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Presentazione

Sono stata Alice


Pochi romanzi sono amati quanto Alice nel paese delle meraviglie.
Ma chi era veramente l’eroina del romanzo di Lewis Carroll? Alice
Pleasance Liddell ci invita a compiere un viaggio nella sua memoria
e nel corso della sua lunga esistenza, segnata da un libro – e da un
dagherrotipo, nel quale era ritratta da bambina – che l’ha
consegnata all’immaginario della propria epoca e degli anni a
seguire. Per la prima volta ci racconta la sua affascinante storia, la
vita trasgressiva e avventurosa a cavallo fra la fine dell’ottocento e i
primi trent’anni del novecento, e la verità celata dietro il misterioso
rapporto con il reverendo Charles Dodgson, alias Lewis Carroll:
anche se permane l’ombra dell’ambiguità, la loro sarà una vera
storia d’amore, sia pure di quelle che esistono soltanto nelle fiabe.
Sono stata Alice è la biografia affascinante e maliziosa di Alice
Liddell, l’io narrante del romanzo, nella quale s’intrecciano con
sapienza realtà e finzione, in un continuo gioco di specchi tra l’Alice
letteraria di Carroll e quella “reale” immaginata dall’autrice; e
insieme, è un affresco vivido e inedito dell’epoca vittoriana, dei suoi
rigori, delle sue contraddizioni.

Santo cielo, quanto sono stanca di essere Alice nel Paese delle
Meraviglie. Vi sembro ingrata? Sì, lo so. Ma sono davvero stanca.

Melanie Benjamin
Vive nei dintorni di Chicago con la sua famiglia. Attualmente sta
lavorando al suo secondo romanzo.
I edizione: marzo 2010

© 2009 by Melanie Benjamin

This translation is published by arrangement with Delacorte Press,


an imprint
of The Random House Publishing Group, a division of Random
House, Inc.
© 2010 Fazi Editore srl
Via Isonzo 42, Roma
Tutti i diritti riservati
Titolo originale: Alice I Have Been
Traduzione dall’inglese di Giuliano Bottali e Simonetta Levantini

Per le fotografie: pp. 4 e 14 Alice ritratta da Charles Dodgson;


pp. 4 e 150 Alice diciottenne ritratta da Julia Margaret Cameron;
p. 274 Alice anziana ritratta da W. Coulborn Brown, Alice Pleasance
Liddell
Hargreaves, 1932, 2006.0660, Rosenbach Museum & Library,
Philadelphia

ISBN 978-88-6411-435-4

www.fazieditore.it

Prima edizione digitale 2012


Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.
È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.
A Nic,
per avermi condotto nella Tana del Coniglio
Cuffnells, 1932

Santo cielo, quanto sono stanca di essere Alice nel Paese delle
Meraviglie.
Vi sembro ingrata? Sì, lo so. Ma sono davvero stanca.

Sono davvero stanca.


Faccio una pausa, poso la penna accanto al foglio e mi massaggio
la mano indolenzita; in particolare le giunture delle dita, che sono
irrigidite, fredde e sgraziate, come i nodi di un ramo. Naturalmente,
ci si stanca di molte cose quando si hanno ottant’anni, soprattutto di
rispondere a un’infinità di lettere.
Ma non lo posso dire, neanche a mio figlio. Anche se non sono
affatto sicura di cosa io stia tentando di dire con questa lettera a
Caryl, che s’interessa tanto gentilmente della mia salute dopo il
nostro frenetico viaggio. Mi ha accompagnato in America, ovvio; se
devo essere proprio sincera, devo ammettere che era lui a essere
molto più elettrizzato dalla prospettiva di accompagnare Alice nel
Paese delle Meraviglie attraverso l’oceano di quanto lo fosse la
stessa Alice nel farlo.
«Ma Mamma», mi ha detto in quel modo timido, assolutamente
ridicolo per un uomo della sua età, come gli ho fatto notare. «Noi…
Tu, lo devi al pubblico. Tutto questo interesse per Lewis Carroll…
solo perché è il centenario della sua nascita e tutti vogliono
conoscere la vera Alice. Una laurea ad honorem della Columbia
University». Ha consultato il telegramma che teneva in mano.
«Interviste alla radio. Devi assolutamente andare. Sarà una
splendida esperienza».
«Vuoi dire che tu ti divertirai tantissimo». Conoscevo mio figlio fin
troppo bene, conoscevo i suoi pregi e le sue debolezze e,
sfortunatamente, queste ultime erano più numerose dei primi, come
era sempre stato. Se penso ai suoi fratelli…
No, non lo farò. Sarebbe poco caritatevole nei confronti di Caryl e
troppo penoso per me.
Stranamente, quando il momento arrivò, finii davvero per divertirmi
molto. Tutto quel can-can attorno a me! La banda che suonava
all’attracco della nave, gli striscioni che erano appesi dappertutto, e i
coriandoli; un’infinità di fotografie di me che bevo il tè, terribilmente
fastidiose, ma di quelle di cui gli americani non ne hanno mai
abbastanza. Alice nel Paese delle Meraviglie a un tea party!
Immaginate! È stato un miracolo che non abbiano chiesto a Caryl di
travestirsi da Cappellaio Matto.
Ma, per la gioia degli studiosi, sono stata riportata, in modo
alquanto inaspettato, alla mia infanzia, a Oxford. Non mi ero resa
conto di quanto mi fosse mancata l’atmosfera stimolante del mondo
accademico, la sua pomposità e i suoi convenevoli, le interminabili
dispute in cui nessuno avrebbe mai vinto, perché lo scopo non era
quello; il fine era solo l’amore per la discussione e il fervore della
sfida.
Con stupore – e nonostante gli ammonimenti ricevuti – in America
trovai tutti assolutamente incantevoli, con l’eccezione di uno
sventurato giovanotto che mi offrì una barretta di un qualcosa
chiamato “chewing gum”, subito prima della cerimonia alla Columbia.
«Cosa ci devo fare?», chiesi io, che mi sentii rispondere che andava
semplicemente masticato. «Masticato? Senza inghiottirlo?».
Lui annuì.
«Per quale scopo? Quale dovrebbe essere?».
Il giovanotto non fu in grado di rispondermi e ritirò la sua offerta
con un sorriso imbarazzato.
Quello che fu, invece, davvero seccante – quello che è sempre
davvero seccante – fu cogliere un evidente sguardo di delusione,
rapido e cortesemente contenuto, sul volto delle persone. La
delusione di essersi aspettati una bambina, un’allegra bambina con
un grembiulino bianco inamidato, e di trovarsi di fronte una vecchia
signora. Li capisco. Anch’io soffro ogni volta che mi guardo in uno
specchio, al punto di chiedermi come mai sia così tanto incrinato e
opaco, prima di rendermi conto, con una fitta di sconforto, che non è
lo specchio a essere carente, dopotutto.
Non è solo una questione di vanità, anche se devo ammettere di
averne più di quanto sarebbe lecito. Ma le altre vecchie signore non
sono state immortalate come bambine, e non come una semplice
bambina ma come l’incarnazione dell’Infanzia stessa. Quindi loro
non sono costrette ad affrontare persone che si aspettano, sempre
con grande desiderio, di vedere “la vera Alice” e che non riescono a
nascondere lo shock e l’incredulità quando scoprono che la vera
Alice non è riuscita ad arrestare il tempo.
Quindi, sì, sono davvero stanca. Di fingere, di ricordare chi sono e
chi non sono, e se a volte mi capita di confondere le due cose –
come l’Alice della storia – mi scuserete. Perché ho ottant’anni.
Sono anche stanca di sentirmi chiedere «Perché?».
Perché ho venduto il manoscritto, la versione originale, Le
avventure di Alice nel sottosuolo, stampato da Mr Dodgson solo per
me? (Lewis Carroll non lo conoscevo, quelle erano solo parole
stampate su una pagina: scritto da Lewis Carroll, e non hanno niente
a che vedere con l’uomo che ricordo).
Perché la musa si libera della prova della devozione dell’artista?
Perfino gli americani, con la loro ansia di dare un prezzo a ogni
cosa, non sono riusciti a capirlo.
Guardo fuori dalle finestre del mio salotto (pesanti finestre con i
vetri piombati che non risplendono come vorrei; dovrò parlarne con
Mary Ann) che dà sulla lussureggiante tenuta, ricca di boschi, di
Cuffnells. Le nuvole sono basse oggi e l’allettante scintillio del
Solent1 è nascosto allo sguardo. Riesco a vedere il prato dove
giocavano i ragazzi, Alan e Rex (e anche Caryl, sì); il campo dove
giocavano a cricket; i sentieri dove impararono a guidare e da dove
tornarono col loro primo cervo, insieme al padre, così orgoglioso, e
so di aver preso l’unica decisione possibile. Questo luogo è l’infanzia
dei miei figli, la loro eredità, ed è tutto quello che posso lasciare.
Il manoscritto rilegato in modo semplice che mi fu inviato in una
fredda mattina di novembre, molto tempo dopo quel pomeriggio
dorato in cui fu creato, era la mia d’infanzia. Solo che non è mai
realmente appartenuta a me; Mr Dodgson, tra tutti, l’aveva capito.
L’orologio sul camino rintocca due volte; da quanto tempo sono
qui seduta a guardare dalla finestra? L’inchiostro si è seccato sul
pennino. Mi scopro a fare cose oziose e stupide così spesso, in
questi giorni; giorni in cui i miei pensieri si disperdono come tante
palle da biliardo che rotolano verso le loro rispettive buche, giorni in
cui mi sento tanto stanca, esausta senza motivo; mi appisolo nei
momenti più strani, come all’ora del tè, o nella tarda mattinata,
quando dovrei controllare i miei conti.
Solo contemplare la mia spossatezza mi provoca uno sbadiglio e
guardo con desiderio la poltrona nell’angolo, col plaid rosso scolorito
abbandonato su un bracciolo. Riesco a trattenere lo sbadiglio e mi
dico severamente che sono solo le due del pomeriggio e che ho
molte cose da fare.
Ripiego la lettera per Caryl accuratamente in tre parti; la finirò più
tardi. Apro il cassetto della mia scrivania e ne tiro fuori un pacchetto
di lettere legate con un vecchio nastro di seta nera, lettere che ho
iniziato ma che, per diversi motivi, non ho mai finito. Ho imparato,
negli anni, che sono le lettere non inviate a essere sempre le più
preziose.
Lì, in cima a tutte, c’è la lettera che ho iniziato quasi due anni fa:

Cara Ina,
ho ricevuto la tua cortese lettera martedì scorso…

E questo è quanto sono riuscita a scrivere. La cortese lettera di


Ina di quel martedì è anch’essa tra quelle; la prendo, mi sistemo gli
occhiali (le umiliazioni dell’età sono davvero snervanti) e la studio di
nuovo.

Non so se ricordi quando Mr Dodgson smise di venire al


Decanato. Quanti anni avevi allora? Io dissi che il suo
comportamento nei tuoi confronti era diventato troppo affettuoso, la
Mamma gliene parlò, e lui ne fu talmente offeso che smise di venire
a trovarci, come se qualcuno dovesse dare delle spiegazioni per
troncare i rapporti…
È questa la lettera a cui desidero rispondere, non a quella di Caryl
che gentilmente si informa sul mio stato di salute. No, a questa di
lettera, questa lettera fantasma di mia sorella, la cara Ina, morta
ormai da quasi due anni. Ma i ricordi confusi che mi ha riportato – i
ricordi che lei è sempre stata capace di smuovere o di fabbricare,
come se fosse una cospiratrice o una strega invece che una perfetta
gentildonna vittoriana – non moriranno con lei.
Moriranno insieme ad Alice? Me lo chiedo spesso. Prima di
lasciare questo mondo, prima che le mie ossa siano sepolte nel
cimitero della chiesa, così lontane da dove giacciono altre ossa,
spero che i ricordi degli altri finalmente scompaiano e di essere
capace di ricordare, con la mia personale chiarezza, cosa accadde
quel pomeriggio.
In quel pomeriggio estivo apparentemente incantevole durante il
quale, noi due, insieme, ci proponemmo di distruggere il Paese delle
Meraviglie – il mio Paese delle Meraviglie, il suo Paese delle
Meraviglie – per sempre.
Quindi, sì, è vero, mi stanco molto; sono stanca di fingere di
essere ancora, e per sempre, Alice nel Paese delle Meraviglie.
Benché non sia stato più facile essere Alice Pleasance Hargreaves.
In verità, me lo chiedo; me lo sono sempre chiesta…
Qual è la vera Alice e quale quella immaginaria?
Santo cielo! Sembra proprio uno dei nonsense di Mr Dodgson. Era
così bravo in quel genere di cose; molto più bravo di me, che non ho
mai avuto abbastanza pazienza, né allora, né mai.
Mi tolgo gli occhiali e mi massaggio il naso. La testa mi pulsa,
minacciosamente, e non mi piace affatto sentirmi in questo stato. Il
viaggio è stato davvero estenuante, se devo essere sincera fino in
fondo. Sono stanca di essere Alice, punto e basta; ma i miei ricordi
non mi lasciano riposare, almeno non fino a quando continuerò a
leggere vecchie lettere, segno sicuro che sono diventata una
vecchia signora sciocca e tremante.
La poltrona mi appare così invitante ed è un pomeriggio così
freddo.
Forse, dopotutto, mi sdraierò un attimo sul divano.
Capitolo 1
Oxford, 1859

«Tagliate loro… le gambe!». Quella era una mia curiosa teoria


quando ero bambina.
Che certe persone – le regine, in particolare – perdessero la testa
era un fatto storico generalmente accettato.
Ma anche nel mio mondo, le gambe scomparivano con regolarità
allarmante. Gli uomini con le loro lunghe toghe accademiche, le
donne con le loro gonne voluminose, sembravano tutti scivolare e
fluttuare come fiocchi di cotone nell’aria. Quello è il primo e più
vivido ricordo della mia fanciullezza.
Sapevo, naturalmente, che i bambini possedevano le gambe; ma
queste sembravano scomparire quando i loro proprietari crescevano,
e se io non contestai mai la logica di questo fatto, deve essere stato
perché capivo, anche allora, che Oxford era un regno a sé stante.
Era un posto diverso e superiore al resto del mondo (cosa che a
quei tempi naturalmente significava la Gran Bretagna, perché quelli
erano gli anni in cui il sole non tramontava mai sull’impero della
regina Vittoria), con le proprie regole, un suo linguaggio, e perfino
con un tempo tutto suo. Tutti gli orologi di Oxford erano regolati con
cinque minuti di anticipo rispetto all’ora di Greenwich.
Naturalmente, ne risultava che se Oxford era un regno a sé
stante, io ero la sua principessa – una delle tre principesse, per
essere esatti – perché, come tutti sapevano, mia madre ne era la
regina.
Anche se era una donna che aveva partorito dieci figli – ci si
attendeva sempre che stesse per partorire un figlio, aspettandone
uno o cercando di riprendersi dopo una nascita – Mamma cercava di
assicurarsi che il Decanato fosse il centro sociale del Christ Church,
vale a dire, naturalmente, il centro sociale di Oxford. Nessuno
avrebbe osato organizzare un ricevimento, una vendita di
beneficenza o una festa da ballo senza il suo benestare. A volte,
però, lasciava generosamente spazio anche ad altre regine; la
stessa Vittoria fu nostra ospite, sebbene neanche quel personaggio
paffuto e imperioso riuscì a intimidire Mamma.
Papà era semplicemente il Decano del Christ Church, il
responsabile della formazione e dell’educazione cristiana di
centinaia di gentiluomini, tra i quali c’erano anche i figli della stessa
regina. Anche quando ero tanto piccola da dover guardare solo in
alto, perché il pavimento mi era più familiare, sapevo che lui era un
uomo importante. Gli educatori si inchinavano e gli studiosi
impallidivano in sua presenza, i principi lo trattavano con deferenza
e i giovanotti che riempivano le aule si alzavano in piedi quando
entrava e quando usciva.
Ma a casa quasi non riusciva a farsi ascoltare; era totalmente
eclissato da Mamma ed era molto felice di esserlo. Esisteva anche
una sciocca poesiola che girava per il Christ Church in quei giorni…

Io sono il Decano e lei è Mrs Liddell


Lei suona il violino e io l’accompagno

Ma non arrivò mai alle mie orecchie, se non molto tempo dopo. In
quanto figlia del Decano e di Mrs Liddell, fui al riparo, almeno per un
po’, dai molti pettegolezzi che giravano e che erano la principale
occupazione di alcune delle migliori menti accademiche del tempo.
Privilegiata. È così che definirei la condizione dei miei primi anni,
se non altro perché è quanto mi era stato detto a quel tempo. Non
conoscevo la vita al di fuori di Oxford, benché Papà fosse, anche
allora, un accademico di fama: cappellano del principe Alberto e
preside della Westminster School di Londra. Fui battezzata
nell’Abbazia, quarta dei suoi figli e seconda femmina.
Ina non fu battezzata all’Abbazia. Ed è possibile che io glielo abbia
ricordato con una certa regolarità.
Quando vivevamo ancora a Londra, uno dei miei fratelli maggiori,
Arthur, morì di scarlattina. Papà aveva ancora difficoltà a parlare di
lui anche anni dopo; il suo viso gentile, dal naso aristocratico e con il
mento volitivo (che io, sfortunatamente, ho ereditato), appariva
perplesso, con la fronte aggrottata, come se lui – un uomo così dotto
– non riuscisse a comprendere la più semplice e abituale domanda:
Perché?
Non ricordo che Mamma ne abbia mai parlato, né in un modo né
in un altro. Ma questo, ovviamente, non può essere vero.
Avevo appena compiuto quattro anni – nel 1856 – quando ci
trasferimmo a Oxford dopo la nomina di Papà a Decano del Christ
Church. A quel punto la famiglia comprendeva Harry, il maggiore,
seguito da Lorina, da me e da Edith, le tre principessine. Ina aveva
tre anni più di me ed Edith ne aveva due di meno. Tutti noi, con la
servitù, le porcellane, gli argenti di famiglia, la biancheria importata e
tutte le altre necessità di una famiglia distinta, ci trasferimmo nel
Decanato, che Papà aveva provveduto a far ingrandire e ristrutturare
per accogliere la nostra famiglia in aumento. Anche così, non fu mai
abbastanza grande per contenere le ambizioni di Mamma.
Fu in quel mondo, quello di Oxford, che ebbero vita i miei primi
ricordi. Era un mondo singolare per una bimba piccola come me, per
molti motivi; c’erano pochi bambini della mia età, come se allora tutti
gli studenti e i docenti dovessero essere celibi. Solo ai decani, ai
membri anziani dell’università, era concesso di sposarsi e molti di
loro avevano già raggiunto un’età in cui avere figli non era più
possibile. Papà era un’eccezione, e credo che ne fosse alquanto
fiero.
Forse era quello il motivo per cui noi eravamo così tanti.
Tutte le sere, dopo essermi rannicchiata nel mio lettino, l’Old Tom,
la campana dell’imponente torre che sovrastava il Christ Church,
batteva centouno colpi, a ricordare il numero originario degli studenti
dell’università; anche se mi sforzavo di attendere il primo rintocco,
raramente riuscivo a restare sveglia per sentire l’ultimo. La nostra
casa, il Decanato, si trovava di fronte alla torre e il nostro ingresso
principale era incorporato nella fortezza di pietra chiara degli edifici
che confinavano con i prati verdi del Quad, la corte quadrangolare
interna. Avevamo anche un ingresso privato che dava sul giardino
sul retro. Vivevamo, letteralmente, tra gli studenti; ricordo le
passeggiate con Ina ed Edith – tre piccole dame in fila, vestite
uguali, con freschi e ben stirati vestitini bianchi d’estate e con quelli
sontuosi in velluto d’inverno – nel Quad, con la nostra governante,
Miss Prickett. I giovanotti si toglievano il cappello e si inchinavano in
modo esagerato quando ci incontravano.
A Oxford le persone parlavano in tono solenne e misurato.
Esistevano tradizioni centenarie che andavano rispettate, avessero
un senso o meno. Per me, ancora immersa nell’universo fanciullesco
di una dignitosa infanzia vittoriana, spesso non ne avevano nessuno
e, proprio per questo, non le avrei cambiate per niente al mondo.
Credevo fermamente di non essere una bambina qualunque, e
Oxford contribuì a rafforzare la mia convinzione. Ogni anno, il primo
di maggio, ci radunavamo tutti all’alba sulle pietre grigie del
Magdalen Bridge, protetti dagli enormi alberi alla prima fioritura, ad
ascoltare il mormorio del fiume Isis, sotto di noi. Proprio quando i
primi raggi del sole dipingevano il cielo prima di viola e poi di rosa,
come per magia, un coro di giovani voci maschili, pure e cristalline,
che cantavano antichi inni di benvenuto all’estate, discendeva su di
noi.
Il mio compleanno cadeva il quattro di maggio; non posso negare
che, da bambina, ero segretamente convinta che quella sacra
cerimonia fosse in qualche modo dedicata a me.
Pricks – Miss Prickett – non condivideva questa mia convinzione,
adorava Edith, come chiunque altro; Edith era la creatura più
accondiscendente del mondo, e i suoi riccioli rosso ruggine
contribuivano solo ad accattivarle la simpatia di chiunque
incontrasse. Tuttavia Pricks venerava Ina, che, essendo la più
grande e la più raffinata, non faceva errori.
In quanto a me, quella di mezzo (l’unica con i capelli lisci che tanto
facevano rammaricare Mamma quando mi s’incollavano al collo
come alghe e che quindi dovevano essere tagliati corti con una
pesante frangetta che mi faceva sentire vulnerabile quanto un
uccellino ancora implume), devo ammettere che Pricks mi tollerava
appena.
«Alice, che diamine hai fatto al tuo vestitino? Guarda le tue
sorelle! Non hanno tutte quelle orribili macchie di sporco sugli orli!
Cosa stavi facendo?».
«Giocavo con la terra», rispondevo, frustrata dal dover spiegare
l’ovvio.
«Giocavi con la terra? Sulle ginocchia? Con un abitino bianco?
Chi mai farebbe una cosa simile? Il bianco si sporca tanto!».
«Allora perché lo indossiamo, visto che sapevi che saremmo
andate a giocare in giardino? Perché non ci vestiamo di marrone, o
di verde, o anche di…».
«Marrone? Quando si è mai sentito di vestiti marrone in maggio?
Ti vestirai di bianco, come desidera tua madre. Marrone. Cosa
debbo fare con questa bambina?». Al quel punto Pricks alzava le
mani al cielo, come se solo Dio le potesse dire cosa fare con me.
Sospettavo che neanche lui potesse. Una volta avevo sentito
Papà dire che «Dio stesso ha rotto lo stampo quando ha fatto quella
lì», e per qualche motivo sapevo che stava parlando di me. Anche in
una casa piena di bambini, io ero l’unica alla quale ci si riferiva in
modo così singolare.
In verità, ne andavo piuttosto fiera.
Pricks era suscettibile2. È per questo che la chiamavo Pricks; non
per via del cognome. Pricks era sempre enfatica; alzava spesso le
braccia al cielo. Si arrabbiava quando le facevo le domande più
naturali del mondo, come quando le chiedevo perché un capello
cresceva sulla verruca che aveva in faccia e non su quella che
aveva sulla mano.
«Alice», borbottava allora Ina, carezzandosi i lunghi boccoli scuri.
Oh, quanto desideravo avere dei boccoli! La più grande tragedia
della mia vita, a sette anni, era quella di avere i capelli neri e corti
come quelli di un maschio. «Non si parla di queste cose».
«Quali cose?».
«Le verruche. Non è colpa di Pricks se le ha, e non è carino da
parte tua parlarne».
«Pensi che da piccola abbia dormito con un rospo?».
«Io… be’, forse». Capivo che Ina era interessata, nonostante tutto;
la sua posa divenne così rilassata – seduta sul davanzale della
finestra dell’aula, a scuola, con le mani ripiegate in grembo e la testa
leggermente inclinata, come fosse una perfetta signora – che
cominciò a dondolare i piedi avanti e indietro. «Comunque, le
signore non parlano di queste cose».
«Tu non sei una signora. Hai solo dieci anni».
«E tu ne hai sette. Sarò sempre più grande di te». Batté le mani
deliziata, mentre la guardavo in cagnesco e desideravo tirarle i
capelli. Quanto era ingiusto il mondo, quanto era tragico. Sarei
sempre stata più giovane di lei.
«Ma tu sarai sempre più grande di me», sussurrò Edith mettendo
la sua manina umida nella mia. Gliela strinsi, per ringraziarla.
«Oh, guardate, c’è Mr Dodgson!». Ina saltò in piedi e appoggiò il
volto al vetro della finestra; Edith e io la imitammo, anche se Edith
dovette arrampicarsi sulla sedia accanto alla finestra per guardare
fuori.
Osservammo tutte e tre – il vetro, riscaldato dal sole, liscio contro
la mia fronte – un uomo alto e sottile, vestito di nero dalla cima del
cappello fino alla punta degli stivali, che entrava nella nostra visuale.
Passeggiava, con le mani in tasca, attraverso l’ampio giardino che
separava il Decanato dalla biblioteca. Si fermava a esaminare i fiori,
i cespugli, e si rifiutava di camminare in linea retta, comportandosi
proprio come qualcuno che vuole esser visto.
Proprio allora Papà apparve, arrivando di corsa, con i lembi della
toga che battevano dietro di lui come le ali di un insetto gigante.
Consultò il suo orologio, appeso a una catenella d’oro, scuotendo il
capo; aveva un enorme libro infilato sotto il braccio. Papà era
sempre in ritardo. Trattenni il fiato quando quasi travolse Mr
Dodgson, ma, per fortuna, proprio all’ultimo momento, sterzò e gli
girò attorno, senza neanche notare che Mr Dodgson si era inchinato
e tolto il cappello.
Mr Dodgson, allora, alzò gli occhi e ci vide alla finestra; Ina restò
senza fiato e si andò a nascondere, umiliata per essere stata
sorpresa a spiarlo. Ina si è sempre comportata stranamente in sua
presenza: si beava delle sue attenzioni ed escogitava modi per
incoraggiarle, e poi, all’ultimo momento, si tirava sempre indietro. Ma
quando glielo facevo notare, cercando solo di essere di aiuto, lei
aveva la tendenza a tirarmi i capelli o a darmi i pizzicotti.
Non che questo mi impedisse di continuare a fare commenti sul
suo comportamento. Ma se non voleva il mio aiuto, tanto peggio per
lei.
Scossi il capo alla sua reazione, poi strattonai il pannello
scricchiolante della finestra fino ad aprirlo abbastanza per farci
passare la testa.
«Salve, Mr Dodgson!».
«Salve, Miss Alice. Miss Edith». S’inchinò, goffamente come al
solito. Lo avevo recentemente informato che camminava come se
dietro la giacca avesse un manico di scopa. Lui ci aveva pensato su,
lo aveva preso seriamente in considerazione, poi aveva ammesso
che era vero, ma che non poteva farne a meno.
Pensai che quella fosse una risposta ragionevole e lasciai correre.
«Alice!». Pricks arrivò di corsa, senza dubbio chiamata da Ina che
si teneva ben lontana dalla finestra, con le braccia incrociate sul
petto, guardandomi torva. «Cosa diavolo credi di fare? Le signorine
per bene non urlano dalle finestre come se fossero scimmie!».
«Oh, quanto vorrei essere una scimmia!». Dimenticai Mr Dodgson
per un attimo. Le scimmie erano i miei animali preferiti, insieme ai
gattini, ai conigli, ai porcospini, ai topi e alle lucertole. «Non sarebbe
fantastico?».
«Alice! Dove hai sentito quel termine? Le signorine non dicono
“fantastico”». Pricks allungò una mano sopra la mia testa per
richiudere la finestra. Ma quando vide che Mr Dodgson ci stava
guardando sorridendo, esitò. «Oh!».
«L-l-l-le signorine vorrebbero farmi il piacere di accompagnarmi a
fare una b-b-bella passeggiata attorno al Quad?». Ci salutò
togliendosi il cappello. «Accompagnate da lei, naturalmente»,
aggiunse frettolosamente. Scossi il capo con compassione;
balbettava più che mai. Povero Mr Dodgson! O meglio, Do-Do-
Dodgson, come diceva lui. Tuttavia, la cosa non sembrava
infastidirlo, al contrario di Pricks con le sue verruche, per liberarsi
dalle quali provava sempre nuove creme e lozioni.
«Oh, perché no?». Pricks sorrise nel suo modo inaspettato e un
po’ pauroso; si piegò leggermente su se stessa e il suo viso si
contorse come se sentisse male, ma poi, all’ultimo minuto, apparve il
sorriso, un sorriso ampio e improvviso che mise in mostra tutti i suoi
denti.
Sistemandosi i capelli con la mano e lisciandosi le sottane, si voltò
a controllare noi tre, guardando con disapprovazione l’orlo sporco
del mio vestito. «Alice, vai a chiedere a Phoebe di cambiarti. Vi
dovete cambiare tutte e tre, immagino. Be’, tanto vale che mi cambi
anch’io».
«Ma perché? Tanto mi sporcherò di nuovo». Ancora una volta, non
capivo perché le dovevo ricordare l’ovvio.
«Perché tua madre si… Perché tua madre sarebbe piuttosto
scontenta, se ti permettessi di uscire in quelle condizioni».
Fui costretta ad ammettere che su quel punto aveva ragione.
Mamma avrebbe fatto storie se avesse visto me, la figlia del Decano,
uscire con indosso qualcosa di diverso dal solito austero vestitino
bianco, fresco di lavanderia e più fronzoli aveva meglio era.
Pricks si voltò verso la finestra e mormorò ad alta voce: «Saremo
liete di accompagnarla, Mr Dodgson. È molto gentile. La
raggiungeremo subito».
«Non ti sente, lo sai», le ricordai. «È sordo dall’orecchio destro.
Devi gridare».
«Oh, ma… io… Oh, va bene, Alice, fallo tu. Ma non urlare.
Limitati… a parlare ad alta voce».
Scossi il capo. Pricks era sempre fin troppo formale, eccetto
quando si trattava di Mr Dodgson. Solo lui era in grado di farla
comportare in modo tale che io, se mi stropicciavo bene gli occhi e
mi sforzavo molto, riuscivo quasi a immaginare che anche lei era
stata una bambina come me.
«Saremo felici di accompagnarla», dissi ad alta voce, lentamente
e col tono basso che Papà usava per i suoi sermoni. «La
raggiungeremo immediatamente». Poi feci un inchino.
Mr Dodgson mi guardò, aprì la bocca e scoppiò a ridere. Rideva
ancora quando si mise seduto ad aspettare su una panchina, dopo
essersi sollevato con attenzione i pantaloni al ginocchio; sapevo che
quella era una cosa che gli uomini facevano per impedire che si
sgualcissero; era una delle tante piccole informazioni utili che ora
ero consapevole di possedere. A sei anni non sapevo niente, ma ora
che ne avevo sette non potevo fare a meno di essere colpita dalla
mia crescente saggezza.
«Venite, ragazze!». Pricks batté le sue grandi mani scure. «A
cambiarvi, presto!». Si affrettò a uscire dalla nostra aula, voltandosi
a guardare la lavagna con un sospiro. «Dovremmo davvero rivedere
la geografia… ma è un pomeriggio così bello. Studieremo botanica,
invece. Sarà un piacevole diversivo». Poi, all’improvviso e
intensamente, sorrise fra sé.
Ancora una volta mi meravigliai della capacità degli adulti di
trasformare in una lezione qualsiasi esperienza piacevole. Lo
facevano solo a nostro beneficio? Oppure anche quando erano soli,
seduti a tavola o a uno degli intrattenimenti musicali di Mamma, si
esprimevano in quel modo? «Questo tè è davvero delizioso. Sapete
che proviene dall’India, nel subcontinente, che è diventata parte
della Corona sin dai tempi della ribellione del 1857?».
Ero convinta di essere sul punto di sapere la risposta, perché
avevo cominciato proprio allora a partecipare ad alcuni dei
ricevimenti tenuti da noi al Decanato. Solo un mese prima, Mamma
aveva permesso che Ina, Edith e io intrattenessimo i suoi ospiti con
Twinkle, Twinkle, Little Star3. Mr Ruskin, in particolare, si era
dichiarato molto colpito; aveva allungato una mano e mi aveva
accarezzato i capelli mentre gli passavo accanto, dopo che avevamo
augurato a tutti la buonanotte.
Anche se aveva carezzato i miei capelli, era rimasto senza fiato
davanti a quelli di Edith. «Che splendidi riccioli tizianeschi!», aveva
esclamato. Mi ricordai di chiedergli cosa significasse “tizianesco” alla
nostra successiva lezione di disegno. Lui trattenne il fiato e mi disse
che la mia cultura era veramente spaventosa, ma non mi rispose.
Neanche dopo che gli feci notare che aveva appena perso
un’eccellente opportunità di migliorarla.
«Alice, suvvia, sbrigati!». Ina mi prese per un braccio e mi trascinò
attraverso l’ampio atrio che da un lato era rivestito dai quadri a olio di
paesaggi inglesi che Papà ammirava tanto e, dall’altro, da un’ornata
e scolpita balaustra culminante su entrambi i lati con feroci leoni.
«Non possiamo far aspettare Mr Dodgson!».
«Perché no? Non ha altro da fare». Ne ero fermamente convinta.
Anche se sapevo, vagamente, che insegnava matematica al college,
capivo che quella non era la sua occupazione principale. No, lui
apparteneva più a noi che ai suoi studenti. Era il nostro compagno di
giochi, la nostra guida in tante escursioni, lo schiavo ai remi della
nostra galea (spesso ci portava in barca sull’Isis, dove ci piaceva
fingere di essere Nelson con la sua ciurma e dove lui faceva del suo
meglio per destreggiarsi come se fossimo alla battaglia di Trafalgar).
Ma questa era una cosa recente. Mio fratello Harry e Ina erano
stati suoi compagni abituali fin dal giorno in cui l’avevamo
conosciuto, quando era venuto a chiedere il permesso di fotografare
il Decanato dal giardino. A Mamma piaceva dire che Mr Dodgson
era apparso all’improvviso con la sua infernale macchina fotografica
e non era più davvero andato via. Edith e io venivamo convocate
dalla nursery solo qualche volta, più che altro per essere fotografate.
Ma ora Harry era partito per la scuola e, finalmente, Mr Dodgson
sembrò accorgersi di Edith e di me e cominciò a chiedere anche di
noi, oltre che di Ina, quando veniva in visita.
A Ina la faccenda non piacque, me ne accorsi, ma lei non poteva
farci niente e non lasciò mai trapelare il suo risentimento per Mr
Dodgson; era davvero brava, devo ammetterlo, nel mostrare al
mondo un volto dolce e sincero, indipendentemente da quali fossero
i suoi veri sentimenti. Proprio come una vera signora, come Pricks
non si stancava mai di ripetermi.
«Piccola sciocca. Certo che Mr Dodgson ha altro da fare. Molte e
molte cose. È un uomo molto importante». Ina mi tirò nella nursery e
cominciò a sbottonarmi il vestito, mentre Phoebe svolazzava e
spalancava gli armadi per trovare tre vestitini bianchi uguali, ornati di
fiocchi di raso rosa e bottoni coperti dalla stessa stoffa.
«Io non ci credo», risposi, ricordando che Mamma, parlando di Mr
Dodgson, lo aveva definito «quel noioso precettore di matematica,
l’uomo più ottuso che abbia mai incontrato». E anche se Papà
l’aveva corretta – «Suvvia, cara, è un Don4» – lo aveva fatto
blandamente. Sapevo che Papà era in grado di tenere testa a
Mamma quando era davvero convinto di qualcosa. Ma
evidentemente Mr Dodgson non gli stava poi così tanto a cuore.
«Alice, perché hai infangato il vestitino?». Ina stava togliendosi il
suo e le sottogonne ondeggiavano mentre mi guardava torva con le
braccia incrociate sulla sottoveste. L’angolazione delle sue
sopracciglia, accentuata e piena di disapprovazione, e il modo in cui
teneva arricciata la piccola bocca, come se stesse succhiando un
limone, la facevano apparire sempre arrabbiata, se devo essere
proprio sincera. «Quei fiocchi blu sul corpetto mi stanno tanto bene!
Detesto il rosa».
«Mi spiace», dissi, ed era vero. Non mi piaceva vestirmi più di una
volta al giorno. Era una faccenda troppo impegnativa, tutto
quell’abbottonare e stringere, strati su strati di biancheria rigida e
irritante. Sottoveste, mutandoni, non una, e neppure due, ma
addirittura tre sottogonne, e poi le calze che non riuscivo mai a
tenere su ben tese; le mie giarrettiere si sganciavano
continuamente.
Sarebbe stato sempre peggio, pensai sconsolata. Un giorno avrei
dovuto indossare anche il bustino.
«Vieni qui, angioletto», disse Phoebe a Edith, che stava
inginocchiata davanti alla sua casa delle bambole, con in mano una
bambola di pezza senza testa. «Vieni a indossare le tue piume più
belle».
«Tutto questo traffico solo per uscire». Alzai le braccia e Mary
Ann, una delle domestiche, lasciò scivolare il vestitino infiocchettato
sopra la mia testa.
«Siamo pronte?».
Mi voltai verso la porta; Pricks era sulla soglia, col nuovo vestito di
seta blu, che aveva i cordoncini gialli sul corpetto, ma non andava
affatto d’accordo con la sua carnagione scura. Per niente d’accordo.
Ma lei sembrava piuttosto soddisfatta di sé; si era perfino messa un
ciuffo di capelli finti sul dietro della testa, che spuntava fuori dal
cappellino di paglia come la coda pelosa di un calabrone.
«Sì, Pricks», risposi, mentre Mary Ann abbottonava il mio secondo
guanto. Phoebe mi passò il parasole rosa. «Che succede se Mr
Dodgson vuole accompagnarci al Meadow? Magari per farci rotolare
giù dalla collina. In quel caso, mi sporcherò di nuovo il vestito».
«Mr Dodgson non farà niente del genere», rispose Pricks
sbuffando. «Lui è un gentiluomo».
Ancora una volta, mi chiesi quale parte di lui Pricks e Ina
vedevano che a me sfuggiva. Era come conoscere due persone
diverse, entrambe chiamate Charles Lutwidge Dodgson. Quello era il
suo nome completo, mi aveva detto, dopo che gli avevo confidato
che il mio era Alice Pleasance Liddell, un nome troppo lungo da
scrivere, mi pareva. Ma lui mi fece notare che il suo era più lungo di
una sillaba, cosa che mi rallegrò immensamente.
Sapevo, nella parte più seria e profonda di me, che nessuno
sospettava io avessi, almeno fino ad allora, e che trovavo piuttosto
preoccupante, che Mr Dodgson era il tipo di persona che mi avrebbe
dato il permesso di rotolare giù dalla collina. Sentivo anzi che lui era
l’unica persona al mondo che me l’avrebbe permesso; lui era la mia
occasione per fare quella e mille altre cose che desideravo, anche
quelle che ancora non conoscevo, ma che intuivo che lui, in qualche
modo, sapeva.
Lo capivo soprattutto quando lui mi guardava da dietro la sua
macchina fotografica, tenendo in mano il coperchio dell’obiettivo,
contando lentamente, senza mai staccare gli occhi dai miei mentre
esponeva la lastra. C’era qualcosa nei suoi occhi – del colore della
pervinca, un azzurro così profondo che cresceva alla base degli
alberi del prato – che mi faceva sentire come se lui vedesse i miei
desideri più nascosti, i miei pensieri più oscuri, ancor prima che
questi si rivelassero a me. E che, col solo vederli, mi stesse dando il
permesso di seguirli. Forse mi stava anche mostrando la strada.
Perché io non mi sentivo tanto tranquilla con i pensieri oscuri –
pensieri confusi e innominabili – che mi venivano quando non stavo
attenta.
Stavo sempre in guardia, è chiaro. Bisognava essere vigili. Per
cosa, non lo sapevo.
«Alice, vieni!».
Pricks, Ina ed Edith – che teneva il suo parasole troppo in alto, a
metà del manico perché era così piccola! – stavano già in fondo
all’atrio e si apprestavano a scendere le scale; corsi loro dietro e
sentii immediatamente la calza destra scivolarmi giù per la gamba.
«Miss Prickett!».
Si bloccarono tutte e tre, così ne approfittai per inserirmi al posto
giusto, tra Ina e Edith.
«Sì, signora?». Pricks si voltò con gli occhi bassi. Si inchinò
mentre mia madre attraversava la biblioteca provenendo dall’atrio
principale per affrontare il nostro gruppetto alla base delle scale.
«Posso chiederle dove sta portando le mie bambine?». Mamma
sorrise, mentre lo diceva, ma il sorriso non era intonato ai suoi occhi;
aperti e diffidenti e non propensi a credere a quello che stavano
vedendo. Lo sapevo per esperienza. Come quando ruppi la
pastorella di porcellana che stava sempre appollaiata, in modo
precario, vicino al bordo della mensola della biblioteca. Anche se la
sera avevo avuto l’accortezza di raccogliere un frammento di
porcellana – il fiocco rosa sbiadito del grembiule della pastorella – e
di infilarlo nella scarpa di Ina, sperando che incriminasse lei invece
di me, non ero riuscita a ingannare Mamma.
Forse ci sarebbe stato un vantaggio, un giorno, ad avere una
madre così perspicace. Così mi disse lei, dopo avermi punito
facendomi mangiare da sola in aula per una settimana. Tuttavia,
anche se ero una bambina che amava sognare a occhi aperti, non
riuscivo a immaginare le circostanze che avrebbero potuto portare a
questo.
«Stiamo uscendo per un’escursione, signora. Una breve
escursione botanica. È una giornata così bella». Pricks alzò lo
sguardo per incontrare quello di mia madre; era sempre un po’
nervosa davanti a lei ma, diversamente dal resto della servitù, finora
aveva evitato di farsi ridurre in lacrime e spaventare. C’era un bel po’
di acciaio nel suo carattere, devo ammetterlo, anche se stava
sempre attenta a comportarsi in modo deferente nei confronti di
Mamma.
Mamma si sfiorò il labbro superiore col fazzoletto. Faceva caldo
per essere la fine di maggio e, anche se legati strettamente, alcuni
ciuffi ribelli dei suoi capelli neri erano sfuggiti e ricadevano piatti e
umidi sulla sua fronte alta. Era più grassa del solito, perché presto
tra noi sarebbe arrivato un altro bambino. Non sapevo bene come
l’essere grassa avesse a che fare col bambino, ma è così che mi era
stato spiegato, e quando le avevo chiesto che cosa c’entrasse una
cosa con l’altra, lei non mi aveva risposto. Mi disse solo che le
signorine non fanno domande del genere.
Tuttavia, non potevo fare a meno di sospettare che una parte
molto importante dell’informazione mi veniva tenuta nascosta; giurai
a me stessa che un giorno avrei scoperto di che cosa si trattava.
Magari Mr Dodgson me l’avrebbe detto.
«Suppongo che Mr Dodgson non abbia niente a che vedere con
questa decisione».
Sobbalzai; Mamma mi aveva letto nel pensiero? No. Stava ancora
parlando con Pricks.
«Mr Dodgson l’ha suggerito, è vero», disse Pricks senza scusarsi.
«Le bambine hanno già fatto del moto stamattina, non è forse
vero?». Mamma stava ora guardando me con i suoi occhi scuri; mi
sentii scrutata da capo a piedi, in cerca di macchie o di strappi come
prova.
Pricks avrebbe potuto mentire, dato che ero molto pulita in quel
momento, ma non lo fece. «Sì». Disse solo quello, lasciando ogni
decisione a Mamma.
Improvvisamente Mamma sembrò molto stanca; chiuse gli occhi e
si passò il fazzoletto sulla fronte. Ero dispiaciuta per lei. Doveva
essere molto spossante aspettare che i bambini fossero pronti.
«Oh, va bene. Andate pure. Non lasci che le bambine si
scatenino… e Alice, cerca di non sporcarti troppo».
«Cercherò Mamma».
Lei sorrise, gli occhi ancora chiusi. «Brava bambina». Poi
cominciò a salire lentamente le scale, e le sue gonne ampie, del
rosso ornato che lei preferiva, frusciarono quando ci passò accanto.
Prima di andare, mi carezzò la testa.
«Pronte, ragazze?». Pricks tirò su il suo guanto sinistro; era
un’abitudine, come se desiderasse nascondere la verruca.
Personalmente, io mi sarei preoccupata di più di quella su cui
cresceva un capello.
Mary Ann ci tenne aperto il portone e noi uscimmo all’aperto.
Mentre sistemavo il mio parasole, battei gli occhi all’improvvisa luce
di fuori; all’interno del Decanato tutto appariva scuro e spento, la
tappezzeria pesantemente ornata, l’ossessiva carta da parati a fiori e
i pannelli e le balaustre di legno scuro. Uscire mi procurava sempre
una violenta emozione.
«Miss P-Prickett, quale piacere». Mr Dodgson aveva attraversato
il giardino e ci stava aspettando. Si tolse il cappello, alto e nero,
mostrandoci i lunghi capelli castani, lisci attorno al volto, ma con le
punte a boccoli come quelli di Edith. S’inchinò: Pricks fece un
risolino, e io non potei evitare di sentirmi imbarazzata per lei.
Ina doveva aver provato la stessa cosa, perché si morse il labbro
e si guardò le scarpe. Edith era troppo distratta da una farfalla per
notare alcunché.
«Miss Liddell, Alice, Edith». Mr Dodgson diede la mano a ciascuna
di noi in modo così solenne che mi venne da ridere. Come se l’ultima
volta che l’avevamo visto lui non fosse stato in piedi su una sedia a
cercare di cacciare via un pipistrello meccanico con la scopa,
fingendo di essere Phoebe, quella che era terrorizzata da qualunque
cosa con le ali.
«Dove vogliamo andare oggi? Non voglio fare una semplice
passeggiata attorno al Quad». Mi lanciai tra le sue braccia, che
erano pronte a prendermi, come sempre. Mi strinse mentre gli
avvolgevo la vita; era così snello che lo potevo circondare. Con
Papà non lo potevo fare, riuscivo solo ad arrivare a metà.
La giacca di Mr Dodgson mi graffiò il viso quando lui si chinò per
afferrarmi; si fermò un attimo ad annusarmi i capelli. Gli piaceva
farlo, l’avevo notato da poco. Anche se non ci trovavo niente di
minaccioso, tranne quando lui aveva il raffreddore, non potevo
evitare di provare un piccolo brivido dietro al collo. Non era un
brivido spiacevole, come quello che sentivo tutte le volte che
attraversavo il corridoio di notte, passando oltre i feroci leoni scolpiti,
con una candela debole e inefficace a proteggermi dalla paura.
No, quello era un brivido curioso. Un brivido che poteva condurmi
a qualche grande pericolo o a un piacere immenso. Non riuscivo a
decidere quale dei due. Un giorno forse lo avrei saputo, ma non ora.
Mi lasciò andare e si rivolse a Ina, che ci guardava con
disapprovazione. Lei di colpo arrossì, fece un passo indietro,
abbassò il capo e fece uno dei suoi esasperanti sorrisi canzonatori,
come se sapesse un segreto che voleva che l’altro scoprisse.
Non le avrei mai e poi mai chiesto di che si trattava. Sarebbe stata
una resa.
Mr Dodgson alzò le spalle, abbracciò Edith, che si era avvicinata a
passettini, già stanca della farfalla e poi si rialzò in piedi.
«Qualche suggerimento? Il mio pomeriggio è a vostra
disposizione».
«Possiamo andare in barca?», chiesi io. «Fa un caldo tremendo!».
«No, ho promesso a Mr Duckworth che non ci saremmo più andati
fino a quando lui non potrà unirsi a noi, perché spesso mi ha sentito
raccontare di quanto ci siamo divertiti», disse Mr Dodgson. «Non
posso mica infrangere una promessa, vi pare?».
«Oh, no!», scossi il capo con tale vigore che le punte dei capelli mi
solleticarono le orecchie. Feci come Mr Duckworth, che aveva una
splendida voce; lo avevamo incontrato recentemente a un tè nelle
stanze di Mr Dodgson, dove aveva cantato per noi alcuni brani di
un’opera italiana. A essere sincera, ero rimasta sorpresa di vederlo,
benché fosse anche lui un membro del college. Ma non ero abituata
a vedere Mr Dodgson insieme ad altri adulti, a eccezione delle rare
occasioni in cui Mamma lo invitava alle feste al Decanato. «No, non
dobbiamo infrangere quella promessa!».
«Ho detto a Mrs Liddell che avrei accompagnato le bambine a
un’escursione botanica», disse Pricks.
«Ah, la b-b-botanica! Un’ottima scusa per una gita. Specie se
accompagnati da un insegnante di matematica».
Pricks scoppiò a ridere e prese Mr Dodgson per un braccio, che lui
le offrì dopo aver soffocato un leggero sospiro, come notai. Ma
Pricks non fece altrettanto.
«Vi piacerebbe andare al Meadow, mie signore?», ci disse
parlando al di sopra della sua spalla.
«Sììì!». Saltellai su e giù, e temo di aver urlato, perché diversi
studenti che stavano in gruppo, con le teste chine, assorti in qualche
importante discussione, si voltarono a guardarmi. Mr Dodgson
scoppiò a ridere, anche se Ina e Pricks s’irrigidirono. «Possiamo
rotolare giù dalla collina?».
«Non sono certo che quella sarebbe un’attività botanica, Alice»,
disse Mr Dodgson. «T-t-ti dispiace approfondire?».
«Be’, vediamo…». Pensierosa, cercavo di non camminare sulle
cavallette, perché sapevo per esperienza che schiacciarle era una
faccenda schifosa. «Potremmo rotolare sull’erba, che è una pianta.
Poi potremmo studiarla, per vedere se si è appiattita o meno.
Sarebbe un esperimento scientifico».
Ina mi rise in faccia e io resistetti all’istinto di colpirla col parasole,
ma solo perché ci trovavamo ancora nel Quad e Mamma avrebbe
potuto vedermi dalla finestra.
Mr Dodgson non rise. Si liberò del braccio di Pricks – cosa che lei
non sembrò gradire, perché emise un sospirò che non tentò neppure
di reprimere – e mi agganciò per le spalle con la sua mano guantata.
Mi chiedevo spesso perché indossasse sempre i guanti, sia fuori che
in casa, anche quando faceva caldo; io dovevo indossarli,
naturalmente, perché ero una bambina, ma gli uomini non avevano
tutte quelle costrizioni, quindi non riuscivo a capire.
Mr Dodgson annuì adagio, considerando seriamente la mia
risposta. Questo era uno dei motivi per cui mi era simpatico. Era
l’unico adulto che lo faceva.
«È una risposta interessante, la tua. Mi chiedo se il peso di una
bambina potrebbe bastare, ma tra i fattori dobbiamo considerare la f-
forza dello stesso rotolare».
«Giusto!». Ero elettrizzata e compiaciuta con me stessa per aver
escogitato un esperimento tanto interessante; non riuscii a frenarmi
dal fare uno o due passi saltando, con grande fastidio di Ina.
«Ma c’è anche un altro elemento che dobbiamo considerare. Sai
dirmi quale?».
«Gli insetti», cinguettò Edith allegra. Adorava ogni tipo di insetto e
smaniava per avere un allevamento di formiche nella nostra
cameretta. Phoebe non voleva saperne, nonostante le avessi
spiegato a lungo che le formiche non avevano le ali.
«No, non gli insetti».
«Il vento?», chiese Ina, suo malgrado; riuscii a trattenermi dal farle
una linguaccia.
Avevamo passato il soffocante Quad privo di alberi, avevamo
superato la grande fontana con la statua bronzea di Mercurio in
mezzo e ci trovavamo sotto il torreggiante arco di pietra grezza che
ne delimitava l’ingresso. Girammo a destra, percorrendo la stretta e
rumorosa St. Aldate Street con le sue deliziose botteghe. Speravo ci
saremmo fermati a comprare dei dolci; tastai i due penny che tenevo
in tasca per ogni evenienza.
«No, il vento non sarebbe un fattore». Mr Dodgson alzò la voce
per farsi sentire al di sopra del frastuono che facevano i carretti e i
cavalli sull’acciottolato, del clangore delle campanelle all’entrata dei
negozi e del continuo brusio della conversazione che mi ronzava
nelle orecchie.
«La pioggia di ieri?», chiesi.
«No, non la pioggia; anche se, sì, penso che in un’altra giornata
potrebbe essere un fattore mi-mitigante. Ma non oggi, il sole è
troppo forte».
«Allora cosa? Qual è l’altro fattore?». Nonostante fossi convinta
che le lezioni non dovessero mai interferire coi giochi, ero curiosa.
Anzi, così curiosa, che non notai neanche che avevamo superato il
negozio dei dolci fino a quando non fu troppo tardi e una signora che
trasportava un grosso pesce in un cesto mi urtò. Si scusò con un
inchino – il pesce si limitò a osservare tristemente il cielo – e
proseguì per la sua strada.
«Nessuna si è soffermata a considerare l’effetto delle macchie
d’erba sui vestiti bianchi? Cos’è? Cotone? Lino?». Si fermò e palpò
l’orlo del vestito di Ina; lei s’irrigidì, e notai che le tremarono le spalle.
«È mussola», disse Pricks paziente. «I signori non riconoscono
mai la differenza».
«Perché è solo come dovrebbe essere. In ogni caso, macchie
d’erba più vestiti bianchi delle bambine, uguale Mamma molto
adirata».
«Questo è vero», ammisi con un sospiro. «Molto vero. Mamma mi
ha chiesto proprio di non sporcarmi. E io mi sono già sporcata
stamattina».
«Come sono sicuro che ti sporcherai domani. Ma non desidero
affrettare l’inevitabile. Quindi non rotoleremo giù dalla collina. Non
oggi, almeno», disse Mr Dodgson con un sorriso mesto; tutti i suoi
sorrisi erano tristi ai bordi, come se sapesse che la felicità non
sarebbe durata a lungo. Quando sorrideva, mi veniva voglia di
carezzargli una mano o di poggiargli il capo sulla spalla, per
rallegrarlo un po’.
«Forse un’altra volta?». Gli misi la mia mano nella sua e fui grata
della sua stretta complice.
«Forse». Ci fu un’improvvisa agitazione. La signora col pesce lo
lasciò cadere in mezzo alla strada con un grido improvviso ed Edith
si slanciò in avanti, impaziente di collaborare alla sua cattura.
Anch’io avrei voluto seguirla, ma proprio mentre stavo iniziando a
correre superando Ina, Pricks urlò: «Edith, non sta bene giocare con
la cena degli altri!», e Mr Dodgson si curvò per afferrarmi per un
gomito.
«Ma rallegrati, cara Alice. Ho una bella sorpresa per te».
Mi fermai immediatamente, col cuore in gola, sia per il fermento
causato dal pesce, che ora batteva debolmente la coda nel rigagnolo
mentre un uomo cencioso lo stuzzicava con un bastone, sia per le
parole tentatrici pronunciate da Mr Dodgson. La sua mano
carezzava ancora la mia spalla e io sentii che, in quel momento,
sarei andata ovunque, avrei fatto qualunque cosa lui mi avesse
chiesto, fino a quando fossimo rimasti noi due soli, senza nessun
altro.
«È un segreto solo per me?», sussurrai, incapace di guardarlo
negli occhi per timore che così non fosse.
«Solo per te», sussurrò lui. Così scoprii che riuscivo a guardarlo
negli occhi, in quei suoi occhi gentili e affettuosi che sceglievano me,
fra tre bambine vestite in modo identico, malgrado le mie numerose
manchevolezze che Pricks, Ina e Mamma insistevano sempre a
elencare. Il mio cuore era lieto, talmente lieto che voleva balzarmi
fuori dal petto per dirglielo, ma doveva accontentarsi delle mie
parole.
«È così bello sentirglielo dire! Qual è? Quando me lo dirà?».
«Presto. Ti scriverò un biglietto, presto. Quando si presenterà il
giorno perfetto».
«Ma come saprà che è perfetto?».
«Me lo dirà: “Mr Do-Do-Dodgson, le ordino di andare a prendere
Alice, perché questo giorno le appartiene, non può appartenere a
nessun altro, e noi tre – lei, Alice e io – lo dobbiamo passare
insieme, così ce ne ricorderemo per sempre”».
«Come può un giorno passare se stesso?». Mi girava la testa
all’idea che Mr Dodgson parlasse col giorno; poteva rivolgersi anche
al sole, alle nuvole o all’aria stessa? A cosa assomigliava un giorno?
Aveva una voce profonda? O una voce allegra, come l’allegro
scampanellio del piccolo carillon sulla scrivania di Mamma, quello
con le ballerine che giravano in tondo?
«I giorni sono una faccenda molto misteriosa, di sicuro. A volte
volano via in un attimo e altre volte sembra che non finiscano mai,
eppure durano tutti esattamente ventiquattr’ore. C’è molto, davvero,
che non sappiamo di loro».
Volevo tanto capire come poteva un giorno passare se stesso, ma
decisi di aspettare qualche altro… giorno. Poi mi scappò da ridere,
pensando di aver fatto un gioco di parole, anche se non ne ero del
tutto sicura. Quando Mr Dodgson mi chiese perché stessi ridendo,
mi limitai a scuotere il capo, perché non volevo spiegarlo.
A lui non sembrò importasse molto; sorrise e si alzò in piedi,
sempre tenendomi per mano, mentre aspettavamo che Pricks e Ina
recuperassero Edith.
«Si è sporcata il vestitino?». La osservai ansiosa. Con le
raccomandazioni di Mamma che mi pesavano sulla coscienza, mi
sentivo in qualche modo responsabile del candore di tutto il gruppo.
«No, grazie al cielo!». Pricks si osservò l’orlo della gonna, che era
ora umido e infangato. «Oh, queste strade! Fango, acqua, cavalli,
pesci, e chissà cos’altro!».
«Allora affrettiamoci a raggiungere il Meadow, dove l’aria fresca
asciugherà il suo vestito, Edith potrà dare la caccia alle farfalle
invece che ai pesci, Alice potrà osservare la collina senza però
rotolarne giù e Ina potrà sedere con garbo sotto un albero
sembrando pensosa».
Edith batté le mani; Ina arrossì e sorrise; Pricks si tirò il guanto
sopra il polso e si toccò il falso nodo di capelli che le spuntava da
sotto il cappellino.
Io strattonai la giacca di Mr Dodgson. «E lei cosa farà?».
«Racconterò delle storie, immagino. Non è quello che faccio
sempre?».
Approvai col capo, felice. Sì, lui raccontava delle storie; storie
complesse su di noi, su Oxford, sulle persone che conoscevamo, sui
luoghi che vedevamo tutti i giorni, ma che lui era capace di
trasformare in posti lontani, in terre che non avevamo mai visto ma
che riconoscevamo lo stesso.
«Guarda che bella famigliola», sentii dire da una signora mentre
traversavamo St. Aldate Street, con Pricks che sollevava con grande
esagerazione le gonne per scavalcare i cumuli di sterco di cavallo –
era appena passato il carretto del lattaio – per dirigerci verso l’ampia
passeggiata alberata che costeggiava il Meadow.
Ovviamente, quella signora non era di Oxford; qui tutti ci
conoscevano come “le sorelline Liddell”. Scoppiai a ridere, mentre
Pricks ebbe un sobbalzo improvviso. Sollevò il mento,
sorprendendomi con un’espressione dolce e quasi carina, con gli
occhi luminosi e con un sorriso non tanto imprevisto e terribile: non
mostrava tutti i denti. Mi stupii perchè non si prese la briga di
correggere quella signora: immagino fosse uno di quei
comportamenti impulsivi di cui parlava continuamente.
Ina stava per dire qualcosa; vidi che lottava dentro di sé, che
aveva il viso arrossato. Aprì la bocca e guardò Pricks e Mr Dodgson,
quasi a chiedere loro il permesso. Ma Pricks scelse quel momento
per inciampare e per appoggiarsi ancora più pesantemente al
braccio di Mr Dodgson. Trattenni il fiato; lei era molto più grossa di
lui anche senza le gonne svolazzanti, ed ebbi paura che lo facesse
cadere. Per miracolo non avvenne; lei, con una piccola smorfia,
resistette coraggiosamente.
Ina strizzò gli occhi. Capivo che stava tenendo in serbo
quell’immagine, come spesso faceva; sapevo che mia sorella
immagazzinava le informazioni nello stesso modo in cui gli scoiattoli
accumulano le noci. Ma non quelle utili. Non si chiedeva perché
Phoebe intingeva sempre il suo cibo nel tè prima di mangiarlo
(diceva di avere denti deboli e non voleva perderli prima di aver
trovato un marito), per esempio.
No, Ina era più interessata alle cose tranquille, alle occhiate, ai
sospiri e ai tocchi fugaci; al modo in cui un uomo si sedeva accanto
a una signora sul sofà, alla distanza tra di loro, ai silenzi. Riusciva a
trovare un significato in quel tipo di cose e a volte me ne parlava, ma
– dato che io non capivo mai di cosa parlasse e non avevo neanche
troppa voglia di impararlo – lei soprattutto le immagazzinava. Per
qualche uso futuro che non potevo fare a meno di temere, per
quanto poco ne capissi.
Passammo quindi un pomeriggio in compagnia, facendo
esattamente le cose che Mr Dodgson aveva predetto. Protetta dagli
alti castagni, Ina stette in posa su una panchina di pietra, si
accarezzò molto i riccioli e si mostrò sognante; Edith cercò di
acchiappare tutti gli insetti che vedeva; Pricks sventolò con energia
le sue gonne per tentare di asciugare la chiazza di bagnato. Io
guardai con desiderio quella bella discesa, proprio dall’altezza giusta
e senza pericolose radici sporgenti; l’erba era così verde e così
tentatrice… ma riuscii, in qualche modo, a ricordare la promessa
fatta a Mamma. Mi accontentai allora di raccogliere un mazzetto di
ranuncoli per lei, anche se riuscii lo stesso a perdere un guanto e a
sporcare l’altro.
Mr Dodgson si sdraiò sull’erba – i signori non temono le macchie
d’erba quanto le signore, anche questa era un’informazione nuova e
importante che avevo acquisito – e raccontò delle storie. Qualche
storiella sciocca che dimenticai subito; come tutte le sue storie,
erano lunghe e tortuose, piene di animali parlanti e di gente che si
comportava in modi assurdi, anche se in qualche modo riconoscibili.
Pensavo di sapere di chi stava parlando – il pesce predicatore mi
suonava molto familiare, come anche il modo in cui continuava a
tirarla per le lunghe con il Paradiso e con la via stretta che a esso
conduce – ma alla fine dovetti arrendermi. Faceva troppo caldo per
pensare. Ero troppo sonnacchiosa.
Mi fece raddrizzare, una volta, solo con un’occhiata, un’occhiata
improvvisa e intensa, come se temesse che io potessi scomparire e
volesse ricordarmelo. Mi accorsi di essere arrossita e mi chiesi
perché mi fossi sentita tanto strana, ma lui batté gli occhi e io mi
rilassai. Con un sorriso si portò un dito alle labbra, e seppi che si
stava riferendo al nostro segreto; la mia pancia gorgogliò per la
felicità e io scoppiai a ridere forte.
Ma mi bloccai immediatamente. Il viso di Ina si irrigidì, la sua
piccola bocca tirata in una stretta linea di disapprovazione. Gli occhi
le divennero gelidi e spenti. Mi ricordarono l’obiettivo della macchina
fotografica di Mr Dodgson, freddo e determinato.
Erano occhi che ricordavano e registravano ogni cosa, anche i
segreti; anche cose come le anime affini, cose che anche chi le
possedeva a malapena avvertiva.
Capitolo 2
Continuai ad attendere il Giorno Perfetto. Ero preoccupata di non
essere in grado di riconoscerlo quando fosse arrivato. Ero ansiosa,
sempre in guardia, e a Pricks detti sui nervi più del solito.
«Alice, se non riesci a stare seduta e ferma per cinque minuti, ti
lego alla sedia con… con lo spago del macellaio!». Si guardò attorno
nel caso ce ne fosse un po’ nell’aula. Naturalmente tutto ciò che vide
furono libri, lavagne e carte, l’enorme mappamondo che occupava la
metà di uno scaffale, un gufo impagliato che pendeva da un lato.
Non si curò neanche di guardare sulla propria scrivania, con le sue
ordinate pile di carta assorbente di ogni tipo, la sua penna preferita
accanto al calamaio, un fascio di fogli a righe pieni di elenchi, scritti
con la sua calligrafia netta e precisa.
«No, non lo farai», risposi scuotendo ancora una volta il capo;
com’era possibile che la persona che doveva insegnarmi tutto il
necessario per diventare una signora per bene fosse a volte tanto
stupida? «Dovresti scendere fino in cucina e chiederlo a Cuoca, e
intanto io potrei scappare. Non sarebbe difficile. Potrei uscire dalla
finestra e scivolare giù lungo il tubo di scarico».
«Non ricorrerò alla forza bruta, per quanto io ne sia tentata». Con
un sospiro, Pricks si voltò verso la lavagna. «Ma prendi esempio da
Ina, che si comporta magnificamente».
Ina ostentò un sorriso, sistemando le mani in una posa aggraziata,
la mano sinistra piatta sul banco e la destra ripiegata su di essa, con
un leggiadro svolazzo delle dita.
Non avrei fatto niente del genere; non potevo comportarmi in un
modo così disgustosamente falso. Cercai però di stare seduta ferma,
perché non volevo infastidire Pricks. Non era stata tanto bene, di
recente; era pallida (quanto poteva esserlo una persona dalla
carnagione olivastra), i suoi capelli erano opachi, e aveva perfino
smesso di mettersi creme e lozioni sulle verruche.
Anche Ina si comportava stranamente; profondi sospiri e pose
adagiate, improvvisi sobbalzi quando qualcuno bussava alla porta.
E anche se non conoscevo la mente femminile, il motivo del loro
ridicolo comportamento mi apparve senza troppi sforzi. Mr Dodgson
era il colpevole. Si era fatto vedere meno del solito. Ancora più
sorprendentemente, pensavo di conoscerne il motivo.
Ne aveva parlato Mr Ruskin.
Papà diceva che Mr Ruskin era un genio. Papà non lo diceva di
molte persone, sebbene molti lo dicessero di lui. Papà e il suo amico
Mr Scott stavano sempre scrivendo un libro; lo stesso libro, un libro
senza fine, all’apparenza, come alcune delle storie di Mr Dodgson.
Solo che questo libro avrebbe dovuto tradurre le parole da una
lingua a un’altra, dal greco all’inglese. Un lessico, lo definivano, e
anche se io pensavo che l’intera iniziativa fosse alquanto noiosa e
forse anche inutile – personalmente non avevo mai avuto motivo di
chiedermi quale fosse il termine greco per, diciamo, ippopotamo – gli
altri non la pensavano così. Ne parlavano tutti, e parlavano di Papà,
sottovoce, definendolo un genio.
Sapendo che Papà non usava quel termine con leggerezza,
dovevo ammettere che se credeva che Mr Ruskin fosse un genio,
allora doveva esserlo davvero.
Ma io pensavo che Mr Ruskin fosse noioso. Non apparteneva al
mondo di Oxford, non realmente. Veniva da Londra, ogni qualche
settimana, per tenere conferenze e lezioni sull’arte. Mamma si
assicurava che passasse al Decanato quando veniva, in modo che
anche noi bambine potessimo ascoltare le sue lezioni, ma, per
quanto mi piacesse disegnare, non mi piaceva farlo insieme a Mr
Ruskin.
Non che pensassi di non piacergli; anzi ero abbastanza sicura di
essergli simpatica. Ma non gli piacevo nello stesso modo in cui
piacevo a Mr Dodgson, e non riuscivo a scoprire la vera ragione di
questa diversità. Mr Ruskin mi ammirava; tendeva a guardarmi
spesso, con un sorriso in fondo a quel suo naso aquilino, e a
carezzarmi o a toccare una parte del mio vestito ogni volta che
poteva. Tuttavia, diversamente da Mr Dodgson, lui non sembrava
mai interessato a quanto avevo da dire.
Lui non mi avrebbe mai permesso di rotolare giù dalla collina. Non
mi avrebbe mai chiesto niente dei miei pensieri, perché non credeva
che ne avessi. Ogni volta che osavo dire la mia, durante le lezioni,
lui metteva giù la matita o il gessetto, sospirava e borbottava:
«Sarebbe stato più facile lavorare per i Medici».
Gli piaceva parlare, ma non con noi ragazze. Mamma era la sua
migliore amica, almeno quando c’era, ma avevo l’impressione che
non lo fosse altrettanto quando non c’era. A Mr Ruskin piaceva
parlare della gente, della gente di Oxford; chi usciva con chi, chi
scriveva lettere d’amore alla giovane figlia di un certo negoziante,
del figlio di un tale pastore che si diceva avesse speso l’intera dote
in vino e donne…
E di un certo insegnante di matematica che si pensava stesse
corteggiando la governante delle figlie del Decano.
«È ciò che si dice, mia cara», lo sentii proferire ridacchiando a
Mamma un pomeriggio mentre prendevano il tè nel salotto. Io stavo
scendendo in cucina per vedere se Cuoca aveva qualche avanzo
per la mia gattina Dinah. Edith e io l’avevamo vestita per il tè, ma lei
non collaborava. Avevamo deciso che era così perché i gattini non
amano i biscotti, quindi stavo andando a cercarle degli avanzi e
speravo di trovare lische di pesce.
«Sono solo sciocchezze, naturalmente», disapprovò Mamma.
Sentii il tintinnare delle tazzine e la immaginai mentre poggiava la
sua sul piattino con insofferenza. Mi fermai fuori della porta, tornai
sui miei passi in punta di piedi e mi appiattii contro la parete, con
molta cautela, in modo che il mio corpetto non frusciasse per non
rivelare la mia presenza. Era quasi impossibile origliare in modo
efficace con tutti quei vestiti addosso. Ma io perseveravo.
«Perché pensa che siano sciocchezze? A chi guarda sembra una
cosa perfettamente logica. Lui passa molto tempo con lei,
dopotutto». La voce di Mr Ruskin era alta e acuta. Mi era sempre
sembrata strana, visto che veniva da un uomo a cui cresceva
un’enorme quantità di capelli sulla testa, perfino ai lati del viso, e le
sue sopracciglia erano tanto cespugliose da sembrare due bruchi.
«Passa molto tempo con le bambine; sono loro che viene a
trovare. È naturale che Miss Prickett le accompagni durante le loro
gite. Se così non fosse, non potrei permetterlo».
«Ma l’impressione è che lui passi molto tempo con Miss Prickett, e
che le bambine siano solo accessorie».
«Sciocchezze», sbuffò Mamma. «Dell’altro tè?».
«Sì, grazie».
Ci fu un silenzio durante il quale la mia mente ritornò alla nursery.
Edith era riuscita a far indossare il vestitino a Dinah? Speravo che
non l’avesse strappato con gli artigli; l’avevo preso in prestito da una
delle bambole di Ina.
Poi Mamma parlò ancora.
«Comunque è importuno. Quell’uomo. Dodgson».
«Naturalmente. Lo dicono tutti».
«Sempre a fotografare le bambine. Sempre ad accompagnarle in
gita, ai picnic, in barca, come se non avesse altri amici. Ma ne ha?».
«Sono certo di non saperlo», sospirò Mr Ruskin.
«Da dove viene? È solo il figlio di un pastore. Una famiglia che
non è degna di considerazione. Continuo a permettere che questo
accada perché le bambine sono così piccole e sembra che a loro
piaccia questa amicizia. Sono certa che questo sia di aiuto a Miss
Prickett. Altrimenti si stancherebbero della reciproca compagnia.
Devo dire che le sue fotografie sono deliziose. Le ragazze non sono
mai stanche di posare per lui. È l’unica occasione in cui ho visto
Alice stare ferma».
Le punte delle orecchie mi bruciarono quando sentii il mio nome.
Mi scappò quasi da ridere, ma feci in tempo a mettermi una mano
davanti alla bocca.
«Non lo conosco per niente», disse Mr Ruskin, che sembrava
annoiato. «Immagino che lei non permetterà loro di avere attorno
troppi insegnanti di matematica, quando le ragazze saranno più
grandi».
Mamma scoppiò a ridere. «Certo che no! Le mie figlie non
sposeranno un professore del college. Ho aspettative molto più
ambiziose per loro!».
«Naturalmente. Mi stupirei se così non fosse. Sono perle preziose,
e come tali dovrebbero essere cedute solo al miglior offerente».
Ero molto confusa. Solo gli schiavi venivano ceduti e anche quello
da molto tempo era stato dichiarato fuori legge. Pricks ce l’aveva
detto durante le lezioni di storia.
«Oh, Mr Ruskin. Desidererei che lei non la mettesse in questi
termini. È così volgare». La voce di Mamma diventò gelida, come
solo lei era capace di fare. In apparenza sembrava più gentile che
mai, ma era per come faceva certi suoi sorrisi. Sapevi che era solo
questione d’immagine.
Sentii ancora il tintinnio della porcellana e dell’argenteria.
L’orologio sul caminetto rintoccò piano e io stavo per tornare in
cucina quando Mr Ruskin parlò.
«Quindi non la infastidisce che la gente mormori di Mr Dodgson e
della sua governante?».
«Sono solo sciocchezze», ripeté Mamma. Mi domandai perché
non riuscisse a pensare a un’altro termine, perché di solito ne aveva
molti a sua disposizione. «Tra l’altro, non si è visto molto in giro,
recentemente».
«Probabilmente perché ha sentito quello che dice la gente. Ci
giurerei».
«Allora significa che sono senz’altro chiacchiere infondate,
altrimenti avrebbe manifestato le sue intenzioni. Come vede… sono
solo sciocchezze». Potevo sentire il trionfo nella voce di Mamma:
adorava avere ragione.
«Non ho mai sostenuto che fosse la verità. Ho detto solo che è
quanto dice la gente… Anche se, naturalmente, quello che si
percepisce è realtà».
«Immagino lo sia. È una tale seccatura. È così difficile trovare la
servitù come si deve, specialmente le governanti e le bambinaie.
Speravo che questa fosse diversa, anche se non è proprio una
bellezza».
«No», rispose Mr Ruskin ridendo. E anche se non l’avrei mai
confessato, neanche all’arcivescovo di Canterbury in persona, in
quel momento provai pena per Pricks. Non era colpa sua se aveva
le verruche o la carnagione olivastra. Quello che avrebbe potuto
fare, però, era di non comportarsi come una stupida in presenza di
Mr Dodgson, e pensai di dirglielo. Ovviamente, aveva bisogno del
mio aiuto in quella faccenda. lei non sapeva che c’erano persone
come Mr Ruskin che le spettegolavano dietro.
Tutto sommato, mi sembrava che Mr Dodgson si stesse
comportando saggiamente, tenendosi a distanza, anche se ciò
significava che mi mancava. Sapevo che lui non era interessato a
Pricks e chiunque con un minimo d’intelligenza lo avrebbe capito.
Ma Pricks non lo capiva e la cosa mi stupiva, perché mi sembrava
che lei potesse comprendere molte altre cose. Cose noiose,
naturalmente, ma nessuno poteva dire che non fosse istruita.
Ero confusa da tutto questo. Dal modo sciocco in cui gli adulti si
comportavano tra di loro, senza mai dire quello che pensavano,
affidandosi invece ai sospiri, alle occhiate e alle distanze. Era una
cosa così pericolosa! Era così facile fraintendere un sospiro o
un’occhiata. Ero certa che non avrei mai imparato, quando sarebbe
giunto il momento di diventare grande. Per fortuna ci voleva ancora
molto tempo. Diversamente da Ina, non avevo nessuna fretta di
imparare quel particolare tipo di linguaggio.
Mamma e Mr Ruskin passarono ad altri argomenti, che per me
non avevano la minima importanza. Quindi, in punta di piedi,
percorsi il corridoio verso la cucina, dove trovai una splendida lisca
di pesce per Dinah, che la mangiò con piacere anche se continuò a
lanciarmi occhiate di rimprovero per averle fatto indossare il
vestitino.
Intanto io immagazzinavo tutto quello che avevo sentito su Mr
Dodgson e su Pricks. Fino a quando, mentre cercavo di non
giocherellare in classe, notai che Pricks sobbalzava al minimo
rumore e Ina batteva le ciglia e sospirava afflitta. Scossi il capo e
decisi che era giunto il momento di chiarire le cose, perché
l’atmosfera stava diventando soffocante, appesantita dai desideri
non soddisfatti e dalle domande non poste.
Solo io sapevo le risposte, e non volevo tenere solo per me tutta
quella imponente conoscenza.
«Mr Dodgson non si fa vedere più così spesso», iniziai. Tenevo lo
sguardo fisso sulla lavagna, dove Pricks aveva scritto alcune
addizioni.
Pricks lasciò cadere il gessetto e si chinò a raccoglierlo. Notai che
le tremarono le labbra, anche se impercettibilmente, prima di
diventare strette e sottili.
«Non vedo come questo riguardi la nostra lezione, Alice», mi disse
con fermezza.
Ina, seduta accanto a me, si era irrigidita e girò lentamente la testa
verso di me, senza battere i suoi occhioni grigi. Sembrava proprio un
gufo coi riccioli.
«È semplice, pensavo che volessi sapere perché non si è più fatto
vedere», spiegai a Pricks, ricordando le cose che Mamma e Mr
Ruskin avevano detto su di lei e notando che stavo, almeno un poco,
addolcendomi. Volevo sinceramente esserle di aiuto. «Ho pensato
che avrebbe potuto farti sentire meglio, perché da un po’ di tempo
sei terribilmente nervosa. Hai anche smesso di metterti la crema
sulle tue ve… sulla pelle».
Pricks nascose la mano sinistra dietro la schiena e si coprì il
mento con la destra: un gesto di riflesso per nascondere le verruche
incriminate. Mi guardò torva. «Continua».
«Be’», dissi scalciando e contorcendo le dita dei piedi fino a
quando i talloni si sfilarono dalle scarpe; ma, una volta tanto, né
Pricks né Ina mi dissero di stare ferma. «Ho sentito qualcuno che
diceva che Mr Dodgson ti fa la corte».
Pricks abbassò la testa, ma non abbastanza in fretta da
nascondere l’espressione sognante che apparve nei suoi occhi
castano chiaro e l’espressione addolcita dei suoi lineamenti di solito
duri. Lo notò anche Ina che si raggelò, guardando davanti a sé,
pallida in volto e senza battere ciglio.
«Il fatto è», continuai ansiosa di chiarire la situazione, «che non è
vero, ed è per quello che si tiene alla larga. A causa tua, Pricks».
Ina restò a bocca aperta, poi scoppiò a ridere senza controllo. Si
strinse le braccia attorno al petto, come se le facesse male, e per
poco non rovesciò il calamaio. Pricks, tuttavia, non rise. Invece,
sorprendentemente, si mise seduta sul pavimento, nel punto in cui
stava, come se le fossero state tolte le gambe di sotto. Circondata
da un’enorme quantità di mussola grigia, continuò a sprofondarci
dentro fino a quando la crinolina non si sollevò davanti, mostrando le
sottovesti. Non potei fare a meno di notare che alcune avevano l’orlo
logoro e ingiallito e il pizzo sfilacciato. Lei non si curò di riabbassare
la crinolina, sembrava non le importasse di quello che potevo
vedere. Sembrava incapace di muoversi, a parte la bocca, che
continuava ad aprirsi e a chiudersi senza emettere alcun suono.
«Non ridere», dissi a Ina, sinceramente scioccata. Lei era quella
che la faceva sempre tanto lunga sulle buone maniere, e ora eccola
lì, a ridere della povera, goffa Pricks. «Non è colpa di Pricks se non
è una bellezza, insomma, se ha le verruche», insistei ricordando
quanto aveva detto Mamma. «Ed è per quello che Mr Dodgson non
si fa più vedere. Non vuole che la gente parli di lui e Pricks, perché
sono solo sciocchezze».
«Sei una bambina perfida!». Improvvisamente Pricks torreggiava
su di me; gli occhi rossi, la bocca aperta e minacciosa, non riusciva
a controllare le mani. Tremavano, anche quando afferrò la bacchetta
della lavagna e l’alzò su di me. Ina smise di ridere, ansimò e mi
prese per un braccio, per allontanarmi di lì.
Restai impietrita, il cuore in gola per la paura, non riuscivo a
respirare e ogni muscolo del mio corpo mi implorava di scappare. La
pelle mi formicolava per la voglia di fuggire. Ma non lo feci; non
potevo. Perché non riuscivo neanche a immaginare che Pricks – o
chiunque altro – potesse veramente colpirmi.
Sapevo che alcuni bambini venivano regolarmente picchiati, come
la Piccola Fiammiferaia della favola, per esempio. Ma nessuno
aveva mai picchiato me, né aveva picchiato Ina o Edith. Non riuscivo
a credere che l’avrebbe fatto Pricks e la mia mente mi disse che era
assurdo scappare, perché non sarebbe accaduto niente.
E non accadde niente. Non in quel momento, almeno. Pricks mi
lanciò un’occhiata fredda e dura che mi fece strizzare lo stomaco
perché diceva quello che mi sarebbe accaduto di lì in avanti. Con un
singhiozzo lasciò cadere la bacchetta, si nascose il viso tra le mani e
corse in un angolo dell’aula. La voce le tremava, quando ci chiese,
per favore, di lasciarla da sola. Doveva essere l’ora di pranzo e
Phoebe probabilmente si chiedeva dove fossimo finite.
Ina lasciò il mio braccio – stava cercando di proteggermi? – e
prese la mano di Edith, accompagnandola fuori dalla stanza. Mi
avvicinai in punta di piedi a Pricks, ma fui fermata dalla sua mano
tesa. Così seguii Ina ed Edith con le gambe tremanti, perché
davvero non capivo cosa avevo fatto.
Mi aspettavo che Ina fosse arrabbiata con me – parteggiava
sempre per Pricks – ma, con mia sorpresa, mi abbracciò.
«Oh, Alice», mi sussurrò all’orecchio. «Stai bene? Sei un tale
tesoro!!!».
Mi liberai dal suo abbraccio; non mi piacevano gli abbracci,
eccetto quelli di Papà e di Mr Dodgson. «Che c’è? Perché vi
comportate tutti in modo così strano?». Mi si riempirono gli occhi di
lacrime, sapevo che era accaduto qualcosa di tremendo e che, in
qualche modo, era colpa mia, anche se il mio unico desiderio era
stato quello di spiegare a Pricks come stavano le cose, in modo da
semplificarle la vita e affinché la smettesse di comportarsi così
scioccamente in presenza di Mr Dodgson. Sapevo che era una cosa
egoista, ma era davvero quello che volevo fare.
«Sei una bambina! Non capisci… Ma non fa niente. È tutto a
posto. Non lo deve sapere nessuno, per molto tempo, ma Pricks
aveva bisogno che qualcuno la avvertisse. Si stava comportando da
sciocca!».
«Non capisco cosa?». A me sembrava di capire fin troppo bene,
anche se per me non aveva senso.
«Non importa. Ma grazie a te, ora sono certa. Più certa che mai.
Oh, Alice!». Batté le mani e saltellò in un allegro balletto, con i lunghi
boccoli castani che volteggiavano dietro di lei e con le guance rosee
che le addolcivano l’espressione degli occhi.
«Più certa di cosa?».
«Sei troppo piccola per capire. Ma io non lo sono! Oh, no, non lo
sono proprio! Sono così felice!». Prese la mano di Edith e la fece
dondolare avanti e indietro; pensai che sarebbe saltata sulla
balaustra e avrebbe preso il volo. Sembrava impazzita e non
sembrava una signora, ma mentre normalmente l’avrei fatto notare,
in quel momento ero troppo confusa per farlo.
«Perché non andiamo a pranzo?», chiese Edith lasciandosi
cadere per terra come un sacco, con le sue scarpine di pelle nera
che spuntavano davanti. «Non è quello che dovremmo fare?».
«Oh, chi riesce a mangiare in un momento come questo? Ma voi
andate… Vi accompagno. Dopotutto lo abbiamo promesso a Pricks,
poveretta. Dobbiamo comportarci bene con lei, ora più che mai. Le
sue speranze sono state infrante e non posso fare a meno di
sentirmi triste per lei». Ina si calmò e fluttuò verso la nursery con un
sospiro da vera signora, col naso in aria e tenendo le gonne con le
mani, come se fossero lunghe e voluminose come quelle di Mamma.
Ma naturalmente non lo erano. Tuttavia, quando glielo dissi, lei si
rifiutò di lagnarsi, di tirarmi i capelli o di comportarsi in modo
normale.
Si limitò a sorridere, con uno di quei suoi sorrisetti irritanti e
preparati. Anche quando non le chiesi perché stava sorridendo (non
avrei mai ammesso di sapere che stava pensando a qualcosa di
delizioso, a qualcosa che lei voleva disperatamente che sapessi, ma
che non voleva, non poteva rivelarmi), lei continuò a sorridere come
se niente fosse.
Non volevo sapere il suo segreto, come non volevo che lei
conoscesse i miei, specialmente quello che riguardava il Giorno
Perfetto. Era incredibile che il responsabile di tutto questo fosse Mr
Dodgson, di tutti quei segreti e di tutti quei sorrisi, di Pricks
accartocciata al suolo con il viso tra le mani, della bacchetta vibrante
alzata su di me, della folle risata di Ina, della paura e della
confusione. Dei pettegolezzi segreti origliati nei salotti.
Per quanto tentassi, non riuscivo a comprendere come un solo
uomo – un uomo timido e balbuziente con una macchina fotografica
e con una scorta infinita di storie – potesse essere il responsabile di
tanto scompiglio.
Capitolo 3
Cara Miss Alice,
il Giorno Perfetto è venuto a bussare alla mia finestra questa
mattina.
Ha detto che sarebbe stata pronta questo pomeriggio, dopo le
lezioni, per un’Avventura. Le spiacerebbe se il suo vecchio e sciocco
zio Dodgson l’accompagnasse? Non so lei, ma io sono molto stanco
di essere me stesso. E lei? Non le piacerebbe essere qualcun’altra,
solo per oggi?

