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Alessandra Cecchi non ha ancora compiuto quindici anni quando suo padre, un ricco mercante di

stoffe, fa ritorno da un viaggio nel nord dell’Europa portando con sé un giovane pittore incaricato di
affrescare la cappella del loro palazzo fiorentino.
Figlia del Rinascimento, Alessandra è più incline agli studi che ai soliti doveri di una ragazza di
buona famiglia. Inoltre, coltiva una passione per il disegno che poco si addice a una giovane donna.
L’incontro con il pittore fiammingo accende in lei il desiderio di apprendere le tecniche della
creazione artistica e, insieme, la curiosità nei confronti del ragazzo dai lunghi capelli scuri. Fra
Alessandra e il pittore nasce un’intensa attrazione, avversata dalla madre della ragazza, che la sorveglia
con sguardo d’aquila.
Intanto Firenze assiste alla morte di Lorenzo de’ Medici e precipita in un baratro di caos e rovina:
mentre l’esercito francese minaccia l’invasione, un frate domenicano di nome Girolamo Savonarola si
scaglia contro il dilagare del vizio e profetizza terribili castighi. In un’atmosfera sempre più cupa,
Alessandra è costretta a rinunciare ai sogni e ad accettare il matrimonio con un uomo maturo, colto e
raffinato, Cristoforo Langella, che le promette una libertà non comune per una donna del suo tempo. Il
destino, tuttavia, le riserverà nuove drammatiche prove.
Sarah Dunant insegna Storia del Rinascimento e vive tra Londra e Firenze. Tra le sue opere: La
cortigiana (BEAT, 2013), Le notti al Santa Caterina (BEAT, 2012), Sangue e onore. I Borgia (Neri
Pozza, 2013).
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SUPERBEAT
DELLO STESSO AUTORE
Beat
Le notti al Santa Caterina
La cortigiana
Neri Pozza Editore
Sangue e onore. I Borgia
SARAH DUNANT
LA NASCITA DI VENERE

traduzione dall’inglese di
Fenisia Giannini
a mia madre, Estelle
e alle mie figlie
Zoe e Georgia
Prologo

Nessuno l’aveva vista nuda fino al giorno della sua morte. Era regola
dell’Ordine che le monache non dovessero posare gli occhi su corpo umano,
né proprio né altrui. La stesura di questa norma era stata frutto di attenta e
profonda riflessione. Sotto le ampie pieghe dell’abito, ciascuna di loro
indossava una lunga camicia di cotone, indumento che non si toglieva mai,
nemmeno per lavarsi, affinché fungesse da schermo e in parte da asciugatoio,
oltre che da camicia per la notte. Le monache la cambiavano una volta al
mese (più spesso in estate, quando l’aria stagnante della Toscana le faceva
grondare di sudore) e c’erano istruzioni precise riguardo alla procedura
corretta: mentre si spogliavano, dovevano tenere gli occhi ben fissi sul
crocifisso al di sopra del letto. Se una di loro lasciava correre lo sguardo
verso il basso, il peccato era materia per il confessionale e quindi non passava
alla storia.
Correva voce che, al suo ingresso in convento, sorella Lucrezia avesse
portato con sé una certa vanità, insieme alla vocazione (la sua dote per la
chiesa, si diceva, comprendeva un cassone da corredo riccamente decorato,
pieno di libri e dipinti che non avrebbero passato il vaglio della legge
suntuaria). Ma a quei tempi le monache erano inclini a errori quali sfarzo ed
eccessi. In seguito alla riforma del monastero, le regole erano però diventate
più severe. Nessuna delle attuali consorelle aveva ricordi così lontani, tranne
la Reverenda Madre, la quale era diventata una sposa di Cristo più o meno
nello stesso periodo di Lucrezia, ma da lungo tempo aveva voltato le spalle a
tali mondanità. Quanto a sorella Lucrezia, non parlava mai del proprio
passato. Anzi, negli ultimi anni aveva parlato pochissimo in assoluto. Che
fosse pia era indubbio. E come l’età le incurvava e le saldava insieme le ossa,
così la sua pietà e la sua modestia erano diventate tutt’uno. Per certi versi era
naturale. Anche se fosse stata tentata dalla vanità, dove avrebbe potuto
riflettersi? Nei monasteri non esistevano specchi, le finestre non avevano
vetri, anche la vasca dei pesci nei giardini era stata disegnata con una fontana
al centro, in modo che l’incessante pioggia di gocce sull’acqua impedisse
qualsiasi narcisismo. Naturalmente qualche trasgressione è inevitabile anche
nel più timorato degli Ordini, e talvolta qualcuna delle novizie più sofisticate
era stata colta mentre osservava di nascosto il proprio volto in miniatura nelle
pupille delle consorelle più anziane. Ma quasi sempre tutto questo svaniva,
via via che l’immagine di Nostro Signore prendeva maggiore risalto.
Pareva che già da anni sorella Lucrezia non guardasse nessuno in viso,
dedicando invece sempre più tempo alle devozioni nella sua cella, gli occhi
che si velavano con il crescere dell’età e dell’amore per Dio. Con l’aggravarsi
della sua malattia, era stata esentata dal lavoro manuale, e mentre le altre si
affaccendavano, la si poteva vedere seduta in giardino o nell’orto delle erbe
aromatiche che talvolta aveva curato. La settimana prima della sua morte era
stata trovata là dalla giovane novizia, sorella Carmilla, che si era allarmata
vedendo l’anziana monaca distesa sulla nuda terra anziché seduta sulla panca,
il corpo sotto l’abito gonfio per l’escrescenza del tumore, il velo gettato da
parte e il viso rivolto ai raggi del sole del tardo pomeriggio. Quello scoprirsi
era una palese violazione delle regole, ma ormai il male l’aveva talmente
consumata e le sue sofferenze erano così evidenti che la Reverenda Madre
non aveva potuto risolversi a punirla. In seguito, dopo che i superiori se
n’erano andati e il cadavere era stato portato via, Carmilla avrebbe fatto
circolare alla tavola del refettorio il pettegolezzo riguardo a quell’incontro,
raccontando come i capelli ribelli della monaca, liberi dalla fascia del
soggolo, si allargavano in un alone grigio intorno alla testa, e come il suo
viso irradiasse felicità; tuttavia, il sorriso che le aleggiava sulle labbra era più
di trionfo che di beatitudine.
Nella sua ultima settimana di vita, mentre il dolore scorreva dentro di lei in
onde sempre più profonde, trascinandola via nel riflusso, il corridoio fuori
dalla sua cella cominciò a odorare di morte; un lezzo fetido, come se le sue
carni si stessero già decomponendo. Il tumore era diventato così doloroso e di
dimensioni tali che sorella Lucrezia non poteva più rizzarsi a sedere. Erano
stati chiamati medici legati alla Chiesa, persino un dottore da Firenze (il
corpo poteva essere scoperto, se era per alleviarne le sofferenze), ma lei li
aveva respinti tutti e non aveva condiviso i propri terribili patimenti con
nessuno.
Il gonfiore rimaneva non soltanto coperto ma nascosto. Si era già d’estate,
il convento di giorno cuoceva per il caldo e di notte soffocava, ma lei giaceva
ancora sotto la coltre, completamente vestita. Nessuno sapeva da quanto
tempo il male le rodesse le carni. La foggia dell’abito monacale era destinata
a celare ogni indizio di forma o di rotondità femminile. Cinque anni prima,
nel più grande scandalo che avesse colpito il convento dopo i brutti tempi del
passato, una novizia quattordicenne di Siena aveva nascosto tanto abilmente
nove mesi di una certa crescita che era stata scoperta soltanto quando la
sorella addetta alla cucina aveva trovato per caso tracce della placenta in un
angolo della cantina e, temendo che si trattasse di viscere di un animale
divorato solo in parte, aveva frugato in giro fino a trovare il corpicino gonfio,
schiacciato da un sacco di farina, in un tino di vino da messa. Della novizia
non c’era traccia.
Un mese addietro, quando l’avevano interrogata dopo il suo primo
svenimento durante il Mattutino, sorella Lucrezia aveva confessato che quella
massa nella mammella sinistra era presente da qualche tempo, e la sua
energia maligna le pulsava contro la pelle come un piccolo vulcano. Ma fin
dall’inizio era stata irremovibile nel sostenere che non si poteva fare nulla al
riguardo. Dopo un colloquio con la Reverenda Madre, in seguito al quale
quest’ultima arrivò in ritardo ai Vespri, non si accennò più alla questione. In
fondo la morte era il passaggio obbligato di un viaggio più lungo, una tappa
che in una casa di Dio andava accolta con gioia quanto temuta.
Nelle sue ultime ore, sorella Lucrezia impazzì per il dolore e la febbre.
Nemmeno le più potenti misture di erbe le davano sollievo. Mentre prima
aveva sopportato la sofferenza con forza d’animo, ora la si sentiva urlare
nella notte come un animale, con gemiti disperati che strappavano al sonno,
spaventandole, le sorelle più giovani nelle celle vicine. Inframmezzate alle
urla, si udivano a tratti parole isolate, gridate con foga, oppure bisbigliate
come frasi di una preghiera delirante: latino, greco e toscano, tutti mescolati
in un fitto garbuglio verbale.
Finalmente Dio la chiamò a sé, un mattino, all’inizio di un’altra giornata
afosa. Il sacerdote venuto a impartirle l’estrema unzione se n’era andato e lei
era rimasta con una delle sorelle che l’assistevano, la quale raccontò come, al
momento della morte, il volto di Lucrezia fosse miracolosamente cambiato: i
solchi incisi dal dolore si erano spianati, lasciando la pelle liscia, quasi
traslucida, eco della fragile novizia arrivata alle porte del monastero circa
trent’anni prima.
La morte venne annunciata formalmente al Mattutino. A causa della
canicola (il calore dei giorni precedenti aveva liquefatto il burro in cucina) si
giudicò necessario seppellire la salma entro sera. Era consuetudine del
monastero assicurare a ogni sorella trapassata la dignità di un corpo pulito,
oltre che di un’anima immacolata, e vestirla con un abito nuovo e lindo, un
abito nuziale per la sposa finalmente unita allo sposo divino. Si occupava del
rito sorella Magdalena, che badava alla farmacia e somministrava le medicine
(con una speciale dispensa per vedere nudità nella più sacra di tutte le
occasioni), aiutata da una giovane monaca, sorella Maria, che poi avrebbe
continuato da sola. Insieme avrebbero lavato e vestito la salma, esponendola
poi nella cappella, dove sarebbe rimasta una giornata per ricevere l’ultimo
saluto dalle consorelle. Quel giorno, però, non occorrevano i loro servigi. A
quanto pareva, prima di morire sorella Lucrezia aveva avanzato una richiesta
particolare: che il suo cadavere non venisse toccato e restasse vestito
dell’abito con cui lei aveva servito il suo Signore per tutti quegli anni. Era un
fatto quanto meno insolito – tra le monache ci si chiedeva se si potesse
considerare una disobbedienza –, ma la Reverenda Madre aveva acconsentito
e tutto si sarebbe svolto senza discussioni se non fosse stato per la notizia,
ricevuta quella stessa mattina, di un’epidemia di peste nel villaggio vicino.
La distanza tra il monastero e il paesino di Loro Ciuffenna si poteva
coprire con una faticosa cavalcata, anche se la pestilenza correva veloce come
gli zoccoli di un cavallo. Sembrava che il primo segno fosse comparso tre
giorni prima, quando il giovane garzone di un agricoltore era stato colpito da
febbri e da un’eruzione violentissima di pustole che si erano diffuse per tutto
il corpo, diventando subito purulente. Era morto due giorni dopo. Nel
frattempo, il fratello minore del garzone e il fornaio loro vicino avevano
subito il contagio. Si era saputo che la settimana precedente il ragazzo era
stato al convento a consegnare farina e ortaggi. Questo portava a ritenere che
la malattia del Diavolo fosse uscita di là, e che la monaca ora defunta ne fosse
la portatrice. Per quanto la Madre Superiora non sopportasse sciocchi
pettegolezzi e fosse in grado quanto chiunque altro di calcolare i tempi e i
modi di diffusione del contagio, toccava a lei mantenere buoni rapporti con il
villaggio, da cui il monastero dipendeva per molte cose; inoltre era innegabile
che sorella Lucrezia fosse morta in preda a febbre e dolori. Se ne fosse stata
portatrice, era opinione comune che la malattia sarebbe rimasta annidata tra le
sue vesti, per poi passare nel terreno e di là riprendere a spargersi. Avendo
perso otto consorelle per un’epidemia, alcuni anni prima, la Reverenda
Madre, attenta non solo alla reputazione del suo monastero ma anche ai
propri doveri verso la comunità, aveva a malincuore ignorato l’ultimo
desiderio di Lucrezia, ordinando che le sue vesti venissero bruciate e il suo
corpo disinfettato, per poi essere immediatamente consegnato alla terra
consacrata.
La salma di sorella Lucrezia giaceva distesa sul letto. A causa di quel
ritardo, le sue membra si erano già irrigidite. Le due consorelle lavoravano
con fretta nervosa, indossando guanti da giardinaggio, l’unica protezione dal
contagio che il monastero potesse offrire. Staccarono il soggolo e glielo
sfilarono dal collo. I capelli della morta erano appiattiti dal sudore, ma il
volto rimaneva sereno e roseo, come quel pomeriggio nel giardino delle erbe
aromatiche. Partendo dalle spalle, tagliarono l’abito lungo il davanti, tirando
via la stoffa, incrostata dal sudore dell’agonia. Prestarono particolare
attenzione all’area intorno al tumore, dove l’abito e la sottoveste si erano
saldamente fusi con la pelle. Durante la malattia, quella parte del suo corpo
era stata tanto dolorante che le sorelle, nell’attraversare il chiostro, si
tenevano lontane da lei per evitare di sfiorarla e di farla urlare di dolore. Era
strano trovarla così silenziosa mentre loro due, con poco garbo, tiravano la
massa umidiccia di stoffa e carne grande quanto un meloncino e cedevole al
tatto. Non si staccava facilmente. Alla fine sorella Magdalena, che nelle dita
ossute aveva una forza tale da smentire la sua età, diede un energico strattone
e la stoffa si staccò dal corpo, portando con sé quella che pareva l’intera
escrescenza.
Alla vecchia monaca si mozzò il respiro quando la massa di tessuto grasso
le rimase nella mano guantata. Abbassando lo sguardo sul cadavere, il suo
stupore aumentò. Nella zona dove prima c’era il tumore, la pelle era guarita:
nessuna ferita, né sangue o pus, nessuno spurgo. Il tumore mortale aveva
lasciato integro il corpo di sorella Lucrezia. Un miracolo, certamente. E se
non fosse stato per il fetore insopportabile nella piccola cella, le due monache
sarebbero cadute all’istante in ginocchio, riconoscendo l’infinita bontà di
Dio. Ma il fatto era che, una volta staccato il tumore, il lezzo sembrava
diventare più forte. Per questo rivolsero la propria attenzione all’orribile
escrescenza.
Separata dal cadavere, riposava nella mano di sorella Magdalena: una
sacca gonfia, da un lato della quale trasudava un liquido nero, come di
interiora in putrefazione, quasi che le viscere stesse della defunta sorella si
fossero infiltrate in qualche modo dal suo corpo nel tumore. Magdalena
soffocò un gemito. La sacca le sfuggì e cadde a terra, sulle pietre, scoppiando
nell’urto e spruzzando liquido e sangue rappreso sul pavimento. Ora
potevano distinguere qualcosa dentro quell’orrendo viluppo: nere spirali,
grumi di sangue, intestini, organi, insomma frattaglie. Sebbene fossero
trascorsi parecchi anni da quando aveva lavorato in cucina, l’anziana monaca
aveva visto sezionare carcasse a sufficienza per conoscere la differenza tra
resti umani e animali.
A quanto pareva, sorella Lucrezia non era morta per un tumore ma per una
vescica piena di interiora di maiale che si era applicata da sé.
La rivelazione sarebbe stata già abbastanza sconvolgente senza quello che
accadde poi. Fu Maria a scoprire sulla pelle del cadavere la striscia argentea
che scendeva dall’estremità della spalla prendendo gradatamente rilievo sulla
clavicola fino a scomparire sotto ciò che era rimasto della sottoveste. Questa
volta la giovane monaca prese l’iniziativa, tagliò l’indumento e poi lo lacerò
con un unico movimento, lasciando la salma completamente nuda sul letto.
Sulle prime non riuscirono a capire quello che avevano sotto gli occhi. Le
carni di Lucrezia erano bianche, come quelle di marmo della Madonna
sull’altare laterale della cappella. Il corpo era vecchio, il ventre e il seno
inflacciditi dall’età, ma con poco grasso, il che significava che la sua figura si
era mantenuta abbastanza da conservare le proporzioni giuste.
Nell’ingrossarsi all’altezza della clavicola, la linea dipinta acquistava forma e
consistenza e, da coda che era, si arrotondava nel corpo di un serpente verde-
argenteo, così realistico che, mentre scivolava sopra i seni, si sarebbe potuto
giurare di vederne i muscoli che s’increspavano sotto la pelle. Vicino al
capezzolo destro si arrotolava intorno all’areola scura e scendeva ancora,
strisciando lungo il ventre. Poi, mentre affondava verso l’inguine, la forma si
appiattiva, pronta a divenire la testa del serpente. L’età aveva sfoltito quella
che un tempo doveva essere stata una piccola selva di peli pubici,
trasformandola in qualche sparuto ciuffetto ispido. Così, quello che sarebbe
stato invisibile se non a un occhio più che attento, adesso era evidente.
Nel punto in cui il corpo del serpente diventava la testa, al posto del cranio
del rettile c’era la forma più morbida e tondeggiante di un volto maschile: la
testa inclinata all’indietro, gli occhi chiusi, come in estasi, e la lingua, lunga
come quella di un serpente, che dalla bocca guizzava all’ingiù, verso il sesso
di sorella Lucrezia.
Parte prima
Il testamento di sorella Lucrezia

Convento di Sant’Agnese
Loro Ciuffenna
agosto 1528
1.

Pensando ora al passato, vedo più orgoglio che bontà nel gesto con cui mio
padre, quella primavera, al ritorno dal Nord, portò con sé il giovane pittore.
La cappella nel nostro palazzo era stata completata di recente e da alcuni
mesi lui era alla ricerca della mano adatta a eseguire gli affreschi dell’altare.
Non che a Firenze mancassero gli artisti. La città era piena dell’odore di
pittura e del raschio delle penne sui contratti. In certi periodi non si poteva
camminare per la strada per paura di cadere in una buca o in un pantano
lasciati da sempre nuovi cantieri. Tutti coloro che avevano il denaro
necessario erano ansiosi di celebrare Dio e la Repubblica creando occasioni
d’arte. Quella che sento descrivere anche adesso come Età dell’Oro era
semplicemente la moda del momento. Ma io ero giovane, allora, e come tanti
altri abbagliata da quelle meraviglie.
Le chiese erano il meglio. C’era Dio nell’intonaco steso sulle pareti, pronte
per gli affreschi: storie dei Vangeli fatte carne per chiunque avesse occhi per
vedere. Solo che chi guardava vedeva anche qualcos’altro. Nostro Signore
era sì vissuto e morto in Galilea, ma la sua vita era stata ricreata nella città di
Firenze. L’arcangelo Gabriele portava il messaggio di Dio a Maria sotto gli
archi della Loggia di Brunelleschi; i Re Magi guidavano processioni
attraverso la campagna toscana e i miracoli di Gesù si dispiegavano entro le
mura cittadine, peccatori e malati in abiti fiorentini, le folle di testimoni
punteggiate di volti noti: una schiera di dignitari dal mento quadrato e dal
grande naso fissava dall’alto degli affreschi i propri omologhi della vita reale,
seduti nei primi banchi.
Avevo quasi dieci anni quando Domenico Ghirlandaio terminò i suoi
affreschi per la famiglia Tornabuoni nella cappella centrale di Santa Maria
Novella. Lo rammento bene perché me lo chiese mia madre: «Devi ricordare
questo momento, Alessandra. Questi dipinti porteranno molto lustro alla
nostra città». E tutti quelli che li vedevano pensavano che così sarebbe stato.
Il patrimonio di mio padre stava nascendo allora dalle fumanti vasche di
tintura, nei vicoli di Santa Croce. L’odore di cocciniglia richiama ancora il
ricordo di lui che tornava a casa dal magazzino, la polvere di insetti esotici
triturati annidata negli abiti. All’epoca in cui il pittore venne a vivere con noi,
nel 1492 – rammento la data perché Lorenzo il Magnifico morì quella
primavera –, la passione dei fiorentini per i tessuti sgargianti ci aveva
arricchiti. Il nostro palazzo, appena completato, si trovava nel quartiere
orientale della città, fra la grande cattedrale di Santa Maria del Fiore e la
chiesa di Sant’Ambrogio. Si ergeva nei suoi quattro piani intorno a due corti
interne, con un piccolo giardino cinto da mura e uno spazio a pianterreno
dove mio padre sbrigava i propri affari. Il nostro blasone ornava i muri
esterni, e mentre il buongusto di mia madre teneva a freno buona parte degli
eccessi che accompagnavano la ricchezza di fresca data, sapevamo tutti che
era solo questione di tempo prima che anche noi posassimo per un ritratto,
anche se destinato a non essere esposto al pubblico.
La notte dell’arrivo del pittore mi è rimasta vividamente impressa nella
memoria. È inverno e le balaustre di pietra sono rivestite di ghiaccio quando
io e mia sorella, in camicia da notte, ci urtiamo sulle scale, spenzolandoci in
fuori per guardare i cavalli che entrano nella corte principale. È tardi e la casa
si è ormai addormentata, ma il ritorno di mio padre è una buona ragione per
festeggiare, non solo perché è rientrato sano e salvo ma perché, fra le sacche
da sella piene di campioni, c’è sempre qualche stoffa speciale per la famiglia.
Plautilla è già fuori di sé per l’eccitazione, ma d’altra parte è fidanzata e
pensa unicamente alla sua dote. Invece i miei fratelli brillano per la loro
assenza. Nonostante il buon nome della famiglia e i panni eleganti, Tomaso e
Luca vivono più come gatti selvatici che come cittadini, dormendo di giorno
e andando a caccia di notte. Secondo la nostra schiava di casa, Erila, fonte di
tutti i pettegolezzi, sono loro il motivo per cui le donne perbene non si
dovrebbero mai far vedere per strada dopo il calar della sera. Tuttavia,
quando mio padre scoprirà che sono spariti, saranno guai.
Ma per adesso no, non ancora. Per adesso siamo tutti presi dall’incanto del
momento. Torce ardenti illuminano l’aria mentre gli stallieri calmano i
cavalli, che emettono respiri fumanti nel gran freddo. Il babbo è già smontato
di sella, il viso imbrattato di sudiciume, un immenso sorriso mentre ci saluta
agitando la mano verso l’alto; poi si rivolge a mia madre che scende le scale
per accoglierlo, la lunga veste di velluto rosso ben chiusa sul petto e i capelli
sciolti che le ricadono sulla schiena come un fiume dorato. Ovunque ci sono
rumori, luci, e un caldo senso di sicurezza, che però non tutti condividono. In
sella all’ultimo cavallo c’è un giovane smilzo, con il mantello stretto intorno
alla figura come un rotolo di stoffa, che il freddo e le fatiche del viaggio
fanno pencolare pericolosamente in avanti.
Ricordo come, all’avvicinarsi del garzone che voleva prendere le briglie, il
giovane si riscosse di soprassalto, tirandole con forza a sé, quasi temesse
un’aggressione, e mio padre dovette andare a calmarlo. Ero troppo presa da
me stessa per accorgermi di quanto tutto dovesse essere strano per lui. Non
avevo ancora sentito raccontare niente del Nord, di come l’umidità e il sole
sbiadito cambiassero ogni cosa, dalla luce nell’aria a quella nella propria
anima. Allora non sapevo che era un pittore, naturalmente. Per me si trattava
solo di un nuovo servitore. Ma mio padre lo trattò da subito con grande
premura, parlandogli in tono pacato, aiutandolo a smontare e scegliendogli
come alloggio una stanza separata nella corte posteriore.
Più tardi, mentre mio padre tira fuori l’arazzo fiammingo per mia madre e
fa svolgere le pezze di batista bianco latte ricamate per noi («Le donne di
Rennes perdono presto la vista al servizio della bellezza delle mie figlie»), ci
racconta di come l’ha trovato: orfano allevato in un monastero sulle rive del
mare settentrionale, dove l’acqua minaccia la terra. Di come il suo talento per
la pittura avesse avuto la meglio su qualsiasi vocazione religiosa, così i
monaci l’avevano affidato come apprendista a un maestro, e al suo ritorno, in
segno di gratitudine, il giovane aveva affrescato non solo la propria cella ma
anche quelle degli altri monaci. Quei dipinti avevano talmente colpito mio
padre da indurlo a offrirgli su due piedi l’incarico di dare lustro alla nostra
cappella. Tuttavia devo aggiungere che, pur essendo esperto di tessuti, mio
padre non lo era altrettanto d’arte, e sospetto che la sua decisione fosse stata
suggerita nella stessa misura dal senso del risparmio, perché ha sempre avuto
buon fiuto per gli affari. E il pittore, invece? Be’, come si espresse mio padre,
per lui non c’erano più celle da dipingere, e la fama di Firenze come la nuova
Roma o Atene del nostro tempo l’avrebbe sicuramente spronato a vederla con
i propri occhi.
Fu così che il pittore venne a vivere in casa nostra.
Il mattino seguente andammo alla Santissima Annunziata per rendere
grazie del felice ritorno a casa di mio padre. La chiesa è vicino allo Spedale
degli Innocenti, l’ospedale dei trovatelli, dove giovani donne lasciano i loro
piccoli illegittimi sulla ruota, perché se ne prendano cura le monache. Mentre
passiamo, immagino le grida dei neonati mentre la ruota nella parete li porta
all’interno per sempre, ma mio padre dice che la nostra è una città molto
caritatevole e che nel primitivo Nord vi sono luoghi in cui si trovano bimbi
piccolissimi tra i rifiuti, oppure trasportati dalle acque di un fiume come
relitti galleggianti.
Sedemmo insieme nel banco centrale. Al di sopra delle nostre teste
pendevano grandi modelli di navi, offerti da persone scampate a un
naufragio. In passato, anche mio padre ne aveva vissuto uno, benché a quel
tempo non fosse abbastanza ricco per farne esporre un ricordo in chiesa, e
durante il suo ultimo viaggio aveva sofferto solo di un normale mal di mare.
Lui e mia madre sedevano dritti come fusi e si poteva quasi percepire il loro
pensiero rivolto alla generosità di Dio. Noi figli siamo meno pii. Plautilla è
ancora tutta eccitata al pensiero dei suoi doni, mentre Tomaso e Luca hanno
l’aria di chi preferirebbe essere a letto, anche se la disapprovazione di mio
padre li tiene ben svegli.
Quando torniamo, la casa profuma dei cibi dei giorni di festa: dalla cucina
al piano superiore si diffondono giù per le scale, fino alla corte sottostante, gli
aromi degli arrosti e dei sughi speziati. Mangiamo quando il pomeriggio si
spegne nella sera. Prima rendiamo grazie a Dio, poi ci rimpinziamo: cappone
bollito, fagiano arrosto, trota e paste fresche seguite da budino di zafferano e
crema di uova con glassa di caramello. Tutti si comportano al meglio. Persino
Luca tiene la forchetta come si deve, anche se è chiaro che avrebbe una gran
voglia di prendere il pane e intingerlo nella salsa.
Sono già fuori di me al pensiero del nostro nuovo ospite. I pittori
fiamminghi riscuotono molta ammirazione a Firenze per la loro accuratezza e
la loro delicata spiritualità. «Allora ritrarrà tutti noi, padre. Dovremo posare
per lui, vero?»
«Certo. È venuto anche per questo. Spero che ci darà uno splendido
ricordo del matrimonio di tua sorella».
«Perciò dipingerà me per prima!» Plautilla è così contenta che sputacchia
budino di latte sulla tovaglia. «Poi Tomaso, che è il maggiore, poi Luca e poi
Alessandra. Santo cielo, Alessandra, per allora sarai diventata ancora più
alta».
Luca alza gli occhi dal piatto e ridacchia con la bocca piena, come se fosse
la battuta più spiritosa che abbia mai sentito. Ma io sono appena uscita dalla
chiesa e sono animata da carità cristiana verso tutta la mia famiglia. «Però
farebbe meglio a non metterci troppo. Ho sentito che una delle nuore dei
Tornabuoni è morta di parto prima che il Ghirlandaio scoprisse il suo viso
nell’affresco».
«Questo rischio tu non lo corri. Prima dovresti procurarti un marito».
Vicino a me, Tomaso mormora la sua ingiuria così piano che la sento soltanto
io.
«Che cosa dici, Tomaso?» La voce di mia madre è calma ma severa.
Lui mostra la sua espressione più angelica. «Ho detto: “Ho una sete
terribile”. Passa la caraffa del vino, sorellina cara».
«Certo, fratello». La prendo e, mentre la avvicino a lui, mi scivola dalle
mani e il liquido gli schizza sulla giubba nuova.
«Oh, mamma» s’infuria Tomaso, «l’ha fatto apposta!»
«Non è vero!»
«Lei…»
«Figlioli… figlioli… vostro padre è stanco e voi fate troppo chiasso».
La parola “figlioli” ha il suo effetto su Tomaso, che assume un’aria
imbronciata. Segue un silenzio nel quale il rumore che fa Luca masticando a
bocca aperta diventa fragoroso. Mia madre si agita, spazientita. Le nostre
cattive maniere la mettono a dura prova. Proprio come nel serraglio cittadino
il domatore usa la frusta per controllare la condotta dei leoni, così mia madre
ha perfezionato l’“Occhiata”. Ora la scocca a Luca, benché lui sia tanto
assorto nel piacere del cibo che oggi ci vuole un mio calcio sotto il tavolo per
richiamare la sua attenzione. Siamo la sua missione nella vita, i suoi figli, ma
c’è ancora tanto da fare con noi.
«Eppure» dico, quando sembra che si possa ricominciare a parlare, «non
vedo l’ora di conoscerlo. Vi deve essere molto grato, babbo, per averlo
portato qui. Come lo siamo tutti. Sarà nostro privilegio e dovere, come
famiglia cristiana, avere cura di lui e farlo sentire a suo agio nella nostra
grande città».
Mio padre si acciglia e scambia una rapida occhiata con mia madre. È stato
lontano a lungo e ha senz’altro dimenticato come la sua figliola più giovane
debba sempre dire qualunque cosa le passi per la testa. «Credo che sia
capacissimo di badare a se stesso, Alessandra» risponde con fermezza.
Mi sta ammonendo, ma c’è troppo in gioco perché mi possa fermare
proprio adesso. «Ho sentito dire che Lorenzo il Magnifico apprezza talmente
il pittore Botticelli da farlo mangiare alla sua tavola».
Un breve silenzio vibrante. Questa volta l’Occhiata zittisce me. Abbasso lo
sguardo e torno a concentrarmi sul mio piatto. Accanto a me sento il
sorrisetto trionfante di Tomaso.
Eppure è vero. Sandro Botticelli siede alla tavola di Lorenzo de’ Medici. E
lo scultore Donatello usava camminare per la città con un mantello scarlatto
concessogli da Cosimo, nonno di Lorenzo, per il suo contributo alla gloria
della Repubblica. Mia madre mi ha raccontato spesso di quando, ancora
fanciulla, lo vedeva riverito da tutti, con i fiorentini che gli facevano largo,
anche se questo poteva avere a che fare tanto col suo caratteraccio quanto col
suo talento. Ma il fatto triste è che, per quanto Firenze abbondi di pittori, io
non ne ho mai conosciuto uno. Sebbene la nostra famiglia non sia rigida
come altre, le possibilità per una figlia nubile di trovarsi in compagnia di
uomini di qualsiasi genere – men che meno di artigiani – sono rigorosamente
limitate. S’intende che questo non m’impediva d’incontrarli nella mia
fantasia. Tutti sanno che in città vi sono luoghi dove si trovano botteghe
d’arte. Il grande Lorenzo ne ha fondata una lui stesso, riempiendone le stanze
e i giardini con sculture e dipinti della propria collezione. Mi raffiguro un
palazzo immerso nella luce, l’odore inebriante dei colori che si mescolano, lo
spazio infinito quanto l’immaginazione di quei pittori.
Finora i miei disegni sono stati faticosamente incisi a bulino nel legno di
bosso, oppure con gessetto nero su carta, quando riesco a trovarla. Per la
maggior parte li ho distrutti perché non valevano niente, e i migliori li ho ben
nascosti (mi avevano già spiegato che il punto croce di mia sorella sarebbe
stato elogiato più di qualunque mio schizzo). Sicché non posso dire se so
dipingere o no. Sono come Icaro senza ali. Ma il desiderio di volare è
fortissimo in me. Credo di avere sempre cercato un Dedalo.
Allora ero giovane, come sapete: quindici anni ancora da compiere. Il più
elementare calcolo matematico rivelerebbe che ero stata concepita nella
canicola estiva, un momento infausto per generare un figlio. Durante la
gravidanza, mentre la città era in tumulto dopo la congiura dei Pazzi, era
corsa voce che mia madre avesse visto sete di sangue e violenza per le strade.
Una volta sentii per caso una serva lasciar intendere che forse la mia
testardaggine era una conseguenza di quella trasgressione. O forse era stato a
causa della balia dalla quale mi avevano mandata. Tomaso, sempre
rispettosissimo della verità quando comportava perfidia, disse che in seguito
la donna era stata accusata di prostituzione, perciò chissà quali umori e
lascivia avevo succhiato da quei seni. Però Erila dice che è la sua gelosia a
parlare, il suo modo di rendermi la pariglia per le mille offese che gli infliggo
nella stanza delle lezioni.
Quali che ne fossero le ragioni, a quattordici anni ero una ragazza strana,
più adatta agli studi e alle discussioni che ai soliti doveri. Mia sorella, che
aveva sedici mesi più di me e aveva visto comparire il suo primo flusso
l’anno precedente, era promessa a un uomo di buona famiglia, e si era parlato
di legami ugualmente illustri per me (le aspettative matrimoniali di mio padre
aumentavano di pari passo con la nostra ricchezza), nonostante la mia
emergente intrattabilità.
Nelle settimane successive all’arrivo del pittore, mia madre mi sorvegliò
con sguardo d’aquila, tenendomi rinchiusa a studiare o ad aiutare con il
guardaroba di nozze di Plautilla. Ma poi la chiamarono a Fiesole, presso una
sorella, talmente provata dalla nascita di un bambino più grosso del normale
da avere bisogno di assistenza femminile. Lei partì lasciando precise
istruzioni: dovevo studiare e fare esattamente quello che mi dicevano i
precettori e la mia sorella maggiore. Assicurai che avrei obbedito, ma non ne
avevo la minima intenzione.
Sapevo già dove trovarlo. Come in una Repubblica corrotta, la nostra casa
lodava la virtù in pubblico ma premiava il vizio in privato, e si potevano
sempre avere pettegolezzi a pagamento, anche se in questo caso la mia Erila
li dispensò gratis.
«…le voci dicono che voci non ce ne sono. Nessuno sa niente. Lui sta per
conto suo, mangia nella sua stanza e non parla con anima viva. Però Maria
dice di averlo visto passeggiare nella corte nel cuore della notte».
È pomeriggio. Erila mi ha sciolto i capelli e ha chiuso i tendaggi per
preparare il mio riposo; sta per uscire quando si volta e mi guarda dritto in
faccia. «Hai la proibizione di visitarlo e lo sappiamo tutt’e due, vero?»
Annuisco, gli occhi sul legno intagliato del letto: una rosa con tanti petali
quante sono le mie piccole bugie. C’è una pausa durante la quale mi
piacerebbe pensare che considera la mia disobbedienza con simpatia. «Torno
a svegliarti fra due ore. Buon riposo».
Aspetto che il sole splendente abbia acquietato la casa, poi scivolo giù per
le scale e attraverso la corte posteriore. Il caldo si è già incollato alle pietre e
la porta del pittore è aperta, probabilmente per far entrare anche il più lieve
filo di brezza. Mi muovo in silenzio nel cortile arroventato e sgattaiolo
dentro.
L’interno è buio, le lame di luce del giorno fanno vorticare particelle di
polvere nell’aria. La stanza è piccola e squallida, con un tavolo, una sedia e
una serie di secchi in un angolo, e una porta socchiusa che mette in
comunicazione con un locale interno, più piccolo. La spingo per aprirla di
più. L’oscurità è fitta, e le orecchie funzionano meglio degli occhi. Il respiro
di lui è lento e regolare. È steso su un pagliericcio vicino alla parete, una
mano abbandonata in fuori, sopra alcuni fogli sparsi. Gli unici uomini che ho
visto dormire sono i miei fratelli, e loro russano sgradevolmente. La lievità
stessa di quel respiro mi turba, mi dà una stretta allo stomaco, facendomi
sentire l’intrusa che in realtà sono, e richiudo la porta alle mie spalle.
Per contrasto, la stanza sulla corte è più luminosa. Sul tavolo, qualche
foglio malridotto: disegni della cappella presi dai progetti, laceri e sporchi di
calce, dei costruttori. Di lato c’è un crocifisso ligneo, rozzo ma di grande
forza, con il corpo di Cristo accasciato così pesantemente sulla croce che pare
di sentire il peso delle sue carni attaccate ai chiodi. Sotto quello ci sono
alcuni schizzi, ma mentre li prendo la parete di fondo attira la mia attenzione.
C’è disegnato qualcosa, direttamente sull’intonaco che si va scrostando. Due
figure, realizzate per metà: a sinistra un angelo slanciato, dietro di lui le ali,
piumose e leggere come fumo, e di fronte una Madonna innaturalmente alta e
sottile, che fluttua libera ed eterea, i piedi molto staccati dal terreno. Mi
avvicino per guardare meglio. Il pavimento è cosparso di mozziconi di
candela piantati in piccole pozze di cera sciolta. Dorme di giorno e lavora di
notte, il pittore? Questo spiegherebbe la figura evanescente di Maria, il suo
corpo che si allunga alla luce tremolante delle candele. Però lui aveva avuto
abbastanza luce per animarne il volto. Il suo aspetto è nordico, i capelli tirati
austeramente indietro a mostrare una fronte ampia, così che la sua testa mi
ricorda un uovo chiaro, dalla forma perfetta. Gli occhi sgranati, fissa l’angelo,
e sento palpitare dell’eccitazione in lei, come un bambino che abbia ricevuto
un grande dono e non comprenda appieno la propria fortuna. Forse non
dovrebbe essere così ardita con il messaggero di Dio, ma c’è una gioia tale,
nella sua attenzione, da risultare quasi contagiosa. Mi fa pensare allo schizzo
al quale sto lavorando per la mia Annunciazione, e mi fa salire il rossore al
viso per la cattiva esecuzione.
Il suono assomiglia più a un ringhio che a parole articolate. Dev’essersi
alzato in silenzio perché, quando mi giro di scatto, lui è lì, fermo sulla soglia.
Che cosa ricordo di quel momento? Il pittore è lungo lungo e magro, con la
camicia spiegazzata e strappata. Ha la faccia larga sotto un groviglio di
lunghi capelli scuri, è più alto di quanto ricordassi da quella prima sera, e
anche un po’ inselvatichito. È ancora mezzo addormentato e il suo corpo
odora del sudore che gli si è asciugato addosso. Sono abituata a vivere in una
casa in cui l’aria profuma di rosa e fiori d’arancio. Lui puzza di strada. Penso
davvero di aver creduto fino a quel momento che in un modo o nell’altro gli
artisti venissero direttamente da Dio, e perciò avessero in sé più dello spirito
che dell’uomo.
L’emozione per la sua fisicità dissolve tutto il coraggio rimastomi. Il
giovane sta fermo e batte le palpebre nella luce; poi, all’improvviso, si lancia
verso di me e mi strappa i fogli di mano. «Come osate?» strillo, mentre mi
spinge da parte. «Sono la figlia del vostro protettore, Paolo Cecchi».
Pare che non senta. Si precipita al tavolo e afferra gli altri schizzi,
continuando a borbottare: «Noli tangere… noli tangere». Naturalmente. C’è
un particolare che mio padre ha scordato di raccontarci. Il nostro pittore è
cresciuto tra i monaci, e se anche i suoi occhi possono vedere, i suoi orecchi
non vogliono udire.
«Non ho toccato niente!» sbraito, piena di paura. «Stavo solo guardando. E
se volete essere accettato qui, dovrete imparare a parlare la nostra lingua. Il
latino è la lingua dei preti, dei dotti, non dei pittori».
La mia reazione, o forse l’efficacia del mio fluente latino, lo costringe al
silenzio. Immobile, trema in tutto il corpo. Non so chi di noi due sia più
spaventato, in questo momento. Scapperei, non fosse che, al di là della corte,
scorgo la fantesca di mia madre uscire dalla dispensa. Negli alloggi della
servitù ho degli alleati, ma ho anche dei nemici, e da tempo è dimostrato che
la fedeltà di Angelica è riservata ad altri. Chissà che scandalo scoppierebbe in
casa, se mi scoprissero ora.
«State sicuro che non ho danneggiato i vostri schizzi» mi affretto a dire,
ansiosa di evitare un altro scatto del giovane. «Sono interessata alla cappella.
Sono venuta semplicemente a vedere come procedono i vostri disegni».
Borbotta di nuovo qualcosa. Aspetto che lo ripeta. Ci vuole parecchio.
Finalmente alza gli occhi, mi guarda, e mentre anch’io lo fisso mi rendo
conto per la prima volta di quanto sia giovane – ha qualche anno, ma di
sicuro non molti, più di me – e di quanto sia esangue la sua carnagione.
Naturalmente so che terre straniere generano colori diversi dai nostri. Le
sabbie del deserto dell’Africa settentrionale, da cui proviene, hanno annerito
la mia Erila come un tizzone, e di questi tempi si può trovare un’infinità di
sfumature nei mercati di questa città, tanto Firenze è importante come centro
di affari e di commerci. Ma questo pallore è diverso, perché ha in sé l’umidità
della pietra e cieli senza sole. Un solo giorno sotto il sole fiorentino avrebbe
certamente rinsecchito e bruciato quella pelle delicata.
Quando finalmente parla ha smesso di tremare, ma lo sforzo gli è costato.
«Dipingo al servizio di Dio» dice col tono di un novizio che ripeta una litania
imparata a memoria, ma non capita del tutto. «E mi è proibito parlare con le
donne».
«Ah, ecco». Sono indispettita dall’offesa. «Questo potrebbe spiegare
perché non avete quasi idea di come dipingerle». Lancio un’occhiata alla
figura allungata della Madonna sulla parete.
Anche nella semioscurità mi accorgo di quanto le mie parole lo feriscano.
Per un istante penso che voglia aggredirmi di nuovo, oppure violare le sue
stesse regole e rimbeccarmi, invece lui gira sui tacchi e, tenendosi stretti i
fogli, torna incespicando nella stanzetta interna e la porta si chiude con un
tonfo alle sue spalle.
«La vostra villania è pari alla vostra ignoranza, signore!» gli grido dietro
per nascondere la confusione. «Non so che cosa abbiate imparato al Nord, ma
qui a Firenze si insegna ai nostri artisti a celebrare il corpo umano come eco
della perfezione di Dio. Fareste bene a studiare l’arte della città, prima di
arrischiarvi a scarabocchiare sui suoi muri».
E piena di virtuosa presunzione esco nella luce del sole, ignorando se la
mia voce abbia oltrepassato la porta.
2.

«Sette, otto, giro, passo, di lato… no… no, no. Alessandra… No. Non
ascoltate il ritmo della musica».
Odio il mio insegnante di danza. È piccolo e maligno come un ratto, e
cammina come se stringesse qualcosa tra le ginocchia, anche se è giusto dire
che, nel danzare, fa la donna meglio di me, i passi perfetti, le mani espressive
come farfalle.
Mi sentirei già abbastanza umiliata anche se, alle lezioni in vista delle
nozze di Plautilla, a me e a mia sorella non si unissero Tomaso e Luca. C’è
un ampio repertorio da completare, e abbiamo bisogno di loro come cavalieri,
altrimenti una di noi due dovrebbe impersonare l’uomo, e io, che sono la più
alta, sono anche terribilmente goffa e bisognosa di essere seguita. Grazie al
cielo, Luca è impacciato quanto me.
«Voi, Luca… non siete d’aiuto, standovene lì impalato. Dovete prendere la
sua mano e guidarla nel giro intorno a voi».
«Non posso. Ha le dita sporche d’inchiostro. E poi è troppo alta per me».
Si lagna, come se fosse colpa mia.
Sembra che io sia cresciuta ancora. Se non nella realtà, almeno
nell’immaginazione di mio fratello. E lui deve farlo notare a tutti, in modo
che si possa ridere di quanto questo mi rende sgraziata nella danza.
«Non è vero. Sono alta esattamente come la settimana scorsa».
«Luca ha ragione». Tomaso non è mai a corto di parole, se può usarle
come frecce contro di me. «È cresciuta. È come cercare di danzare con una
giraffa». La sghignazzata di Luca lo incita a proseguire. «Sul serio. Anche gli
occhi sono uguali, guardate: due pozze scure e profonde con le ciglia fitte
come siepi di bosso».
Per quanto offensiva è una battuta divertente, tanto che persino
l’insegnante di danza, pagato per essere garbato con tutti noi, ha difficoltà a
non ridere. Se non si trattasse di me riderei anch’io, perché Tomaso ha detto
parole acute sui miei occhi. Naturalmente abbiamo visto tutti la giraffa. Era
l’animale più esotico che la città possedesse, dono di un sultano di non so
dove al grande Lorenzo. Viveva con i leoni nel serraglio dietro il Palazzo
della Signoria, ma nei giorni di festa veniva portata in parata ai monasteri
cittadini, in modo che le pie donne spose del Signore potessero vedere le
meraviglie compiute dalla Sua mano in natura. La nostra via era lungo il
percorso verso i monasteri nella parte orientale della città, e più di una volta
dalla finestra del primo piano avevamo seguito l’incedere ondeggiante
dell’animale, le zampe simili a trampoli malsicure sull’acciottolato. E devo
dire che i suoi occhi erano davvero un pochino come i miei: profondi e scuri,
troppo grandi per il muso e orlati da ciglia molto folte. Pure non sono ancora
così strana né così alta da poter essere paragonata alla giraffa.
C’è stato un tempo in cui un insulto simile avrebbe potuto farmi piangere,
ma crescendo sono diventata meno suscettibile. La danza è una delle molte
cose in cui dovrei essere brava e non lo sono, diversamente da mia sorella.
Plautilla ha movenze fluide come l’acqua e canta come un usignolo, mentre
io – che traduco dal latino e dal greco più in fretta di quanto lei o i miei
fratelli sappiano leggerli – sono quanto mai sgraziata nei passi di danza e ho
una voce da cornacchia. Ma giuro che, se dovessi dipingere la scala musicale,
lo saprei fare in un lampo: lucente foglia d’oro per le note alte, scendendo via
via tra gli ocra e i rossi fino al porpora carico e ai blu più scuri.
Ma oggi mi salvo da ulteriori tormenti. Mentre il maestro di danza
comincia a canticchiare a bocca chiusa le note iniziali, e le vibrazioni nel suo
piccolo naso suonano come una via di mezzo tra uno scacciapensieri e un’ape
infuriata, si ode bussare con forza al portone su strada; poi un vociare
confuso e la vecchia Lodovica entra ansimante nella sala e sorride.
«Padroncina Plautilla, è qui. Il cassone nuziale è arrivato. Voi e vostra
sorella Alessandra dovete andare immediatamente nella stanza di vostra
madre».
E ora le mie gambe da giraffa mi spingono fuori più velocemente di quelle
da gazzella di lei. C’è qualcosa di buono nell’essere una spilungona.
È tutto subbuglio e confusione. La donna in prima fila tra la folla sta per
cadere e tende convulsamente una mano come per reggersi. È svestita a
mezzo, la camicia trasparente intorno alle gambe nude, il piede sinistro sul
pavimento di pietra. Invece l’uomo accanto a lei è completamente vestito. Ha
polpacci particolarmente belli e un farsetto di broccato sontuosamente
ricamato. Guardando attentamente si possono distinguere le perle che brillano
sulla stoffa. Il suo viso è vicino a quello della donna, le sue braccia strette
intorno alla vita di lei, le dita intrecciate per sostenerne meglio il peso. C’è
violenza in quella postura, ma anche grazia, come se i due stessero danzando.
A destra, alcune donne in abiti eleganti si stringono le une alle altre.
Qualcuno degli uomini si è già insinuato nel gruppo: uno ha la mano sul
vestito di una di loro, un altro le labbra così vicine a quelle di lei che certo si
stanno baciando. Riconosco nella sua gonna e nelle maniche con lo spacco
alla moda uno dei tessuti venati d’oro di mio padre. Riporto lo sguardo sulla
ragazza in primo piano. È troppo graziosa per essere Plautilla (lui non
avrebbe certo osato spogliarla, vero?), ma i suoi capelli sciolti sono più chiari
degli altri, un cambiamento di colore per il quale mia sorella sarebbe pronta a
morire. L’uomo potrebbe essere Maurizio. Nel qual caso il ritratto è una
sfacciata adulazione.
Per qualche istante nessuno di noi parla.
«È un lavoro di grande effetto». Quando finalmente si fa sentire, la voce di
mia madre è pacata ma non ammette dissenso. «Vostro padre sarà
soddisfatto. Porta onore alla nostra famiglia».
«Oh, è magnifico!» cinguetta Plautilla, tutta felice.
Non ne sono tanto convinta. Trovo l’insieme un po’ volgare.
Per cominciare, il cassone nuziale è troppo grande, pare quasi un
sarcofago. Il dipinto ha una certa grazia, mentre gli stucchi e le decorazioni
sono molto elaborati: non c’è un centimetro di spazio che non sia coperto di
foglia d’oro, il che sminuisce il piacere dell’arte. Mi sorprendeva che mia
madre si fosse ingannata a tal punto, anche se in seguito mi resi conto che
aveva un occhio finissimo, allenato a cogliere tanto le sfumature di classe
quanto l’estetica.
«Mi domando se non avremmo dovuto servirci di Bartolomeo di Giovanni,
per la cappella. Ha molta più esperienza» rifletté ad alta voce.
«Ed è molto più costoso» soggiunsi io. «Il babbo sarebbe fortunato se
riuscisse a vedere l’altare finito prima di morire. Ho sentito che ha
completato questo cassone appena in tempo. E la maggior parte è stata
dipinta dai suoi apprendisti».
«Alessandra!» strillò mia sorella.
«Oh, usa gli occhi, Plautilla. Guarda quante di quelle donne sono nella
stessa identica posa. È evidente che le hanno usate per esercitarsi nella
figura».
Benché in seguito abbia pensato che Plautilla si comportò bene
sopportandomi durante la nostra infanzia, a quel tempo qualsiasi cosa dicesse
sembrava così banale e stupida che appariva del tutto naturale punzecchiarla.
E altrettanto naturale che lei si ribellasse.
«Come hai potuto! Come hai potuto dire una cosa simile! Ah, ma se anche
fosse vero, solo tu potresti notarlo. La mamma ha ragione… è molto elegante.
Certamente mi piace assai di più che se fosse stata la storia di Nastagio degli
Onesti. Detesto il modo in cui i cani danno la caccia alla sua amata. Ma
queste donne sono raffinatissime, e i loro abiti perfetti. La giovane davanti è
proprio sorprendente, vero, mamma? Ho sentito che in ogni cassone nuziale
dipinto da Bartolomeo compare sempre una figura basata sulla sposa. Trovo
molto commovente il fatto che sembri quasi danzare».
«Solo che non danza. Sta per essere violentata».
«Lo so benissimo, Alessandra. Ma ricorda la storia delle sabine: furono
invitate a una festa che poi si trasformò in una violenza, e loro l’accettarono
con rassegnazione. È questo il significato del dipinto. La città di Roma
nacque da un sacrificio di donne».
Voglio replicare, ma incrocio lo sguardo di mia madre. Anche in privato
tollera solo fino a un certo punto i battibecchi. «Qualunque sia il soggetto,
credo possiamo convenire che abbia fatto uno splendido lavoro. Per tutta la
famiglia. Sì, anche per te, Alessandra. Mi sorprende che tu non abbia ancora
trovato quella che raffigura te, nel dipinto».
Tornai a guardare il cassone. «Raffigura me? Dove mi vedi, qui?»
«Nella ragazza che se ne sta in disparte, assorta in una conversazione tanto
seria con il giovane. Mi stupisce come i discorsi filosofici sembrino tenere la
sua mente impegnata con questioni più elevate» disse in tono pacato.
Abbassai la testa, accusando il colpo. Mia sorella continuava a fissare il
dipinto, dimentica di tutto.
«Bene. Siamo tutti d’accordo». La voce di mia madre era chiara e ferma.
«È un’opera preziosa. Dobbiamo sperare e pregare che il protetto di vostro
padre serva la famiglia con almeno la metà di tanta bravura».
«Come va il pittore, mamma?» domandai dopo un po’. «Nessuno l’ha più
visto, dopo il suo arrivo».
Mi lanciò un’occhiata penetrante e io pensai alla sua fantesca nella corte.
Ma no, certo, l’incontro era avvenuto settimane prima. Se mi avesse visto,
l’avrei già saputo. «Credo non sia stato facile per lui. Firenze è chiassosa,
dopo il silenzio della sua abbazia. Ha avuto la febbre, ma adesso è guarito e
ha chiesto il permesso di studiare qualcuna delle chiese e delle cappelle della
città, prima di continuare i suoi disegni».
Abbassai gli occhi perché non vi leggesse l’interesse. «Potrebbe sempre
venire con noi alle funzioni» dissi, come se non me ne importasse niente.
«Dal nostro banco avrebbe una visuale migliore di certi affreschi».
A differenza di alcune famiglie che frequentavano un solo luogo di culto,
si sapeva che la nostra concedeva la propria benevolenza a varie chiese della
città, il che offriva a mio padre la possibilità di vedere quanti fiorentini
portassero le sue stoffe più nuove, e permetteva a mia madre di godersi gli
aspetti artistici, oltre che di confrontare gli stili di predicazione. Però dubito
che l’uno e l’altra l’avrebbero ammesso.
«Alessandra, sai benissimo che sarebbe sconveniente. Ho disposto che se
la cavi da sé».
Visto che la conversazione non riguardava più le sue nozze, Plautilla se ne
disinteressava. Seduta sul letto, faceva scorrere le mani sull’arcobaleno di
colori delle stoffe, accostandole al petto o al grembo per controllarne
l’effetto.
«Oh, oh… Ci vuole questo azzurro, per la sopravveste. Assolutamente.
Non credi anche tu, mamma?»
Ci girammo verso Plautilla, ciascuna ugualmente grata, per motivi suoi,
dell’interruzione. In effetti era un azzurro straordinario, venato da quelli che
sembravano luccichii metallici. Benché un pochino più chiaro, mi ricordava
l’oltremare che i pittori usano per il manto di Nostra Signora, il pigmento
ricavato con fatica dai lapislazzuli. La tintura per stoffe è meno preziosa ma
non meno speciale per me, non da ultimo a causa del suo nome: alessandrina.
Naturalmente, come figlia di un mercante di tessuti, conoscevo queste cose
molto più di tanti altri, ed ero sempre stata curiosa. Raccontavano che quando
avevo cinque o sei anni avevo pregato mio padre di portarmi nel posto “da
dove venivano gli odori”. Era estate – questo me lo ricordo –, vicino a una
grande chiesa in una piazza sul fiume. I tintori avevano una miserevole città
tutta loro, vicoli scuri e catapecchie, molte delle quali quasi in equilibrio sul
bordo dell’acqua. C’erano bambini ovunque, seminudi, schizzati di fango e
delle tinture che mescolavano nelle vasche. Il caposquadra dell’opificio di
mio padre sembrava il Diavolo, con parte del viso e degli avambracci
raggrinziti, dove l’acqua bollente li aveva scottati. Altri, rammento, si erano
graffiati dei disegni sulla pelle, poi avevano strofinato tinte diverse nelle
ferite, così da avere il corpo costellato di segni coloratissimi. Erano come una
tribù di una terra pagana. Sebbene la loro fatica mantenesse la città piena di
colore, erano le persone più povere che avessi mai visto. Anche il convento
che dava il suo nome al borgo, Santa Croce, ospitava i Francescani che
sceglievano le zone più indigenti per costruire le proprie chiese.
Quello che mio padre provava per quella gente non l’ho mai saputo. Anche
se poteva essere piuttosto severo con i miei fratelli, non era un uomo duro.
Nei registri dei suoi commerci figurava un conto “in nome di Dio” attraverso
il quale versava generose elemosine a opere pie, e in anni recenti aveva
pagato due vetrate colorate nella nostra chiesa di Sant’Ambrogio. Certo i suoi
guadagni non erano inferiori a quelli di tutti gli altri mercanti. Ma non era
compito suo alleviare la povertà. Nella nostra grande Repubblica si diventava
ricchi per grazia di Dio e con il proprio duro lavoro, e se gli altri non erano
così fortunati erano affari loro, non suoi.
Eppure qualcosa della loro disperazione mi era rimasto dentro, durante
quella visita, perché mentre crescevo nutrendo una passione per i colori del
magazzino, ricordavo anche i calderoni e i loro vapori infuocati, simili a
quelli infernali dove ribollono i peccatori. E non chiesi più di tornare in quei
luoghi.
Mia sorella, però, non aveva queste immagini a offuscarle il piacere di
toccare le stoffe, e in quel momento le interessava di più come l’azzurro
potesse dare risalto alle curve dei suoi seni. A volte penso che quando
arriverà la sua prima notte di nozze, lei godrà più di ciò che indosserà che del
corpo del marito. Quanto ne sarebbe stato infastidito Maurizio? L’avevo
incontrato una sola volta. Sembrava un giovane abbastanza vigoroso, forte e
capace di ridere, ma era difficile vedere in lui un pensatore. Naturalmente
poteva essere meglio così. Che ne sapevo io? Parevano soddisfatti l’uno
dell’altra.
«Plautilla, perché non lasci stare queste, per adesso?» disse mia madre,
mettendo da parte le stoffe con un leggero sospiro. «Oggi il pomeriggio è
particolarmente caldo, e un po’ di sole sui tuoi capelli biondi potrebbe
schiarirli alla perfezione. Perché non vai sull’altana col tuo ricamo?»
Mia sorella rimase sconcertata. Era risaputo che le giovani donne alla
moda si cuocevano regolarmente il cervello al sole nel vano tentativo di
mutare lo scuro in chiaro, ma le loro madri non avrebbero dovuto essere a
conoscenza di quella frivolezza.
«Oh, niente occhi sgranati. Dal momento che lo farai senza badare a quello
che penso io, mi sembra più facile darti la mia benedizione. In ogni caso,
presto non avrai più molto tempo per queste vanità».
Di recente mia madre aveva preso l’abitudine di dire cose di questo genere,
come se la vita consueta di Plautilla dovesse in qualche modo finire col suo
matrimonio. Mia sorella, a sua volta, sembrava trovare eccitante questa
prospettiva, anche se devo confessare che a me metteva una paura da morire.
Plautilla lanciò un gridolino di gioia e corse per la stanza alla ricerca del suo
cappello da sole. Una volta trovato, ci mise un’eternità a calzarlo, tirando
fuori i capelli dal foro centrale per assicurarsi che, mentre il viso restava in
ombra, fossero esposti tutti, senza eccezione, al sole. Poi sollevò l’orlo delle
gonne e si precipitò fuori. Se qualcuno avesse tentato di raffigurare la sua
uscita dalla stanza, avrebbe dovuto avvolgerle intorno al corpo sete o mussole
che dessero l’idea del vento nel suo muoversi veloce, come avevo visto fare
da qualche artista. Oppure darle ali d’uccello.
La guardammo andare via. Ebbi la sensazione che mia madre provasse una
punta di tristezza. Restò seduta ancora un momento prima di rivolgersi a me,
perciò colsi troppo tardi quella luce nei suoi occhi.
«Credo che andrò a raggiungerla». Mi alzai.
«Non essere ridicola, Alessandra. Tu detesti il sole, e comunque hai i
capelli neri come un’ala di corvo. Faresti meglio a tingerli, se ti fosse gradito,
cosa di cui dubito».
Vidi il suo sguardo correre alle mie dita macchiate d’inchiostro e le chiusi
di colpo a pugno.
«E quand’è stata l’ultima volta che ti sei curata le mani?» Il mio aspetto era
una delle tante cose di me che metteva la sua pazienza a dura prova. «Oh, sei
impossibile. Ti manderò Erila nel pomeriggio. Fallo prima di andare a letto,
capito? E adesso resta qui. Voglio parlare con te».
«Ma mamma…»
«Resta qui!»
3.

Mi preparai alla ramanzina. Quante volte si era ripetuta quella storia tra noi?
Non l’avremmo mai risolta. Io avevo rischiato di morire alla nascita. Lei
aveva rischiato di morire nel darmi alla luce. Alla fine, dopo due giorni di
travaglio, ero stata estratta col forcipe, tra le urla incessanti di entrambe. Le
lesioni al suo corpo significavano che non avrebbe più avuto figli. E questo
significava a sua volta che mi amava sia perché ero piccina sia per la sua
fertilità perduta e, molto prima che cominciasse a vedere in me qualcosa di
sé, si era creato fra noi un forte legame. Un giorno le avevo domandato
perché non fossi morta, come molti neonati di cui avevo saputo. «Perché Dio
ha voluto così. E perché Lui ti ha dato una curiosità e uno spirito che ti hanno
reso determinata a sopravvivere, a qualsiasi costo».
«Alessandra, desidero tu sappia che tuo padre ha cominciato a parlare con
potenziali mariti».
A quelle parole mi sentii gelare. «Ma come… non perdo ancora sangue!»
Lei si accigliò. «Ne sei sicura?»
«Come potresti non saperlo? Maria controlla la mia biancheria. Non è una
cosa che potrei mantenere segreta».
«A differenza di altre» disse a bassa voce. Alzai gli occhi, ma non dava
segno di voler insistere. «Sai che ti ho protetta a lungo, Alessandra, ma non
posso continuare così all’infinito».
Il suo tono era talmente grave che quasi mi spaventai. La scrutai, cercando
un suggerimento su come proseguire la conversazione, ma non me lo diede.
«Be’» dissi, imbronciata, «mi sembra che se non avessi voluto che crescessi
così, non avresti dovuto permetterlo».
«E cosa avremmo dovuto fare?» replicò lei con dolcezza. «Tenerti lontana
dai libri? Portarti via le penne? Farti cambiare a forza di punizioni? Tu sei
stata amata troppo fin da piccola, figlia mia. Avresti preso male un
trattamento simile. E poi eri sempre così ostinata. Alla fine ci è sembrato più
facile tenerti occupata affidandoti ai precettori dei tuoi fratelli». Sospirò.
Ormai doveva essersi resa conto che la soluzione si era dimostrata altrettanto
fastidiosa del problema. «Eri tanto più interessata di loro».
«Dubito che ti ringrazierebbero per questo».
«Solo perché non hai ancora imparato la forza dell’umiltà» ribatté, più
seccamente questa volta. «Ne abbiamo già discusso: un difetto simile pesa
molto, in una giovane donna. Forse, se dedicassi alla preghiera lo stesso
tempo che dedichi allo studio…»
«Tu hai fatto così, mamma?»
Fece una breve risata. «No, Alessandra. La mia famiglia mise fine a
qualsiasi mia tentazione di vanità».
Parlava raramente della sua infanzia, ma tutti noi conoscevamo la storia: i
bambini, maschi e femmine, erano stati educati insieme per volere di un
padre erudito, appassionato del nuovo sapere. Anche il fratello maggiore era
diventato un grande studioso, protetto dai Medici, suoi mecenati, il che aveva
consentito alle sorelle buoni matrimoni con mercanti che si erano rassegnati
alla loro insolita istruzione, addolcita da una dote generosa. «Quando avevo
la tua età era ancora meno accettabile che una giovane donna avesse tanta
cultura. Se la stella di mio fratello non fosse stata così alta nel cielo, avrei
avuto difficoltà a trovare marito».
«Ma se la mia nascita è stata volontà di Dio, lo è stato anche che tu
sposassi il babbo».
«Oh, Alessandra, perché fai sempre così?»
«Così come?»
«Perché spingi i tuoi pensieri più lontano di quanto occorra o sia lecito?»
«Ma è logico».
«No, figlia. Il punto è proprio questo. Non è affatto logico. Quello che fai è
più irriverente: metti in discussione cose così profonde e insite nella natura di
Dio che l’imperfetta logica umana non è comunque in grado di
comprenderle».
Non aprii bocca. La tempesta, che conoscevo bene, sarebbe passata più in
fretta se non avessi fatto obiezioni.
«Non credo che tu l’abbia imparato dai vostri precettori». Sospirò, e mi
accorsi che la sua irritazione era al culmine, anche se ancora non ne afferravo
il motivo. «Sappi che Maria ha trovato dei disegni in una scatola sotto il tuo
letto».
Ah, ecco. Le erano senz’altro capitati in mano mentre cercava panni
sporchi di sangue nascosti. Esaminai mentalmente la questione, cercando di
prevedere dove si sarebbe abbattuta la collera di mia madre.
«È convinta che tu abbia girato per la città senza accompagnatrice».
«Ma no, figurati! Come potrei? Non mi perde mai d’occhio».
«Dice che ci sono schizzi di palazzi che lei non ha mai visto e immagini di
un leone che divora un ragazzo in Piazza della Signoria».
«E con questo? Io e lei ci siamo andate insieme per la festa, lo sai. Tutti
abbiamo visto i leoni. Prima che uccidessero il vitello, c’era un domatore
nella gabbia con loro, e non l’hanno mai toccato. Poi qualcuno – forse Erila –
ci ha raccontato che l’anno scorso un ragazzino è entrato nella gabbia dopo
che gli altri erano tornati a casa, ed è stato sbranato. Maria se lo ricorderà
certamente. È svenuta, quando l’ha sentito».
«Sarà come dici. Però lei sa che non puoi avere disegnato tutto quanto lì
all’istante».
«Certo che no. Ho fatto degli schizzi in seguito, ma erano orribili. Così ho
dovuto copiare i leoni da una figura nel Libro delle Ore. Anche se sono sicura
che le zampe non vanno bene».
«Qual era la lezione?»
«Come?»
«La lezione. Nel Libro delle Ore… dove erano raffigurati i leoni».
«Ehm… Daniele?» azzardai, esitante.
«Ricordi l’immagine, ma non la lezione. Oh, Alessandra…» Scosse la
testa. «E i palazzi?»
«Frutto della mia fantasia. Dove troverei il tempo per disegnarli?» risposi
calma. «Metto insieme i particolari che ricordo».
Mi fissò per un momento. Avevo l’impressione che nessuna delle due
capisse quello che lei stava provando. Mia madre era stata la prima a
riconoscere la mia attitudine per il disegno, quando ero tanto giovane che
quasi non la capivo io stessa. Avevo imparato da sola copiando tutti i quadri
votivi di casa, e per anni la mia passione era rimasta un segreto fra noi due,
finché ero stata abbastanza grande da apprezzare la virtù della discrezione.
Per mio padre, una cosa era assecondare una bimba precoce che ogni tanto
faceva uno schizzo della Vergine, e un’altra avere una figlia grande tanto
invasata che in cucina razziava ossa di cappone da macinare per farne un
pigmento o una decina di penne d’oca per sostituire quelle vecchie. L’arte
poteva essere una via verso Dio, ma era anche un’attività da artigiano e non
un passatempo per una giovane donna di buona famiglia. Recentemente Erila
era diventata complice dei miei sotterfugi. Di quello che pensava mia madre
non avevo più idea. Due anni prima, quando ero faticosamente alle prese con
il bulino – uno stilo così sottile e duro da non concedere spazio agli errori
dell’occhio o della mano –, aveva chiesto di vedere qualche mio tentativo. Li
aveva studiati per un po’, quindi me li aveva restituiti senza una parola. Una
settimana dopo avevo trovato un volume del Libro dell’Arte di Cennino
Cennini, nella cassapanca sotto il mio letto. Da allora, il mio tratto era
diventato molto più fermo, ma nessuna delle due aveva più fatto parola del
dono.
La mamma sospirò. «Bene. Non torneremo più sull’argomento». Tacque
un momento. «C’è un’altra cosa di cui dobbiamo parlare. Il pittore ha chiesto
di ritrarti».
All’improvviso esplose una fiamma dentro di me, non so dove.
«Come ho detto, ha visitato alcune chiese, ha visto molte cose ed è pronto
a continuare. Ha già fatto il ritratto di tuo padre. Io sono troppo occupata con
il matrimonio di Plautilla per perdere tempo con lui, quindi deve passare a
voi figli. Ha chiesto te, per prima. Suppongo che tu non immagini il perché,
vero?»
La guardai negli occhi e scrollai la testa. Sembrerà strano, ma allora per me
faceva una notevole differenza non usare le parole per mentirle.
«Ha allestito uno studio temporaneo nella cappella. Dice che ti deve vedere
nel tardo pomeriggio, quando c’è la luce giusta. Insiste molto su questo. E tu
sarai accompagnata da Lodovica e Maria».
«Ma…»
«Non discutere, Alessandra. Le porterai tutt’e due con te. Non vai a
distrarlo e nemmeno a dibattere le sottigliezze della filosofia platonica. Su
questo punto penso comunque che potrebbe esserci una certa differenza di
linguaggio».
Per quanto le sue parole fossero severe, il tono più dolce mi fece sentire
nuovamente a mio agio con lei. Il che naturalmente m’indusse a sottovalutare
il rischio. Ma con chi altri potevo parlarne adesso, visto che la questione era
urgente?
«Sai, mamma, certe notti faccio un sogno. Mi è già successo cinque o sei
volte».
«Nel timore di Dio, spero».
«Oh, sì, certamente. Sogno… be’, sogno che – so che può sembrare strano
– che alla fine non mi sposo. Tu e il babbo decidete di farmi entrare in un
monastero…»
«Oh, Alessandra, non fare la sciocca. Tu non potresti stare in un
monastero. Le sue regole ti distruggerebbero in un attimo. Non puoi non
saperlo».
«No… sì, ma, vedi, nel sogno quel monastero è diverso. In quel monastero
le sorelle possono celebrare Dio in modi differenti, col fare…»
«No, Alessandra Cecchi. Non intendo ascoltarti. Se pensi che il tuo cattivo
comportamento ci obblighi a cambiare idea circa un marito, commetti un
grave errore».
Ed ecco esplodere la sua collera, come il getto di una sorgente calda che
erompa dalla terra.
«Sei una fanciulla testarda e a volte assai disobbediente, e nonostante
quello che ho detto, vorrei averti corretta prima, perché tutto questo non ci
porterà nulla di buono». Sospirò. «Ma troveremo la maniera. Userò la parola
di cui abbiamo parlato spesso: dovere. Il tuo dovere verso la tua famiglia. Ora
tuo padre è un uomo ricco, con un passato di servigi allo Stato. Ha il denaro
per una dote che conferirà onore e prestigio al nostro nome. Quando troverà
l’uomo giusto, tu lo sposerai. È chiaro? È la cosa più bella che una donna
possa fare: sposarsi e avere figli. Lo imparerai molto presto».
Si alzò. «Vieni, figliola. L’argomento è chiuso. Ho tanto da fare. Tuo padre
parlerà con te quando avremo fatto una scelta. Dopo non accadrà niente, per
un certo periodo. Per un certo periodo» ripeté sottovoce. «Ma renditi conto
che non potrò distrarlo per sempre con i miei discorsi».
Afferrai bramosamente il rametto d’ulivo. «In questo caso fagli scegliere
qualcuno che almeno capisca» dissi, guardandola dritto negli occhi.
«Oh, Alessandra…» Scosse la testa. «Non so se sarà possibile».
4.

Tenni il broncio per tutta la cena, punendo Maria con i miei silenzi, e tornai
presto in camera, dove spostai una sedia contro la porta prima di rovistare
nella cassapanca dei vestiti. Era importante che tenessi i miei tesori sparsi,
così che, se un nascondiglio veniva scoperto, ne rimanesse sempre un altro.
Arrotolato in fondo, sotto le mie camicie, c’era un disegno a inchiostro, in
scala al naturale, su carta leggermente colorata.
Per quello che era il mio primo lavoro impegnativo avevo scelto la scena
iniziale dell’Annunciazione. Nostra Signora è colta di sorpresa dall’Angelo: il
suo timore reverenziale e il suo smarrimento si rivelano nel modo in cui le
mani si muovono rapide intorno al corpo e il busto è girato in atteggiamento
di fuga, quasi che fili invisibili tirassero lei e Gabriele l’uno verso l’altra e al
contempo li separassero. È un soggetto molto popolare, specialmente perché
la potenza dei loro movimenti rappresenta un’efficace sfida per la penna, ma
io lo sento congeniale soprattutto per l’evidente turbamento di Nostra
Signora, sebbene le fasi successive di sottomissione e di grazia siano quelle
che i miei precettori raccomandano sempre come esempio per lo studio
spirituale.
Come scenario avevo usato la nostra grande sala da ricevimento, con il
telaio della finestra sullo sfondo per dare risalto alla prospettiva. Una buona
scelta, pensai. Il modo in cui, a una certa ora del giorno, il sole si riversa
all’interno attraverso le lastrine di vetro è talmente bello da lasciare quasi
immaginare la presenza di Dio nel suo bagliore. Una volta ero rimasta seduta
ore ad aspettare che lo Spirito Santo mi si rivelasse; gli occhi chiusi, l’anima
immersa nella luce, il sole simile a un raggio di santità che mi trafiggeva le
palpebre. Ma invece della rivelazione divina avevo avvertito soltanto il
pulsare sordo del mio cuore e l’incessante prurito di una vecchia puntura di
zanzara. Rimasi ostinatamente – ora ci ripenso quasi con emozione – non
benedetta.
Ma la mia Madonna è più degna. Si sta alzando, le mani che si levano
come uccellini spaventati a difenderla dal vento impetuoso dell’arrivo di Dio:
la perfetta giovane Vergine disturbata durante la preghiera. Ho dedicato la
massima cura alle vesti di entrambi (tanta parte del mondo mi era preclusa,
ma almeno le stoffe e le fogge potevo studiarle a mio piacere). Gabriele
indossa una lunga tunica cucita con la più costosa batista di mio padre: color
crema, scende dalle spalle in mille minuscole pieghe, raccolte morbidamente
in vita, il tessuto tanto leggero da accompagnare il movimento delle membra.
Nostra Signora l’ho raffigurata sobriamente alla moda: le maniche aperte al
gomito per mostrare la camicia che fa capolino, la vita alta sottolineata da una
cintura, la gonna di seta che le ricade in una cascata di pieghe intorno alle
gambe e sul pavimento.
Quando avrò completato i contorni, comincerò a lavorare alle ombre e alle
lumeggiature, usando inchiostro in varie concentrazioni e una velatura di
biacca di piombo applicata col pennello. In questa fase gli errori non si
correggono facilmente, e la mia mano è già malferma per il nervosismo.
Stavo diventando decisamente più comprensiva verso la difficile situazione
degli apprendisti nella bottega di Bartolomeo. Per guadagnare un po’ di
tempo stavo rifinendo la fuga di mattonelle al fine di esercitarmi nella
prospettiva, quando la maniglia della porta si abbassò e il legno urtò contro la
sedia.
«Un momento!» Afferrai un lenzuolo dal letto e lo gettai sul disegno. «Mi
sto… svestendo».
Un giorno, qualche mese prima, Tomaso mi aveva sorpreso e aveva
“casualmente” rovesciato la boccetta di olio di lino, che usavo per fare la
carta da ricalco, in un mortaio di polvere di biacca di piombo che Erila era
riuscita a procurarmi nella bottega dello speziale. Avevo comprato il silenzio
di mio fratello con la traduzione dei versi di Ovidio con cui stava
battagliando. Ma ora non doveva essere Tomaso. Perché sprecare la serata
tormentando me quando poteva agghindarsi per le donne perdute delle strade,
con le loro campanelle prescritte e le scarpine dai tacchi alti che attiravano
l’attenzione dei giovani maschi? Lo udivo al piano di sopra, le assi
scricchiolanti sotto i suoi passi, mentre probabilmente si attardava a studiare
quale colore di brache si adattasse meglio alla nuova tunica che il sarto gli
aveva appena consegnato.
Spostai lo schienale della sedia ed Erila entrò svelta, una ciotola in una
mano e un mucchietto di dolci alle mandorle nell’altra. Ignorando il disegno
– sebbene sia mia complice, è meglio per lei fingere di non esserlo –, sedette
sul mio letto, ripartì i dolci e tirò le mie mani verso di sé; quindi mescolò
l’impasto di limone e zucchero e me l’applicò sulla pelle in uno spesso strato.
«Allora, cosa è successo? Maria ha fatto la spia?»
«Ha mentito, piuttosto. Aah, attenta… ho un taglio, qui».
«Peccato. Tua madre dice che se non saranno bianche entro domenica, ti
farà portare guanti di camoscio per una settimana».
La lascio lavorare per un po’. Mi piace sentire le sue dita che mi affondano
nel palmo, e ancora di più mi piace lo straordinario contrasto dell’ebano della
sua pelle sulla mia, anche se disegnarla intacca sempre la mia scorta di
carboncino.
Dice di non ricordare niente della sua patria, nell’Africa settentrionale, se
non che là il sole era più grande e le arance più dolci. La sua storia avrebbe
potuto offrire materiale a un moderno Omero. Era stata portata a Venezia con
la madre quando aveva, così pensava lei, cinque o sei anni, e quindi venduta
nel mercato degli schiavi di quella città a un mercante fiorentino, caduto in
rovina dopo la perdita di tre navi dalle Indie. Mio padre l’aveva presa a saldo
di un debito. Ero ancora una bimbetta al suo arrivo e a volte io e Plautilla le
venivamo affidate, un lavoro più facile di quello manuale che l’avrebbe
distrutta. Aveva un’intelligenza acuta e insieme buonsenso, e fin dai miei
primi anni di vita era stata capace sia di governarmi sia di divertirmi. Credo
che mia madre abbia visto in lei la risposta alle sue preghiere quando si trattò
di cominciare a plasmare quella sua strana figliola e così ben presto Erila era
diventata mia. Ma in realtà lei non apparteneva a nessuno. Benché per legge
fosse proprietà di mio padre, il quale poteva farne ciò che voleva, aveva
sempre avuto l’indipendenza e la silenziosa astuzia del gatto: girava per la
città, ne riportava i pettegolezzi come fossero frutta fresca e guadagnava
denaro rivendendoli. È stata la mia migliore amica nella nostra casa da
quando ho ricordi, oltre ai miei occhi e alle mie orecchie per tutti i luoghi in
cui non posso andare.
«Allora, l’hai preso?»
«Forse sì e forse no».
«Oh, Erila!» Però sapevo di non doverle mettere fretta.
Lei fece un largo sorriso. «Eccoti una storia interessante. Oggi hanno
impiccato un uomo alla Porta di Giustizia. Un assassino. Ha fatto a pezzi
l’amante di sua moglie. Dopo una mezz’ora che penzolava, hanno tagliato la
corda, l’hanno messo sul carro dei morti e subito lui si è rizzato a sedere,
lamentando un gran male alla gola e chiedendo un sorso d’acqua».
«Davvero? E che cosa hanno fatto?»
«L’hanno portato all’ospedale, dove gli daranno pane inzuppato nel latte
finché riuscirà a inghiottire; poi lo impiccheranno di nuovo».
«No! E la gente?»
Erila scrollò le spalle. «Oh, gridava e lo incoraggiava. Ma poi quel
domenicano grasso con la faccia come la pietra pomice è saltato fuori con un
sermone su come Firenze sia una fogna traboccante di tanto male che i
malvagi prosperano mentre i buoni soffrono».
«Ma se questo non fosse stato male? Voglio dire, se fosse stato un esempio
dell’infinita misericordia di Dio, anche verso i più grandi peccatori? Oh, avrei
voluto essere là a vedere! Tu che ne pensi?»
«Io?» Erila rise. «Penso che il boia abbia sbagliato il nodo scorsoio. Bene,
sei a posto». Mi teneva le mani, controllando il proprio lavoro. Erano pulite,
per la prima volta da giorni, le unghie rosa e lucide, ma quanto più bianca
fosse la pelle era difficile dirlo.
«Tieni». Tirò fuori di tasca una boccetta d’inchiostro (quello che i miei
fratelli usavano per i compiti in un mese, io lo consumavo in una settimana
per i miei disegni) e un fine pennello di coda di ermellino, sottile quanto
bastava per aggiungere le lumeggiature al volto e alla veste di Nostra
Signora. Le gettai le braccia al collo.
«Uhm. Sei fortunata. Li ho avuti per poco. Ma usali soltanto dopo
domenica prossima. Altrimenti sarò io a finire nei guai».
Uscita Erila, restai distesa a pensare all’uomo, al cappio e a come si potesse
distinguere la misericordia di Dio da un errore nel fare un nodo scorsoio, o se
magari fossero la stessa cosa. Domandai perdono a Nostro Signore nel caso
quei pensieri fossero colpevoli, poi implorai la Vergine di intercedere perché
la mia mano fosse più ferma nel rappresentare sul foglio la sua benevolenza.
Ero ancora sveglia quando Plautilla scostò le cortine e s’infilò nel letto:
puzzava di olio sparso in abbondanza sui capelli per combatterne
l’inaridimento dovuto al sole. Disse le orazioni sottovoce, una rapida litania
che pareva fatta più di parole che di sentimenti, tuttavia perfetta; poi si
sistemò, spingendomi da parte per appropriarsi della parte più larga del letto.
Aspettai che il suo respiro diventasse regolare prima di spingerla di nuovo al
suo posto.
Dopo un po’ udii le zanzare radunarsi nell’aria. L’odore dell’olio di
Plautilla era dappertutto e le attirava come api al miele. La miscela di erbe
aromatiche che ardeva appesa al soffitto ne sarebbe stata sopraffatta. Presi la
bottiglietta di citronella che tenevo sotto il guanciale e mi cosparsi le mani e
la faccia.
Zzz… zzz… zac. Una zanzara si posò sul bianco polso grassoccio di mia
sorella. La guardai mettersi comoda, prima di pungerle la pelle. La immaginai
aspirare il sangue di Plautilla come una lunga sorsata d’acqua, poi staccarsi
dal corpo di lei, sfrecciare fuori dalla finestra e volare attraverso la città fino
alla casa di Maurizio; lì sarebbe entrata nella sua camera e, trovata una parte
scoperta del suo corpo, ne avrebbe perforato la pelle, dopodiché il sangue dei
due innamorati si sarebbe mescolato all’istante. La forza di quella visione era
quasi intollerabile, anche se si trattava soltanto di due creature scialbe e rozze
come Plautilla e Maurizio. D’altronde, se una cosa simile era possibile – e
avendo studiato le zanzare, mi sembrava che dovesse esserlo –, voglio dire,
che cosa poteva essere, se non il nostro sangue? Quando le si ammazzava al
principio della notte, i loro corpi erano soltanto chiazze nere, ma più tardi
schizzavano il più rosso dei succhi – se una cosa simile era possibile, non
poteva anche essere fatta per dispetto? C’erano un migliaio di finestre, in
città. Quanti vecchi gottosi inadatti a me avevano già mescolato il loro
sangue al mio? mi domandavo. Questo mi faceva nuovamente pensare che, se
avessi dovuto avere un marito, ne avrei voluto uno che venisse a me non con
un bel fisico e perle sul farsetto di broccato, ma sotto forma di cigno, le ali
possenti come una nube temporalesca, simile a Zeus con Leda. E se costui
l’avesse fatto, allora sì che avrei potuto amarlo per sempre. Ma solo a patto
che si lasciasse ritrarre da me, dopo.
Come spesso accadeva in notti simili, il rincorrersi dei pensieri continuò a
tenermi sveglia, sicché alla fine scivolai fuori dalle lenzuola e uscii dalla
camera.
Amo la nostra casa nell’oscurità. C’è tanto buio e la sua disposizione
interna è così complessa che ho imparato a misurarla mentalmente, a sapere
dove trovare le porte e di quanti gradi sono gli angoli da svoltare per evitare
mobili importuni e scale inattese. Talvolta, mentre scivolo di stanza in stanza,
immagino di essere fuori, nella città, con i suoi vicoli e angoli che si
dispiegano nella mia testa come un’elegante soluzione matematica.
Nonostante i sospetti di mia madre, non ho mai percorso Firenze da sola.
Naturalmente ci sono stati momenti in cui sono sfuggita alle grinfie di
un’accompagnatrice per infilare una traversa o per attardarmi davanti a un
banco del mercato, ma mai a lungo e sempre di giorno. Le nostre poche
uscite serali per feste pubbliche o per una messa a tarda ora rivelano un luogo
ancora pieno di animazione. Non ho idea di come possa cambiare la sua
atmosfera quando si spengono le torce. Erila è una schiava, eppure conosce la
mia città meglio di quanto potrò mai fare io. Ho tante probabilità di viaggiare
in Oriente quante ne ho di camminare per le strade di notte, da sola. Però
posso sognare.
La corte principale, sotto di me, era un pozzo di oscurità. Mi avviai giù per
la scala. Uno dei cani di casa aprì un occhio sonnacchioso mentre gli passavo
vicino, ma era abituato da sempre ai miei vagabondaggi notturni. Erano più
pericolosi i pavoni di mia madre, in giardino. Non soltanto avevano un udito
più acuto, ma le loro strida ricordavano un coro di anime dannate all’Inferno.
Svegliare loro significava svegliare tutti.
Spinsi la porta della sala da ricevimento d’inverno ed entrai. Sentivo le
lucide mattonelle, lisce sotto i piedi. Il nuovo arazzo sembrava una pesante
ombra sulla parete e il grande tavolo di quercia, orgoglio e gioia di mia
madre, era apparecchiato per i fantasmi. Mi rannicchiai sul davanzale di
pietra della finestra e feci scivolare cautamente il chiavistello. Di là la casa si
affacciava sulla strada e io potevo starmene seduta a guardare la vita
notturna. Le fiaccole nei loro grandi torcieri di ferro sul muro illuminavano la
facciata. Era segno del nuovo benessere del borgo che ci fossero abitazioni
abbastanza ricche da illuminare la via a chi rientrava tardi. Avevo sentito
raccontare di notti senza luna in cui, nei quartieri più poveri della città,
qualcuno era morto cadendo in buche dell’acciottolato o annegando in canali
di scolo traboccanti. Anche se la cecità di quelle persone era stata
probabilmente aggravata dal vino.
A quell’ora anche la vista dei miei fratelli doveva essere ugualmente
compromessa. Ma ciò che difettava ai loro occhi lo compensavano con il
baccano, con le risate da ubriachi che dall’acciottolato echeggiavano
amplificate sino alle finestre in alto. Certe volte il fracasso svegliava mio
padre. Quella sera però non c’era quel tipo di trambusto, e le palpebre mi si
stavano già chiudendo quando notai qualcosa là in basso.
Dal lato della nostra casa sbucò nella via principale una figura, brevemente
illuminata dal bagliore delle torce. Era un uomo alto e dinoccolato, ben
avvolto in un mantello, ma a testa nuda, così che scorsi quel certo biancore
della sua pelle. Ah. Il nostro pittore stava uscendo nella notte. Certo avrebbe
visto poco di artistico, a quell’ora. Che cosa aveva detto mia madre? Che lui
trovava chiassosa la città, dopo la quiete dell’abbazia. Forse quello era il suo
modo di assimilare il silenzio, benché ci fosse qualcosa nel suo camminare a
testa bassa, come fosse ansioso di perdersi nell’oscurità, che parlava più di
determinazione che di atmosfera.
Ero combattuta tra curiosità e invidia. Era così semplice? Ci si avvolge in
un mantello, si trova la porta giusta e si va fuori, nella notte. Camminando in
fretta poteva arrivare in dieci minuti alla cattedrale di Santa Maria del Fiore,
poi passare davanti al Battistero e dirigersi a occidente, verso Santa Maria
Novella, o a mezzogiorno, verso il fiume, da dove si poteva udire il tintinnio
delle campanelline delle donne. Un altro mondo. Ma non mi piaceva
pensarci, ricordando la sua Vergine, così piena di grazia e di luce che quasi
non poteva toccare la terra con i piedi.
Mi disposi a stare di vedetta fino al ritorno del pittore, ma dopo circa
un’ora mi venne sonno e, non volendo rischiare che mi trovassero lì la
mattina, tornai nella mia camera. Scivolai tra le lenzuola, notando con
maligna soddisfazione come il polso di mia sorella cominciasse a gonfiarsi.
Mi rannicchiai nel tepore del suo corpo. Plautilla emise un piccolo sbuffo,
come il sommesso nitrito di un cavallo, e continuò a dormire.
5.

