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Il libro

P R O TA G O N I S TA D E L N U O V O R O M A N Z O D I T O N I M O R R I S O N – I L
primo ambientato in epoca contemporanea – è una giovane donna che si
è scelta il nome di Bride, di bellezza straordinaria, anzitutto per la pelle
di un nero lucente e assoluto, che l’ha resa unica e le ha dato successo.
Famosa e richiestissima, Bride pare aver cancellato così l’insicurezza e
la fragilità dell’infanzia, segnata da una madre fredda che non l’ha mai
accettata proprio per quella pelle d’ebano tanto, troppo, più scura della
sua. E le ha negato anche la più semplice delle forme d’amore. Ora,
però, il passato torna per metterla alla prova, e per Bride arriva il
momento di fare i conti davvero con la bambina che è stata, senza
menzogne, né le proprie né quelle degli altri. Quelle di Booker, l’amante
pieno di rabbia che è stato testimone della peggiore delle violenze.
Quelle di Sweetness, la madre distante che l’ha respinta anche nel
momento più difficile. Quelle della stessa Bride, disposta a tutto per una
briciola d’affetto. I mali dell’infanzia non si dimenticano mai, è vero,
ma si può scegliere di non restarne prigionieri e di essere liberi, per
guardare al futuro con serenità.
Breve, asciutto, selvaggio. Un romanzo feroce e provocatorio che
aggiunge una nuova sfaccettatura all’impareggiabile opera di Toni
Morrison. Un appello al senso di responsabilità, verso i nostri figli in
primis. E un manifesto di speranza nella resilienza dei giovani,
nonostante le colpe dei padri.
L’autrice

Toni Morrison, premio Nobel per la letteratura nel


1993, è nata a Lorain, nell’Ohio, e vive a New York.
È autrice di romanzi che sono ormai pietre miliari
della letteratura americana, tutti pubblicati in Italia da
Frassinelli: L’occhio più azzurro, Sula, L’isola delle
illusioni, Canto di Salomone – che nel 1978 ha
ottenuto il National Book Critics Circle Award – Jazz,
Amatissima – vincitore del Premio Pulitzer nel 1988
–, Paradiso, il saggio Giochi al buio, Amore, Il dono e
A casa. Con il figlio Slade Morrison, ha rivisitato la
fiaba: Chi ha più coraggio? La formica o la cicala?
Nel 2012 il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama le ha
consegnato l’altissimo riconoscimento della Medal of Freedom.
Toni Morrison
PRIMA I BAMBINI

Traduzione di Silvia Fornasiero


Per te
Lasciate che i bambini vengano a me
e non glielo impedite.

LUCA 18,16
PARTE PRIMA
Sweetness

Non è colpa mia. Quindi non potete prendervela con me. Io non c’entro e
non ho idea di come sia successo. Non c’è voluta più di un’ora dopo che me
l’hanno tirata fuori da in mezzo alle gambe per capire che qualcosa non
andava. Non andava proprio. Era così nera da farmi paura. Nero mezzanotte,
nero sudanese. Io ho la pelle giallognola e bei capelli, sono un tipo chiaro
come diciamo noi, e così è il padre di Lula Ann. Nella mia famiglia non c’è
mai stato nessuno con la pelle neanche lontanamente di quel colore. Il
catrame è la cosa più vicina che mi viene in mente, però i suoi capelli non
vanno d’accordo con la pelle. Sono diversi: lisci ma ondulati, come in quelle
tribù di gente tutta nuda in Australia. Magari penserete che abbia preso da
qualche antenato, ma da chi? Dovevate vedere mia nonna; si faceva passare
per bianca e non ha mai rivolto una parola a nessuno dei suoi figli. Le lettere
che riceveva da mia madre e dalle mie zie le rimandava indietro senza aprirle.
Alla fine loro hanno afferrato il messaggio che non voleva messaggi e
l’hanno lasciata in pace. A quei tempi lo facevano quasi tutti i mulatti e i neri
per un quarto – se avevano i capelli giusti, però. Riuscite a immaginare quanti
bianchi hanno del sangue nero che corre e si nasconde nelle loro vene?
Provateci. Il venti per cento, ho sentito dire. Anche mia madre, Lula Mae,
poteva passare facilmente per bianca, ma non ha voluto. Mi ha detto quanto
le è costata quella decisione. Quando lei e mio padre sono andati al palazzo
della contea per sposarsi, c’erano due Bibbie e loro hanno dovuto appoggiare
la mano su quella riservata ai negri. L’altra era per le mani dei bianchi. La
Bibbia! Da non credere. Mia madre faceva la domestica per una coppia di
ricchi bianchi. Quei due mangiavano ogni pasto che cucinava e si facevano
lavare la schiena mentre stavano nella vasca da bagno e Dio sa quali altre
cose intime le chiedevano, ma guai a toccare la stessa Bibbia.
Qualcuno di voi penserà che è sbagliato raggrupparci in base al colore
della pelle – più è chiaro, meglio è – nelle associazioni, nei quartieri, nelle
chiese, nelle società studentesche, persino nelle scuole per gente di colore.
Ma altrimenti come possiamo mantenere un po’ di dignità? Come possiamo
evitare di farci sputare addosso nei negozi, di ricevere gomitate alle fermate
degli autobus, di camminare nei canaletti per lasciare tutto il marciapiede ai
bianchi, di pagare un nichelino dal droghiere per un sacchetto di carta che ai
bianchi danno gratis? Per non dire degli insulti. Ho sentito parlare di tutte
queste cose e di molte altre ancora. Ma grazie al colore della sua pelle, a mia
madre non impedivano di provarsi i cappelli o di usare il bagno delle signore
nei grandi magazzini. E mio padre poteva provarsi le scarpe davanti a tutti dal
calzolaio, non in uno stanzino sul retro. Nessuno dei due si sarebbe mai
sognato di bere dalle fontanelle «riservate alle persone di colore», a costo di
morire di sete.
Non mi piace dirlo, ma fin dall’inizio nel reparto maternità la bambina,
Lula Ann, mi ha messo in imbarazzo. Alla nascita aveva la pelle chiara come
tutti i neonati, persino quelli africani, ma poi è cambiata in fretta. Credevo di
impazzire quando è diventata di un nero scurissimo davanti ai miei occhi. So
che sono impazzita per un attimo perché a un certo punto – solo per pochi
secondi – le ho messo una coperta sulla faccia e ho premuto. Ma non potevo
fare una cosa simile, anche se era molto meglio se non nasceva di quel colore
terribile. Ho pensato addirittura di mandarla in orfanotrofio da qualche parte.
E avevo paura di essere una di quelle madri che lasciano i figli sui gradini di
una chiesa. Di recente ho sentito di una coppia in Germania, tutti e due
bianchi come la neve, che hanno avuto un figlio dalla pelle scura e nessuno
riusciva a spiegarsi il perché. Gemelli, credo: uno bianco, uno nero. Ma non
so se è vero. So soltanto che quando la allattavo mi pareva di avere una
negretta che mi succhiava le poppe. Sono passata al biberon appena arrivata a
casa.
Mio marito, Louis, fa il cameriere sui vagoni letto e quando è rientrato dal
lavoro ha guardato me come a dirmi che ero del tutto pazza e lei come se
fosse piovuta da Giove. Non era uno che diceva parolacce, così quando ha
gridato: «Porca miseria! Ma che diavolo di storia è questa?» ho capito che
eravamo nei guai. Da lì è cominciato tutto, per quello ci siamo messi a
litigare. Ha mandato in pezzi il nostro matrimonio. Avevamo passato tre begli
anni insieme, ma quando è nata lei Louis se l’è presa con me e ha sempre
trattato Lula Ann come un’estranea – anzi, peggio, come una nemica.
Non la toccava mai. Non sono mai riuscita a convincerlo che non ero stata
con nessun altro uomo, mai e poi mai. Erano tutte bugie, lui ne era
sicurissimo. Abbiamo continuato a discutere finché gli ho detto che quella
pelle nera doveva venire dalla sua famiglia, non dalla mia. Da lì in poi le cose
sono andate anche peggio, tanto che ha preso e se n’è andato e io ho dovuto
cercare un altro posto meno caro dove vivere. Avevo abbastanza buon senso
da non portarla con me quando dovevo parlare con i padroni di casa, così la
lasciavo a una giovane cugina che me la curava. Ho fatto quello che ho
potuto, e comunque non la portavo fuori molto spesso, perché quando la
spingevo nella carrozzina gli amici o gli sconosciuti che incontravo si
chinavano a guardarla pronti a farle qualche complimento, e poi
sobbalzavano e si tiravano indietro con la faccia cupa. Quello sì che mi
faceva male. Potevo essere la sua babysitter, c’era solo da scambiare il colore
della pelle. Era già abbastanza difficile essere una donna di colore – se pur
chiara – che cercava un appartamento in affitto in un quartiere decente. Negli
anni Novanta, quando è nata Lula Ann, la legge vietava discriminazioni negli
affitti, ma non molti padroni di casa ci badavano. Inventavano sempre
qualche scusa per escluderci. Ma io sono stata fortunata con Mr Leigh. So
che ha alzato l’affitto di sette dollari rispetto all’annuncio, e che va su tutte le
furie se tardi a pagare anche di un solo minuto.
Le ho detto di chiamarmi Sweetness, «dolcezza», e non «mamma» o
«mammina». Era più sicuro. A sentire una bambina così nera chiamarmi
«mamma» con quelle labbra che io trovo troppo grosse, la gente rischiava di
andare in confusione. E poi ha anche gli occhi di un colore strano, un nero
corvino con una sfumatura blu, pure quelli un po’ da strega.
E così siamo state solo noi due per un bel pezzo, e non sto a dirvi quanto
sia difficile essere una moglie abbandonata. Poi Louis deve avere cominciato
a sentirsi un po’ in colpa per averci lasciate così, perché qualche mese dopo
ha scoperto dove mi ero trasferita e ha cominciato a mandarmi soldi una volta
al mese, anche se io non glieli avevo mai chiesti e non ero andata in tribunale
per averli. Tra i suoi vaglia da cinquanta dollari e il mio lavoro notturno
all’ospedale sono riuscita a non dipendere più dall’assistenza sociale. Ed è
stato un bene. Perché non la smettono di chiamarla «assistenza sociale», dico
io; preferisco la parola che usavano quando mia madre era ragazzina. Allora
si chiamava «sussidio». Suona molto meglio, come un sostegno temporaneo
mentre ti rimetti in sesto. E poi, quelli dell’assistenza sociale sono cattivi
come il fiele. Quando finalmente ho trovato un impiego e non ho più avuto
bisogno di aiuto, guadagnavo più di tutti quanti loro. Probabilmente era la
cattiveria a rimpolpare i loro magri stipendi, ecco perché ci trattavano come
mendicanti. A maggior ragione quando guardavano Lula Ann e poi di nuovo
me: come se li stessi prendendo in giro o che so io. Le cose sono cominciate
ad andare meglio, ma dovevo comunque stare attenta. Molto attenta a come la
crescevo. Ho dovuto essere severa, molto severa. Lula Ann doveva imparare
a comportarsi bene, a tenere giù la testa e non combinare guai. Non mi
interessa quante altre volte si cambierà il nome. Il suo colore è una croce che
dovrà portare per sempre. Ma non è colpa mia. Non è colpa mia. Non è colpa
mia. No.
Bride

Ho paura. Mi sta succedendo qualcosa di brutto. Mi sembra quasi di


sciogliermi. Non riesco a spiegarvelo ma so quando è iniziato. È cominciato
dopo che lui ha detto: «Non sei la donna che voglio».
«Infatti no.»
Non so ancora perché l’ho detto. Mi è uscito di bocca e basta. Ma
sentendo la mia risposta insolente lui mi ha lanciato un’occhiata carica di
odio prima di infilarsi i jeans. Poi ha preso gli stivali e la maglietta e quando
ho sentito sbattere la porta mi sono chiesta per un momento se non stesse
mettendo fine solo a quello stupido litigio ma anche a noi, al nostro rapporto.
Non era possibile. Da un momento all’altro avrei sentito la chiave girare nella
toppa, la porta di casa aprirsi e poi chiudersi. Invece non ho sentito niente
tutta la notte. Proprio niente. Come? Non sono abbastanza eccitante? O
abbastanza bella? Non posso avere pensieri miei? Fare cose che lui non
approva? Quando mi sono svegliata al mattino ero furiosa. Contenta che se ne
fosse andato, visto che chiaramente mi stava solo usando perché avevo dei
soldi e una fica. Ero così arrabbiata che a vedermi avreste pensato che avessi
trascorso quei sei mesi con lui chiusa in una cella, senza contestazione
dell’accusa né assistenza legale, e all’improvviso il giudice avesse messo una
pietra sopra tutta la faccenda, dichiarando il non luogo a procedere o
l’inammissibilità del processo. Comunque mi sono rifiutata di frignare,
lamentarmi o lanciare accuse. Lui ha detto una cosa; io ho concordato. Poteva
andare a farsi fottere. E poi, in fondo la nostra storia non era così spettacolare
– nemmeno il sesso blandamente pericoloso che il più delle volte mi piaceva.
Be’, in ogni caso non aveva niente a che vedere con le foto a pagina doppia
sulle riviste di moda, se avete presente, quelle immagini di coppie seminude,
in piedi sulla battigia, dallo sguardo intenso e quasi cattivo, con una
sensualità folgorante come il lampo e un cielo scuro alle spalle per far
risaltare la lucentezza della pelle. Adoro quelle pubblicità. Ma la nostra storia
non era nemmeno all’altezza di una vecchia canzone R&B – una melodia con
un ritmo capace di mettere la febbre addosso. Non somigliava neppure ai testi
zuccherosi di un pezzo blues anni Trenta: «Baby, baby, why you treat me so?
I do anything you say, go anywhere you want me to go». a Perché continuassi
a paragonarci alle pubblicità sulle riviste e alla musica non lo so, ma alla fine
mi ha solleticato l’idea di scegliere I Wanna Dance with Somebody.
Il giorno dopo pioveva. Raffiche di gocce sulle finestre seguite da linee
cristalline d’acqua. Sono sfuggita alla tentazione di lanciare un’occhiata
attraverso i vetri al marciapiede sotto il mio condominio. Tanto, sapevo cosa
c’era lì fuori: orribili palme lungo la via, panchine nel piccolo parco
trascurato, pochi passanti, o nessuno, un frammento di mare in lontananza.
Ho lottato per non cedere al desiderio di vederlo tornare. Quando è affiorata
un’increspatura di nostalgia della sua presenza, l’ho ricacciata indietro. Verso
mezzogiorno ho stappato una bottiglia di Pinot grigio e mi sono buttata sul
divano, tra i cuscini di pelle e di seta confortevoli come le braccia di qualsiasi
uomo. O quasi. Perché devo ammettere che lui è davvero bello, addirittura
impeccabile, a parte una minuscola cicatrice sul labbro superiore e una
orrenda sulla spalla – una chiazza informe rosso-arancione con una coda. Per
il resto, da capo a piedi, è un uomo meraviglioso. Neanch’io sono male,
perciò immaginate che effetto facevamo come coppia. Dopo uno o due
bicchieri di vino ero un po’ brilla e ho deciso di chiamare la mia amica
Brooklyn, per raccontarle tutto. Dirle che quelle sei parole mi avevano
colpito più forte di un pugno: non sei la donna che voglio. Mi avevano scosso
a tal punto che avevo concordato. Che stupida. Ma poi ho cambiato idea sul
telefonarle. Sapete come vanno queste cose. Niente di nuovo. Lui se n’è
andato e io non so perché, tutto qui. E poi c’era troppo da fare in ufficio per
disturbare la mia migliore amica e collega con i dettagli dell’ennesima
rottura. Soprattutto adesso. Sono diventata direttrice regionale ed è un po’
come essere il capitano di una nave, devo mantenere rapporti corretti con
l’equipaggio. La nostra società, la Sylvia, Inc., è una piccola azienda
produttrice di cosmetici, ma sta cominciando a fiorire e a far parlare di sé,
finalmente, lasciandosi alle spalle il suo scialbo passato. Negli anni Quaranta
si chiamava Sylph Corsets for Discriminating Women, «Corsetti da silfide
per donne raffinate», poi cambiò proprietà e nome trasformandosi in Sylvia
Apparel, quindi Sylvia, Inc., per poi diventare di tendenza con sei favolose
linee di cosmetici, una delle quali è mia. L’ho chiamata YOU, GIRL: Cosmetici
per il vostro millennio personale. È per ragazze e donne con qualsiasi tipo di
carnagione, dall’ebano alla limonata al latte. Ed è mia, tutta mia; l’idea, il
marchio, la campagna.
Agitando le dita dei piedi sotto il cuscino di seta non ho potuto fare a
meno di sorridere al sorriso di rossetto sul bicchiere, pensando: Mica male,
eh, Lula Ann? Avresti mai creduto che da adulta saresti stata così sexy, così
di successo? Magari lei era la donna che lui voleva. Ma Lula Ann Bridewell
non è più disponibile, anzi non è mai stata una donna. Lula Ann ero io a
sedici anni, quando ho abbandonato quello sciocco nome da campagnola
appena finito il liceo. Sono stata Ann Bride per due anni, finché non ho fatto
il colloquio come agente di commercio per la Sylvia, Inc., e d’impulso ho
abbreviato il nome in Bride, senza nient’altro da dire prima o dopo quella
sillaba memorabile. Ai clienti e ai rappresentanti piace, ma lui lo ignorava. Il
più delle volte mi chiamava «baby». «Ehi, baby»; «Dai, baby». E a volte
diceva: «Sei la mia ragazza», mettendo l’accento su mia. L’unica volta in cui
mi ha chiamato «donna» è stata quando mi ha lasciato.
Più vino bianco bevevo, più pensavo che era stata una liberazione. Basta
perdere tempo con un uomo misterioso privo di qualsiasi mezzo di
sostentamento visibile. Un ex criminale fatto e finito, anche se rideva quando
lo stuzzicavo su come passasse le giornate mentre io ero in ufficio: a far
nulla? A bighellonare? A vedere gente? Diceva che il sabato pomeriggio non
andava in centro perché doveva incontrare il suo supervisore per la libertà
sulla parola o un terapista per la disintossicazione. Però non mi ha mai
spiegato perché ci andasse. Io gli raccontavo tutto di me; lui non mi
confidava niente, così inventavo trame ispirate alla televisione: era un
informatore con una nuova identità, un avvocato radiato dall’albo. O chissà
che altro. In fondo non mi importava.
In effetti se n’era andato nel momento ideale per me. Adesso che era
uscito dalla mia vita e dal mio appartamento, potevo concentrarmi sul lancio
di YOU, GIRL e, cosa altrettanto importante, mantenere una promessa che mi
ero fatta molto tempo prima di conoscerlo – abbiamo litigato proprio per
quello la sera in cui mi ha detto: «Non sei la donna…» Secondo
prisoninfo.org/paroleboard/calendar, era il momento. Era da un anno che
preparavo quel viaggio, scegliendo con attenzione quello che poteva servire a
una persona appena rilasciata sulla parola: ho messo da parte cinquemila
dollari in contanti nel corso degli anni e acquistato un buono regalo della
Continental Airlines da tremila dollari. Ho infilato una confezione
promozionale della linea YOU, GIRL in una shopping bag di Louis Vuitton
ultimo modello; tutte cose che potevano portarla dovunque. Consolarla, se
non altro; aiutarla a dimenticare e a sentire meno il peso della sfortuna, della
disperazione e della noia. Be’, magari non della noia, una prigione non è
certo un convento. Lui non capiva perché fossi così decisa ad andare e la sera
in cui abbiamo litigato riguardo alla mia promessa è scappato via.
Probabilmente ho minacciato il suo ego perché volevo fare la buona
samaritana per qualcun altro. Bastardo egoista. Ero io a pagare l’affitto, non
lui, e anche la donna delle pulizie. Quando andavamo per locali o a qualche
concerto, guidavamo la mia bella Jaguar o altre auto che noleggiavo io. Gli
compravo belle camicie – anche se lui non le indossava mai – e facevo la
spesa per entrambi. E poi, una promessa è una promessa, specie se con se
stessi.
È stato quando mi sono vestita per mettermi in viaggio che ho notato la
prima stranezza. Il pelo pubico era completamente sparito. Non come quando
una si rade o si fa la ceretta: sparito nel senso di cancellato, come se non
fosse mai stato lì. Mi sono impaurita, così ho passato una mano tra i capelli
per controllare se non li stessi perdendo, ma erano folti e morbidi come
sempre. Un’allergia? Un problema alla pelle, magari? Ero preoccupata, ma
ho potuto solo registrare quell’ansia e pensare che sarei andata da un
dermatologo, non c’era tempo per altro. Dovevo partire se volevo arrivare in
orario.
Immagino che a qualcun altro possa piacere il paesaggio che circonda
questa autostrada, ma è così fitta di corsie, uscite, strade parallele, cavalcavia,
segnali stradali e pannelli informativi che è come essere costretti a leggere un
giornale mentre si guida. Un fastidio. Sui tabelloni elettronici si alternavano
gli avvisi riguardanti bambini e anziani scomparsi. Mi sono tenuta sulla
corsia più a destra e ho rallentato, perché da altri viaggi fatti in precedenza
sapevo che l’uscita di Norristown poteva facilmente sfuggire e che non c’era
alcuna segnalazione dell’esistenza del carcere per almeno un chilometro dopo
la rampa di uscita. Suppongo non si voglia far sapere ai turisti che una
porzione delle terre strappate al deserto per cui è celebre la California ospita
donne malvagie. Il Centro Correzionale Femminile Decagon, appena fuori
Norristown, di proprietà privata, è venerato dagli abitanti del posto perché dà
lavoro a guardie, addetti alle visite, religiosi, cuochi e inservienti della mensa,
operatori sanitari e soprattutto operai edili, incaricati di mantenere in buono
stato la strada e la recinzione e di costruire nuove ali per ospitare la marea
montante di donne violente e peccatrici responsabili di sanguinosi reati
femminili. Per fortuna dello Stato, il crimine paga.
Le altre due volte in cui ero andata a Decagon, non avevo mai cercato di
entrare con qualche pretesto. Allora volevo solo vedere dove l’orchessa – la
chiamavano così – fosse stata rinchiusa per quindici dei suoi venticinque anni
di condanna. Stavolta era diverso. Le è stata concessa la libertà sulla parola e,
secondo i bollettini sul rilascio condizionale dei detenuti, Sofia Huxley sta
per varcare impettita le sbarre dietro cui l’ho fatta rinchiudere.
Poiché a Decagon gira tutto attorno ai capitali privati, potreste pensare che
una Jaguar non dia nell’occhio. Invece, oltre gli autobus allineati lungo il
marciapiede insieme a una fila di vecchie Toyota e camioncini di seconda
mano, la mia auto affusolata color grigio topo, con una targa personalizzata,
pareva una pistola. Perlomeno non era sinistra come le limousine bianche che
ho visto parcheggiate lì, con il motore ronfante e l’autista appoggiato a un
parafango lucidato a specchio. Ditemi, chi può avere bisogno di uno
chauffeur che si affretti ad aprire la portiera per poi partire a tutta velocità?
Una tenutaria d’alto bordo impaziente di rinfilarsi tra le lenzuola firmate della
sua lussuosa ed elegante casa d’appuntamenti? O magari una sgualdrinella
adolescente, ansiosa di tornare nel patio di qualche club esclusivo sontuoso e
degenerato, dove festeggiare la liberazione tra amici strappandosi di dosso la
biancheria intima fornita dalla prigione. Nessun prodotto della Sylvia, Inc.
per lei. La nostra linea è sexy più che a sufficienza, ma non abbastanza
costosa. Come tutte le puttanelle senza cervello, la piccola sgualdrina
penserebbe di sicuro che al prezzo più elevato corrisponda la migliore qualità.
Se solo sapesse. Però, potrebbe comprare comunque un ombretto glitterato o
un lucidalabbra con pagliuzze d’oro YOU, GIRL.
Oggi non ci sono limousine, a meno di non contare come tale una Town
Car della Lincoln. Perlopiù Toyota vissute e vecchie Chevrolet, adulti
silenziosi e bambini agitati. Un anziano seduto alla fermata dell’autobus
scava in una scatola di Cheerios in cerca dell’ultima ciambellina di cereali al
miele. Porta vecchie scarpe classiche, con un decoro a coda di rondine, e
jeans nuovi nuovi. Il cappellino da baseball e il gilet marrone sopra la camicia
bianca provengono chiaramente da un negozio dell’Esercito della Salvezza,
ma lui ha un atteggiamento superiore, persino raffinato. Tiene le gambe
incrociate ed esamina l’anellino di cereali come se fosse un grappolo d’uva di
prima scelta, raccolto appositamente da vignaioli al servizio di sua maestà.
Le quattro; ormai non manca molto. Huxley, Sofia, alias 0071140, non
verrà rilasciata durante l’orario di visita. Alle quattro e mezzo precise resta
solo la Town Car, che probabilmente appartiene a un avvocato con una
valigetta di coccodrillo piena di carte, contanti e sigarette. Le sigarette per la
cliente, i soldi per i testimoni, le carte per dare l’idea di lavorare.
«Sei tranquilla, Lula Ann?» La voce della signora pubblico ministero era
dolce, incoraggiante, ma la sentivo appena. «Non hai niente da temere. Lei
non può farti male.»
No che non può, e accidenti, eccola qui. Numero 0071140. Anche dopo
quindici anni non avrei mai potuto non riconoscerla, non fosse che per
l’altezza, almeno un metro e ottanta. Niente ha potuto rimpicciolire la
gigantessa che, ricordo, superava l’ufficiale giudiziario, il giudice, gli
avvocati e raggiungeva quasi i poliziotti. Solo il marito, orco al pari di lei, era
altrettanto alto. Nessuno dubitava che fosse la schifosa depravata che i
genitori tremanti di rabbia l’accusavano di essere. «Guardate che occhi»,
sussurravano. Dovunque, nell’aula del tribunale, nei bagni, sulle panchine
allineate nei corridoi, la gente sussurrava: «Freddi, da quella serpe che è». «A
vent’anni? Come può una ventenne avere fatto quelle cose a dei bambini?»
«Stai scherzando? Guardale gli occhi. Sono vecchi come la terra.» «Il mio
bambino non si riprenderà mai.» «Demonio.» «Cagna.»
Adesso gli occhi sembrano più quelli di un coniglio che di una serpe, ma
la statura è la stessa. Sono cambiate molte altre cose. È magra come un
chiodo. Mutandine taglia 1; reggiseno coppa A, a dire tanto. E di sicuro le
farebbe bene il mio fondotinta GlamGlo. Il correttore attenuarughe Formalize
Wrinkle Softener e poi un bel tocco di fard Juicy Bronze darebbero un po’ di
vitalità alla pelle chiara come siero di latte.
Quando scendo dalla Jaguar non mi chiedo se mi riconosca, non mi
importa. Mi avvicino e le dico: «Serve un passaggio?»
Lei mi lancia un’occhiata rapida e indifferente, poi fissa lo sguardo sulla
strada. «No.»
Le trema la bocca. Un tempo era dura, un rasoio dritto e affilato per fare a
pezzi i bambini. Una punturina di Botox e un po’ di Tango-Matte, senza
glitter, le avrebbero ammorbidito le labbra e magari avrebbero influenzato la
giuria in suo favore, solo che all’epoca non c’era YOU, GIRL.
«Viene a prenderla qualcuno?» sorrido.
«Taxi», dice.
Buffo. Risponde diligente a una sconosciuta come se ci fosse abituata.
Non ribatte: «Che te ne importa?» e nemmeno: «Ma tu chi diavolo sei?»
invece si spiega meglio. «Ho chiamato un taxi. Anzi, l’hanno chiamato le
guardie all’ingresso.»
Quando mi avvicino e tendo la mano per toccarle il braccio arriva il taxi e
lei, veloce come un proiettile, afferra la maniglia, getta dentro la sua borsa e
richiude la portiera. Batto le mani sul finestrino, gridando: «Aspetti, aspetti!»
Troppo tardi. L’autista fa inversione neanche fosse un pilota di Nascar.
Corro alla mia auto. Non faccio fatica a seguirli. Supero addirittura il taxi
per non far capire che le sto alle calcagna. Ma si rivela una mossa sbagliata.
Appena sto per imboccare la rampa di accesso, vedo che il taxi mi sfreccia
davanti in direzione di Norristown. I sassolini mi schizzano via da sotto le
ruote mentre freno bruscamente, faccio inversione e riprendo a seguirli. La
strada per Norristown è fiancheggiata da case linde e uniformi costruite negli
anni Cinquanta e ingrandite a più riprese: una veranda chiusa, un garage
allargato per ospitare due auto, un patio sul retro. Pare il disegno di un
bambino: una successione di case azzurre, bianche e gialle, dalle porte verde
pino o rosso barbabietola, placidamente adagiate al centro di grandi giardini.
Manca giusto un sole tondo come una frittella circondato da una raggiera di
trattini. Dopo le case, vicino a un centro commerciale pallido e triste come la
birra light, un cartello annuncia l’ingresso nella cittadina. Accanto, svetta
un’insegna più grande, quella del motel e ristorante di Eva Dean. Il taxi
svolta e si ferma davanti all’entrata. Lei scende e paga l’autista. Io la seguo e
mi fermo a una certa distanza, vicino al ristorante. C’è solo un’altra auto nel
parcheggio, un SUV nero. Sono sicura che debba incontrarsi con qualcuno,
ma dopo qualche minuto al banco dell’accoglienza clienti lei va dritta al
ristorante e si accomoda di fianco alla vetrata. La vedo chiaramente e la
osservo mentre studia il menu come una ripetente o una scolara non
madrelingua: muove le labbra mentre legge, segue le lettere con il dito. Che
cambiamento. Questa è la maestra che faceva affettare le mele ai bambini
della materna per formare la lettera O, che usava i brezel come esempio di
una B e sagomava le Y con pezzi d’anguria. Il tutto per comporre la parola
BOY – perché erano i maschietti a piacerle soprattutto, a sentire le donne che
sussurravano davanti ai lavandini nel bagno delle signore. La frutta usata
come esca era stata menzionata più volte nelle testimonianze al processo.
Guardate come mangia. La cameriera continua a metterle davanti un piatto
dopo l’altro. Ha un suo senso, in fondo, questo primo pasto fuori dalla
prigione. Divora tutto come un rifugiato, come un naufrago disperso in mare
per settimane senza cibo né acqua, e giunto quasi al punto di chiedersi che
male potrebbe fare al suo compagno di scialuppa moribondo se assaggiasse la
sua carne prima che si rinsecchisse. Non distoglie mai lo sguardo dal cibo;
infilza, taglia, affonda il cucchiaio con voracità tra i piatti. Non beve acqua,
non imburra il pane, come se la sua abbuffata non tollerasse ritardi. Finisce
tutto in dieci, dodici minuti. Quindi paga, esce e si avvia in fretta lungo il
vialetto. E adesso? La chiave in mano, la borsa sulla spalla, si ferma e si infila
nel varco tra due pareti a stucco. Scendo dall’auto e le corricchio dietro
finché non sento il rumore dei conati di vomito. Allora mi nascondo dietro il
SUV finché non esce.
3-A, c’è scritto sulla porta che apre. Sono pronta. Cerco di bussare in
modo autorevole, forte ma non minaccioso.
«Sì?» Le trema la voce, il suono umile di una persona addestrata
all’obbedienza automatica.
«Mrs Huxley. Apra la porta, per favore.»
C’è un silenzio, poi: «Io, ecco… Non sto tanto bene».
«Lo so», dico. Un’ombra di rimprovero nella voce, con la speranza di farle
pensare che io sia qui per lo sporco che ha lasciato a terra. «Apra la porta.»
Lei apre e resta ferma sulla soglia a piedi nudi, stringendo un
asciugamano. Si pulisce la bocca. «Sì?»
«Dobbiamo parlare.»
«Parlare?» Batte rapidamente le palpebre ma non pone la vera domanda:
«Lei chi è?»
La costringo a scostarsi per lasciarmi passare, tenendo la borsa di Louis
Vuitton davanti a me. «Lei è Sofia Huxley, vero?»
Annuisce. Negli occhi le passa un lampo di paura. Io sono nera come la
mezzanotte e vestita tutta di bianco, quindi forse pensa che sia una divisa e
che io sia una qualche autorità. Voglio tranquillizzarla, perciò sollevo la
borsa e dico: «Venga. Sediamoci. Ho qualcosa per lei». Sofia non guarda la
borsa e nemmeno la mia faccia; mi fissa le scarpe, pericolosamente appuntite,
dai letali tacchi a spillo.
«Cosa vuole che faccia?» mi chiede.
Che voce dolce, accomodante. Consapevole, dopo quindici anni dietro le
sbarre, che nulla è gratis. Nessuno regala niente senza contropartita, mai.
Qualsiasi cosa – sigarette, riviste, assorbenti interni, francobolli, barrette
Mars o un vasetto di burro d’arachidi – è sempre accompagnata da condizioni
capestro.
«Niente. Non voglio che lei faccia proprio niente.»
Ora gli occhi vagano dalle mie scarpe alla mia faccia, occhi opachi privi di
curiosità. E così rispondo alla domanda che avrebbe posto una persona
normale. «L’ho vista mentre usciva da Decagon. Non c’era nessuno ad
aspettarla. Le ho offerto un passaggio.»
«Era lei?» Fa una smorfia.
«Io. Sì.»
«La conosco?»
«Mi chiamo Bride.»
Lei strizza gli occhi. «Dovrebbe dirmi qualcosa?»
«No», rispondo, e sorrido. «Guardi cosa le ho portato.» Non so resistere e
appoggio la borsa sul letto. Cerco all’interno e poso due buste sopra la
confezione omaggio di YOU, GIRL: una sottile con il buono regalo della
compagnia aerea e una più spessa con i cinquemila dollari. Circa duecento
dollari per ogni anno, se avesse scontato appieno la condanna.
Sofia fissa gli oggetti che le ho messo davanti come fossero infetti. «Cos’è
tutta quella roba?»
Mi chiedo se la prigione non le abbia rovinato il cervello. «Non si
preoccupi», dico. «Sono solo alcune cose per aiutarla.»
«Aiutarmi a far che?»
«A partire con il piede giusto. Intendo nella sua vita.»
«Nella mia vita?» C’è qualcosa che non va. È come se da sola non
arrivasse a capire il senso di questa parola.
«Sì.» Continuo a sorridere. «Nella sua nuova vita.»
«Perché? Chi la manda?» Sembra interessata, adesso, non impaurita.
«Immagino che non si ricordi di me.» Mi stringo nelle spalle. «E perché
dovrebbe? Lula Ann. Lula Ann Bridewell. Al processo? Ero tra i bambini
che…»
Mi frugo con la lingua nella bocca piena di sangue. I denti ci sono tutti,
ma non riesco ad alzarmi. Sento che la palpebra sinistra si sta chiudendo e il
braccio destro è come morto. La porta si apre e tutti i regali che ho portato mi
vengono gettati addosso, l’uno dopo l’altro, compresa la borsa di Vuitton. La
porta si chiude violentemente, poi si riapre. Una scarpa nera con il tacco a
spillo mi atterra sulla schiena prima di rotolarmi vicino al braccio sinistro. Mi
allungo per prenderla e constato con sollievo che, diversamente dall’altro,
questo si muove. Cerco di gridare aiuto, ma la mia bocca appartiene a
qualcun altro. Mi trascino carponi per un metro o due, poi cerco di alzarmi.
Le gambe funzionano, così raccolgo i regali, li ficco nella borsa e, calzando
una sola scarpa, perché l’altra è dispersa, zoppico fino all’auto. Non sento
niente. Non penso a niente. Non finché mi vedo la faccia nello specchietto
retrovisore. La bocca sembra imbottita di fegato crudo; tutto un lato del viso è
scorticato; l’occhio sinistro è un fungo. Voglio solo andarmene da qui:
meglio non chiamare il 911, ci vorrebbe troppo tempo e non mi va di farmi
vedere da un ignorante direttore di motel. La polizia. Deve pur esserci in
questa cittadina. Accendere il motore, cambiare e girare il volante con la
sinistra, mentre l’altra mano è inerte vicino alla coscia, richiedono
concentrazione. Tutta quella che ho. E così me ne rendo conto solo dopo
essermi addentrata in Norristown, quando vedo il cartello con la freccia che
indica la centrale di polizia: gli agenti dovranno stendere un rapporto,
interrogare l’accusata e scattare foto della mia faccia tumefatta come prova. E
se la notizia arrivasse al quotidiano locale, insieme a qualche immagine?
L’imbarazzo non sarebbe nulla in confronto alle battute di spirito rivolte a
YOU, GIRL. Da YOU, GIRL a BUU, GIRL.
Il dolore martellante mi rende difficile prendere il telefono e chiamare
Brooklyn, l’unica persona di cui possa fidarmi. Completamente.

