
Quando Ralph e sua madre furono andati via in macchina, Mr
Wheeler si recò con il suo carretto dal vicino tedesco, Gus Yoeder,
che aveva appena comprato un toro di razza. Dan e Jerry stavano
giocando a lanciare i ferri di cavallo, giù dietro la stalla. Claude disse
a Mahailey che andava in cantina a montare lo scaffale sospeso che
lei gli aveva chiesto e che serviva a impedire ai topi di arrivare alla
verdura.
«Grazie, Mr Claude, non so perché i topi sono così cattivi. Eppure
il gatto ne acchiappa uno quasi ogni giorno».
«Suppongo che vengano dal granaio. Giù al garage ho una bella
asse larga per il tuo scaffale».
La cantina era cementata, fresca e asciutta, con armadi profondi
per le conserve di frutta, la farina, le spezie; e poi c’erano secchi per
il carbone e le pannocchie e anche una camera oscura piena di
apparecchi fotografici. Claude prese posto al banco da falegname
sotto una delle finestre quadrate. Oggetti misteriosi lo circondavano
nel grigio crepuscolo: batterie elettriche, vecchie biciclette e
macchine da scrivere, un marchingegno per fare paletti da
staccionata in cemento, un vulcanizzatore, una lanterna magica con
una lente rotta. I giocattoli meccanici che Ralph non riusciva a far
funzionare, e anche quelli di cui si era stancato, venivano riposti qui.
Se venivano lasciati nella rimessa, finivano troppo spesso sotto gli
occhi di Mr Wheeler che, se gli capitavano tra i piedi, faceva dei
commenti sarcastici. Claude aveva pregato sua madre di lasciargli
ammucchiare quel ciarpame su un carro per scaricarlo in qualche
buca lungo il torrente, ma Mrs Wheeler gli aveva detto di non
pensarci neanche: avrebbe ferito i sentimenti di Ralph. Quasi ogni
volta che Claude scendeva in cantina, prendeva la solenne
decisione di sgombrare tutto un giorno o l’altro e intanto rifletteva
con amarezza che il denaro speso per quei rottami sarebbe bastato
a mantenere decorosamente un giovane al college.
Mentre Claude piallava l’asse che voleva appendere ai travetti,
Mahailey lasciò il suo lavoro e venne giù a guardarlo. Finse di
cercare le cipolline sott’aceto, poi sedette su una cassetta di gallette.
Vicino c’era una sedia a dondolo imbottita a cui mancava un
bracciolo, ma sedersi là non rientrava nel concetto che Mahailey
aveva delle buone maniere. Mentre seguiva i movimenti di Claude, i
suoi occhi esprimevano una specie di sonnolenta contentezza. Lo
osservava come se fosse stato un bambino che gioca. Teneva le
mani quietamente posate in grembo.
«Mr Ernest non viene da un pezzo. Non sarà arrabbiato per
qualcosa, vero?».
«Oh no! Ha un sacco da fare quest’estate. L’ho visto in città ieri.
Siamo andati insieme al circo».
Mahailey sorrise e fece un cenno con la testa. «Così va bene.
Sono contenta che vi divertite insieme. Mr Ernest è un ragazzo
simpatico, mi è sempre piaciuto da matti. È piccolo, però. Non è alto
come te, vero? Penso che è più basso pure di Mr Ralph».
«Di sicuro» disse Claude continuando a piallare. «Però è forte, e
macina un sacco di lavoro».
«Oh, lo so! Lo so che è forte e lavora sodo. Tutti quei forestieri
lavorano sodo, vero Mr Claude? Ci credo che gli piace il circo.
Magari non ci sono circhi come i nostri dalle sue parti».
Claude cominciò a raccontare dell’elefante che faceva il
pagliaccio e dei cani ammaestrati, e lei stava ad ascoltarlo con il suo
sorriso compiaciuto, ottuso; c’era anche un che di saggio e
lungimirante in quel sorriso.
Mahailey era arrivata da loro tanto tempo prima, quando Claude
aveva solo pochi mesi. Era stata portata nell’Ovest da una spiantata
famiglia della Virginia, che si era sfasciata sotto le asperità della vita
da pionieri. Quando la madre era morta, Mahailey non sapeva dove
andare, e Mrs Wheeler l’aveva presa con sé. Mahailey non aveva
nessuno che si curasse di lei, e Mrs Wheeler non aveva nessuno
che l’aiutasse nelle faccende: era andata benissimo.
Da giovane Mahailey aveva avuto una vita difficile, essendo
sposata a un montanaro selvaggio che la maltrattava abitualmente e
che non aveva mai provveduto al suo mantenimento. Si ricordava
ancora le volte in cui era stata seduta nella capanna, accanto al
barile della farina vuoto e alla pentola di ferro fredda, in attesa che
“lui” portasse a casa uno scoiattolo ucciso a fucilate o un pollo
rubato. Troppo spesso non portava che una brocca di whisky e un
paio di cazzotti brutali. Ora Mahailey si sentiva fortunata: non dover
più mendicare il cibo o andare a cercare legna nel bosco; avere un
letto caldo e scarpe e abiti decenti. Proveniva da una famiglia di
diciotto figli, gran parte dei quali erano venuti su senza regole, o
mezzi deficienti; due fratelli, come suo marito, erano morti in carcere.
Non era mai andata a scuola e non sapeva né leggere né scrivere.
Claude, quand’era ragazzino, aveva provato a insegnarle a leggere,
ma quello che Mahailey imparava alla sera, il giorno dopo l’aveva
dimenticato. Sapeva contare e leggere l’ora sull’orologio, e andava
orgogliosissima di conoscere l’alfabeto e di essere capace di leggere
stentatamente le lettere sui sacchi di farina e i pacchi di caffè.
«Quella è un’A grande» mormorava «e quell’altra è un’a piccola».
Mahailey era brava nel valutare le persone e Claude ne stimava il
giudizio su molte questioni. Sapeva che lei era in grado di percepire
ogni sfumatura del sentimento personale, le armonie e le antipatie
familiari, tanto quanto lui. Claude non avrebbe potuto sopportare di
perdere la sua stima. Lei lo consultava in tutte le sue piccole
difficoltà. Se una gamba del tavolo di cucina prendeva a traballare,
sapeva che lui avrebbe inserito delle viti nuove. Quando lei ruppe
un’impugnatura del mattarello, lui ne mise una nuova e adattò un
manico al suo coltello da carne preferito, dopo che tutti avevano
detto che era da buttare via. Questi oggetti, una volta riparati,
acquistavano un nuovo valore agli occhi di Mahailey, e le piaceva
adoperarli. Quando Claude l’aiutava a sollevare o a portare
qualcosa, non evitava mai di toccarla: questo la emozionava
profondamente. Lei sospettava che Ralph si vergognasse un po’ di
lei e che avrebbe preferito avere in giro per la cucina una ragazza
giovane e vivace.
In giorni come questi, quando non c’era nessuno in casa,
Mahailey amava parlare con Claude delle cose che facevano
insieme quando lui era piccolo: le domeniche in cui vagavano lungo
il ruscello, in cerca di uva selvatica, osservando gli scoiattoli rossi,
oppure si trascinavano su per i pascoli alti, fino a una macchia di
pruni selvatici all’estremità settentrionale della fattoria. Claude
ricordava tiepidi giorni di primavera, quando i pruni erano in fiore e
Mahailey vi si sdraiava sotto e cantava tra sé, come se quella
dolcezza mielosa fosse soporifera; canzoni senza parole, quasi
sempre, anche se ricordava un canto di montagna che diceva: “E
posero Jesse James nella tomba”.
IV

Per Claude si avvicinava il tempo di ritornare all’istituto


confessionale sull’orlo della bancarotta che si trovava alla periferia
della capitale, dove aveva già passato due lugubri e inutili inverni.
«Mamma» disse un mattino in cui ebbe l’occasione di parlarle da
solo «vorrei che tu mi permettessi di lasciare il Temple per andare
alla State University».
Lei alzò gli occhi dalla sfoglia che stava impastando.
«Ma perché, Claude?».
«Beh, tanto per cominciare imparerei di più. I professori al Temple
non sono un granché. La maggior parte sono solo pastori che non
riescono a sbarcare il lunario facendo i pastori».
Lo sguardo addolorato che disarmava sempre Claude apparve
prontamente sul viso di sua madre.
«Figliolo, non dire queste cose. Sono assolutamente convinta che
gli insegnanti abbiano più a cuore gli studenti quando si interessano
al loro sviluppo spirituale, oltre che intellettuale. Fratello Weldon ha
detto che molti professori della State University non sono cristiani: e
se ne vantano, in qualche caso».
«Oh, credo che per la maggior parte siano brave persone; in ogni
caso conoscono la loro materia. Quei piccoli, stupidi predicatori
come Weldon fanno un sacco di danni andando a blaterare in giro
per il paese. Lo mandano a reclutare nuovi studenti per la sua
scuola. Se non li trovasse perderebbe il posto. Vorrei che non mi
avesse mai trovato. La maggior parte di quelli che non ce la fanno
alla State vengono da noi, proprio come ha fatto lui».
«Ma come si può studiare seriamente in un posto in cui si dà
tanto spazio allo sport e alle frivolezze? All’allenatore di football
danno uno stipendio più alto che al rettore! E quegli alloggi maschili
sono posti dove i ragazzi imparano ogni sorta di sconcezze. Ho
sentito che a volte vi accadono cose tremende. E poi costerebbe di
più e non potresti vivere con poco come dai Chapin».
Claude non replicò. Stava davanti a lei accigliato, tormentandosi
un callo che aveva nel palmo della mano. Mrs Wheeler lo guardò
malinconica. «Sono certa che potrai studiare meglio in un’atmosfera
seria e tranquilla» gli disse.
Lui fece un sospiro e si allontanò. Se sua madre avesse mostrato
appena un po’ dell’ipocrisia untuosa di Fratello Weldon, avrebbe
potuto raccontarle molti fatti illuminanti. Ma era così fiduciosa e
infantile, aveva una natura così fedele e così ignara della vita, quale
la conosceva lui, che era inutile discutere. Avrebbe potuto
scandalizzarla e farle temere il mondo ancora di più, ma non
sarebbe mai riuscito a farle capire.
Sua madre era all’antica. Pensava che ballare e giocare a carte
fossero divertimenti pericolosi (quando era ragazza, in Vermont, solo
la gente rozza faceva cose del genere) e che “mondanità” fosse
sinonimo di “depravazione”. Secondo il suo concetto di istruzione, si
doveva apprendere, non pensare, e soprattutto non fare mai
domande. La storia della razza umana, che era alle spalle, era già
stata spiegata, e così doveva essere il suo destino, che era davanti.
Ubbidiente, l’intelletto doveva restare entro i limiti di una concezione
teologica della storia.
A Nat Wheeler non importava dove suo figlio studiasse, ma anche
lui dava per scontato che l’istituzione religiosa fosse meno cara della
State University e che, con quell’aria scalcagnata, era improbabile
che gli studenti diventassero troppo perspicaci e quindi troppo
offensivamente intelligenti a casa. Comunque riferì la questione a
Bayliss un giorno che era andato in città.
«Claude ha intenzione di andare alla State University
quest’inverno».
Bayliss prese subito quell’espressione saggia, del tipo meglio-
prepararsi-al-peggio, che lo aveva fatto apparire accorto e maturo
sin da piccolo. «Non vedo perché dovrebbe cambiare, a meno che
non abbia delle buone ragioni».
«Beh, pensa che quella manica di preti del Temple non siano
proprio di prim’ordine».
«Presumo che abbiano ancora parecchio da insegnare a Claude.
Se si mette con quella combriccola di dissoluti del football, alla State,
non lo tiene più nessuno». Per qualche ragione Bayliss detestava il
calcio. «Questa storia dello sport è una vera esagerazione. Se
Claude ha voglia di muoversi, potrebbe stare dietro al grano
autunnale».
Quella sera a cena Mr Wheeler sollevò la questione e interrogò
Claude per cercare di scoprire la causa del suo scontento. Come
sempre, i suoi modi erano scherzosi e Claude non poteva
sopportare che si discutessero in pubblico i suoi affari personali.
Quando lo colpiva troppo da vicino, temeva l’umorismo paterno.
Se le caricature divertenti e anche un po’ grossolane con le quali
Mr Wheeler ravvivava la vita quotidiana fossero state concepite da
chiunque altro, forse sarebbero piaciute a Claude. Ma
irrazionalmente Claude voleva che suo padre fosse l’uomo più
dignitoso, oltre che il più bello e intelligente, della comunità. Inoltre
Claude mal sopportava di essere preso in giro: era sulle spine prima
ancora di venire colpito, sentiva arrivare lo scherno, lo attirava su di
sé. Mr Wheeler aveva osservato in lui questa caratteristica quando
era ancora un bambinetto; l’aveva definito falso orgoglio e spesso
offendeva i suoi sentimenti di proposito, per temprarlo, come aveva
temprato la madre di Claude, che quando lo aveva sposato aveva
paura di tutto tranne che di libri scolastici e incontri di preghiera.
Ancora adesso lei era alquanto disorientata, ma da tempo ormai non
aveva più paura né di lui, né della vita insieme a lui. Accettava tutto
quel che riguardava il marito come parte della sua rude mascolinità,
cosa della quale era orgogliosa, nel suo modo tranquillo.
Claude non aveva mai perdonato al padre alcuni dei suoi tiri
mancini. Un tiepido giorno di primavera, quando lui era un vivace
bambino di cinque anni che entrava e usciva dalla casa con i suoi
giochi, aveva sentito sua madre supplicare il marito di andare nel
frutteto a raccogliere ciliegie da un certo albero stracarico. Claude
ricordava che lei aveva continuato a insistere, un po’ lamentosa,
dicendo che le ciliegie erano troppo in alto per lei e che se anche
avesse avuto una scala le sarebbe venuto il mal di schiena. Mr
Wheeler si infastidiva sempre quando sua moglie accennava ai suoi
acciacchi, specialmente quando si lamentava del mal di schiena. Si
era alzato ed era uscito. Dopo un po’ era tornato. «Tutto sistemato,
Evangeline» aveva esclamato allegro attraversando la cucina. «Le
ciliegie non ti creeranno più problemi. Tu e Claude potete andare a
coglierle in tutta comodità».
Fiduciosa, Mrs Wheeler si era messa il cappellino per ripararsi dal
sole, aveva dato a Claude un secchiello e lei ne aveva preso uno
grande, e si erano avviati giù per il pascolo verso il frutteto, che era
in un recinto vicino al ruscello. Il terreno era stato arato quella
primavera per mantenerne l’umidità, e Claude stava correndo felice
lungo uno dei solchi, quando guardò su e vide qualcosa che non
avrebbe mai potuto dimenticare. Il bel ciliegio, dalla folta chioma
tonda, pieno di foglie verdi e frutti rossi, era stato segato dal padre!
Giaceva in terra, accanto al suo ceppo sanguinante. Con un urlo
Claude si trasformò in un piccolo demonio. Buttò via il secchiello di
latta e si mise a saltare qua e là strillando e scalciando la terra
smossa con le scarpe dalle punte rinforzate, finché la madre fu molto
più preoccupata per lui che per l’albero.
«Figliolo, figliolo» gli diceva «l’albero è di tuo padre. Ha tutto il
diritto di abbatterlo, se vuole. Spesso diceva che gli alberi qui sono
troppo fitti. Forse sarà meglio per quelli che restano».
«Non è vero! Papà è un maledetto idiota, un maledetto idiota!»
sbraitava Claude, sempre saltando e scalciando, quasi soffocando di
rabbia e di odio.
La mamma gli si inginocchiò accanto. «Claude, smettila! Preferirei
vedere abbattuto il frutteto intero, piuttosto che sentirti dire cose
simili».
Dopo averlo calmato, raccolsero le ciliegie e tornarono a casa.
Claude le aveva promesso che sarebbe stato zitto, ma suo padre
dovette accorgersi degli occhi pieni di rabbia del bambino, fissi su di
lui per tutta la cena, e della sua aria di disprezzo. Già allora le sue
labbra morbide erano capaci di rivelare quel sentimento. Per giorni
Claude andò al frutteto e vide l’albero ammalarsi sempre più,
appassire e seccarsi del tutto. Dio avrebbe certamente punito l’uomo
che aveva potuto fare questo, pensò.
Un’indole violenta e l’irrequietezza fisica furono le caratteristiche
principali di Claude quando era piccolo. Ralph era docile e mostrava
una precoce scaltrezza nel tenersi fuori dai guai. Con i suoi modi
tranquilli, non faceva che escogitare monellerie, e gli era facile
persuadere il fratello maggiore, sempre in cerca di qualcosa da fare,
ad attuare i suoi piani. Di solito era Claude a essere colto con le
mani nel sacco. Seduto con aria mite e contemplativa sulla trapunta
stesa a terra, Ralph bisbigliava a Claude che bel divertimento
sarebbe stato arrampicarsi a prendere l’orologio dallo scaffale,
oppure azionare la macchina da cucire. Quando furono più grandi e
giocavano all’aperto, Ralph non doveva far altro che insinuare che
Claude avesse paura per fargli passare la lingua su un’accetta
gelata, o farlo saltare dal tetto della rimessa.
Le abituali durezze di un’infanzia campagnola non bastavano a
Claude: si imponeva prove e penitenze fisiche. Ogni volta che si
bruciava un dito, seguiva il consiglio di Mahailey e lo teneva vicino al
fornello per “tirare fuori il fuoco”. Un anno andò a scuola tutto
l’inverno con la sola giacca, per irrobustirsi. Sua madre gli
abbottonava il cappotto, gli metteva in mano il cestino della
colazione e lo spediva via. Non appena era fuori dalla vista, lui si
levava il cappotto, lo arrotolava sotto il braccio e correva via lungo i
margini dei campi gelati, arrivando all’edificio scolastico di legno
ansante e scosso dai brividi, ma molto soddisfatto di sé.
V

Claude aspettava che i genitori cambiassero idea in merito alla


scuola da frequentare, ma nessuno sembrava preoccuparsene
molto, nemmeno sua madre.
Due anni prima, il giovane che Mrs Wheeler chiamava “Fratello
Weldon” era venuto via da Lincoln per predicare nei paesi e nelle
chiese di campagna, reclutando così allievi per l’istituto in cui
insegnava durante l’inverno. Era stato lui a convincere Mrs Wheeler
che il suo college era il miglior posto possibile per un ragazzo che
stava per allontanarsi dalla famiglia per la prima volta.
La madre di Claude non faceva distinzioni tra i pastori. Li credeva
tutti eletti e santi, e non era mai stata tanto felice come quando ne
ebbe uno in casa da accudire e per il quale cucinare. Fece sentire
talmente a proprio agio il giovane Weldon che questi rimase sotto il
suo tetto parecchie settimane, occupando la camera degli ospiti,
dove trascorreva le mattinate a studiare o a meditare. Compariva
regolarmente all’ora dei pasti per chiedere a Dio di benedire il cibo e
per prendere posto, gli occhi bassi, devoti, mentre il pollo veniva
tagliato a pezzi. La testa lunga pendeva un po’ da un lato, i capelli
erano divisi da una scriminatura perfetta sulla fronte alta e pettinati in
piccole onde. Aveva una voce dolce e modi contriti e occupava il
minor spazio possibile. La sua mitezza divertiva Mr Wheeler, al
quale piaceva rimpinzarlo di cibo e che non mancava mai di
chiedergli con voce grave «quale parte del pollo gradisse», per
sentirlo sussurrare «Del petto, grazie» mentre serrava i gomiti, come
se stesse scivolando su un terreno pericoloso. Nel pomeriggio
Fratello Weldon si metteva una cravatta di batista pulita e un
cappello di paglia rigido e lucido che gli lasciava una striscia rossa
sulla fronte, poi con la Bibbia sotto il braccio usciva per le visite. Se
doveva andare lontano, Ralph lo conduceva in automobile.
A Claude il religioso non era mai piaciuto e faceva fatica a
rispondergli garbatamente. Mrs Wheeler, sempre distratta e ora tutta
presa dalle sue amorevoli cure per l’ospite, non si accorgeva dei
silenzi sprezzanti di Claude, finché Mahailey, a cui simili cose non
sfuggivano mai, le sussurrò un giorno sopra al fornello: «A Mr
Claude non gli piace il predicatore. Non lo sopporta proprio, ma non
gli dica niente».
Il risultato del soggiorno di Fratello Weldon alla fattoria fu che
Claude venne spedito al Temple College. Claude era giunto alla
convinzione che le cose e le persone che più detestava erano quelle
che avrebbero deciso del suo destino.
A metà settembre, buttò nel baule pochi vestiti, qualche libro e
disse addio a sua madre e Mahailey. Ralph lo accompagnò a
Frankfort per prendere il treno diretto a Lincoln. Dopo essersi
accomodato nel lurido scompartimento, Claude si mise a meditare
sulle sue prospettive future. C’era un vagone letto nel treno, ma
prendere un vagone letto per viaggiare di giorno era una delle cose
che un Wheeler non faceva.
Claude sapeva che stava tornando nella scuola sbagliata, che
stava sprecando tempo e denaro. Si disprezzava per il suo poco
coraggio. Se doveva vedersela con gli sconosciuti, si diceva, era
capace di prendere in mano la situazione e lottare fino in fondo. Con
suo padre e sua madre non riusciva a farsi valere, ma era capace di
essere coraggiosissimo con il resto del mondo. Eppure, se era così,
perché continuava a vivere da quei noiosissimi Chapin?
La famiglia Chapin era composta da un fratello e una sorella.
Edward Chapin era un uomo di ventisei anni dalla faccia vecchia e
smunta che andava ancora a scuola, per diventare pastore. Sua
sorella Annabelle governava la casa, si occupava cioè di tutte le
faccende domestiche. Il fratello manteneva se stesso e lei con lavori
saltuari presso chiese e associazioni religiose; occupava un pulpito
vacante se il pastore era malato, faceva lavori di segreteria per il
college e l’Associazione dei Giovani Cristiani. La retta settimanale
per la stanza e il vitto di Claude, per quanto esigua, era
fondamentale per dare loro un minimo di agiatezza.
Chapin frequentava il Temple College da quattro anni e
probabilmente gliene sarebbero occorsi altri due per completare gli
studi. Compulsava i libri in tram o mentre aspettava accanto al
binario in angoli ventosi, e studiava fino a notte fonda. La sua
ottusità doveva essere fuori del comune: dopo anni di studio
incessante, non era capace di leggere il Vangelo in greco senza un
dizionario e una grammatica a portata di mano. Passava un mucchio
di tempo a studiare dizione e oratoria. In certe ore la fragile
abitazione (costruita al risparmio per universitari poveri, poggiava su
blocchi di calcestruzzo anziché su fondamenta) rimbombava della
sua voce rauca e stridula che declamava le sue orazioni o quelle di
Wendell Phillips.
Annabelle Chapin era compagna di classe di Claude. Non era
ottusa come il fratello: era capace di imparare una coniugazione e di
riconoscerne le forme quando vi incappava di nuovo. Ma era una
ragazza sciocchina e leziosa, che trovava esaltante ogni aspetto
della loro squallida vita, e in più faceva la svenevole con Claude.
Mentre cucinava e strofinava, Annabelle cantilenava sempre le sue
lezioni ad alta voce. Era una di quelle persone che riescono a
rendere insulse e piatte persino le cose più raffinate semplicemente
accennandovi. L’inverno precedente aveva continuato a recitare le
Odi di Orazio in giro per casa (cosa che corrispondeva esattamente
alla sua idea di studentessa modello), finché Claude pensò che
avrebbe associato il poeta alla pesantezza di quei pranzi indigeribili
per il resto della sua vita.
Mrs Wheeler amava pensare che il figlio stesse aiutando quelle
due degne persone nella loro lotta per un’istruzione, ma poiché
malgrado tutti i loro sforzi i Chapin non arrivavano che a una caotica
inefficienza, Claude aveva da tempo deciso che tanto valeva
rinunciare in partenza. Lui si occupava della sua camera: la teneva
spoglia e abitabile, sgombra dalle attenzioni e dagli abbellimenti di
Annabelle. Ma la futile pretenziosità di quel modo di condurre le
faccende domestiche gli era odiosa. Era nato con l’amore per
l’ordine, così come era nato con i capelli rossi. Era una sua
caratteristica personale.
Il ragazzo era risentito per il modo in cui era stato allevato, per i
capelli e le lentiggini e la goffaggine. Quando andava al teatro a
Lincoln, prendeva posto nel loggione perché sapeva di avere
l’aspetto da sempliciotto campagnolo. Gli abiti non andavano mai
bene. Comprava colletti troppo alti e cravatte troppo sgargianti e poi
li nascondeva nel baule. L’unico esperimento con un sarto fu un
fallimento. Il sarto vide subito che il suo balbettante cliente non
sapeva quello che voleva, così lo convinse che, essendo primavera,
gli ci volevano calzoni a scacchi e giacca e panciotto di lana leggera
azzurra. Quando Claude si mise gli abiti nuovi per andare alla chiesa
di St. Paul la domenica mattina, lungo la strada tutti gli occhi erano
puntati sulle sue gambe eleganti. Per una settimana si mise a
osservare le gambe di giovani e vecchi e decise che in tutta Lincoln
non c’era un altro paio di calzoni a scacchi. Appese i vestiti nuovi
nell’armadio e non li indossò mai più, con grande delusione di
Annabelle Chapin.
Ciononostante Claude era sicuro di saper riconoscere un uomo
ben vestito, quando ne vedeva uno. Era sicuro perfino di saper
riconoscere una donna ben vestita. Quando una donna attraente
saliva in tram, mentre lui andava o tornava da Temple Place, era
combattuto tra il desiderio di guardarla e quello di sembrare
indifferente.

Claude sta tornando a Lincoln, con un assegno molto generoso


che contribuisce ben poco a farlo stare allegro. Non ha amici o
insegnanti cui guardare con ammirazione, anche se il bisogno di
ammirare è fondamentale in questa fase della vita. È convinto che le
persone che potrebbero significare qualcosa per lui lo giudicheranno
sempre male e non lo degneranno mai di uno sguardo. Più che la
solitudine, teme di accontentarsi di surrogati da quattro soldi, di
giustificarsi con se stesso per le lusinghe di un insegnante, di
svegliarsi un mattino e ritrovarsi ad ammirare una ragazza solo
perché è accessibile. Ha paura dei compromessi facili, e ha il terrore
di essere ingannato.
VI

Tre mesi dopo, in una grigia giornata di dicembre, Claude era seduto
nella carrozza passeggeri di un treno merci, e tornava a casa per le
vacanze. Aveva una piramide di libri sul sedile accanto e stava
leggendo, quando il treno si fermò con uno scossone che fece
precipitare a terra i volumi. Claude li raccolse e guardò l’orologio.
Era mezzogiorno. Il treno merci avrebbe sostato per oltre un’ora in
attesa del treno viaggiatori diretto a Est. Scese dalla carrozza e si
incamminò lentamente lungo la banchina verso la stazione. Un
fascio di piccoli abeti era stato gettato vicino all’ufficio merci e
spargeva nell’aria gelida un profumo di Natale. Qua e là c’era
qualche carro, i cavalli protetti dalle coperte. Salendo a spirale, il
vapore della locomotiva creava una macchia viola scuro che si
spiegava contro il cielo grigio.
Claude entrò in un ristorante dall’altra parte della strada e ordinò
uno stufato di ostriche.
La proprietaria, una piccola tedesca grassoccia con la frangetta a
riccioli, si ricordava sempre di lui da un viaggio all’altro. Mentre lui
mangiava le ostriche, gli disse che aveva appena finito di arrostire
un pollo con le patate dolci, e se lo desiderava poteva servirgli una
bella porzione di petto croccante, prima che venissero a colazione i
ferrovieri. Dopo averle ordinato il pollo, attese, seduto su uno
sgabello, gli stivali appoggiati al tubo di piombo che serviva da
poggiapiedi, i gomiti sul bancone marrone lucido, fissando una
piramide di panini dolci dall’aria coriacea che stavano sotto una
campana di vetro.
«Ti aspettavo ogni giorno» disse Mrs Voigt mentre lo serviva. «Ho
messo molta buona salsa su kvelle patate, ja».
«Grazie. Deve essere molto amata dai suoi clienti».
La signora fece una risatina. «Ja, tutti ferrovieri sono mio amico.
Kvalche volta portano me piccolo Schweizerkäse, da uno di kvei
grossi saloon di Omaha dove vanno tedeschi. Io non avuto figli,
allora preparo piccole cose per kvei ragazzi, eh?».
Si accarezzava le mani tozze sotto il grembiule e guardava con
tale avidità ogni boccone che Claude si portava alla bocca che
poteva quasi sentirne il sapore. Gli uomini del treno entrarono a
frotte, chiedendo cosa c’era per pranzo, e lei correva di qua e di là
come una gallinella agitata, chiocciando e schiamazzando. Claude si
domandò se tutti gli operai del mondo fossero gentili con le donne
anziane come quelli lì. Pensava di no. Gli piaceva pensare che
questa cordialità si trovasse solo in quello che lui genericamente
definiva “l’Ovest”. Comprò un grosso sigaro e passeggiò su e giù per
la banchina godendosi il fresco finché arrivò fischiando il treno
viaggiatori.
Quando il suo merci riprese la corsa, Claude non riaprì i libri ma
stette a osservare le case grigie che si srotolavano davanti a lui, con
i loro campi di granturco spogli, secchi, e le grandi distese arate
dove dormiva il frumento seminato in autunno. Una spruzzatina
splendente di neve ricopriva come brina le strisce di terra friabile tra i
solchi.
Claude pensava di conoscere quasi ogni fattoria tra Frankfort e
Lincoln, aveva fatto il viaggio tante volte, su diretti e accelerati.
Tornava a casa per ogni vacanza, e poi l’avevano chiamato e
richiamato a casa con vari pretesti: quando sua madre si era
ammalata, quando Ralph si era ribaltato con la macchina
fratturandosi una spalla, quando suo padre era stato preso a calci da
uno stallone imbizzarrito. Non era abitudine dei Wheeler assumere
un’infermiera; se qualcuno in casa si ammalava, era sottinteso che
uno dei familiari si sarebbe assunto quel ruolo.
Claude stava riflettendo sul fatto che non era mai tornato a casa
tanto di buonumore. Gli erano capitate due fortune da quando aveva
percorso quella strada tre mesi prima.
Appena arrivato a Lincoln, in settembre, si era iscritto alla State
University per un corso speciale sulla storia europea. L’anno prima
aveva ascoltato il preside di quella facoltà a una conferenza di
beneficenza, e aveva deciso che, anche se non aveva il permesso di
cambiare college, gli sarebbe riuscito di studiare con quell’uomo. Il
corso scelto da Claude era di quelli cui uno studente può dedicare il
tempo che vuole. Era basato sulla lettura di fonti storiche e il
professore era notoriamente avido di quaderni stracolmi di appunti.
Quelli di Claude erano tra i più pieni. Lavorava molto alla biblioteca
universitaria, spesso cenava in città e tornava lì a studiare fino all’ora
di chiusura. Per la prima volta in vita sua si accostava a una materia
che gli sembrava vitale, che aveva a che fare con avvenimenti e
idee, non con dizionari e grammatiche. Quante volte avrebbe voluto
Ernest accanto durante le lezioni! Immaginava Ernest
completamente rapito, che approvava o disapprovava con i suoi
modi indipendenti. La classe era molto ampia e il professore
spiegava senza appunti: parlava rapido, come se si rivolgesse a suoi
pari, privo di quella persuasività adulatoria alla quale erano abituati
gli studenti al Temple. Le sue lezioni erano stringate come memorie
legali, ma c’era una sorta di asciutto fervore nella sua voce, e
quando interrompeva di tanto in tanto la sua esposizione con un
commento puramente personale, questo sembrava prezioso e
importante.
Claude usciva dalle lezioni con la sensazione che il mondo fosse
pieno di cose stimolanti e che era una fortuna essere vivi e poter
andare alla loro scoperta. Lo studio quell’autunno gli faceva davvero
sembrare più luminoso il futuro: pareva promettergli qualcosa. Una
delle sue principali difficoltà era sempre stata quella di non riuscire a
convincersi dell’importanza di fare soldi, e di spenderli. Se era tutto
lì, allora non valeva la pena vivere.
La seconda cosa positiva che gli era capitata era che aveva
potuto conoscere gente che gli piaceva. Era accaduto per caso,
dopo una partita di footbal tra i Temple Eleven e la squadra della
State University – poco più di un allenamento per quest’ultima.
Claude giocava come halfback con il Temple. Verso la fine del primo
tempo, bloccò l’avversario senza problemi sulla parte destra del
campo, schivò un placcaggio che minacciava di fermare il gioco e si
precipitò con una corsa di un’ottantina di metri lungo il campo verso
il touchdown. Fece un’ottima prestazione e portò alla vittoria la sua
squadra. I giocatori della State si congratularono calorosamente con
lui e l’allenatore arrivò a offrirgli, se mai avesse voluto cambiare, un
posto nella squadra.
Claude ebbe il suo momento di gloria; ma mentre l’allenatore
Ballinger gli stava ancora parlando, gli studenti della Temple
accorsero urlando dalla tribuna e Annabelle Chapin, ridicola in un
vestito sportivo di sua invenzione decorato con i colori del Temple, e
soffiando in una trombetta da bambini, pensò bene di buttarglisi al
collo. Lui si liberò, non proprio con garbo, e si diresse torvo a grandi
passi verso lo spogliatoio. A cosa serviva, se eri sempre con la
gente sbagliata?
Julius Erlich, che giocava da quarterback nella squadra della
State, lo prese da parte e gli disse affabilmente: «Vieni a cena a
casa mia questa sera, Wheeler, ti faccio conoscere mia madre. Vieni
con noi, puoi cambiarti nella sala d’armi. Hai un vestito nella borsa,
giusto?».
«Non è certo un vestito per andare a far visite» rispose Claude,
dubbioso.
«Oh, non importa! A casa siamo tutti ragazzi. A mamma non
importerebbe neanche se venissi in tuta da ginnastica».
Claude acconsentì prima ancora di avere il tempo di paventare
difficoltà immaginarie. Erlich sedeva spesso accanto a lui alle lezioni
di storia e avevano parlato diverse volte insieme. Fino a quel
momento, Claude aveva pensato di “non riuscire a definire Erlich”,
ma quel pomeriggio, mentre si vestivano dopo la doccia, erano
diventati buoni amici nel giro di pochi minuti. Claude era forse meno
impacciato del solito, nel corpo e nella mente. Era talmente
sbalordito di essere diventato così intimo di Erlich, che quasi non
fece caso alla camicia vecchia di due giorni, né al colletto con l’orlo
strappato – sciagurate economie che era stato educato a rispettare.
Avevano percorso appena due isolati dalla sala d’armi, quando
Julius svoltò verso una casa di legno dalla pianta irregolare, con un
prato terrazzato e privo di staccionata. Condusse Claude dietro una
delle ali, e attraverso una porta a vetri lo fece entrare in una grande
stanza che aveva tre pareti a vetrate che arrivavano al rivestimento
in legno. La camera era piena di ragazzi di varie età, seduti su lunghi
divani o appollaiati sui braccioli delle poltrone, che chiacchieravano
tutti insieme. Su un divano era sdraiato un ragazzo in smoking,
sprofondato nella lettura come se fosse solo nella stanza.
«Cinque sono fratelli miei» disse l’ospite «e gli altri sono amici».
Il gruppo di ragazzi riconobbe Claude e lo incluse nelle
chiacchiere sulla partita. Quando gli ospiti se ne furono andati, Julius
presentò i suoi fratelli. Erano tutti ragazzi simpatici, pensò Claude,
dai modi spigliati e gradevoli. I tre maggiori lavoravano già, ma
anche loro avevano assistito alla partita quel pomeriggio. Claude
non aveva mai visto fratelli tanto aperti e senza peli sulla lingua.
Erano tutti cordialissimi con lui; quello che stava sdraiato venne a
stringergli la mano, tenendo il segno nel libro con il dito.
Su un tavolo in mezzo alla stanza c’erano pipe, scatole di
tabacco, sigari in una coppa di vetro e una grande ciotola cinese
colma di sigarette. L’armamentario colpì in modo particolare Claude,
che a casa sua era costretto a fumare nella stalla delle mucche. La
quantità di libri lo stupì quasi altrettanto; il rivestimento di legno che
correva lungo tutta la stanza era costituito da librerie a giorno, piene
zeppe di volumi grandi e piccoli, e tutti avevano l’aria di essere
interessanti e molto letti. Uno dei fratelli era stato a una festa la sera
prima, e tornando a casa aveva appeso la cravatta attorno al collo di
un piccolo busto in gesso che stava sul caminetto e che raffigurava
Byron. Questa testa, con la cravatta di sghimbescio, attirò
l’attenzione di Claude più di ogni altra cosa e per qualche ragione gli
fece d’improvviso venire voglia di abitare in quella casa.
Julius chiamò sua madre, e quando andarono a cena Claude le
sedette accanto a un’estremità della lunga tavola. Mrs Erlich gli
sembrò molto giovane per essere il capo di una famiglia come
quella. Aveva ancora i capelli castani e li portava tirati sopra le
orecchie e attorcigliati in due piccole crocchie, come le donne dei
vecchi dagherrotipi. Anche il suo viso ricordava un dagherrotipo:
c’era in esso qualcosa di antiquato e pittoresco. La pelle aveva il
soffice candore dei fiori bianchi intrisi di pioggia. Parlava con gesti
rapidi, e il modo risoluto che aveva di accennare con la testa era
strano e molto personale. I suoi occhi nocciola scrutavano fiduciosi
di sopra le lenti, sempre in attesa di veder finire ogni cosa
meravigliosamente bene; sempre in cerca di qualche buon folletto
germanico nella credenza o nella scatola dei dolci oppure nel vapore
fumante del giorno di bucato.
I ragazzi parlavano di un fidanzamento che era appena stato
annunciato e Mrs Erlich cominciò a raccontare a Claude una lunga
storia su un brillante giovane che era venuto a Lincoln e aveva
conosciuto una bellissima ragazza, che era già fidanzata con un
giovane freddo e professorale. Dopo molte amarezze la bella
ragazza aveva rotto con l’uomo sbagliato ed era diventata la
promessa sposa di quello giusto e ora erano felicissimi – e tutti,
pregava Claude di crederle, erano felici quanto loro! Nel mezzo della
narrazione, Julius le ricordò sorridendo che, dal momento che
Claude non conosceva quelle persone, difficilmente si sarebbe
appassionato al loro idillio, ma lei lo guardò appena al di sopra degli
occhiali, dicendo: «E se anche fosse, Herr Julius!». Era chiaro che
teneva testa a tutti.
La conversazione passava da un argomento all’altro. I fratelli
cominciarono a discutere animatamente su una ragazza che era
venuta da poco in città: se fosse carina, e quanto, e se fosse
ingenua. Per Claude era come un dialogo di una commedia. Non
aveva mai sentito discutere e analizzare così un essere vivente. Non
aveva mai sentito una famiglia parlare tanto, o con altrettanto
entusiasmo. Qui non c’era quella reticenza velenosa che lui aveva
sempre associato alle riunioni familiari, né l’imbarazzo delle persone
sedute con le mani in grembo, l’una di fronte all’altra, ciascuna
custodendo il suo segreto o il suo sospetto, mentre lui andava alla
ricerca di un argomento innocuo di cui parlare. Anche la ricchezza
del loro modo di esprimersi lo stupiva: come facevano a trovare così
tanto da dire su una ragazza? A dire la verità, parecchie cose gli
parevano inverosimili, ma riconosceva malinconicamente di non
essere un esperto in materia.
Quando tornarono in salotto, Julius cominciò a suonare a
orecchio la chitarra, e il fratello con la barba si sedette a leggere.
Otto, il più giovane, vedendo un gruppetto di studenti che passava
accanto alla casa, corse fuori sul prato e li fece entrare, due ragazzi
e una ragazza con le guance rosse e una stola di pelliccia. Claude si
era messo in un angolo, perfettamente soddisfatto di fare da
spettatore, ma presto arrivò Mrs Erlich e gli sedette accanto. Quando
era entrata in salotto, aveva notato gli occhi di lui posarsi su
un’incisione di Napoleone appesa sopra il pianoforte, e lo invitò ad
andare a vederla. Gli disse che era un’incisione rara, poi gli mostrò
un ritratto del bisnonno, che era stato ufficiale nell’esercito
napoleonico. E anche questa fu una lunga storia.
Mentre parlava con Claude, Mrs Erlich scoprì che i suoi occhi non
erano poi tanto slavati, ma sembravano così a causa delle ciglia
chiare. Potevano dire molto quegli occhi, quando la guardavano
dritto nei suoi, e le piaceva quello che dicevano. Presto venne a
sapere che il ragazzo era scontento, che odiava il Temple e che sua
madre aveva voluto che andasse lì.
Quando i tre che erano stati invitati a entrare dalla strada presero
congedo, Claude pure si alzò. Erano evidentemente di casa, e la
loro uscita disinvolta, con un allegro “buonanotte a tutti”, non gli
diede un suggerimento pratico su cosa dire o come fare per
accomiatarsi. Julius rese le cose ancora più difficili dicendogli di
mettersi seduto perché non era ancora ora di andare. Mrs Erlich
disse però che era ora: Claude doveva fare un bel pezzo di strada
per raggiungere Temple Place.
Fu davvero facile. Lei si diresse verso la porta con lui e gli porse il
cappello, dandogli un colpetto sul braccio come per un saluto finale:
«Lei verrà spesso a trovarci. Saremo amici». La sua fronte, con le
ordinate tendine di capelli castani, arrivava un po’ sotto il mento di
Claude, e lo guardò di sotto in su, con quella sua espressione
eccentricamente fiduciosa, come se anche lui potesse andare a
finire meravigliosamente bene! Di sicuro nessuno l’aveva mai
guardato a quel modo.
«È stata una serata deliziosa!» le mormorò senza alcun
imbarazzo, e soprappensiero girò felice la maniglia e uscì dalla porta
vetrata.

Mentre il treno merci arrancava per la campagna invernale


lasciando una scia nera sospesa nell’aria immobile, Claude
ripercorreva minutamente quella esperienza, come se temesse di
perderne qualche frammento avvicinandosi a casa. Ricordava
esattamente la prima impressione che aveva avuto di Mrs Erlich e
dei ragazzi e avrebbe potuto ripetere quasi parola per parola la
conversazione, così insolita per lui. Prima aveva pensato che gli
Erlich fossero molto ricchi, ma aveva scoperto che erano poveri. Il
padre era morto, e i ragazzi dovevano lavorare tutti, anche quelli che
andavano ancora a scuola. Sapevano vivere, aveva scoperto, e
spendevano i soldi per se stessi, non per macchine che servivano a
lavorare, o a intrattenere la gente. Le macchine, decise Claude, non
potevano creare piacere, qualsiasi altra cosa fossero capaci di fare.
Né erano in grado di rendere la gente simpatica. A suo modo di
vedere, la gente diventava simpatica con una giudiziosa indulgenza
verso tutto ciò che a lui era stato insegnato a scansare.
Dopo quella prima visita, era andato dagli Erlich non così spesso
quanto avrebbe voluto, ma quanto più aveva osato. Alcuni ragazzi
dell’università parevano fare un salto ogniqualvolta ne avevano
voglia, sembravano quasi far parte della famiglia; però avevano un
aspetto più gradevole del suo, ed erano più socievoli. A dire il vero,
quello spilungone di Baumgarten era un intimo di casa pur essendo
un ragazzo goffo dalle grandi mani rosse e le scarpe rappezzate, ma
almeno sapeva parlare tedesco con la madre, e suonava il piano, e
pareva conoscere un bel po’ di musica.
Claude non voleva diventare un seccatore. Qualche volta, la sera,
usciva dalla biblioteca per fumare un sigaro e camminava
lentamente fino alla casa degli Erlich, guardando le finestre
illuminate del salotto e chiedendosi cosa stessero facendo. Prima di
fare una visita, si scervellava per trovare cose da dire. Ovviamente
se c’era stata una partita di football, o una commedia interessante al
teatro, tanto meglio.
Quasi senza accorgersene si trovò a escogitare degli argomenti e
a giustificare tra sé le proprie opinioni, così da avere qualcosa da
dire quando gli Erlich avessero messo in dubbio le sue osservazioni.
Era cresciuto nella convinzione che fosse poco dignitoso spiegarsi,
come anche essere vestiti con cura o prendersi a cuore qualcosa.
Ernest era l’unica persona tra i suoi conoscenti che cercasse di
esprimere chiaramente perché credeva in questo o in quello; ma i
suoi lo trovavano molto presuntuoso e strano. Spiegarsi non era
americano: non serviva! Alla fattoria dicevano sì, oppure no, che
Roosevelt era un uomo perbene oppure che era matto. Non dovevi
dire di più, a meno che non fossi un oratore di piazza: se cercavi di
dire qualcosa di più, voleva dire che ti piaceva sentire la tua voce.
Dal momento che non dicevi mai niente, non acquisivi l’abitudine di
pensare. Se ti annoiavi troppo, andavi in città a comprare qualcosa
di nuovo.
Invece tutte le persone che incontrava dagli Erlich parlavano. Se
gli domandavano il suo parere su una commedia o un libro, e lui
diceva che non valeva niente, quelli gli chiedevano subito perché. Gli
Erlich non lo consideravano un gran parlatore, ma lui era a volte
strabiliato da se stesso. Era proprio lui a diffondere le sue opinioni in
modo tanto indelicato? Si sorprendeva ad adoperare parole mai
usate prima, che nella sua testa erano legate solo alla pagina
stampata. Quando si accorgeva improvvisamente di star usando una
parola per la prima volta in vita sua, magari storpiandola, si
confondeva come se avesse cercato di rifilare un dollaro falso;
arrossiva e balbettava e lasciava che qualcun altro finisse la frase
per lui.
A volte non resisteva alla voglia di fare un salto dagli Erlich, al
pomeriggio; i ragazzi erano fuori e per una mezz’ora poteva avere
Mrs Erlich tutta per sé. Quando lei gli parlava lui imparava
moltissime cose sulla vita. Amava sentirla cantare sentimentali
canzoni tedesche mentre cuciva. “Spinn, spinn, du Tochter mein”.
Non sapeva perché, ma adorava quel pezzo! Quella romanza lo
affascinava addirittura. Ogni volta che lasciava la casa, si sentiva
felice e traboccante di bontà, e pensava a boschi di faggi e città
merlate, o a Carl Schurz e alla rivoluzione romantica.
Era andato a trovare Mrs Erlich proprio prima di tornare a casa
per le vacanze e l’aveva trovata intenta a preparare dolci natalizi
tedeschi. Lei l’aveva condotto in cucina e gli aveva spiegato le
tradizioni quasi sacre che erano alla base di quelle complicate
ricette. L’eccitazione e la serietà con le quali sbatteva e rimestava
erano molto graziose, pensava Claude. Lei enumerò, contando sulle
dita, i tanti ingredienti dei suoi dolci, eppure lui pensò che c’erano
cose che non aveva nominato: la fragranza di antiche amicizie, il
bagliore di memorie infantili, la sua fede nel potere prodigioso di
poesie e canzoni. Di certo queste erano ottime cose da mettere nei
dolci. Dopo averla lasciata, fece qualcosa che un Wheeler non
avrebbe mai fatto: andò in via O. e le inviò una scatola con le rose
più rosse che era riuscito a trovare. In tasca aveva il bigliettino che
lei gli aveva scritto per ringraziarlo.
VII

Cominciava a fare buio quando Claude arrivò alla fattoria. Mentre


Ralph si fermava a mettere via la macchina, lui proseguì da solo
verso casa. Ritornava sempre con un po’ di emozione – per quanto
si sforzasse di superare alla leggera le partenze e i ritorni che non
erano che ordinaria amministrazione. Quando risaliva la collina
come ora, verso la casa alta dalle finestre illuminate, qualcosa gli
stringeva sempre il cuore. Amava e insieme odiava tornare a casa.
Restava ogni volta deluso, eppure sentiva che era giusto tornare alla
propria casa. Anche quando fiaccava la sua forza d’animo e umiliava
il suo orgoglio, sentiva che era giusto venire così umiliato. Non
metteva in dubbio che lo stato d’animo più basso fosse anche il più
vero e che, meno un uomo presume di se stesso, più probabilità ha
di avvicinarsi a un giudizio veritiero.
Avvicinandosi alla porta, Claude si fermò un momento e spiò dalla
finestra della cucina. La tavola era preparata per la cena e Mahailey
era ai fornelli, rimestando qualcosa in un pentolone di ferro, polenta,
probabilmente – spesso la faceva per sé, ora che cominciava a
perdere i denti. Stava curva sulla pentola, circondandola con un
braccio e con l’altro batteva il denso contenuto, tentennando la testa
al ritmo di quel movimento rotatorio. Confuse emozioni
s’impadronirono di Claude. Corse dentro, e l’abbracciò forte.
Il viso di lei si raggrinzò nel sorriso sciocco che lui conosceva
tanto bene. «Signore, come mi hai spaventato, Mr Claude! Un altro
po’ e la polenta mi finiva per terra. Stai proprio bene, ragazzo mio!».
Sapeva che Mahailey era più contenta di chiunque altro nel
vederlo tornare a casa, a parte sua madre. Sentendo i passi incerti
di Mrs Wheeler sulla scala interna, aprì la porta e corse su a
incontrarla a metà rampa, abbracciandola con la tenerezza quasi
dolorosa che provava sempre, ma che di rado era libero di mostrare.
Lei sollevò le mani per accarezzargli i capelli un istante, ridendo
come si fa con un bambino, e dicendogli che le pareva che i capelli
si facessero più rossi ogni volta che tornava a casa.
«Abbiamo finito di raccogliere il granturco, mamma?».
«No, Claude, sai che siamo sempre indietro. Eppure abbiamo
avuto un bel tempo mite, buono per spannocchiare. Ma almeno ci
siamo liberati di quell’insopportabile Jerry, per cui c’è da essere grati.
Ha avuto una delle sue esplosioni di rabbia, un giorno in città,
mentre stava attaccando per venire a casa, e Leonard Dawson lo ha
visto picchiare uno dei nostri cavalli con il giogo. Leonard lo ha detto
a tuo padre e gli ha detto anche cosa ne pensava, e tuo padre ha
licenziato Jerry. Se glielo aveste detto tu o Ralph, molto
probabilmente non avrebbe fatto niente. Ma tutti i padri sono uguali,
penso». Rise fiduciosa, appoggiandosi al braccio di Claude mentre
scendevano le scale.
«Penso anch’io. Ha fatto molto male al cavallo? Qual è?».
«Il piccolo morello, Pompey. Credo però che sia un cavallo un po’
cattivello. Gli uomini hanno detto che si è rotto un osso sopra
all’occhio, ma che probabilmente si riprenderà bene».
«Pompey non è cattivo, è nervoso. Tutti i cavalli odiavano Jerry, e
ne avevano motivo». Claude scrollò le spalle per scacciare i ricordi
disgustosi del bracciante che gli balenavano alla mente. Aveva visto
giù alla stalla succedere cose che proprio non poteva dire a suo
padre.
Mr Wheeler entrò in cucina e si fermò prima di andare di sopra
giusto il tempo di dire «Ciao Claude. Stai proprio bene, mi pare».
«Sì, signore. Sto benissimo, grazie».
«Bayliss mi dice che hai giocato a football un bel po’».
«Non più del solito. Abbiamo fatto una mezza dozzina di partite e
siamo stati quasi sempre battuti. La State ha una squadra molto
forte».
«Immagino» biascicò Mr Wheeler mentre saliva le scale.
La cena si svolse come al solito. Dan non faceva altro che fare
smorfie e ammiccare a Claude, cercando di scoprire se fosse già
stato informato della sorte di Jerry. Ralph gli raccontò i pettegolezzi
del vicinato. Gus Yoeder, il vicino tedesco, faceva causa a un
agricoltore che gli aveva ucciso il cane; Leonard Dawson stava per
sposare Susie Grey. Era la ragazza a causa della quale Leonard
aveva dato un pugno a Bayliss, ricordò Claude.
Dopo cena Ralph e Mr Wheeler partirono in macchina per uno
spettacolo natalizio alla scuola di campagna. Claude e sua madre
sedettero per una tranquilla conversazione, vicino alla stufa ad
antracite nel soggiorno al primo piano. A Claude piaceva quella
stanza, specialmente quando non c’era suo padre. Il vecchio
tappeto, le sedie scolorite, la vetrina con i libri, l’incisione con le
scene dal Pilgrim’s Progress appesa sul divano: queste cose lo
facevano sentire a casa. Ralph proponeva sempre di riammobiliare
la stanza in quercia bianca, che era l’ultima moda, ma fino ad allora
Claude e sua madre l’avevano risparmiata.
Il giovane avvicinò la sua sedia preferita e cominciò a raccontare
a Mrs Wheeler dei ragazzi Erlich e della loro madre. Lei ascoltava,
ma lui si accorse che era molto più interessata ad ascoltare notizie
sui Chapin, e se Edward stesse meglio con la gola e dove avesse
predicato quell’autunno. Questa era una delle cose che lo
deludevano quando tornava a casa: non riusciva mai a interessare
sua madre a persone o fatti nuovi, a meno che non avessero in
qualche modo a che fare con la Chiesa. Sapeva anche che lei
sperava sempre di sentire che lui alla fine aveva avvertito il bisogno
di riavvicinarsi alla Chiesa. Non lo assillava su questo argomento,
ma una o due volte gli aveva detto che niente al mondo le avrebbe
dato più gioia di vederlo riconciliato in Cristo. Mentre le parlava degli
Erlich, Claude si rese conto che lei si stava chiedendo se non
fossero troppo “dediti ai piaceri”, e che temeva il loro ascendente sul
figlio. La serata fu quasi un fallimento, e lui andò a letto presto.
Quando aveva preso a riflettere sulla religione, Claude aveva
attraversato una dolorosa fase di dubbi e timori. Per un lungo
periodo, tra i quattordici e i diciotto anni, era stato convinto che, se
non si fosse pentito e non avesse intrapreso quel misterioso
cambiamento chiamato conversione, per lui sarebbe stata la fine. Ma
c’era qualcosa di testardo in lui che gli impediva di approfittare del
perdono offerto. Si sentiva condannato, ma non gli andava di
rinunciare a un mondo del quale non sapeva ancora niente. Voleva
entrare nella vita con tutto il suo vigore, con tutte le sue facoltà
completamente libere. Non voleva essere come quei giovani che agli
incontri di preghiera dicevano di appoggiarsi al Redentore. Trovava
odiosa quella loro mite accettazione dei piaceri consentiti.
In quel periodo Claude aveva un’acuta paura fisica della morte.
Un funerale, la vista di un vicino irrigidito nella sua bara nera lo
riempiva di terrore. La notte restava sdraiato al buio, tramando
contro la morte, cercando di escogitare un sistema per evitarla,
desiderando con rabbia di non essere mai nato. Non c’era altra via
d’uscita dal mondo? Quando pensava ai milioni di creature solitarie
che marcivano sotto terra, la vita gli pareva una trappola che
ghermiva la gente per un unico orrendo fine. Non era mai esistito un
uomo tanto forte o tanto bravo da scamparla. Eppure a volte era
certo che lui, Claude Wheeler, l’avrebbe scampata, che avrebbe
inventato un espediente per salvarsi dalla dissoluzione. Quando
l’avesse trovato, non avrebbe detto niente a nessuno: sarebbe stato
scaltro e riservato. Putrefazione, decomposizione…. Non poteva
consegnare il suo caldo, amabile corpo a quel lerciume! Cosa voleva
dire quel versetto della Bibbia: “Non permetterai che il tuo Santo
subisca la corruzione”?
Se c’era qualcosa che poteva guarire un ragazzo intelligente da
morbose angosce religiose, questa era una scuola confessionale
come quella dove Claude era stato mandato. A quel punto aveva
rifiutato in blocco la teologia cristiana, giudicandola troppo piena di
sotterfugi e di sofismi per poterne discutere. Gli uomini che l’avevano
creata, ne era convinto, erano come quelli che la insegnavano. Le
anime più nobili potevano essere dannate, secondo la loro teoria,
mentre un qualsiasi ignobile parassita poteva salvarsi grazie alla
fede. La “Fede”, così come la vedeva esemplificata nei docenti della
Temple, era un surrogato di quasi tutte le qualità virili che lui
ammirava. I giovani si facevano preti perché erano timidi, o pigri, e
volevano che la società si facesse carico di loro: perché volevano
essere coccolati da donne gentili e fiduciose come sua madre.
Anche se non voleva avere a che fare con i teologi e la teologia,
Claude si dichiarava cristiano. Credeva in Dio e nello spirito dei
quattro vangeli e nel Discorso della montagna. Quando arrivava a
“Beati i miti”, si fermava dubbioso, finché un giorno gli venne in
mente che quel versetto parlava esattamente di gente come
Mahailey: e lei era beata, ne era certo.
VIII

La domenica dopo Natale, Claude e Ernest passeggiavano lungo la


riva del Lovely Creek. Erano arrivati fino all’appezzamento di bosco
di Mr Wheeler e ora stavano tornando. Sembrava un pomeriggio
d’autunno, così tiepido che lasciarono i cappotti sul ramo di un olmo
contorto che era accanto alla staccionata del pascolo. I campi e le
cime nude degli alberi sembravano nuotare nella luce. Qualche
foglia bruna era ancora attaccata agli arbusti che erano in riva al
torrente. Nel pascolo alto, a più di un miglio dalla casa, i ragazzi
scoprirono una dulcamara che si era avviticchiata a un corniolo,
ricoprendolo di bacche scarlatte. Era come un albero di Natale
cresciuto da sé in mezzo alla natura. Avevano parlato di alcuni libri
che Claude aveva portato a casa, del suo corso di storia. Non era
stato capace di raccontare all’amico granché sulle sue lezioni,
benché ne avesse voglia, e pensò che fosse più colpa di Ernest che
sua: era così prosaico. Quando si imbatterono nella dulcamara,
dimenticarono la loro discussione e scesero lungo la riva per
ammirare i grappoli rossi sul rampicante legnoso, color grigio fumo,
le foglie d’oro pallido che cadevano appena le si sfiorava. La
dulcamara, e il piccolo albero che nobilitava, nascosti nella fenditura
di un piccolo avvallamento, erano scampati ai venti impetuosi e agli
occhi dei bambini, che all’uscita di scuola tagliavano attraverso i
pascoli per tornare a casa. Le loro radici affondavano nel magro
ruscello che scorreva nero tra le frastagliate croste del ghiaccio che
si andava sciogliendo.
Quando lasciarono la riva e risalirono verso il pascolo, Claude
ebbe una gran voglia di scuotere Ernest da quel suo stato d’animo
mansueto e razionale.
«Cosa pensi di fare in futuro, Ernest? Vuoi fare l’agricoltore per
tutta la vita?».
«Naturalmente. Se avessi dovuto imparare un mestiere, lo avrei
fatto prima. Perché me lo chiedi?».
«Oh, non lo so. Suppongo che la gente debba pensare al futuro
una volta o l’altra. E tu sei così pragmatico».
«Il futuro, eh?» Ernest chiuse un occhio e sorrise. «È una parola
grossa. Quando avrò una fattoria tutta mia, e sarò bene avviato, un
inverno o l’altro tornerò a casa a trovare i miei genitori. Magari
sposerò una ragazza carina e la porterò indietro con me».
«Tutto qui?».
«Mi pare abbastanza, se va tutto bene, no?».
«Forse. Ma non per me. Non credo che potrò mai impegnarmi in
qualcosa. Non pensi che non abbia molto senso?».
«Cosa?».
«Vivere, nel modo in cui viviamo noi. Che cosa ce ne viene, alla
fine? Prendi una giornata come questa: ti svegli al mattino e sei
contento di essere vivo, è una bella giornata piena di promesse e sei
convinto che succederà qualcosa. Beh, che sia un giorno di lavoro o
di festa, alla fin fine è lo stesso. La sera vai a letto e non è successo
niente».
«E che ti aspetti? Cosa potrebbe succederti, se non nella tua
testa? Se faccio il mio lavoro e mi prendo un pomeriggio libero per
vedere gli amici, come oggi, a me basta».
«Davvero? Beh, se abbiamo solo questa vita da vivere, mi pare
che ci dovrebbe essere… non so, qualcosa di magico, qualche
volta».
Ernest si era fatto più amichevole. Mentre continuavano a
camminare, si accostò a Claude guardandolo di sottecchi,
preoccupato.
«Voi americani siete sempre alla ricerca di qualcosa al di là di voi
stessi per andare su di giri, ma non va bene. Nei nostri paesi, in
Europa, dove sappiamo che non può capitarci niente di speciale,
impariamo a godere delle piccole cose».
«Eppure i martiri devono aver trovato qualcosa al di là di loro
stessi, altrimenti avrebbero potuto accontentarsi delle piccole cose».
«Ma dai, quelli avevano in testa solo la loro idea! Sarebbe ridicolo
andare al rogo così, per il gusto di vedere cosa si prova. Tra l’altro
penso che i martiri avessero anche un bel po’ di vanità».
Claude pensò che Ernest non era mai stato tanto irritante.
Osservò con gli occhi socchiusi qualcosa che brillava oltre i campi, e
disse tagliente: «Il fatto è, Ernest, che secondo te un uomo deve
sentirsi appagato per il solo fatto di mangiare, vestirsi e avere la
domenica libera, giusto?».
Ernest fece una risata amara. «Non ha molta importanza quello
che penso io: la realtà è quella che è. Non c’è niente che venga giù
dal cielo per risollevarci».
Claude bofonchiò qualcosa tra sé, girando il mento al di sopra del
colletto, come se avesse una briglia alla bocca.
Il sole era basso sull’orizzonte e i due ragazzi, mentre Mrs
Wheeler li osservava dalla finestra della cucina, parevano
camminare accanto a un falò acceso nella prateria. Lei sorrise nel
vedere le sagome nere che si spostavano sulla cima della collina
contro il cielo dorato: perfino a quella distanza, uno era molto
accomodante, l’altro molto inflessibile. Stavano discutendo,
probabilmente, e probabilmente Claude aveva torto.
IX

Dopo le vacanze, Claude tornò ai suoi studi nella biblioteca


dell’università. Lavorava a un tavolo vicino alla nicchia in cui erano
custoditi i volumi sulla pittura e la scultura. Le studentesse di arte –
non c’era neanche un maschio – leggevano e bisbigliavano in quello
spazio angusto, e lui poteva godersi la loro compagnia senza dover
parlare. Erano affabili e vivaci, spesso gli chiedevano di aiutarle a
togliere dagli scaffali volumi o cartelle pesanti, e quando le
incontrava per strada o al campus lo salutavano allegre, e gli
parlavano con la sciolta cordialità che c’è tra i ragazzi e le ragazze
delle scuole miste. Una di queste ragazze, Miss Peachy Millmore,
era diversa dalle altre, diversa da qualunque altra ragazza Claude
avesse mai incontrato. Veniva dalla Georgia e stava trascorrendo
l’inverno da una zia che abitava in via B.
Anche se era bassa e paffuta, Miss Millmore aveva quello che si
potrebbe definire un bel portamento, e più contegno e più riserbo
delle ragazze dell’Ovest. Aveva capelli biondi e mossi: i riccioli
intorno alle orecchie erano esattamente del colore di un pulcino
appena nato. Gli occhi di un azzurro intenso erano appena troppo
sporgenti, e un soffuso rossore le ricopriva le guance che parevano
quasi palpitare: veniva voglia di toccarle per vedere se scottavano. I
fratelli Erlich e i loro amici la chiamavano “la Pesca della Georgia”.
Era considerata molto carina, e quando era arrivata in città i ragazzi
dell’università l’avevano corteggiata molto. Adesso la sua popolarità
era un po’ in declino.
Miss Millmore si attardava spesso nel campus per andare in città
insieme a Claude. Per quanto lui si sforzasse di adeguare la sua
lunga falcata ai passi leggeri di lei, immancabilmente la ragazza
restava senza fiato. Le cadevano sempre i guanti, o l’album degli
schizzi, o la borsa, e a lui piaceva raccoglierli, o calzarle meglio le
calosce, che le sfuggivano immancabilmente dai calcagni. Era molto
gentile a uscire con lui, ed era così affabile, pensava Claude. Lei lo
convinse addirittura a posare in tuta da ginnastica, durante la lezione
di disegno dal vero del sabato mattina, dicendogli che aveva “un
fisico magnifico”, complimento che lo aveva imbarazzato moltissimo.
Ma aveva posato, naturalmente.
Claude non vedeva l’ora di incontrare Peachy Millmore, gli
mancava quando non era in biblioteca, trovava perfettamente
naturale che lei si giustificasse per le sue assenze – che gli
raccontasse quante volte si lavava i capelli e quanto le ci voleva a
sistemarli.
Un venerdì di febbraio, Julius Erlich raggiunse Claude al campus
e gli propose di andare a pattinare il giorno dopo.
«Sì, vengo» rispose Claude. «Ho promesso di insegnare a
pattinare a Miss Millmore. Non vuoi venire anche tu a darmi una
mano?».
Julius rise con aria indulgente. «Oh no, un’altra volta. Non voglio
intromettermi».
«Sciocchezze! Potresti insegnarle meglio di me».
«Non ne ho il coraggio».
«Cosa vuoi dire?».
«Lo sai, cosa voglio dire».
«No, non lo so, e perché ridi sempre di quella ragazza?».
Julius storse un po’ la bocca. «Ha scritto delle lettere
tremendamente sdolcinate a Phil Bowen, e lui le ha lette a voce alta
una sera al college».
«E non l’hai preso a schiaffi?» chiese Claude arrossendo.
«Beh, sul momento c’avevo pensato» disse Julius sorridendo
«ma non l’ho fatto. Quelle lettere erano troppo sceme per fare storie.
Da allora mi sono guardato dalla Pesca della Georgia. Se tocchi quel
tipo di pesca, può rimanerti in mano».
«Non credo» disse Claude, asciutto. «È solo gentile».
«Forse hai ragione, ma io ho una paura terribile delle ragazze
troppo gentili» confessò Julius. Era un po’ che voleva mettere in
guardia l’amico.
Claude mantenne l’appuntamento con Miss Millmore. Anzi, la
portò al laghetto del pattinaggio diverse volte, anche se sulle prime
le aveva detto di temere che le sue caviglie fossero troppo deboli.
L’ultima uscita era stata al chiaro di luna, e da quella sera Claude
aveva sempre evitato la ragazza quando poteva farlo senza essere
sgarbato. Non lo attraeva più. Era per il modo che lei aveva di
soggiogare stando appiccicata. Non si poteva neanche definirlo
espediente: era qualcosa di meno sottile. In questo modo aveva già
soggiogato un esangue cugino, ad Atlanta, ed era per questo che
l’avevano spedita al Nord. Lei non aveva alcun riserbo, dovette
riconoscere con rabbia Claude, eppure sulle prime pareva averne
tanto. La sua avida sensibilità non aveva per lui la minima attrattiva.
Era un ragazzo dai forti impulsi, e detestava l’idea di prenderli alla
leggera. Le chiacchiere dei loschi braccianti che suo padre si teneva
in casa, invece di corromperlo, gli avevano fatto venire un netto
disgusto della sensualità. Andava profondamente fiero della propria
purezza.
X

La famiglia Erlich amava anniversari, compleanni, ricorrenze. Quella


primavera, una cugina di Mrs Erlich, Wilhelmina Schroeder-Schatz,
cantante dell’Opera di Chicago, venne a Lincoln per esibirsi come
solista al May Festival. Avvicinandosi la data del concerto, i parenti
cominciarono a fare preparativi per riceverla adeguatamente. Il
Matinée Musical avrebbe dato un ricevimento ufficiale in onore della
cantante, e così gli Erlich decisero di organizzare una cena. Ciascun
membro della famiglia doveva invitare una persona, e non fu facile
decidere quale dei loro amici sarebbe stato più grato dell’onore
concessogli. Dovevano essere per la maggior parte uomini, perché
Mrs Erlich ricordava che la cugina Wilhelmina non aveva mai avuto
un debole per la compagnia del proprio sesso.
Una sera, mentre i suoi figli stavano rivedendo la lista, Mrs Erlich
ricordò loro che non aveva ancora designato il proprio ospite. «Per
me» disse risoluta «potete scrivere Claude Wheeler».
Questo annuncio fu accolto da mormorii e risate.
«Non dirai sul serio, mamma» protestò il figlio maggiore «il povero
Claude non saprebbe che pesci prendere … e un musone come lui
può rovinare una cena».
Mrs Erlich lo minacciò scuotendo l’indice. «Vedrai, la cugina
Wilhelmina sarà più interessata a lui che a tutti gli altri».
Julius pensò che, se non la si fosse osteggiata troppo, forse
avrebbe rinunciato a tenere il punto. «Tanto per cominciare, mamma,
Claude non ha l’abito da sera» sussurrò.
Lei accennò con la testa. «È già sistemato, Herr Julius. Se lo sta
facendo fare. Ho tastato il terreno e lui mi ha detto che se lo poteva
permettere».
I fratelli dissero che, se le cose erano andate così avanti, tanto
valeva fare buon viso a cattivo gioco, e il maggiore scrisse “Claude
Wheeler” con uno svolazzo.
L’apprensione in cui erano gli Erlich non era niente in confronto a
quella di Claude. Doveva accompagnare Mrs Erlich al recital di
Madame Schroeder-Schatz, e la sera del concerto, quando apparve
sulla soglia, i ragazzi lo trascinarono dentro per ispezionarlo. Otto
accese tutte le luci, e Mrs Erlich, nel suo nuovo vestito di pizzo nero
su raso bianco, entrò fluttuando in salotto per vedere che aspetto
avesse il suo cavaliere.
Claude si levò il soprabito come gli fu ordinato e apparve in tutta
la nerezza fuligginosa del rigido tessuto mai indossato prima. Gli
occhi di Mrs Erlich sfiorarono le lunghe gambe nere, le belle spalle, e
in ultimo la testa rossa e squadrata, piegata affettuosamente verso
di lei. Scoppiò a ridere battendo le mani.
«Ora tutte le ragazze sedute in platea si volteranno a guardarlo, e
si chiederanno dove l’ho trovato!».
Claude cominciò a riporre le cose della signora nelle tasche del
soprabito: il binocolo da teatro in una, il ventaglio nell’altra. Lei mise
un occhialino nella borsetta insieme all’astuccio della cipria, al
fazzoletto, ai sali – aveva perfino una scatoletta d’argento con le
pastiglie di menta, in caso le fosse venuto da tossire. Infilò i lunghi
guanti, sistemò la sciarpa di merletto sui capelli, e finalmente fu
pronta per avvolgersi nel mantello da sera che Claude le porgeva.
Quando si protese verso l’alto per prendere il suo braccio e fece una
riverenza ai figli, questi si misero a ridere e dovettero riconoscere
che Claude non sfigurava. La sua espressione affidabile, protettiva,
faceva da cornice al gaio quadretto di lei.
La cena ebbe luogo la sera successiva. L’ospite d’onore, Madame
Wilhelmina Schroeder-Schatz, di qualche anno più giovane della
cugina Augusta Erlich, era bassa, robusta, con un petto enorme, una
bella testa e un aspetto imponente. La sua magnifica voce di
contralto, che adoperava senza grande discrezione, era veramente
un organo superbo che elargiva alle persone un piacere concreto,
come il mangiare o il bere. A cena sedette alla destra del figlio
maggiore. Claude, che stava accanto a Mrs Erlich all’altro capo del
tavolo, osservava con attenzione la dama nell’abito di velluto verde
dagli strass sfavillanti.
Finita la cena, mentre usciva maestosamente dalla sala da
pranzo, Madame Schroeder-Schatz lasciò il braccio del cugino e si
fermò davanti a Claude, che stava sull’attenti dietro la sua sedia.
«Se la cugina Augusta può privarsi di lei, dobbiamo fare quattro
chiacchiere. Eravamo così distanti» disse.
Poi condusse Claude verso un divano accanto a una finestra del
salotto, si lamentò subito della corrente e lo mandò a cercare la sua
sciarpa verde. Lui la portò, mettendogliela con cura sulle spalle, ma
dopo pochi attimi lei se la tolse con aria leggermente infastidita,
come se non le servisse. Claude le ricordò premuroso la corrente.
«Corrente?» fece lei, sollevando il mento. «Non c’è corrente, qui».
Chiese a Claude di dove fosse, quanta terra possedesse suo
padre, cosa vi coltivassero, e si informò in merito al pollame e al
caseificio. Da bambina aveva vissuto in una fattoria bavarese e
pareva intendersene davvero di agricoltura e allevamento.
Disapprovò quando Claude le disse che metà delle terre venivano
affittate ad altri agricoltori. «Se fossi un ragazzo, comincerei ad
acquistare terra e non smetterei finché non possedessi un’intera
contea» dichiarò. Disse che quando conosceva gente nuova le
piaceva sapere cosa facesse per vivere: quello che faceva lei era
molto pesante.
A un certo punto della serata, Madame Schroeder-Schatz
acconsentì graziosamente a cantare per i cugini. Quando si fu
seduta al pianoforte chiamò con un cenno Claude e gli chiese di
voltare le pagine. Lui scosse la testa, con un sorriso mesto.
«Mi scuso della mia ottusità, ma non distinguo una nota
dall’altra».
Lei gli dette un colpetto sulla manica. «Beh, non importa, può
sempre spostarmi il piano, questo può farlo, sì?».
Mentre Madame Schroeder-Schatz era nella camera di Mrs Erlich
e si incipriava il naso prima di indossare il mantello, osservò: «Che
peccato, Augusta, che tu non abbia una figlia da maritare a Claude
Melnotte1 . Sarebbe un genero perfetto».
«Ah, magari l’avessi!» sospirò Mrs Erlich.
«Oppure» continuò Madame Schroeder-Schatz indossando con
vigore le grosse scarpe da viaggio «se tu avessi solo qualche anno
di meno, potrebbe non essere troppo tardi per te. Oh, non fare la
stupida, Augusta. Cose simili sono successe, e succederanno
ancora. In ogni modo, meglio vedova che legata a un malato: è
come avere una pietra al collo! Bel marito che mi aspetta a casa! E
io, una donna nel fiore degli anni. Das ist ein Kreuz ich trage2 ». Si
batté il petto, a sinistra. Dopo aver indossato una giacca di velluto e
poi un mantello di pelliccia, Madame Schroeder-Schatz salpò come
un galeone verso il soggiorno, dove dette il bacio della buonanotte a
tutti i cugini, e a Claude Wheeler.
XI

Un caldo pomeriggio di maggio Claude sedeva nella sua camera al


piano superiore dei Chapin, copiando la tesi che sostituiva l’esame
di storia. Era uno studio critico delle deposizioni di Giovanna d’Arco
durante i nove interrogatori e il processo. Il professore gli aveva
assegnato l’argomento con un filo di ironia. Sebbene le
testimonianze fossero state maneggiate un numero infinito di volte
dal Quattrocento in poi, da flemmatici e appassionati, da cinici ed
entusiasti, il professore era certo che Wheeler non avrebbe
archiviato il caso alla leggera.
Claude dedicò in effetti molto del suo tempo e delle sue energie
mentali alla questione e per un po’ gli parve la cosa più importante
della sua vita. Lavorava su una traduzione inglese del procès,
tenendo però a portata di mano l’originale, e alcune risposte di
Giovanna ossessionavano la sua mente nella lingua in cui erano
state proferite. Era come se fossero le parole dei santi udite da
Giovanna, di cui lei diceva: «La voce è bella, dolce, umile e parla
l’idioma di Francia». Claude si illudeva di aver lasciato da parte i suoi
sentimenti personali, che il suo studio fosse una fredda valutazione
del carattere e delle motivazioni della giovane, evinti in base alla
coerenza o incoerenza delle sue risposte, e del cambiamento
operato in lei dalla prigionia, dalla “paura del fuoco”.
Quando ebbe copiato l’ultima pagina del manoscritto e si mise a
contemplare la pila di fogli, Claude ebbe la sensazione che, dopo
tutto quello studio scrupoloso, della pulzella d’Orléans sapeva non
molto più di quello che aveva appreso un giorno da sua madre,
quando era bambino. Era chiuso in casa con un raffreddore,
ricordava, e aveva scoperto in un vecchio libro l’immagine della
pulzella in armatura; l’aveva portata giù in cucina dove sua madre
stava preparando le torte di mele. Lei aveva guardato la figura e,
continuando a stendere la pasta e a foderare gli stampi, gli aveva
narrato la storia. Lui aveva dimenticato quello che la madre gli aveva
detto – doveva essere stato un racconto molto frammentario – ma
da allora conosceva i fatti essenziali dell’esistenza di Giovanna
d’Arco, che continuava a vivere nella sua mente. Allora gli era
apparsa chiaramente come ora, e ora gli pareva miracolosa come
allora.
È curioso, pensava, come un personaggio possa perpetuarsi così:
con un’immagine, una parola, una frase, poteva rinnovarsi di
generazione in generazione e rinascere sempre nella mente dei
bambini. A quel tempo lui non aveva mai visto una carta della
Francia, e sapeva ben poco di qualsiasi luogo che fosse più distante
di Chicago, eppure era perfettamente pronto ad accogliere la figura
leggendaria di Giovanna d’Arco, e pensava spesso a lei quando alla
sera metteva al riparo le pannocchie, o quando lo mandavano al
mulino a vento a prendere l’acqua, e tremando di freddo aspettava
che la pompa gelata la facesse lentamente salire. Allora se la
immaginava quasi come oggi: circondata da una nube luminosa,
come polvere, c’erano dei soldati… lo stendardo con i gigli… una
grande chiesa… città cinte di mura.
In quel tiepido pomeriggio primaverile, Claude si sentì addolcito,
riconciliato con il mondo. Come Gibbon3 , si era rammaricato di aver
completato la sua opera, e non riusciva a scorgere nel futuro
qualcosa di altrettanto interessante. Presto sarebbe dovuto andare a
casa. C’era ancora qualche esame da superare al Temple, qualche
altra serata dagli Erlich, qualche salto in biblioteca per riportare i libri
che gli erano serviti – e poi non avrebbe più avuto niente da fare se
non prendere il treno per Frankfort.
Si alzò con un sospiro e cominciò a inserire i fogli tra due
copertine. Guardando fuori dalla finestra, decise di andare a piedi in
città a portare la tesi, che doveva consegnare quel giorno: il tempo
era troppo bello per starsene seduti in un tram sobbalzante. In realtà
voleva prolungare il più possibile il legame con il suo manoscritto.
Tagliò per una strada – non pareva una via cittadina visto che
attraversava la prateria cosparsa di fiori selvatici. Camminava più
lento del solito, il cappello di paglia spinto indietro sulla nuca, la
vampa del sole in piena faccia. Il corpo era leggero nel vento
profumato, e lui ascoltava insonnolito le allodole che cantavano
nell’erba arida, sui gambi di girasole. In quella stagione il loro canto
fa quasi male al cuore, tanto è dolce. Molto tempo dopo pensava
ancora a quella passeggiata: era stata memorabile per lui, anche se
non sapeva dire perché.
Arrivato all’università, andò direttamente al dipartimento di storia
europea, dove avrebbe dovuto lasciare la sua tesi su un lungo
tavolo, insieme a un mucchio di altre. Questo lo spaventava un po’, e
fu contento quando, entrando, vide il professore uscire dal suo
studio e prendere tra le mani il manoscritto rilegato, ammiccando
con aria affabile.
«La sua tesi? Ah, sì, Jeanne d’Arc. Il Procès. Me n’ero
dimenticato. Materiale interessante, vero?». Alzò la copertina e dette
una scorsa alle pagine. «Suppongo che l’abbia assolta, date le
circostanze».
Claude arrossì. «Sì, signore».
«Bene, ora dovrebbe leggere quello che dice di lei Michelet. In
biblioteca c’è una vecchia traduzione. Le è piaciuto lavorarci?».
«Sì, moltissimo». Claude cercò disperatamente di pensare a
qualcosa da dire.
«Il corso le è servito parecchio, nel complesso, vero? M’interessa
vedere cosa farà l’anno prossimo. Il suo lavoro è stato molto
soddisfacente». Il professore tornò nel suo studio e Claude fu felice
di vedere che portava il manoscritto con sé, e non lo lasciava sul
tavolo insieme agli altri.
XII

Quell’estate, tra la fienagione e la mietitura, Ralph e Mr Wheeler


andarono a Denver con l’auto grande, lasciando Claude e Dan a
coltivare il granturco. Quando tornarono, Mr Wheeler annunciò che
aveva un segreto. Dopo parecchi giorni di reticenza, durante i quali
si chiudeva in salotto a scrivere lettere e scambiava parole
misteriose e cenni d’intesa con Ralph mentre erano a tavola,
manifestò un progetto che spazzò via tutti i progetti e i propositi di
Claude. Sulla via del ritorno da Denver, Mr Wheeler aveva fatto una
deviazione nella contea di Yucca, in Colorado, per andare a trovare
un vecchio amico che era in difficoltà. Tom Wested era del Maine,
delle stesse parti di Wheeler. Anni prima aveva perduto la moglie;
adesso era molto giù di salute, e i medici di Denver gli avevano
consigliato di ritirarsi dagli affari e di andare a vivere in un clima più
mite. Lui voleva tornare nel Maine, tra la sua gente, ma era troppo
scoraggiato e impaurito dalle proprie condizioni per intraprendere la
vendita del ranch e del bestiame. Mr Wheeler era riuscito ad aiutare
l’amico e al tempo stesso a mettere a segno un bel colpo per i propri
affari: aveva una fattoria nel Maine, la sua parte dell’eredità paterna,
che da anni aveva dato in affitto a un prezzo che copriva a malapena
le spese di manutenzione. Cedendo la proprietà e facendosi carico
di alcune ipoteche, ebbe in cambio la tenuta di Wested, bella e bene
irrigata. Gli comprò a un buon prezzo il bestiame, e promise di
riportare l’amico malato nel Maine, provvedendo anche alla sua
sistemazione.
Tutto questo fu spiegato da Mr Wheeler alla famiglia, che convocò
su nel soggiorno dopo cena una sera in cui c’era un caldo
soffocante. Mrs Wheeler, che di rado si occupava degli affari del
marito, chiese distrattamente perché avessero comprato altra terra
quando ne avevano talmente tanta da riuscirne a coltivare appena la
metà.
«Tipico di una donna, Evangeline, tipico di una donna!» replicò
con indulgenza Mr Wheeler. Stava seduto sotto la luce accecante
della lampada ad acetilene, la camicia aperta, cravatta e colletto sul
tavolo accanto a sé, e si faceva vento con una foglia di palma.
«Tanto vale che mi chiedi perché voglio fare altri quattrini, visto che
non li ho ancora spesi tutti».
Intendeva, disse, mandare Ralph nel ranch in Colorado e «dare
qualche responsabilità al ragazzo». Ralph avrebbe avuto l’aiuto del
fattore di Wested, un veterano nell’allevamento del bestiame, il quale
aveva acconsentito a restare con la nuova gestione. Mr Wheeler
assicurò sua moglie che non si stava approfittando del povero
Wested; gli alberi da legname nella tenuta del Maine valevano
davvero un sacco di quattrini, ma siccome suo padre era sempre
andato molto fiero dei suoi grandi boschi di conifere, non se l’era mai
sentita, disse, di metterci una segheria. Ora lui stava barattando una
bella e vecchia fattoria che non rendeva niente con un ranch dai
grandi pascoli che nelle annate buone per l’allevamento avrebbe
potuto rendere dai dieci ai dodicimila dollari, e che in quelle cattive
non sarebbe andato male comunque. Prevedeva di trascorrere lì
metà del suo tempo insieme a Ralph. «Quando sarò via» osservò
allegro «tu e Mahailey non avrete tanto da fare. Potrete dedicarvi al
ricamo, tanto per dire».
«Se Ralph deve stare in Colorado, e tu sarai quasi sempre via,
non so come andrà a finire questa fattoria. Non vedo proprio…»
mormorò Mrs Wheeler, ancora all’oscuro.
«Non c’è bisogno che tu veda, Evangeline» rispose il marito
stirando la sua possente corporatura fino a che la sedia a dondolo si
mise a scricchiolare. «Toccherà a Claude occuparsene».
«Claude?». Mrs Wheeler si allontanò un ricciolo dalla fronte
madida di sudore, vagamente allarmata.
«Naturalmente». Lui guardò con occhi scintillanti la figura dritta,
silenziosa di suo figlio nell’angolo della stanza. «Di teologia ne hai
studiata abbastanza, no? Vuoi fare il predicatore? Quest’inverno,
intendo affidarti la fattoria e ti do la possibilità di mettere a posto le
cose. Da un po’ eri scontento della gestione qui, no? Coraggio,
mettici forze nuove. Nuove idee, se vuoi: non ho nulla in contrario.
Sono costose, ma lasciamo andare. Puoi licenziare Dan se vuoi, e
prenderti i braccianti che ti servono».
Claude si sentì come se gli fosse stata tesa una trappola. Si
schermò gli occhi con la mano. «Non penso di essere capace a
dirigere la fattoria» disse con voce malferma.
«Beh, tanto pensi che non sia capace neanch’io, Claude, e quindi
siamo pari. Sono sempre stato dell’idea che la terra è fatta per
l’uomo, esattamente come il vecchio Dawson è dell’idea che l’uomo
è stato creato per lavorarla. Non m’importa se in questa divergenza
di opinioni ti schieri con i Dawson, se otterrai i loro risultati».
Mrs Wheeler si alzò e sgusciò fuori dalla stanza; scendendo a
tentoni per le scale buie andò nella cucina scura e silenziosa.
Mahailey sedeva in un angolo, facendo l’orlo a dei canovacci alla
luce di una vecchia e fumosa lampada di ottone che era il suo lume
prediletto. Mrs Wheeler camminava su e giù per l’ampia stanza in
preda a una tenue, silenziosa agitazione, le mani premute sul petto,
nel punto in cui provava una fitta di compassione per Claude.
Ricordò il buon Tom Wested. Era rimasto a dormire da loro
diverse volte, ed era andato da loro per ricevere conforto dopo la
morte della moglie. Le sembrava che la sua salute malferma e il suo
perdersi d’animo, la combinazione del viaggio a Denver di Mr
Wheeler, la vecchia fattoria con il bosco di conifere nel Maine,
fossero tutte cose che combaciavano per creare una rete che
avviluppava il suo sventurato figlio. Sapeva che lui aspettava con
impazienza l’autunno, e che per la prima volta non vedeva l’ora di
tornare a scuola, che aveva nostalgia dei suoi amici, gli Erlich, e che
la sua mente era tutta presa dal corso di storia che avrebbe iniziato
di lì a poco.
Eppure tutto questo non avrebbe avuto alcun peso nei consigli di
famiglia – probabilmente Claude non ne avrebbe neanche parlato –
e non aveva una sola obiezione valida da opporre ai desideri paterni.
La delusione sarebbe stata amara per lui. «Ma sì, gli si spezzerà il
cuore» mormorò. Mahailey era un po’ sorda e non sentì niente.
Sedeva tenendo il lavoro sollevato verso la luce, spingendo l’ago
con un grosso ditale di ottone e ciondolando la testa dal sonno tra un
punto e l’altro. Anche se Mrs Wheeler non ne era molto
consapevole, la presenza della donna anziana le era di conforto,
mentre andava su e giù con il suo passo distratto, incerto.
Aveva lasciato il salotto temendo che Claude potesse arrabbiarsi
e dire parole dure a suo padre, e perché non riusciva a sopportare di
vederlo maltrattato. Claude aveva sempre trovato difficile vivere,
soffriva tantissimo per le piccole cose. E lei soffriva con lui. Quanto a
lei, non provava mai delusione. Le sconsiderate decisioni del marito
non la sconcertavano. Se lui diceva che quell’anno non avrebbe
seminato nell’orto, lei non avrebbe protestato. Era Mahailey che
brontolava. Se a lui veniva voglia di mangiare del roast beef e
andava fuori ad ammazzare un manzo, lei faceva del suo meglio per
badare alla carne, e se andava a male cercava di non prendersela.
Quando non era persa nel raccoglimento religioso, ripensava ai
vecchi libri letti e riletti. La sua vita personale era talmente lontana
dalla scena delle attività quotidiane, che uomini irriflessivi e violenti
non avrebbero potuto farvi irruzione. Ma se si trattava di Claude,
viveva su un altro piano: in un’atmosfera più terrena, contaminata
dal respiro umano e vibrante di poveri, ciechi, appassionati
sentimenti umani.
Era sempre stato così. E ora che invecchiava e la carne aveva
quasi cessato di mescolarsi al dolore o al piacere, simile alle
consunte figure di cera nelle vecchie chiese, di nuovo vibrava con i
sentimenti di lui, e si ridestava per lui. I dispiaceri del figlio la
facevano sfiorire. Quando lui era avvilito e soffriva in silenzio,
qualcosa dentro di lei faceva male. Quando però lui era felice, era
attraversata da un’ondata di appagamento fisico. Se si svegliava la
notte e le veniva in mente che lui da qualche tempo era felice,
restava distesa nel suo letto caldo, riconoscente.
«Pace, pace, spirito inquieto» gli bisbigliava a volte col pensiero,
quando si svegliava e pensava a lui. C’era una luce singolare negli
occhi di Claude quando le sorrideva in una delle sue giornate buone,
come a dirle che andava tutto bene nel suo mondo interiore. Lei
aveva visto quello sguardo tante volte e poteva sempre ricordarlo nel
buio – un improvviso bagliore azzurro, tenero e un po’ selvaggio,
come se avesse avuto una visione oppure intravisto luminose
incertezze.
XIII