Spartana com’è, la stanza non comunica granché dello spirito divino. Il


pittore ha isolato una piccola parte della navata, dove il sole entra dalla
finestra laterale e cade direttamente su una larga fascia d’oro. Lui siede in
ombra, vicino a un piccolo tavolo su cui si trovano carta, penna, inchiostro e
qualche gesso nero appuntito di fresco.
Entro lentamente, seguita dalla vecchia Lodovica. Purtroppo Maria è stata
colpita da una forte indigestione. Mi si deve credere se dico che, sebbene
fossi maldisposta verso di lei, quel giorno non avevo niente a che fare con la
quantità di cibo che aveva ingurgitato, né con il malessere che le aveva
lasciato. Col senno di poi, mi sono domandata in quali modi agisca Dio. A
meno che crediate, come per il cappio del boia, che non si sia trattato di un
suo intervento.
Al nostro ingresso il pittore si alza, gli occhi fissi a terra. L’età e la gotta di
Lodovica ci costringono a camminare adagio e ho già chiesto che le venga
preparato un comodo sedile lì accanto. A quest’ora del giorno sarà solo
questione di tempo prima che si addormenti, per poi dimenticarsene
sicuramente. In quei momenti si dimostra un aiuto prezioso per me.
Ammesso che ricordi il nostro ultimo incontro, lui non lo dà a vedere. Con
un cenno mi fa avvicinare a una piccola predella in luce con sopra una sedia
di legno dallo schienale alto, collocata in modo che i nostri sguardi non
s’incrocino. Salgo il gradino, già imbarazzata dalla mia statura. Ho la
sensazione che siamo entrambi nervosi.
«Devo sedermi?»
«Come volete» mormora lui, sempre senza guardarmi in viso. Assumo la
stessa posa delle donne che ho visto nei ritratti della cappella: schiena diritta,
testa alta, le mani intrecciate in grembo. Non so che fare con gli occhi. Per un
po’ guardo avanti, ma la scena mi annoia, così abbasso lo sguardo verso
sinistra, dove posso vedere la metà inferiore del corpo di lui. Il cuoio sull’orlo
delle sue brache, noto, è molto logoro, ma le gambe sono ben fatte, anche se
un pochino lunghe. Come le mie. Intanto comincio ad avvertire il suo odore,
molto più intenso questa volta: un sentore di terra con un che di acido, quasi
di marcescente. Che cosa ha fatto la notte scorsa per avere un tale fetore
addosso? Evidentemente non si lava abbastanza – ho sentito mio padre fare
questa osservazione riguardo agli stranieri –, ma accennarne adesso
annullerebbe qualsiasi possibilità d’intrattenere una conversazione fra noi.
Decido di lasciare la cosa a Plautilla. È quasi sicuro che la puzza per lei sarà
insopportabile.
Il tempo passa. Fa caldo qui dentro, sotto il sole. Lancio un’occhiata a
Lodovica. Si è portata un ricamo e lo tiene sulle ginocchia. Posa l’ago e ci
osserva per un po’, ma non ha mai mostrato molto interesse per l’arte,
nemmeno quando aveva gli occhi abbastanza buoni per vederla. Comincio a
contare lentamente fino a cinquanta, e quando arrivo a trentanove sento il
respiro diventarle un brontolio nel petto. Nel silenzio della cappella, pare di
udire un grosso gatto che fa le fusa. Mi volto a guardarla, poi lancio una
rapida occhiata al pittore.
Alla luce del giorno posso studiarlo meglio. Ha una bella cera, per essere
uno che ha passato la notte vagabondando per la città. I capelli sono
spazzolati e, anche se ancora troppo lunghi per la moda fiorentina del
momento, folti e sani, così che la sua carnagione risulta per contrasto persino
più pallida. È alto e magro, come me, ma in un uomo non è un gran difetto.
Ha zigomi alti e ben disegnati; gli occhi a mandorla sono screziati, grigio-
verdi con pagliuzze scure, tanto da ricordarmi quelli di un gatto. Non
assomiglia a nessun uomo che abbia visto finora. Non so nemmeno decidere
se sia bello, ma forse questo è dovuto al fatto che non lascia trapelare nulla di
sé. A parte i miei fratelli e i miei precettori, è il primo uomo al quale mi sia
trovata tanto vicina, e sento il cuore martellarmi in petto. Se non altro, seduta
assomiglio meno a una giraffa. Però non sono sicura che lui se ne accorga.
Quando mi guarda, non sembra consapevole di me come persona. La luce si
sposta intorno alla predella accompagnata dal raschio intermittente del gesso
sulla pagina, ogni linea precisa, ponderata, risultato di una singolare
comunione tra occhi e mano. È un genere di silenzio vibrante che mi è noto.
Penso a tutte le ore che ho passato in una concentrazione altrettanto
meticolosa, le dita strette su un mozzicone appuntito di gesso nero, cercando
di rendere la testa di un cane addormentato sulle scale o la strana bruttezza di
un mio piede nudo, e questo fa sì che sia più paziente di quanto potrei essere
altrimenti.
«Mia madre dice che avete avuto la febbre» dico finalmente, come fossimo
parenti fra i quali è appena caduto il silenzio dopo un’ora di chiacchiere.
Visto che non risponde, penso di accennare ai suoi vagabondaggi notturni,
ma non so cosa dire. Lo scricchiolio del suo carboncino continua. Rimetto a
fuoco lo sguardo sulla parete della cappella. La quiete è talmente profonda
che comincio a pensare che rimarremo qui per sempre. Anche se Lodovica
finirà per svegliarsi e allora sarà troppo tardi…
«Sapete, pittore, se volete avere successo qui, forse dovreste parlare un
pochino. Persino con le donne».
I suoi occhi guizzano di lato, perciò so che capisce le parole, ma nel
momento stesso in cui le pronuncio mi sembrano troppo crude, e mi sento
imbarazzata. Dopo un po’ mi agito sulla sedia, cambio posa. Lui
s’interrompe, aspettando che torni immobile. Faccio un piccolo rumore. Più
mi sforzo di stare ferma e più mi sento a disagio. Mi stiracchio ancora. E lui
aspetta. Solo adesso mi rendo conto della possibilità che mi si offre di fargli
un dispetto. Se lui non parla, io non sto seduta per bene. Mentre mi sistemo,
porto la mano sinistra davanti al viso, nascondendoglielo deliberatamente.
Mani. Sono sempre difficili. Così ossute, eppure così carnose. Anche per i
più grandi fra i nostri pittori rappresentano un problema. Eppure lui riprende
subito a disegnare, e questa volta il raschio è tanto insistente che fa venire la
voglia di carta anche a me.
Dopo qualche minuto mi annoio del mio insuccesso e rimetto la mano in
grembo, flettendo le dita all’insù finché non stanno ritte come mostruose
zampe di ragno sulle mie gonne. Guardo le nocche sbiancare e vedo un’unica
vena pulsare sotto la pelle. Com’è strano il corpo, così pieno di sé. Quand’ero
più piccola avevamo una giovane schiava tartara, una creatura selvatica che
soffriva del piccolo male; quando le prendevano gli attacchi, cadeva rigida a
terra, scossa da spasmi, la testa così rovesciata all’indietro che il collo si
allungava e si tendeva fino a sembrare quello di un cavallo, mentre le sue dita
artigliavano il terreno. Una volta le era uscita schiuma dalla bocca, e
avevamo dovuto metterle qualcosa tra i denti perché non ingoiasse la lingua.
Luca, che ora ritengo sia sempre stato interessato più al Diavolo che a Dio,
credeva che le fosse entrato in corpo un demonio, ma mia madre aveva detto
che era malata e bisognava lasciarla riprendere. In seguito mio padre l’aveva
venduta, ma non so se fosse stato completamente sincero riguardo alla sua
salute. Anche se era una malattia, poteva facilmente passare per possessione.
Se qualcuno avesse dovuto dipingere Cristo che scacciava i diavoli, lei
sarebbe stata un modello perfetto.
Lodovica russa sonoramente. Ci vorrebbe un fulmine per svegliarla, Ora o
mai più. Mi alzo. «Posso vedere come mi avete trattata?»
Lo sento irrigidirsi. Capisco che vuole nascondere il foglio, ma sa anche
che non sarebbe opportuno. Che cosa può fare? Prendere il suo armamentario
e scappare via? Aggredirmi di nuovo? Si troverebbe in viaggio a dorso di
mulo verso le lande desolate del Nord, se lo facesse. E non credo che sotto
tutto quel silenzio ci sia uno stupido.
Il coraggio mi viene meno quando sono all’altezza del tavolo. Lui è così
vicino che posso vedere sul suo volto la barba di qualche giorno, ispida e
scura, e il suo sgradevole odore dolciastro ora è forte. Mi fa pensare alla
decomposizione, alla morte, e ricordo la sua veemenza nell’incontro
precedente. Sbircio nervosamente la porta. E se entrasse qualcuno? Forse lui
pensa la stessa cosa. Con un unico goffo movimento spinge il supporto verso
di me, rivolto all’insù, in modo che possa vederlo senza avvicinarmi oltre.
Il foglio è pieno di schizzi: uno studio completo della mia testa, poi
particolari del viso, gli occhi, le palpebre chiuse a metà, l’espressione timida
e insieme furba. Non mi ha adulato come io faccio talvolta con Plautilla per
comprare il suo silenzio quando posa per me, ma sono proprio io, vibrante di
malizia e impaziente, come se non riuscissi a parlare e nemmeno a stare zitta.
Mi conosce già più di quanto io conosca lui.
E poi ci sono i vari bozzetti della mia mano davanti al viso, palmo e dorso,
le dita come piccole colonne tornite di carne viva. Dal vero al foglio. La sua
maestria mi dà le vertigini.
«Oh, chi ve l’ha insegnato?» dico, e nella mia voce ci sono dolore e
meraviglia.
Studio di nuovo le mie dita, quelle vere e quelle disegnate. E desidero più
di ogni altra cosa vedere come fa, osservare il modo in cui ogni segno si posa
sulla carta. Basterebbe questo per correre il rischio di avvicinarmi. Lo fisso.
Se non è l’arroganza, allora è la timidezza che lo rende così silenzioso. Come
ci si sente a essere tanto schivi da non riuscire a parlare?
«Deve essere difficile per voi, qui» dico sottovoce. «Credo che nei vostri
panni proverei nostalgia».
Dal momento che non mi aspetto una risposta, avverto un piccolo brivido
nell’udire la sua voce, più sommessa di quanto ricordi, ma più profonda dei
suoi occhi.
«Si tratta del colore. Da dove vengo io, tutto è grigio. A volte non si
capisce dove finisce il cielo e comincia il mare. Il colore rende ogni cosa
diversa».
«Oh, ma Firenze è senz’altro come doveva essere allora… in Terra Santa,
voglio dire, dove visse Nostro Signore. Tutto quel sole. È ciò che ci narrano i
Crociati. I loro colori dovevano essere luminosi come i nostri. Un giorno
dovreste visitare il magazzino di mio padre. Quando le pezze di tessuto sono
finite e impilate, sembra di camminare attraverso un arcobaleno».
Mi viene in mente che con ogni probabilità il mio è il discorso più lungo
che il pittore abbia mai ascoltato da una donna. Intuisco che lo sta
riprendendo il panico e rammento la sua reazione furiosa di qualche giorno
prima, quando il suo corpo era tutto un tremito davanti a me. «Non dovete
preoccuparvi per me» dico d’impulso. «So che chiacchiero molto, ma ho solo
quattordici anni: sono più una bambina che una donna, quindi non posso farvi
alcun male. Inoltre amo l’arte quanto l’amate voi».
Allungo le mani e le poso sul tavolo fra noi, stendendo con scioltezza le
dita sul legno in modo che mostrino sia tensione sia abbandono. «Dato che
state studiando le mani, non vorreste ritrarle mentre sono ferme? Sono più
facili da vedere di quando le ho in grembo». E penso che mia madre
approverebbe l’umiltà della mia voce.
Sono in piedi, immobile, gli occhi bassi, e aspetto. Vedo il supporto
scivolare via dal tavolo e un gessetto riprendere a scorrere lì accanto. Quando
ne sento il fruscio sulla carta, mi arrischio ad alzare lo sguardo. Vedo la carta
solo di sbieco, ma basta per osservare il disegno che prende forma: decine di
minuscoli tratti fluidi si riversano sul foglio, senza soste per ripensamenti o
considerazioni, senza pause tra il vedere e il fare. È come se lui leggesse le
mie mani da sotto la pelle, costruendone l’immagine dall’interno.
Lo lascio lavorare qualche istante. Adesso il silenzio tra noi sembra più
lieve. «Mia madre dice che state visitando le nostre chiese». Annuisce
appena. «Quali affreschi preferite?»
La mano si ferma. Lo scruto. «Santa Maria Novella. La vita di Giovanni il
Battista» risponde con decisione.
«Il Ghirlandaio. Oh, sì, la sua Cappella Maggiore è una delle meraviglie
della città».
Una pausa. «E… un’altra cappella, al di là del fiume».
«Santo Spirito? Santa Maria del Carmine?»
Un cenno di assenso a questo secondo nome. Ma certo. La Cappella
Brancacci, nel convento del Carmine. Mia madre gli ha dato le indicazioni
giuste, usando le proprie conoscenze e lo stato di frate laico di lui per
garantirgli l’accesso a luoghi normalmente proibiti. «Gli affreschi con la vita
di San Pietro. Anche quelli sono tenuti in gran conto, qui. Sapete, Masaccio è
morto prima di poterli completare. Aveva ventisette anni». Mi accorgo che è
rimasto colpito da questo. «Mi hanno portato là una volta, quand’ero
bambina, e non ricordo quasi niente. Quali vi sono piaciuti di più?»
Il pittore si acciglia, come se la domanda fosse troppo impegnativa. «Vi
sono due scene del Giardino dell’Eden. Nella seconda, alla loro cacciata,
Adamo ed Eva piangono entrambi… no, piuttosto urlano disperati, quando
vengono banditi. Non ho mai visto tanta sofferenza per la perdita della grazia
divina».
«E prima della Caduta? Sono gioiosi quanto in seguito sono tristi?»
Lui scuote la testa. «La gioia non è così evidente. L’ha dipinta un’altra
mano. E il serpente che si protende dall’albero ha il volto di donna».
«Oh, sì, sì». Annuisco, i nostri occhi s’incontrano e per un momento lui è
troppo interessato per distogliere lo sguardo. «Mia madre me l’ha detto.
Anche se, come sapete, nelle Scritture non ci sono prove di questa
interpretazione».
Ma l’accenno al Diavolo presente nella donna l’ha fatto chiudere
nuovamente in se stesso, e si zittisce. Ricomincia il raschio. Abbasso gli
occhi sul supporto. Da dove viene un talento simile? È veramente un dono
del Signore?
«Siete sempre stato così abile, pittore?» domando sommessamente.
«Non ricordo». Anche la sua voce è un bisbiglio. «Il padre che è stato mio
maestro diceva che sono nato con Dio nelle mani per compensarmi della
mancanza dei genitori».
«Oh, sono sicura che aveva ragione. Sapete, a Firenze siamo convinti che
la grande arte è lo studio di Dio nella natura. Così pensa Alberti, uno dei
nostri più illustri maestri. E anche Cennini, il pittore. I loro trattati sulla
pittura hanno moltissimi lettori qui. Ne ho i volumi in latino, se voleste…» E
pur rendendomi conto che un sapere di tale sorta è un modo per mettermi in
mostra, non resisto alla tentazione. «Secondo Alberti, la bellezza del corpo
umano riflette la bellezza di Dio. Però questa intuizione la deve in parte a
Platone, naturalmente. Ma forse non avete letto nemmeno Platone. Qui a
Firenze non potete ignorarlo, se desiderate essere notato. Anche se non
conobbe mai Cristo, ha molto da dire sull’animo umano. La cognizione di
Dio negli antichi è stata una delle grandi scoperte dei fiorentini».
Se fosse presente, mia madre avrebbe già le mani tra i capelli per la mia
mancanza di modestia, riguardo a me stessa e alla città, però so che lui mi
ascolta. Lo capisco dal fatto che la sua mano si è fermata sul foglio. Credo
che avrebbe parlato ancora se Lodovica non avesse mandato all’improvviso
un sonoro sbuffo, finendo per svegliarsi. Noi due restiamo immobili.
«Bene» dico in fretta, indietreggiando. «Forse adesso dovremmo smettere.
Ma potrò tornare, così vi eserciterete con le mie mani, se volete».
Ma quando posa il supporto e guardo il disegno, mi accorgo che ha già
fatto suo tutto ciò che gli serve.
6.

Presi i volumi di Alberti e di Cennini dalla mia cassapanca e li posai sul letto.
Dal Cennini non riuscivo a separarmi: ne dipendevo per ogni cosa, dalla resa
dei panneggi ai colori che non avrei mai imparato a mescolare. Però potevo
dargli l’Alberti.
Incaricai Erila di recapitarlo, offrendole uno scialle di seta rossa.
«No».
«Come puoi dirmi di no? Questo colore ti piace, e tu piaci a lui».
«No».
«Ma perché? È semplice. Vai giù e glielo dai. La stanza la conosci quanto
me».
«E se tua madre lo scopre?»
«Non lo scoprirà».
«Ma se lo scoprirà, saprà che viene da te e per mezzo mio. E mi spellerà
viva».
«Non è vero». Cerco le parole. «Capirà… capirà che è l’arte ad animare
tutt’e due. Che la nostra conoscenza è solo il volere di Dio».
«Ah, non la racconta così, la vecchia Lodovica».
«Che cosa vorresti dire? Dormiva. Non poteva vedere niente». Adesso
Erila tace, ma ho reagito troppo in fretta e lei comincia a sorridere. «Oh,
Erila, tu imbrogli. Non ha raccontato niente».
«No, ma tu l’hai appena fatto».
«Abbiamo parlato di arte, davvero. Delle cappelle, delle chiese e dei colori
alla luce del sole. Ha Dio nelle dita, ti dico». Una pausa. «Sebbene si
comporti in modo impossibile».
«È proprio questo che mi preoccupa. Avete troppe cose in comune voi
due».
Comunque Erila prese il libro.
I giorni seguenti furono frenetici. Mentre mia madre e le fantesche
preparavano il guardaroba di Plautilla, lei passava interminabili ore a
preparare se stessa, schiarendosi i capelli e sbiancandosi la pelle, finché
cominciò ad assomigliare più a un fantasma che a una sposa. La notte
successiva, quando andai di nuovo alla finestra, era tardi; lo ricordo perché
mia sorella era in un tale stato di agitazione che le ci vollero ore per
addormentarsi, e io sentii le campane di Sant’Ambrogio battere le ore. Il
pittore comparve quasi subito, strettamente avvolto nello stesso mantello, e
s’inoltrò nell’oscurità con lo stesso passo deciso. Ma questa volta ero
altrettanto decisa ad aspettarlo. Era una serena notte di primavera, sotto una
volta di stelle, così quando più tardi si udì il tuono fu una cosa inaspettata, e il
lampo che lo annunciò incise nel cielo un guizzo abbagliante.
«Oh!»
«Sììì!»
Li vidi svoltare l’angolo, i miei fratelli e i loro compagni, come una banda
di pirati, il passo incerto sulla terraferma: si davano manate e si aggrappavano
l’uno all’altro, mentre barcollavano lungo la via. Mi ritrassi dalla finestra, ma
Tomaso aveva occhi di falco e sentii subito il suo fischio insolente, quello
che usava per chiamare i cani.
«Ehi, sorellina?» La sua voce rimbombava sui ciottoli. «Sorellina!»
Sporsi la testa e gli sibilai di stare zitto. Ma era troppo ubriaco per capire.
«Uh, guardatela, ragazzi. Un cervello grande come l’interno di Santa Maria
del Fiore. E una faccia come il sedere di un cane».
Gli amici intorno a lui approvarono la battuta con grandi strepiti. «Abbassa
la voce o il babbo ti sentirà» replicai con rabbia per nascondere l’offesa al
mio orgoglio.
«Se sente, tu sarai nei guai più di me».
«Dove sei stato?»
«Perché non lo domandi a Luca?» Ma Luca faticava a reggersi in piedi.
«L’abbiamo trovato con le mani sulle tette di pietra di Santa Caterina, mentre
le vomitava sui piedi. Probabilmente l’avrebbero arrestato per sacrilegio, se
non fossimo arrivati prima noi».
Il lampo successivo illuminò il cielo come fosse giorno. Il tuono che seguì
era vicinissimo: non un solo rombo ma due, e il secondo davvero assordante,
quasi che la terra stessa ne fosse stata squarciata. Naturalmente noi tutti
conoscevamo quelle cose, cioè che a volte la terra può aprirsi e il Diavolo
ghermire qualche anima persa attraverso le spaccature. Scattai in piedi,
terrorizzata, ma era già tutto finito.
Giù in strada anche loro erano allarmati, ma lo nascondevano con grida e
finto spavento. «Sì! Il terremoto!» urlò Luca.
«No. Colpi di cannone». Tomaso stava ridendo. «È l’esercito francese che
passa le Alpi per scendere a conquistare Napoli. Che splendida prospettiva.
Pensa, sorellina. Stupri e saccheggi. Ho sentito che i rozzi francesi non
vedono l’ora di rapire vergini della nuova Atene».
Nel giardino sul retro della casa, i pavoni avevano cominciato a lanciare
strida tali da svegliare i morti. Vidi aprirsi finestre sulla strada, e in direzione
della cattedrale comparve una luce. Il pittore avrebbe dovuto aspettare. Pochi
secondi dopo avevo attraversato la stanza e risalito le scale. Mentre
m’infilavo nel letto udii la voce incollerita di mio padre al piano sotto.
Il mattino dopo, la notizia echeggiava in tutta la casa: nel cuore della notte
un fulmine aveva colpito la lanterna della cupola di Santa Maria del Fiore,
spezzando un blocco di marmo e scagliandolo giù con tale forza che metà di
esso aveva sfondato il tetto, mentre l’altra metà aveva semidistrutto una casa
vicina, lasciando miracolosamente illesa la famiglia che vi abitava.
Ma il peggio doveva ancora venire. Quella stessa notte, Lorenzo il
Magnifico, studioso, diplomatico, politico, il più nobile cittadino e
benefattore di Firenze, giaceva nella sua villa di Careggi, paralizzato dalla
gotta e dai dolori allo stomaco. All’udire quanto era avvenuto in città, mandò
a vedere da che parte fosse caduto il blocco e, quando glielo comunicarono,
chiuse gli occhi e disse: «Veniva da questa parte. Morirò stanotte».
E così fu.
*
La notizia colpì la città come un fulmine. Il mattino seguente io e i miei
fratelli sedevamo in uno studio privo d’aria e il nostro insegnante di greco
leggeva, incespicando sulle parole, l’orazione funebre di Pericle, mentre le
sue lacrime macchiavano le pagine del manoscritto copiato appositamente;
sebbene in seguito ci facessimo beffe del suo tono lugubre, so che in quel
momento persino Luca era commosso. Per quel giorno mio padre chiuse il
magazzino e dalle stanze della servitù mi giunse il pianto di Maria e
Lodovica. Lorenzo il Magnifico era stato il più eminente cittadino di Firenze
da prima della mia nascita e la sua morte fu un come un vento gelido che
attraversò la vita di tutti noi.
Il cadavere venne portato per la notte giù al convento di San Marco, dove i
cittadini più illustri ebbero il permesso di rendergli onore. La nostra famiglia
fu una di quelle che compì il pellegrinaggio. La bara era posta così in alto che
riuscii a malapena a guardare dentro. La salma era vestita modestamente,
come si addiceva a una famiglia che, sebbene dominasse di fatto Firenze, agli
occhi del popolo aveva sempre cercato di apparire in tutt’altro modo, e
l’espressione era serena, senza traccia degli orribili dolori allo stomaco di cui
si diceva avesse sofferto verso la fine (e per i quali, secondo i pettegolezzi di
Tomaso, il suo medico gli aveva prescritto perle e diamanti polverizzati. In
seguito, coloro che non provavano simpatia per lui avrebbero sostenuto che
Lorenzo era morto ingoiando quanto restava del suo patrimonio personale, in
modo che la città non potesse impadronirsene). Ma è la sua bruttezza il mio
ricordo più vivido. Anche se dovevo aver visto il suo profilo su una decina di
medaglioni, di persona colpiva molto di più: il naso schiacciato gli scendeva
fin quasi al labbro inferiore, e il mento si protendeva all’insù come un
promontorio su una costa rocciosa.
Mentre l’osservavo a bocca aperta, Tomaso mi bisbigliò all’orecchio che il
suo aspetto orribile aveva funzionato come un afrodisiaco, facendo impazzire
di desiderio le donne, mentre le sue poesie d’amore incendiavano i più gelidi
cuori femminili. La vista del Magnifico mi fece ripensare a quel giorno in
Santa Maria Novella, quando mia madre aveva attirato la mia attenzione sul
Ghirlandaio che con la grande cappella faceva la storia. E poiché questo era
evidentemente un momento simile, mi girai a cercarla tra la folla e intravidi,
senza che lei se ne accorgesse, le sue lacrime che brillavano come gocce di
cristallo nella luce delle candele. Non l’avevo mai vista piangere e quella
scena mi turbò più del cadavere del Magnifico.
Il convento di San Marco, dov’era esposta la salma, era stato il rifugio
preferito del nonno di Lorenzo, e la famiglia aveva speso una fortuna in
donazioni. Tuttavia il nuovo priore si era distinto per la sua autonomia di
pensiero, scagliandosi contro i Medici che promuovevano le opere di studiosi
pagani a scapito della parola di Dio. Qualcuno diceva che avesse addirittura
negato l’assoluzione a Lorenzo sul letto di morte, ma secondo me si trattava
di un volgare pettegolezzo, di quelli che si propagano tra la folla come
fiamme in un torrido pomeriggio. Certo quel giorno il priore Girolamo
Savonarola si limitò ai termini più rispettosi, pronunciando un infuocato
sermone sulla caducità della vita a paragone dell’eternità della grazia di Dio,
ed esortandoci a vivere ogni giorno nella costante visione della morte, così
che i piaceri terreni non ci tentassero e fossimo sempre degni del Salvatore.
Le sue parole riscossero grande assenso e approvazione tra i banchi, anche se
sospetto che coloro i quali se lo potevano permettere tornarono ai profumi di
cibi succulenti e alla vita comoda. So che noi ci comportammo così.
Dato che sia la nostra famiglia sia quella futura di Plautilla erano
notoriamente sostenitrici dei Medici, il matrimonio venne rinviato. Mia
sorella, che non si lasciava mai mettere volentieri in ombra e il cui sistema
nervoso era già sull’orlo del collasso, vagava per la casa con la faccia
sbiancata che pareva un lenzuolo e un umore nero come il Diavolo del
Battistero.
Ma non era questa la cosa peggiore. La morte di Lorenzo gettò la città
nella prostrazione sotto molti aspetti. Nelle settimane successive Erila riferì
ogni sorta di eventi orribili: due dei leoni che erano il simbolo stesso della
nostra grandezza si erano affrontati e uccisi nelle loro gabbie dietro Piazza
della Signoria, il giorno prima della morte del Magnifico; il giorno
successivo, una donna era impazzita durante la messa in Santa Maria Novella
e si era messa a correre lungo le navate laterali, urlando che un toro inferocito
la inseguiva con le corna in fiamme, minacciando di far crollare la cattedrale
su tutti i presenti. Anche dopo che fu portata via, la gente sosteneva di udirne
ancora le grida echeggiare nella navata centrale.
Ma il peggio arrivò quando, la settimana dopo, i guardiani notturni di
Santa Croce rinvennero il cadavere di una fanciulla nella palude tra la chiesa
e il fiume.
Erila ci raccontò la vicenda, con tutti gli agghiaccianti particolari, mentre
io e Plautilla sedevamo con il nostro ricamo in giardino, all’ombra della
pergola, tra il giallo della ginestra di primavera e i profumi del lillà e della
lavanda, che in qualche modo intensificavano l’orrore di quella storia.
«…il cadavere era così putrefatto che la carne si staccava a brandelli dalle
ossa. I guardiani hanno dovuto tenere panni imbevuti di canfora sul naso per
avvicinarsi. Dicono che era morta dalla notte del fulmine. Chiunque sia stato,
non l’ha nemmeno sepolta decentemente. Giaceva in un lago di sangue
maleodorante, e ratti e cani si erano già messi all’opera su di lei. Le avevano
portato via metà dello stomaco, e mostrava segni di morsi dappertutto».
Il bando che venne letto in seguito nella piazza del mercato diceva che la
giovinetta era stata aggredita brutalmente e chiedeva al colpevole di farsi
avanti, per il bene della propria anima e per il buon nome della Repubblica.
Che le fanciulle venissero violentate e talvolta morissero era una verità
tristemente nota in città. Il Diavolo s’insinuava nel cuore degli uomini
attraverso i loro lombi, e delitti simili non facevano che dimostrare la validità
della tradizione per la quale uomini e donne rispettabili venivano tenuti
rigorosamente separati fino alle nozze. Tuttavia quel crimine era diverso
perché, secondo Erila, le ferite erano talmente spaventose, gli organi sessuali
della giovane talmente straziati che nessuno poteva dire con certezza se fosse
stata opera di un essere umano o di una bestia.
Considerato l’orrore del fatto, per nessuno fu una sorpresa che, trascorsi i
mesi, il bando cadesse a terra, rigato di pioggia e calpestato da maiali e da
capre, e che nessuno si fosse presentato a confessare un crimine che lasciava
una tale macchia sull’anima della città.
7.

Le nozze di Plautilla, quando finalmente ebbero luogo, furono un’occasione


per sfoggiare i tessuti di mio padre e la ricchezza della nostra famiglia.
Quando penso a mia sorella, la rivedo sempre in quel giorno. È seduta nella
sala da ricevimento, vestita per la cerimonia. È presto, la luce morbida e
dolce, e il pittore è stato chiamato per un’ultima posa, in modo da catturare
l’immagine di Plautilla per ornarne in futuro le pareti della nostra casa. Lei
dovrebbe essere stanca (ha passato quasi tutta la notte in bianco, nonostante
la pozione sonnifera datale da mia madre), ma ha l’aspetto di chi ha appena
lasciato i Campi Elisi. Il volto è pieno e liscio, la pelle meravigliosamente
pallida, benché il rossore dell’eccitazione le accenda le guance. I suoi occhi
sono limpidi, i contorni lucenti e rosei come semi di melagrana in contrasto
col bianco, le ciglia non troppo fitte né troppo scure – niente siepi di bosso,
qui – e le sopracciglia folte al centro si assottigliano via via, come una linea
disegnata da un pittore, verso il naso e le orecchie. La bocca è piccola, a
cuore come l’arco di un Cupido, e i capelli, o quello che se ne può vedere
sotto i fiori e i gioielli, testimoniano della sua ammirevole dedizione
all’indolenza e degli innumerevoli pomeriggi trascorsi sotto i raggi del sole.
Il vestito è all’ultima moda: la scollatura smerlata mette in mostra le sue
carni floride e la deliziosa batista di Fiandra di mio padre, di cui c’è già una
forsennata richiesta; i sottabiti sono morbidi e ampi come ali d’angelo così
che, quando lei si muove silenziosamente, si sente il fruscio lieve della stoffa
sul pavimento. Ma è la bellezza della sopravveste a commuovere fino alle
lacrime. È di finissima seta gialla, della tonalità del croco più luminoso che
viene coltivato per il suo pigmento nei campi intorno a San Gimignano; la
gonna è ricamata, non in modo vistoso come certi abiti che si vedono in
chiesa e che tentano di competere con la tovaglia dell’altare, ma con fiori e
uccelli che vi s’intrecciano con grazia leggera.
Plautilla è così bella con quest’abito che, se bisogna dar credito a Platone,
dovrebbe risplendere di bontà, e questa mattina è senz’altro più graziosa del
solito, tanto emozionata da non toccare quasi terra. Ma mentre vuole essere
ritratta, è troppo impaziente per posare a lungo. Tutti gli altri sono occupati in
casa, tocca a me farle compagnia e distrarla mentre, dall’altra parte della
stanza, le mani del nostro pittore continuano a muoversi sul foglio.
Naturalmente sono interessata a lui quanto a lei. In casa, tutti hanno
ricevuto nuovi abiti da cerimonia per celebrare la giornata e il giovane ha un
bell’aspetto, anche se non sembra particolarmente a suo agio. Sono settimane
che gli ho mandato l’Alberti, ma non ho sentito niente da lui. È ingrassato (la
nostra cucina ha un’ottima fama) e lo immagino soltanto o tiene la testa un
po’ più alta? Quando entro i nostri sguardi s’incontrano e mi pare addirittura
di scorgere un sorriso, ma se c’è un giorno in cui deve praticare l’umiltà è
proprio questo. L’unica cosa che non è cambiata è la sua mano, concentrata
come sempre: con ogni linea dà più vita al ritratto, poi segna i vari tessuti con
numeri, per sapere quali colori aggiungere in seguito.
Tuttora non ho idea di che cosa faccia quando esce la notte. Persino la mia
regina dei pettegolezzi non ha niente da raccontarmi. In casa fa ancora vita
solitaria, evitando gli altri, solo che adesso lo considerano altezzoso anziché
malato, perché si colloca al di sopra di loro, il che, data la sua posizione di
artista di famiglia, è più che naturale. Soltanto molto tempo dopo mi renderò
conto che non è tanto l’altezzosità a impedirgli di parlare, quanto il fatto che
non sa che cosa dire. I bambini allevati nei monasteri, in compagnia di adulti,
imparano meglio degli altri il potere della solitudine e la disciplina, semplice
ma rigorosa, che consiste nel parlare unicamente con Nostro Signore.
Incrocio il suo sguardo e mi accorgo che la sua mano si è concentrata su di
me, ma nessuno gli ha chiesto di farmi il ritratto, e la sua attenzione mi fa
arrossire. Come sorella minore è importante che non metta in ombra la sposa,
anche se è davvero poco probabile. Nonostante gli unguenti della mamma, la
mia pelle è scura quanto quella di Plautilla è chiara, e da poco il mio corpo da
giraffa ha cominciato a sbocciare in modo tale che tutta l’abilità di Erila con i
lacci e gli spessi cannoni ideati dalla cucitrice non riescono a nasconderlo. Il
pittore non ha il tempo di finire il mio ritratto. All’improvviso la stanza si
riempie di gente che quasi ci spinge fuori. Nella corte sottostante la porta
principale è aperta e io ed Erila guardiamo Plautilla che viene sollevata e
messa in sella al cavallo bianco, l’abito disposto in modo da sembrare un lago
dorato tutt’intorno a lei, mentre il cassone nuziale viene issato sulle spalle dei
garzoni (Erila dice che ci vogliono tanti uomini quanto quelli che portavano il
feretro di Lorenzo); poi il corteo si avvia verso la casa dei suoceri.
Mentre sfiliamo per le strade si raccoglie una folla, il che dà particolare
piacere a mio padre; d’altra parte lui sa che la nostra ricchezza deriva dal
fatto di tradurre i desideri delle donne in tessuti, e che a casa di Maurizio ci
aspettano per darci il benvenuto decine di famiglie fiorentine tra le più
benestanti, ciascuna una potenziale acquirente di stoffe preziose.
La facciata del palazzo è coperta di arazzi affittati per l’occasione.
All’interno il banchetto nuziale è apparecchiato nella corte, su lunghi tavoli a
cavalletti. Se mio padre è il signore delle stoffe, i suoi consuoceri
rivaleggiano con lui per il cibo. Oggi non c’è animale a portata di cacciatore
nei dintorni di Firenze che non abbia perso almeno un membro della famiglia,
sacrificato ai fornelli. Il piatto più prelibato è quello con lingue di pavone
arrosto anche se, a causa delle strida dei loro cugini a casa nostra, non riesco
a commiserarli troppo. Mi dispiace di più per le tortore e i camosci, molto
meno splendidi da morti che da vivi, per quanto il profumo delle loro carni
speziate basti a far gocciolare l’acquolina dalla bocca sui giustacuori di
velluto degli anziani. Insieme alla cacciagione c’è il pollame, con cappone
bollito e gallina, seguito da vitello, un intero capretto arrosto e un ottimo
timballo di pesce insaporito con arance, noce moscata, zafferano e datteri. Le
portate sono così tante che dopo un po’ si può sentire l’odore dei rutti, oltre a
quello dei cibi. S’intende che certi eccessi culinari sono ufficialmente
disapprovati. Firenze, come tutte le buone città cristiane, ha leggi che
limitano i lussi. Ma come chiunque sa che il cassone nuziale di una donna
serve per nascondere alle autorità i gioielli in eccesso e i tessuti sontuosi, così
la festa che segue la cerimonia è una questione privata. In effetti non è raro
vedere proprio le persone che dovrebbero far rispettare la legge ingozzarsi
insieme agli altri ghiottoni, benché sia meglio non pensare a come il pio
nuovo priore di San Marco giudicherebbe tanta ipocrisia e decadenza.
Dopo il cibo vengono le danze. In questo momento, Plautilla è la vera
sposa: trasforma un cenno della mano in un invito di tale sottile civetteria da
gettarmi nuovamente nello sconforto per la mia goffaggine. Quando lei e
Maurizio aprono la Bassa Danza Lauro, composta da Lorenzo (e di per sé
una dichiarazione di fedeltà, danzata così presto dopo la sua morte), è
impossibile distogliere lo sguardo da mia sorella.
Io, invece, sono tutta piedi. In uno dei movimenti di rotazione più
complicati perdo completamente la posizione, e mi salva solo il cavaliere del
momento, che mi bisbiglia all’orecchio i passi successivi quando
c’incrociamo. Mentre mi riprendo, il mio salvatore, un uomo non più
giovane, mi fissa negli occhi durante il movimento seguente, guidandomi, e
quando i nostri passi s’intrecciano per l’ultima volta – con una certa eleganza,
sono orgogliosa di dire – piega di nuovo il capo verso di me e sussurra:
«Allora, ditemi: è meglio eccellere nel greco o nella danza?», prima di girare
sui tacchi in tempo per rendere omaggio alla giovane donna ritta vicino a me.
Dato che solo la mia famiglia conosce a fondo i miei punti deboli, e in
particolare i miei fratelli, i quali sarebbero tanto perfidi da farne oggetto di
pettegolezzo, mi sento arrossire, all’improvviso piena di vergogna.
Naturalmente mia madre ha seguito la scena con viva attenzione. Credo di
leggere un rimprovero nei suoi occhi, ma lei posa lo sguardo su di me solo
per un momento, poi lo sposta altrove.
I festeggiamenti durano fino a tarda notte. Gli ospiti mangiano finché non
riescono quasi più a camminare e, con il vino che scorre come l’Arno in
piena, molti degli uomini perdono la buona creanza. Ma quello che si dicono
non posso riferirlo perché mi hanno esiliata in una delle stanze al piano di
sopra, in compagnia di due grasse sorveglianti e di una decina di mie
coetanee. La segregazione delle fanciulle nubili in queste occasioni è una
consuetudine accettata (i fiori ancora in boccio vanno protetti da un avvento
forzato dell’estate), ma negli ultimi tempi il divario tra me e le altre sembra
più ampio di quanto comportino le nostre età, e mentre guardo la festa di
sotto faccio un giuramento: questa sarà l’ultima cui assisto ma non partecipo.
Avevo ragione, anche se dovevo ancora comprenderne il prezzo.
Plautilla, con mia grande sorpresa, mi mancava. Da principio la distesa di
lenzuola bianche e il mio indiscusso dominio su quella che era stata la nostra
stanza mi fecero piacere. Ma presto il letto cominciò a sembrarmi troppo
grande senza di lei. Non l’avrei più sentita russare, né mi sarei stancata delle
sue chiacchiere. Per quanto frivolo e irritante, il suo cicalare aveva fatto da
sfondo alla mia vita talmente a lungo che non riuscivo a immaginare come
fosse il silenzio. La casa cominciò a rimandare echi intorno a me. Mio padre
era di nuovo lontano, e in sua assenza i miei fratelli si davano più spesso alla
vita di strada. Persino il pittore se n’era andato, in una bottega vicino a Santa
Croce dove poteva esercitarsi nell’arte dell’affresco, che gli sarebbe servita
per l’altare. Con l’insegnante adatto e il denaro di mio padre alle spalle si
sarebbe comprato l’iscrizione all’Arte dei Medici e degli Speziali, senza la
quale nessun pittore poteva lavorare ufficialmente in città. Il solo pensiero di
quella promozione mi faceva spasimare di desiderio.
Quando si venne alla questione del mio futuro, mia madre dimostrò di
mantenere la promessa e non si parlò subito di trattative matrimoniali.
L’opinione di mio padre, quando tornò, fu tutt’altra. Persino io capivo che,
come conseguenza della morte di Lorenzo, la geometria delle influenze in
città aveva cominciato a mutare. Firenze era tutto un intrecciarsi di congetture
su come Piero de’ Medici avrebbe potuto occupare il posto del padre o su
come, in caso contrario, i nemici della famiglia, dopo tanti anni di
repressione, avrebbero conquistato gli appoggi sufficienti a capovolgere gli
equilibri. A quel tempo capivo poco di politica, ma era impossibile non
accorgersi del veleno che ora sprizzava dal pulpito di Santa Maria del Fiore.
Il priore Savonarola si era ormai lasciato alle spalle la chiesa di San Marco e
adesso teneva i suoi sermoni settimanali in una cattedrale sempre più
affollata. A quanto pareva il santo frate era in contatto diretto con Dio, e
quando assieme posavano lo sguardo su Firenze vedevano una città corrotta
dal privilegio e dalla vanità intellettuale. Dopo tanti anni trascorsi ad
abbandonarmi ai miei pensieri durante sermoni pieni di Sacre Scritture ma
privi di passione, trovavo ipnotizzante quella valanga ardente di parole.
Quando si scagliava contro Aristotele o Platone come pagani le cui opere
insidiavano la vera Chiesa, mentre le loro anime marcivano nel fuoco eterno,
sapevo trovare argomenti a loro difesa, ma solo dopo, quando la sua voce non
echeggiava più nelle mie orecchie. Aveva un ardore che sembrava posseduto,
e dipingeva l’Inferno in modo tale che il puzzo di zolfo torceva le viscere.
Difficile dire che cosa tutto questo significasse per i progetti del mio futuro
matrimonio, ma era evidente che dovevo sposarmi. Nella visione del
Savonarola di questa desolata, sordida città, le vergini erano più in pericolo
che mai… bastava pensare a quella povera fanciulla il cui corpo era stato
devastato dalla lussuria e abbandonato ai cani sulle rive dell’Arno. I miei
fratelli, che sarebbero rimasti scapoli fino alla trentina, età in cui sarebbero
stati considerati abbastanza giudiziosi per diventare mariti, dopo aver
rovinato nel frattempo Dio solo sa quante serve vergini, si facevano un
dovere di punzecchiarmi per la faccenda del matrimonio.
L’incontro, ricordo, avvenne l’estate dopo le nozze. La casa era di nuovo
piena, mio padre occupato con gli affari del suo ultimo viaggio, e il pittore,
tornato da poco dal suo veloce apprendistato, si era chiuso nella sua stanza,
intento a completare i disegni per la cappella. Io me ne stavo seduta nella mia
camera, un libro in grembo, e almanaccavo come potergli fare visita, quando
Tomaso e Luca mi passarono davanti con aria spavalda, diretti fuori. Si erano
vestiti per andare a divertirsi, anche se il nuovo taglio della tunica, alta sulla
coscia, donava più alle gambe di Tomaso che a quelle di Luca, il quale
portava le stoffe di mio padre con l’eleganza di un carro trainato da buoi.
Tomaso, invece, aveva un occhio acuto per la moda e fin da piccolo
camminava sempre come se il mondo lo stesse guardando e approvasse ciò
che vedeva. La sua vanità era tanto palese che mi metteva voglia di ridere, ma
sapevo che era meglio non canzonarlo. Già troppe volte me l’aveva fatta
pagare a caro prezzo.
«Alessandra, carissima» dice, rivolgendomi beffardamente un ampio
inchino. «Guarda, Luca: nostra sorella sta leggendo un altro libro!
Affascinante. E che atteggiamento modesto. Però sarebbe meglio che stessi
attenta: ai mariti piacciono le mogli docili che tengono la testa bassa, ma a
volte dovrai alzare gli occhi su di loro».
«Scusa, che cosa hai detto?»
«Ho detto che tu sarai la prossima. Vero, Luca?»
«La prossima cosa?»
«Glielo dico io o glielo dici tu?»
Luca alza le spalle. «Passera spennata» risponde, facendolo sembrare
qualcosa che il cuoco preparava in cucina. I miei fratelli faticavano con la
grammatica greca, ma avevano il dono d’imparare ogni nuova espressione del
linguaggio di strada, che usavano quando mia madre non era a portata
d’orecchio.
«Passera spennata? Luca, per favore, che cosa vuol dire?»
«Vuol dire quello che ha fatto Plautilla» risponde con un largo sorriso,
riferendosi al fatto che nostra sorella aveva recentemente messo in gioiosa
agitazione la famiglia con l’annuncio della sua prima gravidanza e con la
promessa di un erede maschio.
«Povera sorellina». La compassione di Tomaso è peggio della sua
malignità. «Lei non ti ha detto com’è? Be’, vediamo… io posso solo parlare
per l’uomo. Con una fanciulla pronta sarebbe… come il primo morso a
un’anguria bella succosa».
«E che ne fai della buccia?»
Lui ride. «Dipende da quanto vuoi che duri. Ma forse la stessa domanda
dovresti farla al tuo preziosissimo pittore».
«Che c’entra lui con questo?»
«Non lo sai? Oh, cara Alessandra, credevo che tu sapessi tutto. È quello
che ci dicono sempre i precettori».
«Intendono solo in confronto a voi» ribatto, incapace di trattenermi. «Che
cosa stai dicendo del pittore?»
Sono troppo impaziente e lui ne approfitta. Mi tiene sulle spine. «Sto
dicendo che il nostro piccolo artista, apparentemente pio, da un po’ passa le
notti a battere i vicoletti di Firenze. E non per dipingere. Dico bene, Luca?»
Il mio fratello maggiore annuisce, un sorriso sciocco da un orecchio
all’altro.
«Come lo sai?»
«L’abbiamo incontrato, ecco come».
«Quando?»
«Ieri notte, sul Ponte Vecchio: rientrava con fare furtivo».
«Hai parlato con lui?»
«Gli ho chiesto dov’era stato, sì».
«E…?»
«Aveva un’aria terribilmente colpevole e ha detto che “stava prendendo
una boccata d’aria”».
«Forse era così».
«Oh, sorellina, non hai idea. Era un disastro. La faccia di un fantasma,
sporco dappertutto. Aveva proprio quella puzza addosso. Puzza di fica da
poco». Non ho mai sentito quella parola, ma da come la pronuncia intuisco in
parte il suo significato e, anche se decido di non darlo a vedere, Tomaso mi
ha sconvolto con il suo tono sprezzante. «Ecco. Ti conviene stare attenta. Se
ti ritrae di nuovo, tieniti bene avvolta nel mantello. Potrebbe prendersi
qualcosa di più della tua immagine».
«Ne hai parlato con qualcun altro?»
Sorride. «Vuoi dire se gli ho fatto la spia? Perché dovrei? Probabilmente
dipinge meglio grazie alla linfa di una brava puttana di quanto farebbe con
una dieta di orazioni. Chi era l’artista che amavi tanto, quello che spennò la
suora per farne la sua Madonna?»
«Fra’ Filippo» rispondo. «Era molto bella. E dopo lui si offrì di sposarla».
«Solo perché glielo imposero i Medici. Però scommetto che il vecchio
Cosimo si è fatto fare uno sconto sulla pala d’altare». Evidentemente Tomaso
aveva ereditato un po’ del senso degli affari di mio padre.
«Allora che cosa hai chiesto al pittore in cambio del tuo silenzio,
Tomaso?»
Ride. «Tu cosa dici? Gli ho fatto promettere di dare a Luca e a me belle
gambe e una fronte ampia. La nostra bellezza per la posterità. E di dare a te il
labbro leporino. E una gamba corta… così si spiega il tuo modo di danzare».
Benché me l’aspettassi, naturalmente, la sua crudeltà continuava a
sorprendermi. Si arrivava sempre a quel punto, nelle nostre discussioni: il suo
bisogno di punirmi per le umiliazioni nello studio, il mio rifiuto di lasciarmi
schiacciare. Ogni tanto penso che la parabola della mia intera vita si sia svolta
nel segno dei miei scontri con Tomaso. E che sempre, quando vincevo, in
qualche modo ero anche sconfitta.
«Oh, non dirmi che ho ferito i tuoi sentimenti! Se soltanto sapessi… ti
stiamo facendo un favore, giusto, Luca? Non è facile trovare marito a una
ragazza che cita Platone ma inciampa nei propri piedi. Lo sanno tutti che
avrai bisogno di ogni aiuto possibile».
«Fareste meglio a stare attenti, tutt’e due» dico minacciosa, facendo la
voce grossa per nascondere la sofferenza. «Credete di poter fare quello che
volete, che il denaro del babbo e il nostro blasone vi consentano tutto. Ma se
apriste gli occhi, vedreste che le cose stanno cambiando. Dio leva la spada
della sua collera sopra la città. Di notte segue i vostri passi per le vie e vede il
male che commettete».
«Oh, mi sembra proprio di sentire lui». Luca ride nervosamente. Sono
brava a imitare le voci, quando mi ci metto.
«Adesso ridi». Mi giro verso di lui, fissandolo dritto negli occhi come ho
visto fare a Savonarola dal pulpito. «Ma presto piangerai. Il Signore manderà
pestilenze, inondazioni, guerre e carestie per punire gli empi. Coloro che
sono vestiti di rettitudine saranno salvati, gli altri soffocheranno tra i fiumi di
zolfo».
Giurerei che per un momento anche il mio rozzo fratello abbia avvertito il
calore dell’Inferno.
«Non darle retta, Luca». Tomaso è più difficile da spaventare.
«Quell’uomo è pazzo. Lo sanno tutti».
«Non tutti, Tomaso. Sa predicare e cita nel modo giusto le Scritture.
Dovresti ascoltarlo, qualche volta».
«Eh… io comincio ad ascoltare, ma poi le palpebre mi si fanno pesanti…»
«Perché la notte sei stato fuori fino a tardi. Guarda dietro di te e vedi
l’effetto che il priore ha su coloro che dormono nei propri letti. Hanno occhi
grandi come ostie. E gli credono». Noto che Luca ora ascolta attentamente.
«Guerre? Carestie? Inondazioni? L’Arno ci corre per le strade un anno sì e
uno no e, se mancano i raccolti, il popolo tornerà ad avere fame. Non è
necessariamente volontà di Dio».
«Sì, ma se lui lo predice e poi avviene, il popolo collegherà le due cose.
Pensate al Papa».
«Che cosa? Quello ci dice che un vecchio malato sta per morire e, quando
succede, tutti lo chiamano profeta. Avrei detto che ci volesse qualcosa di più
per colpirti. In ogni caso, tu dovresti preoccuparti più di tanti altri. Se diffida
del sapere negli uomini, è convinto che nelle donne abiti il Diavolo. Non
dovrebbero neanche parlare, secondo lui… Perché, sorellina cara, se ricordi
fu Eva a servirsi delle parole per ingannare Adamo».
«Perché quando si sente gridare in questa casa siete sempre voi due?» Mia
madre, in abito da viaggio, fa maestosamente ingresso nella stanza, con
Maria e un’altra serva che le trotterellano dietro con diverse bisacce di cuoio.
«Litigate come gente di strada. È scandaloso. Tu, signorino, non dovresti
tormentare tua sorella, e tu, Alessandra, sei un disonore per il tuo sesso».
C’inchiniamo tutti davanti a lei e nel piegarmi intercetto lo sguardo di
Tomaso, il quale accoglie la mia tacita richiesta. C’erano ancora momenti in
cui il bisogno di vicendevole aiuto era grande quanto le nostre differenze.
«Perdonaci, cara mamma, discutevamo semplicemente di religione» dice
mio fratello con il tono seducente che forse induceva certe donne a spogliarsi,
ma non aveva alcun effetto su mia madre. «Fino a che punto dobbiamo dare
ascolto ai recenti sermoni del santo monaco?»
«Oh…» Sbuffa, irritata. «Speravo che i miei figli obbedissero alla volontà
di Dio senza che fossero le parole di Savonarola a spronarli all’azione».
«Ma non sarai certo d’accordo con lui» incalzo. «Sostiene che lo studio
degli antichi tradisce le verità cristiane».
La mamma tace e mi fissa, la mente ancora rivolta in parte ad altre
faccende. «Alessandra, ogni giorno prego perché tu trovi la via della serenità
obiettando meno e accettando di più. Quanto a Girolamo Savonarola… be’, è
un sant’uomo che crede nel regno dei cieli». Si accigliò. «Eppure mi
meraviglia che Firenze abbia dovuto trovare un monaco di Ferrara che la
mettesse di fronte alla sua stessa anima. Se bisogna ascoltare cattive notizie, è
meglio che vengano dalla propria famiglia. Come adesso». Sospira. «Devo
andare da Plautilla».
«Da Plautilla? Perché?»
«Ci sono problemi con la gravidanza. Ha chiesto di me. Mi tratterrò quasi
certamente per la notte e vi farò sapere attraverso Angelica. Alessandra,
smettila di litigare e preparati per il maestro di danza, che a quanto pare crede
possibili i miracoli. Luca, tu vai a studiare, e tu, Tomaso, resta qui e parla con
tuo padre, quando rientra. È alla seduta del Consiglio per la sicurezza, alla
Signoria, ed è probabile che tardi».
«Ma mamma…»
«…qualsiasi cosa tu abbia intenzione di fare questa sera, Tomaso, può
aspettare fino al ritorno di tuo padre. È chiaro?»
E il mio bel fratello, che ha sempre la risposta pronta per tutto, rimane in
silenzio.
8.

Restai in piedi fino a tardi, mangiando budino di latte rubacchiato dalla


dispensa – il nostro cuoco mi adorava per il mio appetito e considerava quei
furti solo la più sincera forma di lode – e giocando a scacchi con Erila, per
ascoltare pettegolezzi. Era l’unico gioco nel quale potessi batterla. In quelli
d’azzardo con dadi e carte era una vera maestra, anche se sospetto che fosse
tanto abile nell’imbrogliare quanto nel giocare. Probabilmente in strada si
sarebbe fatta una fortuna, benché il gioco d’azzardo fosse uno dei peccati sui
quali, ora, Savonarola sputava fiamme dal pulpito.
Quando ci stancammo di giocare, mi aiutò a preparare gli inchiostri e poi la
feci posare con l’abito di seta della mia Annunciazione. Sistemai il lume alla
sua sinistra, in modo che le ombre risultanti ricreassero il più possibile
l’effetto della luce diurna. Tutto ciò che sapevo di tali tecniche veniva dal
Cennini. Sebbene morto da tempo, era quanto di più simile a un maestro io
avessi, e lo studiavo con la stessa devozione di un novizio per le Scritture.
Seguendo i suoi insegnamenti riguardo ai drappeggi, per la parte più scura
delle ombre usavo l’inchiostro denso, poi lo diluivo sempre più fino alla
sommità della piega, dove aggiungevo una pennellata di biacca di piombo,
così che il rilievo della stoffa sembrava catturare lo splendore della luce. Ma
anche se questo dava una certa profondità alle vesti di Nostra Signora,
persino io mi rendevo conto che era qualcosa di rozzo, più un inganno del
pennello che un’espressione di verità. I miei limiti mi avvilivano. Finché
fossi rimasta maestra e apprendista di me stessa, sarei stata sempre
prigioniera dell’inesperienza.
«Oh, stai buona. Non mi viene la piega, se ti muovi».
«Dovresti provare tu a stare qui come un sasso. Sento così male che mi si
staccano le braccia».
«È per la velocità con cui muovevi gli scacchi. Se posassi per un vero
pittore, dovresti stare ferma come una statua per ore».
«Se posassi per un vero pittore, avrei la scarsella piena di fiorini».
Sorrisi. «Mi sorprende che uno di loro non ti abbia già rapita per la strada,
tanto splendi ai raggi del sole».
«Ah, e in quale storia avrebbero messo una con la mia pelle?»
Ripensandoci ora, vorrei avere avuto il coraggio di ritrarla come Madonna,
solo per cogliere quella lucentezza del nero carbone. Vi erano alcuni in città
che trovavano ancora strano il suo colore: si giravano a guardarla a bocca
aperta quando tornavamo dalla chiesa, un po’affascinati, un po’ disgustati.
Lei però non ci stava, e sosteneva il loro sguardo finché lo abbassavano per
primi. Io l’avevo sempre trovato bellissimo, il suo colore. C’erano stati
momenti in cui mi ero trattenuta a stento dal tracciare col pennello una riga in
biacca di piombo lungo il suo avambraccio solo per incantarmi davanti al
contrasto tra la luce e il nero.
«E il nostro pittore? La mamma dice che il soggetto dell’affresco nella
cappella sarà la vita di Santa Caterina d’Alessandria. Lì ci sarebbe posto per
te. Possibile che non ti abbia mai chiesto di posare per lui?»
«Ranocchietto che mi fa il ritratto?» Mi osservò con attenzione. «Tu che ne
dici?»
«Io… non so. Credo che abbia una grande sensibilità per la bellezza».
«E anche la paura che ne ha un giovane monaco. Per lui sono soltanto un
colore che vuole catturare».
«Allora credi che sia indifferente alle donne?»
Erila sbuffò. «Se lo fosse, sarebbe il primo che abbia mai conosciuto. È
solo la sua purezza a paralizzarlo».
«Nel qual caso mi domando perché tu faccia di tutto per tenermi lontana da
lui».
Mi fissò per un istante. «Perché, usata nel modo giusto, l’innocenza può far
scattare più trappole dell’esperienza».
«Bene, questo dimostra quanto poco sai» dissi trionfante, perché per una
volta i miei pettegolezzi erano più freschi dei suoi. «Ho sentito che passa le
notti con donne le cui anime sono più nere della tua pelle».
«Chi te l’ha detto?»
«I miei fratelli».
«Puah! Non capiscono un corno. Tomaso ama troppo se stesso e Luca,
quando si tratta di un corpo di donna, non saprebbe trovare un corvo in una
ciotola di latte».
«Dici così, ma io ricordo quando ti guardava con certi occhi…»
«Luca!» Rise. «Ha il coraggio di peccare solo quando si è bevuto mezzo
barilotto di birra chiara. Quando è sobrio, io sono una creatura del Diavolo».
«E lo sei davvero. Smettila di muoverti! Non mi riesce l’ombra, se ti
dimeni così».
Più tardi, dopo che se ne fu andata, cominciai ad avvertire una sorta di
pulsazione nel ventre che andava e veniva a ritmo irregolare, ma era difficile
escludere che fosse dovuta al troppo budino di latte. Eravamo ormai sotto la
canicola estiva che poteva cuocere il cervello. Pensai a Plautilla. Che fossero
i suoi dolori, quelli che sentivo? Doveva essere incinta di quattro, cinque
mesi al massimo. Che cosa significava? Probabilmente, tra i pettegolezzi di
Erila e le grossolanità dei miei fratelli, sapevo dell’atto sessuale più della
maggioranza delle mie coetanee tenute sotto chiave, ma per ogni fatto c’era
un piccolo mare d’ignoranza, e la crescita di un bambino nel grembo materno
era uno di quelli. Eppure sapevo interpretare le ansie di mia madre a
sufficienza per capire quando erano serie. Il dolore tornò come una mano che
mi strizzasse le viscere. Mi alzai e mi misi a camminare per tentare di
alleviarlo.
Non riuscivo a togliermi il pittore dalla mente. Pensavo al suo talento, a
come aveva ritratto le mie mani ferme, a come le aveva fatte apparire placide,
espressive. Poi lo vidi attraversare a passo incerto il Ponte Vecchio, la banda
di mio fratello schierata davanti a lui. E per quanto mi sforzassi, non riuscivo
a conciliare le due immagini. Eppure, quali che fossero i dubbi di Erila, il
fatto che il pittore si fosse trovato là lo accusava gravemente. Il Ponte
Vecchio aveva una fama sinistra, con i macellai e i fabbricanti di candele e le
loro botteghe simili ad antri, da cui uscivano gli odori grevi della cera che
bolliva e della carne in putrefazione. Anche di giorno c’erano cani e
mendicanti ovunque, che fiutavano in giro cercando avanzi o interiora,
mentre di notte, su entrambi i lati del ponte, la città si spezzettava in un
dedalo di vicoli dove l’oscurità nascondeva peccati di ogni genere.
Quanto alle prostitute, erano abbastanza attente a rispettare certe regole di
comportamento. Le campanelle e i guanti che portavano erano prescritti dalla
legge e servivano anche come strumenti di adescamento. Ma era pur sempre
una legge applicata in modo blando. Quanto alla Polizia Suntuaria, c’era una
differenza comunemente accettata tra spirito e lettera. Erila tornava
regolarmente a casa con racconti di donne che, fermate da pubblici ufficiali
perché portavano pellicce o bottoni d’argento, evitavano una multa grazie a
un sapiente uso della semantica. «Oh, no, signore. Questa non è pelliccia, è
un nuovo materiale che le assomiglia soltanto. E questi? Questi non sono
bottoni. Non ci sono asole, vedete? Sono piuttosto fibule. Fibule? Sì, ne
avrete sentito parlare. Tutto il mondo ammira Firenze, che ha simili novità».
Da quello che si sentiva, tanta arguzia era sprecata con i nuovi custodi della
legge. La morigeratezza stava tornando di moda e l’occhio cieco dell’autorità
ricominciava a vedere.
Avevo visto una sola volta una cortigiana. Il Ponte alle Grazie era stato
chiuso perché danneggiato dalla piena, e avevamo dovuto attraversare al
Ponte Vecchio. Era il crepuscolo. Lodovica camminava davanti a Plautilla e a
me, e Maria veniva per ultima. Eravamo passate davanti alla porta aperta di
una bottega, quella di un fabbricante di candele: buia dentro, ma con una
finestra sul retro che si affacciava sul fiume, con il tramonto alle spalle. Una
donna era seduta in controluce, il seno nudo e, ai suoi piedi, un uomo in
ginocchio con la testa tra le sue gonne, come in adorazione. Lei era bella, il
corpo illuminato dal sole calante, e in quel momento aveva girato la testa per
guardare verso la strada, per cui sono sicura che mi vide fissarla. Aveva
sorriso così… be’, sembrava così sicura di sé… So che avevo provato tanta
emozione e turbamento da dover distogliere lo sguardo.
In seguito riflettei sulla sua evidente bellezza. Se Platone aveva ragione,
com’era possibile che una donna di scarsissima virtù avesse un simile
aspetto? Se non altro l’amante di Filippo Lippi era una monaca che serviva
Dio quand’era giunta la chiamata a essere la sua Madonna. E in un certo
senso aveva servito Dio anche dopo, richiamando altri alla preghiera con la
sua immagine. Oh, era bella. Il suo volto illuminava decine di dipinti: occhi
limpidi, serena, portava il proprio fardello con gratitudine e grazia. Mi
piaceva più della Madonna del Botticelli. Benché fra’ Filippo fosse stato suo
maestro, Botticelli aveva preferito una modella diversa, una donna che tutti
sapevano essere stata l’amante di Giuliano de’ Medici. Una volta conosciuto
il suo viso, lo si vedeva dappertutto: nelle ninfe, negli angeli, nelle eroine
classiche, persino nei santi del pittore. La sua Madonna, ci si rendeva conto,
poteva appartenere a chiunque la guardasse. Quella di fra’ Filippo
apparteneva soltanto a Dio e a se stessa.
Un’altra pugnalata al ventre. Mia madre teneva una bottiglia di liquore
digestivo nello stipo dei medicinali nel suo spogliatoio. Forse un pochino di
quello avrebbe attenuato il dolore. Uscii dalla mia camera e scesi
silenziosamente una rampa di scale, ma mentre svoltavo verso le stanze di
mia madre qualcos’altro attirò la mia attenzione: una tremolante linea di luce
filtrava da sotto la porta della cappella, alla mia sinistra. La cappella era
vietata alla servitù e, assenti mia madre e mio padre, lì poteva esserci soltanto
una persona. Non ricordo più se quel pensiero mi frenò o mi spinse a
proseguire.
Dentro, un guizzare di luce di candele illumina la parete dietro l’altare, ma
subito diminuisce, poi sparisce del tutto quando l’ultima candela viene
spenta. Attendo, poi chiudo la porta dietro di me, lasciandone volutamente
cigolare i cardini, prima di farla sbattere rumorosamente. Chiunque io sia, per
quanto ne sa lui sono tornata fuori.
Restiamo un’eternità fermi nel buio, in un silenzio così tangibile che,
quando deglutisco, sento nelle orecchie il suono della saliva. Finalmente un
puntolino luminoso prende vita dov’erano le candele. Sotto i miei occhi,
l’accenditoio invisibile si avvicina a uno stoppino, poi a un altro e a un altro
ancora, finché la parete dietro l’altare è inondata di bagliori arancioni e lui
diventa visibile, la figura alta e dinoccolata nitida nel semicerchio di luce.
Faccio i primi passi nella sua direzione. Sono scalza e so come muovermi
nella notte. Anche lui, a quanto pare. Alza la testa di scatto, come un animale
che decifri un odore notturno. «Chi è là?» E il suo tono è aspro quanto basta
per alterare il battito del mio cuore, benché io sappia che è frutto più di paura
che di collera.
Mi avvicino al limite della luce. Il balenio delle candele proietta ombre sul
suo volto e gli occhi gli luccicano, proprio come quelli di un gatto al buio.
Nessuno dei due è vestito come si conviene. Lui non ha la tunica e la camicia
è aperta, così che posso vedergli il rilievo della clavicola e, sotto, la pelle
nuda e liscia, lucente come madreperla alla luce delle candele. Io sono una
figura goffa e immobile, con la camicia stropicciata e i capelli sciolti lungo la
schiena. Lo stesso odore di fermentazione che ricordo dalla nostra seduta per
il mio ritratto grava nell’aria intorno a noi, solo che adesso so da dove viene.
Come l’aveva chiamato mio fratello? Puzzo di fica da poco? Ma se Erila ha
ragione, un uomo che ha tanta paura delle donne come può esserne così
attratto? Che venga qui a confessarlo?
«Ho visto la luce dal corridoio. Che cosa state facendo?»
«Lavoro» risponde seccamente.
Ora vedo dietro di lui il cartone attaccato al muro a destra dell’altare, un
disegno a grandezza naturale dell’affresco con il contorno forato, così da
poterlo trasferire sul muro con il carboncino. Ciò che conosco tanto bene in
teoria, ora lui lo sa in pratica, e questa sua nuova capacità mi mette voglia di
piangere. Mi rendo conto che non dovrei essere lì. Che lui sia dissoluto o
meno, se adesso ci trovassero insieme, la vita di entrambi sarebbe distrutta.
Ma brama e curiosità hanno la meglio sulla paura e gli passo accanto per
vedere meglio il disegno.
L’ho ancora davanti agli occhi: la gloria di Firenze evocata in un centinaio
di sapienti tratti di penna; in primo piano, un gruppo di persone su ciascun
lato fissa una lettiga sul pavimento su cui giace una fanciulla. Sono
straordinari, gli spettatori: uomini e donne della città in carne e ossa, i tratti
caratteristici leggibili sui volti, ora a esprimere l’età, ora benevolenza,
serenità o ostinazione. L’eterea penna di lui è scesa sulla terra. Ma il suo
percorso è visibile soprattutto nella giovinetta. Attira immediatamente lo
sguardo. Non soltanto perché è il punto focale della composizione, ma per la
sua profonda fragilità. Con le oscenità di Tomaso che mi ronzano in testa,
non posso fare a meno di domandarmi dove abbia trovato la modella. Forse
cerca quelle donne soltanto per ritrarle. Ci sono veramente prostitute così
giovani? È evidente che si tratta di una fanciulla, più che di una donna: sotto
la camicia da notte si intuiscono i seni in boccio, e c’è un che di goffo, di
spigoloso nella sua figura, come se la sua femminilità stesse sbocciando
troppo presto. Ma il particolare insolito, che colpisce maggiormente, è la
totale assenza di vita nel suo corpo…
«Oh». Parlo prima di concedermene il permesso. «Avete imparato molto
nella nostra città. Come ci riuscite? Come mai capisco che è morta? Quando
la guardo, sembra così evidente. Ma quali sono i tratti che me lo dicono?
Mostratemeli. Ogni volta che disegno dei corpi, non so marcare la differenza
tra sonno e morte. Molte volte paiono svegli, ma con gli occhi chiusi».
Ecco. L’ho detto, alla fine. Aspetto che lui mi rida in faccia o che manifesti
il suo disprezzo in mille altri modi. Il silenzio aumenta e sono spaventata
come quando eravamo tutt’e due al buio. «Dovrei dirvi, signore, che non è
una confessione di fronte a Dio, poiché Lui lo sa già» mormoro. «Ma è una
confessione di fronte a voi. Potreste dire qualcosa, allora?»
Guardo oltre lui nella semioscurità della cappella. È un posto adatto come
qualsiasi altro. Negli anni a venire queste mura udranno sicuramente di
peggio.
«Voi disegnate?» domanda sottovoce.
«Sì. Sì. Ma voglio fare di più. Voglio dipingere. Come voi». A un tratto
sembra che sia la cosa più importante al mondo da dirgli. «È così
riprovevole? Se fossi un ragazzo e avessi del talento sarei già a bottega da un
maestro, com’è stato per voi. Allora saprei anch’io come illuminare quelle
pareti con la pittura. Invece sono rinchiusa in questa casa mentre i miei
genitori mi cercano un marito. Alla fine se ne procureranno uno con un buon
nome, e io abiterò con lui, governerò la sua dimora, partorirò i suoi figli e
scomparirò nella trama della sua vita come un filo di colore pallido in un
arazzo. Nel frattempo la città sarà piena di artisti che glorificheranno Dio con
le loro opere. E io non saprò mai se avrei potuto fare le medesime cose.
Anche se non ho il vostro talento, pittore, ho il vostro stesso desiderio.
Dovete aiutarmi. Vi prego».
So che ha capito. Non ride. Non mi manda via. Ma che cosa può dire? Che
cosa potrebbe dire chiunque altro? Sono arrogante persino nella disperazione.
«Se vi occorre aiuto, dovete chiederlo a Dio. È una questione fra voi e
Lui».
«Oh, ma gliel’ho chiesto, e mi ha mandato voi». Il suo viso si sposta dalla
luce delle candele e non riesco più a scorgerne l’espressione. Ma sono troppo
giovane e troppo impaziente per sopportare a lungo il suo silenzio. «Noi due
siamo alleati, non capite? Se avessi voluto nuocervi avrei potuto raccontare ai
miei genitori della vostra aggressione, quel primo giorno».
«Non fosse che, a mio parere, in quell’occasione avete peccato quanto me
contro le regole» dice lui sommessamente. «Come facciamo ora, stando qui
insieme». Comincia a raccogliere le sue cose, preparandosi a soffiare sulle
candele, mentre io guardo tutto scivolarmi tra le dita.
«Perché mi allontanate così? Perché sono una donna?» Faccio un respiro.
«Però mi sembra che, in altri modi, abbiate imparato molto dalle donne». Lui
si ferma, ma non si volta né dà segno di avermi ascoltato. «Voglio dire…
voglio dire, la vostra fanciulla sulla lettiga. Quanto l’avete pagata perché
posasse così per voi?»
Adesso si gira, mi guarda, e il suo volto è pallidissimo alla luce delle
candele. Ormai devo andare avanti. «So che cosa fate di notte, signore. Vi ho
visto lasciare la casa. Ho parlato con mio fratello Tomaso. Credo che mio
padre sarebbe assai scontento di sapere che il pittore della sua cappella passa
le notti con le prostitute dei vicoli più miseri della città».
A questo punto penso che potrebbe mettersi a piangere. Forse avrà Dio
nelle dita, ma quando si tratta di affrontare le astuzie della città è tutt’altro
che all’altezza. Quanto deve essere stato deludente per lui arrivare nella
nuova Atene solo per scoprirla così rigurgitante di compromessi e tentazioni.
Tutto sommato, forse Savonarola ha ragione. Forse siamo diventati troppo
mondani per il nostro bene.
«Non capite nulla». Il pittore ha la voce incupita dal dolore.
«Tutto quello che vi chiedo è di guardare il mio lavoro. Ditemi cosa ne
pensate, senza mentire. Se farete questa semplicissima cosa, non dirò una
parola. Di più… vi proteggerò da mio fratello. Sa essere molto più cattivo di
me e…»
Lo udiamo entrambi. Il fracasso del portone di casa che si apre sotto di noi.
Folgorati dallo stesso terrore, senza riflettere cominciamo a spegnere le
candele intorno a noi. Se ora entrasse qualcuno… Come mi è venuto in mente
di correre un rischio simile?
«Mio padre» bisbiglio, mentre l’oscurità ci inghiotte. «È stato all’adunanza
della Signoria fino a tardi».
In quel momento sento la sua voce che chiama nel vano delle scale e poi
una porta che si apre, poco lontano. Tomaso dev’essersi addormentato mentre
lo aspettava. Le loro voci si confondono. Un’altra porta si chiude. Torna il
silenzio.
Nell’oscurità, la fiammella rossastra della candela brilla debolmente come
una lucciola. Siamo tanto vicini che ora l’alito del pittore mi sfiora la
guancia. Ho il suo odore tutt’intorno a me, caldo e aspro, e all’improvviso
sento una morsa alla bocca dello stomaco. Se allungassi la mano potrei
toccargli il petto. Arretro come se mi avesse scottato e faccio cadere una
candela sul pavimento di pietra. Un rumore terribile. Un attimo prima e…
«Vado io» dico, ritrovata la calma, e la mia voce suona secca per la paura.
«Restate qui finché sentirete chiudersi la porta».
Un borbottio di assenso. Compare il guizzo di un’altra candela accesa, che
illumina il suo volto da sotto. Lui la solleva e me la porge. I nostri occhi
s’incontrano nell’alone di luce. Abbiamo un patto? Non ne ho idea. Torno
rapidamente sui miei passi. Quando arrivo alla porta guardo indietro e vedo la
sua figura stagliarsi ingrandita sulla parete mentre stacca la carta dal muro, le
braccia aperte come un uomo in croce.
9.

Rientrata nella mia stanza, sentivo le voci di mio padre e di mio fratello
echeggiare su per la scala di pietra dallo studio sottostante. Il dolore al ventre
mi trafiggeva di nuovo, tanto che mi reggevo a stento. Aspettai che la
discussione finisse, poi uscii di nuovo, decisa ad arrivare allo stipo delle
medicine di mia madre.
Ma non ero l’unica a essere in piedi a quell’ora insolita. Tomaso stava
scendendo le scale con tutta la leggerezza di un toro ferito. Ma almeno faceva
del suo meglio. Era così intento a muoversi con passo felpato che mi sbatté
contro e poi assunse un’aria terribilmente colpevole, mentre si raddrizzava. Il
che significava che avevo un’arma di scambio.
«Alessandra! Santo cielo, mi hai spaventato» disse in un bisbiglio stridulo.
«Che cosa fai qui?»
«Ho sentito discutere te e il babbo» mentii tranquillamente. «Mi avete
svegliato. Dove stai andando? È quasi mattina».
«Io… devo vedere una persona».
«Che cosa ha detto il babbo?»
«Niente».
«Aveva notizie di Plautilla?»
«No, no. Nessuna notizia».
«Allora di che cosa parlavate?» Serrò un pochino le labbra. «Tomaso»
insistetti, in tono di blanda minaccia. «Di che cosa parlavate tu e il babbo?»
Mi scoccò un’occhiata fredda, come a mostrare che aveva capito la
questione del baratto, ma che in quel caso particolare la resa non gli costava
granché. «Ci sono guai in città».
«Che genere di guai?»
Un breve silenzio. «Brutti… la guardia di notte del Santo Spirito ha trovato
due cadaveri».
«Cadaveri?»
«Un uomo e una donna. Assassinati».
«Dove?»
Un respiro convulso. «In chiesa».
«In chiesa! Che cosa è successo?»
«Nessuno lo sa. Li hanno trovati questa mattina. Erano sotto i banchi. Con
la gola tagliata».
«Oh!»
Ma c’era ancora qualcosa, glielo leggevo negli occhi. Dio mio, anche se
non volevo, il mio pensiero corse al corpo della fanciulla straziato dai cani.
«Che altro?»
«Erano tutt’e due nudi. E nella bocca della donna era stato cacciato a forza
qualcosa» soggiunse in tono cupo. Poi s’interruppe, come se avesse detto
abbastanza. Aggrottai le sopracciglia a indicare che non avevo capito. «Era
l’uccello dell’uomo».
Osservò la mia confusione, poi fece un sorrisetto torvo e con una mano si
strinse l’inguine. «Capisci, adesso? Chiunque li abbia uccisi, gli ha tagliato
l’uccello e l’ha ficcato nella bocca di lei».
«Oh!» So che dovevo sembrare una bambina, perché in quel momento mi
sentivo di nuovo tale. «Chi potrebbe fare una cosa simile? In Santo Spirito!»
Ma la risposta la conoscevamo entrambi. Lo stesso folle che aveva fatto a
pezzi il corpo della giovane nella palude vicino a Santa Croce.
«La riunione del babbo riguardava questo. La Signoria e il Consiglio per la
Sicurezza hanno deciso di spostare i cadaveri».
«Spostare i cadaveri? Vuoi dire…»
«In modo che li si scopra fuori dalla città».
«È questo che ti ha detto il babbo stasera?»
Tomaso annuì.
Ma perché avrebbe dovuto rivelarlo? Se vuoi mantenere un segreto così
orribile non ne parli con nessuno. E soprattutto non con giovani come
Tomaso che passavano metà della loro vita per le strade. Giovani che perciò
potevano trovarsi loro stessi in pericolo, se non cambiavano il proprio
comportamento… Il dolore al ventre mi aveva evidentemente frastornato.
«Ma… perché vogliono spostarli? Insomma, se è là che li hanno trovati,
non dovrebbero…?»
«Alessandra, che ti succede? Di notte diventi stupida?» Sospirò. «Rifletti.
Il sacrilegio provocherebbe una sommossa».
Aveva ragione. Certo. Soltanto qualche settimana prima, un giovane era
stato sorpreso mentre staccava pezzi delle statue nelle nicchie all’esterno
della vecchia chiesa di Orsanmichele e si era salvato a stento dopo essere
caduto nelle mani della folla. Erila aveva detto che era stato colto da pazzia,
ma Savonarola aveva reso la città particolarmente sensibile a simili atti
blasfemi e, dopo un processo sommario, tre giorni dopo il boia aveva
giustiziato il reo con minor violenza, ma senza troppe cerimonie. Ora una
profanazione di quel genere avrebbe offerto un’ottima arma al frate. Come si
era espresso a proposito di Firenze? «Quando il Diavolo regna su una città,
la sua regina è la lussuria e dunque il male prolifera finché vi saranno
solamente sozzura e disperazione».
Mi sentivo così nauseata e spaventata che dovetti fingere di non esserlo.
«Sai, Tomaso» dissi con una risatina, «ci sono fratelli che terrebbero le
sorelle minori al riparo da queste storie».
«E ci sono sorelle che passano le giornate in adorazione dei fratelli».
«Ma che divertimento ci troveresti, scusa?» ribattei soavemente. «Ti
annoierebbero e basta».
Ci guardammo negli occhi e per la prima volta mi domandai come avrebbe
potuto essere la nostra vita se non ci fosse stato assegnato il ruolo di nemici.
Si strinse appena nelle spalle, poi fece per passare oltre.
«Non penserai di uscire adesso, sapendo queste cose. Potrebbe essere
pericoloso».
Non aprì bocca.
«È per questo che tu e il babbo litigavate, vero? Ti ha proibito di uscire?»
Tomaso scosse la testa. «Ho un appuntamento, Alessandra. Devo andare».
Trassi un profondo respiro. «Chiunque lei sia, puoi aspettare».
Nella semioscurità mi fissò per un momento, poi sorrise. «Non capisci,
sorellina. Anche se io potessi, lei non può. Ecco tutto. Buonanotte». Lo disse
a bassa voce e si mosse per andare via.
Gli posai una mano sul braccio. «Stai attento».
La lasciò lì un attimo prima di scostarla delicatamente. Era sul punto di
dire qualcos’altro, o forse lo immaginai soltanto. Di colpo fece un passo
indietro. «Dio mio, Alessandra, che ti è successo? Sei ferita».
«Come?»
«Guardati: sanguini».
Abbassai gli occhi. In effetti sul davanti della mia camicia spiccava una
macchia scura e umida.
All’improvviso tutto ebbe un senso. Non era il dolore di Plautilla quello
che avvertivo, ma il mio. Era arrivato. Il momento della mia vita che più
temevo. Un’ondata di vergogna mi montò dentro come fosse febbre. Arrossii
violentemente e serrai le mani sulla camicia da notte, appallottolandola fra le
dita finché la macchia scomparve. Intanto sentii un rivoletto di liquido caldo
scivolare giù sull’interno della coscia.
Tomaso, è ovvio, comprese tutto. Mi sentii ancora più terrorizzata al
pensiero della sua vendetta. Invece lui fece qualcosa che non ho mai
dimenticato. Si curvò verso di me e mi toccò una guancia. «Dunque» disse
quasi dolcemente, «pare che adesso abbiamo entrambi un segreto.
Buonanotte, sorellina».
Mi passò accanto scendendo le scale e udii una porta chiudersi senza
rumore alle sue spalle. Andai a letto e sentii sgocciolare il mio sangue.
10.

Mia madre arrivò a casa prima che qualcuno di noi si fosse alzato. Lei e mio
padre fecero colazione da soli. Alle dieci Erila mi svegliò per dirmi che ero
stata convocata nello studio. Nel vedere il sangue mi rivolse un sorriso
malizioso, cambiò le lenzuola e portò un panno da fissarmi sotto la
biancheria.
«Non una parola» le ordinai. «Hai capito? Non una parola a nessuno,
finché non te lo dico io».
«Allora ti conviene sbrigarti. Maria lo scoprirà in un batter d’occhio».
Mi vestii velocemente e scesi. A tavola vidi Luca, gli occhi cisposi, che
s’ingozzava di pane e di gelatina di maiale. Avevo troppa nausea per
mangiare. Mi guardò di traverso. Contraccambiai. Mia madre e mio padre
aspettavano. Tomaso comparve pochi minuti dopo. Benché si fosse cambiato,
aveva l’aria di chi non ha nemmeno toccato il letto.
Lo studio di mio padre si trovava dietro il negozio sul lato del palazzo,
dove le signore della città portavano le proprie cucitrici a scegliere i tessuti
più nuovi. La stanza era permeata dell’odore forte di canfora e di altre
sostanze sotto forma di palline appese al soffitto per tenere lontane le tarme.
Quelle zone erano solitamente vietate a noi bambini, e in special modo a
Plautilla e a me, ragion per cui, è ovvio, mi piacevano ancora di più. Dal suo
piccolo ufficio, tappezzato in cartapecora, mio padre dirigeva un piccolo
impero commerciale in tutta Europa e in parte dell’Oriente. Oltre a lana e
cotone dall’Inghilterra, dalla Spagna e dall’Africa, importava molte materie
coloranti: cinabro e realgar dal Mar Rosso, cocciniglia e oricello dal
Mediterraneo, noce di galla dai Balcani e, dal Mar Nero, l’allume di rocca
con il quale fissarli. Una volta tessute le stoffe, le pezze non adatte per la
moda di Firenze tornavano con le navi ad alimentare i mercati dei beni di
lusso nei paesi da cui provenivano. Quando ci ripenso ora, credo che mio
padre vivesse con il peso del mondo sulle spalle perché, anche se noi
prosperavamo, so che c’erano periodi di cattive notizie: quando la perdita di
una nave a causa della tempesta o dei pirati lo portava a rinchiudersi nella sua
stanza per l’intera notte, e il giorno seguente la mamma ci faceva camminare
in punta di piedi per evitare di svegliarlo. Nei miei ricordi lo vedo
perennemente curvo su libri mastri o su lettere, intento a calcolare profitti e
perdite e a inviare messaggi a mercanti, agenti e fabbricanti di tessuti che
vivevano in città i cui nomi quasi non riuscivo a pronunciare, a volte in
luoghi dove non si credeva che Gesù Cristo fosse figlio di Dio, sebbene le
loro dita pagane sapessero riconoscere verità e bellezza in una balla di
tessuto. Quelle lettere volavano via quotidianamente dalla nostra casa come
colombi viaggiatori, firmate, sigillate e avvolte in panni impermeabili per
proteggerle dalle intemperie, dopo essere state accuratamente copiate e
archiviate contro l’eventualità che si perdessero per strada.
Oberato com’era di lavoro, non stupiva che mio padre avesse poco tempo
per le questioni domestiche. Quel mattino, però, sembrava particolarmente
stanco, il volto più flaccido e segnato di quanto ricordassi. Aveva diciassette
anni più di mia madre, e doveva essere sulla cinquantina. Era ricco, stimato
ed era stato scelto due volte per cariche pubbliche minori, la più recente delle
quali nel Consiglio per la Sicurezza. Se avesse fatto un uso più abile della
propria influenza si sarebbe messo in luce più rapidamente, ma pur essendo
avveduto negli affari era anche un uomo semplice, maggiormente adatto al
commercio dei tessuti che alla politica. Credo che amasse noi figli ed era
abbastanza bravo nel fare la ramanzina a Tomaso e a Luca quando il loro
comportamento lo richiedeva, ma per certi aspetti era più a suo agio nei suoi
opifici che a casa. La sua istruzione era stata appena sufficiente per l’attività
che svolgeva – la stessa di suo padre – e non aveva la cultura e l’eloquio di
mia madre. Però capiva con una sola occhiata se il colore di una pezza di
tessuto non era uniforme e sapeva quale tonalità di rosso sarebbe piaciuta di
più alle signore quando splendeva il sole.
Quindi il discorso che fece quel mattino fu lungo per lui, frutto di attenta
riflessione da parte sua e, sospetto, di mia madre.
«Per prima cosa ho buone notizie: Plautilla sta bene. Vostra madre si è
trattenuta con lei per la notte, e si è ripresa».
Mia madre sedeva eretta, le mani intrecciate in grembo. Aveva
perfezionato da tempo l’arte dell’acquiescenza femminile. Non conoscendola,
si poteva pensare che non provasse emozioni.
«Ma ci sono altre notizie e, dal momento che vi verranno all’orecchio
molto presto grazie ai pettegolezzi, abbiamo deciso che dovete saperle prima
da noi».
Lanciai un’occhiata a Tomaso. Stava davvero per parlare di donne nude
con uccelli in bocca? No, non mio padre.
«La Signoria si è riunita durante la notte perché ci sono eventi in corso che
riguardano la nostra sicurezza. Il re di Francia è arrivato nel Nord alla testa di
un esercito per rivendicare i propri diritti sul ducato di Napoli. Ha distrutto la
flotta napoletana a Genova e firmato trattati con Milano e con Venezia. Ma
per proseguire verso sud deve attraversare la Toscana, e ha inviato messi per
chiedere il nostro appoggio e libero transito per il suo esercito».
Dal sorrisetto che mi rivolse Tomaso compresi come sapesse molto più di
quanto mi aveva detto finora. Ma d’altronde è noto che le donne non sono
fatte per la politica.
«Sicché ci sarà battaglia». Gli occhi di Luca brillavano come medaglioni
d’oro. «Ho sentito che i francesi sono veri guerrieri».
«No, Luca, non ci sarà battaglia. C’è più gloria in pace che in guerra» disse
severamente mio padre, certo consapevole di quanto la domanda di tessuti
fini cali durante un conflitto. «La Signoria, con il parere favorevole di Piero
de’ Medici, offrirà la propria neutralità, ma non un appoggio alle
rivendicazioni del re. In questo modo mostreremo forza e prudenza insieme».
Se fosse stato pronunciato solo sei mesi prima, il nome di Piero avrebbe
tranquillizzato tutti, ma persino io sapevo che, dalla morte del padre, la sua
reputazione era crollata. Correva voce che non riuscisse nemmeno a infilarsi
gli stivali senza lamentarsi o andare in collera. Come poteva avere
l’ascendente o l’astuzia per trattare con un re che non aveva bisogno di
lusingare la nostra città-stato, quand’era in grado semplicemente di entrarci e
di calpestarla a suo piacimento?
«Bene, se riponiamo le nostre speranze in Piero, tanto vale che apriamo le
porte oggi e diamo loro il benvenuto».
Mio padre sospirò. «E quale malalingua te lo dice, Tomaso?» Mio fratello
scrollò le spalle. «Io ti dico che la Signoria ha fiducia nel nome dei Medici.
Non c’è nessun altro che possa imporre un tale rispetto a un re straniero».
«Be’, non credo che dovremmo lasciarli passare. Credo che dovremmo
combatterli» intervenne Luca, dopo avere come sempre ascoltato senza capire
nulla.
«No, non combatteremo. Parleremo e giungeremo a un’intesa con loro,
Luca. Non sono in guerra con noi. Si tratterà di un accordo tra pari.
Potrebbero persino darci qualcosa in cambio».
«Che cosa? Pensi che Carlo risolverà con le armi le nostre dispute e ci
consegnerà Pisa?» Non avevo mai sentito Tomaso così apertamente litigioso
con mio padre. Mia madre lo guardava severamente, ma lui non se ne
accorgeva o non voleva accorgersene. «Farà semplicemente quello che vuole.
Sa che gli basta minacciare, e la nostra grande Repubblica crollerà come un
castello di carte».
«E tu sei un ragazzo che cerca di parlare da uomo e invece si rende
ridicolo» ribatté mio padre. «Finché non avrai l’età per occuparti di tali
questioni, faresti meglio a tenere per te simili opinioni insidiose. Non intendo
tollerarle in questa casa».
Seguì un breve silenzio teso, durante il quale tenni gli occhi lontano
dall’uno e dall’altro. Poi Tomaso in tono risentito disse: «Bene, signore».
«E se vengono davvero?» Luca cadeva dalle nuvole. «Entreranno in città?
Li lasceremo arrivare a questo punto?»
«È una cosa da decidere quando ne sapremo di più».
«E per Alessandra?» domandò sottovoce mia madre.
«Mia cara, se i francesi ci piomberanno addosso, Alessandra verrà mandata
in un monastero insieme a tutte le altre fanciulle della città. Sono stati già
discussi i piani…»
«No» sbottai.
«Alessandra…»
«No. Non voglio essere mandata via. Se…»
«Farai quello che io ritengo opportuno» reagì mio padre, ora davvero
infuriato. Non era abituato a una ribellione simile in famiglia. Ma d’altra
parte aveva dimenticato com’eravamo cresciuti tutti quanti. Mia madre, più
pragmatica e saggia, si limitò a guardarsi le mani intrecciate e a mormorare:
«Prima che si dica altro, penso dobbiate sapere che vostro padre ha altre
notizie da dare».
Si scambiarono uno sguardo; la mamma fece un leggero sorriso e lui
accettò grato il suo tacito consiglio.
«Io… è probabile che in un prossimo futuro venga chiamato all’onore
dell’ufficio di Priore».
Un membro del Consiglio degli Otto. Un onore davvero, anche se il fatto
che sapesse in anticipo della promozione provava che il processo di selezione
era viziato. Riandando con la mente al passato, sento ancora il suo tono
orgoglioso mentre dà l’annuncio. Tanto orgoglioso che sarebbe stato poco
cortese anche soltanto pensare che in un momento di crisi come quello la città
sarebbe stata servita meglio da uomini più saggi ed esperti. Perché
riconoscere questo avrebbe significato riconoscere anche che c’era qualcosa
di terribilmente sbagliato nella Repubblica, e credo che in quel momento
nessuno di noi, nemmeno Tomaso, volesse arrivare a quel punto.
«Babbo» cominciai, quando fu chiaro che i miei fratelli non avrebbero
parlato, «con questa notizia rechi un grande onore alla nostra famiglia». Mi
avvicinai a lui, m’inginocchiai e gli baciai la mano, nuovamente figlia
rispettosa.
Mentre mi alzavo, mia madre mi guardò con approvazione.
«Oh, grazie, Alessandra» disse mio padre. «Lo ricorderò se e quando
assumerò la mia carica nel governo».
E mentre ci scambiavamo sorrisi, non potei fare a meno di pensare a quei
corpi massacrati e a tutto il sangue che avevano lasciato sotto i banchi di
Santo Spirito, e a come Savonarola avrebbe potuto usarli efficacemente
contro una città in cui la minaccia di un’invasione straniera l’aveva reso, agli
occhi della gente, un profeta ancora più grande.
*
Mia madre siede vicino alla finestra, nella sua stanza. Per un momento penso
che stia pregando. Da che ho memoria, ha sempre avuto un modo tutto suo di
stare isolata nel suo silenzio, che la fa apparire quasi assente. Ma se si tratti di
pensieri o di preghiera non sempre riesco a capirlo, e non ho il coraggio di
domandarlo. Nel guardarla dalla porta, vedo quanto sia ancora bella, anche se
la sua giovinezza è ormai lontana e la sua bellezza più fragile nell’impietosa
luce del mattino. Come si sente una persona quando la famiglia le sta
sgusciando via e la sua prima figlia sta per diventare madre? Esulta per averla
guidata nelle acque tra Scilla e Cariddi o si domanda che cosa farà di se
stessa, ora che lei se n’è andata? Fortunatamente mia madre aveva ancora me
di cui occuparsi.
Attesi che mi notasse, cosa che fece senza nemmeno voltarsi.
«Sono molto stanca, Alessandra» mormorò. «Se non è una cosa
importante, preferirei parlarne più tardi».
Trassi un profondo respiro. «Voglio che tu sappia che non andrò in un
monastero».
Si accigliò. «È una decisione non ancora imminente. Ma se la prenderemo,
farai quello che ti si dirà».
«Ma tu stessa hai detto…»
«No! Non intendo parlarne adesso. Hai sentito tuo padre: se i francesi
verranno – e fino a questo momento è tutt’altro che certo –, la città non sarà
sicura per le giovani donne».
«Ma il babbo ha detto che non verrebbero come nemici. Se si facesse una
tregua…»
«Ascolta» disse con fermezza, girandosi finalmente verso di me, «gli affari
di Stato non sono cose che riguardino le donne. E tu in particolare non potrai
che renderti la vita più difficile mostrando che te ne interessi. Questo però
non significa che in privato tu non debba sapere niente. Nessun esercito
occupa una città senza vantare alcuni diritti. E quando c’è la guerra, i soldati
non sono cittadini ma soltanto mercenari, e le giovani vergini corrono un
grave pericolo. Tu andrai in un monastero».
Feci un respiro profondo. «E se fossi sposata? Non più vergine e sotto la
protezione di un uomo. Allora sarei al sicuro».
Mi fissò. «Ma tu non vuoi sposarti».
«Non voglio essere mandata via».
La mamma sospirò. «Sei ancora giovane».
«Solo d’età» ribattei. Perché, pensai, devono sempre esserci due tipi di
conversazione tra le donne, una quando siamo in presenza di uomini e una
quando siamo sole? «Per altri versi sono molto più grande di tutte le mie
coetanee. Se occorre che mi sposi per rimanere, lo farò».
«Oh, Alessandra. Come ragione non è abbastanza buona».
«Mamma, in ogni caso è cambiato tutto. Plautilla se n’è andata. Io sono in
guerra con Tomaso e Luca vive nel proprio mondo impenetrabile. Non posso
studiare in eterno. Forse significa che sono pronta». E per un istante pensai di
crederlo veramente.
«Però sai di non essere pronta».
«Ora sì» dissi seccamente. «Ieri sera ho sanguinato per la prima volta».
«Oh». Sollevò le mani, poi le riportò in grembo, come faceva sempre
quando cercava di controllare l’agitazione. «Oh». Poi rise, si alzò e mi
accorsi che stava anche piangendo. «Oh, figlia mia» disse, prendendomi tra le
braccia. «Cara, cara figlia mia».
11.

Con Carlo e il suo esercito ai confini della Toscana e il panico che si


respirava alle porte della città, Firenze si riversò in chiesa.
Quella domenica, in Santa Maria del Fiore, la folla era tale da traboccare
sulla gradinata. Mia madre disse che era l’adunanza più numerosa che avesse
mai visto per una funzione, ma a me sembrava che attendessimo tutti il
Giorno del Giudizio. Guardando in su, verso la cupola, provai, come mi
accadeva sempre, un’improvvisa vertigine, quasi che le sue dimensioni
turbassero la mente. Mio padre dice che il capolavoro del Brunelleschi è
ancora sulle bocche di tutti in Europa, perché ci si domanda come si sia
potuta innalzare una struttura così grande senza il consueto ausilio di travi di
sostegno. Persino ora, quando immagino la fine del mondo, penso a Santa
Maria del Fiore colma della moltitudine di giusti risorti dalla tomba, alla
cupola animata dal battito di ali angeliche. Tuttavia speravo che il Giorno del
Giudizio avesse un odore più gradevole, dato che, quel giorno, il puzzo
emanato da tanti corpi gravava nell’aria come incenso rancido. Già molte
delle donne più povere avevano perso i sensi, ma d’altra parte le più pie
sembravano aver cominciato un digiuno su ordine di Savonarola, al fine di
riportare la città a Dio. Le ricche ci avrebbero messo di più a svenire, anche
se notai come avessero badato a vestirsi sobriamente: non era il momento di
rischiare un’accusa di frivolezza.
Quando il monaco salì sul pulpito, la cattedrale era tutto un mormorio di
preghiere, ma alla sua comparsa cadde un silenzio di morte. Che l’uomo più
brutto di Firenze fosse anche il suo figlio più devoto era la suprema ironia di
quel tempo. E tuttavia, prova della sua eloquenza era il fatto che quando
predicava ci si dimenticava del suo corpiciattolo, degli occhi piccoli e
penetranti e del naso arcuato come un becco d’aquila. Lui e il suo grande
avversario Lorenzo sarebbero stati modelli ideali per mostruosi doccioni. Ci
si poteva immaginare il dittico con i loro profili uno di fronte all’altro, i nasi
forti come la loro personalità, e la città di Firenze, il loro campo di battaglia,
sullo sfondo. Ma chi si sarebbe azzardato a fare un dipinto simile, ora? Chi
avrebbe osato commissionarlo?
Secondo i suoi nemici era tanto basso che per alzarsi stava ritto su una pila
di libri, traduzioni di Aristotele e dei classici che i suoi monaci gli
procuravano perché potesse farne scempio coi piedi. Altri sostenevano che
usava lo sgabello della sua cella, una delle poche suppellettili che si
concedeva in una vita di ascetismo estremo. Si diceva che la sua fosse l’unica
cella di San Marco che non conteneva un solo dipinto devozionale, tanto lui
diffidava del potere dell’arte di insidiare la purezza della fede, e che facesse
tacere ogni brama carnale fustigandosi quotidianamente. Nella Chiesa
c’erano sempre stati quelli inclini alla flagellazione, ma non tutti erano attratti
da quel genere di raffinata sofferenza. Ripensando al passato, credo che noi
fiorentini siamo sempre stati interessati più al piacere che al dolore, benché
nei momenti di crisi la paura generasse un vero e proprio desiderio di
autopunizione.
Savonarola stette un momento in silenzio, le mani serrate sulla balaustra di
pietra, lo sguardo che scorreva sulla grande folla intorno a lui. «È scritto che
il priore dovrebbe dare il benvenuto al suo gregge. Ma oggi non vi do il
benvenuto». All’inizio il suono della sua voce fu come un sibilo, poi diventò
più forte a ogni parola, fino a riempire la cattedrale e a salire verso la
sommità della cupola. «Oggi vi accalcate nella casa di Dio solo perché paura
e disperazione vi lambiscono i piedi come le fiamme dell’Inferno e perché
agognate la redenzione.
«Così venite a me. Venite a un uomo la cui indegnità è pari solo alla
generosità del Signore nel farne il proprio portavoce. Sì, il Signore si
manifesta a me, mi fa grazia della Sua presenza e mi svela il futuro.
L’esercito in attesa al nostro confine era stato predetto. È la spada che ho
visto sospesa sopra la città. Non vi è collera pari alla collera di Dio.
“Getteranno il loro argento per le strade, e il loro oro sarà come
immondizia. Il loro oro e il loro argento non potranno salvarli nel giorno
della collera del Signore”. E Firenze giace come una carogna brulicante di
mosche sul sentiero ardente della Sua vendetta».
Anche per coloro che conoscevano bene le Scritture era difficile accorgersi
dell’abile fusione di due citazioni. Ora sudava, il cappuccio gettato sulle
spalle, il naso che guizzava su e giù come un grande rostro intento a beccare i
passeri. Nei primi tempi, all’inizio della sua predicazione, si diceva che la sua
voce fosse esile e ansimante. Che ascoltando i suoi sermoni le vecchie si
addormentassero e i cani ululassero alla porta della chiesa. Ora però aveva
trovato la sua voce, che assomigliava al tuono. I greci l’avrebbero definita
demagogia, ma c’era qualcosa di più. Lui parlava a tutti; per la sua religiosità
il peccato era il grande livellatore, giacché minava potenza e ricchezza.
Sapeva come aggiungere il lievito della politica al suo messaggio. Era questo
il motivo per cui i privilegiati lo temevano tanto. Ma si trattava di riflessioni
che sarebbero nate più tardi. All’epoca si ascoltava soltanto.
Savonarola estrasse dal saio un piccolo specchio e lo alzò verso la folla.
Inclinato in un certo modo catturava la luce delle candele e la faceva
volteggiare per tutta la chiesa. «Vedi questo, Firenze? Pongo uno specchio
davanti alla tua anima, e che cosa mostra? Decadenza e depravazione.
Questa, che era un tempo una città devota, ora rovescia nelle sue strade più
sudiciume di quanto faccia l’Arno durante una piena. “Non percorrere il
sentiero del perverso e non andare per la via del malvagio”. Ma Firenze ha
chiuso l’orecchio alle parole del Signore. Quando la notte scende, la bestia si
mette in cammino e comincia la lotta per l’anima della città».
Vicino a me, sentii Luca agitarsi sulla panca. Nella stanza in cui
studiavamo, gli unici libri per i quali mostrasse interesse erano quelli che
parlavano di guerre e di spargimenti di sangue. Se ci fosse stata battaglia,
chiunque fosse il nemico, lui avrebbe voluto trovarsi là.
«In ogni vicolo buio in cui la luce di Dio è stata spenta, vi sono peccato e
trasgressione. Ricordate il corpo martoriato di quella giovane donna pura. Vi
sono scandalo e sodomia. “Brucia la loro infamia, Signore, e lascia che i loro
corpi rinuncino al peccato fra i tormenti e il fuoco eterno”. Vi è lussuria, vi è
fornicazione. “Le labbra della donna straniera stillano come favo di miele,
ma la sua fine sarà amara come assenzio, affilata come spada a doppio
taglio. I suoi piedi scendono alla morte, i suoi passi conducono agli inferi”».
Ora persino Tomaso prestava attenzione; Tomaso, blandito, viziato, il cui
aspetto attirava le donne come falene alla fiamma di una candela. Quand’era
stata l’ultima volta che aveva pensato all’Inferno? Bene, adesso ci stava
pensando. Glielo si leggeva negli occhi. Nonostante la sua solita indifferenza,
l’immagine di quei corpi mutilati e la minaccia dell’esercito francese alle
porte erano dentro di lui. Lo fissai, sconcertata da quell’ansia nuova sul suo
volto. Lui avvertì il mio sguardo e lo ricambiò torvo, poi abbassò la testa.
Così facendo, rese visibile un altro viso al posto del suo, tra le file dei
banchi: un uomo mi fissava apertamente, con una luce d’interesse negli
occhi. Mi fu subito familiare, ma mi ci volle qualche istante per identificarlo.
Certo. Le nozze di Plautilla. L’uomo che aveva parlato dei greci e poi mi
aveva aiutato nei passi di danza. Quando i nostri sguardi s’incontrarono mi
fece appena un cenno col capo e credetti di vedere un leggero sorriso
sfiorargli il volto. La sua sfacciata attenzione mi confondeva e mi rivolsi di
nuovo al pulpito.
«Domandatelo a voi stessi, uomini e donne di Firenze. Perché Dio fa
marciare l’esercito francese verso di noi? Per provare che la nostra città ha
dimenticato il messaggio di Cristo. Una città abbagliata da falso oro, che ha
posto il sapere al di sopra della pietà, valutando la cosiddetta saggezza dei
pagani più della parola di Dio».
Mentre il fiume di collera tornava a rovesciarsi su di noi, dalle navate della
chiesa si levava un sommesso lamento di tante voci, come un coro di
disperazione. «“Perché… non gradite le mie ammonizioni, anch’io riderò
della vostra sventura» dice il Signore, «mi farò beffe quando verrà il vostro
spavento, quando verrà come tempesta il vostro spavento e la vostra
calamità giungerà come uragano, quando verranno su di voi angoscia e
disdetta, allora mi chiameranno ma non risponderò…” Oh, Firenze, quando
aprirai gli occhi e tornerai sulle vie di Dio?»
I lamenti si fecero più alti. Potevo sentire addirittura il suono sordo che
saliva nella gola di Luca. Guardai di nuovo indietro, verso quell’uomo. Non
ascoltava Savonarola. Stava sempre guardando me.
12.