a «Tesoro, tesoro, perché mi tratti così? Faccio tutto quel che vuoi, vado dove dici
tu.» (N.d.T.)
Brooklyn

Sta mentendo. Siamo in attesa in questo cesso di ambulatorio dopo che ho


guidato più di due ore per trovare questa cittadina sperduta e poi per
rintracciare la sua auto parcheggiata sul retro di una centrale di polizia chiusa.
Certo che è chiusa; è domenica, sono aperti solo le chiese e i Walmart. Era
isterica quando l’ho trovata tutta insanguinata che piangeva solo da un
occhio, perché l’altro era troppo gonfio per stillare lacrime. Poveretta.
Qualcuno ha rovinato uno di quegli occhi che inquietavano tutti con la loro
stranezza: grandi, a mandorla, leggermente infossati e dal colore insolito,
considerato quanto è nera la pelle. Occhi da aliena, li chiamo io, ma
naturalmente i maschi li trovano meravigliosi.
Ecco, quando scovo questo piccolo ambulatorio per le emergenze di fronte
al parcheggio del centro commerciale, devo sostenerla per aiutarla a
camminare. Zoppica, con una scarpa sola. Finalmente attiriamo l’attenzione
di un’infermiera che sgrana gli occhi. È stupita nel vederci: una ragazza
bianca con i dreadlock biondi e una molto nera con riccioli setosi. Ci vuole
una vita per firmare le scartoffie e mostrare le tessere dell’assicurazione
sanitaria. Poi ci sediamo ad aspettare il medico di turno che abita, non so,
chissà dove in qualche altro paesello del cavolo. Bride non dice una parola
mentre la porto qui, ma in sala d’attesa comincia con le bugie.
«Sono rovinata», sussurra.
E io: «Ma no. Ci vuole tempo. Ti ricordi che faccia aveva Grace dopo il
ritocco?»
«La faccia gliel’aveva ridotta così un chirurgo», ribatte. «A me è stato un
caso psichiatrico.»
Colgo la palla al balzo. «Dai, dimmi. Cos’è successo, Bride? Chi era lui?»
«Chi era chi?» Si tocca il naso con delicatezza, respirando con la bocca.
«Quello che per poco non ti ammazza di botte.»
Lei tossisce per un po’ e io le tendo un fazzoletto di carta. «Ho detto che
era un uomo? Non ricordo di avere detto che era un uomo.»
«Ma quindi è stata una donna a ridurti così?»
«No», dice. «No. È stato un uomo.»
«Voleva violentarti?»
«Immagino di sì. L’avrà spaventato qualcuno, credo. Mi ha picchiato ed è
scappato via.»
Capite cosa intendo? Neanche una bugia credibile. Insisto ancora. «Non ti
ha preso la borsa, il portafoglio, nient’altro?»
Lei borbotta: «Sarà stato un boy scout». Ha le labbra gonfie e la lingua che
non riesce a pronunciare le consonanti, ma cerca di sorridere della sua stupida
battuta.
«Perché quello che l’ha spaventato non si è fermato ad aiutarti?»
«Non lo so! Non lo so! Non lo so!»
Grida e finge di singhiozzare, così faccio marcia indietro. L’unico occhio
aperto non regge la sceneggiata e la bocca deve farle troppo male per
continuare a lungo. Per cinque minuti non dico una parola, mi limito a
sfogliare un Reader’s Digest; poi cerco di dare alla voce un tono il più
possibile normale, da semplice conversazione. Decido di non chiederle
perché abbia chiamato me e non il suo uomo.
«Come mai eri da queste parti, comunque?»
«Ero venuta a trovare qualcuno che conoscevo.» Si china come se le
facesse male la pancia.
«A Norristown? Abita qui?»
«No. Qui vicino.»
«E l’hai trovato?»
«Trovata. No. Non l’ho trovata.»
«Chi è?»
«Una donna che conoscevo tanto tempo fa. Non era lì. Ormai
probabilmente sarà morta.»
Sa che ho capito che sta mentendo. Perché un aggressore le avrebbe
lasciato tutti i soldi? Dev’esserle saltata anche qualche rotella, altrimenti
perché mi racconterebbe delle balle tanto colossali? Forse non le importa un
fico di quel che penso. Quando le ho messo nella borsa la minigonna e la
maglietta bianche, ho trovato un rotolo di cinquanta banconote da cento
dollari legato con un elastico, un buono regalo di una compagnia aerea e dei
campioni della linea YOU, GIRL che deve ancora uscire. Chiaro? Nessun
aspirante violentatore si interesserebbe mai al Nude Skin Glo, ma a un bel
mucchio di contanti? Decido di lasciar perdere e di aspettare che l’abbia
visitata il medico.
Dopo, quando Bride prende il mio specchietto per guardarsi, so che quello
che vedrà le spezzerà il cuore. Un quarto del viso è a posto; il resto è tutto un
cratere. Orrendi punti di sutura neri, un occhio gonfio, bende sulla fronte, la
bocca così tumefatta che la fa somigliare a una di quelle africane con il disco
labiale, tant’è che non riesce a pronunciare nemmeno la R di «rovinata», cioè
come appare la sua pelle, tutta rosa e nero-bluastra. Quello ridotto peggio è il
naso: narici larghe come quelle di un orango sotto una garza grande quanto
mezzo bagel. Il bell’occhio intatto sembra ritrarsi, iniettato di sangue,
praticamente morto.
Non dovrei pensarci. Ma il suo posto alla Sylvia, Inc. potrebbe liberarsi
presto. Come farà a convincere le donne a migliorare il loro aspetto con
prodotti che non riescono a migliorare il suo? Non c’è abbastanza fondotinta
YOU, GIRL al mondo per nascondere una cicatrice vicino all’occhio, un naso
rotto e la pelle del viso escoriata fino a mostrare l’ipoderma rosa. Anche se
con il tempo i segni dovrebbero quasi scomparire, avrà comunque bisogno di
qualche intervento plastico, quindi per settimane e settimane dovrà stare a
riposo, nascosta dietro occhiali da sole e cappelli flosci. Magari mi
chiederanno di sostituirla. Temporaneamente, è chiaro.
«Non riesco a mangiare. Non riesco a parlare. Non riesco a pensare.»
Ha la voce lamentosa e trema.
La abbraccio e sussurro: «Ehi, tesoro, piano con l’autocommiserazione.
Andiamocene da questo cesso di posto. Non hanno nemmeno una camera
privata e l’infermiera aveva un po’ di lattuga tra i denti e dubito si sia lavata
le mani da quando ha finito il corso online che le ha dato il diploma».
Bride smette di sussultare, sistema la fascia a tracolla che le sostiene il
braccio destro e mi chiede: «Secondo te il medico non ha fatto un buon
lavoro?»
«Chi lo sa?» ribatto. «In questo ambulatorio da pezzenti? Adesso ti porto
in un ospedale vero, con il bagno e il lavandino in camera.»
«Non devono prima dimettermi da qui?» Sembra una bambina di dieci
anni.
«Fammi il piacere. Ce ne andiamo. Subito. Guarda cosa ti ho comprato
mentre ti rappezzavano. Tuta e infradito. Da queste parti non c’è un ospedale
decente, ma un Walmart più che rispettabile sì. Andiamo. Alzati. Appoggiati
a me. Dov’è che Florence Nightingale ha messo le tue cose? Per strada ti
prendiamo un ghiacciolo o una granita. O un frappè. Probabilmente è meglio
come medicina – o magari del succo di pomodoro o del brodo di pollo.»
Straparlo, armeggiando con pillole e vestiti mentre lei stringe l’orrenda
vestaglietta a fiori da ospedale. «Oh, Bride», esclamo, ma mi si spezza la
voce. «Non fare quella faccia: andrà tutto bene.»
Devo guidare piano; ogni sobbalzo o improvviso cambio di corsia le
strappa una smorfia o un gemito. Cerco di distrarla dal dolore.
«Non sapevo che avessi ventitré anni. Credevo ne avessi ventuno come
me. Ho visto l’età sulla patente. Sai, mentre cercavo la tessera
dell’assicurazione sanitaria.»
Lei non risponde, così continuo a tentare di farla sorridere. «Però il tuo
occhio buono ne dimostra venti.»
Non funziona. E che cavolo. È come se parlassi da sola. Decido di
limitarmi ad accompagnarla a casa e aiutarla a sistemarsi. Mi occuperò io di
tutto al lavoro. Bride dovrà stare in malattia a lungo, e qualcuno dovrà
assumersi le sue responsabilità. Chissà poi come andrà a finire?
Bride

Era veramente una svitata. Sofia Huxley. Il cambiamento repentino da


obbediente ex detenuta ad alligatore infuriato. Dalle labbra socchiuse alle
zanne. Da sacco vuoto a martello. Non ho visto nessun segnale: né occhi che
si stringevano, né tendini del collo improvvisamente in rilievo, né spalle
contratte o labbra scoperte a mostrare i denti. Mi ha aggredito senza il
minimo preavviso. Non lo dimenticherò mai, e anche se ci provassi le
cicatrici, per non parlare della vergogna, non me lo permetterebbero.
La memoria è la parte peggiore della convalescenza. Me ne sto sdraiata
tutto il giorno senza avere niente di urgente da fare. Ha pensato Brooklyn a
dare spiegazioni ai colleghi in ufficio: tentativo di stupro, sventato, bla, bla,
bla. È un’amica vera e non mi infastidisce come quelle false che vengono qui
solo per fissarmi e compatirmi. Non riesco a guardare la televisione; è così
noiosa – non si vede altro che sangue, rossetto e i fianchi delle presentatrici.
Quelle che passano per notizie sono pettegolezzi o litanie di menzogne.
Come posso prendere sul serio i polizieschi se le investigatrici danno la
caccia ai killer in tacchi a spillo Louboutin? Quanto al leggere, i caratteri
stampati mi danno il capogiro, e per chissà quale motivo non mi piace più
ascoltare musica. Le canzoni, belle o mediocri che siano, mi deprimono, e i
pezzi strumentali sono anche peggio. In più, non so cosa mi abbiano
combinato alla lingua, ma le papille gustative sono scomparse. Sa tutto di
limone – tranne il limone, che sa di sale. Il vino è sprecato, tanto il Vicodin
mi immerge in una nebbia più fitta e confortevole.
Quella stronza non mi ha nemmeno ascoltato. Non ero l’unica testimone,
non sono stata solo io a trasformare Sofia Huxley nel numero 0071140. Le
sue molestie sono state confermate da molte altre deposizioni. Almeno
quattro bambini hanno testimoniato oltre a me. Non ho sentito cos’hanno
detto, ma tremavano e piangevano quando sono usciti dall’aula del tribunale.
L’assistente sociale e la psicologa che ci seguivano li hanno abbracciati,
sussurrando: «Andrà tutto bene. Siete stati bravissimi». Nessuna delle due ha
abbracciato me, però mi hanno sorriso. A quanto pare Sofia Huxley non ha
famiglia. Be’, ha un marito che sta in un’altra prigione e non ha ancora
ottenuto la libertà sulla parola anche se ha fatto domanda sette volte. Non
c’era nessuno ad aspettarla. Nessuno. Allora perché non ha accettato il mio
aiuto invece del posto di lavoro da cassiera o da donna delle pulizie che forse
riusciranno a trovarle? Le ex detenute ricche in libertà sulla parola non
finiscono a pulire i bagni da Wendy’s.
Avevo solo otto anni, ero ancora la piccola Lula Ann, quando alzai il
braccio e puntai il dito contro di lei.
«La donna che hai visto è in questa stanza?» L’avvocatessa odora di
tabacco.
Annuisco.
«Devi parlare, Lula. Di’ sì o no.»
«Sì.»
«Puoi farci vedere dov’è seduta?»
Ho paura di rovesciare il bicchiere di carta pieno d’acqua che mi ha dato
l’avvocatessa.
«Stai tranquilla», dice la signora pubblico ministero. «Fai con calma.»
E io feci proprio con calma. Tenni la mano chiusa a pugno finché il
braccio non fu ben dritto. Poi distesi l’indice. Bam! Come una pistola
sparatappi. Mrs Huxley mi fissò, poi aprì la bocca come se stesse per dire
qualcosa. Aveva un’espressione sconvolta, incredula. Ma il mio dito
continuava a indicarla, così a lungo che la signora pubblico ministero dovette
toccarmi la mano e dirmi: «Grazie, Lula», per farmi abbassare il braccio.
Lanciai un’occhiata a Sweetness; mi sorrideva come non l’avevo mai vista
fare prima – con la bocca e con gli occhi. E non fu tutto lì. Fuori dall’aula,
tutte le altre madri mi sorrisero, due addirittura mi toccarono e mi
abbracciarono. I padri mi mostrarono il pollice alzato. Ma Sweetness li batté
tutti. Mentre scendevamo la scalinata del tribunale mi tenne la mano, la
mano. Non l’aveva mai fatto prima e ne fui sorpresa oltre che felice perché
avevo sempre saputo che non le piaceva toccarmi. L’avevo capito. Aveva la
faccia piena di disgusto quando ero piccola e doveva farmi il bagno.
Sciacquarmi, anzi, dopo un massaggio distratto con una pezzuola insaponata.
Pregavo che mi desse uno schiaffo o una sculacciata solo per sentire il tocco
delle sue mani. Commettevo apposta piccoli errori, ma lei aveva i suoi
sistemi per punirmi senza toccare la pelle che odiava – come mandarmi a
letto senza cena o chiudermi nella mia stanza – e il peggiore era gridarmi
contro. Quando regna la paura, l’unica strategia di sopravvivenza è obbedire.
E io ero brava. Mi comportavo bene, mi comportavo bene, mi comportavo
bene. Per quanto mi spaventasse l’idea di comparire in tribunale, feci quello
che si aspettavano da me le insegnanti-psicologhe. Brillantemente, lo so,
perché dopo il processo Sweetness fu quasi materna con me.
Non so. Magari sono solo arrabbiata più con me stessa che con Mrs
Huxley. Sono tornata la Lula Ann che non reagiva mai. Assolutamente. Sono
rimasta ferma lì mentre lei mi riempiva di botte. Sarei potuta morire sul
pavimento di quel motel se la faccia non le fosse diventata rossa come una
mela per la fatica. Non ho fiatato, non ho nemmeno alzato una mano per
difendermi quando mi ha schiaffeggiato e poi mi ha colpito alle costole prima
di spaccarmi la mascella con un pugno e darmi una testata. Ansimava quando
mi ha trascinato fino alla porta e mi ha sbattuto fuori. Sento ancora le dita
dure che mi afferrano i capelli sulla nuca, il piede sul fondoschiena e lo
scricchiolio delle ossa che colpiscono il cemento. Il gomito, la mascella.
Sento le braccia che si spostano e cercano di ritrovare l’equilibrio. Poi la
lingua che fruga in mezzo al sangue per contare i denti. Quando la porta si è
chiusa con violenza per poi riaprirsi, solo per permetterle di buttare fuori
anche la mia scarpa, sono scappata via come una cucciola picchiata dal
padrone, timorosa persino di uggiolare.
Magari ha ragione lui. Non sono la donna. Quando se n’è andato ho deciso
di non pensarci e ho finto che non importasse.
La schiuma prodotta dalla bomboletta lo faceva ridere, perciò usava il
sapone da barba e un pennello, un bel ciuffo di setole di cinghiale che
spuntava da un manico d’avorio. Credo che ora sia nella pattumiera insieme
al suo spazzolino, alla coramella e al rasoio a mano libera. Le cose che ha
lasciato sono troppo vive. È ora di buttarle via, nessuna esclusa. Ha
abbandonato tutto qui: oggetti da toilette, vestiti e una borsa di tela
contenente due libri, uno scritto in una lingua straniera, l’altro una raccolta di
poesie. Butto via tutto, poi rovisto nella spazzatura e prendo il pennello da
barba e il rasoio con il manico d’osso. Ripongo entrambi nell’armadietto dei
medicinali e quando chiudo l’anta mi osservo la faccia nello specchio.
«Dovresti vestirti sempre di bianco, Bride. Solo bianco e nient’altro che
bianco, sempre.» Jeri, che si definisce uno stilista «che lavora sulla persona
nella sua totalità», ha insistito molto. L’avevo consultato perché volevo
cambiare look in vista del secondo colloquio alla Sylvia, Inc.
«Non solo per via del tuo nome», a mi ha detto, «ma per come esalta la tua
pelle di liquirizia», ha spiegato. «E poi il nero è il nuovo nero. Capisci cosa
intendo? Aspetta. Sei più sciroppo della Hershey che liquirizia. La gente
penserà alla panna montata e al soufflé al cioccolato ogni volta che ti vedrà.»
Sono scoppiata a ridere. «O ai biscotti Oreo?»
«Mai. Qualcosa di classe. Bonbon. Ricoperti a mano.»
All’inizio è stato noioso comprare abiti solo bianchi, finché non ho
imparato quante sfumature di bianco ci siano: avorio, madreperla, alabastro,
carta, neve, panna, écru, champagne, spettro, papiro. Lo shopping è diventato
ancora più interessante quando ho iniziato a scegliere i colori degli accessori.
Jeri, il mio consigliere, mi ha raccomandato: «Ascoltami, Bride, tesoro. Se
proprio vuoi aggiungere un tocco di colore limitati alle scarpe e alle borse,
ma io mi atterrei al nero per entrambe se il bianco proprio non funziona. E
non dimenticarlo: niente trucco. Neanche il rossetto o l’eyeliner. Nulla».
Gli ho chiesto dei gioielli. Oro? Qualche diamante? Una spilla di
smeraldo?
«No, no.» Ha sollevato le braccia. «Niente gioielli proprio. Perle singole
alle orecchie, al limite. No. Nemmeno quelle. Solo tu, ragazza mia. Tutta
zibellino e ghiaccio. Una pantera nella neve. Con quel corpo, poi? Con quegli
occhi da furetto? Ti prego!»
Ho seguito il suo consiglio e ha funzionato. Dovunque andassi mi
guardavano due volte, ma non con aria leggermente disgustata come mi
succedeva da bambina. Questi erano sguardi adoranti, sbalorditi ma pieni di
desiderio. E poi, senza rendersene conto, Jeri mi ha dato il nome perfetto per
una linea di prodotti: tu, ragazza mia. YOU, GIRL.
La mia faccia nello specchio sembra quasi come nuova. Le labbra sono
tornate normali, e anche il naso e l’occhio. Solo le costole mi fanno ancora
male e, con mia sorpresa, la pelle escoriata del viso è quella che è guarita più
in fretta. Sono quasi bella come prima, dunque perché sono ancora triste?
D’impulso, apro l’armadietto dei medicinali e prendo il suo pennello da
barba. Lo accarezzo con il dito. Le setole morbide calmano e fanno il
solletico. Me lo porto al mento, lo passo sulla pelle come faceva lui. Scendo
sotto la mandibola, poi risalgo fino ai lobi delle orecchie. Per chissà quale
motivo mi sento svenire. Sapone. Mi serve la schiuma. Apro con furia una
scatola raffinata contenente un tubo di bagnoschiuma «per la pelle che lui
adora». Ne verso un po’ nella ciotola del sapone e inumidisco il pennello.
Passarmi la schiuma sul viso mi lascia senza fiato. Ricopro le guance, la zona
sotto il naso. È pazzesco, lo so, ma mi guardo di nuovo. Gli occhi sembrano
più grandi e luminosi. Il naso non è solo guarito, è perfetto, e le labbra
circondate dalla schiuma invitano così chiaramente i baci che le tocco con la
punta del mignolo. Non vorrei più smettere, ma devo. Afferro il suo rasoio.
Come lo teneva lui? Metteva le dita in un modo che non ricordo. Dovrò
esercitarmi. Per adesso uso il lato smussato e traccio strisce di cioccolato
fondente tra i riccioli di schiuma bianca. Apro l’acqua e mi sciacquo la
faccia. La soddisfazione che provo dopo è molto molto dolce.
Lavorare da casa non è male come pensavo. Ho ancora la mia autorità,
anche se Brooklyn cerca di anticiparmi e a volte arriva a rovesciare le mie
decisioni. Non mi importa. Per me è una fortuna che mi copra le spalle. E poi,
se mi sento depressa la cura è riposta in un piccolo astuccio che contiene il
set da barba di lui. Mentre creo la schiuma dall’acqua calda saponata, non
vedo l’ora di passarmela sul viso e poi di sentire il contatto del rasoio, una
combinazione che insieme mi eccita e mi calma. Mi permette di riandare
senza dolore ai tempi in cui mi schernivano e soffrivo.
«È carina, sotto tutto quel nero.» Le vicine e le loro figlie concordavano.
Sweetness non andava mai alle riunioni con gli insegnanti e alle partite di
pallavolo. Sono stata incoraggiata a seguire un percorso professionale, non
universitario, e a scegliere un corso biennale presso un community college
piuttosto che uno quadriennale presso un’università statale. Io non ho fatto
niente di tutto ciò. Dopo non so quanti rifiuti, finalmente ho trovato un posto
nella gestione magazzino – mai nelle vendite, dove i clienti mi avrebbero
vista. Volevo il banco dei cosmetici, ma non osavo chiederlo. Sono diventata
buyer solo dopo che le ragazze bianche con un cervello da gallina hanno
avuto una promozione o si sono dimostrate tanto inette che alla fine i capi
hanno dovuto scegliere una persona che capisse qualcosa di acquisti. Anche il
colloquio alla Sylvia, Inc. non è partito bene. Hanno criticato il mio stile e il
mio abbigliamento e mi hanno detto di tornare una seconda volta. È stato
allora che ho consultato Jeri. Poi, percorrendo il corridoio verso l’ufficio dei
selezionatori, ho visto che effetto facevo: occhi sgranati per l’ammirazione,
sorrisi e bisbiglii: «Wow!» «Oh, piccola». In un attimo sono diventata
direttrice regionale. «Visto?» mi ha detto Jeri. «Il nero vende. È la merce che
fa più tendenza nel mondo civilizzato. Le ragazze bianche, e anche quelle
dalla pelle bruna, devono spogliarsi per ricevere tanta attenzione.»
Vero o no, mi ha creato, ricreato. Ho iniziato a muovermi in maniera
diversa: non con una falcata insolente, con l’andatura ondeggiante delle
modelle in passerella, ma con un incedere lento e deliberato. Gli uomini mi
balzavano addosso e io mi lasciavo catturare. Per un certo periodo,
comunque, finché la mia vita sessuale non è diventata un po’ come la Diet
Coke: ingannevolmente dolce ma povera di nutrimento. Più simile a un gioco
per la PlayStation che imita l’esultanza priva di rischi della violenza virtuale,
e altrettanto breve. I miei ragazzi erano tutti fotocopie: gli aspiranti attori,
rapper, giocatori o atleti professionisti aspettavano la mia fica o il mio
stipendio come una mancia; altri invece, che avevano già sfondato, mi
trattavano come una medaglia, una silenziosa e splendente testimonianza del
loro valore. Non uno di loro dava, o aiutava – a nessuno interessava ciò che
pensavo, solo come apparivo. Scherzavano o mi parlavano come a una
bambina in quelle che io credevo conversazioni serie, finché non trovavano
nuove stampelle per il loro ego altrove. Ne ricordo uno in particolare, uno
studente di medicina che mi ha convinto ad accompagnarlo a trovare i suoi
genitori che abitavano nel Nord della California. Appena mi ha presentato è
stato chiaro che ero lì per terrorizzare la sua famiglia, per costituire una
minaccia per quella simpatica coppia di bianchi di mezza età.
«Non è bellissima?» continuava a ripetere. «Guardatela. Mamma? Papà?»
Gli occhi gli brillavano di malizia.
Ma loro lo hanno surclassato mostrandomi grande cordialità – per quanto
forzata – e gentilezza. La delusione di lui era palese, la rabbia a stento
repressa. I genitori mi hanno persino accompagnato alla stazione,
probabilmente per evitarmi di dover stare al fallito scherzo razzista del figlio
ai loro danni. Per me è stato un sollievo, sapendo poi cos’avesse fatto la
madre della tazza da cui avevo preso il tè.
Era questo il paesaggio maschile.
Poi lui. Booker. Booker Starbern.
Non voglio pensare a lui adesso. O a quanto tutto mi sembri vuoto, banale
e privo di vita, ora. Non voglio ricordare quanto sia bello, perfetto a parte
quella brutta cicatrice da ustione sulla spalla. Ho accarezzato ogni centimetro
della sua pelle dorata; gli ho succhiato i lobi delle orecchie. So come sono
fatti i peli che ha sotto le ascelle; ho messo il dito nella fossetta sopra il
labbro superiore; gli ho versato vino rosso nell’ombelico e poi l’ho bevuto.
Non c’è nessun punto del mio corpo dove le sue labbra non si siano tramutate
in fulmini. Oh, Dio. Devo smettere di rivivere come facevamo l’amore. Devo
dimenticare come ogni volta sembrasse nuovo, insieme fresco e in qualche
modo eterno. Io sono stonata ma mentre lo scopavo mi veniva da cantare e
poi, e poi dal nulla: «Non sei la donna…» prima di svanire come un
fantasma.
Messa da parte.
Cancellata.
Perfino Sofia Huxley, nientemeno, mi ha cancellata. Una detenuta. Una
detenuta! Avrebbe potuto dire: «No, grazie», o anche: «Fuori di qui!» No. Ha
dato di matto. Magari in prigione si parla prendendosi a pugni. Invece che di
parole, la conversazione consiste di ossa rotte e sangue che sprizza. Non so
cosa sia peggio, essere gettata via come spazzatura o picchiata come una
schiava.
Abbiamo pranzato nel mio ufficio il giorno prima che lui mi lasciasse:
insalata di aragosta, Smartwater, fettine di pesche al brandy. Oh, basta. Non
posso andare avanti a pensare a lui. E finirò per dare i numeri se continuo a
ciondolare per queste stanze. Troppa luce, troppo spazio, troppa solitudine.
Devo mettermi dei vestiti addosso e uscire da qui. Fare come insiste a
consigliarmi Brooklyn: lasciar perdere occhiali da sole e cappelli flosci,
mostrarmi, vivere davvero la vita. Lei sa di certo quello che dice; si sta
appropriando della Sylvia, Inc.
Scelgo con cura: pantaloncini e top allacciato sul collo bianco panna,
sandali con zeppa alta in paglia e corda, borsa tote di tela beige in cui butto il
pennello da barba nel caso mi serva. Poi una copia di Elle e gli occhiali da
sole. Brooklyn approverebbe anche se percorrerò solo un paio di isolati, fino
a un parco frequentato soprattutto da dog-sitter e anziani a quest’ora del
giorno. Più tardi arriveranno gli appassionati di corsa e di pattinaggio, ma
non ci saranno mamme con bambini, è sabato. I loro weekend sono dedicati a
giochi, feste, merende e uscite con gli amichetti, sotto l’amorevole
sorveglianza di tate dall’accento delizioso.
Scelgo una panchina vicino a un laghetto artificiale in cui nuotano anatre
vere. E anche se mi affretto a fermare un ricordo in cui lui illustra la
differenza tra i germani reali e le anatre domestiche, i miei muscoli ricordano
le sue dita fresche intente a massaggiarmi. Mentre sfoglio le pagine di Elle e
studio foto di giovani appetitosi, sento dei passi lenti sulla ghiaia. Alzo lo
sguardo. Appartengono a una coppia dai capelli grigi che passeggia in
silenzio, tenendosi per mano. Le due pance sono della stessa grandezza
esatta, solo che quella di lui è un po’ più bassa. Entrambi indossano pantaloni
sportivi dalla tinta indefinita e ampie magliette decorate davanti e dietro con
simboli di pace ormai sbiaditi. I dog-sitter adolescenti ridacchiano e tirano i
guinzagli senza motivo, se non forse l’invidia per una lunga vita di intimità.
La coppia si muove con cautela, come in un sogno. Con passo uguale, lo
sguardo fisso in avanti come se fossero persone chiamate a un’astronave il
cui portello si aprirà per lasciare uscire una lingua di tappeto rosso.
Ascenderanno, mano nella mano, tra le braccia di una Presenza benevola.
Sentiranno una musica tanto bella da far salire le lacrime agli occhi.
Tanto basta. I due che si tengono per mano, la loro musica silenziosa. Non
riesco più a fermare la mente – sono di nuovo nello stadio affollato. Il
pubblico in delirio non riesce a sovrastare la musica, scatenata e sensuale. La
folla balla sulle scale; gli spettatori si alzano in piedi sui seggiolini nelle
gradinate e battono le mani al ritmo delle percussioni. Io ho le braccia alzate
che ondeggiano seguendo la musica. I fianchi e la testa oscillano per conto
loro. Prima ancora di vederlo in faccia, sento le sue braccia attorno alla vita,
il torace appoggiato sulla schiena, il mento tra i miei capelli. Poi mi poggia le
mani sulla pancia e io abbasso le mie per stringergliele mentre balliamo
allacciati. Quando la musica finisce mi giro a guardarlo. Lui sorride. Io sono
bagnata e tremante.
Prima di andarmene dal parco, sfioro le setole del pennello da barba. Sono
morbide e calde.

a Bride infatti significa «sposa». (N.d.T.)