Nelle settimane successive ci fu grande attività alla fattoria. La


mietitura non era ancora finita quando Nat Wheeler riempì il suo
baule di cuoio, si mise il “vestito buono” e partì per riportare Tom
Wested nel Maine. Durante la sua assenza Ralph cominciò a
equipaggiarsi per la vita nella contea di Yucca. A Ralph piaceva fare
il grandioso con i commercianti di Frankfort, e finora non gli era mai
capitata un’occasione come questa. Comprò un fucile nuovo, selle,
briglie, stivali, giacche a vento lunghe e corte; un assortimento di
mobili per la sua camera, un fornello, un grammofono nuovo, e li
fece spedire in Colorado. Sua madre, a cui non piaceva la musica
sul grammofono, e detestava ascoltare i monologhi teatrali, lo pregò
di portarsi via l’apparecchio di casa, ma lui le garantì che nelle sere
d’inverno si sarebbe annoiata senza. Ralph ne voleva uno di nuova
fabbricazione, con il nome di un famoso inventore americano.
Alcuni ranch vicini a quello di Wested erano di proprietà di
newyorkesi che vi portavano le famiglie in estate. Ralph aveva
sentito dire che davano dei ricevimenti e contava di essere invitato.
Domandò a Claude di dargli il suo abito da sera, visto che a lui non
sarebbe più servito.
«Se vuoi, prendilo» disse Claude con indifferenza «ma non è della
tua misura».
«Lo porterò da Fritz e mi farò accorciare i pantaloni e restringere
le spalle» rispose disinvolto il fratello.
Claude restò impassibile. «Fa’ pure. Ma se quel vecchio tedesco
ci si mette, ne farà un vero scempio».
«Penso che lo metterò alla prova. Papà non avrà da ridire su
quello che ho ordinato per la casa, ma lo sai che i vestiti da festa
non sono cosa sua». Senza ulteriore indugio, buttò l’abito da sera di
Claude sul sedile posteriore della Ford e corse in paese per
assicurarsi i servigi del sarto tedesco.
Tornato a casa, Mr Wheeler pensò che Ralph avesse alquanto
calcato la mano sulle spese, ma lui gli disse che non conveniva
impiantarsi troppo modestamente. «I proprietari laggiù sono tutti
pezzi grossi. Se noi lesiniamo sul centesimo, non penseranno che
facciamo sul serio».
I vicini, che erano sempre molto divertiti dalle faccende dei
Wheeler, si rallegrarono della prodigalità di Ralph quasi quanto lui.
Uno diceva che Ralph aveva spedito un pianoforte nuovo nella
provincia di Yucca, un altro aveva sentito dire che aveva ordinato un
biliardo. August Yoeder, il ricco vicino dei Wheeler, chiese torvo a
Ralph se non poteva serbargli un posto da bracciante. Leonard
Dawson, che doveva sposarsi in ottobre, salutò Claude un giorno in
paese esclamando: «Santo Dio, Claude, dal mobiliere non c’è
rimasto niente per me e Susie! Ralph ha comprato tutto, tranne le
bare. A quanto pare farà una vita da nababbo, laggiù».
«Non ne so niente» rispose Claude freddamente. «Non c’entro
con questa iniziativa».
«Certo, ho sentito dire che devi restare alla vecchia fattoria per
pagare i debiti». Leonard saltò in macchina così da non dare a
Claude il tempo di rispondere.
Anche Mrs Wheeler, quando vide quei preparativi in grande,
cominciò ad avere la sensazione che la nuova organizzazione non
fosse giusta nei confronti di Claude, dal momento che era più
grande, e di gran lunga più serio. Aveva sempre lavorato sodo,
quando era a casa, ed era un buon bracciante, Ralph invece non
aveva mai fatto granché, tranne armeggiare con le macchine e fare
commissioni con l’automobile. Non riusciva a capire come mai fosse
stato scelto a gestire un’impresa nella quale si investiva così tanto
denaro.
«Beh, Claude» gli disse con aria sognante un giorno «se tuo
padre fosse più vecchio, crederei quasi che abbia perduto il senno.
Non ci indebiteremo terribilmente, continuando così?».
«Non dire niente, mamma. Il denaro è di papà. Non deve pensare
che io sia interessato».
«Vorrei parlarne con Bayliss. Ha detto qualcosa al riguardo?».
«Non a me, no».
Ralph e Mr Wheeler fecero un’altra scappata in Colorado e
quando tornarono Ralph iniziò a blandire la madre per farsi dare
della biancheria da letto e da tavola. Diceva che non avrebbe vissuto
come un selvaggio, neppure in mezzo a quei mucchi di sabbia.
Mahailey era fuori di sé nel vedere stipata nelle casse la biancheria
che aveva lavato, stirato e curato per tanti anni. Era quasi sempre di
cattivo umore e gironzolava per casa borbottando tra sé.
Gli unici averi che Mahailey si era portata dietro quando era
andata dai Wheeler, erano un materasso di piume e tre trapunte
patchwork foderate di lana di pecora della Virginia, lavata e cardata
a mano. Le aveva fatte la sua vecchia madre e gliele aveva regalate
in dote. Ogni trapunta aveva una fantasia patchwork diversa: c’era il
popolare motivo “a capanna di tronchi”, quello “a foglia d’alloro” e
uno a “stella brillante”. Quest’ultima trapunta Mahailey pensava che
fosse troppo bella per essere usata, e aveva detto a Mrs Wheeler
che la teneva da parte per «regalarla a Mr Claude quando si sposa».
D’inverno dormiva sul suo materasso di piume, e d’estate lo
riponeva in soffitta. In soffitta si andava con una scala su cui Mrs
Wheeler, a causa del suo mal di schiena, s’arrampicava molto
raramente. Lassù Mahailey faceva quello che voleva e ci si ritirava
spesso per dare aria alla biancheria da letto che vi era riposta, o per
guardare le figure tra i cumuli di vecchie riviste. Ralph chiamava
scherzosamente la soffitta la “biblioteca di Mahailey”.
Un giorno che stavano impacchettando le cose destinate al ranch
nel West, Mrs Wheeler, andando ai piedi della scala per chiamare
Mahailey, evitò per un pelo di essere buttata a terra da un grande
materasso di piume che veniva giù dalla botola. Subito dopo,
Mahailey stessa discese di spalle la scala. Si reggeva con una mano
ai pioli, e sotto l’altro braccio recava le sue trapunte.
«Ma come, Mahailey» ansimò Mrs Wheeler «non siamo ancora in
inverno. Perché hai tirato fuori il tuo materasso?».
«Voglio dormire sul mio materasso di piume» esplose Mahailey
«altrimenti va a finire che rimango senza niente. Non mi va che Mr
Ralph si porta via le trapunte che mia madre ha cucito per me».
Mrs Wheeler cercò di farla ragionare, ma la vecchia prese il
materasso tra le braccia e se ne andò per il corridoio vacillando sotto
il peso, borbottando e scuotendo la testa come un cavallo assalito
dalle mosche.
Quel pomeriggio Ralph portò in cucina un barile e un fascio di
paglia e disse a Mahailey di portare su le conserve e la frutta in
barattolo così lui le avrebbe impacchettate. Lei scese docilmente in
cantina e Ralph si tolse la giacca e cominciò a rivestire il barile con
la paglia. Ci mise un po’ di tempo, e Mahailey non tornava. Andò in
cima alle scale e fece un fischio.
«Sto arrivando, Mr Ralph, sto arrivando! Non mi fare fretta, sennò
rompo tutto».
Ralph attese qualche minuto. «Che stai facendo laggiù,
Mahailey?» disse furioso. «A quest’ora avrei svuotato l’intera
cantina. Penso che dovrò fare da solo».
«Sto arrivando. Quaggiù ti saresti impolverato tutto». Salì le scale
col fiato corto, portando un cesto pieno di barattoli, le mani e la
faccia striate di nero.
«Beh, di polvere ce n’è!» sbuffò Ralph. «Potresti anche ripulire
ogni tanto lo stanzino della frutta, Mahailey. Dovresti vedere come
Mrs Dawson tiene pulito il suo. Ora, vediamo». Smistò i barattoli sul
tavolo. «Riprenditi la marmellata di uva. Se c’è qualcosa che odio, è
la marmellata di uva. Lo so che ne hai a mucchi, ma non puoi
mollarla tutta a me. E quando risali, non ti scordare le pesche
sciroppate, te l’ho dico chiaro e tondo: pesche sciroppate!».
«Non abbiamo pesche sciroppate». Mahailey stava sulla porta
della cantina, tenendosi sotto il mento un angolo del grembiule, con
una curiosa, animalesca espressione di testardaggine stampata sul
viso.
«Niente pesche sciroppate? Che sciocchezze, Mahailey! Ti ho
visto che le facevi, poche settimane fa».
«Lo so che mi hai visto, Mr Ralph, ma non ci sono più. Non ho
avuto fortuna con le pesche quest’anno. Avrò fatto entrare l’aria. Ho
dovuto buttarle via».
Ralph era veramente infastidito. «Mai sentito una cosa del
genere, Mahailey! Ogni anno che passa diventi sempre più sbadata.
Sprecare tutta quella frutta e lo zucchero! Mamma lo sa?».
La fronte bassa di Mahailey si rannuvolò. «Penso che sì. No che
non ho sprecato lo zucchero di tua madre. Mai sprecato niente, io»
brontolò. Quando si arrabbiava aveva una maniera di parlare ancora
più strana del solito.
Ralph si scagliò giù per le scale della cantina, accese una
lanterna e ispezionò lo stanzino della frutta. Le pesche sciroppate
non c’erano davvero. Quando tornò e cominciò a mettere la frutta
nelle casse, Mahailey continuò a osservarlo con occhi furtivi, molto
simili a quelli di un coyote tenuto alla catena da un ragazzino che lo
mostra ai visitatori dicendo che non scapperebbe mai neanche se
potesse.
«Continua con il tuo lavoro» sbottò Ralph. «Non stare là impalata
a guardarmi!».
Quella sera Claude sedeva sulla piattaforma del mulino a vento,
giù alla stalla, dopo una lunga giornata di lavoro passata arando i
campi per la semina del frumento. Si stava consolando con la pipa.
Per quanto lo amasse, e per quanto fosse dispiaciuta per lui, sua
madre non avrebbe mai potuto convincersi a permettergli di fumare
in casa. Le luci brillavano nelle stanze al primo piano, e dalle finestre
aperte arrivava il brontolio sonoro di un grammofono. Una figura
veniva giù furtiva per il sentiero. Dal passo lento e felpato lui capì
che era Mahailey, con il grembiule gettato sulla testa. Gli venne
vicino e lo toccò sulla spalla in una maniera che significava che
quanto stava per dirgli era strettamente confidenziale.
«Mr Claude, Mr Ralph si è riempito un barile di marmellate e
sottaceti fatti da tua madre per portarseli laggiù».
«Va bene così, Mahailey. Mr Wested è vedovo, e immagino che
non ci sia roba del genere in casa sua».
Lei esitò e si chinò ancora un po’. «Mi ha chiesto anche quelle
pesche sciroppate che ho fatto per te, ma non gli ho dato niente. Le
ho nascoste tutte dentro il mio vecchio fornello che abbiamo messo
in cantina quando Mr Ralph ha comprato quello nuovo. E non gli ho
dato mica le marmellate che tua madre ha fatto quest’anno. Gli ho
dato tutta roba vecchia dell’anno prima, così te e tua madre ne avete
quante ne volete».
Claude rise. «Oh, a me non importa se Ralph si porta via tutta la
frutta che c’è, Mahailey!».
Lei si tirò indietro, dicendo confusa: «Lo so che non te ne importa,
Mr Claude, lo so».
“Non me la devo certo prendere con lei” pensò Claude vedendo la
sua delusione. Si alzò e le dette un colpetto sulla schiena. «Va bene
così, Mahailey. Grazie comunque per aver tenuto in serbo le
pesche».
Lei lo minacciò scuotendo l’indice. «Non dire niente!».
Lui promise e rimase a guardarla mentre tornava furtiva su per il
sentiero a zigzag.
XIV

Ralph e suo padre traslocarono nel nuovo ranch alla fine di agosto, e
Mr Wheeler scrisse che in autunno inoltrato intendeva spedire un
carico di mucche da pascolo alla fattoria, per ingrassarle durante
l’inverno. Questo voleva dire, pensò Claude, che occorreva del
foraggio. C’erano una cinquantina di acri seminati a granturco a
ovest del torrente – si vedevano all’orizzonte dalle finestre rivolte a
occidente. Claude decise di seminarli a frumento d’inverno, e ai primi
di settembre cominciò a falciare e legare il granturco per usarlo
come foraggio. Non appena terminata la raccolta, avrebbe arato il
terreno per poi piantare a frumento quando fosse venuto il momento
della semina.
Questa fu la prima innovazione di Claude, ma non fu apprezzata.
Quando Bayliss venne a passare la domenica con sua madre, le
chiese cosa si fosse messo in testa il fratello. Se voleva cambiare
coltura su quell’appezzamento, perché non piantava l’avena in
primavera e passava poi al frumento l’autunno successivo? Tagliare
il foraggio e preparare il terreno sarebbe stata solo una perdita di
tempo. Quando Mr Wheeler tornò a casa per una breve visita,
alludeva scherzosamente a quell’appezzamento come al “campo di
grano di Claude”.
Claude andò avanti sulla strada intrapresa, ma per tutto
settembre fu inquieto e apprensivo per il tempo. Le piogge forti, se
fossero arrivate, avrebbero ritardato la semina del grano e allora
sarebbero arrivate anche le critiche. In realtà, a nessuno importava
molto se la semina era in ritardo oppure no, ma Claude pensava di
sì, e a volte la mattina si svegliava nel panico perché il lavoro non
procedeva come lui avrebbe voluto. Ad aiutarlo c’erano Dan e uno
dei quattro figli di August Yoeder, e lui lavorava dal mattino alla sera.
Il nuovo podere lo arò e seminò da solo. Vi profuse tanta giovane
energia, e nei solchi bruni seppellì molto del suo scontento. Un
giorno dopo l’altro, Claude si buttava su quella terra seminandola
con il proprio fermento interiore, felice di essere talmente stanco la
sera da non poter pensare.
Ralph venne a casa per le nozze di Leonard Dawson, il 1° di
ottobre. Tutti i Wheeler andarono alla cerimonia, perfino Mahailey, e
ci fu una gran riunione di gente di campagna e di città.
Quando Ralph ripartì, Claude tornò ad avere la fattoria tutta per
sé, e il lavoro proseguì come al solito. Il bestiame andava bene e
non ci furono fastidiose interruzioni. Il bel tempo teneva, e quando
Claude si alzava al mattino, un altro giorno dorato gli si stendeva
davanti come un tappeto scintillante che conduceva dove? Quando
seduto sul letto veniva assalito da quella domanda, dove lo stessero
portando i giorni, correva a vestirsi e scendeva al piano di sotto in
tempo per portare legna e carbone a Mahailey. Spesso arrivavano in
cucina nel medesimo istante, e lei lo minacciava scuotendo l’indice:
«Questo bravo ragazzo è venuto ad aiutare Mahailey!». Almeno era
di qualche aiuto per lei. Suo padre poteva assumere uno dei ragazzi
Yoeder per badare alla fattoria, Mahailey invece non avrebbe mai
permesso a nessun altro di risparmiarle la schiena.
Mrs Wheeler, come anche Mahailey, si godeva quell’autunno.
Dormiva fino a tardi la mattina, e il pomeriggio leggeva e riposava. Si
fece qualche vestito da casa, con una stoffa grigia scelta da Claude.
«Mi sento quasi come una sposina, a tenere la casa solo per te,
Claude» diceva ogni tanto.
Presto Claude ebbe la soddisfazione di vedere un velo di verde
ricoprire i suoi campi bruni seminati a grano, prima su ondulazioni e
piccoli avvallamenti, poi tremolando su rilievi e spianate come un
breve sorriso. Ogni giorno guardava crescere gli steli verdi, mentre
lui e Dan andavano nei campi a raccogliere il granturco con i loro
carri. Claude mandava Dan a raccogliere pannocchie nella parte a
nord, mentre lui lavorava in quella a sud. Faceva regolarmente un
carico al giorno più di Dan, come c’era da aspettarsi. Dan ne spiegò
la ragione con grande ragionevolezza, pensò Claude, un pomeriggio
che stavano attaccando i cavalli.
«Per te è normale buttarti su quel granturco come se battessi i
tappeti, Claude: è tuo, o in ogni caso di tuo padre. Questi campi ti
terranno sempre lontano dai guai. Ma un bracciante non ha che la
sua schiena, e se la deve risparmiare. Io di forze in corpo penso di
averne poche e non vado in giro a sprecarle per il granturco degli
altri».
«Qual è il problema? Non ho mica insinuato che devi lavorare più
sodo, giusto?».
«No, non l’hai fatto, ma volevo farti sapere che ogni cosa ha il suo
perché». Con questo Dan saltò sul suo carro e trottò via.
Probabilmente era da tempo che meditava di fare questa
dichiarazione.
Quel pomeriggio Claude smise all’improvviso di gettare
pannocchie bianche nel carro. Erano quasi le cinque, l’ora più gialla
della giornata autunnale. Era perduto in una foresta di foglie di
granturco secche, leggere, fruscianti, quasi nascosto al mondo.
Togliendosi i guanti da lavoro, si deterse il sudore dalla faccia,
s’arrampicò a cassetta e si stese sul granturco color avorio. I cavalli
avanzarono cautamente di un passo o due, sgranocchiando
soddisfatti le pannocchie che addentavano dai fusti.
Claude stava sdraiato immobile, la testa sulle braccia, guardando
il cielo azzurro, terso, osservando gli stormi di cornacchie che
tornavano ai loro nidi sugli alberi lungo il Lovely Creek dove aver
becchettato i chicchi di grano nei campi. Pensava a quello che aveva
detto Dan mentre stavano attaccando i cavalli. Di sicuro in quelle
parole c’era molto di vero. Ma per quanto lo riguardava, aveva
spesso la sensazione che avrebbe preferito andare per il mondo a
guadagnarsi il pane tra gente sconosciuta piuttosto che sudare sotto
quella mezza responsabilità per acri di terra e raccolti che non erano
suoi. Sapeva che talvolta suo padre era chiamato “il porco terriero”
dalla gente dei dintorni e lui stesso aveva cominciato a sentire che
non era giusto possedere tutta quella terra – da coltivare, affittare, o
lasciare incolta, a suo piacimento. Era strano che dopo tutti quei
secoli il problema della proprietà non fosse stato regolato meglio.
Quelli che l’avevano ne erano schiavi, e quelli che non l’avevano
erano schiavi di quelli che l’avevano.
Saltò giù nella luce dorata per finire il suo carico. Un silenzio
caldo si stendeva sul campo di granturco. A volte una brezza
leggera si levava per un istante e faceva mormorare le foglie secche
e rigide, e lui stesso faceva un gran frusciare e crepitare mentre
scartocciava le pannocchie.
Le ingorde cornacchie si aggiravano ancora gracchiando prima di
sbattere le ali verso i loro nidi. Quando Claude sboccò con il carro
sulla strada maestra, il sole stava tramontando, e seduto sul carico
poteva vedere lontano e vicino. Laggiù c’era il carro di Dan che
veniva dalla parte a nord; di là il tetto della nuova casa di Leonard
Dawson e il suo mulino a vento, che si stagliava nero contro il giorno
che declinava. Davanti a lui l’erta dei pascoli e i piccoli alberi, quasi
nudi, stretti nell’ombra violetta lungo il torrente, e la fattoria dei
Wheeler sulla collina, le finestre fiammeggianti nell’ultima vampa
rossa del sole.
XV

Claude aveva paura dell’inattività invernale che di solito gli agricoltori


aspettano con piacere. Prese a pretesto la partita di football del
giorno del Ringraziamento per andare a Lincoln: aveva intenzione di
starci tre giorni, che diventarono dieci. La prima sera, quando bussò
alla porta vetrata del salotto degli Erlich cogliendoli di sorpresa,
pensò che non sarebbe mai potuto tornare alla fattoria.
Avvicinandosi alla casa in quella sera autunnale limpida e gelata,
mentre passava per il prato cosparso di foglie secche e fruscianti, si
era detto che non doveva sperare di ritrovare tutto com’era prima.
Ma era come prima. I ragazzi poltrivano e fumavano attorno al tavolo
quadrato con la lampada sopra, e Mrs Erlich era al piano e suonava
una delle Romanze senza parole di Mendelssohn. Quando Claude
bussò, Otto aprì la porta ed esclamò: «Una sorpresa per te, mamma!
Indovina chi c’è».
Come l’accolse lei, e quante cose aveva da raccontargli! Mentre
parlavano tutti insieme, Henry, il figlio maggiore, scese dal piano di
sopra abbigliato per un ballo in stile coloniale, con calzoni al
ginocchio, calze lunghe di raso e la spada. I fratelli cominciarono a
sottolineare le inesattezze del suo costume, dicendogli che non
poteva certo definirsi un émigré di Francia senza parrucca incipriata.
Henry prese dallo scaffale un vecchio libro di memorie per
dimostrare loro come la cipria stesse andando fuori moda quando i
primi émigrés francesi erano arrivati a Philadelphia.
Durante la discussione, Mrs Erlich prese Claude da parte e gli
disse bisbigliando eccitata che sua cugina Wilhelmina, la cantante, si
era finalmente liberata del marito invalido che aveva sopportato per
così tanti anni, e ora stava per sposarsi con il suo accompagnatore,
un uomo molto più giovane di lei.
Dopo che l’émigré francese fu partito per la festa, due giovani
docenti dell’università capitarono all’improvviso e Mrs Erlich presentò
Claude come il suo “proprietario terriero” che amministrava un
grande ranch in una contea del West. I due docenti si congedarono
presto, ma Claude rimase. Che cos’era che faceva sembrare tanto
più interessante e attraente la vita qui, piuttosto che altrove? Non
c’era nulla di stupefacente in quel salotto: un sacco di libri, una
lampada, mobili comodi, logori, gente la cui esistenza non aveva
niente di eccezionale – eppure lui aveva l’impressione di trovarsi in
un’atmosfera calda, raffinata, satura di entusiasmi generosi e
nobilitata da romantiche amicizie. Era contento di vedere alle pareti
gli stessi quadri, di scorgere sulla mensola del caminetto il
taglialegna svizzero, sempre curvo sotto il peso delle sue fascine, di
maneggiare ancora il pesante tagliacarte di bronzo che ai suoi tempi
aveva aperto tante pagine interessanti. Claude lo raccolse dalla
copertina di un libro rosso, uno dei volumi di Trevelyan su Garibaldi,
che Julius lo esortò a leggere prima di invecchiare di un’altra
settimana.
Il pomeriggio seguente, Claude accompagnò Mrs Erlich alla
partita di football, e fu invitato per la cena. Rimandava la partenza
ogni giorno, e dopo le prime sere il cuore gli si fece sempre più
pesante. I ragazzi Erlich avevano tanti interessi nuovi e lui non
riusciva a stare al passo: loro erano andati avanti, e lui era rimasto
fermo. Non era tanto presuntuoso da dispiacersene. La cosa che lo
feriva era la sensazione di esserne fuori, di essere perso in un altro
genere di vita nel quale le idee contavano ben poco. Era un
estraneo, che era entrato e si era seduto lì, ma lui apparteneva a
quella grande regione solitaria dove la gente lavorava sodo con la
schiena curva, si sfiniva come i suoi cavalli da tiro, e alla sera era
troppo stanca per pensare a qualcosa da dire. Se Mrs Erlich e la
cameriera ungherese preparavano per lui minestra di lenticchie e
gnocchi di patate e Wienerschnitzel, la cucina alla buona della
fattoria paterna gli sembrava ancora più indigeribile.
Quando arrivò il secondo venerdì, andò dagli amici per salutarli e
spiegare loro che doveva partire l’indomani. Lasciando la casa
quella sera, si voltò a guardare le finestre rossastre e si disse che
era proprio un addio e non, come aveva detto affettuosamente Mrs
Erlich, un auf wiedersehen. Venire qui lo rendeva ancora più
scontento del proprio destino: la sua debole rivendicazione di quel
genere di vita non esisteva più. Doveva sistemarsi in qualcosa che
gli apparteneva, aggrapparcisi con le mani, per quanto repellente
fosse. Il giorno dopo, mentre viaggiava attraverso la desolata
campagna invernale, ebbe l’impressione di immergersi sempre di più
nella realtà.
Claude non aveva scritto quando sarebbe tornato a casa, ma il
sabato c’era sempre qualche vicino in città. Si fece accompagnare
da uno dei ragazzi Yoeder fino alla loro fattoria e proseguì poi a piedi
fino a casa. A sua madre disse che era contento di essere tornato. A
volte pensava che il fatto di sentirsi tanto felice insieme a Mrs Erlich
fosse sleale nei confronti di lei. Sua madre era vissuta in una fattoria
isolata dal mondo per così tanti anni; e ancora prima era cresciuta
nel Vermont, un paese non molto stimolante, pensava. Lei non
aveva avuto la possibilità, non più di lui, di entrare in contatto con
quelle cose che rendono più agile la mente e mantengono giovani i
sentimenti.
La mattina dopo nevicava e fecero una lunga e piacevole
colazione domenicale. Mrs Wheeler disse che era inutile tentare di
andare in chiesa, dato che Claude doveva essere stanco. Lui lavorò
fino a mezzogiorno mettendo al riparo il bestiame e occupandosi
delle cose che Dan aveva trascurato di fare durante la sua assenza.
Dopo pranzo sedette alla scrivania e scrisse una lunga lettera ai suoi
amici di Lincoln. Ogni volta che sollevava gli occhi, vedeva i pascoli
scoscesi e la neve che cadeva piano piano. C’era qualcosa di bello
nella sottomissione con la quale la campagna andava incontro
all’inverno. Faceva sentire contenti – e anche tristi. Sigillò la lettera e
si sdraiò sul divano a leggere il giornale, ma presto si addormentò.
Quando si svegliò, il pomeriggio era trascorso da un pezzo.
L’orologio sullo scaffale ticchettava forte nella stanza silenziosa, la
stufa a carbone emanava un bel tepore. Le piante fiorite nel bovindo
a sud sembravano più vivaci e fresche del solito nella morbida luce
bianca che saliva dalla neve. Mrs Wheeler stava leggendo vicino alla
finestra a ponente e ogni tanto alzava gli occhi dal libro per fissare il
cielo grigio e i campi indistinti. Il torrente creava una tortuosa
voragine violetta tra i pascoli, e un nero boschetto di alberi lo
scortava, curiosamente impennacchiato di neve. Claude stette per
qualche tempo sdraiato senza parlare, guardando il profilo di sua
madre contro la vetrata e pensando quanto bene avrebbe fatto ai
suoi campi di grano quella soffice, fitta nevicata.
«Cosa stai leggendo, mamma?» domandò.
Lei girò la testa verso di lui. «Niente di nuovo. Stavo
ricominciando il Paradiso perduto. Non lo leggevo da molto tempo».
«Leggi a voce alta, ti va? Da dove sei arrivata ora. Mi piace il
suono».
Mrs Wheeler leggeva sempre in modo distinto, dando a ogni
sillaba il suo pieno valore. La voce, naturalmente dolce e piuttosto
malinconica, indugiava nei versi lunghi, nei minacciosi nomi biblici,
tutti a lei familiari e pieni di significato.

Cupo deserto sito: d’ogni intorno,


Orribile prigion qual fiammeggiante
Vasta fornace; pur dalle sue vampe
Non luce, ma visibil tenebrore,
Sol facea scorger di miseria aspetti4 .

Esitava con la voce, come se stesse cercando di capire qualcosa.


La stanza diventava sempre più grigia mentre lei continuava a
leggere la magniloquente sequenza degli dei pagani, così affollata di
racconti e immagini, così inesplicabilmente maestosa. Poi la luce
finì, e Mrs Wheeler chiuse il libro.
«Bello» commentò Claude dal divano «ma come avrebbe fatto
Milton se non ci fossero stati i cattivi?».
Mrs Wheeler alzò gli occhi al cielo. «È una battuta?» chiese con
aria maliziosa.
«Oh no, niente affatto! A me sembra che questa parte sia molto
più interessante dei libri sulla perfetta innocenza dell’Eden».
«Però io non credo che dovrebbe essere così» disse Mrs Wheeler
adagio, come dubbiosa.
Suo figlio rise e si alzò, lisciandosi i capelli scompigliati. «Ma di
fatto è così, cara mamma. E se si eliminassero dalla Bibbia tutti i
grandi peccatori, sparirebbero tutti i personaggi interessanti, non
credi?».
«Tranne Cristo» mormorò lei.
«Sì, tranne Cristo. Però credo che gli ebrei fossero sinceri quando
lo giudicarono il più pericoloso dei delinquenti».
«Stai cercando di imbrogliarmi?» domandò sua madre, e nella
sua voce c’era un misto di rimprovero e divertimento.
Claude andò alla finestra dove lei stava seduta e guardò i campi
innevati che diventavano azzurri e desolati mentre calava la sera.
«Voglio dire soltanto che perfino nella Bibbia la gente senza
peccato non era granché».
«Ah, capisco!» disse Mrs Wheeler con una risatina. «Tu cerchi di
riportarmi alla questione della fede e delle opere. Era qui che ti
impuntavi sempre quando eri piccolo. Beh, Claude, oggi ne so meno
di allora. Invecchiando, mi rimetto molto di più a Dio. Credo che Lui
voglia salvare tutto ciò che è nobile a questo mondo, e che sappia
molto meglio di me come farlo». Si alzò come un’ombra gentile e
strofinò la guancia contro la manica della camicia di flanella del figlio,
mormorando: «Credo che Lui sia a volte dove meno ci
aspetteremmo di trovarlo – perfino nei cuori orgogliosi, ribelli».
Per un istante rimasero stretti l’uno all’altro nel pallido, nitido
riquadro della finestra a occidente, come le due anime di una
persona a volte si incontrano e si uniscono in un’ora stabilita dal
destino.
XVI

Ralph e suo padre vennero a casa per le vacanze, e il giorno di


Natale Bayliss venne in macchina dalla città per il pranzo. Arrivò
presto, e dopo aver salutato la madre in cucina, andò su nel salotto
che risplendeva di un nitore festivo e che, una volta tanto, era
sufficientemente caldo per Bayliss (avendo la circolazione lenta
soffriva molto il freddo). Andava su e giù, facendo tintinnare le chiavi
nelle tasche e ammirando i crisantemi invernali della madre, ancora
in fiore. Diverse volte si fermò davanti al secrétaire, osservando i
volumi dietro gli sportelli di vetro. La vista di alcuni libri risvegliava in
lui memorie sgradevoli. Quando aveva quattordici o quindici anni
veniva preso da una feroce gelosia ogni volta che sentiva sua madre
chiedere con dolcezza a Claude di leggerle qualcosa ad alta voce.
Bayliss non era mai stato amante della lettura. Ancor prima di
imparare a leggere, quando la mamma gli raccontava le favole, lui
d’improvviso si metteva a dimostrarle che non potevano essere vere.
Più tardi aveva trovato l’aritmetica e la geografia più interessanti
della lettura di Robinson Crusoe. Se si metteva a leggere, voleva
avere la sensazione di stare imparando qualcosa. Sua madre e
Claude parlavano sempre in un modo per lui oscuro dei personaggi
di libri e racconti.
Anche se Bayliss provava un senso di tenerezza nel tornare a
casa, riteneva di aver avuto un’infanzia solitaria. Alla scuola di
campagna non era stato felice: era quello che sapeva sempre
rispondere alle interrogazioni di matematica quando gli altri facevano
scena muta, e si teneva i compiti ben stretti nella tasca interna della
giacchetta, fino a quando non li porgeva con aria umile
all’insegnante, mai concedendo ai compagni il beneficio della propria
bravura. Leonard Dawson e gli altri esuberanti ragazzi della sua età
facevano di tutto per rendergli la vita impossibile. D’inverno lo
gettavano nei cumuli di neve. D’estate gli facevano mangiare
cavallette vive, dietro alla scuola, o gli mettevano delle grosse bisce
nel paniere della colazione per terrorizzarlo. Ancora adesso Bayliss
era contento quando vedeva uno di quei tipi immerso in qualche
guaio che non poteva essere risolto a suon di pugni.
Essendo veloce nei calcoli e troppo mingherlino per fare
l’agricoltore, suo padre l’aveva mandato in città a impratichirsi nel
ramo degli attrezzi agricoli. Dal giorno in cui aveva cominciato a
lavorare, era riuscito a vivere con il suo piccolo stipendio. Teneva
nella tasca del panciotto un’agendina dove annotava tutte le spese –
come quel milionario di cui i pastori battisti non si stancavano mai di
parlare – e nel suo rendiconto settimanale l’offerta per la chiesa era
una cifra di tutto rispetto.
Nella voce di Bayliss, anche quando usava il suo tono insinuante
e diceva cose spiacevoli, c’era sempre qualcosa di piagnucoloso:
espressione della profonda e radicata consapevolezza di un torto
subito. Aveva l’impressione di essere sempre stato incompreso e
sottovalutato. Più tardi, quando si era messo in proprio, i giovani di
Frankfort non lo avevano mai coinvolto nei loro divertimenti. Non era
stato invitato a far parte del circolo del tennis o del whist. Invidiava a
Claude il fisico elegante e l’istintiva vitalità, come se fossero stati
concessi al fratello in modo sleale, mentre toccavano di diritto a lui.
Bayliss stava chiacchierando con suo padre prima del pranzo
quando Claude entrò e fu talmente sconsiderato da sollevare una
finestra, benché sapesse che suo fratello odiava le correnti d’aria.
Subito Bayliss gli si rivolse senza guardarlo in faccia: «Ho saputo
che i tuoi amici, gli Erlich, hanno rilevato la Jenkinson, a Lincoln: o
almeno hanno fornito le cambiali».
Claude aveva promesso a sua madre di mantenere la calma quel
giorno. «Sì, l’ho letto sul giornale. Spero che abbiano successo».
«Ne dubito». Bayliss scosse la testa con l’espressione di chi la sa
lunga. «Mi dicono che hanno messo un’ipoteca sulla casa. Quella
vecchia si ritroverà senza tetto uno di questi giorni».
«Non credo. Era da tempo che i fratelli volevano mettersi in affari.
Sono intelligenti e industriosi, perché non dovrebbero riuscire?».
Claude si illudeva di parlare con un tono confidenziale, disinvolto.
Bayliss strinse gli occhi. «Suppongo che gli piaccia troppo vivere
nel lusso. Pagheranno gli interessi e spenderanno quello che rimane
nelle feste con gli amici. Nell’avviso di costituzione della società non
ho visto il nome del tizio… Julius, mi pare?».
«Julius in autunno andrà a studiare all’estero. Vuole diventare
professore».
«Perché, ha poca salute?».
In quel momento suonò la campanella del pranzo. Ralph scese
dalla sua camera, dove si era cambiato, e tutti si ritrovarono in
cucina per accogliere il tacchino arrosto con gli onori necessari. Il
pranzo procedette piacevolmente. Bayliss e suo padre parlavano di
politica e Ralph raccontava aneddoti sui vicini della contea di Yucca.
Bayliss era contento che sua madre si fosse ricordata che gli
piaceva il ripieno di ostriche, e le fece i complimenti per le tortine di
frutta secca. Quando la vide versare una seconda tazza di caffè per
sé e Claude alla fine del pranzo, disse con un tono mite, addolorato:
«Mi rincresce che tu ne prenda due, mamma».
Mrs Wheeler lo guardò al di sopra della tazza, con un comico
sorriso colpevole. «Non credo che il caffè possa farmi male,
Bayliss».
«Certo che sì: è un eccitante». Cosa poteva esserci di peggio?
implicava il suo tono. Dire che qualcosa era “eccitante” era di per sé
una condanna: non esisteva termine più riprovevole.
Claude stava nell’anticamera al primo piano, mettendosi il
cappotto per andare giù al fienile a fumare un sigaro, quando Bayliss
uscì dal salotto e lo trattenne con un’osservazione vaga.
«Credo che ci sia un concerto a Hastings sabato sera».
Claude disse che aveva sentito qualcosa del genere.
«Stavo pensando» Bayliss ostentava un tono indifferente, come
se pensasse a queste cose ogni giorno, «che potremmo fare un
gruppo e portare Gladys ed Enid. Le strade sono piuttosto buone».
«Sarà dura tornare a casa a notte fonda» obiettò Claude. Bayliss
intendeva, naturalmente, che Claude conducesse tutti e li riportasse
indietro con la macchina grande di Mr Wheeler. Bayliss non
adoperava mai la sua Cadillac luccicante per distanze lunghe e su
strade accidentate.
«Credo che mamma ci potrebbe alloggiare per la notte, così non
dobbiamo ricondurre a casa le ragazze fino a domenica mattina.
Prendo i biglietti».
«Combina tu con le ragazze. Ti porterò io, naturalmente, se vuoi
andare».
Claude uscì, desiderando che Bayliss facesse i suoi
corteggiamenti senza tirarlo dentro a quella faccenda. Bayliss, che
non distingueva un motivo musicale da un altro, di certo non aveva
nessuna voglia di andare al concerto ed era improbabile che a Enid
Royce importasse qualcosa. Gladys Farmer era la migliore musicista
di Frankfort e forse era l’unica alla quale interessasse assistere al
concerto.
Claude e Gladys erano vecchi amici, dai tempi della scuola
superiore, anche se si erano un po’ persi di vista da quando lui era
andato al college. Parecchie volte quell’autunno Bayliss aveva
chiesto a Claude di andare da qualche parte con lui la domenica, e
poi si fermava a “prendere su Gladys”, come diceva. Claude non era
contento. Fu disgustato, a ogni modo, quando capì che Bayliss
aveva deciso di sposare Gladys. Lei e sua madre erano talmente
povere che alla fine Bayliss sarebbe probabilmente riuscito nel suo
intento, anche se per il momento Gladys non pareva incoraggiarlo
molto. Sposare Bayliss, pensava Claude, non sarebbe stato uno
scherzo per nessuna, ma tra tutte le ragazze della città Gladys era
quella meno indicata per lui. Era tanto povera quanto
scialacquatrice. Benché insegnasse alla scuola superiore di
Frankfort per milleduecento dollari l’anno, aveva i vestiti più belli di
tutte le altre, a parte Enid Royce, che aveva un padre ricco. I suoi
cappelli nuovi e le scarpe di camoscio venivano commentati e
criticati anno dopo anno. La gente diceva che, se avesse sposato
Bayliss Wheeler, quello l’avrebbe riportata con i piedi per terra.
Alcuni se lo auguravano, altri no. Quanto a Claude, si era tenuto
lontano dall’allegro salotto di Mrs Farmer da quando Bayliss aveva
cominciato a farvi un salto ogni tanto. Era deluso da Gladys. Quando
si offendeva, raramente si fermava a ragionare sul proprio stato
d’animo. Evitava la persona e il pensiero di quella persona, come se
fosse un punto dolente della sua anima.
XVII

Mr Wheeler aveva avuto l’intenzione di restare a casa fino alla


primavera, ma Ralph scrisse dicendo che aveva noie con il fattore,
così il padre partì per il ranch in febbraio. Pochi giorni dopo la sua
partenza ci fu un uragano che dette alla gente qualcosa di cui
parlare per l’intero anno.
La neve iniziò a cadere intorno alle undici del giorno di San
Valentino: una neve soffice, spessa, umida, che veniva giù
fluttuando e si attaccava a ogni cosa. Più tardi nel pomeriggio si alzò
il vento e su ogni baracca, albero, siepe, perfino ciuffo di erbacce,
cominciarono ad ammonticchiarsi i fiocchi. Mrs Wheeler, guardando
ansiosa dalle finestre del salotto, non vedeva altro che ondate
sferzanti di soffice bianco, che tagliavano fuori la casa dal resto del
mondo.
Claude e Dan, giù al recinto, dove stavano provvedendo al
bestiame contro il maltempo, facevano fatica a respirare per l’aria
densa: orecchie, bocca, narici erano piene di neve, le facce
parevano coperte di gesso. I fiocchi continuavano a sciogliersi sui
loro indumenti, eppure mentre lavoravano erano bianchi dalla testa
ai piedi: scrollarseli di dosso era inutile. L’aria non era gelida, appena
sotto lo zero. Quando rientrarono per cena, la neve si era
ammucchiata contro la casa fino a ricoprire il pannello di vetro
scorrevole delle finestre della cucina, e quando aprirono la porta,
una fragile parete di neve crollò dietro di loro. Mahailey accorse con
secchio e scopa per raccoglierla.
«Non è una tempesta terribile, Mr Claude? Non penso che il
povero Mr Ernest viene a trovarci stasera, vero? Non ti disturbare,
tesoro, l’acqua l’asciugo io; vai a fare il bagno e mettiti i vestiti
asciutti, o ti viene il raffreddore. Ti ho riempito la vasca di acqua
calda». Il tempo insolito, di qualunque sorta, rallegrava sempre
Mahailey.
Mrs Wheeler andò incontro a Claude in cima alle scale. «Non è
che i manzi giù al torrente saranno sepolti dalla neve, vero?»
domandò ansiosa.
«No, ci ho già pensato. Li abbiamo spinti nel recinto piccolo, in
piano, e abbiamo chiuso i cancelli. Ormai giù al torrente la neve è
più alta di me. Sono bagnato fradicio. Penso che seguirò il consiglio
di Mahailey e farò il bagno, se puoi far ritardare la cena».
«Metti gli abiti fuori dalla porta del bagno, te li asciugherò io».
«Sì, grazie. Domani mi servono. Non voglio rovinare i miei calzoni
di velluto nuovi. E, mamma, vedi se ti riesce di convincere Dan a
cambiarsi. È troppo bagnato e puzzolente per farlo sedere a tavola
con noi. Digli che, se c’è da andare fuori dopo cena, ci vado io».
Mrs Wheeler scese di corsa al piano di sotto. Dan, lo sapeva,
sarebbe stato tutta la sera con i panni bagnati addosso, piuttosto che
prendersi il disturbo di indossare vestiti asciutti. Il bracciante cercò di
svignarsela nella sua camera, dietro la lavanderia, e mentre
ascoltava le parole della signora aveva un’aria risentita.
«Non ho altri vestiti, a parte quelli della domenica» obiettò.
«Beh, Claude dice che se bisogna uscire dopo cena andrà lui.
Penso che stavolta dovrai cambiarti, Dan, altrimenti andrai a letto
senza cena». Mrs Wheeler fece una risatina sommessa vedendo la
sua espressione disperata mentre filava via.
«Mrs Wheeler» bisbigliò Mahailey «posso fare un salto giù in
cantina a prendere quella bella marmellata di fragole? A Mr Claude
gli piace spalmata sulla focaccina calda. È stufo del miele, non lo
vuole più».
«Benissimo. Farò un caffè bello forte, che gli piacerà più di ogni
altra cosa».
Claude scese sentendosi pulito e caldo e affamato. Appena aprì
la porta della scala, annusò il profumo del caffè e del prosciutto che
stava friggendo, e quando Mahailey si chinò sul forno, il caldo aroma
della focaccia che si dorava in forno si sparse per la cucina. Questi
odori dissiparono il muso di Dan quando tornò con le scarpe
cigolanti della domenica e una specie di rozza giacca da cerimonia.
Questa non gli era stata richiesta, ma l’aveva messa per ripicca.
Durante la cena, Mrs Wheeler raccontò ancora una volta di
quando, tanto tempo prima, agli inizi del suo matrimonio, non
c’erano strade, né proprietà a ovest di Frankfort. Una sera d’inverno,
era salita sul tetto della loro capanna di zolle di terra e c’era restata
tutta la notte, reggendo una lanterna appesa a un palo, per guidare a
casa Mr Wheeler durante una tempesta di neve simile a questa.
Mahailey, indaffarata al fornello, sorvegliava le persone intorno al
tavolo. Le piaceva vedere gli uomini che si riempivano di cibo –
anche se non considerava Dan un uomo, no di certo – e non
perdeva di vista Mrs Wheeler, perché non si scordasse di mangiare,
come era incline a fare quando si metteva a ricordare cose accadute
tanto tempo fa. Mahailey era di buonumore perché si erano avverate
le sue previsioni sul tempo: non più tardi del giorno prima aveva
detto a Mrs Wheeler che ci sarebbe stata neve perché aveva visto
gli zigoli delle nevi. Per lei non era una cena come le altre quando
Claude indossava l’abito buono, come lei chiamava i suoi calzoni di
velluto marrone.
Dopo cena Claude si sdraiò sul divano in salotto, mentre la madre
gli leggeva ad alta voce qualche pagina di Casa desolata, uno dei
pochi romanzi da lei amati. Il povero Jo si stava appressando alla
morte, quando Claude si tirò su improvvisamente. «Mamma, sono
troppo assonnato. Devo andare a dormire. Pensi che stia ancora
nevicando?».
Si alzò e andò a guardare fuori, ma le finestre a occidente erano
sepolte dalla neve. Perfino dalla finestra a sud non riusciva a vedere
niente, ma poi Mahailey doveva aver portato la sua lampada alla
finestra della cucina al piano di sotto, perché improvvisamente un
largo raggio giallo risplendette nell’aria densa, e milioni di fiocchi di
neve vi corsero dentro, come un esercito, avanzando incessanti,
muovendosi il più possibile vicini ma senza formare una massa
solida. Claude picchiò con il pugno sul telaio della finestra, sollevò la
vetrata inferiore, e sporgendo la testa fuori cercò di guardare nella
notte sommersa dalla bufera. C’era solennità in una tempesta di
simili dimensioni: dava una sensazione di infinito. Le miriadi di
particelle bianche che attraversavano i raggi della lampada
sembravano avere uno scopo silenzioso, sembravano correre verso
un fine preciso. Una fioca purezza, come una fragranza quasi troppo
delicata per i sensi umani, esalava da esse mentre gli si
addensavano intorno alla testa e alle spalle. La madre, guardando al
di sotto del braccio alzato del figlio, sforzò gli occhi per vedere in
quel pullulare, e mormorò dolcemente con la sua voce tremula:

Cristallino e sempre più spesso


gelò il ghiaccio sulle acque.
Sempre più alta, sempre più alta
cadde la neve su tutta la terra5 .
XVIII

La camera da letto di Claude era rivolta a est. Il mattino dopo,


quando lui guardò fuori dalle sue finestre, erano visibili solo le cime
dei cedri nel giardino davanti casa. Vestendosi in fretta, corse alla
finestra di ponente in fondo al vestibolo: il Lovely Creek e il dirupo
entro il quale scorreva erano scomparsi, come se non ci fossero mai
stati. Il terreno diseguale del pascolo era un campo liscio, a parte
qualche gobba qua e là, simile a covoni di fieno, nel punto in cui la
neve si era accumulata su un palo o un cespuglio.
Alle scale di cucina, Mahailey gli andò incontro in preda a una
gioiosa eccitazione. «Dio ci aiuti, Mr Claude, non riesco ad aprire la
controporta. Siamo bloccati dalla neve». Pareva una barbona, con
una giacchetta a pezze multicolori, la testa avvolta in un vecchio
scialletto nero i cui fili di lana le cadevano sul viso come riccioli
scompigliati. Conservava questo costume per le calamità: lo
indossava quando i tubi dell’acqua gelavano e scoppiavano, o
quando i temporali primaverili allagavano il pollaio e affogavano i
pulcini.
La controporta si apriva all’infuori. Claude vi appoggiò la spalla e
la socchiuse leggermente. Poi, con la paletta da fuoco di Mahailey,
rimosse la neve finché fu in grado di aprire la porta. Sbattendo i piedi
avvolti nelle calze, Dan attraversò la cucina per prendersi gli stivali
che erano ad asciugare dietro alla stufa. «Brutto affare, Claude»
osservò ammiccando.
«Sì, penso che resteremo a casa fino a dopo colazione.
Dobbiamo scavarci la strada fino alla stalla, e ieri sera non ho
pensato a portare su le pale».
«Ci sono le vecchie pale da neve in cantina. Vado a pigliarle».
«Non ora, Mahailey. Dacci la colazione prima di fare qualunque
altra cosa».
Mrs Wheeler venne giù appuntandosi lo scialletto, le spalle più
curve del solito. «Claude» disse spaventata «i cedri nel giardino
davanti sono quasi sepolti di neve. Non è che anche il bestiame
resterà sepolto?».
Lui rise. «No, mamma, il bestiame si sarà mosso tutta la notte, di
sicuro».
Quando i due uomini uscirono con le pale da neve di legno,
MrsWheeler e Mahailey restarono sulla soglia a guardarli. Per un
breve tratto il sentiero che andavano tracciando pareva una galleria
e le pareti bianche erano più alte dei due uomini. Sulla collina la
neve era meno alta, e poterono avanzare più speditamente.
Dovettero farsi largo attraverso un secondo cumulo di neve prima di
raggiungere le stalle, dove si scaldarono fra mucche e cavalli. Dan
voleva stare attaccato al tepore di una mucca e cominciare a
mungere.
«Non ancora» rispose Claude «voglio dare un’occhiata ai maiali
prima di cominciare qui».
Il porcile era stato costruito in una valletta dietro la stalla. Quando
Claude arrivò sul ciglio, spoglio per il gran vento, poté guardarsi
attorno. La valletta era piena di neve, liscia… tranne al centro, dove
c’era un avvallamento frastagliato, che ricordava un mucchio di
lenzuola buttate là alla rinfusa.
Dan era a bocca aperta. «Dio onnipotente, Claude, è crollato il
tetto. Quei maiali saranno morti soffocati».
«Di sicuro, se non ci sbrighiamo. Corri a casa e di’ a mamma che
stamattina deve mungere Mahailey, poi torna qui subito».
Il tetto era di paglia e non aveva resistito al peso della neve.
Claude si chiese se non avrebbe dovuto mettere della paglia nuova
in autunno; ma il tetto vecchio teneva l’acqua, e gli era parso
sufficientemente solido.
Quando Dan tornò si alternarono, uno andava avanti a spalare
quanta più neve poteva e l’altro si occupava della neve che
rimaneva indietro. Dopo circa un’ora di lavoro, Dan si appoggiò alla
pala.
«Non ce la faremo mai, Claude. Due uomini non ce la farebbero a
spalare tutta quella neve neanche in una settimana. Sono distrutto».
«Beh, puoi andare a casa a sederti accanto al fuoco» gridò
Claude furibondo. Si era tolto la giacca e lavorava in camicia e
maglione. Il sudore gli colava dal viso, schiena e braccia gli facevano
male, e le mani, che non poteva tenere asciutte, erano coperte di
vesciche. C’erano trentasette maiali nel porcile.
Dan sedette nel fosso. «Magari se potessi bere un po’ d’acqua
potrei andare avanti» disse demoralizzato.
Era mezzogiorno passato quando entrarono nel capanno: si levò
una nuvola di vapore e sentirono qualche grugnito. I maiali erano
uno sopra l’altro in un angolo del porcile; tirarono fuori quelli che
stavano sopra, vivi e strepitanti. Dodici maiali, in fondo al mucchio,
erano rimasti soffocati. Giacevano lì bagnati e neri nella neve, i corpi
caldi e fumanti, ma erano morti, non c’era da sbagliare.
Mrs Wheeler, con gli stivali di gomma di suo marito e un vecchio
cappotto, venne giù con Mahailey per vedere il disastro.
«Dovreste occuparvi subito di quei maiali e macellarli entro oggi»
gridò Mahailey verso il basso. Stava sul ciglio dell’avvallamento, con
la sua giacca a pezze e il cappuccio sfilacciato.
Claude, giù nella fossa, si passò la manica della maglia sul viso
grondante di sudore. «Macellarli?» esclamò rabbioso. «Non li
macellerei neanche se non dovessi più vedere carne».
«Non lascerai andare a male tutta quella bella carne, vero Mr
Claude?» implorò Mahailey. «Non erano né malati, né niente. Però
devi fare presto, altrimenti la carne non sarà più buona».
«Per me non sarebbe buona comunque. Non so cosa ne farò, ma
sono sicurissimo che non li macellerò».
«Non seccarlo, Mahailey» l’ammonì Mrs Wheeler. «È stanco e
deve sistemare i maiali vivi».
«Lo so che è stanco, signora, ma potrei farlo a pezzi io uno di
quei maiali. Una volta, in Virginia, ho macellato il mio porcellino.
Potrei mettere da parte i prosciutti e le costolette. È un pezzo che
non mangiamo costolette».
Un po’ per il mal di schiena e un po’ per il dispiacere di aver
perduto i maiali, Claude si sentiva abbattuto. «Mamma» gridò «se
non porti a casa Mahailey, divento matto!».
Quella sera Mrs Wheeler chiese al figlio quanto potevano valere i
dodici maiali. Lui parve stupito.
«Oh, non so esattamente; non meno di trecento dollari, credo».
«Così tanto? Non vedo come avremmo potuto evitarlo, vero?».
Aveva un’aria afflitta.
Claude andò a letto subito dopo cena, ma non appena distese il
corpo dolorante tra le lenzuola sentì che non avrebbe preso sonno.
Si sentiva mortificato dalla perdita dei maiali, perché erano stati
affidati alle sue cure, ma della perdita di denaro, che pareva
rattristare perfino sua madre, non pareva importargli. Si chiese se
per tutto quell’inverno non avesse fatto che covare un infantile
disprezzo per il valore del denaro.
Quando Ralph era venuto a casa per le vacanze di Natale,
portava al mignolo un pesante anello d’oro con un brillante grosso
quanto un pisello, circondato da vistose scanalature nel metallo.
Confessò a Claude di averlo vinto a poker. Le mani di Ralph erano
sempre sporche del grasso di automobile: erano quel genere di mani
rosse, tozze, che non si riusciva mai a tenere pulite. Claude lo
ricordava mungere giù alle stalle, alla luce della lanterna, la sua
pietra preziosa che sprizzava sgargianti scintille colorate e le dita
che rassomigliavano moltissimo ai capezzoli della mucca.
Quell’immagine gli appariva ora davanti, come il simbolo di ciò a cui
una fortunata carriera di agricoltore poteva condurre.
L’agricoltore coltivava e portava al mercato cose che avevano un
valore intrinseco: il frumento e il granturco migliori che si potessero
coltivare, maiali e bestiame che erano i migliori nel loro genere. In
cambio riceveva manufatti di qualità scadente, mobili vistosi che
andavano in pezzi, tappeti e tende che scolorivano, abiti che davano
a un bell’uomo l’aspetto di un clown. Gran parte del denaro serviva
per comprare le macchine, e anche queste andavano in pezzi. Una
trebbiatrice a vapore non durava a lungo: un cavallo sopravviveva a
tre automobili.
Claude era convinto che, quando lui era bambino e tutti i vicini
erano poveri, loro e le loro case e le fattorie avevano più personalità.
Allora gli agricoltori trovavano il tempo di piantare bei boschetti di
pioppi neri nelle loro tenute, e disporre siepi di maclura lungo i bordi
dei loro campi. Ora queste piante venivano tagliate e sradicate.
Perché, nessuno lo sapeva: impoverivano la terra… facevano
accumulare la neve… nessuno le aveva più. Insieme alla prosperità
era arrivata una sorta di insensibilità generale: ciascuno voleva
distruggere le vecchie cose di cui erano andati orgogliosi. I frutteti
coltivati con tanta cura venti anni prima venivano ora lasciati morire
di incuria. Fare una corsa in città in macchina per comprare la frutta
era una seccatura inferiore a quella di coltivarla.
Anche la gente era cambiata. Claude ricordava quando ogni
agricoltore della comunità era amichevole con gli altri: ora non
facevano altro che farsi causa. I loro figli o erano avari e avidi,
oppure scialacquatori e pigri, e fomentavano sempre guai.
Evidentemente occorreva più intelligenza per spendere quattrini che
per farli.
Quando arrivò a questa conclusione, Claude pensò agli Erlich.
Julius poteva andare all’estero per conseguire la sua laurea
spendendo meno di quanto Ralph sprecava ogni anno. Ralph non
avrebbe mai avuto una professione o un mestiere, non avrebbe mai
fatto qualcosa di utile per il mondo.
Né Claude riteneva che le sue prospettive fossero molto migliori.
Aveva ventun anni e non aveva la capacità né il talento che gli
avrebbero permesso di raggiungere il mondo delle persone che
ammirava. Era un giovane contadino goffo e maldestro, e perfino
Mrs Erlich sembrava pensare che la fattoria fosse il posto più adatto
per lui. Probabilmente lo era, ciononostante per lui non era un
genere di vita per il quale valesse la pena di alzarsi ogni mattina.
Non vedeva perché lavorare per il denaro, quando il denaro non
procurava niente di quello che uno voleva. Mrs Erlich diceva che
dava sicurezza. A volte Claude pensava che proprio questo
costituisse il problema: quella perfetta sicurezza era necessaria per
uccidere tutte le qualità migliori delle persone e sviluppare quelle
peggiori.
Anche Ernest diceva: «Claude, è la migliore vita del mondo». Ma
se andavi a dormire ogni sera sconfitto, e avevi paura di svegliarti al
mattino, evidentemente quella vita era troppo bella per te. Alla sua
età, avere la garanzia di fare tre pasti al giorno e una buona dormita
era come avere garantita una degna sepoltura. Sicurezza,
incolumità; se si seguiva questo ragionamento, allora i non nati,
quelli che non sarebbero mai venuti al mondo, erano i più al sicuro di
tutti: a loro non poteva accadere niente.
Claude sapeva, e lo sapevano anche gli altri, probabilmente, che
in lui c’era qualcosa di sbagliato. Non era riuscito a nascondere il
suo scontento. Mr Wheeler temeva che fosse uno di quei visionari
che complicano la vita a sé e agli altri. Per Mrs Wheeler il problema
di suo figlio era che non aveva ancora trovato il Redentore. Bayliss
era convinto che suo fratello fosse un ribelle morale, che dietro alla
sua reticenza e ai modi prudenti celasse le opinioni più perniciose. Ai
vicini piaceva Claude, però ridevano di lui dicendo che per fortuna
suo padre era ben messo. Claude era consapevole che la sua
energia, anziché nel compiere qualcosa, veniva spesa nell’opporre
resistenza a condizioni immutabili e nello sforzo vano di reprimere la
propria natura. Quando pensava di aver raggiunto finalmente il
controllo di sé, un istante bastava a distruggere il lavoro di giorni: in
un lampo si trasformava da pezzo di legno in ragazzo vero. Saltava
in piedi, sobbalzava nel letto, o si fermava all’improvviso, perché
l’antica fede era balenata dentro di lui con un acuto senso di
speranza, un acuto senso di dolore – la convinzione che c’era
qualcosa di meraviglioso nella vita, se solo fosse riuscito a scoprirlo.
XIX

Il tempo, dopo la grande tempesta, era capriccioso. Un disgelo


parziale aveva minacciato di inondare ogni cosa, seguito da una
forte gelata. La campagna scintillava sotto un manto di gelo e la
gente camminava su una piattaforma di neve ghiacciata, fatto del
tutto fuori dell’ordinario. Claude tirò fuori la vecchia slitta a quattro
posti di Mr Wheeler, che per anni era rimasta sepolta sotto un
cumulo di oggetti disparati, e portò in casa le campanelle arrugginite
perché Mahailey le strofinasse con la polvere di mattone. Ora che
avevano le automobili, quasi tutti gli agricoltori avevano lasciato
andare in pezzi le vecchie slitte. Ma i Wheeler conservavano sempre
ogni cosa.
Claude disse a sua madre che intendeva invitare Enid Royce a
una corsa in slitta. Enid era figlia di Jason Royce, il commerciante di
cereali, uno dei pionieri della regione, il quale per molti anni aveva
gestito l’unico mulino della contea di Frankfort. Lei e Claude erano
stati compagni di giochi; ogni estate, durante le vacanze, Claude
faceva una visita di cortesia alla casa del mulino, e spesso andava a
trovare Mr Royce nel suo ufficio in città.
Subito dopo cena, Claude attaccò alla slitta i due robusti morelli,
Pompey e Satan. La luna era salita nel cielo molto prima del
tramonto del sole; dopo essere stata pallida quasi tutto il pomeriggio,
ora inondava d’argento le terre innevate. Era una di quelle scintillanti
sere d’inverno in cui un ragazzo sente che, anche se il mondo è
molto grande, lui è ancora più grande; che sotto l’intera volta del
cielo azzurro cristallino non esiste nessuno appassionato e
cosciente quanto se stesso, e che tutta quella magnificenza è per lui.
Le campanelle della slitta suonavano con una specie di musicale
allegria, come se fossero contente di cantare ancora dopo i tanti
inverni trascorsi nella rimessa, arrugginite e soffocate dalla polvere.
La via del mulino, che si diramava dalla strada maestra e
scendeva al fiume, suscitava ricordi piacevoli in Claude. Quando era
un ragazzino, ogni volta che suo padre andava al mulino, lo
implorava di andare con lui. Gli piaceva il mulino e il mugnaio e la
figlia più piccola del mugnaio. Non gli era mai piaciuta invece la casa
del mugnaio e aveva paura della madre di Enid. Anche ora, mentre
legava i cavalli alla lunga sbarra accanto alla sala macchine, decise
di non lasciarsi persuadere a entrare in quel salotto formale, pieno di
mobili nuovi e costosi dove l’energia lo abbandonava sempre e non
sapeva mai di cosa parlare. Se si muoveva, le scarpe
scricchiolavano nel silenzio e Mrs Royce stava seduta e lo guardava
sorpresa con i suoi occhietti penetranti, e più lui si tratteneva, più era
difficile andarsene.
Enid stessa venne alla porta.
«Ma guarda, è Claude!» esclamò. «Vuoi entrare?».
«No, sono venuto per invitarti a fare una corsa. Fuori c’è la
vecchia slitta. Dai, è una bella serata!».
«Mi era sembrato di sentire i campanelli. Non vuoi venire dentro a
salutare mia madre mentre mi preparo?».
Claude disse che non poteva lasciare i cavalli e tornò di corsa alla
sbarra. Enid non lo fece aspettare molto: non era quel tipo. Venne
rapida per il sentiero nella giacca di foca che indossava quando
guidava la sua decappottabile nel gelo invernale.
«Da che parte andiamo?» chiese Claude mentre i cavalli
balzavano avanti e le campanelle cominciavano a tintinnare.
«Da qualsiasi parte. Che bella serata! E mi piacciono i tuoi
campanellini, Claude. Non sentivo i campanelli da slitta dai tempi in
cui riportavi Gladys e me a casa da scuola, quando era brutto
tempo. Perché non ci fermiamo a prenderla? Ora ha le pellicce,
sai!». Qui Enid scoppiò a ridere. «Tutte le vecchie signore si stanno
rompendo la testa su quelle pellicce: non riescono a capire se è
stato tuo fratello a regalargliele per Natale oppure no. Se fossero
sicure che se le è comprate da sola, credo che terrebbero un
comizio pubblico».
Claude schioccò la frusta sui cavallini smaniosi.
«Non ti dà fastidio quel loro modo di criticare sempre Gladys?».
«Sì, se dispiacesse a lei. Ma lei è così tranquilla! Devono avere
qualcosa per cui agitarsi, e naturalmente la povera Mrs Farmer sta
accumulando tasse arretrate. Certamente le pellicce gliele ha
regalate Bayliss».
Claude non era più tanto desideroso di fermarsi da Gladys, come
un momento prima. Ora si avvicinavano alla città e le finestre
illuminate splendevano tenui sul biancore azzurrino della neve.
Persino nella progressista Frankfort i lampioni stradali venivano
spenti in una notte meravigliosa come quella. Mrs Farmer e sua figlia
abitavano in un piccolo cottage bianco nella parte meridionale della
città, dove viveva solo gente di modeste condizioni. «Dobbiamo
fermarci a salutare la madre di Gladys, anche un attimo solo» disse
Enid quando accostarono davanti alla staccionata. «Le piace tanto la
compagnia». Claude assicurò la pariglia a un albero e insieme
salirono verso il portico stretto e digradante, ricoperto di rampicanti
carichi di neve ghiacciata.
Li accolse Mrs Farmer: un roseo donnone sui cinquant’anni con
un bell’accento del Kentucky. Prese affettuosamente sottobraccio
Enid, e Claude le seguì nel salotto lungo e basso dal pavimento
irregolare, con una lampada a un capo e all’altro e qualche mobile
sgangherato di mogano. Là, incollato alla stufa ad antracite, c’era
Bayliss Wheeler. Non si alzò quando entrarono, disse solo «Ciao,
ragazzi» con un tono piuttosto impacciato. Su un tavolino, accanto al
cestino da lavoro di Mrs Farmer, c’era la scatola di caramelle che
aveva appena tirato fuori dalla tasca del cappotto, ancora legata con
il suo spago dorato. Una lampada da terra era accanto al pianoforte,
dove Gladys aveva evidentemente terminato da poco di esercitarsi.
Claude si chiese se Bayliss avesse finto interesse per la musica. In
quel momento, spiegò Mrs Farmer, Gladys era in cucina a cercare
gli occhiali della madre, dimenticati lì quando aveva copiato la ricetta
di un soufflé al formaggio.
«Cerca ancora altre ricette, Mrs Farmer?» chiese Enid. «Credevo
che conoscesse già tutti i piatti del mondo».
«Oh, non proprio tutti!». Mrs Farmer rise modesta, mostrando di
gradire i complimenti. «Siedi, Claude» disse rivolta alla rigida figura
sulla porta «Mia figlia arriva subito».
In quel momento apparve Gladys Farmer.
«Oh, non sapevo che fossi in compagnia, mamma» disse
andando a salutare i due ragazzi. Ciò significava, pensò Claude, che
Bayliss non era una compagnia. Guardò appena Gladys mentre
stringeva la mano che lei gli porgeva.
Un nonno di Gladys era originario di Anversa, e lei aveva la calma
compostezza, le labbra rosse e piene, gli occhi marroni e le fossette
sulle mani bianche che ricorrono così di frequente nei ritratti
fiamminghi di giovani donne. Qualcuno la considerava un po’ troppo
pesante, troppo matura e decisa per definirla carina, anche se ne
ammirava la carnagione intensa, da tulipano. Gladys non sembrava
rendersi conto che il suo aspetto e la sua povertà e le sue spese
esagerate fossero costantemente oggetto di chiacchiere, ma andava
e veniva da scuola ogni giorno con l’aria di una la cui posizione sia
privilegiata. La sua abilità di musicista le dava una sorta di autorità a
Frankfort.
Enid spiegò la ragione della loro visita. «Claude ha tirato fuori la
sua vecchia slitta, e siamo venuti a prenderti per una corsa. Forse
anche Bayliss vuole venire?».
Bayliss disse che sarebbe venuto, sebbene Claude sapesse
quanto il fratello odiasse stare fuori al freddo. Gladys corse di sopra
a mettersi un vestito pesante ed Enid l’accompagnò, lasciando Mrs
Farmer a una piacevole conversazione con i due incompatibili ospiti.
«Bayliss ci stava giusto raccontando di come hai perduto i maiali
nella tempesta, Claude. Che peccato!» disse con aria comprensiva.
Sì, pensò Claude, Bayliss non poteva fare a meno di raccontare
quello spiacevole episodio.
«Immagino che non ci fosse veramente modo di salvarli» continuò
Mrs Farmer gentilmente; aveva una voce bassa e rotonda, come
quella della figlia, diversa dalla cadenza alta, tesa del West. «Quindi
spero che non ti affligga troppo».
«No, non mi affliggo certo per dei maiali morti. A che servirebbe?»
disse Claude con aria baldanzosa.
«Va bene» mormorò Mrs Farmer dondolandosi un po’ sulla sedia.
«Cose simili succedono a volte e non dobbiamo prendercela troppo.
Non è come se si fosse fatta male una persona, no?».
Claude si scosse, cercando di mostrarsi sensibile alla cordialità
della signora e al misero agio del suo salottino che faceva il possibile
per rendersi attraente agli amici della padrona di casa. Le sedie
imbottite e il tavolino pieghevole che lei aveva portato dal Sud erano
tutti ugualmente traballanti e la pesante cornice dorata era quasi
venuta via dal ritratto a olio di suo padre, il Giudice. Ma Mrs Farmer
portava la sua povertà con leggerezza, come i sudisti facevano dopo
la guerra civile, e per le tasse arretrate si agitava molto meno dei
vicini. Claude si sforzava di conversare piacevolmente con lei, ma
era distratto dal suono delle risate soffocate che venivano dal piano
di sopra. Probabilmente Gladys ed Enid si burlavano di Bayliss.
Come erano sfrontate le ragazze, però!

La gente si affacciava alle finestre sulla strada per guardare la


slitta che correva tintinnando su e giù per le strade del villaggio.
Quando lasciarono la città, Bayliss suggerì di arrivare alla casa di
Trevor. Le ragazze si misero a parlare di quei due ragazzi originari
del New England, Trevor e Brewster, che avevano vissuto là quando
Frankfort era ancora un piccolo e coriaceo insediamento di frontiera.
Ora si parlava molto di loro perché qualche giorno prima era giunta
voce che uno dei due soci, Amos Brewster, era morto
improvvisamente nel suo studio legale di Hartford. Erano passati
trent’anni da quando lui e il suo amico, Bruce Trevor, avevano
tentato di diventare grandi allevatori di bestiame nella contea di
Frankfort, e si erano costruiti una casa sulla rotonda collina a est del
paese, dove avevano scialacquato allegramente un mucchio di
denaro. Il padre di Claude diceva sempre che il denaro che avevano
sperperato gozzovigliando non era niente in confronto alle perdite
subite nella loro encomiabile impresa industriale. La contea, diceva
Mr Wheeler, non era più stata la stessa da quando quei ragazzi
erano partiti. Si divertiva a raccontare di quando Trevor e Brewster si
erano messi ad allevare pecore. Avevano fatto arrivare un montone
dalla Scozia per un prezzo esorbitante, e quando era giunto a
destinazione, erano così impazienti di sfruttarlo, che lo misero con le
pecore da subito, appena uscito dalla gabbia. Di conseguenza, tutti
gli agnelli erano nati nella stagione sbagliata: al principio di marzo,
durante una tormenta di neve che accecava e le madri erano morte
assiderate. Il prode Trevor era montato a cavallo ed era andato a
spron battuto per la campagna, da una piccola fattoria all’altra,
facendo incetta di biberon e tettarelle per nutrire gli agnellini orfani.
Da anni ormai la fertile terra della fattoria Trevor era stata affittata
a un ortofrutticoltore. La comoda casa con annessa sala da biliardo
(una cosa stupefacente da quelle parti e a quei tempi) era rimasta
chiusa, le finestre inchiodate. La dimora sorgeva sulla cima di una
tonda collinetta, sullo sfondo di un elegante boschetto di pioppi neri.
Quella sera, mentre Claude si avvicinava sulla slitta, la collina con gli
alti alberi diritti sembrava un grosso berretto di pelliccia deposto sulla
neve.
«Perché nessuno ha comprato e sistemato quella casa, allora?»
osservò Enid. «Nessuna delle aree fabbricabili dei paraggi regge il
confronto con questa. Sembra il tipo di casa in cui dovrebbe abitare
il primo cittadino».
«Sono contento che ti piaccia, Enid» disse Bayliss guardingo. «Io
stesso ho sempre avuto una segreta predilezione per questo posto.
Ma i proprietari non hanno mai voluto vendere. Ora però la proprietà
sarà sistemata. L’ho comprata ieri. L’atto è in viaggio verso Hartford
per la firma».
Enid si rivoltò sul sedile. «Come, Bayliss, dici sul serio? Pensa,
comprare così su due piedi la tenuta Trevor, come se fosse un
terreno qualunque! Hai intenzione di restaurare la casa e di andarci
a vivere un giorno?».
«Non so se ci vivrò. È troppo lontana per andare a piedi al lavoro,
e da queste parti la strada diventa troppo fangosa in primavera per
le automobili».
«Ma non è lontana, meno di un miglio. Se io fossi proprietaria di
un posto simile, non permetterei a nessun altro di abitarci. Perfino
Carrie se la ricorda. Spesso chiede nelle sue lettere se qualcuno ha
comprato la tenuta Trevor».
Carrie Royce, sorella maggiore di Enid, era missionaria in Cina.
«Bene» ammise Bayliss «non l’ho comprata esattamente come
investimento. Ho pagato il prezzo che vale».
Enid si voltò verso Gladys, che pareva non ascoltare. «Tu sei la
persona giusta per progettare una villa qui a Trevor Hill, Gladys. Hai
sempre idee così originali in fatto di case».
«Sì, la gente che non ha una casa spesso ha delle buone idee
per costruire case» disse Gladys tranquilla. «Però casa Trevor mi
piace così com’è. Mi dispiace che uno dei proprietari sia morto. La
gente dice che si sono divertiti da pazzi quassù».
Bayliss borbottò: «Chiamalo divertirsi, se vuoi. I ragazzini tiravano
ancora fuori bottiglie di whisky dalla cantina quando sono arrivato
per la prima volta in città. Naturalmente, se decido di venirci a stare,
demolirò questa vecchia trappola, e metterò su qualcosa di
moderno». Spesso assumeva quel tono sgarbato con Gladys in
pubblico.
Enid cercò di coinvolgere il guidatore nella conversazione. «Pare
che ci siano divergenze di opinione qui, Claude».
«Oh» disse Gladys con indifferenza «è la proprietà di Bayliss, o lo
sarà presto. Costruirà come gli pare. Ho sempre saputo che
qualcuno mi avrebbe portato via questa casa, quindi sono
preparata».
«Portartela via?» borbottò Bayliss, stupefatto.
«Sì, fino a quando nessuno la comprava e la rovinava, era mia
come di chiunque altro».
«Claude» disse Enid per stuzzicarlo un po’ «ora i tuoi due fratelli
possiedono una casa. La tua dove sarà?».
«Non so se ne avrò mai una. Credo che andrò un po’ in giro per il
mondo prima di fare i miei piani» rispose lui sarcastico.
«Portami con te, Claude!» disse Gladys, con un tono di
improvvisa stanchezza nella voce. Sentendo quel mormorio
sconfortato, Enid sospettò che Bayliss si fosse impadronito della
mano di Gladys sotto il mantello di pelle di bisonte.
Un’atmosfera opprimente era scesa sul gruppetto nella slitta.
Perfino Enid, non particolarmente sensibile ai sentimenti inespressi,
si era accorta dell’imbarazzo generale. Si era alzato un vento
tagliente. Bayliss suggerì due volte di tornare indietro, ma suo
fratello rispose «Tra un po’» e andava avanti. Voleva portare Bayliss
all’esasperazione. Solo quando Enid mormorò in tono di rimprovero
«Credo proprio che dovresti tornare indietro, ci stiamo
raffreddando», Claude si rese conto di aver trasformato la gita in
slitta in un castigo. Di certo Enid non lo meritava, aveva fatto del suo
meglio e cercato di minimizzare la maleducazione di Claude. Lui
mormorò una scusa maldestra mentre l’aiutava a scendere dalla
slitta, una volta arrivati al mulino. Nella lunga corsa verso casa,
amari pensieri gli tennero compagnia.
Era talmente arrabbiato con Gladys che non era riuscito ad
augurarle la buonanotte. Tutto quello che lei aveva detto durante la
corsa lo aveva irritato. Se aveva intenzione di sposare Bayliss,
avrebbe dovuto scrollarsi di dosso quella ostentazione di libertà e
indipendenza. Se poi non ne aveva l’intenzione, perché accettava
favori da lui e gli consentiva di venire a casa sua e di deporre scatole
di caramelle sul tavolo, come facevano tutti i ragazzi di Frankfort
quando corteggiavano una ragazza? Certo non poteva fingere con
se stessa di amare la compagnia di Bayliss.
Quando erano compagni di classe alla Frankfort High School,
Claude aveva attribuito a Gladys il ruolo di sua ambasciatrice
dell’estetica. Non era appropriato per un ragazzo essere troppo
pulito o troppo attento al vestito e alle proprie maniere. Ma se
sceglieva una ragazza inappuntabile sotto questi aspetti, e studiava
con lei latino o scienze, allora le attrattive personali di lei tornavano a
vantaggio di lui. Gladys sembrava apprezzare l’onore fattole da
Claude, e non era solo per se stessa che indossava quei vestiti di
mussolina, magnificamente stirati, quando facevano una spedizione
botanica.
Tornando a casa dopo quella sventurata corsa in slitta, Claude si
disse che, per quanto riguardava Gladys, doveva prendere atto di
essersi sempre fatto “fregare” da lei. Aveva sempre creduto alla
bontà dei suoi sentimenti, creduto non dichiaratamente. Ora sapeva
che non c’erano buoni sentimenti che lei non potesse soffocare se
c’era da guadagnarvi qualcosa. Ma anche se continuava a ripetersi
queste cose, la sua vecchia idea di Gladys, in fondo all’anima,
restava pervicacemente immutata. Questo però non faceva che
rendere le sue emozioni ancora più dolorose. Era profondamente
ferito, e per qualche ragione, i giovani, quando sono feriti, amano
sentirsi traditi.
LIBRO II
ENID
I

Un pomeriggio di quella primavera, Claude era seduto sulla lunga


scalinata di granito che conduce alla State House di Denver. Aveva
visitato la collezione di reperti del Cliff Dweller e quando era uscito
nella luce del giorno il tenue profumo di erba tagliata gli era giunto
alle narici invitandolo a indugiare. I giardinieri stavano facendo la
prima, leggera falciatura della stagione. I prati sulla collina erano
tempestati di giunchiglie e giacinti. Un vento tiepido e dolce soffiava
sull’erba asciugando le gocce d’acqua. C’erano stati degli scrosci nel
pomeriggio, e il cielo era ancora di un tenero azzurro piovoso
quando appariva tra i cumuli di nuvole che si muovevano rapide.
Claude era lontano da casa da quasi un mese. Suo padre lo
aveva mandato a far visita a Ralph e al nuovo ranch; di là aveva poi
proseguito per Colorado Springs e Trinidad. Gli era piaciuto
viaggiare, ma ora che era tornato a Denver provava quel senso di
solitudine che spesso coglie i ragazzi di campagna quando si
trovano in città: la sensazione di essere separato da tutto, di non
importare a nessuno. Aveva vagato per Colorado Springs, con il
desiderio di conoscere le persone che entravano e uscivano dalle
case, con il desiderio di parlare con una di quelle ragazze carine che
vedeva al volante delle automobili lungo le strade, anche solo per
dire qualche parola. Una mattina stava passeggiando per le colline,
quando una ragazza, dopo averlo superato, aveva rallentato e gli
aveva chiesto se voleva un passaggio. A Claude era sembrata il
classico tipo di ragazza che non si fermerebbe mai a prendere su
qualcuno, eppure l’aveva fatto, e aveva chiacchierato con lui
piacevolmente lungo tutto il tragitto in città. Appena una ventina di
minuti, ma valevano il viaggio. Quando lei gli chiese dove doveva
lasciarlo, lui disse all’Antlers Hotel e arrossì in modo tale che lei
dovette capire subito che non era un cliente dell’albergo.
Quel pomeriggio si domandò quanti altri ragazzi in preda allo
sconforto come lui si fossero messi a sedere sui gradini della
scalinata davanti alla State House, guardando il sole che scendeva
dietro le montagne. Tutti dicevano sempre che era bello essere
giovani, ma era anche doloroso. Credeva che le persone più grandi
non fossero mai state così disperate. Laggiù, nella luce dorata, la
massa delle montagne si divideva in quattro catene distinte, e
mentre il sole calava le cime emergevano in prospettiva, l’una dietro
l’altra. La vista di quella solitaria magnificenza rendeva ancora più
acuto il dolore che aveva in petto. Qual era il suo problema,
continuava a chiedersi. Doveva rispondere a quella domanda prima
di tornare a casa.
La statua di Kit Carson a cavallo, giù nella piazza, indicava
l’Ovest; ma quell’Ovest non esisteva più. C’era ancora il
Sudamerica: forse avrebbe potuto trovare qualcosa a sud dell’istmo.
Qui il cielo era come un coperchio chiuso sopra il mondo: sua madre
riusciva a vedere santi e martiri al di là di esso.
Beh, con il tempo avrebbe superato tutto questo, pensava.
Perfino suo padre era stato inquieto da giovane ed era scappato in
un altro paese. Era una tempesta che alla fine cessava, ma che
peccato non poterla sfruttare! Uno spreco di energia – perché era
una specie di energia… Balzò in piedi e rimase lì contro la luce
rossastra, accigliato, così immerso nei suoi contrastanti pensieri da
non accorgersi di un uomo che, dopo essere salito dalle terrazze
inferiori, si era fermato a guardarlo.
Lo sconosciuto scrutava Claude con interesse. Vedeva un
ragazzo a testa nuda in piedi sulla lunga scalinata, i pugni chiusi
come in un’azione sospesa – i capelli biondo rossicci, la faccia
abbronzata, la figura tesa del colore del rame nei raggi obliqui.
Claude sarebbe rimasto sbalordito se avesse saputo come era
apparso agli occhi di quello sconosciuto.
II

La mattina seguente Claude scese dal treno a Frankfort e fece


colazione alla stazione prima che la città si svegliasse. Non essendo
atteso dalla famiglia, pensò di andare a piedi fino a casa e di
fermarsi al mulino per fare visita a Enid Royce. In fin dei conti, i
vecchi amici sono i migliori.
Lasciò la città percorrendo la strada che costeggiava il torrente. I
salici erano già ricoperti di nuove foglie gialle e i boccioli appiccicosi
dei pioppi neri erano sul punto di esplodere. Gli uccelli emettevano i
loro richiami per ogni dove e ogni tanto, tra i rami dei salici carichi di
gemme balenava l’ala sfolgorante di un cardinale.
Sopra i campi di frumento, marroncini e polverosi, c’era una lieve
bruma verde – milioni di piccole dita protese verso il cielo,
ondeggianti leggere nel sole. A nord e a sud Claude poteva vedere
gli uomini intenti alla semina del granturco che si muovevano in linee
diritte sui campi marroni, dove la terra era stata lavorata tanto
finemente da sollevarsi in nuvole di polvere verso il margine della
strada. Quando si alzava il vento, piccoli allegri vortici
attraversavano i campi aperti, spirali di terra polverizzata che
vorticavano per l’aria e all’improvviso cadevano di nuovo. Pareva
che su ogni palo di steccato ci fosse un’allodola che cantava per
tutto ciò che era muto: per le grandi terre arate e i massicci cavalli
lungo i solchi e gli uomini che li guidavano.
Lungo i margini delle strade, da sotto le erbacce secche e i ciuffi
di saggina, i fiori di tarassaco drizzavano le loro facce pulite, brillanti.
Quando Claude ne calpestava uno, l’odore acre gli faceva pensare a
Mahailey, che forse quella stessa mattina era uscita a scavare tra le
zolle con il suo coltello da macellaio e si era riempita il grembiule di
tarassaco. Andava sempre a raccogliere erbe con l’aria di avere un
gran segreto, di mattina prestissimo, e si muoveva furtiva lungo il
margine della strada chinandosi quasi fino a terra, come se temesse
di essere scoperta e cacciata via, o come se il tarassaco fosse un
essere selvaggio e dovesse essere sorpreso nel sonno.
Mentre camminava, Claude stava pensando a quanto gli piaceva
andare al mulino con suo padre. Il processo della molitura era allora
misterioso per lui, e la casa del mulino e la moglie del mugnaio
erano misteriose; perfino Enid lo era, un po’ – fino a quando non
l’aveva portata tra le canne della palude nel sole splendente.
Giocavano nei bidoni di frumento nettato, guardavano la farina
scendere dalla tramoggia e si ricoprivano di polvere bianca.
Più di tutto gli piaceva andare dove la ruota ad acqua pendeva
gocciolante nella sua grotta scura, e strisce tremolanti di luce
penetravano tra le fessure per giocare nella melma verde, sul
capelvenere che cresceva nell’argilla. Il mulino era un luogo di forti
contrasti: sole brillante e buio profondo, fragore intenso e greve,
stillante silenzio. Ricordava com’era rimasto stupito un giorno che
aveva visto Mr Royce in guanti e occhiali pulire le macine, e aveva
scoperto quanto fossero innocue. Il mugnaio ci batteva sopra con un
martello aguzzo fino a far sprizzare le scintille, e Claude aveva
ancora sulla mano una macchia blu, nel punto in cui una scheggia di
selce gli era finita sotto la pelle quando si era avvicinato troppo.
Jason Royce doveva aver continuato a mandare avanti il mulino
per ragioni sentimentali, perché ormai c’era ben poco da
guadagnarci. Ma la molitura era stata la sua prima attività, e nella
vita non aveva trovato molte cose per le quali essere sentimentale.
Capitava ancora di imbattersi in Mr Royce con indosso l’abito
polveroso da mugnaio, quando dava al suo operaio la giornata
libera. Da tempo non dipendeva più dalle piene o dalle magre del
Lovely Creek per la forza motrice: aveva installato un motore a
benzina. La vecchia chiusa se ne stava “come un dente cariato”,
come aveva detto uno dei suoi uomini, ricoperta di erbacce e
sterpaglie.
Le vicende familiari di Mr Royce non erano mai andate bene
come quelle lavorative. Non era stato benedetto dalla nascita di un
figlio maschio, e delle cinque femmine che gli erano nate era riuscito
a tirarne su solo due. La gente riteneva la casa del mulino umida e
malsana. Fino a quando non costruì un cottage e vi sistemò un
uomo sposato che badasse al mulino, Mr Royce non era mai riuscito
a tenere a lungo i suoi uomini. Si lamentavano della casa buia e
dicevano di non avere abbastanza da mangiare. Mrs Royce andava
tutte le estati in una clinica vegetariana nel Michigan, dove imparava
a nutrirsi di noci e cereali tostati. Certo, provvedeva al
sostentamento della famiglia, ma non c’era mai durante la giornata
un piatto che un uomo non vedesse l’ora di mangiare con gusto, e
che una volta mangiato desse grande soddisfazione. Di solito Mr
Royce pranzava all’albergo in città. Ciononostante sua moglie era
famosa per il suo talento di cuoca. Faceva un pane perfetto. Quando
c’era in vista una cena alla parrocchia, le veniva sempre richiesta la
sua meravigliosa maionese, o la sua angel cake, sempre la più
leggera e soffice in ogni assortimento di torte.
La grande preoccupazione per la propria salute faceva di Mrs
Royce una donna costantemente alle prese con una pena segreta o
uno struggente rimorso, e l’avvolgeva in una sorta di insensibilità.
Viveva diversamente dalle altre persone e questo la rendeva
diffidente e riservata. Solo quando era alla clinica, e si affidava alle
cure dei suoi adorati medici, si sentiva capita e circondata di
simpatia. La sua diffidenza si era comunicata alle figlie e sotto
innumerevoli aspetti aveva influenzato il loro modo di vedere la vita.
Erano cresciute all’ombra dell’essere “diverse” e non avevano stretto
amicizie vere. Gladys Farmer era l’unica ragazza di Frankfort ad
aver frequentato spesso la casa del mulino. Nessuno si stupì
quando Caroline Royce, la figlia maggiore, andò in Cina come
missionaria, né che la madre la lasciasse partire senza protestare. A
ogni modo, le donne dei Royce erano strane, diceva la gente
sperando che, partita Carrie, Enid sarebbe cresciuta più simile alle
altre persone. Enid vestiva bene, andava spesso in città con la sua
automobile, ed era sempre pronta a dare una mano in parrocchia o
nella biblioteca pubblica.
Inoltre, a Frankfort, Enid era considerata molto carina – di per sé
una qualità umanizzante. Era snella, con una piccola testa ben
modellata, la pelle liscia e pallida e grandi occhi scuri, opachi, dalle
ciglia folte. La lunga linea dal lobo dell’orecchio alla punta del mento
dava al suo viso una certa rigidità, ma per le signore anziane, che
sono i migliori giudici in questioni del genere, ciò denotava fermezza
e dignità. Si muoveva rapida e aggraziata, sfiorava le cose più che
toccarle e pareva quasi che la sua figura sottile volasse, si librasse
lontana dal suo ambiente. Quando la scuola di catechismo organizzò
i tableaux vivants, Enid fu scelta per impersonare Nidia, la ragazza
cieca di Pompei, e la martire in Cristo o Diana. Il pallore della sua
pelle, l’inclinazione sottomessa della fronte e gli scuri occhi
impassibili richiamavano alla mente qualcosa di protocristiano.
Quella mattina di maggio in cui Claude Wheeler percorreva a
grandi passi la strada per il mulino, Enid stava in giardino, in piedi
accanto a un pergolato costruito presso la staccionata, fuori
dall’ombra fonda degli alberi. Stava rastrellando la terra che era
stata zappata il giorno prima, e facendo solchi in cui deporre i semi.
Dalla svolta della strada, accanto ai vecchi salici nodosi, Claude vide
il suo vestito rosa inamidato e il cappellino da sole bianco. Allungò il
passo.
«Ciao, coltivi la terra?» l’apostrofò una volta raggiunta la
staccionata.
Enid, che in quel momento era chinata, si sollevò svelta, ma
senza trasalire. «Oh, Claude! Credevo che fossi da qualche parte
nel West! Questa sì che è una sorpresa!». Si fregò le mani per
togliere la terra e gli porse mollemente le dita bianche. Le braccia,
nude sotto al gomito, erano magre e sembravano fredde, come se
avesse indossato un vestito estivo troppo presto.
«Sono tornato stamattina. Sto andando a casa a piedi. Cosa stai
seminando?».
«Piselli odorosi».
«Hai sempre i più belli dei dintorni. Quando vedo uno dei tuoi
mazzi in chiesa o da qualche altra parte, li riconosco sempre».
«Sì, sono abbastanza fortunata con i miei piselli odorosi»
convenne lei. «Quaggiù la terra è fertile ed è molto soleggiato».
«Non solo i piselli odorosi; nessuno ha lillà o rose rampicanti belli
come i tuoi, e credo che tu sia la sola in tutta la contea di Frankfort a
possedere un glicine».
«L’ha piantato mia madre molto tempo fa, quando è arrivata da
queste parti, ha un debole per il glicine. Ho paura che lo perderemo,
uno di questi inverni rigidi».
«Oh, sarebbe un peccato! Abbine cura. Certo, deve portarti via
molto tempo occuparti di tutto questo» disse ammirato.
Enid si appoggiò alla staccionata e spinse indietro il cappellino.
«Forse mi appassiono più ai fiori che alle persone. Spesso ti invidio,
Claude: hai così tanti interessi».
Lui arrossì. «Io? Santo cielo, non ne ho tanti. Sono un tipo
sempre insoddisfatto. Non me ne importava niente dell’università
fino a quando ho dovuto lasciarla, e a quel punto mi sono arrabbiato
perché non potevo tornarci. Credo di averci rimuginato sopra tutto
l’inverno».
Lei lo guardava con quieto stupore. «Non vedo perché dovresti
essere insoddisfatto: sei talmente libero».
«Beh, perché, tu non sei libera?».
«Non di fare quello che voglio. L’unica cosa che voglio fare
veramente è andare in Cina ad aiutare Carrie nel suo lavoro. Mia
madre pensa che non sia abbastanza forte. Ma non è che Carrie
fosse tanto forte quando era qui. In Cina sta meglio, e penso che per
me sarebbe lo stesso».
Claude si preoccupò. Non vedeva Enid dal giorno della gita in
slitta, e allora era stata più allegra del solito. Pareva essere
sprofondata nell’apatia. «Devi lasciar perdere queste idee, Enid. Non
dovresti pensare ad andartene in giro per il mondo da sola, è
qualcosa che fa diventare strani. Non pensi che ci siano parecchie
opere missionarie da fare quaggiù?».
Lei sospirò. «Dicono tutti questa cosa, ma qui abbiamo tutti delle
possibilità, se vogliamo. Laggiù non ce l’hanno. È terribile pensare a
quei milioni di persone che vivono e muoiono nelle tenebre».
Claude alzò lo sguardo sulla buia casa del mulino, nascosta tra i
cedri, e poi lo puntò lontano, sugli splendenti campi polverosi. Si
sentiva quasi responsabile della malinconia di Enid. Non era stato
molto socievole quell’ultimo anno. «Anche qui la gente può vivere
nelle tenebre, se non le combatte. Guarda me. Te l’ho detto che
sono stato depresso per tutto l’inverno. Tutti noi ci sentiamo molto
vicini, eppure tiriamo avanti faticosamente e non ci vediamo mai. Tu
e io siamo vecchi amici, eppure ci incontriamo di rado. Mia madre
dice che le hai promesso da due anni di andare a trovarla. Perché
non vieni? Le farebbe piacere».
«Allora lo farò. Mi è sempre piaciuta molto tua madre». Fece una
pausa, attorcigliando distratta i nastri del cappello, poi se lo levò di
colpo e guardò Claude dritto negli occhi nella luce splendente.
«Claude, non sarai mica diventato un libero pensatore, vero?».
Lui scoppiò a ridere. «Perché, cosa te lo fa pensare?».
«Tutti sanno che Ernest Havel lo è, e la gente dice che leggete
insieme quel genere di libri».
«E questo ha qualcosa a che fare con la nostra amicizia?».
«Sì, certo. Non potrei avere la stessa fiducia in te. Me ne sono
molto preoccupata».
«Beh, puoi farne a meno. Tanto per cominciare, non me lo
merito» disse lui in fretta.
«Oh sì, che te lo meriti! Se preoccuparsi servisse a qualcosa…».
Scosse la testa con aria di rimprovero.
Claude afferrò con entrambe le mani i paletti della staccionata che
li divideva. «Certo che serve! Non ti ho detto che ci sono tante opere
missionarie da fare anche qui? È per questo che sei così scostante
con me da qualche anno? Perché pensi che sia un ateo?».
«Non mi è mai piaciuto Ernest Havel, lo sai» mormorò Enid.
Lasciando il mulino e avviandosi verso casa, Claude ebbe la
sensazione di aver scovato qualcosa che lo avrebbe aiutato
quell’estate. Come era stato fortunato a trovare Enid da sola, e a
parlare con lei senza interruzioni, senza vedere il viso di Mrs Royce,
sempre sepolto sotto strati di cipria, che lo scrutava dietro una
tendina. Mrs Royce era sempre sembrata vecchia, anche quando
entrava in chiesa con le bambine piccole: una donna minuscola con
le scarpe minuscole con il tacco alto e un grande cappello dalle
piume ondeggianti, il vestito nero, coperto di perline e giaietto che
luccicavano e tintinnavano e la facevano sembrare dura all’esterno,
come un insetto.
Sì, doveva fare in modo che Enid andasse un po’ in giro e
vedesse più gente. Stava troppo con la madre e con i propri pensieri.
Fiori e missioni straniere – il suo giardino e il grande Impero della
Cina: c’era qualcosa di originale e commovente nelle sue
occupazioni. Qualcosa di affascinante, anche. Le donne dovrebbero
essere religiose, la fede era la fragranza naturale del loro spirito.
Quanto più incredibili erano le cose in cui credevano, tanto più
attraente era l’atto di credere. Per lui il Paradiso perduto era
un’opera di fantasia quanto l’Odissea, eppure quando sua madre
glielo leggeva a voce alta, non era solo bello, ma vero. Una donna
che non aveva pensieri devoti nei confronti di cose misteriose e
lontane sarebbe stata prosaica e banale, come un uomo.
III