Quattro giorni dopo, i corpi mutilati dell’uomo e della donna vennero


rinvenuti fuori dalle mura della città, in un uliveto poco lontano dalla strada
tra Firenze e il paese di Impruneta.
La canicola durava da tanto tempo che si temeva la siccità e la rovina dei
raccolti, e la chiesa aveva organizzato una processione che portasse la statua
miracolosa di Nostra Signora d’Impruneta in città, per pregare e celebrare una
messa. Se Dio era in collera con Firenze, avrebbe forse prestato orecchio
all’intercessione di Nostra Signora. Ma mentre la processione raccoglieva una
folla sempre più numerosa lungo la via che conduceva alle porte della città,
alcuni fedeli lasciarono il sentiero e si dispersero nei campi, e fu così che un
ragazzo vide brandelli di carne insanguinata sotto le viti. Se fossi stata mio
padre al Consiglio per la Sicurezza avrei forse domandato chi fosse il pazzo
che aveva permesso di trasportare i cadaveri in un luogo così visibile, ma
naturalmente nessuno disse una parola.
Poiché il delitto era avvenuto all’esterno delle mura cittadine, la questione
non riguardava direttamente Firenze, perciò non vi furono bandi accusatori
sulla piazza principale. Tuttavia la notizia degli omicidi si diffuse come la
pestilenza. La donna era una prostituta e l’uomo il suo cliente: i loro cadaveri
puzzavano e le ferite brulicavano di vermi. La nostra città non era schifiltosa.
Se la donna fosse stata condannata per immoralità, una folla consistente si
sarebbe radunata per assistere al taglio del suo naso. Quelle stesse persone
dovevano avere già visto in passato ventri squarciati in nome della giustizia,
ma l’empio castigo di quella violenza s’impresse a fuoco nelle menti,
richiamando alla memoria le cupe profezie del frate. Chi poteva aver fatto
una cosa simile? Era un atto di tale depravazione da rendere più facile
interpretarlo come un castigo: il Diavolo sbucava dall’Inferno e percorreva
minaccioso le strade per avere in anticipo quello che gli spettava.
A casa, mio padre ci riunì nuovamente per riferire come gli inviati francesi
fossero arrivati e ripartiti, carichi di doni e di melliflue promesse di neutralità,
ma senza salvacondotto. Sarebbe bastato o Carlo avrebbe avuto l’impudenza
d’invadere la Toscana? Non ci restava che aspettare. E il grande caldo
continuava. L’intercessione di Nostra Signora non era sufficiente, a quanto
pareva.
Me ne stavo seduta nella mia stanza. La mia Annunciazione era finita, ma
ne ero già insoddisfatta. Il disagio di Nostra Signora era reso abbastanza
bene, e l’Angelo aveva una certa energia nei movimenti, ma il loro mondo
era monocromatico e le mie dita avevano una gran voglia di colori. In passato
me l’ero cavata con l’alchimia domestica. Avevo usato tuorli d’uovo
rubacchiati in cucina (la mia passione per le meringhe era leggendaria presso
il cuoco) che, mescolati con biacca di piombo, potevano produrre una
sfumatura simile a quella della pelle. Il nero l’avevo ottenuto macinando
gusci di mandorla bruciati e raccogliendo fuliggine dalla lampada a olio di
lino; una volta mi ero procurata persino una passabile sfumatura di verderame
versando aceto forte in ciotole di rame. Poi però era scoppiato il finimondo in
cucina, quando avevano scoperto le ciotole macchiate e rovinate; inoltre il
colore era venuto spento. E in ogni caso… quali storie si possono illustrare
usando nero, bianco e verde?
Era passata quasi una settimana da quando io e il pittore ci eravamo
separati nella cappella. Gli operai avevano cominciato a montare
l’impalcatura che gli serviva per iniziare il lavoro. Non potevo più aspettare.
Feci venire Erila.
Da quando sapeva del mio flusso, era tutta in agitazione per me.
Con il mio matrimonio, si sarebbe trovata in una casa di cui la sua padrona
sarebbe stata la padrona, e la sua nuova autorità non avrebbe avuto limiti.
Aveva molta più voglia di vivere di tante schiave, ma in fondo la sorte non
era stata così crudele con lei come con altre. C’erano case in cui qualcuno si
sarebbe approfittato di Erila, una volta cresciuta – in città erano moltissime le
schiave con il ventre grosso che avevano servito i loro padroni in camera da
letto come in sala da pranzo –, ma mio padre non era così, e benché Luca
avesse tentato il colpo, lei l’aveva rimproverato e mandato via. Tomaso, a
quel che sapevo, non se n’era mai preso la briga. Rispettava troppo la propria
vanità per impegnarsi in qualcosa che non portasse a sicura vittoria.
«E quando trovo il pittore, che cosa gli dico?»
«Domandagli quando glieli posso consegnare. Lui sa cosa significa».
«E tu lo sai?» chiese duramente lei.
«Erila, ti prego. Fallo per me, una volta tanto. Non c’è più molto tempo».
Pur guardandomi severamente uscì e più tardi, quando tornò ad avvertirmi
che il pittore sarebbe stato in giardino l’indomani mattina presto, la ringraziai
e dissi che ci avrei pensato io.
Mi alzai all’alba. Nell’aria aleggiava un odore di pane fresco che mi fece
sentire un moto allo stomaco. Il giardino nella corte sul retro era la più grande
gioia di mia madre. Avviato da cinque o sei estati appena, era ancora agli
inizi, ma mio padre l’aveva arricchito con piante portate dalla sua villa,
cosicché fin d’ora mostrava un rigoglio più maturo. C’erano un fico carico di
gemme, un melograno e un noce, siepi di bosso inframmezzato a mirto
profumato, erbe aromatiche sufficienti a rifornire la cucina di salvia, menta,
rosmarino, basilico, e tanti fiori colorati che cambiavano con le stagioni. Mia
madre, attenta all’armonia platonica, pensava che i giardini avvicinassero al
divino ed esaltava sempre le virtù della contemplazione per le menti giovani.
Io lo usavo soprattutto per copiare arbusti e fiori, dei quali c’erano varietà
sufficienti a popolare una decina di Annunciazioni e di Natività.
Un inconveniente però lo presentava. Mia madre aveva aggiunto alle
piante degli animali, tortore con le ali mozzate e i suoi amati pavoni, due
maschi e tre femmine, che riservavano solo a lei rispetto e addirittura
attaccamento. Riconoscevano il suo passo e quando arrivava, di solito con un
sacchetto di semi, i maschi le correvano incontro. Dopo aver mangiato, se ne
andavano tutti impettiti, facendo la ruota per lei. Li detestavo, perché erano
tanto vanitosi quanto cattivi. Una volta, quand’ero piccola e affascinata dai
loro colori, avevo tentato di accarezzarne uno e quello mi aveva aggredito; da
allora i loro becchi comparivano nei miei incubi. Quando pensai ai cadaveri
nel campo o alla giovane straziata da morsi di animali, non potei fare a meno
d’immaginare che cosa avrebbero potuto fare i becchi dei pavoni ai loro
occhi.
Tuttavia quel mattino trovarono un’altra vittima. Il pittore sedeva sulla
panca di pietra, una serie di pennelli e una decina di minuscoli vasetti di
colori accanto a sé. Di fronte a lui, che li scrutava attentamente, i due pavoni
maschi beccavano i semi sparsi a terra, entrambi con le code ostinatamente
chiuse e penzolanti. Ma quando mi videro, uno lanciò uno stridio irritato, e il
suo piumaggio esplose in una danza minacciosa, mentre l’animale puntava
verso di me.
«Ah… non muovetevi!» esclamò afferrando i pennelli, e le sue mani
volarono sui vasetti, mescolando i colori mentalmente prima che ci
arrivassero le dita.
Ma io ero davvero paralizzata. «Vi prego!» esclamai. Adesso toccava a lui
vedermi in difficoltà. Mi fissò un momento, combattuto tra il suo pennello e
il mio panico, poi prese dei semi da un sacchetto e allungò la mano,
emettendo strani schiocchi di gola. Il pavone girò la testa di scatto, come
riconoscendolo, e avanzò con sussiego verso il palmo teso.
«Non dovete temerli. Sono innocui».
«Lo credete voi. Ho ancora una cicatrice sulla mano che prova il
contrario». Indugiai a guardarlo. Ci voleva un certo coraggio per far mangiare
quegli uccelli nella propria mano. Lui e mia madre erano gli unici che avessi
mai visto riuscirci. «Come fate? Non è giusto che Dio vi abbia dato le dita di
fra’ Angelico e anche il tocco di San Francesco».
Non staccò gli occhi dal pavone. «Al monastero toccava a me nutrire gli
animali».
«Ma non erano come questi» mormorai.
«No» disse lui, gli occhi fissi su quel piumaggio sgargiante. «Queste
creature non le ho mai viste, ma ne ho sentito parlare».
«Perché avete bisogno di dipingerle? Non credo che Santa Caterina si
circondasse di animali».
«Le ali degli angeli» rispose lui, mentre il piccolo becco crudele saettava
avanti e indietro dalla sua mano. «Per l’Assunzione sul soffitto al di sopra
dell’altare. Ho bisogno di piume».
«In tal caso dovreste far sì che i vostri angeli non superino Dio in
splendore». E mentre lo dicevo pensai a quanto ci riuscisse facile parlarci
così, quasi che il contrasto nell’oscurità della cappella fosse stato dissolto dal
sole del mattino. «Che cosa usavate al Nord?»
«Tortore… oche e cigni».
«Naturalmente. Il vostro bianco Gabriele». E rividi le ali ondeggianti nel
rozzo affresco nella sua stanza. Ma ora stava acquistando scioltezza nell’uso
del colore. Lo capivo dalle sue mani. Che cosa avrei dato per avere le unghie
incrostate del sangue secco di tante tonalità! Il pavone, saziatosi, si allontanò
lentamente, decidendo, come insulto finale, di ignorarmi. La luminosa aria
del mattino ci avvolgeva ancora e le mie emozioni erano fresche come la
rugiada sulle foglie. Mentre lui prendeva di nuovo il pennello, mi avvicinai.
«Chi vi mescola i colori?»
«Lo faccio io».
«È difficile?»
Scosse la testa, le dita che si muovevano veloci. «Forse al principio, ora
no».
Sentivo le mie dita fremere per il desiderio di toccare i colori, tanto che
dovetti serrare il pugno lungo il fianco. «Potrei citare ogni tinta di ogni muro
di Firenze, e conosco la formula per decine di esse. Ma anche se potessi
procurarmi gli ingredienti, non ho una mia bottega dove mescolarli e non ho
del tempo che sia tutto mio, senza controlli». M’interruppi. «Sono stanca di
penna e inchiostro. Danno sfumature senza vita e tutto ciò che ritraggo
sembra in qualche modo malinconico».
Questa volta lui alzò lo sguardo e i nostri occhi s’incontrarono. E, come
nella cappella, potrei giurare che capì. Il rotolo dei disegni mi bruciava in
mano. C’erano la mia Annunciazione e una decina d’altre prove, scelte tanto
in base all’ambizione quanto alla precisione. Ora o mai più. All’improvviso
la paura mi velò di sudore il palmo, rendendomi più brusca verso di lui di
quanto intendessi. Gli porsi il rotolo. «Non voglio diplomazia, capite? Voglio
la verità».
Il pittore non si mosse e, nel silenzio che seguì le mie parole, capii di aver
compromesso qualcosa che stava nascendo tra noi, ma ero troppo nervosa per
sapere in quale altro modo comportarmi.
«Mi dispiace. Non posso darvi un giudizio. Io so fare soltanto il mio
lavoro».
Non lo disse in tono scortese, ma le sue parole furono come una beccata
del pavone che mi colpisse al cuore. «Dunque mio padre si è sbagliato a
proposito del vostro talento. Voi sarete sempre un apprendista e mai un
maestro». Avevo ancora la mano tesa. Lasciai cadere i fogli sulla panca,
accanto a lui. «La vostra opinione o la vostra reputazione. Non mi lasciate
scelta, pittore».
«E voi quale scelta lasciate a me?» Questa volta non distolse lo sguardo.
Lo mantenne fisso a lungo, ben più di quanto lo consentisse la cortesia,
finché fui io, alla fine, ad abbassare gli occhi.
In fondo al giardino comparve Erila. Giusto per le apparenze, mi girai di
scatto verso di lei, anche se sapevo che ci aveva sorvegliati. «Che cosa fai
qui?» Passai all’italiano. «Mi stai spiando…»
«Oh, signora, vi prego, non montate in collera con me» disse con un’umiltà
sfacciatamente falsa. «Vostra madre vi cerca».
«Mia madre? A quest’ora? Che cosa le hai detto?»
«Che eravate in giardino a disegnare foglie».
«Ah». Mi rivolsi al pittore. «Dovete andare» dissi in latino. «Presto. Non
deve trovarvi qui con me».
«E le vostre foglie?»
Evidentemente il suo italiano stava migliorando. Prese un pezzo di
carboncino. Il giovane arancio di mia madre crebbe sotto le sue dita, i frutti
così pesanti che parevano pronti a staccarsi. Quando mi tese il foglio, non
sapevo se ridere o piangere. Raccolse i colori e li ripose in una sacca che
portava al fianco. Poi prese il rotolo di disegni e infilò dentro anche quelli.
«Non m’importa quello che direte!» esclamai mentre se ne andava. «Però
non mentite».
Il pane fresco del cuoco accompagnato da conserva di mela cotogna era
squisito. Mangiai troppo, mentre mia madre, insolitamente molto agitata,
bevve soltanto vino annacquato. La lettera l’aveva portata un messo il
mattino presto, ma lei doveva già saperlo: mia sorella Plautilla invitava
familiari e amici a una piccola riunione. Il bambino sarebbe nato di lì a pochi
mesi e adesso era il momento di mettere in mostra tutta la fine biancheria e
gli abitini acquistati in vista dell’evento. Non mi soffermai sulla cosa; mia
madre invece sembrava non pensare ad altro. Ordinò a Erila di acconciarmi i
capelli e di preparare una scelta di abiti del mio guardaroba.
«Se non ti è gradito, è meglio che trovi in fretta una buona spiegazione»
borbottò Erila, la bocca piena di mollette, e mi tirò indietro i capelli sotto
pesanti pettini di madreperla.
«Che cosa vorresti dire?»
«Quand’è che ti hanno infiocchettato come una fagianella da servirsi a un
banchetto per fare visita a tua sorella?»
Sfilò il secondo boccolo dal ferro caldo e nello specchio lo guardammo
scendere in volute su un lato del mio viso. Per un istante i due boccoli
restarono in perfetta simmetria, poi quello di sinistra scivolò risolutamente
più giù del compagno.
Quando mi vide, mia madre non tentò nemmeno di nascondere la propria
inquietudine. «Santo cielo, come sono scuri questi capelli. Forse avremmo
dovuto proprio tingerli. Eppure sono sicura che possiamo fare di meglio con i
tuoi vestiti. Vediamo. Il filo dorato è ancora di moda, ma credo che tuo padre
preferirebbe una seta più vivace. Il rosso brace s’intona bene con il tuo
colorito».
Che io ricordassi, mio padre – pur credendo commercialmente efficace che
si indossassero i suoi tessuti – non aveva mai fatto un’osservazione sul mio
guardaroba.
«Non credi che sia un po’ sfarzoso?» domandai. «Non vorremo certo
provocare la collera dei devoti nelle strade».
«Il predicatore non governa ancora la città» ribatté mia madre, e credo
fosse la prima volta che udivo una nota di disprezzo nei confronti del
monaco. «Possiamo ancora vestirci come vogliamo, quando stiamo in
famiglia. Questa sfumatura ti sta bene. E fa’ qualcosa per il tuo viso. Magari
un tocco di polvere bianca per schiarire l’incarnato. Può pensarci Erila, se
non perde troppo tempo a spettegolare».
«Mamma» dissi, «se per caso tutto questo riguarda un uomo, sarebbe più
facile sceglierne uno cieco. Così non potrebbe vedere i miei difetti».
«Oh, mia cara, ti sbagli. Sei deliziosa. Deliziosa. Il tuo spirito è tutto
freschezza e splendore».
«Sono intelligente» replicai in tono acido. «E non è la stessa cosa, come mi
è stato detto molte volte».
«E questo chi te l’ha detto? Plautilla, forse? Ma non è così crudele».
Esitai. «No, non è stata Plautilla».
«Tomaso?»
Scrollai le spalle.
Lei rifletté un momento. «Tomaso ha una lingua tagliente. Forse sarebbe
stato meglio che non te lo inimicassi».
«Non è colpa mia» protestai. «È lui che s’imbroncia facilmente».
«Be’, non importa. Il sangue non è acqua, quando si tratta di questioni
importanti» disse con fermezza mia madre. «Dunque, ora pensiamo alle
scarpe».
13.

Plautilla somigliava a una nave con tutte le vele spiegate. Anche la sua faccia
era paffuta. Sembrava sommersa dal proprio grasso. I capelli avevano perso
la loro sfumatura biondiccia, e non era il momento di tingerli. Con quella
mole probabilmente non riusciva più ad arrivare all’altana sul tetto. Pareva
che non le importasse. Era grassa e placida, come un animale sdraiato vicino
a uno specchio d’acqua. Troppo grossa per muoversi, ma d’altronde faceva
molto caldo.
Noi arrivammo per primi. Mia madre portò frutta candita e confetti e
Plautilla ci condusse a vedere la sua camera appena riarredata. C’erano nuovi
arazzi alle pareti e sul letto un completo di lenzuola ricamate a mano con le
armi di famiglia, oltre a una ricca bordura tutt’intorno. La culla del bambino
era di lato, con dentro un ampio copriletto di damasco bianco con frangia
d’oro e d’argento. Il cassone nuziale troneggiava al posto d’onore, e ora le
sabine danzanti sembravano un po’ troppo piene di energia per quel caldo
soffocante. La lussuria degli uomini non s’impigrisce, in certi periodi? Certo
un bambino concepito d’estate suscitava diffidenza; era qualcosa che aveva a
che fare con la duplice vampa dell’aria e del desiderio carnale, ma d’altra
parte non ero grande abbastanza perché mi insegnassero l’intimo significato
della cosa. Indubbiamente sarei stata istruita anche su quello, in futuro.
Avevo saputo da Tomaso che Maurizio aveva scommesso trenta fiorini
contro quattrocento sulla nascita di una femmina. In questo modo avrebbe
potuto compensare la delusione con la vincita, anche se dubito che avrebbe
coperto le spese per tutti quegli accessori. Ogni cosa era secondo la moda:
vini bianchi profumati per la futura mamma e una coppia di giovani piccioni
per il dopoparto, perché la loro carne era facile da digerire. Li si sentiva
tubare, ignari del loro destino, nella corte sottostante. La levatrice era a
disposizione, era in corso la ricerca di una balia adatta, e la stanza era
arredata con oggetti di gusto: piccoli dipinti e sculture devozionali, affinché
durante il travaglio Plautilla potesse guardare solo cose belle e accrescere
così la bellezza e le doti del figlio. Ero colpita. Maurizio, va detto, aveva fatto
tutto quanto quella sciocchina grassottella di sua moglie poteva desiderare.
«La mamma mi ha raccontato che il pittore ha preparato il desco da parto»
soggiunse ansimante, quando arrivammo alla fine di quella sorta d’inventario.
«Dice che è meraviglioso. Ho chiesto il giardino delle delizie su un lato e una
scacchiera sull’altro. A Maurizio piace tanto giocare» concluse. Poi ridacchiò
fanciullescamente delle proprie parole.
Una volta sposata, avrei detto anch’io cose del genere? Fissai mia sorella,
grassa e felice, quasi con orrore. Sapeva tante cose più di me. Avrei mai
trovato il coraggio di chiedergliele?
«Non preoccuparti» mi tranquillizzò Plautilla, dandomi una piccola
gomitata con aria complice. «Adesso che hai le tue regole capirai tutto molto
presto». Fece una smorfia. «Anche se devo dirti che è ben diverso dal leggere
libri».
Allora com’è? avrei voluto domandare. Dimmelo. Dimmi tutto. «Fa
male?» chiesi, quasi mi fosse sfuggito di bocca.
Increspò le labbra e mi guardò, assaporando il suo momento di superiorità.
«Certo» rispose semplicemente, «è così che capiscono che sei pura. Ma è una
cosa che passa. E dopo non è così male. Davvero». Guardandola pensai che
parlava seriamente, e mi resi conto per la prima volta che forse la mia
sciocca, frivola sorella aveva effettivamente trovato qualcosa che le riusciva
bene nella vita. Mi faceva sentire contenta per lei e ancor più terrorizzata per
me.
La nostra conversazione s’interruppe all’arrivo di nuovi ospiti. Amici di
famiglia, ciascuno con un piccolo dono. Plautilla si muoveva in mezzo a loro
ridendo e distribuendo sorrisi. Poi si unì a noi il gentiluomo.
Indossava un mantello di velluto color vino, più fine di quello che portava
quel giorno in chiesa, e che mio padre avrebbe trovato decisamente di suo
gusto. Sembrava più vecchio delle altre volte in cui l’avevo visto, ma la luce
del giorno è più spietata di quella delle candele e dei lumi a olio. Mi notò
subito, appena entrato, ma prima rese omaggio a mia madre. La vidi
intrecciare le mani e dedicare tutta la sua attenzione a lui. Presumibilmente
non era la prima volta che s’incontravano. Ero sorpresa? Sapete, non ne sono
ancora sicura. Molto tempo dopo qualcuno mi disse come si riconoscano
sempre, fin dalla prima occhiata, le persone che avranno un peso nella nostra
vita. Anche se non ci piacciono per nulla. E io avevo notato lui. Come lui
aveva notato me. Poveri noi.
Sorpresi Plautilla durante una delle sue ondeggianti traversate della stanza
e la spinsi contro la parete più vicina, o meglio vicina quanto il suo ventre
consentiva.
«Chi è?»
«Chi?»
«Plautilla, non posso pizzicarti come facevo sempre. Potresti entrare in
travaglio e io non sopporterei le tue urla. Ma quando il bambino sarà nato,
potrò pizzicarlo impunemente, tanto passeranno anni prima che possa
accusarmi».
«Alessandra!»
«Bene. Chi è?»
Sospirò. «Si chiama Cristoforo Langella. È di famiglia nobile».
«Si vede. Quindi perché s’interesserebbe a me?»
Ma non c’era più tempo per altre chiacchiere. L’uomo si era già
allontanato da mia madre e stava venendo verso di noi. Plautilla mi sfuggì e
veleggiò sorridendo attraverso la stanza. Io restai impalata a scrutarmi i piedi,
in una postura che violava tutte le regole del fascino e della femminilità.
«Signora» disse lui, inchinandosi leggermente, «non siamo stati presentati
formalmente, credo».
«No» mormorai, lanciandogli uno sguardo. Aveva profonde zampe di
gallina intorno agli occhi. Almeno sa ridere, pensai. Ma può farlo con me?
Fissai di nuovo il pavimento.
«Come stanno i vostri piedi oggi?» mi domandò in greco. «Potreste
chiederlo a loro» risposi in un tono che mi ricordava le mie bizze infantili.
Sentivo che mia madre mi osservava, quasi ordinandomi di comportarmi
bene. Non poteva udire la conversazione, ma conosceva le espressioni del
mio viso quanto bastava a distinguere il sarcasmo dall’arrendevolezza.
L’uomo fece un altro inchino, questa volta più profondo, e si rivolse
all’orlo del mio abito. «Come state, voi piedi? Vi sentirete sollevati, dato che
non c’è musica». Poi alzò gli occhi e sorrise. «Ci siamo visti in chiesa. Come
vi è sembrato il sermone?»
«Credo che se fossi un peccatore mi avrebbe fatto fiutare l’odore dell’olio
bollente».
«Allora è una fortuna che non lo siate. Pensate siano molti quelli che
sentono il frate e non fiutano quell’odore?»
«No, non molti. Se però fossi un povero vorrei udire prima le grida di
quelli più importanti di me».
«Mhm. Vi sembra che predichi la rivolta?»
Riflettei un momento. «No, mi sembra piuttosto che le sue siano prediche
di minaccia».
«È vero. Tuttavia l’ho sentito riversare la propria collera su tutti, non
soltanto sui ricchi e i timorosi. Sa essere molto critico verso la Chiesa».
«Forse la Chiesa se lo merita».
«Infatti. Sapete che l’attuale Papa ha un quadro della Madonna sopra la
porta della sua camera? Solo che il viso nel dipinto è quello della sua
amante».
«Davvero?» dissi, sedotta per un attimo da pettegolezzi di tale qualità.
«Oh, sì. Si dice che il suo tavolo da pranzo scricchioli sotto il peso di così
tanti uccelli canori arrostiti che ora i boschi intorno a Roma sono silenziosi, e
che i suoi figli siano accolti nella sua casa come se il peccato non fosse
affatto peccato. Ma in fondo errare è umano, non vi pare?»
«Non so. Immagino che il confessionale esista per questo».
L’uomo rise. «Sapete degli affreschi di Andrea Orcagna nel refettorio di
Santa Croce?»
Scossi la testa.
«Dipinge il Giudizio Universale con teste di monache tra i denti del
Diavolo. E sembra che Satana soffra d’indigestione per la quantità di cappelli
cardinalizi che ha inghiottito».
Mio malgrado cominciai a ridacchiare.
«Dunque ditemi, Alessandra Cecchi. Vi piace l’arte della nostra bella
città?»
«Oh, l’adoro» risposi. «E voi?»
«Anch’io. Ed è per questo che le parole del Savonarola non mi raggelano
l’anima».
«Non siete un peccatore?»
«Tutt’altro. Pecco spesso. Ma credo nella potenza dell’amore e della
bellezza come via alternativa a Dio e alla redenzione».
«Amate gli antichi?»
«Sì» rispose lui in un sussurro teatrale. «Ma non ditelo a nessuno, perché la
definizione di eresia si va ampliando di ora in ora».
Per quanto sapessi di essere ingenua, trovavo abbastanza eccitanti i suoi
modi da cospiratore. «Il vostro segreto è al sicuro con me».
«Lo sapevo già. Ora ditemi: quale difesa si dovrebbe proporre quando il
nostro folle monaco ci ammaestra su come vecchie illetterate sappiano della
fede più di tutti i pensatori greci e romani messi insieme?»
«Bisognerebbe fargli leggere la Difesa della Poesia del Boccaccio. Nelle
sue traduzioni dei racconti delle divinità classiche non c’è altro che
l’esaltazione delle più cristiane virtù e verità morali».
Lui fece un passo indietro e mi guardò, e sono sicura che non sbagliai nel
leggere ammirazione nei suoi occhi. «Avevo sentito dire che siete proprio
figlia di vostra madre».
«Questo non dovrebbe essermi di grande conforto, signore. Mio fratello
ama raccontare a tutti come mia madre, mentre mi portava in grembo, abbia
visto nelle strade atti di violenza che hanno avuto un cattivo influsso su di
me».
«Allora vostro fratello è crudele».
«Sì, ma è anche capace di dire la verità».
«Eppure… In questo caso si è sbagliato. Voi trovate piacere nello studio.
Non c’è niente di male in questo. Amate solo i classici o anche qualcuno dei
nostri scrittori?»
«A mio parere Dante Alighieri è il più grande poeta che Firenze abbia mai
generato».
«E mai genererà. Di questo non c’è bisogno di discutere. Sapete recitare la
Divina Commedia?»
«Non tutta!» esclamai. «Ho solo quindici anni».
«Meno male. Se la sapeste recitare, saremmo ancora tutti qui al Secondo
Avvento». Mi osservò. «Ho sentito che disegnate».
«Io… chi ve l’ha detto?»
«Non dovete essere così tesa con me. Vi ho già confidato il mio segreto,
ricordate? Ne parlo solo perché la cosa mi ha colpito. È insolito».
«Non è sempre stato così. Nell’antichità…»
«Lo so. Nell’antichità la figlia di Varrone, Marzia, era celebrata per la sua
arte». Sorrise. «Non siete l’unica ad avere dimestichezza con Leon Battista
Alberti. Anche se allora non poteva sapere che la figlia del nostro Paolo
Uccello lavorava nella bottega del padre. La chiamavano “passerottino”».
Una pausa. «Forse potreste farmi vedere la vostra opera, un giorno o l’altro.
Mi piacerebbe».
Gli comparve accanto una serva che offriva frutta candita e vino speziato.
Lui prese un bicchiere e me lo porse. Ma l’incanto era rotto. Tacemmo per un
po’, tutt’e due con lo sguardo rivolto altrove. Il silenzio diventò, se non
imbarazzato, sicuramente denso. Poi lui parlò con la voce sommessa che
aveva usato durante la danza.
«Alessandra, sapete perché c’incontriamo qui oggi?» Avvertii una morsa
allo stomaco. Naturalmente dovevo dire di no, come forse mia madre mi
aveva insegnato. Ma il fatto era che lo sapevo. Come potevo non saperlo?
«Sì» risposi. «Credo di sì».
«Lo trovereste accettabile?»
Alzai gli occhi su di lui. «Non sapevo che si sarebbero tenuti in
considerazione i miei sentimenti».
«Ma è così. Per questo ve lo sto chiedendo».
«Siete gentile, signore». E so che arrossii.
«No. Non proprio. Però vorrei ritenermi giusto. Siamo entrambi pesci
insoliti per questo mare. Il tempo per combattere da soli sta finendo. Parlate
con vostra madre. Ci rivedremo ancora, senza dubbio».
Si allontanò da me e poco dopo prese congedo.
14.

«Ha molti elementi a suo favore, Alessandra. I suoi genitori sono morti, così
sarai padrona nella tua casa. Ha belle maniere, scrive poesie, è un esperto e
un protettore delle arti».
Mia madre era troppo agitata per tenere le mani in grembo.
Da parte mia, avevo avuto una notte e un giorno per diventare sempre più
inquieta. «Sembrerebbe il pretendente più ambito della città. Perché non è già
sposato?»
«Credo stesse scrivendo qualcosa e dedicasse tutte le energie a questo. Ma
recentemente gli sono morti due fratelli, entrambi senza eredi. Il nome della
famiglia è importante e deve tramandarlo».
«Gli occorre un figlio».
«Sì».
«Perciò gli occorre una moglie».
«Sì. Ma penso che forse la desideri, anche».
«Non l’ha desiderata, in passato».
«Le persone cambiano, Alessandra».
«È vecchio».
«Maturo, sì. Ma non sempre è un difetto. Pensavo che tu in particolare
l’avresti capito».
Sedevo guardando lo schienale intagliato della panca. Era metà pomeriggio
e tutti gli altri dormivano. La nostra loggia estiva in cima alla casa era aperta
all’alito di brezza che il tempo poteva offrire e le sue pareti erano tinteggiate
in un freschissimo verde per ricordare quello della natura. Ma anche lì faceva
troppo caldo per pensare. Di solito in quella stagione eravamo in campagna,
nella fattoria di mio padre. La nostra permanenza protratta in città era il segno
più evidente delle sue preoccupazioni di uomo pubblico.
«Che cosa pensi di lui, mamma?»
«Alessandra, non ne so granché. La famiglia è buona e sotto questo aspetto
sarebbe un’unione assai onorevole. Quanto al resto, posso solo dire che ti ha
visto alle nozze di Plautilla e poche settimane dopo ha parlato con tuo padre.
Non fa parte del nostro ambiente. Sento dire che ama il sapere e invece non
s’interessa di politica. Ma è colto e serio, e forse è più saggio comportarsi
così, date le tensioni del momento. Al di là di questo, è un estraneo per me
quanto lo è per te».
«Che voci girano sul suo conto? Che dice Tomaso?»
«Tuo fratello parla male di tutti. Ma il fatto curioso, ora che ci penso, è che
non ha parlato male di lui. Non sono sicura che lo conosca. In fondo,
Alessandra, quell’uomo ha quarantotto anni. Avrà vissuto la sua vita, fino a
ora, questo è indubbio».
«Gli uomini vivono, le donne aspettano».
«Oh, Alessandra, sei troppo giovane per sembrare così vecchia» disse mia
madre, nello stesso tono con cui aveva calmato un migliaio di volte le mie
piccole tempeste. «Non è poi una tragedia. Vedrai tu come trarre il meglio
dalla situazione. Forse si trova a suo agio in compagnia di se stesso tanto
quanto succede a te».
«Quindi sarà un matrimonio basato sull’assenza?»
«E non per questo meno soddisfacente. Ci sono cose che non capisci
ancora, anche se ti sembra difficile crederlo».
Ci scambiammo un sorriso. Era un patto stretto da tempo. Lei avrebbe
chiuso un occhio, in privato, sulle virtù che non avevo – l’elenco era
lunghissimo: silenzio, obbedienza, modestia, timidezza –, purché non la
mortificassi in pubblico. Mi aveva educato come meglio poteva. E io avevo
compiuto ogni sforzo. Davvero.
Mi domandai se era quello il genere di conversazione che madre e figlia
dovevano avere prima delle nozze e, in tal caso, quando saremmo arrivate
alla prima notte. Tentai di superare il grande vuoto nella mia mente. Mi
vedevo al risveglio in un letto che non mi era familiare, accanto a un uomo
che non mi era familiare, mentre aprivo le braccia salutando un nuovo
giorno…
«Voglio Erila come parte della mia dote» dissi.
«L’avrai. Anche lui avrà i suoi schiavi, ma sono sicura che vedrà di buon
occhio tutti i mezzi per farti sentire a casa tua. Quando lui e tuo padre hanno
parlato, si è mostrato molto attento in proposito».
Una lunga pausa. La canicola era terribile. Avevo i capelli umidi di sudore
e sentivo la pelle come se qualcuno l’avesse spruzzata di acqua calda. Nelle
strade si diceva già che anche quello fosse un castigo di Dio, che aveva
fermato il corso delle stagioni per dimostrare tutto il proprio scontento. Non
desideravo altro che fare un bagno, stendermi sul letto e fare uno schizzo del
gatto, mollemente sdraiato sul copriletto, troppo pigro per muoversi. La mia
vita stava per essere ridotta in pezzi per mia volontà, e io ero quasi troppo
stanca per preoccuparmene.
«Dunque stai dicendo che è deciso, Alessandra?» domandò dolcemente
mia madre.
«Non so. Succede così in fretta».
«L’hai scelto tu. Tuo padre dice che i francesi, se verranno, saranno qui
entro un mese. Ci sarà poco tempo per le solite cerimonie».
«Eppure pensavo che lo scopo del matrimonio stesse nell’esibire il nostro
stato dinanzi al resto della città. Allora non ci rimane molto tempo per
questo».
«È vero. Anche se nel clima attuale tuo padre pensa che forse non sia un
male. Trovo difficile credere che tu voglia sfilare per la strada, sotto gli occhi
di tutti, dopo essere stata strigliata e preparata per settimane». Per un attimo
pensai quanto sarebbe stato spaventoso vivere senza l’unica persona che mi
conosceva quasi come io conoscevo me stessa, anche se a volte stentava a
riconoscerlo.
«Oh, mamma, se fosse per me preferirei rimanere qui, leggere i miei libri,
dipingere e morire vergine. Tuttavia…» ripresi in tono fermo «so di non
poterlo fare, quindi, dato che devo prendere marito, tanto vale che sia lui.
Credo che…» cercai la parola giusta «…che sarà gentile. Se poi scoprirò di
avere sbagliato… è vecchio, forse morirà presto e io sarò libera».
«Oh, non desiderarlo nemmeno per scherzo» reagì duramente mia madre.
«Non è tanto vecchio e tu dovresti sapere che non c’è libertà nella vedovanza.
Faresti meglio ad abituarti ora alla prospettiva del monastero».
La fissai. Era mai stata un’alternativa per lei? «Sai che ho ancora quel
sogno» sospirai. «Di un luogo dove mi si permetterebbe di fare quello che
voglio, glorificando Dio per il privilegio».
«Se ci fosse un monastero simile, Alessandra, metà delle donne della città
vorrebbe starci» ribatté lei, quietamente caustica. «Dunque, è deciso? Bene,
lo dirò a tuo padre. Credo che anche il tuo futuro marito sarebbe disposto ad
anticipare la cerimonia. Non avremo il tempo di commissionare un altro
cassone, il che significa che dovremo procurarcene uno usato oppure avuto in
eredità. Se lui lo domanda, hai qualche preferenza per la scena da dipingere?»
Riflettei un momento. «Una qualsiasi, purché non si tratti della storia di
Nastagio, quella della triste fanciulla inseguita dai cani e sventrata. Che ci sia
tanto da guardare». Ero di nuovo in una camera sconosciuta nella casa di un
uomo sconosciuto, e a un tratto tutto il mio coraggio sembrò dissolversi.
«Quando sarò sposata e lontana da qui, con chi parlerò?» dissi, e sentii la mia
voce incrinarsi.
Dalla sua espressione sorpresa capii che anche mia madre ne era rimasta
ferita. «Oh, mia cara Alessandra, parlerai con Dio. Anzi, devi farlo. Ti
riuscirà più facile, essendo sola. E Lui ti ascolterà, come fa sempre. Come ha
fatto con me. Ti aiuterà a parlare con tuo marito, così diventerai una buona
moglie e madre. E la tua vita non sarà solo sofferenza, te lo assicuro». Fece
una pausa. «Non permetterei che ti accadesse». E penso che, per quanto
poteva, lo credesse realmente.
Così quella sera lei parlò con mio padre, e il contratto matrimoniale venne
stilato in settimana, con il patto che gli obblighi inerenti la dote sarebbero
stati soddisfatti entro il mese e le nozze celebrate e consumate nello stesso
giorno.
Fu una fortuna perché, cinque giorni dopo il nostro colloquio, Carlo VIII
diede la sua risposta all’offerta di neutralità da parte di Firenze. Varcato il
confine della Toscana, marciò sulla fortezza di Fivizzano, mise a sacco la
città e ne massacrò l’intera guarnigione.
Nella cattedrale, il gregge gemeva alle sferzanti parole di Savonarola: «Ecco,
Firenze, il flagello si è abbattuto, le profezie si stanno avverando. Non sono
stato io, ma Dio stesso a predirlo. Dio che guida gli eserciti. La spada è
calata… Ora giunge. Ora».
15.

Non rividi più il mio futuro marito fino al mattino delle nozze. Erano tempi
terribili. Il governo rischiava ogni giorno di cadere e il fatalismo gravava
sulla città come un’enorme nube tempestosa. Piero de’ Medici si batteva
perché Firenze si difendesse, ma anche i suoi più fedeli seguaci lo stavano
abbandonando e parlavano apertamente di negoziati con il nemico. Mio padre
era sconvolto, ma la convocazione alla Signoria ancora non arrivava.
L’autorità dei Medici stava svanendo così rapidamente che presto essere
associati al loro nome avrebbe significato la rovina.
Finalmente, negli ultimi giorni di ottobre, Piero lasciò la città con il suo
seguito personale e si diresse al campo francese.
Nella stanza da studio, il nostro precettore ci faceva pregare per il suo
felice ritorno. Dal pulpito, Savonarola incitava apertamente ad accogliere
Carlo, salutandolo come strumento di Dio per la salvezza dell’anima di
Firenze e denunciando Piero come un Medici codardo, la cui famiglia aveva
distrutto la nostra devota Repubblica. La città in attesa fremeva d’ansia. Tre
giorni prima, mio padre era tornato a casa con la notizia di un editto della
Signoria secondo cui, se i francesi fossero entrati in Firenze, certe abitazioni
sarebbero state usate come alloggi per i militari. I funzionari girarono per le
strade disegnando col gesso croci bianche su così tante porte che pareva fosse
scoppiata un’altra pestilenza. E come con quest’ultima, ricchezza e influenza
non garantivano protezione. Sia la mia vecchia casa sia quella nuova vennero
scelte. Se i francesi fossero venuti, con il loro arrivo avrei assunto per la
prima volta il ruolo di padrona nella casa coniugale.
Ogni giorno circolava la notizia di un’altra famiglia che aveva affidato le
figlie, e talvolta persino la moglie, alla protezione del monastero, anche se in
un’occasione, quando il panico era alle stelle, sentii mia madre mormorare:
«Quando mai un esercito straniero invasore ha rispettato l’inviolabilità di un
monastero?»
La data delle mie nozze, il 16 novembre, era lontana meno di due
settimane.
La canicola aveva finalmente ceduto ed era venuta la pioggia.
Sedevo alla finestra, circondata dalle mie cose e guardavo il fango scorrere
giù per i canaletti di scolo, domandandomi se anche questo facesse parte del
piano di Dio per ripulire la città. Erila mi aiutava a preparare il mio cassone.
«Succede tutto molto in fretta».
«Sì» dissi, incontrando il suo sguardo. «Ti preoccupa?»
Si strinse appena nelle spalle. «Forse non avevi bisogno di accettare il
primo che ti hanno offerto».
«Oh, certo. Dev’essermi sfuggita la fila di pretendenti davanti a casa.
Oppure avresti preferito vedermi sgranare il rosario in una cella umida
sperduta nella campagna? Avrei potuto chiedere di portare là anche te».
Non disse una parola.
«Erila?» Aspettai. «Sarà anche il tuo padrone. Se sai qualcosa che io non
so, ti converrebbe dirmelo adesso».
Scosse la testa. «Ci hanno già cedute tutt’e due. Dovremo far buon viso a
cattivo gioco».
Ebbi la sensazione che la mia vita stesse scorrendo via come sabbia in una
clessidra, e che presto non ci sarebbe più stato un tempo carico di misteri. Dal
pittore non avevo sentito nulla. Il suo silenzio era come un dolore che
cercavo di ignorare, ma ogni tanto, a letto, quando il caldo si faceva
insopportabile, mi accorgevo di soccombergli e allora mi ritrovavo nel freddo
della cappella, la pelle di lui simile a madreperla alla luce delle candele,
oppure nella frescura del giardino all’alba, a osservare le sue dita che
volavano sulla carta, ammaliata dal modo in cui le ali degli angeli si
spiegavano al suo tocco. Quelle notti dormivo male e mi svegliavo in un
bagno di sudore, gelido e ardente al tempo stesso.
Decisi che la sincerità era il sistema migliore per ingannare e chiesi a mia
madre il permesso di visitare la cappella, dato che di lì a poco sarei andata
via. Era troppo occupata per venire con me, e naturalmente adesso c’era
meno bisogno di qualcuno che mi accompagnasse. Sarebbe bastata Erila.
La cappella aveva cambiato faccia. L’altare era qualcosa a metà tra un
cantiere e l’antro di una strega: a ridosso delle pareti c’erano impalcature e
travi legate con funi per creare una serie di passerelle e piattaforme a ogni
altezza, mentre al centro un piccolo fuoco riempiva l’aria di fumo. Al di
sopra, tesa sotto il soffitto, c’era una griglia composta di quelli che
sembravano spessi fili neri metallici, la cui ombra veniva proiettata dalla luce
delle fiamme sulla volta sovrastante. Un’imbracatura teneva il pittore sospeso
in aria. Era vicino alla superficie della volta, intento a disegnare sul soffitto le
linee d’ombra tracciate dalla griglia. Quando ne completava una, gridava agli
uomini in basso di allentare o tirare la corda per spostarlo da un lato all’altro,
dentro e fuori dalla vampa del fuoco.
Io ed Erila lo guardavamo affascinate. Era abile e concentrato, come un
ragno laborioso che stesse tessendo una tela rozza, ma geometricamente
perfetta. Si muoveva velocemente, cercando di evitare il più possibile il
calore delle fiamme. Su una parete si vedevano già i contorni di figure
disegnate in rosso-bruno, pronte per lo strato d’intonaco. A terra un ragazzo,
forse non più grande di me, lavorava a un tavolo con mortaio e pestello,
macinando i colori per il disegno preparatorio. Quando il lavoro d’affresco
fosse cominciato veramente, ci sarebbe stato più di un garzone, ma per il
momento quello poteva bastare. Il pittore lo chiamò dall’alto. Il ragazzo
guardò verso di noi e lasciò il mortaio per avvicinarsi.
Un profondo inchino. «Il padrone dice che adesso non si può interrompere.
Il fuoco rischia di bruciacchiare il soffitto, se arde troppo a lungo, perciò deve
finire la griglia oggi pomeriggio».
«Che cosa sta facendo?» bisbigliò Erila, evidentemente inorridita dalla
scena.
«Oh, sta tracciando una griglia sulla volta in modo da avere i punti di
riferimento per l’affresco» disse di slancio il garzone. Lo fissai. Aveva la
faccia sporca, ma gli occhi gli brillavano. A che età aveva sentito per la prima
volta quel fremito nelle dita?
Erila alzò le spalle, confusa quanto prima.
«La curva della volta inganna, quando la si dipinge» spiegai. «È
impossibile valutare correttamente la prospettiva. La griglia lo aiuterà ad
attenersi al disegno originale. L’abbozzo avrà le linee della griglia
sovrapposte, come una mappa, così lui potrà trasferire con precisione l’intera
scena dal disegno alla volta».
Il ragazzo mi scoccò un’occhiata che restituii prontamente. «Non discutere
con me» diceva la mia. «Ho letto e so di quest’arte molto più di quanto tu
potrai mai sapere, anche se alla fine sarai tu e non io a coprire il soffitto della
nostra cappella con visioni celestiali».
«Allora di’ al tuo padrone che staremo qui a guardare, mentre lo
aspettiamo» dissi pacatamente. «Forse potresti trovarci delle sedie».
Sembrava un pochino intimorito, ma non aprì bocca, tornando in fretta
verso l’altare alla ricerca di sedie adatte. Mentre se ne trascinava dietro due, il
pittore gli gridò qualcosa e lui si bloccò per un momento, combattuto tra due
ordini. Mi fece piacere vedere che vinse il pittore, e il garzone lasciò le sedie
in mezzo al pavimento per tornare al suo lavoro. Le recuperò Erila.
Passò quasi un’ora prima che il pittore venisse giù. Il combustibile era
paglia a buon mercato e capricciosa, così che il fuoco potesse divampare in
pochi secondi. Lui gridò un paio di volte quando le fiamme si alzarono
troppo e i suoi uomini le smorzarono, provocando un fumo che lo fece
tossire. Avevo sentito di lesioni orribili, durante quella fase, perciò l’abilità di
chi manovrava le funi doveva essere grande quanto quella del pittore.
Finalmente diede il segnale di calarlo. La corda ruotava e girava su se stessa
nell’avvicinarsi al suolo. Il pittore cadde quasi fuori dall’imbracatura e si
gettò lungo disteso a terra, tossendo convulsamente e vomitando muco, che
sputava in grossi grumi mentre lottava per riprendere fiato. Come sarebbe
stato possibile per una donna fare cose simili? Forse la figlia di Paolo Uccello
aveva dipinto quadrati di drappeggio nelle case dei santi, ma non si sarebbe
mai trovata sospesa in aria sotto un soffitto a volta. Gli uomini realizzano, le
donne applaudono. Cominciavo a perdere la fiducia. Savonarola battagliava
dal pulpito per tornare a chiuderci nelle case. Correva voce che presto
avrebbe predicato solo agli uomini e che, se fossero arrivati i francesi, le
donne non rinchiuse in convento sarebbero state nascoste dietro porte
sbarrate. E che ci proteggesse Iddio, in quel caso.
Il pittore si mise seduto, la testa tra le mani, poi alzò gli occhi e ci vide
dall’altra parte della cappella, ancora in attesa. Si tirò su, rassettandosi alla
meglio i vestiti, e venne verso di noi. Appariva in qualche modo diverso,
quasi che muovendosi come un ragno il suo corpo si fosse irrobustito e la
timidezza del passato fosse stata assorbita e cancellata dal lavoro. Al suo
avvicinarsi, Erila si alzò di scatto, formando una barriera tra lui e me. Il viso
del pittore era più nero di quello di lei, e la sua persona odorava di sudore e di
bruciato, come se il tocco del Diavolo gli avesse dato maggior sicurezza di
sé.
«Ora non posso smettere». La sua voce era arrochita dal fumo. «Mi serve
la luce del giorno e mi serve il fuoco».
«Siete pazzo» ribattei. «Vi farete del male».
«No, se lavorerò abbastanza velocemente».
«Oh, mio padre ha degli specchi che usa per moltiplicare la luce delle
candele quando lavora di notte. Gli chiederò di mandarvene uno».
Piegò il capo. «Grazie».
Dall’altare gli uomini gli gridarono una domanda e lui rispose in limpido
dialetto.
«Il vostro italiano sta migliorando».
«Il fuoco fa imparare in fretta». Tra il sudiciume della faccia si dipinse
l’ombra di un sorriso.
Il silenzio cresceva. «Erila» dissi, «lasciaci soli un momento». Lei mi
lanciò un’occhiata di fuoco.
«Per favore». Non sapevo cos’altro dire.
Erila fulminò il pittore con lo sguardo, poi abbassò gli occhi e si avviò
verso l’altare ancheggiando con aria indolente, come faceva qualche volta
quando voleva che gli uomini la guardassero. Il garzone non riusciva a
staccarle gli occhi di dosso, ma il pittore non la notò nemmeno.
«Li avete guardati?»
Annuì lievemente, ma non potevo leggergli niente negli occhi, troppo
arrossati dal fumo. Girò rapidamente la testa per controllare il fuoco.
«Se non ora, quando? Parto tra pochi giorni».
«Partite? Per dove?»
Evidentemente non aveva sentito la notizia. «Sto per sposarmi. Non lo
sapevate?»
«No». Dopo un istante ribadì: «No, non lo sapevo».
Il suo isolamento era così completo da non lasciar penetrare nemmeno i
pettegolezzi della servitù. «Be’, forse non avrete sentito nemmeno che la
nostra città è minacciata da un’invasione. E che il Demonio percorre le strade
uccidendo e mutilando».
«Io… ho udito qualcosa, sì» sussurrò e tutta la sua sicurezza sembrò
abbandonarlo per un momento.
«Voi andate in chiesa, vero? Quindi l’avete sentito predicare». Questa
volta annuì, evitando il mio sguardo.
«Dovreste stare in guardia. Il monaco metterebbe un libro di preghiere al
posto del vostro pennello. Io…»
Ma adesso Erila era tornata al mio fianco e schioccava la lingua, irritata. Il
suo compito era consegnarmi pura al talamo nuziale, e non era arrivata fino a
questo punto per farsi mandare tutto all’aria dalla mia tresca con un artigiano.
Trassi un profondo respiro. «Allora quando, pittore? Questa sera?»
«…No». Il suo tono era aspro. «Stasera non posso».
«Forse avete un altro appuntamento?» Lasciai la domanda in sospeso.
«Domani, quindi?»
Lui esitò. «Dopodomani. La griglia sarà finita e il fuoco sgombrato».
Dall’altare lo chiamò uno dei suoi uomini. Il pittore s’inchinò, si girò e
tornò verso l’interno della cappella. Dal punto in cui stavamo, potevamo
ancora avvertire il calore delle fiamme.
16.

Naturalmente lo aspettai. Fece tardi, uscendo solo dopo che le torce si erano
spente, e se non avessi avuto la finestra aperta forse non avrei udito cigolare
la porta laterale e non avrei intravisto la sua figura scivolare nell’oscurità.
Quante volte l’avevo seguito con la fantasia? Era piuttosto facile. Conoscevo
palmo a palmo l’acciottolato irregolare fino alla cattedrale e, a differenza di
quasi tutte le giovani della mia età, non avevo paura del buio. Che cosa
poteva succedere di male a una persona con gli occhi di gatto come i miei?
Per tutta la sera mi ero tormentata con immagini del mio coraggio. Per
accrescere il brivido, avevo deciso di rimanere vestita. Entro pochi giorni
sarei stata prigioniera della vita di qualcun altro, in una casa e in una parte
della città di cui non avevo la mappa mentale e così la mia amata libertà
notturna sarebbe finita. Al mio fianco, sul sedile sotto la finestra, c’era uno
dei cappelli di Tomaso, che avevo preso dal suo spogliatoio. L’avevo provato
per ore, così adesso sapevo come metterlo in modo che fosse impossibile
vedermi in faccia. C’erano ancora le mie gonne, certo, ma potevo nasconderle
sotto uno dei lunghi mantelli di mio padre e, camminando svelta
nell’oscurità, sarei stata riconosciuta solo se mi fossi imbattuta… In che
cosa? In una luce? In una persona? In una banda di uomini…? Basta con i
pensieri. Era un gioco complesso, il mio, un patto che avevo stretto con me
stessa. Se ero destinata a sposarmi e a essere sepolta viva, non sarei morta
senza aver visto anche solo un poco del mio Oriente. Lo dovevo a me stessa.
E se il Diavolo fosse stato là per le vie, avrebbe senz’altro avuto da punire
peccatori più malvagi di una fanciulla che disobbediva ai propri genitori per
respirare l’aria della notte, come ricordo di libertà.
Scesi le scale e attraversai la corte posteriore, dove la porta della servitù si
apriva sulla traversa. Di solito a quell’ora della notte era sbarrata dall’interno,
e il pittore correva un grosso rischio, lasciandola aperta quando usciva. Se
qualcuno si fosse svegliato e avesse scoperto… Mi resi conto che potevo
rovinargli la vita semplicemente tirando il chiavistello. Invece lo seguii
all’esterno.
Feci un passo fuori. La porta era ancora socchiusa dietro di me. La chiusi,
poi la spinsi per accertarmi che si aprisse.
Rimasi ferma un po’, aspettando che il mio batticuore si placasse.
Quando mi sentii più calma, feci cinque o sei passi nell’oscurità. La porta
scomparve nel buio alle mie spalle. Ma nello stesso momento cominciai a
vederci meglio. C’era una falce di luna, sufficiente per distinguere
l’acciottolato davanti a me. Mi costrinsi a fare qualche altro passo. Quindici.
Venti. Poi trenta. Fino alla fine della via e all’inizio dell’altra. Il silenzio era
più profondo dell’oscurità. Ero quasi arrivata all’angolo successivo quando
udii un trapestio e qualcosa passò veloce sull’orlo della mia veste. Mi si
mozzò il fiato, anche se sapevo che doveva essere un ratto. Che cosa aveva
detto il monaco? Che il manto della notte faceva emergere la feccia della
città. Che riversava lussuria, come fosse veleno, nelle vene degli uomini. Ma
perché? Per quanto gli uomini potessero nascondersi a vicenda le proprie
scelleratezze, l’occhio di Dio non le vedeva forse con chiarezza anche nelle
tenebre? Poteva gravare su chiunque, quell’influsso malefico? Le prostitute
erano donne come le altre che restavano troppo a lungo in strada di notte?
Che idea ridicola. Eppure un brivido di paura mi gelò il cuore.
Trassi qualche respiro profondo. L’odore di libertà era misto al puzzo acre
di urina e di cibo imputridito. I fiorentini lasciavano tracce fetide sulle strade
come fanno i gatti. Savonarola si batteva per la purezza di pensiero, ma
disfacimento e sudiciume erano tutt’intorno a noi. Tuttavia non mi sarei fatta
intimorire fino al punto di fermarmi. I miei fratelli, rozzi e stupidi com’erano,
tutte le notti percorrevano spensierati la città immersa nel buio senza avere
disavventure. Mi sarei comportata con la loro stessa sicurezza lungo le vie
fino al Duomo, e di là al fiume. Poi sarei tornata. Non mi sarei spinta tanto
lontano da perdermi, ma quanto bastava perché, quando le mie figlie fossero
venute da me con le loro fantasie di libertà, potessi dire loro che non c’era
niente da temere e niente da perdere. Non era altro che la stessa città senza
luci.
Ora la via si allargava. Camminavo più in fretta, accompagnata dal rumore
dei miei passi sull’acciottolato diseguale, con il mantello di mio padre che
spazzava il terreno intorno a me. Dove sarà adesso il pittore? mi domandavo.
Avevo aspettato un po’, prima di seguirlo. Doveva avere superato il ponte già
da un pezzo. Quanto avrebbe impiegato, per andare e tornare? Dipendeva da
quello che avrebbe fatto nel frattempo. Ma non volevo pensarci ora.
Come svoltai l’angolo, l’imponente mole della cattedrale mi si profilò
davanti, in fondo alla strada, la curva della grande cupola, più nera della
notte, che s’innalzava verso il cielo. Più mi avvicinavo, più le sue dimensioni
apparivano straordinarie, quasi che l’intera città fosse raccolta sotto la sua
ombra. Potevo quasi immaginare di vederla staccarsi da terra, levandosi
lentamente come uno smisurato uccello nero al di sopra delle case, fuori dalla
valle, su nei cieli, un’ascesa di mattoni e di pietre a suggello del miracolo
della sua costruzione.
Tenni a bada le mie fantasie mentre attraversavo frettolosamente la piazza,
la testa bassa. Superato il Battistero, presi la via diretta a meridione, passando
davanti alla chiesa di Orsanmichele, i cui santi mi fissavano con occhi di
pietra dalle loro nicchie. Di giorno, il mercato era pieno di venditori di stoffe
e dei tavoli coperti di panno verde dei banchieri e degli usurai, le cui voci alte
si mescolavano agli scatti secchi dell’abaco. Quando il commercio di mio
padre era ancora agli inizi, lui aveva un banco qui e un giorno ero venuta a
trovarlo con mia madre, meravigliandomi del trambusto e del frastuono. Era
stato molto contento di vedermi, e ricordo che avevo tuffato il viso nel
mucchio di velluti, figlia di un aspirante alla mercatura, orgogliosa e viziata
al tempo stesso. Ora però la piazza era un vuoto echeggiante, con zone
d’ombra più scura sotto i portici.
«È molto tardi per stare fuori, padroncino. I vostri genitori sanno dove
siete?»
M’immobilizzai di colpo. La voce, orribilmente melliflua, veniva da non
so dove, nell’oscurità più fitta. Se fossi tornata indietro, avrei raggiunto la
piazza del Battistero nel giro di pochi istanti. Ma la fuga avrebbe rivelato la
mia paura.
Vidi emergere dal buio la figura di un monaco, un omone col saio dei
Domenicani, la testa coperta dal cappuccio. Accelerai il passo. «Non c’è
luogo in cui nascondervi dove Dio non possa vedervi, signore. Togliete il
cappello e mostratemi il viso». Adesso il suo tono era severo. Ma ero quasi
all’angolo e le sue parole mi seguirono mentre mi tuffavo nelle tenebre.
«Ecco, bene. Corri a casa, ragazzo. Bada di portare quel cappello al
confessionale, così saprò a chi darò la penitenza».
Dovetti deglutire più volte per farmi tornare la saliva in bocca. Mi distrassi
concentrandomi sulla mappa che avevo in testa. Svoltai a sinistra e poi ancora
a sinistra. Il vicolo era stretto tra muri alti. Dovevo trovarmi di nuovo nei
pressi della cattedrale quando udii delle risate e distinsi l’ombra di due
uomini sbucare dall’oscurità davanti a me. Mi si gelò il sangue.
Camminavano sottobraccio, così assorbiti l’uno dall’altro che per un po’ non
si accorsero della mia presenza. Tornare indietro mi avrebbe ricondotto dal
monaco e non c’erano altre traverse, tra loro e me. Più in fretta camminavo,
più in fretta sarebbe finita.
Uno mi scorse prima dell’altro, sfilò il braccio e fece un passo nella mia
direzione. Il secondo lo seguì nel giro di qualche istante, finché entrambi
puntarono decisamente su di me in un movimento a tenaglia, distanti un paio
di metri l’uno dall’altro. Chinai la testa perché il cappello di Tomaso mi
nascondesse interamente la faccia e mi strinsi nel mantello. Più che vederli, li
udii farsi più vicini. Stentavo a respirare e sentivo il sangue rombarmi nelle
orecchie. Mi furono quasi addosso, uno per lato, prima che avessi il tempo di
pensare. Volevo scappare, ma avevo paura che questo potesse provocarli.
Incurvai le spalle, contando mentalmente i passi.
Quando mi raggiunsero udii le loro voci bisbiglianti: sembravano versi di
animali, sibilanti e minacciosi, cui seguì uno scroscio di sciocche risatine.
Feci di tutto per non urlare. Mentre passavano oltre sentii il loro corpo
sfiorare il mio.
Poi sparirono, all’improvviso com’erano comparsi. Udii risuonare le loro
risate rauche e baldanzose, cariche di malignità, e nel guardare indietro li vidi
riunirsi nuovamente, come acque fluenti, prendendosi sottobraccio, ormai
dimentichi del gioco, già assorti nelle proprie faccende.
Ero salva, ma il coraggio rimastomi si era dissolto per la tensione. Aspettai
finché non li vidi più, poi mi voltai e mi precipitai verso casa. Il mio passo
era più incerto e nella fretta inciampai nei ciottoli, rischiando di cadere.
Finalmente mi apparve la facciata in bugnato del nostro palazzo, con
l’edicola d’angolo della Vergine che accoglieva gli stanchi viaggiatori, e feci
di corsa l’ultimo tratto fino all’ingresso. Appena la porta si chiuse dietro di
me, sentii le gambe cedermi. Stupida, stupida che non ero altro. Avevo
percorso una decina di strade per poi tornare precipitosamente a casa,
spaventata dai primi segni di vita in città. Non avevo coraggio né carattere.
Meritavo la prigione del matrimonio. Forse il Diavolo si prende gli
sconsiderati, ma i saggi moriranno sicuramente di noia. Di noia e di
frustrazione.
Ero sul punto di piangere per la tensione e insieme per la rabbia. Mi tirai su
da terra ed ero a metà della corte quando udii il rumore della porta che si
apriva di nuovo.
Rientrai nell’ombra. Doveva essere lui. La porta si richiuse, piano questa
volta, poi venne il cigolio del chiavistello interno che veniva tirato. Per alcuni
secondi regnò il silenzio, poi ecco il suono di passi felpati che attraversavano
la corte. Aspettai che fosse proprio davanti a me. Respirava affannosamente.
Forse aveva corso anche lui. Se fossi rimasta immobile, mi sarebbe
semplicemente passato davanti andando oltre. Perché lo feci? Forse perché
ero stata così vigliacca? Per provare a me stessa che non ero solo
chiacchiere? O forse si trattava di un impulso più meschino: il bisogno di
vedere qualcuno spaventato quanto lo ero stata io.
«Vi siete divertito?»
Mi parai davanti a lui nel momento stesso in cui parlai. Il pittore sobbalzò
per lo spavento e sentii cadere qualcosa: un tonfo sordo, come di un oggetto
duro che batta a terra. Sembrava più agitato per quello che per la mia
presenza, mentre si gettava carponi tastando disperatamente attorno a sé. Ma
io lo precedetti. Serrai le dita sulla ruvida rilegatura di un libro. Le nostre
mani si toccarono. Lui ritrasse di scatto la propria, come se si fosse scottato.
Spinsi il libro verso di lui, che lo afferrò.
«Che cosa fate qui?» sibilò.
«Vi sorveglio».
«Perché?»
«Ve l’ho detto. Voglio il vostro aiuto».
«Non posso aiutarvi. Non lo capite?» Percepii la paura nella sua voce.
«Perché? Che cosa c’è la fuori? Che cosa avete visto?»
«Niente. Niente. Andatevene».
E mi spinse da parte, mentre si rimetteva in piedi e se ne andava
incespicando. Ma avevamo fatto troppo rumore e da qualche parte, nel buio
della corte vicina, una voce raggelandoci strepitò: «Silenzio, chiunque siate!
Andate a fottere altrove!»
Restai acquattata nell’oscurità. La voce tacque e dopo qualche secondo
sentii il pittore allontanarsi con passo incerto. Aspettai che tornasse il
silenzio, poi mi alzai, aiutandomi con le mani. Così facendo toccai qualcosa a
terra, vicino a me: un foglio che doveva essere scivolato fuori dal libro. Lo
strinsi saldamente in pugno, riattraversai la corte senza fare il minimo rumore
e salii la scala usata dalla servitù, dirigendomi verso la parte padronale della
casa.
Una volta al sicuro nella mia camera, armeggiai per accendere il lume a
olio. Ci volle un po’ prima che la luce fosse abbastanza vivida da permettermi
di vedere.
Spiegai il foglio e lo posai sul letto per lisciarlo.
Era stato stracciato in due, così che l’immagine era divisa a metà, ma la si
vedeva ancora. Era parte di un nudo maschile, gambe e quasi tutto il tronco
nudi; la carta era strappata dove si sarebbe dovuto trovare il collo. Tratti di
gesso veloci e sommari, come se non ci fosse quasi stato il tempo di catturare
l’immagine, ma quello che mostrava era indimenticabile. Un unico taglio
profondo apriva il corpo, dalla clavicola all’inguine, e la carne era tirata
all’indietro, come nella carcassa di un animale sul banco di un macellaio, le
viscere rovesciate all’esterno.
Portai le mani alla bocca per soffocare un gemito istintivo e, con quel
gesto, fiutai l’odore che avevo sulle dita: lo stesso tanfo dolciastro di
putredine che emanava dal corpo del pittore durante la seduta di posa per il
ritratto, nella cappella; seduta di posa che si era svolta, ora lo ricordavo, dopo
un’altra delle sue incursioni notturne in città. Così compresi come il nostro
devoto pittore impiegasse le sue notti in qualcosa che aveva a che fare più
con la morte che con il sesso.
17.

Dovevano essere passate solo poche ore, quando le grida per strada mi
svegliarono. Mi ero addormentata sul letto completamente vestita, con il
foglio stretto in mano. Il lume a olio ardeva ancora e il cielo era striato da
pennellate di rosa. Qualcuno bussava con forza al portone del palazzo. Infilai
una veste da camera sopra gli abiti e, mentre scendevo, incontrai mio padre.
«Torna a letto» mi ordinò.
«Che cosa succede?»
Mi ignorò. Giù nella corte un servo aveva già sellato il suo cavallo. Vidi
mia madre sul pianerottolo, anche lei ancora in veste da camera.
«Mamma…?»
«Hanno convocato tuo padre. Piero de’ Medici è tornato alla Signoria».
Dopo fu impossibile dormire, naturalmente. Non avendo nessun altro
posto, misi al sicuro il foglio insieme ai miei disegni nel cassone nuziale già
preparato. Avrei pensato in seguito a cosa farne. Per adesso c’erano questioni
molto più urgenti. Di sotto, Tomaso e Luca si accingevano a uscire. Mi
avvicinai a mia madre e la seguii in camera sua per implorarla, anche se
sapevo che era del tutto inutile.
«Un giorno mi hai detto che bisogna assistere allo svolgersi della storia.
Eravamo insieme nella cappella del Ghirlandaio e tu mi hai detto queste
parole. Ora in città sta accadendo qualcosa di ancora più importante. Non ci è
permesso esserne testimoni?»
«È fuori discussione. Tuo padre dice che Piero è entrato in città con la
spada in pugno e soldati al seguito. Ci saranno sangue e violenza. Non è
opportuno che le donne assistano a cose simili».
«Allora che cosa facciamo? Ce ne stiamo sedute a ricamare i nostri
sudari?»
«Non fare la tragica, Alessandra. Non ti si addice. Sì, puoi ricamare, se
vuoi. Però ti farebbe meglio pregare. Per te, oltre che per la città».
Che si poteva dire? Non sapevo più che cosa fosse giusto. Tutto ciò che un
tempo sembrava sicuro e stabilito si stava disfacendo sotto i miei occhi. I
Medici avevano governato la nostra città per cinquant’anni. Ma in tutto quel
tempo non avevano mai impugnato le armi contro lo Stato. Nel migliore dei
casi, Piero era un cattivo politico, nel peggiore un traditore. Tomaso aveva
ragione, Firenze stava crollando come un castello di carte. Dov’era
scomparso tutto? La gloria, la ricchezza, il sapere…? Possibile che
Savonarola avesse ragione? Tutta l’arte del mondo non poteva tenere lontano
un esercito invasore. Erano i nostri peccati e il nostro orgoglio che ci avevano
portato a questo?
Mia madre andò a occuparsi della casa.
A metà delle scale incontrai Erila, che stava sgusciando fuori. «Parlano di
sangue versato per le strade» dissi. «Sii prudente. La mamma dice che là
fuori non è posto per le donne».
«Lo terrò a mente» rispose lei con un sorrisetto, coprendosi la testa con il
mantello.
«Oh, portami con te» bisbigliai mentre si allontanava. «Ti prego…» So che
mi udì, perché la vidi esitare prima di dirigersi velocemente alla porta.
Vegliai sul sedile della finestra nella sala da ricevimento. Poco dopo
mezzogiorno, la grande campana della Signoria cominciò a suonare. Non
l’avevo mai udita prima, ma capii immediatamente che cos’era. Come la
chiamavano i miei precettori? La Vacca, forse per il suo timbro dolente e
basso. Ma se il nome era ridicolo, i suoi rintocchi segnalavano la fine del
mondo, giacché la si faceva suonare solo in momenti di gravissima crisi:
chiamava a raccolta tutti i cittadini in Piazza della Signoria perché il governo
era in pericolo.
Mia madre entrò di corsa e mi raggiunse alla finestra. C’era già gente che
si riversava nelle strade. Ora la mamma era inquieta quanto me. Per un
momento pensai che fosse malata, tanto sembrava spossata. «Che cos’è?»
Non rispose.
«Che cos’è?» insistetti.
«Era tanto che non la sentivo» disse in tono assente. Scosse la testa come
per schiarirsi le idee. «Hanno suonato il giorno dell’assassinio di Giuliano e
dell’aggressione a Lorenzo in cattedrale. La città era in tumulto, la gente
urlava e strepitava dappertutto». S’interruppe, e compresi che stentava a
continuare. Mi venne da pensare alle sue lacrime improvvise davanti alla
salma di Lorenzo. Chi era lei, a quel tempo? «Io… io ero incinta di te e, nel
momento in cui le campane cominciarono a suonare, sentii che ti muovevi
energicamente. Pensai che volessi vedere anche tu». Sorrise debolmente.
«E tu che cosa hai fatto?» domandai, ricordando le chiacchiere della
servitù sulla sua trasgressione.
Lei chiuse gli occhi. «Sono andata alla finestra, proprio come te».
«E…?»
«E ho visto la folla inferocita che trascinava per le strade uno degli
assassini, il prete da Bagnone, verso il patibolo. L’avevano castrato e perdeva
tanto sangue».
«Oh». Così era vero. Paura e orrore mi avevano contaminato nel suo
grembo. Quasi senza accorgermene, mi allontanai dalla finestra. «Quindi
sono diventata una creatura anormale per lo spavento».
«No. Tu non sei una creatura anormale, Alessandra. Sei soltanto curiosa. E
giovane. Com’ero io». Una pausa. «Se può farti sentire meglio, non ero tanto
scossa o spaventata, quanto consumata dalla tristezza per lui. Che qualcuno
dovesse subire tanta sofferenza e terrore… So cosa dicono gli altri di questi
fatti, ma ci ho riflettuto molto, da quel giorno, e credo che se qualcosa ti ho
trasmesso nel grembo, è stata la compassione per il dolore dell’uomo».
Andai a sedermi accanto a lei, che mi cinse con un braccio. «Mamma, che
cosa sarà di noi?» domandai dopo qualche istante.
Sospirò. «Non so. Temo che Piero non abbia né l’intelligenza né il potere
necessari a salvare il governo, anche se forse farà in tempo a salvarsi la vita».
«E i francesi?»
«Tuo padre dice che sono in marcia. Piero ha stretto accordi umilianti che
concedono loro mano libera su Firenze, la fortezza di Pisa e un ingente
prestito per finanziare la guerra di Carlo».
«Niente meno! Come ha potuto farlo? Quando arriveranno?»
«È solo questione di giorni». Mi guardò, quasi mi vedesse per la prima
volta. «Penso sia il caso di accettare che le tue nozze avvengano prima di
quanto pensassimo, Alessandra».
Come al solito fu Erila a portare la notizia. Era ormai così tardi che credo
persino mia madre fosse preoccupata e una volta tanto non ebbe il coraggio di
relegarmi in camera mia.
«Piero se n’è andato, signora. Ha raccolto i suoi uomini ed è fuggito dalla
città. Quando la Signoria ha saputo degli accordi che aveva preso, l’ha
cacciato. Ma lui si è rifiutato di lasciare la piazza e i suoi uomini hanno
sguainato le spade. È stato allora che hanno fatto suonare la campana.
Avreste dovuto vedere la folla. In pochi minuti si era radunata là mezza
Firenze. Hanno votato lì per lì per formare un nuovo governo, e la prima cosa
che questo ha fatto è stato bandirlo e mettere una taglia di duemila fiorini
sulla sua testa. Sono tornata da via Tornabuoni. Palazzo Medici è già
assediato. È come se ci fosse la guerra, là fuori».
Dunque gli eventi avevano dato ragione a Savonarola. La spada era
sospesa sopra di noi.
Mi alzai alle sei del mattino. Rifiutai l’aiuto di Maria e quel particolarissimo
giorno mi lasciarono fare a modo mio. Erila mi vestì e mi acconciò i capelli.
Eravamo entrambe sfinite. Per la seconda notte non avevo chiuso occhio.
Nella corte i garzoni stavano bardando i cavalli, e un gruppo di uomini che
mio padre aveva assunto come guardie mangiava in cucina. Mezza città era
ancora nelle strade e si parlava del saccheggio di Palazzo Medici. Nessuno
l’avrebbe giudicata una giornata ideale per un matrimonio.
Mi osservai allo specchio. Non c’era stato il tempo perché mio marito mi
fornisse un nuovo guardaroba, com’era usanza, così avevo dovuto
accontentarmi del mio. Negli ultimi mesi ero cresciuta troppo per stare nel
mio abito migliore di broccato cremisi, ma mi ci ficcarono dentro
ugualmente: potevo muovere a stento le braccia, tanto le maniche erano
strette. Altro che le fruscianti vesti di seta e l’incarnato pallido di mia sorella!
Non avevo né bellezza né grazia. Ma in fondo quello non era tempo per
orgogliosi ritratti di famiglia. Meglio così. Come avrei potuto sedere
tranquillamente davanti a un uomo la cui penna, di notte, ritraeva carni
sezionate e grovigli di viscere?
Mi sentivo male al solo pensiero.
«Su… sta’ ferma, Alessandra. Non riesco a intrecciarti i fiori nei capelli, se
ti dimeni così».
Però la colpa non era della mia irrequietezza, ma del fatto che erano
appassiti. I fiori di ieri per la sposa di oggi. Incontrai lo sguardo di Erila nello
specchio: non sorrideva e so che era spaventata anche lei.
«Erila».
«Ssst… ora non c’è tempo per questo. Staremo bene. È un matrimonio,
non un funerale. Ricorda che sei stata tu a preferirlo al monastero».
Ma immagino fosse così aspra solo per non lasciarsi abbattere, e quando
vide le mie lacrime mi abbracciò; poi, finito di pettinarmi, si offrì di fare una
capatina giù, per prendermi qualche castagna arrosto e del vino. Solo quando
stava per andarsene ricordai il pittore e il nostro appuntamento per il
pomeriggio.
«Digli…» Ma cosa c’era da dire? Che avevo lasciato la casa di mio padre
mentre lui trascorreva le sue notti tra il fetore di morte e di sanguinosi
sbudellamenti? «Digli che ormai è troppo tardi». Ed era vero.
Appena fu uscita, la porta si aprì e Tomaso rimase sulla soglia, come se
avesse paura di avvicinarsi. Indossava gli stessi abiti della sera prima.
«Come va là fuori, fratello?» domandai con voce calma, rivolta allo
specchio.
«Come se ci fosse già l’invasione. Strappano gli stemmi dei Medici da tutti
i palazzi, e al loro posto dipingono le insegne della Repubblica».
«Saremo al sicuro?»
«Non lo so».
Si tolse il mantello e ci si pulì il viso. «Spero che tu non sia vestito per le
mie nozze» dissi, quasi contenta di avere un motivo per litigare con lui. «Non
farai nessuna conquista con tutto quel sudiciume addosso. Anche se credo
che l’elenco degli invitati sarà alquanto ridotto, date le circostanze».
Una scrollatina di spalle. «Le tue nozze» ripeté sottovoce. «A quanto pare
sono l’unico che non si è ancora congratulato con te». Fece una pausa e ci
guardammo a vicenda nello specchio. «Sei… sei elegante».
Era talmente incredibile udire un complimento, sia pure così semplice,
dalle sue labbra, che non potei impedirmi di ridere. «Abbastanza da fare la
passera spennata, vuoi dire?»
Prese un’aria accigliata, come se la mia crudezza lo turbasse. Avanzò di
qualche passo in modo da vedermi direttamente, non riflessa nello specchio.
«Ancora non capisco perché l’hai fatto».
«Fatto cosa?»
«Accettare di sposarlo».
«Per allontanarmi da te, naturalmente» risposi in tono leggero. Di nuovo
Tomaso non reagì. Mi strinsi nelle spalle. «Perché in monastero morirei a
poco a poco, e poi qui non ho una vita mia. Forse con lui l’avrò».
Fece un piccolo suono di gola, come se la mia risposta non gli fosse stata
d’aiuto. «Spero che sarai felice».
«Davvero?»
Esitò. «È un uomo colto».
«Così ho sentito».
«Penso… penso che ti darà la libertà che desideri».
Mi accigliai. Era una frase simile a quella che aveva detto mia madre.
«E che cosa te lo fa pensare?»
Tomaso alzò le spalle.
«Lo conosci, vero?»
«Un pochino».
Scossi la testa. «No. Più di un pochino, credo». Ma certo. Le tante cose
accadute mi avevano impedito di pensare con chiarezza. In quale altro modo
il mio futuro marito avrebbe potuto sapere dei miei studi e della mia pittura?
Chi altri gli avrebbe fornito tanti argomenti? «Sei stato tu a raccontargli di
me? Del mio greco. Dei miei disegni. Del mio modo di danzare».
«Il tuo modo di danzare parla da sé, e il tuo sapere, sorella… be’, il tuo
sapere è leggendario». Ecco uno sprazzo del Tomaso di un tempo: la freccia
intinta nel veleno del sarcasmo.
«Ascolta, Tomaso. Perché siamo sempre in lotta?»
«Perché…» S’interruppe. «Perché… non me lo ricordo più».
Sospirai. «Sei più grande di me, hai più libertà, più influenza, danzi
addirittura meglio…» Feci una pausa. «E sei molto più attraente». Lui non
disse niente. «Oppure ti guardi senz’altro più spesso allo specchio» soggiunsi
con una risata.
Avrebbe potuto ridere anche lui. Ne aveva l’occasione. Ma non aprì bocca.
«Bene» dissi sommessamente. «Forse conviene che non facciamo la pace
adesso. Penso che ci sconvolgerebbe troppo e il mondo è già pieno di cose
sconvolgenti».
Non c’era altro da dire, ma lui non si muoveva, indugiava. «Parlavo sul
serio, Alessandra. Sei davvero elegante».
«Sono pronta» lo corressi. «Anche se non sono sicura di esserlo davvero.
Comunque… la prossima volta che ci incontreremo, dopo oggi, io sarò una
moglie e Firenze una città occupata. Per qualche tempo sarebbe meglio che
evitassi le risse di strada. Potresti trovarti sulla punta di una spada francese».
«Allora verrò a trovare te».
«Sarai sempre il benvenuto in casa mia» dichiarai in tono formale. Mi
domandai quanto ci sarebbe voluto prima che quella parola smettesse di
suonare strana in bocca mia.
«In tal caso verrò spesso». Una pausa. «Porgi i miei omaggi a tuo marito».
«Sarà fatto».
Naturalmente ora so che quel colloquio lasciò a disagio più lui di me.
*
Era praticamente impossibile definirlo un corteo nuziale.
Ero a cavallo, ma mi si vedeva a stento per le guardie che mi circondavano,
cosicché per le strade nessuno si fermava ad ammirare il mio abito. In città
regnava la tensione. Gruppi di uomini sostavano agli angoli delle vie e
quando arrivammo alla cattedrale venimmo fermati e costretti a prendere
un’altra strada, perché la piazza davanti alla chiesa era sbarrata.
Ma lo sbarramento non era completo e da quel varco vedevo bene tutto.
Una figura giaceva sui gradini del Battistero, il corpo abbandonato contro
il lucente portale scolpito dal Ghiberti. Un mantello gli copriva la testa, ma
dalla lunghezza delle gambe e dal colore dei vestiti si capiva che era giovane.
Poteva essersi addormentato là dopo una notte di bevute, non fosse stato per
il rivolo di sangue nero che aveva formato una pozza sotto il suo corpo.
Il garzone tirò oltre il mio cavallo, ma questo doveva avere fiutato l’odore
del sangue perché all’improvviso s’impuntò, sbuffando e scalpitando sui
ciottoli. Mi tenni alla sella, fissando il cadavere. In quel mentre il mantello
scivolò giù, così vidi un volto sanguinante, straziato, la testa quasi staccata
dal busto e uno squarcio al posto del naso. Il portale sopra il corpo narrava la
storia dell’angelo di Dio che fermava la mano di Abramo nel Sacrificio
d’Isacco. Ma nella scena sulla piazza non c’era altrettanta pietà. Un altro
corpo mutilato davanti a un’altra chiesa. Savonarola aveva ragione: Firenze
era in guerra con se stessa e il Diavolo vi spadroneggiava durante le ore di
oscurità.
Il garzone tirò la testa del cavallo e proseguimmo per la nostra strada.
18.

Il palazzo di mio marito era vecchio e pieno di correnti d’aria, e le pietre


stesse sapevano di umidità. La mia previsione circa l’elenco degli ospiti si
dimostrò esatta. A ridurne le fila non era soltanto la scelta del momento, ma
anche un certo nervosismo relativo ai passati legami di fedeltà. Con il
governo che stava cambiando di mano non conveniva farsi vedere a un
matrimonio della vecchia guardia, e mio padre, benché non fosse stato così
importante come gli sarebbe piaciuto, si era sicuramente schierato. Non posso
dire che la cosa mi preoccupasse. Che bisogno avevamo di spettatori? La
cerimonia fu semplice e breve. Il notaio, più agitato di noi, lanciava
un’occhiata dietro di sé ogni volta che dalla strada veniva un grido o un
rumore. Ma fece quello che doveva, assistendo alla firma dei contratti e allo
scambio degli anelli fra noi due. Nella fretta, mio marito non aveva avuto il
tempo di portare la controdote, ma aveva fatto quello che poteva e credo che
mia madre si commosse per il dono di un piccolo fermaglio d’ambra
appartenuto alla madre di lui. Luca ebbe una fiaschetta e Tomaso una cintura
d’argento, piuttosto bella, secondo me, con la promessa che in seguito tutti
avrebbero ricevuto altre cose.
Mentre fuori la crisi sconvolgeva la città, la casa di Cristoforo era quieta e
raffinata. Lui aveva modi pacati e per tutta la cerimonia mi trattò con cortese
attenzione, come se fossi una conoscente più che una moglie, ma d’altronde
era ciò che ero. Trovai la cosa rassicurante, una sorta di prova della sua
onestà, oltre che della sua buona volontà. Stavamo ritti fianco a fianco, ed era
abbastanza alto perché non dovessi ingobbirmi per stargli vicino, come avrei
fatto con molti altri uomini. Aveva un bell’aspetto: migliore del mio, devo
dire. Da giovane doveva essere stato straordinariamente attraente, e fra le
rughe e l’incarnato appena acceso si celava ancora una bellezza estenuata,
capace di attirare lo sguardo.
Alla cerimonia seguì un pasto senza pretese a base di carni fredde, gelatina
di maiale e luccio arrosto farcito con uvetta. Non proprio un banchetto
nuziale, benché capissi, dalla faccia di mio padre, che i vini, della cantina di
Cristoforo, erano eccellenti. Dopo si fece musica, e si danzò nella sala da
ricevimento d’inverno. Plautilla eseguì qualche passo, ansimando e sudando,
ma la sua agile grazia era sparita nella voluminosità del suo ventre. Poco
dopo sedette in disparte a guardare gli altri. Quando il mio fresco marito mi
guidò nella Rostiboli gioiosa non inciampai, e non persi il ritmo nemmeno
nelle altre danze. Mia madre ci guardava tranquillamente. Mio padre, accanto
a lei, fingeva un certo interesse, ma la sua mente era altrove. Cercai
d’immaginare il mondo visto con i suoi occhi. Aveva costruito tutta la propria
vita sull’ascesa della famiglia e sulla gloria dello Stato. Ora le sue figlie
avevano lasciato la casa, i suoi figli battevano sfrenati le strade, la Repubblica
era in crisi e l’esercito francese a una giornata di marcia. E noi intanto
danzavamo come se non ci fosse niente di meglio da fare.
I festeggiamenti s’interruppero di buon’ora a causa del coprifuoco. La mia
famiglia si congedò, abbracciando me e il mio novello sposo. Mia madre mi
baciò solennemente in fronte e penso che avrebbe parlato ancora con me, ma
io non volli incontrare il suo sguardo. Adesso ero nervosa e disposta a
incolpare tutti, tranne me stessa, della mia incresciosa situazione. «Devi
essere coraggiosa» mi aveva detto in fretta quel mattino, mentre controllava il
mio abito: non c’era tempo per istruzioni complete. «Sa che sei giovane e
avrà riguardo. La prima notte proverai forse un po’ di dolore, ma passerà
presto. È una grande avventura, Alessandra. Cambierà la tua vita e sono
sicura che, se l’accetterai, ti darà quella pace e quella soddisfazione che il
futuro potrebbe negarti, in altre circostanze».
Non so se ci credesse nemmeno lei. Quanto a me, a quel punto ero così
preoccupata che in realtà non l’ascoltavo.
«Bene, Alessandra Langella, ora che cosa facciamo, voi e io?» Il suo sguardo
scorreva sui resti del sobrio festino. Il silenzio dopo la musica era inquietante.
«Non so».
Mi rendevo conto che avvertiva il mio nervosismo. Si versò ancora da
bere. Oh, per favore, non ubriacatevi, pensai. Ignara com’ero, persino io
sapevo che se un marito non doveva accostare la sua sposa con sfrenata
lussuria (non c’erano state avvisaglie in tal senso; in effetti, dopo la
cerimonia mi aveva toccato un’unica volta, mentre danzavamo), non doveva
nemmeno essere in stato d’ubriachezza. Quanto alle altre proibizioni, be’, le
avrei indubbiamente conosciute via via che il nostro matrimonio procedeva.
«Forse dovremmo esplorare per un po’ qualche interesse comune. Vi
piacerebbe vedere qualche pezzo d’arte?»
«Oh, sì» risposi, e probabilmente la mia faccia s’illuminò perché lui rise
della mia goffaggine come si può ridere dell’eccessiva impazienza di un
bimbo. Ricordo di aver pensato in quel momento che sembrava un uomo
buono e che, una volta diventati marito e moglie, potevamo conversare di
nuovo come a casa di Plautilla, e passare il nostro tempo libero seduti fianco
a fianco, leggendo o esaminando questioni intellettuali, come con i fratelli
che io non avevo mai realmente avuto. In quel modo, anche se lo Stato ci
fosse crollato attorno, avremmo conservato in noi qualcosa della vecchia
Firenze, così che da tutto quell’orrore sarebbe scaturito qualcosa di buono.
Nel salire le scale mi accorsi che il freddo aumentava.
La sua collezione di sculture si trovava al secondo piano. Le aveva
dedicato un’intera stanza. C’erano cinque statue: due satiri, un Ercole con i
muscoli simili a corde annodate sotto la pelle di marmo, e uno straordinario
Bacco, il cui corpo, sebbene di pietra, sembrava di carne più del mio. Ma il
pezzo più bello era l’atleta: un giovane nudo, il peso del corpo appoggiato sul
piede arretrato, il busto in torsione, pronto a lanciare il disco che teneva tra il
palmo e le dita della mano destra. Tutto in lui parlava di scioltezza e di
grazia, come se Medusa l’avesse sorpreso un istante prima che il pensiero
diventasse tutt’uno con l’azione. Lo stesso Savonarola ne sarebbe stato
commosso. Scolpito secoli prima di Cristo, la sua perfezione aveva in sé una
tangibile natura divina.
«Vi piace?»
«Oh, sì» sussurrai. «Mi piace moltissimo. Di che epoca è?»
«È moderno».
«Ma no. È…»
«…antico? Lo so, induce facilmente in errore. È una dimostrazione della
mia scarsa cultura artistica».
«Che cosa volete dire?»
«L’ho acquistato a Roma da un uomo che giurava fosse stato riportato alla
luce nell’isola di Creta, due anni prima. Il busto recava ancora tracce di terra
e di muffa. Vedete le dita spezzate della mano sinistra? Mi è costato un
patrimonio. Quando l’ho portato a Firenze, un amico che ha a che fare con il
giardino delle sculture dei Medici mi ha detto che era la creazione di un
artista locale, copia di un’opera appartenuta a Cosimo. A quanto pare, non era
la prima volta che avveniva una truffa del genere».
Alzai gli occhi sul giovane. Si poteva quasi immaginare che girasse il capo
verso di noi, sorridendo per il fatto di essere oggetto di una frode. Però
sarebbe stato un sorriso affascinante.
«E voi che cosa avete fatto?»
«Mi sono congratulato con l’artista e ho tenuto la statua. Credo che valga
qualunque somma io l’abbia pagata. Venite. Ho cose che penso
v’interesseranno ancora di più».
Mi portò in una stanza più piccola. Da uno stipo chiuso a chiave tolse una
sontuosa coppa di malachite e due vasi in agata, montati da orefici fiorentini
su sostegni dorati, con il suo nome inciso alla base. Poi aprì dei cassettini
intarsiati, rivelando una serie di monete romane e gioielli. Ma il vero tesoro
lo tenne per ultimo: una grande cartella che posò con cura su un tavolo
davanti a me. «Sono illustrazioni di un testo, in attesa di essere rilegate in
volume. Immaginate quale lustro porteranno, una volta finite?»
Le feci scivolare fuori una a una, finché furono una decina, disposte in
sequenza sul tavolo. La pergamena era abbastanza sottile da consentirmi di
vedere la scrittura sul verso, ma non avevo bisogno di leggere le parole per
capire di che libro si trattasse. Gli schizzi a inchiostro mostravano visioni
celestiali: una Beatrice di sublime delicatezza teneva per mano Dante e lo
guidava su, attraverso uno stuolo di minuscoli spiriti, verso l’Essenza Divina.
«Il Paradiso».
«Sì».
«E ci sono anche il Purgatorio e l’Inferno?»
«Naturalmente».
Continuai a ritroso, canto per canto. Via via che si avvicinavano
all’Inferno, i disegni si facevano più complessi e violenti; alcuni di essi
pullulavano di esseri umani nudi e tormentati da demoni. Altri ritraevano
uomini tramutati in alberi oppure violati da serpenti. Per quanto conoscessi
bene Dante, la mia immaginazione non sarebbe mai arrivata a raffigurarsi un
tale profluvio di immagini per accompagnare le parole.
«Oh, chi li ha fatti?»
«Non riconoscete il suo stile?»
«Non ho visto tanta arte quanto voi».
«Provate con questo». Scorse la pila di tavole e ne estrasse una di un
particolare canto del Paradiso, in cui i riccioli di Beatrice ondeggiavano
vivaci intorno al suo viso, così come le pieghe dell’abito le fluttuavano sul
corpo. Nei suoi tratti, in parte maliziosi, in parte serafici, credetti
d’intravedere l’allusione a un’amante più esperta, una donna che attirava a sé
tutti i desideri degli uomini, rubandoli alle loro mogli.
«Alessandro Botticelli?»
«Molto brava. Lei è proprio la sua Beatrice, no?»
«Ma… ma quando ha fatto questi disegni? Non sapevo che avesse
illustrato la Divina Commedia».
«Oh, il nostro Sandro ama Dante quasi quanto ama Dio, benché senta che
le cose stanno cambiando a causa delle parole sferzanti di Savonarola. Questi
sono di qualche anno fa, dopo il suo ritorno da Roma. All’inizio li faceva per
diletto, più che per commissione, per quanto abbia sempre un mecenate. Ci
ha dedicato molto tempo e, come vedete, rimangono incompleti».
«Come li avete avuti?»
«Ah, purtroppo ne sono soltanto il custode. Li tengo per incarico di un
amico che si è impegnato in politica e teme che la sua collezione sia esposta a
rischi, a causa della violenza là fuori».
Naturalmente ero curiosa di sapere chi fosse quell’amico, ma mio marito
non disse più nulla. Pensai a mia madre e a mio padre e a come ci fossero
tante cose, benché lei fosse per molti versi più perspicace di lui, che mio
padre non le diceva e sulle quali mia madre non faceva domande. Avrei
senz’altro imparato presto a conoscere i limiti stabiliti.
Mi dedicai di nuovo agli schizzi. Il viaggio attraverso il Paradiso era pieno
di leggiadria, persino profondo, ma ad attirare continuamente la mia
attenzione era l’Inferno. Quelle pagine erano intrise di sofferenza e di
patimenti: corpi che annegavano in fiumi di sangue, schiere di anime perse
che fuggivano eternamente inseguite da venti di fuoco, mentre in alcune delle
illustrazioni Virgilio e Dante, in vesti dai colori violenti, camminavano lungo
un precipizio di fredda pietra lambito da fiamme.
«Ora ditemi, Alessandra» riprese mio marito, che stava guardando da sopra
la mia spalla, «perché, a vostro parere, l’Inferno affascina più del Paradiso?»
Ripensai a tutti i dipinti e gli affreschi che avevo visto, istruttivi nel loro
orrore: diavoli accovacciati, con ali di pipistrello e artigli, che strappavano
carni e masticavano ossa. O il Demonio stesso, l’enorme corpo animalesco
coperto di peli, che si cacciava in bocca peccatori urlanti come fossero carote.
In confronto a quelle, quali immagini del Paradiso ricordavo? Moltitudini di
santi e di angeli a ranghi serrati, uniti in un’ineffabile beatitudine.
«Forse perché tutti abbiamo provato dolore» risposi. «Mentre ci è più
difficile comprendere il sublime».
«Ah, sì? Voi vedete il sublime come il contrario del dolore? E il piacere,
allora?»
«Credo… credo che “piacere” sia una parola inefficace per indicare
l’unione con Dio. Il piacere è un concetto terreno: è ciò che deriva dal cedere
alla tentazione».
«Precisamente» rise lui. «Così le sofferenze dell’Inferno ci ricordano il
piacere terreno. È una connessione forte, non trovate? Perché ci ricorda la
vita».
«Ma dovrebbe ricordarci anche il peccato» ribattei severamente.
«Purtroppo sì». Sospirò. «Il peccato». Ma sembrava che quel pensiero non
lo rattristasse troppo. «I due crescono insieme, come l’edera abbarbicata al
tronco».
«Sicché voi dove andrete, signore?» domandai in tono non più severo, e mi
chiesi come sarebbe stato se la prossima volta avessi usato la parola “marito”.
«Io? Oh, io andrò dove posso trovare la compagnia migliore».
«E cercherete pettegolezzi o filosofia?»
Lui sorrise. «Filosofia, naturalmente. Datemi per l’eternità gli studiosi
classici».
«Ah, ma a questo punto siete già scartato, perché quelle grandi menti
rimangono nel limbo, essendo venute al mondo prima della nascita del vero
Salvatore. E mentre non patiscono fisicamente, provano la disperazione che
deriva dal non avere alcuna speranza di trascendenza. Persino il Purgatorio è
loro negato».
Cristoforo rise. «Molto bene. Anche se devo avvertirvi che avevo intuito la
vostra trappola. L’ho fatta scattare per cortesia verso di voi». Mentre lo
diceva mi scoprii a meravigliarmi del piacere che mi dava la nostra
conversazione, e a domandarmi se, qualora lui avesse avuto ragione, per
questo stesso motivo fossi candidata al peccato. «Però aggiungerei» riprese
«che, se Dante dev’essere il nostro Virgilio nell’aldilà, sono sicuro che
possiamo convenire entrambi come vi siano luoghi all’Inferno dove si
possono trovare buoni interlocutori: tra un tormento e l’altro i suoi peccatori
riescono a fare qualche discorso acuto».
Io e lui eravamo più vicini adesso, con un centinaio di corpi nudi sotto gli
occhi. L’Inferno di Dante era di un’elegante simmetria metafisica: per ogni
peccato, la tortura adeguata. Così i golosi soffrivano eternamente la fame. I
ladri, che non facevano distinzione tra le loro cose e quelle altrui, vedevano i
propri corpi trasformarsi in serpenti, i peccatori consumati dalla febbre della
lussuria venivano trascinati in interminabili vortici da venti fiammeggianti e,
per quanto si grattassero, non trovavano sollievo al bruciante prurito.
Eppure eccoci lì a studiarli: marito e moglie, il cui desiderio era santificato
dall’atto del matrimonio. Se doveva esserci contatto fisico tra noi, piuttosto
che un peccato, poteva essere una tappa verso la divinità. Avevamo letto
entrambi il Vinculum Mundi di Marsilio Ficino: l’amore legava tutto ciò che
Dio aveva creato, Platone e il cristianesimo in gioiosa unione. Così l’atto di
amore fisico tra uomo e donna era il primo gradino di una scala che poteva
condurre all’estatica congiunzione finale con l’Essenza divina. Io, che avevo
tanto spesso sognato la trascendenza, ora avvertivo come un contrarsi e uno
sciogliersi nel grembo, un misto di dolore e di piacere.
In fondo, forse c’era l’intervento di Dio nella vicenda. Se finora mio marito
aveva anteposto la lussuria all’amore, adesso la mia purezza ci avrebbe
portati sicuramente alla salvezza. Grazie alle nostre menti avremmo potuto
trovare i nostri corpi, e grazie ai nostri corpi avremmo aspirato a Dio.
«Quando avete conosciuto mio fratello?» domandai. Avevo bisogno di
saperlo, se il nostro doveva essere un incontro di anime.
Lui esitò. «Credo che lo sappiate».
«In una taverna?»
«È una cosa che vi turba?»
«Non molto» risposi. «Dimenticate che ho vissuto a lungo con lui. So che
trascorre buona parte della sua vita in posti simili».
«Ma lui è giovane». Una pausa. «Io non ho questa scusa».
«Non spetta a me occuparmi di ciò che avete fatto prima del nostro
incontro» dissi, compiaciuta per la mia stessa remissività.
«Con quale dolcezza vi siete espressa» disse lui, e sorrise.
Sì, pensai, le donne lo troverebbero attraente. Nonostante si presenti bene,
non cerca di conquistarle. Data l’incessante urgenza con cui la lussuria spinge
alcuni uomini, capivo come questo potesse rappresentare in sé la sua sottile
seduzione.
Scese il silenzio. Sapevamo tutt’e due che era giunto il momento.
Nonostante il suo garbato rispetto, desideravo che mi toccasse. Un semplice
contatto: gli abiti o le mani che si sfioravano sui fogli di pergamena. Anche
se forse lo desideravo più casto, adesso avevo bisogno della sua esperienza.
Sbadigliai.
«Siete stanca?» domandò subito.
«Un pochino. È stata una lunga giornata».
«Allora ci ritiriamo. Chiamo la vostra schiava. Qual è il suo nome?»
«Erila».
«Erila. Vi aiuterà a prepararvi».
Annuii perché stentavo a parlare, tanto sentivo la gola stretta. Mi spostai,
concentrandomi sui disegni, mentre lui suonava il campanello. Tutt’intorno a
me, i corpi dei dannati si contorcevano e si avvoltolavano in selvaggi ricordi
di piacere. Quello era un uomo a suo agio con le carni nude. Come sua
moglie, avrei tratto vantaggio dai suoi anni di esperienza. Sì. Mi sarebbe
potuto toccare di peggio.
Prima Erila mi sfilò le scarpe, togliendo dall’interno il fiorino d’oro che ci
aveva messo mia madre per propiziare ricchezza e fecondità alla mia unione.
Mentre lo tenevo in mano, temetti per un momento di scoppiare in lacrime,
tale era la sua forza di simbolo della mia casa perduta. Poi disfece i lacci del
mio abito, che lasciai cadere a terra insieme al sottabito, rimanendo nuda
davanti a lei. La camicia della notte nuziale era pronta sul letto. La camera
era fredda e fui presa dai brividi, mentre la pelle si accapponava. Erila, con la
camicia in mano, mi studiava. Mi aveva vestito fin da quando ero piccola, e
aveva osservato i cambiamenti che avvenivano in me, un anno dopo l’altro.
Ora ci domandavamo entrambe da dove fossero venuti quei fianchi
arrotondati e il rigoglioso ciuffo di peli pubici.
«Oh, mia signora» disse, cercando un tono disinvolto e usando il termine
scherzosamente. «Guardati… una splendida pesca matura».
Risi mio malgrado. «Direi grassa, piuttosto. Sono gonfia come una
vescica».
«È roba che va e viene con la luna. Ma ti abbellisce. Sei pronta».
«Oh, Erila, non metterci anche del tuo. Mi è bastato Tomaso. L’unica cosa
cambiata in me è che sanguino come un maiale sgozzato. Per il resto sono
sempre la stessa».
Erila sorrise. «Non proprio la stessa. Ricordati le mie parole».
Ancora una volta, in quel momento avrei voluto che fosse mia madre,
perché avrei potuto domandarle le cose che non sapevo, e questo mi avrebbe
forse salvato la vita o quanto meno la dignità nelle prossime ore. Ma era
ormai troppo tardi. Afferrai la camicia e me la infilai per la testa. La seta
morbida scivolò fino al pavimento: i guadagni di mio padre mi accarezzarono
i fianchi e le gambe nude. Apparivo quasi attraente.
Sedetti e lei mi sciolse i capelli, così folti e ribelli che, quando tolse le
ultime forcine, mi si riversarono giù per la schiena.
«È come un fiume di lava nera» commentò Erila, cominciando a
spazzolarli e a scioglierne i nodi.
«Un campo di corvi litigiosi, vorrai dire».
Si strinse nelle spalle. «Nel paese da cui vengo io, è un bel colore».
«Oh, dunque posso andare anch’io a vivere in quella terra? Oppure ho
un’idea migliore». Incrociai il suo sguardo nello specchio. «Perché stanotte
non ci vai tu, al posto mio, da lui? Davvero. È un piano perfetto. Sarà buio,
quindi non si accorgerà della differenza. Abbiamo scambiato sì e no venti
parole. No, finiscila di ridere. Parlo sul serio. Sei quasi grassoccia quanto me.
Purché non si metta a parlarti in greco, sarà semplicissimo».
La sua risata era sempre stata allegramente contagiosa e per un po’ nessuna
delle due riuscì a smettere. Che cosa avrebbe pensato lui, se ci avesse sentito?
Feci un respiro profondo, lo trattenni e chiusi gli occhi. Quando li riaprii,
Erila mi stava sorridendo.
«Credi che sia troppo giovane per questo?» chiesi ansiosamente.
«Sei grande quanto basta».
«A te quand’è successo?»
Increspò le labbra. «Non me lo ricordo».
«Veramente?»
«No». Un istante di silenzio. «Me lo ricordo».
Sospirai. «Dammi almeno qualche consiglio. Ti prego. Dimmi che cosa
fare».
«Non fare niente, perché altrimenti penserà che non è la prima volta e si
farà restituire il contratto».
E scoppiammo di nuovo a ridere.
Erila si diede da fare per riordinare la stanza, poi prese il mio abito nuziale
e se l’accostò alla persona, davanti allo specchio, con un sorriso enigmatico e
un movimento nervoso. Quando avesse avuto la libertà o un marito, non
importava in quale ordine, le avrei assegnato una dote; qualcosa di sontuoso,
che armonizzasse con la sua pelle di velluto e la massa di capelli crespi. Che
Dio aiutasse quell’uomo.
«Che cosa mi hai detto un giorno? Prima delle nozze di Plautilla… che non
faceva così male come strapparsi un dente, ma che anzi poteva essere
dolce…»
«…come la corda vibrante di un liuto».
Risi. «Chi è il poeta che l’ha detto?»
«Questa» rispose lei, puntando il dito fra le sue gambe.
«Be’, che te ne pare di… il primo morso a un’anguria bella succosa?»
«Come?»
«È quello che ha detto mio fratello Tomaso».
Erila scrollò le spalle. «Tuo fratello non ne sa niente». Aveva assunto un
tono più severo.
«Però finge bene».
Ma ora lei aveva smesso di scherzare. «Su, adesso basta» disse, lisciando
la mia camicia da notte e dandomi l’ultimo tocco ai capelli. «Tuo marito ti
starà aspettando».
«E tu dove sarai?» domandai con una certa ansia.
«Da basso, con le altre schiave. Dove c’è più umidità e freddo che nel
palazzo di tuo padre. Non sei l’unica che dovrà trovare un modo per scaldarsi
nella nostra nuova casa». Poi s’impietosì di nuovo per me. «Starai bene»
disse, pizzicandomi la guancia. «Non è una cosa che ti ucciderà. Smetti di
pensarci. Le donne intelligenti non ne muoiono, ricordatelo».
19.