Sweetness

Oh, sì, certe volte mi sento in colpa per come ho trattato Lula Ann quando
era piccola. Ma rendetevi conto: dovevo proteggerla. Lei non conosceva il
mondo. Era inutile fare la dura o l’impertinente, anche se avevi ragione. Non
in un mondo dove potevano spedirti in riformatorio se rispondevi male o
facevi a botte a scuola, un mondo dove eri l’ultima assunta e la prima
licenziata. Lei non poteva sapere tutte queste cose e nemmeno che la sua
pelle nera rischiava di spaventare i bianchi o farli ridere e spingerli a giocarle
brutti scherzi. Una volta ho visto una bambina molto meno scura di Lula
Ann, non poteva avere più di dieci anni: c’era un gruppo di ragazzini bianchi
e uno le ha fatto lo sgambetto, lei è caduta e quando ha cercato di rialzarsi un
altro le ha piantato il piede sul sedere e l’ha spinta giù di nuovo. Sono
scoppiati a ridere a crepapelle, stringendosi la pancia. Hanno continuato a
ridacchiare anche dopo che lei se n’era andata, tutti fieri di sé. Peccato che ho
assistito alla scena dal finestrino di un autobus, altrimenti l’avrei aiutata,
tirata via da quella feccia bianca. Vedete, se non educavo Lula Ann come si
deve lei non imparava che bisogna sempre attraversare la strada per evitare i
ragazzi bianchi. Ma gli insegnamenti che le ho dato sono serviti perché alla
fine mi ha reso orgogliosa come un pavone. È stato durante il processo a
quella banda di maestri pervertiti – tre, un uomo e due donne – che si è
proprio superata. Piccola com’era, si è comportata come un’adulta al banco
dei testimoni, calma e sicura di sé. Sistemare quei capelli da selvaggia è
sempre stata una fatica, ma le ho fatto le trecce strette strette per andare in
tribunale e le ho comprato un vestito alla marinara bianco e blu. Ero nervosa
perché avevo paura di vederla inciampare nel salire al banco, o balbettare, o
dimenticare quello che avevano detto le psicologhe, e di dovermi vergognare.
Invece no, grazie a Dio, lei ha messo il cappio al collo, per così dire, almeno
a una di quei maestri peccatori. Erano accusati di cose che vi farebbero
vomitare. Costringevano i bambini a fare cose terribili. Ne hanno parlato sui
giornali e in televisione. Per settimane, folle di persone con o senza figli a
scuola si sono radunate a manifestare davanti al tribunale. Alcune avevano
preparato cartelli con scritto: A MORTE I DEPRAVATI e: NESSUNA PIETÀ PER I
DIAVOLI .
Ho assistito alla maggior parte delle udienze del processo, non tutte, solo
nei giorni in cui doveva comparire Lula Ann, perché molti testimoni sono
stati rinviati o non si sono fatti vivi. Si sono sentiti male o hanno cambiato
idea. Lei pareva spaventata ma ha mantenuto la calma, non come gli altri
piccoli testimoni che erano tutti agitati e lamentosi. Alcuni piangevano,
addirittura. Dopo l’esibizione di Lula Ann in quel tribunale, al banco dei
testimoni, ero così fiera di lei che siamo uscite in strada camminando mano
nella mano. Non si vede spesso una ragazzina nera che umilia dei bianchi
cattivi. Volevo farle capire quant’ero contenta, così le ho fatto fare i buchi
alle orecchie e le ho comprato un paio di orecchini, due cerchietti d’oro.
Perfino il padrone di casa ha sorriso quando ci ha viste. Non c’erano foto sui
giornali per via delle leggi sulla privacy dei bambini, ma la notizia si era
sparsa. Il proprietario dell’alimentari, che storceva sempre la bocca quando ci
vedeva insieme, ha regalato una barretta di cioccolato Clark a Lula Ann
quando ha sentito del suo coraggio.
Non sono stata una cattiva madre, ci tengo a farvelo sapere, però può darsi
che certe volte abbia ferito la mia unica figlia perché dovevo proteggerla.
Dovevo. Tutta colpa dei pregiudizi legati al colore della pelle. All’inizio non
sono riuscita a guardare oltre tutto quel nero per capire chi era e volerle bene
e basta. Ma gliene voglio. Gliene voglio davvero. Credo che adesso lei lo
capisca. Credo di sì.
Le ultime due volte che l’ho vista l’ho trovata, be’, notevole. Audace,
quasi, sicura di sé. Ogni volta che è venuta mi sono scordata del suo colore
così scuro perché lo usava a suo favore indossando bellissimi vestiti bianchi.
Mi ha insegnato una cosa che dovevo sapere fin dall’inizio. Quello che fai
ai bambini conta. E loro non lo dimenticano più. Lei ha un lavoro sciccoso in
California ma non mi telefona mai e non viene più a trovarmi. Ogni tanto mi
manda dei soldi o altre cose, ma non la vedo da chissà quanto tempo.
Bride

È Brooklyn a scegliere il ristorante. Pirate, si chiama, un posto semi-chic,


per un periodo alla moda, ora al limite della sopravvivenza, frequentato da
turisti e gente decisamente non cool. La sera è troppo fredda per il vestitino
bianco smanicato che indosso, ma voglio stupire Brooklyn con i miei
progressi, le cicatrici appena visibili. Vuole trascinarmi fuori da quella che
definisce una «classica depressione post tentato stupro». La sua cura è questo
locale dal design troppo pesante, i cui camerieri a torso nudo messo in risalto
dalle bretelle rosse dovrebbero servire a tirarmi su. È una buona amica.
Niente di che, dice. Solo una cena tranquilla in un ristorante quasi vuoto, con
bei manzi del tutto innocui da ammirare. So perché le piace questo posto;
adora mettersi in mostra davanti agli uomini. Tanto tempo fa, prima che ci
conoscessimo, si è attorcigliata i capelli biondi in dreadlock e, per quanto sia
carina, le treccine da rasta le danno un fascino che altrimenti non avrebbe.
Almeno, i ragazzi neri con cui esce la pensano così.
Mi racconta pettegolezzi dall’ufficio durante gli antipasti, ma le risatine si
interrompono quando arriva la lampuga. È la solita ricetta esagerata, annegata
nel latte di cocco, soffocata da zenzero, semi di sesamo, aglio e rondelle di
cipollotto. Infastidita dagli sforzi dello chef di rendere strabiliante un pesce
delicato, raschio via tutto dal filetto e sbotto: «Voglio una vacanza, andare da
qualche parte. In crociera».
Brooklyn sorride. «Oooh. Dove? Finalmente una buona notizia.»
«Niente bambini, però», aggiungo.
«Facile. Le Figi, magari?»
«E niente feste. Voglio stare con gente posata con la pancia. E giocare a
shuffleboard sul ponte. E anche a bingo.»
«Bride, mi fai paura.» Si tampona un angolo della bocca con il tovagliolo
e sgrana gli occhi.
Io appoggio la forchetta. «No, davvero. Soltanto silenzio. Niente di più
rumoroso dello sciabordio delle onde o del ghiaccio che si scioglie in un
bicchiere di cristallo.»
Brooklyn appoggia un gomito sul tavolo e mi copre una mano con la sua.
«Oh, tesoro, sei ancora sotto shock. Non ti permetterò di fare piani finché non
avrai superato del tutto lo stupro. Fino ad allora, non puoi sapere davvero
quello che vuoi. Fidati di me, d’accordo?»
Sono stanca di questi discorsi. Tra poco insisterà perché vada da un
terapeuta o partecipi a qualche incontro fra vittime di violenza. Sono stufa
marcia perché devo poter parlare a cuore aperto con la mia migliore amica.
Mangio la punta di un asparago, poi lentamente incrocio coltello e forchetta.
«Senti, ti ho mentito.» Allontano il piatto con tanta forza da rovesciare
quel che resta del mio apple martini. Asciugo attentamente il liquido con il
tovagliolo, cercando di controllarmi e di far sembrare normale quello che sto
per dire. «Ti ho mentito, amica mia. Ti ho mentito. Nessuno ha cercato di
violentarmi ed è stata una donna a riempirmi di botte. Una persona che stavo
cercando di aiutare, Cristo santo. Io cercavo di aiutarla e lei mi avrebbe
ammazzato se solo avesse potuto.»
Brooklyn mi guarda a bocca aperta, poi socchiude gli occhi. «Una donna?
Quale donna? Chi?»
«Non la conosci.»
«Nemmeno tu, è chiaro.»
«Un tempo sì.»
«Bride, non farmi accontentare delle briciole. Dammi il piatto intero, per
piacere.» Si spinge i capelli dietro le orecchie e mi fissa con uno sguardo
intenso.
Ci ho messo forse tre minuti a raccontarglielo. Quando ero piccola, facevo
la seconda elementare, una maestra della scuola materna nell’edificio accanto
al nostro istituto molestava i suoi allievi.
«Non ce la faccio ad ascoltare certe cose», dice Brooklyn. Chiude gli
occhi come una suora davanti a un porno.
«Hai chiesto tu il piatto intero», ribatto.
«Okay, okay.»
«Be’, l’hanno scoperta, processata e mandata in carcere.»
«Capito. E allora qual è il problema?»
«Io ho testimoniato contro di lei.»
«Ancora meglio. E quindi?»
«L’ho indicata. Seduta al banco dei testimoni, ho puntato il dito contro di
lei. Ho detto che l’avevo vista fare quelle cose.»
«E poi?»
«L’hanno mandata in prigione, con una pena di venticinque anni.»
«Bene. Fine della storia, no?»
«Be’, no, non proprio.» Sono sulle spine, cerco di aggiustarmi la scollatura
oltre che l’espressione del volto. «Ho pensato a lei di tanto in tanto, sai?»
«Mm-mm. Dimmi.»
«Be’, aveva solo vent’anni.»
«Come le seguaci di Manson.»
«Tra qualche anno ne avrà quaranta e ho pensato che non avesse nessun
amico.»
«Poverina. Nessun bimbo da violentare in gabbia. Che peccato.»
«Non mi stai a sentire.»
«E certo che non ti ascolto, cazzo.» Brooklyn sbatte una mano sul tavolo.
«Ma sei matta? Chi è questa specie di alligatore? Oltre che un rifiuto umano,
intendo. È tua parente? Cosa?»
«No.»
«E allora?»
«Ho pensato che sarebbe stata triste e sola dopo tutti questi anni.»
«Respira ancora. Non è abbastanza per una come lei?»
Non andiamo da nessuna parte. Come posso aspettarmi che capisca?
Faccio un cenno al cameriere. «Un altro», dico indicando il bicchiere vuoto.
Il cameriere inarca le sopracciglia e guarda Brooklyn. «Per me niente,
biscottino. Devo restare perfettamente sobria.»
Lui le rivolge un sorriso assassino, mettendo in mostra denti smaglianti
sbiancati da un professionista.
«Senti, Brooklyn, non so perché ci sono andata. So solo che continuavo a
pensare a lei. Tutti quegli anni a Decagon.»
«Le hai mai scritto? Sei andata a trovarla?»
«No. L’ho vista solo due volte. Una al processo e poi quando è capitato
questo.» Mi indico la faccia.
«Ma sarai cretina!» Sembra proprio disgustata dal mio comportamento.
«L’hai mandata dietro le sbarre! Ovvio che volesse farti a pezzi.»
«Prima non era così. Era dolce, spiritosa, persino, e gentile.»
«Prima? Prima di che? Hai detto che l’hai vista due volte, al processo e
quando ti ha pestato. E quando l’hai vista mettere le mani addosso ai
bambini? Hai detto che…»
Il cameriere si china per servirmi il cocktail.
«Okay.» Sono irritabile e si nota. «Tre volte.»
Brooklyn si passa la lingua su un angolo della bocca. «Dimmi, Bride, non
è che ha molestato anche te? Puoi dirmelo.»
Gesù. Ma cosa le è venuto in mente? Che sia segretamente una lesbica? In
un’azienda che in pratica è gestita da bisessuali, etero, trans, gay e chiunque
prenda sul serio il proprio look. A che cosa serve nascondersi di questi
tempi?
«Oh, cara, non fare la stupida.» Le lancio l’occhiata che mi rivolgeva
Sweetness quando rovesciavo la Kool-Aid o inciampavo nel tappeto.
«Okay, okay.» Agita la mano. «Cameriere, tesoro, ho cambiato idea.
Vodka Belvedere con ghiaccio. Facciamo doppia.»
Il cameriere le strizza l’occhio. «Contaci», dice con un accento strascicato
che deve avergli fatto ottenere qualche numero di telefono promettente nel
South Dakota.
«Guardami, amica mia. Pensaci bene. Cosa ti ha spinto a dispiacerti tanto
per lei? Veramente, dico.»
«Non lo so.» Scuoto la testa. «Forse volevo solo stare bene con me stessa.
Non sentirmi così da buttare. Non riuscivo a pensare ad altro che a Sofia
Huxley – si chiama così –, una persona che poteva apprezzare qualcosa… un
gesto amichevole, incondizionato.»
«Ora capisco.» Brooklyn sembra sollevata e mi sorride.
«Davvero? Sul serio?»
«Ma certo. Il tipo ti molla, tu ti senti una merda, provi a recuperare il tuo
carisma ma finisce tutto in vacca, giusto?»
«Giusto. Più o meno. Credo.»
«Allora sistemiamo tutto.»
«E come?» Se qualcuno sa cosa fare, è proprio Brooklyn. Se finisci per
terra, dice sempre, hai due alternative: startene lì o rimbalzare. «Come
sistemiamo tutto?»
«Be’, di certo non con il silenzio.» È entusiasta.
«E allora come?»
«Con il casino!» grida.
«Volete altro?» chiede il cameriere.

Due settimane dopo, come promesso, Brooklyn organizza una grande


festa, un party in vista del lancio della nuova linea in cui io sono l’attrazione
principale, l’ideatrice di YOU, GIRL, quella che ha contribuito a scatenare
tanto entusiasmo attorno al marchio. Si tiene in un hotel elegante, mi pare.
No, un museo con molte pretese. C’è una folla che attende, e così pure una
limousine. Acconciatura e abito sono perfetti: piccoli brillanti costellano il
pizzo bianco del vestito, aderente sopra la coda da sirena attorno alle caviglie.
È trasparente in punti interessanti ma velato in altri – i capezzoli e il triangolo
nudo sotto l’ombelico.
Mi resta solo da scegliere gli orecchini. Ho smarrito le perle, così opto per
due diamanti da un carato. Modesti, non sgargianti, nulla che possa distrarre
da quella che Jeri definisce la mia «palette caffè nero e panna montata». Una
pantera nella neve.
Oh, Cristo. E adesso che succede? Gli orecchini. Non mi entrano. Il perno
di platino continua a scivolare via dal lobo. Esamino gli orecchini: non hanno
niente che non va. Mi guardo da vicino i lobi e scopro che i buchi sono
scomparsi. Ridicolo. Li ho dall’età di otto anni. Sweetness mi ha regalato dei
cerchietti d’oro finto dopo che avevo testimoniato contro il Mostro. Da allora
non ho mai portato orecchini a clip. Mai. Perle singole, di solito, ignorando il
mio stilista teorico della «persona nella sua totalità», e a volte, come oggi,
diamanti. Un momento. È impossibile. Dopo tutti questi anni, mi ritrovo con i
lobi vergini, intatti, lisci come il pollice di un bambino? Magari è una
conseguenza della chirurgia plastica, o un effetto collaterale degli antibiotici?
Ma ormai sono passate settimane. Sto tremando. Ho bisogno del pennello da
barba. Il telefono squilla. Prendo il pennello e mi accarezzo leggermente il
décolleté. Mi vengono le vertigini. Il telefono continua a squillare. Okay,
niente gioielli, niente orecchini. Rispondo.
«Miss Bride, è arrivato il suo autista.»
Se fingo di dormire magari si toglierà dai piedi. Chiunque sia, non ce la
faccio a scambiarci due parole o a simulare le coccole dopo il sesso,
soprattutto perché non me lo ricordo proprio. Mi bacia leggermente la spalla,
poi mi sfiora i capelli. Io mormoro come se stessi sognando. Sorrido ma
tengo gli occhi chiusi. Lui scosta le lenzuola e va in bagno. Mi tocco furtiva i
lobi. Lisci. Ancora lisci. Ricevo una pioggia di complimenti alla festa: che
bella, uno splendore, una bomba sexy, adorabile, dicono tutti, ma nessuno
nota l’assenza degli orecchini. Lo trovo strano, perché durante i discorsi, la
presentazione del premio, la cena, il ballo, quei lobi come il pollice di un
bimbo mi occupano così tanto i pensieri che non riesco a concentrarmi. Così
pronuncio un discorsetto di ringraziamento incoerente, rido troppo alle
battute sconce, mi impappino nelle conversazioni con i colleghi, bevo tre o
quattro volte più di quanto riesca a reggere con eleganza. Sniffo una sola
striscia, dopo di che mi metto a flirtare come una mocciosa che fa campagna
per essere eletta regina del ballo del liceo, ragion per cui lascio entrare nel
mio letto chiunque sia quello che è di là. Deglutisco un po’ di saliva,
sperando di sentire sulla lingua solo il mio sapore. Dio. Grazie. Dalla testata
del letto non penzolano manette.
Lui ha finito di farsi la doccia e mi chiama mentre si rimette lo smoking.
Non rispondo; non guardo; mi tiro solo il cuscino sulla testa. Il gesto lo
diverte e lo sento ridacchiare. Avverto dei rumori in cucina mentre si prepara
un caffè. No, niente caffè; sentirei l’odore. Si versa qualcosa: succo
d’arancia, V8, champagne sgasato? Non c’è altro nel frigo. Silenzio, poi dei
passi. Per favore, per favore, vattene. Sento un tic sul comodino, seguito dal
rumore della porta d’ingresso che si apre e si richiude. Quando sbircio da
sotto il cuscino vedo un foglio ripiegato vicino alla sveglia. Un numero di
telefono. CHE FAVOLA. Poi il suo nome. Mi accascio per il sollievo. Non è un
dipendente.
Mi precipito in bagno e guardo nella pattumierina. Gesù mio, grazie. Un
preservativo usato. C’è ancora qualche traccia di vapore sul vetro della doccia
vicino all’armadietto dei medicinali, il cui specchio nitido e scintillante mi
mostra ciò che ho visto ieri sera: lobi intatti come il giorno in cui sono nata. E
così è questa la pazzia. Non comportamenti stravaganti, ma assistere a un
improvviso cambiamento nel mondo che conoscevi. Ho bisogno del pennello
da barba, della schiuma. Non ho un solo pelo sotto l’ascella, ma la insapono
comunque. Adesso l’altra. Il sapone, la rasatura mi calmano e mi sento così
sollevata che comincio a pensare ad altre parti che potrebbero beneficiare di
questa piccola delizia. Il pube, magari. È già glabro. Sarà troppo difficile
usare il rasoio a mano libera laggiù? Difficile. Sì.
Di nuovo calma, torno a letto e mi infilo sotto il lenzuolo. Pochi minuti
dopo mi esplode in testa un dolore pulsante. Mi alzo e cerco due Vicodin da
mandare giù. In attesa che facciano effetto, non mi resta altro che lasciare i
pensieri liberi di vagare, inseguirsi e mordersi l’un l’altro.
Cosa mi sta succedendo?
La mia vita sta andando in pezzi. Vado a letto con uomini di cui non
conosco il nome, senza poi ricordarmi niente. Che storia è questa? Sono
giovane; ho successo e sono carina. Davvero carina – alla faccia tua,
Sweetness! E allora perché sono così infelice? Perché lui mi ha lasciato? Ho
raccolto i frutti del mio lavoro, un lavoro in cui sono brava. Sono fiera di me,
davvero, ma il Vicodin e i postumi della sbronza mi spingono a ripensare di
continuo a certi brutti aspetti del passato che non meritano altrettanta
fierezza. Ho superato tutto e sono andata avanti. Lo pensava anche Booker, o
no? Gli ho aperto il cuore, gli ho raccontato tutto: ogni paura, ogni dolore,
ogni traguardo, per quanto piccolo. Mentre parlavo con lui, alcune cose che
avevo sepolto rispuntavano vivide come se le vedessi per la prima volta – per
esempio il fatto che la camera di Sweetness sembrava sempre in penombra.
Apro la finestra vicino alla toeletta. Il ripiano è affollato dai suoi accessori di
donna adulta: pinzette, batuffoli di cotone, la scatola rotonda della cipria
Lucky Lady, la boccetta azzurra della colonia Midnight in Paris, forcine in un
piattino, veline, matite per le sopracciglia, mascara Maybelline, rossetto
Tabu. È rosso intenso e me ne metto un po’. Non sorprende che adesso lavori
nel settore dei cosmetici. Dev’essere stato descrivere tutti quegli accessori
sulla toeletta di Sweetness a spingermi a raccontargli quell’altra cosa. Fino in
fondo. Sentii il miagolio di un gatto attraverso la finestra aperta; sembrava
pieno di dolore, persino di paura. Guardai. Di sotto, nel passaggio tra i muri
che conduceva al seminterrato dell’edificio, vidi non un gatto ma un uomo.
Era chino sulle gambe corte e grassocce di un bambino tra le sue cosce
bianche e pelose. Le piccole mani del bambino si aprivano e si chiudevano a
pugno. Il suo era un pianto trattenuto, uggiolante, carico di dolore. I pantaloni
dell’uomo erano afflosciati attorno alle caviglie. Mi sporsi dal davanzale e lo
fissai. L’uomo aveva i capelli rossi proprio come Mr Leigh, il padrone di
casa, ma sapevo che non poteva essere lui perché era un tipo inflessibile ma
non uno sporcaccione. Pretendeva di ricevere l’affitto in contanti il primo del
mese entro mezzogiorno, e faceva pagare una sanzione per il ritardo se si
bussava alla sua porta cinque minuti dopo. Sweetness era così intimorita da
lui che mi faceva consegnare i soldi al mattino appena alzata. Adesso so
quello che allora non sapevo: opporsi a Mr Leigh avrebbe significato doversi
cercare un altro appartamento. E non sarebbe stato facile trovare una
sistemazione in un altro quartiere sicuro, cioè misto. Così, quando raccontai a
Sweetness quello che avevo visto, lei andò su tutte le furie. Non per il
bambino che piangeva, ma perché le avevo riferito quell’episodio. Non le
interessavano né piccoli pugni né grosse cosce pelose; le interessava solo
tenere l’appartamento. Mi intimò: «Non dire una parola su questa storia. A
nessuno, hai capito, Lula? Dimenticatela. Non una sola parola». Così ebbi
paura di raccontarle il resto: cioè che, sebbene non avessi fiatato ma fossi
rimasta solo affacciata al davanzale a fissare la scena, qualcosa aveva spinto
l’uomo ad alzare lo sguardo. Ed era proprio Mr Leigh. Si stava riallacciando i
pantaloni mentre il bambino singhiozzava in ginocchio tra i suoi stivali. La
sua espressione mi aveva spaventato ma non ero riuscita a muovermi. Allora
l’avevo sentito gridare: «Ehi, piccola negra di merda! Chiudi quella finestra e
levati dal cazzo!»
Quando l’ho raccontato a Booker all’inizio ho riso, fingendo che fosse
tutta una sciocchezza. Poi hanno cominciato a bruciarmi gli occhi. Prima
ancora che spuntassero le lacrime, lui mi ha cinto la testa con il braccio e mi
ha premuto il mento tra i capelli.
«Non l’hai mai detto a nessuno?» mi ha chiesto.
«Mai», ho risposto. «Solo a te.»
«Adesso lo sanno cinque persone. Il bambino, il porco, tua madre, tu, e ora
io. Cinque è meglio di due ma dovrebbero essere cinquemila.»
Mi ha avvicinato il volto al suo e mi ha baciato. «Hai più rivisto quel
bambino?»
Gli ho detto che pensavo di no, che era accasciato a terra e non l’avevo
visto in faccia. «So solo che era un bambino bianco con i capelli castani.»
Poi, pensando a come le sue piccole dita si distendevano e si arricciavano, si
distendevano al massimo e si arricciavano a pugno, non sono riuscita a
trattenermi dal singhiozzare.
«Coraggio, tesoro, non sei responsabile del male fatto da altri.»
«Lo so, ma…»
«Niente ‘ma’. Correggi quello che puoi; impara da quello che non puoi
correggere.»
«Non so sempre cosa dovrei correggere.»
«Invece sì. Pensa. Per quanto ci sforziamo di ignorarla, la mente riconosce
sempre la verità e vuole chiarezza.»
È stata una delle più belle conversazioni che abbiamo avuto. Ho provato
un tale sollievo. No. Di più. Mi sono sentita sicura, protetta, accolta.
Non come adesso, mentre mi giro e rigiro tra le lenzuola di cotone più
costose del mondo. Sto male, in attesa che il secondo Vicodin faccia effetto,
mi agito irrequieta nella mia splendida camera, incapace di fermare pensieri
spaventosi. Verità. Chiarezza. E se in realtà avessi voluto puntare il dito
contro il padrone di casa in quell’aula di tribunale? Quello di cui era accusata
la maestra non era molto diverso da ciò che aveva fatto Mr Leigh. Puntavo il
dito contro l’idea di lui? Per la sua malvagità o per l’insulto che mi aveva
rivolto? Avevo sei anni e prima di allora non avevo mai sentito le parole
«negra» e «merda», ma l’odio e la repulsione di cui erano cariche non
avevano bisogno di definizioni. Proprio come in seguito, a scuola, quando mi
sibilavano o gridavano altri insulti – di misteriosa definizione, ma dal
significato chiaro. Carbonella. Piccola Topsy. Zulu. Orangutan. Uga-buga.
Facevano versi da scimmia e si grattavano i fianchi, per imitare i gorilla allo
zoo. Un giorno una femmina e tre maschi mi hanno ammucchiato diverse
banane sul banco e si sono messi a imitare le scimmie. Mi trattavano come se
fossi strana, un fenomeno da baraccone; la mia presenza sporcava, come una
macchia d’inchiostro su un foglio bianco. Non mi lamentavo mai con la
maestra per lo stesso motivo per cui Sweetness mi aveva imposto di tacere
riguardo a Mr Leigh: rischiavo di essere sospesa o addirittura espulsa. Così,
lasciavo che gli insulti e le intimidazioni mi entrassero in circolo come un
veleno, come virus letali per cui non avevo a disposizione nessuna cura. In
realtà è stato un bene, ora che ci penso, perché ho sviluppato un’immunità
così forte che per vincere mi è bastato semplicemente non essere una «piccola
negra». Sono diventata una bellezza di un nero profondo che non ha bisogno
del Botox per avere labbra carnose da baciare e nemmeno delle lampade
abbronzanti per nascondere un pallore mortale. In più, a me non serve il
silicone per modellare il sedere. Ho venduto la mia eleganza nera a tutti i
fantasmi dell’infanzia e adesso loro mi pagano per ammirarla. Devo dire che
costringere i miei tormentatori – quelli veri e gli altri come loro – a sbavare
dall’invidia quando mi vedono è più che una rivalsa. È gloria.
Oggi è lunedì o martedì? Comunque, ho passato gli ultimi due giorni quasi
sempre a letto. Ho smesso di preoccuparmi per i lobi; posso sempre rifarmi i
buchi alle orecchie. Brooklyn mi chiama per aggiornarmi sulle questioni di
lavoro. Ho chiesto e ottenuto un prolungamento dell’aspettativa per malattia.
Ora lei è direttrice regionale «facente funzione». Buon per lei. Se lo merita
anche solo per avermi tirato fuori dalla catastrofe di Decagon: si è occupata
di me per giorni, ha provveduto a farmi riavere la Jaguar, a ingaggiare
un’impresa di pulizie, a scegliere il chirurgo plastico. Ha persino licenziato al
posto mio Rose, la mia donna di servizio, quando non sono più riuscita a
sopportare la sua vista – grassa, con due seni simili a meloni e un
fondoschiena come un’anguria. Non sarei potuta guarire senza Brooklyn.
Eppure, mi telefona sempre meno spesso.
Brooklyn

Ho pensato che fosse un maniaco. Anche se la folla intorno balla


scatenata, non afferri una persona da dietro a quel modo se non la conosci.
Ma a lei non ha dato per niente fastidio. L’ha lasciato fare mentre la strizzava
e le si strofinava addosso e non sapeva un accidente di lui; non lo sa neanche
adesso. Ma io sì. L’ho visto con un gruppo di pezzenti straccioni all’ingresso
della metropolitana. Chiedevano l’elemosina, per l’amor di Dio. E una volta
sono sicura di averlo visto stravaccato sulla scalinata della biblioteca, mentre
fingeva di leggere un libro per evitare di farsi cacciare dai poliziotti. Un’altra
volta l’ho visto seduto in un caffè a scrivere su un taccuino; cercava di darsi
un tono, come se avesse qualcosa di importante da fare. Era sicuramente lui
che ho visto vagabondare in quartieri ben lontani dall’appartamento di Bride.
Che ci faceva lì? Aveva un’altra donna? Bride non ha mai detto cosa facesse,
quale fosse il suo lavoro, posto che ne avesse uno. Diceva che le piaceva il
mistero. Bugiarda. Le piaceva il sesso. Era come una droga per lei, e
credetemi, io lo so. Quando eravamo insieme tutti e tre lei era in qualche
modo diversa. Sicura di sé, non così bisognosa di attenzione e alla costante,
palese ricerca di complimenti. In sua compagnia scintillava, ma di una luce
come più morbida. Non lo so. Sì, era un bel tipo. E allora? Cos’altro aveva da
offrire oltre alla fregola tra le lenzuola? Non aveva un centesimo.
Avrei potuto metterla in guardia. Non mi stupisce affatto che l’abbia
lasciata come una puzzola lascia cattivo odore. Se lei avesse saputo quello
che sapevo io, lo avrebbe buttato fuori. Un giorno, tanto per divertirmi, ho
flirtato con lui, ho cercato di sedurlo. In camera di Bride, nientemeno.
Dovevo portarle qualcosa, i modelli dimostrativi delle confezioni. Ho le
chiavi e sono entrata senza annunciarmi. Quando ho chiamato il suo nome, ha
risposto lui, dicendo: «Non è qui». Sono andata in camera: lui era lì, sdraiato
a letto a leggere. Nudo, pure, sotto il lenzuolo che gli arrivava alla vita.
D’impulso, ed è stato davvero un impulso, ho lasciato cadere le confezioni,
mi sono tolta le scarpe e poi, lentamente, come in un video porno, anche gli
altri vestiti. Lui non mi ha levato gli occhi di dosso mentre mi spogliavo ma
non ha detto una parola, così ho capito che voleva che rimanessi. Non porto
mai biancheria intima, perciò quando mi sono slacciata i jeans e poi li ho
allontanati con il piede sono rimasta lì nuda come una neonata. Lui mi
fissava, ma solo in faccia, con uno sguardo così intenso che ho dovuto battere
le palpebre. Mi sono passata una mano tra i capelli e poi mi sono avvicinata:
mi sono infilata tra le lenzuola; gli ho cinto il torace con un braccio,
ricoprendolo di baci leggeri. Lui ha messo via il libro.
Tra un bacio e l’altro, ho sussurrato: «Non vuoi un altro fiore nel tuo
giardino?»
E lui: «Sei sicura di sapere cosa fa crescere un giardino?»
«Certo», ho detto io. «La tenerezza.»
«E il letame», ha ribattuto.
Mi sono sollevata su un gomito e l’ho fissato. Bastardo. Non sorrideva ma
non mi stava nemmeno respingendo. Sono saltata giù dal letto e ho raccolto i
miei vestiti più in fretta che ho potuto. Non mi ha nemmeno guardata mentre
mi rivestivo, quello stronzo. È tornato a leggere il suo libro. Se avessi voluto,
sarei riuscita a convincerlo a fare l’amore con me. Dico davvero.
Probabilmente non avrei dovuto saltargli addosso così all’improvviso.
Sarebbe stato meglio andarci piano, rallentare. Fare con calma.
Be’, in ogni caso Bride non sa un accidente del suo ex amante. Ma io sì.
Bride

Non capisco. Lui chi cavolo è? La sua sacca da viaggio, che sono decisa a
buttare come l’altra borsa, contiene diversi libri, uno in tedesco, due di
poesia, uno di un tale chiamato Hass, più alcuni tascabili di scrittori che non
ho mai sentito nominare.
Cristo. Pensavo di conoscerlo. So che si è laureato a chissà quale
università. Ha delle magliette che dicono così, ma non ho mai pensato a
quella parte della sua vita perché ciò che contava nel nostro rapporto, oltre al
fare l’amore e alla sua capacità di capirmi completamente, era quanto ci
divertivamo. Ballando nei locali, mentre le altre coppie ci guardavano con
invidia; in barca con gli amici; in spiaggia. Questi libri che ho trovato
dimostrano quanto poco lo conoscessi, che era qualcun altro, una persona che
pensava cose di cui non parlava mai. Vero, le nostre conversazioni
riguardavano soprattutto me, ma non erano piene di sarcasmo e di battute
come quelle che avevo di solito con gli altri uomini. Con quelli, se non ero io
a flirtare o loro a sputare sentenze, si finiva sempre per discutere, litigare,
rompere. Non avrei mai potuto raccontare la mia infanzia a loro come ho
fatto con Booker. Be’, ci sono state alcune volte in cui mi ha parlato a lungo
senza dire niente di intimo – più come se fosse una conferenza. In
un’occasione, mentre eravamo stesi sulle sdraio in spiaggia si è messo a
raccontarmi la storia dell’acqua in California. Un po’ una noia, sì, e io ero
vagamente incuriosita. Però mi sono addormentata.
Non ho idea di come occupasse il tempo quando io ero in ufficio, non
gliel’ho mai chiesto. Credevo di piacergli soprattutto perché non indagavo,
non lo tormentavo e non gli chiedevo del suo passato. Gli lasciavo la sua vita
privata. Credevo di dimostrargli così quanto mi fidassi di lui – era da lui che
ero attratta, non da quello che faceva. Tutte le ragazze che conosco
presentano il compagno come un avvocato, un artista, il proprietario di un
locale, un broker o quant’altro. Il lavoro, non l’uomo, è quello che la donna
adora. «Bride, ti presento Steve. È avvocato presso…» «Esco con un tipo
fantastico, un produttore cinematografico…» «Joey è direttore finanziario
presso…» «Il mio ragazzo ha ottenuto una parte in quella serie tv…»
Non avrei dovuto – fidarmi di lui, intendo. Io gli ho aperto il mio cuore;
lui non mi ha detto niente di sé. Io parlavo; lui ascoltava. Poi mi ha mollato,
se n’è andato senza una parola. Mi ha preso in giro, mi ha scaricato
esattamente come ha fatto Sofia Huxley. Non avevamo parlato di
matrimonio, ma credevo davvero di avere trovato il mio uomo. «Non sei la
donna…» è l’ultima cosa che mi sarei aspettata di sentire.
La posta di giorni, settimane intere riempie il cestino sul tavolo vicino alla
porta. Dopo avere cercato qualcosa da sgranocchiare in frigorifero, decido di
esaminare il mucchio, gettando via le richieste di denaro di tutte le
organizzazioni di beneficenza del mondo, le promesse di omaggi da parte di
banche, negozi e aziende in difficoltà. Ci sono solo due lettere degne di nota.
Una è di Sweetness. «Ciao, tesoro», poi la cronaca degli ultimi pareri dei
medici prima del solito accenno al suo bisogno di soldi. L’altra è indirizzata a
Booker Starbern da Salvatore Ponti sulla Diciassettesima. Strappo la busta
per aprirla e trovo un sollecito di pagamento. Un debito di sessantotto dollari.
Non so se cestinare il sollecito o andare a vedere cos’abbia fatto Mr Ponti per
sessantotto dollari. Prima che mi decida, squilla il telefono.
«Ehi, com’è andata? Ieri sera. Alla grande, vero? Eri bella da togliere il
fiato, come al solito.» Brooklyn sta sorseggiando qualcosa mentre parla. Un
qualche beverone dietetico a calorie zero, dall’apporto nutritivo bilanciato,
aromatizzato artificialmente, con una consistenza cremosa e un colore
improbabile. «Il dopo festa non è stato una bomba?»
«Sì», rispondo.
«Non mi sembri tanto sicura. Quel tipo con cui te ne sei andata si è
rivelato un agnellino o Superman? Chi è, comunque?»
Vado al comodino e riguardo il biglietto. «Phil nonsocome.»
«Com’è? Io sono stata con Billy da Rocco’s, e poi…»
«Brooklyn, devo uscire da qui. Andarmene da qualche parte.»
«Come? Vuoi dire adesso?»
«Non abbiamo parlato di una crociera?» Mi è venuta una voce lamentosa,
lo so.
«Sì, certo, ma dopo che YOU, GIRL arriverà nei negozi. Le borse omaggio
con i campioni sono già pronte e i creativi hanno idee fantastiche per…»
Va avanti a parlare finché non la fermo. «Senti, ti richiamo. Sento un po’ i
postumi di ieri.»
«Ma sul serio», ridacchia Brooklyn.
Quando riappendo ho già deciso di andare da Mr Ponti.
Sofia