Nelle settimane successive, Claude andò spesso in macchina giù


alla casa del mulino a passare la serata, e convinceva Enid ad
andare con lui al cinema a Frankfort o a fare una gita in qualche
cittadina nei paraggi. Il vantaggio di questa forma di compagnia era
che non sottoponeva a un grosso sforzo la propria capacità di
conversare. Enid poteva restare perfettamente silenziosa, e non era
mai imbarazzata dal silenzio o dalle parole. Era imperturbabile e
sicura di sé in ogni circostanza, e questo era uno dei motivi per i
quali guidava tanto bene, molto meglio di Claude, in effetti.
Una domenica, quando si videro dopo la funzione religiosa, Enid
disse a Claude che voleva andare a Hastings per fare degli acquisti,
e stabilirono che il martedì successivo lui l’avrebbe accompagnata
con la grossa automobile del padre. La cittadina distava circa
settanta miglia a nord-est e, da Frankfort, era scomodo andarci in
treno.
Il martedì mattina, Claude arrivò alla casa del mulino proprio
quando il sole stava sorgendo sui campi bagnati. Enid lo aspettava
nella veranda, e indossava un giaccone pesante sul vestito
primaverile. Corse giù al cancello e scivolò sul sedile accanto a lui.
«Buongiorno, Claude. Dormono ancora tutti. Sarà una giornata
magnifica, vero?».
«Splendida. Un po’ calda per questo periodo dell’anno. Tra poco
non avrai più bisogno di quella giacca».
Per un’ora le strade furono deserte. I campi erano grigi di rugiada,
e il primo sole ardeva su ogni cosa con la luminosità trasparente di
un fuoco che è stato appena acceso. Mentre l’auto divorava
silenziosa le miglia, il cielo si fece più profondo e azzurro, e i fiori
lungo il margine della strada si aprirono nell’erba bagnata. Ora su
ogni collina c’erano uomini e cavalli. Presto cominciarono a
sorpassare bambini che andavano a scuola, i quali si fermavano per
salutarli agitando i loro panieri colorati. Alle dieci erano a Hastings.
Mentre Enid girava per negozi, Claude si comperò un paio di scarpe
bianche e calzoni di tela grezza. Era più interessato del solito al suo
guardaroba estivo. Si trovarono all’albergo per pranzo, entrambi
affamatissimi e soddisfatti della mattinata. Seduto nella sala
ristorante, con Enid di fronte, Claude pensò che non sembravano
due campagnoli venuti in città, ma persone navigate che stavano
facendo un giro con la loro macchina.
«Vuoi fare una visita con me, dopo pranzo?» gli chiese Enid
mentre aspettavano il dolce.
«A qualcuno che conosco?».
«Certo. Fratello Weldon è in città. Le sue conferenze sono finite e
temevo che fosse già partito, ma si ferma ancora qualche giorno da
Mrs Gleason. Ho portato delle lettere di Carrie da fargli leggere».
Claude fece una smorfia. «Non sarà felicissimo di vedermi.
All’università non siamo mai andati d’accordo. È il classico
insegnante imbranato, se proprio vuoi saperlo» aggiunse deciso.
Enid lo scrutò con aria critica. «Mi sorprende quello che dici, è un
così bravo oratore. Faresti bene a venire. È così sciocca questa
freddezza verso i tuoi vecchi insegnanti».
Un’ora dopo il reverendo Arthur Weldon ricevette i due ragazzi nel
salotto in penombra di Mrs Gleason, dove sembrava a casa sua
quanto la padrona stessa. Dopo aver chiacchierato cordialmente con
gli ospiti per qualche istante, questa si scusò perché doveva andare
a una riunione dell’Organizzazione Filantropica Femminile. Tutti si
alzarono per salutarla e Mr Weldon si avvicinò a Enid, le prese la
mano e rimase a guardarla con la testa piegata e il suo sorriso
obliquo. «Che piacere inaspettato, rivederla, Miss Enid. E anche tu,
Claude» disse voltandosi leggermente verso quest’ultimo. «Siete
venuti insieme da Frankfort, in questa bella giornata?» Il tono pareva
dire: “Beati voi!”.
Si rivolgeva soprattutto a Enid e, come sempre, evitava di
guardare Claude tranne quando gli parlava direttamente.
«Ti sei dato all’agricoltura quest’anno, Claude? Immagino sia una
grande soddisfazione per tuo padre. E Mrs Wheeler sta bene?».
Mr Weldon non lo faceva certamente con cattiveria, ma
pronunciava sempre il nome di Claude con la o aperta6 , la qual cosa
infastidiva il ragazzo. A dire il vero, Enid pronunciava il suo nome
allo stesso modo, ma o lui non se ne accorgeva o non se ne
infastidiva provenendo da lei. Claude sprofondò in un grande divano
scuro e rimase lì con il berretto a visiera sul ginocchio, mentre
Fratello Weldon avvicinò una sedia all’unica finestra aperta della
stanza semibuia, e cominciò a leggere le lettere di Carrie Royce.
Senza che gli fosse stato richiesto, le declamava a voce alta,
fermandosi ogni tanto per fare qualche commento. Claude osservò
con disappunto che Enid si beveva tutte le sue insulsaggini proprio
come Mrs Wheeler. Prima di allora non aveva mai guardato così a
lungo Weldon. La luce cadeva in pieno sulla testa a pera del giovane
pastore, sui capelli radi e ondulati. Cosa mai ci trovavano due donne
di buonsenso come sua madre ed Enid in quel tizio dal cravattone
bianco, tutto compiaciuto di sé? Gli occhi scuri di Enid si posavano
su di lui con profondo rispetto. Lo guardava e gli parlava con
un’intensità che non aveva mai avuto nei confronti di Claude.
«Vede, Fratello Weldon» diceva con calore «per mia natura non
sono molto attratta dalle persone. Trovo difficile interessarmi al
lavoro parrocchiale. È come se mi fossi sempre risparmiata per il
lavoro missionario all’estero – mi riferisco al fatto di non essermi
creata legami personali. Se Gladys Farmer andasse in Cina, tutti ne
sentirebbero la mancanza. Non potrebbero mai sostituirla alla scuola
superiore. Ha un magnetismo che attira la gente. Ma io mi sono
sempre mantenuta libera per fare la stessa cosa di Carrie. Là, so
che potrei rendermi utile».
Claude si accorse che non era facile per Enid parlare così. Il viso
pareva turbato e le sopracciglia scure si univano ad angolo acuto
mentre cercava di dire al giovane predicatore quello che stava
succedendo nella sua mente. Lui ascoltava con la sua abituale,
sorridente, attenzione, lisciando i fogli ripiegati delle lettere di Carrie,
e mormorando «Sì, capisco. Davvero, Miss Enid?».
Quando lei insistette per avere un consiglio, rispose che non è
sempre facile sapere in quale campo ci si possa rendere più utili;
forse quel suo controllo le dava una disciplina spirituale della quale
sentiva particolarmente il bisogno. Fu attento a non impegnarsi, a
non consigliare nulla senza riserve, tranne la preghiera.
«Credo che tutto ci si riveli chiaramente nella preghiera, Miss
Enid».
Enid congiunse le mani: la perplessità le induriva i lineamenti.
«Ma è quando prego che sento più forte questa chiamata. È come
se una mano mi indicasse di andare là. A volte, quando chiedo di
essere guidata nelle piccole cose, non ottengo risposta, e ho la
sensazione che il mio lavoro sia molto lontano, e che per esso mi
verrebbe data la forza. Fino a quando non prenderò quella strada,
Cristo si sottrarrà».
Weldon le rispose con sollievo, come se qualcosa di oscuro fosse
stato chiarito. «Se è questo il caso, Miss Enid, credo che dovremmo
stare tranquilli. Se la chiamata ricorre nella sua preghiera, ed è la
volontà del Redentore, allora possiamo star certi che il modo e i
mezzi saranno rivelati. Mi viene in mente un passo dai Profeti: “Ora
ecco che una via si aprirà davanti ai tuoi piedi; tu cammina su di
essa”. Potremmo dire che questa promessa sia stata indirizzata a
Enid Royce! Credo che Dio sia contento quando ci appropriamo
direttamente della Sua parola». Quest’ultima osservazione venne
fatta scherzosamente, una sorta di facezia pretesca. Si alzò e rese
le lettere a Enid. Evidentemente, il colloquio era finito.
Mentre si metteva i guanti, Enid gli disse che le era stato di
grande aiuto parlare con lui, e che le dava sempre quello di cui lei
aveva bisogno. Claude si domandò in cosa consistesse. Per lui
Weldon non aveva fatto che indietreggiare davanti alle pressanti
domande di lei. Lui, un “ateo”, avrebbe saputo infonderle una
maggiore forza spirituale.
L’auto stava sotto gli aceri davanti alla casa di Mrs Gleason.
Prima di salirvi, Claude richiamò l’attenzione di Enid sulle nubi
temporalesche che si addensavano a ovest.
«Mi pare che sia una tempesta. Forse sarebbe saggio passare la
notte in albergo».
«Oh, no! Non voglio. Non sono venuta preparata».
Lui le ricordò che non sarebbe stato impossibile comperare
quanto le occorreva per la notte.
«Non mi piace fermarmi in un posto nuovo senza le mie cose»
disse lei risoluta.
«Temo che ci andremo a finire proprio in mezzo. Potremmo
trovarci in guai seri, ma facciamo come vuoi tu». Lui esitava ancora,
la mano sullo sportello della macchina.
«Faremo meglio a provare» disse lei con tranquilla
determinazione. Claude non aveva ancora imparato che Enid si
opponeva sempre all’inatteso e che non sopportava che i suoi
progetti venissero modificati da persone o circostanze.
Per un’ora Claude guidò il più veloce possibile, osservando
preoccupato le nuvole. L’altopiano, da un capo all’altro dell’orizzonte,
fiammeggiava nella luce del sole e il cielo stesso pareva più brillante
per la massa di vapori viola che avanzavano a occidente, dagli orli
splendenti come piombo appena tagliato. Avevano percorso una
cinquantina di miglia, quando l’aria si fece improvvisamente fredda,
e in dieci minuti il cielo splendente si oscurò completamente. Claude
balzò fuori e cominciò a sollevare le ruote con il cric. Non appena
una ruota si alzava, Enid sistemava la catena. Claude le disse che
mai prima di allora era riuscito a montare le catene così in fretta.
Coprì con un’incerata i pacchetti sul sedile posteriore e riprese a
guidare verso la tempesta.
La pioggia li spazzava a ondate, pareva salire dal suolo, oltre che
cadere dall’alto. Fecero altre cinque miglia, procedendo a fatica
attraverso le pozzanghere, slittando su strade liquefatte. A un tratto,
la pesante macchina, catene e tutto, balzò su una scarpata alta
mezzo metro, sfrecciò per una decina di metri e, dopo aver descritto
un semicerchio, si arrestò. Enid sedeva calma e immobile.
Claude tirò un lungo respiro. «Se ci fosse capitato su un ponticello
a quest’ora saremmo nel fosso con l’automobile rovesciata addosso.
Non riesco proprio a controllarla. Il fondo stradale è tutto smosso e le
ruote non fanno presa. Laggiù c’è la casa di Tommy Rice. Faremmo
meglio a chiedergli di ospitarci per la notte».
«Ma sarebbe peggio dell’albergo» obiettò Enid. «Non è gente
molto pulita, e ci sono tutti quei bambini».
«Meglio ammassati che morti» mormorò Claude. «Da qui in poi
sarebbe solo una questione di fortuna. Potremmo andare a finire
chissà dove».
«Mancano solo dieci miglia a casa tua. Posso restare con tua
madre questa notte».
«È troppo pericoloso, Enid. Non mi piace questa responsabilità.
Tuo padre ce l’avrebbe con me per essermi accollato questo
rischio».
«Lo so che sei preoccupato per me» disse Enid in modo molto
ragionevole. «Ti dispiace se guido io per un po’? Ci sono ancora tre
brutte colline da superare, e posso slittare giù di traverso: l’ho fatto
spesso».
Claude scese e lasciò che lei si infilasse al suo posto, ma quando
la vide al volante le mise una mano sul braccio. «Non fare questa
stupidaggine».
Enid sorrise e scosse la testa. Era cordiale ma inflessibile.
Lui incrociò le braccia. «Va bene».
Era irritato dalla sua ostinazione, ma non poteva fare a meno di
ammirare la sua intraprendenza nel guidare la macchina. Ai piedi di
una delle colline peggiori c’era un nuovo ponticello di cemento
coperto di fango, sul quale le catene non avevano alcuna presa. La
macchina slittò fino al margine del ponte e si fermò proprio sul ciglio.
Mentre risalivano sprofondando nel fango sul fianco opposto della
collina, Enid osservò: «Meno male che il motorino di avviamento
funziona bene, una piccola scossa e saremmo finiti di sotto».
Arrivarono alla fattoria Wheeler mentre stava facendo buio e la
madre di Claude venne fuori correndo loro incontro con un
impermeabile sulla testa.
«Poveri ragazzi affogati!» esclamò abbracciando Enid. «Come
siete riusciti ad arrivare a casa? Speravo tanto che foste rimasti a
Hastings».
«È stata Enid a riportarci a casa» le disse Claude. «È
terribilmente sconsiderata e qualcuno dovrebbe darle una bella
sgridata, ma guida bene».
Enid rise, ravviandosi un ricciolo bagnato che le era caduto sulla
fronte. «Avevi ragione tu, naturalmente. La cosa sensata era quella
di andare a dormire dai Rice: solo che non ho voluto».
Più tardi anche Claude fu contento di non essersi fermato dai
Rice. Era piacevole essere a casa e vedere Enid a tavola, seduta
alla destra di suo padre, con indosso uno dei nuovi abiti grigi da
casa di sua madre. Sarebbe stato tremendo dai Rice, dove non
c’erano letti se non quelli già occupati dai bambini. Enid non aveva
mai dormito nella stanza degli ospiti di sua madre, e gli piaceva
pensare a quanto sarebbe stata confortevole per lei.
Ben presto Mrs Wheeler prese una candela per accompagnare la
sua ospite a letto. Uscendo dalla stanza, Enid passò accanto alla
sedia di Claude. «Mi hai perdonato?» chiese stuzzicandolo.
«Perché sei stata così cocciuta? Volevi spaventarmi? O
mostrarmi quanto sei brava a guidare?».
«Né l’uno, né l’altro. Volevo arrivare a casa. Buonanotte».
Claude si mise comodo nella poltrona, schermandosi gli occhi
dalla luce. Quindi lei si sentiva a casa, qui. Non si era spaventata per
le battute di suo padre, né era rimasta sconcertata dal grande
sorriso ammiccante di Mahailey. La sua disinvoltura in famiglia gli
fece un piacere indicibile. Prese un libro, ma non lo lesse. Lo teneva
ancora aperto sulle ginocchia quando sua madre tornò mezz’ora
dopo.
«Fai piano quando vai di sopra, Claude. Era così stanca che
potrebbe essersi già addormentata».
Claude si levò le scarpe e salì le scale con la massima cautela.
IV

Un mattino d’estate Ernest Havel stava coltivando il suo splendente


campo di tenero granturco, e zufolava tra sé una vecchia canzone
tedesca che era in qualche modo legata a un’immagine che gli era
tornata alla memoria. Il suo primo ricordo di un’aratura.
Vedeva un semicerchio di colline verdi, la neve che ancora
indugiava nelle fenditure delle cime più alte; al di là delle colline si
ergeva un muro di montagne puntute ricoperte da scure abetaie. Tra
i prati ai piedi della distesa di colline c’erano un torrente tortuoso,
sulle cui rive i salici nudi gettavano le prime foglie giallo-verdi, e
campi marroni. Lui era un bambino che giocava vicino al torrente e
guardava suo padre e sua madre che aravano con due grandi buoi,
che avevano una fune fissata alla testa e alle lunghe corna. Sua
madre camminava scalza accanto alle bestie, e le conduceva; suo
padre camminava dietro e guidava l’aratro. Suo padre guardava
sempre a terra. Il viso di sua madre era marrone e scavato quasi
come i campi, e gli occhi erano azzurro pallido, come i cieli all’inizio
della primavera. I due andavano su e giù tutta la mattina senza
parlare, se non ai buoi. Ernest era l’ultimo di una famiglia numerosa,
e mentre giocava vicino al torrente si chiedeva come mai i suoi
genitori sembrassero tanto vecchi.
Leonard Dawson arrivò con l’auto fino alla staccionata e urlò,
risvegliando Ernest dalle sue fantasticherie. Questi fermò la sua
pariglia e si mise a correre verso il margine del campo.
«Ciao Ernest» disse Leonard «hai saputo che Claude Wheeler si
è fatto male l’altro ieri?».
«Non mi dire! Ma non può essere niente di grave, altrimenti mi
avrebbero avvertito».
«No, niente di veramente grave, ma si è scorticato un bel po’ la
faccia con il filo spinato. È stata la cosa più strana che abbia mai
visto. Era fuori con i muli e l’aratro pesante, stava lavorando nel
canalone che c’è tra la sua proprietà e la mia. È arrivato il camion
della benzina e forse faceva più rumore del solito, eppure quei muli
sono abituati ai camion e quello che hanno fatto è pura malvagità.
Hanno cominciato a impennarsi e a buttarsi giù nel canalone. Io
lavoravo al campo di granturco e ho urlato al benzinaio di fermarsi,
ma non mi ha sentito. Claude è saltato alla testa delle bestie e le ha
prese per il morso, ma si è impigliato nelle redini. Quei maledetti muli
lo hanno sollevato da terra e hanno preso a scappare giù nel fosso e
poi su per l’argine, e poi attraverso i campi con la lama dell’aratro
che saltava a un metro da terra a ogni passo. Ero sicuro che
avrebbe tagliato in due uno dei muli, o trapassato da parte a parte
Claude. E sarebbe successo, se lui non avesse mantenuto la presa
sul morso delle bestie. Lo hanno portato in giro per un bel pezzo, e
alla fine l’hanno scaraventato contro il recinto di filo spinato e lui si è
spaccato la faccia e il collo».
«Dio buono! Si è ferito profondamente?».
«No, non molto, ma ieri mattina è andato a lavorare il granturco
tutto incerottato. Io lo sapevo che era una cretinata: una ferita di filo
spinato è pericolosa se uno fa una sudata in mezzo alla polvere. Ma
a un Wheeler non gli si può mai dire niente. Ora ho saputo che la
faccia gli si è gonfiata, gli fa un male cane ed è sceso in città a farsi
vedere dal medico. Faresti bene ad andarci, questa sera, e vedere
se puoi persuaderlo a starsene tranquillo».
Leonard proseguì in macchina ed Ernest tornò al suo lavoro.
“Strano, quel ragazzo” pensava “è grande e grosso e istruito e ha
tutto quel terreno eppure non riesce a ingranare”. Qualche volta
Ernest pensava che il suo amico fosse sfortunato. Quando gli veniva
questa idea sospirava e la scacciava dalla mente. Perché Ernest era
convinto che per quello non ci fosse niente da fare: era qualcosa che
la ragione non poteva spiegare.
Il pomeriggio seguente, la decappottabile di Enid Royce si fermò
nell’aia della fattoria. Mrs Wheeler vide la ragazza scendere dalla
macchina e le venne incontro giù dalla collina, agitata e senza fiato:
«Oh Enid! Hai saputo dell’incidente di Claude? Non si è riguardato e
si è preso la risipola. Soffre tanto, povero ragazzo!».
Enid la prese sottobraccio e salirono insieme verso casa. «Posso
vedere Claude, Mrs Wheeler? Voglio dargli questi fiori».
La donna esitò. «Non so se ti lascerà entrare, cara. Ho dovuto
insistere per convincerlo a vedere Ernest qualche minuto ieri sera. È
molto giù di morale, e si vergogna un po’ perché è tutto fasciato.
Vado in camera sua a chiederglielo».
«No, mi faccia venire su con lei, la prego. Se entro con lei, non
avrà tempo di agitarsi. Non mi fermerò se non vuole, ma voglio
vederlo».
Mrs Wheeler fu turbata da questa proposta, ma Enid ignorò la sua
incertezza. Salirono insieme al terzo piano, e la ragazza stessa
bussò alla porta.
«Sono io, Claude, posso entrare un momento?».
Una voce soffocata, riluttante rispose: «No, dicono che sia
contagiosa, Enid. E comunque preferirei che non mi vedessi in
questo stato».
Senza aspettare, lei aprì la porta. Le tende scure erano calate e
nella camera c’era un odore forte, pungente.
Claude era disteso sul letto, la testa e il viso talmente ricoperti di
cotone idrofilo che gli si vedevano solo gli occhi e la punta del naso.
L’unguento marrone spalmato sulla pelle colava fuori dalle garze e
dava un’aria sporca alla fasciatura. Enid colse tutti questi dettagli
con un’occhiata.
«La luce ti fa male agli occhi? Lasciami alzare una tenda per un
attimo, voglio che tu veda questi fiori. Ti ho portato i miei primi piselli
odorosi».
Claude guardò sorpreso il mazzo di vivaci colori che Enid gli
porgeva. Lei lo sollevò sul suo viso e gli chiese se riusciva a
percepirne il profumo nonostante le medicine. Improvvisamente
Claude non si sentì più in imbarazzo. Sua madre portò un vaso di
vetro ed Enid vi sistemò i fiori e lo pose sul comodino accanto a lui.
«Vuoi che riabbassi la tenda?».
«Non ancora. Siediti un minuto e raccontami qualcosa. Io non
posso dire molto, perché ho la faccia irrigidita».
«E vorrei vedere! Ho incontrato Leonard Dawson per strada ieri, e
mi ha raccontato che sei tornato a lavorare nei campi dopo esserti
ferito. Vorrei proprio sgridarti per bene, Claude».
«Fallo. Magari mi farà stare meglio». Le prese una mano e la
trattenne a sé per un attimo. «Sono i piselli odorosi che stavi
seminando quel giorno che tornavo a casa dal West?».
«Sì. Non sono stati bravi a fiorire così presto?».
«Meno di due mesi. È strano» sospirò.
«Strano? Che cosa?».
«Beh, che una manciata di semi possa creare qualcosa di così
leggiadro in poche settimane, mentre un uomo ci mette tanto per
riuscire a fare qualcosa – che poi non conta granché».
«Non è questo il modo di considerare le cose» disse lei in tono di
rimprovero.
Stava seduta eretta e composta ai piedi del letto. Il vestito di
organza a fiori era molto simile al bouquet che aveva portato, e il
floscio cappello di paglia aveva un grosso fiocco lilla. Cominciò a
raccontare a Claude dei vari attacchi di risipola sofferti da suo padre.
Claude la ascoltava, ma era assente. Non avrebbe mai creduto che
Enid, con i suoi rigidi principi in fatto di decoro, sarebbe entrata in
camera sua e si sarebbe seduta con lui in quel modo. Notò che sua
madre era stupita quanto lui. Aveva indugiato per un po’ intorno
all’ospite, poi, vedendola così a suo agio, era tornata giù al suo
lavoro. Claude avrebbe voluto che Enid non parlasse, ma sedesse lì
e si lasciasse guardare. La luce del sole che lei aveva fatto entrare
nella stanza, e la sua tranquilla, fragrante presenza lo calmavano. A
un tratto si rese conto che lei gli stava chiedendo qualcosa.
«Che cosa, Enid? La medicina che mi danno mi istupidisce. Non
afferro le parole».
«Ti domandavo se giochi a scacchi».
«Molto male».
«Mio padre dice che gioco abbastanza bene. Quando starai
meglio, ti porto gli scacchi d’avorio che mi ha mandato Carrie dalla
Cina. Sono intagliati stupendamente. Ma ora devo andare».
Si alzò e gli accarezzò la mano, dicendogli che non doveva fare lo
stupido quanto a vedere gente. «Non sapevo che fossi così
vanitoso. Le bende ti donano come a chiunque altro. Ti abbasso la
tenda?».
«Sì, grazie. Ora non ci sarà più niente da guardare».
«Ehi, Claude, stai diventando un vero cascamorto!».
Qualcosa nel tono di Enid lo fece trasalire. Sentì il viso accaldato
diventare ancora più bruciante. Dopo che lei fu scesa, continuava a
desiderare che non l’avesse detto.
Sua madre venne a dargli la medicina. Rimase accanto a lui
mentre la inghiottiva. «Enid Royce è davvero una ragazza di
buonsenso…» disse mentre riprendeva il bicchiere. L’inflessione
ascendente della voce non esprimeva convinzione ma perplessità.
Enid venne tutti i pomeriggi, e Claude aspettava impaziente le sue
visite; erano le sole cose piacevoli che gli capitassero e gli facevano
dimenticare l’umiliazione del suo viso sfigurato. Provava disgusto di
se stesso: quando si toccava le piaghe sulla fronte e sotto i capelli si
sentiva sporco e spregevole. Di notte, quando la febbre saliva e il
dolore gli attanagliava testa e collo, veniva travolto da un penoso
parossismo di eccitazione contro il quale lottava con tutte le forze. La
mente vagava tra oscuri racconti di torture – ricordi di vecchie letture
sull’Inquisizione, il supplizio della ruota.
Quando Enid entrava nella stanza, fresca e pulita nei suoi graziosi
abiti estivi, la sua mente si slanciava verso di lei. Non poteva parlare
molto, ma restava sdraiato a guardarla assaporando un dolce
appagamento. Dopo qualche tempo si sentì meglio, tanto da
mettersi su una sedia a sdraio e giocare a scacchi con lei.
Un pomeriggio erano seduti nel salotto accanto alla finestra di
ponente, divisi dalla scacchiera, e Claude dovette ammettere di
essere stato ancora una volta battuto.
«Dev’essere noioso giocare con me» mormorò asciugandosi le
gocce di sudore dalla fronte. Ora aveva il viso pulito, così bianco che
erano sparite persino le lentiggini, e le mani erano le molli, fiacche
mani di un ammalato.
«Giocherai meglio quando sarai più forte e potrai concentrarti di
più» lo rassicurò Enid. Era sconcertata perché Claude, che aveva
una bella testa per tante cose, era negato con gli scacchi, ed era
chiaro che non avrebbe mai giocato bene.
«Sì» sospirò ricadendo indietro sulla sedia «le mie facoltà mentali
vaneggiano. Guarda il mio campo di grano laggiù all’orizzonte. Non
è delizioso? E io non sarò in grado di mieterlo. A volte mi chiedo se
riuscirò mai a finire una cosa che ho cominciato».
Enid ripose gli scacchi nella scatola. «Ora che stai meglio, devi
smetterla con le malinconie. Mio padre dice che quando ha la tua
malattia la gente è sempre depressa».
Claude scosse lentamente la testa, appoggiata alla spalliera della
sedia. «No, non è questo. È avere troppo tempo per pensare che mi
rende triste. Vedi, Enid, non ho ancora fatto qualcosa che mi abbia
dato soddisfazione. Eppure devo essere capace di fare qualcosa.
Quando sono sdraiato e penso, mi domando se la mia vita è
accaduta a me oppure a qualcun altro. Sembra non avere molto a
che fare con me. Non sono partito benissimo».
«Ma se non hai ancora ventidue anni! Hai tutto il tempo che vuoi
per ripartire. Ecco a cosa pensi sempre!» lo ammonì Enid.
«Penso sempre a due cose. Questa è una delle due». Mrs
Wheeler entrò con il latte delle quattro: era il primo giorno di Claude
al pianterreno.
Quando erano bambini e giocavano alla chiusa del mulino,
Claude vedeva il futuro come una luminosa indefinitezza nella quale
lui ed Enid avrebbero sempre fatto le cose uniti. Poi era venuto il
tempo in cui voleva fare tutto insieme a Ernest, in cui le ragazze lo
inquietavano ed erano una seccatura, e le aveva tenute a distanza,
sapendo che un giorno o l’altro avrebbe dovuto affrontare la cosa.
Ora si disse che aveva sempre saputo che Enid sarebbe tornata;
ed era tornata quel pomeriggio in cui era piombata nella stanza che
odorava di medicine, e aveva fatto entrare il sole. Non l’avrebbe fatto
che per lui. Non era una ragazza che avrebbe rinunciato alla leggera
a convenzioni di cui riconosceva l’autorità. Claude la ricordava
quando saliva marciando sul palco con le altre bambine dell’asilo,
per gli esercizi della Giornata dei Bambini: nel suo vestito bianco
inamidato, mai un ricciolo fuori posto o una piega nelle calzette,
teneva a bada le compagnette con l’acquiescente gravità del suo
viso che sembrava dire: “Quant’è bello fare così e fare il Giusto!”.
Il vecchio Mr Smith era il pastore a quell’epoca – un brav’uomo
che ne aveva passate di tutti i colori a causa di una moglie instabile
e passionale – e i suoi occhi si posavano con struggimento sulla
piccola Enid Royce, vedendo in lei la promessa di una “femminilità
cristiana, virtuosa e aggraziata”, per usare una delle sue frasi.
Claude, nel settore maschile sull’altro lato della navata, la
punzecchiava e cercava di distrarla, ma rispettava la sua serietà.
Quando giocavano insieme, lei era imparziale, non piagnucolava
se si faceva male, e non evitava mai una cosa poco piacevole con il
pretesto di essere una femmina. Era calma, perfino il giorno in cui
era caduta nella chiusa, e lui l’aveva ripescata: non appena aveva
smesso di strozzarsi e di espellere a colpi di tosse l’acqua
limacciosa, si era asciugata il viso con la sottogonna fradicia, e si era
messa seduta rabbrividendo e ripetendo continuamente: «Oh
Claude, Claude!». Episodi come quello gli parevano ora significativi
e profetici.
Quando gli tornarono le forze, Claude ne restò quasi sopraffatto. Il
sangue pareva rinvigorire mentre il corpo era ancora debole, così
che quell’irrompere di vitalità lo faceva vacillare. Il desiderio di vivere
ancora cantava nelle sue vene mentre il suo corpo era instabile.
Ondate di giovinezza lo travolgevano lasciandolo esausto. Quando
Enid era con lui queste sensazioni non erano mai estreme: la sua
presenza gli ridava equilibrio – in parte. Questo fenomeno non lo
sconcertava, lo attribuiva amorevolmente a qualcosa di bello
nell’indole della ragazza, una qualità talmente incantevole e sottile
da non poterla definire.
Durante i primi giorni della convalescenza, Claude non fece altro
che godersi l’insinuante agitarsi della vita. Respirare era un dolce
piacere fisico. La notte, quando non riusciva a dormire fino al
mattino, era incantevole sdraiarsi su una nuvola che fluttuava pigra
nel cielo. Nelle profondità di questa spossatezza il pensiero di Enid
si levava come una dolce, bruciante pena, e lui si lasciava scivolare
nel buio sull’onda di sensazioni che non poteva prevenire né
controllare. Fino a quando aveva potuto arare, falciare il fieno o
rompersi la schiena nei campi di grano, era stato padrone di sé, ma
adesso non più. Enid gli era destinata ed era venuta a lui: non
l’avrebbe mai lasciata andare via. Non avrebbe mai dovuto sapere
quanto lui la desiderava. Le sarebbe occorso del tempo per provare
una sia pur minima parte di quello che provava lui: Claude lo
sapeva. Ci voleva tempo. Ma lui sarebbe stato infinitamente
paziente, infinitamente tenero con lei. Era lui a dover soffrire, non lei.
Perfino nei sogni lui non la svegliava mai, ma l’amava così, immobile
e inconsapevole come una statua. L’avrebbe inondata d’amore tanto
da scaldarla e lei sarebbe cambiata senza sapere perché.
A volte, quando Enid sedeva ignara accanto a lui, un improvviso
rossore gli attraversava il viso e e si sentiva colpevole verso di lei –
mite e umile, come se dovesse chiederle perdono di qualcosa.
Spesso era contento quando lei andava via e lo lasciava solo, a
pensarla. La sua presenza gli dava equilibrio, e per questo doveva
esserle grato. Quando era con lei, credeva che lo avrebbe
riconciliato con il mondo, che lo avrebbe fatto inserire nella vita che
lo circondava. Aveva preoccupato sua madre e deluso suo padre. Il
matrimonio sarebbe stato la prima cosa naturale, coscienziosa,
attesa, che avesse mai fatto. Sarebbe stato l’inizio di un’esistenza
utile e soddisfatta; come diceva il salmo caro a sua madre, gli
avrebbe risanato l’anima. Della disponibilità di lei ad ascoltarlo non
dubitava. La dedizione di Enid durante la malattia era probabilmente
giudicata dai suoi amici alla stregua di un fidanzamento.
V

La prima volta che Claude tornò a Frankfort fu per tagliarsi i capelli.


Uscito dal barbiere si presentò, luccicante di lozione, all’ufficio di
Jason Royce. Mr Royce, che stava chiudendo la cassaforte, si voltò
e gli strinse la mano.
«Ciao, Claude, mi fa piacere vederti di nuovo in giro! La malattia
non può fare più di tanto a un ragazzone di campagna come te. Con
i vecchi, è un altro paio di maniche. Stavo giusto andando a dare
un’occhiata alla mia erba medica a sud del fiume. Accompagnami».
Raggiunsero l’automobile scoperta che stava vicino al
marciapiede, e mentre sfrecciavano tra i campi di grano ancora
verde, Claude ruppe il silenzio. «Immagino che sappia perché sono
venuto da lei, Mr Royce».
L’altro scosse la testa. Da quando erano partiti aveva un’aria
preoccupata e torva.
«Beh» continuò Claude con umiltà «non la sorprenderà sapere
che mi sono innamorato di Enid. Non le ho ancora detto niente, ma
se lei non ha niente in contrario, cercherò di persuaderla a
sposarmi».
«Il matrimonio è una cosa definitiva, Claude» disse Mr Royce. Era
accasciato sul sedile e guardava la strada davanti a sé con aria
assente, più triste e vecchio del solito.
«Enid è vegetariana, sai» osservò inaspettatamente.
Claude sorrise. «Per me non fa nessuna differenza, Mr Royce».
L’altro fece un cenno con la testa. «Lo so, alla tua età credi che
non importi. Ma queste cose importano invece». Strinse le labbra sul
sigaro mezzo spento, e per un po’ non le riaprì.
«Enid è una brava ragazza» disse infine. «In senso stretto, ha più
cervello di quanto serva a una ragazza. Se Mrs Royce avesse
un’altra figlia a casa, prenderei Enid in ufficio con me. È assennata,
e penso che saprebbe dirigere gli affari meglio di quanto farebbe con
una casa». Avendo detto quello che aveva da dire, Mr Royce fu un
po’ meno accigliato, si tolse il sigaro di bocca, lo guardò, e se lo
rimise tra i denti senza riaccenderlo.
Claude lo guardava stupito. «Ma Enid non è in questione, Mr
Royce, non sono venuto a chiederle informazioni su di lei. Sono
venuto a domandarle se vuole accettarmi come genero. So, e lo sa
anche lei, che Enid potrebbe fare ben altre cose che sposare me.
Sicuramente non ho dato grande prova di me, finora».
«Eccoci arrivati» annunciò Mr Royce. «Lascio la macchina sotto
quest’olmo e poi andiamo a dare un’occhiata al lato nord del
campo».
Strisciarono sotto la rete di recinzione e si avviarono attraverso un
campo di fiori violetti. Nuvoli di farfalle gialle si alzavano sfrecciando
davanti a loro. Camminavano a balzelloni, rompendo la terra cotta
dal sole e affondando nel terreno soffice. Mr Royce si accese un
altro sigaro, e buttato il fiammifero lasciò ricadere la mano sulla
spalla del giovane. «Ho sempre invidiato tuo padre. Ti ho preso in
simpatia da quando eri uno sbarbatello e ti facevo entrare per
vedere la ruota del mulino. Quando tolsi la forza idraulica e misi le
macchine, dissi tra me: “C’è solo uno nella contea che si dispiacerà
per la vecchia ruota, e questo è Claude Wheeler”».
«Spero che lei non mi creda troppo giovane per sposarmi» disse
Claude mentre procedevano con passo pesante.
«No, è giusto e opportuno che un giovane si sposi. Non ho nulla
contro il matrimonio» protestò ostinato Mr Royce. «Potresti
incontrare qualche resistenza per via delle aspirazioni missionarie di
Enid. Non so cosa ne pensi ora. Non chiedo mai nulla. Ma mi
piacerebbe che lasciasse perdere certe idee: non fanno bene a una
donna».
«L’aiuterò io a lasciarle perdere. Se lei è d’accordo, spero di
persuadere Enid a sposarmi in autunno».
Jason Royce si voltò di scatto verso il compagno, ne studiò per un
istante l’espressione ingenua e fiduciosa, poi distolse lo sguardo
aggrottando le sopracciglia.
Il campo di erba medica risaliva in un punto, disteso come uno
splendente fazzoletto verde e viola gettato sul fianco della collina. In
cima al campo cresceva un sottile pioppo nero le cui foglie leggere e
agitate sembravano le farfalle che fluttuavano sul trifoglio. Mr Royce
si diresse verso l’albero, si tolse la giacca nera, l’arrotolò e vi sedette
sopra nell’ombra tremolante. Aveva la camicia bagnata a chiazze e il
sudore colava in gocce trasparenti lungo le pieghe del suo collo
abbronzato. Sedeva con le mani incrociate sulle ginocchia, i talloni
puntati nella terra soffice, e guardava privo d’espressione al di là del
campo. Si sentiva assolutamente incapace di sfiorare quella gran
mole di esperienza che desiderava comunicare a Claude. Gli stava
nel petto come un dolore fisico, e il desiderio di parlare si dibatteva
in quel punto. Ma non aveva parole, non aveva modo di farsi
comprendere. Non aveva una tesi da illustrare. Voleva solo esporre
la vita come l’aveva conosciuta lui, come un quadro, al suo giovane
amico: metterlo in guardia, senza spiegazioni, contro certe delusioni
che spezzano il cuore. Non era possibile, si rese conto. È piu facile
che i morti parlino ai vivi che i vecchi riescano a parlare ai giovani.
L’unico modo che aveva Claude di condividere quel segreto era
vivere. I forti denti gialli di Mr Royce continuavano a stringere il
sigaro, che si era spento come quello prima. Non guardava Claude,
ma mentre osservava il vento che scavava nel campo soffici solchi
fioriti, il viso del ragazzo era nitido davanti a lui, con la sua
espressione di orgoglio riluttante che sfumava nel desiderio di
compiacere, e la leggera rigidità delle spalle, tese in una specie di
ostinata lealtà. Claude era sdraiato accanto a lui, piuttosto stanco
dopo la passeggiata sotto al sole, un po’ malinconico, anche se non
sapeva perché.
Dopo una lunga pausa, Mr Royce disgiunse le sue larghe mani
dalle tozze dita di mugnaio, e per un momento si tolse di bocca il
sigaro fradicio.
«Bene, Claude» disse con risoluta allegria «noi due saremo
sempre ottimi amici, più di quanto sia consueto tra suocero e
genero. Scoprirai che praticamente tutto quello che pensi della vita –
del matrimonio, in particolare – sono bugie. Non so perché la gente
preferisca vivere in un mondo del genere, ma lo fa».
VI

Dopo il colloquio con Mr Royce Claude prese la macchina e andò


subito alla casa del mulino. Salendo per la strada ombrosa, intravide
con delusione due vestiti bianchi, e non uno solo, che si aggiravano
tra i fiori del giardino assolato. La visitatrice era Gladys Farmer. Era
in vacanza ed era venuta a piedi nella frescura del mattino per
passare la giornata con Enid. Stavano andando a cogliere il
crescione e si erano fermate in giardino a sentire il profumo
dell’eliotropio. Nel torrido pomeriggio i ramoscelli violacei
spandevano una fragranza che restava sospesa sull’aiuola e
sfiorava loro le guance come un caldo respiro. Le ragazze
sollevarono lo sguardo nello stesso momento e riconobbero Claude.
Lo salutarono con la mano e si affrettarono verso il cancello per
felicitarsi della sua guarigione. Lui prese i loro secchielli di latta e le
seguì fino alla vecchia chiusa e su per una gola sabbiosa, lungo un
rivolo di acqua trasparente che si gettava nel Lovely Creek proprio a
monte del mulino. Arrivarono all’altura ghiaiosa dove il ruscello
scaturiva da una sorgente scavata sotto le radici scoperte di due
olmi. Intorno alla sorgente, e nel letto sabbioso del ruscello poco
profondo, il crescione era fresco e verde.
Gladys aveva una forte sensibilità per i luoghi. Si guardò intorno
soddisfatta. «Di tutti i posti dove venivamo a giocare, Enid, questo
era il mio preferito» dichiarò.
«Voi ragazze sedete là sulle radici degli olmi» suggerì Claude.
«Ovunque mettiate i piedi in questa ghiaia, rischiate di bagnarvi e di
rovinarvi le scarpe bianche. Vi raccolgo io il crescione».
«Allora riempi il mio secchiello più che puoi» gli gridò Gladys
mentre si mettevano a sedere. «Mi chiedo come mai la yucca cresca
così fitta su questa collina, Enid. Queste piante erano vecchie e forti
quando eravamo piccole. Mi piace questo posto».
Appoggiò la schiena contro il fianco caldo, scintillante della
collina. Attraverso le cime degli olmi i raggi del sole filtravano rossi, e
ogni cristallo e frammento di quarzo sfavillava. Nel letto del ruscello,
l’acqua, nei punti in cui coglieva la luce, splendeva come oro brunito.
La testa biondiccia e le spalle curve di Claude erano screziate dal
sole mentre si muovevano qua e là tra le chiazze verdi, e i calzoni di
tela parevano molto più bianchi di quanto non fossero. Gladys era
troppo povera per viaggiare, ma aveva la fortuna di saper vedere
parecchie cose nei dintorni di Frankfort e una fervida immaginazione
l’aiutava a trovare la vita interessante. Come aveva confidato a Enid,
voleva andare in Colorado: si vergognava di non aver visto mai una
montagna.
Di lì a poco Claude risalì l’argine con due secchielli lucenti e
gocciolanti. «E ora posso sedere accanto a voi qualche minuto?».
Spostandosi per fargli posto accanto a sé, Enid notò che il suo
viso magro era imperlato di sudore. Il fazzoletto di Claude era
bagnato e sporco di sabbia, così gli diede il suo con un’aria da
padrona. «Ma Claude, hai un’aria molto stanca… Ti sei affaticato
troppo? Dove sei stato prima di venire qui?».
«Ero in campagna con tuo padre, a vedere la sua erba medica».
«E ti ha fatto camminare per i campi sotto il sole cocente,
immagino».
Claude rise. «Sì».
«Beh, stasera lo sgriderò. Tu resta qui a riposare. Io porto a casa
Gladys».
Gladys protestò, ma alla fine acconsentì a lasciarsi
accompagnare da tutti e due con l’auto di Claude. Indugiarono
ancora un po’, ascoltando il leggero, gradevole gorgoglio della
sorgente: una voce saggia, discreta, che giorno e notte mormorava,
e continuamente diceva la verità a persone che non potevano
comprenderla.
Quando tornarono alla casa del mulino, Enid si fermò il tempo
necessario per cogliere un mazzo di eliotropio per Mrs Farmer,
anche se con il calar del sole il suo ricco profumo era già svanito. Lei
e Claude lasciarono Gladys, i fiori e il crescione al cancello del
cottage bianco, ora quasi nascosto di sgargianti campanule
rampicanti.
Claude voltò l’auto e tornò indietro con Enid lungo la strada
avvolta nel crepuscolo. «Di solito sono contento di vedere Gladys,
ma quando l’ho trovata da te questo pomeriggio, per un attimo sono
rimasto terribilmente deluso. Avevo appena parlato con tuo padre e
volevo venire subito da te. Credi di potermi sposare, Enid?».
«Non penso che sarebbe la cosa migliore da fare, Claude»
rispose Enid con una voce triste.
Lui le prese la mano inerte. «Perché no?».
«La mia mente è piena di altri progetti. Il matrimonio va bene per
la maggior parte delle ragazze, ma non per tutte».
Si era levata il cappello. Nella luce fioca della sera, Claude
studiava quel viso pallido sotto i capelli castani. C’era qualcosa di
aggraziato e incantevole nel modo in cui teneva la testa, qualcosa
che esprimeva insieme sottomissione e grande fermezza. «Anch’io
avevo quei sogni lontani, Enid, ma ora i miei pensieri non vanno oltre
te. Se soltanto te ne importasse appena un po’ di me, sarei pronto a
rischiare il resto».
Lei fece un sospiro. «Lo sai che m’importa di te. Non ne ho mai
fatto mistero. Ma siamo felici così, non ti pare?».
«No, non mi pare. Devo avere una vita mia, o andrò in pezzi. Se
non mi vuoi, fuggirò in Sudamerica, e tornerò solo quando sarò
vecchio, e tu sarai diventata una vecchia».
Enid lo guardò ed entrambi sorrisero.
La casa del mulino era nera, tranne per una luce a una finestra
del piano di sopra. Claude scese dall’auto e aiutò delicatamente
Enid a uscire. Lei si fece baciare la bocca morbida e fredda, e le
lunghe ciglia. Nel pallido crepuscolo polveroso, illuminata solo da
poche stelle bianche, e col freddo del torrente già nell’aria, lei parve
a Claude un piccolo fantasma tremante, venuto su dai giunchi dove
un tempo era stata la chiusa del mulino. Una malinconia tremenda
gli stringeva il cuore. Non aveva pensato che sarebbe andata così.
Guidò verso casa, debole e abbattuto. Non c’era proprio niente al
mondo che corrispondesse ai suoi sentimenti, e dietro ogni curva
doveva sempre trovare una nuova delusione? Perché la vita era così
misteriosamente dura? Anche questo posto è triste, pensò
guardandosi intorno, e non ci si poteva fare niente, non più di quanto
si possa cambiare la storia che sta dietro un viso infelice. Desiderò
con tutta l’anima di essere ancora malato: il mondo era un posto
troppo duro per viverci.

C’era una persona al mondo che quella sera era dispiaciuta per
Claude. Gladys Farmer sedette a lungo alla finestra della sua
camera, guardando le stelle e pensando a quello che era stato sotto
i suoi occhi quel pomeriggio. Voleva bene a Enid da quando erano
bambine, e sapeva tutto quello che c’era da sapere su di lei. Claude
sarebbe diventato uno di quei cadaveri che si aggiravano per le vie
di Frankfort: tutto ciò che era Claude sarebbe morto e il suo
involucro sarebbe andato e venuto, avrebbe mangiato e dormito per
cinquant’anni. Gladys aveva insegnato ai figli di molti di questi
cadaveri. Aveva elaborato una sua nebulosa filosofia, piena di
convinzioni forti e immagini confuse. Credeva che tutte le cose che
potevano rendere bello il mondo – amore e bontà, svaghi e arte –
fossero chiuse in una prigione di cui uomini di successo come
Bayliss Wheeler tenevano le chiavi. I generosi, che avrebbero
elargito queste cose per rendere felici le persone, erano in qualche
modo deboli, incapaci di spezzare le sbarre. Perfino la sua piccola
vita era schiacciata, tanto da assumere una forma innaturale, da
gente come Bayliss. Non aveva osato, per esempio, andare a
Omaha quella primavera per le tre rappresentazioni dell’Opera di
Chicago. Un simile sperpero avrebbe suscitato critiche tra i suoi
amici e anche nel comitato della scuola: probabilmente le avrebbe
negato il piccolo aumento di stipendio su cui contava per l’anno
dopo.
C’erano persone, anche a Frankfort, che avevano immaginazione
e impulsi generosi ma, doveva riconoscerlo, erano persone incapaci
– falliti. C’era Miss Livingstone, l’impetuosa, emotiva vecchia zitella
incapace di dire la verità; il vecchio Mr Smith, avvocato senza clienti,
che leggeva Shakespeare e Dryden tutto il giorno nel suo ufficio
sepolto dalla polvere; Bobbie Jones, l’effeminato commesso
dell’emporio, che scriveva versi sciolti e sceneggiature per il cinema
e intanto distribuiva soda dal bancone.
Claude era la sua unica speranza. Da quando avevano preso la
licenza alla scuola superiore e nei quattro anni in cui lei aveva
insegnato, si era aspettata di vederlo emergere e provare il suo
valore. Voleva che lui avesse ancora più successo di Bayliss,
restando Claude. Lei avrebbe fatto qualunque sacrificio per aiutarlo.
Se un ragazzo forte come Claude, così dotato e impavido, doveva
fallire, soltanto perché c’era una vena più sottile nella sua natura,
allora la vita non meritava il dolore che infliggeva a un cuore
appassionato come il suo.
Poi Gladys si buttò sul letto. Se sposava Enid, sarebbe stata la
fine. Si sarebbe aggirato forte e pesante, come Mr Royce: una
grossa macchina con le molle spezzate internamente.
VII

Claude si rimise tanto da tornare nei campi prima della fine della
mietitura. Venne la metà di luglio e gli agricoltori tagliavano ancora
grano. Il raccolto di frumento e avena era così abbondante che le
macchine non bastavano a trebbiare nei tempi consueti. Gli uomini
dovevano aspettare il loro turno, lasciando stare i covoni di grano
fino a che la macchina nera non arrivava sferragliando sul campo.
Una pioggia sarebbe stata disastrosa, ma quella era una delle
“annate buone” di cui parlano gli agricoltori, in cui tutto va bene.
Quando ce n’era stato bisogno, la pioggia era caduta in
abbondanza, e ora le giornate erano un miracolo di calura, secca e
luccicante.
Ogni mattina il sole era una palla di fuoco, beveva ben presto la
rugiada e accendeva di un fremito ogni cosa vivente. In annate
abbondanti come quella, il caldo, la luce intensa e il grande carico di
lavoro avvicinavano le persone e le rendevano amichevoli. I vicini si
aiutavano a vicenda per far fronte a quella gravosa abbondanza di
grano, nutrimento dell’uomo; donne e bambini e vecchi ci davano
sotto e facevano il possibile per serbarlo e immagazzinarlo. Perfino i
cavalli conducevano una vita più variata e socievole del solito,
andando da una fattoria all’altra per aiutare i cavalli dei vicini a tirare
carri e mietileghe e mietitrici. Annusavano i puledri dei loro vecchi
amici, si cibavano in mangiatoie sconosciute e bevevano, o si
rifiutavano di bere, in abbeveratoi sconosciuti. Animali decrepiti,
ormai in pensione, come Molly, la cavalla mezza zoppa dei Wheeler,
o Billy, il cavallo bolso di Leonard Dawson (la sua tosse asmatica si
sentiva lontano un miglio), venivano richiamati in servizio. Eppure
era straordinario come quelle bestie malridotte riuscissero a non
essere da meno di giumente e cavalli castrati, giovani e forti:
chinavano le teste volenterose e tiravano come se il morso fosse per
loro un piacere.
Il sole era come una grande e fugace presenza che stimolava e
riscuoteva ciò che le spettava da ogni energia animale. Quando
scagliava il suo ampio mantello e scendeva oltre i margini dei campi
la sera, lasciava dietro di sé un mondo esausto, allo stremo. Cavalli
e uomini e donne dimagrivano, agitandosi tutto il giorno nel proprio
sudore. Dopo cena crollavano e dormivano ovunque si trovassero,
fino a quando spuntava di nuovo la rossa aurora a oriente, come uno
squillo di trombe, e nervi e muscoli ricominciavano a fremere al
calore del sole.
Per diverse settimane, Claude non ebbe tempo di leggere i
giornali; erano buttati per casa, a fasci, intonsi, perché adesso Nat
Wheeler stava nei campi e lavorava per quattro. Quasi ogni sera
Claude correva giù al mulino per vedere Enid pochi minuti; non
scendeva dalla macchina e lei chiacchierava con lui seduta sul
vecchio cavalcasiepe, reperto dei giorni in cui si andava ancora a
cavallo. Diceva con franchezza che non le piacevano gli uomini
appena tornati dalla mietitura, e Claude non la biasimava. Anche lui
non si piaceva particolarmente, dopo che i vestiti gli si erano
asciugati addosso. Ma quell’ora o due tra la cena e il letto erano
l’unico momento per vedere gli altri. Dormiva come un antico eroe:
crollava sul letto come se fosse la cosa che più desiderava al
mondo, e per un momento sublime percepiva la dolcezza del sonno
prima di esserne sopraffatto. Al mattino gli pareva che la sveglia
squillasse per ore, prima di riuscire a risalire dalle profondità nelle
quali era immerso. Ogni sorta di assurde avventure gli accadeva tra
il primo ronzio della sveglia e il momento in cui era sufficientemente
cosciente da allungare la mano per fermarla. Sognava, per esempio,
che era di sera ed era andato a trovare Enid, come sempre. Mentre
lei veniva per il sentiero, lui si accorgeva di non avere i vestiti
addosso! Allora, con straordinaria agilità, scavalcava con un balzo la
staccionata atterrando in un cespuglio di ricino, e lì restava nella
penombra, cercando di coprirsi con le foglie, come Adamo nel
giardino dell’Eden, e continuava a dire banalità a Enid battendo i
denti, temendo che lei scoprisse da un momento all’altro il suo stato
pietoso.
Mrs Wheeler e Mahailey dimagrivano sempre durante la
trebbiatura, proprio come i cavalli. Quell’anno Nat Wheeler aveva
seicento acri a grano invernale che avrebbero reso quasi dieci
quintali per acro. Un simile raccolto era duro per le donne come per
gli uomini. La moglie di Leonard Dawson, Susie, venne per aiutare
Mrs Wheeler, ma aspettava un bambino per l’autunno e il caldo si
rivelò eccessivo per lei. Poi venne una delle ragazze Yoeder, ma la
metodica ragazza tedesca era rimasta talmente colpita dai modi
strambi di Mahailey che Mrs Wheeler disse che era meglio
addossarsi tutto il lavoro piuttosto che continuare a spiegare alla
ragazza la psicologia della domestica. Giorno dopo giorno, dieci
uomini famelici sedevano al lungo tavolo della cucina. Mrs Wheeler
cuoceva pane, torte e crostate senza sosta, quante ne poteva
contenere il forno, e da mattina a sera la cucina economica veniva
alimentata come la caldaia di una locomotiva. Mahailey aveva tirato
il collo a tanti di quei polli che il suo polso era gonfio “come una
vipera del deserto”, diceva lei.
Alla fine di luglio quella grande agitazione si quietò. Le assi per
allungare il tavolo da pranzo furono tolte di mezzo, i cavalli dei
Wheeler tornarono alla loro stalla, e nel pollaio finì il regno del
terrore.
Una sera Mr Wheeler scese a cena con un fascio di giornali sotto
il braccio. «Claude, a quanto pare la paura della guerra in Europa ha
colpito il mercato. Il grano ha avuto un’impennata. A Chicago è
arrivato a ottantotto centesimi. Faremmo bene a liberarci di qualche
quintale prima che cali. Meglio cominciare a caricare domani. Tu e io
possiamo fare due viaggi al giorno a Vicount, cambiando i cavalli.
Non ci sono salite di cui preoccuparsi».
Mrs Wheeler smise di versare il caffè e si sedette tenendo la
caffettiera a mezz’aria, soprappensiero. «Se è solo un allarme
giornalistico, come crediamo, non vedo come possa influenzare il
mercato» sussurrò pacatammente. «Certo quei grossi banchieri di
New York e Boston sanno distinguere tra voci e fatti».
«Dammi un po’ di caffè, per piacere» disse irritato il marito. «Non
devo spiegare il mercato, devo solo sfruttarlo».
«Ma se non c’è una ragione valida, perché portiamo il nostro
grano fino a Vicount? Non pensi che sia una manovra dei mercanti
di cereali che vogliono sfruttare le voci di guerra? Gli uomini della
finanza e la stampa hanno mai ingannato il pubblico in questa
maniera?».
«Non ne so un accidenti, Evangeline, e non penso niente. Ho
telefonato ai silos di Vicount un’ora fa, e hanno detto che pagano
settanta centesimi, salvo variazioni nelle quotazioni del mattino.
Claude» disse con un guizzo di malizia negli occhi «farai meglio a
non andare al mulino questa sera. Va’ a letto presto. Se domattina ci
muoviamo per le sei, saremo in città prima che faccia troppo caldo».
«Va bene, papà. Voglio dare un’occhiata ai giornali dopo cena. Da
quando è iniziata la trebbiatura ho letto solo i titoli. Ernest era tutto
agitato per l’assassinio di quell’arciduca e ha detto che gli austriaci
creeranno disordini. Ma non avrei mai pensato che fosse una cosa
seria».
«Comunque la cosa seria è che pagano settanta centesimi» disse
suo padre afferrando una focaccina calda.
«Se è così, temo che ci sarà dell’altro» disse Mrs Wheeler,
pensierosa. Aveva preso lo scacciamosche di carta e lo agitava di
tanto in tanto, come se stesse cercando di mettere in fuga un nugolo
di pensieri inquietanti.
«Potresti chiamare Ernest e domandargli cosa dicono i giornali
boemi in proposito» suggerì Mr Wheeler.
Claude andò al telefono, ma non riuscì a ottenere risposta dagli
Havel. Probabilmente erano andati a qualche festa campestre giù al
sobborgo boemo. Salì al piano di sopra e sedette davanti a una
poltrona piena di giornali, ma non riusciva a decifrare nulla di
sensato dal titolo a lettere cubitali sulla prima pagina del World
Herald di Omaha. L’esercito tedesco stava entrando in
Lussemburgo; lui non sapeva dove fosse il Lussemburgo, se fosse
una città o uno Stato. Aveva una vaga idea che fosse un palazzo!
Sua madre era salita nella “biblioteca di Mahailey”, in soffitta, per
cercare una carta d’Europa, una cosa di cui gli agricoltori del
Nebraska non avevano mai avuto un gran bisogno. Ma quella sera in
molte case della prateria le donne, nate in America o in altri posti,
cercarono una carta geografica.
Claude era così assonnato che non aspettò il ritorno di sua
madre. Salì traballando le scale e si spogliò al buio. La notte era
afosa, con nuvole temporalesche e il bagliore incessante dei lampi
lungo la linea dell’orizzonte, a occidente. Durante il giorno erano
penetrate nella sua camera le zanzare, e dopo che si fu buttato sul
letto cominciarono a volteggiargli intorno con la loro nota acuta,
tormentosa. Si rigirò nel letto e cercò di affondare le orecchie nel
cuscino. Il suono inquietante si fuse nella sua mente assonnata con i
titoli sulla prima pagina del giornale: le lettere nere sembravano
volargli attorno alla testa con un lieve, acuto, monotono sibilo.
VIII

Nel tardo pomeriggio del 6 agosto, Claude procedeva sobbalzando


sul carro vuoto lungo la strada che attraversa il terreno pianeggiante
tra Vicount e la vallata del Lovely Creek.
Aveva fatto due viaggi in città quel giorno. Benché avesse serbato
la pariglia più robusta per il carico del pomeriggio, che si
preannunciava torrido, i cavalli erano esausti e non potevano che
andare al passo. Avevano il collo striato da chiazze di sudore e i
fianchi parevano intonacati dalla polvere bianca che si levava a ogni
passo. Le teste erano chine, il respiro profondo e lento. Claude
sedeva a cassetta, sul bordo del sedile (il legno verniciato di verde
scottava come il fuoco), la testa scoperta per cogliere il debole alito
di vento che a tratti gli asciugava il collo e il mento, risparmiandogli
la fatica di tirare fuori il fazzoletto. Da ogni parte si stendevano miglia
e miglia di stoppie. Pagliai solitari si stagliavano gialli nel sole
proiettando le loro ombre lunghe. Claude seguiva con sguardo
impaziente le siepi di biancospino lungo il margine della strada.
Ernest Havel gli aveva promesso di venirgli incontro sulla via del
ritorno. Claude non vedeva Ernest da una settimana: da allora il
Tempo aveva dato alla luce fatti prodigiosi.
Finalmente riconobbe in lontananza la pariglia degli Havel e si
fermò ad aspettare Ernest accanto a una siepe spinosa,
guardandosi intorno pensieroso. Il sole era già basso. Pendeva sulle
stoppie, lattiginoso e roseo di calore, come l’immagine di un sole
riflesso nell’acqua grigia. A oriente la luna piena si era appena
levata, la sua sottile superficie d’argento talmente incendiata di rosa
da sembrare un sole al tramonto. Se non fosse stato per le posizioni
che occupavano nel cielo, Claude non avrebbe saputo distinguere il
sole dalla luna. Erano posati sopra i margini opposti del mondo, due
scudi splendenti, e si guardavano come se, anche loro, si fossero
dati appuntamento.
Claude e Ernest saltarono a terra nello stesso momento e si
strinsero la mano con la sensazione di non essersi visti da molto
tempo.
«Beh, che te ne pare, Ernest?».
Il giovane scosse la testa, cauto, ma non rispose. Carezzava i
suoi cavalli e allentava i finimenti.
«Ho aspettato in città il giornale di Hastings» continuò impaziente
Claude. «L’Inghilterra ha dichiarato guerra ieri sera».
«I tedeschi» disse Ernest «sono a Liegi. So dov’è. Mi sono
imbarcato ad Anversa, quando sono venuto da queste parti».
«Sì, ho visto dov’è. I belgi possono fare qualcosa?».
«Nulla». Ernest si appoggiò contro la ruota del carro e dopo aver
tratto dalla tasca la pipa cominciò a riempirla lentamente. «Nessuno
può farci niente. L’esercito tedesco andrà dove vorrà».
«Se la situazione è così disperata, perché resistono i belgi?».
«Non lo so. È bello, ma alla fine non servirà a niente. Lascia che ti
dica una cosa sull’esercito tedesco, Claude».
Camminando su e giù lungo la siepe di biancospino, Ernest
enumerò gli argomenti a favore dei tedeschi: preparazione,
organizzazione, concentrazione, risorse inesauribili, uomini
inesauribili. Mentre parlava il sole scomparve, la luna si contrasse, si
coagulò e lentamente salì nel cielo sbiadito. I campi baluginavano
ancora sotto lo scialbo riflesso della luce del giorno e in lontananza
ogni cosa si faceva indistinta – non buia, ma apparentemente piena
di sonno.
«Se fossi nel mio paese» concluse Ernest «sarei già nell’esercito
austriaco. Scommetto che i miei cugini e nipoti stanno già
combattendo contro i belgi o i russi. Cosa ne diresti, se ti facessero
occupare un paese pacifico come questo, in piena mietitura, e ti
ordinassero di distruggerlo?».
«Non lo farei, ovviamente. Diserterei e mi farei ammazzare».
«Allora la tua famiglia verrebbe perseguitata. I tuoi fratelli, forse
perfino tuo padre, sarebbero costretti a fare da attendenti agli ufficiali
austriaci e sarebbero trattati a calci in bocca».
«Non me ne importerebbe molto. Lascerei ai miei parenti maschi
decidere quanto spesso essere presi a calci in bocca».
Ernest si strinse nelle spalle. «Voi americani vi vantate come
ragazzini: me ne importerebbe, non me ne importerebbe! Te lo dico
io, quello che sta succedendo non ha niente a che fare con la
volontà delle persone. Si raccoglie quello che si è seminato. Non
avrei mai pensato che sarebbe accaduto alla mia generazione, ma
sapevo che sarebbe accaduto».
I giovani indugiarono ancora, contemplando il tenue chiarore del
cielo. Non c’era neanche una nuvola e il fioco baluginare dei campi
si era mutato impercettibilmente nella piena, pura luce lunare. Poco
dopo i due carri iniziarono a procedere lenti sulla strada bianca, e sui
sedili senza spalliera i guidatori erano curvi in avanti, immersi nei
loro pensieri. Quando arrivarono all’angolo dove Ernest svoltava a
sud, si augurarono buonanotte senza alzare la voce. I cavalli di
Claude procedevano come in sonno. Non starnutivano nemmeno
per la bassa nube di polvere calpestata dai loro pesanti zoccoli –
l’unico suono nella vasta quiete della notte.
Perché Ernest era così insofferente nei suoi confronti, si
domandava Claude. Non poteva fare finta di provare quello che
provava Ernest. Dietro di sé non aveva niente che plasmasse le sue
opinioni o che influisse sui suoi sentimenti verso quello che
accadeva in Europa: poteva solo intuirlo giorno per giorno. Gli era
sempre stato insegnato che i tedeschi eccellevano nelle virtù
maggiormente ammirate dagli americani; un mese prima avrebbe
detto che i loro ideali erano quelli per cui qualunque bravo ragazzo
americano si sarebbe battuto. L’invasione del Belgio non era
coerente con il carattere tedesco così come lui lo conosceva
attraverso gli amici e i vicini. Claude ancora nutriva la speranza che
fosse tutto un enorme sbaglio: che quel popolo splendido avrebbe
chiesto scusa e si sarebbe riconciliato con il mondo.
Mr Wheeler venne giù per la discesa a testa nuda e senza giacca,
mentre Claude guidava il carro sull’aia.
«Penso che sarai stanco, stacco io i cavalli. Notizie?».
«L’Inghilterra ha dichiarato guerra».
Mr Wheeler rimase immobile per un momento, grattandosi la
testa. «Credo che domani non dovrai alzarti presto. Se questa è
guerra sul serio, il grano andrà alle stelle. Finora pensavo che fosse
un bluff. Porta i giornali su a tua madre».
IX

Enid e Mrs Royce erano partite per la clinica in Michigan, dove


passavano sempre parte dell’estate, e non sarebbero tornate prima
di ottobre. Claude e sua madre seguivano con attenzione i
comunicati di guerra. Giorno dopo giorno, nelle prime due settimane
di agosto, dalle cittadine si erano propagate fino alle campagne
notizie sconcertanti.
Intorno alla metà del mese si seppe della caduta dei forti di Liegi,
bombardati per nove giorni e conquistati in poche ore dai cannoni
d’assedio fatti avanzare dalle retrovie – cannoni evidentemente in
grado di distruggere qualsiasi genere di fortificazione, passata e
futura. Perfino per quei tranquilli coltivatori di grano, i cannoni di
Liegi rappresentavano una minaccia: non alla loro sicurezza o ai loro
beni, ma al loro tranquillo, consolidato modo di pensare; avevano
introdotto una forza immane, che tanto spesso in quella guerra
avrebbe provocato l’effetto di un disastro naturale, inevitabile come i
terremoti, i maremoti, le eruzioni vulcaniche.
Il 23 arrivò la notizia della caduta di Namur, e fu un altro segnale
che un potere di distruzione senza precedenti si era scatenato nel
mondo. Qualche giorno dopo la notizia che l’antico e pacifico centro
culturale di Lovanio era stato spazzato via fu il segno che questa
forza veniva indirizzata a fini inimmaginabili. Ormai anche i giornali
erano pieni di articoli sull’annientamento della popolazione civile.
Qualcosa di nuovo, e certamente maligno, era all’opera nel genere
umano. Nessuno era in grado di dargli un nome. Nessuna delle
consunte parole che descrivevano il comportamento umano pareva
adeguata. Epiteti come “Attila” erano troppo personali, troppo
drammatici, troppo pieni di vecchia, familiare passione umana.
Un pomeriggio della prima settimana di settembre, Mrs Wheeler
era in cucina a preparare i cetriolini sott’aceto, quando sentì l’auto di
Claude che tornava da Frankfort. Un momento dopo lui entrò,
lasciando che la porta a zanzariera gli sbattesse alle spalle, e gettò
un fascio di posta sul tavolo.
«Pensa un po’, mamma! I francesi hanno spostato la sede del
governo a Bordeaux! Evidentemente pensano di non riuscire a
tenere Parigi».
Mrs Wheeler si asciugò il pallido viso sudato con l’orlo del
grembiule e sedette sulla sedia più vicina. «Vuoi dire che Parigi non
è più la capitale della Francia? Ma davvero?».
«Così pare. Anche se i giornali dicono che è solo una misura
precauzionale».
Lei si alzò. «Andiamo su a vedere la carta. Non ricordo
esattamente dove si trova Bordeaux. Mahailey, non mi lasciar
bruciare l’aceto, va bene?».
Claude la seguì in salotto, dove la carta geografica che lei aveva
comprato da poco era appesa alla parete, sopra la poltrona.
Appoggiandosi allo schienale di una sedia a dondolo in legno di
salice, lei cominciò a muovere la mano sulla lucida superficie a colori
vivaci, mormorando: «Sì, ecco Bordeaux, molto a sud, e là c’è
Parigi».
Claude, alle spalle della madre, osservava la carta. «Pensi che
consegneranno la loro città ai tedeschi, come un regalo di Natale?
Piuttosto la brucerebbero, come hanno fatto i russi a Mosca. Oggi si
può fare di meglio, possono farla saltare con la dinamite!».
«Non dire queste cose». Mrs Wheeler si lasciò cadere sulla sedia
di salice, accorgendosi di essere molto stanca, ora che aveva
lasciato i fornelli e il calore della cucina. Prese a sventolarsi
debolmente sul viso un ventaglio di palma. «Dicono che sia una
bellissima città. Forse i tedeschi la risparmieranno come hanno fatto
con Bruxelles. Saranno stanchi di distruggere tutto. Prendi
l’enciclopedia e vediamo cosa dice. Ho lasciato gli occhiali di sotto».
Claude prese un volume dallo scaffale e sedette sulla poltrona.
Lesse: «“Parigi, capitale della Francia e del dipartimento della
Senna…”. Salto la storia?».
«No. Leggi tutto».
Claude si schiarì la gola e riprese: «“Al suo primo apparire nella
storia, niente lasciava presagire l’importante ruolo che Parigi
avrebbe svolto in Europa e nel mondo…”».
Mrs Wheeler si dondolava e si sventolava, del tutto dimentica
della cucina e dei cetriolini. Il suo corpo stanco riposava, e la mente,
che non era mai stanca, era intenta nella storia delle prime istituzioni
religiose sotto i re merovingi. I suoi occhi erano sempre
piacevolmente occupati quando si posavano sul collo abbronzato e
le spalle robuste del suo figliolo dai capelli rossi.
Claude lesse sempre più rapido, fino a che si fermò per prendere
fiato.
«Mamma, ci sono pagine e pagine sui re! Le leggeremo un’altra
volta. Voglio sapere com’è Parigi ora, e se avrà una storia in futuro».
Fece scorrere un dito su e giù per le colonne. «Ecco, mi pare che sia
qui. “Difese: Parigi, secondo un recente studio tedesco sulle
maggiori fortezze del mondo, è cinta da tre distinte fortificazioni”» e
qui s’interruppe. «Che ne dici? Uno studio tedesco, e questo è un
libro inglese! Il mondo si è sempre sbagliato di grosso sui tedeschi.
È come se avessimo invitato un vicino qua e gli avessimo mostrato il
bestiame e i granai, e lui per tutto il tempo avesse avuto in animo di
venire di notte a massacrarci nel sonno».
Mrs Wheeler si passò una mano sulla fronte. «Eppure abbiamo
avuto tanti vicini tedeschi e non uno che non fosse buono e
disponibile».
«Lo so. Tutto quello che diceva Mrs Erlich sulla Germania mi
faceva desiderare di andarci. E lo stesso popolo che canta quelle
belle canzoni di donne e bambini è entrato nei villaggi belgi e…».
«No, Claude!» la madre stese le mani come a respingere le sue
parole. «Leggimi quello che dice sulle difese di Parigi, a questo
dobbiamo pensare ora. Non posso credere che non ci sia almeno un
luogo fortificato che i tedeschi non hanno inserito nel loro libro, e che
possa resistere. Sappiamo che Parigi è una città depravata, ma
devono esserci delle persone timorate di Dio, e Dio l’ha preservata
per tutti questi anni. Hai visto sul giornale che le chiese sono piene
tutto il giorno di donne che pregano». Si sporse in avanti e gli sorrise
indulgente. «E credi che quelle preghiere non serviranno a niente,
figliolo?».
Claude si ritrasse, come faceva sempre quando sua madre
toccava certi argomenti. «Beh, vedi, non posso dimenticare che
anche i tedeschi stanno pregando. E scommetto che per natura
sono più devoti dei francesi». Prese il libro e ricominciò: «“Nel
bassopiano, al punto più stretto della vasta ansa della Marna…”».
Quel nome era ormai familiare per Claude e sua madre, che ne
avevano intuito l’importanza strategica qualche giorno prima che
cominciasse a spiccare a caratteri cubitali sui giornali.

Le arature autunnali erano cominciate come sempre. Mr Wheeler


aveva deciso di seminare seicento acri a frumento. Qualunque cosa
fosse accaduta dall’altra parte del mondo, ci sarebbe stato bisogno
di pane. Con una terza pariglia, andava ogni mattina nei campi ad
aiutare Dan e Claude. I vicini dicevano che solo il Kaiser era riuscito
a costringere Nat Wheeler a lavorare tutti i giorni.
Poiché gli uomini erano tutti nei campi, Mrs Wheeler andava ogni
mattina alla cassetta postale all’incrocio con la strada, distante un
quarto di miglio, per prendere i quotidiani di Omaha e Kansas City
del giorno avanti, lasciati là dal corriere. Impaziente, cominciava a
leggerli per strada, e i suoi piedi, sempre malsicuri, vagavano tra
cardi e girasoli. Una mattina si sedette addirittura sul margine della
strada, sopra un cumulo di erba rossa, e lesse immobile tutte le
notizie di guerra, mentre le cavallette le saltellavano sulla gonna e gli
scoiattoli della prateria uscivano dalla tana e la guardavano sorpresi.
Quel pomeriggio, quando vide Claude condurre la pariglia
all’abbeveratoio, scese di corsa senza fermarsi a prendere il
cappello e arrivò al mulino a vento senza fiato.
«I francesi hanno sospeso la ritirata, Claude. Sono sulla Marna.
C’è una grande battaglia in corso, i giornali dicono che potrebbe
decidere le sorti della guerra. È talmente vicina a Parigi che parecchi
reparti hanno raggiunto il fronte in taxi».
Claude si rialzò. «Beh, se non altro sarà decisiva per Parigi, no?
Quante divisioni?».
«Non riesco a capirlo, i resoconti sono così complicati. Ma gli
inglesi sono pochi, e l’esercito francese è in condizioni di grave
inferiorità numerica. Tuo padre è rientrato prima di te e ha portato i
giornali di sopra».
«Sono vecchi di un giorno, ormai. Quando finisco il lavoro andrò a
Vicount a prendere il giornale di Hastings».
La sera, quando tornò dalla città, trovò il padre e la madre che lo
aspettavano alzati. Si fermò un istante nel salotto. «Non ci sono
molte notizie, tranne che la battaglia continua e che praticamente
tutto l’esercito francese è impegnato. Il rapporto numerico è di
cinque a tre a favore dei tedeschi, ma per quanto riguarda
l’artiglieria, nessuno lo sa. Il generale Joffre dice che i francesi non si
ritireranno più». Claude non si mise seduto, ma andò dritto in
camera sua.
Mrs Wheeler spense la lampada, si spogliò e si stese sul letto, ma
non per dormire. Molto tempo dopo, Claude la sentì chiudere piano
una finestra, e sorrise tra sé al buio. Sapeva che sua madre aveva
sempre considerato Parigi la più depravata delle città, capitale di un
popolo frivolo, dedito al bere, cattolico, responsabile del massacro di
San Bartolomeo e di aver dato i natali a quell’ateo dal ghigno
sinistro, Voltaire. Nelle ultime due settimane, da quando i francesi
avevano iniziato a ritirarsi in Lorena, Claude aveva osservato
divertito la sua crescente preoccupazione per Parigi.
Era curioso, rifletteva sdraiato del tutto insonne sul letto: quattro
giorni prima la sede di governo era stata spostata a Bordeaux – e
Parigi pareva improvvisamente diventata la capitale, non della
Francia, ma del mondo intero. Sapeva di non essere l’unico ragazzo
di campagna che quella sera avrebbe voluto essere sulla Marna. Il
fatto che il fiume avesse un nome pronunciabile, con una “erre” dura
al centro come una chiave di volta, dava in qualche modo la
sensazione di avere un maggiore controllo della situazione. Disteso
immobile, la mente assorta, Claude sentiva che perfino lui sarebbe
stato in grado di eliminare l’ostacolo della “finezza” francese – tanto
più spaventevole dei proiettili tedeschi – e di intrufolarsi inosservato
in quell’esercito schiacciato numericamente. Le buone maniere non
avevano importanza quella notte sulla Marna, la notte dell’8
settembre 1914. Non c’era niente al mondo che avrebbe voluto
essere se non un atomo in quel muro di carne e sangue, che si
sollevava e si scioglieva e si sollevava ancora davanti alla città che
per centinaia di anni aveva contato così tanto, ma mai come ora. Il
suo nome aveva ora la purezza di un’idea astratta. Nei grandi
continenti addormentati, nei villaggi di campagna sepolti dalle messi,
nelle piccole isole del mare, per quattro giorni gli uomini osservarono
quel nome come avrebbero potuto vegliare la notte per osservare
una cometa, o vedere una stella cadente.
X

Era domenica pomeriggio e Claude era andato alla casa del mulino,
dato che Enid e sua madre erano tornate dal Michigan il giorno
avanti. Mrs Wheeler, semisdraiata su una sedia a dondolo, leggeva,
e Mr Wheeler, in maniche di camicia, il colletto duro della domenica
sbottonato, sedeva alla scrivania di noce, dilettandosi con colonne di
cifre. Poi si alzò e sbadigliò, stirandosi le braccia sopra la testa.
«Claude vuole cominciare subito a costruire, su in
quell’appezzamento vicino al bosco. Ho fatto un po’ di conti sul
legname. Ora i materiali da costruzione sono a buon mercato, perciò
credo che dovrei lasciarlo fare».
Mrs Wheeler sollevò lo sguardo distratto dalla pagina. «Beh,
credo anch’io».
Suo marito si mise a cavalcioni di una sedia, e poggiando le
braccia sulla spalliera, la guardò. «E cosa ne pensi di questo
matrimonio? Non mi pare di aver sentito il tuo parere».
«Enid è una brava ragazza, religiosa…» cominciò decisa Mrs
Wheeler, ma la frase rimase sospesa in aria come una domanda.
Mr Wheeler ebbe un gesto di impazienza. «Sì, lo so, ma perché
un pezzo di ragazzo come Claude s’è andato a scegliere una
ragazza così? Andiamo, Evangeline, farà la fine di sua madre».
Questi dubbi non dovevano essere una novità per Mrs Wheeler,
perché stese la mano per interromperlo e sussurrò tutta agitata:
«Non dire niente! Non fiatare!».
«Oh, non m’intrometterò. Non lo faccio mai. Preferisco averla
come nuora che come moglie, di gran lunga. Claude è più idiota di
quanto pensassi». Afferrò il cappello e si avviò giù alle stalle, ma sua
moglie non si ricompose tanto facilmente. Abbandonò la sedia dove
si era fiduciosamente accomodata, afferrò un piumino e prese a
girare distrattamente per la stanza, sfiorando la superficie dei mobili.
Quando le notizie di guerra erano cattive o quando era preoccupata
per Claude, faceva sempre così: si metteva a pulire la casa o
riordinava gli armadi, grata di poter rimettere in sesto qualcosa in un
mondo tanto disordinato.
Appena terminate le semine autunnali, Claude fece venire dalla
città gli scavatori per costruire il nuovo pozzo, e mentre quelli
lavoravano lui iniziò gli scavi della cantina. Si stava costruendo la
casa nella distesa accanto al bosco di suo padre perché, da
bambino, aveva ritenuto quel boschetto il posto più bello del mondo.
Era un quadrato di una trentina di acri, con frassini, bossi e pioppi
neri, e una fitta siepe di more sul lato meridionale. Negli ultimi anni
gli alberi erano stati trascurati, ma abitando lassù avrebbe potuto
potarli e curarli nei momenti morti.
Ogni mattina correva lì con la Ford e lavorava alla sua cantina.
Aveva sentito dire che più la cantina è profonda meglio è, e perciò
ne voleva una bella profonda. Un giorno Leonard Dawson si fermò
per vedere come progredivano i lavori. In piedi sull’orlo della fossa,
strillò all’amico che stava sudando sotto. «Dio mio, Claude, che ci fai
con una cantina tanto profonda? Se tua moglie si mette in testa di
andare in Cina, puoi aprire una botola e buttarla di sotto!».
Claude buttò il piccone e risalì di corsa sulla scala a pioli. «Enid
non si metterà in testa niente del genere» disse furibondo.
«Beh, non c’è bisogno che ti arrabbi. Sono contento di saperlo. Mi
è dispiaciuto quando se n’è andata l’altra ragazza. M’è sempre parso
che Enid fosse fissata con la Cina, ma è un pezzo che non la vedo,
da prima che partisse per il Michigan con la vecchia».
Dopo che Leonard se ne fu andato, Claude tornò al suo lavoro
ancora di cattivo umore. Non era del tutto felice dentro di sé,
riguardo a Enid. Quando andava giù al mulino, era quasi sempre Mr
Royce, non Enid, che cercava di trattenerlo più a lungo, che lo
riaccompagnava al cancello e pareva dispiaciuto di vederlo andare
via. Non poteva rimproverare a Enid di avere scarso interesse per
ciò che lui faceva. La ragazza pensava solo alla nuova casa e non
parlava d’altro, e i suoi suggerimenti erano quasi sempre validi. Lui
avrebbe desiderato che lei chiedesse qualcosa di irragionevole e
dispendioso. Ma lei non aveva capricci egoistici e addirittura
insisteva che la loro confortevole camera da letto al piano di sopra,
progettata da lui con tanta cura, dovesse essere riservata agli ospiti.
Quando la casa cominciò a prendere forma, Enid veniva spesso
con la sua macchina per vedere le novità, per mostrare a Claude
campioni di carta da parati, di tappezzerie, o il disegno di un
divanetto ritagliato da una rivista. Non potevano esservi dubbi che
fosse orgogliosa di ogni particolare. Il fatto sconfortante era che
pareva più interessata alla casa che a lui. Quei mesi, nei quali
potevano stare insieme quanto volevano, erano per lei
semplicemente un lasso di tempo in cui loro due stavano costruendo
una casa.
Tutto sarebbe andato bene dopo il matrimonio, diceva Claude a
se stesso. Credeva che il matrimonio avesse il potere di trasformare
le persone, così come sua madre credeva negli effetti miracolosi
della conversione. Il matrimonio riduceva ogni donna a un
denominatore comune: faceva diventare amorevole e generosa una
ragazza fredda e compiaciuta di sé. Andava benissimo che Enid non
fosse consapevole di tutto quello che sarebbe stata, una volta
diventata sua moglie. Disse a se stesso che non avrebbe voluto
diversamente.
Nondimeno si sentiva solo. Colmava quella piccola casa delle
attenzioni e delle amorevoli cure delle quali Enid pareva non aver
bisogno. Sorvegliava i falegnami, esigendo la massima accuratezza
nelle rifiniture di armadi a muro e credenze, nella sistemazione di
scaffali, nella esatta congiunzione di soglie e infissi. Spesso si
tratteneva fino a tardi, dopo che gli operai se ne erano andati a casa
a cenare con le loro scarpe rumorose. Sedeva su una trave, o
sull’armatura della veranda al piano di sopra e si perdeva in lunghe
meditazioni, pregustando cose che parevano più che mai lontane. La
luce morente, le pallide stelle che spuntavano, erano amichevoli e
comprensive. Una sera un uccellino entrò svolazzando
freneticamente tra le pareti divisorie, stridendo impaurito prima di
sfrecciare via nel crepuscolo attraverso una delle finestre al piano di
sopra, ritrovando la via verso la libertà.
Quando i falegnami furono pronti a montare le scale interne,
Claude telefonò a Enid chiedendole di venire per dare indicazioni
sull’altezza dei gradini. Sua madre aveva sempre dovuto
arrampicarsi per scale troppo ripide. Enid fermò la macchina alla
scuola superiore di Frankfort alle quattro e persuase Gladys Farmer
ad accompagnarla.
Quando arrivarono, trovarono Claude che lavorava al traliccio che
chiudeva la veranda posteriore. «Claude è come Giona» rise Enid.
«Vuole piantare qui le zucche rampicanti, così da coprire il traliccio e
fare ombra. Io credo invece che ci siano rampicanti più
ornamentali».
Claude posò il martello e disse in tono persuasivo: «Hai mai visto
una zucca quando ha qualcosa su cui arrampicarsi, Enid? Non puoi
immaginare quanto sia bella: grandi foglie verdi e frutti e fiori gialli
che pendono ovunque. Una vecchia tedesca che gestisce un
chiosco in una stazione sulla strada per Lincoln ne ha una nella
veranda posteriore e da quando ho visto la sua ho sempre avuto il
desiderio di piantarne qualcuna».
Enid sorrise indulgente. «Beh, però mi lascerai piantare la
clematide nella veranda di fronte, vero? Vorrei che ci piantassimo
delle clematidi. Gli operai stanno per andarsene, faremmo meglio a
pensare ai gradini».
Quando gli operai se ne andarono, Claude guidò le ragazze al
piano di sopra, salendo su una scala a pioli. Emersero in un’ampia
stanza che ricopriva interamente la superficie dei due salotti a
pianterreno. I falegnami la chiamavano “la sala da biliardo”. C’erano
due alte portefinestre che davano sul tetto della veranda e nel
soffitto inclinato due abbaini guardavano uno a nord, sul bosco, e
l’altro a sud, verso il Lovely Creek. Gladys sentì subito una singolare
attrazione per questa camera, benché nuda e priva di intonaco.
«Che bella stanza!» esclamò.
Claude la interruppe impaziente. «Vero? Vedi, è una mia idea
quella di avere il piano di sopra tutto per noi, invece di ritagliarlo in
tante scatolette, come si fa di solito. Possiamo venire quassù e
dimenticare la fattoria e la cucina e tutti i nostri guai. Ho fatto un
grande armadio a muro per entrambi, e ho sistemato tutto per bene.
E ora Enid vuole tenere da parte questa stanza per i predicatori!».
Enid rise. «Non solo per i predicatori, Claude. Per Gladys, quando
verrà a trovarci – vedi come le piace – e tua madre quando passerà
una settimana qui per riposarsi. Non penso che dovremmo tenere
per noi la stanza migliore».
«Perché no?» ribatté accalorandosi Claude. «Sto costruendo
questa casa per noi. Vieni fuori sul tetto della veranda, Gladys. Non
è bellissimo per le serate calde? Voglio mettere una ringhiera e così
avremo una piccola terrazza, con le poltrone e l’amaca».
Gladys si mise seduta sul basso davanzale. «Enid, saresti
sciocca a usarla come stanza degli ospiti. Nessuno potrebbe mai
godersela quanto voi. Da qui si domina tutta la campagna».
Enid sorrise, ma non mostrò di cedere. «Aspettiamo e guardiamo
il tramonto. Stai attento, Claude, mi fa paura vederti sdraiato lì».
Lui stava disteso sull’orlo del tetto, una gamba penzoloni e la
testa posata sul braccio. I campi piatti diventarono rossi, i mulini a
vento sfavillarono bianchi in lontananza e piccole nubi rosa
apparvero nel cielo sopra di loro.
«Se ne faccio una terrazza» mormorò Claude «al pomeriggio sarà
sempre ombreggiata dalla sommità del tetto, e di notte le stelle
saranno proprio sulle nostre teste. Sarà bello dormirci al tempo della
mietitura».
«Oh, potrai sempre venire a dormire quassù quando fa molto
caldo» disse prontamente Enid.
«Non sarebbe lo stesso».
Rimasero seduti a guardare la luce che moriva nel cielo, ed Enid
e Gladys si strinsero quando salì la frescura della sera autunnale. I
tre amici pensavano alla medesima cosa, eppure, se per magia
ciascuno avesse detto ad alta voce i propri pensieri, stupore e
amarezza sarebbero scesi su di loro. Le riflessioni di Enid erano le
più innocenti. La discussione sulla stanza degli ospiti le aveva fatto
pensare a Fratello Weldon. In settembre, mentre era in viaggio verso
il Michigan con sua madre, si era fermata un giorno a Lincoln per
sentire il parere di Arthur Weldon circa l’opportunità di sposare un
uomo che lei aveva definito “irredento”. Il giovane Mr Weldon aveva
affrontato l’argomento con cautela, ma saputo che l’uomo in
questione era Claude Wheeler ne aveva preso le parti con insolito
slancio. Pareva convinto che sposare Claude fosse l’unico modo per
riportarlo sulla retta via e non esitò ad aggiungere che il più grande
servigio che le ragazze devote potessero dare alla Chiesa era di
procurarle il sostegno di giovani promettenti come Claude. Enid era
quasi certa dell’approvazione di Fratello Weldon prima di consultarlo,
ma il suo beneplacito gratificava sempre il suo orgoglio. Gli disse
che quando avesse avuto una casa sua contava di averlo come
ospite per le vacanze estive, e lui arrossendo espresse la propria
disponibilità.
Anche Gladys era immersa nei suoi pensieri, seduta con
quell’abbandono che la faceva sembrare quasi indolente, la testa
appoggiata al telaio nudo della finestra, rivolta al sole morente. La
luce rosata dava un bagliore di rame antico ai suoi occhi castani, che
avevano uno sguardo imbronciato come se nella mente di lei si
stesse attuando una sfida. Guardandola di sfuggita, Claude pensava
che in una comunità essere una persona eccezionale, più dotata o
più intelligente degli altri, era un duro destino. Per una ragazza
doveva essere doppiamente difficile. Si alzò improvvisamente in
piedi e ruppe il lungo silenzio.
«Dimenticavo, Enid, ho un segreto da svelarti. L’altro giorno su
nel bosco ho stanato uno stormo di quaglie. Devono essere le sole
rimaste da queste parti e dubito che escano mai dal bosco. Da anni
non viene falciata l’erba lassù – da quando sono andato via per
studiare – e magari si cibano dei semi dell’erba. D’estate,
naturalmente, ci sono le more».
Enid si chiese se gli uccelli non avessero imparato abbastanza sul
mondo da nascondersi nel bosco. Claude era certo che fosse così.
«Nessuno ci va mai, tranne mio padre; a volte si ferma lassù.
Magari le ha viste e non ha detto una parola. Sarebbe proprio da
lui». Disse di aver buttato dei chicchi di granturco nell’erba, così che
gli uccelli non fossero tentati di volare nei campi di granturco di
Leonard Dawson. «Se Leonard le vedesse, le prenderebbe a
schioppettate».
«Perché non gli chiedi di non farlo?» suggerì Enid.
Claude rise. «Sarebbe pretendere troppo. Quando uno stormo di
quaglie si leva in volo da un campo di granturco, è una visione
troppo allettante, se si ama la caccia. Organizzeremo un picnic in tuo
onore, quando verrai in estate, Gladys. Ci sono dei posti incantevoli
nel bosco».
Gladys trasalì. «Ehi, è già notte! Qui è delizioso, ma devi portarmi
a casa, Enid».
Dentro faceva buio. Claude accompagnò Enid giù dalla scala a
pioli fino alla sua auto e poi tornò a prendere Gladys. La trovò
seduta sul pavimento in cima alla scala. Dandole la mano l’aiutò ad
alzarsi.
«Così ti piace la mia casetta» disse riconoscente.
«Sì, oh sì!». La sua voce era piena di sentimento, ma non si
sforzò di dire altro. Claude scese davanti a lei per impedirle di
scivolare. Gladys lo seguiva con passo incerto mentre lui la guidava
attraverso varchi ignoti e sopra cumuli di assicelle che ingombravano
il pavimento. All’orlo della grossa apertura della cantina lei si fermò,
appoggiandosi stancamente al suo braccio per un istante. Non disse
niente, ma lui comprese che la sua nuova casa l’aveva rattristata,
che anche lei era arrivata al punto in cui doveva abbandonare la
vecchia strada. Lui desiderava implorarla di non sposare suo fratello.
Indugiò, esitò, brancolando nel buio. Lei aveva la sua stessa
maledetta sorta di sensibilità: si aspettava troppo dalla vita e ne
sarebbe stata delusa. Era restio a condurla fuori nella sera fredda
senza dirle una parola di supplica. Avrebbe voluto prolungare il loro
tragitto – attraverso stanze e corridoi. Forse, se fosse stato possibile,
la forza che era in lui avrebbe trovato quello che cercava: in quel pur
breve intervallo, si era mossa e si era fatta sentire, aveva lanciato un
richiamo confuso. Claude era molto sorpreso di se stesso.
XI

Enid decise che si sarebbe sposata la prima settimana di giugno. Ai


primi di maggio pittori e imbianchini si misero all’opera nella casa
nuova. Le pareti cominciarono a risplendere e Claude era indaffarato
da mattina a sera, ingrassando e lucidando i pavimenti e i
rivestimenti in legno di pino. Non sopportava che qualcuno
calpestasse i suoi pavimenti. Piantò zucche rampicanti intorno alla
veranda posteriore, dispose siepi di clematidi e lillà e seminò un orto.
Lui ed Enid sarebbero andati a Denver e Colorado Springs per il
viaggio di nozze, ma per allora Ralph sarebbe stato a casa, e aveva
promesso di venire a innaffiare fiori e cespugli se il tempo si fosse
messo al secco.
Enid spesso si portava il lavoro e sedeva a cucire nella veranda
davanti, mentre Claude sfregava le rifiniture di legno in casa, oppure
zappava e piantava in giardino. Questa fu la parte più bella del suo
corteggiamento. Gli sembrava di non aver mai passato giorni così
felici. Se Enid non arrivava, guardava continuamente la strada
tendendo l’orecchio, passava da una cosa all’altra e non combinava
niente. Si sentiva pieno di energia se lei stava nella veranda, le
ginocchia sepolte da pizzi, nastri e mussola. Quando lui passava,
entrando o uscendo, e si fermava un momento per starle vicino, lei
sembrava contenta che lui si trattenesse. Le piaceva che lui
ammirasse la sua opera di cucito, e non esitava a mostrargli i ricami
con i quali stava guarnendo la sua biancheria intima. Lui capiva,
dalle occhiate che si scambiavano, che gli operai lo giudicavano un
comportamento molto ardito per una così prossima alle nozze. Lui lo
considerava un comportamento incantevole, anche se non se lo
sarebbe mai aspettato da Enid. Il cuore gli batteva forte quando si
accorgeva di quanta fiducia Enid riponesse in lui, di quanto poco
timore avesse di lui! Lo lasciava indugiare lì, in piedi sopra di lei a
guardare le sue dita rapide, oppure seduto ai suoi piedi, lo sguardo
sulla mussola appuntata al ginocchio, finché il rispetto delle
convenienze gli suggeriva di rimettersi al lavoro e di non stuzzicare
la sensibilità degli imbianchini.
«Quando vieni con me nel boschetto?» le chiese, lasciandosi
cadere accanto a lei un pomeriggio caldo e ventoso. Enid era seduta
sull’impiantito della veranda, la schiena contro un pilastro e i piedi
posati su uno di quei grovigli di portulaca che crescono sulla terra
battuta. «Ho ritrovato le mie quaglie. Vivono nell’erba alta, vicino a
un fosso dove c’è acqua quasi tutto l’anno. Ci pianterò qualche filare
di piselli, così potranno sfamarsi a casa loro. Credo che il campo di
granturco di Leonard sia un grande pericolo. Non so se confidarmi
con lui o no».
«L’hai detto a Ernest Havel, immagino».
«Sì» rispose Claude cercando di non avvertire la leggera nota di
acrimonia nella voce di Enid. «Lui è fidatissimo. Quel posto è un
paradiso per gli uccelli. Gli alberi sono pieni di nidi. La mattina si
sentono i piccoli pettirossi che reclamano la colazione con il loro
verso roco. Vieni domattina presto e andiamo laggiù insieme, ti va?
Però metti le scarpe pesanti, l’erba alta è umida».
Mentre parlavano, un’improvvisa folata turbinò all’angolo della
casa trascinando il mucchio di copribusti merlettati e sparpagliandoli
in giro per il prato polveroso. Claude corse loro dietro mentre
svolazzavano tra le erbacce, e li ficcò uno dopo l’altro nella borsa da
lavoro fiorata di Enid.
Quando tornò, Enid aveva ripiegato l’agoraio e stava mettendosi il
cappello. «Grazie» gli disse con un sorriso. «Hai trovato tutto?».
«Credo di sì». Si affrettò verso la macchina per nascondere il suo
viso colpevole. Non aveva messo nella borsa una cosina di pizzo,
ma se l’era ficcata in tasca.
La mattina dopo Enid venne di buon’ora per ascoltare gli uccelli
nel bosco.
XII