Scivolai tra le immacolate lenzuola ricamate, badando che la camicia non si


arrotolasse lungo i fianchi. Di mio marito non c’era traccia. Attesi. Il giorno
prima non sapevo nemmeno come fosse l’interno di quella casa. Entro un’ora
avrei saputo tutto quello che ora non sapevo. Bastava, un’ora? In realtà,
nonostante tutte le chiacchiere, non sapevo proprio niente.
Si aprì la porta. Era ancora vestito. Sembrava pronto per uscire, più che per
venire a letto. Andò al tavolo dov’era stata lasciata una caraffa di vino e ne
versò due bicchieri. Per un momento pensai che non mi avesse nemmeno
visto. Si avvicinò e sedette sul bordo del letto.
«Buonasera» disse. Il suo alito sapeva di vino. «Come vi sentite?»
«Bene. Forse un po’ stanca».
«Dite bene. È stata una giornata lunga». Sorseggiò il vino e mi porse l’altro
bicchiere. Lo rifiutai con un cenno del capo. «Dovreste berlo» insistette. «Vi
rilasserà». Veramente pensavo di essere già rilassata, per quanto potevo
esserlo, ma seguii il suo consiglio. Il gusto era diverso, più forte di quello al
quale ero abituata. Avevo mangiato poco a cena e ormai erano passate
parecchie ore. Il liquido scese bruciante in gola. Provavo un leggero
stordimento. Gli lanciai un’occhiata al di sopra del bicchiere. Fissava il
pavimento, come se avesse la mente altrove. Posò il bicchiere. Certo,
sembrava un po’ esitante. Se non ero la sua prima vergine, dovevo essere
sicuramente la sua prima moglie vergine.
«Siete pronta?» disse.
«Signore…?»
«Sapete cosa succede adesso, vero?»
«Sì» risposi, abbassando gli occhi e arrossendo mio malgrado.
«Bene».
Si avvicinò, sollevò il lenzuolo che mi ricopriva e lo ripiegò con cura in
fondo al letto. Stavo distesa nella mia raffinata camicia di seta, le dita dei
piedi che sbucavano dall’orlo. Per qualche motivo mi richiamarono alla
mente Beatrice, con i suoi delicati piedi nudi che sembravano volare verso
Dio sotto i gioiosi tratti di penna di Botticelli. Ma Dante l’aveva amata troppo
per conoscerla carnalmente. E naturalmente c’era il fatto che era la moglie di
un altro. Che cosa aveva detto Erila? «Smettila di pensarci. Le donne
intelligenti non ne muoiono».
Mi posò una mano sulla gamba e il suo tocco, attraverso la seta, aveva un
che di appiccicoso. Ve la tenne per un po’. Poi, con entrambe le mani, spinse
la camicia da notte verso l’alto, scoprendomi le gambe fin quasi al sesso. Ora,
quando la mano tornò sul polpaccio, toccò la nuda pelle. Deglutii, mentre
osservavo le sue dita anziché il suo viso e cercavo d’impedire al mio corpo
d’irrigidirsi. Tracciò una linea invisibile sul ginocchio e sulla coscia fino
all’orlo della camicia arrotolata, che poi spinse ancora più su, finché fece
capolino la mia piccola selva, scura come i miei capelli, se non di più.
Plautilla si era tinta anche quella? Troppo tardi, ormai, pensai
affannosamente. L’istinto era quello di coprirmi. Troppo a lungo mi avevano
insegnato la modestia per sbarazzarmene tutt’a un tratto. Lui tolse la mano e
rimase qualche istante a guardarmi. Avevo la sensazione che qualcosa non
andasse, o l’avesse infastidito. Ma se riguardasse me o lui, non avrei saputo
dirlo. Pensai alle sue sculture, al liscio marmo dei corpi, così giovani, così
perfetti. Forse a imbarazzarlo erano le imperfezioni della mia goffaggine e
della sua età.
«Non vi spogliate?» domandai. Con rammarico mi accorsi di avere un tono
infantile.
«Non sarà necessario» rispose lui, quasi con freddezza. Ebbi la repentina
visione della cortigiana e dell’uomo con la testa affondata nel suo grembo. E
mi venne la nausea. Chissà se mi avrebbe baciato. Doveva essere il momento
giusto. Ma non lo fece.
Invece si spinse un po’ più vicino al bordo del letto e con una mano
cominciò a sbottonarsi la brachetta. Quando l’ebbe aperta, v’infilò la mano e
ne estrasse il pene, tenendolo floscio nel palmo. Ero pietrificata dal panico,
non sapevo se guardare o voltare gli occhi. Certo, avevo già visto i peni delle
statue e, come tutte le fanciulle, ero rimasta stupita dalla loro patetica
bruttezza e perplessa al pensiero che qualcosa di così molle e vizzo potesse
diventare un’arma tanto dura da penetrare la vagina di una donna. Ora, anche
contro la mia volontà, non riuscivo a distoglierne gli occhi. Perché lui non
veniva a letto? Erila aveva detto che c’erano molti modi in cui un uomo e una
donna potevano farlo, ma questo proprio non lo immaginavo. Mio marito
strinse il pugno intorno al pene e prese a tirare e strofinare, facendo scorrere
la mano su e giù lungo la verga con un movimento regolare, quasi ritmico.
L’altra mano posava inerte sulla mia gamba.
Io guardavo, sbigottita. Sembrava andare in estasi. Ora non guardava più
me. Pareva piuttosto che guardasse se stesso, gli occhi socchiusi e la bocca
semiaperta, emettendo gemiti sommessi. Dopo qualche minuto tolse l’altra
mano dalla mia gamba e mise all’opera anche quella. Una sola volta girò la
testa verso di me, ma aveva gli occhi vitrei e, anche se pensavo che
sorridesse, in realtà era più una smorfia che gli scopriva leggermente i denti.
Mi sforzai di sorridere a mia volta, ma dentro di me il panico aumentava e lui
dovette senz’altro accorgersene. Mi sentivo le gambe incollate l’una all’altra.
Adesso manovrava con più energia, e sotto le sue dita il pene cominciava a
ingrossarsi. «Ah, ah…» Fece una serie di ansiti simili a tremule risate, poi
guardò giù. «Così va meglio» borbottò con lunghi, profondi respiri.
Si spostò più in su verso di me, continuando a lavorare sul pene perché
rimanesse rigido. Liberò una mano per prendere qualcosa da uno stipo vicino.
Era un vasetto di vetro azzurro. Armeggiò col coperchio, poi ci tuffò le dita,
tirando fuori una sostanza chiara. Se la strofinò sul membro, poi ci immerse
di nuovo la mano e mi si avvicinò. D’istinto mi tirai indietro. «State ferma»
disse seccamente. M’immobilizzai. Affondò le dita tra i peli del mio pube,
cercando l’apertura. L’unguento era vischioso e gelato, talmente gelato che
mi strappò un grido.
«Impossibile che vi faccia male» disse lui, fra un ansito e l’altro. «Non ho
ancora fatto niente».
Scossi la testa, tremando. «È freddo» bisbigliai. «È freddo». Cercavo di
non piangere.
Lui rise forte. Risi anch’io, per puro terrore.
«Oh, Dio, non ridete adesso, o vanificheremo tutto il mio ottimo lavoro»
disse precipitosamente, e ricominciò a maneggiarsi il pene. La risata mi morì
in gola.
«Siete vergine, vero?»
«Sì».
«Bene. Ora romperò il vostro imene. Renderà la cosa più facile quando vi
verrò dentro. Avete capito?»
Annuii. Cosa s’insegnava alle giovani donne? “La virtù è una dote più
preziosa del denaro”. Ma adesso non trovavo conforto in quelle parole.
Niente che desse un senso all’orribile confusione in cui stavo sprofondando.
Cominciò a far scivolare due dita dentro di me. E, giusto un attimo prima,
vidi un fremito guizzare sul suo volto. Questa volta non poteva nascondere il
suo disgusto. Poi spinse. Lanciai un grido: un dolore lacerante, come di una
lama che tagliasse le mie carni. Pensai ai denti strappati, ma non sentivo
suoni di liuto.
«Brava» mormorò con voce indistinta. «Brava, così». Spinse di nuovo e di
nuovo gridai, ma meno forte, perché questa volta mi aveva fatto meno male.
«Brava» ripeté lui. Sembrava che parlasse a un animale, a una cagna o a una
gatta in travaglio. Ritirò la mano e notai un velo di sangue sulle sue dita.
Notai anche che il suo pene aveva cominciato a inflaccidirsi. «Maledizione»
sbottò lui, e si mise a tirarlo con le due mani. «Maledizione». Adesso era
quasi infuriato.
Quando riuscì a fargli riprendere vita, mio marito mi montò addosso e si
mise in una posizione tale che il suo uccello era al di sopra del mio sesso; poi
si diede da fare per spingermelo dentro. Appena mi toccò, diventò floscio, ma
lui lo fece rizzare con le dita e finalmente riuscì a cacciarmelo in corpo
insieme a quelle. Tuttavia, sebbene il mio imene fosse rotto, non ero
abbastanza larga né scivolosa per le dimensioni dell’insieme. Dunque la
trasgressione di mia madre mi aveva realmente deformato. Gridai ancora,
solo che questa volta non riuscivo a fermarmi. Lui spingeva ancora più
dentro. Chiusi gli occhi e li tenni stretti stretti, come un bambino in attesa che
passi il pericolo, e provai un’oscura, impetuosa ondata di vergogna; ma lui
era troppo occupato per badare a me, adesso.
Si dava da fare con impegno, grugnendo, premendo e imprecando
sottovoce. «Maledizione, maledizione…» Pur dolorante com’ero, lo sentii
inturgidirsi dentro di me. Tirò fuori le dita e spinse ancora un po’; ora
respirava con grandi ansiti, come un cavallo che salga sbuffando un pendio
con un pesante carico. Aprii gli occhi e vidi la sua faccia sopra la mia; aveva
gli occhi serrati, una smorfia spaventosa, ogni muscolo teso a spingere, quasi
fosse sul punto di spezzarsi. A un tratto emise un lungo respiro rantolante, un
grido, lo sentii afflosciarsi dentro e fuori, e un rivolo caldo di liquido mi
sgorgò fra le gambe, mentre lui sgusciava via da me e rotolava pesantemente
sull’altro lato del letto, boccheggiando, come salvato appena in tempo
dall’annegamento.
Rimase a riprendere fiato, un po’ ridendo, un po’ ansimando. Era finita.
Ero sverginata. Erila aveva ragione. Non ne ero morta. Ma di Vinculum
Mundi non c’era il minimo segno.
Dopo qualche minuto si alzò dal letto e attraversò la stanza. Pensai per un
momento che stesse per uscire. Invece andò al tavolo, dove c’erano una
brocca d’acqua e un panno. Girandosi a metà si pulì, poi fece scivolare il
pene dentro la brachetta. Sembrava che si fosse già dimenticato di me. Emise
un profondo sospiro, come per buttarsi alle spalle il ricordo dell’accaduto, e
quando si voltò la sua espressione era di nuovo calma, anzi, giuro che pareva
soddisfatto di se stesso.
Tuttavia la vista che offrivo doveva averlo allarmato. Stavo ancora
piangendo. Sentivo troppo male per chiudere le gambe, così mi tirai giù la
camicia e mi piegai per prendere il lenzuolo, sussultando a ogni movimento,
mentre notavo la macchia rosata che s’ingrandiva come la mia vergogna sul
lenzuolo sotto di me.
Lui mi osservò per un momento, poi riempì altri due bicchieri di vino e
bevve un lungo sorso. Si avvicinò al letto e me ne offrì uno.
Scrollai la testa. Non riuscivo a guardarlo. «Bevete» disse. «Vi aiuterà.
Bevete». Il suo tono, benché non più brusco, era fermo e non ammetteva
obiezioni.
Presi il bicchiere e bevvi, ma il liquido si mescolò alle lacrime e mi fece
tossire violentemente. Lui aspettò che mi passasse.
«Ancora».
Obbedii. La mano mi tremava con tale violenza che rovesciai un po’ del
contenuto sul lenzuolo. Altro sangue rosso dappertutto. Ma questa volta il
liquore ebbe successo e un fiume di calore mi scorse giù per la gola, fino al
ventre. Lui mi scrutava attentamente. «Basta così» disse dopo un po’ e mi
prese il bicchiere, posandolo sul tavolo lì vicino. Tornai ad adagiarmi sui
cuscini. Lui continuò a guardarmi, poi sedette sul letto. Probabilmente mi
ritrassi.
«State bene?» mi domandò dopo qualche istante.
Annuii.
«Ottimo. Allora forse potete smetterla di piangere. Non vi ho fatto poi
tanto male, no?»
Scossi la testa. Trattenni il singhiozzo che stava per sfuggirmi e lo ricacciai
indietro. Quando fui certa di averlo dominato azzardai: «Adesso… adesso
avrò un bambino?»
«Oh, Dio, speriamo di sì». Rise. «Perché immagino che nessuno dei due
vorrebbe ripetere questa esperienza». Penso che dovette vedermi impallidire,
perché la risata gli morì in gola e mi studiò con attenzione.
«Alessandra…?»
Non me la sentivo ancora d’incontrare il suo sguardo.
«Alessandra» ripeté, in tono più calmo questa volta. Credo di essermi resa
conto solo allora che c’era qualcosa di sbagliato, ancor più sbagliato di
quanto era accaduto tra noi. «Io… Volete dire che non sapevate?»
«Non sapevo cosa?» Con raccapriccio ricominciai a singhiozzare. «Non
capisco di cosa stiate parlando».
«Vi sto parlando di me. Vi sto domandando se sapevate di me».
«Che cosa dovrei sapere?»
«Signore Iddio!» Si prese la testa tra le mani, così che distinsi appena le
parole successive. «Credevo che lo sapeste. Credevo che sapeste tutto». Alzò
gli occhi. «Lui non ve l’ha detto?»
«Chi non me l’ha detto? Non capisco di cosa stiate parlando» ripetei,
smarrita.
«Aaah!» Andò su tutte le furie, in modo tanto improvviso e violento da
spaventarmi.
«Non vi sono piaciuta?» domandai, sorpresa io per prima dal filo di voce
che mi usciva.
«Oh, Alessandra» gemette. Si curvò e fece per prendermi la mano, ma io,
tremante, la ritrassi. Non ritentò il gesto.
Restammo un momento così, uniti nello sconcerto e nella disperazione.
Poi, in tono più calmo ma con decisione, lui riprese: «Ascoltatemi. Dovete
sapere questa cosa. Mi ascoltate?»
A un tratto tutto sembrò molto importante. Annuii, nonostante continuassi
a tremare.
«Siete una splendida giovane donna. La vostra mente è come un fiorino
nuovo di zecca e avete un corpo giovane e morbido. E se il corpo giovane e
morbido delle donne fosse quello che desidero, vi avrei indubbiamente
desiderato». Fece una pausa. «Ma non è così».
Sospirò. «Il quattordicesimo canto. “La landa era un’arida distesa di
spessa sabbia bruciante… Molte gregge d’anime nude vidi che piangevano
tutte miseramente e ogni gruppo subiva una pena diversa… Alcune
giacevano supine, mentre altre – le più – vagavano senza mai fermarsi, e
andavano continuamente.
«“E sopra tutta quella landa sabbiosa, un piovere lento, perenne, di
larghe falde di fuoco… e senza riposo era la danza delle misere mani, ora
qui, ora là, scuotendo via le fiamme che andavano cadendo”».
Mentre parlava, avevo davanti agli occhi l’illustrazione, i corpi maschili
torturati, butterati, sfregiati dall’ardere incessante delle carni.
«Preferisco Dante a Savonarola» disse lui, «ma il nostro monaco è forse il
più chiaro dei due. “E così i sodomiti marciranno all’Inferno, che è troppa
benevolenza per essi giacché la loro malvagità distrugge la natura stessa”».
Fece una pausa. «Adesso capite?»
Deglutii e feci un cenno d’assenso. Una volta detto, come si poteva non
capirlo? Certo, ne avevo sentito parlare. A chi non era capitato? Storie volgari
e scherzi crudeli. Ma ancora più della solita fornicazione, questo era stato
tenuto nascosto ai bambini come il più grave dei peccati dell’uomo:
abominevole per la purezza della famiglia e per l’onore di una città pia.
Dunque mio marito era un sodomita. Un uomo che respingeva
sdegnosamente le donne, preferendo loro il Diavolo nelle carni di altri
uomini.
Ma se questa era la verità, allora nulla aveva senso. Perché fare quello che
aveva appena fatto? Perché sopportare l’evidente disgusto che gli avevo letto
in faccia?
«Non capisco» dissi. «Se è così che siete, perché…»
«Perché vi ho sposato?»
«Sì».
«Oh, Alessandra. Usate quel vostro cervello perspicace. I tempi cambiano.
Avete sentito quanto veleno trasuda da quel pulpito. Mi sorprende che non
abbiate notato le cassette delle delazioni nelle chiese. Un tempo ci si
potevano trovare solo pochi nomi, molti dei quali già noti alla polizia
notturna, e comunque, purché del denaro passasse di mano, tutto veniva
perdonato e dimenticato. A modo nostro, eravamo i salvatori della città. Uno
Stato pieno di giovani maschi in attesa del matrimonio sviluppa una certa
tolleranza per una lussuria che non inondi i ricoveri degli orfanelli di bambini
non desiderati. E in ogni caso, Firenze non è forse la nuova Atene
d’Occidente?
«Ma ora non più. Tra non molto i sodomiti bruceranno sulla terra, prima
che all’Inferno. I giovani farebbero meglio a soffocare i loro istinti e i vecchi
saranno i primi a essere denunciati e svergognati, quale che sia il loro ceto o
la loro ricchezza. Savonarola ha imparato la lezione da San Bernardino:
“Quando vedi un adulto in buona salute il quale non abbia moglie,
consideralo un cattivo segno”».
«Quindi avevate bisogno di una moglie per distogliere l’attenzione da voi»
mormorai.
«E voi avevate bisogno di un marito per trovare la libertà. Sembrava uno
scambio equo. Lui ha detto…»
«Lui?» A quella parola provai una stretta al cuore.
Mi fissò. «Sì. Lui. Volete dire che non sapete ancora di chi parlo?»
Ovviamente lo sapevo.
Era un affare di famiglia, come si poteva dire di tantissime cose nella
nostra virtuosa città.
Tomaso. Il mio grazioso, stupido fratello. Solo che adesso ero io la stupida.
Tomaso, che amava pavoneggiarsi in abiti eleganti per le strade, di notte, e
così spesso tornava a casa sazio di sesso e del piacere della conquista.
C’erano stati momenti in cui, se ci avessi pensato, avrei potuto intuire che la
sua civetteria mirava soprattutto ad attrarre il desiderio. Come avevo potuto
essere così cieca davanti a un uomo che parlava di spennare e di taverne, ma
disprezzava le donne al punto da non riuscire quasi a pronunciare la parola
“fica”, quasi gli rimanesse in gola come una spina!
Tomaso, quel mio grazioso fratello adulatore al quale non mancavano mai
nuovi abiti eleganti, o belle cinture d’argento al matrimonio della sorella. Lo
vidi fissarmi nello specchio, quel mattino – davvero era lo stesso giorno? –,
una volta tanto a disagio per la cosa, chissà quale, che non poteva risolversi a
dirmi.
«No, non me l’ha detto».
«Ma io…»
«Forse avete sottovalutato l’avversione che mio fratello ha per me».
Lui sospirò, strofinandosi la faccia. «Non credo che sia tanto avversione,
quanto una certa paura. Ho l’impressione che la vostra intelligenza lo
spaventi».
«Oh, poverino» dissi. E in quell’istante persino io sentii il Diavolo nella
mia voce.
Ma certo. Più venivo a sapere, più ogni particolare acquistava un senso. Lo
sconosciuto che danzava con me e aveva informazioni circa la mia
goffaggine e il mio greco, che potevano venire solo dalla mia cerchia
familiare. La gioia di Tomaso la sera in cui aveva visto il sangue sulla mia
camicia e gli era apparso come il mezzo per salvare il suo amante e allo
stesso tempo rendere la pariglia alla sorella. Quel mattino in chiesa, quando
aveva chinato la testa sotto le accuse di Savonarola e io avevo incontrato lo
sguardo di Cristoforo, puntato su di me. Solo che naturalmente non ero io la
persona che fissava. No. Quel luminoso, lieve sorriso di adorazione era
riservato a mio fratello. Il mio stupido, grazioso, adulatore, vanitoso, volgare,
vizioso fratello.
Ricominciai a piangere.
Fu abbastanza pietoso da lasciarmi sfogare. Se ne stette lì a guardarmi.
Dopo un po’ allungò la mano e questa volta gli permisi di posarla sulla mia.
«Mi dispiace molto. Non doveva andare così».
«Non avreste mai dovuto contare sul fatto che me lo dicesse lui» dissi
quando ripresi fiato. «Quali bugie vi ha raccontato sul mio conto?»
«Solo che questo sarebbe stato un vantaggio per tutt’e due. Che voi
volevate libertà e indipendenza, più che un marito. Che avreste fatto qualsiasi
cosa per ottenerle!»
«Aveva ragione» mormorai. «Ma non proprio qualsiasi cosa». Tornammo
a sederci per qualche minuto. Fuori, nella notte, udimmo delle urla, passi di
corsa per le strade; poi, all’improvviso, un acuto grido di dolore. Tutto questo
richiamava alla mente la raccapricciante visione del giovane immerso nel
proprio sangue davanti alle porte del Battistero. Ormai Firenze era diventata
nemica di se stessa, e la sicurezza se n’era andata per sempre.
«Dovreste sapere che, nonostante i miei peccati, non sono cattivo,
Alessandra» disse, rompendo il silenzio.
«E agli occhi di Dio? Non temete le sabbie brucianti e le tempeste di
fuoco?»
«Come abbiamo detto, se non altro all’Inferno ci sarà il ricordo del
piacere». S’interruppe. «Vi sorprenderebbe scoprire quanti siamo. Le
maggiori civiltà antiche hanno trovato la trascendenza nel culo di un uomo».
Trasalii.
«Scusate la mia grossolanità, Alessandra. È meglio che mi conosciate
subito, perché dovremo passare del tempo insieme».
Si alzò per versarsi altro vino. Lo guardai attraversare la stanza. Ora la sua
bellezza estenuata e la studiata eleganza mi sembravano quasi una beffa.
Perché non me n’ero accorta prima? Ero così chiusa in me stessa da non
saper interpretare i segnali intorno a me?
«Quanto al giudizio di Dio» riprese, «be’, affronterò il rischio. Tra quelle
stesse sabbie ardenti ci sono bestemmiatori e usurai, e a loro sono riservati
tormenti peggiori. Credo che, se anche non avessi mai avuto tanta
predilezione per i giovani maschi, in Paradiso non ci sarei comunque entrato.
Almeno avrò la consolazione di condividere il fuoco con peccatori come me.
E anche con religiosi. Credetemi, se quell’esercito di sodomiti non fosse stato
costantemente in fuga, scommetto che fra loro avreste visto una schiera di
teste con la tonsura».
«No!»
Sorrise. «Per essere così sofisticata, Alessandra, siete deliziosamente
ingenua».
Non per molto ancora, pensai. Lo guardai. Sparito il disgusto, aveva
riacquistato senso dell’umorismo e simpatia, e non potei evitare che tornasse
un poco a piacermi.
«Almeno non potrete dire che è stata la riluttanza di vostra moglie a
spingervi a questo» dissi sottovoce. Sembrava disorientato. «Il sodomita con
cui Dante parla nel sedicesimo canto. Non ha detto qualcosa di simile? Però
non ne ricordo il nome».
«Oh, certo. Iacopo Rusticucci. Un uomo tutt’altro che eminente. Si dice
che fosse un mercante e non uno studioso». Sorrise. «Tomaso me l’aveva
detto che mi avrebbe trovato una moglie che conosceva la Divina Commedia
come me». Abbassai gli occhi. «Scusatemi. Il suo nome vi arreca dolore».
«Sopravviverò» mormorai, ma sentivo le lacrime pronte a sgorgare.
«Lo spero. Non sopporterei di essere la causa della morte di un così
raffinato intelletto».
«Per non parlare di un così perfetto schermo».
Rise. «Bentornata. Preferisco la vostra arguzia alla vostra
autocommiserazione. Siete una giovane straordinaria, sapete». Guardai mio
marito, domandandomi come sarebbe stato se i suoi complimenti mi avessero
riscaldato il corpo tanto quanto la mente. «Dunque… forse dovremmo parlare
del futuro. Come ho già detto, questa casa è vostra, adesso. Vostra la
biblioteca, vostri i pezzi d’arte. Con l’unica eccezione del mio studio, potete
servirvene come volete. Faceva parte dell’accordo».
«E voi?»
«Non v’importunerò spesso. Potremmo farci vedere insieme in occasione
di eventi pubblici, se ci sarà ancora uno Stato abbastanza indipendente da
organizzarli. Altrimenti sarò fuori per la maggior parte del tempo. Non
occorre che voi sappiate altro».
«Lui verrà qui?» domandai.
Mi guardò con espressione ferma. «È vostro fratello. Come familiare,
sarebbe naturale». A quest’ultima parola accennò un sorriso. «Il fatto è che la
città non è più sicura come prima». Fece una pausa. «Diciamo che potranno
esserci occasioni in cui verrà qui. Ma non subito».
«Siete diplomatico».
Si strinse nelle spalle. «Bisogna governare i propri schiavi come un
tiranno, i propri figli come un re e…»
«La propria moglie come un politico» conclusi al posto suo. «Non so se
Aristotele avesse proprio questo in mente».
Lui rise. «Già. Quanto al resto, dipende da voi, dalle vostre scelte. Non
lasciate che questo distrugga la vostra vita, Alessandra. Vi sorprenderebbe
sapere quello che succede nelle camere da letto della pia città di Firenze.
Matrimoni come il nostro hanno già retto in passato. E in ogni caso voi non
vorreste essere come le altre. Se le mie attenzioni vi gravassero di una decina
di figli, finireste per soccombere. Datemi un unico erede e vi lascerò in pace
per sempre». Tacque un momento. «Quanto al vostro piacere, be’, anche
questo dipende da voi. Vi chiedo soltanto di essere discreta».
Mi fissai le mani. Il ventre mi doleva meno di prima, ma più all’interno
rimaneva una sensazione di bruciore. Come si fa a sapere se si ha un bimbo
in grembo? Il mio piacere? Che cosa desideravo di più nella vita?
«Mi permetterete di dipingere».
Alzò le spalle. «Ho detto che potete fare quello che volete».
Annuii. «E voglio vedere i francesi. Vederli realmente, insomma. Quando
l’esercito di Carlo entrerà in città, voglio essere in strada ad assistere a un
momento storico».
Mosse appena la mano. «Benissimo. Vi assisterete. Sarà indubbiamente
un’entrata trionfale».
«Verrete con me?»
«Credo che diversamente non sareste al sicuro».
Regnava il silenzio tra noi, ma il nome di lui era dappertutto. «E per
quanto riguarda Tomaso?»
«Voi e io siamo marito e moglie, ed è semplicemente opportuno che ci
vedano insieme». Esitò. «Parlerò con Tomaso. Capirà».
Abbassai gli occhi perché non vedesse la scintilla di piacere che li
accendeva.
«Dunque? Avete altre richieste, moglie?»
«No…» Una pausa. «…Marito».
«Bene». Si alzò dal letto. «Devo mandarvi la vostra schiava?»
Scrollai la testa. Si curvò verso di me e per un istante mi domandai se mi
avrebbe baciato in fronte, ma si limitò a sfiorarmi la guancia con le dita.
«Buonanotte, Alessandra».
«Buonanotte».
Uscì dalla stanza e pochi secondi dopo udii il portone di casa aprirsi e poi
chiudersi dietro di lui.
Dopo un po’ di tempo la sensazione di bruciore fra le gambe diminuì, e mi
alzai per pulirmi. Camminare mi faceva un po’ male e avevo la pelle
incrostata sulla coscia, dove il liquido emesso da lui si era seccato, ma la
meticolosità di mio marito aveva evitato che la camicia si sporcasse, e così
assecondava morbidamente i miei movimenti.
Mi lavai con cura, troppo impaurita per esaminarmi. Ma dopo aver lasciato
ricadere la camicia, mi passai le mani sul corpo, soltanto per sentire la seta
sulla pelle. Dai seni e dai fianchi le dita si spostarono lentamente all’ingiù,
verso il sesso. E se mi avesse strappato qualcosa lì dentro e la ferita non fosse
più guarita? Mia madre e mia sorella si erano lacerate nel partorire bambini
grossi. Poteva essermi già successa la stessa cosa?
Esitai, poi spinsi la mano un po’ oltre, allargando le dita per scoprire che il
medio scivolava più facilmente verso l’apertura. Così facendo la sua punta
incontrò quello che pareva un minuscolo monticello di carne viva, al cui
semplice tocco un lungo brivido mi percorse da capo a piedi. Il respiro si fece
più rapido; ritrassi piano piano il dito e poi lo ripassai. Non avrei saputo dire
se la sensazione fosse di piacere o di dolore, ma mi faceva trattenere il fiato e
mi lasciò tremante. Forse il suo pene mi aveva leso, scoprendo un nervo
all’ingresso della vagina?
A chi potevo domandarlo? A chi potevo raccontare quanto era accaduto tra
noi? Ritirai in fretta la mano, arrossendo nel ricordare la mia vergogna. Ma la
curiosità era più forte del dolore, e questa volta sollevai la camicia prima di
tornare a esplorare quel punto con le dita. Sul lato interno della coscia, una
striscia di sangue acquoso, roseo come il cielo all’alba, mi rigava la pelle,
simile a inchiostro diluito. Ripresi il cammino verso il folto del pube e la
dolcezza delle mie stesse carezze mi fece risalire le lacrime agli occhi. Piegai
il dito dentro di me e, quando arrivò lì, la carne mi sembrò quasi viva. Sfiorai
la sorgente della sensazione, poi, delicatamente, premetti di nuovo,
preparandomi ad altro dolore. Sembrò inturgidirsi al tocco, e invece arrivò
un’ondata di piacere tanto intenso che mi strappò dei gemiti, mentre mi
piegavo leggermente su me stessa. Spinsi ancora con la punta del dito. Ed
eccola ancora, e ancora, come un susseguirsi di veloci increspature sulla
superficie dell’acqua, finché non potei fare altro che aggrapparmi al tavolo
per paura di perdere l’equilibrio e dare sfogo agli ansiti, tanto ero persa nel
piacere del mio dolore.
Quando finì, avevo le gambe così molli che dovetti sedermi sul letto.
Provavo uno strano senso di perdita perché mi mancava quella sensazione, e
con sorpresa mi ritrovai in lacrime, pur senza conoscerne il motivo: credo
infatti che non potesse più essere tristezza, quella che sentivo.
Non passò molto prima che mi riprendesse l’ansia. Che cosa mai sarebbe
stato di me, ora? Avevo lasciato la mia casa, la città era in tumulto e io ero
fresca sposa di un uomo che non tollerava la vista del mio corpo, ma che
andava in estasi al pensiero di mio fratello. Se fosse stata una novella morale,
probabilmente ora sarei divenuta la vittima sacrificale, morendo di vergogna
e di dolore in modo che mio marito venisse guidato alla penitenza e a Dio.
Andai al mio cassone nuziale, un oggetto orrendo appartenuto alla madre
di mio marito. Era andato avanti e indietro tra la sua casa e la mia e
finalmente era tornato quel pomeriggio (per la gioia di mio padre pesava
quanto quello di mia sorella, anche se era pieno di libri anziché di sete e
velluti). Ne tirai fuori il libro di preghiere di mia madre sul quale, col suo
aiuto, avevo imparato le prime lettere quando parlavo appena. Che cosa mi
aveva detto il giorno in cui era caduto il governo? Che quando mi fossi
trovata sola nella casa di mio marito, mi sarebbe stato più facile parlare con
Dio. E che quel nostro colloquio mi avrebbe reso una buona moglie e madre.
M’inginocchiai accanto al letto e aprii il libro. Le parole non mi
mancavano mai, ma non riuscivo a mettere insieme quelle da usare ora. Che
cosa poteva esserci da dire, tra Dio e me? Mio marito era un sodomita. Se
non era stata la mia arroganza a mettermi in quella situazione, allora era mio
dovere consegnarlo alla giustizia, per il bene della mia anima e della sua.
Eppure, se l’avessi denunciato, avrei fatto crollare con lui tutto il covo di
lascivia e, anche se forse odiavo mio fratello, come potevo distruggere la mia
famiglia? Mio padre sarebbe certamente morto di vergogna.
No. In verità ero stata io la causa del mio male, e mentre la loro punizione
sarebbe stata l’impossibilità di salvarsi, la mia sarebbe stata vivere con quella
consapevolezza. Riposi il libro di preghiere nel cassone. Tra Dio e me non
esistevano parole.
Piansi ancora un po’, ma la notte aveva consumato tutte le mie lacrime,
così mi affidai a una più sicura consolazione e frugai sotto gli abiti e i libri,
dove avevo nascosto i disegni, le penne e l’inchiostro.
Così passai il resto della mia notte di nozze dedicandomi all’arte. E questa
volta i miei tratti di penna, se non come pioggia, toccavano comunque il
foglio con fluida leggerezza, e mi davano un sereno piacere. Anche se,
vedendo l’immagine che prendeva forma, si sarebbe potuto pensare che fosse
in sé un segno del mio allontanamento da Dio.
Sulla carta, davanti a me, una giovane donna vestita di seta fine giaceva in
silenzio nel letto nuziale e guardava l’uomo vicino a lei, seduto, con la
brachetta aperta e il pene fra le mani. Sul suo viso, un’espressione tra il
dolore e l’estasi, come se in quel momento il divino fosse entrato in lui,
portandolo a un passo dalla trascendenza.
Era, anche se sono io stessa a dirlo, il disegno più vero che avessi fatto da
parecchio tempo.
Parte seconda
Carlo VIII e il suo esercito entrarono a Firenze il 17 novembre 1494. La
storia l’avrebbe ricordato come un giorno di vergogna, ma nelle strade fu più
uno sfarzoso corteo che un’umiliazione.
Il percorso da Porta San Frediano, oltre il fiume, alla cattedrale di Santa
Maria del Fiore, con la sua splendida cupola, fino a Palazzo Medici, era
gremito di folla. Fra i presenti al solenne momento c’erano i Langella, sposati
da poco: Cristoforo, studioso e gentiluomo, e la giovane moglie Alessandra,
figlia minore della famiglia Cecchi, la quale, protetta dal nuovo stato
coniugale, fendeva la calca al braccio del marito, gli occhi scintillanti come
schegge di cristallo mentre osservava il palpitare di colori nelle strade intorno
a lei, finché, giunti nella piazza della cattedrale, lui dovette tenerla
saldamente mentre la guidava tra la massa di gente verso una gradinata in
legno, costruita in fretta contro un muro sul lato opposto.
Là il marito allungò due fiorini a un uomo (un prezzo esorbitante, ma
Firenze era una città di commerci anche in tempo di crisi), dopodiché lui e la
moglie salirono fino in cima e lì si sedettero, avendo davanti a sé non soltanto
la facciata della cattedrale, ma anche la via dalla quale, in meno di un’ora,
Firenze avrebbe assistito all’arrivo del suo primo, e certamente anche unico,
esercito di conquista.
Così mio marito si dimostrò un uomo di parola.
20.

Era tornato a casa al mattino, mentre io ed Erila stavamo vuotando il cassone


nuziale, interrompendoci ogni tanto per guardare dalla finestra il fiume di
gente diretto alla piazza, e non era venuto direttamente da me, ma mi aveva
mandato a dire dal suo servo di non preoccuparmi. Non avrei perso niente,
perché aveva saputo da una buona fonte che il re e il suo esercito erano uno
spettacolo grandioso, ma per la grande stanchezza avanzavano lentamente
verso la città e non sarebbero giunti prima del tramonto.
La notizia era così fresca che persino Erila ne rimase colpita. Il che fu un
bene, perché sia lei che io ci sentivamo un po’ sperdute nei nostri nuovi ruoli
di padrona e di serva, in quella grigia casa tutta correnti.
Dopo la prima notte di nozze, il dialogo tra noi si era un po’ spento. Io
avevo disegnato fino all’alba e poi avevamo dormito a lungo, e lei,
ovviamente, aveva interpretato il mio tardivo risveglio come un segno di
vigore coniugale. Quando si era informata della mia salute avevo risposto che
stavo bene e abbassato gli occhi, rendendo chiaro che non desideravo dire
altro. Oh, avrei dato tutto l’oro del mondo per parlargliene! Avevo un
disperato bisogno di una confidente e finora le avevo sempre raccontato tutto
quanto mi succedeva. Ma quei segreti erano stati piccole ribellioni, dannose
unicamente per me. Io ed Erila ci sentivamo vicine, ma lei era anche una
schiava, e persino io mi rendevo conto che, considerata la tentazione,
l’impulso al pettegolezzo poteva rivelarsi più forte della sua fedeltà. In ogni
caso era la giustificazione che mi ero data quel pomeriggio, svegliandomi nel
letto nuziale fra i miei disegni sparsi. Forse la verità era che non mi
rassegnavo a ricordare l’accaduto, e men che meno a confidarlo ad altri.
Perciò quando Cristoforo ci aveva trovate sedute alla finestra, intente a
sistemare il corredo e a guardare la folla, Erila, che aveva già avuto motivo
d’insospettirsi, si era alzata ed era uscita senza nemmeno guardarlo. Lui
aveva aspettato che la porta le si richiudesse alle spalle prima di parlare. «Vi
è legata, la vostra schiava?»
Avevo annuito.
«Bene, vi farà compagnia. Ma immagino che non le racconterete sempre
tutto, vero?»
Era tanto una domanda quanto un’affermazione.
«No» avevo risposto. «Certo che no».
Nel silenzio che era seguito mi ero indaffarata a piegare panni, gli occhi
umilmente bassi. Lui aveva sorriso come fossi stata davvero la sua amata
moglie, mi aveva offerto il braccio ed eravamo scesi insieme, unendoci al
fiume di gente.
Se fossi stata il re di Francia, mi sarei molto compiaciuta dell’effetto che il
mio ingresso aveva avuto sul mio nuovo Stato vassallo. Ma forse avrei
rimproverato i miei generali per non avere avviato prima la nostra marcia
trionfale, dato che quando Carlo VIII entrò nella piazza il sole era già quasi
tramontato, il che significava che c’era meno luce a far scintillare la sua
armatura dorata o a illuminare il grande baldacchino, anch’esso dorato, che lo
riparava, sostenuto dai suoi cavalieri e dagli armigeri. Il sole ormai al
tramonto significava anche che, quando scese dalla sua cavalcatura per salire
la scalinata della cattedrale, diventò appena visibile alla folla, ma ho il
sospetto che fosse anche perché, per essere un re, era inaspettatamente basso
di statura, specialmente dopo essere smontato dal suo possente destriero nero,
scelto indubbiamente perché lo faceva apparire più alto di quanto non fosse
in realtà.
Quello fu sicuramente l’unico momento d’incertezza nell’entusiasmo
servile dei volubili fiorentini per il sovrano invasore. Non da ultimo perché
quando si avviò su per la scalinata della nostra grande cattedrale, il piccolo re
zoppicava come un uomo deforme, quale effettivamente era, avendo i piedi in
proporzione più grandi del resto del corpo. Così non passò molto tempo che
tutti i fiorentini seppero come il conquistatore mandato a purgarci dei nostri
peccati fosse in realtà un nano con sei dita per piede. Sono lieta di dire che fui
una dei tanti tra la folla che sparsero la voce nella piazza, quel giorno. Così
imparai qualcosa sul modo in cui si scrive la storia: può non essere sempre
corretto, ma è possibile per ognuno partecipare al suo farsi.
Nonostante i pettegolezzi, era impossibile non rimanere colpiti dallo
spettacolo. Ore dopo che il re aveva lasciato la piazza tra grida di: «Viva la
Francia!» che si levavano dietro di lui come una preghiera corale, per
installarsi al sicuro dentro Palazzo Medici, le strade erano ancora straripanti
della fanteria e della cavalleria in arrivo. C’erano così tanti cavalli che l’aria
puzzava dei loro escrementi, pressati sull’acciottolato dai cannoni che
trainavano. Ma quelli che impressionavano di più erano gli arcieri e i
balestrieri: migliaia e migliaia di contadini armati, tanto numerosi da farmi
pensare che ora la Francia potesse essere un paese custodito solo dalle
proprie donne, finché mio marito mi disse che la maggior parte dell’esercito
non era costituita da francesi ma da mercenari arruolati per quella campagna,
a caro prezzo nel caso della Guardia svizzera, con spesa molto minore per i
guerrieri scozzesi. Fui contenta che non fossero quelli gli uomini che si
sarebbero acquartierati presso di noi, perché non avevo mai visto gente del
genere: giganti del Nord, con masse di capelli biondi e barbe rosse come le
tinture di mio padre, così incrostate di sudiciume che ci si poteva solo
meravigliare che gli archi non ci si impigliassero, quando tiravano.
L’invasione durò undici giorni. I soldati alloggiati presso di noi erano
abbastanza beneducati: due cavalieri della città di Tolosa, con i servi e il
seguito. Cenammo assieme la sera dopo il loro arrivo, apparecchiando con le
stoviglie più belle di mio marito – anche se non avevano idea di come si
usassero le forchette – e mi trattarono con la debita deferenza, baciandomi la
mano e lodando la mia bellezza; dal che compresi che erano ciechi o bugiardi
e, dal momento che vedevano benissimo dov’era la caraffa del vino, scelsi la
seconda ipotesi. In seguito seppi da Erila che i loro servi a tavola si
comportavano come maiali, ma tenevano le mani a posto: ordine che doveva
esser stato dato a tutto l’esercito, perché nove mesi dopo non vi fu una
manifesta epidemia di trovatelli francesi abbandonati sulla ruota dello
Spedale degli Innocenti, anche se più tardi avremmo scoperto un altro regalo
dei loro occasionali corteggiamenti, che doveva causarci più sofferenze di
qualche anima in più su questa terra.
A cena gli ospiti parlarono con entusiasmo del loro grande re e della sua
gloriosa campagna, ma quando furono più ubriachi confessarono una certa
nostalgia di casa e stanchezza per una guerra che li avrebbe portati lontano.
La meta finale era la Terra Santa, ma si capiva che guardavano più alle
piacevolezze di Napoli dove, avevano sentito dire, le donne erano belle anche
se more e li aspettava abbondanza di bottino. Quanto alla grandezza di
Firenze, be’, loro erano uomini d’arme piuttosto che d’arte e, mentre la
galleria di sculture di mio marito li colpì molto, volevano sapere dove si
potessero acquistare nuovi tessuti. (Seppi in seguito che c’era stato chi aveva
speculato sull’invasione soffocando il proprio amor di patria a favore delle
tasche.) Per la verità, uno dei cavalieri parlò con entusiasmo della
meravigliosa cattedrale e sembrò incuriosito quando gli dissi che poteva
trovare una statua dorata di San Ludovico, patrono della sua città, opera del
nostro grande Donatello, sopra il portale principale di Santa Croce. Ma non
so se poi la cercò o meno. Quello che so è che mangiarono e bevvero
parecchio, durante quegli undici giorni, perché il cuoco tenne il conto delle
cibarie consumate, giacché con la tregua si era convenuto che l’esercito
avrebbe pagato il proprio mantenimento.
In principio la città si presentò nel suo aspetto migliore per fare colpo sui
conquistatori. A San Felice fu allestita una rappresentazione straordinaria
dell’Annunciazione, e mio marito riuscì a procurarsi dei posti, un risultato
non da poco, considerato che non vidi altri sostenitori dei Medici tra i fedeli.
Da bambina mi avevano portato a un evento simile nel monastero del
Carmine, ricordavo nuvole di mussolina tese attraverso la navata della chiesa;
poi, a un certo punto, sospesi fra quelle nuvole erano comparsi i bambini di
un coro, vestiti da angeli, uno dei quali così palesemente terrorizzato che,
quando gli altri avevano cominciato a cantare, si era messo a urlare tanto
forte che avevano dovuto calarlo a terra.
Anche quel giorno c’erano angeli bambini a San Felice, ma nessuno di loro
pianse. La chiesa aveva tutto un altro aspetto. Una cupola, simile a un
secondo tetto, era stata sospesa ai travi al di sopra della navata centrale; il suo
interno era dipinto d’azzurro molto scuro, e vi era sospeso un centinaio di
piccoli lumi, così che pareva di guardare il cielo notturno con le stelle del
firmamento. Tutt’intorno alla base della volta si trovavano dodici splendenti
angeli bambini su piccoli piedistalli. Ma questo era il meno perché, quando
venne il momento dell’Annunciazione, fu calata una seconda sfera rotante
con otto angeli, dei giovinetti più grandi, e poi, dall’interno di questa, un’altra
sfera che racchiudeva l’ultimo, un adulto: l’Arcangelo Gabriele. Scendendo
muoveva le ali, facendo sì che una miriade di luci tremolasse intorno a lui,
come se portasse le stelle giù con sé.
Mentre me ne stavo là, se possibile più stupefatta di Maria, mio marito mi
fece guardare di nuovo in su e osservare come ciascuna sfera di angeli
potesse essere interpretata come un’accurata lezione di prospettiva: dalla più
grande in basso fino alla più piccola in alto. In questo modo potevamo
renderci conto non soltanto della gloria di Dio, ma anche della perfezione
delle leggi della natura e della padronanza che ne aveva il nostro artista. Mi
disse che quella elaborata macchina scenica era un’invenzione nientemeno
che del famoso Brunelleschi, il cui segreto era stato tramandato negli anni
dopo la sua morte.
Non è noto che cosa pensasse il re di Francia della rappresentazione, ma so
che noi fiorentini ne fummo enormemente colpiti e orgogliosi. Eppure,
quando ci ripenso ora, mi riesce difficile distinguere tra la gioia per lo
spettacolo e il tranquillo piacere che mi veniva dall’erudizione di mio marito
e da come m’insegnava a guardare più a fondo cose che altrimenti avrei
potuto trascurare. Quella sera, mentre tornavamo per le strade affollate, lui mi
guidava tenendomi per il gomito, così che ci muovevamo come agili pesci in
un mare agitato. Una volta a casa, ci trattenemmo un po’ a conversare di ciò
cui avevamo assistito; poi mi accompagnò alla mia stanza, dove mi baciò
sulla guancia e mi ringraziò per la compagnia, prima di ritirarsi nello studio.
A letto, ripensando a tutto quello che avevo visto, riuscii quasi a credere che
la mia libertà era valsa qualsiasi sacrificio avessi fatto per ottenerla. E che
Cristoforo, qualunque cosa potesse fare in futuro, aveva dato al nostro patto
un inizio onorevole.
Nei giorni seguenti, il governo ebbe il suo daffare a scambiare
complimenti con il re e a ratificare un trattato che faceva sembrare
l’occupazione frutto di un invito, elargendogli un cospicuo prestito per le
spese della campagna, presumibilmente come ringraziamento per non avere
saccheggiato la città. Mentre gli ufficiali si comportavano tra loro con
sufficiente urbanità, per le strade la situazione si deteriorò rapidamente e
qualche aspirante guerriero cominciò a lanciare sassi all’invasore, che reagì a
colpi di spada, tanto che una decina di fiorentini rimasero uccisi. Non fu
proprio un massacro e nemmeno una gloriosa resistenza, ma almeno un
richiamo allo spirito che avevamo perduto. Consapevole di essere sempre
meno gradito e consigliato da Savonarola, secondo il quale Dio sarebbe stato
con lui se fosse partito in fretta, Carlo radunò l’esercito e lasciò la città alla
fine di novembre, con molte meno cerimonie e folla ad accompagnarne la
partenza – cosa a cui forse contribuiva il fatto che se ne andavano senza
pagare i conti, compresi i nostri bravi nobili di Tolosa, bugiardi fino alla fine.
Due giorni dopo se ne andò anche mio marito che, da vero gentiluomo, in
quel periodo aveva sempre dormito in casa per proteggere la moglie.
Senza lui e senza gli invasori, il palazzo tornò improvvisamente freddo e
cupo. Le stanze erano buie, i pannelli di legno macchiati dal tempo, gli arazzi
smangiati dalle tarme e le finestre troppo piccole per lasciare entrare
abbastanza luce. Temendo che la solitudine potesse precipitarmi in un abisso
di autocompatimento, il mattino successivo svegliai Erila all’alba e uscimmo
insieme, per mettere alla prova per strada la nuova libertà della mia vita da
sposata.
21.

Il cadavere sul Ponte di Santa Trinita parlava di follia quanto di sete di


sangue. Penzolava da un palo vicino alla piccola cappella e, quando i monaci
l’avevano scoperto, i cani l’avevano già sbranato per metà. Secondo Erila, per
fortuna doveva già essere morto quando il suo corpo era stato sventrato, ma
non lo si poteva sapere con certezza, dato che, anche se avesse urlato mentre
gli intestini gli si riversavano fuori, lo straccio infilato in bocca avrebbe
soffocato le grida più laceranti. I cani dovevano essere arrivati subito dopo
che l’assassino era scomparso perché, quando giungemmo noi – la notizia si
era sparsa al mercato alle prime luci del giorno e non dovemmo fare altro che
seguire la folla –, quanto rimaneva delle viscere dell’uomo era già sparso
sull’acciottolato. I guardiani avevano cacciato i randagi a bastonate, ma i più
feroci erano rimasti sul posto, accovacciati a terra, la testa bassa, fingendo
disinteresse, le zampe frementi d’energia. A un certo punto, mentre si stava
radunando la gente, uno di loro sbucò di lato e azzannò fulmineo un pezzo
d’interiora prima che un calcio lo facesse volare tra i guaiti, ma ancora con il
bottino tra le fauci, fino a metà del ponte.
I guardiani furono quasi altrettanto duri con la folla, ma non c’era modo di
tenerla lontana. Erila mi costrinse a rimanere indietro, un braccio saldamente
intrecciato al mio. Trovava inquietante la mia curiosità, ma più per i guai in
cui avrebbe potuto metterla che per una forma di vigliaccheria: fosse stata
sola, si sarebbe già insinuata tra la calca per arrivare davanti. Quanto a me…
be’, naturalmente la vista di quel corpo straziato mi dava il voltastomaco – a
casa, i miei genitori mi avevano tenuta così protetta che non avevo mai visto
neppure un’esecuzione pubblica –, ma mi sforzai di superarlo. Non mi ero
spinta così lontano alla ricerca della libertà per farmi rispedire via
piagnucolante ai primi segni di sangue o di violenza. In ogni modo,
nonostante la dolcezza femminile, ero proprio curiosa, se “curiosa” è il
termine più adatto…
«Ma non capisci, Erila!» sbottai. «Questo è il quinto».
«Il quinto cosa?»
«Il quinto cadavere dalla morte di Lorenzo».
«E con ciò?» ribatté lei, sbuffando. «Ogni giorno c’è gente che muore per
strada. Ma tu hai la testa troppo sprofondata nei libri per accorgertene».
«Non fino a questo punto. Rifletti: la fanciulla in Santa Croce, la coppia in
Santo Spirito, i cui cadaveri sono stati portati all’Impruneta, e poi il giovane
vicino al Battistero, tre settimane fa. Tutti uccisi dentro o vicino a una chiesa
e tutti mutilati nello stesso orrendo modo. Dev’esserci una connessione».
Rise. «Che ne diresti del peccato? Due puttane, un cliente, un sodomita e
un ruffiano. Forse stavano andando tutti a confessarsi. Chiunque abbia ucciso
questo, almeno ha risparmiato ai monaci la fatica di ascoltarlo».
«Che cosa vuoi dire? Lo conosci?»
«Lo conoscono tutti. Perché credi che ci sia tanta gente qui? Marsilio
Trancolo. Qualsiasi cosa si voglia, Trancolo può procurartela. Anzi, poteva.
Vino, dadi, donne, uomini, ragazzi… aveva a disposizione tutto, al giusto
prezzo. Il più noto mezzano di Firenze. Da quello che ho sentito, nelle due
ultime settimane ha lavorato giorno e notte per accontentare gli stranieri. Be’,
adesso sarà in buona compagnia all’Inferno, questo è certo. Ehi!» strillò,
allungando uno schiaffo a un uomo che ci aveva urtato nella fretta di arrivare
in prima fila. «Guarda dove metti le mani, pezzente».
«Allora togli di mezzo quella fica nera» gridò lui, spingendola da parte.
«Bagascia. Non abbiamo bisogno di donne del colore del Diavolo nelle
nostre strade. Bada a te, o sarai la prossima ad assaggiare quel coltello».
«Non prima che le tue palle pendano accanto allo stemma dei Medici»
borbottò lei, mentre cominciava a spingermi indietro perché uscissi dalla
calca.
«Ma Erila…»
«Ma un bel niente. Te l’avevo detto che questo non è posto per una
signora». Adesso era in collera, perciò non si capiva bene quanto fosse
preoccupata e quanto spaventata. «Se tua madre lo scoprisse, mi farebbe
appendere al palo vicino a quello».
Trovò la via per allontanarci dal ponte. La folla, meno numerosa lungo il
fiume, tornò ad aumentare quando entrammo in Piazza della Signoria. Nelle
giornate successive alla partenza dei francesi, la piazza era sempre stata più o
meno piena di cittadini ansiosi di vedere eletto il nuovo governo, retto di fatto
da Savonarola. Ora i suoi sostenitori sedevano in gran pompa nel Palazzo del
Comune, preparando nuove leggi grazie alle quali speravano di trasformare
una città senza Dio in una città devota. Dalle sale del Consiglio avevano una
veduta panoramica del Ponte di Santa Trinita. Avere così a portata di mano
una lezione sui castighi inflitti dal Diavolo li avrebbe fatti concentrare alla
perfezione sul compito che li attendeva.
Nei giorni seguenti, Erila si spazientì per la mia voglia di vivere la strada.
«Non posso star fuori con te tutto il giorno. Ho del lavoro da fare in casa. E
ce l’hai anche tu, se vuoi diventarne la padrona». Naturalmente era ancora
arrabbiata con me perché mantenevo il segreto sulla mia prima notte di nozze
e si sfogava in modi poco vistosi, ma efficaci. E non era l’unica. Adesso la
servitù mi guardava in modo strano. Subito dopo il matrimonio avevo recitato
la parte della moglie, chiedendo i conti e dando ordini a destra e a manca. Ma
la mia mancanza di sicurezza mi aveva tradito e una casa che era andata
avanti per anni senza una moglie che la dirigesse non poteva accettare di
buon grado i miei interventi puerili. C’erano momenti in cui quasi li sentivo
ridere alle mie spalle, come se sapessero dell’indegna commedia inscenata a
beneficio della reputazione di mio marito.
Per tenere a bada la disperazione, trovai rifugio nella biblioteca. Annidata
sotto la loggia all’ultimo piano, lontana da umidità o piene, era l’unica stanza
della casa in cui mi sentissi veramente a mio agio. Conteneva forse un
centinaio di tomi che risalivano in alcuni casi all’inizio del secolo, e il più
straordinario dei quali era rappresentato dalle prime traduzioni di Platone a
opera di Marsilio Ficino, commissionate da Lorenzo de’ Medici, soprattutto
perché all’interno trovai una dedica in una scrittura raffinata.
A Cristoforo, il cui amore per il sapere è quasi grande
quanto il suo amore per la bellezza
La data era il 1477, l’anno prima della mia nascita. Dato che la firma era
un’opera d’arte in sé, di chi altri poteva essere se non di Lorenzo in persona?
Fissavo le lettere. Se fosse stato vivo, avrebbe avuto quasi l’età di mio
marito. E mio marito conosceva quella corte molto più di quanto avessi
capito. Se mai fosse tornato a casa, chissà come avremmo potuto
conversarne.
Lessi alcuni capitoli, rapita dal pensiero della loro origine, ma mi vergogno
a confessare che, se qualche mese prima la loro saggezza mi avrebbe
abbagliato, ora quei volumi di filosofia somigliavano ai vecchi: venerabili, sì,
ma senza più la capacità di influire su un mondo che li aveva ormai lasciati
indietro.
Dai libri passai all’arte. L’evocazione di Dante nell’opera di Sandro
Botticelli mi avrebbe senz’altro dato ancora emozioni. Ma il grande stipo in
cui mio marito teneva la cartella era chiuso a chiave e, quando chiamai il suo
servo per farmela dare, lui affermò di non saperne niente. Era una mia
impressione o l’uomo fece un sorrisetto compiaciuto, mentre rispondeva?
Un’ora dopo mi portò notizie più interessanti.
«C’è un visitatore per voi, signora».
«Chi è?»
Si strinse nelle spalle. «Un gentiluomo. Non ha detto il nome. Aspetta
giù».
Mio padre? Mio fratello? Il pittore? Il pittore… Provai un’improvvisa
ondata di eccitazione e mi alzai in fretta. «Accompagnalo nella sala da
ricevimento».
Fermo davanti alla finestra, fissava la torre al di là della stretta via. Non ci
eravamo più visti dalla sera prima del matrimonio, e se il pensiero di lui mi
era balenato talvolta alla mente, l’avevo soffocato con fermezza, come si fa
con le candele d’altare smoccolate dopo la messa. Ora però, di nuovo in sua
presenza, mi sentii quasi tremare mentre si rivolgeva a me. Aveva una brutta
cera. Era nuovamente dimagrito e la sua carnagione, sempre pallida, aveva
assunto un colore gessoso, con ombre profonde sotto gli occhi. Aveva
macchie scure di colore sulle mani, in cui stringeva un rotolo di disegni
avvolto nella mussolina. I miei disegni. Mi mancò quasi il respiro.
«Benvenuto» dissi, sistemandomi con cura su una delle scomode sedie di
mio marito. «Non volete sedervi?»
Il pittore emise un breve suono che presi per un rifiuto, dal momento che
rimase in piedi. Che cosa c’era in noi che ci rendeva così agitati in compagnia
l’uno dell’altro, goffi allo stesso modo? Che cosa aveva detto un giorno Erila
circa l’innocenza più pericolosa dell’esperienza? Solo che non ero più
innocente. E quando pensavo alle viscere della donna sventrata nei suoi
schizzi notturni, sapevo che in un modo o nell’altro nemmeno lui lo era.
«Siete sposata» disse finalmente, di nuovo al riparo della sua imbronciata
timidezza.
«Sì, infatti».
«In questo caso, spero di non disturbarvi».
Scrollai le spalle. «Quale disturbo? Ora sono padrona del mio tempo». Non
riuscivo a staccare gli occhi dal rotolo che aveva in mano. «Com’è la
cappella? Avete cominciato?»
Annuì.
«E…? Procede bene?»
Borbottò qualcosa che non compresi del tutto, e poi: «Io… Io vi ho portato
questi» e, impacciato, tese davanti a sé il braccio con i disegni. Quando
allungai la mano per prenderli, lo sentii tremare leggermente…
«Li avete guardati?»
Un cenno di assenso.
«Dunque?»
«Non sono un giudice esperto, capite… ma credo… che i vostri occhi e la
vostra penna abbiano in sé qualcosa della verità».
Mi balzò il cuore in petto e, benché sappia che è sacrilego anche soltanto
pensarlo, in quell’istante mi sembrò di essere Nostra Santissima Signora
nell’Annunciazione, in ascolto di parole di tale immensa grandezza da
provocare tanto terrore quanto gioia. «Oh… Pensate così!… Allora mi
aiuterete?»
«Io…»
«Oh, ma non vedete? Ora sono sposata. E mio marito, che ha a cuore il
mio benessere, permetterebbe senz’altro che mi istruiate, che mi mostriate le
tecniche. Forse potrei addirittura aiutarvi nella cappella…»
«No, no!» Il suo allarme era vivo come la mia eccitazione. «Non è
possibile».
«Perché no? Ci sono tante cose che voi sapete…»
«No. Non capite». La sua foga mi zittì. «Non posso insegnarvi niente». Lo
disse in tono talmente inorridito da far pensare che gli avessi proposto chissà
quale ignobile oscenità.
«Non potete o non volete?» domandai freddamente, guardandolo dritto
negli occhi.
«Non posso» mormorò; poi lo ripeté ad alta voce, staccando le parole,
come se lo stesse dicendo a se stesso, oltre che a me. «Non posso aiutarvi».
Stentavo a respirare. Vedermi offrire tanto e poi vedermelo portare via…
«Capisco. Bene…» Mi alzai, troppo orgogliosa per lasciargli capire quanto
soffrissi. «Certamente avrete impegni cui attendere».
Indugiò qualche istante, come se avesse avuto altro da dire, poi si girò,
avviandosi alla porta. Ma là si fermò. «Io… c’è qualcos’altro».
Attesi.
«Quella sera… la sera prima delle vostre nozze, quando noi… quando voi
eravate nella corte…»
Benché sapessi cosa stava per dire, ero troppo furiosa per aiutarlo. «Sì?»
«Mi è caduto qualcosa… un foglio, uno schizzo. Sarei grato se potessi
riaverlo».
«Uno schizzo?» Udii il mio tono farsi distaccato. Aveva infranto le mie
speranze, e io avrei fatto lo stesso con lui. «Temo di non ricordare. Se poteste
dirmi di cosa si trattava…»
«Era… niente. Niente d’importante, voglio dire».
«Ma abbastanza importante da rivolerlo?»
«Solo perché… l’ha fatto un mio amico. E… io devo restituirglielo».
Era una menzogna così palese – la prima e forse l’unica che sentii mai da
lui – che non osò guardarmi, mentre la diceva. Il foglio strappato mi si parò
davanti agli occhi: il cadavere dell’uomo squarciato dalla gola all’inguine, le
viscere esposte come su un gancio da macellaio. Solo che adesso quella
figura aveva un compagno, nella mia mente: il mezzano più famoso della
città appeso allo stipite della cappella, con i cani che gli azzannavano le
interiora. Mentre il disegno precedeva quel cadavere di settimane, lo
squartamento era quasi identico. Riudii le parole di mio fratello: «Il tuo
preziosissimo pittore era un disastro, la faccia da fantasma e sporco da capo a
piedi». Una faccia spettrale e occhi iniettati di sangue potevano indicare non
solo un uomo che vagava di notte per le strade, ma anche qualcuno che non
riusciva a dormire neanche quando riposava.
«Mi dispiace». Parole fredde, l’eco delle sue. «Non posso aiutarvi».
Rimase per un momento immobile, poi si voltò e udii il rumore della porta
che si chiudeva dietro di lui. Sedetti col rotolo di disegni in grembo. Dopo un
po’ li afferrai e li scagliai attraverso la stanza.
22.

Di tempo per pensare ne ebbi pochissimo. Mio maritò tornò alcuni giorni
dopo, con calcolata puntualità. I sermoni natalizi del Savonarola sarebbero
cominciati il mattino seguente e i devoti dovevano essere visti andare in
chiesa uscendo dal letto della moglie e non dell’amante.
Si era persino preoccupato di portarmi con sé a passeggio la sera stessa, in
modo che potessimo venire notati in pubblico. L’avevo sognato per tanto
tempo: camminare per le strade nell’ora magica fra il crepuscolo e il buio,
quando soltanto il sole al tramonto illuminava la città. Ma sebbene la luce
fosse bella, le vie mancavano di vivacità. C’erano meno persone di quante
immaginassi; quasi ogni donna che vidi era velata e – per un occhio abituato
ai tessuti luminosi di mio padre – vestita con colori tristi, mentre le poche non
accompagnate tenevano la testa bassa, affrettandosi verso casa. A un certo
punto, sotto la loggia di Piazza Santa Maria Novella, oltrepassammo un
giovane, una specie di galletto con mantello alla moda e cappello piumato
che, mi sembrò, tentava in tutti i modi di attirare l’attenzione di mio marito;
ma Cristoforo abbassò immediatamente gli occhi, manovrò per allontanarmi
da lì e poco dopo l’avevamo lasciato indietro. Quando arrivammo a casa, a
buio fatto, la città era quasi deserta. Il coprifuoco mentale produceva i suoi
effetti quanto qualunque nuova legge. Per suprema ironia, avevo ottenuto a
fatica la libertà in un periodo in cui non c’era più una Firenze in cui poterla
esplorare.
Quella sera rimanemmo insieme nella sala da ricevimento piena di
correnti, riscaldata da un fuoco di legna di mirto, discutendo di questioni
riguardanti la Repubblica. C’era in me una parte offesa che voleva punirlo
per la sua assenza, ma la mia curiosità era troppo viva e la sua compagnia
troppo interessante per resistergli a lungo. E credo che il piacere fosse
reciproco.
«Dovremmo trovarci là presto per assicurarci un buon posto. Sarei pronto a
scommettere – naturalmente se adesso non fosse diventato illegale – che
domani la cattedrale traboccherà di folla».
«Andiamo per vedere o per essere visti?»
«L’uno e l’altro, come molti, sospetto. È incredibile come i fiorentini siano
diventati tutt’a un tratto così devoti».
«Anche i sodomiti?» domandai, fiera del mio coraggio nell’usare quel
termine.
Cristoforo sorrise. «Sono convinto che proviate un piacere ribelle nel dire
questa parola ad alta voce. Però vi consiglierei di eliminarla dal vostro
vocabolario. I muri hanno orecchie».
«Che cosa? Credete che ora i servi tradirebbero i loro padroni?»
«Credo che se si offre la libertà agli schiavi in cambio di informazioni sui
loro padroni, vuol dire che Firenze è diventata una città dell’Inquisizione, sì».
«È questo che dicono le nuove leggi?»
«Fra le altre cose. Le pene stabilite per la fornicazione sono state
aggravate. Ancora di più per la sodomia. Per i giovani, fustigazioni, multe e
mutilazioni. Per i peccatori più anziani ed esperti… il rogo».
«Il rogo? Misericordia! Perché una tale differenza?»
«Perché, cara moglie, i giovani maschi sono ritenuti meno responsabili
delle proprie azioni, rispetto a quelli più maturi. Così come le vergini
deflorate sono considerate meno colpevoli dei loro seduttori».
Quindi il pavoneggiarsi provocante di Tomaso sarebbe stato valutato meno
grave della silenziosa brama di lui da parte di mio marito. Anche se avevamo
lo stesso sangue, la crudele verità era che il suo benessere mi stava meno a
cuore di quello dell’uomo che lo desiderava carnalmente.
«Dovete essere prudente» dissi.
«Lo sarò. Vostro fratello vorrebbe vostre notizie» soggiunse, come
leggendomi nel pensiero.
«Che cosa gli avete detto?»
«Che farebbe meglio a chiedervele lui stesso. Ma penso che tema
d’incontrarsi con voi».
Bene, pensai. Spero che tremi di paura fra le tue braccia. Mi scoprii
sconvolta da quell’immagine, che non avevo mai osato evocare. Tomaso fra
le braccia di mio marito. Così adesso mio fratello era la moglie. E io…
Insomma, che cos’ero io?
«C’era troppo silenzio, con la casa così vuota» dissi infine. Non parlò
subito. Sapevamo entrambi che cosa sarebbe accaduto. Savonarola poteva
anche sorvegliare la città di notte, ma in fondo non avrebbe fatto altro che
sospingere il peccato ancor più nelle tenebre.
«Se preferite, non è necessario che lo vediate» mormorò.
«È mio fratello. Se venisse a casa nostra, sarebbe strano se non
l’incontrassi».
«È vero». Fissava il fuoco, le gambe allungate davanti a sé. Era un uomo
colto e raffinato, con più cervello nel dito mignolo di quanto ne avesse mio
fratello in tutto il suo morbido, lezioso corpo. Di cosa era fatta quella lussuria
che gli faceva rischiare tutto pur di soddisfarla? «Suppongo che non abbiate
notizie per me» disse mio marito dopo un po’.
Oh, ne avevo eccome! Quello stesso pomeriggio avevo avuto dolori
lancinanti al ventre, ma non annunciavano una gravidanza immediata: avevo
partorito invece abbondanti rivoli di sangue. Però non sapevo come dirlo,
quindi mi limitai a scuotere la testa. «No. Nessuna notizia».
Chiusi gli occhi e rividi il mio disegno della nostra prima notte di nozze.
Quando li riaprii, lui mi stava scrutando, e giurerei che la sua pietà celava una
punta di affetto. «Ho saputo che avete usato la biblioteca, in mia assenza. Vi
ha fatto piacere, spero».
«Sì» risposi, sollevata nel ritrovarmi sul terreno sicuro del sapere. «Ho
trovato un volume di Platone tradotto da Marsilio Ficino con una dedica a
voi».
«Ah, sì. Loda il mio amore per la bellezza e la conoscenza». Rise.
«Difficile immaginare adesso che c’è stato un tempo in cui i nostri governanti
credevano a tali cose».
«Dunque era proprio Lorenzo il Magnifico? L’avete conosciuto
veramente!»
«Un pochino. Come la dedica suggerisce, amava che i suoi gentiluomini di
corte fossero persone dai gusti raffinati».
«E… e sapeva di voi?»
«Che cosa… della mia sodomia, come vi piace tanto chiamarla? Non c’era
molto che Lorenzo non sapesse di coloro che lo circondavano. Studiava
l’anima degli uomini quanto il loro intelletto. La sua mente vi avrebbe
affascinato. Mi sorprende che vostra madre non vi abbia parlato di lui».
«Mia madre?»
«Sì. Quando suo fratello era a corte, veniva ogni tanto a fargli visita».
«Davvero? Allora la conoscevate, a quell’epoca?»
«No. Ero… ero impegnato con altre cose. Ma qualche volta la vedevo. Era
molto bella. E quando occorreva, aveva qualcosa dell’acume e
dell’erudizione del fratello. Era molto stimata, ricordo. Non vi ha mai detto
niente?»
Scrollai la testa. A mia memoria, non me ne aveva mai fatto parola. Avere
segreti del genere con la propria figlia! Questo mi fece tornare in mente il suo
racconto degli assassini dei Medici trascinati per le strade mentre affogavano
nel proprio sangue dopo essere stati castrati. Nessuna meraviglia se l’orrore
mi aveva stravolto nel suo grembo.
«Allora spero di non aver parlato fuori luogo. So che avete anche chiesto le
chiavi dello stipo. Mi rincresce deludervi, ma credo che presto il manoscritto
non sarà più in casa».
«No? E dove sarà?»
«Nelle mani del suo proprietario».
«Chi è?» Visto che mio marito non rispondeva aggiunsi: «Se credete che
non sappia mantenere i vostri segreti, signore, avete sbagliato nello scegliervi
la moglie».
La mia logica lo fece sorridere. «Si chiama Piero Francesco de’ Medici. Un
tempo protettore di Botticelli».
Ma certo. Il cugino di Lorenzo il Magnifico, tra i primi a riparare nel
campo francese. «Per me è un traditore» affermai con forza.
«Allora siete più sciocca di quanto pensassi». Aveva assunto un tono
brusco. «Dovreste essere più cauta con le parole, anche qui. Ricordate quello
che vi dico: non passerà molto tempo prima che i sostenitori dei Medici
comincino a temere per la propria vita. Inoltre voi conoscete solo parte della
storia. Ha ragioni più che sufficienti per la sua slealtà. Dopo l’assassinio del
padre, le proprietà del figlio vennero affidate a Lorenzo, il quale ne sfruttò le
rendite quando la banca Medici si trovò in pessime acque. Il risentimento di
Piero Francesco non deve sorprendere. Ma non è un uomo malvagio. Anzi,
come mecenate delle arti, la storia può affiancarlo allo stesso Lorenzo».
«Non ho visto niente di quello che ha dato alla città».
«Perché finora ha tenuto ogni cosa per sé. Ma nella sua villa di Cafaggiolo
ci sono dipinti del Botticelli che forse l’artista stesso rimpiangerà di avere
fatto. C’è un pannello in cui Marte, vinto dalle grazie di Venere, giace
abbandonato con tale languore che è difficile capire se sia la sua anima o il
suo corpo che la dea ha appena conquistato. E poi c’è ancora Venere che
nasce nuda dal mare, portata da una conchiglia. Ne avete sentito parlare?»
«No». Una volta mia madre mi aveva raccontato di una serie di pannelli
con la novella di Nastagio degli Onesti che Botticelli aveva dipinto per un
matrimonio, e di come tutti li avessero ammirati per la forza e per la cura dei
particolari. Ma io, come mia sorella, non sopporto storie di carni di donna
straziate, per quanto l’artista sia bravo. «Com’è, quella Venere?»
«Be’, non sono esperto di donne, ma ho il sospetto che trovereste in lei
l’abisso che divide la visione dell’arte di Platone da quella di Savonarola».
«È bella?»
«Bella, sì, ma è anche qualcosa di più. Riunisce in sé l’ideale classico e
quello cristiano. La sua nudità è pudica, eppure la sua gravità è giocosa.
Invita e resiste al tempo stesso. Pure la sua conoscenza dell’amore pare
innocente. Anche se immagino che gli uomini che la guardano pensino più a
portarla a letto che in chiesa».
«Oh, non so cosa darei per vederla».
«Dovreste sperare che nessuno la veda per un po’ di tempo. Se si sapesse
di lei, il nostro pio monaco vorrebbe certamente distruggerla insieme ai suoi
peccatori. Auguriamoci che Botticelli non si senta in dovere di consegnarla al
nemico. Mi è giunto all’orecchio che è già molto favorevole alla fazione dei
Piagnoni».
«No!»
«Oh, sì. Credo che vi sorprenderebbe il numero dei nostri grandi
personaggi che lo seguiranno. E non soltanto gli artisti».
«Ma perché? Non capisco. Qui stavamo edificando una nuova Atene.
Come possono tollerare di vederla distruggere?»
Fissava il fuoco, come se dentro potesse trovarci la risposta. «Perché al suo
posto» rispose infine «questo folle e astuto monaco offrirà loro la visione di
altro. Di qualcosa che parli al cuore di tutti gli uomini e non soltanto ai ricchi
o agli intelligenti».
«E che cosa sarà?»
«L’edificazione della Nuova Gerusalemme».
Mio marito, che pareva avere sempre saputo di essere destinato all’Inferno,
in quel momento sembrava quasi triste. E io sapevo che aveva ragione di
esserlo.
23.

Erano così tanti i servitori che avevano chiesto di ascoltare il sermone, la


mattina seguente, che non era rimasto quasi nessuno a custodire la casa. Lo
stesso avveniva in tutta la città. Quel giorno, un ladro furbo avrebbe potuto
scappare carico di refurtiva, anche se avrebbe dovuto avere un coraggio del
Diavolo per peccare in un momento simile… come sfruttare le tenebre dopo
la Crocifissione di Cristo per derubare la folla.
Mentre i poveri indossavano i loro panni migliori, erano i ricchi a vestirsi
per l’occasione, rivoltando in dentro i colletti di pelliccia e badando che i
gioielli fossero ben nascosti, in osservanza alle nuove Leggi Suntuarie. Prima
di uscire, io ed Erila ci controllammo a vicenda, per verificare che niente di
sospetto o di frivolo spuntasse da sotto i mantelli. Ma la nostra modestia si
rivelò insufficiente. Quando attraversammo la piazza, dirette alla cattedrale,
apparve chiaro che qualcosa non andava. C’era una grande folla, e si udivano
grida irose e pianti di donna. Eravamo appena arrivati alla gradinata quando
un uomo corpulento, in abiti rozzi, ci sbarrò la strada.
«Lei non può entrare» disse villanamente a mio marito. «Le donne non
sono ammesse».
Aveva un tono così aggressivo che per un istante mi domandai se non
sapesse qualcosa di più sul nostro conto, e mi sentii gelare il sangue.
«E perché?» domandò freddamente Cristoforo.
«Il monaco predica la costruzione di uno Stato conforme alle leggi di Dio.
Questioni simili sono inadatte alle loro orecchie».
«Ma se lo Stato è devoto a Dio, che cosa potrebbe mai dire il monaco che
ci offenda?» domandai ad alta voce.
«Le donne non sono ammesse» ripeté quello, ignorandomi e rivolgendosi a
mio marito. «Gli affari di governo sono per gli uomini. Le donne sono deboli,
irrazionali e dovrebbero essere tenute nell’obbedienza, nella castità e nel
silenzio».
«Bene, signore» dissi, «se le donne sono veramente…»
«Mia moglie è un vaso di virtù esemplari». Cristoforo mi diede un lieve
pizzicotto sotto la manica. «Non ci sono insegnamenti che il nostro
zelantissimo priore Savonarola potrebbe darle che lei non pratichi già per sua
indole».
«Allora è meglio che torni a prendersi cura della sua casa e lasci agli
uomini i loro affari» ribatté l’uomo. «E il suo velo dovrebbe essere senza
guarnizioni e coprirle il viso come si deve. Ora questo è uno Stato di virtù
semplici, non contaminato dai capricci dei ricchi».
Sei mesi prima l’avrebbero rispedito a casa a colpi di frusta per quella
mancanza di rispetto, ma ora la sua insolenza era così baldanzosa che non si
poteva replicare nulla. Nel voltarmi vidi la stessa scena ripetuta una decina di
volte in vari punti della gradinata: cittadini illustri umiliati da quella nuova,
rozza devozione. Era facile capire il meccanismo: i ricchi vestivano in modo
dimesso, e i poveri avevano meno ragioni per sentirsi in soggezione. Mi
venne da pensare – e non sarebbe stata l’ultima volta – che, se quello era
l’inizio della Nuova Gerusalemme, c’era sotto qualcosa di più di una
rivoluzione spirituale.
Però mio marito, che l’aveva capito chiaramente quanto me, con molta
saggezza preferì non offendersi e mi si rivolse invece con un sorriso. «Cara
moglie» disse con studiata dolcezza e linguaggio fatuo, «andate a casa con
Dio, e pregate per noi. Vi raggiungerò più tardi e di quanto si è detto vi
riferirò, semmai vi fosse ciò che vi riguardi».
Dopo un inchino ci separammo come attori di una brutta rappresentazione
delle novelle di Boccaccio, e Cristoforo scomparve nell’interno echeggiante
della cattedrale.
Ai piedi della scalinata, io ed Erila ci trovammo tra una folla di donne
combattute tra la devozione e lo sdegno per essere state escluse. Ne riconobbi
alcune che mia madre avrebbe considerato sue pari, signore di garbo e
benestanti. Dopo un po’, un gruppo di ragazzi con i capelli corti e vestiti più
come penitenti che come giovani, si avvicinò e cominciò a spingerci verso il
limite della piazza. Avevo l’impressione che usassero il pretesto della loro
virtuosità per provocarci e umiliarci come mai in passato avrebbero potuto
fare.
«Di qua». Erila mi afferrò per un braccio e mi tirò in disparte. «Se restiamo
qui, non entreremo mai».
«Ma come facciamo? Ci sono guardie dappertutto».
«Sì, ma non tutte le porte sono per i ricchi. Con un po’ di fortuna, per la
gente più modesta avranno scelto guardiani meno prepotenti».
La seguii fuori dalla calca e girammo intorno alla cattedrale finché
trovammo una porta dove la folla era meno numerosa, ma avanzava con
impeto tale da rendere impossibile, per i sagrestani all’ingresso, controllare
tutti quelli che si riversavano dentro. Mentre ci spingevamo avanti a forza
udimmo un’ondata crescente di suoni venire dall’interno. Savonarola doveva
essere comparso sull’altare, e all’improvviso la ressa aumentò e la folla si
mosse più velocemente, mentre i grandi portali della cattedrale cominciavano
a chiudersi.
Una volta dentro, Erila si affrettò a tirarmi indietro, così che ci trovammo
schiacciate nello spazio tra la porta interna e il muro della chiesa. Un istante
prima e qualcuno ci avrebbe individuato, un istante dopo e non saremmo
entrate. Feci correre uno sguardo furtivo sulla massa di corpi e mi accorsi che
non eravamo le uniche donne a sfidare il divieto, perché di lì a poco vi fu del
trambusto tra la folla, a sinistra, e un’anziana venne spinta malamente fuori,
tra i fischi degli uomini. Noi due tenemmo la testa bassa, nel sicuro rifugio
della semioscurità.
Quando la funzione arrivò al momento della predica cadde un profondo
silenzio, mentre il piccolo monaco si avviava al pulpito. Sarebbe stato il suo
primo sermone in pubblico da quando era stato formato il nuovo governo. Per
quanto la cosa non l’avesse fatto crescere di statura (a essere sinceri, non lo
vedevo comunque, da dove mi trovavo), gli aveva indubbiamente infuso una
maggiore forza. O forse c’entrava proprio Dio. Parlava di lui con una
familiarità così disinvolta…
«Benvenuti, uomini di Firenze. Oggi ci incontriamo qui per compiere
grandi cose. Come la Vergine si recò a Betlemme in preparazione alla venuta
del nostro Salvatore, così la città fa i primi passi sulla via che la condurrà alla
redenzione. Gioite, cittadini di Firenze, giacché la luce è vicina».
Tra la folla corse un primo mormorio di approvazione.
«Il viaggio è cominciato. La nave della salvezza ha preso il mare. Sono
stato con il Signore, in questi giorni, chiedendo il Suo consiglio, implorando
la Sua indulgenza. Lui è rimasto sempre al mio fianco, di giorno e di notte,
mentre io, prostrato dinanzi a Lui, attendevo i suoi ordini. “Oh, Dio” ho
gridato, “assegna questo gravoso compito a un altro. Che Firenze guidi se
stessa in questo mare tempestoso e lasciami tornare al mio solitario porto”.
“È impossibile” ha risposto il Signore. “Tu ne sei il capitano e il vento gonfia
le vele. Ora non c’è più ritorno”».
Intorno a lui si levò di nuovo altro clamore, adesso più forte, che lo
incitava a proseguire, e non potei fare a meno di pensare a Giulio Cesare il
quale, ogni volta che rifiutava la corona, sollecitava la folla a offrirgliela di
nuovo con fervore ancora più grande.
«“Signore, Signore” gli dico. “Predicherò, se devo. Ma perché occorre che
m’intrometta nel governo di Firenze? Non sono che un semplice monaco”. E
il Signore dice con voce terribile: “Bada, Girolamo. Se vuoi fare di Firenze
una città santa, la sua devozione dovrà costruirsi su salde fondamenta. Su un
governo di virtù reali. Questo è il tuo compito. E se anche lo temi, Io sono
con te. Quando predichi, sono Mie le parole che fluiscono dalla tua lingua. E
così le tenebre verranno penetrate, finché i peccatori non avranno più ove
nascondersi.
“Ma non illuderti sulla durezza del viaggio. La struttura è marcia, divorata
dal veleno della lussuria e dell’avidità. Anche coloro che si ritengono pii
devono essere consegnati alla giustizia: agli uomini e alle donne di Chiesa
che bevono il Mio sangue da calici d’oro e d’argento e hanno più a cuore
questi che Me, a loro si deve insegnare nuovamente il significato dell’umiltà.
A coloro che adorano falsi dei in lingue pagane dev’essere sigillata la bocca.
La lussuria di coloro che alimentano le fiamme della carne va strappata col
fuoco… E a coloro che guardano i propri volti prima del Mio devono essere
infranti gli specchi e rovesciati all’indietro gli occhi, perché vedano le
macchie sulle proprie anime…
“E in questa grande opera faranno da guida gli uomini. Poiché come la
corruzione dell’uomo iniziò con la corruzione della donna, così la sua vanità
e fragilità dovrà essere guidata da mani più forti. Lo Stato veramente devoto è
quello in cui le donne stanno dietro porte chiuse e la loro salvezza sta
nell’obbedienza e nel silenzio.
“Come l’orgoglio della cristianità va alla guerra per riconquistare la Mia
Terra Santa, allo stesso modo la gloriosa gioventù di Firenze scenderà nelle
strade per ingaggiare battaglia con il peccato. Sarà un esercito di anime
devote. Il suolo stesso gioirà dei loro passi. E i deboli, i giocatori, i
fornicatori e i sodomiti, tutti coloro che violino le Mie leggi, sperimenteranno
la Mia collera”. Così dice il Signore. Così io obbedisco. Sia lodato il Suo
nome, in cielo e in terra. Sia lodata la nostra grande opera di edificazione
della Nuova Gerusalemme».
Giuro che, se non era Dio, non so chi ci fosse dentro di lui, perché
sembrava realmente posseduto. Fui percorsa da un brivido e in quel momento
avrei voluto strappare i miei disegni e chiedere il perdono e la luce di Dio,
anche se era un desiderio che nasceva più dalla paura che da una gioiosa
speranza di salvezza. Eppure, mentre provavo quell’emozione e i fedeli si
levavano per lodarlo a una sola voce, non potei fare a meno di ricordare il
frastuono che si alzava dalla Piazza di Santa Croce il giorno in cui si teneva
l’annuale gara cittadina di calcio, e come gli uomini tra la folla urlassero la
loro approvazione a ogni accenno di destrezza o di attacco.
Mi girai verso Erila per vedere se fosse impressionata quanto me, e così
facendo sollevai appena la testa, nel preciso istante in cui un uomo di fronte a
me spostava il peso del corpo da una gamba all’altra per vedere meglio. Così
il suo sguardo obliquo incrociò il mio, e io compresi all’istante che eravamo
state scoperte. Si levò un coro di mormorii verso di noi ed Erila, molto più
avvezza di me alla repentinità della violenza maschile, mi abbrancò e mi
trascinò fra la folla, finché arrivammo allo spiraglio della porta e schizzammo
fuori, salve ma tremanti, nel freddo sole di un luminoso mattino di dicembre
nella Nuova Gerusalemme.
24.