Non mi è permesso stare vicino ai bambini. Il primo lavoro che ho avuto


dopo la scarcerazione sulla parola è stato come badante. Mi andava bene
perché la signora che assistevo era simpatica. Addirittura grata per il mio
aiuto. E mi faceva piacere stare lontana dal rumore e dalla folla. Decagon è
rumorosa, piena com’è di donne maltrattate e guardie che non tollerano
provocazioni. La prima settimana a Brookhaven, prima che mi trasferissero a
Decagon, ho visto una detenuta colpita alla testa con una cintura solo perché
le era caduto il vassoio del pranzo. La guardia l’ha costretta a mettersi a
quattro zampe per mangiare. Lei ci ha provato ma poi ha cominciato a
vomitare, così l’hanno portata in infermeria. Non è che il pranzo fosse tanto
male: pappa di mais e carne in scatola. Mi sa che era malata, forse aveva
l’influenza. Decagon è meglio di Brookhaven, dove si divertivano a
perquisirci a ogni ingresso e uscita, o solo perché ne avevano voglia. Lo
stesso, però, nella seconda prigione c’era sempre qualche conflitto fra
detenute e guardie, e se non c’era, mentre eravamo impegnate a lavorare, il
frastuono, i bisticci, le liti, le risate, le grida non finivano mai. Anche quando
si spegnevano le luci diminuiva solo il volume, da un ruggito a un abbaiare
continuo. Almeno, a me sembrava così. Il silenzio era quello che mi piaceva
di più nel fare la badante. Dopo un mese, però, me ne sono dovuta andare
perché i nipoti della mia paziente le facevano visita nei fine settimana. Il mio
supervisore mi ha trovato un posto simile ma senza bambini: una casa di
riposo che non si definiva un hospice ma sostanzialmente lo era. All’inizio
non mi piaceva stare in un altro istituto circondata da tante persone, specie
quelle a cui dovevo rispondere. Ma poi mi sono abituata, perché i capi non
erano minacciosi anche se portavano una divisa. Tutto quello che mi
ricordava la prigione mi metteva di pessimo umore.
In qualche modo sono sopravvissuta a quei quindici anni. Se non fosse
stato per le partite di basket nei fine settimana e per Julie, la mia compagna di
cella e unica amica, dubito che ce l’avrei fatta. Per i primi due anni noi due,
condannate per abusi su minori, siamo state evitate da tutte in mensa. Ci
insultavano e ci sputavano addosso, e di tanto in tanto le guardie ci
perquisivano la cella. Dopo un po’ si sono dimenticate di noi. Eravamo in
fondo al mucchio di assassine, piromani, spacciatrici, rivoluzionarie
bombarole e donne mentalmente squilibrate. Per loro, fare del male ai
bambini equivaleva al peggio del peggio, il che è una scemenza visto che gli
spacciatori non pensano certo a chi vanno ad avvelenare o a quanti anni
abbiano e i piromani non allontanano i bambini se mandano a fuoco la casa di
una famiglia. E i bombaroli non sono molto selettivi o noti per la precisione.
Chiunque avesse dubitato dell’odio che quelle donne nutrivano per me e Julie
non avrebbe dovuto fare altro che notare come l’amore per i bambini fosse
messo in mostra ovunque: le pareti delle celle erano tappezzate di foto di
bimbi e di neonati. Non importava di chi fossero figli.
Julie era stata condannata per avere soffocato la figlia disabile. Teneva la
foto della bambina appesa sopra il letto. Molly. Testa grossa, bocca
semiaperta, gli occhi azzurri più dolci del mondo. Julie sussurrava alla foto di
Molly di notte o quando poteva. Non le chiedeva perdono, ma raccontava
storie alla figlia morta – specialmente fiabe, tutte popolate di principesse.
Non gliel’ho mai detto, ma anche a me piacevano quelle storie: mi aiutavano
a addormentarmi. Lavoravamo nella sartoria del carcere, cucendo camici per
un’azienda specializzata in abbigliamento sanitario che ci pagava dodici
centesimi all’ora. Quando le dita mi si sono irrigidite troppo per lavorare
bene a macchina mi hanno spostato in cucina, dove mi cadeva tutto ciò che
non bruciavo, per cui mi hanno rimandato in sartoria. Ma Julie non era più lì.
Era in infermeria dopo avere cercato di impiccarsi. Non sapeva come fare.
Alcune detenute particolarmente crudeli si sono offerte di mostrarglielo.
Quando è tornata nella sezione comune era diversa: silenziosa, triste, non
molto di compagnia. Immagino dipendesse dallo stupro di gruppo che le
avevano inflitto quattro donne, e poi dalla schiavitù sessuale a cui l’aveva
costretta una delle prigioniere più anziane – una «maschia» di nome Lover a
cui conveniva non pestare i calli. Nessuna, né tra le guardie né tra le detenute,
mi trovava abbastanza attraente da volere più di una sveltina ogni tanto. Ero
combattiva e troppo alta, immagino, una specie di gigantessa lì dentro. Va
bene così, pensavo: meno c’era da leccare meglio era.
In tutti quegli anni ho ricevuto esattamente due lettere da Jack, mio marito.
La prima esordiva con il classico «Ciao, tesoro» per poi sciorinare lamentele
come: «Mi [parola censurata] qui dentro». Picchiano? Stuprano? Torturano?
Quali altre parole avrebbe ritenuto di dover cancellare il censore della
prigione? La seconda lettera iniziava così: «Ma che cazzo avevi in mente,
stronza?» Lì non c’erano parole censurate. Non ho risposto. I miei genitori mi
mandavano pacchi per Natale e per il compleanno: barrette dolci e nutrienti,
assorbenti interni, opuscoli religiosi e calze. Ma non mi scrivevano mai, né
mi telefonavano o venivano a trovarmi. Non mi stupiva. Erano sempre stati
difficili da compiacere. La Bibbia di famiglia era collocata su un leggio
vicino al pianoforte, dove mia madre suonava inni dopo cena. Non l’hanno
mai detto, ma sospetto fossero contenti di essersi liberati di me. Nel loro
mondo diviso tra Dio e il Diavolo, nessun innocente viene mai condannato al
carcere.
Perlopiù facevo quello che mi dicevano. E leggevo molto. Quella era una
delle poche cose buone di Decagon: la biblioteca. Dato che ormai le
biblioteche pubbliche non se ne fanno più niente dei libri veri, li mandano
alle prigioni e alle case di riposo. Dai miei, a parte la Bibbia e i libretti
religiosi, tutto il resto era bandito. In quanto maestra credevo di avere una
buona cultura, anche se al college, nel corso di laurea in Scienze
dell’educazione, non avevo dovuto leggere nessuna opera letteraria. Prima
del carcere non avevo mai letto né l’Odissea né Jane Austen. Né l’una né
l’altra mi hanno insegnato granché, ma concentrarmi su fughe, inganni e chi
avrebbe sposato chi costituiva una gradita distrazione.
Nel taxi, il giorno in cui mi hanno scarcerata, mi sono sentita come una
bambina che vedeva il mondo per la prima volta – case circondate da un’erba
così verde che mi feriva gli occhi. I fiori sembravano dipinti, perché non
ricordavo rose di quella sfumatura di lavanda né girasoli di un giallo tanto
accecante. Tutto mi sembrava non solo rimodellato, ma nuovo di zecca.
Quando ho abbassato il finestrino per respirare l’aria fresca, il vento mi ha
investito i capelli, gettandoli indietro e di lato. È stato allora che ho capito di
essere libera. Il vento. Il vento che mi sfiorava, accarezzava, baciava i capelli.
Quello stesso giorno, una ragazza che insieme ad altri scolari aveva
testimoniato contro di me – ormai diventata adulta – ha bussato alla mia
porta. Ero in uno squallido motel e desideravo disperatamente mangiare e
dormire da sola per una volta. Senza piccoli litigi o gemiti da orgasmo, sonori
singhiozzi o un russare continuo dalle celle accanto. Credo che non molti
sappiano apprezzare il silenzio e si rendano conto che è quanto di più vicino
alla musica ci sia. Alcuni diventano nervosi nella quiete più totale, altri si
sentono troppo soli. Dopo quindici anni di rumore, io avevo fame di silenzio
più che del cibo. Così mi sono abbuffata, ho vomitato tutto e stavo per
gustarmi una profonda solitudine quando ho sentito bussare alla porta.
Non sapevo chi fosse, anche se qualcosa negli occhi mi sembrava
familiare. In un altro mondo la sua pelle nera sarebbe stata notevole, ma dopo
tutti quegli anni passati a Decagon non lo era più. Dopo quindici anni di
orrende scarpe basse, invece, ero più interessata alle sue décolleté alla moda:
di pitone o coccodrillo, a punta, con tacchi così alti che parevano i trampoli di
un pagliaccio da circo. Parlava come se fossimo amiche ma non ho capito
cosa intendesse o volesse finché non mi ha gettato dei soldi. Era una degli
scolari che avevano testimoniato contro di me, una di quelli che hanno
contribuito a uccidermi, a portarmi via la vita. Come poteva pensare che un
rotolo di contanti potesse cancellare quindici anni di vita uguale alla morte?
Non ci ho visto più. I pugni hanno preso il sopravvento mentre pensavo di
combattere il Diavolo. Esattamente quello di cui parlava sempre mia madre:
seducente, eppure maligno. Appena l’ho buttata fuori e mi sono liberata di
quell’incarnazione di Satana, mi sono rannicchiata stretta sul letto e ho
aspettato che arrivassero i poliziotti. Ho aspettato e aspettato. Non sono
venuti. Se avessero sfondato la porta avrebbero visto una donna finalmente
spezzata, dopo quindici anni di resistenza. Per la prima volta dopo tutti quegli
anni, ho pianto. Pianto e pianto e pianto finché non mi sono addormentata. Al
risveglio mi sono detta che la libertà non è mai gratis. Bisogna lottare per
conquistarsela. Lavorare per ottenerla e assicurarsi di saperla gestire.
Ora che ci penso, quella ragazza nera mi ha veramente fatto un favore.
Non la sciocchezza che aveva in mente, non i soldi che mi ha offerto, ma un
dono che nessuna delle due aveva previsto: ha liberato lacrime trattenute per
quindici anni. Basta ingoiare tutto. Basta lerciume. Ora sono pulita e abile.
PARTE SECONDA
Era meglio prendere un taxi perché parcheggiare una Jaguar in un
quartiere come quello sarebbe stato tanto stupido quanto rischioso. Bride si
stupì che Booker frequentasse certe zone della città. Perché qui? si chiese.
C’erano negozi di musica anche in quartieri non minacciosi, dove non si
vedevano uomini tatuati e adolescenti vestite come spiriti maligni fare
capannello agli angoli delle strade o starsene accoccolati sui marciapiedi.
Quando l’autista si fermò all’indirizzo che gli aveva dato, e dopo che le
ebbe detto: «Mi spiace, signora, non posso aspettarla», Bride si avviò a passo
rapido verso la porta del Palazzo dei pegni e delle riparazioni di Salvatore
Ponti. Dentro appariva subito chiaro che la parola «palazzo» più che un
errore era un’assurdità. File e file di gioielli e orologi si nascondevano dentro
vetrine impolverate. Un uomo, bello come possono esserlo gli anziani, le si
avvicinò muovendosi lungo il bancone. Con occhi da gioielliere, scrutò tutto
quello che riusciva a scorgere della cliente.
«Mr Ponti?»
«Chiamami Sally, dolcezza. Che posso fare per te?»
Bride mostrò il sollecito di pagamento e spiegò che era venuta a saldare il
conto e a ritirare l’oggetto che era stato riparato. Sally esaminò il foglio. «Oh,
sì», disse. «Anello per pollice. Bocchino. È tutto nel retro. Vieni.»
Si spostarono insieme nel retrobottega, dove c’erano chitarre e ottoni
appesi alle pareti e una profusione di ricambi metallici sparsi su un pezzo di
stoffa disteso su un tavolo. L’uomo che lavorava lì alzò lo sguardo dalla lente
d’ingrandimento per esaminare Bride e poi il sollecito. Andò a un armadio ed
estrasse una tromba avvolta in una pezza color porpora.
«Non ha parlato dell’anello per il mignolo», disse il riparatore, «ma ho
sostituito anche quello. Un tipo pignolo, molto pignolo.»
Bride prese lo strumento pensando che non sapeva nemmeno che Booker
lo possedesse o lo suonasse. Se si fosse informata, avrebbe scoperto che era
per quello che lui aveva una fossetta scura sul labbro superiore. Tese a Sally
la somma dovuta.
«Simpatico, però, e sveglio per essere un provincialotto», soggiunse il
riparatore.
«Provincialotto?» obiettò Bride. «Non è un provinciale. Abita qui.»
«Ah, sì? Mi ha detto che veniva da un paesino sperduto su a nord»,
intervenne Sally.
«Whiskey», disse il riparatore.
«Ma cosa state dicendo?» chiese Bride.
«Buffo, vero? Chi potrebbe scordarsi un paese chiamato Whiskey?
Nessuno, ecco chi.»
I due uomini scoppiarono a ridere a crepapelle e si misero a elencare altri
nomi memorabili di località: Intercourse, Pennsylvania; No Name, Colorado;
Hell, Michigan; Elephant Butte, New Mexico; Pig, Kentucky; Tightwad,
Missouri. a Esausti, infine, per lo spasso condiviso, tornarono a rivolgere
l’attenzione alla cliente.
«Guarda», disse Sally. «Ci ha dato un altro indirizzo a cui inoltrargli la
corrispondenza.» Cercò nello schedario. «Ecco. Una persona di nome Olive.
Q. Olive. Whiskey, California.»
«Non c’è la via?»
«Pensaci, tesoro. Chi ti dice che ci siano vie in un paesino chiamato
Whiskey?» Sally si stava divertendo a prolungare quella conversazione, oltre
che a prolungare la presenza della bella ragazza nera nel negozio. «Piste di
cervi, tutt’al più», soggiunse.
Bride uscì in fretta dal negozio, ma altrettanto in fretta si rese conto che
non c’erano taxi di passaggio. Fu costretta a tornare dentro e a chiedere a
Sally di chiamargliene uno.

a Si tratta di nomi di località esistenti, che però risultano buffi o scherzosamente


equivocabili. Una traduzione fra il letterale e il malizioso suonerebbe così: «Rapporto
Sessuale, Pennsylvania; Senza Nome, Colorado; Inferno, Michigan; Culo da Elefante,
New Mexico; Porco, Kentucky; Spilorcio, Missouri». (N.d.T.)
Sofia