Con affetto,
Charles Lutwidge Dodgson
(22 lettere, rispetto alle sue 21)

Come faceva a saperlo? Che per me oggi era il giorno perfetto per
scappare inosservata e avere un’avventura? E come faceva a
sapere che anch’io ero piuttosto stanca di essere me stessa, la
goffa, pigra e sconsiderata Alice, solo per elencare alcuni degli
aggettivi che Pricks, Mamma e Ina avevano usato per descrivermi
nelle ultime settimane?
Mi soffermai un attimo, stupita dalla sua straordinaria perspicacia.
Poi mi dedicai a progettare la mia fuga, che non sarebbe stata
troppo difficile, perché quello era il giorno in cui sarebbe arrivato il
nuovo bambino e sarebbero stati tutti molto occupati. Mamma era
su, nella sua camera da letto, e non ne usciva da più di un giorno.
Phoebe correva avanti e indietro tra la nursery e la camera da letto,
portando pile di asciugamani freschi di bucato, lenzuola e pacchi e
pacchi di candele, anche se fuori il sole splendeva. Non ne avevo
mai viste così tante, nemmeno in chiesa.
Il dottor Acland era nell’atrio davanti alla camera da letto di
Mamma, insieme a Papà; parlavano a voce bassa, qualche volta
ridevano, e non sembravano di alcuna utilità. Il dottor Acland aveva
portato con sé diverse donne che erano ora in camera di Mamma.
Pensai che stessero prendendo un tè mentre aspettavano.
Pricks e Ina erano in condizioni pietose. Pricks aveva dichiarato
che quel giorno non ci sarebbero state lezioni, pensando che
avremmo fatto troppo rumore: l’aula era proprio sopra la camera da
letto di Mamma. Lei e Ina avrebbero dovuto aiutare Phoebe a
preparare la nursery, anche se a me sembrava che non fossero di
alcun aiuto. Ina insisteva a mettere fiori freschi dappertutto, ma
Phoebe continuava a toglierli, borbottando che profumavano di
giardino e che probabilmente erano pieni di insetti. Pricks, seduta
sulla sedia a dondolo, veleggiava avanti e indietro con un sorriso
sognante sul viso. Aveva ricominciato a comportarsi in modo
sciocco, da quando Mr Dodgson aveva ripreso le sue visite.
Anche se dal modo in cui mi guardava – sempre sospirando
sommessamente, come se il solo vedermi lì le facesse venire in
mente i suoi peggiori timori – capivo che non si era scordata di quel
pomeriggio, quando le avevo detto quello che pensavo. Non
comprendevo cosa fosse realmente avvenuto, ma sapevo che,
qualunque cosa fosse, sarebbe rimasta per sempre sospesa tra di
noi e che io non avrei mai più dovuto cercare di aiutarla.
Con tutto quello che stava accadendo (mi sorprendeva, davvero,
la natura esigente dei bambini; questo non era ancora arrivato e
l’intera casa era già sottosopra!) non mi fu difficile sgusciare fuori
dalla porta principale, ricordando di portarmi dietro una bussola, un
fazzoletto e quattro biscotti ricoperti di cioccolata nascosti nella tasca
della camicetta, perché non sapevo cosa Mr Dodgson avesse in
mente e intendevo essere pronta.
Solo una persona se ne era accorta. Una Mary Ann, quella della
cucina – Mamma chiamava Mary Ann tutte le cameriere, perché
diceva che così era più facile –, mi passò accanto correndo,
portando una pentola d’acqua calda con i manici avvolti stretti con
uno strofinaccio. Si fermò quando mi vide e un po’ d’acqua traboccò
da sotto il coperchio, schizzandole il grembiule già zuppo. Aggrottò
la fronte e il viso era rosso e sudato, come in genere era il viso delle
cameriere; i capelli umidi erano arricciati e sbucavano fuori dalla
cuffietta bianca.
«Santo cielo! Cosa fai qui, angioletto? Miss Prickett ti starà
cercando, non credi?».
«Mi ha chiesto di farle una commissione», risposi, sorpresa da
quanto fosse facile dire una bugia e chiedendomi nello stesso tempo
perché avevo deciso di farlo. Cosa avevo da nascondere? Niente,
oppure qualcosa. «Devo correre dal cartolaio per prendere un
quadernetto per il bambino. Il bambino ha bisogno di un quaderno».
«Bene, bene», disse Mary Ann distrattamente. «Non sporcarti».
Poi si affrettò su per le scale, cercando di non rovesciare l’acqua sul
tappeto.
Sospirai. Perché tutti – anche le cameriere – sentivano il bisogno
di dirmelo tutti i giorni?
Decisi che quello era il momento di sgusciare fuori, nel caso Mary
Ann incontrasse Pricks e le raccontasse i miei programmi. Aprii la
porta con cautela – tendeva a cigolare, come quasi tutte le porte, ma
quel giorno decise di non farlo – e uscii in pieno sole, chiudendola
dietro di me. Ispezionai il Quad; era pieno di studenti perché il
semestre era appena cominciato. Mi chiesi se avrei incontrato il
principe di Galles. Era arrivato da poco a Oxford e tutti erano
elettrizzati. Anche se era grasso, Mamma aveva insistito per offrire il
primo ricevimento in suo onore; mi era stato permesso di stare
sveglia e di incontrarlo. Lui era stato molto gioviale, mi aveva porto
la mano, firmato il mio libro degli autografi e mi aveva detto che il
mio inchino era stato davvero molto aggraziato, e anche che lui
aveva un fratello della mia età di nome Leopold, che era un tipetto
straordinario e che probabilmente mi sarebbe piaciuto molto.
Poi ero stata rispedita nella nursery, come al solito.
Mr Dodgson mi aveva detto di avergli chiesto il permesso di
fotografarlo, ma il principe non aveva acconsentito. Capivo che
posare per delle foto potesse essere una seccatura, ma il principe
non conosceva Mr Dodgson. Lui era capace di trasformare tutto in
un gioco, mettendoci prima in posa e poi sedendosi a raccontare
delle storie. A volte, disegnava; poi, proprio quando eravamo
immerse nella storia, lui correva a preparare la lastra per le
fotografie, ci diceva di stare ferme e toglieva il coperchio
dell’obiettivo. Contava sempre ad alta voce, certe volte fino a
quarantacinque; altre volte contava al contrario o iniziava a contare
da metà, cominciando da ventidue e andando avanti e indietro fino a
quando diceva: «Quarantacinque, uno. Finito!». Allora ci potevamo
finalmente rilassare e lui riprendeva a raccontare la storia.
Rendeva tutto divertente. Non era una seccatura, non lo era
affatto. Dopo che la fotografia era stata scattata, per premio
potevamo aiutarlo a sviluppare la lastra di vetro, e la mescolanza
degli odori, il tanfo acre delle sostanze chimiche e la leggera
essenza di garofano che circondava sempre Mr Dodgson, combinati
al fumo del fuoco, che eternamente aleggiava nelle sue stanze, mi
faceva girare la testa. A volte pensavo di essere ubriaca di quegli
odori. Non sapevo esattamente cosa significasse ubriacarsi, ma
spesso i personaggi delle storie di Mr Dickens lo facevano e, quando
questo accadeva, si comportavano e parlavano in maniera bizzarra
e facevano ridere Papà.
Quel giorno non incontrai il principe. Solo la solita massa di
studenti, alcuni da soli o in gruppo, altri che camminavano all’indietro
per continuare le loro conversazioni, tutti molto presi da qualche
cosa. Però c’erano anche alcuni di loro che oziavano attorno alla
fontana o che agitavano le mazze da cricket, anche se questa era
un’attività generalmente disapprovata nel Quad.
In quel momento, ero io l’unica bambina in vista. Non era un
avvenimento tanto insolito e non me ne preoccupai. La mia presenza
non sembrò preoccupare nemmeno loro. Mi sentivo al sicuro lì,
circondata da dozzine di maschi adulti che mi guardarono solo una
volta per farmi un sorriso, tanto quanto mi sentivo al sicuro nella
nursery, circondata dalle femmine. Naturalmente ero consapevole
che loro, uomini e donne, erano diversi. Ma non mi sembrò mai che
gli uni fossero più o meno pericolosi delle altre.
«Miss Alice!». Mr Dodgson mi stava di fronte, non lo avevo visto
avvicinarsi. Sollevò il cappello di seta nero. «Come sta la Mamma?».
«Sta prendendo il tè, immagino», risposi. «Con le signore che
sono venute col dottor Acland. Il bambino dovrebbe arrivare da un
momento all’altro».
«Oh». Mr Dodgson mi guardò con un’espressione particolare,
come se stesse decidendo se ridere o no. Dopo un attimo, si limitò
ad annuire.
«Pricks e Ina hanno da fare nella nursery, così mi hanno detto di
uscire senza di loro», mentii e, ancora una volta, mi chiesi perché
l’avessi fatto. Quel pomeriggio i miei pensieri non volevano proprio
stare fermi!
«Immagino che abbiano da fare oggi», disse Mr Dodgson.
Sorpresa, alzai lo sguardo su di lui. Era forse quello il motivo per cui
oggi era il Giorno Perfetto? Perché lui sapeva che Pricks e Ina non
avrebbero potuto accompagnarci? Edith l’avevo lasciata nella
nursery, a giocare spensierata con le bambole.
«Di che si tratta? Qual è la sorpresa?». Non riuscivo a trattenermi
dal saltellare, si era fatto aspettare tanto a lungo, addirittura mesi!
Mesi durante i quali Mr Dodgson era andato in vacanza, anche se
noi quell’anno non c’eravamo andati; di solito passavamo l’estate in
Galles, dove Papà voleva costruire una casa. Quell’anno Mamma
era troppo stanca per viaggiare e disse che il treno faceva troppi
sobbalzi. Così avevo passato l’estate nella casa di Oxford, un luogo
adatto alla tranquillità e alla pigrizia durante le vacanze, a differenza
dei mesi scolastici, quando un piacevole brusio riempiva l’aria.
Mentre saltellavo, mi accorsi con sgomento che con una mano Mr
Dodgson portava la sua macchina fotografica, riposta ordinatamente
nella sua scatola di legno, e con l’altra reggeva il treppiedi sulla
spalla.
«È quella la sorpresa?». Il cuore quasi mi si fermò. Ero così
delusa che mi bloccai. Un’altra fotografia? Era quello ciò che
intendeva per Giorno Perfetto?
«S-sì e no. Sì, mi piacerebbe farti una fotografia, se non ti
dispiace. Ma questa sarà diversa. Ti piacerebbe camminare sull’erba
a piedi nudi?».
«Senza scarpe?». Lo guardai negli occhi, incapace di credere a
quello che avevo udito. Camminare – forse addirittura correre –
sull’erba, sentendola sulla mia pelle nuda, senza strati di stoffa
ingombranti né rigide scarpe tra me e la terra? Era uno dei miei
desideri impossibili e non l’avrei mai e poi mai rivelato a Mr
Dodgson. Ma, in qualche modo, lui lo aveva capito. Me lo dicevano i
suoi occhi azzurri, uno leggermente più alto dell’altro, che mi
osservavano intenti come se io fossi la risposta a una domanda che
lui non riusciva a porre. Lui lo sapeva, lui capiva così tanto di me.
«Senza scarpe, come una zingara selvaggia. Ti piacerebbe essere
una zingara per oggi, Alice?».
«È quello che intendevate nel vostro biglietto? Essere
qualcun’altra?».
«Certamente».
«Mi sembra splendido! Posso togliermi le scarpe ora?».
Desideravo tanto accontentarlo. Lui mi osservava pensieroso, come
se stesse già immaginando la zingara in me. Sorridendo, poggiò la
macchina fotografica, si piegò leggermente, con quel suo modo
rigido, e mi carezzò una guancia. La mano guantata era soffice
come la copertina che avevo messo quel mattino nel letto del nuovo
bambino.
«No, non ancora». Allontanò la mano di scatto e si guardò alle
spalle, come se temesse che qualcuno ci stesse osservando.
«Andiamo nell’angolo più lontano del giardino. Ho messo lì la tenda
e la valigetta… La luce è perfetta». Non stava più pensando a me;
ora stava preoccupandosi della fotografia: la luce sarebbe stata
giusta? Il vento troppo forte? Le sostanze chimiche guastate, la
lastra di vetro si sarebbe incrinata? Tante cose potevano andare
male, lo sapevo, e diventai ansiosa al solo pensarci.
«Pensa che riuscirà bene?». Continuai a seguirlo attraverso l’arco
che conduceva sul retro della casa, al nostro giardino privato.
Inciampai in una pietra irregolare del viottolo e sporcai la punta della
scarpa. Mi si strinse il cuore, già mi ero sporcata!
«Probabilmente sì. Ma chi lo sa? Sarà divertente scoprirlo, non ti
pare?».
Annuii. Certo che sarebbe stato divertente, quella era la parte più
divertente del farsi fotografare, non si sapeva mai come sarebbe
venuta. C’era sempre quel momento durante il bagno negli acidi
quando l’immagine cominciava ad apparire sulla lastra di vetro,
come un fantasma fluttuante dal passato, quando non si sapeva se
l’immagine sarebbe venuta nitida e chiara o se sarebbe rimasta
sfocata per sempre. In quel momento, lo stomaco mi si annodava
sempre piacevolmente. Ogni volta era come aprire un regalo.
«Oh, ma aspetti!», mi bloccai.
«Che c’è, Alice?». Mr Dodgson si voltò. Era sempre tanto paziente
con me.
«Che indosserò? Non ho vestiti da zingara!».
«Ma li ho io. Me li ha prestati una vecchia zingara in persona».
«Sul serio?». Volevo davvero credergli, credere che una vecchia
zingara, con orecchini e campanelli, avvolta in scialli, avesse
bussato alla sua porta per dargli un vestito da zingarella.
Ma c’era sempre quella parte guardinga di me che si chiedeva:
Hai mai incontrato una zingara sul Quad? O in High Street? Al
Meadow? E come avrebbe fatto a sapere dove abitava Mr Dodgson?
Perché avrebbe dovuto dargli un vestito?
A volte odiavo quella parte di me.
«Me l’ha dato davvero, Alice. Non mi credi?».
Sospirai. Volevo tanto credergli.
«Tu sei una creatura ben strana, Alice. Lo sai? Quasi tutti i
bambini della tua età avrebbero creduto al volo alla storia della
zingara. Ma tu no. Tu sei troppo saggia».
Non sapevo che rispondergli. Mi guardava con occhi così sognanti
e così fiduciosi. Sapevo che l’avrei deluso se avessi detto qualcosa.
Così mi limitai a sorridere e a concedermi di essere felice in quel
momento, in quel Giorno Perfetto, e tentai di allentare la mia
vigilanza.
Superato il vecchio cancello di accesso, evitai di attraversare
direttamente il giardino. Seguii invece il muro esterno in pietra
grezza, anche se quello era un percorso molto più lungo. Mr
Dodgson non mi chiese il perché. Ma lo sapeva. Sapeva che non
volevo che qualcuno ci vedesse dal Decanato.
Immaginavo – speravo – che fossero tutti troppo occupati per
notarci. Certo Mamma si sarebbe arrabbiata molto se mi avesse
visto a piedi nudi come una zingara. Forse si sarebbe perfino
inquietata così tanto da lasciar cadere il bambino, e io non volevo
certamente avere quella responsabilità. Ma in realtà quelle che più
mi preoccupavano erano Ina e Pricks. Se una di loro mi avesse vista
da sola con Mr Dodgson… E il mio stomaco si attorcigliò al solo
pensiero. Non erano state invitate, e più a lungo rimanevano
all’oscuro, meglio sarebbe stato per tutti, specialmente per me.
«Ecco là le sue stanze», dissi dopo che avevamo percorso circa
metà della strada e ci trovavamo abbastanza lontani dal Decanato –
quelle finestre sul retro dell’edificio sembravano piccoli occhi
semichiusi – da sentirmi al sicuro. Indicai la biblioteca, dalla parte
opposta del giardino, davanti al Decanato. «Ci ha viste giocare a
croquet, ieri?». Sapevo che a volte lui ci osservava quando
giocavamo in giardino, ma non ne avevo mai parlato.
Lui rispose solo: «No, ho paura di no», e mi sembrò che con
questo intendesse chiudere l’argomento, anche se non ne capivo il
motivo.
All’ombra in giardino faceva freddo, visto che eravamo in ottobre.
Strinsi le braccia attorno al mio corpo per riscaldarmi e mi chiesi
quanto freddo avrei provato a piedi nudi. Decisi che non avrei
permesso a Mr Dodgson di accorgersi che ero preoccupata.
Finalmente raggiungemmo l’angolo più lontano dal Decanato,
nascosto dagli alberi rivestiti dai colori autunnali. Era lì che Mr
Dodgson aveva installato il suo equipaggiamento. C’era la valigetta
di pelle nera che conteneva le sostanze chimiche, una tenda di velo
retta da pali che ombreggiava l’angolo all’incrocio del muro di cinta,
che usava sempre per filtrare il sole quando ci fotografava all’aperto,
e la sua ingegnosa piccola tenda di tela nera. Era alta quanto me,
quindi Mr Dodgson doveva farsi molto piccino per usarla, cosa che
mi faceva sempre venire da ridere.
«Dov’è il mio vestito da zingara?».
«Dietro la tenda. Ma prima mettiti in posa che facciamo una foto
così come sei».
«Come me stessa?». Non riuscii a nascondere la delusione: ero
così stanca di essere me stessa.
«Come te stessa, come Alice, che è qualcosa di meraviglioso». Mr
Dodgson sorrise e io mi sentii già meglio.
«Odio i miei capelli». Non riuscii a trattenere un sospiro quando
scossi la testa e sentii che le loro punte mi solleticavano il collo.
Avrei desiderato tanto sentire il peso dei capelli che mi ricadevano
sulla schiena.
Mr Dodgson rise.
«Non lo capisci? Sono proprio i tuoi capelli che ti rendono
speciale! Potrei fotografare ogni ragazzina di Oxford e tutte
avrebbero lo stesso tipo di capelli. Lunghi boccoli e fiocchi. Tu ti
distingui fra tutte. Per questo voglio fotografarti… Solo tu puoi essere
la mia zingarella».
«Oh!». Non mi ero mai vista in quel modo e l’idea mi solleticò
riuscendo a farmi sorridere. Lo osservai raggiante mentre lui
armeggiava col treppiedi e la macchina fotografica. Come faceva?
Come riusciva a farmi sentire tanto speciale? Mi chiesi se nella sua
vita ci fosse qualcuno che facesse lo stesso per lui, ma sapevo che
probabilmente non c’era. Sembrava tanto malinconico a volte.
«Anche… Anche i suoi capelli sono belli. E mi piacciono anche i
suoi guanti». Questo però non era vero. Indossava sempre guanti
neri o grigi, strani e irritanti come lui, spesso, appariva agli altri. Ma
non a me, così mi ripromisi che da quel momento glielo avrei detto
più spesso che potevo.
Pensai che tutte le persone, per quanto vecchie o strane fossero,
avessero bisogno di quel tipo di amicizia.
Mr Dodgson si fermò un attimo; spalancò gli occhi e il suo viso
divenne rosso. Mi parve di vedere tremare le sue mani. «G-gr-
grazie, Alice», mi disse. Poi cominciò ad armeggiare con la
macchina fotografica e, mentre io quasi tremavo dal freddo, mentre
ero ferma immobile a osservare, lui si diede tanto da fare che finì per
togliersi il cappello e la giacca nera per posarli su una panchina di
pietra. Si tirò su anche le maniche della camicia bianca, ma non si
tolse i guanti grigi.
«Ora, per favore, mettiti nell’angolo».
«Così?». Mi misi in posa, tenendomi i fianchi. Sapevo per
esperienza che in questo modo mi era più facile restare immobile.
«Sì, ma girati un poco a sinistra… Non così tanto! Appena un po’.
Volta il capo verso di me. Puoi restare ferma così?».
Mi piantai saldamente sui piedi e lisciai la gonna con le mani. Mi
sentivo già il collo irrigidito, ma non glielo dissi. «Sì, penso di sì».
«Molto bene! Ora riposati un attimo, senza spostarti. Vado a
preparare la lastra». Schizzò sotto la sua tenda, anche se una parte
di lui – il suo didietro – rimase fuori. Cercai di non ridere.
Guardai invece verso il Decanato per vedere se c’era qualche
movimento alle finestre. I rami degli alberi le nascondevano quasi
tutte e ne fui sollevata; se non vedevo loro, loro non avrebbero visto
me. Mi rilassai e mi chiesi come sarebbe stato il vestito da zingara.
Speravo che fosse macchiato e avesse degli strappi.
«Ora rimettiti in posa!». Mr Dodgson emerse dalla tenda, col reggi-
lastra in mano. Lo inserì nel retro della macchina fotografica e
aspettò che facessi un grosso respiro. Poi tolse il coperchio
dell’obiettivo e iniziò a contare. «Uno, tre, due, quattro, sei, cinque,
otto, sette, dieci, nove…», e io pensai che fosse sleale che lui
facesse il pagliaccio a quel modo mentre cercavo di rimanere
immobile, concentrata sull’obiettivo, su quell’occhio tondo e
imperturbabile. Finalmente arrivò a quarantacinque e rimise il
coperchio all’obiettivo: lasciai andare il respiro in una risata e lui
corse ad abbracciarmi – «Sei stata bravissima» – poi tornò in fretta
alla sua macchina, tolse il reggi-lastra e lo portò sotto la tenda.
«Posso immergerlo io?», chiesi agitando braccia e gambe e
torcendo il collo. Mi divertiva tanto fare il bagno alla lastra nella
vaschetta e vedere comparire l’immagine.
«Non ora, ho già iniziato. Lo farai alla prossima foto, promesso».
«Dov’è il vestito? Devo cambiarmi?».
«Dall’altro lato della tenda. Sì, cambiati, ma cerca di non
scuoterla, ti prego».
«Non lo farò!».
Girai attorno alla tenda muovendomi con cautela e, gettato in un
angolo, trovai un pezzo di stoffa consumata e scolorita. Mi ci volle un
momento per capire che era quello il vestito; non c’era molto, non
somigliava affatto ai miei soliti vestitini pieni di balze e di strati… Ma
sì! perfino le maniche dell’abito che avevo indosso avevano tre strati!
Mentre reggevo quel pezzetto di stoffa – perché era quello che
sembrava – cominciò a battermi il cuore. Ero sicurissima che
Mamma non avrebbe approvato che io lo indossassi, specialmente
davanti a un uomo, anche se era Mr Dodgson. Perfino la mia
camicia da notte era fatta con più stoffa.
«Devo… Devo almeno lasciarmi la sottoveste?». Non mi riusciva
di controllare la voce; gorgheggiavo come un usignolo. Un insetto mi
solleticò il retro del collo e lo scacciai con la mano. Mi sentivo
bizzarra, nascosta in un angolo, in una tenda sul retro, con in mano il
vestito di qualche strana bambina; non mi sembrava neanche di
essere nel mio giardino. Avrei potuto trovarmi in Africa, quella più
nera. Un’idea che normalmente mi avrebbe elettrizzato. Ma che, in
quel momento, a malapena registrai.
«Oh no. Pensi che le zingare indossino la sottogonna?». La voce
di Mr Dodgson era fievole. Udii il suono del liquido in uno dei
contenitori, inalai l’odore acre dell’acido.
«Immagino di no. E la sottoveste?». Solo a immaginarmi vestita di
quel sottile strato di cotone mi vennero i brividi.
«Non… La sottoveste? Non ne sono sicuro… Ma non credo che le
zingare indossino molto più del vestito, ti pare? Quindi, solo il vestito,
va bene?».
«Oh». Presi il vestito, lo sollevai davanti a me, poi lo lasciai cadere
a terra. Afferrai la mia gonna e palpai le familiari rigide trine come se
fossero un portafortuna. Poi mi ricordai una cosa importantissima.
Mi ricordai che non mi ero mai spogliata da sola.
Era compito di Phoebe o di una delle Mary Ann. Tutti i bottoni
erano sulla schiena e ogni sera obbediente mi voltavo e aspettavo
che qualcuno me li sbottonasse, mi aiutasse a uscire da quel tessuto
fluttuante e mi sciogliesse le sottovesti, anche queste tutte legate sul
retro. Qualcuno lo faceva per me tutte le sere.
Ma non potevo deludere Mr Dodgson. Decisi che lo avrei fatto io
stessa e allungai una mano dietro le spalle cercando il primo
bottone. Cercai e cercai ma non lo trovai, anche se la spalla
cominciava a farmi male e piccole gocce di sudore mi scivolavano
giù per la schiena. Mi riposai un attimo, inalai un respiro profondo e
riprovai di nuovo.
Finalmente sentii il primo bottone in alto, freddo e duro, e riuscii a
spingerlo attraverso la sua asola. Ma ce n’erano ancora così tanti! Mi
si riempirono gli occhi di lacrime, non sapevo cosa fare, ma non
volevo disturbare Mr Dodgson. Come facevano quelle ragazzine
zingare a spogliarsi da sole? Improvvisamente capii il senso di
quello straccetto: loro almeno non dovevano dipendere dagli adulti.
Non mi ero mai resa conto prima d’ora di essere tanto impotente.
Quasi come il bambino nuovo, appena arrivato.
Battei gli occhi, decisa a non piangere perché sapevo che mi
sarebbe venuto il naso rosso e questo avrebbe rovinato la foto. Ci
riprovai ancora. Tentai di raggiungere la schiena a metà e brancolai
in cerca del bottone, fino a quando mi sembrò di sentire il rumore
rivelatore della stoffa strappata. Mi caddero le braccia in preda al
panico. Come avrei spiegato a Mamma uno strappo sul vestito?
«Aspetta, lascia che ti aiuti», disse una voce premurosa e gentile.
Non mi voltai. Strinsi gli occhi fino a chiuderli e lasciai uscire il fiato in
un sospiro aspro e monotono. Ma niente lacrime. Poi sentii le mani –
le mani di Mr Dodgson – sulla mia schiena. Prima un bottone. Poi
l’altro. Lui liberò attentamente, in modo goffo, tutti i bottoni dall’alto in
basso e, quando il corpetto mi scivolò via, sentii la brezza fresca
solleticarmi le spalle e scendermi fino alla vita. Insieme alla brezza
c’era un respiro caldo e sicuro e la combinazione dei due mi fece
rabbrividire.
«Hai freddo?». Sembrava preoccupato.
«N-no», mentii.
«Adesso andiamo al sole».
«Lo so».
Il vestito era sbottonato e cominciai a contorcermi per uscirne, ma
mi impigliai all’orlo. Mr Dodgson mi sostenne, con le mani sulle mie
spalle. Le sue mani erano calde e fredde allo stesso tempo.
Sembravano diverse, sembravano…
Erano nude. Aveva tolto i guanti.
Per qualche motivo, avevo la bocca secca. Avrei voluto della
limonata o del tè.
«Coraggio, liberiamoci del resto», disse Mr Dodgson sempre con
voce sicura e paziente. Ma le sue mani non lo erano. Tremavano e,
voltando la testa, vidi, mentre lui mi sbottonava la sottoveste, che
erano macchiate sulle dita. Sperai che non macchiassero anche le
mie sottovesti.
«È per quello che indossa sempre i guanti?». Tentavo di ignorare
ciò che mi preoccupava, qualunque cosa fosse: era comunque una
cosa troppo vaga per essere definita. Volevo invece una risposta alla
mia domanda, anche se mi resi conto, troppo tardi, che forse non
era educato chiedere.
«N-no, non proprio. È a causa delle sostanze chimiche», mi
spiegò lui voltandomi in modo da guardarlo in faccia. E quando lo
vidi, quando vidi quel suo viso gentile e triste dalle guance soffici e le
lunghe ciglia, lunghe quanto quelle di una ragazza, mi dimenticai di
quella preoccupazione che era rimasta, scomoda, nel fondo del mio
stomaco. Ero impaziente di aiutarlo. Ci liberammo delle sottogonne
in un attimo e non mi parve che lui ci avesse lasciato delle impronte
di sporco. Mi tolsi le sottovesti da sopra la testa.
Lui allora voltò lo sguardo passandosi le mani sugli occhi come se
avesse il mal di testa. Mi lasciai scivolare rapidamente il vestito da
zingara sulle spalle: le pieghe erano sottili e consumate, soffici come
una carezza sulla mia pelle.
«È tutto lacero!». Lo era veramente, mi cadeva sulle spalle a
strisce, lasciando quasi tutto il braccio scoperto. Era anche molto
corto, mi copriva a malapena le ginocchia.
«Sistemiamolo», disse Mr Dodgson cominciando a tirare la stoffa
con le sue dita goffe e macchiate. Poi, improvvisamente, lasciò
cadere le mani, si alzò in piedi e mi disse, piuttosto bruscamente, di
sistemarlo da sola. Dopodiché lui tornò davanti all’ingresso della
tenda, alla sua macchina fotografica.
Feci quanto mi era stato detto, strattonai il vestito, ma c’era ancora
qualcosa che non quadrava. Dovevo lacerarlo ancora di più?
Dovevo sporcarlo di fango? Non mi sentivo ancora sciatta quanto
avrei voluto, sentivo ancora di essere me stessa. Alice.
«Oh, le mie scarpe!», capii. Mi misi a sedere sull’erba, per una
volta indifferente alle possibili macchie. Il terreno era umido e fresco
sotto le mie cosce e il vestito offriva ben poca protezione. Mi tolsi
scarpe e calze e le misi da parte in un mucchio. Poi saltai in piedi e
sentii la terra, l’erba che mi solleticava, i sassolini duri che
premevano sulle piante soffici. Finalmente potevo muovere le dita
dei piedi!
«È splendido!». Guardai Mr Dodgson. Era appoggiato alla sua
macchina fotografica e mi osservava con uno di quei suoi sorrisi seri
e tristi sul volto. Sentii che la mia pelle – la mia pelle nuda e
vulnerabile – arrossiva sotto i suoi occhi. «Come sto?».
«Come una zingara. Come una piccola mendicante selvaggia. Vai
ora, corri. Corri quanto vuoi, rotolati per terra, se vuoi. So che
desideri farlo!».
«Oh sì, sì!». E lo feci. Cominciai a saltare, a scalciare i rami per
terra che mi schiaffeggiavano i piedi e bruciavano un po’. Girai
attorno a un albero aggrappata al tronco, mi strofinai contro di esso,
sentendo i graffi sulle braccia, gli strappi sul vestito. Corsi e corsi
ancora, tutt’attorno, godendomi la sensazione di libertà: potevo
sollevare le gambe quanto volevo, non c’erano sottogonne a
trattenerle, potevo anche correre veloce, perché il vestito non mi
stringeva in vita. Potevo respirare libera e profondamente.
Infine rotolai. Mi rotolai nell’erba come un animale selvaggio. Mi
rotolai, con le foglie e i rametti attaccati al vestito e tra i capelli, e
quando mi alzai ero così stordita che ricaddi subito a terra. Non mi
importava e, meglio ancora, non c’era nessuno a dirmi: «Alice, non ti
sporcare». «Alice, non rovinare il vestito». «Alice, non perdere i
guanti».
C’era solo Mr Dodgson, che mi osservava, mi osservava sempre.
Sembrava quasi che desiderasse rotolarsi nell’erba anche lui, ma
quello sarebbe stato davvero troppo folle. Sorrideva e da me non si
aspettava altro che mi godessi quel momento, e che gli fosse
permesso di condividerlo con me.
«Le sembro abbastanza selvaggia?», gli urlai, raccogliendo una
manciata di terra e stritolandola tra le dita.
«Direi di sì. Forse anche troppo, dovremo toglierti un po’ di foglie
dai capelli».
«Oh!». Saltai ancora su, scuotendo la testa. Per una volta fui
contenta di avere i capelli corti e lisci. Non potevo neanche
immaginare quanto difficile sarebbe stato togliere foglie e rametti da
una massa di capelli come quelli di Edith, ci sarebbero voluti giorni,
magari usando una delle forche da fieno dello stalliere come pettine.
«Ne hai ancora una». Mr Dodgson mi trasse a sé e si chinò a
sfiorare i miei capelli a ciocche. La sua mano – quella mano asciutta
e nuda – si soffermò sulla mia tempia e io chiusi gli occhi e mi
appoggiai a essa. Mi mancava il respiro ed ero contenta di riposarmi
sul palmo della sua mano. Credo che facesse piacere anche a lui,
perché quando riaprii gli occhi stava sorridendo e, per quanto fosse
sognante, il suo non era un sorriso triste. Per una volta, i suoi occhi
azzurri, più luminosi del solito, si piegavano all’insù agli angoli.
Rimanemmo fermi e il nostro respiro era in armonia quando un
uccello passò in volo gettando un’ombra su di noi.
«La luce finirà presto», disse allora Mr Dodgson guardando il
cielo. «Sei pronta, zingarella?».
«Sì, mio gentile signore. La zingarella è pronta a posare per lei».
«Splendido. Perché non provi a metterti in quell’angolo… Su
quella sporgenza, la vedi? Riesci a starci in equilibrio?».
«Sì». Ci riuscii, anche se la sporgenza era fredda e scivolosa e
dovevo aggrapparmi con le dita dei piedi.
«Bene. Prova a tendere in avanti le mani… Davanti a te,
entrambe».
«Così?». Tesi le mani col palmo all’insù, come avevo visto fare ai
monelli di strada l’ultima volta che eravamo andate a Londra. Ce
n’erano così tanti, pallidi, magri e sporchi, ma Mamma ci aveva detto
che non dovevamo rattristarci per loro. Che loro sapevano stare al
proprio posto.
Non riuscivo a capire cosa intendesse. Forse conoscevano il
proprio posto, ma ovviamente non ne erano molto felici. Altrimenti
perché qualcuno di loro avrebbe dovuto supplicarci di venire a casa
con noi?
«Sì, così va bene. Riesci a stare ferma in questa posizione?».
Feci di sì col capo.
«Inizio a preparare la lastra». Scomparve di nuovo nella sua tenda
e soffocai uno sbadiglio. Rotolare a terra era un’attività assai
stancante, come lo era stare ferma in posa.
Mr Dodgson tornò e collocò il reggi-lastra nella macchina. Ma,
invece di affrettarsi a scattare, si riavvicinò a me, mi sollevò le mani
e mi abbassò un lato del vestito. Mi lisciò i capelli, tolse un’altra
foglia, poi camminò all’indietro – molto lentamente – fino alla
macchina fotografica. Non distolse mai gli occhi da me.
«Abbassa un tantino il capo, Alice, poi alza gli occhi. Guarda verso
di me».
Feci quanto aveva detto.
«So-solamente gli occhi. Guardami, Alice. Guarda solo me».
La sua voce mi suonava strana, roca e incerta. Alzai lo sguardo
tenendo il viso basso, solo con gli occhi, aspettandomi che lui
togliesse il copriobiettivo e iniziasse a contare.
Ma lui non lo fece.
«T-ti ho sognata, Alice», mi disse in piedi accanto alla macchina
fotografica, con entrambe le braccia rigide abbandonate ai lati del
corpo, la camicia bianca sgualcita e il viso animato da una strana
emozione. «Ti ho sognata proprio così, Alice. Tu sogni mai?».
Lo guardai dubbiosa sul da farsi. Voleva forse che mi muovessi
per rispondere? Se l’avessi fatto, avrei rovinato la foto. Ma lui mi
sembrava così strano, così sperduto, come se si fosse dimenticato
dell’esistenza della macchina fotografica.
«S-sì, qualche volta», risposi lentamente, cercando di non
muovere il capo.
«Che cosa sogni?».
«Non lo ricordo, di solito. A volte sogno animali, o compleanni.
Davvero non ricordo».
«Io sogno da sveglio, a volte», continuò lui, ancora senza
avvicinarsi alla macchina fotografica; tenendomi dritta con la forza
dello sguardo. «Sogno raramente di notte. Ma, a volte, sogno
durante il giorno, mi vengono dei gran mal di testa, Alice. Non lo dico
in giro, ma è così».
«Mi dispiace tanto».
«Non devi dispiacerti. A me non dispiace, perché mi piacciono i
sogni che faccio. Sai cosa sogno?».
«No», sussurrai. Avevo paura di muovermi, avevo paura di non
farlo.
«Sogno te», rispose Mr Dodgson anch’egli in un sussurro. «Sogno
Alice. Incantevole e selvaggia e sempre giovane, ma anche vecchia.
Ti sogno come sei e come vorresti essere. Come vorrei che tu
fossi».
«Quale di queste sono ora?». Mi sforzavo di capire cosa
intendesse dire, ma le sue parole si rovesciavano e si
attorcigliavano, mettendomi sottosopra e impedendomi di individuare
il percorso da seguire.
«Tu sei chi vuoi essere. Lo sei sempre».
«Non posso essere solamente la bambina zingara, ora? La
prego». Mi stavano per cedere le gambe perché ero stata ferma
nella stessa posizione molto a lungo. Desideravo muovere le spalle,
ogni mia parte desiderava muoversi. Stava facendo ogni minuto più
freddo e non c’era niente che mi proteggesse dalla fredda aria
autunnale.
Finalmente Mr Dodgson si ricordò della sua macchina fotografica.
Sobbalzò un attimo come sorpreso e scosse il capo – cosa che mi
preoccupò, non volevo che gli venisse uno dei suoi mal di testa – poi
mi guardò di nuovo, anche se ora lui stava osservando la me
esteriore. La posizione delle mani, la curva del capo; in quel
momento lui non vedeva qualcos’altro; qualcun altro.
«Molto bene. Ora guarda me».
Lo feci e fui sollevata nel notare che lui era sempre lo stesso.
Tolse il copriobiettivo, mi fece una faccia buffa, sfidandomi a non
ridere, e iniziò a contare, anche se stavolta in modo normale.
«Quarantatré, quarantaquattro, quarantacinque. Fatto!». Ricoprì
l’obiettivo, tolse la lastra e schizzò sotto la tenda senza neanche uno
sguardo all’indietro.
Scivolai giù dalla sporgenza – mi dolevano le piante dei piedi – e
mi guardai attorno. Dopo la strana intimità degli ultimi minuti –
sembrava quasi che Mr Dodgson e io fossimo le uniche persone
rimaste al mondo – mi sentivo abbandonata. Una triste ragazzina
zingara lasciata a difendersi da sola. Che tragedia! Quanto era
ingiusta la vita per quelle povere bambine sventurate costrette a
mendicare per strada, alla mercé dei signori, signori gentili, ma forse
anche altri non tanto gentili: per la prima volta mi chiesi se vi fossero
dei signori meno comprensivi di Mr Dodgson, e questo mi fece
sentire ancor di più la sua assenza. Anche se lui si trovava a pochi
metri di distanza, sentii che qualcosa di gigantesco, come un
oceano, un universo, ci separava. Mi chiesi se saremmo mai più stati
così vicini.
Mi sentivo così sperduta che quando lui emerse col reggi-lastra in
mano per farmi posare di nuovo, scoppiai a ridere, una risata di pura
felicità. Doveva essere contagiosa, perché anche lui cominciò a
ridacchiare, gettò il capo all’indietro e rise rivolto al cielo, una risata
di cuore come non gli avevo mai sentito fare. Risuonò piena e
soddisfatta, come se gli nascesse da un punto profondo. Stavamo
ridendo entrambi, anche se nessuno dei due avrebbe saputo
spiegarne il motivo, quando, all’improvviso, Ina apparve di fronte a
noi. Il viso teso, le mani tremanti, gli occhi in fiamme.
«Dove eri, Alice?». La sua voce era alta e stridula, sembrava che
si sforzasse di non piangere. «Ti ho cercata dappertutto».
«L’ho rubata», disse Mr Dodgson facendo un sorriso per Ina e un
occhiolino complice a me. «L’ho rapita».
«Lei?». Ora pensai che sarebbe scoppiata a piangere. Batté le
palpebre, ripetutamente, e fece un passo indietro quando Mr
Dodgson si avvicinò per salutarla.
«Ho paura di sì. Era una giornata così bella che stamattina ho
pensato di mandarle un biglietto».
«Solo ad Alice?». Ina riuscì a spianare il viso, volgendo su di lui
uno sguardo ingannevolmente placido.
«Sì, sapevo che oggi lei sarebbe stata di grande aiuto a sua
madre e non avrei potuto essere tanto egoista da chiederle di uscire.
A proposito, come sta, se mi posso permettere?». Le sorrise così
tranquillo che dovetti ammirarlo. Sapevo che non sarei stata in grado
di inventarmi una bugia tanto clamorosa in così poco tempo. Non lo
avevo creduto capace di mentire. Quel giorno era stato pieno di
rivelazioni, in molti sensi.
«Sta… Sta bene, e ora abbiamo una sorellina di nome Rhoda, che
è il motivo per cui sono uscita a cercare Alice».
Un’altra sorella! Ne avevo già due. Non sapevo proprio cosa me
ne sarei fatta di un’altra. Non mi dispiaceva avere dei fratelli; Harry lo
vedevo a malapena ormai, ma quando lui era a casa, Mamma e
Papà erano sempre così felici che era come essere in vacanza tutti i
giorni. Avere un’altra sorella era proprio una delusione e non riuscii a
trattenere un sospiro.
«È meraviglioso», disse Mr Dodgson. Ina si limitò ad alzare le
spalle, poi si rivolse di nuovo a me, con il naso all’insù come se
puzzassi.
«Alice, cosa diamine indossi?».
«Non le sembra meravigliosa?», disse Mr Dodgson prima che
potessi aprir bocca. «Mi è venuta un’idea per una fotografia insolita,
come può vedere, e Alice ha colloborato molto».
Rimasero l’uno accanto all’altra, vicini ma non insieme, a
osservarmi. Seminuda nel vestito lacero, mi sentivo esposta,
tradita… Poi, tutto a un tratto mi sentii paurosamente importante. Era
me che stavano cercando, era me che stavano guardando, era me,
vestita solo di qualche straccio, che Mr Dodgson aveva sognato.
Non Ina.
Mi sentii improvvisamente orgogliosa, spavalda, sicura. Sicura di
essere io quella che richiamava Mr Dodgson a casa nostra,
provocando le chiacchiere della gente, facendo sì che Mamma si
irritasse, che Pricks sospirasse e si comportasse in maniera
ridicola… e che Ina impallidisse, tremasse e si comportasse in modo
assurdo.
Ne era sicura anche Ina. Forse avrei dovuto averne paura, ma in
quel momento, selvaggia, potente e vittoriosa come mi sentivo, non
l’ebbi. Poggiai una mano su un fianco e porsi l’altra; la zingarella non
doveva essere compatita, dopotutto.
«Ferma così», sussurrò Mr Dodgson mentre correva alla
macchina fotografica e inseriva il reggi-lastra. «Non muoverti… È
perfetta!».
Non mi mossi, non avrei potuto farlo. Stavo osservando Ina, in
piedi accanto a Mr Dodgson. Guardandole il viso, la bocca aperta,
pallida, gli occhi cerchiati di rosso e il corpo scosso da un tremito.
Lei guardò lui, poi me. Immagazzinò tutto senza proferire parola.
Non lo feci neanche io. Non ero tenuta a farlo. Avevo vinto.
«Quarantacinque», disse Mr Dodgson e richiuse il copriobiettivo
con uno scatto rumoroso, felicemente inconsapevole di essere lui la
ricompensa.
«Questa non me la dimentico, Alice», sibilò Ina battendo
furiosamente gli occhi, mentre lui scompariva nella tenda scura.
«Sono sempre più grande di te. Tu sei solo una bambina, dopotutto.
Gli farò vedere».
«Lui vede già», replicai, comprendendo più di Ina, una volta tanto.
Trattenni il fiato mentre Mr Dodgson riponeva le lastre di vetro.
Erano fragili. Non volevo che le testimonianze di quella giornata si
rompessero, si incrinassero o che, in alcun modo, scomparissero.
Volevo essere ricordata per sempre, come la piccola mendicante, la
sua zingarella, selvaggia, furba e trionfante.
Quello che non sapevo, con tutta la mia nuova saggezza
acquistata, era che gli altri non mi avrebbero vista – non avrebbero
voluto vedermi – allo stesso modo.
Capitolo 4
La saggezza dei miei sette anni non era niente paragonata a
quella degli otto, nove, dieci e undici anni.
A otto anni iniziai a prendere lezioni di danza, organizzate da
Mamma, insieme ad altri bambini di Oxford che, in altre occasioni,
non saremmo state incoraggiate a frequentare. Ma imparare a
ballare la quadriglia sarebbe stato impossibile in tre.
A quell’età imparai che, anche se le zitelle dovevano essere
trattate gentilmente, in realtà tutti sparlavano alle loro spalle e si
lamentavano di quanto costava mantenerle.
A nove anni iniziai a studiare il francese, grazie a un paffuto
docente di lingue che prediligeva giacche color malva e che
insisteva a baciarci su entrambe le guance, sebbene puzzasse
sempre di sardine.
Fu all’incirca a quell’età che scoprii anche quanto fosse inutile
cercare di convincere le governanti che anche se «si prendono più
mosche col miele che con l’aceto», in verità ciò che attira ancora di
più le mosche è lo sterco di cavallo. Alle governanti, stavo
imparando, non interessano le cose pratiche.
A dieci anni iniziai a studiare il latino, che mi veniva insegnato da
un professore che era antico e ammuffito quanto la lingua che
insegnava: quando apriva la bocca mi aspettavo sempre di vederne
uscire polvere e ragnatele.
Sempre a dieci anni capii che esisteva un perenne “problema della
servitù”. Se non altro per fornire un argomento comune di
conversazione alle signore di una certa classe.
A undici – l’età in cui iniziai a studiare economia domestica
affinché un giorno potessi avere anch’io un mio “problema della
servitù” – capii finalmente ciò che intendeva Mr Ruskin quel giorno,
nel salotto di Mamma, quando disse che «la percezione è realtà».
Perché la percezione di Ina divenne la mia realtà. Ciò che dovevo
ancora imparare era che poteva diventare anche la realtà degli altri.
Ma prima della realtà, ci fu il Paese delle Meraviglie.
In quegli anni, quegli anni di crescita e di apprendimento, stavo
sbocciando e fiorendo al calore dell’affettuosa presenza di Mr
Dodgson. Quanto era accaduto quel giorno in giardino non mi lasciò
mai più. Rimase sempre tra noi. Nelle sue lettere, qualche volta mi
chiamava la sua “zingarella selvaggia”. A volte mi chiedeva anche se
ricordavo la sensazione di rotolare nell’erba.
La ricordavo bene, ma non potevo più parlarne con lui e non
sapevo come parlarne per lettera. Ogni volta che provai, suonava
tutto ridicolo: Caro Mr Dodgson, naturalmente ricordo la sensazione
dell’erba sulla schiena, mentre lei stava lì a guardarmi.
A quel punto iniziavo a confondermi. Perché mi guardava? Allora
mi sembrava perfettamente naturale. Ma scritte sulla pagina, le
parole non avevano niente di naturale. Erano inquietanti e non
avevano niente a che vedere col Mr Dodgson che conoscevo, né col
momento spensierato e felice che avevamo condiviso.
Cancellavo allora nervosamente le parole, accartocciavo il foglio e
infine lo gettavo nel fuoco, perché non volevo che nessuno lo
vedesse. Se io non riuscivo a capire cos’era accaduto, come
avrebbe potuto capirlo qualcun altro? Quindi iniziavo un’altra lettera,
meno sincera, limitandomi a chiedergli come andavano i suoi mal di
testa, sentendo che lo stavo deludendo.
Non gli chiesi se sognava ancora.
Anche se nelle sue lettere lui faceva spesso riferimento a quel
giorno, non mi aveva mostrato la fotografia. Desideravo
ardentemente vederla, desideravo avere la prova che un giorno ero
stata davvero una piccola selvaggia. Man mano che passava il
tempo e i miei vestiti diventavano sempre più soffocanti e le gonne
più lunghe, sapevo che sarebbe venuto il giorno in cui non avrei più
ricordato la sensazione dell’aria sulle mie spalle nude, dell’erba tra le
tenere dita dei piedi. Pensavo che se avessi potuto vederla –
vedermi – non ne avrei perso il ricordo.
Lui evitò di mostrarmela; non so se perché pensava che non mi
interessasse, o se per qualche altro, più complicato, motivo. Anche
se mi ripetevo che non avevo niente da temere – era solo il povero
goffo Mr Dodgson, dopotutto – non riuscii mai a chiederglielo.
Sarebbero passati anni prima che la vedessi. Allora, era già
proprietà di altri.
Ina non accennò mai a quel giorno, si limitò ad aspettare, con una
pazienza che dovetti ammirare, poi compatire e infine temere.
Perché sentivo che il suo rancore stava ribollendo, come una sinistra
teiera. Tentai molte volte di farla traboccare, ma continuò a ribollire
fino a quando rischiai di dimenticarmene del tutto.
Nel frattempo le nostre escursioni continuavano, ogni volta che noi
non dovevamo andare a scuola e lui non doveva trovarsi in sala
conferenze. È strano pensare a quanto poco sapessimo o quanto
poco ci importasse della vita di Mr Dodgson quando non era con noi.
Come se questa non esistesse affatto. Naturalmente lo vedevamo
alle cerimonie e nella cappella, vestito di nero come tutti gli altri
professori, e cercarlo tra gli altri mi dava sempre un piccolo fremito di
possesso. Lui poteva anche essere parte di un mondo più vasto, ma
non gli apparteneva. Lui apparteneva a noi, lui aveva senso
solamente per noi, per me.
Anche se Mr Dodgson non cercò più di incontrarmi da sola come
quel giorno in giardino – anzi, fu sempre molto attento a includere
sempre Ina ed Edith nei nostri passatempi – io sapevo di essere il
motivo per cui si presentava, costantemente, al portone del
Decanato. Lo sapevo da come mi sorrideva, o meglio, per il modo in
cui a volte non sorrideva quando mi guardava. Nei momenti in cui lui
appariva troppo triste in mia presenza, nei momenti in cui si fermava
nel bel mezzo di una storia e, mentre Ina ed Edith lo guardavano con
disapprovazione e impazienza, lui mi guardava e perdeva il filo del
racconto, balbettando più del solito, con i suoi curiosi occhi irregolari
velati da un sogno, io lo sapevo. Sognava me.
Nessun altro riusciva a fargli dimenticare una sua storia. Nessun
altro poteva ispirarne una. Fu durante una delle nostre spedizioni in
barca che lui ci raccontò per la prima volta la storia di una bambina
di nome Alice.

Quel giorno era iniziato come tanti altri; non c’era davvero nessun
motivo speciale per ricordarmene, se non fosse stato per tutto ciò
che accadde dopo. Mi sono perciò chiesta spesso se ricordo
davvero quel giorno particolare o se la mia memoria non abbia
evocato un miscuglio di tutti quei giorni. Immagino che non lo saprò
mai per certo. In ogni caso, se il giorno che mi ricordo è davvero
quel “pomeriggio dorato” così spesso citato, cominciò così: Mr
Dodgson aveva inviato un biglietto a Mamma chiedendole se noi tre
ragazze avremmo potuto accompagnare lui e Mr Duckworth in
un’escursione in barca sull’Isis fino a Godstow, uno dei nostri angoli
preferiti per fare un picnic.
Godstow era una delle località favorite perché non era troppo
distante per due uomini adulti che si sforzavano di insegnare a tre
ragazzine i trucchi del canottaggio. (Anche se Mr Duckworth, che si
era dimostrato molto divertente, un cantante infaticabile e una
gradita, anche se infrequente, aggiunta alla nostra piccola comitiva,
era assai meno paziente di Mr Dodgson. Aveva la tendenza a
sospirare un sacco quando una di noi perdeva un remo).
A Godstow c’era anche un delizioso prato selvaggio pieno di
animali di ogni tipo – mucche, pony, cigni e oche – e le sponde del
fiume che scendevano lievemente erano piene di covoni. Non
lontano si trovavano le rovine di un vecchio monastero in pietra,
dove a noi piaceva giocare anche se Pricks insisteva che era
infestato dai fantasmi. Questo, naturalmente, aumentava il suo
fascino.
«Di nuovo?», disse Mamma accigliata, dopo aver letto il biglietto.
Era più magra del solito, perché era già un po’ che non arrivavano
più bambini. E Mamma era davvero bella quando non era grassa.
Aveva un colorito incantevole, splendidi capelli neri e lineamenti
decisi, quasi come quelli nei ritratti di un’imperatrice spagnola. «Voi
ragazze non siete andate in barca appena due settimane fa?».
«È stato un mese fa, Mamma», disse Ina dolcemente, anche se
non proprio sincera. Erano passate due settimane, ma
fortunatamente, quando si trattava di svaghi non ufficialmente
autorizzati, Mamma poteva essere vaga. Si ricordava la data e l’ora
di ogni festa, di ogni cena e di ogni danza, come anche ogni
dettaglio relativo al guardaroba, non solo il suo, ma anche quello di
ognuna di noi. Eppure a volte dedicava solo una minima attenzione
a ciò che facevamo al di fuori dell’occhio pubblico. Io la capivo.
Aveva così tanto da fare lei e, dopotutto, cos’altro doveva fare Pricks
oltre a occuparsi di noi? Non riuscivo a vedere nessun’altra sua
utilità.
«Un mese, dici?». Mamma guardò Ina con un sopracciglio alzato
e lei si limitò ad annuire con occhietti innocenti. Trattenni il fiato e mi
morsi un labbro ma, per quanto tentata, non avrei spifferato. Almeno
non quella volta.
«Bene», continuò Mamma avvicinandosi alla finestra della sala da
disegno che dava sul giardino. Malgrado questo, le pesanti tende di
velluto marrone lasciavano a malapena filtrare il sole. «È una
splendida giornata e sono favorevole a Mr Duckworth, anche se è
del Trinity invece che del Christ Church. Il Decano Liddell sostiene
che ha eccellenti possibilità e che lo potrebbe raccomandare per una
posizione presso la famiglia reale; uno dei principi ha bisogno di un
precettore». Diede uno strappo deciso a uno dei cordoni ornati che
servivano a convocare la servitù.
«Sì, signora?». Una delle Mary Ann apparve sulla soglia con un
inchino.
«Chiama Miss Prickett», ordinò Mamma.
«Mamma, deve proprio venire?». Ina passò un dito sullo schienale
levigato di una poltrona di mogano, con gli occhi bassi e un sorriso
leggiadro sulle labbra.
«Perché me lo chiedi?».
«Perché recentemente mi è sembrato che non stesse bene e
immagino che una giornata sotto il sole cocente non sarebbe la cosa
migliore per lei, non credi?».
«Che intendi dire, che non ti è sembrata stare bene?». Mamma si
voltò verso di me. Non avevo nessun desiderio di sostenere
l’inganno di mia sorella, ma ne avevo ancora meno di difendere
Pricks.
«Ina ha ragione, Mamma. Pricks non ha un bell’aspetto, credo
che… che sia svenuta l’altra sera, dopo cena».
«Svenuta? Le governanti non svengono. Non voglio sentire
un’altra parola. Miss Prickett!».
Pricks, che stava sulla soglia con un altro dei suoi orribili vestiti –
anche a dieci anni sapevo che gli scacchi giallo mostarda non si
intonano con una carnagione olivastra – sembrò sorpresa. «Sì,
signora?».
«È svenuta o no l’altra sera dopo cena?».
«Cosa… No, signora. Non sono mai svenuta».
«Alice dice che l’ha fatto».
«Ho detto che credevo fosse svenuta», la corressi. «Non ho detto
che l’ho vista svenire».
«Non fa niente, l’opinione generale è che lei sia svenuta. Posso
chiederle il perché?».
«Signora, non sono svenuta». Pricks guardò mia madre negli
occhi, ferma ma cortese.
«Mmh». Mamma si avvicinò a lei, osservandola da capo a piedi,
quasi annusandola, come un cane da caccia. «In effetti penso che
lei abbia un aspetto tremendo. Quindi è deciso. Le bambine
andranno a remare con Mr Dodgson e Mr Duckworth; il biglietto
diceva comunque che sulla barca c’è posto solo per cinque. Quindi
sia grata di avere un pomeriggio libero. Chiederò a Cuoca di
mandarle un vassoio per cena, così non sarà disturbata».
«Ma io…».
«Grazie, Miss Prickett», disse Mamma voltandole le spalle. Pricks
non poté far altro che inchinarsi, col viso rosso e le narici larghe e
tremanti, in quel momento mi ricordò in modo allarmante Tommy, il
mio pony maculato. Si voltò per andarsene, ma non prima di avermi
gettato un’ultima occhiataccia, che fui felice di renderle.
Disprezzavo la servitù. A eccezione di Cuoca, di Bultitude lo
stalliere e di Phoebe. E anche della Mary Ann della cucina, che a
volte ci portava dei cubetti di zucchero dal tavolo da tè, quelli con i
petali di fiori canditi che Mamma conservava solo per gli ospiti più
importanti.
«Bene, bambine, correte a prendere i parasole. E chiedete a
Phoebe di darvi dei guanti puliti. Edith, ricordati di portare con te un
fazzolettino da tasca, hai la tendenza a tirare su col naso quando sei
all’aperto».
Edith – che tirava su col naso specialmente durante l’estate e il
primo autunno – si limitò ad annuire, seguendo obbediente Ina e me
su per le scale.
«Perché non volevi che Pricks venisse con noi?», chiesi a Ina.
Una volta tanto eravamo unite da un’emozione comune e io ne ero
più felice di quanto avrei potuto immaginare; era passato così tanto
tempo da quando Ina si era comportata come una di noi. A essere
sincera, ultimamente c’erano stati momenti in cui mi era mancata,
anche se fisicamente non era mai lontana.
«Che intendi dire?». Ina si teneva sollevate le gonne mentre saliva
le scale, il che era assurdo: anche se erano più lunghe, le gonne non
arrivavano ancora al pavimento.
«Be’, io non volevo che ci rovinasse la giornata comportandosi da
sciocca e pretendendo che Mr Dodgson la servisse di tutto punto. È
per questo ho detto che è svenuta. E tu, invece?».
«Temo proprio di non capirti, Alice. Ero sinceramente preoccupata
per lei, mi sembra che non stia affatto bene». Ina scosse il capo con
uno dei suoi nuovi sospiri da annoiata a morte. (L’avevo sorpresa a
provarli davanti allo specchio, un pomeriggio, insieme a un intero
repertorio di espressioni e di pose da signora).
«Ma se non te ne importa un fico di Pricks!».
«Alice, piccola cara. Quando capirai che non sono per niente
interessata al tuo infantile fastidio per la povera Pricks?».
Le mani mi prudevano dalla voglia di allungarsi per tirarle uno dei
suoi lunghi boccoli. Mi dissi con fermezza che non sarebbe servito a
nulla, avrebbe solo strillato e io sarei certamente finita nei guai e non
sarei potuta andare in barca.
Lo feci comunque. Fu come se la mia mano avesse una mente
propria, perché si lanciò in avanti, afferrò uno dei suoi boccoli bruni e
lo strattonò con notevole forza. La testa di lei si piegò all’indietro.
«Ahi, Alice! Che diamine?». Si voltò di scatto, con gli occhi
fiammeggianti e le guance rosse.
«Sei una smorfiosa! Non è per quello che non volevi che Pricks
venisse, e lo sai. Perché devi essere sempre così falsa? E farmi
sentire così… così… stupida, per aver creduto che stessimo facendo
lo stesso gioco…».
«Quale gioco, Alice? Diversamente da te, io sono troppo grande
per i giochi. Non ho la minima idea di cosa tu stia parlando, oltre al
fatto che sono solo sciocchezze, come al solito». Esasperante come
sempre, si voltò e si avviò serena su per le scale, soffermandosi,
solo una volta, per massaggiarsi lentamente e drammaticamente la
nuca.
Perché non mi rispondeva? Perché non litigava con me? Perché
non mi riconosceva più come una degna avversaria? Sapevo che lei
non voleva spartire Mr Dodgson con Pricks almeno quanto non lo
volevo io, ma lei si rifiutava di ammettere che avevamo un
sentimento, o un qualsiasi intento comune, nei suoi confronti, o nei
confronti di qualsiasi cosa. Ero troppo giovane per capire. Quello
pensava. Ed era ciò che mi diceva continuamente.
Non ricordava che avevo già vinto, quel giorno in giardino? Erano
già passati quasi tre anni. Dovevo forse ricordarglielo?
Mentre salivo le scale, furibonda, con Edith al seguito che già
tirava su col naso, giurai a me stessa che a tredici anni non sarei
stata tanto crudele. Non avrei detto a Edith che era troppo piccola
per capire le cose. In quanto a Rhoda, però, non ne ero certa.
Sospettavo che lei sarebbe sempre stata troppo piccola per me,
perché faceva ancora i pisolini.
Phoebe ci diede i nostri parasole; Rhoda ci seguiva col suo
vestitino corto, con le sue gambe e le sue braccia grassocce,
aggrappata alla gonna di Phoebe ogni volta che questa si fermava.
«Non vedo l’ora di avere una stanza tutta per me», disse Ina con
occhi sognanti, guardandosi attorno nella nursery imbiancata di
fresco. Avevo sempre pensato che quella fosse la stanza più allegra
della casa, perché lì le finestre erano coperte solo da tende gialle
inamidate, il pavimento era sgombro, a eccezione di qualche
tappetino intrecciato, e la mobilia era comoda e pratica, invece che
austera e decorativa. «Mamma e io ne abbiamo già discusso. Voi
bambine potrete restare nella nursery. Lei trasformerà una delle
stanze degli ospiti nel mio boudoir personale».
«Mi sembra», dissi io mentre una splendida idea mi solleticava le
labbra piegandole in un sorrisetto davvero birichino, «mi sembra che
allora stai diventando troppo vecchia per continuare a giocare con
Mr Dodgson. Se non stai attenta, la gente inizierà a chiacchierare,
come ha fatto con Pricks».
Ina si voltò verso di me, lentamente, mentre si concentrava
sull’abbottonatura del suo guanto sinistro. Non mi guardava in volto,
cominciavo a riconoscere quella come la sua tattica di quando
proprio voleva segnare un punto. «Non mi preoccuperei tanto della
mia reputazione, Alice. Mi sembra ci siano altri che hanno molto più
da preoccuparsi».
«Di cosa? Che vuoi dire?». Dimenticai di essere in collera con lei,
volevo davvero capire. Non volevo diventare sul serio come Mr
Ruskin, dopotutto.
Esasperata, Ina si rifiutò di rispondere e, in quel momento, una
Mary Ann apparve sulla soglia per annunciarci che i signori erano
arrivati. Così lasciammo Phoebe e Rhoda – Pricks probabilmente
era nella sua stanza all’ultimo piano, tramando qualche terribile
vendetta nei miei confronti, e raggiungemmo Mr Dodgson e Mr
Duckworth, che si stavano scambiando convenevoli con Mamma
nella hall. Avevano uno splendido canestro e io morivo dalla voglia di
vedere cosa c’era dentro; Mr Dodgson portava sempre delle ottime
focacce. Speravo che ce ne fosse una ricoperta di burro e zucchero,
la mia preferita.
«Spero che le bambine non vi diano troppi fastidi», disse Mamma
mentre ci apprestavamo a uscire. «Siete stati molto gentili a
invitarle».
«È un v-vero piacere», balbettò Mr Dodgson. Balbettava di più con
Mamma che con chiunque altro. «Ci-ci divertiamo sempre m-m-
m…».
«Ci divertiamo sempre molto», disse Mr Duckworth rivolgendo un
sorriso indulgente al suo amico. Mi piaceva molto Mr Duckworth, coi
suoi occhi pazienti, con le guance paffute e rubizze e i suoi
basettoni; era sempre gentile con tutti, era il tipo di persona che
notava la gente stramba e triste che nessun altro vedeva. Ero felice
che lui avesse fatto amicizia con Mr Dodgson, perché temevo che
fosse triste quando io non c’ero. «Le sue figliole le fanno vanto…
Sono talmente incantevoli e ben educate».
«La ringrazio». Mamma sembrò compiaciuta, i suoi occhi
s’intonavano al sorriso.
«Vogliamo andare, signore?». Mr Duckworth si inchinò e tenne
aperto il portone e sfilammo tutti fuori: i due gentiluomini nei loro
vestiti di lino bianco, con i cappelli di paglia in testa invece dei soliti
cilindri di seta nera, e col cesto di vimini tra di loro. Dentro di esso,
tintinnava la porcellana.
«Quante focacce pensi ci siano lì dentro?», mi sussurrò Edith, non
troppo discretamente, perché Mr Dodgson scoppiò a ridere e le
disse di non preoccuparsi; ce ne sarebbero rimaste a sufficienza,
probabilmente, per nutrire i cigni dal fiume.
Quindi attraversammo la città, passando per le strette vie affollate
fino a trovare il sentiero che portava al fiume; lo seguimmo fino in
fondo, passando sotto le pietre arcuate e ricoperte di muschio del
Folly Bridge, fino alla Salter’s Boat House. Mr Dodgon chiese
educatamente a Ina di scegliere la barca migliore. Naturalmente, lei
ci mise un sacco di tempo, percorrendo avanti e indietro la sponda
del fiume, facendo una gran scena nel chiedere al barcaiolo il valore
di ciascuna barca. Finalmente ne scelse una che non appariva per
niente diversa dalle altre e vi salimmo tutti. I sedili erano bagnati e io
fui molto felice che nessuno mi avesse raccomandato di non
sporcarmi, perché, in tutta onestà, non vedevo come sarebbe stato
possibile. Mr Dodgson e Mr Duckworth si misero ai remi e mi
chiesero di reggere il timone.
«Oh!». Impugnai la corda nodosa che manovrava il timone
scricchiolante e la passai sopra il mio capo in modo da poterli avere
di fronte. Mi batteva il cuore per la responsabilità. «Spero di non far
girare la barca in tondo».
«È davvero una bella cosa da augurarsi», disse Mr Dodgson con
un sorriso. «Ma è meglio evitarlo».
Ammisi che era vero. Poi Mr Duckworth sciolse la barca e con un
remo l’allontanò dal molo, andando contro corrente. L’aria era calda
e immobile, un giorno perfetto per andare in barca. Ma i due
gentiluomini non sembravano avere alcuna fretta di sforzarsi: i remi
s’immergevano pigri nell’acqua fangosa con uno sciabordio lento e
regolare. Mi concentrai per mantenere diritto e saldo il timone; le
mani mi dolevano a forza di stringere la corda, ma non l’avrei
ammesso per niente al mondo.
Ina ed Edith erano appoggiate ai miei lati e le nostre gonne
bianche identiche si sovrapponevano al punto che era impossibile
distinguere di chi fossero. Mr Duckworth era seduto davanti e Mr
Dodgson stava proprio davanti a noi.
«Miss Liddell, devo dirle che oggi lei sembra proprio una
signorina», urlò Mr Duckworth. Non sarebbe stato necessario urlare,
perché su quell’acqua tranquilla la sua voce ci arrivava chiaramente.
«Non è d’accordo, Dodgson?».
Ina inspirò profondamente e si sedette più eretta, sforzandosi di
non guardare Mr Dodgson quando questi rispose.
«Vero», disse lui remando pensieroso all’unisono con Mr
Duckworth. «Fin troppo grande, temo, per voler ancora
accompagnare due vecchi sciocchi come noi. Prevedo che ben
presto preferirà dei giovani corteggiatori».
«Lei… lei non è vecchio», sbottò Ina, rossa in volto e con le mani
tremanti, anche se tenute raccolte in grembo. «So che ha solo
trent’anni».
Mr Dodgson sollevò un sopracciglio, mentre Mr Duckworth
tratteneva un sorriso.
«Ah, ma io sono davvero troppo vecchio. Il nostro Duck qui,
invece, ha solo ventotto anni. Immagino che sarò costretto a fare da
accompagnatore».
Ina scosse il capo, arrossendo ancora di più, e apparendo molto
graziosa, devo ammettere. Anche se vestivamo ancora in modo
identico, le sue gonne erano più lunghe e la sua silhouette aveva più
curve. Mia sorella era davvero una signorina, mi resi conto con una
fitta improvvisa, non lo diceva solo per farmi dispetto. Non sapevo
quali fossero i miei sentimenti in proposito. Ero gelosa perché lei era
ciò che io non ero, o ero afflitta per i mutamenti che aspettavano
tutte noi. Mamma stava già cominciando a parlare di “potenziali
giovanotti” e, benché lei non avesse mai approfondito il concetto, io
sapevo cosa intendeva.
Per la prima volta capii che la fanciullezza sarebbe finita.
Nell’impazienza di crescere e di capire, non avevo realizzato, fino a
quel preciso momento, che quella sarebbe stata la fine del mondo
che conoscevo: dormire con le mie sorelle, tutte insieme in tre lettini
in fila, sotto lo stesso tetto accogliente e intimo; cavalcare con Papà
sui sentieri del Meadow di primo mattino, l’unico momento in cui
potevamo averlo tutto per noi; i giorni in barca sul fiume che
sembravano infiniti, le scampagnate in luoghi splendidi anche nella
loro familiare sicurezza.
Mi sentii bruciare gli occhi pieni di lacrime e il cuore era pieno di
dolore per la perdita. Anche mentre ero circondata da quelli che
amavo – e sì, contavo anche Ina tra loro – sentivo già la loro
assenza.
«Svegliati, Alice… Stiamo sbandando a dritta!», gridò Mr
Duckworth.
Scossi il capo, strinsi la presa sul cavo del timone e tirai fino a
raddrizzare la barca.
«A cosa stavi pensando, Alice?», chiese Mr Dodgson con
dolcezza. «Sembra che tu stia sognando a occhi aperti».
«Oh, io… stavo pensando quanto sia tragica la fine dell’infanzia».
Mr Duckworth doveva aver ingoiato un moscerino, perché
cominciò a tossire e quasi lasciò cadere i remi. Ina ridacchiò
coprendosi la bocca con la mano. Edith scalciò con le sue gambe
cicciottelle contro il lato della barca e chiese: «Quanto manca
ancora?».
Tra tutti loro, Mr Dodgson era l’unico che sembrò capire. Fece di sì
col capo e mi guardò coi suoi gentili occhi blu; il suo sguardo era
triste e serio, proprio come il mio.
«Oh, Alice, sei davvero troppo piccola per pensare a queste
cose!». Ina si tolse i guanti per immergere una mano nell’acqua, in
posa, come nell’illustrazione di un romanzo.
«Cara piccola Alice, non ti devi preoccupare… Tua sorella ha
ragione. Avrai tutto il tempo per preoccupartene più avanti». Mr
Duckworth riprese a remare.
«Vorresti rimanere bambina per sempre, Alice?», chiese Mr
Dodgson. «Non ti piacerebbe diventare grande?».
«Be’… sì e no». Non sapevo come avrei potuto evitarlo. «Non
voglio dover continuare a studiare con Pricks e imparare a memoria
lezioni e sciocche poesiole, e non mi piace che Ina continui a dirmi
che sono troppo piccola». Mi voltai a guardare di traverso mia sorella
che si stava esercitando nella sua espressione sognante e
pensierosa su Mr Dodgson (il quale, fui felice di notare, non le
dedicava nessuna attenzione). «Ma non voglio indossare un corsetto
e le gonne lunghe, e non voglio non poter più uscire di casa non
accompagnata, né dover fingere che non ho fame quando ce l’ho e,
più di tutto, non voglio diventare troppo grande per uscire con lei»,
continuai, sorpresa dalla mia stessa veemenza… Sentii di nuovo gli
occhi che si riempivano di lacrime, mentre parlavo sempre più in
fretta e con un tono sempre più alto. Infine dovetti nascondermi il
viso tra le mani, dimenticandomi del timone, così che la barca virò
bruscamente verso la sponda.
«Alice, Alice… Non piangere!». Mr Dodgson mi sembrò molto
allarmato. Sentii la sua mano darmi dei goffi colpetti affettuosi su una
spalla; tra di noi c’era il paniere ed eravamo tutti così stipati nella
barca, che gli era impossibile avvicinarsi maggiormente a me.
«Non lo farò», dissi tirando su col naso ed Edith mi passò il suo
fazzolettino affinché me lo potessi soffiare.
Andammo alla deriva per un lungo minuto circa o giù di lì. Ina
stringeva le labbra con aria di disapprovazione, mentre mi asciugavo
gli occhi, fino a quando non sentii che il viso non scottava più e non
mi vergognai di mostrarlo. Un’altra barca ci passò accanto, con due
giovanotti e due ragazze che ridevano e cantavano una canzone
buffa, accompagnati da una severa chaperon che sembrava
desiderasse di essere altrove. Anche dopo averci superati e aver
svoltato l’ansa più avanti, si sentiva una forte voce tenorile che
cantava: «All the world is sad and dreary, everywhere I roam5».
«A chi va di ascoltare una storia?», chiese infine Mr Duckworth,
prendendo alacremente il controllo della situazione, afferrando di
nuovo i remi, pungolando Mr Dodgson con uno stivale e facendomi
cenno di riportare la barca verso il centro del fiume.
«A me! A me!», disse Edith battendo le mani. Ina – dopo essersi
chinata verso di me e aver sibilato «Non si parla di corsetti, Alice!» –
si sedette eretta con un sorriso pieno di aspettativa.
«E tu, Alice?», chiese Mr Dodgson con la sua voce bassa e
gentile.
Feci sì col capo, temendo di guardarlo, ma quando lo feci, fui
gratificata da uno sguardo di puro amore. Anche se non so come
feci a riconoscerlo. Era lo stesso sguardo di quel giorno in giardino
quando mi aveva detto che mi aveva sognato? Forse, ma quello era
accaduto tanto tempo prima.
Sapevo solamente che, sotto il suo sguardo, mi sentivo…
bellissima. Bella e libera di dire tutto ciò che volevo, perché non
avrei potuto sbagliare. Non per quegli occhi blu.
«Sì, la prego, ci racconti una storia», risposi.
E lui lo fece.
«C’era una volta una bambina di nome Alice», iniziò a raccontare.
«Oh!». Non riuscii a trattenere la sorpresa. Mr Dodgson ci aveva
raccontato centinaia di storie, storie con personaggi che potevamo
riconoscere, anche se avevano nomi diversi e buffi. Ma non aveva
mai dato il nome di una di noi ai suoi personaggi. Gli sorrisi, in
attesa; Ina si guardò torva in grembo.
«Alice iniziava a essere stanca di sedere accanto a sua sorella
sulla sponda del fiume», continuò lui, senza dare un nome alla
sorella, con mia infinita gioia.
Così, lui continuò la sua favola su una bambina di nome Alice, su
un coniglio bianco – che ricordava a tutte Papà col suo orologio da
tasca, perfino Ina ne rise –, un capitombolo dentro la tana di un
coniglio e un’avventura folle tra creature davvero singolari. «Sempre
più stravaganti!», gridai eccitata, mentre la storia si avvolgeva su se
stessa in cerchi, ghirigori e nodi complicati.
Ci volle l’intero pomeriggio per remare fino a Godstow, ma
nessuno di noi aveva fretta, ipnotizzati come eravamo da Mr
Dodgson. La sua voce sottile, tanto fievole da doverci chinare in
avanti per ascoltarlo, cosa che rendeva la storia ancora più
affascinante, si alzava e si abbassava mentre il racconto scorreva;
perfino Mr Duckworth pendeva dalle sue labbra.
«Dodgson, te la stai inventando?», lo interruppe una volta.
«Shhh!», gridò Edith. «Lo lasci continuare!».
Mr Dodgson si voltò e gli rispose annuendo. «Temo di sì», anche
se non sono certa che Mr Duckworth gli credette.
Incredibile! Lui fece durare la storia per l’intera giornata. Proprio
quando sembrava che stesse per finire, per restare senza parole,
una di noi chiedeva di continuare e lui riprendeva il racconto. Seguitò
a parlare, interrompendosi solo il minimo indispensabile, come
quando approdammo a Godstow e ci aiutò a scendere dalla barca.
La legò e ci seguì con tanto di cestello, mentre noi ragazze
scorrazzavamo, sgranchendoci le gambe dopo quella lunga
escursione. Cercammo il fienile più bello – c’erano sempre degli
enormi fienili in cui nascondersi, abbastanza lontani dal fiume
affinché la terra fosse asciutta e gli insetti non fossero troppo
mostruosi – stendemmo una coperta e prendemmo il tè con le
focacce del canestro. Mr Dodgson bevve galloni di tè – doveva
essersi inaridito con tutto quel parlare – ma poi riprese la storia
esattamente dove l’aveva lasciata, proprio quando appariva il bruco.
Trascorse, quindi, quello splendido pomeriggio (facemmo una sola
pausa, affinché Edith e io potessimo arrampicarci sulle rovine del
vecchio convento; le pietre rovesciate, gli angoli bui e quell’odore di
muschio non mancavano mai di eccitarmi, anche se non mi capitò
mai di vedere un fantasma). Sul tardi, raccogliemmo tutto e
tornammo a remare questa volta lungo la corrente, verso casa; la
luce stava svanendo quando attraversammo il Tom Quad, esauste,
affamate (le focacce erano finite da tempo), aggrappandoci ancora a
ogni parola di Mr Dodgson. Lui arrivò finalmente alla fine, quando la
sorella di Alice la risvegliò dal sogno.
Quando lui finì di parlare – ci trovavamo nel mezzo del Quad, nei
pressi di una semplice fontana piena di gigli – nessuno aprì bocca.
Non potevamo; la mia mente, almeno, era ancora piena delle
immagini della storia. E anche di malinconia. Le storie, come la mia
infanzia, erano così fugaci. Pensai alle centinaia di storie che Mr
Dodgson ci aveva raccontato nel corso degli anni; non riuscivo a
ricordare un solo dettaglio di esse. Eppure, una volta, anch’esse mi
avevano riempito la mente di immagini, di idee… e di sogni.
Non volevo che anche questa storia scomparisse e non volevo
che quel giorno finisse. Non volevo diventare grande.
«Dovrebbe scriverla», dissi finalmente, mentre ci raccoglievamo
per salutarci prima di entrare nel Decanato, con la sua allegra
lanterna appesa davanti alla porta principale. «La prego… non
potrebbe scriverla?».
«Cosa, cara Alice?». Mr Dodgson sembrò perplesso. Sembrava
anche molto, molto stanco. I suoi bei riccioli scuri erano più in
disordine di quanto li avessi mai visti e le sue labbra erano
screpolate dal sole. Quando era così stanco, i suoi occhi
sembravano anche più sghembi del solito, quello sinistro pendeva di
più.
«La storia… la mia storia. È mia, non è vero?».
«Se tu vuoi che lo sia».
«Oh sì! Certo che lo voglio!». Tutto lì, allungai una mano e me la
presi, sicura come quando lui mi aveva detto che solo io potevo
essere la sua piccola zingara. E, per quanto Ina fosse più grande, lei
non avrebbe mai potuto essere altrettanto fiduciosa né altrettanto
spavalda con lui. Sapevo che era questo che lei odiava.
«Allora è tua», disse Mr Dodgson. «Così, in un certo senso, non
sarai mai costretta a diventare grande».
«Ma è esattamente ciò che voglio dire!». Ero stupita che lui
comprendesse così bene ciò che avevo in animo; fu solo più avanti
che realizzai che, per capirmi, tutto ciò che doveva fare era
guardarmi negli occhi. «Se lei la scriverà, io non diverrò mai
grande… Mai! Non davvero, naturalmente, ma nella storia. Sarò
sempre una bambina, almeno lì, se lei la scriverà. Lo farà?».
«Non lo so… Ci proverò, Alice. Ma non sono certo di riuscire a
ricordarla tutta».
«Sì che ci riuscirà! So che ci riuscirà… E se non ci riuscirà da
solo, l’aiuterò io!».
«Alice», m’interruppe Ina, prendendo Edith per mano. «Dobbiamo
andare. Si è fatto tardi. Tu ed Edith dovreste già essere a letto,
anche se io, naturalmente, resterò alzata per ore. Per ore!».
«Giusto», disse Mr Duckworth bussando al portone. «È stato
incantevole, signore. Una giornata davvero splendida. Spero proprio
di rivedervi presto».
Una delle Mary Ann aprì la porta mentre Mr Duckworth e Mr
Dodgson sollevavano i panama – piuttosto flosci dopo la lunga
giornata sotto il sole – per salutare.
«Non si dimentichi!». Mi voltai per dare un ultimo sguardo a Mr
Dodgson.
«Non lo farò», rispose lui, piegando il capo e guardandomi con
un’espressione perplessa, prima di voltarsi e allontanarsi con Mr
Duckworth. Era una strana pretesa, lo sapevo, una richiesta che non
avevo mai fatto prima. Non ero certa che lui avesse capito del tutto
la mia insistenza.
La porta si richiuse alle mie spalle, prima che potessi aggiungere
altro. Sentii il panico salirmi in gola, ma cercai di ingoiarlo. Avrei
presto rivisto Mr Dodgson, lo sapevo. Glielo avrei ricordato di nuovo.
«Non scriverà quella stupida storiella», borbottò Ina mentre
salivamo le scale. Mary Ann ci aveva dato una candela ciascuna
perché era già buio. «Che richiesta sgarbata! Lui ha cose molto più
importanti da fare».
«Sei solo arrabbiata perché non ha raccontato una storia che
parla di te», le risposi, sicura di quanto dicevo, almeno in quel caso.
«Ma che dici? Io ero la sorella che leggeva il libro!».
«Può darsi». Io pensavo che lei fosse piuttosto qualcun altro:
l’orribile regina alla fine, quella che voleva decapitare tutti, anche se
non osai dirglielo. «Ma ha dato il mio nome alla bambina, non il tuo.
La scriverà. Ne sono certa».
«E se non lo farà? Cosa succederà allora?». Ina si voltò per
affrontarmi, il suo volto incombeva grande e misterioso alla luce
della candela che tremolava proiettando ombre sinistre. «In ogni
caso dovrai crescere, e allora anche tu sarai troppo grande per lui».
Le tremavano le labbra e capii che i suoi occhi brillavano per le
lacrime; lacrime di offesa che cadevano sulla sua mano che
stringeva il portacandele.
«No, non accadrà. Non sarò mai troppo grande per lui», risposi,
pur sapendo che l’avrei ferita ancora. Cercai, comunque, di mettere
un braccio attorno alle sue spalle. Perché, anche se non potevo
davvero comprendere quanto lei stava dicendo – come avremmo
mai potuto essere troppo grandi per Mr Dodgson, che sarebbe
sempre stato tanto più vecchio di noi? – non volevo che la mia
sorella maggiore piangesse. Ina non piangeva mai. Non ricordavo
l’ultima volta che l’avevo vista in quello stato, con le lacrime che le
scorrevano sulle guance sporche, impolverate e arrossate dal sole.
«Sì che accadrà. Lo vedrai… Accadrà anche a te». Ina si scrollò di
dosso il mio braccio e si precipitò su per le scale. Edith era già salita,
troppo stanca per stare ancora ad ascoltarci.
Scossi il capo. Ina non poteva capire perché per lei era diverso. Io
ero la zingarella di Mr Dodgson, la sua Alice, tanto coraggiosa da
affrontare re e regine e un assortimento di strane creature parlanti.
Speravo davvero che lui si ricordasse di scriverla tutta. Perché
temevo che quella fosse il tipo di storia che si dimentica facilmente.
Facevo già fatica a ricordare di cosa parlava il racconto del topo.
Capitolo 5
Ma lui non la scrisse.
Almeno non l’aveva fatto la prima volta che glielo chiesi. E
neanche la seconda. Glielo chiedevo ogni volta che lo incontravo e,
poiché quella nostra gita in barca era avvenuta immediatamente
prima che partissimo per il Galles e per la nuova casa che Papà
aveva fatto costruire sulla spiaggia sassosa, mi dovetti accontentare
di chiederglielo nelle lettere che gli scrissi, ogni settimana, durante le
vacanze. Quando ripresero lo studio e la vita tornò a una serie
interminabile di lezioni e di buona educazione, Mamma divenne di
nuovo grassa; speravo davvero che questa volta sarebbe arrivato un
fratellino.
Finalmente, Mr Dodgson mi disse che aveva cominciato a
scriverla. Disse che l’aveva tenuta bene in mente, per fortuna, così
non ne avrebbe dimenticato nessuna parte. Disse anche che
scrivere era diverso dal raccontare; aveva già pubblicato qualche
breve racconto e qualche sciocca storiella, con un nome diverso,
Lewis Carroll, ma non una storia lunga come questa. Aveva pensato
di dedicarla a me e a nessun altro, ma sarebbe servito del tempo.
Quando butti giù le cose, mi spiegò, ti portano in luoghi che non
avevi previsto.
Non capivo esattamente cosa intendesse dire, ma dato che lui la
stava scrivendo, non stetti lì a spremermi troppo le meningi. Pensai
che avrei capito di cosa parlava quando l’avrei letta, quando avrei
visto il mio nome sulla pagina, come quello di una bambina che
viveva delle avventure in un fantastico luogo sotterraneo. Sapevo
che avrei conservato quella storia sempre per me. Pensai che forse
avrei potuto metterla nella mia scatola di mogano decorata con
frammenti di vetro levigati dal mare, dove conservavo le mie cose
preferite: il braccialetto di perle che la Nonna mi aveva regalato
quando ero nata; il sasso nero, perfettamente tondo, che avevo
trovato un giorno al Meadow; il filo di seta rosa che avevo trovato
attorcigliato in un nido caduto da un albero in giardino; il cucchiaino
da tè usato dalla regina quando era venuta al Decanato col principe
Alberto per far visita al principe di Galles. (Se devo essere proprio
sincera, non ero certa che fosse proprio quello il cucchiaino, ma lo
avevo trovato sul vassoio utilizzato per sgombrare il tavolo da tè
dopo che lei se ne era andata, quindi poteva esserlo).
Ti portano in luoghi che non avevi previsto.
Se questo era vero per le storie, forse lo era anche per la vita, ed
era esattamente come mi sentivo io quell’inverno: priva di ormeggi,
scontenta, aspettando che accadesse qualcosa senza sapere
esattamente cosa. Tutto – ogni cosa – sembrava in attesa, troppo
vago per funzionare correttamente; fiamme che non restavano nel
camino, servitù che usciva dalla sala da pranzo durante i pasti,
lettere che venivano impostate ma mai ricevute.
La mia famiglia non era esente dall’irrequietezza generale. Ina
aveva ora quattordici anni, aveva un boudoir personale e una propria
cameriera. Era alta per la sua età e molto pallida: quando Harry
tornò a casa per le vacanze di Natale, sembrò molto a disagio
accanto a lei, come se non avesse idea di come comportarsi con
quella strana creatura che un tempo era stata sua sorella. Harry non
si curava molto di noi, in ogni caso non giocavamo a cricket e non ci
interessavano le sue storie sui “simpatici ragazzi” della scuola. Ma
quell’anno la differenza tra lui e noi sembrò ancora più netta.
Passava più tempo con Papà, perché Pricks non aveva idea di come
comportarsi con lui, sembrava a disagio ora che era più alto di lei.
All’apparenza io mi sentivo sempre la stessa, con mio grande
sollievo. Ogni mattina mi esaminavo allo specchio e temevo di
vedermi trasformata in signorina; ero contenta di non vedere nessun
segnale. I miei capelli erano, finalmente, più lunghi e vaporosi alle
punte, ma sulla fronte avevo ancora la frangetta nera e liscia che
incorniciava i miei occhi blu. Il mento era appuntito come sempre e,
anche se ero più snella, non ero molto alta. Non riempivo i miei abiti
come Ina e ne ero felice, perché significava che non dovevo
indossare il bustino, almeno non ancora. Ina non si lamentava mai
del suo, perché era convinta che l’allacciatura stretta le rendesse
ancora più pallido il viso, come era allora di moda.
Eppure, a volte, nella nursery, ascoltando il respiro regolare di
Edith, il delicato russare di Rhoda e i mormorii soffocati di Phoebe,
invidiavo a Ina la sua stanza. Desideravo un poco di privacy per
continuare a studiare me stessa, non solamente il mio aspetto fisico,
per capire come reagivo a certe idee, a desideri sconosciuti… Mi
chiedevo se era quello diventare grandi.
Edith a nove anni era alta quasi quanto me. Stava diventando la
bellezza della famiglia, coi suoi folti capelli color ruggine e la sua
carnagione chiara. Ma a differenza di Ina, a lei non sembrava
interessare il proprio aspetto, portava la sua bellezza con
disinvoltura. Le ricadeva addosso con la grazia di una farfalla che si
poggia su una spalla. Era accomodante come sempre.
Mr Dodgson non cambiava mai, io lo sapevo e conoscevo anche
la sua età. Facevo calcoli sciocchi: se quando ci eravamo incontrati
avevo cinque anni, lui doveva averne venticinque. Ora avevo dieci
anni, quasi undici, e lui aveva solo trentun anni. Per qualche motivo
la differenza tra trentuno e undici mi sembrava molto inferiore di
quella tra venticinque e cinque e mi chiedevo come mai.
Fisicamente, però, lui era sempre uguale, forse camminava più
rigido, ma niente di più. Mentre prendevo nota della sua età e del
suo aspetto, lo paragonavo continuamente agli altri uomini che
conoscevo, come se dovessero partecipare a una gara. I capelli di
Mr Dodgson, per esempio erano rimasti lunghi e ondulati e di color
castano chiaro; paragonandolo a Mr Duckworth, i cui capelli avevano
cominciato a diradarsi, non potevo evitare di pensare che Mr
Dodgson somigliasse a un eroe di un romanzo d’amore.
Mr Dodgson era magro come al solito, ma più che magro, snello,
direi, era il termine da usare per paragonarlo a Mr Ruskin, che
sembrava diventare sempre più pingue ogni volta che lo vedevo. Mr
Dodgson, lo potevo immaginare su un cavallo bianco, un ideale Don
Chisciotte su Ronzinante, col busto snello piegato in avanti mentre
cavalca spavaldamente contro i crudeli giganti. Mr Ruskin, invece,
potevo vederlo solo come Sancho Panza, con le sue gambette tozze
che battevano sui fianchi di un mulo pulcioso.
Anche i vestiti di Mr Dodgson erano rimasti gli stessi: avevo
deciso, recentemente, che il fatto che indossasse sempre i guanti
fosse un segno di estrema raffinatezza. Del resto, gli abiti degli
uomini cambiavano poco. Solo le signore seguivano costantemente
le mode. Nell’inverno del 1863, le gonne che solo pochi anni prima
erano state a campana ora erano decisamente a forma di piramide,
così ampie che solo una signora, o al massimo due, poteva entrare
in una carrozza, con grande insofferenza di Bultitude che da stalliere
era stato promosso cocchiere. Doveva fare un’infinità di viaggi per
accompagnarle ai ricevimenti e poi tornare a prenderle.
Ma ciò che ricordo di più di quell’inverno è che Mamma non stava
tanto bene. Ormai sapevo che i bambini provenivano, in qualche
modo, dal corpo delle mamme, e che era per questo che lei
diventava così grossa. Di solito, però, lei continuava le sue attività
fino al momento dell’arrivo del bambino. Ma non quella volta: restava
nella sua stanza per giorni, distesa su una chaise-longue vicino al
fuoco, cinerea in viso, coi capelli opachi e piatti. Anche se questo
gettava un’ombra su tutta la casa (era sorprendente quanto
contavamo tutti sulla sua energia e determinazione, senza di esse
sembravamo penzolare da una parte all’altra, in attesa che ci
dicessero cosa fare), c’era anche un lato positivo.
Mamma improvvisamente voleva stare sempre con me.
Non so perché scelse me. Naturalmente osservava Ina con
attenzione, per quanto poteva fare dal suo salotto. Ina stava
entrando negli “anni pericolosi”, mi disse Mamma, anni che
avrebbero deciso del suo futuro, nel bene e nel male, e Mamma era
determinata che fosse nel bene.
Mentre Edith era una presenza calmante e rassicurante che aveva
bisogno solo di amore e cura, era a me che Mamma, con mia
sorpresa, si rivolgeva quando desiderava parlare, cosa che
accadeva alquanto spesso. Pensai che ci fosse un’ombra nei suoi
pensieri a proposito del suo imminente parto. Aveva già avuto sei
figli, pensava forse che le probabilità non fossero più dalla sua
parte?
Comunque chiedeva a Pricks di mandarmi da lei, anche nel
mezzo di una lezione, per sederle accanto. In genere portavo un
libro con me, anche se lei ne aveva tanti nella sua stanza, cosa
molto insolita a quei tempi. Avevamo una grande biblioteca,
naturalmente, ma Mamma diceva che le piaceva tenersi vicini i suoi
libri preferiti. Le davano conforto, diceva. Non avevo mai pensato
che Mamma avesse bisogno di conforto.
Durante uno di quei pomeriggi, uno di quelli grigi e con il nevischio
che batteva sulle finestre con ritmo sordo, parlammo del futuro. Il
fuoco bruciava allegramente – Mamma era orgogliosa che al
Decanato facesse sempre caldo, in qualsiasi stagione, non faceva
economie sul carbone – e lei giaceva reclinata sotto una pesante
coperta di lana afgana, muovendosi a malapena, come se muovere
il capo la facesse stare male. Osservava il fuoco imbronciata mentre
le faville danzavano nel camino e mi chiesi cosa ci vedesse.
«Mamma?».
«Sì?».
«A cosa pensi?».
«Oh, a tante cose. Mi sembra che ci siano ancora tante cose da
fare».
«Quali? Ina non ha ordinato la cena, come le hai chiesto? Posso
andare a parlare con Cuoca, se lo desideri».
«No». Sorrise, un sorriso dolce, il sorriso raro che mostrava solo in
famiglia. «Non intendevo cose pratiche. Ho dimenticato quanto tu
prenda le cose alla lettera, a volte».
«Mi spiace».
«Non deve spiacerti, tesoro. Non ti preoccupare tanto per noi. Ti
verranno le rughe. Guardati». Mi indicò lo specchio sulla sua toletta
di legno di rosa, mi avvicinai e vidi che avevo una leggera V tra gli
occhi.
Tornai al basso sgabello ricoperto di velluto dove sedevo sempre.
C’era anche un tavolino ricoperto delle cose che lei voleva e di cui
aveva bisogno: una lampada a olio da tavolo in vetro bianco
lavorato, fazzoletti, una caraffa piena d’acqua, una lente
d’ingrandimento che teneva il segno tra le pagine di un libro (lei
diceva che gli occhi le dolevano a volte), un campanello d’argento
per chiamare la sua cameriera e una bottiglietta di gocce medicinali
di colore bruno.
«No, Alice». Mamma mi indicò la caraffa e io le riempii d’acqua il
suo bicchierino, stando attenta a non versarla fuori. «Stavo
pensando al futuro. In particolare al tuo di futuro, Alice, e a quello di
Ina e di Edith. State diventando delle signorine… Ina già lo è, ma
presto lo sarai anche tu».
«Non tanto presto», risposi pensando e sperando che se
continuavo a ripeterlo non sarebbe accaduto.
«Lo diventerai senza accorgertene», insisté Mamma. Mandò giù
un sorso d’acqua e posò il bicchiere sul tavolino. Si appoggiò ai
cuscini e chiuse per un attimo gli occhi. «Oh, questo è diverso».
«Questo cosa?».
«Questo bambino», mi rispose indicando il suo ventre gonfio. Era
magra dappertutto, ma il suo ventre continuava a gonfiarsi. Mi
sembrava una cosa innaturale, come se dentro avesse un mostro
che si nutriva della sua carne.
«Mi spiace, Mamma».
«Alice», mi rispose con un sorriso assonnato. Poi aprì gli occhi e
mi fissò con uno sguardo stranamente intenso. «Tu ti sposerai
bene», mi sussurrò. «Lo farai. È tuo diritto… Ho fatto tanto per voi
ragazze».
«Ti prego, non ti agitare… Vuoi che chiami Yvonne?». Yvonne era
la sua cameriera personale.
«No, no». Mosse la mano, impaziente e stizzita, come a volte
faceva Rhoda quando non voleva andare a fare il riposino. «Devi
ascoltarmi, Alice. Io conto su di te… Tu hai giudizio, piccola mia. Lo
vedo. Malgrado i tuoi difetti, tu sei molto intelligente. Non ti lasci
distrarre, come Edith, e non ti convinci che ci siano significati
nascosti dietro ogni parola, come fa Ina».
Ero lusingata, ma anche preoccupata. Normalmente, avrei
desiderato tanto che Mamma mi lodasse… Ma non in quel modo
febbrile e disperato.
«Forse dovresti aspettare di stare meglio, poi potrai dirmi…».
«No, potrebbe non esserci… È inutile rimandare, Alice. Quella è la
tua specialità».
«Lo so». Sospirai, contenta che lei parlasse di nuovo dei miei
difetti, meravigliandomi del mondo capovolto in cui io trovavo che la
disapprovazione di mia madre fosse confortante.
«Dovrai assicurarti che tu e le tue sorelle farete un buon
matrimonio. Bravi uomini, di buona famiglia… Ma niente
compromessi. Voi valete molto, tutte e tre. Non lo dimenticare mai.
Vi ho allevate per essere vicine a re e regine. Non voglio che vi
accontentiate di uomini qualunque».
«Bravi uomini… Come Papà?».
«Direi di sì». Mamma sorrise. «Tuo padre è un brav’uomo, e vedi
dov’è arrivato? A Oxford non c’è nessuno che gli sia superiore».
«Cosa… Cos’è che rende un uomo bravo, come Papà? Perché
tu… Cos’è che ti ha convinto a sposarlo?».
«La sua eccellente famiglia, le sue credenziali accademiche, il suo
enorme potenziale». Mamma pronunciò questa frase così in fretta
che mi chiesi se l’avesse imparata a memoria. Poi sorrise di nuovo,
con occhi dolci e pensierosi. «Ne ero innamorata, naturalmente».
«Lui è più vecchio di te». A quei tempi ero molto interessata
all’età. Per esempio, sapevo che il principe di Galles aveva solo tre
anni più della sua promessa sposa.
«Sì, lui ha quindici anni più di me. Abbastanza più vecchio».
Mamma alzò un sopracciglio con fare ironico.
«Che intendi dire?».
«Gli uomini hanno bisogno di più tempo, Alice. Non maturano
come noi. Un uomo più vecchio è sempre un’ottima scelta».
«Davvero? Forse… Forse anche qualcuno di vent’anni più
grande?».
«Forse».
«Come hai fatto a capire che eri innamorata di Papà? Te lo ha
detto lui?».
«Oh santo cielo. Certo che no! Gli uomini non sanno mai cosa
vogliono… Dobbiamo decidere noi per loro. No, piccola mia, sono
stata io a dirlo a lui, anche se, naturalmente, non prima di essere
ufficialmente fidanzati. Ma prima glielo avevo fatto capire. C’è
sempre un modo, lo vedrai. Ti prego di ricordare, Alice… che l’amore
non è tutto. C’è la famiglia, l’educazione e il potenziale. E anche le
proprietà, naturalmente».
«Oh». Non ero certa di capire cosa intendesse dire, tutti quelli che
conoscevo avevano qualche proprietà. Eccettuata la servitù,
naturalmente.
«Deve anche esserci… come dire… un sentimento reciproco,
suppongo. Sì, questa è l’espressione giusta, un sentimento
reciproco di rispetto, di cortesia e di solidarietà».
«Cortesia e solidarietà?».
«Sì. Te ne accorgerai… Lo capirai dai suoi occhi».
Il cuore mi batteva veloce e il viso mi scottava mentre ricordavo gli
occhi. Occhi blu scuro, occhi che mi seguivano ovunque andassi. Li
sentivo su di me anche quando ero sola. Specialmente…
Specialmente di notte, quando le mie sorelle dormivano e io giacevo
sveglia, sdraiata sulla schiena. Avvolta solo nel cotone della mia
camicia da notte, leggera come la veste di una piccola zingara.
Scossi il capo. In quei giorni non ero troppo attenta, i pensieri mi
prendevano alla sprovvista, lasciandomi sbalordita. Non avevo
alcuna idea da dove provenissero, ma mi sentivo perfettamente in
grado di seguirli da sola.
«Povero Bertie», mormorò Mamma.
«Chi?».
«Il principe di Galles», rispose lei. Mi rilassai, ansiosa di pensare a
qualcun altro, perché avevo l’impressione che i miei pensieri
stessero diventando pericolosi, anche se non avrei saputo dire il
perché.
«Perché dici povero?».
«Perché i reali non si sposano mai per amore. Non che quello sia
tutto, naturalmente… e non posso dire che io approvi che quello sia
l’unico motivo. Ma conosco Bertie… È stato fonte di pena per tuo
padre, quando risiedeva qui. Non sarà mai felice con una dolce
principessina, per quanto bella essa sia».
«Lo è davvero, non credi?». Avevo ammirato il ritratto della
principessa Alexandra pubblicato sul giornale. Era meravigliosa, coi
suoi capelli scuri, i suoi occhioni e la vita più sottile che avessi mai
visto.
«Sì, ma ciò non basterà a tenere a freno Bertie. Ma non è un
nostro problema, non ti pare? Quella povera regina… ancora in
lutto».
Mi ricordavo di quando era morto il principe Alberto, più di un anno
prima. Mamma aveva ordinato alla sarta di farci dei vestiti invernali,
neri o grigi orlati di nero. Fui contenta quando smettemmo di
indossarli.
«Mamma, quante proprietà, con esattezza, deve possedere un
gentiluomo per essere all’altezza?». Guardai mia madre, pronta a
fare degli altri calcoli. Ma lei teneva gli occhi chiusi e respirava in
modo regolare.
Mi alzai lentamente – attenta a non urtare gli oggetti sul tavolino
con le ampie maniche del mio vestito – e mi chinai a baciarle la
fronte; era sudata, così ci soffiai sopra, sperando di disperdere in
quel modo anche i suoi pensieri angosciosi. Poi mi avvicinai alla
finestra e chiusi completamente le pesanti tende di broccato,
cercando di attutire l’inarrestabile picchiettio del nevischio.
Mentre lo facevo, guardai il giardino, verso la Vecchia Biblioteca
col tetto spiovente e le piccole finestre, dove viveva Mr Dodgson.
Pensai al principe di Galles e al suo imminente matrimonio.
Mi sembrava (poiché ero stata presa anch’io dalla febbre
matrimoniale, anche se non l’avrei mai ammesso, e sotto il cuscino,
dove nessuno poteva trovarla, tenevo un’illustrazione ripiegata del
principe e della sua fidanzata) che in quei giorni l’amore fosse
dappertutto, anche nell’aria. Forse era quello che stavamo
aspettando, in fondo. Soffiava sui tronchi spogli degli alberi e nei
giorni di sole riscaldava le pietre del Quad: volevo credere che fosse
possibile vivere felici per sempre, non solo nelle favole e nelle storie.
Anche se non in quelle storie di Mr Dodgson, mi resi conto, in quel
preciso momento, perché le sue storie erano quasi sempre
decisamente prive di sentimento. Perché mai? Aveva forse bisogno
di qualcuno… che lo ispirasse?
Certamente un narratore come lui doveva credere, dal profondo
del cuore, nella felicità fino alla fine dei suoi giorni. Forse avrebbe
potuto aggiungerla alla fine della mia storia; arrossivo a chiamarla in
quel modo, ma lo facevo lo stesso. Non ad alta voce, ma nell’intimità
del mio cuore. Forse non era ancora troppo tardi, dopotutto non
l’aveva ancora scritta.
C’era ancora il tempo di cambiarla, pensai. Dovevo solo
chiederglielo, perché lui non mi aveva mai negato nulla. Alice poteva
essere una fanciulla alta e pallida dai corti capelli neri e
dall’espressione vagamente corrucciata. Avrebbe potuto camminare
verso il tramonto mano nella mano con un gentiluomo alto e snello
dagli occhi blu, con i capelli ondulati castano chiaro, e avrebbero
vissuto felici per sempre, come il principe e la principessa di Galles.
Nonostante quello che diceva Mamma, volevo credere che fossero
molto innamorati, perché se non potevano vivere una favola i principi
e le principesse, che speranza avremmo avuto tutti noi?
Vidi una luce tremolare in una delle finestre dall’altro lato del
giardino? Una luce in quelle stanze che avevo visitato tante volte,
ma che ora, solo al pensiero, mi faceva tremare lo stomaco, seccare
la bocca e girare la testa con tutte quelle idee sulle favole, i principi,
l’amore e i bravi uomini? Tirai in fretta le tende e mi voltai per
andarmene, come se le creature della notte potessero vedermi e
leggere i miei pensieri.
Prima di uscire, mi avvicinai a Mamma in punta di piedi. La
coperta rossa si alzava e si abbassava al ritmo del suo respiro
mentre lei dormiva. Mi fermai un attimo a guardarla e a chiedermi
quali sogni facessero le mamme…
Mi chiesi se anche per loro essere per sempre felici avesse lo
stesso significato che aveva per noi.