La sera prima del suo matrimonio, Claude andò a letto presto. Era
corso in macchina qua e là tutto il giorno insieme a Ralph per fare gli
ultimi preparativi ed era distrutto. Si addormentò quasi subito. Le
donne della casa non potevano dimenticare tanto facilmente il
grande evento del giorno dopo. Terminato di lavare i piatti, Mahailey
ciabattò su in soffitta per prendere la trapunta che da tanto tempo
serbava come regalo di nozze per Claude. La trasse dalla
cassapanca, la spiegò e contò le stelle del disegno – contare era
un’impresa di cui andava orgogliosa – prima di impacchettarla.
Doveva essere portata giù alla casa del mulino con gli altri regali
l’indomani. Mrs Wheeler si coricò parecchie volte quella notte.
Continuava a pensare alle cose da fare: si alzava per accertarsi che
le maglie pesanti di Claude fossero state messe nel baule, in caso
avesse fatto freddo in montagna; scendeva furtiva al piano di sotto
per controllare che i sei polli arrosto, che dovevano contribuire al
pranzo di nozze, fossero in salvo dai gatti. Mentre era così
affaccendata, non smetteva di pregare. Non aveva pregato tanto e
così fervidamente dalla battaglia della Marna.
Il giorno dopo di primo mattino Ralph caricò la macchina grande
con i regali e le ceste di provviste e corse giù dai Royce. Due auto
erano già arrivate nel cortile del mulino. Avevano portato dalla città
un gruppo di ragazze e tutte le rose di giugno che si erano potute
trovare a Frankfort per decorare la casa per le nozze. Quando Ralph
suonò il clacson, alcune ragazze gli corsero incontro per salutarlo,
rimproverandolo per non aver portato Claude. Ralph fu subito messo
al lavoro. Portava la scala a pioli ovunque gli venisse richiesto,
piantava chiodi, avvolgeva tralci di rose rampicanti attorno alle
colonne che dividevano i due salotti per formare l’arco sotto il quale
si sarebbe svolta la cerimonia.
Gladys Farmer non aveva potuto lasciare le lezioni alla scuola per
dare una mano, ma alle undici arrivò una vettura a noleggio carica di
peonie bianche e rosa del suo giardino; c’era anche una scatola di
fiori di serra che aveva ordinato per Enid a Hastings. Le ragazze li
ammirarono, ma dissero che Gladys aveva le mani bucate come al
solito: i fiori del suo giardino sarebbero bastati. L’automobile era
condotta da un ragazzo allampanato e male in arnese, che lavorava
al garage della città ed era soprannominato “Irv il muto” perché
nessuno riusciva mai a cavargli una parola di bocca. Quasi non
aveva voce, appena un leggero squittio in cima alla gola, come il
sussurro ansimante di una medium in trance.
Quando arrivò alla porta d’ingresso con le braccia piene di
peonie, gli riuscì di sibilare: «Da parte di Miss Farmer. Giù ce ne
sono delle altre».
Le ragazze lo accompagnarono alla macchina e lui tirò fuori una
scatola quadrata legata con nastri bianchi e campanellini d’argento
che conteneva il bouquet della sposa.
«Come mai li hai portati tu?» chiese Ralph al ragazzo macilento.
«Dovevo andare io in città a prenderli».
Il fattorino deglutì. «Miss Farmer mi ha detto che, se alla stazione
c’erano altri fiori indirizzati qui, dovevo prenderli con me».
«Gentile da parte sua». Ralph ficcò la mano nella tasca dei
calzoni. «Quanto? Saldo subito prima di scordarlo».
Il pallido viso del ragazzo si coprì di un diffuso rossore – un viso
delicato sotto i capelli disordinati, contratto da una specie di ritrosa
tristezza. Gli occhi erano sempre socchiusi, come se non volesse
vedere il mondo che lo circondava, o esserne visto. Si aggirava
come in un sogno. «Miss Farmer» sussurrò «mi ha pagato».
«Beh, Gladys pensa a tutto!» esclamò una delle ragazze. «Tu
andavi a scuola da Gladys, vero, Irv?».
«Sì, signora». Entrò in macchina senza aprire lo sportello,
scivolando come un’anguilla attorno al volante, e ripartì.
Le ragazze seguirono Ralph lungo il vialetto di ghiaia che
conduceva alla casa.
Una bisbigliò alle altre: «Pensate che Gladys verrà stasera con
Bayliss Wheeler? Ho sempre pensato che avesse un debole per
Claude».
Un’altra cambiò argomento: «Non mi sono ancora riavuta dopo
aver sentito Irv chiacchierare tanto. Gladys deve averlo stregato».
«È stata sempre buona con lui a scuola» disse quella che aveva
interrogato il taciturno ragazzo. «Lei diceva che era bravo nello
studio, ma era talmente impaurito da non riuscire a recitare la
lezione. Gli permetteva di rispondere per iscritto al suo banco».
Ralph si fermò a pranzo, divertendosi con le ragazze fino a che
non ricevette una telefonata della madre. «Ora vado a casa a badare
a mio fratello, altrimenti è capace di presentarsi stasera con una
camicia a righe».
«Salutalo da parte nostra» gli gridarono dietro le ragazze «e digli
di non fare tardi».
Mentre guidava verso la fattoria, Ralph incontrò Dan che portava
in città il baule di Claude. Ralph rallentò. «Messaggi?» gridò.
Dan fece una smorfia. «No. L’ho lasciato tranquillo come non
mai».
Mrs Wheeler andò incontro a Ralph sulle scale. «È su in camera
sua. Si lamenta perché le scarpe nuove sono troppo strette. Credo
che sia il nervosismo. Forse ti permetterà di fargli la barba: sono
certa che si taglierà, altrimenti. E vorrei che il barbiere non gli avesse
tagliato i capelli così corti, Ralph. Detesto questa nuova moda di
tosare gli uomini dietro le orecchie. La nuca è la parte più brutta di
un uomo». Parlava così risentita che Ralph scoppiò in una risata.
«Ma, mamma, credevo che per te tutti gli uomini fossero uguali!
Comunque, Claude non è una bellezza».
«Quando vuoi fare il bagno? Devo organizzare la cosa in modo
da evitare che poi chiedano tutti insieme l’acqua calda». Si rivolse a
Mr Wheeler che stava riempiendo un assegno seduto alla scrivania.
«Papà, potresti fare il bagno subito, così da non essere d’impiccio?».
«Bagno!» strillò Mr Wheeler. «Non voglio fare nessun bagno! Non
sono io che mi sposo stasera. Spero che non dovremo sterilizzare
tutta la casa per Enid».
Ralph corse di sopra ridacchiando. Trovò Claude seduto sul letto,
con una scarpa infilata e l’altra no. Una montagna di calzini era
sparpagliata sul tappeto. Su una sedia c’era una valigia aperta e su
un’altra una borsa nera da viaggio.
«Sei sicuro che siano troppo piccole?» chiese Ralph.
«Almeno di quattro misure».
«Beh, e perché non le hai comprate della tua misura?».
«L’ho fatto. Quell’imbroglione di un commesso a Hastings me ne
ha mollato un altro paio mentre non guardavo. Va bene così» disse
strappando di mano al fratello la scarpa che stava esaminando.
«Non importa, basta che riesca a starci dritto. Faresti meglio a
telefonare alla stazione e chiedere se il treno è in orario».
«Ancora non lo sanno. Passa tra sette ore».
«Allora telefona più tardi. Ma scoprilo, in qualche modo. Non
voglio aggirarmi per la stazione aspettando il treno».
Ralph fece un fischio. Era chiaro che Claude sarebbe stato
difficile da governare. Propose un bagno, come misura lenitiva. No,
Claude l’aveva già fatto. Allora la valigia, era pronta?
«Come diavolo faccio a prepararla se non so che cosa devo
mettermi?».
«Ti metti una camicia e un paio di calzini. Ti metto via tutta
quest’altra roba». Ralph prese una manciata di calzini e cominciò ad
appaiarli. Parecchi avevano strane macchie rosso vivo sulla punta.
Cominciò a ridere.
«Lo so perché ti fa male la scarpa: ti sei tagliato il piede!».
Claude saltò su come punto da un calabrone. «Vuoi andartene via
e lasciarmi in pace?» strillò.
Ralph sparì. Disse a sua madre che si sarebbe vestito subito
perché poteva darsi che avrebbero dovuto usare la forza con
Claude, all’ultimo momento.
La cerimonia nuziale era prevista alle otto, poi la cena e alle 22.25
Claude ed Enid sarebbero partiti da Frankfort con l’espresso per
Denver. Alle sei, quando Ralph bussò alla porta del fratello, lo trovò
sbarbato, spazzolato e vestito, tranne che per la giacca. La bella
camicia a piegoline non era stropicciata e la cravatta era annodata
come si deve.
Quale che fosse la pena che celavano, le scarpe di vernice
apparivano lisce e brillanti e decisamente a punta.
«Hai fatto la valigia?» chiese Ralph stupefatto.
«Quasi. Vorrei che dessi un’occhiata alle mie cose e le facessi
sembrare un po’ più ordinate, se ci riesci. Non mi va che una
ragazza veda l’interno di quella valigia così com’è. Dove metto i
sigari? Ovunque li metta, faranno puzzare ogni cosa. Tutti i miei
vestiti sembrano puzzare di cucina o di amido, o di qualcos’altro.
Non so cosa gli abbia fatto Mahailey» concluse rabbioso.
Ralph pareva indignato. «Bell’ingrato! Mahailey è da una
settimana che stira le tue stupide camicie!».
«Sì, sì, lo so. Non mi innervosire. Ho dimenticato di mettere i
fazzoletti nel baule, perciò vedi di infilarli da qualche parte».
Mr Wheeler apparve sulla porta, i calzoni neri della domenica tirati
alti sulla camicia bianca, i capelli scompigliati che spandevano un
profumo penetrante di lozione. Teneva con delicatezza tra le dita
tozze un foglietto ripiegato.
«Dov’è il tuo portafogli, figliolo?».
Claude acchiappò i calzoni smessi ed estrasse dalla tasca un
quadrato di pelle. Suo padre lo prese e introdusse il pezzo di carta
tra le banconote. «Magari vuoi comprare qualche sciocchezza a tua
moglie» disse. «Qui ci sono i biglietti del treno? Ecco lo scontrino del
baule, l’ha riportato Dan. Non dimenticarti, l’ho messo qui con i
biglietti, l’ho segnato con le iniziali C.W., così non lo confondi con lo
scontrino di Enid».
«Sì, papà. Grazie, papà».
Claude aveva già ritirato dalla banca tutto il denaro che gli
occorreva. Con questo assegno supplementare suo padre
riconosceva di essere dispiaciuto per le sarcastiche osservazioni
fatte qualche giorno prima, quando aveva scoperto che Claude
aveva prenotato uno scompartimento riservato sull’espresso di
Denver. Claude aveva risposto seccamente che quando Enid e sua
madre andavano in Michigan, prendevano sempre uno
scompartimento riservato, e lui non avrebbe chiesto alla moglie di
viaggiare in modo meno confortevole ora che erano sposati.
Alle sette la famiglia Wheeler prese posto sulle due automobili
che erano presso il mulino a vento. Mr Wheeler guidava la grande
Cadillac e Ralph portò Dan e Mahailey nella Ford. Quando
arrivarono alla casa del mulino il cortile esterno era già nero di
macchine, e la veranda e i salotti pieni di gente che andava in giro
chiacchierando. Claude andò difilato al piano di sopra. Ralph
cominciò a far sedere gli ospiti, disponendo le sedie pieghevoli in
modo da lasciare un passaggio dai piedi della scala all’arco floreale
che aveva costruito la mattina. Il pastore teneva in mano la Bibbia e,
in piedi sotto la luce, stava cercando il capitolo. Enid avrebbe
preferito che il reverendo Weldon fosse venuto da Lincoln a
sposarla, ma questo avrebbe ferito profondamente il reverendo
Snowberry. Era il suo curato, dopotutto, anche se non aveva
l’eloquio e la forza di persuasione di Arthur Weldon. Aveva un
vocabolario più esiguo della maggior parte degli esseri umani, e
persino quelle poche parole non gli venivano facilmente. Sul pulpito
le cercava e vi si accaniva finché gocce di sudore gli rotolavano giù
dalla fronte e cadevano sulla barba ruvida e arruffata. Ma credeva in
quello che diceva, e non avendo una grande capacità di esprimersi
con le parole, non era mai tentato di dire più di quanto credesse. Era
stato tamburino nella guerra civile, dalla parte degli sconfitti, ed era
un uomo semplice e coraggioso.
Ralph aveva il doppio ruolo di testimone e cerimoniere. Gladys
Farmer non era tra le damigelle d’onore perché doveva suonare la
marcia nuziale.
Alle otto Enid e Claude scesero insieme le scale, guidati da Ralph
e seguiti da quattro ragazze vestite di bianco come la sposa.
Presero posto sotto l’arco, davanti al pastore. Questi iniziò con il
capitolo della Genesi che parla della creazione dell’uomo e della
costola di Adamo, leggendo faticosamente, come se non sapesse
perché aveva scelto quel passo e stesse cercando qualcosa che non
trovava. Gli occhiali a pince-nez gli cadevano di continuo sul libro
aperto. Durante quel prolungato armeggiare, Enid rimase calma,
guardandolo con rispetto, molto carina sotto il velo corto. Claude era
così pallido da sembrare innaturale – nessuno l’aveva mai visto così.
Il viso, tra l’abito nerissimo e i capelli biondicci e lisci, era bianco e
severo. Proferiva le risposte con voce cavernosa. Mahailey, in fondo
alla stanza, con il cappello nero ornato di uva spina verde, stava in
piedi per non perdere un solo particolare. Guardava il reverendo
Snowberry come se sperasse di cogliere un segno visibile del
miracolo che lui stava compiendo. Sempre si era chiesta come
facesse il pastore a trasformare la cosa più sconveniente del mondo
nella più sacra.
Quando la cerimonia ebbe termine, Enid andò di sopra a mettersi
i vestiti da viaggio, e Ralph e Gladys cominciarono a far sedere gli
ospiti a cena. Esattamente venti minuti dopo la sposa scese e prese
posto accanto a Claude, a capotavola. Gli ospiti si alzarono e
bevvero alla salute della sposa con un punch al succo d’uva. Ma Mr
Royce, quando gli ospiti non si erano ancora accomodati a tavola,
aveva condotto Mr Wheeler giù nella dispensa, e là i due vecchi
amici si erano bevuti un bicchiere di ottimo whisky del Kentucky
scambiandosi strette di mano. Quando tornarono a tavola,
ringalluzziti, il prete avvertì un forte odore di alcol e si sentì
trascurato. Guardò sconsolato nel proprio calice rossastro e pensò
alle nozze di Cana. Cercava di applicare la Sacra Scrittura alla vita
in modo letterale e, benché non osasse dirlo ad alta voce, non
riusciva a capire perché dovesse essere più virtuoso di Nostro
Signore.
Ralph, come maestro di cerimonie, conservò il suo sangue freddo
e non dimenticò nulla. Quando venne il momento di partire, toccò la
spalla di Claude, interrompendo così una delle migliori barzellette di
suo padre. Contrariamente alla tradizione, la coppia non sarebbe
stata accompagnata alla stazione, e si allontanò dalla tavola con un
cenno e un sorriso di saluto agli ospiti. Ralph li spinse nella
macchina dove aveva già sistemato il bagaglio a mano di Enid. Solo
la piccola e avvizzita Mrs Royce uscì alla chetichella dalla cucina per
dire addio agli sposi.
Quella sera dei ragazzacci venuti dalla città avevano cosparso di
cocci di vetro la strada per il mulino, poi si erano nascosti nei
cespugli di prugne selvatiche per godersi lo spettacolo. La macchina
di Ralph fu la prima a uscire e benché i fari rivelassero il luccichio di
quella distesa di vetri rotti non c’era tempo di fermarsi: la strada
aveva un fosso su entrambi i lati, così Ralph dovette tirare dritto e
arrivò a Frankfort con le gomme a terra. L’espresso fischiò proprio
mentre Ralph frenava davanti alla stazione. Lui e Claude presero i
quattro bagagli a mano e li sistemarono nel vagone letto. Lasciata lì
Enid con i bagagli, i due ragazzi andarono sulla piattaforma della
carrozza belvedere per chiacchierare fino all’ultimo. Ralph spuntò
sulle dita la lista di incombenze che aveva promesso a Claude di
eseguire. Il fratello lo ringraziò commosso. Sentiva che senza Ralph
non sarebbe mai riuscito a sposarsi. Non erano mai stati tanto amici
come in quelle due ultime settimane.
Le ruote cominciarono a girare. Ralph strinse la mano di Claude,
corse verso la parte anteriore del vagone e balzò a terra. Mentre
Claude lo superava con il treno, lui era lì a sventolare il fazzoletto –
una figura piuttosto buffa sotto le luci della stazione, con il suo abito
nero, il rigido cappello di paglia, le gambe tozze ben piantate e
l’incorreggibile aria baldanzosa.
Il treno scivolava quieto nella notte estiva, lungo la boscosa
vallata del fiume. Claude era solo nella carrozza belvedere, fumando
nervosamente un sigaro. Quando superarono la gola in cui il Lovely
Creek si immette nel fiume, vide balenare in lontananza le luci della
casa del mulino. L’aria notturna era immobile: satura del profumo del
meliloto che cresceva tra le rotaie e delle viti selvatiche umide di
rugiada. Il capotreno venne a chiedergli i biglietti dicendo con un
sorriso furbo che era venuto a cercare lui, non volendo disturbare la
signora.
Quando se ne fu andato, Claude guardò l’orologio, gettò via il
mozzicone del sigaro e tornò indietro attraversando i vagoni letto. I
viaggiatori erano andati a dormire; le luci venivano sempre
abbassate quando il treno lasciava la stazione di Frankfort. Si inoltrò
lungo i corridoi tra le tende verdi fluttuanti e bussò alla porta del suo
scompartimento. Si aprì uno spiraglio: Enid era lì in vestaglia di seta
bianca a balze, i capelli raccolti in due morbide trecce che le
arrivavano alle spalle.
«Claude» disse a voce bassa «ti dispiacerebbe trovarti una
cuccetta nel vagone? L’inserviente dice che non sono tutte occupate.
Non mi sento bene. Penso che la salsa sull’insalata di pollo fosse
troppo pesante».
Lui rispose macchinalmente: «Sì, certo. Ti porto qualcosa?».
«No, grazie. Il sonno mi farà meglio di qualsiasi altra cosa.
Buonanotte».
Chiuse la porta e lui sentì scorrere il paletto. Restò a guardare il
legno lucido della porta per qualche minuto, poi si voltò incerto e
tornò indietro lungo il corridoio fluttuante di tende verdi. Nella
carrozza belvedere si stese su due poltrone di vimini e accese un
altro sigaro. A mezzanotte arrivò l’inserviente.
«Questa carrozza chiude per la notte, signore. È lei il signore
dello scompartimento quattordici? Vuole una cuccetta?».
«No, grazie. C’è un vagone fumatori?».
«C’è la carrozza fumatori con i sedili, ma a quest’ora dev’essere
parecchio sporca».
«Non importa. È avanti?». Claude gli porse distrattamente una
moneta, e l’inserviente lo condusse in una carrozza lurida, con il
pavimento ingombro di giornali e mozziconi di sigaro, e i cuscini di
pelle grigi di polvere. Alcuni disperati erano buttati qua e là senza
scarpe, le bretelle penzoloni. La vista di quegli uomini ricordò a
Claude che il suo piede sinistro era molto infiammato, e che doveva
essere un po’ che le scarpe gli facevano male. Se le tolse e
appoggiò i piedi, con le calze di seta, sul sedile di fronte.
Durante quella lunga, scomoda, lurida corsa, Claude provò tante
sensazioni, ma quella predominante era la nostalgia di casa. La sua
era quel genere di ferita che spinge a volgersi con una specie di
dolente viltà alle cose antiche, familiari, certe come il levar del sole.
Ah, se quella pianura ricoperta di artemisia sulla quale splendevano
le stelle avesse potuto improvvisamente disgregarsi trasformandosi
nella sinuosa valle del Lovely Creek, con la casa di suo padre sulla
collina, buia e silenziosa nella notte d’estate. Se chiudeva gli occhi
Claude rivedeva la luce alla finestra di sua madre, e più giù il
bagliore della lampada di Mahailey, che sedeva a rammendare le
sue vecchie camicie, tentennando il capo. L’amore degli essere
umani era una cosa meravigliosa, diceva tra sé, soprattutto quando
era disinteressato.
Al mattino la tempesta di rabbia, delusione e umiliazione che gli
ribolliva dentro quando si era seduto nella carrozza belvedere, si era
placata. Una cosa non aveva dimentato: il tono della voce di sua
moglie quando l’aveva mandato via, straordinariamente incurante,
indifferente, distaccato. Il tono piatto con il quale la gente fa
osservazioni banali riguardo cose banali.
Il giorno spuntò con il suo splendore d’argento sulla prateria. Il
cielo si fece rosa, la sabbia dorata. Attraverso i finestrini, la brezza
dell’aurora recava l’acre profumo dell’artemisia: un odore
particolarmente stimolante di primo mattino, quando sembra sempre
promettere la libertà… grandi spazi, nuovi inizi, giorni migliori.
Il treno arrivava a Denver alle otto. Esattamente alle sette e
mezzo Claude bussò alla porta di Enid – questa volta con fermezza.
Era vestita, e lo salutò con un fresco viso sorridente, tenendo il
cappello in mano.
«Ti senti meglio?» le chiese.
«Oh, sì! Sto benissimo questa mattina. Ti ho messo fuori le tue
cose, lì sul sedile».
Lui le guardò. «Grazie, ma temo che non avrò il tempo di
cambiarmi».
«Davvero? Mi dispiace tanto di aver dimenticato di darti la borsa
ieri sera. Ma devi almeno cambiarti la cravatta. Così hai troppo l’aria
di uno sposo».
«Veramente?» domandò con una smorfia quasi impercettibile
delle labbra.
Tutto quanto gli occorreva era stato sistemato ordinatamente sul
sedile di tessuto; camicia, colletto, cravatta, spazzola, persino un
fazzoletto. Quelli che aveva nelle tasche erano diventati neri a forza
di tirar via la cenere che era entrata dai finestrini per tutta la notte, e
li buttò a terra. Prendendo quello pulito, si accorse che recava una
chiazza bagnata, e mentre lo spiegava riconobbe il profumo di una
colonia che Enid adoperava spesso. Per qualche ragione, questa
attenzione lo disarmò. Sentì che le lacrime gli bruciavano gli occhi e
per nasconderle si chinò sul catino di metallo e prese a lavarsi la
faccia. Enid gli stava dietro, aggiustandosi il cappello allo specchio.
«Odori terribilmente di fumo, Claude. Spero che non abbia
l’abitudine di fumare prima di colazione!».
«No. Per un po’ sono stato in uno scompartimento fumatori.
Suppongo che mi si siano impregnati i vestiti».
«Sei anche ricoperto di polvere e cenere!». Prese dalla rete
portabagagli la spazzola dei vestiti e cominciò a spolverargli l’abito.
Claude le afferrò la mano. «Ti prego, no» disse brusco. «Posso
farlo fare all’inserviente».
Enid lo guardò di sottecchi mentre lui chiudeva la valigia,
assicurandola con le cinghie. Aveva spesso sentito dire che prima di
colazione gli uomini sono di cattivo umore.
«Certa di non aver dimenticato niente?» le domandò prima di
chiudere la valigia di lei.
«Sì. Non perdo mai niente in treno – e tu?».
«Qualche volta» rispose prudente, senza sollevare lo sguardo,
mentre faceva scattare la chiusura.
LIBRO III
L’ALBA SULLA PRATERIA
I

Claude doveva riprendere a coltivare la terra insieme al padre, e


tornato dal viaggio di nozze si mise subito al lavoro. Il raccolto era
abbondante quasi come l’estate precedente, e Claude lavorava nei
campi sei giorni alla settimana.
Un pomeriggio di agosto rientrò con la pariglia e, dopo aver
abbeverato e fatto mangiare i cavalli senza fretta, entrò in casa dalla
porta posteriore. Sapeva che Enid non c’era. Era andata a Frankfort
per una riunione della Anti-Saloon League. Quell’estate il partito
proibizionista si stava dando da fare in Nebraska, certo di far
passare una legge che avrebbe reso illegale l’alcol l’anno
successivo, cosa che gli riuscì trionfalmente.
La cucina di Enid, illuminata dal sole pomeridiano, splendeva di
vernice, linoleum immacolato, pentole bianche e blu. In sala da
pranzo la tovaglia era stesa sulla tavola, apparecchiata
ordinatamente per una persona. Claude aprì la ghiacciaia dove era
stata riposta la sua cena: un piatto di salmone in scatola con
besciamella, uova sode sgusciate su un nido di foglie di lattuga, una
scodella di pomodori maturi, un po’ di budino di riso freddo, panna e
burro. Mise queste cose sulla tavola, tagliò del pane, e dopo essersi
sommariamente lavato viso e mani sedette a mangiare in camicia da
lavoro. Appoggiò il giornale contro una caraffa di vetro rosso e
mentre cenava lesse le notizie di guerra. Si irritò nel sentire dei passi
pesanti che si avvicinavano. Leonard Dawson fece capolino alla
porta della cucina e Claude si alzò in fretta e allungò la mano sul
cappello, ma Leonard entrò, senza chiedere permesso, e si mise
seduto a tavola. La sua camicia marrone era bagnata nel punto in
cui le bretelle aderivano alle spalle, e il viso, sotto il cappello di
paglia che Leonard non si era tolto, era non rasato e striato di
polvere.
«Finisci di cenare» esclamò. «Avere una moglie con la macchina
è quasi come non averla. Quanto gli piace andarsene in giro! Sono
stato bene attento che Susie non imparasse a guidare. Senti un po’,
Claude, quando pensi di potermi dare la trebbiatrice? Tra un po’ il
grano mi comincerà a germogliare nei covoni. Pensi che tuo padre
sarebbe disposto a lavorare domenica, con il mio aiuto, per liberare
la macchina un giorno prima?».
«Ho paura di no. Mamma non vorrebbe. Non l’abbiamo mai fatto,
neanche quando eravamo pieni di grano fino al collo».
«Beh, penso che andrò alla fattoria e mi farò una chiacchierata
con tua madre. Se desse un’occhiata ai miei covoni, forse si
convincerebbe che è un po’ come la storia del bue del vicino che
cade nel pozzo di sabato».
«Buona idea. Mamma è sempre ragionevole».
Leonard si alzò. «Che notizie ci sono?».
«I tedeschi hanno silurato un transatlantico inglese, l’Arabie, che
stava venendo qui, tra l’altro».
«Bene» commentò Leonard. «Ora forse gli americani se ne
staranno a casa, e penseranno ai fatti loro. Me ne infischio se si
fanno a pezzi da quelle parti! Per me possono sparire dalla carta
geografica, uno e l’altro».
«I tuoi nonni non erano inglesi?».
«Storia vecchia. Sì, mia nonna portava la cuffietta e i riccioli
bianchi; io dico sempre a Susie che non mi dispiacerebbe se la
bambina ereditasse la pelle della nonna. Aveva il più bell’incarnato
che abbia mai visto».
Appena uscirono dalla porta posteriore, una frotta di polli bianchi
dalla cresta rossa corse loro incontro pigolando. Era l’ora in cui
ricevevano il cibo. Leonard si fermò ad ammirarli. «Hai delle belle
galline. Mi sono sempre piaciute le livornesi. Dove sono i galli?».
«Ne abbiamo solo uno, è chiuso nel pollaio. Le chiocce stanno
covando. Enid sta cercando di allevare pollastrelli per
quest’inverno».
«Un gallo solo? E posso sapere come fanno queste galline?».
Claude rise. «Fanno le uova lo stesso, anzi meglio. Sono le uova
fecondate che vanno a male con il caldo».
Questa informazione sembrò innervosire Leonard. «Mai sentita
un’idiozia simile» disse con tono aggressivo. «Io allevo i polli con i
metodi naturali, altrimenti non li allevo per niente». Saltò in macchina
per paura di dire di più.
Quando arrivò a casa, sua moglie stava mettendo in tavola e la
bambina giocava con un sonaglio nella carrozzina lì accanto. Sporco
e sudato com’era, Leonard tirò su la piccola e prese a baciarla e
annusarla, strofinando il mento ispido contro le morbide pieghe del
collo. La bambina era fuori di sé dalla felicità.
«Va’ a lavarti prima di cena, Leonard» disse Susie dai fornelli. Lui
rimise giù la figlia e cominciò a sciacquarsi nel catino di stagno,
parlando con gli occhi chiusi.
«Susie, sono andato su tutte le furie. Non posso sopportare quella
maledetta moglie di Claude».
Lei stava tirando su dal pentolone di ferro le pannocchie messe
ad arrostire, e lo guardò attraverso il vapore. «Come, l’hai vista?
Stamattina al telefono l’ho sentita dire a Bayliss che sarebbe stata in
città fino a tardi».
«Certo! Se n’è andata in città, e lui se ne sta lì da solo a mangiare
una cena fredda. Quella donna è un’invasata. Non le basta di fare la
proibizionista con gli esseri umani, ora ha cominciato anche con le
galline». Mentre disponeva le sedie e avvicinava la carrozzina al
tavolo, Leonard spiegò alla moglie i metodi di allevamento di Enid.
Susie disse che non ci vedeva niente di male.
«Sii sincera, Susie, hai mai saputo che le galline fanno le uova
senza il gallo?».
«No, non lo sapevo, ma sono stata tirata su all’antica. Enid ha
manuali per il pollaio, manuali per il giardino, e altre cose del genere,
e non dubito che ci trovi delle buone idee. In ogni modo stai attento.
Abita qui vicino a noi e non voglio avere guai con lei».
«Allora devo evitarla. Ma se si mette a fare la missionaria coi
nostri polli le dico in faccia quello che il marito è troppo timido per
dirle. Secondo me l’ha messo sotto quel ragazzo».
«Len, lo sai benissimo che non baderà ai tuoi polli, perciò stai
calmo. Però è come se Claude evitasse la gente» ammise Susie,
riempiendo per la seconda volta il piatto a suo marito. «La moglie di
Joe Havel dice che Ernest non va più da Claude. Pare che Enid sia
andata da loro e voleva che Ernest incollasse ai muri del granaio dei
manifesti proibizionisti che parlavano di quindici milioni di alcolizzati,
per dare l’esempio ai boemi. Ernest non ha voluto e le ha detto che
avrebbe votato a favore dei saloon ed Enid ha reagito male, ha detto
Mrs Havel. Peccato, quei due erano così amici. Mi piaceva vederli
assieme». Susie parlava con tanta bontà che suo marito le lanciò
un’occhiata di timido affetto.
«Pensi che Claude abbia gradito avere per ospite quel reverendo,
quando erano sposati sì e no da due mesi? Stava tutto il giorno in
veranda, in cravatta bianca, mentre Claude era a mietere il grano!».
«Beh, almeno Claude avrà mangiato un po’ di più quando Fratello
Weldon era da loro. Ai reverendi non piace stare attenti alle calorie,
o come diamine le chiama Enid» disse Susie che cercava sempre di
vedere il lato positivo. «La moglie di Claude tiene la cucina che è
una meraviglia, ma sarei capace anch’io, se non cucinassi mai come
lei».
Leonard le lanciò uno sguardo significativo. «Non penso che ti
piacerebbe vivere con un uomo che si fa sfamare con la roba in
scatola».
«No, credo di no». Gli spinse accanto la carrozzina. «Prendila su,
papà. Vuole giocare con te».
Leonard si mise in spalla la piccola e la portò a vedere i maiali.
Susie continuò a ridere tra sé mentre sparecchiava la tavola e
lavava i piatti: era molto divertita da quello che le aveva detto il
marito.
Quella sera tardi, mentre andava verso la stalla per vedere che
fosse tutto a posto prima di mettersi a letto, Leonard notò qualcosa
di nero che si muoveva circospetto sulla strada maestra nel chiarore
della luna, mentre una scintilla rossa gli sfavillava dietro. Chiamò
Susie alla porta.
«Guarda, eccola là: torna a casa per riferire a Claude il risultato
della riunione».
«Ma Leonard, se a Claude piace…».
«Piace?» Leonard raddrizzò la sua grossa mole. «Che può farci,
poveraccio? È fregato!».
II

Quando Leonard se ne era andato, Claude aveva sgombrato gli


avanzi della cena e innaffiato la zucca rampicante prima di andare a
mungere. Non era una pianta ornamentale, ma una vera e propria
zucca estiva, della varietà arancione, bitorzoluta, a forma di uncino,
e ora era piena di frutti maturi che pendevano dai gambi forti, tra le
ruvide foglie verdi e i viticci spinosi. Claude aveva assistito alla
rapida crescita della pianta, allo sbocciare dei fiori gialli marezzati,
ed era grato a una cosa che con tanto vigore faceva ciò che era
chiamata a fare. Provava lo stesso sentimento per la piccola mucca
di razza Jersey, che tornava a casa ogni sera con le mammelle
gonfie e donava il latte volentieri, senza colpirlo in faccia con la
coda, come solo una mucca bendisposta sa fare.
Finito di mungere, sedette nella veranda davanti e si accese un
sigaro. Mentre fumava non pensava a nulla se non alla quiete e al
lento rinfrescare dell’aria e a quanto fosse bello starsene lì immobile.
La luna galleggiava sui nudi campi di grano, grande e magica, come
un enorme fiore. Poi Claude prese qualche telo da bagno, attraversò
il cortile, raggiunse il mulino a vento, si tolse i vestiti e si calò
nell’abbeveratoio dei cavalli. L’acqua era stata scaldata dal sole per
tutto il pomeriggio ed era poco più fresca del suo corpo. Si distese
nell’acqua, e appoggiando la testa al bordo di metallo, restò sdraiato
guardando la luna. Il cielo era blu, come acqua azzurra profonda,
calda, e la luna sembrava una ninfea, sospinta da invisibili correnti.
Pareva quasi che i suoi grandi petali stessero per schiudersi.
Per qualche ragione, Claude si mise a pensare ai tempi e ai paesi
remoti sui quali lei aveva sparso il proprio chiarore. Non pensava
mai che il sole provenisse da terre lontane, né che avesse preso
parte alla vita umana in altre età. Per lui il sole ruotava intorno ai
campi di grano. Ma la luna, in qualche modo, proveniva dal passato
della Storia e gli faceva pensare all’Egitto e ai Faraoni, a Babilonia e
ai giardini pensili. La luna aveva contemplato le follie e la
disperazione dell’uomo: nelle stanze degli schiavi nei tempi più
remoti, attraverso le finestre dei carceri e nelle fortezze dove
languivano i prigionieri.
Anche dentro i vivi, languivano prigionieri. Sì, dentro persone che
camminavano e lavoravano nel sole, c’erano prigionieri che vivevano
nelle tenebre – invisibili dalla nascita alla morte. In quelle prigioni
splendeva la luna, e i prigionieri si trascinavano alle finestre e
guardavano con occhi dolenti il bianco globo che non tradiva segreti
e tutto comprendeva. Forse perfino nelle persone come Mrs Royce e
suo fratello Bayliss c’era qualcosa del genere – ma questo pensiero
lo faceva rabbrividire. Lo scacciò con un improvviso gesto della
mano nell’acqua che, smossa, colse la luce e guizzò nera e oro,
come una cosa viva, sopra il suo petto. In sua madre lo spirito
prigioniero era quasi più presente agli altri del suo io corporeo.
L’aveva tante volte percepito, mentre sedeva con lei in notti d’estate
come questa. Anche Mahailey ne aveva uno, anche se le mura della
sua prigione erano molto spesse – e Gladys Farmer. Oh sì, quante
cose aveva da raccontare Gladys a quella perfetta confidente! Le
persone dal cuore elevato avevano bisogno di questo contatto– le
persone il cui desiderio era talmente meraviglioso che non c’erano
esperienze al mondo capaci di soddisfarlo. E questi figli della luna,
con i loro desideri inappagati, i loro sogni vani, erano una razza più
bella dei figli del sole. Questa idea inondò il cuore del giovane come
se la luna fosse sorta un’altra volta, fluì attraverso di lui indefinita e
forte, mentre lui giaceva immobile, come morto, per paura di
perderla.
Finalmente il cubico oggetto nero che aveva colpito lo sguardo
adirato di Leonard Dawson si avvicinò lungo la strada maestra.
Claude afferrò vestiti e asciugamani e senza perdere tempo si mise
a correre, un uomo bianco attraverso una nuda aia bianca. Entrato in
casa, trovò la vestaglia e andò di corsa sulla terrazza sopra la
veranda, dove si stese sull’amaca. Dopo un po’ si sentì chiamare, il
suo nome pronunciato con la “o” aperta. Sua moglie venne su per le
scale e lo guardò dalla soglia. Lui rimase immobile, a occhi chiusi.
Lei se ne andò. Quando tutto fu di nuovo quieto, contemplò la
campagna silenziosa, e la luna nello scuro cielo indaco. La sua
rivelazione ancora lo possedeva, e il suo corpo ne vibrava, come un
arco teso. Al mattino aveva dimenticato, o si vergognava di quello
che gli era sembrato così vero e così interamente suo la notte prima.
Convenne, in fin dei conti, che fosse meglio non pensare a cose
simili e per quanto poteva evitò di pensare.
III

Quando il faticoso lavoro della mietitura fu terminato, spesso Mrs


Wheeler convinceva il marito, mentre stava uscendo con il suo
carretto, a portarla fino alla casa nuova di Claude. La rallegrò
constatare che Enid non teneva al buio il suo salotto, come faceva
Mrs Royce. Porte e finestre erano sempre aperte, i rampicanti e le
alte petunie alle finestre ondeggiavano alla brezza, e le stanze erano
soleggiate e perfettamente in ordine. Enid indossava abiti bianchi
nelle faccende domestiche, scarpe e calze bianche. Governava la
casa disinvolta e metodica. Il lunedì mattina, Claude accendeva la
lavatrice prima di andare al lavoro, e alle nove i panni erano sulla
corda ad asciugare. A Enid piaceva stirare e in vita sua Claude non
si era mai cambiato tanto spesso la camicia, né era mai stato tanto
soddisfatto. Lei gli diceva che era inutile risparmiare le camicie da
lavoro, che stirarne sei o tre era lo stesso.
Anche se in pochi mesi la macchina di Enid aveva percorso più di
duemila miglia per la causa del proibizionismo, non si poteva dire
che lei trascurasse la casa per la riforma. Se trascurasse il marito,
dipendeva dall’idea che ciascuno ha di ciò che è dovuto a un marito.
Quando Mrs Wheeler si rese conto di quanto fosse ben organizzata
la casa, di come Enid fosse allegra e affascinante quando riceveva
occasionali visitatori, si stupì che Claude non fosse felice. Lo stesso
Claude si stupiva. Se per qualche aspetto il matrimonio l’aveva
deluso, pazienza, doveva essere un uomo, e trarne il meglio che
poteva. Se sua moglie non lo amava, la ragione era che l’amore
significava una cosa per lui e una completamente diversa per lei. Lei
era orgogliosa di lui, era contenta di vederlo tornare dai campi e si
preoccupava del suo benessere. Tutto quello che riguardava il
rapporto sessuale disgustava Enid: qualcosa di inflitto alle donne,
come i dolori del parto – per il peccato di Eva, probabilmente.
Questa ripugnanza era più che fisica: detestava ogni forma di
ardore, perfino quello religioso. Ora Claude le piaceva meno di
quanto le fosse piaciuto prima del matrimonio, ma sperava che tutto
si sarebbe aggiustato. Forse un giorno le sarebbe piaciuto di nuovo,
nello stesso identico modo. Persino Fratello Weldon le aveva
consigliato, per la loro tranquillità futura, di essere indulgente con il
giovane. E lei pensava di essere stata indulgente. Non riusciva a
comprendere i disperati silenzi di lui, i commenti aspri, sarcastici che
lasciava cadere a volte, o il suo evidente fastidio quando lo
raggiungeva nel bosco dove lui era sdraiato pigramente nell’erba
alta, la domenica pomeriggio.
Claude se ne stava lì a guardare le nuvole, e diceva a se stesso:
“Per me è la fine di tutto”. Ce ne dovevano essere stati di mariti
infelici come lui, e si chiedeva come avessero fatto a sopportare per
tutta la vita. Si era comportato bene, perché era un idealista: aveva
sperato ardentemente di trovare una meravigliosa felicità d’amore, e
di meritarsela. Non si era mai sognato che potesse essere altrimenti.
Qualche volta, quando andava nei campi nelle splendenti
mattinate estive, gli sembrava che la natura, non solo sorridesse, ma
ridesse apertamente di lui. Soffriva nell’orgoglio, ma ancora di più
nei suoi ideali, nel suo vago sentire ciò che era bello. Enid aveva il
potere di rendergli odiosa la vita senza neanche accorgersene. In
quei momenti, Claude odiava se stesso perché accettava la riluttante
ospitalità di lei. Stava tradendo qualcosa di sé.
Fisicamente Enid lo attraeva ancora. Si chiedeva perché in lei non
vi fosse alcuna sensibilità fisica che corrispondesse alla naturale
grazia e agilità dei movimenti, agli atteggiamenti dolci, quasi
languidi, del suo corpo, nei quali a volte la sorprendeva. Quando
tornava a casa dal lavoro e la trovava seduta nella veranda,
appoggiata a una colonna, le mani incrociate attorno alle ginocchia,
la testa un po’ china, faticava a credere alla rigidità che lei gli
opponeva tutti i momenti. C’era in lui qualcosa di repellente? Era
colpa sua, allora?
Enid era più condiscendente con suo padre che con chiunque
altro. Mr Wheeler passava a salutarla quasi ogni giorno e la portava
addirittura a spasso con il suo vecchio carretto. Di tanto in tanto
Bayliss veniva dalla città a passare la serata. Le cene vegetariane di
Enid lo soddisfacevano, e dato che lavoravano insieme nella
campagna proibizionista, avevano sempre da discutere della loro
attività. Bayliss aveva un pregiudizio nei confronti dell’alcol dettato
da ragioni igieniche e sociali, ma lo detestava più per il godimento
che dava che per il male che faceva. Claude si rifiutava
sistematicamente di prendere parte alle attività a favore della Anti-
Saloon League, e di distribuire quella che Bayliss ed Enid
chiamavano “la nostra letteratura”.
Nelle cittadine agricole il termine “letteratura” era applicato
unicamente a un particolare genere di stampati: c’era la letteratura
proibizionista, quella per l’igiene sessuale, e durante il flagello di
un’epidemia del bestiame c’era stata la letteratura sull’afta
epizootica. Il particolare impiego della parola non irritava Claude, ma
sua madre, essendo un’insegnante all’antica, se ne lamentava.
Enid non capiva l’indifferenza del marito verso una questione
tanto scottante, e non poteva che attribuirla all’influenza di Ernest
Havel. A volte gli chiedeva di accompagnarla a una delle sue riunioni
del comitato. Se era domenica, lui diceva che era stanco e voleva
leggere il giornale; se era un giorno feriale, aveva qualcosa da
sbrigare alle stalle, o doveva ripulire il bosco. In realtà segò qualche
ramo secco e abbatté un albero colpito dal fulmine. Più di questo
non avrebbe consentito né a sé né ad altri di fare, nel bosco:
sarebbe morto per difenderlo.
Il bosco era il suo rifugio. Tra l’erba delle radure cinte dalle mura
frondose dei frassini che si andavano ingiallendo, si sentiva come se
non fosse sposato, e libero: libero di fumare quanto gli pareva e di
leggere e di sognare. Qualcuno di quei sogni avrebbe ghiacciato il
sangue della sua giovane moglie – e qualche altro avrebbe sciolto di
compassione il cuore di sua madre. Stare disteso nel sole caldo e
guardare su all’azzurro immacolato del cielo autunnale, ascoltare il
secco fruscio delle foglie che cadevano e il suono degli spavaldi
scoiattoli che saltavano di ramo in ramo; stare disteso così e lasciare
che la fantasia giocasse con la vita – era il meglio che potesse fare. I
suoi pensieri, si diceva, erano suoi. Non era più un bambino. Andava
nel bosco per incontrare un giovane uomo più esperto e interessante
di lui, che non si era legato le mani con i compromessi.
IV

Dalla sua finestra al piano di sopra, Mrs Wheeler scorgeva Claude


che andava su e giù nei campi a occidente, seminando il grano. Si
sentiva sola per lui. Claude non veniva a casa quanto avrebbe
potuto, e lei cominciava a domandarsi se non fosse una di quelle
persone sempre insoddisfatte; ma quali che fossero le sue delusioni,
Claude le teneva chiuse in petto. Le lezioni della vita andavano
imparate. Ciononostante la rattristava vederlo così posato e
indifferente a ventitré anni.
Dopo averlo osservato dalla finestra qualche istante, andò al
telefono e chiamò Enid per domandarle se non le dispiaceva che
Claude si trattenesse a pranzo da lei. «Mahailey e io ci sentiamo
sole quando Mr Wheeler è via» aggiunse.
«Ma no, mamma Wheeler, naturalmente no» rispose Enid, allegra
come sempre. «Hai qualcuno da te per mandarglielo a dire?».
«Pensavo di andarci io stessa, Enid. Non è faticoso, se me la
prendo comoda».
Mrs Wheeler si mise in cammino un po’ prima di mezzogiorno e si
fermò al torrente per riposare prima di arrampicarsi su per la collina.
Al margine del campo si sedette contro una scarpata ricoperta di
erba e aspettò fino a che i cavalli arrivarono arrancando lungo i
solchi. Claude la vide e tirò le redini.
«Qualcosa che non va, mamma?» gridò.
«Oh, no! Ti porto a casa a pranzare con me, tutto qui. Ho
telefonato a Enid».
Lui staccò la pariglia e con la madre si incamminò giù per la
collina, camminando dietro ai cavalli. Anche se da tempo non
restavano soli così, lei pensò che era meglio parlare di cose
impersonali.
«Ricordami di darti un articolo sull’esecuzione di quell’infermiera
inglese».
«Edith Cavell? Ho letto qualcosa su di lei» rispose con
indifferenza. «Non c’è da sorprendersi. Se hanno potuto affondare il
Lusitania possono fucilare un’infermiera inglese, è chiaro».
«Eppure mi pare una cosa diversa» mormorò sua madre. «È
come quando hanno impiccato John Brown. Mi meraviglio che
abbiano trovato soldati per eseguire la condanna».
«Oh, penso che ne abbiano un mucchio di soldati così!».
Mrs Wheeler sollevò lo sguardo su di lui. «Non vedo come
potremo starne fuori ancora per molto, vero? Suppongo che il nostro
esercito sarebbe una goccia nel mare, sempre che riusciamo a
mandarlo laggiù. Ci dicono che siamo più utili con l’agricoltura e
l’industria, che non entrando in guerra. Spero che non siano
chiacchiere da campagna elettorale. Diffido dei democratici».
Claude rise. «Ma no, mamma, credo che non c’entrino i partiti».
Lei scosse il capo. «Non ho ancora mai visto una questione
pubblica in cui non c’entrasse la politica dei partiti. Insomma, non
possiamo che fare il nostro dovere così come ci si presenta, e avere
fede. Con questo campo hai finito i lavori autunnali?».
«Sì, ora avrò il tempo di fare qualche lavoretto per la casa. Voglio
costruire una bella ghiacciaia, così quest’inverno avrò il mio
ghiaccio».
«Pensavi di andare qualche giorno a Lincoln?».
«Non credo».
Mrs Wheeler sospirò. Quel tono voleva dire che lui aveva voltato
le spalle ai piaceri di un tempo, agli amici di un tempo.
«Tu ed Enid avete preso i biglietti per quella serie di conferenze a
Frankfort?».
«Penso di sì, mamma» rispose lui un po’ impaziente. «Le ho detto
di pensarci quando capitava in città».
«Naturalmente» insistette la madre «i programmi non sono tutti
validi, ma dobbiamo appoggiarli e trarne il meglio che possiamo».
Lui sapeva, e sua madre anche, che non era molto bravo in
questo. I cavalli si fermarono all’abbeveratoio. «Non aspettarmi, ti
raggiungo tra un attimo». Vedendo il viso abbattuto della madre,
sorrise. «Non ti preoccupare, mamma, me ne accorgo sempre
quando me la vuoi dare a bere. Uno di noi due dev’essere molto
abile per imbrogliare l’altro».
Lei lo guardò sorpresa, con quel sorriso che le faceva quasi
scomparire gli occhi. «Credevo di esserlo stata!».
Era un conforto, rifletteva mentre risaliva in fretta la collina,
riaverlo vicino, anche solo avere la sua attenzione.
Mentre Claude si lavava prima di pranzo, Mahailey gli si avvicinò
con una pagina di vignette umoristiche presa da un giornale che
illustrava la brutalità dei tedeschi. Per lei erano tutte fotografie – non
concepiva altro modo di creare un’immagine.
«Mr Claude» domandò «come mai questi tedeschi sono così
brutti? Gli Yoeder e gli altri tedeschi qua attorno non sono brutti».
Claude la liquidò con fare indulgente. «Forse sono i brutti che
fanno la guerra e quelli che restano a casa sono belli, come i nostri
vicini».
«E allora perché non fanno stare a casa i loro soldati, invece di
mandarli in giro a spaccare le cose degli altri e a buttare fuori di casa
la gente?» borbottò indignata. «Dicono che l’inverno scorso sono
nati dei bambini in mezzo alla neve, e le madri non avevano né
fuoco né niente. No, Mr Claude, nella guerra da noi non è stato così:
i soldati non facevano niente alle donne e ai bambini. Tante volte
abbiamo avuto la casa piena di nordisti, e mai che hanno rotto una
porcellana di mia madre».
«Me lo racconti un’altra volta, Mahailey. Devo pranzare e
rimettermi al lavoro. Se non seminiamo il grano, la gente che sta
laggiù non avrà niente da mangiare».
I giornali illustrati avevano un grande significato per Mahailey
perché aveva un vago ricordo della guerra civile. Mentre studiava
attentamente le fotografie di accampamenti, campi di battaglia e
villaggi devastati, le tornavano alla mente i ricordi: le compagnie di
fanti dell’Unione coperti di polvere che si fermavano a bere l’acqua
gelata della sorgente che era accanto alla casa di sua madre. Li
aveva visti levarsi gli stivali e sciacquarsi i piedi insanguinati
nell’abbeveratoio. Sua madre aveva regalato una camicia pulita a un
ragazzo divorato dai pidocchi, e lei non aveva mai dimenticato quella
schiena, “sanguinolenta come manzo crudo”. Cinque suoi fratelli
avevano combattuto nell’esercito confederato. Quando uno era
rimasto ferito nella seconda battaglia di Bull Run, la madre aveva
preso in prestito un carro e i cavalli, e aveva fatto un viaggio di tre
giorni fino all’ospedale da campo per riportare il ragazzo a casa tra
le montagne. Mahailey ricordava le sorelle maggiori che si
avvicendavano giorno e notte per versare sulla gamba in cancrena
l’acqua gelida della fonte. Nel vicinato non erano rimasti dottori, e
siccome nessuno era in grado di amputargli la gamba, il ragazzo era
morto a poco a poco.
Mahailey era la sola persona nella famiglia Wheeler che avesse
visto la guerra con i propri occhi, e sentiva che questo le dava una
netta superiorità.
V

Claude era sposato da un anno e mezzo. Una mattina di dicembre


ricevette un messaggio telefonico del suocero che gli chiedeva di
correre subito a Frankfort. Trovò Mr Royce sprofondato sulla sedia
dietro la scrivania, che fumava come sempre, con una serie di lettere
davanti dall’aspetto forestiero. Mentre Mr Royce le toglieva dalle
buste e selezionava i fogli, Claude si accorse di quanto fossero
diventate malferme le sue mani.
Una lettera, dal capo del personale medico della scuola
missionaria dove insegnava Caroline Royce, informava Mr Royce
che sua figlia era ricoverata nell’ospedale della missione,
gravemente ammalata. Doveva essere trasportata in una regione più
salubre per riposarsi e curarsi e non sarebbe stata in grado di
tornare ai suoi compiti per un anno e più. Se un membro della
famiglia fosse potuto venire ad assisterla, avrebbe sollevato le
autorità scolastiche da una grave preoccupazione. C’era pure una
lettera di una collega della ragazza, e anche una piuttosto incoerente
della stessa Caroline. Quando Claude ebbe finito di leggere, Mr
Royce gli spinse davanti una scatola di sigari, e cominciò a parlare in
tono abbattuto dei missionari.
«Potrei andarci io» si lamentava «ma a che servirebbe? Non sono
d’accordo con le sue idee, e la metterei in agitazione. Come vedi ha
deciso di non tornare a casa. Non credo sia giusto che un popolo
cerchi d’imporre il suo modo di vivere o la sua religione a un altro.
Non sono quel tipo di persona». Stava seduto guardandosi il sigaro
tra le mani. Dopo una lunga pausa esplose: «Mi hanno rotto la testa
con questa Cina… Mi pare un po’ lontana per andare a cercare guai,
no? L’uomo non ha un grande controllo della propria vita, Claude. Se
non è la malattia o la povertà a tormentarlo, allora è un nome sulla
carta geografica. Me la sarei passata proprio bene, non fosse stato
per la Cina e qualche altra cosa…. Se Carrie avesse dovuto
insegnare per comprarsi i vestiti e aiutarmi a pagare le cambiali,
come le figlie del vecchio Harrison, molto probabilmente sarebbe
rimasta a casa. C’è sempre qualcosa. Non so se mostrare queste
lettere a Enid».
«Oh, lo deve sapere, Mr Royce. Se Enid ritiene di dover andare
da Carrie, non sarebbe giusto che io interferissi».
Mr Royce scosse la testa. «Non so, non mi pare giusto che la
Cina debba pesare anche su di te».
Quando tornò a casa, Claude porse le lettere a Enid dicendo:
«Tuo padre è molto turbato da queste lettere. Non mi è mai parso
tanto vecchio come oggi».
Enid ne analizzò il contenuto, seduta alla sua piccola, ordinata
scrivania, mentre Claude fingeva di leggere il giornale.
«Mi pare chiaro che tocca a me andare» disse quando ebbe finito.
«Pensi che sia necessario che qualcuno vada? A me non pare».
«Farebbe un’impressione molto strana se nessuno di noi
andasse» replicò Enid vivacemente.
«In che senso, un’impressione strana?».
«Ma come, i suoi colleghi penserebbero che ha una famiglia priva
di sentimenti».
«Ah, se è per questo!» disse Claude con un sorriso amaro, e
riprese il giornale. «Mi domando che impressione farà alla gente di
qua vederti andare via abbandonando tuo marito».
«Che meschinità, Claude!». Enid si alzò bruscamente, poi esitò,
confusa. «La gente qua mi conosce abbastanza da capire. Come se
da tua madre non potessi stare perfettamente a tuo agio, poi». Lui
non alzò gli occhi dal giornale, e lei andò in cucina.
Claude restò immobile ascoltando i rapidi movimenti di Enid
mentre accendeva il fornello per preparare la cena. La luce nella
stanza si fece più grigia. Con l’avanzare della sera, i campi si
confusero l’uno nell’altro. I giovani alberi del giardino si curvavano e
ondeggiavano sferzati dal vento del nord. Aveva spesso pensato con
orgoglio che l’inverno moriva sulla soglia di casa sua: dentro non
c’erano corridoi pieni di spifferi, né angoli freddi. Era il loro secondo
anno qui. Mentre guidava verso casa, il pensiero di liberarsi per un
lungo periodo di quella casa gli aveva procurato una piacevole
eccitazione; ma ora non voleva lasciarla. Qualcosa si intenerì dentro
di lui. Si chiedeva se non potessero tentare ancora, se non
potessero far andare meglio le cose. Enid cantava in cucina con
voce sommessa, quasi malinconica. Lui si alzò per andare a
prendere la giacca e il secchio per mungere. Passando accanto alla
moglie, vicino alla finestra, si fermò e le mise un braccio intorno con
aria interrogativa.
Lei alzò lo sguardo. «Bene, ci hai ripensato, vero? Ne ero certa.
Santo cielo, quanto puzza questa giacca, Claude! Devo scovartene
un’altra».
Claude conosceva quel tono. Enid non metteva mai in dubbio la
giustezza delle proprie decisioni. Quando si metteva in testa una
cosa, non c’era modo di distoglierla. Si avviò verso la stalla con le
mani ficcate nelle tasche dei calzoni, il secchiello lucente appeso al
braccio. Tentare ancora – cosa c’era da tentare? Insulsaggini,
grettezza, falsità…. Quella vita lo soffocava, e lui non aveva il
coraggio di abbandonarla. Se ne andasse! Se ne andasse quando
vuole! Che mondo rivoltante! O era rivoltante solo per lui? Ogni cosa
che toccava andava a finire male – era sempre stato così.
Quando si sedettero a cena nella sala sul retro un’ora dopo, Enid
aveva un’aria spossata, come se questa volta decidere le fosse
costato qualcosa. «Penso che trascorrerai un inverno tranquillo da
tua madre» cominciò allegra. «Avrai molto meno da fare di qui. Non
c’è bisogno di portare via cose; metterò al sicuro l’argenteria da mia
madre, e il resto possiamo lasciarlo dov’è. Ci sarebbe posto per la
mia macchina nel garage di tuo padre? Potrebbe farti comodo».
«Oh, no! Non mi servirà. La metterò alla casa del mulino» rispose
sforzandosi di sembrare indifferente.
Tutti gli oggetti familiari che gli erano intorno nella luce della
lampada sembravano più immobili e solenni del solito, come se
trattenessero il respiro.
«Suppongo che faresti meglio a portare le galline da tua madre»
continuò pacata Enid. «Però non vorrei che si mescolassero con le
sue Plymouth Rock, visto che non hanno nemmeno una penna
scura. Chiedi a mamma Wheeler di usare tutte le uova e di non
mettere alla cova le mie galline in primavera».
«Primavera?» Claude alzò gli occhi dal piatto.
«Naturalmente, Claude. Sarà difficile che torni prima dell’autunno
se devo essere di qualche aiuto per la povera Carrie. Magari potrei
cercare di essere a casa per la mietitura, se può esserti utile». Si
alzò per andare a prendere il dolce.
«Oh, non affrettarti per me!» mormorò Claude fissando la figura di
lei che si allontanava.
Enid tornò con il budino caldo e il vassoio del caffè. «È stato tutto
così improvviso che dobbiamo organizzarci subito» spiegò. «Penso
che tua madre sarà contenta di tenerci Rose: è una mucca talmente
buona. Così avrete tutta la panna che vorrete».
Lui prese la tazzina col bordo dorato che lei gli porgeva. «Se
starai via fino all’autunno prossimo, venderò Rose» disse burbero.
«Ma perché? Sarà difficile che ne trovi una come lei».
«La vendo comunque. I cavalli naturalmente sono di papà, li ha
pagati. A proposito: se te ne vai, magari vorrà affittare la casa.
Magari ci trovi un inquilino quando torni dalla Cina». Claude
trangugiò il caffè, posò la tazza e andò nel salotto davanti, dove si
accese un sigaro. Camminava su e giù, gli occhi fissi sulla moglie
che sedeva ancora a tavola nel cerchio di luce della lampada
appesa. La testa, leggermente piegata in avanti, mostrava l’accurata
scriminatura nei capelli castani. Quando era perplessa, il volto
pareva più aguzzo, il mento più lungo.
«Se non provi niente per questa casa» disse Claude dall’altra
stanza «non puoi aspettarti che io stia qui a tenerla in ordine. Mentre
facevi la tua campagna proibizionista, io ho fatto la massaia qui».
Enid socchiuse gli occhi ma non arrossì. Claude non aveva mai
visto un’onda di colore sulle guance pallide e lisce di sua moglie.
«Non essere infantile. Lo sai che tengo a questo posto: è la
nostra casa. Ma un sentimento che mi allontanasse dal dovere non
sarebbe un sentimento giusto. Tu stai bene e hai la casa di tua
madre dove andare. Carrie è malata e fra gente estranea».
Cominciò a raccogliere i piatti. Claude si avvicinò a rapidi passi e
si mise di fronte a lei nella luce della lampada. «Non è solo che te ne
vai. Lo sai cosa mi dispiace. È perché vuoi andartene. Sei contenta
di avere l’occasione di finire in mezzo a quei predicatori, con le loro
parole melliflue e la loro ipocrisia».
Enid prese il vassoio.
«Se sono contenta, è perché non vuoi che la nostra vita sia
guidata da ideali cristiani. C’è qualcosa in te che si ribella
continuamente. Da quando ci siamo sposati sono sorte tantissime
questioni importanti, e tu sei sempre rimasto indifferente o sarcastico
ogni volta. Tu vuoi vivere una vita puramente egoistica».
Uscì risoluta dalla stanza e chiuse la porta dietro di sé. Più tardi,
quando tornò, Claude non c’era. Dall’attaccapanni mancavano il
cappello e il cappotto: doveva essere uscito silenziosamente dalla
porta d’ingresso. Enid rimase alzata fino alle undici e poi andò a
letto.
Al mattino, uscendo dalla camera, trovò Claude che dormiva sul
divano, vestito, con il cappotto addosso. Ebbe un attimo di terrore e
si chinò su di lui, ma non avvertì odore di alcol. Cominciò a
preparare la colazione, senza fare rumore.

Una volta deciso di andare dalla sorella, Enid non perse tempo.
Prenotò la traversata e inviò un cablogramma alla scuola
missionaria. Lasciò Frankfort la settimana prima di Natale. Claude e
Ralph la portarono fino a Denver e la misero sull’espresso
transcontinentale. Quando Claude tornò a casa, si trasferì da sua
madre e vendette mucca e polli a Leonard Dawson. Tranne che per
qualche visita a Mr Royce, non lasciava quasi mai la fattoria ed
evitava i vicini. Aveva l’impressione che parlassero delle sue vicende
domestiche – cosa che, ovviamente, facevano. I Royce e i Wheeler,
dicevano, non erano capaci di comportarsi come gli altri, era inutile
che ci provassero. Se Claude si costruiva la più bella casa del
vicinato, gli pareva normale non abitarci. E se si sposava, era
proprio da lui avere una moglie in Cina.
Un giorno nevoso, quando non c’era nessuno in giro, Claude
prese la macchina grande e andò a casa sua per chiuderla per
l’inverno e portare via dalla cantina la frutta e la verdura in conserva.
Prima di partire Enid aveva riposto nella cassapanca di cedro la sua
biancheria più bella e aveva messo scrupolosamente in ordine
l’armadio in cucina e la vetrinetta con le porcellane. Claude cominciò
a coprire le poltrone e i materassi con delle lenzuola, arrotolò i
tappeti, chiuse bene le finestre. Mentre lavorava, le mani si facevano
sempre più intorpidite e fiacche, e il suo cuore era come un blocco di
ghiaccio. Tutte quelle cose che aveva scelto con cura e di cui
andava tanto orgoglioso ora valevano per lui come il ciarpame che si
trova in qualsiasi bottega di rigattiere.
Come erano intrinsecamente brutti e lugubri quegli oggetti, ora
che il sentimento che li aveva resi preziosi non esisteva più! I detriti
della vita umana erano più brutti e privi di valore delle cose morte e
marcescenti della natura. Rifiuti… scarti… la sua mente non riusciva
a immaginare niente che smascherasse e condannasse altrettanto
bene le tediose, stanche, ripetitive azioni con le quali si seguita a
vivere di giorno in giorno. Azioni prive di significato. Quando guardò
fuori e vide il paesaggio grigio attraverso la neve che cadeva lieve,
non poté fare a meno di pensare a quanto meglio sarebbe se le
persone potessero addormentarsi come i campi: essere ricoperte
dalla neve, risvegliarsi con le ferite sanate e le sconfitte dimenticate.
Si chiese come avrebbe fatto ad andare avanti per tutti gli anni che
lo attendevano, se non riusciva a liberarsi da quel senso di nausea
che aveva nell’anima.
Finalmente sprangò la porta, si infilò la chiave in tasca e andò nel
bosco a fumare un sigaro e a dire addio a quel luogo. Là, si aggirò
per più di un’ora sotto gli alberi contorti i cui rami biforcuti ospitavano
nidi vuoti. Ogni volta che arrivava a un varco tra le siepi, poteva
vedere la sua piccola casa che si abbandonava remissiva alla
solitudine. Pensava che non avrebbe mai più vissuto lì. Beh, almeno
il denaro che suo padre vi aveva investito non sarebbe andato
perduto: poteva sempre avere i migliori inquilini, con una casa
comoda come quella. Diversi giovani del vicinato avevano deciso di
sposarsi entro l’anno. Il futuro della casa era assicurato. E lui? Si
fermò improvvisamente: i suoi piedi avevano lasciato una incerta,
inutile pista sulla terra bianca. Lo irritò vedere le proprie orme. Che
cos’era – che cos’era in lui che non andava? Perché almeno non
poteva smettere di sentire le cose, e di sperare? Cosa c’era da
sperare ormai?
Sentì un suono disperato, e guardandosi alle spalle vide la gatta
del granaio, che era stata abbandonata al suo destino. Era lì nella
siepe, la nera pelliccia lucente arruffata per i fiocchi di neve, una
zampa sollevata, miagolando disperata. Claude andò da lei e la
prese in braccio.
«Che succede, Blackie? Nel granaio non si vedono più i topi?
Mahailey dirà che porti sfortuna. Forse è vero, ma non è colpa tua,
no?» La infilò nella tasca del cappotto. Più tardi, mentre saliva in
macchina, provò a levarla di lì e a metterla in un cestino, ma lei si
aggrappava al suo nido nella tasca affondando gli artigli nella fodera.
Lui si mise a ridere. «Beh, se porti sfortuna, scommetto che starai
sempre con me!».
Lei lo guardò di sotto in su con i gialli occhi allarmati, e non fece
neppure un miagolio.
VI

Mrs Wheeler temeva che Claude non si trovasse a suo agio nella
vecchia casa, dopo averne avuta una propria. Nella camera da letto
gli mise la migliore sedia a dondolo e una lampada per leggere.
Spesso lui se ne stava in camera tutta la sera, schermandosi gli
occhi con la mano, fingendo di leggere. Quando restava giù dopo
cena, sua madre e Mahailey gli erano riconoscenti. Oltre a
collezionare immagini di guerra, ora Mahailey frugava tra le vecchie
riviste in soffitta alla ricerca di immagini della Cina. Aveva segnato
sul suo grande calendario in cucina il giorno in cui Enid sarebbe
arrivata a Hong Kong.
«Mr Claude» diceva mentre in piedi davanti all’acquaio lavava i
piatti della cena «è pieno giorno dove sta Miss Enid, vero? Perché la
terra è tonda e il nostro sole ora brilla sopra quei gialli».
Di tanto in tanto, mentre lavoravano insieme, Mrs Wheeler
raccontava a Mahailey quanto sapeva sulle usanze dei cinesi.
L’anziana donna non aveva mai avuto due interessi di carattere
generale in una volta, e questo la confondeva; mormorava un po’ a
Claude e un po’ a se stessa: «Ma non è che combattono dove sta
Miss Enid, vero? E non è che deve mettersi quei loro vestiti, perché
lei è una donna bianca. E Miss Enid non gli farà ammazzare quelle
povere neonate e nemmeno fare quelle cose terribili che fanno
sempre, e non gli farà pregare quei loro iboli di pietra, tanto non
aiutano nessuno. Sono sicura che Miss Enid farà un mucchio di
bene, a quei cinesi».
Al di là dei suoi diplomatici monologhi, però, Mahailey aveva le
proprie idee, ed era profondamente scandalizzata dalla partenza di
Enid. Aveva paura che la gente dicesse che la moglie di Claude “era
scappata piantandolo lì”, perché sui monti della Virginia, dove si era
formato il suo codice sociale, un marito o una moglie abbandonati in
questo modo erano oggetto di scherno a non finire. Una volta
Mahailey fermò Mrs Wheeler in un angolo buio della cantina per
sussurrarle: «Non è che la moglie di Mr Claude resta laggiù come la
sorella, vero?».
Se uno dei ragazzi Yoeder, o Susie Dawson capitavano a pranzo
dai Wheeler, Mahailey non mancava mai di parlare di Enid a voce
alta: «La moglie di Mr Claude affetta le patate crude in padella e poi
le frigge, non le lessa prima come faccio io. È proprio una brava
cuoca, proprio una brava cuoca». Sentiva che accennare
disinvoltamente alla moglie assente faceva apparire le cose sotto
una luce migliore.
Ernest Havel veniva a far visita a Claude, ma non di frequente.
Entrambi sentivano che sarebbe stato indelicato riallacciare la
passata intimità. Ernest era ancora risentito per la storia della birra,
come se Enid gli avesse strappato a forza il boccale con la sua
mano proibizionista. Come Leonard, Ernest era convinto che Claude
avesse concluso un cattivo affare con il matrimonio, ma invece di
essere dispiaciuto per l’amico, voleva vederlo persuaso e punito.
Sposando Enid, Claude non aveva tenuto fede ai principi liberali, era
giusto perciò che dovesse pagare per la sua apostasia. La prima
volta che venne a passare la serata dai Wheeler dopo il ritorno a
casa dell’amico, Ernest si impegnò a spiegare le sue obiezioni al
proibizionismo. Claude alzò le spalle.
«Perché non lasciar perdere? È un argomento che non mi
interessa, in un senso o nell’altro».
Ernest si offese e non tornò per quasi un mese – non fino a
quando la notizia che la Germania avrebbe ripreso a oltranza la
guerra sottomarina gettò un’ombra di sospetto tra i vicini.
Ernest entrò nella cucina dei Wheeler la sera stessa in cui la
notizia raggiunse quella regione agricola, e trovò Claude e sua
madre seduti al tavolo che leggevano a voce alta brani di giornali.
Ernest si era appena seduto che suonò il telefono. Claude andò a
rispondere.
«È il telegrafista di Frankfort» disse riattaccando il ricevitore. «Ha
trasmesso un messaggio di papà, spedito da Wray: “Sarò a casa
dopodomani. Leggete i giornali”. Che vuol dire? Che cosa si aspetta
che facciamo?».
«Vuol dire che lui considera la situazione molto seria. Non è da lui
telegrafare, tranne in caso di malattia». Mrs Wheeler si alzò e andò
agitata all’apparecchio telefonico, come se questo avesse potuto
rivelarle lo stato d’animo del marito.
«Ma che strano messaggio! Ed era indirizzato a te, mamma, non
a me».
«Sa come la vedo. Alcuni parenti di tuo padre erano uomini di
mare, laggiù a Portsmouth. Sa cosa vuol dire quando alla nostra
marina viene detto dove può andare sull’oceano, e dove non può
andare. Non è possibile che Washington accetti questo affronto. Che
proprio adesso, tra tutti i momenti storici, dovessimo avere
un’amministrazione democratica!».
Claude rise. «Siediti, mamma, aspetta un giorno o due. Dagli
tempo».
«La guerra finirà prima che Washington possa fare qualcosa, Mrs
Wheeler» dichiarò cupo Ernest. «L’Inghilterra sarà costretta alla
resa, e la Francia sarà sconfitta. L’intero esercito tedesco sarà
adesso sul fronte occidentale. Cosa potrebbe combinare il nostro
paese? Lo sapete quanto tempo ci vuole a fare un esercito?».
Mrs Wheeler smise all’improvviso di andare su e giù
nervosamente e incontrò lo sguardo imbronciato di Ernest. «Non so
tutto, Ernest, ma credo nella Bibbia. Credo che in un batter d’occhio
noi saremo mutati!».
Ernest guardò a terra. Rispettava la fede. Come diceva lui, la si
deve rispettare o disprezzare, perché non c’era altro da fare.
Claude sedeva con i gomiti appoggiati sul tavolo. «Torniamo
sempre al punto, mamma. Anche se un esercito improvvisato
potesse fare qualunque cosa, come facciamo a trasportarlo fin
laggiù? C’è un’autorità delle forze navali che dice che i tedeschi
stanno producendo sommergibili alla media di tre al giorno.
Probabilmente sono stati con la bocca chiusa fino a quando hanno
avuto tanto di quel materiale da potersi tenere l’oceano per loro».
«Non ho la pretesa di dire a cosa possiamo arrivare, figliolo, ma,
moralmente, dobbiamo prendere una posizione. Ci hanno sempre
detto che potevamo essere più utili agli Alleati non entrando in
guerra, perché potevamo inviare rifornimenti e munizioni. Se
accettiamo di sospendere gli aiuti, cosa succede? Succede che
aiutiamo la Germania, fingendo di farci gli affari nostri! Se la nostra
sola alternativa è di finire in fondo al mare, sarà meglio andarci».
«Mamma, siediti! Non possiamo risolvere la questione stasera.
Non ti ho mai visto così agitata».
«Anche tuo padre è agitato, altrimenti non avrebbe mai mandato
quel telegramma». Mrs Wheeler riprese a malincuore il suo cestino
da lavoro e i ragazzi si misero a chiacchierare con la loro antica,
disinvolta familiarità.
Quando Ernest se ne andò, Claude lo accompagnò fino alla
fattoria Yoeder, e tornò per i campi innevati sotto il glaciale splendore
delle stelle d’inverno. Fissandole, sentì più che mai che avevano
qualcosa a che fare con il destino delle nazioni, e con le cose
incomprensibili che stavano accadendo nel mondo. Nell’ordinato
universo doveva esserci una mente capace di risolvere l’enigma di
questo infelice pianeta, capace di vedere cosa stava prendendo
forma nella buia eclisse di quell’ora. Una domanda era sospesa
nell’aria: sopra la terra silenziosa intorno a lui, sopra di lui, sopra sua
madre, anche. Ebbe paura per il suo paese, come aveva avuto
paura quella sera sulla gradinata della State House di Denver,
quando questa guerra era inimmaginabile, celata nel ventre del
tempo.
Claude e sua madre non dovettero aspettare molto. Tre giorni più
tardi appresero che l’ambasciatore tedesco era stato destituito, e
l’ambasciatore americano a Berlino richiamato in patria. Per gli
uomini maturi questi avvenimenti erano argomenti di cui ragionare e
conversare; ma per i ragazzi come Claude erano vita e morte,
predestinazione.
VII

Una mattina tempestosa, Claude stava conducendo in città il carro


grande per fare un carico di legname. La neve sulle strade stava
iniziando a sciogliersi e la campagna pareva nera e sporca. Qua e là
sul fango scuro indugiavano croste di neve grigia, perforate come
alveari dalle erbacce che spuntavano. Mentre il carro scricchiolava
sulle alture che dominano Frankfort, Claude notò una bandiera
nuova e splendente che sventolava sulla cupola della scuola. Non
aveva mai visto la bandiera se non il 4 di luglio oppure a un raduno
elettorale. Oggi era come se la vedesse per la prima volta; nessuna
banda, nessun rumore, nessun oratore: una macchia di colore che si
agitava contro il fradicio cielo di marzo.
Deviò dal suo tragitto per passare alla scuola superiore, fermò la
pariglia, e aspettò qualche minuto finché suonò la campanella di
mezzogiorno. In un turbinare di impermeabili e ombrelli uscirono i
ragazzi e le ragazze più grandi. Poco dopo vide Gladys Farmer, con
un impermeabile giallo e un cappello di tela cerata, e la salutò con la
mano. Lei si avvicinò al carro.
«Mi piace la tua decorazione» disse lui guardando la cupola.
«È una bandiera di seta che i ragazzi più grandi hanno comprato
con i soldi vinti con le gare di atletica. Ho consigliato di non esporla
con questa pioggia, ma il capoclasse mi ha detto che avevano
comprato quella bandiera per le tempeste».
«Sali su, ti porto a casa».
Lei prese la sua mano tesa, posò il piede sul mozzo della ruota, e
si arrampicò accanto a lui a cassetta. Claude schioccò la lingua per
incitare i cavalli.
«Così i tuoi liceali sono bellicosi, di questi tempi?».
«Molto. Cosa ne pensi?».
«Penso che avranno occasione di esprimere i loro sentimenti».
«Davvero, Claude? Sembra terribilmente irreale!».
«Neanche il resto sembra molto reale. Vado a fare un carico di
legname, ma non credo proprio che ci pianterò un chiodo, in quelle
assi. Queste cose non hanno importanza adesso. Solo una cosa
dobbiamo fare, solo una cosa importa, lo sappiamo tutti».
«Pensi che si avvicini ogni giorno di più?».
«Ogni giorno».
Gladys non rispose. Solo lo guardò gravemente con i suoi calmi,
generosi occhi castani. Si fermarono davanti alla casa bassa con le
finestre piene di fiori. Gli prese la mano e si lasciò scivolare a terra,
trattenendola un istante mentre gli diceva addio.
Claude voltò i cavalli verso il deposito di legname. In un posto
come Frankfort, un ragazzo con la moglie in Cina difficilmente
sarebbe potuto entrare da Gladys senza destare pettegolezzi.
VIII

Durante il gelido mese di marzo, Mr Wheeler si recò in paese con il


suo carretto quasi ogni giorno.
Per la prima volta in vita sua aveva una segreta inquietudine. Il
solo membro della famiglia che non gli aveva mai dato alcuna
preoccupazione, suo figlio Bayliss, adesso era in disgrazia.
Bayliss era un pacifista e continuava a dire alla gente che se solo
gli Stati Uniti si fossero tenuti fuori dalla guerra e avessero raccolto
quello che l’Europa andava sperperando, presto avrebbero
posseduto tutte le ricchezze del mondo. C’era una sorta di
buonsenso nei discorsi di Bayliss che faceva vacillare
l’imperturbabile convinzione di Nat Wheeler che un punto di vista
valesse quanto un altro. Quando Bayliss aveva fatto la sua crociata
contro il whisky e le sigarette, Wheeler ne aveva riso. Che da uno
come lui dovesse venir fuori un figlio proibizionista, era una burla
che Wheeler era in grado di apprezzare. Ma l’atteggiamento di
Bayliss nei confronti della crisi in atto lo turbava. Giorno dopo giorno
se ne stava seduto nell’ufficio del figlio, raccontando barzellette per
troncare le sue argomentazioni. Bayliss non andò a casa del padre
per tutto il mese. Disse a suo padre: «No, mamma è troppo violenta,
preferisco non venire».
Claude e sua madre leggevano i giornali la sera, ma parlavano
così poco di ciò che leggevano che Mahailey si informava
ansiosamente se laggiù si combattesse ancora. Quando le riusciva
di sorprendere Claude da solo, tirava fuori i supplementi domenicali
con le immagini di paesi devastati e gli chiedeva cosa ne sarebbe
stato di quella famiglia, fotografata tra le macerie della propria casa,
o di quella vecchia seduta sul ciglio della strada con i suoi fagotti.
«Dove se ne andrà? Guarda, Mr Claude, ha pure il pentolone di
ferro, poverina, e se lo porta dietro!».
Le immagini di soldati con la maschera antigas la disorientavano:
non aveva mai sentito parlare del gas nella guerra civile, e così
escogitò tra sé che le maschere venivano usate dai cuochi militari
per proteggersi gli occhi quando affettavano le cipolle. «Con tutte le
cipolle che devono affettare, gli occhi gli vanno fuori combattimento
se non se li coprono» argomentava.
La mattina dell’8 aprile, Claude scese di buon’ora e cominciò a
pulirsi le scarpe incrostate di fango secco. Mahailey stava
accovacciata, soffiando e sbuffando dentro alla stufa: col tempo
brutto, il fuoco era sempre lento a pigliare. Claude prese un vecchio
coltello e una spazzola, e mettendo il piede su una sedia accanto
alla finestra di ponente, cominciò a raschiarsi una scarpa. Aveva
dato il buongiorno a Mahailey, niente di più. Non aveva dormito
bene, ed era pallido.
«Mr Claude» borbottò Mahailey «questa stufa non ha mai tirato
bene come quella vecchia che s’è portato via Mr Ralph. Non serve a
niente questa qui. Magari domenica prossima gli dai una pulita?».
«La pulisco oggi. Non ci sarò domenica prossima. Me ne vado».
Qualcosa nel suo tono fece alzare Mahailey, che con le palpebre
che battevano ancora per il fumo gli lanciò uno sguardo scrutatore.
«Non starai andando laggiù dove c’è Miss Enid?» gli chiese
sgomenta.
«No, Mahailey». Aveva lasciato cadere la spazzola da scarpe, e
stava con un piede sulla sedia e un gomito sul ginocchio, guardando
fuori dalla finestra, come dimentico di se stesso. «No, non vado in
Cina, vado ad aiutare quelli che combattono contro i tedeschi».
Stava ancora fissando i campi bagnati. Prima che potesse
fermarla, prima di capire cosa stesse facendo, lei afferrò e baciò la
sua mano indegna di quel gesto.
«Lo sapevo che lo facevi» singhiozzava Mahailey «l’ho sempre
saputo, ragazzo mio! La vecchia Mahailey lo sapeva!».
Il suo viso rivolto verso l’alto era scosso da un tremito: la bocca, le
sopracciglia, persino le rughe della bassa fronte tremavano.
Guardando intenerito quel viso, Claude sentì un nodo in gola: dietro
gli occhi slavati, dietro la fronte bassa, dove non c’era spazio per
grandi pensieri, un’idea si dibatteva e la tormentava. La stessa idea
che aveva tormentato lui.
«Non preoccuparti, Mahailey» mormorò dandole un colpetto sulle
spalle e voltandosi. «Ora sbrigati con la colazione».
«L’hai detto a tua madre?» sussurrò lei.
«No, non ancora, ma anche lei capirà». Prese il berretto e andò
giù alle stalle per badare ai cavalli.
Quando tornò, la famiglia era già seduta per fare colazione. Si
mise a sedere anche lui e guardò sua madre che beveva la sua
prima tazza di caffè. Poi si rivolse al padre.
«Papà, non vedo perché dovrei aspettare la leva. Se puoi fare a
meno di me, vorrei andare in un campo di addestramento da
qualche parte. Credo di avere qualche probabilità di entrare al corso
ufficiali».
«Lo credo anch’io». Mr Wheeler versò abbondante sciroppo
d’acero sulle frittelle. «Che te ne pare, Evangeline?».
Mrs Wheeler aveva posato in silenzio forchetta e coltello. Guardò
il marito vagamente allarmata, mentre le dita si muovevano inquiete
sulla tovaglia.
«Ho pensato» proseguì rapido Claude «che magari potrei andare
domani a Omaha per sapere dove faranno i campi di addestramento
e parlare con gli addetti al reclutamento. Certo» soggiunse
scherzoso «magari non mi vogliono. Non ho idea di quali siano i
requisiti».
«No, neanch’io ne so molto». Mr Wheeler arrotolò la prima frittella
e la trasferì in bocca. Dopo aver masticato per qualche istante disse:
«Conti di andare domani?».
«Sì, mi piacerebbe. Non porterò molto bagaglio: qualche camicia
e un po’ di biancheria in valigia. Se il governo mi vuole, mi darà da
vestire».
Mr Wheeler allontanò il piatto. «Bene, allora penso che sia meglio
che vieni con me a dare un’occhiata al grano. Forse farei bene ad
arare la parte meridionale e a seminarla a granturco. Non credo che
quest’anno verrà su bene il grano».
Quando Claude e suo padre furono usciti, Dan saltò insolitamente
in piedi e si precipitò dietro di loro. Non voleva restare da solo con
Mrs Wheeler. Lei rimase seduta a capo della tavola deserta. Non
piangeva. I suoi occhi erano totalmente privi di luce. La schiena si
era incurvata come se portasse un peso. Mahailey tolse i piatti in
silenzio.
Fuori nei campi fangosi, Claude continuò la sua conversazione
con il padre. Gli spiegò che voleva squagliarsela senza salutare
nessuno. «Vedi» disse arrossendo «mi capita di cominciare le cose
e poi di non portarle a termine. Non voglio che se ne parli fino a che
non sono sicuro. Potrei essere riformato, per una ragione o per
l’altra».
Mr Wheeler sorrise. «Penso di no. Comunque dirò a Dan di
tenere la bocca chiusa. Vuoi andare da Leonard Dawson a
riprendere la chiave inglese che gli abbiamo prestato? È quasi
mezzogiorno e sarà di certo a casa».
Claude trovò Leonard che stava abbeverando la sua pariglia al
mulino a vento. Quando Leonard gli chiese cosa pensava del
messaggio presidenziale, Claude spifferò subito che andava a
Omaha ad arruolarsi. Leonard sollevò il braccio e tirò la leva che
controllava la ruota quasi immobile.
«Se aspetti qualche settimana vengo con te. Voglio provare a
entrare nei marine: mi attirano».
Claude, in piedi sull’orlo dell’abbeveratoio, quasi ricadde
all’indietro. «Ma come? Perché?».
Leonard lo squadrò da capo a piedi. «Santo cielo, Claude, non sei
l’unico qua intorno a portare i pantaloni! Perché? Te lo dico io il
perché» disse sollevando minacciosamente tre grandi dita rosse.
«Belgio, il Lusitania, Edith Cavell. Questo schifo mi ha dato un gran
fastidio. Semino il granturco e poi papà baderà a Susie fino al mio
ritorno».
Claude tirò un lungo sospiro. «Beh, Leonard, mi hai imbrogliato.
Ho creduto a tutte le sciocchezze che raccontavi a proposito del fatto
che non t’importava niente se si massacravano a vicenda».
«E non me ne importa» protestò Leonard. «Non me ne importa un
tubo. Ma c’è un limite. Ero pronto a partire già dal Lusitania. Stare
qui non mi dà più nessuna soddisfazione. Susie la pensa come me».
Claude guardò il suo imponente vicino. «Beh, io parto domani,
Leonard. Non dirlo ai miei, ma se non mi prendono nell’esercito mi
arruolerò in marina. Là, un uomo sano e robusto lo prendono
sempre. Qua non torno più». Stese la mano e Leonard la colpì con
forza.
«Buona fortuna, Claude. Magari ci rivediamo in quei paesi
stranieri. Non sarebbe divertente? Salutami Enid quando le scrivi.
Ho sempre pensato che era una brava ragazza, anche se non ero
d’accordo sul proibizionismo».
Claude attraversò i campi meccanicamente, senza guardare dove
andava. La sua capacità di vedere era rivolta dentro di sé, a scene e
avvenimenti ancora del tutto immaginari.
IX

Una splendente mattina di giugno, Mr Wheeler parcheggiò la


macchina dietro una fila di automobili, davanti al nuovo edificio in
mattoni del tribunale di Frankfort. L’edificio sorgeva in una piazza
aperta circondata da un boschetto di pioppi neri. Il prato era stato
rasato di fresco e le aiuole erano in fiore. Quando Mr Wheeler entrò
nell’aula al piano superiore era già quasi piena di agricoltori e
cittadini che parlavano a bassa voce, mentre le mosche estive
entravano e uscivano ronzando dalle finestre. Il giudice, cui
mancava un braccio, con capelli bianchi e favoriti, sedeva al suo
banco scrivendo con la mano sinistra. Era un vecchio colono della
contea di Frankfort, ma dalla finanziera e dai modi raffinati si
sarebbe detto che fosse arrivato dal Kentucky il giorno avanti,
anziché trent’anni prima. Quella mattina doveva giudicare in merito
all’accusa di tradimento della patria da parte di due agricoltori
tedeschi. Uno degli accusati era August Yoeder, che aveva la
proprietà accanto a quella dei Wheeler, e l’altro era Troilus Oberlies,
un ricco tedesco che viveva nella parte settentrionale della contea.
Oberlies possedeva una bellissima fattoria e abitava in una
grande casa bianca sulla collina, con un bel frutteto, file di alveari,
stalle, granai e pollai. Allevava tacchini e piccioni tombolieri e nello
stagno nuotavano oche e anatre. Si vantava di avere sei figli maschi
“come il nostro imperatore tedesco”. I vicini andavano fieri della sua
proprietà, e l’additavano sempre ai forestieri. Raccontavano come
Oberlies fosse arrivato nella contea di Frankfort povero in canna, e
avesse fatto fortuna grazie alla sua laboriosità e intelligenza. Aveva
attraversato due volte l’oceano per rivedere la patria, e quando era
tornato alla sua casa nella prateria aveva portato regali per tutti: al
suo avvocato, al suo banchiere, ai negozianti con cui faceva affari a
Frankfort e Vicount. Ogni vicino aveva in salotto una scultura in
legno o un tessuto o qualche ingegnoso giocattolo meccanico. Era
più vecchio di Yoeder, aveva una barbetta bianca e ricciuta come i
capelli e, benché fosse basso di statura, il viso rosso e paffuto, gli
occhi di un azzurro intenso e un certo contegno spavaldo gli davano
un’aria di importanza. Era presuntuoso e irascibile, ma nessuno
aveva mai avuto problemi con lui fino allo scoppiare della guerra. Da
allora, trovava da ridire e si lamentava di ogni cosa; nella
madrepatria tutto andava meglio.
Mr Wheeler era venuto in città pronto a dare una mano a Yoeder
se ne avesse avuto bisogno. Lavoravano da trent’anni in campi
confinanti. Lo sorprendeva che il vicino fosse finito nei guai. Non era
un arrogante, come Oberlies, ma un omone tranquillo con la faccia
seria, massiccia, e una bocca austera che apriva di rado.
L’espressione del viso pareva scolpita nell’arenaria rossa, tanto era
pesante e fissa. Lui e Oberlies sedevano su due sedie di legno
davanti al banco del giudice.
Dopo un po’ il giudice smise di scrivere e disse che avrebbe
ascoltato i capi d’accusa contro Troilus Oberlies. Parecchi vicini si
avvicendarono al banco dei testimoni: le loro denunce erano confuse
e quasi comiche. Oberlies aveva detto che gli Stati Uniti avrebbero
preso una bastonata, e che sarebbe stata una buona cosa; l’America
era un grande paese, ma governato da idioti, ed essere governata
dalla Germania era la cosa migliore che le potesse capitare. Il teste
continuò dicendo che siccome Oberlies aveva fatto i quattrini in
questo paese….
Qui il giudice lo interruppe. «Prego, si limiti a riferire affermazioni
che lei ritiene prefigurino il reato di alto tradimento fatte in sua
presenza dall’accusato». Mentre il teste continuava, il giudice si tolse
gli occhiali, li mise sul tavolo e cominciò a pulire le lenti con un
fazzoletto di seta, provandoli, strofinandoli ancora, come se
desiderasse vederci chiaro.
Un secondo teste aveva sentito Oberlies dire che sperava che i
sottomarini tedeschi affondassero qualche nave trasporto truppe, la
qual cosa avrebbe messo paura agli americani e gli avrebbe
insegnato a starsene a casa a badare ai fatti loro. Un terzo denunciò
che il vecchio ogni domenica pomeriggio si metteva a sedere in
veranda e suonava Die Wacht am Rhein sul trombone, con grande
fastidio dei vicini. Qui Nat Wheeler rise sgangheratamente dandosi
una manata sul ginocchio, e un riso soffocato percorse l’aula di
tribunale. Le rosse guance paffute dell’imputato parevano fatte
apposta dal Creatore per dar voce a quell’assordante strumento.
Quando gli fu chiesto se avesse qualcosa da replicare a quelle
accuse, il vecchio si alzò, tirò indietro le spalle e lanciò un’occhiata di
sfida all’aula. «Potete prendervi la mia proprietà e mettermi in
prigione, ma io non spiego niente e non ritratto niente» dichiarò a
voce alta.
Il giudice guardò il calamaio con un sorriso. «Lei fraintende il
carattere di questa circostanza, Mr Oberlies. Nessuno le chiede di
ritrattare. Le si chiede soltanto di astenersi dall’esprimersi ancora in
modo disfattista, e questo tanto per il suo benessere e la sua
sicurezza quanto per riguardo ai sentimenti dei suoi vicini. Sentirò
ora le accuse contro Mr Yoeder».
Mr Yoeder, dichiarò un teste, aveva espresso la speranza di
vedere gli Stati Uniti andarsene all’inferno ora che il loro silenzio era
stato comprato dall’Inghilterra. Quando il testimone aveva osservato
che l’uccisione del Kaiser avrebbe posto fine alla guerra, Yoeder
aveva risposto che la carità comincia a casa propria e che lui
sperava che qualcuno piantasse una pallottola nel Presidente.
Quando fu invitato a parlare, Yoeder si alzò, ergendosi come una
roccia davanti al giudice. «Non ho niente da dire. Le accuse sono
vere. Credevo che questo fosse un paese dove un uomo può dire
quello che pensa».
«Sì, un uomo può dire quello che pensa ma, persino qui, deve
assumersene le conseguenze. Sieda, prego». Il giudice si appoggiò
allo schienale della sedia e guardando i due uomini che aveva di
fronte cominciò con lentezza e precisione: «Mr Oberlies, Mr Yoeder,
sapete tutti e due, come anche i vostri vicini e gli amici, perché siete
qui. Non avete riconosciuto l’elemento di opportunità che va preso in
considerazione in quasi tutti gli atti della vita: gran parte del nostro
diritto civile si fonda su di esso. Avete consentito che un sentimento,
nobile in se stesso, vi trascinasse e vi spingesse a fare dichiarazioni
eccessive che sono certo non rispecchino il vostro pensiero.
Nessuno può chiedervi di rinunciare ad amare il paese dove siete
nati, tuttavia mentre godete dei benefici di questo paese, non dovete
diffamarne il governo per esaltarne un altro. Entrambi avete
ammesso di esservi espressi in modo che non posso che giudicare
colpevole. Vi applicherò un’ammenda di trecento dollari ciascuno,
una pena assai lieve, date le circostanze. Se mi si presentasse
l’occasione di stabilire una sanzione una seconda volta, sarebbe
molto più severa».
Finito il processo, Mr Wheeler raggiunse alla porta il suo vicino e
scese le scale insieme a lui.
«Bene, che notizie da Claude?» chiese Mr Yoeder.
«È ancora a Fort R.. Prevede di venire a casa in licenza prima di
imbarcarsi. Gus, mi devi prestare uno dei tuoi ragazzi per coltivare il
granturco. Le erbacce mi stanno soffocando».
«Sì, puoi prenderti tutti i ragazzi che vuoi, fino a che non se li
prende la leva» rispose aspro Yoeder.
«Non mi preoccuperei. Un po’ di disciplina militare fa bene ai
ragazzi. Voi lo sapete». Mr Wheeler ammiccò e un angolo della
bocca arcigna di Yoeder si contorse.
Quella sera a cena, Mr Wheeler fece a sua moglie un resoconto
completo dell’udienza in tribunale, in modo che potesse scriverne a
Claude. Mrs Wheeler, sempre più insegnante che massaia, scriveva
in modo facile e rapido, e le lunghe lettere a Claude riportavano tutti i
fatti dei dintorni. Mr Wheeler forniva gran parte del materiale. Come
molti altri uomini sposati aveva preso l’abitudine di celare alla moglie
le novità del vicinato, ma dopo la partenza di Claude le riferiva tutto
quanto credeva potesse interessare il ragazzo.
Come Mrs Wheeler disse laconicamente in una delle sue lettere:
“Tuo padre in casa parla molto più di una volta e a volte penso che
stia cercando di prendere il tuo posto”.
X