Dovrei essere triste. Papà ha chiamato il mio capo per dire che mamma è
morta. Ho chiesto un anticipo per comprare il biglietto aereo per assistere al
funerale, pensando che il supervisore per la libertà sulla parola me l’avrebbe
permesso. Ricordo ogni centimetro della chiesa dove si terrà il funerale. I
leggii di legno sul retro dei banchi dove appoggiare le Bibbie, la luce
verdognola che entrava dalla vetrata dietro la testa del reverendo Walker. E
l’odore: profumo, tabacco e qualcosa di più. Devozione, forse. Tutto pulito,
retto e molto benefico, proprio come l’angolo del soggiorno in casa di
mamma. La carta da parati bianca e blu che sono giunta a conoscere meglio
della mia stessa faccia. Rose, lillà e clematidi in tutte le sfumature del blu su
uno sfondo bianco come la neve. Restavo lì in piedi a volte anche per due ore
di fila; un muto rimprovero, una punizione per qualcosa che non ricordo
adesso e nemmeno allora. Mi ero bagnata le mutande? Avevo «fatto la lotta»
con il figlio di un vicino? Non vedevo l’ora di uscire dalla casa di mamma e
sposare il primo che me lo avesse chiesto. Due anni con lui sono stati la
stessa cosa: obbedienza, silenzio, un angolo bianco e blu più grande.
Insegnare era l’unico piacere che avessi.
Devo ammettere, però, che le regole di mamma, la sua rigida disciplina,
mi hanno aiutato a sopravvivere a Decagon. Fino al giorno del rilascio, cioè,
quando sono esplosa. Veramente esplosa. Ho riempito di botte quella ragazza
nera che aveva testimoniato contro di me. Picchiarla, colpirla e prenderla a
calci mi ha liberato ben più della scarcerazione fisica. Per me è stato come
strappare carta da parati bianca e blu, restituire schiaffi e scacciare dalla mia
vita il Diavolo che mamma conosceva tanto bene.
Mi chiedo che fine abbia fatto. Perché non abbia chiamato la polizia. Sul
momento, è stato un piacere vederle gli occhi paralizzati dalla paura. Il
mattino dopo, con la faccia gonfia dopo avere singhiozzato per ore, ho aperto
la porta. Sull’asfalto spiccavano sottili rivoli di sangue, e poco distante c’era
un orecchino con una perla. Forse era suo, forse no. In ogni caso l’ho tenuto.
Lo conservo ancora nel portafogli, per cosa? Come una specie di ricordo?
Quando mi occupo dei miei pazienti – rimetto loro le dentiere in bocca,
massaggio la schiena e le cosce per limitare le piaghe da decubito, o passo la
spugna sulla pelle di carta velina prima di stendere la crema – dentro di me
sto riparando la ragazza nera, la guarisco, la ringrazio. Per la liberazione.
Scusa mamma.
Il sole e la luna condividevano l’orizzonte in un’amicizia alla lontana,
ciascuno imperturbato dall’altro. Bride non fece caso alla luce, a come
rendesse carnevalesco il cielo. Il pennello da barba e il rasoio erano riposti
nella custodia della tromba, chiusa nel bagagliaio. Non distolse il pensiero da
entrambi finché non la distrasse la musica alla radio della Jaguar. Nina
Simone era troppo aggressiva, la spingeva a pensare ad altro che a se stessa.
Passò a un jazz morbido, più adatto agli interni in pelle dell’auto, uno sfondo
tranquillizzante per l’ansia che aveva bisogno di contenere. Non aveva mai
fatto niente di così avventato. Il motivo di questa ricerca non era l’amore, lo
sapeva; era più il risentimento che la rabbia a spingerla a addentrarsi in un
territorio sconosciuto per ritrovare l’unica persona di cui un tempo si fidasse,
che la faceva sentire sicura, in un certo senso colonizzata. Senza di lui il
mondo era più che sconcertante: superficiale, freddo, deliberatamente ostile.
Come l’atmosfera in casa di sua madre, dove non sapeva mai quale fosse la
cosa giusta da dire o da fare e non ricordava mai le regole. Lasciare il
cucchiaio nella scodella dei cereali o appoggiarlo accanto alla scodella;
allacciarsi le scarpe con il fiocco o con un doppio nodo; ripiegare le calze o
tirarle su fino a metà polpaccio? Quali erano le regole e quando erano
cambiate? Quando aveva sporcato le lenzuola con il suo primo sangue
mestruale, Sweetness l’aveva schiaffeggiata e poi spinta in una vasca piena di
acqua fredda. A mitigare lo shock c’era stata la soddisfazione di sentirsi
toccare, maneggiare da una madre che evitava il contatto fisico il più
possibile.
E lui, come aveva potuto? Perché l’aveva lasciata priva di qualsiasi
conforto e sicurezza emotiva? Sì, la sua reazione a caldo all’uscita di lui era
stata sciocca, stupida. La provocazione di una scolaretta che non sa com’è la
vita.
Lui era parte della sofferenza – non un salvatore, proprio per niente, e
adesso la vita di Bride era a soqquadro per colpa sua. I pezzi che aveva cucito
insieme: il fascino personale, un ruolo di responsabilità in una professione
entusiasmante e anche creativa, la libertà sessuale, e soprattutto uno scudo
che la proteggeva da qualsiasi emozione troppo intensa, che fosse rabbia,
imbarazzo o amore. Aveva reagito all’aggressione fisica in modo non meno
codardo che a quella rottura improvvisa e inspiegata. La prima aveva
prodotto lacrime; la seconda un irriverente: «E allora?» Il pestaggio di Sofia
era stato come lo schiaffo di Sweetness senza il piacere di essere toccata.
Entrambi avevano confermato la sua impotenza davanti alla più incredibile
crudeltà.
Troppo debole, troppo spaventata per sfidare Sweetness, o il padrone di
casa, o Sofia Huxley, non le restava altro che farsi finalmente sentire e
affrontare il primo uomo davanti a cui si era messa a nudo, senza sapere che
la stava prendendo in giro. Ci sarebbe voluto coraggio, ma d’altra parte,
avendo successo nel lavoro, era sicura di averne in quantità. Di coraggio
come di bellezza esotica.
A detta di Sally e del suo lavorante, lui veniva da un paesino chiamato
Whiskey. Magari era tornato lì. Magari no. Forse viveva con Miss Q. Olive,
un’altra donna che non voleva, o aveva preso una strada diversa. In ogni
caso, Bride lo avrebbe trovato, lo avrebbe costretto a spiegare perché non
meritasse un trattamento migliore da parte sua; e poi, che cosa intendeva con
«non sei la donna»? Chi? Questa donna qui? Alla guida di una Jaguar con
indosso un abito di cashmere madreperla e stivali di pelliccia di coniglio
spazzolata del colore della luna? La bellezza – a detta di chiunque abbia due
occhi – che dirige un importante settore di un’azienda miliardaria? Quella che
stava già immaginando nuove linee di prodotti – per le ciglia, stavolta. Oltre a
un bel seno, ogni donna (il suo tipo o no) desiderava ciglia più lunghe e folte.
Poteva essere sottile come un cobra e ridotta alla fame, ma se aveva due tette
come pompelmi e occhi da procione era felice da impazzire. Bene. Ci si
sarebbe dedicata al suo ritorno.
L’autostrada divenne via via meno trafficata mentre procedeva a est e poi
a nord. Presto, immaginava, le foreste avrebbero orlato la strada guardandola,
come facevano sempre gli alberi. Nel giro di poche ore sarebbe stata tra le
valli del Nord: accampamenti di taglialegna, paesini non più vecchi di lei,
sentieri antichi quanto le Tribù. Finché si trovava sull’autostrada statale,
decise di cercare un posto dove mangiare e rinfrescarsi prima di addentrarsi
in un territorio troppo scarsamente abitato per offrire un buon comfort.
Numerosi simboli su un solo cartello reclamizzavano un marchio di
carburante, quattro di ristorazione, due di alloggi. Dopo qualche chilometro,
Bride uscì dall’autostrada e si fermò nell’area di servizio. La tavola calda che
scelse era deserta e immacolata. L’odore di birra e tabacco non era recente, e
nemmeno la bandiera confederata appesa accanto a quella americana
ufficiale.
«Sì?» La cameriera al bancone la squadrò da capo a piedi spalancando gli
occhi. Bride era abituata a quello sguardo, e alla bocca aperta che di solito lo
accompagnava. La faceva pensare all’accoglienza che aveva ricevuto i primi
giorni di scuola. Shock, come se avesse tre occhi.
«Posso avere un’omelette bianca senza formaggio?»
«Bianca? Vuol dire senza uova?»
«No. Senza tuorli.»
Bride mangiò quanto riuscì di quella versione bifolca di una pietanza
digeribile, poi chiese dove fosse la toilette. Lasciò una banconota da cinque
dollari sul bancone, per non far pensare alla cameriera che volesse darsela a
gambe. In bagno, ebbe la conferma che aveva ancora motivo di allarmarsi per
il pube spoglio. Poi, guardandosi allo specchio sopra il lavandino, notò che la
scollatura del vestito di cashmere era storta, si era spostata al punto da
lasciarle nuda la spalla sinistra. Raddrizzandola, si rese conto che quello
scivolamento non era dovuto né a un errore di postura né a un difetto di
fabbricazione. La parte superiore del vestito le penzolava addosso come se
avesse acquistato per sbaglio un capo di due taglie più grande e solo ora si
accorgesse della differenza. Ma l’abito le stava alla perfezione quando si era
messa in viaggio. Forse, pensò, era scarsa la qualità del tessuto o del taglio;
altrimenti voleva dire che stava perdendo peso, e in fretta. Nessun problema.
Nel suo settore, «troppo magra» non esisteva. Avrebbe semplicemente scelto
con più attenzione quello che indossava. Lo spaventoso ricordo dei lobi delle
orecchie tornati lisci la scosse, ma non osò collegarlo ad altri cambiamenti
nel suo corpo.
Mentre prendeva il resto e decideva quanto lasciare di mancia, Bride
chiese indicazioni per Whiskey.
«Non è mica lontano», disse la cameriera dagli occhi sgranati e dal
sorrisetto sarcastico. «Saranno centocinquanta, duecento chilometri. Ci arriva
di sicuro prima che fa buio.»
E sarebbe «non lontano» per questi boscaioli ignoranti? si chiese Bride.
Duecento chilometri? Fece il pieno, chiese che le controllassero gli
pneumatici e imboccò il raccordo per tornare sull’autostrada. Contrariamente
alle certezze della cameriera, era molto buio quando vide l’uscita indicata non
con un numero ma con un nome: Whiskey Road.
Perlomeno la strada era asfaltata, stretta e tutta curve ma asfaltata. Forse fu
quello il motivo per cui si fidò degli abbaglianti e accelerò. Non se ne accorse
nemmeno. L’automobile tirò dritto a una curva secca e andò a schiantarsi
contro quello che doveva essere il primo e più grande albero del mondo,
circondato da cespugli che nascondevano la base del tronco. Bride lottò
contro l’airbag, muovendosi con tanta fretta e in preda a un tale panico da
non rendersi conto di avere un piede storto e intrappolato tra il pedale del
freno e la portiera deformata dall’impatto, finché il dolore non le tolse il fiato
appena cercò di liberarlo. Riuscì a slacciare la cintura di sicurezza,
nient’altro. Restò lì semisdraiata goffamente sul sedile di guida, cercando di
sfilare il piede sinistro dall’elegante stivale di pelo di coniglio. I suoi sforzi si
rivelarono tanto dolorosi quanto vani. Allungandosi e contorcendosi, riuscì ad
afferrare il cellulare, ma sullo schermo campeggiava il messaggio SEGNALE
DI RETE ASSENTE . La probabilità che passasse un’auto a quell’ora era remota
ma non nulla, così pigiò il clacson, nel disperato desiderio che non
spaventasse solo le civette. Non spaventò nessuno perché rimase muto. Bride
non poté fare altro che restare lì tutta la notte, di volta in volta impaurita,
arrabbiata, dolorante, in lacrime. La luna era un ghigno sdentato e persino le
stelle, viste attraverso il ramo piombato sul parabrezza come un braccio
pronto a strangolarla, le facevano paura. Il frammento di cielo che riusciva a
scorgere era un tappeto scuro di coltelli lucenti puntati contro di lei e
smaniosi di venire lanciati. Si sentiva ferita dal mondo – consapevole delle
forze maligne che la stavano trasformando da coraggiosa avventuriera in
fuggitiva.
Il sole accennava appena a sorgere, una fetta di albicocca che stuzzicava il
cielo con la promessa di rivelarsi nella sua interezza. Bride, torturata dai
crampi e dal dolore alla gamba, ebbe un fremito di speranza con l’arrivo
dell’alba. Un motociclista senza casco, un camioncino carico di taglialegna,
uno stupratore seriale, un ragazzo in bicicletta, un cacciatore di orsi – non
c’era nessuno che potesse darle una mano? Mentre immaginava chi o cosa
potesse salvarla, un musetto bianco panna comparve al finestrino del
passeggero. Una ragazzina, giovane, con un micetto nero in braccio, la fissò
con gli occhi più verdi che Bride avesse mai visto.
«Aiutami. Ti prego. Aiutami.» Bride voleva gridare, ma non ne aveva la
forza.
La ragazzina la guardò a lungo, poi si girò e scomparve.
«Oh, Dio», sussurrò Bride. Era un’allucinazione? Se no, la ragazzina era
andata sicuramente a cercare aiuto. Nessuno l’avrebbe lasciata lì, nemmeno
un disabile mentale o un individuo geneticamente violento. O no?
All’improvviso, come non avevano fatto al buio, gli alberi tutto intorno che
prendevano vita con l’arrivo dell’alba la spaventarono davvero, e il silenzio
divenne terrificante. Decise di accendere il motore, ingranare la retromarcia e
tirar fuori a forza la Jaguar da lì, piede o non piede. Proprio mentre girava la
chiave, sentendo solo il ticchettio della batteria scarica, apparve un uomo.
Barbuto, con lunghi capelli biondi e occhi neri stretti in una fessura. Stupro?
Omicidio? Bride tremò, guardandolo mentre socchiudeva ancor di più le
palpebre per osservarla attraverso il finestrino. Poi se ne andò. Quelle che le
parvero ore furono solo pochi minuti, prima che lui tornasse con una sega e
un piede di porco. Deglutendo, irrigidita dalla paura, lo fissò mentre segava il
ramo piombato sul cofano e poi, presa una tenaglia dalla tasca posteriore,
faceva leva e scardinava la portiera. Il grido di dolore di Bride fece sussultare
la ragazzina dagli occhi verdi che assisteva alla scena a bocca aperta. Con
delicatezza, l’uomo sfilò il piede di Bride da sotto il pedale del freno,
allontanandolo dalla portiera sfondata. I capelli gli piovvero sul volto mentre
la sollevava dal sedile. In silenzio, senza fare domande né offrire alcuna
consolazione verbale, la prese in braccio. Con la ragazzina dagli occhi di
smeraldo che trotterellava alle sue spalle, portò Bride per quasi un chilometro
lungo un sentiero sabbioso che conduceva a una struttura simile a un
magazzino dove avrebbe potuto abitare un omicida. Stretta fra le sue braccia,
in preda a un dolore incessante, lei continuò a ripetere: «Non farmi del male,
ti prego, non farmi del male», prima di svenire.
«Perché ha la pelle così nera?»
«Per lo stesso motivo per cui la tua è così bianca.»
«Oh. Vuoi dire come la mia gattina?»
«Esatto. È nata così.»
Bride trattenne il fiato. Che conversazione spontanea tra madre e figlia.
Fingeva di dormire, origliando da sotto una coperta Navajo, la caviglia
appoggiata su un cuscino, pulsante di dolore dentro lo stivale di pelliccia.
L’uomo venuto a soccorrerla aveva portato Bride in questa specie di casa e,
invece di violentarla e torturarla, aveva chiesto alla moglie di prendersi cura
di lei mentre lui andava via con il camioncino. Non ne era sicuro, aveva
detto, ma forse non era troppo presto per rintracciare l’unico medico della
zona. Non gli sembrava solo una storta, aveva detto l’uomo barbuto.
Probabilmente la caviglia era rotta. Non avendo il telefono, non gli restava
altra scelta che montare sul camioncino e andare in paese ad avvertire il
dottore.
«Io mi chiamo Evelyn», aveva detto la moglie. «Mio marito, Steve. E tu?»
«Bride. Solo Bride.» Per la prima volta il nome che aveva escogitato non
le era parso brillante. Suonava hollywoodiano, adolescenziale. Certo, finché
Evelyn non aveva fatto un cenno verso la ragazzina dagli occhi di smeraldo.
«Bride, lei è Raisin. In realtà l’avevamo chiamata Rain perché è lì che
l’abbiamo trovata, ma lei preferisce Raisin.» a
«Grazie, Raisin. Mi hai salvato la vita. Davvero.» Grata nel sentire un
altro nome inventato, Bride si era lasciata scorrere una lacrima sulla guancia.
Evelyn le aveva dato una camicia scozzese da boscaiolo del marito dopo
averla aiutata a spogliarsi.
«Posso prepararti qualcosa per colazione? Un po’ di pappa d’avena?» le
aveva chiesto. «O magari del pane tostato caldo con il burro. Devi essere
rimasta intrappolata lì tutta la notte.»
Bride aveva rifiutato, con delicatezza, sperava. Voleva solo fare un
pisolino.
Evelyn aveva rimboccato una coperta attorno all’ospite, facendo
attenzione alla gamba sollevata, e non si era data la pena di sussurrare la
conversazione sulla gattina bianca o nera mentre andava al lavandino. Era
una donna alta dai fianchi niente affatto alla moda e con una lunga treccia
castana che le dondolava sulla schiena. A Bride ricordava un’attrice vista in
un film, non recente ma degli anni Quaranta o Cinquanta, quando le stelle del
cinema avevano volti inconfondibili, non come adesso, quando sono solo le
acconciature a distinguere una diva dall’altra. Ma non riusciva ad associare
un nome al ricordo – né quello dell’attrice, né quello del film. La piccola
Raisin, d’altra parte, non assomigliava a nessuno che Bride avesse mai visto:
pelle di un bianco latteo, capelli d’ebano, occhi al neon, età imprecisata.
Cos’aveva detto Evelyn? «È lì che l’abbiamo trovata»? Sotto la pioggia.
La casa di Evelyn e Steve sembrava un’ex officina o laboratorio: un unico
grande ambiente conteneva tavolo, sedie, lavandino, stufa a legna e il divano
pungente su cui era distesa Bride. Contro una parete c’era un telaio con un
cesto di filo posato accanto. Sopra, un lucernario che aveva bisogno di una
bella pulita. In tutto il locale, la luce, non assistita dall’elettricità, si muoveva
come acqua – un’ombra qui poteva svanire in un istante, un fascio che cadeva
su una pentola di rame impiegare diversi minuti per dissolversi. Una porta
aperta sul retro rivelava una stanza con due letti, l’uno di ferro e l’altro una
semplice struttura in legno che sosteneva una rete di corde intrecciate. Nel
forno cuoceva un arrosto di qualche tipo, forse pollo, mentre Evelyn e la
ragazzina tagliavano funghi e peperoni verdi al rozzo tavolo realizzato a
mano. All’improvviso, iniziarono a cantare una stupida canzone hippy d’altri
tempi.
«This land is your land, this land is my land…»
Bride si affrettò a soffocare un vivido ricordo di Sweetness che
canticchiava un blues mentre lavava i collant nel lavandino, con la piccola
Lula Ann nascosta dietro la porta ad ascoltarla. Come sarebbe stato bello se
madre e figlia avessero potuto cantare insieme. Cullando quel sogno, cadde
davvero in un sonno profondo, per poi venire svegliata verso mezzogiorno da
tonanti voci maschili. Steve entrò a passi pesanti in casa, accompagnato da un
medico molto anziano e pieno di rughe.
«Lui è Walt», disse Steve. Rimase in piedi vicino al divano, con
un’espressione che era quasi un sorriso.
«Dottor Muskie», disse il medico. «Walter Muskie, dottore in Medicina,
Filosofia, Legge, Alta finanza e Giardinaggio avanzato.»
Steve rise. «Sta scherzando.»
«Salve», disse Bride, facendo correre lo sguardo tra il suo piede e il volto
del medico. «Spero che non sia troppo grave.»
«Vedremo», rispose il dottor Muskie.
Bride sibilò a denti stretti quando il medico tagliò l’elegante stivale
bianco. Le esaminò la caviglia in modo esperto e spassionato e dichiarò che
era come minimo fratturata e non si poteva curare in casa di Steve: bisognava
andare in ambulatorio per fare una lastra, applicare l’ingessatura e così via.
Tutto quello che poteva o, meglio, era disposto a fare al momento era pulirla
e bendarla in modo che il gonfiore non aumentasse.
Bride rifiutò di muoversi. All’improvviso le era venuta una fame
tremenda, che la rendeva rabbiosa. Voleva lavarsi e poi mangiare prima di
essere portata in un altro squallido ambulatorio rurale. Intanto chiese al dottor
Muskie degli antidolorifici.
«No», rispose lui. «Non se ne parla. Prima le cose più importanti. E poi,
non abbiamo tutto il giorno.»
Steve la portò al suo camioncino, la sistemò stretta stretta fra sé e il
dottore e partì. Due ore dopo, mentre loro due tornavano dall’ambulatorio,
Bride dovette ammettere che la steccatura le aveva alleviato il dolore, come
pure le pillole. L’ambulatorio di Whiskey era di fronte all’ufficio postale, al
piano terra di una graziosa casa di legno azzurro mare che ospitava anche un
negozio di barbiere. Le finestre al primo piano reclamizzavano abiti usati.
Pittoresco, aveva pensato Bride, aspettandosi di essere portata in una sala
visite altrettanto pittoresca. Con sua grande sorpresa, la strumentazione era
all’avanguardia come quella del suo chirurgo plastico.
Il dottor Muskie aveva sorriso del suo stupore. «I taglialegna sono come i
soldati», aveva detto. «Riportano le ferite più gravi, e hanno bisogno delle
cure migliori e più rapide.»
Dopo avere esaminato l’ecografia, il dottor Muskie le aveva detto che
sarebbe sopravvissuta ma che avrebbe impiegato almeno un mese per guarire,
più probabilmente sei settimane. «Lesione della sindesmosi tibio-peroneale»,
aveva spiegato alla paziente che non capiva. «Forse ci vorrà un intervento;
probabilmente no, se farà come dico.»
Le aveva steccato la caviglia, spiegandole che gliel’avrebbe ingessata
quando il gonfiore fosse diminuito. E sarebbe dovuta tornare nel suo studio
per quello.
Un’ora dopo Bride era di nuovo nel camioncino, seduta vicino a un
taciturno Steve con la gamba sinistra distesa sotto il cruscotto per quanto lo
permetteva la steccatura. Dopo che lui l’ebbe riportata in casa, Bride scoprì di
avere perso del tutto la fame di prima, sopraffatta dalla consapevolezza di
essere sporca e di emanare un cattivo odore.
«Vorrei fare il bagno, per piacere», disse.
«La stanza da bagno non ce l’abbiamo», disse Evelyn. «Per ora posso
lavarti con la spugna. Quando la caviglia sarà guarita, scalderò l’acqua per
riempirti la vasca.»
Vaso da notte, toilette esterna, vasca da bagno di metallo, divano
malconcio e pungente per un mese? Bride si mise a piangere, e loro la
lasciarono fare mentre Rain ed Evelyn continuavano a preparare il pasto.
Più tardi, quando la famiglia ebbe finito di mangiare, Bride cercò di
vincere l’imbarazzo e accettò un catino d’acqua fredda per sciacquarsi la
faccia e le ascelle. Poi si riscosse tanto da sorridere e accettare il piatto che
Evelyn le tendeva. Quaglia, scoprì, non pollo, con una densa salsina ai
funghi. Dopo quel pasto, Bride si sentì più che imbarazzata; si vergognava:
piangeva ogni minuto, era petulante, infantile e incapace di fare da sé o
accettare di buon grado l’aiuto altrui. Queste erano persone che vivevano nel
modo più spartano, e si erano fatte in quattro per lei senza esitazione e senza
chiedere niente in cambio. Eppure, come le capitava spesso, gratitudine e
imbarazzo ebbero vita breve. La trattavano come un gatto randagio o un cane
con una zampa rotta per cui provavano compassione. Immusonita, si mise a
pulirsi le unghie e chiese a Evelyn se avesse una limetta o uno smalto. Evelyn
sogghignò e mostrò le mani senza parlare. Messaggio ricevuto: le mani di lei
non servivano tanto a reggere lo stelo di un calice da vino quanto a tagliare
legna, accendere il fuoco e torcere il collo ai polli. Chi erano queste persone,
si chiese Bride, da dove venivano? Non le avevano domandato da dove
arrivasse o dove fosse diretta. Semplicemente, si erano prese cura di lei,
l’avevano nutrita, avevano chiamato un carro attrezzi per portare a riparare la
sua auto. Per lei era troppo difficile, troppo strano capire il tipo di aiuto che le
avevano offerto: disinteressato, scevro da qualsiasi giudizio e anche dal
minimo interesse per chi lei fosse e dove stesse andando. A volte, si
domandava se non avessero in mente qualcosa. Qualcosa di brutto. Ma i
giorni passavano in una noia ininterrotta. Di tanto in tanto, Steve ed Evelyn si
sedevano fuori dopo cena e passavano la serata a cantare canzoni dei Beatles
o di Simon & Garfunkel – Steve strimpellava la chitarra, Evelyn lo
accompagnava con voce stonata da soprano. Le loro risate risuonavano a ogni
parola o nota sbagliata.
Nelle settimane successive, caratterizzate da altre visite all’ambulatorio,
esercizi per la gamba e attesa che la Jaguar venisse riparata, Bride scoprì che
i suoi ospiti erano sulla cinquantina. Steve si era laureato al Reed College,
Evelyn all’Università Statale dell’Ohio. Scoppiando a ridere di continuo, le
raccontarono come si erano conosciuti. Prima in India (Bride vide scintillare
piacevoli ricordi nelle occhiate che si scambiarono), poi a Londra, di nuovo a
Berlino. Finalmente, in Messico avevano convenuto di smettere di incontrarsi
a quel modo (Steve sfiorò una guancia di Evelyn con le nocche), così si erano
sposati a Tijuana e si erano «trasferiti in California per vivere una vita vera».
L’invidia che Bride provava nel guardarli era infantile, ma non riuscì a
trattenersi. «Con ‘vera’ intendete povera?» Sorrise per nascondere il
sarcasmo.
«Cosa significa ‘povera’? Niente televisione?» Steve inarcò le
sopracciglia.
«Significa niente soldi», disse Bride.
«Stessa cosa», replicò lui. «Niente soldi, niente televisione.»
«No: niente lavatrice, niente frigo, niente bagno, niente soldi!»
«I soldi ti hanno tirato fuori da quella Jaguar? Ti hanno salvato il culo?»
Bride batté le palpebre ma fu abbastanza furba da tacere. Che ne sapeva,
comunque, del bene fine a se stesso, o dell’amore senza le cose?
Rimase con loro per sei difficili settimane, aspettando di poter camminare
di nuovo e di riavere l’automobile. A quanto pareva, l’unica officina della
zona aveva dovuto fare arrivare nuovi cardini o un’intera portiera per la
Jaguar. Dormendo in una casa dove di notte l’oscurità era totale, a Bride
sembrava di stare in una bara. Fuori il cielo era carico di stelle più di quante
ne avesse mai viste. Ma dentro, sotto un lucernario lurido e senza elettricità,
faticava a dormire.
Finalmente il dottor Muskie tornò a toglierle il gesso e le diede un tutore
rimovibile perché potesse riprendere a camminare, anche se zoppicando. Lei
scorse la pelle disgustosa che era rimasta nascosta sotto l’ingessatura e
rabbrividì. Ancor più della liberazione dal gesso, la cosa migliore fu vedere
Evelyn che, fedele alla parola data, versava un catino d’acqua calda dopo
l’altro in una vasca di zinco. Poi diede a Bride una spugna, un asciugamano e
un pezzo di sapone bruno che quasi non faceva schiuma. Dopo settimane di
pulizia sommaria, Bride si immerse nell’acqua con gratitudine, prolungando
l’insaponatura finché l’acqua non si fu raffreddata del tutto. Fu quando si alzò
per asciugarsi che scoprì di avere il torace piatto. Completamente piatto, al
punto che solo i capezzoli lo distinguevano dalla schiena. Rimase così
sconvolta che ricadde a sedere nell’acqua sporca, tenendosi l’asciugamano
sul petto come uno scudo.
Devo essere malata, probabilmente sto morendo, pensò. Incollò
l’asciugamano bagnato lì dove un tempo i seni si annunciavano e sorgevano a
incontrare le labbra di amanti smaniosi. Lottando contro il panico, chiamò
Evelyn.
«Scusa, mi presteresti qualcosa da mettermi?»
«Certo», disse Evelyn, e dopo qualche minuto le portò una maglietta e un
paio dei suoi jeans. Non fece commenti sul petto di Bride o sull’asciugamano
bagnato. Si limitò a lasciarla vestirsi da sola. Quando Bride la richiamò per
dirle che i jeans erano troppo larghi e le scendevano sui fianchi, Evelyn
gliene diede un paio di Rain, che invece le stavano alla perfezione. Quand’è
che sono diventata così sottile? si chiese Bride.
Pensava di sdraiarsi solo per un minuto, per calmare il terrore, raccogliere
i pensieri e cercare di capire come mai il corpo le si stesse rimpicciolendo,
ma senza sonnolenza né preavviso si addormentò. E da quel vuoto oscuro
balzò fuori un sogno vivido e intenso. La mano di Booker le si muoveva tra
le cosce, e quando lei sollevò le braccia e gliele strinse attorno al torace lui
tolse le dita e le infilò tra le gambe quello che chiamavano l’orgoglio e il
vanto delle nazioni. Lei iniziò a sussurrare qualcosa, o a gemere, ma le labbra
di lui premevano sulle sue. Gli avvolse le gambe attorno ai fianchi
ondeggianti come per rallentarli o incoraggiarli o tenerli lì. Bride si svegliò
bagnata e mormorante. Ma quando toccò il punto dove prima aveva il seno il
mormorio si tramutò in singhiozzi. Allora capì che i cambiamenti fisici erano
iniziati non solo dopo che lui se n’era andato, ma perché se n’era andato.
Resta ferma, pensò; la mente vacillava ma l’avrebbe rimessa in sesto,
continuando a vivere come se fosse tutto normale. Nessuno doveva
accorgersene, nessuno doveva sapere. I suoi discorsi e le sue azioni dovevano
essere ordinari, come lavarsi i capelli dopo il bagno. Andò zoppicando al
lavandino della cucina, versò dell’acqua da una brocca in una bacinella, si
insaponò e poi risciacquò i capelli. Stava cercando uno strofinaccio asciutto
quando entrò Evelyn.
«Ooh, Bride», disse con un sorriso. «Hai troppi capelli per uno
strofinaccio da cucina. Vieni, sediamoci fuori a farli asciugare al sole e
all’aria aperta.»
«Okay, certo», disse Bride. Comportarsi normalmente era importante,
pensò. Poteva persino annullare i cambiamenti nel suo corpo, o almeno
arrestarli. Seguì Evelyn fino a una panchina di ferro arrugginita sistemata in
giardino e immersa in una luce intensa color platino. Accanto c’era un
piccolo tavolo su cui erano poggiati un barattolo di marijuana e una bottiglia
di liquore senza etichetta. Asciugando i capelli di Bride con uno strofinaccio,
Evelyn prese a chiacchierare proprio come si fa di solito dalla parrucchiera.
Come la rendeva felice vivere qui sotto le stelle con un uomo perfetto, quanto
aveva imparato nei suoi viaggi, come gestiva la casa senza i moderni
elettrodomestici, che chiamava «ciarpame da discarica» visto che non
duravano mai, e come Rain aveva migliorato la loro vita.
Quando Bride chiese quando e dove l’avessero incontrata, Evelyn si
sedette e versò un goccio di liquore in una tazza.
«Ci abbiamo messo un po’ a farci raccontare tutta la storia», disse. Bride
l’ascoltò attenta. Qualsiasi cosa. Qualsiasi cosa pur di smettere di pensare
innanzitutto a come stava cambiando il suo corpo, e poi a come fare in modo
che nessuno se ne accorgesse. Quando le aveva dato la maglietta mentre lei
usciva dalla vasca, Evelyn non aveva notato niente e nemmeno detto una
parola. Bride aveva due tette spettacolari quando l’avevano salvata dalla
Jaguar; le aveva ancora all’ambulatorio di Whiskey. Adesso erano sparite,
come se una mastectomia mal eseguita le avesse lasciato intatti solo i
capezzoli. Non sentiva male da nessuna parte; gli organi funzionavano come
al solito, a parte uno strano ritardo del ciclo mestruale. Perciò di quale
malattia soffriva? Una che era insieme visibile e invisibile. Lui, pensò. La sua
maledizione.
«Ne vuoi un po’?» Evelyn indicò il barattolo di latta.
«Sì, okay.» Osservò l’abilità di Evelyn e accettò il risultato con
gratitudine. Tossì al primo tiro, poi non più.
Fumarono in silenzio per un po’ finché Bride disse: «Spiegami in che
senso l’avete trovata sotto la pioggia».
«È così. Io e Steve stavamo tornando a casa dopo una manifestazione di
protesta, non ricordo per cosa, e abbiamo visto una bambina bagnata fradicia
su una soglia di mattoni. Allora avevamo una vecchia Volkswagen e lui ha
rallentato, poi si è fermato. Pensavamo tutti e due che si fosse persa, o avesse
smarrito le chiavi di casa. Lui ha parcheggiato, è sceso ed è andato a vedere.
Per prima cosa le ha chiesto il suo nome.»
«E lei cos’ha detto?»
«Niente. Neanche una parola. Fradicia com’era, ha girato la testa quando
Steve le si è accoccolato davanti, e poi wow! quando l’ha toccata sulla spalla
lei è saltata su e si è messa a correre schizzando dappertutto con le scarpe da
tennis bagnate. Al che lui è risalito in macchina e siamo ripartiti verso casa.
Poi però si è messo a piovere sul serio, tanto forte che non riuscivamo a
vedere attraverso il parabrezza. Così abbiamo desistito e ci siamo fermati
vicino a una tavola calda. Bruno’s, si chiamava. Comunque, piuttosto che
aspettare in macchina siamo entrati, più per ripararci che per il caffè che
abbiamo ordinato.»
«E così l’avete persa?»
«Allora, sì.» Finito lo spinello, Evelyn versò ancora un goccetto nella
tazza e bevve un sorso.
«È tornata indietro?»
«No, ma quando la pioggia è diminuita e siamo usciti dal locale, l’ho vista
raggomitolata vicino a un cassonetto nel vicolo dietro l’edificio.»
«Gesù», disse Bride, rabbrividendo come se ci fosse stata lei in quel
vicolo.
«È stato Steve a decidere di non lasciarla lì. Io non ero così sicura che
fossero affari nostri, ma lui si è avvicinato, l’ha presa e se l’è buttata su una
spalla. Lei si è messa a gridare: «Rapimento, rapimento!» ma non troppo
forte. Credo che non volesse davvero attirare l’attenzione, specialmente degli
sbirri… insomma, dei poliziotti. L’abbiamo spinta sul sedile posteriore,
siamo saliti e abbiamo bloccato le portiere.»
«Lei si è calmata?»
«Oh, no. Ha continuato a gridare: ‘Fatemi uscire’, e a prendere a calci lo
schienale dei sedili. Io ho cercato di parlarle con voce dolce, perché non
avesse paura di noi. Le ho detto: ‘Sei bagnata fradicia, tesoro’. E lei: ‘Piove,
stronza’. Le ho chiesto se sua madre sapesse che era fuori sotto la pioggia, e
lei ha detto: ‘Sì, allora?’ Non ho saputo replicare a quella risposta. Poi si è
messa a dire parolacce – tanto sconce che non le potresti mai immaginare in
bocca a una bambina.»
«Davvero?»
«Io e Steve ci siamo guardati e senza parlare abbiamo deciso cosa fare:
lavarla, asciugarla e darle da mangiare, per poi cercare di capire dove fosse
casa sua.»
«Hai detto che aveva circa sei anni quando l’avete trovata?» chiese Bride.
«Immagino. Non lo so con certezza. Lei non l’ha mai detto e dubito che lo
sappia. Non aveva più denti da latte quando l’abbiamo presa con noi. E finora
non le sono venute le mestruazioni e ha il torace piatto come uno
skateboard.»
Bride si alzò di scatto. Il semplice accenno a un torace piatto la riportò
bruscamente al suo problema. Se la caviglia non gliel’avesse impedito,
sarebbe corsa via, scappando a gambe levate dal terribile sospetto che si
stesse ritrasformando in una ragazzina nera.
Una notte e un giorno dopo, Bride si era calmata un po’. Perché nessuno
aveva notato o fatto osservazioni sui cambiamenti del suo corpo, su come le
cadesse dritta la maglietta sul petto, sui lobi privi di fori per gli orecchini.
Solo lei sapeva di non avere peli sul pube e sotto le ascelle anche se non si
rasava da tempo. Quindi poteva essere tutta un’allucinazione, come i sogni
vividi che faceva quando riusciva a addormentarsi. O no? Due volte,
svegliandosi di notte, trovò Rain in piedi accanto a lei o accoccolata poco
distante – non con aria minacciosa, solo intenta a guardarla. Ma quando le
rivolse la parola, la ragazzina parve scomparire.
Impotente, inerte. Divenne chiaro a Bride perché si combattesse tanto la
noia. In mancanza di distrazioni o di attività fisica, la mente si trascinava
senza scopo, spargeva ricordi tutto intorno. La preoccupazione per qualcosa
sarebbe stata già meglio dell’indifferenza, dei brandelli di pensieri. Al di là
della limitata coerenza dei sogni, la mente vagava dalla condizione delle
unghie alla volta in cui aveva sbattuto contro un lampione, dal giudicare
l’abbigliamento di una celebrità allo stato dei denti. Era bloccata in un luogo
così primitivo da non possedere nemmeno una radio, costretta a guardare una
coppia che sbrigava le faccende quotidiane: coltivare l’orto, pulire, cucinare,
tessere, falciare l’erba, tagliare la legna, preparare conserve. Non c’era
nessuno con cui parlare, almeno non di qualcosa che la interessasse. Il suo
deciso rifiuto di pensare a Booker cedeva invariabilmente. E se non fosse
riuscita a trovarlo? E se lui non fosse stato da Mr o Miss Olive? Sarebbe stato
un disastro se la caccia che aveva intrapreso fosse fallita. E se avesse avuto
successo, cos’avrebbe detto o fatto? A parte la Sylvia, Inc. e Brooklyn, le
sembrava che in vita sua tutti l’avessero sempre disprezzata e respinta.
Booker era l’unica persona che fosse in grado di affrontare – il che
equivaleva ad affrontare se stessa, a farsi sentire. Non valeva qualcosa? O
niente?
Le mancava Brooklyn, che considerava la sua unica vera amica: leale,
allegra, generosa. Chi altri avrebbe percorso chilometri e chilometri per
recuperarla dopo l’orrore e il sangue in quel misero motel, per poi prendersi
cura di lei con tanta sollecitudine? Non era giusto, pensò, lasciarla all’oscuro
riguardo a dove fosse. Naturalmente, non poteva rivelare all’amica il motivo
della sua fuga. Brooklyn avrebbe cercato di dissuaderla o, peggio, l’avrebbe
schernita e derisa. L’avrebbe convinta di quanto fosse inopportuna e
avventata quell’idea. Nonostante ciò, era giusto contattarla.
Poiché non poteva telefonarle, Bride decise di scriverle. Alla sua
domanda, Evelyn rispose che non aveva carta da lettere, ma le offrì un foglio
del blocco che usava per insegnare a scrivere a Rain. Evelyn promise che
avrebbe fatto spedire il messaggio da Steve.
Bride aveva dimestichezza con le comunicazioni aziendali, ma non con le
lettere personali. Cosa doveva dire?
Sto bene, per il momento…?
Scusa se me ne sono andata senza dirtelo…?
Sono dovuta partire da sola perché…?
Quando posò la matita, si studiò le unghie.
Di solito il rumore di Evelyn che lavorava al telaio la calmava, ma quel
giorno il clic, toc, clic, toc della navetta e del pedale era estremamente
irritante. Qualsiasi strada imboccassero i suoi pensieri, in fondo l’attendeva
sempre la possibilità della vergogna. Booker poteva anche non vivere in un
paese chiamato Whiskey. E se ci fosse vissuto, invece? E se fosse stato con
un’altra donna? Che cosa aveva da dirgli, comunque, oltre a: «Ti odio per
quello che hai fatto», o: «Ti prego, torna da me»? Magari avrebbe potuto
trovare un modo di fargli male, davvero male. Pur nella loro confusione, i
suoi pensieri si aggregavano attorno a una necessità: il bisogno ostinato di
affrontarlo, a prescindere da come sarebbe potuta andare a finire. Infastidita e
irritata dagli «e se» e dal rumore del telaio di Evelyn, decise di uscire. Andò
zoppicando alla porta e chiamò: «Rain, Rain».
La ragazzina era sdraiata tra l’erba a guardare una fila di formiche nelle
loro civilizzate faccende affaccendate.
«Che c’è?» Rain alzò lo sguardo.
«Ti va di fare una passeggiata?»
«Perché?» Dal tono della voce era chiaro che per lei le formiche erano
molto più interessanti della compagnia di Bride.
«Non lo so», disse Bride.
La risposta sembrò piacerle. Saltò su sorridendo e si pulì i pantaloncini.
«Okay, se ti va.»
All’inizio regnò fra loro un tranquillo silenzio, mentre ognuna pareva
immersa nei propri pensieri. Bride camminava a fatica, Rain saltellava o
indugiava vicino ai cespugli e al limitare dell’erba. Dopo quasi un
chilometro, la voce fioca di Rain ruppe il silenzio.
«Mi hanno rubato.»
«Chi? Vuoi dire Steve ed Evelyn?» Bride si fermò e guardò Rain che si
grattava un polpaccio. «Hanno detto che ti hanno trovato rannicchiata sotto la
pioggia.»
«Sì.»
«E allora perché dici che ti hanno rubato?»
«Perché io non gli ho chiesto di prendermi e loro non mi hanno chiesto se
volevo andare con loro.»
«E allora perché ci sei andata?»
«Ero bagnata fradicia, stavo gelando. Evelyn mi ha dato una coperta e una
scatola di uvette da mangiare.»
«Ti dispiace che ti abbiano preso?» Immagino di no, pensò Bride,
altrimenti saresti scappata via.
«Oh, no. Mai. Questo è un posto fantastico. E poi non c’è nessun altro
posto dove andare.» Rain sbadigliò e si grattò il naso.
«Vuoi dire che non hai una casa?»
«Ce l’avevo, ma ci abita mia madre.»
«Quindi sei scappata.»
«No, per niente. Mi ha buttato fuori lei. Mi ha detto: ‘Vattene fuori dai
coglioni’. E io sono andata.»
«Perché? Perché mai lo ha fatto?» Perché si poteva fare una cosa simile a
una bambina? si chiese Bride. Perfino Sweetness, che per anni non aveva
sopportato di guardarla o di toccarla, non l’aveva mai buttata fuori.
«Perché l’ho morsicato.»
«Chi hai morsicato?»
«Un tizio. Uno dei soliti. Quelli che lasciava fare con me. Oh, guarda.
Mirtilli!» Rain si mise a cercare tra i cespugli lungo la strada.
«Aspetta un momento», disse Bride. «Lasciava fare cosa?»
«Mi ha ficcato il pisello in bocca e io l’ho morsicato. Così lei si è scusata,
gli ha ridato i suoi venti dollari e mi ha chiuso fuori.» Le bacche erano aspre,
non i dolci frutti selvatici che si aspettava. «Non ha più voluto farmi entrare.
Io continuavo a picchiare sulla porta. L’ha aperta una volta sola per buttarmi
il maglione.» Rain sputò a terra l’ultimo pezzo di mirtillo.
Mentre immaginava la scena, Bride si sentì stringere lo stomaco. Come si
poteva fare una cosa simile a una bambina, a qualsiasi bambino, e tanto più al
proprio figlio? «Se rivedessi tua madre, cosa le diresti?»
Rain ghignò. «Niente. Le staccherei la testa.»
«Oh, Rain. Non dirai sul serio.»
«Invece sì. Prima ci pensavo spesso. Che effetto poteva fare – gli occhi, la
bocca, il sangue che schizzava dal collo. Mi sentivo meglio solo a pensarci.»
Un grande masso liscio si levava parallelo alla strada. Bride prese la mano
di Rain e la guidò con dolcezza fino al sasso. Si sedettero entrambe. Nessuna
delle due vide la cerva e il suo cerbiatto tra gli alberi dall’altra parte della
strada. Nel guardare i due esseri umani, la cerva rimase immobile come
l’albero accanto a cui stava. Il cerbiatto era stretto al suo fianco.
«Raccontami», disse Bride. «Raccontami.»
Al suono della voce di Bride, madre e figlio fuggirono.
«Coraggio, Rain.» Bride appoggiò la mano su un ginocchio di Rain.
«Raccontami.»
E lei raccontò, gli occhi di smeraldo a volte spalancati e scintillanti, altre
ridotti a due fessure verde oliva mentre descriveva l’acume, la memoria
perfetta, il coraggio necessari per vivere sulla strada. Dovevi individuare i
bagni pubblici, spiegò; saper evitare i servizi sociali, la polizia, sfuggire agli
ubriachi e agli strafatti. Ma la cosa più importante era scoprire dove potevi
dormire al sicuro. Ci aveva messo del tempo, e aveva dovuto imparare che
tipi di persone erano disposti a darti soldi e in cambio di cosa, e memorizzare
le porte sul retro delle mense e dei ristoranti i cui camerieri erano più gentili e
generosi. Il problema principale era trovare qualcosa da mangiare e
conservarlo per dopo. Aveva scelto deliberatamente di non farsi nessun
amico tra gli altri sbandati – né giovane né vecchio, né stabile né vagabondo.
Chiunque poteva denunciarti o farti del male. Le battone di strada erano le
più simpatiche, e l’avevano messa in guardia dai rischi del mestiere: clienti
che non pagavano, poliziotti che pagavano prima di arrestarle, uomini che si
divertivano a far male. Rain disse che non aveva bisogno che glielo
ricordassero perché una volta, quando un vecchiaccio le aveva fatto così male
da farla sanguinare, sua madre l’aveva preso a schiaffi e gli aveva gridato:
«Fuori di qui!» poi l’aveva lavata lì sotto con una polvere gialla. Gli uomini
le facevano paura, confessò Rain, e le davano la nausea. Stava aspettando
seduta su un gradino che arrivasse il furgone dell’Esercito della Salvezza
quando aveva cominciato a piovere. Magari stavolta la signora sul furgone le
avrebbe dato una giacca o un paio di scarpe, come altre volte le aveva
regalato qualcosa da mangiare. Proprio allora erano arrivati Evelyn e Steve, e
quando lui l’aveva toccata lei aveva pensato agli uomini che venivano a casa
di sua madre, così aveva dovuto scappare a nascondersi, senza poter
incontrare la signora che le dava da mangiare.
Rain ridacchiò di tanto in tanto nel raccontare la vita da senzatetto,
ricordando con soddisfazione la sua furbizia, le sue fughe, mentre Bride
lottava contro il pericolo di piangere per qualcuno che non fosse se stessa.
Ascoltando questa ragazzina dura che non perdeva tempo a commiserarsi,
provò un senso di affinità sorprendentemente privo d’invidia. Come la
vicinanza tra compagne di scuola.

a Come Bride significa «sposa», anche i due nomi della ragazzina hanno un
significato: Rain vuol dire «pioggia» e Raisin «uvetta». (N.d.T.)
Rain

Se n’è andata, la mia signora nera. Quando l’ho vista incastrata nella
macchina, all’inizio i suoi occhi mi hanno fatto paura. Silky, la mia gattina,
ha occhi così. Ma è bastato poco tempo e ha cominciato a piacermi un sacco.
È così carina. A volte me ne stavo lì a guardarla mentre dormiva. Oggi hanno
riportato la sua macchina con una portiera malconcia di un colore diverso.
Prima di andare via mi ha regalato un pennello da barbiere. Steve ha la barba
lunga e non lo vuole così lo uso per spazzolare la gatta. Sono triste adesso
che se n’è andata. Non so con chi parlare. Evelyn è tanto buona con me e
anche Steve ma fanno la faccia scura o guardano da un’altra parte se parlo di
com’era in casa di mia madre o se comincio a raccontare quanto sono stata
furba quando lei mi ha buttato fuori. Comunque non voglio più ammazzarli
come i primi tempi che ero qui. Ma all’inizio volevo ammazzare tutti – finché
non mi hanno dato una gattina. Adesso è cresciuta e io le dico tutto. La mia
signora nera mi ascolta quando racconto com’era. Steve non mi permette di
parlarne. Evelyn nemmeno. Credono che so leggere ma non sono capace,
forse solo un po’ – i cartelli e cose così. Evelyn sta cercando di insegnarmi.
La chiama scuola a casa. Io la chiamo noia a casa e stupidate a casa. Siamo
una famiglia finta – niente male ma finta. Evelyn è brava come sostituta di
una mamma però preferirei avere una sorella come la mia signora nera. Io il
papà non ce l’ho, o meglio non so chi è perché non viveva in casa di mia
madre, invece Steve è sempre qui se non è a lavorare a giornata da qualche
parte. La mia signora nera è simpatica ma è anche una dura. Mentre stavamo
tornando verso casa dopo che le ho raccontato tutto della mia vita prima di
Evelyn e Steve, ci ha superato un camioncino con dei ragazzi grandi. Uno ha
gridato: «Ehi, Rain. Chi è la tua mamma?» La mia signora nera non si è
voltata ma io gli ho fatto marameo e una linguaccia. Uno era Regis, e lo
conosco perché a volte viene a casa nostra con suo padre a portarci un po’ di
legna per la stufa o dei cesti di pannocchie. Quello che guidava, un ragazzo
ancora più grande, è tornato indietro per inseguirci. Regis ci ha puntato
contro un fucile proprio come quello di Steve. La mia signora nera lo ha visto
e mi ha allungato un braccio davanti alla faccia. I pallini le hanno ferito la
mano e il braccio. Siamo cadute tutte e due, lei sopra di me. Ho visto Regis
che si rimetteva giù mentre il camioncino dava gas e schizzava via come un
proiettile. Che altro potevo fare se non aiutarla ad alzarsi e tenerle il braccio
insanguinato mentre filavamo a casa di corsa, per quanto ce lo permetteva la
sua caviglia. Steve le ha tolto i pallini dalla mano e dal braccio e ha detto che
avvertiva il padre di Regis. Evelyn ha lavato via il sangue dalla pelle della
mia signora nera e le ha versato la tintura di iodio sulla mano. Lei ha fatto
una smorfia di dolore ma non ha pianto. Il cuore mi batteva forte perché
nessuno aveva mai fatto una cosa simile. Cioè Steve ed Evelyn mi hanno
preso in casa e tutto ma nessuno si era mai messo in pericolo per salvare me.
Per salvarmi la vita. Invece è quel che ha fatto la mia signora nera senza
nemmeno pensarci.
Adesso se n’è andata ma chissà forse un giorno la rivedrò.
Mi manca la mia signora nera.
PARTE TERZA
Aveva le nocche insanguinate e le dita che cominciavano a gonfiarsi. Lo
sconosciuto che aveva picchiato non si muoveva più e non emetteva fiato, ma
sapeva che era meglio allontanarsi in fretta, prima che uno studente o una
guardia del campus pensasse che fosse lui il fuorilegge e non l’uomo
accasciato sull’erba. Gli aveva lasciato la patta dei jeans aperta e il pene
esposto esattamente com’era quando lo aveva visto al margine del parco
giochi del campus. C’erano solo alcuni figli del personale universitario vicino
allo scivolo e uno sull’altalena. A quanto pareva, nessuno aveva notato
l’uomo che si leccava le labbra e agitava la sua salsiccetta bianca verso di
loro. Era stato proprio quel gesto di leccarsi le labbra ad attirare la sua
attenzione: la lingua che sfiorava il labbro superiore, rientrava in bocca per
deglutire e poi tornava a sfiorare il labbro. Ovviamente a quell’uomo piaceva
guardare i bambini tanto quanto toccarli perché altrettanto ovviamente, nella
sua mente distorta, loro lo chiamavano e lui rispondeva alle cosce cicciottelle
e ai piccoli sederi sodi fasciati dai pantaloncini che lo invitavano mentre i
bimbi salivano i gradini dello scivolo o sollevavano le gambe per far volare
più in alto l’altalena.
Il pugno di Booker aveva centrato la bocca dell’uomo senza nemmeno
pensarci. Uno schizzo di sangue gli era piovuto sulla felpa e, quando l’uomo
aveva perso conoscenza, Booker aveva raccolto da terra la borsa con i libri e
si era allontanato – non troppo in fretta, ma quanto bastava per attraversare la
strada, rovesciare la felpa e presentarsi in orario alla lezione. Non era stato
puntuale, ma anche qualcun altro si stava intrufolando nell’aula quando era
arrivato lui. I ritardatari avevano preso posto nelle ultime file, depositando sui
banchi zaini, borse o computer portatili. Solo uno si era armato di blocco per
appunti. Anche Booker preferiva carta e matita, ma con le dita gonfie gli era
difficile scrivere. Così aveva ascoltato un po’, si era distratto un po’ e si era
coperto la bocca per nascondere gli sbadigli.
Il professore continuava a sproloquiare su quanto fosse in torto Adam
Smith, come faceva nella maggior parte delle lezioni, quasi che la storia
dell’economia contasse un unico pensatore meritevole di una strapazzata. Che
cosa dire allora di Milton Friedman o di quel camaleonte di Karl Marx?
L’ossessione di Booker per Mammona era recente. Quattro anni fa, da
matricola, aveva saltabeccato fra i corsi di diverse facoltà, Psicologia,
Scienze politiche, Lettere, e aveva seguito vari corsi di Studi afroamericani,
in cui i professori più bravi eccellevano nel descrivere ma non riuscivano a
rispondere in modo soddisfacente a nessuna domanda che cominciasse con
«perché». Sospettava che, per la maggior parte, le vere risposte su temi come
schiavismo, linciaggi, lavoro forzato, mezzadria, razzismo, Ricostruzione,
leggi Jim Crow, lavoro carcerario, migrazione, diritti civili e movimenti per
la rivoluzione nera avessero tutte a che vedere con il denaro. Denaro negato,
denaro rubato, denaro come potere, come guerra. Dov’era la lezione su come
la schiavitù, da sola, aveva catapultato l’intero Paese da un’economia agricola
all’epoca industriale nel giro di vent’anni? L’odio dei bianchi, la loro
violenza, erano la benzina che alimentava i motori del profitto. Così, al
momento di scegliere la disciplina in cui specializzarsi, si era rivolto
all’Economia – alla sua storia, alle sue teorie – per imparare come il denaro
avesse plasmato ogni singola oppressione al mondo e creato tutti gli imperi,
le nazioni e le colonie, mentre Dio e i Suoi nemici venivano impiegati per
mietere, e poi mascherare, le ricchezze. Era solito mettere a confronto il Re
dei Giudei, che gridava al tradimento dalla croce, percosso, povero e
seminudo, e il papa ingioiellato e riccamente vestito che sussurrava omelie
sopra il caveau del Vaticano. La croce e il caveau, di Booker Starbern.
Quello sarebbe stato il titolo del suo libro.
Annoiato dalla lezione, aveva lasciato che i pensieri tornassero all’uomo
che aveva abbandonato privo di conoscenza e con la patta aperta vicino al
parco giochi. Calvo. Dall’aspetto normale. Probabilmente un tipo per bene in
tutto il resto – erano sempre così. «L’uomo più simpatico del mondo»,
dicevano sempre i vicini. «Non farebbe del male a una mosca.» Da dove
veniva quel cliché? Perché non fare del male a una mosca? Voleva dire che
era troppo sensibile per togliere la vita a un insetto portatore di malattie ma
era allegramente capace di distruggere la vita di un bambino?
Booker era cresciuto in una grande famiglia molto unita, senza nessun
televisore in vista. Al primo anno di università si era ritrovato immerso in un
mondo fatto di televisione e Internet in cui sia i metodi sia i contenuti della
comunicazione di massa gli erano parsi sovraccarichi di intrattenimento ma
quasi completamente privi di idee e di conoscenze. I canali meteorologici
erano le uniche fonti informative, ma erano quasi sempre caratterizzati da
toni esagerati e isterici. I videogiochi, poi – ipnotici nella loro inutilità.
Cresciuto in una famiglia di avidi lettori, con solo la radio e i giornali per
l’informazione quotidiana e i dischi di vinile per l’intrattenimento, era stato
costretto a fingere di condividere l’entusiasmo dei compagni di studi per i
suoni che rimbombavano dagli schermi dei giochi in ogni camera di
dormitorio, sala svago e bar per studenti. Sapeva di essere molto, molto fuori
dal giro, un luddista incapace di apprezzare il mondo entusiasmante della
tecnologia, e da matricola si era sentito in imbarazzo. Lui era stato formato da
discorsi faccia a faccia e testi cartacei. Ogni sabato mattina, prima ancora
della colazione, i genitori avviavano una discussione con i figli chiedendo a
ciascuno di rispondere a due domande: 1) Cos’hai imparato di vero (e come
sai che lo è)? e 2) Che problema hai? Negli anni, le risposte alla prima
domanda erano spaziate da: «I vermi non volano», «Il ghiaccio brucia», «Ci
sono solo tre contee in questo Stato» a: «Il pedone è più potente della
regina». Riguardo alla seconda, poteva capitare di sentire: «Una ragazza mi
ha dato uno schiaffo», «Mi è tornata l’acne», «L’algebra», «Coniugare i verbi
latini». Alle domande sui problemi personali giungevano soluzioni da tutti i
presenti a tavola, e dopo che i quesiti erano stati risolti o lasciati in sospeso i
bambini venivano mandati a lavarsi e vestirsi – e i fratelli maggiori avevano
l’incarico di aiutare i più piccoli. Booker adorava quelle discussioni del
sabato mattina, seguite dal momento migliore del fine settimana: le
succulente colazioni di sua madre. Banchetti veri e propri, in realtà.
Focaccine calde, burrose e friabili; grits, una polentina candida che scottava
la lingua; uova sbattute a formare una crema spumosa color zafferano chiaro;
polpette di maiale roventi, pomodori a fette, marmellata di fragole, spremuta
d’arancia, latte freddo in barattoli per conserve. Alcuni ingredienti li teneva
da parte per quei festini del sabato, perché nel resto della settimana
mangiavano in modo frugale: pappa d’avena, frutta di stagione, riso, legumi
secchi e tutti gli ortaggi a foglia verde disponibili: verze, spinaci, cavoli,
biete, cime di rapa o senape indiana. Il menu della colazione del weekend era
deliberatamente sontuoso perché seguiva giorni di scarsità.
Solo nei lunghi mesi in cui non si sapeva dove fosse Adam le discussioni
famigliari e le sontuose colazioni erano cessate. In quei mesi il silenzio
ticchettava nella casa come una bomba a orologeria che spesso esplodeva in
litigi, sciocchi e inutilmente cattivi.
«Mamma, mi guarda!»
«Smettila di guardarla.»
«Mi guarda di nuovo.»
«Smettila di guardarla, ho detto.»
«Mamma!»
Quando avevano chiesto aiuto alla polizia per cercare Adam, gli agenti
avevano immediatamente perquisito la casa degli Starbern – come se i
genitori angosciati potessero avere qualche colpa. Avevano verificato che il
padre non avesse precedenti penali. Non ne aveva. «Vi faremo sapere»,
avevano detto. Poi avevano abbandonato il caso. Un altro ragazzino nero
scomparso. E allora?
Il padre di Booker si era rifiutato di mettere anche uno solo dei suoi
adorati vecchi dischi ragtime e jazz; di alcuni Booker poteva fare a meno, ma
non di Satchmo. Perdere un fratello era un conto, e già gli aveva spezzato il
cuore; ma un mondo senza la tromba di Louis Armstrong glielo aveva ridotto
in frantumi.
Poi all’inizio della primavera, quando gli alberi in giardino cominciavano
ad agghindarsi, Adam era stato ritrovato. In una fogna.