Il 10 marzo, il principe e la principessa di Galles si sposarono. A


Oxford ci fu un’esplosione di celebrazioni; Mamma stava troppo
male per preoccuparsi di non poterne organizzare qualcuna e questo
suo malessere mi turbava più di quanto non avessero fatto le strane
confidenze che avevamo condiviso.
Fu tuttavia capace di dirci quello che Ina, Edith e io avremmo
dovuto indossare durante i nostri impegni sociali. Ognuna di noi
piantò un albero in onore del matrimonio. Il mio fu piantato in
memoria del principe Alberto e io tenni un breve discorso (che,
secondo Ina, nessuno ascoltò, perché la mia voce fu un sussurro).
Poi andammo a passeggio per le strette strade di Oxford con Papà e
con Nonna Reeve, che era venuta ad assistere Mamma, e
ammirammo tutte le celebrazioni: c’erano bazar, giochi sul prato,
musica e danze dappertutto. Non avevo mai visto tanti musicisti,
molti di loro in uniforme militare, con facce dello stesso colore delle
giacche scarlatte, mentre soffiavano nei loro strumenti. Faceva
freddo, malgrado il sole, ma nessuno sembrava accorgersene.
Perché c’erano falò in tutti gli angoli, custoditi allegramente da
spazzini e cenciaioli con indosso i loro vestiti migliori: giacche nere
rilucenti e cilindri sghembi.
Ina era di cattivo umore, nonostante l’allegria contagiosa che la
circondava: sconosciuti che si davano la mano e giovanotti che
tentavano spavaldamente di baciare le ragazze per strada, con
grande orrore della Nonna. Poiché Mamma mi aveva dato il
permesso di stare alzata quella sera a guardare i fuochi d’artificio e
le luminarie, e non solo, mi aveva anche concesso di invitare
chiunque desiderassi. E, senza esitare, avevo invitato Mr Dodgson.
«Sei troppo grande per uscire di sera senza accompagnatore»,
aveva detto Mamma a Ina quel mattino, molto seccata devo dire,
perché il bambino doveva arrivare tra poche settimane. «Perché
diamine ti importa se Alice ci va?».
«Perché voglio vedere le luminarie! Sono così romantiche!». Ina
veleggiò per la stanza e trattenni il fiato quando le sue gonne
sfiorarono il tavolino di marmo di Mamma, rischiando di rovesciare la
caraffa.
«Ina, stai calma». Mamma sembrava sul punto di sentirsi male,
strinse le labbra e chiuse gli occhi. Ina ne fu così sorpresa che si
fermò.
«Vuoi dell’acqua, Mamma?», le sussurrai dal mio solito sgabello.
Lei scosse il capo, rabbrividì leggermente, poi riaprì gli occhi:
erano spenti per la stanchezza.
«Ascolta». La sua voce era debole ma decisa, un’eco della sua
solita. Mi angosciava che Ina non si accorgesse di quanto lei stesse
soffrendo. Volevo scuotere mia sorella fino a farle battere i denti, ma
solo dopo aver lasciato la stanza di Mamma. «Ascolta. Alice è stata
un angelo con me e si merita un premio. Non riesco a capire perché
voglia andare con Mr Dodgson. Mr Ruskin ha detto di essere
disponibile, se lei desidera». A questo punto, Mamma guardò me e
nei suoi occhi la domanda era così evidente da nascondere anche i
segni rossi sotto di essi. Arricciai il naso e scossi il capo. Mr Ruskin?
Perché mai avrebbe voluto accompagnarmi? Avevo imparato a
tenere la bocca chiusa durante le sue lezioni, ma lui sembrava
vedermi non per quello che ero veramente, ma come quella che
aveva già deciso che fossi.
Inoltre non ero più protetta dai pettegolezzi che lo circondavano
come una tempesta di sabbia dovunque lui andasse, molti dei quali
non causati da lui, ma su di lui. Si sussurrava sul vero motivo per cui
il suo matrimonio era stato annullato, un motivo del quale nessuno
parlava apertamente, ma che faceva annuire saggiamente molte
teste, anche se faceva arrossire le signore e ridacchiare i signori.
Non avevo voglia di conoscerlo in modo più approfondito, anche se
sapevo che lui lo desiderava molto. Quella non era la prima volta
che aveva richiesto la mia compagnia.
«Come vuoi. Allora che sia Mr Dodgson, anche se onestamente
non vedo cosa tu trovi in lui. Se solo non fosse uno sciocco
balbuziente! Immagino che sia carità cristiana permettergli di
frequentare le mie figlie. Sono certa che lui non abbia altri amici,
eccettuato Mr Duckworth, che conta poco, perché lui è amichevole
con tutti».
«Vedi, Mamma?». Ina stringeva i pugni come facevo anch’io, a
nessuna di noi piaceva sentir disprezzare Mr Dodgson in quel modo.
Perché gli altri non vedevano in lui ciò che vedevamo noi? Di nuovo
mi meravigliai per il modo in cui qualcuno potesse apparire diverso a
così tante persone.
Il volto di Ina, almeno il suo, rimase liscio e calmo, come anche la
sua voce. «Vedi, Mamma, non sarebbe un’azione caritatevole se
andassi anch’io? Come dici tu, lui non ha molti amici, a parte noi. A
me sembra che noi possiamo consolarlo, in qualche modo».
«Balbuziente o no, lui è un uomo e tu sei una signorina, Ina. Non
potete uscire insieme di sera. Neanche con Miss Prickett, che
comunque ha il padre malato ed è andata a trovarlo. È impossibile,
in ogni caso. No, tu resterai con me stasera e Alice può andare a
vedere i fuochi d’artificio».
«Grazie, Mamma!». Dimenticai di controllarmi e saltai in piedi
battendo le mani: Mamma fece una smorfia. «Oh! Mi dispiace!».
«Non fa niente. Ora, ragazze, per favore, ho bisogno di riposare.
Divertitevi oggi, ma ricordate che siete le figlie del Decano e
comportatevi di conseguenza. Oh, Dio». Si portò improvvisamente il
fazzoletto alle labbra e ci fece cenno di andare.
Ci affrettammo a uscire proprio mentre Yvonne si precipitava nella
stanza con una padella da letto pulita coperta da un asciugamano di
lino. Rabbrividii mentre la mia povera Mamma, col viso cinereo, le
faceva cenno di avvicinarsi. Chiusi rapidamente la porta.
«Non avrò mai dei bambini», dichiarai sentendomi lo stomaco
sconvolto per solidarietà. «È orribile. E Mamma ne ha avuti così
tanti!».
«Penso che i bambini siano proprio deliziosi». Ina alzò il naso, ma
impallidì quando sentì i rumori emessi da Mamma al di là della porta,
infatti ci affrettammo a scendere le scale.
«Forse lo sono, ma averli sembra una cosa terribile».
«Ma dimmi un po’, tu che ne sai di queste cose?». Ina si voltò,
incrociò le braccia sul petto in una perfetta imitazione di Pricks e mi
guardò con occhi socchiusi e sospettosi.
«Be’… io… io…». Ci risiamo: un’altra cosa che non sapevo, ero
troppo piccola per sapere e non potevo neanche sperare di sapere,
ma che Ina, naturalmente, sapeva. Non sopportavo di vederla così
atteggiata e piena di superiorità, così mentii. «Naturalmente so dei
bambini. Lo so da anni».
«E come lo sai, di preciso?».
«Ina, sinceramente, non me lo ricordo…».
«Te l’ha detto qualcuno?».
«Be’…».
«O te l’ha mostrato qualcuno?».
«Si! È così… Qualcuno me l’ha mostrato».
«Qualcuno più grande di te?».
«Certo!».
«Da quanto lo sai?».
«Da quanto lo sai tu?», ribattei e fui gratificata dall’espressione
sorpresa di Ina e dal rossore che le avvampò le guance.
«Io… Be’, non ne sono sicura… ma, in ogni caso, lo so».
«Bene, allora». Mi allontanai, passandole accanto, perché
dovevamo cambiarci per piantare gli alberi; Mamma aveva scelto per
noi nuovi vestiti, identici, in taffettà celeste chiaro, con uno smerlo
nero che contornava il davanti del corpetto e i bordi della gonna. «Lo
sappiamo entrambe. Pensa un po’, Ina… Non sei l’unica a sapere
qualche cosa!».
«Non ne sarei troppo sicura, Alice». Ina mi seguì placida, si fermò
davanti a uno specchio dorato appeso alla parete e si lisciò i capelli
con uno dei suoi sorrisi misteriosi. «Io vedo e capisco le cose. Più di
te. Ti dico solo questo… Fai attenzione stasera, con Mr Dodgson».
«Cosa?». Mi fermai, confusa. «Che vuoi dire? Attenzione a che?».
«Sto solo preoccupandomi per te, Alice. Sono la sorella maggiore
e mi preoccupo per te e per la famiglia… Ma specialmente per te.
Ricordalo… Ricordati che penso solo al tuo bene».
«Bene, ma… Che intendi dire di Mr Dodgson?».
Ina continuò a guardarsi allo specchio. Il suo sguardo riflesso
incrociò il mio e, per un attimo, vidi che una persona completamente
diversa viveva dall’altro lato della cornice dorata; una persona
diversa e pericolosa. Non mia sorella.
Quella persona non mi rispose, si limitò a portarsi un dito alle
labbra e a sorridere.

Quando quella sera Mr Dodgson venne a prendermi,


accompagnato da suo fratello Edwin, che era in visita, mi rammentai
di quel sorriso e di quel gesto sinistro. Malgrado il mantello pesante,
non potei fare a meno di rabbrividire.
Ma non appena ci allontanammo dal Decanato (che, mi resi conto,
ultimamente per me era circondato da un’atmosfera oscura e
sofferente: la malattia di Mamma, le azioni inspiegabili di Ina e i miei
pensieri inquietanti, combinati all’abituale grigio deprimente
dell’inverno a Oxford) mi tornò il buonumore. La notte era illuminata
per gli spettacoli e c’era musica nell’aria – mi domandai se i musicisti
si fossero fermati un attimo a respirare o a mangiare – e sentivo
ovunque la potenzialità dell’amore. Il principe di Galles si era
sposato! Ci sarebbero stati nuovi principini e principessine e, un
giorno, un nuovo re e una nuova regina. L’Inghilterra sarebbe vissuta
per sempre, era la più grande nazione del mondo e Oxford era il
gioiello della sua corona. Ero orgogliosa del mio paese e della mia
patria. Non c’era niente da temere, dovevamo solo festeggiare.
«Edwin, posso presentarti Miss Alice Liddell?». Mr Dodgson fece
un cenno a suo fratello minore, una sua pallida copia sbiadita.
Avevano gli stessi occhi sghembi, ma quelli di Edwin pendevano di
più, la stessa bocca piccola che agli angoli curvava leggermente in
basso, anche se quella di Edwin sembrava sempre socchiusa.
Avevo ormai incontrato diversi fratelli e sorelle di Mr Dodgson.
Skeffington e Wilfred, due dei suoi fratelli minori, erano ancora
studenti e a volte ci accompagnavano nelle nostre escursioni in
barca. (Nessuno di loro cantava, però, ed entrambi sospiravano
rumorosamente quando mi sfuggiva un remo). Una volta erano
venute a trovarlo due delle sue sorelle e mi sembrarono entrambe
molto grasse e chiassose. Fanny, quella più grassa, mi aveva
chiesto se mia madre indossava sottovesti di seta!
Avevo qualche dubbio su Edwin, anche se mi dicevo che
bisognava avere una mentalità aperta.
«Sono davvero felice di incontrarla», gli dissi prendendo in prestito
uno dei sorrisi falsi di Ina mentre facevo la riverenza.
«Il piacere è mio», rispose Edwin con un inchino.
«Dove vogliamo andare, Alice, per cominciare?». Mr Dodgson mi
prese per mano; indossavamo entrambi i guanti, ma potevo ancora
ricordare la sensazione della sua mano quel giorno in giardino,
asciutta, morbida, fresca, ma allo stesso tempo calda. Mi aggrappai
alla sua mano con forza, per poterla sentire di nuovo in quel modo.
«Tutti i college sono illuminati, mi dicono che il Merton sia
particolarmente bello».
«Non possiamo andare semplicemente in giro? Non voglio fare le
cosa di fretta».
«È un ottimo programma. Andremo in giro e ci godremo la serata
e a-a-augureremo ogni felicità alla coppia reale».
Attraversammo il Quad, svariati studenti traballavano sulle pietre
ricurve della fontana, viscide per l’umidità, e io sperai che uno di loro
ci cadesse dentro, ma sfortunatamente nessuno le fece. Dopo aver
superato il grande cancello di ferro che separava il Quad da St.
Aldgate, ci trovammo in mezzo a una folla rumorosa e pressante.
Non potemmo fare a meno di seguirla.
«Alice, non lasciarmi la mano», mi disse Mr Dodgson.
«No, non lo farò», gli risposi.
Edwin mi afferrò l’altra mano e io fui contenta, perché temevo di
essere trascinata via e rapita da una banda di ladri di bambini, come
Oliver Twist, anche se non avevo mai sentito di nessuna banda di
ladri di bambini a Oxford. Ma c’era così tanta gente – guardandomi
attorno non riconoscevo nessuno, cosa insolita anche se piuttosto
eccitante – che pensai che quella sera, tra tutte, sarebbe stato
possibile.
Proprio mentre stavo appassionandomi all’idea (se fossi stata
rapita da una banda di ladri di bambini, ero certa che avrei scoperto
di essere una gentildonna, come Oliver aveva scoperto di essere un
gentiluomo, anche se speravo non prima di aver imparato le
sottigliezze del furto con destrezza) svoltammo l’angolo di High
Street, dove la folla si disperse. Tirai un respiro profondo, mentre
tutti guardavano in alto emettendo esclamazioni piene di meraviglia.
Proprio su di noi, al di sopra dei tetti scoscesi e irregolari, razzi e
luminarie si accendevano come se stesse prendendo fuoco il cielo
stesso. Un odore pungente mi bruciava le narici, come se migliaia di
fiammiferi fossero stati accesi nello stesso momento.
«Oh!». Mi fermai, facendo incespicare Mr Dodgson e Edwin.
Quest’ultimo lasciò la mia mano e io rimasi aggrappata al solo Mr
Dodgson.
«Non è splendido?», mi chiese seguendo il mio sguardo. Potei
solo fare un cenno col capo. Non avevo mai visto un cielo così pieno
di luci, neanche a Londra: enormi candele erano collocate in ogni
luogo – appese ai lati degli edifici, accanto alle mangiatoie dei
cavalli, perfino infilate per terra – e bruciavano tutte con una tale
intensità che passando loro accanto potevo sentirne il calore.
All’improvviso una girandola infuocata attraversò il cielo,
rovesciando miriadi di scintille sulla folla. Ci furono urla e risate e
una signora gridò: «Arthur, ho preso fuoco!», e Arthur rispose
urlando: «Non lo fai forse sempre, amore mio?». Allora ci furono
altre risate.
Mr Dodgson mi strinse la mano con più forza. «Proseguiamo.
D’accordo?».
«Ma la poverina ha preso fuoco…». Allungai il collo cercando di
vedere chi era la donna in fiamme, ma Mr Dodgson mi trascinò tra la
folla con forza sorprendente. Edwin ci seguiva, con il viso arrossato
e luccicante, e mi chiesi se avesse caldo a causa di tutti quei fuochi.
La folla quella sera era diversa. In genere erano tutti impettiti e
decorosi nei loro vestiti migliori, anche i più poveri, con le loro orribili
vecchie giacche corte e i vestiti stretti ormai fuori moda. Ma quella
sera erano tutti – e tutto era – più rilassati. Colletti flosci, camice
spiegazzate, piume rotte che penzolavano stanche dai cappelli. La
mattina la folla era stata allegra ma composta, come se cercasse di
imitare la dignità dei reali. Quella sera urlava la propria gioia,
farfugliava il proprio orgoglio e danzava in onore della Coppia reale.
C’era anche gente audace e romantica. Sorpassammo una coppia
in un portone buio; l’uomo stava baciando la nuca della signora. Lei
aveva gli occhi chiusi, così non potevo stabilire se lo gradisse o
meno, ma poi si voltò alzando le labbra a incontrare quelle di lui,
avvolgendogli le braccia graziosamente attorno al collo. Non li vide
nessuno eccetto me e io sentii la responsabilità del loro segreto. Il
mio cuore si gonfiò, sentendosi importante perché doveva
mantenerlo. Ma non riuscivo a evitare di voltarmi a guardarli: per
qualche motivo vedere quei due abbracciati stretti in quel portone
fece bruciare la mia pelle più di qualsiasi fuoco d’artificio.
«Che succede, Alice?». Mr Dodgson, sempre tenendomi per
mano, si voltò a guardarmi. Edwin era qualche passo più avanti.
«Niente, solo che… sembra che tutti siano innamorati», dissi
sconsideratamente, incapace, dopotutto, di mantenere il segreto.
Mr Dodgson sollevò le sopracciglia ma sorrise. «L’amore è
nell’aria, non è così che si dice?».
«Sono tutti così felici, stasera. È tutto così bello. Non le sembra?
Non è incantevole?». Tutta quella bellezza mi faceva girare la testa. I
fuochi d’artificio, la musica – ogni banda pareva suonare un diverso
valzer viennese –, le luminarie che riempivano tutti gli spazi vacanti.
Alcune erano proiezioni fluttuanti delle immagini del principe e della
principessa, in altre c’erano nomi e sentimenti riprodotti con candele
accese all’interno di lampade di colori differenti.
Ma ciò che più mi colpiva erano le coppie che passeggiavano
tenendosi sottobraccio, che conversavano felici sedute sulle
panchine… o che si abbracciavano nei portoni bui a occhi chiusi.
«Davvero. Dovresti vederti». La voce di Mr Dodgson aveva una
sfumatura rapita, come quel giorno in giardino, che, mi resi
improvvisamente conto, era stata l’ultima volta che ero stata da sola
con lui. «Splendidi occhi, splendidi capelli e anche un cuore
splendente».
Non sapevo cosa rispondere, perché era esattamente quello che
volevo sentirmi dire. Desideravo fare parte della magia di quella
notte. Volevo essere speciale, volevo essere bellissima, volevo
essere amata.
Per qualche motivo, evitai di dimostrargli quanto mi avesse reso
felice e mi guardai invece le scarpe. Miracolosamente le mie calze
erano ancora al loro posto e le mie scarpette di pelle nera erano
pulite. Era un altro segno che stavo diventando grande,
recentemente i miei vestiti, i miei capelli e tutto il mio aspetto
riuscivano a rimanere, più o meno, intatti.
«Presto sarò una signorina», mormorai, odiandomi
immediatamente per aver parlato come Ina. Perché mai avevo detto
una cosa del genere? Mi era solo scappata di bocca.
«Vero». Mr Dodgson mi guidò verso una panchina vuota, trasse
un fazzoletto di tasca per pulire il sedile, perché sul bracciolo c’era
un bicchiere di birra mezzo vuoto. Lo poggiò per terra e ci sedemmo.
Edwin si era allontanato verso un banchetto che vendeva tazze e
ricordini commemorativi.
«Almeno è quello che dice Mamma», continuai, desiderando
disperatamente di non averlo fatto, ma incapace di fermarmi. «Lo sa,
compirò undici anni, al prossimo compleanno. Sono quasi
abbastanza grande per…». Non potei finire la frase perché il mio
pensiero non era ancora ben formato. Mi girava la testa per tutte le
possibilità, per cosa non ero ancora abbastanza grande?
«Abbastanza grande? È mai possibile essere abbastanza grandi?
O ci sarà sempre qualcosa al di là della nostra portata?». Mr
Dodgson sorrise, apparentemente divertito da ciò che diceva, e
mentre normalmente lo avrei seguito in quel gioco, quella sera ne fui
spazientita. Mi sembrava ridicolo, quando c’erano cose tanto più
importanti da discutere. Per un attimo, potei vederlo con gli occhi di
Mamma: un uomo strambo che viveva nella sua testa e che diceva
sciocchezze.
Ma solo per un attimo. Lui riprese fiato, come se avesse capito
solo allora quanto avessi detto. Poi chiuse gli occhi. Quando li riaprì,
erano blu, lucidi e concentrati, e guardavano solo me. Dovetti
distogliere i miei, perché sapevo che ora mi guardava in modo
diverso e, anche se era quello che avevo desiderato, fui spaventata
dal cambiamento. «Grande abbastanza, forse, per pensare all’a-
aamore? Come il principe e la principessa di Galles?».
Le nostre ginocchia si toccavano e sentivo il calore e la solidità del
suo corpo attraverso i suoi pantaloni di lana. Ma non riuscivo ancora
a guardarlo negli occhi.
«Sì, pensavo a quello… Be’, in una sera come questa non… non
si può farne a meno».
«Certo, è naturale, non credi? Immaginare e sperare?». Parlò così
piano che dovetti alzare gli occhi per aver conferma di quanto aveva
detto. Non mi stava guardando, in quel momento; sembrava che
parlasse a qualcun altro. Ma non c’era nessuno ad ascoltarlo, solo
io. «Non c’è niente di male nel sognare».
«Come l’altra volta? Quando mi ha raccontato dei suoi mal di testa
e dei suoi sogni su di…». Qualcosa mi impedì di dirlo ad alta voce,
ma dentro di me, una parte molto audace del mio cuore stava
sussurrando me.
«Sì, in un certo senso». Si voltò infine verso di me e i suoi occhi si
addolcirono e luccicarono, le luci magiche riflesse in essi: le luci
tremule dalle lanterne dietro di noi, le stelle, le luminarie multicolori
che rischiaravano il cielo.
«I miei sogni sono diversi ora», continuò lui con voce monocorde,
così diversa da quando quel giorno sul fiume aveva iniziato a
raccontare la mia storia. «All’inizio mi spaventano. Ma poi li vedo per
ciò che sono, puri e sacri, come lo è l’amore, come può esserlo, e
penso – spero – che è così che potrebbe essere, ma allora mi
spaventano di nuovo».
«Non deve aver paura», dissi d’impulso, chiedendomi quanto
spesso avesse paura, addolorata per non poter essere con lui nei
suoi momenti più bui.
«Non devo?». I suoi occhi, sempre tanto fiduciosi, studiarono il
mio volto in cerca di una risposta che non ero certa di avere.
Scossi il capo. «Vorrei tanto poterla aiutare». Mi sentii le lacrime
agli occhi, lacrime di frustrazione, per non essere mai capace di
aiutare quelli a cui volevo bene.
«Cara Alice». Mr Dodgson sorrise, un sorriso sghembo e triste,
ma più triste del solito. «Ma lo sai quanto mi aiuti solo essendo ciò
che sei?».
«Davvero?».
«Sì. Solo per esserci, per non crescere, per rimanere la mia
zingarella selvaggia».
«Ma sto crescendo… Me lo ha detto anche lei. Lei lo ha appena
detto. Sono quasi una signorina».
«Ma tu non cambierai. Non è così, Alice? Non come gli altri. Tu sei
diversa… Eri grande quando eri piccola, quindi è ragionevole
pensare che sarai giovane quando invecchierai».
Non sapevo cosa rispondere. Accettare la sua logica avrebbe
significato seguire un mio sogno che non ero certa mi fosse
permesso. Gli presi, invece, la mano, la sua mano guantata; potevo
sentire le lunghe dita affusolate. Desideravo tanto toccargli le dita
con le mie, seguirle, per vedere quanto fossero più lunghe le sue.
Giocherellai con la sua mano, rovesciandola, premendo il mio palmo
contro il suo, guanto su guanto, ma attraverso gli strati di pelle le
nostre mani erano calde e vive. Lo sentii deglutire, come se gli si
fosse seccata la gola; sentii il palpito del suo cuore, attraverso le
nostre mani, ma non mi bastava. Perché c’erano sempre così tante
barriere tra di noi? Barriere di stoffa, di etichetta, di tempo, di età e di
buonsenso. Ma non ero forse la sua bambina selvaggia? La zingara
dei suoi sogni? Avevo dovuto chiedere il permesso per rotolarmi
nell’erba, per sentire la vita sulla mia pelle nuda, ora non più.
Ripiegai la mano, anche se solo impercettibilmente, fino a che i
nostri polsi si toccarono. Pelle contro pelle. Lui trattenne il fiato.
Ma non io. Meravigliata dalla vista dei nostri polsi nudi che si
toccavano – il mio era roseo e morbido, il suo pallido e forte, con
soffici peli scuri che mi facevano il solletico – fui stupita dalla mia
audacia. Non potevo evitare di chiedermi… cos’altro potevo fare?
Cos’altro potevo vincere? Ancora una volta mi sentii vittoriosa,
perché avevo ottenuto qualcosa: possedevo il cuore di un uomo,
come anche la sua mano. Lo sapevo, come sapevo con certezza
che il principe e la principessa di Galles sarebbero stati felici per
sempre. In quel momento sapevo che avrei potuto dire qualsiasi
cosa volessi e lui mi avrebbe creduto. Avrei potuto fare qualunque
cosa e lui mi avrebbe approvato. Avrei potuto chiedere qualunque
cosa desiderassi e lui avrebbe potuto darmela. Con questa
consapevolezza, non dovevo più chiedere permessi.
«Mi aspetti», gli sussurrai, dando parole al mio sogno.
Le sue labbra tremarono, come anche la sua mano. Mi limitai a
coprirla con la mia e premetti fino a quando il tremito cessò.
«C-cosa?».
«Mi aspetti».
«N-non… Cosa mi stai chiedendo?…».
Tolsi la mano dalla sua. La riportai in grembo. Poi lo guardai negli
occhi senza paura, senza preoccupazione, senza dubbi infantili.
Incontrai il suo sguardo con serenità, per la prima volta senza
aspettare che lui mi dicesse ciò che provavo, ciò che dovevo fare,
come mi dovevo comportare. Lui aveva gli occhi pieni di lacrime,
aveva il cuore pieno di stupore. Lo sapevo, perché anche il mio lo
era.
«Lei lo sa», sussurrai. Ma non volli, non potei, finire la frase: dirgli
che doveva aspettare che io fossi più grande, quando avremmo
potuto stare insieme per sempre nel modo in cui stanno insieme gli
uomini e le donne. Non sapevo esattamente come, ma lui mi aveva
già toccato con le sue mani tremanti; mi aveva già vista scatenata
nell’erba; mi aveva anche vista garbata come una vera signora.
Anche se sapevo che in ogni occasione ci eravamo comportati in
modo corretto e innocente, sapevo anche che gli altri avrebbero
potuto vederla diversamente. In fondo, io avevo quasi undici anni e
lui ne aveva trentuno.
Ma quando fossi stata più grande, quando avessi avuto quindici
anni e lui ne avesse avuti trentacinque (eccomi di nuovo a fare
calcoli!), non avrebbe dato fastidio a nessuno. Non sarebbero state
necessarie spiegazioni. Saremmo stati liberi.
«Oh, Alice», sussurrò lui appoggiando la sua mano sulla mia, il
suo alito caldo sulla mia fronte. Chiusi gli occhi, come la signora nel
portone.
«Alice? Mr Dodgson?».
Mr Dodgson respirò con affanno, allontanandomi bruscamente,
mentre entrambi alzavamo lo sguardo per vedere…
Pricks, che ci osservava, col fiato corto e le narici frementi.
«Miss Prickett!». Lui si sistemò il panciotto, schizzando in piedi.
Aveva il viso scarlatto, i capelli disordinati ed elettrici e stringeva il
cappello con una tale forza che temetti lo sfondasse. Si inchinò
nervoso. Quasi sbattendo col capo sullo schienale della panchina.
«Ciao, Pricks», dissi io freddamente. Come mai ero così sicura di
me, così tranquilla… così come Ina? Non ne avevo idea. Sapevo
solo che in quel momento io ero più forte di Mr Dodgson. «Tuo padre
sta meglio?».
«Abbastanza». Pricks spostava lo sguardo da me a Mr Dodgson
con i suoi piccoli occhi – come quelli di un maiale, pensai distaccata
– spalancati e spaventati. Potevo percepire la sua paura, anche se
non la capivo; stava cincischiando, lisciandosi la sua ampia gonna,
tirandosi su i guanti, toccandosi i bottoni della sua logora cappa.
«Mi spiace… Suo padre non sta bene?». Mr Dodgson si era
ricomposto, in qualche modo, anche se ora mi sembrava molto
attento a non incontrare il mio sguardo, o quello di Pricks. Guardava
ovunque tranne che verso di noi.
«La ringrazio tanto per avermelo chiesto. No, non è stato bene,
ma sembra che stia migliorando. Ho deciso di tornare a casa,
stasera, per assistere a parte delle celebrazioni. Era molto tranquillo
al cottage, lei mi capisce, siamo piuttosto isolati». Pricks gli sorrise
con disperazione, con quel suo sorriso crudele a bocca aperta.
«È una vera fortuna per noi», rispose meccanicamente Mr
Dodgson. «Ora saremo in quattro».
«Quattro?».
«Sì, mio fratello Edwin è qui con noi. Oh, eccolo… Edwin, ti prego,
lascia che ti presenti Miss Prickett, la gogo-governante di Alice».
Edwin, con le braccia cariche di tazze, nastri e anche di un
copriteiera, ci raggiunse passeggiando senza fretta. Si inchinò,
ridacchiando e ammiccando per via del cappello che non poteva
togliersi.
«È un vero piacere», disse.
«Vogliamo andare a vedere delle altre luminarie?». Mi alzai,
chiudendo l’ultimo bottone della mia cappa di lana, perché l’aria era
ora decisamente gelata.
«Non voglio imporre la mia presenza», iniziò a dire Pricks,
abbassando il capo e guardando Mr Dodgson attraverso le sue ciglia
rade e smorte.
«Sciocchezze. È un onore», rispose lui in modo scialbo.
«Sì», annuii, avvicinandomi a Mr Dodgson e facendo scivolare la
mia mano nella sua. Lui la prese deciso e se la mise sotto il braccio.
Poi si rivolse a suo fratello. «Edwin, vuoi che ti aiuti col tuo
bottino… Cosa diamine ti sei comprato?».
Edwin sogghignò ancora e in quel momento mi piacque.
Sembrava che bastasse così poco a renderlo felice, che gli invidiai i
suoi acquisti. Sperai che Edwin si offrisse di regalarmene alcuni,
anche se sapevo che non sarebbe stato educato accettarli. Ma
pensavo davvero che la tazza con le iniziali del principe e della
principessa fosse deliziosa.
«Solo dei souvenir. Non ho potuto farne a meno… Li vendevano
tutti».
«Bene, Alice e io ti aiuteremo a portarli, così tu potrai
accompagnare Miss Prickett», disse Mr Dodgson, porgendomi il
copriteiera con su ricamato il volto della principessa.
«A essere sincera, sono piuttosto stanca», disse Pricks. Così
appariva: le cadevano le spalle e le labbra erano flosce. «La
ringrazio molto, Mr Dodgson, ma credo che ora tornerò al Decanato.
Alice, non vuoi venire con me? Si è fatto molto tardi».
Lei ci provò. Provò a comportarsi da governante con me, strinse le
sopracciglia e piegò il capo con quel suo modo da maestra di scuola,
come se stesse aspettando che coniugassi un verbo. Ma quella sera
lei non mi era superiore e non era neanche una mia pari. Sapevo
qualcosa che lei non sapeva… Ed era la cosa più importante al
mondo.
Sapevo come far tremare Mr Dodgson. Sapevo come farlo stupire.
Sapevo come farlo aspettare.
Perché lui mi avrebbe certamente aspettato. Lo sapevo mentre
salutavo con la mano Pricks che si allontanava facendosi strada
tristemente tra la folla, tra le coppie che passeggiavano a braccetto,
oltre le coppiette immobili che si guardavano negli occhi. Lei si
strinse nella sua brutta mantella verde, abbracciandosi i gomiti per
trovare calore o compagnia. Provai compassione.
Io non ero sola, non lo sarei mai stata. Mr Dodgson e io
riprendemmo a passeggiare davanti alle luminarie, fermandoci a
meravigliarci di fronte a una in particolare che era stata eretta nel
piccolo cortile quadrangolare di un edificio in pietra grezza
nell’edificio degli esami. Con uno splendore di lampade colorate,
formava le parole Possano Essere Felici. Mentre ammiravamo
quello spettacolo sfarfallante – neanche una fiamma su quell’enorme
piattaforma si era spenta e c’erano tanti piccoli specchi posizionati
sapientemente tra le lampade e tra le guglie delle ghirlande, che
creavano un magico effetto di aureola intorno all’intera scena – sentii
Mr Dodgson sussurrare: «Che ci sia concesso di essere tutti felici».
«Oh, ma lo saremo!». Alzai gli occhi per guardarlo, le mie guance
arrossate per il calore delle lampade. In quel momento, con la mano
nella mano del mio prescelto, mi sentivo così fiduciosa, così saggia
che sembrava che il mio cuore stesse per scoppiare di gioia per
quella nuova consapevolezza sul potere dell’amore e sulla sua
straordinaria capacità di indebolire ciò che è forte e di rafforzare ciò
che è debole.
Ma il cuore quasi mi si spezzò, vedendo l’espressione di Mr
Dodgson quando si voltò a guardarmi, gli occhi resi più scuri dal
bagliore ambrato delle luci danzanti. Non rifletteva la nostra gioia
comune, anzi, gli angoli dei suoi occhi, la sua bocca e perfino il suo
mento sembravano appesantiti dal dolore. Mi guardò come se io non
fossi lì, accanto a lui, mano nella mano. Batté invece le palpebre
come se io fossi un sogno… e lui stesse per risvegliarsi.
«Lei scriverà la mia storia, vero?», gli chiesi, improvvisamente
spaventata. Così spaventata che volevo che lui mi ricordasse il
nostro legame reciproco, e quella fu la prima cosa che mi venne in
mente. «Lei si ricorda come inizia?».
«Non è questo il problema, Alice cara», mi rispose con un sorriso
triste. Tolse un frammento di carta bruciata dalla mia spalla, l’aria e il
terreno erano ricoperti di frammenti bruciacchiati. «Il problema è
sapere come finirà».
Scossi il capo, esasperata ma ancora indulgente. Che uomo
strano! Perché doveva preoccuparsi per la nostra storia? L’unica
cosa che doveva fare era scriverla, viverla; essere lei.
Rivolsi lo sguardo alle luminarie. Una delle ghirlande aveva preso
fuoco e un uomo era impegnato a gettarvi sopra dell’acqua. Nella
fretta, rovesciò diverse lampade. La parola Felici ora era storta e
separata dalle altre.
Come se non gli appartenesse più.
Capitolo 6
Ai primi di aprile, Mamma diede alla luce un bambino di nome
Albert. Ai primi di maggio, io compii undici anni. Alla fine dello stesso
mese, Albert morì.
Accaddero tante cose in poco tempo. Naturalmente, eravamo stati
felici all’arrivo di un nuovo fratellino: io ero così sollevata che
Mamma si fosse rimessa presto e avesse ricominciato a dare ordini
a tutti. Fummo anche tutti orgogliosi quando il principe di Galles
acconsentì a far da padrino ad Albert.
Ma quando arrivò il mio compleanno, Albert si era ammalato,
ammalato gravemente, tanto che non ci fu alcun festeggiamento,
anche se io mi raccontai che a undici anni ero troppo grande per
dispiacermene. Mamma e Papà giravano per casa con espressione
preoccupata, il dottor Acland stava sempre al Decanato e Phoebe
non lasciava la nursery neanche per un minuto. Rhoda non capiva
cosa stesse accadendo, si limitava a chiamare Phoebe troppo
spesso. Mi dispiaceva per lei. Fino a quel momento, Phoebe
rappresentava tutto il mondo per Rhoda. Ora anche lei doveva
soffrire agli ordini di Pricks, come tutte noi.
Poi Albert se ne andò. Non avevamo avuto neanche il tempo di
conoscerlo, era così piccolo e debole che nessuno di noi poteva
tenerlo in braccio. Conoscevamo solo una piccola faccia pallida e
rugosa avvolta da una copertina bianca fatta all’uncinetto, che aveva
una piccola bocca con le labbra quasi blu, che si apriva per emettere
deboli lamenti striduli come un uccellino.
Papà pianse molto. La sera arrancava fino all’aula in cui
insegnava, dove andava ormai raramente, e avvolgeva il primo
bambino che incontrava in un grande abbraccio, piangendo senza
freni e bagnandogli la testa con le sue lacrime.
Mamma non disse una parola. Io cercai di comportarmi bene,
cercai di esserci per lei come c’ero stata prima. Ma quando bussai
alla sua porta, una sera, una settimana dopo il funerale, lei mi aprì
con uno sguardo sorpreso.
«Alice! Che vuoi?». Era di nuovo magra, i capelli lucidi e annodati,
con due onde severe che le dividevano la fronte, come le ali di un
corvo. C’erano nuove rughe attorno ai suoi occhi, ma le occhiaie
rosse non c’erano più. I suoi occhi scuri mi videro, ma mi tennero a
distanza, penetranti e sospettosi come sempre.
«Pensavo… pensavo che tu volessi che stessi qui con te».
«A fare cosa? Sto bene. Tu, invece…». Fece un passo indietro e
mi esaminò come se stesse immaginando quanto valessi se fossi
stata messa all’asta. «Quel vestito è troppo corto».
«È uno di quelli di Ina, di quando è morto il principe Alberto». Lo
strinsi in vita, dove era un po’ troppo aderente e tentai di allungare la
gonna. La lana nera pizzicava ed era troppo calda per indossarla in
maggio, ma non avevamo ancora ricevuto i nostri nuovi vestiti a lutto
dalla sarta.
«Chiedi a Mary Ann di allungarlo».
«Va bene, Mamma, ma… pensavo che volessi riposare. Se vuoi,
potrei…».
«Sto perfettamente bene. C’è un’infinità di cose da fare e vostro
padre non è di grande aiuto in questo momento. Devo controllare le
liste per la visita del principe e della principessa di Galles, a giugno.
Staranno qui, al Decanato, e hanno inviato un elenco molto lungo di
richieste, e non so ancora come farò a organizzare tutto. Ora, vai,
piccola, ci rivedremo domattina». Mi diede un buffetto sulla guancia
e chiuse la porta prima che potessi dire anche una sola parola, le
sue lunghe gonne nere avevano frusciato per il movimento rapido.
Rimasi lì, a osservare la porta chiusa, la maniglia di ottone
lucidata con cura. Poggiai il palmo contro il pannello di noce,
sentendo la freddezza del legno. La porta era spessa solo pochi
centimetri, ma la barriera tra mia madre e me era molto più
profonda, impenetrabile. Era come se non avessimo mai passato
quelle lunghe intime serate d’inverno insieme. Solo il fatto che il mio
cuore ne sentisse la mancanza le rendeva reali. Sentii le lacrime
scendere sulle mie guance fredde e mi resi conto di non aver mai
visto mia madre piangere, mi chiesi addirittura se fosse rattristata
dalla morte del bambino.
Mi domandai se avrebbe mai pianto per me, come io piangevo per
lei.
Poi venne l’estate. Il weekend della Commemorazione 6, con tutte
le sue cerimonie rese più speciali quell’anno dalla partecipazione del
principe di Galles, incombeva su di noi. Mamma era nel suo
elemento, allegramente brusca ed efficiente nonostante il suo vestito
a lutto. Il Decanato ronzava d’eccitazione, pieno fino all’orlo di
servitù e dipendenti reali. Non mi ricordo dove dormisse tutta quella
gente, ma continuavo a inciampare in un signore in uniforme e
fusciacca che sembrava non avere niente da fare.
Non ero troppo preoccupata per loro. Perché in quei momenti – la
tristezza per la morte del piccolo Albert e l’allegra frenesia della
visita reale – Mr Dodgson fu una presenza costante; non mi chiesi
mai, quando aprivo gli occhi per salutare un nuovo giorno, se lo avrei
visto. Lui era sempre lì, a colmare il vuoto lasciato da Mamma e
Papà: Papà per via del suo dolore, che lo aveva portato in un luogo
triste e solitario; Mamma a causa dei suoi frenetici obblighi sociali.
Non riesco davvero a ricordare quei mesi, quei mesi pieni di
avvenimenti, senza pensare a lui. Era come se entrambi sentissimo
accelerare il tempo e la sorte, e fossimo d’accordo, senza parole, di
viverlo intensamente. Mamma era troppo distratta per notare quanto
spesso lui si presentasse senza aver prima inviato un biglietto o
averne chiesto il permesso. Normalmente avrebbe detestato quella
disinvolta familiarità. Ma allora non commentava mai, neanche per
lamentarsi di «quel seccatore di un insegnante di matematica».
Neanche Pricks protestava… anche se non sembrava attendere le
sue visite come una volta. Ci accompagnava stancamente, si
sedeva tranquilla a leggere un libro o a lavorare a maglia, senza
neanche ricordarsi di dirmi di comportarmi come una signorina.
Anche Ina era stranamente silenziosa. Sedeva lontana da noi,
come Pricks… ma diversamente da lei, ci osservava. I suoi
instancabili occhi grigi notavano, in particolare, quando Mr Dodgson
faceva una pausa per guardarmi nel mezzo di una storia, di una
partita a croquet o di un pomeriggio passato in giardino a disegnare
animali fantastici (ippopocavallo, coccopapero, canguroleonte). Mi
guardava spesso e io guardavo lui, e quando i nostri occhi si
incontravano, lui qualche volta iniziava a tremare, come se provasse
un brivido improvviso. Allora, molto bruscamente, distoglieva lo
guardo.
Io non tremavo, io non distoglievo lo sguardo. Cosa c’era da
temere? Ora potevamo goderci il tempo che trascorrevamo insieme
e pregustare quello che avremmo trascorso insieme poi. Sapendo
che il mio futuro era deciso, abbandonai la mia cautela e mi permisi
di pensare solo al momento. Come se fossi di nuovo bambina.

Un altro pomeriggio dorato, un’altra gita sul fiume. Credevo che ce


ne sarebbero state molte, molte altre. Perché mai non avrei dovuto
crederlo?
Era una grossa comitiva, questa volta: eravamo in dieci, compresi
Mamma e Papà, cosa molto insolita. Ancora più insolito era il fatto
che Mamma aveva prima convocato Mr Dodgson per chiedergli di
organizzare l’intera escursione. Eppure, quando la comitiva si
radunò da Salter, dove ci aspettava un’enorme barca a quattro remi,
fu evidente che lei intendeva trattarlo come uno della servitù, più che
come un ospite. Quell’onore fu riservato a Lord Newry, un nuovo
studente.
Lord Newry era un elegante e brioso nobiluomo irlandese dai
capelli scuri e ondulati e gli occhi indolenti, uno di quegli studenti
convinti che le regole di Oxford non li riguardassero, in ciò
incoraggiato da Mamma, che tendeva ad avere degli studenti
prediletti, specie tra i titolati.
Cosa aveva messo insieme quel gruppo tanto improbabile per
quell’ultima gita? Lord Newry e i suoi amici erano allegri e chiassosi,
si passavano la fiaschetta da tasca, senza preoccuparsi più di tanto
di farlo con discrezione e rischiando continuamente di far rovesciare
la barca. Noi altre eravamo ancora in lutto per la morte di Albert. I
nostri vestiti di mussola nera apparivano tetri e ingombranti, come
nuvole di temporale, tra gli abiti di lino bianco degli uomini. Mr
Dodgson si trovava a suo modo nel mezzo: non controllato come
uno di famiglia, ma neppure un giovanotto spensierato. Feci del mio
meglio per farlo sentire a suo agio e, mentre discendevamo il fiume,
gli chiesi di narrarci una storia, ma lui rifiutò.
Quando attraccammo a Nuneham – coi suoi giardini curati, con la
casa padronale in pietra chiara, Nuneham Courtney, appena visibile
oltre una collina punteggiata di alberi (Edith giurava sempre che un
giorno avrebbe vissuto in una casa altrettanto grande) – Mr
Dodgson, silenzioso ma efficiente, si rese utile. Aiutò Mamma a
trovare un posto piacevole sotto un’alta quercia, si prese cura delle
lampade a spirito per il tè, scacciò ragni e insetti dal luogo del picnic.
Quando fummo tutti radunati attorno al cibo, adagiati su allegre
trapunte, lui si sedette in silenzio a distanza dagli altri uomini. Senza
pensarci, Edith, Rhoda e io ci sedemmo accanto a lui, coi nostri piatti
in equilibrio sulle ginocchia.
Mamma invitò Ina a sedere accanto a sé, vale a dire accanto a Mr
Newry. Compresi allora perché lui era stato invitato, ma,
stranamente, Ina non sembrò capire le motivazioni di nostra madre,
perché scelse di mettersi seduta anche lei vicino a Mr Dodgson.
«Lord Newry, voglia essere così cortese, la prego, di dirci le sue
impressioni su questo suo primo anno a Oxford», gli chiese Mamma
con un sorriso smagliante. «Siamo ansiosi di sapere come voi
giovanotti vi troviate, non è così, Decano Liddell?».
«Cosa? Oh sì, naturalmente», disse Papà distogliendo per un
attimo lo sguardo dal fiume. Si udivano in lontananza altre comitive
che ridevano e chiacchieravano tra gli alberi. Nuneham era un luogo
molto di moda in estate, poiché ogni giovedì il conte di Nuneham
Courtney concedeva benevolmente l’accesso alla tenuta per
scampagnate e picnic.
«La sua squisita ospitalità è stata una gradita sorpresa», iniziò
Lord Newry, gli occhi lucidi per l’emozione trattenuta: divertimento,
sospettai, perché i suoi amici colsero il suo sguardo e
immediatamente si affrettarono a occuparsi del proprio piatto,
traboccante di pollo freddo e di aragosta alla maionese.
«La ringrazio», rispose Mamma.
«E, naturalmente, l’architettura della città è sbalorditiva come mi
era stato detto».
«Davvero! Davvero!». Uno dei suoi amici annuì con fin troppo
entusiasmo e quasi rovesciò una delle bottiglie di limonata.
«E i pub sono i migliori che abbia mai provato», sbottò un altro
amico, mentre gli altri scoppiarono a ridere dandogli pacche sulle
spalle.
«Davvero?». La voce di Mamma si irrigidì, insieme alla sua
schiena.
«Gibson!». Lord Newry guardò il suo amico aggrottando la fronte,
ma i suoi occhi danzavano. «Chiedo perdono per Gibson, Madame.
Negli ultimi tempi non è più in sé».
«Mi spiace sentirlo dire», rispose Mamma. «È forse malato?».
«No, non proprio». Lord Newry soffocò un ghigno.
«No, signora, sono sano come un pesce», farfugliò Gibson con la
bocca piena di aragosta. «Almeno per quanto riguarda il corpo, ma
non garantirei per la mia mente».
«Sì, il poveretto è diventato matto da quando ha lasciato il cuore in
un letto di facili costumi, la prima settimana del semestre», ridacchiò
un altro amico, rovesciandosi per le risate sul mio grembo. Sentii un
aspro odore di liquore nel suo alito.
«Signore!». Mr Dodgson balzò in piedi, sollevando anche me e
intromettendosi protettivo tra me e il giovanotto. «Chieda scusa alle
signore».
Rimasero tutti raggelati. Mentre sbirciavo da dietro la schiena di
Mr Dodgson e il cuore mi batteva per la duplice emozione di aver
incontrato un ragazzaccio (una categoria con la quale,
sfortunatamente, avevo ben poca familiarità) e di essere protetta dal
più nobile gentiluomo del mondo, dovetti soffocare una risata.
Perché il giovanotto giaceva sulla schiena, impotente come un
insetto, ai piedi di Mr Dodgson, anche se aveva ancora un sorrisetto
compiaciuto di superiorità sul viso rosso e lucido per il caldo.
«Mamma?», chiesi, incerta su cosa fare. Nascosi il volto nelle
pieghe ruvide del panciotto bianco di Mr Dodgson. La sua schiena
snella si alzava e abbassava seguendo il respiro rapido e breve e le
sue mani guantate erano serrate in un pugno. Non lo avevo mai
visto tanto arrabbiato, poi mi ricordai che non lo avevo proprio mai
visto arrabbiato. Che lo fosse a causa mia mi provocò un fremito
romantico: io ero Dulcinea e lui il mio Don Chisciotte. Ina forse era
più grande di me, ma nessuno aveva mai difeso il suo onore. Mi
voltai a guardarla – lei, Edith e Rhoda stavano osservando a bocca
aperta, come tre scimmie – e mi dissi che più tardi glielo avrei
ricordato.
«Mi spiace molto, Mrs Liddell, Decano Liddell, ragazze». Lord
Newry si alzò. Affrontò Mr Dodgson e si inchinò, da gentiluomo a
gentiluomo, anche se non pronunciò il suo nome. «Andiamo,
Marshall, facciamoci una passeggiata». Lord Newry aiutò il suo
amico a rialzarsi e, insieme agli altri, si diressero imbarazzati verso
alcuni arbusti a circa due chilometri di distanza.
«Mr Dodgson, apprezzo molto ciò che ha fatto», disse Mamma
mentre si alzava con Papà. Rimasero entrambi a osservare i giovani
che si allontanavano. «Le spiacerebbe restare con le ragazze un
attimo? Ho bisogno di parlare col Decano Liddell». Prese
sottobraccio Papà, che era rimasto curiosamente silenzioso, quasi
distaccato. Per la prima volta desiderai che lui avesse almeno un po’
dell’energia fredda e dura di Mamma, il suo dolore mi spazientiva e
temevo che sarebbe durato per sempre.
Mamma si allontanò con Papà discutendo animatamente, mentre
lui si limitava ad assentire col capo a qualunque cosa lei dicesse. Poi
si mise le mani in tasca e si sedette a terra a osservare il fiume, con
le sue gambe corte e tozze stese dinnanzi a lui.
Mr Dodgson, Ina, Edith e io cercammo di riporre le stoviglie meglio
che potemmo, ma con Rhoda che si sforzava di aiutarci – ruppe
almeno due piatti, prima che smettessi di contarli – ci mettemmo più
tempo del previsto. Dopo aver finito, mi avvicinai a Papà e appoggiai
la mia guancia sulla sua, sentendo le sue ispide basette, non più
rigogliose come un tempo. Lui allungò un braccio e mi carezzò le
spalle, ma pensai che non sapesse neanche quale delle sue figlie io
fossi. Gli diedi comunque un bacio e tornai dagli altri.
«Certo», disse Mamma increspando le labbra in segno di
disapprovazione. «Devo dire che quei giovanotti sono terribilmente
maleducati. Tuttavia, lui è un lord e bisogna essere tolleranti. Penso,
comunque, che sia meglio che voi ragazze torniate a casa per
un’altra strada. Mr Dodgson, vorrebbe essere così gentile da
accompagnarle a casa con la ferrovia? La stazione di Abingdon
Road non è distante, anche se forse troppo distante per Rhoda. Lei
la terrò con me».
«Ma, Mamma!». Rhoda batté i piedi e scosse i suoi riccioli lucenti.
Mi piaceva ogni giorno di più, sapevo che sarebbe diventata
un’ottima alleata nella mia guerra con Pricks. «Voglio andare con Mr
Dodgson!».
«Sciocchezze». Mamma sollevò le sue formidabili sopracciglia e
Rhoda si calmò mettendo il broncio.
«Sarà un p-p-piacere». Mr Dodgson s’inchinò in quel suo modo
rigido. «Sono f-f-felice di rendermi utile».
«Bene», rispose semplicemente Mamma, già dimentica di lui
mentre veleggiava in cerca di Lord Newry, trascinando le sue lunghe
gonne nere sull’erba secca, lasciando un’impronta tondeggiante
sugli steli appiattiti.
Noi quattro – Ina, Edith, Mr Dodgson e io – ci sorridemmo a
vicenda. Improvvisamente il sole assunse un bagliore allegro e l’aria
il dolce profumo dei fiori selvatici e dell’erba novella. Salutammo
Papà abbracciandolo con affetto, poi ci avviammo in fila indiana
attraverso i campi, fino allo stretto sentiero che portava alla stazione
di Abingdon Road, a tre chilometri di distanza. Non ci affrettammo,
anche se non conoscevamo gli orari; non credo ci sarebbe importato
neanche se avessimo perso l’ultimo treno. Perché finalmente il
giorno era nostro; prima, l’avevamo solo preso in prestito. Mr
Dodgson ci raccontò un’altra storia, in quell’ultimo giorno delizioso,
mentre passeggiavamo su quel polveroso sentiero campestre
raccogliendo fiori, facendo volare la laniccia dei soffioni,
inciampando nelle tane dei conigli e dei topi? Sì, ce la raccontò,
anche se mi spiace ammettere che non la ricordo. Ma mi spinse a
ricordargli un’altra storia.
«Ha incominciato a scriverla?». Spezzai un ramo d’albero e lo
trascinai dietro di me. Faceva un piacevole fruscio sul ghiaietto del
sentiero.
«A scrivere cosa?». Mr Dodgson si tolse la paglietta e si asciugò
la fronte col fazzoletto. Faceva caldo, specie nei miei vestiti a lutto;
anche se era già pomeriggio inoltrato – il sole era scomparso dietro
gli alberi – pareva che il calore complessivo della giornata fosse
rimasto intrappolato nelle pieghe del mio abito nero, che insisteva a
incollarsi alla mia pelle e ad appesantirmi le sottogonne. Rivoli di
sudore mi scorrevano davanti e dietro il mio corpetto, mi batteva il
cuore e la pelle mi sembrava in fiamme. Guardai le mie sorelle e
capii che erano accaldate quanto me; i riccioli di Ina avevano perso
la loro elasticità, mentre quelli di Edith avevano preso nuova vita,
spandendosi attorno alla sua testa come saette.
«Penso che farà più fresco sul fiume», disse Edith senza alcuna
invidia.
«Ha iniziato a scrivere la storia?», insistei io. «La storia di Alice?».
«Non è la storia di Alice», sibilò Ina. «È solo una storia. Una storia
qualunque».
«Ci sto lavorando molto seriamente». Mr Dodgson rispose come
se non avesse udito il commento di Ina, era talmente ben educato!
Mi sentii improvvisamente vicina a tutti loro, visti gli eventi del
pomeriggio. «La finirò, Alice cara, te lo assicuro, e tu avrai un bel
ricordo di una giornata deliziosa».
«Te l’avevo detto che l’avrebbe scritta», dissi, cercando di
provocare mia sorella.
«Ci crederò quando l’avrò vista», mi rispose lei di rimando.
«Ragazze», intervenne automaticamente Mr Dodgson.
«Giochiamo al Baule della Nonna. Inizio io. Ho guardato nel baule di
mia nonna e ci ho trovato un… oritteropo antipode. Ora, Edith, tocca
a te».
«Ho guardato nel baule di mia nonna e ci ho trovato un oritteropo
antipode». Edith non riusciva a smettere di ridere. «E un bombo»,
aggiunse, perché se ne era appena posato uno sui suoi capelli.
«Ho guardato nel baule di mia nonna e ci ho trovato un oritteropo
antipode, un bombo e una catapulta», continuò Ina.
«Ho guardato nel baule di mia nonna e ci ho trovato un oritteropo
antipode, un bombo, una catapulta e una libellula», replicai io,
raccogliendo un altro ramo dal lato del sentiero, perché il primo si
era spezzato in due.
Ero così contenta, in quel momento, quegli orribili giovani se ne
erano andati, ero con le mie sorelle e con la persona che più mi
conosceva e più mi amava al mondo, ne ero certa. Dopo il tumulto
degli ultimi mesi, passati oscillando da altezze squisite, la notte del
matrimonio del principe e della principessa di Galles, fino al basso
più profondo, la morte di Albert, era bello sentirsi così: con quella
dolce consapevolezza rilassata che per tutti noi ci sarebbero state
delle semplici giornate da passare al sole.
Scarpinammo quindi lungo il sentiero facendo giochi di parole e
raccontando storie. Presto fummo lieti di vedere la piccola stazione
in legno, dove sapevamo che avremmo trovato delle bibite tenute in
fresco in un secchio e dove avremmo aspettato il treno seduti
all’ombra.
Dopo circa un quarto d’ora, il treno scivolò con clangore e con un
sibilo pacato, le ruote lamentose per protesta quando il frenatore
fece ciò che doveva. Mr Dodgson pagò i biglietti e salimmo in una
carrozza di prima classe.
«Volete il finestrino aperto o chiuso?», ci chiese.
«Chiuso, la prego! Detesto la cenere negli occhi», gridò Edith.
Ci accomodammo sui rigidi sedili rivestiti di pelle di cavallo, Mr
Dodgson scivolò accanto a me, anche se Ina si era di proposito
seduta di fronte, costringendolo a scegliere. Anche se il viaggio fino
a Oxford non era lungo – solo otto o nove chilometri, meno di un’ora
– non appena il treno cominciò a muoversi, cominciai a sentire la
testa che si piegava pesante per il caldo e la stanchezza, cullata
dolcemente dal ritmo costante del treno. Ba-dam-badam -ba-dam!,
faceva, correndo sui binari.
I miei occhi volevano chiudersi, a dispetto di tutti gli sforzi per
tenerli aperti. Battei le palpebre e tentai di concentrarmi su Ina, che
si era girata sul sedile e voltata verso il finestrino, in modo da
mostrare il suo profilo levigato e perfetto, nel caso qualcuno fosse
interessato ad ammirarlo. Presto, troppo presto, non la vidi più,
perché i miei occhi si erano definitivamente chiusi e io stavo
precipitando, precipitando… Nella tana del coniglio? Ridacchiai, e
borbottai una risposta alla cortese domanda di Mr Dodgson, che non
avevo del tutto compresa.
Continuai a cadere, a cadere, fino ad atterrare, dolcemente, in un
sogno. Un sogno di felicità, un sogno solare, di acque correnti e di
bambini avvoltolati in minuscole copertine, file e file di bambini,
appollaiati su degli steli come girasoli, sonnolenti o addormentati con
un sorriso felice sul volto. Improvvisamente un grosso uomo, dai
capelli grigi e con le gambe corte, che teneva in mano un orologio
simile a quello di Papà, prese a camminare lungo un viottolo ricurvo,
toccando ciascuno di loro e sussurrando che era troppo presto, che
era troppo presto perché se ne andassero.
Poi un altro uomo, snello e con un alto cilindro di seta nera, guanti
grigi e qualcosa di rigido nel portamento, stava camminando sullo
stesso viottolo. Si era fatta notte, i bambini erano scomparsi e al loro
posto c’erano negozi e portoni bui e i fuochi artificiali riempivano il
cielo di colori. «Che possano essere felici», continuava a ripetere
l’uomo. Pensavo si riferisse ai bambini – fino a quando non si voltò e
abbassò lo sguardo, gli occhi blu pieni di lacrime e, in quel momento,
capii che si riferiva a me. Al di sopra della sua spalla vidi una coppia
in un portone. Le braccia di lei curvate graziosamente intorno al collo
di lui, lo tirava sempre più vicino alle sue labbra alzate.
«Alice», disse teneramente l’uomo col cilindro. «Sii felice, Alice. Sii
felice insieme a me».
«Certo», risposi con un sospiro gioioso. «Lo sarò».
«Alice?». Sentii un alito caldo sulla fronte e della stoffa che mi
graffiava una guancia. «Alice, piccola? Alice, svegliati». Un braccio
attorno alle mie spalle mi stava scuotendo con dolcezza.
Avvertii le sue labbra sui miei capelli? Nascosi il viso più
profondamente, cercando di trattenere il sogno.
«Alice, svegliati», disse lui. Aprii gli occhi riluttante. Alzai lo
sguardo e vidi il suo viso, grande, rosa e vicino, tanto vicino: i
morbidi riccioli bruni sulle orecchie, le sue ciglia che carezzavano la
pelle arrossata dal sole, la sottile riga di sudore che punteggiava il
labbro superiore. Il suo alito era tiepido e leggermente aspro, ma
non mi disturbava. Al contrario, lo rendeva reale – troppo reale per
essere un sogno, abbastanza reale per essere un uomo.
Mentre esaminavo il suo volto, le sue labbra formularono una
domanda, o forse pronunciarono il mio nome… In ogni caso, la
risposta era la stessa. Sentivo le orecchie bruciarmi, piene di suoni
che mi ricordavano il martellare delle onde, il ruggito di una tale
corrente, o di una marea; anche i miei occhi erano pieni, troppo pieni
per vedere qualcosa oltre ai suoi, al suo naso e alla parte inferiore
delle sue guance. Braccia che si tendevano garbate, labbra che si
muovevano, in cerca dell’unica possibile risposta da dare.
Un uomo che si sentiva un bambino e una bambina che credeva
di essere una donna si guardarono negli occhi in una calda notte
d’estate, inconsapevoli di ogni altra cosa, di chiunque, oltre a loro
due. Anche della sorella che sedeva di fronte, osservando; la sorella
che sedeva in silenzio e ricordava.
Ma il tempo non si era fermato. Il treno raggiunse la stazione dove
c’era gente ad aspettare e dove altre persone osservavano. Con uno
scossone, un clangore e un ultimo fischio acuto, che lacerò l’aria e
mandò un brivido lungo la schiena di tutti, il treno arrivò alla fine del
suo viaggio.