Mentre Savonarola predicava dal pulpito alla nostra pia città, io ed Erila
uscivamo per le strade. L’idea di vivere dietro porte chiuse, con isolamento e
preghiera come unica compagnia, mi raggelava. Anche senza la macchia dei
peccati di mio marito avrei fallito ogni prova cui il Dio di Savonarola mi
avesse sottoposto, e ormai avevo rischiato troppo per entrare docilmente in
quell’oscurità.
Andavamo quasi tutti i giorni al mercato. Le donne potevano anche
rappresentare la tentazione, nelle strade, ma bisognava pur sempre fare la
spesa e cucinare, e a volte era difficile distinguere la curiosa dall’obbediente,
se il velo era abbastanza fitto. Non so com’è adesso il Mercato Vecchio di
Firenze, ma a quel tempo era una meraviglia: una babele di sensazioni. Come
ogni altra cosa nella nostra città era segnato dal disordine e dal sudiciume
della vita quotidiana, ma in quello stavano la sua vitalità e il suo stile. Nella
piazza si vedevano eleganti logge ariose, ciascuna costruita e decorata dalla
corporazione che ospitava. Così sotto i medaglioni che ritraevano animali
c’erano i macellai, e sotto quelli con i pesci i pescivendoli, che gareggiavano
per stuzzicare le narici con i fornai, i conciatori, i venditori di frutta e un
centinaio di banchi di cibo fumante dove si poteva comperare di tutto,
dall’anguilla stufata al luccio appena pescato nel fiume e arrostito, a pezzi di
maiale farciti con rosmarino e tagliati dall’animale che sgocciolava i propri
succhi dallo spiedo. Era come se tutti gli odori della vita – il lievito, la
cottura, la morte e la putrefazione – fossero stati rovesciati insieme in una
grande pentola. Non ho trovato nulla cui potesse essere paragonato, e durante
quelle prime, buie giornate invernali del regno di Dio a Firenze mi sembrava
tutto ciò che avevo bramato e temevo di più di perdere.
Tutti avevano qualcosa da vendere, e quelli che non avevano nulla
vendevano quel nulla. Non c’erano logge per i mendicanti, che avevano
comunque il loro posto, sui gradini delle quattro chiese che si ergevano come
sentinelle intorno alla piazza. Erila diceva che i mendicanti erano già
aumentati da quando Savonarola aveva preso il controllo di Firenze. Ma se
fosse così perché c’era più povertà oppure più devozione, e quindi maggiori
speranze di ricevere la carità, era difficile stabilirlo. Ma la figura che
m’incantò realmente era il lottatore. Stava ritto su un basamento vicino
all’ingresso occidentale della piazza, e intorno a lui si era già raccolta la folla.
Erila mi disse che lo conosceva da tempo: prima di diventare saltimbanco era
stato un lottatore professionista che sfidava chi passava per le paludi lungo il
fiume. Allora aveva un socio che accettava scommesse per conto suo, e c’era
sempre gente che gridava e incitava i contendenti che barcollavano e
grugnivano nel fango nero, finché ne riemergevano, simili a diavoli. In
seguito Erila mi raccontò di averlo visto cacciare la testa di un avversario così
a fondo nella melma che quello aveva potuto segnalare la propria resa solo
agitando le braccia.
Tuttavia quegli spettacoli si basavano sul gioco d’azzardo, e in
conseguenza delle nuove leggi l’atleta non aveva altra scelta che trovare un
uso diverso per il suo magnifico corpo. Era nudo fino alla cintola, e il freddo
trasformava il suo respiro in nuvolette di fumo. Il suo torso pareva più quello
di un animale che di un uomo, i muscoli tanto prominenti e massicci che il
collo ricordava quello di un toro. Mi faceva pensare al Minotauro e al suo
furioso attacco al grande Teseo, nel centro del labirinto. Ma qui si trattava di
una diversa mostruosità.
Aveva la pelle tanto unta da luccicare, e lungo le braccia e sul petto era
attraversato da un disegno (ma come poteva aderire il colore, in quelle
condizioni?) che raffigurava un grande serpente. Quando fletteva i muscoli,
facendo increspare la pelle, le grosse spire verdi e nere rilucevano e
scivolavano lungo gli avambracci e sul tronco. Era una visione orripilante e
magica. Ero affascinata a tal punto che mi feci sgarbatamente largo fino a
trovarmi ritta davanti a lui.
La ricchezza del mio abito attirava l’attenzione anche sul mio borsellino, e
l’uomo si curvò su di me. «Guardate attentamente, padroncina» disse, «anche
se forse dovreste alzare il velo per vedere bene il portento». Scostai la
mussolina e lui mi sorrise, un vuoto tra i denti davanti largo come l’Arno, poi
tese le braccia verso di me in modo che questa volta, quando il serpente
strisciò, mi era così vicino che potevo quasi toccarlo. «Il Diavolo è un
serpente. Guardatevi dai peccati nascosti nel piacere dato dalle braccia di un
uomo».
Erila mi stava tirando per la manica, ma la scrollai via. «Come siete
riuscito a fare questo al vostro corpo?» domandai impaziente. «Quali colori
avete usato?»
«Mettete dell’argento nella cassetta e ve lo dirò». Il serpente guizzò in su,
verso l’altra spalla. Frugai nel borsellino e gettai nella cassetta mezzo fiorino,
che scintillò tra opache monetine di rame. Erila sospirò ostentatamente per la
mia credulità e mi strappò il borsellino di mano, mettendolo al sicuro nel
proprio corpetto.
«Ditemi, dunque!» insistetti. «Non può essere semplice colore, quindi
dev’essere una tintura».
«Tintura e sangue» rispose oscuramente lui, accovacciandosi in modo tale
che adesso era davvero abbastanza vicino da essere toccato, abbastanza
vicino da lasciar vedere il sottile strato di sudore e di olio sulla sua pelle e
fiutare l’odore acre del suo corpo. «Prima fate dei tagli nella pelle, piccoli
tagli, zic, zic, zic, poi, uno dopo l’altro, ci infilate dentro le tinture con una
punta».
«Oh, fa male?»
«Uhh!… ho strillato come un bambino. Ma una volta cominciato non ho
voluto smettere. E così il mio serpente diventa ogni giorno più bello e più
flessuoso. Il serpente-Diavolo ha il viso di donna, sapete. Per tentare gli
uomini. La prossima volta che mi farò tagliuzzare chiederò di dargli i vostri
tratti».
«Bah!» proruppe Erila in tono sprezzante. «Quante belle lusinghe. Vuole
soltanto un’altra moneta».
La cacciai via. «So chi ha fatto questo lavoro» ripresi in fretta. «I tintori di
Santa Croce. Siete uno di loro, vero?»
«Lo ero» disse l’uomo, e mi guardò con più attenzione. «Come lo sapete?»
«Ho visto i disegni che hanno sulla pelle. Ci sono andata una volta, da
bambina».
«Con vostro padre. Il mercante di stoffe».
«Sì! Sì!»
«Mi ricordo di voi. Eravate piccola, prepotente e ficcavate il naso
dappertutto».
Feci una risata. «Davvero! Vi ricordate davvero di me!»
Erila rimproverò energicamente l’uomo. «Il suo borsellino l’ho già preso
io, scimunito. Di argento non ne vedi più».
«Non ho bisogno del tuo denaro, ragazza» brontolò lui. «Ne faccio di più
muovendo le braccia di quanto ne prenda tu per la strada, quand’è buio e il
tuo colore non si distingue dal nero della notte». Si rivolse di nuovo a me.
«Sì, mi ricordo di voi. Avevate bei vestiti e una brutta faccia tutta
aggrondata… eppure niente vi spaventava».
Le sue parole furono una piccola pugnalata al cuore. Avrei forse fatto un
passo indietro, ma il suo volto si avvicinò al mio. «Ma vi dirò una cosa. Non
vi trovavo brutta, per niente. Pensavo che foste proprio deliziosa». E mentre
pronunciava quella parola, fece ondulare languidamente il serpente attraverso
il suo corpo e verso di me, passandosi al tempo stesso la lingua sulle labbra
finché mise fuori la punta, agitandola nella mia direzione. Fu un atto di così
aperta lussuria che mi sentii sconvolgere lo stomaco da una sorta di nauseata
eccitazione. Mi allontanai rapidamente per raggiungere Erila che era già
uscita dalla folla e, mentre camminavo, sentii l’oscena risata dell’uomo
risuonare sopra di me.
Erila era così furiosa per la mia disobbedienza che per qualche minuto non
mi rivolse la parola. Poi, dove c’era meno gente, si fermò, girandosi verso di
me. «Stai bene?»
«Sì» risposi, ma sospetto che fosse evidente il contrario. «Sì».
«Forse adesso capisci perché le signore si fanno accompagnare per la
strada. Non preoccuparti di quell’uomo. Ha i giorni contati. Quando il nuovo
esercito lo troverà, lo impiccherà così in fretta che i suoi bei serpenti si
afflosceranno per il terrore».
Ma io non riuscivo a cancellare dalla mente la bellezza di quel corpo e
nemmeno la verità del suo commento a proposito della mia.
«Erila?» La fermai nuovamente.
«Che c’è?»
«Sono davvero così brutta che ha potuto riconoscermi dopo tutti questi
anni?»
Lei sbuffò e mi strinse in un veloce abbraccio. «Ah, non era la tua
bruttezza che ricordava, era il tuo coraggio. Ci preservi Iddio, perché ti
metterà in guai peggiori di quanto potrà mai fare il tuo aspetto».
E mi guidò per le viuzze verso casa.
La notte però non riuscii a togliermi dalla mente quella pelle. Dormii male,
con il guizzare dei muscoli del serpente che tramutava i miei sogni in incubi,
finché mi svegliai in un bagno di sudore, lottando per liberarmi dalle sue
spire. Sentivo la camicia bagnata e fredda sul corpo. Me la tolsi e andai a
tentoni verso il cassone a prenderne un’altra. Nel fioco chiarore delle torce
all’esterno scorsi il riflesso del mio busto nel piccolo specchio brunito sulla
parete a pannelli. La vista della mia nudità mi fece indugiare là davanti.
Avevo ombre pesanti sul viso e le linee del mio corpo intrappolavano zone
oscure sotto i seni. Pensai a mia sorella nel giorno delle sue nozze, raggiante
nella sicurezza della sua bellezza e tutt’a un tratto non riuscii a sopportare la
differenza tra noi. Il saltimbanco aveva ragione. Non c’era niente in me che
allietasse gli occhi. Ero così brutta che gli uomini mi ricordavano soltanto per
questo. Ero così brutta che persino mio marito mi trovava ripugnante.
Rammentai la descrizione fatta dal pittore di Eva che fuggiva dal Paradiso,
piangendo nelle tenebre, vergognosa della sua nudità appena scoperta. Anche
lei era stata sedotta dal serpente, la cui lingua biforcuta aveva trafitto la sua
innocenza, mentre le spire soffocavano la vita della preda. Tornai a letto e mi
raggomitolai. Dopo un po’, la mano mi scese lentamente verso il sesso,
cercando nel mio corpo un conforto che nessun altro mi avrebbe mai dato.
Ma ormai la notte era piena di peccato, e le mie dita temevano la dolcezza
che avrebbero potuto trovare, così piansi fino ad addormentarmi, con la
solitudine come unica compagna.
25.

Nelle settimane successive, Dio e il Diavolo si affrontarono per le strade della


città. Savonarola predicava ogni giorno, mentre bande di giovani maschi, i
guerrieri della nuova Chiesa, punivano i fiorentini per la loro mancanza di
devozione e spedivano le donne a badare in silenzio alla casa.
Da parte sua, mia sorella Plautilla, sempre pronta a tenere la scena, scelse
quel momento per superare se stessa. Erila mi svegliò all’alba del giorno di
Natale per darmi la notizia. «C’è un messaggio dalla casa di tua madre.
Questa notte tua sorella ha partorito una bambina. Adesso tua madre è là con
lei e tornando a casa passerà qui da noi».
Mia madre. Non l’avevo più vista dal giorno delle nozze, sei settimane
prima. Vi erano stati periodi della mia vita in cui avevo sentito il suo affetto
come severo e implacabile, eppure non c’era nessun altro che capisse così a
fondo la mia ostinata diversità e mi volesse così bene, nonostante o forse
proprio per questo. Ma quella stessa donna aveva un passato che la metteva
in relazione con mio marito, e un figlio che aveva orchestrato la rovina della
propria sorella. Quando arrivò, quel pomeriggio, avevo ormai quasi paura di
vederla. Alla mia insicurezza contribuiva il fatto che mio marito era uscito la
sera prima e non era ancora tornato.
Da brava padrona di casa, l’accolsi nella sala da ricevimento, anche se era
fredda e spoglia in confronto a quella che lei aveva arredato con tanta
eleganza. Al suo ingresso mi alzai, ci abbracciammo e, una volta sedute, mi
scrutò col suo solito occhio acuto.
«Ti porto i saluti di tua sorella. Si pavoneggia tutta ed è al settimo cielo.
Anche la bimba ha buoni polmoni».
«Dio sia lodato» dissi.
«Oh, sì. E tu, Alessandra? Hai una bella cera».
«Infatti».
«E tuo marito?»
«Sta bene anche lui».
«Mi spiace non riuscire a vederlo».
«Be’… sono sicura che tornerà presto».
Una breve pausa. «Allora, le cose tra voi vanno…»
«…magnificamente» conclusi con decisione.
La vidi colpita dal rifiuto di confidarmi. Tentò un’altra via. «La casa è
molto silenziosa. Come passi il tuo tempo?»
«Prego, come mi hai consigliato tu» dissi. «E, per rispondere alla tua
prossima domanda, no, non sono ancora incinta».
Sorrise della mia ingenuità. «Be’, non è il caso di preoccuparsi. Tua sorella
è stata più veloce di molte altre, sotto questo aspetto».
«La bimba è nata facilmente?»
«Più facilmente di te» disse lei con dolcezza; so che il riferimento alla mia
nascita era un tentativo di rendermi più indulgente nei suoi confronti, ma non
me ne diedi per intesa.
«Oggi Maurizio sarà un uomo ricco».
«In effetti, anche se avrebbe indubbiamente preferito un maschio».
«Eppure aveva scommesso quattrocento fiorini sulla femmina. Nessun
erede, ma un buon inizio per una dote. Devo parlarne con Cristoforo, per fare
la stessa cosa. Quando verrà il mio tempo».
Mi compiacqui con me stessa per quella frase, perché mi sembrava che una
moglie dovesse parlare proprio così.
Mia madre mi fissò. «Alessandra?»
«Sì?» dissi vivacemente.
«Bambina mia, va tutto bene?»
«Naturalmente. Non devi più preoccuparti per me. Sono sposata, ricordi?»
Lei tacque. Capivo che avrebbe voluto dire altro, ma era sconcertata da
quella giovane donna fredda e padrona di sé che le sedeva davanti. Lasciai
che il silenzio si prolungasse.
«Quanto tempo sei stata a corte, mamma?»
«Come?»
«Mio marito mi ha messa a parte di qualche suo ricordo dei tempi di
Lorenzo il Magnifico. Racconta come tutti a corte cantassero le lodi della tua
bellezza e della tua intelligenza».
Credo che se l’avessi aggredita fisicamente non sarebbe rimasta più
stupita. Certo è che non l’avevo mai vista affannarsi tanto per trovare le
parole. «Io… ma non… Non sono mai stata a corte. Ci sono andata solo in
visita… qualche volta… quand’ero giovane. Mi accompagnava mio fratello.
Ma…»
«È così che hai conosciuto mio marito?»
«No. No… voglio dire… se fosse stato là avrei potuto vederlo, ma non lo
conoscevo. Io… è stato tanto tempo fa».
«Eppure mi sorprende che non ne parli mai. Proprio tu, così desiderosa di
farci partecipi della storia. Non pensavi che ci avrebbe interessati?»
«È stato tanto tempo fa» ripeté. «Ero così giovane… non avevo molti più
anni di quanti ne hai tu adesso».
In quel momento però me ne sentivo tanti sulle spalle. «Anche mio padre
era a corte? L’hai conosciuto là?» Mi sembrava chiaro che, se mio padre
avesse avuto frequentazioni così nobili, noi, come suoi figli, ne avremmo
sentito parlare all’infinito.
«No» disse lei, e in quella parola avvertii un cambiamento di tono: stava
riacquistando la padronanza di sé. «Il nostro matrimonio è venuto dopo. Sai,
Alessandra, la tua passione per il passato è ammirevole, ma penso che
converrebbe parlare del presente». S’interruppe. «Devi sapere che tuo padre
non sta bene».
«Non sta bene? Che cosa vuoi dire?»
«È… è alquanto teso. Ha risentito molto dell’invasione e dei rovesci di
fortuna di Firenze».
«Pensavo, al contrario, che gli avessero fatto fare buoni affari. A quanto ho
sentito, l’unica merce che i francesi erano disposti a pagare erano le nostre
stoffe».
«Sì, ma tuo padre non gliele ha volute vendere». Nell’apprenderlo, provai
per lui un affetto ancora più grande. «Temo che il suo rifiuto lo abbia
segnalato come membro dell’opposizione. Mi auguro che questo non ci causi
sofferenze in futuro».
«Eppure doveva sapere che non poteva più aspettarsi di essere chiamato
alla Signoria. D’ora in poi la nostra grande aula di governo brulicherà di
Piagnoni» dissi, usando la parola in gergo per definire i seguaci di
Savonarola. Lei mi guardò, allarmata. «Non preoccuparti. Non le uso in
pubblico, queste parole. Mio marito mi tiene sempre al corrente dei
cambiamenti che avvengono. Ho sentito come te delle nuove leggi: contro il
gioco d’azzardo, la fornicazione…» Feci una pausa. «Contro la sodomia».
Una volta ancora, le mie parole le troncarono il respiro. Lo sentii nell’aria
divenuta immobile. No, era impossibile che la mia stessa madre avesse
permesso una cosa simile…
«Sodomia» ripetei. «Un peccato tanto grave che solo da poco ne ho
compreso il significato. Anche se penso che la mia istruzione in questioni
simili fosse piuttosto carente».
«Be’, non è una cosa cui una famiglia perbene debba dedicare attenzione»
replicò, e adesso era fredda esattamente come me. Quelle parole mi avevano
rivelato l’enormità del suo tradimento e, anche se stentavo a crederlo,
provavo una tale rabbia che non sopportavo di stare nella stessa stanza con
lei. Mi alzai, accampando la scusa di avere qualcosa da fare. Lei però non si
mosse.
«Alessandra».
La fissai, calma.
«Figlia mia cara, se sei infelice…»
«Infelice? Perché? Che cosa potrebbe esserci nel mio matrimonio che mi
rende infelice?» E continuai a fissarla.
Si alzò, sconfitta dalla mia aggressività. «Tuo padre, come sai, avrebbe
piacere che venissi a trovarci. I suoi affari sono un fardello molto pesante per
lui, in questo periodo. Il nostro non è l’unico Stato in subbuglio, e troppa
politica nuoce ai commerci. Credo che ricevere la visita della figlia prediletta
lo distrarrebbe un po’» disse affettuosamente. «E lo stesso vale per me».
«Ah, sì? Pensavo che in casa fossero già molto presenti i miei fratelli, ora
che stiamo diventando più severi con le follie dei giovani».
«Be’, in effetti Luca ha cambiato comportamento. Anzi, temo che
Savonarola abbia un nuovo adepto in tuo fratello. Dovresti tenerne conto, nel
trattare con lui. Quanto a Tomaso…» S’interruppe e vidi ancora in lei quel
tremito. «Per la verità, in questi giorni non lo vediamo spesso. È un’altra cosa
che preoccupa tuo padre». E abbassò gli occhi.
Era arrivata alla porta, e io non avevo ancora aperto bocca, quando si
voltò. «Oh, dimenticavo. Ti ho portato una cosa. Da parte del pittore».
Il pittore? Sentii quel piacevole dolore familiare serpeggiarmi nel ventre.
Anche se nelle nostre vite si erano verificati eventi tali che non pensavo a lui
da qualche tempo.
«Sì». Tirò fuori qualcosa dalla borsa: un pacchetto avvolto in mussolina
bianca. «Me l’ha dato stamattina. È il suo regalo di nozze. Forse si è
dispiaciuto perché non ci siamo serviti di lui per un cassone nuziale,
nonostante tuo padre gli abbia spiegato che non ce n’era il tempo».
«Come sta?»
Si strinse nelle spalle. «Ha cominciato gli affreschi. Non dobbiamo vederli
finché non saranno finiti. Di giorno lavora con i suoi aiutanti, e di notte da
solo. Esce di casa soltanto per andare alle funzioni. È uno strano giovane.
Credo di non avere scambiato con lui più di cinquanta parole, da quando è
con noi. Secondo me, forse era più adatto al suo monastero che alla nostra
città mondana, ma tuo padre continua a credere in lui. Dobbiamo augurarci
che i suoi affreschi siano vigorosi quanto la sua fede».
Tacque di nuovo. Forse aveva sperato di alleggerire il mio silenzio con la
promessa di nuovi pettegolezzi. Ma una volta di più non l’aiutai, così mi
diede un rapido abbraccio e se ne andò.
La stanza avvolse nel freddo la mia rinnovata solitudine. Volevo
impedirmi di pensare a quello che avevo saputo, altrimenti sarei precipitata in
un abisso di disperazione dal quale non sarei più riemersa. Dunque dedicai la
mia attenzione al dono del pittore.
Svolsi con cura la mussolina. Dentro, dipinta a tempera su una tavoletta di
legno grande suppergiù quanto una Bibbia da chiesa, c’era un’immagine di
Nostra Signora. La scena vibrava di tutta la tavolozza di colori del sole
fiorentino, e i dettagli sullo sfondo mostravano elementi caratteristici della
città: la grande cupola, le complesse prospettive delle sue logge e delle sue
piazze, e una profusione di chiese. Al centro sedeva la Vergine, le mani
(mirabilmente raffigurate) dolcemente giunte in grembo e la splendente
aureola in foglia d’oro che la annunciava a tutto il mondo come madre di Dio.
Tutto questo era chiaro. Meno chiaro era il momento della vita di lei in cui
il pittore aveva deciso di ritrarla. Era splendidamente giovane e, dal modo in
cui teneva lo sguardo fisso oltre chi l’osservava, risultava chiaro che stava
guardando qualcuno. Eppure non c’era il minimo segno di un premuroso
angelo che le portasse la lieta novella, né di un bimbo sgambettante o
dormiente che le recasse gioia. Il suo volto era allungato e pieno, troppo
pieno per essere bello, e nemmeno lontanamente pallido come voleva la
moda, ma nonostante questo c’era in lei una gravità, quasi un’intensità che
obbligava a guardarla due volte.
E la seconda volta rivelava qualcos’altro. Più che supplice, l’espressione di
Maria era indagatrice: c’era una domanda nei suoi occhi, come se dovesse
ancora capire o accettare appieno tutto ciò che le si chiedeva. E come se, non
avendo capito, le fosse possibile scegliere di non obbedire.
In poche parole, s’intuiva in lei una sorta di ribellione quale mai avevo
visto in una Madonna. E tuttavia, nonostante la sua trasgressività, la
conoscevo abbastanza bene. Perché quel viso era il mio.
26.

Rimasi sveglia fino a notte inoltrata, la mente che correva senza posa dalla
colpa di mia madre alla trasgressione del pittore. Come aveva potuto, proprio
lei, compiere un simile tradimento? E lui che cosa credeva di fare, creando
un’opera simile? Sedevo alla finestra guardando una città che mi era più
proibita ora di quand’ero una vergine in casa di mio padre, e riflettevo sul
percorso della mia vita, che mi aveva portato da tanta speranza a tanta
disperazione. Mentre ero lì cominciai a scorgere i primi fiocchi di neve che
uscivano dal buio e passavano davanti alla finestra. La neve si vedeva di rado
in città, perciò, mio malgrado, mi alzai incantata per vedere meglio. Fu così
che assistetti all’arrivo della grande bufera.
Infuriò per due giorni e due notti, la neve così fitta e trascinata dal vento
che persino di giorno si stentava a vedere il lato opposto della strada. Quando
finalmente cessò, la città si era trasformata: le vie avevano assunto i tratti
della campagna, con cunette e dune che coprivano molte case fino al primo
piano, mentre la pioggia era diventata ghiaccio sulle sporgenze dei tetti,
cosicché Firenze sembrava ornata da cortine di cristalli a cascata. Era così
bella da sembrare quasi un’opera di Dio, una visione per celebrare la nostra
nuova purezza. Altri però la vedevano come un segno che Dio era a fianco di
Savonarola e, non avendo distrutto il peccato col caldo, ora Lui cercava di
strapparlo da noi col freddo.
Per un certo periodo, le condizioni del tempo regolarono la nostra vita. Il
fiume gelò a tal punto che i bambini accendevano falò sulla sua superficie e i
barcaioli furono i primi a morire di fame, perché i fiorentini impararono a
camminare sull’acqua. Anni prima, quand’ero bambina e c’era stata una
nevicata tanto copiosa da coprire la città, la gente si era messa a costruire
statue di neve per le strade, e uno degli apprendisti della scuola di scultura di
Lorenzo aveva realizzato un leone, simbolo di Firenze, nei giardini del
Palazzo Medici. Sembrava talmente vivo che Lorenzo aveva aperto i cancelli
perché la cittadinanza lo vedesse. Ma ora non c’erano più questi fatui
divertimenti. Ogni sera, al calare dell’oscurità, la città diventava così
silenziosa da far pensare che i suoi abitanti fossero congelati dentro il
paesaggio. Il palazzo di mio marito era talmente pieno di correnti d’aria che
avremmo anche potuto stare in mezzo alla strada, sebbene capisca che è una
cosa sciocca da dire, perché qualcuno morì veramente nella propria casa,
mentre noi potevamo almeno accendere fuochi che ci scottavano le gambe,
lasciandoci gelare la schiena.
La seconda settimana, tuttavia, la neve si trasformò in ghiaccio scuro,
diventando così pericolosa che nessuno usciva, a meno di esserci costretto. Il
buio dell’inverno cominciò a insinuarsi nel nostro animo. Sembrava che
sarebbe durato in eterno. Le giornate erano plumbee e tuttavia penosamente
lunghe, e la crescente insofferenza di mio marito per la separazione da
Tomaso divenne così scoperta che il suo desiderio cominciò a prevalere sulla
cortesia e lui iniziò ad allontanarsi da me, restando nel suo studio fino a tarda
notte. La sua assenza mi turbava più di quanto volessi ammettere. Poi un
mattino uscì, nonostante il tempo pessimo, e la sera non rincasò.
Ma se poteva andare fuori lui, potevo farlo anch’io. Il giorno dopo lasciai
un biglietto a Erila e mi recai, da sola, in visita da mia sorella.
In strada si potevano fare solo brevi respiri, perché l’aria era talmente
gelida da ustionare quasi le narici. Le persone camminavano lentamente,
badando soprattutto a dove mettevano i piedi. Alcune portavano sacchetti di
terriccio e ghiaia che spargevano davanti a sé, come seminando. Sarebbe
stato meglio usare il sale, ma era un bene troppo prezioso per sprecarlo così.
Io non avevo né l’uno né l’altro, perciò rischiavo a ogni passo e, benché le
nostre case non fossero distanti, l’orlo delle mie vesti era strappato e
incrostato di nero prima che avessi percorso un centinaio di metri.
Plautilla mi accolse stupita ma a braccia aperte, facendomi sedere davanti
al camino ed esprimendo la sua disapprovazione per la sciocca spericolatezza
della sua sventata sorellina. Com’era diversa la sua casa dalla mia! Era meno
grandiosa e di più recente costruzione, quindi vi erano meno crepe da cui
poteva entrare il freddo, ma anche più camini, nonché quell’incessante
affaccendarsi della famiglia che ricordavo con affetto dai tempi dell’infanzia.
In contrasto con il mio naso arrossato e il viso tirato, aveva l’aria di chi è a
suo agio e al caldo, anche se va detto che era grassa quasi quanto durante la
gravidanza.
Nonostante la straordinaria coincidenza di date, la natività di mia sorella
era stata evidentemente molto meno umile di quella di Nostra Signora. A sua
difesa si potrebbe dire che, considerato come il suo puerperio fosse coinciso
con l’invasione, Plautilla non compariva in pubblico da un po’, e nessuno
l’aveva messa al corrente di quanto fosse cambiata la situazione. Ciò
nonostante, se la Polizia Suntuaria avesse deciso un’incursione nella stanza
della bimba, l’avrebbe spogliata di tante delle sue vestine e avrebbe gettato in
strada buona parte dei mobili. Per fortuna non eravamo arrivati a quel punto.
Non ancora.
Plautilla mi lasciò tenere la mia nipotina, un batuffolo urlante che strepitò
debitamente fra le mie braccia finché la balia la prese e se l’attaccò al seno,
dove la piccina s’ingozzò come un agnellino, tanto che la si sentiva succhiare
avidamente e trangugiare, mentre Plautilla se ne stava adagiata sofficemente
in un placido silenzio, paga del suo trionfo e dei suoi capezzoli morbidi.
«Adesso capisco che le donne sono state fatte per questo» sospirò. «Anche
se vorrei che Eva ci avesse risparmiato un po’ delle doglie del parto. Una
sofferenza incredibile, sai. Credo che sia peggio del supplizio della corda.
Dio mostrò grande misericordia a Nostra Signora, alleviandole in parte quei
dolori». S’infilò in bocca un altro dolce. «Guardala, ti prego. Non trovi
bellissime le fasce fatte con la stoffa color crema del babbo? Vedi che belle
cose ti aspettano? La bimba è una creazione molto più grande di tutto il tuo
scarabocchiare, non credi?»
Ne convenni, anche se, dato che mia sorella tenne in braccio la figlia solo
tre o quattro volte durante il mio soggiorno da lei e il resto delle giornate lo
passò a scegliere il guardaroba che avrebbe accompagnato in settimana la
piccola e la balia in campagna, non capivo proprio quale significativo
cambiamento avrebbe portato nella sua vita. Quanto a Maurizio… be’, nei
rari e brevi momenti in cui lo vidi, sembrava abbastanza annoiato dall’intera
faccenda. D’altronde, in quel periodo gli uomini di rango si occupavano
d’affari più importanti dei neonati. E poi era soltanto una femmina.
«La mamma dice che stai bene, ma sei diventata umile. Devo dire che
sembri un pochino scialba».
«Molto scialba» risposi. «Ma d’altra parte il mondo stesso lo è diventato.
Mi sorprende che non te l’abbiano detto».
«Oh, ma perché dovrei uscire di casa? Qui ho tutto quello che mi serve».
«E quando tua figlia sarà lontana? Che cosa farai, allora?»
«Mi occuperò un po’ della casa e, quando mi sarò riposata, ci metteremo
all’opera per fare un altro bambino» rispose lei con un sorriso falsamente
timido. «Maurizio non avrà pace finché non avremo una schiera di maschi
per guidare la nuova Repubblica».
«Buon per lui. Se ti affretti a metterli al mondo, potrebbero diventare i
nuovi guerrieri in nome di Dio».
«Sì. E a proposito di guerrieri, hai visto Luca, ultimamente?» Scossi la
testa.
«Bene, lascia che ti dica una cosa: è cambiato. Proprio due giorni fa è
venuto a vedere Illuminata. Non lo trovi un nome bellissimo? Come una luce
nuova nel cielo. Ha detto che è un nome che si addice al nostro tempo, e che
benedetto è il frutto del mio grembo». Rise. «Pensa, il nostro Luca che usa un
linguaggio simile! Però aveva un aspetto orribile: il naso violaceo per il
freddo delle ronde per le strade e i capelli rasati come un monaco. Ma ho
sentito che a quanto pare ci sono ragazzi ancora più giovani che sembrano
proprio angeli».
Anche se scommetto che picchiano come diavoli, pensai, ricordando quel
gruppo nella piazza. Lanciai uno sguardo alla balia che teneva gli occhi fissi
su Illuminata la quale, a sua volta, fissava lei. Anche quella donna era una
seguace del nuovo ordine? In quei giorni era difficile sapere che cosa si
poteva dire e davanti a chi.
«Non preoccuparti» bisbigliò Plautilla, che aveva colto il mio sguardo.
«Non è di Firenze. Ci capisce a stento».
Ma in quegli occhi socchiusi avevo scorto un lampo fugace che mi diede
tutt’altra impressione.
«Indovina che cosa mi ha donato per la nascita della bambina? Un libro
con i sermoni di Savonarola. Te l’immagini? Direttamente dai torchi. Pensa,
adesso li stampano. In questi ultimi mesi, ha detto, in via dei Librai hanno
aperto tre nuove botteghe di stampatori, e tutte per occuparsi delle nuove
parole. Ricordi quando la mamma diceva che era volgare comprare libri fatti
con le macchine? Che la bellezza delle parole stava…» Esitò.
«…per metà nei tratti delle penne che le avevano copiate» terminai per lei.
«Perché i copisti aggiungono amore e devozione al testo originale».
«Oh, ricordi proprio tutto. Bene, ora non più. Ora persino i gentiluomini
comprano libri stampati. Pare che facciano furore. Ma pensa. Lui non fa a
tempo a dire le cose, che noi le abbiamo tra le mani. Così quelli che non
sanno leggere possono farsele leggere. Nessuna meraviglia che abbia un
seguito così devoto».
Sebbene si lasciasse facilmente distrarre dalle novità della moda, non era
stupida, mia sorella, e credo che se in quel periodo fosse stata in chiesa ad
ascoltare i discorsi infiammati del monaco, avrebbe potuto provare un certo
timore, oltre all’ammirazione. Ma i piaceri del matrimonio e della maternità
le ottundevano il cervello. «Hai ragione» mormorai, «però lascerei passare un
po’ di tempo prima di leggerli a Illuminata».
Vidi la balia spostare leggermente lo sguardo, staccando per un istante dal
seno la piccola, così che i suoi strilli indignati interruppero
momentaneamente la conversazione. Per il resto del mio soggiorno non tornai
più sull’argomento.
Al mio arrivo a casa, qualche giorno dopo, il ghiaccio si stava sciogliendo.
All’angolo della nostra via, il disgelo aveva rivelato la carcassa
semicongelata di un cane, il ventre squarciato e le viscere nere che
sembrarono animarsi quando i primi vermi cominciarono a sopravvivere al
freddo. Non sapevo dire se il puzzo fosse di vita o di morte. Anche la mia
casa aveva un odore diverso, come se vi fosse entrato un animale estraneo. O
forse poteva essere perché vidi nella corte il cavallo di Tomaso legato accanto
a quello di Cristoforo. Entrambi lucidi di sudore, stavano tranquilli fianco a
fianco, in attesa che il garzone di stalla finisse di strigliarli. Il ragazzo
interruppe il suo lavoro per salutarmi con un rapido cenno del capo, che
ricambiai. Perché ero così certa che si fosse occupato dei due animali già
molte altre volte?
Erila mi venne incontro prima che arrivassi alla mia camera. Mi aspettavo
un rimprovero per la mia assenza, invece mostrò un’allegria quasi eccessiva.
«Come hai trovato tua sorella?»
«Abbondante, sotto molti aspetti».
«E la piccola?»
«Difficile a dirsi. Era coperta di latte vomitato. Però ha una voce che si fa
sentire. Credo che sopravviverà».
«C’è qui tuo fratello. Tomaso». Era la mia immaginazione o mi stava
scrutando con occhi penetranti?
«Ah, sì?» dissi in tono disinvolto. «Quand’è arrivato?»
«…il giorno dopo la tua partenza» rispose e la sua studiata indifferenza
suonava più o meno convincente quanto la mia. Dunque sapeva anche lei?
Aveva sempre saputo? Lo sapevano tutti tranne me?
«Adesso dove sono?»
«Sono appena rientrati da una cavalcata. Credo… credo che siano nella
sala da ricevimento».
«Vorresti avvertirli che sono a casa? No… no, ripensandoci, vado io da
loro».
La scansai e mi avviai rapidamente su per le scale prima che mi mancasse
il coraggio e, mentre salivo, sentivo i suoi occhi addosso. Il giorno dopo la
mia partenza. Il desiderio così scoperto di mio marito mi faceva vergognare
per lui. E per me.
Aprii silenziosamente la porta. Si erano messi comodi. La tavola era
ancora apparecchiata per la cena, con un buon vino e un intenso aroma di
spezie nell’aria. A quanto pareva la cucina li aveva serviti fin troppo bene.
Stavano in piedi davanti al camino, vicino al fuoco, ancora più vicini l’uno
all’altro, ma senza toccarsi. Un occhio distratto avrebbe potuto vederli come
due amici che si godevano insieme il caldo, ma io non avvertivo altro che la
profonda vibrazione che li univa, una scintilla come quella che si sprigiona
tra due ceppi nel fuoco.
Ora Tomaso era vestito in modo meno vistoso, evidentemente attento alle
nuove regole, sebbene avessi l’impressione che il suo bel viso stesse
diventando un po’ grasso. Doveva compiere vent’anni: non era ancora
propriamente un adulto, ma abbastanza grande da giustificare punizioni più
dure. Plautilla non aveva raccontato appena ieri che, a Venezia, ai giovani
colpevoli di sodomia veniva tagliato il naso? Un castigo da prostitute,
adeguato alla loro mancanza di virilità e destinato a rovinare la loro vanità.
Mi aveva fatto capire il significato della mutilazione di quel ragazzo sui
gradini del Battistero, il giorno delle mie nozze. In tutti gli anni del mio
conflitto con Tomaso, non avevo mai nutrito pensieri così crudeli nei suoi
riguardi, e mi spaventava l’idea di farlo ora.
Fu lui il primo a vedermi, incrociando il mio sguardo oltre la spalla di mio
marito. Avevamo vissuto tormentandoci a vicenda: lui, il mulo che sferrava
stolidamente calci, io la zanzara che a ogni suo colpo metteva a segno una
decina di dolorose punture.
«Buonasera, sorella» disse, e giuro che il suo trionfo era venato di timore.
«Buonasera, Tomaso». Capivo che la mia voce doveva essere strana,
perché quasi non trovavo il fiato per pronunciare il suo nome.
Mio marito si voltò immediatamente, allontanandosi dal suo amante e
avvicinandosi a me con lo stesso movimento fluido. «Mia cara, bentornata a
casa. Come avete trovato vostra sorella?»
«Abbondante. Sotto molti aspetti». Sia ringraziato Dio per la forza della
memoria.
Seguirono alcuni passi confusi come di danza mentre ci disponevamo nella
stanza. Cristoforo su una sedia, io su un’altra e Tomaso su una panchetta a
fianco: marito, moglie e cognato, un bel gruppo familiare appartenente alla
più raffinata società fiorentina.
«E la bambina?»
«Sta bene». Una pausa. Come si esprimeva la grande saggezza di
Savonarola a proposito delle donne? Dopo l’obbedienza, la maggiore virtù di
una moglie è il silenzio. D’altra parte, per essere una vera moglie bisogna
avere un vero marito.
«Plautilla sente la tua mancanza» dissi a Tomaso. «Dice che sei l’unico a
non andare a trovarla».
Lui abbassò gli occhi. «Lo so. Sono stato impegnato».
Senz’altro a far sparire i fronzoli dai tuoi vestiti, pensai, anche se al
contempo mi accorsi che portava la cintura d’argento del mio matrimonio.
Vederla fu per me come ricevere un pugno allo stomaco. «Però mi sorprende
che tu sia uscito tanto spesso. Avrei piuttosto pensato che di questi tempi la
città fosse meno invitante, per te».
«Be’…» Scoccò una rapidissima occhiata a Cristoforo. «Veramente io
non…» Lasciò la frase in sospeso con una scrollata di spalle, ubbidendo
all’ordine di compiacermi che gli era stato evidentemente dato.
Scese di nuovo il silenzio. Guardai mio marito. Lui guardò me. Io sorrisi,
ma lui non fece lo stesso.
«Tomaso dice che stanno sgombrando i monasteri» riprese Cristoforo in
tono pacato. «Tolgono tutti gli oggetti d’arte non conformi al suo concetto di
decoro, tutti gli ornamenti e i paramenti troppo ricchi».
«Che cosa ne farà il monaco delle ricchezze confiscate?» domandai.
«Nessuno lo sa. Però non mi sorprenderei se fra non molto cominciassimo
a sentire odore di legna che brucia».
«Oserebbe davvero?»
«Non si tratta di osare, credo. Può fare quello che vuole, finché il popolo lo
segue».
«E quel che rimane della collezione dei Medici?» insistetti. «Distruggerà
anche quelle opere?»
«No. È più probabile che suggerisca di venderle all’incanto».
«Allora tenete un elenco di tutti quelli che le comprano» consigliai in tono
acido. «Dovrete frenare la vostra voglia di acquistare altri bei pezzi,
Cristoforo, altrimenti ci ritroveremo segnati a dito per altri motivi».
Mio marito assentì lievemente, riconoscendo la saggezza del mio
ragionamento. Lanciai un’occhiata a Tomaso. «E tu, che cosa pensi
dell’atteggiamento del nostro monaco verso il Rinascimento?» chiesi, ansiosa
di mettere in evidenza la sua pochezza. «Sarà un tuo pensiero costante,
immagino». Lui si accigliò appena. Bada di non mancarmi di rispetto, pensai.
Hai fatto più male in vita tua di quanto tu ne abbia mai ricevuto.
«Dunque» continuai, quando fu chiaro che se ne sarebbe guardato bene,
«ho sentito che Luca è diventato un soldato di Dio. Speriamo che tu non
scopra un nemico in lui».
«Luca? No. Il fatto è che a lui piace fare il soldato. Avresti dovuto vederlo
per le strade, ai vecchi tempi. Ama le risse. Se non combatte i francesi,
combatte i peccatori. È così che trova piacere».
«Be’, tutti noi lo troviamo in modi diversi». Feci una pausa. «La mamma
dice che non sei mai a casa». Un’altra pausa. Più lunga, questa volta. «Sa di
te, vero?»
Tomaso alzò gli occhi, allarmato. «No. Perché credi questo?»
«Perché è l’impressione che dà. Forse Luca ha sentito il bisogno di
confessare per te».
«Te l’ho già detto. Non mi tradirebbe mai» ribatté lui irato. «In ogni modo
non ne sa abbastanza».
Invece io sì, pensai. La tensione tra noi stava crescendo, la sentivo venire
su per la gola come vomito. E sentivo anche mio marito, nostro marito,
irrigidirsi, dall’altra parte della stanza. Tomaso gli lanciò un’altra occhiata,
più evidente questa volta: un’occhiata pigra, che parlava d’intrigo, di sudore e
di desiderio. Mentre io mi deliziavo con nipotina e fasce da neonato, loro si
avvinghiavano l’uno all’altro nella gioiosa sicurezza della mia assenza.
Quella sarà anche stata la mia casa, ma in quel momento io ero l’intrusa. E
questo mi faceva impazzire di dolore.
«Eppure devi ammettere che esiste una certa simmetria: un figlio va verso
Dio mentre l’altro va verso il Diavolo. Grazie al cielo, entrambe le figlie sono
sposate. Come devono essere stati felici i nostri genitori quando tu, Tomaso,
hai suggerito il nome del mio corteggiatore» commentai in tono pacato, ma
non per questo meno velenoso.
«Oh, già, e tu eri così innocente» replicò lui, fulmineo come una calamita
che si attacchi al metallo. «Forse, se avessi avuto una sorellina più dolce, le
cose avrebbero potuto essere diverse».
«Aah». Mi girai, così da poter ignorare i silenziosi ammonimenti che ora
mi sarebbero giunti da mio marito. «Dunque è andata così. Tu sei nato con
l’anima pura, pronta a volare verso Dio, e poi è arrivata questa sciagurata
fanciulla e ti ha talmente umiliato perché non avevi voglia d’imparare niente,
che hai preso a detestare tutte le donne; e così è lei che ti ha spinto sulla
strada della sodomia».
«Alessandra». La voce di Cristoforo, alle mie spalle, era sommessa. Avrei
quasi potuto non udirla.
«Ti avevo detto che era inutile» mormorò mio fratello in tono amaro. «Lei
non perdona».
Scossi la testa. «Oh, credo che di quel peccato siate più colpevole voi di
me, signore» dissi gelida, e intanto sentivo che stavo perdendo il controllo di
me stessa. «Sai che parliamo spesso di te, io e Cristoforo? Non te lo dice?
Anzi, molto spesso. Di quanto sei leggiadro. E di quanto sei stupido».
Sentii mio marito alzarsi. «Alessandra» ripeté e questa volta in tono più
severo.
Ma ormai non potevo fermarmi. Era come se dentro di me fosse crollata
una diga. Mi rivolsi anche a lui. «Naturalmente non usiamo queste precise
parole, vero, Cristoforo? Però ogni volta che vi faccio riflettere o ridere con
un commento erudito o un’osservazione sull’arte, anziché con qualche
leziosaggine o sbattere di ciglia… ogni volta vedo i vostri occhi accendersi
per il piacere della nostra conversazione, e la vostra mente viene distolta per
un momento dal suo corpo… e allora penso di avere conseguito una piccola
vittoria. Se non per Dio, quanto meno per l’umanità».
Oh, io non avrei voluto che fosse così. Avevo immaginato tutto in modo
completamente diverso: sarei stata cortese e arguta, avrei sorriso e
rassicurato, così li avrei guidati piano piano a una conversazione in cui avrei
potuto denunciare con abile pacatezza la frivola vanità di mio fratello e nel
frattempo guardare gli occhi di mio marito brillare d’involontario orgoglio
per la mia intelligenza e per il mio spirito.
Ma non potevo farlo. Perché naturalmente l’odio – o forse l’amore – non
agisce così.
Li guardai: mi fissavano, un misto di pietà e di disprezzo negli occhi, e
all’improvviso tutto si dissolse: la mia avventatezza, il mio coraggio, la mia
incredibile, tremenda sicurezza mi abbandonarono, sfuggendo goccia a
goccia dalla ferita che, ora me ne rendevo conto, mi ero inflitta da sola.
Quella che doveva essere la loro vergogna, era diventata la mia. Credo che in
quel momento mi sarei addirittura schierata con i Piagnoni, se fosse stato
possibile liberarmi da quella sofferenza.
Mi alzai e mi accorsi di tremare. Lo sguardo di mio marito era freddo e mi
venne in mente che sembrava all’improvviso più vecchio, o forse era
semplicemente il contrasto con i tratti molli di Tomaso.
«Mi dispiace, marito» dissi, guardandolo dritto negli occhi. «A quanto pare
ho dimenticato la mia parte del nostro contratto. Perdonatemi. Mi ritiro nella
mia stanza. Benvenuto, fratello. Ti auguro un buon soggiorno».
Mi voltai, dirigendomi alla porta. Cristoforo mi guardò andare via. Non mi
seguì. Avrebbe potuto dire qualcosa, ma non lo fece. Mentre chiudevo l’uscio
li immaginai avvicinarsi con un lungo, dolce sospiro, stringendosi e
fondendosi l’uno nell’altro come i ladri e i serpenti di Dante, così che non
potessi più distinguere mio fratello da mio marito. E mi ferii ancora più a
fondo con la tenerezza e la violenza di quell’immagine.
27.

Lei aprì la porta e si fermò in fondo alla stanza e, pur isterica com’ero,
compresi che aveva paura a entrare. La cosa mi spaventò ancora di più, in
quanto non aveva mai avuto paura di me, nemmeno quando, da bambina,
tiravo fuori il peggio con lei.
«Vattene, Erila!» urlai, tuffando la testa fra le coltri.
Questo bastò a farla decidere. Attraversò la camera, salì sul letto e mi
abbracciò. La spinsi via. «Vattene».
Non si mosse.
«Tu sapevi. Tutti sapevano, ma non me l’hai detto».
«No!» Questa volta mi strinse con forza, finché fui costretta a guardarla.
«No! Se l’avessi saputo, ti avrei lasciato fare questo passo? Te l’avrei lasciato
fare? Certo che no. Sapevo che era un dissoluto. Che cacciava dove poteva.
Questo lo sapevo. Ma gli uomini lo ficcano in ogni sorta di buco, quando non
è disponibile altro. È noto a tutti, e io e tua madre abbiamo sbagliato nel
proteggerti al punto da lasciarti all’oscuro di questo. Ma di solito quegli stessi
uomini passano da uno sfogo all’altro senza battere ciglio. Quindi sì, fottono
un uomo se non hanno sotto mano una donna. È così che va. Forse non è
come il tuo Dio avrebbe voluto, ma è così che va». C’era qualcosa nella
crudezza stessa del suo linguaggio che mi fece sentire meglio. O almeno mi
obbligò ad ascoltarla. «Ma per quasi tutti la cosa finisce quando si sposano.
Gli umori dei giovani si asciugano e le donne rimangono bagnate per loro. O
se non altro per fare figli. Dunque ho pensato – forse perché volevo pensarlo
– che sarebbe accaduto lo stesso con lui. E allora perché dirtelo? Non avrebbe
fatto altro che peggiorare quella prima notte».
Quella prima notte. Le donne intelligenti non ne muoiono. Ma non era il
momento di parlarne. «E Tomaso?» dissi, ricacciando indietro i singhiozzi.
«Sapevi di lui?»
Erila sospirò. «Correva qualche voce. Ma tuo fratello è un burlone, poteva
far tutto parte dei suoi scherzi. Forse avrei dovuto ascoltare di più. Ma di loro
due no… di questo non sapevo niente. Se ci fossero stati pettegolezzi li avrei
certamente sentiti, ma non è stato così».
«E mia madre?»
«Oh, Dio ci perdoni, lei non sapeva».
«Oh, invece sì! Quand’era più giovane, ha conosciuto Cristoforo a corte.
Lui ha detto di averla vista là».
«E con questo? Era una fanciulla, e di questi fatti ne sapeva ancor meno di
te. Come puoi anche soltanto pensare una cosa simile di lei? Le spezzerebbe
il cuore».
Però al posto del suo aveva spezzato il mio. «Bene, se prima non lo sapeva,
adesso lo sa. Di Tomaso, almeno. Gliel’ho letto in faccia».
Scosse la testa. «Eh, molti segreti non sono più tali. Pare che i Piagnoni
siano pure bravi spioni. Da quello che sento dire, anche i confessori non
sanno più tacere. Molto probabilmente Luca, il nuovo angelo di Dio, ha detto
qualcosa».
Ah, era così che Tomaso sapeva giudicare le persone. «Ma… ma se
nessuno sapeva, tu come hai fatto a scoprirlo?»
«Vivo qui, ricordi?» E con un ampio gesto indicò le pareti.
«Lo sanno tutti i servitori?»
«Sicuro. E credimi, se lui non li pagasse così bene, probabilmente a
quest’ora non sarebbero gli unici. A loro piace. Anche per i suoi peccati».
S’interruppe. «E piace anche a te, è questo il peggio».
Erila restò con me finché mi addormentai, ma il dolore si era insinuato nei
miei sogni e quella notte le spire del serpente vennero di nuovo a
tormentarmi. Il sorriso lascivo del saltimbanco era la bocca del Diavolo, col
serpente che ne saettava fuori, pieno di colori e sibilando rabbia libidinosa,
schiacciandomi e inveendo finché mi svegliai urlando, anche se penso di aver
udito la mia voce soltanto nel sonno perché in casa regnava un silenzio di
morte.
Il pagliericcio di Erila, vicino alla porta, era vuoto. L’oscurità mi ululava
nelle orecchie. Mi pareva quasi di sentirci il frusciare del serpente. Ero
madida di sudore per la paura. Mi trovavo abbandonata in una casa di peccato
e il Diavolo era venuto a prendermi. Mi costrinsi ad alzarmi e ad accendere il
lume. Le ombre si ritrassero negli angoli della camera, lambendoli come una
marea montante. Rovistai freneticamente nella cassapanca e tirai fuori dal
fondo i miei disegni, i gessi e le penne. La preghiera assume forme diverse.
Se il sonno richiamava il Diavolo e i peccati di mio marito mi privavano delle
parole, sarei rimasta sveglia, tentando di pregare Dio attraverso le mie penne,
evocando un’immagine di Nostra Signora che intercedesse per me.
Le mani mi tremavano, quando presi un pezzo di gesso nero. Non lo usavo
da settimane e aveva i bordi smussati. Trovai la lama che usavo sempre,
avvolta in un pezzo di stoffa di mio padre, e cominciai ad affilarla, con un
raschio che mi era dolcemente familiare. Ma la semioscurità e le dita umide
m’impacciavano e la lama scivolò, aprendomi di colpo un lungo solco sul
palmo della mano e nella parte interna del braccio.
Il sangue sgorgò subito, vivo sulla mia pelle giallastra, una tonalità intensa
che nessun colore avrebbe potuto riprodurre. Fissavo affascinata la riga che
diventava più spessa, allargandosi sul braccio, finché cominciò a gocciolare
sul pavimento. Che cosa mi aveva raccontato Tomaso una volta? La storia di
un folle in prigione che si era aperto le vene per scrivere col sangue sulle
pareti la propria dichiarazione d’innocenza: una volta cominciato, non era più
riuscito a fermarsi, e il mattino dopo l’avevano trovato dissanguato e
accartocciato in un angolo, le pareti coperte di croste scure, le sue parole.
Quali storie avrei potuto raccontare io ora, se fossi riuscita a trovare il colore
giusto? Il pensiero mi fece rabbrividire. Adesso il sangue scorreva più in
fretta. Avrei dovuto arrestarlo, come mi aveva insegnato Erila. No, non
ancora. Afferrai il piattino di ceramica usato per contenere le erbe aromatiche
estive e lo tenni sotto la ferita. Le gocce scorrevano una dietro l’altra sulla
pelle, poi cadevano dense e compatte sul piattino. Non ci volle molto prima
che formassero una piccola pozza. La linfa vitale (l’inchiostro di Dio).
Troppo preziosa per finire sulla carta. Presto sarebbe venuto il dolore. Mi
serviva della stoffa per fasciare stretto il braccio, ma quella che avvolgeva la
lama era troppo poca e d’altra parte i miei abiti erano troppo preziosi. Mi
sfilai la camicia da sopra la testa. Avrei usato quella. Tra poco… Prima
dovevo scegliere il pennello: quello fatto di coda di ermellino, dalla punta
grossa come un fascio di luce. Il mio corpo mi stava di fronte nello specchio
lucido. Vidi di nuovo il serpente muoversi sinuoso lungo le braccia unte del
saltimbanco, il sole che si rifletteva sulle spire. Alla luce della lampada
apparivo perlacea per il sudore. Anche ora mio marito e mio fratello erano
avvinti l’uno all’altro, spasimanti di lussuria. Non avrei mai provato quello
che provavano loro. Il mio corpo sarebbe rimasto terra ignota per me,
inesplorato e intatto. Nessuno avrebbe accarezzato la mia pelle o ammirato la
sua bellezza. Intinsi il pennello nel sangue e con un ampio gesto tracciai una
fredda riga umida dalla spalla sinistra fin giù sul seno. Il colore pareva uno
stendardo scarlatto sulla mia pelle.
«…in nome di Dio…»
Erila mi si precipitò addosso. Il piattino si frantumò a terra e il sangue
schizzò dappertutto.
«Lasciami stare!»
Mi strappò il pennello di mano, afferrandomi il braccio sopra il gomito e
tenendolo alto, le dita serrate come una morsa per fermare il sangue.
«Erila, lasciami stare!» gridai di nuovo, rabbiosamente.
«No che non ti lascio. Sei ancora in preda al sogno. Ti agitavi e gemevi
tanto che sono andata a cercarti una pozione». Con la mano libera strappò la
veste e cominciò a fasciare strettamente la ferita.
«Ahi, mi fai male. Lasciami in pace, ti dico. Sto bene».
«Oh, sì. Stai bene quanto una pazza».
In effetti non sembrava che stessi poi così bene, perché in quel momento
udimmo entrambe la mia risata, anche se c’era ben poco da ridere. La vidi
sbarrare gli occhi per lo spavento mentre mi attirava a sé, stringendomi con
tale forza da lasciarmi appena respirare.
«Sto bene, sto bene» continuavo a ripetere, mentre la risata si tramutava in
lacrime e il dolore della ferita mi trafiggeva come un ferro rovente,
offrendomi qualcosa di più forte dell’autocommiserazione contro cui lottare.
28.

Dopo quella notte fui malata per qualche tempo. Erila era così preoccupata
che mi portò via lame e pennelli finché non uscii da quello stato di frenetica
agitazione. Dormivo molto e avevo perso il desiderio tanto del cibo quanto
della vita. La ferita si gonfiò, divenne purulenta e arrivò la febbre. Erila la
curò con erbe e impiastri finché i lembi si richiusero e cominciò a guarire,
sebbene rimanesse una cicatrice che dal rosso vivo passò al bianco della linea
in rilievo che ho tuttora. Per tutto il tempo lei vegliò su di me con la ferocia di
un cerbero, sicché quando mio marito venne a chiedere notizie della mia
salute, nel pomeriggio di quello stesso giorno, li udii alzare la voce fuori dalla
porta, ma non c’era alcun dubbio su chi dei due avrebbe avuto la meglio.
In seguito, quando la mia calma aveva riguadagnato la sua fiducia e il mio
senso dell’umorismo si era ripreso abbastanza da ascoltare i suoi frizzi, le
domandai che cosa fosse accaduto tra loro, e lei mimò la scena per mio
divertimento: lui, espressione da cane bastonato, poi grandi arie, poi
assillante e minaccioso; lei, la schiava nera mezza strega, che snocciolava la
storia di un cuore spezzato e di un improvviso aborto in mezzo a tanto
sangue.
Fu una menzogna talmente spudorata che la trovai quasi piacevole.
«Non puoi averlo detto!»
«Perché no? Lui vuole un figlio. È ora che capisca che non può averlo
fottendo tuo fratello».
«Ma…»
«Niente ma. Da quello che dici, ha fatto un patto con te. Devi farglielo
rispettare. Se gli piace l’odore dei culi è affar suo. Tomaso è soltanto la
baldracca di riserva. La padrona di casa sei tu. E farebbe meglio a trattarti
come tale».
«Che cosa ha detto?»
«Oh… che non aveva idea, che gli dispiaceva e… eccetera eccetera. Non
sanno mai che dire delle faccende delle donne. Al primo accenno a quel
genere di sangue, anche quelli che amano la fica diventano schifiltosi».
«Erila!» Avevo riso. «Hai un linguaggio più volgare di Tomaso».
Si strinse nelle spalle. «Almeno mi comporto meglio. Voi “signore” sapete
poco o niente. Dovreste sentire cosa dicono di voi. Ve ne state impalate con
la vostra aureola, gli occhi rivolti al cielo, oppure sgranocchiate mele in
faccia a loro e fate occhieggiare il vostro boschetto. Non sono nemmeno
sicura che loro sappiano quale preferiscono tra le due. La cosa migliore che
potete fare è scegliere quando cambiarvi d’abito». Mi aveva fatto un largo
sorriso. «Mia madre usava dire che nella nostra terra c’erano abbastanza dei
perché le donne ne avessero quanto meno uno dalla loro parte, mentre la
vostra religione ne ha tre in uno, e sono tutti maschi. Anche quel famoso
uccello».
Quel modo di descrivere lo Spirito Santo era così stupefacente che mi
scoprii sul punto di ridacchiare. «Spero che non tirasse fuori quella
bestemmia in pubblico».
Erila si strinse nelle spalle. «Tanto non ci avrebbe badato nessuno.
Dimentichi che, essendo schiava, non aveva un’anima da salvare».
«E allora? È morta pagana?»
«È morta in schiavitù. Questo solo le importava».
«Ma tu vai in chiesa» obiettai. «Conosci le preghiere quanto me. Mi stai
dicendo che in tutto questo tempo non hai mai creduto?»
Abbassò gli occhi. «Sono cresciuta con un’altra lingua, sotto un altro sole.
Credo quello che mi serve credere per cavarmela».
«E le cose cambieranno, quando sarai libera?»
«Ne parleremo quando succederà».
Però sapevamo tutt’e due che schierarsi con me contro di lui non era la
maniera giusta per affrettare la sua liberazione.
«Bene» dissi, «credo che qualunque segreto tu abbia in cuore, Dio lo
leggerà e saprà che sei buona e ti riserverà indulgenza».
Lei mi fissò. «Quale Dio sarebbe? Il tuo o quello del monaco?»
Aveva ragione. Mi sembrava tutto così semplice, quand’ero bambina.
C’era un solo Dio, che aveva sì una voce di tuono quand’era irato, ma anche
abbastanza amore da riscaldarmi, di notte, quando mi rivolgevo direttamente
a lui. O così mi pareva. E più imparavo, più il mondo diventava complesso e
straordinario, più profonda diventava la sua capacità di accettare le mie
conoscenze e gioirne con me. Ma ora non sembrava più vero. Ora le maggiori
conquiste dell’uomo parevano in netto contrasto con Dio, o con questo Dio
che governava attualmente Firenze. Un Dio che sembrava talmente
ossessionato dal Diavolo da non avere più tempo per la bellezza o per lo
stupore, e tutte le nostre conoscenze e la nostra arte erano condannate, come
fossero un altro luogo in cui il male poteva nascondersi. Così adesso non
sapevo più quale Dio fosse quello vero, ma soltanto qual era il più roboante.
«Io so soltanto che non vorrei vivere con un Dio che manderebbe te o
anche mio marito all’Inferno senza prima ascoltare la vostra storia» dissi
sommessamente. Erila mi guardò con affetto.
«Sei sempre stata dolce, anche da bambina, quando cercavi di essere dura.
Perché lui dovrebbe starti a cuore?»
«Perché… perché in un certo senso penso che non possa non essere com’è.
E perché…» Feci una pausa. Credevo realmente a quanto stavo per dire?
«Perché in un certo senso penso di stargli a cuore».
Scosse la testa, come se noialtri fossimo proprio una razza sconosciuta che
lei non capiva. «Quanto a questo, può darsi che tu abbia ragione. Ma non è un
motivo valido per perdonarlo». S’interruppe. Poi si alzò e mi tese la mano.
«Che c’è?»
«Devi vedere una cosa. Aspettavo il momento giusto».
Dalla mia camera grande e buia mi condusse attraverso il pianerottolo
verso una stanza più piccola, che in un’altra casa sarebbe stata pronta per un
bambino.
Prese di tasca una chiave, l’infilò nel pesante lucchetto e la porta si
spalancò.
Davanti a me c’era una bottega d’artista appena allestita: uno scrittoio, un
acquaio di pietra con alcuni secchi a lato e sul tavolo, vicino alla finestra, una
fila di bottiglie, scatole e pacchetti morbidi, tutti con un’etichetta, accanto a
una serie di pennelli di misura diversa. Di fianco, una lastra di porfido per
macinare i colori e due grandi pannelli di legno pronti per la colla turapori,
l’imprimitura e le prime pennellate.
«Ha portato tutto lui mentre eri malata. E io ho preso questo dal tuo
cassone». Indicò il mio manoscritto del Cennini sciupato dall’uso, sulle cui
pagine avevo versato tante lacrime amare perché mi offriva nozioni senza
l’occorrente per trasformarle in pittura. «È quello giusto, vero?»
Annuii, incapace di parlare, e mi diressi al tavolo. Sfilai il gancio di alcune
scatole e feci scivolare le dita nelle polveri: il nero compatto, il giallo acceso
del croco toscano e l’intenso giallo di Napoli, con la promessa del verde di un
centinaio di alberi e piante contenuti in un solido pezzo di roccia. Una varietà
stupefacente di colori che erano come il primo raggio di sole sulla città gelata
dopo la neve. Mi accorsi di sorridere, ma forse scorrevano anche delle
lacrime.
Ecco. Se non era possibile l’amore, tra me e mio marito, potevo almeno
godere di questa sorta di alchimia.
Fuori, il ghiaccio si sciolse e venne la primavera, mentre m’inventavo una
festa di colori, le dita che diventavano callose a forza di macinare e si
ricoprivano di macchie di pittura. C’era tanto da imparare. Erila mi aiutava,
misurando e mescolando le polveri e preparando la superficie del legno.
Nessuno ci disturbava. Intorno a noi la casa andava avanti da sé e, se si
facevano pettegolezzi in merito, non erano certo più gravi di altri peccati già
noti. Impiegai quasi cinque settimane a trasferire la mia Annunciazione sul
pannello di legno. La mia vita venne assorbita dalle pieghe fluttuanti delle
vesti di Nostra Signora (niente blu lapislazzuli, ancora, ma una sfumatura
abbastanza raffinata di azzurro misto a indaco e biacca di piombo), dall’ocra
cupo delle piastrelle del pavimento e da un’aureola in foglia d’oro per il mio
Gabriele, in luminoso contrasto con il bordo scuro della finestra sullo sfondo.
Al principio la mia mano era molto più incerta con i pennelli che con la
penna, e a volte la mia goffaggine mi scoraggiava, ma a poco a poco la
sicurezza crebbe, tanto che, quando finii il lavoro, volli ricominciare
immediatamente. E così dimenticai il dolore e la follia di mio fratello e di
mio marito, e risanai me stessa.
Alla fine tornai a essere curiosa e iniziai a mal sopportare l’esilio che mi
ero imposta. Erila faceva bene la sua parte, riportandomi succulenti
pettegolezzi, come una mamma uccello che rigurgiti cibo nel becco del suo
piccolo finché non sarà abbastanza forte da cacciare da sé la propria preda.
Tuttavia, la nostra prima uscita insieme mi sconvolse. Nonostante fosse
primavera inoltrata, la devozione rendeva grigia la città. Al posto del
ticchettio dei tacchi delle prostitute si sentiva quello dei grani del rosario, e
gli unici giovani che percorrevano le strade lo facevano per salvare anime,
qualsiasi mezzo scegliessero. In piazza ne incrociammo un gruppo che si
esercitava nella marcia: addirittura bambini di otto o nove anni nella milizia
di Dio, incoraggiati dai genitori i quali, diceva Erila, compravano pezze di
tessuto bianco per ricavarne le loro vesti angeliche. Anche i ricchi avevano
cambiato il proprio abbigliamento, così che la tavolozza stessa di colori della
città era diventata sbiadita e monocromatica. Gli stranieri che andavano e
venivano da Firenze per commerci e affari erano sbalorditi dai mutamenti,
pur non sapendo concludere se avessero davvero sotto gli occhi l’instaurarsi
del regno di Dio in terra o qualcosa di più sinistro.
A quanto pareva, il Papa non aveva simili dubbi. Mentre Firenze si batteva
per la purezza, Erila riferì che Papa Borgia aveva installato la propria amante
nel Palazzo Vaticano e distribuiva ai suoi figli cappelli cardinalizi come
fossero frutti canditi. Quando smise di fare l’amore, cominciò a fare la
guerra. Il re francese e il suo esercito, satolli di Napoli e troppo stanchi per
raggiungere la Terra Santa, stavano tornando al Nord. Ma Alessandro VI non
era Papa da sopportare l’umiliazione di una seconda invasione, per quanto
temporanea, e aveva raccolto un esercito formato da una lega di città-stato
per rimandarli in patria con la coda tra le gambe.
Con una sola eccezione. Dal suo pulpito nella cattedrale, Savonarola
dichiarò Firenze esente da quel dovere. In fondo che cos’era il Vaticano, se
non una versione più ricca e più corrotta dei conventi e dei monasteri che lui
si era impegnato a ripulire?
Durante le lunghe serate in cui la città era stata nella morsa del gelo e prima
che la sua lussuria lo allontanasse da me, io e Cristoforo avevamo discusso
molto di quel conflitto. Di come l’aggressiva devozione di Savonarola avesse
non solo minacciato lo stile di vita del Papa, ma il tessuto stesso della Chiesa.
La gloria di Dio non stava soltanto nel numero di anime salvate, ma
nell’influenza esercitata, nella maestosità dei palazzi e dell’arte, nel modo in
cui i dignitari stranieri contemplavano ammirati gli affreschi che affollavano
le pareti della Cappella Sistina. Tuttavia occorreva denaro per mantenere tali
meraviglie, e nessun priore gobbo col naso aquilino e uno sfrenato desiderio
di autoflagellazione avrebbe impedito di raccoglierlo.
Era questa l’unica sfida che potesse fermare Savonarola. Negli ultimi mesi,
l’opposizione interna di Firenze si era sbriciolata come una casa di fango al
giungere della piena. Stentavo a credere che il vecchio ordine potesse essere
spazzato via così facilmente. In quei giorni, Cristoforo aveva detto un’altra
cosa saggia: come c’erano coloro che ora temevano e odiavano Savonarola
ma non avrebbero alzato un dito per tentare di fermarlo, così c’erano state
persone che avevano provato la stessa avversione per i Medici, uomini
realmente convinti che la loro benevola dittatura – nonostante o addirittura a
causa delle sue glorie – avesse gradualmente indebolito la forza e la purezza
della Repubblica fiorentina. Tuttavia, quando uno Stato confida così in se
stesso, bisogna essere folli o stupidi per opporglisi apertamente. Il dissenso,
aveva sostenuto lui, era un’arte che si esercitava al meglio nell’ombra.
Eppure anche l’ombra taceva, ora. L’Accademia Platonica, un tempo
orgoglio e gaudio del nuovo sapere, si era disgregata. Uno dei suoi più
autorevoli esponenti, Pico della Mirandola, in attesa di pronunciare i voti
come domenicano, era un aperto seguace di Savonarola e, stando a Erila, si
diceva che uomini di famiglie fedeli a Firenze come i Rucellai fossero attratti
dalle celle di San Marco.
Simili voci mi fecero pensare nuovamente alla mia famiglia.
Quella nuova mania per il bianco avrebbe dato poco lavoro alle vasche di
tintura nel borgo di Santa Croce. Ricordavo i bambini giù vicino al fiume,
con le gambette magre e i disegni sulla pelle. Togliete il colore alle stoffe e
togliete il cibo a chi lavora. Per quanto potesse predicare l’uguaglianza,
Savonarola non capiva granché dei modi in cui i poveri riescono a
guadagnare senza ricorrere alla carità. Anche questa era un’osservazione di
mio marito. Devo dire che, durante le conversazioni tra noi, c’erano momenti
in cui mi domandavo quanto avrebbe potuto fare per Firenze se si fosse
interessato più alla politica che alle curve delle chiappe degli adolescenti.
Ecco… nella mia amarezza stavo persino imparando il linguaggio di mio
fratello.
Ma alla fin fine, ciò che danneggiava i tintori danneggiava anche mio
padre, giacché, anche se probabilmente aveva più risorse con cui vivere
rispetto ai suoi operai, nemmeno i suoi utili potevano durare all’infinito.
«Tuo padre avrebbe piacere che venissi a trovarci. I suoi affari sono un
fardello molto pesante per lui, in questo periodo… Credo che lo distrarrebbe
un po’ ricevere la visita della figlia prediletta» aveva detto mia madre.
Anche se lei mi aveva offeso, non potevo dimenticare mio padre. E appena
cominciai a pensare a loro, naturalmente pensai anche al pittore e a quante
cose avremmo avuto in comune, ora che anch’io avevo preso a maneggiare
un pennello…
29.

I vecchi servitori mi accolsero come se fossi stata la figliola prodiga. Persino


Maria, con i suoi occhietti penetranti e l’animo meschino, sembrò contenta di
vedermi. La casa era senz’altro diventata più silenziosa da quando me n’ero
andata. Forse avevo dato qualche problema, ma portato anche vita.
Probabilmente apparivo diversa, sotto certi aspetti. Tutti quelli che mi
vedevano mi dicevano la stessa cosa. Forse il mio viso era cambiato con la
malattia, diventando più affilato sotto le guance paffute. Mi domandai che
cosa avrebbe detto mio padre: la figlia minore con una faccia da donna,
anziché da fanciulla.
Bene, mi toccava aspettare per scoprirlo. Lui e mia madre erano alle terme
a passare le acque, e non sarebbero tornati prima di qualche settimana. Avrei
dovuto avvertirli in anticipo della mia venuta.
La casa mi faceva un effetto strano, come fosse un luogo che avevo
visitato solo in sogno. Maria mi disse che Luca era a tavola, in sala da
pranzo: volevo unirmi a lui? Arrivai sulla soglia: ingobbito sul piatto, si stava
ingozzando. Aveva un aspetto orribile, per essere un angelo. Plautilla aveva
ragione, il suo taglio di capelli era un disastro: la faccia pareva enorme, come
un blocco di roccia porosa, mentre le cicatrici delle pustole ne butteravano la
superficie, simili a minuscole pozze. Masticava a bocca aperta e sentivo il
rumore del cibo schiacciato.
Mi avvicinai al tavolo e sedetti al suo fianco. A volte vale la pena di
conoscere il proprio nemico. «Buongiorno, fratello» dissi con un sorriso.
«Hai cambiato abbigliamento. Non sono sicura che il grigio ti stia bene, come
colore».
Lui si accigliò. «Sono in uniforme, Alessandra. Dovresti sapere che ora
sono nell’esercito del Signore».
«Oh, ma è splendido. Però credo che dovresti ancora badare alla pulizia, di
tanto in tanto. Quando il bianco si sporca troppo, tende al nero».
Luca stette lì a riflettere per un momento, per distinguere la battuta dal
significato. Se avessi avuto un fiorino per ogni minuto sprecato durante le
lezioni, aspettando che lui arrivasse a un punto che io avevo già superato,
saremmo stati una famiglia più ricca di quanto fossimo. «Sai una cosa,
Alessandra? Tu parli troppo. Sarà la tua perdizione. La nostra vita non è che
un breve cammino verso la morte e coloro che ascoltano il suono della
propria voce, e non la parola del vero Dio, marciranno all’Inferno. Tuo
marito è con te?»
Scossi la testa.
«Allora non dovresti essere qui. Conosci quanto me le nuove regole del
nostro Stato improntato alla devozione. Le mogli senza i mariti sono
ricettacoli di tentazioni e devono stare rinchiuse».
«Oh, Luca» sospirai. «Se soltanto tu avessi avuto la stessa facilità nel
ricordare le cose davvero importanti!»
«Faresti bene a tenere a freno la lingua, sorella. C’è il Diavolo nella tua
falsa erudizione, e ti trascinerà tra le fiamme più in fretta di una povera donna
che conosce solo i Vangeli. Adesso i tuoi adorati antichi sono una casta
fuorilegge».
Non avevo mai sentito un eloquio così sciolto in mio fratello. Eppure
fremeva dal desiderio di trasformare le parole in fatti. Lo vedevo serrare i
pugni sul tavolo. La sua crudeltà con me bambina era stata più fisica di quella
di Tomaso. E, in un certo qual modo, più astuta. Mia madre non lo
sorprendeva quasi mai sul fatto e i lividi comparivano più tardi. Tomaso
aveva ragione, Luca era sempre stato un violento. L’unica differenza stava
nel fatto che adesso era meno dipendente dal fratello maggiore. Anche se era
ancora da verificare quali problemi avrebbe causato a tutti noi quel suo
cambiamento di partito.
Mi alzai dal tavolo, gli occhi a terra. «Lo so» dissi soavemente. «Andrò a
confessarmi appena tornata a casa. Chiederò perdono al Signore».
Mi fissò, colto di sorpresa dalla mia inaspettata mitezza. «Mhm. Se lo farai
con la dovuta umiltà, Lui te lo concederà».
Prima che arrivassi alla porta aveva già rituffato la faccia nel piatto.
Quando domandai del pittore, Maria entrò in agitazione. «Non lo vediamo
più. Vive nella cappella».
«Che cosa vuol dire che vive nella cappella?»
Alzò un pochino le spalle. «Vuol dire… vuol dire che adesso vive là.
Sempre. Non esce mai».
«E gli affreschi? Sono finiti?»
«Nessuno lo sa. Il mese scorso ha mandato via gli apprendisti». Una pausa.
«Non vedevano l’ora di andarsene».
«Ma… credevo che frequentasse la chiesa. Che fosse diventato un fedele
di Savonarola. Così mi aveva detto mia madre».
«Io… io non ne so niente. La frequentava, penso. Ma ora no. Non è uscito
dalla cappella da quando è cominciato il disgelo».
«Il disgelo? Ma sono passate settimane. Perché mio padre non ha fatto
qualcosa?»
«Vostro padre…» S’interruppe. «Vostro padre non è più lui».
«E questo che cosa significa?»
Lei lanciò un’occhiata a Erila. «Non… non posso proprio dire di più».
«E mia madre?»
«…ehm… vostra madre si occupa di lui. E poi ci sono Tomaso e Luca. Lei
non ha tempo di trattare con gli artigiani». Maria, come Lodovica, non era
mai stata una che avesse a cuore la nobiltà dell’arte. Quante storie per
qualche scarabocchio colorato! Meglio dire le preghiere a occhi chiusi,
impedendo all’immaginazione di mettersi di mezzo.
«Chissà perché non ha chiesto il mio aiuto?» mi domandai sottovoce, ma
conoscevo già la risposta. Me l’aveva chiesto, ma, furiosa com’ero, l’avevo
respinto.
Maria mi guardava, aspettando di sapere che cosa avrei fatto. Tutti mi
avevano sempre considerato la piccola della famiglia, magari precoce ma a
malapena in grado di badare a se stessa, e tanto meno agli altri. Che cosa
poteva aver prodotto quel mio cambiamento? Forse non lo sapevo nemmeno
io.
«Voglio vederlo» annunciai. «Dove sono le chiavi?»
«Non servono. Lui sbarra la porta dall’interno».
«E l’altra entrata, quella della sacrestia?»
«È lo stesso».
«Come fate per il cibo?»
«Una volta al giorno gli lasciamo un piatto davanti alla porta».
«La principale o quella della sacrestia?»
«Quella della sacrestia».
«Come fa a sapere che il piatto è lì?»
«Bussiamo».
«E lui esce?»
«Se c’è qualcuno, no. Il cuoco ha aspettato, una volta, ma lui non è venuto
fuori. Ormai nessuno se ne preoccupa più. Abbiamo di meglio da fare».
«Sicché nessuno l’ha visto?»
«No, anche se qualche volta fa rumore, di notte».
«Che rumore?»
«Be’, io non lo so, ma Lodovica… non dorme molto bene… ha detto di
averlo sentito piangere».
«Piangere?»
Maria si strinse nelle spalle, come se non spettasse a lei dire altro.
«E i miei fratelli? Loro ci hanno provato?»
«Mastro Tomaso non c’è quasi mai. E Mastro Luca… be’, forse pensa che
sia in chiesa».
E in un certo senso c’era davvero.
Nella cucina al piano di sopra, il cuoco aveva preso la faccenda con
flemma. Se quello non voleva mangiare, affari suoi. Negli ultimi quattro
giorni, il cibo era rimasto intatto. Forse lo nutriva Dio. In fondo, Giovanni
Battista era vissuto quaranta giorni a locuste e miele.
«Ma scommetto non buoni come il tuo pasticcio di piccione» osservai.
«Voi sì che gustavate i miei piatti, padroncina» disse lui con un largo
sorriso. «Qui c’è poca vita, senza di voi».
Restai un po’ lì seduta, guardandolo tagliare a dadi una decina di grossi
spicchi d’aglio, più veloce di un prestasoldi che divida le monete. La mia
infanzia era tutta negli odori e nei sapori di quella cucina: peperoncino e pepe
nero, zenzero, chiodi di garofano, zafferano, cardamomo e la pungente
fragranza del basilico del nostro orto, pestato nel mortaio. Un impero di
traffici su un tagliere. «Preparagli una vivanda speciale» dissi. «Qualcosa i
cui aromi gli facciano venire l’acquolina in bocca. Forse oggi avrà fame».
«Forse sarà morto».
Non erano parole crudeli, ma dettate piuttosto dal realismo. Ripensai alla
premura attenta di mio padre verso il pittore al suo arrivo, quella sera di
primavera di tanto tempo prima. Ricordai l’eccitazione che aveva preso tutti
noi: un vero artista, in carne e ossa, che sarebbe vissuto sotto il nostro stesso
tetto e avrebbe ritratto la nostra famiglia per la posterità. Tutti l’avevamo
visto come un segno del prestigio della famiglia, un’affermazione della nostra
condizione sociale, del nostro futuro. Adesso, invece, ogni cosa sembrava
ricordare solo il passato.
Lasciai Erila e le altre fantesche a spettegolare con il cuoco in cucina, scesi
le scale e attraversai la corte posteriore, diretta all’alloggio del pittore. Non
avevo idea di che cosa cercassi. Durante il percorso, rividi le immagini di
un’Alessandra più giovane, che sgattaiolava fuori, uscendo furtivamente di
casa durante l’ora calda della siesta, per mettersi a confronto con il nuovo
arrivato nella sua tana, animata da entusiasmo e curiosità sconfinati. Se
l’avessi incontrata ora, quale consiglio le avrei dato? Non capivo più a che
punto tutto avesse cominciato ad andare male.
La porta della sua stanza era chiusa, ma non a chiave. Dentro, un sentore di
muffa e di abbandono. Le figure piene di vita, dell’Angelo e di Maria, sulla
parete della camera d’ingresso, si erano scrostate dall’intonaco non preparato,
e sembravano resti di un altro tempo. Il tavolo sul quale il pittore aveva
tenuto i propri schizzi era vuoto, e il crocifisso scomparso dal muro. Nella
stanza interna, il letto era un mucchio di paglia con una coperta sudicia stesa
sopra. Le sue poche cose, quali che fossero, se l’era portate nella cappella.
Non credo che avrei degnato di un’occhiata il secchio se non fosse stato
per le tracce di fumo al di sopra. Lo vidi in un angolo quando mi voltai per
andarmene, e lì per lì pensai che le macchie fossero una specie di rozzo
disegno: una massa di ombre scure che si attorcigliavano sulla parete fino al
soffitto. Ma quando mi avvicinai per toccarle, ritrassi la mano nera di
fuliggine; allora rivolsi la mia attenzione al secchio sottostante.
Il fuoco non aveva avuto la meglio sul crocifisso. Benché fosse rotto in due
pezzi, il legno era appena bruciacchiato, ed era difficile capire se il pittore
l’avesse prima spaccato, cercando poi di ridurlo in cenere, oppure se,
infuriato perché le fiamme non l’avevano divorato, l’avesse tirato fuori e
fracassato contro il muro. La croce era spezzata in due punti e le gambe del
Cristo erano staccate, con i chiodi ancora infilati nei piedi. Il busto pendeva
miseramente dal braccio orizzontale della croce. Lo tenni delicatamente fra le
mani. Pur danneggiata com’era, la scultura irradiava passione.
Non era bruciato anche perché il fuoco in fondo al secchio non era
abbastanza forte. Lui l’aveva alimentato con fogli di carta, ma senza prestarvi
attenzione, perché erano tanto pressati da non permettere il passaggio
dell’aria. Si intuiva una sorta di precipitazione, come se il pittore avesse
avuto qualcosa o qualcuno alle calcagna. Le mani a conca, estrassi i resti
carbonizzati. Le pagine più in basso mi si disfecero tra le dita, minuscole
falde di cenere che si dissolvevano e galleggiavano nell’aria come neve
grigia, perdute per sempre. Ma le pagine poste in alto erano bruciate solo in
parte oppure in alcuni casi, semplicemente annerite sui bordi. Le portai nella
prima stanza, dove c’era più luce e le posai con delicatezza sul tavolo.
Si dividevano in due gruppi: i disegni che ritraevano me e quelli che
ritraevano cadaveri.
I primi erano dappertutto: studi per la Madonna, il mio volto ripetuto dieci,
venti volte, variazioni della stessa espressione seria e interrogativa che non
riconoscevo come mia, forse perché non mi vedevo mai tanto quieta e
silenziosa. Lui aveva cercato la giusta angolazione per la testa, il giusto punto
focale d’interesse fuori dalla composizione, e fra l’altro mi aveva disegnato
mentre fissavo direttamente chi guardava. Era questione di uno spostamento
minimo degli occhi, ma il risultato era straordinario. Quella giovane donna
sembrava così… non so… così aggressiva, come se stesse sfidando, anziché
accoglierle, le persone che l’osservavano. Se il viso non fosse stato il mio,
credo che avrei giudicato ardito quello sguardo.
Poi venivano i cadaveri. Prima l’uomo sventrato che avevo già visto, oltre
a cinque o sei schizzi in cui le sue viscere erano ancora più esposte. Poi ecco
un altro busto: l’uomo era stato impiccato e giaceva a terra, come se avessero
appena tagliato la corda che gli affondava ancora nel collo, e aveva la faccia
gonfia e violacea, con un rivolo di quelle che potevano essere feci che gli
scendeva tra le gambe.
Dopo c’erano le donne. Una era vecchia, anch’essa nuda, i muscoli del
ventre flaccidi e cadenti: giaceva sul fianco, un braccio alzato sopra la testa,
come se stesse cercando di proteggersi dalla morte. Aveva ferite su tutto il
corpo e l’altro braccio formava uno strano angolo, il gomito in posizione
contorta, come una bambola rotta. Ma fu la donna più giovane a spaventarmi
di più.
Era distesa sulla schiena, nuda, e anche lei l’avevo già vista. Il corpo era
quello della fanciulla nel disegno preparatorio per l’affresco nella cappella:
stesa su una lettiga, in attesa che un miracolo divino la resuscitasse dai morti.
Ma qui non ci sarebbe stata resurrezione. In quei disegni la giovane era non
soltanto morta ma anche mutilata: un’orribile smorfia di agonia e di terrore le
attraversava il viso, e la parte inferiore del ventre era squarciata. E nel
groviglio di budella e di sangue c’era la piccola ma inconfondibile forma di
un feto di pochi mesi.
«Padroncina Alessandra, il cuoco dice che è pronto da mangiare».
La voce di Maria mi fece balzare il cuore in petto. «Io… arrivo fra un
momento» dissi, nascondendo frettolosamente i fogli tra le vesti.
Maria ed Erila aspettavano fuori, sotto il sole. Erila mi lanciò uno sguardo
decisamente sospettoso, ma evitai i suoi occhi.
«Allora, che cos’hai trovato là dentro?» mi domandò mentre salivamo la
stretta scala che portava alla sacrestia; lei, davanti a me, portava il vassoio.
«Ehm… qualche schizzo e basta».
«Spero tu sappia quello che fai» insistette lei sgarbatamente. «Metà della
servitù pensa che sia andato fuori di senno. Dicono che ha passato quasi tutto
l’inverno a disegnare carcasse di animali che avevano buttato via. In cucina
credono che abbia occhi da Diavolo».
«Può darsi» ribattei, «ma non per questo possiamo lasciarlo morire di
fame».
«Bene, purché tu sappia che non entrerai da sola».
«Sta’ tranquilla. Non mi farà del male».
«E se ti sbagliassi?» replicò lei con fermezza, quando arrivammo in cima
alla scala. «Se non gli funzionasse qualcosa nella testa? Hai visto quella gente
per le strade. Troppo Dio dà di volta al cervello. Solo perché ti ha incantato
con il suo pennello non significa che non sia pericoloso. Sai che cosa penso?
Penso che la cosa non ti riguardi. Adesso hai una casa tua, e abbastanza guai
da tenere occupato un esercito. Lascia questa storia a qualcun altro. Lui non è
che un pittore».
Aveva paura per me, naturalmente, ricordando quella notte di follia in cui,
per alcuni istanti, il mio sangue era diventato pittura. E dato che non era
stupida, la mia Erila, riflettei sulle sue parole. Certo, la sofferenza e il terrore
sul volto di quella giovane donna mi si erano impresse a fuoco nella mente.
Lei e le altre erano state indubbiamente ritratte dal vero. Da un vero senza
vita. Ma la domanda reale era: dove si trovava lui quando era avvenuto il
passaggio dalla vita alla morte? Ripensavo al suo miscuglio di panico e di
dolcezza. Ricordavo i miei scherni, quel primo giorno, e la sua reazione
goffamente furiosa. Ricordavo anche il suo lento, timido aprirsi quando
avevo posato per lui, e il modo in cui parlava di Dio che guidava le sue mani
di bambino. In un modo o nell’altro sapevo che, per quanto fosse pazzo e
perduto, non mi avrebbe fatto del male.
E per quanto riguardava la mia casa? Là non potevo più trovare calore. Ero
un’estranea. Avrei fatto meglio a cercare compagni simili a me nel dolore per
alleviare la mia solitudine.
«So quello che faccio, Erila» dissi con pacata fermezza. «Se avrò bisogno
di te, chiamerò. Te lo prometto».
Fece quel piccolo schiocco di lingua che mi piaceva tanto perché diceva
tutto con un semplice suono, e io capii che mi avrebbe lasciato entrare.
Posò il vassoio vicino all’entrata, in modo che il profumo della carne
appena cucinata filtrasse sotto la porta. Mi tornarono alla mente mille mattine
della mia infanzia quando, digiuna per la messa, mi sentivo in colpa perché la
prospettiva del corpo di Cristo sulla mia lingua era meno stuzzicante
dell’aroma della carne arrosto che giungeva dalla cucina al mio rientro a casa.
Come fosse sentirlo adesso, dopo giorni senza cibo, non riuscivo a
immaginarlo.
Indietreggiai e feci un segno a Erila, che bussò rumorosamente.
«Qui c’è il vostro cibo» annunciò con voce tonante. «Il cuoco dice che, se
non mangiate, smetterà di mandarvelo. Avete piccione arrosto, verdure
speziate e una caraffa di vino». Bussò di nuovo. «Ultima occasione, pittore».
Poi le feci un altro segno ed Erila si avviò giù per la scala, il passo
rimbombante sulla pietra. Arrivata giù si fermò, alzando gli occhi verso di
me.
Attesi. Per un po’ non accadde nulla. Poi, finalmente, udii degli scricchiolii
provenire da dietro l’uscio. I chiavistelli scattarono e la porta si socchiuse.
Una figura dinoccolata venne fuori e si chinò per prendere il vassoio.
Uscii dall’ombra, proprio come quella notte, in casa, quando gli avevo
fatto sparpagliare a terra i suoi disegni. Aveva avuto paura di me e l’aveva
anche adesso. Fece qualche passo indietro e cercò di chiudere la porta, ma
teneva il vassoio stranamente inclinato e non coordinava più i movimenti.
Cacciai un piede nello spiraglio e cominciai a spingere. Il pittore spingeva in
senso contrario, ma sebbene la malata fossi stata io, era più debole di me, e la
porta cedette sotto il mio peso. Lui arretrò barcollando, fece volare in aria il
vassoio e il suo contenuto, e uno zampillo di vino rosso finì contro la parete.
La porta sbatté dietro di me.
Eravamo entrambi dentro.
30.