Booker era andato con il padre a identificare i resti. Luridi, rosicchiati dai
topi, con un’unica orbita aperta. I vermi, sazi e traboccanti di felicità, se
n’erano andati lasciando le ossa meticolosamente pulite sotto i brandelli della
maglietta gialla chiazzata di fango. Il cadavere era privo di pantaloni e di
scarpe. La madre di Booker non era voluta andare. Rifiutava di avere
impressa nella mente qualsiasi altra cosa che non fosse l’immagine della
giovane e sfacciata bellezza del suo primogenito.
Il funerale a bara chiusa era parso misero e solitario a Booker nonostante
la sonora eloquenza del pastore, le folle di vicini presenti, i piatti e piatti di
cibo preparato con cura recapitati nella loro cucina. Proprio quell’eccesso lo
aveva fatto sentire più solo. Era come se il fratello maggiore, vicino come un
gemello, venisse sepolto di nuovo, soffocato da canti, sermoni, lacrime, gente
e fiori. Avrebbe voluto riplasmare il lutto: renderlo privato, speciale e,
soprattutto, esclusivamente suo. Adam era il fratello che venerava, maggiore
di due anni e dolce come il miele. Un sostituto impeccabile del fratello con
cui si era raggomitolato nell’utero. Un fratello, gli avevano detto, che non
aveva mai tratto un solo respiro. Booker aveva tre anni quando gli avevano
spiegato che era il gemello di un altro bambino che non era sopravvissuto alla
nascita, ma in qualche modo lui l’aveva sempre saputo – avvertiva un caldo
vuoto che camminava al suo fianco, o aspettava sui gradini del portico mentre
lui giocava in giardino. Una presenza che condivideva il quilt sotto cui
Booker dormiva. Con il passare degli anni la forma del vuoto era svanita,
trasformandosi in una specie di compagno interiore, dei cui istinti e reazioni
lui si fidava. All’inizio delle elementari, quando aveva cominciato ad andare
a scuola ogni giorno insieme a Adam, la sostituzione si era completata. Così,
dopo l’omicidio di Adam, Booker non aveva più nessun compagno. Erano
morti entrambi.
L’ultima volta che Booker l’aveva visto, Adam correva sul marciapiede
con lo skateboard al crepuscolo, la maglietta gialla fosforescente sotto i
frassini bianchi. Erano i primi di settembre e nulla aveva ancora cominciato a
morire. Le foglie d’acero si comportavano come se il loro verde fosse
immortale. I frassini continuavano ad arrampicarsi verso un cielo senza
nuvole. Il sole aveva iniziato a farsi aggressivamente vivido mentre si
accingeva a tramontare. Lungo il marciapiede fra le siepi e gli alberi
torreggianti Adam fluttuava, un punto d’oro che percorreva un tunnel
ombroso verso la bocca di un sole vivo.
Adam era più di un fratello per Booker, più della A scelta dai genitori che
avevano chiamato i figli con nomi in ordine alfabetico. Era quello che sapeva
cosa pensava e provava Booker, che aveva un senso dell’umorismo
travolgente e istruttivo ma non crudele, il più intelligente, quello che voleva
bene a tutti i suoi fratelli ma soprattutto a Booker.
Incapace di dimenticare quell’ultimo bagliore giallo nel tunnel della
strada, Booker aveva deposto una rosa gialla sul coperchio della bara e
un’altra, poi, sopra la tomba. I famigliari erano arrivati da molto lontano per
seppellire il defunto e consolare gli Starbern. Tra loro c’era Mr Drew, il padre
di sua madre. Lui era l’uomo di successo, il nonno apertamente ostile con
chiunque non fosse ricco quanto lui, quello che persino la figlia non
chiamava né «babbo» né «papà», bensì «Mr Drew». Eppure il vecchio, che
aveva fatto i soldi affittando tuguri alla povera gente senza nessuna pietà, si
era ricordato delle poche buone maniere che gli restavano e non aveva
mostrato il disprezzo che provava per la famiglia in ristrettezze.
Dopo il funerale la casa aveva cercato di riprendere la solita routine, con la
musica incoraggiante di Louis, Ella, Sidney Bechet, Jelly Roll, King Oliver e
Bunk Johnson che si levava dal giradischi in sottofondo. Ed erano riprese le
discussioni e le colazioni succulente, con Booker e i fratelli – Carole,
Donovan, Ellie, Favor e Goodman – che cercavano di escogitare risposte
interessanti alle consuete domande. Pian piano tutti i componenti della
famiglia si erano ringalluzziti come i pupazzi di Sesame Street, sperando che
l’allegria, se ricercata con abbastanza sforzo, potesse addolcire i vivi e
placare i morti. Booker trovava artificiosi i loro scherzi e insieme maldestri e
offensivi i problemi che inventavano. Durante il funerale e per alcuni giorni
dopo, una parente in visita, una zia che chiamavano Queen, era stata
l’eccezione a quella che Booker considerava una normalità insensata. Il suo
cognome sfuggiva a tutti perché correva voce che avesse avuto molti mariti:
un messicano, poi due bianchi, quattro neri, un asiatico, ma nessuno
ricordava in che ordine. Robusta e dai capelli rosso fuoco, aveva sorpreso la
famiglia addolorata venendo dalla lontana California per partecipare al
funerale di Adam. Solo lei aveva percepito la rabbia mista a dolore del nipote
e lo aveva preso da parte.
«Non lasciarlo andare», gli aveva detto. «Non finché lui non sarà pronto.
Intanto, aggrappati a lui con le unghie e con i denti. Adam ti farà capire
quando sarà il momento.»
Lo aveva consolato, dandogli forza e confermandogli quanto fosse
ingiusto il biasimo che avvertiva da parte dei famigliari.
Temendo che un’altra crisi potesse far tacere di nuovo la musica di suo
padre, una medicina per l’anima su cui Booker contava per ammorbidire e
districare il groviglio dei suoi sentimenti, aveva chiesto al padre di prendere
lezioni di tromba. Certo, aveva risposto Mr Starbern, a patto che il figlio
guadagnasse metà del compenso richiesto dall’insegnante. Booker aveva
tormentato i vicini per farsi affidare qualche lavoretto, racimolando
abbastanza soldi da saltare le discussioni del sabato per frequentare lezioni di
tromba che attenuavano la sua nascente intolleranza verso i fratelli. Come
potevano fingere che fosse tutto finito? Come potevano dimenticare e andare
avanti? Chi e dove era l’assassino?
Il maestro di tromba, già mezzo ubriaco di primo mattino, era non di meno
un musicista eccellente e un insegnante ancora migliore.
«Hai i polmoni, le dita, adesso ti mancano le labbra. Quando avrai tutti e
tre potrai dimenticarteli e lasciare uscire la musica.»
E, con perseveranza, lui aveva fatto proprio così.
Sei anni dopo, quando Booker era ormai quattordicenne nonché un
trombettista piuttosto bravo, l’uomo più simpatico del mondo era stato
arrestato, processato e condannato per l’omicidio a sfondo sessuale di sei
ragazzini, i cui nomi – compreso quello di Adam – erano tatuati sulle spalle
dell’uomo più simpatico del mondo. Boise. Lenny. Adam. Matthew. Kevin.
Roland. Chiaramente l’assassino era un fautore delle pari opportunità: le sue
vittime sembravano prese dal video di We Are the World. Il tatuatore aveva
dichiarato che pensava che quelli fossero i nomi dei figli del suo cliente, non
di quelli di altre persone.
L’uomo più simpatico del mondo era un bonario meccanico in pensione
che si offriva per piccole riparazioni domestiche. Era particolarmente bravo
con i vecchi frigoriferi – i Philco e i GE costruiti negli anni Cinquanta per
durare – e le antiche stufe e caldaie a gas. «È lo sporco», diceva. «Quasi
sempre, le macchine muoiono perché non vengono mai pulite.» Tutti quelli
che lo avevano ingaggiato ricordavano quel consiglio. Un’altra caratteristica
che alcuni rammentavano era il sorriso: cordiale, persino attraente. In
generale era preciso, capace e, be’, simpatico. L’altro aspetto che quasi tutti
ricordavano era che sul suo furgone c’era sempre un bel cagnolino, un terrier
che chiamava «Boy». La polizia aveva cercato di non far trapelare i dettagli,
ma era impossibile fermare o mettere a tacere le famiglie dei ragazzini
assassinati. Gli incubi su quello che potevano avere subito i loro figli non
oltrepassavano la realtà dei fatti. Sei anni di lutto e di domande senza risposta
si erano agglomerati attorno al ricordo del tempo trascorso all’obitorio con il
respiro ansante, in lacrime, il volto impietrito o il corpo disteso a terra dopo
uno svenimento.
Non era rimasto molto di Adam quando lo avevano trovato, ma i dettagli
dei rapimenti più recenti erano raccapriccianti. A quanto pareva i bambini
venivano tenuti in catene e intanto molestati e torturati, e si parlava di
amputazioni. L’uomo più simpatico del mondo doveva avere usato il piccolo
terrier bianco come esca. Una testimone chiave, un’anziana vedova, ricordava
di avere visto sul sedile del passeggero del furgone un bambino che rideva
portandosi al viso un cagnolino. In seguito, dopo avere visto i volantini con la
foto del bambino scomparso affissi alle vetrine dei negozi, ai pali del telefono
e agli alberi, aveva creduto di riconoscere la faccia del ragazzino che rideva.
Aveva chiamato la polizia. Naturalmente gli agenti conoscevano il furgone.
Reclamizzava una promessa in lettere rosse e blu: PROBLEMA ? RISOLTO ! WM.
V. HUMBOLDT. RIPARAZIONI DOMESTICHE. Quando avevano perquisito la casa
di Mr Humboldt, in cantina avevano trovato un materasso sporco e macchiato
di sangue secco e una scatola di caramelle finemente decorata che conteneva
pezzi di carne secca avvolti con cura, i quali, a un esame non troppo
ravvicinato, si erano rivelati piccoli peni.
Da più parti si erano levati appelli strazianti che invocavano una vendetta
mascherata da giustizia. Cartelli, manifestazioni davanti al tribunale,
editoriali – tutti, pareva, esprimevano uno sdegno che solo la decapitazione
del colpevole avrebbe potuto placare. Booker si era unito al coro ma non era
convinto da una soluzione così facile. Lui non voleva la morte di quell’uomo;
voleva la sua vita, e si era dedicato a inventare situazioni che comportavano
dolore e disperazione senza fine. Non c’era una tribù in Africa che legava il
corpo del morto sulla schiena di colui che l’aveva ucciso? Quella sarebbe
stata senz’altro giustizia: portarsi addosso il cadavere putrescente, un peso
fisico oltre che un marchio di pubblica infamia e riprovazione. La furia, lo
scalpore del pubblico al momento della condanna dell’uomo più simpatico
del mondo avevano scosso Booker quasi quanto la morte di Adam. Il
processo in sé non era durato a lungo ma i preliminari gli erano sembrati
eterni. In quei giorni di titoloni sui giornali, talk show radiofonici e
pettegolezzi tra il vicinato, si era sforzato di trovare un modo di congelare e
individualizzare i propri sentimenti, di separarli dal dolore e dalla rabbia
frenetica delle altre famiglie. La disgrazia di Adam, pensava, non si poteva
dare in pasto al pubblico confinandola in una riga sul giornale, nell’elenco
delle sei vittime. Era privata, apparteneva solo ai due fratelli. Due anni dopo,
gli era venuta in mente una soluzione capace di soddisfarlo e di calmarlo.
Rivivendo il gesto compiuto al funerale di Adam, si era fatto tatuare una
piccola rosa sulla spalla sinistra. Questa era la stessa poltrona su cui si era
seduto il maniaco, lo stesso ago usato sulla sua pelle bianca come colla? Non
aveva chiesto. Il tatuatore non disponeva del giallo abbagliante impresso
nella memoria di Booker, così si erano accontentati di un rosso aranciato.
L’ammissione al college era stata un sollievo oltre che una distrazione, e
Booker era subito rimasto incantato dalla vita universitaria: non dalle lezioni,
non dai professori, ma dai compagni vivaci ed esperti; un incanto che era
durato per due anni interi. Da matricola e poi l’anno successivo non aveva
fatto altro che reagire: schernire, ridere, respingere, stigmatizzare, denigrare –
la versione del pensiero critico di un giovane uomo. Lui e i compagni della
residenza universitaria classificavano le ragazze sulla base delle riviste
maschili e dei video porno, e si classificavano a vicenda sulla base dei
personaggi dei film d’azione che guardavano. Gli intelligenti superavano gli
esami senza sforzi; i geni abbandonavano gli studi. Al terzo anno, però, il suo
vago cinismo si era trasformato in depressione. Le opinioni dei compagni di
corso avevano cominciato ad annoiarlo e insieme a infastidirlo, non solo
perché erano prevedibili, ma perché respingevano qualsiasi serio tentativo di
approfondimento. Diversamente dai suoi sforzi di perfezionare Wild Cat
Blues alla tromba, la società universitaria non richiedeva né creatività né
pensieri nuovi, nessuno dei quali poteva penetrare la beata foschia della
trasgressione giovanile. Le agitazioni studentesche per la guerra in Iraq che
avevano movimentato la vita del campus si erano chetate. Ora il sarcasmo
sventolava trionfante il suo vessillo e le risatine erano il suo giuramento; ora
la docile manipolazione dei professori era diventata routine. Così Booker era
tornato a farsi le domande che gli ponevano i genitori durante le discussioni
del sabato in Decatur Street: 1) Cos’hai imparato di vero (e come sai che lo
è)? e 2) Che problema hai?
1) Per ora niente. 2) La disperazione.
E così, sperando di imparare qualcosa di valore e magari di trovare un
posto in grado di accogliere la disperazione, si era iscritto al biennio di
specializzazione. Da quel momento si era dedicato a inseguire la ricchezza,
dal baratto alle bombe. Per lui era stata un’avventura intellettuale
appassionante che aveva irreggimentato e ingabbiato la sua rabbia, spiegando
tutto sul razzismo, la povertà e la guerra. Il mondo politico meritava solo
disprezzo; i suoi militanti, i conservatori come i progressisti, gli parevano
illusi e in errore. I rivoluzionari, armati o pacifici, non avevano idea di cosa
dovesse succedere dopo la loro «vittoria». Chi avrebbe governato? Il
«popolo»? Ma per piacere. Che cosa voleva dire? L’esito migliore poteva
essere diffondere nella popolazione una nuova idea su cui un politico avrebbe
potuto basare le proprie azioni. Il resto era teatro in cerca di un pubblico. La
ricchezza bastava da sola a spiegare la malvagità umana, e lui era deciso a
vivere senza inchinarvisi. Sapeva esattamente su quali argomenti e temi
avrebbe scritto articoli e libri e raccoglieva appunti sulle proprie ricerche. A
parte la letteratura della sua disciplina leggeva un po’ di poesia e alcune
riviste. Nessun romanzo, né grande né minore. Gli piacevano certe poesie
perché erano affini alla musica, e le riviste perché i saggi fondevano politica e
cultura. Era stato durante gli studi specialistici che aveva iniziato a scrivere
qualcosa di diverso dagli abbozzi di saggi futuri. Aveva cominciato a
sforzarsi di trasformare frasi prive di punteggiatura in una lingua musicale
che esprimesse le sue domande o i frutti del suo pensiero. Aveva cestinato
quasi tutti questi esperimenti; alcuni li aveva tenuti.
Conquistata finalmente la laurea specialistica, Booker era tornato a casa da
solo per la cena che la madre aveva organizzato per festeggiarlo. Aveva
pensato di farsi accompagnare da Felicity, la ragazza con cui si prendeva e
lasciava da un po’, ma poi aveva deciso di no. Non voleva che un’estranea
giudicasse la sua famiglia. Quel compito spettava a lui.
Alla riunione famigliare era filato tutto liscio, quasi con allegria, finché
non era andato di sopra nella sua vecchia camera, quella che un tempo
divideva con Adam. In cerca di cosa, non sapeva. La stanza non era solo
diversa; era antagonistica – un letto matrimoniale invece dei due gemelli suo
e di Adam, tende bianche trasparenti invece delle tendine avvolgibili, un
tappeto vezzoso sotto un piccolo scrittoio. Peggio di ogni altra cosa,
l’armadio che un tempo traboccava dei loro giocattoli – mazze, palloni da
basket, giochi da tavolo – adesso conteneva i vestiti da ragazza di sua sorella
Carole. Ma si era sentito strozzare dal risentimento quando aveva scoperto
che il suo vecchio skateboard, identico a quello che era scomparso insieme a
Adam, non c’era più. Fiaccato dalla tristezza, Booker era sceso di nuovo. Ma
quando aveva visto la sorella, quella pallida fiacchezza si era trasformata
nella sua ardente gemella – la furia. Aveva attaccato lite con Carole; lei gli
aveva risposto per le rime. Il litigio si era inasprito al punto da turbare tutta la
famiglia, finché Mr Starbern non vi aveva posto fine.
«Smettila, Booker! Non sei l’unico che soffre. La gente vive il lutto in
maniera diversa.» La voce del padre aveva in sé l’acciaio di una lama di
coltello.
«Sì, come no.» Il tono di Booker era ostile, carico di disprezzo.
«Ti comporti come se fossi l’unico della famiglia a volergli bene. Non è
quello che avrebbe voluto Adam», aveva detto il padre.
«Tu non sai quello che avrebbe voluto.» Booker era riuscito a trattenere le
lacrime.
Mr Starbern si era alzato dal divano. «Be’, so quello che voglio io. Ti
voglio educato in questa casa, oppure fuori da qui.»
«Oh, no», aveva sussurrato Mrs Starbern. «Non dire così.»
Padre e figlio si erano fissati occhi negli occhi con bellicosa aggressività.
Mr Starbern aveva vinto la battaglia e Booker era uscito di casa, chiudendo la
porta dietro di sé con decisione.
Era stato appropriato, forse, che dopo avere lasciato la sola casa che
avesse mai conosciuto si fosse trovato nel pieno di uno scroscio. La pioggia
lo aveva costretto a sollevare il bavero e chinare la testa come un intruso
grato dell’oscurità. Con le spalle curve e gli occhi stretti, aveva percorso
Decatur Street in uno stato d’animo a cui il temporale si accordava alla
perfezione. Prima della lite con Carole aveva cercato di convincere i genitori
a pensare a qualche iniziativa in memoria di Adam – una piccola borsa di
studio a suo nome, per esempio. La madre aveva accolto l’idea con un certo
calore, mentre il padre aveva corrugato la fronte e si era opposto con
decisione.
«Non possiamo sprecare soldi così e non possiamo sprecare tempo per
raccoglierli», aveva detto. «E poi, le persone che ammiravano e che ricordano
Adam non hanno bisogno di nessun promemoria.»
Booker avvertiva già una velenosa corrente di disapprovazione non solo
da Carole, ma anche dai fratelli minori. A Favor e Goodman sembrava che
Booker volesse una statua per un fratello che era morto quando erano molto
piccoli. Quella che per Booker era lealtà famigliare, a loro pareva una
manipolazione, un tentativo di controllarli – di soppiantare il padre come
figura paterna. Solo perché aveva due lauree credeva di poter dire a tutti cosa
dovevano fare. Alzavano gli occhi al cielo davanti alla sua arroganza.
Quando Booker era salito nella vecchia camera sua e di Adam, il filo di
disapprovazione che aveva percepito mentre proponeva un’iniziativa in
memoria del fratello era diventato una corda, poiché aveva visto la feroce
assenza non solo di Adam ma anche di se stesso. E così, quando aveva chiuso
la porta lasciando la famiglia ed era uscito sotto la pioggia, era stato un gesto
già tardivo.

Felicity gli aveva detto: «Okay, certo», quando Booker le aveva chiesto di
trasferirsi da lei per un po’. Le era stato grato di quel rapido assenso, dal
momento che non avrebbe saputo dove andare una volta lasciata la residenza
universitaria. Sul pullman che lo riportava al campus, leggere il vecchio
numero di Daedalus che aveva con sé lo aveva distratto dal rimuginare sulla
delusione che provava per la sua famiglia. Ma questa era emersa con
prepotenza quando era rientrato nella sua stanza e aveva iniziato a gettare
negli scatoloni i resti della vita da studente: testi, scarpe da corsa, vestiti
informi, appunti, riviste – tutto tranne la sua adorata tromba. Quando aveva
smesso di sguazzare nell’autocommiserazione per essere stato così
vergognosamente frainteso, aveva chiamato la sua ragazza. Felicity era
un’insegnante supplente e la loro relazione durava da due anni soprattutto
perché c’erano lunghi periodi di tempo in cui non si vedevano. Poiché lei
veniva chiamata in caso di malattia improvvisa di qualche insegnante di
ruolo, i suoi incarichi erano irregolari e spesso in zone lontane. Perciò Booker
non si era sentito a disagio nel chiederle di ospitarlo per un po’; sapevano
entrambi che era una questione di convenienza e che non comportava nessun
tipo di impegno. Era estate, e siccome era probabile che Felicity non venisse
convocata, potevano godersi la reciproca compagnia senza scadenze: andare
al cinema, a mangiare fuori, a correre – fare tutto quello di cui avevano
voglia.
Una sera Booker aveva portato Felicity al Pier 2, un locale un po’
malandato dove si poteva cenare e ballare con musica dal vivo. Mangiando
riso e gamberetti, Booker aveva pensato – come gli capitava spesso – che al
quartetto sul piccolo palco mancavano gli ottoni. Praticamente tutta la musica
popolare era satura di strumenti a corda: chitarre, bassi e tastiere aiutati dalle
percussioni. A eccezione delle grandi star, come la E Street Band o
l’orchestra di Wynton Marsalis, era raro che i gruppi comprendessero, in
ruoli da solista o di accompagnamento, un sassofono, un clarinetto, un
trombone o una tromba, e lui avvertiva acutamente quel vuoto. E così quella
sera durante la pausa era andato dietro le quinte, nello stretto camerino pieno
di fumo d’erba e musicisti che ridevano, a chiedere se qualche volta avrebbe
potuto unirsi a loro. Non volendo dividere gli incassi con un altro suonatore,
per di più uno sconosciuto, lo avevano liquidato in fretta.
«Ma vai al diavolo.»
«Chi ti ha fatto entrare qui?»
«Be’, potreste almeno starmi a sentire», aveva supplicato. «Io suono la
tromba, vi manca uno strumento così.»
I chitarristi avevano alzato gli occhi al cielo, ma il batterista aveva detto:
«Portala venerdì sera. Lì non fa niente se combini qualche casino».
Non aveva parlato a Felicity dell’audizione. A lei non poteva importare di
meno della sua passione per la tromba.
Booker aveva seguito il consiglio del batterista, esibendosi davanti a loro
nel camerino in quanto di più simile a un assolo alla Louis Armstrong
riuscisse a produrre. Il batterista aveva annuito, il tastierista sorriso, e i due
chitarristi non avevano mosso obiezioni. Da allora e per il resto dell’estate,
Booker si era unito al gruppo che si faceva chiamare The Big Boys il venerdì
sera, quando il locale era così affollato che i clienti – che fossero lì per cena o
solo per bere qualcosa – non prestavano la minima attenzione alla musica.
Quando a settembre i Big Boys si erano sciolti – il batterista si era
trasferito; il tastierista si era unito a un gruppo più grande e importante –
Booker e i chitarristi, Michael e Freeman Chase, avevano iniziato a suonare
per le strade punteggiate di veterani senzatetto con una gelida furia negli
occhi. La loro rabbia non era mitigata dal fatto che ottenevano offerte più
generose grazie alla musica che li circondava. Era stata la stagione più dolce
della vita di Booker ma non era durata. Alla fine dell’estate il rapporto con
Felicity si era logorato al punto che non era proprio più possibile rappezzarlo.
Si erano divertiti a fare i coinquilini innamorati per tutta l’estate, poi ciascuno
aveva iniziato a infastidire l’altro per via di abitudini a cui prima non avevano
mai badato troppo. Felicity si lamentava del rumore quando lui si esercitava
alla tromba e del suo rifiuto di fare baldoria ogni sera con gli amici di lei.
Booker detestava il fumo delle sigarette e i suoi gusti in fatto di cibi da
asporto, musica e vino. Oltre a insistere perché i propri famigliari venissero
costantemente a trovarli, lei era un’impicciona, ficcava sempre il naso nella
sua vita. Soprattutto, la trovava saccente in modo insopportabile. Dal canto
suo, Felicity lo considerava altrettanto sgradevole e fastidioso. Temeva che
sarebbe impazzita se fosse stata costretta ad ascoltare un’altra volta Donald
Byrd o Freddie Hubbard o Blue Mitchell o qualsiasi altro dei musicisti
preferiti di Booker. Aveva iniziato a pensare a lui come a un fallito misogino.
Eppure sarebbero potuti restare insieme, malgrado la mutua ostilità che
cresceva come muffa tra loro, se non fosse stato per un episodio: l’arresto di
Booker e la notte che aveva trascorso in una cella di custodia.
Era passato davanti a una coppia intenta a fumare a turno una pipa di crack
in un’auto parcheggiata vicino a un terreno abbandonato. La scena lo aveva
lasciato indifferente finché non aveva notato una bambina di un paio d’anni
che strillava e piangeva in piedi sul sedile posteriore della Toyota dei due
drogati. Allora si era avvicinato, aveva aperto di scatto la portiera e trascinato
fuori l’uomo, gli aveva spaccato la faccia e poi aveva allontanato con un
calcio la pipa caduta a terra. Subito la donna era saltata giù per correre in
aiuto del compagno. La rissa a tre era risultata più ridicola che letale, ma era
stata abbastanza lunga e rumorosa da attirare l’attenzione prima dei passanti,
poi della polizia. Erano stati arrestati tutti e tre e la bambina urlante affidata
ai servizi sociali.
Felicity aveva dovuto pagare l’ammenda. Il giudice era stato clemente con
Booker perché i genitori drogati di crack lo disgustavano quanto avevano
disgustato lui. Aveva rinviato in giudizio la coppia e multato Booker per
disturbo della quiete pubblica. Tutto l’episodio aveva fatto infuriare Felicity,
che si era chiesta ad alta voce perché mai si fosse dovuto immischiare in
faccende che non lo riguardavano.
«Ma chi ti credi di essere? Batman?»
Booker si era passato un dito sul molare destro per controllare che non
fosse tentennante o spezzato. La donna si era rivelata più forte dell’uomo, che
tirava pugni forsennati ma non centrava mai il bersaglio. Erano state le
nocche di lei a colpirgli la mascella.
«C’era una bambina in quella macchina. Una bimba piccola!» aveva detto.
«Non era figlia tua e non erano affari tuoi», aveva gridato Felicity.
Il molare tentennava un po’, aveva concluso Booker, ma sarebbe andato
comunque da un dentista.
Sull’autobus che li riportava a casa entrambi avevano capito che era finita
senza dirselo. Felicity aveva continuato a tormentarlo per quasi un’ora dopo
che erano rientrati nel suo appartamento, ma davanti al silenzio di piombo di
Booker aveva ceduto ed era andata a farsi una doccia. Lui non l’aveva seguita
come faceva di solito.
Le esperienze lavorative di Booker erano scarne – un semestre
imbarazzante e disastroso trascorso a insegnare musica in una scuola media,
l’unico tipo di insegnamento pubblico a cui potesse aspirare data la sua
mancanza di qualifiche – ed era stato scartato alle poche audizioni musicali a
cui aveva partecipato. Il suo talento di trombettista era adeguato ma non
eccezionale.
Le sue sorti erano cambiate proprio quando ne aveva più bisogno: Carole
lo aveva rintracciato per inoltrargli una lettera indirizzata a lui da uno studio
legale. Mr Drew era morto e, con grande sorpresa di tutti, aveva incluso i
nipoti – ma non i figli – nel testamento. Booker avrebbe diviso con i fratelli
la fortuna di cui il vecchio si vantava costantemente. Si era rifiutato di
pensare all’avidità e alla delinquenza che avevano prodotto la fortuna del
nonno. Si era detto che i soldi accumulati affittando tuguri ai poveri erano
stati ripuliti dalla morte. Non male. Adesso poteva trovarsi un posto in affitto,
una stanza tranquilla in un quartiere tranquillo, e continuare a suonare per
strada o in piccoli locali fatiscenti. Non avendo accesso a uno studio, lui e gli
amici suonavano agli angoli delle vie. Non per denaro, sarebbe stato ben
misero, ma per esercitarsi e sperimentare insieme in pubblico davanti a
spettatori non paganti e quindi non critici e non esigenti.
Poi era arrivato un giorno che aveva cambiato lui e la sua musica.

Sbalordito dalla sua bellezza, Booker aveva fissato a bocca aperta una
giovane donna di un nero scurissimo che rideva, ferma sul marciapiede. Era
vestita di bianco, i capelli come un milione di farfalle nere addormentate sulla
testa. Parlava con un’altra donna – bianca come il gesso e con treccine bionde
da rasta. Una limousine aveva accostato al marciapiede ed entrambe avevano
atteso che l’autista scendesse ad aprire la portiera. Pur intristito nel veder
ripartire la limousine, Booker aveva continuato a sorridere mentre proseguiva
verso l’ingresso della metropolitana, dove suonava di solito con i chitarristi.
Non c’era nessuno dei due, né Michael né Chase, e solo allora si era accorto
della pioggia – lieve, continua. Il sole continuava a splendere e così le gocce
che cadevano da un cielo azzurro pastello erano come cristalli che si
frantumavano in schegge di luce sull’asfalto. Aveva deciso di suonare
comunque la tromba da solo sotto la pioggia, sapendo che nessun passante si
sarebbe fermato ad ascoltare; infatti, tutti si affrettavano a chiudere gli
ombrelli e a precipitarsi giù per le scale verso i treni. Ancora rapito dalla pura
e semplice bellezza della ragazza che aveva visto, si era portato la tromba alle
labbra. Ne era emersa una musica che non aveva mai suonato prima. Note
basse e smorzate trattenute a lungo, troppo a lungo, mentre la melodia
aleggiava tra le gocce di pioggia.
Booker non aveva parole per descrivere le sue emozioni. Ciò che sapeva
era che l’aria intrisa di pioggia odorava di lillà mentre suonava pensando a
lei. Le vie dai marciapiedi disseminati di rifiuti apparivano interessanti, non
luride; le drogherie, i parrucchieri, le tavole calde, le botteghe dell’usato
stretti gli uni agli altri parevano accoglienti, persino amichevoli. Ogni volta
che immaginava gli occhi di lei che risplendevano verso di lui o le labbra
aperte in un sorriso invitante e sfrontato, non avvertiva solo un’ondata di
desiderio, ma sentiva anche disintegrarsi quella cappa di angoscia e cupezza
in cui la morte di Adam lo aveva avvolto per tanti anni. Quando si liberava di
quel manto e tornava a essere emotivamente soddisfatto come prima che
Adam corresse con lo skateboard verso il tramonto – eccola lì. Una Galatea
color mezzanotte già viva, sempre viva.
Poche settimane dopo quella prima volta in cui l’aveva vista mentre
aspettava la limousine, eccola di nuovo, in coda fuori dallo stadio dove
stavano per esibirsi i Black Gauchos – un gruppo nuovo, entusiasmante, in
ascesa, che suonava un misto di jazz brasiliano e di New Orleans, un solo
concerto. La fila era lunga, rumorosa e vibrante di nervosismo, ma quando si
erano aperti i cancelli era riuscito a intrufolarsi quattro corpi dietro di lei nel
pigia pigia e poi, appena la folla si era dispersa sulle gradinate, a portarsi
proprio alle sue spalle.
Nell’aria elettrizzata dalla musica, con ogni regola corporea infranta e la
benevolenza sessuale densa come una crema, cingerle la vita con le braccia
era sembrato un gesto più che naturale; era stato inevitabile. E insieme
avevano ballato e ballato. Quando la musica era cessata, la sua Galatea si era
girata a guardarlo concedendogli quel sorriso sfrontato che lui immaginava
da sempre.
«Bride», aveva detto quando le aveva chiesto il suo nome.
Cristo santo, aveva sussurrato lui.