Più di un anno dopo, con la posta del mattino ricevetti una copia
rilegata in pelle verde di una storia intitolata Le avventure di Alice nel
sottosuolo. L’aprii per leggere la dedica: Un regalo di Natale a una
cara bambina, in ricordo di un giorno d’estate, scritto con calligrafia
molto elaborata. Il primo capitolo iniziava con… Alice cominciava a
essere veramente stufa di sedere accanto a sua sorella senza fare
niente sulla riva del fiume…
Andai all’ultima pagina, dopo il paragrafo conclusivo del testo,
incorniciata da fiori e ghirigori, c’era una mia fotografia, ritagliata da
una foto più grande e incollata. Non una fotografia di come ero e
neppure di come ero stata, ma Alice, la sua Alice, la sua zingarella
selvaggia.
Solo un ritratto di me con un vestito bianco chiuso al collo, fatto
quando avevo sette anni. Osservai quella bambina con le occhiaie
scure sotto gli occhi innocenti, col mento deciso, i capelli come quelli
di un ragazzo, e non la riconobbi affatto.
Chiusi il libro, lo portai in camera mia, al piano di sopra, e lo misi in
un cassetto.
Non lo riaprii se non dopo moltissimo tempo.
Capitolo 7
Oxford, 1875

«È davvero lei, Alice nel Paese delle Meraviglie?».


«Credo che conosca già la risposta, Sua Altezza Reale».
«Non mi chiami in quel modo».
«Credo che già conosca la risposta, Leopold».
«No. Mi risponda. Mi dica ciò che voglio sentire».
«Credo che lei già conosca la risposta». Mi interruppi, arrossendo,
e dovetti guardare le mie mani guantate, graziosamente incrociate in
grembo, mentre sussurravo «Leo».
«Così va meglio». Mise una delle sue mani sulle mie: aveva una
mano bianca, morbida come quella di un bambino, con anelli che
coronavano le sue dita sottili. Eppure c’era della forza in esse. La
forza del dominio.
Mr Ruskin interruppe la sua lezione per osservarci di sotto le sue
sopracciglia cespugliose. Si carezzò il mento, poi riprese a parlare.
«La dottrina degli insolenti e degli oziosi divenne il vangelo dei pittori
inglesi».
Ritirai frettolosa la mano da chi l’aveva posseduta: Sua Altezza
Reale, il principe Leopold, che mi guardò con i suoi occhi tondi e
sensibili incorniciati da ciglia dorate, aggrottando la fronte.
Sedemmo sotto il finto controllo di Mr Ruskin per diversi minuti. Mr
Ruskin – che si era ora insediato più o meno permanentemente a
Oxford come professore di Arte – stava tenendo una delle sue
famose lezioni, la prima di una serie di studi sui dodici discorsi di Sir
Joshua Reynolds 7.
Le conferenze di Mr Ruskin attiravano una folla enorme e spesso
erano tenute nei grandi spazi dello Sheldonian Theatre o del Museo.
Quella serie doveva essere solo per gli studenti, invece si teneva in
una grande sala conferenze delle University Galleries: file e file di
solidi banchi di quercia, lampade a gas che tremolavano alle pareti.
Ero seduta in fondo all’aula affollata. Mi sembrava che ogni anno a
Oxford venissero ammessi sempre più studenti: la Gran Bretagna
stava attraversando un periodo di pace e prosperità senza
precedenti, non eravamo in guerra da quella di Crimea del 1856.
Sospettavo che molti giovani che avrebbero altrimenti scelto la
carriera militare fossero convinti che in essa, ormai, non ci fosse
futuro.
Naturalmente non c’erano studentesse. Ma sempre più signore
assistevano alle lezioni e, in particolare, a quelle di Mr Ruskin.
Malgrado le lamentele pubbliche di Mr Ruskin nei confronti di questa
nuova consuetudine – «Non sopporto di alzare lo sguardo e vedere
quei ridicoli costumi a scacchi dai disgustosi colori verdi e viola che
molte delle signore amano indossare oggi, per non parlare dei
cappelli ornati di uccelli morti» – in privato la cosa non lo disturbava
affatto, ed era anzi risaputo che durante i ricevimenti se ne gloriasse.
Ma sapevo che non tollerava interruzioni da parte di nessuno dei
due sessi: le sue lezioni erano simili a rappresentazioni teatrali,
durante le quali lui passeggiava gesticolando.
Io cercavo di seguire diligentemente le sue parole. In quanto figlia
del Decano Liddell, la mia presenza alle lezioni era sempre notata e,
mi sembrava, anche apprezzata. Ma come potevo stare attenta con
Leo – il mio cuore cantava a chiamarlo così – seduto accanto a me?
Abbassai gli occhi in grembo – non c’erano disgustosi verdi e viola,
ma un taffettà merlato azzurro cielo, teso stretto in un sellino che
forniva un piacevole cuscino su quelle rigide panche – e tentai di
guardare Leo con la coda dell’occhio. Sedeva disinvolto. La sua
semplice toga nera, identica a quella di tutti gli altri studenti, celava
una giacca e dei pantaloni perfettamente confezionati, un panciotto
grigio scuro, dove sapevo che teneva un orologio da tasca in oro con
miniature di sua sorella, la principessa Louise, e del suo amato
defunto padre. La sua mano aggraziata poggiava su un semplice
bastone da passeggio in ebano. L’altra era posata pigramente – per
provocazione – sul bracciolo della sedia, a portata di mano. Anche
se sembrava estremamente interessato alla lezione di Mr Ruskin,
riusciva lo stesso a comunicarmi la sua attenzione. Era il modo in cui
sedeva, leggermente reclinato, col capo voltato verso di me, mentre
il suo corpo era rivolto verso l’aula. Ero consapevole del suo respiro
tranquillo e costante, del suo occasionale, delicato schiarirsi la gola,
del modo in cui il suo pomo d’Adamo si muoveva quando deglutiva,
perfino del battito delle sue ciglia. Perché l’aula era affollata e noi
eravamo seduti più vicini di quanto lo fossimo mai stati.
Guardai risoluta verso Mr Ruskin, che ora sembrava aver scartato
le sue note scritte e stava passeggiando avanti e indietro di fronte
alla classe. «La società inglese è precipitata sempre più in basso e,
ora, la nobiltà sta gradualmente rinunciando ai suoi antichi seggi per
lasciarli agli industriali».
«Temo di non capire cosa abbiano a che vedere le opinioni di Mr
Ruskin sul declino della società inglese con gli insegnamenti di Sir
Joshua. Forse questa conferenza dovrebbe essere invece intitolata
“I discorsi sconclusionati ed egotistici di Mr John Ruskin”», sussurrai
a Leopold.
«Scommetto mezza corona che non sarebbe capace di dirglielo in
faccia», rispose Leopold, carezzandosi i suoi baffetti curati.
«Signore, lei mi scandalizza! Scommettere con una signora?».
«È tutta colpa sua, lei mi sta traviando. Ero un giovane innocente
prima di incontrarla».
«Naturalmente. Solo le donne hanno la capacità di traviare»,
mormorai maliziosa, mentre Mr Ruskin si schiariva la gola e ci
guardava, questa volta più esplicitamente. Naturalmente, tutte le
teste si voltarono per vedere chi stesse guardando: trattenni una
risatina e abbassai il capo in grembo, mentre Leopold, un vero reale,
si limitò ad annuire e a sorridere a Mr Ruskin che s’inchinò e riprese
a parlare.
Finalmente la lezione terminò con un applauso fragoroso, cui non
partecipai. Osservando i volti pieni di ammirazione che mi
attorniavano, non potei fare a meno di concludere che se anche Mr
Ruskin si fosse limitato a declamare l’alfabeto di fronte a un leggio,
avrebbe suscitato lo stesso tipo di reazione – e che poi, con ogni
probabilità, gli sarebbe stato richiesto di ripetere la sua esibizione.
Il principe Leopold si alzò in piedi e mi aiutò ad alzarmi. Seguimmo
la folla fuori dalla porta posteriore e nell’anticamera, dove la mia
damigella e il suo valletto ci aspettavano coi nostri mantelli. I capelli
di Sophie erano appiattiti e disordinati sulla nuca e mi domandai se
avesse schiacciato un pisolino durante l’attesa. Avrei dovuto
parlargliene.
«Signorina», mi disse con una riverenza, mentre mi porgeva un
ombrello. «Credo che stia piovendo».
«Che seccatura!», dissi rivolgendomi a Leo. «Non potremo fare la
nostra passeggiata».
«Signore, oserei suggerirle di tornare a Wyckenham House per
riposare», disse fermamente il valletto, un anziano militare che
aveva servito anche il principe Alberto.
Leo sospirò e sul suo volto passò un misto di frustrazione e
rassegnazione, anche se non riuscì a nascondere l’amarezza nella
sua voce. «Credo di essere l’unico universitario di Oxford obbligato a
fare il pisolino pomeridiano».
«Lei sa che deve conservare le sue energie», lo consolai. «Lei sta
a cuore a tutti noi, come a Mamma e Papà, sarebbe scortese non
riposarsi. Cosa mai faremmo noi, se lei si ammalasse? Non si
comporti da egoista». Gli sorrisi, tentando di rallegrarlo. Una vita da
seminvalido non lo incoraggiava a sopportare la sua croce senza
lamentarsi. Le cose erano aggravate dalla regina, che scriveva ogni
giorno per esprimere la sua soffocante inquietudine per quel suo
figlio minore, nato emofiliaco. Leopold reputava che fosse un
miracolo di proporzioni papali che gli fosse stato concesso di
frequentare l’università di Oxford; era stato solo grazie all’influenza
di Mr Duckworth, il suo precedente tutor, se la regina gli aveva
permesso di sottrarsi alla sua ala protettrice.
Le storie che mi aveva narrato sulla sua infanzia – i servitori il cui
unico compito era quello di seguirlo ovunque andasse, pronti a
prenderlo in caso cadesse; la solitudine sofferta quale unico ragazzo
in una famiglia di donne, poiché i suoi fratelli erano tutti partiti per la
scuola o per la carriera militare; l’atmosfera soffocante del perpetuo
lutto della regina, lo strano modo in cui gli abiti del principe Alberto
venivano approntati, spazzolati e stirati ogni mattina, solo per essere
riposti di nuovo a sera – mi facevano stringere il cuore. Non riuscivo
davvero a capacitarmi che ne fosse emerso così allegro e sapevo
che dovevo concedergli le sue piccole lagnanze.
«Sto a cuore ai suoi genitori? Non sto a cuore anche a lei?». Ora
Leo sorrise, allungò la mano e tentò di prendermi sottobraccio.
Continuai a resistergli, imbarazzata dalla sua pubblica audacia. Ci
avviammo in modo conveniente e rispettoso verso la hall – a
rispettosa distanza l’uno dall’altra – che era piena di studenti ansiosi
di parlare con Mr Ruskin. Mentre passavamo, di fronte a noi si aprì
un piccolo varco tra gli studenti che mormoravano e si inchinavano
rispettosamente al principe.
Lui non sembrò notarli. Guardava me con espressione seria e
piena di attesa, fino a quando fui costretta a rispondergli.
«Naturalmente, lei mi sta a cuore», sussurrai, non volendo che
alcuno mi sentisse.
«Non ha mai risposto alla mia precedente domanda». Ora c’era un
luccichio malizioso nei suoi occhi azzurro chiaro e un accenno di
sorriso sotto i suoi baffetti biondi.
«Mi scusi?».
«Prima. Non mi ha mai confermato di essere la vera Alice nel
Paese delle Meraviglie».
«Oh, principe… Leo, lei sa già tutto quello che c’è da dire
sull’argomento». Sospirai impaziente, forse anche un po’ infastidita.
«Allora è vero? Me l’aveva detto Duckworth, prima che venissi qui,
che avrei incontrato la vera Alice. Lei sa che è uno dei libri preferiti di
Mamma? Non è una grande lettrice, ma la sua storia l’affascina».
«Ne sono davvero lusingata», risposi automaticamente con
quell’educato distacco sull’argomento che avevo praticato a lungo.
Ero mai stata orgogliosa di chiamarla la “mia” storia? Sì, lo ero stata,
un volta, molto tempo fa. Ma da allora erano accadute così tante
cose.
«Anche se devo ammettere di essere rimasto sorpreso di non
trovarla con lunghi capelli biondi». Allungò un dito e, con un sorriso,
toccò un ciuffo riottoso dei miei capelli neri e lisci.
Allontanai la sua mano con uno sguardo di fuoco. A volte pensavo
che la malattia lo rendesse troppo sconsiderato, come se credesse
di non potersi permettere di muoversi al passo che l’etichetta
richiedeva. «Sì, infatti. Ma, naturalmente, non ho posato io per le
illustrazioni. Sono state fatte più tardi. In origine, doveva solo essere
una storia condivisa da due… da due amici». Mi concentrai per
mantenere la mia voce ferma e distaccata. «Naturalmente, sono
molto felice che sia diventata qualcosa di molto più grande e che
abbia portato gioia a così tante persone».
«È felice che mi abbia portato da lei? È così che ora la vedo. Che
sia tutto parte di un disegno più grande». Leo si soffermò mentre il
suo valletto si affrettava ad aprirgli il portone principale. Uscimmo nel
nebbioso pomeriggio di ottobre, aprendo entrambi i nostri ombrelli e
tenendoli sollevati. Ci proteggevano appena dal piovigginio costante,
anche se dovemmo alzare la voce per continuare a conversare.
«Che intende dire?».
«Be’, non trova interessante che Duckworth sia diventato il mio
tutor? È come se tutto conducesse a lei e me, in modo quasi mistico.
Che lui fosse lì, con lei, quando la storia è stata narrata, e ora
eccomi qui, con lei. Le dispiace, Alice? Le dispiace davvero che io
sia così felice di essere qui con lei?».
Si piegò verso di me, tanto vicino che la sua testa fu sotto il mio
ombrello. Sentii il suo alito caldo sul viso. Mi sorrise, negli occhi
un’espressione così dolce e sincera che il cuore mi si gonfiò in petto,
trattenuto solo dal mio corpetto stretto. Non riuscii a sostenere il suo
sguardo, non ero più sfacciata quanto lo ero stata da bambina,
quando non temevo di pretendere ciò che desideravo.
«No, non mi dispiace». Lo sussurrai con la timidezza che si
addiceva a una signora; perfino Ina mi avrebbe approvato. Ma non
riuscii a trattenere un sorriso felice.
Forse non ero la signora che entrambe credevamo io fossi.
Soddisfatto, Leo tornò sotto il suo ombrello e mi prese
sottobraccio, come si addiceva a un gentiluomo in circostanze tanto
umide, guidandomi con sicurezza attraverso le pozzanghere che si
stavano formando tra l’acciottolato. Ci trovavamo in St. Aldate ora:
Sophie e il suo valletto ci seguivano ai consueti tre passi di distanza.
«È così strano, pensare che Dodgson sia Lewis Carroll. Prima di
venire, immaginavo che Lewis Carroll fosse il tipo del vecchio zio.
Allegro, paffuto, con i favoriti. Scoprire che è solo un pignolo
professore di matematica… E neanche tanto bravo o popolare, in
quanto a quello! Anche se Duckworth ne parla sempre con affetto;
sono grandi amici, non è così?».
«Sì, credo che lo siano tuttora, anche se non vedo Mr Duckworth
da anni, da quando è andato a Londra». Mi sforzai di rallentare la
mia respirazione, che a ogni fugace accenno a Mr Dodgson
accelerava al punto di andare al passo con la pioggia sempre più
intensa che batteva sul mio ombrello. Anche così, non potei
trattenere un tremito.
«Il vecchio Duck è quello di sempre. Oh, mia povera cara, lei sta
tremando dal freddo!». Leo si interruppe, guardandomi allarmato.
«Sì, è vero».
«Allora deve tornare a casa. Venga, l’accompagno». Fece per
guidarmi attraverso la strada verso l’accesso al Quad.
«Oh no! No… lei deve riposare, e il tempo è così orrendo. Starò
bene. Lei arriverà molto prima se ci lasciamo qui».
«La rivedrò domani sera?».
«Certamente!». Gli feci un sorriso rassicurante. «Mamma sarà
assai lieta di vederla. Ha organizzato la serata solo per lei».
«A domani, allora». Leo mi prese la mano e poggiò le sue labbra
su di essa, inchinandosi. Gli feci la riverenza e lo osservai
allontanarsi, un’autorevole figura snella ed elegante sotto un grande
ombrello nero, seguita dal tetro valletto a capo scoperto, coi capelli
radi incollati al cranio dalla pioggia.
Sophie e io attraversammo la strada, facendoci largo tra un mare
di ombrelli. Era inutile: la mia gonna era inzuppata d’acqua, come lo
erano le mie scarpe, tanto che mi sembrava di pesare ottanta chili.
Poco prima di raggiungere il cancello d’ingresso al Quad, alzai gli
occhi verso le finestre a nord della torre. La luce era accesa, ombre
di oggetti dietro le tende, ma non vidi alcun movimento.
Non potevo comunque evitare di sentirmi osservata, e di sentire di
esserlo sempre stata fin da quando ero una bambina che giocava a
croquet con le sue sorelle in giardino. Solo che ora non ero più una
bambina. E i miei giochi erano molto più complicati.

«Mi dica», mormorò Mr Ruskin sornione, prendendomi per un


braccio e conducendomi verso un angolo. «Dovrò presto rivolgermi a
lei come a Sua Altezza Reale?».
Ci trovavamo nella sala da pranzo del Decanato, illuminata da due
enormi candelabri le cui candele tremolavano allegramente dove e
dei rinfreschi venivano offerti dopo ciascun numero musicale.
Mamma, i cui capelli scuri ora brillavano per qualche filo d’argento,
volteggiava, bella come sempre nel suo vestito di raso verde, con
un’audace scollatura che evidenziava il suo imponente décolleté.
Stava controllando i rinfreschi, disposti sul tavolo e sul buffet: vassoi
pieni di lingua bollita fredda, piramidi di frutta su due centrotavola
d’ottone, delicati piatti di porcellana pieni di gelatine e sorbetti e
grandi brocche di vetro intagliato colme di punch. Alzò lo sguardo
ansiosa e spostò un vassoio di lingua fredda proprio prima che vi
colassero dentro delle gocce di cera.
Papà stava tenendo banco fuori dalla sala, era nel mezzo di una
storia sul piccolo Lionel, che aveva solo sei anni e che si dimostrava
molto promettente. Finalmente, Papà aveva un figlio che si sperava
avesse un intelletto pari al suo. Harry, per quanto buono e
premuroso, non si era dimostrato all’altezza delle sue aspettative.
Mamma era sopravvissuta agli anni delle sue maternità e la
famiglia era ormai completa dopo la nascita di Violet, di Eric e
dell’ultimo, Lionel. Completata e ora anche ampliata: Ina si era
sposata, un anno addietro, con un nobiluomo scozzese, William
Skene. La sua famiglia possedeva grandi proprietà, per la gioia
infinita di Mamma, ma William era anche un accademico molto
stimato da Papà. Insegnava all’All Souls College, quando incontrò
Ina. Di conseguenza, parte dell’anno vivevano a Oxford.
«Mr Ruskin», risposi mormorando. «Se ciò fosse vero, lei sarebbe
il primo a saperlo».
«I sotterfugi non le si addicono, Miss Alice». Mi guardò da sotto le
sue sopracciglia ribelli con uno scintillio negli occhi azzurri. «Io sarei
l’ultimo a saperlo».
«Certamente, ma solo dalle mie labbra, comunque lo verreste a
sapere da altri. Da una delle sue fonti, forse?». Sorrisi
malignamente, allontanandomi dal tavolo e andando verso l’atrio che
portava alle scale, pieno di coppie pittoresche. Le signore
indossavano vestiti da sera all’ultima moda dalle sfumature pastello:
corpetti aderenti e gonne lisce davanti e tirate dietro da sellini adorni
di nastri e di una cascata di pizzi e merletti; scollature profonde,
maniche corte a sbuffo e guantini di pizzo o di maglia. I gentiluomini
presenti – che reggevano il piatto per le loro compagne – erano tutti
in frac nero, gilè e camicia bianchi con il nuovo colletto alato. I globi
delle lampade a gas, recentemente installate al Decanato,
diffondevano una pallida luce gialla sulla scura tappezzeria floreale,
anche se Mamma insisteva ancora che venissero accese anche le
candele.
«Non faccia la modesta con me, Alice», brontolò Mr Ruskin
seguendomi così dappresso che pestò lo strascico della mio vestito
di Worth blu pavone, un regalo di compleanno da parte di Ina e Mr
Skene. «Vi ho osservati, voi due, alla mia conferenza. Eravate molto
intimi. Mi chiedo se la regina ne sia informata».
«Sono certa che Leo – il principe – non le nasconda niente che sia
importante».
«Leo?». Le sopracciglia di Mr Ruskin raggiunsero l’attaccatura dei
capelli.
«Il principe», ripetei seccamente con il viso che mi bruciava per
l’errore commesso.
«Ummmh. Quindi la regina approva?».
«Ho detto che lui non le nasconde niente d’importante . Noi siamo
solo amici. Niente altro». Con grande sforzo ingoiai il mio disagio e
gli concessi un sorriso civettuolo, che sapevo avere un effetto
tranquillizzante su di lui. Lo usavo spesso durante le nostre lezioni
d’arte, quando si chinava troppo vicino alla mia spalla. Mi piaceva
ancora dipingere, ma continuavo le lezioni, doverosamente
accompagnata da Edith, che non partecipava del mio talento, solo
perché quello era l’unico corso di studi che mi era concesso. La fine
dei miei anni di scuola era stata contrassegnata dal Grand Tour:
anche mentre viaggiavo attraverso l’Europa con le mie sorelle e, per
la prima volta, senza la presenza di uno dei nostri genitori, mi
preoccupavo di cosa avrei fatto una volta tornata a casa. Ero grata di
vivere a Oxford, dove non era tanto sconvolgente vedere delle
giovani donne che assistevano a conferenze o leggevano libri
quanto lo sarebbe stato in una città più mondana, come Londra.
Tuttavia, per me i miei studi d’arte significavano la possibilità di
stare, sempre più spesso, in compagnia di Mr Ruskin e, pertanto, di
dovermi affidare a certi sorrisi civettuoli e a frasi scherzose.
Ma quella sera, sfortunatamente, per lui non c’erano.
«Lei e il principe siete solamente amici, mia cara? Trovo molto
difficile crederlo. Come può un uomo accontentarsi dell’amicizia?».
Liberando il mio strascico, mi si avvicinò talmente che il suo respiro
mi causò dei brividi sul retro del collo. «Specialmente quando si
tratta di Alice nel Paese delle Meraviglie. Lei pensa che la regina sia
a conoscenza di tutta quella storia?».
«Desidererei davvero che lei non mi chiamasse in quel modo»,
sibilai imbarazzata, cercando di allontanarmi. Lui mi aveva stretto in
un angolo, dietro la scala; non potevo fare a meno di affrontarlo. «E
vorrei che mi spiegasse cosa intende con “quella storia”».
Mr Ruskin sogghignò, la sua grande bocca si sollevò agli angoli,
seminascosti dalle sue basette ribelli, pesantemente profumate da
una fragranza troppo dolce. Voltai il capo nauseata.
«Su, Alice. Non faccia così. Noi due siamo amici. Abbiamo molte
cose in comune, e credo di poterla aiutare».
«Aiutarmi?». Abbassai lo sguardo su di lui, stava cominciando a
curvarsi per l’età e io ero diventata alta in quegli ultimi anni.
Guardavo la sua figura – piena alle spalle e sui fianchi, ma
stranamente sottile in vita, come se indossasse un busto – e riuscii a
trattenere un sogghigno. «Non mi ero resa conto di aver bisogno di
aiuto».
«Cara Alice. Cara, innocente e ingenua Alice», ridacchiò lui,
sembrando in quel momento il benevolo studioso che tanti
credevano fosse. «Mr Dodgson è a conoscenza di questa sua nuova
amicizia?».
Mi irrigidii e mi alzai in tutta la mia altezza, ero la figlia di mia
madre, dopotutto. Picchiettai col ventaglio sulla spalla di Mr Ruskin
spingendolo via.
«Non ho alcun bisogno di raggiri. Sono certa che Mr Dodgson,
come tutti i miei amici, mi augurerebbe ogni felicità. Se ce ne fosse
un’occasione, cosa che non c’è».
«È affascinante», mormorò Mr Ruskin soddisfatto, spostandosi per
lasciarmi passare. «Che lei ancora creda nel Paese delle Meraviglie.
Fa parte del suo fascino, mia cara».
Girai sui tacchi, pronta a contraddirlo, perché avevo smesso da
molto di credere in un mondo dove la realtà non aveva accesso. Poi
mi trattenni. Da quando Leo era apparso, e si era insinuato nella mia
vita e nel mio cuore, capii che avevo concesso a me stessa di
crederci ancora una volta.
Sua Altezza Reale, il principe Leopold, era apparso in un turbine
di formalità: per mio padre era un altro studente reale da accogliere
nel Christ Church. Ero blandamente incuriosita da lui, perché
ricordavo che il principe di Galles mi aveva parlato di quel suo
fratello minore quando ero molto piccola. Memore del passato e
ascoltando le raccomandazioni di Mamma per il futuro, mi rassegnai
inizialmente a restare nell’ombra, mentre la osservavo spingere
Edith verso il giovane principe, mettendoli seduti vicini durante le
cene e i concerti e organizzando romantiche serate musicali come
quella sera.
Ma il principe non recitò il ruolo che gli era stato assegnato. Mi
vide nell’ombra, ignorò mia madre – che non era abituata a essere
ignorata – e insistette per portarmi alla luce del sole. E fu lì che, con
mia grande sorpresa, mi resi conto che dopotutto volevo ancora
credere nelle favole.
Ma come potevano avverarsi finché restavo a Oxford, intrappolata
dal passato, intrappolata persino dal mio stesso nome? Intrappolata
da occhi, occhi dovunque, occhi che erano stati premurosi. Ma ora…
Non sapevo. Non volevo sapere. Volevo solo dimenticare.
«Alice, dove sei stata?». Edith arrivò fluttuando, i suoi capelli – ora
di un color rame più scuro – erano una cascata di riccioli trattenuti da
fermagli di diamanti. I suoi occhi verdi videro immediatamente il mio
disagio, mise una mano sul braccio di Mr Ruskin e gli fece una
grazioso sorriso pieno di fossette.
«Mr Ruskin! L’ho cercata dovunque! Sono molto arrabbiata con
Alice per averla monopolizzata!».
«Cara ragazza! Cara, cara ragazza!», cinguettò compiaciuto come
una gazza pettegola. Si carezzò le basette e si lasciò condurre via
da Edith.
«Oh, Alice! Ruskin! Eccovi qui!». Il principe Leopold
sfortunatamente ci raggiunse prima che Edith riuscisse nel suo
intento. Il sorriso di Leo, quando mi vide, era di pura felicità. Mi
chiesi, non per la prima volta, cosa vedesse in me che lo faceva
sorridere in quel modo.
«Altezza Reale», Mr Ruskin si inchinò, mentre Edith e io facevamo
la riverenza.
«Oh, smettetela. Ci incontriamo troppo spesso qui a Oxford, per
continuare con queste formalità».
«Non rammento che suo fratello, il principe di Galles, si
esprimesse in questi termini, quando era uno studente», rispose Mr
Ruskin.
«No, Bertie non l’avrebbe fatto», fu tutto ciò che Leopold aggiunse
sull’argomento. «Sono felice di avervi incontrati insieme», continuò
con un sorriso birichino. «Ho fatto una scommessa con Miss Alice –
lo so, ho un’influenza davvero traviante – e devo portarla fino in
fondo».
«Oh, principe Leopold!», scossi il capo ridendo, tentando di
allontanarlo da Mr Ruskin.
«Suvvia, Alice. Sono uno che rispetta gli accordi».
«Cosa? Avete fatto una scommessa su di me?». Non avevo
scampo, la notevole vanità di Mr Ruskin era stata ormai ridestata.
Feci cenno di no a Leo, che mi guardava con occhi puri e sorridenti.
«Mr Ruskin», iniziai, dando alla mia voce il tono più leggero e
allegro che potei. «Come lei avrà notato, ho avuto il piacere di
assistere alla sua brillante conferenza di ieri. Ma, per qualche
motivo, non riesco a capire come la sua opinione sull’attuale stato di
decadenza della società inglese – che non è un’opinione originale –
abbia a che vedere con i notevoli discorsi di Sir Joshua Reynolds.
Tutto qui. Dov’è la mia mezza corona?». Tesi la mano a Leo che
scoppiò a ridere, mise una mano in tasca e mi chiuse una moneta
nel palmo, attardandosi a stringere la mia mano con fare possessivo.
Gli occhi attenti di Mr Ruskin non mancarono di osservare quella
cauta cerimonia.
«Bene, è come sempre affascinante ascoltare l’opinione di una
signora – opinione tutt’altro che originale, a modo suo – su un
argomento erudito». Il sorriso di Mr Ruskin non riuscì a nascondere il
suo disprezzo. «Miss Alice, mi vorrebbe fare il piacere di illuminarmi
ulteriormente? Sarei davvero felice di continuare questa
conversazione». Sollevò le sue folte sopracciglia. «Domani
pomeriggio, magari? Nelle mie stanze, per il tè?».
«Santo cielo! Credo di avere un appuntamento con la sarta».
Guardai Edith che annuì con troppo vigore. Come bugiarda non era
brava quanto sua sorella maggiore.
«Sì, ne sono certa, Alice. Ricordo che è stato preso da giorni».
«Penso che potrà rimandarlo, per un vecchio amico, non crede?
Lei che ha così tanti vecchi amici dappertutto». Ruskin s’inchinò e
permise, finalmente, a Edith di portarlo via, ma non prima che,
passandomi accanto, mi avesse sussurrato «Da sola».
Rabbrividii e mi voltai verso Leo, desideravo prenderlo per mano e
scappare verso… Dove esattamente? Non potevamo scappare da
nessuna parte. Troppi occhi ci osservavano. Anche gli occhi di
Mamma ci osservavano preoccupati: potevo vedere la sua fronte
corrugata e le sue labbra strette, mentre mi guardava dalla soglia
della sala da pranzo. Distolsi gli occhi. Non volevo vedere i miei
pensieri riflessi sul viso di mia madre.
«Strano tipo. Che intendeva dire?», osservò Leo, mentre Edith
conduceva con abilità Mr Ruskin verso il tavolo dei rinfreschi.
«Non saprei».
«Alice, non si sente bene? È molto pallida».
«No, no, sto perfettamente bene. Anche se Mamma non mi
perdonerà mai se la monopolizzo… Anche lei desiderava tanto
godere della sua compagnia».
«Mi sono seduto accanto a lei durante tutto il quintetto di Bach. Le
ho portato una coppa di punch. Le ho promesso che sarò suo ospite
d’onore al ballo d’inverno. Ora desidero ricevere un premio per la
mia pazienza». Carezzò il dorso del mio guanto di raso,
stringendomi la mano contro il suo petto. Gli concessi quella libertà
abbastanza a lungo da sentire il suo cuore pulsare contro il palmo
della mia mano, prima di tirarla dolcemente via.
«Oh, Leo», dissi, desiderando di poter nascondere il mio viso sulla
sua spalla: nascondere la mia vergogna, il mio passato, le mie
paure.
«Che succede? Alice… Sta piangendo? Cosa c’è che non va, mia
cara?». Mi trasse a lui, guardandomi negli occhi con espressione
allarmata. Un ciuffo di capelli biondo scuro gli cadde sulla fronte,
dandogli un tale aspetto giovanile.
Scossi il capo, scacciai le lacrime e mi guardai attorno nella sala,
disperando di trovarvi qualcosa di divertente che rallegrasse i miei
pensieri.
Ma non ebbi alcuna distrazione e sapevo che ci eravamo trattenuti
troppo a lungo nella nostra nicchia privata. Con calma
determinazione, mi incamminai verso la hall, tappezzata di foto di
famiglia e, in particolare, delle tre ragazze Liddell, vestite in modo
identico, quando erano bambine.
«Che immagine spettacolare!». Leo si soffermò di fronte a una
delle fotografie: rappresentava noi tre, Ina, Edith e me, con identici
vestitini di pizzo corti, con i mutandoni e i calzini alla caviglia, con in
mano delle minuscole chitarre o dei machete. Di noi tre, io ero
l’unica che guardava l’obiettivo, o meglio, Mr Dodgson. Ma non
ricordavo quando quella foto fosse stata fatta, dovevamo essere
nelle sue stanze, probabilmente per insistenza di Mamma.
«A Mamma piaceva farci travestire per essere fotografate», dissi a
Leo. «Allora Mr Dodgson non le dispiaceva».
«Mr Dodgson ha scattato queste foto?». Leo stava ancora
osservando il ritratto e io sorrisi, chiedendomi cosa vedesse in quella
me stessa più giovane.
«Sì, è molto bravo».
«Un uomo dai molti talenti. E ovviamente un uomo di grande
acume a scegliere lei come musa ripetutamente!». Mentre guardava
la foto, Leo prese la mia mano nella sua e io gli permisi di tenerla un
attimo più a lungo del solito, prima di spostarla.
«Non ne sono così sicura, era solamente più facile, allora, perché
eravamo grandi amici e vivevamo praticamente alla porta accanto»,
mormorai vedendo Mamma che si dirigeva verso di noi.
«Vorrei avere una sua fotografia». Leo si rivolse a me mentre
Mamma ci raggiungeva. Lei si inchinò, ma era pallida, perché
doveva aver udito le sue parole.
«Signore?», chiese lei sorridendoci, all’apparenza, anche se non
guardò mai nella mia direzione.
«Stavo dicendo ad Alice che vorrei avere una sua fotografia. Non
ne ho nessuna e mi rendo conto ora che c’è un fotografo tanto
dotato tra noi! Sarebbe così gentile, signora, da organizzare una
seduta con Mr Dodgson per fotografare Alice? Potremmo fare una
festa… Sono terribilmente affascinato dal procedimento. Ho anch’io
una macchina fotografica, ma confesso di essere piuttosto goffo con
essa».
«Signore, sarò felice di permettere che le mie figlie – perché sono
certa che lei intendeva includere anche Edith, naturalmente – posino
per uno dei molti ottimi fotografi che abbiamo a Oxford. Lei conosce
di certo Mrs Cameron. Le ragazze hanno già posato per lei, infatti
c’è una splendida foto di Edith in biblioteca e se lei mi permette gliela
mostrerò». Poggiandogli sul braccio una mano rispettosa ma ferma,
Mamma indicò la hall verso la biblioteca.
«Lo considererei un favore personale se lei lo chiedesse a Mr
Dodgson», replicò Leo con fermezza. «Non posso perdere
l’occasione di vedere Alice nel Paese delle Meraviglie fotografata da
Lewis Carroll».
Restai impietrita, con un sorriso educato incollato sul volto. Mi
sentii totalmente impotente. Non riuscivo a guardare gli occhi
accusatori di Mamma, né potevo cercare di blandire Leo per il suo
capriccio. Non allora, non di fronte a lei.
«Capisco, ma lei non immagina quanto siano belle le foto delle
ragazze di Mrs Cameron…».
«Ho detto Mr Dodgson».
Non avevo mai sentito Leo parlare così imperiosamente, né lo
aveva sentito Mamma. Ma lei sapeva riconoscere un ordine reale
quando lo sentiva. Non ebbe altra scelta che fare la riverenza e
allontanarsi in fretta, annunciando a tutti i presenti che i musicisti
erano tornati e che dovevano sedersi ai propri posti.
Per il resto della serata, seduta accanto a Leo – mentre Edith era
dall’altro lato, messa lì con imbronciata determinazione da Mamma –
finsi di apprezzare i delicati trilli di un quartetto mozartiano. Ma mi
sentivo il cuore pesante e la testa mi bruciava dietro per i penetranti
sguardi accusatori di Mamma. Sapevo chi avrebbe incolpato per
quell’ultimo richiamo a tutta quella faccenda, come l’aveva definita
Mr Ruskin con tanta nonchalance.
Non potevo sfuggire al passato? Finché fossi rimasta a Oxford,
sapevo che non mi sarebbe stato possibile. Ma non potevo lasciare
Oxford da sola. Avevo bisogno di qualcuno che mi spronasse a
partire. Avevo questa immagine di me che, nascosta in un baule o in
una valigia, venivo trasportata fuori del cancello del Tom Quad,
nascosta allo sguardo di quegli occhi indiscreti.
Le mani di Leo erano troppo delicate, temevo. Troppo sottili e non
abituate a sopportare il peso di qualcun altro.
In particolare di qualcuno con un fardello tanto pesante.

Quella sera, mentre mi svestivo prima di andare a letto, qualcuno


bussò alla mia porta.
«Sono solo io», bisbiglio Edith in tono sommesso.
«Entra!». Sorrisi sollevata. La compagnia di Edith era riposante e
rassicurante. Lei avrebbe calmato i miei nervi tesi, perché non ero
riuscita a scuotermi di dosso il disagio che Mr Ruskin si era lasciato
dietro dopo essersi congedato con un altro malizioso accenno al
“piacevole tè” che avremmo preso il giorno seguente. «Sophie, tu
puoi andare», dissi alla mia damigella, che fece la riverenza prima di
raccogliere i miei abiti gettati a terra, dandosi da fare con la massa di
fiocchi, il corsetto, le sottovesti, i mutandoni, le calze di seta e l’abito
di raso. Barcollò sotto il peso, perché Sophie era una cosina piccola
come un topolino, con una perenne espressione esausta sul volto.
Indossai la mia camicia da notte e aprii la porta per farla uscire e per
far entrare Edith.
«Non riuscivo a dormire». I capelli di Edith, liberi da spilli e
fermagli, erano una nuvola elettrica rosso acceso. Si lasciò cadere
seduta al centro del mio letto a quattro piazze, spostando le tende di
broccato rosa a fiori. «Ti sei divertita stasera?».
«Sì». Mi sedetti al mio tavolo da toletta e iniziai a togliermi i
fermagli dai capelli, lasciandoli cadere rumorosamente in una piccola
conchiglia di porcellana. Poi cominciai a pettinarli, anche se non ci
volle molto: benché i miei capelli non fossero folti quanto quelli di
Edith e fossero ancora assolutamente lisci, non mi stancavo mai di
sentire il loro peso lungo la schiena.
Guardai mia sorella riflessa nello specchio incorniciato d’oro.
«Perché me lo chiedi?».
«Ero solo curiosa».
«Vuoi dire preoccupata, non è vero?».
«Alice, stai diventando troppo sospettosa, alla tua età». I suoi
occhi grigi si fecero grandi e brillanti e la sua bocca prese una forma
strana, come se ci fosse nascosta una manciata di ghiaia.
«Sono sempre stata troppo sospettosa. E tu sei sempre stata una
pessima bugiarda. Ti ha mandato Mamma, non è così?».
Mia sorella dondolò le sue gambe bianche oltre l’orlo del letto e
sospirò. «Sei troppo sveglia per me, Alice. In questo hai preso da
Mamma».
«Con mio grande dispiacere». Poggiai la spazzola sul tavolo da
toletta e raggiunsi mia sorella sul letto. Le presi una mano e la
trascinai giù con me, fino a trovarci entrambe a osservare la volta del
baldacchino sopra di noi. «Di che si preoccupa questa volta? Ho
forse rovesciato il punch? Ho strappato il vestito? Rivelato dove è
nascosta la cassaforte di famiglia?». Naturalmente sapevo quali
fossero le preoccupazioni di mia madre, ma volevo far ridere mia
sorella.
Lei non mi deluse. «Alice!», ridacchiò Edith allegramente e
sonoramente; sembrava ancora una bambina, che era quello che
avevo desiderato. Aveva una risata contagiosa e così scoppiai a
ridere anch’io.
«Non stiamo bene così?», chiesi con un sospiro malinconico
quando ci stancammo di ridere.
«Sì, molto». Edith poggiò il capo sulla mia spalla con un sorriso
soddisfatto.
«Come se fossimo ancora due bambine, nella nursery con
Phoebe. Cara Phoebe, è tanto vecchia ora. Come fa a stare dietro a
Violet?».
«Non credo ci riesca. È Violet che conduce il gioco. È una piccola
tiranna».
«È vero. Odio dirlo, ma vorrei quasi che Pricks fosse qui. La
raddrizzerebbe in un attimo».
«Ha chiesto proprio di te, l’altro giorno. Lo sapevi?», disse Edith
dopo un istante.
«Come è possibile?». Mi voltai a guardare mia sorella. Eravamo
così vicine che potevo contare le vaghe lentiggini sul suo naso,
lentiggini fantasma, le chiamavo, perché erano quasi trasparenti, a
malapena percepibili a una prima occhiata.
«Sono andata a trovarla all’albergo. A Pricks fa piacere vederci…
Insomma, vedere me e Rhoda».
«La moglie di un albergatore. Molto appropriato».
«Parla sempre bene di te, Alice».
«Per quel che importa, ora che ha già fatto i suoi danni». Mi
rovesciai sulla schiena, le braccia incrociate sul petto. «È un
personaggio ridicolo ed è un miracolo che sia riuscita ad
accalappiare un marito alla sua età, se penso al modo in cui si
buttava tra le braccia di… Be’, di quelli che avevano gusti migliori».
Edith non commentò. Si limitò ad aspettare che rotolassi di nuovo
verso di lei e le prendessi la mano, così che potesse stringerla per
confortarmi.
«Non mi hai ancora detto qual è la tua missione», le dissi
sospirando e preparandomi ad ascoltarla. Raramente Mamma mi
parlava direttamente, in quei giorni; anzi, non lo faceva da anni.
Come se non si fidasse di se stessa, che temesse di dire ciò che
aveva davvero nel cuore. O forse, temeva che io facessi lo stesso.
«Non ho intenzione di realizzarla», dichiarò Edith allegramente,
fiera del suo piccolo atto di disobbedienza. Dovetti sorridere,
guardandola in volto e respirando il profumo estivo di acqua di rose
che aleggiava sempre attorno ai suoi capelli.
«Voleva che tu mi dicessi di dedicare meno attenzioni al principe
Leopold, non è così?».
«Sì, ma non voglio che tu lo faccia, a meno che non desideri
mantenere la segretezza. Oh, Alice, ti vedo così felice con lui! Non
mi importa che Mamma lo avesse adocchiato per me – non lo vorrei
comunque, perché… perché sono… affezionata a un altro. Davvero,
vedo la tua felicità, la luce nei tuoi occhi, il sorriso, e sono felice,
perché è passato così tanto tempo dall’ultima volta che li ho visti!».
Abbracciai mia sorella e mi vennero le lacrime agli occhi e
bagnarono la spallina della sua camicia da notte di filo di Scozia
rosa, ma a lei non sembrò importare. Era tanto cara! Così generosa
col proprio amore! Era l’unica persona della mia vita che mi trattava
ancora come prima. Perché era così che vedevo la mia vita: come
se la prima parte fosse stata vissuta in un mondo di pura
contentezza, nella terra delle case di panpepato, delle nuvole di
zucchero filato e del sole fatto di caramelle al limone. Ma un giorno,
un gigantesco terremoto mi aveva strappato la terra da sotto i piedi e
mi aveva scaraventato sulle coste di un paese straniero e tenebroso.
Sapevo che era assurdo. L’infanzia non è mai così semplice e
sapevo di non potermi fidare dei miei ricordi. Non era forse quello
che dicevano tutti? Tuttavia, io considerai sempre la mia vita come
divisa in due parti, o due mondi: un prima e un dopo.
«Sono così felice che tu sia qui», rivelai a Edith, dicendo una volta
tanto ciò che davvero provavo. «Ora basta!». Asciugai le lacrime
sulle nostre guance e mi sedetti sprimacciando un cuscino, togliendo
le piccole piume che ne uscivano e poggiandomi alla testiera. «Ora
dimmi chi è che ti ha conquistato il cuore, perché so che non sei solo
affezionata a un gentiluomo. La parola affetto non ha posto nel tuo
vocabolario».
Edith fece le fossette, rotolandosi sul letto fino a poggiare il capo
sulla sua mano sottile. «Ti ricordi del mio sogno da bambina di vivere
in una casa grande come Nuneham Courtney?».
«Sì, ma… Edith! Non mi dirai che sei innamorata di Aubrey
Harcourt?».
Edith arrossì, ma i suoi occhi verdi, brillanti come stelle,
confermarono la mia ipotesi.
«Oh, ma è meraviglioso! È un giovane così gentile e,
naturalmente, tutte quelle proprietà, compresa Nuneham Courtney!
Mamma sverrà dalla gioia. Ma lo ami davvero?».
«Sì», rispose Edith attorcigliando una ciocca di capelli attorno
all’anulare della mano sinistra fino a farlo assomigliare a una fede
nuziale. «Non è un principe, chiaramente – lascio a te l’unione
davvero spettacolare – ma gli piaccio, credo. È sempre tanto
affettuoso. E lui piace a me».
«Allora penserò anch’io a lui con affetto. Anche se non posso
sopportare l’idea di perderti». Allungai una mano per afferrare la sua,
quasi a trattenere la mia stessa infanzia. Come eravamo cresciute in
fretta, dopotutto.
«Non accadrà, non subito, comunque. Non prima dell’estate, al
massimo. Sono io che dovrò separarmi da te. Ho paura. Paura e
speranza, entrambe». Mi sorrise, raggiungendomi sul letto,
accoccolandosi tra le mie braccia.
Non risposi. Era vero, c’era paura e speranza anche nel mio
cuore. Non andavano d’accordo, come scoprii, poggiandomi una
mano sul petto, tentando di acquietare il tumulto interiore.
«Non so», sussurrai infine a mia sorella, dando voce alla paura,
sperando che pronunciandola ad alta voce la potessi sentire meno
reale. «Temo che ci siano molti ostacoli».
Edith annuì, costretta a darmi ragione. Mia sorella era una piccola
dolce ottimista, ma non era una sciocca. Capì subito cosa intendevo.
«Mamma ha detto qualcosa a proposito dell’essere fotografate?»,
le chiesi.
«Sì. Da Mr Dodgson, vuoi dire?».
Annuii, incapace di guardarla negli occhi.
«È stata una strana richiesta, non credi? Da parte del principe?».
La voce di Edith era molto garbata, molto cauta.
Annuii ancora.
«Penserei, quindi, che i pettegolezzi… che le voci, intendo dire,
non siano giunte al suo orecchio. Credo che questo sia il motivo per
cui Mamma ha organizzato una seduta; lei sembra credere che
questa sia un’opportunità».
«Un’opportunità di umiliarmi di fronte al principe?». Non potei
trattenermi, saltai giù dal letto e cominciai a camminare per la
stanza, legando e slegando la fusciacca della mia camicia da notte,
senza accorgermene fino a quando non trovai la mia mano legata da
un nodo di seta.
«Un’opportunità di dimostrare che non vi è alcuna base per… per
quello che qualcuno ha detto in passato». Edith rimase sul letto,
dondolando le gambe di lato, osservandomi.
«E quello che qualcuno dice ancora». Mi ricordai di Mr Ruskin e
delle sue malignità.
«E questo è un ulteriore motivo per farlo, Alice. Il principe ti ama
davvero… Lo vedo!».
«L’unico motivo per cui Mamma acconsente, sei tu… Sei tu quella
che lei vuole vedere felice. Non io».
«Questo non è vero, Alice».
«Sì che lo è. Il principe non è destinato a me. Se lei è ansiosa di
dimostrare ai pettegoli che i Liddell non temono di associarsi a Mr
Dodgson, non è per restituirmi la mia reputazione… È troppo tardi
per farlo. È per togliere le macchie dal buon nome della famiglia per
te».
«Ma non vedi che il risultato sarà lo stesso? Un ostacolo in meno,
come dici tu».
«No, non lo vedo. Perché non so cosa accadrà – come possiamo
tornare a quello – da lui – da… Oh, non lo so. Davvero non lo so!».
Mi lasciai ricadere sul letto. Il capo si trovò in qualche modo a
poggiare sul grembo di Edith, che mi carezzò i capelli aggrovigliati.
Finalmente mi si calmò il respiro, gli arti si fecero pesanti e,
sbadigliando, provai la stanchezza dell’ora tarda.
«Alice, Alice. So che è stato terribilmente difficile per te, ma ho
fiducia che ci aspettino giorni felici. Sei forte… Sei tanto forte! Tanto
più forte di me».
Alzai lo sguardo sul suo viso dolce e preoccupato. «Tu sei
altrettanto forte. Siamo entrambe figlie di nostra madre, nel bene e
nel male».
«Credo che lei desideri davvero la tua felicità, Alice. Lo credo
davvero».
«So che lo credi».
«E la desidero anch’io. Prego insistentemente, ogni notte, perché
tu sia felice», mi sussurrò, prima di baciarmi teneramente su una
guancia e allontanarmi dal suo grembo. Poi raggiunse la porta
correndo, per tornare alla sua stanza.
«Che ci sia concesso di essere tutti felici», mormorai, senza capire
bene quanto stessi dicendo, ma solo che quella frase mi suonava
familiare. Una lettera fantasma dalla terra della mia infanzia, dissi
assonnata tra me e me, alzandomi per spegnere la candela sulla
toletta. Mi soffermai un attimo osservando l’immagine nello specchio,
cercando qualche traccia della bambina che ero stata… prima.
Portavo ancora i capelli con la frangetta e avevo ancora un mento
piuttosto pronunciato. Ma, a parte quello, non vedevo traccia di
quella trionfante bambina nella seria, pallida giovanetta che mi
osservava dallo specchio. Cosa aveva visto Leo in quella ragazza,
allora, che lo aveva incantato? Quale bontà, quale innocenza vi
aveva scorto? Non riuscivo a vederle; mi vedevo come mi vedevano
gli altri, come mi vedeva mia madre. Avrei dovuto pregare che anche
lui mi vedesse così, in modo da assolvermi col suo amore? O avrei
dovuto pregare di riuscire miracolosamente a cancellare il passato e
diventare quella che lui credeva che fossi?
«Che ci sia concesso di essere felici», ripetei guardandomi
accigliata e spensi la candela. Tornando sotto la trapunta di piume
del mio letto, mi augurai che Sophie si ricordasse di portare uno
scaldaletto, perché le notti stavano diventando sempre più fredde.
«Che ci sia concesso di essere tutti felici», mormorai al cuscino.
Poi, con sorprendente chiarezza – e con un terrore freddo e
malsano che mi si diffuse in tutto il corpo – ricordai quando avevo
sentito quella frase, ricordai chi me l’aveva detta. Seppi che quella
notte neanche lo scaldino di rame avrebbe potuto darmi conforto.
Capitolo 8
Il pomeriggio seguente indossai il mio vestito più severo, un abito
di lana color vinaccia bordato di pizzo, con le maniche abbottonate e
chiuso fino al collo; con uno spillone mi sistemai sulla testa il
cappello più semplice che avevo e lasciai il Decanato. Sophie mi
seguiva trotterellando, felice di non dover attraversare il Quad, dove
sapevo che avrei sentito il suo sguardo su di me a ogni passo.
Mr Dodgson si era trasferito in un appartamento diverso qualche
anno prima. Non abitava più dall’altra parte del giardino rispetto al
retro del Decanato; viveva in un’abitazione più grande dall’altro lato
del Quad di fronte al Decanato.
I nostri incontri, negli anni che seguirono quel giorno d’estate,
erano stati rari, sempre forzati, sempre in pubblico, ed erano stati
sempre commentati dagli altri. Mr Ruskin era sempre così gentile da
riferirmelo. Ma erano inevitabili, almeno fino a quando saremmo
vissuti entrambi tanto vicini. Perché Oxford, nonostante la sua
meritata reputazione accademica, dopotutto non era altro che un
villaggio. Gli studenti potevano andare e venire, attorno a noi la
società nel suo insieme poteva cambiare (una nuova dinamica
classe media stava emergendo dai ranghi dei più poveri ed esigeva
di essere presa sul serio), ma i cittadini abituali di Oxford restavano
sempre gli stessi: inclini agli stessi litigi, alle stesse gelosie, alle
stesse manovre sociali, come in qualsiasi borgo descritto nei
romanzi di Mr Trollope.
Mr Dodgson alla fine era invecchiato notevolmente. Ora era un
figura incanutita e rigida che claudicava in modo marcato. Quando ci
incontravamo in pubblico, com’era inevitabile, ci comportavamo
sempre educatamente. I nostri occhi non si incontravano mai
realmente, però, se non da una grande distanza; attraverso il Quad,
attraverso una sala conferenze affollata, attraverso la congregazione
di una cattedrale piena di gente. Ma io sentivo i suoi occhi su di me
ogni volta che uscivo dalla porta di casa; sentivo che riuscivano a
individuarmi, ancora una volta, tra tutte le persone presenti nel Quad
e mi seguivano fino a quando non raggiungevo sicura il Decanato.
Ma questo non mi rendeva più felice, non mi faceva sentire speciale
e amata, ora ne avevo paura. Paura che lui potesse vedermi,
dopotutto – vedere la vera me stessa, come mi aveva visto la sua
macchina fotografica – e conoscere la verità.
Anche io lo guardavo. Lo guardavo andare con altre bambine ai
picnic. Lo osservavo quando le accompagnava, insieme alle loro
governanti, nelle sue nuove stanze. Lo osservavo portarle a remare
sull’Isis, e non potevo fare a meno di chiedermi: racconta delle storie
anche a loro? Cattura anche le loro anime, i loro desideri, con la sua
macchina fotografica?
Sentiva anche lui i miei occhi su di sé?
Non ne avevo idea. L’unica cosa che sapevo per certo era che
non potevo sfuggirgli; con la pubblicazione di Alice nel Paese delle
Meraviglie, il titolo che Lewis Carroll aveva scelto per Le avventure
di Alice nel sottosuolo, le nostre vite erano apparentemente legate
per l’eternità. Il libro era diventato subito un classico e Mr Dodgson
mi inviava rispettosamente ogni edizione, comprese quelle straniere.
Quando pubblicò Attraverso lo specchio, mi mandò una copia anche
di quello. Nel suo strano modo indiretto, insisté a dedicarmi entrambi
i libri.
Che dovevo pensare di tutto ciò? Che rimanevo per sempre una
bambina di sette anni, grazie all’uomo che mi aveva fatto crescere
prima di quando avrei desiderato? Passai degli anni a cercare di
risolvere questo suo ultimo e più sconcertante rompicapo. Dubitavo
che vi sarei riuscita.
Tuttavia, lui mi perseguitava. Dovunque andassi, chiunque
incontrassi. I suoi occhi, le sue parole erano sempre su di me. Alice
nel Paese delle Meraviglie. Non sarei mai stata nient’altro.
Neanche per Leo, pensai con un sospiro. Era perché voleva
innamorarsi di lei che lui era venuto a Oxford, lo sapevo. Era stato
un invalido per tutta la vita, escluso dal mondo fino a quel momento,
non era forse naturale che si innamorasse di una ragazza fatta di
sogni, di parole, di immagini e non di carne e ossa e con
un’esperienza equivoca?
Mi chiedevo, a volte… Mi sognava come ero, la giovinetta pallida
dalla frangetta nera e liscia? Oppure come la ragazzina in
grembiulino coi lunghi capelli biondi? Non avrei potuto chiederglielo,
avevo paura di conoscere la risposta.
«Sophie, sbrigati», dissi bruscamente, marciando di fronte alla
biblioteca, girando su Merton Street, una strada molto più stretta e
meno affollata della High o di St. Aldate: vi erano pochi negozi,
principalmente degli edifici universitari. Odiavo dover essere
accompagnata ovunque andassi, ma io, fra tutte le donne, non
potevo rischiare di essere biasimata, in nessuna circostanza.
Fortunatamente Sophie era una creatura semplice che si faceva
facilmente distrarre dai pettegolezzi della servitù; la promessa di un
tè e di una fetta di torta con l’altrettanto pettegola governante di Mr
Ruskin l’avrebbe tenuta impegnata mentre io incontravo l’eminente
studioso.
Arrivai rapidamente al Corpus Christi, il piccolo college adiacente
al Christ Church – entrambi i college confinavano col Meadow –
dove si trovavano le stanze di Mr Ruskin. I tacchi dei miei stivali
picchiettavano distintamente sul selciato, mentre scendevo nel
piccolo cortile interno in pietra grezza del palazzo dei Fellow, il più
grande edificio del Corpus. Ho sempre pensato che la facciata
ricordasse Buckingham Palace, col tetto spiovente al centro di un
falso colonnato.
Mi fermai, anche se non mi mancava il fiato a dispetto del bustino
stretto, e mi sistemai il cappello. Sophie invece si stava asciugando
la fronte con la manica della giacca. «Signorina, lei cammina troppo
veloce!».
«Sei tu che sei fuori esercizio. Ora corri, su, svelta, e bussa alla
porta».
«Sì, signorina».
La seguii su per le scale fino al primo piano; lei bussò alla porta
che fu aperta da una governante grassoccia dal viso rosso e con
una buffa aria solenne.
«Miss Alice Liddell, per Mr Ruskin!», annunciò Sophie senza fiato.
«Entri, la prego».
Passai sfiorandola, le porsi il mio biglietto, mi tolsi cappello e
soprabito che affidai a Sophie e attesi di essere introdotta nel salotto
di Mr Ruskin. «Sophie, è l’ora del tè. Sono certa che non ti
dispiacerà andare in cucina per una fetta di torta con la governante
di Mr Ruskin».
«Oh, grazie signorina, sarebbe splendido!».
«Bene, allora», le feci un cenno col capo mentre la fantesca apriva
la porta del salotto con rigida riverenza.
«Mia cara piccola amica!». Mr Ruskin si alzò dalla poltrona di
fronte al fuoco e mi venne incontro. Indossava il suo solito abito: una
vecchia redingote nera fuori moda, una cravatta azzurro brillante e
rozzi pantaloni di tweed.
«La prego, non sembri così sorpresa. Credo che questa sia una
visita forzata, non è così?». Gli concessi di baciarmi sulle guance,
alla moda del continente, chiedendomi dove avesse acquisito
quell’abitudine. Forse durante il suo ultimo viaggio in Italia.
«Da quando è diventata così sospettosa, mia incantevole Alice?
Mi ricorda la sua cara mamma ogni giorno di più». Ridacchiò
compiaciuto e mi indicò un’altra poltrona davanti al fuoco. Tra le
poltrone c’era un tavolino apparecchiato per il tè: due fragili tazze
con decorazioni chiaramente italiane, una teiera intonata, piattini,
argenteria e delicati biscottini.
Mi tolsi i guanti ed esaminai il suo salotto. Ero riuscita a evitare di
andarci nei quattro mesi in cui era stato nella residenza; Edith e io
seguivamo le lezioni al Decanato. Ma devo ammettere che ero stata
curiosa di vedere le sue stanze, perché avevo sentito molti
commenti sul loro bizzarro arredamento. Quella era davvero una
stanza particolarmente eclettica; strapiena di libri, acqueforti e,
specialmente, di dipinti e fotografie su cavalletti, appesi alle pareti e
sul pavimento, appoggiati ai mobili. Inoltre, c’erano due mobiletti a
vetri pieni di rocce di ogni forma e colore, tutte accuratamente
etichettate. In pratica, sembrava la stanza di un museo.
Con un sorriso – perché c’era qualcosa di curiosamente
affascinante nell’accostamento dei freddi manufatti scientifici con gli
astratti paesaggi luminosi di Turner che lui prediligeva – mi accinsi a
sedermi. Ma prima di poterlo fare, rimasi impietrita.
Perché, su una tavolino basso, con una semplice cornice
d’argento, c’era la mia fotografia nei panni della piccola mendicante
di Mr Dodgson.
«Dove l’ha presa?», raccolsi la foto con mani tremanti e
improvvisamente fredde. Davanti avevo l’immagine di me stessa, a
sette anni, con indosso il vestito da zingara strappato. Tenevo una
mano sul fianco mentre l’altra ricadeva pigramente: la me stessa più
giovane osservava l’obiettivo con un sorriso di sfida, con lo sguardo
trionfante della bambina che si scopre donna.
Chiusi gli occhi e strinsi la fotografia al petto – era fredda e
pesante contro il mio seno – e un’ondata di ricordi mi sopraffece,
facendo girare la stanza con furia. Diversamente dall’altra fotografia,
quella che aveva tanto affascinato Leo, ricordai improvvisamente
ogni dettaglio di questa. Mi ricordai della fredda giornata d’autunno,
di essermi cambiata dietro la tenda, nascosta agli occhi di tutti
eccetto quelli di Mr Dodgson; sentii ancora le sue mani nude sulle
mie spalle, sulla mia vita; l’erba tra le dita dei miei piedi. Quanto
tempo sembrava essere passato! Quanto poco conoscevo allora le
cose del mondo; ma osservando quegli occhi scuri e luminosi – così
diversi da quelli che mi osservavano circospetti dallo specchio ogni
mattina – capii che allora credevo di sapere molte cose: sugli uomini,
sulle donne, sui sogni e sui desideri. Sul futuro.
Le sue lettere, le lettere che lui mi scrisse dopo quel giorno:
frammenti non richiesti di pensieri, di sogni, mi tornarono alla mente.
Ricordi la sensazione di rotolare nell’erba mentre ti osservavo?
Quelle lettere, quei sogni, erano scomparsi da tempo ormai. Le
avevo viste bruciare coi miei occhi, bruciare sulla graticola del
focolare della nursery, strappati e pungolati dall’attizzatoio di
Mamma che inveiva e piangeva e mi proibiva di fare lo stesso.
Eppure quella fotografia era qui, l’ultima reliquia tangibile rimasta.
Avevo desiderato tanto vederla. Mi ricordai come non fossi mai
riuscita a chiedergli di mostrarmela. Nella mia innocenza infantile,
avevo creduto che sarebbe rimasta in suo possesso. La creazione di
quell’immagine era stata così intima. Non volevo che degli occhi
estranei – gli occhi di Mr Ruskin! – la vedessero.
Avevo desiderato vivere per sempre come la zingarella; avevo
desiderato restare per sempre la bambina che cadeva nella tana del
coniglio. Entrambi i desideri si erano avverati, solo per scoprire che
l’immortalità non era ciò che prometteva; invece di essere un
passaporto per il futuro, era un giogo che mi incatenava al passato.
«Sì, quella è lei», disse Mr Ruskin.
«Lo so, sono solo sorpresa, tutto qui, di vederla dopo… dopo tanto
tempo».
«Affascinante, non le pare? Me ne sono innamorato la prima volta
che l’ho vista».
«Quando è stato, se posso chiedere?».
«Oh, anni fa. Non molto dopo che è stata fatta, se ricordo bene».
«È stato lui… Mr Dodgson… a dargliela?».
«Ne ha stampate diverse copie. Lei è famosa, mia cara, tra gli
amanti della fotografia».
«Anche altri l’hanno vista?». Alzai lo sguardo allarmata. Resistetti
all’impulso di coprirmi, come se quella fossi io, a ventitré anni,
seminuda e vulnerabile, invece dell’immagine di me a sette anni.
«Perché è così sorpresa?», Mr Ruskin mi guardò da dietro il suo
naso aristocratico e sorrise. Non era un sorriso gentile, era
l’espressione del gatto che ha intrappolato il topo e non ha ancora
deciso se giocarci o divorarlo.
«Non lo so, immagino sia ridicolo… Avrei dovuto sapere che
intendeva mostrarla ad altri».
«Non sia arrabbiata, Alice». Stranamente, sembrava che ora fosse
lui a essere addolorato e abbassò il capo, imbronciato, guardandomi
con occhi imploranti. Apparentemente la sua teatralità non era
limitata alle conferenze. «Non avevo idea che ne sarebbe stata così
turbata. Se l’avessi saputo, non avrei mai accettato la fotografia. Ma
lei e Mr Dodgson siete grandi amici… o forse, immagino, che sia più
appropriato usare il passato remoto?».
«Credo che lei conosca già la risposta». Non ero dell’umore per
stare al suo gioco, mi costrinsi a riporre la fotografia, freddamente,
senza ulteriori teatralità. Stavo diventando una fanciulla schiva,
dopotutto. Ina sarebbe rimasta deliziata nell’osservare quanto fossi
stata vicina a uno svenimento.
Mentre rimettevo la fotografia al suo posto, notai un piccolo dipinto
accanto a essa. Rappresentava una giovinetta dalle sopracciglia
arcuate, occhi celesti e capelli biondi dalle sfumature rosse. Il suo
viso pallido ed etereo era quasi sovrannaturale. Sospettavo di
conoscere la sua identità: era un finto segreto per tutti a Oxford.
Mr Ruskin aveva un suo passato oscuro, un suo rapporto
scandaloso. Le circostanze erano strazianti: la giovane donna il cui
ritratto infantile stavo osservando era morta di recente, impazzita.
Era una esaltata religiosa, si diceva, e aveva allontanato Mr Ruskin
da Dio. Tuttavia, non riuscivo a provare pietà per lui. Non potevo
convincermi della sincerità delle sue emozioni, era troppo ansioso di
attingere a ogni aspetto della sua vita, non importava quanto tragico,
pur di promuovere la sua fama.
«Si sieda, Alice, e mi faccia l’onore di servire il tè». Lui si
accomodò e mi osservò fare lo stesso.
«Sarà un piacere». Presi la teiera e riempii due tazze,
aggiungendo del limone per lui, su sua richiesta.
«Ecco fatto», disse, affondando in una poltrona, che era così
profonda da scomparirci dentro. «Non è piacevole?».
«Certamente». Mescolai il mio tè e lo sorseggiai lentamente; era
un buon tè, leggermente speziato, tonificante. Non potevo
lamentarmi della sua ospitalità. Sapeva bene come approntare una
scena.
«Siamo vecchi amici, io e lei, non è così?».
«Se lo dice lei».
«Se lo dico io? Alice, perché insiste a essere così enigmatica? Ah,
ma anche questa è una parte del suo fascino, naturalmente.
Tuttavia, a volte mi chiedo se le sono simpatico, almeno un poco».
«Una persona della sua fama e influenza certamente non deve
mettere in dubbio la devozione di una come me».
«Altre tergiversazioni!». Lui batté le mani sulle ginocchia, deliziato,
mentre io sorridevo pudica alla mia tazza, sicura ora del mio potere
su di lui. «Alice, non posso negare che la trovo estremamente
affascinante. Mi sento altresì costretto a dirle che trovo assai
pericoloso il suo attuale comportamento. Ecco, finalmente una
reazione sincera! Vedo dell’esitazione nei suoi occhi. Vuole che
continui?».
Poggiai la tazza e mi portai le mani in grembo. Mentre osservavo
le fiamme nel caminetto – danzavano con i movimenti ipnotici e
ammalianti di un serpente – soppesai la sua domanda. Volevo che
continuasse? No, certo che no. Tuttavia, lui mi trovava affascinante –
lo avevo sempre saputo, da quando ero una bambina – e quindi
avrebbe potuto comportarsi come un corteggiatore respinto se non
lo avessi ascoltato. Non vi era dubbio che lui avesse una grande
influenza, non solo qui all’università, ma anche presso la famiglia
reale; molti dei reali erano patroni della nuova scuola di disegno che
aveva appena fondato. Lo stesso Leo ne era un fiduciario.
Lo osservai, rannicchiato così benevolmente nella sua poltrona. Vi
erano stati dei pettegolezzi, molti pettegolezzi, a proposito della mia
amicizia con Mr Dodgson, motivo della manifesta frattura tra lui e la
mia famiglia. Pettegolezzi che, almeno finora, non erano giunti
all’orecchio di Leo, o a quello dei suoi cortigiani; la sera precedente
ne era la conferma. E chi era la fonte di tutte le dicerie che giravano
in lungo e in largo per i sacri palazzi della cultura?
L’uomo seduto accanto a me che girava il suo tè versandoselo sui
pantaloni, scuotendo il capo per la sua stessa stupidità – sorridendo
tutto il tempo come il gatto di un certo libro molto amato dai bambini.
Me ne sarei mai liberata?
«Continui», dissi con un regale cenno del capo.
«Molto bene, molto saggio!». Mr Ruskin si carezzò le basette,
sollevando una nuvola di profumo. «Innanzitutto, mi conceda di
essere tanto audace da soddisfare un’antica curiosità. È vero che
Dodgson ha chiesto la sua mano ai suoi genitori, anni fa?».
Una scossa mi attraversò il corpo, il cuore prese a martellare così
forte che nelle mie orecchie non potevo udire altro che il suo battito.
Non mi ero aspettata che lui fosse così diretto, quello non era il
modo in cui ci rivolgevamo l’uno all’altra.
Vide la mia difficoltà ma non fece niente per alleviarla. Rimase
seduto sulla sua poltrona a osservarmi con gli occhi che brillavano
per le fiamme. Prese una fetta di torta, se la portò alla bocca e iniziò
a masticare con gusto.
«Io… Voglio dire, è una cosa molto scortese da chiedere».
«Lo so, lo so, e me ne scuso. Ma non posso esserle di aiuto se
non conosco tutti i fatti».
«I fatti? I fatti su cosa?».
«Sul suo passato, mia cara. Non faccia la sciocca. Pensa che sia
possibile considerare l’idea di sposare uno dei figli di Vittoria senza
che sia richiesta una scrupolosa attenzione sulle sue azioni
passate?».
«Gliel’ho detto. Non considero niente del genere. Il principe
Leopold e io siamo solo buoni amici».
«Sono convinto che la sua formidabile mamma meriti più credito.
Non riesco a credere che si lasci sfuggire dalle dita un partito come
Leopold senza lottare».
«Credo sia risaputo che la regina desideri solo persone
aristocratiche per i suoi figli», risposi, trovando uno strano conforto in
uno dei miei maggiori timori. Anche se non volevo credere che fosse
vero, era un’ottima scusa per allontanare l’attenzione dalla mia…
amicizia… per il suo figliolo minore.
«Con la terribile infermità di Leopold, per non menzionare la sua
bassa posizione nella linea di successione, non posso fare a meno
di credere che Vittoria potrebbe allentare i suoi standard, in questo
caso. Sua madre ne è certamente consapevole. Come lo è lei,
oserei dire».
Le mie guance si infiammarono a sentir parlare del mio amato in
quel modo, così freddo, così chirurgico. Non mi importava se Mr
Ruskin spettegolava su di me – non nel privato del suo salotto,
almeno – ma non sopportavo sentirlo fare pettegolezzi su Leo. Leo
era troppo nobile, troppo puro, per essere preso nelle trappole
verbali di Mr Ruskin.
«Oserei dire che Edith sarebbe una compagna più adatta per un
uomo del genere, se questo fosse preso in considerazione. Cosa
che, l’assicuro, non è». Sorseggiai dell’altro tè, la mia gola, la lingua
e perfino le labbra erano terribilmente secche.
«Vero, se non fosse che lei ama un altro e ne è ricambiata». Gli
occhi di Mr Ruskin brillarono di trionfo.
Come sapeva di Edith? Neanche Mamma lo sospettava. «Glielo
ripeto ancora, non c’è niente tra il principe Leopold e me», gli dissi
come se ripetendola, ancora e ancora, quella semplice frase lo
potesse convincere. Ma sapevo che non sarebbe accaduto.
«Vedo che lei non conferma né nega i progetti di sua sorella. Sua
madre l’ha educata bene. Va bene, è chiaro che lei non rinuncerà
facilmente alla sua posizione. Non posso dirmi sorpreso, quindi
andrò diritto al punto. Si rilassi, mia cara, chiuda gli occhi – vedo che
è stanca, l’occhio sinistro le vibra – e ascolti, mentre le sottopongo il
mio piccolo piano».
Mi toccai l’occhio sinistro, aveva ragione; un piccolo muscolo
all’angolo esterno pulsava sotto le mie dita. Decisi di fare quanto
diceva. Dovevo finalmente sapere cosa avevo davanti.
«Bene. I fatti sono questi. Lei è innamorata di Leo e lui lo è di lei.
Smetta di protestare», mi disse quando alzai una mano, ancora una
volta, per rispondere. «Ho gli occhi e, malgrado quello che lei
evidentemente crede, ho un cuore».
Spalancai gli occhi, sorpresa. Forse, dopotutto, lo aveva davvero.
«Sì, mia cara… Vedo il suo stupore. Potrei scendere nei dettagli,
se lei volesse, sulla mia recente… delusione». Guardò il tavolino e la
miniatura della giovane donna. Con grande sforzo – un visibile
irrigidirsi delle spalle e un respiro profondo – continuò. «Col tempo,
credo davvero che lo farò. Ma prima devo conoscere il suo. Dodgson
ha chiesto la sua mano, come si vocifera?».
«Non lo so», risposi scuotendo il capo, tentando, ancora una volta,
di capire la verità su quel pomeriggio e su tutto ciò che avvenne
dopo. Una verità che mi fu sempre nascosta. Ero troppo giovane,
insistevano tutti. Non avevo modo di ricordare.
Speravo che un giorno, lontana da qui – con Leo, l’unica persona
della mia vita che mi offriva una speranza, non dei rimpianti – sarei
stata capace di ricordare e di conoscere la verità. Una verità tutta
mia.
«Francamente non lo so», ripetei guardando Mr Ruskin e
parlando, finalmente, con sincerità e sperando che anche lui facesse
lo stesso, perché mi doleva il capo, la luce stava svanendo, e
desideravo stare da sola coi miei pensieri confusi. «Dovrebbe
chiedere a Mr Dodgson, perché io ero troppo giovane e Mamma mi
impedì di parlare, o di corrispondere, con lui».
«Gliel’ho chiesto».
Il mio cuore iniziò a galoppare, mi sentii sul punto di sapere,
finalmente, e ne fui allo stesso tempo spaventata ed eccitata. Mi
chinai in avanti, impaziente, come ad abbracciare la mia intera storia
– o a sfuggirne, più in fretta che potevo.
«Cosa… Cosa le ha risposto?».
«Mi ha detto che dovevo chiederlo a lei».
«Cosa? No! Non è possibile! Come avrei potuto saperlo? Crede
davvero che mia madre me l’avrebbe detto, se lui l’avesse fatto?
Crede davvero che parliamo di queste cose? Non dovrei neanche
discuterne con lei!».
«No, io non lo credo, ma forse Mr Dodgson sì».
«Allora… Allora non conosce la mia famiglia».
«Non mi sorprenderebbe, non è mai stato un tipo molto realistico».
«Non ha importanza», dissi stancamente, senza credere alle mie
stesse parole. «È passato tanto tempo, desidero solo che mi sia
concesso di trovare la felicità. Che importanza ha ormai?».
«Ha importanza se lei ama davvero il suo giovane principe. Non
capisce che anche il minimo accenno di diceria o di scandalo
comprometterebbe quella felicità?».
«Certo. Certo che capisco… Per chi mi prende, per una
sempliciotta?».
«No, non lo farei mai».
Si alzò e venne verso di me, si mise dietro la mia poltrona in modo
che potevo sentire la sua voce, ma non vedere la sua espressione.
«Le auguro ogni felicità, Alice. Mi deve credere. Anche se i fatti del
suo… piccolo dramma sono poco chiari, sono ancora importanti. La
percezione è realtà, specie quando si tratta di affari di cuore».
Le sue parole smossero altri ricordi. «Le piace molto ripetere
quella frase», gli dissi.
«È la verità. Ora capisco che lei sia restia a confessare i suoi
sentimenti romantici. È saggia a tenerli segreti, anche se devo
consigliarle di farlo meglio di quanto non abbia fatto l’altro giorno
durante la conferenza. Il principe non è abituato a stare in pubblico,
come i suoi fratelli; la regina è da ammirare per averlo tenuto
protetto finché poteva, ma temo che di conseguenza lui non sia tanto
cauto quanto dovrebbe. Dubito che sia mai stato innamorato,
capisce… il poverino non ne ha mai avuto l’occasione. Lei deve
essere quella col buonsenso».
Mi morsi le labbra, riconoscendo il suo punto di vista.
«Ecco cosa suggerisco. Posso accertarmi che il suo giovane
principe resti all’oscuro, riguardo a qualsiasi… segreto… lei possa
avere. Se qualcosa dovesse giungere alle sue orecchie, posso
annullarne l’effetto… Come ho già detto, la famiglia reale mi tiene in
grande stima. Posso anche accertarmi che Dodgson ne rimanga
all’oscuro, è l’uomo più ottuso che abbia mai incontrato. Faccio fatica
a credere che sia capace di riconoscere l’amore che sboccia davanti
alle sue finestre».
Rimasi in silenzio. Non potevo permettermi di crederlo, non con
quegli occhi sempre su di me, sempre; senza sapere, come non lo
sapeva Mr Ruskin, che presto sarei stata di nuovo nelle sue stanze.
«È stata molto cauta fino a ora, devo concederlo. È rimasta sullo
sfondo, quando Ina ne è uscita e si è poi sposata. È stata molto
saggia».
«Lei non lo è, se crede che sia dipeso tutto da me. Non mi è stata
concessa molta libertà fino a non molto tempo fa. Sono stata spedita
sul continente come se ci si dovesse vergognare di me. Oh, certo, è
stato tutto corretto, le tre ragazze Liddell e il loro Grand Tour, come
tutte le altre giovinette per bene! Ma Mamma sarebbe stata felice se
avessi incontrato un tranquillo conte francese e non fossi tornata. Ma
l’ho fatto, e immagino lei abbia capito che non poteva tenermi chiusa
in soffitta come una pazza; dovevo emergerne prima o poi.
Quindi…». Bevvi un altro sorso di tè, infiammata dalla mia
confessione. Perché avessi scelto di farla a Mr Ruskin, non riuscivo
a capirlo. La sua franchezza doveva avermi disarmato.
«Non ne avevo davvero idea», mi disse. Rimase silenzioso per un
lungo momento. Gli unici suoni erano lo scricchiolare delle assi del
pavimento su cui passeggiava dietro di me, il crepitio del fuoco nel
camino, le risate distanti di Sophie e della fantesca, il sommesso
ticchettio dell’orologio sulla mensola. Infine mi alzai, indossai i
guanti, annunciando la fine del colloquio. Ero determinata a riportare
le cose su un piano pratico: niente svenimenti per me.
«Quindi, mi dica ciò che desidera, in cambio della sua discrezione.
Perché è questo il motivo del nostro incontro, non è così?».
«Prima così modesta, ora così diretta. Non sarò mai in grado di
predire le sue reazioni, mia cara Miss Liddell».
«Lo prenderò come un complimento. Ma, la prego, mi dica quale
sarà il mio debito».
«Solamente lei stessa».
«Io?», scoppiai a ridere. Era tutto così prevedibile. «Risparmierò a
entrambi il melodramma da pessimo romanzo di presumere che lei
mi voglia sedurre».
«Oh, Alice. Lei è così divertente». Mr Ruskin ridacchiò ammirato.
«No, non intendo sedurla. Desidero solamente la sua compagnia.
Abbiamo molto in comune, lei e io». A quel punto gettò uno sguardo,
ancora una volta, al piccolo ritratto sul tavolino. «Entrambi abbiamo
degli amici nel passato con cui non possiamo più comunicare, con
cui non possiamo condividere il lato migliore di noi stessi». Si
allontanò, senza smettere di guardare la fanciulla dagli occhi chiari.
«Rose La Touche», dichiarai. Nella mia mente sapevo chi era.
«Ben pochi segreti rimangono tali, a Oxford. Vale anche per lei».
Nonostante la mia intenzione di restare il più distante possibile, non
potei evitare di mettergli una mano sul braccio quando vidi i suoi
occhi riempirsi di lacrime.
«Lei era la mia Alice, in qualche modo. Uomini come me, come
Dodgson, hanno bisogno di una musa, di un modo per restare
giovani e vitali. Da soli non serviamo a niente».
«Ma io… non sono più una bambina. Come posso esserle d’aiuto
ora?».
Si volse verso di me, gli occhi carichi di lacrime e di tristezza,
velati da un sogno perduto, e seppi che lui non stava guardando me;
stava cercando un’altra.
«Mi venga a trovare», sussurrò Mr Ruskin. «Venga semplicemente
a trovarmi di tanto in tanto, venga a sedere accanto al fuoco con me
e si lasci guardare. Mi lasci parlare. E io, in cambio…». Finalmente
si scosse, si liberò dai suoi demoni, con un tremito che sembrò
iniziare dai piedi per risalire lungo tutto il suo stanco corpo curvo fino
alla testa. «E io, in cambio, l’aiuterò col principe. Le do la mia
parola».
Rimasi in silenzio. Non vedevo la mia strada, era come se fossi
intrappolata in un dedalo di alberi, in una foresta buia e opprimente,
ma gli alberi erano il passato, il mio… e ora anche quello di Mr
Ruskin. Mi impedivano di procedere a ogni svolta, mentre cercavo di
trovare la strada per uscire dal buio verso la luce, dove Leo mi
attendeva per portarmi, finalmente, via.
Quale altra scelta avevo? Leo si sarebbe laureato in primavera,
avrei dovuto atteggiarmi da amica di Mr Ruskin solo per un breve
lasso di tempo. Come amico, lui poteva essere vantaggioso, come
nemico, avrebbe potuto essere maliziosamente distruttivo. Almeno
quello lo sapevo.
«Va bene», dissi finalmente, la voce piatta e priva di espressione.
«Verrò a trovarla. Come amica. Niente di più».
«È tutto ciò che chiedo». Sorrise tristemente, avvicinandosi per
baciarmi su una guancia, le sue labbra erano ruvide e asciutte.
Chiusi gli occhi per non vederlo, anche se non potevo impedirmi di
sentire il suo nauseante profumo – una combinazione di lavanda,
rosa ed eliotropio: più fiori di una sposa.
«Fino alla prossima volta». Lo respinsi – gentilmente – e gli porsi
la mano. Lui la prese, la strinse tra le sue con calore, poi la portò alle
labbra e la baciò con una passione che mi lasciò sgomenta: era
come se la mia mano offrisse la salvezza e lui fosse un peccatore in
punto di morte.
«La settimana prossima, a questa stessa ora», disse Mr Ruskin
lasciandomi andare con la stessa passione. Si voltò a guardare di
malumore il tavolino, su cui la mia foto e il ritratto di Rose posavano
come due sirene gemelle.
Esitante, attesi che mi accompagnasse alla porta, ma lui non si
mosse. Infine, mi voltai e attraversai la stanza con passo pesante e
con il cuore ancora più pesante.
Sapevo che avrei finito per odiare quella stanza e tutto ciò che
poco prima vi avevo trovato di bello. Sapevo che avrei finito per
odiare Mr Ruskin.
Sapevo anche che avrei finito per odiare me stessa.
Capitolo 9
23 gennaio 1876

Mio caro,
l’ansia per te mi sta consumando. Devo mantenere un’aria
distaccata e dignitosa, esprimere esteriormente solo una blanda
preoccupazione, perché, naturalmente, come figlia del Decano
posso essere solo doverosamente ansiosa di ricevere tue buone
nuove.
Ma “doverosamente ansiosa” non si avvicina neanche un po’ a
rivelare l’angoscia che mi divora il cuore. Muoio dal desiderio di starti
vicino; invidio i dottori che hanno il privilegio di prendersi cura di te.
Oh, fosse mia la mano che ti asciuga la fronte, che ti tiene la mano,
che ti prepara le minestre nutrienti! Lo vedi quanto sono pazza? Puoi
immaginare Miss Alice Liddell che ti porta una zuppiera con le sue
manine candide come gigli?
Farei anche di più, se mi fosse possibile, se dipendesse da me.
Laverei la biancheria del tuo letto, ucciderei le galline con le mie
mani, le macinerei – è così che si fa? Non ne ho la minima idea! –
per prepararti il brodo, camminerei per chilometri per cercarti le
migliori medicine. Se solo mi fosse concesso.
Ma non lo è. Mi devo accontentare di ascoltare da Papà gli
aggiornamenti infrequenti – sarebbero abbastanza regolari solo se li
sentissi ogni minuto! – che il tuo segretario gentilmente ci invia.
Devo mostrarmi sorridente, di buon grado, qui a Oxford,
comportarmi da gentildonna come Mamma ci ha così assiduamente
insegnato, come se non avessi in mente niente di più importante di
quale abito indossare, di quale carrozza chiamare.
Tu devi sapere, cuore mio, che i miei pensieri non sono qui, ma a
Osborne, dove sei tu, e che in ogni attimo di ogni giorno io desidero
ardentemente essere con te anche di persona.
Ti riprenderai, devi farlo. E quando lo farai, io sarò qui, certa di
rendermi assolutamente ridicola quando mi getterò ai tuoi piedi e
piangerò, e supplicherò per i tuoi baci e le tue carezze.
Fino a quel momento splendido, anche se sentimentale, io resto
come sempre tua.
Solo tua, realmente. Mi hai viziata e resa inadatta a chiunque
altro, quindi capisci che devi guarire, altrimenti resterò una funesta
zitella, e sono certa che tu non vuoi avere questa responsabilità!
Ti prego, torna presto,
mio amato
La tua Alice.