Il 1° di luglio Claude Wheeler era sul rapido in partenza da Omaha,


diretto a casa per una settimana di licenza. Nel luglio del 1917 le
uniformi erano ancora una novità. La prima chiamata alle armi era
ancora di là da venire e i ragazzi che erano scappati ad arruolarsi
volontari stavano in lontani campi di addestramento. Perciò un
giovane dai capelli rossi, con lunghe gambe dritte avvolte nei
gambali di cuoio e larghe spalle vigorose, che ispiravano fiducia,
fasciate nell’uniforme kaki, creava un notevole interesse tra i
passeggeri. Bambini e ragazzine lo scrutavano al di sopra delle
spalliere, gli uomini si fermavano nel corridoio per parlare con lui,
vecchie signore inforcavano gli occhiali ed esaminavano la divisa, il
voluminoso borsone di tela e perfino il libro che lui continuava ad
aprire e a dimenticare di leggere.
La campagna che gli correva accanto, sui due lati delle rotaie, era
più interessante al suo sguardo esperto delle pagine di qualsiasi
libro. Era contento di attraversarla durante la mietitura, la stagione in
cui è maggiormente se stessa. Notò che c’era più granturco del
solito – gran parte del grano era stato distrutto dal maltempo e i
campi erano stati arati in primavera e riseminati a mais. I pascoli
erano già bruciati dal sole, l’erba medica stava tornando verde dopo
il primo taglio. Nei campi di frumento e di avena, mietilega e mietitrici
raccoglievano le onde fruscianti di cereali nelle loro ampie braccia.
Quando il treno rallentò per attraversare un ponticello in un
campo di frumento, i mietitori in camicia e tuta azzurra e grandi
cappelli di paglia smisero di lavorare per salutare con la mano i
passeggeri.
Claude si rivolse al vecchio signore seduto sul sedile di fronte.
«Quando vedo quella gente, mi sento come se mi fossi svegliato nei
vestiti sbagliati».
Il suo vicino parve compiaciuto e sorrise. «È quella l’uniforme alla
quale è abituato?».
«Di sicuro a luglio non ho mai indossato altro» ammise Claude.
«Se mi trovo su un treno, in piena mietitura, cercando di imparare i
verbi francesi, vuol dire proprio che il mondo sta andando alla
rovescia, di sicuro!».
Il vecchio signore gli fece accettare a forza un sigaro e cominciò a
fargli domande. Come Ulisse nel suo viaggio di ritorno, Claude
doveva spesso raccontare quale fosse il suo paese e di chi fosse
figlio. La lettura di un frasario in francese (composto da espressioni
utili per i soldati, del genere “Non, jamais je ne regarde les femmes”)
veniva continuamente interrotta dalle domande di curiosi sconosciuti.
Dopo un po’ raccolse il suo bagaglio, strinse la mano al vicino di
posto, e mise il cappello – il solito vecchio Stetson, con un
cordoncino dorato e due rigide nappine che si aggiungevano alla sua
conica sobrietà. «Scendo a questa stazione e aspetto il merci per
Frankfort; il coniglio, come lo chiamiamo noi».
Il vecchio gli augurò un piacevole soggiorno a casa e buona
fortuna per i giorni a venire. Tutti i passeggeri gli sorrisero quando
scese alla stazione, con la valigia in una mano e la borsa di tela
nell’altra. La sua vecchia amica tedesca, Mrs Voigt, stava davanti al
suo ristorante, suonando la campanella per annunciare il pranzo ai
viaggiatori. Era circondata da un gruppo di ragazzini schiamazzanti e
beffardi. Mentre Claude si avvicinava, uno dei ragazzi le strappò la
campanella di mano, attraversò correndo i binari e si tuffò in un
campo di granturco. Gli altri ragazzi lo seguirono, e uno gridò: «Non
andare a mangiare là dentro, soldato. È una spia tedesca e ti
metterà vetro macinato nel pranzo!».
Claude entrò nel ristorante e gettò a terra i bagagli. «Che
succede, Mrs Voigt? Posso fare qualcosa per lei?».
La donna si era seduta su uno sgabello e piangeva disperata, i
riccioli posticci di traverso. Sollevò lo sguardo e, riconoscendolo,
lanciò un urletto. «Oh, crazie a Dio sei tu e non altri guai! Tu sai che
io no spia, come dire kvei ragazzini. Loro tanto cattivi con me. Vendo
caramelle a loro da kvando erano piccoli, e adesso aggrediscono me
in kvesto modo. Hindenburg mi dicono, e Kaiser Bill!». Ricominciò a
piangere, torcendosi le dita tozze come se volesse strapparsele.
«Mi faccia mangiare qualcosa, Mrs Voigt, e poi vado a sistemare
la faccenda con quella banda di mocciosi. Sono stato via per molto
tempo, ma quando sono sceso dal treno e ho visto la sua veranda
con le zucche rampicanti, è stato come essere a casa».
«Ja? Tu ricordi?» disse asciugandosi gli occhi. «Oggi ho pasticcio
di carne und piselli, pochi pochi, del mio orto».
«Me li porti subito, per favore. Al campo mangiamo solo roba in
scatola».
Alcuni ferrovieri entrarono per pranzare. Dopo aver servito i
clienti, Mrs Voigt si mise seduta dietro il bancone e chiamò con un
cenno Claude. Gli parlava sussurrando. «Perbacco, stai bene vestito
in kvesto modo!» diceva dandogli dei colpetti sulla manica. «Ricordo
altre guerre, kvando abbiamo ripreso province che Napoleone aveva
rubato noi, Alsazia und Lorena. Kvei ragazzi passato parola di venire
di notte a buttare catrame addosso me, und ho paura andare a letto.
Copro me con coperta und rimango su mia vecchia poltrona tutta
notte».
«Non ci faccia caso. Non ha problemi con i clienti, vero?».
«Noo, no problemi proprio». Esitò, poi si sporse impulsivamente
attraverso il bancone e gli parlò all’orecchio. «Ma non è tutto cattivo
nella madrepatria come dicono kva. I poveri non sono schiavi und
non sono oppressi come dicono kva. Sempre guardaboschi lascia
poveri entrare in bosco e prendere rami caduti, und alberi morti. Und
se contadino ricco ha più letame che gli serve, dà a contadino
povero per sua terra. Poveri non hanno salari di kva, ma vivono
bene come kva. E zoccoli, che tanto prendono in giro kva, sono puliti
più di scarpe di cuoio, per lavorare in fango e letame. Non bagnano
und non puzzano così».
Claude si rese conto che il cuore le traboccava di nostalgia nel
ricordare con tenerezza i tempi e i luoghi della lontana gioventù. Non
gli aveva mai parlato di queste cose, ma ora lo inondò di ricordi sulla
grande fattoria nella quale aveva lavorato da ragazza; gli raccontò
delle nove mucche che aveva accudito, di quanto fossero forti,
anche se piccole: tiravano l’aratro tutto il giorno, eppure la sera
davano tanto di quel latte, come se non avessero fatto altro che
brucare nei pascoli! La gente di campagna non spendeva quattrini
con i medici, ma curava ogni malattia con erbe e radici, e quando i
vecchi avevano i reumatismi si mettevano a letto con un porcellino
d’India, che prendeva su di sé tutto il dolore.
Claude avrebbe desiderato ascoltarla ancora, ma voleva trovare i
suoi molestatori prima dell’arrivo del treno. Lasciati là i bagagli,
attraversò le rotaie, guidato dallo scampanellio che di tanto in tanto
risuonava dal campo di granturco.
Dopo un po’ si imbatté nella banda, una decina di ragazzi sdraiati
in un fosso che separava il margine del campo dai pascoli aperti. Li
osservò dalla scarpata, mentre spuntava lentamente il sigaro e
l’accendeva. I ragazzi lo guardavano con larghi sorrisi, cercando di
apparire disinvolti e indifferenti.
«Cerchi qualcuno, soldato?» chiese quello con la campanella.
«Sì. Cerco quella campanella. Dovete rimetterla dove stava.
Sapete benissimo che quella vecchia donna non fa male a
nessuno».
«È tedesca, e noi combattiamo contro i tedeschi, no?».
«Non credo proprio che combatterete mai niente. Durereste meno
di dieci minuti nell’esercito americano. Non siete il nostro genere.
C’è solo un esercito al mondo che vuole gli uomini che maltrattano le
vecchie. Magari potete arruolarvi là».
I ragazzi sghignazzarono. Claude fece un cenno impaziente.
«Vieni qua con quella campana, ragazzino».
Il ragazzo si alzò lentamente e si arrampicò per la scarpata.
Mentre attraversavano il campo di granturco, Claude gli disse
bruscamente: «Senti un po’, non ti vergogni?».
«Boh, che ne so!» replicò indifferente il ragazzo, tirando in aria la
campanella e riprendendola al volo come una palla.
«Beh, dovresti. Non mi aspettavo di vedere cose simili prima di
andare al fronte. Tra una settimana torno qui, e saranno guai seri
per chi la molesterà ancora». Il treno stava arrivando in stazione e
Claude corse a prendere il bagaglio.
Una volta seduto sul “coniglio”, cominciò ad attraversare la sua
campagna, della quale conosceva ogni fattoria – conosceva la terra,
anche quando non conosceva personalmente il proprietario, il
raccolto che dava, e quanto valeva. La vista di quelle fattorie fu
meno piacevole di quanto si aspettasse perché era troppo arrabbiato
per l’indegno trattamento patito da Mrs Voigt. Aveva ancora addosso
il sacro fuoco della recluta. Era convinto di andare oltremare con un
corpo di spedizione che avrebbe fatto la guerra senza rabbia, con
assoluta generosità e cavalleria.
Molti dei suoi compagni al campo condividevano queste idee
donchisciottesche. Provenivano da fattorie e negozi e fabbriche e
miniere, ragazzi del college e ragazzi di quartieri difficili delle grandi
città, pastori, vetturini, garzoni di idraulico, segnapunti nelle sale da
biliardo. Claude li aveva visti arrivare a centinaia al campo:
imbonitori da fiera in sgargianti abiti sportivi da quattro soldi, cowboy
in gilet lavorati a maglia, macchinisti con le mani ancora sporche di
grasso, braccianti come Dan, con l’unico vestito della domenica.
Qualcuno portava la valigia di cartone legata con lo spago, qualcun
altro aveva racchiuso tutti i suoi averi in un fazzoletto azzurro. Ma
tutti erano venuti per dare e non per avere, non offrivano che loro
stessi: le grosse mani rosse, le schiene robuste, il serio, sincero,
modesto sguardo dei loro occhi. A volte, quando aveva aiutato
l’ufficiale medico nella visita d’ammissione, Claude aveva notato
l’espressione ansiosa nel viso degli uomini in fila per il loro turno.
Parevano dire: “Se vado bene, prendetemi. Starò sul pezzo”.
Lavorandoci insieme, Claude li trovò esattamente così: servizievoli,
di buon cuore, desiderosi di imparare. Se parlavano della guerra o
del nemico che si preparavano a combattere, lo facevano con un
tono scherzoso: avrebbero “mandato a spasso il Kaiser” e costretto il
Kronprinz a rimboccarsi le mani per vivere. Claude amava gli uomini
con i quali faceva l’addestramento – non avrebbe potuto desiderare
una compagnia migliore.
Il treno merci sterzò nella vallata del fiume che voleva dire casa, il
posto a cui sempre la mente tornava, dopo un lungo vagare. Rapide
sfilavano le fattorie: i pagliai, i campi di granturco, i familiari granai
rossi, poi i lunghi depositi di carbone e la cisterna, e il treno si fermò.
Sulla banchina vide Ralph e Mr Royce che lo aspettavano.
Laggiù, in automobile, stavano suo padre e sua madre, Mr Wheeler
al posto di guida. Accanto al binario c’era una fila di macchine. Era il
primo soldato che tornava a casa, e chi abitava in città era venuto a
vederlo in uniforme. Da una macchina Susie Dawson lo salutò con la
mano, da un’altra Gladys Farmer fece lo stesso. Mentre Claude si
fermava a parlare con loro, Ralph prese le valigie.
«Andiamo, ragazzi» gridò Mr Wheeler suonando il clacson, e si
portò via il soldato, lasciandosi dietro una nuvola di polvere.
Mr Royce s’accostò alla macchina del vecchio Dawson e disse un
po’ scioccamente: «Possibile che Claude sia diventato più alto?
Penso che sia il portamento che imparano laggiù. Ha sempre avuto
un’aria molto virile».
«Credo che sua madre sia orgogliosa di lui» esclamò Susie,
eccitatissima. «Peccato che Enid non sia qua a vederlo! Non
sarebbe mai partita se avesse saputo quello che stava per
succedere».
Susie non intendeva lanciare una stoccata, ma quello fu l’effetto.
Mr Royce si voltò e si accese un sigaro con qualche difficoltà.
Nell’ultimo anno le mani erano diventate sempre più malferme,
anche se lui insisteva nel dire che la salute era buona come sempre.
Invecchiando, lo deprimeva la consapevolezza che le donne di casa
sua avessero fatto ben poco per rendere il mondo un posto più caldo
e piacevole. Questo era il compito delle donne, qualsiasi altra cosa
facessero. Si sentiva colpevole verso i Wheeler e verso i vecchi
amici. Gli pareva che le figlie fossero senza cuore.
XI

Le abitudini del campo militare erano dure a morire. La prima


mattina a casa, Claude scese giù quando Mahailey non si era
ancora mossa dal letto, e uscì fuori per dare un’occhiata al bestiame.
Mentre andava giù verso il recinto dei bovini, il sole spuntò rosso e
lui provò la piacevole sensazione di essere a casa, nella terra di suo
padre. Perché era tanto gratificante poter dire “la nostra collina” e “il
nostro torrente laggiù”, o sentire sotto gli stivali lo scricchiolio di quel
fango secco?
Quando entrò nella stalla per vedere i cavalli, i primi animali che
gli si pararono davanti furono i due grossi muli che gli avevano preso
la mano tempo prima. A un tratto venne in mente a Claude che quei
due robusti quadrupedi erano stati i veri artefici del suo destino. Se
quel mattino non si fossero imbizzarriti, e non l’avessero buttato
contro il filo spinato, Enid non si sarebbe dispiaciuta per lui, non
sarebbe venuta a vederlo ogni giorno, e la sua vita avrebbe potuto
prendere una piega diversa. Forse se le persone più grandi fossero
un po’ più sincere, e non insegnassero a un ragazzo a idealizzare
nella donna proprio le qualità che possono renderlo estremamente
infelice… Basta, ormai non aveva più rimpianti. Ma non era proprio
da lui farsi trascinare in un matrimonio da un paio di muli?
Rise guardandoli. «Diavoli di muli, forti come siete potete fare
ancora per anni quello scherzo a qualche altro pivello, bestiacce
cattive!».
Uno dei muli mosse un orecchio e si schiarì la gola con aria
minacciosa. I muli sono capaci di affetto profondo, ma detestano gli
snob, sono nemici di ogni distinzione sociale, e quei due parevano
aver sempre sentito in Claude quello che suo padre definiva il suo
“falso orgoglio”. Da ragazzino erano stati una fonte di umiliazione per
lui: ragliavano e si impuntavano nei luoghi pubblici, attirando
l’attenzione al deposito di legname o davanti all’ufficio postale.
Alla mangiatoia che stava in fondo alla stalla Claude trovò la
vecchia Molly, la cavalla grigia con la zampa rigida, cui era
ricresciuto lo zoccolo, cosa di cui potevano vantarsi ben pochi
cavalli. Lui era certo di essere stato riconosciuto: Molly gli fiutò la
mano e il braccio e ritrasse il labbro superiore, mostrando i denti
gialli, consunti.
«Non devi fare così, Molly» disse Claude accarezzandola. «Un
cane può ridere, ma un cavallo sembra scemo. Dan potrebbe dartela
una strigliata almeno una volta alla settimana!». Prese una striglia
dalla nicchia che stava dietro un travicello e si mise a sfregare il
vecchio mantello. Il pelo bianco era chiazzato qua e là da
macchioline color ruggine, come inchiostro di china applicato con un
pennello sottile, e la criniera e la coda avevano assunto un giallo
verdognolo. Avrà almeno diciotto anni, pensò Claude mentre
lucidava i fianchi tondi e solidi. Lui e Ralph la cavalcavano fino alla
fattoria Yoeder quando da ragazzini andavano in giro scalzi; la
conducevano con una briglia di corda, e intanto davano calci al
puledrino tutto gambe che le correva sempre al fianco.
Quando entrò in cucina e chiese a Mahailey dell’acqua calda per
lavarsi le mani, lei lo annusò con disapprovazione.
«Ma come, Mr Claude, hai strigliato la vecchia cavalla e ti sei
riempito di peli il vestito da soldato. Sei tutto bianco!».
Se le persone dotate di buonsenso si commuovevano alla vista di
un’uniforme, Mahailey ne era completamente stregata. Tanto era
accecata, che per tutto il soggiorno di Claude non le riuscì di
esaminarla nel dettaglio. Dopo aver contemplato i gambali, le sue
capacità di osservazione erano già annebbiate dall’eccitazione, e il
cervello le saltava di qua e di là come una scimmia in gabbia.
L’uniforme se l’aspettava azzurra, come quelle che si ricordava lei, e
quando lui era entrato in cucina la sera prima non aveva capito più
niente. Dopo che Mrs Wheeler le ebbe spiegato che i soldati
americani non indossavano più le uniformi azzurre, Mahailey si
andava ripetendo che su quegli abiti marroni la polvere si vedeva di
meno, e che Claude non sarebbe mai stato inzaccherato come quei
soldati che si fermavano a bere alla sorgente accanto alla casa di
sua madre.
«Quei gambali di cuoio servono a non farti sentire i rovi, eh?
Penso che ce n’è tanti di rovi, laggiù, come le more nei campi della
Virginia. Tua madre dice che i soldati si prendono i pidocchi, proprio
come se li prendevano nella nostra guerra. Portati una bottiglietta di
petrolio in tasca, e te lo spalmi sulla testa la sera. Così non si aprono
le uova».
Sopra il barile della farina che stava in un angolo, Mahailey aveva
appeso un manifesto della Croce Rossa: un disegno a carboncino
raffigurante una vecchia che rovistava con un bastone in un mucchio
di calcinacci e pezzi di legno che un tempo era stata la sua casa.
Mentre si asciugava le mani, Claude si avvicinò a guardarlo.
«Dove hai preso questa immagine?».
«Questa vecchia sarà laggiù dove vai tu, Mr Claude. Eccola lì che
cerca qualche legnetto per cucinare. Non ha più la stufa, né i piatti,
né niente – tutto quanto distrutto. Penso che sarà contentissima di
vederti arrivare».
Si sentirono passi pesanti che scendevano le scale e Mahailey
bisbigliò in fretta: «Non scordarti il petrolio, e non prenderti i pidocchi
se puoi farne a meno, tesoro». Lei considerava i pidocchi alla stessa
stregua delle storielle sconce – cose di cui si doveva parlare a bassa
voce.
Dopo colazione Mr Wheeler portò Claude con sé nei campi, dove
Ralph dirigeva i mietitori. Stettero un po’ a guardare la mietilega, poi
andarono a vedere i cumuli di fieno, l’erba medica, e camminarono
lungo il margine del campo di granturco, osservando le giovani
pannocchie. Mr Wheeler spiegava ed esibiva la fattoria a Claude
come se fosse un estraneo; il ragazzo ebbe la strana sensazione di
essere ufficialmente presentato a quegli acri di terra su cui aveva
lavorato ogni estate da quando era alto abbastanza da portare
l’acqua ai mietitori. Suo padre gli disse quanta terra possedessero e
quanto valesse e che non era gravata da ipoteche, a parte una da
nulla che aveva messo su una porzione della proprietà quando
aveva comprato il ranch nel Colorado.
«Quando torni» continuò «tu e Ralph non avrete bisogno di darvi
da fare per trovare lavoro. Sarete ben sistemati tutti e due. Ora è
meglio che vai dal vecchio Dawson e fai una visitina a Susie. Tutti
qua sono rimasti a bocca aperta quando Leonard se n’è andato».
Accompagnò Claude fino al confine tra la sua fattoria e quella dei
Dawson. «A proposito» disse mentre se ne andava «non ti scordare
di far visita anche agli Yoeder. Gus è parecchio arrabbiato, da
quando l’hanno portato in tribunale. Chiedi della vecchia nonna. Ti
ricordi che non ha mai imparato una parola di inglese? E ora le
hanno detto che è pericoloso parlare tedesco, e lei non apre più
bocca e si nasconde da tutti. Se passo la mattina presto, quando lei
è in giro a pulire il giardino dalle erbacce, corre ad accovacciarsi tra i
cespugli di uva spina finché non mi levo di torno».
Claude decise di andare quel giorno stesso dagli Yoeder e
l’indomani dai Dawson. Non gli piaceva l’idea che potesse esservi
malanimo verso di lui in una casa dove si era divertito tanto e dove
aveva spesso trovato rifugio dalla monotonia di casa sua. I ragazzi
Yoeder avevano un carillon, molto prima dell’avvento dei
grammofoni, e una lanterna magica, e la vecchia nonna faceva
meravigliose ombre cinesi su un lenzuolo, inventando storie
bellissime, oppure rivoltava la carta d’Europa sul tavolo mostrando ai
bimbi come, vista in quella posizione, sembrasse una Jungfrau, e
recitava una lunga cantilena tedesca che diceva come la Spagna
fosse la testa di una fanciulla, i Pirenei la gorgiera di pizzo, la
Germania il cuore e il seno, l’Inghilterra e l’Italia due braccia, e la
Russia, benché paresse tanto grande, fosse solo la gonna a
crinolina. Ora quella filastrocca sarebbe stata probabilmente
condannata come pericolosa propaganda.
Camminando da solo, Claude pensava a quanto gli sembrasse
vasta e variata quella campagna che un tempo gli era parsa noiosa
e ristretta. Durante i mesi al campo era stato completamente
assorbito dal nuovo lavoro e da nuove amicizie, e ora i dintorni di
casa sua gli andavano incontro con la freschezza delle cose
dimenticate da tempo – gli si ricomponevano davanti agli occhi come
un tutto armonico. Se ne andava, e avrebbe portato nella mente la
campagna intera, che mai come adesso significava così tanto. Era il
Lovely Creek che gorgogliava laggiù, dove lui e Ernest se ne
stavano seduti, lamentando che il libro della Storia fosse finito, che il
mondo avesse raggiunto l’avara vecchiaia e le nobili imprese fossero
morte per sempre. Ma lui se ne stava andando….
Quel pomeriggio Claude lo passò con sua madre. Era la prima
volta che lei aveva il figlio tutto per sé. Ralph aveva una voglia
terribile di restare a sentir parlare Claude, ma comprendendo i
sentimenti della madre tornò ai campi di frumento. Non c’era
particolare della vita di suo figlio al campo, per quanto insignificante,
che Mrs Wheeler non volesse sentire. Voleva sapere della mensa,
dei cuochi, della lavanderia, e delle sue mansioni. Si fece descrivere
l’esercitazione con la baionetta, si fece spiegare il funzionamento
delle mitragliatrici e dei fucili automatici.
«Non so come faremo a sopportare l’apprensione quando le
nostre navi trasporto cominceranno a salpare» mormorò pensierosa.
«Se riescono a portarvi tutti laggiù, non avrò più paura; credo che i
nostri ragazzi siano all’altezza di chiunque altro al mondo. Ma con
queste notizie di sommergibili che si aggirano al largo delle nostre
coste, mi domando come farà il governo a trasportare laggiù gli
uomini. Il pensiero di navi trasporto che colano a picco, con migliaia
di giovani a bordo, è qualcosa di talmente terribile…» si coprì gli
occhi con le mani.
Claude, seduto di fronte a sua madre, si domandava come mai
quelle mani fossero tanto diverse da tutte le altre. Aveva sempre
saputo che erano diverse, ma ora voleva osservarle bene e scoprire
perché. Erano sottili, e sempre bianche, persino quando le unghie
erano macchiate perché era tempo di conserve. Le dita si curvavano
indietro alle giunture, come se rifuggissero ogni contatto. Erano
inquiete e mentre lei parlava si sfiorava i capelli o il vestito. Quando
era emozionata, a volte portava la mano alla gola, o si toccava il
colletto come se stesse cercando una spilla dimenticata. Erano mani
sensibili, eppure non sembravano avere niente a che fare con i
sensi, sembravano quasi le dita brancolanti di uno spirito.
«Voi ragazzi cosa ne pensate?».
Claude trasalì. «Di che, mamma? Ah, i convogli! Non ce ne
preoccupiamo. Spetta al governo portarci laggiù. Un soldato deve
preoccuparsi solo di ciò di cui è direttamente responsabile. Se i
tedeschi dovessero affondare qualche nave trasporto, sarebbe una
sventura, certamente, ma in fin dei conti non cambierebbe di molto
la situazione. Gli inglesi stanno perfezionando un dirigibile enorme,
costruito per trasportare i passeggeri. Se le navi verranno affondate,
ci sarà solo un ritardo. Ancora un anno e gli yankee voleranno laggiù
con l’aereo. Non possono fermarci!».
Mrs Wheeler si chinò in avanti. «Queste sono chiacchiere da
ragazzi, Claude. Non crederai certo che sia possibile una cosa
simile?».
«Assolutamente. Gli inglesi confidano nei loro progettisti
aeronautici per fare proprio questo, se tutto il resto fallisce.
Naturalmente, per ora nessuno sa che effetto avranno i sommergibili
nel nostro caso».
Ancora una volta Mrs Wheeler si fece schermo con la mano.
«Quando ero giovane, giù nel Vermont, avrei voluto vivere nei tempi
antichi, quando il mondo progrediva a passi da gigante. E ora ho
l’impressione che i miei occhi non riuscirebbero a sopportarne la
magnificenza. È come se dovessimo essere nati con facoltà nuove,
per comprendere cosa sta accadendo nell’aria e sotto i mari».
XII

Il sole del pomeriggio inondava le finestre posteriori del lungo e


irregolare salotto di Mrs Farmer, dando a quella stanza buia l’aspetto
di una caverna in fondo alla quale ardesse un fuoco. I mobili erano
ricoperti di fresca cotonina estiva. I vasi di cristallo sui tavolinetti
catturavano la luce del sole sfavillando come minuscole lampade.
Claude era seduto lì da un bel po’, e sapeva che doveva andarsene.
Dalla finestra che gli era accanto poteva vedere le file di malvarosa,
le foglie piatte dell’esuberante catalpa e gli steli appuntiti della
menta, trasparenti nel pulviscolo dorato. Avevano parlato di tutto,
tranne di quello che Claude era venuto a dire. Guardando fuori nel
giardino, sentì che non ce l’avrebbe mai fatta a tirarlo fuori. Qualcosa
nel modo in cui l’aiuola di menta ardeva e fluttuava rendeva fatalisti,
timorosi di intromettersi. Ma una volta che se ne fosse andato, lo
avrebbe rimpianto: l’incertezza lo tormentava come una scheggia di
legno nel pollice.
Si alzò improvvisamente e disse senza preamboli: «Gladys, vorrei
avere la certezza che non sposerai mai mio fratello».
Lei non rispose, ma rimase seduta sulla poltrona, guardandolo
con una strana calma.
«Mi rendo conto dei tanti vantaggi» continuò lui in fretta «ma non
basterebbero a compensarti. Quel genere di… compromesso ti
renderebbe terribilmente infelice, lo so».
«Non credo che sposerò mai Bayliss» disse Gladys con la sua
solita voce bassa e piena, ma il respiro affannoso rivelava che
Claude aveva toccato un punto dolente. «Penso di essermene
servita: un’insegnante acquista un certo prestigio, se la gente pensa
che possa sposare quando vuole lo scapolo ricco della città. Ma
temo che non lo sposerò, perché della famiglia sei tu che ho sempre
ammirato».
Claude si voltò verso la finestra. «Proprio da ammirare sono
stato!» mormorò.
«Beh, in ogni caso è vero. È stato così fin dai tempi delle
superiori, ed è continuato. Tutto quello che fai è sempre
entusiasmante per me».
Claude sentì un sudore freddo sulla fronte. Ora avrebbe preferito
non essere mai andato. «Ma ecco qui, Gladys. Cosa ho fatto mai, se
non prendere una cantonata dopo l’altra?».
Lei venne alla finestra e gli si mise accanto. «Non so, forse è dalle
cantonate che si impara a conoscere le persone, da quello che non
riescono a fare. Se tu fossi stato come gli altri, te la saresti cavata
come loro. E questo non l’avrei mai sopportato».
Claude continuava a guardare accigliato il giardino
fiammeggiante. Non aveva sentito una parola della risposta di lei.
«Perché non mi hai impedito di fare la figura dell’idiota?» mormorò a
bassa voce.
«Credo di averci provato, una volta. In ogni modo, le cose stanno
andando meglio di quanto credessi. Non ti sei impantanato qui. Hai
trovato il tuo posto. Stai per imbarcarti. Questo è solo l’inizio».
«E tu?».
Lei rise dolcemente. «Oh, io insegnerò alle superiori!».
Claude le prese le mani e rimasero a scrutarsi, immersi nella luce
dorata che rendeva trasparente ogni cosa. Non seppe mai come
trovò il cappello e uscì dalla casa. L’unica cosa di cui era certo era
che Gladys non l’aveva accompagnato alla porta. Si era girato e
aveva visto la testa di lei nella finestra splendente di luce.
Lei rimase là, esattamente dove lui l’aveva lasciata, a guardare la
sera che avanzava, senza muoversi, respirando appena. Pensava a
quanto spesso, scendendo al piano di sotto, lo avrebbe visto lì
accanto alla finestra, o aggirarsi nella stanza in penombra,
finalmente con l’aria che avrebbe dovuto avere – coerente con le
sue convinzioni e con la scelta che aveva fatto. Ora non avrebbe mai
venduto quella casa per pagare le tasse. Avrebbe risparmiato sullo
stipendio e le avrebbe liquidate. Non avrebbe mai amato
nessun’altra stanza come quella. Era sempre stata un rifugio da
Frankfort, e ora ci sarebbe stata anche questa figura intensa,
confidente, un’immagine nitida come il quadro del nonno appeso alla
parete.
XIII

La domenica era l’ultimo giorno che avrebbe passato a casa, e


Claude fece una lunga passeggiata con Ernest e Ralph. Ernest
avrebbe fatto a meno di Ralph, ma quando il ragazzo era lontano dai
campi per la mietitura si appiccicava al fratello come una
sanguisuga. C’era qualcosa nei vestiti nuovi e nel nuovo modo di
fare di Claude che affascinava Ralph, i cui sentimenti stavano
subendo uno di quei repentini mutamenti che si verificano spesso
nelle famiglie. Sebbene dopo le nozze di Claude i loro rapporti
fossero diventati ancora più stretti, Ralph si era sempre un po’
vergognato del fratello. Perché, si chiedeva, Claude “non ci teneva a
diventare qualcuno?”. Adesso era colpito dal fatto che era diventato
qualcuno.
Il lunedì mattina Mrs Wheeler si svegliò presto, con un senso di
angoscia nel petto. Era il giorno in cui doveva dare buona prova di
sé. La colazione sarebbe stata l’ultimo pasto di Claude a casa. Alle
undici suo padre e Ralph lo avrebbero accompagnato a Frankfort
per prendere il treno. Ci mise più tempo del solito a vestirsi. Quando
scese al pianterreno Claude e Mahailey stavano già chiacchierando.
Lui si stava facendo la barba nel bagno e Mahailey stava a guardarlo
con un pezzo di bacon in mano.
«Di’ a quella gente laggiù che mi dispiace da matti per quelle
vecchie, con i piatti e i fornelli ridotti a pezzi».
«Va bene, glielo dirò» disse Claude rasandosi il mento.
Lei indugiava.
«Magari puoi aiutarle ad aggiustare le loro cose, come fai con me
qui» suggerì speranzosa.
«Magari» mormorò distratto.
Mrs Wheeler aprì la porta delle scale e Mahailey corse ai fornelli.
Dopo colazione Dan andò nei campi con i mietitori. Ralph, Claude
e Mr Wheeler furono indaffarati con l’automobile per l’intera
mattinata. Mrs Wheeler non fece altro che togliersi il grembiule e
andare giù a vedere cosa stessero facendo. Se c’era veramente
qualcosa che non andava nella macchina, o se era un pretesto per
restare tra loro lontano da casa, non sapeva dirlo. Aveva la
sensazione che la sua presenza non fosse molto gradita, e alla fine
salì di sopra e si rassegnò a osservarli dalla finestra del salotto.
Dopo un po’ sentì che Ralph correva su al terzo piano. Quando
scese con i bagagli di Claude, sporse la testa dalla porta e gridò
allegro a sua madre: «Non affrettarti. Li porto giù solo per tenerli
pronti».
Mrs Wheeler gli corse dietro, dicendo debolmente: «Ralph,
aspetta! Sei sicuro che abbia messo tutto? Non l’ho sentito fare i
bagagli».
«Tutto pronto. Dice che non deve più salire in camera. Tra un po’
viene. C’è ancora un sacco di tempo». Ralph corse via passando per
il seminterrato.
Mrs Wheeler si mise seduta nella poltrona dove solitamente
leggeva. Volevano tenerla lontana, ed era un po’ egoista da parte
loro. Perché non potevano trascorrere quelle ultime ore in tranquillità
a casa, invece di correre dentro e fuori per spaventarla? Ora sentiva
l’acqua calda scorrere in cucina: probabilmente Mr Wheeler era
entrato a lavarsi le mani. Si sentiva veramente troppo debole per
alzarsi e andare alla finestra di ponente per vedere se stavano
ancora giù alla rimessa. L’attesa era ormai una questione di secondi,
e il respiro si faceva sempre più corto.
Riconobbe un passo pesante di scarpe chiodate su per le scale.
Quando Claude entrò, con il cappello in mano, lei vide
dall’andatura, dalle spalle e dal modo di tenere la testa che il
momento era arrivato, e che lui voleva farla breve. Si alzò
tendendogli le mani, mentre lui si avvicinava e la prendeva tra le
braccia. Lei aveva quel suo singolare, intimo sorriso a occhi
semichiusi.
«Beh, è l’addio?» mormorò. Gli passò le mani sulle spalle, lungo il
dorso forte e i lati della giacca aderente, come se stesse prendendo
l’impronta e la misura del suo corpo mortale. Il mento le arrivava
giusto al taschino della giacca di lui, e lo strofinò contro il panno
pesante. Claude restò a guardarla senza dire una parola.
Improvvisamente le sue braccia si serrarono, e la strinse tanto forte
da farle quasi male.
«Mamma!» sussurrò baciandola. Corse giù e uscì di casa senza
voltarsi indietro.
Lei si alzò a fatica dalla sedia dov’era sprofondata e si trascinò
alla finestra: lui correva a balzi giù per la collina, più veloce che
poteva. Saltò in macchina accanto a suo padre. Ralph era già al
volante e Claude non fece in tempo a sistemarsi sul sedile che già
erano partiti. L’automobile correva lungo il fiume e oltre il ponte, poi
su per la lunga salita sul versante opposto. Quando fu quasi in cima
alla collina, Claude si alzò in piedi nella macchina e volse lo sguardo
alla casa, agitando il cappello a cono. Lei si sporse dalla finestra
cercando di aguzzare lo sguardo, ma le lacrime velavano ogni cosa.
La bruna figura diritta parve uscire fluttuando dall’automobile, oltre i
campi, e prima che fosse realmente scomparso, lei lo aveva perduto.
Si abbandonò sul davanzale stringendosi le tempie con le mani, e
proruppe con parole strozzate, appassionate: «Vecchi occhi, perché
mi tradite? Perché mi sottraete l’ultima vista del mio meraviglioso
figlio?».
LIBRO IV
IL VIAGGIO DELL’ANCHISE
I

Un lungo convoglio di vagoni affollati – i passeggeri tutti dello stesso


sesso, più o meno della stessa età, stessi vestiti, stessi cappelli –
avanzava lento attraverso i verdi acquitrini della costa in un tardo
pomeriggio d’estate. Nei vagoni i soldati non facevano altro che
stiracchiarsi le gambe rattrappite, cambiare posizione alle spalle,
accendere fiammiferi, passare sigarette, gemere di noia; di tanto in
tanto scoppiava una risata corale a proposito di nulla. A un tratto il
treno si fermò bruscamente. Teste mezze rapate, facce abbronzate
si sporsero dai finestrini. I ragazzi cominciarono a urlare e a
protestare: che succede ora?
Il capotreno passò per le carrozze, dicendo qualcosa a proposito
di un merci deragliato più avanti; aveva ordine di sostare una
mezz’ora. Nessuno gli dette retta. Un’esclamazione di stupore salì
da un lato del treno. I ragazzi si accalcarono ai finestrini a sud.
Finalmente c’era qualcosa da guardare, anche se quello che videro
era così stranamente quieto che le loro esclamazioni si smorzarono.
Il treno si snodava lungo un braccio di mare che penetrava nella
costa verdeggiante. Ai margini dell’acqua immobile stavano gli scafi
in legno di quattro navi in costruzione. Non c’era una città, non
c’erano fumaioli – pochissimi operai. Cataste di legname qua e là
nell’erba. Un motore a benzina, sotto un riparo di fortuna, azionava
una lunga gru che si protendeva sulle cataste di assi e di travi,
sollevava un carico, silenziosamente e cautamente lo spostava
sopra uno dei vascelli in costruzione e lo deponeva all’interno di
quella cosa immota. Lungo le fiancate degli scafi nudi erano al
lavoro alcuni saldatori: stavano seduti su tavole sospese e si
spostavano su e giù con le carrucole, come imbianchini. Solo
ascoltando attentamente si riusciva a sentire i colpi dei loro martelli.
Nessuno gridava ordini, nessun tonfo di macchinari pesanti o
stridore di perforatrici squarciava l’aria. Quelle strane navi
sembravano costruirsi da sé.
Alcuni soldati scesero dal treno e corsero lungo i binari,
chiedendosi l’un l’altro come fosse possibile costruire battelli in
mezzo all’erba. Il tenente Claude Wheeler allungò le gambe sul
sedile di fronte e rimase immobile al finestrino, osservando quella
strana scena. Aveva sempre creduto che i cantieri navali volessero
dire rumore e fucine e macchine e orde di operai. Questo era come
un sogno. Nient’altro che prati verdi, acqua grigio tenue, un velo di
foschia sospesa, leggermente rosa sotto il sole che declinava,
gabbiani spettrali, che volavano lenti, le ali sfumate di rosso bagliore
– e quei quattro scafi nei loro sostegni, che fronteggiavano il mare,
che riflettevano accanto al mare.
Claude non sapeva niente di navi e cantieri navali, ma quelle
imbarcazioni non parevano inchiodate – parevano tutte d’un pezzo,
come sculture. Gli ricordavano le case non fatte con le mani; erano
come pensieri semplici e grandi, come propositi che si andavano
lentamente formando nel silenzio accanto a un tranquillo braccio di
Atlantico. Non sapeva nulla di navi, ma non importava: la forma di
quegli scafi – le loro linee forti, ineluttabili – raccontava la loro storia,
era la loro storia, raccontava tutta intera l’avventura dell’uomo e del
mare.
Navi di legno! Quando grandi passioni e grandi aspirazioni
agitavano un paese, sagome come queste si formavano lungo le
coste per fare da scudo al suo valore. Niente di quanto Claude
aveva mai visto o sentito o letto o pensato aveva reso tutto così
chiaro come quelle carene di legno mai messe alla prova. Erano
l’impulso stesso, erano l’atto in potenza, erano “andare di là”, la
freccia scoccata, il grande grido inespresso, erano il Fato, erano il
domani.
La locomotiva lanciò uno stridio ai suoi sparsi passeggeri, come
una vecchia tacchina chiama i suoi piccoli. I giovani soldati vennero
di corsa lungo la banchina e saltarono a bordo. Il capotreno urlò che
sarebbero arrivati a Hoboken in tempo per la cena.
II

Era mezzanotte quando gli uomini ebbero finito di cenare e


cominciarono a srotolare le coperte per dormire sul pavimento delle
lunghe sale d’aspetto sulla banchina – che in altri giorni erano state
affollate di persone venute ad accogliere gli amici che tornavano a
casa, o a augurare loro un buon viaggio verso terre straniere.
Claude e qualcuno dei suoi uomini avevano cercato di guardarsi
intorno, ma c’era poco da vedere. La prua di una nave, verniciata in
bianco e nero mimetico, spuntava a un capo della banchina, ma
l’acqua non si vedeva. Per qualche tempo osservarono lungo la
strada lastricata la fila di carri trainati da cavalli e di camion che per
tutta la notte sarebbero entrati sobbalzando in una grande caverna
illuminata elettricamente, nella quale erano accatastati casse e barili
e mercanzie di ogni genere, siglati “Corpo di Spedizione Americano”:
casse di macchinario elettrico provenienti da qualche fabbrica
dell’Ohio, pezzi di ricambio di automobili, affusti di cannone, vasche
da bagno, materiale sanitario, balle di cotone, casse di scatolame,
serbatoi di metallo grigio pieni di sostanze chimiche. Claude tornò
alla sala d’aspetto, si stese per terra e si addormentò con la luce
accecante di una lampada ad arco in piena faccia.
Fu chiamato alle quattro del mattino e gli dissero dove presentarsi
a rapporto. Il capitano Maxey, che era presso uno dei punti di
sbarco, stava spiegando ai suoi subalterni che la compagnia doveva
salpare alle otto a bordo dell’Anchise. Era un’imbarcazione
britannica, una vecchia nave di linea australiana, e poteva
trasportare solo duemilacinquecento uomini. L’equipaggio era
inglese, ma parte delle scorte – carne, frutta fresca, verdura – era
fornita dal governo degli Stati Uniti. Il capitano era stato a bordo
della nave durante la notte e non ne era molto contento. Si
aspettava di essere assegnato a uno di quei grandi transatlantici
della linea Amburgo-America, con le sale da pranzo rifinite in
palissandro e impianti di ventilazione e impianti di refrigerazione e
ascensori in corsa su e giù come in un palazzo di uffici a New York.
«Comunque» disse «dovremo accontentarci. Stanno usando
qualsiasi cosa che stia a galla, di questi tempi».
La compagnia si adunò per l’appello sulla banchina, con zaini e
fucili. Mentre aspettavano venne distribuita la colazione. Dopo un’ora
passata in piedi sul cemento, cominciarono a vedere qualche
segnale incoraggiante. Due passerelle vennero calate dalla nave a
un’estremità del ponte di approdo e su ciascuna di esse cominciò a
fluire una serrata fila marrone di soldati che avevano in testa
l’elegante berretto dell’arma. I soldati sul molo riconobbero una
compagnia della fanteria del Kansas, e si misero a brontolare perché
non avevano ancora ricevuto il berretto: dovevano imbarcarsi con i
loro vecchi Stetson. Ben presto furono risucchiati in una di quelle file
marroni che risalivano senza sosta le passerelle, come cinghie di un
meccanismo. In coperta un cameriere di bordo dirigeva gli uomini giù
alla stiva, un altro conduceva gli ufficiali alle loro cabine. A Claude fu
assegnata una cabina a quattro posti. Uno dei suoi compagni di
alloggio, il tenente Fanning, della stessa compagnia alla quale
apparteneva lui, era già lì e stava sistemando il suo scarso bagaglio.
Il cameriere di bordo disse loro che gli ufficiali stavano facendo
colazione nella sala da pranzo.
Alle sette le truppe erano tutte a bordo e fu permesso agli uomini
di salire in coperta. Per la prima volta Claude vide il profilo di New
York, che sorgeva sottile e grigia contro il cielo mattutino color
dell’opale. Il giorno si annunciava caldo e nebbioso. Il sole, benché
già alto, era una sfera rossa, striata di nubi purpuree. Gli alti edifici,
di cui aveva tanto sentito parlare, parevano immateriali e illusori,
mere ombre grigie e rosa e azzurre che avrebbero potuto dissolversi
e svanire nella foschia. I ragazzi erano delusi. Erano uomini
dell’Ovest, abituati alla luce forte delle altitudini, e volevano vedere la
città distintamente: non se ne facevano niente di quelle torri
diseguali che si ergevano indistinte attraverso il vapore. Tutti
facevano domande. Quale di quei pallidi giganti era il Singer
Building? E il Woolworth? Cos’era quella cupola dorata che brillava
debolmente nella nebbia? Nessuno lo sapeva. Erano tutti del parere
che era una vergogna non aver avuto un giorno di permesso da
trascorrere a New York prima di salpare, e che si sarebbero sentiti
degli idioti a Parigi quando avrebbero dovuto riconoscere di non
avere neanche messo piede a Broadway. Rimorchiatori e traghetti e
chiatte di carbone si muovevano su e giù lungo il fiume oleoso –
tutte cose nuove per i ragazzi. Alla banchina della Cunard Line e a
quella delle linee francesi, videro i primi esempi di “mimetizzazione”,
di cui avevano tanto sentito parlare: grossi bastimenti su cui erano
verniciati assurdi disegni che facevano male agli occhi, alcuni in
bianco e nero, altri nelle tinte sfumate dell’arcobaleno.
Un rimorchiatore affiancò la nave e si agganciò. Qualche attimo
dopo sul ponte apparve un uomo che si mise a parlare con il
capitano. Il giovane Fanning, che stava appiccicato a Claude, gli
disse che era il pilota e che questo voleva dire che stavano per
partire. Videro i lucidi strumenti di una banda che si andava
raccogliendo a prua.
«Andiamo dall’altra parte, vicino alla battagliola, se ci riesce»
disse Fanning. «Gli altri si stanno raggruppando qua perché vogliono
vedere la Statua della Libertà quando usciamo dal porto. Non sanno
che la nave si rigira appena entra nel fiume. Pensano che vada via
con la poppa in avanti!».
Non fu facile attraversare il ponte: ogni centimetro era occupato
da uno stivale. L’intera sovrastruttura era ricoperta di uniformi
marroni: gli uomini si aggrappavano alle gru d’imbarcazione, ai
verricelli, ai parapetti e agli aeratori come uno sciame di api. Proprio
mentre il bastimento faceva macchina indietro, si alzò una brezza
che ripulì l’aria. Spuntò il cielo azzurro e il fioco profilo degli edifici di
Long Island si fece netto e deciso. Nei palazzi grigi le finestre
mandarono lampi di fiamma, le cime dorate e bronzee delle torri
presero a brillare sotto la luce del sole. La nave scivolava verso la
punta del promontorio, e a sinistra lo sguardo coglieva la ragnatela
argentata dei ponti, che parevano confondersi l’uno nell’altro.
«Eccola lì!». «Ciao, vecchia mia!». «Addio, tesoro!».
Lo sciame rifluì a dritta. Tutti urlavano e gesticolavano
all’immagine che volevano vedere – molto più vicina di quanto si
aspettassero, rivestita di drappeggi verdi, la bruma che le saliva alle
spalle come fumo. Quasi tutti quei duemilacinquecento uomini, come
Claude, posavano per la prima volta lo sguardo sulla statua di
Bartholdi. Tutti ne avevano un’idea precisa in mente, ma non
l’avevano immaginata sullo sfondo del cielo e del mare, con le navi
del mondo intero che andavano e venivano ai suoi piedi, e le nubi
che si rincorrevano alle sue spalle. Le cartoline illustrate non
avevano dato loro la minima idea dell’energia del suo ampio gesto,
né come quella pesantezza potesse apparire lieve tra i vapori. «Ce
l’ha data la Francia» continuavano a dire mentre le facevano il saluto
militare. Claude non si era ancora ripreso da quell’emozione, che a
prua la banda del Kansas cominciò a suonare Over There. Duemila
voci si misero a cantare, tuonando sopra le acque la gaia, indomita
risolutezza di quell’allegro motivo.
Un traghetto per Staten Island passò a prua della nave. I
passeggeri erano impiegati che si recavano al lavoro, e quando
alzarono lo sguardo e videro quelle centinaia di facce, tutte giovani,
abbronzate e sorridenti, cominciarono a gridare e a sventolare i
fazzoletti. Tra i passeggeri c’era un vecchio pastore, famoso oratore
ormai in pensione, che andava ogni giorno nella City per scrivere
editoriali in un giornale ecclesiastico. Chiuse il libro che stava
leggendo, si appoggiò al parapetto, e levandosi il cappello cominciò
a citare solennemente i versi di un poeta che era ancora molto in
auge ai suoi tempi. «Veleggiate» disse con voce tremante.

Veleggia, o nave della Patria!


L’Umanità, con tutti i suoi timori
e le speranze a venire,
palpita per il tuo destino7 .

Mentre la nave con le truppe seguiva silenziosa la sua rotta, il


vecchio continuò a guardarla dal ponte. Quello sciame urlante di
braccia e berretti e visi bruni sembrava nient’altro che una folla di
ragazzi americani che si stava recando a un incontro di calcio
qualsiasi. Ma la scena era eterna: giovani che attraversavano i mari
per andare a morire per un’idea, un sentimento, per il puro suono di
una frase. E nel partire si consacravano a un’immagine di bronzo in
mezzo al mare.
III

Per l’intera mattinata, Tod Fanning fece visitare la nave a Claude –


non che Fanning fosse mai stato su qualcosa di più grande di un
piroscafo nel lago Michigan, ma se ne intendeva di macchine, e non
esitava a chiedere ai camerieri di bordo quello che non sapeva. Ogni
steward, anzi l’intero equipaggio, pareva ai ragazzi
straordinariamente gentile e servizievole.
A mezzogiorno il quarto occupante della cabina di Claude, la
numero novantasei, ancora non si era visto, e nemmeno i suoi
bagagli, così i tre che avevano già sistemato i loro scarsi effetti
personali cominciarono a sperare di avere l’alloggio tutto per loro.
Già così era sufficientemente affollato. La terza cuccetta era stata
assegnata a un ufficiale del reggimento del Kansas, il tenente Bird,
originario della Virginia, che fino al momento di arruolarsi aveva
lavorato nella banca di un suo zio a Topeka. Lui e Claude erano
vicini di mensa e mentre pranzavano, il virginiano disse con la sua
voce garbatissima: «Tenente, vorrei che mi delucidasse sul tenente
Fanning. Parrebbe molto immaturo. Mi ha parlato di un
cacciatorpediniere sottomarino di sua invenzione, ma a me pare una
sciocchezza».
Claude rise. «Non cerchi di capire Fanning. Lo lasci sfogare e col
tempo imparerà ad apprezzarlo. Prima mi chiedevo come avesse
fatto a essere nominato ufficiale. Non si può mai dire quale sarà la
sua prossima follia».
Per fare un esempio, Fanning si era portato a bordo un paio di
calzoni bianchi di flanella, il suo primo e unico paio su misura,
perché aveva il presentimento che non appena la nave fosse
arrivata in porto sarebbe stato invitato a un ricevimento in giardino.
Aveva un modo tutto suo di adoperare paroloni a sproposito, non
perché cercasse di mettersi in mostra, ma perché per lui le parole si
assomigliavano tutte. Nei primi giorni della loro conoscenza al
campo, aveva detto a Claude che il suo era un difetto che non
poteva evitare e che si chiamava “anestesia”. A volte questo difetto
disorientava le persone: quando Fanning aveva dichiarato in pompa
magna che avrebbe proprio voluto esserci quando il Kronprinz
avesse saldato il suo conticino con Platone, Claude rimase
interdetto, fino a che le ulteriori spiritosaggini del ragazzo rivelarono
che intendeva riferirsi a Plutone.
Alle tre ci fu un concerto della banda in coperta. Claude si mise a
parlare con il maestro e fu felicissimo di apprendere che era di
Hillport, Kansas, città dove Claude era stato una volta con suo padre
per comperare del bestiame, e che i quattordici componenti della
banda erano pure di Hillport. Erano tutti componenti della banda
municipale; si erano arruolati in massa, erano andati insieme al
campo di addestramento e non si erano mai separati. C’era un
tipografo che lavorava all’edizione settimanale dell’Argus di Hillport,
un commesso di drogheria, il figlio di un orologiaio tedesco, un
ragazzo che andava ancora alle superiori, uno che lavorava in
un’autorimessa. Dopo cena Claude li trovò tutti insieme, molto
eccitati dalla loro prima serata a bordo, che discutevano se il
tramonto sul mare fosse bello come quello che vedevano ogni sera a
Hillport. Se ne stavano uniti e tranquilli e se si attaccava discorso
con uno, ben presto ci si ritrovava a parlare con tutti gli altri.
Quella sera, quando Claude, Fanning e il tenente Bird si
spogliarono nel loro angusto alloggio, la quarta cuccetta era ancora
vuota. Stavano per prendere sonno, quando il quarto occupante
entrò e accese la luce senza cerimonie. Furono sorpresi nel vedere
che indossava l’uniforme del Royal Flying Corps e che portava il
bastone. Pareva molto giovane, ma ai tre che lo spiavano di
sottecchi fece l’impressione di una persona importante. Si tolse la
giacca con il distintivo delle ali spiegate sul bavero, caricò l’orologio
e si lavò i denti con un’aria di grande importanza. Dopo che ebbe
spento la luce e si fu arrampicato nella cuccetta sopra quella del
tenente Bird, un pesante odore di rum si diffuse nell’aria soffocante.
Fanning, che dormiva sotto Claude, dette un calcio al materasso
che gli si incurvava sopra e sporse la testa. «Ehi, Wheeler! Cos’hai
lassù?».
«Niente».
«Questo niente ha un buon odore. Se qualcuno mi invita, non
faccio complimenti».
Nessuna risposta da tutti i settori. Bird, il virginiano, mormorò
«Non fate chiasso», e si addormentarono.
Al mattino, quando l’addetto ai bagni entrò, avanzò piano nella
stretta cabina e cacciò la testa nella cuccetta sopra quella di Bird.
«Mi rincresce, signore, ho fatto una ricerca accurata del suo
bagaglio, ma non si trova, signore».
«E io le dico che va trovato» replicò da lassù una voce infastidita.
«L’ho portato con me dal St. Regis con il taxi. L’ho visto che stava
sul molo insieme ai bagagli degli ufficiali – un baule nero con le
iniziali V.M. impresse sui due lati. Vada a cercarlo».
L’inserviente sorrise discreto. Probabilmente sapeva che l’aviatore
era salito a bordo in uno stato che escludeva ogni facoltà di
osservazione da parte sua. «Benissimo, signore. C’è qualcosa che
possa portarle, per il momento?».
«Può prendere questa camicia e farla lavare e riportatemela
stasera. Non ho biancheria nella borsa».
«Sissignore».
Claude e Fanning salirono in coperta il prima possibile e
trovarono gruppi di loro camerati che indicavano nuvole scure di
fumo lungo l’orizzonte. Sapevano che quei bastimenti provenivano
da porti sconosciuti, a volte lontanissimi, la cui destinazione era nota
solo ai comandanti. Sarebbero arrivati a poche ore di distanza l’uno
dall’altro in un punto prestabilito dell’oceano. Là avrebbero preso
ciascuno il proprio posto, affiancati da cacciatorpediniere, e
proseguito in formazione senza modificare le proprie posizioni. La
nave avviso scorta non li avrebbe abbandonati fino a che non
fossero stati raggiunti da cannoniere e torpediniere al largo della
costa, qualunque essa fosse – neanche gli ufficiali a bordo ne
conoscevano il nome.
Nella tarda mattinata il raduno fu completato. C’erano dieci navi
trasporto, alcune immense, e sei cacciatorpediniere. Gli uomini
rimasero tutta la mattina a guardare incantati le navi sorelle,
cercando di scoprirne il nome, tirando a indovinare la stazza. Pur
essendo già abbronzati, molti nasi e labbra cominciarono a coprirsi
di vesciche sotto il sole cocente. Dopo mesi di intenso
addestramento, quell’improvvisa indolenza, quell’esistenza tranquilla
erano loro grate. Anche se il loro passato non era né lungo né vario,
quasi tutti, come Claude Wheeler, provavano un senso di sollievo a
essersi liberati da ciò che erano stati prima e nell’affrontare qualcosa
di totalmente nuovo. Disse Tom Fanning, mentre oziava appoggiato
al parapetto: «Chi ne ha voglia può corrersene a prendere il treno
ogni mattina e a macinare giornate di lavoro nelle fabbriche
Westinghouse: per parte mia non ne voglio più sapere!».
Il virginiano si unì a loro. «L’inglese non è ancora sceso dal letto.
Deve esserci andato pesante con l’alcol. La cabina puzza come un
bar. L’addetto alle stanze stava uscendo di lì e mi ha strizzato
l’occhio. Si stava infilando qualcosa in tasca, mi è parsa una
banconota».
Claude era curioso e andò giù in cabina. Quando aprì la porta,
l’aviatore, steso semivestito sulla cuccetta superiore, si sollevò su un
gomito e abbassò lo sguardo su di lui. Gli occhi azzurri erano stretti
e duri, i capelli ricci in disordine, ma aveva le guance rosee di una
ragazza e i baffetti gialli a punta.
«Ti stai perdendo un tempo magnifico» disse affabile Claude.
«Oh, ce ne sarà a bizzeffe di tempo prima di arrivare, e non ci
sarà un accidente d’altro da fare». Tirò fuori una bottiglia da sotto il
cuscino. «Vuoi un goccio?».
«Non sarebbe male». Claude stese la mano.
L’altro fece una risata e ricadde sul cuscino, biascicando
pigramente: «Impavido ragazzo! Forza, bevi alla salute del Kaiser».
«Perché a lui in particolare?».
«Niente di particolare. Bevi alla salute di Hindenburg, o del
Comando Supremo, o a qualunque altra cosa ti abbia tirato fuori dai
campi di granturco. Perché è da lì che ti hanno tirato fuori, giusto?».
«Beh, hai colto nel segno. E te, dove ti hanno preso?».
«Crystal Lake, Iowa. Mi pare che il posto fosse quello». Sbadigliò
e si mise le mani sullo stomaco.
«Ma come? Credevamo che fossi inglese».
«Non proprio. Ma sono nell’esercito di Sua Maestà da due anni».
«Hai volato in Francia?».
«Sì. Sono stato tutto il tempo su e giù, Francia e Inghilterra. Ora
ho perduto due mesi a Forth Worth. Istruttore. Non è il mio genere.
Può darsi che mi ci abbiano mandato come ammonimento. Con il
mio colonnello però non si può mai dire: magari l’ha fatto per levarmi
dal pericolo».
Claude lo guardò, scioccato da quella possibilità.
Il giovane nella cuccetta sorrise indifferente.
«Oh, non parlavo degli aerei dei boches! C’è pericolo e pericolo.
Ti accorgerai che non ti hanno insegnato un accidente di niente sulla
guerra, al campo militare. Non comunicano i dettagli che contano. Te
ne vai?».
Claude non ne aveva intenzione, ma colse il suggerimento e tirò
indietro la porta.
«Un momento» gridò l’aviatore. «Riesci a tenere buono
quell’idiota di spilungone che sta sotto di te?».
«Fanning? È un bravo ragazzo. Cos’ha che non va?».
«La sua ignoranza totale e l’insopportabile tono confidenziale»
sbottò l’altro voltandosi.
Claude trovò Fanning e il virginiano che giocavano a scacchi, e
disse loro che il misterioso aviatore era un compatriota. Tutti e due
parvero delusi.
«Puah!» esclamò il tenente Bird.
«Ora che lo so, non può darsi tutte quelle arie con me!» dichiarò
Fanning. «Crystal Lake! Ma non è neanche una città!».
In ogni modo, Claude voleva scoprire come aveva fatto un
ragazzo di Crystal Lake a diventare membro del Royal Flying Corps.
Tra quelle centinaia di estranei, cinque o sei gli pareva meritassero
di essere conosciuti meglio. Era bello guardare tutti quegli uomini
che bighellonavano in coperta sotto al sole, le piccole rivalità e le
meschine gelosie dei giorni al campo ormai dimenticate. La loro
giovinezza, come le uniformi marroni, sembrava procedere
all’unisono. Nel complesso, pensò Claude, avevano tutti un’aria
abbastanza nobile. In molte di quelle facce c’era una spiccata
onestà, un’espressione di allegra attesa, di fiduciosa benevolenza.
A bordo c’era anche un marine, con i galloni del servizio di
confine sulla giacca. Era ricoverato al Navy Hospital di Brooklyn
quando il suo reggimento si era imbarcato, e ora stava andando a
raggiungerlo. Era giovane, piuttosto pallido per la recente malattia,
ma aveva esattamente l’aspetto che, secondo Claude, un soldato
dovrebbe avere. Il suo sguardo seguì il marine per tutto il giorno.
Il giovane si chiamava Albert Usher e veniva da una cittadina
sulle montagne Wind River, nel Wyoming, dove aveva lavorato come
boscaiolo. Raccontò queste cose a Claude, quando quella sera si
ritrovarono fianco a fianco a guardare il grande sole purpureo che si
immergeva nel mare violetto.
Era l’ora in cui gli agricoltori a casa conducono le bestie alla stalla
dopo una giornata di lavoro. Claude pensava a sua madre, che ogni
sera sarebbe stata alla finestra di ponente, a guardare il sole
morente pensando a lui. Quando fu raggiunto dal giovane marine, gli
confessò di avere nostalgia di casa.
«Questo è un genere di malanno che non mi riguarda» disse
Albert Usher. «Sono rimasto orfano in un ranch sperduto, a nove
anni, e da allora me la sono sempre cavata da solo».
Claude guardò di sottecchi la bella testa del ragazzo, che dal collo
si elevava in una linea netta, solida, e pensò che aveva saputo
cavarsela molto bene. Non avrebbe saputo dire cosa gli piaceva
esattamente del viso di Usher, ma gli sembrava un viso che ne
aveva viste tante – che, come il corpo, aveva subito un
addestramento e sviluppato un carattere deciso. Ciò che Claude
attribuiva a una vita avventurosa e virile era in realtà il risultato di
un’ossatura ben fatta: la faccia di Usher era più “modellata” della
gran parte dei visi che lo circondavano.
Alle domande di Claude, il marine continuò dicendo che, anche se
non aveva una casa vera e propria, gli era sempre capitato di cadere
in piedi, tra brava gente. Poteva tornarsene in qualsiasi casa di
Pinedale o Du Bois, ed essere accolto come un figlio.
«Suppongo che esistano donne buone ovunque» disse «ma
quelle del Wyoming non le batte nessuna. Non ho mai sentito la
mancanza di una casa. Ora la marina degli Stati Uniti è la mia
famiglia. Ovunque siano i marine, mi sento a casa».
«Sei stato a Vera Cruz?» chiese Claude.
«Sicuro! All’epoca ci era sembrata una cosa in grande, ma
immagino che quando saremo laggiù ci sembrerà una cosa da
niente. Prevedo che ne vedremo di tutti i colori. Da quanto sei
nell’esercito?».
«Ho fatto un anno l’aprile scorso. Non ho avuto fortuna per
l’imbarco, mi hanno mandato di qua e di là ad addestrare soldati».
«Allora devi ancora cominciare. Sei laureato?».
«No, sono andato all’università, ma non ho finito».
Usher guardò accigliato la linea dorata sull’acqua, nel punto in cui
il sole era immerso a metà, come un grande, vigile occhio che si
chiudeva. «Ho sempre desiderato andare al college, ma non mi è
mai riuscito. Un uomo a Laramie si era offerto di pagarmi un corso
all’università, ma ero troppo irrequieto. Forse mi vergognavo della
mia calligrafia». Fece una pausa, come colto da un vecchio
rimpianto. Un attimo dopo chiese brusco: «Parli français?».
«No, so qualche parola, ma non riesco a metterle insieme».
«Uguale a me, ma penso che qualcosa imparerò. Giù al confine
con il Messico me la sono cavata con lo spagnolo».
Il sole era scomparso e a occidente il cielo giallo calava, come
una tenda dorata, sul mare calmo che sembrava essersi solidificato
in una lastra di pietra blu – non un luccichio sulla superficie
immobile. La sua cupa levigatezza era attraversata da due lunghe
strisce di verde pallido, come un uovo di pettirosso.
«Ti piace l’acqua?» continuò Usher con il tono di un ospite
educato. «La prima volta che mi sono imbarcato su un incrociatore,
mi piaceva da matti. Mi piace ancora. Ma, vedi, mi piacciono anche
quelle vecchie montagne calve del Wyoming. Ci sono cascate che si
vedono dalle pianure, a venti miglia di distanza: sembrano grandi
lenzuola bianche, o qualcosa del genere, stese lassù tra le rocce. E
giù nei boschi di abeti, nei torrenti di acqua gelata, ci sono trote
lunghe mezzo braccio».
Quella sera Claude era in coperta, con pochi altri: c’era un
concerto nella sala ufficiali. Grandi nuvole erano spuntate a
occidente e si muovevano così basse da sbattere sopra l’acqua
come panni neri stesi ad asciugare.
La musica era piacevole da lassù. Quattro ragazzi svedesi della
colonia scandinava di Lindsborg, Kansas, cantavano Long, Long
Ago. Claude ascoltava da un punto riparato a poppa. Cosa ci
facevano, e cosa ci faceva lui, in mezzo all’Atlantico? Due anni
prima gli era sembrato che la vita fosse finita: piantato nella terra
come un palo, o come quei delinquenti cinesi che vengono sepolti
vivi, ai quali resta solo la testa fuori, alla mercé di uccelli e insetti. I
suoi camerati erano stati tutti al riparo nei villaggi della prateria, con i
loro piccoli lavori, i loro piccoli progetti. Eppure erano lì, scortati da
navi sconosciute, richiamate da ogni parte del mondo. Come erano
arrivati a meritare l’attenzione e la dedizione di tutti quegli uomini, di
tutte quelle macchine, di un simile consumo di energia e di
combustibile? Presi uno per uno, erano tipi normali come lui. Eppure
erano lì. E in quell’ammassarsi e muoversi di uomini non c’era niente
di meschino o ordinario: di questo era certo. Era, dall’inizio alla fine,
imprevisto, quasi incredibile. Quattro anni prima, quando i francesi
resistevano sulla Marna, i saggi del mondo intero non l’avrebbero
pensato possibile: avevano contemplato ogni casualità, meno
questa. “Da queste pietre può il Padre mio suscitare figli ad
Abramo”.
Sotto coperta gli uomini intonarono Annie Laurie. Dov’erano
quelle sere d’estate nelle quali sedeva muto vicino al mulino a vento
chiedendosi cosa ne avrebbe fatto della propria vita?
IV

La mattina del terzo giorno Claude, il virginiano e il marine si erano


alzati prestissimo e stando a prua osservavano l’Anchise che
scalava le montagne d’acqua spazzate dal vento; la prua,
sollevandosi e ricadendo, era un triangolo opaco tra lo scintillio
dell’acqua. Le navi scorta sembravano irreali, tenui e iridescenti
come conchiglie nel colore perlaceo del mattino. Solo le ombre nere
del fumo rivelavano che erano realtà meccaniche, con fuochisti e
motori.
Mentre i tre erano lì, un sergente informò Claude che due suoi
uomini dovevano presentarsi alla visita medica. Durante la notte il
caporale Tannhauser aveva avuto un’emorragia nasale talmente
forte che il sergente aveva temuto che potesse morire prima di
riuscire a fermarla. Adesso era in piedi, in fila per la colazione, ma il
sergente era certo che non avrebbe dovuto. Questo Fritz
Tannhauser, il più alto della compagnia, era un ragazzo di origine
tedesca che, quando gli veniva richiesto il suo nome, diceva di
chiamarsi Dennis e di essere di origine irlandese. Anche quella
mattina tentò di scherzare, e indicando il proprio viso rosso e gonfio
disse a Claude che pensava di avere l’influenza. «Ma non è
l’influenza tedesca, tenente!».
La visita prese molto tempo, quel mattino. Sembrava che fosse
scoppiata un’epidemia a bordo. Quando Claude condusse i suoi due
uomini dal dottore, questi disse loro di andare di sotto e di mettersi a
letto. Quando furono usciti disse a Claude: «Tè caldo, metteteli sotto
un cumulo di coperte da campo. Li faccia sudare, se ci riesce».
Claude osservò che la stiva non era un posto molto allegro per
gente malata.
«Lo so, tenente, ma abbiamo parecchi malati e l’unico altro
medico è il più malato di tutti. Naturalmente c’è anche il medico di
bordo, ma è responsabile solamente dell’equipaggio e finora non
pare interessato alla questione. Stamani devo ispezionare
l’infermeria e le scorte di medicinali».
«Si tratta di un’epidemia?».
«Mah, spero di no, però oggi avrò molto da fare, e quindi conto su
di lei per sorvegliare quei due». Il dottore proveniva dal New England
e si era unito a loro a Hoboken. Era un uomo snello dai modi spicci,
con occhi penetranti, lineamenti marcati e capelli grigi dello stesso
colore del volto pallido. Claude capì subito che sapeva il fatto suo, e
così scese di sotto per eseguire gli ordini meglio che poteva.
Quando risalì in coperta dalla stiva, vide l’aviatore – il cui nome,
aveva appreso, era Victor Morse – che fumava vicino al parapetto.
Quel compagno di cabina suscitava la sua curiosità.
«È la prima volta che vieni su, no?».
L’aviatore stava osservando i pennacchi di fumo che si levavano
in lontananza sull’acqua tremula e luccicante. «Era ora. Vorrei
sapere dove siamo diretti. Sarà terribilmente imbarazzante se
sbarchiamo in un porto francese».
«Mi pareva che avessi detto di doverti presentare in Francia».
«Sì. Ma prima voglio presentarmi a Londra». Continuava a fissare
le navi mimetizzate. Claude osservò che, stando in piedi, l’aviatore
teneva il mento molto alto. Adesso che era completamente sobrio,
gli occhi gli splendevano giovani e audaci: parevano disprezzare le
cose intorno. Si teneva vistosamente in disparte, come se non fosse
tra gente del suo rango. Claude ricordava di aver visto una gru, che
era stata catturata e che era tenuta legata per la zampa alla stia,
comportarsi esattamente allo stesso modo in mezzo alle galline di
Mahailey: teneva le ali accostate ai fianchi e si guardava intorno con
occhio torvo.
«Immagino che avrai degli amici a Londra» proseguì.
«Altroché!» rispose l’aviatore con foga.
«Ti piace più di Parigi?».
«Non so immaginare niente che sia meglio di Londra. A Parigi
non sono stato: quando avevo una licenza andavo sempre a casa.
Ci fanno lavorare sodo. In fanteria e artiglieria danno solo due
settimane di licenza all’anno. Mi dicono che gli americani hanno
preso in affitto la Costa Azzurra: si rimettono in forze a Nizza e
Montecarlo. L’unico giro turistico che abbiamo fatto noi è stato a
Gallipoli» soggiunse torvo.
Victor ce l’aveva quasi fatta ad acquisire l’accento britannico,
pensavano i ragazzi. Lo si capiva da come pronunciava parole come
“dissenteria”. Offrì a Claude una sigaretta, sottolineando che i sigari
erano nel baule che era andato smarrito.
«Prendine uno dei miei. Mio fratello me ne ha mandate due
scatole poco prima che salpassimo. Ti metto una scatola sulla
cuccetta quando scendo. Sono buoni».
Il giovane si voltò e lo squadrò sorpreso. «Ehi, è molto gentile da
parte tua! Sì, grazie, accetto».
Quando il giorno prima gli aveva prestato qualche camicia,
Claude aveva cercato di far raccontare a Victor le sue avventure
sugli aerei, ma su quell’argomento era muto come un pesce. Aveva
ammesso che la lunga cicatrice rossa sul braccio era stata
provocata da un tiratore scelto a bordo di un Fokker tedesco, ma
l’aveva giudicata di nessuna importanza visto che aveva fatto un
ottimo atterraggio. Ora, contando sui sigari, Claude pensò di
sondarlo un po’ più a fondo. Gli chiese se nel baule smarrito non ci
fosse qualcosa di insostituibile, qualcosa “di prezioso”.
«C’è una cosa che è decisamente inestimabile: un obiettivo Zeiss,
in condizioni perfette. Di tanto in tanto ho avuto attrezzature
fotografiche discrete, ma gli obiettivi si spaccano sempre con il
calore – gli aerei atterrano sempre in fiamme. Questo Zeiss l’ho
trovato in un aereo che ho abbattuto a Bar-le-Duc, e non ha
nemmeno un graffio: un vero miracolo».
«Vi prendete tutto il bottino, quando abbattete un apparecchio,
vero?» chiese Claude, incoraggiante.
«Naturalmente. Ho una discreta collezione: altimetri, bussole,
binocoli. Quest’obiettivo lo porto sempre con me, perché ho paura a
lasciarlo in giro».
«Immagino che sia una bella sensazione abbattere un aereo
tedesco».
«A volte. Ma ne ho abbattuto uno di troppo: è stato molto
spiacevole». Victor tacque, accigliato. Ma la faccia aperta e intenta
di Claude riuscì a vincere il suo riserbo. «Ho abbattuto una donna
una volta. Aveva un gran fegato, pilotava un ricognitore, e ci aveva
dato filo da torcere superando le nostre linee. Naturalmente non
sapevamo che fosse una donna fino a che non è venuta giù. È
rimasta schiacciata sotto i rottami. È vissuta ancora qualche ora e ha
dettato una lettera per i suoi. L’ho presa e l’ho lasciata cadere
all’interno delle loro linee. È stato un brutto affare. Ero parecchio
sconvolto. Però mi hanno dato quindici giorni di licenza a Londra.
Wheeler» proruppe all’improvviso «vorrei proprio che fossimo diretti
laggiù!».
«Piacerebbe molto anche a me».
Victor si strinse nelle spalle. «Lo spero davvero!». Voltò il mento in
direzione di Claude. «Senti un po’, se vuoi ti faccio vedere Londra. È
una promessa. Sai, gli americani non la visitano mai. Se ne stanno
nelle loro baracche a scrivere alla fidanzata, o vanno in giro in cerca
della Torre. Ti farò vedere una città viva, beh, sempre che non
preferisca i musei».
Il suo interlocutore si mise a ridere.
«No, voglio vedere come si vive».
«Mi piacerebbe portarti in certi posti che conosco. Benissimo, ti
invito a pranzare con me al Savoy la prima sera che siamo a Londra.
Ti si parerà davanti un mondo nuovo. Nessuno è ammesso senza
abito da sera. I gioielli ti accecheranno. Attrici, duchesse, tutte le più
belle donne d’Europa».
«Ma io credevo che Londra fosse buia e tetra da quando è
cominciata la guerra».
Victor sorrise, tormentandosi con due dita i baffetti color paglia.
«Grazie al cielo c’è ancora qualche posto dove divertirsi!». Poi prese
a spiegare al novizio come fosse in realtà la vita al fronte. Nessuno
nel servizio attivo parlava della guerra, o pensava alla guerra; era
solo una circostanza nella quale si trovavano a vivere. Gli uomini
discutevano di un certo reggimento che suscitava la loro invidia,
oppure di una divisione candidata a diventare la protagonista delle
azioni di guerra. Ciascuno pensava ai propri progetti, alla propria vita
personale che era riuscito a preservare malgrado la disciplina: la
prossima licenza, come procurarsi champagne senza doverlo
pagare, eludere la sorveglianza, cacciarsi nei guai con le donne e
venirne fuori. «Parli bene francese?» chiese Victor.
Claude fece una smorfia. «Non molto».
«Ti conviene dargli una ripassata se vuoi combinare qualcosa con
le francesi. Mi dicono che i vostri poliziotti militari sono severissimi.
Devi essere capace di buttare lì la parola giusta appena vedi una
bella ragazza, e di fissare l’appuntamento prima che ti scopra la
guardia».
«Le francesi non si fanno tanti scrupoli, eh?» osservò con
noncuranza Claude.
Victor si strinse nelle spalle strette. «Non mi pare che le ragazze
se ne facciano più di tanti, ovunque. Quando noi dell’esercito
canadese abbiamo fatto l’addestramento in Inghilterra, avevamo tutti
la moglie del fine settimana. Forse le ragazze di Crystal Lake
facevano un po’ più le schizzinose – ma questa ormai è acqua
passata. Non avrai nessun problema».
Mentre Victor stava raccontando una sua avventura amorosa, un
po’ diversa da quelle a cui Claude era abituato, furono raggiunti da
Tod Fanning. L’aviatore non parve notare la sua presenza, ma finito
di raccontare la storia, si allontanò con la sua andatura sussiegosa,
lo sguardo fisso all’orizzonte.
Fanning lo seguì con lo sguardo, disgustato. «Ci credi tu? Io non
penso proprio che sia questo gran seduttore. Ha una gran faccia
tosta, a parlare con l’accento britannico. Se parla in quel modo con
me, gli cambio i connotati».
Gli uomini ricordarono a lungo quel giorno, perché fu l’ultimo di
bel tempo e segnò la fine di quel primo periodo spensierato sul
mare. Nel pomeriggio Claude, il giovane marine, il virginiano e
Fanning stavano seduti al sole, guardando l’acqua che scavava
vallate e poi risaliva in azzurre colline ondulate. Usher stava facendo
ai compagni un lungo racconto sullo sbarco dei marine a Vera Cruz.
«È una gran bella città» concluse. «C’è una cosa che non potrò
mai dimenticare. Alcuni del posto ci portarono alla vecchia prigione
che sta su una roccia in mezzo al mare. Ci siamo fermati lì un giorno
intero a visitarla, e credetemi, non è roba da turisti. Siamo scesi nelle
segrete, sotto il livello del mare, dove mettevano i prigionieri politici,
li lasciavano marcire lì per anni e anni. Abbiamo visto i vecchi
strumenti di tortura: gabbie di ferro arrugginite dove non si poteva
stare né in piedi né sdraiati, ma solo piegati in due, finché non si
diventava deformi. Quando risalivi su, ti sentivi strano pensando alla
gente lasciata a marcire laggiù, quando c’era tutto quel sole e quel
mare là fuori. E allora pensi che c’era qualcosa che non andava nel
mondo». Non disse altro, ma dal suo sguardo severo, Claude capì
che era convinto che lui e i suoi compatrioti che si stavano
riversando oltremare avrebbero contribuito a cambiare tutto questo.
V

Quella notte il virginiano, che aveva la cuccetta sotto quella di Victor


Morse, ebbe una grave emorragia nasale, e al mattino era così
debole che lo dovettero portare all’infermeria. Il medico disse che
tanto valeva guardare in faccia la realtà: a bordo era scoppiata
un’epidemia di influenza, particolarmente sanguinosa e maligna8 .
Avevano tutti un po’ di paura. Alcuni ufficiali si rinchiusero nella sala
da fumo e se ne stettero a bere whisky e soda e a giocare a poker
tutto il giorno, come se così potessero allontanare il contagio.
Il tenente Bird morì nel tardo pomeriggio e fu sepolto all’alba del
giorno dopo, cucito in un’incerata, ai piedi un proiettile da diciotto
libbre. Il mattino spuntò gelido e terso. Il mare sollevava azzurri muri
d’acqua e la nave era spazzata da un vento tagliente come ghiaccio.
Tranne gli ammalati, i soldati erano tutti presenti. Era la prima
sepoltura in mare alla quale assistessero, e non potevano fare a
meno di trovarla interessante. Il cappellano lesse l’ufficio dei defunti
mentre tutti stavano in piedi a capo scoperto. La banda del Kansas
suonò una marcia solenne, il quartetto svedese cantò un inno. Più
d’uno voltò la testa quando il sacco marrone fu calato nelle fredde
creste indaco che si levavano alte e parevano totalmente prive di
qualsiasi benevolenza verso il genere umano. In un momento fu
tutto finito, e proseguirono la navigazione senza di lui.
Le scintillanti muraglie d’acqua continuavano a infrangersi,
indaco, viola, più brillanti che nei giorni di bel tempo. Il sole
accecante non mitigava il freddo, che tagliava la faccia e faceva
dolere i polmoni. Uomini di terraferma, i soldati cominciarono a
provare la deprimente sensazione di trovarsi dove non avrebbero
mai dovuto. Stavano ammucchiati in coperta, e cercavano di
scaldarsi abbracciandosi l’un l’altro. Soffrivano tutti il mal di mare.
Fanning andò a dormire vestito, talmente sofferente da non potersi
neanche togliere gli stivali. Claude rimase sdraiato a poppa con gli
altri, troppo infreddolito, troppo debole per muoversi. La luce del sole
si riversava su di loro come un fuoco, senza dare calore. Possenti,
irte di spuma, le onde irradiavano luce come milioni di specchi, e il
loro colore era quasi più di quanto lo sguardo potesse sopportare.
L’acqua sembrava più densa di prima, pesante come vetro fuso, e la
spuma sull’orlo di ogni cresta azzurra sembrava tagliente come
cristallo. Se un uomo vi fosse caduto sopra, sarebbe stato tagliato a
pezzi.
L’oceano intero pareva essersi improvvisamente risvegliato, le
acque avevano una maligna, aggraziata, muscolare energia,
animate da una sorta di beffarda crudeltà. Solo poche ore prima un
ragazzo innocente era stato gettato in quell’acqua gelida, e
dimenticato. Sì, già dimenticato: ognuno aveva le proprie sofferenze
a cui pensare.
Nel tardo pomeriggio il vento cadde e ci fu un tramonto sinistro.
Una piccola, sfilacciata nuvola nera attraversò il rosso occidente –
poi un’altra, e un’altra. Sorgevano dal mare – forme selvagge simili a
streghe, correvano rapide verso ovest, come per un malefico
convegno. Rimasero sospese nell’ultimo bagliore del giorno, nere
sagome distinte, che si avvicinavano, macchinando qualcosa.
I pochi uomini rimasti in coperta sentirono che un cielo simile non
prometteva niente di buono. Avrebbero voluto essere a casa, in
Francia, ovunque, ma non lì.
VI

La mattina dopo il dottor Trueman chiese a Claude di aiutarlo


durante la visita medica. «Ho un gruppo di sergenti che prendono la
temperatura, ma un uomo solo non può sorvegliare ogni cosa. Non
mi va di chiedere niente a quei damerini di ufficiali che se ne stanno
lì a giocare a poker tutto il giorno. O sono senza coscienza, o non
hanno capito la gravità della situazione».
Il dottore stava sul ponte in impermeabile, un piede appoggiato
alla sbarra del parapetto per mantenere l’equilibrio, prendendo
appunti su un taccuino che teneva sul ginocchio mentre davanti a sé
sfilava la lunga fila di malati. Ce n’erano più di settanta quella
mattina, e alcuni avevano l’aria di dover stare in un posto più
asciutto di quello. La pioggia scrosciava sul mare come tanti
proiettili. La vecchia Anchise annaspava da una cresta grigia
all’altra, solitaria. La nebbia escludeva la vista rincuorante delle navi
sorelle. Ogni tanto il dottore doveva allontanarsi, sopraffatto dal mal
di mare. Claude, al suo fianco, annotava nomi e temperature. Nel
pieno del lavoro disse ai sergenti di fare a meno di lui per qualche
minuto. Verso la fine della fila aveva visto uno dei suoi uomini
comportarsi male, frignava con il moccio al naso come un neonato –
un diciottenne grande e grosso che non aveva mai dato problemi.
«Se non puoi farne a meno, Bert Fuller, vattene dove nessuno ti
possa vedere. Non voglio che i camerieri inglesi vedano piangere un
soldato americano. Mai vista una cosa del genere!».
«Non ci riesco, tenente» piagnucolò il ragazzo. «Mi sono
trattenuto più che ho potuto, ma ora non ce la faccio più».
«Qual è il problema? Vieni a sederti qui su questa cassa e
raccontami».
Il soldato Fuller lo seguì di buon grado e si lasciò cadere sulla
cassa. «Sto tanto male, tenente!».
«Voglio capire quanto sei malato». Claude gli ficcò in bocca il
termometro, e mentre aspettava mandò il cameriere di coperta a
prendere una tazza di tè. «Proprio come immaginavo, Fuller. Non hai
una linea di febbre. Hai paura, tutto qui. Ora bevi il tè. Penso che tu
non abbia fatto colazione».
«Nossignore. Non riesco a mangiare quella roba schifosa che ci
danno qui».
«È abbastanza cattiva, in effetti. Di dove sei?».
«Sono di P-P-Pleasantville, sul P-P-Platte» disse il ragazzo
singhiozzando.
«Senti un po’, cosa penserebbero di te laggiù? Immagino che
quando sei partito hanno tirato fuori la banda e ti hanno fatto un
sacco di feste perché pensavano che fossi un bravo soldato. E
anch’io ho sempre pensato che fossi un soldato di prim’ordine.
Facciamo finta che non è successo niente. Ti senti già meglio,
vero?».
«Sissignore. Questo tè è buonissimo. Sono stato malissimo di
stomaco e la notte scorsa avevo dei dolori al petto. Tutti i miei
compagni sono malati, e avete portato Tannhauser, intendo dire il
caporale, all’infermeria. Pare che stiamo per morire tutti quaggiù».
«Lo so che è un po’ deprimente. Ma non farmi vergognare davanti
ai camerieri inglesi».
«Non lo farò più, signore» promise lui.
Finita la visita medica, Claude portò il dottore a vedere Fanning,
che aveva tossito e ansimato tutta la notte e non si era mosso dalla
cuccetta. La visita fu breve. Il dottore capì di che si trattava prima
ancora di applicare lo stetoscopio. «È polmonite, a entrambi i
polmoni» disse quando furono nel corridoio. «Ho un paziente in
infermeria che non arriverà al mattino».
«Cosa si può fare per Fanning, dottore?».
«Vede anche lei come sono messo: quasi duecento malati, e un
medico solo. Le scorte di medicinali sono del tutto inadeguate. Non
c’è olio di ricino a sufficienza per tenere pulito l’intestino degli uomini.
Sto adoperando anche i miei farmaci, ma non basteranno certo per
un’epidemia come questa. Non posso fare molto per il tenente
Fanning. Lei sì, invece, dedicandogli il suo tempo. Potrà assisterlo
meglio lei qui che non all’infermeria. Non c’è neanche un letto
libero».
Claude andò a cercare Victor Morse e gli disse che avrebbe fatto
bene a trovarsi una cuccetta in un’altra cabina. Quando Victor fu
uscito con le sue cose, Fanning lo seguì con lo sguardo. «Se ne
va?».
«Sì. Siamo in troppi qua dentro, se devi restare a letto».
«Contentissimo. I suoi racconti sono troppo indecenti per me. Non
sono una femminuccia, ma quello è un vero e proprio don
Chisciotte».
Claude scoppiò a ridere. «Non devi parlare, ti viene la tosse».
«Dov’è il virginiano?».
«Chi? Bird?» Claude domandò sgomento – Fanning era stato
accanto a lui al funerale di Bird. «Oh, se n’è andato anche lui. Dormi,
se ci riesci».
Dopo pranzo venne il dottor Trueman e mostrò a Claude come
fare al suo paziente un lavaggio con l’alcol. «È solo una questione di
tenerlo su. Non gli dia i cibi unti che servono qui. Gli dia un uovo
crudo sbattuto nel succo di arancia ogni due ore, giorno e notte. Lo
svegli, quando è ora di mangiare, non salti neanche un pasto. Farò
un ordine scritto al cameriere addetto al suo tavolo, così potrà
sbattere le uova qui in cabina. Ora devo andare all’infermeria. È
meraviglioso quello che i ragazzi della banda stanno facendo lì.
Comincio a essere orgoglioso di quel posto. Quel grosso tedesco ha
chiesto di lei. Sta molto male».
Non essendoci infermieri a bordo, la banda del Kansas si dava un
gran da fare in infermeria. I musicisti avevano seguito un corso di
addestramento per portaferiti e pronto soccorso, e quando si erano
resi conto di quanto stava accadendo sull’Anchise, il maestro era
andato a offrire l’aiuto dei suoi uomini al medico, il quale aveva
scelto infermieri e inservienti, suddividendoli in turni diurni e notturni.
Quando Claude andò a vedere il suo caporale, il grosso
Tannhauser non lo riconobbe. Era completamente fuori di testa e
parlava con la famiglia nell’idioma della prima infanzia. I ragazzi del
Kansas gli riservavano una particolare attenzione. Il solo fatto che
continuasse a parlare in una lingua vietata sulla superficie dei mari lo
faceva sembrare più disperato e solo degli altri.
Dall’infermeria Claude scese nella stiva dove sei o sette dei suoi
uomini giacevano ammalati. La stiva, umida e ammuffita come una
vecchia cantina, era talmente impregnata degli odori e delle perdite
maleodoranti di innumerevoli carichi, che era impossibile tenerla
pulita. Non c’era quasi ventilazione e l’aria era satura del tanfo di
malattia e sudore e vomito. Due soldati della banda aiutavano i
camerieri di bordo, immersi nel fetore e nello sporco. Claude si
trattenne a dare una mano fino all’ora del pasto di Fanning.
Cominciava a rendersi conto che l’orologio da polso, che fino a quel
momento aveva considerato un’effeminatezza e che teneva in tasca,
poteva essere estremamente utile. Dopo aver fatto ingoiare a
Fanning il suo uovo, gli ammonticchiò sopra tutte le coperte
disponibili e aprì l’oblò per arieggiare. Mentre il vento fresco fluiva
nella cabina, sedette sull’orlo della sua cuccetta cercando di
raccogliere i pensieri. Dove erano finiti quei primi giorni di bel tempo,
di svaghi e di cameratismo? I concerti della banda, il Lindsborg
Quartette, l’entusiasmo di trovarsi per la prima volta in mare: tutto
era passato come un sogno.
Quella sera, quando entrò per visitare Fanning, il dottore buttò lo
stetoscopio sul letto e disse stanco: «È un miracolo che
quell’aggeggio non mi abbia fatto radici nell’orecchio». Si mise
seduto e si infilò in bocca il termometro per qualche minuto, poi lo
porse a Claude, che lo guardò e gli disse che doveva andare a letto.
«E allora chi va in giro tra i pazienti? Niente letto per me, stanotte.
Ma tra poco farò un bagno caldo».
Claude domandò come mai il medico di bordo non si desse da
fare, aggiungendo che doveva essere meschino come il suo aspetto.
«Chessup? No, non è malaccio quando lo conosci meglio. Mi ha
dato una grossa mano nella preparazione dei medicinali ed è un
valido aiuto poter discutere i casi con lui. Farebbe qualsiasi cosa per
me, tranne che occuparsi dei pazienti. Non vuole oltrepassare i limiti
della sua competenza. Pare che la marina inglese sia molto
scrupolosa su queste cose. È canadese ed è stato il migliore
laureato della sua classe a Edimburgo. Ho sentito dire che ha fallito
nella libera professione. Vede, il suo aspetto non lo aiuta di certo. È
un terribile svantaggio sembrare un ragazzino, e in più essere così
timido».
Il dottore si alzò, raddrizzò le spalle e raccolse la borsa. «Lei ha
un ottimo aspetto, tenente» osservò. «Ha ancora i genitori? Erano
molto giovani quando è nato lei? Beh, allora lo saranno stati i nonni.
Io sono fissato su questa cosa. Sì, vado a fare subito un bagno e poi
mi butto sul letto un’ora o due. Con quei meravigliosi ragazzi della
banda che mi reggono l’infermeria, ho un po’ di libertà d’azione».
Claude si domandava come facesse il dottore a tirare avanti.
Sapeva che non aveva dormito più di quattro ore negli ultimi due
giorni, e non era un uomo particolarmente robusto. L’addetto ai
bagni era, diceva lui, la sua consolazione. Hawkins era un signore
avanti negli anni che aveva ricoperto incarichi migliori su navi migliori
di questa – sì, anche in tempi migliori. Aveva iniziato ad andare per
mare come addetto ai bagni e ora, con le vicende della guerra, era
tornato là dove era partito – un posto non molto adatto a un uomo
anziano. La schiena curva, l’aria umile, Hawkins si muoveva a fatica
sui piedi piatti. Badava al benessere degli ufficiali e assisteva il
dottore come un cameriere personale: gli tirava fuori la biancheria
pulita, lo persuadeva a stendersi e a prendere qualcosa di caldo
dopo il bagno, stava di guardia alla sua porta per registrare i
messaggi nelle sue poche ore di riposo. Hawkins aveva perso due
figli in guerra e sembrava trovare grande consolazione nel rendersi
utile ai soldati. «Se la prenda con calma, signore. Laggiù sarà già
abbastanza dura» diceva a questo e a quello.
Alle undici uno degli uomini del Kansas venne a dire a Claude che
il suo caporale se ne stava andando. La febbre aveva abbandonato
il grosso Tannhauser, come tutto il resto. Giaceva incosciente, i bulbi
oculari congestionati e rovesciati all’indietro; degli occhi si vedeva
solo il bianco giallastro. La bocca era aperta con la lingua che
pendeva da un lato. Già in cima al corridoio Claude aveva sentito i
suoni spaventosi che provenivano da quella gola, come violenti
conati di vomito o il rantolo soffocato di un uomo che viene
strangolato – come, in realtà, era. Uno dei ragazzi della banda portò
a Claude una sedia da campo e disse con dolcezza: «Non soffre. È
solo un fatto meccanico. Se ne andrebbe più facilmente se non
avesse tanta vitalità. Il dottore dice che potrebbe riprendere
brevemente conoscenza giusto alla fine, se vuole rimanere».
«Vado a dare l’uovo al mio paziente e torno». Claude andò e
tornò e si mise a sonnecchiare accanto al letto. Dopo le tre quel
rumore disperato cessò: immediatamente l’immensa figura sul letto
ridivenne quella del suo buon caporale. La bocca si chiuse, le vitree
gelatine tornarono a essere occhi umani, in grado di vedere, di
capire. La faccia non aveva più quell’aspetto gonfio e bestiale e
tornò a essere quella di un amico. Era quasi incredibile che
essendosi spinta tanto lontano potesse tornare. Il caporale sollevò lo
sguardo malinconico sul suo tenente, come per chiedergli qualcosa.
Gli occhi gli si riempirono di lacrime e voltò appena la testa.
«Mein’ arme Mutter!» sussurrò distintamente.
Morì qualche attimo dopo in piena dignità, senza tormento, ma in
piena coscienza, parve a Claude – come un ragazzo coraggioso che
rende ciò che non è suo diritto tenere.
Claude tornò in cabina, svegliò ancora una volta Fanning, poi si
buttò sulla sua traballante cuccetta. Pareva che la nave si rotolasse
e si sdraiasse scompostamente tra le onde, come Claude aveva
visto fare agli animali della fattoria quando davano alla luce i loro
piccoli. Quanto era indifesa la vecchia imbarcazione tra le acque
martellanti, e quanta disperazione portava dentro di sé. Claude stava
sdraiato con lo sguardo rivolto alle tubature arrugginite dell’acqua, ai
giunti privi di vernice. Quella nave era davvero vecchia come il suo
nome: perfino i carpentieri che l’avevano convertita in nave trasporto
avevano pensato che non valesse la pena di affaticarsi, e le avevano
riservato un pessimo trattamento.
Il grande Tannhauser era stato tra quelli più impazienti di
imbarcarsi. Faceva un gran sorriso e diceva: «La Francia è l’unico
paese adatto a uno con un nome come il mio». Come gli altri, aveva
salutato con la mano l’immagine nel porto di New York, come gli altri
credeva in essa. Non chiedeva che di servire. Era difficile.
Quando Tannhauser era arrivato al campo, era disorientato e non
riusciva a tenere a mente le istruzioni. Una volta Claude l’aveva fatto
uscire dalla riga e ammonito per non saper distinguere la destra
dalla sinistra. Andando a fondo, aveva scoperto che il ragazzo non
stava mangiando niente, che era malato di nostalgia. Era uno di quei
ragazzi di fattoria terrorizzati dalla città. Il più piccolo di una grande
famiglia, grande e grosso com’era non aveva mai dormito lontano da
casa prima di arruolarsi.
Il caporale Tannhauser, insieme ad altri quattro, fu sepolto all’alba.
Niente banda, questa volta: il cappellano era malato, così un
giovane capitano lesse il rito funebre. Claude rimase in piedi a
guardare fino a che i marinai gettarono il sacco, quindici centimetri
più lungo degli altri, nell’abisso color piombo del mare. Non si sentì
neanche il tonfo. Dopo colazione uno degli inservienti del Kansas lo
chiamò nella piccola cabina dove avevano composto le salme prima
della sepoltura. Il regolamento militare stabiliva minutamente cosa si
dovesse fare degli averi di un soldato defunto. Uniforme, scarpe,
coperte, armi, bagaglio personale furono tutti sistemati secondo le
istruzioni. Ma per ciascuno restava qualcosa: gli spazzolini da denti,
il rasoio e le fotografie che si erano portati addosso. Erano lì in
cinque pietosi mucchietti: che cosa si doveva farne?
Claude prese le fotografie che erano appartenute al suo caporale:
una raffigurava una ragazza grassa dall’aria sciocca, con un vestito
bianco troppo stretto per lei, un cappello floscio e una bandierina
appuntata sul petto grassoccio. L’altra era di una donna anziana,
seduta con le mani in grembo. I radi capelli erano tirati indietro, e
dalla faccia dura, spigolosa – un’inconfondibile faccia del Vecchio
Mondo – gli occhi socchiusi guardavano l’obiettivo. Aveva un’aria
onesta, testarda e poco convinta, pensò Claude, come se non
capisse minimamente.
«Prendo queste» disse. «E le altre… buttatele in mare, va
bene?».
VII