Lasciò il vassoio dov’era caduto, nell’ombra, e strisciò a tentoni, come uno


scarafaggio, attraverso la sacrestia e fino alla cappella. Io raccolsi il piatto di
legno e recuperai quello che potevo del cibo. Il vino era ormai colore sulla
parete.
Poi lo seguii.
Nella stanza regnava un puzzo nauseante di escrementi e di urina. Anche
se non si mangia, si continua a pisciare e a defecare, almeno per un po’. Nel
timore di calpestare qualcosa di sgradevole, indugiai finché gli occhi si
adattarono alla semioscurità. L’altare era isolato da una corda e l’impalcatura
ancora al suo posto, ma le pareti erano coperte da incerate e teli abbassati. Sui
tavoli tutto era in ordine, pronto per il lavoro: colori in polvere, pestello,
mortai e pennelli. Subito accanto stava un grande specchio concavo come
quello che mio padre teneva nello studio per riflettere l’ultima luce del giorno
quando non ci vedeva bene. Più lontano, in un angolo, un secchio con un
improvvisato coperchio di legno. Immaginai che il fetore venisse da lì.
Faceva più freddo che nel resto della casa. E c’era umidità, quel tipo di
umidità che pare trasudi dalla pietra quando non ci sono corpi umani a
scaldarla. Il pittore era cresciuto fra pietre e luce fredda. Che cosa aveva detto
mio padre di lui? Che aveva dipinto ogni spazio intorno a sé finché non era
rimasto più un centimetro di parete da riempire. Ma non ora. Non lì. Lì, a
parte l’altare separato dal resto, non c’era niente. Mi domandai nuovamente
che cosa ci fosse dietro le incerate.
Ora lo vedevo. Era seduto in un angolo, e se ne stava tutto curvo. Non mi
guardava. Anzi, sembrava che non guardasse niente. Era come un animale
intrappolato dai cacciatori. Mi avvicinai piano piano. Nonostante le mie
parole coraggiose, ero spaventata. Erila aveva ragione. Con tanta religiosità là
fuori, la santa follia era in continuo aumento: persone che stavano tanto
vicino a Dio non sapevano più vivere con gli esseri umani. A volte le si
incontrava per strada: parlavano da sole, ridevano, piangevano, creature la cui
vulnerabilità era come un alone vibrante intorno a loro. Per la maggior parte
erano anime benevole, quasi fossero eremiti sperduti. Non tutte, però.
Quando dentro di loro c’era Dio in fermento, potevano incutere molta paura.
Mi fermai a pochi metri dal pittore. Tra noi c’era la visione della Madonna
con il mio volto e dei cadaveri con i ventri squarciati. Quando aprii la bocca,
ancora non sapevo quali parole ne sarebbero uscite.
«Sapete come vi chiamano in cucina?» sentii me stessa domandare.
«Uccellino. Dal nome del pittore, per rispetto al vostro talento, ma anche
perché hanno paura di voi. Credono che aspettiate la notte per volare via dalla
finestra. Il cuoco è convinto che sia per questo che non volete mangiare le sue
pietanze, perché avete trovato di meglio altrove. Si è offeso, come tutti i bravi
cuochi».
Non diede segno di avermi udito. Si dondolava leggermente, le braccia
incrociate sul petto, le mani strette a pugno e nascoste sotto le ascelle. Mi
avvicinai di più. Mi sembrava strano torreggiare così sopra di lui. Mi sedetti
sul pavimento e avvertii il freddo della pietra attraverso l’abito. Appariva così
solo e triste che avrei voluto dargli calore attraverso le parole. «Quand’ero
più giovane e la bellezza della nostra città era sulla bocca di tutti, si
raccontava una storia su un artista che lavorava per Cosimo de’ Medici. Si
chiamava fra’ Filippo». Assunsi un tono di voce dolce e sommesso, come
faceva Erila con me da bambina, finché mi addormentavo. «Avete visto le
sue opere. Dipinge la sua Madonna con tale soavità da far pensare che il suo
pennello sia guidato dallo Spirito Santo. In fondo era un monaco. E invece
no. Il nostro buon fratello era così pieno di desideri carnali che smetteva di
dipingere per scorrazzare per la città tutte le notti, accostando qualunque
donna se lo prendesse. Il grande Cosimo de’ Medici ne fu talmente deluso –
sia perché gli affreschi rimanevano incompleti sia per i suoi peccati, penso –
che prese l’abitudine di chiuderlo a chiave nello studio, durante la notte. Ma
il mattino del secondo giorno trovò la finestra aperta, le lenzuola legate
insieme e Filippo uccel di bosco. Dopo quell’episodio, Cosimo de’ Medici gli
restituì la chiave. Qualsiasi cosa il pittore avesse bisogno di fare per la
propria arte, lui l’accettò, anche se non la capiva né l’approvava».
Tacqui. Non erano avvenuti cambiamenti visibili in lui, eppure sapevo che
stava ascoltando. Lo sentivo nel suo corpo.
«Avere un tale fuoco dentro dev’essere molto duro, a volte. Credo che vi
faccia comportare in modi che quasi non comprendete. Quando mi capita di
esagerare mi domando poi perché ho fatto ciò che ho fatto. Solo che in quel
momento mi pareva necessario. E io non ho alcun talento. Nulla di
paragonabile al vostro».
Lo vedevo tremare in tutto il corpo. C’erano stati momenti – come quel
primo pomeriggio, nella sua stanza – in cui la sua stessa fisicità mi aveva
fatto tremare, ma non così. Quello era un altro genere di paura. Posai quanto
rimaneva della cena sul piatto e glielo feci scivolare davanti.
«Perché non mangiate qualcosa?» dissi. «È buono».
Scrollò la testa, ma le sue palpebre si aprirono di scatto. Non era ancora
pronto. Ebbi una rapida visione della sua faccia, di un bianco come quello
delle ceramiche dei Della Robbia. Lo ricordai strisciare appeso vicino al
soffitto, arrossato dal calore delle fiamme, mentre tracciava la griglia che
sarebbe diventata il cielo. Allora aveva abbastanza energie e immaginazione.
Che ne era stato del cielo?
«Probabilmente ho parlato con voi più di chiunque altro in questa casa»
ripresi. «Eppure non conosco nemmeno il vostro nome. Siete stato “il pittore”
tanto a lungo che vi chiamo così, tra me e me. Non so niente di voi, se non
che avete un dono sublime nelle dita. Più di quanto avrò mai io. Vi ho
talmente invidiato che forse ho ignorato la vostra sofferenza. Se è così, ne
sono dispiaciuta».
Attesi. Ancora niente.
«Siete malato? È questo? Vi è tornata la febbre?»
«No». Flebile al punto che quasi non lo udii. «Non ho caldo. Ho freddo.
Tanto freddo».
Allungai la mano per toccarlo, ma si ritrasse di scatto, e vidi una smorfia di
dolore contrargli il viso.
«Non capisco cosa vi è accaduto» dissi dolcemente. «Ma in ogni caso
posso aiutarvi».
«No. Non potete aiutarmi. Nessuno può farlo». Poi un’altra pausa e infine
un bisbiglio. «Mi sento abbandonato».
«Abbandonato? Da chi?»
«Da Lui. Da Dio».
«Che cosa volete dire?»
Lui scosse con forza la testa e serrò ancora di più le braccia sul petto. Poi,
con mio orrore, si mise a piangere: sedeva immobile, un lento rivolo di
lacrime che scivolava sul viso, come quelle statue della Vergine che piangono
sangue per riportare i dubbiosi alla fede.
«Oh, quanto mi dispiace!»
Ora, per la prima volta, mi guardò dritto in faccia, e quando anch’io lo
fissai negli occhi, fu come se lui, il pittore, il giovane timido venuto dal Nord,
non fosse più lì, e al suo posto ci fosse solo un grande pozzo di tristezza e di
terrore.
«Parlate, vi prego» dissi. «Non c’è niente di così orribile che non possa
essere detto».
La porta si aprì dietro di me e udii passi leggeri. Doveva essere Erila. Ero
là dentro da troppo tempo e certo lei si stava preoccupando da morire.
«Non ora» mormorai senza muovermi.
«Ma…»
«Non ora».
«I vostri genitori stanno per arrivare».
Bugia efficace, sia per mettere in guardia lui sia per aiutare me. Piegai la
testa verso di lei, e lo sguardo che mi lanciò era molto eloquente. Annuii
appena, accogliendo il suo consiglio. «Allora torna a chiamarmi. Per favore».
Le voltai le spalle. I passi si allontanarono e la porta si chiuse.
Il pittore non si era ancora mosso. Mi azzardai a tirar fuori gli schizzi da
dentro l’abito e ne posai alcuni sul pavimento, vicino al vassoio, così che le
viscere del morto erano accanto ai resti di carne arrosto. «Lo sapevo da
tempo» dissi piano. «Ero stata nella vostra stanza. Li avevo visti tutti. È
questo ciò che non potete dire?»
Lo percorse un brivido. «Non è come pensate». La sua voce proruppe in un
borbottio sordo. «Non ho fatto del male a quelli. Non ho fatto del male a
nessuno…» S’interruppe.
Questa volta andai verso di lui e, se stavo commettendo uno sbaglio, non
ero la più indicata a giudicarlo. Vivevo in un mondo in cui un marito fotteva
la moglie come se fosse una mucca, e gli uomini si abbracciavano e si
penetravano a vicenda con uno slancio e una dedizione che avrebbero fatto
arrossire i santi. Non esisteva più il concetto di comportamento corretto. Gli
passai delicatamente le braccia intorno al corpo. Lui emise un gemito acuto,
non avrei saputo dire se di dolore o di disperazione. Le sue carni erano fredde
e rigide come quelle di un cadavere, ed era talmente magro che potevo
indovinare ogni osso sotto la pelle.
«Ditemi, pittore. Ditemi…»
Quando cominciò, la sua voce era bassa ed esitante, come quella di un
penitente che cercasse le parole adatte. «Lui diceva che il corpo umano è la
più grandiosa creazione di Dio, e che per capirlo bisognava andare sotto la
pelle. Soltanto così potevamo imparare a infondergli vita. Non ero io solo.
Eravamo in sei o sette. C’incontravamo di notte, in una stanza dello Spedale
di Santo Spirito, vicino alla chiesa. I cadaveri appartenevano alla città,
diceva: persone senza una famiglia che li reclamasse, e criminali giustiziati.
Lui diceva che Dio avrebbe capito. Perché la sua gloria sarebbe vissuta nella
nostra arte».
«Lui? Chi è questo “lui”?»
«Non conosco il suo nome. Era giovane, ma non c’era niente che non
sapesse disegnare. Un giorno portarono il corpo di un ragazzo… di quindici,
sedici anni. Era morto per qualcosa al cervello, ma il suo corpo era perfetto.
Lui diceva che era troppo giovane per essere stato corrotto. Che sarebbe stato
il nostro Gesù. Lo volevo mettere nel mio affresco, ma prima che potessi
dipingerlo venne lui con la sua Crocifissione. Scolpita in legno di cedro
bianco. Il corpo era così reale, così vivo che se ne poteva toccare ogni
muscolo, ogni tendine. Ero sicuro che fosse Cristo. Non potevo…»
S’interruppe nuovamente. Lo liberai dal mio abbraccio e mi scostai, in
modo da poterlo vedere e valutare il male che le sue parole gli avevano fatto.
«E più Dio fluiva in lui, più lasciava voi prosciugato» conclusi sottovoce. «È
stato così?»
Scrollò la testa. «Non capite… non capite. Non avrei mai dovuto essere là.
Era tutta una menzogna. In quella stanza non c’era Dio, ma qualcos’altro. Il
potere della tentazione. Dopo la partenza dell’esercito, “Lui” andò via.
Scomparve. Non arrivavano più cadaveri. La stanza era chiusa. Si parlava di
morti rinvenuti per le strade. Una fanciulla con il grembo squarciato, la
coppia, l’uomo sventrato. I nostri cadaveri… noi non sapevamo… voglio
dire… io non sapevo…» Scosse la testa. «Non era Dio, quello nella stanza»
riprese, rabbiosamente ora. «Era il Diavolo. Non capite? Il monaco dice che
più dipingiamo l’uomo anziché Dio, più lo priviamo della Sua divinità. Il
corpo umano è il Suo mistero. La Sua creazione. Non spetta a noi
comprendere, ma solo adorare. Ho ceduto alla tentazione di sapere. Ho
disobbedito e ora Lui mi ha abbandonato».
«Oh, no, no… è la voce di Savonarola che parla, non voi» replicai. «Vuole
che le persone siano intimorite, che pensino che Dio le abbandonerà. Così lui
può tenerle in pugno. Quel pittore, chiunque fosse, aveva ragione. Come può
essere un male comprendere le meraviglie del Signore?»
Il pittore non rispose.
«E anche se lo fosse, Lui non vi abbandonerebbe per una cosa simile»
incalzai, terrorizzata al pensiero di poterlo perdere di nuovo. «Il vostro
talento è troppo prezioso per Dio».
«Non capite» ripeté, le palpebre ben serrate. «Non c’è più, non c’è più…
ho fissato il sole e i miei occhi si sono bruciati. Non posso più dipingere».
«Non è vero» mormorai, tendendo le mani verso di lui. «Ho visto quei
disegni e contengono troppa verità per essere empi. Siete solo e sperduto e la
vostra paura vi ha portato alla disperazione. Ora dovete soltanto credere di
poter vedere di nuovo, e vedrete. Le vostre mani faranno il resto. Datemele,
pittore. Datemi le vostre mani».
Per qualche istante continuò a dondolarsi e a piagnucolare; poi,
lentamente, si sciolse dalla loro stretta e le tese verso di me, i palmi in giù.
Nel momento in cui le presi lanciò un gemito acuto, come se il mio tocco
l’avesse bruciato. Spostai le dita verso la punta delle sue, fredde come il
ghiaccio, e gliele girai delicatamente all’insù.
Oh, tutta la mia delicatezza non sarebbe mai potuta bastare. In mezzo alle
palme aveva due grandi piaghe, buchi neri di sangue rappreso, gonfi
tutt’intorno, dove cominciavano a infettarsi. I buchi dei chiodi. Pensai a San
Francesco, al suo risveglio nella cella di pietra, al colmo dell’estasi divina. E
alla mia folle esaltazione, quella notte, quando il dolore del corpo mi era
sembrato quasi un sollievo a quello della mente. Ma la mia ferita me l’ero
inferta per caso. Non era profonda né disperata come quella.
«Oh, misericordia» sussurrai. «Che cosa vi siete fatto?»
Mentre lo dicevo, sentii la disperazione avvolgerlo di nuovo come una
nebbia avvelenata, riempirgli la bocca, le orecchie e gli occhi, soffocargli lo
spirito con le proprie esalazioni. E adesso ero veramente spaventata, perché
non potevo più essere sicura che non si sarebbe insinuata anche dentro di me.
Naturalmente avevo già sentito parlare di melanconia. Di come anche
uomini pii si perdessero a volte nel cammino verso il Signore e cedessero
all’autodistruzione per lenire il proprio dolore. Uno dei miei primi precettori
era caduto in quell’abisso, e deperiva sempre più perché non vedeva più
speranza e significato nella vita, finché persino la mia caritatevole madre
l’aveva licenziato, temendo l’influsso della sua sofferenza sulle nostre
giovani menti. Quando le avevo domandato di lui, mi aveva risposto che
alcuni credevano quell’afflizione opera del Diavolo, ma che secondo lei era
un male della mente e degli umori; di solito non uccideva, ma poteva fiaccare
un’anima per un tempo lunghissimo, e non era facile trovare un rimedio.
«Avete ragione» dissi pacatamente, scostandomi da lui e seguendo più
l’istinto che la ragione. «Avete peccato. Ma non come pensate. Questa non è
verità, è disperazione, e la disperazione è un peccato. Non potete vedere
perché avete spento la luce dentro di voi. Non potete dipingere perché siete
stato indotto con l’inganno all’autodistruzione».
Mi alzai. «Quando vi siete fatto queste ferite? A che punto eravate con gli
affreschi?» gli domandai in tono deciso.
Lui taceva, gli occhi fissi a terra.
«Se non me lo dite, guarderò io stessa».
Lo costrinsi ad alzarsi. Con malagrazia. So che gli feci male. «Siete troppo
egoista, pittore. Quando avevate il talento, non volevate condividerlo. Ora
che non l’avete più, siete quasi orgoglioso anche di questo. Non solo avete
abbracciato la disperazione, ma avete peccato contro la speranza. Siete degno
del Diavolo».
Lo condussi attraverso la cappella fino alla parete a sinistra dell’altare. Non
fece resistenza, come se a controllare il suo corpo fossi più io di lui, anche se
era il mio cuore quello che sentivo martellare nel petto.
Ciascuna delle cerate che coprivano pareti e soffitto era collegata con due
corde a un paletto nel pavimento. «Venite. Mostratemi questi malaugurati
lavori. Voglio vedere».
Mi fissò per un momento, e fu allora che scorsi qualcosa sotto la
disperazione, una sorta di accettazione della mia persona, quasi un
riconoscere che, se non c’era nessun altro, sarei dovuta bastare io. Poi slegò
le corde e lasciò scivolare giù il primo telo.
Non c’era molta luce, quel giorno, perciò mi è difficile riuscire a spiegare
perché provai una sensazione così intensa. Naturalmente mi aspettavo
qualcosa di diverso, qualcosa di distorto, di cattivo o di sacrilego, e mi ero
preparata al colpo. Invece fui sopraffatta dalla bellezza.
Gli affreschi risplendevano sulla parete. La vita di Santa Caterina
d’Alessandria, divisa in otto parti: la sua figura sottile che avanzava serena, in
colori vibranti, attraverso i primi anni, la casa di suo padre e i miracoli nel
campo. Come la Vergine del pittore sulla parete, Santa Caterina sembrava
albergare non solo la pace divina, ma anche un’esuberante dolcezza umana.
Fissai il pittore, ma lui evitò il mio sguardo. Quel breve momento di
consonanza era passato, ed era nuovamente in preda ai suoi demoni. Andai io
stessa all’altra parete e sciolsi le corde, facendo scendere lentamente la
cerata. Qui la santa passava dai trionfi alla morte. Ed era a questo punto che
l’eresia cominciava ad affacciarsi.
Come tutti i bravi fiorentini conoscevo la storia di un migliaio di santi,
avevo letto i racconti delle loro tentazioni, del loro coraggio e del martirio
finale. Alcuni vi si sottoponevano più o meno di buon grado, non tutti
mostravano un sorriso gioioso quando le fiamme salivano e si affilavano i
coltelli, ma in ogni caso, non si sa come, all’approssimarsi della morte dalla
loro sofferenza irradiava la certezza del Paradiso. Ma quella Santa Caterina
non sembrava nutrire la stessa certezza. Nella sua cella, mentre aspettava
l’esecuzione, in luogo della serenità vi era agitazione, e nell’ultima scena,
quando, dopo avere distrutto la ruota del supplizio, veniva trascinata verso la
spada del carnefice, il volto, che fissava accusatore chi guardava, era acceso
da una paura tangibile, e mi ricordava l’angoscia che sarebbe comparsa nella
fanciulla di quell’altro disegno.
L’ultima cerata copriva la parete dell’altare e la volta dell’abside. Mentre
mi muovevo verso il verricello che la tratteneva, sentii gocce di sudore sulla
nuca.
Quando cadde, piegai la testa all’indietro. La parete posteriore sfoggiava
una schiera di angeli – le ali spiegate in una diafana magnificenza di piume di
tortore, di pavoni e di mille immaginari uccelli del Paradiso –, gli occhi
rivolti all’insù, verso il Padre Nostro che è nei cieli.
Ed eccolo, al centro della volta, sul trono dorato, splendente e glorioso,
circondato da santi nel proprio sublime fulgore… il Diavolo, il corpo nero e
irsuto, abbandonato scompostamente sul trono, le tre teste che erompevano
dal collo, ciascuna con un’aureola di ali di pipistrello e, fra gli artigli, le
figure di Cristo e di Maria, ficcate per metà nella sua bocca, tra le zanne
aguzze.
31.

Lo trasportammo col carro di mio padre. Non si agitò. Ormai non opponeva
più alcuna resistenza e sembrava grato per ogni dimostrazione di gentilezza.
Credo che Maria avrebbe voluto fermarmi quando si rese conto di quello che
stavamo facendo, ma aveva ormai rinunciato alla sua autorità e poteva solo
stare a guardare, tutta preoccupata. Quando mi domandò, come fece
ripetutamente, cosa stesse succedendo, le risposi la stessa cosa che avevo
scritto a mia madre in una lettera lasciata per lei: che avevo trovato il pittore
malato nella cappella e lo portavo a casa mia per curarlo.
Il che, peraltro, era la verità. Che soffrisse di una malattia imprecisata era
evidente a chiunque lo vide mentre lo aiutavamo a scendere dalla cappella
nella corte. Quando uscì al sole sembrò crollare: scosso da un orribile
tremito, batteva i denti tanto da far pensare che lo stesso accadesse alle ossa
del cranio. A metà della scala si accasciò e lo si dovette portare a braccia per
l’ultima rampa.
Lo avvolgemmo in coperte e lo deposi con cura sulla parte posteriore del
carro. Prima di lasciare con lui la cappella, io ed Erila avevamo rimesso a
posto le cerate, chiuso le due porte e messo in tasca i due mazzi di chiavi. Se
aveva una propria opinione circa quello che aveva visto sulle pareti e sulla
volta, non me ne fece parola.
Uscimmo dal portone che era quasi buio. Sul carro, io sedevo dietro ed
Erila era alla guida. Era nervosa. Credo fosse la prima volta che la vedevo in
quello stato. Era un brutto momento per trovarsi in giro per strada, diceva. In
città, al crepuscolo, i giovani guerrieri di Savonarola uscivano a imporre il
loro coprifuoco, inseguendo uomini e donne che avevano il doppio dei loro
anni per costringerli a tornare a casa, lontano dalle tentazioni della strada. E
dato che si assumevano anche il compito di separare i risoluti dai tentennanti
e aiutavano questi ultimi ad arrivare alle loro abitazioni più in fretta, e spesso
più doloranti, era indispensabile avere pronta una buona giustificazione, in
caso di necessità.
Ci arrivarono addosso quando svoltammo l’angolo dei poderosi muri di
Palazzo Strozzi, un edificio che sarebbe stato il più imponente della città se
non fosse rimasto incompiuto dopo la morte di Filippo Strozzi. Morte che
Savonarola aveva spesso usato come argomento dei suoi sermoni per
illustrare l’assurdità di anteporre la ricchezza alle promesse di vita eterna. Nel
frattempo la città si era talmente abituata a vedere la facciata del palazzo
finita solo a metà, che non riuscivo nemmeno lontanamente a immaginare che
aspetto avrebbe avuto se mai l’avessero terminato.
I giovani avevano adibito la massiccia pietra angolare a temporaneo posto
di guardia. Erano una ventina, sparsi a bloccare la strada, le tuniche lerce, la
somiglianza con gli angeli decisamente inverosimile. Il più grande – poteva
essere quello il ruolo di Luca? – si staccò dagli altri e alzò le braccia davanti a
noi. Erila fermò il carro, tanto vicino a lui che il vapore del fiato dei cavalli
gli arrivava in faccia.
«Buonasera, devote fiorentine. Che cosa vi porta in strada dopo il
crepuscolo?»
Erila chinò profondamente il capo, come faceva sempre quando recitava la
parte della schiava. «Buonasera, signore. Il fratello della mia padrona è
malato, e lo stiamo portando a casa per curarlo».
«Così tardi, e senza un accompagnatore?»
«Il conducente del mio padrone sta pregando e digiunando all’altro capo
della città. Siamo partite con la luce, ma una ruota del carro si è infilata in un
solco e abbiamo dovuto aspettare che la tirassero fuori. Ormai siamo vicine a
casa».
«Dov’è il vostro malato?»
Lei indicò il piano posteriore del carro.
Il capo fece un segno a due del gruppo e quelli si avvicinarono. Io sedevo
con il pittore addormentato in grembo, quasi nascosto sotto la coperta. Uno di
loro la tirò indietro e l’altro gli diede qualche colpetto con una verga che
aveva in mano.
Il pittore si destò con un sussulto, si divincolò dalle mie braccia e prese a
trascinarsi freneticamente verso il fondo del carro. «Lontani da me. Lontani
da me. Ho dentro il Diavolo. Ha Cristo fra i denti e inghiottirà anche voi».
«Che cosa sta dicendo?» Il ragazzo, che aveva il naso aguzzo come la sua
bacchetta, era pronto a dare un altro colpetto.
«Non si capisce il linguaggio dei santi, quando lo si sente» dissi
severamente. «Parla in latino della misericordia di Dio e dell’amore del
nostro Salvatore».
«Ma che cosa ha detto del Diavolo?»
Naturale: grazie a Savonarola, a quei tempi il suo nome era più famoso di
quello di Dio. «Dice che la clemenza e l’amore di Dio scacceranno il Diavolo
da Firenze, con l’aiuto delle persone pie. Ma non c’è tempo da perdere. Mio
fratello è un seguace del monaco. Deve prendere l’abito a San Marco.
L’ordinazione è fissata per la settimana prossima. Per questo dobbiamo
portarlo a casa e rimetterlo in salute prima della cerimonia».
Il giovane esitava. Fece un passo avanti e il suo naso colse gli effluvi del
sudiciume. «Puah! Per conto mio, non assomiglia molto a un frate.
Guardatelo: fa schifo, tanto è sporco».
«Non è malato, è ubriaco» disse l’altro. Vidi il capo tornare verso di noi.
«Tenetelo fermo lì, padrona!» esclamò Erila con voce tagliente. «Se si
muove, le pustole possono scoppiare, e il pus porta un gran contagio».
«Le pustole? Ha le pustole?» Il ragazzo con il bastoncino indietreggiò
velocemente.
«Perché non l’avete detto subito?» Il capo aveva preso in mano la
situazione, come dovrebbero fare tutti i buoni capi. «State lontani da lui, tutti
quanti. E voi, donne, andatevene. E badate che non si avvicini a nessun
monastero prima di essere guarito».
Erila fece schioccare le redini e il carro si avviò ondeggiando mentre lo
schieramento di giovani si dissolveva per paura del contagio. Il pittore tornò a
raggomitolarsi sotto la coperta, gemendo per la nostra andatura traballante.
Aspettai di non vedere più la banda prima di arrampicarmi fino alla panchetta
sul davanti.
«Ehi, attenta alla pelle» disse Erila, mentre scivolavo accanto a lei. «Non
voglio nemmeno una goccia di pus addosso».
«Le pustole!» Risi. «Da quando in qua il nostro santo esercito ha paura di
qualche pustola?»
«Da quando è arrivata la malattia» rispose lei con un largo sorriso. «Il tuo
problema è che non esci ancora abbastanza. Intendiamoci, quelli che lo fanno
cominciano a pentirsene. Nessuno sa da dove viene. Dicono che sono stati i
francesi a lasciarla nei buchi dove sono entrati. L’hanno presa prima le
prostitute, poi ha cominciato a diffondersi. Quand’erano solo le donne a
buscarla, allora era nota come il morbo del Diavolo, ma ora che anche i bravi
credenti si riempiono di vesciche e di pustole, si dice che è Dio a mettere alla
prova la loro sopportazione come… chi era quell’uomo della Bibbia al quale
mandò tante tribolazioni…?»
«Giobbe».
«Giobbe, ecco. Però credo che Giobbe non ebbe mai una cosa come il
morbo gallico: grosse bolle piene di pus, che bruciano, fanno un male
d’inferno e lasciano brutte cicatrici. Eppure, da quello che sento, ha più
successo degli insegnamenti del monaco nel tenere lontano dalla fornicazione
chi ce l’ha».
«Oh, Erila». Risi. «I tuoi pettegolezzi valgono oro. Avrei proprio dovuto
insegnarti meglio a scrivere. Potresti redigere una storia di Firenze che
competerebbe con i racconti di Erodoto sulla Grecia».
Si strinse nelle spalle. «Se vivremo abbastanza da invecchiare insieme, io
parlerò e tu scriverai. Spero solo che ci arriviamo. E questo dipende dal fatto
che tu sappia quello che stai facendo» concluse, indicando la parte posteriore
del carro. Poi fece schioccare le redini al di sopra delle teste dei cavalli, che
accelerarono l’andatura mentre sulla città scendeva il buio.
I cavalli di Tomaso e di Cristoforo non erano nella corte e nessun lume era
acceso nella stanza di mio marito. Ordinai ai garzoni di portare il pittore nel
mio studio, vicino alla mia camera, dove gli preparammo un giaciglio,
spiegando che si trattava di un sant’uomo della nostra famiglia, ammalatosi
durante l’assenza dei miei genitori. Notai l’occhiata severa di Erila, ma
l’ignorai. L’alternativa era alloggiarlo insieme alla servitù, ma mentre là i
suoi sproloqui in latino potevano risultare innocui, se avesse cominciato a
vaneggiare in dialetto toscano del potere del Diavolo, sarebbe stato meglio
per lui trovarsi fuori portata d’orecchio dei credenti.
Una volta sistemato, chiamammo Filippo, il fratello maggiore dello
stalliere, perché lo accudisse. Era un giovane robusto, nato coi timpani rotti,
così che appariva più tardo e più stupido di quanto fosse in realtà. Ma questo
conferiva anche alla sua forza muta un che di gentile, facendo sì che fosse
l’unico dei servitori di mio marito verso il quale Erila si mostrava paziente.
Nei mesi seguiti al nostro arrivo, lei aveva imparato il linguaggio dei segni
quanto bastava per fare di Filippo il suo devoto schiavo (anche se non
domandai mai come pagasse i suoi servigi). Ora gli ordinò di preparare un
bagno per il pittore, prima di spogliarlo completamente. Prese dalla propria
stanza il sacchetto delle erbe ereditato dalla madre, che anche nei miei ricordi
di bambina aveva un profumo di esotico. Sua madre aveva forse avuto il
potere di curare le stigmate della mente, oltre a quelle delle mani?
«Digli che gli laveremo e gli fasceremo le mani» lo istruì in fretta Erila.
«Accertati che capisca».
Era accasciato sulla sedia dove l’avevano lasciato, le spalle curve, gli occhi
a terra. Mi avvicinai e mi piegai sulle ginocchia al suo fianco. «Ora siete al
sicuro» dissi. «Vi assisteremo. Cureremo le vostre mani e vi faremo stare
meglio. Non vi accadrà nulla, qui. Avete capito?»
Lui non rispose. Alzai gli occhi su Erila, che mi fece segno di andare via.
«E se…»
«Se si agita? Gli diamo un colpo in testa, per il suo bene. Ma in un modo o
nell’altro lo laveremo e lo faremo mangiare prima che ti avvicini di nuovo a
lui. Puoi utilizzare questo tempo per inventarti una bella favola per tuo
marito, perché non so quanto funzionerà la sciocchezza del parente santo».
E con ciò mi spinse fuori dalla stanza.
*
I primi giorni furono i peggiori. Mentre tutti noi di casa ci muovevamo in
punta di piedi, i pettegolezzi facevano più rumore dei nostri passi. Da parte
sua, il pittore era in uno stato di torpore, muto, ma a suo modo ribelle. Aveva
permesso a Erila e a Filippo di bendargli le mani, però rifiutava ancora il
cibo. La diagnosi di lei fu schietta e chiara.
«Può muovere le dita, e quindi può tornare a dipingere, anche se nessuno
gli leggerà più la mano. Quanto al resto, non conosco pianta o unguento che
possa risanarlo. Se continua a non mangiare, questo lo porterà alla morte più
in fretta che la perdita di Dio».
Quella sera rimasi sveglia, aguzzando le orecchie per sentirlo. Nel cuore
della notte esplose in una serie di urla da cui trapelava una disperazione
profonda, come se da lui sgorgasse tutto il dolore del mondo. Io ed Erila
c’incontrammo davanti alla sua porta, ma quei lamenti avevano svegliato altri
e lei non volle lasciarmi entrare.
«Ma soffre tanto, e credo che potrei aiutarlo».
«Conviene che aiuti te stessa» disse rabbiosamente. «Una cosa è se il
marito infrange le regole della decenza, tutt’altra cosa se lo fa la moglie.
Quelli sono i servitori suoi. Non hanno avuto il tempo né la voglia di
imparare ad amare te e la tua testardaggine. Ti tradiranno e lo scandalo
distruggerà come il fuoco la vostra vita. Torna a letto. Vado io da lui, non
tu».
Le sue parole mi avevano spaventato, perciò obbedii.
La notte seguente, quando il pianto tornò, era più smorzato. Ero sveglia e
leggevo, perciò lo udii immediatamente ma, memore delle parole di Erila,
aspettai che fosse lei ad accorrere. Ma forse era troppo stanca e dormiva
profondamente, così, temendo che il pittore destasse di nuovo tutti, scivolai
fuori a dare un’occhiata.
Il pianerottolo era deserto. Filippo dormicchiava disteso davanti alla porta
dell’ospite, ignaro del rumore. Gli girai cautamente intorno ed entrai. Se fu
un’insensatezza, posso dire soltanto che tuttora non me ne pento.
32.

La stanza era illuminata da una piccola lampada a olio che diffondeva una
luce tenue come le candele nella cappella, quella notte lontana; tutt’intorno,
l’odore dei colori e l’occorrente per il mio lavoro. Il pittore era a letto, lo
sguardo perso, come circondato da un lago di dolore e di vuoto.
Mi avvicinai e gli sorrisi. Aveva le guance bagnate di lacrime, ma non
piangeva più. «Come state, pittore?» domandai premurosamente.
I suoi occhi mi vedevano, ma lui non dava segni di riconoscimento.
Sedetti sul bordo del letto. In passato si sarebbe sottratto a quella
vicinanza, ma adesso non reagì. Non avrei saputo dire se la sua apatia fosse
dovuta alla debolezza o alla disperazione che lo paralizzava. Pensai a me
stessa durante la prima notte di nozze, a come il mondo mi fosse crollato
addosso, e a come, quando la mente non funzionava più, le si erano sostituite
le dita. Ma lui aveva volutamente mutilato i propri strumenti di salvezza. Le
sue mani giacevano inerti sulla coltre, le fasce linde e in ordine, però chissà
se gli avrebbero consentito di maneggiare una penna.
Quando non ci sono immagini, non restano che le parole.
«Vi ho portato una cosa» dissi. «Se dovete essere inghiottito dal Diavolo,
tanto vale che sentiate di altri che hanno combattuto la stessa battaglia».
Presi il volume che stavo leggendo quando le sue grida mi avevano
svegliato. Non aveva le illustrazioni di Botticelli a illuminarlo, ma il fatto
stesso di riportare tante parole su carta era di per sé una vivida testimonianza
d’immenso amore. Al quale aggiungevo ora il mio… parlando lentamente
mentre traducevo in latino l’incantevole testo originario, cercando con fatica
le parole giuste, che gli giungessero al cuore.
Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita.
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!
Tant’è amara che poco è più morte…
Continuai a leggere il primo canto dell’Inferno, attraverso le sue selve di
disperazione e le fiere della paura, ma sempre mirando al primo scorcio della
collina illuminata dal sole, là in alto, e a un barlume di speranza.
Temp’era dal principio del mattino,
e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle
ch’eran con lui quando l’amor divino
mosse di prima quelle cose belle;
sì ch’a bene sperar m’era cagione…
Feci una pausa, alzai lo sguardo e mi accorsi che aveva chiuso gli occhi.
Sapevo che non dormiva. «Non siete solo, sapete» dissi. «Credo che, a un
certo punto della propria vita, molte persone si sentano immerse nelle
tenebre, come se fossero cadute dalla mano di Dio, scivolandogli fra le dita
sulle rocce sottostanti. Sono convinta che anche Dante fece la stessa
esperienza. Penso che il suo grande talento la rese in un certo senso più dura.
Come se ci si aspettasse molto da lui, perché molto gli era stato dato. Ma se
lui poté trovare la strada del ritorno, potremo trovarla tutti».
In realtà, come mio marito, avevo trovato l’Inferno più familiare rispetto al
Paradiso, ma c’erano stati alcuni passi in cui la luce mi aveva sempre
riscaldato l’anima. Ora li cercai, nella speranza che riscaldassero anche la
sua.
«Quand’ero giovane» dissi per rompere il mio silenzio durante la ricerca
«ero solita pensare che Dio fosse luce. Sì, ecco… mi dicevano che Lui era
ovunque, ma non riuscivo mai a vederlo. Eppure coloro che erano pieni di
Dio venivano sempre rappresentati con un alone dorato di luce intorno a sé.
Quando Gabriele si rivolse a Maria, le sue parole scorsero nel cuore di Lei
come un fiume di sole. Da bambina, sedevo a guardare il sole che entrava
dalle finestre in certi momenti della giornata e osservavo come si rifrangeva
attraverso il vetro, proiettando pozze di luce sul pavimento. Pensavo fosse
Dio che si divideva in una pioggia di bontà, come se ogni minuscolo punto
luminoso contenesse il mondo intero e Lui, oltre a se stesso. Ricordo che il
solo cercare di tenermi aggrappata a questo pensiero turbava la mia mente. In
seguito, quando lessi Dante, scoprii alcuni versi nel Paradiso che paiono dire
la stessa cosa…»
Stavo ancora cercando quando il pittore cominciò a parlare.
«Non luce» mormorò. «Per me non era luce».
Le mie dita si arrestarono su una pagina.
«Faceva freddo».
Tacque.
«Freddo?» domandai. «Come?»
Inspirò a fondo, come fosse la prima volta dopo molto tempo, poi lasciò
sfuggire di nuovo l’aria, ma senza parlare. Attesi. Ritentò, e questa volta le
parole vennero.
«Faceva freddo. Nel monastero. A volte il vento arrivava dal mare
portando con sé il ghiaccio… Poteva spellare la faccia. Un inverno nevicò
tanto che non riuscivamo a uscire per andare alla legnaia. Un monaco saltò da
una finestra e sprofondò in un mucchio di neve e ci volle un po’ perché si
rimettesse in piedi. Quella notte mi fecero dormire accanto alla stufa. Ero
piccolo, magro… un pezzetto di corteccia di betulla. Ma poi la stufa si
spense.
«Padre Bernardo mi portò nella sua cella. Fu lui il primo a darmi gesso e
carta. Era così vecchio che i suoi occhi sembravano sempre pieni di lacrime.
Però non era mai triste. D’inverno aveva meno coltri di tutti gli altri. Diceva
di non averne bisogno, perché lo riscaldava Dio».
Lo sentii deglutire, la gola secca per lo sforzo di parlare. Erila aveva
lasciato del vino zuccherato sul tavolo vicino al letto. Ne riempii un
bicchierino e lo aiutai a sorseggiarlo.
«Ma quella notte, persino padre Bernardo aveva freddo. Mi fece stendere
sul letto accanto a sé, mi avvolse in una pelle d’animale, poi fra le sue
braccia. Mi raccontò di Gesù. Di come il suo amore potesse ridestare i morti e
di come, con Lui nel cuore, una persona potesse riscaldare il mondo…
Quando mi svegliai era giorno. Non nevicava più. Io avevo caldo, ma lui era
freddo. Gli diedi la pelle d’animale, ma il suo corpo era rigido. Non sapevo
che fare, così presi un pezzo di carta dal cassone sotto il suo giaciglio e lo
ritrassi, disteso là, esanime. Sorrideva. Sapevo che Dio gli era stato vicino, al
momento della morte. E adesso Lui era in me, e per merito di padre Bernardo
non avrei mai più avuto freddo».
Deglutì di nuovo e di nuovo gli portai il bicchiere alle labbra. Bevve un
altro sorso, poi si abbandonò sul guanciale e chiuse gli occhi. Rimanemmo
per un po’ insieme nella cella del monaco, aspettando che la morte diventasse
nuovamente vita. Pensai al cassone sotto il letto di padre Bernardo e dal mio
tavolo da lavoro presi carta e gesso appuntito, in modo che fossero pronti per
quando le sue dita avrebbero potuto riprendere a lavorare.
Glieli posai in grembo.
«Voglio vedere com’era» dissi in tono fermo. «Disegnatelo. Disegnate il
vostro monaco per me».
Abbassò gli occhi sulla carta, poi sulle proprie mani. Guardai la punta delle
sue dita curvarsi. Si mise a sedere sul letto. Allungò la destra sul grosso
pezzo di gesso e cercò di serrarla. Lo vidi fare una smorfia di dolore. Usai il
libro come punto d’appoggio per il foglio e glielo misi sulle ginocchia.
Alzò gli occhi su di me. L’ombra della disperazione gli ricomparve sul
volto.
Non mi lasciai commuovere dal suo dolore. «Vi ha dato il suo calore,
pittore. È il meno che possiate fare per lui, prima di morire».
La sua mano prese a muoversi sul foglio. La linea cominciò, poi scivolò
via. Il gesso gli sfuggì e cadde a terra. Lo raccolsi e glielo rimisi fra le dita.
Delicatamente, posai la mia mano sulla sua, intrecciando le mie dita alle sue,
attenta a non toccare la ferita, offrendo i miei muscoli come sostegno quando
cominciò a spingere il gesso sulla carta. Emise un altro brusco respiro. I primi
tratti li disegnai con lui, lasciandogli guidare i movimenti. Il contorno di un
viso si delineò lentamente, penosamente. Dopo qualche minuto sentii le sue
dita prendere forza e staccai le mie. Lo guardai completare il disegno,
nonostante il dolore.
Sulla pagina comparve la faccia di un vecchio, gli occhi chiusi, un accenno
di sorriso sulle labbra, e anche se non era proprio risplendente dell’amore di
Dio, non aveva nemmeno la gelida fissità del vuoto.
Era stato un duro sforzo per il pittore: quando finì e il gesso gli cadde di
mano, era livido in volto per il dolore.
Presi qualche pezzetto di pane dal tavolo, lo inzuppai nel vino e glielo
accostai alla bocca.
Lui lo accettò e masticò lentamente, tra qualche colpo di tosse. Aspettavo
che inghiottisse, poi gliene davo ancora. Un poco alla volta, un boccone alla
volta, un sorso alla volta.
Finché scosse la testa. Ancora un po’ e avrebbe avuto la nausea. «Ho
freddo» disse infine, gli occhi ancora chiusi. «Ho di nuovo freddo».
Salii sul letto e mi stesi accanto a lui. Gli infilai un braccio sotto il collo e
lui mi girò le spalle, raggomitolandosi e lasciandosi tenere come un bambino.
Aderii con il mio corpo al suo. Lo sentivo riscaldarsi fra le mie braccia. Dopo
un po’ udii il suo respiro farsi regolare e il suo corpo rilassarsi contro il mio.
Ero serena e molto felice. Se non avessi temuto di addormentarmi anch’io,
credo che sarei rimasta lì fino all’alba, per poi scivolare fuori prima che la
casa si svegliasse.
Cominciai a spostarmi adagio, sfilando il braccio destro da sotto la sua
testa. Ma lui, disturbato dal movimento, gemette sommessamente, si girò,
sempre dormendo, m’immobilizzò col peso della spalla e della testa, e mi
passò l’altro braccio sopra il corpo.
Aspettai che si quietasse, prima di ritentare. Adesso, nel chiarore del lume,
il suo viso era vicino al mio. La mancanza di cibo gli aveva affilato i
lineamenti e la sua pelle era quasi traslucida, più da fanciulla che da giovane.
Aveva le guance incavate, eppure le labbra rimanevano stranamente piene.
Potevo seguire il ritmo del suo respiro grazie al calore del fiato sulla mia
faccia. Erila e Filippo avevano fatto un buon lavoro: la sua pelle profumava
di camomilla e di altre erbe, e nell’alito c’era l’aroma del vino dolce. Gli
studiai le labbra. Una volta mio marito mi aveva dato un leggero bacio sulla
guancia, congedandosi sulla porta della mia stanza. L’unico che avrei mai
ricevuto da un uomo in vita mia. Sarei stata montata e penetrata finché non
avessi generato un erede, ma per quanto riguardava tenerezza o passione sarei
rimasta vergine. Oppure, per citare mio marito, il mio piacere sarebbe stato
affar mio.
Mi spostai per avvicinare il mio viso al suo. Percepivo le calde, dolci onde
del suo respiro. Questa volta la sua vicinanza non mi faceva tremare, anzi, mi
rendeva audace. Il suo corpo era così secco che vedevo le screpolature della
pelle. Misi le dita in bocca per inumidirle. Era ardente e nascosta, la mia
saliva: una trasgressione in sé. Gli sfiorai le labbra con la punta umida delle
dita. A quel contatto, un brivido violento mi percorse fino alle viscere, ma era
eccitante, simile alla sensazione provata quando avevo scoperto la ferita
dentro di me. Sentivo il cuore pulsarmi nelle orecchie, come il pomeriggio in
cui avevo cercato Dio nei raggi del sole, senza trovarlo. Non sempre il calore
contiene una rivelazione. Qualcuna bisogna trovarla da sé. Dal viso, le mie
dita scesero al petto. La camicia che gli avevano trovato era troppo grande
per il corpo emaciato, e gli lasciava scoperte le spalle. Le mie dita erano il più
fine dei pennelli. Ricordavo l’esaltazione per la luminosa linea del mio
sangue, quella notte, nell’oscurità, e immaginai i colori che fluivano da me su
di lui, la sua pelle che si trasformava in scie blu indaco o zafferano acceso. Il
suo corpo era caldo. Emise un mormorio, al mio tocco, e si agitò nel sonno.
Le mie dita si fermarono, indugiarono, poi ripresero a muoversi. Lo zafferano
diventò ocra vivo, poi porpora scuro. Presto il pittore sarebbe stato una festa
di colori.
Avvicinai la bocca alla sua. Nel caso si nutrissero dubbi, devo dire che
sapevo perfettamente quello che stavo facendo. Il che significa che il farlo e
io eravamo una cosa sola. E non avevo paura. Le mie labbra incontrarono le
sue, e la loro carnosità mi rimescolò il sangue. Lo sentii agitarsi di nuovo e
soffocare un gemito cupo quando aprì la bocca e sorpresi la mia lingua che si
muoveva contro la sua.
Era così gracile che mi sembrava di stringere un bambino. Il mio corpo lo
circondava e, quando i nostri petti s’incontrarono, sentii il suo sesso rizzarsi
contro la mia coscia. Non so dove, dentro di me, una scintilla si accese e
prese a crescere. Tentai d’inghiottire, ma non avevo abbastanza saliva. Nel
respiro che cominciai a trarre c’era tutta la mia vita. Che cosa avrei fatto poi
di quell’aria? L’avrei baciato ancora o l’avrei usata per staccarmi da lui?
Non presi mai quella decisione. Perché ora era lui a muoversi, stringendosi
a me e restituendomi i baci, la lingua impacciata e avida, piena del suo
sapore. All’improvviso eccoci rotolare, avvinghiati freneticamente, il mio
grembo in fiamme, la pelle come un nervo scoperto, e quello che seguì fu
talmente rapido, le sue dita sulla mia carne tanto incerte e goffe che, quando
trovò la via al mio sesso, non so dire se fu sorpresa o piacere ciò che provai,
anche se mi resi conto che gridai talmente forte da farmi temere che potessero
scoprirci.
Ma una cosa la so: quando mi sollevai la camicia e lo aiutai a penetrarmi,
lui aprì gli occhi per la prima volta e in quel breve istante ci guardammo,
ormai incapaci di fingere che quel che accadeva non stesse accadendo. C’era
una tale intensità in quello sguardo da farmi pensare che, per quanto sbagliato
potesse essere, non fosse però un male, e che, se forse l’uomo non avrebbe
potuto perdonarci, era sicuramente possibile che lo facesse Dio. E lo credo
tuttora, proprio come credo che Erila avesse ragione: a volte l’innocenza può
essere pericolosa quanto l’esperienza, anche se molti direbbero che tali
riflessioni dimostrano semplicemente quanto fosse profonda la mia
perdizione.
Quando finì e il pittore mi giacque addosso, spossato dalla seconda
occasione che la vita gli aveva offerto, lo tenni stretto e gli parlai come a un
bambino, dicendo tutto quello che mi passava per la mente per impedire che
la paura lo ghermisse di nuovo. Finché esaurii tutti gli argomenti e mi scoprii
a ripetere a memoria quanto ricordavo dei versi dell’ultima cantica di Dante,
decidendo di non pensare quali eresie potesse contenere la mia recitazione.
Nel suo profondo vidi che s’interna
legato con amore in un volume,
ciò che per l’universo si squaderna;
sustanze e accidenti e lor costume,
quasi conflati insieme, per tal modo
che ciò ch’i’ dico è un semplice lume.
33.

In camera mia mi lavai. Se avessi avuto tempo avrei forse pensato un milione
di cose.
«…Dove sei stata?»
Mi voltai di scatto. «Oh, Dio, Erila, mi hai spaventata!»
«Bene». Non l’avevo mai vista così furiosa. «Dov’eri?»
«Io… ehm… il pittore si è svegliato. Credevo… credevo che tu dormissi.
Così… sono andata a vedere se stava bene».
Mi fissava, l’espressione carica di disprezzo. Ero tutta spettinata e sapevo
di avere il viso in fiamme. Posai l’asciugatoio e mi rassettai la camicia, lo
sguardo a terra. «Ecco… io… sono riuscita a fargli prendere un po’ di cibo e
di vino. Adesso dorme».
Lei si mosse in un lampo, mi afferrò per le spalle e mi scrollò con tale
violenza che gridai. Non ricordavo che mi avesse mai fatto tanto male.
Quando smise di scrollarmi, continuò a stringermi le braccia, le dita che mi
artigliavano le carni. «Guardami». Un’altra scrollata. «Guardami».
La guardai e lei mi fissò negli occhi, quasi non riuscisse a credere a quello
che vedeva.
«Erila» dissi. «Io…»
«Non mentirmi».
Non completai la frase.
Mi scrollò di nuovo; poi, in modo altrettanto improvviso, mi lasciò andare.
«Non hai ascoltato niente di ciò che ti ho detto? Credi che faccia tutto questo
per me?»
Raccolse il panno dov’era caduto, vicino al catino, e lo tuffò nell’acqua.
Mi tirò su la camicia e cominciò a strofinarmi sul seno, sul ventre, e poi giù,
tra le gambe, persino sulla vagina, con mano pesante, facendomi male, come
una madre con la figlia recalcitrante. Dopo un po’ mi misi a piangere, tanto
per la paura quanto per il dolore, ma questo non la fermò.
Quand’ebbe finito, buttò il panno nel catino e me ne gettò un altro. Stette a
guardare mentre mi asciugavo, imbronciata e piagnucolosa, ricacciando
indietro le lacrime e cercando di non provare vergogna.
«Tuo marito è tornato».
«Che cosa? Oh, Signore Iddio. Quando?» Tutt’e due avvertimmo il panico
nella mia voce.
«Circa un’ora fa. Non hai sentito i cavalli?»
«No. No».
Sbuffò sonoramente. «Se non li avessi sentiti io… Ha chiesto di te».
«E tu che cos’hai risposto?»
«Che eri stanca e dormivi».
«Glielo hai detto?»
«Che cosa, esattamente? No, non ho detto niente. Ma sono sicura che ci
penserà la servitù, se non l’ha già fatto».
«Bene» dissi, cercando di mostrarmi rassicurata. «Allora… gliene parlerò
domani».
Erila mi squadrò un momento, poi scosse la testa, evidentemente
esasperata. «Non capisci, allora? Santo cielo, com’è possibile che io e tua
madre non ti abbiamo insegnato niente? Le donne non possono fare le stesse
cose degli uomini. Non va così, il mondo. Sarebbe la loro rovina».
Adesso ero spaventata e a un tratto mi resi conto che chi non era con me,
era contro di me. «Mi ha detto che ero padrona della mia vita» dissi
rabbiosamente. «Faceva parte del patto».
«Oh, Alessandra, come puoi essere così stupida. Tu non hai una vita. Non
come la sua. Lui può fottere quello che vuole e quando vuole. Nessuno gliene
farà una colpa, ma a te sì».
Mi sentii mortificata. «Io… ma io non…»
«No. Basta. Non mentirmi di nuovo».
Alzai gli occhi. «È successo così.…» mormorai.
«È successo così?» Fece un sonoro sospiro, un po’ divertita e un po’
arrabbiata. «Sì, be’, succede sempre così».
«Io non… Non c’è bisogno che lo si sappia. Lui non lo dirà. E nemmeno
tu».
Sospirò irritata, come se fossi una bambina alla quale aveva già ripetuto
seicento volte la stessa cosa. Si girò e prese a camminare avanti e indietro per
la stanza per sfogare il nervosismo. Alla fine si fermò, rivolgendosi a me.
«È venuto?»
«Come?»
«È venuto?» Scosse la testa. «Se conoscessi i fatti della vita quanto la
filosofia, avresti in pugno Firenze, Alessandra. Ti ha messo dentro il suo
liquido?»
«Io… ehm… non ne sono sicura. Forse. Credo di sì».
«Quando hai sanguinato, l’ultima volta?»
«Non so. Dieci, quindici giorni fa».
«E l’ultima volta che tuo marito ti ha infilzato?»
Chinai la testa.
«Alessandra». Non mi chiamava quasi mai per nome, ma ora non poté
impedirselo. «Devo saperlo».
Alzai lo sguardo e ricominciai a piangere. «Mai… mai… dopo la prima
notte di nozze».
«Oh, Gesù mio. Be’, sarà meglio che lo rifaccia. Presto. Puoi riuscirci?»
«Penso di sì. È da un po’ che non ne parliamo».
«Bene. Parlane adesso. E fallo davvero. D’ora in poi non ti avvicinerai più
al pittore senza un’altra persona nella stanza. Mi hai sentito?»
«Ma…»
«Niente ma. Siete stati sotto una cattiva stella fin dal primo giorno in cui vi
siete visti, solo che eravate troppo giovani per saperlo. Tua madre non
avrebbe mai dovuto ammetterlo in casa. Be’, ormai è troppo tardi. Non
morirai per questo. E se lui è stato capace di trovare il tuo buco, immagino
che piano piano tornerà alla vita. È il genere di resurrezione che spesso
accende la voglia di vivere».
«Oh, Erila, non capisci: non è stato così».
«Ah, no? Allora com’è stato? Ti ha chiesto il permesso, o gliel’hai offerto
tu?»
«No» risposi fermamente. «Ho cominciato io. È stata colpa mia».
«E poi? Lui non ha fatto niente?» Sospetto che si sentisse sollevata nel
ritrovare in me quella di un tempo.
Diedi una scrollatina di spalle. Mi guardò ancora con aria cupa, poi si
avvicinò e mi attirò ruvidamente sul suo petto, tenendomi stretta, come una
chioccia con il pulcino. E compresi che, se mai mi avesse lasciato di nuovo, il
mio coraggio avrebbe fatto lo stesso.
«Che sciocchina sei». Mi mormorò rimproveri affettuosi all’orecchio, poi
mi scostò leggermente da sé, mi accarezzò la guancia e mi spinse i capelli
arruffati via dalla faccia per studiarmi meglio. «Sicché l’hai fatto?» disse
sommessamente. «Finalmente. Com’è stato? Dolce come la corda vibrante di
un liuto?»
«Ecco… non proprio» sussurrai, anche se sapevo di aver sentito qualcosa.
«Be’, è perché bisogna farlo più di una volta. Imparano lentamente, gli
uomini. Sono tutta foga, goffaggine e fretta indiavolata. La maggior parte di
loro non migliora, continua così. Ma ogni tanto c’è qualcuno che ha l’umiltà
d’imparare. Purché non gli si lasci capire che si sta cercando di insegnargli
qualcosa. Ma prima bisogna trovare il proprio piacere. Sei capace di questo?»
Risi nervosamente. «Non so. Io… penso di sì. Ma… non capisco, Erila.
Che cosa mi stai dicendo?»
«Ti sto dicendo che, se vuoi violare le regole, devi imparare a farlo meglio
di chiunque… chiunque… le rispetti. È l’unico modo per batterli al loro
gioco».
«Non so se ci riuscirò, a meno che… Mi aiuteresti?»
Lei rise. «Quando mai non l’ho fatto? Adesso va’ a letto e dormi. Domani
avrai bisogno di essere pronta e lucida. Come tutti noi».
34.

Seduto al tavolo, leggeva e beveva vino. Era presto, ma faceva già molto
caldo. Non ci vedevamo da parecchie settimane. Non sapevo quanto potessi
essere cambiata, anche se proprio quel mattino, studiandomi allo specchio,
non avevo notato differenze evidenti. Invece lui era diverso. Le rughe agli
angoli della bocca, più pronunciate, gli avevano fissato sul viso
un’espressione accigliata, e il suo colorito tendeva al paonazzo. Stare al passo
con mio fratello avrebbe messo a dura prova un fisico giovane, figuriamoci
uno più anziano! Mi sedetti di fronte a lui, che mi salutò. Non avevo la
minima idea di quali fossero i suoi pensieri.
«Buongiorno, moglie».
«Buongiorno, marito».
«Avete dormito bene?»
«Sì, grazie. Mi dispiace di non essere stata qui ad accogliervi».
Fece segno che la cosa era senza importanza. «Siete guarita completamente
dal vostro… malessere».
«Sì» dissi, e soggiunsi dopo un istante: «Ho dipinto».
Alzò gli occhi e giuro che vi lessi compiacimento. «Bene». Tornò alle sue
carte.
«Mio fratello è con voi?»
Sollevò lo sguardo. «Perché?»
«Mi… mi farebbe piacere salutarlo, se c’è».
«No, no. È andato a casa. Non sta bene».
«Niente di serio, spero».
«Non credo. Solo un po’ di febbre».
Non si sarebbe più presentata un’occasione migliore. «Signore, ho
qualcosa da dirvi».
«Sì?»
«Abbiamo un ospite in casa».
Questa volta mi guardò. «Così mi è stato detto».
Gli raccontai tutto con semplicità, mettendo assieme una storia di arte e
bellezza, le meraviglie che il pittore sapeva creare e il timore che non ne
avesse più la capacità. Me la cavai il meglio possibile, credo, anche se mi
accorsi di essere più nervosa di quanto avrei voluto. Lui non distolse mai gli
occhi da me, nemmeno quando terminai e tra noi scese il silenzio.
«Alessandra… ricordate il nostro primo colloquio, vero? La prima notte di
nozze».
«Sì».
«Quindi ricorderete che vi feci diverse richieste, sulle quali rammento che
foste d’accordo. Una di queste riguardava la discrezione».
«Sì, ma…»
«Pensate davvero che sia stato un comportamento discreto? Trasportare per
mezza città un uomo impazzito, su un carro e di notte, fino al palazzo da cui
vostro marito è assente. E poi alloggiarlo in una stanza accanto alla vostra».
«Era malato…» M’interruppi. Capivo che era inutile. Secondo
l’interpretazione delle regole data da Erila, avevo perso completamente il
senso dell’opportunità. «Scusate» dissi. «Capisco che potrebbe
compromettervi, anche se lui non è…»
«Non si tratta di quello che lui è o non è, Alessandra, ma piuttosto di come
la cosa verrà percepita. Il che, mia cara, è tutto ciò che oggi conta, in questa
città. Non la realtà, la percezione. Siete abbastanza perspicace da saperlo
bene quanto me».
Questa volta lasciò che il silenzio si prolungasse.
«Non può restare qui» dissi, dopo una pausa. Era un’affermazione più che
una domanda.
«No, infatti».
«Sì… comunque credo che stia un po’ meglio». Avevo appena saputo da
Erila che quel mattino aveva preso del cibo. «Nel qual caso sarà impaziente
di tornare nella casa dei miei genitori. Ha del lavoro da finire. È un pittore
meraviglioso, Cristoforo. Quando vedrete la sua cappella finita capirete».
«Ne sono certo». Bevve un sorso di vino. «Non ne parliamo più». Posò con
cura il bicchiere e mi fissò per qualche istante. «Ora vi devo dire qualcosa». E
dopo un breve silenzio riprese: «Ieri due miei conoscenti sono stati arrestati
perché sospetti di fornicazione sodomitica. L’accusa viene dal bossolo delle
denunce anonime in Santa Maria Novella. I nomi non sono importanti, ma li
sentirete presto perché appartengono a famiglie di rango». Un’altra pausa.
«Sebbene non quanto la nostra».
«Che cosa accadrà a quegli uomini?»
«Verranno interrogati e torturati nel tentativo di provare le accuse e di
ottenere altri nomi di loro amici. Nessuno dei due ha ragioni dirette per
coinvolgermi ma… una volta trovato il bandolo, la matassa si disfa molto in
fretta».
Nessuna meraviglia se la mia trasgressione l’aveva mandato in collera.
D’altra parte, se fossi stata Erila, oltre al disastro avrei certamente cominciato
a cercare possibili opportunità, in un momento simile.
«Bene, signore, forse dovremmo trovare un modo per farvi stare più al
sicuro». Poi ripresi: «Una moglie incinta sarebbe utile a rinsaldare la vostra
reputazione?»
Lui sorrise amaramente. «Certo non farebbe male. Ma voi non siete
incinta. A meno che io abbia frainteso le parole della vostra schiava. Mi
sembra però che sia stata molto chiara».
«No, non sono incinta» dissi, ricordando la menzogna di Erila. «Ma se ho
concepito una volta, posso concepire ancora». Rimasi in silenzio quel tanto
che occorreva. «Adesso è il periodo giusto, per me».
«Capisco. E voi… ne sareste contenta?»
Lo guardai dritto negli occhi, senza tentennamenti. «Sì» risposi. «Ne sarei
contenta».
Mi alzai, mi sporsi sul tavolo e lo baciai leggermente sulla fronte, prima di
lasciare la stanza e tornare nella mia.
Non annoierò nessuno con il racconto della nostra seconda esperienza di
rapporto carnale. La mia reticenza non vuole né provocare né incuriosire. Se
ci fosse da riferire qualcosa di più rispetto alla prima volta, sarei lieta di farlo.
Più invecchio e più sono sicura che il silenzio intorno a tali argomenti non fa
che generare nuove incertezze e malintesi. Ma allora non ci furono malintesi
tra noi. La nostra era una società d’affari tra marito e moglie: e vi era
sufficiente rispetto e premura perché almeno mi sentissi quasi sullo stesso
piano di Cristoforo.
A differenza della prima volta, lui non se ne andò subito. Rimanemmo
quasi amichevolmente insieme per un po’, sorbendo vino e conversando
d’arte, di vita e di politica. Così, via via che ci distendevamo, ritrovavamo
reciproco piacere nella nostra unione, sebbene a produrlo fosse il godimento
delle parole, anziché della carne.
«Quando l’avete saputo? Non corrono ancora voci».
«No? Bene, correranno presto. Fatti simili non si possono tenere segreti a
lungo».
«Savonarola obbedirà?»
«Mettetevi nei suoi panni, Alessandra. Siete il capo indiscusso della città.
Firenze pende dalle vostre labbra. Per governare, il pulpito è meglio del
Palazzo della Signoria. Poi il vostro nemico, il Papa, vi proibisce di predicare,
pena la scomunica. Voi che cosa fareste?»
«Penso che dipenderebbe da quale giudizio temo di più, se quello del Papa
o quello di Dio».
«Non riterreste un’eresia insinuare che ci sia una differenza tra i due?»
«Be’, forse sì. Ma in questa nostra discussione io sono Savonarola. E
Savonarola non fa simili distinzioni. Per lui viene prima Dio. Però…»
M’interruppi «…non è pazzo, quando si tratta di affari di Stato. D’altronde
non lo è neanche il Papa».
«Quindi v’interesserà sapere che c’è anche una carota, oltre al bastone».
«Cioè?»
«Un cappello cardinalizio, se accetta».
«Oh!» Ci pensai su. «No, non accetterà. Sarà anche pazzo di Dio, ma non è
un ipocrita. Disprezza la corruzione della Chiesa. Un cappello cardinalizio
sarebbe come prendere le trenta monete d’argento per tradire il vero Cristo».
«Bene, vedremo».
«Cristoforo, come sapete tutto questo?» domandai, ammirata.
Una breve esitazione. «Non mi do tutto il tempo al libertinaggio con vostro
fratello».
Ero sconcertata. «Ma… non pensavo che foste coinvolto in queste cose»
dissi, ricordando come l’aveva descritto mia madre.
«In tempi come questi è il modo migliore di essere coinvolti, non credete?
L’opposizione più sicura è quella che non esiste, finché non arriva il
momento giusto».
«In tal caso dovreste badare a chi lo dite».
«Ci bado». Mi scrutò. «Pensate che abbia commesso un errore?»
«No». Il mio tono era fermo.
«Bene».
«Tuttavia dovreste stare attento. Tutto questo fa di voi un nemico, tanto
politicamente quanto moralmente».
«È vero. Anche se sospetto che, quando daranno fuoco alla paglia sotto ai
miei piedi, non saranno le mie idee politiche quelle che vorranno bruciare».
«Non parlate così. Non accadrà. Per quanto potente sia, il monaco non
potrà sfidare per sempre il Papa. Ci saranno molti devoti fiorentini che si
sentiranno a disagio nell’ascoltare i sermoni di un sacerdote scomunicato».
«Avete ragione. Tuttavia il Papa dovrà scegliere il momento giusto.
Muovendosi troppo presto non farà che incoraggiare ulteriori ribellioni.
Dovrà aspettare che compaiano le prime crepe».
«Allora sarà meglio che viva a lungo» dissi, «perché io non vedo crepe».
«Vuol dire che non guardate abbastanza attentamente, moglie».
«Avreste dovuto essere in strada, quando i suoi guerrieri ci hanno fermato
con il pittore…» Lo vidi oscurarsi in viso. «Non preoccupatevi. Non avevano
idea di chi fossimo. Erila li ha spaventati a morte alludendo al morbo
gallico».
«Ah, sì, il morbo gallico. Così si dimostra che i nostri salvatori francesi
hanno portato con sé più delle libertà civiche».
«Sì, ma probabilmente questo non basterà a intaccare il suo potere».
«Di per sé no. Ma se l’estate continua a essere rovente come l’inverno è
stato freddo? Se non piove e i raccolti vanno perduti? Ora siamo troppo
devoti per andare alla ricerca della prosperità, e la città non è più tanto ricca
da poter vivere di rendita come un tempo. E, a dispetto del suo pio esercito,
c’è ancora un pazzo in giro che sbudella la gente per diletto».
«C’è un altro cadavere!»
Cristoforo alzò le spalle. «Lo sanno in pochi. Ieri mattina, i guardiani di
Santa Felicita hanno trovato resti umani spiaccicati sull’altare».
«Oh…»
«Ma quando sono tornati con qualcuno che li aiutasse, i resti erano
spariti».
«Pensate che siano stati i sostenitori del monaco a sbarazzarsi del
cadavere?»
«Quale cadavere? Realtà e percezione, ricordate? Quando non era ancora
al potere, una profanazione del genere sarebbe stata un dono del cielo. Ora ha
un sapore di anarchia, o peggio. Riflettete: se Firenze è devota ma Dio è
crudele con Firenze, sarà solo questione di tempo prima che i partigiani di
Savonarola comincino a domandarsi apertamente se il suo sia il giusto genere
di devozione».
«Lo pensate o lo sapete per certo?» indagai. Anche un’opposizione che
non esiste dev’essere in contatto con le voci provenienti sia dall’interno sia
da fuori.
Lui sorrise. «Vedremo anche questo. Bene, Alessandra, ora ditemi: come
vi sentite?»
Come mi sentivo? Avevo dormito con due uomini nelle ultime ore. Uno
aveva dato qualcosa al mio corpo e l’altro alla mia mente. Se Savonarola
fosse stato veramente l’inviato di Dio in terra, avrei già dovuto avvertire le
fiamme che mi lambivano i piedi. Invece ero sorprendentemente calma.
«Mi sento… piena».
«Bene. Ho sentito dire che l’inizio dell’estate è il periodo adatto al
concepimento se marito e moglie si uniscono nell’amore rispettoso, anziché
nella lussuria». Tacque un attimo. «Dunque preghiamo per il futuro».
*
Il pittore se ne andò il mattino seguente, di buon’ora. Erila lo vide prima che
partisse. Più tardi mi disse che era stato calmo e cortese con lei e si era
lasciato curare le mani. Le ferite cominciavano a guarire e, sebbene ancora
debole, aveva mangiato a sufficienza per rianimarsi un po’, come se gli fosse
stata resa parte della sua vitalità. L’ultima cosa che Erila fece fu consegnargli
le chiavi della cappella. I miei genitori non sarebbero tornati prima di qualche
settimana: le ultime notizie erano che mio padre stava migliorando grazie alle
terme. Il pittore poteva trovare la volontà e la forza di modificare gli
affreschi, oppure no. Io non potevo fare altro per aiutarlo.
Dopo la sua partenza, stesa nella mia camera, mi domandavo come avrei
preferito che fosse mio figlio, se portato per la politica o per la pittura.
Parte terza
35.

Nei mesi seguenti, i fatti diedero ragione a mio marito sotto molti aspetti.
Non ultimo il tempo. Ci piombò addosso un’estate torrida, umida e fetida
come l’alito di un cavallo, e la città fu invasa da quel tanfo. Nelle strade dove
due anni prima avevamo visto i banchi della chiesa di Santa Croce
galleggiare verso la cattedrale durante le piogge di primavera, ora si levavano
turbini di polvere al passaggio dei carri.
Nelle campagne, le olive germogliavano e poi rinsecchivano, diventando
piccole come escrementi di capra, e il terreno era così duro da sembrare
gelato. Dopo la canicola di agosto venne quella di settembre e alla parola
“siccità” cominciarono a sostituirsi voci di carestia. Senz’acqua per lavare il
proprio candore, gli angeli di Savonarola presero a emanare odori meno puri.
Ma in fondo avevano meno cose da controllare. Faceva troppo caldo per
peccare. Faceva quasi troppo caldo per pregare.
Il Papa fece esattamente quello che mio marito aveva previsto, e ordinò a
Savonarola di sospendere la sua predicazione. Il cappello cardinalizio offerto
in privato era stato rifiutato in pubblico con una dichiarazione del monaco:
per lui sarebbe stato più adatto un altro cappello «rosso di sangue». Eppure
Savonarola capiva la politica del momento, tanto che si ritirò nella propria
cella per invocare la guida divina. Persino mio maritò lodò il suo acume. Ma
era impossibile comprendere se si trattasse di finezza politica o di sincerità.
Per essere un sant’uomo, era un complesso miscuglio.
Il tempo, la lotta di potere… mio marito aveva previsto tutto. Aveva avuto
ragione anche riguardo all’inizio dell’estate. Si rivelò un periodo propizio per
il concepimento.
Giacevo nella mia camera, al buio, vomitando notte e giorno in un bacile
vicino al letto. Non ero mai stata peggio in vita mia. Era cominciato due
settimane dopo che avevo saltato il mestruo. Una mattina mi ero svegliata,
avevo cercato di alzarmi e le gambe mi si erano piegate, mentre il contenuto
dello stomaco mi saliva in bocca e poi si rovesciava sul pavimento. Non ero
riuscita nemmeno ad arrivare alla porta. Più tardi, Erila mi aveva trovato che
rigettavo saliva, perché ormai non avevo altro da rigettare.
«Congratulazioni».
«Sto morendo».
«Niente affatto. Sei incinta».
«Com’è possibile? Questo non è un bambino, è una malattia». Lei rise.
«Dovresti essere contenta. Disturbi così forti significano che la gravidanza ha
attecchito bene. Le donne che non sentono niente spesso hanno un flusso di
sangue che si porta via tutto prima della fine della terza luna».
«E quelle fortunate?» domandai, tra un conato e l’altro. «Quanto dura?»
Scrollò la testa, passandomi un panno bagnato sulla fronte. «Ringrazia il
cielo per la tua costituzione» commentò allegramente. «Ti sarà di molto
aiuto».
La nausea mi distruggeva. C’erano giorni in cui a stento riuscivo a parlare,
tanto ero concentrata sull’aumento del livello della saliva in bocca. Ma a
qualcosa serviva. Non pensavo al pittore, alle sue dita sulla parete o alla
sensazione del suo corpo contro il mio. Non mi facevo domande su mio
marito e nemmeno mi amareggiavo per mio fratello. E per la prima volta in
vita mia non bramavo la libertà. La casa era un mondo già troppo vasto per
me.
I miei malesseri fecero miracoli per la mia posizione agli occhi dei
servitori. Mentre prima ero presuntuosa e superba, adesso potevo a malapena
camminare. Smisero di parlarmi alle spalle e cominciarono a sistemare catini
nei punti strategici della casa, in modo che potessi vomitare ovunque mi
cogliesse il bisogno. Mi davano addirittura consigli. Mangiai aglio, zenzero e
bevvi tisane. Erila setacciò tutte le botteghe di speziali alla ricerca di rimedi.
Passò così tanto tempo in quella di Landucci, vicino a Palazzo Strozzi, che
intrecciò una relazione con il proprietario, una persona loquace e pettegola
come lei. Costui mi mandò un impiastro di erbe e pezzetti essiccati di animali
da applicarmi sullo stomaco. Puzzava più del mio vomito, ma sembrò darmi
sollievo per qualche giorno. Solo per qualche giorno, però. Mio marito, più
che mai occupato in faccende di cui non si doveva supporre l’esistenza, era
talmente in ansia che fece venire un medico. E questi mi diede una pozione
che mi fece vomitare ancora di più.
A metà settembre stavo male da così tanto tempo che persino Erila
abbandonò la sua disinvoltura. Probabilmente temeva che potessi morire. E
certi giorni non mi sarebbe quasi dispiaciuto. La sofferenza mi rendeva di
umore tetro.
«Questo bambino… ti domandi mai…» le dissi una sera, mentre lei,
accanto al mio letto, mi faceva aria contro il terribile caldo che mi si
appiccicava alla pelle come una coperta bagnata.
«Mi domando cosa?»
«Se questa nausea è una specie di castigo. Un segno. Se questo è
veramente il figlio del Diavolo».
Lei rise. «Se lo è, quando hai trovato il tempo di fornicare con lui, quella
notte?»
«Parlo sul serio, Erila. Tu…»
«Ascolta. Sai qual è la cosa peggiore che potrebbe accaderti? Che la tua
vita diventi serena e tranquilla e non ti dia più pensieri su cui rimuginare.
Attiri i guai come la carcassa di un cane attira le mosche. E, se non mi sbaglio
di grosso, sarai sempre così. È la cosa straordinaria e insieme la tragedia della
tua vita. Quanto al figlio di Satana… credimi, se volesse generare un erede in
questa città, ci sono mille candidate più meritevoli di te».
Quella settimana venne a trovarmi mia sorella. Probabilmente tutti
sapevano della mia umiliazione. «Oh, ma guardati! Hai una cera orribile. Una
faccia tutta pelle e ossa. Però ti è sempre piaciuto attirare l’attenzione». Era di
nuovo incinta e mangiava per due. Pure, mi strinse abbastanza forte da farmi
capire che era preoccupata per me. «Poverina!» mi consolò. «Ma non
badarci: tra non molto berrai vini dolci e gusterai piccioni arrosto. Il nostro
cuoco ha la ricetta di una deliziosa salsa di prugne».
Sentivo il livello della saliva salirmi in bocca e mi domandavo se, con la
mira infallibile di quel periodo, sarei riuscita a vomitarle proprio in grembo o
solo sulle scarpe.
«Come sta Illuminata?» m’informai, per tenere lontana quell’idea
divertente.
«Oh, in campagna sta benissimo».
«Non ti manca?»
«L’ho vista in agosto, in villa. Cresce meglio lontana dalla città: qui
starebbe in mezzo al caldo e alla polvere. Non immagini quanti bambini
muoiano a causa di questo tempo. Le strade sono piene di piccole bare».
«Hai visto i nostri fratelli?»
«Non lo sai? Adesso Luca comanda una brigata».
«Che significa?»
Si strinse nelle spalle. «Non ne ho idea. Ma ci sono trentasei angeli ai suoi
ordini, e ha persino avuto un’udienza col monaco».
«Sapevo che alla fine qualcuno di famiglia avrebbe ricevuto onori» dissi.
«E Tomaso?»
«Oh, Tomaso! Non ti è arrivato niente all’orecchio?»
Mi strinsi nelle spalle. «Sono stata un po’ indisposta».
«È malato».
«Non incinto, spero» allusi soavemente.
«Oh, Alessandra!» Rideva tanto di gusto che le ballonzolavano le guance.
Con tutto quel grasso potrei campare per settimane, pensai. Plautilla diede un
sospiro affettato. «Be’, quando dico malato, in realtà intendo che…» Abbassò
la voce, assumendo un tono drammatico. «Ha il morbo gallico».
«Oh, sul serio?»
«Sul serio. E dovresti vederlo. Ha pustole dappertutto. Bah! Si è chiuso in
casa e rifiuta le visite».
Giuro che per la prima volta in due mesi cominciai a sentirmi un po’
meglio.
«Be’, ma dove l’avrà presa, la malattia?»
Abbassò gli occhi. «Sai cosa si mormora, vero?»
«No» risposi.
«Sul conto di Tomaso».
«Che cosa sarebbe?»
«Oh, quasi non ho il coraggio di nominarla. Basti dire che ci sono persone
accusate della stessa cosa che perderanno il naso e la pelle della schiena, alla
fine dei loro processi. Riesci a credere che degli uomini possano fare cose
simili?»
«Insomma, suppongo che ci debbano essere dei peccati perché Dio
conceda il perdono».
«La nostra povera madre. Immagina la sua vergogna. Dopo mesi in
campagna a rimettere in salute il babbo, torna e trova il figlio… Bene, posso
dire soltanto che grazie a Dio ci sono persone della nostra famiglia che si
comportano con rettitudine».
«Sì, davvero. Grazie a Dio».
«Non sei contenta di aver preso la strada giusta?»
«Con tutto il cuore» risposi sommessamente. «Quando hai detto che è
tornata?»
Quello stesso pomeriggio mandai Erila a chiedere che mia madre venisse ad
assistermi. Il nostro contrasto era durato abbastanza a lungo, e qualsiasi cosa
avesse saputo o non saputo, ora avevo bisogno del suo buonsenso. La
possibilità che portasse notizie fresche del pittore era, lo dico in tutta
coscienza, qualcosa cui pensai soltanto dopo.
Feci uno sforzo per prepararmi alla visita. Erila mi vestì e le chiesi di
sistemare due sedie nella galleria delle sculture. In questo vasto ambiente il
vento produceva un po’ di corrente e pensai che mia madre avrebbe
apprezzato il modo in cui la bellezza del marmo rimaneva fresca nel caldo
afoso. Ricordai il giorno in cui avevamo parlato del mio matrimonio, a casa,
in camera mia. Anche allora c’era la canicola. Ma mai come adesso.
Erila la fece entrare. Ferme una di fronte all’altra, ci guardammo. Era
invecchiata, nei mesi trascorsi dal nostro ultimo incontro. La sua schiena
perfettamente diritta ora appariva quasi impercettibilmente curva e, benché
fosse ancora una bella donna, ebbi l’impressione che almeno la luce dei suoi
occhi si fosse un pochino offuscata.
«A che punto sei della gravidanza?» domandò. Era evidentemente scossa
dal mio aspetto.
«L’ultimo flusso l’ho avuto ai primi di luglio».
«Undici settimane. Ah! Hai provato con la mandragora?»
«Ehm… No. Credo che sia l’unica cosa che non ho provato».
«Manda Erila a prenderne un po’. Ti preparo io la pozione. Perché non mi
hai fatto chiamare prima?»
Ora non avevo la forza di discutere la cosa. «Io… non volevo che ti
preoccupassi».
Fu più coraggiosa di me. «No. Non è questo il motivo. Eri furiosa con me.
Non ti ho costretto io a sposarlo, lo sai».
Mi accigliai.
«No, bisogna che ne discutiamo, altrimenti non ci sarà futuro per noi.
Dimmi una cosa: anche se l’avessi saputo – e non lo sapevo –, ma anche in
quel caso… ti avrebbe fermato? Eri così decisa a ottenere la libertà».
Non ci avevo mai pensato. Come avrei potuto reagire, se l’avessi saputo?
«Non so» risposi. «Lo ignoravi davvero?»
«Oh, bambina mia, certo che lo ignoravo…»
«Però avevi visto mio marito a corte. E hai reagito in modo così strano
quando ti ho fatto domande in proposito…»
«Alessandra» m’interruppe fermamente, «non tutto è come appare. Ero
molto giovane e, nonostante il mio sapere, molto ignorante sotto
innumerevoli aspetti e riguardo a innumerevoli cose».
Come me, pensai. Quindi non ne aveva saputo niente. «Allora quando l’hai
scoperto?» domandai sommessamente.
«Di tuo fratello?» Sospirò. «Penso di averlo sempre saputo, anche se non
volevo crederci. Di tuo marito? Tre giorni fa. Tomaso crede di essere in
punto di morte. Non è vero, ma quando un uomo così leggiadro diventa così
brutto, lo interpreta come un segno funesto. Penso che abbia finalmente
cominciato a capire le conseguenze delle sue azioni. È quasi impazzito per il
dolore e la paura. All’inizio di questa settimana ha chiamato un confessore
per avere l’assoluzione. Poi me ne ha parlato».
«Con chi si è confessato?» domandai ansiosamente, ricordando le parole di
Erila sui sacerdoti troppo ciarlieri.
«Con un amico di famiglia. Possiamo stare tranquilli. O meglio, per quanto
lo si può essere adesso».
Rimanemmo qualche istante in silenzio, ciascuna assorta nelle rivelazioni
dell’altra. Studiai la sua espressione stanca. Che cosa c’era in lei, nei ricordi
di mio marito? Bellezza, intelligenza e sapere. Possibile che sia sempre un
peccato avere tanta fiducia in sé? Nostro Signore deve sempre trovare
opportuno che ci venga strappata?
«Dunque, figlia mia? È passato molto tempo dal nostro ultimo incontro.
Come va?»
«Tra lui e me? Come vedi. Abbiamo fatto in modo che il matrimonio
reggesse».
«Sì, lo vedo. Cristoforo ha parlato con me, prima che venissi qui. È…»
S’interruppe. «Non so. È…»
«Un brav’uomo» dissi. «Lo so. Strano, vero?»
Era da tanto che volevo parlare così con mia madre. Da donna a donna,
con una persona che aveva percorso la stessa strada prima di me, anche se
non era passata esattamente per le stesse tappe.
«E mio padre?»
«È… sta un pochino meglio. Ha imparato ad accettare le cose. E questa è
una guarigione in sé».
«Sa di Tomaso?»
Scosse la testa.
«Be’, Plautilla lo sa ed è scandalizzata».
«Oh, la cara Plautilla». La vidi sorridere per la prima volta. «Le è sempre
piaciuto scandalizzarsi, anche da bambina. Quanto meno adesso ne vale la
pena».
«E tu, mamma, che cosa ne pensi?»
Scrollò di nuovo la testa. «Sai, Alessandra, viviamo tempi tanto difficili.
Penso che Dio guardi tutto quello che facciamo e ci giudichi meno per i
nostri successi che per quanto lottiamo duramente quando il cammino è
impervio. Preghi come ti ho raccomandato? E vai regolarmente in chiesa?»
«Solo quando sono sicura di non vomitarci» risposi sorridendo. «Però sì,
prego».
Non stavo mentendo. Nell’ultimo mese avevo pregato costantemente,
mentre giacevo a letto con lo stomaco in subbuglio, chiedendo la grazia che il
mio bimbo nascesse sano e senza macchia, anche se non potevo fare lo stesso
per me. Avevo vissuto momenti in cui la mia paura era talmente grande che
non potevo distinguere la malattia del corpo da quella della mente.
«Allora verrai aiutata, bambina mia. Credimi, Lui sente tutto quello che gli
si dice, anche quando pare che non ascolti».
Le sue parole erano come un sollievo momentaneo dalla febbre. Il Dio che
governava ora Firenze avrebbe fatto impiccare me e il mio bambino con le
nostre viscere, per l’eternità. Il Dio che quel pomeriggio vedevo negli occhi
di mia madre aveva almeno la capacità di distinguere i gradi di colpevolezza.
La posata, brillante intelligenza di lei mi era mancata più di quanto avessi
osato confessare a me stessa. «Sai del pittore?» domandai dopo un po’.
«Sì, me l’ha detto Maria. Secondo lei, sei stata tu la maggiore
responsabile».
Risi. «Io? Figurati. Come sta?» E per la prima volta da molti mesi, lasciai
che la sua immagine mi comparisse davanti.
«Be’, per quanto continui a non essere ciarliero, sembra che si sia ripreso
dal male che l’aveva colpito, qualunque fosse».
Scrollai le spalle. «Niente di grave. Credo fosse oppresso dalla solitudine e
dal peso del lavoro».
«Mhm» disse. Era una specie di mormorio che faceva sempre quand’ero
bambina e non aveva ancora deciso se credermi o no.
«E la cappella?»
«La cappella? Oh, è splendida, un raggio di luce nelle nostre tenebre.
L’Assunzione sulla volta è straordinaria. Il viso di Nostra Signora colpisce
moltissimo» qui fece una pausa «quelli che conoscono bene la nostra
famiglia».
Abbassai la faccia perché non scorgesse la vampata di piacere che mi
saliva alle guance. «Bene, fortunatamente quel viso è molto in alto. E in ogni
modo, chi mi riconoscerebbe adesso? Non sei in collera?»
«È difficile essere in collera con la bellezza» rispose semplicemente.
«Nostra Signora emana tanta sorprendente grazia e poi, come dici tu, non
saranno in molti a vedere quello che vediamo noi. Benché tua sorella,
naturalmente…»
«…sarà scandalizzata». Questa volta sorridemmo entrambe. «L’affresco è
finito?»
«Non del tutto. Però il pittore ci assicura che sarà pronto per la prima
messa».
«E quando sarà?»
«Luca non vede l’ora, Tomaso è chiuso in casa, una volta tanto, e Plautilla
adora le occasioni di festa. Se la mandragora funziona, credo che la si possa
fissare per i primi del mese prossimo. Sarà una buona cosa avere la famiglia
di nuovo riunita, non credi?»
36.

Anche se sarebbe bello dire che il rimedio di mia madre ebbe un effetto
miracoloso sul mio fisico, la verità è che non ottenne risultati migliori rispetto
a tutti gli altri. O forse impiegò semplicemente più tempo ad agire.
Ero al quarto mese inoltrato, ma così magra che sembravo più la vittima di
una carestia che una donna incinta, quando all’improvviso, com’era
cominciato, il vomito cessò. Una mattina mi svegliai e stavo già sporgendomi
sul bacile, pronta a rigettare un altro po’ del rivestimento del mio stomaco
vuoto, quando mi resi conto che la nausea era sparita. Avevo la testa sgombra
e non sentivo più quella rivoluzione in corpo. Mi adagiai di nuovo sul
cuscino e posai la mano sulla rotondità che per il momento soltanto io potevo
vedere.
«Grazie» dissi «e benvenuto».
Mia madre aveva chiesto che ci presentassimo il giorno prima, in modo che
Erila potesse aiutare nei preparativi e la famiglia trascorresse un po’ di tempo
insieme. L’estate era finita, portandosi via un po’ della bruciante canicola,
però era rimasta la siccità. Dappertutto c’erano terriccio e polvere, che si
sollevavano in vortici da sotto le ruote e gli zoccoli dei cavalli, insudiciando e
soffocando i passanti. Alcune delle persone che incrociammo erano magre
quasi quanto me. I banchi semivuoti del mercato testimoniavano di raccolti
scarsi; frutti e ortaggi erano piccoli e malformati. Non c’era traccia dell’uomo
serpente. Gli unici che facevano buoni affari erano gli speziali e chi prestava
su pegno. Il morbo gallico aveva lasciato il segno. Anche coloro che erano
guariti ne mostravano le cicatrici.
Tutta la gente di casa uscì ad accoglierci. Lui no – d’altronde si era sempre
tenuto in disparte –, ma c’erano Maria, Lodovica e gli altri. Chi mi salutava
rimaneva colpito dal mio aspetto, anche se tentava, senza riuscirci, di non
darlo a vedere. Mia madre mi baciò sulle guance e mi portò nello studio di
mio padre, dove ora lui passava tutto il suo tempo.
Sedeva al tavolo con una pila di libri mastri davanti a sé e, sul naso, lenti
d’ingrandimento. Non ci sentì entrare e noi restammo ferme un momento a
guardarlo scorrere col dito le colonne di numeri, le labbra che si muovevano
mute mentre contava, per poi scrivere nervosamente alcune note a margine.
Sembrava più uno di quei prestasoldi da strada che un ricco commerciante
della città. Ma forse ormai non era più tanto ricco.
«Aah… Alessandra» disse nel vedermi, e il mio nome gli uscì fuori come
un lungo ansito. Si alzò ed era molto più piccolo di quanto ricordassi, come
se qualcosa dentro di lui avesse ceduto e il resto del suo corpo si fosse
curvato verso l’interno per proteggere quella cavità.
Ci abbracciammo con un certo cozzare di ossa.
«Siediti, siediti, figlia mia. Abbiamo tante cose di cui parlare». Però una
volta scambiati i convenevoli, dopo che si fu congratulato con me per la bella
notizia e si fu informato sulla salute di mio marito, sembrò che fosse rimasto
poco da dire e i suoi occhi cominciarono a ritornare alle colonne di cifre.
Quei libri mastri, così ordinati e precisi, erano stati per molti anni la sua
gioia e il suo orgoglio, la prova nero su bianco della crescente ricchezza. Ora
sembrava che continuasse a trovare via via errori, e schioccava irosamente la
lingua nel sottolinearli con foga, scarabocchiando altre cifre di lato.
Poco dopo mi venne in aiuto mia madre.
«Che cosa sta facendo?» le domandai mentre uscivamo in punta di piedi.
«Lui… si occupa dei suoi affari. Come ha sempre fatto» rispose lei,
sbrigativa. «Bene… adesso c’è qualcos’altro che devi vedere».
E mi condusse nella cappella.
Era davvero una vista stupefacente. Dove c’era stata fredda pietra sotto una
fredda luce, ora c’erano due file di nuovi banchi in noce, ciascuno con lucide
sculture alle due estremità. Al centro dell’altare, una bellissima pala
raffigurante la Natività, illuminata da ceri posti in alti candelieri d’argento,
che con il loro vivo bagliore guidavano lo sguardo all’insù, verso gli affreschi
sulle pareti.
«Oh!»
Mia madre sorrise, ma mi lasciò andare sola verso l’altare e poco dopo udii
la porta chiudersi alle sue spalle. A eccezione di una piccola parte della parete
sinistra in basso, coperta da un pezzo di cerata, gli affreschi erano finiti;
completi, eloquenti, belli.
«Oh!» ripetei.
Ora Santa Caterina cresceva in austera serenità andando verso il martirio,
la tortura solo un passaggio temporaneo nel suo cammino verso la luce, il
viso illuminato dalla stessa gioia quasi infantile che ricordavo in quella
Vergine sulla parete della sua stanza.
Nella pala, mio padre era ritratto a sinistra, mia madre sul lato opposto.
Erano di profilo, in ginocchio, gli abiti scuri, lo sguardo devoto. Per un uomo
che aveva cominciato come venditore di tessuti era un onore adeguato, ma
era mia madre ad attirare l’attenzione, con lo sguardo acuto anche di profilo e
l’atteggiamento vigile.
Mia sorella impersonava l’imperatrice che faceva visita alla Santa nella sua
cella, il suo abito di nozze riprodotto fedelmente in colori così vivi che lei
quasi eclissava la quieta bellezza di Caterina; Luca era raffigurato come uno
dei suoi dignitari, l’espressione ottusa e una certa boria che traspariva dallo
sguardo severo, anche se lui l’avrebbe probabilmente letta come
autorevolezza. E Tomaso… Tomaso era stato accontentato. Eccolo là, per il
bene dei posteri guarito dalla malattia che lo affliggeva attualmente: forte ed
elegante, impersonava uno dei più eminenti studiosi di corte, un uomo il cui
amore per la moda era vivo quanto la sua mente. Nelle generazioni a venire,
qualunque famiglia avesse pregato qui, l’attenzione delle fanciulle di casa
sarebbe stata divisa fra devozione e desiderio. Quanto poco avrebbero
saputo…
E io? Be’, come mia madre aveva lasciato capire, io ero nei cieli, tanto in
alto che ci volevano occhi giovani e si doveva rischiare un crampo al collo
per valutare la reale forza dell’immagine. Ma per afferrare davvero la portata
della trasformazione bisognava aver visto ciò che c’era prima. Il Diavolo era
stato scacciato dal trono, ogni traccia di cannibalismo e di terrore persa in uno
scintillio di luce. Al suo posto sedeva Nostra Signora, non tanto una bellezza
quanto un’anima forte, nessuna goffaggine da giraffa, finalmente soddisfatta
per avere dato tutto quello che le era stato chiesto.
Rimasi ferma, la testa all’insù, girando su me stessa per vedere come ogni
parete si congiungesse al soffitto, finché mi vennero le vertigini e sembrò che
gli affreschi cominciassero a ondeggiare e a roteare, come se le figure stesse
si muovessero. Ero piena di una gioia di cui da tanto tempo non avevo
provato l’uguale.
Quando feci un altro giro, lui era là, davanti a me.
Era ben vestito e ben nutrito. Se ora fossimo stati a letto insieme, il suo
corpo avrebbe occupato più spazio del mio. La nausea aveva tenuto a bada
qualsiasi mio desiderio, ma avevo paura che, senza quella, anche la mia
mente sarebbe stata colta dalle vertigini.
«Dunque, che cosa ne pensi?» Ormai il suo italiano tradiva meno l’accento
straniero.
«Oh, è bellissimo». Mi accorsi di sorridere con trasporto, come se la mia
felicità traboccasse e non potessi fare altro che lasciarle libero sfogo. «È… è
fiorentino». Una pausa. «E tu… stai bene?»
Annuì, gli occhi fissi nei miei, come vi fosse scritto qualcosa che era
intento a leggere. «Niente più freddo?»
«No» rispose sottovoce. «Niente più freddo. Ma tu…»
«Lo so» mi affrettai a rispondere. «Va tutto bene. Ora sto meglio». Glielo
devi dire, pensai. Glielo devi dire. Nel caso non l’abbiano già fatto altri.
Ma non potei. Invece ci guardammo, mentre le parole si spegnevano, e
continuammo a guardarci. Se in quell’istante fosse entrato qualcuno, avrebbe
capito immediatamente. Se fosse entrato qualcuno… ricordai quante volte
avevo pensato la stessa cosa: la prima volta nella sua stanza, nella cappella, di
notte, in giardino… Un giorno Erila mi aveva detto che l’innocenza può far
scattare più trappole dell’esperienza. Ma nella nostra innocenza c’era sempre
stata consapevolezza. Ora lo sapevo. Avevo una tale smania di toccarlo che le
mani mi dolevano.
«E così…» La mia voce suonava stranamente leggera, come ariosi picchi
di spuma. «La tua cappella è finita».
«No, non ancora. C’è ancora qualcosa che va completato».
E finalmente tese la mano verso di me. La presi e le mie dita scivolarono
sulla pelle ispessita del palmo, ma le cicatrici erano così grosse che non
potevo nemmeno essere sicura che avvertisse il mio tocco. Mi condusse verso
la parete di sinistra, dove staccò l’ultimo pezzo di cerata. Sotto c’era un
piccolo spazio nudo. Il contorno di una donna seduta, le vesti rigonfie intorno
a sé, il viso rivolto a una finestra in cui era incorniciato un uccello bianco che
guardava lei: Santa Caterina, dolce giovane donna, si preparava a lasciare la
casa paterna. L’intonaco dentro l’immagine mancante era ancora umido.
«Tua madre mi ha detto che saresti venuta qui, questa mattina. Hanno
appena finito di preparare il muro. Lei è tutta tua».
«Ma… non posso…»
La mia voce si affievolì. Vidi il suo sorriso allargarsi. «Non puoi cosa?
Non puoi dipingere una fanciulla sul punto di sfidare i genitori e il mondo per
seguire la propria vocazione?» Prese un pennello e me lo porse. «Negli
schizzi con tua sorella hai fatto muovere le stoffe di tuo padre come fossero
acqua. Il muro permette meno errori della carta, ma proprio tu, fra tutti, non
devi avere questi timori».
Fissavo lo spazio dove sarebbe stata Santa Caterina. Ero tutta un fremito.
Aveva ragione. La conoscevo. Conoscevo i suoi sentimenti in quel momento,
il conflitto tra esaltazione e paura. Nella mia mente, l’avevo già dipinta.
«Ho mescolato ocra, alcune tonalità di carnicino e due diversi rossi. Dimmi
se hai bisogno di altre gradazioni».
Accettai il pennello, e adesso era impossibile sapere se il mio stordimento
era dovuto al pericolo che correvamo o alla sfida posta da quella figura. Il
primo segno e la vista del colore iridescente che dal pennello passava al muro
mi fecero superare il timore. Guardavo i movimenti del mio polso che
maneggiava il pennello, il modo in cui ordine e azione si fondevano in modo
indelebile. Era tutto così concreto: la precisione di ogni tratto, la consistenza
del colore che entrava in contatto con l’intonaco, come si legavano e
diventavano tutt’uno, l’euforia mentre l’immagine cresceva e prendeva forma
sotto le dita… oh, se fossi stata fra’ Filippo non avrei mai voluto uscire dalla
mia cella.
Per un tempo lunghissimo non parlammo. Lavorava accanto a me,
preparando i colori e pulendo i pennelli. Intanto Caterina prendeva forma
nelle sue vesti, le solide gambe contadine nascoste dall’abito. E la sua
espressione, quando gliela diedi, parlava, spero, sia del coraggio che aveva
sia della grazia che emanava. Alla fine le dita, strette attorno al pennello, mi
si intorpidirono. «Devo riposare» dissi, staccandomi dal muro. E mentre mi
muovevo per prendere un po’ d’aria, mi sentii vacillare.
Mi afferrò un braccio. «Che cos’hai? Lo sapevo. Sei malata».
«No» risposi. «No. Non sono…» Sapevo che cosa avrei dovuto dire, ma
non mi uscivano le parole.
Ci guardammo ancora. Quasi non respiravo. Non sapevo che cos’avrei
fatto adesso. Forse non ci saremmo mai più trovati soli nell’arco della vita. Il
nostro corteggiamento era avvenuto nella cappella. Anche se nessuno dei due
si era reso conto che si trattava di quello.
«…io non…»
«…io volevo…»
Il suo tono era più incalzante del mio. «Volevo vederti. Non so… voglio
dire, vedendo che non venivi ho cominciato a pensare…»
Mi prese tra le braccia, e il suo corpo mi era così familiare, come se per
tutto quel tempo ne avessi conservato nella mente una copia viva e reale.
Sentii il desiderio – ora so che di questo si trattava – erompere come una
sorgente calda nel mio ventre.
Al rumore della porta della sacrestia che si apriva ci staccammo così
rapidamente che forse lui non fece in tempo a vederci. Che soffrisse saltava
all’occhio dal modo in cui si muoveva, ma il sentimento che emanava era più
che altro il furore. Nulla di cui stupirsi. In confronto a lui, ero Venere e
Adone insieme. Le pustole gli si erano diffuse sulla faccia. Ne aveva tre: una
sulla guancia sinistra, un’altra sul mento e una terza in mezzo alla fronte,
come un occhio di ciclope. Erano grosse e piene di pus. Si avvicinò
zoppicando. Evidentemente ne aveva anche fra le gambe. Però sembrava che
non gli avessero toccato gli occhi. Bene, l’avremmo saputo presto.
«Tomaso» dissi, andandogli velocemente incontro. «Come stai? Come va
la tua malattia?» Giuro che non c’era nemmeno una punta di esultanza nel
mio tono: non è forse vero che soffrire genera comprensione in tutti noi?
«Non è gradita quanto la tua». Non distoglieva lo sguardo da me. «Però
Plautilla aveva ragione: sembri proprio uno spaventapasseri. Siamo una bella
coppia ora». Sbuffò. «Per quando è atteso?»
«Eh… in primavera. Aprile, maggio».
«Dunque un erede per Cristoforo, vero? Ben fatto. Non credevo che ne
saresti stata capace».
Sentii il pittore irrigidirsi al mio fianco. Gli lanciai un’occhiata.
«Probabilmente lo sapete» dissi con voce vibrante di allegria. «Sono incinta
ma ho avuto dei disturbi con la gravidanza, per questo non si vede ancora».
«Incinta?» Il pittore mi fissò. I conti non erano difficili, anche per un
ragazzo cresciuto in un monastero.
Lo fissai a mia volta. Se si ama un uomo per la sua sincerità, non ci si può
adirare quando la dimostra.
Tomaso fissava entrambi.
«Allora, hai visto la cappella?» domandai, girandomi verso di lui con una
scioltezza che avrebbe fatto piangere di gioia il mio insegnante di danza.
«Non la trovi meravigliosa?»
«Mhm, molto bella». Ma non smetteva di scrutarci.
«Il tuo ritratto è assolutamente…»
«…lusinghiero» concluse lui bruscamente. «D’altra parte, io e il pittore
avevamo un accordo, no? È miracoloso quello che fanno i segreti. So che è
stata mia sorella ad aiutarvi durante la vostra… malaugurata malattia.
Quand’è stato? All’inizio dell’estate, vero? Quanti mesi fa?»
«A proposito di segreti» ripresi in tono soave, sempre segno di un attacco
velenoso tra noi. «La mamma dice che ti sei confessato». Su, lascialo in pace,
pensai. Sai che noi due siamo i migliori, a questo gioco. Tutti gli altri si fanno
spazzare via troppo facilmente.
Tomaso si rabbuiò. «Sì… gentile da parte sua tenerti informata».
«Be’, sa quanto mi stia a cuore il tuo benessere fisico e spirituale. Anche se
dev’essere stata una sorpresa, quando ti sei reso conto che in fondo non
saresti morto».
«Sì, ma questo ha i suoi vantaggi, cara sorella». Chiuse gli occhi, come
assaporando il momento. «Purché sia realmente pentito, adesso sono salvo. Il
che mi dà grande conforto, come puoi immaginare. Per quanto debba
ammettere che mi rende più intollerante verso i peccati altrui». Tornò a
fissare il pittore. «Ora dimmi: come sta Cristoforo?»
«Bene. Non l’hai visto?»
«No. Ma come vedi non sono più una bella compagnia».
Lo guardai. Ora intuivo la paura, nella sua rabbia. Strano che un uomo
tanto amato non avesse grazie a questo sviluppato neanche un’ombra di
sensibilità. «Sai, Tomaso» dissi, «non credo che la vostra amicizia avesse a
che fare solo con la tua bellezza». E per un istante mi lasciai andare. «Se ti
può consolare, nemmeno io lo vedo molto. In questo periodo è occupato con
altre questioni».
«Sì, certo». La ferita aperta nella sua arroganza era quasi tangibile. Mi
domandai per un momento se non stesse per piangere. «Bene» disse in tono
brusco. «Io e te parleremo senz’altro un’altra volta. Per adesso vi ho tenuti
occupati abbastanza a lungo». Fece un cenno verso l’affresco quasi
terminato. «Vi prego… tornate a qualsiasi cosa steste facendo prima che vi
disturbassi».
Restammo a guardarlo allontanarsi zoppicando. Quando le pustole fossero
scoppiate, chissà quanta della sua amarezza sarebbe scorsa via insieme alla
materia. Sarebbe certo dipeso da come le cicatrici rimaste l’avrebbero
deturpato. Quanto a come si sarebbe comportato riguardo ai suoi sospetti,
be’, preoccuparmene mi avrebbe reso soltanto più debole, se e quando
fossimo giunti a uno scontro.
Mi rivolsi al pittore. Come poteva anche soltanto cominciare a capire in
che situazione si era cacciato? Non avevo le parole e tanto meno il coraggio
di spiegarglielo.
«Dovrei finire la sua veste…» dissi con durezza.
«No. Ho bisogno…»
«Ti prego… ti prego, non domandarmi niente. Tu stai bene, la cappella è
finita, io sono incinta. Abbiamo molto di cui essere grati».
Questa volta fui io a distogliere lo sguardo da lui. Presi il pennello e mi
avvicinai alla parete.
«Alessandra!»
La sua voce mi trattenne la mano. Penso che non avesse mai usato il mio
nome, da quando ci conoscevamo. Mi voltai.
«Non possiamo lasciare le cose così. E tu lo sai».
«No! Quello che so è che mio fratello è troppo pericoloso per contrariarlo,
e adesso siamo tutt’e due alla sua mercé. Non lo capisci? Dobbiamo essere
estranei l’uno all’altro ora. Tu sei il pittore, io la figlia sposata. È l’unico
modo per salvarci».
Mi girai di nuovo verso la parete, ma la mano mi tremava tanto che non
potei tracciare il primo segno. Strinsi più forte il pennello e obbligai la mia
mano a stare salda, più salda del mio cuore. Sentivo il desiderio di lui
tutt’intorno a me. Non dovevo fare altro che abbandonarmi, lasciarmene
avvolgere. Accostai il pennello al muro e riversai il mio desiderio nella
pittura.
Dopo un po’ lui mi raggiunse e, quando mia madre venne a prendermi in
cappella, ci trovò che lavoravamo fianco a fianco.
Quella sera, senza dire niente, mandò Erila negli alloggi della servitù e
dormì con me nella mia vecchia camera. Era così palesemente irrequieta che
nemmeno io – che in passato avevo avuto tanto coraggio nel fare le mie
passeggiate notturne – avrei osato sfidare quell’occhio aperto a metà.
37.