Battendo le palpebre – non volevo che neanche uno schizzo di


un’unica lacrima macchiasse le mie parole – presi il pesante
tampone e lo passai con cura sulla carta. Poi ripiegai il foglio in tre
parti, allungai la mano nel cassetto della mia scrivania e ne trassi un
pacchetto di lettere come quella, legato con un nastro di seta nera.
Portai la lettera alle labbra – ridicolo, lo sapevo, ma avevo bisogno di
assecondare i miei sentimenti in quella buia e fredda giornata
d’inverno – e la riposi insieme alle altre, mettendole tutte nel
cassetto.
Un giorno avrei mostrato a Leo quelle lettere, come fotografie del
mio cuore, del mio dolore. Ma non potevo rischiare di farlo ora. Non
potevo sapere se lui stava abbastanza bene per leggere la sua
corrispondenza o se il suo segretario doveva farlo per lui. Sapevo
solo che era ammalato di tifo a Osborne House, la residenza della
regina sull’Isola di Wight, dove la famiglia reale passava il Natale;
sapevo anche che si era ammalato prima delle feste e che le sue
condizioni erano state stazionarie per settimane. Fino ad allora non
c’erano indizi che l’emofilia avesse avuto un ruolo nella sua malattia,
ma questa, come un’ombra, aleggiava sullo sfondo della nostra
mente.
Immersi la penna nel calamaio di bronzo, presi un altro foglio,
pronta a iniziare la lettera che avrei spedito veramente. Ma invece di
portare la penna alla carta, rimasi a osservare la piccola cornice che
tenevo sulla scrivania: la fotografia di Leo scattata da Mr Dodgson
quel pomeriggio di novembre quando avevamo tutti posato per lui.
La foto era molto somigliante: lui sedeva con in mano il bastone
da passeggio, col viso leggermente distolto dall’obiettivo, e rivolto
verso l’alto. Gli occhi rotondi, i baffi curati, la figura snella, tutto era
ben rappresentato. Ma non c’era vita. Leo era tutto spirito, tutto
coraggio rispetto alla sua malattia, era quello il suo fascino e
nessuna fotografia poteva catturarlo.
E anche la mia foto, quella scattata in quel pomeriggio – la
fotografia che non potevo fare a meno di sperare che Leo avesse sul
suo comodino di infermo, anche se non avevo modo di saperlo – era
altrettanto piatta e spenta. Anche se Leo si era rifiutato di
ammetterlo, sapevo che ne era rimasto deluso.
Come avrebbe potuto essere altrimenti?
Mr Dodgson aveva avvertito Mamma che la stagione era avanzata
e che la luce sarebbe stata insufficiente, e anche se aveva convinto
di recente il college a costruirgli uno studio sotto il tetto, con tanto di
lucernario, lui non poteva garantire il risultato. Ma Leo insistette che
si procedesse comunque. Fu così che in una rara mattinata di sole a
novembre, noi quattro – Mamma, Edith, il principe Leopold e io – ci
trovammo a salire la stretta scala buia dell’edificio opposto al
Decanato, al di là del Quad, fino a raggiungere una porta nera su cui
erano dipinte le parole «Rev. C.L. Dodgson».
Edith mi aveva presa per mano, allora. Gliela strinsi con
gratitudine, perché mi sentivo il petto oppresso come se il corsetto
fosse troppo stretto e il mio cuore che martellava. Non ero più stata
negli appartamenti di Mr Dodgson da quando avevo undici anni. A
quei tempi, ero abituata a correre nelle sue stanze e a gettarmi tra le
sue braccia senza pensarci. Ora, sentivo così tanti ricordi, belli e
brutti, chiari e confusi, turbinarmi attorno, togliendomi il fiato, perfino
la vista, e non ero nemmeno certa che le gambe mi avrebbero
sorretto oltre la soglia.
A cosa pensava Mamma? Non potevo saperlo, perché lei non mi
guardava. Aveva comunque tenuto un’allegra ed enfatica
conversazione col principe da quando avevamo lasciato il Decanato
e la nostra visita non era passata inosservata nel Quad. Sapevo che
l’indomani Mr Ruskin mi avrebbe subissato di domande.
Leo batté sulla porta col suo bastone da passeggio. Una
governante dall’aspetto stanco ci venne ad aprire e ci fece entrare,
raccolse i nostri mantelli fino a scomparirvi dietro, poi apparve Mr
Dodgson in persona e ci condusse nel suo studio.
Ebbi l’impressione che ci fossero molte stanze, da entrambi i lati
del corridoio, questo appartamento era senz’altro più grande di
quello vecchio sopra la biblioteca, dove ricordavo un unico studio
ristretto e strapieno di oggetti.
Il salotto in cui mi trovai non era affatto piccolo, era largo e
spazioso, con un invitante sofà rosso e un grande camino circondato
da mattonelle rosse e bianche che raffiguravano le creature più
insolite – draghi, serpenti di mare e strane navi di stile vichingo. Vi
era spazio a sufficienza perché noi quattro sedessimo
comodamente, eppure restai in piedi, sentendomi a disagio come
una bambina a un ricevimento fra sconosciuti, incerta sul da farsi.
«L-l-la prego, si sieda, Miss Alice», disse lui con voce esitante e,
alzando gli occhi, colsi al volo il suo sguardo. I suoi occhi, blu e
sbilenchi come allora, erano ora circondati da una ragnatela di
rughe, i capelli, ancora riccioluti, erano spruzzati di bianco.
Indossava ancora la redingote della sua gioventù e anche i guanti
grigi.
Gesticolando con quelli indosso, mi indicò una poltrona vuota e io
andai a sedermi. Mi morsi le labbra che avevano cominciato a
tremare e mi guardai le mani strette in grembo.
«Mio caro Mr Dodgson, è un piacere visitare la sua casa. Temo
che ci siamo visti troppo poco da quando mi sono iscritto
all’università, ma è così che a volte accade, non le pare?». Leo
sedeva accanto a Mamma sul sofà, con le braccia poggiate
disinvoltamente sulla spalliera, come se si trovasse nella propria
stanza. Il suo comportamento era sempre così rilassato e si sentiva
a casa propria ovunque.
«Signore, è un onore». Mr Dodgson s’inchinò rigidamente e mi
ricordai di tutte le volte che lo avevo stuzzicato, quando ero piccola,
dicendogli che camminava come se avesse un attizzatoio nel retro
della giacca. Che bambina maleducata ero stata! Come aveva
potuto sopportarmi?
Proprio allora Mr Dodgson si accorse che lo stavo guardando; le
guance gli si arrossarono e io mi chiesi se stava pensando la stessa
cosa.
Volsi il capo, intenta a osservare ciò che mi circondava, mentre
Leo impegnò Mr Dodgson in una conversazione da salotto sul
college. Mamma interloquì amabilmente, come se non avesse altro
per la testa che le brighe universitarie, cosa che sorprese non poco
Mr Dodgson, che sembrò, all’inizio, meravigliato dalla sua loquacità.
Edith sorrideva e a volte approvava col capo, lanciando occasionali
sguardi ansiosi verso di me.
Mentre loro chiacchieravano, esaminai la stanza: anche se era
grande, non era altro che un semplice appartamento da scapolo. I
pochi tavoli erano sgombri, la superficie scoperta, e privi di leziosi
centrini, la spalliera delle poltrone era priva di coprischienale. Non
c’erano molti oggetti decorativi, a parte un vaso nero colmo di piume
di pavone vicino al caminetto, qualche piccolo acquerello, soprattutto
dell’università. C’era una stampa incorniciata del frontespizio di Alice
nel Paese delle Meraviglie, appesa alla parete. Non era molto
grande e certamente non era al posto d’onore. Anzi, sembrava quasi
sperduta, come se accanto a essa dovessero essercene delle altre.
Era una stanza pulita in modo meticoloso e scrupoloso, ma,
malgrado le sue dimensioni, in essa c’era qualcosa di opprimente. In
quella meticolosità riconobbi, con una fitta improvvisa, che lì non
c’era spazio per nessun altro. Lui si era mai proposto di dividere la
sua casa – la sua vita – con una donna? Con una qualsiasi donna?
Ma presto capii che se non c’era spazio per una moglie, c’era
certamente spazio per un bambino – o meglio, per dei bambini.
Perché, dopo un’ispezione più accurata, notai che la stanza era
piena di giocattoli, come lo era stato il suo vecchio studio. Ora, però,
non erano più tutti sparsi in vista e disseminati dappertutto, ma
accatastati in pile ordinate nelle credenze, in file precise sul
davanzale della finestra, o che facevano capolino da angoli nascosti.
Bambole di porcellana e di stoffa, animali di peluche, un’Arca di Noè
in legno, carillon di ogni forma e dimensione. Uno, in particolare, lo
ricordavo dalla mia infanzia: un congegno quadrato con una grande
maniglia, simile a un organetto a mano. Poteva suonare una quantità
di motivi, mi ricordavo; lui teneva i dischetti musicali di cartone in una
scatola diversa, catalogati con precisione. La mia canzone preferita
era allora The Last Rose of Summer. Ebbi, improvvisamente, il
desiderio folle di cercare la scatola per vedere se lui l’avesse ancora.
Le sue stanze non erano cambiate col tempo. E lui? Era
cambiato? A quello non potevo rispondere. Perché temevo di
osservarlo troppo attentamente, temevo di parlargli, temevo di
scoprirlo. Eppure sentii i suoi occhi su di me, più di una volta, mentre
esaminavo la sua stanza. Cercava di vedermi come ero ora, o come
ero stata una volta? Gli sembravo fuori posto ora che ero cresciuta?
O gli apparivo familiare, dolorosamente familiare, come un sogno?
L’atmosfera era oppressiva e desideravo aprire una finestra.
«Alice?». Qualcuno si stava rivolgendo a me. Scossi il capo e mi
voltai. Vidi Leo che mi guardava con un’espressione leggermente
perplessa e fui così felice che fosse lì – forse mi ero dimenticata di
lui – che scoppiai quasi a piangere. Invece, mi limitai a sorridergli,
sentendo il cuore che rallentava e la mente che si liberava dei
ricordi. Mi vidi attraverso i suoi occhi, la donna che ero ora. Non la
bambina che ero stata.
«Signore?».
«Stavo appunto dicendo quanto sia straordinario che Lewis Carroll
e la vera Alice vivano praticamente uno di fronte all’altra! È assai
strano che nessuno di voi parli del libro, eppure dovrebbe essere un
ricordo piacevole».
«Mi consenta di rispondere per Alice», disse Mamma, e io non
potei far altro che acconsentire. Lanciai uno sguardo veloce a Mr
Dodgson, che appariva intento a raddrizzare un dipinto, le esili spalle
curve in modo innaturale per lo sforzo. «Signore, è uno splendido
omaggio, naturalmente, ma di solito non ne parliamo fuori della
famiglia. Non sarebbe appropriato richiamare l’attenzione su Alice in
modo così pubblico… Sono certa che lei, essendo un gentiluomo,
comprenda! In quanto a Mr Dodgson, bene, io certo non posso
parlare per lui». Anche se sembrava che Mamma avrebbe voluto
farlo, perché lo trafisse con uno sguardo tale, che fui sorpresa che
Leo non replicasse.
«Ricorderò per sempre con grande piacere quella nostra giornata
sul fiume e sarò sempre grato ad Alice per aver insistito che
scrivessi la storia», disse piano Mr Dodgson, sempre senza
guardarci. «Ho molti cari ricordi della nostra a-a-amicizia. I libri ne
rappresentano solo uno». Infine si voltò verso di noi. Non riuscivo a
guardarlo in volto, non potevo vedere quel sorriso triste che
conoscevo tanto bene. Non potevo. La mia visione era annebbiata
dalle lacrime che cercavo di nascondere prima che Leo le vedesse.
Cos’era che mi faceva soffrire tanto? La perdita? Il rimpianto?
O la colpa? Perché malgrado i giocattoli e i carillon, in quelle
stanze c’era così tanta solitudine: tradimento, congelato nel tempo,
raggelato nell’aria. Essendo una bambina, io non potevo che
crescere, mentre lui era rimasto quello di allora. Come prima.
«Posso ora suggerire di scattare le foto? Temo di perdere la luce»,
disse Mr Dodgson, facendo strada attraverso uno stretto passaggio
che conduceva a una scala ancora più stretta. Le seguimmo tutti,
salimmo le scale fino a trovarci in un ambiente spazioso e luminoso.
Battei le palpebre per la luce improvvisa.
Era il suo studio: una parete di finestre da un lato e di mattoni
dall’altro. Lucernari sul soffitto. C’erano i bauli pieni di costumi che
ricordavo da allora; la valigia di pelle scura in cui conservava le
sostanze chimiche necessarie allo sviluppo; la macchina fotografica.
La stessa macchina fatta di legno di rosa, con lo stesso grande
occhio deciso che una volta aveva catturato la mia anima.
C’era anche un’altra stanza, immaginai, la cui porta era sempre
chiusa: la sua camera oscura.
C’erano accumulati vari oggetti: sofà, poltrone, scale, e anche dei
fondali dipinti, residui forse di rappresentazioni teatrali del college.
Evidentemente lui ancora amava il suo hobby. Con un attimo di
irritazione, scorsi una pantofola di raso rosa – con la punta all’insù in
stile arabo – che sporgeva da uno dei bauli dei costumi. «Chi era il
suo soggetto preferito ora?», mi domandai.
«Chi desidera posare per primo?», chiese Mr Dodgson,
togliendosi la sua redingote, arrotolandosi le maniche e levandosi i
guanti. La vista delle sue mani, pallide, sottili, con ancora quelle
macchie scure sulla punta delle dita, mi fece stringere lo stomaco e
tremare le gambe. Mi sedetti bruscamente su una poltrona,
consapevole dello sguardo sospettoso di Mamma.
«Sono certa che Sua Altezza Reale gradirebbe che posasse per
prima Edith, che viene così bene nelle fotografie», disse Mamma
voltandosi, e per una volta la sua arroganza non mi infastidì. Ma vidi
che Leo, con un sopracciglio dorato arcuato per l’esasperazione, la
notò.
Mr Dodgson fece cenno a Edith di sedersi su uno scranno di pelle,
la posizionò e la foto fu scattata. Contò fino a quarantacinque, a
bassa voce, e io mi ricordai quando faceva sembrare tutto buffo,
quando eravamo piccole. Mamma allora suggerì che Leo posasse
per una fotografia con Edith, cosa che lui fece nascondendo
educatamente la sua impazienza. Poi Mr Dodgson chiese a Leo di
posare da solo, per la sua collezione personale.
«Ora deve posare Alice», disse Leo impaziente, quando Mr
Dodgson emerse dalla camera oscura con una lastra appena fatta.
Mr Dodgson annuì, concentrato sull’inserimento della lastra nel retro
della macchina e facendola quasi cadere.
Mi avvicinai alla sedia, lentamente. Sentivo tutti gli occhi addosso
e mi chiesi che cosa stessero cercando, che cosa si aspettassero
facessi. Mi sedetti, mi voltai verso Mr Dodgson e rimasi in attesa
delle sue istruzioni.
«P-p-potrebbe… f-f-forse, se lei potesse… Non ne sono certo, ma
c-c-credo che se lei s-s-solo…». Per la prima volta, non riusciva a
controllare la balbuzie; infine smise semplicemente di parlare e
scosse il capo. Non era in grado di dirmi cosa fare, era terrorizzato
quanto lo ero io.
Avrei voluto andare da lui a dirgli che era tutto a posto, come
facevo da bambina quando mi addolorava vederlo triste e sapevo
che solo io potevo aiutarlo. Ma non era tutto a posto tra noi, non lo
sarebbe mai stato, e il motivo pesava sulla mente di tutti, di tutti noi
radunati in quello strano locale sul tetto, pieno di strani costumi e di
fondali dipinti di colori innaturali di luoghi finti.
Solo una persona, in quella stanza, non sentiva l’insopportabile
peso del passato.
«Perché non si appoggia?», disse una voce. Mi voltai ciecamente
nella sua direzione e, attraverso le lacrime, vidi che era Leo. Mi si
avvicinò, poggiò una mano sulla mia spalla e con l’altra mi tolse
teneramente un filo di capelli dal volto. Chiusi gli occhi, mi poggiai a
lui e desiderai che noi due fossimo in qualche altro luogo – ovunque
– da soli.
Mamma si schiarì la gola e io spalancai gli occhi, notando la
sorpresa di Mr Dodgson che ci guardava. Ero sorpresa e provai una
qualche altra emozione che non volevo capire: mi bruciavano le
guance e, con dolcezza, allontanai Leo da me. Con un respiro
profondo mi raddrizzai sulla sedia, chinai il capo da un lato e guardai
diritta – cercando un punto sicuro e anonimo sulla parete su cui
concentrarmi.
Guarda me, Alice. Guarda solo me – le parole riecheggiavano
stranamente nelle mie orecchie e non ero certa di chi le avesse
dette, o se stessi ricordando un altro tempo e un altro luogo. Così
tenni gli occhi fissi sulla parete e mi costrinsi a non muovermi.
Mr Dodgson tolse il copriobiettivo e contò fino a quarantacinque, a
bassa voce, a monosillabi. Con un movimento rapido, tolse la lastra
di vetro e si affrettò verso la camera oscura. Tirai fuori il respiro –
dovevo averlo trattenuto per tutto il tempo – e mi alzai in piedi.
Restammo tutti in silenzio, a disagio, ora che Mr Dodgson non c’era.
Neanche Leo sembrava sapere cosa fare.
«Ecco fatto», disse Mr Dodgson, emergendo dalla camera oscura.
Arrancò fino alla sua redingote e ai suoi guanti e li indossò mentre
noi osservavamo in silenzio, in attesa di qualcosa. Avevamo fatto
tutto ciò che dovevamo? Rimaneva altro da fare? Qualcosa da dire?
Naturalmente. L’aria era resa opprimente dalle cose non dette: le
parole non pronunciate – accuse, giustificazioni, ragioni, domande –
rimbalzavano in quello spazio luminoso fino a farmi desiderare di
coprirmi le orecchie. Anche Leo sembrava sentirle, mentre spostava
il peso goffamente da un piede all’altro, schiarendosi la gola
dolcemente.
«Non stampo più io le mie foto. Le faccio stampare», disse infine
Mr Dodgson. «Non appena saranno pronte, vi invierò le vostre
copie».
«Bene, molto bene. Non so come ringraziarla». Leo aveva
ritrovato la padronanza di sé con evidente sollievo. Ridendo di
cuore, diede la mano a Mr Dodgson. «Sono impaziente di vedere le
foto. E dovremmo vederci più spesso, magari a una delle molte
piacevoli serate al Decanato?». Si voltò verso Mamma.
«Naturalmente», replicò lei, con voce piatta e gelida come il
ghiaccio. Mr Dodgson si inchinò, ma un accenno di sorriso ironico
rivelò che non si aspettava nessun invito del genere.
Lo lasciammo nel suo salotto, in piedi di fronte al camino, che ci
voltava le spalle mentre si riscaldava le mani guantate davanti al
fuoco. Quando la fotografia arrivò, una settimana più tardi, trattenni il
fiato mentre aprivo la busta marrone: quale lato segreto di me era
stato catturato questa volta?
Quello mesto e sperduto, la parte che aveva bisogno di essere
soccorsa. I miei occhi, privi di vita, non guardavano l’obiettivo, il viso
era pallido, la bocca era solo un piccolo broncio triste. Non riuscivo a
condividere l’entusiasmo di Leo, anche se ero felice di sapere che la
mia immagine sarebbe stata incorniciata d’argento sulla sua
scrivania, come la sua si trovava sulla mia.
E ora non potevo fare a meno di chiedermi se quell’immagine
sarebbe stata tutto ciò che avrei avuto di lui. Con una scossa, i miei
pensieri tornarono alla spaventosa incertezza del presente, dove la
paura era tanto oppressiva quanto le accuse taciute del passato. Mi
liberai dei miei pensieri molesti con una risoluta scossa del capo,
presi la penna con decisione e iniziai a scrivere la lettera che mi si
confaceva, la lettera misurata e circospetta da parte della figlia del
Decano a uno dei suoi studenti preferiti.

SUA ALTEZZA REALE, PRINCIPE LEOPOLD

Altezza,
scrivo con grande preoccupazione, per informarmi sulla Vostra
salute e per dirVi che mancate moltissimo ai Vostri amici di Oxford.
Le vacanze sono state alquanto tristi, davvero, perché la notizia
della Vostra malattia ha adombrato ogni celebrazione. Devo dirvi che
Papà è molto preoccupato e che è stato udito dire «Quel caro
giovane, quel caro giovane», l’ultima volta che il Vostro segretario ci
ha inviato una lettera sulle Vostre condizioni.

«Alice?». Con un leggero tocco sulla porta, Edith mise la testa


nella mia camera da letto. «Ti do fastidio? Ho pensato che volessi
della compagnia».
«Ci sono nuove lettere? Delle notizie?». Saltai in piedi, quasi
scagliando la penna attraverso la stanza prima di riprendermi e di
riporla nel calamaio. Corsi alla porta e tirai Edith nella stanza,
stringendole il braccio così forte che lei si lamentò.
Si staccò dolcemente dalla mia mano e mi mise un braccio attorno
alle spalle. «No, mi dispiace, cara. Papà non ha ricevuto ancora
nessuna lettera oggi».
«Oh». Permisi a mia sorella di condurmi verso una poltrona
davanti al camino. Lei mi costrinse a sedere e si inginocchiò accanto
a me, prendendomi una mano tra le sue.
«Alice, hai le mani di ghiaccio!». Iniziò a strofinarmele
vigorosamente. «Hai mangiato oggi?».
«Non lo so». Osservavo il fuoco distrattamente, senza vederlo,
conscia solo dello scoppiettio delle braci. I miei pensieri non mi
permettevano di vedere altro che Leo sdraiato sul suo letto, il viso
pallido, i suoi begli occhi comprensivi chiusi, le sue lunghe ciglia
bionde che sfioravano le guance. Moribondo, forse, oppure già…
Chiusi gli occhi, girai il capo e non potei impedire che un piccolo
singulto mi sfuggisse dal cuore. Sentivo ogni nervo, ogni osso,
scoperto e rigido per lo sforzo di contenere così a lungo i miei veri
sentimenti. Perché non potevo essere con lui? Perché non potevo
semplicemente chiamare una carrozza – no, un treno – e volare a
Osborne, rubare una barca, remare fino all’isola da sola e marciare
fino alla casa pretendendo di essere ammessa?
Il cuore spezzato. Ora ne conoscevo davvero il significato, perché
il mio cuore era a pezzi, malato, stremato dalla preoccupazione. A
volte, mi sembrava di non poter più vivere, che quel povero organo
avrebbe ceduto, incapace di assorbire ulteriore paura e desiderio. La
mia voce doveva essere muta, ma il mio cuore non lo era e urlava a
ogni battito.
«Mamma desidera che tu scenda a cena stasera», mi disse Edith
dolcemente, continuando a carezzarmi le mani.
«Desidera?».
«Ordina, se preferisci. Non vuole saperne di te chiusa nella tua
stanza un’altra sera. Tu sai come la pensa, e temo… temo che lei si
rifiuti di accettare il tuo dolore, lei non è disposta a riconoscere i tuoi
veri sentimenti nei confronti del principe».
«Naturalmente. Immagino si aspetti anche che io faccia un allegro
balletto per intrattenere tutti».
«Alice», mi blandì Edith, poggiando una guancia sulla mia mano.
«Almeno il tuo spirito è ancora intatto. Non stai male quanto
temevo».
Sorrisi a mia sorella, il suo volto soave era solcato dall’ansia. «No,
non sto male. So che non aiuta nessuno – tantomeno Leo – che io
mi rattristi nella mia stanza. Ma, oh, quanto verrei essere con lui!
Perché non mi è mai concesso di stare con chi amo quando soffre?
Non posso sopportare di pensarlo in preda alla paura, al dolore,
senza di me… E se… e se lui avesse bisogno di me? Se mi
invocasse? … Sono più forte di lui, molto più forte, gli potrei dare la
mia forza, se solo mi fosse concesso!». Il cuore mi salì in gola,
soffocandomi, allagando i miei occhi di lacrime. Non riuscivo a
trattenerle e permisi loro di inondarmi, mi concessi di scaricare il mio
cuore, di dare voce, finalmente, ai miei timori e ai miei desideri.
Strinsi forte mia sorella – era così calda, così viva, tra le mie braccia
– e mi abbandonai al pianto fino a sentirmi svuotata, finalmente
libera dal mio silenzio. Fu una benedizione, malgrado il dolore.
Provai uno strano senso di calma che mi avvolse mentre mi
asciugavo gli occhi.
«Oh, vorrei potergli dare anche la mia di forza», disse Edith,
asciugandosi le lacrime che anche lei aveva versato e liberandosi
dal mio abbraccio. Avvicinò l’altra sedia e si sedette accanto a me.
«Lo farei, tu lo sai».
«Lo so». Le sorrisi. Edith era l’immagine della salute stessa, le
guance rosee, graziosamente paffuta come una contadinella. Io
sfortunatamente tendevo a essere magra, i miei lineamenti erano fin
troppo marcati e la mia mancanza di appetito in quelle ultime
settimane non contribuiva a migliorare il mio aspetto. Se – quando –
Leo fosse tornato, lo avrei certamente spaventato. Avevo dei segni
viola sotto gli occhi che neanche il lume di candela riusciva a
nascondere.
«Che ore sono?», domandai, di colpo consapevole dell’oscurità
crescente fuori della mia finestra.
Edith consultò l’orologio di diamanti che portava appuntato al
vestito. «Le quattro e trenta».
«Devo andare». Con uno sforzo mi costrinsi ad alzarmi dalla
poltrona e ad avvicinarmi alla specchiera. Mi pizzicai le guance,
lisciai i capelli e, fermandone alcune ciocche con le forcine, feci del
mio meglio per rendermi presentabile. Poi suonai il campanello per
chiamare Sophie.
«Alice, devi proprio andare oggi? Lui non… non capirebbe se gli
mandassi un biglietto per dirgli che non stai bene?». Gli occhi di
Edith si fecero scuri, rannuvolati dalla preoccupazione e anche dal
sospetto. Mi voltai affinché non mi vedesse in viso.
«No. Mr Ruskin è un insegnante severo. È convinto che io non mi
applichi quanto dovrei al disegno. Ma, davvero, è anche una
piacevole distrazione. Quando sono da lui, io… io non penso più a
Leo!». Mi voltai e mi forzai di sorridere, guardando di nuovo mia
sorella.
Ma non l’ingannai, scosse il capo e mi mise una mano su un
braccio, proprio quando Sophie bussò alla porta ed entrò portando il
mio mantello, il cappello e il manicotto di pelliccia.
«Alice, non vorresti che ti accompagnassi, almeno oggi? Mr
Ruskin gradisce la mia compagnia», disse Edith in tono basso e
preoccupato.
«Certo che gli piace. Ma è solo una lezione di disegno privata, non
c’è bisogno che tu venga ad annoiarti». Mi voltai per farmi
abbottonare il manicotto da Sophie e udii il sospiro soffocato e
preoccupato di mia sorella.
«Va bene, cerca di divertirti allora, se puoi. Verrò a chiamarti se ci
sono notizie da Osborne».
«Fallo, ti prego! Grazie, cara!». Le gettai le braccia attorno al collo,
la baciai sulle guance e mi affrettai a uscire, lasciando Edith
pensierosa, vicino alla specchiera.
Mentre correvo giù – a Mr Ruskin non piaceva che tardassi –
Mamma apparve improvvisamente ai piedi delle scale. Era strano il
modo in cui lo fece, come riusciva a volte ad apparire senza che un
suono, lo sfrigolio delle gonne o lo scricchiolare del corsetto, ne
rivelasse la presenza.
«Alice».
«Sì, Mamma?».
«Spero che tu stia meglio». Piegò il capo valutandomi col suo
sguardo scrutatore.
«Sì, Mamma».
«Bene. Non approvo che le signorine mangino da sole. Scenderai
per la cena stasera».
«Naturalmente, Mamma». Le passai accanto, infilandomi i guanti
di pelle nera, Sophie la superò in punta di piedi e potevo sentire che
tremava. Non ero certa di averla mai sentita rivolgersi direttamente a
Mamma in tutto il tempo che era stata al mio servizio.
«Alice… Aspetta».
Ci fu una pausa – un’esitazione – nella voce di mia madre che mi
allarmò e mi persuase a fermarmi mentre sceglievo un ombrello
dalla massiccia urna cinese accanto alla porta. «Sì?».
Non mi voltai. Rimasi lì, col cuore che batteva selvaggiamente per
una qualche speranza, una qualche aspettativa, mentre sentivo
Mamma avvicinarsi a me.
«Vorresti… Cioè, volevo dirti che non abbiamo ricevuto alcuna
nuova da Osborne, oggi pomeriggio. Nel caso Mr Ruskin lo dovesse
chiedere».
Mi salirono le lacrime agli occhi; volevo – bramavo – correre da
mia madre, gettarmi tra le sue braccia ed esserne avvolta, cullata
dolcemente, amata. Volevo essere di nuovo una bambina, il cui
unico problema era un ginocchio sbucciato che poteva essere
guarito solo dal bacio della madre.
Eppure… Quando mai ero stata quella bambina? Quando mai mia
madre mi aveva confortato in quel modo? Stavo ricordando l’infanzia
di qualcun altro, non la mia.
«Grazie, Mamma», sussurrai. Poi uscii. Senza osare guardarmi
alle spalle.
Capitolo 10
Irreale. Onirico. Una nuvola di oppio.
Durante i pomeriggi passati nello studio di Mr Ruskin, mi sentivo
sempre più a disagio, eppure anche stranamente suggestionata. Era
come se, una volta seduta sulla sedia rigida accanto al fuoco –
servendo il tè, come mi era stato suggerito, distribuendo la torta e i
tovaglioli di lino, – i miei pensieri, le mie stesse membra, fossero
avvolte da un oppiaceo stordimento capace di alterare la realtà.
Un giorno, mentre lo osservavo che rideva istericamente per
un’idea che lo aveva appena catturato, pensai: «Questo è il rito del
tè del Cappellaio Matto».
Ma diversamente da quell’altra Alice, non potevo alzarmi e andare
via. Ero vincolata alla mia promessa di stare lì; e di tornare, anche,
settimana dopo settimana.
All’inizio, Mr Ruskin chiacchierava amabilmente della sua giornata,
del suo lavoro, o degli ultimi pettegolezzi. I pomeriggi insieme
passavano veloci e, anche se non li attendevo con ansia (c’erano
giorni in cui lui sembrava scontento di vedermi, come se fossi io a
insistere per incontrarci; altre volte mi rimproverava aspramente per
essere arrivata con un minuto di ritardo o per essermene andata con
un minuto d’anticipo), tuttavia, svolgere il mio compito non mi
sembrava troppo difficile. E non potevo negare la straordinaria
ampiezza della sua conoscenza dell’arte e dell’architettura. Anche i
suoi commenti sulla società erano interessanti, benché non riuscissi
mai a conciliare il suo dichiarato amore per l’emergente classe
media col suo professato gusto per le cose migliori della vita.
Eppure, anche durante quei primi incontri, c’era un elemento
sinistro, un debito inespresso da pagare. Era evidente in quegli occhi
che mi studiavano anche quando facevo le cose più comuni:
rimestare il tè nella tazza, sfogliare un libro, chiedere la provenienza
di un dipinto. Tentavo di adularlo, sempre, e mi pareva che non fosse
mai abbastanza; sapevo che si aspettava qualcosa di più.
Poi, verso la fine di marzo, l’umore di Mr Ruskin divenne ancora
più mutevole, e stranamente questo coincise col ritorno di Leo a
Oxford.
Ricevetti una lettera – scritta con la sua energica calligrafia e di cui
solo la stringatezza del messaggio rivelava la sua debolezza – che
mi diceva che Leopold si stava riprendendo molto bene e che l’unica
cura di cui abbisognava era quella di tenermi sulle ginocchia, di
carezzarmi la mano e di potermi rivelare una quantità di sconvenienti
ma romantici sentimenti. Quando la lessi caddi in ginocchio nella mia
stanza e piansi di gioia. Poi mi asciugai gli occhi, ne scrissi anch’io
una che faceva da eco ai suoi desideri e la inviai, incurante di chi
potesse leggerla oltre a lui, desiderando solo che sapesse, nel modo
più diretto possibile, che i nostri cuori erano in sintonia. Mentre
osservavo il valletto che si allontanava con la lettera, provai un tale
sollievo, sia nel sapere che lui si sarebbe ripreso, sia per la mia
indifferenza, una volta tanto, alla necessità di nascondere i miei
sentimenti. Quella notte dormii un sonno tranquillo e, quando mi
svegliai, i cerchi scuri sotto gli occhi erano scomparsi.
Avevamo previsto l’ora esatta del suo arrivo a Oxford; lo aspettavo
sulla porta del Decanato e lo tirai dentro prima che la servitù ci
vedesse. Era troppo magro – non potei nascondere la mia angoscia
a vedere il modo in cui il colletto gli stava largo attorno al collo, le
ossa improvvisamente sporgenti sul suo bel viso – ma il suo spirito,
la sua vivacità erano intatti. C’era una nuova impressione di
risolutezza nei suoi occhi blu e io mi sentii certa di esserne parte.
Perché al momento del nostro incontro lui mi avvolse tra le braccia,
mi rapì in un angolo buio dell’ingresso e mi baciò,
appassionatamente. Le mie parole di benvenuto affogarono nelle
sue labbra.
Le sue labbra erano soffici ma pressanti, cercavano risposte,
promesse che io ero più che felice di fargli; risposi al suo bacio,
risvegliata, finalmente, dal torpore delle ultime settimane passate.
Non mi bastava mai: saggiai la sua saliva, come avevo sperato; ci
stringemmo forte; non ero mai stata tanto consapevole dei tanti strati
che ci costringevano, ci separavano, tuttavia riuscivo a sentirlo, a
sentire la sua passione, il suo calore e desiderai, desiderai, di sentire
le sue mani sulla pelle, sulla mia pelle nuda…
Mi ritrassi bruscamente. Mi mancava il fiato, il respiro era corto e
troppo veloce, sentii la testa leggera e la stanza prese a ruotare. Leo
allungò un braccio – notai che le sue mani erano abbastanza forti
per alzarmi – e mi afferrò per le braccia mentre le ginocchia mi
cedevano.
«Alice!».
«Sto bene. Davvero! Mi hai solo tolto il respiro!». Riuscii a ridere
mentre mi lasciavo cadere su una piccola sedia. «Signore, devo
protestare! Mi aspettavo un infermo convalescente, non un… un…».
«Un innamorato?». Si inginocchiò accanto a me e mi prese per
mano, i suoi tondi occhi blu danzavano di piacere e di gioia, anche
se il viso era così affilato che i baffi sembravano troppo grandi.
«Leo!». Abbassai la voce in un sussurro. Si sentivano i passi di
Mamma e Papà, al piano di sopra, che venivano verso le scale.
Papà esclamò: «È la voce del principe quella che sento?».
«Questo è solo l’inizio, Alice. Ti avverto. Intendo far sì che ogni
secondo che passo a Oxford sia più memorabile del precedente e
questo vale anche per il tempo che passo con te. Tra poche
settimane ci sarà la Commemorazione e io ho molti progetti, la mia
cara Mamma è stata straordinariamente dolce e premurosa quando
mi sono ammalato, e ho motivo di credere che non mi negherebbe
niente, in questo momento. Qualunque cosa… Qualunque cosa io
possa chiedere. Sai cosa significa questo?».
«Credo di sì». Non potevo guardarlo negli occhi, ma le mie labbra
– come se fossero legate con un filo al mio cuore che volava alto –
sorrisero di gioia. Era la prima volta che accennava al futuro e alla
possibilità di una benedizione della regina.
«Significa che saremo insieme, te lo prometto. Ti sono stato
lontano troppo a lungo, non voglio più essere separato da te».
«Io sono tua, lo sai. Oh, Leo, se solo leggessi le lettere che ti ho
scritto! Non ho osato spedirle, ma… Oh, ma tu rideresti, ero così
sciocca! Ma ora è tutto passato. Tu sei qui e stai bene e io non ho
bisogno di nient’altro». Cercai nei suoi occhi la mia ricompensa: la
ricompensa per aver taciuto, per non essermi arresa ai miei timori,
per non aver dato a Mamma nessun motivo per rimproverarmi o
ammonirmi, per essermi sottomessa a Mr Ruskin.
Cercai e la trovai. Con gli occhi lucidi di lacrime, Leo mi mise un
dito sulle labbra, mi baciò sulla fronte e mormorò: «E neanche io ho
bisogno di altro, perché ho trovato il mio vero amore. Alice mia, il
mio cuore non conosce altri nomi».
Chiusi gli occhi e seppi che non avrei mai potuto essere più felice
di quanto non fossi in quel momento, il momento in cui mi concessi
di meritare la felicità, dopotutto.
«Leopold! È forse Leopold?». Papà stava scendendo gli ultimi
gradini. Leo e io sobbalzammo e riuscimmo a separarci prima che lui
ci vedesse. «Mio caro ragazzo, mio caro ragazzo! Sono così felice
che lei stia bene e in salute!».
Con un grido, asciugandosi frettolosamente una lacrima, Papà si
affrettò verso Leo che, a sua volta, si mosse verso di lui. Si strinsero
per le spalle, si diedero la mano, e io fui felice di vedere la loro
evidente, reciproca simpatia.
Mamma si unì a loro. Anche lei aveva un sorriso di benvenuto
sulle labbra, anche se non poté fare a meno di guardarmi con uno
sguardo inquisitore, in cerca di… cosa? Non sapevo più cosa stesse
cercando, quando mi esaminava in quel modo: prove, graffi, strappi?
Tradimento?
Ma non avevo il tempo di pensarci, erano quasi le cinque ed ero
attesa altrove. Salutai Leo e quando lui mi baciò la mano, non potei
evitare di fantasticare che mi baciasse altrove; la gola e il retro del
collo mi dolevano per il desiderio. Con grande sforzo, riuscii a
togliere la mano dalla sua e salutai. Poi mi affrettai in direzione della
casa di Mr Ruskin, seguita da Sophie.
«Lei è stata baciata», mi disse subito dopo avermi salutato.
Spinse in fuori il labbro inferiore e si lasciò cadere pesantemente
sulla poltrona.
«In effetti, sì. Lo sono stata. Rhoda mi ha baciato su una guancia
questa mattina, quando le ho prestato il mio nuovo abito verde da
cavallerizza». Ero rossa in volto, le labbra mi vibravano ancora per i
baci di Leo, ma riuscii a sedermi con un sorriso modesto e a servire
il tè come sempre. Quel giorno, il tè sembrava eccezionalmente
bollente, la teiera di porcellana scottava e mi bruciò le dita.
«Non è ciò che intendevo. Questo tè è troppo caldo». Lo
assaggiò, fece una smorfia e rimise la tazza sul tavolino con tale
forza che del tè schizzò fuori, bagnando un pasticcino.
«Guardi cos’ha fatto». Iniziai ad asciugare con il tovagliolo.
«Non mi rimproveri. Non sono un bambino. Né un infermo»,
brontolò lui, col viso così rosso che, in effetti, sembrava proprio un
bambino che tratteneva il fiato per averla vinta.
«Né si comporta ragionevolmente. Faccia il bravo».
«Ecco che lo fa di nuovo! Faccia questo, faccia quello. Lo so, lei è
stata baciata, ecco cos’è. Ha quell’aspetto… morbida, matura,
pronta per essere colta. Lui chi è? Chi?».
«Non continuerò su questo tono», risposi, sentendo il ghiaccio
scorrermi nelle vene e raffreddarmi la pelle permettendomi di
riprendere il controllo della situazione. «Ho dimenticato di
aggiungere il limone; raffredderà il suo tè».
«È stato lui, immagino, non è così?», borbottò Mr Ruskin,
soffiando nella tazza in modo tale che i favoriti gli si rizzarono sulle
guance.
Non potei trattenere un sorriso, ricordando la passione
dell’incontro con Leo, e sentii la mia pelle farsi calda.
«Ah! Lo immaginavo. Fortunato demonio. Si guardi, tutta rosea e
cinguettante come un uccellino. Un delizioso fringuello. Perché lui?
Perché lui e non io?». Sbatté di nuovo la tazza sul tavolino, questa
volta tanto forte da romperla. Il tè si rovesciò dappertutto: sul tavolo,
sul tappeto, schizzando sul parafuoco e sulla mia gonna.
«Ma cosa fa?». Lo guardai esterrefatta. Non sembrava più un
bambino: i suoi occhi erano duri, le sopracciglia nuvole
temporalesche, e la bocca era contorta in un’orribile smorfia.
«Perché lui? Perché è più giovane, è per quello?».
«Perché mi chiede una cosa del genere?».
«Ah… si guardi! Avevo ragione. Si è fatta baciare da lui, da
quell’individuo… Dodgson! Non è forse vero? Non lo neghi, carina.
Non la bevo».
«Mr… Mr Dodgson?».
«Sì, Mr Dodgson, perché lui e non me?».
«Ma che cosa sta dicendo?». Mi raggelai, seduta sull’orlo della
sedia. Troppi pensieri, ricordi, mi attraversarono la mente: labbra e
mani, speranze e sogni, giorni d’estate, l’espressione negli occhi
pieni di fiducia di Leo che mi diceva che ero sua, solo pochi minuti
fa. Poteva essere vero?
«Dodgson. Perché lui, perché permettergli di baciarla, quando sa
che lo vorrei anch’io? Da quando era una bambina, Alice, l’ho
osservata. Alice, Alice, l’adorabile Alice nel Paese delle Meraviglie.
Cosa c’è in lui che l’affascina? È un idiota balbuziente, ma lei lo
preferisce».
«Non so di che cosa… Cioè, non è lui… Mr Dodgson? Che cosa
sta dicendo? Le ho detto che lui non è più… Pensavo si riferisse
a…». Ma non riuscivo a pronunciare il nome di Leo.
«Le bambine e il loro fascino», sogghignò lui sarcastico,
stringendo i braccioli della poltrona. «In apparenza così innocenti.
Ma anche seduttive. Voleva la sua attenzione… L’ha cercata, come
la sta cercando ora. Lei sapeva cosa stava facendo, quel pomeriggio
d’estate. Non è vero?».
Chiusi gli occhi al ricordo – l’ondulare ritmico del treno, l’oscurità
vellutata del sonno provocato dal caldo, il risveglio confuso, gli occhi
di Ina, tondi e spalancati, che vedevano ciò che lei voleva vedere,
ciò che io volevo vedessero…
«No!», scossi il capo. «No! Ero troppo piccola! Non mi posso
ricordare… Ero troppo piccola!».
«È quanto diceva anche lei». Sedeva immobile, guardandomi con
astio.
«Chi?».
«Rose. La mia Rosie, il mio tesoro, la mia micina. In un
pomeriggio d’estate. Sempre, sempre nei pomeriggi d’estate, non è
così? Mi dice di essere troppo giovane. Non verrà a passeggio con
me, dice, anche se io insisto e insisto e tu non parli. I tuoi genitori
non vogliono. Perché?». Ora era in piedi e passeggiava, i capelli
scomposti, gli occhi selvaggi. Le sue mani tremavano, ma lui non si
preoccupò di nasconderlo.
«I miei genitori? Di cosa sta parlando? Perché lo avrebbe chiesto
a loro?».
«Perché sono un gentiluomo, ecco perché!», urlò lui, scuotendomi
dal mio stato di shock. Riuscii finalmente ad alzarmi dalla sedia,
scossi la mia gonna macchiata con mani tremanti e, sulle gambe
incerte, andai verso la porta.
«Mr Ruskin, temo che oggi lei non stia bene. Dovrei permetterle di
riposare…».
«No!». Si fermò bruscamente, impedendomi di proseguire. Si voltò
a guardarmi con occhi angustiati e con i pugni chiusi. Balzai indietro
spaventata, col cuore in gola e la pelle che bruciava per la paura.
«No! Non quando ti ho qui… Quando ti ho riavuta! Te ne vai sempre,
scivoli sempre via dalla mia presa, prima Alice, ora la mia gattina, il
mio tesoro… Rosie, ti prego, non andare! Mi comporterò bene, farò
tutto ciò che chiedi. Ti prego». Grandi lacrime gli scesero lente sulle
guance improvvisamente scarne. Le asciugò con le maniche della
giacca, tirando su col naso, spostandosi sui piedi, come un bambino
infelice.
Turbata, compresi la situazione. Era malato. Malato, stanco e
confuso. Feci un passo verso di lui, porgendogli la mano, come avrei
fatto con un animale ferito.
«Mr Ruskin, la prego. Non sono Rose. Sono Alice. Alice Liddell.
Non ricorda?».
«Certo che ricordo. Che vuole dire? Dov’è il tè? Alice, credo di
averle chiesto di servirlo. Guardi che ha fatto… L’ha rovesciato?
Lasci che suoni per Mrs Thompson».
Chiamò Mrs Thompson che si affrettò a entrare, diede un’occhiata
al focolare e si affrettò a uscire di nuovo, per tornare con un secchio
d’acqua, uno straccio e una paletta. Con allegra efficienza, raccolse
il tè versato e ne portò di appena fatto.
Mentre lei era in ginocchio per raccogliere i frammenti della tazza
– era decorata con dei non-ti-scordar-di-me blu scuro – si soffermò a
osservare Mr Ruskin. Lui stava guardando fuori della finestra verso il
Meadow, che era allora del colore verde pallido dell’inizio di
primavera: i giorni erano diventati più lunghi e non era più buio
all’ora del tè. Poi, Mrs Thompson guardò me. Mi trovavo in piedi,
sentendomi inutile, nel mezzo della stanza, incapace di fare altro che
guardarla mentre mi sentivo tutto a posto. Lei colse il mio sguardo,
aggrottò la fronte, come se tentasse di ricomporre un difficile puzzle,
e mi fece un cauto e timido sorriso. Poi finì il lavoro e uscì senza
voltarsi.
«Ora, serva, la prego, e questa volta stia più attenta. Mi dica,
quando annuncerà il fidanzamento Edith? Il povero Aubrey è fuori di
sé dalla gioia». Mr Ruskin ritornò alla sua poltrona, strofinando le
mani mentre guardava i pasticcini sul tavolino accanto a sé.
Lentamente – come muovendomi sott’acqua, controcorrente, con
la vista e l’udito stranamente ovattati e distorti – feci ritorno alla mia
sedia. Attorno a me tutto appariva normale, inspiegabilmente
indisturbato: il fuoco che danzava nel camino, nuovi accessori da tè
sul vassoio, Mr Ruskin che esaminava impaziente i dolci. L’unica
prova che qualcosa di bizzarro, qualcosa di inquietante, era
accaduto, era la vista delle brutte macchie lasciate dal tè sulla mia
gonna di lana leggera.
«Brava ragazza. Così si fa», disse Mr Ruskin mentre servivo di
nuovo il tè, sentendomi come se avessi solo sognato di averlo già
fatto. «Devo dirle, Alice, che la trovo pallida, oggi. Immaginavo che
sarebbe rifiorita, col ritorno di Leopold, che mi sembra di capire sia
avvenuto oggi alla residenza di un certo Decano. Non è così?».
Ridacchiò piano. «Devo ammonirla dal lasciarsi prendere
dall’entusiasmo. È necessario che restiate discreti. Ma può contare
su di me, io sono dalla vostra parte. Sono sempre dalla parte
dell’amore». Sorseggiò il tè, con le sue maniere disinvolte e cordiali.
Tentai di fare altrettanto, anche se non riuscii ad assaggiarlo,
avrebbe potuto essere bollente oppure freddo. Le mia labbra, la mia
lingua, erano troppo intorpidite per accorgersene.
«Che ne pensa di una partita a rubamazzo? Sono dell’umore
giusto per giocare a carte, perché oggi mi duole il capo. Trovo che i
giochi sciocchi siano la cosa migliore per il mal di testa. Mi crede?».
Con un sorriso allegro, accennò all’armadietto in cui teneva le carte.
Mi alzai, le presi e tornai. Lui mischiò, io tagliai e lui servì.
Non dissi altra parola per il resto del pomeriggio, ma lui non
sembrò notarlo. Restai seduta davanti al fuoco a giocare a un gioco
infantile con l’eminente Mr Ruskin, che rideva felice ed entusiasta,
quando vinceva.
Quando mi alzai per andare via, mi disse di portare i suoi auguri a
Leopold e mi baciò sulla guancia con l’affetto distratto di un vecchio
zio. Se non fosse stato per le macchie sulla mia gonna e per la
particolare attenzione che Mrs Thompson mise nel salutarmi, avrei
potuto credere che non era accaduto niente di strano, dopotutto.
Ma quando uscii dall’edificio alzai lo sguardo. Mr Ruskin era alla
finestra e mi osservava con il ritratto di Rose La Touche tra le mani.
Mi voltai e corsi via più veloce che potei. Ero quasi a Merton Street,
incurante che Sophie riuscisse a starmi dietro, quando, mentre
chinavo la testa in basso tentando di raccogliere le preoccupazioni
per racchiuderle in un pacchetto maneggevole da poter nascondere
nel corpetto, lontano dagli occhi, sentii qualcuno chiamare il mio
nome.
«Alice… Mi-Mi-Miss Alice, è p-p-proprio lei?».
Alzai lo sguardo. Per poco non ero andata a urtare contro
quell’uomo. Un uomo alto e snello, con gli occhi azzurri, uno più in
alto dell’altro. Indossava solo la solita redingote e i guanti grigi anche
se l’aria era ancora gelida in ricordo dell’inverno.
«Oh!». Non potei evitare di fare un passo indietro, scoprendo che
l’ansimante Sophie era più vicina di quanto non mi fossi aspettata.
«Salve, Mr Dodgson».
Si tolse il cappello e s’inchinò. «Spero di non trattenerla, lei
sembra avere fretta».
«No, niente affatto. Sto tornando dallo studio di Mr Ruskin, dove
ho… seguito una lezione di disegno». Al di là della strada, un uomo
aprì la porta di un pub: luci e musica si riversarono rapidamente sul
marciapiede e, all’improvviso, rabbrividii all’allegro suono del
pianoforte.
«Si sente bene?», chiese Mr Dodgson, allarmato. Lo vidi allungare
una mano, come una volta… Pronto ad aiutare, a confortare. In un
attimo di confusione, mi ricordai della sua abitudine di chinarsi ad
annusare i miei capelli, quando ero piccola.
Feci un altro passo indietro e lui ritirò la mano e la nascose dietro
la vita. «Sì, sto bene, e spero che per lei sia lo stesso», sussurrai, a
disagio per entrambi.
«Sì, la ringrazio. Mi dica, ha sentito il principe Leopold? È molto
benvoluto qui. Siamo tutti entusiasti del suo ritorno».
La sua voce sommessa era esitante, priva di malizia e di ipocrisia.
Mi feci coraggio per guardare, finalmente, Mr Dodgson negli occhi,
come non ero riuscita a fare nella sua stanza, e alzai lo sguardo.
I suoi occhi erano blu e gentili, e privi di sospetto, pensai. Tuttavia
mi dissi che non lo conoscevo più. Eravamo entrambi tanto cambiati.
«È molto gentile a chiedere», gli dissi infine, perché almeno quello
era vero. «Sì, il principe è arrivato a Oxford proprio questo
pomeriggio». Era davvero quello stesso pomeriggio? Che cosa
misteriosa erano i giorni… Cosa aveva detto, una volta, Mr
Dodgson? A volte volano e altre volte sembrano durare per sempre,
eppure sono tutti di ventiquattro ore. C’è davvero molto che non
sappiamo di loro. «Si ricorda…?», iniziai, poi mi trattenni,
riprendendo il fiato. Per noi due, non poteva esserci conforto nei
ricordi condivisi.
«Sono felice di sentire del principe. Lo sono davvero». Mi sforzai
di nuovo di studiargli gli occhi e, ancora una volta, non ci vidi che
benevolenza.
«La ringrazio. Mi accerterò che il principe sappia che lei ha chiesto
di lui… Voglio dire, mi assicurerò che Papà lo faccia. Ora, se vuole
scusarmi, mi aspettano a casa, dopo la lezione di disegno».
«Buona sera, allora». Mr Dodgson si spostò, permettendomi di
passare. Con un sorriso riconoscente, gli feci un cenno col capo e
feci qualche passo… Fino a quando la sua voce non mi fermò di
nuovo.
«D-dov’è il suo quaderno da disegno, Alice?».
Indugiai e mi guardai le mani – il manicotto era tutto ciò che avevo
e ovviamente Sophie non aveva niente in mano. Mi morsi le labbra,
maledii la mia stupidità e mi voltai con uno dei sorrisi leziosi di Ina
sulle labbra.
«Oh, cielo! Devo averlo dimenticato! Sophie, corri da Mr Ruskin a
riprenderlo, ti spiace?».
«Ma Miss, lei non…».
«Subito, Sophie».
Con un sospiro e un sobbalzo, lei tornò trotterellando sulla strada
che avevamo appena percorso, il suo sbiadito soprabito rosso era a
malapena distinguibile nell’oscurità che stava calando.
Mi strinsi nelle spalle e mi voltai per andarmene, schioccando la
lingua con disapprovazione per la sbadataggine della servitù,
quando Mr Dodgson mi chiamò di nuovo.
«St-st-stia attenta, Alice. Qualunque gioco stia giocando con lei…
Lui non è del tutto affidabile, se capisce cosa intendo dire».
Rimasi impietrita, incerta di chi stesse parlando. Di Leo? Di Mr
Ruskin?
«Mi scusi, so che non sono fatti miei», aggiunse in fretta. «La
prego di perdonarmi».
«No… cioè, non c’è niente da perdonare. Apprezzo il suo
interesse, ma la prego di non preoccuparsi ulteriormente. Non è
come se io… Non è come se noi fossimo… Non è più davvero
necessario».
«Non è come se noi fossimo ancora amici, è questo che
intende?».
La sua voce era gentile, persuasiva, triste. Sapevo che avrei visto
tristezza anche nei suoi occhi e dolore nel modo in cui il suo sorriso
si curvava verso il basso.
Ma non mi voltai a guardarlo. Mi limitai a camminare verso casa,
più in fretta di prima.
Ansiosa di aumentare la distanza tra me e il mio passato.
Capitolo 11
Tornai da Mr Ruskin la settimana dopo e lui era abbastanza in sé
– un po’ burbero e ciarliero, petulante e dignitoso. Mi chiamava col
mio nome e non fece mai alcun accenno al passato, né al mio né al
suo. Poi partì per una visita alla sua città nella zona dei Laghi8 e io
fui finalmente libera. Libera di indulgere in lunghe conversazioni con
Leo su argomenti sia seri che leggeri, non aveva importanza. La
nostra mente era in tale armonia, come lo era il nostro cuore, che
provavamo piacere nel conversare, qualunque fosse l’argomento.
Tra noi passava la certezza che avremmo potuto risolvere i problemi
del mondo. Tutto ciò che ci serviva era del tempo.
C’erano momenti durante i quali non parlavamo. Spesso lui
sedeva e mi osservava mentre io facevo degli schizzi del fiume o dei
nuovi fiori del Meadow, e una volta tentai anche di fargli un ritratto.
Ma la mia mano – di solito così ferma con la matita – non
rispondeva. Anche se riuscivo a disegnare i suoi occhi e il suo naso
discretamente, mi era impossibile disegnare la sua bocca, perché
non potevo guardarla senza desiderare di sentirla sulla mia. Dovetti
rinunciare, infine, dicendogli che i suoi baffi avevano bisogno di
essere spuntati, prima che potessi tentare di ritrarlo di nuovo.
Quella primavera l’aria fu dolce e tiepida, i fiori in boccio erano più
profumati di quanto non lo fossero mai stati, la promessa dell’estate
era così struggente, così tangibile, che solo a pensarci mi venivano
le lacrime agli occhi. Dormivo tutte le notti con le finestre spalancate,
quasi a lasciare che l’estate – perfino Dio – sapesse che ero pronta,
in attesa, per l’arrivo della bontà e di tutte le promesse.
Ma quando Mr Ruskin tornò e mi convocò di nuovo, scoprii che,
almeno nel suo studio, era ancora inverno. Le finestre restavano
chiuse all’aria fresca e nel camino il fuoco bruciava vivace come
sempre. La stanza era opprimente, faceva così caldo che soffocavo
nei miei stessi abiti. Nonostante le mie suppliche, lui non voleva
aprire la finestra.
«Le farà bene stare dentro al calduccio. Tutto quel girovagare nei
boschi, nel Meadow… lo so, lo vedo. Così ha deciso di ignorare i
miei consigli sull’essere discreti?».
«Abbiamo deciso di non nascondere i nostri reciproci sentimenti, è
vero. Anche se sono superflue ulteriori illazioni».
«Hmm… E la regina?».
«Sua Maestà è stata molto in ansia per la salute di suo figlio ed è
felice di sapere che lui è di umore eccellente. Ora, mi dica, come è
andata la sua visita ai Laghi? Sono certa che sia stata una splendida
gita in questo periodo dell’anno. Spero abbia potuto riposarsi. Mi era
sembrato alquanto… stanco, ultimamente».
«Sto bene, sto bene». Agitò una mano per chiudere il discorso. Si
era inginocchiato di fronte a un armadietto poggiato al muro, in cerca
di qualcosa.
Chiusi gli occhi sul fuoco e sul fin troppo familiare servizio da tè.
Ero stanca di quella stanza, stanca di quelle visite – non mi
sembrava che lui ne traesse troppo piacere, nonostante la sua
insistenza – ma temevo di domandargli quando avrei potuto
ritenermi libera dai miei obblighi. Quel pomeriggio sembrava agitato
– non prestava quasi attenzione al tè, si alzava dalla poltrona e si
risedeva come un giocattolo a molla – anche se mi dissi che forse
era solo l’energia acquistata dopo il riposo delle vacanze.
«Ah! Eccolo qui!». Balzò in piedi con un grosso libro di pelle nera
tra le mani. Aprì la copertina e sfogliò un paio di pagine, poi me lo
portò e me lo mise in grembo senza una parola.
«Che cos’è?». Il pesante libro quasi scivolò sulle mie gonne, ma lo
afferrai appena in tempo: era un album. Un album di fotografie.
«Guardi! Le guardi!». Con una strana risata, lui iniziò a camminare
avanti e indietro, alle mie spalle.
Sospirai e aprii l’album. Sulla prima pagina c’era una copia della
mia fotografia vestita da zingarella. Chiusi l’album. «Questa l’ho già
vista».
«No, no… Deve continuare! Guardi!». Si curvò sopra la mia spalla
e riaprì l’album. «Continui a guardare!».
Strinsi le labbra e voltai la pagina. C’era la fotografia di una
giovane con un mantello, si stava calando con una scala di corda da
una finestra aperta. Nella pagina successiva c’era la foto di un’altra
giovinetta, questa volta sdraiata su un sofà. Un sofà che riconobbi. Il
sofà dello studio di Mr Dodgson.
Continuai a sfogliare le pagine. Erano tutte fotografie di giovinette
– ragazze della mia età all’epoca della mia fotografia nei panni di
una zingarella. Le riconobbi tutte, non i soggetti – non avevo idea di
chi fossero quelle ragazze – ma riconobbi il fotografo. Solo Mr
Dodgson poteva convincere delle bambine a posare in quel modo.
Osservando quelle altre foto, quelle foto di altre bambine – una di
loro indossava le pantofole rosa che avevo visto nello studio di Mr
Dodgson – sentii crescermi dentro la rabbia, la rabbia della gelosia.
Aveva parlato anche con loro dei suoi sogni? Aveva parlato con loro
della felicità, in quel suo modo triste? Il desiderio aveva intenerito i
suoi occhi? Ora che ero una donna sapevo finalmente riconoscerlo
per ciò che era, perché lo riconoscevo nei miei occhi, riflessi in quelli
di Leo. Lo individuai anche negli occhi della piccola zingara riflessi
dalla fotografia.
Ero la bambina dei suoi sogni, io sola. Non aveva importanza che
lui non fosse più nei miei. Avevo bisogno di credere di essere l’unica
che ossessionava i suoi. Avevo passato l’intera vita a crederlo,
nonostante la rovina che aveva seguito il risveglio dal sogno.
Spinsi via l’album che cadde a terra con un suono sordo e, dietro
di me, Mr Ruskin ridacchiò deliziato.
«Ah… Capisce ora, non è così? Ora capisce chi è lui? Lei era
convinta di essere l’unica, non è così, piccola mia? Scommetto che
ha persino creduto di essere speciale, che la vostra amicizia era
sacra. Ma lui ha passato la vita cercando un’altra che prendesse il
suo posto, e l’ha trovata… Lo vede! Lo vede dalle fotografie. Cosa
ne pensa?».
«Penso sia molto bizzarro che lei mi mostri queste cose. Quali
sono i suoi scopi?». Balzai in piedi spazientita. Troppo furiosa,
troppo confusa, per restare seduta. Malgrado il caldo, camminavo
impettita avanti e indietro, desiderando infantilmente di prendere a
calci tutti gli oggetti che ingombravano la stanza: manufatti, sgabelli,
dipinti. «Cosa ottiene mostrandomi queste fotografie?».
«Volevo solo che lo vedesse per ciò che è. Volevo che lei lo
capisse da sola. Lui l’ha usata, non lo capisce?».
«Sì». Lo capivo, l’avevo capito sempre, in un certo senso. La mia
storia, per esempio… Lui ne aveva certamente beneficiato. A mie
spese.
«Lei era solo un oggetto per lui – un oggetto affascinante, ma pur
sempre un oggetto. Questa sarà la sua rovina, e lei neanche lo
capisce».
«Che significa, la mia rovina?». Mi voltai per guardare Mr Ruskin
in volto, pronta a dirgli ciò che pensavo, perché ero stanca di lui,
stanca dei suoi…
Giochi. Mr Dodgson aveva cercato di avvertirmi. Lui stava ancora
cercando di proteggermi.
«Significa che lei si è sprecata per un uomo che non la meritava e
ora è inadatta per l’uomo che la meriterebbe. Non è forse questa la
sua più grande paura?».
Non gli risposi. Una volta sarei stata d’accordo con lui. Ma quelle
ultime settimane mi erano sembrate una rinascita, una seconda
opportunità, stavo iniziando a vedermi attraverso gli occhi di Leo.
«Ah, ho ragione, naturalmente. Ho sempre ragione in queste
cose!». Ma Mr Ruskin aveva la capacità di percepire anche il mio
minimo dubbio e gli occhi gli si illuminarono per il trionfo.
«Non sono sprecata, come lei sostiene… Non lo sono! Non avrei
mai incoraggiato Leo se lo credessi, perché ho un’opinione troppo
alta di lui. Perché dice queste cose, queste cose orribili, su di noi?
Continua a farmi venire qui con la promessa della sua amicizia, della
sua protezione».
«E l’ho mantenuta. Voglio solo dimostrarti quanto io sia diverso da
lui. Io sono costante. Il mio amore è puro. Non ho mai tentato di
sostituirti con un’altra. Tu sei la mia unica rosa, il mio tesoro, la mia
micina… Non capisci, Rose, che non sono come gli altri?».
«Non sono Rose». Cercai di controllare la voce – non volevo
chiamare Mrs Thompson o Sophie – ma dovevo farmi sentire, una
volta per tutte, dovevo farmi riconoscere. «Sono Alice. Non la piccola
mendicante, né la bambina della favola, né la ragazza del ritratto che
lei sta guardando ora, invece di guardare me!». Con un grido
spazzai via il ritratto di Rose dal tavolo, cadde a terra e il piccolo
treppiedi di legno su cui poggiava si ruppe in due.
Mr Ruskin si lasciò cadere sulle ginocchia con un verso da
animale ferito. Raccolse il ritratto e se lo strinse al cuore.
«Perché fai questo? Perché cerchi di distruggere l’unica cosa che
mi è rimasta? Rose, la mia rosa, la mia micina… Perché mi fai
soffrire tanto?».
«Non sono Rose!».
«Non dire così… Non dire così. Ho bisogno che tu lo sia, non lo
capisci? Ho bisogno che tu sia la mia Rose, lei è te, vive in te, voi
siete un’unica cosa, come lo siamo Dodgson e io. Tu non sei
migliore di noi, comunque. Siamo tutti peccatori. Anche Rose, la
pura, dolce Rose… Ha peccato ed è morta».
«Lei non è come lui. E io non sono lei. Non le permetterò di
trascinarmi al suo livello, nel suo disonore. Non glielo permetterò».
«Lo sei già», mi schernì. Sentii la sua accusa come una spada
che trafiggeva in profondità un cuore che, questa volta, cercava di
respingerla. Grazie a Leo… Leo era così generoso, così buono; lui
riconosceva la bontà anche in me. Non mi avrebbe amato se non
l’avesse vista.
«No, lei si sbaglia». Mi inginocchiai accanto a lui. Stava
dondolando col ritratto stretto al petto; era patetico, ma sorrideva con
una tale perfidia che non riuscivo a compatirlo. «Mr Ruskin, lei deve
smetterla… Non capisce quanto è crudele! Rose è morta e io non
sono lei. Io sono Alice, e mi merito…».
«Alice nel Paese delle Meraviglie!», disse lui con sarcasmo. Notai
allora che i suoi occhi erano opachi, confusi, che i suoi vestiti erano
in disordine, il panciotto era abbottonato storto, la camicia aveva una
macchia giallastra attorno al collo. I suoi favoriti erano più ribelli del
solito e non erano profumati ma puzzavano piuttosto di cibo stantio.
«Oh, Mr Ruskin… lei… lei non sta bene. Lasci che l’aiuti…».
«Che ti hanno detto?». Gli occhi gli si indurirono repentinamente,
lasciò cadere il ritratto, si alzò in piedi senza il mio aiuto e mi guardò
lascivamente dall’alto. «Che ti hanno raccontato di me?».
«Non capisco cosa…».
Mi afferrò per un braccio e mi tirò su con un sogghigno di
disprezzo. «So cosa ti hanno detto. Effie, Effie, è stata lei, non
vero?».
«Effie? Sua moglie? Non l’ho mai incontrata!». Tentai di liberarmi
ma lui, malgrado il suo aspetto debole, era più forte di me. Molto più
forte.
«Quella lurida puttana ti ha raccontato delle luride menzogne. È
così?».
«Non mi parli in quel modo. Mi lasci andare».
«Quella lurida puttana ti ha raccontato della nostra notte di nozze?
Ti ha detto che non ero in grado di soddisfarla? Non è vero? Perché
è una menzogna, una sporca menzogna, e posso provarlo. Per Dio,
se posso provarlo…». Mi lasciò andare e iniziò a togliersi la giacca.
Ero scandalizzata – terrorizzata – volevo scappare ma pensavo di
non poterlo fare, non quando lui era in quello stato. Come avrei
potuto guardarlo di nuovo se gli permettevo di continuare a umiliarsi,
a degradare me in quel modo?
Mentre gettava via la giacca, borbottava: «Le puttane mentono
sempre, mentono quando sono in piedi e mentono a letto, è sempre
lo stesso». Io strinsi le mascelle, feci un passo deciso in avanti e gli
diedi uno schiaffo in volto. La mano mi bruciò per il colpo, lui arretrò,
gli occhi pericolosamente accesi, tentò di afferrare il mio polso, poi
tutto il colorito lasciò il suo viso e cadde in ginocchio. Si portò le
mani al viso e iniziò a singhiozzare. Rimasi in piedi, desiderando che
il mio respiro rallentasse; sentivo il busto che, come una morsa, mi
comprimeva i polmoni, ma non mi concessi di svenire.
«Mi dispiace», singhiozzò Mr Ruskin, senza neanche tentare di
nascondere la vergogna. «Mi dispiace, Alice… La prego di
perdonarmi».
«Perdonarla per cosa? Per avermi quasi aggredita? O per avermi
chiamata peccatrice?».
«Per entrambe le cose. Per tutto».
Rimasi in silenzio; potevo aiutarlo, ma non potevo essere la sua
salvezza.
«La prego».
«Lei lo capisce che non posso più tornare?».
«No!». Angosciato, si trascinò sulle ginocchia fino a me e mi
afferrò le mani. Se le portò alle labbra e le baciò appassionatamente.
«No! Mi comporterò bene, lo prometto. Questo… è accaduto solo
perché sono tanto stanco. Non approfitterò più di lei in questo modo,
può starne tranquilla. Ma attendo con ansia i nostri pomeriggi
insieme, e a volte mi sento tanto solo…».
«No. Non posso. Lei è stanco, lo vedo». Tolsi le mani dalle sue, a
fatica, ancora una volta la sua forza mi sorprese e mi spaventò
abbastanza per essere ferma nella mia decisione. «Deve riposare. Il
semestre è quasi finito e presto ci sarà la Commemorazione. Lei
deve tornare ai Laghi a riposare. Ma io non tornerò».
«Non ho fatto altro che riposare, ma la mente continua a
torturarmi. Ho bisogno di lei, non lo capisce? Ho bisogno che lei mi
dica queste cose, in modo che io possa star meglio. Anche lei ha
bisogno di me, non si ricorda? Come l’aveva definito… il suo debito
per la mia discrezione? Sono stato discreto. Lei ha quasi preso il suo
principe all’amo. Non vorrei mai che qualcosa ostacolasse la sua
felicità».
«È proprio a causa della nostra amicizia che non posso tornare.
Altre visite affaticherebbero ulteriormente la sua mente, col rischio
che lei possa dire – o fare – qualcosa che ci danneggerebbe
entrambi. Un danno maggiore di quanto lei possa minacciare. Lei
non desidera che questo avvenga, vero?».
«No». La sua fronte era corrugata, la voce bassa, preoccupata.
«No, non desidero che avvenga».
«Ripongo tutta la mia fiducia nella sua discrezione, come lei può
riporre la sua nella mia. Non dirò ad anima viva del suo recente…
malore». Gli sorrisi con una calma che non provavo. «E ripongo la
speranza della mia felicità nella sua costante amicizia».
«Apprezzo molto la sua fiducia. Ne sono commosso».
Mi accorsi improvvisamente che lui era ancora in ginocchio. Mi
voltai, imbarazzata, mentre si rialzava. Gli diedi il tempo di
ricomporsi, prima di voltarmi, sforzandomi di non precipitarmi fuori
dalla sua stanza più in fretta che potevo, ma di trattenermi a
salutarlo, come avrebbe fatto un’amica.
«La rivedrò presto, ne sono certa. Ci incontreremo alle cerimonie
per la Commemorazione e, naturalmente, Papà e Mamma la
inviteranno a cena, come spesso fanno».
«Sì, credo di sì. L’ospitalità del Decanato è sempre all’altezza».
«Buon pomeriggio, allora, Mr Ruskin?». Perché sentissi di aver
bisogno di chiedergli il permesso per andarmene, non lo so. Ma
glielo chiesi lo stesso.
«Buon pomeriggio, Alice». Con un’occhiata veloce, la fronte
aggrottata, me lo concesse con riluttanza.
Si inchinò, io feci la riverenza, poi uscii per sempre dalla sua
stanza, sentendo il suo sguardo che mi seguiva fin fuori la porta, giù
nel piccolo cortile quadrato. Avrei voluto correre a casa, spinta dalla
piacevole brezza, perché non riuscivo a scuotermi di dosso la
sensazione che lui potesse venirmi dietro per tentare di convincermi
a tornare, per intrappolarmi di nuovo. Ma non corsi, con sollievo di
Sophie, camminai piena di sussiego come una puritana che si reca
alla funzione, attenta a non richiamare l’attenzione su di me.
Appena giunta a casa, mi precipitai nella mia stanza. Mi cambiai
d’abito, mi lavai le mani, cercando di liberarmi da ogni traccia dei
suoi imprevedibili pensieri e intenti.
Poi mi sedetti alla toletta e mi osservai nello specchio, a lungo. Gli
occhi mi si arrossarono, doloranti per lo sforzo di esaminare il mio
volto, in cerca della bontà che, pregavo, Leo vi avrebbe ancora
trovato.
Rimasi seduta lì fino a quando il giorno si tramutò in notte e poi
fino a quando la notte ridivenne giorno. Ma, per quanto la cercassi,
non riuscii a vederla.
Capitolo 12
«Sei deliziosa, quel tulle rosa sulla tarlatana ti sta alla perfezione!
Oh, vorrei tanto venire anch’io!». Coprendosi il viso col fazzoletto,
Edith tossì a intermittenza, poi ricadde sul cuscino, i capelli ridotti a
un disordinato viluppo di riccioli. Il viso era rosso quasi quanto i suoi
capelli.
«Certo, saresti proprio una visione fantastica, con quella tosse! So
che non è giusto e che Aubrey ne sarà contrariato, ma sai cos’ha
detto il dottor Acland. Devi restare a letto almeno per una
settimana».
«Sono così sfortunata! Per una volta sarei stata io la reginetta
della festa invece di te! Papà intendeva annunciare il fidanzamento
stasera». Edith sorrise debolmente, poi si voltò con un sospiro verso
la splendida gonna di taffettà appesa nell’armadio.
«Non sono mai la reginetta quando tu sei presente, quindi stasera
approfitterò dell’occasione. Posso prendere in prestito il tuo
fermaglio di diamanti, quello a stella, per i capelli?».
«Certo, naturalmente… Starà meravigliosamente bene coi tuoi
orecchini di diamanti!».
La ringraziai con un sorriso e iniziai a frugare nel suo cofanetto dei
gioielli fino a trovare il fermaglio. Poi, danzando davanti allo specchio
sulla mensola, me lo appuntai ai capelli, appena sopra il mio
orecchio sinistro. «Così dici che sta bene?». Mi voltai.
«È perfetto, mia cara!». Poi Edith ebbe un nuovo attacco di tosse.
«Povera cara! Chiamo l’infermiera… Il dottor Acland ha detto che
non dobbiamo avvicinarci troppo, nel caso sia morbillo. Vorrei però
poterti dare un bacio prima di andarmene. Sono elettrizzata per
stasera… È sciocco, lo so, ma è così! A quante danze per la
Commemorazione ho già partecipato?».
«Ma non a una come quella di stasera», riuscì a dire Edith tra un
colpo di tosse e l’altro. Finalmente l’accesso si placò e lei si rilasciò
cadere sui cuscini. «Credi che il principe chiederà la tua mano,
stasera?».
«Davvero non lo so, ma forse… potrebbe farlo». Ero troppo
superstiziosa per dire di più, anche se non riuscivo a smettere di
sorridere al pensiero. Avevamo fatto tanti progetti in quegli ultimi
giorni, perché il suo periodo a Oxford stava per finire. Temevo che
alcuni fossero alquanto irrealizzabili (per esempio, dubitavo che la
regina avrebbe approvato l’idea che aveva Leo di trasferirsi in
America per organizzare gli schiavi recentemente liberati, affinché
aiutassero la Corona a riprendersi le colonie), ma altri erano più
realistici. Sapevo anche che lui aveva parlato con Papà. Rimaneva
ancora la questione dell’approvazione della regina, e io non ero stata
capace di chiedergli se le avesse già scritto.
Tuttavia, presentivo il mio futuro. Era vicino, tanto vicino, che
potevo abbracciarlo, potevo abbracciare lui. Forse quella sera mi
avrebbe condotto via da Oxford, a passo di valzer, sotto il naso di
tutti.
Ridacchiando, iniziai a piroettare a ritmo di valzer per la stanza di
Edith, tenendo alte le gonne e mostrando le mie nuove scarpette da
ballo. Anche Edith ridacchiò – per quanto poteva – ma quando iniziò
a tossire di nuovo, io mi fermai.
«Oh, sto peggiorando le cose! Andrò a finire di vestirmi nella mia
stanza. Riposati, cara, ti terrò un programma e ti racconterò tutti i
pettegolezzi domattina».
«Oh, vorrei tanto poter venire!». Edith non riuscì a trattenere una
lacrima, anche se mi sorrise radiosamente tra le pieghe del cuscino,
come un angelo dispeptico, nella sua camicia da notte bianca. «Fai
compagnia ad Aubrey! Non vedo l’ora di farti le mie congratulazioni,
domattina!».
«Buonanotte!». Le soffiai un bacio, poi mi affrettai a uscire,
chiudendo dolcemente la porta dietro di me. Al piano di sotto, fuori
del portone principale, sentivo Bultitude che pestava i piedi e
borbottava, la carrozza doveva essere arrivata. Dove diavolo era
finita Sophie? Avrebbe dovuto portarmi i guanti e il mantello già dieci
minuti prima. Mi diressi verso la mia stanza per andarmeli a
prendere. Speravo si ricordasse di indossare il suo vestito buono di
seta nera e di portarsi dietro ago e filo in caso avessi bisogno di
qualche rammendo.
«Alice!». Mamma stava veleggiando lungo il corridoio, elegante
nella sua nuova gonna di seta rosso rubino, il sellino ricoperto da
una cascata di balze di raso bianco intervallate da fiocchi di velluto
nero.
«Sì, Mamma?».
«Ho bisogno di parlarti, prima di andare».
«Di cosa, Mamma?».
«Di questa storia col principe Leopold. Tuo padre me ne ha
parlato questa sera».
«Davvero?». Forse allora Leo aveva sentito la regina? Non potevo
controllare la speranza. Non potevo, non volevo, impedirmi di
sorridere radiosa, anche se riuscii a trattenere un’inaspettata lacrima
di gioia.
Ma Mamma finse di non accorgersene e si limitò a tirare su col
naso prima di continuare. «Sì. Tuo padre è uno sciocco. Si lascia
accecare dal suo affetto per il principe. Ma non vede la situazione
con chiarezza».
«Capisco». I miei occhi erano asciutti ora. Guardai mia madre
dritta nei suoi. «Tu invece sì?».
«Sì. Nonostante ciò che pensi, io la vedo con chiarezza».
«Ciò che credo? Te lo dico… Credo che tu non possa vedere la
situazione se non con occhi stanchi, Mamma. Credo che tu non
riesca a guardarmi senza vedere… senza vedere ciò che vuoi
vedere, cioè che io non sono all’altezza di un principe. Ammettilo,
Mamma. Ammetti di credere che Leo sia troppo per me». Stavo
alzando la voce, i capelli mi si rizzavano sul collo, come un animale
impegnato in una lotta mortale, ma non mi importava. Finalmente,
avrei costretto mia madre a guardarmi, a parlarmi, a trattarmi da sua
pari, anche se significava sfidarla a dirmi una verità che non volevo
ascoltare.
I suoi occhi scuri lampeggiarono e anche se le sopracciglia si
alzarono a triangolo, credo che lei mi abbia ammirato, suo malgrado;
incontrava così pochi antagonisti. Tuttavia, scosse il capo con
condiscendenza. «Conosco aspetti del mondo che tu non conosci.
Conosco la regina. So che ci potrebbero… che ci sarebbero delle
indagini. Invece di accusarmi di non considerarti abbastanza, hai mai
pensato che io stia solo cercando di proteggerti? Che io stia
proteggendo il tuo cuore? Ti consideravo la più pratica delle mie
figlie, Alice, ma ora lo dubito. Mi sembri così disperata,
recentemente. Così sventata».
Perché mai, ogni volta che tentavo di plasmare il mio destino,
venivo accusata di comportarmi sventatamente? Era quello il destino
delle donne nubili? Dovevo credere che lo fosse. «Ebbene, sono
disperata! E se ciò mi rende sventata, così sia! Sono disperatamente
innamorata, voglio disperatamente andarmene da qui. Ho
ventiquattro anni, Mamma! Ventiquattro! Dovrei essere sposata,
dovrei avere una casa tutta mia, ma sono stata tenuta nascosta,
messa su uno scaffale. E Leo mi ha trovato lo stesso, e mi ha
salvata! Anch’io so qualcosa del mondo; dammi un po’ di credito,
almeno. Ho preso delle precauzioni per proteggere me stessa». Il
pensiero di Mr Ruskin e di quell’orribile giorno nel suo studio mi fece
rabbrividire.
«Alice». Il viso di mia madre si addolcì e i suoi occhi brillarono di
quella che potevo quasi prendere per comprensione. Mi ricordai di
quel lontano inverno, prima della nascita di Albert, quando lei
chiedeva di me, e solo di me, per tenerle compagnia. Quella volta
avevo visto la stessa espressione nei suoi occhi. Anche se mai più
dopo di allora. «Alice, io desidero che tu sia felice. Desidero che tu
abbia una tua famiglia, la tua casa, come Ina e come presto Edith.
Desidero solamente che tu e Leopold… Dimmi una cosa, Alice.
Pensi davvero che lui se ne starà zitto? Pensi davvero che lui se ne
starà da parte senza dire una parola, mentre tu ti prepari a sposare
un altro uomo, addirittura un principe?». Arricciò la bocca, come se
lei non sopportasse neanche di parlarne, e io allora capii che stava
alludendo a Mr Dodgson.
«Credo che vorrebbe che fossi felice», risposi spavalda, dicendo
quello che sentivo nel cuore, perché era quello che io auguravo a lui.
«Lo pensi davvero?». Mamma sollevò un sopracciglio. «Allora sei
ancora più sciocca di quanto pensassi».
Quelle parole mi bruciarono come uno schiaffo in faccia (se lei mi
avesse detto che ero brutta non mi sarebbe importato, ma capii di
aver dato per scontato che Mamma mi considerasse assennata) ma
non le mostrai il mio dolore. «Ti raggiungo alla carrozza tra un
minuto, Mamma. Devo prima trovare Sophie». Senza guardarla negli
occhi, le passai accanto e mi diressi alla mia stanza.
Prima di arrivare alla porta, la sentii dire «Alice», una sola volta.
Non era un ordine, era più una preghiera. La preghiera di una
madre?, mi chiesi. Non potevo saperlo, perché non avevo mai
sentito mia madre chiedere qualcosa a Dio. La ignorai ed entrai nella
mia stanza, chiudendo la porta dietro di me.
Trovai Sophie seduta alla toletta come una bambina obbediente.
Le chiesi di darmi guanti e mantello e di cercare, per l’amor del cielo,
di non schiacciare il mio bouquet durante il percorso verso il ballo.
Poi corsi allo specchio per un’ultima occhiata, mi ero mai guardata
tanto quanto avevo fatto quella sera? Fissando la mia immagine
riflessa, mi sforzai di scuotermi di dosso l’effetto delle parole di
Mamma; rallentai il respiro, sentii che le guance perdevano parte del
loro bruciore, battei le palpebre per fermare le lacrime. Tentai di
ritrovare quella gioia vertiginosa che avevo provato nella stanza di
Edith, ma sapevo che l’avrei ritrovata solo tra le braccia di Leo.
Improvvisamente non riuscii più ad aspettarlo. Uscii di corsa dalla
stanza con Sophie che mi arrancava dietro, volai giù per le scale,
aspettando a malapena di indossare il mantello. Raggiunsi la
carrozza, dove mi aspettavano Rhoda, Aubrey Harcourt – che
appariva molto pallido e imbronciato senza Edith – e i miei genitori, e
mi sporsi in avanti, quando la carrozza iniziò a muoversi, come se
potessi incitare i cavalli a volare. Fortunatamente fu un viaggio
breve. In un batter d’occhio arrivammo all’ingresso del nuovo Corn
Exchange dietro la Town Hall, dove era in corso l’Oxford
Commemorative Ball del 1876.
Dovetti lottare col desiderio – pulsava davvero dentro di me come
una febbre – di correre giù dalla carrozza e invocare il nome di Leo.
Invece scesi i gradini contegnosa, le pieghe del vestito strette in
mano, e seguii i miei genitori nell’edificio, in attesa di essere
annunciata, ancora una volta, come «Miss Alice Liddell, figlia del
Decano e di Mrs Liddell».