Il primo ufficiale della compagnia B, capitano Maxey, soffrì tanto il


mare durante la traversata che non fu di alcun aiuto ai suoi uomini
tormentati dall’epidemia. Dovette essere un colpo terribile al suo
orgoglio, perché ci teneva moltissimo a compiere il proprio dovere di
ufficiale.
Claude aveva conosciuto superficialmente Harris Maxey a
Lincoln, lo aveva incontrato dagli Erlich e poi aveva mantenuto con
lui una conoscenza da compagni di università. Non gli era piaciuto
allora, e non gli piaceva adesso, ma lo giudicava un bravo ufficiale.
La famiglia di Maxey era povera e dal Mississippi si era stabilita nella
contea di Nemaha, e Harris era ambiziosissimo: non voleva solo
avere successo ma, come diceva lui, “diventare qualcuno”. La sua
vita universitaria era stata animata dalla ricerca febbrile di ascese
sociali e conoscenze utili. Nei confronti della “gente giusta” provava
una vera venerazione. Dopo la laurea, aveva prestato servizio al
confine messicano. Era un istruttore instancabile e si dedicava ai
propri compiti con tutta l’energia di cui era capace la sua fragile
costituzione. Era smilzo e chiaro di carnagione, la mascella rigida
faceva sopravanzare i denti inferiori rispetto a quelli superiori, dando
al suo viso una certa durezza. Il suo modo di fare, teso e nervoso,
era l’espressione di un’appassionata volontà di eccellere.
In quei giorni a Claude sembrava di condurre una doppia vita.
Quando assisteva Fanning o era giù nella stiva a dare una mano con
i soldati ammalati, non aveva tempo di pensare – faceva
meccanicamente quello che c’era da fare. Ma quando aveva un’ora
per sé e se ne stava sul ponte, la sensazione bruciante di una libertà
sempre più grande gli si riaccendeva dentro. Il maltempo era
un’avventura continua: Claude non aveva mai conosciuto niente di
simile. La nebbia e la pioggia, il cielo grigio e la grigia distesa
solitaria dell’oceano erano qualcosa che lui aveva immaginato tanto
tempo prima – ricordi di vecchie storie marinare lette da bambino,
forse – e gli scaldavano il cuore. Lì sull’Anchise gli era sembrato di
ricominciare dal punto in cui era terminata la sua infanzia. Il brutto
vuoto in mezzo si era richiuso. Anni della sua vita venivano
cancellati dalla nebbia. Quella nebbia, inizialmente deprimente, era
diventata un rifugio: una tenda che attraversava lo spazio e
nascondeva tutto quello che era stato prima, che dava la possibilità
di rivedere le proprie idee sulla vita e di pianificare il futuro. Il
passato era fisicamente tagliato fuori: questa era la sua illusione.
Claude aveva già viaggiato per molte, molte più miglia di quanto non
segnasse il giornale di bordo. Quando il maestro della banda, Fred
Max, lo invitò a giocare a scacchi, dovette fermarsi un momento a
pensare perché quel gioco suscitasse associazioni tanto spiacevoli
per lui. Il pallido, ingannevole viso di Enid di rado gli tornava alla
mente, a meno che un evento fortuito non lo suscitasse. Se gli
capitava di imbattersi in un gruppo di ragazzi che parlavano delle
loro fidanzate o spose di guerra, ascoltava un momento e poi si
allontanava con la felice sensazione di essere l’uomo meno sposato
a bordo della nave.
Il ponte era semideserto, ora che tantissimi soldati stavano male,
o per l’influenza o per il mal di mare, e a volte Claude e Albert Usher
avevano il fianco della nave più battuto dalla burrasca tutto per loro.
Il marine era un compagno ideale in quelle giornate tetre: posato,
silenzioso, sicuro di sé. E anche lui guardava sempre avanti. Quanto
a Victor Morse, Claude gli si stava veramente affezionando. Victor
ogni pomeriggio prendeva il tè in un angolo appartato nella sala da
fumo degli ufficiali – sarebbe morto senza quel tè – e il cameriere gli
portava sempre qualcosa di speciale: pane tostato e marmellata o
focaccine dolci. Solitamente Claude riusciva a raggiungerlo a
quell’ora.
Il giorno del funerale di Tannhauser entrò alle quattro nella sala da
fumo. Victor fece un cenno al cameriere e gli disse di portare due
whisky caldi insieme al tè. «Sei fradicio, Wheeler, bere ti farà bene.
Ecco qua» disse posando il bicchiere. «Non ti senti meglio con una
bevuta?».
«Decisamente. Penso che ne prenderò un altro. È piacevole
sentire questo calore dentro».
«Ancora due, cameriere, e mi porti un limone». Nella sala, gli altri
ufficiali leggevano o chiacchieravano a bassa voce. Uno dei ragazzi
svedesi suonava in sordina il vecchio pianoforte. Victor cominciò a
versare il tè. Lo faceva sempre con garbo, ma quel giorno con una
sollecitudine particolare. «Questa bruma scozzese ti entra nelle
ossa, vero? Mi sei parso piuttosto giù di morale quando ti ho visto
sul ponte».
«Ho vegliato Tannhauser la notte scorsa. Ho dormito solo un’ora»
mormorò Claude sbadigliando.
«Sì, ho saputo che hai perduto il tuo grosso caporale. Mi dispiace.
Anch’io ho avuto cattive notizie. Ormai si sa che sbarcheremo in un
porto francese. Questo manda all’aria tutti i miei piani. Comunque,
c’est la guerre!». Respinse la tazza con un’alzata di spalle.
«Facciamo un giretto fuori?».
Claude si era chiesto spesso la ragione della simpatia di Victor nei
propri confronti, visto che non era certo il suo genere di persona.
«Se non è un segreto» gli disse «vorrei sapere come sei riuscito a
entrare nell’esercito britannico».
Passeggiando su e giù nella pioggia, Victor narrò brevemente la
sua storia. Finite le superiori, era entrato come contabile nella banca
di suo padre a Crystal Lake. Dopo le ore d’ufficio, pattinava, giocava
a tennis o lavorava nel campo di fragole, secondo la stagione. Ogni
estate si comprava due paia di calzoni bianchi, ordinava le camicie a
Chicago, e si riteneva un tipo in gamba. Si era fidanzato con la figlia
del pastore. Due anni prima, l’estate in cui compiva vent’anni, suo
padre aveva voluto mandarlo alle cascate del Niagara: compilò un
modesto assegno, mise in guardia il figlio contro i pericoli dei bar
(Victor non ci aveva mai messo piede), degli alberghi troppo costosi
e delle donne sconosciute che si avvicinano a chiedere l’ora, e lo
spedì via, dicendogli che non era necessario dare mance a camerieri
e facchini. Alle cascate del Niagara fece la conoscenza di alcuni
giovani ufficiali canadesi che gli aprirono gli occhi su una quantità di
cose. Andò a Toronto con loro. Là tutti si arruolavano e lui intravide
una via di fuga dalla banca e dal campo di fragole. L’aviazione gli era
sembrata l’arma più brillante e attraente del servizio militare. Lo
avevano ammesso, e ora era là.
«A casa non ci vai più» disse Claude convinto. «Non ti ci vedo a
sistemarti in qualche cittadina dello Iowa».
«In aviazione» replicò Victor con aria indifferente «non ci
preoccupiamo del futuro. Non vale la pena». Tirò fuori un
portasigarette d’oro opaco, che aveva già attirato lo sguardo di
Claude.
«Posso guardarlo un attimo? L’ho ammirato spesso. Un regalo da
qualcuno che ti piace, vero?».
Il viso fanciullesco dell’aviatore si contrasse come sotto l’effetto di
un’autentica emozione e la bocca rossa, piuttosto piccola, si irrigidì.
«Sì, una donna che voglio farti conoscere. Ecco qua» ritrasse il
mento sopra l’alto colletto. «Ti scrivo l’indirizzo di Maisie sul mio
biglietto da visita: “Presento il tenente Claude Wheeler, American
Expeditionary Force”. Non hai bisogno d’altro. Se vai a Londra prima
di me, non esitare, vai a trovarla subito. Mostra questo biglietto e lei
ti riceverà senza indugi».
Claude lo ringraziò e mise il biglietto nel portafoglio, mentre Victor
accendeva una sigaretta. «Non ho dimenticato che pranzerai con noi
al Savoy, se ci capiterà di essere a Londra insieme. Se sono là, puoi
sempre trovarmi. Sono al suo indirizzo. Sarà una gran cosa per te
conoscere una donna come Maisie. Sarà carina con te, perché sei
amico mio». Proseguì raccontando che Maisie aveva fatto di tutto
per lui: aveva lasciato il marito e rinunciato agli amici. Ora viveva in
un appartamentino a Chelsea, dove non faceva che aspettare il suo
arrivo o temere la sua partenza. Era una vita terribile, per lei.
Naturalmente intratteneva anche altri ufficiali, vecchie conoscenze,
ma quella era una copertura. Lui era il suo uomo.
Victor arrivò a tirare fuori il suo ritratto e Claude guardò, senza
sapere cosa dire, un viso da luna piena, gli occhi stanchi sotto le
palpebre pesanti, il collo stretto in un collarino di perle, le spalle nude
fino al rigonfio seno matronale. Non c’era un segno, né una ruga in
quella liscia distesa di carne, ma dalle linee pesanti della bocca e del
mento, dalla forma stessa del viso era facile vedere che sarebbe
potuta essere la madre di Victor. Sulla foto c’era una dedica scritta
con una grafia appariscente, À mon aigle! Se Victor avesse avuto la
delicatezza di lasciarlo nel dubbio, Claude avrebbe preferito credere
che la natura dei suoi rapporti con quella donna fosse
esclusivamente filiale.
«Donne così non ce ne sono nel tuo angolo di mondo» mormorò
l’aviatore, chiudendo di scatto l’astuccio della fotografia. «Conosce le
lingue, è una musicista e via dicendo. Con lei, la vita di ogni giorno
diventa un’opera d’arte. La vita, dice Maisie, è come uno se la crea.
In se stessa, non è niente. Nel posto da cui provieni tu, non è niente
– una malattia del sonno».
Claude rise. «Non so se sono d’accordo con te, però mi piace
sentirti parlare».
«Beh, in quella parte della Francia che è ormai una rovina,
troverai più vita nelle cantine che non al tuo paese, qualunque esso
sia. Preferirei fare lo scaricatore di porto a Londra, che non il
banchiere in uno dei vostri Stati della prateria. A Londra, se hai la
fortuna di possedere uno scellino, puoi metterlo a frutto».
«Sì, da noi è una bella noia» ammise l’altro.
«Noia? Mio Dio, è la morte civile! Cosa resta degli uomini se gli
levi il fuoco? Hanno paura di tutto. Li conosco: quegli esseri abietti
da scuola domenicale che si aggirano furtivi per i villaggi dopo il
tramonto!». Victor chiuse bruscamente l’argomento. «A proposito,
con il dottore sei grande amico, no? Mi serve una medicina che sta
nel baule smarrito. Ti dispiace chiedergli di firmare questa ricetta?
Non mi va di andarci io stesso. Quei dottori non fanno che cianciare,
e magari mi fa rapporto. Sono stato fortunato finora a scansare la
visita medica. Non mi va di essere trattenuto da qualche parte.
Naturalmente, digli che non è per te».
Quando Claude presentò il foglietto azzurro al dottor Trueman,
questi sorrise sprezzante. «Capisco: è di un farmacista londinese.
No, non abbiamo niente del genere qui». Rese il foglietto. «Questi
sono solo palliativi. Se il suo amico ha bisogno di questo, deve
curarsi – e lui sa dove».
Claude rese a Victor la ricetta mentre uscivano dalla sala dove
avevano cenato, dicendogli che non era riuscito a ottenere niente.
«Scusa» disse Victor arrossendo con aria sostenuta. «Grazie
tante».
VIII

Tod Fanning resisteva meglio di altri uomini più forti di lui: la sua
vitalità sorprese il dottore. L’elenco dei morti aumentava
costantemente e il peggio era che morivano i pazienti
apparentemente meno gravi. Giovani vigorosi di diciannove,
vent’anni si voltavano da una parte e morivano, perché si erano
persi d’animo, perché gli altri morivano – perché la morte era
nell’aria. Per i corridoi del transatlantico c’era odore di morte. Il dottor
Trueman disse che succedeva sempre così nelle epidemie:
morivano pazienti che, se fossero stati isolati, sarebbero guariti.
«Sa, Wheeler» osservò il dottore un giorno in cui stavano salendo
dall’infermeria al ponte per prendere una boccata d’aria «a volte mi
domando se tutte queste punture contro la febbre tifoide, il vaiolo e
via dicendo non abbiano abbassato loro le forze. Se continuo a
perdere uomini, vado fuori di testa! Cosa darebbe lei per essere
libero da tutto questo, sano e salvo alla fattoria?». Non sentendo
risposta, si voltò, scrutò al di sopra del bavero dell’impermeabile e
vide uno sguardo sorpreso, recalcitrante negli occhi azzurri del
giovane, seguito da una vampa di rossore.
«Non le va di tornare alla fattoria, eh? Neanche un po’! Bene
bene, ecco cosa vuol dire essere giovani!». Scosse la testa con un
sorriso che poteva essere di commiserazione, o di invidia, e tornò al
suo lavoro.
Claude rimase dov’era, respirando l’umida aria grigia a pieni
polmoni e sentendosi oppresso e rimproverato. Era vero, si rese
conto: il dottore aveva colto nel segno. Si stava divertendo e non
voleva stare al sicuro da nessuna parte. Gli dispiaceva per
Tannhauser e gli altri, ma non per se stesso. I disagi e le
disavventure della traversata non gli avevano rovinato il
divertimento. Brontolava, naturalmente, perché gli altri lo facevano.
Ma la vita non gli era mai sembrata tanto seducente come lì, in quel
momento. Era capace di salire su dopo il pesante lavoro
all’infermeria, o dal povero Fanning e le sue interminabili uova, e
dimenticare ogni cosa dopo dieci minuti. Qualcosa dentro di lui,
qualcosa di elastico come le creste grigie che facevano inclinare la
nave, continuava a rimbalzare e a ripetere: “Io sono tutto qui. Mi
sono lasciato ogni cosa alle spalle. Sto andando laggiù”.
Solamente quell’unico giorno, quel gelido giorno del funerale del
virginiano, quando aveva avuto il mal di mare, si era sentito davvero
disperato. Doveva essere senza cuore, certamente, per non essere
sopraffatto dalla sofferenza dei suoi uomini, dei suoi amici – ma non
si sentiva sopraffatto. Erano sempre nei suoi pensieri e faceva di
tutto per aiutarli, ma gli sembrava anche di ricavarne una certa
soddisfazione, ed era in qualche modo orgoglioso di rendersi utile al
dottor Trueman. Bel comportamento! Si svegliava ogni mattina con
quel senso di libertà, di andare avanti, come se il mondo stesse
diventando ogni giorno più grande, e lui con esso. I compagni erano
malati e morivano ed era terribile – ma lui e la nave andavano
avanti, sempre avanti.
Dentro di sé si era liberato qualcosa che da tanto tempo lottava
per uscire, si diceva. Avrebbe dovuto essere in Francia fin dalla
prima battaglia della Marna; aveva seguito false piste e perso tempo
prezioso e conosciuto tanta disperazione, ma finalmente era sulla
strada giusta e niente poteva fermarlo. Se non fosse stato così
immaturo, così impacciato, così timoroso di mostrare ciò che
provava, così goffo nel trovare la propria strada, si sarebbe arruolato
in Canada, come Victor, oppure sarebbe scappato in Francia, nella
Legione Straniera. Ora tutto questo gli sembrava assolutamente
possibile. Perché non l’aveva fatto?
Beh, non era “una cosa da Wheeler”. I Wheeler avevano una
paura terribile di andarsi a ficcare dove non erano voluti, di farsi
largo in un gruppo di persone al quale non appartenevano. E
avevano ancora più paura di compiere qualcosa che potesse
sembrare affettato o “romantico”. Non potevano permettersi di fare
qualcosa che desse nell’occhio, tantomeno qualcosa di strambo, a
meno che non rientrasse nel lavoro quotidiano. Ebbene, la Storia si
era chinata fino a Claude: quella brillante avventura era diventata il
suo lavoro quotidiano. C’era entrato, alla fin fine, insieme a Victor e
al marine e ad altri ancora che avevano più immaginazione e fiducia
in se stessi. Tre anni prima sedeva con l’animo abbattuto accanto al
mulino, perché non vedeva come un ragazzo del Nebraska potesse
avere una “chiamata”, o addirittura un modo per gettarsi nella
mischia, in Francia. Leggeva con invidia di Alan Seeger e di quei
fortunati ragazzi americani che avevano il diritto di battersi per una
civiltà che conoscevano.
Ma il miracolo era accaduto: un miracolo talmente grande che i
Wheeler – tutti i Wheeler e la gente rozza e ignorante – ne erano
stati risucchiati. Sì, era un miracolo per la gente rozza, tutto questo:
era la sua occasione d’oro. Lui c’era dentro e niente avrebbe potuto
ostacolarlo o scoraggiarlo, sempre che non finisse in mare anche lui,
ma questa era una possibilità che non prendeva neanche in
considerazione. Sentiva di avere uno scopo, uno scopo ineluttabile.
IX

«Guardi qua, dottore!». Claude si imbatté nel dottor Trueman mentre


tornava dalla colazione e gli porse un avviso scritto, firmato “D.T.
Micks, capo-cambusiere”. Vi si diceva che gli ammalati non
avrebbero più ricevuto uova e arance perché le scorte erano
terminate.
Il dottore sbarrò gli occhi sul pezzo di carta. «Temo che per il suo
paziente sia una condanna a morte. Non riuscirà mai a tenerlo su
senza uova e succo d’arancia. Perché non va a parlare con
Chessup? È un tipo pieno di risorse. Tra pochi minuti la raggiungo».
Claude era andato spesso nella cabina del dottor Chessup da
quando era scoppiata l’epidemia, e gli piaceva stare là ad aspettare,
quando gli occorrevano medicinali o consigli. Era una stanza
confortevole, personale, con allegre tende di chintz. Le pareti erano
foderate di libri tenuti a posto da ante scorrevoli, chiuse con il
lucchetto alle estremità. C’erano molte opere scientifiche in tedesco
e in inglese, e una quantità di romanzi francesi in brossura. Quando
Claude entrò quella mattina Chessup stava pesando delle polveri
bianche alla sua scrivania. Nella reticella sopra la sua cuccetta c’era
il libro che aveva letto la sera prima per addormentarsi: il titolo, Un
crime d’amour, a lettere nere su fondo giallo, colpì lo sguardo di
Claude. Il medico indossò la giacca e indicò al suo ospite la poltrona
snodabile nella quale a volte esaminava i pazienti. Claude spiegò la
sua difficile situazione.
Per essere un canadese, di solito gente grande e grossa, il
medico di bordo era un tipo particolare. Aveva l’aria di uno studente,
mani e piedi piccoli e carnagione rosea. Sullo zigomo sinistro aveva
un grande neo marrone, coperto da peli lisci, che per qualche
ragione gli dava un’aria effeminata. Era facile comprendere perché
non avesse avuto successo nella libera professione. Era come uno
che cerchi di proteggere dal freddo e dal caldo una superficie
grezza: era così afflitto dalla mancanza di fiducia in se stesso e così
sensibile al proprio aspetto infantile che aveva scelto di rinchiudersi
in quella specie di galera ondeggiante sul mare. La lunga rotta verso
l’Australia era proprio ciò che faceva al caso suo. Una vita rude sotto
i colpi dell’uragano lo terrorizzava meno di un ambulatorio in città,
dove era continuamente a contatto con i caratteri umani.
«Ha provato a dargli latte con malto?» domandò, dopo che
Claude gli ebbe detto che gli alimenti vitali per Fanning erano quasi
finiti.
«Il dottor Trueman non ne ha più nemmeno una bottiglia. Quanto
crede che durerà ancora la traversata?».
«Quattro giorni, forse cinque».
«Allora il tenente Wheeler perderà il suo compagno» disse il
dottor Trueman, entrato in quel momento.
Chessup rimase per qualche istante accigliato, tirandosi
nervosamente i bottoni dorati della giacca. Tirò il chiavistello della
porta e rivolgendosi al collega disse risoluto: «Posso darle alcune
informazioni, se non mi coinvolgerà. Faccia quello che vuole, ma
non menzioni mai il mio nome. La notte scorsa per parecchie ore di
fila, casse di uova e di arance sono state trasportate dalla cucina alla
cabina del capo-cambusiere da un suo tirapiedi. A ogni porto che
raggiungiamo lui può guadagnare uno scellino per le uova fresche, e
forse mezzo per le arance. Sono cose di vostra proprietà,
naturalmente, fornite dal vostro governo, ma è quasi un diritto
acquisito per lui. Sto su questa nave da sei anni ed è stato sempre
così. Più o meno una settimana prima di entrare in porto, il meglio di
ciò che rimane delle provviste di bordo viene portato nella sua
cabina, e quando attracchiamo lo vende. Non so dire come ci riesca,
ma è così. Può darsi che il comandante sia a conoscenza di questa
consuetudine e potrebbero esservi delle ragioni per le quali lascia
correre. Non è affar mio capirci qualcosa. Il capo-cambusiere è un
uomo importante sui bastimenti inglesi. Se mi si mette contro, presto
o tardi può farmi perdere il posto. Le cose stanno così».
«Ho il suo permesso di andare dal capo-cambusiere?» chiese il
dottor Trueman.
«Certamente no. Ma può andare senza che io lo sappia. Guardi
che è una brutta bestia, e può dare parecchio fastidio a lei e ai suoi
pazienti».
«Bene, allora non diciamo altro. Apprezzo molto che lei mi abbia
detto queste cose e farò in modo di non coinvolgerla nella faccenda.
Vuole venire giù con me a vedere quel nuovo caso di meningite?».
Claude aspettò impaziente nella sua cabina il ritorno del medico.
Non riusciva a capire perché il capo-cambusiere non dovesse
essere smascherato e trattato come qualunque altro imbroglione.
Detestava quell’uomo, da quando una mattina lo aveva visto
sgridare il vecchio addetto ai bagni. Hawkins non aveva cercato di
difendersi, se ne stava tutto tremante come un cane bastonato
dicendo «Sissignore, sissignore», mentre il suo superiore imprecava
contro di lui. Claude non aveva mai visto trattare nessuno, uomo o
animale, con tanto disprezzo. Il capo-cambusiere aveva un viso
crudele, bianco come formaggio, i capelli umidi pettinati all’indietro
sulla fronte alta, i caratteristici capelli oleosi che sembrano crescere
solo sulla testa dei camerieri. Gli occhi avevano esattamente la
forma di una mandorla, ma le palpebre erano così gonfie che la
pupilla opaca si intravedeva appena. Sulle labbra cascanti
pendevano come una frangia i baffi lunghi e chiari.
Quando tornò dall’infermeria, il dottor Trueman dichiarò di essere
pronto a far visita a Mr Micks. «Sarà anche un tipo pericoloso, ma
non può farmi nulla».
S’avviò insieme a Claude alla cabina del capo-cambusiere e
bussò alla porta.
«Che c’è?» gridò una voce minacciosa.
Il dottore fece una smorfia a Claude ed entrò.
Il cambusiere era seduto a una grande scrivania coperta di libri
contabili. Si voltò sulla sedia. «Vi chiedo scusa» disse freddamente.
«Qui non ricevo nessuno. Sarò…».
Il dottore alzò svelto una mano. «Va bene, cambusiere. Mi scuso
per il disturbo, ma ho una cosa da dirle in privato. Non la tratterrò a
lungo». Se il dottore avesse esitato un solo istante, pensò Claude, il
cambusiere lo avrebbe buttato fuori dalla cabina, ma invece
proseguì velocemente: «Le presento il tenente Wheeler, Mr Micks.
Un ufficiale suo amico giace gravemente ammalato di polmonite
nella cabina novantasei. Il tenente Wheeler l’ha mantenuto in vita
con una cura particolare. Il malato non riesce a trattenere niente
nello stomaco se non uova e succo d’arancia. Con questi alimenti,
potremmo riuscire a tenerlo in forze fino a quando non sarà
sfebbrato per poi trasportarlo in un ospedale francese dopo lo
sbarco. Se non riusciamo a reperire questi alimenti, morirà entro
ventiquattro ore. Questa è la situazione».
Il capo-cambusiere si alzò e spense la lampada sulla scrivania.
«Ha ricevuto l’avviso che a bordo non ci sono più uova, né arance?
Temo di non potervi aiutare. Non ho approvvigionato io questa
nave».
«No, lo so. Credo che il governo americano abbia fornito frutta,
uova e carne. E so con certezza che i generi necessari al mio
paziente non sono esauriti. Senza approfondire ulteriormente la
questione, l’avverto che non lascerò morire un ufficiale degli Stati
Uniti quando sono reperibili i mezzi per salvarlo. Andrò dal
comandante, indirò una riunione degli ufficiali dell’esercito presenti a
bordo. Farò qualunque cosa per salvare quell’uomo».
«È affar suo, ma non interferirà nell’espletamento dei miei doveri.
Vuole uscire dalla mia cabina?».
«Fra un minuto, cambusiere. So che la notte scorsa sono state
portate in questa stanza diverse casse di uova e di arance. Sono qui
in questo momento, e appartengono al corpo di spedizione
statunitense. Se lei acconsente a dare al mio uomo quello che gli
serve, non andrò oltre. Ma se rifiuta, farò fare un’inchiesta su questa
vicenda. Non mi fermerò fino a quando non sarò arrivato in fondo».
Il cambusiere si sedette e prese una penna. La mano grossa e
molle aveva la consistenza del formaggio, come il viso. «Qual è il
numero della cabina?» chiese con indifferenza.
«Novantasei».
«Che cosa le occorre esattamente?».
«Una dozzina di uova e una dozzina di arance ogni ventiquattro
ore, da consegnare quando le fa più comodo».
«Vedrò quello che posso fare».
Il cambusiere non alzò lo sguardo dal blocchetto di carta, e i suoi
ospiti se ne andarono bruscamente come erano venuti.
Ogni mattina, intorno alle quattro, prima ancora che entrassero in
servizio gli addetti ai bagni, si sentiva grattare alla porta di Claude, e
un cestino coperto veniva lasciato lì da un messaggero sporco,
seminudo, con un grembiule di tela di sacco legato alla cintola e il
petto villoso imbrattato di farina. Non parlava mai, aveva un solo
occhio, l’altro era un’orbita vuota rosso fiamma. Claude venne a
sapere che si trattava di un fratello mezzo scemo del capo-
cambusiere, che faceva lo sguattero e pelava le patate nella cucina
di bordo.
Quattro giorni dopo il colloquio con Mr Micks, quando stavano
finalmente arrivando alla fine della traversata, il dottor Trueman
trattenne Claude dopo la visita medica per dirgli che il capo-
cambusiere si era preso la spagnola. «Mi ha mandato a chiamare
ieri sera, chiedendomi di prenderlo in carico; non vuole avere niente
a che fare con Chessup. Ho dovuto chiedere il permesso a lui. È
stato felicissimo di cedermi il paziente».
«È molto grave?».
«Non ha speranze e lo sa. Complicazioni: morbo di Bright cronico.
Pare che abbia nove figli. Cercherò di trasportarlo all’ospedale non
appena saremo in porto, ma vivrà al massimo qualche altro giorno.
Mi chiedo chi incasserà gli scellini per tutte le uova e le arance che si
è accaparrato. Claude, ragazzo mio» disse il dottore con improvvisa
energia «se metterò ancora piede sulla terra ferma, mi dimenticherò
di questa traversata come di un brutto sogno. Quando sono in salute
sono un presbiteriano, ma in questo momento ho la sensazione che
perfino i cattivi paghino più di quello che si meritano».
E finalmente arrivò il giorno in cui Claude fu svegliato dal sonno
da un senso di quiete. Saltò in piedi con il timore che fosse morto
qualcuno, ma Fanning era disteso nella sua cuccetta e respirava
tranquillo.
Qualcosa colpì il suo sguardo, fuori dall’oblò: una grande sagoma
grigia di terra che si levava nella luce rosata dell’alba, possente e
stranamente immobile dopo la sconvolgente instabilità del mare.
Alberi pallidi e lunghe, basse fortificazioni, file di edifici grigi dai tetti
rossi, piccole imbarcazioni a vela che prendevano il mare, sulla
scogliera una lugubre fortezza.
Aveva sempre pensato alla sua destinazione come a un paese
distrutto e devastato – “la Francia sanguinante” – ma non aveva mai
visto niente dall’aspetto così forte, indipendente, solido come la
costa che gli sorgeva davanti. Era come un pilastro dell’eternità.
L’oceano giaceva sottomesso ai suoi piedi, sovrastato dalla grande
mitezza del primo mattino.
Quella muraglia grigia, incrollabile, possente, era la fine della
lunga attesa, perché era la fine del mare. Era la ragione di tutto
quello che era accaduto nella sua vita negli ultimi quindici mesi. Era
la ragione per la quale Tannhauser e il mite virginiano e tantissimi
altri che erano partiti con lui non avrebbero mai avuto una vita, e
neanche una morte da soldato. Non erano che rifiuti di una grande
impresa, gettati fuoribordo come corde marcite. Quel dolce sollievo –
alberi e una spiaggia quieta e l’acqua immobile – mai, mai avrebbero
conosciuto. Per quanto tempo i loro corpi sarebbero stati sballottati,
si chiedeva Claude, in quell’inumano regno di tenebre e di
inquietudine?
Una debole voce dietro di lui lo fece trasalire.
«Claude, siamo laggiù?».
«Sì, Fanning. Siamo laggiù».
LIBRO V
“VOLATE ANCORA, AQUILE
DELL’OVEST”
I

A mezzogiorno Claude si ritrovò in una strada di piccole botteghe,


accaldato e sudato, completamente disorientato e frastornato.
Camionisti e ragazzini su biciclette prive di campanello gli gridavano
dietro rabbiosi. Si mise all’ombra di un giovane platano e rimase
accanto al tronco, come se potesse proteggerlo. A ogni modo si era
liberato della sua più grande preoccupazione. Con l’aiuto di Victor
Morse aveva noleggiato per quaranta franchi un taxi e aveva portato
Fanning all’ospedale della base militare, dove l’aveva lasciato tra le
braccia di un grosso attendente del Texas. Era venuto via
dall’ospedale senza avere la minima idea di dove andare, sapeva
solo che voleva raggiungere il cuore della cittadina, che pareva
tuttavia esserne priva: solo lunghe arterie pietrose, piene di calore e
di frastuono. Stava ancora sotto il suo platano, quando un gruppo di
figure marroni dall’aria spaesata, guidato dal sergente Hicks, si
avvicinò in ordine sparso: nove uomini con nove diverse sfumature
di abbattimento sul viso, ciascuno con un lungo pane sotto il braccio.
Salutarono Claude con gioia, raddrizzarono le spalle e parvero aver
trovato la strada giusta. Claude capì che doveva essere il loro
platano.
Il sergente Hicks spiegò che avevano girato per la città alla
ricerca di formaggio. Dopo sedici giorni di cibi pesanti e insipidi,
avevano tutti voglia di formaggio. C’era una salumeria più avanti
sulla strada, che pareva avere ogni altro genere alimentare. Aveva
cercato di farsi capire a cenni dalla vecchia padrona.
«Ma i francesi non mangiano formaggio? Come lo chiamano,
tenente? Io non so un accidente di francese, e ho perduto il libretto
con le frasi utili. Forse lei può farsi capire?».
«Beh, ci provo. Andiamo, ragazzi».
Uniti come un sol uomo, i dieci entrarono nella bottega. La
proprietaria corse loro incontro con un’esclamazione disperata.
Evidentemente aveva pensato di essersene liberata e non era
contenta di vederli rispuntare. Quando lei si fermò per prendere fiato,
Claude si levò rispettosamente il cappello e compì l’atto più
coraggioso della sua esistenza: per la prima volta in vita sua disse a
un francese una frase imparata nel suo libretto. I suoi uomini gli
stavano dietro: doveva dire qualcosa o scappare. Guardando la
vecchia signora negli occhi, articolò con fermezza: «Avez-vous du
fromage, Madame?». Aggiungere l’ultima parola era stata quasi
un’illuminazione, pensò Claude, e quando funzionò rimase sbigottito
come se la rivoltella che aveva nel cinturone si fosse messa a
sparare da sola.
«Du fromage?» sbraitò la bottegaia. Urlando qualcosa alla figlia
che stava al banco, afferrò Claude per la manica e lo portò fuori
dalla bottega, quindi si incamminarono di corsa sulla strada. Lo
trascinò oltre una soglia oscurata da una lunga tenda, salutò la
proprietaria e infine spinse dentro i militari dietro il loro ufficiale,
come se fossero dei muli testardi.
Restarono lì al buio battendo le palpebre e inalando un odore
acido, umido, burroso di formaggio fresco, fino a quando i loro occhi
non penetrarono l’oscurità e videro che nella stanza non c’erano che
formaggi e burro.
La bottegaia era una donna grassa dalle sopracciglia nere che si
congiungevano sul naso; aveva le maniche arrotolate, e il vestito di
cotone metteva in evidenza il candore del collo e del seno. Disse
subito che c’erano delle restrizioni sui latticini, occorrevano le
tessere, non poteva vendere in quantità. Ma ci fu ben poco da
discutere. I soldati si avventarono come lupi sulla merce. I piccoli
formaggi bianchi allineati, adagiati su foglie verdi sparirono nelle
bocche aperte come forni. Prima che la donna potesse metterla in
salvo, Hicks aveva diviso in due una grossa forma di formaggio e
l’affettava come un melone. Lei strillava che erano degli sporchi
maiali, peggio dei boches, ma non riuscì a fermarli.
«Ma che ha la vecchia, tenente? Perché fa tanto baccano? Non
sta qua per vendere la sua merce?».
Claude tentò di apparire più esperto di quanto non fosse. «Da
quanto ho capito, c’è una specie di restrizione, non si può comprare
tutto quello che si vuole. Avremmo dovuto pensarci: questo è un
paese in guerra. Le abbiamo praticamente svuotato la bottega».
«Oh, non è un problema» disse Hicks, pulendo il suo coltello a
serramanico. «Domani le portiamo lo zucchero. Uno dei tizi che ci
hanno aiutato a scaricare sulla banchina, m’ha detto che con lo
zucchero si tranquillizzano subito».
La circondarono porgendole il denaro. «Su, signora, non faccia la
timida. Che problema c’è, questo denaro ha qualcosa che non va?».
La donna era preoccupata dal rumore che facevano, da quelle
facce abbronzate dai denti bianchi e gli occhi chiari che le si
affollavano intorno. Dieci mani grandi, ben fatte, le dita dritte, le
palme aperte piene di banconote spiegazzate. Trattenendo gli
uomini con la scusa di cercare una matita, fece un rapido calcolo. Il
denaro che avevano in mano non aveva alcuna relazione con quei
ragazzoni allegri e chiassosi che la blandivano, per loro era un
gioco, non avevano idea di cosa significasse. Alle spalle avevano
navi cariche di quattrini, e dietro le navi….
Era ingiusto. Che lei arraffasse tanto o poco da quelle mani, per
gli americani non cambiava niente – non avrebbe intaccato di una
virgola il loro buonumore. Ma la formaggiaia era combattuta: i
principi di tutta una vita erano in pericolo. Meccanicamente la sua
mente si fissò sul numero due e mezzo: si sarebbe fatta pagare il
formaggio due volte e mezzo il prezzo di mercato. Escogitata questa
ancora di salvataggio morale, diede il resto con coscienziosa
precisione, non trattenendo neanche un centesimo in più. Dando
loro degli idioti e dicendo che a questo mondo bisogna imparare a
fare i conti, li buttò fuori dalla bottega. Le erano simpatici, ma non
per farci affari. Se non avesse preso loro i quattrini, ci avrebbe
pensato qualcun altro. Malgrado ciò, questo genere di imbrogli la
disgustava, faceva sembrare ogni cosa incerta e rischiosa.
In piedi sulla soglia, guardò il gruppo marrone dei soldati che si
avviava tranquillo lungo la strada. Quando fu all’altezza della vecchia
chiesa di St. Jacques, i due più avanti incespicarono in un gradino
mezzo sepolto nella strada lastricata. Lei rise forte. Loro si voltarono
salutandola con la mano. Lei rispose con un sorriso, amichevole e
rabbioso. Provava simpatia per loro, ma non per la leggenda di
sperpero e prodigalità che li precedeva – e che li avrebbe seguiti.
Era qualcosa di superfluo e disgregante in un mondo basato sulla
dura realtà. Un esercito in cui davano carne a colazione, in cui i
soldati mangiavano in un giorno più di quello che i francesi al fronte
mangiavano in una settimana! Le cucine mobili, le colonne di
approvvigionamenti erano la favola del giorno in Francia. A sud di
Arles, dove si era sposata la sorella di suo marito, nella piana
desolata della Crau, le scorte di scatolame ammucchiate parevano
catene di montagne, sotto tende e tettoie. Nessuno aveva mai visto
tanto cibo: caffè, latte, zucchero, pancetta, prosciutti, tutto ciò che si
poteva desiderare. Si erano anche portati navi cariche di cose inutili.
E gente inutile. Navi cariche di donne che non erano infermiere;
qualcuno diceva che erano venute per ballare con gli ufficiali, perché
non fossero ennuyés.
Tutto questo non era guerra – così come prendere quattrini da
uomini adulti che non sapevano contare non era fare affari. Era
un’invasione, come l’altra. La prima distruggeva i beni materiali,
questa minacciava l’integrità di ognuno. Disprezzo per quei metodi, e
una profonda diffidenza nei loro confronti rannuvolarono la fronte
della formaggiaia mentre buttava il denaro nel cassetto e lo chiudeva
a chiave.
Quanto ai soldati, dopo essere inciampati nel gradino mezzo
nascosto, lo esaminarono con interesse, poi entrarono a esplorare la
chiesa. Erano decisi a non lasciarsi sfuggire neppure una chiesa,
così come erano decisi a non lasciarsi sfuggire un boche. Vi
trovarono un gruppo di compagni che erano a bordo, compresa la
banda del Kansas, con i quali si vantarono del tenente Wheeler
dicendo che «parlava francese come uno di qui».
Anche il tenente pensava che se la stesse cavando piuttosto
bene, ma qualche ora dopo il suo orgoglio subì un brutto colpo. Era
seduto da solo in un piccolo parco triangolare, vicino a un’altra
chiesa, e stava ammirando le robinie potate e alcune vecchiette
sedute all’ombra a rammendare, quando un bambino in grembiulino
nero, la testa rapata, arrivò saltando alla corda. Saltellando leggero
fin sotto a Claude, disse con tono molto confidenziale e persuasivo:
«Voulez-vous me dire l’heure, s’il vous plaît, M’sieu’ le soldat?».
Claude guardò i suoi occhi ammirati con un senso di panico. Non
gli sarebbe importato di restare muto davanti a un uomo, e perfino
con una bella ragazza, ma questo era terribile. La salivazione gli si
azzerò e il viso si fece scarlatto. Lo sguardo pieno di attesa del
bambino mutò in un’espressione di dubbio, poi di paura. Gli era già
accaduto di parlare con americani che non capivano, ma non erano
diventati rossi e non parevano arrabbiati come questo. Quel soldato
doveva essere malato, o non aveva la testa a posto. Il bambino si
voltò e scappò via.
Claude non si era angosciato così per disavventure ben più gravi.
Era anche deluso. C’era qualcosa di amichevole nel viso del
bambino che lui voleva… era qualcosa di cui aveva bisogno.
Alzandosi puntò i piedi nella ghiaia. «Se non imparo a parlare con i
bambini di questo paese» mormorò «me ne torno a casa».
II

Claude si mise in cerca del Grand Hotel, dove aveva promesso di


pranzare con Victor Morse. Il portiere parlava inglese; chiamò un
ragazzo dai capelli rossi che indossava una lurida divisa e gli disse
di accompagnare l’americano al vingt-quatre. Anche il ragazzo
parlava l’inglese. Subito attaccò in quella lingua: «Molto quattrini a
New York, immagino! In Francia, niente quattrini». Allungò più che
poteva il tragitto, lungo corridoi ammuffiti e scale scivolose,
sbirciando l’ospite con aria furba e sfregandosi continuamente il
pollice contro le altre dita.
«Vingt-quatre, ventiquattro» annunciò, bussando alla porta con
una mano e aprendo invitante quell’altra. Claude ci mise dentro
qualche cosa, pur di liberarsene.
Victor era in piedi davanti al caminetto. «Ciao, Wheeler, entra. Ci
serviranno qui il pranzo. Abbastanza spaziosa, non trovi? Non sono
riuscito a trovare una via di mezzo tra un pollaio e questa, a quindici
dollari al giorno».
La stanza avrebbe potuto ospitare un banchetto: c’erano due letti
enormi e grandi finestre che giravano sui cardini, come porte, e che
non venivano pulite da prima della guerra. Le pesanti tappezzerie di
broccato rosso e le tende di merletto erano rigide di polvere, il folto
tappeto era cosparso di mozziconi di sigaretta e fiammiferi. Sulla
toeletta c’erano lame di rasoio e confezioni vuote del Kit del soldato
e gli ospiti precedenti avevano lasciato l’autografo sulla polvere che
ricopriva il tavolo. Gli ufficiali dormivano lì una notte e andavano via,
e altri ne arrivavano – e la stanza rimaneva sempre quella, come un
bosco in cui i viaggiatori si accampano per la notte. Il valet de
chambre si portava via solo quello che gli serviva: camicie e calzini
smessi e scarpe vecchie. Era un posto piuttosto lugubre per un
pranzo.
Quando arrivò, il cameriere spolverò il tavolo con il grembiule e
mise una tovaglia pulita, tovaglioli e bicchieri. Victor e il suo ospite
sedettero alla luce di una lampadina elettrica con il paralume rotto,
intorno alla quale si agitava incessantemente un’aureola silenziosa
di mosche. Non ronzavano, non si slanciavano in alto né
scendevano per assaggiare la minestra, ma restavano sospese
lassù al centro della stanza, come se facessero parte
dell’illuminazione. La costante presenza del cameriere metteva a
disagio Claude: si sentiva spiato.
«A proposito» disse Victor mentre venivano tolte le scodelle della
minestra «che ne pensi di questo vino? Mi costa trenta franchi la
bottiglia».
«Mi sembra buonissimo» rispose Claude. «Ma è anche il primo
champagne che abbia mai bevuto».
«Davvero?». Victor vuotò un altro bicchiere e sospirò. «Ti invidio.
Magari potessi ricominciare daccapo. La vita è troppo breve».
«Direi che hai cominciato bene. Crystal Lake è molto lontana».
«Non abbastanza». Il suo ospite si sporse attraverso il tavolo e
riempì il bicchiere vuoto di Claude. «A volte mi sveglio con la
sensazione di essere tornato laggiù. Oppure faccio brutti sogni e mi
ritrovo seduto su quel maledetto sgabello nella gabbia a vetri e non
mi riesce di far tornare i conti; sento il vecchio che tossisce nel suo
ufficio privato, la tosse che gli viene quando sta rifiutando il prestito a
qualche povero diavolo che ne ha bisogno. Mi sono salvato per un
pelo, Wheeler, “come un tizzone sottratto al fuoco”. È tutto ciò che
ricordo della Bibbia».
I pomelli d’un rosso vivo, la fronte pallida, gli occhi brillanti, gli
impertinenti baffetti davano una singolare vivacità alla sua citazione.
Claude lo invidiò. Doveva essere molto divertente assumere un ruolo
e recitarlo fino in fondo, credere di potersi trasformare
completamente e ammirare il genere di persona che si era diventati.
Claude in un certo senso ammirava Victor, anche se non riusciva a
credergli del tutto.
«Non tornerai mai a casa» disse. «Ne sono sicuro».
«Credimi, a migliaia non torneranno mai! Non parlo dei morti.
Probabilmente qualcuno di voi americani scoprirà il mondo durante
questo viaggio, e allora sarà tutto maledettamente diverso! Voi
ragazzi non avete mai avuto una possibilità. Chiesa e Stato
complottano per tenervi a testa bassa. Stasera vado a divertirmi con
qualche ragazza, vuoi venire?».
Claude rise. «Non credo».
«Perché no? Non ti scopriranno, te lo garantisco».
«Credo di no» disse Claude in tono di scusa. «Stasera devo
andare a trovare Fanning».
Victor alzò le spalle. «Quello stupido!». Fece cenno al cameriere
di aprire un’altra bottiglia e di portare il caffè. «Beh, è la tua ultima
occasione di venire a fare bisboccia insieme a me». Guardò intento
Claude e alzò il bicchiere. «Al futuro, e al nostro prossimo incontro!».
Quando ebbe posato il bicchiere, osservò: «Oggi ho ricevuto un
telegramma: parto domani».
«Per Londra?».
«Per Verdun».
A Claude si mozzò il respiro. Verdun… Il suono stesso di quel
nome era sinistro, come un cupo rullo di tamburi. Domani Victor
sarebbe andato là. Qui uno poteva prendere il treno per Verdun e
dintorni come da loro si prendeva il treno per Omaha. Si sentì più
che mai lontano da casa e provò un brivido di eccitazione. Cercò di
restare indifferente.
«Perciò non andrai presto a Londra?».
«Dio solo lo sa» rispose Victor cupo. Guardò il soffitto e cominciò
a fischiettare una seducente melodia. «La conosci? Maisie la suona
spesso: Roses of Picardy. Non puoi sapere cosa sia una donna fino
a quando non conoscerai lei, Wheeler!».
«Spero di avere questo piacere. Mi chiedevo se non l’avessi
dimenticata. Lei non disapprova queste… diversioni?».
Victor sollevò le sopracciglia nel suo vecchio modo altezzoso. «Le
donne non chiedono a un aviatore quel genere di fedeltà. L’esito dei
nostri combattimenti è troppo incerto».

Mezz’ora dopo Victor se ne andò in cerca di avventure galanti e


Claude si mise a vagare da solo per una strada risplendente di luci,
piena di soldati e marinai di ogni parte del mondo. C’erano neri
senegalesi, scozzesi in kilt, piccoli camionisti siamesi, e tutti
procedevano lentamente per la via sulla quale si affacciavano
cinema e cabaret. I lunghi rami dei platani si stendevano fino a
intrecciarsi, escludendo il cielo e schermando il bagliore arancione. I
marciapiedi erano pieni di tavolini ai quali soldati e marine sedevano
bevendo sciroppi, cognac e caffè. Da ogni soglia i grammofoni
riversavano arie jazz e le stridenti marce di Sousa. Il chiasso era
stupefacente. In mezzo alla strada una banda di ragazze senza
cappello, sfrontate e spavalde, seguiva una fila di imbarazzati
americani, andando loro addosso e prendendoli a gomitate,
sollecitando un invito a bere ed esclamando: «Tu balli con moi foss-
trot, Sammie?».
Claude si fermò davanti a un cinema, la cui insegna a luci
elettriche diceva “Amour, quand tu nous tiens!”, e se ne stette lì a
osservare la gente. Nel fiume di folla che gli passava accanto, il suo
sguardo fu attirato da una coppia che camminava a braccetto, le
mani intrecciate; i due parlavano animatamente, ignari della folla di
gente – diversi, lo vide subito, da tutte le altre coppie che
passeggiavano.
L’uomo indossava l’uniforme americana, aveva il braccio sinistro
amputato al gomito, e teneva la testa di sbieco come se avesse il
torcicollo. Il viso magro e scuro aveva un’espressione di profonda
inquietudine, le sopracciglia aggrottate come se provasse un dolore
incessante. Anche la ragazza aveva un’aria turbata. Mentre gli
passavano accanto, alla luce rossa dell’insegna di Amour, notò che
aveva gli occhi pieni di lacrime. Erano grandi occhi azzurri innocenti,
e lei aveva il viso più grazioso che Claude avesse visto da quando
era sbarcato. Dallo scialle di seta e dal cappellino ornato da nastri
celesti e una gala bianca, pensò che dovesse essere una ragazza di
campagna. Lei ascoltava il soldato con le labbra dischiuse e Claude
si accorse che aveva uno spazio tra gli incisivi, come i bambini che
hanno appena messo i denti permanenti. Mentre avanzavano tra la
folla, lei guardava intensamente l’uomo che le era accanto, oppure
lontano, al bagliore di luce, ma era evidente che non vedeva niente.
Il viso, giovane e morbido, sembrava nuovo alle emozioni, e
l’espressione disorientata faceva pensare che non sapesse da che
parte andare.
Senza rendersi conto di quello che faceva, Claude li seguì lontano
della folla, in una via silenziosa e poi in un’altra, ancora più deserta,
dove le case sembravano da tempo immerse nel sonno. Non c’erano
lampioni, né una luce alle finestre, solo le tenebre della notte e la
luna alta nel cielo che gettava ombre nitide sull’acciottolato bianco.
La stradina svoltava e Claude si trovò davanti alla chiesa che aveva
visitato con i suoi camerati nel pomeriggio. Sembrava più grande di
notte, e se non fosse stato per il gradino mezzo nascosto non
avrebbe avuto la certezza che fosse la stessa. Le buie case vicine
sembravano appoggiarsi alla chiesa; il chiaro di luna splendeva
grigio argento sulla facciata bombardata.
I due che camminavano davanti a lui salirono i gradini e si
ritirarono nel fondo portale, dove si strinsero in un abbraccio così
lungo e immobile da sembrare di morte. Poi si separarono tremanti.
La ragazza sedette sulla panca di pietra accanto al portale. Il soldato
si buttò sul selciato ai suoi piedi e le appoggiò la testa sulle
ginocchia, il suo unico braccio sul grembo di lei.
Nell’ombra delle case di fronte, Claude montò la guardia come
una sentinella, pronto ad accorrere se qualcosa li avesse messi in
pericolo. La ragazza si chinò sul suo soldato, carezzandogli
dolcemente i capelli, come se lo stesse addormentando, e gli prese
la mano, tenendosela al petto come a fermarne la sofferenza. Dietro
di lei, sul portale scolpito, un antico vescovo, con la mitra e il
pastorale spezzato, stava con due dita sollevate.
III

Il mattino dopo, quando arrivò all’ospedale per vedere Fanning,


Claude trovò tutti troppo indaffarati per occuparsi di lui. Il cortile era
pieno di ambulanze e una lunga fila di camion attendeva fuori dal
cancello. Era arrivato un convoglio di feriti americani, inviati dagli
ospedali da campo per essere rimpatriati.
Mentre gli uomini gli passavano accanto in barella, Claude pensò
che avevano l’aria di essere malati da tempo – o meglio, di non poter
guarire mai più. I ragazzi che erano morti a bordo dell’Anchise non
avevano mai avuto un’aria tanto malata. Questi avevano la pelle
giallastra o violacea, gli occhi infossati, le labbra tumefatte. La salute
li aveva abbandonati, ogni apparenza di gioventù era svanita. Un
povero soldato, con il viso e il tronco avvolti nel cotone, non
smetteva di gemere e mentre veniva condotto lungo il corridoio
spandeva un fetore orribile. L’attendente del Texas disse a Claude:
«All’inizio quello aveva solo perso un dito, ci crederebbe?».
Erano i primi feriti che Claude vedeva. Versare il proprio sangue,
portare l’insegna rossa del coraggio, era una cosa, ma essere ridotti
così era un’altra. Era meglio che morissero al più presto, senza
dubbio.
Il texano, passando con un nuovo carico, chiese a Claude perché
non si accomodava nell’ufficio finché non fosse finita quella ressa.
Guardando attraverso la porta vetrata, Claude notò un ragazzo che
scriveva seduto a una scrivania cinta da una ringhiera. Qualcosa
nella sua figura, nel modo di tenere la testa, gli parve familiare.
Quando sollevò il braccio sinistro per tenere aperta la pagina del
registro, mostrò un moncone al di sotto del gomito. Sì, non potevano
esserci dubbi: il viso pallido e aguzzo, il naso aquilino, la fronte
inquieta, aggrottata. Dopo un po’, come se avesse percepito di
essere osservato con curiosità, il militare smise di scrivere, scosse le
spalle, mise un fermacarte di ferro sul registro aperto, trasse di tasca
un astuccio e scuotendolo fece cadere sul tavolo una sigaretta.
Avvicinandosi alla ringhiera, Claude gli offrì un sigaro.
«No, grazie. Non li fumo più, sono troppo forti». Accese un
fiammifero, agitò di nuovo le spalle come se avesse un crampo e
sedette sull’orlo della scrivania.
«Da dove vengono questi feriti?» chiese Claude. «Sono arrivato
ieri sull’Anchise».
«Dai vari ospedali da campo. Credo che la maggior parte
provenga da Bois Belleau».
«Dove ha perduto il braccio?».
«Cantigny. Ero nella prima divisione. Ero qui da settembre,
aspettavo che succedesse qualcosa, e al primo combattimento mi
hanno sistemato».
«Non potrebbe tornare in patria?».
«Sì, potrei. Ma non voglio. Mi sono abituato a questi posti. Sono
stato assegnato allo stato maggiore a Parigi, per qualche tempo».
Claude si appoggiò alla ringhiera. «Naturalmente abbiamo letto di
Cantigny, a casa. Eravamo molto agitati. E anche voi, immagino».
«Sì, eravamo nervosi. Non eravamo mai stati sotto il fuoco
nemico, ci avevano riempito la testa con tutte quelle storie, che ci
vogliono cinquant’anni per costruire una macchina militare. Gli “Unni”
avevano una posizione salda. Noi guardavamo quell’alta collina e
non sapevamo bene come comportarci». Mentre parlava gli occhi
del ragazzo si muovevano in continuazione, probabilmente perché
non poteva muovere la testa. Dopo aver sbuffato nuvole di fumo
finché la sigaretta non fu consumata, sedette al registro e guardò
accigliato la pagina, come a dire che aveva troppo da fare per
chiacchierare.
Claude vide il dottor Trueman che lo stava aspettando sulla
soglia. Fecero la loro visita mattutina a Fanning e uscirono insieme
dall’ospedale. Il dottore gli si rivolse come se avesse qualcosa in
mente.
«Ho visto che parlava con quel ragazzo dal collo torto. Come le è
sembrato, a posto?».
«Non esattamente. Cioè, pare molto nervoso. Sa qualcosa di lui,
dottore?».
«Oh, sì! Qui è una celebrità, un caso di psicopatia. Avevo appena
finito di parlare di lui con un medico, quando sono uscito e l’ho vista
con lui. È stato ferito al collo a Cantigny, dove ha perso il braccio. La
ferita è guarita, ma la memoria è lesionata: è stato danneggiato un
nervo, suppongo, che si connette con quella parte del suo cervello.
Phillips, lo psichiatra dell’ospedale, è interessatissimo al suo caso e
lo tiene qui sotto osservazione. Ci sta scrivendo un libro. Dice che il
ragazzo ha dimenticato quasi tutto quello che riguarda la sua vita
prima di venire in Francia. Il fatto strano è che ha perso soprattutto la
memoria delle donne. Ricorda il padre, ma non la madre, non sa se
ha sorelle o no, ricorda che c’erano delle ragazze che giravano per
casa, ma dice che potrebbero essere delle cugine. Fotografie ed
effetti personali sono andati perduti quando è stato ferito, tranne un
pacchetto di lettere che aveva in tasca. Sono della fidanzata, e lui
dichiara di non ricordarla affatto: non sa che viso abbia, né sa altro
su di lei e non si ricorda di essere fidanzato. Le lettere le ha il
dottore. Pare siano di una brava ragazza del suo paese, che ha
grandi ambizioni su di lui e spera che si faccia onore. Lui ha
disertato poco dopo il ricovero in ospedale, è scappato via. L’hanno
ritrovato in una fattoria in aperta campagna, presso una famiglia i cui
figli erano stati uccisi ed era stato praticamente adottato. Aveva
gettato l’uniforme e indossava i vestiti di uno dei figli morti. L’avrebbe
fatta franca, se non fosse stato per il collo torto. Qualcuno lo ha visto
nei campi, lo ha riconosciuto e denunciato. Credo che a nessuno qui
gliene importasse granché, tranne allo psichiatra, che voleva riavere
il suo paziente preferito. Qui lo chiamano “l’Americano perduto”».
«Mi pare che faccia un lavoro di ufficio» osservò Claude con
discrezione.
«Sì, dicono che sia molto istruito. Ricorda i libri che ha letto molto
di più della sua vita. Non riesce a rammentare com’è la sua città
natale e la sua casa, e le donne sono state cancellate, perfino la
ragazza che stava per sposare».
Claude sorrise. «Magari è una fortuna per lui».
Il dottore gli si rivolse con affetto: «Claude, non cominci a dire
cose del genere appena messo piede in questo paese».
Claude si avviò e oltrepassò la chiesa di St. Jacques. La notte
prima gli sembrava un sogno, un sogno ossessionante. Avrebbe
voluto fare qualcosa per aiutare quel ragazzo: aiutarlo a fuggire dal
medico che stava scrivendo un libro su di lui, dalla ragazza che
voleva che lui si facesse onore; fuggire e perdersi completamente in
ciò che aveva avuto la fortuna di incontrare. Per tutto il giorno,
andando su e giù, Claude cercò tra la folla quel giovane viso, così
compassionevole e tenero.
IV

Avanti, sempre più avanti nella Francia in fiore. Questa era la frase
che Claude andava ripetendo tra sé, tra gli scossoni delle ruote,
mentre il lungo convoglio militare si dirigeva verso sud, due giorni
dopo aver lasciato il porto di sbarco con la sua compagnia. Campi di
grano, campi di avena, campi di segale: le messi ricoprivano le
basse colline come gli ondulati altipiani. E ovunque, tra l’erba, nel
grano biondeggiante, lungo la carreggiata, un mare di papaveri
ondeggianti. Il secondo giorno, i militari ancora si davano la voce per
i papaveri: nient’altro aveva superato così tanto le loro attese.
Avevano pensato che i papaveri crescessero solo sui campi di
battaglia o nella mente dei corrispondenti di guerra. Nessuno sapeva
cosa fossero i fiordalisi, tranne Willy Katz, un ragazzo austriaco che
veniva dai conservifici di Omaha, che li chiamava con un nome
riprovevole e così non era in grado di dare informazioni. A lungo
pensarono che i fiori del trifoglio rosso fossero fiori selvatici: erano
grossi come rose canine. Quando passarono lungo il primo campo di
erba medica, il treno intero risuonò di risate: avevano creduto che
l’erba medica fosse qualcosa di ignoto al di fuori degli Stati della
prateria.
Lungo tutto il viaggio gli uomini della compagnia B avevano
scoperto cose vecchie invece delle nuove – ovvero, secondo il loro
modo di ragionare, cose nuove invece delle vecchie. I tetti di paglia,
sui quali avevano tanto contato, erano pochi e distanziati. Ma le
mietilega americane, di celebri marche, stavano già nei campi quasi
pronti per la mietitura, ed erano lubrificate e messe in ordine non da
“contadini”, ma da vecchi agricoltori dall’aria esperta che
sembravano conoscere il loro mestiere. I peri coltivati come
rampicanti sul muro non li stupirono quanto vedere che anche lì i
pioppi crescevano ovunque. Claude pensava di non essersi mai reso
conto di quanto potesse essere bello quell’albero. Nelle vallette
verdeggianti, lungo i fiumi trasparenti, frusciavano e ondeggiavano i
pioppi e, sulle isolette che affollavano i fiumi, si addensavano puntuti
e parevano stare aggrappati alla terra, tranquilli, come se fossero
stati lì da sempre e lì rimanessero per sempre. A casa, nei dintorni di
Frankfort, gli agricoltori abbattevano i pioppi, trovandoli “ordinari”, e
piantavano aceri e frassini che crescevano stentati. Non importa, i
pioppi andavano bene per la Francia e andavano bene anche per lui.
Sentì che rappresentavano un legame tra lui e quel popolo.
Quando la compagnia B aveva ricevuto ordine di trasferirsi in un
campo di addestramento nella Francia centro-settentrionale, tutti gli
uomini erano rimasti delusi. Soldati molto più inesperti di loro
venivano mandati di corsa al fronte, e perché loro dovevano perdere
tempo in sciocchezze? Ma ora si erano riconciliati con questo
ritardo. C’era un bel po’ di Francia che non era guerra, e non
dispiaceva a nessuno andare in giro in un paese come quello. La
mietitura veniva sempre fatta un mese più tardi che in patria, come
quest’anno? Perché gli agricoltori piantavano file di alberi lungo i
margini dei campi: non sottraevano nutrimento alla terra? E perché
gli agricoltori facevano crescere appezzamenti di senape proprio
accanto agli altri raccolti? Non sapevano che la senape penetrava
nei campi di frumento e soffocava il grano?
La seconda notte l’avrebbero trascorsa a Rouen e avrebbero
avuto a disposizione la giornata seguente per guardarsi intorno. Tutti
sapevano quello che era accaduto a Rouen – se qualcuno lo
ignorava, i vicini non vedevano l’ora di informarlo. Era accaduto nella
piazza del mercato e la piazza del mercato avrebbero visitato.
Il giorno dopo era freddo e cupo, una giornata di pioggia
torrenziale. Mentre sfilavano per le viuzze affollate, la severa città
normanna non aveva un aspetto molto allegro. Furono contenti, in
ultimo, di arrivare al fiume, di salire sul ponte e respirare l’aria nel
grande spazio aperto oltre il fiume, via dallo sferragliare dei carretti,
dalle voci aspre e dalle facce scaltre dei cittadini che sembravano
scontrosi e ostili. Dal ponte osservavano le bianche colline di gesso,
le cime una macchia di verde intenso sotto il cielo basso, plumbeo.
Guardavano le flottiglie di chiatte che andavano e venivano sotto i
loro piedi, i fumaioli inclinati. Poco più a monte del fiume c’era Parigi,
il posto dove ogni soldato sognava di andare, e mentre stavano
appoggiati alla ringhiera e guardavano in basso il lento scorrere
dell’acqua, ognuno aveva in testa un’immagine confusa di come
potesse essere.
La Senna, ne erano certi, lì doveva essere molto più larga,
attraversata da tanti ponti, tutti più lunghi del ponte sul Missouri a
Omaha. Ci sarebbero state guglie e cupole dorate a non finire, e
palazzi più alti che a Chicago, e sarebbe stata splendente Parigi, di
uno splendore accecante, non grigia e misera come quella vecchia
Rouen. Attribuivano alla città dei loro sogni immensità incalcolabili,
vastità strabilianti, enormità e pesantezza degne di Babilonia: le sole
qualità che erano stati educati ad ammirare.
Nella tarda mattinata, Claude si ritrovò solo davanti alla chiesa di
St. Ouen. Stava cercando la cattedrale e gli parve che potesse
essere questa. Scrollò via l’acqua dall’impermeabile ed entrò,
togliendosi il cappello sulla soglia. La giornata era buia fuori, ma
ancora più buia dentro; lontane, poche candele qua e là, immobili
puntini di luce; proprio di fronte a lui, nel grigio crepuscolo, sottili
colonne bianche in lunghe file, come fusti di pioppi argentati.
L’accesso alla navata centrale era chiuso da un cordone, così
Claude si incamminò lungo quella di destra, con passo leggero,
superando cappelle nelle quali stava inginocchiata qualche donna,
alla luce di pochi ceri. A parte loro, la chiesa era vuota. Il suo respiro
era percepibile in quel silenzio. Si muoveva con cautela nel timore di
suscitare un’eco.
Quando arrivò al coro si voltò e vide, sopra il portale, il rosone,
con il suo cuore purpureo. Mentre continuava a fissarlo, il cappello in
mano, immobile come le figure di pietra che stavano nelle cappelle,
una grande campana, su in alto, cominciò a battere l’ora con la sua
voce fonda, melodiosa: undici colpi, cadenzati e distanti, intensi
come i colori del rosone, poi silenzio. Solo nella sua memoria, il
pulsare di una inimmaginabile qualità sonora. Le rivelazioni del vetro
e della campana erano giunte quasi contemporaneamente, come se
l’una avesse generato l’altra; ed entrambe erano il vertice che la sua
mente era sempre andata cercando a tentoni – o almeno così gli
parve in quel momento.
Di fronte al coro, la navata centrale era aperta, senza cordoni che
ne limitassero l’accesso. Diverse sedie impagliate stavano
ammucchiate su una lastra del pavimento di pietra. Dopo qualche
esitazione, Claude ne prese una, la rigirò, e sedette rivolto al rosone.
Se qualcuno fosse venuto da lui per dirgli qualcosa, qualsiasi cosa,
lui si sarebbe alzato dicendo: “Pardon, Monsieur, je ne sais pas que
c’est défendu”. Ripeté la frase tra sé per essere certo di averla
pronta. Sul treno aveva parlato ai soldati della cattiva reputazione
che si erano fatta gli americani a forza di bighellonare in giro e di
intromettersi dappertutto, e aveva raccomandato loro di andarci con i
piedi di piombo. «Ma tenente» aveva detto il ragazzo di Pleasantville
con la sua voce acuta «questa spedizione non è un’intromissione
vera e propria? In fin dei conti, non è la nostra guerra». Claude
aveva riso, e gli aveva spiegato che aveva inteso riferirsi a quei tipi
che prendevano parte alle risse.
Era molto contento di non avere in mente i suoi irrequieti
compagni. Poteva restare seduto là tranquillo fino a mezzogiorno e
sentire ancora la campana che batteva le ore. Nel frattempo, doveva
cercare di ricordare: questa era, ovviamente, architettura gotica,
aveva letto qualcosa in proposito e avrebbe dovuto essere in grado
di ricordarlo. Gotico… non era che una parola: gli faceva venire in
mente qualcosa di molto appuntito e aguzzo – archi acuti, tetti
spioventi. Non aveva niente a che fare con quelle sottili, bianche
colonne che si innalzavano diritte, o con il rosone che ardeva lassù,
nella sua volta buia.
Mentre cercava invano di pensare all’architettura, gli tornò alla
mente qualcosa delle lezioni di astronomia – qualcosa sulle stelle la
cui luce viaggia attraverso lo spazio per centinaia di anni prima di
raggiungere la terra e l’occhio umano. Così il cremisi e il purpureo e
il verde pavone di quel rosone avevano diffuso il loro splendore per
tanti e tanti anni prima di raggiungere lui. Sentiva distintamente che
lo penetrava, lo oltrepassava – come se sua madre stesse
guardando al di sopra della sua spalla. Restò seduto con aria grave
fino alle dodici, i gomiti sulle ginocchia, tra le quali faceva oscillare il
cappello a punta, guardando in alto, oltre la penombra, con occhi
sinceri, pensosi.
Quando alla stazione raggiunse i suoi commilitoni, lo presero in
giro. Avevano trovato la cattedrale, e una statua di Riccardo Cuor di
Leone, che sorgeva nel punto in cui il cuor di leone era sepolto:
«l’organo tutto intero» gli assicurò il grasso sergente Hicks. Ma
furono tutti contenti di lasciare Rouen.
V

La compagnia B raggiunse il campo di addestramento a S. –


mancavano all’appello trentasei uomini: venticinque erano morti
durante la traversata e undici ammalati erano rimasti all’ospedale
della base. La compagnia sarebbe stata assegnata a un battaglione
che era già stato al fronte, agli ordini del tenente colonnello Scott.
Arrivati la mattina presto, gli ufficiali si presentarono subito a
rapporto al comando. Il capitano Maxey dovette restare sconcertato
quando il colonnello si alzò dalla scrivania per rispondere al suo
saluto e strinse poi la mano a tutti quanti, chiedendo come fosse
andato il viaggio. Il colonnello non era una figura molto marziale:
basso, grasso, le spalle curve e una schiena bitorzoluta come un
sacco di patate. Benché non avesse superato di molto la quarantina,
era calvo e il colletto gli sarebbe facilmente passato dalla testa
senza bisogno di slacciarlo. Gli occhietti vispi e la faccia bonaria non
avevano la minima traccia di arroganza e di ufficialità.
Anni prima, quando il generale Pershing, allora un bel tenente con
la vita sottile e i baffi biondi, era assegnato in qualità di comandante
all’Università del Nebraska, Walter Scott era ufficiale di una
compagnia di cadetti che il tenente portava in giro ai tornei militari. Li
chiamavano i fucilieri di Pershing, e ovunque andassero vincevano
premi. Dopo il diploma, Scott si era dato da fare con un’attività di
ferramenta in una fiorente cittadina del Nebraska, dove per venti
anni aveva venduto cucine a gas e tubi per innaffiare il giardino.
Quando Pershing era stato mandato alla frontiera messicana, Scott
aveva cominciato a pensare che qualcosa bolliva in pentola e che
avrebbe fatto bene a darsi all’addestramento militare. Era andato in
Texas con la Guardia Nazionale. Era arrivato in Francia con la prima
divisione e aveva ottenuto le promozioni grazie alle sue solide
qualità di soldato.
«Vedo che le manca un ufficiale, capitano Maxey» osservò il
colonnello durante la riunione. «Ho qui un soldato che può prendere
il suo posto. Il tenente Gerhardt è newyorkese, è venuto qui con la
banda ed è stato trasferito in fanteria. Di recente ha ottenuto la
nomina a ufficiale per meriti di guerra. Ha una certa esperienza ed è
un uomo capace». Il colonnello mandò il suo attendente a chiamare
un giovane che presentò agli ufficiali come tenente David Gerhardt.
Claude si era vergognato di Tod Fanning, che faceva sempre la
figura dell’imbecille e che non avrebbe mai ottenuto la nomina se
suo zio non fosse stato deputato al Congresso. Ma non appena
incontrò lo sguardo del tenente Gerhardt, qualcosa di simile
all’invidia gli si destò in petto. Sentì in un lampo che il confronto con
il nuovo ufficiale gli era sfavorevole e che doveva stare in guardia e
non farsi trattare con condiscendenza.
Mentre insieme lasciavano l’ufficio del colonnello, Gerhardt gli
domandò se gli avessero assegnato l’alloggio. Claude rispose che
dopo aver provveduto agli alloggi dei suoi uomini, avrebbe cercato
qualcosa per sé.
Il giovane sorrise. «Temo che non ti sarà facile. Qua la gente è
spossata a furia di soldati per casa e non è più compiacente come
una volta. Io sto da una simpatica coppia di vecchietti, su al villaggio.
Sono quasi sicuro di trovare un posto anche per te. Se vieni con me,
gliene parliamo insieme, prima che gli mandino qualcun altro».
Claude non aveva voglia di andare, non aveva voglia di accettare
favori – ciononostante andò. Si incamminarono per una strada
polverosa che correva tra i campi di grano acerbo, orlati di pioppi. Il
cerfoglio e le campanelle selvatiche che crescevano ai bordi della
strada brillavano ancora di rugiada. Una brezza fresca agitava le
messi dividendole in solchi e facendo ondeggiare strisce di papaveri
cremisi. Il nuovo ufficiale non era di certo invadente. Camminava
fischiettando tra sé, assorto nella frescura del mattino, o nei suoi
pensieri. Fino a quel momento i suoi modi erano stati privi di
condiscendenza, e Claude cominciò a chiedersi perché si sentisse a
disagio con lui. Forse perché non era come tutti gli altri. Sebbene
fosse giovane, non sembrava un ragazzo. Aveva un’aria navigata:
un prodotto finito, non in via di formazione. Era bello, e il viso, come i
suoi modi e il portamento, aveva un che di distinto. La fronte era
bianca e spaziosa sotto i capelli castano rossicci, gli occhi nocciola
non esprimevano alcuna incertezza, il naso aquilino era ben
disegnato e la bocca sensibile, sdegnosa, non sminuiva
l’espressione buona, anche se un po’ riservata, del viso.
Il tenente Gerhardt doveva trovarsi da quelle parti già da qualche
tempo: pareva conoscere bene la gente. Lungo la strada
incontrarono parecchi abitanti del villaggio: una ragazza dall’aspetto
rozzo che portava una vacca al pascolo, un vecchietto con un
cestino appeso al braccio, il postino in bicicletta – tutti parlavano con
il compagno di Claude come se lo conoscessero molto bene.
«Cosa sono questi fiori azzurri che crescono dappertutto?» chiese
Claude a un tratto indicandone un ciuffo con il piede.
«Fiordalisi» rispose l’altro. «I tedeschi li chiamano Kaiser-
Blumen».
Si stavano avvicinando al villaggio, che era al margine di un
bosco – un bosco così vasto che non se ne vedeva la fine: si
congiungeva all’orizzonte con una fila di pini. Il villaggio consisteva in
un’unica strada. Sui due lati correvano muri color creta in cui si
aprivano di tanto in tanto porte di legno verniciato e persiane verdi.
La guida di Claude aprì una di quelle porte ed entrarono in un
piccolo giardino, cinto su tre lati dalla casa. Sotto un ciliegio sedeva
una donna vestita di nero intenta a cucire, accanto al tavolino da
lavoro.
Era sulla cinquantina, ma benché i capelli fossero grigi, aveva una
espressione molto giovanile: guance magre delicatamente soffuse di
rosa e occhi intelligenti, tranquilli e sorridenti. Claude pensò che
sembrava una donna del New England – gli ricordò le fotografie
delle cugine e delle compagne di scuola di sua madre. Il tenente
Gerhardt lo presentò a Madame Joubert. Il colloquio che seguì lo
scoraggiò del tutto. Era chiaro che Gerhardt parlava la difficile lingua
di Madame Joubert con la stessa scioltezza di lei, e Claude ne fu
irritato e invidioso. Aveva sperato che, ovunque fosse alloggiato,
avrebbe imparato a dire qualche parola, ma con un giovane così
provetto tra i piedi non avrebbe mai avuto il coraggio di tentare. Vide
che Madame Joubert aveva simpatia per Gerhardt, moltissima
simpatia, e questo, per qualche ragione, lo scoraggiava.
Gerhardt si rivolse a Claude, includendo nella conversazione
Madame Joubert, benché non potesse capire: «Madame Joubert
acconsente a ospitarti, anche se il suo dovere l’ha già fatto e non è
obbligata a prendere nessun altro. Ma ti troverai talmente bene qui
che sono molto contento che abbia acconsentito. Dovrai dividere la
stanza con me, ma ci sono due letti. Te la mostrerà subito».
Gerhardt uscì dal cancello e lo lasciò da solo con la padrona di
casa. La mente di lei pareva leggergli nel pensiero. Quando Claude
diceva una parola, o un suono che vi somigliava, lei completava
subito la frase, come se fosse abituata a parlare in quel modo e non
si aspettasse che monosillabi dagli stranieri. Era gentile, perfino un
po’ scherzosa con lui, ma Claude percepiva che erano solo buone
maniere, che sotto sotto non lo pensava affatto. Quando fu solo nella
camera da letto con il pavimento piastrellato al primo piano, e si
mise a srotolare le coperte e a sistemare il necessario per la barba,
guardò dalla finestra e stette a osservarla mentre cuciva sotto il
ciliegio. Aveva un viso molto triste, pensò, non era sofferente, niente
di acuto e definito come un dolore. Era un’antica, quieta,
impersonale malinconia – dolce nell’esprimersi, come la malinconia
della musica.
Quando scese per tornare in caserma, le fece un inchino e tentò
di dirle: «Au revoir, Madame. Jusq’ au ce soir». Si fermò vicino alla
porta della cucina per guardare un rosaio rampicante che copriva
tutto il muro, pieno di rose color crema spruzzate di rosa, una
sfumatura di colore appena più intensa dell’intonaco del muro che le
sosteneva. Madame Joubert lo raggiunse e gli si mise accanto,
guardando un po’ lui e un po’ il rosier. «Oui, c’est joli, n’est-ce pas?».
Prese le forbici che pendevano da un nastro che aveva alla cintura,
tagliò un fiore e glielo infilò all’occhiello. «Voilà». Fece un piccolo
svolazzo in aria con la sua mano sottile.
Uscendo nella via, Claude si voltò per chiudersi la porta di legno
alle spalle e avvertì un debole movimento nel buio capanno degli
attrezzi che era lì accanto. Tra i rastrelli e le vanghe un viso
spaventato di bambina lo fissava. Stava seduta per terra, il grembo
pieno di gattini appena nati. Claude vide solo di sfuggita il suo volto
spento, pallido.
VI

La mattina dopo, Claude si svegliò con un senso di benessere fisico


come da tempo non gli accadeva.
Il sole splendeva sull’intonaco bianco delle pareti e sulle piastrelle
rosse del pavimento. Le persiane verdi, aperte per metà, tenevano in
ombra la parte superiore delle due finestre. Attraverso le stecche,
poteva vedere i rami di una vecchia robinia che cresceva accanto
alla porta del giardino. Uno stormo di colombi la sorvolò, salendo e
scendendo in un balenio di ali argentate. Era bello starsene sdraiato
in una casa accudita da donne. Anche nel sonno doveva sentirsi
così, perché quando aveva aperto gli occhi pensava a Mahailey, alla
colazione, alle mattine d’estate alla fattoria. La quiete mattutina era
dolce, come anche sentire sul corpo la biancheria fresca e asciutta.
C’era un sentore di lavanda nel suo tiepido cuscino. Rimase
immobile temendo di svegliare il tenente Gerhardt. Era quel genere
di pace che uno vuole godersi da solo. Quando si alzò cautamente
su un gomito e guardò l’altro letto, vide che era vuoto. Il suo
compagno si era vestito, sgusciando fuori dalla stanza alle prime luci
dell’alba. Anche lui amava godersi le cose in solitudine: era un
segnale incoraggiante. Ma ora che aveva la stanza tutta per sé,
decise di alzarsi.
Mentre si vestiva, guardava il vecchio Monsieur Joubert giù in
giardino, che innaffiava i fiori e i rampicanti, rastrellava la sabbia del
sentiero per farla tornare soffice, tagliava le foglie morte e i fiori
secchi gettandoli in una carriola. Quella coppia aveva perso
entrambi i figli in guerra e ora si prendeva cura della proprietà per le
nipoti, le due bambine del figlio maggiore. Claude vide Gerhardt
entrare in giardino e sedersi al tavolo sotto gli alberi, dove avevano
cenato la sera prima. Corse giù a raggiungerlo. Gerhardt gli fece
posto sulla panchina.
«Dormi sempre così? È una dote. Mentre mi vestivo ho fatto
parecchio rumore, continuavano a cadermi cose in terra, ma tu non
hai sentito niente».
Madame Joubert uscì dalla cucina in una vestaglia a fiori viola, i
capelli avvolti nei bigodini sotto la cuffia di merletto. Portò lei stessa il
caffè, e loro sedettero al tavolo di legno grezzo senza tovaglia,
bevendolo in grosse ciotole di terraglia. C’era anche del latte fresco,
il primo che Claude assaggiasse da molto tempo, e zucchero che
Gerhardt tirò fuori dalla tasca. La vecchia cuoca prese il caffè seduta
sulla porta della cucina e sul gradino, ai suoi piedi, sedeva la strana,
pallida bambina.
Madame Joubert si rivolse cortesemente a Claude: sapeva che gli
americani erano abituati a un altro genere di colazione, e se lui
voleva portare il bacon dal campo, gliel’avrebbe cucinato volentieri.
Aveva addirittura fatto i pancake per gli ufficiali che erano stati lì in
passato. Parve tuttavia contenta di apprendere che Claude ne
avesse abbastanza di quel tipo di colazione. Si rivolgeva a Gerhardt
con il nome di battesimo, pronunciato alla francese, e quando
Claude disse che sperava facesse altrettanto con lui, gli disse che il
suo era un bellissimo nome francese «mais un peu, un peu…
romanesque», alla qual cosa Claude arrossì, non capendo se lo
stesse prendendo in giro oppure no.
«Anche in inglese è un po’ così, no?» chiese David.
«Beh, forse intendi dire che è effeminato».
«Sì, lo è, un pochino» ammise David candidamente.
La giornata di lavoro sulla piazza d’armi fu impegnativa e gli
uomini del capitano Maxey erano fiacchi, soffrivano il caldo,
sfiguravano davanti ai ragazzi del Kansas induriti dalle fatiche del
servizio attivo. Il colonnello non fu soddisfatto della compagnia B e le
assegnò il compito di costruire nuove caserme e di ampliare gli
impianti igienici. Claude andò a lavorare con i suoi uomini. Gerhardt
seguì il suo esempio, ma era facile vedere che non aveva mai
maneggiato legname o lamiera prima di allora. Tra loro era sorta una
specie di rivalità e nessuno dei due sapeva spiegarsi il perché.
Claude si accorse che i sergenti e i caporali non vedevano di
buon occhio Gerhardt. Il suo laconico modo di esprimersi, mai
abbellito dal pittoresco gergo che tanto apprezzavano, la serietà e i
suoi rari, scettici sorrisi li disorientavano. Il nuovo ufficiale è un
damerino? chiese il sergente Hicks al suo amico, Dell Able. No, non
era un damerino. Allora, un pallone gonfiato? No, niente affatto, ma
non era molto socievole. Era “uno dell’Est”: quello che era sarebbe
venuto fuori più avanti. Claude percepiva in lui qualcosa di strano.
Sospettava che Gerhardt sapesse un sacco di cose oltre al francese,
e che le tenesse nascoste, come fanno le persone a volte, quando
non sono tra loro pari: e questa idea lo irritava. Fu Claude a cogliere
l’opportunità di trattare con superiorità Gerhardt, quando questi
dimostrò di essere del tutto incapace di scegliere il legname in base
alle misure prescritte.
Il pomeriggio seguente il lavoro alle nuove caserme fu sospeso a
causa della pioggia. Il sergente Hicks si dette da fare per
organizzare un incontro di boxe, ma quando andò a invitare i due
tenenti, erano entrambi spariti. Claude marciava verso il villaggio,
deciso a penetrare nel grande bosco che sin dal suo arrivo l’aveva
tentato.
La strada maestra divenne la via principale del paese e poi, al
margine del bosco, ritornò a essere una strada di campagna. Un po’
più avanti, dove l’ombra si infittiva, la strada si divideva in tre
sentieri, due dei quali quasi indistinti e poco frequentati. Claude
scelse uno di questi. La pioggia era diminuita fino a diventare un
gocciolio costante, ma le grosse felci che crescevano sul sentiero lo
inzupparono fino alla cintola, e i suoi piedi affondavano nella terra
spugnosa, coperta di muschio. La luce intorno a lui, l’aria stessa, era
verde. Un soffice muschio verde ricopriva i tronchi degli alberi, simile
a muffa. Si stava chiedendo se quella foresta fosse sempre così
umida e tetra, quando improvvisamente il sole filtrò tra i rami
inondando d’oro tutto il bosco. Claude non aveva mai visto nulla di
simile al tremante smeraldo del muschio, al verde setoso delle cime
gocciolanti dei faggi. Ogni cosa si risvegliò: conigli traversavano
saltellando il sentiero, gli uccelli si misero a cantare e in un attimo le
felci furono piene di insetti ronzanti.
Dopo un’altra curva del sentiero tortuoso Claude si trovò sul
fianco di una collina, sopra una radura cosparsa di massi grigi.
Sull’altura di fronte c’era una pineta, i fusti rossi e nudi. La luce,
intorno e sotto di loro, era rossa come un tramonto rosato. Quasi tutti
i fusti si dividevano a metà altezza in due grandi braccia che si
ricongiungevano in cima, come antiche lire greche.
Giù nella radura erbosa, tra i cumuli di selci, piccole betulle
bianche scuotevano le foglie lucenti alla brezza leggera. L’erica
purpurea circondava le rocce: si insinuava nelle loro fessure come
fuoco. Su una di queste rocce nude sedeva il tenente Gerhardt,
senza cappello, in un atteggiamento di stanchezza o di profondo
abbattimento, le mani serrate intorno alle ginocchia, i capelli color
bronzo rosseggianti nel sole. Dopo averlo osservato per qualche
minuto, Claude venne giù per la discesa, facendo frusciare le alte
felci.
«Sono di troppo?» chiese fermandosi ai piedi delle rocce.
«Oh no!» rispose l’altro, muovendosi un poco e slacciando le
mani dalle ginocchia.
Claude sedette su un masso. «Questa è erica?» chiese. «L’avevo
vista solo nelle descrizioni de Il ragazzo rapito e l’ho riconosciuta.
Questa parte del mondo non è nuova per te, come lo è per me».
«No. Ho vissuto per parecchi anni a Parigi quando ero studente».
«Cosa studiavi?».
«Il violino».
«Sei un musicista?». Claude lo guardava stupito.
«Lo ero» rispose l’altro con un sorriso sdegnoso, stendendo
fiaccamente le gambe nell’erica.
«È un peccato» osservò Claude gravemente.
«Cosa?».
«Beh, arruolare gente dal talento speciale. Siamo in tanti a non
avere talento».
Gerhardt si sdraiò sulla schiena e mise le mani dietro la testa.
«Questa faccenda è troppo grossa per fare eccezioni: è universale.
Se uno è nato ventisei anni fa, non può scamparsela. Se questa
guerra non ti uccidesse in un modo, lo farebbe in un altro». Disse a
Claude che si era addestrato a Camp Dix ed era arrivato in Francia
otto mesi prima con una banda del reggimento, ma odiava quel
lavoro ed era stato trasferito in fanteria.
Quando tornarono sui loro passi, il bosco era immerso nel verde
crepuscolo. I loro rapporti erano cambiati nel corso dell’ultima
mezz’ora, e camminarono in un silenzio amichevole fino alla porta
del loro giardino.
Dato che la pioggia era finita, Madame Joubert aveva steso la
tovaglia sul tavolo di assi sotto il ciliegio, come le sere precedenti.
Monsieur portava le sedie e la bambina una pila di piatti pesanti. Li
teneva appoggiati allo stomaco, e mentre camminava si sporgeva
all’indietro per bilanciarne il peso. Aveva le scarpe, ma non le calze,
e il vestito di cotone sbiadito sfiorava le sue gambe abbronzate. Era
una piccola profuga belga, mandata là con sua madre. La madre era
morta e la figlia si rifiutava di andare sulla sua tomba. Non voleva
neppure lasciare il cortile per uscire nella strada tranquilla. Si
nascondeva se un bambino del vicinato entrava a fare una
commissione. Non voleva altra compagna di giochi che la gatta; e
ora aveva i gattini nel capanno degli attrezzi.
La cena quella sera fu molto allegra. Monsieur Joubert era
contento che il temporale non fosse durato tanto da danneggiare il
grano. Il giardino era fresco e splendente dopo la pioggia. Il ciliegio
faceva cadere gocce brillanti sulla tovaglia quando si levava la
brezza. La madre dei gattini sonnecchiava sul cuscino rosso nella
poltrona da lavoro di Madame Joubert, e i piccioni scendevano
svolazzando a beccare i lombrichi che strisciavano nella sabbia
bagnata. L’ombra della casa si allungava sulla tavola, ma le cime
degli alberi erano inondate di luce e il sole si riversava giallo sul
muro di terra e sulle rose color crema. I loro petali, scompigliati dalla
pioggia, emanavano un profumo umido, speziato.
Monsieur Joubert doveva essere dieci anni più vecchio di sua
moglie. I suoi modi denotavano un grande appagamento e c’era una
scintilla piacevole nel suo sguardo. Gli piacevano quei giovani
ufficiali. Gerhardt era là da due settimane e la sua presenza mitigava
in qualche modo il silenzio che aveva avvolto la casa quando il
secondogenito era morto all’ospedale. I Joubert si erano ritirati in
casa. Avevano fatto tutto quello che potevano, dato tutto quello che
avevano, e ora non si aspettavano più niente dal futuro, tranne
l’evento che tutta la Francia attendeva con ansia. Monsieur parlava
con Gerhardt del grande porto che Bordeaux era diventata con gli
americani; disse che dopo la guerra sarebbe andato a vederlo.
Madame Joubert fu lieta di sapere che i giovani erano andati a
passeggiare nel bosco. Era fiorita l’erica? Avrebbe desiderato che
gliene avessero portata un po’. Magari la prossima volta. Spesso
anche lei andava nel bosco. I suoi occhi sembravano avvicinarsi a
loro, pensò Claude, quando parlava di quelle cose ed era evidente
che era molto più interessata a quello che sbocciava nel bosco che a
quello che gli americani stavano facendo sulla Garonna. Claude
avrebbe voluto essere capace di parlarle come faceva Gerhardt.
Ammirava il modo in cui lei si scuoteva e cercava di interessarli,
adoperando la sua difficile lingua con tanto spirito, tanta precisione.
Era una lingua che non poteva essere biascicata, che doveva essere
parlata con ardore e energia, altrimenti meglio tacere. Parlare quella
lingua impegnativa avrebbe aiutato uno spirito abbattuto a
risollevarsi, pensava.
La piccola cameriera li serviva aggirandosi senza far rumore. Gli
occhi spenti non sembravano vedere, ma si accorse quando fu il
momento di recare in tavola la pesante zuppiera, e di portarla via.
Madame Joubert aveva scoperto che a Claude le patate piacevano
insieme alla carne (quando c’era) e non a parte. Ogni volta doveva
dire alla bambina di andare a prenderle. La piccola lo faceva a
malincuore, mettendo il broncio, come se la obbligassero a compiere
qualcosa di sbagliato. Era una stranissima piccola creatura. Quando
i due ufficiali lasciarono la tavola e si mossero per tornare al campo,
Claude allungò la mano nel capanno degli arnesi e tirò su un gattino
tenendolo alla luce per vederlo sbattere le palpebre. La bambina,
uscendo dalla cucina, fece uno strillo acutissimo, veramente
tremendo, e si accovacciò per terra coprendosi il viso con le mani.
Madame Joubert uscì a rimproverarla.
«Che problema ha la bambina?» chiese Claude mentre uscivano
in fretta dalla porta del giardino. «Credi che sia rimasta ferita, o
abbia subito qualche sorta di abuso?».
«È traumatizzata. Spesso grida così di notte. Non l’hai sentita?
Devono svegliarla per farla smettere. Non parla francese, solamente
vallone, e non può o non vuole imparare, così nessuno riesce a
capire cosa succeda in quella povera testolina».
Nelle due settimane di intenso addestramento che seguirono,
Claude si meravigliò dello spirito e della resistenza di Gerhardt. Lo
sforzo muscolare delle finte operazioni di trincea era molto più
oneroso per lui che per gli altri ufficiali. Era alto come Claude, ma
pesava solamente sessantacinque chili e non era stato tirato su in
campagna come la maggior parte degli altri. Quando si venne a
sapere che era un violinista di professione, che avrebbe potuto fare
un lavoro meno pesante come interprete o come organizzatore di
spettacoli per le truppe, i soldati non gliene vollero più per il suo
riserbo né per la sua occasionale alterigia. Rispettarono un uomo
che avrebbe potuto imboscarsi ma non l’aveva fatto.
VII

Finalmente in marcia. In una splendente giornata di agosto il


battaglione del colonnello Scott stava percorrendo una delle
polverose, battutissime strade a est della Somme, dopo essersi
lasciato alle spalle qualche ora prima la stazione ferroviaria. La via si
snodava attraverso una campagna ondulata: campi, colline, boschi,
villaggi mezzi distrutti ma ancora abitabili, dove la gente usciva per
veder passare i soldati.
Gli americani attraversavano ogni villaggio a passo di marcia, le
bandiere al vento, la banda che suonava, «per dimostrare che il
morale era alto», come dicevano gli ufficiali. Claude procedeva a
passi lenti all’esterno della colonna, ora in testa, ora in coda alla sua
compagnia, con un’espressione stoica sul viso, non volendo
palesare la soddisfazione che provava per gli uomini, il tempo, la
campagna.
Erano diretti verso la grande prova, e ovunque spuntavano
segnali rassicuranti: lunghe file di alberi nudi, morti, carbonizzati e
dilaniati; buche profonde che squarciavano i campi e i fianchi delle
colline, già seminascoste dalla nuova vegetazione; tortuose
depressioni nel terreno, carcasse di autocarri e di automobili
abbandonate sulla strada, e ovunque interminabili, disordinate
sequenze di filo spinato arrugginito, che parevano messe lì a caso –
senza alcuno scopo.
«Sembra che ci siamo quasi, tenente» osservò il sergente Hicks
sorridendo, mentre portava la mano al berretto.
Claude fece un cenno di assenso e passò oltre.
«Beh, non arriveremo mai troppo presto per noi, giusto ragazzi?».
Il sergente lanciò un’occhiata al di sopra della spalla, e gli uomini
risero, i denti sfavillanti nei visi rossi e sudati. Claude non si
meravigliò che per la strada tutti, perfino i bambini in fasce,
uscissero dalle case per vederli: era consapevole che fossero lo
spettacolo più bello del mondo. Era il primo giorno che indossavano
gli elmetti; Gerhardt aveva mostrato loro come imbottirli di erba e
foglie per mantenere fresca la testa. Quando si misero per quattro, e
la banda attaccò a suonare mentre si avvicinavano a una cittadina,
Bert Fuller, il ragazzo di Pleasantville sul Platte che aveva
piagnucolato durante la traversata, era guida a destra, e ogni volta
che Claude gli passava accanto, pareva dire: “Mi ci vuole ancora un
po’ per diventare bravo, tenente!”.
Si accamparono nel pomeriggio, su una collina coperta di pini
mezzi bruciati. Claude prese con sé Bert Fuller, Dell Able e Oscar lo
svedese e andò in perlustrazione per poi fare rapporto. Dietro la
collina, al di sotto del bosco bruciato, trovarono una fattoria
abbandonata e quello che pareva un pozzo di acqua potabile. Aveva
un solido parapetto di pietra e un secchio di legno pendeva dalla
catena arrugginita. Quando i soldati calarono il secchio, l’acqua
mandò un sentore puro, fresco. Ma erano ragazzi intelligenti e
sapevano dove i prussiani seppellivano i loro cadaveri. Persino la
paglia nella stalla fu guardata con diffidenza, e decisero che era
meglio non metterci a dormire nessuno.
Camminando spediti verso destra per completare il loro giro, si
ritrovarono immersi nel fango a causa di una depressione del terreno
in cui erano tracimate le acque dei canali di scolo abbandonati. Là si
imbatterono in una scena che destò la loro pietà. Una donna
dall’aspetto malato e miserabile sedeva su un tronco caduto al limite
della palude, con un neonato in grembo e tre bambini intorno. Era
divorata dalla consunzione; bastava ascoltare il suo respiro e
guardare la sua faccia bianca e sudata per capire quanto fosse
debole. Inzaccherata, immersa nel fango fino alle ginocchia, cercava
di allattare il piccolo, mezzo nascosto sotto un vecchio scialle nero.
Non sembrava una vagabonda ma una che un tempo era stata
perfettamente in grado di badare a se stessa, ed era ancora
giovane. I bambini erano stanchi e abbattuti. Un maschietto
indossava una goffa giacchetta azzurra ricavata da un cappotto
dell’esercito francese. Un altro aveva in testa uno Stetson malandato
che gli copriva le orecchie. Tra le braccia stringeva una sveglia di
celluloide rosa. Guardavano tutti con gli occhi in su, aspettandosi
che i soldati facessero qualcosa.
Claude si avvicinò alla donna, e toccandosi il bordo dell’elmetto,
cominciò: «Bonjour, Madame. Qu’est-ce que c’est?».
Lei cercò di parlare, ma fu sopraffatta da un accesso di tosse e
riuscì solo ad ansimare: «Toinette, Toinette!».
Antoinette si fece subito avanti. Aveva circa undici anni e
sembrava il capo del gruppo. Un viso duro e spavaldo con un mento
lungo, capelli neri lisci legati con degli stracci, occhi scaltri e inquieti;
aveva l’aria molto meno dolce e più navigata di sua madre. Cominciò
la sua spiegazione, ed era molto brava a farsi capire. Era abituata a
dialogare con i soldati stranieri, parlava lentamente, enfaticamente e
con gesti ingegnosi.
Anche lei aveva perlustrato il terreno. Aveva scoperto la fattoria
deserta e stava cercando di portare là la famiglia per la notte. Come
mai si trovavano lì? Oh, loro erano profughi. Erano stati ospitati da
persone che vivevano a trenta chilometri da lì. Stavano cercando di
tornare al loro villaggio. Sua madre era molto malata, «presque
morte», e voleva tornare a casa a morire. Avevano sentito che c’era
ancora qualcuno laggiù; una vecchia zia abitava nella loro cantina –
e così avrebbero fatto anche loro, se fossero riusciti a tornare. Il
punto era, e lo ripeté varie volte, che sua madre voleva morire «chez
elle, comprenez-vous?». Non avevano documenti, e i soldati francesi
non li avrebbero mai lasciati passare, ma ora che erano arrivati gli
americani, speravano di riuscirci: si diceva che gli americani fossero
«toujours gentils».
Mentre la ragazzina parlava con la sua voce acuta, tintinnante, il
piccolo cominciò a urlare, insoddisfatto del pasto. La bambina si
strinse nelle spalle. «Il est toujours en colere» mormorò. La donna lo
rivoltò a fatica – era un bambino grande e grosso, ma bianco e
malaticcio – e gli offrì l’altro seno. Il piccolo si mise a succhiare
rumorosamente, grufolando e sputacchiando come se stesse
morendo di fame. Era troppo penoso, quasi indecente, vedere quella
donna sfinita che cercava di allattare il suo bambino. Claude fece
cenno ai suoi uomini che si facessero da parte, e prendendo la
ragazzina per mano la condusse da loro.
«Il faut que votre mère… se reposer» le disse, con una lunga,
solenne pausa, come una cesura, che faceva sempre nel mezzo di
una frase francese. Lei lo capì. Nessuna distorsione della sua lingua
madre la sorprendeva o la imbarazzava. Era abituata a tedeschi,
inglesi, americani che le si rivolgevano sbagliando persona, numero,
genere, tempo dei verbi. Lei ascoltava e capiva se la voce era
gentile, e con gli uomini che indossavano quella uniforme era quasi
sempre così.
«Vous avez quelque chose à manger?».
«Rien. Rien du tout».
Sua madre non era «trop malade à marcher?».
Lei si strinse nelle spalle: Monsieur poteva giudicare da sé.
E suo padre?
Era morto. «Mort à la Marne, en quatorze».
«Sulla Marna?» ripeté Claude, guardando perplesso il neonato.
Gli occhi penetranti della bambina seguirono i suoi, e subito
indovinò il dubbio di Claude. «Il bebè?» disse svelta. «Oh, il bebè
non è mio fratello, è un boche».
Per un istante Claude non capì. Lei ripeté impaziente la
spiegazione, c’era qualcosa di sdegnoso e sinistro nella sua vocetta
metallica. Un rossore salì lentamente alla fronte di Claude.
La spinse verso sua madre. «Attendez là».
«Credo che dovremo portarli alla fattoria» disse agli uomini, e
ripeté loro quanto aveva afferrato del racconto della ragazzina.
Quando arrivò al laconico commento sul neonato, gli uomini si
lanciarono degli sguardi. Bert Fuller temeva di mettersi ancora a
piangere, e così, mentre tornavano di corsa per la palude, continuò a
borbottare: «Perdio, se fossimo arrivati prima, perdio se l’avessimo
fatto!».
Dell e Oscar fecero un seggiolino incrociando le mani e portarono
la donna – non era un gran peso. Bert prese su il bambino con la
sveglia rosa. «Vieni con me, ranocchietto, hai le gambe ancora
troppo corte».
Claude li seguiva tenendo tra le braccia irrigidite il neonato
urlante. Com’era possibile che un bambino così piccolo avesse già
una personalità tanto spiccata, si domandava, e com’era possibile
che un neonato gli stesse così antipatico? Lo detestava per la sua
testa quadrata dai capelli color stoppa e le orecchie esangui, e lo
teneva con ribrezzo. Non c’era da stupirsi se strillava come un
ossesso. Quando si accorse che urlando e irrigidendosi non
otteneva nulla, il piccolo all’improvviso si azzittì, lo osservò
intensamente con gli occhi azzurri slavati e cercò di mettersi comodo
contro la sua giacca kaki. Tirò fuori un pugnetto sudicio e si attaccò a
uno dei bottoni. «Kamerad, eh?» borbottò Claude, guardando di
traverso il neonato. «Dacci un taglio!».
Quella sera, prima di cenare i soldati portarono alla loro famiglia
cibi caldi e coperte.
VIII

Le quattro, un’alba d’estate, la sua prima mattina in trincea.