Sin dall’inizio avevano fatto l’amore in modo sereno, esperto e duraturo;


Booker ne sentiva un tale bisogno che se ne asteneva deliberatamente per
svariate notti, così da rendere il ritorno nel letto di lei simile alla prima volta.
Il rapporto tra loro era perfetto. Gli piaceva soprattutto che lei non mostrasse
il minimo interesse per la sua vita privata. Diversamente da Felicity, non
indagava. Bride era bella da togliere il fiato, piacevole, aveva qualcosa da
fare ogni giorno e non aveva bisogno della sua presenza ogni minuto. Il suo
amore per se stessa era coerente con il lavoro per un’azienda di cosmetici e
rispecchiava l’ossessione che lui provava per lei. Così, se lei si dilungava a
raccontare di colleghi, prodotti e mercati, lui le guardava gli occhi
incantevoli, così profondamente espressivi che dicevano molto più di quanto
avrebbe mai potuto fare il semplice linguaggio. Occhi parlanti, pensava
Booker, accompagnati dalla musica della sua voce. Ogni lineamento – la
sporgenza degli zigomi, la bocca invitante, il naso, la fronte, il mento oltre a
quegli occhi – era reso più squisito, più esteticamente gradevole dalla pelle di
ossidiana e di mezzanotte. Che fosse sdraiato sotto il suo corpo, sospeso
sopra di lei o che la stringesse tra le braccia, la sua nerezza lo emozionava.
Allora era certo non solo di stringere la notte, ma di possederla; e se la notte
che stringeva tra le braccia non fosse bastata, poteva sempre vederle la luce
delle stelle negli occhi. Il suo umorismo innocente e ingenuo lo deliziava.
Quando lei, che non si truccava pur lavorando nel settore dei cosmetici, gli
aveva chiesto di aiutarla a scegliere le tonalità più attraenti di lucidalabbra,
lui era scoppiato a ridere. La sua fissazione per gli abiti esclusivamente
bianchi lo divertiva. Riluttante a condividerla con altri, di rado aveva voglia
di andare per locali. Però, ballare con lei in qualche posticino fuori moda con
le luci soffuse, su registrazioni della voce da soprano di Michael Jackson o
degli urli di James Brown, era irresistibile. Muoversi corpo a corpo al ritmo
del rap nei bar affollati stregava entrambi. Booker non le rifiutava niente, se
non di accompagnarla a fare shopping.
Di tanto in tanto lei lasciava cadere la facciata da moderna dirigente
d’azienda dal successo travolgente e dal perfetto autocontrollo e confessava
qualche pecca o qualche doloroso ricordo d’infanzia. E lui, che sapeva fin
troppo bene come le ferite dell’infanzia suppurassero senza mai rimarginarsi,
la consolava cercando di nascondere quanta rabbia scatenasse in lui il
pensiero che qualcuno le avesse fatto del male.
Il rapporto complicato di Bride con la madre e il padre che l’aveva
respinta faceva sì che, come lui, anche lei non avesse legami famigliari.
C’erano solo loro due e, eccezion fatta per la sua odiosa pseudo-amica
Brooklyn, le interruzioni da parte dei colleghi di lei si erano via via diradate.
Lui continuava a suonare con Chase e Michael nei weekend e qualche
pomeriggio, ma c’erano state gloriose mattine di sole in spiaggia, fresche sere
trascorse al parco mano nella mano, anticipando la coreografia sessuale che
avrebbero messo in scena in ogni angolo del suo appartamento. Sobri come
preti, creativi come diavoli, loro due inventavano il sesso. Così credevano.
Quando Bride era in ufficio, Booker approfittava della solitudine per
esercitarsi alla tromba e scribacchiare biglietti che mandava alla sua zia
preferita, Queen; e poiché non c’erano libri nell’appartamento di Bride – solo
riviste di moda e di gossip – andava spesso in biblioteca per leggere o
rileggere libri che aveva ignorato o frainteso all’università. Il nome della
rosa, per esempio, e Remembering Slavery, una raccolta che lo aveva
commosso tanto da spingerlo a comporre una musica mediocre e
sentimentale per accompagnare i racconti degli ex schiavi. Aveva letto
Twain, godendosi il suo umorismo crudele. Aveva letto Walter Benjamin,
colpito dalla bellezza della traduzione, e riletto l’autobiografia di Frederick
Douglass, apprezzando per la prima volta l’eloquenza che nascondeva e
insieme manifestava il suo odio. Aveva letto Herman Melville, e Pip gli
aveva spezzato il cuore, facendolo pensare a Adam solo, abbandonato,
inghiottito dalle onde di un male casuale.
Dopo sei mesi di felicità fatta di sesso da mangiare, musica in libertà, libri
appassionanti e della compagnia di Bride, una sposa piacevole e mai esigente,
il castello da fiaba era crollato nel fango e nella sabbia su cui era costruita la
sua vanità. E Booker era scappato.
PARTE QUARTA
Brooklyn

Niente. Una telefonata al capo per chiedere un ulteriore prolungamento


dell’aspettativa per malattia. Riabilitazione. Riabilitazione emotiva – quel che
è. Ma niente su dove fosse diretta o perché fino a oggi. Un biglietto
scribacchiato su un foglio giallo di bloc-notes a righe. Cristo. Non ho
neanche dovuto leggerlo per sapere cosa diceva. «Scusa se sono scappata.
Dovevo. Tranne che per te, stava andando tutto a rotoli bla bla bla…»
Bella, stupida stronza. Niente su dove stia andando o per quanto starà via.
Una cosa che so per certo è che sta seguendo quel tipo. Le leggo nel pensiero
come se fosse un titolo che scorre sulla parte bassa del televisore. È un dono
che ho sin da bambina. Come quando la padrona di casa ci ha rubato i soldi
dal tavolo del soggiorno e ha detto che eravamo indietro con l’affitto. O
quando mio zio si è messo a pensare di cacciarmi di nuovo le dita tra le
gambe, prima ancora che lui stesso si rendesse conto di quello che aveva
intenzione di fare. Mi nascondevo o scappavo o gridavo fingendo di avere
mal di pancia così mia madre si riscuoteva dal torpore da ubriaca e badava a
me. Credeteci. Ho sempre intuito quello che vogliono gli altri e come
compiacerli. O no. Solo una volta ho frainteso – con l’uomo di Bride.
Anch’io sono scappata, Bride, ma avevo quattordici anni e non c’era
nessuno in grado di pensare a me se non io stessa e così mi sono inventata, mi
sono indurita. Credevo lo avessi fatto anche tu, tranne che nei rapporti con gli
uomini. Ho capito subito che l’ultimo – un furfante come ne ho visti pochi –
ti avrebbe ritrasformata nella ragazzina spaventata che eri. Una lite con una
delinquente fuori di testa e ti sei arresa, lasciando come una stupida il lavoro
migliore del mondo. Io ho cominciato spazzando il pavimento di una
parrucchiera e poi servendo ai tavoli finché non ho trovato un posto in un
piccolo supermercato. Molto prima di approdare alla Sylvia, Inc., ho lottato
come una furia per qualsiasi lavoro abbia mai avuto e non mi sono lasciata
fermare da niente, ma niente.
Tu invece piagnucoli: «Uè, uè, me ne sono dovuta andare…» Dove? In un
posto dove non hanno la carta da lettere e nemmeno una cartolina?
Bride, fammi il piacere.
Una ragazza di città si stufa presto della monotonia di cartone dei paesini
rurali. Qualunque tempo faccia, sole forte e metallico o pioggia battente,
l’impressione di scatole logore che nascondono abitanti inetti riesce a
spegnere anche lo sguardo più attento. Un conto erano due ex hippy che
vivevano secondo i loro ideali anticapitalisti ai margini di una strada di
campagna poco battuta. Evelyn e Steve avevano avuto una vita emozionante,
un passato avventuroso pieno di rischi e di obiettivi da raggiungere. Ma che
dire delle semplici persone normali che nascevano da queste parti e non se ne
andavano mai? Bride non si sentiva superiore alle file di piccole e
malinconiche abitazioni e case mobili ai lati della strada, solo perplessa. Cosa
potrebbe spingere Booker a scegliere questo posto? E chi diavolo è Q. Olive?
Aveva viaggiato per duecentosettanta chilometri su strade perlopiù
sterrate, alcune probabilmente create da piedi calzati di mocassini e da
branchi di lupi. I camionisti riuscivano a percorrerle, ma una Jaguar riparata
con una portiera di un altro modello aveva grosse difficoltà. Bride continuò a
guidare con prudenza, scrutando davanti a sé per avvistare ogni ostacolo,
vivo o no. Quando finalmente vide il cartello inchiodato al tronco di un pino,
la stanchezza aveva ormai messo a tacere un crescente senso di allarme.
Anche se non c’erano state altre sparizioni fisiche, era turbata dal fatto di non
avere il ciclo mestruale da almeno due, forse tre mesi. Piatta sul torace, glabra
sotto le ascelle e sul pube, senza più i buchi nelle orecchie e con un peso
instabile, cercava invano di non pensare a quello di cui si era convinta, e cioè
che si stesse assurdamente ritrasformando in una ragazzina nera spaventata.
Whiskey, scoprì, consisteva in una decina di abitazioni su entrambi i lati di
una strada di ghiaia che portava a una serie di roulotte e case mobili. Parallelo
alla strada, al di là di un filare di alberi dall’aspetto dolente, scorreva un
fiume profondo ma stretto. Le abitazioni erano prive di indirizzo, ma fuori da
alcune case mobili spiccavano nomi dipinti su robuste cassette della posta.
Sotto occhi insospettiti da qualsiasi auto sconosciuta guidata da visitatori
altrettanto sconosciuti, Bride proseguì lentamente finché non vide QUEEN
OLIVE stampato su una cassetta della posta davanti a una casa mobile giallo
chiaro. Parcheggiò, scese e si stava dirigendo alla porta quando sentì un
odore di benzina e di fuoco che sembrava provenire dal retro. Avvicinandosi
di soppiatto al giardino vide una donna robusta dai capelli rossi che
spruzzava benzina sulla rete metallica di un letto, attenta a notare dove ci
fosse bisogno di alimentare le fiamme.
Bride si affrettò a tornare all’auto e attese. Arrivarono due bambini, forse
attratti dall’automobile di lusso, ma distratti dalla donna al volante. Entrambi
la fissarono per quelli che parvero minuti interi, senza quasi battere le
palpebre per lo stupore. Bride ignorò i bambini ammutoliti. Sapeva bene
come fosse entrare in una stanza e vedere lo scambio di sguardi fra
sconosciuti bianchi. Quelle occhiate erano facili da trascurare perché, il più
delle volte, ai sussulti provocati dalla sua nerezza seguiva invariabilmente
l’invidia suscitata dalla sua bellezza. Anche se, con l’aiuto di Jeri, era riuscita
a sfruttare a suo vantaggio la pelle scura, enfatizzandola, rendendola
affascinante, Bride ricordava uno scambio che aveva avuto una volta con
Booker. Nel lamentarsi della madre, gli aveva detto che Sweetness la odiava
per la sua pelle nera.
«È solo un colore», aveva detto Booker. «Una caratteristica genetica – non
una pecca, non una disgrazia, non un dono del cielo né un peccato.»
«Però», aveva ribattuto lei, «per tanta gente la razza…»
Booker l’aveva interrotta. «Scientificamente le razze non esistono, Bride,
perciò il razzismo senza razze è una scelta. Insegnata, certo, da quelli che ne
hanno bisogno, ma resta comunque una scelta. Quelli che la praticano non
sarebbero niente senza di essa.»
Le sue erano parole razionali e, sul momento, consolanti, ma avevano
poco a che fare con l’esperienza quotidiana – come stare seduta in un’auto
sotto gli occhi sbalorditi di bambini bianchi affascinati come avrebbero
potuto essere solo in un museo dedicato ai dinosauri. In ogni caso, Bride
rifiutava di farsi distogliere dalla sua missione solo perché non si trovava più
sul terreno sicuro di strade d’asfalto e lindi giardini, popolato da persone di
razze diverse che magari non l’avrebbero aiutata ma non le avrebbero fatto
del male. Decisa a scoprire di che cosa era fatta – cotone o acciaio – non
poteva ritirarsi né voltarsi indietro.
Era passata mezz’ora; i bambini se n’erano andati e un sole placcato di
nichel alto nel cielo riscaldava l’interno dell’automobile. Facendo un respiro
profondo, Bride si diresse verso la porta gialla e bussò. Quando comparve
l’incendiaria, disse: «Salve. Mi scusi. Cerco Booker Starbern. Ho questo
indirizzo».
«Si capisce», disse la donna. «Ricevo spesso la sua posta: riviste,
cataloghi, cose che scrive lui.»
«È qui?» Bride rimase abbacinata dagli orecchini della donna, dischi d’oro
grossi come vongole.
«Mm-mm.» La donna scosse la testa, scavando intanto negli occhi di
Bride. «È qui vicino, però.»
«Ah, sì? E quanto vicino esattamente?» Sollevata che Q. Olive non fosse
una giovane rivale, Bride sospirò e chiese indicazioni.
«Puoi andarci a piedi, ma prima vieni dentro. Booker non andrà da
nessuna parte. È bloccato a letto: si è rotto un braccio. Vieni dentro. Sembri
una bestiolina che un procione ha trovato e si è rifiutato di mangiare.»
Bride deglutì. Negli ultimi tre anni si era solo sentita dire quanto fosse
esotica e meravigliosa – dovunque, da quasi tutti –, strepitosa, un incanto,
sexy, wow! E adesso questa anziana donna dai capelli rossi lanosi e dagli
occhi giudicanti aveva cancellato un intero vocabolario di complimenti in un
sol colpo. Ancora una volta lei era la ragazzina brutta e troppo nera in casa di
sua madre.
Queen piegò un dito. «Entra, ragazza mia. Hai bisogno di mangiare.»
«Senta, Miss Olive…»
«Chiamami Queen, tesoro. E si pronuncia Ol-li-vay. Forza, vieni in casa.
Non ricevo spesso visite e riconosco una persona affamata quando la vedo.»
Be’, è vero, pensò Bride. Durante il lungo viaggio, l’ansia aveva
mascherato la sua fame divorante. Obbedì a Queen e fu piacevolmente
sorpresa dall’interno ordinato, confortevole e grazioso. Per un momento si
era chiesta se non si fosse lasciata attirare nell’antro di una strega.
Evidentemente Queen cuciva, ricamava, lavorava all’uncinetto e realizzava
pizzi. Tende, fodere, cuscini e tovaglioli ricamati erano elegantemente fatti a
mano. Un quilt sulla testiera di un letto vuoto, la cui rete era con ogni
probabilità fuori a raffreddarsi, univa in sé colori tenui in accostamenti
contrastanti che, come tutto il resto, rivelavano un gusto sapiente e
particolare. Piccoli oggetti antichi, come cornici e tavolini, erano collocati in
punti insoliti. Un’intera parete era ricoperta di fotografie di bambini. Sul
fornello a due fuochi sobbolliva una pentola. Poco abituata a ricevere rifiuti,
Queen dispose due fondine di porcellana su tovagliette di lino, insieme a
tovaglioli coordinati e a cucchiai d’argento dal manico lavorato.
Bride si accomodò allo stretto tavolo su una sedia coperta da un cuscino
ornamentale e guardò Queen che serviva una zuppa densa nelle fondine.
Tocchetti di pollo galleggiavano tra piselli, patate, chicchi di mais, pomodori,
prezzemolo, peperoni verdi, spinaci e piccole conchiglie di pasta. Bride non
riuscì a identificare i forti condimenti – curry? cardamomo? aglio? pepe di
Cayenna, rosso o nero? –, ma il risultato era una manna. Queen aggiunse un
cesto di fette di pane caldo, si unì all’ospite e benedisse il cibo. Nessuna delle
due parlò per diversi minuti mentre mangiavano. Poi, Bride alzò gli occhi
dalla fondina, si asciugò le labbra, sospirò e chiese alla padrona di casa:
«Perché stava bruciando la rete del letto? L’ho vista lì dietro».
«Cimici», rispose Queen. «Le brucio ogni anno prima che si schiudano le
uova.»
«Oh. Non sapevo che si facesse così.» Poi, sentendosi più a suo agio con
lei, chiese: «Che genere di cose le ha mandato Booker? Ha detto che le ha
spedito alcuni suoi scritti».
«Mm-mm. Infatti. Ogni tanto.»
«Di cosa parlavano?»
«E chi lo sa. Te li faccio vedere, se vuoi. Dimmi, perché stai cercando
Booker? Ti deve dei soldi? Di sicuro non puoi essere la sua donna. Mi pare
che non lo conosci tanto bene.»
«È vero, ma credevo di sì.» Non lo disse, ma all’improvviso si rese conto
che fare del buon sesso non equivale a conoscersi. È solo uno scambio di
informazioni.
Bride si sfiorò di nuovo le labbra con il tovagliolo. «Vivevamo insieme,
poi mi ha scaricata. Così.» Bride schioccò le dita. «Mi ha abbandonato senza
una parola.»
Queen ridacchiò. «Oh, lui è uno che abbandona, di sicuro. Ha
abbandonato anche la sua famiglia. Tutti tranne me.»
«Davvero? Perché?» Bride non gradiva di essere classificata insieme alla
famiglia di Booker, ma la notizia la sorprese.
«Il fratello maggiore è stato assassinato quando erano bambini e lui non ha
approvato la reazione dei suoi.»
«Ooh», mormorò Bride. «Che cosa triste.» Riuscì a produrre
un’accettabile esclamazione di dispiacere, ma era sconvolta di non saperne
nulla.
«Più che triste. Ha quasi distrutto la famiglia.»
«Cos’hanno fatto i suoi per spingerlo ad andarsene?»
«Hanno guardato avanti. Hanno ricominciato a vivere pienamente la vita.
Lui voleva una qualche iniziativa in memoria del fratello, istituire una
fondazione a suo nome o qualcosa di simile. A loro non interessava. Affatto.
In parte la responsabilità della rottura è anche mia. Gli ho detto di tenersi
vicino suo fratello, di piangerlo per tutto il tempo che gli serviva. Non ho
calcolato come avrebbe potuto interpretare le mie parole. In ogni modo, la
morte di Adam è diventata la sua stessa vita. La sua unica vita, io credo.»
Queen guardò la fondina vuota di Bride. «Ancora un po’?»
«No, grazie, ma era deliziosa. Non ricordo di avere mai mangiato niente di
così buono.»
Queen sorrise. «È la mia ricetta delle Nazioni Unite, con ingredienti tipici
dei Paesi di tutti i miei mariti. Sette, da Delhi a Dakar, dal Texas
all’Australia, e qualcun altro nel mezzo.» Rideva, con le spalle che
sussultavano. «Così tanti uomini, ma tutti uguali in quello che conta.»
«E cos’è che conta?»
«Il possesso.»
Tutti quei mariti eppure è tutta sola, pensò Bride. «Non ha figli?» Era
chiaro che ne avesse; le loro foto erano ovunque.
«Parecchi. Due stanno con i padri e le loro nuove mogli; due sono
nell’esercito: uno è nei Marines, l’altro nell’aeronautica; un’altra, l’ultima,
studia Medicina. È la mia cocca. Il penultimo è schifosamente ricco da
qualche parte a New York. Quasi tutti mi mandano soldi per non dovermi
fare visita. Ma io li vedo lo stesso.» Indicò le foto che sbirciavano da squisite
cornici. «E so perfettamente che cosa pensano. Booker invece si è sempre
tenuto in contatto con me. Ecco, adesso ti faccio vedere che cosa pensa lui.»
Queen si avvicinò a un armadietto dove il materiale da cucito era riposto o
appeso in perfetto ordine. Dal ripiano più basso prese un vecchio portapane.
Dopo averne esaminato il contenuto, tolse un sottile fascio di fogli uniti da
una graffetta e lo tese all’ospite.
Che bella scrittura, pensò Bride, rendendosi conto d’un tratto che non
aveva mai visto niente scritto da Booker – nemmeno il suo nome. C’erano
sette fogli. Uno per ogni mese trascorso insieme – più uno. Lesse lentamente
la prima pagina, seguendo le righe con l’indice, perché non c’era quasi
punteggiatura.

Ehi ragazza che cosa c’è nella tua testa riccia oltre a stanze scure con
uomini scuri che ballano vicini troppo vicini la bocca ancora affamata di
ciò che sa esiste là fuori chissà dove in attesa di una lingua e di fiato che
sfiori i denti che mordono la notte e inghiottono intero il mondo a te negato
dunque liberati di quei sogni fumosi e sdraiati sulla riva tra le mie braccia
mentre ti copro di sabbia candida di spiagge che non hai mai visto lambite
da acque così azzurre e cristalline da metterti lacrime di felicità e farti
capire che appartieni finalmente al pianeta su cui sei nata e puoi ora unirti
al mondo là fuori nella pace profonda di un violoncello.

Bride lesse le parole due volte, capendo ben poco per non dire niente. Fu
la seconda pagina a metterla a disagio.

La sua immaginazione è impeccabile per come taglia e gratta l’osso


senza mai toccare il midollo dove quella sensazione sporca strimpella
come un violino per paura che le corde si spezzino e stridano fuori tono
poiché per lei un’ignoranza perenne è infinitamente migliore della pienezza
della vita.

Finito di lavare i piatti, Queen offrì all’ospite un goccio di whisky. Bride


rifiutò.
Leggendo la terza pagina, credette di ricordare una conversazione avuta
con Booker che poteva averlo spinto a scrivere quelle parole, quando gli
aveva raccontato del padrone di casa e altri dettagli della propria infanzia.

Hai accettato come una bestia da soma la frusta dell’insulto di un


estraneo e l’insensata minaccia che contiene insieme alla cicatrice che
lascia facendone una definizione che passi la vita a confutare anche se
quella parola odiosa è solo una linea sottile tracciata sulla sabbia e subito
dissolta in un mondo marino in qualsiasi momento appena un’onda
altrettanto insensata l’accarezza come il tocco distratto di un dito sul
registro di clarinetto che l’organista muta in silenzio così che la vera nota
sia libera di risuonare.

Bride lesse tre pagine ancora in rapida successione.

Cercare di comprendere la malvagità razzista l’alimenta soltanto, la


gonfia come un pallone che fluttua superbo in alto lassù timoroso di
toccare terra dove un filo d’erba potrebbe forarlo mandando le sue feci
acquose a insozzare il pubblico soggiogato dalla sua magia proprio come la
muffa rovina i tasti del pianoforte i neri e i bianchi i diesis e i bemolle per
produrre il lamento funebre della sua rovina.

Rifiuto di vergognarmi della mia vergogna, sai, quella che mi è stata


assegnata e che corrisponde alla subordinazione e alla moralità degradata
di coloro che insistono su questa sensazione umana così elementare di
inferiorità e di imperfezione solo per mascherare la loro codardia fingendo
che sia identica alla purezza di un banjo.

Grazie. Mi hai mostrato rabbia e fragilità e ostile sventatezza e


preoccupazione preoccupazione preoccupazione screziata da frammenti di
luce e amore tanto assoluti che è parsa una gentilezza così da poterti
lasciare e non ripiegarmi in un lutto tanto profondo che avrebbe spezzato
non il cuore ma la mente che conosce l’urlo dell’oboe e il modo in cui
strappa brandelli di silenzio per rivelare la tua bellezza troppo abbagliante
per poterla trattenere e che trasforma la sua melodia nella grazia dello
spazio vivibile.

Perplessa, Bride alzò gli occhi dalle pagine e guardò Queen, che disse:
«Interessanti, no?»
«Molto», rispose Bride. «Ma anche strane. Mi chiedo a chi si rivolgesse.»
«A se stesso», disse Queen. «Scommetto che parlano tutte di lui. Non
credi?»
«No», mormorò Bride. «Parlano di me, del tempo che abbiamo passato
insieme.» Poi lesse l’ultima pagina.

Dovresti prendere sul serio il crepacuore di qualunque tipo con il


coraggio di lasciarlo ardere e fiammeggiare come la stella pulsante che è
impotente o restio a lasciarsi lenire o trasformare in una patetica
autoaccusa perché la sua brillantezza esplosiva risuona comprensibilmente
forte come il fragore dei timpani.

Bride posò i fogli e si coprì gli occhi.


«Vai da lui», disse Queen a bassa voce. «È in fondo alla strada, nell’ultima
casa vicino al fiume. Forza, alzati, lavati la faccia e vai.»
«Non sono sicura che dovrei, adesso.» Bride scosse la testa. Aveva contato
così a lungo sul suo aspetto – come funzionava bene la bellezza. Non si era
resa conto di quanto fosse superficiale, né di quanto fosse codarda lei stessa –
la lezione vitale che Sweetness le aveva insegnato, inchiodandogliela alla
spina dorsale per curvarla.
«Che ti prende?» Queen pareva arrabbiata. «Fai tutta questa strada e poi ti
giri e te ne vai?» Dopodiché si mise a cantare, imitando la voce di una
bambina:

Don’t know why


There’s no sun up in the sky...
Can’t go on
Everything I had is gone
Stormy weather. a
«Accidenti!» Bride batté la mano sul tavolo. «Ha assolutamente ragione!
Totalmente ragione! Questa cosa riguarda me, non lui. Me!»

«Tu? Vattene!» Booker si alzò dal letto angusto e indicò Bride, ferma
sulla soglia della roulotte.
«Vaffanculo! Io non mi muovo da qui finché…»
«Ho detto vattene! Subito!» Gli occhi di Booker erano morti e insieme
vivi per l’odio. Indicò la porta con il braccio sano. Bride fece nove rapidi
passi avanti e gli tirò uno schiaffo con tutta l’energia che aveva. Lui la colpì a
sua volta, tanto forte da farla cadere. Rialzandosi in fretta, lei afferrò una
bottiglia di Michelob da un ripiano e gliela spaccò in testa. Booker ricadde
sul letto, immobile. Stringendo il pugno attorno al collo della bottiglia rotta,
Bride fissò il sangue che gli colava nell’orecchio sinistro. Pochi secondi dopo
lui riprese conoscenza, si sollevò su un gomito e, con occhi ancora strabici e
offuscati, si girò a guardarla.
«Te ne sei andato e mi hai lasciata», gridò lei. «Senza una parola! Niente!
Adesso voglio quella parola. Qualunque sia, voglio sentirla. Subito!»
Asciugandosi il sangue sul lato sinistro del volto con la mano destra,
Booker ringhiò: «Io non devo dirti un cazzo».
«Oh, invece sì.» Lei sollevò la bottiglia rotta.
«Vattene da casa mia prima che succeda qualcosa di brutto.»
«Chiudi il becco e rispondimi!»
«Cristo, donna.»
«Perché? Devo saperlo, Booker.»
«Prima tu dimmi perché hai comprato tanti regali per una molestatrice di
bambini – che stava in galera per quello, Gesù santo. Dimmi perché sei
andata a leccare i piedi a un mostro.»
«Ho mentito! Ho mentito! Ho mentito! Era innocente. Ho contribuito alla
sua condanna ma lei non aveva fatto niente. Volevo fare ammenda, invece lei
mi ha riempito di botte, e me le meritavo.»
La temperatura interna non era aumentata ma Bride sudava; sulla fronte,
sul labbro superiore, persino le ascelle erano fradice.
«Hai mentito? E perché mai?»
«Perché mia madre mi tenesse per mano!»
«Cosa?»
«E mi guardasse orgogliosa, per una volta tanto.»
«E lei l’ha fatto?»
«Sì. Le sono piaciuta, addirittura.»
«Quindi vorresti dirmi che…»
«Chiudi il becco e parla! Perché te ne sei andato e mi hai lasciata?»
«Oh, Dio.» Booker si asciugò altro sangue dalla faccia. «Senti. Vedi, il
fatto è questo. Mio fratello è stato assassinato da un maniaco sessuale, un
pervertito come la donna che credevo volessi perdonare, e…»
«Non mi interessa! Io non c’entro! Non sono stata io a uccidere tuo
fratello.»
«Certo! Certo! Questo è vero, ma…»
«Niente ‘ma’! Io volevo risarcire in qualche modo una persona che ho
rovinato. Tu invece te ne vai in giro ad accusare tutti. Brutto bastardo. Tieni,
asciugati la mano che è piena di sangue.» Bride gli gettò uno strofinaccio e
posò quel che rimaneva della bottiglia. Dopo essersi passata i palmi sui jeans
e avere scostato i capelli dalla fronte madida, guardò fisso Booker. «Non devi
amarmi per forza, ma rispettarmi sì, eccome.» Si sedette su una sedia vicino
al tavolo e accavallò le gambe.
Durante un lungo silenzio interrotto solo dal rumore del respiro di
entrambi, si evitarono e guardarono altrove – il pavimento, le mani, fuori
dalla finestra. Passarono alcuni minuti.
Finalmente Booker sentì di avere qualcosa di definitivo e vitale da dire, da
spiegare, ma quando aprì la bocca gli si paralizzò la lingua – le parole erano
scomparse. Non importava. Bride dormiva sulla sedia, il mento puntato verso
il petto, le lunghe gambe distese.

Queen non bussò; semplicemente, aprì la porta della roulotte di Booker ed


entrò. Quando vide Bride che dormiva allungata sulla sedia e il livido sopra
l’occhio di Booker disse: «Sant’Iddio. Cos’è successo?»
«Una scenata», disse Booker.
«Lei sta bene?»
«Sì. Era sfinita e si è addormentata.»
«Niente male come scenata. Ha fatto tutta questa strada per prenderti a
botte? Per cosa? Amore o infelicità?»
«Entrambi, probabilmente.»
«Be’, togliamola da quella sedia e mettiamola sul letto», disse Queen.
«D’accordo.» Booker si alzò. Con l’aiuto di Queen e del suo unico braccio
funzionante, riuscì a distenderla sul letto angusto e sfatto. Bride gemette
senza svegliarsi.
Queen si sedette al tavolo. «Cosa pensi di fare con lei?»
«Non lo so», rispose Booker. «È stato tutto perfetto tra noi, per un po’.»
«Cos’ha provocato la rottura?»
«Bugie. Silenzi. Non dire quello che era vero o perché.»
«Su che cosa?»
«Su noi da piccoli, su certe cose che sono successe, sul perché abbiamo
fatto alcune cose, ne abbiamo pensate altre, abbiamo compiuto azioni che in
realtà riguardavano quello che era accaduto quando noi eravamo solo
bambini.»
«Adam per te?»
«Adam per me.»
«E per lei?»
«Una bugia enorme che ha detto quando era piccola e che ha contribuito a
mandare in prigione una donna innocente. Una lunga condanna per violenze
sessuali su minori che quella donna non ha mai commesso. Io me ne sono
andato dopo che abbiamo litigato per via dello strano affetto che Bride
provava per lei. Almeno, allora sembrava strano. Da quel momento in poi,
non sopportavo più di starle vicino.»
«E perché aveva mentito?»
«Per ottenere un po’ di amore – dalla sua mamma.»
«Signore! Che pasticcio. E tu hai pensato a Adam… ancora. Sempre
Adam.»
«Sì.»
Queen incrociò i polsi e si protese in avanti sul tavolo. «Per quanto ancora
sarà lui a dirigerti?»
«Non posso farci niente, Queen.»
«No? Lei ha detto la sua verità. Qual è la tua?»
Booker non rispose. Entrambi rimasero seduti in silenzio con il leggero
russare di Bride come unico rumore finché Queen disse: «Hai bisogno di una
nobile ragione per fallire, vero? O di una qualche profondissima ragione per
sentirti superiore».
«Oh, no, Queen. Non sono così! Per niente.»
«E allora come? Ti sei legato Adam sulle spalle costringendolo a lavorare
giorno e notte per riempirti la testa. Non pensi che sia stanco? Sarà esausto
visto che non può riposare anche se è morto perché deve dirigere la vita di un
altro.»
«Adam non mi manovra.»
«No. Tu manovri lui. Ti senti mai libero dalla sua presenza? Mai?»
«Be’.» Booker si rivide sotto la pioggia, ricordò come fosse cambiata la
sua musica dopo che aveva visto Bride salire su una limousine, come si fosse
dissolta la tristezza in cui viveva. Pensò alle proprie braccia attorno alla vita
di lei mentre ballavano e al suo sorriso quando si era voltata. «Be’», ripeté,
«per un po’ stare con lei è stato bello, davvero bello.» Non riuscì a
nascondere il piacere che gli illuminava gli occhi.
«Immagino che bello non fosse abbastanza per te, così hai richiamato
Adam e hai lasciato che il suo assassinio ti trasformasse il cervello in un
cadavere e il sangue pompato dal cuore in formaldeide.»
Booker e Queen si fissarono a lungo finché lei si alzò e, senza curarsi di
nascondere la delusione, disse: «Stupido», e lo lasciò lì afflosciato sulla
sedia.