«Sua Altezza Reale, credo che molte signorine la stiano


guardando, sperando contro ogni probabilità che lei firmi il loro
carnet anche solo per un giro di pista».
«Davvero? Non ne ho idea, perché non ho occhi per vedere altri
che lei».
«Se ne stancherà, un giorno, lo sa», lo stuzzicai, senza credere
alle mie stesse parole. «Ripenserà con desiderio, e forse con
rimpianto, a quando avrebbe potuto danzare con un’infinità di
giovani signore».
«Credo che lei stia parlando di se stessa, dopotutto! Confessi,
Alice: lei preferirebbe ballare, invece che con me, con uno di quegli
indaffarati giovani liceali – li vede, tutti in gruppo nell’angolo? Quelli
che sembrano aver preso in prestito il panciotto del padre. È lei
quella che teme i rimpianti, non io!».
«Oh cielo, lei ha indovinato! Non posso nasconderle nulla!».
Ridendo, Leo mi fece ruotare – non proprio a tempo con
l’orchestra – fino a farmi girare la testa, ma non importava.
Guardando il suo volto sorridente – stava finalmente arrotondandosi
e i suoi zigomi non erano più così sporgenti – mi abbandonai al suo
abbraccio sicuro e fiducioso che mi guidava attraverso l’affollata sala
da ballo. Era un tale sollievo che lui mi guidasse in quel modo, quella
sera non volevo pensare, non volevo preoccuparmi. Volevo solo
ridere, sorridere, danzare e, sì, forse anche flirtare. Ma più di tutto
volevo amare ed essere amata.
E tra le sue braccia, sentendo la cocente impronta della sua mano
sulla mia vita anche attraverso la rigida corazza del corsetto, ritrovai
non solo la gioia che avevo desiderato, ma anche la certezza, senza
il minimo dubbio, di essere amata.
Il Corn Exchange – solitamente un enorme locale pieno di spifferi
dai soffitti altissimi, con larghe travi esposte e i pavimenti ricoperti di
segatura – era stato trasformato. Quella sera i pavimenti erano stati
lavati e lucidati con cera d’api fino a risplendere, le cupe pareti erano
rivestite di drappi di velluto color porpora, circondate da grandi staffe
dorate che reggevano i candelabri gocciolanti e i bouquet di fiori che
spuntavano tra un mare di fiocchi e merletti. Una gradita aggiunta
era un’enorme pila di blocchi di ghiaccio accatastati sul retro, che
contribuiva a rinfrescare la sala dal calore prodotto dalle candele e
dai corpi dei danzatori.
Anche se la mia gonna era, naturalmente, tra le più eleganti, non
mancavano certamente vestiti raffinati. Le giovani donne
indossavano gonne fatte con le stoffe più leggere – mussola
fremente, pizzi delicati, tarlatana frusciante, tulle trasparente – nei
colori più allegri della primavera: i sellini erano portati più in basso,
quella stagione, più come una coda che come un grappolo. Gli
uomini apparivano elegantemente slanciati nei loro pantaloni neri
attillati, con le giacche da sera strette in vita, che mostravano il
bianco delle camicie tempestate di oro e diamanti. Naturalmente
indossavano tutti guanti di capretto bianchi.
La sala da ballo era una festa per i sensi: un arcobaleno rutilante
di colori che si fondevano e si distaccavano; l’accattivante musica
dell’orchestra, i pastosi strumenti bassi che tenevano il tempo
mentre la melodia volteggiava grazie ai violini; l’aroma mielato delle
candele di cera d’api, unito alla fragranza di serra di un migliaio di
fiori assortiti. Su tutto questo si librava la conversazione che si
alzava e si abbassava sulla sala da ballo: provocazioni,
canzonature, risate, gli occasionali bisbigli seri degli innamorati
sinceri.
«Adoro i balli», sospirai, contenta di essere, quella sera, solo una
bella fanciulla tra le tante.
«Questo è il concetto meno profondo che abbia mai sentito uscire
dalla tua bocca deliziosa, e per questo ti amo ancora di più. Leo rise
indulgente, quasi paterno – e io gli concessi di farlo con un sorriso
timido, da brava fanciulla.
«Sono troppo seria per te, a volte? Preferiresti che parlassi solo di
guanti, di inchini e parasole invece che di libri, d’arte e di idee?».
«Niente affatto! Ho passato fin troppo tempo in compagnia di
quelle perfette signore…».
«Quindi io non sono una perfetta signora?». Arcuando la schiena,
mi tirai leggermente indietro, fingendomi oltraggiata con un broncio.
«No, no… Oh, santo cielo!». Lui iniziò a ridere, senza riuscire a
trattenersi, le sue spalle magre scosse dalle risate. «Questa è una di
quelle conversazioni a cui non potrei mai sopravvivere. Basta se
dico che sei perfetta in tutto e che non voglio che tu cambi neanche
un po’? Ecco… sono perdonato?».
«Immagino di sì». Mi sforzai di non sorridere, senza riuscirci. Lui
sembrava così supplichevole e confuso! Come un bambino. Tuttavia,
quando mi guardò con quella luce negli occhi, seppi di essere sua
pari in ogni senso, e anche che lui mi ammirava per questo.
La musica finì con uno svolazzo dei violini, i ballerini applaudirono
e Leo s’inchinò mentre io facevo la riverenza. Eravamo finiti, in
qualche modo, al centro della sala da ballo. Tutti gli occhi erano su
di noi e io decisi che, dopotutto, non volevo essere una tra le tante.
Volevo essere l’unico trofeo tra le braccia del principe Leopold,
volevo essere ammirata, studiata, invidiata. Sollevando il mento, alto
e fiero, sentendomi le guance in fiamme, sapendo che i miei occhi
brillavano, mi compiacqui di essere il principale argomento della
conversazione. Avevo conosciuto la notorietà, naturalmente, ma
questa era diversa. Questa era esaltante, e temo di averla
incoraggiata alquanto ridendo un po’ più forte del solito, toccando il
braccio di Leo appena un poco più di quanto fosse necessario,
mentre lui mi accompagnava fuori dalla pista da ballo. Quella sera
non mi importava chi mi stesse guardando.
«Alice, mia cara Alice! Lasciati guardare!».
Soffocai un sospiro e mi voltai ad affrontare la mia sorella
maggiore, appena giunta dalla Scozia. Indossava una gonna di
taffettà azzurro argentato, con file di minuscoli boccioli di rosa in seta
cuciti verticalmente sul davanti del suo corsetto, in un tentativo
artistico di attirare lo sguardo verso l’alto, non verso il basso, anche
se non c’era modo di ignorare l’evidenza: Ina era diventata
corpulenta. Non c’era altro termine per descriverla; mia sorella era
diventata corpulenta e matronale dopo la nascita del primo figlio.
Suo marito, William Skene, era un uomo alto e magro, garbato,
con un’aria di pazienza infinita. Mi piaceva il mio erudito cognato.
Era molto simile a Papà – che viveva nella sua testa, il più delle
volte, anche se in lui c’era anche una certa praticità. Mia sorella era
simile a mia madre. Erano una coppia perfetta, gli uomini sognatori
hanno sempre tratto beneficio dalle donne energiche.
«Sei splendida, mia cara». Abbracciai mia sorella. «Che
meraviglioso abito! Dove hai trovato quella sfumatura argentata di
grigio? Quasi la stessa dei tuoi occhi!».
«A Londra, naturalmente. Su a Edimburgo non si trova niente. Ho
detto a William che dovevo assolutamente precipitarmi a Londra
prima del ballo».
«Ne sono certa», dissi con un sorriso, ricordando le infinite volte
che Ina mi aveva dato ordini in quel modo. «Ne valeva la pena,
l’abito è splendido».
«Mrs Skene, è un piacere incontrarla». Leo s’inchinò, prese la
mano paffuta di Ina e se la portò alle labbra. Lei arrossì, fece la
riverenza e iniziò a sventagliarsi con furia, con uno dei suoi sorrisi
provocanti sulle labbra, anche se l’effetto non fu proprio lo stesso di
quando aveva quattordici anni.
«Sua Altezza Reale. Che gioia rivederla. Sono felice di notare che
si è ripreso del tutto dalla sua malattia».
«Certo, grazie. Ho avuto dei buoni motivi per farlo». Sorridendo,
Leo si impossessò della mia mano e se la mise sottobraccio. Le
sopracciglia di Ina si alzarono di scatto, fece una smorfia e la vidi
scambiarsi un’occhiata con Mamma, che stava sulla soglia della
piccola anticamera che era stata preparata per gli ospiti del principe.
Cogliendo lo sguardo di Ina, Mamma si precipitò verso di noi,
praticamente trascinando Rhoda per un braccio. «Signore», disse
Mamma con un sorriso ansioso. «Spero non le spiaccia danzare con
la cara Rhoda… Lei ha un vuoto imprevisto nel suo carnet e le
piacerebbe tanto ballare una polka».
«Temo di essere già impegnato», disse Leo guardando il carnet
che mi pendeva dal polso.
«Ma sono certa che ad Alice non spiacerà saltare un ballo, per
dare una gioia a sua sorella». Mamma continuò a sorridere, più
ferocemente di prima, e mi guardò negli occhi, le sopracciglia le
arrivavano quasi all’attaccatura dei capelli. Sentii il sangue ribollirmi
nelle vene, ma non intendevo mostrare la mia rabbia per la sua
interferenza.
«Naturalmente», dissi a denti stretti. «Non mi dispiace affatto.
Vada, la prego».
La povera Rhoda – ovviamente contrariata dall’essere usata in
quel modo – era rimasta imbronciata durante la discussione. Fece la
riverenza quando Leo s’inchinò, poi si diressero entrambi verso la
pista da ballo mentre l’orchestra riprendeva a suonare.
«Molto abile, Mamma», dissi incontrando il suo sguardo di
disapprovazione. «E ora che farai? Gli getterai Ina tra le braccia pur
di tenerci lontani?».
«Alice, io non posso danzare, naturalmente», disse Ina indignata –
anche se guardava smaniosa le coppie che vorticavano a tempo di
musica. «Sono una donna sposata».
«Ero sarcastica, Ina».
«Alice, sto solo agendo nell’interesse del principe», rispose
Mamma melliflua. «Non è cavalleresco da parte sua danzare così
spesso con una sola compagna. Non vorremmo che la sua scortesia
giungesse alle orecchie della regina».
«Anche se Leo danzasse da solo in mezzo alla pista, nessuno lo
potrebbe accusare di essere scortese. La verità è che credo che a te
non importerebbe affatto se la sua sola compagna non fossi io».
Mamma non rispose ma si limitò a fare una grandiosa rotazione a
tutto campo per riunirsi a Papà e ai loro amici che stavano
avidamente approfittando dell’ospitalità di Leo, perché la sua stanza
personale aveva rinfreschi migliori.
«Non contrariare così tanto Mamma, Alice», mormorò Ina
carezzandosi i riccioli tondi come salsicce, che le solleticavano il
retro del collo – il loro colore castano scuro non era proprio uguale a
quello del resto dei capelli, ma evitai di farglielo notare. «Sei
terribilmente impertinente in questi giorni».
«Io? Impertinente?». Guardai mia sorella, quella caricatura
falsamente placida di sorella. I suoi occhi grigi sostennero il mio
sguardo senza un battito di ciglia.
«Oserei dire che le attenzioni del principe ti hanno dato alla testa,
Alice».
«Mi chiedo se ci sia anche solo una persona in questa famiglia
che desideri vedermi felice. Cara Edith, vorrei tanto che fosse qui
stasera!».
«Anche io», disse una sgradita voce alle mie spalle e
improvvisamente l’olezzo stucchevole di un profumo a buon mercato
mi riempì le narici. Mi voltai riluttante – gli arti paralizzati dal terrore –
e mi trovai faccia a faccia con Mr Ruskin.
Non lo avevo più incontrato dopo quell’ultimo terribile pomeriggio.
Osservando il modo in cui gli occhi brillavano minacciosamente sotto
le sue tremende sopracciglia bianche, intuii che anche lui stava
pensando a quel giorno. Anche se, con mio grande sollievo,
sembrava essere se stesso – il suo abito era pulito e i suoi
esuberanti favoriti erano stati pettinati di recente – temevo ancora
per la sua ragione. Con quale nome mi avrebbe chiamato quella
sera? Sapevo che lui non partecipava ai balli, che sosteneva fossero
un ridicolo spreco di tempo e di denaro; cosa lo aveva spinto a
partecipare a questo?
«Mr Ruskin». Ina fece la riverenza.
«Mia cara Ina. Se anche Edith fosse qui, potrei contemplare di
nuovo le incantevoli signorine Liddell al completo. Ina, Alice, Edith…
Siete ancora delle vere perle».
Ina, che più che a una perla assomigliava a un’ostrica, sorrise
melensa e arrossì. Io non trovai la forza di conversare e civettare
come avrei fatto una volta: avevo troppa paura di lui. Avevo troppo
da perdere.
«Mia cara Alice, lei è un’autentica visione». Mi osservò, dalla testa
ai piedi, e io mi sentii nuda e vulnerabile sotto il suo sguardo freddo
e sfrontatamente implorante.
«Grazie». Malgrado il caldo del locale, rabbrividii.
«Lei e il principe siete una coppia deliziosa».
«Lo pensa davvero?».
«Sì… lei è come un fiore, al suo braccio. Un bellissimo fiore».
Non riuscii a replicare. Il cuore mi batteva furiosamente contro lo
stretto corsetto.
«Una rosa, direi». Lui si chinò su di me fino a che sentii il suo alito
solleticarmi il collo. «Lei sembra una splendida… rosa». Sussurrò
quest’ultima parola, poi, poggiata una mano sul mio braccio, lo
carezzò, su e giù, lievemente, come se fossi un bocciolo che si
apriva al suo tocco.
«Io… cioè… devo, principe Leopold!». Perché lui era
improvvisamente accanto a me, dopo aver allontanato l’accaldata
Rhoda dalla pista da ballo. Non mi ero neanche accorta che la
musica era cessata.
Ridendo e ansimando, cercai la sua mano guantata, lui prese la
mia, mi trasse a sé e io mi sentii di nuovo al sicuro.
«Mr Ruskin!». Leo gli diede la mano con apparente gioia e
sorprendente familiarità.
«Signore». Ruskin si inchinò.
«Desidero esprimerle di nuovo la mia gratitudine per la sua…
assistenza in quella questione». Il sorriso di Leo era ampio e
genuino, i suoi occhi danzavano per il piacere di un segreto gioioso,
mentre si voltava a guardare me e poi di nuovo Mr Ruskin.
«È stato un vero piacere. Sono fin troppo felice di favorirla quando
posso. Spero solo che la mia assistenza le sia di qualche utilità, tutto
considerato».
«Spero vivamente che lo sia. Davvero».
«Quali segreti mi state nascondendo?». Cercai di mantenere
allegra la mia voce e il mio viso impassibile, ma non potevo ignorare
il terrore che mi pesava come un macigno sulla bocca dello
stomaco. Non mi piaceva pensare che sia Leo che io condividevamo
un qualche segreto proprio con John Ruskin, tra tutti.
«Ah, ma questa è una cosa che non devi sapere. Non ancora!».
Leo allungò la mano per prendere il carnet, che pendeva dal mio
polso legato a un sottile filo d’oro, e studiarlo attentamente.
«Mmmm. Mi chiedo chi sia questo tizio, questo “principe Leopold”».
E prima che io potessi dire qualcos’altro a Mr Ruskin, Leo mi aveva
portata via e condotta di nuovo sulla pista da ballo con una tale
velocità – mi faceva volteggiare così in fretta che mi girava la testa –
che riuscii a stento a riprendere fiato.
«Leo! Che diamine? L’orchestra ha a malapena iniziato!».
«Non riuscivo più ad aspettare di averti tra le braccia!». Aveva il
viso arrossato, gli occhi gli brillavano per l’emozione trattenuta.
Potevo solo seguirlo, permettergli di farmi ruotare sulla pista da ballo
– urtando altre coppie, calpestando strascichi, senza nemmeno
fermarci a chiedere scusa – fino a quando, in qualche modo, ci
trovammo dal lato opposto della sala e lui mi stava conducendo
attraverso una porticina.
Si fermò, finalmente, e io riuscii a riprendere fiato per un attimo e a
cercare di sistemarmi un poco; il mio abito era sgualcito e sapevo
che i merletti del sellino dovevano essere a brandelli. Trovandoci
improvvisamente soli, con la musica attutita dalla porta, Leo e io ci
guardammo e scoppiammo a ridere. Come se condividessimo un
segreto o fossimo riusciti in qualche straordinario imbroglio, come
due bambini birichini.
«Finalmente soli, mia adorata!».
«Leo, tu mi togli il fiato!».
Senza preavviso, si chinò su di me e mi baciò sulle labbra, mi
afferrò per una mano e iniziò a trascinarmi lungo un passaggio.
Avevo tenuto la mano di Leo molte volte, avevo sentito le sue
braccia attorno a me, lo avevo guardato negli occhi. Ma mai prima
d’ora avevo sentito così tanto la sua sicurezza, la sua fermezza, la
sua audacia. Perché percepii qualcosa di diverso nel modo in cui mi
toccava, guidandomi per il corridoio, tra servitori che si appiattivano
al muro al nostro passaggio; sentii il possesso dell’amante – forse di
un marito? – e il cuore mi vibrò, ogni nervo irrigidito e sottoposto a
sforzo, perché desideravo ardentemente cedere ed essere
posseduta.
«Signore, non sto scherzando… lei mi lascia, letteralmente, senza
fiato!». Lo dissi ridendo, ma ero seria, perché lui camminava così
veloce che riuscivo a tenergli dietro a fatica, malgrado la sua forte
presa.
«Mi spiace, mia cara!». Rallentò e si voltò a sorridermi: era così
eccitato che il suo sorriso sembrava riempirgli l’intero volto. «Ho
dimenticato che gli abiti delle signore sono così diabolicamente…
be’, così diabolicamente costrittivi. Anche se penso che stasera tu
sia bellissima… Te l’ho già detto?».
«Diverse volte. Ma non mi stancherò di sentirtelo dire».
«Stai attenta a ciò che desideri!». Con un altro sorriso – un altro
luccichio dei suoi occhi blu – lui svoltò in un nuovo passaggio. Era
stretto, male illuminato, il pavimento irregolare e io non riuscivo a
vedere la mia mano. Potevo solo affidarmi alla guida di Leo ed ero
felice di farlo.
«Attenta a dove metti i piedi!». Sentii il cigolare di una porta, poi
inciampai su un basso gradino. Lo seguii alla cieca e salii fino a
sbucare… nella notte. Battei gli occhi per la luce piuttosto intensa –
la luna non era ancora piena, ma splendeva decisamente su di noi –
e scoprii di trovarci nel grande mercato all’aperto dietro la Council
Hall. Era deserto quella sera, naturalmente, anche se il terreno era
ricoperto di paglia e c’erano alcuni banchi permanenti e diverse
panche in legno. Leo mi condusse a una di esse e rise quando mi ci
lasciai cadere sopra, finalmente in grado di riprendere fiato.
«Mi spiace, davvero. Ma ero così ansioso di… lo sai, di averti tutta
per me!».
«Signore, questo mi gratifica moltissimo, ma possiamo rischiare?
Siamo senza accompagnatori!». Gli sorrisi, ma lui non stava più
ridendo. L’espressione solenne nei suoi occhi scacciò il mio sorriso.
Lo guardai con la stessa serietà, perché sapevo che, per il resto
della mia vita, avrei voluto ricordare quel momento.
«Alice». Si inginocchiò accanto a me e mi chiesi, stranamente, se
si sarebbe sporcato le ginocchia dei pantaloni. «Alice cara, dammi la
mano, ti prego».
Tremante, feci ciò che aveva chiesto.
«Tesoro, stasera ho ricevuto una straordinaria comunicazione da
parte di Mamma. Lei ti manda i suoi migliori auguri, naturalmente».
«Molto gentile da parte sua», risposi automaticamente,
desiderando che lui arrivasse al punto e, allo stesso tempo,
misteriosamente felice di soffermarmi nella dolce aspettativa di quel
momento. Solo il vedere l’amore che brillava nei suoi occhi, in quegli
occhi speranzosi e premurosi, riempiva ogni spazio vuoto e dolente
del mio cuore di una gioia silenziosa.
«Sì, bene… lei ormai sa quanto io… quanto io tenga a te. Mi sono
preoccupato molto di dirglielo. Temo anzi di essere stato un
corrispondente assai noioso, perché ho scritto di un unico soggetto.
Di te».
«Oh, la regina è stanca di me?».
«Suppongo di sì… Specialmente perché ho arruolato altri alla mia
causa».
«Degli altri?».
«Sì… Non volevo affidare la nostra felicità solo alla mia penna
incerta. È questo di cui stavo parlando con Mr Ruskin. Gli ho chiesto,
come ho chiesto a Duckworth – i tuoi più vecchi amici –, di scriverle.
Lei li rispetta e conosce la grande stima che provano entrambi per
tuo padre e la loro lunga frequentazione della tua famiglia. Ho
pensato che questa sarebbe stata la strada più saggia, non sei
d’accordo?».
Fu una nuvola a velare la luna, o fu la paura a oscurare la notte e
a ghiacciarmi le ossa? Tuttavia mi dissi che Leo non sarebbe stato
inginocchiato accanto a me se la regina non gli avesse dato motivo
di sperare. Cosa poteva dire Mr Duckworth, dopotutto? Era una
brava persona. Era anche il migliore amico di Mr Dodgson.
Ma Mr Dodgson era benevolo, glielo avevo letto negli occhi, lui
voleva che io fossi felice – che ci sia concesso di essere felici.
«Oh, Leo!». Il mio cuore palpitò debolmente fino a cadere ai miei
piedi. Perché Mr Ruskin non mi aveva accennato niente? Se
intendeva davvero aiutarci, perché non me l’aveva detto?
«Che succede, mia cara? Sembri angosciata… Hai freddo? Ecco,
prendi la mia giacca… Ho dimenticato di prenderti il mantello».
Scuotendo dolcemente il capo, preoccupato – come una persona
felice di scoprirsi all’improvviso responsabile di un’altra – lui si tolse
la giacca e me la mise sulle spalle.
«Grazie», gli dissi guardandolo in volto. Le sue mani si
soffermarono sulle mie spalle mentre lui si chinava a baciarmi, con
tenerezza, quasi con riverenza.
Poi le sue labbra – le sua labbra morbide e piene – vollero di più.
Si lasciò cadere sulla panca, accanto a me, mi prese tra le braccia e
accettò il mio amore con la stessa mia insistenza. Anche io
desideravo di più – staccandomi con un gemito, le gambe molli, solo
le sue braccia a sorreggermi, improvvisamente volli di più: incontrai
le sue labbra, assaggiai la sua lingua, con un’avidità tutta mia. Le
mie braccia arcuate aggraziate attorno al suo collo, uno strano
brivido liquido mi attraversò il ventre e io gridai, mentre volevo di più.
E lui era impaziente di darmelo: si appoggiò a me, spingendo sul
mio corpo fin quando non riuscii più a stare in piedi e scivolai giù,
sempre più giù, fino quasi a toccare la panca con la schiena.
«Io… Io… Oh, tesoro!». Improvvisamente lui balzò indietro, si
liberò dal mio abbraccio e mi spinse le spalle con mani tremanti. Leo
scosse il capo, come per schiarirsi i pensieri e io cercai il suo volto,
ancora desiderosa; desiderosa ancora di possederlo così
assolutamente che niente di quello che avrebbe udito – dalla regina,
da Mr Duckworth o da Mr Ruskin – avrebbe più potuto separarci.
«Sì, Leo?». Cercando di rimettermi seduta eretta, sentii i capelli
cadermi sul collo e vidi il fermaglio di diamanti di Edith che luccicava
per terra, vicino alla panca. Lo osservai ansiosa, con grande
desiderio di compiacerlo.
«Temo… Cioè… Credo non sia prudente continuare con… questo,
almeno non ora. Non fino a… Più avanti, amore mio». Chiuse le
mani a pugno e le tenne strette per un lungo momento prima di
riaprirle e di voltarsi di nuovo a sorridermi. Notai, comunque, che
aveva ancora il respiro affannoso.
«Oh! Sì, certamente, capisco». Capivo che per gli uomini era
diverso, le loro passioni erano più difficili da controllare.
«Anche se devo dire, mia cara Alice, che tu baci molto bene.
Quasi come se tu fossi stata già baciata molte e molte volte!». Mi
stava stuzzicando, lo sapevo. I suoi occhi splendevano e mi
lusingavano, fino a quando fui costretta a sorridere, malgrado la mia
improvvisa inquietudine.
«Sì, è vero… è stato proprio lei a baciarmi!».
«Ah, allora sono molto più esperto di quanto sapessi». Con molta
circospezione – come se scottassi – mise una mano sulla mia e
sedette un attimo in silenzio, fino a quando il suo respiro tornò
regolare.
«Allora, insomma, mi hai condotto fuori strada. Credo che tu stessi
parlando molto seriamente di qualcosa di molto importante per
entrambi».
«Sì, certo… Continua». Cercai di parlare con la sua stessa
leggerezza, anche se stavo lottando contro una crescente
sensazione di panico. Ero stata troppo impaziente? Lo avevo
spaventato? Mi ero sentita sempre così fiduciosa accanto a Leo,
sapendo di essere sua pari in molti sensi. Improvvisamente ero
molto insicura di me stessa. Non ero al suo stesso livello, niente
affatto. Ero tanto vicina all’avverarsi dei miei sogni, che ero incapace
di pensare, di decidere, di agire, per paura di perdere tutto.
«Come dicevo – prima di essere interrotto in modo tanto
spettacolare – ho scritto a Mamma e lei ha compreso dove è il mio
cuore. Con te, naturalmente, Alice mia. E questo pomeriggio ho
ricevuto una sua lettera, una lettera molto incoraggiante…».
«Alice! Alice!». Una strana voce chiamava il mio nome. Sorpresi,
Leo e io guardammo nella sua direzione, c’era qualcuno che correva
verso di noi, attraverso l’ampio spazio del mercato.
«Cosa c’è? Chi è?». Ci alzammo e tentammo di riconoscere la
persona che si avvicinava, di corsa, quasi ci fosse un incendio,
chiamandomi per nome.
«Alice, eccola qui! L’abbiamo cercata dovunque! Venga, di
corsa… Dobbiamo andare subito!». Era William Skene, la camicia
fuori dai pantaloni, la giacca che gli cadeva dalle spalle. Si piegò in
avanti, la mani sulle ginocchia, per riprendere fiato prima di
guardarmi – anche alla luce della luna, vidi che il suo volto era
mortalmente pallido.
«Che cosa? Che è successo?».
«Edith. Si tratta di Edith… Svelta, dobbiamo tornare al Decanato. I
suoi genitori sono già andati con Ina e Rhoda… La accompagno con
la mia carrozza».
«Edith?». Riuscivo solo a ripeterne il nome, perché la mia mente
si rifiutava di capire. Edith? Edith era a casa, a letto; poco prima
avevo danzato nella sua stanza, preparandomi per la serata. «Cosa
è successo a Edith?».
«Sta male… Sta molto, molto male. È andato anche il dottor
Acland. Venga… Non possiamo indugiare. principe Leopold, mi
aiuti!».
Non capivo cosa intendesse dire, ma Leo mi stava spingendo –
dolcemente, ma con forza – verso William, che si affrettava a tornare
sui suoi passi attraverso la piazza del mercato. Quando fui di fronte
al Corn Exchange, sollevata di peso nella carrozza – sentii mio
cognato urlare al cocchiere di affrettarsi, che non c’era tempo da
perdere –, trovai il modo di sporgermi dal finestrino e di voltarmi a
guardare Leo, ancora una volta, mentre i cavalli iniziavano a correre
e ci portavano via. Mi accorsi troppo tardi di avere ancora indosso la
sua giacca. Profumava di chiaro di luna, di dolci brezze, di
gelsomino svanito. Era il mio profumo, realizzai; si era mischiato ed
era rimasto assieme al suo. Sentivo il mio odore sulla sua giacca.
Leo era rimasto in piedi sul marciapiede, sotto un lampione. La
luce che lo illuminava dall’alto trasformava i suoi capelli in un’aureola
d’oro ma oscurava il suo volto e non riuscii a vedere i suoi occhi.
Alzò una mano per salutarmi e aprì la bocca come per parlare.
Svoltammo l’angolo prima che potessi udire cosa avesse detto,
ma ero certa che fosse una sola parola…
Alice.
Capitolo 13
Peritonite, morbillo, peritonite.
Il dottor Acland non riusciva a decidersi sulla causa dell’improvviso
aggravarsi di Edith. Sentiva il battito del polso, osservava le sue
pupille dilatate, le palpava lo stomaco e le incise una vena per
studiarne il sangue. Alla fine, tutto ciò che poté fare era scuotere il
capo e cercare di farla stare comoda. Ma non riusciva neppure in
quello. Nel suo stato di semincoscienza lei si lamentava, si
contorceva, singhiozzava e supplicava con parole che non avevano
senso anche se straziavano il cuore.
Le sedevo accanto. E non volevo lasciarla un attimo. Mamma
sedeva dall’altro lato del letto. Ma gli uomini – Papà, devastato, e
Aubrey, cinereo – non ce la facevano. Rimanevano fuori della stanza
e parlavano increduli e a bassa voce, mentre Ina dichiarò
ufficialmente che si trovava lì per accudire loro, perché non c’era
posto per lei nella camera della malata.
Durante la mia veglia, non piansi. Né lo fece Mamma. Sedevamo
come due sentinelle silenziose senza parlare, non tra di noi;
cercavamo entrambe di confortare Edith, cercavamo di alleviare il
suo dolore, di richiamarla dal suo purgatorio, ma non c’era modo di
raggiungerla. Il suo povero volto pallido – c’erano alcune chiazze,
ma non molte – era madido, i suoi capelli scuri per il sudore erano
sparsi sul cuscino. L’intero corpo sembrava contorto, strizzato come
un asciugamano bagnato. Apriva gli occhi solo raramente e, quando
lo faceva, erano di un colore smorto, fangoso, velati dal dolore.
Sapevo che non ci vedeva. Potevo solo pregare che lei ci sentisse.
Sentisse la mia mano tra le sue mentre cercavo in ogni modo di
trasmettere la mia forza al suo fragile corpo torturato.
Anche durante la mia veglia – avevo dormito? Avevo mangiato?
Non ricordo – di una cosa ero consapevole.
Sapevo che Leo non si era fatto vedere.
Mi ero aspettata di trovarlo lì. O se non proprio lì – conoscendo la
sua tendenza alla malattia – mi ero aspettata che mi inviasse un
messaggio di conforto e di speranza. Mi ero aspettata, almeno
questo, che passasse a chiedere notizie di Edith, perché le era molto
affezionato, come lo erano tutti quelli che conoscevano il suo animo
gentile.
Leo brillava per la sua assenza e udii perfino Papà, fuori in
corridoio, commentarla.
Mamma non lo fece: mi parlò solo una volta, dopo una attacco
particolarmente angosciante durante il quale gli arti di Edith si
irrigidirono, la schiena le si inarcò sul materasso per la sofferenza e
io strinsi le labbra, trattenendo un grido, a vedere mia sorella in
quello stato. Domandai, in ultimo, a Dio di porvi fine, qualunque Lui
giudicasse migliore; giurai che non avrei chiesto più niente – perché
di cos’altro avevo bisogno, se Leo fosse stato al mio fianco? – se
solo lei avesse smesso di soffrire.
Dopo che Edith si fu accasciata di nuovo, priva di sensi ma senza
soffrire, Mamma si lasciò cadere sulla poltrona, si portò il fazzoletto
alle labbra ed emise un lamento che mi strappò il cuore. Quando la
guardai, con gli occhi pieni dell’agonia di mia sorella per veder
qualcos’altro, lei tolse il fazzoletto dalla bocca e disse: «Perché non
poteva accadere a te? Non mi hai causato nient’altro che dolore,
mentre lei mi dato solamente gioia».
Sapevo che lei diceva quello che pensava, sapevo anche che
avrei ricordato le sue parole e che, più tardi, avrei pianto per la loro
crudeltà. Più tardi, quando avrei avuto emozioni e forza, da dedicare
a me stessa.
Ma in quel momento potei solo ascoltare e guardare mia madre,
ed essere grata che lì ci fosse almeno una figlia che avrebbe
davvero rimpianto.
Il secondo giorno della nostra veglia, mi fu detto, molto
fermamente, dal dottor Acland che dovevo uscire a respirare un po’
d’aria fresca, altrimenti avrebbe avuto un’altra paziente tra le mani.
Così mi alzai – il collo si era irrigidito, la schiena mi doleva e mi
vennero le vertigini – e in qualche modo uscii barcollando fuori dalla
stanza di Edith, supplicando il dottor Acland di chiamarmi
immediatamente quando si fosse svegliata, oppure…
Non volevo nemmeno dare voce a quell’alternativa; non potevo.
Chiusi gli occhi ma non riuscii a fermare le lacrime, calde e stanche,
che mi scorrevano sul viso. Barcollai giù per le scale – non so come,
perché le gambe erano intorpidite come tutti i miei sensi – e mi trovai
all’aperto, in giardino. Era una bella giornata, pensai
automaticamente, guardando il sole, il cielo azzurro e notando che le
rose erano quasi in fiore. Devo chiamare Edith, a lei piacerebbe
tanto…
Ricaddi su una panchina di pietra, seppellii il viso tra le mani e
permisi ai miei timori di prendere il sopravvento, scacciando ogni
speranza dal mio cuore. Come avrebbe potuto riprendersi? Sapevo
che non poteva. Ma era troppo crudele pensare che mia sorella mi
venisse portata via proprio quando la sua vita stava iniziando.
Ricordai l’abito di nozze che aveva recentemente ordinato,
l’emozione nei suoi occhi mentre disegnava i fiori che avrebbe
portato nel suo bouquet nuziale. Il mio cuore non era in grado di
sopportarlo, ma non potevo smettere di tentare, in qualche modo, di
capire; lei era sana, era forte, era innamorata. Come era potuto
accadere? La bontà – l’amore – non erano forse abbastanza per
Dio?
Mi tremava lo stomaco, spingendomi la bile in gola, ed ebbi un
conato, ma ne uscirono solo singhiozzi – immensi, atroci singhiozzi
che mi scossero le ossa e squassarono il mio cuore esausto. Non
riuscivo a sopportare l’idea di perdere mia sorella – provavo già un
senso di vuoto in seno, dove ci sarebbe dovuta essere lei, come se
io la portassi sempre con me, come sapevo di aver sempre fatto. A
chi avrei potuto rivolgermi se lei se ne fosse andata? Cosa avrei
fatto di quel vuoto? Mia sorella era la mia unica amica, oltre a Leo,
ma neanche lui era presente. Dov’era? Che significava la sua
assenza? Non sopportavo l’idea di perdere anche lui… Oh, non
potevo sopportare di più!
Poi fu lì, davanti a me. Alzai gli occhi, battendo le ciglia fra le
lacrime, incerta se si trattasse proprio di lui – poteva essere
un’apparizione, un sogno, col sole che brillava attraverso i suoi
capelli dorati – ma gli gettai le braccia al collo e poggiai il capo sulla
sua spalla e lui iniziò a carezzarmi la fronte, mormorando il mio
nome.
«Leo, Leo, dove sei stato? Avevo tanto bisogno di te… Ma ora sei
qui». Farfugliavo, troppo esausta per tentare di raccogliere i pensieri;
ogni nervo del mio corpo era scoperto, ridotto a pezzi.
«Mia cara, mi spiace tanto. Io… Ho dovuto… Ma lei come sta?
Dimmi, come sta Edith?». Mi fece sedere gentilmente sulla panchina
e si mise accanto, la mia testa ancora sulla sua spalla. Chiusi gli
occhi, sentii la forza della sua protezione e avrei voluto restare lì per
sempre. Se l’avessi fatto, sarebbe andato tutto bene: Edith sarebbe
stata nella sua stanza ad aspettarmi, imbronciata per non poter
andare al ballo. Leo e io saremmo stati insieme per sempre, e il
fardello di essere me stessa – sempre osservata, sempre in guardia
e sempre tanto, tanto attenta – sarebbe scomparso dalle mie spalle.
«Lei… Oh, Leo… è tanto malata! Delira, brucia di febbre, è
oppressa dal dolore, e il dottor Acland non lo dice, ma lo so – lo so –
non ha speranze!». Ogni parola mi veniva strappata dal cuore, fino a
che questi non ne ebbe più nessuna e non mi rimasero che le
lacrime, che sminuzzavano tenacemente i resti del mio cuore
infranto.
«Shhh, shhh… Non parlare», sussurrò Leo.
Restammo seduti a lungo, fino a quando i miei singhiozzi si
calmarono, lasciandomi il costato indolenzito e il petto contratto. Una
brezza tiepida increspava la leggera mussola a fiori del mio vestito e
mi guardai le maniche stupita, non ricordavo di essermi cambiata
dopo il ballo.
Mentre continuavo a osservare, con grande stupore, udii a
distanza delle carrozze, dei nitriti di cavalli, una campana lontana. Il
tempo non si era fermato, dopotutto, e, fuori dalla camera di Edith, il
mondo continuava come sempre. Notai che anche Leo era
cambiato. Non solo per il suo vestito – indossava un semplice abito
di lino bianco, già leggermente sgualcito dal caldo di giugno – ma
anche per il suo comportamento. Mi abbracciava, ma sembrava
quasi un dovere, c’era una certa esitazione nella sua condotta. Non
mi aveva mai guardato negli occhi.
Mi allontanai da lui sistemandomi i capelli scomposti e cercai
inutilmente un fazzoletto. Senza una parola, lui mi offrì il suo e io
tentai di asciugarmi gli occhi.
«Cosa c’è?», chiesi a voce bassa. Sentivo gli occhi indolenziti e
caldi. «Cosa è successo? C’è qualcosa di strano nel tuo
comportamento».
Non mi rispose. Voltò il viso, invece, si passò una mano sugli
occhi e rimase seduto a fissare un albero lontano – un salice – per
qualche attimo. Quando finalmente si voltò a guardarmi vidi le
lacrime nei suoi occhi.
«Non sopporto… Non sopporto di darti un altro dolore in questo
momento», mi disse con la voce angosciata e col viso distorto dalla
sofferenza. «Non ci riesco».
«Ma devi». Non era una domanda. Il terrore che per settimane
aveva albergato nel mio cuore – nel mio povero cuore malconcio –
acuito dalla sua assenza in quegli ultimi due giorni, si impadronì di
me, intorpidendomi i sensi e affievolendo la mia voce.
«Sì, temo di… doverlo fare». Strinse i pugni e irrigidì il corpo e mi
accorsi che anche lui stava facendo grandi sforzi per non andare in
pezzi. Malgrado il mio dolore, ne fui commossa.
«Hai sentito la regina».
«Sì».
«Lei non approva il nostro… Lei non approva me».
«Ti prego, non continuare… Lasciami parlare, ti prego, lasciami
sopportare almeno il peso di questo, perché tu hai già sopportato fin
troppo!». Voltò il viso di nuovo, incapace di controllare la voce.
Potevo solo acconsentire in silenzio, desiderando di riuscire a
scuoterlo da quel suo strano distacco e comprendendo che era
probabilmente una fortuna che non potessi farlo.
«Mamma ha deciso che è meglio per me cercare una compagna
tra i membri della famiglia reale, come i miei fratelli. Avevo sperato
che la mia… che le circostanze potessero persuaderla
diversamente, e lei mi aveva dato motivo di sperare. L’altra sera, al
ballo… Avevo ricevuto una lettera che giustificava questa speranza.
Ma, infine, lei ha deciso di non dover deviare dai suoi progetti». Ora
la voce di Leo uguagliava per monotonia la mia: aveva ovviamente
provato quel discorso, o aveva mandato a memoria ogni parola della
lettera.
Nel mio curioso distacco (sentivo come una barriera tra me e il
resto del mondo, come se fossi racchiusa in un contenitore di latta, o
di vetro), posi la domanda che altrimenti non avrei potuto fare. Ma
cercavo informazioni, invece che emozioni.
«C’è stato forse un accenno a una mia questione passata?
Qualcosa a proposito di Mr Dodgson?».
Con un gemito soffocato, Leo nascose il volto tra le mani e annuì.
Desideravo abbracciarlo, confortarlo, perché era disperato. Lui
non era protetto dal dolore come lo ero io. Provai compassione per
lui.
«Dimmi, chi ha sollevato l’argomento… Mr Ruskin o Mr
Duckworth?».
«Entrambi… hanno entrambi accennato a una qualche…
confusione, a proposito di una rottura con Mr Dodgson. Mr Ruskin è
stato alquanto più loquace, con mia sorpresa; non immaginavo che
avesse dei dubbi, visto il suo entusiasmo alla mia richiesta. Tuttavia
ha giurato di agire anche per il tuo bene, perché temeva un risveglio
dei vecchi pettegolezzi. Ma è a Mr Dodgson che, questa mattina, è
stata chiesta una conferma o una smentita».
«E?».
«Né l’una, né l’altra. Non desidera parlare dell’argomento».
«È rimasto in silenzio?».
«Sì».
«Oh». Con una scossa – con uno strano clic meccanico, come se
il pezzo mancante di un macchinario fosse finalmente caduto al suo
posto – ricordai. Di tutte le cose che non potevo rammentare di quel
pomeriggio di tanto tempo fa, una, finalmente, mi tornò in mente.
Ricordavo il silenzio. Il mio silenzio di fronte a quel tipo di
domande. Convinta, o forse sperando, di non potermi fidare dei miei
ricordi, perché le parole e le immagini del passato riempivano la mia
mente di undicenne di emozioni conflittuali, mi ero rifugiata nel
silenzio. Fu quel silenzio, compresi – lo capivo ora, a dispetto della
premura che credevo di aver visto nei suoi occhi – che ferì Mr
Dodgson per sempre. Lo avevo ferito, così quando venne il
momento di chiarire le cose, neanche lui riuscì a parlare. Così, alla
fine, lui poteva distruggere la mia felicità, come io avevo distrutto la
sua.
Il Paese delle Meraviglie era l’unica cosa che avevamo in comune,
dopotutto. Il Paese delle Meraviglie era ciò che veniva negato a
entrambi. Io lo avevo privato del suo. Lui mi aveva privato del mio.
«Mi spiace davvero tanto», dissi infine a Leo. Mi voltai ad
affrontarlo – pronta a ricevere il suo dolore e il suo rifiuto – gli
poggiai una mano sulla spalla e accettai la mia condanna.
Non mi fu risparmiata, i suoi occhi erano grandi, angosciati e pieni
di rimprovero, la bocca era distorta come se cercasse di trattenere
ulteriori accuse. Le guance incavate, sotto gli zigomi, e io sentii tutto
il peso della consapevolezza di avergli causato più dolore della
febbre tifoidea.
«No!». Con un urlo mi prese la mano come un naufrago
afferrerebbe una cima; se la portò alle labbra e la baciò
appassionatamente. «No, non crederò mai a tutto questo. Tu sei
sempre la mia Alice, il mio cuore – forse non mi sarà concesso di
averti, ma non mi permetterò di credere che tu non sia la donna che
conosco e che amo. Ti prego, dimmelo, almeno. Te ne prego!».
Sapevo che qualunque cosa avessi detto, non sarebbe bastata:
quando sei dall’altro lato dello specchio, niente è ciò che sembra.
«L’amore che provo per te è immutato, il mio cuore – il cuore che ti
appartiene e che ti apparterrà per sempre – non è cambiato. Non
posso annullare ciò che è stato detto, ciò che è stato fatto. Avrei
potuto – avrei potuto concedermi di essere… usata… per garantirmi
il silenzio di Mr Ruskin, perché lui non è l’amico, tuo e mio, che credi
che sia. Ma non potevo farlo… E proprio perché non potevo, tu devi
sapere che io sono la donna che ami!».
Chiuse gli occhi – sulle mie parole o sul dolore che queste
causavano – e si morse le labbra, quasi a impedirsi di porre la
domanda che, infine, sarebbe comunque stata fatta: «Lui… lui ti ha
mai toccato?».
«Mr Ruskin? No».
«E… Dodgson?».
Mani sulle mie spalle; labbra, sulle mie…
«Non lo ricordo… Devi credermi! Ero solo una bambina… E non…
Non sapevo chi ero… Cosa stava accadendo. So solo che gli fu
impedito di vedermi, dopo un po’ di tempo. E che da allora non l’ho
più incontrato per più di cinque minuti, fino a quando mi ha
fotografato per te».
Reprimendo un gemito, Leo posò un dito sulle mie labbra. Mi
trasse a sé, perdonandomi con quel suo gesto affettuoso, e io provai
un attimo di pace appoggiandomi sul suo petto, percependo il battito
del suo cuore e sentendo pronunciare il mio nome. «Cosa farò
ora?», sussurrò con le labbra tra i miei capelli. «Cosa farò senza di
te?».
«E io, senza te?». Le mie difese cominciavano a incrinarsi. Pensai
al domani e al giorno dopo e al giorno dopo ancora; alle settimane,
ai mesi e agli anni in cui non mi sarebbe stato permesso vederlo,
udire la sua voce, conoscere i suoi pensieri e il suo cuore. Non mi
sarei mai più sentita amata come in quel momento: sapendolo, non
potevo impedire che la mia mente corresse in avanti,
rammentandomi tutto ciò che avrei perduto. La sua abitudine di
carezzarsi i baffi con due dita, immerso nei suoi pensieri; la sua
risata allegra – innocente e pura come quella di un bambino; il suo
dichiarato amore per la vita, il modo disinvolto in cui donava se
stesso, il suo umorismo, il suo amore.
Il modo in cui pronunciava il mio nome – Alice. Non erano
necessarie altre parole. Non ero “Alice cara”, “mia dolce Alice” o
“Miss Alice”, ero solo sua, la sua Alice.
«Non posso andare via. Non posso lasciarti». Leo strinse le
braccia attorno a me. «Non ne ho la forza».
«Nemmeno io». Iniziai a piangere, silenziosamente adesso,
lacrime di benedizione. Una tristezza quasi tranquilla era scesa su di
me, impossessandosi delle mie membra; desideravo indugiare,
addormentarmi nel suo abbraccio, fino al momento in cui mi
avrebbero strappata via.
«Prendi». Tenendomi contro la spalla, cercò nel taschino e mi
porse la mano. Qualunque cosa ci fosse, brillava riflettendo i raggi
del sole.
«Che cos’è?».
«Il tuo fermaglio. Ti è caduto dai capelli, l’altra sera, quando…
quando stavamo… comunque, sono tornato a raccoglierlo».
Presi la piccola molletta d’argento tempestata da una raggiera di
piccoli diamanti e la chiusi tra le dita. Era fresca e
sorprendentemente pesante.
«È di Edith», sussurrai chiudendo gli occhi. «Me l’ha prestato. Ero
così felice… Lei era così felice…».
Poi udii un urlo provenire dal giardino.
«Alice, vieni subito! Oh Alice… Vieni prima che sia troppo tardi!».
Rhoda, al cancello del giardino, gesticolava frenetica.
Balzai in piedi, ogni nervo e muscolo improvvisamente pieno di
energia. Mi batteva il cuore e sapevo cosa mi attendeva, sapevo
cosa dovevo fare.
Cominciai a correre. Leo mi trattenne la mano fino all’ultimo
momento, fino a quando solo le mie dita toccarono le sue. Poi non ci
fu più niente tra noi, nient’altro che la verità. Lo sentii gridare: «Ti
aspetto, ora corri!».
«No!». Non potevo voltarmi, ma solo guardare avanti, la mano
stretta attorno al fermaglio di diamanti fino a sentire che mi tagliava il
palmo, ma anche allora, lo strinsi ancora più forte. Il terreno mi
scorreva davanti, il cancello batteva ancora sulla scia di Rhoda. «No,
non aspettare… Per l’amor di Dio, vai ora, finché posso
sopportarlo!».
Perché in quel momento lo potevo fare. Non appena superato il
portone del Decanato – sentivo già le voci da dentro la casa, urgenti,
insistenti, porte che sbattevano, un lamento disperato – seppi che
non avrei avuto la forza di guardarlo mentre mi lasciava, anche lui.
E, in quel momento, il mio cuore si spaccò in due. Ne diedi metà a
Leo e metà a mia sorella e, dicendo addio a entrambi, seppi che non
sarei mai più stata completa.

Mia sorella Edith fu sepolta in una magnifica giornata di giugno. Il


sole splendeva talmente e gli uccellini cantavano così a pieni
polmoni, che non si sapeva se sentire la crudeltà di quel momento o
se esserne confortati. Lei fu sepolta nell’abito nuziale giunto il giorno
prima. Rhoda, Violet e io seguimmo la bara con indosso i vestiti da
damigella che lei aveva scelto. Sulla cassa, invece della solita
corona di fiori, era stato messo il suo bouquet nuziale. Aubrey
Harcourt era il più addolorato e i suoi singhiozzi accompagnarono
l’intero funerale.
Tra coloro che portavano la bara c’era il principe Leopold, con una
fascia di seta nera al braccio. Molti dei presenti notarono quanto
pallido e solenne apparisse e commentarono la sua toccante
devozione alla famiglia del Decano.
Solo una volta i nostri sguardi s’incrociarono. Dopo che i portatori
avevano poggiato la bara ai piedi dell’altare della cattedrale, lui si
voltò per sedersi al suo posto. Ma prima di farlo, indugiò, si girò
verso di me e mi guardò negli occhi. Compresi il dolore dei suoi begli
occhi blu, l’indicibile sofferenza del suo viso e capii per chi stava
veramente piangendo. Guardandolo negli occhi, mi portai le dita alle
labbra, le baciai e infine distolsi lo sguardo, i miei troppo pieni di
lacrime amare per vedere qualcosa oltre alla luce gloriosa che
filtrava attraverso le vetrate.
Il mio amore si incamminò per la navata, lontano da me. E sapevo
che non lo avrei mai più rivisto.
Capitolo 14
Cuffnells, 1914

«Alice, senti questa. Questo tizio sta scrivendo un libro sul nostro
compianto re. Sostiene che la povera regina permise a Mrs Keppel
di visitarlo sul letto di morte. Tu che ne pensi?».
Abbassai la prima pagina del «Times», alzai un sopracciglio e
guardai mio marito dall’altro lato del tavolo, nascosto dalla sua copia
del giornale, stirato di fresco dal maggiordomo. Continuai a
osservarlo fino a quando lui finalmente non lo abbassò e incontrò il
mio sguardo con un sorriso imbarazzato. «La regina è sempre stata
molto comprensiva su quelle… questioni», disse. Poi nascose
nuovamente il viso dietro il giornale.
«Sì. Non è toccante? La regina era molto indulgente nei confronti
delle amanti del re, di tutte loro. Una donna molto comprensiva,
Alexandra».
«Qualcuno farebbe bene a imitarla», borbottò mio marito da dietro
il suo giornale.
«Che intendi dire, Regi?».
«Niente. Ho sempre ammirato la regina, tutto qui».
«Sì», dissi con sussiego, ricordando. «È una santa e Mamma
aveva ragione. A Bertie non sarebbe mai bastata una dolce
principessina».
«Tua madre aveva ragione su molte altre cose. Era davvero una
donna saggia».
«Mmmm».
«Sono sempre andato d’accordo con lei».
«È vero».
«Non con tuo padre, però».
«No».
«Senti questa! New Forest ha sconfitto Hampshire! Quei poveretti
avrebbero davvero bisogno di un buon lanciatore!».
«Mmm-hmm». Gli prestavo poca attenzione ora che iniziava a
parlare di cricket.
Guardai comunque il suo piatto e vidi che aveva finito l’aringa. Col
piede premetti il campanello elettrico – nascosto con eleganza dal
tappeto di Bruxelles – e attesi che apparisse la cameriera.
«Mary Ann, Mr Hargreaves desidera dell’altra aringa, e io vorrei
dell’altro caffè».
«Subito, signora». Con un accenno di inchino – non una vera
riverenza. La sfacciataggine della servitù al giorno d’oggi! – uscì
dalla stanza e io tornai al mio giornale. Girata la pagina, un altro
titolo colpì la mia attenzione; mi strinse anche il cuore in una morsa
di ghiaccio.
Il Kaiser minaccia lo Zar.
«Regi», dissi interrompendolo nel mezzo della descrizione di una
ripresa particolarmente elettrizzante. «Quando viene a casa in
licenza Alan?».
«Non lo so. Suppongo più avanti, questo mese, non credi?».
«Non ne ho idea. È per questo che ho chiesto».
«Giusto. Be’, mi dispiace».
«Stavo leggendo i titoli sul Kaiser e la Russia. Credi… Credi che si
arriverà alla guerra?».
«Non saprei… Oh». Finalmente poggiò il giornale e mi guardò.
Aveva le basette bianche oramai, la fronte rugosa e il tipico volto
rubizzo dei gentiluomini di campagna inglesi. L’autocompiacimento
appariva visibile sul suo volto come sempre – iniziava dalla fronte, gli
scendeva sulle sopracciglia arcuate, fino ad arrivare gradualmente
agli occhi, per raggiungere la bocca, sollevandone gli angoli in un
semplice sorriso comprensivo. «Dimmi, sei preoccupata, non è così?
Per Alan? Immagino che non durerà a lungo, in ogni caso. E lui ora
è capitano, starà nascosto al sicuro da qualche parte. Dopotutto non
è più un ragazzino; quanti anni ha? Quasi quaranta?».
«Trentatré. Il nostro primogenito compirà trentatré anni in ottobre».
«Giusto. Santo cielo, è passato tanto tempo?».
«Sì, è passato». Non potei trattenere un sorriso; le sue emozioni
erano forse lente, ma erano sempre molto commoventi, sincere e
trasparenti. Appariva solo attonito per il passare del tempo.
Ripresi la lettura del giornale, ma i miei pensieri non erano lì.
Santo cielo, davvero! Sì, era passato tutto quel tempo.
Stavo seduta dall’altro lato del tavolo della colazione di Regi da
trentaquattro anni, dal 1880, per essere precisi, quattro anni dopo la
morte di Edith. Quattro anni da quando avevo visto Leo per l’ultima
volta, al suo funerale.
In quei quattro anni, abbandonata da quelli che amavo, ristagnai,
impantanata non solo nella loro ombra, ma anche nell’ombra delle
alte e aggraziate guglie della stessa Oxford. Invecchiavo, inoltre,
mentre attorno a me gli studenti diventavano sempre più giovani.
Non ero più la bella principessa del Christ Church, la reginetta del
ballo della Commemorazione; vedevo gli sguardi, coglievo i sussurri.
Intellettualoide. Nubile. Zitella.
Mamma aveva perso solo un po’ della sua fenomenale energia
dopo la morte di Edith. O era stato quando Leo se ne era andato? A
essere sincera, non ero certa di quale fosse stato il fattore
scatenante; so solo che quando rimasi sola, Mamma smise di
sforzarsi tanto. Ina era sposata, Edith era morta e io ero “delusa” –
quello era il termine corretto per una ragazza respinta, allora. Le tre
principessine non c’erano più. Né Rhoda, né Violet, per qualche
motivo, sembrarono mai interessate al matrimonio.
In definitiva, quei quattro anni furono una benedizione. Perché in
quel periodo i ricordi sbiadirono, le persone se ne andarono, i cuori
si rappezzarono. Mr Ruskin finì finalmente per crollare, si mise a
urlare oscenità durante una lezione e dovette essere portato via a
forza. A nessuno importava più di cosa fosse accaduto in un lontano
pomeriggio d’estate tra un pignolo insegnante di matematica e
l’intelligente figlia del Decano. La regina non aveva altri figli da far
studiare al Christ Church.
Ma Alice nel Paese delle Meraviglie continuò a vivere: nuove
edizioni del libro, spettacoli teatrali, giocattoli, quaderni, giochi.
Nessuno sembrava curarsi – o sapere – che la vera Alice era
cresciuta e rischiava di invecchiare da sola.
Certamente non se ne curava Reginald Gervis Hargreaves,
Esquire. A Regi Hargreaves i libri non interessavano. Infatti li teneva
in così poca considerazione che gli ci erano voluti sei anni per
laurearsi a Oxford, invece dei soliti quattro.
Quando incontrai Regi? Non lo ricordo, anche se lui insisteva a
dire che fu durante quel fatidico Ballo della Commemorazione nel
1876. Disse di avermi visto al braccio del principe, e che non aveva
mai visto prima una creatura tanto bella. Rimase incantato, ma non
avrebbe mai potuto competere con un principe. Quindi prese tempo
e non sembrò notare che stavo diventando un frutto troppo maturo.
Si limitò a restarmi attorno fino a quando non caddi spontaneamente
dall’albero e lui era lì pronto a raccogliermi.
Regi era uno sportivo, un giocatore di cricket, il tipico signorotto di
campagna inglese e ammetto che inizialmente trovai la cosa
piacevolmente diversa e non poco emozionante. Non era nobile, ma
possedeva abbastanza proprietà da impressionare nel modo giusto
mia madre. La sua famiglia si era arricchita col commercio: con i
tessuti, ma solo dalla generazione precedente, il che naturalmente
era alquanto vergognoso. O meglio, lo sarebbe stato per chiunque
altro ma non per me. Nel mio caso, Mamma era disposta a
trascurare questa manchevolezza.
Era alto, con le spalle larghe, di bell’aspetto, con soffici capelli
castani portati spigliatamente con la riga in mezzo, la carnagione
rubizza e una bocca un po’ troppo grande che nascondeva coi baffi
irsuti. Sapevo che non l’avrei mai amato come avevo amato Leo e
sapevo che non avrei mai potuto conversare con lui nello stesso
modo, ridere con lui, scherzare con lui. Regi non dimostrava,
neanche allora, uno spiccato senso dell’umorismo, così imparai
presto a tenere per me i commenti più mordaci e sarcastici,
altrimenti avrei rischiato di passare metà della serata a spiegarglieli.
Lui si dichiarò in luglio, dopo la Commemorazione, su una barca a
remi nel bel mezzo dell’Isis. Fu una dichiarazione tipica di Regi:
«Mi sembra che insieme remiamo molto bene, non è d’accordo?».
«Sì, immagino di sì».
«Che ne dice allora di remare insieme per sempre? Sto parlando
di matrimonio, cioè. Capisce?».
«Oh, sì, perché no? Tanto vale».
«Benissimo!».
Nonostante la sua comica stringatezza, ne fui commossa. Aveva
almeno cercato di essere poetico e, visto il numero delle volte che
raccontò la conversazione ai suoi amici, capii che era molto
orgoglioso di sé.
Ci sposammo a settembre, nell’Abbazia di Westminster, per mia
insistenza, invece che nella Cattedrale del Christ Church. Due giorni
prima del matrimonio – una faccenda elaborata che mi divertì più
che coinvolgermi, ma che vidi come il mio dono di addio a Mamma –
Leo mi fece avere una spilla, un piccolo ferro di cavallo di diamanti,
un portafortuna. L’ho indossato sull’abito di nozze in broccato
argentato e raso bianco e lo porto ancora oggi.
Regi, tutt’altro che geloso, era orgoglioso che il principe avesse
una così alta considerazione di sua moglie da mandarle un regalo
tanto personale. Aveva una tale soggezione della famiglia reale che
non credo si sarebbe offeso se Leo – o meglio ancora il principe di
Galles stesso – si fosse offerto di deflorarmi nella nostra prima notte
di nozze. Anzi, credo che Regi avrebbe perfino messo un annuncio
sul «Times» per proclamare l’accaduto, e avrebbe poi conservato la
camera da letto in tutta la sua gloria.
Anche Mr Dodgson mi inviò un regalo, un piccolo acquerello del
Tom Quad. Era così ben fatto che, diversamente da molti dei miei
doni di nozze, non trovai nessun motivo per non esporlo. Mentre i
tentativi artistici più incerti decorano le pareti degli alloggi della
servitù, quel particolare acquerello si trova ancora nella mia camera
da letto.
Più di un anno dopo, Leo sposò una modesta principessa di una
piccola nazione europea. Chiamò la sua prima figlia Alice e io
chiamai il mio secondo figlio Leopold Reginald, anche se noi lo
chiamavamo Rex. Due mesi prima della nascita del suo secondo
figlio, Leo morì per emorragia interna dopo una caduta mentre era in
Francia. Mr Duckworth ebbe la cortesia di telegrafarmi
immediatamente, prima che lo leggessi sui giornali.
Quando la notizia della sua morte mi raggiunse, dovetti ritirarmi in
camera da letto e chiudere la porta sull’indisturbata armonia
casalinga di Regi e dei ragazzi: loro non sapevano che il sole era
appena caduto dal cielo. Perché anche se sapevo che non avrei più
rivisto Leo, tuttavia mi alzavo ogni mattina confortata dal sapere che
lui era ancora al mondo, che si svegliava nella stessa alba rosata e
dormiva sotto lo stesso cielo notturno. Ci scrivemmo raramente e,
quando lo facemmo, fu sempre in modo estremamente gentile e
impersonale. Ma io mi sentivo come se lui fosse nella mia vita e io
nella sua. Lo sentivo perché sapevo, quando guardavo un dipinto,
leggevo un libro, osservavo un uccello raro o un fiore delicato, che
lui li avrebbe visti esattamente come li vedevo io. Il nostro cuore, la
nostra mente, erano in sintonia. Quindi anche il solo continuare a
godersi la vita era condividerla con lui.
Quando morì, non fui più completa, tutto lì, nudo e crudo. Regi
poteva abbracciarmi, baciarmi, pretendere i suoi diritti di marito, e in
quello lui non era scortese, ma non fu mai parte di me come lo era
stato Leo. Quando il principe lasciò questo mondo, in me si spense
qualcosa.
Non voglio dare l’impressione di non essere affezionata a Regi. Lo
ero. Era una persona semplice e coerente la cui unica colpa era
quella di non essere Leo; era un uomo gentile che raramente mi
diede motivo di discutere. Se occasionalmente si concesse il tipo di
svaghi in cui indulgeva la maggior parte degli uomini della sua
classe e della sua generazione, lo fece più o meno con discrezione e
si faceva sempre perdonare con una capatina dal gioielliere, col
quale avevo un accordo. (I gusti di Regi tendevano al vistoso,
purtroppo – una volta mi comprò un anello di turchese, immaginate!
Ma Mr Solomon imparò presto a guidare la sua scelta verso gemme
meno appariscenti, come le ametiste e gli smeraldi).
Non ebbi molto da lamentarmi. Dio sa che non fui la più affettuosa
delle mogli, anche se gli fui, davvero, grata per avermi salvata.
Perché furono infine le sue mani quelle che mi fecero scomparire
da Oxford, in un Paese delle Meraviglie dove nessuno mi conosceva
se non come Mrs Reginald Hargreaves. Regi mi diede una bella
casa di campagna, Cuffnells, nel villaggio di Lyndhurst, proprio nel
bel mezzo dell’Hampshire; centosessanta acri di proprietà e una
casa situata nel mezzo di una tenuta fertile e rigogliosa con una vista
sul Solent dal piano superiore. Avevamo anche un laghetto pieno di
pesci e i ragazzi amavano andarci in campeggio d’estate e si
preparavano e cuocevano il pesce da soli per colazione.
La casa era più imponente di quanto Mamma avrebbe mai potuto
desiderare, anche se la prima volta che la vide si limitò a dirmi con
sussiego che non mi era andata poi troppo male. Confesso che
provai un piacere maligno quando le mostrai i due piani di pietra
chiara, la terrazza che circondava quello superiore. Poi l’enorme
aranceto, la scalinata imponente, la sala da biliardo, la biblioteca,
l’impressionante sala da pranzo e il salotto decorato con fregi di
pavoni dipinti da un artista italiano. Tutto questo era mio, solo per
aver acconsentito a sposare un uomo che non amavo ma che,
dopotutto, era stato l’unico a chiedere la mia mano.
Tutto sommato, mi sembrava uno scambio equo.
Comandavo un grosso plotone di servitori – finalmente potevo
vantarmi di avere anch’io problemi con la servitù! – e questo
occupava gran parte del mio tempo, cosa di cui ero segretamente
grata. Era molto tranquillo a Lyndhurst: le giornate sembravano
passare più lentamente. Non c’era un brusio costante nell’aria, come
a Oxford, ma era più come un lieve ronfare sonnambolico. C’era
molto tempo a disposizione, se si era inclini a riflettere sul passato,
sul presente, sul futuro.
Io non lo ero. Mi gettai nell’impresa di trasformare Cuffnells in un
allegro, vibrante e sofisticato centro culturale, per rivaleggiare con gli
sforzi di Mamma al Christ Church. Lei poteva avere un quartetto
d’archi che suonava nel ballatoio del Decanato; io organizzai un
concerto con un’orchestra nell’aranceto, con i musicisti nascosti tra
gli alberi illuminati come tanti folletti. Lei poteva aver intrattenuto la
regina per il tè. A Cuffnells mi deliziavo di mostrare ai miei ospiti la
stanza, arredata tutta in oro – mobili dorati, tende e tappeti di
broccato d’oro – in cui re Giorgio III aveva passato una notte, e che
era rimasta intatta per conservare quel privilegio per le generazioni
future.
Mentre Mamma doveva accontentarsi di organizzare gite in barca
sull’Isis, io una volta adornai una goletta di luci fatate e feci vestire i
miei ospiti come personaggi di Shakespeare per una crociera, in
occasione della Notte di Mezz’Estate, che culminò con un picnic di
mezzanotte sull’Isola di Wight. Perfino Ina fu affascinata da quella
serata, anche se insistette a vestirsi da Titania, finendo per
assomigliare più a un bombo grassoccio che a una eterea regina
delle Fate.
Regi, cordiale come era, era felice di finanziare le mie
stravaganze, anche se avrebbe preferito dei tranquilli weekend di
caccia alle feste shakespeariane; ma era orgoglioso, nel suo modo
schietto, di avere una moglie intellettuale e socialmente capace.
Trentaquattro anni passarono in un battito di ciglia, sfocati. Potevo
ricordare particolari delle conversazioni con Leo, le passeggiate che
avevamo fatto, le immagini che mi apparivano ancora vivide quanto
il giorno che le avevo viste: l’irregolare sentiero di pietre che una
volta avevamo scoperto e che portava lontano dal fiume, per
esempio; tutte le pietre erano di colore bianco, della stessa
circonferenza, ed erano state posate con grande cura, eppure il
sentiero continuava solo per tre metri e finiva bruscamente in un
fosso.
La mia vita con Regi, al contrario – e nonostante i nostri
stravaganti passatempi – sembrava monocolore e uniforme. A volte
mi capitava di chiedermi se mi sarei ricordata del suo aspetto se lui
non mi fosse stato seduto di fronte giorno dopo giorno.
Con un sospiro, ripiegai il giornale e lo poggiai con precisione
accanto al piatto, perché non potevo concentrarmi su nient’altro che
sull’allarmante quantità di titoli che annunciavano la possibilità di una
guerra. Di malumore, sorseggiai il caffè. «Regi, pensi che quindi
Alan tornerà a casa in licenza? Se ci sarà la guerra, spererei che lo
facesse, invece di andare a fare cose pericolose e scriteriate come
le corse dei maiali in India o qualunque cosa abbia fatto l’ultima
volta. Non sei d’accordo?».
«Mia cara, sei davvero preoccupata, non è così?». Ancora una
volta sembrò sorpreso come un bambino, anche se ciò non gli
impedì di posare il giornale e di attaccare altre aringhe con gusto.
«Lo sono, è vero. Abbiamo appena superato la guerra boera, con
lui. Pensavo che avessimo raggiunto un’età in cui non dovessimo più
preoccuparci per i nostri figli, e ora accade questo. Se Alan sarà
mobilitato, che accadrà con gli altri ragazzi? Rex sarebbe capace di
arruolarsi solo per contrariarmi». Mescolai il caffè con tale energia
che per poco non schizzò sul piattino: Rex faceva del suo meglio per
contrariarmi da quando era nato.
A volte riflettevo su quanto fosse ironico che una delle tre
principessine del Christ Church avesse messo al mondo tre
principini. Alan, Rex, Caryl: tre piccoli uomini, uno dopo l’altro. Ero
così abituata alla compagnia delle mie sorelle che, all’inizio, mi
chiesi cosa diamine avrei fatto con dei ragazzi? Con degli
appassionati di sport e di caccia, ma studenti svogliati, proprio come
il padre.
Ma Alan, il più grande, il capo risoluto, non mi aveva dato motivo
di preoccuparmi. Caryl, il più giovane, era così ansioso di
compiacere da essere quasi irritante, ma era facile placarlo con
un’occhiata o un sorriso. Ma Rex! Oh, Rex, il secondogenito, quello
di cui mio padre aveva detto, con un sorriso affettuoso: «Dio in
persona ha distrutto la matrice quando ha creato questo qui».
Il bambino che, con grande divertimento di mia madre che non si
stancava mai di ripeterlo, era identico a me quando avevo la sua età.
«Che devo fare con quel tuo ciuffo ribelle? Si rifiuta di stare giù»,
mi trovavo a dire quasi ogni domenica, quando era piccolo, mentre
aspettavamo la carrozza che ci doveva condurre in chiesa. «Dovrei
tagliartelo una volta per tutte».
«Fallo», mi rispondeva scrollando le spalle con noncuranza.
«Sono solo capelli. Anche se poi sembrerò un carcerato, cosa che
non mi dispiacerebbe affatto. Anzi, credo che sarebbe interessante.
Fallo, se non ti dispiace».
«Certo che mi dispiace! Solo capelli? Un carcerato? Non credo
proprio! Torna dentro a bagnarteli come avresti dovuto fare. Subito!».
E Rex lo faceva, dopo avermi dato un’occhiata così sfacciatamente
divertita che dovevo stringere i pugni per non corrergli dietro.
Oppure un’altra volta…
«Rex, come diamine ti è finito del gesso nelle scarpe?». Lo
guardavo inorridita mentre seduto placidamente sulla mia migliore
sedia Chippendale si toglieva una pesante scarpa bagnata e
osservava con un sorriso di trionfo i pezzi appiccicosi di gesso che
cadevano sul mio tappeto Aubusson. «Come possono accadere
queste cose a un bambino?».
«Non mi stupisce che tu non lo sappia», rispose lui scuotendo il
capo con fare esperto. «Non riesco a credere che tu sia mai stata
una bambina».
«Questa è una cosa molto insolente da dire, giovanotto, e ti
assicuro che lo sono stata – ma non cambiare argomento!
Rispondi!».
«Stava cercando di saltare il nuovo muro che gli operai stanno
costruendo in giardino e ci è finito dentro», interloquì servizievole
Caryl, che aveva osservato tutta la scena.
«Verme», rispose Rex sprezzante.
«Rex! Scusati subito e vai su in cameretta a cambiarti… E per
l’amor del cielo, non toglierti l’altra scarpa prima di essere salito!». A
quel punto lui scivolò giù dalla sedia – lasciandoci sopra delle
macchie di fango – e sogghignando come un diavoletto, mi salutò
frettoloso correndo via prima che io potessi farfugliare qualcos’altro,
scappando prima che cedessi all’improvviso, irresistibile impulso di
scoppiare in una grossa risata. Quel bambino mi suscitava sempre
delle emozioni così contrastanti! Perché non poteva comportarsi
come i suoi fratelli? Alan, in particolare, che riusciva sempre a
mantenere i suoi vestiti puliti e in ordine…
Stringendo le labbra, agguantando le pieghe della gonna per
impedirmi di inseguire Rex su per le scale, controllai la sedia
danneggiata – il vaso rotto o la tenda strappata, o qualunque altro
danno fosse riuscito a combinare quella volta – poi suonai il
campanello perché Mary Ann venisse a pulire. Dopo mi ero rifugiata
nel salotto, dove avevo aggredito con l’ago un copricuscino a piccolo
punto fin quasi a lacerarne la stoffa, senza capire se ero arrabbiata
con Rex o con me stessa.
Ricordandomene, feci quasi a pezzi il tovagliolo della colazione.
Per quanto tentassi di riempire di attività la mia vita, avevo scoperto
che, ora che i ragazzi erano tutti cresciuti, non riuscivo sempre a
tenere a bada il passato. Né il futuro: mi venne improvvisamente in
mente che se Rex si fosse arruolato, forse lo avrebbe fatto anche
Caryl, per stargli alla pari.
E io avrei allora avuto tre soldatini.
Sentendo la mia ansia – dovevo aver sospirato – Regi posò
coltello e forchetta per allungarsi e afferrare la mia con le sue mani
ruvide e fredde. «Ma non sono più ragazzi, tienilo presente… Non
come quelli che piacciono all’esercito. Non credo che vedrebbero
molta guerra».
«Non lo credi davvero?». Raramente avevo avuto bisogno che
mio marito mi rassicurasse, ma in quel momento sì.
«Certo che no. Inoltre, non durerà molto! Un amico giù al club mi
dice che i tedeschi odiano tutti il Kaiser ed è probabile che ci sia
invece una guerra civile».
«Davvero?». Non gli credevo: sembrava proprio il tipo di speranza
irragionevole che un uomo offriva alla moglie per tenerla tranquilla.
Ma volevo credergli così tanto che annuii comunque, cercando di
convincere me stessa.
«Davvero. Ora, perché non vai a comprarti un vestito o un
cappellino nuovo o qualcosa del genere?». Mi fece un gran sorriso,
felice di aver trovato un rimedio alla mia angoscia.
Non riuscii a trattenere un sospiro. «Sfortunatamente, non credo
che l’acquisto di un nuovo abito impedirà al Kaiser di invadere la
Russia».
«Non ho detto che lo avrebbe fatto», borbottò Regi col muso
lungo. Provai un irritante piccolo senso di colpa. Lui cercava di
essere gentile; tentava, nel suo modo insipido, tipico di Regi, di
distogliermi dalle mie preoccupazioni.
«Ma ti ringrazio comunque. Ora devo andare a parlare della cena
con Cuoca, poi incontrare il comitato per la mostra dei fiori. Non
pensi che succederà qualcosa prima di allora, vero? Mi spiacerebbe
molto disdirla, giù al villaggio attendono con ansia di passare un
pomeriggio qui a Cuffnells per vedere i terreni. Per loro è una tale
festa».
«Be’, che io sia dannato se permetterò a quel vecchio
mangiacrauti di annullare la mia mostra floreale! No, prosegui. La
faremo in qualunque caso. Ma non credo che accadrà niente,
dopotutto. Non logorarti a quel modo… Ti sta venendo di nuovo
quella piccola ruga tra gli occhi. Non posso permettere che la mia
ragazza sembri preoccupata, non ti pare?».
«No, non puoi. Ti va dell’agnello per cena?».
«Splendido!».
Mi alzai dalla tavola e iniziai a dirigermi verso la porta. Poi mi
fermai – quel piccolo senso di colpa era ancora presente, come se
cercasse di stabilirsi in modo permanente – e tornai indietro. Mi
portai rapidamente dietro le spalle di mio marito e lo baciai su una
guancia. Lui alzò lo sguardo. Prima la sorpresa, poi la gioia
riempirono i suoi limpidi occhi marroni. «Bene, qual è l’occasione,
Mrs Hargreaves?».
«Non ho bisogno di occasioni per baciare mio marito», sbuffai, ma
gli sorrisi, inspiegabilmente commossa da quanto quel piccolo gesto
lo avesse reso felice.
«Non me ne lamenterò di sicuro», borbottò lui allungando la mano
verso il giornale, con un sorriso soddisfatto in volto.
Voltandomi per uscire, mi ripromisi – forse un patto con Dio? – di
essere più gentile con mio marito. Dopotutto, non ci voleva molto a
farlo felice; niente che non avessi il potere di dare.
Ma poi rammentai che Dio non era stato molto bravo a mantenere
i patti, in passato. E certamente il Kaiser avrebbe smesso di avere le
sue ridicole pretese, lui e lo zar e re Giorgio erano cugini, per amor
del cielo! I patti e i giuramenti erano per i deboli e gli indeterminati,
non per me.
Attraversai la sala da pranzo senza guardarmi indietro e mentre
percorrevo il corridoio a grandi passi, la servitù si appiattiva contro le
pareti, fuori dal mio percorso. Non vedevo l’ora di sentire le scuse di
Cuoca per il cervo servito a cena la sera prima: era spaventoso,
asciutto e duro come un vecchio cappello di paglia. Se aveva
intenzione di fare lo stesso con l’agnello di stasera, forse avrebbe
fatto meglio a cercarsi un altro posto.