Claude era appena stato lungo la linea per accertarsi che la
squadra di artiglieri fosse in posizione. Quell’ora in cui cambiava la
luce era il momento più probabile dell’attacco. Era arrivato la sera
prima tardi e aveva tutto da imparare. Montò sulla banchina di tiro e
sbirciò oltre il parapetto tra i sacchetti di sabbia, nella nebbia che si
snodava bassa. In quel momento non riusciva a vedere altro che il
reticolato, con gli uccelli che saltellavano sul filo più alto, cantando e
cinguettando come gli uccelli sulla recinzione davanti a casa sua.
Limpido e flautato era il loro canto nell’aria greve,– ed era l’unico
suono. Si levò una brezza leggera che dissipò piano la foschia. Tra i
banchi vaganti di vapore apparvero strisce di verde. Gli uccelli si
fecero più agitati.
Quella distesa opaca di grigio e verde era la terra di nessuno.
Quei terrapieni bassi, a zig-zag, come giganteschi cumuli di terra
sopra le tane delle talpe, erano le trincee degli “unni”: ce n’erano
cinque o sei linee. Claude riusciva a scorgere senza binocolo i
camminamenti. In un punto la prima linea tedesca non poteva
distare più di una settantina di metri, in un altro arrivava a trecento.
Qua e là cominciavano ad alzarsi sottili colonne di fumo; gli “unni” si
preparavano la colazione, era tutto tranquillo e naturale. Dietro la
postazione nemica la campagna si elevava per qualche miglio, con
burroni e boschetti dove, secondo la sua mappa, stava nascosta
l’artiglieria. Sulle colline c’erano fattorie in rovina e alberi spezzati,
ma non si vedeva creatura umana. Era una campagna morta,
sfibrata, sprofondata nel silenzio e nell’abbattimento. Eppure la terra
era piena di uomini. Le loro trincee, viste dall’altra parte, dovevano
sembrare altrettanto morte. La vita era un segreto, in quei giorni.
Era stupefacente la semplicità con la quale accadevano le cose. Il
suo battaglione era arrivato silenziosamente al fronte a mezzanotte,
e i soldati a cui davano il cambio si erano diretti altrettanto
silenziosamente verso le retrovie. Tutto si era svolto nel buio totale.
Proprio mentre la compagnia B scivolava lungo un pendio nelle
basse trincee di riserva, la campagna era stata illuminata da due
razzi e c’era stata una raffica di mitragliatrici Maxim tedesche – un
crepitio isolato privo di conseguenze. Sfilando lungo i
camminamenti, gli uomini erano rimasti in ascolto, ansiosi: un fuoco
di artiglieria sarebbe stato un pericolo per quelli che marciavano
verso le retrovie. Ma non era accaduto nulla. La notte era trascorsa
tranquilla, e al mattino, eccoli pronti.
Il cielo brillava d’argento e zafferano. Claude guardò l’orologio, ma
non se la sentiva di andarsene. Ce ne voleva perché un Wheeler
arrivasse da qualche parte! Quattro anni di cammino, e ora che era
qui voleva godersi un po’ la scena. Avrebbe voluto che sua madre
sapesse come si sentiva quel mattino. Ma forse lo sapeva. A ogni
modo non avrebbe voluto essere da nessun’altra parte. Se cinque
anni prima, quando era seduto sulla scalinata della State House di
Denver, convinto che niente di inatteso sarebbe potuto accadergli,
avesse potuto vedere, in un lampo, dove si trovava oggi? Lanciò un
lungo sguardo al paesaggio che si allungava tingendosi di rosso, e
saltò giù sul camminamento.
Claude si diresse verso il ricovero sotterraneo in cui lui e Gerhardt
avevano buttato le loro cose la sera prima. Gli occupanti precedenti
l’avevano lasciato pulito. C’erano due cuccette inchiodate alle pareti:
telai di legno con sopra una rete metallica, ricoperti di sacchetti di
sabbia asciutti. Tra le due cuccette c’era una cassa da sapone che
fungeva da tavolo, e una candela ficcata in una bottiglia verde, una
stufetta ad alcol, una bain-marie e due tazze di stagno. Alle pareti
erano appese stampe a colori prese da Jugend e scovate in qualche
trincea tedesca.
Claude trovò Gerhardt ancora addormentato e lo scrollò fino a
che non si mise a sedere.
«Quanto tempo sei stato fuori, Claude? Non hai dormito?».
«Poco. Non ero molto stanco. Penso che potremmo scaldare
l’acqua per la barba su questa stufa, ci hanno lasciato mezza
bottiglia di alcol. È un buchetto molto confortevole, non ti pare?».
«Indubbiamente serve allo scopo» osservò David asciutto. «Sei
talmente suscettibile a ogni critica alla guerra! Eppure non ti
riguarda, sei appena arrivato».
«Lo so» replicò docile Claude, mentre cominciava a ripiegare le
sue coperte. «Ma è probabile che sarà la sola a cui prenderò parte,
perciò tanto vale che me ne interessi».

Il pomeriggio successivo quattro giovani, più o meno nudi, si


affaccendavano intorno a un cratere di granata colmo di opaca
acqua marrone. Il sergente Hicks e il suo amico Dell Able avevano
passato metà di quella torrida mattinata alla ricerca di un fosso non
troppo lurido, convenientemente e perfino pittorescamente ubicato, e
individuatolo avevano fatto rapporto ai loro tenenti. Il capitano
Maxey, disse Hicks, poteva mandare il suo attendente a cercargli un
altro cratere di granata, così poteva fare il bagno in privato. «Non si
laverebbe mai insieme agli altri» continuò il sergente. «Troppa paura
di perderci in dignità».
Bruger e Hammond, i due sottotenenti, avevano già fatto il bagno
e stavano sdraiati su quello che si sarebbe potuto definire un pendio
erboso, esaminando con interesse varie porzioni del loro corpo. Da
tempo non si spogliavano completamente, e quattro giorni di marcia
sotto il sole rendevano un uomo ansioso di guardarsi.
«Aspettate l’inverno!» disse loro Gerhardt. Stava ancora
sguazzando nel cratere, immerso fino alle ascelle nell’acqua
melmosa. «Vi darete una lavata ogni tre mesi. Dei soldati inglesi mi
hanno detto che quando hanno fatto il primo bagno dopo Vimy gli è
venuta via la pelle, come ai serpenti. Cosa stai facendo con i miei
calzoni, Bruger?».
«Cerco il tuo coltello. Il mio è caduto ieri, quando è esplosa quella
granata. Mi è quasi caduta anche la dannata zucca».
«Sciocchezze, quello non era niente. Non continuare a vantarti, si
capisce subito che sei un pivello».
Claude si levò la camicia e scivolò nel fosso accanto a Gerhardt.
«Santo cielo, ho colpito qualcosa che taglia, quaggiù! Perché non
avete levato le schegge, ragazzi?».
Chiuse gli occhi, sparì per un istante, tornò su sputacchiando e
gettò a terra un oggetto tondo metallico, incrostato di ruggine e di
melma. «Elmetto tedesco, no? Che schifo!». Si asciugò la faccia e si
guardò intorno sospettoso.
«Schifo è ancora poco». Bruger rivoltò l’oggetto con un bastone.
«Perché diamine non hai portato su anche il resto? Mi hai rovinato il
bagno. Spero che te lo goda».
Gerhardt si arrampicò sulla sponda. «Fuori, Wheeler! Guarda» e
indicò grosse bolle sonnolente che salivano a galla attraverso
l’acqua densa. «Hai sollevato un vespaio, te lo dico io! C’è qualcosa
che sta andando a male laggiù».
Claude uscì anche lui e osservò l’attività nell’acqua. «Non vedo
come l’aver tirato fuori un elmetto abbia potuto smuovere il fondo in
questo modo. Credevo che l’acqua frenasse la puzza».
«Mai studiato chimica?» chiese Bruger sprezzante. «Hai
scoperchiato una tomba, e ora ci becchiamo le esalazioni mefitiche.
Se hai ingoiato un po’ di quella colonia tedesca… povero te!».
Il tenente Hammond, ancora a gambe nude, con la camicia legata
sulle spalle, stava scribacchiando nel suo taccuino. Prima di
andarsene, lasciò un foglio infilato su un bastoncino.

Proibito bagnarsi! Spiaggia privata


C. Wheeler, compagnia B, 2° Fanteria
Le prime lettere da casa! Erano arrivate con i rifornimenti e ogni
uomo della compagnia ricevette qualcosa tranne Ed Drier, un
garzone di fattoria che veniva dalle colline sabbiose del Nebraska, e
Willie Katz, l’austriaco dai capelli stopposi che lavorava nei
conservifici di South Omaha. I compagni erano dispiaciuti per loro.
Ed non aveva parenti suoi, ma lo stesso si era aspettato qualche
lettera. Willy era certo che sua madre avesse scritto. Quando fu
distribuita l’ultima busta spiegazzata e lui si voltò andando via a mani
vuote, mormorò: «Viene dall’Europa orientale e non scrive tanto
bene. Scommetto che l’indirizzo non era chiaro e la mia lettera è
andata a qualcuno di un’altra compagnia».
Solo le lettere arrivavano. I ragazzi avevano sperato di ricevere
giornali da casa per avere notizie sulla guerra, perché qui non ne
avevano alcuna. La sorella di Dell Able aveva però incluso nella sua
lettera un ritaglio dello Star di Kansas City; un lungo resoconto di un
corrispondente di guerra britannico in Mesopotamia, che descriveva i
disagi dei soldati in servizio laggiù: dissenteria, mosche, zanzare,
caldo inimmaginabile. Able lesse l’articolo a voce alta a un gruppo di
amici riuniti intorno a un cratere di granata dove si erano lavati i
calzini. Aveva appena finito il racconto del ritrovamento da parte dei
soldati inglesi di alcune capanne di fango nel luogo che si riteneva
fosse stato il Paradiso terrestre – un posto desolato pieno di insetti
mordaci – quando Oscar Petersen, un ragazzo svedese
religiosissimo che stava zitto anche per giornate intere, aprì bocca e
disse sprezzante: «È una bugia».
Dell alzò lo sguardo su di lui, infastidito dall’interruzione. «E tu
come lo sai?».
«Perché il Signore mise quattro cherubini con la spada a guardia
del Paradiso, e nessun uomo lo troverà mai. Non è previsto. Lo dice
la Bibbia».
Hicks cominciò a ridere. «Ma come, se era almeno seimila anni
fa, asino! Credi che i tuoi cherubini stanno ancora lì?».
«Certamente. Cosa sono mille anni per un cherubino? Niente!».
Lo svedese si alzò e raccolse imbronciato i suoi calzini.
Dell Able guardò il suo amico Hicks. «Che testa di rapa! Mai visto
niente di simile».
Oscar non aveva voglia di ascoltare «quel mucchio di bugie» e se
ne andò col suo bucato.

Il comando del battaglione stava a circa mezzo miglio dalla prima


linea, in un rifugio a metà tra una trincea e una baracca, con un tetto
di assi ricoperto di zolle. L’ufficio del colonnello era separato da un
tramezzo, per il resto il locale era riservato agli ufficiali, come una
sorta di circolo. Una sera Claude venne a riferire sulla nuova
postazione degli artiglieri. I giovani ufficiali sedevano qua e là sulle
casse da sapone, fumando e mangiando gallette da scatole di
stagno. Gerhardt stava lavorando al tavolo di assi con carta e matite,
ricopiando una mappa che avevano redatto insieme quella mattina,
e che indicava i limiti della gittata. Il rumore non lo confondeva;
poteva stare seduto tra un mucchio di soldati e scrivere tranquillo
come se fosse da solo.
C’era un ufficiale che vinceva su tutti quanto a parlantina,
ovunque si trovasse: il capitano Barclay Owens, ufficiale del Genio
aggregato. Era un piccoletto di un metro e sessanta, grasso e pieno
di energia. Prima della guerra si trovava in Spagna per costruire una
diga, “la diga più grande del mondo”, e nel corso degli scavi aveva
scoperto le rovine di un campo fortificato dell’epoca di Giulio Cesare;
era stato più di quanto la sua eccitabile immaginazione potesse
sopportare. Aveva cominciato a fotografare, misurare e meditare su
quelle antiche vestigia. Di giorno faceva l’ingegnere, di notte
l’archeologo. Aveva casse di libri che si era fatto mandare da Parigi,
tutto quanto fosse stato scritto su Cesare in francese e tedesco;
aveva assunto un giovane prete che glieli traduceva ad alta voce la
sera. Il prete era convinto che l’americano fosse fuori di testa.
Quando Owens era al college, non aveva mai mostrato il minimo
interesse per gli studi classici, ma adesso era come se Giulio Cesare
fosse nato con lui. Poi era venuta la guerra e aveva interrotto il suo
lavoro alla diga. Aveva anche apportato nuove idee alla sua mente
ingegneristica. Era tornato in fretta e furia nel natio Kansas per
spiegare la guerra ai suoi compatrioti. Era andato su e giù per
l’Ovest dimostrando esattamente cos’era successo nella prima
battaglia della Marna, finché ebbe la possibilità di arruolarsi.
Nel battaglione lo chiamavano “Giulio Cesare”, e gli uomini non
capivano mai se spiegasse le operazioni del generale romano in
Spagna o quelle di Joffre sulla Marna, visto che saltava
continuamente dalle une alle altre. Per lui tutto era in primo piano, i
secoli non facevano alcuna differenza. Niente era esistito prima che
Barclay Owens l’avesse scoperto. Gli uomini amavano starlo ad
ascoltare. Quella sera, camminando su e giù, gli occhi gialli roteanti,
un grosso sigaro nero in mano, teneva ai giovani ufficiali una lezione
preparatoria sui caratteri francesi. Erano le gambe a renderlo così
buffo: il tronco era quello di un uomo grande e grosso, posato su due
monconi.
«Ora, ragazzi, non dovete dimenticarvi che la vita notturna di
Parigi non rappresenta il carattere nazionale: è solo roba per
stranieri…. Il contadino francese è un tipo parsimonioso… Il vino
rosso va bene, ma senza esagerare: allungatelo con due terzi
d’acqua e tiene lontano la dissenteria… Non dovete essere sgarbati
con quelle lì, ma risoluti. Quando una mi viene sotto, io seguo il mio
piano: prima le do venticinque franchi, poi la guardo negli occhi e
dico: “Ragazza mia, ho tre figli, tre maschi”. Capisce in un attimo.
Funziona sempre. Se ne va vergognandosi di se stessa».
«Ma è costoso! Finirà sul lastrico, capitano Owens» osservò
candidamente il giovane tenente Hammond. Gli altri scoppiarono in
una risata fragorosa.
Claude sapeva che David aveva una particolare avversione per il
capitano Owens del Genio, e si chiedeva come facesse a lavorare
con tanta concentrazione mentre era in corso la conferenza del
capitano, e con le chiacchiere degli altri e il rumore del fonografo.
Owens, camminando su e giù, lanciava occhiate furtive a Gerhardt.
Aveva avuto sentore del fatto che in lui ci fosse qualcosa di
straordinario.
Gli uomini continuavano a far suonare il fonografo: terminava un
disco e ne mettevano subito un altro. A un certo punto, al principio di
un nuovo pezzo, Claude vide David sollevare la testa dalle sue carte
con un’espressione singolare. Ascoltò per un momento con un
sorriso mezzo sdegnoso, poi si accigliò e riprese a fare schizzi sulla
sua mappa. Qualcosa nel suo sguardo di riconoscimento fece
pensare a Claude che quella melodia, triste ma bellissima, gli
avesse evocato un ricordo particolare. Claude si alzò per andare a
cambiare lui stesso il disco. Lo prese e, tenendolo alla luce, lesse il
titolo: “Meditazione da Thaïs – Assolo di violino – David Gerhardt”.
Mentre tornavano lungo il camminamento sotto la pioggia,
sciaguattando in fila indiana, Claude ruppe improvvisamente il
silenzio.
«Era un tuo disco quello di prima, quell’assolo di violino, non è
vero?».
«Mi pare di sì. Adesso andiamo a destra. Qua mi perdo sempre».
«Ci sono molti dischi tuoi?».
«Parecchi. Perché lo domandi?».
«Mi piacerebbe scrivere a mia madre. Lei ama la buona musica.
Acquisterà i tuoi dischi, così potrà essere più vicina a tutto questo,
capisci?».
«Va bene, Claude» disse David bonariamente. «Li troverà in
catalogo, con a fianco la mia foto in uniforme. Ne ho fatti molti prima
di andare a Camp Dix. Mia madre ne ricava una piccola rendita.
Eccoci a casa». Quando accese un fiammifero, due ombre nere
saltarono giù dalla tavola e scomparvero dietro le coperte. «Ce ne
sono un sacco in giro, con quest’acqua. L’hai preso? Non
schiacciarlo lì. Ecco il sacco».
Gerhardt tenne aperto un sacco di tela e Claude vi ficcò dentro il
bordo della sua coperta che si dimenava, poi calpestò
vigorosamente quello che vi era caduto in fondo. «Dove pensi che
sia andato l’altro?».
«Ci verrà a trovare più tardi. I topi mi danno molto meno fastidio di
Barclay Owens. Che spettacolo dev’essere senza vestiti! Vai a
dormire, faccio io il giro». Gerhardt si allontanò sguazzando sulla
passerella sommersa dall’acqua. Claude si tolse le scarpe e si
rinfrescò i piedi nell’acqua melmosa. Avrebbe tanto voluto indurre
David a parlare della sua professione e cercò di immaginare come
doveva essere sul palco, mentre suonava il suo violino.
IX

La sera successiva Claude fu mandato di nuovo al comando della


divisione, a Q., recando informazioni che il colonnello non aveva
voluto affidare alla carta. Si incamminò alle dieci, scortato dal
sergente Hicks. C’erano stati due giorni di pioggia, e sui
camminamenti l’acqua arrivava quasi al ginocchio. A circa mezzo
miglio dalla prima linea, i due uomini strisciarono fuori dal
camminamento e procedettero sul terreno scoperto. Quella sera
c’erano pochissimi cannoneggiamenti al fronte. Quando vedevano
un bagliore, si buttavano a terra bocconi, dando rapidi sguardi per
controllare cosa succedeva.
Il terreno era irregolare, l’oscurità impenetrabile. Era mezzanotte
passata quando raggiunsero la strada est-ovest, solitamente
trafficatissima, e che anche a quell’ora della notte non era deserta.
Convogli di cavalli arrancavano nel fango con il dorso carico di casse
di proiettili, carri viveri vuoti tornavano dal fronte. Claude e Hicks si
erano fermati sul bordo della strada, sperando in un passaggio. La
pioggia cominciò a cadere con tale violenza che si guardarono
intorno in cerca di un riparo. Incespicando da una parte all’altra,
andarono a sbattere contro un grosso pezzo di artiglieria, le ruote
affondate fino al mozzo nel fango.
«Chi va là?» gridò pronta una voce, inconfondibilmente britannica.
«Fanteria americana, siamo in due. Possiamo salire su uno dei
vostri autocarri fino a che non smette?».
«Oh, certamente! Vi possiamo fare spazio, se non siete troppo
grossi. Parlate piano, altrimenti svegliate il maggiore».
Risate soffocate; una torcia elettrica balenò un istante rivelando
una fila di cinque autocarri, il primo e l’ultimo dei quali coperti di tele
cerate. Le voci provenivano dal riparo più vicino al cannone. Gli
uomini che stavano là dentro sollevarono le gambe per fare posto ai
due sconosciuti; erano spiacenti di non poter offrire niente di secco
tranne un po’ di rum. Gli intrusi accettarono con gratitudine.
I britannici se la ridevano a crepapelle e Claude pensò,
giudicando dalle voci, che fossero molto giovani. Scherzavano sul
maggiore come fanno gli studenti con il loro professore. Non c’era
abbastanza spazio sull’autocarro per sdraiarsi, perciò stavano seduti
con le ginocchia sotto il mento e spettegolavano. La squadra di
artificieri apparteneva a una batteria autonoma, che veniva spedita
in giro “ove necessario”. Il resto della batteria era già passato,
procedendo verso est, ma quel grosso cannone continuava ad avere
problemi: ora si era guastato il trattore e non riuscivano a tirarlo fuori
dal fango. Lo chiamavano “Jenny” e dicevano che ogni tanto gli
prendevano gli svenimenti e bisognava stargli dietro. Era come
andare in giro con la nonna, disse uno degli invisibili inglesi, «proprio
una vecchia carampana!». Il maggiore dormiva nell’ultimo autocarro:
se continuava a ronfare così, prima o poi gli avrebbero dato la
Victoria Cross. Altre sghignazzate.
No, non avevano idea di dove fossero diretti, naturalmente gli
ufficiali sì, ma gli ufficiali d’artiglieria non dicevano mai niente. E
com’era quella zona, a ogni modo? Erano nuovi di quelle parti, erano
appena arrivati da Verdun.
Claude disse che aveva un amico aviatore laggiù: per caso
avevano sentito parlare di Victor Morse?
Morse, l’asso americano? Non aveva saputo? Era su tutti i
giornali di Londra. Morse era stato abbattuto entro le linee tedesche
tre settimane prima. Era stata un’azione eroica. Era inseguito da otto
aerei tedeschi, ne aveva abbattuti tre, aveva messo in fuga gli altri
cinque, ed era diretto verso la base quando quelli avevano invertito
la rotta e l’avevano preso. L’apparecchio era precipitato in fiamme e
Victor si era gettato, un salto di oltre trecento metri.
«Quindi non è riuscito ad avere la sua licenza?» chiese Claude.
Non lo sapevano. Aveva avuto un encomio solenne.
Gli uomini si sistemarono, in attesa che il tempo migliorasse o che
la notte terminasse. Qualcuno di loro si assopì, ma Claude era
perfettamente sveglio. Si chiedeva se nell’appartamentino di
Chelsea la bella dagli occhi segnati sarebbe stata molto addolorata o
se stesse suonando Roses of Picardy per qualche altro giovane
ufficiale. Pensò tristemente che ora non sarebbe più andato a
Londra. Aveva contato di incontrarsi con Victor un giorno, quando il
Kaiser fosse stato liquidato. Aveva voluto davvero bene a Victor.
C’era qualcosa in quel ragazzo… era una specie di bambino
depravato, che cercava il nemico tra le nuvole. Quale altra epoca
avrebbe potuto produrre una figura simile? Ecco una delle cose di
questa guerra: prendeva un piccolo uomo da una piccola città, gli
dava un’aria di mistero, un’andatura spavalda, una vita da eroe del
cinema – e poi una morte da angelo ribelle.
Un uomo come Gerhardt, per esempio, aveva sempre vissuto in
un mondo più o meno privilegiato: si trovava quindi nella sua
collocazione naturale. Come poteva sapere quali immensi
stravolgimenti i grandi cannoni avevano provocato dall’altra parte del
mare? Chi avrebbe mai potuto fargli comprendere quanto fossero
lontani il campo di fragole e il gabbiotto di vetro della banca dalle vie
del cielo sopra Verdun?
Alle tre la pioggia era cessata. Claude e Hicks si incamminarono
di nuovo, accompagnati da uno degli inglesi che tornava indietro a
cercare aiuto per il trattore in panne. Man mano che aumentava il
chiarore, i due americani si stupivano sempre di più dell’aspetto
estremamente giovane del loro compagno. Quando si fermarono a
un cratere di granata e si sciacquarono il viso incrostato di fango,
l’inglese, senza elmetto e con la faccia pulita, aveva un’espressione
di adolescenziale freschezza, quasi femminea: guance rosee come
mele, riccioli biondi sulla fronte, lunghe, morbide ciglia.
«Non sei qui da molto tempo, giusto?» domandò Claude con tono
paterno, mentre si rimettevano in cammino.
«Sono venuto nel ’16. Prima ero in fanteria».
Agli americani piaceva sentirlo parlare, parlava molto svelto, con
una voce acuta e melodiosa.
«E come mai hai cambiato?».
«Oh, ero in uno dei Pal Battalions, e ci hanno fatto a pezzi.
Quando sono uscito dall’ospedale, ho pensato di provare in un’altra
arma, visto che i miei compagni erano tutti morti».
«E cos’è un Pal Battalion?» biascicò Hicks. Odiava tutte le parole
inglesi di cui non afferrava il significato, mentre quelle francesi non lo
disturbavano affatto.
«Ragazzi che si sono arruolati insieme mentre andavano ancora
a scuola» disse il ragazzo.
Hicks dette un’occhiata a Claude. Pensavano entrambi che quel
ragazzo sarebbe dovuto stare a scuola ancora per un po’, e
cercavano di immaginarne l’aspetto appena arrivato in Francia.
«E dici che vi hanno fatto a pezzi?» proseguì Claude con aria
comprensiva.
«Sì, sulla Somme. Scarogna nera. Ci hanno mandato a prendere
una trincea e non ce l’abbiamo fatta. Non siamo arrivati neanche al
filo spinato. I crucchi erano così ben preparati, che non ci siamo
riusciti. Eravamo più di mille e siamo tornati in diciassette».
«Centodiciassette?».
«No, diciassette».
Hicks fischiò, e di nuovo scambiò un’occhiata con Claude. Non
dubitavano delle sue parole. Era terribile pensare a quei mille
studenti, ancora imberbi, spediti in bocca ai cannoni. «Dev’essere
stato un ordine idiota» commentò. «Immagino che ci sia stato un
errore al comando».
«Oh no, il comando sapeva come stavano le cose! L’avremmo
presa, con un po’ di fortuna. Ma i crucchi quel giorno avevano il
diavolo in corpo. E le mitragliatrici ci hanno messo fuori
combattimento».
«Sei stato ferito anche tu?» domandò Claude.
«Alla gamba. Quello continuava a spararmi contro, ma io sono
strisciato indietro sulla pancia. Quando sono uscito dall’ospedale, la
gamba era sempre debole, ma in artiglieria si marcia di meno».
«Direi che avevi già fatto abbastanza».
«Oh, non puoi restare fuori dopo che ti hanno ammazzato tutti i
compagni! Staresti sempre a pensare a loro» replicò il ragazzo con
la sua voce acuta e limpida.
Claude e Hicks entrarono al comando proprio mentre i cuochi
uscivano per preparare il fuoco. Uno dei caporali li accompagnò al
bagno ufficiali – una baracca con grandi tinozze di stagno – e portò
via le uniformi per farle asciugare in cucina. Prima di un’ora gli
ufficiali non si sarebbero visti, disse, e nel frattempo avrebbe cercato
di procurarsi camicie e calzini puliti per loro.
«Ehi, tenente» esclamò Hicks mentre si fregava con un vero
asciugamano da bagno. «Non voglio più sentir parlare di questi Pal
Battalions, e lei? Mi fa uscire dai gangheri. Visto che dovevamo
entrarci, in questa faccenda, tanto valeva farlo un po’ prima. Non mi
va di vergognarmi».
«Penso che dobbiamo mandare giù il rospo» disse asciutto
Claude. «Avevi voglia di andare a nasconderti, giusto? Anch’io.
Simpatico ragazzino. Non credo che i nostri ragazzi abbiano mai
un’aria così giovane».
«Eh già, se lo incontrassi da qualche parte, ti faresti scrupolo di
dire parolacce davanti a lui, tanto è piccolo! A che serve mandare al
macello i ragazzi dell’orfanotrofio, mi domando? Non lo capisco»
borbottò il grasso sergente. «Beh, sono affari loro. Non mi voglio
rovinare la colazione. Ci daranno uova e prosciutto, tenente?».
X

Dopo colazione, Claude si presentò al comando e parlò con un


ufficiale di stato maggiore. Gli fu detto che avrebbe dovuto aspettare
l’indomani per vedere il colonnello James, convocato a Parigi per
una conferenza generale. Era partito in auto alle quattro di mattina,
dopo aver ricevuto una telefonata.
«Non c’è molto da fare qui, quanto a svaghi» disse il maggiore.
«Cinema stasera, e può procurarsi ciò che vuole all’estaminet –
quello sulla piazza, di fronte al carro armato inglese – è il migliore. Ci
sono due simpatiche francesi nella caserma della Croce Rossa, su
in collina, nel giardino del vecchio convento. Cercano di badare alla
popolazione civile e abbiamo buoni rapporti con loro. Ci occupiamo
del loro approvvigionamento e il nostro furiere ha ordine di aiutarle
quando finiscono le scorte. Potrebbe andare a trovarle. Parlano
inglese perfettamente».
Claude chiese se poteva recarsi da loro senza essere presentato.
«Oh sì, sono abituate a noi! Ma le dò un biglietto per
Mademoiselle Olive. È una mia carissima amica. Ecco qui:
“Mademoiselle Olive de Courcy, le presento…”. E, intendiamoci» qui
sollevò gli occhi e lo squadrò da capo a piedi «è una vera signora».
Anche con il biglietto, Claude provava una certa esitazione a
presentarsi dalle signore. Magari non amavano gli americani: aveva
sempre paura di incontrare francesi di quel genere. Era lo stesso per
la maggior parte dei suoi compagni di battaglione, aveva scoperto:
avevano una paura terribile di non riuscire simpatici. E non appena
avevano l’impressione di non essere simpatici, si comportavano
peggio che potevano, per meritarselo; almeno non avevano la
sensazione di essere stati imbrogliati – la peggiore sensazione per
un fantaccino.
Claude pensò di fare una passeggiata per visitare la città. Era
stata presa dai tedeschi nell’autunno del 1914, dopo la ritirata della
Marna, e l’avevano tenuta fino all’anno prima, quando era stata
ripresa da inglesi e Chasseurs Alpins. Erano stati capaci di cacciare i
tedeschi solo abbattendola con l’artiglieria: non c’era più un edificio
in piedi.
Le rovine sono brutte e non c’è altro da vedere, pensava Claude
mentre seguiva i sentieri che correvano su mucchi di mattoni e
calcinacci. Quel paesaggio non era affatto pittoresco come appariva
nelle immagini stampate sui giornali americani. Solo un ciclone o un
incendio avrebbero potuto provocare un simile disastro. Il posto era
un enorme cumulo di detriti, una replica in grande di quelli che
screditano le periferie delle città americane. Era sempre la stessa
cosa: mucchi di mattoni bruciati e pietre spezzate, ammassi di ferro
contorto e arrugginito, travi e travicelli in pezzi, pozzanghere di
acqua stagnante, cavità che un tempo erano state cantine ora piene
di melma. Qualche sera prima un soldato americano aveva messo il
piede in una di quelle cavità ed era annegato.
Era stata una ricca cittadina di diciottomila abitanti: ora la
popolazione civile era ridotta a quattrocento anime. C’erano persone
che avevano resistito durante tutti gli anni dell’occupazione tedesca,
altre che erano tornate non appena saputo del nemico in fuga.
Vivevano nelle cantine, o in piccole baracche di legno costruite con
vecchie tavole e casse di viveri americani. Mentre camminava,
Claude lesse nomi e indirizzi familiari, scritti sulle pareti di quei fragili
rifugi: “Da Emery Bird, Thayer Co. Kansas City, Mo.”; “Daniels and
Fisher, Denver, Colo.”. Quelle scritte lo rallegrarono al punto che gli
venne voglia di andare a far visita alle signore francesi.
Il sole caldo era spuntato dopo tre giorni di pioggia. Le pozze di
acqua stagnante e le erbacce che crescevano nei fossi emanavano
un sentore putrido, intenso. I fiori selvatici crescevano trionfanti sui
mucchi di legno fradicio e ferro arrugginito, fiordalisi, cerfoglio,
papaveri: azzurri e bianchi e rossi, come se i colori francesi
sorgessero spontaneamente dal suolo di Francia, a dispetto dei
tedeschi.
Claude sostò davanti a una piccola baracca costruita a ridosso di
un muro di mattoni semidistrutto. All’entrata era appesa una gabbia
dorata nella quale un canarino cantava meravigliosamente. Una
vecchia lavorava nell’orto, togliendo pezzi di mattoni e calcinacci
trascinati lì dalla pioggia, affondando le dita intorno alle pallide
carote, alle file di lattuga. Claude le si avvicinò, portò la mano
all’elmetto e le chiese la strada per raggiungere la Croce Rossa.
Lei si asciugò le mani nel grembiule e lo prese per il gomito.
«Vous savez le tank anglais? Non? Marie, Marie!».
(Claude apprese in seguito che un vecchio carro armato
britannico fuori uso, che era stato abbandonato dove prima sorgeva
il vecchio municipio, era diventato un punto di riferimento per
chiunque in città).
Una ragazzina corse fuori dalla baracca, e la nonna le disse di
accompagnare subito l’americano alla Croce Rossa. Marie prese per
mano Claude e lo condusse lungo uno dei sentieri che si snodavano
tra i rifiuti. Deviò per mostrargli una chiesa, evidentemente una delle
rovine di cui andavano più fieri, tra le cui bianche arcate splendeva il
cielo azzurro. Sul portale di mezzo la Vergine stava con le braccia
vuote; un piedino ancora attaccato al suo manto indicava dove il
bambino Gesù era stato raggiunto da una cannonata.
«Le bébé est cassé, mais il a protégé sa mère» spiegò Marie
soddisfatta. Mentre proseguivano, disse a Claude che aveva un
amico tra i soldati americani. «Il est bon, il est gai, mon soldat», ma
a volte beveva troppo, e questa era una cattiva abitudine. Forse ora,
dopo che un suo compagno era entrato in una cantina lunedì notte
mentre era ubriaco ed era annegato, il suo “Sciarlie” avrebbe capito
e si sarebbe comportato meglio. Evidentemente Marie era una
bambina bene educata. Suo padre, disse, era stato maestro di
scuola. Ai piedi della collina dove sorgeva il convento, si voltò per
tornare a casa. Claude la richiamò e le offrì imbarazzato dei soldi,
ma lei cacciò le mani dietro la schiena e disse risoluta «Non, merci.
Je n’ai besoin de rien», correndo giù per il sentiero.
Mentre saliva su per la collina, Claude notò che il terreno era
stato un po’ ripulito. Il sentiero era sgombro, mattoni e pietre erano
stati ammucchiati ordinatamente, le siepi spezzate erano state
potate e le parti secche recise. Spuntò finalmente nel giardino e
rimase paralizzato dalla meraviglia: nonostante fosse in rovina,
pareva così bello quassù, dopo il disordine del mondo inferiore.
I vialetti di ghiaia erano puliti e splendenti. Un’alta siepe di bosso
si ergeva verde contro una fila di pioppi bruciati. Lungo il lato
bombardato dell’edificio principale, un pero, fatto crescere come un
rampicante, proliferava ancora, carico di piccole pere rosse. Intorno
al pozzo di pietra c’era un prato ben curato e ovunque alberelli e
cespugli, troppo bassi per essere colpiti dai proiettili o per incendiarsi
come i pioppi. La collina doveva essere stata avvolta dalle fiamme, e
tutti gli alberi alti si erano carbonizzati
L’edificio di legno era stato costruito a ridosso delle mura del
chiostro, del quale restavano in piedi tre arcate, che parevano un’ala
di pietra di quella costruzione di assi. Su una scala a pioli c’era un
ragazzo con un braccio solo che stava piantando chiodi molto
abilmente, con l’unica mano. Sembrava che stesse costruendo un
telaio, che sporgeva dal tetto spiovente, per sostenere un tendone.
Teneva i chiodi in bocca. Quando gliene serviva uno, appendeva il
martello alla cintura, prendeva il chiodo di bocca, lo piantava nel
legno e lo martellava con precisione. Claude lo osservò un istante,
quindi andò ai piedi della scala e sporse le mani. «Laissez-moi»
esclamò.
Quello sulla scala si sputò nella mano i chiodi, guardò giù e rise.
Aveva circa la stessa età di Claude, capelli e baffi biondissimi, occhi
azzurri. Un tipo affascinante.
«Volentieri» disse. «Non è un gran lavoro, ma lo faccio per
divertirmi e sarà confortevole per le signore». Scese e consegnò il
martello a Claude, che cominciò a lavorare al telaio, mentre l’altro
andava sotto le arcate di pietra e tornava con un rotolo di tela – parte
di una vecchia tenda, a giudicare dall’aspetto.
«Un héritage des boches» spiegò, svolgendolo sull’erba. «L’ho
trovato tra il loro sudiciume in cantina, e ho avuto l’idea di farne una
grande tenda per le signore, dato che le nostre piante sono
distrutte». Si alzò all’improvviso. «Forse lei è venuto a far visita alle
signore?».
«Plus tard».
Benissimo, disse il giovane, avrebbero finito il tendone per fare
una sorpresa a Mademoiselle Olive quando fosse tornata. Adesso
era giù in città per le visite agli ammalati. Si chinò ancora sopra la
tela, misurando e tagliando con un paio di cesoie da giardino,
muovendosi ginocchioni sull’erba, e intanto cantava. Claude avrebbe
voluto comprendere le parole della sua canzone.
Mentre stavano assicurando la stoffa al telaio, dall’alto della scala
Claude vide una ragazza alta che veniva su lentamente per lo stesso
sentiero da cui era salito lui poco prima. Giunta in cima, si fermò
accanto alla siepe di bosso, come se fosse molto stanca, e rimase a
guardarli. Poi si avvicinò alla scala e disse in un inglese lento e
preciso: «Buongiorno. Louis ha trovato un aiuto, a quanto vedo».
Claude scese dal suo trespolo.
«È lei Mademoiselle de Courcy? Mi chiamo Claude Wheeler. Ho
un biglietto di presentazione, se riesco a trovarlo».
Lei prese il biglietto, ma non lo guardò. «Non è necessario. Basta
la sua uniforme. Perché è venuto?».
Claude la guardò confuso. «Ma, veramente, non saprei. Sono
appena arrivato dal fronte per vedere il colonnello James, ma è a
Parigi e così mi devo trattenere più di un giorno. Uno dello stato
maggiore mi ha consigliato di venire qua, forse perché è così bello!»
concluse abilmente.
«Allora lei è un ospite dal fronte e farà colazione con Louis e me.
Anche Madame Barré è assente oggi. Vuole vedere la nostra
casa?». Lo guidò attraverso una porticina in un soggiorno privo di
intonaco e tappeti, pieno di luce e di aria. C’erano manifesti di guerra
a colori appesi alle pareti di assi piallate, bossoli di granata in ottone
pieni di fiori selvatici e di giardino, sedie pieghevoli di tela, uno
scaffale con i libri, un tavolo ricoperto da uno scialle di seta bianca,
ricamato a grandi farfalle. Il sole sul pavimento, i mazzi di fiori
freschi, le tende bianche agitate dalla brezza ricordarono a Claude
qualcosa, ma non fu capace di ricordare cosa.
«Non abbiamo una camera per gli ospiti» disse Mademoiselle de
Courcy. «Ma venga nella mia, Louis le porterà dell’acqua calda per
lavarsi».
In una stanza di legno alla fine del corridoio, Claude si tolse la
giacca e si mise all’opera per rendersi presentabile. Acqua calda e
sapone profumato erano già un piacere. La toletta era una vecchia
cassa da imballaggio, messa in verticale e ricoperta di batista
bianca. Sopra c’era una fila di oggetti d’avorio: pettini e spazzole,
cipria e colonia e una piramide di fazzoletti bianchi appena stirati.
Sapeva che non avrebbe dovuto guardarsi troppo in giro, ma l’odore
di pulito e un’indefinibile aria di originalità che spirava lì dentro lo
tentarono. In un angolo, una tenda appesa a un bastone costituiva
l’armadio per i vestiti; in un altro c’era una brandina di ferro, come
quella da soldato, con un copriletto celeste e alcuni cuscini bianchi.
Fu attento nel muoversi e si sciacquò con discrezione. Non c’era
niente che potesse danneggiare o rompere: non c’era un tappeto sul
pavimento di assi, e la brocca e il catino erano di ferro, eppure aveva
la sensazione di stare mettendo in pericolo qualcosa di fragile.
Quando uscì, la tavola in soggiorno era preparata per tre. La
corpulenta vecchia signora che stava mettendo i piatti non lo degnò
di uno sguardo – dalla sua espressione si sarebbe detto che
disprezzasse lui e tutta la sua razza. Claude si allontanò il più
possibile dalla sua traiettoria e prese in mano un libro che era sul
tavolo: Impressioni di viaggio di Heine, in tedesco.
Prima di colazione Mademoiselle de Courcy gli mostrò la
dispensa sul retro, dove c’erano scaffali colmi di lattine di caffè, latte
condensato, carne e verdura in scatola di marche americane che lui
conosceva molto bene, marche che sembravano doppiamente
familiari e “affidabili” qui, così lontano da casa. Lei gli disse che la
gente in città non sarebbe riuscita a passare l’inverno senza quelle
cose. Doveva distribuirle con parsimonia, dove erano più necessarie,
perché facevano davvero la differenza tra la vita e la morte. Ora che
era estate, la gente tirava avanti con i prodotti dell’orto, ma c’erano
donne anziane che venivano a chiedere qualche grammo di caffè e
madri in cerca di latte in scatola per i bambini.
Il viso di Claude arrossì di piacere. Sì, il suo paese aveva il cuore
grande. La gente tendeva a scordarlo, ma qui, c’era qualcuno che
non avrebbe dimenticato. Quando sedettero a colazione, apprese
che Mademoiselle de Courcy e Madame Barré erano lì da quasi un
anno; erano arrivate poco dopo che la città era stata riconquistata,
quando gli abitanti avevano cominciato a tornare alla spicciolata. La
gente si portava dietro solo quello che riusciva a tenere tra le
braccia.
«Devono amare profondamente la loro città, per sopportare tanta
miseria pur di tornare, non le pare?» disse lei. «Perfino i vecchi non
si lamentano troppo delle loro cose perdute: la biancheria, le
porcellane, i loro letti. Se hanno la terra, e la speranza, possono
ricostruire ogni cosa. Questa guerra ha insegnato a tutti quanta poca
importanza abbiano le cose materiali. Solo il sentimento conta».
Esattamente così: non aveva sempre cercato di dire questo da
quando era nato? Non l’aveva sempre saputo, e non gli aveva reso
la vita difficile, ma anche dolce? Che bella voce aveva, questa
Mademoiselle Olive, e come si fondeva meravigliosamente con la
lingua inglese. Avrebbe voluto dire qualcosa, ma troppe erano le
cose da dire. Restò quindi in silenzio, sminuzzando nervosamente il
pane nero di guerra che era accanto al suo piatto. Vide che lei
guardava la sua mano, sentì in un lampo che lo faceva con
benevolenza, e nascose subito la mano sul ginocchio, sotto il tavolo.
«Sono i nostri alberi ad aver avuto la peggio» proseguì lei con
tristezza. «Ha visto i nostri poveri alberi? È un peccato, in una parte
così bella della Francia. La nostra gente è più dispiaciuta per loro
che per il bestiame o i cavalli».
Mademoiselle de Courcy pareva sfinita dalle preoccupazioni e
dalle responsabilità, pensò Claude osservandola. Aveva un aspetto
tutt’altro che forte. Snella, gli occhi grigi e i capelli scuri, la pelle
bianca trasparente, la bocca e le guance di un colore troppo ardente
– quasi la fiamma di una febbrile attività interiore. Le spalle erano
sempre incurvate, come se fosse cronicamente stanca. Doveva
essere giovane, anche se c’era già qualche filo grigio tra i capelli,
pettinati all’indietro e raccolti distrattamente sulla nuca.
Dopo il caffè, Mademoiselle de Courcy si mise al lavoro alla sua
scrivania e Louis portò Claude a vedere il giardino. Era stato ripulito,
potato e piantumato da Louis, con il suo unico braccio. In autunno
avrebbe fatto molto di più, perché era più forte, adesso, e aveva fatto
l’habitude a lavorare con una mano sola. Doveva riuscire ad
abbattere gli alberi morti: davano l’angoscia a Mademoiselle Olive.
Di fronte all’edificio di legno stavano quattro vecchie robinie: le cime
erano forcelle nude, carbonizzate, ma i rami inferiori avevano messo
folti ciuffi di foglie giallo-verde, segno che la vita nei tronchi era
tutt’altro che morta. In autunno, disse Louis, intendeva farsi aiutare
da qualche ragazzone americano, e insieme avrebbero segato i rami
morti e potato di netto le cime. Quanto deve essere importante per
un uomo amare il proprio paese in questo modo, pensava Claude;
amare i suoi alberi e i fiori, assisterlo quando è malato e curargli le
ferite con un braccio solo.
Tra i fiori, rinati dai semi portati dal vento, o da vecchie radici,
Claude trovò un ciuffo di piante lunghe e striminzite, dai gambi
rossastri e i fiorellini bianchi – appartenevano alla famiglia delle
primule serotine, “gaura” si chiamavano, e crescevano sulle sponde
argillose del Lovely Creek. Non gli erano mai sembrate molto belle,
ma era contento di ritrovarle qui. Credeva che fosse uno di quei fiori
senza nome che crescono soltanto nella prateria.
Quando tornarono all’edificio di legno, Mademoiselle Olive stava
seduta su una delle sedie di tela che Louis aveva messo sotto il
tendone nuovo.
«Che bella persona!» esclamò Claude, guardandolo mentre si
allontanava.
«Louis? Sì. Era l’attendente di mio fratello. Quando Emile veniva
a casa in licenza se lo portava sempre dietro, Louis è diventato uno
della famiglia. La granata che ha ucciso mio fratello gli ha dilaniato il
braccio. Mia madre e io andavamo a trovarlo all’ospedale e lui si
vergognava di essere vivo, povero ragazzo, dato che mio fratello era
morto. Si copriva il viso con la mano e piangeva, dicendo “Oh,
Madame, il était toujours plus chic que moi”».
Benché Mademoiselle Olive parlasse bene l’inglese, Claude si
accorse che ci riusciva solo mettendoci molta attenzione. La
freddezza con la quale pronunciava le frasi era estranea alla sua
natura: viso e occhi anticipavano ciò che la lingua diceva, e
l’interlocutore era impaziente di sentire quello che avrebbe detto.
Claude si mise seduto su una sedia di tela, e intanto torceva
distrattamente un rametto di gaura che aveva colto.
«Ha trovato un fiore?».
«Sì. Questo cresce anche da noi, alla fattoria di mio padre».
Lei lasciò cadere la camicia sbiadita che stava rammendando.
«Oh, mi racconti del suo paese! Ne ho parlato con tante persone,
ma è difficile da comprendere. Sì, mi racconti!».
Il Nebraska – cos’era? A quanti giorni di viaggio dal mare? Che
aspetto aveva? Mentre lui tentava di descriverlo, lei ascoltava con gli
occhi socchiusi. «Piatto… ricoperto di grano… fiumi melmosi. Penso
che debba assomigliare alla Russia. Ma la fattoria di suo padre, me
la descriva, minutamente, e forse riesco a immaginare il resto».
Claude prese un bastone e tracciò un quadrato sulla sabbia: qui
c’era la casa e l’aia; là c’era il grande pascolo in mezzo al quale
scorreva il Lovely Creek; laggiù i campi di frumento e di granturco, il
bosco, poi ancora frumento, granturco, ancora pascoli. Era tutto lì,
come un diagramma sulla sabbia gialla, le ombre delle robinie
semicarbonizzate che vi scivolavano sopra. Claude non avrebbe
pensato di essere capace di dire a un estraneo tutti quei particolari.
Senza dubbio era merito dell’ascoltatrice: gli mostrava una insolita
comprensione, e il fulgore di una mente singolare. Mentre era china
sulla mappa e faceva le sue domande, una leggera rugiada di
sudore le si raccolse sul labbro superiore, e il respiro le si fece più
rapido per lo sforzo di vedere e comprendere ogni cosa. Lui le
raccontò di sua madre e suo padre e Mahailey; di com’era la vita
laggiù in estate, inverno e autunno; di come fosse stata quell’estate
fatale in cui i tedeschi erano avanzati su Parigi, e quei tre giorni in
cui i francesi avevano resistito sulla Marna; di come suo padre e sua
madre lo avevano aspettato la sera per avere notizie, e come perfino
il granturco nei campi sembrasse trattenere il respiro.
Mademoiselle Olive ricadde stancamente sulla sedia. Claude la
guardò e vide lacrime luccicanti nei suoi occhi luminosi. «Io stessa»
mormorò «non ho saputo della Marna che giorni dopo, nonostante
mio padre e mio fratello fossero lì. Ero lontana, in Bretagna, e i treni
non partivano. Ecco cosa è stupefacente, che sia qui a dirmi questo!
Noi… ci hanno insegnato fin da piccoli che un giorno sarebbero
venuti i tedeschi: siamo cresciuti con quest’incubo. Ma voi eravate
così al sicuro, con tutto il vostro grano e il vostro granturco. Niente
poteva toccarvi, niente!».
Claude abbassò gli occhi. «Sì» mormorò arrossendo «la
vergogna. E ci è andata molto vicina. Siamo in grande ritardo». Si
alzò come per prendere qualcosa, ma dove prenderlo? Scosse la
testa. «Temo» mormorò cupo «che non ci sia niente che possa dire
per farle capire quanto tutto ci sembrasse remoto, quasi irreale. Non
era distante solo nello spazio, ma nel tempo».
«Ma ora arrivate, in tanti e da così lontano! È l’ultimo miracolo di
questa guerra. Ero a Parigi il 4 luglio, quando i marine, appena
tornati da Bois Belleau, hanno marciato per la vostra festa nazionale,
e io mi sono detta, mentre arrivavano: “Questo è un uomo nuovo!”.
Che teste avevano, così belle lì, dietro le orecchie. Che disciplina e
risolutezza. La nostra gente rideva e li chiamava e gettava fiori, ma
loro restavano impassibili, gli occhi sempre fissi in avanti.
Procedevano come gli uomini del destino». Sporse le mani con un
movimento repentino, e le lasciò ricadere in grembo. L’emozione di
quel giorno ritornò sul suo viso. Guardando le guance infiammate, gli
occhi ardenti, Claude capì che la tensione della guerra le aveva dato
una percezione delle cose, quasi un dono della profezia.
Una donna veniva su per la collina con un bambino in collo.
Mademoiselle de Courcy le andò incontro e la fece entrare in casa.
Claude si rimise a sedere con la sensazione di essere
completamente capito, di non essere più un estraneo, e per questo
si sentiva quasi estraniato da se stesso. In lontananza si udivano i
colpi di cannone a intervalli regolari. Giù in giardino Louis stava
cantando. Di nuovo avrebbe voluto conoscere le parole delle
canzoni di Louis. Le melodie erano piuttosto malinconiche, ma
cantate con allegria. C’era qualcosa di aperto e di caldo nella voce
del ragazzo, come nel suo viso – un che di biondo. Era distintamente
una voce bionda, come i campi di grano maturo d’estate, mosso dal
vento. Claude rimase seduto da solo per una mezz’ora e più,
assaporando un nuovo genere di felicità, un nuovo genere di
tristezza. Rovina e rinascita: il brivido delle cose brutte del passato,
l’immagine tremolante delle cose belle all’orizzonte. Trovare e
perdere: questa era la vita, aveva capito.
Quando la sua ospite tornò, Claude le spostò la sedia che era
sotto il sole rovente. «Non sapevo che ci fossero ragazze francesi
come lei» disse con semplicità, mentre lei si sedeva.
Lei sorrise. «Non credo che ne siano rimaste, ragazze francesi. Ci
sono bambini e donne. Avevo ventun anni quando è scoppiata la
guerra e non ero mai stata da nessuna parte senza mia madre, o
mio fratello, o mia sorella. Un anno dopo andavo in giro da sola per
tutta la Francia, in mezzo a soldati, a senegalesi, a chiunque. Siamo
completamente diverse». Viveva a Versailles, gli raccontò, dove suo
padre aveva insegnato alla scuola militare. Suo padre era morto
all’inizio della guerra. Suo nonno era rimasto ucciso nella guerra del
1870. La sua era una famiglia di soldati, ma nessuno di loro avrebbe
visto il giorno della vittoria.
Lei aveva un’aria così stanca che Claude capì di non avere il
diritto di restare. Lunghe ombre cadevano sul giardino. Era difficile
andarsene, ma un’ora in più o in meno non avrebbe cambiato nulla.
Due persone non avrebbero potuto darsi di più se fossero state
insieme per anni, pensò.
«Vuole dirmi dove posso venire a trovarla se usciremo vivi da
questa guerra?» le chiese alzandosi.
Scrisse l’indirizzo sul suo taccuino.
«L’aspetterò» disse lei dandogli la mano.
Non c’era altro da fare che prendere l’elmetto e andarsene. Sul
ciglio della collina, prima di rifare il sentiero in discesa, si voltò a
guardare il giardino disteso al sole, le tre arcate di pietra, le dalie e le
calendule, l’alta siepe di bosso luccicante. Aveva lasciato sulla
collina qualcosa che non avrebbe mai più ritrovato.
Il pomeriggio successivo, Claude e il suo sergente ripartirono per
il fronte. Al comando era stato detto loro che potevano accorciare il
tragitto prendendo la strada maestra fino al cimitero militare e poi
svoltando a sinistra. Non era consigliabile fare l’ultima parte del
cammino prima di notte, perciò procedettero con calma attraverso
una serie disordinata di colture e di campi di avena.
Quando arrivarono sulla strada si imbatterono in un grosso
soldato scozzese degli Highlander seduto sul retro di un carro di
viveri vuoto, intento a fumare la pipa e a grattarsi via il fango secco
dal kilt. I cavalli masticavano nei loro sacchetti appesi al collo e il
conducente non si vedeva. I due americani non avevano ancora
incontrato un soldato degli Highlander scozzesi ed erano curiosi.
Quello lì doveva essere un bravo combattente, pensarono: un
gigante muscoloso con la mascella da bulldog e la faccia rossa e
nodosa come le sue ginocchia. Più perché ammirava l’aspetto
dell’uomo che per necessità di ricevere informazioni, Hicks gli chiese
se aveva visto un cimitero militare, lungo la strada. Lo scozzese
annuì.
«E quanto disterebbe secondo te?».
«Secondo me, non ne ho idea. Non li guardo nemmeno quei loro
chilometri» rispose asciutto, seguitando a sfregare il suo kilt come se
fosse immerso nella tinozza.
«Beh, quanto ci metteremo più o meno ad arrivarci?».
«E chi lo sa. Uno scozzese ci metterebbe un’ora».
«Scommetto che uno yankee è svelto quanto uno scozzese,
giusto?» fece Hicks, gioviale.
«E chi lo sa. Ci avete messo quattro anni per arrivare fin qua.
Questo lo so di sicuro».
Hicks sbatté le palpebre come se gli avessero dato un pugno.
«Oh, se la metti così…».
«È così che la metto» disse l’altro, acido.
Claude alzò una mano ammonitrice. «Andiamo, Hicks. Non serve
a niente». Ripresero il cammino parecchio sconcertati. Hicks
continuava a pensare alle cose che avrebbe potuto dire. Quando era
arrabbiato, la fronte del sergente si gonfiava e diventava di un colore
rosso cupo, come quella di un neonato. «Perché mi ha fatto venir
via?» borbottò.
«Perché non so come sarebbe finita. E avresti avuto la peggio».
Svoltarono al cimitero, e aspettarono che il sole tramontasse. Non
era cintato, la terra era smossa e a metà correva un solco tracciato
da un carro che divideva in due il campo. Da un lato c’erano le
tombe francesi con le croci bianche, dall’altro quelle tedesche con le
croci nere. Dappertutto crescevano papaveri e fiordalisi. Gli
americani passeggiavano tra le tombe leggendo i nomi. Qua e là era
inchiodata alla croce la fotografia del soldato, lasciata da qualche
camerata per farne durare un po’ più a lungo la memoria.
Gli uccelli, che sempre riprendono vita all’alba e al tramonto,
cominciarono a cantare mentre tornavano in volo a casa da chissà
dove. Claude e Hicks sedettero tra i tumuli e si accesero una
sigaretta mentre il sole scendeva. File di alberi morti segnavano il
rosso occidente. Era una parte di campagna tetra, anche per ragazzi
che erano venuti su nella prateria. Fumarono in silenzio, meditando,
aspettando la notte. Su una croce ai loro piedi, c’era una scritta:
“Soldat inconnu, mort pour la France”.
Un bell’epitaffio, pensava Claude. La maggior parte dei ragazzi
che erano caduti in quella guerra erano ignoti, perfino a loro stessi.
Erano troppo giovani. Erano morti portandosi con sé il loro segreto –
ciò che erano e ciò che avrebbero potuto essere. Il nome che
restava era La France. Quanto era diventato importante quel nome
per lui da quando aveva visto dal ponte dell’Anchise materializzarsi
una lingua di terra nella luce dell’alba. Era un bel nome da ripetere
nella propria mente, pronunciandolo male quanto si voleva, senza
arrossire.
Anche Hicks era immerso nelle sue riflessioni. A un tratto ruppe il
silenzio. «Non so come, tenente, però mort sembra ancora più morto
di morto. Fa pensare di più a una bara. E laggiù sono tutti tod ed è
sempre la stessa dannata stupida cosa. Guardi qua, tutti sistemati,
bianchi e neri come una scacchiera. La domanda è: chi ce l’ha messi
qua, e a che pro?».
«Boh…» mormorò l’altro, assente.
Hicks si rollò un’altra sigaretta e continuò a fumare, la faccia
paffuta corrugata per la gravità e la fatica del lavorio mentale.
«Bene» esclamò alla fine «meglio levare le tende. Quest’ultimo
bagliore dura ancora un’ora – fa sempre così, da queste parti».
«Sì, andiamo». Si alzarono per andarsene. Le croci bianche
erano ora violette, quelle nere si erano completamente fuse
nell’oscurità. Dietro agli alberi morti a occidente, ardeva ancora una
striscia di rosso. A nord i cannoni cominciavano i loro accordi di
tuono. «Stanno impallinando qualcuno laggiù. Le civette stridono
sempre nei cimiteri?».
«Me lo stavo chiedendo anch’io, tenente. Altrimenti sarebbe un
posticino tranquillo. Buonanotte, ragazzi» disse Hicks bonario,
mentre si lasciavano alle spalle le tombe.
Presto ritrovarono la strada tra i crateri di granata, saltando al
buio i parapetti delle trincee e cominciando a sentirsi allegri all’idea
di tornare dai compagni. Hicks ruppe il silenzio raccontando a
Claude che lui e Dell Able avevano in mente di mettersi in società al
ritorno in patria: avrebbero aperto un’autorimessa con annessa
officina di riparazioni. Ma sotto quelle chiacchiere, nella mente di
entrambi, indugiava quel posto solitario, e la scritta: “Soldat inconnu,
mort pour la France”.
XI

Dopo quattro giorni di riposo nelle retrovie, il battaglione andò di


nuovo al fronte, in un nuovo settore a circa dieci chilometri a est
della trincea che avevano rilevato in precedenza. Una mattina il
colonnello Scott mandò a chiamare Claude e Gerhardt, e distese le
sue mappe sul tavolo.
«Questa sera dobbiamo fare piazza pulita, qui in F 6, e
raddrizzare la nostra linea. L’ostacolo è questo paesino su in cima,
dove le mitragliatrici nemiche hanno una solida posizione. Voglio che
spariscano prima che avanzi il battaglione. Dobbiamo risparmiare
uomini, e non voglio mandare più ufficiali di quanto non occorra: è
bene non sottrarre uomini al battaglione per l’operazione maggiore.
Credete di potercela fare voi due, con un centinaio di uomini? Il
punto è che dovrete essere di ritorno entro le tre, quando comincerà
la nostra artiglieria».
Ai piedi della collina sulla quale sorgeva il paese, si apriva un
profondo burrone, e da questo burrone partiva un tortuoso corso
d’acqua che si snodava lungo la collina. Risalendo questa gola, gli
uomini avrebbero dovuto essere in grado di piombare alle spalle dei
mitraglieri cogliendoli di sorpresa. Ma prima dovevano attraversare
un tratto scoperto largo quasi un chilometro e mezzo, tra le linee
americane e il burrone, senza attirare l’attenzione. Pioveva e
potevano quindi contare su una notte buia.
La notte venne, nerissima. La compagnia attraversò lo spazio
scoperto senza provocare il fuoco e si infilò nel burrone per
aspettare l’ora dell’attacco. Un giovane medico della Pennsylvania,
da poco aggregato allo stato maggiore, si era offerto volontario per
venire con loro e organizzò un posto di medicazione in fondo al
burrone, dove furono lasciate le barelle. I feriti dovevano essere
portati via, perché quella zona sarebbe stata esposta al fuoco delle
artiglierie qualche ora dopo.
Alle dieci gli uomini cominciarono a risalire il corso d’acqua,
strisciando lungo laghetti e piccole cascate. Claude, alla testa della
colonna, stava proprio uscendo dalla gola sul fianco della collina che
dominava il paesino, quando si levò un razzo e una raffica proruppe
dalla boscaglia a monte del corso d’acqua: erano mitragliatrici che
miravano alla colonna che strisciava più in basso. I tedeschi erano
stati avvertiti che gli americani avrebbero attraversato il piano e li
avevano battuti sul tempo. Gli uomini che risalivano la gola erano in
trappola: non potevano contrattaccare con efficacia, mentre i
proiettili delle Maxim rimbalzavano come grandine sulle rocce
attorno a loro. Gerhardt corse lungo la sponda esortando gli uomini a
non ritirarsi per la stessa via, ma a uscire dalla gola verso valle per
poi sparpagliarsi.
Claude, con il suo gruppo, cominciò a ripiegare. «Andate nella
boscaglia e prendeteli! Gli altri laggiù non hanno scampo. Granate
fin che ne avete, poi alla baionetta. Innescate le bombe e non
tardate a buttarle».
Già stavano correndo, caricando la boscaglia. I mitraglieri
tedeschi conoscevano a fondo la collina, e quando cominciarono a
scoppiare tra di loro le bombe, scapparono per sentieri e cunicoli.
«Non li seguite tra le rocce» urlava Claude. «Continuate! Sgombrate
tutto fino alla gola».
Poiché i mitraglieri tedeschi cercavano di mettersi al riparo, cessò
il fuoco sulla gola, e il resto della colonna che si era fermata risalì il
ripido pendio, seguendo Gerhardt.
Claude e i suoi si ritrovarono ai piedi della collina, al margine del
burrone da cui erano partiti. Il fuoco pesante in cima stava a
significare che gli altri erano riusciti a passare. Il modo più rapido per
tornare sul luogo del combattimento era seguire lo stesso corso
d’acqua che avevano risalito prima. Vi si calarono e ripresero
l’ascesa. Claude, nella retroguardia, sentì il terreno che si sollevava
sotto di lui e fu spazzato giù nel burrone insieme a una montagna di
sassi e di terra.
Non seppe mai se aveva perduto conoscenza. Gli parve di
continuare a provare sensazioni. La prima fu quella di essere fatto a
pezzi, di gonfiarsi enormemente per una pressione intollerabile, poi
di scoppiare. Quindi si sentì rattrappire e formicolare, come un corpo
ghiacciato che si sta scongelando. Poi di nuovo gonfiare e
scoppiare. Questo si ripeté, non avrebbe saputo dire per quante
volte. Presto si rese conto di giacere sotto una grande massa di
terra: il corpo, non la testa. Sentiva la pioggia cadergli sul viso. La
mano sinistra era libera, ancora attaccata al braccio. Con cautela la
portò alla testa. Gli pareva di sanguinare dal naso e dagli orecchi. Si
chiese dove fosse ferito: aveva l’impressione di essere pieno di
schegge di granata. Era sepolto completamente, tranne la testa e la
spalla sinistra. Una voce chiamava da un punto imprecisato più in
basso.
«C’è qualcuno vivo?».
Claude chiuse gli occhi contro la pioggia che gli batteva in faccia.
La stessa voce tornò, con una nota di paziente disperazione: «Se c’è
qualcuno vivo in questo buco, parli! Anch’io sono ferito gravemente».
Doveva essere il nuovo dottore, il posto di medicazione non era
da quelle parti? Ferito, diceva. Claude provò a muovere un po’ le
gambe. Forse, se fosse riuscito a tirarsi fuori dalla terra, avrebbe
potuto resistere tanto da raggiungere il dottore. Cominciò a
divincolarsi e a tirare. La terra bagnata lo risucchiava, fu molto
doloroso. Si puntò sui gomiti, ma continuava a scivolare all’indietro.
«Sono il solo rimasto, allora?» disse la voce disperata da sotto.
Finalmente Claude si tirò fuori dal suo cunicolo, ma non riusciva a
reggersi dritto. Ogni volta che ci provava si sentiva svenire e gli
sembrava di scoppiare. Anche la caviglia destra non andava, non
reggeva il peso del corpo. Forse era stato troppo vicino alla granata
per esserne colpito: aveva sentito i ragazzi parlare di casi del
genere. Gli era esplosa sotto i piedi e lo aveva spazzato giù nel
burrone, ma non aveva lasciato niente di metallico nel suo corpo. Se
gli avesse ficcato qualcosa in corpo, a quest’ora non sarebbe stato lì
a fare congetture. Cominciò a strisciare carponi giù per la discesa.
«È lei, dottore? Dove si trova?».
«Qui, su una barella. Ci hanno bombardato. Chi è lei? I nostri
sono arrivati su, vero?».
«Credo che ce l’abbiano fatta quasi tutti. Cos’è successo da
queste parti?».
«Temo che sia colpa mia» disse la voce angosciata. «Ho
adoperato la torcia elettrica, e questo gli ha indicato la distanza. Ci
hanno tirato tre o quattro granate, proprio sopra di noi. Quelli che
rimanevano feriti lungo la gola continuavano a venire qui, ma al buio
non potevo fare niente. Dovevo avere una luce per fare qualcosa.
Avevo appena finito di mettere una stecca e di medicare, quando è
arrivata la prima granata. Credo che siano stati tutti uccisi».
«Quanti ce n’erano?».
«Quattordici, mi pare. Qualcuno aveva ferite lievi. Sarebbero tutti
vivi, se non fossi venuto con voi».
«Chi erano? Ma lei non conosce ancora i nostri nomi. Non c’era il
tenente Gerhardt tra di loro?».
«Non mi pare».
«O il sergente Hicks, quello grasso?».
«Non mi pare».
«Dov’è ferito?».
«All’addome. Ma senza luce non posso dire niente. Ho perso la
torcia elettrica. Non avevo mai pensato che potesse provocare guai.
L’adopero a casa, quando i bambini sono malati» mormorò il dottore.
Claude provò ad accendere un fiammifero, senza riuscirci.
«Aspetti un minuto. Dov’è il suo elmetto?». Si tolse il proprio, lo
tenne sopra al dottore, riuscì ad accenderci sotto un fiammifero. Il
ferito si era già allentato i pantaloni, e stava tirando su la camicia
insanguinata. L’inguine e l’addome erano squarciati a sinistra. La
ferita, e la barella su cui il dottore era disteso, erano coperte da una
massa di sangue scuro, coagulato, simile a un grosso fegato di
mucca.
«Credo di essere spacciato» mormorò il dottore mentre il
fiammifero si spegneva.
Claude ne accese un altro. «Non può essere! I nostri torneranno
presto e potremo fare qualcosa per lei».
«Inutile, tenente. Potrebbe levare la giacca a uno di quei
poveretti? Sento un freddo terribile agli intestini. Avevo una bottiglia
di cognac francese, ma sarà sepolta dalla terra».
Claude si levò la giacca, che era calda all’interno, e cominciò a
tastare intorno alla ricerca del cognac. Si chiedeva come mai quel
poveretto non urlasse dal dolore. Il fuoco era cessato sulla collina,
tranne che per lo sporadico crepitio di una mitragliatrice, lassù tra le
rocce. Il suo orologio segnava le dodici e dieci: qualcosa era andato
storto lassù?
All’improvviso, voci in alto, passi pesanti sull’argilla secca. Si mise
a gridare.
«Arrivo, arrivo!» Riconosceva la voce. Gerhardt e i suoi fucilieri si
calarono veloci nel burrone con alcuni prigionieri. Claude gridò di
stare attenti. «Non accendete luci! Hanno bombardato quaggiù».
«Stai bene, Wheeler? Dove sono i feriti?».
«Non ce ne sono, tranne il dottore e io. Portaci via da qui, presto.
Io sto bene, ma non posso camminare».
Misero Claude su una barella e lo condussero via. Lo portavano
quattro grossi tedeschi, incitati da Hicks e Dell Able. Quattro
americani tirarono su il dottore, e Gerhardt camminava a lato della
barella. Nonostante stessero attenti, il movimento fece sanguinare di
nuovo la ferita strappando via i grumi che vi si erano formati. Il ferito
cominciò a vomitare sangue e a soffocare. Gli uomini posarono a
terra la barella. Gerhardt gli sollevò la testa. «È finita» disse dopo un
po’. «Meglio filarsela».
Risollevarono il loro carico. «Quelli che lo portano ora non lo
sballotteranno di certo» disse Oscar, il pio svedese.
La compagnia B aveva perso diciannove uomini nell’attacco. Due
giorni dopo la compagnia ottenne una licenza di dieci giorni. La
caviglia slogata di Claude era due volte la grandezza normale, ma
per evitare di essere mandato all’ospedale, andò a piedi fino alla
ferrovia. Il sergente Hicks gli procurò una scarpa enorme che aveva
trovato sul reticolato. Claude e Gerhardt andavano in licenza
insieme.
XII

Una piovosa sera d’autunno, Papa Joubert stava seduto a leggere il


giornale. Sentì bussare con energia alla porta del giardino.
Togliendosi con un calcio le pantofole, si infilò gli zoccoli di legno che
usava per camminare nel fango e strascicando i piedi attraversò il
giardino gocciolante per aprire la porta che dava sulla strada buia.
Due sagome alte con zaino e fucile gli stavano di fronte. Un attimo
dopo le abbracciava, gridando alla moglie: «Nom du diable, Maman,
c’est David, David et Claude, tous les deux!».
In cucina, la luce della candela rivelò il loro aspetto pietoso:
impiastricciati di fango, gli elmetti lucidi come coppe di rame, gli abiti
grondanti acqua che si raccoglieva in piccole pozzanghere sulle
lastre di pietra del pavimento. Madame Joubert baciò le loro guance
bagnate e Monsieur, ora che li vedeva, li abbracciò un’altra volta. Da
dove venivano e com’era andata, lassù al fronte? Benissimo, come
potevano vedere. Che cosa volevano, per prima cosa – cenare,
magari? La loro camera era sempre pronta, e gli abiti che avevano
lasciato erano nella cassapanca.
David spiegò che da quattro giorni avevano la camicia bagnata
addosso, e che il loro più grande desiderio era di essere asciutti e
puliti. La vecchia Martha, che era già a dormire, fu buttata giù dal
letto per preparare l’acqua calda. Monsieur Joubert portò di sopra la
grossa tinozza da bagno. A domani le chiacchiere, diceva, stasera si
riposa. I ragazzi lo seguirono e cominciarono a liberarsi delle
uniformi bagnate, lasciandole in due mucchi sul pavimento. C’era
solo una tinozza, e così lanciarono in aria una moneta per decidere
chi dovesse entrare per primo nell’acqua calda. Monsieur Joubert,
vedendo la grossa caviglia di Claude fasciata, si mise a ridacchiare.
«Vedo che i boches vi hanno fatto ballare lassù, eh?».
Quando furono nei loro pigiami puliti tirati fuori dalla cassapanca,
Monsieur Joubert portò camicie e calzini giù a Martha perché li
lavasse. Tornò con il piatto grande da arrosto, sul quale c’era una
frittata di dodici uova con bacon e patate fritte. Madame Joubert
portò la grande caffettiera di terracotta e disse forte: «Bon appetit!».
L’ospite versò il caffè e tagliò il pane con il suo coltello a
serramanico. Si sedette a guardarli mangiare. Com’era andata lassù,
a ogni modo? I boches gentili e simpatici come sempre? Finalmente,
quando non rimase neanche una briciola, versò a tutti e due un
bicchierino di brandy «pour aider la digestion», e gli augurò la
buonanotte. Portò con sé la candela.
Felicità pura, pensava Claude, mentre le lenzuola fredde si
scaldavano al contatto con il suo corpo e dal cuscino esalava il
familiare profumo di lavanda. Sentirsi così caldo, asciutto, pulito,
così amato! Il viaggio per arrivare là, visto ora, sembrava
meraviglioso. Non appena avevano lasciato la regione degli alberi
martoriati, avevano visto una terra di Francia che si ricopriva d’oro.
Lungo le vallate dei fiumi, i pioppi e i sambuchi erano passati dal
verde al giallo – un colore omogeneo che li faceva sembrare tante
fiammelle di candele nella bruma e nella pioggia. Oltre i campi, lungo
la linea dell’orizzonte correvano, come fiaccole passate di mano in
mano, e ogni salice sulla sponda dei ruscelli era d’argento. Le vigne
erano ancora verdi, fittamente punteggiate di rami contorti rosso
sangue.
Ogni cosa tornò in un lampo accanto al cuscino, nell’oscurità:
quella terra bellissima, quella gente bellissima, quella bellissima
frittata; pioppi dorati, vigne verde-azzurre, pampini scarlatti, pioggia
che gocciola nel cortile, tenebre fragranti… sonno, più forte di tutto.
XIII

Il sentiero del bosco era ricoperto da un tappeto di foglie. Claude e


David erano sdraiati sull’erica asciutta che faceva loro da rete, tra le
rocce di selce. Gerhardt, con lo Stetson sopra gli occhi, era
presumibilmente addormentato. Il tempo si manteneva bello. La
foresta circondava digradando la radura come un anfiteatro, con
terrazze di faggi e ippocastani. Grosse castagne cadevano vellutate
e lucide, quasi fossero state immerse nell’olio, scomparendo tra le
foglie secche. Minuti tassi neri, invisibili nel verde dell’estate,
risaltavano tra le felci gialle e sinuose. Oltre la rete grigia dei
ramoscelli del faggio brillavano rigidi i ciuffi di agrifoglio.
Era caratteristico dei Wheeler temere la felicità illusoria, temere di
essere ingannati. Più di una volta, da quando era tornato qua,
Claude si era domandato se non stesse dando tutto per scontato, se
non si sentisse a casa più di quanto ne avesse diritto. Gli americani,
aveva osservato, tendevano a sentirsi a casa propria, a scambiare
per benevolenza la buona educazione. Non aveva però diritto di
dubitare dell’affetto dei Joubert: era genuino e personale – non una
facciata dietro cui si annidava ogni sorta di disprezzo; non era,
insomma, l’infida “amabilità francese” dalla quale non ci si doveva
lasciar abbindolare. L’aver assistito al mutare della stagione dava
l’impressione di essere là da tanto tempo. E comunque non era un
turista. Era qui per un valido motivo.
La sua caviglia slogata era ancora molto gonfia. Madame Joubert
era certa che Claude non dovesse andare in giro con quella caviglia
e lo implorava di starsene in giardino tutto il giorno e di riguardarsi.
Ma al fronte il chirurgo gli aveva detto che se avesse smesso di
camminare sarebbe finito in ospedale. Così, con l’aiuto del più bel
bastone di agrifoglio del suo ospite, Claude se ne andava
zoppicando nel bosco ogni giorno. Quel pomeriggio era tentato di
andare ancora più lontano. Madame Joubert gli aveva parlato di
alcune grotte al margine opposto del bosco, abitazioni sotterranee
dove la gente di campagna era andata a vivere in periodi di grande
miseria, molto tempo prima, all’epoca delle guerre con gli inglesi.
Guerre con gli inglesi: Claude non ricordava quanto fossero lontane,
ma abbastanza da non preoccuparlo. Quanto a lui, forse non
sarebbe tornato mai a casa. Forse, finita questa grande impresa, si
sarebbe comprato una piccola fattoria e sarebbe rimasto lì per tutta
la vita. Era un progetto con il quale amava trastullarsi. Il genere di
vita che voleva era inconcepibile a casa, dove la gente non faceva
altro che comprare e vendere, costruire e demolire. Aveva
cominciato a credere che gli americani fossero un popolo dai
sentimenti poco elevati. Così aveva detto Gerhardt una volta. E se
era vero, non c’era rimedio. La vita era così breve, che non aveva
alcun significato, a meno che non venisse continuamente
corroborata da qualcosa di duraturo; a meno che le ombre
dell’esistenza individuale non andassero e venissero sullo sfondo di
qualcosa che resisteva nel tempo. Mentre era assorto nel suo sogno
a occhi aperti della fattoria in Francia, il suo compagno si voltò
appoggiandosi sul gomito.
«Sai che dobbiamo raggiungere il battaglione ad A. Là si fa una
vita da re. Hicks diventerà tanto grasso che rotolerà invece di
marciare. I comandi devono avere qualcosa di particolarmente
pericoloso in testa: mettono sempre all’ingrasso la fanteria, prima di
mandarla al macello. Comunque ho pensato che ad A. ho dei vecchi
amici. E se arrivassimo là un giorno prima e ci facessimo ospitare?
Hanno una bella casa antica, e io devo andare a trovarli. Il figlio era
un mio compagno al conservatorio. È stato ucciso nel secondo
inverno di guerra. Andavo con lui laggiù per le vacanze; vorrei
rivedere sua madre e sua sorella. Hai qualcosa in contrario?».
Claude non rispose subito. Stava disteso e guardava i faggi con
gli occhi socchiusi, senza muoversi. «Eviti sempre questo argomento
con me, vero?» disse dopo un po’.
«Quale argomento?».
«Oh, tutto quello che ha a che fare con il conservatorio, o con la
tua professione».
«Al momento non ho alcuna professione. Non tornerò mai al
violino».
«Vuoi dire che non potresti riguadagnare il tempo perduto?».
Gerhardt sistemò la schiena contro una roccia e tirò fuori la pipa.
«Sarebbe difficile, ma ci sono altre cose che lo sarebbero ancora
di più. Ho perduto molto più che il tempo».
«Non potevi farti esonerare, in un modo o nell’altro?».
«Sì, avrei potuto. I miei amici volevano occuparsene e creare un
caso. Ma non ho potuto accontentarli. Non mi sentivo un violinista
talmente bravo da poter rinunciare a essere uomo. Spesso penso
che avrei voluto trovarmi a Parigi quell’estate in cui scoppiò la
guerra; allora mi sarei arruolato nelle truppe francesi, sulla spinta
dell’entusiasmo, insieme agli altri studenti, e sarebbe stato meglio».
David si fermò e tirò qualche boccata dalla pipa. In quel momento
un movimento leggero agitò le felci sul pendio. Una bambina scalza
stava lì in piedi guardandosi attorno. Aveva sentito le voci, ma non
aveva visto subito le uniformi che si confondevano con il giallo e il
marrone del bosco. Poi vide il sole splendere su due teste: una
squadrata, color ambra, l’altra di un bronzo rossiccio, stretta e
allungata. Confidando nella loro benevolenza, scese lungo il pendio,
fermandosi ogni tanto a raccogliere i frutti lucenti degli ippocastani e
ficcandoli in un sacco che si trascinava dietro. David la chiamò e le
chiese se le castagne erano buone da mangiare.
«Oh, non!» esclamò con una faccia che esprimeva un vivo
sconcerto. «Pour les cochons!». Questi americani inesperti erano
capaci di mangiare qualunque cosa. I ragazzi risero e le dettero
qualche centesimo «pour les cochons aussi». Poi la bambina si
aggirò furtiva al limitare del bosco, smuovendo le foglie in cerca di
castagne e continuando a osservare i due soldati.
Gerhardt vuotò la pipa e cominciò a riempirla di nuovo. «Sono
tornato a casa a trovare mia madre, nel maggio del ’14. Non ero qui
quando è scoppiata la guerra. Il conservatorio aveva chiuso
immediatamente, così ho organizzato un giro di concerti negli Stati
Uniti per l’inverno, ed è andato molto bene. Questo era prima che
arrivassero tutti quei piccoli russi; il campo era più libero. Ho fatto
una seconda stagione, e anche quella è andata bene. Ma ero
sempre più agitato, c’ero solo per metà». Fumava pensieroso, le
braccia incrociate, come ripercorrendo una serie di avvenimenti e di
stati d’animo. «Quando è arrivato il mio momento, mi sono
presentato con l’intenzione di farmi esentare. Ho dato un’occhiata
agli altri che stavano cercando di defilarsi, e l’ho piantata lì. Non l’ho
mai rimpianto. Non molto tempo dopo, il mio violino finì in pezzi,
come la mia carriera».
Claude gli chiese cosa intendesse dire.
«Quando ero a Camp Dix, capitò di dover suonare a uno
spettacolo per le reclute. Il mio violino, uno Stradivari, era in un
caveau a New York. Non mi serviva per il concerto, non più di quanto
mi servirebbe adesso, eppure sono andato a prenderlo. Lo stavo
portando dalla stazione in una macchina militare, quando un tassista
ubriaco ci è venuto addosso. Non mi sono fatto niente, ma il violino,
che tenevo sulle ginocchia, è andato in mille pezzi. All’epoca non ho
capito cosa volesse dire, ma da allora ho visto andare in pezzi tante
cose belle e antiche… sono diventato fatalista».
Claude guardò la testa pensierosa dell’amico che si stagliava
contro la roccia grigia.
«Avresti dovuto restarne fuori. Te lo direbbe qualunque militare».
David appoggiò la testa contro la roccia, e tirò in aria una
castagna. «Oh, un violinista di più o di meno non fa differenza! Ma
chi tornerà mai a qualsiasi cosa? Questo vorrei sapere!».
Claude si sentì in colpa, come se David avesse indovinato quale
apostasia gli fosse passata per la mente quel pomeriggio. «Tu non
credi che riusciremo a ottenere da questa guerra quello per cui ci
siamo entrati, giusto?» chiese a un tratto.
«Assolutamente no» rispose l’altro con fredda indifferenza».
«E allora non capisco perché tu ci stia».
«Perché nel 1917 avevo ventiquattro anni ed ero idoneo al
servizio militare. La guerra è toccata alla nostra generazione. Non so
perché: le colpe dei nostri padri, probabilmente. Certo non per
salvare la Democrazia o altra retorica del genere. Quando ero
addetto alle barelle, dovevo ripetermi continuamente che non
sarebbe servita a niente, ma che doveva succedere. Qualche volta,
però, mi sembra che qualcosa debba… niente di quanto ci
aspettiamo, ma qualcosa di imprevisto». Fece una pausa, chiuse gli
occhi. «Ti ricordi che nelle narrazioni mitologiche, quando nascevano
i figli degli dei, le madri morivano sempre tra gli spasimi? O forse è
solo la storia di Semele. A ogni modo, mi sono chiesto a volte se i
giovani della nostra epoca non dovevano morire per portare nel
mondo un nuovo ideale … qualcosa di olimpico. Vorrei saperlo. E
credo che lo saprò. Da quando sono tornato, mi sono messo a
credere nell’immortalità. E tu?».
Claude fu disorientato da quella semplice domanda. «Non saprei.
Non sono mai riuscito a farmi un’idea».
«Oh, non preoccupartene! Se ti deve succedere, succederà. Non
devi cercarla. Io ci sono arrivato nello stesso modo in cui arrivavo a
ottenere le cose nell’attività artistica: conoscendole e vivendole
prima ancora di comprenderle. Prima queste idee mi sembravano
infantili». Gerhardt balzò in piedi. «Ti ho detto quanto volevi sapere
sul mio caso?».
Abbassò lo sguardo su Claude con uno strano scintillio di affetto e
di divertimento negli occhi. «Vado a sgranchirmi le gambe. Sono le
quattro».
Scomparve tra i fusti rossi dei pini, dove la luce del sole creava un
lago rosato, come faceva d’estate… come avrebbe fatto negli anni a
venire, quando loro non sarebbero stati lì a vederlo, pensava
Claude. Si tirò il cappello sugli occhi e si addormentò.
La bambina, che stava al margine del bosco di faggi, lasciò il suo
sacco e venne furtiva giù per la discesa. Si inginocchiò nell’erica e
rimase a lungo immobile, guardando incuriosita il corpo
abbandonato del soldato americano, che respirava profondamente.