La consacrazione venne officiata dal vescovo, che si trattenne pochissimo,


mangiò e bevve in abbondanza e poi se ne andò con alcune pezze di finissime
stoffe e un calice da messa in argento. Presumibilmente aveva un posto dove
nascondere il tutto, perché se gli angeli fossero venuti a sapere di tali doni li
avrebbero portati via dal suo palazzo e messi sui loro carri prima che lui
potesse dire un’Ave Maria.
Il prete che dopo celebrò la messa era il confessore di Tomaso. Amico di
lunga data della famiglia di mia madre, mi aveva dato le prime lezioni di
catechismo e aveva ascoltato le mie confessioni di bambina. Dio solo sa quali
peccati mi ero inventata per suo diletto, all’epoca. Avevo avuto una precoce
inclinazione per il dramma, e talvolta volevo apparire più colpevole di quanto
fossi realmente, perché pensavo che la mia assoluzione avrebbe impegnato
maggiormente l’attenzione di Dio. Considerato che non sono mai riuscita a
confessarmi veramente, durante quelle confessioni, ci sarebbe ragione di dire
che sono stata dannata sin dall’infanzia, ma d’altronde il Dio con cui ero
cresciuta era sempre stato più benevolo che vendicativo, e io ero stata amata
abbastanza da credere che Lui avrebbe continuato così. Quante altre famiglie
della città dovevano sentirsi ora colte alla sprovvista da quella nuova
severità? Anche se, guardando la scarsella del vescovo – il suo compenso per
fare ciò che, in fondo, era il compito affidatogli da Dio –, era facile capire
quali fossero gli schieramenti.
La funzione fu semplice: un breve sermone sulla grazia e sul coraggio di
Santa Caterina, sulla forza della preghiera, sulla ricchezza degli affreschi e
sulla gioia della Parola fatta pittura, benché il fervore del sacerdote fosse
messo in secondo piano dalla presenza di Luca, una palla di lardo seduta al
secondo banco. Mio fratello era ingrassato, al servizio del monaco – avevo
sentito dire che, nelle ultime settimane, la minaccia della carestia aveva
portato un’ondata di nuove reclute alla milizia di Dio – e il suo senso
d’importanza si era ulteriormente accresciuto. La nostra conversazione era
stata cordiale, anche se banale, finché non avevo toccato l’argomento della
minaccia di scomunica papale e dello smarrimento che doveva provocare nei
seguaci del monaco. A questo punto Luca era esploso con rabbia, affermando
che Savonarola era il difensore del popolo, e dunque soltanto Dio aveva il
potere di allontanarlo dal pulpito, e che sarebbe tornato a predicare se e
quando avesse voluto, incurante degli ordini del più ricco tenutario di bordelli
di Roma.
In effetti l’oratoria di mio fratello a proposito della corruzione della Chiesa
era così drastica e condotta con logica tanto lucida e appassionata – di per sé
un omaggio a chi gliel’aveva insegnata – che pareva impossibile poter
raggiungere un qualsiasi compromesso fra le due parti. Eppure se Savonarola
avesse predicato di nuovo, il Papa non avrebbe potuto tollerare una simile
minaccia alla propria autorità. Avrebbe usato la forza per distruggerla?
Certamente no. In tal caso sarebbe avvenuto uno scisma? Non sopportavo
l’idea di una Chiesa che condannava pubblicamente l’arte e la bellezza; ma
questo significava davvero che ne approvavo una che vendeva la salvezza
eterna e permetteva ai suoi vescovi e papi di derubarla delle sue ricchezze per
darle ai loro figli illegittimi? Tuttavia lo scisma era impensabile. Uno dei due
doveva piegarsi.
Lasciai scorrere lo sguardo sul resto della famiglia. Mia madre e mio padre
sedevano al primo banco, e le spalle erette di lei erano d’esempio per lui. Era
il momento che aveva sognato. Mentre le nostre ricchezze rischiavano di
svanire, noi tenevamo alta la testa, tutti escluso Tomaso, il quale sedeva solo,
consumato dall’autocommiserazione, ancora più consapevole dell’attuale
bruttezza di quanto fosse stato dell’antica bellezza. Accanto a lui sedevano
Plautilla e Maurizio, robusti e ottusi, poi mio marito e io. Una normale
famiglia fiorentina. Ah! Ascoltando attentamente si sarebbe potuto udire il
coro dei nostri peccati e delle nostre ipocrisie levarsi sibilando dalle nostre
anime, laggiù.
Il pittore era in piedi, in fondo, e sentivo i suoi occhi su di me. Avevamo
trascorso la mattinata muovendoci l’uno intorno all’altro come due pozze
d’acqua di marea che sembrano sempre avvicinarsi, ma non si uniscono mai.
Tomaso ci aveva osservato con i suoi occhi di falco, dimenticandoci
nell’istante in cui era comparso Cristoforo. Si erano incontrati brevemente
davanti a uno scricchiolante tavolo dei rinfreschi, entrambi nervosi come
cavalli da corsa, mentre io e mia madre fingevamo di non vedere. Avevano
scambiato poche parole e, quando ci avevano chiamati in cappella, Tomaso si
era allontanato da lui, girando sui tacchi con un evidente scatto d’impazienza.
Avevo preferito non incrociare lo sguardo di mio marito, ma non avevo
potuto fare a meno di notare la faccia di Luca, mentre gli passavano davanti.
Ricordavo il commento di mia madre su Tomaso, tanto tempo prima: il
sangue non è acqua. Ma non è nemmeno fede?
«Avevate ragione, a proposito del vostro pittore». Tornati a casa, io e mio
marito sedevamo nel suo giardino trascurato guardando il tramonto, entrambi
incerti su cosa dire. «Ha talento. Anche se, con l’atmosfera che si respira in
città, farebbe meglio ad andare a Roma o a Venezia per trovare le prossime
committenze». Fece una pausa. «Per fortuna il vostro spirito non soffre di
vertigini. Quanto tempo avete posato per lui?»
«Alcuni pomeriggi. Ma è stato moltissimo tempo fa».
«Allora è ancora più degno di lode. Ha colto sia la bambina sia il
cambiamento in voi. Che cosa è successo per indurre un uomo a sfregiarsi
così brutalmente?»
A mio marito non sfuggiva nulla. «Per un certo periodo ha perso la fede»
risposi sommessamente.
«Oh, poverino. E voi l’avete aiutato a ritrovarla? Bene, avete salvato
qualcosa che vale, Alessandra. Ha una grande dolcezza in sé. Per sua fortuna
la città non l’ha corrotto ancora di più». Tacque qualche istante. «Ora
dobbiamo parlare di qualcos’altro… se non lo sapete già. La malattia che ha
Tomaso… è contagiosa».
«Vorreste dirmi che siete malato?» Sentii lo stomaco torcersi per la paura.
«No. Però vi avverto che potremmo esserlo tutt’e due».
«In tal caso, dove l’avrebbe presa lui?» domandai recisamente. Cristoforo
rise, ma senza allegria. «Mia cara, non avrebbe molto senso chiederlo. Ho
perso la testa per amore di vostro fratello fin dalla prima volta che ho posato
gli occhi su di lui, in una bisca nei pressi del Ponte Vecchio, tre anni fa.
Aveva quindici anni ed era spavaldo come un puledro. Forse è stato insensato
da parte mia aspettarmi che una simile infatuazione potesse mai essere
reciproca».
«Be’, avrei potuto dirvelo io. Quanto ci vorrà prima che si sappia per
certo?»
Si strinse nelle spalle. «Il morbo è nuovo per tutti noi. L’unico aspetto
positivo è che a quanto pare non se ne muore. A parte questo, non ci sono
regole né medicine da usare. Tomaso l’ha preso in pieno, ma forse perché è
stato fra i primi. Nessuno lo sa».
Pensai al mezzano impiccato al Ponte di Santa Trinita, le budella
penzolanti fino a terra, e a come quello fosse il castigo per avere – tra le altre
cose – procurato ai francesi tutto ciò che desideravano. Questo mi fece
riflettere di nuovo sull’assassino, su quale spirito di rettitudine lo animasse. E
quale furia.
«Ma c’è di peggio» riprese piano mio marito. «Abbiamo un altro contagio
in città».
Lo guardai e lui abbassò gli occhi. «Oh, Gesù mio, no. Da quando?»
«Da una settimana, forse di più. Le prime vittime sono arrivate ai becchini
qualche giorno fa. Le autorità tenteranno di tenere la cosa nascosta il più a
lungo possibile, ma salterà fuori molto presto».
Benché né io né lui l’avessimo pronunciata, la parola era già nell’aria,
scivolava sotto le porte e dalle finestre nelle strade, entrava in ogni casa tra la
nostra e le mura della città, e la paura era più contagiosa della malattia stessa.
Dio era così toccato dalla devozione dei fiorentini che aveva deciso di
chiamare direttamente a sé le persone pie, oppure… be’, a quell’“oppure”
non si poteva neanche lontanamente pensare.
38.

La pestilenza comparve come accadeva sempre, in modo inspiegabile,


illogico, senza preavviso e senza lasciar prevedere l’entità dei danni che
avrebbe provocato o per quanto tempo avrebbe imperversato. Era come un
incendio che poteva distruggere cinque o cinquemila case, a seconda della
direzione del vento. La città portava ancora le cicatrici del grande flagello di
un secolo e mezzo prima, quando era stata spazzata via quasi metà della
popolazione. All’epoca aveva fatto una tale strage di monaci, caduti uno dopo
l’altro nelle loro celle, da provocare una crisi di fede tra i superstiti, e chiese e
conventi erano ancora disseminati di dipinti di quel tempo, che tradivano tutti
l’ossessione del Giudizio Universale e dell’approssimarsi dell’Inferno.
Tuttavia ora Firenze era certamente diversa: uno Stato religioso governato
da un grande predicatore e controllato da un esercito di angeli. Mentre il
morbo gallico poteva essere visto come un giusto castigo per i peccatori e una
pubblica confessione di fornicazione, la peste era un’altra cosa. Se veramente
era una punizione divina, che cosa avevamo fatto per meritarcela? Era una
domanda alla quale Savonarola doveva rispondere.
La notizia del suo ritorno sul pulpito si sparse velocemente come la malattia.
Avrei dato qualsiasi cosa per ascoltarlo predicare, ma anche se era davvero la
grande livella, la peste dimostrava una preferenza per le persone già deboli.
Si fosse trattato di me soltanto, forse avrei potuto rischiare, in nome della mia
insaziabile curiosità, ma ora dovevo preoccuparmi per due e alla fine giunsi a
un compromesso: avrei accompagnato Cristoforo col carro fino alla chiesa
per vedere la folla, tornando poi a casa mentre lui entrava.
Che ci fosse meno gente saltava all’occhio di chiunque. Naturalmente
c’erano buoni motivi per questo: la paura del contagio o la malattia stessa.
Sarebbe stato avventato chi avesse parlato di autorità in declino a causa dello
scarso numero di persone presenti a un sermone. Mio marito disse poi che in
chiesa la passione di Savonarola era intatta e che tutti coloro che lo
ascoltavano sentivano di nuovo il fuoco di Dio ardere nel petto. Ma nelle
strade, dove la voce del monaco non arrivava, non tutti erano malati. Alcuni
sembravano semplicemente spossati, sofferenti di un altro male: la fame,
questa volta, così che, dopo un po’ di tempo, forse sarebbe diventato difficile
distinguere tra l’una e l’altra.
La verità era che la città amava ancora il monaco e applaudiva il coraggio
di lui e la propria vicinanza a Dio, ma voleva anche mangiare. O almeno
essere resa un pochino meno miserevole.
L’analisi dell’argomento da parte di mio marito era acuta. Quando i Medici
erano al potere, diceva, poiché non avevano un contatto privilegiato con Dio
rispetto agli altri (ma certo molto più denaro), avevano adottato una facile
strategia per conquistarsi il popolo. Se non la salvezza, potevano almeno
offrire spettacoli, qualcosa che facesse sentire meglio anche i più poveri,
rendendoli orgogliosi della loro città e delle sue prospettive, anche se tali
prospettive duravano quanto le feste. Non che quegli eventi fossero empi,
tutt’altro. Erano concepiti in lode e ringraziamento a Dio. E questo spirito
animava ciascuno di essi, giostre, tornei e parate, solo che presentavano un
volto felice, chiassoso, persino dissoluto. E qualunque cosa potesse accadere
durante i festeggiamenti, c’era sempre la possibilità della confessione, il
giorno seguente. Così il popolo dimenticava per un breve periodo quello che
non aveva e, purché le cose migliorassero nel lungo termine (o purché non
peggiorassero), questo poteva bastare. Tali erano il fasto e l’ostentata
sicurezza del loro regno, che la gente sotto i Medici aveva la sensazione di
avere “vissuto”. Sensazione molto diversa dal prepararsi semplicemente a
morire.
Ovviamente, quelle celebrazioni mondane non rientravano negli schemi di
Savonarola. Non potevano esserci baldorie e giostre nella Nuova
Gerusalemme, e sebbene lui parlasse con slancio appassionato di gioia,
quando si trattava di Dio, considerato che il suo Dio era un maestro tanto
duro, tutt’e due venivano sempre più spesso associati alla sofferenza. Se la
sofferenza purifica, può diventare anche tetraggine, a lungo andare. E quando
c’è la tetraggine, ci si sofferma di più sulle proprie tribolazioni, e così le cose
appaiono peggiori di quanto siano in realtà.
Quindi non c’era modo migliore, per scacciare la “tetraggine”, di una
rappresentazione religiosa: un evento che parlava di Dio, ma serviva anche a
illuminare la dura vita quotidiana della gente. Per renderla… be’… meno
tetra.
Devo ammettere che il Falò delle Vanità fu un’idea luminosa. E il modo in
cui Savonarola l’annunciò dal pulpito fu irresistibile: se Firenze soffriva era
perché Dio l’aveva scelta fra tutte le altre, e il cammino della città era
diventato oggetto di una Sua personale attenzione. Come lui, Savonarola,
flagellava e affamava il suo corpo per renderlo una dimora perfetta per il
Signore, così Firenze doveva mostrarsi pronta a fare i sacrifici degni del Suo
grande amore. Abbandonare ricchezze non necessarie procurava meravigliose
benedizioni. E poi, che bisogno avevamo di quelle frivolezze? Cosmetici e
profumi, testi pagani, giochi, arte oscena; tutti quegli oggetti e manufatti non
facevano che distrarre l’attenzione e infangare la nostra devozione verso Dio.
Gettateli tra le fiamme. Lasciate che la nostra vanità e la nostra riluttanza si
consumino e diventino fumo. Al loro posto sarebbe venuta la grazia. E
sebbene io sia sicura che il monaco non ci pensasse, quella rinuncia avrebbe
anche contribuito ad alleviare le afflizioni dei poveri, giacché, oltre a portare
umiltà a coloro che avevano troppo, a quelli privi di tutto offriva la
consolazione che anche gli altri non avrebbero avuto niente.
Nelle settimane seguenti, tutti gli oggetti di vanità raccolti dagli angeli
formarono una pira ottagonale al centro di Piazza della Signoria. Io ed Erila
la guardavamo crescere con un misto di soggezione e di orrore. Era
innegabile che la città si sentiva di nuovo viva. La preparazione del falò
procurava lavoro a persone che altrimenti la fame avrebbe indebolito. La
gente aveva qualcosa di cui parlare, una fonte di pettegolezzi e di eccitazione.
Uomini e donne passavano in rassegna il proprio guardaroba, i bambini i
propri giocattoli. Mentre un tempo ostentavamo i nostri beni, ora
sperimentavamo le attrattive del sacrificio.
Certo non tutti erano contenti nella stessa misura. E anzi erano molti quelli
che, se fosse dipeso da loro, forse avrebbero preferito non partecipare. E qui
scendevano in campo gli angeli, una mossa astuta in sé, perché negli ultimi
tempi il giovane esercito di Dio era stato poco occupato, praticamente ozioso
in una città prostrata dalla carestia e dalla malattia. Alcuni erano più
persuasivi di altri. Durante il suo regno, Savonarola aveva ispirato a certe
giovani anime un’appassionata retorica, e se ne incontrava qualcuna le cui
parole risplendevano come la lacca d’oro dalle labbra di Gabriele durante
l’Annunciazione. Un giorno vidi uno di loro convincere un’elegante giovane
donna a consegnare il braccialetto che aveva nascosto e ad ammettere di
avere una treccia di capelli finti. Dopo il loro incontro erano entrambi
raggianti.
Gli angeli guidavano sulle strade i carri, sul primo dei quali troneggiava la
bella statua di Gesù giovinetto di Donatello. Cantavano laudi e inni e
visitavano una dopo l’altra case e istituzioni, chiedendo che cosa volessero
offrire. In alcuni luoghi i padroni di casa facevano a gara per superarsi, in una
nuova forma di ostentazione. In altri, le visite avevano quasi una severità da
Inquisizione. Gli angeli avevano lavorato bene, scegliendo le famiglie più
ricche perché dessero il buon esempio. Se ottenevano abbastanza,
ringraziavano e se ne andavano; altrimenti entravano senza invito per
guardarsi intorno. Naturalmente la consegna era volontaria, ma gli
adolescenti possono essere terribilmente goffi, quando hanno fretta, e
bastarono pochi racconti di vetri di Murano fracassati o di arazzi strappati per
dare vita, in molte famiglie, a una generosità dettata dalla paura. Persino
quando Firenze era stata invasa, i nostri nemici si erano comportati più
nobilmente. Ma per pronunciare la parola “saccheggio” davanti agli angeli ci
sarebbe voluto un uomo di coraggio.
Il mattino in cui vennero a casa nostra, ero seduta a una finestra del piano
superiore e seguivo il loro avvicinarsi sulla strada, i canti rochi – troppe voci
ormai quasi adulte guastavano le altre, angeliche – che sovrastavano il
frastuono delle ruote dei carri. Le leggi relative all’arte oscena erano ben
note. Non dovevano esserci immagini di uomini e di donne nudi nei luoghi in
cui abitavano fanciulle. Dato che nella gran parte delle case vivevano giovani
donne, anche se erano serve, la legge poteva essere applicata più o meno
drasticamente. Secondo questi criteri, la galleria di sculture di mio marito
sarebbe stata giudicata oscena. Adesso era chiusa, e le chiavi le aveva in tasca
lui, però nella corte era pronta una cassa di offerte: alcuni ricchi abiti fuori
moda, qualche mazzo di carte da gioco, vari ninnoli e ventagli, e un grande,
bruttissimo specchio dorato che testimoniava più di scarso gusto che di scarsa
fede. Temevo che non fossero sufficienti (la gravidanza mi rendeva più
ansiosa), ma Cristoforo, imperturbabile, mi aveva fatto presente che i
personaggi al potere sapevano quasi certamente di tali collezioni, ma
sarebbero stati bene attenti a chi tradivano. Le sorti cambiano facilmente, in
particolare in una situazione tanto precaria quanto l’attuale, disse, e i politici
accorti sapevano fiutare il dissenso alla minima avvisaglia.
All’arrivo degli angeli a casa nostra, spalancammo loro le porte ed Erila si
presentò con un vassoio di rinfreschi, mentre Filippo portava fuori le casse.
In cima al carro, un giovane di diciassette o diciotto anni, immerso fino al
ginocchio in libri e vestiti, riordinava i tesori raccolti per fare spazio ai nuovi.
Lo guardai far volare un dipinto su legno di ninfe e satiri, riempiendone di
crepe la superficie.
A quanto si mormorava, non erano soltanto i mecenati a cedere le loro
opere d’arte, ma gli artisti stessi, fra’ Bartolomeo e Sandro Botticelli in testa.
Naturalmente adesso Botticelli era vecchio e più bisognoso dell’amore di Dio
che di qualunque mecenate, anche se mio marito lasciava intendere che, se
avesse avuto gli occhi rivolti al Paradiso, avrebbe fatto meglio a confessare
altri peccati della carne, oltre a quelli con le donne. Da parte mia, mi era
impossibile dimenticare la descrizione di Cristoforo della sua Venere che
nasceva dal mare, ed ero contenta che quei dipinti fossero al sicuro, in
campagna. Se non altro, la storia non avrebbe sentito la mancanza delle ninfe
e dei satiri del nostro carro: le gambe delle donne erano decisamente troppo
corte rispetto al corpo, e le loro carni somigliavano a pasta lievitata prima
della cottura. .
«Ehilà, graziosa signora. Avete nulla per il fuoco? Magari coralli o
ventagli piumati?»
Era un ragazzo di bell’aspetto, che si era preso un po’ cura della propria
tunica e del taglio di capelli. In un’altra Firenze avrebbe potuto essere
impegnato a farmi la serenata dalla strada, dopo una notte di bevute in città.
Soprattutto perché, dal suo angolo visuale, non poteva rendersi conto delle
dimensioni del mio ventre.
Scossi la testa, ma non potei impedirmi di sorridere. Forse per una
questione di nervi.
«E quei pettini nei vostri capelli? Non sono perle, quelle che vedo sui
bordi?»
Mi toccai la sommità del capo. Quella mattina Erila mi aveva intrecciato i
capelli, anche se non ricordo con cosa. Certo era impossibile che fosse
un’acconciatura pretenziosa. In ogni modo mi tolsi i pettini, e così facendo
una parte della chioma mi scivolò giù per la schiena. Lui la guardò e fece un
largo sorriso. Un sorriso contagioso. Forse persino gli angeli cominciavano a
stancarsi della virtù. Gli buttai giù i pettini e lui li prese con un bell’inchino.
Nella corte, i suoi compagni stavano discutendo se entrare o no a cercare
altro.
«Venite» gridò lui, scoccandomi ancora un rapido sorriso. «Se sprechiamo
tempo in ogni casa ci perderemo il falò».
E mentre il carro si allontanava, sono convinta che vidi il giovane infilarsi i
pettini in tasca.
Il mattino seguente, la pira era grande come una casa. A mezzogiorno
appiccarono il fuoco alle fascine intorno, e tutta la città poté cogliere
quell’attimo, introdotto da squilli di trombe, da rintocchi di campane e dal
salmodiare in crescendo che si levava dalla grande folla. Non tutte le voci,
però, salivano al cielo. La piazza era sì piena ma alcuni, come noi, erano
andati tanto a guardare chi guardava quanto a celebrare l’evento.
Mentre eravamo là, spintonate in mezzo alla calca, io ed Erila vedemmo
cose che ci colmarono di sconforto. Pochi giorni prima, un collezionista
veneziano aveva inviato un messaggio alla Signoria, offrendo la bellezza di
ventimila fiorini per salvare le opere d’arte dalle fiamme. Ora gli
rispondevano ponendo la sua stessa effigie in cima alla pira. L’avevano
abbigliata con vesti finissime, coprendole la testa con una decina di trecce di
capelli finti femminili e sistemando alcune girandole fra la paglia all’interno.
Quando le fiamme raggiunsero l’effigie, le girandole esplosero e quella prese
a dimenarsi e a stridere, mentre la folla rideva fragorosamente e applaudiva.
In seguito sentii qualcuno giurare di aver fiutato odore di capelli bruciati, e
tale era l’eccitazione e il divertimento da far pensare che fosse soltanto
questione di tempo prima che facessimo arrostire carne umana.
Le salmodie e le preghiere durarono tutto il giorno, guidate dai
Domenicani e dagli angeli. Ma chiunque avesse occhi poteva vedere che
mancava un settore della Chiesa: i Francescani, i quali, accortisi di come il
freddo vento del favoritismo stesse erodendo il tradizionale appoggio di cui
godevano fra i poveri, avevano cominciato a mettere in discussione il grande
potere di Savonarola, senza tuttavia riuscire a sminuire il suo trionfo. Il falò
bruciò fino a tarda notte. Nei giorni successivi, le ceneri dei nostri oggetti di
lusso caddero come neve grigia sulla città, coprendo i davanzali delle
finestre, impolverandoci i vestiti e riempiendoci le narici del triste odore delle
opere d’arte andate in fumo.
E questa volta, una volta informato della cosa, il Papa scomunicò il
monaco.
39.

Quando gli giunse il decreto papale, Savonarola prese cilicio e libro di


orazioni e si chiuse nella sua cella in San Marco. Non avrebbe detto nulla
finché Dio non gli avesse parlato direttamente. Mentre pochi dubitavano del
suo fervore, ora, per la prima volta, si udivano aperte lagnanze riguardo la
sua capacità di giudizio. Quali che fossero le sue colpe, il Papa era tuttora il
rappresentante di Dio in terra, e senza il dovuto rispetto per l’autorità come
poteva qualsiasi Stato o governo essere al sicuro?
Mentre lui pregava, la peste divorava i fedeli. Venne colpito anche il suo
monastero, e il contagio dilagò al punto che molti confratelli se ne andarono.
Nel frattempo, chi era ancora legato alla Nuova Gerusalemme s’impegnava
ancora di più, vedendo nemici ovunque. I sodomiti, che erano stati arrestati e
imprigionati in estate, venivano fatti sfilare per le strade, fustigati
pubblicamente e mutilati nella piazza principale. Uno degli uomini che mio
marito aveva affermato di conoscere – ora si sapeva il suo nome, Salvi
Panizzi, – fu denunciato come criminale notorio e recidivo e destinato al
rogo. Ma anche se il suo corpo era stato spezzato dai supplizi della corda e
della ruota, all’ultimo momento la città si era mostrata preoccupata per tanta
pubblica vergogna e la condanna era stata commutata in una multa e nella
reclusione a vita in un ospizio per dementi.
A Natale, Savonarola diede la propria risposta tornando provocatoriamente
a celebrare una messa solenne nella cattedrale, davanti a una grande folla.
Sotto i paramenti appariva scheletrico, il naso affilato come la falce della
morte. Ma la sua voce era fuoco di cannone, forza e fiamme. Il Papa reagì in
men che non si dica e inviò ambasciatori alla Signoria chiedendo che
incarcerasse «questo figlio dell’iniquità» o lo mandasse in catene a Roma.
Ove non gli si fosse obbedito, l’intera città avrebbe subito la sua collera.
Mentre il governo tergiversava, Savonarola rispose a entrambi
contemporaneamente. Le sue parole, pronunciate dal pulpito, corsero per la
città da una bocca all’altra. «A coloro i quali grandi ed eminenti vogliono
essere, dite come per loro siano apprestati seggi… all’Inferno. E dite anche a
costoro che uno di essi ha già il proprio seggio all’Inferno».
Della risposta del Papa non esiste documentazione.
Non ricordo più l’esatta cronologia dei mesi successivi. Ci sono momenti in
cui la pioggia di dolori e di disgrazie è tale che per un po’ ci si piega sotto il
suo peso e non si capisce dove ci si trova.
Quello che so è che la pestilenza colpì la nostra casa all’inizio del nuovo
anno. La figlia minore del cuoco si ammalò per prima. Era una bimbetta esile
di non più di sette o otto anni e, nonostante avessimo fatto il possibile, morì
nel giro di tre giorni. Poi toccò a Filippo. A lui andò peggio e mi fece una
pena enorme, perché non poteva udire le nostre parole di conforto né
comunicarci le sue sofferenze. Languì per dieci giorni, diventando sempre più
debole. Infine morì di notte, completamente solo. Quando Erila mi portò la
notizia, il mattino dopo, scoppiai in lacrime.
Quel giorno io e mio marito avemmo la nostra prima vera discussione. Lui
voleva mandarmi fuori città, alle sorgenti termali a sud oppure tra le colline a
est, dove diceva che c’era aria più pura. Prendevo tutti i giorni la pozione di
Erila con aloe, mirra e zafferano contro il contagio e mi sentivo più in forze
da quando avevo smesso di vomitare, però non mi ero ancora ripresa del tutto
e, nonostante la curiosità, credo che avrei forse finito per lasciarmi
convincere, se gli eventi non ci avessero colto di sorpresa.
Eravamo ancora chiusi nella stanza di Cristoforo a parlare, quando arrivò
un servitore dalla casa dei miei genitori.
Il biglietto era di pugno di mia madre.
La piccola Illuminata è morta a causa delle febbri. Andrei da tua sorella, ma purtroppo tuo padre
è malato e temo il contagio, se mi sposto da una casa all’altra. Ora tua sorella ha bisogno di te, se
stai bene e ti senti in grado di viaggiare. Non ho altri cui chiederlo. Abbi cura di te e della
preziosa piccola anima nel tuo grembo.
Plautilla aveva visto rarissime volte Illuminata da quando aveva mandato lei
e la balia in campagna, quasi un anno prima. Non sarebbe stata la prima né
l’ultima volta che un bambino viveva solo qualche mese e mia sorella che, a
quanto sapevo, aveva passato la vita a occuparsi più di apparenza che di
sostanza, ne aspettava già un altro.
Perciò mi vergogno di dire che non ero preparata a quello che trovai.
Le sue grida di dolore ci vennero incontro appena scendemmo dal carro.
La sua fantesca scese di corsa per accoglierci, e sia io che Erila le leggemmo
il panico in viso. Arrivate al pianerottolo, la porta della camera si aprì e uscì
Maurizio, l’aria quasi disfatta. I gemiti di Plautilla giungevano a ondate e
risuonavano come un vento di tempesta dietro il marito.
«Grazie a Dio siete venuta» disse mio cognato. «È così da questa mattina,
quando è arrivata la notizia. Non posso fare niente per lei, non vuole conforto
da nessuno. Temo che si ammali e perda il bambino».
Io ed Erila entrammo in silenzio nella stanza.
Plautilla era seduta sul pavimento vicino alla culla vuota, pronta per il
nascituro, i capelli sciolti e il corpetto aperto a metà. Il suo ventre era più
voluminoso del mio e la faccia gonfia per il pianto. Non ricordavo un solo
giorno in cui l’avessi vista altrettanto smarrita e scarmigliata.
Sedetti goffamente accanto a lei, le vesti sollevate dalla rotondità del
grembo, così che insieme sembravamo una coppia di grassi uccelli dalle
piume voluminose. Ma quando allungai la mano per sfiorarla, si girò di scatto
e la sua voce divenne stridula.
«Non toccarmi! Non toccarmi! So che lui ti ha mandato a chiamare e io
non voglio consolazione da nessuno. Sapevo che quella donna l’avrebbe
uccisa. Aveva strani occhi. Maurizio deve andare a casa sua a prendere quel
corpicino. È capacissima di affibbiarci un cadavere tutto pelle e ossa che ha
trovato nel villaggio, mentre lei tiene Illuminata per sé. Oh, se soltanto
avessimo dato di più per il falò. Gliel’avevo detto che non era abbastanza,
che Dio ci avrebbe puniti per la nostra avarizia».
«Oh, Plautilla, questo non ha niente a che fare con le Vanità. È la
pestilenza…»
Lei si tappò le orecchie con le mani, scuotendo violentemente la testa.
«No, no. Non voglio ascoltarti. Luca l’aveva detto, che avresti tentato
d’influenzarmi con i tuoi discorsi. Non sai niente. La tua testa parla e la tua
anima soffre. Mi sorprende che Dio non ti abbia respinto ancora più in basso.
Luca dice che è solo questione di tempo. Dovresti guardare il bambino,
quando uscirà da te. Se non sarà sano, nessuna medicina lo guarirà».
Lanciai un’occhiata a Erila. Per fedeltà verso di me, non aveva mai perso
molto tempo con mia sorella e ora avvertivo la sua insofferenza per gli
isterismi di Plautilla. Se non li si poteva calmare con la ragione, avremmo
dovuto trovare un altro sistema. Glielo dissi con lo sguardo. Lei annuì e uscì
in silenzio dalla stanza.
«Plautilla, ascoltami» dissi, e benché la mia voce non fosse sonora quanto
la sua, mi accertai che l’udisse. «Se è davvero la Sua volontà, il tuo dolore è
in sé un atto di vanità. Se continui così farai cominciare le doglie e ti rimarrà
un’altra morte da piangere».
«Ah, non capisci. Credi che le cose siano come le vedi tu. Credi di sapere
tutto. Ma non è vero. Non l’hai mai saputo e non lo sai ora». E le sue urla
diventarono di nuovo laceranti.
La lasciai singhiozzare ancora un po’, turbata tanto dalla forza del suo astio
per me quanto dalla sua sofferenza.
«Senti» ritentai con maggiore dolcezza, quando la sua agitazione si placò
leggermente. «L’unica cosa che so è che amavi la tua figlioletta. Non hai
nessuna colpa. Non avresti potuto fare niente per lei».
«No… ti sbagli». S’interruppe. «Oh, non avrei mai dovuto nascondere le
mie perle. Ero lì lì per darle… davvero. Ma… ma… erano così belle. Luca
dice che riconoscere le nostre debolezze ci avvicina a Lui. Però a volte non so
cosa voglia da noi. Prego ogni sera e confesso i miei peccati, ma… non ho
tanta forza di carattere. Non erano nemmeno perle finissime… e poi non
penso di amare meno Dio quando le indosso… Non ci è proprio permesso di
curare il nostro aspetto? Oh, non capisco».
Ormai aveva esaurito rabbia e lacrime, e questa volta, quando allungai la
mano, non si ritrasse. Le scostai dal viso una ciocca di capelli umidi. Aveva
la pelle lucida di sudore e di lacrime, ma era ancora… be’… molto attraente.
«Hai ragione, Plautilla. Non so tutto. Vivo troppo con la testa e non
abbastanza con il cuore, è vero. Però penso che, se Dio ci ama, non vuole
vederci umiliati, affamati, e nemmeno brutti per puro piacere. Vuole che
andiamo a Lui, non renderci impossibile farlo. Non è stato il tuo egoismo a
uccidere Illuminata. È morta di peste. Se Dio ha voluto prenderla, non l’ha
fatto per punirti ma perché l’amava tanto. È giusto che tu la pianga, ma non
che distrugga te stessa».
Lei restò un attimo in silenzio. «Lo pensi davvero?»
«Sì, davvero. Penso che quanto ci sta accadendo ora sia sbagliato. Penso
che ci abbia colmati di paura, anziché d’amore».
Mia sorella scrollò la testa. «Io… non so. Sei sempre stata così schietta. Se
ci fosse Luca direbbe…»
«Allora lo vedi spesso?»
Si strinse nelle spalle. «Passa di qui con i suoi giovani. Non credo che si
senta benvenuto a casa, e… insomma, con me è sempre stato più gentile di te
e di Tomaso. Non ci sentivamo poi tanto stupidi, quando eravamo insieme».
Quelle parole mi ferirono più a fondo di quanto anni di rabbia o di scherno
da parte sua avessero mai fatto. Fino a che punto la mia arroganza aveva
nuociuto alla famiglia?
«Mi dispiace, Plautilla» dissi. «Non sono stata una buona sorella per te. Se
me lo permetterai, d’ora in avanti cercherò di farmi perdonare».
Si piegò verso di me e i nostri ventri si toccarono. Mi sorpresi a
immaginare le figure di Maria e di Elisabetta: due giovani donne in attesa, un
ventre che sfiora l’altro mentre insieme lodano le misteriose vie del Signore,
una scena evocata in una decina di affreschi in tutta la città. In un certo senso
avevo ragione, le vie del Signore erano misteriose. E sebbene Plautilla e
Alessandra non nutrissero santi semi in grembo, potevano tuttavia avere una
serena rivelazione del loro amore reciproco.
Riposammo insieme così finché Erila tornò con una pozione preparata da
lei. Plautilla si decise a prenderla e poi rimanemmo con lei fino a quando si
addormentò.
Il suo viso, nella quiete del sonno, diventò più bello.
«I focolari domestici e le famiglie che si disgregano: non credo sia questo
che Dio vorrebbe da noi» dissi mentre la vegliavamo. «Quell’uomo sta
distruggendo la città».
«Ora non più» disse Erila, scrollando il capo. «Ora sta distruggendo
soltanto se stesso».
40.

Era sera inoltrata quando prendemmo la via del ritorno. Maurizio – forse un
po’ spaventato dalla prospettiva di occuparsi della moglie così sconvolta –
insistette perché ci trattenessimo, ma tutt’e due volevamo ritrovarci a casa
nostra e rifiutammo cortesemente.
Le strade erano diverse dalla notte in cui avevamo condotto da noi il
pittore. Piovigginava e il freddo faceva apparire l’oscurità ancora più
profonda. Ma non si trattava soltanto della stagione. L’atmosfera stessa della
città era cambiata. Nelle ultime settimane, dopo la scomunica, l’opposizione
aveva cominciato a dare segni di vita. Con il potere papale alle spalle, i
sostenitori dei Medici si sentivano abbastanza forti da avventurarsi a
ricomparire in pubblico e gruppi di giovani, le cui famiglie avevano
probabilità di trarre vantaggi da un cambiamento di governo, avevano
cominciato a farsi vedere per le strade. C’erano perfino state alcune
scaramucce tra loro e gli angeli. Si diceva fossero stati i responsabili
dell’incidente nella cattedrale, quando qualcuno aveva imbrattato il pulpito di
grasso animale la notte prima che Savonarola ci salisse per parlare. Poi,
durante il sermone, una grossa cassapanca era stata lasciata cadere dall’alto
nella navata, fracassandosi sul pavimento di pietra e seminando il panico tra i
fedeli. Per una volta, la voce del dissenso si era dimostrata più forte di quella
del monaco.
Per tornare indietro dalla casa di mia sorella dovemmo passare davanti
all’imponente facciata in pietra di Palazzo Medici, ora sbarrato e
saccheggiato, poi a sud del Battistero e quindi prendere via Porta Rossa, a
ovest. A metà circa della strada deserta scorsi la figura massiccia di un
domenicano che usciva furtivamente dall’ombra di una delle strette traverse.
Aveva il cappuccio calato, le mani intrecciate nascoste nelle maniche, e il
marrone scuro del saio lo rendeva quasi invisibile nell’oscurità. Quando gli
fummo più vicine, agitò le braccia per fermarci. Ci preparammo a un
interrogatorio.
«Buonasera a voi, figlie di Dio».
Rispondemmo chinando la testa.
«Siete fuori a tarda ora, buone sorelle. Sapete certo che tale violazione è
proibita dal nostro nobile Savonarola. Siete sole?»
«Come vedete, padre. Ma stiamo compiendo un’opera di carità» disse
prontamente Erila. «La sorella della mia padrona ha perso la sua figlioletta a
causa della peste. Le abbiamo portato conforto e preghiere».
«In tal caso la mancanza è lieve» mormorò lui, la faccia sempre celata dal
cappuccio. «E adesso Dio vi ha mandato a compiere un’altra opera di carità.
C’è una donna ferita, qui vicino. L’ho trovata sulla soglia di una chiesa. Mi
occorre aiuto per soccorrerla».
«Naturalmente» intervenni io. «Volete venire con noi e mostrarci dov’è?»
Scosse la testa. «Il vicolo è troppo stretto per il vostro carro. Lasciatelo
qui: andremo insieme a piedi ad aiutarla».
Scendemmo e legammo il cavallo. Dietro di noi non c’era anima viva e
solo buio pesto nel vicolo che l’uomo c’indicava. Si viveva tutti in una tale
tensione che nemmeno il suo abito mi rassicurava completamente. Scacciai le
mie paure. Il domenicano ci precedeva a passo svelto, il cappuccio sempre
calato, il saio fradicio di pioggia. Non era passato molto tempo da che i
Domenicani percorrevano le strade come se ne fossero i padroni, eppure
quello sembrava quasi temere di essere visto. Un fatto era certo: il vento stava
cambiando.
Da una via nei pressi venne un grido, di sorpresa o forse di dolore. Poi uno
scroscio di risa sfrenate. Sbirciai nervosamente Erila. «Quant’è lontana,
padre?» domandò lei mentre attraversavamo via delle Terme solo per
imboccare un’altra stradina, sempre al buio.
«Ecco, figliola, proprio qui, ai Santi Apostoli. Non sentite le sue grida?»
Ma io non sentivo niente. A sinistra si profilò l’ingresso della chiesa, il
pesante portale sbarrato. Adesso potevamo appena distinguere una figura,
confusa nell’ombra: una donna accasciata sui gradini, la testa china sul petto,
come fosse troppo stanca per alzarsi.
Erila le arrivò vicino prima di me, si piegò sulle ginocchia e tese subito una
mano per fermarmi.
«Padre» disse in fretta, «non è malata. È morta. È coperta di sangue».
«Ah, ah, no. Povero me. Si muoveva, quando l’ho lasciata. Ho tentato di
arrestare il flusso con le mani». Sollevò le braccia e le maniche gli
scivolarono indietro, così che potei vedere le chiazze di sangue anche
nell’oscurità. Il domenicano s’inginocchiò accanto alla giovane donna.
«Povera creatura. Povera cara creatura. Ma almeno adesso è con Dio».
Sì, forse era con Dio, ma il suo doveva essere stato un cammino doloroso.
Da sopra la spalla di Erila intravedevo il suo petto ridotto a un ammasso
sanguinolento. Per la prima volta da molti mesi sentii la bocca piena di saliva.
Erila si rimise rapidamente in piedi e mi accorsi che anche lei era scossa.
Il monaco alzò gli occhi su di noi. «Dobbiamo pregare per lei. In
qualunque modo sia vissuta questa infelice, la condurremo alla salvezza con i
nostri canti e le nostre preghiere».
Cominciò a cantare con voce roca, gracchiante. E all’improvviso riconobbi
qualcosa in lui: il mantello scuro e l’eco di una voce in un altro momento, al
buio, che mi aveva fatto sudare di paura. D’istinto, feci un passo indietro.
S’interruppe. «Venite, sorelle». Questa volta il tono era aspro. «In ginocchio,
tutt’e due».
Erila si parò con fermezza tra me e lui. «Mi dispiace, padre, non possiamo
rimanere. La mia padrona aspetta un bambino e si buscherà un raffreddore, se
non la porto a casa. Di questi tempi, non è sicuro per una donna incinta
trovarsi per strada».
Il monaco spostò lo sguardo su di me, come se mi vedesse bene soltanto
allora. «Un bambino? Generato nell’amore di Dio?» Mentre parlava il
cappuccio gli cadde sulle spalle e potei vedere una faccia pallida, larga come
quella della luna e butterata. Pietra pomice, pensai. Un domenicano con la
faccia butterata come pietra pomice che vedeva Firenze come una sentina di
vizi. Quanto tempo prima Erila mi aveva raccontato quella storia? Però
sapevo che anche lei la ricordava.
«Sicuro, nel più grande amore di Dio» rispose Erila al posto mio,
spingendomi via. «Nel grande amore di Dio e prossimo alla nascita. Vi
manderemo un aiuto da casa. Abitiamo qui vicino».
Lui la fissò, poi piegò la testa sul petto e riportò la sua attenzione sul
cadavere. Tese una mano al di sopra del petto della donna, dove c’era più
sangue, e ricominciò a cantare.
Tornammo incespicando al carro. L’oscurità era quasi impenetrabile ed
Erila stringeva la mia mano nella sua. I nostri palmi erano appiccicosi per la
paura.
«Che cos’è successo là?» domandai affannosamente, mentre salivamo sul
carro e frustavamo il cavallo.
«Non lo so, però ti dico una cosa. Quella donna era morta da un pezzo. E
lui puzzava del suo sangue».
Arrivate a casa trovammo il portone aperto e lo stalliere e Cristoforo che
aspettavano in cortile.
«Grazie al cielo siete tornata. Dove siete stata?»
«Scusate» risposi, mentre mi aiutava a scendere. «Siamo state trattenute
lungo la strada. Noi…»
«Vi ho fatta cercare in tutta la città. Non dovreste essere fuori a un’ora così
tarda».
«Lo so. Scusate» ripetei. Gli porsi la mano; lui l’afferrò e la strinse forte e
sentii l’ansia abbandonarlo, come una marea che si ritiri rapidamente. «Ma
adesso siamo tornate, sane e salve. Venite, andiamo a sederci al caldo e vi
racconterò che cosa ho visto stasera».
«Non ce n’è il tempo». Dietro di noi, lo stalliere stava togliendo i finimenti
al cavallo. Cristoforo aspettò che non fosse più a portata d’orecchio. Erila era
vicino a noi. Intuii l’esitazione di mio marito e le feci cenno di andare. «Che
c’è? Di che si tratta? Ditemi».
«Una brutta notizia».
«Una brutta notizia? Che cosa può esserci di più brutto di una morte e
forse per mano di un assassino?»
Non so nemmeno se mi avesse udito. «Tomaso è stato arrestato».
«Che cosa? Quando?»
«L’hanno preso oggi pomeriggio».
«Ma chi…» M’interruppi. «Luca. Naturale…»
M’interruppi nuovamente. Alla luce delle torce, ci fissammo negli occhi.
Ci misi un po’ a trovare le parole. «È senz’altro solo un avvertimento»
bisbigliai. «È giovane. Probabilmente vogliono spaventarlo». Lui non aprì
bocca. «Andrà tutto bene. Tomaso non è uno sciocco. Se non sa essere forte,
sarà almeno astuto».
Mio marito mostrò un sorriso triste. «Alessandra, non è una questione di
forza, ma di tempo». Una pausa. «In questi ultimi mesi non mi sono preso
abbastanza cura di lui». Lo disse in tono tanto sommesso che non sono
nemmeno sicura che siano state queste le sue parole.
«Non è il momento per queste cose» replicai in fretta. «Forse tutti noi non
ci siamo presi abbastanza cura l’uno dell’altro. E forse è successo tutto per
questo. Ma ora non bisogna arrendersi. L’avete detto voi stesso. Ora la voce
del monaco non è l’unica in città. Non oserebbero venire a prendervi. Il
vostro nome è troppo illustre e il vento sta cambiando troppo in fretta tra loro.
Venite, andiamo in casa a parlare».
Restammo svegli tutta la notte, fissando le fiamme come avevamo fatto in
quelle poche settimane di serenità subito dopo le nozze, prima che il veleno
della gelosia m’intossicasse. Adesso era lui ad avere bisogno d’aiuto, ma
sebbene gliene dessi il più possibile, non bastava. Ogni volta che si faceva
silenzioso, intuivo quello che stava pensando. Come ci si sente quando si sa
che la persona amata soffre? Quando, pur tappandosi le orecchie con tutte le
forze, si odono ugualmente le sue grida? Anche se non potevo in tutta onestà
affermare di amare mio fratello, al pensiero di quello che forse stava subendo
in quel momento mi si torcevano le viscere. E quanto più orribile doveva
essere per mio marito, che aveva adorato quel corpo perfetto mentre lo teneva
fra le braccia? Una volta subito il supplizio della corda, non sarebbe più stato
perfetto.
«Parlate con me, Cristoforo. Parlare aiuta. Ditemi. Dovete aver pensato a
questo momento, a quello che entrambi avreste fatto, se fosse arrivato».
Scosse la testa. «Tomaso non si è mai preoccupato del futuro. Tutto il suo
talento era rivolto al presente. Era capace di rendere l’attimo talmente
sublime da far quasi credere che non sarebbe mai finito».
«Così adesso imparerà. Nessuno di noi sa come reagirà finché non è messo
alla prova. Magari sorprenderà entrambi».
«Ha paura del dolore».
«Chi di noi non l’ha?»
Mi ero spesso posta delle domande sul supplizio della corda. Forse se le
facevano tutti. Certi giorni d’estate, quando si passava davanti al Bargello e
tutte le finestre erano aperte per il caldo, si potevano cogliere le grida di
dolore salire dall’interno e si affrettava il passo, rassicurati dal sapere che non
si trattava di una persona conosciuta, oppure che erano criminali, o peccatori,
e che comunque non si poteva fare niente. Però si poteva sempre immaginare.
Scopo della tortura era spezzare la volontà spezzando il corpo. C’era un
milione di altri sistemi – tenaglie e fuoco, funi e fruste –, ma le ferite si
chiudevano e restavano le cicatrici; mentre dopo il supplizio della corda, se
praticato nel modo giusto, non c’era possibilità di guarigione. Lo sventurato
veniva sollevato per le braccia legate dritte dietro la schiena, poi lasciato
cadere più e più volte da una grande altezza: la sollecitazione era tanto
violenta che era solo questione di tempo prima che tendini e muscoli si
spezzassero e si lacerassero, e le giunture si disarticolassero. Alcuni la
ritenevano una tortura appropriata in quanto riecheggiava la Crocifissione, in
cui le braccia del Signore erano state straziate dal peso del corpo inchiodato
alla croce. La differenza stava nel fatto che non si moriva. O per lo meno non
abitualmente. Si diceva che, una volta tagliata la corda, l’infelice crollasse a
terra come una bambola di pezza. A volte, anni dopo, li si vedeva per la
strada, i sopravvissuti: esseri menomati che si muovevano contorcendosi e
vacillando, le membra disuguali, tutte un tremore. Insieme alla bellezza, Dio
ha dato all’uomo una grande fragilità. La Bibbia dice che prima della Caduta
non conoscevamo il dolore e che dobbiamo il nostro soffrire alla
disobbedienza di Eva. Pare difficile credere che Dio avesse inflitto un castigo
simile per un unico peccato, quantunque grave. Certo il dolore esiste anche
per rammentarci la transitorietà e l’imperfezione del corpo in confronto allo
splendore dell’anima. Eppure sembra così crudele…
«Alessandra…»
«Scusate?» I miei pensieri erano persi in quelle fiamme e non avevo udito
la sua voce.
«Siete stanca. Perché non andate a letto? È inutile che aspettiamo tutt’e
due».
Feci segno di no. «Voglio restare con voi. Avete idea di quanto sarà lunga
l’attesa?»
«No. Uno degli uomini che hanno preso in estate… l’ho visto prima che
andasse in esilio. Mi ha raccontato com’è stato per lui. Ha detto che alcuni
hanno fatto subito dei nomi, per evitare il supplizio. Ma le confessioni senza
tortura sono considerate inattendibili».
«Così hanno confessato due volte, prima e dopo. Chissà se i nomi erano
sempre gli stessi».
Cristoforo alzò le spalle. «Vedremo».
Rimasi sveglia ancora un po’, ma come Pietro che quell’ultima notte aveva
fatto la guardia nel giardino, durante l’agonia di Cristo, sentivo le palpebre
diventare sempre più pesanti. Era stata una giornata molto lunga e talvolta
sembrava che fosse il bambino a regolare la mia veglia e il mio sonno.
«Venite».
Alzai gli occhi: Cristoforo era ritto davanti a me. Gli porsi la mano. Mi
accompagnò in camera e mi aiutò a mettermi a letto. «Devo chiamare Erila?»
«No, no, lasciatela dormire. Mi stendo qui un pochino». E così feci.
In seguito, la prima cosa che ricordo è che sentii Cristoforo salire sul letto
e spostarsi con cautela sempre più vicino a me finché i nostri corpi si
trovarono fianco a fianco, come una coppia scolpita in morte nella pietra di
una cappella. Sembrava sforzarsi di non svegliarmi, così non gli lasciai capire
che non c’era riuscito. Dopo un po’ allungò il braccio sopra il mio ventre fino
a posare il cavo della mano al sommo della sua dolce rotondità. Pensai a
Plautilla, alla figlia che aveva perso, al monaco, alla donna con il petto
insanguinato, e infine pensai a Nostra Signora, così serena e ricca di
benedizioni. E in quel mentre sentii il bambino muoversi.
«Ah» mormorò Cristoforo. «Si prepara a fare il suo ingresso nel mondo».
«Mhm» dissi, la voce assonnata. «È stato un calcio bello forte».
«Chissà come sarà. Con i maestri adatti, avrà certo una mente brillante
quanto un fiorino appena uscito dalla zecca».
«E un occhio che saprà distinguere una statua greca nuova da una antica».
Avvertivo il calore della sua mano sul grembo gonfio. «Eppure spero che
troverà più facile amare Dio e insieme l’arte, senza confusione né paura. Mi
piacerebbe immaginare una Firenze che avesse posto per l’uno e per l’altra,
in futuro».
«Sì, piacerebbe anche a me».
Nel silenzio che era sceso, allungai una mano e la posai delicatamente sulla
sua.
Arrivarono alle prime luci del giorno e svegliarono tutta la casa bussando
rumorosamente. In tutte le storie del genere, le cattive notizie arrivano
all’alba, come se il giorno non potesse vivere con l’inganno della falsa
speranza.
Il rumore svegliò me, ma mio marito era già in piedi da tempo. Il bambino
era ormai così grosso e io ero talmente stanca che ci misi un bel po’ per
alzarmi dal letto e scendere le scale. Quando arrivai giù, il portone era già
spalancato e il messaggero era nella corte. C’era anche Erila, ma d’altra parte,
in tempi come quelli, le voci trapelavano da pertugi invisibili.
Mi ero aspettata dei soldati. O addirittura – Dio ci scampi! – Luca e la sua
brigata. Invece si trattava di un solo uomo anziano.
«Padrona Alessandra!» Mi ci volle qualche istante per riconoscere il marito
di Lodovica, invecchiato dalle fatiche.
«Andrea, che c’è? Cos’è successo?»
Aveva un’aria talmente funerea che mi chiesi se fosse potuta accadere
qualche altra disgrazia.
«Mio padre!» esclamai. «Si tratta di mio padre? È morto?»
«No, no. Vostro padre sta bene, padrona». Fece una pausa. «Mi ha
mandato vostra madre per dirvi che questa mattina presto sono tornati i
soldati. E hanno portato via il pittore».
Sicché, in fin dei conti, Tomaso aveva combattuto il dolore con l’astuzia.
41.

Non avvertivo alcun movimento in grembo. Vi posai le mani sopra,


premendo appena finché tastai un tratto di gamba e una natica puntati contro
la parete del ventre. Premetti ancora un po’, ma non ci fu risposta. Mi sforzai
di non cadere nel panico. Talvolta il sonno può somigliare alla morte, anche
quando non si è ancora nati.
«Alessandra». La sua voce mi fece spalancare gli occhi. La mia fedele
Erila, seduta accanto a me, mi fissava intensamente. In piedi dietro di lei
c’era Cristoforo, il sole mattutino come un alone intorno alla testa. Riportai lo
sguardo su Erila e sui suoi occhi. Attenta, mi dicevano. Ogni passo che farai
ora renderà la tua vita più pericolosa. E non posso esserci io ad aiutarti.
Le sorrisi. Ecco perché sapeva leggere la mano e vedere presagi nel modo
in cui i semi di girasole si spargevano a terra. Volevo che rimanesse per
sempre al mio fianco, così da insegnarmi come affrontare la vita, affinché io
potessi a mia volta trasmettere quella capacità al mio bambino. Capisco, le
dissi senza parlare, farò del mio meglio.
«Ehi, che cosa è successo?» La mia voce suonava lontanissima.
«Niente. Siete solo svenuta per qualche secondo, tutto qui». Quella di mio
marito tradiva un immenso sollievo.
«E il bambino…»
«…dorme di sicuro» m’interruppe Erila. «Come dovreste fare anche voi.
In questo periodo, ogni emozione eccessiva può nuocere a tutt’e due».
«Lo so». Mi tirai su, le presi la mano e gliela strinsi per un attimo con
forza. «Grazie, Erila. Adesso puoi lasciarci».
Lei annuì e uscì senza voltarsi. La guardai andare via, i capelli sciolti simili
a uno sciame di mosche infuriate intorno alla testa.
«Non vi hanno arrestato». Sorrisi a mio marito. «Il sollievo dev’essere
stato troppo grande per me». Nel momento in cui lo dicevo, avvertii
un’ondata di nausea montarmi dentro. Adesso lo so, pensai. Adesso so cosa
provavi: il terrore cieco che viene dall’immaginare quello che sta accadendo
alla persona amata, anche adesso, nel momento preciso in cui si formula tale
pensiero. Deglutii e tentai di nuovo. «Sapete, Plautilla dice che il parto è
doloroso quanto il supplizio della corda. Eppure non riesco a crederci, perché
il parto ha a che fare con la vita e questo lo si capisce quando arriva il
dolore».
«Vostra sorella non sa niente di queste cose» commentò seccamente lui.
«No. Cristoforo…» Sentii la mia voce tremare.
«Vi ascolto».
«Cristoforo, sono così contenta che non sia toccato a voi. Così contenta…»
Tacqui un istante. «Ma voi sapete che tutto questo è accaduto perché Tomaso
mi odia. Lui…» M’interruppi di nuovo, vedendo gli occhi di Erila davanti a
me. «…avrebbe potuto fare una decina di altri nomi. Sa del mio grande
amore per l’arte e di quanto devo agli incoraggiamenti del pittore». Mi era
difficile sostenere il suo sguardo. «Tortureranno anche lui, vero?»
Annuì. «Se hanno fatto il suo nome, sì. È la legge».
«Ma lui non sa niente. Non conosce nessuno, quindi non avrà nomi da
denunziare. Ma loro non lo ascolteranno. Voi sapete cosa succederà,
Cristoforo. Sapete cosa faranno… continueranno, ancora e ancora, finché
parlerà, e così gli spezzeranno le giunture delle braccia. E senza le braccia…»
«Lo so, Alessandra. Lo so». La sua voce era brusca. «So perfettamente che
cosa succede a questo punto».
«Mi dispiace». Nonostante la cautela che mi ero prefissa, ora piangevo
apertamente. «Mi dispiace. So che non è colpa vostra». Cominciai ad alzarmi.
«Devo andare da loro».
Venne verso di me. «Non siate sciocca».
«No. No. Devo andare. Devo dirglielo. Se non mi credono, possono
sottopormi a un interrogatorio. La legge proibisce che si torturino donne
incinte, quindi saranno costretti ad accettare la mia parola».
«Aaah, questa è stupidità bella e buona. Non vi ascolteranno mai. Farete
più male che bene e coinvolgerete tutti noi nella loro dannata colpa».
«La loro colpa? Ma…»
«Ascoltate…»
«Non è la loro colpa. È…»
«Perdio, ho già mandato…»
Le nostre voci s’incrociavano rabbiosamente. Immaginavo Erila allarmata,
fuori dalla porta, che cercava di capire qualcosa di quello scontro. Tacqui
all’improvviso. «Che cosa avete detto?»
«Ho detto – se potete stare calma e ascoltare – che ho già mandato
qualcuno alla prigione».
«Qualcuno chi?»
«Una persona che forse ascolteranno. Potete pensare quello che volete di
vostro fratello, e per certi aspetti potrei pensarlo anch’io, ma non vorrei che
poteste credere che lascerei soffrire un innocente al posto mio».
«Oh, non avrete confessato?»
Sbottò in una risata amara. «Non sono così coraggioso. Però ho trovato il
modo di arrivare a quelli ai quali spettano queste decisioni. Nelle ore in cui
dormivate sono accaduti fatti importanti. La storia corre più in fretta
dell’Arno in piena e le cose cambiano anche mentre stiamo parlando».
«Che cosa vorreste dire?»
«Voglio dire che il suo potere adesso è veramente in pericolo».
«Come?»
«Ieri il generale dei Francescani l’ha attaccato apertamente, dicendo che
non è un profeta ma un pazzo dissennato e che la città rischia la dannazione,
seguendolo. Per dimostrarlo, l’ha sfidato a una prova del fuoco».
«Cioè?»
«Cammineranno tutt’e due tra le fiamme per appurare se Savonarola è
veramente sotto la protezione di Dio».
«Oh, Madre santissima! Ma che ci succede? Siamo diventati barbari?»
«Eh, sì. Ma è spettacolo, e di questi tempi è un ottimo sostituto della
riflessione. Stanno già preparando la legna in Piazza della Signoria».
«E se vince Savonarola?»
«Non siate ingenua, Alessandra. Nessuno dei due vincerà. Servirà solo a
istigare la folla. Ma il monaco ha già perso. Questa mattina ha annunciato che
l’opera del Signore è più importante di queste prove, e ha nominato un
confratello al suo posto».
«Ah, ma allora si è rivelato non solo un impostore, ma anche un codardo».
«Lui non la vedrebbe così, però questo è il messaggio che arriverà al
popolo. Per di più… significa che la Signoria non deve più schierarsi con lui.
È la scusa che aspettano dal giorno della sua scomunica…»
«Quindi pensate…»
«Penso ci sia una possibilità che tutto crolli, ora. Nessuno, per quanto
umile sia la sua posizione, vuole seguire un capo destinato a essere distrutto.
In periodi simili, è fin troppo facile che il torturatore diventi il torturato. Ai
vecchi tempi, su quei crimini si poteva trattare con l’aiuto di influenze e del
denaro. Dobbiamo sperare e pregare che si possa percorrere di nuovo questa
strada».
«Dunque pagherete per farli uscire di prigione?»
«Se è possibile, sì».
«Oh, Dio!» e ricominciai a piangere, incapace di frenare le lacrime. «Oh,
Dio. Viviamo nella follia. Che ne sarà di noi?»
«Che ne sarà di noi?» Cristoforo scosse malinconicamente la testa.
«Faremo quello che potremo, vivremo la vita che ci è stata data e pregheremo
che Savonarola sia in errore e che Dio, nella sua eterna misericordia, possa
amare tanto i peccatori quanto i santi».
42.

Dopo un giorno interminabile venne la sera, poi passarono altre lunghe ore.
Verso mezzanotte arrivò un messaggio per Cristoforo, che uscì
immediatamente. Fuori, la città non voleva addormentarsi. Sembrava tornata
al passato, con tanto movimento a ore così tarde. Tenendo le finestre aperte si
poteva udire il baccano nella piazza.
Per stare più tranquille andammo nel mio studio. Continuavo a pensare alla
mattina prima del mio matrimonio, quando la Vacca aveva suonato e mia
madre non mi aveva permesso di uscire a vedere che cosa stesse accadendo.
Proprio come lei aveva assistito alla violenza dei Pazzi con me nel ventre, ora
anche vicino a me si svolgevano fatti di sangue, mentre la mia gravidanza
volgeva al termine. Mi sforzai di dipingere per acquietare il panico, ma
adesso persino i colori sembravano più sbiaditi e non riuscivano a placare il
mio cervello in tumulto.
Poco dopo l’alba il portone principale si aprì e udimmo il suono dei suoi
passi sui gradini di pietta. Erila, che si era addormentata, si svegliò in un
lampo. Quando Cristoforo entrò, ero in piedi e gli sarei andata incontro, se lei
non mi avesse fermato con un’occhiata ammonitrice. «Benvenuto a casa,
marito» mormorai. «Come state?»
«lI vostro pittore è stato liberato».
«Oh». Nel portare la mano alla bocca sentii ancora gli occhi di Erila su di
me. «E… Tomaso?»
Lui rimase in silenzio per qualche istante. «Non abbiamo potuto sapere
niente di Tomaso. Non è più in prigione. Nessuno sa dove sia».
«Ma… ovunque sia, sarà certo al sicuro. Lo troverete».
«Dobbiamo sperarlo, sì».
Tuttavia entrambi sapevamo che non era un fatto così scontato. Non
sarebbe stato il primo prigioniero a sparire dal carcere senza lasciare tracce.
Però qui si trattava di Tomaso. Una vita all’insegna della baldanza come la
sua non poteva finire sul fondo di un carro, sotto un sudario improvvisato.
«Che altro?»
Lanciò uno sguardo a Erila. Lei si alzò, ma le posai una mano sul braccio.
«Cristoforo, sa tutto quello che c’è tra noi. Le affiderei la mia vita. In un
momento come questo, credo che dovrebbe ascoltare il resto».
Lui la fissò brevemente, come se la vedesse per la prima volta. Erila chinò
umilmente il capo. «Bene. Cos’altro volete sapere?» domandò stancamente
mio marito.
«L’hanno… Sì, ecco…»
«Siamo stati fortunati. I carcerieri erano più interessati alle notizie del
giorno che al loro lavoro. L’abbiamo trovato prima che gli accadesse il
peggio». Avrei voluto chiedere di più, ma non sapevo come fare. «Non
preoccupatevi, Alessandra, il vostro prezioso pittore terrà ancora in mano i
pennelli».
«Grazie».
«Forse dovreste aspettare a ringraziarmi. Non avete ancora sentito tutto.
L’hanno liberato, ma le accuse rimangono. Come straniero è stato punito con
l’esilio. Con effetto immediato. Ho parlato con vostra madre e scritto qualche
lettera di presentazione a certi conoscenti a Roma. Lì sarà al sicuro. Se ha
conservato il suo talento, sapranno come utilizzarlo. È stato già allontanato da
Firenze».
Già allontanato. Ma che cosa avevo creduto, che non ci fosse un prezzo da
pagare per la sua libertà? Già allontanato. Il mondo sembrò vacillare per
qualche secondo, e a un tratto compresi come, attraverso le svolte del destino,
la vita possa trascinare alla disperazione… ma ora non potevo permettere che
accadesse a me. Vidi mio marito fissarmi e nella sua espressione, pensai,
c’era una tristezza mai vista prima. Deglutii a vuoto. «Che cosa potete fare di
più riguardo a Tomaso?»
Si strinse nelle spalle. «Possiamo continuare a cercarlo. Se è a Firenze, lo
troveremo».
«Oh, sono sicura che ce la farete!»
Aveva un’aria molto stanca. Sul tavolo c’era una caraffa di vino. Gli portai
un bicchiere, curvandomi quanto il mio ventre mi consentiva per servirlo. Lui
bevve un lungo sorso, poi appoggiò la testa alla spalliera della sedia. Avevo
l’impressione che la sua pelle fosse diventata giallastra e cascante per le
preoccupazioni di quella nottata, così che ora la sua faccia era quella di un
vecchio. Posai una mano sulla sua. Lui la fissò, ma non si mosse.
«E quanto alla città?» ripresi. «Ci sarà ugualmente la prova del fuoco?»
Lui scrollò la testa. «Ah, diventa sempre più una farsa. Adesso il
francescano dice che camminerà tra le fiamme soltanto con Savonarola. Così
anche il suo posto verrà preso da un altro frate».
«Nel qual caso non ha più senso».
«Precisamente, salvo dimostrare che il fuoco brucia. Tanto varrebbe che
camminassero sulle acque dell’Arno e si giudicasse chi dei due si è bagnato i
piedi».
«Allora perché la Signoria non mette fine a tutto questo?»
«Perché la folla ne è entusiasta, e impedirlo adesso provocherebbe una
sommossa. Le autorità possono solo cercare di limitare i danni, denigrando i
frati con chiunque voglia ascoltare. Sono come topi sulla nave che affonda,
impazienti di saltare ma impauriti dall’acqua. Eppure godranno di una
magnifica vista dalle finestre, quando le fiamme cominceranno a lambire i
piedi di quei due».
C’era stato un tempo in cui notizie simili avrebbero potuto portare un
brivido di eccitazione, oltre che di terrore, e avrei potuto fantasticare sul
modo di sfuggire alle grinfie delle accompagnatrici per confondermi tra la
folla, per essere parte della storia. Ma ora non più. «Non posso pensare che
siamo caduti così in basso. Andrete ad assistere?»
«Io? No. Ho di meglio da fare nella vita che essere testimone
dell’umiliazione della mia città». Si rivolse a Erila. «E tu? A quel che sento,
di quello che succede a Firenze ne sai più della maggior parte dei nostri
governanti. Andrai ad assistere?»
Lei sostenne freddamente lo sguardo di Cristoforo. «Non mi piace l’odore
di carne bruciata» rispose a bassa voce.
«Buon per te. Possiamo solo sperare che non piaccia nemmeno a Dio e che
Lui intervenga in qualche modo».
E così fu.
Forse questa storia non è nota. A Firenze è diventata una leggenda: i due
frati si coprirono di vergogna, litigando e accapigliandosi, finché Dio scagliò
un fulmine che mise fine all’intera faccenda.
Se qualcuno volesse individuare il tipo di peccato, sarebbe l’orgoglio
quello che verrebbe con maggiore facilità alla mente. E se qualcuno volesse
spartire le colpe, dovrebbe senz’altro nominare per primi i Domenicani.
La prova del fuoco era fissata per il pomeriggio del giorno seguente, alla
vigilia della Domenica delle Palme. Sotto un cielo di piombo, i Francescani
furono puntuali e si comportarono, secondo i loro sostenitori, con umiltà e
timor di Dio. Al contrario i loro rivali, che avevano imparato dalla propria
guida l’importanza della teatralità, arrivarono in oltraggioso ritardo e alla fine
entrarono in piazza con una fastosa processione, preceduta da un grande
crocifisso e ingrossata da file di fedeli che cantavano laudi e salmi. E là,
proprio in fondo, ecco Savonarola in persona, orgoglioso e altero, che teneva
alta la particola consacrata.
Questo era troppo per i Francescani, i quali chiesero che venisse tolta
immediatamente da quelle mani di scomunicato. L’atmosfera s’inasprì
ulteriormente quando il sostituto di Savonarola, fra’ Domenico, annunciò
l’intenzione di portare con sé tra le fiamme tanto l’ostia quanto il crocifisso.
Il francescano, allora, rifiutò di muoversi. Alla fine, dopo furibonde trattative
– durante le quali il corridoio di fuoco bruciava sempre più alto e rovente –,
fra’ Domenico accettò di rinunciare al crocifisso ma non cedette sull’ostia.
Stavano ancora bisticciando come bambini quando Dio,
comprensibilmente esasperato dal loro chiasso e dalla loro arroganza,
squarciò i cieli con un violento temporale, rovesciando torrenti d’acqua sulle
fiamme e riempiendo la piazza di fumo e di confusione, così che al tramonto
la Signoria, contenta oltre misura che qualcuno avesse risolto la questione in
sua vece, sospese quel fiasco e ordinò alla folla di tornarsene a casa.
Quella notte Firenze la passò immersa negli umori avvelenati della
vergogna e della delusione.
43.

«Alzati».
«Che c’è? Cos’è successo?» La paura mi rese immediatamente vigile.
«Ssst. Zitta». Erila, china su di me, era vestita di tutto punto. «Non fare
domande. Alzati e vestiti, svelta. E non fare rumore». Obbedii, anche se il
bambino era ormai così grosso che impiegavo molto tempo persino a fare le
cose più semplici.
Mi aspettava in fondo alle scale. Era notte fonda. Quando feci per parlare,
lei mi posò un dito sulla bocca e lo premette contro le labbra. Poi mi prese
una mano, mi diede una rapida stretta e mi guidò verso il lato posteriore della
casa, dove si apriva la porta di servizio. Scivolammo fuori, in strada. Le
ultime tracce dell’inverno restavano nell’aria pungente.
«Ascolta, Alessandra. Dobbiamo muoverci a piedi, hai capito? Ci riesci?»
«No, se non mi dici dove andiamo».
«Non se ne parla. Te l’ho detto: niente domande. È meglio che tu non
sappia, davvero. Fidati di me. Non abbiamo molto tempo».
«Dimmi almeno se è un posto lontano».
«Abbastanza. La Porta di Giustizia».
La porta della città dove si erigevano i patiboli? Cominciai a parlare, ma
Erila si era già tuffata nell’oscurità.
Non eravamo le sole, fuori. La città, in subbuglio dopo la delusione della
giornata, brulicava di bande di uomini in cerca di divertimento. Noi due
tenevamo la testa ben coperta e sceglievamo le viuzze laterali, dove il buio
era più fitto. Un paio di volte Erila si fermò all’improvviso, trattenendomi,
tesa in ascolto, e in un’occasione sono sicura di avere udito qualcosa o
qualcuno alle nostre spalle. Lei fece qualche passo indietro per controllare,
scrutando nell’oscurità, poi riprese subito il cammino, trascinandomi ancora
più in fretta. Superammo i resti delle barricate di quel giorno, ma evitammo
la piazza prendendo a nord, vicino alla casa di mio padre, poi tagliando dietro
Santa Croce, finché sbucammo in via de’ Malcontenti, la strada cupa e triste
che i condannati erano costretti a percorrere, assistiti da frati in saio nero.
Il bambino era sveglio e si muoveva, irrequieto, benché ormai avesse meno
spazio per farlo. Sentii un gomito, o forse un ginocchio, scivolare a fatica
dentro il mio ventre. «Erila, fermati. Ti prego. Non posso andare così in
fretta».
Si spazientì. «E invece devi. Non ci aspetteranno».
Dietro di noi, le campane di Santa Croce cominciarono a suonare l’inizio
del turno di guardia delle tre del mattino. Qui le strade cedevano il posto alla
campagna, con gli orti e i giardini del monastero di Santa Croce su entrambi i
lati; più avanti la porta, circondata dalle massicce mura della città. Ricordai
Tomaso che mi raccontava come d’estate quei luoghi fossero un ottimo
terreno per le attività ricreative. Io immaginavo giovani donne dai sorrisi
civettuoli, ma lui stava indubbiamente parlando d’altro. Ma ora l’atmosfera
era quella di un diverso genere di trasgressione e la distesa di sterpaglie che
conduceva alla porta era deserta.
«Signore Iddio, spero che non sia troppo tardi» mormorò Erila. Mi spinse
nell’ombra di un grosso albero. «Non muoverti di qui» ordinò. «Torno
subito».
Scomparve nell’oscurità e io mi appoggiai al tronco. Ansimavo per lo
sforzo e mi tremavano le gambe. Mi sembrò di sentire qualcosa muoversi alla
mia sinistra e mi girai di scatto, ma non c’era niente. Alla porta dovevano
esserci dei soldati: alle tre cambiava la guardia. Perché l’ora era così
importante?
«Erila?» bisbigliai dopo un po’.
Adesso il silenzio era profondo e l’oscurità della campagna incuteva più
paura delle strade. Avvertii una fitta breve e acuta al basso ventre, ma se
fosse la paura o il bambino era difficile dirlo. Dal buio sotto le mura vidi
emergere una figura: Erila, che un po’ camminava, un po’ correva. Quando
mi raggiunse, mi afferrò una mano.
«Alessandra, dobbiamo tornare a casa. Subito. So che sei stanca, ma
dobbiamo muoverci in fretta».
«Ma…»
«Niente ma. Ti dirò tutto, lo prometto, ma non adesso. Adesso cammina e
basta, ti prego». La nota di terrore che trapelava dalla sua voce, e che non
avevo mai udito prima, troncò le mie proteste. Mi teneva per mano e, quando
mi mancava il fiato, mi sorreggeva per il gomito. Dalla sterpaia tornammo
alle strade. I suoi occhi guizzavano dappertutto, cercando di leggere
l’oscurità. Arrivate in Piazza Santa Croce mi fermai, la grande facciata in
mattoni della chiesa che torreggiava su di noi.
«Devo fare una sosta, altrimenti starò male» dissi, la voce tremante per lo
sfinimento.
Erila annuì, continuando a voltare la testa in tutte le direzioni. La piazza
era un lago grigio sotto frastagliati raggi di luna, e l’unico rosone della chiesa
ci guardava dall’alto come l’occhio di un ciclope.
«Dunque, dimmi».
«Più tardi. Voglio…»
«No, adesso. Non mi muovo finché non mi dici tutto».
«Oh, santo cielo, ma non c’è tempo!»
«Allora rimaniamo qui».
Sapeva che parlavo sul serio. «Va bene. Questa sera, dopo che ti sei
addormentata, ero nella mia stanza quando tuo marito è venuto negli alloggi
della servitù. Ha parlato con il suo uomo. Ho sentito tutto quello che
dicevano. Gli ha ordinato di portare un lasciapassare alla Porta di Giustizia,
stasera. Era urgente: un tale, un pittore, sarebbe partito alle tre e il documento
gli occorreva per lasciare la città». Serrò con forza le palpebre. «Giuro che è
questo che ha detto. Ecco perché ti ho portato là. Pensavo…»
«Pensavi che potessi incontrarlo alla porta. E lui dov’era?»
«Non c’era. Né lui né il servitore. Non c’era nessuno».
«Perciò non era quella la porta. Dobbiamo andare…»
«No, no. Ascoltami. So quello che ho sentito». Un breve silenzio.
«Comincio a pensare che le loro parole fossero rivolte a me».
«Che significa?»
Si guardò rapidamente attorno. «Credo che tuo marito…»
«No… oh, Dio, no. Cristoforo non lo sa. Come potrebbe? È impossibile.
Non lo sa nessuno, oltre a noi due».
«E credi che tuo fratello non l’abbia indovinato» ribatté aspramente lei, «il
giorno in cui vi ha trovato nella cappella?»
«Probabilmente lo sospettava, ma non ha avuto mai occasione di rivelarlo
a Cristoforo. Li ho osservati minuto per minuto, mentre erano insieme. Non
gliel’ha detto. Lo so. E in seguito non si sono più visti, perché Tomaso è
scomparso». Erila mi fissò, poi si guardò i piedi. «Capisci?»
Sentii il panico salirmi in gola come vomito.
«Oh, Gesù mio. Se hai ragione… Se era una trappola…»
«Ascolta, io non penso più niente. So soltanto che, se non andiamo a casa,
ci scopriranno di certo».
Le leggevo dentro la paura. Non era abituata a sbagliarsi, la mia Erila, e
non era il momento di avere esitazioni. «Ora ascolta» le ingiunsi. «Sono
contenta che tu l’abbia fatto. Contenta, capisci? Non preoccuparti». Adesso
toccava a me rassicurarla. «Sto bene. Andiamo pure».
Camminavamo veloci, tornando sui nostri passi, così che il buio ci protesse
per la maggior parte del percorso. Se qualcuno ci avesse seguito, ce ne
saremmo sicuramente accorte. Adesso il bambino stava fermo, anche se la
fatica mi aveva provato duramente e avvertivo una sorda, dolorosa pressione
nel ventre, in basso. Tutt’intorno a noi si udivano grida. A sud di Santa Maria
del Fiore c’imbattemmo in un folto gruppo di giovani, armati e chiassosi,
diretti alla piazza della cattedrale. Erila mi spinse rapidamente nell’ombra, al
loro passaggio. All’alba si sarebbe celebrata in cattedrale la messa della
Domenica delle Palme; Savonarola non poteva predicare, ma sarebbe salito
sul pulpito uno dei suoi discepoli. In una città in cui il gioco d’azzardo
sarebbe presto tornato per le strade, non avrei accettato una scommessa sul
fatto che arrivasse a tenere il sermone.
Mentre tornavamo sulla via sentii come una pugnalata nella parte bassa
della schiena e mi lasciai sfuggire un ansito di dolore. Erila si voltò e vidi il
mio panico riflesso nei suoi occhi. «Tutto bene, tutto bene» dissi, tentando di
ridere, ma mi uscì di bocca un altro suono. «È solo un crampo».
«Dio mio» mormorò lei.
Le presi la mano e la strinsi forte. «Te l’ho detto, va tutto bene. Abbiamo
fatto un patto, io e questo bambino: non nascerà in una città governata da
Savonarola. E lui non se n’è ancora andato. Vieni. Non manca più molto;
forse potremmo camminare un po’ più piano, però».
La casa era immersa nel buio e nel silenzio. Scivolammo dentro dal portone
della servitù e salimmo le scale. La porta di mio marito era chiusa. Ero
talmente sfinita che quasi non riuscivo a spogliarmi. Erila mi aiutò, poi si
stese, vestita, su un giaciglio vicino alla porta. Sentivo che era preoccupata
per quei dolori. Prese qualche goccia della pozione di sua madre e me la
diede. Prima di addormentarmi mi posai le mani sul ventre, ma mentre prima
il bambino formava un alto monticello che saliva fin quasi alle costole,
adesso si era spostato in basso, e il suo corpo mi pesava sulla vescica.
Tuttavia secondo i calcoli sul calendario mancavano ancora tre settimane al
parto, e per quell’epoca ci sarebbero state levatrice e balia.
«Porta pazienza, piccolo mio» bisbigliai. «C’è ancora poco da aspettare.
Tanto la casa quanto la città saranno pronte per te».
Il bambino, fiducioso nella mia promessa, mi lasciò dormire.
44.

Quando mi svegliai, Erila non c’era e in casa regnava il silenzio. Mi sentivo


assonnata. La sua pozione mi aveva fatto bene. Rimasi un momento distesa,
cercando di calcolare l’ora dalla luce intorno a me. Doveva essere già
pomeriggio e tutti riposavano. Nel ventre avevo di nuovo quel dolore, come
se qualcuno mi passasse una striglia alla base dell’utero.
Andai alla porta e chiamai Erila. Nessuna risposta. Infilai una veste e mi
avviai lentamente giù per le scale. Cucine e alloggi della servitù erano deserti.
Vicino alla dispensa c’era un piccolo magazzino dove si tenevano i sacchi di
farina e la carne salata affumicata. Mentre ci passavo davanti, udii una sorta
di borbottio. Dentro, la figlia maggiore del cuoco, seduta sul pavimento con
un mucchio di quelle che sembravano uvette, le divideva in mucchietti più
piccoli e poi se le cacciava in bocca. Più robusta della sorella, era
sopravvissuta alla peste, ma il suo cervello era meno sviluppato del corpo e
questo le conferiva un’espressione ottusa. Alla sua età io recitavo Dante e i
verbi greci. Anche se adesso quelle capacità erano di scarsa utilità.
«Tancia?» Sussultò e nascose frettolosamente le uvette sotto la veste.
«Dov’è tuo padre?»
«Mio padre?… È andato a combattere la guerra».
«Quale guerra?»
«La guerra contro il monaco» rispose lei, come se fosse una cosa molto
divertente.
«E gli altri servitori?»
Si strinse nelle spalle. Non avevamo mai scambiato più di qualche parola,
io e lei, e ora sembrava che le facessi paura. Spettinata e con il ventre
enorme, dovevo essere una visione inquietante. «Rispondi. Non c’è nessuno
qui?»
«Il padrone ha detto che potevano andare tutti» disse ad alta voce. «Ma io
no».
«È andata anche la mia schiava?»
Mi guardò con aria assente.
«La donna nera» spiegai, spazientita. «È andata via anche lei?»
«Non so».
In quel momento mi sentii percorrere dalla prima ondata di dolore: una
fascia come di metallo intorno al basso ventre, che lo serrava con tale forza
da farmi temere che le viscere schizzassero sul pavimento. «Aaah». Senza
fiato, dovetti aggrapparmi allo stipite della porta per sostenermi. Lo spasmo
durò dieci o quindici secondi, poi diminuì. Non ora. Ti prego, mio Dio, non
ora. Non sono pronta.
Mentre mi tiravo su boccheggiando, la giovane mi fissava il ventre. «Il
bambino è grosso, padrona».
«Sì. Sì, è grosso. Tancia, ascoltami». E scandii le parole lentamente. «Ho
bisogno che tu faccia una cosa per me. Ho bisogno che tu vada a portare un
biglietto a casa di mia madre, vicino a Piazza Sant’Ambrogio. Hai capito?»
Mi fissò, poi fece una risatina. «Non posso, padrona. Non so dov’è e il
padrone ha detto che gli altri potevano andare a vedere la guerra, ma io
dovevo stare qui».
Chiusi gli occhi e trassi un profondo respiro. Mio Dio, ti supplico, sto
entrando in travaglio, dammi almeno Erila. Non lasciarmi sola in casa con
una ragazza idiota. Non era possibile che ci fossimo già. No, proprio no. Era
troppo presto. Ero sfinita e spaventata. Sarei tornata a dormire. Al risveglio
sarei stata bene, nella casa di nuovo piena di vita.
Salii con cautela le scale. Arrivata al primo piano udii un rumore: lo
stridere di una sedia o uno scuro che sbatteva sui cardini? Veniva dalla
galleria di Cristoforo. Mi avviai lentamente lungo il corridoio, le mani a
reggermi il ventre da sotto, e aprii la porta con una piccola spinta.
Dentro, il sole di un inizio di primavera precoce si riversava sul pavimento
e avvolgeva le statue in una luce dorata. Il corpo del Discobolo splendeva nel
suo caldo vigore.
«Buongiorno, moglie».
Toccò a me sobbalzare, ora. Mi girai e lo vidi seduto all’altro capo della
stanza, un libro in grembo; dietro di lui la statua di Bacco, languidamente
ebbro e pencolante dal basamento.
«Cristoforo. Mi avete spaventato. Che succede? Dove sono tutti gli altri?»
«Sono andati ad assistere allo svolgersi della storia, come un tempo non
vedevate l’ora di fare anche voi. La folla in tumulto ha interrotto la funzione
in cattedrale, questa mattina. I Domenicani si sono rifugiati a San Marco e
adesso vengono assediati nel monastero».
«Santo cielo! E Savonarola?»
«…È dentro con loro. Per lui c’è un mandato di arresto della Signoria. È
solo questione di tempo».
Così eravamo proprio alla fine. Mi colse di nuovo quel dolore lancinante.
A quanto pareva, il bambino aveva una disposizione per la politica. Tutto
sommato, era certamente figlio di mio marito.
«Ed Erila? È andata anche lei a guardare?»
«Erila? Non ditemi che la vostra fida Erila vi ha lasciato. Pensavo che
fosse sempre al vostro fianco… ovunque andaste». Tacque. Troppo tardi mi
resi conto del significato delle sue parole. «Avete dormito fino a tardi,
Alessandra. Dovete essere stata sveglia, questa notte. Cosa può avervi indotto
a farlo?»
«Io… sono stanca, Cristoforo, e ho l’impressione che il bambino possa
arrivare prima di quanto pensassimo».
«Perciò dovreste tornare a letto».
Adesso la sua distaccata, gelida cortesia era evidente. Quando aveva fatto
la prima comparsa? Era così anche quando era tornato con la notizia della
liberazione del pittore? Mi ero sentita così sollevata che, nonostante gli
ammonimenti di Erila, non avevo fatto abbastanza attenzione al suo
comportamento.
«Ci sono notizie di Tomaso?» dissi.
«Come mai lo chiedete?»
«Sto… stavo solo pregando perché venisse trovato».
Distolse lo sguardo da me, posandolo sulle statue. Se il discobolo non
fosse stato tanto concentrato nel suo atto, si sarebbe potuto pensare che stesse
ascoltando. «Senz’altro sapete che si dice come i grandi artisti possano dire
solo la verità nelle loro opere. Siete d’accordo, Alessandra?»
«Io… non so. Credo… sì».
«E direste che un bambino è un’opera d’arte di Dio?»
«…Certamente».
«Nel qual caso potrebbe essere possibile scoprire una menzogna in un
bambino?»
Sentivo la pelle diventare fredda e appiccicosa. «Non so cosa volete dire» e
colsi un leggero tremito nella mia voce.
«No?» Fece una pausa. «Vostro fratello è salvo».
«Oh, grazie a Dio. Come sta?»
«È… è cambiato. Credo che sia la parola più adatta».
«Gli hanno…?»
«Gli hanno cosa? Strappato la verità? Non si può mai dire, con Tomaso. A
volte mente in modo più credibile di quando dice la verità. In merito a
qualunque cosa».
Deglutii a vuoto. «Forse è bene che lo ricordiate, prima di credere a tutto
ciò che dice» mormorai.
«Può darsi. O forse la sua propensione per queste cose è comune alla
famiglia Cecchi».
Lo fissai. «Non vi ho mai mentito, Cristoforo».
«Davvero?» Non distolse lo sguardo dal mio. «Sono io il padre di vostro
figlio?»
Feci un profondo respiro. Ormai non potevo più tornare indietro.
«Non lo so».
Mi scrutò ancora per un momento, poi posò il libro e si alzò. «Bene, vi
ringrazio almeno per la vostra sincerità».
«Cristoforo… non è come pensate…»
M’interruppe freddamente. «Non penso niente. C’era un figlio, nel nostro
accordo. Le condizioni, a quanto ricordo, riguardavano più la discrezione che
la fedeltà. L’errore è stato il matrimonio. Avrei dovuto imparare dal passato
di vostra madre. Ora dovete scusarmi. Ho questioni di cui occuparmi».
«Come sarebbe a dire, il passato di mia madre?» Ma lui stava già
dirigendosi alla porta. «No, non andate, Cristoforo, vi prego. Neanche questa
è la verità». M’interruppi. Che cosa potevo dirgli? Quali parole potevano
raccontare dell’affetto e della sofferenza? «Dovete sapere che abbiamo
provato…» Nel profondo delle mie viscere la fascia di metallo ricominciò a
stringere, questa volta a un ritmo più serrato. Ora mi occorreva tutto il fiato
che avevo per resistere al dolore. «Ah… il bambino… vi prego, vi supplico di
rimanere… fino al ritorno di Erila. Non posso farcela da sola».
Mi guardò. Forse vide semplicemente un’altra menzogna. O forse il mio
corpo, che era stato così disgustoso per lui anche quando era intatto, ora gli
offriva solo la prospettiva di fiumi di sangue femminile.
«Manderò qualcuno» disse. Poi si voltò e uscì.
Mentre la porta si chiudeva alle sue spalle il dolore mi aggredì di nuovo,
simile a un anello di muscoli d’acciaio che mi affondasse nelle carni. Pensai
al serpente nel giardino dell’Eden, che bisbigliava all’orecchio di Eva e poi,
dopo averla fatta cedere alla tentazione, si avvolgeva intorno al ventre di lei e
stringeva, stringeva, finché un feto malformato ne sgusciava fuori. Perciò
sofferenza e peccato erano nati insieme. Questa volta mi piegai in due e
dovetti appoggiarmi al corpo di marmo di Bacco per aspettare la fine della
contrazione. Era più lunga e più forte. Contai fino a venti, poi fino a trenta.
Solo a trentacinque cominciò ad attenuarsi. Se il bambino osservava la sua
parte del patto, di sicuro Savonarola doveva essere già stato preso.
Naturalmente avevo sentito tante storie di travagli. A quale donna incinta
dopo Eva non è successo? Sapevo che comincia con una serie di dolori
crescenti, ritmici, mentre l’apertura dell’utero si dilata per far uscire il
bambino. Se però controllavo la respirazione e non perdevo la testa potevo
trovare il modo di dominarli, sempre che non durassero in eterno. Poi sarebbe
venuta la fase in cui la testa del bambino avrebbe cominciato a farsi strada
verso l’esterno: a quel punto si poteva solo spingere e sperare che Dio avesse
dato alla partoriente un corpo che non si lacerasse, com’era capitato a mia zia
e a mia madre prima di me.
Ma adesso non avrei pensato a loro. Prima dovevo arrivare nella mia
stanza. Ero a metà del corridoio quando venne la contrazione successiva, ma
questa volta ero preparata. Mi afferrai alla balaustra di pietra e tentai di
contare, mentre il respiro mi sfuggiva in una serie di mugolii sommessi. Il
dolore crebbe, raggiunse l’acme e continuò per un po’, poi prese a scemare.
Puoi farcela, pensai. Eppure le mie grida dovevano essere state più alte di
quanto mi rendessi conto perché vidi Tancia, in un angolo della corte, che
guardava in su verso di me, gli occhi sgranati per la paura.
«Tancia… io…»
Non finii la frase. Come mi raddrizzai, provai a un tratto l’imperioso
bisogno di urinare. Tentai disperatamente di trattenerlo, ma la pressione era
troppo forte. Udimmo tutt’e due il suono secco, come lo schiocco di una
frusta contro il muro: nel mio corpo si aprì qualcosa, e all’improvviso il
pavimento sotto di me s’inondò di acqua colorata di sangue. Sgorgava in
abbondanza, scendendomi a cascata giù per le gambe e sul pianerottolo, da
dove cominciò a gocciolare nella corte sottostante. Tancia strillò, spaventata,
e scomparve.
Non so come ritornai nella mia camera. L’ondata successiva fu così
violenta da farmi salire le lacrime agli occhi. Mi costrinse a cadere in
ginocchio, le mani sul bordo del letto. Sentivo dolore dappertutto, alle reni,
alla schiena, alla testa. Il dolore e io eravamo un tutt’uno fuso insieme, che
escludeva ogni pensiero, escludeva qualsiasi cosa. Questa volta l’acme fu
interminabile. Cercavo di controllare il respiro, ma ogni mio ansito era brusco
e superficiale, e quando la morsa d’acciaio cominciò a lasciare la presa mi
udii piangere per la paura.
Mi drizzai e mi costrinsi a pensare. Una sola volta in vita mia avevo visto
il mare dalla costa nei pressi di Pisa, dove attraccavano le navi che portavano
le stoffe di mio padre. Dovevo essere piccolissima, perché tutto quello che
ricordavo era un orizzonte infinito e il suono delle onde, ciascuna delle quali
aveva una vita propria, un muscolo che si fletteva e si rilassava, salendo dal
ventre dell’oceano finché si curvava e si frangeva in una nuvola di spuma che
scivolava via dalla sabbia frusciante. Quel giorno mio padre mi aveva
raccontato che, da giovane, aveva fatto naufragio vicino alla costa e, mentre
nuotava per salvarsi, aveva imparato a sfruttare le onde, quasi cavalcandole e
muovendosi con loro, finché ne aveva mancata una che l’aveva cacciato
sott’acqua, facendogliene bere tanta che aveva temuto di affogare.
Sapevo che anch’io stavo nuotando per salvarmi. Solo che in questo mare
le onde erano di dolore, ciascuna più feroce della precedente, e la mia unica
speranza era cavalcarle a mia volta fino alla riva, altrimenti sarei finita sotto e
annegata. Quando l’onda seguente cominciò a gonfiarsi in alto mare, chiusi
gli occhi e immaginai di crescere e di sollevarmi insieme a essa…
«Alessandra!»
La voce veniva da non so quale luogo lontanissimo. Adesso non potevo
ascoltarla, altrimenti sarei stata risucchiata sott’acqua.
«Resisti, figliola. Mettiti carponi». Più vicina, ora, più forte, più
autorevole.
Affrontai il rischio e ascoltai. Mentre le mie mani toccavano il pavimento,
sentii i palmi delle sue premermi sulla parte bassa della schiena, forti e decisi.
L’onda arrivava al massimo della sua altezza, formava la cresta. «Respira»
disse la voce. «Respira. Dentro… Fuori… così, brava. Ancora. Dentro…
fuori…» Sentii un gemito sommesso che doveva uscire dalle mie labbra
mentre la spuma bianca si avventava verso la spiaggia, e poi lentamente si
frangeva e rifluiva verso il mare.
Quando alzai lo sguardo su di lei vidi paura e insieme orgoglio nei suoi
occhi e seppi che sarebbe andato tutto bene. Mia madre era arrivata.
Le crollai quasi addosso. «Io…»
«Non sprecare le forze. Quanto sono distanti le contrazioni?»
Scossi la testa. «Quattro, forse cinque minuti, adesso anche meno».
Mi sorresse come meglio poté mentre tirava dei guanciali giù dal letto e li
metteva a terra, perché mi ci appoggiassi. «Ascoltami» disse a bassa voce.
«Erila è andata a chiamare la levatrice, che però sarà in strada come tutta la
città. Poi verranno, ma per il momento devi farcela da sola. Non c’è nessun
altro in casa?»
«Tancia, la figlia del cuoco».
«Vado a chiamarla».
«No! Non lasciarmi sola!»
Ma lei era già uscita, e sul pianerottolo la sua voce suonò forte e imperiosa
come la campana di una chiesa. Se la ragazza poteva ignorare me, non
avrebbe fatto altrettanto con lei. Mentre rientrava, il dolore m’investì di
nuovo. Questa volta lei fu al mio fianco fin dall’inizio, usando le mani come
una fonte di energia sulla parte bassa della mia schiena, per massaggiarla e
allentare la morsa d’acciaio dentro di me.
«Alessandra, ascoltami» ordinò. «Devi trovare il modo di assorbire il
dolore. Pensa all’agonia di Nostro Signore sulla croce. Stai con lui e Cristo ti
aiuterà a sopportarlo».
Ma io avevo troppo peccato perché ora Cristo mi aiutasse. Era il mio
castigo e sarebbe proseguito senza fine… «Non posso».
«Sì che puoi». Il tono era quasi incollerito. «Concentrati. Guarda il cassone
nuziale davanti a te. Trova una cosa o una figura e fissaci lo sguardo mentre
respiri. Coraggio, figliola, serviti della tua grande intelligenza per battere il
dolore. Forza, respira».
Dopo, quando ricaddi sui guanciali, vidi Tancia sulla porta, gli occhi
sbarrati per l’orrore. Mentre mia madre le dava secche istruzioni, provai una
furia improvvisa ancora più intensa della paura, e udii me stessa cominciare a
strillare e a imprecare, come fossi in qualche modo posseduta. S’interruppero
entrambe, fissandomi. Penso che Tancia sarebbe scappata di nuovo se mia
madre non l’avesse preceduta, chiudendo di colpo la porta.
«Vuoi spingere? È questo che senti?»
«Non lo so. Non lo so» ringhiai. «E ora che succede? Come faccio?»
Lei mi sorprese, nel mio terrore, aprendo il volto a un sorriso. «Nello
stesso modo in cui hai fatto il bambino. Fai quel che ti dice il tuo corpo. Dio e
la natura faranno il resto».
Poi, all’improvviso, avvenne un cambiamento. Nel mio sfinimento si
affacciò un prepotente bisogno di spingere, di espellere quel bambino. Cercai
di trattenermi, ma senza riuscirci.
«Oooh, sta venendo, lo sento».
Mia madre mi afferrò per un braccio. «Alzati. A terra sentirai più male.
Ragazza, vieni qui. Tieni su la tua padrona. Mettile i gomiti sotto le ascelle.
Forza. Ecco. Reggile la schiena, dritta contro di te. Su, preparati. Sostienila.
Sollevala. Ora».
Sarà stata stupida, ma era forte. Pendevo dalle sue braccia, tremante, le
vesti appuntate sulle spalle, le gambe spalancate, il ventre enorme sotto di me
e mia madre accovacciata ai miei piedi. Quando venne lo stimolo, spinsi e
continuai a spingere fino a rimanere senza fiato, fino ad avere la faccia
paonazza e gli occhi pieni di lacrime per lo sforzo, e mi sembrò che ano e
sesso mi si stessero lacerando.
«Ancora. Spingi! C’è la testa. La vedo. È pronto».
Ma non ci riuscii. Improvvisamente com’era venuta, la spinta cessò e mi
afflosciai, scossa da brividi, sulle sue braccia: una donna che ha subito il
supplizio della ruota, le membra tremanti come riflessi sull’acqua per la paura
e il dolore. Sentivo le lacrime scorrermi sul viso mentre mi gocciolava il
muco dal naso, e avrei singhiozzato, se non avessi temuto di perdere troppe
energie. Non ci fu il tempo di riprendermi prima che tornasse, quel terribile
bisogno di espellere, cacciare, cacare quel bambino. Solo che non ce la
facevo. Mi sentivo sul punto di esplodere a ogni spinta. C’era qualcosa che
proprio non andava. La testa era deforme, così grossa che non sarebbe mai
uscita. Il peccato del suo concepimento pesava sulla nascita, e noi – io e il
bambino – saremmo rimasti come sospesi per sempre, in un eterno soffrire,
mentre lui tentava di strapparsi via dal mio corpo.
«Non posso… non posso». C’era il panico nella mia voce. «Sono troppo
stretta. Questa è la punizione di Dio per i miei peccati».
La voce di mia madre era ferma, com’era stata per diciassette anni nel
guidarmi e nel convincermi con dolcezza. «Come? Credi che Dio abbia
tempo da perdere con i tuoi peccati? In questo momento Savonarola è sotto
tortura per eresia e tradimento. Le sue urla si possono sentire fino in piazza.
Cosa sono le tue colpe in confronto alle sue? Conserva il fiato per il piccolo.
Eccolo che arriva. Adesso spingi, spingi con tutte le tue forze. Coraggio».
Spinsi di nuovo.
«Sì, sì, ancora. Ci siamo. È quasi fuori». Sentivo che mi stavo tendendo fin
quasi a lacerarmi, ma ancora non cedevo.
«Non posso» bisbigliai, boccheggiante. «Ho paura. Ho tanta paura».
Questa volta non mi sgridò: s’inginocchiò, mi prese la faccia tra le mani e
l’accarezzò, asciugandone il sudore. Se il suo tocco era tenero, il tono era
incalzante. «Senti, Alessandra. Tu hai più spirito e coraggio di quanto abbia
mai visto in una fanciulla, e non sei arrivata a questo punto per morire sul
pavimento della tua camera. Solo un’altra spinta, una sola, e verrà fuori. Io ti
aiuterò. Basta che tu mi ascolti e faccia tutto quello che ti dico. Sta tornando?
Sì? Ora fai un respiro profondo, il più profondo che tu abbia mai fatto. Così,
brava. Brava. Adesso trattieni il fiato. E spingi, spingi. Trattienilo. Spingi. Di
nuovo. Spingi!»
«Aaah!» E mentre il mio urlo riempiva la stanza, udii un altro suono, il
lacerarsi delle carni dentro di me per permettere il passaggio della testa.
«Sì! Sì!» Non occorreva che me lo dicesse lei. Era fuori, lo sentivo.
Un’enorme forza scivolosa e veloce, e un senso di liberazione quale non
avevo mai conosciuto prima. «Oh, eccolo. È qui. Oh, oh, guardalo,
guardalo!»
E mentre io e Tancia cadevamo a terra, vidi ai miei piedi un minuscolo,
lucente folletto raggomitolato e grinzoso, coperto di feci, di sangue e di
muco. «Oh, è una bambina» disse mia madre con voce sommessa. «Una
bella, bellissima bambina».
Raccolse il corpicino vischioso, lo capovolse tenendolo per i piedi, e quello
boccheggiò come se avesse il naso e i polmoni pieni d’acqua, finché lei lo
sculacciò con forza; poi venne quello strillo rabbioso, vibrante, una prima,
immediata protesta contro la follia e la violenza del mondo in cui era entrato.
Non c’erano coltelli né forbici e, per tagliare il cordone ombelicale, mia
madre ci affondò con decisione i denti. Poi mi depose la piccola sul ventre,
ma tremavo al punto da non riuscire a tenerla e Tancia dovette afferrarla
prima che scivolasse a terra. Ma poi la ripresi, e mentre mia madre mi
massaggiava il ventre per farmi espellere la placenta, giacqui stesa sul
pavimento, quell’animaletto caldo, coperto di muco, grinzoso, stretto fra le
braccia.
Così nacque mia figlia. Dopo averla lavata e avvolta ben stretta nelle fasce,
e dato che non c’era la balia per allattarla, mia madre e Tancia me la
riportarono, e tutte rimanemmo a guardare, in una sorta di ammirata
soggezione, mentre lei cercava come un bruco cieco il mio seno e attaccava le
gengive al capezzolo con tale forza che mi strappò un lamento. Quella sua
miniatura di bocca succhiava e succhiava, finché sentii il piacevole dolore del
latte che cominciava a fluire. E solo dopo che le sue esigenze erano state
soddisfatte e si era staccata dal seno, come un insetto gonfio di sangue fresco,
si degnò di dormire e di lasciarmi fare altrettanto.
45.