«Rex, vorrei che tu non ti ingozzassi di minestra a quel modo. Ci


sono diverse altre portate, sai? O non mangiano bene quanto noi in
Canada?».
«Mamma, ti prego. Possiamo evitare per un giorno le tue critiche a
quel povero dominio? Potrei aggiungere che sei l’unica persona a
questa tavola a non conoscerlo».
«Non ho bisogno di vedere un luogo per sapere se lo approvo o
meno. Pellerossa, alberi e orsi. Non capisco dove sia il suo fascino,
né perché tu debba passarci tanto tempo».
«Mamma sta di nuovo salendo in cattedra», mi stuzzicò Alan che
sembrava di nuovo il mio ragazzo ora che non indossava la sua
aggressiva uniforme militare ma normali giacca e cravatta e aveva i
capelli soffici e mossi che gli ricadevano sugli occhi.
«La regina Alice ci ha raggiunto per il pranzo», aggiunse Caryl
portando distrattamente una mano al taschino e prendendo un
pacchetto di sigarette, prima di cogliere il mio sguardo di
disapprovazione e rimetterlo al suo posto con un sorriso
d’imbarazzo.
Tutti e tre i ragazzi erano a casa per la mostra dei fiori, un evento
raro in quei giorni. La carriera di Alan nella Rifle Brigade lo portava
così lontano da noi, che lui non poteva passare le sue licenze in
viaggio per tornare in Inghilterra. Quindi averlo con noi – il mio alto
ragazzo dai capelli scuri, quello che più mi somigliava e negli occhi
del quale potevo riconoscermi – era una festa speciale.
Rex, immagine sputata di suo padre, si occupava di affari e aveva
gli uffici in Canada, dove trascorreva gran parte del suo tempo.
Eppure, anche lui si era preoccupato di venire a casa quel fine luglio.
Ero felice di vederlo, anche se riuscii a nasconderlo dietro la
disapprovazione per la ruvida barba che si stava facendo crescere e
per la rozzezza dei suoi abiti (sembrava che non esistesse un sarto
decente in tutto il Canada). Naturalmente sapevo perché era venuto.
Erano state le voci sulla guerra che lo avevano riportato in patria,
non la prospettiva di sedere accanto a me sul podio mentre
consegnavo il primo premio del «Post» al vecchio Smithson per le
sue magnifiche azalee.
In quanto a quello che Caryl faceva quando era via, non avrei
potuto dirlo con sicurezza. Il più piccolo dei miei figli si dilettava di
tantissime cose senza padroneggiarne nessuna. Viveva a Londra e
veniva a casa per il weekend, spesso con amici indesiderabili, artisti
e musicisti. Più basso e più esile dei suoi fratelli, con i capelli che
non erano del castano dorato di Rex, né neri come quelli di Alan, ma
di un indefinito colore intermedio – era come se fosse una loro brutta
copia, anche con i suoi fieri baffetti: la somiglianza c’era, ma la mano
che lo aveva forgiato non era altrettanto ferma ed esperta. Lo
ammettevo, anche se riconoscevo che quella mano era la mia.
Non mi soffermai su quei pensieri quella sera, la tavola era di
nuovo al completo e io ero troppo felice per mangiare, il che fu una
fortuna. Mi ero dimenticata la quantità di cibo che possono far
sparire dei giovanotti nel fiore dell’età!
«Oh, smettetela, tutti voi», dissi, ma non ero infastidita dalle loro
burle, anzi mi piaceva essere al centro dell’attenzione, essere l’unica
donna. Diversamente da Regi, non mi crucciavo per la mancanza di
nuore e di nipoti. Per quello c’era un sacco di tempo.
«Ragazzi, state facendo irritare vostra madre e sono io quello che
poi ne paga le conseguenze. Smettetela. Alan, dimmi dell’ultima
partita di polo. Come si comporta il tuo cavallo?».
«Molto bene, signore!». Il viso di Alan s’illuminò e lui sembrò più
giovane. Mi fece male il cuore per un ricordo improvviso: il giorno in
cui lui aveva portato a casa un minuscolo gufo caduto dal nido e mi
aveva supplicato di lasciarglielo tenere. Il suo viso allora era lo
stesso di ora, sincero e risplendente di buone intenzioni. «Mamma»,
mi aveva detto, preoccupato e serio, con una voce molto virile per un
ragazzo così giovane, «posso tenerlo in camera mia? Prometto che
me ne prenderò cura e chiederò a Rex di aiutarmi a catturare i topi e
quelle altre cose che servono per nutrirlo, così non dovrai farlo tu».
Gli avevo permesso di tenerlo? Non riuscivo a ricordare, anche se
per qualche motivo mi sembrò improvvisamente molto importante
farlo. Stavo per chiederglielo. Se ne sarebbe ricordato? Ma non lo
feci, ingoiai la domanda, sapendo che mi sarei resa ridicola. Cosa
diamine importava? Era accaduto almeno venticinque anni fa. Il
povero gufo se ne era gia andato da molto tempo, in ogni caso.
Drizzai il capo, con severità, sorseggiai del vino e mi costrinsi a
intervenire nella conversazione generale. Non era niente
d’importante, in realtà: l’ultimo affare di Rex che prevedeva un
metodo innovativo per estrarre la polpa degli alberi per fabbricare la
carta; il nuovo sottotenente di Alan, con una moglie che insisteva
che lui le scrivesse tre volte al giorno mettendo una ciocca di capelli
in ogni lettera, facendo diventare calvo il poveretto; la cena che un
amico di Caryl aveva dato da Simpson, andandosene prima che
arrivasse il conto, lasciando Caryl a prendersene magnanimamente
cura. Le sopracciglia di Regi raggiunsero la sua alta stempiatura
quando udì quest’ultimo argomento.
Nell’insieme, eravamo tutti risolutamente, spaventosamente,
allegri e vivaci, e ben determinati a evitare l’unico discorso che stava
nella mente di tutti. Fino a quando Regi si alzò da tavola e, dopo
avermi lodato per la cena, propose il porto e i sigari nella sala da
biliardo. I miei ragazzi lo seguirono, di colpo seri e silenziosi,
fermandosi tutti a baciarmi su una guancia prima di uscire dalla sala
da pranzo.
Fu allora, rimasta sola a vagare per la mia casa silenziosa – gli
unici rumori quelli della servitù che sparecchiava la tavola – quando
mi accomodai finalmente in biblioteca, chiamando un valletto
affinché accendesse il fuoco, che desiderai avere delle nuore.
Sarebbe stato un conforto avere qualcuno con cui dividere quei
momenti tranquilli; sarebbe stato bello avere qualcuno che potesse
distrarmi dai miei pensieri. Era in momenti come quelli che mi
mancavano le mie sorelle; mi mancava Edith, in particolare, anche
se non mi sarebbe dispiaciuto avere con me Rhoda o Violet, perfino
Ina, che ora viveva in un appartamento a Londra, dopo che suo
marito William era morto e suo figlio si era trasferito nella tenuta in
Scozia.
Immagino che avrei potuto chiedere di partecipare al rito del porto
e dei sigari e diventare emancipata alla mia tarda età, anche se
nell’insieme non pensavo grandi cose di Mrs Pankhurst e delle
suffragette. Erano donne così rozze e volgari, che cercavano
sempre di apparire sui giornali! Tuttavia, il pensiero, anche se
fuggevole, mi passò per la mente. Anche se, ripensandoci, decisi di
non aver nessun desiderio di parlare di cavalli, di cricket e di
automobili, i soliti argomenti di cui chiacchieravano gli uomini.
Quando non discutevano della guerra.
Girai per la stanza, sistemando i paralumi, chiedendomi se
ascoltare il grammofono, ma decidendo di non farlo perché gli unici
dischi che trovai erano di Wagner, che odiavo. Così compiaciuto,
così teatrale! Doveva averli lasciati Caryl dopo la sua ultima visita.
Poi feci scorrere le dita sugli scaffali dei libri, come d’abitudine (quelli
superiori avevano proprio bisogno di una spolverata, dovevo dirlo a
Mary Ann). Avevamo un’imponente collezione di libri, alcuni
provenienti dalla biblioteca di Papà a Oxford. Molti erano regali per
Regi, nella speranza che ne aprisse uno e lo leggesse. La speranza
era stata vana, anche se lui era piuttosto orgoglioso della biblioteca
e gli piaceva mostrarla agli ospiti prima di condurli alla sala da
biliardo.
Dopo aver preso un mio vecchio preferito – The Innocents Abroad
di Mr Twain9, perché avevo voglia di far quattro risate – mi
accomodai vicino al fuoco su una poltrona foderata di chintz, ma
passarono lunghi momenti prima che potessi guardare il libro e,
quando lo feci, non riuscii ad aprirlo.
Mi trovai invece a gettarlo di lato e ad attraversare di nuovo la
stanza, fino a una vetrinetta nascosta sotto una finestra. Mi
inginocchiai, aprii gli sportelli e presi un libro.
Alice nel Paese delle Meraviglie. Tenni il piccolo e antiquato libro
tra le mani: la pelle, ancora rigida e dura, non consumata dall’uso,
era diventata di un rosso porpora scuro. Anche le pagine si stavano
ingiallendo; la carta era più pesante di quella dei libri moderni e i
bordi erano frastagliati perché erano stati tagliati a mano. Immagino
l’avessi fatto io, anche se non ne avevo alcun ricordo.
Tutte le mie edizioni dei libri di Alice erano contenute in
quell’armadietto. Mr Dodgson me ne aveva diligentemente inviata
una copia di tutte, con rilegatura speciale e con dedica: le edizioni
straniere, le edizioni per bambini, le riedizioni. Inizialmente le
riponevo semplicemente in un cassetto nella mia stanza, desiderosa
di tenerle nascoste, ma col passar degli anni, consapevole del loro
valore per l’eredità della famiglia, avevo fatto costruire quel piccolo
armadio affinché non si impolverassero.
Non avevo mai preteso di leggere il libro ai miei figli quando erano
piccoli: non ne vedevo il motivo. La loro nursery era piena di libri,
che erano più che sufficienti per loro, specie quando furono cresciuti
e subirono maggiormente l’influenza di Regi. Non avevo condiviso
con loro i miei ricordi d’infanzia, non avevo mai raccontato loro di
quel pomeriggio sul fiume quando Mr Dodgson ci aveva narrato per
la prima volta quella storia, la mia storia. Non credo sia stata una
decisione consapevole. Semplicemente non è mai accaduto.
Tuttavia, un pomeriggio d’estate, durante le vacanze dei ragazzi
(ricordo che era alla fine del primo anno di Caryl che sembrava così
piccolo ma elegante in uniforme, anche se portava ancora i pantaloni
corti) ero andata in biblioteca a controllare i fiori. Mary Ann era
sempre così pigra a riempire i vasi.
«Leopold Reginald! Cosa diamine stai facendo qui?». Perché Rex
era seduto a gambe incrociate sul tappeto accanto all’armadietto
aperto, con un libro in grembo e altri sparsi attorno a lui insieme alle
briciole di un biscotto al cioccolato che mangiucchiava
distrattamente.
«Leggo», mi rispose tranquillo, senza neanche interrompersi per
guardarmi. «Cos’altro potrei fare con un libro?».
Strinsi le labbra, lottando con lo sconveniente desiderio di
scoppiare a ridere per la sua risposta assurdamente sensata. «Sai
benissimo cosa intendo. Perché non vai fuori? È una bellissima
giornata e tu sai che non approvo che i ragazzi stiano in casa a
meno che non piova».
Lui scrollò le spalle. «Ho deciso che tanto vale che migliori la mia
mente. Lo hai detto anche tu, dopo la pagella dell’ultimo trimestre».
«Ebbene, hai creato un bel po’ di disordine per farlo», risposi
prendendo uno sgabello basso. «Come al solito».
«Sì», disse lui con un sospiro comprensivo. «Sono certo di averlo
fatto».
«Che stai leggendo?».
«Questo». Mi mostrò la prima edizione di Alice nel Paese delle
Meraviglie. «Ne ho sentito parlare. A scuola. Alcuni miei compagni
ce l’hanno».
«Oh».
«Mamma», disse lui col viso tutto corrugato, come se stesse
ponderando una questione profonda. «Devo farti una domanda
strana».
«Sì?». Cercai di non ridere, ma lui sembrava molto serio.
«Questo è lo stesso?». Mi mostrò il taccuino verde rilegato, la
copia scritta a mano che Mr Dodgson mi aveva inviato per prima: Le
avventure di Alice nel sottosuolo.
«In un certo senso, sì». Rimasi perfettamente immobile a
osservarlo, in attesa. Mi batteva il cuore per l’eccitazione e la paura.
Era come se stessimo giocando a nascondino in giardino e io stessi
per essere scoperta.
Lui sfogliò il libro più piccolo fino all’ultima pagina, esaminò la mia
foto a sette anni e poi alzò lo sguardo. I suoi soffici capelli da
bambino – ciocche castane con due ciuffi su entrambi i lati della
fronte – erano tutti arruffati, come se si fosse grattato la testa. I suoi
occhi erano grandi e scuri, solenni come possono esserlo solo gli
occhi dei bambini. «Il fatto è, Mamma, che io credo che questa sia
tu!».
Anche se dovetti trattenere altre risate al suono terribilmente serio
della sua voce – quasi mi stesse sgridando – non risi. Riuscii ad
assumere un’espressione solenne quanto la sua e feci un piccolo
cenno con la testa.
«Sì, temo di sì».
«Lo immaginavo. C’è una foto come questa dalla Nonna. Coma
hai fatto a finire in un libro?». Sembrava sollevato. Più tardi, mi
domandai se si era chiesto se fosse pazzo a credere che sua madre
potesse essere finita in qualcosa di tanto importante come un libro.
«Bene, vedi…». Esitai, e guardai mio figlio che aspettava
impazientemente una risposta. Era giusto condividere questa cosa
con lui? Sarebbe diventato un peso per lui, come lo era stato, tanto a
lungo, per me? Ma non potevo tornare indietro. Sapeva che la bimba
del libro ero io e non potevo cancellare quella sua consapevolezza.
«Ero una bambina piccola – un po’ più piccola di te – e conoscevo
un signore a cui piaceva raccontare storie. Un giorno lui ci
accompagnò, me, tua zia Ina e tua zia Edith – ricordi, ti ho parlato di
lei? – a fare una gita sul fiume, vicino a dove vivono il Nonno e la
Nonna. E mentre remava ci raccontò una storia su una bambina che
si chiamava Alice, come me. Più tardi, lo supplicai di scriverla e lui lo
fece: quello è il libro più piccolo che hai in mano. Ma poi altre
persone la lessero e gli chiesero di fare in modo che tutte le bambine
e i bambini potessero leggerla, così lui scrisse l’altro libro che hai
mano. Quello che hanno i tuoi compagni di scuola».
Mentre parlavo, Rex si era avvicinato gradatamente a me fino a
venirmi in braccio, una sensazione che mi fece trasalire, non
ricordavo di averlo tenuto più così vicino da quando era un neonato.
Si rannicchiò ancora di più contro di me fino a quando lo sentii caldo
e pesante sul mio petto. Per un fuggevole attimo abbassai il capo e
inspirai: odorava di terra, di flanella e di latte caldo.
Poi aprì il libro – il vero libro, non il taccuino manoscritto – e indicò
la prima parola. Sedeva immobile, come se avesse paura di
respirare. Come se temesse che io non capissi cosa voleva.
Ma io compresi. E, improvvisamente, ero io ad avere paura di
respirare.
«Capitolo Uno», iniziai con un sussurro, non sentivo quelle parole
da anni. Da allora. Mi schiarii la gola, improvvisamente riarsa.
Inumidii le labbra, improvvisamente asciutte. Il cuore mi batteva di
nuovo forte, e questa volta sapevo che era per paura: paura di
ascoltare quelle parole, di ascoltare quella storia e di scoprire la
verità. La verità sulla mia infanzia, chi ero e chi non ero, perché se io
non ero la bambina della storia, chi ero allora? Ma quello che più mi
spaventava era il sospetto che io fossi davvero la bambina della
storia. E che l’intero mondo – tutte quelle edizioni straniere che Mr
Dodgson mi aveva inviato! – lo sapesse, che conoscesse i miei
desideri, le mie necessità, le azioni che avevano portato a tanta
confusione e, sì, a tanta distruzione.
Di tutte le mie azioni, perché esse erano mie e solo mie, Mr
Dodgson era stato solo il testimone, che mi aveva condotta lì, così
lontana da Oxford, così lontana da dove avevo amato e da dove ero
stata amata. Azioni che mi avevano condotta a quella casa, a quel
bambino seduto sulle mie ginocchia, che desiderava
innocentemente che gli leggessi una storia.
La mia storia.
Rex si spostò sul mio grembo, il suo indice paffutello (con le
unghie sporche, notai con un curioso distacco; dovrò dirlo alla tata)
indicava ancora le parole scritte sul foglio da Mr Dodgson. «Nella
tana del coniglio», tentai ancora, ma tutto il corpo tremava e mi
faceva vibrare la voce e mi chiudeva la gola.
Rex sentì la mia paura. Come avrebbe potuto non sentirla, visto
che anche lui tremava per la sua potenza? Così tentò di aiutarmi,
quel bambino. Il mio bambino. Mi mise gentilmente una mano sulla
bocca per zittirmi e iniziò a leggere da solo.
«Alice iniziava a essere stufa di sedere accanto a sua sorella sulla
riva…».
«No», dissi improvvisamente, con la voce finalmente ferma e
limpida. Chiusi il libro con una tale decisione che Rex sobbalzò. «No,
io… temo di non avere tempo oggi, magari un’altra volta…».
Bruscamente allontanai Rex dalle mie braccia. Lui si voltò e mi
guardò con un’espressione così confusa, così addolorata, con gli
occhi scuri lucidi di lacrime e col suo piccolo mento rotondo
tremante, che mi sentii il cuore trafitto dalle mie stesse frecce, che
avevo lanciate con le mie mani. Grazie a Dio, la comparsa
improvvisa delle lacrime mi annebbiò la vista e non riuscii più a
vedere la delusione del mio bambino.
Anche se niente poteva impedirmi di comprenderlo. Fin troppo
bene ricordai di me in piedi davanti alla porta di mia madre,
chiedendomi perché lei non mi voleva aprire.
«Mamma, ti ho cercata dappertutto!». Improvvisamente Caryl fu
nella stanza, ansimante, rosso in volto e lucido per lo sforzo. «Lo sai
che Rex ha rovesciato il nuovo arbusto col velocipede?».
Rex inspirò con forza e si allontanò ulteriormente da me; capii
allora perché era in casa. Capii anche, con un tremito amaro del
cuore, che lui non solo era deluso da me, ma che aveva anche
paura.
Rimasi un attimo in silenzio, guardando il libro che tenevo chiuso
tra le mani. Poi guardai Caryl i cui occhi brillavano di trionfo.
«Non spettegolare, Caryl. Non è da gentiluomini. Su, vai a renderti
utile da qualche altra parte».
Rex mi guardò, gli occhi spalancati dallo stupore, i capelli ritti sulla
testa, e anche se non gli sorrisi, non lo guardai con disapprovazione.
Mi limitai a raccogliere i libri e lui iniziò a tirare su le briciole in
silenzio. Lavorammo insieme per rimettere in ordine, mentre Caryl
usciva correndo col viso scarlatto.
Tra di noi non fu mai più detta neanche una parola a proposito di
quel pomeriggio. Anche se so che informò in qualche modo i suoi
fratelli che io ero Alice nel Paese delle Meraviglie e che loro
appresero la notizia con solennità, come se questa conferisse una
responsabilità enorme, quasi reale, per la nostra famiglia. Caryl, in
particolare, aveva il vizio di informare tutti i suoi compagni, e anche
gli sconosciuti – l’ho dovuto riprendere per quello – del fatto che sua
madre era Alice nel Paese delle Meraviglie, ormai “diventata
grande”.
Non so esattamente quando ciascuno di loro lesse il libro, anche
se conoscevano certi dettagli della storia per cui mi fu ovvio che lo
avessero letto. Ma io non ho mai chiesto niente e nessuno di loro si
è sentito in dovere di informarmi. I miei figli possono aver creduto di
sapere chi fosse Alice, ma non hanno mai conosciuto il Mr Dodgson
della sua infanzia. Dopo il matrimonio ricevetti alcune sue lettere,
lettere finalmente mie, che potevo conservare, anche se ora non le
volevo più. Principalmente, erano garbate descrizioni delle nuove
edizioni di Alice. Poi, nel 1891, prima della mia partenza per Oxford
dove dovevo presenziare alla cerimonia per il pensionamento di
Papà, ricevetti la lettera seguente:

Mia cara Mrs Hargreaves,

sarei davvero felice se lei potesse, in qualunque giorno, quando le


è più conveniente, venire a prendere il tè a casa mia. Probabilmente
lei preferirebbe venire accompagnata: devo lasciare a lei la scelta,
ma devo farle notare che se suo marito volesse essere presente,
sarà molto benvenuto. (Ho cancellato la parola “molto”
perchè ambigua; temo che la maggior parte delle parole lo sia). L’ho
incontrato nella nostra Common Room10 non tanto tempo fa. Non è
stato facile realizzare che era il marito di una persona che, anche
ora, fatico perfino solo a immaginare avere più di sette anni!
Sempre devotissimo,
Charles Dodgson

Le sua avventure hanno avuto uno straordinario successo. Ne ho


ormai vendute più di 100.000 copie.

Riflettei su quell’invito, Regi lo aveva davvero incontrato qualche


anno prima. Mi aveva detto che Mr Dodgson era stato piuttosto
strano e che lo aveva osservato di continuo, per usare le parole di
Regi, «come se indossassi le mutande sulla testa!».
Decisi di rispondere alla sua lettera più tardi. Quando arrivammo a
Oxford e l’intera famiglia si ritrovò unita per l’ultima volta sotto il tetto
del Decanato, scoprii che non volevo andare per il tè, con tutte le
cortesi formalità e tutto il tempo che questo avrebbe comportato.
Tuttavia, una mattina uscii con i ragazzi, con la scusa di andare a
visitare la tomba di Edith. Prima però ci fermammo dall’altro lato del
Quad e salimmo su per quella scala stretta.
Prima di bussare alla porta, dove le parole «Rev. C.L. Dodgson»
erano ormai sbiadite e scheggiate, mi voltai a guardare i miei figli,
irrequieti nei loro vestiti di sartoria identici; la sciarpa di Rex era già
fuori posto e mi chinai a riannodarla. «Credo sia meglio non dire a
Nonna di questa visita», dissi loro con voce noncurante.
«Perché no? Non le piace Mr Dodgson?», chiese Caryl,
strattonando la cintura dei pantaloni come se fossero troppo stretti –
era cresciuto nottetempo?
«Non toccare la cintura in quel modo. No, a Nonna Mr Dodgson
non è particolarmente simpatico». Decisi, in quel preciso momento,
che forse l’onestà in confronto alla disonestà era la politica migliore.
«Vuoi che mentiamo a Nonna?». Alan era genuinamente
preoccupato e sulle guance gli comparvero due chiazze rosse
mentre i suoi occhi scuri mi studiavano con sospetto.
«Non proprio che mentiate… È sufficiente che non ne parliate. In
quel modo voi… noi… non dovremmo mentirle», risposi,
improvvisamente nervosa e molto irritata con me stessa. Che
importanza aveva, dopo tutti quegli anni, se avevo deciso di portare i
miei figli a incontrare un vecchio amico? Ma, una volta tornata sotto
il tetto del Decanato – così affollato ora, con tutti i figli e i nipoti
radunati per le feste di addio a Papà – non potei fare a meno di
tornare alle mie vecchie abitudini. Il giorno prima, mi ero trovata a
discutere con Ina su chi avesse preso il biscotto più grande.
«Non parlerò, Mamma», disse Rex con un sorriso complice.
«Capisco perfettamente. Dopotutto ci sono moltissime cose che io
non dico a te».
«Grazie… Cosa, per esempio?».
La risposta di Rex fu fare un passo avanti e bussare alla porta. Gli
diedi un’occhiataccia, poi cercai di lisciargli il ciuffo, ma la cameriera
aprì la porta prima che riuscissi a fare altro che dargli un buffetto,
piuttosto vigoroso, sul capo.
Mi ero fatta annunciare da un biglietto il giorno prima, quindi Mr
Dodgson era immediatamente dietro di lei, molto nervoso mentre ci
guidava verso il salotto. Vestito di nero come sempre – la vecchia
redingote fuori moda della sua gioventù – ora aveva i capelli bianchi;
la sua voce era piuttosto acuta e pensai che fosse molto più sordo di
prima.
«Bene, bene, questa è una cosa s-s-splendida, vederla di nuovo.
M-m-mettetevi comodi. Oh… che m-m-meraviglia conoscere i s-s-
suoi figli!».
Entrai da adulta, per la seconda volta, nelle sue stanze, con i miei
figli – non con le mie sorelle – al seguito. Sembrava fosse passata
una vita intera, ma se chiudevo gli occhi potevo ancora vedere, Ina,
Edith e me, vestite uguali, con le gonne corte e larghe – quanto
sembravano assurde ora! – i mutandoni di pizzo e gli antiquati
parasole di allora.
Se chiudevo gli occhi potevo ancora vedere lui, come era… Ma
no. Non volevo altri ricordi della mia infanzia con quell’uomo, perché
non sapevo che farne di quelli che già avevo. Così tenni gli occhi
aperti e lo osservai come era ora.
Invece di chinarsi per dare la mano ai miei ragazzi, lui rimase
impalato, con le mani guantate dietro la schiena, e fece un cenno
circospetto col capo a ciascuno di loro mentre io li presentavo. Caryl,
quando fu il suo turno, gli fece un formale inchino come se fosse a
corte.
«Quindi, lei è l’uomo che a messo Mamma in un libro», disse Rex
gentilmente e Mr Dodgson annuì ma non approfondì.
«Immagino che sia un bel libro, anche se a me normalmente non
piace leggere», disse Alan, mettendosi le mani in tasca e alzando il
naso – in una perfetta imitazione di suo padre. «Non ci sono dei veri
giochi dentro, oltre al croquet. Avrebbe potuto metterci una partita di
polo, quello avrebbe aiutato».
«Io… il polo?». Mr Dodgson mi guardò battendo gli occhi,
ovviamente confuso; non era più abituato al linguaggio diretto dei
bambini?
«Alan», dissi risoluta. «Questa è maleducazione».
«Ma ho detto che è un bel libro». Arrossì quando realizzò cosa
aveva detto. «Mi spiace molto, signore. La prego di accettare le mie
scuse».
Mr Dodgson non rispose. Rimasi lì a guardare mio figlio fino a
quando Alan, ancora rosso in volto, si voltò e fece finta di
interessarsi a un soprammobile di giada poggiato su di un tavolo. Mr
Dodgson allora si avvicinò alla finestra e iniziò ad armeggiare per
aprire le tende. (La stanza era molto scura e polverosa, avevo
proprio intenzione di parlare alla cameriera prima di uscire). Feci
cenno ai ragazzi di mettersi seduti, mi avvicinai a lui. Gli misi una
mano sul braccio mentre lottava col cordone e fui sorpresa di
scoprire che stava tremando e allora capii che era spaventato. Come
lo ero stata io quel giorno in biblioteca con Rex.
Cosa avevamo tanta paura di scoprire, tutti e due?
«La prego», dissi con impazienza, mentre continuava ad
armeggiare col cordone. «Non si dia così tanta pena per noi. Non ci
fermeremo molto. Si sieda». Temo di averglielo ordinato, ma lui
sembrò felice di obbedire, si lasciò cadere su una sedia a scranno
con un sospiro.
«Non possiamo fermarci perché Nonna non sa che siamo qui»,
spiegò Rex. Mr Dodgson mi guardò, con una domanda nei suoi
irregolari occhi acquosi cui decisi di non rispondere, scelsi invece di
congratularmi con lui per le centomila copie di Alice vendute.
«Questo significa che è molto ricco?», chiese Caryl.
«Caryl», dissi io, ma Mr Dodgson sembrò non aver udito, piegò il
capo e si portò la mano all’orecchio destro. Una mia occhiata
convinse Caryl a non ripetere la domanda.
Mr Dodgson guardava i ragazzi uno alla volta, scuotendo il capo
come se non riuscisse – o non volesse – accettare che io fossi una
madre. «No, non riesco a crederlo. La mia Alice con dei bambini
suoi? Quanto è diventato strano il mondo! Oh… Non riescono a star
fermi, non è vero?».
«Non ci riuscivo neanche io, alla loro età». Sorrisi ma cominciavo
a essere irritata dalla sua meraviglia per i miei figli, scuotendo il
capo. Aveva avuto altri bambini attorno, perché si comportava così
stranamente coi miei?
«No, voi bambine eravate molto ben educate, sempre sedute
composte assieme… Ho dei bellissimi ricordi di quei pomeriggi. Oh,
cielo! Quel ragazzo così esuberante rovescerà il tavolino!».
Veramente, Rex non era neanche vicino al tavolino, ma lo afferrai
per un braccio e il gesto sembrò calmare Mr Dodgson. «Mi dica,
cos’ha fatto di bello recentemente?», dissi, determinata ad avere
una conversazione piacevole.
«Non molto, eccettuate naturalmente le sue avventure. Come le
dicevo nella lettera, mi tengono passabilmente occupato, il che è
una fortuna, perché altrimenti sarei molto solo».
«Non sono… Non sono proprio le mie avventure, ovviamente.
Sono le sue, ora. Io sono solo una moglie e una madre di
campagna, non ho il tempo di inseguire conigli, anche se inseguire i
ragazzi è quasi la stessa cosa!».
«Tu non ci insegui… Mai! Sei troppo vecchia», disse Rex
scuotendo il capo rassegnato. «Anche se lo facessi, io
probabilmente mi lascerei prendere, per essere gentile».
«Questo è molto nobile da parte tua», risposi sorridendo divertita a
Mr Dodgson, cercando di portarlo nel mio mondo. Ma lui continuava
a fissare i miei figli come se fossero rumorose apparizioni, e quando
guardò me, con i suoi occhi annebbiati e la bocca socchiusa, seppi
che stava vedendo un fantasma: il fantasma di una bambina dai
capelli scuri in un succinto vestitino bianco. Una piccola zingara. Un
sogno da tempo dimenticato.
Agitandomi sulla mia sedia (lui si sbagliava, ero stata una bambina
piuttosto agitata, rammentai all’improvviso, ricordando quanto stretti
e pruriginosi mi sembravano tutti quegli strati di vestiario sulla mia
tenera pelle) non riuscii a fissarlo negli occhi come in passato.
Quindi mi guardai attorno nella stanza. Aveva perfino l’odore di un
luogo infestato dai fantasmi: stantio, chiuso, soffocante, vecchio.
Anche i giocattoli erano decrepiti; Caryl raccolse un consunto
animale di pezza e lo scartò con un sospiro; Rex scosse una vecchia
bambola di porcellana e la polvere riempì l’aria mentre la sua testa
quasi si staccò dal suo corpo fuori moda. Avevo raccontato loro di
tutti i tesori per i bambini che Mr Dodgson teneva nelle sue stanze,
ma ora vedevo che non erano tesori. Di certo non erano giocattoli
per bambini moderni.
Non per dei ragazzini abituati ai soldatini di piombo, alle giostre e
alle autopompe dei vigili del fuoco.
All’improvviso Mr Dodgson disse bruscamente a Rex di mettere
giù la bambola e anche se la cosa mi infastidì – aveva mai detto a
me o alle mie sorelle di smettere di giocare? – perlomeno aveva
smesso di guardarmi con quell’espressione così afflitta. Mentre lo
osservavo affannarsi e muoversi nervosamente, mi sforzai di
mantenere un piccolo sorriso sul volto ma non ci riuscii. Quando era
diventato un vecchio tanto nervoso? Implorò Caryl di raccogliere
l’animale di pezza e continuò ad affliggersi per il passare del tempo.
«Come è triste invecchiare! Sono diventato troppo vecchio, troppo
vecchio per i miei amici. Troppo vecchio anche per lei, temo… o no?
No, non me lo dica! Ricordiamo invece i tempi felici. Si ricorda di
quando lei…».
«Come stanno le sue sorelle? Bene, spero?».
«Come ci si può aspettare. Siamo diventati tutti così deboli. Mia
cara Alice, ricorda quanto eravate carine ed educate, lei e le sue
sorelle? Lo ricorda?».
Non volevo ricordare, non era per quello che ero venuta. Perché
se avessi ricordato, forse mi sarebbero tornate in mente altre cose.
Ma allora perché ero tornata in quelle stanze, se non desideravo
ricordare? Se non riuscivo nemmeno a leggere il libro, perché avevo
portato i miei figli a conoscerne l’autore?
Non avevo una risposta. Sapevo solo, mentre guardavo Mr
Dodgson correre a raddrizzare un paralume che Caryl aveva appena
sfiorato, che era stato uno sbaglio. Ero adirata con lui, adirata con
me stessa, innanzitutto per essere tornata qui, per aver provocato il
passato.
Per una volta non ero adirata con i miei figli, si stavano
comportando mirabilmente ed ero orgogliosa di loro. Quello era il
motivo per cui ero venuta, capii all’improvviso, per esibire
orgogliosamente i miei figli. Per mostrare a Mr Dodgson – e forse
ricordare a me stessa – che la mia vita era completa, che io ero
cresciuta. Ma lui si rifiutava di vederlo e, peggio ancora, era
determinato a mostrarmi che lui non lo era.
«Non voglio trattenerla più a lungo», dissi alzandomi. Invece di
apparire sollevato, come mi ero aspettata, il viso di Mr Dodgson si
incupì.
«Oh, deve andar via così presto?».
«Temo di sì».
«Ma… Tutti i miei piccoli amici crescono e se ne vanno. Lei è stata
la prima a farlo e io lo detesto. M-m-ma noi siamo diversi, non è
così?». Abbassò lo sguardo per guardarmi – non era alto come
allora e io non ero più così piccola, i nostri occhi erano quasi allo
stesso livello. Tuttavia, dovetti alzare lo sguardo – come avevo fatto
da bambina.
«Diversi?».
«Abbiamo sempre la sua storia. Lei non dovrà mai crescere».
«Temo che questo non sia del tutto vero». Desideravo che mi
vedesse, mi vedesse davvero, come una volta sapeva fare meglio di
chiunque altro… O almeno così credevo. Ora, però, non ne ero
sicura; mi aveva mai vista come ero? O era sempre stato così
cieco?
«Oh, sì che lo è. Avremo sempre il Paese delle Meraviglie». I suoi
occhi blu adesso erano limpidi e sognanti, come se stesse
osservando un sentiero lontano che io non desideravo seguire.
Volevo scuoterlo, scuotere le ragnatele dalla sua testa, la polvere
dalle sue spalle, le nuvole dai suoi occhi. Non avevo nessuna
pazienza con un uomo come quello. Ed era un miracolo che ne
avessi mai avuta.
Per tanto tempo i miei sogni erano iniziati e finiti con lui; come
erano terminati quelli con Leo. Ora non riuscivo a immaginare quelle
fragili mani tremanti – ancora ricoperte da guanti grigi – tenere una
parte tanto preziosa di me stessa.
«Sì, bene, è un bel sogno, non crede? Il Paese delle Meraviglie?
Sono contenta che almeno questo la conforti. Ora dobbiamo davvero
andare». Allungai la mano per dirgli addio, anche se non desideravo
toccarlo; la sua stretta era debole e sentii la sua pelle umidiccia
attraverso la stoffa dei guanti. Ritirai la mano in fretta, resistendo
all’impulso infantile di asciugarmela sul retro della gonna.
Mentre mi voltavo per andarmene, lo sentii chiedere, con una voce
che ricordavo, bassa e piena di desiderio. «Mi ricorderà, Alice?».
«Mi scusi?».
«Si ricorderà di me? Lo farà?».
«Oh, Mr Dodgson, io…».
«Vieni, Mamma», disse Rex impaziente, tirandomi per mano.
«Aspetta un attimo, Rex».
«Io mi chiamo Leopold! Leopold Reginald!», urlò battendo i piedi.
Lo guardai sorpresa, perché a lui non piaceva il suo nome e mai
prima d’ora lo avevo sentito rivendicarlo.
Mr Dodgson ansimò quando udì quel nome. E non riuscii a
guardarlo negli occhi. Le guance mi bruciarono e mi sentii come se i
miei pensieri più segreti fossero nudi di fronte a tutti, anche ai
ragazzi.
«Oh, Alice… Io… Non sono mai riuscito a p-p-perdonarmi, quello
che è successo tanti anni fa, lei deve capire perché io…».
«Non lo faccia», lo misi in guardia. Alzai la testa di scatto e
incontrai il suo sguardo. «Non cerchi di riscrivere il passato, lo lasci
stare. La mia vita è intensa e vorrei che lei riuscisse a vederlo». Una
volta avevo delle domande – così tante domande! Ora l’unica cosa
che volevo era continuare la mia vita. Dovevamo tornare al
Decanato per un tè col corpo docente e non eravamo ancora andati
a visitare Edith al cimitero. «Dobbiamo andare. La ringrazio molto
per la sua ospitalità».
«Vede perché non amo tanto i bambini, Alice mia?».
«Non sono la…». Mi sforzai di controllare la voce, la rabbia. Non
ero sua. «Che intende dire?».
«Perché loro poi crescono e diventano uomini. Uomini come me».
Lo disse con quel sorriso tanto, tanto triste che una volta mi faceva
struggere il cuore. Ma ora mi fece solo infuriare. Era più anziano di
me. Perché, allora, mi era sempre sembrato che la sua felicità
dipendesse da me? Non era giusto che lui riversasse quel dovere su
di me. Non lo era mai stato.
«No, non lo fanno. Non tutti», risposi brusca, a voce bassa, perché
non volevo che i ragazzi sentissero. «Non i miei».
Tre paia di manine sudaticce afferrarono le mie gonne, ansiose di
allontanarmi dal passato, di portarmi all’aria fresca, alla mia vita.
Desideravo seguirle. Mi voltai prima che lui potesse dire
qualcos’altro. Non lo rividi mai più.
Charles Lutwige Dodgson morì nel 1898; non potei partecipare al
suo funerale perché anche mio padre stava morendo. Se ne andò
poco dopo e, con la scomparsa di entrambi, non avevo più motivo di
tornare a Oxford.

«Mamma?».
Alzai lo sguardo. Per un attimo fui sorpresa di vedere un uomo
alto coi capelli scuri – ancora quei due ciuffetti gemelli – e con i baffi.
Ero così presa dai ricordi, che mi aspettavo di vedere un ragazzino
con la faccia sporca.
«Sì, Rex?».
«Pensavamo di trovarti qui». Caryl e Alan erano dietro di lui.
Permisi a mio figlio di chinarsi per aiutarmi ad alzarmi; temevo di non
riuscire più a muovermi come una volta.
Raddrizzai la mia gonna stretta, che finiva appena sopra le
caviglie, come andavano di moda allora. Mi sistemai i capelli,
carezzai la spilla – la spilla di Leo – che portavo al collo e guardai i
miei figli. Nessuno di loro riuscì a fissarmi negli occhi e in quel
momento capii.
«Così, avete deciso di arruolarvi, non è vero? Caryl, Rex?».
«Sì, Mamma». Alan, un vero leader, rispose per tutti, anche se
nessuno aveva mai dubitato del suo futuro in uniforme.
«Lo presumevo. Ho immaginato che questo fosse il motivo per cui
siete sgusciati furtivamente nella sala da biliardo a discutere. Sul
serio, l’impertinenza di voi uomini! Come se io fossi troppo delicata
per l’argomento».
«Non ho mai pensato che tu fossi troppo delicata per qualcosa,
Mamma», rispose Caryl prontamente.
«Né lo abbiamo pensato noi. È stato Papà… Desiderava discutere
di alcune cose e non voleva che tu ti preoccupassi», spiegò Rex.
Osservai attentamente i miei figli, tutti alti e robusti: in quel
momento desiderai che Mr Dodgson potesse vedere lui stesso che
splendidi uomini erano diventati e quanto fossero coraggiosi. Alan
era il più disinvolto, dopotutto era un militare. Rex il più impaziente,
perché era il più avventuroso, e Caryl il più noncurante, come se si
trattasse solo di un’altra bella festa o di una burla combinata da uno
dei suoi amici.
Non mi stavano chiedendo il permesso di andare, erano troppo
inglesi per una cosa del genere. Eppure sembravano aspettarsi la
mia benedizione, e sapevo che dovevo concederla nell’unico modo
che avrebbe permesso loro di fare ciò che volevano senza rimpianti.
Non intendevo gravare sui miei figli come avevo gravato su me
stessa.
«Preoccuparmi?». Aggrottando la fronte, scossi il capo, come se li
avessi sorpresi a fare una piccola marachella, tipo svuotare la
scatola dei biscotti. «Molto gentile, anche se fuori strada, da parte di
vostro padre. Sono perfettamente in grado di parlare di questa
cosa… Immagino che abbiate controllato i vostri testamenti e cose
del genere? È un cosa assolutamente sensata, dovremmo farla tutti
di tanto in tanto. Mi augurerei che la faceste anche se non ci fosse
una guerra. Dovrei rivedere il mio, ora che ci penso. Bene, avete
qualche idea del reggimento in cui vi arruolerete, Caryl, Rex? Non i
Fucilieri?».
«No», disse Alan affrettatamente, mentre Caryl apriva la bocca
per rispondere. «Ho imparato alcune cose durante la mia carriera e
non credo che sia saggio che dei fratelli siano nello stesso
reggimento. Diventa piuttosto… complicato, se così posso dire. E
anche un po’ rischioso».
«Naturalmente… È molto saggio da parte vostra. Bene, e allora?».
Guardai Rex. Ero così rigida che mi dolevano le mascelle, ma non
avrei ceduto, mi sarei comportata come se stessi chiedendo loro
qualcosa di banale, come se preferissero l’aringa o i rognoni a
colazione.
«Penso che proverò a fare un giro con le Guardie irlandesi», mi
disse con noncuranza.
«Molto bene. Caryl?».
«Mi piace l’idea delle Guardie scozzesi», rispose Caryl, in una
convincente imitazione dell’attitudine scanzonata di suo fratello.
«Sì, penso che sia un’ottima scelta». Annuii per approvarlo; Caryl
ne aveva più bisogno di suo fratello. «Una giornata piena, quindi,
non è così? E domani ci sarà la mostra dei fiori. Se mi volete
scusare, credo che mi ritirerò, c’è ancora così tanto da fare. Vi
alzerete presto per aiutare?».
«Naturalmente, Mamma». Alan sorrise con grande indulgenza,
come se sapesse quanto disperatamente avevo bisogno di andare in
camera mia in quel momento, un pensiero che mi spezzò il cuore.
Da quando era diventato un uomo così saggio e comprensivo? Non
era giusto, non spettava a lui confortarmi.
«Splendido. Vi vedrò tutti domattina, allora». Mi allontanai
velocemente, timorosa di toccare qualcuno dei miei figli. Temevo che
se l’avessi fatto, non sarei più stata capace di lasciarli andare.
Riuscii a lasciare la biblioteca, ad attraversare l’atrio, a raggiungere
le scale e a parlare con una delle Mary Ann della colazione – avevo
deciso per i rognoni. Salii la lunga e ampia rampa di scale senza
toccare la ringhiera, anche se a ogni gradino che facevo gli occhi mi
si riempivano di lacrime. Raggiunsi finalmente la mia camera da letto
– sentivo Regi dall’altra parte del corridoio nella sua che, con la
porta aperta, mi chiamava per nome. Ma in quel momento non
potevo andare da lui. Chiusi la porta e raggiunsi il letto prima che
cadessero le prime lacrime. Rimasi seduta in silenzio, sentendo le
lacrime che mi scorrevano sul viso ma senza davvero pensare,
senza vedere niente…
Fino a quando non mi guardai in grembo, sorpresa. Perché in
mano avevo la copia di Alice nel Paese delle Meraviglie, lo avevo
tenuto in mano per tutto il tempo.
«Oh!». Me lo portai al petto, lo tenni stretto, come per metterlo al
sicuro, sapendo che non potevo fare lo stesso coi miei figli. Perché
non glielo avevo letto?, pensai agitata, ricordando quel momento di
tanti anni prima, in biblioteca. Di che cosa avevo avuto paura? Che
ne sapevo della paura, allora?
Ora c’era la guerra. Il bambino era diventato un soldato. Ed era
troppo tardi per entrambi.
Aprii il libro e andai al primo capitolo. Battendo le palpebre, studiai
la pagina con gli occhi colmi di lacrime e mi sforzai per concentrarmi
sulle parole fino a quando non divennero abbastanza chiare da
essere lette.
«Alice cominciava a essere veramente stufa di star seduta senza
far niente accanto alla sorella, sulla riva del fiume», lessi ad alta
voce. Quando la voce mi si strozzò in gola, feci una pausa, respirai a
fondo, battei le ciglia, poi continuai: «Una o due volte aveva provato
a dare un’occhiata al libro che sua sorella stava leggendo…».
E lo chiusi. Attesi che mi si asciugassero gli occhi.
Glielo leggerò più avanti, mi dissi. Glielo leggerò quando
torneranno a casa, quando saranno tutti a casa al sicuro, attorno al
tavolo da pranzo, a stuzzicare me e irritare il padre. Dopo cena,
insisterò che mi raggiungano in biblioteca e glielo leggerò, e non mi
importerà se sembrerà assurdo che una madre legga una favola ai
suoi figli adulti. Non importerà neanche a loro, capiranno. In qualche
modo, lo capiranno.
Annuii tra me, e al libro scolorito col mio nome in copertina che
tenevo tra le mani, ripetendo pazientemente le parole, quasi stessi
mormorando una preghiera…
Glielo leggerò quando torneranno a casa.
Capitolo 15
«È un tale sollievo essere lontani da Londra in questo momento.
Dicono che potrebbero esserci degli attacchi aerei da un momento
all’altro. Quei maledetti Zeppelin! Penso che siano orribili!».
Ina arricciò il naso, strinse acidamente la piccola bocca come
faceva un tempo; ma non era più una bambina e il suo
comportamento affettato rasentava la parodia. Perché ora Ina aveva
i capelli bianchi: era ancora grassoccia, anche se in modo più
delicato di allora, e aveva pochissime rughe, uno dei vantaggi di
avere un corpo pieno, col passare degli anni. La cara ragazza aveva
anche la pappagorgia, sembrava quasi che il mento si fosse fuso col
collo.
Io ero diventata più legnosa con l’età. La mia figura era rimasta
sottile, i capelli erano più scuri che grigi, le rughe più evidenti e le
ossa più sporgenti. I miei occhi erano ancora aperti e vigili come
sempre, ancora incorniciati dalle frange dei capelli, ma ora avevo
bisogno degli occhiali, specialmente per i lavori minuti, come per la
maglia che stavo facendo in quel momento.
Ina e io ci trovavamo nel salotto di Cuffnells, era la mattina del
primo maggio e il caminetto era spento. Fuori dalle portefinestre –
spalancate sull’aria dolce e fragrante della primavera – gli alberi
erano in piena fioritura: grandi petali bianchi e rosei sui rododendri,
boccioli rosa vivace sui ciliegi, grappoli bianchi sui meli selvatici.
Anche in una giornata coperta come quella, i fiori rallegravano il
paesaggio, contrapposti vividamente al verde più sobrio delle
querce, degli aceri e dei pini.
Nel salotto, anche senza il calore del focolare, l’arredamento era
allegro. Ne avevo avuto abbastanza delle tappezzerie opprimenti,
delle carte da parati e dei tappeti vittoriani della mia gioventù. Per
quella stanza – che era più mia che di Regi – avevo scelto tappeti
chiari color rosa camoscio, chintz azzurro brillante, mobili bianchi e
rosa, e avevo fatto imbiancare le pareti. Vasi con fiori di melo erano
disseminati sui tanti tavolini, pieni di fotografie e di piccoli dipinti,
soprattutto acquerelli.
«Siamo felici di averti qui», dissi a Ina, non del tutto sincera – Regi
aveva protestato vivamente quando lei ci aveva scritto per chiederci
di venire.
«Non sopporto quella donna», aveva detto chiaramente. Ina era
l’unica persona di mia conoscenza che poteva suscitare una
reazione così appassionata in lui. «Che se ne vada in Scozia a
vivere con quel codardo di suo figlio».
«Moncrieff lavora per la guerra, Regi, anche se non è al fronte»,
gli ricordai debolmente. Era difficile simpatizzare con quelli che
lavoravano in patria, quando tutti i nostri figli erano ancora sul campo
di battaglia.
Alan era già stato ferito, a ottobre, dopo solo un mese dalla
dichiarazione di guerra. Era stato mandato a casa in convalescenza
e, anche se fui talmente contenta di riaverlo da passare quelle prime
notti su una poltrona, davanti alla sua stanza, nel caso avesse
bisogno di me, dopo le prime due settimane mi fu evidente che lui
non era felice di starci. Era già cambiato: più magro, aveva lo
sguardo spiritato, come se vedesse fantasmi in ogni angolo. Era
impaziente, quasi stizzoso, parlava continuamente dei suoi uomini,
si preoccupava per loro e voleva sapere di più di quanto non gli
permettessero i vaghi comunicati dei giornali. Non dirò che fu un
sollievo vederlo tornare al fronte. Al contrario, fu come se un pezzo
del mio cuore si fosse diviso per seguirlo. Dovetti realmente portarmi
una mano al seno, come a trattenere intatto ciò che rimaneva.
Per quanto desiderassi tenerlo al sicuro sotto il nostro tetto,
sapevo che non potevo farlo. Capii che non sarebbe stato felice, non
si sarebbe mai sentito al sicuro lontano dal fronte. Lui, in realtà, mi
sembrò più se stesso – o meglio, mi ricordò il ragazzino giudizioso
che era stato – subito prima di partire.
Mentre attendevamo in piedi sul vialetto d’accesso, con
l’automobile che si riscaldava mentre l’autista caricava il suo
equipaggiamento nel baule – lo avrebbe accompagnato alla stazione
di Lyndhurst, dove avrebbe preso il treno per il fronte – Alan
abbassò il capo timidamente. «Mamma, mi devo scusare per il mio
comportamento orribile. So che non è stato facile per voi due, tutto
questo, ma capisci, io devo tornare dai miei uomini. Sono tutti dei
bravi ragazzi ed è piuttosto difficile, laggiù». Disse con un certa
disinvoltura «piuttosto difficile», come se stesse solo parlando di una
partita di cricket noiosa.
Ma io sapevo che non era così, lo sapevo a causa dei suoi incubi,
di cui nessuno di noi parlò mai. Li aveva avuti solo un paio di volte,
ma furono tremendi; urlava forte e pieno d’angoscia. Io correvo nella
sua stanza, seguita immediatamente da Regi, pallido e scapigliato,
in camicia da notte. Anche mentre ci affrettavamo a raggiungere
nostro figlio, riflettei che non avevo mai dovuto correre in quel modo
da lui, neanche quando era un bambino. Gli incubi, allora, erano un
compito della Tata.
Ma ora che era un uomo, un uomo ferito dalla guerra, era
finalmente nostro, potevamo prenderci cura di lui. Gli occhi di Alan
erano spalancati, ma non ci vedeva. Riusciva solo a vedere l’orrore
della guerra, mentre gridava nomi che non conoscevamo, nomi che
poi andai a cercare, solo per trovarli nelle liste dei caduti.
«Non devi scusarti», gli dissi. «Non è mai necessario farlo. Tu sei
il nostro ragazzo, lo sai. Il nostro bravo ragazzo, e niente che tu
possa dire o fare potrà mai cambiare questo fatto».
«Mamma». Lui si chinò per farsi abbracciare e gli misi le braccia
attorno alle spalle, ma non riuscii a sentirle. Sentivo solo la ruvida
lana dell’uniforme, spessa e protettiva, ma non a sufficienza. Alzai il
viso per baciargli una guancia, rasata di fresco, profumata di
sempreverdi; la guancia di un uomo, non di un ragazzo.
«Alan, mi chiedevo… Ti ricordi del gufo che avevi da piccolo?».
Non potei trattenermi, il mistero del gufo mi aveva perseguitato da
quando lui era tornato a casa.
«Un gufo?».
«Sì, un gufo… Tu mi chiedesti se potevi…».
«Perderai il treno, se non vai», gridò Regi dall’auto. «È meglio
sbrigarsi».
«Oh! Certo, non possiamo permettere che accada», dissi
affrettatamente, togliendogli un filo invisibile dalla spalla.
«Che dicevi del gufo, Mamma?».
«Niente… Sciocchezze. Non devi perdere il treno».
«Addio, Mamma».
«Addio, figlio mio». Alan si chinò a baciarmi, lo strinsi ancora,
sentii il suo calore, il suo peso sul mio petto e mi affrettai a rientrare
in casa prima che quella sensazione svanisse. Arrivata alla porta, mi
voltai per un ultimo sguardo. Alan era in piedi accanto a Regi – che
si stava mordendo le guance, tentando strenuamente di essere un
burbero gentiluomo inglese – e lo vidi così alto e così pallido. Ma lui
alzò una mano e mi sorrise, il bel sorriso giudizioso del mio bambino
coraggioso. Gli sorrisi anch’io, poi mi chiusi la porta alle spalle, prima
di essere costretta a vederlo andare via.
Questo era accaduto in marzo, quando gli alberi erano ancora
spogli e il cielo grigio, ora eravamo all’inizio di maggio. Il mondo era
di nuovo in fiore, anche in Francia, immaginai.
«Pensi che la posta sia arrivata?», chiese Ina posando il suo
lavoro a maglia con un sospiro ansioso e riprendendo gli anelli che si
era tolta e che aveva appoggiato sul tavolino accanto a lei. Stavamo
facendo dei passamontagna per la Croce Rossa e Ina si lamentava
che gli anelli intralciavano il filo di lana grigia.
«Fra poco, credo». Guardai l’orologio sulla mensola. «Sono quasi
le due. A che ora hai detto che arriva quella reporter?».
«Alle due».
«I treni non sono molto affidabili, naturalmente, quindi potrebbe
essere in ritardo. Davvero, Ina, non so perché mi sono lasciata
convincere da te».
«Sua madre è una mia amica ed è capitato che io accennassi alla
nostra amicizia con Lewis Carroll, e questo ha chiaramente
incuriosito la cara ragazza».
«Ti è capitato di accennarne?». Osservai mia sorella, seduta
placidamente a esaminare e ad ammirare i suoi molti anelli.
«Sì, è semplicemente venuta fuori, e perché no? Ora che Mamma
non c’è più, penso sia arrivata l’ora che noi – voglio dire, che tu,
naturalmente – ti faccia avanti e dica alla gente che Alice è viva e
vegeta. Che male può fare ormai?».
«Che male? Oh, Ina». Non riuscivo a capire mia sorella. Lei, di
tutte le persone al mondo, avrebbe dovuto sapere perché non avevo
mai voluto parlare pubblicamente di Alice e di Mr Dodgson – di «tutta
quella storia», come l’aveva così prosaicamente definita Mr Ruskin.
«Nel passato, la mia… amicizia… con Mr Dodgson non mi ha
favorito, non lo ricordi?».
«Eri molto giovane, mia cara. Sembra che tu confonda le cose…
Non ti ricordi quanto ci divertivamo? Gli scherzi, i giochi, le
avventure?».
«Se sono confusa, è a causa tua!». Scossi il capo e mi stupii di
mia sorella, del modo in cui usava le parole e le mischiava in pozioni
che facevano girare la testa. Ciò che diceva era vero, sempre
rigorosamente vero. Ma non era mai completamente onesto.
«Ciò che non capisci, mia cara Alice, è che alla gente non importa
di Mr Dodgson e di Alice Liddell… A loro interessa Lewis Carroll e
Alice nel Paese delle Meraviglie», continuò lei, infilandosi gli anelli,
uno a uno, alle dita paffute.
«Come puoi esserne sicura?».
«Per via dei tempi in cui viviamo, mia cara. Tutti anelano alla
semplicità dell’infanzia, non credi?».
«Immagino di sì».
«Quindi qualsiasi legame con Alice nel Paese delle Meraviglie,
ora, sarà un legame felice, non capisci?».
«No, non sono affatto sicura di capire». Che il libro fosse
apprezzato e amato da milioni di persone, lo sapevo. Naturalmente
lo sapevo. Ero consapevole del suo successo e forse, finalmente,
provavo anche un pizzico d’orgoglio per esserne parte. In particolare
ora che Mr Dodgson era morto… Come anche Pricks, Mr Ruskin e
mia madre. Tanti demoni erano stati sepolti, mentre io, e il libro,
restavamo. Forse Ina aveva ragione. Forse d’ora in poi sarebbe
stato solo un legame felice.
Tuttavia rimanevano delle domande senza risposta, domande che
mi tormentavano sempre più spesso negli ultimi tempi con tutto il
tempo che avevo, e Ina era l’ultima a cui potevo chiedere. Anche se
non mi fidavo dei suoi ricordi più di quanto mi fidassi dei miei.
«Ti ricordi quel giorno sul treno?». Il mio indice era soffice e
arrossato dalla punta dell’ago da lana, arrotolai il filo attorno al lavoro
– ero arrivata solo fino al grande motivo sul collo – e lo riposi nel
cesto.
«Non sono sicura. Quale giorno? Come sai, abbiamo preso
spesso il treno». Gli occhi grigi di Ina si restrinsero.
«Il giorno che siamo tornate a casa in treno con Mr Dodgson
invece che in barca con Mamma e Papà e quei terribili studenti».
«No, non proprio. Anche se ricordo che a volte Mr Dodgson era
molto ardito nelle sue azioni, se è a quello che ti stai riferendo. Molto
ardito».
«No». Scossi il capo. «No, non è così che lo ricordo… Non era un
uomo d’azione, non lo era affatto. Parlava… viveva… nei sogni».
«Alice. Tu eri piccola. Tu non capivi…». Fu interrotta dall’arrivo di
una delle Mary Ann con la posta su un vassoio d’argento. Tutte le
domande riguardanti il passato furono completamente annullate
dalla speranza di ricevere notizie da uno dei ragazzi. Mi dovetti
trattenere dal correre per strappare il vassoio dalle mani di quella
ragazza così lenta.
Con un sorriso tirato, le mani raccolte in grembo, attesi finche lei
non l’avesse appoggiato accanto a me sul tavolino con un cenno del
capo – ancora una volta non con una vera riverenza! – prima di
afferrare la piccola pila di lettere, in cerca di una cartolina sporca e
lacera, magari anche prestampata, impostata in Francia.
«Oggi niente». Sprofondai nella poltrona. «No, oggi niente»,
ripetei alzando lo sguardo sapendo che Regi era in piedi sull’uscio,
con la speranza negli occhi.
«Non pensavo ci fosse», disse lui bruscamente, come faceva ogni
giorno dopo che la speranza era svanita. «Mi chiedevo solo se era
arrivato il conto del club. Tutto qui».
«Sono certa che arriverà qualcosa domani», tentai di
rassicurarlo… come facevo tutti i giorni. Lui annuì, io gli sorrisi, e si
allontanò verso la biblioteca strascinando i piedi con quel suo
abbondante vestito di tweed, gualcito e macchiato di tabacco. Stava
così poco attento al suo vestiario ultimamente. Una volta era sempre
elegante, ma ora avrebbe indossato lo stesso vestito tutti i giorni, se
non avessi protestato.
Passava i pomeriggi in biblioteca, rimuginando sulle mappe del
fronte che ritagliava dai giornali, quando non controllava i conti,
puliva le armi o lucidava i trofei di cricket. Non usciva di casa,
neanche per frequentare il suo vecchio club di cricket come faceva
una volta.
«È tanto triste», sussurrò Ina.
Mi irrigidii, non gradivo quel tono di voce. Perché c’era della
commiserazione. «È solo preoccupato, come lo sono io».
«Credo che gli uomini prendano queste cose peggio delle donne.
Ricordi Papà, quanto ha pianto per la morte di quei bambini?».
«Sì. Mamma invece no. Neanche una lacrima».
«No, o meglio… Papà pianse per i bambini. Mamma pianse per
Edith».
Guardai mia sorella sorpresa, non si era proprio dimenticata.
«Papà non pianse tanto per Edith, è vero. Non come pianse per i
maschietti. Che strano».
«Tipico. I ragazzi sono sempre più considerati. Fortunata te…
Avresti dovuto sposare un reale, visto che hai avuto solo maschi –
oh, intendo dire – mi dispiace, Alice». Una volta tanto credetti a mia
sorella. Si morse le labbra, corrugò la fronte e non riuscì a
guardarmi.
Non le risposi. Quante volte avevo pensato la stessa cosa! Quante
volte avevo guardato i ragazzi e desiderato – che Dio mi aiuti, l’ho
desiderato! – che fossero i figli di Leo invece che di Regi? Con tutte
le mie attività, determinata a vivere una vita piena e laboriosa, non
ero riuscita a impedirmi quei pensieri, specie quando i bambini erano
piccoli. Era malvagio, era malvagio da parte mia. Me lo ero ripetuta
così tante volte, ma non ero stata in grado di prevenire quei pensieri;
se avessi sposato Leo, la mia vita sarebbe stata completamente
diversa. I miei ragazzi erano il prodotto di Regi e me e io li amavo,
nonostante i dubbi che nutrivo quando avevo sposato Regi e iniziato
a crearmi una famiglia. Li amavo davvero, tutti loro.
Tuttavia a volte avevo fantasticato dei figli che Leo e io avremmo
potuto avere. Mi chiedevo se sarebbero stati come lui o come me. Mi
chiedevo se sarebbero stati snelli, con soffici capelli biondi, con quei
teneri occhi blu.
Non avrei potuto amare di più i miei figli, questo lo sapevo. Ciò
che non avrei mai potuto sapere era se la mia capacità di amare
avrebbe potuto essere maggiore se avessi sposato colui che il mio
cuore desiderava davvero.
«Dio mio, vorrei tanto che quella giornalista si sbrigasse!». Mi alzai
e camminai su e giù di fronte al camino. Avevo la necessità di fare
qualcosa, di stirare i muscoli, di affaticare il cuore in qualche modo.
L’ozio era il mio nemico in quei giorni e avevo bisogno di attività
fisica per scacciare quei pensieri malvagi e inutili dalla mia mente. Mi
voltai bruscamente e mi diressi verso la portafinestra aperta. «Vado
fuori. Vieni con me».
«Cosa?», farfugliò Ina sollevandosi a forza dal sofà. «Che vuoi
fare, Alice?».
Raccolsi un paio di cesoie da giardinaggio che tenevo sul
terrazzo. «Voglio tagliare l’edera».
«Cosa… Tu? Lo può fare il giardiniere!». Ina mi aveva seguito
all’aperto ma si lasciò cadere immediatamente su un divano di
vimini, come se quei pochi passi l’avessero spossata.
«Sì, ma non è mai abbastanza. Odio l’edera, tu no?». Mi avvicinai
al muretto del giardino e attaccai i rampicanti con foga, lasciandoli a
terra perché il giardiniere li raccogliesse. Con un sorriso allusivo,
guardai mia sorella che si stringeva tra le braccia tremando, molto
palesemente, all’aria tiepida. «Trovo che sia molto invadente. Una
volta venuta non se ne va più».
«Non saprei», disse lei tirando su col naso e sedendosi tra i
cuscini a righe. «In Scozia abbiamo molti giardinieri e, naturalmente,
a Londra non dobbiamo preoccuparci della natura».
«Non posso fare a meno di pensare che questo sia uno sbaglio»,
dissi io fermandomi per respirare; le braccia mi dolevano per lo
sforzo, ma accettai la sensazione con gratitudine, perché significava
che ero viva, che ero utile… che avevo il controllo, che non ero
completamente alla mercé degli eventi. Respirai profondamente,
schiusi gli occhi e sentii il vento scompigliarmi i capelli. Era bello
essere all’aperto, tra cose che crescevano, che cercavano di
raggiungere il cielo. Dovrei chiamare anche Regi, pensai. Gli farebbe
bene… Forse avrebbe potuto fare un piccolo orto.
«Cos’è uno sbaglio? L’edera?», chiese Ina.
«No, no… Parlare con quella giornalista! Come se fossi una di
quelle orribili suffragette! Mamma si rivolterà nella tomba!».
«Mamma sarebbe inorridita da fin troppe cose che dobbiamo fare
oggi», disse Ina compiaciuta. «È un bene che sia morta a suo
tempo».
«Questo è vero. Ma…».
«Mrs Hargreaves, è arrivata la sua ospite». Il valletto era sull’uscio
e stava introducendo una giovane donna elegante sulla terrazza. Era
vestita all’ultima moda: un vestito di lana verde, la giacca lunga con
la cintura; la gonna molto più corta – quasi venti centimetri da terra!
– e più larga di quella che indossavo io, era svasata all’orlo.
Indossava un cappello aderente con la tesa e aveva in mano un
taccuino di pelle.
«Mrs Skene, che piacere rivederla… Mamma la saluta».
«Dora, mia cara, come sei cresciuta!». Ina si alzò e accettò il
bacio di saluto della ragazza. Poggiai le cesoie e rimasi dov’ero. Che
venisse lei da me.
«Mrs Hargreaves, che onore!». Si slanciò in avanti, con la mano
tesa, in quel modo spensierato e disinvolto tipico della nuova
generazione. Non attese neanche che Ina ci presentasse.
«Sì, sono felice di fare la sua conoscenza, Miss…?».
«Dora. Dora Kimball».
«Sì, Miss Kimball. Si accomodi». Le indicai una sedia e mi sedetti
a mia volta accanto a Ina, le nostre gonne sovrapposte come
quando eravamo bambine.
«La vera Alice nel Paese delle Meraviglie! Credo che farà
sensazione. Il paese riscoprirà un tesoro nazionale! Non sono
neanche certa che oggi molti sappiano che la storia era basata su
un’autentica bambina».
«Signorina, sono certa che molti lo sapessero!». Sapevo di
apparire ridicola, una rigida vecchia dama indignata, ma trovai
insultante la sua ignoranza. Io ero Alice Liddell, figlia del Decano
Liddell, l’unica Alice Liddell. Eppure – fu uno shock realizzarlo – ero
stata Alice Hargreaves molto più a lungo di quanto non fossi stata
Alice Liddell, ed era stato quello che avevo voluto, dopotutto.
Perché, allora, rimasi tanto offesa a sentire che la gente aveva
davvero dimenticato?
«Mi spiace, non intendevo turbarla», disse Miss Kimball. Il suo
volto impallidì sotto la cipria e fu allora che notai quanto fosse
giovane, a malapena ventenne. Come poteva una ragazza di
quell’età diventare autrice di servizi speciali per un giornale
importante? Immaginai che fosse perché tutti i nostri uomini erano in
guerra – in che strano mondo vivevamo allora.
«I figli di Mrs Hargreaves sono al fronte e lei è piuttosto
preoccupata, come può certamente capire», si affrettò a spiegare
Ina.
«Ina!». Avevo il desiderio – un desiderio che covava da decenni –
di tirare i capelli a mia sorella. (Se solo gliene fossero rimasti
abbastanza, la testa della cara Ina cominciava a sembrare coperta di
lanugine). «Questo non deve preoccupare Miss Kimball. Va bene,
iniziamo. Non sono abituata, ma cercherò di rispondere alle sue
domande con più sincerità possibile. Vada avanti».
«Bene. Allora… Quindi lei era una grande amica di Mr Carroll da
bambina?».
«Lo conoscevamo come Mr Dodgson… sa che Lewis Carroll era
solo il suo nome d’arte?». Guardai dubbiosa la giovane, lei arrossì e
annuì. «Comunque, sì, eravamo amici, quando le mie sorelle Ina,
Edith e io eravamo bambine».
«Oh… Quindi lei è cresciuta a Oxford?».
«Oh, sì!», interloquì Ina prima che io potessi, ancora una volta,
manifestare il mio disgusto per l’ignoranza di Miss Kimball. Ina
raccolse graziosamente le sue mani grassocce nel suo inesistente
grembo e sorrise melensa. «Sì, il nostro caro Papà era il Decano del
Christ Church! Siamo cresciute al Decanato, che si trovava dall’altra
parte del giardino rispetto alle stanze di Mr Dodgson. Era molto
affezionato a tutte noi e so di aver avuto un posto speciale nel suo
cuore. Ci portava sempre in barca sul fiume o a fare altre gite».
«Ma è stato per me che ha scritto la storia, dopotutto», le ricordai
con appena un accenno di sorriso. Ina mi guardò torva e strinse le
labbra.
«Oh, tutto ciò è molto interessante!». Miss Kimball stava
scribacchiando furiosamente sul suo taccuino. «Ed è stato allora,
durante una di quelle gite, che lui vi ha raccontato la storia di
Alice?».
«Sì, è esatto».
«Quindi, lei assomiglia davvero alla bambina del libro?». La
giovane mi sorrise, il viso lucido per il sudore, e pensai che la lana
non fosse una scelta saggia in maggio.
«Io… Be’, cioè…». Rimasi scioccata dalla domanda, per come era
stata posta, subito e in modo troppo diretto. Mi maledii per non
averla prevista e giurai di tirare le orecchie di Ina non appena la
signorina se ne fosse andata, il che non sarebbe mai stato troppo
presto. «Non me lo sono mai veramente chiesta», mentii.
«Non l’ha fatto?».
«No».
«Ma sicuramente, quando ha letto la storia, deve essersi
riconosciuta in…».
«Io ero la sorella, lo sa… La sorella sulla riva del fiume. Forse
vorrà scriverlo», disse Ina, guardando la mano immobile di Miss
Kimball.
«Oh, sì, naturalmente». Con un sobbalzo colpevole, Miss Kimball
lo fece.
Come potevo dirle che io – apparentemente l’unica nel mondo dei
lettori – non avevo mai letto tutto il libro? Come potevo rivelarle che
non avevo idea se fossi davvero Alice o se quell’Alice fosse davvero
me? Perché per tutto il tempo che avevo vissuto con lei – che
dall’altro lato dello specchio mi osservava tutti i giorni – non avevo
mai osato chiederle quanto lei fosse, o non fosse, uguale a me?
Eppure… alcuni fatti, alcuni numeri, li conoscevo bene. Io avevo
dieci anni quando Mr Dodgson mi raccontò la storia. L’altra Alice
invece aveva sette anni, l’età che avevo quando Mr Dodgson mi
aveva fotografata come una piccola zingarella. Il mio nome era
rimasto immortalato come Alice, ma la mia anima, il mio cuore – che
iniziava appena a risvegliarsi – non avevano forse continuato a
vivere in quella bambina selvaggia dal vestito lacero, i piedi nudi e
una luce di trionfo negli occhi? Non era stata quella la nostra
collaborazione più sincera? Quante volte, nelle sue lettere, mi aveva
chiesto se ricordavo la sensazione di rotolare nell’erba mentre lui mi
guardava?
E, sia nella storia che nella foto, io continuavo a vivere… per
sempre, come quella bambina di sette anni, che non era una
bambina, dopotutto.
Una volta Ina mi aveva avvertito che sarei diventata troppo grande
per Mr Dodgson, ma io mi ero rifiutata di crederle. «Che ci sia
concesso di essere felici», aveva detto quel giorno e io avevo
creduto che intendesse…
«Mrs Hargreaves?».
«Mi scusi». Scossi il capo, ricordando dove fossi, chi fossi, in quel
momento. «Mi stava dicendo?».
Ma Miss Kimball non stava parlando. Era Mary Ann, era di fronte a
me, il viso di un bianco spettrale, le lacrime che le riempivano gli
occhi. Proprio quando aprii la bocca per chiederle se non stesse
bene, vidi la sua mano tesa… e il telegramma.
«No», mi sentii dire a voce alta e strozzata. Scossi il capo,
ripetutamente, mentre il resto del corpo rimase agghiacciato, nello
spazio e nel tempo. Mi rifiutai di prendere la busta. Se non l’avessi
presa, se non l’avessi aperta, non avrei saputo cosa diceva.
Udii fiocamente Ina chiamare Regi, alzarsi di scatto dal sofà e
correre, più veloce di quanto avrei immaginato, nel salotto.
«La prego, Mrs Hargreaves», supplicò Mary Ann. «La prego,
signora». Mi mise il telegramma in mano – in realtà mi prese una
mano e ci ficcò la busta dentro – e barcollò verso casa
singhiozzando.
Avevo freddo. Il tepore primaverile era svanito, sostituito da un
vento gelido che mi faceva tremare le ossa, scossi la mano mentre
tentavo di aprire la busta. Ci riuscii, in qualche modo – le mie dita
erano troppo intorpidite per sentire la carta – e allora dovetti
leggerlo, dovetti leggere il testo dattiloscritto in grassetto, breve e
impersonale: Spiacenti informare che vostro figlio Capitano Alan
Knyveton Hargreaves è rimasto ucciso in combattimento.
«No», ripetei, molto più piano, con rassegnazione.
Regi era davanti a me, in ginocchio, mi afferrava la mano,
cercando di togliermi il telegramma dalle dita, ma io non potevo
lasciarlo. «Quale? Quale di loro?». Le lacrime gli colavano sulle
guance rubizze, mi stava scuotendo la mano stringendomi le spalle
fino a farmi male. Per una volta, capì immediatamente cos’era
accaduto. Non aveva avuto il tempo di prepararsi. Ma poi capii… Lui
era già preparato. Lo era da mesi.
Lo ero anch’io… Ma ciò non impedì che l’improvvisa presa di
coscienza mi travolgesse, così pesante e repentina che non potevo
riprendere fiato. Qualcosa mi picchiava sul petto, un pugno duro,
rabbioso, mi stava colpendo, percuotendo i miei polmoni come a
ricordare loro la propria funzione, e quel qualcosa era la mia mano,
che stringeva ancora il telegramma.
Papà pianse per i bambini. Mamma pianse per Edith – le parole,
senza significato per me, continuarono tuttavia a ripetersi, ancora e
ancora, nella mia testa improvvisamente in preda a un dolore
lancinante.
Ma no – ricordavo di aver abbracciato Alan l’ultima volta che lo
avevo visto, solo non sapevo che era l’ultima, e le braccia mi dolsero
al ricordo e le lacrime iniziarono a scorrere, e nel mio dolore, mi
rallegrai di sapere che non ero come mia Madre. Potevo piangere
per mio figlio, mio figlio, il mio bambino…
Qualcuno stava piangendo, Regi stava piangendo. Regi mi teneva
il volto tra le mani, tra le sue grandi mani asciutte. Mi chiamava,
diceva il mio nome… «Alice, Alice, aiutami, non ce la faccio».
In qualche modo vidi, attraverso le lacrime, quell’uomo, quel
marito, quel padre. E capii che diceva la verità: quello era un fardello
che non poteva sopportare. Il suo volto, il suo volto semplice e
schietto, solcato da un migliaio di rughe di dolore, era rivolto verso di
me, aveva bisogno di me…
Mi diceva che dovevo essere io quella forte. Come lo era stata
Mamma.
Sapevo, in qualche modo, che dovevo alzare gli occhi, anche
mentre Regi si accasciava ai miei piedi. Alle portefinestre c’era la
servitù, una delle Mary Ann piangeva, un’altra scuoteva il capo, ma
tutti ci osservavano. Osservavano noi, osservavano Regi che stava
crollando davanti ai loro occhi come una statua antica. Osservavano
il nostro dolore, che nessuno avrebbe dovuto vedere.
«Andate via!», urlai, con la rabbia che mi lacerava la gola. Balzai
in piedi e feci un passo verso di loro, agitando il telegramma come
un’arma. «Lasciateci soli!». Riuscii comunque a spostare Regi in
modo da trovarmi tra lui e la casa. Gli misi le braccia attorno, per
difenderlo dai loro occhi indiscreti, perché non potevo permettere
che lo vedessero in quello stato. «Lasciateci in pace», sussurrai,
mentre Regi mi cingeva la vita singhiozzando.
Rimasi lì, in piedi, tenendolo stretto, carezzandogli il capo mentre
le mie lacrime si asciugavano prima di riuscire a cadere. Gli
sussurrai parole di conforto – neanche parole, solo mormorii e
sospiri, perché erano tutto quello che avevo da dargli e sapevo che
sarebbero bastati. Sentii un’emozione primitiva irrompermi dentro,
dalla cima della testa fino alla pianta dei piedi che sembravano radici
che mi reggevano in tutta la mia altezza. Ero una quercia possente
che proteggeva mio marito dal mondo, lasciandogli lo spazio per il
suo dolore. Non avrei deluso Regi, l’avrei protetto, sarei stata forte
per lui, avrei rinunciato a mio figlio, come aveva fatto Mamma, come
stavano facendo tutte le madri d’Inghilterra. Era accaduto a me,
come sapevo che sarebbe stato. Non sapevo forse che le probabilità
di sopravvivere a due guerre erano impossibili? Ma sarei stata forte.
Dovevo essere forte, perché Regi aveva bisogno di me. E poiché gli
ero venuta meno in così tante cose, non mi sarei permessa di
mancargli ora.
Continuai a stringere mio marito, che singhiozzava senza
vergogna, e la mia schiena rimase diritta e forte. Le ombre ora erano
lunghe e profonde. Un gufo gridò lugubre in lontananza e io sorrisi,
quando lo udii, anche se il suo lamento mi straziò il cuore. Ina era
andata via, Miss Kimball se ne era andata, la servitù, pregai Dio, era
nascosta da qualche parte all’interno della casa.
E Regi e io eravamo finalmente soli, insieme.
Capitolo 16
Dopo la morte di Alan, Regi e io ci comportammo in modo diverso.
A volte più formali, oltremodo cauti e gentili; altre fin troppo
indulgenti, concedendoci reciprocamente di dire e di fare cose che
rischiavano di ferirci, ma fingendo che non ci importasse.
Pensavo ancora a Leo. Mi domandavo cosa avessi perso con lui,
benché tentassi di definire anche cosa avessi trovato con Regi. Era
uno stile di vita, immaginai; uno stile di vita gentile, caldo e sicuro,
con un uomo buono che era improvvisamente crollato, dall’oggi al
domani.
Una vita tutta incentrata sui nostri ragazzi, come lo era sempre
stata: loro erano la nostra preghiera comune. Alan era come un arto
fantasma – non potevamo rassegnarci alla sua assenza, erano
sempre stati i tre ragazzi, tre soldatini in fila. Pensavamo a loro come
a una squadra compatta in cui l’assenza di uno rendeva gli altri
sbilanciati, qualcosa non tornava, e io non potei non chiedermi se
Mamma e Papà avessero provato la stessa cosa alla morte di Edith.
Non che vedessimo Rex o Caryl, naturalmente, eccetto per una
breve licenza ciascuno: la guerra aveva infuriato per tutto il 1915 e
ora che si avvicinava la fine del 1916 non vi era segno che quelle
orrende battaglie sarebbero cessate. Era stato introdotto
l’arruolamento obbligatorio, si parlava di scarsità di carbone e i
sommergibili tedeschi controllavano gli oceani impedendoci di
importare cibo. Nella nostra casa la servitù era ridotta al minimo,
perché gli uomini partivano per la guerra e le donne si arruolavano
nel Land Army11 o lavoravano nelle fabbriche di munizioni.
Chiudemmo molte stanze e Regi curava metodicamente un piccolo
orto dove prima c’era il giardino dei fiori, mostrandomi orgoglioso il
suo raccolto e infastidendo Cuoca con il modo corretto di coltivare la
verdura.
Tuttavia vivevamo ancora per gli altri nostri figli. Scrivevamo
regolarmente, pregavamo e ci rallegravamo per le loro rare licenze –
Caryl nell’estate del 1915, Rex all’inizio dell’inverno del 1916. Come
Alan, anche loro erano cambiati, anche se Caryl sembrava il meno
turbato. Insisteva a raccontare storie di scherzi e di burle, di incontri
di football nel fango dei campi di battaglia, dove dovevano stare
attenti alle mine inesplose. Strinse però i denti quando ci disse di un
poveretto che si era disintegrato dopo aver calciato quello che
credeva un pallone, e di notte dormiva abbastanza tranquillo. Niente
incubi per il mio figlio minore, almeno per lui.
Rex, il mio Rex, il mio affascinante, frustrante, amabile ragazzo,
non raccontava storie. Parlava a malapena, lui che era solito dire
quello che pensava senza preoccuparsi delle conseguenze. Aveva
uno sguardo tormentato in quegli occhi che erano soliti brillare di una
luce maliziosa e sembrava non sopportasse la quiete della casa che
gli dava ovviamente sui nervi. Sedeva in salotto dopo cena
scuotendo le gambe e suonando il grammofono al massimo –
qualunque cosa, sembrava, per evitare il silenzio e le domande.
Regi e io volevamo naturalmente sapere della guerra, come gli
sembrava che stesse andando, ma era così ovvio che lo addolorava
parlarne, che imparammo a non chiedere.
Una volta lo trovai seduto in biblioteca, stava guardando fuori della
finestra verso il campo da cricket, ora marrone e coperto di erbacce.
Mi stavo avvicinando a lui che mi voltava le spalle, ma mi fermai.
Aveva un coltellino in mano, un temperino da tasca. Mentre si
sedeva, premette la punta del coltello contro il palmo di una mano e
un filo di sangue gli scese lungo il polso gocciolando sul tappeto ma,
per la prima volta nella mia vita, non me ne importò. Non potevo
muovermi, non potevo parlare, tutto il mio corpo era immobilizzato
dalla paura per mio figlio, che sedeva a neanche un metro da me,
ma che in realtà era tanto lontano, tanto perduto, che sapevo non lo
avrei più raggiunto.
Lui non parve notare il sangue. Né il dolore.
Tremante, uscii camminando all’indietro dalla biblioteca. Una volta
in corridoio, rimasi di guardia davanti alla porta, all’erta per Regi e
per la servitù: non avrei permesso a nessuno di entrare; non avrei
permesso a nessuno di vedere. Dopo che Rex andò a letto quella
sera – mi passò accanto, senza mostrarsi sorpreso di trovarmi lì, e si
fermò solo per baciarmi distrattamente sulla guancia – presi un
catino d’acqua, strappai il corsetto, perché non avevo idea dove le
Mary Ann tenessero gli stracci, trovai della candeggina nel
retrocucina e cercai di pulire il sangue da sola. Non mi riuscì molto
bene, quindi spostai i mobili per nasconderlo.
La settimana dopo, Rex era di nuovo al fronte. Non gli chiesi mai
delle cicatrici sulla mano e lui non tentò mai di nasconderle.
Cuffnells non era più un’imponente residenza di campagna. Era
un cimelio appassito di stanze riecheggianti delle risate, delle feste e
dell’allegria del passato. Come Regi e me, potevo immaginare la
servitù che sussurrava. A volte ci vedevo coi loro occhi, due
socievoli vecchi che vivevano di ricordi, perché parlare del presente
causava troppo dolore e troppa preoccupazione.
Spesso lo trovavo seduto nella stanza di Caryl, a guardare la
foresta attraverso i vetri, i sentieri dove i bambini avevano giocato.
Lui mi trovava spesso in camera di Rex, con uno dei suoi libri da
ragazzo in mano – L’Isola del tesoro o Black Beauty12.
Nessuno dei due parlava in quelle occasioni. Era sufficiente
sapere che ci sorvegliavamo l’un l’altra.
In un gelido mattino di ottobre suonò il campanello della porta di
casa. Regi andò ad aprire di persona, perché aspettava una
consegna di bulbi di cipolla e voleva assicurarsi che l’autocarro li
portasse alla casa del giardiniere. Ciò che mi allarmò fu l’innaturale
silenzio: ero nella sala al piano di sopra, a sorvegliare il valletto che
appendeva un nuovo ritratto di Papà, quando mi accorsi di una
calma inquietante. Avevo sentito il campanello ma nient’altro,
nessuna voce, nessun passo. Era come se la casa fosse stata
svuotata dall’aria.
E in quel momento capii.
Lasciai cadere il martello che avevo in mano mentre uno dei pochi
valletti rimasti segnava il foro del chiodo e mi avviai lentamente
verso la cima delle scale. «Regi?», chiamai sottovoce.
Lui stava sulla soglia aperta con una piccola busta bianca tra le
mani. Mentre lo guardavo fece un lento passo indietro e si appoggiò
alla parete, mentre la busta svolazzava a terra. Non disse una
parola. Poi alzò lo sguardo verso di me, con occhi che erano due
buchi neri di dolore.
Volai giù per le scale, sapendo già cosa avrei letto nel telegramma
– non avevo forse imparato a memoria l’altro? L’unica domanda nel
mio cuore era: quale dei nostri figli ci è stato portato via ora? Ebbi,
per un momento, il pensiero ridicolo di poter scegliere e il nome che
mi fosse apparso in mente sarebbe stato quello del figlio perduto.
Con mia eterna vergogna e incessante agonia, un nome mi venne in
mente, facendosi largo in un sussurro, ma non era il nome scritto sul
telegramma che agguantai da terra: Spiacenti informarvi che vostro
figlio Leopold Reginald Hargreaves è rimasto ucciso in battaglia.
Lo osservai, senza comprendere. No, pensai, non è possibile.
Leopold è già morto; non l’ho già pianto abbastanza?
Poi la coscienza si fece strada: Rex. Si erano presi Rex. Il mio
secondogenito – il mio figlio prediletto, lo sapevo ora per certo, il
figlio a cui avevo dato il nome del mio primo amore. Lo avevo ucciso,
lo avevo condannato dandogli quel nome, lo sapevo, lo sapevo
anche mentre mi chinavo in avanti, sentendomi come se qualcuno
mi avesse aperto il petto e strappato il cuore con mani rabbiose. Non
esisteva dolore più forte o vuoto maggiore. Aggrappandomi a Regi,
come lui si aggrappava a me – senza l’altro, saremmo entrambi
caduti – ansimai, deglutii e battei le palpebre, ricordandomi di essere
forte. Ero io quella sempre forte.
Ma questa volta non potevo impedire alle immagini di venirmi in
mente: Rex caduto sul campo di battaglia, Rex con l’uniforme lacera;
non lo avevo sempre rimproverato perché strappava i vestiti? Ma
non così. Non un’uniforme lacera, fatta a brandelli dai proiettili. Rex
col sangue che gli sgorgava dal cuore, dal suo grande cuore pieno di
compassione e indagatore, Rex che mi chiamava, chiedendosi
perché non potessi andare da lui – Tu non ci insegui… Mai! Sei
troppo vecchia. Anche se lo facessi, io probabilmente mi lascerei
prendere, per essere gentile…
Rex che giaceva freddo e immobile, gli occhi aperti senza vedere,
la bocca ormai ferma. Non più in grado di chiamare il mio nome.
«Alice», gridò Regi, bisognoso di me. Le sue braccia flagellavano
l’aria, le mani cercavano il mio conforto. Ma questa volta non potevo
aiutarlo. Malgrado il valletto ci osservasse dalla balaustra, dovetti
allontanarmi da Regi, fuggire dalla sua sofferenza; la sentii seguirmi
mentre correvo nell’ingresso, entrando in biblioteca e chiudendo la
porta alle mie spalle.
Una volta dentro, caddi in ginocchio e un enorme singhiozzo mi
straziò il cuore, le lacrime fluirono liberamente per lui: il mio ragazzo,
il mio bambino. Ricordai quando si era rannicchiato sulle mie
ginocchia quel giorno di tanto tempo prima, il suo corpo solido e
caldo sul mio seno, sul mio cuore, e io glielo avevo permesso a
malapena. L’avevo respinto, mi ero rifiutata di leggergli il libro – quel
maledetto libro! Che si intrometteva sempre tra me e quelli che
amavo! E ora era troppo tardi, oh, era troppo tardi! Non lo avrei mai
più tenuto stretto – come potevo vivere un altro minuto sapendo che
non avrei più potuto abbracciarlo, rimproverarlo, né leggere per lui?
Soffocando un grido, mi tirai su uno sgabello – era quello che
avevo usato per coprire il suo sangue? – e posai lo sguardo
sull’orologio da mensola. Attraverso le lacrime osservai la lancetta
dei secondi che girava e iniziai a contare ad alta voce – uno, tre,
due, quattro – non era così che Mr Dodgson contava? Arrivai
finalmente a sessanta e trattenei il fiato – ma il dolore peggiorava,
schegge di vetro frastagliato mi laceravano il cuore, mentre la
lancetta dei secondi continuava a girare; non si sarebbe mai
fermata, non avrebbero mai smesso di arrivare, tutte le ore e i giorni
e gli anni che avrei dovuto vivere senza il mio ragazzo adorato,
sapendo che era in una tomba, solo. Da qualche parte dove io non
potevo andare.
Improvvisamente ci furono delle braccia attorno a me: le braccia di
Regi. «Mia cara ragazza», mi sussurrò stringendomi con più
tenerezza di chiunque mi avesse mai stretto da bambina. «Mia cara,
cara ragazza, shhhh. Io sono qui».
Il suo abbraccio, così caro, così completo, così inaspettato come
non avrebbe dovuto essere. Singhiozzando più forte, finalmente
capii, dopo trentasette anni. «Oh!». Ansimai, quando riuscii a
riprendere fiato, lottando con un nuova ondata di pianto. «Oh,
perdonami, perdonami! Mi spiace tanto!». Tutte le volte che avevo
guardato Regi desiderando di vedere Leo, tutte le volte che avevo
immaginato Leo come il padre dei miei figli, che mi ero chiesta come
sarebbero stati quei figli fantasma.
E tutto il tempo, Regi era lì. Regi amava i suoi figli. Regi amava
me, per quella che ero. Non dovevo temere niente, non dovevo
nascondere niente. Lo sapevo, lo avevo sempre saputo… ma quello
che non sapevo fino a quel momento, fino a quell’istante…
Quello che non sapevo era che anch’io lo amavo. Quello avevo
scoperto ed era stato lì tutto il tempo. Quanto ero stata stupida,
quanto ero stata egoista, a non vederlo.
«Mi spiace tanto», ripetei a Regi, a Rex, ad Alan. A Caryl. «Mi
spiace davvero tanto». Le lacrime non volevano fermarsi, anche se
ora scorrevano più tranquille, come da una sorgente profonda dentro
di me che aveva atteso quel momento per tracimare.
Regi mi stringeva ancora e io lo lasciai fare, chiedendomi perché
non gli avessi permesso prima di essere forte per me; mentre le
nostre lacrime si mischiavano, mi sentii finalmente avvolgere dalla
calma e fui capace di sussurrare «Grazie» a Rex.
Perché lui mi aveva dato il dono che io non ero stata capace di
dargli quando me lo aveva chiesto, tanto tempo fa, rannicchiato nel
mio grembo come io ero adesso rannicchiata nel grembo di Regi.