Il giorno dopo era il venticinquesimo compleanno di Claude e per


onorare l’avvenimento Papa Joubert tirò fuori dalla cantina una
bottiglia di Borgogna invecchiato, che faceva parte di una piccola
quantità che da giovane aveva messo in serbo per le grandi
occasioni.
Durante quella settimana di ozio trascorsa da Madame Joubert,
Claude aveva pensato spesso che l’epoca d’oro della gioventù, della
quale parlava la sua vecchia amica, Mrs Erlich, e che lui non aveva
mai vissuto, gli veniva ora concessa. Aveva conosciuto la giovinezza
in Francia. Sapeva che niente di simile sarebbe più tornato: i campi
e i boschi non sarebbero mai più stati merlettati di quel confuso
incanto. Mentre risaliva la strada del villaggio nella sera purpurea,
l’odore del fumo di legna che usciva dai camini gli dava alla testa
come un narcotico, gli apriva i pori della pelle, a volte gli faceva
venire le lacrime agli occhi. In fin dei conti la vita aveva preso una
buona piega anche per lui e ogni cosa aveva un nobile significato.
La tensione nervosa con la quale aveva vissuto per anni gli
sembrava ora incredibile… assurda e infantile, le rare volte che ci
pensava. Ma non si torturava con i ricordi. Stava ricominciando.
Una notte sognò che era a casa, nei campi arati, dove non poteva
vedere che i solchi della terra scura che si stendevano da orizzonte
a orizzonte. Su e giù andava un ragazzo con l’aratro e due cavalli. Al
principio pensò che fosse suo fratello Ralph, ma avvicinandosi vide
che era lui stesso – e aveva molta paura per quel ragazzo. Povero
Claude, non sarebbe mai, mai andato via: si sarebbe perso ogni
cosa! Mentre stava cercando di parlare a Claude per metterlo in
guardia, si era svegliato.
Negli anni in cui andava a scuola a Lincoln, era sempre alla
ricerca di qualcuno da poter ammirare senza riserve, qualcuno da
invidiare, emulare, uguagliare. Ora si rese conto che già allora
doveva aver avuto nella mente l’immagine indistinta di un uomo
come Gerhardt. Era solo in tempo di guerra che i loro percorsi
avrebbero potuto incrociarsi, o che loro due avrebbero potuto avere
qualcosa in comune, qualcosa che rende gli uomini amici.
XIV

Gerhardt e Claude Wheeler scesero dal taxi davanti al cancello


aperto di una casa dall’aspetto solido e il tetto massiccio; tutte le
persiane della facciata erane chiuse e dal muro del giardino
spuntavano le cime di numerosi alberi. Attraversarono un cortile
lastricato e suonarono alla porta. Un anziano domestico li fece
entrare e li accompagnò attraverso un ampio ingresso in un salone
che dava sul giardino. Madame e Mademoiselle sarebbero scese
subito. David andò a una delle portefinestre e guardò fuori. «Sono
riuscite a mantenerla, nonostante tutto. È sempre stato delizioso
qui».
Il giardino era spazioso, quasi un piccolo parco. Da una parte
c’era un campo da tennis, dall’altra una fontana con la vasca e le
ninfee. Il muro a nord era nascosto da vecchi alberi di tasso, a sud
due file di platani erano state potate così da formare un lungo
pergolato. Sul retro del giardino c’erano dei bellissimi vecchi tigli. I
vialetti di ghiaia si snodavano attorno ad aiuole dai magnifici fiori
autunnali; qualche rosellina bianca fioriva ancora nel roseto, anche
se le foglie erano già rosse.
Due signore entrarono nel salotto. La madre era bassa,
grassoccia e rosea, dai lineamenti forti, quasi mascolini, e i capelli
bianchi ingialliti. Gli occhi le si riempirono di lacrime quando David si
chinò a baciarle la mano, poi lo abbracciò e lo baciò sulle guance.
«Et vous, vous aussi!» mormorò, sfiorandogli con le dita la giacca
dell’uniforme. Ma fu solo un momento di debolezza. Si raddrizzò
come un vecchio generale – così parve a Claude, che stava
osservando il gruppetto dalla finestra – fece avanzare sua figlia, e
chiese a David se riconosceva la ragazzina con la quale un tempo
aveva giocato. Mademoiselle Claire era molto diversa da sua madre:
snella, bruna, vestita con un costume de tennis bianco e un cappello
verde mela guarnito da nastri neri; aveva un’aria molto moderna,
disinvolta e indifferente. Stava dicendo a David di essere contenta
che fosse arrivato presto, così avrebbero potuto fare una partita a
tennis prima del tè. Maman si sarebbe portata in giardino il suo
lavoro a maglia e li avrebbe guardati. Questo ultimo accenno liberò
Claude dal timore di essere lasciato solo con la sua ospite. Quando
David lo chiamò per presentarlo alle signore, Mademoiselle Claire gli
dette una rapida stretta di mano e disse che sarebbe stata lietissima
di cimentarsi con lui non appena avesse battuto David. Le scarpe da
tennis le avrebbero trovate nella loro camera, una collezione di
scarpe, adatta ai piedi di qualunque nazione: c’erano quelle di suo
fratello, del suo amico russo che le aveva dimenticate quando era
corso via per la mobilitazione generale, e un paio lasciato di recente
da un ufficiale inglese che aveva alloggiato lì. Lei e sua madre li
avrebbero aspettati in giardino. Suonò per il vecchio domestico.
Gli americani si ritrovarono in un’ampia camera al piano di sopra,
dove due moderni letti in ferro spiccavano tra comò, scrivanie e
tolette di mogano dall’aspetto massiccio e poltroncine e tappeti di
velluto e tendaggi di broccato di un rosso cupo. David entrò subito
nel piccolo spogliatoio e cominciò a vestirsi per il tennis. Due abiti di
flanella e una fila di morbide camicie erano appese alla parete.
«Non ti cambi?» chiese, notando che Claude stava rigido e
impettito accanto alla finestra, guardando giù nel giardino.
«Perché dovrei?» disse Claude, sprezzante. «Non gioco a tennis.
Non ho mai tenuto una racchetta in mano».
«Peccato. Claire giocava molto bene, anche se era solo una
ragazzina a quei tempi». Gehrardt si stava guardando le gambe nei
calzoni troppo corti per lui. «Come tutto è cambiato eppure sempre
uguale! È come quando nei sogni si torna in un luogo conosciuto».
«Non ti danno troppo tempo per sognare, mi pare!» osservò
Claude.
«Meno male!».
«Spiega alla ragazza che non so giocare, va bene? Scendo più
tardi».
«Come vuoi».
Claude rimase alla finestra a guardare la testa nuda di Gehrardt, il
cappello verde di Mademoiselle Claire e il suo lungo braccio
abbronzato che balzavano da una parte all’altra del campo.
Quando Gerhardt venne su per cambiarsi prima del tè, trovò
l’altro ufficiale in piedi davanti alla sua valigia, aperta ma non
disfatta.
«Che succede? Di nuovo lo choc da granata?».
«Non proprio». Claude si morse le labbra. «Il fatto è, David, che
non mi sento a mio agio. Oh, le persone sono a postissimo, sono io
che mi sento fuori luogo. Perciò mi cerco un altro alloggio, così te ne
stai in pace con i tuoi amici. Perché dovrei restare qua? Non è un
albergo».
«Da quanto mi hanno detto, penso che, sì, questa casa è
diventata proprio un albergo. Hanno avuto una sfilza di scozzesi e
inglesi che sono stati acquartierati qui. E ne sono contente, o sono
così bene educate da fingere di esserlo. Naturalmente fai quello che
vuoi, ma ferisci i loro sentimenti e metti me in una posizione
imbarazzante. A essere sincero, non vedo come potresti andartene
via senza apparire decisamente maleducato».
Claude restò a guardare il contenuto della sua valigia senza
sapere cosa fare. Intravedendo il viso dell’amico riflesso in uno dei
grandi specchi, Gerhardt si accorse della sua espressione confusa e
infelice. Il suo malumore sparì e posò la mano sulla spalla
dell’amico.
«Dai, Claude! È assurdo. Non devi neppure metterti in abito da
sera, grazie all’uniforme, e non sei obbligato a parlare, visto che non
sei tenuto a conoscere la lingua. Credevo che ti sarebbe piaciuto
stare qua. Questa gente ha passato un periodo terribilmente difficile:
non pensi che abbia un gran fegato?».
«Sì che lo penso, ma per me è imbarazzante». Claude si tolse la
giacca e prese a spazzolarsi vigorosamente i capelli. «Credo di aver
sempre avuto più paura dei francesi che dei tedeschi. Ci vuole
coraggio per restare, capisci? Ho voglia di scappare».
«Ma perché? Cosa te lo fa desiderare?».
«Oh, non lo so! È qualcosa nella casa, nell’atmosfera».
«Qualcosa di sgradevole?».
«No, qualcosa di gradevole».
David si mise a ridere. «Ah, lo supererai, allora».
Presero il tè in giardino, all’inglese – anche il tè era inglese, li
informò Mademoiselle Claire, l’avevano lasciato gli ufficiali britannici.
A pranzo si presentò un terzo membro della famiglia, un bambino
con i capelli rasati e i grandi occhi neri. Si mise seduto alla sinistra di
Claude, silenzioso e timido nella sua giacchetta di velluto, ma molto
interessato alla conversazione, specialmente quando si parlò di suo
fratello René, ucciso a Verdun nel secondo inverno di guerra. Madre
e sorella parlavano del defunto come se fosse ancora vivo, delle sue
lettere, dei suoi progetti, dei suoi amici al conservatorio e
nell’esercito.
Mademoiselle Claire aggiornò Gerhardt su tutte le studentesse da
lui conosciute a Parigi: una cantava per i soldati, un’altra, che faceva
l’infermiera in un ospedale che era stato bombardato durante
un’azione aerea, aveva portato fuori dall’edificio in fiamme venti
feriti, uno dopo l’altro, sulla schiena, come sacchi di farina. Alice, la
ballerina, era entrata nella Croce Rossa britannica e aveva imparato
l’inglese. Odette aveva sposato un neozelandese, un ufficiale che si
diceva fosse un cannibale: era un fatto risaputo che la sua tribù
avesse divorato due missionari dell’Auvergne. Disse molto altro che
Claude non riuscì ad afferrare, ma capì abbastanza da rendersi
conto che per quelle donne la guerra era la Francia, la guerra era la
vita, e tutto quello che vi stava dentro. Essere vivi, essere coscienti,
essere in possesso delle proprie facoltà, era essere in guerra.
Dopo pranzo, quando tornarono nel salone, Madame Fleury
chiese a David se gli avrebbe fatto piacere rivedere il violino di René
e fece un cenno al bambino. Questi sparì e tornò con un astuccio
che mise sul tavolo. Lo aprì con cautela e tolse il panno di velluto,
come in un rito, poi porse lo strumento a Gerhardt.
David lo voltò alla luce delle candele, dicendo a Madame Fleury
che l’avrebbe riconosciuto ovunque, il meraviglioso Amati di René,
dal suono quasi troppo raffinato per una sala da concerto, come una
donna che è troppo bella per la scena. La famiglia gli era intorno e
ascoltava le sue lodi con evidente soddisfazione. Madame Fleury gli
disse che Lucien era tres sérieux negli studi musicali, che il maestro
era molto soddisfatto di lui e che quando la sua mano fosse stata un
po’ più grande, gli sarebbe stato consentito di suonare il violino di
René. Claude osservava il bambino che fissava lo strumento tenuto
da David: nei suoi grandi occhi neri si riverberava la fiamma della
candela, come se un fuoco vi divampasse dentro.
«Che c’è, Lucien?» chiese sua madre.
«Se Monsieur David fosse così gentile da suonare prima che io
debba andare a letto…» mormorò supplichevole.
«Ma, Lucien, ora sono un soldato. Non mi esercito da due anni.
L’Amati penserebbe di essere finito tra le mani di un boche».
Lucien sorrise. «Oh, no! È troppo intelligente per pensare una
cosa del genere. Solo un pochino, per favore!» e sedette su un
poggiapiedi davanti al divano, in trepida attesa.
Mademoiselle Claire andò al piano. David prese un’espressione
accigliata e cominciò ad accordare il violino. Madame Fleury chiamò
il vecchio domestico e gli disse di accendere la legna nel caminetto.
Si accomodò nella poltrona a destra del focolare e fece segno a
Claude di sedersi nella poltrona accanto. Il bambino rimase sul
poggiapiedi all’altro capo della stanza. Mademoiselle Claire iniziò
l’introduzione al concerto di Saint-Saëns.
«Oh, non questo!». David sollevò il mento e la guardò confuso.
Lei non rispose e continuò a suonare, le spalle chinate in avanti.
Lucien si tirò le ginocchia fin sotto il mento e fu scosso da un brivido.
Quando fu il momento, entrò il violino. David se l’era rimesso
meccanicamente sotto il mento, e lo strumento proruppe in quella
soffocata, aspra melodia.
Suonarono a lungo. Infine David si fermò e si asciugò la fronte.
«Temo di non farcela con il terzo tempo, veramente».
«Nemmeno io. Ma è stata l’ultima cosa suonata da René con quel
violino, la sera prima di partire, alla fine della licenza». Lei riattaccò,
e David la seguì. Madame Fleury osservava il fuoco con gli occhi
socchiusi. Claude, le labbra strette, le mani sulle ginocchia,
guardava la schiena dell’amico. La musica si mescolava alle sue
confuse emozioni. Era lacerato tra una generosa ammirazione e una
feroce invidia. Cosa sarebbe stato essere in grado di arrivare a tanta
perfezione, avere una mano capace di delicatezza e precisione e
potenza? Se gli avessero insegnato a fare qualcosa, non sarebbe
stato seduto lì, come un pezzo di legno tra persone vive. Sentì che
avrebbero potuto fare di lui un uomo, ma nessuno se n’era dato
pena: lingua legata, piedi legati, mani legate. Se uno veniva messo
al mondo come un piccolo orso, o un vitello, non poteva fare altro
che dare zampate e rovesciare cose, rompere e distruggere, tutta la
propria vita.
Gerhardt avvolse il violino nel panno. Il bambino lo ringraziò e
portò via l’astuccio. Madame Fleury e sua figlia augurarono ai loro
ospiti la buonanotte.
David disse che aveva caldo e propose a Claude di andare in
giardino a fumare prima di mettersi a letto. Aprì una portafinestra e
uscirono sulla terrazza. Le foglie secche frusciavano nei vialetti, gli
alberi di tasso erano un muro compatto, più nero della notte. La
fontana doveva aver raccolto la luce delle stelle: era l’unica cosa che
splendeva – una piccola limpida colonna di argento scintillante. I
ragazzi camminarono in silenzio fino all’estremità del vialetto.
«Sono sicuro che tornerai alla tua professione» osservò Claude
con il tono innaturale che la gente adopera a volte parlando di cose
di cui non sa niente.
«Non io. Naturalmente ho dovuto suonare per loro. La musica è
sempre stata una religione in questa casa. Ascolta». Alzò la mano,
in lontananza il rumore regolare dei cannoni rimbombava nel silenzio
della notte. «Ecco quello che conta adesso. Ha ucciso qualsiasi altra
cosa».
«Non credo». Claude si fermò per un momento vicino al bordo
della fontana, cercando di raccogliere i pensieri. «Non credo abbia
ucciso nulla. Ha solo disperso le cose». Gettò una rapida occhiata in
giro: la casa addormentata, il giardino addormentato, il limpido cielo
stellato non molto al di sopra di loro. «Sono gli uomini come te che
hanno la peggio» esplose «quanto a me, non ho mai creduto che ci
fosse qualcosa per cui valesse la pena vivere, fino a quando non è
venuta la guerra. Prima, il mondo non era che una questione di
affari».
«Ammetterai che è un modo un po’ costoso di procacciare
avventure per i giovani» disse David, asciutto.
«Può darsi. Eppure…».
Claude continuò la discussione tra sé e sé ancora molto tempo
dopo che si erano coricati nei loro letti lussuosi e che David si era
addormentato. Nessun campo di battaglia o paese devastato dalla
guerra su cui avesse posato lo sguardo sarebbe mai stato tanto
odioso quanto un mondo dominato da uomini come suo fratello
Bayliss. Fino allo scoppio della guerra, Claude aveva creduto che
fosse dominato da gente come lui: la sua adolescenza era stata
offuscata, sfibrata da questa convinzione. Anche i prussiani ne erano
stati convinti, a quanto pareva. Ma la guerra aveva dimostrato che
erano tantissime le persone che credevano in qualcosa di diverso.
Gli intervalli dei fuochi di artiglieria in lontananza si fecero più
brevi, come se i cannoni si stessero accordando, come se stessero
tossendo per liberarsi di qualcosa. Claude si sedette sul letto, in
ascolto. Il suono dei cannoni gli era piaciuto fin dal principio, gli dava
un senso di fiducia e sicurezza: quella notte capì perché. Quel suono
diceva che gli uomini erano ancora capaci di morire per un’idea, e
che avrebbero bruciato tutto quello che avevano creato per
conservare i loro sogni. Sapeva che il futuro del mondo era in salvo:
gli oculati pianificatori non sarebbero mai riusciti a costringerlo in una
camicia di forza – la prudenza e l’astuzia non l’avrebbero mai avuto
tutto per sé. Ma sì, quel bambino al piano di sotto, con le fiammelle
negli occhi, quando tutto fosse finito, sarebbe andato avanti per
sempre. Gli ideali non erano cose arcaiche, piene di bellezza ma
svuotate di energia: era da loro che scaturiva il potere degli uomini.
Se questo era vero, e lui sapeva che lo era – aveva fatto tutta quella
strada per scoprirlo – Claude non aveva conti in sospeso con il
destino. Né invidiava David. Non avrebbe scambiato la sua
avventura con quella di nessun altro. Sul punto di addormentarsi
parve brillare, come la limpida colonna della fontana, come la luna
nuova – seducente, appena visibile, il viso splendente del pericolo.
XV

Quando Claude e David raggiunsero il loro battaglione il 20 di


settembre, la fine della guerra sembrava più che mai lontana.
L’esercito americano ignorava il crollo della Bulgaria e, anche se
l’avesse saputo, difficilmente ne avrebbe compreso l’importanza,
vista la scarsa dimestichezza con le questioni europee. L’esercito
tedesco occupava ancora il Nord e l’Est della Francia, e nessuno era
in grado di valutare quanta vitalità ancora vi fosse in quell’organismo
multiforme.
Il battaglione fu fatto salire in treno ad Arras. Il tenente colonnello
Scott diede ordine di procedere fino all’ultima stazione e di
continuare a piedi nelle Argonne.
Le carrozze erano affollate e il viaggio fu lungo ed estenuante.
Scesero dal treno di notte, sotto la pioggia, in quello che secondo gli
uomini era il luogo da cui sarebbe partito l’attacco militare. Non c’era
un abitato e la stazione era stata bombardata il giorno prima da una
flotta aerea che aveva preso di mira le munizioni dell’artiglieria.
Restavano un cumulo di macerie e crateri pieni d’acqua. Il colonnello
spedì Claude e una pattuglia alla ricerca di un posto dove far
dormire la truppa. La pattuglia si ritrovò in un campo pieno di covoni,
in fondo al quale c’era una fattoria buia.
Claude si avvicinò e martellò la porta con i pugni. Silenzio.
Continuò a martellare, gridando: «Sono arrivati gli americani!».
Si aprì una persiana. Il fattore sporse la testa e chiese
bruscamente cosa volessero.
Claude spiegò nel suo migliore francese che un battaglione
americano era appena arrivato: potevano dormire nel suo campo, se
non distruggevano i pagliai?
«Certo» rispose il fattore, e chiuse la finestra.
Quella parola, che veniva dal buio in un posto così poco invitante,
ebbe l’effetto di rallegrare la pattuglia, e anche il resto degli uomini,
quando gli fu riferita.
«Certo, eh?» ripetevano, ridendoci sopra mentre giravano per il
campo e si ficcavano sotto la paglia. Quelli che non riuscirono a
rintanarsi nei pagliai si stesero sulle stoppie fangose. Si
addormentarono prima ancora di avere il tempo di piangersi
addosso.
Il fattore uscì per invitare nella stalla gli ufficiali, supplicandoli di
non fare luce per nessun motivo. Non si erano mai viste incursioni
aeree da quelle parti fino al giorno prima, e doveva dipendere
dall’arrivo delle truppe americane che portavano munizioni.
Gerhardt, che venne chiamato per parlare con il fattore, gli disse
che il colonnello doveva studiare la sua mappa, e perciò l’uomo li
condusse in cantina, dove dormivano i bambini. Prima di sdraiarsi
sul giaciglio preparatogli dall’attendente, il colonnello seguitò a
enumerare sulle dita nomi e chilometri. Per gli ufficiali come il
colonnello Scott, i nomi delle località rappresentavano uno degli
aspetti più pesanti della guerra. La sua mente lavorava a rilento ma
instancabilmente, e lui era capace di andare avanti senza dormire
più di qualunque suo ufficiale. Si era appena sdraiato, quando una
sentinella gli condusse una staffetta con un messaggio. Il colonnello
dovette tornare in cantina per leggerlo. Doveva incontrare il
colonnello Harvey alla fattoria Principe Giovacchino l’indomani
mattina al più presto possibile. La staffetta avrebbe fatto da guida.
Il colonnello si mise seduto con un occhio all’orologio e interrogò
la staffetta sulle condizioni della strada e sul tempo che occorreva
per raggiungere il posto. «E com’è l’umore degli unni quassù, in
generale?».
«Dipende, signore. A volte acciuffiamo una pattuglia notturna di
dodici o quindici uomini e la mandiamo nelle retrovie scortata da un
uomo solo, e magari un’altra volta un pugno di crucchi si mettono a
fare i diavoli scatenati. Dicono che dipende da quale parte della
Germania vengono: bavaresi e sassoni sono i più valorosi».
Il colonnello Scott aspettò un’ora e poi andò in giro a svegliare i
suoi ufficiali.
«Sissignore» il capitano Maxey balzò in piedi come se fosse stato
sorpreso in un atto vergognoso. Chiamò i suoi sergenti, i quali
cominciarono a tirar fuori gli uomini dai pagliai e dalle pozzanghere a
forza di botte. Dopo mezz’ora erano per la strada.
Era la prima marcia del battaglione su strade veramente
malridotte, dove camminare diventava una faccenda faticosa. Ben
presto si riscaldarono, a ogni modo, quell’attività li faceva sudare. Il
peso dell’equipaggiamento finiva sempre nel posto sbagliato. I vestiti
bagnati li trascinavano indietro, gli zaini si attorcigliavano, e le
cinghie gli penetravano nelle spalle. Claude e Hicks cominciarono a
chiedersi cosa dovesse essere stato nella melma vera, su dalle parti
di Ypres e Passchendaele, due anni prima. Hicks aveva fatto
addestramento ad Arras la settimana prima, dove parecchi inglesi si
“riposavano” allo stesso modo, e aveva diverse storie da raccontare.
Il battaglione arrivò alla fattoria Joachim alle nove. Il colonnello
Harvey non era ancora arrivato, ma il vecchio Giulio Cesare era lì
con i suoi genieri e aveva preparato per loro un pasto caldo. Alle sei
di sera si rimisero in cammino, marciando fino all’alba, con brevi
soste. Durante la notte catturarono due pattuglie di tedeschi, una
trentina di uomini. Quando fu dato l’ordine di fermarsi per fare
colazione, i prigionieri volevano rendersi utili, ma il cuoco disse che
erano talmente lerci che il loro fetore avrebbe rovinato lo stufato.
Furono raggruppati da una parte, tenuti a distanza dalla roba da
mangiare.
Fu Gerhardt, naturalmente, che dovette andarli a interrogare.
Claude provava compassione per i prigionieri: erano così desiderosi
di riferire quello che sapevano, così impazienti di rendersi simpatici.
Parlavano dei parenti che avevano in America e dicevano allegri che
anche loro ci sarebbero andati, appena finita la guerra – non
sembravano avere dubbi che sarebbero stati accolti a braccia
aperte.
Implorarono Gerhardt perché consentisse loro di fare qualcosa.
Non potevano portare l’equipaggiamento degli ufficiali durante la
marcia? No, erano troppo pieni di cimici: avrebbero potuto dare il
cambio alla squadra addetta alle latrine. Oh, lo avrebbero fatto con
piacere, Herr Offizier!
Il piano prevedeva di raggiungere la trincea Rupprecht e di
prenderla prima dell’imbrunire. Fu un’impresa facile perché era
vuota, a parte parassiti e relitti umani: una decina tra mutilati e
ammalati, abbandonati al nemico perché se ne disfacesse, e
parecchi giovani deficienti che avrebbero dovuto stare chiusi in un
istituto. I crucchi avevano capito, non vedendo tornare le pattuglie.
Avevano sgomberato, lasciandosi dietro gli ammalati senza
speranza e il maggior lerciume possibile. I ricoveri sotterranei erano
abbastanza asciutti, ma così brulicanti di parassiti che gli americani
preferirono dormire nel fango, all’aperto.
Dopo cena gli uomini si precipitarono sugli zaini e cominciarono
ad alleggerirli, buttando via tutto quello che non era indispensabile, e
anche un po’ del necessario. Molti abbandonarono i cappotti nuovi,
distribuiti alla stazione; altri ne tagliarono le falde, e li trasformarono
in giacche sbrindellate. Il capitano Maxey rimase orripilato da questi
vandalismi, ma il colonnello gli consigliò di chiudere un occhio.
«Dovranno affrontare un terreno pesante, lasciamoli viaggiare
leggeri. Se preferiscono stare al freddo, hanno il diritto di farlo».
XVI

Il battaglione ebbe ventiquattro ore di riposo alla trincea Rupprecht,


poi avanzò per quattro giorni e quattro notti, occupando trincee,
catturando pattuglie nemiche, dormendo qualche ora ai margini delle
strade mentre veniva preparato il rancio. Gli uomini si spinsero con
foga dietro al nemico che si ritirava e quasi superarono se stessi.
Superarono di certo le vettovaglie: la quarta sera, quando
occuparono una fattoria che era stata un comando tedesco, i
rifornimenti che li dovevano raggiungere lì non erano ancora arrivati,
e gli uomini andarono a letto senza cena.
La fattoria di Frau Hulda – così la chiamavano, chissà perché, i
prigionieri – era un groviglio di fili telefonici: correvano a centinaia,
attraverso le pareti, in ogni direzione. Il colonnello tagliò tutti quelli
che riuscì a trovare e mise sotto sorveglianza il vecchio contadino
lasciato a guardia dell’edificio, sospettando che fosse al soldo del
nemico.
Finalmente il colonnello Scott si distese su un letto, grande e
bitorzoluto, nel quartier generale – il primo che avesse visto da
quando aveva lasciato Arras. Ma dormiva appena da due ore
quando arrivò una staffetta con gli ordini del colonnello del
reggimento. Claude dormiva in soffitta, tra Gerhardt e Bruger. Sentì
che qualcuno lo scuoteva, ma decise di non lasciarsi disturbare e
continuò placidamente a dormire. Poi qualcuno gli tirò i capelli, così
forte che si rizzò a sedere. Il capitano Maxey era in piedi accanto al
letto.
«Venite via, ragazzi. Ordini dal comando del reggimento. Il
battaglione deve dividersi qui. La nostra compagnia deve avanzare
quattro chilometri stanotte, e prendere il paese di Beaufort».
Claude si alzò. «Gli uomini sono stanchi morti, capitano Maxey, e
non hanno cenato».
«Niente da fare. Dica loro che dobbiamo essere a Beaufort per
colazione».
Claude e Gerhardt andarono fuori alla stalla a svegliare Hicks e
l’amico Dell Able. Gli uomini dormivano nella paglia asciutta, per la
prima volta in dieci giorni. Erano completamente sfiniti, non
sapevano dove si trovassero, né che giorno fosse. Molti erano già
lontani quattromila miglia, in fattorie e villaggi sperduti della prateria.
Avevano un’aria miseranda, mentre si riunivano, incespicando nel
buio.
Dopo aver esaminato a fondo la mappa insieme al capitano
Maxey, il colonnello venne a salutare la compagnia radunata. Non
sarebbe andato con loro, disse, ma si aspettava che si facessero
onore. Arrivati a Beaufort, avrebbero goduto di una settimana di
riposo, dormendo al coperto e vivendo in mezzo alla gente.
Gli uomini si misero in marcia, qualcuno a occhi chiusi, fingendo
di essere addormentato, cercando di ritrovare qualche piacevole
sogno. Non si svegliarono fino a quando l’avanguardia dette l’altolà a
una pattuglia tedesca, che fu inviata al colonnello, scortata da un
solo uomo. Dopo due chilometri incontrarono un ponte distrutto.
Claude e Hicks andarono in una direzione alla ricerca di un guado,
Bruger e Dell Able in un’altra e gli uomini si buttarono ai lati della
strada, riprendendo a dormire sodo. Alle prime luci dell’alba
arrivarono in vista del villaggio, immobile e silenzioso.
Il capitano Maxey non aveva alcuna informazione sul numero di
tedeschi che avrebbero potuto trovare nel paese. L’avevano
occupato fin dall’inizio della guerra e l’avevano usato come campo di
riposo. Non vi si erano mai svolti combattimenti.
Alla prima casa, il capitano si fermò e picchiò alla porta. Nessuna
risposta.
«Siamo americani e dobbiamo vedere chi c’è qua dentro. Se non
aprite buttiamo giù la porta».
Una voce di donna gridò: «Qua non c’è nessuno. Andatevene, per
piacere, e portate via i soldati. Io sono malata».
Il capitano chiamò Gerhardt che cominciò a spiegare e
rassicurare attraverso l’uscio, che si socchiuse lasciando intravedere
una vecchia in cuffia da notte. Un vecchietto le stava dietro. Lei
guardò stupefatta gli uffìciali, senza capire. Erano i primi soldati
alleati che avesse mai visto. Aveva sentito i tedeschi parlare degli
americani, ma aveva creduto che fosse una delle loro bugie, disse.
Una volta persuasa, lasciò entrare gli ufficiali e rispose alle loro
domande.
No, non c’erano più boches in casa sua. Avevano ricevuto l’altro
ieri l’ordine di ritirata e avevano fatto saltare il ponte. Si andavano
concentrando da qualche parte verso est. Non sapeva quanti ve ne
fossero ancora in paese, né dove fossero, ma poteva dire al
capitano dove avevano abitato. Tirò fuori trionfalmente una mappa
del paese – smarrita, disse con un sorriso eloquente, da un ufficiale
tedesco – dove erano segnati gli alloggi.
Guidati dalla mappa, il capitano Maxey e i suoi uomini risalirono la
strada. Presero otto prigionieri in una cantina, diciassette in un’altra.
Quando gli abitanti videro i prigionieri radunati in piazza, uscirono
dalle case per dare informazioni. Quel rastrellamento, osservò Bert
Fuller, era come pescare nel fiume Platte quando l’acqua era bassa:
bastava tirarli fuori con i secchi! Non c’era gusto.
Alle nove gli ufficiali erano riuniti nella piazza davanti alla chiesa e
controllavano sulla mappa le case già perquisite. Gli uomini
bevevano il caffè e mangiavano pane fresco comprato dal fornaio.
La piazza era piena di gente venuta a rendersi conto della
situazione. Qualcuno credeva che fosse arrivata la liberazione e
qualcun altro scuoteva la testa e si tirava indietro, sospettando un
nuovo trucco. Una folla di bambini correva intorno, facendo amicizia
con i soldati. Una ragazzina, con i riccioli biondi e il vestito bianco
immacolato, stava appiccicata a Hicks e mangiava la cioccolata che
lui aveva in tasca. Gehrardt stava contrattando con il fornaio un’altra
infornata di pane. Il sole splendeva, una volta tanto – ogni cosa
aveva un aspetto allegro. Quel paese sembrava pieno zeppo di
ragazze: alcune molto carine, e tutte simpatiche. I soldati, che
sembravano dei poveri derelitti quando l’alba li aveva colti nei pressi
del paese, cominciarono a raddrizzare le spalle e a tirare fuori il
petto. Erano sporchi, incrostati di fango ma, come notò Claude con il
capitano, parevano freschi e riposati.
All’improvviso uno sparo risuonò sopra le voci, e una vecchia in
cuffia bianca si accasciò con un grido sul selciato e rotolò muovendo
spasmodicamente mani e piedi. Un secondo colpo: la bambina che
mangiava la cioccolata accanto a Hicks stese le mani, fece qualche
passo di corsa e cadde, i capelli biondi intrisi di sangue e materia
cerebrale. La gente si mise a urlare e a scappare. Gli americani
guardavano di qua e di là, pronti a precipitarsi, ma non sapevano
dove. Ancora uno sparo e il capitano Maxey cadde su un ginocchio,
arrossì violentemente e si rialzò, ma ricadde, bianco in viso, la
gamba dei pantaloni che diventava rossa.
«Eccolo là, a sinistra!» urlò Hicks, puntando il dito. Tutti videro. Da
una casa sprangata, su una strada a pochi passi dalla piazza, saliva
del fumo. Era davanti a una delle finestre al piano superiore. Il
capitano fu trascinato dal suo attendente in una vicina osteria.
Claude e David, seguiti dagli uomini, si precipitarono per la strada e
abbatterono la porta. I due ufficiali frugarono le stanze a pianterreno,
mentre Hicks e i suoi andarono dritti a una scala interna che era sul
retro della casa. Ma ai piedi della scala furono accolti da una raffica
di fucilate, e due uomini crollarono a terra. Quattro tedeschi erano
appostati in cima ai gradini.
Gli americani non ebbero il tempo di capire se avevano colpito i
nemici con le pallottole o le baionette; non erano neanche
consapevoli di salire le scale, fino a che non furono lì. Quando
Claude e David raggiunsero il pianerottolo, gli altri stavano ripulendo
le baionette, e quattro corpi grigi erano ammucchiati in un angolo.
Bert Fuller e Dell Able corsero lungo lo stretto corridoio e
spalancarono la porta della stanza che dava sulla strada. Due colpi,
e Dell tornò indietro con la mascella fracassata, il sangue che
sprizzava dal lato sinistro del collo. Gerhardt lo prese e cercò di
tappare l’arteria con le dita.
«Quanti sono là dentro, Bert?» gridò Claude.
«Non sono riuscito a vedere. Attento, signore! Più di due alla volta
non si può passare da quella porta».
La porta, in fondo al corridoio, era ancora aperta. Claude scese i
gradini finché gli riuscì di osservare, lungo il pavimento del corridoio,
la stanza di fronte. Le persiane erano chiuse e il sole filtrava tra le
stecche. Al centro della camera, tra la porta e le finestre, c’era un
cassettone alto, con uno specchio in cima. Nel poco spazio tra il
fondo del mobile e il pavimento, Claude vide un paio di stivali. Era
possibile che nella stanza ci fosse un uomo solo, che sparava da
quel fortino mobile; ma potevano anche esserci altri uomini appostati
negli angoli.
«Secondo me ce n’è uno solo. Spara da dietro un cassettone che
sta in mezzo alla camera. Forza, uno di voi, bisogna andare a
prenderlo».
Willy Katz, l’austriaco del conservificio di Omaha, si fece avanti.
«Ora, Willy, entriamo nello stesso momento. Tu salti a destra, io a
sinistra: uno di noi lo prende di certo. Non può sparare da due parti
contemporaneamente. Pronto? Bene. Ora!».
Claude credeva di aver preso la posizione più pericolosa, ma il
tedesco probabilmente pensò che l’uomo più pericoloso sarebbe
stato sulla destra. Quando i due americani si precipitarono dentro,
fece fuoco. Claude gli trapassò la schiena con la baionetta, sotto la
scapola, ma Willy Katz si era preso una pallottola nel cervello, che
gli aveva attraversato uno dei suoi occhi azzurri. Cadde a terra e non
si mosse più. L’ufficiale tedesco sparò ancora mentre cadeva,
urlando in inglese, un inglese privo di accento straniero: «Porco,
tornatene a Chicago!». Poi il sangue cominciò a soffocarlo.
Il sergente Hicks entrò di corsa e gli sparò alla tempia. Nessuno lo
fermò.
L’ufficiale era un uomo alto, coperto di medaglie e decorazioni;
doveva essere stato bellissimo. Le sue mani e la biancheria erano
candide, come se stesse andando a un ballo. Sulla toletta stavano
lime, creme e lozioni con le quali aveva mantenuto le unghie così
rosee e lisce. Sul mignolo aveva un anello con un rubino, dallo
splendido taglio. Bert Fuller glielo sfilò e l’offrì a Claude, che scosse
la testa. Quella frase in inglese lo aveva innervosito. Bert porse
l’anello a Hicks, ma il sergente buttò a terra la rivoltella e sbottò
dicendo: «Credi che toccherei qualcosa di suo? Quella bella
bambina, e il mio più caro amico… È peggio che morto, Dell,
peggio!». Voltò le spalle ai camerati per non farsi vedere mentre
piangeva.
«Posso tenerlo io, signore?» chiese Bert.
Claude fece un cenno di assenso. David era entrato e apriva le
persiane. Questo ufficiale, pensava Claude, era molto diverso da
quei poveri prigionieri che avevano tirato fuori dalle cantine come
girini. Uno degli uomini si prese dal letto una magnifica veste da
camera, un altro indicò un nécessaire da viaggio d’argento. Gerhardt
disse che era argento russo, l’uomo doveva provenire dal fronte
orientale. Bert Fuller e Nifty Jones perquisirono le tasche
dell’ufficiale. Claude li stava a guardare, pensando che facessero
quasi bene. Non toccarono le medaglie, ma si presero il
portasigarette d’oro e l’orologio di platino che ancora ticchettava –
non ne avrebbe più avuto bisogno. Intorno al collo, appeso a una
catenina, c’era un piccolissimo astuccio che conteneva un ritratto,
non di una bella donna, come sperava romanticamente Bert mentre
ne sollevava il coperchio, ma di un giovane, pallido come la neve,
dagli occhi color nontiscordardimé.
Claude lo studiò, curioso. «Sembra un poeta, o qualcosa di simile.
Probabilmente un fratello più giovane ucciso all’inizio della guerra».
Gerhardt prese il ritratto e lo guardò con disprezzo. «Probabile.
Lasciaglielo, Bert». Toccò Claude sulla spalla per attirare la sua
attenzione sul lavoro d’intarsio che ornava il calcio della pistola
dell’ufficiale.
Claude notò che David lo guardava come se fosse molto contento
di lui – anzi, come se fosse accaduto qualcosa di piacevole in quella
stanza, dove, Dio ne era testimone, non era accaduto niente del
genere; dove, quando si voltarono, uno sciame di mosche nere
fremeva avido sopra le chiazze lasciate sul pavimento dal corpo di
Willy Katz. Claude aveva spesso osservato che quando David aveva
un’idea interessante o un ricordo profondo che gli attraversavano la
mente, diventava, per un momento, quasi spietato. Ora sentì che
l’improvviso buonumore di Gerhardt era in qualche modo legato a
lui. Forse perché era entrato in quella camera con Willy? David
aveva dubitato del suo coraggio?
XVII

Quando i superstiti della compagnia B saranno vecchi e parleranno


dei bei giorni andati, si diranno l’un l’altro: “Oh, quella settimana che
passammo a Beaufort!”. Chiuderanno gli occhi e rivedranno un
paesino su una piccola altura, sperduto tra i boschi, attorniato da
querce, castagni, noci… sepolto nei colori dell’autunno, le strade
ricoperte di foglie autunnali, i grandi rami che si intrecciano sopra i
tetti delle case, sorgenti di acqua fresca che sa di muschio e di
radici. Su e giù per quelle strade vedranno passare delle figure: loro
stessi, giovani e abbronzati e snelli; e camerati, morti da tempo, ma
ancora vivi in quel paese lontano. Come vorrebbero camminare
ancora, per giorni e notti nel fango e nella pioggia, trascinando i piedi
piagati verso i loro vecchi alloggi di Beaufort! Sprofondare in quei
grandi letti di piuma e dormire dodici ore di fila mentre le vecchie
lavano e asciugano i loro vestiti; mangiare stufato di coniglio e
pommes frites in giardino – stufato fatto con il vino rosso e le
castagne. Ah, i giorni che non sono più!
Non appena il capitano Maxey e i feriti si erano messi in viaggio
verso le retrovie, portati dai prigionieri, l’intera compagnia era andata
a letto e aveva dormito dodici ore – tutti tranne il sergente Hicks, che
era rimasto nella casa sulla piazza, accanto al cadavere dell’ amico.
Il giorno dopo, gli americani si risvegliarono come uomini nuovi,
creati allora in un mondo nuovo. E si risvegliarono gli abitanti del
paese: eccitazione, cambiamento, finalmente qualcosa a cui
guardare! Una nuova bandiera, le drapeau étoilé, fluttuava sulla
piazza accanto al tricolore. Al tramonto i soldati si schierarono dietro
la bandiera e cantarono The Star Spangled Banner a capo scoperto.
I vecchi li guardavano dalla soglia di casa. Gli americani furono i
primi a portare la Madelon9 a Beaufort. Il fatto che nel paese non
avessero mai sentito questa canzone, che i bambini li attorniassero
supplicando «Chantez-vous la Madelon!», fece comprendere ai
soldati quanto, e quanto a lungo, quelle persone fossero state
tagliate fuori dal resto del mondo. L’occupazione tedesca era stata
come una sordità che niente poteva penetrare, se non le loro
tracotanti arie di guerra.
Prima che Claude si alzasse dal letto dopo la sua prima lunga
dormita, arrivò una staffetta del colonnello Scott che gli notificò
l’ordine di prendere il comando della compagnia fino a nuovo ordine.
I prigionieri tedeschi avevano sepolto i loro morti e scavato le fosse
per gli americani, prima di essere mandati alle retrovie. Claude e
Gerhardt furono alloggiati in fondo al paese, dalla donna che aveva
fornito al capitano Maxey le prime informazioni, quando erano
arrivati all’alba del giorno precedente. Alla colazione di mezzogiorno,
la donna disse loro che la vecchia e la bambina uccise sulla piazza
sarebbero state sepolte nel pomeriggio. Claude decise che il
funerale dei suoi uomini sarebbe stato alla stessa ora. Pensò di
chiedere al prete di dire una preghiera sulle tombe, e lui e David si
incamminarono verso la casa del curé nello splendore del sole
autunnale, frusciante di foglie. La casa era accanto alla chiesa, e sul
retro aveva un giardino cinto da alte mura. Sopra il cordone del
campanello, nel muro di cinta, c’era un biglietto con la scritta “Tirez
fort”.
Il prete in persona venne ad aprire, un vecchio che pareva debole
come il campanello della sua porta. Era lì con il suo berretto nero, le
mani contro il petto per fermarne il tremolio, e pareva davvero molto
vecchio – abbattuto, disperato, come se avesse chiuso con questo
mondo che l’aveva messo a dura prova. Mai in Francia Claude
aveva visto un viso triste come il suo. Sì, avrebbe detto una
preghiera. Era meglio avere una sepoltura cristiana, ed erano tanto
lontani da casa, poveretti! David gli chiese se l’occupazione tedesca
fosse stata molto oppressiva, ma il vecchio non dette una risposta
chiara e le sue mani presero a tremare così incontrollabilmente
contro la tonaca, che i due ufficiali lo lasciarono per evitargli
l’imbarazzo.
«Mi pare un po’ fuori di testa, vero?» osservò Claude.
«Credo che la guerra l’abbia consumato. Come fa a celebrare la
messa, con le mani che gli tremano in quel modo?». Mentre
oltrepassavano la scalinata della chiesa, David toccò il braccio di
Claude, indicando la piazza. «Guarda, ogni fantaccino ha già la sua
ragazza! E qualcuno ha tirato fuori il berretto con la visiera! Credevo
li avessero buttati via!».
Quelli che non avevano il berretto stavano con l’elmetto sotto il
braccio, l’aria esageratamente galante, e parlavano con le donne,
che parevano avere molte commissioni da sbrigare. Qualcuna si
faceva portare il paniere. Un soldato portava a cavalluccio una
bambina raggiante.
Dopo i funerali ogni uomo della compagnia trovò una donna
sensibile alla quale raccontare dei suoi camerati caduti. Tutti i fiori
dei giardini di Beaufort furono portati sulle tombe degli americani,
assieme alle corone funebri. Quando il drappello fece fuoco e la
tromba risuonò nell’aria, le ragazze e le loro madri piansero. Il
povero Willy Katz non avrebbe mai avuto un simile funerale a South
Omaha.
La sera dopo i soldati cominciarono a insegnare alle ragazze a
ballare il Pas seul e il Fausse trot, ovvero il one-step e il fox-trot.
Avevano trovato un vecchio violino, e Oscar, lo svedese, lo
strimpellava a più non posso. Ballavano ogni sera. Claude si era
accorto che ne succedevano di tutti i colori e fece una ramanzina
agli uomini schierati in rassegna. Ma si rese conto che tanto valeva
sgridare i passeri sugli alberi. In paese c’erano parecchie centinaia
di donne e solo le nonne avevano marito. Tutti gli uomini erano al
fronte: non erano più tornati in licenza da quando i tedeschi avevano
occupato il paese. Le ragazze erano state rinchiuse per quattro anni,
tenendo a bada i tedeschi che non davano loro requie. La situazione
era stata intollerabile – e prolungata. Gli americani si trovarono nella
stessa posizione di Adamo nel giardino dell’Eden.
«Lei sapeva, signore» disse Bert Fuller, raggiungendo trafelato
Claude per la strada dopo l’adunata, «che queste adorabili ragazze
dovevano andare nei campi a lavorare, per coltivare roba da
mangiare per quei luridi porci? Sissignore, dovevano lavorare nei
campi, sotto lo sguardo delle sentinelle tedesche: le facevano
marciare da mattina a sera, come forzati! Ora tocca a noi farle
divertire».
Non si poteva uscire la sera senza incontrare coppie che si
attardavano per le strade e i viottoli bui. I ragazzi avevano perso ogni
ritrosia nel parlare francese. Dichiaravano che in Francia se la
cavavano benissimo con tre verbi, e tutti, fortunatamente, della
prima coniugazione: manger, aimer, payer – bastavano eccome!
Definivano Beaufort “la nostra città”, e i francesi definivano loro “i
nostri americani”. Dopo la guerra sarebbero tornati, avrebbero
sposato le ragazze e installato gli impianti idrici.
«Chez-moi, signore!» gridò Bill Gates a Claude, facendo il saluto
con una mano sanguinolenta, dato che stava scuoiando conigli
davanti alla porta del suo alloggio. «Si contano numerose vittime tra
le conigliette del paese questa settimana!».
«Sai, Wheeler» osservò David una mattina mentre si stavano
facendo la barba «credo che Maxey tornerebbe qui su una gamba
sola, se venisse a sapere di queste escursioni nel bosco alla ricerca
di funghi».
«Probabile».
«Non pensi di mettere un freno?».
«No di certo» scattò Claude, con un’espressione amara della
bocca. «Se le ragazze o i loro genitori faranno qualche rimostranza,
interverrò. Altrimenti no. Ho già considerato la cosa».
«Ah, le ragazze…». David rise piano. «Beh, è importante
imparare ad apprezzare i funghi. Non ne trovano a casa, giusto?».
Quando, dopo otto giorni, gli americani ricevettero l’ordine di
rimettersi in marcia, ogni casa si parò a lutto. L’ultima sera che
avrebbero trascorso in paese, gli ufficiali ricevettero inviti pressanti al
ballo in piazza. Claude andò a dare un’occhiata. David non perdeva
un ballo, ma Hicks era introvabile. Il poveraccio non aveva
partecipato al divertimento generale. Claude andò alla chiesa, per
vedere se per caso non si aggirasse nel cimitero.
Mentre camminava per quel luogo, si fermò a guardare una
tomba solitaria, sotto una siepe di ligustro, e tra le foglie secche vide
una bandierina francese. L’anziana signora che li ospitava in casa
aveva raccontato a lui e a David la storia di quella tomba.
La nipote del curato era sepolta lì. Era la più bella ragazza di
Beaufort, si diceva, e aveva avuto una relazione amorosa con un
ufficiale tedesco che era stata la vergogna del paese. Lui era un
giovane bavarese, alloggiato presso la stessa vecchia signora che
aveva raccontato la storia, la quale diceva che era un bravo ragazzo,
bello e gentile di modi, che passava buona parte della notte in
giardino, con la testa tra le mani – malato di nostalgia, malato
d’amore. Andava sempre dietro a Marie Louise; non la importunava,
ma c’era sempre, pareva sbucare dalla terra ai suoi piedi, disse la
vecchia signora.
La ragazza odiava i tedeschi, come chiunque altro, e lo rifiutava.
Lui fu mandato al fronte. Poi tornò, malato e quasi sordo dopo uno
dei massacri di Verdun, e si fermò a lungo nel paese. Quella
primavera cominciò a girare la voce che di notte si incontrava con
una donna nel cimitero tedesco. I tedeschi avevano requisito il
terreno dietro la chiesa per farne il loro cimitero, che confinava con il
muro del giardino del curato. Quando le donne andavano nei campi
a seminare, Marie Louise scappava alla chetichella per incontrarsi
con il suo bavarese nella foresta. Ormai le ragazze lo sapevano e la
trattavano con disprezzo, ma nessuna ebbe il coraggio di dire niente
al curato. Un giorno, mentre era con il bavarese nel bosco, lei afferrò
la pistola che era per terra e si uccise. In fondo era una vera
francese, aveva detto l’anziana donna.
«E il bavarese?» chiese Claude a David, più tardi. La storia si era
fatta così complicata che non era riuscito a seguirla.
«Le rese giustizia, e subito. Prese la stessa pistola e si sparò alla
tempia. Il suo attendente, appostato al margine del bosco per fare la
guardia, sentì il primo colpo e corse verso di loro. Vide l’ufficiale che
prendeva la pistola fumante e se la puntava addosso. Ma il
Kommandant non poteva credere che un suo ufficiale provasse un
tale sentimento. Aprì un’enquête, trascinò in tribunale la madre e lo
zio della ragazza, e tentò di dimostrare che avevano ordito un
complotto con la ragazza per sedurre e assassinare l’ufficiale
tedesco. L’attendente fu obbligato a raccontare tutta la storia: come
e dove avessero cominciato a vedersi. Benché non avesse peccato
di delicatezza nel rivelare i dettagli, rimase fermo nell’asserire di aver
visto il tenente Müller uccidersi con le sue mani, e il Kommandant
non poté provare l’accusa. Il vecchio curato era rimasto all’oscuro
della faccenda finché non venne spiattellata al tribunale militare.
Marie Louise aveva vissuto nella sua casa fin da bambina, era come
una figlia per lui. Gli venne un colpo, o qualcosa di simile, e non si è
più ripreso. Le amiche perdonarono la ragazza, e quando fu sepolta,
in un luogo appartato accanto alla siepe, cominciarono a portare fiori
sulla sua tomba. Il Kommandant fece apporre un’affiche sulla siepe,
con la quale proibiva a chiunque di deporvi fiori. A quanto pare,
durante l’occupazione tedesca niente ha suscitato tanta
commozione quanto la povera Marie Louise».
Avrebbe commosso chiunque, aveva pensato Claude. Lì era la
sua piccola tomba solitaria, attraversata dall’ombra della siepe di
ligustro. Più in là, ai piedi del giardino del curato, stava il cimitero
tedesco, con le pesanti croci di cemento – alcune recavano lunghi
epitaffi: versi dei loro poeti, distici di antichi inni. Il tenente Müller
doveva essere là, da qualche parte. Strano come la loro storia
spiccasse in un mondo di sofferenza. Era un genere di infelicità a cui
non aveva mai pensato prima, ma era certamente accaduto chissà
quante volte nel territorio occupato. Non avrebbe mai dimenticato le
mani del curato, i suoi occhi offuscati, sofferenti.
Claude vide David attraversare il selciato di fronte alla chiesa e
tornò indietro per raggiungerlo.
«Ciao. Ti avevo scambiato per Hicks. Pensavo che potesse
essere qui». David sedette sui gradini e accese una sigaretta.
«Anch’io lo credevo. Sono venuto apposta a cercarlo».
«Oh, penso che avrà trovato una spalla su cui piangere. Ti rendi
conto, Claude, che tu e io siamo i soli uomini della compagnia a non
esserci fidanzati? E alcuni di quelli sposati si sono già fidanzati due
volte. Meno male che ce ne stiamo andando, altrimenti avremmo
avuto le pubblicazioni e non pochi battesimi a cui stare dietro».
«Comunque» mormorò Claude «mi piacciono le donne di questo
paese, per il poco che ne ho visto». Mentre fumavano in silenzio, la
sua mente tornò alla scena silenziosa che aveva osservato sui
gradini di un’altra chiesa, la prima sera del suo arrivo in Francia: la
ragazza di campagna al chiaro di luna che si chinava sul suo soldato
malato.
Quando tornarono attraversando la piazza, calpestando le foglie
scricchiolanti, il ballo stava per finire. Oscar suonava l’ultimo valzer,
Home, Sweet Home.
«Le dernier baiser» disse David. «Bene, domani ce ne andremo,
ed è molto probabile che non torneremo da queste parti».
XVIII

«Per noi è sempre o troppo o troppo poco» si lamentavano gli


uomini mentre, seduti ai lati della strada, masticavano qualche
galletta a mezzogiorno. Avevano già percorso diciotto miglia quella
mattina, e gliene mancavano ancora sette. L’ordine era di coprire
venticinque miglia in otto ore. Nessuno aveva ancora rotto le righe,
ma alcuni erano parecchio indeboliti. Nifty Jones diceva di essere
spacciato. Il sergente Hicks stava facendo una lavata di capo a chi
batteva la fiacca. Sapeva che, se uno rompeva le righe, lo avrebbero
seguito in dieci.
«Se posso farcela io, potete farcela anche voi. Per uno grasso
come me, è peggio. Non potete protestare per una marcia come
questa. Ma come, ad Arras ho parlato con un soldatino inglese, uno
dei Pal Battalions che sono stati massacrati sulla Somme. Avevano
marciato per venticinque miglia in sei ore, con il caldo di luglio, e
verso la morte certa. Tutti ragazzini che andavano ancora a scuola,
tutti alti un metro e cinquanta; i Bantam, i galli, li chiamavano.
Dovreste levarvi il cappello».
«Mi levo quello che vuole, ma non posso camminare ancora con
questi» brontolò Jones, accarezzandosi i piedi piagati.
«Oh, ti issiamo sull’unico cavallo della compagnia. Gli ufficiali se
ne vanno a piedi!».
Quando arrivarono al battaglione, c’era un pasto caldo per loro,
ma pochissimi vollero mangiare. Bevvero e si sdraiarono nella
boscaglia. Claude andò subito al comando dove trovò Barclay
Owens, il capitano del Genio, con il colonnello, come al solito intento
a fumare e a studiare le sue carte.
«Lieto di vederla, Wheeler. I suoi uomini dovrebbero essere in
buone condizioni, dopo una settimana di riposo. Ora li lasci dormire.
Dobbiamo partire da qui prima di mezzanotte per dare il cambio a
due battaglioni del Texas alla trincea Moltke. Hanno conquistato la
trincea con perdite pesanti e sono stravolti: non sarebbero in grado
di tenerla in caso di contrattacco. Poiché è un punto strategico, il
nemico cercherà di riconquistarla. Voglio essere in posizione prima
dell’alba, così i tedeschi non si accorgeranno dell’arrivo di truppe
fresche. Come ufficiale più anziano, lei comanderà la compagnia».
«Molto bene, signore. Farò del mio meglio».
«Ne sono certo. Avremo due squadre mitraglieri e domani in
giornata saremo raggiunti da un battaglione del Missouri di rinforzo.
Vi avrei fatto venire prima, ma ho ricevuto solo ieri l’ordine di dare il
cambio. Può darsi che dobbiamo avanzare sotto il fuoco delle
granate. Il nemico ha piazzato un sacco di roba grossa lassù: vuole
tagliare fuori quella trincea».
Claude e David si misero in un cratere di granata, sotto la
sterpaglia mezzo bruciata, e si addormentarono. Furono svegliati
all’imbrunire da un pesante fuoco di artiglieria da nord.
Alle dieci, dopo un pasto caldo, il battaglione cominciò ad
avanzare sul terreno quasi impraticabile. I cannoni dovevano aver
bombardato a lungo quella zona: il terreno era stato lavorato tanto
da essere molle come pasta, benché non piovesse da una
settimana. Barclay Owens e i suoi genieri stavano disponendo una
strada di assi per farvi passare carri viveri e munizioni. Grosse
granate arrivavano a intervalli di dodici minuti. Gli intervalli erano
così regolari che si poté avanzare senza danni. Mentre la compagnia
B attraversava la zona battuta dall’artiglieria, il colonnello Scott
sopraggiunse a piedi, il cavallo condotto per la briglia dall’attendente.
«Ne sa qualcosa di quella luce laggiù, Wheeler?» domandò. «Non
dovrebbe stare lì. Venga a vedere con me».
La luce era appena una capocchia di fiammifero lontana, Claude
non l’aveva notata. Seguì il colonnello, e quando raggiunsero quella
scintilla di luce trovarono tre ufficiali della compagnia A accovacciati
in un cratere di granata coperto da un pezzo di lamiera.
«Spegnete quella luce» gridò brusco il colonnello. «Che succede,
capitano Brace?».
Un giovane si alzò di scatto. «Aspetto l’acqua, signore; la portano
a dorso di mulo, in latte da benzina, non posso rischiare di non farmi
trovare. Con un terreno simile i conducenti potrebbero perdersi».
«Non aspetti più di venti minuti. Deve muoversi e prendere
posizione a tempo debito. Questo è l’importante, acqua o non
acqua».
Mentre il colonnello e Claude tornavano indietro correndo per
raggiungere la compagnia B, cinque grossi proiettili sibilarono sulla
loro testa in rapida successione.
«Corra, signore» gridò l’attendente «ci stanno raggiungendo,
hanno accorciato il tiro».
«Quella luce là dietro è bastata a dare loro l’idea» borbottò il
colonnello.
Il terreno impervio continuò per circa un miglio, poi l’avanzata
raggiunse il comando, dietro l’ottava trincea del grande sistema delle
trincee. Era una vecchia fattoria che i tedeschi avevano trasformato,
rivestendola con il cemento armato dentro e fuori, finché le pareti
erano diventate spesse circa due metri e quasi a prova di bomba,
come un fortino. Il colonnello mandò l’attendente a informarsi sulla
compagnia A. Un giovane tenente venne alla porta della fattoria.
«La compagnia A è pronta a prendere posizione, signore. L’ho
condotta io».
«Dov’è il capitano Brace, tenente?».
«Lui e i nostri due tenenti sono stati uccisi, colonnello. Laggiù in
quel cratere. Una granata è caduta su di loro neanche cinque minuti
dopo il vostro colloquio».
«Male. Altri danni?».
«Sissignore. Anche una cucina da campo è stata colpita, il primo
veicolo a percorrere la nuova strada di Giulio Cesare. Il conducente
è stato ucciso e abbiamo dovuto abbattere i cavalli. Il capitano
Owens è rimasto quasi ustionato dallo stufato».
Il colonnello convocò gli ufficiali uno di seguito all’altro per
discutere le loro posizioni.
«Wheeler» disse, quando venne il turno di Claude, «conosce
bene la sua carta? Ha notato quella brusca ansa nella prima linea, in
H 2? Testa di Cinghiale, mi pare la chiamino. È una specie di punta
di lancia che si protende verso il nemico. Sarà una posizione difficile
da tenere. Se ci metto la sua compagnia, pensa di essere in grado di
far onore al battaglione in caso di contrattacco?».
Claude rispose di sì.
«È il punto più brutto della linea, e può dire ai suoi uomini che
faccio loro un complimento mettendoli là».
«Bene, signore, gliene saranno grati».
Il colonnello staccò con un morso la punta di un altro sigaro. «Lo
spero bene, per Giove! Se cedono e lasciano entrare i bombardieri
tedeschi, crolla tutta la linea. Le darò due squadre di mitragliatori
della Georgia da piazzare in quel punto che chiamano il Grugno del
Cinghiale. Quando arriveranno quelli del Missouri, domani, avrete
rinforzi, ma fino ad allora dovete badare a quell’ansa da soli. Ho un
mucchio di trincee da tenere, e non posso darvi altri uomini».
Gli uomini del Texas, ai quali il battaglione doveva dare il cambio,
per sessanta ore avevano dato fondo alle scatolette di riserva e
racimolato quanto avevano trovato addosso ai cadaveri dei tedeschi.
Il convoglio con i rifornimenti era stato bombardato e non era arrivato
niente a destinazione. Quando il colonnello portò Claude e Gerhardt
a ispezionare l’ansa che la compagnia B doveva presidiare,
trovarono un pantano, più simile a un ammasso di rifiuti che a una
trincea. Gli uomini che avevano conquistato la posizione erano così
stanchi da non reggersi in piedi. Tutti i loro ufficiali erano stati uccisi
e li comandava un sergente. Questi si scusò per le condizioni della
trincea.
«Spiacente di lasciare questo disordine, signore, ma ce la siamo
vista brutta. Da quando l’abbiamo costretto ad andare via, il nemico
ci ha bombardato ogni notte. Non potevo chiedere agli uomini altro
se non di resistere».
«Va bene. Ora filatevela tutti quanti, alla svelta! I miei uomini vi
daranno qualcosa da mangiare, quando sarete nelle retrovie».
I malconci difensori della Testa di Cinghiale gli sfilarono vicino
incespicando nel buio e salirono sul camminamento. Passato l’ultimo
uomo, il colonnello mandò a chiamare Barclay Owens. Claude e
David si mossero a tentoni per farsi un’idea della condizione in cui si
trovava la trincea. Il fetore era il peggiore che avessero mai sentito,
ma era meno disgustoso delle mosche: quando inavvertitamente
sfiorarono un cadavere, nugoli di mosche umide e ronzanti gli
volarono in faccia, posandosi sugli occhi e nelle narici. Sotto i loro
piedi la terra si muoveva come se fosse piena di serpenti che si
contorcevano – cadaveri molli, coperti appena dalla terra. Quando
riuscirono a raggiungere il Grugno del Cinghiale, si imbatterono in un
mucchio di cadaveri, oltre una decina, buttati uno sopra l’altro come
sacchi di farina, appena visibili nel buio. Mentre i due ufficiali stavano
là, brontolii e sibili cominciarono a provenire dal mucchio, prima da
un cadavere, poi da un altro – gas, che gonfiavano i visceri in
decomposizione. Parevano lamentarsi l’uno con l’altro: glop, glop,
glop.
I due ragazzi tornarono dal colonnello che stava all’imbocco del
camminamento, e gli dissero che non c’era molto da riferire, se non
che era estremamente necessaria una squadra di seppellitori.
«Lo credo bene!» disse il colonnello scuotendo la testa. Quando
arrivò Barclay Owens gli chiese che cosa si potesse fare prima
dell’alba. Il valoroso geniere si mosse a tentoni, come avevano fatto
Claude e Gerhardt poco prima. Lo sentirono tossire e scacciare le
mosche. Ma quando tornò indietro, sembrava più allegro che
scoraggiato.
«Mi dia una squadra per rimuovere le vittime, e con una bella
dose di cemento e calce viva metto in ordine la postazione in quattro
ore, signore» dichiarò.
«Calce ce n’è parecchia, ma il cemento dove lo troviamo?».
«I tedeschi ne hanno abbandonato una cinquantina di sacchi nelle
cantine sotto il comando. Se ho qualche ora in più per far asciugare
il cemento, il lavoro verrà meglio, naturalmente».
«Vada avanti, capitano». Il colonnello disse a Claude e David di
portare i loro uomini nel camminamento prima dell’alba, e di tenerli
pronti. «Fate asciugare il cemento di Owens, ma non fatevi
sorprendere dal nemico».

Il bombardamento ricominciò all’alba, più violento sulle retrovie e


nel retrostante raggio di tre miglia. Evidentemente il nemico sapeva il
fatto suo riguardo alla trincea Moltke: voleva tagliare fuori
rifornimenti e possibili rinforzi. Il battaglione del Missouri non si
presentò quel giorno, ma prima di mezzogiorno arrivò una staffetta
da parte del suo colonnello per informare che il battaglione si era
rifugiato nel bosco. Dalle prime luci del giorno cinque aerei tedeschi
volteggiavano sulle loro teste lanciando segnalazioni al comando
nemico, sulla cresta Dauphin; i missouriani erano convinti di essere
sfuggiti alla rilevazione nascondendosi nella boscaglia. Sarebbero
arrivati nella notte. A breve sarebbero arrivati anche i telefonisti a
stendere le linee, e in mezz’ora il colonnello Scott sarebbe stato in
comunicazione con loro.
Quando all’una la compagnia B entrò nella Testa di Cinghiale,
l’odore predominante era quello della calce viva. Il parapetto era
stato rinforzato, la banchina di tiro in parte ripristinata, e nel Grugno
erano pronte le piazzole per le mitragliatrici. Alcune sgradevoli tracce
erano comunque rimaste, se le si andava a cercare. Nel Grugno, un
grosso stivale sporgeva rigido dalla parete della trincea. Il capitano
Owens spiegò che il terreno in quel punto rimbombava come se
fosse cavo, e probabilmente lo stivale era all’altezza di un alloggio
sotterraneo pieno di tedeschi morti. Siccome aveva poco tempo,
aveva pensato bene di non andare a cercarsi guai. In una delle
curve dell’ansa, proprio in cima al muro di terra, sotto i sacchi di
sabbia, sporgeva una mano nera: le cinque dita, ben distanziate,
parevano radici tumescenti di un’erba velenosa. Hicks dichiarò che
era rivoltante e nel pomeriggio fece raspare un po’ di terra a Nifty
Jones e Oscar, per coprire “la zampa”. Ma durante la notte ci fu un
nuovo bombardamento, e la terra ricadde giù.
«Guardi» disse Jones quando svegliò il sergente «la prima cosa
che ho visto quando si è fatto giorno sono state quelle dita, scosse
dal vento. Vuole aria, il crucco, non gli va di starsene al chiuso».
Hicks si alzò e seppellì la mano lui stesso, ma quando tornò con
Claude per la rassegna prima del rancio, c’erano quelle cinque dita
che sporgevano di nuovo. La fronte del sergente si fece rossa e
gonfia, e giurò che, se avesse trovato quello che faceva scherzi del
genere, gli avrebbe fatto mangiare la mano.
Il colonnello mandò a chiamare Claude e Gerhardt perché lo
raggiungessero a colazione. Aveva parlato al telefono con gli ufficiali
del Missouri e avevano concordato che per il momento il battaglione
sarebbe rimasto nella boscaglia. Il continuo volteggiare di aerei sulla
zona del bosco sembrava indicare che il nemico voleva conoscere le
forze effettive della trincea Moltke. Era possibile che i ricognitori
aerei avessero visto la ritirata dei soldati del Texas – altrimenti, cosa
stavano aspettando?
Mentre il colonnello e gli ufficiali facevano colazione, un caporale
arrivò con due piccioni che aveva ucciso all’alba. Uno portava sotto
l’ala un messaggio. Il colonnello srotolò una striscia di carta e la
porse a Gerhardt.
«Sissignore, è in tedesco, ma in codice. È una filastrocca
tedesca. Quegli aerei da ricognizione devono aver lanciato qualche
paracadutista nelle nostre retrovie, e questo è un loro rapporto.
Naturalmente, possono scoprire molte più cose su di noi degli
aviatori. Dick, vuoi questi piccioni?».
Il caporale sorrise. «Può scommetterci, signore! Magari riesco
pure ad arrostirli».
Dopo colazione, il colonnello andò a ispezionare la compagnia B
nella Testa di Cinghiale. Fu particolarmente compiaciuto dalla
favorevole collocazione delle mitragliatrici nel Grugno. «Credo che
avrete una giornata tranquilla» disse agli uomini «ma non posso
promettervi una notte altrettanto tranquilla. Qua dovete restare ben
saldi: se i crucchi prendono questa postazione, siamo finiti, capito?».
La giornata fu, in effetti, tranquilla. Qualcuno giocava a carte e
Oscar leggeva la sua Bibbia. Anche la notte cominciò bene, ma alle
quattro e quindici tutti furono svegliati dall’allarme antigas. Per
mezz’ora precisa piovvero bombe a gas. Poi attaccarono gli
shrapnel: non il lungo fischio sibilante di bombe isolate, ma un fuoco
tambureggiante, continuo e assordante. Pareva che cento tempeste
elettriche infuriassero insieme in aria e sulla terra. Palle di fuoco
piovevano ovunque. La gittata era un po’ lunga per la Testa di
Cinghiale, non stavano avendo la peggio, ma una trentina di metri
più indietro era l’inferno. Claude non riusciva a immaginare che
qualcuno potesse averla scampata. Una singola granata aveva
ucciso sei uomini nella parte posteriore dell’ansa, che stavano
spalando per tenere sgombro il camminamento. Gli ordinati
terrapieni del capitano Owens venivano smembrati dalla pioggia di
bombe.
Claude e Gerhardt si stavano consultando, quando il fumo e
l’oscurità cominciarono ad assumere il livido colore che annunciava
lo spuntare del giorno. Un portaordini arrivò di corsa con un
messaggio del colonnello: i missouriani non si erano ancora visti e la
comunicazione telefonica con loro era interrotta. Temeva che
avessero perso l’orientamento nel bombardamento. «Il colonnello
dice di mandare due uomini a prenderli. Due uomini in grado di
ristabilire l’ordine, in caso quelli fossero in preda al panico».
Quando la staffetta gridò quell’ordine, Gerhardt e Hicks si
scambiarono una rapida occhiata e si offrirono di andare.
Claude esitava. Hicks e David non attesero il suo consenso: si
misero a correre lungo il camminamento e scomparvero.
Claude restò in mezzo al fumo che diventava sempre più grigio,
seguendoli con lo sguardo, preso da una disperazione mai
conosciuta prima. Solo un uomo disorientato e indegno di essere al
comando di altri uomini avrebbe potuto permettere al suo migliore
amico, al migliore dei suoi ufficiali, di correre un rischio simile. Lui
era là al riparo, mentre i suoi due amici retrocedevano attraverso
quella pioggia di acciaio, per raggiungere quel punto della mappa dal
quale era arrivata l’ultima comunicazione del battaglione. Se li
conosceva bene, non avrebbero perso tempo nel dedalo di trincee;
probabilmente già adesso erano allo scoperto, correndo dritti
attraverso lo sbarramento nemico, scavalcando i parapetti delle
trincee.
Claude si voltò e tornò nella testa della trincea. Bene, qualunque
cosa fosse accaduta, aveva lavorato con uomini valorosi. Valeva la
pena di essere stato al mondo, solo per aver conosciuto uomini
simili. Quando erano in situazioni difficili, i soldati si mettevano a
discutere di affari con Dio, e Claude si ritrovò a esporre le proprie
condizioni: se avesse fatto tornare David, Dio avrebbe potuto
esigere il prezzo da lui. Avrebbe pagato lui. Intesi?

Trascorse lentamente un’ora: l’attesa era snervante. Dal


camminamento arrivò una squadra con munizioni e caffè per la
postazione. Gli uomini pensarono che quelli del comando si stavano
comportando molto bene, gli facevano arrivare cibo caldo
nonostante lo sbarramento. Arrivò un messaggio scritto di pugno dal
colonnello: “Tenetevi pronti quando finirà il fuoco di sbarramento”.
Claude lo mostrò ai mitraglieri appostati nel Grugno. Voltandosi, si
trovò davanti Hicks, in camicia e pantaloni, bagnato come se fosse
uscito dal fiume e schizzato di sangue. Aveva una mano avvolta in
uno straccio. Accostò la bocca all’orecchio di Claude e urlò: «Li
abbiamo trovati, avevano perso la strada. Stanno arrivando. Lo
faccia sapere al colonnello».
«Dov’è Gerhardt?».
«Sta arrivando, li sta portando qui. Dio, hanno smesso!».
Il bombardamento cessò con una repentinità stupefacente. Gli
uomini accovacciati ansimavano come se stessero cadendo da una
grande altezza. L’aria, nera di fumo, soffocante per l’odore di gas e
polvere da sparo, era immobile come la morte. Il silenzio era un
potente anestetico.
Claude tornò di corsa al Grugno per assicurarsi che i mitraglieri
fossero pronti. «Sveglia, ragazzi! Lo sapete perché siamo qui, no?».
Bert Fuller, che era di vedetta, si lasciò cadere nella trincea,
accanto a lui. «Stanno arrivando, signore».
Claude diede il segnale ai mitraglieri. L’intero avamposto aprì il
fuoco. Una brezza si levò improvvisa e respinse indietro le pesanti
nuvole di fumo. Claude salì sulla banchina di tiro e scrutò fuori. Il
nemico avanzava alla sinistra della Testa di Cinghiale, in lunghe
linee sinuose che si dirigevano verso la trincea principale.
All’improvviso l’avanzata si arrestò. Le file di soldati che correvano
sparirono dietro una piega del terreno, a una quarantina di metri, e
non riapparvero subito. Claude pensò che stessero aspettando
qualcosa; avrebbe dovuto essere sufficientemente sveglio da sapere
cosa, ma non lo era. Fu raggiunto dal telefonista del colonnello.
«Al comando è arrivata una staffetta dei missouriani. Saranno lì
tra una ventina di minuti. Il colonnello li manderà qui
immediatamente. Fino ad allora, dovete resistere».
«Resisteremo. I crucchi si stanno comportando stranamente. Non
capisco la loro tattica…».
Mentre stava ancora parlando, tutto si spiegò. Il Grugno del
Cinghiale si squarciò in due con una esplosione, sollevandosi in un
vulcano di fumo e fuoco. Claude e il messaggero del colonnello
furono scaraventati faccia a terra. Quando si rialzarono il Grugno era
un cratere fumante, pieno di morti e moribondi. I mitraglieri della
Georgia erano morti.
Era per questo che l’avanzata tedesca aveva atteso dietro l’altura.
La mina sotto il Grugno era stata messa da molto tempo,
probabilmente, nei mesi in cui i tedeschi avevano tenuto indisturbati
la trincea Moltke. Nelle ultime ventiquattro ore avevano portato
dentro gli esplosivi, pensando che la guarnigione più forte sarebbe
stata piazzata là.
Eccoli che arrivavano, correndo. Ora toccava ai fucili. Gli uomini,
scaraventati a terra dall’esplosione, erano di nuovo in piedi.
Guardavano il loro ufficiale con aria interrogativa, come se la
situazione fosse del tutto cambiata. Claude ebbe la percezione che
si stessero rammollendo. Tra un istante i bombardieri tedeschi
avrebbero attaccato e loro si sarebbero sparpagliati. Corse lungo la
trincea, e additando al di là dei sacchi di sabbia sul parapetto,
gridava: «Tocca a voi ora, tocca a voi!».
I fucilieri tornarono in sé e cominciarono a sparare, ma Claude
sentì che erano deboli e incerti, che la loro mente era già rivolta alle
retrovie. Se dovevano fare qualcosa, dovevano essere rapidi e tirare
con precisione. Un fuoco debole non sarebbe mai riuscito a
fermare… Balzò sulla banchina di tiro e di là sul parapetto. Qualcosa
accadde immediatamente: aveva i suoi uomini in pugno.
«Fissi, fissi!» gridò ai fucilieri dietro di lui, indirizzandone il tiro e
vedendone l’effetto. Lungo le linee tedesche gli uomini
incespicavano e cadevano. Deviarono leggermente verso sinistra:
gridò ai fucilieri di seguirli, dirigendoli con la voce e con le mani. Dal
parapetto Claude era in grado di correggere il tiro e indirizzare il
fuoco, ma non era solo questo: gli uomini dietro di lui erano diventati
delle rocce. Quella fila di facce là sotto, Hicks, Jones, Fuller,
Anderson, Oscar, i loro occhi non lo lasciavano un istante. Con
quegli uomini poteva fare qualsiasi cosa.
La destra della linea tedesca scartò bruscamente, a non più di
venti metri dal Grugno devastato; gli uomini cercavano di rifugiarsi
sotto il cumulo di macerie e di corpi umani. Il fuoco si concentrò
rapido in quella direzione assottigliando la linea nemica che come
un’onda si riversò verso sinistra. Inizialmente la figura di Claude sul
parapetto non aveva attratto l’attenzione del nemico, ma ora
cominciarono a fischiargli attorno le pallottole: due gli fecero
tintinnare l’elmetto, una lo colpì alla spalla. Il sangue colava lungo la
giacca, ma lui non sentiva debolezza. Sentiva solo una cosa: che
era al comando di uomini meravigliosi. Quando David sarebbe
arrivato con i rinforzi, forse li avrebbe trovati morti, ma ai loro posti.
Là sarebbero rimasti fino a che non fossero venuti a prenderli per la
sepoltura. Erano esseri mortali, ma indomabili.

I venti minuti del colonnello devono essere quasi passati, pensò


Claude. Non riusciva a staccare gli occhi dalla linea nemica, neppure
per guardare l’orologio che aveva al polso. Gli uomini alle sue spalle
videro Claude vacillare come se avesse perduto l’equilibrio e
cercasse di riacquistarlo. Poi crollò a faccia in giù, fuori del
parapetto. Hicks lo afferrò per un piede e lo tirò indietro. In quello
stesso istante i missouriani irruppero urlando dal camminamento.
Scagliarono le mitragliatrici sopra i sacchi di sabbia ed entrarono in
azione senza un movimento di troppo.
Hicks, Bert Fuller e Oscar trasportarono Claude verso il Grugno,
per non intralciare i rinforzi che si stanno riversando nella trincea.
Non perdeva molto sangue. Sorrise ai compagni come se volesse
parlare, ma c’era una debole vacuità nel suo sguardo. Bert gli
strappò la camicia: tre fori netti di pallottola. Quando lo guardarono
di nuovo in viso, il sorriso era scomparso. Lo sguardo che era stato
di Claude era svanito. Hicks asciugò il sudore e il fumo dal viso del
suo ufficiale.
«Grazie a Dio non gliel’ho detto» disse. «Grazie a Dio non l’ho
fatto».
Bert e Oscar sapevano a cosa alludeva Hicks. Gerhardt era stato
dilaniato al suo fianco, mentre correvano attraverso lo sbarramento
nemico per cercare i missouriani. Correvano insieme allo scoperto,
quasi accecati dal fumo. Erano andati a sbattere contro un reticolato,
abbandonato sopra una vecchia trincea. David l’aveva aggirato sulla
destra, facendo cenno a Hicks di seguirlo. Li separava appena una
decina di metri quando la granata era caduta. Poi il sergente Hicks
aveva ripreso a correre da solo.
XIX

Il sole sta calando, una nave trasporto avanza lenta verso il porto di
New York seguendo la marea. I ponti sono pieni di soldati
abbronzati. Si affollano sulle sovrastrutture come sciami di api.
Hanno un’aria rilassata e pigra. Qualcuno sembra pensoso,
qualcuno soddisfatto, qualcun altro malinconico, e molti sono
indifferenti, mentre guardano la terra che si avvicina. Non sono gli
stessi uomini di quando erano partiti.
Il sergente Hicks è a poppa: fuma, riflette, osserva lo scintillio del
tramonto rosso sull’acqua torbida. È passato più di un anno da
quando si è imbarcato per la Francia. Nel frattempo il mondo è
cambiato, e anche lui.
Bert Fuller si fa largo a gomitate per raggiungere il sergente. «Il
dottore dice che il colonnello Maxey sta morendo. Non arriverà a
sbarcare, tantomeno a partecipare alla parata a New York, domani».
Hicks si stringe nelle spalle, come se la polmonite di Maxey non
fosse affar suo. «Beh, me ne frego! Abbiamo lasciato ufficiali migliori
di lui laggiù».
«Non dico di no. Ma è un peccato, visto che lui ci tiene tanto a
tutte quelle fesserie. Era da settimane che spediva telegrammi in
giro per quella parata».
«Puah!». Hicks alza le sopracciglia lanciando un’occhiata in
tralice, sprezzante. Poi sputa, fissando tra gli occhi socchiusi lo
scintillio dell’acqua. «Colonnello Maxey, comunque! Colonnello per
quello che hanno fatto Claude e Gerhardt, dico io!».
Hicks e Bert Fuller hanno preso parte alla difesa della nobile
fortezza di Ehrenbreitstein. Sono sempre stati insieme e non fanno
che litigare e lamentarsi l’uno dell’altro quando non sono in servizio.
Eppure sono uniti. Sono gli ultimi del loro gruppo. Nifty Jones e
Oscar, Dio solo sa perché, sono andati sul Mar Nero.
Durante l’anno passato nella valle del Reno, Bert e Hicks si sono
separati solo una volta, quando Hicks ha avuto due settimane di
licenza e a forza di perseveranza e di viaggi sfiancanti se ne è
andato a Venezia. Non aveva un vero e proprio passaporto, e
consoli e funzionari, ai quali era ricorso per aiuto, lo avevano
esortato ad accontentarsi di una meta più vicina. Ma Hicks aveva
risposto che sarebbe andato a Venezia, perché ne aveva sempre
sentito parlare. Bert Fuller era stato felicissimo di accoglierlo a
Coblenza, e aveva organizzato una bevuta per celebrare il suo
ritorno. Hanno intenzione di non perdersi di vista. Anche se Bert vive
sul Platte e Hicks sul Big Blue, le strade tra quei due fiumi sono
ottime.
Bert è lo stesso ragazzo mite di quando ha lasciato la cucina della
madre: il suo unico problema sono stati i ripetuti fidanzamenti. Ma la
tonda faccia paffuta di Hicks ha assunto un’espressione leggermente
cinica – un po’ fuori posto su quella nave. Le fortune della guerra
hanno ferito i suoi sentimenti. Non che avesse mai voluto nulla per
sé, ma il fatto che gli onori militari fiocchino sulle teste sbagliate, e
croci e nastrini fioriscano sui petti sbagliati, gli ha fatto perdere la
bussola, come dice lui.
Quello che Hicks aveva desiderato più di tutto al mondo era di
aprire un’autorimessa e un’officina di riparazioni con il suo vecchio
amico, Dell Able. Beaufort aveva messo la parola fine a tutto questo.
In ogni caso ha intenzione di apporre la scritta “Hicks & Able” sulla
porta, una sorta di targa commemorativa. Vuole rimboccarsi le
maniche e guardare per il resto della sua vita le viscere, belle e
logiche, delle automobili.
Quando la nave trasporto entra nel North River, le sirene a vapore
lungo la banchina si mettono a fischiare il loro stridulo saluto ai
reduci. I soldati raddrizzano le spalle e si sorridono con aria esperta,
qualcuno sembra un po’ annoiato. Hicks si accende lentamente una
sigaretta e ne osserva l’estremità con un’espressione che
disorienterà i suoi amici, quando arriverà a casa.

Sulle rive del Lovely Creek, dove tutto è cominciato, prosegue la


storia di Claude Wheeler. Per le due anziane donne che lavorano
fianco a fianco nella fattoria, il pensiero di lui è sempre presente, al
di là di qualsiasi altra cosa, al limite più remoto della coscienza,
come il sole che tramonta all’orizzonte.
Mrs Wheeler ha avuto la notizia della sua morte un pomeriggio, in
salotto, la stanza nella quale lui le aveva detto addio. Stava
leggendo quando era suonato il telefono.
«Parlo con la fattoria Wheeler? Qui l’ufficio telegrafico di
Frankfort. Abbiamo una comunicazione dal Ministero della
Guerra…» la voce esitava. «Non c’è Mr Wheeler?».
«No, ma può leggere a me la comunicazione».
Mrs Wheeler aveva detto «La ringrazio» e aveva riappeso il
ricevitore. Brancolando, era andata alla sua poltrona. Aveva avuto
un’ora per sé, durante la quale nella stanza non c’era stato che lui –
lui e quella carta geografica, che era stata la fine del suo viaggio. Da
qualche parte, in mezzo a quei nomi complicati, lui aveva trovato il
suo posto.
Le lettere di Claude erano continuate ad arrivare per settimane;
poi erano arrivate le lettere dei camerati e del suo colonnello, a
raccontarle tutto.
Nei mesi bui che erano seguiti, quando la natura umana le
sembrava più brutta che mai, quelle lettere erano state una
consolazione per Mrs Wheeler. Leggendo i giornali, pensava al
passaggio del Mar Rosso, nella Bibbia: era come se l’onda della
bassezza e dell’avidità si fosse ritirata appena il tempo di far passare
i ragazzi di là, per poi ripiombare giù, sommergendo tutto quello che
era rimasto in patria. Quando non vede che il male che ne è
scaturito, legge ancora una volta le lettere di Claude e si
tranquillizza: per lui la chiamata era stata senza ombre, la causa,
gloriosa. Mai un dubbio aveva macchiato la sua fede luminosa. Lei
intuisce tante cose che lui non ha scritto. Sa cosa leggere in quei
repentini lampi di entusiasmo; come doveva essere diventata piena
la sua vita per lasciarsi andare così – lui, che aveva tanta paura di
essere ingannato. È morto convinto che il suo paese fosse migliore
di quanto non sia, e che la Francia fosse migliore di quanto un paese
potrà mai essere. Ed erano state convinzioni bellissime con le quali
morire. Forse era stato meglio avere solo quella visione, e non
vedere altro. Lei avrebbe temuto il risveglio – a volte dubita
addirittura che lui avrebbe potuto sopportare quell’ultima, desolante
delusione. Uno a uno gli eroi della guerra, gli uomini dalle
straordinarie qualità militari, lasciano prematuramente il mondo a cui
sono tornati. Aviatori dalle imprese leggendarie, ufficiali il cui nome
faceva battere più forte il cuore dei giovani, sopravvissuti a pericoli
incredibili – uno a uno si tolgono silenziosamente la vita. Alcuni lo
fanno in oscure camere d’affitto, altri in ufficio, dove sembravano
aver ripreso la loro attività come tutti gli altri. Altri ancora scavalcano
il parapetto di una nave e spariscono in mare.
Quando la madre di Claude sente queste cose, rabbrividisce e si
preme le mani al petto, come se avesse suo figlio lì. Ha la
sensazione che Dio lo abbia salvato da un’orribile sofferenza, da
un’orribile fine. Perché mentre legge, pensa che quegli assassini di
se stessi gli assomiglino tantissimo: erano quelli che avevano
sperato smodatamente – che per fare quello che avevano fatto
dovevano sperare smodatamente, e credere appassionatamente. E
avevano scoperto di aver sperato e creduto troppo. Ma lei ne
conosceva uno che mal sopportava la disillusione, ed era salvo,
salvo.
Mahailey, quando sono sole, si rivolge a Mrs Wheeler
chiamandola a volte “Mamma”: «Su, mamma, vada su a coricarsi un
pochino!». Mrs Wheeler sa che in quei momenti Mahailey sta
pensando a Claude, sta parlando a nome di Claude. Mentre
rammendano sedute al tavolo, o stanno chine sul forno, qualcosa gli
fa ricordare lui, e pensano a lui insieme, come una sola persona.
Mahailey le dà dei colpetti sulla schiena dicendo: «Non ci pensi,
mamma, rivedrà il suo ragazzo lassù». Mrs Wheeler ha sempre
l’impressione che Dio sia vicino – Mahailey invece non ne sa nulla di
spazi siderali. Per lei Dio è ancora più vicino – proprio sopra la testa,
non molto più su del fornello in cucina.
Note

1. Protagonista di un melodramma molto in voga nell’Ottocento,


The Lady of Lyons [N.d.T.].
2. “Questa è la mia croce!” [N.d.T.].
3. Edward Gibbon, storico inglese del XVIII secolo, autore della
Storia della decadenza e caduta dell’impero romano [N.d.T.].
4. Traduzione di Gaetano Polidori, Londra 1840 [N.d.T.].
5. Henry Wadsworth Longfellow, La canzone di Hiawatha,
traduzione di Fernando Geuna, Utet, Torino 1957 [N.d.T.].
6. Clod significa zolla di terra, ma anche stupido, testone [N.d.T.].
7. Henry Wadsworth Longfellow, The Building of the Ship [N.d.T.].
8. In realtà, l’epidemia di influenza a bordo delle navi che
trasportavano le truppe statunitensi scoppiò diversi mesi più tardi.
9. Marcia militare francese [N.d.T.].
Willa Cather

Nata il 7 dicembre del 1873 a Back Creek Valley (oggi Gore) nei
pressi di Winchester, in Virginia, da una famiglia di origini irlandesi e
alsaziane, Wilella (Willa) Cather trascorse gli anni giovanili in
Nebraska, in un’epoca segnata dalla colonizzazione di quel territorio
da parte di immigrati cechi e scandinavi, pionieri il cui vigore e la cui
sete di vita erano in netto contrasto con l’arida rispettabilità degli
americani locali. Ricorderà quegli anni come i più importanti della
sua formazione. A Pittsburgh, dove si trasferì nel 1893 per
collaborare alla rivista Home Monthly, fu anche insegnante di latino,
algebra e inglese alla Central High School e alla Allegheny High
School. Dagli articoli pubblicati in quegli anni e raccolti in The
Kingdom of Art: Willa Cather’s First Principles and Critical
Statements, 1893-1896 (1966) e in The World and the Parish: Willa
Cather’s Articles and Reviews, 1893-1902 (1970), si ha il ritratto di
un’intellettuale dagli interessi eclettici e sofisticati, che spaziavano
dalla letteratura alla musica, al teatro, all’arte figurativa. I suoi
maestri letterari furono principalmente Flaubert e Henry James. Le
letture predilette, di cui gli articoli ci danno testimonianza, furono la
Bibbia, Virgilio, Dante, Shakespeare, Tolstoj, Stevenson, Crane e
Kate Chopin, per citarne alcuni. Nel 1903 pubblicò la raccolta di
poesie April Twilights (1903). Del 1905 è invece la raccolta di
racconti The Troll Garden. Il primo romanzo, Alexander’s Bridge,
apparve nel 1912. Seguirono Pionieri (1913), The Song of the Lark
(1915), La mia Antonia (1918), Uno dei nostri (1922, premio Pulitzer
nel 1923), Una signora perduta (1923), La casa del professore
(1925), Il mio mortale nemico (1926), La morte viene per
l’arcivescovo (1927), Ombre sulla rocca (1931), Lucy Gayheart
(1935) e Sapphira and the Slave Girl (1940). Morì a Manhattan il 24
aprile del 1947.