Nei giorni che seguirono m’innamorai profondamente, perdutamente,


irrevocabilmente. E se mio marito l’avesse vista, non dubito che avrebbe
conquistato anche lui, con il miracolo delle unghiette minuscole, con quello
sguardo serio, imperturbabile, e con la luce di quella visibile scintilla divina
in lei.
Il mio mondo si concentrava nelle pupille dei suoi occhi, mentre fuori si
faceva la storia. Mia madre aveva detto bene a proposito delle nostre
sofferenze parallele. Mentre le mie viscere venivano compresse e tese dalla
forza della nuova vita, Savonarola udiva il suono delle proprie urla mentre il
supplizio della corda gli strappava i tendini. Il suo dominio sulla Nuova
Gerusalemme era finito quel mattino, con l’assalto a San Marco. Sebbene i
suoi fedeli monaci avessero combattuto quasi come soldati – si parlava molto
della forza di padre Brunetto Datto, un gigantesco domenicano con la pelle
come pietra pomice, che brandiva un coltello con piacere particolarmente
sfrenato –, alla fine erano stati sopraffatti e la folla aveva fatto irruzione nel
monastero, trovando Savonarola chino in preghiera sui gradini dell’altare. Da
lì era stato portato in catene alla torre fortezza del Palazzo della Signoria,
dove il grande Cosimo de’ Medici era stato imprigionato sessant’anni prima
con la stessa accusa di tradimento contro lo Stato. Ma mentre Cosimo aveva
avuto i mezzi per abbindolare e corrompere i suoi carcerieri, per fra’
Girolamo non ci sarebbe stato alcun soccorso.
Lo avevano sottoposto prima al supplizio della corda, poi a quello della
ruota. A ogni parte del corpo che veniva spezzata si dichiarava colpevole di
un altro crimine, di falsa profezia, di eresia e di tradimento; diceva loro tutto
quello che volevano, purché mettessero fine alle sue sofferenze. A questo
punto avevano tagliato le corde degli strumenti di tortura, riportandolo nella
sua cella. Ma una volta passato il dolore, aveva ritrattato gridando che era
stata la tortura e non la verità a farlo crollare, e appellandosi a Dio perché lo
facesse tornare alla luce. Tuttavia dopo il primo tratto alla ruota confessò
nuovamente, e questa volta continuò finché non ebbe più la voce, e tanto
meno il coraggio, per tornare a negare.
Così Firenze fu liberata dalla tirannia di un uomo che si era proposto di
portarla a Dio per accorgersi alla fine che Dio aveva abbandonato lui. Ma
anche se avevo buoni motivi per odiarlo, provavo soltanto pietà. Erila, al mio
capezzale, rise della mia compassione e mi disse come fosse risaputo che il
parto rammollisce il cervello delle donne. Passarono due giorni, e ancora di
mio marito non si avevano notizie.
La mattina del terzo giorno mi svegliai con un sole radioso e vidi Erila e
mia madre parlottare concitatamente sulla porta della mia camera. «Che c’è?»
domandai dal letto. Si voltarono, scambiando una rapida occhiata. Mia madre
mi venne accanto.
«Mia cara figliola… ci sono novità. Devi essere coraggiosa».
«Cristoforo». Perché, naturalmente, per tutto quel tempo, mi ero aspettata
qualcosa. «Si tratta di Cristoforo, vero?»
Mi venne ancora più vicino e mi prese una mano tra le sue mentre parlava,
gli occhi che leggevano il tumulto delle mie emozioni. Era una storia del
nostro tempo: nei giorni seguenti l’assalto a San Marco, la città era stata
travolta dalla sete di sangue, con vecchi conti da saldare e vecchi nemici da
braccare. Pure, tutta quella violenza non era sempre giustificata, ed erano stati
trovati molti altri cadaveri, compreso uno nel vicolo La Bocca, vicino al
Ponte Vecchio, un luogo tristemente noto perché vi si faceva commercio di
uomini e di donne, con il favore della notte. Là, nella luce di un nuovo
mattino, qualcuno aveva notato, su un corpo massacrato a coltellate, un abito
di stoffa fine e nobiltà di lineamenti.
Ero immobile come una delle statue di mio marito, le carni divenute fredde
per le parole di mia madre.
«Devi essere coraggiosa, Alessandra» ripeté lei, e il suo tono mi ricordò
quand’ero bambina e m’insegnava a parlare con Dio come se fosse stato mio
padre, oltre che il mio Signore. «Queste cose avvengono per Sua volontà e
non spetta a noi metterle in discussione». Mi tenne stretta un momento; poi,
quando si fu convinta che non ero andata in pezzi per lo sgomento, soggiunse
a bassa voce: «Mia cara, tuo marito non ha altre persone di famiglia. Se sei
forte abbastanza, ti si chiede di andare a reclamarne il cadavere».
Se le doglie offuscano la mente, svolgono anche il filo dei ricordi, fissando
per sempre alcuni episodi, mentre altri sbiadiscono quasi nel momento stesso
in cui accadono.
La balia era stata trovata, ma portammo con noi la bambina, perché non
sopportavo di separarmi da lei. Quando uscimmo, rammento, i servitori erano
raggruppati alla porta, gli occhi bassi, il loro futuro distrutto dalla notizia.
Lungo la strada ci fermammo al Battistero. Assente mio marito, nessuno
aveva registrato la nascita, mentre la legge imponeva di farlo entro sessanta
ore. Un fagiolo bianco per una femmina, nero per un maschio. Sotto la cupola
dorata dove la vita di Nostro Signore si dispiegava in fitti mosaici scintillanti,
la cassetta delle nascite risuonava di piccoli rumori secchi: gli annunci della
nuova vita.
Le strade erano disseminate dei rottami lasciati dai disordini: bastoni, sassi,
brandelli di stoffa che intasavano i canaletti di scolo, il tutto illuminato da un
sole accecante. Ma benché il tempo fosse sereno, l’atmosfera era cupa. Non
eravamo più uno Stato timorato di Dio, e nessuno capiva bene quale gioia
avremmo dovuto trarne.
La peste aveva mietuto così tante vittime che si era dovuto allestire un
luogo provvisorio dove raccogliere le salme, requisendo alcune stanze nello
Spedale di Santo Spirito. Mentre ci guidavano attraverso il labirinto dietro la
chiesa, pensai al mio pittore e alle sue notti passate a documentare i modi in
cui la violenza fa scempio del corpo umano. Strinsi più forte la piccola,
camminando io stessa come una bambina, seguendo le orme di mia madre,
con la mia fantesca dietro.
Il custode era uno zotico con l’alito fetido di birra. Aveva un registro
improvvisato, con colonne di numeri e in certi casi di nomi. La grafia era
rozza. Fu mia madre a parlare, raccontando la nostra storia nello stesso modo
in cui si muoveva nel mondo, con garbo e chiarezza. La gente l’ascoltava.
Quando ebbe finito, l’uomo si alzò svogliatamente dalla sedia ed entrò con
noi nella stanza.
Era come ci si può immaginare un campo di battaglia dopo che l’esercito
se n’è andato. C’erano file di cadaveri sul pavimento, avvolti in panni sudici.
Alcuni erano talmente coperti di sangue da far temere che non fossero ancora
morti quando li avevano buttati là, a esalare l’ultimo respiro in quei sudari
improvvisati.
Il corpo di mio marito era su un pagliericcio, quasi in fondo alla stanza. In
un altro momento storico si sarebbe potuto sperare che ai nomi più nobili
venisse riservata una sistemazione consona, ma adesso da Firenze veniva un
flusso continuo di morti e qualsiasi posto doveva andare bene.
Ci fermammo all’altezza dei piedi del cadavere. L’uomo mi guardò.
«Pronta?»
Diedi la bambina a mia madre. Lei mi sorrise. «Non impressionarti, figlia
mia» disse. «Qui è all’opera una forza più grande di noi due».
Il custode si chinò e tirò indietro il sudario… Chiusi gli occhi, poi li riaprii
sul volto insanguinato di un uomo di mezza età che non avevo mai visto in
vita mia.
Erila, accanto a me, emise un grido strozzato: «Oh, padrone, oh, padrone,
chi può avervi fatto questo?» Mentre mi voltavo, mi si gettò fra le braccia,
aggrappandosi a me e gemendo: «Oh, mia povera padrona, non guardate, non
guardate, è troppo orribile. Che ne sarà di noi, adesso?»
Tentai di scrollarla via, ma lei mi stava attaccata come una mignatta. «Sei
pazza?» bisbigliai, inorridita. «Questo non è Cristoforo!» Ma Erila
continuava a gemere. Smarrita, guardai mia madre, che ci raggiunse subito.
L’uomo ci studiava attentamente. Doveva avere visto gli effetti del dolore su
così tante donne da essere pronto a qualsiasi cosa.
Mia madre lanciò un’occhiata al cadavere, poi a me, lo sguardo penetrante.
«Oh, mia cara, cara figliola» proruppe ad alta voce. «So che cosa devi
provare. Quant’è duro vedere come Dio abbia potuto permettere una cosa del
genere, che ti venisse portato via, senz’alcuna ragione, l’uomo che amavi.
Piangi per lui, piangi per il tuo Cristoforo, e lascia che riposi in pace. Ora è in
un luogo più felice».
Me ne stavo lì a bocca aperta, muta per lo sbigottimento, ma a un tratto la
mia nuova, dolce femminilità mi venne in aiuto e cominciai a piangere grossi,
rapidi, irrefrenabili lacrimoni. Intanto tutto quel trambusto aveva svegliato la
piccola, che si mise a strillare; eccoci là riunite, tre donne che davano libero
sfogo al proprio dolore. L’uomo prese la penna e tracciò una grande croce sul
nome di mio marito.
Tornate nella scomoda e deprimente sala da ricevimento, Erila – le cui
lacrime si erano asciugate istantaneamente, appena eravamo uscite da quel
luogo – ci portò vino speziato e insistette perché prendessi una pozione dal
suo sacchetto, prima di abbracciarmi e di lasciarci, chiudendo energicamente
la porta dietro di sé. Con la bambina in braccio che mi guardava attenta,
affrontai mia madre.
«Allora» domandai, come intontita, «lui dov’è?»
«Partito».
«Partito per dove?»
«Per la campagna. Con Tomaso. La mattina del tuo parto è venuto a
prendermi e mi ha detto quello che era accaduto tra voi. Una volta deciso, ha
fatto in modo che venisse trovato un cadavere con un biglietto in mano,
scritto di suo pugno, che avrebbe condotto le autorità fino a noi per
l’identificazione. Mi spiace per l’angoscia che ti ho procurato. Non te l’avevo
detto perché temevo che, nel tuo stato di debolezza, potessi non riuscire a
reggere la finzione». Era pratica e sbrigativa come l’uomo di Stato che ha il
compito di affrontare le grandi questioni e renderle comprensibili per il resto
della popolazione spaventata.
Io però non avevo la sua stessa serenità. «Non… non capisco. Perché? Era
così importante che la bambina non fosse sua? Perché…»
«Perché potrebbe esserlo? Non preoccuparti, Alessandra. So tutto, e non
sono qui per giudicarti. C’è un altro tribunale per questo e sospetto che un
giorno potremmo trovarci lì insieme». Sospirò. «Non ha niente a che fare con
tua figlia. Sentiva… be’, non dovrei parlare a nome suo. Mi ha chiesto che,
una volta rivelato tutto, ti consegnassi questa. Secondo me, sarebbe saggio
distruggerla, dopo».
Estrasse dal corpetto una lettera. La presi con mani tremanti. La piccola
piagnucolava tra le mie braccia. La quietai, poi ruppi il sigillo.
Aveva una scrittura elegante, in netto contrasto con i brutali scarabocchi
sul registro del Santo Spirito. Mi dava piacere solo guardarla. Piacere e un
senso d’intimità.
Mia cara Alessandra,
quando leggerete questa mia saremo lontani. E voi, a Dio piacendo, avrete partorito una
creatura in buona salute. Tomaso ha bisogno di me. Ha subito lesioni terribili e, perduta la sua
bellezza e spezzato il suo corpo, il suo bisogno è anche maggiore. Non posso liberarmi
dall’accusa che mi faccio, di averlo in un certo senso creato io con la mia lussuria, e quindi è ora
mio dovere alleviare il dolore che ho arrecato. Mio dovere. E, sì, anche mio desiderio. Se voi e io
rimanessimo insieme proverei quel dolore per il resto dei miei giorni e sarei un compagno pieno
di amarezza per voi e per il bambino.
Con la mia morte, si apre per voi un nuovo futuro. Non avendo altri familiari che abbiano
diritto ai miei beni, è stato redatto un testamento che assegna a Tomaso denaro sufficiente per
garantire a noi due una vita appena decorosa e lascia a voi il resto delle mie sostanze. Essendo
questo un provvedimento inconsueto, potrà esserci chi lo metta in discussione, ma è legale e
vincolante e avrà quindi esecuzione. Sta a voi decidere il futuro. Siete ancora abbastanza giovane
per maritarvi di nuovo. Potete scegliere di tornare in seno alla vostra famiglia oppure, se ve la
sentite, di vivere sola. Del vostro coraggio non dubito nemmeno un istante. Benché creda che
vostra madre abbia opinioni in proposito che dovreste ascoltare.
Vi chiedo perdono per le parole aspre che vi ho rivolto nella galleria. Nonostante i nostri
patti, mi sono scoperto più attratto da voi di quanto mi fossi reso conto e il vostro tradimento mi
ha ferito profondamente. Nello stesso modo in cui il mio ha ferito voi. Voglio sappiate che ho
nutrito per voi tutto l’affetto che mi era possibile. E così sarà sempre.
La chiave acclusa a questa lettera apre lo stipo dei manoscritti nel mio studio. Il suo
contenuto vi sorprenderà. Sono consapevole che qualcuno potrebbe definirlo un furto, ma
entrambi sappiamo che altrimenti sarebbe diventato bottino di guerra o, peggio, alimento per il
fuoco. Preferirei vederlo nelle vostre mani anziché in quelle di chiunque altro. Voi capivate
questa nostra nuova, grande arte quanto poteva capirla un uomo. Vostro padre sarebbe stato
orgoglioso di voi.
Il vostro affezionato marito
Cristoforo Langella
Strinsi la chiave in pugno e lessi la lettera una seconda volta, e poi una terza.
Dopo un po’ mia madre dovette prendermela, perché le mie lacrime stavano
trasformando l’inchiostro in rivoletti di liquido nerastro e, visto il suo
contenuto, non era opportuno renderne incomprensibile il significato. Erila
aveva ragione, il parto infiacchisce il cervello delle donne. In quello stato
amiamo chiunque, anche coloro che ci hanno abbandonate o tradite. Adesso,
a quanto pareva, dovevo educare mia figlia senza un padre e nemmeno un
nonno a prendersi cura di lei. «Vostro padre sarebbe stato orgoglioso di voi».
Com’era facile sconvolgere un mondo con poche parole ben scelte.
Quando infine alzai gli occhi sul viso di mia madre, lei sostenne
apertamente il mio sguardo. Cristoforo non avrebbe mai scritto quella frase se
prima non avesse parlato con lei.
«Sai che cosa scrive qui?» domandai, quando trovai la forza di parlare.
«Abbiamo parlato delle cose relative al tuo futuro e al mio passato, prima
che scrivesse la lettera. Il resto riguarderà esclusivamente te».
E continuò a tenere gli occhi fissi nei miei. Durante tutta la mia vita aveva
irradiato una quieta, pacata intelligenza che aveva usato per placare i miei
accessi di ribellione e la mia tendenza a mettere tutto in discussione. Non mi
era mai passato per la mente che potesse avere avuto quegli stessi accessi, o
che la sua accettazione della volontà di Dio e la fede nella Sua infinita
misericordia racchiudesse una storia di conflitti. Ma so che non è facile per le
figlie pensare alle madri come persone con vita e desideri propri, non
subordinati ai loro. E proprio come da allora ho perdonato quella pecca a mia
madre, così sono sicura che mia madre ha perdonato me. Per essere onesta
nei suoi confronti, dirò che quel giorno non eluse le mie domande né mi
mentì in alcun modo. Penso che dopo tanto tempo potesse persino trovare del
sollievo nel raccontarlo.
«Dunque» dissi infine, «la dedica di Lorenzo de’ Medici nel libro dei
Discorsi che diede a mio marito era datata 1478. L’anno del mio
concepimento. Ma in quel periodo tu non eri a corte, vero? La posizione di
tuo fratello era già abbastanza elevata perché ti fosse dato un buon marito.
Non è questa la storia che ci hai sempre raccontato?»
«Sì» rispose lei a voce bassa. «Ero già sposata. E dal momento che ne
stiamo parlando, devi sapere che non fu un’unione infelice, comunque possa
sembrarti adesso. Mi aveva già dato tre figli sani ai quali Dio, nella Sua
immensa bontà, risparmiò malattie o addirittura una morte precoce. Mi aveva
davvero benedetto. Ma quello che dici riguardo a quell’anno, Alessandra, non
è tutta la verità. Ero stata a corte prima, ma in quel periodo ci tornai, per
breve tempo. Anche se non pubblicamente».
Tacque. E io aspettai. Intorno a noi sembrava immobile persino l’aria.
«Mio fratello aveva amici in vista» riprese infine con un sorriso amaro.
«La corte era piena di uomini di grande profondità e intelligenza. Per una
fanciulla educata a pensare e a esprimere la propria opinione era come il
Paradiso prima del Giudizio Universale. E sebbene i concetti platonici non
consentissero a noi donne di partecipare alle loro discussioni, quelli erano
platonici fiorentini, perciò era naturale che persino i più illustri di loro
venissero sedotti dalla bellezza, quando si accompagnava a un uguale talento
per il sapere. Che io avevo, come te. Però, come per te, era il mio vanto e il
mio fardello.
«Mio fratello, che aveva visto i pericoli insiti in tale perfetta purezza, si era
assunto il compito di farmi maritare per evitare ulteriori rischi. Ma nemmeno
lui aveva il potere di impedire che mi si chiedesse di tornare.
«L’inizio dell’estate 1478, Lorenzo e la sua corte lo passarono nella sua
villa di Careggi. Io ero una delle poche persone invitate… È stato tanto
tempo fa». S’interruppe di nuovo e per un momento pensai che non avrebbe
continuato, che si fosse troppo esercitata a dimenticare. Trasse un respiro. «Si
faceva musica, si conversava di arte, di natura… già solo i giardini erano un
Paradiso terrestre. Si discuteva della bellezza del corpo al pari di quella della
mente. Entrambe erano viste come tappe nell’ascesa verso l’amore di Dio.
Non ero stata educata alla civetteria, ero seria e per certi aspetti ingenua come
te. Ma come te ero colpita dall’intelligenza, dallo studio e dall’arte. E anche
se una volta avevo resistito, ero innamorata da troppi anni per fermarmi
quell’estate».
Rividi le sue lacrime, tanto tempo prima, davanti alla salma di Lorenzo il
Magnifico, nella cappella di San Marco. Che cosa mi aveva bisbigliato
all’orecchio Tomaso, quel giorno? Che nonostante la sua bruttezza, le sue
poesie d’amore potevano accendere il più freddo dei cuori. Sospirai,
abbassando lo sguardo sul visetto radiosamente sereno tra le mie braccia.
Difficile prevedere quanto sarebbe stato schiacciato il suo naso, o aguzzo il
suo mento, via via che fosse cresciuta. Ma naturalmente sarebbe dipeso anche
da suo padre. Chiunque fosse. «Bene, se non altro so perché sono brutta»
mormorai.
«Oh, Alessandra, tu non sei brutta. Sei di una tale bellezza che quasi facevi
girare la testa a un sodomita».
Naturalmente m’incantò il modo in cui pronunciare quella parola
trasgressiva le dava piacere quanto ne aveva dato a me. Così restammo per
qualche tempo sedute in quella stanza incolore e fuori moda, nel silenzio del
pomeriggio rotto solo dal respiro lieve e rapido di mia figlia, nella pace della
consapevolezza che tra noi non c’erano più segreti.
«Quindi» ripresi infine «adesso che succede?»
Rimase un attimo immobile. «Conosci quanto me le alternative».
«Non mi risposerò mai» dichiarai fermamente. «Un secondo matrimonio
priverebbe la bambina dei suoi diritti, e io non voglio».
«È vero» convenne lei con calma.
«E non posso tornare con voi. Devo avere una vita mia, adesso. Perciò
immagino che dovrò mettere su casa da sola».
«Alessandra, credo che sarebbe una grande insensatezza. La nostra città è
crudele verso le vedove. Tu e la bambina vi trovereste sole, abbandonate e
trattate con disprezzo».
«Avremmo ancora voi».
«Non per sempre».
A quel pensiero provai un terribile freddo al cuore. «Allora che cosa posso
fare?»
«C’è un’alternativa che non abbiamo considerato». Il suo tono era fermo.
«Diventare sposa di Dio».
«Sposa di Dio? Io? Una vedova con un pennello, una schiava nera e una
bambina? E vorresti dirmi, di grazia, quale convento ci accoglierebbe?»
Sotto i miei occhi, un lento sorriso malizioso le si dipinse sul viso.
«Mia cara Alessandra, quello che hai sempre sognato, naturalmente».
46.

Lasciammo la città – la vedova con il suo pennello, la schiava nera e la


bambina – il 10 maggio dell’anno di Nostro Signore 1498.
Il nostro non fu l’unico addio, quel giorno. Nella grande Piazza della
Signoria era stata eretta un’altra pira, in quelle ultime settimane. Savonarola e
i suoi due fedeli domenicani sarebbero stati strangolati e poi arsi. Finalmente
Firenze avrebbe avuto il suo odore di carni umane che arrostivano.
La mia Erila aveva smaniato per assistere, non fosse soltanto per
completare la storia di tutta quella vicenda, ma glielo proibii. Il mondo era
tanto luminoso e nuovo per mia figlia che non volevo nemmeno un sentore di
sofferenza vicino a lei. Partimmo da casa, oltrepassando fiumi di gente diretti
alla piazza, ma l’atmosfera era ben poco festosa. Il monaco era stato odiato
ma anche amato, e nella violenza scatenatasi dopo il suo arresto credo che
molti avessero cominciato a rimpiangere la fine della Nuova Gerusalemme,
sebbene fosse stata più radiosa nelle intenzioni che nella realtà.
Pure, i suoi nemici erano stati irremovibili nei suoi confronti. Nei giorni
precedenti il processo erano corse in città altre voci, come fumo acre nel
vento. In particolare, era circolata fuori dalla prigione una storia, secondo cui
il più devoto complice di Savonarola, padre Brunetto Datto, il monaco che si
era battuto con tanta ferocia nello scontro finale e che sarebbe andato al rogo
con lui quello stesso giorno, era stato ritenuto pazzo per le sue fissazioni
religiose e durante la tortura aveva confessato ogni genere di peccati: aveva
trafitto una giovane donna trovata per la strada di notte, e aveva provato il
sapore delle sue carni tra i denti; aveva mutilato dei genitali alcune prostitute
e i loro clienti nella chiesa di Santo Spirito, e aveva persino violentato un
giovane sodomita con la propria spada. Il vero raccapriccio, però, non
derivava dalle confessioni, ma dalla gioia con cui le faceva, vantandosi dei
modi in cui Dio l’aveva usato come suo messaggero per riportare i peccatori
sulla retta via. Finché i torturatori non avevano cominciato a trovare
nauseanti quelle empietà e gli avevano ficcato uno straccio in bocca, al quale
avevano minacciato di dare fuoco se non avesse smesso con quelle oscenità.
Il giorno in cui Erila mi riferì queste storie fu il primo e l’unico in cui la
vidi sconcertata dai pettegolezzi. Soprattutto perché, seduta sul bordo del
letto, con la bambina a fianco che la guardava con occhi solenni, mi raccontò
come il monaco, prima che finalmente lo facessero tacere, aveva rivelato
dove si poteva trovare un ultimo cadavere: quello di una giovane prostituta
cui erano stati tagliati i seni, lasciato a marcire nella cripta dei Santi Apostoli.
Fu così che mi tornò alla mente la voce cupa che mi aveva scacciato dalla
loggia la sera prima delle mie nozze, e quel frate, simile a un grosso orso, con
le mani rosse di sangue, che ci aveva fermato per strada, e cominciai a capire
che, se a volte mi ero sentita esclusa dalla grazia di Dio, in realtà ne ero stata
immensamente protetta. E questa consapevolezza mi riportò, in un modo
particolare, a un rapporto più amorevole con Nostro Signore.
Tuttavia quel pomeriggio, nella mia camera, io ed Erila non indugiammo
su questi pensieri. Invece ci accingemmo a preparare per la seconda volta il
mio cassone nuziale, riempiendolo di disegni, di libri e, più prezioso di tutto,
dello spesso manoscritto non rilegato tolto dallo stipo di mio marito e
accuratamente nascosto sotto una montagna di camicie e di velluti
coloratissimi.
Poco prima della partenza facemmo visita alla mia famiglia nella vecchia
casa vicino a Sant’Ambrogio. Luca, il cui viso d’angelo mostrava ancora le
tracce delle ultime gloriose scaramucce dei suoi giorni di guerriero, aveva
l’espressione imbronciata e assente (non molto diversa, per la verità, da
quella dei vecchi tempi), ma riuscì a farmi gli auguri prima di filarsela nella
propria stanza. Plautilla, il ventre ormai enorme, continuò a piangere finché
suo marito la rimproverò così aspramente che si zittì di colpo. E mio padre…
be’, mio padre mi diede una pezza di stoffa scarlatta, la sua preferita, perché
ne cucissi degli abiti nella mia nuova casa. Lo baciai, gli augurai ogni bene e
non feci nulla per aprirgli gli occhi sulla realtà; poi lui prese la mano di mia
madre e si lasciò condurre di nuovo ai suoi registri. Li vidi infine entrare
insieme nel suo studio, lo sguardo limpido e luminoso di mia madre che
scompariva dietro la porta che si chiudeva.
Così quel giorno di maggio lasciammo la città con lo stalliere di mio
marito e due dei suoi schiavi come guide e uomini di fatica, spronati dalla
promessa della liberazione alla fine del viaggio. Il mattino era caldo e
assolato, con quella leggera foschia nell’aria che preannuncia il grande caldo.
Passammo dalla Porta di Giustizia e, nell’uscire dalla città, udimmo un
rombo come di tuono. Sapevamo che era il fragore della polvere da sparo che
appiccava il fuoco nella piazza: quindi il carnefice aveva compiuto il suo
lavoro, i tre monaci erano stati strangolati e i loro corpi sarebbero finiti sul
rogo. Ci segnammo e recitammo una preghiera per coloro che erano comparsi
davanti a Dio, implorando la sua misericordia per tutti i peccatori, vivi e
morti.
E mentre dalla valle salivamo lentamente il pendio verso le colline lontane,
potemmo vedere a grande distanza la colonna di fumo levarsi sopra il mare di
tetti e disperdersi nella carezza dell’aria estiva.
Parte quarta
47.

Le mie seconde nozze, le nozze di sorella Lucrezia con Dio, benché


legalmente fossero bigame, si rivelarono assai più riuscite delle prime.
Che cosa posso dire di questo luogo?
Quando arrivammo qui era veramente il Paradiso in terra. Il monastero di
Sant’Agnese sorge nel cuore della campagna toscana, molto a oriente rispetto
a Firenze, dove le ondulate colline boscose digradano in declivi più dolci
coperti di vigneti e di uliveti, e dove i panorami fanno capire come Dio sia il
primo e il più straordinario degli artisti. Le sue poderose mura ospitavano a
quel tempo una fiorente comunità: due chiostri (il più grande con gli archi
decorati da Luca della Robbia: trentadue teste di santi in ceramica bianca e
azzurra, ciascuna magistralmente, meravigliosamente diversa dalle altre),
ampi giardini, utili oltre che splendidi, in quanto fornivano la maggior parte
del nostro cibo, il refettorio e la cappella che, piccola al mio arrivo, sarebbe
diventata più grande e più bella negli anni a venire. E tutto questo era
governato da donne. Una Repubblica fondata, se non sulla virtù, sulla
creatività femminile.
Eravamo tante: tutte donne incapaci di adeguarsi ai canoni.
Donne che amavano la vita quanto amavano Dio e tuttavia si ritrovavano
allontanate da quella vita, rinchiuse tra mura di monasteri. I nuovi livelli di
ricchezza delle città ci avevano fatte aumentare di numero (più cospicua era
la dote nuziale, meno famiglie potevano permettersela) e la nuova libertà di
apprendere ci aveva incoraggiate. Ma il mondo non era pronto ad accoglierci,
così che molte di noi finivano in luoghi come Sant’Agnese. E se non
potevamo essere considerate ricche, le nostre doti, messe insieme, bastavano
a garantirci la libertà. Semplice aritmetica, in fondo: i numeri cominciavano
ad avere il sopravvento sulle regole. Io ed Erila avemmo la fortuna di arrivare
molto tempo dopo l’inizio di quella fase.
Ciascuna di noi, al suo arrivo, era già plasmata. Alcune portavano con sé i
ricordi degli abiti che avevano indossato, o dei libri che avevano letto, oppure
dei giovani che avevano baciato o almeno anelato a baciare. Nel chiuso del
convento, benché onorassimo Dio e lo pregassimo spesso, la nostra
immaginazione si manifestava in cento modi diversi. Naturalmente qualcuna
si mostrava più superficiale di altre. C’erano quelle che adibivano le proprie
celle alla cura della bellezza e impiegavano il tempo libero in ciarle sul
guardaroba o in modifiche degli abiti per lasciar scorgere una parte di
acconciatura o intravedere una caviglia. Il loro piacere più grande era
ascoltare il suono della propria voce nel coro della cappella o coltivare l’arte
dell’intrattenimento e, per quanto i muri fossero alti e i portoni chiusi, certe
sere si potevano udire le loro risate echeggiare nei chiostri insieme a profonde
voci maschili.
Ma i nostri non erano tutti peccati della carne. C’era la donna di Verona,
così appassionata di parole da trascorrere tutto il giorno a scrivere pezzi
teatrali, le cui storie irradiavano moralità e martirio, intrecciati a un pizzico di
amore non corrisposto e di avventura. Li mettevamo in scena nel convento, le
migliori cucitrici preparavano i costumi e le più vanagloriose di noi
recitavano tutte le parti (maschili oltre che femminili). Poi c’era la monaca di
Padova, il cui amore per il sapere era stato ancora più grande del mio, e che
aveva sfidato per anni i genitori rifiutando di sposarsi. Quando finalmente si
erano resi conto che la sua devozione non poteva essere estirpata a forza di
percosse, la portarono da noi con tutti i suoi studi. A differenza dei suoi
genitori, ci prendemmo grande cura di lei. La sua cella diventò la nostra
biblioteca e la sua mente uno dei nostri tesori più preziosi. Nei primi anni
dopo il mio arrivo trascorsi molte serate con lei, discutendo di Dio e di
Platone e del cammino dell’umanità verso il divino, e in alcune occasioni mi
fece riflettere più a fondo dei miei precettori. Era la nostra studiosa e, via via
che Plautilla cresceva, divenne – insieme a me – la sua maestra.
Plautilla…
Per il primo mese di vita, mia figlia non ebbe nome, ma quando da Firenze
giunse la notizia che mia sorella era morta nel dare alla luce un bambino bello
grosso, prima piansi e poi battezzai la mia piccina. In questo modo sarei
riuscita a tenere il ricordo della mia famiglia intorno a me.
Naturalmente Plautilla era la beniamina del monastero. Tutte l’amavano.
Per i primi anni vagò libera come una piccola selvaggia, vezzeggiata e
viziata. Ma appena ebbe l’età giusta, cominciammo a occuparci della sua
istruzione, che sarebbe stata adatta a una principessa del Rinascimento. A
dodici anni sapeva leggere e scrivere in tre lingue, sapeva ricamare, suonare,
recitare e, ovviamente, pregare. Com’era inevitabile, crebbe con una certa
serietà da adulta a causa dell’assenza di altri bambini, ma le si confaceva, e
appena si capì che il suo occhio si coordinava bene con la mano, tirai fuori il
mio vecchio Cennini dal cassone della dote, feci la punta a un pezzo di gesso
nero e stesi su una tavoletta di bosso ossa macinate mescolate a saliva, per i
suoi primi tentativi con il bulino. Dato che non c’era nessuno che la mettesse
a disagio riguardo al suo talento, ci si appassionò subito, tanto che ancor
prima di riconoscere gli occhi grigio-verdi, da gatto, del padre, già sapevo di
chi era figlia.
Anche Erila prosperava. Il lavoro di conversa, destinato specificamente
alle schiave, era per tradizione umile – servire le serve di Dio –, ma dal
momento che il nostro non era un monastero tradizionale pagai perché ne
fosse esentata, e, in men che non si dica, lei si creò un altro ruolo: svolgeva
piccoli incarichi, sciorinava pettegolezzi, faceva da messaggera per le
monache tra il convento e la cittadina nelle vicinanze (con la quale avevamo
un vivace traffico di oggetti di lusso proibiti) e così riuscì a mettere da parte
un bel gruzzolo. Presto venne temuta e adorata in uguale misura, e finalmente
divenne una donna libera. Ma ormai era diventata talmente indispensabile
alle sorelle e praticamente una famiglia per me e Plautilla, che decise di
restare con noi per godersi la sua nuova condizione.
Quanto a me… be’, nell’inverno dopo il mio arrivo, al convento
cominciarono i lavori per la costruzione di una nuova cappella, e con quella
venne la committenza che avevo sognato per tutta la vita. La Madre Badessa
era una donna accorta la quale, se non si fosse innamorata di un ricco vicino
sposato, avrebbe potuto condurre una vita da signora in una nobile famiglia di
Milano. Però, in un certo senso, lì ne conduceva una di maggior
soddisfazione. Attenta a nascondere le nostre trasgressioni dietro i buoni
risultati, amministrava le finanze del convento con maggiore abilità dei
banchieri dei Medici, e presto ebbe di che dotare la nuova cappella. Il
vescovo, meno affascinante e più veniale di lei – l’ossuto braccio di
Savonarola non aveva mai raggiunto quella lontana zona di campagna –,
veniva in visita due o tre volte l’anno. In cambio della nostra signorile
ospitalità (i raffinati piaceri del palato erano uno dei molti modi non ortodossi
con cui celebravamo Dio) portava pettegolezzi di argomento artistico dalle
grandi città e dava la propria benedizione ai nuovi progetti, che erano in larga
parte della Madre Badessa, ricca di talento per l’architettura. Ma se lei aveva
in mente luce e spazio di proporzioni classiche, i muri, quando vennero
finalmente terminati, erano nudi.
E così, alla fine, ebbi il mio affresco da dipingere.
L’estate prima che cominciassi lavoravo nella mia cella ai disegni
preparatori, mentre Plautilla, in giardino, intrecciava ghirlande di fiori,
circondata da giovani novizie tutte risatine, per le quali era uno splendido
giocattolo. Avevo scelto come soggetti la vita di Giovanni Battista e della
Vergine Maria. Con i soli ricordi e senza la guida di un maestro, mi feci
aiutare dalle illustrazioni di Botticelli, studiando il modo in cui il segno
limpido della sua penna animava un migliaio di figure diverse, in cielo e
all’Inferno, con non più di una decina di tratti per ognuna, creando complesse
storie di disperazione e di gioia.
Gli affreschi mi assorbirono per un lunghissimo periodo. Plautilla aveva
quasi sette anni quando cominciai. All’inizio avevo ben poco da insegnarle,
perché poco sapevo io stessa: una vita sui libri e le vesti di Santa Caterina
non facevano di me precisamente un’esperta. Ma Erila sfruttò le sue
conoscenze e nella città di Verona conobbe un giovane che aveva finito il suo
apprendistato nella bottega di un maestro; costui, giudicò lei, era serio e
discreto quanto bastava per passare le giornate in compagnia di suore
mondane senza esserne sopraffatto o corrotto. Così lui insegnava e noi
imparavamo. Quando se ne andò, venti mesi dopo, l’impalcatura era pronta e
io potevo stendere sulle pareti la guida per l’intonaco, mentre Plautilla
macinava e mescolava tanti pigmenti. Era solo questione di tempo prima che
cominciasse ad aggiungere qualche tocco tutto suo.
Mentre la cappella si popolava di santi e di peccatori, le visite del vescovo
mi servivano da sprone, con i suoi racconti dei geni che stavano fuori.
Tornava spesso da Roma e, benché non sapesse dirmi niente del mio pittore,
aveva molto da raccontare sulla grandiosa città e su come avesse superato
Firenze in ambito artistico. Spiegava come molto di quel fulgore nascesse
dalle mani di un battagliero giovane fiorentino, un artista così intenso nel
proprio rapporto con Dio che nemmeno il Papa poteva dominarlo. Il suo
lavoro più recente, commissionato dalla città natale, era una gigantesca statua
di Davide, scolpito su un unico blocco di marmo difettoso, tanto maestoso e
virile nella propria umanità che i poveri fiorentini, alquanto imbarazzati, non
sapevano proprio che farsene. Avevano dovuto abbattere archi e case per
trasportarlo dalla bottega a Piazza della Signoria. Adesso era là, all’ingresso
del Palazzo, e l’atteggiamento di Davide, pronto a sconfiggere Golia, era un
memento costante a tutti coloro che minacciassero la Repubblica. Le
dimensioni della scultura sbalordivano chi la vedeva, ma il vescovo diceva
che altri parlavano con uguale ammirazione di un’opera molto precedente,
quando l’artista era ancora adolescente: un crocifisso di cedro bianco, a
grandezza naturale, nella chiesa di Santo Spirito, dove il corpo di Cristo era
così giovane e perfetto da commuovere fino alle lacrime coloro che lo
guardavano.
Ora, dopo molti anni, ho finalmente conosciuto il nome di Michelangelo
Buonarroti, e mi sono stupita di come il destino abbia portato il mio pittore e
la sua nemesi nella stessa città. Anche se questi racconti stimolavano la mia
curiosità, non mi ci soffermavo mai. I poeti diranno probabilmente cose
diverse, ma non è possibile rimanere aggrappati a una passione, quando non
c’è niente che la tenga viva. O forse era una prova di ulteriore misericordia di
Dio verso di me il fatto che, dalla nascita di Plautilla, mi avesse liberato
dall’ostinarmi a desiderare ciò che non potevo avere. E così, come colori al
sole, sbiadirono i miei ricordi del pittore.
Al loro posto nacque un certo piacere dato dal rituale e dall’ordine. Le mie
giornate erano semplici: in piedi all’alba per le preghiere, passavo poi le
prime ore stendendo l’intonaco sulla parete che avrei affrescato quel giorno.
Un intervallo per il pasto della mattina – d’estate carni fredde con fiori di
zucchine fritti e composte di verdure, d’inverno prosciutto affumicato,
pasticci speziati e brodo –, poi tornavo a dipingere prima che l’intonaco si
asciugasse o i raggi del sole cadessero al di sotto della finestra, rendendo la
luce troppo fioca per il mio pennello. Mentre un tempo avevo spasimato per
il mondo esterno, ora i miei sogni si limitavano a trasformare un riquadro di
intonaco umido in un insieme di forme e di colori che si poteva capire solo
una volta completato.
In questo modo, dopo molti anni, Alessandra Cecchi imparò finalmente la
virtù della pazienza, e quando, al crepuscolo di ogni giorno, posava i pennelli
e attraversava il chiostro per tornare alla propria cella, penso si potesse dire
che era soddisfatta.
Questa sensazione durò molti anni, fino alla primavera del 1512.
48.

La cappella era finita quasi per metà quando, un pomeriggio sul tardi, mi
avvertirono che c’era una visita per me.
Data la liberalità del nostro convento, le visite non erano insolite, anche se
questo per me valeva meno. Mia madre era venuta ogni due anni fin dal mio
arrivo, trattenendosi qualche settimana per seguire con gioia la crescita della
nipote, ma recentemente le era diminuita la vista e in più doveva stare sempre
con mio padre, che era diventato una sorta di eremita, oltre che un invalido.
Le ultime notizie me le aveva date solo pochi mesi prima, con una lettera
recapitatami da un corriere. A Luca era stata finalmente trovata una moglie
grande e grossa, che metteva al mondo figli maschi come se dovesse formare
un esercito, mentre Maurizio, che dopo la morte di mia sorella aveva preso
un’altra moglie con più dote e meno educazione, era di nuovo vedovo. Di
Tomaso e Cristoforo non si sapeva nulla, era come se fossero svaniti
nell’aria. A volte immaginavo che si trovassero da qualche parte in
un’elegante villa nei sobborghi di una cittadina, e vivessero come due
sopravvissuti a una guerra brutale, prendendosi cura dei rispettivi bisogni
materiali e spirituali, finché uno dei due fosse morto. E in tutti quegli anni
non avevo sentito nulla che distruggesse quella mia fantasticheria.
Dunque, la visita.
Chiesi che l’uomo – perché era un uomo – venisse nella sala di lettura che
ospitava la nostra piccola ma superba collezione di libri e di manoscritti
secolari e religiosi, e dissi che ci sarei andata appena lavati i pennelli e le
mani. Avevo dimenticato che Plautilla era là, allo scrittoio, impegnata con le
immagini di un salterio appena copiato, così, quando aprii silenziosamente la
porta, li vidi prima che loro vedessero me, seduti vicini nella calda luce
dorata del tardo pomeriggio.
«Ora vedete? In questo modo la linea è più sottile» disse lui, restituendole
la penna.
Plautilla lo fissò un momento. «Chi avete detto di essere?»
«Un vecchio amico di vostra madre. Disegnate molte illustrazioni della
parola di Dio?»
Lei si strinse nelle spalle. Benché fosse arrivata a una certa spigliatezza nel
conversare con il nostro pittore della cappella, gli uomini la intimidivano.
Come accadeva a me alla sua età, tanti anni prima.
«Ve lo domando perché avete un tratto efficace, e mi chiedo se la sua forza
non possa sminuire il valore delle parole».
Sentii mia figlia schioccare la lingua: un suono che esprimeva la sua
silenziosa frustrazione, imparato da Erila. «Oh, non vedo come possiate
crederlo. Più vivida è l’immagine, più avvicina il supplicante a Dio. Scrivete
in un punto il nome di Nostro Signore, ponetegli di fronte una figura: quale
dei due stimola la massima devozione?»
«Non lo so. È una domanda saggia?»
«Certamente! L’uomo che l’ha detto è un pittore saggio. Forse non lo
conoscete, le sue opere sono molto moderne. Si chiama Leonardo da Vinci».
Lui rise. «Leonardo? Mai sentito nominare. E voi come fate a sapere quello
che dice Leonardo?»
Lo guardò con aria grave. «Qui non siamo isolate come può sembrare. E
alcune notizie sono più importanti di altre. Da dove avete detto di venire?»
«Viene da Roma» intervenni io, attraversando la zona in ombra verso la
chiazza di sole in cui si trovavano. «Passando per Firenze e per un monastero
sulla riva del mare dove il vento d’inverno è così freddo che gela le ciglia e
trasforma in ghiaccio l’aria che esce dalle narici».
Il pittore si voltò e ci guardammo. L’avrei riconosciuto all’istante, con o
senza l’abito alla moda. Molto più robusto di un tempo, aveva perso l’aria da
ragazzo dinoccolato e incerto ed era diventato un bell’uomo, ora lo si vedeva
chiaramente. O forse derivava dal fatto che sapeva di esserlo. La sicurezza di
sé è pericolosa: troppo poca e si è perduti; troppa e si è colpevoli di altri
peccati che ne nascono.
E quanto a me? Che cosa vedeva nella suora che aveva davanti a sé, in
abito da lavoro macchiato di colori, la faccia lucida di sudore provocato dalla
concentrazione? La mia statura non era cambiata. Ero ancora sgraziata,
ancora somigliante a una giraffa, anche se la sua altezza era sempre stata tale
da farmi dimenticare la mia. Per il resto… anche se c’erano degli specchi
nascosti nel convento, avevo smesso di guardarmi da un’eternità. Avevo
provato un certo piacere nel lasciarmi alle spalle le preoccupazioni, legate
agli abiti e alle acconciature, che il desiderio provoca. Nel corso degli anni, le
consorelle che si occupavano di bellezza mi avevano indotto a barattare le
mie capacità con le loro, e io avevo ideato una decina di scene devozionali
decorative nelle loro celle in cambio di un abito cucito meglio o di una pelle
più liscia. Però non avevo mai avuto l’intenzione di conquistare chicchessia.
Le mie mani svolgevano un lavoro da uomo, sia col pennello sia talora nel
mio boschetto, come diceva poeticamente Erila. Di conseguenza, da fanciulla
ero diventata donna senza accorgermene.
«Mamma?»
«Plautilla?»
Lei fissava entrambi. Due paia di occhi da gatto nella stanza. Mi dava le
vertigini incontrarli entrambi. Le sfiorai la testa. «Perché non finisci, figliola?
Fuori c’è una bella luce. Vai a ritrarre per un po’ l’opera di Dio nella natura».
«Oh, ma sono stanca».
«Allora distenditi al sole e lascia che ti schiarisca i capelli».
«Davvero? Posso?»
Temendo che cambiassi idea, raccolse in fretta penne e fogli e uscì. Mi
sembrava di rivedere mia sorella mentre disfaceva le trecce di folti capelli
castani, riuniva le sue cose e scappava fuori, lasciando me e mia madre a
parlare della spinosa questione delle nozze nel silenzio che rimaneva. Era
passato tanto tempo che il ricordo si affacciava quasi come una novità.
Tacemmo per un po’, metà esistenza nello spazio in mezzo a noi.
«Ha un tratto deciso» disse finalmente lui. «Le avete insegnato bene».
«Non ho dovuto insegnarle niente. È nata con l’occhio preciso e la mano
ferma».
«Come sua madre?»
«Più come suo padre, penso, anche se dubito che ormai i suoi primi maestri
lo riconoscerebbero dal suo abbigliamento sgargiante».
Aprì di lato il mantello per esporne l’interno vermiglio. «Non approvate?»
Scrollai la testa. «Ho visto tinture migliori nel magazzino di mio padre. Ma
era tanto tempo fa, quando gli artisti si preoccupavano più dei colori delle
loro opere che di quelli dei loro abiti».
Fece un sorriso lieve, come se il mio tono tagliente gli fosse piaciuto.
Richiuse il mantello.
«Come ci avete trovato?»
«Non è stato facile. Ho scritto diverse volte a vostro padre, ma non ho mai
avuto risposta. Tre anni fa sono andato a casa vostra, a Firenze, ma non c’era
nessuno, i servitori erano degli sconosciuti e non hanno voluto dirmi niente.
Poi, quest’inverno, ho passato una serata con un vescovo il quale si vantava
di avere una monaca, in uno dei suoi monasteri, che stava affrescando la
cappella con l’aiuto della figlia naturale».
«Capisco. Bene, sono contenta che Roma vi abbia fornito simili compagni
di bevute, sebbene per il pittore che conoscevo un tempo sperassi in qualcosa
di meglio di gente come il vescovo Salvetti. Ma se il vino scorreva in
abbondanza, probabilmente non ne ricordate nemmeno il nome».
«Invece sì. Ma quello che ricordo di più è come mi ha fatto sentire la sua
storia» rispose con calma, interpretando il mio tono acido per quello che era,
un’affannosa difesa dai sentimenti. «Vi ho cercato entrambe per tanto tempo,
Alessandra».
Provai come un’ondata di calore in tutto il corpo. Erila aveva ragione: non
è bene che le donne smettano di pensare agli uomini, perché questo le rende
vulnerabili, quando ritornano.
Scossi il capo. «Sono passati secoli. Scommetto che ora siamo molto
cambiati».
«Voi non sembrate cambiata» disse gentilmente lui. «Avete le dita
macchiate come sempre».
Le strinsi a pugno lungo il fianco, come avevo fatto tante volte quand’ero
bambina. «Però la vostra lingua è più melliflua». La mia voce era ancora
severa. «Mi domando dove sia andata tutta la vostra timidezza».
«La mia timidezza?» Tacque per qualche istante. «Una parte nel mio
viaggio all’Inferno, in quelle settimane nella cappella. A un’altra parte ha
pensato la prigione del Bargello. Il resto me lo tengo chiuso dentro. Roma
non è una città per timidi o insicuri. Anche se sarebbe meglio che non mi
giudicaste dalle apparenze. Quand’ero giovane conobbi una fanciulla che
aveva tanti abiti lussuosi quanto una lingua tagliente. Eppure la sua anima si
rivelò più grande di altre, nascoste sotto vesti sacre».
L’impeto della sua voce fece vibrare una corda nella mia memoria. Sentii
qualcosa che mi si torceva dentro, ma tutto era accaduto così tanto tempo
prima che non sapevo più che cosa fosse piacere e che cosa paura.
La porta si aprì e fece capolino una giovane monaca dal viso fresco. Era
arrivata da poco da Venezia, dove i suoi genitori faticavano a tenerla in casa
di sera, ed era ancora un po’ una spina nel fianco per noi. Ci vide insieme e
ridacchiò. Mentre se ne andava in gran fretta, sempre ridendo, il pittore
domandò: «C’è un posto nel vostro convento dove possiamo stare soli?»
Con la porta chiusa, la mia cella, che fino ad allora era stata grande
abbastanza da contenere l’intera mia vita, diventò all’improvviso molto
piccola. Sopra il letto era appeso uno studio a grandezza naturale della nascita
della Vergine, le deliziose rotondità della neonata riprese da un centinaio di
schizzi di nostra figlia. Guardai la faccia di lui aprirsi in un sorriso.
«Si trova nella vostra cappella?»
Alzai le spalle. «È solo uno schizzo».
«Eppure sono vive. Come nella Nascita della Vergine del Ghirlandaio. Ho
rivisto la cappella quando sono stato a Firenze, ultimamente. A volte penso di
non aver mai visto un dipinto che lo superi».
«Davvero? Non è quello che dice il nostro vescovo. Non fa che decantare i
nuovi stili di Roma».
Il pittore scrollò la testa. «Non sono sicuro che l’arte di Roma vi
piacerebbe molto, adesso. È diventata un pochino… carnale».
«L’uomo importante quanto Dio» dissi, pensando alla mia ultima
conversazione notturna con la nostra monaca erudita.
«In certe mani sì».
«E nelle vostre?»
Si allontanò da me per andare alla finestra. Fuori, un gruppo di giovani
monache attraversava il chiostro per recarsi al vespro, e le loro risate si
mescolavano ai rintocchi delle campane. «Qualche volta è difficile nuotare
contro corrente». Si girò a guardarmi. «Forse dovreste sapere che sono
venuto qui con i miei abiti migliori».
Immobili, ci guardavamo. C’erano tante cose da dire, ma facevo fatica a
respirare. Era come se qualcuno avesse acceso nella stanza un fuoco che
stava consumando tutta l’aria tra noi.
«E voi dovreste sapere…» Cercai le parole. «Dovreste sapere che ora mi
sono donata a Dio» conclusi in tono fermo. «E che Lui mi ha concesso il
perdono per i miei peccati».
Mi guardò dritto in faccia, e ora i suoi occhi da gatto erano seri. «Lo so.
Anch’io ho fatto pace con Dio, Alessandra. Ma in questa pace non è passato
un solo giorno in cui non abbia pensato a voi».
«Ho una figlia. E una cappella da affrescare» ribattei. «Adesso non ho
tempo per cose simili».
Ma nel momento stesso in cui lo dicevo, l’Alessandra di un tempo era
tornata dentro di me. Avvertivo la sua eccitazione, il suo desiderio, simile alla
testa di un drago che si destasse dal sonno, fiutando l’aria e sentendo nel
ventre una grande ondata di fuoco e di forza. Anche lui lo avvertì, Eravamo
vicinissimi, sentivo il suo respiro intorno a me. Il suo odore era più dolce di
quanto ricordassi, nonostante la polvere raccolta in viaggio. In un’altra vita,
io ero stata l’audace e lui il timoroso. Ora toccava a lui. Mi prese la mano e
intrecciò le mie dita alle sue. Con le nostre macchie formavamo una sorta di
tavolozza. Eravamo sempre stati legati l’uno all’altra dalla potenza del
desiderio, anche quando del desiderio non capivamo nulla. Feci un ultimo
tentativo.
«Ho paura» dissi, e le parole mi uscivano di bocca senza che lo volessi.
«Ho avuto una vita tanto diversa, in questi ultimi anni, e adesso ho paura».
«Lo so. Dimentichi che anch’io ho avuto paura, in passato». Mi attirò a sé
e mi baciò dolcemente, solleticandomi il labbro inferiore col suo, facendo
scivolare dentro la lingua, invitandomi a giocare. Il suo sapore era così caldo,
e lo ricordavo così bene, anche se a quel tempo eravamo poco più che
bambini… All’improvviso si ritrasse. «Ma ora non ho paura». E il suo sorriso
illuminò entrambi i nostri visi. «Non so dirti da quanto aspettavo questo
momento, Alessandra Cecchi».
Mi spogliò lentamente, posando da parte con cura i miei indumenti, uno
dopo l’altro, e osservandomi ogni volta che me ne toglieva uno, finché mi
sfilò anche la camicia e rimasi nuda davanti a lui. Quello che mi aveva
preoccupato di più erano i capelli, che un giorno erano stati il mio unico
vanto e che non potevano più scivolarmi giù dalle spalle come un fiume di
lava nera. Ma una volta levato il soggolo, la chioma corta e ribelle saltò fuori
come erba tenace, e lui ci passò dentro la mano, arruffandola e
giocherellandoci come fosse stata fonte di grande gioia e bellezza.
Ho sentito dire che a certuni piace l’idea di possedere una suora. È il
peggiore dei crimini, certo, perché si tratta di adulterio ai danni di Dio.
Suppongo che solo per questo motivo si possa capire come coloro che vivono
per le sensazioni trovino in questa la più forte: ecco perché generalmente
devono essere stati resi pazzi dalla guerra o dal vino per riuscire a compiere
quell’atto. Ma lui non era né l’uno né l’altro. Lui era pazzo di tenerezza.
Mi mise le mani tra le gambe e, risalendo lungo l’interno delle cosce, me le
fece scivolare nella fessura, trastullandosi con le sue pieghe turgide, lo
sguardo, audace come il tocco, fisso nel mio, continuando a studiarmi. Poi mi
baciò ancora e, mentre si staccava da me, ripeté più volte il mio nome. Per
tutto il tempo sembrò talmente a proprio agio da farmi ridere, e di nuovo mi
domandai come un uomo in passato così impacciato fosse diventato tanto
sicuro di sé. «Da quando sei così disinvolto in queste cose?»
«Da quando mi hai mandato via» mormorò lui baciandomi ancora,
chiudendomi le palpebre con le labbra. «Basta pensare, adesso» mi bisbigliò
all’orecchio. «Per una volta fai riposare quella tua mente sempre al lavoro».
Si stese con me sul letto e ancora mi aprì il sesso con le dita, con calma
attenta, gli occhi costantemente puntati nei miei, e quand’ebbe trovato il
monticello di carne viva, usò la punta delle dita per fare presa sul bordo e
dare ritmo alla pressione, così da scatenare in me un’onda di pungente
piacere. Quel pomeriggio mi mostrò cose che non avevo mai immaginato,
raffinatezze del sesso, squisitezze del desiderio. Più di ogni altra cosa ricordo
la sensazione della sua lingua sul mio corpo, come la punta della lingua di un
gatto che si muovesse rapida nel lappare il latte. Ogni volta che gemevo, lui
alzava la testa per controllare che godessi con lui, gli occhi brillanti come se
nascondessero una risata.
Ho sentito dire che in cielo anche la sostanza della materia è trasformata
dalla luce di Dio, così che lo sguardo attraversa gli oggetti solidi per vedere
cosa c’è oltre. Quella sera nella mia cella, quando la luce divenne crepuscolo,
credo di aver potuto vedere per un momento, attraverso il corpo, la sua stessa
anima. Anche se indubbiamente Erila avrebbe preteso un’esperienza più
musicale, in cui, dopo molti anni, avessi finalmente udito il dolce vibrare del
liuto.
In considerazione del suo talento nell’usare il pennello, la Madre Badessa gli
permise di trattenersi per un certo periodo. Di notte lui m’insegnava l’arte del
corpo, e di giorno mi aiutava nella cappella. Dove avevo commesso errori,
faceva il possibile per correggerli, e dove mi ero accontentata di un risultato
discreto, ma senza passione (e ce n’erano molti esempi), aggiungeva le
scintille del suo pennello per rendere più vivo il dipinto. So che ne vedeva
soltanto i difetti, ma non ci si soffermava.
Quando non era con me era con Plautilla, il cui talento sbocciava sotto la
sua guida. Vedevo il sapere di lui accendere la curiosità di mia figlia,
avvicinandoli e accomunandoli nell’arte e nell’eloquenza.
E più stavano insieme, più ero sicura di quello che dovevo fare.
Anche senza il pittore, era solo questione di tempo prima che Plautilla mi
lasciasse. L’avevo sempre saputo. Nemmeno il più tollerante degli ordini le
avrebbe permesso di rimanere indefinitamente senza prendere il velo, né io
l’avrei permesso. Il suo futuro era troppo grande per essere rinchiuso tra le
mura di un monastero, e non c’era più niente che potessi insegnarle. Aveva
quasi quattordici anni, l’età in cui il giovane talento deve trovare un maestro,
se è destinato a fiorire. Se Paolo Uccello aveva potuto istruire la figlia nella
propria bottega, anche il pittore poteva farlo, e se mai esisteva una città
disposta a fare uno strappo alle regole per annoverare tra i suoi talenti quello
indisciplinato di una mano femminile, era la Roma di quell’epoca. Il resto
sarebbe dipeso da lei.
Fu deciso che sarebbero partiti prima che la calura estiva raggiungesse
l’apice. Naturalmente, quando glielo dissi, lei provò terrore e un grande senso
di perdita, e sulle prime rifiutò di andare via. Fui affettuosa con lei,
ricordando come i castighi di mia madre non avessero mai avuto altro effetto
che accrescere la mia ostinazione. Visto che con la ragione non ottenevo
niente, le raccontai la storia di una giovane donna il cui desiderio di dipingere
era stato talmente profondo da indurla a trasgressioni di enorme gravità, così
che ora la sua massima aspirazione era dare alla figlia quello che non aveva
potuto avere lei stessa. Dopo avermi ascoltata, finalmente Plautilla accettò di
partire. Era, me ne rendo conto ripensandoci ora, molto più obbediente di
quanto fossi mai stata io. Ma adesso non sarebbe stato opportuno che mi
soffermassi sui modi in cui le mie ribellioni avevano plasmato la mia vita.
Nel cassone di Plautilla, insieme alle mie speranze e ai miei sogni, riposi il
manoscritto, avvolto in un pezzo di velluto. A me non serviva e meritava
qualcosa di meglio dell’umido cassone nuziale di una monaca che stava
invecchiando. Prima che lo mettessi via per l’ultima volta, il pittore sedette
con il manoscritto aperto davanti a sé. Guardai le sue dita seguirne con
devota ammirazione i tratti a penna, e compresi che ne avrebbe avuto la
stessa cura che ne avevo avuto io, e così quel capolavoro avrebbe trovato il
suo posto nella storia.
49.

La notte prima che partissero, giacemmo fianco a fianco sul mio letto duro, i
corpi sudati e appiccicosi nella calura estiva. Lo sfinimento del desiderio
saziato ci aveva lasciati languidi e assonnati. Lui immerse le dita in una
ciotola d’acqua e tracciò una fresca linea bagnata dalla mia mano, su per il
braccio, attraverso il petto e giù per l’altro braccio, indugiando per un attimo
sulla sottile cicatrice bianca che mi segnava il polso e l’interno del braccio.
«Raccontamelo ancora» mormorò.
«L’hai già sentito una decina di volte» ribattei. «La lama mi è scivolata
e…»
«…e hai usato il sangue per dipingerti il corpo». Sorrise. «E dove ti sei
dipinta? Qui?» Mi toccò la spalla. «Poi qui?» Mi fece scorrere un dito sul
seno. «E poi qui?» E il dito avanzò sul ventre, verso il mio sesso.
«No! Nemmeno io ero tanto scatenata».
«Non ci credo» disse lui. «Eppure sarebbe stata una vista abbastanza bella,
lo scarlatto sulla tua pelle ambrata. Anche se ci sono altri colori che
starebbero altrettanto bene…»
Sorrisi e gli lasciai la mano dov’era arrivata. L’indomani avrei rimesso il
mio abito, sarei tornata alla cappella e sarei stata di nuovo una monaca.
L’indomani.
«Sapessi quante volte ho fantasticato di dipingere il tuo corpo».
«E una volta l’hai fatto davvero, sul soffitto della cappella».
Lui scrollò la testa. «Non sei mai stata la modella adatta per la Madonna. I
tuoi occhi erano sempre troppo spavaldi. Perché credi che abbia avuto tanta
paura di te e per tanto tempo? Sei sempre stata Eva. Anche se non
scommetterei sulle possibilità del serpente di avere la meglio sulla tua
mente».
«Penso che potrebbe dipendere dalla sua faccia».
«Ah, continui a non pensare al serpente come a una donna? Persisti a
sfidare Masolino, in questo».
Mi strinsi nelle spalle… «Penso» e sorrisi mentre lui ripeteva senza suono
le parole successive insieme a me, «penso che le Scritture non contengano
prove di questa interpretazione. Anche se non ho ancora visto un pittore
abbastanza coraggioso da contestarla».
Fu così che il serpente si unì a noi nel nostro letto, quell’ultima notte. E
benché sappia che quanto facemmo fu blasfemo, non posso desiderare che
venga disfatto: il modo in cui un sinuoso corpo verde e argento crebbe sotto il
suo pennello, avvolgendosi sopra il mio seno, poi scivolando giù, attraverso il
ventre, prima di scomparire fra i peli dove, appena il boschetto cominciava a
racchiuderlo, lui tracciò un tenuissimo contorno della propria faccia. E
mentre dipingeva mi tornarono alla mente momenti di desolazione e di
piacere, e il corpo del saltimbanco, con il graduale destarsi del desiderio nel
guizzo dei muscoli sotto la pelle lucente.
Il mattino dopo mi alzai dal letto, nascosi sotto l’abito il meraviglioso
dipinto che adesso era il mio corpo e mi congedai dal mio amante e da mia
figlia.
Avevo speso così tante energie per convincere Plautilla a partire che avevo
dimenticato di tenerne in serbo abbastanza per consolare me stessa. Il giorno
dopo la loro partenza, la tristezza s’insinuò in me come una malattia,
avvolgendomi in una fredda cappa di desolazione: mi sembrava che ogni
passo che ci allontanava mi strappasse le viscere palmo a palmo.
Un giorno avevo accusato il mio amante del peccato di disperazione. Ora
sembrava che toccasse a me soggiacervi. La cappella, con la vita della
Vergine appena abbozzata, non la toccavo più. Di notte giacevo nel letto,
seguendo il ricordo del desiderio nelle spire del serpente. Ma l’estate
divampò come un fuoco, con il caldo vennero i sudori notturni e la polvere e
il terriccio, e ci volle poco prima che i colori lucenti cominciassero a stingere
e scolorire come i sontuosi tessuti di mio padre lasciati al sole. E il mio
spirito scolorì insieme a loro.
Per qualche tempo la Madre Badessa mostrò comprensione per il mio
dolore, poi cominciò a spazientirsi per il ritardo. Alla fine fu Erila a salvarmi,
benché cominciassi a temere che anche lei mi avesse abbandonata. Firenze
era molto lontana da Loro Ciuffenna e i tintori di Santa Croce erano una
corporazione chiusa, sicché anche quando li trovò nei vicoli vicino al fiume,
le botteghe improvvisate lucenti di aghi e di tinture rubate, furono restii a
confidare i loro segreti a una straniera. Nessuno, però, poteva resisterle a
lungo. Del saltimbanco, mi disse poi, non c’era traccia.
Ritornò una sera, quando la luce era nel suo momento più sublime, vuotò
la piccola sacca di cuoio e ne sparse il contenuto a terra, vicino al mio
giaciglio: medicine, unguenti, panni, aghi, raschietti e una serie di minuscole
bottiglie. La tinta in ogni piccolo flacone era spenta e torbida, con la densità
dell’inchiostro più che del colore per dipingere. Bisognava forare la pelle e
solo dopo essere stata inserita puntino per puntino nella ferita, la tinta
diventava vivace. Oh, ma allora le tonalità erano stupefacenti: vive e nuove
come le prime pennellate di Dio nel giardino dell’Eden, e alla loro vista,
insieme al pizzicore del mio sangue, qualche scintilla dell’antica fiamma
scaturì dentro di me. Quella prima notte lavorammo a lume di candela;
quando venne l’alba c’era un brevissimo tratto della coda del serpente sulla
mia spalla riportato allo splendore originario, e il mio corpo era esausto per il
piacere scaturito dalla sopportazione del dolore.
Con il passare dei giorni diventammo più veloci e io un po’ più resistente.
Sotto le nostre dita il serpente acquistava nuovo potere di seduzione, mentre
imparavamo meglio a maneggiare l’ago e a calcolare quante minuscole ferite
ci volessero perché ogni fremito dei suoi muscoli fosse visibile. A mano a
mano che mi scivolava sinuoso e lascivo sui seni e sul ventre, lo potevo
vedere abbastanza bene da usare l’ago io stessa. Così accadde che nel
momento in cui arrivai all’evanescente contorno del viso del mio amante ero
sola, e vi fu una dolce catarsi nella crudeltà dell’ago mentre aggiungevo la
lingua dardeggiante di un serpente che sgusciava dalla sua bocca verso il mio
sesso. In questo modo ritrovai la voglia di vivere e tornai alle pareti della mia
cappella.
Gli anni che seguirono furono tumultuosi. Mio padre morì la primavera
successiva, accasciato sulla sedia del suo studio, con l’abaco e i libri mastri
davanti. Luca entrò in possesso della casa e mia madre si ritirò in un
convento della città, dove formulò il voto del silenzio. La sua ultima lettera
implorava la grazia di Dio su di me e mi sollecitava a confessare i miei
peccati, come lei aveva confessato i propri.
Intanto, nella sua amata Firenze, la malridotta Repubblica riaccoglieva i
Medici dopo decenni di esilio. Ma Giovanni de’ Medici, ora Papa Leone X,
era l’immagine sbiadita dell’erudito padre. Il mio grasso, untuoso fratellastro
– perché questo era, incredibilmente – si era formato in un clima di
servilismo e di sperperi. Sotto il suo pontificato, Roma diventò molle come il
suo corpo. Anche l’arte della città si appesantì. Le lettere del mio pittore
parlavano di una giovane artista il cui pennello sarebbe stato presto raffinato
come quello di qualsiasi uomo, ma anche di una città che sprofondava nella
decadenza; di banchetti che si protraevano per giorni e di mecenati così ricchi
da buttare i piatti d’argento nel Tevere dopo ogni portata (però si mormorava
che poi mandassero la servitù a recuperarli).
L’anno seguente, il pittore e mia figlia lasciarono Roma per la Francia. In
passato lui aveva ricevuto inviti sia da Parigi sia da Londra, città in cui il
nuovo sapere era ancora ai primi passi e dove ci sarebbero state maggiori
possibilità di trovare mecenati per coloro che rimanevano fedeli ai vecchi
stili. Quindi erano partiti con i loro pennelli e il manoscritto. Seguii il loro
itinerario su una cartina che la mia dotta consorella si era procurata presso un
cartografo di Milano. La loro nave attraccò a Marsiglia, da dove proseguirono
per Parigi. Ma quegli inviti non offrivano lavori ben remunerati, e alla fine
furono costretti a vendere parte dei disegni della Divina Commedia per
sostentarsi. Viaggiarono così per l’Europa, ma le loro lettere descrivevano
un’ostilità crescente verso la Chiesa e quella che alcuni consideravano la sua
arte idolatra, e infine si recarono in Inghilterra dove il giovane re, educato
nello spirito del Rinascimento, desiderava artisti che dessero fama alla sua
corte. Per i primi anni mi inviarono storie di gente fradicia di pioggia, con
una lingua aspra e maniere ancora più aspre. Naturalmente non potevo non
pensare al monastero dov’era cresciuto lui, meravigliandomi di come la vita
l’avesse riportato a un tavolozza di grigi. Poi non arrivarono altre lettere e da
alcuni anni non ho più loro notizie.
Non avevo avuto molto tempo per addolorarmene. Poco dopo il
completamento della cappella, la Chiesa ci dichiarò guerra. La nostra
creatività era diventata mostruosa persino per quei tempi loschi. Era sempre
stata questione di tempo prima che i pettegolezzi arrivassero alle orecchie
sbagliate. Alla morte del nostro vescovo ne fu nominato uno ancora più
rigido, e sulla sua scia comparvero i visitatori ecclesiastici che fiutavano il
Diavolo ovunque: nel taglio dei nostri abiti, nei tessuti profumati nelle nostre
celle e soprattutto nei libri sui nostri scaffali. Soltanto la mia cappella si salvò
dal loro severo esame, perché l’umanità di tale arte era ormai diventata quasi
normale. La mia cappella e il mio corpo. Ma quello era una questione fra Dio
e me.
Quelle di noi che erano già passate attraverso un’esperienza simile non si
agitarono. Sapevamo che non conveniva lottare. Le poche che opposero
resistenza vennero ridotte brutalmente al silenzio e trasferite. In un certo
senso non fu così terribile. La scrittrice e la maggior parte delle cucitrici e
delle esperte di bellezza partirono, però rimase la studiosa, benché la sua
biblioteca venisse purgata. Fu fatta venire una nuova Madre Badessa
dall’esterno, pura e integra, con un Dio più arcigno dentro di sé. Finita la
cappella mi dedicai a esercitare la voce per cantare i Vespri, e nascosi le mie
eccentricità dietro il libro di preghiere. Purché restassi sottomessa, ero troppo
anziana per costituire una minaccia. Naturalmente mi portarono via tutto il
necessario per dipingere, però mi lasciarono la penna e fu così che cominciai
a scrivere la storia della mia vita, la qual cosa tenne per qualche tempo
lontane la solitudine e la noia imposte dal nuovo ordine.
Perdere Erila, però, fu la cosa peggiore per me. Ovviamente non c’era
spazio per il suo ribelle spirito d’iniziativa, in quel nuovo mondo di rigore.
Per poter restare sarebbe dovuta diventare la serva che aveva sempre rifiutato
di essere, e comunque si era già fatta una vita all’esterno del monastero. Con
il mio aiuto e con i suoi risparmi aveva messo su una bottega da speziale
nella città vicina. Un luogo così tranquillo non aveva mai visto una donna
tanto bizzarra, e c’era stato chi l’aveva creduta una strega che praticava la
magia anche se a fin di bene, benché lei fosse nera come il Demonio. Ma non
passò molto che la gente del posto finì per dipendere dai suoi rimedi e dai
suoi consigli, com’era avvenuto con le monache. Così si conquistò una sorta
di rispettabilità. Ridiamo insieme, quando le è permesso farmi visita: ridiamo
di come la vita assegna il più bizzarro dei finali alla storia di un individuo.
Ho terminato questo manoscritto due mesi fa, ed è stato allora che ho deciso
quello che dovevo fare. Non tanto perché io soffra (ormai i ricordi sono
offuscati come la mia vista), quanto perché gli anni mi scorrono davanti come
un nastro e non sopporto l’idea di questa inflessibile eternità e del lungo,
lento scivolare nella decrepitezza. Presa la decisione, era naturale che mi
rivolgessi a Erila per ricevere aiuto un’ultima volta. Il tumore è stata un’idea
sua. Ne aveva visti tanti: cose orribili che nascevano dalla pelle, rivoltanti e
misteriose. Le donne in particolare ne andavano soggette, intorno al seno.
Crescevano sia all’interno sia in superficie, intaccando gravemente gli organi
vitali finché il malato sprofondava nell’agonia del proprio disfacimento. Non
esistevano cure e persino i cosiddetti medici ne avevano paura. Era noto che,
una volta colpite dal male, le persone si isolavano dal consorzio umano come
animali feriti, urlando la loro sofferenza nelle tenebre e aspettando la morte.
La vescica di maiale fu un’idea brillante e facile da realizzare: bastò una
visita in cucina mentre le consorelle pregavano. Erila mi aiutò a riempirla e
ad attaccarmela al petto, e mi diede pozioni e unguenti per farmi vomitare o
provocarmi la febbre nelle occasioni in cui occorreva che la malattia fosse più
evidente per tenere lontane le altre. Infine sarà lei a portarmi, quando ne avrò
bisogno, il veleno estratto dalle radici di una delle piante medicinali che
coltiva nel suo giardino. Mi arrecherà dolore, dice, e non può garantirne la
rapidità, ma l’esito è certo. Resta un unico interrogativo: che cosa faranno del
mio corpo, dopo? Ora il nostro monastero ha una nuova Madre Badessa,
l’ultima sopravvissuta dei vecchi tempi: la nostra erudita, che nel corso degli
anni è riuscita a trovare una genuina vocazione nella solitudine. Certo non
posso dirle tutto, però ho chiesto la sua indulgenza perché il mio corpo e
l’abito che lo copre vengano lasciati intatti. Non è mia intenzione causare
imbarazzo alla sua autorità: l’amo e la rispetto troppo per farle questo. Dato
che sa e ha qualche ricordo delle mie passate trasgressioni, non ha fatto
domande e si è limitata ad acconsentire.
Vi state ponendo domande sulla mia morte, vero? Sul peccato del suicidio e
sull’impossibilità finale di ottenere il perdono divino.
Ci ho pensato molto.
Prima che il manoscritto uscisse dalle mie mani ho studiato quegli affollati
gironi infernali. Il suicidio è veramente un peccato grave. Per certi aspetti, il
più grave di tutti. Ma trovo quasi consolante il modo in cui Dante lo descrive.
Il castigo è adeguato al peccato: coloro che scelgono di lasciare il mondo
prima del momento stabilito, l’Inferno li ricaccia eternamente indietro. Le
anime dei suicidi sono radicate nel terreno, intrecciate alle strutture degli
alberi, i rami e i tronchi inariditi trasformati in cibo vivo per ogni genere di
arpie e di uccelli da preda. A metà del canto, Dante racconta di un branco di
cagne che attraversa il bosco inseguendo un gruppo di peccatori, e nella corsa
travolge e riduce a pezzi un alberello la cui anima chiede lamentosamente che
le sue foglie vengano raccolte e restituite.
Inseguita dai cani. Ho detestato così a lungo la storia di Nastagio degli
Onesti, forse perché ero sempre stata destinata a condividere la sorte della sua
protagonista. Ma non sarà soltanto dolore. Ho imparato bene a memoria la
disposizione dell’Inferno di Dante. Il bosco dei suicidi è vicino al sabbione
ardente dei sodomiti. Talvolta costoro giungono in fretta, tentando di ripararsi
dalla pioggia di fuoco che cade ininterrottamente sui loro corpi sfregiati e,
secondo Dante, di quando in quando hanno il tempo di fermarsi e di
conversare qualche istante con altre anime dannate di arte e di letteratura, e
dei peccati per i quali siamo tutti puniti. Una cosa del genere mi piacerebbe.
Ho fatto i miei addii. Un pomeriggio mi sono tolta il soggolo e mi sono
distesa in giardino, la faccia al sole, vicino al fico che avevamo piantato poco
dopo il nostro arrivo, e sulla cui crescita avevamo misurato quella di Plautilla.
Non mi sono data neanche la pena di muovermi quando la giovane suora mi
ha trovato ed è corsa dentro, tutta agitata, con la notizia della mia
“trasgressione”. E poi, che cosa sanno di me, loro? Tutto è avvenuto tanto
tempo fa e le vecchie suore sono come invisibili. Strascicano i piedi,
sorridono con occhi acquosi e borbottano davanti alla zuppa e durante le
preghiere, tutte cose che ho imparato a fare perfettamente. Non hanno idea di
chi io sia. La gran parte di loro non sa nemmeno che sono state le mie mani a
dipingere le immagini che risplendono sui muri della cappella dove cantano.
Così ora siedo nella mia cella e aspetto Erila: stasera verrà a portarmi la
pozione e le dirò addio. Questo documento lo affiderò a lei. Non è più
schiava di nessuno e deve fare quello che ritiene più opportuno del resto della
sua vita. Le ho chiesto solo di inviare questo mio scritto all’ultimo indirizzo
che ho di mia figlia e del pittore, in una zona della città di Londra chiamata
Cheapside. Tuttavia sappiamo entrambe che mio padre non avrebbe mai
lasciato uscire dalle sue mani un documento o un contratto di un qualche
valore se non ne avesse avuto una copia, oppure la prova che c’era un suo
procuratore a riceverlo, e anche in questo caso forse si sarebbe assicurato
contro il suo mancato arrivo. Poco tempo fa Erila ha parlato di un viaggio con
una sorta di bramosia che prende soltanto le persone nate in un luogo diverso
da quello in cui moriranno. Se c’è qualcuno che può trovare mia figlia è lei.
Io non posso fare altro.
Scende la notte, una coltre di caldo e di umidità. Uscita Erila, berrò in
fretta la pozione. Ubbidendo al desiderio di mia madre, ho preparato la mia
confessione e il prete è già stato chiamato. Speriamo che abbia uno stomaco
forte e la virtù del silenzio.
Epilogo

C’è una sola cosa che ho dimenticato. La mia cappella.


Ha impegnato tanto del mio tempo – in un certo senso è stata l’opera della
mia vita – eppure ne ho parlato molto poco.
La vita della Vergine e di San Giovanni Battista. Lo stesso soggetto
dell’altare di Domenico Ghirlandaio nella Cappella Maggiore di Santa Maria
Novella, che io e mia madre avevamo visto insieme quando avevo appena
dieci anni. Era stato il mio primo incontro con la storia, e com’era rimasto il
ricordo più indelebile di Firenze per il mio pittore, così lo era per me. Perché
anche se possono esserci artisti migliori e opere più insigni, gli affreschi del
Ghirlandaio parlano della gloria e dell’umanità della nostra grande città tanto
quanto della vita di ogni santo, e a parer mio è questo che li rende così
toccanti e così veri.
E quindi, nello spirito di verità che un tempo era il fondamento del nostro
nuovo sapere, ora non nasconderò questa realtà.
La mia cappella è tristemente mediocre. Se futuri conoscitori della nuova
arte dovessero per caso vederla, le dedicherebbero un’occhiata e passerebbero
oltre, giudicandola il tentativo di un artista minore in un’epoca illustre. Sì, si
nota un certo senso del colore (una passione che non ho mai perso), ci sono
punti in cui le stoffe di mio padre fluttuano come acqua, e qua e là un viso
parla di personalità, oltre che di colore. Ma le composizioni sono goffe e
molte figure, nonostante la mia attenzione, rimangono statiche, senza vita. Se
gentilezza e sincerità andassero rispettate allo stesso modo, si potrebbe dire
che era l’opera di un’artista anziana, senza preparazione, che faceva del
proprio meglio e merita di essere ricordata tanto per l’entusiasmo quanto per
il risultato.
Se questa sembra l’ammissione di un insuccesso da parte di una vecchia al
termine della propria vita, mi si deve credere quando dico che non lo è
affatto.
Perché se si mettesse quel lavoro insieme a tutti gli altri pannelli e cassoni
nuziali, ai deschi da parto e agli affreschi e alle pale d’altare che vennero
creati in quei tempi esaltanti, allorché portammo l’uomo a contatto con Dio in
un modo che non aveva mai sperimentato… allora lo si vedrebbe per quello
che è: una voce sperduta in un coro immenso.
E tale era il canto che quel coro levava all’unisono, che il solo averne fatto
parte mi bastava.
Note

Del Crocifisso di Michelangelo, in cedro bianco, si perse ogni traccia per


molti anni, dopo l’invasione dell’Italia da parte di Napoleone. Ritrovato negli
anni Sessanta del secolo scorso e nuovamente attribuito all’artista, è stato
restaurato di recente e ora si trova nella sacrestia della chiesa di Santo Spirito,
sulla riva meridionale dell’Arno. Giovanissimo, Michelangelo lavorò anche
come aiutante di Domenico Ghirlandaio agli affreschi della Cappella
Maggiore, in Santa Maria Novella.
Le illustrazioni di Botticelli per la Divina Commedia di Dante scomparvero
dall’Italia poco dopo essere state disegnate, per tornare alla luce, secoli dopo,
in diverse parti d’Europa. Nel 1501 il suo nome apparve nella cassetta delle
denunce anonime di una chiesa, e l’artista venne portato davanti alla Polizia
della Notte, con l’accusa di sodomia. Tra gli studiosi si discute se l’accusa
fosse calunniosa o fondata.
La Polizia della Notte fu attiva durante tutto il XV secolo e oltre,
indagando sulla sodomia e altre forme di fornicazione oscena a Firenze. A
eccezione degli anni di Savonarola – 1494-1498 – il suo controllo fu assai più
blando che in molte altre città.
Agli inizi del XVI secolo, con l’aumento dell’entità delle doti e
l’accresciuto numero di donne nubili, si scoprì che in certi monasteri
dell’Italia settentrionale le regole di comportamento erano particolarmente
permissive. La Chiesa investigò e i conventi incriminati vennero epurati
oppure chiusi.
Ringraziamenti

Questo libro si basa solidamente su un insieme di fonti dell’epoca, di


eminenti studiosi e di storici dell’arte. I dati e i fatti sono loro, tutti gli errori
unicamente miei.
Non avrei potuto scriverlo senza l’affetto, l’incoraggiamento intellettuale e
l’appoggio di Sue Woodman, che mi ha dato più di quanto saprà mai (ma
immagino che lo sospetti). Berenice Goodwin, grande insegnante d’arte e
buona amica, ha letto il manoscritto nella delicata fase iniziale e mi è stata
d’ispirazione, tanto nel risparmiarmi gli errori peggiori quanto nell’arricchire
considerevolmente la mia comprensione del periodo. La mia profonda
gratitudine a Jaki Authur, Gillian Slovo, Eileen Quinn, Peter Busby e Mohit
Bakaya, ciascuno dei quali, in un modo unico, ha nutrito il mio spirito in
momenti difficili. Per la loro collaborazione, a Firenze, un vivo grazie a
Isabella Planner, Carla Corri e Pietro Bernabei. Grazie anche a Kate Lowe, il
cui sapere mi è stato di diretto aiuto. E infine grazie alla mia agente, Clare
Alexander, che ha avuto un’infinita pazienza e lucidità di critica, e a Lennie
Goodings, mio editor e amico di lunga data, la migliore levatrice possibile
per un libro che, in armonia con il proprio titolo, ha avuto un travaglio ricco
di colori. Per la tua tenacia e la tua lungimiranza ti sono debitrice, Lennie.
Approfondimenti

Per coloro che desiderano approfondire la conoscenza di questo periodo


straordinario, suggerisco i seguenti testi:
Leon Battista Alberti, Della pittura; Francis Ames-Lewis, Drawing in Early
Renaissance Italy, Yale University Press; Ugo Baldassarri (a cura di), Images
of Quattrocento Florence, Yale University Press; Michael Baxendale,
Painting and Experience in 15th Century Italy, Oxford University Press;
Elizabeth Birbari, Dress in ltalian Painting, John Murray; Antony Blunt,
Artistic Theory in Italy 1450-1600, Oxford University Press; Cennino
Cennini, Il libro dell’arte, Neri Pozza; Luca Landucci, Diario fiorentino dal
1450 al 1516, Sansoni; Christopher Hibbert, Ascesa e caduta di casa Medici,
Mondadori; Graham Hughes, Renaissance Cassoni, Art Book International;
Lisa Jardine, Worldly Goods, Macmillan; Jean Lucas-Dubreton, La vita
quotidiana a Firenze ai tempi dei Medici, Rizzoli; Michael Rocke, Forbidden
Friendship, Homosexuality and Male Culture in Renaissance Florence,
Oxford University Press; Paola Tinagli, Women in Italian Renaissance Art,
Manchester University Press; Giorgio Vasari, Le vite de’ più eccellenti
architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri,
Einaudi; Martin Wackernagel, Il mondo degli artisti nel Rinascimento
fiorentino: committenti, botteghe e mercato dell’arte, Carocci; Evelyn Welch,
Art and Society in Italy 1350-1500, Oxford University Press; Christine
Klapisch-Zuber, Women, Family and Ritual in Renaissance Florence,
University of Chicago Press.
Table of Contents
Copertina
Trama
Autore
Collana
Altri titoli dello stesso autore
Frontespizio
Colophon
Dedica
Prologo
PARTE PRIMA
1.
2.
3.
4.
5.
6.
7.
8.
9.
10.
11.
12.
13.
14.
15.
16.
17.
18.
19.
PARTE SECONDA
20.
21.
22.
23.
24.
25.
26.
27.
28.
29.
30.
31.
32.
33.
34.
PARTE TERZA
35.
36.
37.
38.
39.
40.
41.
42.
43.
44.
45.
46.
PARTE QUARTA
47.
48.
49.
Epilogo
Note
Ringraziamenti
Approfondimenti