Era crudele, troppo crudele, perdere due figli. Lo dicevano tutti,


ma nessuno riusciva a impedirlo. In Inghilterra, molte madri e molti
padri piangevano i loro figli, mentre infuriava la Battaglia sulla
Somme. E c’era ancora un altro figlio, rimasto al fronte, che aveva
bisogno delle nostre preghiere, dei nostri pensieri.
Il figlio il cui nome mi era balenato in mente prima di aprire il
telegramma; non lo avrei mai ammesso, ma ora sapevo, di non
essere una madre migliore di quanto non fosse stata la mia. Avevo
sempre giurato che non avrei mai amato uno dei miei figli meno degli
altri, come aveva fatto Mamma. Eppure quando venne il momento –
il momento in cui violentemente, irrazionalmente, avevo pensato di
avere il potere di scegliere quale figlio avrei voluto tenere con me per
sempre – avevo scoperto di non essere migliore di lei. Si parla
sempre tanto dei peccati dei padri, ma sono i peccati delle madri
quelli più difficili da evitare.
«Certamente rimanderanno Caryl a casa ora, non credi?», chiesi a
Regi che mi assicurava sempre che lo avrebbero fatto, ogni volta
che lo domandavo. Mi trovai a esprimere la mia preoccupazione per
mio figlio minore molto più spesso di quanto non avessi fatto per i
suoi fratelli, quasi a rassicurarmi che, dopotutto, non ero un mostro.
Forse lo feci così spesso perché qualcuno lo sentisse. Alla fine del
1916 potemmo rallegrarci, sapendo che Caryl era stato riassegnato
in Inghilterra. Anche se non era sotto il nostro tetto, almeno non era
più in Francia. Non potemmo essere del tutto tranquilli, però, fino al
giorno dell’armistizio.
Finalmente la pace, ma che significava? Non c’era pace per noi. In
quel giorno malinconico e stranamente silenzioso in cui ci recammo
in chiesa e tutti pregammo per la nostra nazione. Solo che noi ci
trovammo seduti sulla nostra panca, nella Lyndhurst Parish Church,
sotto una placca in memoria dei nostri due figli scomparsi.
Alan fu seppellito a Fleurbaix, Rex a Guillemont, ciascuno in una
tra migliaia di tombe. Non andai mai a trovarli, ma ricevetti le
fotografie di due croci bianche, che segnavano il luogo dove
riposavano, anche se nessuno poté mai sapere di sicuro se quello
era il luogo in cui erano realmente stati deposti. Trassi conforto,
invece, nel vedere la placca e il memoriale nel battistero della chiesa
che elencava tutti i figli caduti di Lyndhurst.
Sebbene stessi attenta ad andarci in visita solo a ore bizzarre,
quando potevo restare sola coi miei pensieri, non ero soltanto
un’altra madre dolente e i miei ragazzi non erano dei comuni soldati
caduti. Io ero Alice nel Paese delle Meraviglie e loro erano i signori
di Cuffnells. Non mi sembrava giusto che i loro nomi fossero elencati
insieme a quelli dei figli di chi era stato al nostro servizio.

Così la guerra era finita. Se avevo sperato in un qualche ritorno


alla normalità, nei fui delusa. Non importava chi c’era a cena,
rimanevano sempre due posti vuoti. Anzi tre: Caryl era tornato al suo
appartamento di Londra, veniva malvolentieri a Cuffnells solo in
qualche occasionale weekend. Ero riuscita a mettere insieme
personale a sufficienza, ma non era abbastanza. Le cameriere erano
sgarbate, si lamentavano del salario e l’unico valletto fumava in
cucina.
«Cosa diavolo sta facendo?», chiesi a quell’insolente, appoggiato
alla stufa dopo che aveva acceso la sigaretta su un fornello.
«Fumo una sigaretta», mi rispose guardandola sorpreso.
«Mi scusi?».
«Voglio dire, sto fumando una sigaretta, signora». Scrollò le spalle
e continuò a tirare boccate da quell’orribile cosa. Convocai la
governante decisa a licenziarlo, ma questa mi informò – mentre
quello zotico rimase lì a guardarci divertito con aria villana – che lui
era il meglio che potevamo permetterci.
«Tutti i bravi giovani sono morti in Francia, sono rimasti solo le
canaglie come questo, specialmente per il compenso offerto, non
che mi lamenti, signora, ma deve ammettere che i tempi sono duri».
«Certamente». Uscii dalla cucina senza mostrare di aver capito la
sua chiara allusione. Natale era vicino e avrebbe avuto la sua
sterlina in più.
Regi non sembrava notare le mie difficoltà nel gestire la casa,
anche se tentavo disperatamente di coinvolgerlo. Non appena la
guerra finì, lui invecchiò da un giorno all’altro, più di me, anche se
avevamo la stessa età. Era quasi sordo e tendeva a barcollare. A
volte arrivava fino al suo vecchio club di cricket quando il tempo era
bello, o barcollava in giro per casa quando era brutto, seguendomi
come un bambino senza essere davvero interessato a quanto
facevo. Non faceva che parlare delle stravaganze di Caryl – che
anch’io disapprovavo – ma, a parte questo, non aveva alcun
interesse per le questioni familiari. Toccava a me pagare i conti,
seguire le riparazioni. La terra non era più fonte di profitto e le tasse
erano indecenti, quindi lo incitavo a vendere lotti di terreno.
Poco per volta, Cuffnells si andava riducendo, come anche, con
mia grande angoscia, mio marito. Ero preoccupata per lui, lo
rimproveravo affinché indossasse abiti caldi in inverno, bevesse
bibite fresche d’estate, ma non potei impedire il suo declino. Era
come se avesse deciso di essere un orologio che non valeva più la
pena di caricare.
Nel febbraio del 1926 prese un brutto raffreddore – insisteva a
togliersi lo scialle in cui cercavo di avvolgerlo giorno e notte – e
dovette mettersi a letto. Era molto malato, ma non abbastanza per
non sorridere per le mie eccessive premure.
«Che sta succedendo?», brontolò mentre mi sedevo accanto a lui,
tentando di convincerlo a sorseggiare una cucchiaiata di brodo di
manzo. «Mrs Hargreaves che mi nutre con le proprie mani?».
«Stai buono e mangia». Lo guardai accigliata, cercando di
nascondere la preoccupazione. Il dottore che lo aveva appena
visitato mi aveva avvertito che il polmoni di Regi erano indeboliti, che
quello non era un semplice raffreddore. Temeva che si trattasse di
polmonite.
«Sì, signora», rispose lui docilmente, tentando di farmi il saluto,
senza riuscire ad alzare la mano. Tuttavia sorrideva, compiaciuto
della mia presenza. Mi vennero le lacrime agli occhi nel vedere
quanto felice lo rendessero la mia attenzione e la mia ansia. Perché
non gliene avevo date di più nel corso degli anni?
In quel momento finalmente compresi che Regi era l’unica
persona che avevo mai reso completamente felice, l’unica persona
che non voleva che io fossi qualcun’altra, o che fossi qualcosa di più.
Anche Leo voleva che fossi Alice nel Paese delle Meraviglie, una
favola, un sogno.
Ma il signor Reginald Gervis Hargreaves aveva solo bisogno di
me, Alice. Alice Pleasance Hargreaves: ventiquattro lettere ora,
invece di ventuno. Seduta accanto a lui, carezzandogli il braccio, mi
chiesi chi sarei mai stata se non ci fosse stato.
Poggiai la tazza della minestra sul vassoio e portai la mano alla
sua fronte, era umida e fredda e lui respirava a fatica. Sforzandomi
di sostenerlo – anche se era piuttosto gracile era pur sempre un
uomo molto alto che era stato molto robusto in gioventù – gli misi dei
cuscini dietro la schiena, per farlo respirare più facilmente. Poi lo
aiutai a sdraiarsi di nuovo e, mentre lo facevo, gli baciai la guancia
non rasata.
«Qual è il motivo, Mrs Hargreaves?», mi sussurrò con un altro
sorriso semplice e dolce.
«Non ho bisogno di un motivo per baciare mio marito», sbuffai, ma
la mia voce tremò e lui mi prese la mano e la strinse.
Morì due ore dopo. Ero ancora seduta accanto a lui, lo tenevo
ancora per mano, quando mi sorrise, sussurrò che avrebbe detto ai
ragazzi quanto li amavo… e se ne andò. Rimasi seduta lì molto a
lungo, osservando la neve che si accumulava fuori della finestra e
desiderando di essere stata una moglie migliore ma sperando che
alla fine l’amore che avevo saputo dargli fosse stato abbastanza.
Il suo necrologio citava che nel 1880 aveva sposato Alice nel
Paese delle Meraviglie. Mi piace pensare che ne sarebbe stato
compiaciuto, ma in verità lui era l’unico a cui non importava affatto.
E ora, per la prima volta nella vita, Alice era davvero sola. Il Paese
delle Meraviglie non c’era più. Mi rimasero una grande casa e spese
ancora più grandi… i conti inesauribili di cui non riuscivo a vedere la
fine, anche se potevo vedere, vicina in modo allarmante, la fine delle
mie entrate. Le tasse, l’imposta di successione, lo spaventoso costo
del carbone… la notte, a letto, incapace di dormire, facevo i conti
nella mia mente, senza mai arrivare a una risposta confortante.
Mi era rimasto anche un figlio molto poco pratico che non
sembrava condividere le mie ansie. Anche quando Caryl veniva a
casa, non posso dire che fossi felicissima di vederlo, né che lo fosse
lui; eravamo entrambi a disagio, seduti insieme a quel tavolo da
pranzo lungo e vuoto. Non riuscivo a fingere di approvare quel suo
stile di vita da fannullone. Quante volte gli dissi che i suoi fratelli
avrebbero certamente fatto qualcosa di meglio con le loro vite, se
solo fosse stato loro concesso? Ma, per qualche motivo, questo lo
spronava a maggiori eccessi di frivolezza, come quando se ne andò
infuriato e, guidando sconsideratamente verso Londra, bucò una
gomma dell’auto. Invece di cambiare la ruota, pagò un contadino
perché lo portasse a Epsom, dove cambiò l’auto con una nuova –
più costosa – prima di proseguire la strada.
Le nostre discussioni diventavano più animate a ogni sua visita e
sono certa che fossero argomento di conversazione tra la servitù.
Questo mi rendeva ancora più arrabbiata; come osavano mormorare
di me! Era già abbastanza grave che dovessi nascondere i gioielli,
allora, invece di indossarli, perché non mi fidavo di loro. Se non
fosse stato tanto difficile trovare degli altri, li avrei licenziati tutti.
Tuttavia mangiare con Caryl, per quanto scomodo, era meglio che
sedere da sola come facevo sempre a cena con indosso uno
sbiadito vestito da sera (senza i gioielli, cosa che mi faceva sentire
quasi nuda), a osservare i dipinti – i vecchi oli di Papà della
campagna inglese piuttosto sporchi in verità, perché non potevo
permettermi di farli pulire – sulle pareti.
«È molto gentile da parte tua permettermi di restare qui», dissi a
Caryl in una di quelle occasioni, dopo che avevamo esaurito i
convenevoli prima che finissero di servire la minestra. «So bene che
tu sei l’erede legittimo di Cuffnells».
«No, Mamma, questa è casa tua. Non sono certo che la vorrei, in
ogni caso». Si guardò attorno nella grande stanza vuota e, per la
prima volta, la vidi anch’io coi suoi occhi – la carta da parati
antiquata, il candeliere collegato in modo abborracciato all’elettricità,
lo stucco del soffitto crepato. «Hai mai pensato di accettare dei
pensionanti o di affittare la casa? Pagherebbe le riparazioni e forse
ci darebbe anche degli introiti. La vita a Londra è spaventosamente
cara».
«Pensionanti?». Guardai mio figlio che incurante sorseggiava la
minestra. Degli sconosciuti che vivessero lì, dove io avevo cresciuto
la mia famiglia? Come poteva suggerire una cosa del genere? «No,
non prenderò pensionanti», risposi con freddezza e premetti il
campanello per chiamare Mary Ann. «Questa minestra è appena
tiepida, portala via e di’ a Cuoca che le dovrò parlare».
Quella sera, dopo che Caryl era tornato a Londra – raramente si
fermava per la notte in quei giorni, anche se riuscì a scusarsi prima
di partire – sedetti in biblioteca a controllare i conti, troppo
preoccupata per il futuro per concedermi il lusso di ricordare il
passato. Una volta pensavo di poter sfuggire alla tristezza
semplicemente andando avanti; ricordavo quanto ero impaziente di
lasciare Oxford, dopo che Leo se ne era andato ed Edith era morta.
Ora, anche se il dolore era grande, non volevo evitarlo, mi sentivo
come se cercassi di aggrapparmi a Cuffnells con le unghie e che
non ci sarebbe stato nessuno ad aiutarmi se fossi caduta, tantomeno
Caryl (affittare a pensionanti, figuriamoci!). Desideravo possedere
qualcosa di valore, qualcosa da vendere, per mantenere vivo il
ricordo di Rex e di Alan, perché era solo lì, a Cuffnells, che potevo
ricordare il loro aspetto. Era solo lì che li potevo vedere ancora, e
vedere Regi – tutti loro che passeggiavano sui prati, ora ricoperti di
erbacce, che amavano tanto e sentire l’eco delle loro risate nella
sala da biliardo. Quanto spesso avevano scommesso tra di loro
anche se sapevano che disapprovavo!
Non potevo permettermi di perderli di nuovo.
Mi alzai, massaggiai le dita intirizzite e vagai per la stanza,
controllando gli scaffali in cerca di prime edizioni di valore, anche se
sapevo che non ce ne erano. Guardai comunque, sperando che
Regi avesse acquistato qualcosa di cui non ero a conoscenza. Poi
sorrisi affettuosamente, Regi non aveva mai acquistato un libro in
vita sua.
Infine mi trovai davanti alla finestra a guardare fuori. Era buio e
vedevo solo la mia immagine riflessa, i capelli – ora completamente
grigi, ma ancora con la stessa frangetta. I miei occhi seri e attenti, il
mento deciso, ora rugoso per l’età – e pensai: «Attraverso lo
specchio, davvero». Perché non c’era alcuna logica nella mia vita:
avevo viaggiato, cercato, domandato, amato e tentato, così tanto, ed
ero comunque finita in questo luogo senza risposte, senza soluzioni.
Non esisteva un Paese delle Meraviglie, non era mai esistito. C’ero
solo io, che mi guardavo in un vetro screziato, incapace di
riconoscere la bambina che ero stata e la donna che ero diventata.
Sola, ora, con niente di mio se non una vecchia casa cadente…
Poi abbassai lo sguardo sulla vetrinetta dei miei libri. Avvicinai uno
sgabello – non potevo più permettermi di inginocchiarmi senza
correre il rischio di non riuscire a rialzarmi – e aprii lo sportello.
Osservando i volumi, alcuni in lingue strane ma tutti col mio nome in
evidenza, mi resi conto di possedere qualcosa di valore, dopotutto.
Se solo avessi avuto il coraggio di confrontarmi con questo fatto.
Alice nel Paese delle Meraviglie. Era tutto lì. Tutte le prime
edizioni, perfino il manoscritto originale. Tutte insieme. Beni di
famiglia, li avevo considerati. Ma ora non avevo più una famiglia…
se non dove potevo ricordarla, lì a Cuffnells.
Per tutti quegli anni avevo avuto paura di leggere il libro, paura di
vedermi tra le pagine. Ma che ne sapevo prima della paura? Avevo
perduto i miei figli per la guerra, mio marito per il dolore e adesso
stavo per perdere la mia casa. Questa era paura e l’orribile
sensazione di affondare, di non sapere dove fosse il fondo, né se i
miei piedi lo avrebbero mai più toccato. Di non sapere come
trattenere il ricordo di quelli che avevo amato, anche se l’amore era
giunto troppo tardi. Ma, una volta trovato, non potevo sopportare di
perderlo.
Ora, in quel momento, potevo aprire le pagine del libro, leggerle e
immaginare di tenere ancora mio figlio in grembo, perché era lì, in
quella stanza, che una volta era stato possibile. Capito questo, non
temevo più quel che avrei potuto trovare tra le pagine ingiallite;
temevo solo di aver aspettato troppo.
Feci un respiro profondo e presi il libro che Rex mi aveva chiesto
di leggergli. Aprii la copertina e andai al frontespizio. Nella tana del
coniglio… Alice cominciava a essere veramente stufa di star seduta
senza far niente accanto alla sorella, sulla riva del fiume…. La mia
voce fluiva tranquilla ma costante, questa volta continuai a leggere
ad alta voce, anche se sapevo che non c’era nessuno ad ascoltarmi.
Ma non riuscivo a liberarmi dall’idea che forse Rex mi stesse
davvero ascoltando.
Quando arrivai al punto in cui il Bianconiglio estrae l’orologio dal
taschino del panciotto – proprio come faceva Papà, me ne ero quasi
dimenticata! – cominciai a ridacchiare sommessamente, all’inizio.
Ma mentre proseguivo con la lettura, le mie risate salirono talmente
che una delle Mary Ann mise la testa nella stanza. Le feci cenno di
andare e continuai a leggere ad alta voce, incurante di ciò che
avrebbe detto alle altre, desiderosa solo di continuare e ansiosa di
conoscere il seguito.
Perché, finalmente, dopo tutti quegli anni, dopo tutti i sentieri
contorti che mi avevano riportata, ancora e ancora, a un luogo buio e
pericoloso della memoria, ora potevo leggere Alice come dovevano
averla letta gli altri e come l’avevo conosciuta in quel pomeriggio di
tanto tempo fa, su una barca a remi con le mie sorelle: una deliziosa
storia affascinante su una bambina imperturbabile, presa in una
serie d’incontri con bizzarre creature parlanti, ma senza nessuna
fretta di evitarle.
Quella bambina non ero io, ora lo sapevo. Anche quando pregai
Mr Dodgson di scrivere la storia affinché potessi rimanere per
sempre piccola, lui sapeva che non sarebbe accaduto. Gli mancavo
già. Era ovvio nella malinconia alla fine della storia, quando la sorella
di Alice pensa a lei da grande, dimentica del sogno.
Mr Dodgson aveva capito che proprio lui era stato il motivo per cui
dovetti crescere così in fretta? Credo di aver sospettato anch’io che
lui fosse stato il catalizzatore. Ma anche così, la fine della mia
infanzia non era iniziata a causa di ciò che aveva scritto. Era la
nostra storia, quella con un finale ancora sconosciuto, non quella
che lui aveva donato al mondo, la causa.
Ora io avrei fatto la stessa cosa. L’avrei restituita, perché non ne
avevo più paura. Quella storia mi avrebbe salvata. Lui mi avrebbe
salvato. Lui, Mr Dodgson, a cui non piacevano i bambini. Lui che non
era mai stato in grado di accettare il fatto che sarei cresciuta, che mi
fossi sposata, che ero una madre, mi stava dando i mezzi per
preservare la casa e l’infanzia dei miei figli.
Tutto ciò che serviva era che ne accettassi l’evidenza.
Capitolo 17
Lotto 319 – Manoscritto autografo de
Le avventure di Alice nel sottosuolo
di C.L. Dodgson,
Proprietà privata di “Alice” (Mrs A. P. Hargreaves)

Mi sistemai gli occhiali e studiai il catalogo che tenevo in mano.


Era molto ben fatto, rilegato solidamente, con bei caratteri nitidi. La
reputazione di Sotheby’s era certamente meritata ed ero convinta di
aver scelto bene. Vi erano state altre case d’asta interessate,
naturalmente, ma nessuna dell’importanza di Sotheby’s.
«Mamma, questa folla è incredibile!». Caryl era quasi fuori di sé
per l’entusiasmo, del tutto ridicolo per un uomo della sua età. Aveva
quasi quarant’anni, dopotutto, e i suoi capelli e i suoi baffi stavano
diventando color grigio acciaio. Era difficile credere che quel distinto
gentiluomo di mezz’età con un po’ di adipe attorno ai fianchi fosse il
minore dei miei figli.
Ma immagino anche che fosse difficile credere che quella vecchia
signora seduta accanto a lui sul palco, nel 1928, con indosso un
elegante vestito nero, all’ultimo grido aveva detto la commessa
(anche se non ero riuscita a rinunciare al corsetto, perché senza mi
sarei sentita troppo libera) fosse “Alice”. C’era stato un bel po’ di
curiosità attorno a me dopo l’annuncio dell’asta, in particolare per
conoscere le ragioni per cui volevo liberarmi del manoscritto. La sala
affollata – c’erano persone che consideravano le aste come un
spettacolo a cui assistere; non avevano niente di meglio da fare del
proprio tempo? – rifletteva quell’interesse. La giovane responsabile
mi aveva detto, quasi senza fiato: «Non abbiamo mai avuto
un’affluenza simile per un unico libro!», quando mi aveva accolto alla
porta.
«Be’, non è un libro qualunque, non le pare?», le chiesi. «È il mio
libro». Poi le permisi di condurmi attraverso la calca e, mentre lo
facevo, provai una sensazione curiosa. «Sempre più curioso»,
mormorai a me stessa, ma Caryl mi udì e ridacchiò.
Perché mi sentii come se finalmente avessi attraversato lo
specchio, dentro un mondo dove tutto era al contrario, eppure dove
ora tutto aveva senso. Dopo tanti anni passati a essere Miss Liddell
prima, poi Mrs Reginald Hargreaves, madre di tre figli, la signora di
Cuffnells, improvvisamente ero di nuovo, e forse per sempre,
solamente Alice.
È così che mi chiamavano, anche dei perfetti sconosciuti: come se
mi conoscessero! «Eccola, quella è Alice», sentii qualcuno
bisbigliare. Quei bisbigli attecchirono, come fuoco su carta, e si
diffusero, sempre più. «Quella è Alice nel Paese delle Meraviglie! La
vera Alice… Riesci a crederci?». Anche se la mia reazione iniziale fu
quella di commentare la loro maleducazione, perché esistevano
pochissime persone a cui permettevo di chiamarmi per nome, mi fu
evidente che erano tutti tanto felici di vedermi. (Anche se, sì, fu la
prima volta che vidi nei loro occhi lo shock perché non ero la
bambina dai riccioli d’oro).
Per la prima volta, la mia associazione pubblica con il mio alter
ego non fu complicata. Quegli sconosciuti erano felici anche solo di
incontrarmi, di darmi la mano, di farmi domande innocenti sulla mia
infanzia e su Mr Carroll. Nessuno lo chiamava Mr Dodgson e
immagino che quello mi rese più facile parlare di lui e dire loro ciò
che sapevo volevano udire: che era un uomo gentile, un caro amico
che mi aveva lasciato molti ricordi felici.
Era la verità, mi resi conto. Parte della verità almeno.
Ci furono certamente delle domande scomode sui motivi per cui
vendevo il manoscritto e fui felice di lasciare a Caryl il compito di
parlare per me, su questo argomento, almeno. (Lui era più che
impaziente di parlare al posto mio su tutti gli argomenti, ma io non
ero una mammoletta, con suo grande disappunto). «Mia madre,
dopo la morte di mio padre, si trova nella posizione unica di poter
programmare il suo futuro e allo stesso tempo di condividere le gioie
dei suoi ricordi d’infanzia col mondo intero».
Dovetti mordermi la lingua la prima volta che lo udii, ma dovetti
anche ammettere che Caryl aveva un po’ del sangue di sua zia, era
bravissimo a riadattare la verità. O meglio, lo eravamo tutti, a dire il
vero, e quella era forse la lezione più durevole che avevo imparato
da Mr Dodgson.
«Quanto crede che raggiungerà?», sentii Caryl chiedere al
banditore che si avviava verso il podio. Soffocai l’impulso di
prenderlo per un orecchio ed espellerlo dalla sala.
«Caryl, stai tranquillo, ti prego», sibilai. Sedetti eretta, dignitosa –
la schiena non poggiava alla sedia; la mia schiena non aveva
toccato una sedia da quando avevo dodici anni – e osservai la folla.
Ci trovavamo in una grande sala, con diversi quadri appesi alle
pareti. Direttamente di fronte al palco c’era una curiosa tavola a
forma di U dove sedevano gli offerenti. Dietro di loro c’erano le file di
sedie sulle quali era appollaiata una folla di quasi trecento persone –
o almeno così mi aveva detto la ragazza senza fiato – in ansiosa
attesa. Non ero certa di sapere che cosa esattamente attendessero,
non mi sembrava che le aste fossero molto interessanti, a meno che
non fossero i tuoi beni a essere offerti. Ma la folla sembrava in
spasmodica attesa – e compresi, infine, che era me che pregustava.
La mia reazione, immaginai, e mi domandai perché importasse.
«Numero tre diciannove», disse il battitore, un uomo magro con un
vestito di buona fattura, a voce piuttosto bassa, pensai. Ero convinta
che le aste fossero molto più rumorose.
«Cinquemila sterline», disse un gentiluomo al tavolo sollevando un
dito.
«Seimila», disse un altro.
«Settemila», disse un altro ancora.
E continuò così, le offerte salivano di mille sterline a volta e gli
unici offerenti erano quattro distinti gentiluomini (pensai che uno
rappresentasse il British Museum), uno dei quali, si mormorava in
tono alquanto sbalordito, era americano. Non potei trattenermi; mi
trovai a piegarmi in avanti impaziente – quanto lo ero stata quel
pomeriggio, tanto tempo fa, quando mi sforzavo di udire ogni parola
da Mr Dodgson che raccontava la storia. Ora tentavo di sentire la
cifra che quella storia avrebbe raggiunto.
Sempre più curioso, davvero.
Le offerte arrivarono a quattordicimila sterline, a quindicimila –
Caryl mi stringeva la mano così forte che non sentivo più le dita – e
due dei gentiluomini abbandonarono. Infine l’americano (il suo
accento era evidente) – piuttosto tarchiato e che indossava un
ridicolo pince-nez decisamente troppo piccolo per il suo viso – offrì
quindicimila e quattrocento sterline. Il martelletto batté la fine
dell’asta tra la baraonda generale.
La folla era elettrizzata, anche se ovviamente delusa che avesse
vinto un americano; temetti per il piccolo uomo tarchiato, per via
delle frequenti occhiate rabbiose che gli furono gettate. Il battitore si
stava asciugando il volto col fazzoletto, ma smise quando
l’americano gli si avvicinò; i due uomini confabularono testa a testa
per un attimo. Caryl era balzato in piedi, pronto a lanciare un grido di
gioia, prima di cogliere la mia espressione di disapprovazione. Si
sedette di nuovo ma non riusciva a smettere di ripetere: «Che ne
pensi, Mamma? Che ne pensi?».
Ero soddisfatta, naturalmente. Mentre sorridevo alla folla, un
senso di appagamento calò su di me perché sapevo, per la prima
volta in moltissimo tempo, cosa avrei fatto l’indomani. Prima che
potessi alzarmi per discutere dei particolari con la giovane donna il
battitore picchiò di nuovo il martelletto.
«Il dottor Rosenbach» – indicò il gentiluomo che aveva vinto –
«desidera che annunci la sua disponibilità a cedere il libro alla
nazione per lo stesso prezzo a cui lo ha acquistato».
Ci fu un mormorio, mentre la folla si raggruppava attorno al
gentiluomo del British Museum, ma nessun altro annuncio.
«Questo avrà effetto sul pagamento?», non potei trattenermi dal
sussurrare a Caryl che mi stava aiutando ad alzarmi.
«Immagino di no», rispose lui. «Ma me ne accerterò».
«Mi scusi, Mrs Hargreaves, le spiacerebbe commentare questa
cifra straordinaria? Credo sia la somma più alta mai pagata per un
libro in Gran Bretagna». Un giornalista mi stava di fianco con un
taccuino in mano.
«Oh, davvero?», riuscii a nascondere il mio compiacimento con un
dignitoso cenno del capo. «È una cosa molto bella. Sì, sono molto
compiaciuta del prezzo. È una grossa somma di denaro e non so
ancora cosa ne farò. Caryl, torniamo a casa». Lo toccai su una
spalla con la punta del mio bastone da passeggio e lui mi aiutò ad
attraversare la folla, che sia apriva davanti a me come se fossi stata
una principessa. Sorrisi e feci un cenno col capo a tutti, ricordandomi
di come un tempo a Oxford la folla avesse fatto lo stesso con Leo.
Prima che ce ne andassimo, la giovane donna mi chiese se volevo
dare un’ultima occhiata al manoscritto. La ringraziai ma dissi di no,
non c’era più niente che poteva darmi. Mi aveva dato abbastanza.
«Mamma, credo che ci siano molte altre opportunità da sfruttare»,
mi disse Caryl quando fummo seduti sul sedile posteriore dell’auto.
Mi coprì le ginocchia con una coperta; era una lunga scarrozzata
fino a Cuffnells.
«Non sono certa di sapere cosa intendi, caro». Osservai le strade
sporche e affollate di Londra: c’erano tanti invalidi, trasformati in
accattoni o in oziosi seduti su cassette rovesciate, invece di lavorare
onestamente. Non vedevo l’ora di tornare a casa.
«Ora c’è un tale interesse attorno a te. Credo che potremmo
sfruttarlo. Ho buttato giù delle idee, per beneficiarne più di quanto
non abbiamo già fatto. Ti va di ascoltarle? Pensavo a una sala da tè,
per esempio. La sala da tè della Vera Alice. Tu non dovresti far
niente, a parte un’apparizione ogni pomeriggio». Cercò nella tasca
interna della giacca e ne estrasse un taccuino.
«In grembiulino bianco, immagino?». Alzai un sopracciglio. «No,
temo di non essere interessata ad ascoltare queste cose al
momento».
Caryl si accigliò, il suo labbro inferiore s’imbronciò in modo ridicolo
tra i suoi baffi grigi. «Ma Mamma», iniziò con il tono alto e pieno di
adulazione che già mi irritava da quando aveva sei anni, ma che ora,
a quasi quaranta, mi spingeva quasi alla mancanza di rispetto.
Strinsi la presa sul mio bastone da passeggio, quel ragazzo si
rifiutava di comportarsi da uomo alla sua età! I suoi progetti infernali
(ne aveva sempre uno!) richiedevano sempre del denaro e non
riuscivano mai come sperava. Il mio figlio minore, tanto vacuo,
tanto… debole. Non era come i suoi fratelli…
Rilassai la presa, feci un respiro profondo e trovai il modo di
sorridere a quell’ultimo figlio che mi era rimasto. «Potrai raccontarmi
i tuoi progetti più tardi», gli dissi carezzandogli un braccio e
ricordando quanto lui avesse ancora bisogno della mia
approvazione. «Sono piuttosto stanca, come puoi immaginare. Me
ne vorrei stare seduta tranquilla a pensare cosa fare per prima cosa
del denaro… Sto considerando di cambiare i tappeti. Possiamo
parlarne più tardi».
«Ma è ora il momento di agire, quando sei sulle prime pagine…».
«Ho detto più tardi». Chiusi gli occhi e mi appoggiai all’imbottitura
in panno rosso piuttosto antiquata: forse avrei dovuto prendere
anche una macchina nuova. Procedemmo traballando sulle strade
irregolari di Londra, fermandoci e ripartendo in sintonia col traffico;
sarei stata felice quando saremmo arrivati sulle vie aperte della
campagna.
Sarei stata felice di arrivare a casa. Perché quella era casa, e lo
sarebbe stata ora e per sempre. Avrei potuto chiamare mia la casa
dei miei ragazzi finché respiravo e sarebbe rimasta alla mia famiglia.
Caryl aveva emesso qualche debole affermazione a proposito di
sposare una vedova di guerra, avanti negli anni, immaginai; anche
se non approvavo. Le vedove, ho sempre pensato, non dovrebbero
risposarsi, ma almeno stava comportandosi come qualcuno che
intendeva procreare legalmente, il che era un certo sollievo, se non
addirittura una totale sorpresa.
Sbadigliai, mi sentivo piuttosto insonnolita da tutto quel dondolare,
ma poi mi figurai di far rivestire il campo da cricket, in modo che
fosse proprio come quando i ragazzi e Regi vi giocavano. L’avrei
potuto fare subito, c’erano tante cose che potevo fare per la nostra
casa.
Sorrisi, gravata solo da una pletora di scelte, tutte piacevoli da
immaginare. Mi resi conto, dopo un lungo momento passato a
cercare di capire perché non riuscivo a trovare qualcosa di cui
preoccuparmi, che, con mia grande sorpresa, ero felice.
Che ci sia concesso di essere felici. Sperai che, da qualche parte,
anche Mr Dodgson lo fosse.
Capitolo 18
Non so se ricordi quando Mr Dodgson smise di venire al
Decanato. Quanti anni avevi allora? Io dissi che il suo
comportamento nei tuoi confronti era diventato troppo affettuoso, la
Mamma gliene parlò, e lui ne fu talmente offeso che smise di venire
a trovarci, come se qualcuno dovesse dare delle spiegazioni per
troncare i rapporti…

Oh, Ina.
Le avevo detto di non parlare con le orde di biografi… Davvero,
pareva che saltassero giù dagli alberi come scimmie! Sembravano
aver deciso improvvisamente, con l’avvicinarsi della celebrazione del
centenario della nascita di Mr Dodgson, di scrivere dei libri su di lui.
Avevo ricevuto lettere su lettere, e tutte chiedevano la stessa
cosa:

Gentile Mrs Hargreaves,


scrivo per chiederle un’intervista, poiché sto facendo ricerche sulle
carte di Charles L. Dodgson, o Lewis Carroll, con lo scopo di
scrivere un libro sulla sua vita. Poiché la sua vita ovviamente si
intrecciò alla sua, sono certo che lei desidererà aiutarmi a definire
l’uomo al di là del mito. I suoi ricordi, in particolare quelli sulla
creazione della favola di Alice, saranno molto interessanti e preziosi,
come anche ogni altra informazione sulla natura dei suoi rapporti
con Mr Dodgson.

La natura dei suoi rapporti con Mr Dodgson.


Davvero, l’impertinenza di certa gente! Facevano apparire la mia
intera vita come una storiella da due soldi. A loro cosa importava?
Non protestavo quando mi chiedevano di fare un’apparizione
come Alice nel Paese delle Meraviglie di tanto in tanto, se era per
una buona causa; di solito un’organizzazione benefica o una cosa
del genere. A questi eventi – le richieste per la mia presenza erano
iniziate dopo l’asta – la gente voleva solo vedermi, farsi fotografare
con me, in genere con un coniglio di pezza o con un uomo con un
cappello strano in testa che reggeva una tazza da tè, per farmi
qualche domanda cortese: Le ha davvero raccontato la storia mentre
remava? Ha posato lei per le illustrazioni? Esisteva davvero una
gattina di nome Dinah? Ma era tutto lì, volevano solo essere
rassicurati che la mia vita fosse esattamente come quella della
bambina della storia e io ero contenta di farlo. Non era vero, ma non
faceva del male a nessuno, anche se a volte diventava alquanto
noioso.
Ci sono solo poche cose che si possono dire dei conigli, dopotutto,
per quanta tenerezza facciano.
Questi biografi – ero riluttante a usare quel termine, cronisti
appassionati di sensazioni sarebbe stato più corretto – erano diversi.
Venivano armati di informazioni, conoscevano certi nomi di Oxford,
citavano specifici episodi che credevo di aver dimenticato ma che,
una volta stimolata, ricordavo non sempre con piacere. Qualcuno
chiese perfino, sfacciatamente, dei motivi della rottura dei nostri
rapporti. Una in particolare, una certa Mrs Lennon che Ina aveva
perfino invitato a casa sua e le cui domande avevano ispirato questa
curiosa lettera a me, era stata molto impertinente nelle sue
domande, per cui mi rifiutai di parlarle.
Ma Ina non era stata così discreta e ora, presa da una sorta di
panico, offriva spiegazioni ingarbugliate – naturalmente la cara Ina
stava diventando piuttosto senile nel suo rimbambimento – oppure
cercava qualche tipo di rassicurazione o di perdono. O voleva in
qualche modo mettermi in guardia?
Non ne avevo idea e quando tentavo di rispondere – Cara Ina, ho
ricevuto la tua lettera di martedì ultimo scorso – non riuscivo ad
andare avanti, la mia penna si bloccava, come anche la mia mente,
incapace di guidarmi da una parte o dall’altra. Cos’altro aveva detto
Ina a quella donna? Che cosa voleva farle credere? Che cosa
voleva che io avessi creduto in tutti quegli anni?
Che cosa credevo, infine?
Era troppo estenuante e non riuscivo a trovare un motivo per
cercare di metterci le mani proprio adesso. Così ripiegai la lettera
incompiuta, aprii il cassetto della scrivania, tirai fuori un altro
pacchetto di lettere, alcune ingiallite e sbiadite, altre macchiate di
lacrime più recenti, tutte legate con un semplice nastro di seta nera.
Vi aggiunsi la lettera di Ina e quella mia incompiuta, le riposi tutte nel
cassetto e lo richiusi. Le avrei risposto un altro giorno.
Ma i ricordi che mi aveva portato quella lettera – ricordi sbiaditi in
quegli ultimi anni, dopo la morte dei ragazzi – mi perseguitarono per
giorni, settimane, e prima che potessi dare loro una risposta, Ina
passò a miglior vita. La cara anima aveva vissuto ottantun anni; una
vita lunga, più lunga di quanto si meritasse e non mi vergogno a
dirlo. Quando pensavo a tutti quelli che erano morti giovani: Edith,
Leopold, Alan, Rex… Ma questo è poco caritatevole da parte mia.
Non è la mia volontà a dover essere fatta, dopotutto, ma quella del
Signore.
Anche se credo che avrò molte domande da fargli in proposito,
quando arriverà il momento.
Con la morte di Ina, non sembrava più necessario riordinare i miei
pensieri, cercare di mettere insieme i pezzi sparsi del passato. Non
era rimasto più nessuno a cui importasse. Nessuno, naturalmente,
eccetto me. Perfino i biografi avevano smesso di assillarmi, anche
se sapevo che questo non significava che non fossero più
interessati; ero certa che sarebbero giunti alle loro conclusioni,
incuranti di ciò che avevo da dire.
Ma quella lettera continuava a tormentarmi. Ne ero attratta, di
frequente: la prendevo, prendevo la penna, poi la riponevo nel
cassetto. Sembrava quasi che non avrei avuto pace fino a quando
non avessi risposto.
Poi arrivò l’invito ad andare in America.
Mi imbarcai con Caryl, che insistette per farsi fare un nuovo
guardaroba per l’occasione. Mi diedero una laurea ad honorem –
non credo di essere stata molto elegante con la toga e il tocco
accademico, anche se nessuno chiese la mia opinione (ma non ebbi
altra scelta) –, parlai affettuosamente di Mr Dodgson, come ci si
aspettava che facessi. Tollerai le interminabili domande e le
fotografie e recitai la mia parte in certi ricevimenti da tè.
Poi, pochi giorni prima della partenza, incontrai un giovanotto che
sembrava avere a malapena trent’anni; la stessa età di Alan e Rex al
momento della loro morte. Mi fu presentato dai dirigenti della
Columbia – tutti seri professori ingrigiti che improvvisamente erano
diventati raggianti come bambini a Natale – come Peter Llewelyn-
Davies, l’ispiratore del Peter Pan di Mr Barrie.
«Ah», dissi, comprendendo immediatamente. «Che meraviglia! Il
vero Peter Pan!».
«E la vera Alice. Immagino che non potessero farsi scappare
l’occasione, mi trovavo in America per affari quando sono stato
contattato». Peter mi strinse la mano e iniziammo a chiacchierare
del più e del meno mentre i fotografi scattavano una foto dopo l’altra
con quelle loro rumorosissime macchine al magnesio, la fotografia
era molto cambiata dai tempi di Mr Dodgson.
C’era qualcosa in Peter che mi colpiva – uno sguardo molto
stanco negli occhi scuri, uno sguardo che riconobbi all’istante. Lo
avevo anch’io, naturalmente. Ma io avevo ottant’anni e lui era un
giovanotto.
«Trovo faticoso essere sempre Peter Pan», mi confessò dopo che
i fotografi furono allontanati dai rappresentanti della Columbia e noi
rimanemmo soli con Caryl nella sala, così simile alle grandi sale
della cultura della mia infanzia, con i severi ritratti di antichi
professori di cui nessuno conosceva il nome. «Non lo ero, in realtà.
La mia famiglia pensava che mio fratello Michael fosse l’ispiratore.
Neanche mio zio Jim era proprio la persona che la gente creda che
sia. Ma alla gente piace credere che la vita sia una favola, e sembra
che non si possa far niente per dissuaderla. Come è riuscita lei a
convivere con Alice per tutto questo tempo?».
Sorrisi e non mi offesi per la scortese allusione alla mia età. Lui
sembrava così curioso, pieno di fiducia in modo commovente: con la
speranza che io potessi, in qualche modo, aiutarlo con una parola o
una stretta di mano o un bacio sulla guancia.
«Mio caro ragazzo, davvero non lo so». Perché in verità ero
stanca di essere Alice nel Paese delle Meraviglie. Le ossa mi
dolevano per il rimpianto e il desiderio per la vita semplice di
Cuffnells, dove nessuno si aspettava niente da me, se non che
pagassi i conti e ordinassi la cena, e dove, giurai, non avrei bevuto
un’altra tazza di tè per tanto, tanto tempo.
Ma il ragazzo sembrò così deluso e perso (i suoi occhi erano di
una sfumatura di un castano così struggente che ero quasi tentata di
portarlo a casa con me e di sistemarlo nella camera di uno dei
ragazzi) che mi costrinsi a continuare a vaneggiare. «Immagino che
prima o poi tutti dobbiamo decidere quali ricordi – reali o meno –
vogliamo tenere e quali lasciare andare. Non sono certa di avere
ancora imparato a farlo. Ma lo farò presto, forse».
«Ma lei è… cioè lei è… piuttosto…». Il poverino arrossì, ma io
sorrisi comprensiva.
«Intende dire che sono piuttosto vecchia, dico bene?».
«Sì… cioè. Chiedo scusa, ma… sì, abbastanza».
«Forse è meglio se la mettiamo in questo modo – noi potremmo
essere le uniche due persone al mondo che sanno con certezza
cosa sarà scritto sulla nostra lapide. Qui giace Alice nel Paese delle
Meraviglie. Naturalmente molte altre cose sono accadute nella mia
vita, moltissime. Ma la gente vorrà ricordare Alice, non il resto».
Scossi il capo tentando di tenere a bada l’improvvisa ondata di
ricordi. «Tutto il resto appartiene a noi. Solo a noi. Lo ricordi… e
permetta al pubblico di credere ciò che vuole. Siamo noi a
conoscere la verità, dopotutto. Perlomeno, lo spero». Sussurrai
quest’ultima parola, perché rammentandomi della lettera di Ina,
sapevo di non conoscerla.
«Immagino di sì». Non sembrava che stesse davvero ascoltando.
Sembrava che stesse cercando di essere gentile con una vecchia
signora malferma che blaterava sciocchezze. Decisi di perdonarlo
comunque e lo baciai su una guancia per dirgli addio.
«Non l’ho voluto io, tutto questo», sbottò improvvisamente Peter,
afferrandomi una mano.
«Io sì». Le parole mi uscirono di bocca prima che potessi pensare
e sorpresa ritrassi la mano. Cosa c’era in quel povero giovane,
apparentemente solo, che induceva a una confessione tanto
sincera? «Immagino che questa sia la differenza tra di noi, allora. Io
ho decisamente voluto tutto questo… Come ho fatto con tante altre
cose, da giovane».
«Oh. Sì, immagino che questa sia la differenza». Sorrise
cortesemente, ma i suoi dolci occhi castani – occhi da cerbiatto –
brillavano di tristezza. Mi preoccupai per lui, perché non mi
sembrava avere la forza di carattere che io ero convinta di
possedere.
«Caro ragazzo, ha molti parenti?», gli chiesi, anche se sapevo che
era scortese. Ma lui mi sembrava tanto solo.
«No, non molti vivi», rispose.
«Neanche io… A parte Caryl, naturalmente». Mi guardai attorno,
improvvisamente conscia e vergognosa di non averlo incluso nella
conversazione. «Caryl, lascia che ti presenti Peter Llewelyn-
Davies».
Caryl si avvicinò impaziente. «Sono felice di incontrarla. Ho una
splendida idea per un’attività commerciale, Peter… sa che l’industria
aeronautica progredirà a passi da gigante. Quale migliore portavoce
per loro del vero Peter Pan, eh? Che ne dice?».
«Caryl, per l’amor del cielo, ti prego…».
«Dico che sembra allettante», intervenne Peter con
un’espressione di sincero interesse sul volto. «Mi piacerebbe
parlarne ancora… Le linee aeree, dice? Sarò a Londra il mese
prossimo».
«Ecco il mio biglietto, allora». Caryl glielo porse e i due si strinsero
la mano con entusiasmo.
«Devo andare. È stato un piacere». Peter si rivolse a me e, anche
se sorrideva, non potei liberarmi della sensazione che lui non fosse
Peter Pan, ma piuttosto uno dei Bambini Sperduti. Ebbi lo strano
impulso di abbracciarlo e di proteggerlo da ciò che lo attendeva, che
cosa fosse non lo sapevo. Sapevo solo che temevo per lui.
«Stia bene, figliolo», gli dissi decidendo di porgergli la mano,
mentre lacrime inaspettate mi bruciavano gli occhi. Buon Dio, stavo
proprio diventando sciocca! Battei le palpebre furiosamente e tirai su
col naso. «Santo cielo, mi sta venendo il raffreddore. Addio, Peter!».
«Addio, Alice!».
Ci fissammo l’un l’altra e scoppiammo a ridere, era tutto così
teatrale. Lo guardai allontanarsi, così solo. Poi mi rivolsi a mio figlio.
«Allora, raccontami di questo affare delle linee aeree». Lo presi
sottobraccio e ci avviammo lungo il corridoio.
«È una coincidenza straordinaria, ho appena parlato con questo
tipo poco prima di partire…». Caryl era raggiante, il viso luminoso
come quello di un bambino. Parlò senza sosta per un quarto d’ora e,
anche se non capii la maggior parte di quello che mi disse, sapevo
che lui era felice di condividere i suoi progetti con me e io ero felice
di lasciarglielo fare.
Qualche giorno dopo, saturi di tè, di fasti e di cerimonie,
finalmente partimmo per tornare a casa, a…
Cuffnells, 1932

Santo cielo, quanto sono stanca di essere Alice nel Paese delle
Meraviglie.
Vi sembro un’ingrata? Sì, lo so. Ma sono davvero stanca.
Sono davvero stanca.
Così stanca che mi sdraio sulla chaise-longue accanto al fuoco e
copro con la coperta afgana rossa – quella di Mamma, una delle
poche cose sue che ho tenuto – le mie ossa stanche e doloranti. Le
lettere sono ancora sparse sulla scrivania e le parole mi martellano
in testa, insistendo affinché io le noti. Le domande senza risposta di
Ina – Non so se ricordi quando Mr Dodgson smise di venire al
Decanato. Quanti anni avevi?
Parole, immagini, domande e, infine… sogni. Ha sempre tutto
inizio con un sogno, non è così? Il sogno di Alice accanto al fiume, il
capo poggiato in grembo a sua sorella, sogna un coniglio, un
coniglio bianco, era anche il mio sogno. Erano i miei sogni. Uno di
essi – ne ricordo uno di quando ero piccola, uno fatto dopo una
lunga camminata in un giorno d’estate. Un sogno fatto su un treno:
con la testa poggiata sulla spalla di Mr Dodgson, sognavo di bambini
su steli di fiori, mentre Papà camminava piangendo e c’era un uomo
con un cilindro nero, i guanti grigi e qualcosa di rigido in lui. «Che
possano essere felici», mi sussurrò e io sorrisi. La notte, fuochi
artificiali e una coppia in un portone buio, lei gli avvolgeva le braccia
graziosamente attorno al collo, traendolo sempre più vicino alle sue
labbra alzate.
«Alice», disse con tenerezza l’uomo col cilindro – che però era
Leo. «Alice, sii felice. Sii felice con me».
«Certo», risposi con un sospiro contento. «Certo. Sarò sempre
felice con te, amore mio».
Ma no, l’uomo col cilindro non era Leo, non era Regi. Era Mr
Dodgson, aprii gli occhi, i miei occhi di ragazza, limpidi e acuti,
senza bisogno di occhiali, e vidi solo lui. I suoi soffici capelli castani
che si arricciavano in cima, i suoi gentili occhi blu, uno più alto
dell’altro.
Si era comportato in modo ardito, non era questo che aveva detto
Ina? Ma no. No, lui non era ardito; era timido, era gentile, amava una
bambina di sette anni. Io ero una ragazza di undici anni, invece, e
non ero timida.
Ero io quella ardita. Vidi ciò che volevo e me lo presi. Non sapevo
ancora che l’amore non mi apparteneva ogni volta che lo
desideravo. Non lo sapevo, così lo cercai: le mie braccia avvolte
graziosamente attorno al suo collo, trassi il suo viso a me, le sue
labbra così morbide, in cerca di risposte, ponendo una domanda…
No.
Le mie labbra cercavano, chiedevano; non le sue. Lui stava solo
cercando di svegliarmi, scuotendomi gentilmente, baciandomi sui
capelli. Fui io che allungai la mano, lo presi… e lo baciai, lo baciai
con ardore, le mie labbra che aprivano le sue, chiedendogli di essere
felice – che ci sia concesso di essere felici. E in quel momento, lo
crederò per sempre, noi lo eravamo.
Ma lui mi spinse via, scioccato. Non abbastanza presto però,
avevo sentito la sua agitazione, la sua sorpresa, ma anche il suo
piacere, lo avevo sentito sulle sue labbra, sulle labbra che si
muovevano sotto le mie.
Fino a quando lui, finalmente, mi spinse via.
Ero ferita, confusa. Mi sedetti eretta, mi stropicciai gli occhi ancora
pieni di sonno e vidi mia sorella. Ina ci stava guardando; ci
osservava sempre con quei suoi occhi, quegli occhi grigi spalancati
come l’obiettivo di una macchina fotografica. Era rossa in volto, gli
occhi lampeggianti di furia, ansimò, si alzò in piedi, guardò dal
finestrino e vide Pricks accanto al binario, perché il treno era appena
entrato in stazione.
Ina ora stava singhiozzando, mentre Mr Dodgson la teneva per un
braccio, tentando di spiegare. «Ina, aspetta… Sei sconvolta!».
Scuotendo il capo, lei si liberò e prese a calci la porta fino a quando
il capotreno non andò ad aprirla.
Rimasi seduta, stranamente tranquilla, osservando senza capire.
Ina corse da Pricks. La vidi tirare il braccio di Pricks, indicare il treno
– indicare me e Mr Dodgson in piedi accanto a me, coi guanti
improvvisamente macchiati dal sudore. Alzai lo sguardo e cercai di
toccargli gentilmente un braccio per confortarlo, perché sentivo che
era sconvolto. Per la prima volta nella mia vita, lui si ritrasse, mi
rifiutò… come se si vergognasse.
Pricks si avvicinò a grandi passi alla carrozza, protese le braccia
verso Edith, ferma sulla porta, e l’aiutò a scendere. Mi lasciai
scivolare giù dal sedile, camminai fino ai gradini – c’era vapore
proveniente dalla locomotiva, solo due carrozze più avanti – e
guardai Pricks. Incontrai pacatamente il suo sguardo, lei allungò una
mano e mi schiaffeggiò in viso, forte. Mi vennero le lacrime agli
occhi, ma non mi impedirono di vedere l’orribile ghigno che tagliava
in due la sua brutta faccia scura.
Senza una parola, mi prese per mano, mi tirò giù dal treno
bruscamente, inciampai sull’ultimo gradino e mi storsi la caviglia,
mentre lei mi trascinava via, verso la carrozza in attesa. Solo prima
di seguirla, mi voltai a guardare: Mr Dodgson era in piedi sulla
banchina, solo. Teneva il cappello tra le mani, aveva il viso pallido, la
sua bocca morbida e sensuale era aperta, ma per la prima volta non
aveva parole, nessuna storia, per aiutarmi a capire. Rimase lì, un
uomo alto, slanciato, improvvisamente rimpicciolito.
Sembrava che fosse stato appena derubato di qualcosa di
prezioso.
Non lo rividi per moltissimo tempo. Pricks e Ina riempirono la testa
di Mamma di parole che erano vere e allo stesso tempo non lo
erano. Le udii bisbigliare, complottare, come due arpie o due
streghe. Quando li ho trovati, lei non aveva quasi vestiti indosso.
Quando li ho visti alle luminarie, lei aveva il capo sul suo petto. Lei
ha detto di sapere come nascono i bambini. Si sono baciati,
Mamma. Li ho visti coi miei occhi. Lui l’ha baciata, come Papà bacia
te. L’ho visto anch’io, signora… L’ho visto nei suoi occhi.
Poi Mamma mi ordinò di mostrarle le lettere che lui mi aveva
inviato:
Ricordi la sensazione di rotolare nell’erba?
Con un urlo, un orribile urlo angosciato e furioso, Mamma si
precipitò nella nursery, aprì tutte le mie cose – la mia preziosa
scatola dove tenevo tutti i miei tesori, i miei cassetti, i miei armadi e
bauli – in cerca di qualcosa; in cerca d’altro. Prese le lettere e le
gettò nel fuoco, muovendole, sbriciolandole coll’attizzatoio,
continuando a piangere e a dire cose che non capivo. «Tu perfida,
perfida ragazza! Quell’uomo orrendo! Sei rovinata, ecco che sei!
Rovinata! Ora nessuno ti vorrà più!».
Le corsi dietro, tirandole un braccio. Quella mi sembrava la
profanazione peggiore di ogni altra. «Non puoi leggere le mie lettere!
Non hai il diritto!». Roventi lacrime di rabbia mi riempirono gli occhi
mentre osservavo le lettere bruciare.
Con una sola occhiata – un’occhiata micidiale e disgustata –
Mamma mi impedì di piangere.
Non mi proibì di parlare, però; ma io non lo feci. Per tutto il tempo
non dissi una parola. Rimasi seduta mentre ascoltavo distruggere Mr
Dodgson per me – per noi – per sempre. Lo chiamarono con nomi
orribili e supplicarono Papà di licenziarlo dal college. Fu solo molto
più tardi, quando anch’io diventai madre, che mi chiesi perché Papà
non sembrò mai prendere l’ipotesi in considerazione.
Non dissi nulla in difesa di Mr Dodgson. Anche se sapevo della
sua innocenza, ero più interessata a proteggere la mia. Mi nascosi
dietro la mia età, perché erano disposte a concedermi ameno quella;
ripetendomi, ripetendosi l’un l’altra, che fortunatamente ero giovane,
troppo giovane. Ma lui non aveva niente dietro cui nascondersi,
dopotutto era un adulto. E sospettai che fuori dal Paese delle
Meraviglie ci si aspettava che gli adulti si comportassero in modo
diverso. Si presumeva che avessero più buonsenso.
Così, col mio silenzio, lo scacciai dal Paese delle Meraviglie. Anni
dopo, lui avrebbe fatto la stessa cosa a me.
Quello – non la felicità – era ciò che ci eravamo meritati.

Le ombre sono lunghe e profonde, il fuoco si è ridotto a un


bagliore contenuto, le braci ammiccano pigramente quando apro gli
occhi. Mi muovo, il corpo è irrigidito per essere rimasto a lungo
immobile sulla chaise-longue. Devo essere stata qui per un’ora,
come minimo.
Mi metto a sedere e stringo la coperta afgana attorno alle spalle
come uno scialle, batto i miei vecchi occhi lacrimosi, ma non sono
più stanca. Sono improvvisamente piena di energia e i miei pensieri
non sono più disordinati, non c’è più una nube di confusione e
sospetto sospesa sul mio capo.
Vedo con chiarezza, finalmente. I miei ricordi appartengono solo a
me.
Mi ritornano in mente le parole che avevo detto al giovane Peter –
Immagino che prima o poi dobbiamo tutti decidere quali ricordi –
reali o meno – vogliamo trattenere e quali lasciare andare.
Mi avvicino allo scrittoio. La lettera di Ina è sempre lì, ad attendere
ancora una risposta. Mi siedo, mi rimetto gli occhiali e sciolgo il
nastro nero che lega le altre lettere, poi le apro con le dita tremanti e
mi costringo a leggerle un’ultima volta:

Mio amato,
l’ansia per te mi sta consumando. Devo mantenere un’aria
distaccata e dignitosa, esprimere esteriormente solo una blanda
preoccupazione, perché, naturalmente, come figlia del Decano
posso essere solo doverosamente ansiosa di ricevere tue buone
nuove.

Erano le mie lettere a Leo, quelle che avevo scritto durante la sua
malattia e che non avevo mai inoltrato. Intendevo mostrargliele, un
giorno, ma quel giorno non era mai arrivato.
Ci sono anche altre lettere: quelle ad Alan e a Rex, scritte dopo la
loro morte. Le lettere di una madre che piange i suoi figli caduti.
Lettere che non avevo mai mostrato a Regi, anche se ora capivo –
troppo tardi – che forse lo avrebbero confortato.
C’era anche la lettera per Ina. La lettera che avevo iniziato ma non
avevo mai finito. Quella che non avrei potuto scrivere prima di oggi.
Non la scriverò, dopotutto. Non sta a me farlo.
Le prendo e mi avvicino decisa al fuoco. Avvicino un basso
sgabello di vimini, mi siedo e mi porto le lettere al cuore. Quello che
vi è contenuto, del resto, è amore. Ed è amore quello che provo. Ero
partita troppo spavalda e avevo creduto che il mio errore avesse
causato tutto ciò che ne seguì: perdere Leo, Edith, sposare un uomo
che non sapevo di amare fino a quando non fu troppo tardi, avere
avuto tre figli, due dei quali destinati a perdere la vita sul campo di
battaglia. Tutti quelli che avevo amato erano morti, mentre io
continuavo a vivere. È forse una tragedia?
O una fantasia? Una meravigliosa favola per bambini?
Perché c’è sempre la storia di una bambina.
Le altre storie – i ricordi – sono solo mie e posso farne ciò che
voglio, perché il mondo, dopotutto, vuole solo conoscere quell’altra.
Ed è così che dovrebbe essere: lei – io – dovrebbe continuare a
vivere in una bambina felice e audace, per la quale nessun
rompicapo è troppo difficile da risolvere con un po’ di buonsenso e di
pazienza.
Mi porto le lettere alle labbra, le bacio – se non posso indulgere
nelle mie emozioni a ottant’anni, quando potrei farlo? – e le lascio
cadere lentamente sulle braci assopite. Non le straccio né le attizzo.
Mi limito a osservarle mentre i loro angoli s’imbruniscono e si
arricciano. Bruciano.
Ma non scompaiono. Sono dentro di me, sono tutti dentro di me –
Leo, Edith, Alan, Rex, Regi. Li porterò con me quando me ne andrò,
e non manca molto, lo sento nel mio cuore stanco, un cuore lacerato
e rappezzato troppe volte. Le cuciture sono logore, fragili come il
nastro di seta nero che tengo in mano. Presto cederanno.
Non l’ho voluto io, tutto questo, aveva detto Peter.
Io sì, avevo risposto. Ed era vero, lo avevo voluto, come lo voglio
ora.
Per ottanta anni sono stata, in momenti diversi, una zingarella,
una musa, un’amante, una madre, una moglie. Ma per un solo
uomo, e per il mondo intero, io sarò sempre una bambina di sette
anni di nome Alice. Quella è l’unica lettera che deve rimanere, quello
è il ricordo che decido, in questo stesso momento, di trattenere,
mentre osservo il resto tramutarsi in cenere e, poi, in fumo. Fumo
che sale su per il camino, esce nell’aria fredda, e si diffonde sulla
terra tranquilla che circonda la mia casa, a Cuffnells.
Io sono Alice, e sarò Alice per sempre.
Perché Alice ero io.
Nota dell’autrice
Alcuni anni fa, mentre vagavo per le sale dell’Art Institute of
Chicago, mi imbattei in una mostra molto interessante: Dreaming in
Pictures: The Photography of Lewis Carroll. Conoscevo Lewis
Carroll solo come autore del classico Alice nel Paese delle
Meraviglie. Suppongo di essermelo sempre immaginato come una
benevola figura paterna.
Immaginate quindi la mia sorpresa, quando scoprii che le
fotografie di Lewis Carroll (o del reverendo Charles Lutwidge
Dodgson, il suo vero nome) erano esclusivamente immagini di
ragazzine. Ragazzine in pose alquanto provocanti.
Anche se apparteneva all’ingenua epoca vittoriana, quella raccolta
di fotografie mi sembrò inquietante. Tra quelle immagini affascinanti,
una foto spiccava su tutte. Era la fotografia di una bambina vestita in
modo succinto che metteva in mostra abbastanza pelle da far sentire
a disagio anche me. Ma furono gli occhi a colpirmi; scuri, scintillanti,
saggi, esperti, quasi insolenti. Gli occhi di una donna.
La didascalia diceva che era Alice Liddell, anni sette, figlia
preferita del Decano Liddell del Christ Church College di Oxford,
dove Dodgson insegnava matematica. Era la bambina che aveva
ispirato il libro che aveva scritto il reverendo con lo pseudonimo di
Lewis Carroll. Un classico: Alice nel Paese delle Meraviglie.
Mi chiesi cosa le fosse accaduto, da grande. Mi domandai anche
cosa fosse accaduto tra i due guardando quella fotografia tanto
sorprendente. Pensai che poteva essere una storia interessante.
Tornai a casa e, subito, me ne dimenticai.
Quattro anni dopo, accompagnai all’Art Institute la mia amica Nic,
che era venuta in visita dall’Australia. Mentre prendevamo un caffè,
le raccontai della mostra precedente, ricordando di aver pensato che
quella sarebbe stata una bella storia.
«Scrivila», mi disse lei.
«Ma sto lavorando a un’altra cosa».
«No. Questa è la storia che devi scrivere. Fallo».
«Be’, forse».
Il mattino seguente, a colazione, Nic aveva gli occhi spiritati. Era
stata sveglia tutta la notte a fare ricerche su Charles Dodgson e su
Alice Liddell e insistette per raccontarmi la loro storia.
Nel 1862, Charles Dodgson raccontò ad Alice, che aveva allora
dieci anni, e alle sue due sorelle la storia di una bambina che era
caduta nella tana di un coniglio. Cosa molto insolita – perché lui
aveva raccontato molte storie alle tre bambine –, Alice gli chiese di
scrivere proprio quella.
Dodgson raccontava queste storie alle bambine perché provava
un’intensa, bizzarra affinità nei loro confronti; lui viveva in un edificio
accanto al Decanato, la dimora del Decano del Christ Church di
Oxford e della sua famiglia. Nel 1863, dopo anni di cordiale
frequentazione con questa famiglia, accadde qualcosa che provocò
una rottura definitiva dei loro rapporti. Alice aveva allora undici anni
e Dodgson trentuno. Qualche tempo dopo, la madre di lei aveva
distrutto, bruciandola in un caminetto, tutta la corrispondenza
intercorsa tra la figlia e il reverendo. Dopo la sua morte, i parenti di
lui avevano eliminato, forse strappandole, le pagine del suo diario
relative a quel periodo. Alice e la sua famiglia non parlarono più in
pubblico dei rapporti intercorsi tra loro e Dodgson, se non più tardi,
quando lei fu costretta a vendere il manoscritto originale di Alice per
salvare la sua amata casa. Fu solamente allora che sembrò che lei
fosse capace di accettare il ruolo che aveva avuto nella creazione di
quel capolavoro senza età.
La mia amica aveva ragione. Quella era la storia che dovevo
scrivere.
Non sono una storica, non sono una studiosa di Lewis Carroll, di
quelli ce ne sono molti, e questa non è la sua storia. Scrivo romanzi
e questa è la storia di Alice. Mentre cercavo altri particolari, scoprii
che l’infanzia di Alice Liddell era abbastanza documentata (con
l’eccezione di quella corrispondenza mancante) e perfino romanzata.
Nel 2001 era stato pubblicato un romanzo dal titolo Still She Haunts
Me di Katie Roiphe13, sugli anni che avevano preceduto la rottura tra
Dodgson e Alice, e nel 1985 era stato anche girato un film,
Dreamchild14, che trattava, in maniera piuttosto fantasiosa, dello
stesso periodo di tempo. Esistevano anche due piccole biografie: la
prima era un libro per bambini, l’altra era introvabile perché esaurita
da tempo. Ma nessuno aveva raccontato la storia dal punto di vista
di Alice e gli anni successivi della sua vita erano sempre stati
trascurati se non del tutto ignorati.
Eppure quelli erano gli anni che più mi incuriosivano. Continuai le
mie ricerche e scoprii che Alice poteva aver avuto un idillio, che era
stato infranto, col principe Leopold d’Inghilterra, e aveva finito per
sposare un altro uomo (sebbene avesse indossato sull’abito nuziale
la spilla di diamanti donatale dal principe). Anche come madre il suo
cuore era stato infranto: aveva perso due figli durante la prima
guerra mondiale. Rimasta vedova, era quasi finita nell’anonimato
piccolo borghese, con la crisi economica del dopoguerra. Infine,
aveva conosciuto la fama e la personale affermazione solo poco
prima di morire.
Dodgson, nel frattempo, aveva continuato a vedere pubblicate le
svariate edizioni di Alice e, naturalmente, aveva continuato a
fotografare molte bambine, anche se sembrava quasi che
continuasse a cercare una degna sostituta della sua “bambina del
cuore” originale. Quando si incontrarono per l’ultima volta, poco
prima della sua morte, lui fu desolatamente incapace di conciliare la
Alice adulta con la bambina che aveva amato.
Questa era la storia che dovevo scrivere: le avventure di Alice
dopo che aveva lasciato il Paese delle Meraviglie. Mi sembrava che
tutto ruotasse attorno a ciò che era accaduto tra l’uomo e la bambina
prima di quella misteriosa rottura, in quello splendido pomeriggio
d’estate.
Va ricordato che questo è un romanzo, non una biografia. Non ho
alterato i fatti noti della vita di Alice, con l’eccezione dell’ultima
fotografia fatta da Dodgson quando lei era una giovane donna;
questa, in realtà, fu scattata quando Alice aveva diciotto anni, quindi
prima del periodo in cui il principe Leopold visse a Oxford. Tuttavia,
ho tentato di catturare quello che pensavo potesse essere stato
l’impatto emotivo di quel momento, che fosse avvenuto quando lei
aveva diciotto oppure ventitré anni. A volte ho fatto affidamento su
dicerie e su congetture documentate: ad esempio, alcuni credono
che il principe Leopold fosse in realtà interessato a Edith, la sorella
di Alice. Ma non potevo ignorare che Alice indossò realmente sul
suo abito nuziale la spilla di diamanti che lui le aveva donato, e
anche che il principe aveva chiamato Alice la sua prima figlia,
mentre lei aveva chiamato Leopold il suo secondogenito.
Alice sposò realmente un uomo di nome Reginald Hargreaves e
visse il resto della sua vita in una tenuta di campagna chiamata
Cuffnells, che, sfortunatamente, in seguito è stata demolita. Verso la
fine della sua vita, si recò alla Columbia University di New York, dove
fu insignita di una laurea ad honorem e dove incontrò un altro
personaggio della letteratura per l’infanzia, Peter Llewelyn-Davies,
immortalato come Peter Pan, il quale qualche anno dopo si suicidò.
La libertà maggiore che mi sono presa è stata quella di raffigurare
il rapporto tra Alice Liddell e John Ruskin, l’eminente critico d’arte e
di costume dell’età vittoriana. Anche se i particolari su Ruskin sono
storicamente accurati – il suo matrimonio scandaloso15, la tragica
relazione con una giovanetta, Rose La Touche –, io l’ho
deliberatamente reso una figura importante nella vita di Alice, più di
quanto fosse effettivamente stato. Anche in questo caso, avevo dei
fatti su cui basarmi. È ovvio che lui e Alice si siano frequentati
durante gli anni in cui insegnò, come Slade Professor of Art a
Oxford16. Lui dava lezioni di disegno e d’arte a lei e alle sue sorelle.
Lui stesso, nella sua autobiografia Praeterita17, racconta le varie
occasioni in cui era rimasto affascinato dalla giovane Alice.
Ma che dire di quella rottura? Cosa avvenne realmente in quel
pomeriggio d’estate da portare a una frattura così definitiva tra
Dodgson e Alice?
Come romanziera, quello era il mio regalo più grande. Perché
nessuno – né Dodgson, né Alice, né sua madre, né le sue sorelle –
ne ha mai parlato pubblicamente, se non per un interessante
accenno in una lettera ad Alice da parte di sua sorella Ina, poco
prima della loro morte. Ci furono delle chiacchiere, naturalmente,
perché Oxford era famosa per i suoi pettegolezzi. Ma quello, uno
degli eventi principali della vita di Alice – forse il più importante –
rimane tuttora frutto di mere speculazioni.
Tuttavia, il fatto più importante che si conosce, è stato sviluppato
in un’opera di fantasia: un piccolo volume, ancora oggi un classico
della letteratura, Alice nel Paese delle Meraviglie. Questo è ciò che
rimane. Questo è ciò che, credo, la stessa Alice avrebbe voluto che
rimanesse.
Spero che la sua storia vi sia piaciuta.
MELANIE BENJAMIN
Ringraziamenti
Non capita spesso che un autore possa affermare che un libro non
sarebbe mai stato scritto senza l’influenza di una persona, ma Sono
stata Alice non avrebbe mai visto la luce se non fosse stato per la
mia cara amica e compagna di scrittura Nicole Hayes. La gratitudine
non esprime abbastanza i miei sentimenti nei suoi confronti, ma
dovrà bastare.
Anche Laura Langlie, la mia straordinaria agente e amica, deve
essere ringraziata per il sostegno, la dedizione e l’incrollabile fiducia.
A Kate Miciak, l’editor più entusiasta, comprensiva e
straordinariamente dotata: grazie, per aver amato così tanto Alice.
Devo ringraziare anche Nita Taublib, Randall Klein, Loyale Coles,
Carolyn Schwartz, Quinte Rogers, Susan Corcoran, Loren Noveck e
tutti gli altri della Bantam Cole che hanno fatto così tanto per Alice e
per me. Grazie anche a Peter Skutches, a Tooraj Kavoussi e a Bill
Contardi.
Judy Merrill Larsen e Tasha Alexander si meritano inoltre un
grande grazie per aver tollerato le mie angosce di scrittrice.
Karen Schoenewaldt del Rosenbach Museum and Library e
Matthew Bailey della National Portrait Gallery di Londra sono stati
entrambi di grande aiuto nella mia ricerca delle immagini di Alice
Liddell. Sono anche debitrice nei confronti di diversi libri e siti web
dedicati a Alice Liddell e a Charles Dodgson. The Other Alice di
Christina Björk e Inga-Karin Eriksson (un incantevole libro di
immagini), The Real Alice di Anne Clark e The Lives of the Muses di
Francine Prose mi hanno immensamente aiutato ad accertare i dati
biografici riguardanti Alice Liddell e la sua famiglia. Ho trovato
estremamente utile anche il sito “Alice in Oxford”
(www.aliceinoxford.info). Anche la home page dedicata a Lewis
Carroll (www.lewiscarroll.org/carroll.html), gestito dalla Lewis Carroll
Society of North America, mi è stato molto utile, come lo è stato il
sito della Lewis Carroll Society del Regno Unito (lewiscarrollsociety.
org.uk/index.html).
Naturalmente, non avrei mai potuto scrivere questo libro senza
aver riletto Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo specchio
di Lewis Carroll.
Devo infine ringraziare la mia famiglia – Pat e Norman Miller, Mark
e Stephanie Miller, Mike e Sherry Miller: grazie a tutti voi per il vostro
sostegno e per la vostra benevolenza.
E, come sempre, il mio affetto va a Dennis, Alec e Ben. Senza di
voi, niente di tutto questo avrebbe importanza.
Note dei traduttori

1
Il Solent è un braccio di mare che separa l’Isola di Wight dalla costa
della Gran Bretagna.
2
Pricks was prickly, gioco di parole intraducibile; prick significa, tra le
altre cose, ‘spina’, ‘puntura’ (di ago).
3
Twinkle, Twinkle, Little Star è una delle più popolari filastrocche
inglesi. Il testo deriva da una poesia del primo Ottocento, The Star,
di Jane Taylor.
4
Professore di college, docente universitario.
5
«Il mondo è triste e vuoto, dovunque io vada», dalla canzone
popolare Old Folks at Home (Swanee River) composta da Stephen
Collins Foster (1826-1864), conosciuto come il “padre della musica
americana”.
6
Le Commemorations sono feste religiose minori della Chiesa
d’Inghilterra.
7
Sir Joshua Reynolds (1723-1792). Uno dei maggiori pittori inglesi del
XVIII secolo, tra i fondatori della Royal Academy of Art, di cui fu il
primo presidente dal 1768 al 1791. Fu fautore della ripresa dei motivi
e dei soggetti della tradizione classica.
8
Zona rurale dell’Inghilterra nord-occidentale e località di vacanze. Vi
abitarono Wordsworth, Coleridge e Southey, per tale ragione
chiamati “poeti dei laghi”.
9
Mark Twain, The Innocents Abroad (1869), racconti di viaggio.
10
In alcune università inglesi, in particolare nei college come Oxford,
Cambridge e Durham, gli studenti e il corpo insegnante sono
organizzati in common rooms, spazi condivisi di rappresentanza che
forniscono anche determinati servizi ricreativi e opportunità di
socializzazione per i residenti.
11
Il Women’s Land Army (WLA). Associazione femminile, nata allo
scopo di sostituire nei lavori agricoli gli uomini arruolati durante la
prima e la seconda guerra mondiale. Le donne che vi facevano parte
erano chiamate Land Girls.
12
Romanzo del 1877 dalla scrittrice inglese Anna Sewell. Nato come
libro per appassionati di cavalli, divenne presto un classico per
l’infanzia e uno dei maggiori bestseller di tutti i tempi.
13
Katie Roiphe (New York, 1968): saggista post-femminista, autrice di
scritti politici quali The Morning After: Fear, Sex and Feminism del
1993 (pubblicato in Italia da Rizzoli nel 1993 con il titolo La mattina
dopo), Last Night in Paradise: Sex and Morals at the Century’s End
(1997) e del romanzo Still She Haunts Me, nel quale immagina il
rapporto tra Charles Dodgson e Alice Liddell.
14
Film del 1985, scritto da Tennis Potter e diretto da Gavin Millar, un
racconto romanzato della vita di Alice Liddell.
15
Nel 1848, John Ruskin sposò Effie Gray. Il matrimonio fu
notoriamente infelice e fu annullato nel 1854 con la motivazione di
“impotenza incurabile”, un’accusa che Ruskin successivamente
contestò arrivando a offrirsi di dimostrare la sua virilità a richiesta
della corte.
16
La Slade Professorship of Fine Art (Cattedra Slade di Belle Arti),
fondata nel 1869 dal collezionista e filantropo Felix Slade, è la più
antica cattedra d’arte delle università di Cambridge, Oxford e
Londra.
17
John Ruskin: Præterita: Outlines of Scenes and Thoughts Perhaps
Worthy of Memory in My Past Life (1885-1889).
Sommario
Presentazione
Pagina di Copyright
Frontespizio
Dedica
Capitolo 1
Capitolo 2
Capitolo 3
Capitolo 4
Capitolo 5
Capitolo 6
Capitolo 7
Capitolo 8
Capitolo 9
Capitolo 10
Capitolo 11
Capitolo 12
Capitolo 13
Capitolo 14
Capitolo 15
Capitolo 16
Capitolo 17
Capitolo 18
Nota dell’autrice
Ringraziamenti
Note dei traduttori