Con calma, Queen camminò lentamente verso casa. Divertimento e


tristezza si disputavano la sua attenzione. Era divertita perché non vedeva due
innamorati che si azzuffavano da decenni – da quando viveva nelle case
popolari a Cleveland dove le giovani coppie davano sfogo alle loro violente
emozioni in una forma teatrale, consapevoli di un pubblico visibile o
invisibile. Aveva sperimentato tutto lei stessa con i suoi vari mariti, che ormai
si erano fusi in un nessuno. Tranne il primo, John Loveday, da cui aveva
divorziato – o no? Difficile ricordarlo, visto che non aveva divorziato
nemmeno dal successivo. Queen sorrise per quella memoria selettiva regalo
dell’età avanzata. Ma la tristezza le smorzò il sorriso. La rabbia, la violenza
esibite da Bride e Booker erano inconfondibili e tipiche dei giovani. Eppure,
dopo che avevano trasportato la ragazza addormentata e l’avevano distesa sul
letto, Queen aveva visto Booker allontanarle dalla fronte i capelli arruffati.
Lo aveva sbirciato in volto ed era rimasta colpita dalla tenerezza nei suoi
occhi.
Manderanno tutto all’aria, pensò. Ciascuno resterà aggrappato a una
piccola triste storia di dolore e sofferenza – una qualche ferita o turbamento
inflitti tanti anni fa dalla vita al loro essere puro e innocente. E ciascuno
riscriverà quella storia all’infinito, conoscendo la trama, indovinando il tema,
inventandone il significato e scordandone l’origine. Che spreco. Sapeva per
esperienza personale quanto fosse difficile amare, quanto l’amore fosse
egoistico e fragile. Negare il sesso o farvi troppo affidamento, ignorare i figli
o divorarli, sviare i sentimenti più autentici o bandirli. La gioventù era la
scusa per quell’amore da biscotto della fortuna – finché non reggeva più,
finché non diventava pura stupidità adulta.
Un tempo ero carina, pensò, proprio carina, e credevo che bastasse. Be’, in
realtà è bastato per un po’, finché non sono dovuta diventare una persona
vera, o meglio una donna pensante. Abbastanza accorta da capire che essere
sovrappeso era una condizione e non una malattia; abbastanza accorta, ormai,
da leggere subito nel pensiero degli egoisti. Ma quell’accortezza era giunta
troppo tardi per i suoi figli.
Ciascuno dei «mariti» le aveva portato via uno o due figli, rivendicandoli
per sé o scappando con loro. Alcuni li avevano mandati di nascosto nei loro
Paesi d’origine; un altro ne aveva fatti rapire due dall’amante; tutti i suoi
mariti tranne uno – il dolce Johnny Loveday – avevano buone ragioni per
simulare l’amore: la cittadinanza americana, il passaporto statunitense, un
aiuto finanziario, cure e assistenza o una dimora temporanea. Non era riuscita
a crescere nessuno dei suoi figli oltre l’età di dodici anni. Ci aveva messo un
po’ a comprendere i motivi per cui fingevano l’amore – lei come loro.
Sopravvivenza, immaginava, letterale ed emotiva. Queen aveva già vissuto
tutto, e adesso abitava da sola in un posto sperduto, passando il tempo a
lavorare a maglia e a fare merletti, grata che, alla fine, il buon Gesù le avesse
donato una coperta di oblio insieme a un piccolo cuscino di saggezza per
confortarla nella vecchiaia.

Irrequieto e profondamente scontento della piega presa dagli eventi, e


soprattutto dell’aperto disgusto di Queen nei suoi confronti, Booker uscì e si
sedette sulla soglia. Presto il sole sarebbe tramontato e quell’agglomerato di
case sparse privo di illuminazione stradale sarebbe scomparso nell’oscurità.
La musica di qualche radio sarebbe parsa lontana come la luce guizzante dei
televisori: vecchi Zenith e Pioneer. Vide passare rombando un paio di camion
della zona, seguiti poco dopo da alcuni motociclisti. I camionisti portavano
berretti da baseball; i motociclisti bandane annodate sulla nuca. A Booker
piaceva la vaga anarchia di quel posto, l’indifferenza per gli abitanti attenuata
dalla presenza della zia, l’unica persona di cui si fidasse. Aveva lavorato
saltuariamente per alcuni taglialegna, e gli era bastato finché non era caduto
da una piattaforma e si era distrutto la spalla. Dovunque gli vagasse la mente,
irrompeva nei suoi pensieri distratti l’immagine della splendida donna nera
sdraiata nel suo letto, esausta dopo avere gridato e cercato con tutte le sue
forze di ucciderlo o almeno di riempirlo di botte. Davvero non sapeva cosa
l’avesse spinta a fare tanta strada se non il desiderio di vendetta o un senso di
offesa – o forse era amore?
Queen ha ragione, pensò. A parte Adam io non ne so niente dell’amore.
Adam non aveva difetti, era innocente, puro, facile da amare. Se fosse
vissuto, cresciuto tanto da mostrare qualche pecca, qualche debolezza umana
come inganno, stupidità e ignoranza, sarebbe stato così facile da adorare o
addirittura degno di adorazione? Che amore è quello che richiede un angelo e
non meno di un angelo per concedersi?
Seguendo il filo di quei pensieri, Booker continuò a rimproverarsi.
Probabilmente Bride ne sa più di me dell’amore. Almeno lei ha voglia di
capire, di fare qualcosa, di rischiare qualcosa per prenderne le misure. Io non
rischio niente. Me ne sto seduto su un trono a individuare segni di
imperfezione negli altri. Mi sono lasciato incantare dalla mia stessa
intelligenza e dalle posizioni morali che ho assunto, oltre che dall’insolenza
che le accompagna. Ma dove sono le brillanti ricerche, i libri illuminanti, i
capolavori che un tempo sognavo di produrre? Da nessuna parte. Invece
scrivo appunti sulle carenze degli altri. Facile. Così facile. Cosa dire delle
mie? Lei mi piaceva per quanto era bella, per come scopava e perché non
aveva pretese. Al primo serio dissidio che abbiamo avuto, me ne sono andato.
Il mio unico giudice era Adam che, come ha detto Queen, probabilmente è
stufo di essere il mio fardello e la mia croce.
Tornò nella roulotte in punta di piedi e, ascoltando il leggero russare di
Bride, prese un taccuino per mettere ancora una volta sulla carta le parole che
non riusciva a pronunciare.

Non mi manchi più adam piuttosto mi manca l’emozione prodotta dalla


tua morte una sensazione così forte che mi ha definito mentre cancellava te
lasciandomi solo la tua assenza in cui abitare come il silenzio del gong
giapponese che è più elettrizzante di qualsiasi suono venga dopo.
Mi scuso per averti reso schiavo così da incatenarmi all’illusione del
controllo e alla facile seduzione del potere. Nessuno schiavista avrebbe
potuto fare di meglio.

Booker mise via il taccuino. Il crepuscolo lo avvolse e lui lasciò che l’aria
calda lo calmasse mentre aspettava impaziente l’arrivo dell’alba.

Bride si svegliò nella luce del sole dopo un sonno senza sogni – più
profondo dell’ubriachezza, il più profondo che avesse mai provato. Avendo
dormito così tante ore si sentiva più che riposata e libera da ogni tensione; si
sentiva forte. Non si alzò subito; invece rimase nel letto di Booker, a occhi
chiusi, godendosi una fresca vitalità e un’abbagliante lucidità. Ora che aveva
confessato i peccati di Lula Ann si sentiva rinata. Non più costretta a rivivere,
no, a sopravvivere al disprezzo della madre e all’abbandono del padre.
Staccandosi da quelle fantasticherie si mise a sedere e vide Booker che
beveva un caffè al tavolino ribaltabile. Aveva un’aria pensosa più che ostile.
Così lo raggiunse, prese una fetta di bacon dal suo piatto e la mangiò. Poi
diede un morso al suo pane tostato.
«Ne vuoi ancora?» chiese Booker.
«No. No, grazie.»
«Caffè? Succo?»
«Be’, magari un po’ di caffè.»
«Certo.»
Bride si strofinò le palpebre cercando di ripensare a cosa fosse accaduto
prima che si addormentasse. Il bernoccolo sopra la tempia sinistra di Booker
le fornì un indizio. «Sei riuscito a mettermi a letto con un braccio solo?»
«Mi hanno aiutato», disse Booker.
«Chi?»
«Queen.»
«Dio. Mi crederà pazza.»
«Ne dubito.» Booker le mise davanti una tazza di caffè. «È un’originale.
Non riconosce la pazzia.»
Bride soffiò sulla superficie del caffè fumante. «Mi ha fatto vedere le cose
che le hai mandato. Pagine che hai scritto. Perché le hai spedite a lei?»
«Non lo so. Forse mi piacevano troppo per buttarle ma non abbastanza da
portarmele dietro. Probabilmente volevo che stessero in un posto sicuro.
Queen tiene tutto.»
«Quando le ho lette ho capito che parlavano tutte di me – vero?»
«Oh, certo.» Booker alzò gli occhi al cielo ed emise un sospiro teatrale.
«Tutto parla di te tranne il mondo intero e l’universo in cui si muove.»
«La smetti di prendermi in giro? Hai capito cosa intendo. Le hai scritte
mentre stavamo insieme, vero?»
«Sono solo pensieri, Bride. Pensieri che esprimono quello che provavo o
temevo o, il più delle volte, quello che credevo davvero – al momento.»
«Credi ancora che il crepacuore dovrebbe ardere come una stella?»
«Sì. Ma le stelle possono esplodere, scomparire. E poi, quello che
vediamo quando le guardiamo potrebbe non esistere più. Forse alcune sono
morte migliaia di anni fa, ma solo adesso riceviamo la loro luce. Vecchie
informazioni che paiono nuove. A proposito di informazioni, come hai
scoperto dov’ero?»
«È arrivata una lettera per te. Un sollecito di pagamento, anzi, da parte di
un negozio dove riparano strumenti musicali. Il Palazzo dei pegni. Così ci
sono andata.»
«Perché?»
«Per saldare il conto, scemo. È stato lì che mi hanno detto dove potevi
essere. Questo cesso di posto. Avevano un secondo indirizzo, presso tale Q.
Olive.»
«Hai pagato il conto e poi hai fatto tutta questa strada per prendermi a
schiaffi?»
«Può darsi. Non l’avevo previsto, ma devo dire che mi ha fatto sentire
bene. Comunque ti ho portato il tuo strumento. C’è dell’altro caffè?»
«Ce l’hai qui? La mia tromba?»
«Certo. Ed è anche riparata.»
«Dov’è? A casa di Queen?»
«Nel bagagliaio della mia auto.»
Il sorriso di Booker si spostò dalle labbra agli occhi. La faccia gli si riempì
di una gioia infantile. «Ti amo! Ti amo!» gridò e uscì correndo diretto verso
la Jaguar.

Cominciò piano, lentamente, come spesso fa: timido, incerto sul modo di
procedere, avanzando tastoni, strisciando con cautela all’inizio perché chissà
cosa potrebbe capitare, per poi acquisire fiducia nell’estasi dell’aria, della
luce, giacché mancavano entrambe fra gli sterpi dove si era rannicchiato.
Era rimasto in agguato nel giardino dove Queen Olive aveva bruciato la
rete del letto per distruggere il nido annuale delle cimici. Adesso avanzava in
fretta, facendo guizzare di tanto in tanto una lingua di fiamma rossa e sottile,
poi spegnendosi quasi per alcuni secondi prima di balzare di nuovo in avanti
ancora più forte, più alto adesso che la via e l’obiettivo erano chiari: un
gustoso travicello di pino che stava marcendo alla base dei due gradini sul
retro della casa mobile. Ecco poi la porta, anch’essa di pino, dolce, morbido.
Infine arrivò la gioia di ingoiare deliziosi tessuti ricamati di pizzo, di seta, di
velluto.
Quando Bride e Booker arrivarono, si era già radunato un crocchio di
persone davanti alla casa di Queen – i disoccupati, alcuni bambini e gli
anziani. Il fumo filtrava dai davanzali e dalla soglia quando irruppero
all’interno. Prima Booker, poi Bride subito dietro di lui. Si gettarono a terra
dove il fumo era meno denso e strisciarono fino al divano dove Queen
giaceva immobile, indotta al sonno dai sorrisi ammiccanti di un fumo senza
calore. Con il braccio buono di Booker e i due di Bride, gli occhi che
lacrimavano e la gola che tossiva, riuscirono a far scivolare a terra la donna
priva di sensi e a trascinarla fuori sul minuscolo prato davanti all’abitazione.
«Allontanatevi! Allontanatevi ancora!» gridò un uomo fermo a guardare.
«Rischia di saltare tutto!»
Booker era troppo intento a soffiare aria nella bocca di Queen per sentirlo.
Finalmente le sirene lontane dell’autopompa e dell’ambulanza eccitarono i
bambini quasi quanto la bellezza da disegno animato delle fiamme ruggenti.
All’improvviso, una scintilla nascosta nei capelli di Queen si incendiò,
divorando in un istante la massa di capelli rossi – Bride ebbe appena il tempo
di togliersi la maglietta e usarla per soffocare quel fuoco. Quando, con i
palmi ustionati e doloranti, allontanò la maglietta ormai grigia e fumante,
fece una smorfia vedendo alcuni ciuffi di capelli ormai difficili da distinguere
dal cuoio capelluto che si stava ricoprendo di piaghe. Intanto, Booker non
aveva smesso di sussurrare: «Sì, sì. Coraggio, cara, coraggio, dai, tesoro».
Queen respirava – o almeno tossiva e sputava, chiari segni di vita. Mentre
l’ambulanza si arrestava, la folla si infittì e alcuni astanti si bloccarono come
ipnotizzati – ma non alla vista della paziente che gemeva mentre la portavano
all’ambulanza. Fissavano, con occhi sgranati, i magnifici seni rotondi di
Bride. La soddisfazione degli astanti non fu nulla in confronto alla felicità di
Bride. Tanto che indugiò nell’accettare la coperta che le tendeva un
paramedico – finché non vide l’espressione sul volto di Booker. Ma non
trovò facile soffocare la contentezza, anche se si vergognava un po’ nel
dividere l’attenzione fra il triste spettacolo di Queen che veniva caricata
sull’ambulanza e il magico ritorno dei suoi seni perfetti.
Bride e Booker corsero alla Jaguar e seguirono l’ambulanza.
Dopo che Queen venne ricoverata, Bride iniziò a trascorrere le giornate
con lei, Booker le notti, e ne passarono tre prima che Queen riaprisse gli
occhi. La testa bendata, la mente offuscata dai farmaci, non riconobbe
nessuno dei suoi salvatori. Non poterono fare altro che guardare i tubi
collegati alla paziente, uno cristallino come vetro e contorto come un
rampicante della foresta pluviale, altri sottili come fili del telefono, tutti
secondari rispetto alla bianca clematide che copriva il lieve gorgoglio
proveniente dalle sue labbra.
Linee in colori primari scorrevano sullo schermo sopra il letto d’ospedale.
Sacche trasparenti piene di quello che sembrava champagne sgasato
gocciolavano in un tubicino che si inseriva nel braccio flaccido di Queen.
Poiché non riusciva nemmeno a usare la padella, bisognava lavarla,
massaggiarla con olio e rivestirla – operazioni che Bride svolgeva con tutta la
delicatezza di cui era capace, non fidandosi delle mani indifferenti
dell’infermiera. Inoltre la lavava un po’ alla volta, assicurandosi che il corpo
della signora fosse coperto in alcune parti prima e dopo la pulizia. Non le
toccava i piedi perché, quando veniva la sera a darle il cambio, Booker
insisteva, come fa un fervido cristiano nel tempo pasquale, per compiere di
persona quell’atto di devozione. Le curava le unghie, insaponava e
sciacquava i piedi di Queen per poi massaggiarli lentamente e ritmicamente
con una lozione al profumo di erica. Faceva lo stesso anche con le mani, e
intanto si malediceva per l’animosità che aveva provato durante la loro ultima
conversazione.
Nessuno dei due parlava durante quelle abluzioni e, a parte i momenti in
cui Bride canticchiava, il silenzio era il balsamo di cui entrambi avevano
bisogno. Lavoravano insieme come una vera coppia, pensando non a se stessi
ma ad aiutare un’altra persona. Sedere in mezzo a sconosciuti in una sala
d’attesa d’ospedale senza poter fare altro che preoccuparsi era sfibrante. Ma
lo era anche fissare impotenti l’inferma, notando ogni movimento, respiro e
sussulto del corpo disteso. Dopo tre giorni di attesa interrotti da quel poco
che potevano fare per confortarla, Queen parlò, con voce roca, gracchiante e
incomprensibile sotto la maschera dell’ossigeno. Poi, una sera tardi, le tolsero
la maschera e Queen chiese in un sussurro: «Guarirò?»
Booker sorrise.
«Certamente. Senza il minimo dubbio.» Si protese e le diede un bacio sul
naso.
Queen si leccò le labbra secche, richiuse gli occhi e si mise a russare.
Quando Bride tornò per dargli il cambio e Booker le disse cos’era
successo, festeggiarono facendo colazione insieme nella mensa dell’ospedale.
Bride ordinò dei cereali, Booker un succo d’arancia.
«E il tuo lavoro?» Booker inarcò le sopracciglia.
«Il mio lavoro cosa?»
«Chiedevo, Bride. Due chiacchiere a colazione, hai presente?»
«Non so più niente del mio lavoro e non mi interessa. Me ne troverò un
altro.»
«Ah, sì?»
«Sì. E tu? Farai per sempre il taglialegna?»
«Forse sì. Forse no. I taglialegna procedono oltre dopo avere distrutto una
foresta.»
«Be’, non preoccuparti per me.»
«Invece mi preoccupo.»
«Da quando?»
«Da quando mi hai spaccato una bottiglia di birra in testa.»
«Mi spiace.»
«Ma sul serio. Pure a me.»
Ridacchiarono.
Lontani dal letto d’ospedale di Queen, sollevati per i suoi progressi e di
umore piuttosto rilassato, conversarono piacevolmente come una vecchia
coppia.
All’improvviso, come se avesse scordato qualcosa, Booker schioccò le
dita. Poi infilò la mano nel taschino della camicia e prese gli orecchini d’oro
di Queen. Glieli avevano tolti per bendarle la testa. Erano rimasti per tutto il
tempo in una bustina di plastica riposta nel cassetto del suo comodino.
«Prendili», disse. «Lei ci tiene molto e di sicuro vorrebbe che li indossassi
tu durante la sua convalescenza.»
Bride si toccò i lobi, avvertì il ritorno dei forellini e le spuntarono le
lacrime agli occhi mentre sorrideva.
«Faccio io», disse Booker. Con delicatezza inserì i ganci nei lobi di Bride,
aggiungendo: «Per fortuna li aveva indosso quando la casa mobile ha preso
fuoco, perché non è rimasto più niente. Né lettere, né rubrica telefonica,
niente. È bruciato tutto. Così ho chiamato mia madre e le ho chiesto di
avvertire i figli di Queen».
«Lei sa come contattarli?» chiese Bride, dondolando leggermente la testa
per godersi meglio i dischi d’oro. Stava tornando tutto. Quasi tutto. Quasi.
«Alcuni», rispose Booker. «Una figlia in Texas studia Medicina. Sarà
facile reperirla.»
Bride mescolò la pappa d’avena, ne assaggiò un cucchiaio, scoprì che era
fredda. «Mi ha detto che non vede più nessuno di loro, ma le mandano dei
soldi.»
«La odiano tutti per un motivo o per l’altro. So che alcuni li ha
abbandonati per sposare altri uomini. Parecchi uomini. E non voleva o non
poteva portare i figli con sé. Erano i padri a impedirlo.»
«Credo che voglia bene a ciascuno di loro, però», disse Bride. «C’erano
fotografie dappertutto.»
«Sì, be’, non conta un cazzo: quel figlio di puttana che ha ammazzato mio
fratello teneva le foto di tutte le sue vittime nel suo nascondiglio.»
«Non è la stessa cosa, Booker.»
«No?» Guardò fuori dalla finestra.
«No. Queen vuole bene ai suoi figli.»
«Loro non la pensano così.»
«Oh, smettila», disse Bride. «Basta stupidi litigi su chi vuole bene a chi.»
Spinse la ciotola di cereali verso il centro del tavolo e bevve un sorso del
succo d’arancia di lui. «Su, antipatico. Torniamo a vedere come sta.»
Seduti ai due lati del letto di Queen, furono estremamente contenti di
sentirla parlare con voce forte e chiara.
«Hannah? Hannah?» Queen fissava Bride respirando forte. «Vieni qui,
piccola. Hannah?»
«Chi è Hannah?» chiese Bride.
«La figlia. Quella che studia Medicina.»
«Crede che io sia sua figlia? Oddio. Saranno i farmaci, immagino. È
quella roba a confonderla.»
«O a renderla più lucida», disse Booker. Abbassò la voce. «È successo
qualcosa con Hannah. In famiglia si mormora che Queen l’abbia ignorata o
non abbia voluto ascoltarla quando lei si è lamentata del padre – l’asiatico,
credo, o il texano. Non lo so. Comunque la ragazza diceva che lui l’aveva
palpata e Queen si è rifiutata di crederci. Da quel momento tra loro è calato il
gelo.»
«E lei non riesce a toglierselo dalla testa.»
«E non solo dalla testa.» Booker rimase seduto ai piedi del letto di Queen
ascoltando il suo richiamo insistente – ora ridotto a un sussurro – per Hannah.
«Adesso che ci penso, spiega perché mi abbia detto di non lasciare andare
Adam, di tenerlo vicino.»
«Ma Hannah non è morta.»
«In un certo senso sì, almeno per sua madre. Hai visto le foto che aveva
alla parete. Occupavano tutto lo spazio. Era come se ogni giorno lei facesse
l’appello. Ma per la maggior parte erano di Hannah – da bambina, da ragazza,
il giorno del diploma, durante una cerimonia di premiazione. Più un
memoriale che una serie di istantanee.»
Bride si spostò dietro la sedia di Booker e iniziò a massaggiargli le spalle.
«Credevo che quelle foto ritraessero tutti i suoi figli», disse.
«Sì, in parte sì. Ma Hannah dominava.» Booker appoggiò la testa sulla
pancia di Bride e la tensione che non sapeva di avere in sé scomparve a poco
a poco.
Dopo qualche giorno di incoraggianti miglioramenti, Queen era ancora
confusa ma parlava e mangiava. Era difficile seguire i suoi discorsi perché
sembrava consistessero di nomi geografici – i posti dove aveva vissuto – e di
aneddoti rivolti a Hannah.
Bride e Booker accolsero con gioia il parere del medico: «Va molto
meglio. Davvero molto». Si tranquillizzarono e iniziarono a ragionare sul da
farsi una volta che Queen fosse stata dimessa. Trovare un posto dove abitare
tutti e tre? Una grande casa mobile? Almeno finché Queen non fosse stata in
grado di badare a se stessa, senza scendere troppo nei dettagli, davano per
scontato che loro tre avrebbero vissuto insieme.
Pian piano i loro luminosi progetti per l’immediato futuro si incupirono.
Le linee dai colori carnevaleschi sul monitor presero a oscillare e precipitare,
e ogni discesa era accompagnata dalla musica del segnale d’allarme. Booker
e Bride respirarono a stento mentre i valori ematici precipitavano e la febbre
saliva. Un pernicioso virus ospedaliero, maligno e insidioso come le fiamme
che avevano distrutto la sua casa, aveva aggredito la paziente. Lei si dibatté
per un po’ e quindi sollevò le braccia, serrando le dita, protendendosi per
afferrare i pioli di una scala che solo lei poteva vedere. Poi tutto finì.
Dodici ore dopo Queen era morta. Un occhio era ancora aperto, così Bride
dubitava dell’evidenza. Fu Booker a chiuderglielo, e poi chiuse i propri.

Nei tre giorni di attesa prima che le ceneri di Queen fossero pronte,
discussero sulla scelta dell’urna. Bride ne avrebbe voluta una elegante di
ottone; Booker preferiva qualcosa di più ecologico che si potesse seppellire e
con il tempo andasse a nutrire il terreno. Quando scoprirono che non esisteva
nessun cimitero nel raggio di quasi sessanta chilometri, e nemmeno un luogo
dove darle sepoltura all’interno del complesso di case mobili, scelsero una
scatola di cartone per conservarvi le ceneri in attesa di spargerle nel fiume.
Booker insistette per celebrare da solo quel rito, mentre Bride aspettava
nell’auto. Lo guardò attenta, ansiosa, mentre si allontanava tenendo la scatola
di cartone con le ceneri con il gomito destro e la tromba fra le dita della mano
sinistra. Questi ultimi giorni, pensò Bride, mentre cercavano di decidere cosa
fare, erano filati lisci perché si erano concentrati su una terza persona a cui
entrambi volevano bene. Cosa sarebbe successo ora, si chiese, quando o se
fossero rimasti di nuovo solo loro due? Non voleva stare senza di lui, mai
più, ma se non avesse potuto fare altrimenti era sicura che sarebbe stata bene
ugualmente. Il futuro? Avrebbe saputo gestirlo.
Benché sentita, la cerimonia di Booker in onore della sua adorata Queen
fu goffa: le ceneri erano grumose e difficili da spargere e il tributo musicale,
il suo tentativo di eseguire un pezzo da Kind of Blue, risultò fuori tono e poco
ispirato. Lo lasciò a mezzo e, con una tristezza che non provava dalla morte
di Adam, gettò la tromba nell’acqua grigia come se fosse stata lei a non
essere all’altezza e non lui. Restò a guardare per un po’ la tromba che
fluttuava nella corrente e poi si sedette sull’erba, appoggiando la fronte sul
palmo. I suoi pensieri erano spogli, scheletrici. Non aveva mai pensato che
Queen sarebbe morta o addirittura che potesse morire. Per la maggior parte
del tempo, mentre le massaggiava i piedi e ascoltava il suo respiro pensava al
proprio disagio. Come si era scompaginata la sua vita, anche per la necessità
di assistere una zia che adorava e che adesso era morta per la propria
imprudenza – chi diavolo brucia più le reti dei letti ormai? Com’era diventata
difficile la sua situazione con il ritorno improvviso di una donna che un
tempo apprezzava, e che ora non aveva più una sola dimensione ma tre –
esigente, sensibile, audace. E cosa gli faceva credere di essere un trombettista
di talento in grado di rendere giustizia a una sepoltura, o che la musica
potesse essere per lui la lingua della memoria e della celebrazione o una sorta
di dislocazione affettiva della perdita? Per quanto tempo il trauma subito
nell’infanzia lo aveva allontanato dalle onde e dalle correnti della vita? Gli
occhi gli bruciavano ma erano incapaci di piangere.
I resti di Queen, sfiorati da una brezza rara e benvenuta, fluttuavano
sempre più lontano seguendo la corrente. Il cielo, troppo cupo per mantenere
la promessa di sole, emetteva invece un’umidità rovente. Avvertendo una
solitudine insopportabile oltre che un profondo rimpianto, Booker si alzò e
raggiunse Bride nella Jaguar.

Il silenzio nell’auto era spesso, brutale, probabilmente perché non c’erano


lacrime e niente di importante da dire. Se non una cosa e una cosa sola.
Bride fece un respiro profondo prima di interrompere quel silenzio
mortale. Adesso o mai più, pensò.
«Sono incinta», disse con voce chiara, calma. Tenne gli occhi fissi davanti
a sé sulla strada frequentata di terra e ghiaia.
«Cos’hai detto?» La voce di Booker si spezzò.
«Mi hai sentito. Sono incinta ed è tuo.»
Booker la contemplò a lungo prima di distogliere lo sguardo verso il fiume
dove ancora galleggiava una spolverata delle ceneri di Queen ma la tromba
era sparita. Una nel fuoco, una nell’acqua, due che aveva amato con tanta
intensità erano scomparse. Non poteva perderne una terza. Con appena
l’accenno di un sorriso tornò a voltarsi a guardare Bride.
«No», disse. «È nostro.»
Poi le offrì la mano che lei desiderava da tutta la vita, la mano che non
aveva bisogno di una bugia per concedersi, la mano della fiducia e della cura
– una combinazione che alcuni definiscono amore naturale. Bride accarezzò
il palmo di Booker e poi intrecciò le dita alle sue. Si baciarono, lievemente,
prima di tornare a posare il capo, lasciando affondare la schiena nella
morbida pelle dei sedili. Guardando attraverso il parabrezza, ciascuno iniziò a
immaginare come di certo sarebbe stato il futuro.
Nessun bambino che bighellonava tutto solo con una canna da pesca passò
di lì e sbirciò gli adulti nell’auto grigia e polverosa. Se invece l’avesse fatto,
quel bambino (o bambina che fosse) avrebbe forse notato i sorrisi pronunciati
della coppia, gli occhi così sognanti, ma non gli sarebbe importato niente di
cos’avesse dato origine a quel bagliore di felicità.
Un bambino. Nuova vita. Immune alla malvagità e alla malattia, al riparo
da rapimenti, percosse, stupri, razzismo, insulti, dolore, disprezzo di sé,
abbandono. Senza errori. Tutto bontà. Incapace d’ira.
Così credono.
a «Non so perché / Il sole non brilla in cielo / Non riesco ad andare avanti / Tutto
ciò che avevo non c’è più / Tempo grigio.» Da Stormy Weather, celebre canzone in
cui una donna canta la sua disperazione per essere stata abbandonata. (N.d.T.)
Sweetness

Preferisco questo posto – Winston House – a quelle case di riposo grandi e


costose fuori città. La mia è piccola, familiare, più economica, con infermieri
ventiquattr’ore su ventiquattro e un dottore che viene due volte alla settimana.
Io ho solo sessantatré anni – sono troppo giovane per farmi mettere al pascolo
– ma mi sono presa una subdola malattia alle ossa, quindi per me è
importante ricevere buone cure. La noia è peggio della debolezza o del
dolore, ma le infermiere sono adorabili. Una mi ha appena baciato sulla
guancia prima di congratularsi quando le ho detto che diventerò nonna. Il
sorriso e i complimenti andavano bene per una che sta per essere incoronata.
Le ho fatto vedere il messaggio su carta azzurra che ho ricevuto da Lula
Ann – be’, si è firmata «Bride», ma non ci faccio mai caso. Dalle sue parole
sembrava fuori di sé dalla gioia. «Indovina un po’, S. Sono così felice di darti
questa notizia. Avrò un bambino. Sono terribilmente emozionata e spero lo
sarai anche tu.» L’emozione deve essere tutta per il bambino e non per il
padre, scommetto, perché non lo nomina nemmeno. Chissà se è nero tanto
quanto lei. Nel caso, non dovrà preoccuparsi come me. Le cose sono un pelo
cambiate da quando ero giovane. I neri molto scuri si vedono dappertutto in
televisione, sulle riviste di moda, nelle pubblicità, fanno addirittura i film.
Sulla busta non c’è l’indirizzo del mittente. Il che vuol dire che sono
tuttora la madre cattiva, immagino, e che verrò punita per sempre fino al
giorno della mia morte per il modo pieno di buone intenzioni e, anzi,
necessario con cui l’ho tirata su. Lo so che mi odia. Appena ha potuto mi ha
lasciato tutta sola in quell’orribile appartamento. Si è allontanata da me più
che poteva: si è messa in ghingheri e si è trovata un lavoro di quelli super in
California. L’ultima volta che l’ho vista stava così bene che mi sono scordata
del suo colore. Però, il nostro rapporto si limita a lei che mi manda i soldi,
punto. Devo dire che sono grata per i contanti perché così non devo
elemosinare qualche extra come certi altri pazienti. Se voglio un mazzo di
carte nuovo per il solitario posso comprarmelo senza dover giocare con
quelle logore e sporche della sala comune. E posso prendermi la mia crema
speciale per il viso. Ma non mi lascio ingannare. So che i soldi che mi manda
sono un modo per starsene lontana e mettere a tacere quel po’ di coscienza
che le rimane.
Se sembro irritabile, ingrata, in parte è perché sotto c’è il rimpianto. Tutte
quelle piccole cose che non ho fatto o che ho fatto male. Ricordo quando le
sono venute le mestruazioni per la prima volta e come ho reagito. O le volte
che ho gridato quando lei inciampava o lasciava cadere qualcosa. O la lavata
di testa che le ho fatto per metterla in guardia dall’andare in giro a raccontare
del padrone di casa – quella bestia. Vero. Quando è nata, la sua pelle nera mi
ha fatto davvero impressione, addirittura ribrezzo, e all’inizio ho pensato di…
No. Devo scacciare questi ricordi – e in fretta. È inutile. So che ho fatto il
meglio per lei date le circostanze. Quando mio marito ci ha mollate, Lula
Ann era un peso. Un grosso peso, ma l’ho portato bene.
Sì, sono stata dura con lei. Potete scommetterci. Dopo che ha ricevuto
tanta attenzione al processo di quei maestri, è diventata difficile da gestire.
Quando ha compiuto dodici anni e andava per i tredici ho dovuto essere
ancora più dura. Mi rispondeva, si rifiutava di mangiare quello che cucinavo,
si acconciava i capelli. Se le facevo le trecce, lei andava a scuola e le disfava.
Non potevo lasciarla andare avanti a guastarsi. Ho chiuso il coperchio ben
forte e l’ho avvertita di come l’avrebbe chiamata la gente. Però certe mie
lezioni non devono esserle rimaste molto impresse. Avete visto cos’è
diventata? Una ricca ragazza in carriera. Da non credere.
Adesso è incinta. Bella mossa, Lula Ann. Se pensi che fare la madre sia
tutto coccole, babbucce e pannolini ti aspetta un brusco risveglio. Ma brusco.
Tu e il tuo anonimo ragazzo, marito, amichetto – quel che è – vi immaginate
OOOH ! Un bimbo! Cucci-cucci-cucci!
Ascoltami bene. Stai per scoprire cosa ci vuole, com’è il mondo, come
funziona e come cambia quando diventi genitore.
Tanti auguri; e il bambino, la bambina, che Dio l’aiuti.
Della stessa autrice

AMATISSIMA a
SULA a
JAZZ
L’ISOLA DELLE ILLUSIONI
GIOCHI AL BUIO
L’OCCHIO PIÙ AZZURRO
CANTO DI SALOMONE
PARADISO
AMORE a
IL DONOa
A CASA a
PRIMA I BAMBINIa

Con Slade Morrison


CHI HA PIÙ CORAGGIO? LA FORMICA O LA CICALA?

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consenso, tale ebook non potrà avere alcuna forma diversa da quella in cui l’opera è stata pubblicata e
le condizioni incluse alla presente dovranno essere imposte anche al fruitore successivo.
Questo libro è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto della fantasia
dell’autrice o usati in chiave fittizia. Ogni rassomiglianza con persone realmente esistenti o esistite, fatti
o località reali è puramente casuale.
https://www.facebook.com/EdizioniFrassinelli
https://www.edizionifrassinelli.it

God Help the Child


Traduzione di Silvia Fornasiero
Realizzazione editoriale a cura di studio pym
Copyright © Toni Morrison, 2015
© 2015 Sperling & Kupfer Editori S.p.A. per Edizioni Frassinelli
Ebook ISBN 9788820093747

COPERTINA || ART DIRECTOR: CECILIA FLEGENHEIMER E


FRANCESCO MARANGON | GRAPHIC DESIGNER: CARLO
MASCHERONI | FOTO © HAYDEN VERRY/ARCANGEL
L’AUTRICE || FOTO © DAMON WINTER/THE NEW YORK
TIMES/CONTRASTO
Indice

Il libro
L’autrice
PRIMA I BAMBINI
PARTE PRIMA
Sweetness
Bride
Brooklyn
Bride
Sweetness
Bride
Brooklyn
Bride
Sofia
PARTE SECONDA
Sofia
Rain
PARTE TERZA
PARTE QUARTA
Brooklyn
Sweetness
Della stessa autrice
Copyright